Source: http://www.slideshare.net/isolapulita1/commissione-antimafia-marzo-2012audizione-lari-28717055
Timestamp: 2015-08-05 10:26:04+00:00
Document Index: 107166114

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Commissione antimafia marzo 2012audizione lari
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Transcript of "Commissione antimafia marzo 2012audizione lari"
SUL FENOMENO DELLA MAFIA E SULLE ALTRE
ASSOCIAZIONI CRIMINALI, ANCHE STRANIERE
CALTANISSETTA, DOTTOR SERGIO LARI
102a seduta: lunedì 26 marzo 2012
Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni
Resoconto stenografico della seduta del 26.3.2012
Audizione del procuratore della Repubblica presso il tribunale di Caltanissetta,
dottor Sergio Lari
Interviene il procuratore della Repubblica presso il tribunale di Caltanissetta, dottor Sergio
Lari, accompagnato dai procuratori aggiunti, dottor Amedeo Bertone e dottor Domenico Gozzo e
dai sostituti procuratori, dottor Nicolò Marino, dottor Onelio Dodero e dottor Stefano Luciani.
I lavori hanno inizio alle ore 17,30.
(Si approva il processo verbale della seduta precedente).
PRESIDENTE. Avverto che, se non vi sono obiezioni, la pubblicità dei lavori della seduta odierna
Audizione del procuratore della Repubblica presso il tribunale di Caltanissetta, dottor Sergio
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca l'audizione del procuratore della Repubblica presso il
tribunale di Caltanissetta, dottor Sergio Lari, accompagnato dai procuratori aggiunti, dottor Amedeo
Bertone e dottor Domenico Gozzo e dai sostituti procuratori, dottor Nicolò Marino, dottor Onelio
Dodero e dottor Stefano Luciani.
Rivolgo al procuratore Lari e ai suoi collaboratori il più cordiale benvenuto a questo
incontro e anche il ringraziamento per lo sforzo preliminare cui si sono già sottoposti. Abbiamo
infatti chiesto loro di riassumere in tempi ragionevoli, come hanno fatto, una trattazione che va
dall'attentato dell'Addaura - in ragione della rilevanza che gli abbiamo dato come preludio alla
stagione delle stragi - alle stragi siciliane e al tema della cosiddetta trattativa, riservando una
particolare attenzione, come ovvio, a quella gigantesca vicenda - che non sappiamo se definire
storico depistaggio o storico errore giudiziario - costituita dai processi «Borsellino uno»,
«Borsellino bis» e «Borsellino ter».
Ringrazio davvero il dottor Lari per aver organizzato gli interventi in maniera molto
articolata, anche se più stringatamente possibile. Questi interventi richiederanno almeno due ore di
tempo, il che è tutto a nostro vantaggio perché più tempo hanno per esporci vicende così
complicate, più faciliteranno il nostro lavoro di comprensione, contribuendo a rendere più puntuali
Ho già ricordato che nel corso delle ultime due audizioni abbiamo ascoltato il procuratore
della Repubblica presso il tribunale di Palermo sul tema della trattativa e il procuratore della
Repubblica presso il tribunale di Firenze sul tema delle stragi «continentali». Oggi con l'audizione
del procuratore della Repubblica presso il tribunale di Caltanissetta completiamo idealmente questo
lavoro di messa a punto dello stato delle indagini sulla stagione terribile dei grandi delitti e delle
stragi di mafia.
Non voglio indugiare ulteriormente, perché il tempo a disposizione è tutto quello che
vogliamo, ma non dobbiamo sottrarne con valutazioni superflue. Cedo pertanto la parola al dottor
Lari, pregandolo di orchestrare egli stesso gli interventi dei suoi collaboratori.
LARI. Desidero innanzitutto ringraziare il Presidente della Commissione parlamentare antimafia e
gli onorevoli parlamentari presenti per l’attenzione riservata al mio ufficio, oltre che per la
sensibilità istituzionale dimostrata nel prevedere la nostra audizione in data successiva
all'esecuzione dell'ordinanza di custodia cautelare relativa alla strage di via D'Amelio che - come
sappiamo - risale all'8 marzo scorso.
Com'è noto al Presidente, ho già trasmesso alla Commissione copia di detta ordinanza e oggi
consegno, su supporto informatico, anche copia della richiesta di misura cautelare, con l’avvertenza
che è stata predisposta dal mio ufficio in modo da rendere possibile l’esame dei singoli atti
richiamati attraverso collegamenti ipertestuali. Si tratta dunque di un elaborato caratterizzato da
completezza di informazione e facilità di consultazione.
PRESIDENTE. Acquisiamo agli atti della Commissione questa documentazione.
LARI. Chi avrà la pazienza di leggere tale elaborato potrà avere un quadro più aggiornato di quello
che vi potremo dare oggi, con i limiti di tempo a nostra disposizione. Comunque tutti i temi di cui
oggi parleremo vengono affrontati in questo elaborato, tranne quello dell'Addaura.
Come diceva il Presidente, siamo stati convocati per avere un aggiornamento sullo stato
delle indagini sull’attentato dell'Addaura del giugno 1989 e sulle stragi di mafia di Capaci e di via
D’Amelio del 1992. Si tratta di vicende che hanno segnato la storia del nostro Paese ed è a tutti noto
che, specie nel contesto della ricostruzione della strage di via D’Amelio, si intrecciano in esse
questioni di estrema complessità quali certamente sono, ad esempio, quella sulla trattativa tra Stato
e mafia e quella inerente uno dei più clamorosi errori giudiziari - o depistaggi, a seconda
dell'interpretazione che si voglia dare a questa vicenda - della storia d’Italia. Mi riferisco alle undici
condanne, tra cui sette ergastoli, che riteniamo essere state ingiustamente inflitte a conclusione dei
processi «Borsellino uno» e «Borsellino bis», di cui parleremo in seguito.
I magistrati della procura da me rappresentata in questi anni ed in specie a decorrere dal
giugno del 2008, allorché ha iniziato a collaborare con la giustizia Gaspare Spatuzza, hanno dovuto
gestire e rivisitare indagini che hanno riguardato fenomeni che non sono riconducibili a normali
manifestazioni criminali. E’ infatti ormai risaputo come le indagini di cui oggi siamo chiamati a
parlare siano state indirizzate, oltre che nei confronti di cosa nostra, anche per accertare eventuali
intrecci tra questa organizzazione mafiosa e soggetti ad essa esterni, tra cui appartenenti alle
istituzioni nel contesto di misteriose e segrete trattative; per non dire delle false collaborazioni con
la giustizia, registrate in numero di quattro, nei processi sulla strage di via D’Amelio.
Ripercorrendo con la mente tutte le investigazioni fino ad oggi svolte - e pensando a quelle
tuttora in corso - non posso che constatare che si è trattato di accertamenti investigativi che hanno
travalicato il fisiologico terreno della comune investigazione criminale.
Dalla lettura delle migliaia di pagine dei procedimenti e dei processi che interessano le
vicende sulle quali siamo oggi chiamati a rispondere emerge una pagina della storia del nostro
Paese che sembra perfino riduttivo definire drammatica: diverse decine di servitori dello Stato e di
cittadini inermi uccisi e anche molti altri feriti, tratti di autostrada sventrati dal tritolo, interi edifici
semidistrutti, danni incalcolabili al patrimonio statale. Un vero bollettino di guerra che non ha
precedenti in altri Stati democratici del mondo occidentale dove non è mai accaduto, come in Italia,
che i fenomeni criminali potessero condizionare e mettere a rischio la stessa tenuta delle istituzioni
Dobbiamo dunque ammettere che in Italia, la questione criminalità e la questione giustizia si
sono da anni intrecciate con la storia nazionale e questa semplice constatazione giustifica, anzi
rende doveroso, l’impegno di risorse umane e materiali che sono state impiegate, e che tuttora
vengono impiegate, per l’accertamento della verità sui temi di grande interesse di codesta
Commissione parlamentare.
Ritengo doveroso rappresentare in via generale che nello svolgimento delle investigazioni il
pool di magistrati da me coordinato ha privilegiato una metodologia di indagine basata sulla
rigorosa ricerca di elementi di prova da sottoporre al vaglio dell’autorità giudiziaria giudicante, a
costo anche di rinunziare a più suggestive ricostruzioni basate soltanto su ipotesi, pur legittime, che
hanno avuto tanto successo in numerosi libri, articoli o convegni relativi alla tematica delle stragi.
Abbiamo preferito una verità forse insufficiente ma certa, piuttosto che elaborare
ricostruzioni più complete ma deboli sul piano processuale, perché - come ha scritto il presidente
dell’ANM di Caltanissetta, Giovanbattista Tona, in una recente lettera aperta indirizzata alla signora
Agnese Borsellino, facendo riferimento all'approccio culturale e alle indagini sulle stragi da parte
della magistratura requirente e giudicante nissena - «ad una parte di verità è possibile nel tempo
aggiungere un'altra parte di verità, mentre con un coacervo di dati certi, suggestioni, ipotesi,
menzogne ed omissioni non si costruisce nulla e si costringe chi viene dopo a distruggere e a
ricominciare».
In considerazione della vastità e della complessità dei temi da trattare, mi è sembrato
opportuno, allo scopo di fornire a questa Commissione un'informazione il più possibile completa
nel tempo a disposizione, organizzare la risposta mettendo a frutto l’esperienza maturata in
proposito dai magistrati che compongono il pool stragi, che pertanto sono oggi qui tutti presenti, ad
eccezione del collega Gabriele Paci, impossibilitato a presenziare per non rinviabili impegni
Seguendo un ordine di tipo cronologico, ho previsto che ciascuno dei colleghi presenti
esponga nell’arco di tempo di 15-20 minuti i risultati investigativi e processuali raggiunti e faccia il
punto sullo stato delle indagini e dei processi in relazione al tema assegnatogli. In particolare il
collega Marino riferirà in merito all’attentato dell'Addaura; il collega Dodero in merito alla strage di
Capaci; il collega Luciani in merito alla strage di via D'Amelio; a seguire, il procuratore aggiunto
Gozzo si occuperà della trattativa; il procuratore aggiunto Bertone tratterà l’altrettanto delicato tema
delle ragioni per cui nei processi "Borsellino uno" e "Borsellino bis" sono state inflitte così
numerose condanne a persone che riteniamo innocenti; in altri termini, cercherà di dare una risposta
alla domanda se si è trattato soltanto di un tragico errore investigativo prima e giudiziario poi,
ovvero di un vero e proprio depistaggio.
Come è ovvio - ma tengo comunque a precisarlo in anteprima - ciascuna delle relazioni dei
colleghi esprime non il punto di vista personale di chi interviene, bensì quello dell’intero ufficio,
trattandosi di vicende frutto di analisi ed elaborazioni svolte collettivamente all’interno della DDA.
Ritengo che, all’esito di questa esposizione sommaria, sarà più agevole per gli onorevoli
parlamentari presenti formulare le domande che riterranno opportune, ed assicuro fin d'ora che
cercheremo di rispondere nel modo più esauriente possibile, pur con la consapevolezza che non si
tratta di un compito facile in considerazione della complessità e vastità dei temi trattati.
Prima di concludere questo mio intervento introduttivo, vorrei tuttavia effettuare qualche
altra precisazione preliminare allo scopo di delineare una traccia, un sentiero, lungo il quale poi si
esplicheranno i colleghi con le loro relazioni. Siccome le nostre relazioni inizieranno con le vicende
dell'Addaura e di Capaci - quindi si riferiranno al progetto di eliminazione del dottor Falcone credo che una precisazione di carattere generale si imponga. Il giudice Falcone era entrato nel
mirino di cosa nostra sin dai primi anni Ottanta, quando era divenuto uno degli elementi di punta
del pool antimafia dell’ufficio istruzione di Palermo ed insieme agli altri magistrati che ne facevano
parte, tra cui il compianto dottor Paolo Borsellino, aveva portato alla sbarra e fatto condannare a
pene detentive gravissime, tra cui innumerevoli ergastoli, centinaia di mafiosi; mi riferisco al
maxiprocesso conclusosi in primo grado nel 1987.
L’attentato dell’Addaura del 20-21 giugno 1989 nei suoi confronti costituisce il primo
tentativo serio di eliminarlo, posto in essere anche da mafiosi che poi vedremo coinvolti nelle stragi
del 1992 e del 1993. Mi riferisco, in particolare, a Salvatore Riina, Salvatore Biondino, Antonino
Madonia, Salvatore Madonia. Troviamo gli stessi soggetti sia nell'attentato all'Addaura che nelle
stragi del 1992-1993 e questa semplice constatazione - ma non è solo questo l'elemento cruciale
sotto questo aspetto - già da sola dimostra l’esistenza di un filo rosso che collega tale vicenda alle
stragi di mafia dei primi anni Novanta. Per fortuna - come sappiamo - si trattò di un tentativo
fallito, ma in ogni caso - è bene precisarlo - si è trattato di un progetto di morte ordito da cosa
nostra nell’ottica della vendetta di un nemico giurato dell’organizzazione, similmente a quanto
verificatosi il 29 luglio 1983 con l’omicidio del capo dell’ufficio istruzione di Palermo Rocco
Chinnici.
L'uccisione di Giovanni Falcone, invece attuata con la strage del 23 maggio 1992, è stata
eseguita in attuazione di un più vasto e complessivo piano strategico ordito da cosa nostra, a
decorrere dagli ultimi mesi del 1991. La deliberazione di questa strategia di morte avvenne nel
contesto di una riunione della commissione regionale del settembre-ottobre del 1991 e subito dopo
in una riunione della commissione provinciale di cosa nostra presieduta da Salvatore Riina, svoltasi
nei primi giorni del mese di dicembre 1991, secondo una tradizione che prevedeva che i mafiosi si
riunissero "per gli auguri di Natale". Nel corso di questa riunione - che Giuffrè ci dice essersi svolta
in un clima gelido - venne deciso ed elaborato, alla presenza di tutti i capi mandamento della
provincia di Palermo e dei loro rappresentanti e sostituti, un piano stragista "ristretto", che
prevedeva l’assassinio di nemici storici di cosa nostra, quali erano da tempo i giudici Falcone e
Borsellino, oltre che la morte dei traditori e/o inaffidabili, primo fra tutti l’onorevole Salvo Lima.
La riunione è antecedente alla sentenza della Cassazione che avrebbe segnato il passaggio in
giudicato della sentenza del cosiddetto maxiprocesso e ciò, a ben vedere, significa che cosa nostra
era già consapevole del fatto che l’esito finale del giudizio sarebbe stato per essa sfavorevole. Il
piano di morte, già deliberato nelle sue linee essenziali, venne poi allargato ad altri singoli obiettivi
nelle riunioni per gruppi ristretti (cioè riunioni non plenarie) di appartenenti alla commissione, che
vennero tenute nel febbraio-marzo 1992.
È pertanto nel dicembre 1991 che cosa nostra palermitana, saldamente comandata da
Salvatore Riina, elabora un piano strategico-deliberativo caratterizzato dai requisiti della unitarietà e
della inscindibilità; un piano che inizierà con l’omicidio dell’onorevole Salvo Lima del 13 marzo
1992, e troverà piena attuazione nelle stragi del 1992 e del 1993, fino ad arrivare al fallito attentato
all’Olimpico del gennaio 1994.
L’incipit di questo piano di morte si ebbe - come sarà esposto dai miei colleghi - con l’invio
di un gruppo di fuoco composto da mafiosi di Brancaccio e della provincia di Trapani che, nel
febbraio del 1992, avrebbero dovuto uccidere Giovanni Falcone a Roma facendo uso di armi
tradizionali; non quindi di esplosivo, di cui pure erano stati forniti dal boss mafioso di Trapani
Vincenzo Virga, in quanto per l’utilizzazione dell'esplosivo sarebbe stato necessario il preventivo
assenso di Salvatore Riina. Questo ci dovrebbe far riflettere sul fatto che Riina fosse ben
consapevole delle diverse conseguenze rispetto a un attentato da fare con l'esplosivo piuttosto che
con armi tradizionali.
Come sappiamo, però, il 4 marzo 1992 Vincenzo Sinacori, che faceva parte del gruppo di
fuoco, ricevette da Riina l’ordine che tutto il gruppo dovesse tornare in Sicilia perché l’attentato
doveva essere eseguito diversamente, facendo intendere che aveva avuto assicurazioni in tal senso.
L'attentato, cioè, avverrà - come sappiamo - il 23 maggio del 1992 con modalità ben più eclatanti e
drammatiche di quelle originariamente previste.
È in questo momento che cosa nostra - come del resto ha sottolineato anche Gaspare
Spatuzza - intraprende nell’attuazione del progetto di morte nei confronti dei rappresentanti delle
istituzioni, la strada dello stragismo di stampo terroristico che troverà la sua prima attuazione con la
strage di Capaci. A ben vedere, si tratta di una decisione molto grave e foriera di conseguenze anche
sul piano politico-istituzionale (si pensi che da lì a poco sarebbe stato eletto il Presidente della
Repubblica), che in molti ha fatto nascere il dubbio che la decisione di Riina possa essere stata
influenzata da elementi esterni all’organizzazione mafiosa interessati alla destabilizzazione dello
Stato, in vista del raggiungimento di propri personali fini eversivi. Una strada, quella dell’attentato
di tipo terroristico, che evidentemente consentiva non soltanto la consumazione della vendetta già
deliberata nei confronti dello Stato, ma anche di poter aprire, in prospettiva, un tavolo di trattativa
con i rappresentanti delle istituzioni, i quali non sarebbero potuti restare insensibili di fronte allo
sgomento e al panico che simili attentati avrebbero creato nella popolazione. Si tratta di una
situazione paragonabile a quella dell’estortore, che prima lancia la bottiglia incendiaria in un
cantiere e poi offre la protezione dell’organizzazione mafiosa a cui appartiene. Quindi, non più
eliminazioni singole e con armi convenzionali, ma attentati in luoghi frequentati (un'autostrada, la
strada di una città), in cui era previsto e addirittura auspicato il coinvolgimento di terze persone.
Viceversa, nei confronti dei traditori e degli inaffidabili come Salvo Lima e Ignazio Salvo,
rispettivamente uccisi nel marzo e nel settembre 1992, furono usate normali armi da fuoco, più che
sufficienti per realizzare una punizione esemplare che rendesse evidente, anche all’interno di cosa
nostra, che chi tradiva le aspettative dell’organizzazione mafiosa non poteva fuggire alla estrema
In conclusione, il mio ufficio ritiene che il programma stragista, oltre ad essere stato unico
ed inscindibile, è stato anche di tipo terroristico, essendo stato diretto, oltre che alla eliminazione di
nemici scomodi, anche ad utilizzare modalità di attuazione di tipo terroristico-mafioso. Proprio per
tale motivo, per la prima volta, nell'elaborazione dei capi di imputazione per la strage di via
d’Amelio, è stata contestata dal mio ufficio e riconosciuta dal gip di Caltanissetta l’aggravante di
cui all’articolo 1 della legge n. 15 del 1980.
Altro elemento di novità, che vorrei anticipare prima di dare la parola ai colleghi e che sarà
appunto evidenziato nei successivi interventi, è costituito dal fatto che le nuove indagini svolte dal
mio ufficio hanno consentito di accertare il coinvolgimento in tutti i sette attentati degli anni 19921993 e, addirittura, nell'ottavo, il fallito attentato all’Olimpico, della famiglia di Brancaccio e del
suo gruppo di fuoco. Questo è un dato di novità, che prima non era emerso.
Soprattutto, sulla strage di Capaci Giuseppe Graviano era stato condannato come mandante
ma non era emerso alcun ruolo nella fase esecutiva del gruppo di fuoco da lui comandato. Infatti, è
stato acclarato che, anche nella fase esecutiva delle stragi di Capaci e di via D'Amelio, la famiglia di
Brancaccio - e in particolare, ma non soltanto, Giuseppe Graviano - ha assunto un ruolo centrale,
mentre dalla strage di via d'Amelio sono usciti di scena numerosi appartenenti alla famiglia di Santa
Maria di Gesù, citati da Scarantino, che sono poi le persone per cui è stata chiesta e sarà trattata la
revisione del processo. Il fatto non è di secondaria importanza, perché a lungo gli investigatori
ritennero, nei primi anni del dopo stragi, che, mentre l'attentato a Falcone fosse il risultato di una
deliberazione di Riina e del suo gruppo, quello di via d'Amelio fosse riferibile essenzialmente a
Provenzano e ai suoi fedelissimi, quasi in risposta al primo; fatto questo che si è rivelato non
rispondente al vero e che per anni non permise di apprezzare la centralità del mandamento di
Brancaccio e dei Graviano nel disegno stragista.
In conclusione oggi si può con compiutezza apprezzare la unicità, anche dal punto di vista
esecutivo, delle sette stragi, tra loro collegate dalla costante presenza del gruppo di fuoco di
Tengo a fare un'ultima precisazione. La circostanza che - come vedrete dagli interventi che
faranno i miei colleghi - il mio ufficio abbia chiesto e ottenuto misure cautelari e si appresti a
chiederne altre esclusivamente all'interno di cosa nostra non deve far ritenere che si siano trascurati
altri profili di indagine. Fin dal primo momento, infatti, non si è trascurato di indagare per verificare
l'esistenza di responsabilità nell'ideazione e nell'esecuzione delle stragi in capo a soggetti esterni a
cosa nostra. Non si è sottovalutato infatti la circostanza che, sia nell'ambito delle indagini
sull'attentato dell'Addaura sia nel contesto di quelle relative alle stragi del 1992, sono emersi indizi
in ordine a contatti intercorsi tra cosa nostra e soggetti ad essa esterni, in taluni casi riconducibili ad
apparati dello Stato. Sotto questo profilo, ad esempio, non è stato neppure ignorato il contenuto di
alcune dichiarazioni rese alla stampa dall'avvocato Luca Cianferoni, difensore di Riina, il quale si è
fatto portavoce dell'affermazione di Salvatore Riina in merito all'esclusiva responsabilità di soggetti
appartenenti alle istituzioni nella strage di via D'Amelio. Il contenuto di tali dichiarazioni è stato
confermato da Riina stesso in occasione dei due interrogatori a cui l'ho sottoposto, anche se lo
stesso ha illogicamente negato ogni suo coinvolgimento nella strage di via D'Amelio e di aver avuto
contatti diretti con appartenenti ai Servizi: da una parte, si gettano le pietre nello stagno, dall'altra, si
tira la mano indietro.
È più che plausibile ritenere che Riina abbia reso, ancora una volta, dichiarazioni difensive
depistanti e calunniatorie. Tuttavia, anche alla luce di altri elementi di prova acquisiti sul tema
nell'ambito di queste e altre investigazioni, non si può certamente escludere che cosa nostra, in
persona del Riina stesso, possa aver avuto, nell'esecuzione delle stragi del 1992, input esterni o
collaborazioni strategiche nella fase esecutiva dell'attentato, ovvero assicurazioni che l'hanno
indotto a sottovalutare la reazione dello Stato di fronte ad un'altra strage di mafia. Il pensiero corre
all'ordine dato a Sinacori di tornare tutti in Sicilia, perché vi erano state delle assicurazioni che si
poteva agire diversamente.
Nell'analizzare questo tema d'indagine, occorre, tuttavia, considerare che Salvatore Riina era
pienamente legittimato a prendere la decisione inerente le modalità e il momento in cui eseguire le
stragi, sia di Capaci che di via D'Amelio, sulla base di una deliberazione formale della commissione
provinciale di cosa nostra, quella cui ho fatto riferimento poc'anzi "per gli auguri di natale", assunta
nel rispetto delle regole dell'associazione mafiosa. Di fatto, vi era una sentenza di condanna; Riina
aveva la libertà di eseguirla come e quando avrebbe voluto lui.
C'è da fare anche un'altra considerazione: è da escludere che Salvatore Riina e la sua
organizzazione criminale possano aver ricevuto ordini all'esterno, poiché, secondo l'impostazione
del mio ufficio, chi conosce le caratteristiche di cosa nostra - che è storicamente l'organizzazione
più pericolosa e spietata nello spettro della criminalità organizzata italiana - sa bene che si tratta di
un'associazione dotata di una struttura unitaria e verticistica, che risponde a precise regole ben
codificate, anche se non scritte, la quale non riconosce alcuna autorità a soggetti ad essa esterni. In
altri termini, ad avviso del mio ufficio, non esiste alcuna entità, servizi deviati, terzi o quarti livelli
politico-criminali, organizzazioni terroristiche e via dicendo, in grado di imporre la sua volontà a
cosa nostra. Pertanto, si può soltanto ipotizzare che, in determinate situazioni, cosa nostra possa
aver ritenuto conveniente stipulare contingenti alleanze strategico-criminali con soggetti ad essa
esterni per un proprio esclusivo tornaconto. Da ciò consegue che non è esatto parlare, a proposito
delle stragi del 1992, di possibili mandanti esterni, ma che appare più corretto semmai ipotizzare la
presenza di concorrenti esterni che possano aver interagito con cosa nostra nella fase esecutiva della
deliberazione stragista, già autonomamente assunta dalla organizzazione mafiosa nel dicembre del
Per fare luce su questo filone d'indagine il mio ufficio non ha lesinato né tempo né risorse.
Difatti, è stata acquisita presso le sedi dei Servizi segreti, civili e militari - cui va dato atto di aver
lealmente fornito la chiesta collaborazione - copiosa documentazione relativa a tutti gli accertamenti
svolti dai Servizi segreti durante gli anni delle stragi. Abbiamo esaminato decine e decine di faldoni
alla ricerca di eventuali appunti e relazioni riservate che riguardassero il tema delle stragi. Sono stati
acquisiti anche tutti gli elenchi nominativi degli appartenenti ai Servizi in servizio durante i primi
anni '90, soprattutto in Sicilia, e dei relativi - questi non senza fatica - album fotografici degli
appartenenti ai Servizi.
Analoghi accertamenti sono stati effettuati presso la sede centrale del ROS dei carabinieri,
con riferimento alla vicenda della trattativa con Ciancimino. È stata acquisita documentazione
presso il DAP e perfino presso la Commissione parlamentare antimafia. Abbiamo esplorato tutte le
possibili vie per accertare questo filone di indagine e la documentazione acquisita, con tutte le
cautele richieste, specie nella utilizzazione degli album fotografici, è stata ampiamente utilizzata per
le investigazioni su questo filone di indagine. Tuttavia, non si è riusciti a rinvenire elementi di prova
utili a formulare ipotesi accusatorie concrete a carico di individui ben determinati da sottoporre al
vaglio di un giudice.
Si tratta, tuttavia, di indagini - e tengo a precisarlo a conclusione del mio intervento - che
non sono state abbandonate dall'ufficio, che è impegnato ancora oggi a far luce su alcuni
interrogativi rimasti irrisolti, tra cui, oltre a quello sul ruolo dei possibili concorrenti esterni alle
stragi, anche quello sul ruolo di coloro che parteciparono alla trattativa Stato-mafia, tra cui il
misterioso signor Carlo/Franco di cui ha parlato Massimo Ciancimino; per non dire della vicenda
della scomparsa dell'agenda rossa di Paolo Borsellino e, ancora, dell'identità e del ruolo del
cosiddetto mostro, di cui si è parlato la prima volta nell'attentato dell'Addaura, e di altro ancora. Su
questi temi le indagini proseguono.
Concludo questo mio breve intervento introduttivo passando la parola al collega Marino, il
quale affronterà, seguendo l'ordine cronologico che avevo già anticipato, il tema dell'attentato
all'Addaura.
Dimenticavo: gli interventi che faranno i colleghi, soprattutto per quanto riguarda l'Addaura
e Capaci, si articolano in due fasi, una fase A, in cui si ricostruisce il punto in cui siamo arrivati, che
è suscettibile di discovery, e una fase B, che riguarda le nuove investigazioni, sulla quale
chiederemo, se possibile, Presidente, di segretare la seduta.
PRESIDENTE. Potrete chiederlo in qualsiasi momento e per la durata che ci indicherete.
MARINO. Signor Presidente, l'attentato del 20-21 giugno 1989 compiuto in località Addaura di
Palermo costituisce la prima e concreta manifestazione della volontà omicida di cosa nostra nei
confronti del dottor Giovanni Falcone.
Ha ricordato poc'anzi il procuratore che la morte del dottor Falcone era stata decretata agli
inizi degli anni '80, secondo le convergenti dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia, tra cui
Giovanni Brusca, Nino Giuffrè e altri; ma il primo, concreto e tangibile tentativo di eliminare
Falcone lo si ha soltanto il 20-21 giugno del 1989. Dico subito che la data del 20 giugno 1989 è
assolutamente importante, perché già le sentenze emesse sull'attentato dell'Addaura hanno sancito
una verità essenziale: l'ordigno venne posizionato il 20 giugno 1989. La sentenza fa riferimento a
un orario antecedente alle ore 16, perché era stato avvistato dagli uomini che effettuavano il servizio
di perlustrazione attorno alla villa condotta in locazione al dottor Falcone proprio a quell'ora.
Possiamo tranquillamente retrodatare, secondo il racconto fatto da alcuni testimoni (bagnanti che
erano lì a prendere il sole e a fare il bagno) che hanno visto la borsa intorno alle ore 14,15 e fino
alle ore 15,45. Vi dirò poi che il collaborante che ci ha consentito di iscrivere il nuovo
procedimento - Angelo Fontana -, parlerà della mattina come del momento in cui sarebbe stato
posizionato il borsone contenente l'esplosivo.
Vorrei fare un cenno al contenuto del borsone, perché diventerà importante per una serie di
criticità che già emersero nei processi celebrati. Il borsone conteneva numero 58 candelotti di
esplosivo per uso civile del tipo Brixia B5, prodotti dalla società Esplosivi Industriali. I candelotti
erano innescati da due detonatori; all'interno della borsa, lungo la chiusura lampo, era stato cucito
un filo elettrico con guaina nera spellata; chiaramente si trattava di un'antenna. Proprio su questo
elemento sorgeranno le prime criticità con l'intervento dell'artificiere Tumino.
Vi dico in ordine alla potenzialità che il peso complessivo del materiale esplodente era di
quasi 8 chilogrammi e l'onda d'urto e la vampa termica potevano determinare un effetto sicuramente
mortale nell'ambito di due metri (ciò, in ordine alla posizione in cui era stato rinvenuto il borsone)
per chi si fosse trovato sulla scaletta e sulla piattaforma vicino alla scaletta a scendere, oppure a
prendere il sole. Per quanto riguarda, invece, la proiezione di schegge pesanti, l'effetto, ma non
sicuramente mortale, poteva essere di circa 60 metri.
Come ha anticipato il procuratore, finora hanno riportato condanna per l'attentato
all'Addaura, Riina Salvatore (quale mandante), Salvatore Biondino (quale organizzatore ed
esecutore), Nino Madonia (in qualità di organizzatore ed esecutore). Vincenzo Galatolo, come
organizzatore ed esecutore, era stato assolto in primo e secondo grado; la suprema Corte aveva
annullato con rinvio e nuova decisione della Corte di assise di appello di Catania, che condannerà, e
poi la Cassazione confermerà. Altrettanto può dirsi per quanto riguarda Angelo Galatolo; soggetto
di grande interesse, in quanto è colui il quale aveva il compito di premere il telecomando (mi
riferisco ad Angelo Galatolo classe 1966, perché vi è un altro Angelo Galatolo della medesima
famiglia dell'Acquasanta); anch'egli era stato assolto in primo e secondo grado; successivamente, a
seguito dell'intervento della Cassazione, verrà condannato in via definitiva. È stato altresì
condannato Francesco Onorato quale esecutore; si tratta di un collaboratore di giustizia, che,
proprio in quel processo, è stato determinante, insieme ad altro collaboratore di giustizia (Ferrante
Giovan Battista), per giungere alle affermazioni di penale responsabilità degli imputati. Onorato
apparteneva alla famiglia di Partanna Mondello, inserita nel mandamento di San Lorenzo. È stato
condannato lo stesso Ferrante Giovan Battista, non per la strage, bensì per detenzione e porto di
esplosivo, perché fu proprio il Ferrante a fornire a Biondino (a cui l'aveva richiesto Nino Madonia)
una parte dell'esplosivo poi utilizzato per il compimento dell'attentato.
Vorrei fare brevemente un cenno alle dichiarazioni dei collaboranti. Il dato importante è
quello temporale, perché dalle dichiarazioni di Ferrante ed Onorato emerge che, rispetto al
rinvenimento del borsone (quindi intorno alle ore 7 del 21), la richiesta di esplosivo di cui parla
Ferrante risale a 3-4 giorni prima. Secondo le dichiarazioni di Onorato, la riunione alla quale egli
prese parte, in cui si deliberò e si organizzò l'esecuzione dell'attentato, avvenne 5-6 giorni prima del
rinvenimento del borsone.
Signor Presidente, credo sia opportuno proseguire in seduta segreta.
PRESIDENTE. Segretiamo la seduta.
(I lavori proseguono in seduta segreta dalle ore 18,14).
(I lavori riprendono in seduta pubblica alle ore 18,15).
MARINO. Volevo indicare che la delegazione svizzera che stava compiendo delle attività
giudiziarie in rogatoria a Palermo arrivò la sera del 18 giugno, che l'attività del 19 fu abbastanza
intensa, che del problema del bagno, che si sarebbe dovuto prendere nel pomeriggio del giorno 20
(perché è indicato quel giorno), se ne parla intorno alla sera del 19 e viene già tendenzialmente
escluso; il giorno 20 poi si è verificato il primo avvistamento del borsone e dopo non si parlerà più
del discorso del bagno. Quindi, la notizia del bagno si dovrebbe teoricamente (questo è un altro
argomento che è stato dibattuto ampiamente nelle sentenze) essere persa, o volutamente data, entro
I dati temporali di cui ci parla Ferrante Giovan Battista (i tre giorni prima per la richiesta di
esplosivo) e la riunione di cui ci parla Onorato 5-6 giorni prima sembrano in qualche modo far
riferimento ad un qualcosa che debba prescindere dalla delegazione svizzera; noi riteniamo, cioè,
che l'attentato sia innanzitutto compiuto in danno del dottor Giovanni Falcone. Il Ferrante riferisce
appunto della richiesta di materiale esplosivo che gli viene fatta da Biondino su incarico di Nino
Madonia che in quel momento, inteso "u dutturi", rappresentava il vertice della famiglia di
Resuttana. Abbinata alla famiglia di Resuttana vi è quella dell'Acquasanta dei Galatolo, che sono
fra loro imparentate, come imparentato ai Galatolo è anche Angelo Fontana, che poi ci fornirà le
successive notizie.
Non voglio dilungarmi sul contenuto delle dichiarazioni di Ferrante. Onorato parla di quella
riunione; il dato temporale è quello importante. Ha reso dichiarazioni di un certo interesse utilizzate
dai giudici nell'affermazione di penale responsabilità Ruvolo Baldassarre; si tratta di un vecchio
mafioso di Borgo Vecchio, che non ha riferito particolari di rilievo, se non l'aver notato gli stessi
personaggi che vengono indicati da Ferrante Giovan Battista e da Onorato proprio nei pressi del
porticciolo dell'Acquasanta il giorno in cui venne poi rinvenuto l'ordigno.
Un altro collaboratore che è stato utilizzato è Vito Lo Forte, che è un collaborante che non
ha mai fatto parte di cosa nostra, non è "punciutu", per intenderci; era un soggetto vicino ai
Madonia, ai Galatolo e ai Fidanzati; è un soggetto un po' particolare, la cui credibilità è stata e deve
essere sempre vagliata con grande attenzione dai decidenti.
Sull'orario vi ho già detto prima.
Un altro argomento esplorato nell'ambito della sentenza è stato il possibile trasporto via terra
o via mare dell'esplosivo. In quell'occasione vennero sentiti il dottor Guido Longo e il dottor
Arnaldo La Barbera, rispettivamente, all'epoca, dirigente e vice dirigente della squadra mobile di
Palermo. Essi parlarono di un gommone che era stato avvistato da alcuni agenti, che l'avevano
riferito al dottor Longo e al dottor La Barbera. Devo dire che su questa circostanza i giudici fanno
immediatamente giustizia. Poiché nessuno parlò di un approdo del gommone (che sarebbe stato
visto intorno alle ore 11-12 del giorno 20), i giudici ritennero, già da allora, che l'ipotesi del
trasporto tramite gommone del materiale esplodente era assolutamente suggestiva, oltre che
pericolosa e difficile per il trasporto dell'esplosivo in mare.
A questo punto, dovendo parlare di Fontana, vorrei che la seduta proseguisse in forma
(I lavori proseguono in seduta segreta dalle ore 18,20).
(I lavori riprendono in seduta pubblica dalle ore 18,50).
LUCIANI. Signor Presidente, il mio compito è quello di farvi presente quali sono gli approdi
del nostro ufficio per quello che riguarda la strage di via Mariano D'Amelio. Come è noto, per
questo grave fatto delittuoso la procura della Repubblica di Caltanissetta, tra la fine di giugno e i
primi di luglio del 2008, ha avviato nuove indagini proprio per effetto della collaborazione con la
giustizia di Gaspare Spatuzza, che già nel giugno dello stesso anno aveva manifestato - appunto - la
volontà di collaborare con il Procuratore nazionale antimafia in occasione di alcuni colloqui
investigativi, spiegando in buona sostanza che la propria decisione era frutto di un pentimento
basato su un'autentica conversione religiosa, oltre che dal suo desiderio di riscatto.
Lo Spatuzza - uomo d'onore di cosa nostra, già appartenente alla famiglia mafiosa di
Brancaccio, nella quale aveva rivestito il ruolo di capo mandamento e condannato all'ergastolo per
le stragi del 1993 nonché per altri gravissimi delitti - ha iniziato a rendere dichiarazioni
congiuntamente in quel primo interrogatorio al nostro ufficio, alla procura di Firenze e a quella di
Caltanissetta il 26 giugno 2008; queste procure hanno poi proseguito gli interrogatori e le indagini
in via autonoma, mantenendo comunque un contatto per opportuno collegamento investigativo,
curando lo scambio di atti e informazioni in maniera reciproca.
La collaborazione di Gaspare Spatuzza era importante perché egli si accusava di un
importante segmento della fase esecutiva della strage di via D'Amelio. In particolare si è
autoaccusato del furto della Fiat 126 nella disponibilità di Valenti Pietrina, proprietaria dell'auto,
che fu utilizzata come autobomba per l'esecuzione della strage, si è autoaccusato di avere
ripristinato il sistema frenante della autovettura avvalendosi di un meccanico, tale Costa Maurizio,
gravitante negli ambienti mafiosi di Brancaccio, di aver reperito gli strumenti necessari per
l’attivazione a distanza del congegno della carica esplosiva collocata all’interno della predetta Fiat
126 e di aver sottratto le targhe poi apposte all'autovettura onde evitare che la stessa risultasse, ad
un eventuale controllo, compendio di furto.
Lo Spatuzza nell'autoaccusarsi ha anche chiamato direttamente in causa, in relazione alle
condotte dallo stesso commesse, il suo capofamiglia - e all’epoca capo mandamento di Brancaccio Giuseppe Graviano, su direttiva del quale avrebbe agito, nonché suoi ex sodali come Vittorio Tutino
e Cristofaro Cannella, entrambi uomini d’onore della famiglia di Brancaccio, Nino Mangano, uomo
d’onore e capofamiglia di Roccella, e Salvatore Vitale, oltre a «Renzino» Tinnirello e Francesco
Tagliavia, questi ultimi due con particolare riguardo alla fase della preparazione dell’ordigno
esplosivo il sabato antecedente l’attentato.
Queste sono in sintesi le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, che apparivano prettamente
problematiche perché in insanabile contrasto con le verità processuali già cristallizzate nei processi
celebrati per la strage di via D’Amelio in ordine agli esecutori materiali dell’attentato, i cosiddetti
processi «Borsellino uno» e «Borsellino bis», perché lo Spatuzza, in buona sostanza, si
autoaccusava delle stesse condotte che in quel processo erano state invece attribuite ad altri
soggetti. Questi processi erano stati istruiti per effetto delle «collaborazioni» - a questo punto
possiamo dire - con la giustizia di Candura Salvatore, che aveva confessato il furto della Fiat 126,
assumendo di averne ricevuto incarico da Scarantino Vincenzo e di Andriotta Francesco, che aveva
trascorso un periodo di comune detenzione con lo stesso Scarantino nel carcere di Busto Arsizio ed
aveva riferito agli inquirenti di confidenze asseritamente ricevute dallo Scarantino sull’esecuzione
della strage e, da ultimo, proprio da Scarantino Vincenzo, che si era autoaccusato, chiamando in
correità anche gli asseriti complici, proprio del furto della Fiat 126, del ripristino della sua
efficienza, delle attività di vigilanza durante il collocamento dell’esplosivo all’interno della vettura
e del trasporto della vettura stessa la mattina dell’attentato in prossimità dei luoghi di sua
È evidente che a questo punto le attività del nostro ufficio si concentravano alla ricerca di
conferme alle dichiarazioni di Spatuzza nella consapevolezza che, laddove le stesse fossero state
riscontrate, avrebbero avuto un effetto dirompente sui processi già celebrati e conclusi con la
condanna all’ergastolo o a consistenti pene detentive di soggetti che, viceversa, sarebbero potuti
risultare estranei all’esecuzione dell’attentato e nella consapevolezza però anche dell’indubitabile,
diverso spessore criminale dello Spatuzza, appartenente al gruppo di fuoco di Brancaccio, già
condannato per il suo protagonismo nelle stragi del 1993, spessore criminale certamente diverso
rispetto a quello di Scarantino Vincenzo, piccolo delinquente di borgata la cui collaborazione con la
giustizia, peraltro, era già stata segnata da diversi ripensamenti e numerose incertezze.
Questo soltanto per dire quelli che sono stati i riscontri più importanti che poi hanno
persuaso il nostro ufficio della bontà delle dichiarazioni di Spatuzza, dovendo in questa sede
segnalare che numerosissimi sono stati gli elementi di riscontro a tutto il percorso dichiarativo dello
Quali sono stati questi riscontri effettuati - appunto - sulla base del portato dichiarativo del
collaboratore? Ebbene, innanzi tutto, in data 1° dicembre 2008 questo ufficio faceva un sopralluogo
nello spazio condominiale dell’edificio sito in via Sirillo, ove risultava essere stata rubata la Fiat
126 di Valenti Pietrina, che era stata utilizzata come contenitore dell’esplosivo collocato in via
D’Amelio. Ebbene, l’esito di questa attività offriva una prima importante conferma alle
dichiarazioni di Spatuzza che, diversamente dal Candura - cioè colui che sulla base dei processi
celebrati risultava essere l’autore del furto -, indicava con esattezza il luogo dove si trovava
posteggiata la Fiat 126 in maniera assolutamente coincidente, direi quasi al millimetro, con quello
che già la proprietaria dell'autovettura, Valenti Pietrina, aveva mostrato al pubblico Ministero nel
corso di un sopralluogo compiuto pochi minuti prima.
È evidente la valenza di questo atto investigativo perché vi sarà particolarmente chiaro che
era un atto che non era mai stato espletato prima di quel momento, quindi era un atto assolutamente
genuino; gli investigatori dell'epoca non avevano mai condotto Candura Salvatore sul luogo del
furto per fargli indicare dove era stata posta la Fiat 126. Si trattava quindi di un atto assolutamente
inedito e soprattutto non inquinato da precedenti attività dello stesso tipo.
Nel novembre 2008 poi
si acquisiva un'ulteriore importantissima conferma alle
dichiarazioni di Spatuzza perché il nostro ufficio procedeva all'escussione di Trombetta Agostino,
che è un collaboratore di giustizia, soggetto già appartenente al gruppo mafioso di Brancaccio,
legato da vincoli fiduciari a Gaspare Spatuzza. Nel momento in cui lo Spatuzza era latitante era il
Trombetta che si occupava delle necessità dello Spatuzza. Il Trombetta era anche socio occulto in
un'officina meccanica gestita da Costa Maurizio, che è il soggetto che Gaspare Spatuzza indica
come colui cui si era rivolto per ripristinare il sistema frenante della Fiat 126. Ebbene, il Trombetta,
riferendo confidenze ricevute dal suo ex socio, quindi da Maurizio Costa, offriva altra importante
conferma alle dichiarazioni di Spatuzza perché confermava che effettivamente il Costa aveva
eseguito riparazioni su una Fiat 126 in epoca compatibile con la strage di via D'Amelio, quindi
nell'estate del 1992, in epoca antecedente l'esecuzione dell'attentato.
Altro importantissimo riscontro da segnalare sono gli esiti di consulenze tecniche che la
procura di Caltanissetta disponeva su alcuni reperti della Fiat 126 utilizzata per la consumazione
della strage. Questo perché Gaspare Spatuzza, come ho accennato, aveva espressamente indicato di
avere sostituito le ganasce della Fiat 126, perché il sistema frenante non funzionava e chiaramente
l'autovettura doveva essere trasportata sul luogo della strage e non ci si poteva permettere che non
funzionassero i freni; quindi Spatuzza aveva sostituito le ganasce della Fiat 126 dandone incarico a
Costa Maurizio.
Con non poche difficoltà, si riuscivano a reperire i resti della Fiat 126 in un autoparco in
dotazione alla Polizia di Stato (il parco di Farfa Sabina se non ricordo male), dove tra l'altro ci sono
tutte le carcasse delle autovetture utilizzate per le stragi e per le prove delle stragi. Siamo stati
assistiti da un po' di fortuna perché sono state trovate effettivamente le ganasce della parte
anteriore e della parte posteriore dell'autovettura. Ve la faccio breve. Conferito incarico di
consulenza tecnica, i consulenti riscontravano che era stato effettuato un intervento sul sistema
frenante della Fiat 126, e che soprattutto le ganasce, così come reperite, presentavano un grado di
usura compatibile con un uso estremamente limitato dopo la riparazione effettuata. Questo è
compatibile con le dichiarazioni di Spatuzza, perché la Fiat 126, dopo la sostituzione delle ganasce,
viene trasportata dal quartiere Brancaccio al garage di via Villasevaglios, in zona fiera di Palermo,
che si trova a cinque minuti di distanza da via Mariano D'Amelio. Quindi è assolutamente un
riscontro formidabile che poteva dare quel risultato solo nei confronti di dichiarazioni di persone
che effettivamente avevano partecipato e avevano effettuato attività quali quelle descritte dallo
Non da ultimo, poi pregnanti conferme, sicuramente, alle dichiarazioni di Spatuzza sono
derivate dalle ritrattazioni, sia pure dopo non pochi momenti di incertezza, di tutti quei soggetti che,
come dicevo, nei processi in precedenza celebrati si erano autoaccusati delle stesse condotte delle
quali si autoaccusava Spatuzza, cioè Candura Salvatore, Andriotta Francesco e Scarantino
LARI. Anche Calogero Pulci.
LUCIANI. Anche Calogero Pulci, volevo accennarlo dopo perché poi una soprattutto delle posizioni
che uno dei soggetti chiamati in correità da Scarantino Vincenzo nella strage, tale Tanino Murana,
veniva assolto in primo grado, ma poi condannato in grado d'appello perché medio tempore
collaborava con la giustizia Calogero Pulci, che era l'autista e soggetto di fiducia del boss di
Caltanissetta Giuseppe Piddu Madonia. Le dichiarazioni di Pulci, rese in grado d'appello al processo
"Borsellino bis", costituirono il riscontro fondamentale per consentire la condanna all'ergastolo di
Tanino Murana.
Questo ufficio - anticipo quello che dirò di qui a poco - ha chiesto ed ottenuto dal gip di
Caltanissetta l'emissione di ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti del Pulci per il
reato di calunnia aggravata, perché chiaramente la versione del Pulci, soprattutto dopo le
ritrattazioni di Scarantino e di quelle di altri, e dopo le dichiarazioni di Spatuzza, non aveva più
ragione di esistere. Di recente, il Pulci ha ritrattato anche lui la versione offerta nei processi sulla
strage di via D'Amelio, sostenendo che si era persuaso della colpevolezza del Murana e che quindi
aveva voluto aiutare gli investigatori - bell'aiuto, verrebbe da dire - rendendo dichiarazioni mendaci
sul conto di Murana, così provocandone la condanna all'ergastolo.
Oltre a questi elementi che ho sinteticamente evidenziato, sono tantissimi altri gli elementi
di conferma alle dichiarazioni di Spatuzza, che derivano soprattutto da elementi sia dichiarativi che
aliunde acquisiti, già presenti nei processi per la strage di via D'Amelio, quindi "Borsellino bis"e
soprattutto "Borsellino ter" (faccio riferimento ad elementi non inquinati dalle false collaborazioni
di Andriotta, Scarantino e Candura).
Oltre a questo complessivo quadro, quindi, quello derivante dalle investigazioni da noi
svolte e quelle già presenti agli atti, medio tempore successivamente alla collaborazione di Spatuzza
interveniva un'altra importantissima collaborazione con la giustizia, quella di Fabio Tranchina, che
all'epoca dei fatti - quindi nel momento in cui avvengono le stragi del 1992 e già dalla fine del 1991
- era autista e uomo di fiducia di Giuseppe Graviano; era colui che si occupava delle necessità che
Giuseppe Graviano incontrava durante la latitanza.
Il Tranchina è stato raggiunto da un provvedimento di fermo emesso dalla procura di
Caltanissetta, poi confermato con emissione di ordinanza di custodia cautelare da parte del gip di
Caltanissetta del 2 maggio 2011; offriva altre importantissime conferme all'impianto generale che
emergeva dalle dichiarazioni di Spatuzza. Tranchina, infatti, confermava assolutamente come
Giuseppe Graviano avesse sovrinteso personalmente alle fasi propedeutiche e all'esecuzione
dell'attentato, sia compiendo due sopralluoghi in via D'Amelio, sia chiedendo allo stesso Tranchina
di reperire un appartamento ubicato in via Mariano D'Amelio da impiegare all'evidenza come punto
d'appoggio per compiere l'attentato la domenica in cui è avvenuto.
Oltre a confermare - dicevo - l'impianto che emerge dalle dichiarazioni di Spatuzza, vi è un
profilo estremamente interessante - che poi riprenderò di qui a poco - che emerge dalle
dichiarazioni di Tranchina: cioè che verosimilmente ad attivare l'impulso che fece poi detonare
l'esplosivo collocato nella Fiat 126 fu Giuseppe Graviano, il quale verosimilmente si trovava
appostato nel giardino ubicato alla fine di via Mariano D'Amelio, a poca distanza dal portone di
accesso condominiale all'abitazione della sorella del dottor Borsellino. Questo perché - dice il
Tranchina - quando Giuseppe Graviano, a ridosso dell'attentato, gli domandò se avesse adempiuto
all'incarico di reperirgli l'appartamento in via d'Amelio, Tranchina, che tutto aveva fatto meno che
attivarsi, in virtù delle modalità impossibili con le quali il Graviano gli aveva detto di procurarsi
l'appartamento, rispose negativamente e, a quel punto, Graviano rispose, senza colpo ferire: "a
questo punto" - ve la dico in italiano perché in siciliano sarebbe tremendo per me - "mi accomodo
nel giardino".
Quindi, queste sono le conferme da un punto di vista generale delle dichiarazioni dello
Spatuzza. Le nuove indagini hanno consentito due importantissimi risultati: da un lato hanno fugato
il campo da alcuni interrogativi che erano rimasti irrisolti sulla base delle precedenti indagini, e
dall'altro hanno spazzato via la ricostruzione sorta per effetto delle collaborazioni inquinate di
Candura, Scarantino e Andriotta.
Quanto al primo aspetto, relativo ad alcuni interrogativi rimasti senza risposta, le indagini
condotte hanno consentito di sgombrare il campo da alcune tesi circolate in ordine all'attentato di
via D'Amelio, in alcuni casi più alimentate da romanzate verità affidate al circuito mediatico che
non da concreti elementi di prova alla loro base.
Come dicevo, le dichiarazioni di Tranchina individuano il soggetto che ha premuto il
telecomando con verosimile certezza in via D'Amelio, e questo era un aspetto che non era stato
chiarito dalle indagini precedenti. Inoltre, dall'altro lato, la frase "mi accomodo nel giardino"
consente di escludere con altrettanta ragionevole certezza che il commando degli attentatori fosse
ubicato al castello Utveggio. Questa era una tesi che era sorta per effetto di alcune dichiarazioni
effettuate nel processo "Borsellino bis" dal consulente dottor Genchi, ma sotto questo punto di vista
le indagini consentono di escludere che quanto meno dal castello Utveggio sia partito l'impulso per
attivare la carica esplosiva in via D'Amelio; così come le indagini fatte dal nostro ufficio hanno
permesso di accertare come nell'immediatezza venne inspiegabilmente trascurata altra pista
investigativa, che pure nei primi accertamenti era stata esplorata, relativa al palazzo in costruzione
nei pressi di via D'Amelio da parte dei fratelli Graziano, che erano imprenditori legati a doppio filo
con la criminalità organizzata di stampo mafioso. Questa pista, che appariva concreta all'epoca,
venne poi inspiegabilmente abbandonata.
Le dichiarazioni di Spatuzza che coinvolgono e consentono di chiudere il cerchio in ordine
ad un soggetto, che è Salvatore Vitale, altro mafioso della famiglia di Roccella, come coinvolto
nella strage di via D'Amelio, consentono di sgombrare il campo anche da un'altra tesi che era stata
molto dibattuta in sede processuale, sia nell'ambito del "Borsellino uno" che del "Borsellino bis".
Bisogna premettere che Salvatore Vitale abitava al piano terra di via Mariano D'Amelio, dunque
nello stesso stabile della mamma, quindi dell'abitazione della sorella del dottor Borsellino. Questo
dato, unito ad altre dichiarazioni già presenti agli atti nei processi per la strage di via D'Amelio,
consente di escludere con ragionevole certezza che vi sia stata una intercettazione abusiva della
linea attestata nella via Mariano D'Amelio, tesi sulla base della quale si era cercato di spiegare in
che maniera gli attentatori avessero saputo dell'arrivo del dottor Borsellino in via Mariano
d'Amelio. Altra conclusione importante cui si è potuti giungere per effetto delle investigazioni
svolte ...
LUMIA. Può chiarire meglio questo aspetto dell'appartamento?
LUCIANI. Sostanzialmente, le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza delineano innanzi tutto una
cronologia degli eventi che è assolutamente incompatibile con una intercettazione abusiva
dell'abitazione della mamma del dottor Borsellino, perché è ormai ragionevolmente provato, sulla
base delle dichiarazioni di Spatuzza, come anche di altri collaboratori, che già dai primi giorni della
settimana antecedente la strage (parlo del martedì), gli attentatori avevano deciso di eseguire
l'attentato la domenica. Quindi se hanno già deciso di eseguire l'attentato la domenica non si capisce
che senso abbia una intercettazione abusiva di una linea telefonica che dovrebbe invece servire a
verificare il momento più opportuno e più propizio, e quindi a non decidere nulla a priori.
LUMIA. Come sapevano che la domenica sarebbe andato lì?
LUCIANI. Se va a vedere gli appunti dell'agenda grigia del dottor Borsellino si vede che egli andava
quasi sempre, se non sempre, a trovare la mamma la domenica. Se guarda gli appunti, da dopo la
strage di Capaci fino a via D'Amelio, il dottor Borsellino era andato a trovare la mamma sempre la
domenica mattina, tanto è vero che gli attentatori si predispongono ai servizi di osservazione dalle
prime ore di domenica 19 luglio e li interrompono solo all'ora di pranzo, quando hanno la certezza
che non si muoverà, ma poi li proseguono nella speranza che il dottor Borsellino giungesse
nell'appartamento comunque nel giorno della domenica. Questi sono comportamenti che sono
assolutamente inconciliabili con una intercettazione abusiva, perché non si sarebbero approntati per
la domenica mattina, perché già dal sabato sera avrebbero saputo che il giorno dopo, al pomeriggio,
il dottor Borsellino sarebbe andato dalla mamma. Quindi non ha senso appostarsi la mattina se già
si sa che il pomeriggio si va in via d'Amelio.
GARRAFFA. E la macchina davanti alla portineria?
LUCIANI. La macchina era posteggiata. Questo è un qualcosa che non è stato ancora perfettamente
chiarito, però la macchina viene portata nel garage di via Villasevaglios il sabato in orario compreso
tra le ore 13 e le ore 15. Sempre il sabato Spatuzza ruba le targhe in orario compreso tra le ore 15 e
le ore 18 e le porta da Giuseppe Graviano nel maneggio gestito da Salvatore Vitale a Roccella.
Anche qua, Giuseppe Graviano si raccomanda con Gaspare Spatuzza, la settimana
precedente l'attentato, di rubare le targhe il sabato in orario di chiusura degli esercizi commerciali e
senza lasciare segni di effrazione. Questo perché il furto si sarebbe dovuto scoprire il lunedì.
Quindi, anche questo è un dato che conferma che l'attentato era stata programmato per la domenica,
altrimenti non ha senso questa ricostruzione dei fatti. Non so se sono stato sufficientemente chiaro.
Dicevo, c'è un altro elemento che è emerso dalle indagini compiute, soprattutto attraverso la
rivisitazione di tutto il materiale fotografico scattato in via D'Amelio e di tutti i filmati girati in via
D'Amelio dal giorno dell'attentato. Quindi immagini girate sia da organismi ufficiali della polizia,
sia da televisioni pubbliche sia da televisioni private hanno consentito, attraverso l'affidamento di
una consulenza tecnica alla polizia scientifica, di sgomberare il campo da un altro dubbio che era
stato introdotto dalle difese di alcuni indagati nel corso dei processi in precedenza instaurati per la
strage di via d'Amelio, cioè che il blocco motore della Fiat 126 non fosse presente in via D'Amelio
il giorno dell'attentato (la domenica), ma si è sostenuto che il blocco motore spunta soltanto il
giorno dopo, lunedì 21 luglio; il che voleva dire che il blocco motore era stato portato
appositamente in via D'Amelio da qualcuno per depistare le indagini e far risalire a Candura, a
Scarantino, e quant'altro. La consulenza affidata alla polizia scientifica certifica che il blocco
motore è già presente in via D'Amelio subito dopo l'esecuzione dell'attentato nel momento in cui le
forze di polizia vanno e compiono il sopralluogo. Quindi è evidente che questo accertamento si
doveva compiere perché avrebbe inciso anche su Spatuzza, perché se Spatuzza dice di aver rubato
la Fiat 126 e poi il blocco motore non c'è la domenica, vuol dire che anche le dichiarazioni di
Spatuzza erano false. Queste sono le cose che si è consentito di chiarire per effetto delle indagini.
Quali sono stati gli sbocchi del procedimento, quindi delle indagini condotte su via D'Amelio? Io
direi che sono sbocchi importantissimi, perché le dichiarazioni di Spatuzza hanno consentito
effettivamente di ricostruire come sono andate le cose in relazione a un importantissimo segmento
esecutivo della strage.
Questo ha comportato, come conseguenza, che il nostro ufficio, nel settembre dello scorso
anno, ha trasmesso alla procura generale una memoria contenente tutte le risultanze delle indagini
che erano sorte per effetto della collaborazione di Spatuzza. La procura generale, nell'ottobre 2011,
condividendo le conclusioni cui eravamo giunti, ha trasmesso alla corte di appello di Catania
istanza di revisione e di sospensione della pena nei confronti, complessivamente, di 11 soggetti
coinvolti nei processi celebrati per la strage via D'Amelio e risultati estranei alla stessa. Il 27 ottobre
la corte di appello di Catania sospendeva l'esecuzione della pena nei confronti di Profeta Salvatore,
Gambino Natale, La Mattina Giuseppe, Urso Giuseppe, Vernengo Cosimo, Murana Gaetano e
Scotto Gaetano, tutti condannati alla pena dell'ergastolo, nonché di Scarantino Vincenzo,
condannato alla pena di 18 anni di reclusione.
Quindi, da una parte si è fatta, per così dire, chiarezza e giustizia nel senso pieno della
parola, dall'altro lato, si è chiesta al giudice per le indagini preliminari di Caltanissetta l'emissione di
ordinanza di custodia cautelare carcere nei confronti di quei soggetti che risultavano protagonisti di
quel segmento, che si era capito non essere più rispondente al vero. Questi soggetti sono Madonia
Salvatore Mario, inteso "Salvuccio", in qualità di mandante, perché facente parte della commissione
provinciale di cosa nostra, in qualità di reggente, in vece del padre detenuto, del mandamento
mafioso di Resuttana; Tutino Vittorio, soggetto che, assieme a Gaspare Spatuzza, avrebbe rubato
l'autovettura e le targhe; Vitale Salvatore, che è il soggetto che avrebbe offerto appoggio logistico
agli attentatori mettendo a disposizione anche il suo maneggio per la consegna delle targhe e
fornendo supporto logistico per l'osservazione degli spostamenti del dottor Borsellino; e - come
dicevo poc'anzi su sollecitazione del procuratore - Pulci Calogero, le cui dichiarazioni si sono
rivelate false e sono state determinanti per condurre alla pena dell'ergastolo il Gaetano Murana. Il 2
marzo ultimo scorso il gip di Caltanissetta ha accolto le richieste dell'ufficio.
Dicevamo - penso di poter anche fare solo un accenno - un altro elemento importantissimo è
che il gip di Caltanissetta ha condiviso l'impostazione di questo ufficio (è stato detto ampiamente,
quindi non credo occorra dilungarsi), perché avevamo inteso contestare agli indagati per il delitto di
strage l'aggravante di aver commesso il fatto con finalità terrorismo. Questa aggravante ci è stata
riconosciuta da parte del gip sulla base di una serie di considerazioni. Il gruppo di Brancaccio fu
l'unico tra i tanti impegnati in cosa nostra nell'esecuzione delle stragi ad eseguire tutte le stragi, da
quella di Capaci al fallito attentato a Contorno. Avvenne un salto di qualità nella strategia mafiosa
in ordine alle modalità con cui dar corso all'esecuzione del programma stragista, lo accennava il
procuratore prima; si data ai primi di marzo del 1992, allorché, Sinacori, che era impegnato a Roma
per eseguire l'attentato in danno di Falcone viene richiamato da Riina perché l'attentato non si
doveva fare più con modalità tradizionali, ma con "modalità eclatanti" (cito testualmente Giovanni
Brusca). E poi plurimi elementi che derivano da fonti dichiarative inducono a ritenere che cosa
nostra, oltre alla mera resa dei conti con i suoi nemici storici, con particolare riguardo alle stragi di
Capaci e via D'Amelio, intendesse aprire un canale di comunicazione con ambienti istituzionali al
fine di risolvere alcuni problemi che erano divenuti irrisolvibili proprio a seguito della sentenza
della Cassazione che aveva confermato le condanne inflitte nel maxiprocesso.
Si trattava delle questioni che riguardavano il fenomeno dei collaboratori di giustizia, il
sequestro dei beni, la revisione del maxiprocesso: in sostanza, le richieste del famigerato papello,
cui si aggiunge, dopo la strage di via D'Amelio, quella, impellente, relativa all'applicazione
dell'articolo 41-bis dell'ordinamento penitenziario, e - più in generale - delle condizioni dei mafiosi
LARI. Quanto alla parte conclusiva dell'intervento del collega, ci tengo a precisare che tutti gli
interventi che sono stati fatti dai colleghi si possono paragonare praticamente a una massima di una
sentenza perché la richiesta di misure cautelari per via D'Amelio è di circa 1.700 pagine, che il
collega ha sintetizzato in 20 minuti di intervento. Evidentemente ci sono elementi che abbiamo
sviluppato molto più ampiamente, per cui non si può che rimandare alla lettura della richiesta di
Il collega conclude facendo riferimento al discorso che ho fatto inizialmente e cioè: "si fa la
guerra per poi fare la pace", o comunque all'esempio della bottiglia incendiaria buttata in un
cantiere per poi offrire la protezione, quindi, a questa sorta di funzione multitasking dell'attentato di
tipo mafioso-terroristico, che serve anche a poter intavolare una trattativa. È proprio su questo tema
che si inserirà ora il collega Gozzo.
PRESIDENTE. La ringrazio, dottor Lari.
Do quindi ora la parola al dottor Gozzo, sulla cosiddetta trattativa.
GOZZO. Signor Presidente, ringrazio lei e tutti i presenti.
GARRAFFA. Presidente, l'intervento è segretato?
GOZZO. No, e sto anche specificando per quale motivo.
Nella richiesta che abbiamo fatto nel giugno dell'anno scorso al giudice delle indagini
preliminari di Caltanissetta era inserito il secondo capitolo, che trattava proprio delle novità sul
movente della strage. Adesso vedremo perché lo abbiamo inserito nel movente della strage, ma
essenzialmente esso attiene alla tempistica della strage. É questo che vorrei far capire.
Tutta la vicenda della trattativa non è stata oggetto soltanto di questa nostra richiesta, ma è
stata oggetto anche di sentenze già negli anni Novanta. Già negli anni Novanta, infatti, Giovanni
Brusca, lo stesso Vito Ciancimino e anche Salvatore Cancemi avevano parlato dell'esistenza di
questa trattativa Stato-mafia ed erano state svolte le indagini sia dalla procura di Firenze che dalla
procura di Caltanissetta e da quella di Palermo, che si erano concluse anche con delle sentenze di
Corte di assise, per quanto riguarda chiaramente Firenze e Caltanissetta, in cui si era affermata
proprio l'esistenza della stessa trattativa, e cioè l'esistenza di contatti, per meglio dire - diciamolo in
maniera più atecnica - tra il ROS dei carabinieri e Vito Ciancimino.
Grazie a tutta una serie di nuove fonti - nella fattispecie, anche dopo la collaborazione di
Gaspare Spatuzza, le dichiarazioni rese da una serie lunghissima di testimoni di eccezione (li
possiamo definire così, perché sono tutti soggetti che allora, negli anni 1992-1993, erano posti ai
vertici dello Stato italiano) - è stato possibile ricostruire più precisamente, in questi ultimi tre anni
(quindi negli anni in cui abbiamo fatto le nuove indagini), lo svolgimento di questa trattativa e
soprattutto rispondere ad una serie di domande che ci si era fatti sulla possibilità che questa
trattativa avesse inciso in qualche modo nella deliberazione della strage di via D'Amelio.
Praticamente, grazie a queste dichiarazioni, è rimasto assolutamente accertato che la trattativa è
avvenuta e che a questa hanno partecipato sicuramente il capitano De Donno, l'allora colonnello
Mori e che il colonnello Mori - secondo quanto dichiara lo stesso colonnello Mori - aveva
oralmente informato di questo evento anche il suo superiore gerarchico, il generale Subranni.
L'indagine - per riuscire a capire quali sono le fonti probatorie di cui ci siamo giovati - oltre
a queste nuove fonti di eccezione di cui ho detto, si è giovata anche di un'indagine molto importante
che era stata svolta nel 2002 (stiamo quindi parlando di dieci anni fa), poco prima di morire, dal
compianto collega Gabriele Chelazzi, che allora era alla Procura nazionale antimafia, ma che per
questa indagine era stato applicato alla procura di Firenze, dove aveva a lungo militato.
Sono stati acquisiti poi molteplici documenti presso l'amministrazione dello Stato; proficua
è stata la collaborazione con la procura di Palermo, ma anche con questa Commissione
parlamentare, che ci ha gratificato con molteplici scambi di documenti e di dichiarazioni che sono
state essenziali per arrivare a questo corpus di prove imponente, che abbiamo poi offerto alla
valutazione del giudice, che ha accolto in toto le nostre conclusioni su questi punti.
Parlando di fonti probatorie, devo parlare chiaramente anche di quella che è la fonte
probatoria principe, almeno dal punto di vista giornalistico, della cosiddetta trattativa e cioè di
Massimo Ciancimino, figlio di Vito, che indubbiamente poteva essere la fonte di prova risolutiva, la
più importante, quella decisiva in quanto è sicuramente soggetto che della trattativa sa. Sicuramente
Massimo Ciancimino è il soggetto che viene indicato dagli stessi Mori e De Donno come il soggetto
che mette in comunicazione il padre Vito Ciancimino (che nella trattativa era la parte mafiosa) con
la parte statuale (quindi Mori e De Donno). Indubbiamente erano anche gli stessi soggetti che, poi,
in qualche modo, vengono attinti dalle dichiarazioni, a chiamarlo come testimone. Dunque, era
certamente importante sentirlo.
Le aspettative però che la collaborazione di Ciancimino aveva fatto nascere sono andate
deluse. In primo luogo, per motivi derivanti da sue personali strategie, perché, di fatto, ha potuto
gestire le sue dichiarazioni centellinandole e dividendole in circa 100 interrogatori, comportandosi
nello stesso modo anche con i documenti depositati, con un lungo stillicidio di consegne, senza che
alla base di questi continui rinvii vi fossero motivi apprezzabili. Queste dichiarazioni errate hanno
consigliato l'utilizzo della massima prudenza investigativa da parte della procura di Caltanissetta,
dato che, con ogni evidenza, sono proprio l'opposto di quello che il legislatore ci ha consigliato con
la legge sui collaboratori veri e propri (qualifica che comunque Ciancimino non ha mai - mai voluto assumere per quelli che per noi sono ben chiari motivi e che, nella nostra memoria,
indichiamo come motivi legati alla volontà di non consegnare i soldi illegittimamente accumulati
dal padre). È chiaro, infatti, che un collaboratore la prima cosa che deve fare - lo dice la legge - è
proprio quella di indicare i beni di cui illegittimamente può disporre.
A queste dilazioni si è aggiunta anche un'estrema contraddittorietà delle dichiarazioni
emersa dopo numerose ed incalzanti contestazioni. Alla procura di Caltanissetta interessava infatti
non soltanto la trattativa in sé, ma anche la figura del signor Carlo/Franco - proprio per quanto
riguarda quei concorrenti esterni di cui parlava il procuratore - che sarebbe stato il mediatore tra
Vito Ciancimino e una parte deviata dallo Stato. Sulla base - appunto - di queste contestazioni che
abbiamo fatto, c'è stata una progressione da parte di Ciancimino, con accuse rivolte sempre più in
alto, sempre meno circostanziate, per trasmodare poi in vere e proprie calunnie di sospetta origine,
che questa procura ha formalmente contestato allo stesso Ciancimino proprio nel dicembre del
2010, insieme al reato di favoreggiamento nei confronti del cosiddetto signor Franco/Carlo, e che,
nell'aprile del 2011, hanno condotto anche la procura di Palermo addirittura all'arresto di
Ciancimino per il reato di calunnia documentale, di cui tutti sapete.
Non possiamo non rilevare, comunque, che alcune dichiarazioni rese da Ciancimino sono
state provate tramite elementi del tutto autonomi. Forse l'unico merito che possiamo dare al
Ciancimino è quello di iniziare quelle testimonianze eccellenti di cui ho parlato inizialmente. Penso,
ad esempio, alle dichiarazioni dell'onorevole Martelli, dell'avvocato Contri e di altri importanti testi,
soggetti però rispetto ai quali non si può dire che vi sono dei riscontri. Ci sarebbero riscontri infatti
nel caso in cui Ciancimino avesse parlato di Martelli, di Contri o degli altri soggetti che poi hanno
reso dichiarazioni. In realtà, questi soggetti da lui non sono mai stati citati, ma le cose che dicono
depongono comunque per uno sviluppo della trattativa precedente all'attentato di via D'Amelio, così
come affermato da Ciancimino, e in modalità simili a quelle che lo stesso Ciancimino ci ha
Ugualmente, dal momento che, come abbiamo detto, negli anni Novanta Giovanni Brusca fu
il primo a parlare della cosiddetta trattativa, la procura si trovava ad incidere su quella che era la
credibilità di Giovanni Brusca. Giovanni Brusca, infatti, ha reso allora quelle dichiarazioni e ha
continuato a rendere delle dichiarazioni su questo punto, affinandole, nel senso che chiaramente
certe volte, certe sue parole venivano sottoposte a vaglio critico e si cercava di provare a capire
effettivamente alcune cose che non erano chiare. Ma, oltre a questo, che rientra nella normalità e
fino a questo noi abbiamo creduto a Giovanni Brusca, c'è stata proprio una novità che è susseguita
ad un evento traumatico, nel senso che Giovanni Brusca è stato sottoposto ad indagine della procura
di Palermo anche con perquisizioni e provvedimenti custodiali, che riguardavano un'illecita
gestione del suo patrimonio (anche in questo caso un patrimonio che non sarebbe stato consegnato
alla giustizia nonostante la collaborazione).
Subito dopo l'esecuzione di queste ordinanze, Giovanni Brusca chiedeva di parlare con la
procura di Palermo e rendeva una serie di dichiarazioni diverse rispetto a quelle precedenti, che
avevano il loro apice, soprattutto per chi aveva raccolto dichiarazioni completamente opposte 17
anni prima, proprio nella figura di Marcello Dell'Utri, che veniva dipinto da Brusca come soggetto
in qualche modo partecipante alla trattativa e, addirittura, nel 1992 uno dei terminali politici di quei
cambiamenti che Riina voleva caldeggiare dopo o comunque poco prima della strage di Capaci.
Che cosa diciamo noi? Noi diciamo che Brusca ha dato delle giustificazioni relativamente a
questa sua dimenticanza quasi ventennale, che non sono state in alcun modo riscontrate. Lui ha
detto, cioè, tra le altre cose, che era stato quasi costretto a rendere queste dichiarazioni in quanto
sapeva che vi erano state delle intercettazioni da parte della procura di Palermo perché in qualche
modo erano state contestate altre intercettazioni. Lui dice: sicuramente sarà stata intercettata una
mia conversazione in cui parlo di queste cose che riguardano Dell'Utri. Orbene, questa
intercettazione non è stata rinvenuta, così come del resto altre cose di cui parla Giovanni Brusca, e
cioè di eventuali favori che Dell'Utri avrebbe dovuto fargli; anche questi sono rimasti
eccessivamente generici e, quindi, ci hanno spinto a dichiarare allo stato non utilizzabili o
comunque a non utilizzare in questo momento le nuove dichiarazioni di Brusca, ma soltanto quelle
precedenti, che ritenevamo e riteniamo assolutamente riscontrate.
Sulla base di tutto questo compendio probatorio piuttosto importante - come ho detto poco
fa - abbiamo quindi ritenuto di offrirvi in questa audizione una lettura di quello che c'è all'interno
dell'ordinanza di custodia cautelare, della nostra richiesta. Abbiamo cercato di rimettere, anche con
un esercizio logico, cronologicamente e logicamente in successione tutti i fatti che riteniamo
accertati nell'ambito di questa cosiddetta trattativa.
È chiaro soprattutto che questa trattativa per quanto riguarda il 1992, ma anche il 1993, ha
sicuramente una prima fase e una sua seconda fase. La prima fase è quella del giugno-luglio 1992,
che quindi arriva quanto meno fino al 19 luglio 1992, e che parte - per quello che è assolutamente
certo per le dichiarazioni rese dagli stessi Mori e De Donno - proprio con i contatti tra Massimo
Ciancimino e De Donno, che sembra siano avvenuti su un aereo in un incontro che non si sa se
fosse casuale o meno; quindi un tentativo di agganciare Vito Ciancimino.
A Vito Ciancimino è stata fatta una richiesta dal ROS; la richiesta essenzialmente è stata
suntata dagli appartenenti al ROS in un «non possiamo evitare questo muro contro muro», che già
evidentemente esprime bene il significato di quella che può essere una trattativa, con il fine di
fermare le stragi. Questo è stato riportato un po' da tutti, anche dallo stesso Massimo Ciancimino,
ma anche - come vedremo - da molti di questi testimoni eccellenti di cui ho parlato poco fa.
In effetti risulta che questa trattativa comincia; risulta che Ciancimino senior, quindi Vito
Ciancimino, contatta Riina e Provenzano e fa questo in un primo tempo a mezzo di Cinà Antonino,
successivamente, a mezzo di Lipari.
Dobbiamo premettere che l'esistenza di questa trattativa non esclude che vi siano state altre
trattative. Tra l'altro, proprio Mori e De Donno, fanno sempre riferimento a queste altre trattative
che sarebbero passate sopra le loro teste. Ma in ogni caso è certo ed è documentale, perché è stato
ammesso proprio dagli stessi protagonisti, che una trattativa vi fu con un tale Bellini, di cui voi
sicuramente saprete, che anche questa venne poi riferita come terminale ultimo a Mori, e che però
viene collocata in un periodo incerto, sembra precedente, a quello che riguarda la trattativa di cui
stiamo parlando adesso.
Detto questo, come inizio (quindi siamo ai primi di giugno del 1992), l'8 giugno del 1992 - è
risaputo - l'onorevole Martelli e l'onorevole Scotti fanno approvare in Consiglio dei Ministri il
cosiddetto decreto Falcone, che viene così chiamato comunemente dagli stessi giornali, in quanto
contiene alcune delle proposte del magistrato che era stato ucciso dalla mafia. Non si tratta - e
questo è importante perché lo abbiamo evidenziato nella nostra richiesta - di una richiesta che non
suscita immediata attenzione soprattutto nel carcerario; al carcerario immediatamente vengono colte
la portata e la modifica dell'articolo 41-bis. Infatti viene segnalata, per esempio - e la cito perché è
di grande rilevanza, viste anche le dichiarazioni che Spatuzza ha fatto relativamente all'utilizzo da
parte dell'associazione mafiosa e, su delega dei vertici di cosa nostra, della sigla Falange armata una telefonata proprio della sigla Falange armata in cui si afferma che il carcere non si doveva
toccare. Cioè, di tutti i provvedimenti inseriti, anche processuali, ed erano tanti, nel cosiddetto
decreto falcone, quello che evidentemente interessava la Falange armata era soprattutto questo. Si
tratta di una telefonata del 9 giugno 1992, il giorno dopo l'approvazione in Consiglio dei Ministri
Subito dopo vi sono delle rivolte nelle carceri; il 14 giugno per esempio nel carcere di
Sollicciano, poi in altre carceri. Il ministro Martelli ha riferito poi a noi ma anche a una serie
molteplice di fonti giornalistiche, di pressioni per allentare la presa alla lotta alla mafia, parlando
anche di stanchezza del fronte statale.
Il ROS quindi, proprio per la natura del contatto con Vito Ciancimino - cioè fermare le stragi
per evitare quel muro contro muro di cui abbiamo detto - cerca, perché non si tratta chiaramente
della solita fonte di cui si vuol dire, una copertura politica; e così viene proprio dipinta. De Donno
parla così a metà giugno con il direttore degli affari penali del Ministero di grazia e giustizia, la
dottoressa Liliana Ferraro, perché riferisca al ministro della giustizia Martelli. Arriviamo già ad un
Ministro, questa almeno era l'intenzione del ROS. La dottoressa Ferraro invita De Donno a riferire
tutto al dottor Borsellino, cui comunque dice che riferirà lei perché le sembra grave che in ogni caso
un contatto di questo livello, come una potenziale fonte informativa, non fosse stata riferita
all'autorità giudiziaria: non era stata riferita allora e non verrà mai riferita all'autorità giudiziaria.
Un altro incontro con la Ferraro si ha poi a fine luglio del 1992 - lo riferisce lo stesso Mori con Mori, De Donno e Sinico, altro appartenente alle forze di polizia. Ancora, a testimoniare che si
trattasse di una trattativa (fermare le stragi ed evitare il muro contro muro), il 22 luglio 1992 Mori ce lo rivela la sua agenda - parla con l'avvocato Contri (poi ce lo dice l'avvocato Contri), capo di
gabinetto della Presidenza del Consiglio, perché riferisca al Presidente del Consiglio dei contatti
con Ciancimino, cosa che tra l'altro l'avvocato Contri ha confermato essere avvenuta.
Lo stesso giorno, con la stessa dizione nell'agenda, il colonnello Mori parla con l'onorevole
Folena, dell'allora opposizione. Dopo la nomina a presidente della Commissione parlamentare
antimafia, anche l'onorevole Violante viene contattato da Mori (questo risulta anche dalle agende di
Mori ma pure dalle dichiarazioni dell'onorevole Violante), e la finalità - ce lo dice l'onorevole
Violante - è sempre politica. E - è inutile dirlo - l'autorità giudiziaria è ancora assolutamente ignara
- almeno per quelle che sono le dichiarazioni del ROS - di tutta questa vicenda.
Altro fatto che consolida la consapevolezza che fosse una trattativa si evince dalla
circostanza assai anomala che il ROS non avvisa dei contatti - come abbiamo detto - l'autorità
giudiziaria. Ciò non per mancanza di interlocutori validi, perché gli stessi Mori e De Donno ci
hanno riferito di avere piena fiducia nel dottor Borsellino. Del resto, gli stessi Mori e De Donno ci
dicono che l'incontro del 25 giugno 1992 (che non risulta dalle agende di Borsellino ma da quelle di
Mori) si sarebbe avuto presso la caserma Carini di Palermo. Nel corso di tale incontro - secondo
quello che viene riferito da Mori e De Donno - era emerso che il dottor Borsellino avrebbe in
qualche modo cercato di incidere sulla riapertura delle indagini su mafia-appalti.
Risulta di tutta evidenza che un'eventuale apertura, quale fonte dichiarativa, o anche
semplicemente di contatti con una fonte come Ciancimino - che è certamente l'essenza di mafia e
appalti in Sicilia - sarebbero dovuti essere al centro di questi contatti tra il ROS e Borsellino. Ma,
stranamente, né Mori né De Donno ci riferiscono di avere detto in quell'occasione al dottor
Borsellino di questi fatti. Del resto, lo stesso concetto - come ho detto - Mori lo ribadisce anche
all'onorevole Violante ad ottobre, specificando di non aver riferito, anche successivamente al 19
luglio 1992, perché trattavasi di questione politica e quindi l'autorità giudiziaria non avrebbe dovuto
saperne.
Nonostante i silenzi del ROS, però, il dottor Borsellino venne a sapere dei contatti con
Ciancimino sicuramente, e questa è la novità più importante delle nuove indagini rispetto alle
sentenze di Corte d'assise, di cui ho parlato, degli anni Novanta. Glielo disse il 28 giugno 1992, data
che ricaviamo proprio dalle agende del dottor Borsellino in cui proprio in quel giorno è riportato
l'incontro con la dottoressa Ferraro. È un incontro che, se non ricordo male, avviene all'aeroporto di
Fiumicino, comunque a Roma, quando il dottor Borsellino sta cambiando aereo per andare a
Quello che sembra chiaro (e che può significare varie cose) dalla risposta che il dottor
Borsellino diede alla dottoressa Ferraro, è che il dottor Borsellino avesse già saputo di questi
contatti, come si evince dalla risposta che le diede e dalle dichiarazioni che ha reso a questo ufficio
la moglie del dottor Borsellino, la signora Agnese Piraino Borsellino, che dirà appunto che a metà
giugno suo marito le aveva detto che c'era un contatto tra mafia e parti deviate dello Stato. Quindi
Borsellino era venuto a sapere in qualche modo di questi contatti, in qualsiasi modo questi contatti
fossero stati a lui dipinti. Tra l'altro - lo vedremo più avanti - anche Mutolo ci fornisce un ulteriore
elemento in relazione alla conoscenza del dottor Borsellino.
Sempre in quel periodo si tiene un summit di mafia a casa di Girolamo Guddo, che è un
associato. Riina fa vedere agli altri, fra cui Cancemi Salvatore (che lo riferisce dopo qualche anno),
un pizzino dicendo che c'è una trattativa con lo Stato che riguarda pentiti e carcere. Nello stesso
periodo Giovanni Brusca riceve un'analoga dichiarazione da Riina, visibilmente soddisfatto. Quindi
siamo nel periodo dei contatti, e siamo a fine giugno.
Il 28 giugno abbiamo, dal punto di vista istituzionale, il giuramento del nuovo Governo
Amato; quindi cambiano i Ministri: diventa ministro dell'interno l'onorevole Mancino; viene
sostituito l'onorevole Scotti che viene nominato in sostituzione - diciamo così - al Ministero degli
esteri, ma che dopo un mese rinunzia.
Tra il 29 giugno e il 4 luglio - comunque sicuramente alla fine di giugno - i dottori Camassa
e Russo, colleghi del dottor Borsellino a Marsala, ricevono lo sfogo di Borsellino, che nel suo
studio dice loro, piangendo, di essere stato «tradito da un amico». E certamente - lo diciamo un po'
tutti, tutti coloro che lo conoscevano - non era uso di Borsellino piangere.
In quello stesso periodo, a fine giugno, Brusca riceve da Salvatore Biondino la disposizione
di non continuare ulteriormente nella preparazione dell'attentato all'onorevole Calogero Mannino,
che gli aveva affidato Riina. Tutto ciò - questa è la spiegazione che gli viene data - perché erano
sotto lavoro per cose più importanti. Da notare che la notizia di un possibile attentato a Mannino e
Borsellino era stata oggetto all'incirca il 19 giugno, se non ricordo male, di una nota proprio del
ROS (fonte Mommino D'Anna, capomafia di Terrasini), in cui appunto già si prefiguravano queste
due possibili vittime alternative.
Il 1° luglio, a margine del primo interrogatorio di Mutolo (è lo stesso interrogatorio che
venne interrotto per andare a trovare l'onorevole Mancino, appena insediato), Borsellino parla di
una possibilità di dissociazione di mafiosi, ritenendola assolutamente da respingere. Noi abbiamo
raccolto queste dichiarazioni di Mutolo e, visto che oltretutto intervenivano dopo tanto tempo dalle
sue prime dichiarazioni, volevamo verificarle. Abbiamo sentito appartenenti alla DIA di allora, e
uno di questi - che non ha più nessun contatto con la DIA stessa - ha confermato di avere sentito
parlare, probabilmente proprio nel primo degli interrogatori di Mutolo, di dissociazione. Quindi, in
questo modo ha confermato quello che Mutolo ci aveva detto, il che per noi è di estrema rilevanza,
perché indubbiamente quello della dissociazione è uno dei temi importanti di quello che era la
possibile trattativa e non perché ce lo consegni il papello - diciamo così - di Massimo Ciancimino,
ma perché indubbiamente ciò che alla mafia importava erano queste due cose, cioè il carcerario e il
pentitismo. Quindi il 1° luglio abbiamo questo fatto.
Lo stesso 1° luglio - come ho detto - il dottor Borsellino e il dottor Aliquò incontrano il
ministro Mancino e il capo della polizia Parisi. Nel corso dell'incontro, durato poco tempo, non
viene affrontato alcun tema attinente alla cosiddetta trattativa. Il timore di Borsellino, secondo le
dichiarazioni del dottor Aliquò ma anche dell'allora consulente Arlacchi, era che il nuovo Ministro
non volesse proseguire nella linea antimafia del suo predecessore. È un dato certo che l'incontro ci
sia stato. Noi prendiamo da un certo punto di vista posizione su questo incontro dicendo che
comunque si è data eccessiva importanza a un incontro in cui, per quanto riguarda la trattativa,
probabilmente non c'è assolutamente di che parlare perché abbiamo le testimonianze di più di una
persona (dello stesso Martelli, per dire, ma anche di una serie di altri soggetti, lo stesso Scotti,
eccetera, eccetera) da cui risulta, con assoluta chiarezza, che la sostituzione di Scotti fu
assolutamente estemporanea e che l'onorevole Mancino arrivò quindi al Ministero molto - diciamo
così - all'ultimo momento. Sembra pertanto veramente difficile - a parte il fatto che il teste presente,
il dottor Aliquò, ha detto che non se ne parlò assolutamente - che già a quel punto il ministro
Mancino conoscesse di questi fatti. Era in pratica il giorno del suo insediamento. Il 28 giugno,
infatti, era stato il giorno del suo giuramento e quello dell'insediamento era stato il 1° luglio.
Ci sono poi nuove dichiarazioni, rese - credo - proprio a voi, ma anche alla procura di
Palermo, dell'allora ministro Martelli, che ha datato tra il 2 ed il 4 di luglio, quindi in ogni caso
successivamente, il fatto di aver avvisato Mancino non di una trattativa, ma del comportamento
scorretto dei ROS. Martelli riteneva infatti assolutamente scorretti e fuori dal nuovo ordinamento
che veniva fuori dall'istituzione della DIA, il comportamento e l'iniziativa autonoma del ROS. Di
questo, dice l'onorevole Martelli, aveva avvisato l'onorevole Mancino e il capo della DIA.
Nello stesso periodo, all'interno del DAP, come dichiarato, non da un quisque de populo, ma
dal vice direttore del DAP di allora, il dottor Fazzioli, gli amministrativi ricevevano l'input di
verificare se fosse possibile allocare diversamente gli eventuali dissociati di cosa nostra. Nello
stesso periodo Riina discute all'interno di cosa nostra di 41-bis; abbiamo le dichiarazioni di
Cancemi che siamo riusciti a ripescare e anche a ricontestare al collaboratore Giuffrè; già dal 1989
Riina aveva cominciato a parlare di dissociazione. Quindi questo tema, che sembrava assolutamente
fuori posizione nel 1992, in realtà invece viene posizionato dagli stessi associati mafiosi in un
periodo addirittura precedente; anzi quello del 1989 potremmo dire anche che è l'anno in cui si
verifica una serie di fatti di cui si è già riferito precedentemente.
Si tratta (41-bis e dissociazione) di due rimedi ai maggiori problemi di cosa nostra. Il
problema del carcerario è un problema nuovo che cosa nostra ha soltanto dopo le indagini
dell'ufficio istruzione del tribunale di Palermo. I carcerati non erano mai stati tanti e non erano mai
stati così importanti, tanto da creare all'organizzazione un problema molto importante tra partito
delle carceri e partito che invece stava fuori. Poi c'è l'altro problema del pentitismo. La
dissociazione con ogni evidenza disarma. E Riina, non aveva voglia di arrendersi, ma di disarmare
l'arma più importante dello Stato nei confronti di una associazione segreta come cosa nostra.
Alla fine di giugno Giuseppe Graviano dà a Gaspare Spatuzza - come vedete siamo sempre
nello stesso periodo - l'input di rubare l'autovettura e, successivamente, la targa di un'altra
autovettura, poi utilizzate per la strage di via D'Amelio. Ci si arriva a ritroso sulla base di una serie
Il 6 luglio "la Repubblica" dà notizia della riapertura di Pianosa. In questo modo viene
bloccato il piano di riapertura che già era in fase avanzata.
Il 10 luglio Borsellino incontra nuovamente il capo della polizia, Rossi, e poi i ROS.
Giuseppe Graviano, come sempre in questo periodo, si reca con Fabio Tranchina, suo
autista, a fare due sopralluoghi in via D'Amelio. Graviano chiede a Tranchina, come detto dal
collega prima di me, di fornirsi di una abitazione nella zona, cosa che poi non viene effettivamente
L'11 luglio viene effettuata la prova del telecomando da parte di Biondino.
Come vedete, i fatti sono incalzanti e hanno tutti una loro cronologica e logica successione.
La signora Piraino Borsellino ci ha detto di aver saputo dal marito il 15 luglio, quindi quattro
giorni prima della strage, che il generale Subranni, superiore di Mori e De Donno, era "punciutu",
cioè, testualmente, affiliato alla mafia. Abbiamo cercato di isolare queste dichiarazioni riportate del
dottor Borsellino. Non è possibile tecnicamente che qualcuno appartenente ai carabinieri o alle
forze di polizia sia "punciutu", ma è evidente cosa il dottor Borsellino volesse esprimere alla
signora Agnese, che non era persona addentro alle vicende di mafia. Voleva cioè significare che il
generale Subranni era vicino, nelle mani, come dicono i mafiosi. Dopo aver saputo questa cosa tra
l'altro Borsellino si era sentito male fisicamente. Ci ha detto la signora Borsellino che la probabile
fonte, ma è la stessa cosa che pensavamo noi, di questa conoscenza erano i collaboratori Mutolo,
Schembri o Messina, che abbiamo sentito, ma che hanno smentito questa ricostruzione, nel senso
che nessuno dei tre si è attribuito, ma sarebbe stato difficile diversamente dopo tutto questo tempo,
la paternità di questa dichiarazione.
Siamo quindi a fine luglio, diciamo prima del 19. Riina dice a Brusca che la trattativa si è
improvvisamente interrotta; gli dice testualmente: "c'è un muro da superare". Non gli parla
specificamente di Borsellino, ma secondo la ricostruzione di Brusca questo fatto precede la strage di
via D'Amelio di due giorni.
Nello stesso periodo un’altra nota dei carabinieri - in questo caso la fonte sarebbe
probabilmente uno dei Fidanzati - dice che sono in pericolo Borsellino, Andò e Di Pietro.
Sempre sulla base di dichiarazioni di Fabio Tranchina, il 19 luglio di mattina presto
Tranchina stesso accompagna Giuseppe Graviano da Fifetto (Cristoforo) Cannella, di cui avete
sentito parlare. Il giorno dopo lo riprende e lui gli dice che tutto è andato bene. Graviano lo esorta a
ricercare l'unità di tutti gli affiliati, perché ancora hanno molto lavoro da fare, facendo chiaro
riferimento ad un complessivo programma stragista ancora da compiere.
È per questo motivo che noi abbiamo affermato che Borsellino viene ucciso proprio nel
luglio 1992 - qui s'inserisce la tempistica della strage - perché percepito come ostacolo e dunque per
far riprendere una trattativa che, secondo Riina, aveva trovato non la sua fine, ma comunque delle
difficoltà. La strage viene appositamente anticipata, tanto che Cancemi è testimone
dell'accelerazione e della necessità per Riina di fare subito l'attentato. A Riina, infatti, viene detto:
se non calcoliamo bene il tritolo, eccetera, eccetera, potrebbero esserci delle vittime. E Riina dice:
andasse come andasse, dobbiamo farla subito. Cioè, anche con molte vittime terze, questo non ha
Anche un altro collaboratore di rilievo, Giovan Battista Ferrante, riferisce
dell'approssimazione nell'effettuazione dell'attentato, con utilizzazione di un'eccessiva quantità di
esplosivo, che aveva portato - lo dice a noi nel 2005 - al rischio che qualcuno posizionato dietro al
muro che divide via D'Amelio dal giardino attiguo, di cui ha parlato il collega, potesse morire.
Adesso Fabio Tranchina ci ha detto chi era la persona posizionata dietro al muro, senza
sapere assolutamente nulla perché queste dichiarazioni di Ferrante non erano mai state rese al di
fuori del circuito delle nostre indagini. Fabio Tranchina riferisce che in effetti Giuseppe Graviano
era proprio posizionato dietro il muro e che avrebbe azionato da lì il telecomando.
Da dire ancora che, per quello che sono le risultanze obiettive, nella via parallela a via
D'Amelio vi sono delle tracce di possibili accessi al giardino di cui stiamo parlando. Il video della
banca che ha sede nella strada è però vuoto. È stato acquisito allora, ma non vi sono le immagini
che avrebbero potuto esserci.
VELTRONI. L'impianto era guasto?
LARI. Mancava il disco da registrare.
GOZZO. È un po' strano per una banca, ma è così.
Il 19 luglio - questo fa parte anche delle cose su cui, come il procuratore vi ha detto, non
smetteremo mai di svolgere indagini - viene prelevata dall'autovettura del dottor Borsellino la sua
borsa, al cui interno, secondo molteplici dichiarazioni, era l'agenda rossa regalatagli dai carabinieri,
quella in cui lui effettuava tutte le sue considerazioni. Il primo a prelevarla è il capitano Giovanni
Arcangioli, che dopo averla portata con passo deciso ai margini del settore transennato,
inspiegabilmente la riporta nell'autovettura. Per riuscire a far capire: riceve la borsa, dire che fa una
corsa è un'esagerazione, comunque va in maniera impettita verso la fine delle transenne, poi ritorna
indietro e rimette la borsa nella macchina, che non dico che stava andando a fuoco ma comunque
poteva andarci. Infatti dopo poco tempo va effettivamente a fuoco e la borsa viene salvata per
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Fornelli in rete [reload] - Firenze 14 Novembre 2012