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Timestamp: 2018-05-22 04:12:19+00:00
Document Index: 46841734

Matched Legal Cases: ['art. 275', 'sentenza ', 'art. 275', 'art. 275', 'art. 275', 'art. 275', 'art. 275']

Di Giuseppe Rossini - 08 maggio 2018
Cass. Pen. Sez. III, ud. 9 gennaio 2018, n. 584
“In tema di scelta delle misure cautelari, a seguito delle modifiche apportate dalla L. 16 aprile 2015, n. 47, all’art. 275 c.p.p., comma 3, incombe sul giudice che emette o conferma, sia pure in sede di impugnazione, un’ordinanza applicativa della custodia cautelare in carcere il dovere di esplicitare specificamente le ragioni per le quali sono inadeguate le altre misure coercitive ed interdittive anche se applicate congiuntamente (Sez. 3, n. 842 del 17/12/2015, dep. 12/01/2016, Rv. 265964)”.
Con la sentenza in commento, la III^ Sezione della Cassazione ha modificato il previgente orientamento secondo il quale “in tema di scelta delle misure cautelari, ai fini della motivazione del provvedimento relativo alla misura della custodia cautelare in carcere, non fosse necessaria un’analitica dimostrazione delle ragioni che rendevano inadeguata ogni altra misura, ma che fosse sufficiente che il giudice indicasse, con argomenti logico-giuridici tratti dalla natura e dalle modalità di commissione dei reati nonché dalla personalità dell’indagato, gli elementi specifici che inducessero ragionevolmente a ritenere la custodia in carcere come la misura più adeguata al fine di impedire la prosecuzione dell’attività criminosa, rimanendo, in tal modo, assorbita l’ulteriore dimostrazione dell’inidoneità delle altre misure coercitive (Sez. 5, n. 51260 del 04/07/2014 – dep. 10/12/2014, Calcagno, Rv. 261723)”.
La novella dell’art. 275, co. 3, c.p.p. impone al “giudice della cautela” di motivare in maniera specifica in ordine alle ragioni per le quali risultino inadeguate le altre misure coercitive ed interdittive, anche se cumulativamente applicate.
L’onere motivazionale a carico del Giudice che dispone la cautela inframuraria è stato maggiormente ampliato a seguito delle modifiche operate dalla L. 47/2015.
Il legislatore, infatti, ha inteso rafforzare la funzione di “extrema ratio” della custodia cautelare in carcere “sancendo espressamente un obbligo motivazionale ulteriore per il giudice della cautela che deve spiegare perché non possa applicare la misura degli arresti domiciliari con le procedure di controllo di cui all’art. 275-bis, comma 1, in luogo di quella carceraria”.
Nel caso di specie, la Suprema Corte è stata chiamata a decidere sul ricorso di un cittadino che, in relazione ai delitti di detenzione a fini di spaccio di gr 225 di metanfetamina e coltivazione di una pianta di marijuana, a seguito dell’appello cautelare proposto dal PM si vedeva revocata la misura dell’obbligo di dimora e permanenza notturna presso l’abitazione con quella più afflittiva della custodia cautelare in carcere.
L’Organi di legittimità, annullando con rinvio l’ordinanza impugnata, ha evidenziato come il Tribunale del Riesame, applicando la più grave delle misure cautelari, non ha motivato in maniera esaustiva circa la sussistenza degli elementi sulla cui base le altre misure coercitive ed interdittive, anche se applicate congiuntamente, sarebbero inidonee a fronteggiare l’esigenza cautelare sussistente.
Inoltre, il Supremo Consesso ha evidenziato come il Giudice del Riesame abbia omesso di considerare la previsione ex art. 275, co. 3, c.p.p. secondo cui, “nel disporre la custodia cautelare in carcere il giudice dee indicare le specifiche ragioni per cui ritiene inidonea, nel caso concreto, la misura degli arresti domiciliari con le procedure di controllo di cui all’art. 275 bis, comma 1”.
La Corte, inoltre, nel rimettere la valutazione della vicenda in parola, ha richiamato, quale principio di diritto: “il divieto, ai sensi dell’art. 275 c.p.p., comma 2 bis, di applicazione della misura cautelare della custodia in carcere nel caso in cui il giudice abbia irrogato una pena detentiva inferiore a tre anni, non impedisce di adottare la più grave misura cautelare qualora ogni altra misura si rilevi inadeguata e gli arresti domiciliari non possono essere disposti per mancanza del luogo di esecuzione (Sez. 5, n. 7742 del 04/02/2015, Rv. 262838)”.