Source: http://www.tidona.com/pubblicazioni/dicembre04_2.htm
Timestamp: 2018-05-20 13:46:53+00:00
Document Index: 154807193

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 7', 'sentenza ', 'art. 1284', 'art. 1374', 'art. 1283', 'art. 1283', 'art. 1283', 'art. 1283', 'art. 1815', 'sentenza ', 'art. 1283', 'art. 1340', 'art. 1368', 'art. 1232', 'art. 1283', 'art. 2', 'art. 9', 'art. 1340', 'art. 1283', 'art. 1283', 'art. 4', 'sentenza ', 'art. 1340', 'art. 1', 'art. 1283', 'art. 1340', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 4', 'art. 117', 'art. 161', 'art. 25', 'art. 25', 'art. 1283', 'art. 136', 'art. 1283', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1284', 'art. 1988', 'art. 1284', 'art. 1832', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 1284']

Per quanto concerne la capitalizzazione degli interessi, considerata come uso negoziale e non normativo, sentenzia la Cass. 8442/02: "Dalla sentenza impugnata si ricava che l'art. 7 del contratto di conto corrente stabiliva che "gli interessi dovuti dal correntista all'azienda di credito, salvo patto diverso, si intendono determinati alle condizioni praticate usualmente dalle aziende di credito sulla piazza e producono a loro volta interessi nella stessa misura". La stessa sentenza ha dato atto che nel ricorso per decreto ingiuntivo sono stati indicati gli interessi "dovuti nella misura del 17% annuo”. Nel decreto ingiuntivo era stato ingiunto di pagare il capitale, "oltre gli interessi, nella misura pattuita e menzionata nel ricorso medesimo". I ricorrenti sostengono che avevano denunciato la nullità di entrambe le clausole alla luce della più recente giurisprudenza di questa Corte. Queste le pretese, cui la Corte replica come segue:
L'art. 1284 cod. civ. stabilisce che il saggio degli interessi del 5% può essere determinato annualmente in misura diversa secondo apposito decreto ministeriale.
Infatti, la clausola, contenuta in un contratto di conto corrente stipulato anteriormente all'entrata in vigore della nuova disciplina sull'usura e con la quale sono stati pattuiti interessi diventati superiori a quelli della soglia dell'usura, è priva di effetto quanto alla misura degli interessi anteriormente convenuta ed essi possono essere rinegoziati (Cass. 22 aprile 2000, n. 5286).
Prosegue la Corte sull'anatocismo trimestrale affermando che: "il problema da risolvere è quello della validità delle clausole contenute nei contratti di apertura di credito in conto corrente nei quali sia prevista la capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi del cliente.
L'interpretazione della validità incondizionata di queste clausole in quanto derivanti da usi normativi non è condivisibile.
Infatti, le clausole sulla capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi (anatocismo) hanno fonte nelle cosiddette norme bancarie uniformi, le quali non costituiscono uso normativo, ma uso negoziale e, quindi, non danno luogo al fenomeno dell'inserzione automatica del contratto ai sensi dell'art. 1374 cod. civ. (Cass. 17 novembre 2000, n. 14899; 22 aprile 2000, n. 5286; 11 novembre 1999, n. 12507; 30 marzo 1999, n. 3096; 16 marzo 1999, n. 2374).
Sull'applicazione dell'art. 1283 la Corte è precisa e lineare nel seguire il suo iter ragionandi quando afferma che "il ricorrente, deducendo l'erronea interpretazione dell'art. 1283 c.c., lamenta che sia stata ritenuta legittima l'applicazione dell'anatocismo, nella forma della capitalizzazione trimestrale degli interessi maturati a suo carico. Secondo il ricorrente, anche in presenza di usi contrari, gli interessi anatocistici non sarebbero "in ogni caso" dovuti per un periodo superiore ai sei mesi, perché l'art. 1283 c.c. è norma imperativa e non dispositiva. Comunque, la prassi bancaria della capitalizzazione trimestrale degli interessi anatocistici non sarebbe basata su un uso normativo, ma su un semplice uso negoziale, mancando nel cliente la convinzione di adempiere a un obbligo giuridico ed essendo invece diffusa la convinzione che si tratti di clausola vessatoria imposta dal cartello bancario.
Ha carattere logicamente preliminare il secondo profilo, in quanto se dovesse condividersi la tesi secondo cui l'uso bancario della capitalizzazione trimestrale degli interessi a carico del cliente ha natura negoziale e non normativa, rimarrebbe assorbita la questione relativa ai limiti temporali di operatività dell'anatocismo.
L'art. 1283 c.c., in conformità con una tradizione legislativa risalente alla codificazione napoleonica, supera l'antico divieto, di origine cristiano - giustinianea, e ammette l'anatocismo a determinate condizioni.
Le finalità della norma sono state identificate, da una parte, nella esigenza di prevenire il pericolo di fenomeni usurari, e, dall'altra, nell'intento di consentire al debitore di rendersi conto del rischio dei maggiori costi che comporta il protrarsi dell'inadempimento (onere della domanda giudiziale) e, comunque, di calcolare, al momento di sottoscrivere l'apposita convenzione, l'esatto ammontare del suo debito.
Richiedendo che l'apposita convenzione sia successiva alla scadenza degli interessi, il legislatore mira anche ad evitare che l'accettazione della clausola anatocistica possa essere utilizzata come condizione che il debitore deve necessariamente accettare per potere accedere al credito.
Finalità, va anche detto, che lungi dall'apparire anacronistiche, per quanto riguarda gli intenti antiusurari, sono di grandissima attualità, perché la lotta all'usura ha trovato in tempi recenti nuove motivazioni e nuovi impulsi e ha portato all'approvazione della legge 7 marzo 1996, n. 108, che ha radicalmente innovato la disciplina preesistente, rendendo più agevole l'applicazione delle sanzioni penali e civili (con la modifica del secondo comma dell'art. 1815 c.c.) anche con l'introduzione di un meccanismo semplificato di accertamento della natura usuraria degli interessi, consistente nel mero superamento obiettivo di un tasso - soglia determinato dal Ministro del tesoro per ogni trimestre.
Ora, pur rimanendo nei limiti del tasso - soglia, le conseguenze economiche sono diverse a secondo che sulla somma capitale si applichino gli interessi semplici o quelli composti. È stato, infatti, osservato che, una somma di denaro concessa a mutuo al tasso annuo del cinque per cento si raddoppia in venti anni, mentre con la capitalizzazione degli interessi la stessa somma si raddoppia in circa quattordici anni”.
La Corte fissa pertanto due principi interpretativi dell'articolo 1283, l'uno di carattere storico e l'altro attuariale, pur non evidenziando formalmente questo distinguo esso emerge dalle reali intenzioni sottese all'andamento stesso della delucidazione che ripercorre tappe univoche cercando di essere il più esplicita e concordante possibile. E' evidente che la Corte conosce il rischio di incertezza dubitativa che potrebbe originarsi qualora non fosse assolutamente esaustiva nel rendere le proprie conclusioni e difatti ella argomenta come segue nel proseguo: "Ora, con un orientamento giurisprudenziale che ha avuto inizio con la sentenza n. 6631 del 1981 (secondo la quale "nel campo delle relazioni tra istituti di credito e clienti, in tutte le operazioni di dare e avere, l'anatocismo trova generale applicazione, in quanto sia le banche sia i clienti chiedono e riconoscono - nel vario atteggiarsi dei singoli rapporti attivi e passivi che possono in concreto realizzarsi - come legittima la pretesa degli interessi da conteggiarsi alla scadenza non solo sull'originario importo della somma versata, ma sugli interessi da questo prodotti e ciò anche a prescindere dai requisiti richiesti dall'art. 1283 c.c."), questa Corte ha ripetutamente affermato l'esistenza di uso normativo che consente di derogare, nei rapporti tra banche e clienti, secondo la stessa volontà del legislatore, ai limiti posti all'applicazione dell'anatocismo (v. in senso conforme cass. n. 5409/83, 4920/87, 3804/88, 2644/89, 7571/92, 9227/95, 3296/97, che si limitano a richiamare i precedenti, senza aggiungere proprie argomentazioni).
Ritiene tuttavia la Corte che il tradizionale orientamento debba essere rivisto, anche alla luce delle obiezioni sollevate da una parte della dottrina e della giurisprudenza di merito, in quanto l'esistenza di un uso normativo idoneo a derogare ai limiti di ammissibilità dell'anatocismo previsti dalla legge appare più oggetto di una affermazione, basata su un incontrollabile dato di comune esperienza, che di una convincente dimostrazione”.
La Corte, consapevole dell’importanza che la propria interpretazione riveste, si dimostra, correttamente, esaustiva e ripercorre con semplicità, ma precisione l’iter ragionandi. La ricostruzione storica è alle porte: "Gli "usi contrari", ai quali il legislatore fa riferimento , sono i veri e propri usi normativi, di cui gli articoli 1, 4 e 8 delle disp. prel. al c.c che, secondo la consolidata nozione, consistono nella ripetizione generale, uniforme, costante, frequente e pubblica di un determinato comportamento (usus), accompagnato dalla convinzione che si tratti di comportamento (non dipendente da un mero arbitrio soggettivo ma) giuridicamente obbligatorio, e cioé conforme a una norma che già esiste o che si ritiene debba far parte dell'ordinamento (opinio juris ac necessitatis).
Agli usi normativi, che costituiscono fonte di diritto obbiettivo, come è noto, si contrappongono gli usi negoziali, disciplinati dall'art. 1340 c.c., consistenti nella semplice reiterazione di comportamenti ad opera delle parti di un rapporto contrattuale, indipendentemente non solo dall'elemento psicologico, ma anche dalla ricorrenza del requisito della generalità. L'efficacia di detti usi é limitata alla creazione di un precetto del regolamento contrattuale, che si inserisce nel contratto salvo diversa volontà delle parti. Ancora diversi, infine, sono gli usi interpretativi (art. 1368 c.c.), consistenti nelle pratiche generalmente seguite nel luogo in cui è concluso il contratto o ha sede l'impresa, che non hanno funzione di integrazione del regolamento contrattuale, ma costituiscono soltanto uno strumento di chiarimento e di interpretazione della volontà delle parti contraenti.
Consegue da quanto osservato che, in materia, non hanno, quindi, alcun rilievo, in quanto tali (indipendente cioé dalla loro eventuale efficacia probatoria di un preesistente uso normativo conforme, di cui si tratterà oltre), le cosiddette norme bancarie uniformi predisposte dall'associazione di categoria (Associazione bancaria italiana - A.B.I.), che non hanno natura normativa, ma solo pattizia, nel senso che si tratta di proposte di condizioni generali di contratto indirizzate dall'associazione alle banche associate (la cui validità, peraltro, in relazione alla disciplina comunitaria e interna della concorrenza, è stata di recente, per alcuni aspetti non secondari, messa in discussione dalle autorità amministrative di vigilanza). Come tali, quindi, le c.d. norme bancarie uniformi assumono rilevanza nel singolo rapporto contrattuale con il cliente in quanto siano richiamate nel contratto stesso, secondo la disciplina dettata dagli articoli 1341 e 1342 c.c..
L'indagine alla quale la Corte è chiamata non può, inoltre, essere limitata a rilevare se nei rapporti tra banca e cliente esista un generico uso favorevole all'applicazione dell'anatocismo, essendo evidente che la specifica e puntuale disciplina limitativa legale può essere sostituita, per volontà del legislatore, solo da una normativa consuetudinaria altrettanto specifica e puntuale e non da una generica prassi derogatoria, che, proprio a causa della sua genericità, non potrebbe mai costituire fonte di diritto obbiettivo.
D'altra parte, se l'unico contenuto di una regola consuetudinaria fosse quello di ammettere l'anatocismo nei rapporti tra banca e cliente, si tratterebbe di una regola inutile, in quanto puramente ripetitiva della norma di legge, che, si ripete, non contiene un divieto assoluto, ma, all'opposto, afferma l'ammissibilità dell'anatocismo, sia pure nei limiti della stessa norma indicati.
Lo specifico oggetto di indagine è, pertanto, come esattamente propone il ricorrente, l'esistenza o non di una consuetudine in base al quale nei rapporti tra banca e cliente, gli interessi a carico del cliente possano essere capitalizzati (e quindi possano produrre ulteriori interessi) ogni trimestre.
Ora, dall'orientamento giurisprudenziale richiamato, non emerge che questa Corte abbia in precedenza affermato l'esistenza di una norma consuetudinaria di questa precisa portata, essendosi limitata ad affermare, sulla base di un dato di comune esperienza, che l'anatocismo trova generale applicazione nel campo delle relazioni tra istituti di credito e clienti.
Anzi, la dottrina formatasi nel vigore della disciplina anteriore all'entrata in vigore del nuovo codice, anche sulla base della giurisprudenza dell'epoca, affermava che gli usi normativi in materia commerciale, fatti salvi dall'art. 1232 del c.c. del 1865, erano nel senso che i conti correnti venivano chiusi ad ogni semestre e che al momento della chiusura potevano essere capitalizzati gli interessi scaduti. Inoltre, anche tra i primi e più autorevoli commentatori dell'art. 1283 del codice vigente, si affermava che l'uso contrario richiamato da detta disposizione prevedeva che divenisse produttivo di interessi solo il saldo annuale o semestrale del conto corrente.
Non v'é alcun elemento, quindi, che autorizzi a ritenere esistente, prima del 1942, un uso normativo che autorizzava la capitalizzazione trimestrale degli interessi a carico del cliente di un istituto di credito.
È, comunque, decisivo un ulteriore rilievo, puntualmente messo in evidenza da una parte della dottrina. La capitalizzazione trimestrale degli interessi scaduti a debito del cliente è stata prevista in realtà per la prima volta dalle c.d. norme bancarie uniformi in materia di conto corrente di corrispondenza e servizi connessi predisposti dall'ABI con effetto dal 1° gennaio 1952. La clausola sei, dopo avere affermato che in via normale i rapporti di dare e avere sono regolati annualmente, portando in conto (e cioé capitalizzando) gli interessi al 31 dicembre di ogni anno, disponeva che i conti che risultino anche saltuariamente debitori dovevano essere regolati invece, in via normale. ogni trimestre e con la stessa cadenza gli interessi scaduti producevano ulteriori interessi, al tasso da determinarsi tenendo conto delle condizioni praticate usualmente dalle aziende di credito operanti sulla piazza.
Non è stata mai accertata, invece, dalla Commissione speciale permanente presso il Ministero dell'industria, ai sensi del d. Lg.vo del C.p.S., 27 gennaio 1947, n. 152 (modificato con la legge 13 marzo 1950, n. 115) l'esistenza di uso normativo generale contenuto corrispondente alla clausola di cui si è detto. Tale uso generale è stato oggetto di accertamento e pubblicazioni in raccolte di natura meramente privata.
Per quanto riguarda, inoltre, l'accertamento di usi locali da parte di alcune Camere di commercio provinciali, ai sensi del combinato disposto degli artt. 34, 39-40 del r.d. 20 settembre 1934, n. 2011 e dell'art. 2, del d. Lg.vo luogoten. 21 settembre 1944, n. 315, deve rilevarsi che si tratta di accertamenti avvenuti tutti in epoca successiva al 1952 e ciò esclude che, in concreto, possa essere attribuita alla indicata clausola delle c.d. norme bancarie uniformi in vigore dal 1952 una funzione probatoria di usi locali preesistenti. Peraltro, la presunzione derivante dall'inserimento nelle raccolte delle camere di commercio, di cui all'art. 9 delle disp. prel. al c.c. riguarda l'esistenza dell'uso e non anche la natura, normativa o negoziale. Anzi, in concreto, il rapporto temporale che è intercorso tra la predisposizione delle c.d. norme bancarie uniformi in tema di conti correnti di corrispondenza e le deliberazioni camerali con le quali sono stati accertati usi locali di contenuto corrispondente, può autorizzare la presunzione che l'accertamento dell'uso locale, sia conseguenza del rilievo di prassi negoziali conformi alle condizioni generali predisposte dall'ABI, prassi alle quali mai potrebbe riconoscersi efficacia di fonti di diritto obbiettivo, se non altro per l'evidente difetto dell'elemento soggettivo della consuetudine, potendo al massimo ritenersi che si possa trattare di clausole d'uso ai sensi dell'art. 1340 c.c.. A conferma della fondatezza di tale presunzione può ricordarsi che nella raccolta degli usi bancari curata dalla Camera di commercio di Firenze, edizione 1960, l'uso relativo alla capitalizzazione trimestrale degli interessi a carico del cliente è espressamente definito come uso negoziale.
Infine, non appare irrilevante anche quanto può desumersi dalla concreta esperienza giurisprudenziale e dalla dottrina più volte richiamata, circa l'elemento psicologico che si accompagna al generalizzato inserimento nei concreti regolamenti contrattuali di clausole (la cui validità, alla stregua dell'art. 1283 c.c. e in mancanza di un uso contrario, non potrebbe certo essere data per scontata) conformi alle condizioni generali predisposte dall'ABI, che prevedono la capitalizzazione trimestrale degli interessi a debito del cliente, mentre gli interessi a carico della banca sono capitalizzati annualmente. Dalla comune esperienza, infatti, emerge che l'inserimento di tali clausole è acconsentito da parte dei clienti non in quanto ritenute conformi a norme di diritto oggettivo già esistenti o che sarebbe auspicabile che fossero esistenti nell'ordinamento, ma in quanto comprese nei moduli predisposti dagli istituti di credito, in conformità con le direttive dell'associazione di categoria, insuscettibili di negoziazione individuale e la cui sottoscrizione costituisce al tempo stesso presupposto indefettibile per accedere ai servizi bancari.
Atteggiamento psicologico ben lontano da quella spontanea adesione a un precetto giuridico di cui, sostanzialmente, consiste l'opinio juris ac necessitatis, se non altro per l'evidente disparità di trattamento che la clausola stessa introduce tra interessi dovuti dalla banca e interessi dovuti dal cliente.
Su questo aspetto soggettivo, peraltro, l'orientamento di questa Corte non aveva fatto alcuna specifica considerazione, essendosi limitata ad osservare che sia le banche che i clienti chiedono e riconoscono come "legittima" la pretesa degli interessi anatocistici.
Ma tale osservazione non è rilevante, perché la legittimità della pretesa della corresponsione degli interessi anatocistici deriva direttamente dalla circostanza che il legislatore del '42 non ha ripetuto l'antico divieto ma, al contrario, ha ritenuto ammissibile l'anatocismo, sia pure nei limiti segnati dall'art. 1283 c.c.. Il punto da decidere era, invece, di vedere se tali limiti erano superabili, per l'esistenza di una norma di diritto obbiettivo consuetudinario di contenuto diverso, mentre su tale aspetto il citato orientamento non esprime alcuna valutazione.
Un ulteriore ragione di invalidità della clausola, quanto meno per i contratti bancari stipulati dopo l'entrata in vigore della legge, deriva inoltre dall'art. 4 della legge 17 febbraio 1992, n. 154 (trasfusa poi nel t.u. delle leggi in materia bancaria e creditizia di cui al d. Lg. 1° settembre 1993, n. 385), che vieta le clausole contrattuali di rinvio agli usi".
La sentenza sopra riportata si segnala, oltre che per la sua precisa ricostruzione dei fatti anche per alcuni passaggi che rileva siano messi in evidenza allo scopo di poter successivamente argomentare su di essi. La Corte ha difatti sopra precisato che:
1. L'anatocismo trova generale applicazione nel campo delle relazioni tra istituti di credito e clienti.
2. La capitalizzazione trimestrale degli interessi scaduti a debito del cliente è stata prevista in realtà per la prima volta dalle c.d. norme bancarie uniformi in materia di conto corrente di corrispondenza e servizi connessi predisposti dall'ABI con effetto dal 1° gennaio 1952
3. L'evidente disparità di trattamento che la clausola stessa introduce tra interessi dovuti dalla banca e interessi dovuti dal cliente.
Per quanto riguarda il ruolo delle N.B.U. è esplicita la Cass. 12507/99: “La clausola di un contratto bancario, che preveda la capitalizzazione trimestrale degli interessi dovuti dal cliente, deve reputarsi nulla, in quanto si basa su un uso negoziale (ex art. 1340 c.c.) e non su un uso normativo (ex art. 1 ed 8 delle preleggi al c.c.), come esige l'art. 1283 c.c., laddove prevede che l'anatocismo (salve le ipotesi della domanda giudiziale e della convenzione successiva alla scadenza degli interessi) non possa ammettersi, "in mancanza di usi contrari". L'inserimento della clausola nel contratto, in conformità alle cosiddette norme bancarie uniformi, predisposte dall'A.B.I., non esclude la suddetta nullità, poichè a tali norme deve riconoscersi soltanto il carattere di usi negoziali non quello di usi normativi.
La configurabilità di un uso normativo richiede due requisiti, l'uno - di natura oggettiva - consistente nella uniforme e costante ripetizione di un dato comportamento, l'altro - di natura soggettiva o psicologica - consistente nella consapevolezza di prestare osservanza, operando in un certo modo, ad una norma giuridica, di modo che venga a configurarsi una norma - sia pure di rango terziario, in quanto subordinata alla legge ed ai regolamenti - avente i caratteri della generalità e della astrattezza. L'esigenza del requisito soggettivo deve reputarsi imprescindibile, posto che altrimenti si ridurrebbe il fenomeno consuetudinario al rango della mera prassi. (Nell'affermare tale principio la S.C. ha escluso la natura di uso normativo delle norme bancarie uniformi emanate dall'A.B.I., qualificandole come usi negoziali ex art. 1340 c.c., perchè imposte al cliente in base ad una prassi, sia pure ineludibile in quanto richiesta dall'istituto bancario mediante clausole uniformi e predisposte)”.
L'art. 2, della stessa legge vieta, sancendone la nullità, "le intese tra imprese che abbiano per oggetto o per effetto di impedire, restringere o falsare in maniera consistente la concorrenza all'interno del mercato nazionale o in una sua parte rilevante", ricomprendendo espressamente tra tali intese quelle che detto risultato perseguano o determinino "attraverso attività consistenti nel ... fissare direttamente o indirettamente prezzi d'acquisto o di vendita" dei rispettivi prodotti o servizi.
Eventuali accordi interbancari, diretti a fissare i tassi d'interesse attivi e passivi, rientrano certamente tra le "intese" considerate dalla norma in esame. Non vi è quindi dubbio che se, come si assume, tali accordi sono dotati di efficacia vincolante sull'intero territorio nazionale, debbono essere ritenuti nulli, in applicazione del principio sancito dal citato art. 2. E che a non diverse conclusioni deve pervenirsi quando i tassi non siano predeterminati in modo assolutamente rigido (e sia quindi lasciata alle singole banche la possibilità di determinarne concretamente l'ammontare entro margini predeterminati), tenuto conto dell'estrema latitudine del dettato normativo, che annovera tra le intese vietate anche quelle che (solo) indirettamente sono dirette a fissare i prezzi di acquisto o di vendita.
Va in ogni caso considerato che, con riferimento alle obbligazioni sorte a partire dal 9 luglio 1992, detta clausola era da ritenersi inoperante anche per altra (e più assorbente) ragione. In tale data era infatti entrata in vigore la legge 17 febbraio 1992, n. 154, sulla trasparenza bancaria, il cui art. 4, dopo aver stabilito che i contratti "devono indicare il tasso d'interesse e ogni altro prezzo e condizione praticati, inclusi, per i contratti di credito, gli eventuali maggiori oneri in caso di mora" ha testualmente stabilito che le clausole di rinvio agli usi "sono nulle e si considerano non apposte". Tale contenuto normativo è stato poi recepito dall'art. 117, d.lgs. 1 settembre 1993, n. 385 (recante il nuovo testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia), il cui art. 161, sesto comma, ha abrogato la disposizione in esame.
Orbene è certo esatto che, in base ai principi che regolano la successione delle leggi nel tempo, il giudizio circa la conformità (o meno) di un atto alla legge non può che essere riferito al momento in cui è stato posto in essere e che, conseguentemente, il sopravvenire di nuove norme imperative, non può incidere sulla validità dei contratti già conclusi (Cass. 21 febbraio 1995, n. 1877; 27 ottobre 1995, n. 11196). Le nuove norme, pur non potendo determinare la nullità di contratti già conclusi, impediscono tuttavia che essi possano produrre per l'avvenire ulteriori effetti in contrasto con quanto da esse stabilito (C. Cost. 27 giugno 1997, n. 204). Invero, il principio di irretroattività non impedisce che la legge nuova si applichi ai rapporti che, pur avendo avuto origine sotto il vigore della legge abrogata, siano destinati a durare ulteriormente e ne modifichi l'assetto con effetto ex nunc, vale a dire dal momento della sua entrata in vigore (Cass. 15 gennaio 1996, n. 267; 28 gennaio 1998, n. 841; 21 novembre 2000, n. 15204)”.
Sul vizio di illegittimità Costituzionale: "il legislatore era intervenuto stabilendo:
- da un lato, che le nuove modalità e criteri per la capitalizzazione degli interessi sarebbero stati fissati con delibera del Comitato Interministeriale del Credito e del Risparmio, assicurando in ogni caso la stessa periodicità nel conteggio degli interessi creditori e debitori (art. 25, secondo comma, d.lgs. 342/99);
- dall'altro, che le clausole stipulate prima dell'entrata in vigore della nuova disciplina sarebbero state valide ed efficaci fino a tale data (art. 25, terzo comma, d.lgs. 342/99).
Quest'ultima disposizione è stata però dichiarata costituzionalmente illegittima dal Giudice delle leggi, il quale ha ritenuto che la norma fosse viziata da eccesso di delega (sent. 425/2000).
Orbene, non vi è motivo di discostarsi dall'orientamento seguito da questa Corte con le citate sentenze 2374/99 e 3096/99, in quanto, come si è già osservato, la capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi è fondata su un mero uso "negoziale", come tale inidoneo a fondare la legittimità di una disciplina diversa e più favorevole (per il debitore) di quella dettata dall'art. 1283 c.c. L'infondatezza del mezzo di gravame è quindi evidente, dal momento che la norma dichiarata costituzionalmente illegittima, quale che sia la natura del vizio accertato, cessa di avere efficacia (e non può quindi più essere applicata) dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione (art. 136, primo comma, Cost.). Il venir meno di tale disposizione, eliminando l'eccezionale salvezza della validità e degli effetti delle clausole già stipulate, lascia queste ultime, secondo i principi che regolano la successione delle leggi nel tempo, sotto il vigore delle norme anteriormente in vigore, alla stregua delle quali, per quanto si è detto, esse non possono che essere dichiarate nulle, perché stipulate in violazione dell'art. 1283 c.c".
Avendo quindi ricostruito, attraverso i termini della Corte di Cassazione l'interpretazione attuariale è necessario porre un particolare rilievo (ai fini delle successive deduzioni) su quanto segue:
Sulla sostituzione di diritto Cass. 280/97: “Risultano utilmente ricordate al riguardo la sentenza di questa Corte 15 gennaio 1962 n. 50 e 16 marzo 1987 n. 2690, le quali affermano con chiarezza che - poiché la scrittura concernente alla determinazione degli interessi superiori alla misura legale è costitutiva del relativo rapporto obbligatorio e non già dichiarativa dello stesso, deve ritenersi privo di rilevanza giuridica un riconoscimento che di esso il debitore faccia ex post.
L'interpretazione delle menzionate sentenze non è affatto contraddetta dalla sentenza 5 agosto 1991 n. 8561, secondo cui gli interessi superiori alla misura legale possono essere stabiliti, con la decorrenza dalla data in cui è sorta l'obbligazione principale, anche con convenzione successiva purché scritta ed anteriore alla data di scadenza del debito principale cui gli interessi ineriscono". Fondatamente, però, si oppone dal ricorrente che la corte di appello, ritenendo non valida per difetto della prescritta forma ad substantiam (v. sent. 13 febbraio 1968 n. 487) la convenzione sugli interessi ultralegali, avrebbe dovuto riconoscere gli interessi legali.
Come già ritenuto da questa Corte, tale convenzione, in difetto dell'atto scritto, è colpita da nullità solo per una parte (corrispondente alla differenza fra il tasso legale e quello convenuto), con riferimento alla quale l'ordinamento interviene, non per espungerla dal regolamento pattizio senza riconnettervi alcun effetto, bensì per sostituirla con una disciplina legale (v. sent.6 dicembre 1969 n. 3896).
Ciò si evince, del resto, dal chiaro disposto dell'art. 1284, ult. comma, c.c., per quale, se ecceda la misura legale, l'interesse convenzionale è dovuto nella sola misura legale, ove l'eccedenza non risulti da atto scritto, richiesto a pena di nullità.
Al riguardo questa Corte ha più volte affermato che la promessa di pagamento, al pari della ricognizione di debito, non costituisce autonoma fonte di obbligazione, ma ha soltanto effetto confermativo di un preesistente rapporto fondamentale, venendo ad operarsi, in forza dell'art. 1988 c.c. - nella cui previsione rientrano anche le dichiarazioni titolate - un'astrazione meramente processuale dalla causa, comportante l'inversione dell'onere della prova, ossia l'esonero del destinatario della promessa dall'onere di provare la causa o il rapporto fondamentale, restando a carico del promittente l'onere di provare l'inesistenza, l'invalidità o l'estinzione di detto rapporto, sia esso menzionato oppure no, nella promessa unilaterale di pagamento (v. sent. 9 settembre 1991 n. 9480; 8 maggio 1984 n. 2800; 5 gennaio 1966 n. 116; 14 giugno 1966 n. 1539)”.
Sulla vacuità del c.d. uso piazza, Cass. 13823/02: “È sufficiente, sul punto il richiamo ai precedenti giurisprudenziali di questa Corte, tra le tante, alle sentenze n. 6247 del 1998 e n. 5675 del 2001 secondo le quali "ai fini dell'assolvimento" (imposto dalla norma dell'art. 1284 c.c.)" dell'obbligo di determinazione del tasso convenzionale, il riferimento "per relationem" può considerarsi sufficiente soltanto se esistano vincolanti discipline del saggio, fissate su scala nazionale con accordi di cartello, e non già ove tali accordi contengano diverse tipologie di tassi o, addirittura, non costituiscano più un parametro centralizzato e vincolante", restando in ogni caso escluso la validità di un richiamo generico al tasso praticato su piazza.
La clausola pattizia è nulla in tali casi, a nulla rilevando la mancata contestazione degli estratti conto periodici, circostanza questa che se può valere ai fini di una presunzione di conformità al criterio adottato dalla banca del concreto ammontare degli interessi di volta in volta computato dalla banca (v. Cass. n. 4605 del 1996), non può invece valere a salvare la clausola pattizia dalla nullità suddetta, che può essere fatta valere dal correntista in ogni tempo, prescindendo dalle prescrizioni dell'art. 1832 c.c., atteso che è in gioco non già corretta tenuta del conto bensì la validità e l'efficacia, nel caso di specie, della clausola pattizia che costituisce la fonte del credito della banca relativo agli interessi ultralegali iscritti nel conto (Cass. 6548 del 2001). Nemmeno salva dalla nullità la clausola in questione la circostanza che i tassi applicati dalla Banca fossero stabiliti uniformemente su tutto il territorio nazionale: la circostanza è irrilevante a fronte delle ragioni che determinano la nullità della clausola relativa alla pattuizione di interessi legali in difetto della predeterminazione del tasso secondo criteri e discipline generali e generalmente vincolanti”.
Nella prima parte sono stati riportati punto per punto i tratti principali comuni alla richiesta risarcitoria che dal cliente è avanzata nei riguardi dell’istituto di credito. Nel proseguo si constatano gli effetti che il nuovo orientamento produce sulle precedenti pronunce, la cui applicazione è chiara nella sentenza Cass. 9465/00 nella quale la S.C. cassa una sentenza di merito che aveva invece applicato differenti quanto precedenti orientamenti, dal disposto si coglie appieno il dato delle ripercussioni che la nuova dottrina esprime: “La Corte di merito, con riferimento a quello che era il contenuto del secondo motivo di appello, ha affermato che, accertata la validità e l'efficacia del patto scritto che determinava la misura degli interessi con riferimento ai tassi medi praticati su piazza, riliquidati anno per anno secondo le indicazioni della banca d'Italia trasfuse nell'acquisito prospetto che la Corte dichiara di avere direttamente verificato, "tanto basta per ritenere soddisfatta, avuto riguardo al grado di univocità della fonte richiamata, l'esigenza riflettente la concreta determinabilità dell'indicato tasso convenzionale". E ha correttamente rilevato che, in considerazione della irretroattività dell'art. 4 della legge 17 febbraio 1992 n. 154, il quale ha dettato le norme regolatrici delle clausole contrattuali relative alla misura degli interessi bancari con la previsione della nullità di quelle difformi, "prima della entrata in vigore di detta disciplina è stato ritenuto lecito ed efficace dalla giurisprudenza il patto scritto tra banca e cliente che determinava la misura degli interessi con riferimento a quelli praticati su piazza".
Non è certamente applicabile, ratione temporis, alla fattispecie in esame il disposto del terzo comma dell'art. 4 della L. 17 febbraio 1992 n. 154 secondo cui "le clausole contrattuali di rinvio agli usi sono nulle e si considerano non apposte". Ma il contenuto della censura investe un altro problema: quello -che ovviamente si pone proprio se ed in quanto la clausola si sottragga in se stessa alla nullità comminata dalla citata disposizione- della corretta applicazione di principi giuridici che vengono in considerazione in sede di verifica della sussistenza o meno dei requisiti necessari per l'assolvimento dell'obbligo della forma scritta sancito per la validità della pattuizione di interessi ultralegali.
La giurisprudenza di legittimità, pur riconoscendo che tale elemento formale non postula necessariamente che il documento contrattuale contenga l'indicazione numerica del tasso convenuto ma può essere integrato anche per relationem, precisa peraltro che in questo caso occorre che le parti facciano riferimento, espresso in forma scritta, a criteri prestabiliti e ad elementi anche estrinseci al documento negoziale oggettivamente individuabili che consentano la concreta determinazione del tasso convenzionale: a tal fine, il rinvio, contenuto in un contratto bancario, alle condizioni praticate usualmente dalle aziende di credito su piazza, può essere considerato sufficiente ove esistano fonti vincolanti disciplinatrici del saggio in ambito nazionale (accordi di cartello), ma non anche quando in tali accordi siano contemplate diverse tipologie di tassi o, addirittura, essi non costituiscano più un parametro centralizzato e vincolante: in quest'ultimo caso il giudice del merito non può sottrarsi all'accertamento in concreto del grado di univocità della fonte richiamata al fine della verifica della idoneità di essa alla individuazione della previsione alla quale le parti abbiano potuto effettivamente riferirsi e, quindi a una oggettiva determinazione del tasso di interesse o quanto meno a una sicura determinabilità controllabile pur nell'ambito di una variabilità dei tassi nel tempo, tale da resistere a eventuali modificazioni unilaterali e discrezionali, da parte del la banca (v. in tal senso, Cass. 12 gennaio 2000 n. 2206, e i precedenti ivi menzionati).
In assenza di siffatto accertamento, l'affermazione da parte del giudice del merito della validità della convenzione si risolve in falsa applicazione dell'art. 1284 C.C. a una fattispecie non ricompresa nell'area di applicazione della norma. La suindicata esigenza non può ritenersi soddisfatta dalla riferita espressione della ratio decidendi della Corte territoriale nella quale, a ben guardare, l'asserita verifica con esito positivo del requisito della determinabilità a priori del saggio convenzionale degli interessi è solo apoditticamente affermata, e resta priva di motivazione, non potendosi di essa individuare la giustificazione razionale nella conoscenza a posteriori acquisita dal giudice e dal giudice ritenuta attendibile in considerazione del l'autorevolezza della fonte ufficiale compulsata. Il primo motivo in esame merita quindi accoglimento.
Coerente con quanto sopra la Corte rimanda il gravame al giudice di merito cui esplicita il principio al quale dovrà attenersi: "In tale nuovo esame il giudice di rinvio si atterrà al seguente principio di diritto: "la validità della determinazione convenzionale solo per relationem del saggio degli interessi ultralegali postula che le parti facciano riferimento, espresso in forma scritta, a criteri prestabiliti e ad elementi, anche estrinseci al documento negoziale purché oggettivamente individuabili, che consentano la concreta determinazione del tasso convenzionale: in particolare, il rinvio, contenuto in un contratto bancario, alle condizioni praticate usualmente dalle aziende di credito su piazza, può essere considerato sufficiente ove esistano fonti vincolanti disciplinatrici del saggio in ambito nazionale, ma non anche quando in tali accordi siano contemplate diverse tipologie di tassi o, addirittura, essi non costituiscano più un parametro centralizzato e vincolante: in quest'ultimo caso assume rilevanza in concreto il grado di univocità della fonte richiamata al fine della verifica della idoneità di essa alla individuazione della previsione alla quale le parti abbiano potuto effettivamente riferirsi e quindi a una oggettiva determinazione del tasso di interesse o quanto meno a una sicura determinabilità controllabile pur nell'ambito di una variabilità dei tassi nel tempo".