Source: https://www.laleggepertutti.it/123892_bb-i-bed-breakfast-non-possono-avere-piu-limiti
Timestamp: 2019-01-21 19:14:48+00:00
Document Index: 107018853

Matched Legal Cases: ['art. 21', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 34', 'art. 4', 'art. 5', 'art. 6', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Presidente Panzironi – Estensore Volpe
b) eccesso di potere sub specie del difetto di motivatone in relazione all’asserita giustificazione delle disposizioni sopra indicate.
Esaminatolo, dunque, e rilevata in tal modo l’effettiva esistenza di una serie di sue criticità, legate all’introduzione o all’inasprimento di requisiti richiesti per l’esercizio dell’attività ricettiva extralberghiera, idonei a tradursi in un’ingiustificata limitazione dell’accesso e dell’esercito di tale attività, limitando l’operatività delle strutture e subordinandone l’accesso al mercato al rispetto di vincoli di natura dimensionale, in contrasto con i principi di libera concorrenza e i correlati principi di parità di trattamento e non discriminazione, essa allora, nella riunione del 7.10.2015, deliberava di esprimere il proprio parere motivato ai sensi dell’art. 21-bis della l.n. 287/1990 alla Regione Lazio relativamente al contenuto del regolamento in questione, inviandoglielo il 14.10.2015.
– impongono a case vacanze e B&B, gestiti entrambi in forma non imprenditoriale, periodi di chiusura obbligatoria rispettivamente di 100 e 120/90 giorni;
– consentono ai Comuni di imporre specifici periodi di chiusura alle sole strutture in forma non imprenditoriale a seguito di valutazioni legate al fabbisogno economico;
– attribuiscono a Roma Capitale il potere di individuare zone del proprio territorio da destinare all’apertura di ostelli per evitare una eccessiva concentrazione di strutture in determinate zone urbane;
– impongono alle case vacanza contratti di affitto della durata minima non inferiore a 3 giorni;
– impongono vincoli dimensionali delle strutture in termini di metratura minima obbligatoria di alcuni spazi, prescrivendo onerosi (e a volte materialmente impossibili) obblighi di adeguamento anche alle strutture esistenti.
L’Autorità rilevava altresì che il successivo regolamento regionale n. 13/2015 – col quale si rinvia l’entrata in vigore della disciplina dei periodi di chiusura per case vacanza e i B&B, gestiti in forma non imprenditoriale, già esistenti e regolarmente operanti – non risolveva le criticità concorrenziali poste dal regolamento n. 8/2015, giacchè invero rimaneva comunque impregiudicata l’immediata valenza delle altre previsioni restrittive della concorrenza del predetto regolamento. In sostanza, si posponeva l’entrata in vigore, solo per certi profili, della nuova disciplina, senza però incidere sul merito delle sue caratteristiche.
L’Autorità, dunque, richiamando precedenti segnalazioni, rilevava come le citate disposizioni integrassero specifiche violazioni dei principi concorrenziali nella misura in cui limitavano l’accesso alla ricettività extralberghiera e ne rendevano più difficile l’esercizio, senza effettive e correlate esigenze di interesse generale. Le disposizioni citate – a suo avviso – erano ingiustificatamente restrittive e più limitanti rispetto alla disciplina previgente, determinando indebite restrizioni all’accesso e all’esercizio delle attività economiche, non giustificate e perciò discriminatorie.
a) “Nei limiti del presente decreto, l’accesso e l’esercizio delle attività di servizi costituiscono espressione della libertà di iniziativa economica e non possono essere sottoposti a limitazioni non giustificate o discriminatorie”;
b) “L’accesso ad un’attività di servizi o il suo esercizio non possono essere subordinati al rispetto dei seguenti requisiti (…)l’applicazione caso per caso di una verifica di natura economica che subordina il rilascio del titolo autorizzatorio alla prova dell’esistenza di un bisogno economico o di una domanda di mercato, o alla valutazione degli effetti economici potenziali o effettivi dell’attività o alla valutazione dell’adeguatezza dell’attività rispetto agli obiettivi di programmazione economica stabiliti; tale divieto non concerne i requisiti di programmazione che non perseguono obiettivi economici, ma che sono dettati da motivi imperativi d’interesse generate”.
L’art. 3, co. 7, del d.l. n. 138/2011, convertito, con modificazioni, dalla l.n. 148/2011, in materia di ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo, sotto la rubrica “Abrogazione delle indebite restrizioni all’accesso e all’esercizio delle professioni e delle attività economiche”, ha disposto che “Le disposizioni vigenti che regolano l’accesso e l’esercizio delle attività economiche devono garantire il principio di libertà di impresa e di garanzia della concorrenza. Le disposizioni relative all’introduzione di restrizioni all’accesso e all’esercizio delle attività economiche devono essere oggetto di interpretazione restrittiva, fermo in ogni caso quanto previsto al comma 1 del presente articolo”.
Dato il richiamo ad esso, è allora opportuno rammentare che il co. 1 del citato art. 3 ha previsto che “Comuni, Province, Regioni e Stato, entro il 30 settembre 2012, adeguano i rispettivi ordinamenti al principio secondo cui l’iniziativa e l’attività economica privata sono libere ed è permesso tutto ciò che non è espressamente vietato dalla legge nei soli casi di (fra l’altro): a) vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali; b) contrasto con i principi fondamentali della Costituzione; c) danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana e contrasto con l’utilità sociale; d) disposizioni indispensabili per la protezione della salute umana, la conservazione delle specie animali e vegetali, dell’ambiente, del paesaggio e del patrimonio culturale; e) disposizioni relative alle attività di raccolta di giochi pubblici ovvero che comunque comportano effetti sulla finanza pubblica.”.
L’art. 34 del d.l. n. 201/2011, convertito, con modificazioni, dalla l.n. 214/2011, recante disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici, sotto la rubrica “Liberalizzazione delle attività economiche ed eliminazione dei controlli ex-ante”, ha stabilito che:
“1. Le disposizioni previste dal presente articolo sono adottate ai sensi dell’articolo 117, comma 2, lettere e) ed m), della Costituzione, al fine di garantire la libertà di concorrenza secondo condizioni di pari opportunità e il corretto ed uniforme funzionamento del mercato, nonché per assicurare ai consumatori finali un livello minimo e uniforme di condizioni di accessibilità ai beni e servizi sul territorio nazionale.
8. Sono escluse dall’ambito di applicazione del presente articolo le professioni, il trasporto di persone mediante autoservizi pubblici non di linea, i servizi finanziari come definiti dall’art. 4 del decreto legislativo 26 marzo 2010, n. 59 e i servizi di comunicazione come definiti dall’art. 5 del decreto legislativo 26 marzo 2010, n. 59.”.
a) “Le disposizioni recanti divieti, restrizioni, oneri o condizioni all’accesso ed all’esercizio delle attività economiche sono in ogni caso interpretate ed applicate in senso tassativo, restrittivo e ragionevolmente proporzionato alle perseguite finalità di interesse pubblico generale, alla stregua dei principi costituzionali per i quali l’iniziativa economica privata è libera secondo condizioni di piena concorrenza e pari opportunità tra tutti i soggetti, presenti e futuri, ed ammette solo i limiti, i programmi e i controlli necessari ad evitare possibili danni alla salute, all’ambiente, al paesaggio, al patrimonio artistico e culturale, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana e possibili contrasti con l’utilità sociale, con l’ordine pubblico, con il sistema tributario e con gli obblighi comunitari ed internazionali della Repubblica”;
b) “I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni si adeguano ai principi e alle regole di cui ai commi 1, 2 e 3 entro il 31 dicembre 2012, fermi restando i poteri sostitutivi dello Stato ai sensi dell’articolo 120 della Costituzione. A decorrere dall’anno 2013, il predetto adeguamento costituisce elemento di valutazione della virtuosità degli stessi enti ai sensi dell’articolo 20, comma 3, del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111. A tal fine la Presidenza del Consiglio dei Ministri, nell’ambito dei compiti di cui all’articolo 4, comunica, entro il termine perentorio del 31 gennaio di ciascun anno, al Ministero dell’economia e delle finanze gli enti che hanno provveduto all’applicazione delle procedure previste dal presente articolo. In caso di mancata comunicazione entro il termine di cui al periodo precedente, si prescinde dal predetto elemento di valutazione della virtuosità. Le Regioni a statuto speciale e le Province autonome di Trento e Bolzano procedono all’adeguamento secondo le previsioni dei rispettivi statuti.”.
a) vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali; b) contrasto con i principi fondamentali della Costituzione;
– il primo è inattivo per almeno 100 giorni nell’anno solare (ovunque esso sia dislocato nell’intero territorio regionale);
– il secondo è inattivo per almeno 100 ovvero 90 giorni nell’anno solare a seconda che lo stesso stia all’interno di Roma Capitale o della sua Città metropolitana oppure dentro comuni diversi ed esterni a questa cinta metropolitana.
All’osservazione della Regione, secondo cui la distinzione (fra imprenditorialità e non) favorirebbe, promercato e concorrenza, la lotta alle attività ricettive irregolari, può bastare la prevalente risposta per cui, in tal modo, la Regione contrasterebbe l’irregolarità solo dal punto di vista della durata dell’(in)attività nel corso dell’anno, dimentica di quello che invece dovrebbe essere ben migliore contrasto all’irregolarità (questo sì in favore della concorrenza) ove fosse condotto sul crinale della adeguatezza o meno dei livelli di servizio tra tutti quelli che operano all’interno del mercato di riferimento della ricettività extralberghiera.
– si rivelerebbe per intero lo spirito dirigista e d’intervento autoritativo pubblico nell’economia della misura in contestazione, all’interno di un settore di attività le cui dinamiche, invece, dovrebbero equilibrarsi naturalmente con l’incrocio fra domanda e offerta, in funzione della disponibilità, diversità e qualità dei servizi offerti;
– si aggraverebbe il carico degli oneri amministrativi per l’esercente l’attività ricettiva, in piena controtendenza con la predicata (ed auspicata) politica della diminuzione di tali oneri;
– si inciderebbe ingiustificatamente ed arbitrariamente sulle scelte di opportunità economica per i soggetti interessati all’esercizio dell’attività ricettiva in questione che nè possano né vogliano (tuttavia lecitamente, in un’ottica liberale del mercato) ricadere nella forzata camicia dell’esercizio imprenditoriale definito dal regolamento impugnato.
10. Infine, illegittima risulta anche la disposizione di cui all’art. 6, co. 2, del regolamento impugnato che facoltizza Roma Capitale, al fine di evitare una eccessiva concentrazione delle strutture in determinate zone urbane, comprese quelle ad elevato impatto urbanistico, ad individuare, sul proprio territorio, le zone da destinare all’apertura degli Hostel o Ostelli.
17/06/2016 alle 18:38
La formula del B&B, in Italia, è stata introdotta, credo, in occasione del Giubileo del 2000 per far fronte alla notevole folla di pellegrini che avrebbe raggiunto Roma, quando in altri Stati i B&B esistevano già da tempo, al fine di ampliare l’offerta di posti letto con la c.d. “ospitalità diffusa”.
Alla nascita, non vi era alcuna normativa specifica che li regolamentasse. Successivamente, sia a livello statale che regionale, sono stati introdotti alcuni “paletti” riguardanti, per come già riportato nel Vs. articolo, il numero massimo di posti letto, il periodo di inattività obbligatorio o il periodo massimo di apertura, l’obbligo per il proprietario di risiedere entro la stessa struttura (che, originariamente, era la sua stessa casa e che lo stesso adibiva a B&B). Il tutto perchè i B&B andavano esenti da tassazione (in quanto nascevano per consentire al proprietario di casa di “arrotondare” il proprio reddito, senza entrare in competizione con le strutture recettive più grandi, soggette a ben altra normativa e tassazione). Nel tempo però si è assistito al proliferare dei “c.d.” B&B, che in realtà sono degli alberghi veri e propri, gestiti da persone che non vi risiedono (probabilmente risulterà qualcun altro ivi residente, giusto per rispettare la normativa…), proprietarie di vari immobili gestiti alla stessa maniera. In sostanza eludendo il fisco. Questa situazione è ormai consolidata (parlo per conoscenza diretta, poichè a Reggio Calabria esistono immobili di pregio in zona centralissima così gestiti). Questo comportamento ha finito per snaturare l’essenza del B&B che, si ripete, nasceva per consentire al proprietario di casa di adibire una parte della sua stessa abitazione a B&B arrotondando il reddito e non entrando in competizione con gli albergatori “puri”, stante i limiti a lui imposti. Peraltro la normativa cui erano soggetti i B&B prevedeva un “modesto uso” della pubblicità, oltre che un rapporto massimo che poteva esistere tra il reddito da B&B ed il reddito del soggetto esercente l’attività stessa (rapporto che adesso non ricordo…). Questo perchè l’attività stessa di B&B doveva essere per così dire marginale rispetto al reddito principale del soggetto, ossia rispetto al reddito tassato! Basta fare un giro su internet per verificare come in campo B&B si faccia un massiccio uso della pubblicità per rendersi conto che ormai si tratta di una vera e propria attività imprenditoriale che sfugge, però, a qualsiasi forma di controllo fiscale con danni notevoli per le tasche di tutti i cittadini.
La sentenza da Voi riportata mi pare che stia solo ampliando le possibilità, per i gestori, di fare reddito eludendo sempre più il fisco, con ripercussioni presumo negative sul comparto alberghiero, soggetto a ben altra normativa e tassazione (es.: autorizzazioni varie, agibilità, assunzioni di personale, igiene, sicurezza, ecc…), tutte palesementi non previste per i B&B che possono quindi spuntare prezzi migliori sul mercato.
Ritengo che, se proprio si doveva decidere nel senso della sentenza, almeno si sarebbero dovuti equiparare i B&B agli alberghi dal punto di vista fiscale e normativo in generale. Mi pare che la vera sperequazione si stia consumando proprio con questa sentenza a danno degli albergatori!
P.S.: NON sono un albergatore!
Aldo Caliandro ha detto:
18/06/2016 alle 20:26
Sig. Attistani, il suo commento riporta due inesattezze sostanziali: a) l’agibilità è prevista per tutti i BEB in tutte le regioni d’Italia (persino per i BEB c.d. familiari, in genere quelli con max 3 camere che mai potrebbero essere equiparati agli alberghi); gli altri BEB devono per forza essere costituiti in forma imprenditoriale (con iscrizione registro imprese, P.Iva, ecc.). I redditi dei BeB (tutti) devono essere dichiarati e sono quindi imponibili.
Augusto Ciccarelli ha detto:
19/06/2016 alle 09:58
Qualsiasi soggetto può esercitare occasionalmente una qualsiasi attività non rientrante tra quelle obbligate all’iscrizione agli ordini professionali, quando l’importo annuo del reddito ricavato non superi euro 5.000,00. Dopo questa premessa, esistono tre pilastri nella materia tributaria che obbligano tutti a dichiarare il reddito prodotto: il DPR 917/86, il DPR 633/72 e il DPR 600/73, compreso, ovviamente, la disciplina contributiva (INPS).
Rag. Augusto Ciccarelli
di leone salvatore ha detto:
24/09/2016 alle 11:14
arch. Mina Piazzo ha detto:
Buongiorno, sono la titolare di un b&b a conduzione familiare a Brindisi, dove abbiamo anche da poco costituito una associazione dei b&b affiliata alla CNA provinciale di Brindisi. Come associazione vorremmo capire il percorso formale da intraprendere per l’eliminazione dei periodi di chiusura obbligatori, previsti dalla L.R. attualmente in vigore in Puglia. La sentenza del TAR Lazio comporta automaticamente l’inammissibilità di detti periodi di chiusura sul territorio nazionale? O forse è necessario ricorrere anche qui al TAR Puglia (e così via in tutte le Regioni italiane?) Abbiamo appena presentato la comunicazione annuale per il 2017 di prezzi e servizi, che include la segnalazione dei periodi di apertura delle strutture, fissati in Puglia non superiori a 270 e non inferiori a 90 giorni, con un periodo di chiusura minimo, quindi, pari a 95 giorni/anno.
Ha validità normativa il periodo di apertura indicato dai b&b a conduzione familiare pugliesi (come sul resto del territorio nazionale, oltre al Lazio) per il 2017? Vi ringrazio
savino mastrapasqua ha detto:
05/10/2018 alle 11:07
Anche nella provincia di Bari i bed and breakfast familiari hanno la stessa problematica. Mi piacerebbe sapere come risolverla similmente al Lazio.