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Timestamp: 2020-07-04 00:44:02+00:00
Document Index: 135291167

Matched Legal Cases: ['art. 110', 'art. 110', 'art. 56', 'art. 61', 'art. 62', 'art. 133', 'art. 56', 'art. 63', 'art. 6', 'art. 117', 'art. 110', 'art. 110', 'art. 41', 'art. 110', 'art. 46', 'art. 48', 'art. 110', 'art. 111', 'art. 114', 'art. 609', 'art. 334', 'art. 41', 'art. 114', 'art. 110', 'art. 110', 'art. 25', 'art. 110', 'art. 110', 'art. 110', 'art. 110']

Considerazioni in tema di concorso di persone nel reato - Numero 4-2007, April 2007 - Rivista penale - Libri e Riviste - VLEX 458690
Pagine: 345-366
1) Primi inquadramenti. - 2) La tesi dell'accessorietà, quale fondamento della punibilità del concorso ex art. 110 c.p. - 3) Il fantasma del previo concerto. - 4) La "medesimezza" del reato nel concorso eventuale. - 5) La cooperazione nel delitto colposo. - 6) Il c.d. concorso anomalo. - 7) Il concorso di persone nel reato proprio. - 8) Desistenza volontaria, recesso attivo e... (visualizza il riepilogo completo)
@1) Primi inquadramenti
L'art. 110 c.p. recita: «Quando più persone concorrono nel medesimo reato, ciascuna di esse soggiace alla pena per esso stabilita, salve le disposizioni degli articoli seguenti». Trattasi, all'evidenza, di disposizione meno analitica rispetto al testo degli artt. 63 e ss. del codice Zanardelli, che distingueva, a livello edittale, le figure dei concorrenti (lato sensu) (esecutore, cooperatore immediato, istigatore, ecc.).
Non si è mancato, tuttavia, di osservare (Antolisei, Latagliata) che nelle «disposizioni degli articoli seguenti» di cui all'odierna disciplina si sono riproposte, nella sostanza, le antiche distinzioni fra i concorrenti.
Sotto un primo profilo, si può, a nostro avviso, notare che la vicenda è analoga a quella della storia legislativa del delitto tentato (Del Corso): il primo comma dell'art. 56 c.p. ha soppresso la distinzione tra delitto tentato (art. 61 cod. Zanardelli) e delitto mancato (art. 62 cod. cit.); la differenza, non di meno, rimane.
La giurisprudenza di merito, infatti, ha potuto notare che, anche nel vigore del nostro codice, il grado dell'offesa del delitto tentato, la «vicinanza all'evento», sono pur sempre da tenere in conto al sensi dell'art. 133 c.p.
Il legislatore, però - secondo noi, saggiamente - non ha inteso vincolare il giudice: da una parte, quest'ultimo punirà più severamente colui che abbia vibrato le ventitré storiche pugnalate, dirette a parti vitali, quando il «Cesare di turno» sia salvato da un novello Barnard, rispetto a colui che abbia tentato di esplodere un sol colpo d'arma da fuoco contro taluno; dall'altra, potrà, fuori delle maglie delle antiche distinzioni zanardelliane, punire colui che abbia puntato un precisissimo mitra contro la vittima, non riuscendo a sparare, rispetto a colui che riesca a vibrare una coltellata, seppur pericolosa, e con un coltello di modesta portata offensiva.
Ancora, se si è al cospetto di un tentativo incompiuto («se l'azione non si compie»), vi potrà essere desistenza volontaria; se si tratti, invece, di tentativo compiuto («se l'evento non si verifica»), si potrà applicare l'attenuante del recesso attivo (art. 56, commi 3 e 4, c.p.).
Tornando ad litora, si è, a nostro avviso, bene operato nel rivisitare, nei sensi suddetti, la disciplina del concorso di persone nel reato, perché non fosse punito meno gravemente, e per legge, il capo di una cupola mafiosa - istigatore - che funga da mandante, rispetto al mandatario, «esecutore o cooperatore immediato» (art. 63 del cessato codice).
Va, ancora, notato che le distinzioni di cui agli artt. 111 e ss. del codice Rocco sono relative a casi ben specifici, e non pongono, quindi, problemi di interpretazione relativa alle figure, edittali, di cui al codice abrogato.
Sulla base di tanto, sentiamo poter affermare, ben vero con il dovuto rispetto per la preziosa penna del Latagliata, che non si asserisce alcunché di «apocalittico» quando si dice che il codice vigente ha mantenuto la distinzione tra correo e complice: se taluno istighi, in Italia, colui che commetterà il delitto in Austria, non vi sarà, ex art. 6 c.p., giurisdizione dello Stato italiano, poiché l'istigatore - il complice, volendo usare del frasario finalistico (Latagliata, Santamaria, Morselli) - non sarà stato in alcun modo «signore» dell'azione (Pannain, Nuvolone) (ma, contra, Manzini, Carboni, Giannelli A.).
Ancora, se, ad esempio, un pubblico ufficiale, possessore di danaro, si «rimetta alla decisione» di taluno, di prelevarlo dalle casse, il p.u. concorrerà quale complice in un furto aggravato ex artt. 625, comma 1, n. 7, 61, n. 9, c.p., e non vi sarà concorso di persone nel reato proprio (art. 117 c.p.) (Pagliaro, Mantovani, Fiandaca, Musco, Fiore).
Sono, queste, caratteristiche strutturali del concorso di persone nel reato, che il legislatore non ha soppresso, e non intendeva sopprimere: ha voluto solo affrancare dottrina e giurisprudenza, nei congrui casi, da soverchie ambasce d'ordine tassonomico.
La disposizione dell'art. 110 c.p., si inserisce, a pieno titolo, nell'ambito delle norme estensive di punibilità, accanto agli artt. 56, 87, 360 c.p.: attraverso il disposto dell'art. 110 c.p. è possibile annettere rilevanza penale a comportamenti non danti vita ad un'azione tipica e che si fermerebbero al Page 346 momento dell'istigazione o dell'accordo, o, comunque, ad un'attività preparatoria (Pedrazzi, Latagliata, Antolisei, Pannain, Petrocelli, Mormando), in sé e per sé considerati.
Qualora il coacervo di tali attività riesca - quanto meno - ad un delitto tentato, il principio di causalità, che è perfettamente valido anche quando le cause non siano naturali, bensì umane (art. 41, 3 comma, c.p.) (Pedrazzi), permetterà la punizione di tutti i concorrenti.
Dovrà essere assolto per non aver commesso il fatto quel concorrente del cui contributo non si sia, in concreto, tenuto alcun conto nella esecuzione del reato: se, ad esempio, si fornisca un pugnale ad una, o più, persone, che se ne disfino, o, comunque, non ne usino, preferendo la «più fida» pistola, non si potrà parlare di effettivo contributo causale al reato che ci si studiava di commettere. Si badi, però, che se, oltre ad essersi fornito l'inutile pugnale, siano state date indicazioni sull'ubicazione della vittima, sull'orario di rientro a casa, ed anche se si sia semplicemente, rafforzato il proposito delinquenziale dei concorrenti (ad esempio, pronunciando la frase «non la deve passare liscia»), vi sarà quanto basta perché sia affermata la responsabilità di tutte le persone considerate nel reato che venga commesso.
Il Latagliata non si «accontenta» della forza della causalità in tema di concorso di persone nel reato: secondo questo autore, la valenza dell'art. 110 c.p. è anche, e soprattutto, psicologica; mentre il Pedrazzi pone fuori della riconducibilità al fenomeno concorsuale il solo caso di cui all'art. 46 c.p. (costringimento fisico), che dà vita ad uno «strumento passivo», il Latagliata pretende che pari dignità venga annessa all'istituto di cui all'art. 48 c.p. (errore determinato dall'altrui inganno) (altra ipotesi di «strumento passivo»).
Rappresentano ipotesi di «strumento doloso» quelle di cui agli artt. 86 e 111 c.p. (Pannain).
Noi, qui, diamo ragione al Latagliata (l'art. 110 c.p., altrimenti, si ridurrebbe a norma inutiliter data) e, nel corso del lavoro, amplieremo la dignità, non solo, dell'elemento psicologico, ma ben anche quella della mancanza di coazione endogena (art. 111 c.p.) od esogena (artt. 51, comma 4, 54, comma 3, 86 c.p.).
Non possiamo, peraltro, che dissentire dalla giurisprudenza e dalla dottrina (Giuliani Balestrino, Pagliaro, Guerrini), quando si mira a sganciare dall'imprescindibile requisito causale il concorso di persone nel reato, con particolare riguardo all'attenuante di cui all'art. 114, 1 comma, c.p. (minima partecipazione nel reato) (vedasi, oggi, anche l'art. 609 octies, comma 4, c.p., in materia di attentati alla sfera sessuale) (la violenza sessuale di gruppo era già prevista dall'art. 334 del codice Zanardelli, ma rappresentava una circostanza aggravante, non, come oggi, un autonomo reato plurisoggettivo) (Donini, Romano B.).
Se la minima partecipazione dovesse risolversi in una esclusione del nesso di causalità tra il contributo prestato e l'evento, l'imputato dovrebbe certamente essere assolto dall'accusa di concorso per non aver commesso il fatto, e la stessa conclusione processuale dovrebbe seguire nel caso di un'interruzione del nesso causale tra contributo ed evento ai sensi dell'art. 41, comma 3, c.p. (serie causale apparentemente indipendente) (Vannini, Pannain): solo oltre questi «sbarramenti» legislativi si dovrà apprezzare l'entità della partecipazione ex art. 114, comma 1, c.p.
@2) La tesi dell'accessorietà, quale fondamento della punibilità del concorso ex art. 110 c.p.
Che, nell'ambito di concorso di persone nel reato, vi debba essere almeno una persona da poter qualificare autore del reato, ci appare cosa sin troppo ovvia; che si possa punire ex art. 110 c.p. colui che associa il proprio contributo, anche se risolventesi, di per sé, in un'azione non preveduta dalla legge come reato, è legge; che ogni contributo, tipico od atipico, debba esser legato all'evento (anche se si tratti della messa in pericolo, evento del tentativo) (Carrara, Vannini, Petrocelli, Pannain) ex artt. 40 e 41 c.p., è innegabile.
Non di meno la dottrina dominante, legata alla sacertà del concetto di autore, una definizione del quale è fornita dall'art. 25 del Deutsches Strafqesetzbuch, ma non dal nostro codice, nega validità alla tesi della natura accessoria della partecipazione ex art. 110 c.p.: essa - si dice - non terrebbe conto della pur frequente evenienza in cui a compiere il reato siano persone che pongono, più di esse, o tutte, l'azione tipica. Nessuna, di esse sarebbe, allora, concorrente!
A nostro sommesso avviso, queste «fobie» non tengon conto del fatto che l'art. 110 c.p., nell'eliminare le distinzioni di cui agli artt. 63 e ss. del codice Zanardelli, ha unificato, causalmente e psicologicamente (artt. 110 e 113 c.p.), la disciplina sanzionatoria dell'«esecutore», che è l'autore della condotta tipica prevista nella parte speciale del codice, e quella dei cooperatori immediati, complici, ecc.
Allora, se più siano gli autori, s'ha concorso di persone nel reato, e non v'è bisogno di accessorietà, ma, se non si potesse ricorrere ad essa, non potrebbero punirsi, ex art. 110 c.p., i «non autori».
L'accessorietà non dev'essere vista come un requisito imprescindibile del concorso di persone nel reato, ma come la giustificazione dommatica della creazione di una norma estensiva di punibilità, quando ve ne sia la concreta necessità.
Se così non si ragionasse, si finirebbe per cadere nelle maglie della tesi pluralistica del concorso di persone nel reato (Getz, Massari, Boscarelli), pur di fronte alla «medesimezza» dello stesso, imperativamente voluta ex art. 110 c.p.; della...