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Timestamp: 2019-06-25 05:57:32+00:00
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"La trattativa Stato-Mafia c'è stata" - Inchieste
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“La trattativa Stato-Mafia c’è stata”
La trattativa c’è stata. Il patto scellerato tra pezzi dello Stato e Cosa nostra è stato siglato. E’ quanto emerge dalla dura sentenza emessa dalla Corte d’assise di Palermo presieduta da Alfredo Montalto e pronunciata oggi pomeriggio poco dopo le 16, nell’aula bunker del Pagliarelli, dopo una camera di consiglio iniziata alle 10.30 di lunedì scorso e durata poco più di quattro giorni. Dopo cinque anni di udienze, boss e politici sono stati dichiarati colpevoli del reato per minaccia e violenza al corpo politico dello Stato. Condannati i generali del Ros Mario Mori e Antonio Subranni, l’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri e il boss Antonino Cinà a 12 anni di carcere; 28 anni a Leoluca Bagarella, ed è la pena piu’ pesante. Otto anni al colonnello Giuseppe De Donno. Stessa pena per Massimo Ciancimino accusato di calunnia nei confronti dell’allora capo della polizia Gianni De Gennaro, che è stato invece assolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Prescrizione per Giovanni Brusca. E assoluzione per l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino, che era stato accusato di falsa testimonianza. In sostanza i carabinieri del Ros sono condannati per i fatti commessi fino al 1993; Dell’Utri per i fatti del 1994: da una parte la trattativa sarebbe stata intavolata dai carabinieri, dall’altra da Dell’Utri.
“Non mi devo difendere da niente, ho partecipato ad Ivrea intervenendo ad un dibattito sulla questione giustizia. Sarei andato ovunque mi avessero invitato altri partiti. Non ho nulla da vergognarmi della stima di alcuni esponenti di M5s e di altri partiti che mi hanno manifestato in qualche occasione. Tutto il resto è bagarre politica“. Lo ha detto Nino Di Matteo, pm al processo di primo grado a Palermo sulla trattativa Stato-Mafia, intervistato a ‘In mezz’ora in piu” su Rai3. Per il pm “accusare una sentenza di Corte d’assise di rispondere a criteri politici o addirittura partitici è ingiusto, ingeneroso e infondato nei confronti del collegio giudicante”. L’ex senatore, in pratica, è colpevole di essersi fatto portatore del ricatto di Cosa nostra: o si attenuava la lotta alla mafia, o la piovra avrebbe continuato a colpire il Paese a colpi di tritolo.
“La sentenza dice che mentre la mafia faceva le stragi in Italia c’era qualcuno delle istituzioni che trattava con i suoi vertici”. Nino Di Matteo, pm simbolo del processo sulla trattativa Stato-mafia, spiega a In mezz’ora in più la decisione con cui il 20 aprile la Corte d’Assise di Palermo ha condannato a 12 anni Marcello Dell’Utri e gli ex vertici del Ros Mario Mori e Antonio Subranni e assolto l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino dall’accusa di falsa testimonianza.
“Nel nostro sistema costituzionale le sentenze vengono pronunciate nel nome del popolo italiano e possono essere criticate e impugnate. Il problema è che quando le sentenze riguardano uomini che esercitano il potere devono essere conosciute“, ha argomentato il pm. Riguardo la presenza di quello del leader di Forza Italia quale unico nome di un esponente delle istituzioni citato nel dispositivo, Di Matteo ha spiegato: “C’è una sentenza definitiva che afferma che dal ’74 al ’92 Dell’Utri si fece garante di un patto tra Berlusconi e le famiglie mafiose palermitane. Ora questa sentenza dice che quella intermediazione non si ferma al ’92, ma si estende al primo governo Berlusconi. Questi sono fatti che devono essere conosciuti e non sempre sono stati adeguatamente sottolineati”. “Poi resta da capire come mai rispetto al fallito attentato all’Olimpico di Roma, il 23 gennaio 1994, Cosa nostra abbandonò le stragi e avviò una lunga fase di tregua nell’evitare il frontale attacco allo Stato. Questo dovrebbe essere uno spunto di riflessione”, ha aggiunto.
Di Matteo ha illustrato la portata “storica” della sentenza: “Il dispositivo è chiaro: gli ufficiali dei carabinieri sono stati condannati per avere svolto un ruolo di cinghia di trasmissionedelle richieste della mafia nel ’92 quindi rispetto ai governi della Repubblica presieduti da Amato e Ciampi, mentre Dell’Utri è stato condannato per avere svolto il medesimo ruolo nel periodo successivo a quando Berlusconi è diventato premier. Questi sono i fatti per cui gli imputati sono stati condannati. È un fatto oggettivo”, ha spiegato il pm.
Perché per il primo periodo la sentenza non riporta i nomi di Amato e Ciampi?, ha domandato la conduttrice. “Come ho detto nella requisitoria, non riteniamo che quei carabinieri abbiano agito da soli – ha premesso Di Matteo – è ovvio che noi abbiamo agito verso soggetti che ritenevamo coinvolti sulla base di un quadro probatorio solido. Non abbiamo avuto prove concrete per agire contro livelli più alti, ma pensiamo che i carabinieri siano stati mandati e incoraggiati da altri. Quei carabinieri ricompensati con carriere brillanti sono stati mandati”. “Ci vorrebbe ‘un pentito di Stato‘ – ha detto ancora Di Matteo – uno delle istituzioni che faccia chiarezza e disegni in modo ancora più completo cosa avvenne negli anni delle stragi”.
Come esce Nino Di Matteo da questo processo sotto il punto di vista umano?, ha domandato Lucia Annunziata: “Quello che mi ha fatto più male è che rispetto alle accuse di usare strumentalmente il lavoro abbiamo avvertito un silenzio assordante di chi speravamo ci dovesse difendere, che invece è stato zitto, come l’Associazione nazionale magistrati e il Consiglio superiore della magistratura“. Il presidente dell’Anm Francesco Minisci ha poi replicato alle parole di Di Matteo: “L’Associazione ha sempre difeso dagli attacchi l’autonomia e l’indipendenza dei magistrati”. “Lo ha fatto – ha detto – a favore dei colleghi di Palermo e continuerà sempre a difendere tutti i magistrati attaccati, pur non entrando mai nel merito delle vicende giudiziarie”.
E a proposito delle voci che lo vorrebbero impegnato in politica o in ruoli di responsabilità pubblica ed istituzionali diversi da quelli attuali (come fare il ministro, ndr), Di Matteo ha detto “non mi piace parlare di situazioni che non abbiano qualcosa di concreto: ho solo detto e continuo a pensare che non c’è nulla di scandaloso se un magistrato in generale, con determinati paletti e a determinate condizioni, possa dismettere la toga e dare un contributo al Paese sotto un’altra veste in determinati settori, anche accettando incarichi di governo”. Per Di Matteo però “dovrebbe essere regolata meglio dalla legge la possibilità di tornare in magistratura, perché un’esperienza politica comunque pregiudicherebbe l’essere di nuovo magistrato”. “Quello che mi ha fatto più male è che rispetto alle accuse di usare strumentalmente il lavoro abbiamo avvertito un silenzio assordante di chi speravamo ci dovesse difendere, che invece è stato zitto, come l’Anm e il Csm“, ha poi detto Di Matteo sulla trattativa Stato-mafia.
Anm: sempre al fianco dei magistrati attaccati “L’Associazione Nazionale Magistrati ha sempre difeso dagli attacchi, l’autonomia e l’indipendenza dei magistrati”. Lo dice il presidente dell’Anm Francesco Minisci, dopo le parole del Pm Nino Di Matteo “Lo ha fatto -prosegue il presidente Anm- a favore dei colleghi di Palermo e continuerà sempre a difendere tutti i magistrati attaccati, pur non entrando mai nel merito delle vicende giudiziarie“.
Mancino: “Mai conosciuta trattativa” “Posso affermare, anche sotto giuramento, che non ho mai conosciuto la trattativa“. Lo ha ribadito l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino, intervistato a In mezz’ora in piu’. “Se avessi appreso che c’era una trattativa – aggiunge – avrei sollevato il problema di fronte al Consiglio dei Ministri. A me non è mai pervenuto nessun papello”.
Berlusconi: “Io parte lesa”. Del suo braccio destro – “Se il sunto accusatorio di cui è così soddisfatto il dottor Di Matteo fosse valido, Silvio Berlusconi sarebbe la persona offesa in qualità di presidente del Consiglio in quel periodo”, dice il leader di Forza Italia. Che prova a paragonarsi agli altri due governi destinatari delle minacce della mafia nel 1992 e 1993, veicolate dai carabinieri del Ros: quelli di Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi. E in effetti la sentenza della corte d’Assise – così come la ricostruzione dell’accusa – individua il governo Berlusconi come il terzo esecutivo al quale erano indirizzate le intimidazioni dei boss.
Dell’Utri in condizioni critiche resta in carcere: L’ex parlamentare, dopo i 12 anni che gli sono stati inflitti dalla Corte d’Assise di Palermo per la trattativa Stato-mafia, si allontana ancora di più la speranza per il fondatore di Publitalia di poter uscire dal carcere prima del tempo per potersi curare.
«Sembra reagire bene a tutto – spiega l’avvocato – ormai non si fa più illusioni, sa che i riflettori della giustizia italiana sono puntati su di lui e pensa solo alla prossima laurea in carcere e che passi presto l’anno e mezzo che ancora gli manca da scontare». Nel frattempo il processo sulla trattativa Stato-mafia farà il suo corso, ci sarà l’appello, poi la Cassazione, con chissà quali esiti e soprattutto con quali tempi.
La replica a Di Matteo: «Spiace che il dottor Di Matteo rappresenti all’opinione pubblica una realtà riduttiva rispetto a quella effettiva. Con la sentenza che ha condannato Dell’Utri per il periodo precedente al 1992 ne è stata pronunciata anche una di assoluzione piena per i fatti successivi a quell’anno che riguardavano tutta la stagione politica e i rapporti tra Dell’Utri, la mafia, Berlusconi e Forza Italia. Rapporti che sono stati assolutamente esclusi». E’ la replica dell’avvocato Giuseppe Di Peri, legale di Marcello Dell’Utri alle dichiarazioni rese dal pm Nino Di Matteo alla trasmissione «1/2 ora in più» della Annunziata. Dell’Utri è stato condannato a 12 anni per minaccia a Corpo politico dello Stato nel processo sulla cosiddetta trattativa. «Tale sentenza – ha aggiunto il legale alludendo alla parte del verdetto che ha assolto l’ex senatore dalle accuse di concorso esterno per il periodo successivo al ’92 – è ormai definitiva, mentre quella emessa dalla Corte d’assise sulla cosiddetta trattativa è ancora di primo grado».
“La trattativa Stato-mafia c’è stata, forse. E con questo?” – si intitola un articolo pubblicato su Il Foglio da Rocco Todero “La storiografia più accreditata è da tempo concorde nel sostenere che durante la seconda guerra mondiale il Governo degli Stati Uniti chiese aiuto alla mafia, sopratutto a quella di New York, per tirarsi fuori dalla drammatica situazione che imperversava nello specchio delle acque territoriali americane dove i sottomarini tedeschi, con la probabile complicità di agenti segreti del loro servizio d’intelligence acquartierati dentro il porto della Grande Mela, imperversavano senza trovare ostacolo alcuno nell’affondare decine di navi destinate a trasportare aiuti per sostenere lo sforzo bellico d’Inghilterra e Francia contro Adolf Hitler” – l’articolo nella parte finale riporta: “A nulla vale argomentare che il nemico ti aveva messo oramai il coltello alla gola e che avevi ritenuto necessaria una tregua (e non una resa) per riprendere le forze, non soccombere definitivamente e contrattaccare”.
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