Source: http://www.pontemollo.it/interna_poll.asp?ID_NOTIZIA=708
Timestamp: 2018-05-23 08:55:55+00:00
Document Index: 145501871

Matched Legal Cases: ['art.1', 'art.4', 'art.4', 'art.117', 'art.3', 'art.3', 'art. 4']

un breve ripasso...
Cominciamo dal 23’, la Riforma Gentile
« la riforma Gentile ha il grave torto di separare la scienza dalla tecnica, il lavoro intellettuale da quello manuale » (Antonio Gramsci)
Per riforma Gentile s'intende la riforma scolastica varata in Italia nel 1923 con una serie di atti normativi, ad opera del Ministro dell'Istruzione del primo Governo Mussolini, il filosofo neoidealista Giovanni Gentile. Punti salienti della riforma furono:
* innalzamento dell'obbligo scolastico sino al quattordicesimo anno di età. Dopo i primi cinque anni di scuola elementare uguali per tutti, l'alunno deve scegliere tra liceo scientifico, ginnasio e scuola complementare per l'avviamento al lavoro. Solo la scuola media consente l'accesso ai licei. Solo il liceo classico permette l'iscrizione a tutte le facoltà universitarie;
* disciplina dei vari tipi di istituzioni scolastiche, statali, private e parificate;
* insegnamento obbligatorio della religione cattolica considerata "fondamento e coronamento" dell'istruzione primaria;
* creazione dell'istituto magistrale per la formazione dei futuri insegnanti elementari;
* istituzione di scuole speciali per gli alunni portatori di handicap;
* la messa al bando dello studio della psicologia, della didattica e di ogni attività di tirocinio.
La scuola di Gentile è severa ed elitaria. Gli studi superiori, nella concezione del filosofo, sono "aristocratici, nell'ottimo senso della parola: studi di pochi, dei migliori". La riforma, definita da Mussolini "la più fascista delle riforme", rimase sostanzialmente in vigore anche dopo l'avvento della Repubblica fin quando il Parlamento italiano, con la legge del 31 dicembre 1962, n 1859, abolendo la scuola di avviamento, diede vita alla scuola media unificata. Gentile fu ministro della pubblica istruzione e nel 1923 mise in atto la sua riforma scolastica, elaborata assieme a Lombardo Radice. Dal punto di vista strutturale Gentile individua l'organizzazione della scuola secondo un ordinamento gerarchico e centralistico. Una scuola di tipo aristocratico, cioè pensata e dedicata "ai migliori" e non a tutti e rigidamente suddivisa a livello secondario in un ramo classico-umanistico per i dirigenti e in un ramo professionale per il popolo. Le materie scientifiche furono quindi messe in secondo piano, avevano la loro importanza solo a livello professionale.
L'obbligo scolastico fu innalzato a 14 anni e fu istituita la scuola elementare da sei ai dieci anni. L'allievo che terminava la scuola elementare aveva la possibilità di scegliere tra quattro possibilità:
* il ginnasio, quinquennale, che dava l'accesso al liceo (quello che sarebbe stato in seguito denominato liceo classico), al liceo scientifico o al liceo femminile;
* l'istituto tecnico, articolato in un corso inferiore, triennale, seguito da corso superiore, quadriennale; il corso inferiore dava accesso anche al liceo scientifico;
* l'istituto magistrale, articolato in un corso inferiore, quadriennale, e in un corso superiore, triennale, destinato alla preparazione dei maestri di scuola elementare; il corso inferiore dava accesso anche al liceo femminile;
* la scuola complementare di avviamento professionale, triennale, al termine della quale non era possibile iscriversi ad alcun'altra scuola.
Si trattava di un sistema che riprendeva molti aspetti della vecchia legge Casati, anche per quanto riguarda l'accesso alla università: solo i diplomati del liceo classico avrebbero potuto frequentare tutte le facoltà universitarie, mentre ai diplomati del liceo scientifico sarebbe stato possibile accedere alle sole facoltà tecnico-scientifiche (erano quindi precluse le facoltà di giurisprudenza e di lettere e filosofia). Agli altri diplomati era invece impedita l'iscrizione all'università.
In questo modo veniva di fatto mantenuta una profonda divisione tra i ceti stessi, una situazione che si tentò di modificare con le riforme del 1969.
La religione è insegnata obbligatoriamente a livello primario; Gentile riteneva infatti che tutti i cittadini dovessero possedere una conoscenza religiosa. La religione da insegnare era il cattolicesimo, perché si trattava di quella largamente dominante in Italia. (v. Wikipedia)
Nel febbraio 1966, iniziano a verificarsi problemi sull'istituzione della scuola materna statale, nel gennaio-febbraio c'era stata l'occupazione dell'istituto delle scienze sociali di Trento, con cui aveva avuto inizio la sommossa studentesca. Nel marzo 1968 viene istituita la scuola materna statale. Nel febbraio del 1969 viene emanato un decreto-legge che modifica l'esame di stato. Nell'Ottobre, vengono modificati 250 corsi, in via sperimentale, degli “istituti professionali”, che passano da quattro a cinque anni. Quegli stessi corsi, dal 1971 in poi diventeranno prima 600 e poi 700. Nel dicembre vengono liberalizzati gli accessi universitari e i piani di studio. Nel 1971 ci fu l'approvazione della riforma universitaria; nel 1975 furono fatte avanti le proposte di legge relative alla riforma della scuola secondaria superiore. La riforma della scuola materna statale, fu approvata definitivamente dalla Camera il 9 marzo 1968, divenne la legge del 18 marzo 1968, n° 144: essa istituiva quella che si chiamò la Scuola Materna, affidata, pertanto, a personale femminile. La scuola materna statale, che accoglie i bambini nell'età prescolastica da tre a sei anni. Detta scuola si propone fini di educazione, di sviluppo della personalità infantile, di assistenza, di preparazione alla frequenza della scuola dell'obbligo, integrando l'opera della famiglia. L'iscrizione è facoltativa, la frequenza gratuita. Orientamenti dell'attività educativa [Gli Orientamenti dell'attività educativa nelle scuola materne statali, previsti dall'articolo 2, con scadenza di sei mesi dall'entrata in vigore della legge, vennero in realtà emanati il 10 settembre 1969.] (v. studenti.it)
Le "riforme" scolastiche di Berlinguer.
Ecco le schede su autonomia scolastica, riforma dei cicli e Patto per il Lavoro. Di Danilo Molinari e Michele Corsi del Marzo 1997:
La riforma della scuola alla quale sta lavorando il governo si basa su tre documenti: la proposta di "Riordino dei cicli scolastici" del gennaio 1997 del Ministero della Pubblica Istruzione ("riforma Berlinguer"), il DDL Bassanini nella parte che riguarda la scuola ("autonomia scolastica", ecc.), approvato dal Parlamento l'11/3/97, e la parte che riguarda la formazione dell'"Accordo sul lavoro" del 24 settembre 1996 tra Governo, Confindustria e CGIL, CISL e UIL. Questi tre documenti sono strettamente legati tra loro e si richiamano vicendevolmente. È chiaro che ci si ritrova di fronte ad una strategia in sé assolutamente coerente e che il governo va implementando, non con una "legge quadro", ma con pezzi di riforma destinati a comporre un puzzle. Il compito che ci siamo qui proposti é quello di esplicitare la natura complessiva del disegno e di ricavarne delle indicazioni di azione dal punto di vista degli interessi dei lavoratori della scuola e degli utenti.
I PROBLEMI REALI DELLA SCUOLA E LA RIFORMA
Quando si parla di "riformare" qualche cosa, si intende di solito trovare una soluzione che risponda ad una certa problematica nei suoi aspetti salienti. Questa riforma non aggredisce i problemi principali che gli studenti ed i lavoratori della scuola sentono come più urgenti: i tagli dei finanziamenti (che si ripercuotono nella povertà delle strutture e delle dotazioni finanziarie, nei bassi salari della categoria e nei crescenti costi per l'utenza), l'affollamento nelle classi, la selezione per fasce sociali. Al contrario, per quanto riguarda l'aspetto finanziario si tratta di una riforma concomitante a tagli senza precedenti nell'istruzione: 4800 miliardi in tre anni, come previsto dalla finanziaria '96, e già operativi a partire dal prossimo anno scolastico. Il calo demografico poteva costituire una occasione per far sì che le risorse fossero finalmente commisurate all'utenza, dopo anni di emergenza: viene invece utilizzato come argomento per giustificare una secca diminuzione di quelle stesse risorse. Come é possibile valorizzare ad esempio il "ciclo dell'infanzia" rendendo obbligatorio l'ultimo anno della materna senza intaccare il rapporto bambini/insegnanti? Che attività educativa potrà mai essere impostata con 25 bambini urlanti e una sola maestra (con poche ore di copresenza?).
La selezione per fasce sociali
Alcune recenti ricerche hanno messo in rilievo il carattere classista della selezione. Il termine può sembrare ad alcuni "fuori moda" eppure dati di fonti attendibili parlano chiaro (Giancarlo Gasperoni, "Diplomati e istruiti", Il Mulino, 96 e rapporto ISTAT, "La selezione scolastica nelle scuole superiori", 96). Negli Istituti professionali viene bocciato il primo anno il 29% degli allievi (25% nei tecnici) contro il 12% dei licei. Il 7% di chi affronta il liceo abbandona gli studi dopo il primo anno, ma la percentuale sale al 21% nei Professionali (e al 15% nei Tecnici). Su cento iscritti ai Professionali ne sopravvivono in 55, mentre nei licei 83. La scelta di una scuola o di un'altra risponde in maniera diretta all'origine sociale della famiglia: nei licei classici il 37% degli allievi giunti al quinto anno é figlio di dirigenti, liberi professionisti o imprenditori, il 10% di operai, negli Iti il 37% é figlio di operai e il 9% di dirigenti, liberi professionisti o dirigenti. I vari tipi di scuola sono disposte in una scala cui corrispondono decrescenti fasce di reddito e posizione sociale: prima il liceo classico, poi quello scientifico, quindi gli ITC, poi gli ITI e infine i professionali. Si tenga inoltre conto che nelle fasce socialmente disagiate i ragazzi non arrivano nemmeno alla terza media (6 studenti su 100 vengono bocciati ogni anno nelle medie) e una parte di quelli che la supera non si iscrive alle superiori.
Le soluzioni alla selezione proposte dalla riforma
Nei testi che disegnano la riforma si fa esplicito riferimento all'alto tasso di "insuccessi" scolastici ed al basso numero di diplomati in Italia. Il rapporto tra coloro che conseguono un diploma di scuola superiore e la fascia di giovani di età corrispondente é del 59% in Italia, del 93% in Germania, del 78% in Francia, del 76% negli USA. Il fenomeno é considerato negativamente sotto il profilo economico: risultati non all'altezza degli "investimenti" e pericoli di diminuire le possibilità del "nostro Paese" di competere con le economie più sviluppate e che possiedono come risorsa manodopera più qualificata. La soluzione trovata é sostanzialmente una: "offrire" all'enorme platea di coloro che sono rifiutati da questa scuola o che non ne sono "attratti" infinite possibilità "professionalizzanti". Il settore sociale al quale si rivolge parte della proposta é proprio quello delle fasce a più basso reddito i cui figli vengono bocciati o non vanno a scuola. In pratica si tratta di integrare alla scuola entità di formazione private (CFP e altro) o pubbliche e direttamente le aziende. Possiamo immaginare situazioni in cui uno studente che abbia optato per un indirizzo professionale venga "invitato", a maggior ragione se va male a scuola, a legarsi con un contratto di apprendistato ad una ditta, e a trascorrere un certo numero di ore settimanali o mensili a scuola o nella "agenzia di formazione" (potrebbe essere qualsiasi entità di formazione, nei documenti non é specificato). È ovvio che lo "studente" avrà tutto l'interesse a subire passivamente lo sfruttamento nella ditta o semplicemente la mancanza di formazione, dato che solo la buona opinione della ditta potrà consentirgli di ricevere il diploma. In questo modo la scuola non sarebbe luogo dove riflettere criticamente sull'attività lavorativa, ma un di più, vissuto probabilmente in maniera oppressiva dal ragazzo (che oltre a lavorare dovrà studiare). Per i figli dei quartieri popolari insomma non si prospetta una scuola diversa che li aiuti a superare il gap sociale e culturale (con interventi di sostegno didattico, borse di studio, con l'impostazione di una scuola che aiuti a crescere e che non bocci), ma strutture che propongono loro l'unica cosa che le fasce sociali alte immaginano possano fare quelli delle fasce più basse: manualità, "moduli improntati al saper fare", "percorsi fortemente professionalizzanti", ecc. Si vuole evitare l'abbandono della scuola per la fabbrica, semplicemente facendo entrare la fabbrica nella scuola.
L'anticipazione della scelta
Uno dei fattori che contribuisce a far sì che la scuola sia un luogo della riproduzione dell'ordine sociale esistente (come ai tempi di Don Milani, ma con gli stessi meccanismi spostati un po' più avanti nell'età: non si boccia più nelle elementari, poco nelle medie e si boccia implacabilmente nelle superori) é la suddivisione in indirizzi e la precoce scelta di uno di questi da parte dello studente: é ovvio che prima "deciderà" e più saranno determinanti, nella scelta, l'origine sociale, la pressione della famiglia, ecc.
La proposta di riforma peggiora la situazione attualmente esistente. Gli studenti oggi scelgono a 14 anni, dopo la terza media, mentre le medie mantengono una impostazione fortissimamente omogenea. Con la riforma dovranno invece scegliere a 12. Fin dal primo anno del ciclo secondario infatti lo studente si troverà davanti tutto "dalle lettere al giardinaggio" e sarà spinto con "un ruolo attivo dei genitori" a scegliere tra "grandi opzioni e corrispondenti percorsi". Nel secondo anno (13 anni, attuale terza media) l'orientamento sarebbe ancora più "mirato" e lo studente "invitato" a scegliere tra cinque indirizzi (classico, scientifico, professionale...): riusciamo a immaginare quelli che "vanno male a scuola" cosa saranno "invitati" a frequentare?
Una scuola che "pareggi" rispetto alle condizioni sociali di origine (cosa che sarebbe prevista anche dalla Costituzione) dovrebbe tendere a dare una formazione il più possibile omogenea per più tempo possibile. Apparentemente la riforma viene incontro a questa esigenza: le decine di indirizzi attuali delle scuole superiori vengono ridotti nel primo triennio a 5 e nel secondo a 11. Ma c'é il trucco. L'autonomia didattica delle scuole farà sì che ognuna di esse possa "inventarsi" materie, percorsi didattici, corsi anche in cogestione o dandoli "in appalto" a centri esterni. Questa dinamica sarà approfondita nel triennio successivo addirittura con l'integrazione del lavoro fuori dalla scuola (stages, alternanza, contratti di apprendistato, ecc.).
Tutto ciò a seconda delle esigenze del "territorio", eufemismo per indicare le caratteristiche del tessuto aziendale ed economico di una determinata zona. Ci ritroveremo in realtà non con 11 indirizzi, ma con una frammentazione estrema e senza precedenti di indirizzi di studio: al limite uno per ogni Istituto (o anche di più, visto che ogni Istituto sarà libero di dar vita a vari "percorsi").
La "personalizzazione dei curricula" poi é un ulteriore elemento di differenziazione: ogni studente potrà scegliersi un proprio "personale" percorso formativo.
I vari testi insistono sul fatto che "naturalmente il diploma finale di una scuola siffatta dovrà indicare le conoscenze e le abilità raggiunte". Naturalmente. Dato che caratteristica e "novità" dell'ultimo triennio del ciclo secondario é "l'avvicinamento progressivo al mondo del lavoro", cioé alle aziende, queste per poter essere in grado di scegliere tra la vasta offerta di forza lavoro non hanno certo bisogno di diplomi generici ("solo" undici indirizzi), ma di un foglio che certifichi con esattezza cosa il giovane sa o non sa fare. È in questo tipo di diploma che si scopre il bluff della "riduzione degli indirizzi" a 11: se così non fosse che bisogno ci sarebbe di diplomi "personalizzati"?
La riforma innalza l'obbligo a 15 anni. In un gran parlare di Europa, l'obbligo é portato semplicemente al livello più basso nella media UE (eguagliato solo da altri tre Paesi). Nella maggior parte dei Paesi l'obbligo é a 16 e in alcuni a 18. I 15 anni sono anche al di sotto dell'età che tutti i "riformatori" che in questi anni si sono esercitati sulla problematica in Italia si ripromettevano di arrivare: 16 anni. In realtà ciò che si dovrebbe chiedere é l'obbligo sino ai 18 anni.
Ma una riforma a costo zero, anzi sottozero, come questa ovviamente non poteva farlo. Con l'obbligo esteso sino ai 18 anni come si possono accorpare scuole, tagliare le classi ed eliminare personale? Creare il costume sociale che i giovani fino a 18 anni devono andare a scuola (quindi non a lavorare): questo sì creerebbe un grande cambiamento negli usi e nella vita di grandi masse. Nessuno potrà più sentirsi dire ad esempio: cosa sei venuto a fare? Non é mica la scuola dell'obbligo! Spingerebbe la scuola a dotarsi di strumentazione di sostegno ed ascolto e non di pura eliminazione dei "pesi morti".
Dato il carattere della riforma a costo sottozero, nulla si dice nei documenti suddetti sulla scuola prima dei sei anni. Qualsiasi cosa infatti si dicesse su questo argomento sarebbe evidente la necessità di investimenti finanziari. Per esempio non é affatto chiaro come verrà finanziato l'ultimo anno della materna, reso obbligatorio: é abbastanza evidente che il Ministro immagina di farvi fronte con la grande "offerta" delle materne private. Eppure dato che si parla di "riordino dei cicli" e di visione "generale" ed "integrata" della formazione e della scuola, perché non si affronta il periodo pre-5 anni? Possiamo anche evitare di parlare di obbligatorietà, ma per lo meno di possibilità di frequentare nidi e materne.
L'offerta pubblica di posti nelle materne é insufficiente in tante zone d'Italia e i nidi (dove esistono) hanno un costo proibitivo. Eppure in Parlamento giacciono diverse proposte di legge (di cui una di iniziativa popolare che ha raccolto 150.000 firme) che trasformi il nido da servizio a domanda individuale a servizio garantito.
Su questo punto si é centrata assai poco l'attenzione dei lavoratori. Quando ci si sofferma la prima spontanea reazione dell'insegnante di fronte a tante "libertà" (di varare nuove materie, cambiare programmi, scomporre le classi, promuovere corsi, stravolgere gli orari) é di piacevole sorpresa. Ma cerchiamo di andare più in profondità. La rigidità dell'attuale sistema scolastico non si confà alle esigenze delle aziende. L'autonomia (soprattutto nel "Patto per il lavoro") ha il dichiarato scopo di adeguarsi rapidamente alle esigenze formative del tessuto economico del territorio dove si trova la scuola. Solo con una struttura didattica estremamente flessibile questo é possibile. La libertà degli insegnanti dunque é del tutto apparente: é la libertà di capire (o adeguarsi) a delle esigenze che sono totalmente esterne al mondo della scuola ed agli studenti. È bene comprendere la logica: la flessibilità didattica é al servizio delle imprese (chiamato anche "mondo del lavoro") e non di "sperimentazioni" culturali che partono dai bisogni degli studenti o che seguano i moti più profondi della società.
Dai documenti si deduce (anche se non é detto apertamente) che viene riservato un grosso ruolo ai privati. Innanzitutto riguardo alla materna: rendendone obbligatorio l'ultimo anno e non prevedendo investimenti, si può immaginare una situazione di legittimazione ed ampliamento (che già esiste da parte di molti Comuni) del finanziamento pubblico. Poi c'é tutta l'ambiguità sui "Centri di formazione", "Agenzie formative", ed altre varie dizioni presenti nei documenti: anche qui si deduce che non solo le entità già esistenti verranno integrate nel sistema (nel senso che saranno poste in concorrenza con le entità pubbliche), ma che il campo sarà libero per utili "investimenti" da parte dei privati e delle stesse aziende. E anche le scuole private riceverebbero una fortissima legittimazione sociale (presupposto del finanziamento pubblico, ora molto impopolare): dato che farebbero parte di un "sistema integrato", sarebbe logico che al pari degli altri soggetti del sistema godessero di almeno parte delle stesse risorse.
IL CUORE DELLA RIFORMA
La chiave per comprendere pienamente il carattere della riforma (basata sino ad oggi come si é detto su tre documenti) non sta nel riordino dei cicli dunque, che tanto interesse ha suscitato, ma su due piani, assai poco esplorati dai media e dai lavoratori: l'autonomia scolastica e i tagli. È questo demoniaco binomio che dà il tono complessivo della riforma. Ed é assai ingenuo chi si rallegra del fatto che dal DDL Bassanini é stata stralciata la parte sull'autonomia finanziaria (il contributo da parte delle famiglie, rimasto invece nel "Patto sul lavoro"), i conti si fa presto a farli: tagliando i fondi alle scuole e facendole navigare per conto proprio, saranno loro stesse, con le casse vuote, a chiedere ad alta voce piena autonomia finanziaria. Il che vorrà dire una cosa molto semplice: si creeranno due tipi di scuole. Quelle ricche: saranno quelle sulle quali punteranno le classi benestanti, le cui famiglie investiranno pagando alte tasse e tenendo con queste alla larga i figli di famiglie meno abbienti, oppure le scuole che risponderanno con grande solerzia alla necessità del "territorio" di avere un certo tipo di manodopera. Quelle con l'acqua alla gola (quasi certamente la maggioranza): saranno le scuole con una utenza centrata sui quartieri popolari oppure quelle che mal si adatteranno ai dettami delle aziende.
La concorrenza tra scuole
Le scuole diverrebbero così delle aziende che dovrebbero collocare sul mercato la propria merce: giovani pronti per il "mondo del lavoro". Come tutte le aziende, le scuole sarebbero in concorrenza tra loro, concorrenza vista molto positivamente nel documento del Ministro ("la formazione di tradizioni proprie delle singole istituzioni incoraggerebbe tra loro una concorrenza non basata solo su dati quantitativi"). Questa concorrenza provocherà danni oggi difficilmente immaginabili. Danni innanzitutto per l'utenza. Le scuole saranno portate a curare l'immagine (magari destinando figure appositamente preposte allo scopo) a scapito del contenuto; data la fame di lavoro e le comprensibili preoccupazioni dei genitori, il maggiore legame con il "mondo del lavoro" costituirà materia di vanto, si tenderà a gonfiare, falsare e inventare pur di attrarre utenza, e questo con la complicità di tutte le componenti, che troveranno vantaggioso per tutti che la scuola abbia più iscritti. Gli studenti, trovandosi di fronte ad innumerevoli opzioni, poiché come abbiamo detto, non ci saranno cento indirizzi come oggi, e nemmeno 11, ma un numero illimitato, saranno completamente disorientati, con una certa tendenza a lasciarsi abbagliare, se ne avranno la possibilità, dalla scuola che saprà "vendersi" meglio.
In una situazione di questo genere la riforma degli organismi collegiali (previsto dal DDL Bassanini) potrebbe anche portare ad un maggior peso di studenti e genitori: qual é il problema? La cosa non si tradurrebbe certo in una maggiore democrazia: dato che le scuole sarebbero in concorrenza e la loro sopravvivenza e stato di salute dipenderà dal numero degli iscritti e dal favore delle aziende, tra le varie componenti scolastiche ci sarà fortissima la tendenza a considerarsi tutti nella stessa barca. Anche i genitori faranno di tutto per difendere la "propria" scuola dalle altre, e molti di loro si offriranno anche per pulire, imbiancare, ecc. (sembra grottesco, ma accade già in molti nidi, sotto la minaccia che altrimenti maggiori spese comporteranno più salate rette). Le contestazioni studentesche saranno viste come il fumo negli occhi: che immagine potranno mai dare della scuola? Per non parlare delle occupazioni! Se si diffonde la voce che in quella scuola si sciopera sempre, chi si iscriverà più? Gli organi collegiali, in regime di autonomia, perderanno gran parte del proprio significato: sanciranno solo la sacra unione di tutte le componenti scolastiche di una scuola che sarà sola, in concorrenza con tutte le altre.
Le componenti interne, nella lotta perché la "propria" scuola sopravviva e si affermi, tenderanno a favorire un'organizzazione interna nel funzionamento quotidiano "ferma" ed "efficiente". In questa logica va l'attribuzione della qualifica dirigenziale ai Capi d'istituto. Saranno una specie di manager che potranno contare sulla collaborazione di una serie di figure che già in questi anni si sono cominciate a staccare dalla massa dei lavoratori. Formalmente insegnanti, già oggi alcuni di essi hanno distacchi di ore per svolgere mansioni di coordinamento, tutoraggio, programmazione, progettazione ("figure di sistema" previste dalla riforma).
Altro strumento che già ora si utilizza é quello dell'incentivazione, che oltre ad essere un potente strumento di divisione degli interessi dei lavoratori (spinti a entrare in conflitto tra loro per l'attribuzione di questi "premi di produzione") sono serviti a creare in molte scuole piccoli gruppi di lavoratori "privilegiati" (anche se per adesso si tratta quasi sempre di briciole) rispetto agli altri. La direzione dunque sarà quella di avere un'organizzazione interna gerarchica con un capo, un gruppo di intermedi (dotati di più soldi, potere e utilizzazione del tempo in compiti di direzione) e una massa di lavoratori.
Questa struttura gerarchica risponderà ad una sorta di Consiglio di Amministrazione: tale in questa logica diverrà il Consiglio d'Istituto in qualunque maniera esso venga riformato. Si aggiunga a questo quadretto che molti insegnanti saranno sempre più arruolati al di fuori dei concorsi a cattedre ("da superare" secondo il Ministro), quindi assunti direttamente dalla scuola, anche con contratti a termine, e da questa licenziabili. I lavoratori della scuola dunque saranno divisi anche sul piano delle certezze lavorative e dalla maggiore o minore ricattabilità da parte del Capo d'Istituto (o del "Consiglio di Amministrazione").
Non si vuole criticare la ricerca di efficienza di una organizzazione o la sua integrazione con il territorio, ma che ciò debba avvenire senza garanzie di equità e tutela in un'ottica economicista che permei a di sé le istituzioni e influenzi direttamente strutture, organici scolastici, contenuti e obiettivi didattici.
Il "mondo del lavoro"
I tre documenti a base della riforma sono sufficientemente chiari: la filosofia di fondo é quella della subordinazione (che viene chiamata "integrazione") al cosiddetto "mondo del lavoro", cioé le aziende. Nessun dubbio, nessun accenno critico a questo "mondo" (che fino a prova contraria non é precisamente Disneyland), ma soprattutto nessun accenno alla separatezza di obiettivi che dovrebbe (sottolineiamo dovrebbe) animare la scuola rispetto alle aziende. Il fatto stesso che fin dalla scuola uno studente venga inserito in un'azienda, viene visto di per sé positivamente. E perché? È un mondo che per valori e necessità blocca la crescita intellettuale, affettiva, coscienziale di qualsiasi giovane, con tendenze al peggioramento, visto la situazione di crescente erosione dei diritti in ambito lavorativo. Per questo é tra l'altro importante fare in modo che fino a 18 anni non vi si entri.
Il lavoro é per sua natura in questa società iper specializzato. Se un lavoratore non ha acquisito fuori, e questo fuori potrebbe essere la scuola, coscienza della logica complessiva che governa il lavoro, o anche il suo lavoro specifico, sarà un automa.
Questa é una riforma che ha al suo centro l'azienda, dobbiamo batterci perché abbia al suo centro la persona.
Questa riforma non risponde alle domande che vengono dai giovani. Gli studenti, soggetto centrale del sistema scolastico, non sono stati realmente interpellati e nel documento ministeriale non vengono neppure nominati. Ignora totalmente la disperazione sociale che si allarga tra strati crescenti di gioventù e che l'ondata liberista sarà destinata ad aumentare. Dobbiamo puntare ad una scuola che aiuti l'individuo a ragionare, a vedere criticamente il mondo che lo circonda, a crescere come cittadino consapevole portatore di diritti. Che c'entra l'azienda in tutto questo?
La riforma é tutta immersa nella preoccupazione di dotare l'"Italia" di un sistema integrato scuola/azienda che permetta di sopravvivere nell'epoca della competizione globale. La maggior parte dei lavoratori della scuola però (a parte i pochi fortunati, con contratto a tempo indeterminato e che lavoreranno nelle scuole ricche) si troverà a gestire la disperazione e la disgregazione sociale che entrerà a forza nelle aule. Non c'é insegnante che non se ne sia accorto: non sta forse aumentando di anno in anno la sofferenza psicologica degli studenti, che si esprime in forme sempre più difficilmente affrontabili senza misure repressive? Ma forse l'azienda ci salverà!
Questa riforma non é da dividere a pezzettini. Se la si prende a piccole dosi: i singoli bocconi si possono anche ingoiare. Che male c'é ad esempio a sopprimere le medie e sistemare il tutto il due cicli? È un delitto "dare la libertà" ai docenti di inventarsi nuovi percorsi formativi? Ecc. ecc. Il problema é che é l'intero pasto a risultare completamente indigesto. Non va emendato, va respinto nella sua logica profonda. Non é vero che é pasticciato o improvvisato: é in sé implacabilmente coerente. Si devono attaccare i criteri ispiratori della riforma nella prospettiva di ribaltarne la logica. Ciò non sarà possibile senza alimentare una significativa presa di coscienza generale e soprattutto dei lavoratori della scuola, degli studenti e dei genitori che eguagli per forza, coesione e chiarezza di obiettivi quello che a più riprese ha scosso ad esempio la Francia. Anche in Italia c'é questa possibilità se ci si sveglia dal torpore e dal dispiacere di vedere forze che fino a ieri pensavamo a difesa di una concezione democratica della scuola e che oggi vediamo fautrici, complici o rassegnati e rauchi critici di un disegno che gode del sostegno di forze non indifferenti: la Confindustria innanzitutto. Ricordiamo chi ha dato il via all'autonomia: il Ministro Giancarlo Lombardi, sotto il governo Dini, un ex quadro per la formazione della Confindustria. Dal basso dobbiamo dar vita ad un movimento che individui una serie di obiettivi che abbiano non caratteristiche "emendative" ma che siano capaci di per sé di creare contraddizioni insanabili nel disegno.
Proposta di obiettivi
La parola d'ordine centrale deve essere: più soldi alla scuola pubblica! Con adeguati finanziamenti le scuole sarebbero meno ricattabili dal "mondo del lavoro" e anche i processi legati all'autonomia rallentati o invertiti. Inoltre si dovrebbe chiedere:
1) estensione dell'obbligo sino ai 18 anni
2) il primo triennio del ciclo secondario uguale per tutti
3) il secondo triennio deve essere vissuto a scuola, con la sola possibilità di brevi stage
4) nido e materna come servizio garantito e gratuito
5) difesa ed estensione del tempo pieno
6) secca diminuzione del numero di allievi per classe
7) eliminazione del Fondo d'Istituto e adeguamento salariale uguale per tutti
8) borse di studio per gli studenti delle famiglie con basso reddito
(v. http://isole.ecn.org/reds/scuola/scuola0000marriforma.html )
Per essa ecco la Scheda di analisi della proposta di riforma dei cicli presentata dalla Moratti al Consiglio dei Ministri. Di Danilo Molinari. Febbraio 2002.
La stampa informa che le novità più salienti, non previste in questa scheda, riguardano tre aspetti:
- i bienni (1-2-2 per le elementari, 2-1 per le medie, 2-2-1 per le superiori) - "Il primo anno delle elementari sarebbe teso all'accoglienza dei bambini di età inferiore ai 6 anni e il biennio delle medie sarebbe seguito da un anno, destinato in particolare all'orientamento dei ragazzi";
- "una separazione ancora più accentuata tra la scuola elementare e media";
- il quinto anno dei licei "destinato «prioritariamente» al completamento del percorso disciplinare", con "una parte del programma di studi [...] uguale per tutti gli studenti [...], mentre per un'altra, ancora da definire, i contenuti dovranno essere decisi dalle regioni: una decisione frutto di un compromesso tra Alleanza nazionale e Lega". (citazioni da Corriere della Sera, 30 gennaio 2002).
Sulla base dei lavori condotti dalla Commissione Bertagna, "discussi" durante gli Stati generali dell'istruzione, Letizia Moratti ha presentato al Consiglio dei Ministri la sua proposta di legge ("Norme generali sull'istruzione e livelli essenziali delle prestazioni in materia di istruzione e di formazione professionale"), ma nel Consiglio dei Ministri sono sorte obiezioni da parte di Tremonti (timoroso che i risparmi non siano abbastanza), della Lega (che non si accontenta dell'attribuzione dell'istruzione professionale alle Regioni), di Giovanardi e Buttiglione (che non vogliono l'anticipazione dell'iscrizione alle elementari perché ciò danneggerebbe le private e i vantaggi che hanno nel gestire le "primine").
Il "cuore" della riforma delineata dalla Commissione Bertagna era costituito dal sistema duale licei/professionali nella secondaria. Nella proposta di legge Moratti è ovviamente presente questa suddivisione, in una versione ancora peggiore. L'art.1 comma 2 recita: "Il sistema educativo di istruzione e di formazione si articola [per le superiori] in un secondo ciclo che comprende il sistema dei licei e il sistema dell'istruzione e della formazione professionale". Rispetto al documento Bertagna le differenze sono le seguenti:
a) viene aggiunto un anno ai licei
b) i licei "artistico, economico e tecnologico si articolano in indirizzi per corrispondere ai diversi fabbisogni formativi"
c) i "percorsi del sistema dell'istruzione e della formazione professionale" hanno una durata "almeno quadriennale" e "consentono di sostenere l'esame di Stato, utile anche ai fini dell'accesso di cui al comma 4 previa frequenza di apposito corso annuale, realizzato d'intesa con le università".
Chi ha letto la prolissa documentazione della commissione Bertagna avrà notato quanto spazio venisse riservato a controbattere eventuali contestazioni sul carattere classista della riforma: si difendeva, come novità assoluta della riforma, la "pari dignità" assegnata all'istruzione professionale. Per dimostrarlo si sottolineava che entrambi i corsi di studi avevano la stessa durata e pari possibilità di accesso all'università. La sottile maschera cade con la proposta Moratti: i licei dispongono di 5 anni, i professionali di "almeno" 4.
Il comma 7 dell'art.4 "garantisce" la possibilità "di passare dal sistema dei licei al sistema dell'istruzione e della formazione professionale". Sorge spontaneo chiedersi come ciò sarà possibile nei fatti, dato che il percorso professionale potrà essere anche svolto in apprendistato, tenendo inoltre conto del fatto che i due ordini di scuola differiranno in tutto: l'articolato dà per scontato il passaggio dei professionali alle regioni (art.4, comma 5): "Ferma restando la competenza regionale in materia di formazione e istruzione professionale, i percorsi del sistema dell'istruzione e della formazione professionale realizzano profili educativi, culturali e professionali, ai quali conseguono titoli e qualifiche professionali di differente livello, valevoli su tutto il territorio nazionale se rispondenti ai livelli essenziali di prestazione di cui all'articolo 1 comma 32, (norme cioè che "non siano in contrasto con l'interesse nazionale e con quello di altre Regioni" - Cost. art.117). Con l'articolazione dei licei artistici, economici e tecnologici probabilmente si punta ad assorbire parte degli attuali diversificati istituti tecnici, e forse qualche professionale, e di ghettizzare pesantemente il rimanente (professsionali e parte dei tecnici).
Biennalizzazione
L'art.3 comma 1 recita: "Il primo ciclo di istruzione è costituito dalla scuola primaria, della durata di 5 anni, e dalla scuola secondaria di primo grado della durata di 3 anni. Esso è organizzato in periodi didattici biennali, il terzo dei quali assicura il raccordo educativo e didattico tra la scuola primaria e quella secondaria di primo grado". Rispetto al documento Bertagna non viene fatto cenno alle modalità di utilizzo degli insegnanti nelle elementari (dove, come si ricorderà, veniva proposta la figura unica nel primo biennio). Questa omissione probabilmente fa parte di una strategia per depotenziare le possibili rimostranze di questo settore di lavoratori e lavoratrici. Nulla impedisce alla ministra, una volta approvata la "cornice" di "precisare" anche questo punto.
Come si è appreso da recenti dichiarazioni a mezzo stampa e come era chiaro anche nel documento Bertagna, la biennalizzazione si propone anche una maggiore selezione scolastica ("l'asta viene posta un po' più in alto" ha detto Bertagna) attraverso momenti valutativi che "non perdonino" i debiti formativi, da recuperare rigidamente entro il secondo anno di ogni biennio per poter accedere al successivo. Anche con le verifiche biennali, in un'ottica individualistica e "nipponica", si mirerà a indirizzare sempre più precocemente gli alunni fin dalla più tenera età verso quello che dovrà essere il loro destino scolastico e sociale: l'istruzione o la formazione professionale, e quindi il lavoro o l'università.
Precocità della scelta
L'aspetto della riforma che maggiormente preoccupava i centristi della compagine governativa ha trovato alla fine un compromesso: potranno andare a scuola i bambini di cinque anni e dieci mesi, ovvero coloro che compiono i sei anni entro il 28 febbraio dell'anno scolastico di riferimento.
Tenendo dunque conto che molti ragazzini inizieranno a frequentare la prima a cinque anni, essi sceglieranno tra due sistemi scolastici completamente diversi a 13 anni. Inoltre l'art.3 comma 3 della proposta Moratti suona come una differenziazione interna alle medie, che potrebbe voler dire retrocedere ulteriormente l'età della scelta (contrariamente al documento Bertagna non si parla di "unicità della scuola media"): "La scuola secondaria di primo grado [...] è caratterizzata dalla diversificazione didattica e metodologica in relazione allo sviluppo della personalità dell'allievo".
Nella proposta Moratti (art. 4) si dice tra l'altro: "Dal quindicesimo anno di età i diplomi e le qualifiche si possono conseguire in alternanza scuola-lavoro o attraverso l'apprendistato". Non è specificato cosa si intenda per alternanza scuola-lavoro: non gli attuali "stages" attivati in numerosi tecnici e professionali e limitati nel tempo, e nemmeno l'apprendistato, che è un contratto di lavoro. In una situazione di deregulation che tanto piace ai nostri governanti, ciò può dar vita a situazioni in cui i ragazzi si trovano a lavorare per diversi mesi senza diritti e/o garanzie.
(http://isole.ecn.org/reds/scuola/scuola0202riforma.html )
Per approfondimenti vedere http://www.fisicamente.net/index-88.htm