Source: http://milella.blogautore.repubblica.it/2011/08/25/la-sfida-di-vietti-anti-bobo-e-anti-nitto/
Timestamp: 2018-06-20 09:23:05+00:00
Document Index: 40104381

Matched Legal Cases: ['art. 87', 'art. 74', 'art. 111', 'sentenza ', 'art. 24', 'art. 2043', 'art. 24', 'art. 103', 'art. 113', 'art. 24', 'art. 138', 'art. 61', 'art. 15', 'art. 76', 'art. 1', 'art. 500', 'art. 500', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 60', 'art. 24', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

La sfida di Vietti (anti Bobo e anti Nitto) - Toghe - Blog - Repubblica.it
La sfida di Vietti (anti Bobo e anti Nitto)
Se non fosse caduta in un giorno "grave", come quello in cui quattro colleghi vengono fatti prigionieri in modo brutale, la proposta del vice presidente del Csm Michele Vietti sulla "moratoria" dei reati ha una portata "epocale". Uso volutamente il termine che usò Berlusconi per definire la sua riforma costituzionale della giustizia perché, all'opposto di quell'inutile legge, questo no a nuove leggi inutili, che affastellano il codice anziché semplificarlo, è sì di rilievo strategico enorme. Inevitabile il richiamo all'idea agostana di inventarsi la figura dell'omicidio stradale, ipotizzata il 15, un giorno di sosta dei giornali, ma in cui si svolgono rituali parate ufficiali del tutto inutili come la visita formale alle caserme della polizia. Lì Bobo e Nitto, ministri dell'Interno e della Giustizia, si sono venduti quel nuovo reato come la panacea per mandare tutti in cella dopo un incidente stradale mortale. Ma adesso la "moratoria" di Vietti costringe tutti alle riflessione. Niente nuovi reati, né ritocchi dannosi a quelli che già esistono. Coerenza vorrebbe che si fermassero tutte le leggi per il Cavaliere, a cominciare dal "processo lungo", e andasse avanti solo ciò che corrisponde a un interesse generale. Quindi stop alla riforma delle intercettazioni, avanti il ddl anti corruzione, per lasciare il posto ai soli ritocchi per velocizzare il processo.
Domenico Corradini H. Broussard 25 agosto 2011 alle 04:51
Coerenza vorrebbe anche che il Presidente della Repubblica, invece di limitarsi a bacchettare maggioranza e opposizione in un qualche meeting o in qualche convegno, inviasse «messaggi alle Camere» a norma dell’art. 87 comma 2 Cost. E che, ove un testo di legge ad personam o ad aziendam, ad esclusivo favore di Berlusconi e delle sue imprese, di un qualsiasi Berlusconi e di una qualsiasi impresa, gli venisse presentato per la promulgazione, lo rispedisse alle Camere chiedendo «una nuova deliberazione», a norma dell’art. 74 comma 1 Cost. Sarebbe un segnale forte per impedire o cercare d’impedire l’ipertrofia legislativa che dannosa è in tutti i rami del diritto, non solo nel diritto penale.
Con piacere ho appreso dalle gazzette che il vicepresidente Vietti ha ribadito ieri l’inopportunità d’introdurre nel nostro ordinamento il reato di omicidio stradale. Sul punto mi sono già espresso, ritengo come cultore del diritto da più di mezzo secolo, non come studioso o come esperto, ché per me sarebbe troppo. E non torno quindi a esprimermi, sennò qualcuno, constatando che mi sto ripetendo, potrebbe dire che sto «cianciando».
Sia Napoletano il custode della Costituzione, esercitando i poteri che la Costituzione gli conferisce.
La moral suasion è importante. Ma non basta.
Distinti saluti alla dott.sa Milella e a tutti quelli che vorranno leggermi.
Domenico Corradini H. Broussard.
Prof. ordinario Facoltà di Giurisprudenza Università di Pisa. Avv. Patrocinante in Cassazione.
Stefano 25 agosto 2011 alle 09:11
Benissimo la moratoria proposta da Vietti. I processi in Italia non sono lenti perchè ci sono troppe garanzie... quelle non sono mai troppe se uno Stato vuole privare della libertà un individuo secondo la legge e non per spirito di vendetta o per soddisfare il furor di popolo. Non servono reati nuovi (ed anzi una massiccia depenalizzazione di reati bagatellari sarà salvifica per permettere alla macchina di non essere intralciata dai mille rivoli di tanti processetti che tolgono energie a quelli veri) ed anzi sarebbero dannosi: lo dimostrano l'arresto del guidatore del suv di Genova per omicidio volontario ma, ancora meglio, l'esito del primo grado del processo Thyssencrup. Situazioni processuali che provano come con gli strumenti già esistenti si possa procedere in maniera incisiva.
Il Dr Guariniello a Torino ha dimostrato che si può alzare il tiro con le attuali leggi anche in quel settore drammatico che è l'area degli infortuni e dei morti sul lavoro. Cioè di quella piaga sociale che costa all'INAIL (e quindi allo Stato) dai 24 ai 45 miliardi (non milioni) di euro all'anno a seconda dell'anno. Molti processi per infortuni sul lavoro vengono invece oggi definiti con decreto penale cioè con quel brutto strumento processuale che riduce il tutto ad una multa e priva la parte civile della possibilità di richiedere un risarcimento in sede penale rimandandola alla giustizia civile con il suo carico di lungaggini ed incertezze.
Visto che in questo blog si parla spesso di necessità di deterrenti, mi spiegate quale deterrente può essere una multa a fronte degli ingenti risparmi che un luogo di lavoro privo di sicurezza assicura.
L'esercizio obbligatorio dell'azione penale può essere vero e non farsesco (come è adesso nel nostro sistema) solo in costanza di un diritto penale minimo cioè limitato a perseguire penalmente solo le fattispecie più gravi. E anche le custodie cautelari (meglio "carcerazioni preventive" come le chiamava il codice previgente quello attuale) dovrebbero essere relegate ad extrema ratio. Circa la metà dei detenuti oggi ristretti nelle polveriere delle carceri italiane sono in attesa di giudizio (e anche questa è un'aberrazione in uno Stato che prevede a livello di Costituzione la presunzione di innocenza): l'utilizzo del braccialetto elettronico introdotto ben 10 anni fa e che, nonostante inutilizzato, costa allo Stato 11 milioni di euro all'anno basterebbe a ridimensionare se non a chiudere del tutto il dramma del sovraffollamento delle carceri. Ancora una volta possiamo ribadire che non servono leggi nuove: basterebbe applicare bene quelle esistenti e nel frattempo mettersi a studiare (come hanno già fatto sia Nordio che Pisapia i quali hanno anche nel frattempo scritto un libro insieme dimostrando, se ce n'era bisogno, che la giustizia non è nè di destra nè di sinistra) progetti di revisione dei codici penale e di procedura penale con una seria discussione parlamentare rifuggendo le tentazioni del ricorso a decreti legge o a interventi a macchia di leopardo.
giulio 25 agosto 2011 alle 09:22
ovviamente milella si commuove e si eccita sempre di fronte a tutto quello che favorisce la casta dei magistrati
Anna 25 agosto 2011 alle 09:27
Ma ormai sappiamo che le parole del Presidente Napolitano che chiamano alla responsabilità e al dialogo per il bene del paese cadono nel vuoto, la maggioranza non vuole sentir parlare di niente, il dialogo è quello dei sordi, io ti ascolto se mi dai ragione, se non me la dai non vuoi il bene del paese e così andiamo avanti (verrebbe da dire indietro) negli ultimi 3 anni. La giustizia è lenta, facciamola più lenta, aggiungendo reati, allungando il processo e i privilegi dell'imputato e della difesa, accorciamo i privilegi dei pm, la capacità di giudicare dei giudici, la prescrizione breve, per il bene di Berlusconi, e alla fine Alfano dirà, la manovra farà vedere che la maggioranza è forte e coesa, mi domando ma in che mondo vivono?
Francesco Messina, giudice Tribunale Trani 25 agosto 2011 alle 10:29
Riporto un mio commento fatto nel "topic" (si dice così?) precedente, previa autorizzazione della dott.ssa Milella.
Esso scaturisce da una franca discussione avuta con il commentatore Gae, e rappresenta il mio approccio metodologico per ogni dialogo con i lettori.
Gae, Le dico che leggere le sue ultime parole mi è molto dispiaciuto.
Il mio ultimo intervento (quello su applicazione delle misure cautelari, concessione delle attenuante generiche e beneficio della "pena sospesa"), è tutto fuorchè una difesa acritica della mia “categoria”.
Mi sono soffermato, specificamente, su alcune interpretazioni giuridiche che io non condivido affatto e che, anzi, contrasto – ogni giorno- nello svolgere la mia professione.
E Le assicuro che, malgrado sia agevolato dall’intima convinzione che il mio sia l’unico atteggiamento giusto da tenere, tutto questo mi costa molta, molta fatica (aggiornamento giuridico costante, studio processuale del singolo caso, rigorosa analisi del comportamenti dell'imputato e delle persona offesa; il tutto con un carico di lavoro di circa 1.000 procedimenti penali solo per me).
Lei davvero ritiene che, se io volessi difendere solo e soltando la mia categoria, starei a discutere di problemi della Giustizia con Lei, con la dott.ssa Milella e con gli altri cittadini, su questo blog, anche a orari notturni?
Non mi sarebbe molto più semplice e, soprattutto, conveniente dedicarmi, in via esclusiva, alla stesura dei miei provvedimenti e, poi, nel tempo libero rimasto, frequentare qualche circolo ricreativo di “elite”?
Non mi sarebbe più agevole mantenere quell’atteggiamento algido e distaccato che connota molto spesso chi ricopre posizioni sociali non minimali, limitandomi a espletare il potere giudiziario SOLO nell’ambito del Palazzo, e disinteressandomi degli effetti concreti del mio lavoro?
Nel mio ultimo commento ho cercato di far conoscere, a Lei e ad altri cittadini, il “meccanismo giuridico”, così come oggi è PREVISTO E IMPOSTO DALLE LEGGI dello Stato, e con il quale, ogni giorno, i magistrati italiani devono confrontarsi.
Ho cercato anche di rappresentarLe come, per valutare un episodio di cronaca e i relativi provvedimenti dell’Autorità Giudiziaria, non ci si può affidare solo alla cronaca giornalistica.
Preciso subito cosa voglio dire.
Tutti i cittadini dovrebbero mostrare il coraggio della ricerca e del dubbio.
Dovrebbero non partire da concetti assiomatici, dalle loro certezze apparentemente indiscutibili, magari formatesi in contesti culturali superficiali, non adatti o, addirittura, in malafede (mi riferisco ai contesti in cui si scambiano le sentenze di "prescrizione" con quelle di "assoluzione"; oppure a quelli in cui fa comodo affermare che l'imputato è stato "scarcerato ed è, quindi, "libero", quando, invece, nei confronti di quello stesso imputato è stato emesso il provvedimento cautelare degli arresti domiciliari).
I cittadini dovrebbero coltivare - come devono fare i magistrati nel loro lavoro - il valore del dubbio propositivo, del dubbio, cioè, che non è pura e semplice incertezza, ma una condizione dell'animo e della mente che conduce a un'evoluzione della conoscenza per sè e per gli altri.
E sottolineo: per sè e PER GLI ALTRI!
Perchè conoscere, e far conoscere, in modo corretto, è un DOVERE, e non un privilegio.
Poi, solo dopo aver fatto tutto questo, si può contestare – anche duramente – le decisioni dell’Autorità Giudiziaria.
Lei, Gae, pensa che io, anche come magistrato, non abbia dubbi nel mio lavoro? che agisca, nello svolgimento di esso, con l'asetticità di un computer, di un bisturi, di un’analisi da laboratorio? che mi siano indifferenti gli interessi e le sofferenze delle persone coinvolte nei processi che tratto? che mi basti scrivere (e che mi accontenti di farlo) provvedimenti “tecnicamente” perfetti, ma sostanzialmente ingiusti? che non mi ponga il problema delle leggi inadeguate rispetto ai principi costituzionali? che non avverta dentro di me – non solo in Tribunale, ma in ogni attimo della giornata, magari anche quando passeggio sul mare di Barletta con le mie due figlie – l’urgenza e la necessità di farmi carico delle ansie, delle speranze, delle angoscie di chi ha meno strumenti conoscitivi di me in uno specifico ambito della vita, come quello giuridico? che dimentichi chi si è affidato alla mia professionalità (che è tutt’uno con la sensibilità umana) con le sole forze della passione civile e della speranza?
che non cerchi di affinare la conoscenza/coscienza collettiva, magari attraverso incontri di studio gratuiti, aperti a tutti i cittadini e non solo ai tecnici, offrendo a tutti la possibilità di interloquire con chi rappresenta le Istituzioni, di porre domande, di esporre le proprie preoccupazioni, eliminando la falsa convinzione che tutto questo possa avvenire SOLO in Tribunale?
Se avrà la pazienza di fare qualche ricerca su internet, con il nome del sottoscritto, avrà qualche sorpresa che penso Le sarà anche piacevole.
Il compito del magistrato è quello di osservare la Legge e di trovare, all’interno di essa, un’occasione per dare concretezza e sostanza al desiderio di giustizia che è in tutti. Anche in quelli che la pensano come Lei, Gae, sulla mia categoria.
Io cerco di farlo ogni giorno, dimenticando sia gli insulti che mi vengono rivolti da anni in quanto magistrato, sia l’approccio – quantomeno sospettoso, disincantato, disilluso, scettico – di chi ha le Sue opinioni.
Le assicuro che tutto ciò, per me, non sarà mai nè fonte di giustificazioni improprie, nè spunto di acredine, di rivalsa sociale, di contrapposizione di categoria o, anche semplicemente, di spocchia. Perchè non è consentito dalla mia coscienza.
D’altra parte mi è stato insegnato che il miglior magistrato è colui che conduce il proprio lavoro senza timore altrui, ma anche senza alcuna speranza in un possibile atteggiamento di riconoscenza da parte degli altri.
Le auguro buona vita e, ovviamente, sono disponibile a ogni dialogo giuridico, come verso qualsiasi altro cittadino.
Mario R. 25 agosto 2011 alle 10:46
A presceindere dalla competenza di chi scrive, è a tutti evidente quanto buon senso e quanto senso civile e civico contenga questo post. Ovviamente, non aggiungo altro, se non: CONDIVIDO TUTTO IN PIENO.
Liana Milella 25 agosto 2011 alle 10:54
@ x Giulio.
Scusi, ma perché una moratoria sui reati dovrebbe favorire i magistrati? E cmq io non mi eccito né mi commuovo per loro...a presto
carlo 25 agosto 2011 alle 13:31
ill.ma dott. milella
sono sicuro che lei si è resa definitivamente conto di vivere in un paese "fuori concorso",nel senso che il concorso ,sia chiaro,c'è sempre,vespa insegna ,anche se,quella volta,poteva starci più "accuorto" nel chiarire,lui vincitore di concorso, chi era il colpevole...in quel di milano...
C'è il filmato che lo inchioda.Si può dire" inchioda?"
Ma c'è un altro magistrato che ha le idee chiare sui concorsi al tar,sulle promozioni al tar e consiglio di stato.Per fare un servizio di verità come sicurissimamente intende vivere quale parametro di vita il giudice di trani,mi corre l'obbligo di aggiungere per l'inclito pubblico che se un giudice del tar intende rivolgersi al giudice del lavoro ,perché danneggiato , a qualche titolo,ebbene sì....dovrà tornare indietro e rivolgersi non al tribunale ordinario ,ma ad un giudice del tar.Voglio dire che la giustizia se la fanno in casa? veda lei!..
Concordo sull'"idea agostana" e sull'"inventarsi"
Per la verità erano molti anni che per alleggerire le vacanze degli italiani,nel senso di dar loro argomenti di discussione tra una partita a carte e l'altra,il governo si era "specializzato" nel "varo" di una riforma del codice della strada ,una/uno via l'altro.
Poi è arrivato il dentista che da una costa chiamava chi faceva le leggi nuove e salutava a due mani; lui,intanto,organizzava un grande falò,sollevando un fumo da inferno e a rischio di bruciare qualche territorio importante,magari storico.
Una cosa non capisco e mi viene in mente nicorita che lamentava qualcosa che ha a che fare con la francia: nicorita delle nostre menti! La rivoluzione francese ha fatto una grande piazza pulita di gente disutile alla società ma i professori della sorbona che stavano dietro le quinte si erano dimenticati di inventare la corte costituzionale! Per questo avvenne il colpo di stato e luciano poté far entrare i cavalli e quell'altro molti anni dopo se ne uscirà con la minaccia di trasformazione in bivacco di cavalli....il parlamento trasformato. E comunque nicorita le confido una cosa che il b. finge di non sapere.Il comunismo non c'è più!
Nemmeno in cina:per sapere perché..rivolgersi alla lucente naomi klein,shock economy,ed.rizzoli e buona lettura a tutti,proprkio tutti,compreso il b.
Credo proprio di dover aggiungere che la klein è giornalista,canadese,e che lavora "immersa" in uno studio che comprende economisti,storici.....una splendida collega della giornalista milella
che mi appare splendida e vivace pure lei
Giancarlo 25 agosto 2011 alle 13:46
Condivido appieno quel che ha scritto il prof. Domenico Corradini H. Broussard ma temo che questo Presidente, (a mio avviso troppo osannato) non abbia il coraggio di prendere decisamente la parte della legalità e della giustizia ma sia un paladino del cerchiobottismo all'italiana
Domenico Corradini H. Broussard 25 agosto 2011 alle 15:51
Scriveva Carnelutti che quando si pronuncia la parola «diritto» la gente pensa subito ai carabinieri. E in effetti, discutendo di giustizia e di riforma della giustizia, è il processo penale che in genere la fa da padrone.
Mi permetto, come contributo alla discussione, di ricordare che gravi sono anche oggi le angustie che pesano sul processo civile, la cui «irragionevole durata» non è linea con l’art. 111 comma 2 della Costituzione. L’Unione Europea ci ha più volte bacchettato e sanzionato per questo.
Il vicepresidente Vietti, intervistato dal Corriere della Sera il 18 agosto, riprendendo le indicazioni del governatore generale della Banca d’Italia nella sua ultima relazione del 31 maggio, ha auspicato che la legge di conversione del decreto legge sull’ultima manovra finanziaria introduca il «processo civile breve»: tre anni al massimo per ottenere una sentenza passata in giudicato, con «responsabilità disciplinare» a carico di quei magistrati che non rispettassero tale tempistica.
Ha poi aggiunto che la via maestra per giungere al «processo civile breve» passa per la modifica dell’art. 24 della Costituzione, nel senso che al giudice ordinario si potrebbe ricorrere solo per la tutela dei «diritti (soggettivi)» e non pure per la tutela degli «interessi legittimi».
Per una definizione succinta dell’«interesse legittimo», cito quella classica di Zanobini: è un interesse individuale connesso in maniera stretta a un interesse pubblico.
Al cittadino che si ritenesse leso in suo «interesse legittimo» sarebbe così preclusa, dal punto di vista del vicepresidente Vietti, l’azione risarcitoria che recependo l’antico principio del «neminem laedere» è prevista all’art. 2043 del codice civile: «Qualunque fatto doloso, o colposo, che cagioni ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno». E addio Cassazione Sezioni Unite 23 luglio 1999 n. 500.
Non ha però detto il vicepresidente Vietti, sto a quanto riportano le gazzette, che l’eventuale modifica dell’art. 24 comporterebbe al contempo per armonia di sistema la modifica dell’art. 103 e dell’art. 113 della Costituzione in tema di giustizia amministrativa, Tar e Consiglio di Stato. La sia dia per implicita, la seconda modifica: non è educato spaccare il capello in quattro se si legge un’intervista rilasciata a un organo di stampa, con tutto il rispetto per la stampa che almeno ci informa. Un interrogativo, nonostante: se la via maestra del «processo civile breve» passa per la modifica dell’art. 24 della Costituzione, e se tale modifica richiede come richiede una legge costituzionale con il meccanismo aggravato dell’art. 138, la conversione in legge di un decreto legge non essendo adatta allo scopo, a quando il «processo civile breve» con durata massima di tre anni e con sanzioni disciplinari per i magistrati non solerti?
Certo, l’auspicio del vicepresidente Vietti è nobile al pari della sua proposta di moratoria dei reati. Se non altro, lo riscatta dal suo passato: fu uno dei promotori della legge che depenalizzò il falso in bilancio, della legge sul legittimo impedimento, e fu il primo firmatario, il secondo Rocco Buttiglione, della «questione pregiudiziale di costituzionalità», Seduta della Camera dei deputati martedì 13 ottobre 2009 n. 231, che bloccò per sempre la proposta di legge Anna Paola Concia sull’omofobia anche nella sua versione più ristretta, in cui l’omofobia era annoverata tra le circostanze aggravanti comuni previste dall’art. 61 del codice penale.
Non è escluso che il vicepresidente Vietti sia davvero l’anti-Bobo e l’anti-Nitto. Non sono esperto di Vietti-pensiero. Solo che a far le leggi non è il vicepresidente Vietti. Da che legge e legge e Parlamento è Parlamento, le leggi le fa la maggioranza parlamentare. Magari a colpi di fiducia, è lo stesso.
La dott.sa Milella e gli eventuali miei lettori mi perdoneranno, spero, per la lunghezza di questo mio intervento. L’ho scritto in spirito dialogico com’è accaduto per i precedenti interventi. E come nei precedenti interventi, non mi sono limitato a una «presa d’atto», ho «preso posizione»: convinto che è meglio dubitare che credere.
Grazie, dchb.
non emerito 25 agosto 2011 alle 17:08
Nella migliore delle ipotesi siamo in mano a degli emeriti incompetenti, senza per questo essere esperti conoscitori sia del vietti-pensiero, sia del napolitano-pensiero!
Stefano 26 agosto 2011 alle 09:02
Di processi in Italia ce ne sono di tutti i tipi e colori: lunghi, brevi, infiniti, inutili ma soprattutto variegati. Sappiano i lettori che in Italia abbiamo una giustizia penale, una civile, una amministrativa, una tributaria, una minorile e addirittura una militare con tribunali (soltanto tre in tutta la penisola! con il risultato che un militare che dovesse commettere un reato ad Aosta verrebbe processato a Verona in primo grado, a Roma in secondo e sempre a Roma nel giudizio di legittimità con costi sensibilmente più elevati rispetto ad un "criminale ordinario" con buona pace del principio di uguaglianza) e magistrati ad hoc. La giustizia penale prevede un rito ordinario (il dibattimento: quello con i testimoni interrogati in aula all'americana, per capirci) e cinque (ben 5!) riti alternativi a quello ordinario.
A ciò si aggiunga una geografia giudiziaria disastrosa che prevede, con circoscrizioni risalenti ad epoche prerepubblicane, piccoli tribunali (o sezioni distaccate) in luoghi dove la richiesta di giustizia è ridottissima ma che sono tenuti in vita dall'abitudine e dalle resistente locali alla chiusura. Altre come la corte d'appello di Venezia (unica a sobbarcarsi l'intero carico di lavoro di secondo grado dell'intero Veneto a fronte di altre regioni che di corti d'appello ne hanno ben 4...e meno male che c'è la lega con il suo carico di federalismo al governo!) vedono ogni giorno rinvii di anni nelle udienze civili e numerose prescrizioni di reati in materia penale.
Mi chiedo: quand'è che la smetteremo di farci del male da soli? Una proposta semplice: aboliamo tutti i riti (procedura civile, rito del lavoro, rituale amministrativo etc.) e adottiamo il dibattimento sul modello del penale (unico ad assicurare la reale formazione della prova davanti al giudice in contraddittorio tra le parti) per tutti i tipi di contenziosi tenendo in vita un unico rito alternativo nel patteggiamento con il quale si valorizza l'accordo tra le parti. Riscriviamo la geografia giudiziaria accorpando tutte le giurisdizioni in una con la sola creazione di sezioni specializzate (minorili, tributarie, militari...).
Impresa titanica: non è il momento.... e quando lo sarà mai? l'unica riforma organica (peraltro di un solo settore e in maniera monca essendo mancata anche la riforma del codice penale sostanziale e la separazione delle carriere fra giudici e PM) risale al codice di procedura penale del 1989: sono passati 22 anni. Quanto grande deve diventare il disastro prima di metterci mano?
carlo 26 agosto 2011 alle 12:23
io ho da tempo una idea che svolazza e francamente speravo che altri la avessero.Ma niente.Tant'è ...la propongo; può darsi che i personaggi del potere de quibus si degnino di considerarla.
Io,per farragosto,un ferragosto qualsiasi,ma tra quelli "trascorsi", avrei gradito sentir parlare di "nuovo modo di concorrere" nello STATO.
Chi vuole /aspira a diventare giudice penale lo dichiara al terzo(poniamo) anno e poi concorre.Stesso discorso per chi vuol diventare giudice civile o amministrativo.In tal modo evitandosi i concorsi/OCEANO con tutti rimedi bizantini di cui vi è traccia nelle sedi delegate. Per quest'ultimo versante, quello amministrativo, vi è un italiano dalle mani sicurissimamente pulite e dalla mente smerigliata a dovere; credo che all'anagrafe lo troviate sotto LIBERATI ALESSIO ma diffido molto della mia memoria,credo che lo possiate trovare presso il TAR della toscana,lui è un gentiluomo e un buon caffè ve lo offrirà senz'altro,unitamente a qualche buonsa dritta.In tempi di arrampicatori spietati lui non vi metterà mai un suo piede sulla vs persona; vi aiuterà,anzi,per quel piacere che sta tra i sentimenti di s francesco e tutti quei giovani di cui circola un libro che dovrebbe(gelmini permettendo e la russa pure)
contenere le loro ultime lettere; le lettere scritte da ventenni che volevano essere liberi con la cultura e cambiando,cambiando,cambiando....
Domenico Corradini H. Broussard 26 agosto 2011 alle 12:32
Ha riferito il Corriere della Sera del 19 agosto che l’auspicio del vicepresidente Vietti d’introdurre il «processo civile breve» ha riscosso un plauso bipartisan, come in politichese sbagliando si dice perché in Italia non c’è il bipartitismo e c’è ancora il pluripartitismo. Tutti d’accordo. Anche il Pd di Bersani e l’Idv di Di Pietro, che pur sull’elezione di Michele Giuseppe Vietti a componente del Csm si scontrarono, il buon Tonino concludendo che Vietti valeva quanto un esponente del Pdl berluconiano e Sonia Alfano dipietrista nel suo blog del 2 agosto 2010 rincarando la dose: «Domani Vietti sarà incoronato vicepresidente del Csm e la responsabilità questa volta non potrà imputarsi a Berlusconi e alla sua ristretta cricca poiché Vietti rappresenta la più bieca espressione della finta opposizione italiana. L’ha voluto il Pd». Tutti d’accordo. Anche il buon Nitto, con la sua «nota ministeriale» del 18 agosto.
Per quel poco che conto nella «politica del diritto», locuzione che preferisco a «politica giudiziaria», mi riconosco nelle parole del presidente dell’Anm Luca Palamara: sostegno «a tutte le iniziative che ridanno efficienza alla giustizia, sono queste le riforme che vogliamo e non quelle, come il processo lungo, che affossano il processo penale senza contribuire in alcun modo al miglioramento del servizio giustizia».
In quale modo intende procedere, sempre stando alle informazioni delle gazzette, l’accordo bipartisan con Vietti benedicente? Così: inserire nella legge di conversione del decreto legge sull’ultima manovra finanziaria una legge delega con la quale appunto il Parlamento, «con determinazione di principi e criteri direttivi e soltanto per tempo limitato», deleghi il Governo a emanare norme sul «processo civile breve».
Si può? Questo è il problema.
Cerco di mettere un po’ d’ordine nel discorso scrivendo per punti.
[1] A norma della Costituzione, il decreto legge è adottato dal Consiglio dei Ministri, emanato dal Presidente della Repubblica che ne dispone la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, entra in vigore il giorno stesso della sua pubblicazione, è efficace per 60 giorni, entro questi 60 giorni il Parlamento deve convertirlo anche modificandolo in legge con legge ordinaria sulla base di un apposito disegno di legge di conversione predisposto dal Governo e presentato a una delle Camere il giorno stesso della pubblicazione, e in mancanza di conversione perde la sua efficacia con decadenza retroattiva, come se non fosse mai entrato in vigore.
[2] A norma della Costituzione, dalla legge delega, legge ordinaria approvata dal Parlamento e promulgata dal Presidente della Repubblica e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale per la sua entrata in vigore, nasce il decreto legislativo o decreto legislativo delegato, con deliberazione del Consiglio dei ministri ed emanazione del Presidente della Repubblica e pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale per la sua entrata in vigore.
[3] A norma della Costituzione, il decreto legge deve avere a suoi presupposti indispensabili «casi straordinari di necessità e d’urgenza»: questa è la sua «ratio».
[4] A norma della Costituzione, la legge delega, da cui nasce il decreto legislativo o decreto legislativo delegato ha una «ratio» ben diversa: quando occorre disciplinare materie molto tecniche o condizionate dal recepimento di atti sopranazionali o direttive comunitarie caratterizzate da un basso tasso di politicità, o quando si tratta di redigere un testo unico per raccogliere con armonia sistemica le norme altrimenti sparse e disorganiche che vertono su una determinata materia.
[5] A norma dell’art. 15 comma 2 lettera a) della legge 23 agosto 1988 n. 400 («Disciplina dell’attività di Governo e ordinamento della Presidenza del Consiglio dei Ministri»), entrata in vigore il 27 settembre 1988, allora Presidente della Repubblica era Francesco Cossiga e Presidente del consiglio era Ciriaco De Mita e Guardasigilli era Giuliano Vassalli, al Governo è precluso conferirsi una delega legislativa mediante decreto legge: norma del tutto inutile perché questa preclusione è già contenuta nell’art. 76 della Costituzione, ma non se ne accorsero i firmatari.
[6] Ragionando in termini costituzionali, una legge di conversone di un decreto legge ha solo lo scopo di convertire anche modificandolo il decreto legge e altri scopi non ha.
[7] Ragionando in termini costituzionali, a una legge di conversione di un decreto legge non è consentito contenere una legge delega, diverse essendo le «rationes» che stanno a fondamento del decreto legge e del decreto legislativo o decreto legislativo delegato.
Fine dei punti. Non sono 10, pazienza.
L’accordo bipartisan con Vietti benedicente, sempre stando alle gazzette, non abito a Roma ma ai bordi di un paesino medievale e perciò non ho accesso a informazioni privilegiate e non frequento i Palazzi Che Contano, sembra che abbia trovato una scappatoia: il «precedente» del decreto legislativo 9 gennaio 2006 n. 5 («Riforma organica della disciplina delle procedure concorsuali a norma dell’art. 1, comma 5, della legge 14 maggio 2005, n. 80»). Tale decreto legislativo, a firma del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e del Ministro della giustizia Roberto Castelli e del Ministro dell’economia e delle finanze Giulio Tremonti e del Ministro delle attività produttive Claudio Scajola, fu emanato, come dice la rubrica, in base alla legge 14 maggio 2005 n. 80 («Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 14 marzo 2005, n. 35, recante disposizioni urgenti nell'ambito del Piano di azione per lo sviluppo economico, sociale e territoriale. Deleghe al Governo per la modifica del codice di procedura civile in materia di processo di cassazione e di arbitrato nonché per la riforma organica della disciplina delle procedure concorsuali»). E tale legge, a firma del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e del Presidente del consiglio Silvio Berlusconi e del Ministro dell’economia e delle finanze Domenico Siniscalco e del Ministro della giustizia Roberto Castelli e del Ministro delle attività produttive Claudio Scajola, conteneva proprio ciò che per Costituzione non avrebbe dovuto contenere. Conteneva, pur essendo solo legge di conversione di un decreto legge, una legge delega.
E torno allora al problema: può o non può l’accordo bipartisan con Vietti benedicente inserire nella legge di conversione del decreto legge sulla manovra finanziaria una legge delega per introdurre il «processo civile breve» mediante successivo decreto legislativo o decreto legislativo delegato?
La domanda è retorica. Reca per implicito la risposta: «non può».
Che poi l’accordo bipartisan con Vietti benedicente faccia come ha annunciato di voler fare, è cosa che certo da me non dipende. E però sappia l’accordo bipartisan con Vietti benedicente che così facendo, almeno secondo i miei studi, violerà la Costituzione. Il famoso «precedente» del decreto legislativo 9 gennaio 2006 n. 5 non è in grado di appartenere a quella che si chiama «costituzione in senso materiale» per il semplice fatto che, se non erro, è anticostituzionale.
Sono anni e anni che stanno stravolgendo la Costituzione, i nostri governi di centro-sinistra e di centro-destra. I quali, con uguale disinvoltura giuridica, quasi che il diritto costituzionale sia un trastullo, hanno attuato i loro programmi non con leggi ordinarie ma con decreti legge, e dunque con una fonte del diritto che avrebbe dovuto rimanere straordinaria per i casi di necessità e urgenza e che invece è diventata prassi quotidiana, «normalità anormale».
Costantino Mortati calabrese di ascendenza albanese, già, chi era costui?
Vietti è davvero l’anti-Bobo e l’anti-Nitto?
Ringrazio la dott.sa Liana Milella e quelli che vorranno leggermi per la pazienza che dovranno metterci nel leggermi. dchb@libero.it.
Gae 26 agosto 2011 alle 14:24
ho sorriso dopo aver letto il suo intervento al pensiero delle bordate che riceverà da Corradini e dai giudici che seguono questo blog.
E quando mai è possibile in questo paese una riforma radicale della Giustizia?
Non la vuole nessuno, né gli avvocati che traggono i loro maggiori guadagni da un sistema caotico e farraginoso, né la maggior parte dei magistrtati che si sono divisi in correnti politiche associandosi nell ANM per diventare il quinto potere dello Stato.
E ai cittadini italiani che la vogliono? addio, e addio alla Costituzione Italiana e la divisione tra potere legislativo ed esecutivo!
carlo 26 agosto 2011 alle 16:47
coerenza vorrebbe che il presidente della repubblica,dopo aver ascoltato i vincitori di concorso
in magistratura,convocasse la dott.ssa gabanelli e la collega che ieri hanno firmato un articolo per il corsera dove l'allucinazione finale del lettore,a caussa delle notizie ivi contenute,fa girare la testa tanto da doversi appoggiare a qualcosa di fermo,per non cadere.
Titolo"Quei super dirigenti statali pagati con un doppio stipendio." Sottotitolo"Lo scandalo dei "fuori ruolo". Solo i magistrati sono trecento"
Per vedere cosa tirano sù alla fine del mese trecento premi nobel(si fa per dire) della scienza coltivata così bene in bisanzio più che a roma,basta leggere l'articolo de quo.
Guai al mondo ad approfondire,per esempio con le lingue straniere.
La gelmini interverrebbe subito spiegandoti i problemi della scuola italiana di ieri e di oggi.
Ma....già che ci siamo...io una domandina al buon FRATTINI la vorrei proprio fare ,ed è questa:" In base ai miei calcoli aritmetico/matematici lei è riuscito a essere consigliere di STATO a 26 anni.
Un giorno o l'altro ci potrebbe spiegare come ha fatto?
E..visto che lei ora è in italia e non alle seychelles,dalle quali,notoriamente,non percepisce lo stipendio,ci vorrebbe spiegare come quinci e per cui,dopo aver messo in campo(così si dice a milano)
tutto quel popòdiscienza giuridica che al contribuente costa così tante centinaia di migliaia di euri,non c'è una alzata di ingegno che sia riuscita a convincere
e vincere il libero pensiero giuridico della CORTE COSTITUZIONALE? Perchè tanti insuccessi,tanti fallimenti giuridici relativi a testi di leggi studiate insieme ai premi nobel di cui sopra?
In particolare:ne valeva la "piena" di pagare così salatamente così tante persone che ,nel frattempo,accumula oggi,accumula domani sono in grado di riscuotere sempre più successo nelle e tra le mura domestiche ,in città e nella villa al mare nel frattempo conquistata?
Credo esista un paese dove si dice: obligado e dove lo scrittore russo aggiunge:"Qui ...cadono le mosche per la noia"
Gae 27 agosto 2011 alle 01:39
Le bordate non sono arrivate, per ora è arrivato solo il silenzio che è ancora peggio.
Francesco Messina, giudice Tribunale Trani 27 agosto 2011 alle 08:17
Caro Stefano, condivido totalmente la Sua posizione, ad eccezione di quella sulla separazione delle carriere (ovviamente sono disposto a motivare il mio dissenso).
Lei nel Suo commento, sostanzialmente, chiede una semplificazione dei riti, e io come magistrato e come iscritto all'ANM sono assolutamente d'accordo.
Le faccio notare, però, che la semplificazione del rito penale pare che sia l'ultima esigenza de potere politico, altrimenti negli ultimi 20 anni (dal 1992) non sarebbero state emanate norme che hanno sempre più rallentato il processo penale.
Infatti, ad eccezione della parziale riforma sul c.d. "giudice unico", Le posso assicurare che l'unica norma tesa ad accelerare il procedimento penale risale all'indomani delle stragi del 1992, quando, sull'onda della emozione collettiva, il potere politico introdusse alcune disposizioni (art. 500 c.p.p.) tese a preservare le dichiarazioni fornite nel corso delle indagini e a mantenerle (a determinate condizioni) per la decisione del processo.
Da allora, e cioè dal 1992, tutte le norme introdotte hanno sistematicamente rallentato l'attività processuale penale.
E anche il "famoso" art. 500 c.p.p. non esiste più nella formulazione originaria.
Mi creda: a volte è davvero disperante fare questo lavoro, sapendo di intraprendere una gara a ostacoli e, sapendo, nel contempo, che basterebbe introdurre alcune norme che, A COSTO ZERO, provocherebbero una drastica riduzione del carico di lavoro e, quindi, una accelerazione dei tempi pe rpervenire a una sentenza definitiva.
Gli esempi sono tantissimi e non basterebbe questo spazio telematico per illustrarli.
Un esempio? L'eliminazione del "divieto della reformatio in peius".
Traduco in italiano e per i non esperti.
Oggi, se un imputato condannato impugna la relativa sentenza di condanna, il giudice di secondo grado ha tre possibilità: o conferma la pena comminata nella sentenza di primo grado, o conferma la sentenza nel merito (cioè conferma la responsabilità penale) ma DIMINUISCE la pena irrogata in primo grado; oppure annulla completamente la condanna di primo grado.
Il risultato è che quasi tutti gli imputati appellano le sentenze di condanna in quanto non rischiano MAI di vedersi AUMENTATA la pena a cui sono stati già condannati.
Infatti l'aumento della pena della sentenza di primo grado è possibile SOLO se ANCHE il P.M. dovesse impugnare.
Ma il P.M. soddisfatto della pena non impugnerà.
E' evidente, quindi, che le Corti di Appello sono letteralmente invase da appelli dei SOLI imputati, con uno spaventoso aumento dei tempi di decisione.
Basterebbe solo che l'imputato sapesse che se impugna una sentenza può essere assolto ma rischia anche, in caso contrario, di essere condannato a una pena superiore a quella di primo grado, per provocare una riduzione straordinaria delle impugnazioni (molte delle quali strumentali).
Insomma: se Lei sapesse di dover pagare una sanzione e rischia, con l'impugnazione della relativa decisione, di pagarne il doppio, non crede che farà impugnazione SOLO se sarà davvero convinto di aver ragione e di aver spazio giuridico per ottenere una decisione diversa?
Basterebbe introdurre una semplice norma: il giudice dell'impugnazione NON è limitato nella commisurazione della pena nel caso venga accertata la responsabilità penale dell'imputato che ha impugnato.
Con riferimento a un altro tema che Lei ha posto, posso dirLe che sono decenni - ripeto: decenni - che la magistratura chiede una rivisitazione delle circoscrizioni giudiziarie per evitare le incongruenze di cui Lei ha scritto.
Domenico Corradini H. Broussard 27 agosto 2011 alle 08:18
Snellire la giustizia. È interesse di tutti. Non solo dei cittadini, a cui il ritardo della sentenza provoca angoscia con conseguente attentato alla loro salute psicofisica. Ma anche della magistratura, troppo oberata di pratiche e praticuzze che tolgono il respiro o lo rendono affannoso. E anche di quell’avvocatura seria che guardando un fascicolo non ancora chiuso dopo anni e anni non sa cosa dire agli assistiti e deve invitarli ad armarsi di pazienza nell’attesa che Godot arrivi.
Con il decreto legislativo 4 marzo 2010 n. 28, in attuazione dell’art. 60 della legge 18 giugno 2009 n. 69, si è introdotta nel nostro ordinamento la mediazione obbligatoria per alcune controversie civili e commerciali. Durata della mediazione: una manciata di mesi. Costi della mediazione: una manciata di euro.
Legge fatta, capo ha. E invece è accaduto che il Tar Lazio, con ordinanza 9 aprile 2011 n. 3202, abbia rimesso alla Corte Costituzionale la normativa sulla mediazione obbligatoria. La quale prevede tra altro che il ricorso alla mediazione è condizione di procedibilità della domanda giudiziale: non ci si può rivolgere al giudice se prima non ci si è rivolti al mediatore. Il Tar Lazio, su questo punto, ha espresso il dubbio che ciò contrasti con l’art. 24 della Costituzione che garantisce l’azione in giudizio «per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi».
Capita. E però fa riflettere che non da oggi una legge appena promulgata sia subito o quasi subito rimessa al vaglio della Corte Costituzionale: si pensi al lodo Schifani (ex lodo Maccanico Senatore della Margherita) 22 giugno 2003 e al lodo Alfano 22 luglio 2008, battezzati «lodi», anziché «leggi», per terminologia giornalistica che ha finito per prevalere sulla terminologia giuridica. Capita.
C’è un che di malaticcio nel sistema. Mi pare che questa maggioranza parlamentare non esiti ad approvare leggi anticostituzionali. E mi pare pure che il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, a cui spetta un primo controllo di legittimità costituzionale delle leggi, le promulghi con una certa disinvoltura senza rinviarle alle Camere per una nuova deliberazione.
Il lodo Schifani e il lodo Alfano e il decreto legislativo sulla mediazione obbligatoria recano purtroppo la firma di Giorgio Napolitano.
Succo del discorso. Si snellisca la giustizia. Ma la si snellisca nell’osservanza della Costituzione. Perciò ieri ho scritto, in un commento lungo e complicato di cui ancora mi scuso, che l’accordo bipartisan con Vietti benedicente, se userà il mezzuccio di inserire nella legge di conversione di un decreto legge una legge delega per il «processo civile breve», non osserverà la Costituzione. E perciò oggi scrivo, il Presidente Giorgio Napolitano alla responsabilità della sua carica con accoratezza richiamando, che occorre continuare la battaglia delle idee affinché il nostro ordinamento giuridico rientri nei cardini della Costituzione qual porta che dai suoi cardini è uscita.
È Vietti il Godot che noi, nuovi Vladimir e nuovi Estragon, aspettiamo?
E il buon Bobo e il Buon Nitto si danno il turno per fare da Pozzo sul palcoscenico della politica e per tenerci al guinzaglio come Pozzo teneva al guinzaglio Lucky?
Sappiano il buon Bobo e il buon Nitto che il nostro nome, il mio almeno, non è Lucky.
Domenico Corradini H. Broussard 27 agosto 2011 alle 12:23
Riformulo, se la dott.sa Milella me lo permette, l’ultima frase dell’odierno commento ore 8.18.
Sappia Vietti che il nostro nome, almeno il mio, non è Vladimir né Estragon. E sappiano il buon Bobo e il buon Nitto che il nostro nome, almeno il mio, non è Lucky.
Domenico Corradini H. Broussard 28 agosto 2011 alle 09:15
Illustre Signor Giudice Francesco Messina,
La ringrazio per le puntuali spiegazioni che con generosità dà ai lettori e ai commentatori del blog dott.sa Milella.
Credo converrà nel dire che molte e molto variegate sono le psicologie e le condizioni economiche dei condannati in primo grado. E che molte e molto variegate sono le psicologie dei pubblici ministeri.
Provo ad andare dietro le quinte del diritto, là dove pulsa la vita reale: la metafora, qui parafrasata, è di Engels.
C’è chi si appella a ogni costo, anche a costo d’indebitarsi a strozzato collo per pagare avvocati carissimi e spese di giudizio in caso di soccombenza, confidando in una sentenza che per magìa lo prosciolga e comunque consumando altro tempo ai fini della prescrizione.
C’è chi in nome della propria dignità si appella con sacrifici inenarrabili, suoi e della sua famiglia, dalla parte di Antigone schierandosi.
C’è chi non si appella perché soldi non ha.
C’è chi non si appella per orgoglio: mi hanno mollato uno schiaffo ingiusto e me lo tengo in modo che i lividi provocati da quello schiaffo siano visibili ai miei amici e conoscenti e al mio barbiere delle barzellette e al mio giornalaio e al facchino che mi aspetta all’angolo della strada, così senza volerlo e senza saperlo ripetendo le fiere parole di Pasternak, «tutti loro mi vincono e in questo sta la mia vittoria».
C’è chi non si appella perché con serena umiltà intende espiare la pena per ricattarsi, così senza volerlo e senza saperlo ripetendo le sofferte parole di Hegel: «il delinquente ha diritto alla sua pena».
C’è chi non si appella perché il suo avvocato gli ha consigliato di farsi furbo: in primo grado gli hanno affibbiato il reato «x», per il quale si vocifera o si altoparla di un provvedimento di clemenza, in secondo grado potrebbero affibbiargli il reato «y» con definizione giuridica più grave ma non con più gravi sanzioni, e allora addio speranza nel provvedimento di clemenza.
Quale sia la «ratio» del divieto di «reformatio in peius», nessuno mi pare sia riuscito finora a stabilirlo con plausibile argomentazione. E di solito ci si è rifugiati nell’antica formuletta del «favor rei». È che il divieto di «reformatio in peius» non ha «ratio». Neppure nel diritto inviolabile alla difesa: di cui è sacrosanto far uso ed è demoniaco far abuso.
Quando il pubblico ministero si appella quel divieto cade.
C’è il pubblico ministero che si appella perché, con nuove prove sopravvenute o scoperte e comunque decisive per il rinnovo dell’istruzione dibattimentale, ritiene che il giudice di primo grado abbia preso un abbaglio prosciogliendo l’imputato: capita che un giudice prenda un abbaglio, con Enzo Tortora lo prese e grande assai e gli rovinò la vita.
C’è il pubblico ministero che si appella perché, con nuove prove sopravvenute o scoperte e comunque decisive per il rinnovo dell’istruzione dibattimentale, come avvocato dell’accusa si sente sconfitto se perde in primo grado quasi ne andasse di mezzo la sua professionalità o la sua bravura, così senza saperlo e senza volerlo ripetendo la parola che Nietzsche detestava: «risentimento».
C’è il pubblico ministero che non si appella per pigrizia: è accaduto a una mia ex studentessa di La Spezia con me laureatasi di difendere un presunto criminale nazista, ottenendone il proscioglimento, e dopo la lettura del dispositivo il pubblico ministero le sussurrò all’orecchio «non mi appello perché sono pigro» e lei niente gli rispose e accennò a un sorriso di convenienza tra il mesto e il penoso.
Sul pubblico ministero che avvia indagini senza giungere ad alcun risultato e in tal modo sperpera il denaro dei contribuenti, cito le considerazioni di un espertissimo, il Chiar.mo Prof. Emerito Giuseppe Di Federico: «In nessun modo il pubblico ministero può essere ritenuto responsabile delle conseguenze che la sua azione genera né dei costi, spesso elevatissimi, delle indagini che ha compiuto. Ciò vale, occorre sottolinearlo, anche quando le accuse – come è di fatto spesso successo – si rivelano, negli anni successivi, del tutto infondate nel corso del dibattimento e nel giudizio che ne consegue, cioè quando le molteplici sanzioni sociali e/o politiche e/o economiche e/o familiari che di fatto spesso si collegano alle iniziative penali hanno già prodotto appieno i loro dirompenti effetti su cittadini innocenti».
Sul principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, ancora il Prof. Di Federico: è un principio «irrealistico ed inapplicabile […], le scelte di priorità e con esse buona parte delle scelte di politica criminale vengono di fatto effettuate dal pubblico ministero che non ne porta responsabilità alcuna».
Sugli inconvenienti che possono derivare dalla stretta colleganza tra giudicanti e pubblici ministeri, ancora il Prof. Di Federico: «Il fatto che giudici e pubblici ministeri abbiano condiviso lo stesso reclutamento e lo stesso processo di socializzazione al lavoro, il fatto che eleggano congiuntamente lo stesso CSM ed operino quotidianamente a contatto gli uni con gli altri negli stessi palazzi di giustizia, crea tra loro forme di solidarietà che finirebbero per rendere di fatto poco efficaci i controlli che i giudici esercitano sulle attività del pubblico ministero, sopra tutto nella fase delle indagini preliminari (come, ad esempio, l’effettivo controllo sulle richieste del pubblico ministero in materia di misure restrittive della libertà degli indagati). Nonostante la stragrande maggioranza di un campione di 1.000 avvocati penalisti da noi intervistati sostenga che tutti quei fenomeni di fatto si verifichino in rilevante misura, è tuttavia difficile dare ad essi una dimensione certa. Ciò che invece è certo che l’attuale configurazione dell’assetto del pubblico ministero sia tale da favorire il verificarsi di quei fenomeni».
Veda, Illustre Signor Giudice Francesco Messina, io non temo un giudicante che assuma le funzioni di pubblico ministero avvocato dell’accusa. Temo un pubblico ministero avvocato dell’accusa che assuma le funzioni di giudicante. Lo temo perché, voglia credermi, troppo spesso ho avuto a che fare con pubblici ministeri avvocati dell’accusa privi o quasi di autentica cultura della giurisdizione e svelti a valutare le prove a carico dell’imputato e silenziosi sulle prove a suo discarico.
Francesco Messina, giudice Tribunale Trani 28 agosto 2011 alle 17:16
Gentile Avv. Domenico Corradini H. Broussard, la sua analisi è acuta.
Penso che i problemi che lei pone nelle due diverse parti del suo scritto possano essere valutati alla luce di un unico criterio: quello del calcolo costi-benefici nel fare alcune scelte.
Sono molti i motivi che possono spingere un imputato condannato a impugnare una sentenza.
Non vi è dubbio, però, che chi porta lo Stato a svolegere un determinato compito (quello giurisdizionale) deve assumersi anche le conseguenze di quello sforzo istituzionale.
Limitare queste conseguenze, solo ed esclusivamente, al pagamento di poche somme di denaro in caso di NON accoglimento dell’impugnazione (le c.d. "spese processuali"), non è assolutamente sufficiente a evitare i danni enormi che oggi constatiamo.
Non ci possiamo permettere che la “macchina” dello Stato lavori con enorme fatica (a volte inutilmente) e, soprattutto, creando problemi all’esercizio di altri diritti.
Perché non vi è dubbio, avv. Corradini, che un sistema che garantisce la possibilità di appellare le sentenze senza pagare conseguenze sostanziali, impedisce il diritto di altri cittadini, che ritengono di aver ragine, ad avere giustizia in tempi brevi.
E oggi diventa sempre più difficile tutelare questi cittadini!
Questi cittadini sono costretti, mi scusi la banaità della metafora, a “mettersi in coda” e ad aspettare anni per avere una decisione solo per il fatto che la rimanente stragrande maggioranza dei loro simili ha "intasato le strade" (ancora una metafora di cui chie perdono).
Ha, ciè, inteso impegnare, spesso senza motivi seri, la macchina giudiziaria.
Bisogna, quindi, trovare – IN CONCRETO – una norma che dissuada dai comportamenti furbi e tesi unicamente a procrastinare la definitività delle decisioni.
L’abolizione del divieto della “reformatio in peius” sarebbe uno straordinario strumento di diminuzione del numero dei processi in appello, senza spendere un solo centesimo di euro in più.
A me rammarica di dover fare esempi che mi inducono a provare grade amarezza.
Lei saprà sin troppo bene che anche le sentenze di ” patteggiamento della pena” sono costante oggetto di ricorso per Cassazione.
E spesso lo sono, addirittura, appena QUALCHE ORA DOPO L’ACCORDO CON IL PM E LA SENTENZA DEL GIUDICE!
Voglio dire che capita spesso che appena qualche ora dopo l’emissione di un provvedimento da parte dell’autorità giudiziaria, frutto di trattative, a volte anche faticose, tra difensore, imputato e P.M., venga presentato in cancelleria ricorso per cassazione.
E sempre con la evidente finalità: evitare che la sentenza passi in giudicato, ritardandone il momento!
Posso dirle che, nella mia esperienza professionale, degli ultimi anni, il 100% dei ricorsi in Cassazione presentati all’imputato a sennze di patteggiamento sono stati rigettati!
Davvero possiamo permetterci tutto ciò in termini di spreco di risorse umane ed economiche?
Quali sono state in questi anni le scelte politiche per evitare tutto questo?
Dove sono stati coloro che si lamentano, a scadenza più o meno fissa, della "intollerabile lunghezza dei processi", ma che nulla hanno fatto, nelle loro precise competenze, per evitarla?
In ordine alla separazione delle carriere, la questione, a mio avviso, è culturale.
La sua valutazione sul timore di un pubblico ministero che diventi giudice è suggestiva, ma coglie una parte del problema.
Alla base di tutto sta sempre l’approccio culturale del magistrato.
Il problema di un magistrato abituato a frequentare “ambienti equivoci”, sia come pubblico ministero che come giudice, non sarà affatto limitato da una separazione delle carriere.
Non c'è nulla di salvifico o di operativo in essa!
Come giudice, io ho avuto tantissimi contatti, culturali e di cortesia (qualche volta, anche sportivi) con pubblici ministeri e avvocati, senza mai sentirmi in qualsiasi modo legato alle tesi dell’uno o dell’altro in modo aprioristico oppure per semplice colleganza.
La tesi giuridiche che mi vengono prospettate, le considero condivisibili o da rigettare, senza pensare a chi le abbia proposte(avvocato o P.M.).
E le statistiche UFFICIALI confermano, in modo inequivocabile, che non esiste alcuna aprioristica predisposizione all’accoglimento delle tesi del pubblico ministero da parte del giudice.
Questo dato dimostra che l’educazione culturale che i magistrati italiani ricevono è ancora improntata alla cultura dell’equilibrio e dell’approfondimento scientifico dei fatti. E non su altro.
Ciò che per me è importante, quindi, è il modo in cui viene formato l’atteggiamento mentale di un magistrato.
Ed è l’atteggiamento mentale - che è fatto di equilibrio, di capacità di analisi, di educazione a non sposare tesi precostituite o di “ruolo” - l’unica cosa che garantisce davvero il cittadino nella fase del procedimento e in quella del processo.
Tutto il resto (ed è stata l’esperienza di oltre vent’anni a insegnarmelo) sono solo amenità od occasioni propagandistiche.
Quel che è certo è che pù un pubblico ministero sarà educato a ragionare da ”giudice”, con la possibilità di scambiare opinioni giuridiche con altri giudici, tanto più il cittadino sarà tutelato, preventivamente, già nella fase delle indagini.
La fase del giudizio, così, costituirà un ulteriore occasione di tutela.
Non vedo, quindi, per quale motivo diminuire le tutele a favore del cittadino.
Senza dimenticare che la tutela complessiva del cittadino e della comunità si realizza, in concreto, attraverso un pubblico ministero assolutamente autonomo, indipendente e che ragioni come un GIUDICE.
In Italia, un paese in cui la tendenza a dominare gli organi di controllo è sempre stata molto forte, non penso sia conveniente eliminare i presidi legislativi che favoriscono questa tutela.
E un pubblico ministero sganciato, anche pragmaticamente, dalla cultura del giudice, sarà un pubblico ministero che risponderà – NATURALMENTE – ad altri poteri.
Domenico Corradini H. Broussard 28 agosto 2011 alle 20:43
con più di mezzo secolo di docenza universitaria sulle spalle, l’avvocatura essendo per me solo un modo per conoscere meglio il «diritto vivente» e trarne importanti spunti per i miei studi, anch’io mi chiedo e non da oggi dove sono coloro che si lamentano dell’«irragionevole durata dei processi» e poi niente fanno per porvi rimedio e alla «ragion pigra» si abbandonano a volte per basse convenienze di bottega di questo o di quel partito o partitino o di questa o di quella chiesa o chiesuola. E altra risposta non trovo: sono nei luoghi in cui la Costituzione non è osservata né è osservato il minimo principio della «civiltà del diritto», il principio del «iustitiam dare» che non sempre coincide con il «ius dicere».
Quanto al pubblico ministero, proprio autentica cultura giurisdizionale deve avere. L’ossimoro della «parte imparziale» non mi pare che regga: perché o si è «parte» e non si è «imparziale» o si è «imparziale» e non si è «parte». Lo diceva già Jhering. E nella tardanza della mia età, spesso mi accade di richiamarmi ai classici della scienza giuridica tedesca, che nelle ossa ancora reco.
Lascerei gli ossimori alla letteratura in prosa e in poesia.
Con stima e distinti saluti.
Dimora del Vento-Via Sant’Ilario 5, 56021 Càscina [Pisa].
Gae 28 agosto 2011 alle 23:31
Non bordate, né silenzio, ma ......... .
Se è presente ancora in questo blog dove ha scritto sulla urgente necessità di una radicale riforma della giustizia, la prego di intervenire a seguito degli interventi del Prof. Corradini e del Giudice Messina in merito.
Non è mia abitudine inserirmi in discussioini su argomenti portati da altri lettori senza essere citato.
Francesco Messina, giudice Tribunale Trani 29 agosto 2011 alle 08:18
@Prof. Corradini.
Lei ha ragione nel citare Jhering.
Sommessamente, però, mi permetto di evidenziare - ed è anche questa una riflessione che proviene dalla mia esperienza professionale - che l'imparzialità è SOLO un momento del percorso della conoscenza.
Intendo dire che, nella vita di ogni giorno come nel processo penale, pur ammettendo l'esistenza di processo razionale nel quale si raccolgono in modo IMPARZIALE tutti i dati di una determinata vicenda, alla fine il soggetto dovrà pur sempre prendere posizione.
Dovrà, cioè, scegliere, optare, diventare, in qualche modo, "parte".
A ben vedere, anche il giudice nel momento in cui emette la sentenza, ha fatto una scelta tra le diverse tesi che sono state messe a sua disposizione.
E, badate bene cari amici/lettori, che non di rado mi è capitato di emettere sentenze radicalmente difformi rispetto alle richieste CONGIUNTE delle due parti processuali necessarie, e cioè P.M. e difesa.
Forse non è noto ai lettori, a causa del tipo di comunicazione giornalistico-giudiziaria non approfondita.
Non di rado capita, in ambito processuale-penale, che:
1) il P.M. chieda l'assoluzione dell'imputato (alla faccia della "sepazione delle carriere", o dell'immagine, così comodamente romantica e da "fiction", del P.M. che accusa sempre e comunque, come per riflesso condizionato);
2)che la difesa dell'imputato si associ (ovviamente!) alla richiesta del P.M. (in questi casi, non ho mai sentito un difensore ricordarsi della necessità della "separazione delle carriere"; anzi il difensore, nel 99 % dei casi, inizia sempre la sua arringa complimentadosi con il P.M. per la sua "serietà", per il suo acume giuridico, per la sua "positiva equidistanza" e per il suo "equilibrio" a favore del cittadino-imputato);
3)e, ciononostante, il giudice decida di condannare.
E perchè il giudice condanna?
Semplicemente perchè le posizioni (con le relative argomentazioni) a cui sono giunti sia il P.M. che la difesa, non sono condivisibili.
E il giudice chiarirà questa NON condivisione con la adeguata motivazione del provvedimento.
Allo stesso modo, spesso accade che il P.M. chieda la condanna dell'imputato e che il difensore, nella sostanza, si associ a quanto richiesto dal P.M., chiedendo SOLO che venga comminata una pena non elevata (frasi tipiche pronunciate in questi casi: "Signor giudice, effettivamente le richieste del P.M. sono corrette. Chiedo che, per il mio assistito, l'inevitabile pena venga irrogata nel minimo previsto dalla Legge").
E, ciononostante, il giudice decida di ASSOLVERE perchè non condivide le tesi prospettate dalle PARTI.
A bene vedere, anche la sentenza di primo grado è una scelta, una opzione che potrebbe - ripeto: POTREBBE - essere ribaltata in secondo grado se il giudice di Appello giungesse a conclusioni diverse.
Mi preme sottolineare che questa non è anarchia o relativismo giudiziario, ma i normali effetti di una dialettica raziocinante.
Anche perchè - SIA CHIARO - non è un giudice possa disattendere le tesi a lui proposte, SENZA ADEGUATA MOTIVAZIONE.
Così come un giudice di secondo grado non può emettere una sentenza diversa da quella del giudice di primo grado, senza esporre, in modo rigoroso, i motivi per i quali la decisione del giudice di primo grado non è condivisibile.
Posso dire che nella mia esperienza di giudice di primo grado, spesso leggo le motivazioni dei colleghi di secondo grado per capire, se e come, abbiano superato le mie argomentazioni.
E SOLO se mi convinceranno giuridicamente, io muterò orientamento per i casi a venire.
Dove c'è spazio per il ragionamento - e cioè nella vita, nell'azione politica, nella discussione tra blogger, nel processo penale - non c'è spazio per le posizioni apodittiche, per i luoghi comuni, per le "frasi fatte" e tutto ciò serve solo a tranquillizzare se stessi e a mantenere le proprie idee al sicuro dal pericolo di essere smentite, o, peggio, a mantenere il Potere. Senza fare un passo in avanti nella conoscenza di tutti
E' anche per questo approccio giuridico che quando ascolto in TV dire che è inutile celebrare un certo processo "perchè tanto il reato si prescriverà nei primi mesi del 2012", capisco che chi pronuncia quelle frasi o non ha adeguata preparazione giuridica, o sta nascondendo a chi ascolta una parte importantissima della verità.
Ma, come dice Carlo Lucarelli, questa "è un'altra storia"..:-)