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Timestamp: 2017-06-24 01:58:04+00:00
Document Index: 54257148

Matched Legal Cases: ['art. 4', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 7', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art.34', 'sentenza ', 'art. 2043', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art.13', 'sentenza ']

N. 8223 Reg. Ric. Anno 2005
Alla pubblica udienza del 16 ottobre 2007, relatore il Consigliere Costantino Salvatore; Uditi l’avv. Gerbi per le appellanti, l’avv. Pessagno e l’avv. Odone, per il comune appellato.
La controversia trae origine dalla domanda presentata in data 28 marzo 1986 dalla società Residenza Le Piscine di Montesignano S.p.A. al comune di Genova per l’approvazione di un progetto di lottizzazione a scopo edificatorio (convertito in Piano Particolareggiato di iniziativa privata in seguito all'entrata in vigore della legge regionale 8 Luglio 1987, n. 24) per la realizzazione di insediamenti residenziali e commerciali in Località Sciorba di Montesignano (GE). L'intervento proposto con il descritto Piano Particolareggiato interessava un compendio immobiliare di mq. 125.235, dei quali: mq. 55.938 di proprietà della Soc. Residenza Le Piscine di Montesignano s.p.a.; mq. 61.252 di proprietà della Soc. Florida s.s.; mq. 8.045 appartenenti a soggetti terzi. Il progetto di lottizzazione, rielaborato come Piano Particolareggiato di iniziativa privata (e corredato di tutti i documenti tecnici richiesti dalla normativa regionale sopravvenuta), è stato valutato favorevolmente dalla Commissione edilizia in data 19 aprile 1989 e su di esso si sono espressi favorevolmente anche il Servizio provinciale del Genio civile e l'Ufficio regionale dei beni ambientali, i quali hanno rilasciato, rispettivamente, il parere di fattibilità sotto il profilo idraulico e il nulla osta ex art. 4 L.R. 24/1987.
Successivamente, la Giunta municipale, con deliberazione 13 marzo 1990 n. 1336, dopo aver approvato lo schema di convenzione attuativa ha proposto al Consiglio comunale di adottare il Piano Particolareggiato, in quanto conforme alla vigente disciplina urbanistica. Da quel momento, il procedimento di approvazione del piano si è arrestato e soltanto in data 11 novembre 1993, a seguito di atto di intimazione e diffida, il Comune di Genova ha invitato la Soc. Residenza Le Piscine di Montesignano s.p.a. a trasmettere documentazione integrativa al dichiarato fine di verificare, sotto il profilo geotecnico, la fattibilità delle opere progettate. Le Società istanti, sul presupposto della natura palesemente dilatoria di tale richiesta (formulata a quasi quattro anni dalla ricordata deliberazione della Giunta municipale) ed in considerazione del ritardo del Comune nell'assunzione di un qualsivoglia provvedimento in ordine all'istanza di approvazione del progetto, hanno proposto ricorso dinnanzi al TAR Liguria al fine di far accertare il silenzio rifiuto serbato dall' Amministrazione e di ottenere la declaratoria del dovere di immediata pronuncia sulla istanza di approvazione. Con sentenza 10 febbraio 1996, n. 27 il TAR adito ha accertato che "siffatta richiesta di ulteriore documentazione del Sub - commissario, così generica e indeterminata, per di più disposta circa... quattro anni dopo la citata deliberazione della Giunta Municipale, non può che essere considerata alla stregua di un atto interlocutorio di natura pretestuosa e dilatoria e, perciò, irrilevante ed inidoneo ad ovviare all'inerzia dell'Amministrazione in ordine al suo dovere di concludere il procedimento .... a maggior ragione se si considera che il progetto presentato sette anni prima dalla ricorrente era fin dall'origine corredato, come lo stesso Comune ha riconosciuto nell'atto deliberativo di Giunta da copiosi elaborati e relazioni di indagine geologica e geotecnica redatti da illustri cattedratici". Conseguentemente, il TAR ha annullato il silenzio – rifiuto serbato dal Comune sul progetto dichiarando l'obbligo dell' Amministrazione di pronunciarsi sull'istanza. Il Comune, non di meno, non ha ottemperato a quanto disposto nella citata sentenza (nel frattempo passata in giudicato) e non ha concluso il procedimento, omettendo di pronunciarsi sul progetto di lottizzazione. Sempre in fatto va precisato che nel dicembre 1995 - e più precisamente tra la data in cui il ricorso avverso il silenzio – rifiuto è stato trattenuto a sentenza ed il deposito della sentenza stessa - il Consiglio Comunale di Genova, con deliberazione n. 264 del 14 dicembre 1995, recante la cosiddetta "variante di salvaguardia", ha adottato la variante parziale al PRG 1980, per la limitazione quantitativa delle previsioni in zona di espansione residenziale, mediante la quale, tra l'altro, è mutata la disciplina urbanistica della vasta area oggetto della lottizzazione, da allora in poi destinata a "zona agricola (ZE), al fine di salvaguardarne le caratteristiche ambientali". La scelta di escludere l’edificabilità dell'area è stata poi confermata dalla variante generale al PRG 1980, adottata nel luglio 1997, con la quale l'area in oggetto è stata destinata in via prevalente a sottozona EM (agricola), in parte a sottozona EB (boschiva) ed in parte a zona RC (ricettiva). Detta previsione urbanistica è stata definitivamente confermata in sede di approvazione del PUC da parte della Regione Liguria con decreto presidenziale 10 marzo 2000 n. 44. Va precisato, a questo punto che né la variante di salvaguardia né la variante generale né l’approvazione regionale sono state mai impugnate da parte delle società appellanti.
Pertanto, le predette società, sul presupposto che gli atti illegittimi assunti dal Comune e l'illegittimo comportamento omissivo mantenuto del medesimo (accertato e dichiarato con la citata sentenza 10 febbraio 1996, n. 27) hanno arrecato grave pregiudizio alle loro ragioni, hanno proposto al TAR Liguria ricorso per il risarcimento dei danni ingiustamente subiti. In particolare, hanno chiesto al Tribunale adito di: 1. accertare e dichiarare l'illegittimità e l'illiceità degli atti e del complessivo comportamento omissivo e commissivo del Comune di Genova sia con riferimento all'istanza di approvazione del piano di lottizzazione/particolareggiato di iniziativa privata presentata in data 28 marzo 1986 - 13 gennaio 1988 vuoi prima della sentenza del Tar Liguria n. 27/1996 vuoi successivamente ad essa ed anche con riguardo alla adozione del nuovo P.R.G. di Genova deliberata il 16 luglio 1997; 2. accertare e dichiarare la responsabilità ed il derivante obbligo del Comune di Genova di risarcire i danni patiti e patiendi dalla Soc. Residenza Le Piscine di Montesignano s.p.a. e dalla Soc. Florida s.s. a causa di tali atti e del comportamento del Comune; 3. conseguentemente accertare e dichiarare l'obbligo del Comune di Genova di risarcire tutti tali danni (danno emergente e lucro cessante) alle Società ricorrenti;
4. accertare, quantificare e liquidare i danni predetti e condannare il Comune di Genova a versare alle ricorrenti il relativo ammontare, maggiorato di rivalutazione monetaria e di interessi sulle somme rivalutate alla data di insorgenza dei ridetti danni sino al dì del completo soddisfo, occorrendo con fissazione del termine per siffatta corresponsione; 5. in subordine (alternativamente a quanto sub 4), determinare i criteri di quantificazione del risarcimento, con integrazione di rivalutazione monetaria ed interessi sulle somme rivalutate dalla data di insorgenza dei danni di cui sopra sino al dì del completo soddisfo, nonché stabilire il termine - ex art. 7 L 205/2000 - entro il quale il Comune di Genova debba, nel rispetto dei prefiggendi criteri, presentare alle ricorrenti una proposta di pagamento. Il Comune di Genova si è costituito in giudizio, eccependo in via pregiudiziale il difetto di giurisdizione del Tribunale adito e la prescrizione del diritto vantato, e deducendo, nel merito, l’infondatezza del ricorso. Il TAR, disattese le eccezioni pregiudiziali, nel merito, pur avendo escluso che il consiglio comunale fosse assolutamente vincolato ad approvare il progetto di lottizzazione, ha osservato che l’affidamento ingeneratosi nelle ricorrenti aveva raggiunto un notevole grado di espansione, in quanto il progetto di lottizzazione, come riconosciuto dalla sentenza n. 27/96, aveva superato nella sostanza tutti i passaggi tecnici ed aveva ottenuto il consenso anche della Giunta municipale.
Il Comune premette al riguardo, che la sentenza n.27/1996, sulla quale si fonda la pretesa delle società appellanti, "accertata l'inerzia dell'amministrazione", ha annullato "l'impugnato silenzio -rifiuto", e ha dichiarato l"'obbligo dell'amministrazione medesima di provvedere secondo le regole procedimentali dettate dagli artt. 2 e seguenti della legge 241/1990". La declaratoria di illegittimità su cui si fonda l'azione ex adverso proposta ha avuto ad oggetto, in altre parole, l'inerzia della p.a. e certo non anche il mancato rilascio del provvedimento favorevole richiesto nel lontano 1986. Tuttavia, ad avviso del comune, dall’esame del ricorso di primo grado e delle relative conclusioni (pag.16 e ss.) emerge che lo stesso non introduce una semplice azione risarcitoria conseguente alla declaratoria di illegittimità già ottenuta con la sentenza ripetutamente citata; al contrario, il nuovo ricorso muove da detta declaratoria per ottenere una declaratoria d'illegittimità ulteriore, su cui fondare una diversa e più ampia azione risarcitoria. Nelle conclusioni si chiede, infatti, al Collegio di "accertare e dichiarare l’illegittimità e l’illiceità del comportamento omissivo del Comune ... sia con riferimento all'istanza di approvazione del piano .... vuoi prima della sentenza ... vuoi successivamente ad essa ... ". Su questa domanda e sulle domande ad essa consequenziali il giudice amministrativo sarebbe, sempre secondo il comune, privo di giurisdizione sia in senso assoluto sia in senso relativo. Sotto il primo profilo, il difetto di giurisdizione sarebbe la logica conseguenza del principio generale, ribadito dall'Adunanza Plenaria n.1 del 2002, che "assegna la cura dell'interesse pubblico all'amministrazione ed al giudice amministrativo il solo controllo sulla legittimità dell'esercizio della potestà": in base a tale principio, l'approvazione di uno strumento urbanistico di attuazione non può certo avvenire o dirsi avvenuta in esito ad un processo amministrativo nè può ritenersi frutto di un giudizio prognostico esperibile dal giudice in considerazione delle probabilità dell'evolversi del procedimento in sede amministrativa. Da qui il difetto assoluto di giurisdizione dell'autorità giudiziaria a provvedere in merito all'approvazione del progetto di lottizzazione, trattandosi di potere che spetta ad organo amministrativo. Sotto il secondo aspetto, il difetto di giurisdizione sarebbe predicabile alla luce della recente e nota sentenza della Corte Costituzionale n.204/2004, che ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art.34, comma 1 del decreto legislativo n.80/1998, nella parte in cui ha previsto che fossero devolute alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo le controversie aventi per oggetto i comportamenti delle pubbliche amministrazioni e dei soggetti alle stesse equiparati, in materia urbanistica ed edilizia. A sostegno del proprio assunto, il comune invoca un precedente delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione (sent. 18 ottobre 2005, n. 20117), secondo cui "A seguito della [richiamata] sentenza della Corte Costituzionale ... , la giurisdizione esclusiva del G.A. non è estensibile alle controversie nelle quali la P.A. non esercita - nemmeno mediatamente e cioè avvalendosi della facoltà di adottare strumenti intrinsecamente privatistici - alcun potere pubblico." Di conseguenza, dovrebbe riconoscersi la giurisdizione del giudice ordinario per tutte le controversie, come quella in esame, in cui si denunzino comportamenti configurati come illeciti ex art. 2043 c.c. per non avere, appunto, la pubblica amministrazione osservato condotte che si assumono doverose a fronte di una posizione del privato prospettata in termini di diritto soggettivo. Nel caso di specie, infatti - a fronte di un mero comportamento della p.a., di un'attività materiale disancorata e non sorretta da alcun provvedimento formale, sia pure posta in essere in ambito urbanistico - si lamenta la sofferenza di un "danno ingiusto" incidente sul " ... diritto di proprietà, di cui lo ius aedificandi costituisce, come è noto, facoltà inscindibile". Ad avviso del comune - al contrario di quanto ex adverso sostenuto - lo ius aedificandi consiste in realtà in una facoltà riconosciuta dalla p.a. al privato proprietario in esito al c.d. effetto conformativo del diritto di proprietà scaturente in sede pianificatoria, sicchè l'avversa ricostruzione di detta posizione quale diritto soggettivo deve essere sicuramente contestata. E tuttavia si sostiene dal Comune che - così prospettata - la questione esuli dalla giurisdizione del giudice adito per appartenere a quella del giudice ordinario, proprio in quanto riferita come inerente ad un diritto soggettivo, il quale deve ritenersi tutelabile dinanzi all'autorità giudiziaria ordinaria in mancanza di deroghe ai comuni canoni sul riparto della giurisdizione. In conclusione, secondo la tesi dell’amministrazione locale, da un lato, il comportamento omissivo che si censura con il ricorso non è sindacabile davanti all'autorità giudiziaria sotto il profilo sostanziale del merito e/o del contenuto dell'emanando provvedimento e, d'altro lato, trattandosi appunto di un comportamento, la sindacabilità dello stesso, limitatamente al profilo formale, deve dirsi oggi riservata al Giudice ordinario. 1.1. Il motivo è infondato sotto entrambi i profili prospettati, come correttamente deciso dal primo giudice.
Con riferimento al difetto di giurisdizione in senso assoluto, va rilevato che il ricorso di primo grado era volto ad ottenere dal TAR un giudizio non sul merito dell'azione amministrativa ma sulla legittimità (o meno) della condotta del Comune, il quale, secondo i ricorrenti, non era stato capace, nell'arco di tempo di undici anni, di assumere un provvedimento che concludesse il procedimento. In proposito, come emerge dalla stessa sentenza del TAR, "l'inerzia del Comune è stata già ritenuta illegittima con la citata sentenza n. 27/96” e il ricorso in primo grado era finalizzato ad ottenere la declaratoria di responsabilità e, conseguentemente, la condanna dell'Amministrazione intimata a risarcire i danni derivanti dal suo comportamento inerte, contrario ai principi di legalità, imparzialità e correttezza dell'azione amministrativa. L'azione risarcitoria proposta dalle Società ricorrenti, pertanto, non implicava (né implica) alcuna pronuncia dell'Autorità giudiziaria suscettibile di interferire nella sfera di discrezionalità dell'Amministrazione. 1.2. A conclusioni negative deve pervenirsi anche in ordine all’asserito difetto di giurisdizione in senso relativo.
A non diverse conclusioni sembra doversi pervenire anche qualora il danno sia configurato come mero danno da ritardo, correlato a quella specie di interessi aventi natura strumentale o meglio procedimentale. Anche in tale prospettiva, infatti, sembra sussistere la giurisdizione del giudice amministrativo sia che si valorizzi la natura della posizione giuridica fatta valere, per l’appunto l’interesse legittimo al corretto svolgimento e al rispetto dei tempi del procedimento, sia che si rimarchi l’inerenza della condotta di cui si assume l’illiceità – violazione dei termini del procedimento e, più in generale, del dovere di correttezza - all’esercizio di un potere di tipo autoritativo da parte dell’amministrazione. Soprattutto, ancora una volta, la logica della concentrazione della tutela innanzi al medesimo giudice – che costituisce attuazione del disposto costituzionale di cui agli articoli 24 e 111 - non consente di ritagliare, nell’ambito della medesima vicenda sostanziale, spicchi di tutela in relazione ad azioni proponibili dinanzi a giudici diversi, costringendo il cittadino non solo a promuovere distinti giudizi ma a frazionare le proprie istanze di tutela, che possono presentare margini di alternatività, dinanzi a diversi giudici. Con la conseguenza che lo stesso concetto di consequenzialità – come rilevato in dottrina - deve essere riguardato non tanto in relazione alla pronuncia giurisdizionale di annullamento, ma piuttosto come concetto interno alla giurisdizione, nel senso che la lesione di cui si chiede il ristoro può essere conseguenza, oltre che di un provvedimento, di una condotta strettamente inerente all’esercizio di un potere di natura autoritativa. Il richiamato orientamento è stato condiviso dall’Adunanza plenaria di questo Consiglio di Stato (decisione15 settembre 2005 n. 7) ed ha avuto l’avallo della Corte di Cassazione, che, con le note ordinanze n. 13659 e n. 13660 del giugno 2006, nell’affermare la giurisdizione del giudice amministrativo sui danni da provvedimento, ha sottolineato, in conformità con l’Adunanza plenaria, che appaiono riconducibili alla giurisdizione del giudice amministrativo i casi in cui la lesione di una situazione soggettiva dell'interessato è postulata come conseguenza d'un comportamento inerte, si tratti di ritardo nell'emissione di un provvedimento risultato favorevole o di silenzio.
Come si avuto modo di evidenziare in punto di fatto, il TAR, pur avendo riconosciuto che l’affidamento ingeneratosi nelle ricorrenti aveva raggiunto un notevole grado di espansione, in quanto il progetto di lottizzazione aveva superato nella sostanza tutti i passaggi tecnici ed aveva ottenuto anche l’approvazione da parte della Giunta municipale, ha tuttavia escluso che il Consiglio comunale fosse vincolato all’approvazione del progetto, residuando in capo all’organo consiliare un margine di apprezzamento discrezionale in sede di esame del progetto di lottizzazione. Questo margine di apprezzamento discrezionale del Consiglio non consentiva di affermare l’obbligo del Comune di risarcire il danno asseritamente derivante dal minor valore del terreno divenuto agricolo grazie all’inerzia del Comune rispetto a quello che avrebbe avuto con la realizzazione del progetto. Viceversa, l’indicato affidamento è stato ritenuto idoneo a fondare la richiesta di risarcimento del danno connesso ai costi sopportati per gli studi, le indagini tecniche, assistenze e consulenze, spese generali per l’apprestamento dei mezzi necessari o utili per avviare la realizzazione di un progetto, atteso che, ad avviso del TAR, l’approvazione del progetto di lottizzazione, alla stregua di un esame oggettivo della situazione, non poteva che essere prossima.
2.1. Con l'appello principale la sentenza è stata criticata per non aver riconosciuto il diritto delle Società ad ottenere, oltre al pagamento delle spese progettuali, anche il ristoro dei pregiudizi patrimoniali consistenti nel decremento del valore dei terreni e nel mancato utile che le medesime avrebbero potuto ritrarre dall'approvazione del Piano di lottizzazione. Le appellanti premettono che, con riguardo ai costi di progettazione e connessi, il cui diritto al risarcimento è stato riconosciuto nella sentenza impugnata (ancorché la relativa azione risarcitoria sia stata respinta in quanto ritenuta dai Giudici "priva di fondamento probatorio"), si sono determinate a chiedere in via stragiudiziale all'Amministrazione civica il rimborso delle spese (per studi, indagini tecniche, consulenze, etc.) a suo tempo sostenute per l'elaborazione della proposta di S.U.A., riservandosi comunque il diritto di ricorrere nuovamente all'Autorità giudiziaria per l'ipotesi di perdurante inadempimento del Comune di Genova all'obbligazione risarcitoria. In relazione, invece, alle altre componenti di danno dedotte nel giudizio di primo grado (riduzione del valore economico delle aree di interesse e mancato utile), le medesime società censurano l'impugnata sentenza per erroneità e contraddittorietà e ne chiedono la riforma, con conseguente riconoscimento del loro diritto al risarcimento del danno.
A contrastare tale conclusione non varrebbe, in senso contrario, affermare che l'istruttoria del procedimento non si era conclusa perché le Società non avevano presentato la documentazione integrativa chiesta dal Comune né sostenere che la facoltà di agire per il risarcimento dei danni fosse ormai preclusa per mancata impugnazione della disciplina urbanistica sopravvenuta che ha azzerato le potenzialità edificatorie dei terreni di proprietà. Quanto al primo rilievo, si ricorda dalle appellanti che il TAR, con la sentenza n. 27/1996, ha statuito che "siffatta richiesta di ulteriore documentazione, così generica ed indeterminata, per di più disposta circa quattro anni dopo la citata deliberazione della Giunta Municipale, non può che essere considerata alla stregua di un atto interlocutorio di natura pretestuosa e dilatoria e, perciò, irrilevante ed inidoneo ad ovviare all'inerzia dell'Amministrazione in ordine al suo dovere di concludere il procedimento". A confutazione del secondo rilievo, le società sottolineano da un lato, che nel caso di comportamento inerte della P.A. la giurisprudenza (TAR Puglia – Sezione di Lecce, Sezione III, 11 ottobre 2004, n. 7166) ha ammesso l'esperibilità dell'azione risarcitoria cosiddetta "pura" (ovvero non collegata alla principale azione impugnatoria) atteso che l'elemento causativo del danno è da rinvenirsi non in un provvedimento annullato dal Giudice ma in una condotta omissiva dell'Amministrazione, e, dall’altro lato, che la disciplina urbanistica sopravvenuta sia comunque stata dichiarata illegittima e conseguentemente annullata, ovviamente con effetto retroattivo, in sede giurisdizionale.
Pertanto, contrariamente a quanto sostenuto dal comune nel suo appello incidentale, le Società non sarebbero titolari di una mera aspettativa all'assunzione di un provvedimento favorevole. Al contrario, lo stato avanzato del procedimento e, più ancora, la sua univoca direzione nel senso della conformità del progetto ad ogni norma applicabile e ad ogni interesse pubblico rilevante, oltre alla esistenza di una declaratoria giudiziale dell'obbligo a provvedere avrebbero attribuito alle proponenti l'intervento una posizione giuridica di oggettivo affidamento circa l'approvazione del piano di lottizzazione e circa il buon esito dell'operazione edilizia (il che implica l'obbligo per l'Amministrazione di risarcire i danni derivanti dalla lesione di tale affidamento). Con riferimento alla componente di danno (qualificabile come lucro cessante) consistente nella mancata percezione degli utili che sarebbero derivati dalla realizzazione dell’insediamento residenziale e commerciale oggetto del piano, le società rilevano che su questo punto i primi giudici non hanno adottato alcuna statuizione, dovendo escludersi che la reiezione della domanda risarcitoria riguardante la componente del lucro cessante sia implicita nella mancata condanna dell’amministrazione a rifondere le altre componenti del danno.
Pur ammettendo che lo schema di piano si presentava completo sotto il profilo dell’elaborazione tecnica e che sul medesimo si erano favorevolmente espressi i diversi uffici interessati, l’amministrazione locale assume che, comunque, il procedimento di approvazione risultava ancora allo stato in piena istruttoria, dovendosi ancora dare corso a tutta la fase propriamente discrezionale affidata al Consiglio Comunale, nonchè alle fasi di partecipazione (con facoltà di presentazione di osservazioni ed opposizioni da parte dei proprietari di immobili compresi nel progetto), di pubblicità e di controllo. In altre parole, nel procedimento di approvazione di uno strumento urbanistico attuativo - sia pure di iniziativa privata - la civica amministrazione conserva un rilevante spazio di discrezionalità che appare del tutto evidente ove si consideri il contenuto tipico di detto piano, secondo quanto prevede l’art.13 della legge urbanistica statale n. 1150 del 1942, e, per quel che riguarda la Regione Liguria, il combinato disposto degli artt. 8, 16 e 18 della legge regionale 8 luglio 1987, n. 24, applicabile ratione temporis al caso di specie.
Se, poi, si considera che, come evidenziato nelle premesse della proposta della Giunta comunale 13 marzo 1990, n. 1366, l'approvazione del piano di lottizzazione postulava l'approvazione di una variante connessa al piano regolatore e che in ogni caso il progetto era nella sostanza carente sotto il profilo delle indagini e delle verifiche effettuate sotto il profilo idrogeologico e geotecnica, appare evidente, sempre secondo l’appellante incidentale come, diversamente da quanto affermato dal primo giudice, le società non avevano maturato nessun oggettivo affidamento, potendo vantare solo la mera aspettativa di un provvedimento favorevole, peraltro non coltivata allorché la sopravvenuta disciplina urbanistica dell'area ne aveva ripetutamente eroso l'originaria attitudine edificatoria. Ad avviso del comune, dunque, il capo della sentenza, nella parte in cui riconosce “l’esistenza in capo alle ricorrenti almeno di un danno emergente”, individuato nei “costi sopportati per l’apprestamento dei mezzi necessari o utili per avviare la realizzazione di un progetto la cui approvazione non poteva che essere prossima ad un esame oggettivo” (anche se poi la relativa domanda è stata respinta per mancanza di prova), oltre ad essere errata, si pone in netto contrasto con l'univoca elaborazione giurisprudenziale, la quale non solo ritiene che "per gli interessi pretensivi il risarcimento presuppone un giudizio prognostico sulla fondatezza o meno dell'istanza, in funzione dell'esigenza di accertare se il pretendente fosse titolare non già di una mera aspettativa, come tale non tutelabile, ma di una situazione soggettiva di oggettivo affidamento circa la sua favorevole conclusione" (Cass. Civ., Sez. III, 11 febbraio 2005, n.2705), ma afferma, altresì, che "Il diritto al risarcimento del danno in materia di interessi pretensivi non può riconoscersi nell'ipotesi in cui .. residui un margine di apprezzamento discrezionale tale da configurare come mera evenienza l'emanazione del provvedimento ampliativo" (TAR Puglia Bari, sez. II, 17 gennaio 2000, n. 169). Nel caso di specie, il c.d. "giudizio prognostico" non era esperibile, a fronte della discrezionalità riservata sul punto alla civica amministrazione, come peraltro riconosciuto in principio dagli stessi giudici di primo grado. 3. In via prioritaria, occorre precisare che il comune di Genova, ancorché formalmente non soccombente, è legittimato a proporre appello avverso la sentenza in esame.
In tale prospettiva, sarebbe enucleabile dal novero degli interessi pretensivi, e piuttosto accanto a essi, un ambito di interessi procedimentali, la cui violazione integrerebbe un titolo di responsabilità idoneo a fondare un danno risarcibile diverso e autonomo rispetto alla lesione del bene della vita. A tale categoria di interessi procedimentali sarebbe ascrivibile il danno da ritardo, sicché il privato avrebbe titolo ad agire per il risarcimento del danno subìto in conseguenza della mancata emanazione del provvedimento richiesto nei tempi previsti; e indipendentemente dalla successiva emanazione e dal contenuto di tale provvedimento. Secondo un altro orientamento - che è allo stato prevalente nella giurisprudenza amministrativa - il danno da ritardo è risarcibile solo se il privato abbia titolo al rilascio del provvedimento finale, se cioè gli spetti il « bene della vita» (Ad. Pl. 15 settembre 2005, n. 7). Nell’ambito di tale indirizzo giurisprudenziale vi è poi chi ritiene che il titolo andrebbe accertato azionando il procedimento del silenzio e sindacando il successivo diniego espresso, e chi, invece, è dell’avviso che il giudice, adito in sede risarcitoria, dovrebbe effettuare un giudizio prognostico sulla spettanza del titolo, ai soli fini del risarcimento.
In queste ipotesi il giudice non può né eludere la domanda, nè tanto meno accoglierla a prescindere dalla formulazione di un giudizio, laddove possibile, sulla certa o statisticamente probabile spettanza del bene dell’utilità finale. Questo giudizio prognostico si presenta particolarmente delicato, specie quando vi sia necessità di distinguere a seconda della tipologia dell’attività amministrativa dal cui concreto esercizio dipende il conseguimento del bene della vita: il giudizio prognostico, difatti, pone problemi diversi e si atteggia in modo differenziato a seconda che il soddisfacimento della pretesa sia correlato ad attività vincolata, tecnico-discrezionale o discrezionale pura.
3.3. E’ in applicazione di questi principi, ribaditi anche di recente (Sez. VI, 31 gennaio 2006, n. 321) e dai quali la Sezione non ravvisa motivi per discostarsi, che va risolto il caso di specie nel quale le società appellanti chiedono il ristoro del danno inteso nella sua pienezza. Come agevolmente desumibile anche dalla entità del danno asseritamente patito, le appellanti si ritengono lese per il deprezzamento di valore subito dalle aree di loro proprietà nonché per il mancato utile che le medesime avrebbero conseguito per effetto dell’operazione immobiliare connessa alla realizzazione del piano di lottizzazione.
Le vicende anche anteriori al presente giudizio costituiscono ragione idonea per la compensazione tra le parti delle spese di giudizio. P.Q.M.