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Timestamp: 2019-03-20 10:57:13+00:00
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CORTE DI CASSAZIONE - Sezione Lavoro - sentenza n. 87 del 10/01/2012 - Medicina Sociale
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CORTE DI CASSAZIONE – Sezione Lavoro – sentenza n. 87 del 10/01/2012
Corte di Cassazione Sez. Lavoro – Sent. del 10/01/2012, n. 87
La Corte d’appello di L’Aquila ha confermato la sentenza di prime cure che aveva rigettato la domanda proposta da B.G. nei confronti della s.p.a. Banca …, sua ex datrice di lavoro, avente ad oggetto la reintegrazione nel posto di lavoro, previo annullamento delle dimissioni del lavoratore rassegnate in data 31 marzo 2000, il risarcimento del danno per il mobbing che il lavoratore assumeva di aver patito ed il risarcimento del danno per l’allegata dequalificazione subita.
Per la cassazione della sentenza propone ricorso il B. affidato a cinque motivi. La s.p.a. Banca … resiste con controricorso. Entrambe le parti hanno depositato memoria.
Col primo motivo il ricorrente denuncia vizio di omessa e contraddittoria motivazione relativamente alla statuizione della sentenza impugnata concernente il mobbing. Deduce che la Corte di merito non avrebbe adeguatamente valutato una serie di vicende inerenti il rapporto di lavoro le quali dimostravano la sussistenza degli estremi del mobbing. In particolare: a) il B., che nel corso del rapporto aveva conseguito numerosi avanzamenti di carriera, fino a raggiungere l’inquadramento come quadro direttivo, ed al quale era stata affidata, nei primi mesi del 1997, la direzione esecutiva dell’agenzia di …, dopo l’infarto miocardico, subito nell’agosto dello stesso anno, era stato trasferito ad altra agenzia, non adatta alle sue condizioni di salute per l’eccessivo carico di lavoro; durante questo periodo era rimasto vittima di una rapina; il diverso atteggiamento datoriale nei suoi confronti era dimostrato dal fatto che nel 1999 gli era stata irrogata una sanzione disciplinare (biasimo scritto); b) nel 1999 era stato trasferito ad altra agenzia ma gli erano state assegnate non più le mansioni di coordinatore o preposto di filiale bensì quelle di operatore di sportello, con evidente demansionamento rispetto all’inquadramento sopra indicato, dimostrato anche dal fatto che era stato posto in posizione sotto ordinata rispetto ad altro dipendente in possesso di un livello di inquadramento inferiore; l’assunto della banca secondo cui nel suddetto periodo al ricorrente erano state affidate anche le mansioni di “consulente clienti privati” era rimasta non provata in giudizio; c) il mancato conferimento del premio di fedeltà spettante ai dipendenti che avevano raggiunto il venticinquesimo anno di anzianità di servizio.
Secondo il costante insegnamento di questa Corte di legittimità (cfr., in particolare, Cass. 17 febbraio 2009 n. 3785) per “mobbing” si intende una condotta del datore di lavoro o del superiore gerarchico, sistematica e protratta nel tempo, tenuta nei confronti del lavoratore nell’ambiente di lavoro, che si risolve in sistematici e reiterati comportamenti ostili che finiscono per assumere forme di prevaricazione o di persecuzione psicologica, da cui può conseguire la mortificazione morale e l’emarginazione del dipendente, con effetto lesivo del suo equilibrio fisiopsichico e del complesso della sua personalità. Ai fini della configurabilità della condotta lesiva del datore di lavoro sono, pertanto, rilevanti: a) la molteplicità di comportamenti di carattere persecutorio, illeciti o anche leciti se considerati singolarmente, che siano stati posti in essere in modo miratamente sistematico e prolungato contro il dipendente con intento vessatorio; b) l’evento lesivo della salute o della personalità del dipendente; c) il nesso eziologico tra la condotta del datore o del superiore gerarchico e il pregiudizio all’integrità psico-fisica del lavoratore; d) la prova dell’elemento soggettivo, cioè dell’intento persecutorio. È stato altresì precisato (Cass. 6 marzo 2006 n. 4774) che la sussistenza della lesione del bene protetto e delle sue conseguenze deve essere verificata – sulla base di una valutazione complessiva degli episodi dedotti in giudizio come lesivi – considerando l’idoneità offensiva della condotta del datore di lavoro, che può essere dimostrata, per la sistematicità e durata dell’azione nel tempo, dalle sue caratteristiche oggettive di persecuzione e discriminazione, risultanti specificamente da una connotazione emulativa e pretestuosa, anche in assenza della violazione di specifiche norme attinenti alla tutela del lavoratore subordinato. L’apprezzamento circa la sussistenza, in concreto, degli estremi del mobbing, secondo i parametri sopra delineati, costituisce una valutazione di merito che, ove basata su motivazione adeguata e priva di vizi logici, sfugge al sindacato di legittimità (Cass. 29 settembre 2005 n. 19053, in motivazione).
Al riguardo, le Sezioni unite di questa Corte hanno affermato che il quesito deve costituire la chiave di lettura delle ragioni esposte; ciò vale a dire che la Corte di legittimità deve poter comprendere dalla lettura del solo quesito, inteso come sintesi logico – giuridica della questione, l’errore di diritto asseritamente compiuto dal Giudice di merito e quale sia, secondo la prospettazione del ricorrente, la regola da applicare: in conclusione, l’ammissibilità del motivo è condizionata alla formulazione di un quesito, compiuta e autosufficiente, dalla cui risoluzione scaturisca necessariamente il segno della decisione (cfr. Cass., S.U. U, 25 novembre 2998 n. 28054; Cass. S.U. 30 ottobre 2008 n. 26020). Ed infatti la peculiarità del disposto di cui all’art. 366-bis cod. proc. civ., introdotto dall’art. 6 del d.lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, consiste proprio nell’imposizione, al patrocinante che redige il motivo, di una sintesi originale ed autosufficiente della violazione denunciata, funzionalizzata alla formazione immediata e diretta del principio di diritto e, quindi, al miglior esercizio della funzione nomofilattica della Corte di legittimità (cfr. Cass. 24 luglio 2008 n. 20409). Coerentemente con tale principio è stato precisato (Cass. 7 aprile 2009 n. 8463) che la funzione propria del quesito di diritto è di far comprendere alla Corte di legittimità, dalla lettura del solo quesito, inteso come sintesi logico-giuridica della questione, l’errore di diritto asseritamente compiuto dal giudice di merito e quale sia, secondo la prospettazione del ricorrente, la regola da applicare.
È evidente che il quesito di diritto sopra integralmente riportato non corrisponde allo schema prima delineato. Esso risulta infatti del tutto generico e non pertinente rispetto alla fattispecie, in quanto si risolve nella enunciazione in astratto delle regole vigenti nella materia (conseguenze risarcitorie da demansionamento e liquidazione equitativa del danno – profilo, quest’ultimo, del quale non è fatta alcuna menzione nella sentenza impugnata -) senza enucleare il momento di conflitto rispetto ad esse del concreto accertamento operato dai giudici di merito (cfr. Cass. 4 gennaio 2011 n. 80; Cass. 29 aprile 2011 n. 9583); ciò in contrasto con i principi enunciati da questa Corte di legittimità (cfr., in particolare, Cass. S.U. 5 gennaio 2007 n. 36) secondo cui il principio di diritto, richiesto a pena di inammissibilità del relativo motivo, deve essere formulato in maniera specifica e deve essere chiaramente riferibile alla fattispecie dedotta in giudizio, dovendosi ritenere inesistente un quesito generico e non pertinente.
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