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Timestamp: 2017-11-24 20:11:25+00:00
Document Index: 3491705

Matched Legal Cases: ['art. 11', 'art. 11', 'art. 34', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 13']

reati Archives - DREAMHOUSE L'ALTRO PENSIERO
Giornate di malattia indennizzate dall’Inps e dal datore di lavoro:
calcolo dell’indennità, trattamento operai e impiegati, casi particolari.
Articolo Completo : Malattia, quali sono le giornate retribuite dall’Inps
Congedo per assistenza di figli disabili e Settima Salvaguardia
Una piccola tutela previdenziale, invero, ci sarebbe, ma non riguarda tutti i lavoratori che fruiscono dei permessi Legge 104 [1] per l’assistenza di portatori di handicap, ma soltanto quei dipendenti che nel 2011 hanno fruito di congedi familiari per la stessa finalità[2]: si tratta della possibilità di pensionarsi con i requisiti previsti antecedentemente alla Legge Fornero [3] tramite la Settima Salvaguardia.
Articolo Completo : Pensione anticipata per chi fruisce di permessi Legge 104.
Scritto il 21 gennaio 2016 21 gennaio 2016 da Barty
Articolo Completo : Requisiti e calcolo dei trattamenti pensionistici
Scritto il 21 gennaio 2016 da Barty
Integrazione al trattamento pensionistico minimo, perequazione automatica, contributo di solidarietà, permanenza in servizio e collocamento a riposo.
In presenza di una scarsa anzianità contributiva, la pensione può risultare di importo tale da non garantire un’adeguata capacità di sostentamento. È stato perciò fissato il cd. importo minimo di pensione, che dovrebbe, almeno in teoria, equivalere alla somma necessaria a soddisfare i bisogni vitali del pensionato, e che è rivalutato periodicamente (art. 11 D.Lgs. 503/1992).
Tutte le pensioni, anche quelle percepite dai pubblici dipendenti, che risultano inferiori al trattamento minimo sono aumentate fino a tale importo (cd. pensioni integrate al minimo).
Al fine di determinare il diritto all’integrazione sono fissate soglie di reddito, aggiornate ogni anno, che non devono essere superate dal pensionato (dal 1995, ai fini del diritto all’integrazione al trattamento minimo assume rilievo, oltre al reddito del pensionato, anche il reddito del coniuge non legalmente ed effettivamente separato).
L’esigenza di garantire la capacità di sostentamento dei pensionati ha reso necessario il ricorso a strumenti atti a salvaguardare il potere d’acquisto delle pensioni, eroso gradualmente dalla svalutazione monetaria.
È stata così istituita la cd. perequazione automatica delle pensioni (L. 153/1969 e art. 11 D.Lgs. 503/1992): tutte le pensioni vengonorivalutate annualmente sulla base della variazione del costo della vita intervenuta nell’anno precedente.
La rivalutazione delle pensioni è applicata, per ogni singolo beneficiario, in funzione dell’importo complessivo dei trattamenti corrisposti dall’INPS o da altri enti (art. 34, comma 1, L. 448/1998).
Le necessità di contenimento della spesa pubblica hanno determinato, nel tempo, una modifica dei criteri di applicazione della perequazione automatica con l’effetto di ridurre la rivalutazione, fino ad escluderla del tutto, per i trattamenti più elevati. Va detto, comunque, che a causa della contingente situazione finanziaria del Paese e della necessità di ripristinare condizioni di stabilità e di equilibrio, si è nel tempo circoscritto il novero delle pensioni rivalutabili.
In particolare, per il triennio 2014-2016, essa spetta per intero (100%) soltanto per i trattamenti di importo complessivo pari o inferiore a tre volte il trattamento minimo INPS (art. 1, comma 483, L. 147/2013).
Per le pensioni di importo superiore a tre volte il trattamento minimo INPS e inferiore a tale limite incrementato della quota di rivalutazione automatica, l’aumento di rivalutazione è attribuito fino a concorrenza del predetto limite maggiorato.
Per il 2012-2014 era stato previsto un ulteriore irrigidimento del meccanismo di perequazione, che, però, è stato dichiarato illegittimo dalia Corte Costituzionale (sent. 70/2015), con successivo obbligo per lo Stato di corresponsione degli aumenti non versati (D.L. 65/2015 conv. in L. 109/2015).
Il contributo di solidarietà sulle pensioni di importo elevato e il limite massimo di trattamento
A decorrere dal 1°-1-2014 e fino a tutto il 2016 si applica, a carico delle pensioni di importo elevato, un contributo di solidarietà destinato ad alimentare le risorse delle gestioni previdenziali obbligatorie (art. 1, co. 486, L. 147/2013).
Il contributo è applicato sui trattamenti pensionistici percepiti dal pensionato che risultino complessivamente superiori a 14 volte il trattamento minimo INPS.
Ai fini dell’applicazione del contributo di solidarietà si considera il trattamento pensionistico lordo spettante nell’anno considerato. Se il pensionato è titolare di più trattamenti, si considera l’importo complessivo dei trattamenti percepiti. In tal caso, l’INPS, sulla base dei dati che risultano dal Casellario centrale dei pensionati, fornisce a tutti gli enti interessati i dati per l’effettuazione della trattenuta del contributo di solidarietà, che sarà applicato, da ciascun ente, in proporzione ai trattamenti erogati.
Il contributo di solidarietà è strutturato su diverse aliquote ed in particolare:
— 6% sulla quota di pensione superiore a 14 volte il trattamento minimo INPS e fino all’importo lordo annuo di 20 volte il predetto trattamento;
— 12% sulla quota di pensione superiore a 20 volte il trattamento minimo INPS e fino all’importo lordo annuo di 30 volte il predetto trattamento;
— 18% sulla quota di pensione superiore a 30 volte il trattamento minimo INPS.
Ricordiamo, inoltre, che anche ai trattamenti pensionistici, si applica il limite costituito dal livello remunerativo massimo onnicomprensivo annuo, valido per tutti i soggetti che ricevono emolumenti e prestazioni a carico delle finanze pubbliche, nell’ambito di rapporti di lavoro con le P.A. (artt. 23bis e 23ter D.L. 201/2011 conv. in L. 214/2011 e art. 13, comma 1, D.L. 66/2014 conv. in L. 89/2014). Il limite in questione coincide con il trattamento economico del primo Presidente della Corte di Cassazione.
Il limite in questione incide anche sul calcolo della pensione, applicandosi alla retribuzione da prendere come base di calcolo della pensione.
Articolo Completo : Pensione: integrazione al trattamento minimo e perequazione automatica
Scritto il 20 gennaio 2016 da Barty
Un’ultima alternativa è costituita dalla possibilità di effettuare una donazione indiretta: il donante che intenda donare un bene ad un soggetto, anziché acquistarlo e poi donarlo al beneficiario, potrebbe pagare direttamente il venditore in modo tale che quest’ultimo poi trasferisca il bene al donatario. In tal modo, anche se il prezzo viene pagato dal donante, l’acquirente è il donatario. Si pensi anche al caso del padre che, anziché comprare una casa e poi donarla al figlio, paghi direttamente il costruttore affinché quest’ultimo intesti l’immobile al beneficiario. Un ulteriore esempio è quello del soggetto che paga un debito del figlio rinunciando alla rivalsa o anche dell’aumento di capitale di una società al valore nominale, con cui chi lo sottoscrive acquisisce una quota che vale molto di più del versamento effettuato.
La donazione indiretta, oltre a non scontare le tasse sulla donazione, non richiede neanche l’atto pubblico notarile. Abbiamo elencato tutti i casi di donazione indiretta nell’articolo “Donazione indiretta: che significa”.
Tali liberalità sono soggette all’imposta di donazione [2] in caso di:
– registrazione volontaria delle parti (v. dopo);
Articolo Completo : Donazione indiretta: che significa
Scritto il 18 gennaio 2016 da Barty
Novità Isee per l’anno 2016: giacenza media carte di credito, trasferimenti tra familiari, studenti universitari e minorenni con genitori non conviventi.
Articolo Completo : ISEE 2016, CHE COSA CAMBIA
Scritto il 18 gennaio 2016 18 gennaio 2016 da Barty
Articolo Completo :Isee corrente 2016, come funziona?
Scritto il 13 gennaio 2016 14 gennaio 2016 da Barty
Si è dunque visto come l’attività estorsiva abbia, per grandi linee, una duplice funzione: legittimare da un lato, arricchire dall’altro; rafforzando così, complessivamente, il potere dell’organizzazione. Tali finalità, possiamo dirlo, non vengono mai meno, nel senso che nel momento in cui il soggetto paga il pizzo – che sia la prima, che sia l’ennesima volta, poco importa – crea un immediato profitto in capo all’estorsore e genera altresì una implicita legittimazione nello stesso a chiedere – e richiedere – ancora. Le ricerche empiriche ci dimostrano che raramente a una richiesta non ne segua poi un’altra, di egual tenore o addirittura più onerosa. All’univocità dei fini corrisponde però una gamma variegata di concrete modalità estorsive. Ragionando analiticamente, e prendendo spunto da quanto si è avuto modo di osservare «sul campo», potremmo suddividere le estorsioni – al netto, s’intende, delle confortanti tendenze in atto di rifiuto del pizzo da parte dei commercianti, che si scorgeranno numerose lungo tutta la trattazione – in violente, «ambientali» e «condivise». Questo schema, peraltro, ha un pregio: permette di osservare la digradazione delle note modali, da un magis a un minus di coartazione del soggetto passivo. Le estorsioni violente sono le più immediatamente percepibili in quanto tali, poiché si realizzano mediante atti di violenza reale (sulle cose) o personale (sulle vittime o, più raramente, su soggetti a essa vicini). Del resto, è ben noto come la violenza costituisca una delle forme socialmente più diffuse di intimidazione e di coartazione della altrui libertà di autodeterminazione. Una violenza che può essere declinata in mille modi. Anzitutto, nei gesti eclatanti, come lo scoppio di un ordigno nei pressi di un locale commerciale. A cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, così come in altre regioni meridionali, nei capoluoghi pugliesi le esplosioni notturne cadenzavano il trascorrere delle notti. Si era raggiunto, in quegli anni, il picco della violenza interpersonale. Alcune statistiche dimostrano che nel decennio 1980-1990 Bari e l’intera Puglia erano percepiti come luoghi insicuri [1], devastati da una altissima media di episodi omicidiari ed estorsivi, oltreché di rapine e di atti di violenza «comune». Saltavano in aria gli esercizi commerciali a danno di chi non intendeva cedere alle richieste estorsive delle cosche, il controllo del territorio era soffocante, e il pagamento coercitivo del pizzo era considerata dal commerciante un’eventualità tutt’altro che remota. Erano gli anni in cui la Sacra corona unita disponeva di una grande potenza di fuoco: non mancavano né mezzi né uomini, tramite cui poter esercitare una violenza feroce. Non soltanto per determinare una pressione psicologica nei confronti dell’estorto; la violenza era esercitata come strumento «pedagogico» nei confronti della società locale, giacché a tutti doveva apparire chiaro chi poteva dettare legge e imporre quella forma di tassazione occulta. Oggi, dopo aver attraversato gli anni Duemila, che hanno segnato l’inizio ed il consumarsi della crisi dell’associazionismo mafioso in Puglia (a eccezione di alcune aree), i gesti di eclatante violenza sono sempre più rari, e si concentrano per lo più – come si vedrà nel prosieguo – in alcune zone del tarantino e del foggiano. Del resto, far saltare in aria un ristorante o un supermercato nel centro cittadino vuol dire suscitare attenzione e sdegno, destare l’allarme sociale. Vuol dire, soprattutto, correre il rischio di essere arrestati, in un momento in cui l’attenzione dell’autorità giudiziaria è massima. Questo, però, non significa che le estorsioni violente siano cessate; semplicemente, hanno assunto una forma di- versa, meno spettacolare. È molto più frequente – e molto meno rischioso – rinvenire davanti l’ingresso degli esercizi commerciali taniche piene di benzina, oppure scorgere fori di proiettile sulle saracinesche. Modalità di coartazione della volontà comunque violenta (meglio dire: che prospettano un’attività violenta), ma a costo (e rischio) «zero». Nei contesti ad alta densità mafiosa si rinviene anche la fattispecie di estorsione «ambientale». Venendo dunque ad essa, va detto che la riflessione che fa il commerciante o l’imprenditore è semplice quanto perversa: qui tutti hanno sempre pagato, e per evitare problemi pago anch’io. In altre parole, si paga sulla base di una prassi diffusa nel contesto locale. È pertanto colui che esercita un’attività economica che vuole «evitare problemi» a recarsi dal boss della zona o da un suo referente per versargli il «pensiero» (così, ad esempio, nell’area salentina viene definita la tangente estorsiva), senza che sia in qualche modo sollecitato. Si può anche trattare di una piccola somma (addirittura, è stato appurato, anche 50 o 100 euro nel settore del commercio al minuto), che si paga spontaneamente anche perché non troppo onerosa. In queste aree, peraltro, sempre più spesso si nota che è il mafioso a indurre il commerciante a cercare protezione agendo «preventivamente» sul piano dell’intimidazione: spari contro la vetrina, blocco della serranda, telefonate anonime ecc., senza che questi gesti possano trovare un’apparente giustificazione. È così il commerciante a cercare il referente, quello a cui «ci si deve rivolgere», determinando un ulteriore vantaggio per gli uomini del racket: se anche il commerciante non intendesse pagare, in questi casi non sarebbe possibile alcuna denuncia. La tecnica è stata così raccontata da un estorsore pugliese nel processo che lo riguardava: «che si doveva fare un po’ diciamo di rumore a varie persone che avevano attività, per modo che noi quando andavamo a sparare poi direttamente loro dovevano andare da loro per il pizzo, per l’estorsione, come si può chiamare». A parte la forma totalmente sgrammaticata, la sostanza non necessita di ulteriori specificazioni.
ARTICOLO COMPLETO :Le modalità dell’estorsione in Puglia