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Timestamp: 2018-03-21 10:46:01+00:00
Document Index: 56120912

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 609', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 606', 'art. 56', 'sentenza ', 'art. 606', 'art.133', 'sentenza ', 'sentenza ']

Toccare le parti intime è sempre violenza sessuale
Lo sai che? Toccare le parti intime è sempre violenza sessuale
Anche il semplice sfiorare le zone intime di una persona, per pochi secondi e nonostante l’abbigliamento pesante, fa scattare il reato.
Basta l’aver raggiunto le parti intime di una persona con una mano per far scattare il reato di violenza sessuale: è irrilevante che ciò avvenga per pochi secondi o attimi, specie perché è stata la vittima a sottrarsi alla condotta illecita. È del tutto irrilevante anche il fatto che l’episodio sia avvenuto in pieno inverno, e quindi con abiti particolarmente pesanti. Non si configura, insomma, in questi casi il semplice “tentativo di violenza sessuale”: non regge la tesi del mero contatto corporeo superficiale.
La linea dura proviene da una recente sentenza della Cassazione [1].
In tema di violenza sessuale – ricorda la Suprema Corte – il concetto di “atto sessuale” include anche gli atti di libidine; pertanto vi rientrano anche tutti quegli atti che, in considerazione del comune sentire, esprimono l’impulso sessuale dell’agente con invasione della sfera intima della vittima, tra cui “toccamenti”, palpeggiamenti e sfregamenti sulle parti intime.
È irrilevante, ai fini della consumazione del reato, la breve durata dell’atto stesso e il mancato raggiungimento della soddisfazione erotica dell’agente.
L’ipotesi del “tentativo di violenza sessuale” scatta solo quando i “toccamenti” riguardino zone corporee diverse da quelle genitali o comunque, secondo la scienza medica, l’antropologia e la psicologia, erogene.
[1] Cass. sent. n. 4674/15 del 2.02.2015.
Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 22 ottobre 2014 – 2 febbraio 2015, n. 4674
Presidente Teresi – Relatore Di Nicola
1. E’ impugnata la sentenza indicata in epigrafe con la quale la Corte di appello di Caltanissetta ha riformato la pronuncia resa dal tribunale della medesima città riducendo nella misura di anni tre e mesi quattro di reclusione la pena inflitta a G.S. per il delitto previsto dall’art. 609 bis cod. pen., perché con violenza, consistita nell’afferrarle le braccia così da impedirle ogni movimento, costringeva Stefania Piazza, minore degli anni diciotto, a subire atti sessuali, consistiti nel leccarle la guancia e nel toccarle le parti intime. In Mussomeli l’11 dicembre 2007.
2. Per l’annullamento della sentenza impugnata, ricorre per cassazione, tramite il proprio difensore, G.S. che affida il gravame ai seguenti due motivi, sostenuti con memoria dei 6 ottobre 2014.
2.1. Deduce, con il primo motivo, la nullità della sentenza per violazione di legge e per carenza di motivazione in ordine alla ritenuta insussistenza dell’ipotesi dei tentativo (art. 606, comma 1, lett. b) ed e), cod. proc. pen., in relazione all’art. 56 cod. pen.).
Assume che il semplice “toccamento” nelle condizioni date (la ragazza era sullo scooter, era d’inverno, era quindi ben vestita, indossava pantaloni, immediatamente si è sottratta con la fuga dal contatto con l’imputato), e quindi inquadrato nel contesto effettivo, nei tempi rapidissimi di svolgimento del fatto non integra l’ipotesi di reato consumato e comunque andava svolta una compiuta motivazione sul punto, tenendo altresì conto del fatto anche la circostanza riferita dalla persona offesa dei leccamento della guancia sinistra rende ampiamente verosimile l’ipotesi di un tentativo di bacio non portato a compimento per il pronto discostarsi della stessa.
Sussistono insomma le connotazioni dei quel “contatto corporeo, superficiale e fugace” che non raggiunge effettivamente una zona erogena per la reazione della vittima.
2.2. Con il secondo motivo di gravame, lamenta la nullità della impugnata sentenza (art. 606, comma 1, lett. b) ed e) cod. proc. pen. in relazione all’art.133 cod. pen.) per macroscopica omissione di motivazione ed evidente contraddizione logica con la rimanente parte della sentenza, in ordine alla mancata concessione delle attenuanti generiche che erano state reclamate senza che la Corte d’appello avesse motivato in proposito.
1. Il ricorso è parzialmente fondato nei limiti di seguito precisati.
Con adeguata e logica motivazione, insuscettibile perciò di essere sottoposta al sindacato di legittimità, la Corte territoriale, sulla base della precisa ricostruzione dell’avvenimento descritto dalla persona offesa, ha ritenuto che l’imputato avesse toccato le parti intime della vittima sino a quando questa è riuscita a divincolarsi e a fuggire.
La diversa tesi prospettata dal ricorrente implica che sia dia corso ad accertamenti di merito preclusi alla Corte di cassazione, a cui è affidato il solo sindacato di legittimità.
Ciò posto, questa Corte ha affermato che, in tema di violenza sessuale, la nozione di atti sessuali è la risultante della somma dei concetti di congiunzione carnale ed atti di libidine, previsti dalle previgenti fattispecie di violenza carnale ed atti di libidine violenti, per cui essa viene a comprendere tutti gli atti che, secondo il senso comune e l’elaborazione giurisprudenziale, esprimono l’impulso sessuale dell’agente con invasione della sfera sessuale del soggetto passivo. Nella nozione di atti sessuali devono pertanto essere inclusi i toccamenti, palpeggiamenti e sfregamenti sulle parti intime delle vittime, suscettibili di eccitare la concupiscenza sessuale anche in modo non completo e/o di breve durata, essendo irrilevante, ai fini della consumazione del reato, che il soggetto attivo consegua la soddisfazione erotica (Sez. 3, n. 44246 del 18/10/2005, Boselli, Rv. 232901).
Ne consegue che il tentativo è ipotizzabile solo quando i toccamenti riguardino parti corporee diverse da quelle genitali o dalle zone che la scienza medica, psicologica, antropologica, qualifica come zone erogene allorché, per cause indipendenti dalla propria volontà (pronta reazione della vittima o per altre ragioni), l’agente non riesca a toccare la parte corporea intima della persona presa di mira (come nel caso di specie se gli atti, all’evidenza cementati da un unico fine, si fossero arrestati al fallimento del bacio che ha raggiunto la guancia della vittima e non vi fosse stato, nel medesimo contesto, anche l’ulteriore toccamento delle parti intime).
E’ costretta, quindi, a subire atti sessuali la persona che sia stata attinta da toccamenti nelle parti intime del corpo (zone genitali o comunque erogene), anche se i toccamenti siano fugaci e di breve durata, con la conseguenza che, in tali casi, il reato di violenza sessuale è consumato e, qualora siano stati compiuti, nello stesso contesto, altri atti che abbiano raggiunto la soglia del tentativo (nella specie, bacio sulla guancia diretto in zona erotica non raggiunta per cause indipendenti dalla volontà dell’agente), questi risponderà di un unico reato consumato essendo, pur al cospetto di atti plurimi, unitaria l’azione posta in essere per commettere il reato.
Si può quindi affermare il principio in forza del quale il tentativo di violenza sessuale sussiste sia quando gli atti idonei diretti in modo non equivoco alla perpetrazione dell’atto sessuale abusivo non si siano estrinsecati in un contatto corporeo e sia quando il contatto corporeo, quantunque superficiale e fugace, non abbia potuto raggiungere una zona erogena o comunque considerata tale e presa di mira dal reo per la pronta reazione della vittima o per altri fattori indipendenti dalla volontà dell’agente (Sez. 3, n. 27762 del 06/06/2008, Bless, Rv. 240828) mentre per la consumazione del reato di violenza sessuale è sufficiente che l’agente raggiunga le parti intime della persona presa di mira (zone genitali o comunque erogene), essendo indifferente che il contatto corporeo sia di breve durata, che la vittima sia riuscita a sottrarsi dal subire ulteriormente la condotta illecita del soggetto attivo o che quest’ultimo consegua la soddisfazione erotica.
Nel caso di specie, la persona offesa è stata attinta nelle parti intime del corpo, sottraendosi alla violenza quando il reato si era pertanto già perfezionato ai suoi danni.
3. E’ invece fondato il secondo motivo di gravame limitatamente al vizio di omessa motivazione sulle reclamate circostanze attenuanti generiche, negate dal Tribunale sul solo rilievo dell’odiosità dei fatti e rivendicate con i motivi di appello senza che, sul punto, il giudice dell’impugnazione abbia minimamente motivato.
Deve essere, infatti, annullata con rinvio la sentenza impugnata nel caso in cui l’imputato abbia chiesto, come nella specie, con specifico motivo d’appello la concessione delle circostanze attenuanti generiche negate dal giudice di primo grado e il giudice d’appello, al cospetto di un motivo di impugnazione non manifestamente infondato o privo del requisito della specificità, non abbia preso in considerazione tale richiesta, omettendo qualsiasi motivazione sul punto.
Il giudice del rinvio prenderà pertanto in esame la doglianza per accoglierla o per rigettarla, redigendo la motivazione mancante.
Il ricorso deve essere invece rigettato nel resto.
Annulla la sentenza impugnata limitatamente alle circostanze attenuanti generiche con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Caltanissetta. Rigetta nel resto il ricorso.