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Timestamp: 2020-08-10 11:39:35+00:00
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Altri omicidi sul lavoro - condannata Goodyear – iniziato il processo Thyssen
LATINA · 34 le vittime e 10 ammalati di tumore. Per le famiglie è una «sentenza storica». Thyssen, ieri a Torino l’udienza preliminare Operai morti per l’amianto: condannati i dirigenti della Goodyear
Da Il Manifesto del 2 luglio 2008
«Una sentenza storica», la definisce il legale delle famiglie che da anni si battono per ottenere giustizia: 24 anni complessivi (singole condanne da 3mesi a 4 anni e 8 mesi) per 9 dirigenti della fabbrica di pneumatici Goodyear di Cisterna di Latina. Sono in tutto 34 gli operai morti di tumore, e 10 ammalati, per aver respirato amianto, ammine aromatiche e idrocarburi aromatici policiclici dal 1974 al 2000, la maggior parte nel reparto «Bambury». L’importanza della sentenza - spiega l’avvocato Luigi Di Mambro, che difende i familiari delle vittime - sta nel «riconoscimento del nesso di causalità tra le malattie contratte e i tumori». E’ apparso soddisfatto per la sentenza del giudice Cinzia Parasporo, anche il pm Gregorio Capasso, che ha seguito la vertenza per oltre 50 udienze: gli anni richiesti dalla pubblica accusa erano 31. Valerio Bagialemani, presidente familiari delle vittime, ha accolto la sentenza tra le lacrime: «Volevamo stabilire un principio, nessuno ci ridarà i nostri familiari». Le condanne più pesanti per Paul Arthur Ricchiuti, direttore di produzione (5 anni e 6 mesi) e Richard Antony Grano, presidente cda di Goodyear Italia (4 anni e 8 mesi). Tre anni e 1 mese a Steve Edward Lucas; 2 anni e 7 mesi a Charles Lee Grunder; 2 anni e 1 mese a Pierdonato Palusci; 1 anno e 7 mesi a Claude Michael Murpy; 11 mesi ad Adalberto Muraglia e Antonio Corsi, 3 mesi a Jeffrey Smith. Passando alla vicenda Thyssen, è stata aggiornata al 23 luglio, e sarà ancora dedicata alle costituzioni di parte civile, l’udienza preliminare per il rogo di Torino costato la vita a 7 operai.Nella sessione di ieri, durata solo un’ora, hanno chiesto di costituirsi parte civile Fim, Fiom e Uilm, la Regione Piemonte, il Comune e la Provincia di Torino, il Codacons e un’ottantina di lavoratori dell’acciaieria. I familiari delle vittime, avendo accettato un risarcimento record di 13 milioni di euro, non potranno costituirsi parte civile. Alcuni di loro ieri mattina erano comunque presenti fuori dall’aula. Indossavano una maglietta bianca con sopra serigrafate le foto dei 7morti. «Volevo vedere se c’erano gli imputati per guardarli negli occhi», ha detto la madre di Roberto Scola. Manessuno dei sei imputati, tutti dirigenti della multinazionale, si è presentato all’udienza. Maretta all’ingresso di palazzo di giustizia quando è transitato il segretario Uilm Piemonte Maurizio Peverati. Si è preso del «buffone» e del «venduto» da un gruppo di iscritti Fiom. LaUilm si è datamolto da fare per convincere buona parte dei dipendenti a sottoscrivere un verbale «tombale» di conciliazione con la Thyssen. Dimettendosi, circa 150 lavoratori hanno riconosciuto di non aver più nulla da vantare in futuro nei confronti dell’azienda. Gli 80 che non hanno «conciliato» hanno chiesto di costituirsi parte civile. Sette di loro lavoravano sulla linea 5, erano in fabbrica la notte del rogo, secondo i periti sono vittime di «sindrome da stress post traumatico».Gli altri 73 sostengono d’aver subito un danno morale dal comportamento omissivo dell’azienda che, una volta decisa la chiusura, non ha più investito un euro per la sicurezza. Raffaele Guariniello, da ieri procuratore capo vicario, su un eventuale patteggiamento tira giù la saracinesca: «Penso non sia nelle cose». «Ci aspettiamo una sentenza esemplare, che faccia diritto», dichiara Giorgio Cremaschi, Fiom nazionale. Dall’udienza a porte chiuse filtra la disponibilità della Thyssen ad allargare ulteriormente i cordoni della borsa. «Non ci siamo costituiti parte civile per ottenere soldi e lo resteremo fino alla sentenza», dichiara Giorgio Airaudo (Fiom Torino). Notata l’assenza di Antonio Boccuzzi, l’unico sopravvissuto al rogo, eletto deputato Pd. Il suo volto bruciato era diventato l’icona della strage. Non ha ancora deciso se si costituirà parte civile. «Sto valutando con i miei legali, deciderò in settimana». CAROVITA/COMMERCIO ESTERO Draghi: «inflazione minaccia i risparmi» MORTI BIANCHE Un’altra vittima all’Ilva di Taranto. E due lavoratori precipitati
Terni, Chiavari e Taranto nella fabbrica "d'acciaio e cadaveri" Thyssen, nessun patteggiamento Altri tre morti. L'ennesimo all'Ilva
Da Liberazione del 2 luglio 2008
Nel giorno dell'apertura a Torino del processo ai dirigenti Thyssenkrup, con i parenti in tribunale con la faccia di ogni vittima della strage di dicembre scorso stampata sulla maglietta, sono morti altre tre lavoratori. Uccisi da insicurezza e appalti. Due sono "volati". Dal tetto di un castello dove stava riparando un impianto un 28enne di Terni, dalla tromba delle scale che stava pulendo una lavoratrice di 52 anni a Chiavari. Il terzo morto, invece, è stato colpito al capo dal gancio di una gru nella "fabbrica di acciaio e di cadaveri", l'Ilva di Taranto (40 "incidenti" mortali in 15 anni). Si chiamava Antonio Alagni, lascia moglie e figlio. Era dipendente di una ditta in appalto che da qualche mese lavorava all'Ilva. Da fonti vicine all'azienda pare che l'azienda fosse in regola coi documenti. Coi documenti. Ora ai sindacati non resta che protestare ancora (oggi si blocca tutto l'impianto) e costituirsi parte civile. Come a Torino. Dove il procuratore Guariniello ha escluso qualsiasi patteggiamento per l'azienda. Le responsabilità vanno chiarite. «E chi guida l'azienda è responsabile delle morti al suo interno fino all'ultima catena d'appalto», chiede la Fiom.