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Timestamp: 2020-06-02 21:54:55+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2697', 'art. 27', 'art. 360', 'art. 2729', 'sentenza ', 'art. 4', 'art. 9', 'art. 2043', 'art. 20', 'art. 384', 'sentenza ']

Avvocati foro Novara Bossi Buscaglia Dulio: processi diritto penale, del lavoro, civile. Avvocato per causa divorzio licenziamento furto truffa incidente sinistro stradale - » Il punto della Cassazione sul danno esistenziale.
Il punto della Cassazione sul danno esistenziale.
Suprema Corte di Cassazione Sezione III civile Sentenza n. 13546 del 12 giugno 2006
All’ esito di incìdente stradale avvenuto a Cella-tica il 23/2/1993 il sig. Angelo C. dece­deva.
Nel 1994 i sigg.ri Lidia B., Alex e Massimili­ano C., in proprio e quali eredi del defunto non­ché quali soci e legali rappresentanti della società Cidue & C. s.n.e., convenivano avanti al Tribunale di Brescia i sigg.ri Tarcisio e Renata G., la compa­gnia Assicurazioni Tirrena s.p.a. in l.c.a. e la M.A.A Assicurazioni s.p.a., quest’ultima in nome e per conto del Fondo di garanzia per le vittime della strada, per ivi sentirli condannare -previo accertamento e declara­toria dell’esclusiva responsabilità del G. nella causazione del suindicato sinistro- al risarcimento in via solidale dei danni da essi conseguentemente soffer­ti,
Nella resistenza dei convenuti -la sola M.A.A. es­sendosi mantenuta contumace-, con sentenza del 18 gen­naio 1997 1’adito giudice, riconosciuta 1’esclusiva re­sponsabilità del Tarcisio G. nella causazione del sinistro, condannava i G. e la M.A.A. Assicurazioni al pagamento, in via solidale, in favore degli attori delle somme di £ 285.314.000, a titolo di danno patri­moniale subito per la perdita dell’apporto di contribu­zione economica in qualità di -rispettivamente- marito e padre; di £ 200.000.000, a titolo di danno morale ( £ 100 milioni per la moglie e £ 50.000.000 per ciascuno dei figli ); di £ 5.390.000 per spese funerarie; e di £ 15.000.000 per la riparazione del veicolo ( liquidate a favore della società intestataria ) . Rigettava invece la domanda di risarcimento del danno biologico dagli attori proposta iure heredìtatis ( nella ravvisata in configurabìlità nel caso di tale tipo di danno, essendo il C. deceduto quasi immediatamente dopo il sini­stro ) e iure proprio ( in difetto della prova di ma­lattie psicofische insorte a causa della scomparsa del congiunto ).
Rigettato il gravame interposto in via principale dalla Tirrena s.p.a., con sentenza del 12/1/2002 la Corte d’Appello di Brescia, in parziale accoglimento dell’ appello incidentale spiegato dagli originari atto­ri Lidia B., Alex e Massimiliano C., in pro­prio e quali eredi del defunto Angelo C., condan­nava i G. e la M.A.A. Assicurazioni al pagamento, in via solidale, in favore dei predetti dell’ulteriore somma ( equitativamente liquidata ) di £ 90.000.000 ( £ 30.000.000 per ciascuno ), a titolo di risarcimento del danno dai medesimi subito iure proprio in ragione della «permanente alterazione del rapporto familiare» con­seguente alla perdita dello stretto congiunto e alla privazione ex abrupto «di tutti quei legami affettivi, etici e psicologici che costituivano il suo modo d’essere anche nei rapporti esterni e che erano una componente fondamentale dell’equilibrio e armonia del nucleo familiare».
Avverso la suindicata sentenza della corte di meri­to propone ora ricorso per cassazione la compagnia As sìcurazioni Tirrena s.p.a., sulla base di unico com­plesso motivo.
Gli intimati sigg.ri Tarcisio e Renata G., e Nuova M.A.A Assicurazioni s.p.a. non hanno svolto atti­vità difensiva.
Con unico complesso motivo la Assicurazioni Tirre­na s.p.a. denunzia violazione dell’ art. 2697 ce. ; vio­lazione dei presupposti di configurabìlità e relative «modalità di prova» del c.d. danno esistenziale; vio­lazione del’ art. 27 29 ce. ; vìzio di motivazione ex art. 360, n. 5 c.p.c. per omessa, contraddittoria ed insufficiente motivazione in ordine a punto decisivo della controversia.
Lamenta l’erroneità della ravvisata configurabilita di un risarcibile danno esistenziale, quale «terza fi­gura di danno», altra e diversa dal danno biologico e dal danno morale, essendosi sia dalla Corte Costituzio­nale (Corte Cost. n. 372 del 1994 ) che in giurispru­denza dì legittimità ( Cass. n. 1073 del 2002 ) affer­mato essere «il c.d. danno morale soggettivo» risar­cibile «solo se si trasforma in lesione della integri­tà psico-fisica, da provare con gli opportuni mezzi, non escluse le presunzioni che, secondo il dettato dell’art. 2729 cod. civ., devono essere gravi, precise e concordanti>>.
Deduce ulteriomente che non può pervenirsi a rite­nere configurabile un danno «presunto iuris et de iu­re», anche in mancanza di idoneo supporto probatorio, conseguente ad ogni evento «doloroso nell’ambito della famiglia».
Denunzia la sussistenza di «molteplici aspetti di arbitrarietà, contraddittorietà ed illogicità» deri­vanti dall’affermazione che non vi è nel caso prova al­cuna di un «trauma psicologico permanente» ( con con­seguente mancata ammissione della richiesta CTU in ra­gione del ravvisato difetto di «idoneo substrato pro­batorio» ) per poi ravvisarsi la sussistenza di un «danno psico-fisico permanente, definito danno esi­stenziale, che sì differenzierebbe dal patema d’animo e dallo stato di angoscia transeunte», senza che risul­tino peraltro neppure indicate le specifiche situazioni scaturite per i danneggiati in conseguenza della dolo­rosa perdita del congiunto. Il motivo è infondato.
Nel riformare la sentenza di primo grado, che -come si legge nell’impugnata sentenza- aveva ( tra l’altro ) rigettato «la domanda di risarcimento del danno biologico proposta iure proprio, in difetto di una prova concreta che dal fatto per cui è causa» fossero «de­rivate ai familiari malattie psicofisiche, non rappor­tabili al semplice dolore o sofferenza per la morte del congiunto, che già rilevano per il danno morale», la Corte d’Appello di Brescia ha ritenuto di poter «far rientrare» il «danno esistenziale» subito «dalla persona offesa a causa della morte violenta del con­giunto» nel concetto di danno biologico, quest’ultimo intendendo quale «menomazione psicofisica della perso­na, in sé e per sé considerata, incidente sul valore umano in tutta la sua concreta dimensione, e che assume rilevanza non solo economica, ma anche biologica, so­ciale, culturale ed estetica», secondo la risalente nozione di tale danno accolta dall’espressamente evoca­ta Cass., 17/5/1985, n. 3025 ( nonché ribadita da Cass., 20/12/1988, n. 6938; Cass., 6/7/1990, n. 7101 ), invero non rispondente al significato ad esso attual­mente attribuito.
Al riguardo la corte di merito sottolinea che «l’Organizzazione mondiale della sanità, dopo aver ri­cordato che “il possesso del migliore stato di salute costituisce uno dei diritti fondamentali di ogni essere umano”, ha definito la salute come “benessere fisico, psichico e sociale, non consistente soltanto in un’ assenza di malattia o di infermità”, e tale ampia nozione di salute non è ignota alla nostra legislazio­ne: basti richiamare l’art. 4 della legge 194/1978, do­ve è previsto che la donna possa interrompere la gravi­danza quando il parto o la maternità “comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica”, o anche l’art. 9 della legge 300/70, dove viene distin­to più volte la salute del lavoratore e la sua integri­tà fisica>>.
Nel fare il punto sugli orientamenti interpretati vi maturati all’esito della progressiva evoluzione del­la disciplina post-codicistica in tema di risarcimento del danno alla persona, questa Corte ha ancora recente­mente avuto modo di operare un intervento razionalizzatore, con il quale è venuta a ricondurre le plurime vo­ci di danno nel tempo elaborate nell’ambito di un “’sistema bipolare”, costituito dal danno patrimoniale ex art. 2043 ce. e dal danno non patrimoniale ex art. 20 59 ce ( v. Cass., 31/5/2003, n. 8827; Cass. , 31/5/2003, n. 8828 ).
Questa Corte è pervenuta ad affermare che «la pre­sunzione semplice e la presunzione legale iuris tantum si distinguono unicamente in ordine al modo di insor genza, in quanto mentre il fatto sul quale la prima si fonda dev’essere provato in giudizio, e il relativo onere grava su colui che intende trarne vantaggio, la seconda è stabilita dalla legge e, quindi, non abbiso­gna della prova di un fatto sul quale possa fondarsi e giustificarsi. Una volta, tuttavia, che la presunzione semplice si sia formata e sia stata rilevata ( cioè, una volta che del fatto sul quale si fonda sia stata data o risulti la prova ) , essa ha la medesima effica­cia che deve riconoscersi alla presunzione legale iuris tantum, quando viene rilevata, in quanto 1’una e 1 ’al­tra trasferiscono a colui, contro il quale esse depon­gono, 1 ’ onere della prova contraria» ( così Cass., 27/11/1999, n. 13291 ).
Come da questa Corte ripetutamente affermato, in tema di prova per presunzioni semplici nella deduzione dal fatto noto a quello ignoto il giudice di merito in­contra il solo limite del princìpio di probabilità: non occorre, cioè, che i fatti, su cui la presunzione si fonda, siano tali da far apparire la esistenza del fat­to ignoto come 1 ’unica conseguenza possibile dei fatti accertati secondo un legame di necessarieta assoluta ed esclusiva ( in tal senso v. peraltro Cass,, 6/8/1999, n. 8489; Cass., 23/7/1999, n. 7954; Cass., 28/11/1998, n. 12088 ), ma è sufficiente che 1’operata inferenza sia effettuata alla stregua di un canone di ragionevole probabilità, con riferimento alla connessione degli ac­cadimenti la cui normale sequenza e ricorrenza può verificarsi secondo regole di esperienza ( v. Cass. 23/3/2005, n. 6220; Cass., 16/7/2004, n. 13169; Cass., 13/11/1996, n. 9961; Cass., 18/9/1991, n. 9717; Cass., 20/12/1982, n. 7026 ) , basate siili’ id quod plerumque accidit ( v. Cass., 30/11/2005, n. 6081; Cass., 6/6/1997, n. 5082 ).
Non si trattainfatti, diversamente da quanto la­mentato dalla odierna ricorrente, di un’ipotesi di pre­sunzione iuris et de iure.
Nel caso in esame, incontestato il fatto-base della normale e pacifica convivenza del nucleo familiare co­stituito dal defunto, dalla consorte e dai due figli maggiorenni, il cui armonico svolgimento trova sintoma­tica conferma nella circostanza che uno dei figli svol­geva anche attività lavorativa con il padre e che della costituita società faceva parte anche la rispettiva mo­glie e madre, ed allegata { atteso che, se dispensa la parte che intende avvantaggiarsi dagli effetti favore­voli collegati al fatto dall’ onere di provare quest’ultimo, la presunzione non dispensa altresì dall’ onere di allegare il medesimo } dagli odierni con­troricorrenti la circostanza che la morte del loro stretto congiunto ha per essi comportato un’alterazione dell’ equilibrio mentale riflettentesi sotto il profilo della difficoltà di partecipazione all’ attività quoti­diana e della demotivazione rispetto alla vita futura (come pure delle molteplici difficoltà incontrate nella conduzione della piccola azienda de cui avevano dovuto continuare ad occuparsi da soli), la corte di merito ha ritenuto provato il danno esistenziale da essi soffer­to.
Era quindi l’odierna ricorrente a dover fornire la prova contraria idonea a vincere la presunzione di sconvolgimento delle abitudini e delle aspettative, o del modo di relazionarsi con il prossimo derivante ai controricorrenti dalla perdita del -rispettivamente-marito e padre Nessun elemento risulta tuttavia essere stato dalla medesima dedotto e provato al riguardo, essendosi la ricorrente limitata ad eccepire la mancanza di prova in ordine al fatto che tale alterazione fosse degenerata in un trauma psicologico permanente dal quale fosse de­rivata una malattia psicofisica, una situazione cioè integrante, come sopra esposto, la diversa fattispecie del danno biologico ( v. Cass., 3/5/2004, n. 8333; Cass., 4/2/2002, n. 1442. V. anche Cass., 10/2/2003, n. 1937 ) .
Correttamente, nel complessivo risarcimento del danno non patrimoniale sofferto dagli odierni resisten­ti è stata quindi dalla corte di merito concessa un’ulteriore somma a ristoro anche di tale aspetto, non considerato nella liquidazione operata dal giudice di prime cure.
Il danno patrimoniale da uccisione di congiunto, quale tipico danno-conseguenza che si proietta nel fu­turo, privo ( come il danno morale ed il danno biologi­co ) del carattere della patrimonialità, ben può, in ragione nella natura di tale danno e nella funzione di riparazione assolta mediante la dazione di una somma dì denaro nel caso non reintegratrice di una diminuzione patrimoniale bensì compensativa di un pregiudizio non economico ( v. Cass., 31/5/2003, n. 8827 ), essere -co me nel caso- liquidato secondo il criterio equitativo ex artt. 122 6 e 2056 ce. ( v. Cass., Sez. Un., 24/3/2006, n. 6572 ), in considerazione dell’intensità del vincolo familiare, della situazione di convivenza e di ogni ulteriore utile circostanza, quali la consi­stenza più o meno ampia del nucleo familiare, le abitu­dini di vita, 1’età della vittima e dei singoli super­stiti, le esigenze di questi ultimi, rimaste definiti­vamente compromesse (v. Cass., 31/5/2003, n. 8828; Cass., 7/11/2003, n. 16716; Cass., 29/9/2004, n. 19564; Cass., 15/7/2005, n. 15022; Cass., 20/10/2005, n. 20324) .
Modificata, in applicazione dei poteri a questa Corte conferiti dall’art. 384, 2° co., c.p.c, la moti­vazione nei sensi fatti sopra palesi, a tale stregua venendo conseguentemente meno anche 1’ulteriore profi­lo di doglianza concernente il dedotto vizio di motiva­zione, l’impugnata sentenza può essere mantenuta ferma per il resto.