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Timestamp: 2019-08-24 22:26:14+00:00
Document Index: 144694764

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 96', 'art. 113', 'art.96', 'art. 96', 'art.32', 'art. 3', 'art. 2033', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza\n', 'art. 20', 'art. 19', 'art. 107', 'art. 9', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 105', 'art. 107', 'art. 105', 'art. 4', 'art. 16', 'art. 32', 'art. 113', 'sentenza ', 'art. 96', 'sentenza ']

Il signoraggio | Il Rovescio del Diritto
Riassumendo brevemente, per signoraggio si intende l’insieme dei redditi derivante dall’emissione di moneta. Il termine deriva dal francese “seigneur”, che significa “signore”. Nel Medio Evo infatti erano i signori feudali i titolari del diritto di creare moneta e i beneficiari del guadagno che ne derivava. Oggi gli economisti intendono per signoraggio, i redditi che la banca centrale e lo stato ottengono grazie alla possibilità di ricreare base monetaria in condizioni di monopolio. La Banca d’Italia con riferimento all’euro, definisce il reddito da signoraggio, quello generato dall’emissione della moneta, qualificato come reddito originato dagli attivi detenuti in contropartita delle banconote in circolazione, ricompreso nel calcolo del reddito monetario che, secondo l’articolo 32.1 dello Statuto del SEBC, è “Il reddito ottenuto dalle Banche Centrali Nazionali nell’esercizio delle funzioni di politica monetaria del Sistema Europeo delle Banche Centrali”.
Qui di seguito, l’azione proposta davanti al Giudice di Pace di Lecce e la sentenza della Cassazione del 2006 che in accoglimento dei motivi di ricorso proposti, ha cassato la decisione.
IL GIUDICE DI PACE DI LECCE
Avv. Cosimo Rochira ha pronunciato la seguente
nella causa civile iscritta al numero del ruolo generale indicato a margine, avente l’oggetto pure a margine indicato, discussa e passata in decisione all’udienza del 8.07.2005,
DE GAETANIS GIOVANNI, rappresentato e difeso dagli aw. A. Tanza e A. Pimpini
BANCA CENTRALE EUROPEA-BANCA CENTRALE D’ITALIA S.P.A.
rappresentata e difesa dagli avv. M. Perassi, M. Mancini, A. Frisullo
Con atto di citazione del 12.10.2004, Giovanni De Gaetanis conveniva in giudizio “la Banca centrale europea, e, per essa, la locale articolazione individuata nella Banca Centrale d’Italia s.p.a” chiedendo di accertare incidenter tantum e dichiarare che la proprietà della moneta è della collettività nazionale europea, mentre la Banca Centrale ha unicamente il compito di provvedere alla stampa. In conseguenza di ciò, dichiarare che l’intera Massa Monetaria in circolazione è di proprietà dei componenti dell’Unione Europea, e che, per l’effetto, il Debito Pubblico non esiste, dovendosi, al contrario, ritenerlo Credito Pubblico. In conseguenza di ciò condannare l’Istituto di emissione al pagamento della somma, forfettariamente indicata, di €. 1.100,00 con espressa rinuncia al sovrappiù. Condannare altresì il convenuto, al pagamento delle spese, diritti e onorari di causa
La Banca d’Italia, si costituiva in giudizio all’udienza del 26 novembre 2004, chiedendo il rigetto di tutte le domande ex adverso proposte siccome improponibili ed inammissibili e comunque infondate, nonché spiegando domanda riconvenzionale per la condanna di controparte al risarcimento dei danni per lite temeraria ai sensi dell’art. 96 c.p.c.. In particolare la convenuta eccepiva il proprio difetto di legittimazione passiva, l’assoluta carenza di azione, di interesse di agire e di legittimazione attiva in capo a parte attrice e l’infondatezza nel merito delle richieste avversarie.
All’udienza del 17 dicembre 2004, veniva respinta l’eccezione di difetto di legittimazione passiva formulata dalla Banca d’Italia ed ammessa la C.T.U richiesta dall’attore.
All’udienza dell’8 luglio 2005 le parti presentavano le proprie controdeduzioni tecniche alla CTU, precisavano le conclusioni riportandosi ai rispettivi scritti difensivi, quindi la causa veniva trattenuta per la decisione.
Si premette che la causa, dato il suo valore sino ad € 1.100,00, viene decisa ex art. 113, 2° comma c.p.c. secondo equità ed in osservanza delle norme e dei principi informatori della materia.
La domanda è fondata, pertanto va accolta per quanto di ragione. L’eccezione di difetto di legittimazione passiva, sollevata dalla convenuta è infondata anche alla luce delle conclusioni del CTU dott. Mazzeo Maurizio il quale individua nella Banca d’Italia il soggetto che trae gli utili dal reddito di signoraggio,come risulta dal bilancio della stessa Banca. Peraltro l’atto introduttivo risulta esser stato ritualmente notificato alla Banca centrale europea e, per essa, alla locale articolazione individuata nella Banca Centrale d’Italia S.p.A.
La domanda riconvenzionale formulata dalla convenuta ex art.96 c.p.c. non può, certamente essere accolta, oltre che per la fondatezza della domanda attrice che pertanto escluderebbe l’accoglimento del punto relativo alla condanna per temerarietà, anche per la pacifica circostanza che la formulata domanda ex art. 96 c.p.c. non può essere che equiparata all’accessorietà delle spese processuali che giammai possono essere tenute in conto nella determinazione del valore della causa anche per la impossibile unilaterale determinazione da parte del richiedente.
L’elaborato peritale ha anche chiarito l’esistenza dell’interesse ad agire e la legittimazione attiva del De Gaetanis, avendone determinato l’esatto diritto al risarcimento del danno derivante dalla sottrazione del reddito di signoraggio. Al C.T.U. veniva formulato il quesito di accertare di chi fosse la proprietà della moneta ed, in particolare se questa fosse della collettività nazionale o di altro ente, accertando il danno medio derivante dal cosiddetto debito di signoraggio.
Questo giudizio si fonda, dunque, sulla C.T.U. che risulta essere ben motivata e scevra di alcun vizio e/o difetto logico e/o di motivazione. La relazione tecnica descrive, in breve la storia della Banca d’Italia, gli aspetti istituzionali, le funzioni, i criteri operativi ed i fini istituzionali.
Questi fini di natura pubblica la Banca d’Italia assolve in piena autonomia e indipendenza, ritraendone gli utili e i frutti, che divide tra i “partecipanti” come una società per azioni.
Lo Statuto del Sistema Europeo di Banche Centrali e della Banca Centrale Europea definisce reddito monetario (art.32) il reddito ottenuto dalle banche centrali nazionali nell’esercizio funzioni di politica monetaria del Sebc. Lo Statuto fissa anche le regole per la determinazione del reddito monetario e per la sua distribuzione tra le banche centrali dei paesi partecipanti all’euro. Prima di esaminarle, il perito ha ritenuto opportuno chiarire il concetto di reddito monetario.
Quando la circolazione era costituita soprattutto da monete in metalli preziosi (oro e argento), ogni cittadino poteva chiedere al suo sovrano di coniargli monete con i lingotti d’oro e argento che egli portava alla zecca.
Il sovrano, ponendo la sua effigie sulla moneta, ne garantiva il valore, dato dalla quantità e dalla purezza del metallo in essa contenuto. In cambio di questa garanzia, tuttavia, tratteneva per sé una certa quantità di metallo: l’esercizio di questo potere sovrano venne chiamato signoraggio.
Introdotta la circolazione della moneta cartacea, slegata dall’oro ( soppressione delle c.d. riserve auree), sono mutate le modalità di formazione del signoraggio, ma non la sua natura, che resta quella di un introito dello Stato connesso con l’emissione di moneta.
Il CTU ha determinato il reddito monetario, come la differenza tra gli interessi percepiti sulle attività e il costo, modesto, di produzione delle banconote, chiarendo che costituisce il moderno reddito di signoraggio, o reddito monetario, proprio lo scarto tra il primo ed il secondo importo.
La domanda dell’attore è altresì fondata sulla violazione del disposto dell’art. 3, 3 comma dello statuto della Banca d’Italia, infatti prevede che le quote di partecipazione possono essere cedute, previo consenso del Consiglio Superiore, solamente da uno all’altro ente compreso nelle categorie indicate nel comma precedente. In ogni caso dovrà essere assicurata la permanenza della partecipazione maggioritaria al capitale della banca da parte di enti pubblici o di società la cui maggioranza delle azioni con diritto di voto sia posseduta da enti pubblici.
Risulta, invece, che solo il 5 % è posseduto dall’INPS ( Ente Pubblico ), il restante 95 % appartiene ad privati Gruppo Intesa Gruppo San Paolo IMI Gruppo Assicurazioni Generali BNL ecc..
Il C.T.U., nella sua relazione, ha chiarito che il reddito dell’istituto, causato dall’attività e dalla circolazione di moneta posta in essere dalla collettività nazionale, dovrebbe vedere lo Stato quale principale beneficiario e non gruppi di privati.
Il C.T.U. conclude che, per il periodo preso in esame 1996-2003, la sottrazione del reddito di signoraggio in danno alla collettività (quota attribuita a soggetti privati dalla Banca d’Italia) può determinarsi alla luce dei suddetti criteri e dei prospetti analitici di calcolo riportati nelle relazione peritale, in complessivi €.87,00 corrispondenti ad un danno medio rilevato per cittadino residente alla data del 31.12.2003.
La somma complessiva che spetta, quindi, all’attore per il titolo dedotto in giudizio ex art. 2033 e 2041 C. e. è di € 87,00.
Il Giudice di Pace di Lecce, avv. Cosimo Rochira, definitivamente
pronunciando cosi provvede:
a) Accoglie la domanda per i suddetti motivi e condanna la convenuta, anche in via equitativa, a corrispondere all’attore la somma di € 87,00 a titolo di risarcimento del danno derivante dalla sottrazione del reddito di signoraggio, oltre interessi legali dalla domanda all’effettivo soddisfo;
b) non accoglie la domanda riconvenzionale per le ragioni di cui in motivazione;
c) compensa le spese di giudizio in considerazione della novità della
questione trattata;
d) pone le spese di C.T.U. a carico della convenuta soccombente.
Così deciso oggi in Lecce, 15 settembre 2005.
Cosimo ROCHIRA
Depositata in Cancelleria il 26 settembre 2005
Carlo DELLI NOCI
BANCA D’ITALIA, in persona del legale rappresentante protempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA NAZIONALE 91, presso il Servizio di Consulenza legale della Banca stessa, rappresentata e difesa dagli avvocati PERASSI MARINO OTTAVIO, MANCINI MARCO, FRISULLO ADRIANA, giusta delega in calce al ricorso;
R.G.N. 28989/05 Cron. 16751 Rep. 4140 Ud. 22/06/06
(omissis) elettivamente domiciliato in …(omissis)…,rappresentato e difeso dagli avvocati …(omissis)…;
BANCA CENTRALE EUROPEA;
avverso la sentenza n. 2978/05 del Giudice di pace di LECCE, depositata il 26/09/05;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 22/06/06 dal Consigliere Dott. Renato RORDORF;
uditi gli avvocati Marino PERASSI, Marco
MANCINI,…(omissis)…;
udito il P.M. in persona dell’Avvocato Generale Dott. Domenico IANNELLI che ha concluso per l’accoglimento del primo motivo, inammissibilità del secondo, assorbimento degli altri.
Con atto del 12 ottobre 2004 il sig. …(omissis)…citò in giudizio dinanzi al Giudice di pace di Lecce la
Banca Centrale Europea “presso la sua articolazione della Banca Centrale italiana”. Chiese al giudice dì accertare che la proprietà della moneta messa in circolazione dall’istituto di emissione è della collettività dei
cittadini europei, i quali nell’attuale sistema ne sono invece illecitamente espropriati, e che quindi non esiste il cosiddetto debito pubblico, trattandosi invece di credito pubblico. Su tale premessa chiese altresì che l’istituto di emissione fosse condannato, in favore di esso attore, al pagamento della somma di euro 1.100,00, o comunque a quella ritenuta di giustizia entro i limiti della competenza del giudice di pace.
L’atto di citazione fu notificato alla Banca d’Italia, la quale si costituì eccependo preliminarmente il proprio
difetto di legittimazione passiva e chiedendo comunque il rigetto nel merito della domanda, con condanna dell’attore al risarcimento dei danni per lite temeraria. Dopo aver disposto una consulenza tecnica d’ufficio,
il giudice di pace, con sentenza depositata il 26 settembre 2005, disattese anzitutto l’eccezione preliminare della Banca d’Italia, di cui affermò la legittimazione passiva in quanto soggetto che beneficia del reddito da signoraggio monetario; quindi osservò che il 95% del capitale della medesima Banca d’Italia appartiene a privati, laddove il reddito derivante dall’attività dalla circolazione della moneta dovrebbe competere alla collettività nazionale, e pertanto accolse la domanda dell’attore in cui favore condanno la convenuta al risarcimento del danno per sottrazione del reddito da signoraggio monetario, nel periodo compreso tra gli anni 1996 e 2003, quantificato in euro 87,00. Per la cassazione di tale sentenza ha proposto ricorso
la Banca d’Italia, prospettando sei motivi di doglianza, illustrati anche da successiva memoria.
Nessuna difesa ha svolto in questa sede il sig. …(omissis)… .
1. Dei sei motivi, in cui si articola il ricorso della Banca d’Italia il primo solleva un problema di carattere
Con esso la ricorrente, denunciando la violazione di molteplici disposizioni del codice di procedura ci-vile, del Trattato CE, del Protocollo sul Sistema europeo delle Banche Centrali e della Banca Centrale Europea, nonché dello statuto della medesima Banca d’Italia, ripropone l’eccezione di difetto di legittimazione passiva disattesa dal giudice di merito. Osserva, infatti, che la domanda dell’autore era rivolta inequivocabilmente nei confronti della Banca Centrale Europea, soggetto distinto dalla Banca d’Italia e del quale quest’ultima non costituisce un’articolazione, né ha la rappresentanza sostanziale o processuale. Non avrebbe comunque potuto il giudice di pace emettere una pronuncia di condanna riferibile alla Banca Centrale Europea, stante la riserva di giurisdizione posta al riguardo dal Trattato CE in favore del giudice comunitario.
2. La doglianza, nei termini di cui appresso, è senz’altro fondata.
2.1. Le domande contenute nell’atto introduttivo del giudizio promosso dal sig. …(omissis)… dinanzi al
giudice di pace appaiono infatti chiaramente rivolte in primo luogo proprio nei confronti della Banca Centrale Europea, cui espressamente si imputa di avere “illecitamente trasformato la Collettività da proprietaria in debitrice del proprio denaro”. L’atto di citazione appare però esser stato indirizzato e notificato unicamente alla Banca d’Italia, con sede in Roma, sul presupposto che quest’ultima sia una
“articolazione” in sede nazionale dell’anzidetta Banca Centrale Europea.
Tale presupposto il giudice di pace ha mostrato di condividere, nella sentenza con cui ha definito il giudizio
dinanzi a sé, ove infatti si legge che “l’atto introduttivo risulta esser stato ritualmente notificato alla Banca
centrale europea e, per essa, alla locale articolazione individuata nella Banca Centrale d’Italia s.p.a.”. Anche la conseguente pronuncia di condanna, emessa nei confronti della “convenuta”, è quindi da intendersi come rivolta nei riguardi della Banca Centrale Europea, rappresentata, in giudizio dalla Banca d’Italia.
2.2. Senonché il suindicato presupposto, sul quale riposano – come detto – tanto l’impostazione della domanda dell’attore quanto la conseguente pronuncia del giudice, è palesemente errato.
Deve intatti radicalmente escludersi che la Banca d’Italia costituisca una “articolazione locale” della Banca
Centrale Europea o che, comunque, essa ne abbia istituzionalmente la rappresentanza sostanziale e
processuale sul territorio italiano. La Banca d’Italia e la Banca Centrale Europea costituiscono invece soggetti
giuridici diversi, ancorché istituzionalmente e funzionalmente collegati, ciascuno dei quali dotato di ben
distinta personalità giuridica, sia sul piano del diritto sostanziale che di quello processuale.
La prima non è una società per azioni di diritto privato – come alcuni passaggi dell’impugnata sentenza
sembrerebbero postulare bensì un istituto di diritto pubblico, secondo l’espressa indicazione dell’art. 20 del
r.d. 12 marzo 1936, n. 375 (di recente ribadita anche dall’art. 19, comma 2, della legge 28 dicembre 2005, n.
262), fornito pertanto di autonoma personalità giuridica. La seconda del pari gode di autonoma personalità giuridica, come espressamente indicato dall’art. 107, comma 2, del Trattato CE; ed è perciò dotata di una propria capacità giuridica anche sul piano processuale (art. 9, par. 1, del Protocollo sul Sistema Europeo delle Banche Centrali). Nessuna disposizione consente d’altronde di affermare che alle banche centrali nazionali, ed in specie alla Banca d’Italia, siano stati conferiti in ambito processuale poteri rappresentativi che le abilitino a stare in giudizio per conto della Banca Centrale Europea.
Ne consegue che il contraddittorio instaurato nei confronti della sola Banca d’Italia, priva di legittimazione
processuale sostitutiva della Banca Centrale Europea, non può dirsi in alcun modo instaurato anche nei confronti di quest’ultima. In una siffatta situazione, caratterizzata dall’inesistenza assoluta della notifica dell’atto di citazione a detta Banca Centrale Europea, nessuna pronuncia
il giudice avrebbe quindi potuto emettere nei confronti di essa.
3. La conclusione appena enunciata assorbe evidentemente ogni ulteriore rilievo per quel che concerne
la pronuncia emessa nei confronti della Banca Centrale Europea.
Non è però con questo esaurita l’intera causa. Quantunque formulate in modo tutt’altro cha univoco,
infatti, le domande proposte dall’attore in citazione appaiono volte ad ottenere pronunce di accertamento e di
condanna della convenuta Banca d’Italia, non solo quale rappresentante della Banca Centrale Europea (e s’è visto che tale essa non è), ma anche in se medesima considerata. Tale è, almeno, il modo in cui il giudice di merito – cui competeva farlo sembra aver interpretato il significato di dette domande. Non altrimenti si spiegherebbe il fatto che egli le abbia accolte sulla base di argomentazioni incentrate su profili specificamente attinenti alla struttura partecipativa della Banca d’Italia ed ai benefici monetari che detta banca trarrebbe per se stessa dall’emissione della moneta europea: argomentazioni, queste, che (a prescindere da ogni considerazione sulla loro pertinenza e fondatezza) possono trovare logicamente posto nell’impugnata sentenza solo in quanto si dia appunto per scontato che tale sentenza il giudice ha inteso emettere
pure nei confronti diretti della banca d’Italia, in quanto corresponsabile in sede nazionale dell’attività di emissione monetaria, onde la dizione “convenuta”, che figura nella formula di condanna, risulta abbracciare non solo la Banca Centrale Europea, asseritamente rappresentata dalla Banca d’Italia, ma anche quest’ultima in proprio. Nei confronti della Banca d’Italia, diversamente che nei confronti della Banca Centrale Europea, il
contraddittorio è stato sin da principio correttamente instaurato, sicché è giocoforza procedere all’esame dei
successivi motivi di ricorso, ed in particolare del secondo, il cui accoglimento – come può sin d’ora anticiparsi – renderà però superfluo occuparsi anche dei successivi tre.
4. Il secondo motivo di ricorso, nel lamentare la violazione degli artt. 99 e 100 c.p.c., 106 del Trattato CE,
16 e 32 del Protocollo sullo statuto del Sistema europeo delle Banche Centrali, sottolinea come, in presenza di una pubblica potestà, qual è quella riguardante l’emissione della moneta ad opera di un’autorità sovranazionale, il giudice italiano sia privo di giurisdizione, non essendo assolutamente configurabile in capo alla collettività nazionale o ai suoi singoli componenti una posizione tutelabile in termini di diritto soggettivo.
5. Tale censura è pienamente da condividere. A fondamento della domanda giudiziale in esame, e
della sentenza del giudice di pace che la ha accolta, sono state prospettate considerazioni – che integrano la causa petendi e contribuiscono a definire l’oggetto della domanda – impossibili da ricondurre a qualsiasi paradigma di tutela giurisdizionale. Con quella domanda l’attore manifesta l’intenzione di far valere un interesse che egli stesso però non radica in una posizione giuridica soggettiva, tutelata dall’ordinamento positivo, e di cui neppure l’impugnata sentenza individua un siffatto radicamento.
Secondo l’assunto dell’attore, la massa monetaria posta In circolazione nell’ambito dei paesi aderenti al
sistema dell’euro (e quindi anche in Italia) apparterrebbe alla collettività dei cittadini di quei paesi, con la
conseguenza che ciascuno di costoro potrebbe rivendicare, pro quota, il reddito derivante dalla stampa e dalla circolazione di detta massa monetaria, oggi invece percepito dalla Banca Centrale Europea e poi ridistribuito tra le diverse Banche centrali nazionali. Ora, è noto (e non è affatto messo in discussione
nella presente causa) che l’Italia, assoggettandosi alle previsioni del Trattato CE, per ciò stesso ha aderito al
Sistema Europeo delle Banche Centrali (indicato con l’acronimo SEBC), tra i cui compiti fondamentali l’art. 105, comma 2, del Trattato espressamente annovera quello di definire ed attuare la politica monetaria della Comunità. Del SEBC, il cui statuto costituisce un protocollo allegato al Trattano (art. 107, comma 4, del Trattato stesso), insieme alle banche centrali nazionali di tutti gli Stati membri fa parte la Banca Centrale Europea (art. cit., comma 1), alla quale l’art. 105, comma 1, del Trattato assegna il diritto esclusivo di autorizzare l’emissione di banconote all’interno della Comunità; emissione cui poi concretamente
provvedono la stessa Banca Centrale Europea e le singole banche centrali nazionali a ciò autorizzate (art. 4 del d. lgs. 10 marzo 1998, n. 43, ed art. 16 dello statuto del SEBC). Il reddito monetario che da tale emissione consegue affluisce alla Banca Centrale Europea, che lo ridistribuisce poi alle singole banche centrali nazionali secondo criteri puntualmente definiti dall’art. 32 dello Statuto del SEBC. L’attribuzione di siffatto reddito monetario alla Banca d’Italia, nei limiti di cui s’è detto (ed in linea di continuità con la disciplina nazionale previgente), appare perciò effetto di una scelta di politica monetaria consacrata in strumenti normativi di diritto europeo, al cui rispetto il nostro paese si è vincolato anche sul piano internazionale.
A fronte di tale situazione, la pretesa dell’attore a che ciascun cittadino degli Stati europei aderenti al
sistema dell’euro possa percepire direttamente e personalmente una quota proporzionale del cosiddetto
signoraggio monetario, ossia del reddito che l’istituto di emissione ritrae dalle monete messe in circolazione, appare basata su argomenti di carattere storico (l’evoluzione del signoraggio monetario, a partire dal tempo in cui si coniavano monete in metallo prezioso recanti l’effigie del sovrano sino all’affermarsi della moneta cartacea, per passare poi alla soppressione del regime di convertibilità aurea e quindi all’introduzione della moneta unica europea) e di carattere economico (attinenti al modo in cui si produce il reddito che gli istituti di emissione ricavano dall’esercizio di tale funzione); argomenti che però conducono ad evidenziare non già uno scarto tra il comportamento dell’istituto convenuto e le regole giuridiche su cui è oggi modellato il meccanismo di produzione del reddito monetario, bensì una pretesa incoerenza tra tale meccanismo ed un auspicato diverso assetto cui esso, secondo l’attore, dovrebbe viceversa adeguarsi nel rispetto delle
suaccennate ragioni d’indole storico-economica. Donde il carattere affatto metagiuridico della pretesa azionata, che nelle intenzioni di chi la ha formulata dovrebbe condurre ed un totale ribaltamento della prospettiva vigente (il debito pubblico si trasformerebbe in credito pubblico), quale oggi discende dal sistema monetario delle banche centrali europee.
Siffatta pretesa, dunque, è in realtà rivolta a mettere in discussione le scelte con cui lo Stato, attraverso i suoi competenti organi istituzionali, ha configurato la propria politica monetaria, in coerenza con la decisione di aderire ad un sistema elaborato in ambito europeo e di fare parte delle istituzioni create all’interno
di detto sistema.
Ma, proprio per questo, si tratta di una pretesa (quale che ne sia la plausibilità sul piano storico, economico e politico) che necessariamente esula dall’ambito della giurisdizione, sia essa quella del giudice ordinario
sia del giudice amministrativo, in quanto al giudice non compete sindacare il modo in cui lo stato esplica le proprie funzioni sovrane, tra le quali sono indiscutibilmente comprese quelle di politica monetaria, di adesione a trattati internazionali e di partecipazione ad organismi sopranazionali: funzioni in rapporto alle quali non è dato configurare una situazione di interesse protetto a che gli atti in cui esse si manifestano assumano o non assumano un determinato contenuto (in tema di difetto assoluto di
giurisdizione si vedano tra le altre, benché in relazione fattispecie diverse da quella qui presa in esame, Sez. un. 12 luglio 1968, n. 2452; 17 ottobre 1980, n. 5583; 24 ottobre 1988, n. 5740; 8 gennaio 1993, n. 124; 19 maggio 1993, n. 5691; 5 giugno 2002, n. 8157). Discende da ciò il difetto assoluto di giurisdizione
in ordine all’azione proposta, riguardo alla quale manca il potere di emanare una decisione di merito da parte di qualsiasi giudice: ivi compreso il giudice di pace, non potendo certo ipotizzarsi che l’attribuzione a detto giudice del compito di decidere secondo equità le controversie il cui valore non superi quello indicato dal capoverso dell’art. 113 c.p.c. gli consenta di emettere pronunce che eccedono i limiti generali della giurisdizione.
L’impugnata sentenza deve perciò essere cassata senzarinvio.
6. La conclusione cui si è appena pervenuti rende evidentemente superfluo l’esame dei rimanenti motivi del
ricorso proposto dalla Banca d’Italia, salvo l’ultimo, che attiene al mancato accoglimento della domanda di
risarcimento del danno per lite temeraria, di cui l’istituto ricorrente insiste nel ravvisare gli estremi.
Ma tale domanda non è accoglibile, perché l’istituto ricorrente si sofferma unicamente sulle ragioni
che consentirebbero di definire temeraria l’azione intrapresa dall’attore, ma neppure afferma di aver mai
allegato elementi idonei ad evidenziare il danno che gliene sarebbe derivato e che esso vorrebbe gli fosse risarcito a norma dell’art. 96 c.p.c.
7. Il sig. …(omissis)…, tenuto conto dell’esito complessivo della lite, va condannato alla rifusione delle
spese di controparte, sia con riguardo a1 giudizio di merito sia a quello di legittimità. Tali spese vengono liquidate, quanto al giudizio di merito, in euro 300,00 (trecento) per onorari, 150,00 (centocinquanta) per diritti e 100,00 (cento) per esborsi; quanto a quello dì legittimità, in euro 600,00 (seicento) per onorari e 100,00 (cento) per esborsi; in entrambi i casi con la maggiorazione delle spese generali e degli accessori di legge.
La corte, decidendo a sezioni unite, accoglie il primo ed il secondo motivo di ricorso, rigetta l’ultimo e dichiara assorbiti gli altri; cassa l’impugnata sentenza e condanna l’intimato sig. …(omissis)… al rimborso delle spese processuali di controparte sia per il giudizio di merito sia per quello di legittimità, liquidate, per il primo, in complessivi euro 550,00 (cinquecentocinquanta) e, per il secondo, in complessivi euro 700,00 (settecento), oltre alle spese generali ed agli accessori di legge.
Così deciso, in Roma, il 22 giugno 2006.