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Timestamp: 2015-03-31 01:58:33+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 13', 'art.2', 'art. 25', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 25', 'art. 2', 'art. 25', 'art. 3', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 49', 'art. 7', 'art. 3', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 324', 'art. 323', 'art. 2', 'art. 317', 'art. 319', 'art 317', 'art. 319', 'art. 319', 'art. 317', 'art. 319', 'art. 317', 'art. 319', 'art 319', 'art. 317', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 317', 'art. 629', 'art. 61', 'art. 318', 'art. 318', 'art. 2']

Premessi brevi cenni sulla successione delle leggi penali nel tempo, il candidato esamini la questione in relazione ai reati di concussione e corruzione - Spia al Diritto
11/2013 - PREMESSI BREVI CENNI SULLA SUCCESSIONE DELLE LEGGI PENALI NEL TEMPO, IL CANDIDATO ESAMINI LA QUESTIONE IN RELAZIONE AI REATI DI CONCUSSIONE E CORRUZIONE di VALENTINA DE STEFANO, DOTTORESSA IN GIURISPRUDENZA
La libertà personale dei consociati, quale bene supremo inviolabile ex art. 13 Cost., è garantita dall’ordinamento attraverso l’affermazione del principio della irretroattività della legge penale, stretto corollario della legalità.
L’art.2, 1° comma, c.p., trasponendo in materia penalistica il principio costituzionale sancito dall’art. 25, 2° comma, Cost., prevede che “nessuno può essere punito per un fatto che, secondo la legge del tempo in cui fu commesso, non costituiva reato”.
La disposizione appena richiamata consacra la irretroattività delle norme penali sfavorevoli sopravvenute alla consumazione di un illecito penale.
La ratio del divieto di retroazione si rinviene nell’esigenza, non tanto di garantire la certezza del diritto, quanto di evitare l’esercizio arbitrario del potere legislativo.
I cittadini devono essere messi in condizione di poter calcolare le conseguenze delle proprie azioni; a tal fine è necessario che la legge incriminatrice di una determinata fattispecie astratta sia vigente al momento in cui il fatto concreto ad essa confacente è compiuto, potendo, il soggetto agente, orientarsi verso ciò che è lecito o illecito.
L’art. 2 c.p. non si limita a sancire l’irretroattività della norma di nuova incriminazione ma detta una serie di disposizioni volte alla regolazione del fenomeno successorio delle leggi penali.
Al comma 2° l’art. in esame dispone che “ nessuno può essere punito per un fatto che, secondo una legge posteriore, non costituisce reato; e se vi è stata condanna, ne cessano la esecuzione e gli effetti penali.
Con siffatta previsione il legislatore ha consacrato il principio della retroattività della norma favorevole al reo: laddove intervenga una legge che non prevede più la punibilità per un determinato fatto-reato, essa trova applicazione anche nel caso in cui il soggetto sia stato condannato con sentenza passata in giudicato (si parla in tal caso di “abolitio criminis”).
Il comma 2 dell’art. 2 c.p. è stato originariamente oggetto di questione di legittimità costituzionale, sollevata per l’asserito contrasto della norma con l’art. 25 ,2° comma, Cost., espressione del principio della irretroattività della legge.
La Corte Costituzionale, intervenuta in merito, ha escluso che la retroattività della norma favorevole costituisca violazione del principio costituzionale succitato.
La Consulta ha avuto modo di precisare che l’art. 2, 2° comma, c.p., non soltanto risponde ad un generale “favor libertatis”, ma rinviene il proprio fondamento costituzionale, se non nell’art. 25, 2° comma, Cost., nell’art. 3 Cost..
La ratio, pertanto, risiede nel supremo principio di uguaglianza, il cui rispetto impone di uniformare i trattamenti sanzionatori degli stessi fatti, a prescindere dalla circostanza che questi siano commessi prima o dopo l’entrata in vigore della legge favorevole al reo.
Autonoma rispetto alla previsione di cui all’art. 2, comma 2, c.p. è la disposizione di cui al 4° comma , la quale prevede che “ se la legge del tempo in cui fu commesso il reato e le posteriori sono diverse, si applica quella le cui disposizioni sono più favorevoli al reo, salvo che sia stata pronunciata sentenza irrevocabile”.
Di tale norma costituisce, poi, specifica attuazione il 3° comma che si riferisce all’ipotesi in cui la legge posteriore preveda la pena pecuniaria laddove il soggetto sia stato condannato a pena detentiva; in tal caso il legislatore dispone la immediata conversione della pena nella corrispondente pena pecuniaria.
Ai fini dell’individuazione del fondamento dei commi citati valgono le stesse considerazioni svolte in punto di “abolitio criminis”; si valorizza, pertanto, il principio del “favor rei” ed il principio dell’uguaglianza.
È opportuno precisare che la retroazione della “lex mitior” rinviene un riconoscimento anche a livello comunitario ed europeo.
La Carta di Nizza, oltre a prevedere al 1° comma dell’art. 49 il principio della irretroattività, dispone che” parimenti, non può essere inflitta una pena più grave di quella applicabile al momento in cui il reato è stato commesso. Se, successivamente alla commissione del reato, la legge prevede l’applicazione di una pena più lieve, occorre applicare quest’ultima”.
A livello di diritto europeo si ritiene opportuno un richiamo ad un’importante pronuncia della Corte di Giustizia EDU (sent. Scoppola del 2009) con la quale si è avuto un implicito riconoscimento del principio della retroattività delle leggi favorevoli nell’art. 7 CEDU, che espressamente garantisce il divieto di retroazione delle norme peggiorative della condizione del reo.
I riferimenti all’ordinamento comunitario ed europeo sono utili al fine di attribuire la dovuta importanza al principio della retroattività della “lex mitior” che, come abbiamo visto, trova espresso riconoscimento a livello di legge ordinaria, nonché fondamento nell’art. 3 Cost.
La Corte Costituzionale, tuttavia, non pone su di uno stesso piano l’irretroattività della legge penale sfavorevole e la retroattività di quella migliorativa, sancendo, soltanto per la prima, il carattere dell’ assoluta inderogabilità.
I giudici delle leggi, invero, ammettono possibili deroghe al principio della retroazione, purchè le medesime risultino giustificate da ragionevoli motivazioni, da rinvenire nell’esigenza di tutelare interessi quantomeno analoghi a quelli posti alla base della retroattività.
Esplicativa di quanto da ultimo affermato è una recente pronuncia della Corte di Cassazione che ha ammesso la derogabilità della retroattività di un trattamento prescrizionale più favorevole al reo, in quanto giustificata dall’esigenza di salvaguardare l’efficienza del processo, nonché la posizione dei destinatari della giurisdizione.
A seguito dei brevi cenni effettuati sulla portata e sul fondamento delle disposizioni di cui all’art. 2 c.p., una preventiva disamina del rapporto tra il 2° ed il 4° comma della norma si reputa opportuna ai fini della trattazione della questione di diritto intertemporale posta dalla riforma 190 del 2012 in relazione ai delitti di corruzione e concussione.
Con maggior tecnicismo va approfondita la relazione tra i casi di “abolitio criminis”, disciplinati dal 2° comma, e le ipotesi di “abrogatio sine abolitio”, collocate nell’ambito del comma 4.
L’operatività dell’una o dell’altra disposizione sortisce effetti sia di diritto sostanziale che processuale.
Laddove la legge posteriore abroghi una precedente norma incriminatrice, la prima trova applicazione in quanto il fatto non è più previsto dalla legge come reato; la norma abrogatrice, inoltre, prevale sul giudicato di condanna eventualmente formatosi, provocandone la cessazione dell’esecuzione e degli effetti penali.
Diversamente, nell’ipotesi di cui al comma 4, l’ applicabilità della legge posteriore di contenuto favorevole per il reo incontra il limite dell’intervenuta sentenza irrevocabile di condanna; ove il giudicato non si sia formato, la disposizione migliorativa trova applicazione, fermo restando che il fatto-reato in precedenza commesso non perde la sua efficacia penale, in quanto non si verifica la sostanziale abrogazione della fattispecie astratta.
La configurazione di un’ “abolitio criminis” o di un’“abrogatio sine abolitio” è agevole nelle ipotesi in cui venga emanata una legge che si limita a modificare il titolo del reato, ovvero interviene ad alterare i minimi e/o i massimi edittali della pena; in queste ipotesi è operativo l’art. 2, comma 4 ,c.p., versandosi in un caso di successione meramente modificativa di leggi penali.
Problematiche si prospettano allorquando il legislatore abroghi una determinata fattispecie astratta di reato ma, nello stesso tempo, faccia confluire la condotta ivi contemplata in diversa o nuova norma incriminatrice” (cd. innesto normativo); è il caso dell’abrogazione dell’art. 324 c.p., relativo all’ “interesse privato in atti d’ufficio”, che è stato ricompreso della fattispecie dell’ “abuso” d’ufficio di cui all’ art. 323 c.p..
Altra ipotesi di non agevole soluzione si rinviene allorchè la legge posteriore abroga una o più disposizioni limitatrici dell’efficacia penale di una data fattispecie astratta, così riespandendosi la portata della norma (cd. riespansione normativa).
Risulta, pertanto, necessario, richiamare i criteri che sono stati elaborati dalla dottrina e, precipuamente, dalla giurisprudenza (che si è trovata a risolvere casi concreti), al fine di individuare il discrimen tra la disposizione di cui al comma 2 e quella di cui al comma 4 dell’art. 2 c.p.
In un primo momento la giurisprudenza si è servita del criterio della “doppia punibilità in concreto”, la cui applicazione porta ad individuare ipotesi di “abrogatio sine abolitio” laddove il fatto concretamente verificatosi sia sussumibile all’interno della vecchia e della nuova disciplina astratta e di “abolitio criminis”, viceversa, allorchè la fattispecie risulti punibile solo alla stregua della nuova normativa.
Siffatto criterio è stato fortemente criticato in quanto considerato scarsamente soddisfacente ed eccessivamente empirico, prescindendo del tutto dall’analisi delle fattispecie astratte.
La dottrina ha prospettato la teoria della continuità normativa, il cui “ubi consistam” risiede nel raffronto tra i beni giuridici tutelati e nella ratio sottesa alle norme in successione.
La giurisprudenza maggioritaria opta, invece, per un criterio strutturale, sostenendo l’opportunità di raffrontare le fattispecie penali astratte.
L’analisi astratta consiste nell’individuazione o meno di un rapporto di specialità tra le leggi che si susseguono nel tempo; laddove la norma contenga elementi di specialità rispetto alla precedente disposizione, viene a configurarsi un’ipotesi di “abrogatio sine abolitio” con conseguente applicazione della lex più favorevole al reo.
La giurisprudenza tende a precisare che il rapporto di “genus a species” può manifestarsi in due diverse modalità; può trattarsi di una specialità per “aggiunta” o “per specificazione”.
Nella prima ipotesi si rinviene una norma che, oltre a contenere tutti gli elementi costitutivi di altra fattispecie astratta, ne prevede un ulteriore in aggiunta.
Nella seconda, invece, si ravvisa una norma che presenta tutti gli elementi strutturali di altra, specificandone alcuni.
Con maggior impegno esplicativo si puntualizza che la giurisprudenza, nella risoluzione dei casi, non si limita ad un’analisi meramente strutturale tra le fattispecie, ma effettua anche una valutazione concreta.
Invero, l’operazione non è circoscritta all’individuazione di un rapporto di genus a species ma si svolge anche in concreto, valutando l’effettiva incisività dell’elemento di specialità sul disvalore del fatto.
Quanto fin’ora esaminato rinviene applicazione in relazione ai delitti di corruzione e concussione, i quali sono stati interessati da una recente riforma legislativa, diretta a fronteggiare il fenomeno della “corruttela” (d.lgs. n. 190/2012).
Per quanto attiene alla fattispecie concussiva l’art. 317 c.p., ante d. lgs n. 190/12, puniva “il p.u. o l’incaricato di pubblico servizio che, abusando della sua qualità o dei suoi poteri, costringe o induce taluno a dare o promettere indebitamente, a lui o a un terzo, danaro od altra utilità”, prevedendo quale pena la reclusione da quattro a dodici anni.
A seguito della riforma, la condotta induttiva è stata traslata in una nuova ed autonoma fattispecie di reato: l’”induzione indebita a dare o promettere utilità”, incriminata ai sensi dell’art. 319 quater c.p., mentre l’art 317 c.p. è stato circoscritto alla sola “concussione per costrizione”.
Relativamente alla fattispecie induttiva il legislatore ha provveduto ad inserire nell’incipit dell’art. 319 quater c.p. una clausola di sussidiarietà (“salvo che il fatto costituisca più grave reato”) e a differenziare il trattamento sanzionatorio rispetto alla concussione per costrizione ( colui che “induce” è infatti punito con la reclusione, non più da quattro a dodici anni, ma da tre a otto anni).
Da ultimo ha previsto, quale elemento di grande novità rispetto alla previgente disciplina, la punibilità anche dell’indotto ex 2° comma, art. 319 quater c.p., dando vita, secondo un certo orientamento, ad una fattispecie plurisoggettiva necessaria.
Relativamente all’art. 317 c. p, il legislatore ha, invece, provveduto ad espungere dalla categoria dei soggetti chiamati a rispondere del reato l’incaricato di pubblico servizio, prevedendo inoltre, un aggravio di pena(non più una reclusione da quattro a dodici anni ma da sei a dodici anni).
Con la riforma in esame si è inteso, dunque, scindere due condotte, quella concussiva per costrizione e quella concussiva per induzione( anche se, si puntualizza, il nomen iuris dell’art. 319 quater c.p. non contiene il termine “concussione”) sul presupposto di una loro ontologica differenza.
L’induzione, invero, rappresenta un quid minus rispetto all’azione del” costringere” taluno, in quanto tra l’indotto e colui che suggestiona a dare o promettere non si rinviene una soggezione psicologica tanto pregnante quanto quella riscontrabile in capo al “costretto”.
L’indotto ha, invero, una capacità di resistere al comportamento del soggetto attivo, rinvenendosi in capo ad esso un margine di scelta, pur minimo, nell’orientarsi verso il dare o promettere, o il resistere all’induzione.
Le innovazioni apportate dalla riforma hanno posto diverse questioni di diritto intertemporale.
In primo luogo la giurisprudenza si è interrogata sul rapporto intercorrente tra la condotta induttiva di cui all’art. 317 c.p, vecchia formulazione,. ed il nuovo art. 319 quater c.p, se debba, cioè, tra esse ravvisarsi una “continuità normativa” ovvero un’ipotesi di “abolitio criminis”.
La giurisprudenza opta per la prima soluzione.
Invero, si fa notare che, in applicazione di un criterio strutturale e, quindi, raffrontando la vecchia e la nuova fattispecie astratta, non si rinviene una eterogeneità degli elementi costitutivi, il legislatore riformista essendosi limitato a trasporre il contenuto del precetto in una nuova norma.
Con riguardo alla punibilità oggi prevista anche per l’indotto ex art 319 quater, 2° comma, si fa notare che, nel rispetto del principio della irretroattività della norma di nuova incriminazione, la condotta di questi potrà rilevare penalmente, soltanto se posta in essere successivamente all’entrata in vigore del d.lgs. n. 190/12.
Ulteriore problematica si pone relativamente all’incaricato di pubblico servizio, non più considerato soggetto agente del reato di concussione per costrizione; ci si chiede, infatti, se quest’ultimo debba essere considerato non più punibile per aver commesso la condotta penalmente rilevante ex art. 317 c.p. prima dell’intervenuta riforma.
A tal riguardo si ritiene configurarsi una vera e propria ipotesi di “abolitio criminis”, con la conseguenza che la non punibilità non incontra il limite del giudicato di condanna.
A conclusioni opposte si perviene laddove si opti per l’operatività dell’art. 2, comma 4, c.p.; in tal caso l’applicabilità della disposizione più favorevole è preclusa dall’intervenuta condanna con sentenza irrevocabile.
Con maggior impegno esplicativo si evidenzia che nell’ ipotesi in cui un incaricato di pubblico servizio ponga in essere una fattispecie astrattamente corrispondente alla condotta descritta dall’art. 317 c.p, nuova formulazione, a seguito dell’entrata in vigore della riforma, il suo comportamento non rileverà penalmente ex art. cit., difettando il presupposto soggettivo; l’incaricato di pubblico servizio potrà, tuttavia, risultare punibile alla stregua della fattispecie di reato comune dell’estorsione ex art. 629 c.p. aggravata ex art. 61, n. 9. c.p.
La riforma legislativa è intervenuta anche sulla fattispecie del delitto di corruzione, incriminato all’art. 318 c. p.
L’art. 318 c.p., vecchia formulazione, incriminava “il p.u. che per compiere un atto del suo ufficio, riceve, per sé o per un terso, in denaro o altra utilità, una retribuzione che non gli è dovuta, o ne accetta la promessa”, assoggettandolo ad una pena reclusiva da sei mesi a tre anni.( corruzione cd. antecedente)
Al secondo comma la norma soggiungeva che “ se il p.u. rivece la retribuzione per un atto d’ufficio da lui già compiuto, la pena è della reclusione fino a un anno (corruzione cd. susseguente).
La riforma ha riscritto la norma modificando alcuni aspetti della condotta; nello specifico, ha sostituito l’espressione “ per compiere un atto del suo ufficio” con la locuzione “per l’esercizio delle sue funzioni”, così estendendo la punibilità del p.u. anche laddove quest’ultimo tenga comportamenti che prescindono dall’adozione di specifici atti, purchè si tratti di condotte pur sempre finalizzate al perseguimento dei fini istituzionali; ha, inoltre, previsto un trattamento sanzionatorio più grave nel minimo e nel massimo edittale.
Sul piano del diritto intertemporale, si fa notare come le modifiche intervenute non abbiano inciso sul nucleo strutturale del fatto reato, che resta contraddistinto dalle condotte della ricezione o dell’accettazione della promessa; questa la linea interpretativa dell’attuale giurisprudenza.
Il delitto in esame, invero, continua a caratterizzarsi quale fattispecie criminosa a duplice schema di realizzazione: uno principale ed uno sussidiario.
Il primo si ravvisa allorquando la promessa del dare viene mantenuta dal privato, che provvederà al versamento del danaro o di altra utilità al p.u.; in tale ipotesi il reato si qualifica quale fattispecie a formazione progressiva in quanto il “tempus commissi delicti” si individua nel momento della ricezione da parte del p.u. dell’ultima dazione.
Viceversa, laddove la promessa non venga mantenuta e , pertanto, il privato non esegua i pagamenti, il reato, risulta compiuto al momento dell’accettazione della promessa stessa, qualificandosi quale reato a consumazione istantanea.
Tale struttura, si ribadisce, non è stata inficiata dal d.lgs. n. 190 del 2012; ne consegue, in applicazione del criterio strutturale, l’applicabilità dell’art. 2, comma 4, c.p.
Sarà, pertanto, necessario individuare la disposizione più favorevole ricordando che la giurisprudenza richiede all’operatore giuridico di svolgere anche un’analisi concreta, valutando il quadro complessivo in cui si inserisce il fatto.
Il giudice, quindi, non dovrà limitarsi a raffrontare i minimi ed i massimi edittali delineati dal legislatore, bensì dovrà calcolare le eventuali circostanze attenuanti o aggravanti applicabili, i termini prescrizionali, nonché la procedibilità a querela o d’ufficio delle rispettive fattispecie.