Source: https://www.leggioggi.it/2016/06/13/articolo-18-e-lavoro-pubblico-le-non-condivisibili-conclusioni-della-sentenza-della-cassazione/
Timestamp: 2018-07-18 20:19:50+00:00
Document Index: 167982365

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'e contrario', 'art. 86', 'art. 86', 'art. 1', 'art. 18', 'art. 18', 'art. 18', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 1339', 'art. 18', 'art. 18', 'art. 7']

Articolo 18 e Lavoro Pubblico: le non condivisibili conclusioni della Cassazione | LeggiOggi
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“7. Le disposizioni della presente legge, per quanto da esse non espressamente previsto, costituiscono principi e criteri per la regolazione dei rapporti di lavoro dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, e successive modificazioni, in coerenza con quanto disposto dall’articolo 2, comma 2, del medesimo decreto legislativo. Restano ferme le previsioni di cui all’articolo 3 del medesimo decreto legislativo.
Al fine dell’applicazione del comma 7 il Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione, sentite le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche, individua e definisce, anche mediante iniziative normative, gli ambiti, le modalita’ e i tempi di armonizzazione della disciplina relativa ai dipendenti delle amministrazioni pubbliche”.
La cosa, ovviamente, non regge, perché il comma 7 qualifica le norme della legge Fornero come principi e criteri che regolano anche i rapporti di lavoro pubblici. Ma, secondo la Cassazione, il comma 7 avrebbe solo lo scopo di fare “salve le disposizioni della legge n. 92 che dispongano in modo diverso”; infatti, detta legge “contiene anche norme che si riferiscono espressamente all’impiego pubblico (in particolare l’art. 2, comma 2, esclude dall’ambito della operatività dell’ASPI i dipendenti delle pubbliche amministrazioni), sicchè la eccezione opera solo con riferimento alle disposizioni in relazione alle quali la questione della applicabilità all’impiego pubblico sia già stata risolta in modo espresso dal legislatore del 2012”.
L’intento dell’articolo 1, comma 7, è diametralmente opposto: esso afferma che i principi ed i criteri della legge 92/2012 si estendono certamente, in via di principio, anche al lavoro pubblico, se ed in quanto con esso compatibili. La condizione della compatibilità è imposta dall’esplicito richiamo, nel comma 7, all’articolo 2, comma 2, primo periodo, del d.lgs 165/2001 a mente del quale “I rapporti di lavoro dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche sono disciplinati dalle disposizioni del capo I, titolo II, del libro V del codice civile e dalle leggi sui rapporti di lavoro subordinato nell’impresa, fatte salve le diverse disposizioni contenute nel presente decreto, che costituiscono disposizioni a carattere imperativo”.
il primo è quello dell’automatica applicazione al lavoro pubblico di tutte le norme del codice civile e di ogni altra legge sul lavoro subordinato nell’impresa; è proprio grazie a questa norma che il d.lgs 165/2001 (e il d.lgs 29/1993 prima) ha introdotto la cosiddetta “privatizzazione” del rapporto di lavoro pubblico!;
il secondo è che tale estensione automatica delle leggi di stampo privatistico del lavoro è limitata dalle regole speciali proprie del lavoro pubblico, contenute nel d.lgs 165/2001.
La Cassazione ritiene che l’applicazione della riforma dell’articolo 18 al lavoro pubblico non possa poggiarsi sul rinvio contenuto nell’articolo 51, comma 2, del d.lgs 165/2001, ai sensi del quale “La legge 20 maggio 1970, n.300, e successive modificazioni ed integrazioni, si applica alle pubbliche amministrazioni a prescindere dal numero dei dipendenti”.
non è di per sé prova della piana applicazione dell’articolo 18; infatti, vi è una differenza sostanziale tra lavoro pubblico e privato, in quanto le tutele dell’articolo 18 (ante riforma contenuta nel d.lgs 23/2015) nel privato scattavano solo per imprese con oltre 15 dipendenti, mentre nel lavoro pubblico valevano per tutte le amministrazioni;
in ogni caso, sostiene la Cassazione, con un ragionamento eufemisticamente definibile contorto: “va, poi, sottolineato che, anche in presenza di una norma di rinvio finalizzata ad estendere ad un diverso ambito una normativa nata per disciplinare altri rapporti giuridici, è consentito al legislatore di limitare, con un successivo intervento normativo di pari rango, il rinvio medesimo e, quindi, di escludere l’automatica estensione di modifiche della disciplina richiamata. Detto intervento, che è quello verificatosi nella fattispecie, fa sì che il rinvio si trasformi da mobile a fisso, ossia che la norma richiamata resti cristallizzata nel testo antecedente alle modifiche apportate dalla riforma, che, quindi, continua a disciplinare i rapporti interessati dalla norma di rinvio, dando vita in tal modo ad una duplicità di normative, ciascuna applicabile in relazione alla diversa natura dei rapporti giuridici in rilievo”.
Lo si evince chiaramente da una terza motivazione che la Cassazione propone come fondamento della propria teoria, laddove afferma che mentre nel lavoro privato “il potere di licenziamento del datore di lavoro è limitato allo scopo di tutelare il dipendente, nel settore pubblico il potere di risolvere il rapporto di lavoro, è circondato da garanzie e limiti che sono posto non solo e non tanto nell’interesse del soggetto da rimuovere, ma anche e soprattutto a protezione di più generali interessi collettivi”.
Appare evidente l’enormità di simile affermazione. Essa, di fatto, indica che la tutela del dipendente pubblico non è solo volta ad apprestare una salvaguardia alla persona del dipendente, ma ad un interesse generale contrario all’illegittimità del licenziamento. Come se, invece, nel privato non destassero allarme sociale, problemi esistenziali, sociali e finanziari, per altro riverberantesi sull’intera economia nazionale, i licenziamenti di lavoratori; come se, cioè, risultasse indifferente alla collettività la vicenda lavorativa di dipendenti privati, in una Repubblica, oltre tutto, “fondata sul lavoro”!
E’ abbastanza chiaro che la Cassazione intende riferirsi al pericolo che nella PA i licenziamenti possano scaturire da ritorsioni di ordine politico. Tuttavia, sia la riforma Fornero, sia il Jobs Act hanno lasciato intatta la tutela del reintegro nel caso del licenziamento discriminatorio basato su ragioni politiche: dunque, perché ritenere che il lavoratore pubblico risulterebbe esposto a licenziamenti “politici” applicandosi la riforma dell’articolo 18? Semmai, i problemi deriveranno, in particolare per la dirigenza pubblica, dal tasso di politicizzazione e precarizzazione del nuovo sistema dell’attribuzione e decadenza dagli incarichi dirigenziali, previsto dalla riforma-Madia, che priva i dirigenti pubblici di ogni autonomia dalla politica, anche perché rende totalmente inapplicabile l’articolo 18 (in qualsiasi testo) nei loro confronti.
Leggi anche: Licenziamenti discriminatori nella PA? Ecco come la riforma Madia evita la tutela, altro che Jobs Act
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pietro bognetti 14 giugno 2016 at 22:07
Una prima osservazione riguarda il “rinvio ad un successivo intervento normativo contenuto nel comma 8, non dissimile da quello previsto dall’art. 86 comma 8 del d.lgs. n. 276 del 2003”. Ovviamente il comma 8 è quello della l. Fornero 2012 n. 92 e il d.lgs n. 276/2003 è quello dell’Attuazione delle deleghe in materia di occupazione e mercato del lavoro, di cui alla legge 14 febbraio 2003, n. 30. L’accostamento non è congruo perché in realtà il comma 8 dell’art. 86 del d.lgs. 276/2003 parla di integrazione mediante provvedimenti legislativi ed il comma 8 dell’art. 1 della legge Fornero genericamente di provvedimenti normativi. Nel primo caso il Ministero può farsi solo promotore di leggi e quindi di atti del Parlamento, mentre nell’altro caso di atti normativi, che possono limitarsi a circolari e a regolamenti di esclusiva pertinenza ministeriale. In entrambi i casi si tratta poi di iniziative meramente eventuali che possono aggiungersi al dettato legislativo. Insomma l’art. 18 nella nuova formulazione è previsto possa anche essere applicato ai dipendenti pubblici senza alcuna successiva integrazione normativa che pure viene ipotizzata come possibile. Il dettato della legge, contrariamente a quanto ritenuto in sentenza, deve intendersi, secondo logica e dettato delle preleggi sull’interpretazione, che le norme sull’impiego privato debbano per quanto non espresso anche ai dipendenti pubblici ma armonizzate secondo i principi di legge ed eventuali integrazioni normative. Quindi viene lasciato al giudice l’interpretazione e l’applicazione secondo i principi di legge, non essendo quest’ultimo vincolato ad un’applicazione pedissequa della legge. Non ha quindi fondamento il ritenere che l’art. 18 abbia carattere programmatico e meno ancora che si possa far rivivere il vecchio art. 18, ormai inesistente. Del pari privo di fondamento è ritenere che l’art. 1 co. 1 della legge Fornero “tenga conto unicamente delle esigenze proprie dell’impresa privata alla quale solo può riferirsi la lettera c)”.La lettera c) non appare infatti riferita solo all’impresa privata. Essa contempla due lati della realtà, dei quali uno è certamente riferito soltanto alle imprese private, ma l’altro riguarda tutti i licenziamenti. L’effetto di questa lettura della norma sarebbe, tra l’altro, quello di escludere i percorsi processuali privilegiati nel caso di licenziamento dei dipendenti pubblici. Più avanti la sentenza afferma l’inconciliabilità della nuova normativa con quella del d.lgs. del 2001. Non è dato di vedere come gli art. 1339 (inserimento di clausole per legge inderogabili) e 1419 (nullità dei contratti) siano in contraso con il nuovo art. 18. Direi che anche nella sua vecchia formula tali norme valevano anche per i dipendenti privati. Più serio è invece l’osservazione che il comma 6 dell’art. 18 fa riferimento al solo art. 7 della l. n. 300 del 1970. Ci imbattiamo forse nel problema dell’entità del risarcimento del danno.
pietro bognetti 14 giugno 2016 at 16:33
Per il momento mi limito a notare che la quantità di pubblicità su queste news sono diventate tali da rendere quasi impossibile una lettura normale (senza cioè dover accecarsi e senza bestemmiare). Concordo in linea generale e mi riservo ulteriori commenti in futuro.