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Timestamp: 2017-11-20 00:08:14+00:00
Document Index: 137663801

Matched Legal Cases: ['art. 1176', 'art. 2236', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

DANNO DA PARTO LESIONI CEREBRALI NASCITURO, MALFORMAZIONI NASCITURO :– ritardo mentale – gravi problemi di comprensione – gravi difficoltà scolastiche – gravi problemi deambulatori fino alla necessità dell’uso di carrozzine – necessità di assistenza costante – necessità di terapie e fisioterapie costose – drastico abbassamento della qualità della vita neonatale conseguenze danni cerebrali neonato sintomi danno ipossico ischemico neonatale encefalopatia ipossico ischemica conseguenze asfissia neonatale danni asfissia neonatale lieve sofferenza neonatale conseguenze sofferenza cerebrale neonatale
DANNO DA PARTO LESIONI CEREBRALI NASCITURO, MALFORMAZIONI NASCITURO
DANNO DA PARTO LESIONI CEREBRALI NASCITURO, MALFORMAZIONI NASCITURO :– ritardo mentale – gravi problemi di comprensione – gravi difficoltà scolastiche – gravi problemi deambulatori fino alla necessità dell’uso di carrozzine – necessità di assistenza costante – necessità di terapie e fisioterapie costose – drastico abbassamento della qualità della vita
CHIAMA SUBITO L’AVVOCATO SERGIO ARMAROLI PER IL TUO DANNO CHE DEVE RIPETO DEVE ESSERE PAGATO 051/6447838
QUANDO SI AGISCE IL CORAGGIO CRESCE QUIANDO SI RIMANDA LA PAURA CRESCE
DOMANDE SU DANNO CEREBRALE DA PARTO
Possiamo chiedere i danni per l’Encefalopatia Ipossico Ischemina subita dal mio bambino a causa di una Rottura dell’Utero durante il parto?
Assolutamete si Anche la responsabilità degli altri componenti l’equipe medica può essere ricondotta all’ambito contrattuale ancorché non fondata sul contratto ma sul “contatto sociale” tra il professionista ed il paziente a lui affidato (cfr. Cass. 22 dicembre 1999, n. 589).
L’obbligazione assunta dai convenuti ha per oggetto l’esercizio di un’attività professionale.
Ne consegue che, in tema di valutazione dell’inadempimento e di ripartizione dell’onere della prova del medesimo, dovremo applicare il regime proprio di questo tipo di responsabilità.
Ciò premesso si osserva che l’esercizio di un’attività professionale comporta l’assunzione di un’obbligazione di mezzi e non di risultato. Ne consegue che l’esatto adempimento della medesima verrà valutato non in base al conseguimento del risultato sperato ma alla diligenza dimostrata dal professionista nell’adempimento della prestazione (cfr. Cass. 26 febbraio 2003 n. 2836).
Tale diligenza, ai sensi dell’art. 1176 comma 2° cc, va valutata sulla base dell’attività esercitata.
Ai sensi dell’art. 2236 c.c., poi, il prestatore d’opera risponde dei danni solo in caso di dolo o colpa grave se la prestazione implica la soluzione di problemi di speciale difficoltà.
Il combinato disposto delle norme suddette, pertanto, stabilisce che il professionista è responsabile se non osserva la diligenza richiesta nell’esercizio della propria attività e che il grado di diligenza deve essere commisurato alla difficoltà della prestazione resa.
Nella fattispecie è indubbio che l’intervento da effettuare non presentava alcuna particolare difficoltà, pertanto la diligenza del professionista nella sua effettuazione va valutata con la massima severità.
Affrontiamo, allora, la questione dell’onere della prova.
La Suprema Corte, in tema di onere della prova nelle controversie di responsabilità professionale, ha più volte enunciato il principio secondo cui quando l’intervento da cui è derivato il danno non è di difficile esecuzione, la dimostrazione da parte del paziente dell’aggravamento della sua situazione patologica o l’insorgenza di nuove patologie è idonea a fondare una presunzione semplice in ordine all’inadeguata o negligente prestazione, spettando all’obbligato fornire la prova che la prestazione professionale sia stata eseguita in modo diligente e che quegli esiti peggiorativi siano stati determinati da un evento imprevisto e imprevedibile (cfr. Cass. 21 dicembre 1978, n. 6141; Cass. 16 novembre 1988, n. 6220; 11 marzo 2002, n. 3492).
Pertanto il paziente dovrà provare che l’intervento fosse di facile esecuzione o che sia stato eseguito in maniera errata, mentre il medico dovrà provare che il caso era di particolare difficoltà oppure che l’insuccesso non sia dipeso da sua negligenza (cfr. Cass. 19 maggio 1999, n. 4852; Cass. 4 febbraio 1998, n. 1127; Cass. 30 maggio 1996, n. 5005; Cass. 16 febbraio 2001, n. 2335; 16 novembre 1988, n. 6220).
Tale consolidato indirizzo giurisprudenziale va rapportato alla recente, importante pronuncia delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione (sentenza 30 ottobre 2001, n. 13533).
Le Sezioni Unite hanno enunciato il principio secondo cui il creditore che agisce per la risoluzione contrattuale, per il risarcimento del danno, ovvero per l’adempimento deve dare la prova della fonte negoziale o legale del suo diritto, limitandosi alla mera allegazione della circostanza dell’inadempimento della controparte, mentre il debitore convenuto è gravato dell’onere della prova del fatto estintivo, costituito dall’avvenuto adempimento.
Il risarcimento da illecito extracontrattuale deve comprendere, inoltre, le perdite per il mancato godimento dell’equivalente monetario dei danni verificatesi nel periodo intercorso tra il prodursi di questi e la liquidazione.
In ordine al danno da ritardo in esame vanno considerate le acquisizioni della dottrina e della giurisprudenza più recenti. Quest’ultima, in particolare, pur mettendo in evidenza che si è in presenza di un’ipotesi di lucro cessante soggetto all’onere della prova, ha ritenuto che la stessa possa essere data anche mediante presunzioni semplici e facendo riferimento a criteri equitativi, tra i quali quello dell’attribuzione degli interessi ad un tasso stabilito previa la valutazione delle circostanze oggettive e soggettive inerenti alla prova del pregiudizio subito (Cfr. da ultimo Cass. 6.8.1997, n. 7272; Cass. 3.6.1996, n. 5077 e Cass. 17.4.1996, n. 3622) e da calcolare “sul valore della somma rivalutata annualmente ovvero mediante l’applicazione di un indice medio di rivalutazione” (in tal senso già Cass. 20.6.1990, n. 6209 e da ultimo Cass. 17.7.1997, n. 6570; Cass. 18.12.1996, n. 11313; Cass. 13.9.1996, n. 8269; Cass. 1.7.1996, n. 5963, Cass. 3.6.1996, n. 5077, Cass. 26.1.1996, n. 599 nonché le Sezioni Unite di cui appresso).
Quale conseguenze ad esempio per mancato prolungato apporto di ossigeno al cervello?
Durante il travaglio e il parto i danni possono essere : occlusione, torsione o prolasso del cordone ombelicale, rottura della placenta o dell’utero, eccessivo sanguinamento dalla placenta, posizioni fetali anomale (parto podalico), travaglio prolungato o grave ipotensione materna.
Non ci sono dubbi sul fatto che, un prolungato mancato apporto di ossigeno al cervello possa provocare ingenti danni permanenti a livello neuronale:
– gravi problemi di comprensione
– gravi difficoltà scolastiche
– gravi problemi deambulatori fino alla necessità dell’uso di carrozzine
– necessità di assistenza costante
– necessità di terapie e fisioterapie costose
– drastico abbassamento della qualità della vita
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Malasanità, Errore Medico: Ma allora …. di che cosa si tratta, esattamente?
Un caso di malasanità, di errore medico succede quando un medico specialista fa o non fa qualcosa che dovrebbe come medico fare , provocando un danno ad un paziente.
L’errore o l’omissione possono accadere in qualsiasi momento durante il trattamento medico.
Un medico puo’ ad esempio non fare bene la diagnosi e quindi non curare con quel farmaco
Per valutare se il medico si è reso responsabile di un comportamento negligente si dovrà, quindi, porre l’attenzione sul tipo di attività che lo stesso ha compiuto.
Nei casi di interventi di routine o di prassi mediche comuni, che non richiedono un tipo particolare di abilità tecnica o di specializzazione (essendo sufficiente una preparazione ordinaria), si ritiene che l’insuccesso dell’atto professionale (sia esso valutato in termini di risultato peggiorativo per la salute del paziente, sia in termini di mancato raggiungimento del risultato sperato) costituisca, di per sé, prova della non osservanza della regola tecnica. La chiave qui è lo standard di cura, o protocollo, che non è altro che il “come” ci si dovrebbe comportare in presenza di quella data sintomatologia, cioè il comportamento medico generalmente accettato in quel contesto e in quelle circostanze
Corte di Cassazione, Sezione 3 civile, Sentenza 3 febbraio 2012, n. 1620
Dott. D’ALESSANDRO Paolo – rel. Consigliere
sul ricorso 23466/2010 proposto da:
LA. EL. (OMESSO), TO. JE. PI. (OMESSO), TO. CR. (OMESSO), TO. VA. (OMESSO), elettivamente domiciliati in (OMESSO), presso lo studio dell’avvocato MA. Ma. , che li rappresenta e difende unitamente all’avvocato CO. EN. giusta delega in atti;
AL. S.P.A. (OMESSO) in persona dei procuratori Dr. CE. AN. e Dr.ssa GE. AN. , elettivamente domiciliata in (OMESSO), presso lo studio dell’avvocato SP. GI. , che la rappresenta e difende giusta delega in atti;
OSPEDALE (OMESSO) (OMESSO) in persona della suora VI. DI. MA. TE. , elettivamente domiciliato in (OMESSO), presso lo studio dell’avvocato MA. AN. FR. , che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato UM. FA. giusta delega in atti;
avverso la sentenza n. 1728/2010 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA, depositata il 10/09/2010, R.G.N. 125/2005;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 09/01/2012 dal Consigliere Dott. PAOLO D’ALESSANDRO;
udito l’Avvocato EN. CO. ;
udito l’Avvocato GI. SP. ;
udito l’Avvocato AN. FR. MA. ;
To.Je. Pi. , in proprio e quale tutore del figlio To. Da. , La. El. in To. , To.Va. e To. Cr. propongono ricorso per cassazione, affidato a tre motivi, avverso la sentenza della Corte di Appello di Venezia che ha rigettato il loro gravame contro la sentenza di primo grado del Tribunale di Venezia, che aveva respinto la domanda risarcitoria proposta nei confronti dell’Ospedale (OMESSO) e della chiamata in garanzia RA. S.p.A., in relazione alle lesioni subite durante il parto da To.Da. .
Resistono con controricorsi l’Ospedale (OMESSO) e l’ Al. S.p.A., succeduta alla R.A.S..
1.- Con il primo motivo i ricorrenti lamentano vizio di motivazione e violazione dell’articolo 2909 cod. civ. e articolo 346 cod. proc. civ., deducendo che la sentenza di secondo grado avrebbe individuato, pur in difetto di appello sul punto, una concausa del danno (malattia rara congenita) di cui non si parla nella sentenza di primo grado (che avrebbe ricondotto il danno esclusivamente alla sofferenza in travaglio) ed inoltre, in altra parte della motivazione, avrebbe contraddittoriamente individuato proprio nell’evento ipossico acuto perinatale la causa del danno.
1.1.- Va premesso – in relazione alla eccezione formulata in controricorso dall’ Al. – che il mancato deposito di copia delle due consulenze tecniche d’ufficio, richiamate dalla sentenza e quindi dal motivo, e la mancata indicazione della sede processuale dove le stesse erano state depositate nella fase di merito non e’ causa di improcedibilita’ del mezzo, alla luce del chiaro disposto di Cass., SS.UU. 3 novembre 2011 n. 22726, secondo cui l’onere del ricorrente, di cui all’articolo 369 cod. proc. civ., n. 4, di depositare insieme al ricorso “gli atti processuali, i documenti, i contratti o accordi collettivi sui quali il ricorso si fonda” e’ soddisfatto quanto agli atti e documenti contenuti nel fascicolo d’ufficio (come le consulenze tecniche svolte nei due gradi di giudizio), mediante il deposito della richiesta di trasmissione di detto fascicolo presentata alla cancelleria del giudice che ha pronunciato la sentenza impugnata e restituita al richiedente munita di visto ex articolo 369 cod. proc. civ., u.c..
1.2.- Nel merito, il mezzo e’ infondato sotto entrambi i profili.
Tale tesi non puo’ tuttavia essere accolta.
Il carattere devolutivo dell’appello comporta infatti che, qualora con il gravame sia impugnata la decisione di rigetto della domanda, il giudice dell’appello e’ libero di valutare autonomamente la domanda stessa, anche individuando un profilo di rigetto diverso da quello valorizzato dal giudice di primo grado. La decisione citata dai ricorrenti (Cass. 18 aprile 2005 n. 7997), d’altro canto, si limita a delineare il rapporto intercorrente tra la fattispecie del nesso causale e quella della colpa, valorizzando l’autonomia della prima rispetto alla seconda, ma non prende in esame, nemmeno implicitamente, la problematica su cui il motivo si fonda.
Ne’ puo’ sostenersi, quanto al secondo profilo, che la motivazione sia contraddittoria ove (pag. 17) si occupa dell’invocato parto cesareo, sostenendo che esso “avrebbe, con elevata probabilita’ ridotto od eliminato l’ipossia”, precisando poi che “l’evento ipossico acuto perinatale (…) determino’ il quadro di encefalopatia ipossico ischemica”, sol che si consideri che, nella prospettazione della Corte di Appello, l’ipossia e’ comunque una concausa dell’evento e in tale ottica ha quindi determinato, in concorso con l’individuata malattia genetica, l’evento stesso.
2.- Con il terzo motivo – da esaminarsi preliminarmente al secondo – i ricorrenti, sotto il profilo della violazione degli articoli 1218 e 2697 cod. civ., censurano la sentenza impugnata, assumendo che la responsabilita’ dell’ospedale vada valutata in base ai criteri propri della responsabilita’ contrattuale, con la conseguenza che sull’ospedale graverebbe l’onere della prova dell’esatto adempimento.
2.1.- Il terzo motivo e’ fondato.
Le Sezioni Unite di questa Corte (Cass., SSUU 11 gennaio 2008 n. 577) hanno precisato che la responsabilita’ della struttura ospedaliera, fondata sul “contatto sociale”, ha natura contrattuale. Ne consegue che, in virtu’ del contratto, la struttura deve fornire al paziente una prestazione assai articolata, definita genericamente di “assistenza sanitaria”, che ingloba al suo interno, oltre alla prestazione principale medica, anche una serie di obblighi c.d. di protezione ed accessori. Cosi’ ricondotta la responsabilita’ della struttura ad un autonomo contratto (di spedalita’), la sua responsabilita’ per inadempimento si muove sulle linee tracciate dall’articolo 1218 cod. civ., e, per quanto concerne le prestazioni mediche che essa svolge per il tramite dei medici propri ausiliari l’individuazione del fondamento di responsabilita’ dell’ente nell’inadempimento di obblighi propri della struttura consente quindi di abbandonare il richiamo, alquanto artificioso, alla disciplina del contratto d’opera professionale e di fondare semmai la responsabilita’ dell’ente per fatto dei dipendente sulla base dell’articolo 1228 cod. civ..
E’ agevole constatare, nella specie, che l’Ospedale non ha fornito la prova di cui all’articolo 1218 cod. civ., considerate le divergenti conclusioni delle due consulenze tecniche e tenuto conto che – come si ricava dalla stessa sentenza – “circa un mese prima del parto la signora La. fu ricoverata per una gestosi al terzo trimestre”, possibile causa di danno ipossico prenatale nel feto.
4.- Accolto dunque il terzo motivo, rigettato il primo e dichiarato assorbito il secondo, la sentenza impugnata deve essere cassata in relazione, con rinvio, anche per le spese, alla Corte di Appello di Venezia, in diversa composizione, che si atterra’ al principio di diritto enunciato sub 2.1.
f) il nostro ordinamento positivo tutela il concepito – e quindi l’evoluzione della gravidanza – esclusivamente verso la nascita e non verso la non nascita, per cui, se di diritto vuoi parlarsi, deve parlarsi di diritto a nascere. Gia’ la Corte Costituzionale, con la sent. 18.2.1975, n. 27, dichiarando costituzionalmente illegittimo l’articolo 546 c.p. nella parte in cui non prevedeva che la gravidanza potesse essere interrotta quando la sua prosecuzione implicava danno o pericolo grave, medicalmente accertato e non altrimenti evitabile, per la salute della madre, aveva precisato che anche la tutela del concepito ha “fondamento costituzionale” nell’articolo 31 Cost., comma 2, che “impone espressamente la protezione della maternita'” e, piu’ in generale, nell’articolo 2, che “riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, fra i quali non puo’ non collocarsi, sia pure con le particolari caratteristiche sue proprie, la situazione giuridica del concepito”. La successiva Legge 22 maggio 1978, n. 194, significativamente intitolata “norme per la tutela sociale della maternita'” oltre che “sull’interruzione volontaria della gravidanza”, proclama all’articolo 1 che “lo Stato …. riconosce il valore sociale della maternita’ e tutela la vita umana dal suo inizio”; inizio che, come si evince dal combinato disposto con gli articoli successivi, va riferito al momento del concepimento (e non tanto, o non solo allo scadere del novantesimo giorno dal concepimento, cui fa riferimento il successivo articolo 4);
Per altro verso, l’argomento cardine utilizzato per negare il risarcimento richiesto (anche) dalla figlia – costituito dalla conclamata inesistenza nel nostro ordinamento di un diritto a non nascere se non sano, in quanto “posizione non meritevole di tutela” – venne definito “affermazione meramente retorica – e quindi elusiva del grave problema posto a quel tempo al collegio, da riassumersi nel quesito se una persona nata con una malformazione che ne segna la vita e di cui sicuramente non e’ responsabile abbia o meno diritto a chiederne conto a qualcuno, considerato che il nostro ordinamento, per un verso, favorisce, si’, la procreazione, ma in quanto “cosciente e responsabile”, Legge n. 194 del 1978, ex articolo 1, mentre, d’altro verso, tutela (come ribadisce la stessa sentenza) il diritto del concepito a nascere sano. Ne’ la mancata previsione legale di un diritto a non nascere venne ritenuto argomento spendibile (“come avrebbe mai potuto l’ordinamento prevedere un simile diritto?”): se, come e’ ovvio, ogni tutela giuridica deve essere, per necessita’ logica, riferita ad un soggetto esistente, l’unica alternativa in ordine all’ammissibilita’ di una siffatta tutela non era tra non nascere o nascere malato, bensi’ tra nascere sano o nascere malato.
Sotto altro profilo, perplessita’ vennero sollevate perche’, nel discorrere di una pretesa assenza dell’interesse protetto, la sentenza postulava una valutazione di “non ingiustizia” del danno estranea all’ambito della responsabilita’ contrattuale, (lasciando cosi’ il fanciullo handicappato senza alcuna tutela nei casi di abbandono, di cattiva amministrazione o di premorienza dei genitori). Si osservo’, significativamente, come la questione non consistesse nell’affermare o nel negare pretesi diritti di nascere (o di non nascere, o di non “nascere handicappato”) o di morire (o di non morire), ne’ di valutare quanto valga il “non essere” rispetto all'”essere” (handicappato), posto che il vivere una vita malformata e’ di per se una situazione esistenziale negativa, onde il danno ingiusto risarcibile – provocato da un’azione comunque colpevole altrui – consisterebbe nell’obiettivita’ del vivere male indipendentemente dalle alternative a disposizione, espungendo dalla sfera del rilevante giuridico una concezione del danno come paragone con la vita sana perche’ questa vita sana non ci sarebbe stata: a seguito della nascita, si e’ sostenuto, “la questione non e’ piu’ quella della sua venuta al mondo, ma soltanto quella del suo handicap”.
Poco convincenti apparvero, infine, le ulteriori obiezioni che paventavano un potenziale quanto “innaturale” diritto risarcitorio del minore esercitabile nei confronti della madre – che, correttamente informata dal medico sui rischi della nascita, avesse liberamente deciso di generare un figlio invalido – ovvero del padre contro la madre: danni in realta’ irrisarcibili per l’assenza di una condotta colposa, se il fatto di dare la vita, o la rinuncia, da parte della madre, a interrompere la gravidanza, non possono mai essere considerati in termini di colpa ne’ di ingiustizia del danno. L’atto della procreazione e’ frutto di una scelta che spetta, giuridicamente, soltanto ai genitori; ma la donna e’, inevitabilmente, il solo legittimo destinatario del diritto a decidere se procedere o no all’interruzione della gravidanza.
Ancor meno convincenti apparvero, agli occhi della piu’ attenta dottrina, le osservazioni contenute in sentenza circa la disciplina dell’interruzione della gravidanza allo scopo di individuare “il bene giuridico protetto dalle norme che sanzionano l’aborto”, considerato che annettere il risarcimento del danno prenatale nei confronti del fanciullo nato handicappato al territorio della responsabilita’ contrattuale indurrebbe ad opinare che “il bebe’ prejudice sia risarcibile nei riguardi del neonato quale conseguenza immediata e diretta dell’inadempimento (o dell’inesatto adempimento) dell’obbligazione d’informazione, senza che assuma rilievo la valutazione della condotta in termini di ingiustizia del danno”. Onde il voler rifiutare di ammettere che un handicap sia, per l’andicappato medesimo, un “danno” venne definito “un puro e semplice sofisma”, se e’ non la “vita” dell’handicappato che si tratta di assimilare a un danno, ma proprio il suo handicap.
Altro limite rilevato dalla dottrina con riguardo alla motivazione della sentenza ebbe riguardo a quella che venne (del tutto condivisibilmente) ritenuta da piu’ parti la questione giuridica essenziale, quella, cioe’, del rapporto di causalita’. La sentenza, difatti, non affronto’ specificamente il problema del nesso eziologico (diversamente da quanto accaduto in Francia, dove sia la giurisprudenza del Consiglio di Stato e delle Corti d’appello, sia gli autori che contestarono la decisione della Cassazione sul caso Perruche motivarono la soluzione negativa sull’assenza del legame eziologico tra l’inadempimento e il danno), mentre la questione del nesso di causalita’ per il danno patito dal fanciullo handicappato – si disse -, lungi dal poter derivare da una analisi conseguente alla cd. biologisation du droit, andava riguardata sotto un profilo rigorosamente giuridico, cosi’ come accade ad esempio in caso di contagio da trasfusione, ove la causa “biologica” della malattia e’ certamente il virus HIV o HCV, ma nessuno dubita che la responsabilita’ vada imputata, sulla base di un criterio di causalita’ giuridicamente rilevante, a quel soggetto (pubblico o privato) che, con la sua colpevole omissione, abbia provocato, reso possibile o non impedito il contagio.
6.2.- Con la sentenza n. 10741/2009, questa Corte di legittimita’, nuovamente investita della questione della risarcibilita’ in proprio del nascituro, sia pur sotto il diverso profilo della rilevanza – in guisa di conseguente danno ingiusto – di una attivita’ commissiva (oltre che omissiva) del sanitario, dopo aver premesso che il nascituro, o il concepito, deve ritenersi dotato di autonoma soggettivita’ giuridica (specifica, speciale, attenuata, provvisoria o parziale che si voglia), perche’ titolari, sul piano sostanziale, di alcuni interessi personali in via diretta, quali il diritto alla vita, e quelli alla salute o integrita’ psico-fisica, all’onore o alla reputazione, all’identita’ personale, affermo’ il principio di diritto secondo il quale, stante la soggettivita’ giuridica del concepito, al suo diritto a nascere sano corrisponde l’obbligo dei sanitari di risarcirlo (diritto al risarcimento condizionato, quanto alla titolarita’, all’evento nascita ex articolo 1 c.c., comma 2, ed azionatile dagli esercenti la potesta’) per mancata osservanza sia del dovere di una corretta informazione (ai fini del consenso informato) in ordine ai possibili rischi teratogeni conseguenti alla terapia prescritta alla madre (e cio’ in quanto il rapporto instaurato dalla madre con i sanitari produce effetti protettivi nei confronti del nascituro), sia del dovere di somministrare farmaci non dannosi per il nascituro stesso.
Il collegio ebbe poi cura di precisare, sia pur in guisa di mero obiter dictum, che quest’ultimo non avrebbe avuto diritto al risarcimento qualora il consenso informato circa il rischio di malformazioni prenatali fosse stato funzionale soltanto alla interruzione di gravidanza da parte della donna, dando cosi’ ulteriore continuita’ al principio di diritto espresso dalla sentenza 14488/2004.
L’iter motivazionale della sentenza del 2009 – all’esito di una lunga e approfondita riflessione che, premesse alcune considerazioni di teoria generale del diritto, specie in tema di fonti e di interpretazione, giunge alla conclusione della attuale configurabilita’, in seno all’ordinamento, di una posizione di autonoma soggettivita’ in capo al nascituro – si caratterizza per i seguenti passaggi argomentativi:
a) il mancato esercizio di una doverosa informazione a ciascuno dei coniugi circa la potenzialita’ dannosa di un farmaco somministrato alla futura madre per stimolarne la funzione riproduttiva aveva precluso loro di scegliere, con avvertita coscienza dei rischi, di farne uso o meno, con conseguente responsabilita’ del medico nei confronti di entrambi, in quanto destinatari’ delle informazioni colpevolmente omesse;
b) l’esistenza di un danno ingiusto risarcibile era, nella specie, predicabile anche con riguardo alla posizione del neonato portatore di handicap e percio’ vittima, dopo il suo concepimento (secondo le accertate risultanze in fatto della vicenda) degli effetti nocivi del farmaco prescritto, attesa la molteplicita’ e concordanza degli indici normativi volti a riconoscere la soggettivita’ giuridica del nascituro, titolare, come tale, del diritto (tra gli altri) alla salute, azionabile a fini risarcitori a seguito della effettiva nascita;
c) il diritto al risarcimento cosi’ riconosciuto al figlio nato in conseguenza di una terapia nociva non contraddice la esclusione di ogni tutela risarcitoria nel diverso caso della mancata informazione (sui rischi di malformazione del feto) incidente sulla decisione della madre di interrompere, in tal caso, la gravidanza, attesa la gia’ affermata inconfigurabilita’ nel nostro ordinamento, di un diritto a non nascere se non sano.
La grande novita’ della sentenza, rispetto al precedente costituto dalla pronuncia n. 6735 del 2002 (che ammise al risarcimento anche il padre del bambino nato malformato), consiste nel riconoscimento che gli effetti protettivi del rapporto obbligatorio (contrattuale o da cd. “contatto sociale”) instaurato tra la paziente e i sanitari che la assistono durante la gestazione si producono non solo a favore del marito, bensi’ anche del figlio. Per la prima volta questo giudice di legittimita’ si e’ spinto, sia. pur sotto un diverso profilo rispetto a quello che oggi occupa il collegio, a valutare l’incidenza della nascita di un bambino in condizioni menomate sul piano dell’esistenza dell’intera famiglia, e non piu’ solo della coppia, riconoscendo un autonomo diritto al risarcimento anche al protagonista principale di una vicenda di danno prenatale.
6.2.- La soluzione della questione di diritto affrontata nella sentenza 10741/09, al pari di quella oggi sottoposta all’esame del collegio, non sembra, peraltro, postulare ne’ imporre come imprescindibile l’affermazione della soggettivita’ del nascituro, soluzione che sconta, in limine, un primo ostacolo di ordine logico costituito dalla apparente contraddizione tra un diritto “a nascere sano” (un diritto, dunque, alla vita, che si perpetuerebbe nel corso della gestazione) e la sua repentina quanto inopinata trasformazione in un diritto alla salute di cui si invocherebbe tutela solo dopo la nascita.
In premessa, l’accurata analisi, gli approfonditi riferimenti e gli spunti critici riservati in sentenza alla giurisprudenza cd. normativa, nell’ottica di una rinnovata funzione “creativa” della speculare Interessenjurisprudenz, ne lascia poi impregiudicato l’interrogativo circa la collocazione di quest’ultima nell’ambito della gerarchia delle fonti – salvo a voler riservare alle sole fonti “poste” tale preordinazione gerarchica, onde la giurisprudenza normativa sarebbe singolarmente fuori da quell’assetto. Se quest’ultimo appare a prima vista l’approdo piu’ agevole sul piano dogmatico, per altro verso non sembra seriamente discutibile che, cosi’ opinando, il giudice civile, laddove ritenga nell’interpretare la legge alla luce dei valori costituzionali che essa non tuteli (o non tuteli a sufficienza) una situazione giuridica di converso meritevole, interviene a creare una corrispondente “forma” giuridica di tutela, eventualmente in contrasto con la legge stessa, ma senza subire alcun sindacato di costituzionalita’, in quanto il sistema non prevede un meccanismo immediato di sindacato della costituzionalita’ degli orientamenti pretori salvo che questi riguardino la stretta interpretazione di una o piu’ norme di legge esistenti (e sempre che un giudice sollevi la questione di costituzionalita’ secondo il consueto procedimento di cognizione incidentale).
Il problema – che non puo’ essere approfondito in questa sede se non nei limiti in cui la risoluzione del caso concreto lo impone e che attinge all’equilibrio stesso tra i poteri dello Stato, oltre che al modo di essere, e dunque di evolversi, dell’ordinamento giuridico – induce l’interprete ad interrogarsi sui limiti del suo intervento in seno al tessuto normativo e al di la’ di esso, senza mai omettere di considerare che, di interpretazione contra legem (non diversamente che per la consuetudine), non e’ mai lecito discorrere in un sistema (pur semi-aperto) di civil law, che ammette e legittima, esaurendone in se’ la portata innovativa, l’interpretazione estensiva e l’integrazione analogica, anch’essa condotta pur sempre ex lege ovvero ex iure.
Merito della sentenza e’ senz’altro quello di aver distinto tra due situazioni apparentemente simili, ma in realta’, sul piano giuridico, tra loro assai diverse. Al contrario di quanto avviene nel caso di prescrizione di farmaci teratogeni, la errata o mancata diagnosi non rileva ex se, sul piano eziologico, con riguardo alla genesi della patologia sofferta dal bambino, vicenda per la quale i genitori possono conseguentemente lamentare, nei confronti dei sanitari, la sola omissione di informazione circa lo stato di salute del feto per avere tale difetto di informazione di fatto impedito alla madre di potersi determinare ad un aborto terapeutico nei termini e alle condizioni previste dalla legge.
Meno condivisibile appare, per le ragioni che in seguito meglio si approfondiranno, il principio, ribadito in obiter, della irrisarcibilita’ del danno direttamente subito dal neonato, che ad avviso del collegio perpetua lo stesso equivoco concettuale immanente alla sentenza n. 14488/2004: quello secondo il quale il nato non ha comunque diritto ad alcun risarcimento del danno per essere venuto alla vita, in quanto privo della titolarita’ di un interesse a non nascere.
La contraddizione in materia di diritti del concepito sta proprio, da un lato, nel considerarlo (a torto o a ragione), in fase prenatale, soggetto di diritto e percio’ centro di imputazione di alcuni diritti, della personalita’ e patrimoniali – da far valere solo se ed in quanto nato -; dall’altro, nel riservargli, alla nascita un trattamento di non-persona, disconoscendone sostanzialmente gli aspetti piu’ intimi e delicati della sua esistenza.
La concezione della vita come oggetto di tutela, da parte dell’ordinamento, in termini di “sommo bene”, di alterita’ normativa superiorem non recognoscens – di talche’ non potrebbe in alcun modo configurarsi un interesse a non nascere giuridicamente tutelato (al pari di un interesse a non vivere una non-vita, come invece condivisibilmente riconosciuto da questa stessa corte con la sentenza 16 ottobre 2007, n. 21748) – e’ percorsa da forti, aneliti giusnaturalistici, ma e’ destinata a cedere il passo al raffronto con il diritto positivo.
Decisiva appare, difatti, la considerazione secondo cui, al momento stesso in cui l’ordinamento giuridico riconosce alla madre il diritto di abortire, sia pur nei limiti e nei casi previsti dalla legge, si palesa come incontestabile e irredimibile il sacrificio del “diritto” del feto a venire alla luce, in funzione della tutela non soltanto del diritto alla procreazione cosciente e responsabile (Legge n. 194 del 1978, articolo 1), ma dello stesso diritto alla salute fisica o anche soltanto psichica della madre. Mentre non vi sarebbe alcuno spatium comparationis se, a confrontarsi, fossero davvero, in una comprovata dimensione di alterita’ soggettiva, un (superiore) diritto alla vita e un (“semplice”) diritto alla salute mentale.
E’ questo l’insegnamento, oltre che del giudice delle leggi, della stessa Corte internazionale di Strasburgo che, con (ancora inedita) sentenza dell’agosto di quest’anno, ha dichiarato la sostanziale incompatibilita’ di buona parte della Legge n. 40 del 2004 in tema di fecondazione assistita (che, comunque, consentiva anche nell’originaria formulazione il sacrificio di due dei tre embrioni fecondati in vitro), per (illogicita’ e) contraddittorieta’, proprio con la legge italiana sull’interruzione della gravidanza, cosi’ mettendo in discussione ab imo la stessa ratio ispiratrice di quella normativa, gia’ considerevolmente vulnerata in non poche disposizioni dalla Corte costituzionale nel 2009.
Troppo spesso si dimentica che una norma statuale di rango primario, piu’ volte legittimata dal vaglio della Corte costituzionale, riconosce alla madre il diritto ad interrompere la gravidanza quando questa si trovi “in circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternita’ comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche o sociali o familiari, o alle circostanze in cui e’ avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito” (cosi’ testualmente la Legge n. 194 del 1978, articolo 4).
Appare di indiscutibile efficacia la scelta lessicale di un legislatore che descrive la situazione giuridica soggettiva attribuita alla gestante in termini di diritto alla procreazione cosciente e responsabile, a lei rimesso in termini di assoluta quanto inevitabile esclusivita’.
Il diritto alla procreazione cosciente e responsabile e’, dunque, attribuito alla sola madre, per espressa volonta’ legislativa, si’ che risulta legittimo discorrere, in caso di sua ingiusta lesione, non di un diritto esteso anche al nascituro in nome di una sua declamata soggettivita’ giuridica, bensi’ di propagazione intersoggettiva degli effetti diacronici dell’illecito (come incontestabilmente ammesso nei confronti del padre) – salvo l’indispensabile approfondimento (che di qui a breve seguira’) sul tema della causalita’ in relazione all’evento di danno in concreto lamentato dal minore nato malformato.
Altra e diversa questione e’ quella se la facolta’ riconosciuta ex lege alla madre di interrompere volontariamente la gravidanza – consentendole di porre fine, con la propria manifestazione di volonta’, allo sviluppo del feto – possa ritenersi rappresentativa di un esclusivo interesse della donna, e non piuttosto anche del nascituro. Questione, peraltro, di stampo etico, filosofico, religioso, che pone all’interprete interrogativi destinati a scorrere su di un piano metagiuridico di coscienza, ma non impone la ricerca di risposte ne’ tampoco di soluzioni sul piano del diritto positivo, postulando che l’interesse alla procreazione cosciente e responsabile non sia solo della madre, ma altresi’ del futuro bambino, e cio’ anche quando questo si trovi ancora nel ventre materno. La titolarita’ del relativo diritto soggettivo, riconosciuto espressamente dalla Legge n. 194 del 1978, articolo 1, non puo’ che spettare, si ripete, alla sola madre, in quanto solo alla donna e’ concessa (dalla natura prima ancora che dal diritto) la legittimazione attiva all’esercizio del diritto di procreare coscientemente e responsabilmente valutando le circostanze e decidendo, alfine, della prosecuzione o meno di una gravidanza che vede la stessa donna co-protagonista del suo inizio, ma sola ed assoluta responsabile della sua prosecuzione e del suo compimento.
Il rigoroso meccanismo legislativo, in consonanza con quello di natura, esclude tout court la possibilita’ che il bambino, una volta nato, si dolga nei confronti della madre, come pure si e’ talvolta ipotizzato seguendo gli itinerari del ragionamento per
assurdo, della scelta di portare avanti la gravidanza accampando conseguentemente pretese risarcitorie. E’ la madre, infatti, che, esercitando un diritto iure proprio (anche se, talvolta, nell’interesse non soltanto proprio, pur essendo tale interesse confinato nella sfera dell’irrilevante giuridico), decidera’ presuntivamente per il meglio: ne’ potrebbe darsi ipotesi contraria, a conferma della mancanza di una reale soggettivita’ giuridica in capo al nascituro.
A tanto consegue la non condivisibilita’, sul piano strettamente giuridico, della ricostruzione delle singole situazioni soggettive (della madre, del padre, dei componenti il nucleo familiare, del neonato stesso) che postulino in premessa l’esistenza, in capo al nascituro, di un diritto a nascere sano, contrapposto idealmente ad un non diritto “a non nascere se non sano”. Altra questione, del tutto fuori dall’orbita del diritto, e’ quella che vede tuttora discutersi a vario titolo sulla scelta legislativa di consentire alla madre di scegliere se proseguire o meno la gravidanza in presenza di determinate condizioni. Compiuta una simile opzione normativa da parte del legislatore ordinario, e ricevuta ripetuta e tranquillante conferma della sua conformita’ al dettato costituzionale da parte del giudice delle leggi, l’interprete e’ chiamato non ad un compito “creativo” di pretese soggettivita’ limitate, ma all’accertamento positivo di un diritto, quello della madre, e di un interesse, quello del nascituro (una volta in vita), oggetto di tutela da parte dell’ordinamento, alla procreazione cosciente e responsabile.
Sara’ poi destinata alle considerazioni che di qui a breve seguiranno l’analisi della questione centrale della causalita’, la questione, cioe’, se ledere un siffatto interesse abbia come conseguenza diretta ed immediata quella di porre il nascituro malformato in condizioni di diseguaglianza rispetto agli altri nascituri, e se tale condotta lesiva sia o meno concausa del suo diritto al risarcimento, da valutare anche sotto il profilo del suo inserimento in un ambiente familiare nella migliore delle ipotesi non preparato ad accoglierlo.
Sgombrato il campo dall’equivoco che si annida nella poco felice locuzione “diritto a non nascere se non sano”, e ricondotta la vicenda alla sua piu’ corretta dimensione giuridica, il principio di diritto che appare predicabile e’ quello secondo il quale la propagazione intersoggettiva dell’illecito legittima un soggetto di diritto, quale il neonato, per il tramite del suo legale rappresentante, ad agire il giudizio per il risarcimento di un danno che si assume in ipotesi ingiusto (tuttora impregiudicata la questione del nesso causale e dell’ingiustizia del danno lamentato come risarcibile in via autonoma dal neonato).
Ritiene, pertanto, il collegio che la protezione del nascituro non passi necessariamente attraverso la sua istituzione a soggetto di diritto – ovvero attraverso la negazione di diritti del tutto immaginar, come quello a “non nascere se non sano”, locuzione che semplicemente non rappresenta un diritto; come non e’ certo riconducibile ad un diritto del concepito la piu’ ferma negazione, da parte dell’ordinamento (non soltanto italiano), di qualsiasi forma di aborto eugenetico.
E’ tanto necessario quanto sufficiente, di converso, considerare il nascituro oggetto di tutela, se la qualita’ di soggetto di diritto (evidente astrazione rispetto all’essere vivente) e’ attribuzione normativa funzionale all’imputazione di situazioni giuridiche e non tecnica di tutela di entita’ protette. Nessuna rilevanza, in positivo o in negativo, pare assumere all’uopo il pur fondamentale principio della centralita’ della persona, universalmente riconosciuto e tutelato a qualsiasi livello normativo, ma inidoneo ex se a rientrare nel novero delle vere e proprie “clausole generali” (quali quelle della correttezza, della buona fede, della funzione sociale della proprieta’, della giusta causa del licenziamento, della cooperazione del creditore all’adempimento del debitore, della solidarieta’ passiva, tutte espressamente previste, esse si’, per via normativa). La centralita’ della persona (al di la’ della significazione che si attribuisce al termine “persona”, la cui etimologia evoca peraltro l’originario significato latino di maschera del teatro) e’ qualcosa di piu’ e di diverso rispetto ad una semplice clausola generale, e’ un “valore assoluto”, rappresentabile esso stesso come proiezione di altre norme (tra le altre, gli articolo 2 e 32 Cost.) e come autentico fine dell’ordinamento.
Per altro verso, una corretta e coerente attuazione dei principi cardine della giurisprudenza degli interessi (a mente, della quale la correttezza della decisione del giudice dipende dalla altrettanto corretta valutazione dello scopo delle norme, secondo una ricerca del relativo significato in una dimensione teleologica, diversamente da quanto propugnato dalla giurisprudenza dei concetti, che procede invece per progressiva astrazione da norme di sistema valutandone soltanto il corrispondente significante) sembra condurre alla conclusione che tutte le norme, costituzionali e ordinarie, volte a disciplinare il delicato territorio del concepimento considerino il concepito come un oggetto di tutela necessaria, essendo la soggettivita’ – come s’e’ detto – un’astrazione normativa funzionale alla titolarita’ di rapporti giuridici.
Ne e’ conferma tanto lo storico dictum della Corte costituzionale (di cui alla sentenza del 18 febbraio 1975, n. 27, predicativa del fondamentale principio della non equivalenza fra il diritto non solo alla vita ma anche alla salute proprio di chi e’ gia’ persona, come la madre, e la salvaguardia dell’embrione che persona deve ancora diventare) quanto le gia’ ricordate disposizioni sull’interruzione di gravidanza che, se realmente postulassero un confronto tra due diverse soggettivita’ giuridiche, e cioe’ fra due soggetti di diritto portatori di interessi e istanze contrapposte, non potrebbero mai operare una comparazione tra una malattia psichica e una vita privilegiando la prima, dovendosi di converso lasciar ovvio spazio alla vita in quanto valore supremo superiorem non recognoscens.
Sotto un ulteriore profilo, non appare seriamente predicabile l’attuale esistenza, in capo al concepito, dei pur rinvenuti “interessi personali quali il diritto all’onore, alla reputazione, all’identita’ personale”, situazioni soggettive che presuppongono una dimensione di relazioni sociali (la reputazione, l’identita’ personale) ovvero una consapevolezza di se’ (l’onore), che, ipso facto, difettano tout court al concepito sul piano naturalistico prima ancora che su quello giuridico.
Non si intende, con cio’, mettere in discussione quanto recentemente opinato da una attenta dottrina quando osserva che, malgrado il nascituro, da un punto di vista terminologico, non sia una figura rintracciabile nella nostra Costituzione, cio’ non significa che non possa essere ricondotto nell’ambito di tutela ad essa proprio. Quando la Costituzione – si afferma – riconosce l’idoneita’ a essere titolare di situazioni giuridiche attive e passive solo a chi e’ partecipe della qualita’ e dignita’ di uomo, non puo’ che fare riferimento al carattere biologico del soggetto, dal che deriva l’innegabilita’ del riconoscimento in capo al nascituro dei diritti inviolabili dell’uomo previsti dall’articolo 2 della Carta fondamentale, che esalta l’imprescindibile legame di tali diritti con la natura umana. Tale conclusione troverebbe “puntuale conferma” negli articoli 2, 30, 31, 32 e 37 Cost., mentre le stesse espressioni che fanno riferimento alla maternita’, contenute nell’articolo 31, comma 2 e articolo 37, comma 1, si saldano logicamente con la normativa per cui la maternita’ viene in rilievo come situazione esistenziale “plurima” da salvaguardare, in quanto la tutela giuridica si dirige sia verso la madre sia nei confronti del figlio, e si estende dalla gestante al nascituro. Dalla rassegna delle disposizioni del codice civile – si sostiene ancora – puo’ inoltre evincersi che l’attribuzione delle situazioni giuridiche imputabili al concepito, delle quali solo quelle di natura patrimoniale sarebbero subordinate all’evento nascita, implica necessariamente la valutazione del medesimo come centro di interessi suscettibili di tutela.
La locuzione “centro di interessi suscettibile di tutela” e’ peraltro espressione anfibologica, dalla quale e’ lecito dedurre tanto la conclusione (non necessaria) della soggettivita’ giuridica del nascituro, quanto quella, piu’ realisticamente aderente al dato normativo ed alla stessa concezione del soggetto in termini di fattispecie (come illuminantemente opinato, oltre sessant’anni fa, da uno dei piu’ illustri esponenti della civilistica italiana), in termini, cioe’, di oggetto di tutela “progressiva” da parte dell’ordinamento, in tutte le sue espressioni normative e interpretative.
Al la’ di alcune recenti e poco condivisibili formulazioni lessicali (si pensi alla tecnica normativa adoperata dal legislatore della legge 40/2004 sulla procreazione assistita, la cui improprieta’ anche terminologica ha cagionato, come si e’ avuto modo di osservare in precedenza, un inevitabile intervento abrogans di buona parte della sue disposizioni, mentre ancora piu’ recente risulta l’intervento, parimenti tranchant, della Corte di giustizia europea, che ne ha evidenziato la patente contraddittorieta’), l’intero plesso normativo, ordinario e costituzionale, sembra muovere nella direzione del concepito inteso come oggetto di tutela e non anche come soggetto di diritto. Solo a seguito dell’evento nascita, difatti, la fattispecie scrutinata dalla sentenza 10741/2009 si presento’ non diversamente da un ordinario caso di danno alla salute: la lesione inferta al concepito si manifesta e diviene attuale al momento della nascita, la situazione soggettiva tutelata e’ il diritto alla salute, non quello a nascere sano. Chi nasce malato per via di un fatto lesivo ingiusto occorsogli durante il concepimento non fa, pertanto, valere un diritto alla vita ne’ un diritto a nascere sano ne’ tantomeno un diritto a non nascere. Fa valere la lesione della sua salute, originatasi al momento del concepimento. Oggetto della pretesa e della tutela risarcitoria e’, pertanto, sul piano morfologico, la nascita malformata, su quello funzionale (quello, cioe’, del dipanarsi della vita quotidiana) il perdurante e irredimibile stato di infermita’. Non la nascita non sana. 0 la non nascita.
6.3.- I principi sinora esposti risultano gia’ in gran parte affermati da questa corte nella sentenza n. 9700 del 2011.
La pronuncia afferma, difatti, il principio di diritto secondo il quale chi sia nato successivamente alla morte del padre puo’ ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali verificati’si contemporaneamente alla nascita e/o posteriormente ad essa, essendo irrilevante la non contemporaneita’ fra la condotta dell’autore dell’illecito (che ben puo’ realizzarsi durante la fase del concepimento) e il danno (che ben puo’ prodursi successivamente, come gia’ opinato da questa stessa corte, in sede penale, con la sentenza n. 11625 del 2000).
Cosi’ modificata la tesi espressa da questo stesso giudice di legittimita’ con una risalente pronuncia (Cass. n. 3467 del 1973, affermativa del carattere eccezionale, e dunque di stretta interpretazione, delle disposizioni di legge che, in deroga al principio generale dettato dall’articolo 1 c.c., comma 1, prevedono la tutela dei diritti del nascituro), La Corte ritenne irrilevante la questione della soggettivita’ giuridica del concepito, e comunque impredicabile una sua giuridica configurazione al fine di affermare il diritto del nato al risarcimento “non potendo, d’altro canto, quella soggettivita’ evincersi dal fatto che il feto e’ fatto oggetto di protezione da parte dell’ordinamento”, in evidente e consapevole adesione all’insegnamento della civilistica classica, uno dei cui piu’ autorevoli esponenti ebbe efficacemente ad evidenziare come la soggettivita’ giuridica trovi il suo normale svolgimento nella capacita’ giuridica (impregiudicata la questione della soggettivita’ indipendente dalla capacita’ degli enti impersonali, che rileva piuttosto sotto il profilo dell’attitudine alla titolarita’ di rapporti giuridici attivi e passivi, in guisa di soggetti di diritto – e dal diritto espressamente contemplati e disciplinati sul piano funzionale – come attualmente esistenti, a differenza del nascituro).
D’altronde, non e’ senza significato la circostanza per la quale sono rimasti privi di seguito, non essendo mai stati discussi neppure in commissione, i due disegni e le due proposte di legge presentati nel corso dell’attuale legislatura, sia al Senato che alla Camera, volti a modificare l’articolo 1 c.c., comma 1, sostituendone il testo originario nel senso che “ogni essere umano ha la capacita’ giuri’dica fin dal momento del concepimento”.
La sentenza 9700/2011 evidenzio’ ancora, con argomentazioni che questo collegio interamente condivide, come il diritto di credito di natura risarcitoria appartenesse alla figlia in quanto nata orfana, e come tale destinata a vivere senza la figura paterna, mentre la circostanza che il padre fosse deceduto prima della sua nascita per fatto imputabile a responsabilita’ di un terzo assumeva significato nella sola misura in cui condotta ed evento materiale costituenti l’illecito si erano gia’ verificati prima che ella nascesse, ma non anche che prima di nascere ella potesse avere acquistato il diritto di credito al risarcimento. Questo, difatti, postula la lesione di una situazione giuridica tutelata dall’ordinamento, da identificarsi, nella specie, con il diritto al godimento del rapporto parentale, diritto certamente inconfigurabile prima della nascita, cosi come solo successivamente alla nascita si verificano le conseguenze pregiudizievoli che dalla lesione del diritto derivano.
Del rapporto col padre – si legge ancora in sentenza – la figlia e’ stata privata nascendo, non prima che nascesse. In precedenza, esistevano solo le condizioni ostative al suo insorgere per la gia’ intervenuta morte del padre che la aveva concepita: ma la mancanza del rapporto interpersonale, del legame emozionale che connota la relazione tra padre e figlio e’ divenuta attuale quando la figlia e’ venuta alla luce.
In quel momento si e’ dunque verificata la propagazione intersoggettiva dell’effetto dell’illecito “per la lesione del diritto della figlia (non del feto) al rapporto col padre, e nello stesso momento e’ sorto il suo diritto di credito al risarcimento, del quale e’ dunque diventato titolare un soggetto fornito della capacita’ giuridica per essere nato”.
La sentenza esclude, infine, che possa revocarsi in dubbio l’esistenza di un nesso di causalita’ fra illecito e danno, inteso questo come insieme di conseguenze pregiudizievoli derivate dall’evento (morte del padre): il figlio cui sia impedito di svilupparsi nell’ambito di questo rapporto genitoriale ne puo’ riportare un pregiudizio che costituisce un danno ingiusto indipendentemente dalla circostanza che egli fosse gia’ nato al momento della morte del padre o che, essendo solo concepito, sia nato successivamente (in tal senso, gia’ Cass. 22 novembre 1993, n. 11503 e Cass. 9 maggio 2000, n. 5881, pur se non condivisibilmente contraddette, di recente – con motivazione, peraltro, meramente assertiva – da Cass. 21 gennaio 2011, n. 1410).
Pur se non direttamente investita della questione che occupa invece oggi il collegio, la sentenza in discorso avrebbe concluso, con un breve quanto significativo obiter dictum, nel senso che, nelle modalita’ di insorgenza del diritto al risarcimento, il caso scrutinato non si differenziava da quello della lesione colposamente cagionata al feto durante il parto (dunque prima della nascita), da cui derivi, dopo la nascita, il diritto del nato al risarcimento per il patito danno alla salute (danno da lesione del diritto alla salute, dunque, e non gia’ del cosiddetto “diritto a nascere sano”, che costituisce soltanto l’espressione verbale di una fattispecie costituita dalla lesione provocata al feto, ma che non e’ ricognitiva di un diritto preesistente in capo al concepito, che il diritto alla salute acquista solo con la nascita), aggiungendo poi che, “in altro ambito, null’altro che espressiva di una particolare fattispecie e’ la locuzione diritto a non nascere se non sano, alla cui mancanza, in passato, si e’ correlata la risposta negativa al quesito relativo al se sia configurabile il diritto al risarcimento del nato geneticamente malformato nei confronti del medico che non abbia colposamente effettuato una corretta diagnosi in sede ecografica ed abbia cosi’ precluso alla madre il ricorso all’interruzione volontaria della gravidanza, che ella avrebbe in ipotesi domandato”. Onde “la diversa costruzione che il collegio ritiene corretta consentirebbe invece, nel caso sopra descritto, una volta esclusa l’esigenza di ravvisare la soggettivita’ giuridica del concepito per affermare la titolarita’ di un diritto in capo al nato, di riconoscere il diritto al risarcimento anche al nato con malformazioni congenite e non solo ai suoi genitori, come oggi avviene, sembrando del tutto in linea col sistema e con la diffusa sensibilita’ sociale che sia esteso al feto lo stesso effetto protettivo (per il padre) del rapporto intercorso tra madre e medico; e che, come del resto accade per il padre, il diritto al risarcimento possa essere fatto valere dopo la nascita anche dal figlio il quale, per la violazione del diritto all’autodeterminazione della madre, si duole in realta’ non della nascita ma del proprio stato di infermita’ (che sarebbe mancato se egli non fosse nato)”.
La pronuncia del 2011, pur senza affermarlo espressamente, ascrive pertanto la vicenda risarcitoria alla categoria dei danni futuri: a quei danni, cioe’, che al tempo della consumazione della condotta illecita non si sono ancora (o non si sono del tutto) prodotti pur in presenza di elementi presuntivi idonei a ritenere che il pregiudizio si produrra’ (in argomento, funditus, Cass. 4 febbraio 1992, n. 1147), senza che osti a tale ricostruzione il dato letterale dell’articolo 2043 c.c., che discorre di condotta dolosa o colposa che cagiona “ad altri” un danno ingiusto, ma non esige per questo l’attuale esistenza del danneggiato al tempo della condotta lesiva.
6.4.- Va peraltro precisato come fermo convincimento del collegio sia quello per cui l’evaporazione della questione della soggettivita’ giuridica del concepito non conduca punto a rinnegare l’evoluzione subita, in materia, dal nostro ordinamento dal 1942 ad oggi, tanto alla luce delle norme costituzionali, quanto del ruolo sempre piu’ incisivo delle fonti sovranazionali.
Non ignora, difatti, il collegio che l’interpretazione dell’articolo 1 c.c. non puo’ prescindere da un dato storico certo, quello secondo il quale il codice del 1942 nasce dalla fusione delle leggi civili con i principi fondamentali del diritto commerciale, e dalla conseguente unificazione dei testi normativi rappresentati dal codice di commercio e da quello civile. La struttura portante del codice cosi’ unificato corre dunque lungo l’asse dei rapporti intersoggettivi di tipo patrimoniale piuttosto che attraversare il territorio dei diritti della persona e della personalita’.
E’ del pari innegabile che nell’attuale periodo storico, caratterizzato ab imis dalla entrata in vigore della Costituzione repubblicana, la persona – la sua liberta’, la sua dignita’ assurge via via a rango di primo motore immobile dell’ordinamento giuridico e della sua interpretazione. Lo stesso giudice delle leggi, con specifico riguardo alla posizione del concepito, ne consacrera’ a piu’ riprese un inviolabile interesse alla protezione, sua e della sua vita (particolarmente significativa, al riguardo, la pronuncia 10 febbraio 1997, n. 35). Ne’ puo’ seriamente dubitarsi che l’evoluzione legislativa abbia introdotto una congerie di norme che prendono in considerazione il concepito in quanto tale, come ha avuto cura di evidenziare la citata sentenza 10741 del 2009.
Ma tale, apprezzabile, condivisibile e probabilmente inevitabile evoluzione del costume legislativo ed interpretativo non conduce, ipso facto, all’approdo necessario della soggettivita’ del concepito.
Non convince, difatti, la pur suggestiva riflessione recentemente svolta da un’attenta dottrina su di un piano rigorosamente normativo (e dunque a prescindere da considerazioni etiche, filosofiche, teologiche) a sostegno della teoria della soggettivita’ del nascituro.
Essa si fonda sulla generale portata precettiva dell’articolo 320 c.c., comma 1, – che attribuisce ai genitori la rappresentanza non solo dei figli nati, ma anche dei nascituri, onde “nell’interpretazione di un linguaggio tecnico come e’ quello giuridico, non sarebbe revocabile in dubbio che ogni forma di rappresentanza, ivi compresa quella legale, e’ effettivamente tale se c’e’ alterita’ soggettiva fra rappresentante e rappresentato e, dunque, se il rappresentato e’ il soggetto giuridico in nome del quale il rappresentante agisce”.
L’argomento in realta’ prova troppo, perche’ le stesse norme sulla rappresentanza, in ragione della predicata alterita’ soggettiva, esigono in capo al rappresentato non soltanto la capacita’ giuridica, ma altresi’ quella di agire, limitando al rappresentante la sola capacita’ di intendere e di volere (se tale rappresentanza e’ conferita dall’interessato). Ne consegue che la “rappresentanza” disciplinata dall’articolo 320 si’ come riferita al nascituro e’ istituto affatto peculiare, di portata sicuramente eccezionale, altrettanto certamente limitato al campo dei diritti patrimoniali. E cio’ proprio in conseguenza di quella che altra, pensosa dottrina ha dal suo canto definito “la singolarita’ della relazione tra madre e nascituro, che fa di ogni decisione riguardo al figlio una decisione della madre”, in una relazione non di alterita’ ma di immedesimazione, questa si’, realmente “organica” (come implicitamente affermato nell’ordinanza 31.3.1988 n. 389 della Corte costituzionale, che dichiaro’, con motivazione tranchant, del tutto inammissibile la questione di legittimita’ costituzionale della Legge n. 194, articolo 5 nella parte in cui non riconosceva rilevanza alla volonta’ del padre).
Per altro verso, lungi dall’apparire “irrazionale”, appare perfettamente compatibile con la concezione del nascituro inteso come oggetto di tutela e non come soggetto di diritto la disposizione dell’articolo 578 c.p. – che punisce la madre che non solo cagiona la morte del proprio neonato subito dopo il parto, ma anche del feto durante il parto, prima che questo si distacchi definitivamente dal proprio organismo -, poiche’ non pare seriamente discutibile la piena equiparazione delle due situazioni sul piano naturalistico prima ancora che giuridico, una volta che il parto abbia avuto inizio.
L’indiscutibile e indiscussa rilevanza giuridica del concepito nel nostro ordinamento, pur a volerne condivisibilmente predicare, come parte della dottrina esige a gran voce, un innegabile “carattere generale”, non limitato ne’ limitabile ad ipotesi puntuali, non ha pertanto come ineludibile conseguenza la creazione ex nihilo di una sua soggettivita’, ma si sostanzia, si ripete, nel riconoscimento, ben piu’ pregnante e pragmatico, della sua qualita’ di oggetto speciale di tutela da parte dell’ordinamento.
Cosi’ affrancando il discorso giuridico (come osservera’, di recente, una avveduta dottrina) “dai pantani della soggettivita’, onde assegnare al concepito garanzie di difesa senza obbligare l’interprete alla necessita’ pregiudiziale di attribuirgli qualita’ soggettive nel significato e con le conseguenze che il diritto riconosce a tale concetto”, e finalmente liberi “dalle categorie metafisiche costituite dalla triade concettuale personalita’, soggettivita’, capacita'”, la questione della protezione del concepito non si discosta da quella della protezione dell’essere umano, nel senso che sara’ compito di un essere umano gia’ vivente assicurare tutela a chi (come magistralmente insegnato dalla Corte costituzionale) essere umano deve ancora diventare. E’ sotto questo profilo che va fermamente respinta l’opinione di chi, dalla risarcibilita’ del danno da nascita malformata, pretende di inferire l’esistenza (e la rilevanza giuridica) di un diritto ad essere abortito quale rivendicazione propria del nascituro/soggetto di diritto, alla stregua di un preteso principio costituzionale di parita’ di trattamento, tutte le volte che tale diritto all’aborto sarebbe stato esercitato dalla madre se opportunamente informata della malformazione su sua esplicita richiesta. Sostenere – come a piu’ riprese e’ stato sostenuto, specie in seno alla dottrina francese all’indomani della sentenza Perruche – che, se alla madre e’ consentito evitare la nascita in vista di una possibile malattia psichica, sarebbe del tutto contrario al principio di uguaglianza negare il medesimo diritto al minore, risulta una evidente aporia, proprio perche’ il diritto vantato dal minore non e’ affatto volto alla sua soppressione “ora per allora”, ne’ tantomeno alla rivendicazione di dover nascere sano ovvero di dover non nascere se non sano in attuazione di una ipotetica quanto inconcepibile eugenetica postnatale, ma alla riparazione di una condizione di pregiudizio per via di un risarcimento funzionale ad alleviarne sofferenze e infermita’, talora prevalenti sul valore della vita stessa.
7.- All’esito della ricognizione tanto delle pronunce piu’ significative rese in subiecta materia da questa corte, quanto del sempre fondamentale contributo della dottrina (ancor piu’ necessario tutte le volte che il diritto e’ chiamato ad affrontare tematiche che trascendono la funzione sua propria e gli strumenti di analisi di cui dispone), sembra potersi avviare ad appagante soluzione la questione processuale sottoposta all’esame del collegio nella sua dimensione rigorosamente giuridica, e altrettanto rigorosamente ancorata al dato normativo (e dunque scevra da facili suggestioni etiche, filosofiche, o anche solo “creative”).
Vanno conseguentemente analizzati tutti gli elementi della fattispecie concreta onde inferirne la legittima riconducibilita’ alla fattispecie astratta dell’illecito aquiliano in tutti i suoi elementi di struttura cosi’ come descritti dall’articolo 2043 c.c..
Premesso che l’analisi delle questioni relative ai criteri di valutazione del danno, che pur completerebbe l’indagine, e’ preclusa dall’estraneita’ del tema al presente giudizio, il collegio ritiene necessario condurre l’esame della fattispecie con riguardo:
– al soggetto legittimato ad agire (rectius alla legittimazione soggettiva attiva);
– all’oggetto della tutela;
– all’evento di danno;
– al nesso causale;
– alla colpa dell’agente;
– ai presupposti normativi della richiesta risarcitoria (Legge n. 194 del 1978, articoli 4 e 6);
– ai presupposti fattuali della domanda risarcitoria (la richiesta di diagnosi funzionale all’aborto da parte della gestante);
– alla titolarita’ del diritto di rappresentanza nell’esercizio del diritto al risarcimento (e all’eventuale conflitto di interessi con i genitori);
– al riparto degli oneri probatori.
La Corte non ritiene, difatti, del tutto appagante, nel dar vita ad un cosi’ significativo revireraent rispetto alle pronunce del 2004 e del 2009, ne’ l’evocazione di quella sensazione di sotterfugio cui ricorrerebbe la giurisprudenza per riconoscere il risarcimento in via indiretta all’handicappato, ne’ la pur suggestiva considerazione volta a rilevare la contraddizione logica del riconoscere il risarcimento del danno ai genitori e non riconoscerlo al minore nato con la malattia, contraddizione resa ancor piu’ evidente se il risarcimento e’ riconosciuto non solo alla gestante, poiche’ e’ stato leso il suo diritto ad interrompere la gravidanza, ma anche al marito della stessa (che non ha un tale diritto), sol perche’ e’ diventato padre di un bambino anormale.
Alla luce delle considerazioni che precedono, non sembra seriamente discutibile la predicabilita’ di una legittimazione attiva del neonato in proprio all’azione di risarcimento.
Superate le suggestioni rappresentate dall’ostacolo “ontologico” – l’impossibilita’ per un essere vivente di esistere come soggetto prima della sua vita – e convertita in questione giuridica la posizione del soggetto che, attualmente esistente, avanza pretese risarcitorie (cio’ che sposterebbe il piano dell’analisi non sul versante della legittimazione soggettiva astratta, ma della titolarita’ concreta del rapporto controverso) e prescindendo del tutto, per il momento, dall’analisi degli ulteriori elementi della fattispecie (id est il diritto leso, l’evento di danno, la sua ingiustizia, il nesso di causalita’), va riconosciuto al neonato/soggetto di diritto/giuridicamente capace (articolo 1 c.c.) il diritto a chiedere il risarcimento dal momento in cui e’ nato. Sul piano giuridico (che, non va dimenticato, e’ dimensione meta-reale del pensiero, nella quale le stesse categorie spazio/tempo si annullano o si modificano, se si pensa al commercio elettronico o alla retroattivita’ della condizione sospensiva) nulla sembra diversificare la situazione soggettiva dell’avente diritto al risarcimento conseguente alla nascita malformata da quelle tradizionali pratiche testamentarie di diritto comune attraverso le quali vengono riconosciuti e attribuiti diritti ad una “persona” che ancora deve nascere. Ne’ rileva, ai fini’ della predicabilita’ di tale legittimazione soggettiva, la specularita’ del senso dell’operazione – poiche’ non di una volonta’ ascendente che istituisce un soggetto che nascera’ si tratta, bensi’ di un soggetto che, alla sua nascita, istituisce retroattivamente se’ stesso, divenendo cosi’ titolare di un diritto soggettivo nuovo, il cui esercizio non richiede, peraltro, la finzione di un soggetto di diritto prenatale.
Soggetto “autore” del minore malformato non e’, pertanto, l’ascendente, il testatore, il donante, ma se’ stesso. Ben piu’ che un nuovo diritto soggettivo, il riconoscimento di tale legittimazione istituisce un nuovo soggetto autonomo, al punto che la qualita’ innata della sua vita diviene un diritto esigibile della persona, senza che – come e’ stato assai suggestivamente scritto – “questo nuovo soggetto di diritto divenga un mostro senza passato”. E senza che, va aggiunto, la sua pretesa risarcitoria appaia una mostruosita’ senza passato, confondendo il tempo della vita con il tempo della costruzione (e della finzione) giuridica.
L’assemblea plenaria della corte di cassazione francese, nell’ammettere la legittimita’ della richiesta risarcitoria in proprio del piccolo (OMISSIS), si limito’ ad osservare che questi aveva effettivamente subito un pregiudizio risultante dall’handicap particolarmente grave da cui era afflitto, specificando che la causalita’ non potesse, nella specie, essere ridotta alla sua dimensione scientifica o logica, ma andasse intesa in senso “giuridico”.
La sentenza, vivacemente contestata, pose e pone tuttora un problema di non poco momento: quello, cioe’, di individuare con esattezza la situazione soggettiva di cui si lamenta la lesione, onde ricondurla al conseguente evento di danno che, da quella lesione, ebbe a generarsi (per poi ricondurre ancora la condotta colpevole alla lesione della situazione soggettiva ed all’evento valutato in termini di contra ius).
E’ convincimento del collegio che la domanda risarcitoria avanzata personalmente dal bambino malformato trovi il suo fondamento negli articoli 2, 3, 29, 30 e 32 Cost..
Il vulnus lamentato da parte del minore malformato, difatti, non e’ la malformazione in se’ considerata – non e’, in altri termini, l’infermita’ intesa in senso naturalistico (o secondo i dettami della scienza medica), bensi’ lo stato funzionale di infermita’, la condizione evolutiva della vita handicappata intese come proiezione dinamica dell’esistenza che non e’ semplice somma algebrica della vita e dell’handicap, ma sintesi di vita ed handicap, sintesi generatrice di una vita handicappata.
E’ violato il dettato dell’articolo 32 Cost., intesa la salute non soltanto nella sua dimensione statica di assenza di malattia, ma come condizione dinamico/funzionale di benessere psicofisico – come testualmente si legge nel Decreto Legislativo n. 81 del 2008, articolo 1, lettera o), e come recentemente riaffermato da questa stessa Corte con la sentenza 16 ottobre 2007, n. 21748.
la violazione della piu’ generale norma dell’articolo 2 Cost., apparendo innegabile la limitazione del diritto del minore allo svolgimento della propria personalita’ sia come singolo sia nelle formazioni sociali;
dell’articolo 3 Cost., nella misura in cui si rendera’ sempre piu’ evidente la limitazione al pieno sviluppo della persona;
degli articoli 29, 30 e 31 Cost., volta che l’arrivo del minore in una dimensione familiare “alterata” (come lascia presumere il fatto che la madre si fosse gia’ emotivamente predisposta, se correttamente informata della malformazione, ad interrompere la gravidanza, in previsione di una sua futura malattia fisica o psichica al cospetto di una nascita dichiaratamente indesiderata) impedisce o rende piu’ ardua la concreta e costante attuazione dei diritti-doveri dei genitori sanciti dal dettato costituzionale, che tutela la vita familiare nel suo libero e sereno svolgimento sotto il profilo dell’istruzione, educazione, mantenimento dei figli.
Tali situazioni soggettive, giuridicamente tutelate e giuridicamente rilevanti, sono pertanto riconducibili non alla sola nascita ne’ al solo handicap, bensi’ alla nascita ed alla futura vita handicappata intesa nella sua piu’ ampia accezione funzionale, la cui “diversita'” non e’ discriminata in un giudizio metagiuridico di disvalore tra nascita e non nascita, ma soltanto tutelata, rispettata ed alleviata per via risarcitoria.
Non e’ a discorrersi, pertanto, di non meritevolezza di una vita handicappata, ma una vita che merita di essere vissuta meno disagevolmente, attribuendo direttamente al soggetto che di tale condizione di disagio e’ personalmente portatore il dovuto importo risarcitorio, senza mediazioni di terzi, quand’anche fossero i genitori, ipoteticamente liberi di utilizzare il risarcimento a loro riconosciuto ai piu’ disparati fini.
Non coglie dunque nel segno la ulteriore critica, mossa dai sostenitori della non risarcibilita’ autonoma del danno da nascita malformata, che nega ogni legittimazione ad agire al minore in nome di un preteso rispetto della sua dignita’ sull’assunto per cui qualificare la nascita in termini di pregiudizio costituirebbe una mancanza di rispetto alla dignita’ del minore.
Tralasciando ogni considerazione in ordine ad una tale concezione della dignita’ umana (dichiaratamente ostile al soggettivismo della modernita’ dei diritti dell’uomo, e funzionale ad un’idea che non di diritto dell’uomo in quanto individuo si discorra, bensi’ di diritti del genere umano come tali opponibili allo stesso individuo onde assoggettarlo ad obblighi verso questa generica qualita’ umana che lo trascende, con conseguente negazione del fondamentale rapporto dell’individuo con se’ stesso in una non negoziabile dimensione di suitas), va osservato che un vulnus alla propria dignita’ cosi’ concepito confonde la dimensione giuridica della richiesta individuale di risarcimento di un pregiudizio altrettanto individuale da parte della vittima di quel pregiudizio con la dimensione etica dell’attentato pregiudizievole non al se’ individuale, ma ad una pretesa alterita’ trascendente che alberga nel singolo essere umano in quanto rappresentante di un genere.
Al di la’ della condivisibilita’ sul medesimo piano dell’etica di tale concezione, e’ innegabile che essa si pone del tutto fuori dal territorio segnato dalle norme giuridiche e dalla relativa interpretazione. Deve pertanto concludersi che l’interesse giuridicamente protetto, del quale viene richiesta tutela da parte del minore ai sensi degli articoli della Carta fondamentale dianzi citati, e’ quello che gli consente di alleviare, sul piano risarcitorio, la propria condizione di vita, destinata a una non del tutto libera estrinsecazione secondo gli auspici dal Costituente: il quale ha identificato l’intangibile essenza della Carta fondamentale nei diritti inviolabili da esercitarsi dall’individuo come singolo e nelle formazioni sociali ove svolgere la propria personalita’, nel pieno sviluppo della persona umana, nell’istituzione familiare, nella salute.
Come accade in altro meno nobile territorio del diritto, e cioe’ in tema di nullita’ negoziale, l’interprete si trova al cospetto non gia’ di una qualificazione giuridica negativa di un fatto (che ne consentirebbe uno speculare parallelismo con la corrispondente qualificazione positiva), bensi’ di una inqualificazione giuridica tout court.
Cio’ che e’ giuridicamente in-qualificato non ha cittadinanza nel mondo del diritto, onde la assoluta irrilevanza dell’affermazione secondo la quale “nessuno potrebbe preferire la non vita alla vita”, funzionale ad un “dovere di vivere” – ancora una volta relegato entro i confini di una specifica visione e dimensione etica delle vicende umane priva di seri riscontri normativi, come gia’ affermato da questa Corte, in tema di diritti di fine vita con la gia’ ricordata sentenza del 2007 – che in nessun caso puo’ costituire legittimo speculum, sul piano normativo, del diritto individuale alla vita. Il ragionamento apparentemente sillogistico, elaborato da gran parte della dottrina francese all’indomani del caso Perruche, secondo cui “sarebbe insanabilmente contraddittorio considerare che il bambino handicappato, una volta nato, possa usare la sua acquisita qualita’ di soggetto di diritti per chiedere il risarcimento del danno risultante dal fatto di non essere stato abortito dalla madre, cosa che gli avrebbe impedito di diventare soggetto di diritti”, perde ogni ragionevole senso alla luce di quanto sinora esposto circa l’aspetto soggettivo ed oggettivo della vicenda: l’obiezione caratterizza, difatti, l’enunciato in termini di esigenza meramente logico-discorsiva, che non impone al soggetto un obbligo di vivere, ma un dovere linguistico di non affermare nulla che possa portarlo a predicare se’ stesso come inesistente.
Tutto cio’ resta ai margini del discorso giuridico, cosi’ come estraneo al diritto positivo, se non nei limiti del suo altrettanto positivo recepimento in norme (ove esistenti), e’ una considerazione razionale della natura dell’uomo che ne implichi un obbligo di vivere, avendo di converso l’ordinamento positivo eletto ad essenza dei diritti dell’uomo, prima ancora della dignita’ (diversamente dall’ordinamento tedesco, in conseguenza della storia di quel popolo) la liberta’ dell’individuo, che si autolimita nel contratto sociale, ma resta intatta nei confronti di se’ stesso, in una dimensione dell’essere che legittima alfine anche il non fare o il rifiutare.
7.5.- La condotta colpevole.
7.6.- Gli oneri probatori.
7.7.- La rappresentanza del minore.
9.- In applicazione dei suindicati principi di diritto, il giudice del rinvio, da designarsi nella stessa Corte d’appello di Venezia, in diversa composizione, nel regolare anche le spese del giudizio di legittimita’, e’ chiamato a rivalutare ex novo la fondatezza della richiesta risarcitoria sia della minore, sia dei suoi familiari.
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