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Timestamp: 2017-10-19 01:28:30+00:00
Document Index: 112993851

Matched Legal Cases: ['art. 167', 'art. 167', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 615', 'art. 635', 'art. 609', 'art. 572']

Gli articoli in cui sono citati gli avvocati dello Studio Legale Lexa
Abbiamo già parlato della tutela della privacy, ma cosa significa per il lavoratore? A quanto già detto bisogna aggiungere che il reato previsto dall’art. 167 del codice privato è procedibile d’ufficio, cioè il procedimento penale può essere originato anche dalla comunicazione della notizia di reato pervenuta alla Procura competente da parte di terzi estranei al trattamento.
Tale circostanza assume particolare rilevanza proprio nell’ambito dei rapporti di lavoro, consentendo al lavoratore oggetto del trattamento illecito di dati di “non esporsi” presso il datore di lavoro con una denuncia all’Autorità giudiziaria, la quale, può pertanto essere sporta anche dai rappresentanti delle organizzazioni sindacali (Oo. Ss.) all’interno dell’azienda.
Nonostante la descritta “duttilità” dell’art. 167 cod. privacy, tuttavia, sul punto si registra una scarsa giurisprudenza dei giudici penali italiani, a testimoniare un insufficiente ricorso dei lavoratori e soprattutto delle Oo.Ss. alla denuncia, la quale può invece costituire una tutela efficace per la privacy dei lavoratori avverso il trattamento effettuato da persone fisiche (il datore di lavoro, un dirigente, un collega).
Al fine poi di ricomprendere nel paradigma sanzionatorio anche il trattamento illecito di dati personali effettuato da persone giuridiche o a vantaggio delle stesse, a decorrere dal 25 maggio 2018, entrerà in vigore il regolamento generale sulla protezione dei dati, che sostituirà il codice della privacy vigente e con il quale la Commissione europea ha definito una disciplina unitaria per la protezione dei dati personali all’interno dell’Unione europea.
Rispetto alla complessità della materia e all’urgenza di individuare una serie di norme che tutelino il diritto alla privacy dei lavoratori a fronte della diffusione di queste nuove tecnologie, il nostro ordinamento giuridico si attarda su una disciplina inadatta a costituire un valido deterrente per le imprese, multinazionali e non.
Infatti, oltre alle norme di diritto civile che intervengono a tutela del lavoratore, laddove questi subisca un, che consentono danno dal trattamento dei propri dati personali, le sanzioni previste dall’ordinamento per questo tipo di condotte illecite sono ancora troppo blande per contenere l’azione degli operatori del mercato più facoltosi e spregiudicati.
Il datore di lavoro è civilmente responsabile per i reati commessi dal dipendente, se l’esercizio delle sue funzioni ha rappresentato la necessaria occasione per la commissione dei fatti ed ha agevolato la produzione del danno nei confronti della vittima
Pubblichiamo in allegato la sentenza della Suprema Corte di Cassazione, sezione V penale, del 03/04/2017, depositata il 19/07/2017, che ha accolto il ricorso proposto dall’avv. Francesca Garisto nell’interesse di una parte civile assistita dallo studio.
Si tratta del caso di una dipendente della Pubblica Amministrazione (nella specie, un Comune), per anni vittima di atti persecutori da parte del suo superiore gerarchico (“persecuzione professionale”, caratterizzata da reiterate violenze morali, consistite in atteggiamenti oppressivi, anche a sfondo sessuale), per la quale erano stati tratti a giudizio sia il dirigente comunale autore dello stalking, che il di lui superiore gerarchico, accusato di aver omesso, sebbene al corrente dei fatti, gli adeguati interventi a tutela della dipendente.
In primo grado l’avv. Francesca Garisto aveva chiesto ed ottenuto, quale conseguenza della dichiarata responsabilità penale dell’autore diretto dello stalking (il superiore è stato invece assolto), che anche l’Amministrazione Comunale, di cui invocava la responsabilità ai sensi dell'articolo 2049 del codice civile quale datore di lavoro dell’imputato, venisse condannata a risarcire il danno alla vittima.
La Corte di Appello aveva riformato la sentenza del Tribunale ed escluso la responsabilità civile della Pubblica Amministrazione, ritenendo difettasse il requisito della “occasionalità necessaria” tra mansioni lavorative e condotta illecita, che avrebbe consentito la consumazione del reato.
La Corte di Cassazione, mentre respingeva il ricorso proposto dall’imputato sulla responsabilità penale, accoglieva pienamente quello proposto nell’interesse della parte civile contro la disposizione della Corte d'Appello che aveva revocato la condanna dell'Amministrazione Comunale: ha così affermato il principio di diritto secondo il quale la Pubblica Amministrazione va ritenuta civilmente responsabile per i danni patiti dalla vittima, qualora l'incombenza svolta dal dipendente-autore del reato abbia agevolato e reso possibile la commissione del fatto illecito ed il conseguente evento dannoso, e ciò anche se egli ha operato oltre i limiti delle sue incombenze, poiché ha sfruttato l'occasione offerta dallo svolgimento delle sue funzioni.
La questione delle assemblee sindacali in orario di lavoro, gli scioperi degli addetti ai trasporti pubblici ed altre iniziative di protesta sindacale dei lavoratori dei vari settori, soprattutto quando addetti ai servizi di pubblica utilità, hanno riaperto il dibattito parlamentare riguardo alla modifica della legislazione che presiede all’esercizio del diritto di sciopero, in particolare nei settori dei servizi di pubblica necessità.
A questo proposito, nel settore dei servizi di pubblica necessità, hanno cominciato a muovere i primi passi alla Commissione Lavoro del Senato e alla Commissione Affari costituzionali, tre disegni di legge che si prefiggono di regolare il diritto di sciopero, anche prevedendo delle limitazioni al suo esercizio nel settore dei nei servizi pubblici essenziali.
Ma qual è la disciplina applicabile, dal punto di vista del diritto penale?
La materia è piuttosto articolata, poichè la disciplina prevista dal codice penale va letta alla luce di tutte le ulteriori norme che regolano la materia, in particolare, quelle di cui alla la legge 146/90.
Negli ultimi 30 anni i termini entro cui si è svolto il conflitto sociale nel secolo scorso sono stati completamente ridefiniti: da un lato, con la creazione della nuova classe dei lavoratori precari, dall’altra, con la progressiva erosione dei diritti dei lavoratori subordinati.
Negli ultimi decenni, poi, è mutato anche il modo in cui l’opinione pubblica si avvicina al tema delle rivendicazioni e delle lotte dei lavoratori.
Il mutato contesto culturale ha prodotto i suoi effetti anche in seno alla magistratura, che sempre più frequentemente iscrive procedimenti penali nei confronti dei lavoratori che partecipano a scioperi e picchettaggi, anche nel settore privato. Gli strumenti giuridici offerti dal codice penale, infatti, non mancano.
Va rilevato, peraltro, che all’aumento del numero dei procedimenti penali iscritti nei confronti di lavoratori, non corrisponde altrettanta inflessibilità da parte della magistratura giudicante. La giurisprudenza giunge, infatti, a risultati differenti a seconda che si tratti di condotte aggressive dell’incolumità fisica altrui, di condotte di mera propaganda o persuasione, o infine di ostruzione degli ingressi sul luogo di lavoro.
Femminicidio, Francesca Garisto: «La giustizia non funziona. Servono misure cautelari e gratuito patrocinio».
L’intervista si apre con il riferimento alla storia di due donne, uccise dal padre dei loro figli, ma anche da uno Stato incapace di rispondere alle loro richieste di aiuto.
Lo sottolinea Francesca Garisto, avvocato della Casa delle donne maltrattate di Milano, che spesso deve lottare per ottenere una misura cautelare nei confronti di uomini violenti che ogni giorno minacciano e perseguitano le loro compagne, fino a ucciderle.
L’attuale normativa offre tutti gli strumenti necessari a tutelare le vittime di violenza, ma è necessario usarli.
Al contrario, c’è un uso ridottissimo delle misure cautelari.
Per le donne vittime di violenza, la sola denuncia è già uno sforzo enorme: andrebbe data loro la massima credibilità, oltre che sostegno anche dal punto di vista economico, prevedendo il gratuito patrocinio a prescindere dai limiti di reddito anche in caso di maltrattamenti in famiglia e stalking, e non solo di violenza sessuale (in effetti adesso è così, grazie all’art. 2 comma 3 del D.L. 14 agosto 2013 n. 93, convertito nella L. 14/10/2013 n. 119).
"Cara ti amo"
Lo stalking colpisce oltre 3,4 milioni di donne italiane.
Cos’è, come si combatte, cosa fare se lo si subisce: intervista all’avvocata Francesca Garisto.
Licenziati in tronco? Come evitare di commettere reati informatici.
A quali responsabilità si espone il dipendente (di qualsiasi livello nella scala gerarchica) che, una volta licenziato in tronco, acceda abusivamente al sistema informatico aziendale, per recuperare i suoi dati e i suoi documenti, affidati alla rete informatica aziendale, e necessari alla sua difesa ?
E quando il dipendente incorre in responsabilità penale allorché danneggi informazioni, dati o programmi informatici dell’azienda di cui è dipendente?
Ci viene in aiuto la giurisprudenza della Corte di Cassazione, intervenuta a seguito della introduzione nel nostro sistema penale di specifiche figure di reati informatici: l’accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico (art. 615-ter codice penale) e il danneggiamento di informazioni, dati e programmi informatici (art. 635-bis codice penale).
Area Pro Labour il blog de Il Fatto Quotidiano, 22 giugno 2016 articolo a cura di Francesca Garisto
Un operaio ha subito un grave infortunio sul lavoro durante il quale ha perso due dita della mano destra, mentre stava operando su un macchinario destinato alla lavorazione del materiale trattato dall’azienda.
Nei giorni successivi all’incidente, ricoverato e sotto l’effetto di morfina, somministratagli per lenire il forte dolore, l’operaio riceveva la visita del responsabile di reparto dell’azienda che, sin da quel momento, gli contestava di avere operato in modo improprio, attribuendogli e convincendolo della responsabilità dell’accaduto.
A seguire una contestazione disciplinare, in cui si attribuiva all’operaio di non aver seguito la procedura corretta di arresto della macchina; per questa ragione sarebbe rimasto impigliato nella stessa con la mano. Il lavoratore veniva quindi indotto a sottoscrivere un verbale di accordo in sede sindacale con il quale si assumeva la responsabilità della “grave infrazione” mentre l’azienda, per pura “benevolenza”, gli comminava la “sola” sanzione della multa per alcune ore con conseguente trattenuta della corrispondente retribuzione (!).
I fatti sono andati effettivamente così. Casi come questi, purtroppo, sono all’ordine del giorno, e non occorre scomodare la giurisprudenza per percepire l’ingiustizia di una definizione della vicenda tanto spiccia quanto faziosa.
Secondo dati ufficiali INAIL il numero complessivo di infortuni sul lavoro risulta in calo, ma l’incidenza degli infortuni mortali segna un sensibile incremento.
Il dato è ulteriormente allarmante poichè queste statistiche non tengono conto del lavoro sommerso, quindi degli infortuni subiti da tutti i lavoratori non assicurati.
Sebbene la vita, la salute e l’incolumità fisica non abbiano prezzo, le sofferenze delle vittime di infortuni sul lavoro e dei loro familiari, quando conseguano a un comportamento illecito del datore di lavoro, devono essere risarcite, poiché il risarcimento costituisce l’unica forma di ristoro che la legge può garantire, oltre a costituire, per le aziende coinvolte, un significativo deterrente per il futuro.
Fermo restando l’indennizzo erogato dall’assicurazione sociale in ragione del semplice verificarsi dell’infortunio, il lavoratore che ha subito un danno potrà richiedere il risarcimento sia in sede civile che in sede penale: un'assistenza di tipo penale, in alcuni casi, può consentire di ottenere un adeguato e più sollecito risarcimento.
Il pool di avvocatesse che aiuta le donne maltrattate
Guidate da passione e impegno civile sono circa dieci le avvocatesse, penaliste e civiliste, che mettono a disposizione il proprio tempo e professionalità a favore dello sportello di Consulenza legale del CADMI, Casa delle donne maltrattate di Milano. Tra gli altri contributi, nell’articolo l’Avvocato Garisto spiega come negli anni la violenza di genere si sia trasformata. «Negli anni Ottanta e Novanta a sporgere denuncia erano soprattutto donne adulte, adesso, invece, sono giovani con un’età compresa tra i 18 e i 27 anni. Assistiamo, inoltre, a un’esasperazione e a un inasprimento della violenza. Negli anni ne abbiamo viste tante, ma ancora oggi assistiamo a episodi che ci lasciano senza parole».
Su un tema, quindi, le avvocatesse concordano: i passi avanti per la consapevolezza, anche da parte delle Autorità, della esistenza e gravità della violenza sulle donne, sono stati numerosi, ma il lavoro da fare è ancora tanto, specie tra le nuove generazioni.
In Italia, il mobbing non è disciplinato da una legge specifica, sia in ambito civile che penale.
Per quanto riguarda l'ambito penale, l’assenza del reato specifico di mobbing ha indotto la giurisprudenza degli ultimi dieci anni a fare ricorso ad altre figure di reato per tutelare la vittima, tra cui quelli di violenza sessuale (art. 609-bis c.p.) e di maltrattamenti in famiglia (art. 572 c.p).
Purtroppo, la recente riforma del diritto del lavoro vanifica in parte l’impianto faticosamente costruito dalla giurisprudenza penale per contrastare questo tipo di condotte.
Con le nuove norme introdotte dal Jobs act si correrà cioè il rischio di limitare il rimprovero penale ai comportamenti vessatori più “visibili”, spesso riconducibili a ipotesi di reato incapaci di cogliere la natura unitaria del fenomeno (quali aggressioni verbali, minacce, diffamazioni), senza riuscire a punire la complessiva trama di maltrattamento e vessazione perseguita dal mobber.
“Buon lavoro” opera teatrale aperta
Realizzato e diffuso nei teatri di tutta Italia da Farneto Teatro, in collaborazione con CGIL Lombardia e Camera del Lavoro di Milano
Uno spettacolo che parla del senso del lavoro, delle sue forme, di diritti, di sicurezza e di cittadinanza. Lo spettacolo nasce da un viaggio, che la compagnia ha intrapreso attraverso l’Italia, per raccogliere interviste di lavoratori e lavoratrici di tutte le categorie, dagli artigiani brianzoli, agli operai dell’Ilva di Taranto, dai pescatori calabresi, ai raccoglitori di pomodori pugliesi e molti altri.
Attraverso il personaggio di “Paola”, avvocata schierata a difesa delle donne e della loro dignità sul posto di lavoro, l’Avvocato Garisto attraverso l’attrice Elisabetta Vergani ha dato voce alla storia di due donne, vittime di discriminazioni e abusi, che ha incontrato e assistito nel corso del suo lavoro. La prima quella di Anna, demansionata al livello di apprendista e sottoposta ad un mobbing pressante al rientro dal periodo di maternità, la seconda quella di Alina, donna ucraina costretta a subire la violenza dal suo titolare sul posto di lavoro, finché il suo corpo non ha reagito e trovato il coraggio di chiedere aiuto.
Just a shot l’immagine dell’assassino
RAI 3 La Storia siamo noi di Giovanni Minoli, 12 aprile 2013
La puntata de La Storia siamo noi di Gianni Minoli è interamente dedicata ai fatti di violenza accaduti nel pomeriggio del 14 maggio del 1977 a Milano. Gli eventi culminarono con la tragica sparatoria di via De Amicis che causò la morte in piazza del giovane poliziotto di soli 25 anni, Antonino Custra. Dieci giorni più tardi, a seguito della pubblicazione sulla copertina de l’Espresso della foto de I Guerriglieri, avviene l’arresto di tre giovani studenti: Valter Grechi, Massimo Sandrini e Maurizio Azzollini. Questi vengono condannati per concorso in omicidio, ma nessuno dei tre ha realmente commesso il reato. Non Grecchi nè Sandrini, che avevano solo delle molotov, non Maurizio Azzollini poiché, sebbene armato, troppo lontano dal punto della sparatoria.
Spiega l’Avvocato Garisto, che negli anni è subentrata al padre nella difesa di Grecchi: “I tre ragazzi del Cattaneo sono stati arrestati sulla base di alcuni (pochi) fotogrammi, che li hanno inchiodati a delle responsabilità maggiori di quelle che hanno avuto”. Il processo si concluse, quindi, senza aver individuato il vero colpevole dell’omicidio. Solo tredici anni più tardi, si giungerà all’accertamento delle reali responsabilità dell’autore del delitto, un ex militante di Prima Linea.