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Timestamp: 2018-12-19 15:22:08+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 609', 'art. 609', 'art. 609', 'art. 59', 'art. 609', 'sentenza ', 'art. 494', 'art. 609', 'art. 494', 'art. 609', 'sentenza ', 'art. 479', 'art. 494', 'art. 609', 'art. 494', 'art. 609', 'art. 59', 'art. 609']

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. III PENALE - SENTENZA 21 novembre 2018, n.52399
| Catalogo libri | Rivista | Distribuzione | Formazione | MERCOLEDÌ 19 DICEMBRE AGGIORNATO ALLE 16:21
Violenza sessuale per l’operatore socio sanitario che palpeggia il seno di una neo mamma
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. III PENALE - SENTENZA 21 novembre 2018, n.52399MASSIMA
1. Ai fini della sussistenza dell’elemento soggettivo del reato di violenza sessuale, è sufficiente che l’agente abbia la consapevolezza del fatto che non sia stato chiaramente manifestato il consenso da parte del soggetto passivo al compimento degli atti sessuali a suo carico. Ne consegue che è irrilevante l’eventuale errore sull’espressione del dissenso, anche ove questo non sia stato esplicitato, in considerazione dell’errore della vittima sulla posizione personale dell’imputato che era stato scambiato per un infermiere mentre era un operatore socio sanitario, non autorizzato ad effettuare la pratica medica di palpeggiamento del seno della paziente.
2.Per la configurabilità dell’ipotesi di cui all’art. 609 bis, comma 2, n. 2, cod. pen. non è necessaria una condotta attiva, che concorra ad originare l’errore altrui, ma è sufficiente profittare dell’errore altrui (anche se non direttamente cagionato), in quanto il soggetto è conscio dell’assenza del consenso della vittima, o del consenso viziato, dalla falsa rappresentazione della persona offesa sulle qualità professionali dell’agente.
La Corte di appello di Bologna confermava la decisione del Tribunale di Bologna, che aveva condannato un operatore socio sanitario in servizio presso un ospedale per il reato di cui all’art. 609 bis, commi 2 e 3, cod. pen., poiché, violando i doveri di incaricato di pubblico servizio di livello esecutivo, abusando della apparenza determinata dall’abbigliamento di addetto al servizio notturno, come inserviente di reparto, presso la Divisione di Ostetricia, e della sua presenza nei locali dove vengono conservati i biberon, compiva un atto tipico della professione propria dei medici, delle ostetriche e delle infermiere professionali, ovvero costringeva una neo mamma, che si era presentata lì per avere informazioni sull’allattamento, a subire atti sessuali, inducendo la puerpera ad aprire la propria tuta, a mostrargli il seno, sul quale effettuava manovre di palpazione e compressione delle mammelle e toccamento dei capezzoli. Pertanto, l’imputato proponeva ricorso per cassazione, deducendo violazione di legge, art. 609 bis, comma 2, n. 2, cod. pen., atteso che la condotta era relativa ad un gesto pratico dettato dagli anni di esperienza nel settore e, inoltre, indossava la sua divisa e non aveva fatto niente per farsi scambiare per un infermiere. Quindi, tutti gli elementi suddetti configuravano quantomeno un consenso putativo (art. 59, quarto comma, cod. pen.) della donna alla manovra effettuata, solo per la sua tranquillità.
Una neo mamma si presenta di notte nel nido dell’ospedale per avere informazioni e aiuto in merito all’allattamento. Un operatore socio sanitario lì presente induce la puerpera ad aprire la propria tuta, a mostrargli il seno, sul quale effettua manovre di palpazione e compressione delle mammelle e toccamento dei capezzoli: si configura il reato di violenza sessuale ex art. 609 bis comma 2, n. 2, cod. pen? Questa la questione sottoposta all’attenzione della suprema Corte nella sentenza in epigrafe. Nell’occasione i giudici di legittimità evidenziano che a differenza dell’art. 494 c.p. - che richiede espressamente l’induzione in errore della parte offesa e, quindi, un comportamento commissivo ("induce taluno in errore"), non rilevando un atteggiamento solo passivo - la fattispecie dell’art. 609 bis, comma 2, n. 2, cod. pen. prevede solo che l’agente abbia tratto in inganno la persona offesa per essersi sostituito ad altra persona. L’approfittare dell’errore altrui mentre non rileva nell’ipotesi del delitto di cui all’art. 494, cod. pen. assume giuridica rilevanza nel delitto dell’art. 609 bis, cod. pen., sia per la diversa letterale previsione normativa, e sia per la particolare delicatezza del bene giuridico tutelato nei delitti contro la libertà personale (sessuale). Infatti l’errore sul consenso della persona offesa non scrimina nei delitti di violenza sessuale, a meno che non sia relativo ad un contenuto espressivo, della vittima, equivoco. Né può ritenersi valido un consenso putativo, atteso che "L’esimente putativa del consenso dell’avente diritto non è configurabile nel delitto di violenza sessuale, in quanto la mancanza del consenso costituisce requisito esplicito della fattispecie e l’errore sul dissenso si sostanzia, pertanto, in un errore inescusabile sulla legge penale. Pertanto, conclude la Corte, ai fini della sussistenza dell’elemento soggettivo del reato di violenza sessuale, è sufficiente che l’agente abbia la consapevolezza del fatto che non sia stato chiaramente manifestato il consenso da parte del soggetto passivo al compimento degli atti sessuali a suo carico; ne consegue che è irrilevante l’eventuale errore sull’espressione del dissenso, anche ove questo non sia stato esplicitato, in considerazione dell’errore della vittima sulla posizione personale dell’imputato che era stato scambiato per un infermiere mentre era un operatore socio sanitario, non autorizzato ad effettuare la pratica medica di palpeggiamento del seno della paziente.
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. III PENALE - SENTENZA 21 novembre 2018, n.52399 - Pres. Cavallo – est. Socci
La parte offesa ha escluso, in radice, di aver subito un atto repentino o un volgare palpeggiamento da parte dell’imputato. La parte offesa, infatti, ha riferito di aver subito un palpeggiamento identico a quello ricevuto da personale medico, in altre occasioni; solo che 'la cosa venne fatta tutta in silenzio'.
In tema di motivi di ricorso per Cassazione, non sono deducibili censure attinenti a vizi della motivazione diversi dalla sua mancanza, dalla sua manifesta illogicità, dalla sua contraddittorietà (intrinseca o con atto probatorio ignorato quando esistente, o affermato quando mancante), su aspetti essenziali ad imporre diversa conclusione del processo; per cui sono inammissibili tutte le doglianze che 'attaccano' la persuasività, l’inadeguatezza, la mancanza di rigore o di puntualità, la stessa illogicità quando non manifesta, così come quelle che sollecitano una differente comparazione dei significati probatori da attribuire alle diverse prove o evidenziano ragioni in fatto per giungere a conclusioni differenti sui punti dell’attendibilità, della credibilità, dello spessore della valenza probatoria del singolo elemento. (Sez. 6, n. 13809 del 17/03/2015 - dep. 31/03/2015, O., Rv. 262965). In tema di impugnazioni, il vizio di motivazione non può essere utilmente dedotto in Cassazione solo perché il giudice abbia trascurato o disatteso degli elementi di valutazione che, ad avviso della parte, avrebbero dovuto o potuto dar luogo ad una diversa decisione, poiché ciò si tradurrebbe in una rivalutazione del fatto preclusa in sede di legittimità. (Sez. 1, n. 3385 del 09/03/1995 - dep. 28/03/1995, Pischedda ed altri, Rv. 200705).
4.2. Per il silenzio tenuto dal ricorrente al fine di ingannare la donna sulle sue reali qualità soggettive (OSS e non infermiere) la sentenza impugnata adeguatamente motiva come 'l’inganno può derivare anche dal mero silenzio, ossia dal tacere una circostanza essenziale nell’ambito de rapporto instaurato con la controparte - nel caso concreto, l’aver taciuto la sua qualifica professionale - essendo evidente che, qualora l’imputato avesse palesato di non essere l’infermiere di turno, la P.O. si sarebbe ben guardata dallo scoprirsi il seno qualora le fosse stato richiesto; peraltro nel caso in esame il silenzio assume una rilevanza assolutamente determinante, viepiù maliziosa in relazione al contesto costituito da un ambiente - la nursey - ove effettivamente è garantita, anche di notte, la presenza quantomeno di un infermiere, e ad elementi ragionevolmente idonei a generare errori di valutazione (vedasi la divisa sostanzialmente identica a quella del personale infermieristico, salvo per il modesto e confondibile particolare del colore del bordino del colletto della casacca)'.
Tuttavia deve rilevarsi che per il delitto di cui all’art. 479, cod. pen. la norma richiede espressamente l’induzione in errore della parte offesa; quindi è necessario un comportamento commissivo ('induce taluno in errore'), e non rileva un atteggiamento solo passivo, il silenzio, o l’aver profittato dell’errore altrui, come ritenuto da questa Corte di Cassazione: 'Non commette il delitto previsto dall’art. 494 cod. pen. colui che, non avendo concorso ad originare l’errore altrui, sorto spontaneamente oppure per il fatto di un terzo, profitta dell’errore, sia pure per un proprio interesse. Il delitto in questione e costituito dal fatto di indurre taluno in errore, sostituendo illegittimamente la propria all’altrui persona, o attribuendo a se o ad altri un falso nome, o un falso stato, ovvero una qualità cui la legge attribuisce effetti giuridici. Esso richiede dunque che l’agente debba avere indotto in errore un altro soggetto, onde soltanto un comportamento positivo dell’agente stesso, suscettivo di trarre altrui in inganno, può dare luogo all’imputabilità per il titolo di sostituzione di persona' (Sez. 5, n. 1111 del 07/07/1967 - dep. 28/09/1967, CATENACCI, Rv. 10554901).
Viceversa per la fattispecie dell’art. 609 bis, comma 2, n. 2, cod. pen. la norma prevede solo che l’agente abbia tratto in inganno la persona offesa per essersi sostituito ad altra persona. L’approfittare dell’errore altrui mentre non rileva nell’ipotesi del delitto di cui all’art. 494, cod. pen. assume giuridica rilevanza nel delitto dell’art. 609 bis, cod. pen., sia per la diversa letterale previsione normativa, e sia per la particolare delicatezza del bene giuridico tutelato nei delitti contro la libertà personale (sessuale). Infatti l’errore sul consenso della persona offesa non scrimina nei delitti di violenza sessuale, a meno che non sia relativo ad un contenuto espressivo, della vittima, equivoco: 'Ai fini della sussistenza dell’elemento soggettivo del reato di violenza sessuale, è sufficiente che l’agente abbia la consapevolezza del fatto che non sia stato chiaramente manifestato il consenso da parte del soggetto passivo al compimento degli atti sessuali a suo carico; ne consegue che è irrilevante l’eventuale errore sull’espressione del dissenso anche ove questo non sia stato esplicitato, potendo semmai fondarsi il dubbio sulla ricorrenza di un valido elemento soggettivo solamente nel caso in cui l’errore si fondi sul contenuto espressivo, in ipotesi equivoco, di precise e positive manifestazioni di volontà promananti dalla parte offesa' (Sez. 3, n. 49597 del 09/03/2016 - dep. 22/11/2016, S, Rv. 26818601).
Né può ritenersi valido un consenso putativo, come pure richiede il ricorrente nel ricorso per cassazione (art. 59, comma 4 cod. pen.): 'L’esimente putativa del consenso dell’avente diritto non è configurabile nel delitto di violenza sessuale, in quanto la mancanza del consenso costituisce requisito esplicito della fattispecie e l’errore sul dissenso si sostanzia, pertanto, in un errore inescusabile sulla legge penale. (Fattispecie in cui l’imputato aveva desunto dal ritorno del coniuge nella casa familiare anche la sua volontà di riprendere le loro relazioni intime)' (Sez. 3, n. 2400 del 05/10/2017 - dep. 22/01/2018, S, Rv. 27207401; vedi anche Sez. 3, n. 37166 del 18/05/2016 - dep. 07/09/2016, B e altri, Rv. 26831101).
4.3. Può conseguentemente affermarsi il seguente principio di diritto: 'Ai fini della sussistenza dell’elemento soggettivo del reato di violenza sessuale, è sufficiente che l’agente abbia la consapevolezza del fatto che non sia stato chiaramente manifestato il consenso da parte del soggetto passivo al compimento degli atti sessuali a suo carico; ne consegue che è irrilevante l’eventuale errore sull’espressione del dissenso, anche ove questo non sia stato esplicitato, in considerazione dell’errore della vittima sulla posizione personale dell’imputato che era stato scambiato per un infermiere mentre era un operatore socio sanitario, non autorizzato ad effettuare la pratica medica di palpeggiamento del seno della paziente. Per la configurabilità dell’ipotesi di cui all’art. 609 bis, comma 2, n. 2, cod. pen. non è inoltre necessaria una condotta attiva, che concorra ad originare l’errore altrui, ma è sufficiente profittare dell’errore altrui (anche se non direttamente cagionato) in quanto il soggetto è conscio dell’assenza del consenso della vittima, o del consenso viziato, dalla falsa rappresentazione della persona offesa sulle qualità professionali dell’agente'.