Source: http://www.studiolegalezuco.it/rifiuti-bonifica-chiarimenti-ministero-ambiente-nota-dirigenziale-1495-23-gennaio-2018/
Timestamp: 2020-02-17 10:02:40+00:00
Document Index: 161727681

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 250', 'art. 2043', 'art. 2043', 'art. 192', 'art. 242', 'art. 245', 'art. 250', 'art. 256']

Bonifiche: arrivano i chiarimenti del Ministero dell'Ambiente. La nota dirigenziale n. 1495 del 23 gennaio 2018. - Studio Legale Zuco
20 febbraio 2018 20 febbraio 2018 Avv. Alessandro ZucoArticoli, News ed Eventi
I procedimenti di bonifica rappresentano uno degli aspetti piu’ problematici sia in ambito gestionale sia giuridico. A seguito di numerose richieste di chiarimenti e interpretazioni pervenute in relazione alla gestione dei procedimenti di bonifica, il Ministero dell’Ambiente, con nota dirigenziale 23 gennaio 2018, prot. 1495, ha fornito un indirizzo comune su alcuni temi con l’obiettivo di “garantire omogenei livelli di tutela ambientale e sanitaria nel territorio nazionale”.
La nota, indirizzata a Regioni, Province, Arpa e Ispra, è intervenuta su due argomenti fondamentali:
Di seguito si riporta il testo integrale del documento:
Nota dirigenziale del ministero dell’Ambiente, della tutela del territorio e del mare 23 gennaio 2018, prot. 1495
Secondo la giurisprudenza del Consiglio di Stato, i soggetti responsabili dell’inquinamento devono essere identificati in coloro che hanno «in tutto o in parte generato la contaminazione tramite un proprio comportamento commissivo od omissivo, legato all’inquinamento da un preciso nesso di causalità» (cfr. Cons. Stato, n. 4119/16 e n. 3756/15).
La più recente giurisprudenza amministrativa ha inoltre chiarito che «il fenomeno della fusione per incorporazione di una società in un’altra determina una successione inter vivos a titolo universale per cui la società incorporante acquista, dal momento dell’estinzione di quella incorporata, i diritti e gli obblighi scaturenti dai rapporti attivi e passivi dei quali quest’ultima era titolare», con la conseguenza che la società incorporante è tenuta ad adempiere agli stessi obblighi (anche in qualità di responsabile della contaminazione) cui era tenuta l’incorporata (fra le tante, Cons. Stato sez. V, n. 6055/08).
La Corte di Giustizia, nella sentenza del 4 marzo 2015 C-524/13, ha stabilito che «affinché il regime di responsabilità ambientale sia efficace, è necessario che sia accertato dall’autorità competente un nesso causale tra l’azione di uno o più operatori individuabili e il danno ambientale concreto e quantificabile al fine dell’imposizione a tale operatore o a tali operatori di misure di riparazione, a prescindere dal tipo di inquinamento di cui trattasi»; la Corte ha altresì affermato che «nell’ipotesi in cui sia impossibile individuare il responsabile della contaminazione di un sito o ottenere da quest’ultimo le misure di riparazione» il proprietario di tale sito, non responsabile della contaminazione, è comunque tenuto «al rimborso delle spese relative agli interventi effettuati dall’autorità competente nel limite del valore di mercato del sito, determinato dopo l’esecuzione di tali interventi».
Si evidenzia, inoltre, che con la recente sentenza 8 marzo 2017 n. 1089 il Consiglio di Stato ha chiarito che anche «la messa in sicurezza del sito costituisce una misura di prevenzione dei danni e rientra pertanto nel genus delle precauzioni, unitamente al principio di precauzione vero e proprio e al principio dell’azione preventiva, che gravano sul proprietario o detentore del sito da cui possano scaturire i danni all’ambiente e, non avendo finalità sanzionatoria o ripristinatoria, non presuppone affatto l’accertamento del dolo o della colpa”…” l’affermazione dell’obbligo del proprietario di adottare misure di prevenzione per eliminare/ridurre rischi sanitari e ambientali derivanti dalla contaminazione è conforme al regime giuridico vigente» (cfr., in termini, Cons. Stato, sez. V, n. 1509/16 e sez. VI, n. 3544/15; T.A.R. Campania – Napoli, n. 377/17; T.A.R. Lombardia – Milano, nn. 1914/15 e 1915/15 e nn. 927/16 e 928/16).
[“diffuse pollution: pollution from widespread activities with no one discrete source, e.g. acid rain, pesticides, urban run-off, etc.” – Source: hiip://glossary.eea.europa.eu/EEAGlossary/D/diffuse_pollution].
Innanzitutto, è opportuno chiarire che l’inquinamento diffuso non si identifica con l’inquinamento di un’area “estesa”/”vasta” – tesi volta a far scattare la clausola di cui all’art. 250 cit. al fine di far ricadere, in buona sostanza, i costi di riparazione sulla collettività -così come va respinta la tesi secondo cui, in caso di mancata individuazione del soggetto responsabile della contaminazione, si sia automaticamente al cospetto di un fenomeno di inquinamento diffuso.
Sul punto, la giurisprudenza amministrativa, ha avuto modo di chiarire come, ad esempio, non possa costituire inquinamento diffuso, l’inquinamento, certamente esteso e di vaste proporzioni, ma causato esclusivamente dal dilavamento da parte degli eventi atmosferici di un cumulo di rifiuti interrati; nel caso di specie, la discarica non autorizzata è stata considerata quale ‘fonte unitaria’ di inquinamento, pur in un contesto in cui i rifiuti conferiti erano – come sovente accade – eterogenei ed in cui i conferimenti risultavano essere intervenuti in momenti successivi (cfr. T.A.R. Friuli Venezia Giulia n. 215/15, confermata da Cons. Stato n. 1489/16 nonché, da ultimo, in termini, Cons. Stato n. 5067/17).
La giurisprudenza si è già occupata dell’inquinamento storico stabilendo che l’accoglimento di una tesi restrittiva «comporterebbe l’impossibilità di applicare le norme in tema di bonifica a ciascuno degli episodi di inquinamento verificatisi nel corso del ‘900 nel territorio italiano, svuotando praticamente di significato tutto il sistema normativo delle bonifiche dei suoli inquinati» (così, T.A.R. Emilia Romagna – Bologna n. 125/17 che richiama T.A.R. Lombardia – Brescia, sez. I, n. 1081/11).
La stessa sentenza, peraltro, chiarisce che «l’obbligo di messa in sicurezza e di successiva bonifica è la semplice conseguenza oggettiva dell’aver cagionato l’inquinamento. Il complesso delle norme in tema di bonifica non sono altro che l’applicazione alla materia in esame (si potrebbe dire, la procedimentalizzazione nella materia in esame) della norma generale dell’art. 2043 c.c. (il cui disposto esiste da quando esiste il diritto), secondo cui ogni soggetto è tenuto a reintegrare il danno che abbia cagionato con il proprio comportamento. Norma generale che, d’altronde, è a sua volta espressione del principio, ancor più generale, di responsabilità, in base al quale ciascuno risponde delle proprie azioni (ed omissioni, naturalmente) (il c.d. principio comunitario del chi inquina paga ne costituisce ulteriore specificazione in materia ambientale). La circostanza che il danno (nel caso di specie, la contaminazione dei suoli e delle acque) sia scoperto a distanza di anni o decenni non impedisce di attivare la norma dell’art. 2043 c.c., né evita l’applicazione del principio di responsabilità.
Dall’aver cagionato l’inquinamento deriva l’obbligo di bonifica; dalla violazione dell’obbligo di bonifica derivano conseguenze penali, che sono – esse sì sanzioni – per la commissione di un illecito che deve essere stato commesso dopo l’entrata in vigore delle norme stesse (con la precisazione che in questo caso l’illecito è costituito dalla violazione dell’obbligo di bonifica, e non dall’inquinamento pregresso)».
Scarica in pdf il testo del documento: nota dirigenziale Min. Amb. prot. n. 1495 del 23 gennaio 2018
Taggato abbandono, abbandono di rifiuti, accertamento della responsabilità, ambiente, ARPA, art. 192, art. 242, art. 245, art. 250, art. 256, bonifica, bonifiche, colpa, Consiglio di Stato, corte di giustizia europea, d. lgs. n. 152/2006, diritto ambientale, diritto amministrativo, dolo, ISPRA, messa in sicurezza, Ministero dell'Ambiente, nota dirigenziale n. 1495/2018, proprietario incolpevole, pubblica amministrazione, ridiuti, TAR