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Timestamp: 2020-08-13 17:32:29+00:00
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La decisione delle Sezioni Unite Penali sul reato di omesso versamento delle ritenute previdenziali. – Avvocato Diritto Penale Roma Eur
La decisione delle Sezioni Unite Penali sul reato di omesso versamento delle ritenute previdenziali.
In data 07/03/2018 sono state depositate le motivazioni della sentenza n. 10424/2018 resa dalle Sezioni Unite penali della Corte di Cassazione, pronunciatesi sul delitto di omesso versamento delle ritenute previdenziali con particolare riferimento all’arco temporale che il giudice penale deve prendere in considerazione per valutare il superamento della soglia di punibilità introdotta dal d.lgs. 15 gennaio 2016, n.8.
La questione rimessa alle Sezione Unite
La questione di diritto per la quale il ricorso è stato rimesso alle Sezioni Unite era la seguente:
“Se, in tema di omesso versamento delle ritenute previdenziali ed assistenziali operate dal datore di lavoro sulle retribuzioni dei dipendenti, l’importo complessivo superiore ad euro 10.000 annui, rilevante ai fini del raggiungimento della soglia di punibilità, debba essere individuato con riferimento alle mensilità di pagamento delle retribuzioni, ovvero a quelle di scadenza del relativo versamento contributivo“.
Il Presidente della Terza Sezione penale ha trasmesso gli atti relativi ad un ricorso per il reato de quo al Primo Presidente, allegandovi una missiva dell’INPS, in cui si rappresentavano alcune difficoltà interpretative emerse a seguito della depenalizzazione – operata dall’art. 3, comma 6, d.lgs. 15 gennaio 2016, n. 8 – del reato di omesso versamento dei contributi previdenziali (art. 2, comma 1-bis, l. n. 638/1983) per un importo non superiore a 10.000 euro annui. In particolare, in tale nota dell’Ente previdenziale, si rappresentava che alcune decisioni della Corte di legittimità, ai fini del calcolo del superamento della soglia di punibilità (fissata sulla base della somma sopra indicata), considerano l’importo maturato nell’anno di competenza, diversamente dalle modalità di calcolo seguite dall’INPS stesso che, invece, si riferisce all’importo effettivamente omesso, tenendo conto cioè del fatto che la scadenza del termine utile per il datore di lavoro è fissata, dalla legge, al 16 del mese successivo a quello cui si riferiscono i contributi.
Il Primo Presidente, pur in assenza di un contrasto giurisprudenziale, ha ritenuto che la questione prospettata incidesse su aspetti attinenti a risorse finanziarie pubbliche di primario rilievo, tenuto conto altresì che dalla individuazione del criterio di imputazione temporale derivano conseguenze diverse, che determinano l’inclusione o l’esclusione di determinate mensilità nel computo dell’anno di interesse per il superamento della soglia di punibilità.
Il ragionamento dei giudici di legittimità e il principio di diritto.
Per poter dirimere la controversia, la Corte prende le mosse da una sintetica ricostruzione dell’assetto normativo, qui di seguito schematizzata:
l’art. 2, comma 1-bis, del decreto-legge 12 settembre 1983, n. 463, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 novembre 1983, n. 638, nella sua attuale formulazione, conseguente alle modifiche apportate dall’art. 3, comma 6, d.lgs. 5 gennaio 2016, n. 8, stabilisce che l’omesso versamento delle ritenute previdenziali ed assistenziali di cui al comma 1, per un importo superiore a euro 10.000 annui, è punito con la reclusione fino a tre anni e con la multa fino a euro 1.032, mentre, se l’importo è inferiore, si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da 10.000 a 50.000 euro;
il datore di lavoro non è tuttavia passibile di sanzione penale, né assoggettabile alla sanzione amministrativa, quando provvede al versamento delle ritenute entro tre mesi dalla contestazione o dalla notifica dell’avvenuto accertamento della violazione;
la giurisprudenza di legittimità, successiva alla novella del 2016, preso atto dell’intervenuta depenalizzazione, in via ermeneutica ha fissato i seguenti principi:
a) la natura del reato viene definita dalla sentenza Lanzoni (Sez. III, n.37232 del 11/05/2016) richiamando analoghe situazioni configurabili in relazione ad altre ipotesi delittuose (segnatamente, la corruzione e l’usura), la fattispecie di omesso versamento delle ritenute viene qualificata come una progressione criminosa nel cui ambito, una volta superata la soglia di punibilità, le ulteriori omissioni nel corso del medesimo anno rappresentano momenti esecutivi di un reato unitario a consumazione prolungata, la cui definitiva cessazione viene a coincidere con la scadenza prevista dalla legge per il versamento dell’ultima mensilità, indicata nel giorno 16 del mese di gennaio dell’anno successivo (conforme: Sez. III, n. 35589 del 11/05/2016, Di Cataldo);
b) la questione del computo delle mensilità ai fini del superamento della soglia di punibilità, è stata presa in esame in maniera specifica in altra sentenza (Sez. 3, n. 22140 del 11/01/2017, Mor), nella quale si assume che l’anno di riferimento è quello nel quale il debito è sorto, secondo un principio di competenza e non di cassa, dovendosi aver riguardo alla entità complessiva delle omissioni, tenendo conto del momento in cui le relative obbligazioni, poi rimaste inadempiute, sono sorte e prescindendo dal termine di scadenza per il versamento, che rileva solamente ai fini della individuazione del momento consumativo del reato.
Tale scelta interpretativa, tuttavia, collide con quella adottata dall’INPS, il quanto L’Ente previdenziale ha organizzato i propri processi amministrativi di gestione, computando, ai fini del calcolo della soglia di punibilità dei 10.000 Euro annui, il periodo compreso tra il mese di dicembre dell’annualità considerata – con versamento da effettuare entro il 16 gennaio successivo – ed il mese di novembre della stessa annualità, con versamento entro il 16 dicembre successivo.
La soluzione alla vexata quaestio, viene rinvenuta sulla base delle indicazioni fornite dalle stesse Sezioni Unite (n. 27641 del 28/05/2003, Silvestri) sulla natura dei contributi, secondo cui l’obbligo del versamento delle ritenute nasce solo al momento della effettiva corresponsione della retribuzione sulla quale le ritenute debbono essere operate.
Tuttavia, le modalità di inoltro per via telematica attraverso il sistema UNIEMENS, permettono attività di correzione e variazioni contributive e, dunque, l’esatta individuazione degli importi dovuti potrà essere valutata solo all’esito di queste attività rimessa all’INPS.
Pertanto, conclude la Corte: “se è vero, come si sostiene nella sentenza Mor, che il debito previdenziale sorge a seguito della corresponsione delle retribuzioni, al termine di ogni mensilità, è altrettanto vero che la condotta del mancato versamento assume rilievo solo con lo spirare del termine di scadenza indicato dalla legge, sicché appare più coerente riferirsi, riguardo alla soglia di punibilità, alla somma degli importi non versati alle date di scadenza comprese nell’anno e che vanno, quindi, dal 16 gennaio (per le retribuzioni del precedente mese dicembre) al 16 dicembre (per le retribuzioni corrisposte nel mese di novembre)”.
Pertanto, per la individuazione dell’arco temporale cui riferirsi per valutare il superamento della soglia di punibilità il più alto organo giurisdizionale di legittimità ha enunciato il seguente principio di diritto:
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