Source: https://www.laleggepertutti.it/121001_la-comunione-legale-dei-coniugi
Timestamp: 2018-11-14 05:47:29+00:00
Document Index: 90640180

Matched Legal Cases: ['art. 177', 'art. 177', 'art. 217', 'art. 2647', 'art. 178', 'art. 179', 'art. 179', 'art. 179', 'art. 184', 'art. 184', 'art. 181', 'art. 182', 'art. 186', 'art. 190', 'art. 1294', 'art. 190', 'art. 187', 'art. 189', 'art. 179', 'art. 191', 'art. 194']

Regole della comunione legale tra coniugi: oggetto, amministrazione dei beni, cause ed effetti dello scioglimento della comunione.
In mancanza di diversa convenzione, i rapporti patrimoniali tra i coniugi sono disciplinati secondo le regole della comunione legale, che attribuisce ai medesimi uguali poteri di cogestione e uguali diritti sugli acquisti (BIANCA).
Se i coniugi accettano il regime legale, nessuna annotazione deve essere trascritta a margine dell’atto di matrimonio.
1 Oggetto della comunione legale
2 L’amministrazione dei beni della comunione
3 La comunione di fronte ai creditori
4 Comunione legale e comunione ordinaria
6 Effetti della riconciliazione sul regime patrimoniale dei coniugi
Ai sensi dell’art. 177, costituiscono oggetto della comunione:
a) gli acquisti compiuti dai due coniugi insieme o separatamente durante il matrimonio, ad esclusione di quelli relativi ai beni personali.
Sono sorte numerose discussioni sulla portata del termine «acquisti», in particolare per quanto concerne gli acquisti a titolo originario. L’attuale art. 177 non parla, infatti, come il testo originario dell’art. 217, di acquisti effettuati «a qualsiasi titolo»; la dottrina tuttavia, pur con qualche voce contraria, ha evidenziato che la diversa formulazione della norma non comporta una meno ampia nozione di acquisto ed ha affermato che, in linea di principio, non sono esclusi dalla comunione gli acquisti a titolo originario;
b) le aziende gestite da entrambi i coniugi e costituite dopo il matrimonio. Qualora si tratti di aziende appartenenti ad uno dei coniugi anteriormente al matrimonio ma gestite da entrambi, la comunione concerne solo gli utili e gli incrementi.
L’acquisto in comunione determina «una deviazione dai normali effetti di un’attività giuridica», attribuendo «un’ultrattività all’azione del singolo coniuge: l’atto è compiuto da uno dei due, l’acquisto avviene per entrambi» (TRABUCCHI).
Va, inoltre, sottolineato che la trascrizione dell’acquisto è un onere necessario per rendere opponibile l’atto ai terzi, ma non anche per opporre l’acquisto della quota in comunione; il coniuge, cioè, anche se l’atto non risulta trascritto a suo favore, acquista la sua quota di comunione con lo stesso grado di opponibilità dell’acquisto a favore dell’altro coniuge (arg. ex art. 2647 co. 1° che pone l’onere di specificare eventualmente che l’acquisto è esclusivo) (BIANCA).
Esiste poi una comunione de residuo, eventuale e differita (GALGANO) formata da beni che durante il matrimonio appartengono al coniuge che li ha percepiti e, solo se non sono consumati, al momento dello scioglimento della comunione sono divisi, per la parte residua, in parti uguali tra i coniugi.
Osserva SCHLESINGER che poiché «i redditi personali o sono consumati (e non ci sono più), o sono investiti (ed in tal caso gli acquisti diventano automaticamente comuni), o sono risparmiati», è chiaro che la comunione de residuo riguarda soltanto i risparmi.
a) i frutti dei beni propri di ciascuno dei coniugi, percepiti e non consumati allo scioglimento della comunione;
b) i proventi dell’attività separata di ciascuno dei coniugi se, allo scioglimento della comunione, non sono stati consumati;
c) i beni destinati all’esercizio dell’impresa di uno dei coniugi costituita dopo il matrimonio e gli incrementi dell’impresa costituita anche precedentemente al matrimonio (art. 178).
Si tratta di beni che vengono acquisiti alla comunione proprio nel momento in cui questa si scioglie; deve allora stabilirsi se su detti beni vi sia una vera e propria contitolarità dei coniugi ovvero sussistano solo reciproci diritti di credito da far valere in sede di divisione. Al riguardo è preferibile la prima opzione e ciò al fine di garantire il coniuge che ha, sia pure in maniera indiretta, contribuito alla produzione dei beni stessi.
Non cadono in comunione e sono beni personali di ciascun coniuge (art. 179):
— i beni acquistati dal coniuge prima del matrimonio (cd. beni parafernali);
— i beni acquisiti successivamente al matrimonio per effetto di donazione o successione, quando nell’atto di liberalità o nel testamento non è specificato che essi siano attribuiti alla comunione;
— i beni di uso strettamente personale di ciascun coniuge (es.: gli abiti, l’orologio etc.) ed i loro accessori;
— i beni che servono all’esercizio della professione del coniuge (e gli strumenti di lavoro) tranne quelli destinati alla conduzione di un’azienda facente parte della comunione. Può trattarsi anche di beni immobili: si pensi ad uno studio professionale;
— i beni ottenuti a titolo di risarcimento del danno, nonché la pensione attinente alla perdita parziale o totale della capacità lavorativa;
— i beni acquisiti con il prezzo del trasferimento dei beni personali o col loro scambio, purché ciò sia espressamente dichiarato all’atto dell’acquisto (ad es., i titoli e i depositi bancari acquistati dal coniuge in costanza di matrimonio con denaro di cui lo stesso era esclusivo titolare prima del matrimonio: Cass. 10855/2010).
Secondo un altro orientamento, invece, l’intervento del coniuge non acquirente non è sufficiente ad escludere dalla comunione il bene acquistato dall’altro coniuge, ma è condizione necessaria di tale esclusione; sicché, quand’anche sia effettivamente personale, il bene rimane incluso nella comunione in mancanza dell’intervento adesivo del coniuge non acquirente (Cass. n. 19250/2004).
Le Sezioni Unite hanno affermato che dalla lettera dell’art. 179, co. 2, c.c. risulta che l’intervento adesivo del coniuge non acquirente non è sufficiente a escludere dalla comunione il bene che non sia effettivamente personale (Cass. S.U. n. 22755/2009). Infatti, secondo il sistema definito dagli artt. 177 e 179 c.c. l’inclusione nella comunione legale è un effetto automatico dell’acquisto di un bene non personale da parte di uno dei coniugi in costanza di matrimonio, ed è solo la natura effettivamente personale del bene a poterne determinare l’esclusione dalla comunione: se il legislatore avesse voluto riconoscere ai coniugi la facoltà di escludere a loro piacimento determinati beni dalla comunione, lo avrebbe fatto prescindendo dal riferimento alla natura personale dei beni, che condiziona, invece, gli effetti previsti dall’art. 179 co. 2, c.c.
L’amministrazione del patrimonio in comunione spetta ad entrambi i coniugi, in applicazione del principio di uguaglianza. Occorre però distinguere tra ordinaria e straordinaria amministrazione; infatti:
a) gli atti di ordinaria amministrazione possono essere compiuti da ciascuno dei coniugi disgiuntamente: si tratta di quegli atti di utilizzazione, conservazione o manutenzione che riguardano i bisogni ordinari della famiglia;
c) gli atti di straordinaria amministrazione (nonché la stipula dei contratti con i quali si acquistano diritti personali di godimento e la rappresentanza in giudizio per le relative azioni) spettano congiuntamente ad entrambi i coniugi.
Nel caso in cui gli atti siano stati compiuti senza il necessario consenso dell’altro coniuge, occorre distinguere (art. 184 c.c.):
— l’atto riguardante beni immobili (o beni mobili registrati) è annullabile, ma l’azione di annullamento va proposta entro un anno dalla data in cui il coniuge non consenziente ha avuto conoscenza dell’atto e in ogni caso entro un anno dalla trascrizione; in ogni caso, l’azione non può essere proposta oltre l’anno dallo scioglimento della comunione, se l’atto non è stato trascritto e il coniuge non ne ha avuto conoscenza prima dello scioglimento.
L’azione di annullamento può essere esercitata soltanto dal coniuge pretermesso (cioè, escluso dall’atto).
Secondo alcuni (Bianca) la facoltà di agire per l’annullamento dell’atto è trasmissibile agli eredi.
Tra gli atti riguardanti beni immobili o beni mobili registrati soggetti all’azione di annullamento se compiuti da un coniuge senza il consenso dell’altro, vanno ricompresi la rinuncia a parte di una servitù di passaggio appartenente alla comunione, la vendita di un’autovettura, la concessione in comodato o in locazione di un appartamento comune e il preliminare di vendita di un bene comune.
Il contratto preliminare di vendita di un immobile stipulato da un coniuge senza la partecipazione e il consenso dell’altro è efficace nei confronti della comunione legale, ma annullabile, ai sensi dell’art. 184 c.c., nel termine di un anno decorrente dalla conoscenza dell’atto o dalla data di trascrizione (Cass. 14093/2010).
Peraltro, l’annullabilità del contratto di alienazione del bene comune, compiuto da un coniuge senza il necessario consenso dell’altro, è opponibile al terzo acquirente di buona fede a titolo oneroso se la domanda giudiziale è trascritta prima della trascrizione dell’acquisto del terzo (Cass. S.U. 22755/2009).
— l’atto riguardante beni mobili resta valido, ma il coniuge che lo ha compiuto senza il consenso dell’altro è obbligato — su istanza di quest’ultimo — a ricostituire lo stato di comunione, in natura o per equivalente in danaro.
Tale disciplina — spiega GALGANO — intende contemperare due opposte esigenze: quella di evitare che un coniuge compia un atto eccedente l’ordinaria amministrazione senza il consenso dell’altro e quella di non intralciare eccessivamente la circolazione dei beni.
Se uno dei coniugi rifiuta il consenso per la stipulazione di un atto di straordinaria amministrazione, l’altro coniuge può rivolgersi al giudice per ottenere l’autorizzazione al compimento dell’atto, nel caso in cui questo sia necessario nell’interesse della famiglia o dell’azienda coniugale (art. 181). Parimenti, un coniuge può farsi autorizzare dal giudice per il compimento degli atti di straordinaria amministrazione se l’altro coniuge è assente o impedito (art. 182); l’autorizzazione non è però necessaria se il coniuge assente o impedito abbia rilasciato procura con atto pubblico o scrittura privata autenticata.
Se, infine, uno dei coniugi è minore, o non può amministrare ovvero se ha male amministrato, l’altro coniuge può chiedere al giudice di escluderlo dalla amministrazione.
Ai sensi dell’art. 186 «i beni della comunione rispondono»:
— dei pesi ed oneri gravanti su di essi al momento dell’acquisto;
— dei carichi dell’amministrazione;
— dei pesi per il mantenimento della famiglia;
— delle obbligazioni contratte dai coniugi, anche separatamente, nell’interesse della famiglia;
— di ogni obbligazione contratta congiuntamente dai coniugi.
Quando i beni della comunione non sono sufficienti a soddisfare i debiti su di essa gravanti, i creditori possono agire in via sussidiaria sui beni personali di ciascuno dei coniugi, nella misura della metà del credito (art. 190).
Secondo GALGANO, questa norma pone una responsabilità limitata dei coniugi con la funzione di creare un incentivo per la scelta del regime della comunione legale. Si pone, però, il problema del coordinamento tra questa norma e l’art. 1294 che pone il principio della responsabilità solidale dei condebitori: la dottrina prevalente (SCHLESINGER, GAZZONI) lo risolve nell’ottica di una tutela dell’affidamento dei creditori e ritiene che l’art. 190 non sia applicabile alle obbligazioni assunte congiuntamente dai coniugi, che ne risponderanno con tutto il loro patrimonio personale.
In ogni caso viene escluso che i beni della comunione debbano rispondere:
— delle obbligazioni contratte da uno solo dei coniugi per interessi estranei a quelli della famiglia;
— delle obbligazioni contratte da uno dei coniugi prima del matrimonio (art. 187).
Tali disposizioni hanno fatto considerare il patrimonio in comunione legale come patrimonio autonomo (MAZZOCCA): l’autonomia patrimoniale si concreta nella circostanza che il creditore particolare del coniuge non può soddisfarsi sui beni della comunione.
L’autonomia patrimoniale, tuttavia, è limitata perché sono previste alcune deroghe. In particolare:
— il creditore personale di uno dei coniugi può soddisfarsi sui beni della comunione, ma con i seguenti limiti (art. 189):
a) deve aver già escusso il patrimonio personale del coniuge debitore. Non si tratta di un vero e proprio beneficium excussionis, come nella fideiussione; piuttosto, la norma pone a carico del coniuge non personalmente debitore l’onere di indicare i beni personali dell’altro, da aggredire in via preventiva;
b) può soddisfarsi solo fino al valore corrispondente alla quota del coniuge obbligato;
c) i creditori della comunione sono in ogni caso preferiti ai creditori personali, se chirografari;
— i beni della comunione rispondono delle obbligazioni contratte prima del matrimonio, limitatamente al valore dei beni di proprietà del coniuge debitore che siano entrati a far parte della comunione in base a convenzione.
Comunione legale e comunione ordinaria
La comunione legale dei coniugi si distingue nettamente dalla comunione ordinaria (BUFFONI CARINGELLA), poiché:
— la comunione ordinaria (artt. 1100 ss.) è regolata secondo lo schema tecnico giuridico della comunione di tipo romano, per cui ciascun comunista può disporre della sua quota senza con ciò pregiudicare l’intero: in essa riceve tutela l’interesse individuale di ciascun partecipe al godimento ed alla amministrazione dei beni comuni;
— la comunione legale dei coniugi è invece strutturata secondo lo schema della comunione di tipo germanico (Gemeinschaft zur gesammten Hand: «comunanza in mano collettiva» o «a mani riunite»): l’interesse individuale di ciascun partecipe viene subordinato all’interesse collettivo del gruppo sociale «famiglia», per cui è da escludere che il singolo coniuge possa cedere a terzi la propria quota.
In conclusione, la comunione legale presenta i seguenti caratteri:
a) non è universale, perché ne sono escluse varie categorie di beni;
b) non è necessaria, perché i coniugi possono adottare convenzionalmente un altro regime patrimoniale;
c) è vincolata, perché ciascun coniuge perde la sua autonomia, non potendo acquistare un bene esclusivamente per sé (salvo i beni personali di cui all’art. 179), disporre da solo dei beni comuni, alienare la quota di sua pertinenza, acquistare beni a quote diseguali con l’altro coniuge (SCHLESINGER).
— separazione personale;
— separazione giudiziale dei beni, che può essere ottenuta:
— in caso di interdizione o inabilitazione di uno dei coniugi;
— in caso di cattiva amministrazione;
— quando uno dei coniugi non contribuisce ai bisogni della famiglia in misura proporzionale alle proprie sostanze e capacità di lavoro;
— mutamento convenzionale del regime patrimoniale: quando, mediante convenzione, i coniugi attuano un regime patrimoniale diverso dalla comunione;
Nel caso di separazione personale la comunione tra i coniugi si scioglie nel momento in cui il presidente del tribunale autorizza i coniugi a vivere separati, ovvero alla data di sottoscrizione del processo verbale di separazione consensuale dei coniugi dinanzi al presidente, purché omologato.
L’ordinanza con la quale i coniugi sono autorizzati a vivere separati è comunicata all’ufficiale dello stato civile ai fini dell’annotazione dello scioglimento della comunione (art. 191 c.c., modificato dalla L. 55/2015 sul divorzio breve).
— determina la cessazione della comunione legale;
— costituisce il presupposto per l’attuazione ex lege dei trasferimenti previsti dalla comunione de residuo;
La divisione dei beni della comunione legale si effettua ripartendo in parti uguali l’attivo e il passivo. Per il procedimento, trovano applicazione i principi generali di cui agli artt. 713 e ss.
Il giudice, in relazione alle necessità della prole e all’affidamento di essa, può costituire a favore di uno dei coniugi l’usufrutto su una parte dei beni spettante all’altro coniuge (art. 194).