Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-7276-del-22-03-2017
Timestamp: 2020-06-07 06:21:01+00:00
Document Index: 133160093

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 39', 'sentenza ', 'art. 39', 'art. 53', 'art. 360', 'art. 2967', 'art. 39']

Sentenza Cassazione Civile n. 7276 del 22/03/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7276 del 22/03/2017
Cassazione civile, sez. trib., 22/03/2017, (ud. 18/01/2017, dep.22/03/2017), n. 7276
sul ricorso 18429-2012 proposto da:
A.P., elettivamente domiciliato in ROMA VIA FRANCESCO
PACELLI 14, presso lo studio dell’avvocato GIAN MARIA FRATTINI,
rappresentato e difeso dagli avvocati MARIA GIUSEPPA PADULA,
CONCETTA GAMBINO, ALBERTO LA GLORIA giusta delega a margine;
avverso la sentenza n. 38/2012 della COMM. TRIB. REG. della CAMPANIA
SEZ. DIST. di SALERNO depositata il 16/01/2012;
udito per il ricorrente l’Avvocato PENNELLA per delega dell’Avvocato
LA GLORIA che si riporta agli atti e deposita una cartolina verde;
LUISA DE RENZIS che ha concluso per l’inammissibilità o rigetto del
A.P., esercente commercio al dettaglio di carni e prodotti derivati in regime di impresa familiare col coniuge, ricorre per la cassazione della sentenza della Commissione tributaria regionale della Campania, n. 38/4/12 dep. 16 gennaio 2012. Questa, in relazione a impugnazione di avviso di accertamento del D.P.R. n. 600 del 1973, ex art. 39, comma 1, lett. d), col quale era stato rettificato, previo invio di questionario, il reddito d’impresa (ai fini Iva, Irpef e Irap per l’anno 2006), ritenendo inattendibile la contabilità aziendale, in riforma della sentenza di primo grado, ha accolto l’appello dell’Agenzia delle entrate.
1. Col primo motivo del ricorso A.P. deduce violazione di legge (D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, lett. d); artt. 2727 e 2729 c.c. e art. 53 Cost.), per avere la C.T.R. statuito, in base a elementi presuntivi non univoci quanto alle percentuali di ricarico e di resa media al macello, non ancorate al dato specifico emerso dall’attività istruttoria (documentazione esibita in sede di questionario), fondando la decisione esclusivamente su studi di settore non adattabili alla specifica realtà aziendale.
2. Col secondo motivo si deduce vizio di motivazione (ex art. 360 c.p.c., n. 5), non avendo la C.T.R. chiaramente individuato gli elementi sui quali ha fondato il proprio convincimento, essendo stata per contro fornita la prova dal contribuente – in base ad una serie di elementi, quali la diversa natura del bestiame commercializzato, il diverso dato di resa – erroneamente non considerata. In particolare la C.T.R. non ha indicato le ragioni per cui, a fronte delle diverse percentuali di resa e di ricavo indicate, si era determinata ad accogliere le diverse prospettazioni dell’Ufficio.
3. Col terzo motivo il ricorrente lamenta violazione e falsa applicazione degli artt. 2727 e 2729 c.c. e dell’art. 2967 c.c., non avendo la CTR fatto buon governo dei principi in base al riparto dell’onere della prova, avendo i giudici di appello omesso di rilevare che il metodo di determinazione dei ricavi in base alla percentuale di resa media era viziato ab origine, in quanto privo di effettivo e concreto riscontro.
4. I tre motivi, da esaminarsi congiuntamente, si risolvono in un diverso apprezzamento del fatto rispetto alla valutazione, immune da vizi logico – giuridici, compiuta dalla C.T.R., che ha ritenuto la documentazione fornita in esito al questionario inidonea a superare la ricostruzione dell’Ufficio. La C.T.R. ha infatti correttamente applicato il principio del riparto dell’onere della prova in ipotesi di contabilità aziendale inattendibile, che consente all’Ufficio (D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, ex art. 39, comma 1, lett. d)), di procedere alla rettifica del reddito anche sulla base di presunzioni, gravando sul ricorrente l’onere della prova contraria, nel caso di specie ritenuto non assolto. La CTR ha dato atto che l’Ufficio ha tenuto conto delle risultanze emerse dal questionario ed ha correttamente ricostruito i ricavi conseguiti e non dichiarati.
Non sussiste pertanto nemmeno il dedotto vizio di motivazione, avendo i giudici di appello fatto puntuale riferimento agli elementi addotti dal contribuente (caratteristiche degli animali della zona, percentuali medie di resa, ridotti margini di guadagno), ritenendoli inidonei a superare le presunzioni di maggior reddito. Ciò peraltro in base ad esame della documentazione, espressamente richiamata, ritenuta “non coordinata in relazione ai fatti in contestazione” e alla rilevata irrilevanza degli ulteriori assunti sulle percentuali relative al bestiame indigeno ed estero.
La Corte rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese, liquidate in Euro 3.000,00 oltre spese prenotate a debito.