Source: https://www.dlapiper.com/it/italy/insights/publications/2020/03/lavoro-6-marzo-2020/
Timestamp: 2020-04-10 19:27:31+00:00
Document Index: 18725570

Matched Legal Cases: ['art. 4', 'art. 1', 'art. 18', 'art. 4', 'art. 1', 'art. 24', 'sentenza ', 'art. 7', 'art. 18']

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CORONAVIRUS - Decreto Legge 2 marzo 2020, n. 9 - Misure urgenti di sostegno per famiglie, lavoratori e imprese connesse all'emergenza epidemiologica da COVID-19
CORONAVIRUS - Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri - 1° marzo 2020
Il Decreto produce effetti dal 2 all'8 marzo 2020 e supera le disposizioni dei precedenti decreti del 23 e del 25 febbraio 2020.
Per l'intero territorio nazionale sono, invece, previste specifiche misure di informazione e prevenzione e, all'art. 4, è riconosciuta la possibilità di applicare la modalità di lavoro agile, per la durata dello stato di emergenza, dai datori di lavoro a ogni rapporto di lavoro subordinato, anche in assenza di accordi individuali.
Corte di Cassazione, 26 febbraio 2020 n. 5240 - Licenziamento collettivo: applicazione del rito Fornero anche se è contestato il requisito dimensionale
Nella fase di merito, veniva accertata l’illegittimità dei licenziamenti intimati dalla società. Quanto al rito azionato, i giudici di appello rilevavano che “l'originario ricorso era stato correttamente proposto dai lavoratori nelle forme previste dall'art. 1 co. 48 e ss. legge n. 92 del 2012, avendo il giudizio ad oggetto una impugnativa di licenziamento con richiesta di applicazione dell'art. 18 St. lav.: ciò era sufficiente per incardinare il processo con il rito cd. "Fornero" a prescindere dalla fondatezza delle allegazioni circa il possesso del requisito dimensionale, contestato poi dalla società, per avviare la procedura del licenziamento collettivo”.
La Corte di Cassazione, a conferma di quanto statuito in appello, ha affermato il principio secondo cui: "la tesi della ricorrente -secondo cui la verifica del requisito dimensionale ai fini dell'operatività della legge n. 223 del 1991 deve essere effettuata -nella ipotesi di ammissione della azienda al trattamento straordinario di integrazione salariale ai sensi dell'art. 4 co. 1 della legge n. 223 del 1991, al momento dell'attuazione del programma, allorquando non si ritiene di potere assicurare il reimpiego a tutti i lavoratori sospesi e di non potere ricorrente a misure alternative- è stata correttamente respinta dalla Corte territoriale. In sede di legittimità si è, infatti, affermato il principio in virtù del quale il criterio di cui all'art. 1 della legge n. 223 del 1991 (cioè che in tema di licenziamenti collettivi il requisito dimensionale non deve essere determinato in riferimento al momento della cessazione dell'attività e dei licenziamenti, ma con riguardo alla occupazione dell'ultimo semestre) individua una specifica regola di determinazione del requisito dimensionale e che tale criterio appare estensibile, nell'ambito di una interpretazione coordinata e sistematica della legge, anche alla lettera della disposizione dell'art. 24 della legge n. 223 del 1991: ciò al fine di evitare applicazioni artificiose ed elusive della norma predetta”.
Corte di Cassazione, 24 febbraio 2020 n. 4879 - Condotte non contestate: reintegra anche post Jobs Act
Nel caso di specie, a un dipendente - cui veniva negato il godimento delle ferie ad agosto - veniva avviato un procedimento disciplinare per aver pronunciato la seguente frase “io non ho nulla da perdere, se mi faccio male io non mi faccio male da solo”. Nella lettera di licenziamento si faceva, invece, riferimento ad azioni di “ricatto, minaccia e lesione dell’immagine aziendale” (non menzionate nella relativa lettera di contestazione).
La Corte d’appello confermava la sentenza resa in primo grado nella parte in cui aveva rilevato la violazione del principio di immutabilità della contestazione disciplinare, dal momento che le condotte (di ricatto, minaccia e lesione dell'immagine aziendale) poste a fondamento del recesso de quo e presenti nella lettera di licenziamento non erano state precedentemente contestate a norma dell’art. 7, L. n. 300/1970 (cd. Statuto dei Lavoratori); né, con riferimento ai fatti inizialmente contestati, era ravvisabile un intento calunnioso o lesivo dell’immagine aziendale. La Corte territoriale evidenziava, infatti, come “nella lettera di contestazione non fossero contenuti i riferimenti a "ricatti, ulteriori affermazioni sconvenienti, ingiuriose e diffamanti perché avvenuta in presenza di testimoni". Per tali ragioni, i giudici del gravame ritenevano il licenziamento “viziato in radice, per insussistenza giuridica dei fatti e per violazione del diritto di difesa nel procedimento disciplinare” e, di conseguenza, confermavano la correttezza della tutela reintegratoria applicata.
La Corte di Cassazione - di fronte alla dibattuta questione dell’individuazione del regime di tutela applicabile in ipotesi di omessa iniziale contestazione di taluni comportamenti - ha statuito che “ove il licenziamento venga intimato senza contestazione disciplinare, lo stesso continua, come in passato, ad essere considerato ingiustificato ed è sanzionato con la reintegrazione ad effetti risarcitori limitati”. Inoltre, han proseguito i giudici di legittimità, “la giustificazione della tutela reintegratoria si rinviene nel fatto che, ai sensi dell'art. 18, comma 4, St. Lav., tale tutela è prevista in caso di "insussitenza del fatto contestato", che implicitamente non può che ricomprendere anche l'ipotesi di inesistenza della contestazione”.
Corte di Cassazione, 24 febbraio 2020 n. 4871 - Violazione della privacy dei clienti di una banca: legittimo il licenziamento
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