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Timestamp: 2019-07-20 21:57:35+00:00
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Home Corte di Cassazione Cassazione civile 2019 Esecuzione forzata per la riscossione di entrate di natura tributaria
Corte di Cassazione, sezione sesta (terza) civile, Ordinanza 7 maggio 2019, n. 118900.
Ordinanza 7 maggio 2019, n. 118900
In materia di esecuzione forzata per la riscossione di entrate di natura tributaria, le opposizioni c.d. “recuperatorie”, con le quali l’opponente intenda contestare il diritto dell’ente impositore o dell’agente di riscossione di agire “in executivis”, per ragioni riferibili agli atti prodromici dei quali deduce di non essere venuto a conoscenza per omessa o invalida notificazione, devono proporsi mediante ricorso al giudice tributario, ai sensi degli artt. 2 e 19 del d. lgs. n. 546 del 1992.
sul ricorso iscritto al n. 14829-2016 R.G. proposto da:
(OMISSIS), domiciliato ex articolo 366 c.p.c., comma 2, in Roma, piazza Cavour presso la Cancelleria della Corte di Cassazione, rappresentato e difeso dall’avvocato (OMISSIS);
avverso l’ordinanza n. 2795/2015 della Corte d’appello di Napoli, depositata il 18/06/2015;
letta la proposta formulata dal Consigliere relatore ai sensi degli articoli 376 e 380-bis c.p.c.;
letti il ricorso e le memorie difensive;
udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non partecipata dell’8 novembre 2018 dal Consigliere Dott. Cosimo D’Arrigo.
(OMISSIS) propose opposizione avverso l’esecuzione immobiliare intrapresa ai suoi danni dall’agente di riscossione (OMISSIS) s.p.a., oggi (OMISSIS) s.p.a., eccependo l’irregolarita’ delle notificazioni delle cartelle, l’avvenuta prescrizione del diritto, la non debenza di alcune somme richieste e l’irregolarita’ dell’intera procedura esecutiva.
Il Giudice dell’Esecuzione del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, disattesa l’istanza di sospensione della vendita, assegno’ all’opponente un termine perentorio per riassumere il giudizio di merito innanzi allo stesso giudice per i crediti di natura tributaria, davanti alla Sezione lavoro del medesimo Tribunale per i debiti verso gli enti previdenziali ed innanzi al giudice di pace per quelli relativi alle contravvenzioni al codice della strada.
Riassunto il giudizio innanzi al Tribunale, questi dichiaro’ inammissibile l’opposizione e infondata la domanda di risarcimento del danno, condannando l’opponente alle spese di lite.
Il (OMISSIS) appello’ tale decisione e, nel contraddittorio con l’agente di riscossione, la Corte d’appello di Napoli respinse il gravame, condannando l’appellante alle ulteriori spese di lite.
Avverso tale decisione il (OMISSIS) ha proposto ricorso per cassazione articolato in cinque motivi. L’intimata non ha svolto attivita’ difensiva. Il consigliere relatore, ritenuta la sussistenza dei presupposti di cui all’articolo 380-bis c.p.c., (come modificato dal comma 1, lettera e), del Decreto Legge 31 agosto 2016, n. 168, articolo 1-bis, conv. con modif. dalla L. 25 ottobre 2016, n. 197), ha formulato proposta di trattazione del ricorso in camera di consiglio non partecipata.
Il (OMISSIS) ha depositato memorie difensive.
1. Con il primo motivo si deduce la violazione dell’articolo 616 c.p.c..
La censura concerne il capo della sentenza d’appello che ha ritenuto inammissibile l’impugnazione proposta relativamente ai motivi di opposizione che il giudice di primo grado aveva espressamente qualificato come agli atti esecutivi ex articolo 617 c.p.c.; cio’ in base al principio dell’apparenza, secondo cui, quando il giudice di merito procede alla qualificazione della domanda, l’impugnazione deve essere proposta mediante lo strumento proprio della domanda cosi’ come qualificata nel provvedimento impugnato, anche ove tale qualificazione non sia condivisa dall’impugnante.
A parere del ricorrente, nel fare applicazione di tale principio la Corte d’appello avrebbe omesso di considerare che parte dell’opposizione era stata proposta, invece, ai sensi dell’articolo 615 c.p.c., e percio’, quantomeno con riferimento a tali doglianze, lo strumento impugnatorio corretto era quello dell’appello, anziche’ del ricorso straordinario per cassazione.
Infatti, la Corte d’appello – diversamente da come opina il ricorrente – si e’ fatta carico di operare tale distinzione, dichiarando inammissibile l’impugnazione limitatamente ai motivi di opposizione agli atti esecutivi ed esaminando nel merito le doglianze qualificabili ex articolo 615 c.p.c..
Al contempo, il (OMISSIS) ha omesso di indicare, con il dovuto tasso di specificita’ richiesto dall’articolo 366 c.p.c., comma 1, n. 6, quali fossero i motivi posti a fondamento dell’originaria opposizione e quali fra questi siano stati qualificati dal giudice di primo grado come ascrivibili all’ipotesi prevista dall’articolo 617 c.p.c.. A causa di tale omissione, questa Corte non e’ stata posta nelle condizioni di verificare la correttezza e l’esaustivita’ della distinzione attuata dalla Corte d’appello).
2.1 Con il secondo motivo si deduce la falsa applicazione del Decreto del Presidente della Repubblica n. 602 del 1973, articolo 57, del Decreto Legislativo n. 46 del 1999, e del Decreto Legislativo n. 546 del 1992, articolo 2. La censura si rivolge contro la sentenza impugnata nella parte in cui ha ritenuto “inammissibile nelle forme dell’opposizione all’esecuzione” l’eccezione di prescrizione del credito tributario, in quanto la relativa questione, concernente la pretesa tributaria siccome espressa nelle cartelle di pagamento, doveva farsi valere davanti alla giurisdizione tributaria. Sostiene, invece, il ricorrente che la giurisdizione tributaria si arresta innanzi alla materia delle opposizioni all’esecuzione e agli atti esecutivi, riservata al giudice ordinario.
Con il quarto motivo si prospetta la violazione o falsa applicazione del Decreto Legislativo n. 546 del 1992, articoli 2 e 19.
Le due censure – che possono essere esaminate congiuntamente in quanto strettamente connesse – sono infondate.
2.2 La questione della interazione fra i rimedi impugnatori appartenenti alla giurisdizione tributaria e quelli esperibili innanzi al giudice ordinario in funzione di giudice dell’esecuzione e’ stata recentemente esaminata dalla Corte costituzionale, che – com’e’ noto – con la sentenza n. 114 del 2018, ha dichiarato l’illegittimita’ costituzionale del Decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602, articolo 57, comma 1, lettera a), (Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito) e successive modificazioni, nella parte in cui non prevede che, nelle controversie che riguardano gli atti dell’esecuzione forzata tributaria successivi alla notifica della cartella di pagamento o all’avviso di cui al Decreto del Presidente della Repubblica n. 602 del 1973, articolo 50, sono ammesse le opposizioni regolate dall’articolo 615 c.p.c..
Il Giudice delle leggi, in particolare, ha chiarito che la disposizione del Decreto del Presidente della Repubblica n. 602 del 1973, articolo 57, comma 1, lettera a), esprime due distinte regole, una sola delle quali genera un vuoto di tutela giurisdizionale e presenta profili di illegittimita’ costituzionale.
Occorre infatti considerare che il Decreto Legislativo n. 546 del 1992, articolo 2, demanda alla giurisdizione tributaria le contestazioni del titolo (normalmente, la cartella di pagamento) su cui si fonda la riscossione esattoriale. Pertanto, il contribuente che intenda contestare il titolo della riscossione coattiva, deve rivolgersi al giudice tributario mediante ricorso Decreto Legislativo n. 546 del 1992, ex articolo 19, (che puo’ essere proposto avverso “il ruolo e la cartella di pagamento”).
Saldando questa previsione a quella di cui al Decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602, articolo 57, comma 1, lettera a), – che pone il divieto di proporre opposizione all’esecuzione per contestare il diritto dell’amministrazione finanziaria o dell’agente della riscossione di procedere in executivis – si ottiene che, in tutti i casi in cui e’ esperibile il primo strumento di tutela, lo sbarramento alla proponibilita’ dell’opposizione all’esecuzione ex articolo 615 c.p.c., non genera un vuoto di tutela del contribuente, ma e’ volto solamente ad evitare una tutela giurisdizionale concorrente. Dunque, precisa la Corte costituzionale, “l’opposizione all’esecuzione ex articolo 615 c.p.c., – che non e’ soggetta a termine di decadenza – in tanto non e’ ammissibile, come prescrive l’articolo 57 citato, in quanto non ha, e non puo’ avere, una funzione recuperatoria di un ricorso del Decreto Legislativo n. 546 del 1992, ex articolo 19, non proposto affatto o non proposto nel prescritto termine di decadenza”.
Sulla base di tali premesse, l’articolo 57 cit. e’ stato dichiarato costituzionalmente illegittimo nella parte in cui impedisce al contribuente assoggettato ad esecuzione forzata tributaria di ottenere tutela (innanzi al giudice ordinario in funzione di giudice dell’esecuzione) per ragioni che, essendo relative ad atti della procedura successivi alla notifica della cartella di pagamento o all’avviso di cui al medesimo Decreto del Presidente della Repubblica n. 602 del 1973, articolo 50, non possono essere fatte valere innanzi alla giurisdizione tributaria con ricorso Decreto Legislativo n. 546 del 1992, ex articolo 19.
2.3 Tale ricostruzione del sistema di tutela giurisdizionale del contribuente esecutato reca come corollario quello della inammissibilita’ delle opposizioni ex articolo 615 c.p.c., che abbiano funzione “recuperatoria” di doglianze che potevano – e dovevano – farsi valere innanzi al giudice tributario Decreto Legislativo n. 546 del 1992, ex articolo 19. La’ dove il contribuente esecutato possa far valere le proprie ragioni ricorrendo, ai sensi del Decreto Legislativo n. 546 del 1992, articolo 19, innanzi al giudice tributario, non vi e’ spazio per proporre, per le medesime ragioni, l’opposizione ex articolo 615 c.p.c.
Le Sezioni unite hanno gia’ chiarito, in tema di sanzioni amministrative per violazione del codice della strada, che l’opposizione con la quale si deduce che la cartella di pagamento costituisce il primo atto con il quale la parte e’ venuta a conoscenza della sanzione irrogata (risultando omessa o comunque nulla la notificazione del verbale di accertamento della violazione) deve essere proposta, ai sensi del Decreto Legislativo n. 150 del 2011, articolo 7, entro trenta giorni dalla notificazione della cartella stessa e non nelle forme dell’opposizione all’esecuzione ex articolo 615 c.p.c., (Sez. U, Sentenza n. 22080 del 22/09/2017, Rv. 645323 – 01).
Al contempo, le Sezioni unite hanno pure precisato che l’opposizione agli atti esecutivi avverso l’atto di pignoramento posto in essere dall’agente di riscossione, con la quale se ne deduca il vizio per omessa o invalida notificazione della cartella di pagamento o di altro atto prodromico, va proposta – ai sensi del Decreto Legislativo n. 546 del 1992, articolo 2, comma 1, e articolo 19, del Decreto del Presidente della Repubblica n. 602 del 1973, articolo 57, e dell’articolo 617 c.p.c., – davanti al giudice tributario, in quanto essa si risolve nell’impugnazione del primo atto in cui si manifesta al contribuente la volonta’ di procedere alla riscossione di un ben individuato credito tributario (Sez. U, Sentenza n. 13913 del 05/06/2017, Rv. 644556 – 01).
Dunque, il principio ripetutamente affermato da questa Corte (v., da ultimo, anche Sez. U, Ordinanza n. 17126 del 28/06/2018, Rv. 649625 – 01) e’ che le opposizioni c.d. “recuperatorie”, ossia con le quali si fa valere una ragione che non e’ stato possibile dedurre in precedenza a causa dell’omessa conoscenza legale dell’atto prodromico, vanno proposte nel rispetto dei termini previsti per l’impugnazione di quell’atto e innanzi al giudice che ne avrebbe avuto la giurisdizione in caso di tempestivo esperimento del rimedio.
Tale principio va tenuto fermo anche dopo la sentenza della Corte Cost. n. 114 del 2018, la quale, nel dichiarare costituzionalmente illegittimo il Decreto del Presidente della Repubblica n. 602 del 1973, articolo 57, ha espressamente chiarito che, comunque, non vi e’ spazio per un’opposizione ex articolo 615 c.p.c., laddove era possibile la tutela giurisdizionale innanzi al giudice tributario ai sensi del Decreto Legislativo n. 546 del 1992, articolo 19, e che la pronuncia di incostituzionalita’ non da’ luogo ad una giurisdizione concorrente.
Dinanzi al giudice dell’esecuzione, pertanto, non possono essere dedotti motivi che dovevano farsi valere, ai sensi del Decreto Legislativo n. 546 del 1992, articoli 2 e 19, con ricorso alla giurisdizione tributaria, neppure quando il contribuente non abbia avuto conoscenza dell’atto prodromico da impugnare. In tal caso, infatti, l’impugnazione, ancorche’ tardiva, si deve comunque proporre al giudice tributario nei termini previsti dal rito.
In conclusione, va affermato il seguente principio di diritto:
“In materia di esecuzione forzata per la riscossione di entrate di natura tributaria, anche dopo la sentenza della Corte Cost. n. 114 del 2018, che ha dichiarato costituzionalmente illegittimo il Decreto del Presidente della Repubblica n. 602 del 1973, articolo 57, nella parte in cui esclude l’ammissibilita’ dell’opposizione regolata dall’articolo 615 c.p.c., in relazione agli atti della procedura successivi alla notifica della cartella o dell’avviso di pagamento, le opposizioni c.d. “recuperatorie”, ossia con le quali l’opponente intenda contestare il diritto dell’ente impositore o dell’agente di riscossione di agire in executivis per ragioni riferibili agli atti prodromici, di cui egli non abbia avuto conoscenza per omessa o viziata notificazione, devono proporsi, ai sensi del Decreto Legislativo n. 546 del 1992, articoli 2 e 19, innanzi al giudice tributario nel termine di rito ivi previsto”.
2.4 In applicazione di tale principio, il motivo in esame e’ infondato. La doglianza del (OMISSIS) si incentra sulla decisione impugnata nella parte in cui ha ritenuto inammissibile l’opposizione all’esecuzione volta a dedurre la prescrizione del credito tributario, in quanto tale vicenda estintiva doveva essere fatta valere mediante ricorso al giudice tributario.
La decisione si sottrae alle censure prospettate. Infatti, quand’anche il contribuente non avesse avuto l’occasione di ricorrere tempestivamente del Decreto Legislativo n. 546 del 1992, ex articolo 19, avverso uno degli atti prodromici perche’ non gli fu notificato, ed anzi dipendendo il maturare della prescrizione proprio dalla nullita’ o inesistenza di tale notificazione, sarebbe stato comunque suo onere adire la giustizia tributaria nelle forme di rito, a decorrere dal primo atto esecutivo, per far rilevare in quella sede – e non davanti al giudice dell’esecuzione l’intervenuta estinzione del credito erariale.
Pertanto, correttamente la Corte d’appello ha dichiarato l’inammissibilita’ dell’opposizione in parte qua.
Ne’, d’altronde, risulta che la prescrizione di che trattasi fosse maturata solo dopo la notifica delle cartelle di pagamento. Il ricorrente, infatti, ha omesso di indicare in modo specifico quali fossero le ragioni dell’opposizione e quest’ultima eventualita’ appare oltremodo improbabile, anche in considerazione del fatto che secondo la prospettazione del (OMISSIS) – quelle notificazioni non si erano mai perfezionate. Sicche’ delle due l’una: o il motivo e’ inammissibile per difetto di specificita’, ai sensi dell’articolo 366 c.p.c., comma 1, n. 6; oppure e’ infondato per le ragioni sopra esposte.
3. Con il terzo motivo si denuncia, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’omessa o insufficiente motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio. In realta’, il ricorrente si lamenta della circostanza che la Corte d’appello “ha del tutto omesso di motivare il perche’ non si applica la normativa richiamata nell’appello e, nemmeno ha motivato il perche’ si applicherebbero le norme richiamate nella sentenza impugnata”.
L’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5, riformulato dal Decreto Legge 22 giugno 2012, n. 83, articolo 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, ha introdotto nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia). Ne consegue che resta esclusa la rilevanza di ogni carenza di motivazione che non sia talmente radicale da collocarsi sotto il “minimo costituzionale” imposto dall’articolo 111 Cost., comma 6, e, per il processo civile, dall’articolo 134 c.p.c., comma 2, n. 4, (Sez. U, Sentenza n. 8053 del 07/04/2014, Rv. 629831 – 01).
Il (OMISSIS), invece, si duole di una generica insufficienza dell’apparato motivazionale della sentenza impugnata, dal che discente l’inammissibilita’ del motivo.
4. Analoghe considerazioni valgono pure per il quinto motivo, con il quale il (OMISSIS) si duole della circostanza che la Corte d’appello “contraddicendosi e con una motivazione alquanto carente” avrebbe errato nell’affermare la giurisdizione delle commissioni tributarie. Anche in questo caso non viene dedotto – ai sensi del novellato articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5, – un fatto storico, principale o secondario, da cui dipende l’esito della lite, bensi’ la mera insufficienza della motivazione, ovvero un vizio non piu’ incluso fra i motivi di ricorso per cassazione.
5. Con il sesto motivo si denuncia nuovamente l’omessa o insufficiente motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio. La censura riguarda il capo della decisione impugnata che ha ritenuto inammissibile l’appello relativo al rigetto della domanda di risarcimento del danno, perche’ non contenente alcuna prospettazione atta a superare le conclusioni cui era pervenuto il giudice di primo grado. Il ricorrente, al riguardo, sostiene invece di aver fornito ampia prova del danno subito dalla espropriazione illegittima.
Esso risulta erroneamente prospettato. Il (OMISSIS), semmai, avrebbe dovuto denunciare la violazione della legge sostanziale o processuale, anziche’ richiamare il vizio previsto dall’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5, peraltro nella versione non piu’ vigente.
Peraltro, anche se si procedesse alla riqualificazione del vizio dedotto, l’esito dello scrutinio non muterebbe. Infatti, all’esito degli altri motivi, si consolida la decisione della corte di merito relativa all’inammissibilita’ delle ragioni dell’opposizione proposta dal (OMISSIS). Dal che deriva l’insussistenza di comportamento antigiuridico dell’agente di riscossione da cui possa discendere un obbligo risarcitorio. La questione del rilevato difetto di prova diventa conseguentemente irrilevante.
Non si fa luogo alla liquidazione delle spese del giudizio di legittimita’, in quanto la parte intimata non hanno svolto attivita’ difensiva.
Ricorrono invece i presupposti per l’applicazione del Decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, articolo 13, comma 1-quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, articolo 1, comma 17, sicche’ va disposto il versamento, da parte dell’impugnante soccombente, di un ulteriore importo, a titolo di contributo unificato, pari a quello gia’ dovuto per l’impugnazione da lui proposta.
Non è contraria all’ordine pubblico la sentenza straniera che accerti il...
renatodisa - 15 Maggio 2019