Source: https://refepercheno.wordpress.com/2016/11/28/il-disegno-di-revisione-renzi-boschi-tra-ragioni-strutturali-e-sovrastrutturali-governabilita-e-stabilita-economica-nellera-della-crisi-organica/
Timestamp: 2019-11-13 17:01:03+00:00
Document Index: 1776817

Matched Legal Cases: ['art. 41', 'art. 117', 'art. 31', 'art. 41', 'art. 3', 'art. 114']

Gaetano Bucci (Università di Bari)
(relazione al seminario del P. C., Gioia del Colle, 20 novembre 2016)
Il disegno di revisione proposto (recte: imposto) dal Governo, non può essere valutato solo come un’operazione “sovrastrutturale” destinata a incidere esclusivamente sulla forma di governo, ma anche come una sorta di disegno strategico di politica-economica, che punta ad alterare radicalmente la configurazione dei rapporti tra “Stato” e “mercato” delineata dalla Costituzione.
Al riparo della retorica del “risparmio”, con l’abolizione del CNEL, si persegue, del resto, l’intento simbolico di sancire il definitivo abbandono della concezione del “governo democratico dell’economia” (art. 41, 3° co., C.), per far posto alle dinanimiche proprie del mercato e della concorrenza.
Questa disposizione che istituisce una corsia preferenziale per i disegni di legge d’iniziativa governativa, sposta di fatto l’esercizio del potere legislativo in capo al Governo, rivelando, più di ogni altra, come il disegno di revisione, in totale discordanza con i parametri del nostro modello costituzionale, punti ad assegnare al Governo non più il ruolo di “comitato esecutivo del Parlamento” , bensì quello di “suo organo direttivo”.
Lo spazio del legislatore statale si espande considerevolmente perché viene eliminata la “potestà legislativa concorrente” e, quindi, vengono riportate alla “potestà legislativa esclusiva” dello Stato, materie concernenti interessi fondamentali delle collettività locali (quali quelle realtive: alle infrastrutture strategiche; alle grandi reti di trasporto dell’energia; alla tutela della salute; alla tutela e sicurezza del lavoro; alla tutela dei beni culturali e paesaggistici; al governo del territorio; alle politiche sociali; all’istruzione e alla formazione professionale).
Il disegno di revisione introduce, inoltre, la cd. “clausola di supremazia statale”. Il nuovo quarto comma dell’art. 117 (v. art. 31 ddlc.) prevede infatti che, su proposta del Governo, il legislatore statale possa impossesarsi delle residue materie di competenza regionale, in nome della “tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica” o “dell’interesse nazionale”.
Sulla base di queste premesse, ogni “grande opera” potrebbe essere reputata di “interesse nazionale”, sicché le Regioni, gli enti locali e i cittadini potrebbero essere privati della possibilità di incidere sulle decisioni essenziali per la qualità vita delle comunità (quali, ad es., quelle relative: all’alta velocità; alle discariche; agli inceneritori; alle trivellazioni; alla produzione di carbone; al deposito di scorie nucleari; alla riconversione degli stabilimenti industriali inquinanti (Ilva); all’installazione di nuove basi militari).
In un contesto di competizione globale, «il turnover del capitale» risulta accellerato, sicché le scelte di localizzazione degli investimenti sono influenzate dalla capacità dei Governi di creare un ambiente ad essi congeniale e, quindi, necessariamente caratterizzato dalla riduzione dei diritti dei lavoratori dai tagli allo stato sociale e da labili normative di salvaguardia ambientale (G. Forges Davanzati), ossia da politiche che deprimono la domanda e intensificano la recessione.
I poteri economici sovranazionali hanno, quindi, un estremo interesse ad una trasformazione delle Costituzioni nella direzione della verticalizzazione del potere, al fine di renderle funzionali ai processi di finanziarizzazione, che impongono un’accellerazione dei tempi di decisione.
Il fulcro della restaurazione avviata, sin dalla seconda metà degli anni Settanta, dalle Banche, dalle Borse, dagli investitori, dalle grandi società commerciali, col supporto del FMI, della Trilateral, del Washington Consesus, della scuola di Chicago e della scuola ordoliberale tedesca, consiste, infatti, nel trasferire la sovranità dal “popolo” ai “mercati”.
Si tratta di una restaurazione che ha bisogno di poteri spicci capaci di mettere la “politica” al passo con i dogmi dell’economia neoliberista e che comporta, pertanto, un arresto del pluralismo e, quindi, la creazione di una società cinica, divisa tra “vincenti” e “perdenti”, “salvati e “sommersi” (R. La Valle).
Al “governo democratico dell’economia” (art. 41, 3° co., C.) che secondo le previsioni della Costituzione, dovrebbe svolgersi con la partecipazione dei lavoratori (art. 3, 2° co., C.) e delle loro organizzazioni rappresentative (artt. 39 e 49 C.) ed articolarsi attraverso la rete delle assemblee elettive locali (art. 114 C.), per trovare nel Parlamento il punto di confluenza, elaborazione e sintesi delle istanze provenienti dai territori, si intende, quindi, sostituire un tipo di governo verticistico orientato a rimuovere gli ostacoli al funzionamento del mercato concorrenziale, considerato come lo strumento più idoneo per allocare le risorse e quindi per conseguire l’inclusione sociale.
I movimenti e le forze politiche che contestano gli effetti distruttivi delle “politiche di rigore” imposte dall’Unione europea, dovrebbero quindi prendere coscienza che – specie nell’attuale fase di “crisi organica” (A. Gramsci) – la lotta per la difesa e l’attuazione della Costituzione risulta fondamentale, perché essa costituisce lo spazio politico entro cui diviene possibile rilanciare una dialettica conflittuale sul terreno dei rapporti economico-sociali ed entro cui può, pertanto, esprimersi l’opposizione dei lavoratori al «colpo di stato» ordito dalle banche e dai governi» nelle sedi impenetrabili delle istituzioni tecnocratiche sovranazionali (L. Gallino).
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