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Timestamp: 2020-08-08 15:32:03+00:00
Document Index: 16681459

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 309', 'art. 297', 'art. 297', 'art. 303', 'art. 13', 'art. 309']

Misure cautelari, retrodatazione della decorrenza: interviene la Consulta .. - Asaps.it Il Portale della Sicurezza Stradale
Corte Costituzionale 03/01/2014
Misure cautelari, retrodatazione della decorrenza: interviene la Consulta
(Corte Costituzionale, 06 dicembre 2013 n. 293)
La Corte Costituzionale, con sentenza 6 dicembre 2013, n. 293, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 309 c.p.p., in quanto interpretato nel senso che la deducibilità, nel procedimento di riesame, della retrodatazione della decorrenza dei termini di durata massima delle misure cautelari, prevista dall’art. 297, comma 3, del medesimo codice, sia subordinata – oltre che alla condizione che, per effetto della retrodatazione, il termine sia già scaduto al momento dell’emissione dell’ordinanza cautelare impugnata – anche a quella che tutti gli elementi per la retrodatazione risultino da detta ordinanza.
Come emerge dalla pronuncia in esame, la finalità dell'istituto, di origine giurisprudenziale, delle c.d. “contestazioni a catena”, disciplinate dall’art. 297, comma 3, c.p.p., è quella di evitare che la rigorosa predeterminazione dei termini di durata massima delle misure cautelari possa essere elusa tramite la diluizione nel tempo di due o più provvedimenti restrittivi nei confronti della stessa persona. Come evidenziato da un'altra pronuncia della Corte Costituzionale (n. 233/2011), il nucleo di disvalore del fenomeno risiede, "nell’impedimento, ad esso conseguente, al contemporaneo decorso dei termini relativi a plurimi titoli custodiali nei confronti del medesimo soggetto.
Il “ritardo” nell’adozione della seconda ordinanza cautelare non vale, ovviamente, a prolungare i termini di durata massima della prima misura – essendo gli stessi predeterminati per legge, ai sensi dell’art. 303 cod. proc. pen. – ma, in difetto di adeguati correttivi, avrebbe l’effetto di espandere la restrizione complessiva della libertà personale dell’imputato, tramite il “cumulo materiale” - totale o parziale - dei periodi custodiali afferenti a ciascun reato. Ciò, col risultato di porre l’interessato in situazione deteriore rispetto a chi, versando nella medesima situazione sostanziale, venga invece raggiunto da provvedimenti cautelari coevi, e di rendere, al tempo stesso, aggirabile la predeterminazione legale dei termini di durata massima delle misure, imposta dall’art. 13, quinto comma, Cost."
Il meccanismo della retrodatazione della decorrenza del termine della misura cautelare applicata “tardivamente” fa sì che in presenza delle condizioni legislativamente previste per la configurabilità di una “contestazione a catena”, il termine relativo alla seconda (o all’ulteriore) ordinanza cautelare si consideri iniziato alla data di esecuzione del primo provvedimento, con la conseguenza che i termini di durata massima della misura più recente risultino già “virtualmente” scaduti alla data di emissione del provvedimento che la dispone.
Un primo orientamento di legittimità riteneva unanimamente che la verifica delle condizioni per la retrodatazione esulasse dalla cognizione del giudice investito del procedimento incidentale di riesame delle ordinanze che dispongono misure coercitive (art. 309 cod. proc. pen.), in quanto il riesame sarebbe finalizzato alla verifica dei soli requisiti di validità, formali e sostanziali, del provvedimento cautelare impugnato, requisiti non intaccati dal meccanismo della retrodatazione, il quale incide sul diverso piano dell’efficacia della misura coercitiva disposta, modificando la decorrenza e i criteri di computo della relativa durata massima.
Secondo altro indirizzo giurisprudenziale, al contrario, la retrodatazione sarebbe deducibile in sede di riesame, quantomeno allorché, per effetto di essa, i termini massimi risultino già spirati alla data di adozione dell’ordinanza impugnata.
Su tale contrasto sono intervenute le Sezioni unite che, adottando una soluzione “di compromesso", hanno affermato che l’orientamento tradizionale e maggioritario, inteso ad escludere la competenza del giudice del riesame, dovrebbe essere tenuto fermo nei casi in cui l’inefficacia conseguente alla retrodatazione sia sopravvenuta rispetto alla data di emissione del provvedimento coercitivo. A conclusioni parzialmente diverse dovrebbe invece pervenirsi quando, a seguito della retrodatazione, il termine risulti interamente decorso già al momento dell’adozione della misura, in maniera tale da determinare una inefficacia originaria del titolo cautelare.
Da ciò le Sezioni unite hanno desunto che «soltanto nel caso in cui dalla stessa ordinanza impugnata emergano in modo incontrovertibile e completo gli elementi utili e necessari per la decisione è possibile dare spazio ai principi di economia processuale e di rapida definizione del giudizio in vista della più ampia tutela del bene primario della libertà personale», riconoscendo al tribunale del riesame il potere di pronunciarsi in materia. "nel caso di contestazione a catena, la questione della retrodatazione della decorrenza del termine di custodia cautelare può essere dedotta anche in sede di riesame solo se ricorrono congiuntamente le seguenti condizioni: a) se per effetto della retrodatazione il termine sia interamente scaduto al momento della emissione del secondo provvedimento cautelare; b) se tutti gli elementi per la retrodatazione risultino dall’ordinanza cautelare". Ciò precisato, e limitando il loro intervento alla seconda delle condizioni appena esposte, secondo i giudici delle leggi in questa prospettiva, la norma censurata si presta, peraltro, a determinare disparità di trattamento tra soggetti che versano in situazioni identiche in correlazione a fattori puramente accidentali, avulsi dalla ratio degli istituti che vengono in rilievo.
"A parità di situazione, infatti, la fruibilità del riesame ai fini considerati finisce per dipendere dall’ampiezza e dalla puntualità delle indicazioni contenute nella motivazione del provvedimento coercitivo che il soggetto in vinculis intende contestare. Il livello della tutela viene ad essere determinato, in altre parole, dal maggiore o minore scrupolo con il quale il giudice della cautela assolve all’onere di motivare l’ordinanza restrittiva e, prima ancora, dal fatto che egli sia o non sia a conoscenza degli elementi che impongono la retrodatazione".
(Altalex, 3 gennaio 2014. Nota di Simone Marani)
Sentenza 6 dicembre 2013, n. 293