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Timestamp: 2020-07-15 00:52:41+00:00
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Associazione Con Finalità Di Terrorismo - Cassazione Penale 21/01/2016 N° 2651 - Legge semplice
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Associazione Con Finalità Di Terrorismo – Cassazione Penale 21/01/2016 N° 2651
Associazione con finalità di terrorismo – Cassazione penale 21/01/2016 n° 2651 leggi la sentenza gratuitamente su leggesemplice.com
Numero: 2651
Testo completo della Sentenza Associazione con finalità di terrorismo – Cassazione penale 21/01/2016 n° 2651:
Sentenza 8 ottobre 2015 – 21 gennaio 2016, n. 2651
Propone ricorso per cassazione N.O.M.H., alias A.O., avverso la sentenza della corte d’assise d’appello di Milano in data 3 marzo 2015 con la quale è stata confermata la condanna, emessa all’esito di giudizio abbreviato, in ordine alle imputazioni di -associazione con finalità di terrorismo internazionale, avendo operato con funzioni direttive fino al 17 febbraio 2003, data del subìto sequestro di persona (articolo 270 bis CP, capo A); -ricettazione e falso di documenti di identità aggravati ai sensi dell’articolo 1 I.n. 15 del 1980 e ai sensi dell’articolo 112 n.1 CP (capo B, per fatti accertati fino al 17 febbraio 2003); – favoreggiamento dell’immigrazione clandestina ai sensi dell’articolo 12 commi uno e tre del decreto legislativo numero 286 del 1998, reato ugualmente aggravato dalla finalità di terrorismo e dal numero delle persone (capo C, per fatti commessi nella stessa data di cui sopra).
Il ricorrente è stato condannato alla pena di sei anni di reclusione e alle pene accessorie conseguenti.
Il reato gli è stato addebitato per avere svolto funzioni direttive nell’organizzazione sovranazionale denominata anche con la sigla “Ansar Al Islam”, finalizzata alla commissione di azioni terroristiche contro governi, forze militari, istituzionali, organismi internazionali nel quadro della jiad, strategia violenta per l’affermazione dei principi “puri” della religione islamica, coordinando tra loro i vertici dell’organizzazione transnazionale e la cellula italiana, approvvigionando di documenti falsi e favorendo la diffusione delle finalità e dell’ideologia dell’associazione con scopi di terrorismo, attraverso il proprio ruolo di Imam. Il ricorrente era infatti tale ossia responsabile religioso presso la moschea di via Quaranta n. 54, a Milano, dall’estate del 2000.
La sentenza impugnata premette che la sussistenza dell’associazione terroristica contestata all’imputato è stata già riconosciuta dalla Corte di cassazione (sent. n. 31389 del 2008) , sicché scopo del processo a carico dei ricorrente era solo quello di dimostrare il suo ruolo all’interno dell’organizzazione stessa: ruolo desunto da conversazioni intercettate, dalle dichiarazioni accusatorie di Jelassi Rihad Ben Beigacem-già condannato in via definitiva per la partecipazione ad associazione finalizzata al terrorismo internazionale-,di Z.C. e di MTH; dal materiale ideologico di propaganda islamica radicale relativa a “jiad militare”, alla preparazione di mujaheddin alla jiad in nome di Allah”, ossia al sacrificio, C materiale rinvenuto nella sua abitazione a seguito di perquisizioni effettuate in occasione dei suo sequestro, il 17 febbraio 2003.
Deduce, a mezzo dei difensore avvocato S. il vizio della motivazione.
Sostiene l’impugnante che la sentenza non abbia dato conto adeguatamente in primo luogo dell’attribuito ruolo di organizzatore dell’attività dell’associazione e, in secondo luogo del fatto che il suo comportamento-sicuramente esplicitato nei sermoni tenuti quali Imam e nelle conversazioni telefoniche valorizzate in sentenza-costituisse adesione ad un programma associativo criminoso e non piuttosto una semplice adesione ideologica che mai si era tradotta in atti concreti e significativi.
Egli si era limitato a raccogliere fondi da utilizzare per il sostegno delle persone arrestate e poteva essere rimasto coinvolto nella acquisizione di documenti falsi, senza tuttavia avere il ruolo di coordinamento che gli si attribuisce.
Esso si fonda sulla pura e semplice ripetizione dei motivi di appello, già esaurientemente affrontati dalla corte d’assise d’appello di Milano con argomentazione completa alla quale il ricorso nulla contrappone o aggiunge.
Piuttosto, il ricorso si sostanza nella pretesa di una alternativa interpretazione delle emergenze di causa, peraltro solo genericamente e sommariamente richiamate, senza che un tale tentativo possa sortire effetti favorevoli all’imputato, considerato che la corte di cassazione è giudice della legittimità e non è ammessa a valutare in via diretta ed autonoma, le prove raccolte nel corso del processo o comunque quelle dichiarate utilizzabili ai fini della decisione. Il ricorso evita di confrontarsi con la motivazione della sentenza impugnata, così incorrendo nel vizio di aspecificità dei motivi che è sanzionato con la inammissibilità, in base al combinato disposto degli articoli 581 e 591 Cpp.
Basta qui ricordare come il giudice a quo, richiamandosi ai principi già affermati da questa corte di cassazione nella sentenza n. 31389 del 2008 – che ha riconosciuto l’esistenza dell’associazione terroristica in esame, con riferimento alle posizioni dei concorrenti dell’imputato- ha sottolineato come anche la condotta di adesione ideologica che si sostanzi in seri propositi criminali diretti alla realizzazione delle finalità associative integra il reato di cui all’articolo 270 bis cp, avente natura di delitto di pericolo presunto. In altri termini, se si dimostra l’esistenza di una struttura organizzativa con grado di effettività tale da rendere almeno possibile l’attuazione del programma criminale, e che giustifichi la valutazione legale di pericolosità, il reato associativo resta integrato non essendo anche necessario che l’associazione si esprima attraverso la predisposizione di un programma di azioni terroristiche.
Con riferimento alla posizione dell’imputato poi, già il giudice dell’appello aveva lamentato la,, mancata considerazione, nei motivi di impugnazione, del nucleo forte della motivazione l secondo cui alcune delle conversazioni intercettate hanno fatto emergere la prova che l’imputato fu invitato a lasciare gli uffici della moschea per avere ospitato “fratelli” ritenuti pericolosi e per avere propagandato all’interno del luogo di culto la raccolta di fondi per gli altri “fratelli mujaheddin” e per i familiari dei “martiri”: una condotta che integra la fattiva partecipazione all’associazione terroristica in quanto esprime il sostegno alle finalità della stessa e il concreto intervento in favore degli adepti in adesione al perseguimento dei progetto jiadista. II tutto, unitamente al comportamento accertato e consistito nella preparazione di documenti d’identità indispensabili per tenere celata la reale identità dei “fratelli” che dovevano spostarsi per garantire l’operatività dell’associazione terroristica.
Un ruolo, in definitiva che essendo svolto oltretutto con continuità, esprime una posizione apicale, di organizzatore della struttura terroristica.
D’altra parte, la tesi della semplice adesione ideologica, da parte dell’imputato, a posizioni estremistiche- con conseguente riconducibilità della condotta all’aria scriminatrice dell’articolo 21 della Costituzione – è stata già disattesa motivatamente dalla corte di merito la quale ha valorizzato, al riguardo, le dichiarazioni accusatorie di D.R: e di J.RBN – per nulla aggredite nel ricorso- dichiarazioni dalle quali si ricava che il materiale propagandistico rinvenuto nella abitazione dell’imputato era analogo a quello consegnato al primo dei dichiaranti, pronto a partire per i territori di scontro jiaidista, perché lo consegnasse ai “fratelli” che quello stava per raggiungere; il secondo poi aveva rappresentato l’imputato come la persona dotata di grande capacità di inculcare il pensiero jiaidista. Alla inammissibilità consegue, ex art. 616 cpp, la condanna dei ricorrente al versamento, in favore della cassa delle ammende, di una somma che appare equo determinare in euro 1000.
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