Source: http://ugofonzar.postilla.it/2013/06/14/i-delitti-colposi-in-ambito-231-non-e-forse-il-caso-di-ripensare-i-presupposti-della-responsabilita-ex-crimine-degli-enti/
Timestamp: 2017-09-20 00:09:28+00:00
Document Index: 171133271

Matched Legal Cases: ['art. 25', 'art. 5', 'art. 25', 'art. 5', 'art. 25', 'art. 25', 'art. 41', 'sentenza ', 'art. 25', 'art. 25', 'art. 25', 'art. 55', 'art. 589', 'art.55', 'art. 589', 'art. 590', 'sentenza ', 'art. 589']

Delitti colposi nella 231: ripensare ai presupposti della responsabilità ex crimine degli enti?
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I delitti colposi in ambito 231: non è forse il caso di ripensare i presupposti della responsabilità ex crimine degli enti?
Continua il dialogo a distanza con il brillante dott. Antiga che da un ulteriore spunto sul tema (e direi che chiarisce definitivamente “come stanno le cose”).
1. Alcune preliminari considerazioni.
Sono passati oramai molti anni da quando il legislatore italiano – mutuando un’esperienza tipica dei sistemi nordamericani – ha introdotto la responsabilità (formalmente detta “amministrativa” (1)) degli enti e delle persone giuridiche, tuttora disciplinata dal d.lgs. 231/01 (d’ora innanzi anche “Decreto”).
Ebbene, da quella data molte cose sono cambiate. In particolare, successivi interventi del legislatore hanno notevolmente arricchito il novero dei reati-presupposto (dando così una sostanziale piena attuazione alla legge di delega 366/2001, la quale conferiva allo stesso legislatore il compito di introdurre la corporate liability per un numero di illeciti penali molto più sostanzioso rispetto a quello originario), inserendo nella “parte speciale” del Decreto reati che, senza ombra di dubbio, risultano pienamente compatibili con la dimensione dell’impresa (si pensi soltanto alla recente introduzione dei reati ambientali ad opera del d.lgs. 121/2011).
Eppure, sia consentita una piccola divagazione dal tema, continuano a non essere richiamati nel “catalogo 231” alcuni reati, il cui inserimento nel Decreto sarebbe opportuno (si pensi solo all’usura e ai reati tributari, illeciti certamente più affini al c.d. diritto penale d’impresa di quanto non siano altri reati già a catalogo).
A parte ciò, la problematica di maggior peso che i citati interventi legislativi hanno prodotto, è certamente quella relativa all’introduzione, nel corpus normativo del Decreto, dei reati colposi, a partire dalla legge 123/2007, con la quale è stato creato l’art. 25 septies, dedicato alla responsabilità dell’ente per i delitti di omicidio colposo e di lesioni colpose gravi e gravissime commessi con inosservanza della normativa antinfortunistica.
2. Lo “sconquasso” creato dai delitti colposi nella “parte generale” del d.lgs. 231/01.
Una breve ricognizione dei presupposti della responsabilità dell’ente giova a comprendere quali siano le difficoltà cui l’interprete va incontro nel tentativo di conciliare i reati colposi con i criteri di ascrizione all’ente della già citata corporate liability.
Ai sensi dell’art. 5 del Decreto, l’ente risponde se:
a) viene commesso un reato tra quelli richiamati dal decreto (c.d. “reati presupposto”);
b) il reato è stato commesso da una persona fisica appartenente all’ente;
c) detta persona abbia agito nell’interesse o a vantaggio dell’ente.
Ebbene, proprio il requisito dell’interesse o vantaggio (al di là della sua infelice strutturazione) sembra creare un autentico cortocircuito se messo in relazione ai delitti di che trattasi.
Come è stato ben sottolineato in dottrina (2), il requisito de quo non può certo riferirsi all’evento naturalistico dei delitti di omicidio e lesioni colpose. Certo non potrebbe essere diversamente, posto che la morte o le lesioni (commesse con inosservanza della normativa antinfortunistica) sono conseguenze non volute, motivo per cui appare ovvio concludere che le stesse non possano essere perpetrate nell’interesse (o a vantaggio) dell’ente.
Alla luce di ciò, bene avrebbe fatto il legislatore ad adattare la disciplina de qua, “in modo tale da rendere più agevole l’estensione della responsabilità degli enti anche ai reati colposi” (3).
La giurisprudenza, dal canto suo, ha cercato di ovviare alle mancanze legislative. Così, nella prima pronuncia giurisprudenziale dedicata all’art. 25 septies, il Tribunale di Trani (4) ha propugnato la c.d. concezione oggettiva dell’interesse, concezione secondo la quale è necessario “di volta in volta accertare solo se la condotta che ha determinato l’evento morte o le lesioni personali sia stata o meno determinata da scelte rientranti oggettivamente nella sfera di interesse dell’ente oppure se la condotta medesima abbia comportato almeno un beneficio a quest’ultimo senza apparenti interessi esclusivi di altri” (5).
La concezione in esame, seppur permette di saltare l’ostacolo della compatibilità dell’elemento soggettivo della colpa con il requisito di cui all’art. 5 del Decreto, postula un evidente strappo alla legalità. Invero, l’ottica giurisprudenziale si sposta dall’evento alla condotta – quest’ultima riconducibile oggettivamente alla sfera di interesse dell’ente ovvero foriera di benefici in capo al medesimo – mentre l’art. 25 septies enuclea al suo interno fattispecie di evento (6).
In buona sostanza, allora, al fine di riferire il delitto colposo all’ente, sarà sufficiente che un soggetto apicale dello stesso abbia omesso di adottare cautele atte a prevenire infortuni sul lavoro (ecco che si palesa l’elemento della condotta), da ciò derivando, si direbbe quasi ipso facto, un beneficio economico in capo all’ente, beneficio consistente nel risparmio di spesa che la mancata adozione della misura antinfortunistica porta con sé.
Il denunciato “strappo alla legalità” è, dunque, il prezzo che bisogna pagare per rendere compatibili i principi del Decreto con i nova inseriti nella sua besonderer Teil (NdUF: “parte speciale”).
3. La condotta “abnorme” o “esorbitante” del lavoratore quale unica via di fuga per l’ente nel caso di delitti colposi.
Altra scottante problematica, con cui l’interprete deve confrontarsi, attiene alla evidente sconnessione logica fra il requisito dell’elusione fraudolenta del modello e i delitti colposi; le difficoltà che in subiecta materia si pongono non possono certo dirsi superate ritenendo – come parte della dottrina ha proposto (7) – che nell’ipotesi di commissione dei delitti de quibus l’ente potrà esonerarsi dalla responsabilità provando solamente l’efficace adozione ed attuazione del MOG.
A ben vedere, allora, il menzionato requisito – in relazione ai delitti ex art. 25 septies – può essere, se così si può dire, adattato alla peculiare eziologia dei reati colposi (caratterizzati, si ripete, dalla mancata volizione dell’evento). Occorre, però, preliminarmente, porre mente alla circostanza che il verificarsi dell’evento di reato, di per sé scredita l’efficace attuazione del modello.
L’ente, tuttavia, in questa situazione, potrà fornire la famigerata prova liberatoria dimostrando che il lavoratore ha tenuto una condotta “abnorme” o “esorbitante”. Come è stato efficacemente chiarito, “Il lavoratore incorrerà in esorbitanza della sua condotta allorquando, avventatamente e senza averne ricevuto direttive, porrà in essere, sul luogo di lavoro, dei compiti non propri o delle mansioni che non gli sono state affidate e nemmeno connesse alle proprie competenze; sicché, nel caso in cui il dipendente si dedicherà di propria iniziativa ad utilizzare un altro macchinario, o si recherà in un altro settore dell’azienda, il tutto esorbitando dalle sue competenze, tale comportamento, in caso di infortunio potrebbe integrare la causa sopravvenuta da sola sufficiente a determinare l’evento ai sensi del comma II dell’art. 41 del codice penale” (8).
La condotta abnorme, quindi, similmente alla elusione fraudolenta del modello, determinerà una rottura del rapporto di immedesimazione organica tra l’autore dell’illecito e l’ente (così come, sul piano della responsabilità penale, interrompe il nesso di causalità), non potendo certo l’ente medesimo preventivare – e quindi calare nel MOG – tutti i comportamenti “anomali” ascrivibili al lavoratore.
Studio Legale Riponti
(1) In realtà, a parere di chi scrive, è forse preferibile parlare di “responsabilità ex crimine degli enti e delle persone giuridiche”.
(2) Ex multis, si veda AMATI, La responsabilità degli enti per i reati colposi di omicidio e lesioni gravi o gravissime, commessi in violazione delle norme relative alla sicurezza sul lavoro, in INSOLERA (a cura di), La nuova sicurezza sul lavoro, III. Norme penali e processuali, Bologna, 2011. Il contributo è disponibile in http://sinersafe.uniud.it/sites/default/files/mapper-meeting_m1-2011_at_amati.pdf
(3) Cfr. ancora, sul punto, AMATI, La responsabilità, cit.
(4) Trib. di Trani, sez. di Molfetta, 11 gennaio 2010
(5) Il passo della citata sentenza viene riportato anche da AMATI, op. cit., 14
(6) Cfr. sempre AMATI, op. cit., 13, nonché DOVERE, Osservazioni in tema di attribuzione all’ente collettivo dei reati previsti dall’art. 25-septies del d.lgs. 231/2001, in Riv. trim. dir. pen. ec., 2008, 316 ss
(7) Cfr., ad es., IELO, Lesioni gravi, omicidio colposo aggravati dalla violazione della normativa antinfortunistica e responsabilità degli enti, in Resp. amm. soc. enti, 2008, 66
(8) Così ARABIA, La rilevanza della condotta “abnorme” ed “esorbitante” del lavoratore nell’accertamento della responsabilità sugli infortuni sul lavoro, in http://www.confindustria.cz.it
Commento di Ugo Fonzar
La cosa è stata mi pare chiarita per bene! Una sola riflessione: ma l’interesse non viene generato da un dolo, oppure può nascere solo da una colpa cosciente?
Il vantaggio di contro è più “semplice” da comprendere e capire, e si genera da una condotta omissiva (leggi ad es. “risparmiare per/su …”), la quale, nella casistica del reato previsto dal 25-septies, è tipicamente di natura “colposa”.
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19 Commenti a “I delitti colposi in ambito 231: non è forse il caso di ripensare i presupposti della responsabilità ex crimine degli enti?”
Stefano L. Antiga scrive:
Scritto il 17-6-2013 alle ore 17:07
Il criterio oggettivo di ascrizione della responsabilità all’ente, citato nello scritto, fa riferimento alla condotta, che, nel caso dell’art. 25 septies d.lgs. 231/01, è necessariamente colposa (magari l’evento è preveduto, ed allora si parla di “colpa cosciente”). Se, però, tale condotta (ossia l’omissione delle cautele antinfortunistiche) è posta in essere, ad es., nell’ottica del risparmio per l’impresa (la quale non sopporta i costi delle citate cautele), ecco che si palesa un interesse per l’ente. Ribadisco, si tratta di una concezione oggettiva che snatura, per così dire, l’art. 25 septies, il quale è reato di evento e non di mera condotta, con conseguente violazione del principio di legalità.
Comprendo che l’argomento è un po’ ostico. Rimango a disposizione per ulteriori chiarimenti (o, quantomeno, per dirVi come la penso io!).
Stefano L. Antiga
Scritto il 17-6-2013 alle ore 20:41
Grazie dei supercontributi Stefano!
Scritto il 19-6-2013 alle ore 08:07
Si tratta senz altro di una normativa di favore. Se esiste il reato di pericolo di omissione dolosa di cautele infortunistiche ( in capo ad un responsabile ex lege) non capisco come non possa esistere un reato di evento ad esse collegato…seppur in forma di dolo eventuale.
Scritto il 19-6-2013 alle ore 09:15
il 25-septies non è per i reati dolosi (ad es. Art. 437 – Rimozione od omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro)
ma per quelli colposi
il 25-septies riguarda i reati di cui agli articoli 589 e 590 del c.p., sanziona i delitti commessi con violazione delle norme sulla tutela della salute e sicurezza sul lavoro.
In dettaglio riguarda i reati di seguito riportati:
– Omicidio colposo commesso in violazione dell’art. 55, comma 2, Testo Unico in materia di salute e sicurezza sul lavoro (art. 589 c.p.).
– Omicidio colposo commesso in violazione delle norme in materia di salute e sicurezza sul lavoro (eccetto art.55 Testo Unico) (art. 589 c.p.).
– Lesioni personali colpose commesse in violazione delle norme in materia di salute e sicurezza sul lavoro (art. 590 c.p.).
Scritto il 19-6-2013 alle ore 20:13
Grazie per i chiarimenti, ma la mia era solo una riflessione sulla mancanza ( all ‘interno delle disposizioni sulla sicurezza sul lavoro ed altrove) di norme che sanzionino il reato (doloso) connesso alla consapevole non adozione di misure antinfortunistiche. Se per esempio non vengono volutamente ( per risparmio di spesa) impiegati dei sistemi “salvavita” elettrici e in seguito a tale omissione muore un lavoratore…la legge contempla soltanto un reato derivante da colpa. Sebbene in realtà il datore di lavoro aveva a monte accettato il rischio che l evento si producesse.
Scritto il 19-6-2013 alle ore 20:21
è una colpa cosciente e non un dolo
ci pensa bene il codice penale a punire e distinguere per bene la differenza di questi due atteggiamenti (non lo troverai ovviamente nel 81)
è colposo, o contro l’intenzione, quando l’evento, anche se PREVEDUTO, non è voluto dall’agente e si verifica a causa di negligenza o imprudenza o imperizia, ovvero per inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline
è doloso, o secondo l’intenzione, quando l’evento dannoso o pericoloso, che è il risultato dell’azione od omissione e da cui la legge fa dipendere l’esistenza del delitto, è dall’agente PREVEDUTO e VOLUTO come conseguenza della propria azione od omissione
ma penso lo sapevi già
Scritto il 19-6-2013 alle ore 21:02
Secondo diritto la differenza tra colpa cosciente e dolo eventuale risiede proprio nella consapevole accettazione del rischio che l evento si produca… Dunque trattasi di dolo eventuale. Che poi il legislatore ( e gli orientamenti giurisprudenziali) vadano nel senso opposto…forse per opportunità politica.. ciò non affievolisce la genuinità del ragionamento. Saluti
Scritto il 20-6-2013 alle ore 09:59
il problema è che il dolo eventuale, come Lei fa correttamente notare, non rileva in ambito 231. Personalmente, ho già sostenuto altrove l’opportunità di inserirlo a catalogo, quindi, ad esempio, di contemplare la responsabilità dell’ente anche per l’omicidio doloso (proprio perché esiste il dolo eventuale che, secondo la nota formula di Frank, si fonda proprio sull’accettazione del rischio). Vi sarebbero, poi, altri reati da inserire nel “corpus” del decreto 231, ma, stranamente, nello stesso sono state previste fattispecie delittuose che con le imprese non hanno niente a che spartire.
Scritto il 20-6-2013 alle ore 14:02
Michele, ti riferisci alla sentenza di secondo grado di Tyssenkrupp o in generale al “normale atteggiamento” di uno che lavora, che guida l’auto, ecc.?
Scritto il 21-6-2013 alle ore 08:37
mi fa piacere che condivide il mio pensiero. Comunque dubito che si tratti di una semplice disattenzione….
Scritto il 21-6-2013 alle ore 08:52
Ugo, mi riferivo ai primari istituti giuridici del nostro sistema normativo e in particolare di quello penale..se si mettono in discussione questi, o se si creano ( per logiche avulse al diritto) delle nicchie di “esenzione” é la certezza del diritto che viene intaccata.
Scritto il 21-6-2013 alle ore 13:15
la 231 è stata creata nell’era “moderna” al fine di CHIUDERE UNA AZIENDA in caso di reati colposi commessi …
il dolo e i 20 anni di galera che aspettano l’imprenditore “in caso di …” è una pena accessoria a questo punto…
Scritto il 23-6-2013 alle ore 13:49
Onestamente, da tecnico di settore, ne ho piene le scatole di cavilli legali azeccagarbuglieschi. Perché qui stiamo sostanzialmente dicendo che la magistratura ha semplicemente trovato il modo di fare quello che vuole nel modo che vuole grazie a “interpretazioni” della legge. Siamo a posto. E con azzeccagarbugli quindi NON mi riferisco al dr Antiga. Spero di togliermi dalle scatole il prima possibile.
Scritto il 23-6-2013 alle ore 22:07
Il bello di internet è che ognuno può esternare il proprio pensiero, questo ovviamente con educazione e rispetto. Se invece si crede di prevaricare il pensiero altrui con pseudo – offese e termini poco simpatici allora si dovrebbe avere anche il coraggio di scrivere il proprio cognome.
Scritto il 24-6-2013 alle ore 10:27
Caro Sig. Antonio,
mi ha fatto estremamente piacere il riferimento (non al Sottoscritto, e per questo La ringrazio vivamente) – di manzoniana, o meglio, ancor prima, di machiavelliana memoria (è il Machiavelli, infatti, ad usare per primo l’epiteto in questione) – al dottor “Azzeccagarbugli”. Sa, da appassionato di letteratura quale sono…
Comprendo il disagio dei tecnici del settore. Proprio la scorsa settimana, in una trasferta presso un’azienda veneta, la quale intende dotarsi del MOG, mi è parso di cogliere un certo disappunto nei confronti di questa normativa (ossia “la 231″), che tanto costa alle nostre imprese. Comprendo altresì l’odio viscerale che un imprenditore può maturare verso quelli che Lei definisce i cavilli legali (ormai innumerevoli, frutto di una alluvionale produzione legislativa). Che dire, caro sig. Antonio, forse nessuno degli operatori dell’ordinamento è esente da colpe. Per parte mia cerco di dare un piccolo, anzi piccolissimo, contributo all’umanità (mi lasci essere un po’ ironico), chiarendo (spero nel modo giusto) alcune questioni che, inevitabilmente, sorgono nell’applicazione della legge. Tutto qui.
Scritto il 24-6-2013 alle ore 11:17
Obiettivamente parlando, la questione ha radici molto più profonde di quanto prima facie appaia. Secondo me la “valutazione” di una disposizione di legge va fatta sia sul piano prettamente giuridico ( per appurare che sia armonica con i principi e gli istituti consolidati del diritto)che su quello degli intendimenti politici perseguiti. Posto che bene primario è la salute lo stato deve tutelarla. Credo su questo non vi siano dubbi. Il problema è invece un altro…in una sitiazione di crisi economica come quella che stiamo vivendo come si conciliano le dure pretese e incombenze da seguire
Scritto il 24-6-2013 alle ore 11:20
Come si conciliano le costose incombenze richieste con la sopravvivenza stessa delle imprese?
Scritto il 24-6-2013 alle ore 11:53
il problema è che “la 231″ è stata pensata, anche quanto a costi, per la grande impresa. Rimane, però, il fatto che la situazione giuridica soggettiva sottesa alla normativa in questione è l’onere, non l’obbligo, il che significa libertà di valutazione circa l’adozione del MOG. In buona sostanza, il legislatore non vincola le imprese a sopportare il costo (a volte assai notevole) dei modelli, ma ne caldeggia (diciamo così) l’adozione.
Scritto il 24-6-2013 alle ore 23:11
@Stefano – commento 18.
Se non adotti il mog e commetti un reato colposo di lesioni gravi, e il pm applica la 231, sei finito, tu e la tua azienda (piccola in particolare)
Grazie del contributo di tutti raga… ah, poi colgo l’occasione per dire che se qualcuno qui “pseudo–offende” con sto mondo di internet un altro, io faccio la parte della ballerina con chi scrive cose offensive e spicco un salto su di lui come al minuto 3.22 del fil che linko http://www.youtube.com/watch?v=WpmILPAcRQo … e 100 kg a tutta forza creano danni (ritengo ancora colposi) puniti dall’art. 589 (però non si applica il 231… almeno qui)
PS: non mi sembra sia successo in modo preciso… ma vorrei smorzare un attimo quindi i toni e riprendere, se siete d’accordo, la discussione, che anche se da tecnica è diventa “politica” (brutto termine maltrattato da un sacco di eletti negli ultimi decenni), e va bene lostesso, teniamoci però concentrati sul tema (parlo io… che penso di far il ballerino…)