Source: https://www.personaedanno.it/articolo/sull-hate-speech-e-il-potere-dovere-di-facebook-di-rimuovere-i-post-e-disattivare-gli-account-tribunale-di-roma-23-02-2020
Timestamp: 2020-06-03 03:29:49+00:00
Document Index: 132312158

Matched Legal Cases: ['art. 700', 'art. 7', 'art 1', 'art. 21', 'art. 43', 'art. 604', 'sentenza ', 'CGUE ']

Sull’hate speech e il potere/dovere di Facebook di rimuovere i post e disattivare gli account - Tribunale di Roma, 23.02.2020
Persona, diritti personalità - Persona, diritti personalità - Sabrina Peron - 21/05/2020
In caso di diffusione tramite Facebook di messaggi incitanti all’odio e alla discriminazione, Facebook non solo può legittimamente rimuovere le pagine e gli account, facendo applicazione delle Condizioni d’uso accettate dagli utenti al momento della loro iscrizione; ma su Facebook grava altresì il dovere legale di rimuovere i contenuti, una volta venutone a conoscenza, rischiando altrimenti di incorrere in responsabilità, dovere imposto anche dal codice di condotta sottoscritto con la Commissione Europea».
E’ purtroppo una constatazione frequente che in internet l’imbarbarimento del linguaggio e dei rapporti sociali che si vorrebbero invece favorire (soprattutto attraverso i social network) è ormai un fenomeno dilagante. I social network si sono rivelati un moltiplicatore ferace di “espressioni” d’odio (o hate speech per usare il termine inglese con il quale il fenomeno è da tempo noto e studiato) intese come espressioni di ostilità e/o discriminazione verso una persona o gruppi/categorie di persone.
In particolare, sebbene i discorsi d'odio siano sempre esistiti, preoccupa l'effetto moltiplicatore di internet e dei social network nella conseguente accentuazione delle forme di intolleranza che possono sfociare in episodi di vera e propria violenza. In particolare, osserva il Tribunale di Roma nella decisione qui in commento come le ragioni che stanno alla base di tale fenomeno possano individuarsi in alcune delle «componenti strutturali della rete, che si ritiene fungano da fattori agevolatori dei messaggi discriminatori, aumentandone di conseguenza le potenzialità lesive. Più specificamente, tali componenti possono essere individuate nella velocità istantanea di diffusione dei messaggi; nella possibilità di raggiungere immediatamente milioni di destinatari; nella capacità del contenuto offensivo di sopravvivere per un lungo arco di tempo oltre la sua immissione, anche in parti del web diverse da quelle della sede in cui era stato originariamente inserito; e, infine, nella natura transnazionale degli intermediari informatici, che solleva evidentemente la necessità di una cooperazione tra gli Stati e le loro diverse giurisdizioni».
La fattispecie per cui è causa prende le mosse da un ricorso ex art. 700 c.p.c. promosso avanti al Tribunale di Roma da parte di alcuni utenti Facebook, ai quali la società proprietaria della piattaforma aveva disattivato gli account.
Com’è noto Facebook è un social network di proprietà di un soggetto privato (la Facebook Inc., con sede in California, il quale opera anche a mezzo di società da questa controllate, tra le quali in Europa la Facebook Ireland LTD, convenuta avanti al Tribunale di Roma nel procedimento in commento), che consente ai suoi utenti la possibilità di condividere tra loro commenti, foto, video, audio etc. etc., attraverso i propri profili personali oppure attraverso pagine appositamente create.
Per poter accedere a Facebook, ogni utente deve preliminarmente iscriversi accettandone le “Condizioni d’uso”, tra queste – per quanto qui interessa – vi sono: “3.- Gli impegni dell'utente nei confronti di Facebook e della sua community”. Tra tali impegni – posto che “Facebook autorizza i propri utenti ad esprimersi e condividere contenuti”, ma senza però “pregiudicare la sicurezza e il benessere degli altri o l'integrità della propria community” - vi è quello di non tenere condotte contrarie alla legge, ingannevoli, discriminatorie o fraudolente, o che violano i diritti di terzi (ivi compresi quelli inerenti la proprietà intellettuale) o, infine, contrarie alle “Condizioni, agli Standard della community e ad altre condizioni e normative applicabili all'uso di Facebook da parte dell’utente”.
Tra tali Standard, sempre per quanto qui interessa, vi è il divieto di diffondere contenuti che possano essere interpretati come discorsi di incitazione all’odio (in quanto “creano un ambiente di intimidazione ed esclusione e, in alcuni casi, possono promuovere violenza reale”) e così definiti: “attacco diretto alle persone sulla base di aspetti tutelati a norma di legge, quali razza, etnia, nazionalità di origine, religione, orientamento sessuale, casta, sesso, genere o identità di genere e disabilità o malattie gravi. Forniamo anche misure di protezione per lo status di immigrato. Definiamo l'attacco come un discorso violento o disumanizzante, dichiarazioni di inferiorità o incitazioni all'esclusione o alla segregazione”.
La definizione di “organizzazione d'odio”, che si ritrova negli Standard è invece la seguente: “Qualsiasi associazione di almeno tre persone organizzata con un nome, un segno o simbolo e che porta avanti un'ideologia, dichiarazioni o azioni fisiche contro individui in base a caratteristiche come razza, credo religioso, nazionalità, etnia, genere, sesso, orientamento sessuale, malattie gravi o disabilità. ... Non consentiamo la condivisione sulla nostra piattaforma di simboli che rappresentano una delle organizzazioni o degli individui di cui sopra se non ai fini di condanna o discussione. Non consentiamo contenuti che elogiano le organizzazioni e gli individui di cui sopra o atti da loro commessi. Non consentiamo il coordinamento del supporto a qualsiasi organizzazione o individuo di cui sopra o agli atti da loro commessi”.
Si noti che in caso di violazione degli impegni assunti dall’utente, le “Condizioni d’uso” attribuiscono a Facebook il diritto adottare un ventaglio di “misure idonee”, quali la rimozione dei contenuti, il blocco all’accesso di determinate funzioni, la disabilitazione dell’account, la segnalazione alle forze dell’ordine. Precisa Facebook che l’adozione dell’una o dell’altra misura, dipenderà dalla “gravità della violazione e dai precedenti della persona sulla piattaforma. Ad esempio, nel caso della prima violazione, potremmo solo avvertire la persona, ma se continua a violare le nostre normative, potremmo limitare la sua capacità di pubblicare su Facebook o disabilitare il suo profilo”.
Da ultimo, al fine di accertare tali violazioni, le “Condizioni d’uso” chiariscono che Facebook “impiega dei team dedicati e sviluppa sistemi tecnici avanzati per rilevare l’uso di condotte improprie del social network o di comportamenti dannosi”.
Nel caso di specie, Facebook aveva rilevato la condivisione da parte dei ricorrenti di contenuti che rientravano nella definizione di “discorsi di incitazione all’odio”. Tali contenuti, inizialmente erano stati rimossi, poi a fronte della reiterata violazione delle “Condizioni d’uso” e degli “Standard della community”, Facebook aveva disattivato gli account dei singoli ricorrenti e le pagine da loro amministrate. Da qui il ricorso promosso contro dai ricorrenti contro Facebook Ireland LTD.
La decisione del Tribunale di Roma qui in commento ha operato un’ampia, esaustiva e meticolosa ricostruzione delle norme e della giurisprudenza (nazionale e comunitaria) applicabile alla diffusione dei discorsi d’odio, soprattutto con riguardo alla diffusione tramite i social network.
Sotto il profilo delle fonti normative, vengono in rilievo:
la “Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo”, del 9.12.1948 garantisce che tutela da ogni discriminazione e “contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione” (art. 7);
la “Convenzione di New York” del 07.03.1966 sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale (ratificata in Italia con la L. 13.10.1975 n. 654), il cui art 1 chiarisce che l'espressione “discriminazione razziale” sta ad indicare «ogni distinzione, esclusione, restrizione o preferenza basata sulla razza, il colore, l'ascendenza o l'origine nazionale o etnica, che abbia lo scopo o l'effetto di distruggere o di compromettere il riconoscimento, il godimento o l'esercizio, in condizioni di parità, dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali in campo politico, economico, sociale e culturale o in ogni altro settore della vita pubblica»;
il “Patto internazionale sui diritti civili e politici” del 16.12.1966, che impone agli Stati di vietare nell'ordinamento interno «qualsiasi appello all'odio nazionale, razziale o religioso che costituisca incitamento alla discriminazione, all'ostilità o alla violenza»;
il “Trattato sull’Unione Europea”, la “Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo”; la Direttiva 2000/31/CE sugli aspetti giuridici dei servizi della società dell'informazione. Inoltre, con il preciso scopo di ostacolare la diffusione dell'odio on-line, la UE ha adottato: i) la decisione quadro 2008/913/GAI sulla lotta contro talune forme ed espressioni di razzismo e xenofobia mediante il diritto penale; ii) il Codice di Condotta UE contro il proliferare dell'incitamento all'odio razzista e xenofobo on-line, sottoscritto – tra gli altri anche da Facebook, Microsoft, Twitter e YouTube, Google+, Instagram, Snapchat e Dailymotion, Webedia);
e last but not least, la normativa nazionale: Costituzione della Repubblica italiana (artt. 2 e 3 in bilanciamento con l’art. 21); D.Lgs. 286/1998, il cui art. 43 definisce discriminatoria ogni condotta che, anche solo indirettamente, comporti una «distinzione, esclusione, restrizione o preferenza basata sulla razza, il colore, l'ascendenza o l'origine nazionale o etnica, le convinzioni e le pratiche religiose, e che abbia lo scopo o l'effetto di distruggere o di compromettere il riconoscimento, il godimento o l'esercizio, in condizioni di parità, dei diritti umani e delle libertà fondamentali in campo politico, economico, sociale e culturale e in ogni altro settore della vita pubblica»; ; il D.lgs. n. 21/2018 che ha trasferito nel Codice penale numerose fattispecie della legislazione speciale, in particolare il reato di cui all'art. 604-bis, “Propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale etnica e religiosa”; il D.lgs. n. 215/2003, di attuazione della direttiva 2000/43/CE per la parità di trattamento tra le persone indipendentemente dalla razza e dall'origine etnica; L. n. 67/2006, sulle misure per la tutela giudiziaria delle persone con disabilità vittime di discriminazioni).
Da tale complesso normativo e di applicazioni giurisprudenziali sopra delineato, emerge chiaramente come tra i limiti alla libertà di manifestazione del pensiero, nel bilanciamento con altri diritti fondamentali della persona, sia fondamentale il rispetto della dignità umana ed il divieto di ogni discriminazione, a garanzia dei diritti inviolabili spettanti ad ogni persona.
Ne segue che la libertà di manifestazione del pensiero non include, discorsi ostili e discriminatori (vietati a vari livelli dall'ordinamento interno e sovranazionale).
Il Tribunale in proposito osserva come «gli obblighi imposti dal diritto sovranazionale impongano di esercitare un controllo; obbligo imposto agli stati ed anche, entro certi limiti (come si è visto), ai social network come Facebook, che ha sottoscritto l'apposito Codice di condotta».
Il Tribunale ha osservato, inoltre, come nel caso sottoposto al suo giudizio:
non si sia «trattata di una generalizzata compressione per via giudiziaria della libertà di espressione di singoli individui o gruppi, ma della possibilità di accedere ad uno specifico social network (che è anche un social media, strumento attraverso il quale i produttori di contenuti sono in grado di raggiungere il grande pubblico), gestito da privati, al fine di consentire la diffusione di informazioni concernenti l'attività di una determinata formazione politica»;
non si possa «sottovalutare il ruolo spettante a Facebook in materia anche con riferimento al rischio della diffusione in forma “virale” di discorsi d'odio o di discriminazione, e dell'impatto sui diritti umani che una simile diffusione sul web può avere».
Anche per tale ragione Facebook ha adottato le citate “Condizioni d’uso” e gli “Standard Community”.
La fattispecie decisa dal Tribunale di Roma
Facebook ha rimosso i profili dei ricorrenti in quanto amministratori di numerose pagine riconducibili a «Forza Nuova, ritenuta organizzazione che effettua propaganda razzista, xenofoba e antisemita, che si descrive come un movimento neofascista, richiamandosi nelle proprie manifestazioni a simboli del fascismo e ripudiando l'antifascismo, ed i cui aderenti si sarebbero resi responsabili di numerosi episodi di violenza e intolleranza, designata da Facebook Ireland come organizzazione che incita all'odio secondo gli standard della comunità». Secondo Facebook i ricorrenti avevano «creato e amministrato decine di pagine finalizzate alla propaganda ed al proselitismo in favore di Forza Nuova, pubblicando contenuti anche sui propri profili privati che, secondo la tesi di parte resistente, contenevano simboli razzisti e fascisti e avrebbero incitato all'odio e alla discriminazione, violando così le clausole contrattuali e le regole della Community che mirano a contenere gli effetti disgreganti e violenti della diffusione di tali messaggi».
Da qui la decisione adottata da Facebook di rimuovere gli account dei ricorrenti. Decisione contestata dai ricorrenti che hanno lamentato «l'illiceità della condotta di Facebook in quanto lesiva del diritto fondamentale alla libera manifestazione del pensiero, contestano inoltre di avere veicolato contenuti d'odio e chiedono il ripristino di tutti i loro profili e di tutte le pagine da loro amministrate».
Il Tribunale di Roma ha quindi proceduto a verificare se i ricorrenti avessero o meno veicolato attraverso Facebook messaggi discriminatori e di istigazione all’odio, in particolare «manifestazioni ed iniziative pubbliche nelle quali Forza Nuova si richiama apertamente al fascismo elogiandone il ruolo avuto nel contesto storico precedente alla Liberazione dal nazifascismo» e «iniziative discriminatorie in danno di rom, migranti e omosessuali e veri e propri “discorsi d'odio».
Essendo emersa agli atti la prova di tali condotte da parte dei ricorrenti, il Tribunale ha ritenuto giustificata la «rimozione dei loro account utilizzati per la propaganda di una “organizzazione d'odio” così come definita dagli standard. La rimozione di pagine ricollegabili ad alcuni dei ricorrenti e non, però, a Forza Nuova è stata la conseguenza inevitabile della rimozione degli account di chi risultava unico amministratore. Non sussiste un danno irreparabile posto che le pagine (Associazione dilettantistica Sinau e associazione di Promozione Sociale “le Ali”) potranno essere immediatamente ripristinate tramite l'account di altro amministratore che non sia coinvolto nella propaganda del partito di Forza Nuova». Anche perché, «prima della rimozione totale delle pagine e degli account erano stati rimossi più volte singoli contenuti (elencati nella comparsa di risposta depositati in atti dalla parte resistente, non contestati da parte ricorrente) vietati in base alle condizioni contrattuali ed agli Standard della Community».
Tali condotte, difatti, non solo erano state commesse in violazione alle le Condizioni d’uso di adottate da Facebook ed accettate dai ricorrenti, ma si è tratta di condotte costituenti atti «illeciti in base a tutto il complesso sistema normativo e con la vasta giurisprudenza nazionale e sovranazionale citata».
In definitiva, Facebook non solo poteva risolvere il contratto facendo applicazione alle «clausole contrattuali accettate al momento della sua conclusione, ma aveva il dovere legale di rimuovere i contenuti, una volta venutone a conoscenza, rischiando altrimenti di incorrere in responsabilità (si veda la sentenza della CGUE sopra citata e la direttiva CE in materia), dovere imposto anche dal codice di condotta sottoscritto con la Commissione Europea».
La decisione del Tribunale di Roma si può leggere per esteso in allegato
T. Roma 23.02.2020 HATE SPEECH FACEBOOK.pdf
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