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Timestamp: 2017-11-23 11:13:23+00:00
Document Index: 111165687

Matched Legal Cases: ['art. 8', 'art. 8', 'art. 2909', 'art. 1362', 'art. 360', 'sentenza ', 'sentenza ']

Corte di Cassazione n. 1025/2013 – sinistro stradale - risarcimento danni morali –spettano anche a coniuge separato – 17.01.2013. - Giudice di Pace
Corte di Cassazione n. 1025/2013 – sinistro stradale - risarcimento danni morali –spettano anche a coniuge separato – 17.01.2013.
Scritto da Redazione on 21 Marzo 2013 . Postato in Articoli News
“Il risarcimento del danno non patrimoniale sotto il profilo del pregiudizio morale può essere accordato ad un coniuge per la morte dell'altro anche se vi sia tra la parti uno stato di separazione personale, purchè si accerti che l'altrui fatto illecito (nella specie il sinistro stradale causa del decesso) abbia provocato nel coniuge superstite quel dolore e quelle sofferenze morali che solitamente si accompagnano alla morte di una persona più o meno cara. La separazione, infatti, in sè e per sè non è di ostacolo al riconoscimento del risarcimento del danno non patrimoniale. E', tuttavia, necessario dimostrare che, nonostante la separazione, sussista ancora un vincolo affettivo particolarmente intenso, con la conseguenza che l'evento morte ha determinato un pregiudizio in capo al superstite. Anche se non vi era più un progetto di vita in comune, il precedente rapporto coniugale, nonchè la permanenza di un vincolo affettivo”.
Sentenza n. 1025 DEL 17 gennaio 2013
1. Il (......) perdeva la vita in un incidente stradale R.O., per l'impatto tra la vettura condotta da S. M. (assicurato con la Rhone Medierranee), sulla quale era trasportata, e la vettura condotta da M.E., assicurata con la ITAS. Nel (......) i congiunti della defunta - F. R., coniuge separato, anche per il figlioletto M., il padre della vittima R.A., la madre C.I. ed il fratello R.L. - proponevano dinanzi il Tribunale di Milano azione risarcitoria nei confronti dei conducenti - proprietari e delle loro assicurazioni, integrando poi il contraddittorio anche verso le Assicurazioni Generali, quale impresa designata per la Rhone già sottoposta a l.c.a.. Dopo alcuni mesi quest'azione civile veniva trasferita in sede penale e, nel corso di questo giudizio, la M. "patteggiava" la pena, provvedendo la sua assicuratrice ITAS a versare - il 7-11-96 - L. 550.000.000 complessivi ai cinque danneggiati. Il processo penale proseguiva con la condanna definitiva anche di S., con la precisazione (in appello) delle quote di responsabilità personale (60% a carico di S., 40% per la M.), con la condanna generica di S. al risarcimento dei danni, ma senza alcuna liquidazione di essi. La causa civile veniva riassunta nel 1999 nei confronti di S., della Rhone e delle Assicurazioni Generali, le quali, nella contumacia di S., si costituivano resistendo alle pretese avversarie. Il Tribunale civile di Milano, respinta l'eccezione d'improcedibilità della domanda D.L. n. 576 del 1978, ex art. 8 ha quantificato il danno morale cagionato al figlio decenne nei due terzi dell'intero biologico in astratto spettante alla quarantaduenne defunta (circa 168.000,00 Euro), al marito ed al padre in un terzo di quel parametro (circa 84.000,00 Euro ciascuno), alla madre in un quarto (circa 63.000,00 Euro), al fratello in un ventesimo, e cioè 12.606,16 Euro. Ha escluso qualsiasi danno biologico iure hereditatis, atteso il brevissimo intervallo tra l'incidente e la morte della R.; ha aggiunto, in favore del figlio, il danno patrimoniale quantificato in Euro 36.196,98. Ha condannato dunque S. e le Assicurazioni Generali a pagare il 60% di detti importi, ritenendo sotto ogni profilo irrilevante la transazione a suo tempo intervenuta con la ITAS per la quota di responsabilità della M.. Sulle somme liquidate sono stati aggiunti interessi al tasso medio compensativo annuo del 5,69% dalla data dell'incidente fino alla pubblicazione della sentenza. Ha così proposto un primo appello principale la soccombente Rhone, riproponendo la questione dell'improcedibilità dell'azione ex art. 8 cit. ed evocando l'efficacia dell'intervenuto giudicato penale anche sulla domanda civile; nel merito contestando poi l'eccessività delle liquidazioni operale in favore del coniuge separato e del padre della vittima e l'applicazione indebita o comunque duplicatoria di rivalutazione ed interessi; chiedendo in ogni caso di tener conto di quanto in precedenza versato dal coobbligato solidale ITAS; infine, richiamando eventualmente il massimale di legge previsto, al tempo, per le imprese poste in liquidazione coatta. Altro appello principale è stato proposto dalle Assicurazioni Generali, che aveva posto sostanzialmente i medesimi argomenti, insistendo soprattutto sulla necessità di defalcare dal complessivo risarcimento quanto già percepito da parte dei coobbligati (e detta somma, opportunamente rivalutata, si sarebbe rivelata esaustiva). Anche quest'appellante contestava come eccessive le liquidazioni in favore dei marito e dei padre della R. e deduceva il limite del massimale di legge.
5. Nel ricorso incidentale, la R. deduce violazione dell'art. 2909 c.c. e/o dell'art. 1362 c.c. e segg. con riferimento all'art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5. La Corte di Appello, confermando sul punto la decisione di primo grado, ha escluso che la sentenza del 10.3.98 resa dal Giudice di Appello penale, passata in giudicato, potesse avere valenza nel giudizio civile di liquidazione del danno, in quanto le affermazioni effettuate dal Giudice penale in motivazione costituirebbero mero obiter, poichè sarebbe stata rimessa al Giudice civile l'integrale liquidazione del danno. Il Giudice della sentenza impugnata sarebbe incorso in errore, dato che l'individuazione della portata del giudicato, sia esso giudicato esterno od interno, andava effettuata con riferimento non soltanto al dispositivo della sentenza, ma anche alla motivazione, dalla quale emergeva quanto segue: "prima dell'odierna udienza la parte civile ha depositato una memoria, alla quale ha allegato una consulenza intesa a dimostrare il danno biologico subito iure proprio dalla madre e dal padre della sig. R.. A giudizio di questa Corte tale atto non è idoneo a fornire la prova della sussistenza delle predette voci di danno ed a quantificarle, sia perchè è una vai ut azione tecnica di parte, sia perchè fornisce indicazioni assai generiche in ordine alla quantificazione del danno psichico; solo una C. T. U. in sede civile può fornire una sicura prova della domanda"; "le parti civili hanno giù ottenuto dal coobbligato solidale il pagamento della somma complessiva di L. 550.000.000 il 7.11.96, come risulta dalla relativa quietanza agli atti. A giudizio di questa Corte, pur valutando la rilevanza dei danni subiti dalle parti civili (soprattutto dal figlio minore della Sig.ra R.), la somma non è inferiore ai danni fino ad ora provati che, pertanto, risultano già risarciti, anche se dal coobbligato" (...). Pertanto la Corte territoriale sarebbe incorsa in violazione delle norme in materia di efficacia ed interpretazione del giudicato esterno, costituito dalla citata sentenza, ritenendo che il Giudice Penale avesse rimesso a quello civile l'integrale liquidazione del danno; mentre lo stesso aveva dichiarato già integralmente risarciti, con il pagamento dell'ITAS, tutti i danni provati, con la sola eccezione di quelli, non adeguatamente dimostrati, relativi alla presunta sussistenza di danno biologico subito iure proprio dalla R.; la Corte sarebbe comunque incorsa in evidente e grave vizio logico di motivazione per non avere considerato che il Giudice Penale aveva inequivocabilmente affermato di non poter procedere alla liquidazione di solo una parte del danno, avendo invece implicitamente liquidato, dichiarandole integralmente soddisfatte, tutte le altre e proprio le altre voci di danno per le quali le controparti avevano invece inammissibilmente agito davanti al Giudice Civile nel presente giudizio. Il ciò a maggior ragione considerato che, avendo gli eredi R. a suo tempo trasferito l'azione civile in sede penale, tutte le statuizioni effettuate dal Giudice Penale riferite a tale azione avrebbero dovuto avere efficacia vincolante, essendo esse passate definitivamente in giudicato ed in virtù del fondamentale principio del ne bis in idem.