Source: https://www.laleggepertutti.it/169104_autotutela-che-fare-se-lamministrazione-non-risponde
Timestamp: 2018-09-22 12:08:17+00:00
Document Index: 145754661

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 19', 'art. 30', 'art. 2', 'art. 19', 'art. 30', 'art. 2', 'art. 19', 'art. 97']

Autotutela: che fare se l'amministrazione non risponde?
Autotutela: che fare se l’amministrazione non risponde?
Il silenzio contro l’istanza in autotutela si considera rigetto dell’istanza stessa. Il contribuente non può fare ricorso.
Il contribuente che presenta ricorso in autotutela non ha diritto a ottenere una risposta da parte dell’amministrazione. In assenza di risposta, l’istanza in autotutela si considera rigettata (cosiddetta regola del «silenzio-rigetto» o «silenzio rifiuto»). Contro l’eventuale silenzio, quindi, non ci sono mezzi di tutela e non è possibile fare opposizione. Lo ha chiarito una recente sentenza della Corte Costituzionale [1]. Ma procediamo con ordine e vediamo che fare se l’amministrazione non risponde al ricorso in autotutela.
Per comprendere meglio come stanno le cose facciamo un esempio. Immaginiamo un contribuente che venda la propria auto. Ciò nonostante, gli arriva ugualmente una richiesta di pagamento del bollo auto. Ritenendo non dovuta l’imposta e non volendo spendere soldi in avvocati e ricorsi, l’ex proprietario del mezzo inoltra all’amministrazione un ricorso in autotutela. Convinto che il ricorso gli verrà certamente accettato (per via della facile rilevabilità dell’errore), non fa neanche ricorso al giudice. Dopo diversi mesi dal ricorso, quando ormai sono abbondantemente scaduti i termini per l’impugnazione alla Commissione Tributaria, il contribuente riceve una cartella di pagamento per il medesimo bollo auto. Meravigliato del fatto che, nonostante il ricorso in autotutela, l’amministrazione non gli abbia fatto sapere nulla e, per di più, sia andata avanti nella procedura, decide solo allora di rivolgersi al giudice e di impugnare la cartella. Il ricorso però gli viene rigettato. Secondo il giudice, infatti, non è possibile ricorrere contro il silenzio rifiuto all’autotutela. Peraltro, essendo scaduti ormai i termini per contestare l’originaria pretesa di pagamento, l’automobilista dovrà pagare l’imposta benché inizialmente non dovuta.
Quando si presenta un ricorso in autotutela è sempre meglio preparare le carte per il ricorso al giudice
Per quanto possa apparire strano, la vicenda rispecchia una normale situazione che non troverà mai alcuna tutela. Ricorda infatti la sentenza in commento che, nel nostro ordinamento, la legge non prevede alcun obbligo per la P.A. di rispondere alle istanze di autotutela presentate dai contribuenti. Risultato: non è possibile impugnare innanzi al giudice il diniego di autotutela che scatta con il silenzio-rifiuto. Proprio per questa ragione è consigliabile – anche se si è presentato un ricorso in autotutela – di presentare anche il ricorso al giudice se, in scadenza dei termini, non si è ricevuto risposta positiva dall’amministrazione.
Questo non determina un vuoto di tutela per coloro che sono interessati a ottenere un provvedimento in seguito alle domande rivolte al fisco. Imporre all’amministrazione di pronunciarsi sulle istanze di autotutela e ammettere l’azione giudiziale contro il silenzio, significherebbe aprire la porta «alla possibile messa in discussione dell’obbligo tributario consolidato a seguito dell’atto impositivo definitivo. L’autotutela finirebbe quindi per offrire una generalizzata «seconda possibilità» di tutela, dopo la scadenza dei termini per il ricorso contro lo stesso atto impositivo». E, per giunta, azionabile senza termini di scadenza dall’interessato, il quale potrebbe riattivare in ogni momento il ricorso al giudice, anche quando il provvedimento amministrativo ormai è definitivo.
Grazie all’autotutela la pubblica amministrazione, che si accorge (d’ufficio o su segnalazione del contribuente) di aver emesso un atto viziato, può annullarlo totalmente o parzialmente. Tuttavia, per l’esercizio del potere di autotutela non è richiesta alcuna istanza del contribuente; si tratta infatti di un’attività che l’amministrazione svolge per tutelare sé stessa dal ricorso del contribuente contro un provvedimento illegittimo. Tale annullamento, pertanto, non è uno strumento di protezione del contribuente ma dell’amministrazione stessa.
Fermo restando il principio di non impugnabilità del diniego di autotutela, alcuni giudici hanno ritenuto che, se l’atto contestato non è ancora divenuto definitivo (ossia pendono i termini per fare ricorso), l’eventuale rifiuto della pubblica amministrazione all’istanza del contribuente deve essere motivato. Per esempio, secondo una sentenza della commissione tributaria provinciale di Campobasso [2], il comportamento dell’amministrazione finanziaria deve essere sempre trasparente: il che richiede che, anche in presenza di una istanza in autotutela, l’amministrazione deve decidere (con un provvedimento di accoglimento o di rigetto dell’istanza di autotutela) entro il termine per ricorrere innanzi al giudice tributario. In caso contrario l’amministrazione deve essere condannata a pagare un indennizzo per aver dato luogo a un giudizio che poteva essere evitato. Si tratta di un comportamento dettato da mala fede o colpa grave che dà luogo a una responsabilità aggravata. Questo significa che, tenuto conto del fatto che il termine per presentare ricorso contro una richiesta di pagamento è di 60 giorni, in presenza di un’istanza di autotutela del contribuente «l’ente impositore ha l’obbligo, non solo morale, ma giuridico di emettere il provvedimento conclusivo, positivo o negativo che sia, del predetto procedimento, prima della scadenza del termine» predetto. Altrimenti vengono lesi i diritti del contribuente e l’amministrazione finanziaria risponde per responsabilità aggravata.
Dello stesso avviso anche la Cassazione [3] secondo cui i contribuenti possono rivolgersi al giudice ordinario per ottenere il risarcimento dei danni, materiali ed esistenziali, subiti in seguito al mancato o ritardato annullamento di un atto impositivo illegittimo.
[1] C. Cost. sen. n. 181 del 13.07.2017
[2] Ctp Campobasso, sent. n. 195/2014.
[3] Cass. sent. n. 698/2010.
Corte Costituzionale, 13/07/2017, (ud. 21/06/2017, dep.13/07/2017), n. 181
1.- Con ordinanza del 1° luglio 2016, la Commissione tributaria provinciale di Chieti ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 2-quater, comma 1, del decreto-legge 30 settembre 1994, n. 564 (Disposizioni urgenti in materia fiscale), convertito, con modificazioni, dalla legge 30 novembre 1994, n. 656, e dell’art. 19, comma 1, del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546 (Disposizioni sul processo tributario in attuazione della delega al Governo contenuta nell’art. 30 della legge 30 dicembre 1991, n. 413).
2.- Nel giudizio di legittimità costituzionale è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, con atto depositato il 20 dicembre 2016.
1.- La Commissione tributaria provinciale di Chieti dubita della legittimità costituzionale dell’art. 2-quater, comma 1, del decreto-legge 30 settembre 1994, n. 564 (Disposizioni urgenti in materia fiscale), convertito, con modificazioni, dalla legge 30 novembre 1994, n. 656, e dell’art. 19, comma 1, del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546 (Disposizioni sul processo tributario in attuazione della delega al Governo contenuta nell’art. 30 della legge 30 dicembre 1991, n. 413).
2.- Prima di esaminare le questioni sollevate dal giudice a quo, è opportuno soffermarsi brevemente sull’istituto dell’autotutela tributaria, oggetto del presente giudizio.
3.- Come visto, il rimettente censura l’art. 2-quater, comma 1, del d.l. n. 564 del 1994 e l’art. 19, comma 1, del d.lgs. n. 546 del 1992, perché consentono all’amministrazione di mantenere in vita atti impositivi «palesemente illegittimi», che portano a essa «un profitto sostanzialmente ingiustificato e del tutto svincolato dalla capacità contributiva del contribuente», e di «rimanere inerte sull’istanza» di autotutela in ipotesi presentata dal destinatario interessato, con la conseguenza che per quest’ultimo è impossibile contestare il silenzio.
4.- Passando all’esame dei parametri invocati dal rimettente, la questione relativa agli artt. 3, 23 e 53 Cost. non è fondata.
4.1.- Ugualmente non fondata è la censura relativa all’art. 97 Cost.
4.2.- La questione relativa agli artt. 24 e 113 Cost. è strettamente collegata a quelle appena esaminate. Dal momento che l’assenza del dovere di provvedere non è sotto altri profili costituzionalmente illegittima, e non sussiste dunque un interesse giuridicamente protetto a ottenere una decisione amministrativa espressa sull’istanza di autotutela, è escluso che vi sia un «vuoto di tutela». Fermo restando, infatti, che contro il provvedimento dell’amministrazione finanziaria oggetto della richiesta di annullamento d’ufficio l’interessato dispone degli ordinari rimedi di protezione giurisdizionale dei suoi diritti e interessi legittimi, la disciplina legislativa del potere di autotutela tributaria, nella parte in cui non prevede un obbligo dell’amministrazione di pronunciarsi sulle istanze di annullamento presentate dal contribuente, non lede la garanzia costituzionale del diritto al giudice.
DEPOSITATA IN SEGRETERIA IL 13 LUG. 2017.