Source: https://studiolegaleramelli.it/2019/03/07/allontanamento-dal-posto-di-lavoro-per-poche-ore-e-truffa-aggravata-va-annullata-la-sentenza-di-merito-che-non-motiva-sulla-fraudolenza-della-condotta/
Timestamp: 2019-10-21 18:26:08+00:00
Document Index: 121080826

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Allontanamento dal posto di lavoro per poche ore e truffa aggravata: va annullata la sentenza di merito che non motiva sulla fraudolenza della condotta – Avvocato Diritto Penale Roma Eur
Allontanamento dal posto di lavoro per poche ore e truffa aggravata: va annullata la sentenza di merito che non motiva sulla fraudolenza della condotta.
Si segnala ai lettori del blog la sentenza n. 8878/2019, depositata il 01.03.2019, che ha esaminato la vicenda di un dipendente pubblico che si allontanava dal posto di lavoro per partecipare ad una manifestazione sindacale senza preventiva comunicazione da parte del dipendente ed autorizzazione del datore di lavoro pubblico.
L’imputazione ed i giudizi di merito
L’imputato era stato tratto a giudizio e poi condannato dal Tribunale di Palermo, per il delitto di truffa aggravata in danno del locale Comune in quanto, pur risultando in servizio per l’intero arco di tempo compreso tra le 5,44 e le 14,10, si era accertato nel corso delle indagini preliminari che il giudicabile essere stato presente alle ore 12,30 circa presso gli uffici della Ragioneria Comunale e, poi, presso gli uffici di Palazzo Barone per prendere parte alla manifestazione degli operai che reclamavano la retribuzione.
La Corte di Appello palermitana ha confermato la sentenza di condanna di primo grado per il delitto di truffa aggravata in concorso in danno del Comune sicché, riconosciutegli le circostanze attenuanti generiche giudicate equivalenti alle aggravanti, lo aveva condannato alla pena finale di mesi 6 di reclusione ed Euro 51,00 di multa, oltre al pagamento delle spese processuali e al risarcimento del danno patito dalla costituita parte civile Comune di Palermo.
Ricorreva dunque in Cassazione l’imputato, per tramite del difensore, denunciando violazione di legge e vizio di motivazione in relazione alla ritenuta sussistenza degli elementi costitutivi del delitto di truffa, segnatamente alla condotta fraudolenta ed all’ingiusto profitto.
La Suprema corte in accoglimento del ricorso, ha annullato la sentenza impugnata con rinvio ad altra sezione della Corte distrettuale per nuovo giudizio.
Di seguito si riportano i passaggi estratti dal tessuto motivazionale della sentenza di maggior interesse per gli operatori di diritto:
“La sentenza, tuttavia, risulta affetta da un evidente vizio di motivazione laddove i giudici palermitani si sono limitati (cfr., pag. 3 della decisione in verifica) a richiamare alcune decisioni di questa Corte senza, tuttavia, tener conto e verificare la applicazione dei principi in esse affermati al caso di specie e sottoposto alla loro attenzione.
Ed in effetti, questa stessa Sezione ha avuto modo di chiarire, in più occasioni, che la falsa attestazione del pubblico dipendente circa la presenza in ufficio riportata sui cartellini marcatempo o nei fogli di presenza, è condotta fraudolenta, idonea oggettivamente ad indurre in errore l’amministrazione di appartenenza circa la presenza su luogo di lavoro, ed è dunque suscettibile di integrare il reato di truffa aggravata, ove il pubblico dipendente si allontani senza far risultare, mediante timbratura del cartellino o della scheda magnetica, i periodi di assenza, sempre che essi siano da considerare economicamente apprezzabili(cfr., da ultimo, Cass. Pen., 2, 16.3.2018 n. 14.975, Tropea; Cass. Pen., 2, 6.10.2006, Buttiglieri; Cass. Pen., 24.11.2016 n. 52.007, Sennbira Nahun; Cass. Pen., 2, 17.1.2013 n. 5.837, Brignone).
Si è trattato, nelle fattispecie esaminate nella suindicate decisioni, di assenze ripetute o reiterate ovvero, anche, della percezione della retribuzione per l’intero a fronte di una prestazione lavorativa effettuata per un periodo prolungato con un orario inferiore o ridotto.
La Corte territoriale, traendo spunto da queste sentenze, ha correttamente ribadito che, per l’appunto, l’apprezzabile” pregiudizio non equivale a “rilevante” pregiudizio ed ha condiviso la affermazione secondo cui “anche l’indebita percezione di poche centinaia di Euro, corrispondente alla porzione di retribuzione conseguita in difetto di prestazione lavorativa, costituisce un danno economicamente apprezzabile per l’amministrazione pubblica …” (cfr., ivi). Nel far questo, tuttavia, non ha considerato se, ed in che misura, il principio di diritto richiamato in premessa poteva essere invocato nel caso concreto (…). Ecco, allora, che la “apprezzabilità” del pregiudizio cagionato all’ente andava verificata alla luce di una assenza dal lavoro che, considerato l’orario di servizio di quel giorno per lo (omissis), avrebbe potuto essere anche non di molto superiore all’ora e mezza-due ore.
Per altro verso, pur a fronte di quanto dedotto con l’atto di appello, la Corte palermitana si è limitata a far presente che l’allontanamento dal posto di lavoro non era stato autorizzato e che le mansioni dello (omissis) non comprendevano la rappresentazione del disagio dei dipendenti per la mancata retribuzione.
Non ha considerato, invece, le ulteriori implicazioni derivanti non (sol)tanto dalle ragioni che avevano determinato l’allontanamento del ricorrente (certamente non “attestato” dal cartellino marcatempo e, comunque, non autorizzato) ma, in realtà, dallo stesso “fatto” dell’essersi egli portato presso gli uffici comunali ovvero, in realtà, presentatosi al cospetto dei rappresentanti dell’ente erogatore del pagamento (ancorché, si deve ritenere, evidentemente “mediato”) delle retribuzioni.
In definitiva, quindi, lo (omissis) non aveva fatto nulla per “occultare” la sua assenza dal lavoro ma si era recato presso gli uffici comunali per manifestare, insieme ad altri colleghi, il proprio disagio per il mancato pagamento delle retribuzioni. Senza scomodare categorie da nessuno invocate (quali la scriminante dell’esercizio del diritto), la Corte di Appello, nell’affrontare le considerazioni sviluppate con l’atto di appello, avrebbe dovuto spiegare come ed in che modo tale condotta aveva potuto assumere un reale ed effettivo rilievo “ingannatorio” e, per altro verso, come essa poteva ritenersi sorretta dal dolo specifico della fattispecie”.
Diffamazione aggravata commessa via Facebook dal militare che offende la reputazione... Bancarotta fraudolenta per distrazione: per la prova della condotta materiale...