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Timestamp: 2020-08-04 16:27:41+00:00
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STALIKING: OSSESSIONARE CON LA SCUSA DI VEDERE IL FIGLIO
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14 Aprile 2020 Francesco Ciano
STALKING: OSSESSIONARE LA EX CON LA SCUSA DI VEDERE IL FIGLIO È REATO?
E’ una domanda che ci siamo posti spesso parlando di stalking. Ossessionare la ex con la scusa di vedere il figlio rientra nel reato di atti persecutori?
Squilli, telefonate più volte al giorno, messaggi o, peggio ancora, pedinamenti e appostamenti per chiedere di vedere il figlio. Un ex marito o convivente che non si limita a fare una richiesta del genere ma assilla la madre di suo figlio può essere denunciato per il reato di atti persecutori?
E’ una questione delicata. Potremmo anche chiederci: che succede se il padre cerca di contattare più volte la ex che gli nega gli incontri con i figli? Si può considerare stalking chiedere alla ex moglie di vedere il proprio figlio?
Queste ed altre domande simili sono già state portate diverse volte sul banco della Cassazione.
Di recente, con la sentenza n. 10904/20 del 31 marzo 2020, la Suprema Corte torna sull’argomento chiarendo alcuni punti essenziali.
CASSAZIONE SULLO STALKING: OSSESSIONARE LA EX CON LA SCUSA DI VEDERE IL FIGLIO È REATO
La sentenza n. 10904/20 del 31 marzo 2020 della Corte di Cassazione ha spiegato quando si realizza il reato di stalking nell’ambito di vicende familiari ‘complicate’.
Sappiamo bene che lo stalking è un reato ‘a forma libera: non è un determinato comportamento dello stalker a far scattare il reato ma le conseguenze che la sua condotta comporta nella vittima. Insomma, il legislatore non ha stabilito una condotta specifica da compiere. Tutto dipende dagli effetti generati nella vittima.
Per individuare il reato di stalking, secondo l’art. 612 bis del codice penale, è necessario che si verifichi almeno una di queste conseguenze nella vittima:
– stato di ansia o paura;
– timore per la propria incolumità o quella di un proprio caro;
– cambiamento delle abitudini (cambiare strada per evitare di incontrare lo stalker, disattivare un account social, ecc.).
Per provocare nella vittima almeno uno di questi effetti, lo stalker minaccia o molesta la persona offesa con condotte reiterate.
MOLESTIE O STALKING MA…
Due precedenti sentenze della Cassazione (n. 22152/15 e n. 8431/2014) hanno stabilito che non compie reato il padre che tempesta di mail e telefonate l’ex moglie o l’ex convivente se lo fa soltanto per poter vedere suo figlio.
Non ha importanza quante telefonate possa fare nell’arco della giornata.
Certamente, se sono troppe, può scattare il reato di molestie.
Al contrario, per parlare di reato di stalking possono bastare anche dieci squilli per far scattare la denuncia. Il punto non è la quantità ma ciò che la condotta dell’ex partner provoca nella vittima.
Pressare, ossessionare, assillare, minacciare, perseguitare è reato per il quale l’ex potrebbe essere accusato di molestie telefoniche o, ipotesi più grave, di stalking.
In quest’ultimo caso, non si tratta di semplice insistenza e petulanza ma di un comportamento che causa nella vittima una delle tre specifiche conseguenze che abbiamo visto prima: stato di ansia e paura, timore fondato per la propria incolumità o quella di un caro, cambiamento delle abitudini.
Nel caso della molestia, però, non sussisterebbero per un padre i ‘biasimevoli motivi‘. Mancano i presupposti perché, per un genitore, esercitare il proprio diritto di padre è un motivo lecito.
NO ALLA STRUMENTALIZZAZIONE DEL DIRITTO DI PADRE
Quando si superano i confini del lecito, si passa direttamente allo stalking.
Il padre si lascia prendere la mano, fa squillare il telefono di continuo, diventa pericoloso, pedina la ex. Se, addirittura, minaccia e compie atti vandalici, la sua condanna è assicurata.
Le dichiarazioni della vittima hanno un ruolo chiave nel processo penale e la sua denuncia per stalking è il primo gradino accusatorio nei confronti dell’ex, padre di suo figlio.
Se il giudice considera attendibili le dichiarazioni della vittima, può essere condannato.
Nel caso specifico che ha prodotto la sentenza n. 10904/20 del 31 marzo 2020, è emerso che l’imputato si è reso responsabile di vere e proprie incursioni in casa, danni alla vettura della vittima e ai suoi genitori, numerose chiamate telefoniche a tutte le ore del giorno, minacce di morte, atti vandalici (rottura delle serrature delle porte, imbrattamento delle mura esterne dell’abitazione) e pedinamenti.
L’imputato non può giustificare il suo comportamento da stalker giustificando il fatto che vuole esercitare il suo diritto di padre. Un diritto come quello di mantenere un rapporto con il figlio deve essere esercitato in modo lecito. Anche il creditore che assilla il debitore per ottenere un pagamento dovuto può essere querelato per stalking.
Allo stesso modo, il diritto di padre non deve essere strumentalizzato al fine di perseguitare la ex.
CORTE DI CASSAZIONE V SEZIONE PENALE, SENTENZA 49216/2017
In sintesi, a proposito di stalking, ossessionare la ex con la scusa di vedere il figlio è reato.
Circa 3 anni fa, la Corte di Cassazione V sezione penale, con la sentenza 49216/2017 ha chiarito che va condannato per stalking l’uomo che ossessiona l’ex con continue telefonate e appostamenti che sono tutto tranne che tentativi di convincere la donna a prendersi cura del figlio problematico, rimasto con lui dopo l’allontanamento della donna dall’abitazione coniugale.
Per i giudici, il comportamento dell’uomo è stato ritenuto un pretesto dell’imputato per sfogare il risentimento nei confronti della ex che lo aveva lasciato e si era rifatta una vita con un nuovo compagno. Un modo come un altro per vendicarsi per l’abbandono subito.
La sentenza ha fatto riferimento ai continui messaggi e telefonate, ai pedinamenti e stazionamenti sotto casa per circa un mese. Le sue condotte persecutorie avevano costretto la donna a cambiare abitudini di vita (limitando le uscite, evitando di frequentare certi luoghi come una scuola di ballo dove l’ex si era presentato a sorpresa).
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