Source: http://retroonline.it/2016/04/02/intervista-guido-dippolito-il-diritto-di-accesso-e-la-governance-internazionale-di-internet/
Timestamp: 2017-06-28 14:06:56+00:00
Document Index: 112706019

Matched Legal Cases: ['art. 101', 'art. 21', 'art. 34', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 34', 'art. 21', 'art. 34', 'art. 34']

Intervista a Guido D'Ippolito*. Il diritto di accesso e la governance internazionale di Internet. - Retrò Online
2 aprile 2016 0 Comment 152 Views Intervista a Guido D’Ippolito*. Il diritto di accesso e la governance internazionale di Internet. by Edoardo Lombardo 1) Dott. d’Ippolito, gli sforzi della Presidenza della Camera dei Deputati sono stati fondamentali nella composizione della commissione per i Diritti e i Doveri di Internet e hanno dato l’impulso definitivo alla stesura della Dichiarazione dei Diritti e dei Doveri in Internet. Dal Suo punto di vista, da dove nasce questa forte necessità? Dal riconoscere... Read More Hannah e l’uomo dei treni.
Le opinioni degli studenti.
1) Dott. d’Ippolito, gli sforzi della Presidenza della Camera dei Deputati sono stati fondamentali nella composizione della commissione per i Diritti e i Doveri di Internet e hanno dato l’impulso definitivo alla stesura della Dichiarazione dei Diritti e dei Doveri in Internet. Dal Suo punto di vista, da dove nasce questa forte necessità? Dal riconoscere l’importanza strategica di Internet per la vita di un paese.
Finalmente, con qualche anno di ritardo rispetto ad altri Stati e grandi democrazie, anche in Italia le istituzioni si sono rese conto che Internet non è soltanto uno strumento ludico, per passare il tempo.
Internet è un nuovo spazio all’interno del quale svolgere e rivitalizzare la democrazia e non solo, è fondamentale per lo sviluppo economico e sociale di un paese così come per la crescita personale e professionale di ogni singolo cittadino.
2) I temi toccati dalla Dichiarazione dei diritti di Internet sono i più vari. Ve n’è uno che ha visto il riconoscimento prima dell’Onu e poi di vari Stati nazionali. Parliamo del diritto di accesso a Internet. Il paragone tra il diritto di accesso all’acqua e il diritto di accesso a Internet è sempre più utilizzato dai tecnici, spesso anche da Lei. Parliamo, dunque, di un diritto fondamentale paragonabile al diritto fondamentale di accesso alle risorse idriche?
Fu Tim Berners Lee, il padre del Web, a paragonare Internet al bene comune acqua.
Si, il paragone è molto verosimile e aiuta a spiegare in modo semplice e immediato l’importanza di Internet per lo sviluppo tanto dei singoli quanto della comunità.
Laura Boldrini disse che Internet sta allo sviluppo come l’acqua all’agricoltura.
E difatti ormai Internet è un bene comune fondamentale: chi può accedere ad esso accede a uno sterminato mondo di conoscenza, risorse, opportunità e servizi su un panorama mondiale; chi non vi accede, semplice rimane tagliato fuori dal mondo. È per questo che non avere accesso ad Internet, essere vittima del c.d. Digital Divide, è considerata una nuova discriminazione sociale. Ed è per questo che lo Stato dovrebbe assumersi l’onere di assicurare a tutti una connessione adeguata, così come assicura a tutti di avere l’acqua a casa.
3) Come si può garantire questo diritto in un Paese, l’Italia, che “parte da una situazione molto svantaggiata che ci vede sotto la media europea di oltre il 40 punti percentuali nell’accesso a più di 30 Mbps e un ritardo di almeno 3 anni”, come dichiarato da un documento redatto recentemente dalla Presidenza del Consiglio, insieme al Ministero dello Sviluppo Economico, all’Agenzia per l’Italia Digitale e all’Agenzia per la Coesione?
In materia di digitale l’Italia deve recuperare un doppio ritardo: uno infrastrutturale (il digital divide) e uno culturale (l’analfabetismo informatico). Affinché l’accesso ad Internet sia effettivo, entrambe queste forme di ritardo devono essere recuperate parallelamente.
Fare cultura digitale, dematerializzare i servizi, digitalizzare i processi non serve a niente se i cittadini non hanno la possibilità materiale di connettersi perché sono in zone di digital divide, o di buio digitale. Così come non serve a niente diffondere le infrastrutture di connessione, stendere la fibra ottica, se poi non si fa adeguata informazione, formazione, non si diffondono i servizi e così via.
Affinché la Rete sia davvero una realtà inclusiva e non esclusiva è importante non solo realizzare le infrastrutture, pianificare i processi, ma serve anche imparare a ragionare in digitale, scoprirne e comprenderne la convenienza.
Ecco perché servono azioni a 360°. Serve una legislazione adeguata, che incentivi e non reprima l’innovazione, servono piani come la Strategia per la banda ultralarga, per la digitalizzazione dei processi, per la cittadinanza digitale, il processo telematico, e tanto altro ancora. Ma serve anche un’importante attività di informazione, sensibilizzazione e formazione digitale: dai corsi per gli anziani, ai coder dojo, all’insegnamento di coding nelle scuole, alla formazione dei pubblici dipendenti e degli imprenditori.
Quello che dobbiamo risolvere è soprattutto un ritardo sociale, per far ciò serve l’impegno di ogni parte della società.
4) A Suo parere, perché si è sentita la necessità di elaborare una Carta fondamentale relativa a Internet e non si è sentita la stessa necessità con altri mezzi di diffusione come la radio o la televisione? Pensiamo alla stampa che è incardinata, addirittura, in Costituzione. Perché quando parliamo di Internet non stiamo parlando solo di un mezzo di comunicazione, per quando importante e potente esso sia.
Stiamo parlando di un nuovo spazio, di una nuova dimensione dell’agire umano. Internet è un ecosistema vivente, un nuovo luogo in cui tutti esercitiamo diritti, adempiamo doveri e usufruiamo di infiniti servizi.
Quando parliamo di accesso ad Internet non intendiamo solo la possibilità di accedere ad uno strumento per soddisfare un unico bisogno. Parliamo di accedere a un nuovo mondo per soddisfare infiniti e svariati bisogni, per partecipare attivamente alla vita della società, per crescere e svolgere la propria personalità.
Internet abilita così tante possibilità che gli Stati, più o meno totalitari, ma anche soggetti privati economicamente potenti, ambiscono ad averne il controllo. Da qui la necessita di una sua tutela costituzionale e il riconoscimento dell’accesso in modo eguale, neutrale e a parità di condizioni.
Internet crea una realtà, uno spazio, un luogo che nessun mezzo prima ha mai realizzato.
Controllare Internet è molto più che controllare la televisione o la stampa.
5) Che peso ritiene che questa Dichiarazione potrà ritagliarsi all’interno del nostro ordinamento? La recente mozione Quintarelli, ha impegnato il Governo nel rispetto dei sui principi fondanti. La Sua speranza è che questi principi siano assunti dall’organo politico o che venga richiamata dall’organo giudiziario, come strumento per garantirli a livello sostanziale. Glielo chiedo alla luce delle posizioni di altri Paesi, pensiamo alla Francia, dove alcuni di questi diritti sono stati riconosciuti prima dal Conseil Constitutionnel che dal parlamento e dal governo francesi. Paese che, solo oggi, ha approvato una Dichiarazione congiunta con l’Italia, sotto la spinta delle nostre iniziative parlamentari.
A differenza di alcuni osservatori, non ritengo che tale Dichiarazione sia priva di utilità e funzioni concrete.
Con questa Dichiarazione si è scelta una certa strada per un certo obiettivo. Il punto è che la strada e lunga come l’obiettivo è di lungo termine, ma questa, come tutte le carte dei diritti, ha una funzione di influenza culturale e sociale per nulla secondaria.
Essa opera nella coscienza delle persone e fermenta nelle istituzioni finché i tempi non saranno maturi per un suo riconoscimento vincolante. A me non sembra affatto poco. Mi sembra un raffinato tentativo di preparare il terreno per un riconoscimento giuridico più ambizioso, tra l’altro, anche con un respiro internazionale e/o sovranazionale.
Ciò non toglie che una sua prima utilità concreta questa Dichiarazione c’è l’abbia già.
Sicuramente non potrà (e non dovrà) essere applicata da alcun organo giudiziario, perché il giudice è soggetto soltanto alla legge (art. 101.2 Cost.), cosa che la Dichiarazione non è; praticamente parlando non si potrà imporre al Governo di tenerne conto ma, si può certamente esigere che sia il Parlamento ad utilizzarla nella sua attività legislativa. Anzi, sarebbe un bel controsenso se lo stesso Parlamento che l’ha redatta e poi approvata all’unanimità non ne tenesse minimamente conto. Allora sì che sarebbe una bella perdita di tempo.
Lo scopo della Dichiarazione, come anche delle carte dei diritti, è proprio questo: essere un ausilio all’attività legislativa, fornire punti di appoggio sicuri per disciplinare nel migliore dei modi un campo ancora conosciuto.
Il Parlamento ha votato all’unanimità una mozione che impegni il Governo a rispettarne i principi? Bene, ma ancora meglio è se lo stesso Parlamento che l’ha redata la applicasse e ne tenesse conto. Infondo è il Parlamento che ha gran parte della funzione legislativa, non sarebbe male se fosse questo il primo ad applicarla… anzi, forse sarebbe doveroso che fosse il Parlamento ad iniziare.
6) Nel novembre del 2010 il Prof. Stefano Rodotà, membro della Commissione per i Diritti e i Doveri in Internet e suo Presidente, sostenne l’idea che fosse necessaria una revisione Costituzionale dell’art. 21 nell’ottica di garantire il diritto di accesso a Internet, oggi non previsto. Lei è promotore della proposta di revisione costituzionale dell’art. 34, depositata alla Camera e al Senato. Ritiene che la Dichiarazione si sostituisca a queste iniziative o vuole esserne un deciso rafforzamento? Un decisivo rafforzamento.
La proposta di Art. 34-bis e la Dichiarazione dei diritti in Internet non sono affatto contrastanti. Al contrario si integrano perfettamente.
L’Art. 34-bis porrebbe i principi essenziali, costituzionali appunto, per garantire l’accesso in modo eguale e neutrale a questo nuovo spazio oggi nella disponibilità dell’uomo e quindi si pone come presupposto e precondizione di tutti i diritti, compresi quelli contenuti nella Dichiarazione.
E così, da un lato l’Art. 34-bis diverrebbe il fondamento e la legittimazione costituzionale di tutta la Dichiarazione, dall’altro la dichiarazione ne costituirebbe la sua applicazione concreta, declinando i principi del 34-bis nelle norme della Dichiarazione.
Essendo una norma costituzionale, l’Art. 34-bis non può raggiungere un certo grado di specificità, deve mantenersi sui principi generali. Ma queste specificità viene recuperata dalla Dichiarazione con i suoi articoli. La Dichiarazione invece non ha nessuna forza vincolante né alcuna tutela o copertura costituzionale esplicita, cosa che gli deriverebbe invece dall’Art. 34-bis.
Per questo le due proposte si integrano perfettamente e sarei contento se entrambe andassero avanti insieme, come mi piace dire, facessero rete. Insieme garantirebbero una disciplina completa, omogena, “multilevel” e “multistakeholder”, delle più rilevanti problematiche giuridiche della Rete.
7) In che modo la Vostra iniziativa si distingue da quella del Prof. Rodotà? Perché avete voluto porre l’accento sul carattere “sociale” del diritto di accesso a Internet? Perché la qualificazione di libertà, positiva o negativa che sia, del diritto di accesso ad Internet non è idonea a riconoscere l’effettiva portata del diritto né sarebbe rispettosa di tutti gli aspetti e le potenzialità di Internet.
Per garantire l’accesso ad Internet non basta dire che è una libertà, e quindi che vi debba essere l’astensione di chiunque dal limitarla. Non basta dire che è collegata alla libertà di espressione. Non basta dire che è importante solo per i diritti dei singoli.
Al contrario, il diritto di accesso ad Internet necessità dell’intervento attivo dei pubblici poteri affinché ne sia garantita l’effettività ed assicurato il godimento da tutti, sempre e ovunque, evitando così discriminazioni sociali. È importante poi che sia svincolata da un preciso diritto per poter operare come precondizione di ogni diritto, costituzionale e non: non solo libertà di espressione ma anche, giusto per fare degli esempi e senza alcuna pretesa di esaustività, l’iniziativa economica privata, il buon andamento della PA, il libero accesso agli atti della PA (c.d. Foia). Infine, tale diritto è importante anche per i diritti della collettività e lo sviluppo di tutta la società.
Ecco perché abbiamo qualificato l’accesso ad Internet come diritto sociale: perché così ne abbiamo ampliato l’ambito di applicazione, resa più coerente con l’impianto costituzionale, specificato non solo chi è il titolare del diritto (tutto) ma anche chi sia responsabile della sua effettività (lo Stato) e i necessari principi con cui riconoscerne e garantirne la tutela (in modo neutrale, in condizioni di parità ecc).
Abbiamo introdotto nell’articolo il concetto di Internet come luogo comune e quindi reso rilevante il cyberspazio non solo per il singolo ma per tutta la società, come una nuova “formazione sociale” (art. 2 Cost.). Abbiamo recuperato tutte le riflessioni in materia di diritti sociali e servizi universali, garantendo la rimozione delle discriminazioni sociali (art. 3.2 Cost.) e, non ultimo, abbiamo preferito un ideale (non giuridico) collegamento con il diritto all’istruzione (art. 34 Cost.) per sottolineare la necessità di investire non solo in infrastrutture ma anche in cultura digitale.
Tutti questi studi e riflessioni in più, innestate sulla già ottima base della proposta di art. 21-bis del prof. Rodotà, hanno permesso di ampliare ed evolvere il diritto in modo più utile per tutti e corrispondente alle ultime riflessioni della dottrina. Ciò ho comportato come più evidente conseguenza la diversa collocazione giuridica: nell’art. 34-bis, nella parte della Costituzione dedicata ai diritti sociali.
8) Quali sono le Sue speranze e le Sue previsioni per lo sviluppo del digitale e del suo indotto nel nostro Paese, in relazione anche alla forte disoccupazione giovanile che ci caratterizza nel panorama europeo?
Si parla tanto di democrazia elettronica e cittadinanza digitale. Ovviamente vorrei che queste etichette diventassero vere ma, affinché ciò sia possibile, serve una democrazia onesta e una cittadinanza istruita, attiva e consapevole.
Per cui mi piacerebbe che domani ci fossero sempre più cittadini critici, che si informano, che non si fermano al contenitore ma indaghino il contenuto, che non si accontentino della propaganda ma si interessino del merito. Questo vale in generale e tanto più nel digitale.
Il digitale è una risorsa concreta in ogni campo, ma non serve diffonderlo se i cittadini non si convincono che è necessario che anche loro facciano la loro parte. Certo, è anche compito delle istituzioni incentivare e rendere conveniente il digitale ma ognuno di noi deve fare la sua parte perché il problema è prima di tutto culturale e sociale.
Quello della disoccupazione è un problema troppo complesso per me. A essere sincero non saprei come risolverlo ma sono sicuro che investire in ICT, cultura digitale, informazione e formazione digitale, digitalizzazione della PA e delle imprese, può essere un buon punto di partenza. Il digitale è un alleato anche in questo campo perché: crea posti di lavoro, introduce nuovi lavori e converte quelli ormai obsoleti.
9) Infine, Le rivolgo una domanda che ci consente di analizzare il problema dei diritti e dei doveri in Internet con una prospettiva più ampia. Ritiene che l’apertura della IANA transition e gli sviluppi di una Governance globale di Internet debbano sfociare in una soluzione di carattere privatistico, riformando, quindi, ICANN dall’interno, o che la soluzione vada individuata negli organismi internazionali? Quello della Governance della Rete è un’altra sfida appassionante. In linea generale sarei favorevole a forme di co-regulation, in cui alla conoscenza del privato si affianchi l’autoritatività dei provvedimenti dello Stato e la tutela delle minoranze o soggetti deboli. Ciò potrebbe condurre anche a preferite la creazione di un organismo internazionale ma forse, visto il quadro internazionale e la difficoltà degli Stati nel trovare accordi anche in materia di telecomunicazioni, la cosa non è così facile come in teoria. Le discussioni e le problematiche che si fanno in materia sono tante e anche complesse. Bisogna ragionarci bene e valutare ogni aspetto.
*Guido d’Ippolito è Responsabile per l’Innovazione Digitale del think tank di giovani Cultura Democratica e si occupa di innovazione legislativa. In questa veste ha realizzato la proposta di riforma costituzionale sull’art. 34-bis, accesso ad Internet come diritto sociale all’esame del Parlamento (ddl. Cost. 1561/14 al Sento della Repubblica e 2816/15 alla Camera dei Deputati). Digital Champions della città di Roma, si è laureato in Giurisprudenza con una tesi in diritto costituzionale sugli impatti costituzionali di Internet.
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