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Timestamp: 2017-05-27 13:35:40+00:00
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Associazione IL DETENUTO IGNOTO: Legge sulla droga: torniamo alla prevenzione, alla cura e alla riduzione del danno
Legge sulla droga: torniamo alla prevenzione, alla cura e alla riduzione del danno
Il Mattino di Padova, 24 febbraio 2014
La Corte Costituzionale ha "bocciato" la legge Fini-Giovanardi, che dal 2006 equiparava
le droghe leggere a quelle pesanti livellando verso l'alto reati e pene. La conseguenza è che la distinzione tra i diversi tipi di droghe riprende corpo e con essa viene finalmente messo in crisi il sistema delle pene, che aveva contribuito a riempire le carceri in questi ultimi anni.
Ora speriamo vivamente che emerga la volontà da parte del Parlamento di riparare una volta per tutte alle storture e alle sofferenze prodotte da questa legge, inserendo in una nuova legge come pilastri principali la prevenzione, la cura e la riduzione del danno.
Ma chi ridurrà la pena alle migliaia di persone punite per droghe leggere con troppa galera?
All'indomani dell'annuncio che la Consulta ha bocciato la Fini-Giovanardi, il problema è diventato capire cosa succederà ora con i condannati. Un giornalista mi ha chiesto cosa pensavo della notizia che 10 mila detenuti avrebbero lasciato le carceri. Ho risposto che se fossi uno dei circa 3 mila condannati per droghe leggere, non saprei come fare a uscire dal carcere. Un'istanza di revisione del processo sarebbe inammissibile, così come ogni forma di ricorso al magistrato di sorveglianza. L'unica possibilità sarebbe chiamare l'avvocato e dirgli di presentare domanda di incidente d'esecuzione, nella speranza di trovare un giudice disposto a leggere le carte del mio processo, accettare che la mia pena sia stata sproporzionata, e definire un'altra condanna più bassa. Sempre convinto che le probabilità che questo accada sono davvero basse.
Tuttavia io ho esultato di fronte alla sentenza della suprema corte. Ma se l'ho fatto non è stato sicuramente perché tanti condannati usciranno. Conoscendo il processo penale italiano, so quanto questo sia difficile. Se ho esultato è stato, innanzitutto, perché questa sentenza permetterà la rimessa in discussione dell'assurdità ideologica che c'è in qualsiasi norma che equipara le pene per droghe leggere a quelle per droghe pesanti.
Un altro motivo di contentezza è il principio di questa sentenza: non si può infilare in un decreto legge (in questo caso per esempio un decreto che riguardava le Olimpiadi invernali) norme che nulla hanno a che fare con il motivo del decreto stesso. Noi che ci occupiamo di carcere ricordiamo bene quegli anni in cui la politica infilava carcere e pacchetti sicurezza in ogni decreto a partire da tutto quello che echeggiava tra telegiornali e salotti televisivi come emergenza microcriminalità.
La sentenza della Corte di Giustizia dell'Unione europea sul reato di immigrazione clandestina e le sentenze della Corte europea sul sovraffollamento hanno certificato l'ingiustizia prodotta da quella politica, e oggi finalmente si è cambiato rotta e si parla di umanizzare le carceri. Se la Corte costituzionale ha sentenziato che è incostituzionale legiferare in quel modo, si certifica anche l'assurdità di decreti che hanno causato il disastro del sistema penale attuale. E allora adesso occorre fare qualcosa di coraggioso.
Sarà difficile che questa sentenza porti a rivedere tutti i decreti degli ultimi quindici anni, tuttavia la speranza è che questa sentenza impedisca in futuro che simili procedure siano usate per legiferare in materie delicate come quella delle pene.
In Italia le pene previste per spaccio e traffico di stupefacenti sono tra le più alte in Europa. È chiaro che quelle migliaia di persone condannate per droghe leggere sono state punite davvero con tanta, troppa galera, spesso espiata in condizioni inumane. Ma la triste verità è che loro non possono fare nulla per vedersi ridurre la pena, perché in Italia la certezza della pena è così certa, che la revisione del processo non è possibile nemmeno di fronte ad una illegittimità costituzionale.
Qualche titolo di giornale ha annunciato che questa sentenza farà uscire diecimila detenuti. Io sono sicuro che tra i condannati non ne uscirà nemmeno uno, e non per cattiveria dei giudici, ma perché il sistema è talmente rigido che non lo permette. L'unica soluzione alle tante inutili sofferenze che il sistema penale produce, rimane l'indulto. Così, oltre a risarcire i detenuti per averli tenuti in condizioni inumane e degradanti, le istituzioni possono fare un atto di giustizia nei confronti di tutti quelli che sono stati condannati in modo sproporzionato per effetto di una legge, emanata con una procedura incostituzionale.
Curare o proibire e reprimere
Quando ero un ragazzo di quindici-sedici anni i primi spinelli me li feci con alcuni amici al parco pubblico del mio quartiere. Per noi di pubblico non c'era un bel niente. Quello che facevamo era totalmente "privato", ben nascosto, necessariamente ci dovevamo nascondere perché avevamo timore di essere scoperti da qualcuno di nostra conoscenza o, peggio ancora, dalla polizia. La recente, molto attesa, sentenza della Corte Costituzionale potrebbe contribuire ad aprire un varco proprio in questa direzione: l'accettazione sociale del fatto che ci siano persone che consumano una sostanza e non per questo debbano essere messe al bando.
Nella mia lunga esperienza con le droghe ho sempre pensato che ci fosse un'enormità di persone che per un motivo o per un altro speculassero su noi consumatori di droghe leggere o pesanti. Dai grandi trafficanti, che cercavamo di emulare fantasticando di una vita fatta di soldi e droga sempre a disposizione, fino ai "salvatori" quelli che cioè promettevano di guarirci dalla nostra malattia. Crescendo ho imparato a rendermi conto che la speculazione sul diverso, che a volte è anche il più debole, spesso ha precise finalità sociali e politiche.
Non credo al fatto che, da parte di chi certe politiche del proibire e reprimere le ha sempre sostenute, ci sia stata solo la ferma convinzione che proibendo e reprimendo si possano salvare vite umane e tutelare la salute pubblica: la realtà ci parla chiaro, c'è una presa d'atto a livello mondiale del fallimento della guerra alla droga fatta con il proibire e reprimere. Io ne ho incontrati in carcere di ragazzi arrestati con l'accusa del possesso di piantine di marijuana o di modeste quantità di hashish: quello che più mi stupiva era leggere i verbali del loro arresto e, in un caso specifico, vedere quale macchina investigativa, costosissima e fatta con denaro pubblico, fosse stata messa in moto per prendere questi "pericolosi criminali" (tre ragazzi e una ragazza tra i 20 e i 23anni) che trafficavano intorno a limitate quantità di hashish. Il fatto che la Corte costituzionale abbia dichiarato incostituzionale la legge Fini-Giovanardi può essere un primo segnale di apertura per favorire lo sviluppo di una cultura antiproibizionista, intesa soprattutto come cultura per misurarsi con l'aspetto del consumo di sostanze quale fenomeno socialmente diffuso, che non si può affrontare e comprendere con la repressione e l'esclusione, perché l'ottica deve essere quella di tutelare la salute e la libertà delle persone.
Proibire e punire non si è rivelato, infatti, un metodo efficace proprio per la tutela della salute. Salute e libertà non possono essere curate o tutelate con lo stigma e la condanna. Tantomeno questo può avvenire con la droga, che è certamente qualcosa con cui non giocare. Se penso alla mia esperienza personale e quella di molte persone che conosco non trovo mai un periodo della vita in cui, attraverso la proibizione rigida e la punizione, ci abbiano aiutati a uscire da situazioni critiche in relazione al consumo di sostanze. Parlo qui di proibizione e condanna anche da parte delle persone a cui eravamo affettivamente legati. È stato solo incontrando l'accettazione e la possibilità di un confronto che abbiamo, invece, potuto metterci in una condizione critica verso noi stessi e i nostri comportamenti. La grande diffusione della marijuana tra i giovani dovrebbe, in quanto genitori, farci riflettere in modo più realistico e meno ideologico sul giusto modo per affrontare quello che, in particolare per i più giovani, rischia di diventare un problema, soprattutto se penso al modo in cui ragazzi dai 13 ai 16 anni si avvicinano con superficialità al consumo di questa sostanza. Il fascino che ha spinto noi molti anni fa ad assumere certi atteggiamenti era determinato proprio dal fatto che noi si stesse facendo qualcosa di proibito: la repressione delle forze dell'ordine quando ci trovavano con gli spinelli in tasca o a "farci le canne" non è stata certo un motivo per indurci a riflettere sulle conseguenze delle nostre azioni.