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Timestamp: 2019-02-22 15:34:25+00:00
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Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza 16 febbraio 2017, n. 4118 - Renato D'Isa
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Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza 16 febbraio 2017, n. 4118
Nell’impugnativa del licenziamento secondo il rito Fornero è ammissibile proporre in via subordinata, da parte del lavoratore, la domanda di pagamento del Tfr e dell’indennità di preavviso
sentenza 16 febbraio 2017, n. 4118
sul ricorso 24132-2015 proposto da:
(OMISSIS) C.F. (OMISSIS), domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la cancelleria della Corte di Cassazione, rappresentato e difeso dagli Avvocati (OMISSIS), (OMISSIS), giusta delega in atti;
(OMISSIS) S.P.A. C.F. (OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVOUR, 19, presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende, giusta delega in atti;
avverso la sentenza n. 5968/2015 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI, depositata il 21/07/2015 R.G.N. 474/2015;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 16/11/2016 dal Consigliere Dott. GHINOY PAOLA;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CELESTE ALBERTO che ha concluso per l’inammissibilita’ o in subordine rigetto del ricorso.
(OMISSIS) proponeva di fronte al Tribunale di Napoli ai sensi della L. n. 92 del 2012, articolo 1 comma 47, l’impugnativa del licenziamento intimatogli da (OMISSIS) s.p.a. a seguito di comunicazione di addebito del 31/10/2013, nella quale si richiamava la sentenza ex articolo 444 c.p.p. di applicazione della pena di anni uno e mesi sei di reclusione per una serie di reati di natura fiscale. Chiedeva altresi’ in subordine la condanna di Poste al versamento in suo favore del TFR.
Il Tribunale adito rigettava la domanda principale ed accoglieva quella subordinata: condannava Poste al pagamento della somma di Euro 22.121,66 a titolo TFR e compensava le spese di lite nella misura di due terzi.
Con la sentenza n. 5846 del 2015, la Corte d’appello di Napoli dichiarava l’improcedibilita’ della domanda avente ad oggetto il pagamento del TFR; confermava nel resto la sentenza del Tribunale.
La Corte partenopea riteneva in primo luogo che la domanda per il TFR non fosse proponibile con il rito azionato, in quanto non aveva ad oggetto l’impugnativa del licenziamento, ne’ atteneva a questioni relative alla qualificazione del rapporto. In merito al licenziamento, argomentava che la contestazione disciplinare non potesse essere ritenuta tardiva, in quanto l’ (OMISSIS) non aveva fornito la prova di quando fosse avvenuta la comunicazione all’azienda, formale e per iscritto, del passaggio in giudicato della sentenza di patteggiamento, necessario ex articolo 54 del CCNL per il licenziamento disciplinare.
Per la cassazione della sentenza (OMISSIS) ha proposto ricorso, fondato su cinque motivi, cui ha resistito con controricorso (OMISSIS) s.p.a. Il ricorrente ha depositato anche memoria ex articolo 378 c.p.c..
1. I motivi di ricorso possono essere cosi’ riassunti:
1.1. Con il primo motivo, si deduce omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia e si addebita alla Corte d’appello di avere omesso qualsivoglia istruttoria orale e documentale in ordine al momento temporale di comunicazione dell’ intervenuta sentenza di patteggiamento. Riferisce di avere chiesto nel ricorso in opposizione di ordinare a Poste l’esibizione degli statini paga, per dimostrare la durata della sua sospensione dal servizio, e dell’ istanza, corredata dalla sentenza penale, a seguito della quale egli era stato riammesso in servizio, nonche’ l’ammissione di prova testimoniale sulle stesse circostanze, il che avrebbe dimostrato la sostanziale conoscenza da parte del datore di lavoro della chiusura della vicenda penale.
1.2. Come secondo motivo, deduce omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia e lamenta che la Corte territoriale non abbia proceduto all’acquisizione del documento emesso da Poste datato 22 dicembre 2010, comprovante la comunicazione della revoca della misura cautelare per avvenuta definizione del procedimento penale. Sostiene che non rilevi il fatto che all’epoca la sentenza non fosse ancora passata in giudicato, perche’ cio’ che conta ai fini della lesione del vincolo fiduciario e’ la conoscenza del fatto da contestare da parte del datore, e non il passaggio in giudicato della sentenza penale, che tra l’altro si sarebbe verificato nel previsto termine di 45 giorni.
1.3. Come terzo motivo, deduce violazione e falsa applicazione degli articoli 424 e 121 c.p.c. nonche’ della L. n. 92 del 2012, articolo 49, e lamenta che la sentenza sia viziata anche per non aver esercitato la Corte alcun potere istruttorio officioso, diretto a sanare eventuali carenze nelle deduzioni della parte.
1.4. Come quarto motivo, deduce violazione e falsa applicazione della L. n. 300 del 1970, articolo 7 comma 2, nonche’ dell’articolo 54 del C.C.N.L. e lamenta che la Corte d’appello non abbia motivato sulla dedotta tardivita’ dell’avvio del procedimento disciplinare, considerato che la contestazione aveva fatto seguito dopo tre anni alla sentenza di patteggiamento.
1.5. Come quinto motivo, deduce omessa, illogica e contraddittoria motivazione, per non avere la Corte d’appello ritenuto ammissibile la domanda avente ad oggetto il pagamento del TFR, che deriva dagli stessi fatti costitutivi dedotti in giudizio e pertanto rientrava dell’oggetto della domanda in disamina, a mente della L. n. 92 del 2012, articolo 1, commi 47 e 48.
2. I primi quattro motivi di ricorso, che possono essere esaminati congiuntamente in quanto connessi, attenendo tutti alla tempestivita’ della contestazione disciplinare, non sono fondati.
2.1. La Corte d’appello ha riferito che il licenziamento era stato disposto in base all’articolo 54 C.C.N.L., che prevede la sanzione espulsiva nell’ipotesi di condanna passata in giudicato per fatti che possano assumere rilievo ai fini della lesione del rapporto fiduciario.
Ha ritenuto pertanto che il ricorrente non avesse fornito la prova di quando la societa’ fosse venuta a conoscenza della situazione fattuale legittimante l’irrogazione della sanzione, ed in concreto dell’esistenza di una sentenza penale passata in giudicato per un reato incidente sul rapporto fiduciario.
Le argomentazioni proposte dal ricorrente, secondo le quali la Corte non avrebbe ammesso le prove e non avrebbe comunque valutato le circostanze attinenti la comunicazione dell’esistenza della sentenza di patteggiamento, non smentiscono il ragionamento del giudice di merito, in quanto non sono idonee a dimostrare che il datore di lavoro fosse stato messo in condizione di conoscere l’avvenuto passaggio in giudicato della sentenza. Il passaggio in giudicato non sempre si verifica infatti con il trascorrere del previsto termine dalla sentenza di primo grado, essendo ben possibile che la stessa sia gravata da appello (ex articolo 448 c.p.p., comma 2, in caso di dissenso del pubblico ministero) o da ricorso per cassazione ex articolo 111 Cost..
2.2. Ne’ rileva il fatto che il datore di lavoro abbia disposto la riammissione in servizio dell’ (OMISSIS) per il venir meno della misura cautelare, trattandosi di fatto distinto dal passaggio in giudicato: se anche infatti la revoca della misura cautelare puo’ essere stata la conseguenza della sentenza di patteggiamento, in quanto evidentemente nella valutazione della sussistenza delle esigenze cautelari puo’ incidere il comportamento processuale dell’imputato, essa pero’ non esclude che la pubblica accusa e l’imputato stesso potessero impugnare la sentenza.
2.3. Laddove poi lamenta il mancato esercizio dei poteri istruttori officiosi, la censura e’ inammissibile, in quanto al fine di poter censurare con il ricorso per Cassazione il mancato esercizio dei poteri officiosi e la mancata motivazione in merito a tale mancato esercizio, la parte avrebbe dovuto dimostrare di averlo sollecitato in sede di merito, il che non ha fatto, al fine di non introdurre per la prima volta in sede di legittimita’ un tema nuovo rispetto a quelli cola’ dibattuti (Cass. n. 6023 del 2009; Cass. n. 383 del 2014).
3. Il quinto motivo di ricorso e’ invece fondato, dovendosi dare continuita’ alla soluzione accolta da Cass. n. 17091 del 12/08/2016, che, con ampia motivazione che richiama anche i principi costituzionali e sovranazionali del giusto processo (articolo 24 e 111 Cost. e 6 CEDU) ha affermato che nel caso di impugnativa di licenziamento, secondo il rito di cui alla L. n. 92 del 2012, articolo 1, comma 48, e’ ammissibile la proposizione in via subordinata, da parte del lavoratore, delle domande di pagamento del t.f.r. e dell’indennita’ di preavviso, in quanto nascenti dalla cessazione del rapporto, e quindi fondate su fatti costitutivi gia’ dedotti, sicche’ il relativo esame non comporta un indebito ampliamento del tema sottoposto a decisione, ed evita il frazionamento dei processi o pronunce in mero rito, permettendo, al contrario, che un’unica vicenda estintiva del rapporto di lavoro dia luogo ad un unico processo.
4. In base alle svolte argomentazioni va quindi accolto l’ultimo motivo di ricorso, rigettati gli altri, e la sentenza va cassata sul punto, con rinvio al giudice del merito che, nell’esaminare le domande subordinate proposte dal lavoratore, si atterra’ ai principi enunciati, e provvedera’ anche sulle spese del presente giudizio.
La Corte accoglie il quinto motivo di ricorso e rigetta gli altri motivi. Cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia, anche per le spese del giudizio, alla Corte d’appello di Napoli in diversa composizione
Corte di Cassazione, sezioni unite civili, ordinanza 5 giugno 2017, n....