Source: http://www.difesadellinformazione.com/ultime_notizie/105/sansonetti-ferrero-e-illiberale-ma-liberazione-e-giornale-di-partito/
Timestamp: 2019-03-26 12:01:56+00:00
Document Index: 169909554

Matched Legal Cases: ['art. 21', 'art. 45', 'art. 55', 'art. 75', 'art. 21', 'art. 2', 'art. 49', 'art. 21']

Sansonetti: Ferrero è illiberale.
Ma Liberazione è
Bologna, 30 dicembre 2008
“ Un uomo illiberale nei confronti dell’informazione ”. E’ il lapidario giudizio che Piero Sansonetti va da mesi esprimendo su Paolo Ferrero, segretario del Prc, per avere questi manifestato l’intenzione di sostituirlo nella direzione di “Liberazione”. Un quotidiano che versa in gravi difficoltà economiche, ma che è anche accusato di appoggiare apertamente quella minoranza, facente capo a Nichi Vendola, favorevole alla dissoluzione del partito. Una posizione, quest’ultima, caldeggiata anche attraverso numerosi editoriali a firma dello stesso direttore.
La questione potrebbe, a prima vista, apparire chiara e di facile soluzione. Molti penseranno che il leader di un partito politico non può preavvisare il licenziamento del direttore di un quotidiano che non si conforma al suo diktat politico. Sarebbe un attentato alla libertà di pensiero sancita all’art. 21 Cost.
Ma le cose non stanno così. “Liberazione” è edito da Mrc S.p.a., il cui capitale è detenuto al 100% dal Partito della Rifondazione Comunista. Secondo quanto stabilito dallo Statuto del Prc, il comitato politico nazionale, che è “ il massimo organismo del partito ” (art. 45), elegge il direttore di “Liberazione” su proposta di candidature formulate dal segretario nazionale (art. 55). E l’art. 75, comma 1°, statuisce che “ La stampa del partito […] si ispira agli orientamenti politici fissati dal comitato politico nazionale ”.
“Liberazione” è dunque il classico giornale di partito. E, in quanto tale, rientra nella categoria delle cosiddette organizzazioni di tendenza, ossia quegli enti che svolgono attività di natura prevalentemente politica, sindacale, culturale, di religione o di culto.
In Italia la questione delle “organizzazioni di tendenza” è dibattuta dagli anni ’60, da quando il professor Franco Cordero, il più fine giurista italiano, venne cacciato dall’Università Cattolica di Milano per alcune pubblicazioni che negli ambienti vaticani vennero giudicate anticlericali. Cordero difese a spada tratta la sua libertà di insegnamento, arrivando fino in Corte Costituzionale, che però gli diede torto. Era il 1972.
Da allora è prevalso l’orientamento che vede la prestazione del lavoratore intellettuale inserito in una organizzazione di tendenza quale prestazione ideologicamente orientata. Non basta che il lavoratore presti con diligenza la sua attività. Deve conformarsi alla finalità ideologica perseguita dal datore di lavoro. In caso contrario, si ha inadempimento contrattuale, che può portare al licenziamento. Ciò che se manifestato in qualsiasi ambiente lavorativo verrebbe duramente punito come “licenziamento discriminatorio”, in una organizzazione di tendenza diventa legittimo, perché qui l’adesione del lavoratore all’orientamento ideologico, politico, religioso del datore di lavoro rientra nel regolamento contrattuale.
Ora, come è noto, il congresso di Chianciano del luglio 2008 ha portato alla elezione di Paolo Ferrero alla guida del Prc, e al conseguente rigetto della “mozione Vendola”, che teorizza lo scioglimento del partito e l’alleanza con Sinistra Democratica e Verdi. Non c’è dubbio che il comportamento di Sansonetti si pone in aperto contrasto con quanto deciso dalla nuova leadership politica del Prc, se si considerano i numerosi editoriali apparsi su “Liberazione” a sostegno della “mozione Vendola” e dei relativi contenuti. Un comportamento che ha indotto in dicembre il comitato politico nazionale del partito a sfiduciare Sansonetti, preannunciando un cambio nella dirigenza del quotidiano. Un cambio al quale, giuridicamente parlando, per i motivi detti nessuno potrebbe opporsi.
La verità è che nei giornali di partito si registra una dinamica nettamente diversa da quella che, almeno in teoria, interessa i quotidiani cosiddetti “indipendenti”. In questi l’art. 21 Cost. spiega tutte le sue potenzialità. Qui trova piena applicazione l’art. 2 L. n. 69 del 1963 (“Ordinamento della professione di giornalista”), secondo cui “ è diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà di informazione e di critica ”. Nei giornali indipendenti ogni giornalista, almeno in teoria, costituisce una “voce”.
Non così nei giornali di partito. In essi, essendo quella dei giornalisti una prestazione ideologicamente orientata, è il loro insieme a costituire un’unica “voce”, quella del partito. La linea ufficiale del partito non può essere criticata, pena l’inadempimento contrattuale, poiché l’adesione ad essa del giornalista rientra nella prestazione lavorativa.
E’ un limite giustificato dall’art. 49 Cost.: “ Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale ”. E’ la norma che sancisce il principio del pluralismo politico: tanti attori nel panorama politico italiano. E il giornale di partito è solo uno degli strumenti attraverso il quale un gruppo politico organizzato contribuisce a determinare la politica nazionale, sensibilizzando l’opinione pubblica su questioni che, a suo insindacabile giudizio, vanno considerate prioritarie.
Tuttavia, della questione va chiarito un aspetto. L’obbligo (contrattuale) del giornalista, che presta lavoro in un giornale di partito, di conformarsi alla sua linea ufficiale non lo esonera dal dovere deontologico di verità. Il legame della testata con il partito limita la libertà di critica del giornalista, ma non il dovere di informazione. Una cosa è l’opinione, altra cosa è il fatto. Un fatto di interesse pubblico, che come tale assurga a “notizia”, va pubblicato anche se per ipotesi la sua divulgazione andasse contro gli interessi del partito. La rappresentazione di un “fatto”, nella sua obiettività e unicità, non potrà mai porre problemi in ordine alla conformità della prestazione lavorativa del giornalista alla linea politica del partito di cui la testata è espressione. E’ il soggettivismo del giornalista a dovervisi conformare, non un accadimento esteriore.
Detto questo, che i giornalisti di “Liberazione” diano puntuale ed obiettivo conto della evoluzione della “mozione Vendola”, rientra nel dovere di informazione, sussistendo l’interesse pubblico. Ma la reiterata pubblicazione di editoriali, a firma Sansonetti, sulla natura arcaica delle posizioni ufficiali assunte dalla nuova leadership del Prc, finalizzate ad orientare il lettore sulle posizioni vendoliane, pone certamente problemi di incompatibilità tra la direzione di “Liberazione” e quanto ufficialmente stabilito dal comitato politico nazionale del Prc. Incompatibilità che si sostanzia in un inadempimento contrattuale da parte del direttore, per i motivi già detti.
E’ una conclusione che può sembrare poco rispettosa della libertà di critica, ma che deriva dalla struttura tipica del partito. Si può discutere sull’opportunità dei giornali di partito, certamente responsabili di un depotenziamento dell’art. 21 Cost. Ma finché l’ordinamento li legittimerà, la “fedeltà ideologica” del giornalista (in primis del direttore) alla linea ufficiale del partito sarà fondamentale per misurarne, anche ai fini del licenziamento, la diligenza adottata nello svolgimento della prestazione lavorativa.