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Timestamp: 2020-04-08 08:17:08+00:00
Document Index: 136775335

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CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. V PENALE - SENTENZA 15 aprile 2019, n.16353
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CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. V PENALE - SENTENZA 15 aprile 2019, n.16353MASSIMA
Con il provvedimento impugnato, la Corte d’Appello di Bologna, in parziale riforma della sentenza di condanna del Tribunale di Modena, ha riqualificato il reato di concorso in furto aggravato (ex art. 625 c.p., comma 1, nn. 2 e 7) consumato nella corrispondente fattispecie tentata ed ha rideterminato la pena inflitta a V.M. (ed all’altro imputato D.N.R. ) nella misura di mesi quattro di reclusione ed Euro 166 di multa, confermando nel resto la sentenza appellata. Il tentativo di furto ha avuto ad oggetto una bicicletta assicurata con una catena alla rastrelliera di parcheggio all’interno del cortile di un ospedale. Avverso la decisione della Corte d’Appello di Bologna ha proposto ricorso V.M..
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. V PENALE - SENTENZA 15 aprile 2019, n.16353 - Pres. Stanislao – est. Brancaccio
1. Con il provvedimento impugnato, emesso il 20.4.2018, la Corte d’Appello di Bologna, in parziale riforma della sentenza di condanna del Tribunale di Modena datata 26.10.2015, ha riqualificato il reato di concorso in furto aggravato (ex art. 625 c.p., comma 1, nn. 2 e 7) consumato nella corrispondente fattispecie tentata ed ha rideterminato la pena inflitta a V.M. (ed all’altro imputato D.N.R. ) nella misura di mesi quattro di reclusione ed Euro 166 di multa, confermando nel resto la sentenza appellata. Il tentativo di furto ha avuto ad oggetto una bicicletta assicurata con una catena alla rastrelliera di parcheggio all’interno del cortile dell’ospedale di (...).
2. Quanto al primo motivo, riferito alla sussistenza dell’aggravante dell’esposizione a pubblica fede, nonostante il confronto tra le affermazioni della giurisprudenza di legittimità relative alle singole fattispecie non riveli una linea di tendenza sempre univoca, può affermarsi - tentando una sintesi - che la Suprema Corte ricollega le ragioni dell’aggravamento previsto dall’art. 625 c.p., comma 1, n. 7, alla volontà di apprestare una più energica tutela penale alle cose mobili che sono lasciate dal possessore, in modo permanente o per un certo tempo, senza diretta e continua custodia, per 'necessità' o per 'consuetudine' e che, perciò, possono essere più facilmente sottratte (Sez. 4, n. 5113 del 7/11/2007, Demma, Rv. 238742), estendendo tale speciale valutazione di gravità anche a quei beni che in tale condizione di esposizione alla pubblica fede si trovino in ragione di impellenti bisogni della vita quotidiana ai quali l’offeso è chiamato a far fronte (cfr., tra le ultime pronunce in tal senso, Sez. 2, n. 33557 del 22/6/2016, Felleti. Rv. 267504).
In verità, una opzione esclude l’aggravante della esposizione a pubblica fede solo in presenza di condizioni di sorveglianza e controllo continuativi e costanti della res tali da non consentire quella facilità di raggiungimento del bene che è caratteristica tipica della ratio della disposizione di cui all’art. 625, comma 1, n. 7, c.p. (Sez. 5, n. 14022 del 8/1/2014, Fusari, Rv. 259870; in senso analogo Cass. sez. 5, n. 9245 del 14/10/2014, dep. 2015, Rv. 263258; Sez. 5, n. 4036 del 26/11/2015, Craciun, Rv. 267564, quest’ultima sulla specifica questione attinente l’apposizione di un dispositivo antitaccheggio, tema sul quale vedi anche, in senso conforme, Sez. 5, n. 435 del 30/6/2015, dep. 2016, Sefer, Rv. 265586). La sorveglianza 'continua' viene intesa, in tale prospettiva, quale esercizio di un controllo permanente sul bene che elide quella sorta di affidamento necessariamente implicato dall’esposizione, escludendo, pertanto, anche l’aggravante.
Allo stesso modo si è affermato che è consentito motivare sinteticamente facendo riferimento ai parametri indicati dall’art. 133 c.p. (e ad espressioni quali 'pena congrua' 'pena equa') quando la sanzione sia contenuta entro limiti nella media edittale o al di sotto di essa, dovendosi fornire più ampie ragioni solo nel caso in cui la pena si attesti su limiti di gran lunga superiori a detta media (Sez. 2, n. 36245 del 2676/2009, Denaro, Rv. 245596-01; Sez. 3, n. 10095 del 10/1/2013, Monterosso, Rv. 255153; Sez. 4, n. 27959 del 18/6/2013, Pasquali, Rv. 258356; Sez. 2, n. 36104 del 27/4/2017, Mastro, Rv. 271243).
2. All’inammissibilità del ricorso consegue, oltre alla condanna alle spese processuali dell’imputato, anche la condanna del ricorrente al pagamento di una somma alla Cassa delle Ammende, che, ai sensi dell’art. 616 c.p.p., seconda parte, si impone per la sussistenza di un profilo complessivo di 'rimproverabilità' in capo al proponente (coerentemente all’impostazione della Corte costituzionale con la sentenza n. 186 del 2000): appare congruo determinare tale sanzione in 3.000 Euro.