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Timestamp: 2017-11-20 13:22:09+00:00
Document Index: 98902949

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 10', 'sentenza ', 'art. 136', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 6', 'art. 3', 'art. 27', 'art. 24', 'art. 10', 'art. 3', 'art. 6', 'art. 10', 'art. 3']

Tribunale di Salerno, Sezione Distaccata di Amalfi, Ordinanza 13 febbraio 2006
Una seconda ordinanza sull'illegittimità costituzionale della ex-Cirielli
esaminata la richiesta avanzata dal difensore di M. L., imputato dei reati di cui agli artt. 581, 582 e 612 c.p. nel processo penale n. 193/2005 R.G. Trib., di emissione di sentenza di non doversi procedere per intervenuta prescrizione;
La difesa dell’imputato ha chiesto emettersi declaratoria di non doversi procedere in ordine ai reati a quest’ultimo ascritti per intervenuta prescrizione: ed invero, invocando la nuova disciplina normativa introdotta dalla legge n. 251 del 2005, e rappresentando che non vi era ancora stata la dichiarazione di apertura del dibattimento –momento processuale che scandisce, ai sensi dell’art. 10, comma 3, L. 251/2005, l’applicabilità o meno dei nuovi termini di prescrizione-, ha chiesto che fosse pronunciata l’estinzione per intervenuta prescrizione con riferimento ai fatti contestati come commessi in data 3.7.1999, per il quale il termine massimo di prescrizione, alla stregua della nuova normativa, è di sei anni, anziché di sette anni e sei mesi.
Alla stregua di quanto premesso in fatto, dunque, emerge con evidenza la rilevanza delle questioni di legittimità costituzionale che verranno esposte in prosieguo: al riguardo, infatti, giova osservare che la richiesta avanzata all’odierna udienza imporrebbe una sentenza di non doversi procedere per intervenuta prescrizione, con riferimento ai reati di percosse, lesioni e minaccia, commessi, secondo l’imputazione, in data 3.7.1999, e con un’applicazione congiunta degli artt. 6, comma 1 e comma 4 (che modifica i termini di prescrizione e l’efficacia degli atti interruttivi), e 10, comma 3 (che fa coincidere la non applicabilità della nuova normativa con la dichiarazione di apertura del dibattimento), della legge 251/2005.
Sotto il profilo della rilevanza va altresì rilevato che la giurisprudenza della Corte Costituzionale ha evidenziato che “se è vero che nessun soggetto può essere chiamato a rispondere per un comportamento che all’epoca del fatto non costituiva reato, anche se la relativa norma permissiva venga privata di efficacia ai sensi dell’art. 136 della Costituzione, non per questo occorre concludere che le questioni di legittimità costituzionale di norme penali di favore sono necessariamente irrilevanti”, atteso che “un eventuale accoglimento di un’impugnativa concernente tali norme si rifletterebbe in ogni caso sul fondamento normativo della decisione penale incidendo sulla sua ratio e produrrebbe modificazioni al sistema normativo” (Corte Cost., sent. 2 giugno 1983 n. 148, rel. Paladin).
Ed invero, sottrarre le norme di favore, ovvero che inducano trattamenti penali di favore nei confronti degli autori di reati, all’area del sindacato di legittimità costituzionale della Consulta rischierebbe di creare delle “sacche di impunità” e “di privilegi”, proprio allorquando –è questo il caso, a parere del giudice remittente- le norme di favore vengano introdotte in dispregio dei più elementari principi costituzionali, e soprattutto di quello che la dottrina costituzionalistica ha da tempo indicato come un “super-principio costituzionale” –il principio di uguaglianza.
Del resto, anche nei più recenti arrets della Corte Costituzionale in materia, allorquando, ridimensionando l’orientamento espresso nelle pronunce 148/1983, 167/1993, 194/1993 e 25/1994, è stato sancito che va escluso che la Consulta “possa introdurre in via additiva nuovi reati o che l’effetto di una sua sentenza possa essere quello di ampliare o aggravare figure di reato già esistenti, trattandosi di interventi riservati in via esclusiva alla discrezionalità del legislatore” (Corte Cost. 9 marzo 2004 n. 161, rel. Flick), il giudice ad quem ha escluso che l’attività caducatoria costituzionalmente rimessa al massimo organo di garanzia possa introdurre nuove fattispecie di reato, ovvero possa ampliare la portata o aggravare il trattamento sanzionatorio di fattispecie criminose già esistenti.
Al contrario, nell’ipotesi in esame una pronuncia caducatoria della Consulta sarebbe idonea soltanto a ripristinare il regime di perseguibilità dell’azione penale, influendo sulle cause estintive dei reati; pertanto, alcun profilo concernente l’ambito di astratta applicabilità della norma penale, nella sua dimensione di fattispecie oggettiva (condotta, nesso di causalità, evento) e di fattispecie soggettiva (dolo o colpa), sarebbe coinvolto da una sentenza declaratoria dell’illegittimità costituzionale delle norme che riducono in maniera consistente i termini di prescrizione, secondo criteri di carattere eminentemente soggettivo.
Va peraltro aggiunto che il principio di certezza del diritto e la possibilità di “libere scelte d’azione” (Corte Cost., sent. n. 364/1988, rel. M. Dell’Andro) non sarebbe in alcun modo scalfito, alla stregua della stessa giurisprudenza costituzionale, che nell’analoga materia della successione di norme penali in caso di decreti-legge non convertiti, ha dichiarato l’illegittimità dell’art. 2, comma 5, c.p.: dalla motivazione della sentenza, infatti, emerge che la ‘riespansione’ operativa della normativa più sfavorevole, abrogata temporaneamente dal decreto-legge successivamente non convertito, limita i propri “effetti negativi” soltanto ai c.d. “fatti pregressi”, commessi nella vigenza della norma che si riespande, e non anche ai “fatti concomitanti” alla vigenza del decreto-legge non convertito (Corte Cost., sent. 19 febbraio 1985 n. 51).
Mutatis mutandis, una declaratoria di illegittimità delle norme della L. 251/2005 consentirebbe la riespansione della precedente normativa solo con riferimento ai fatti “pregressi”, commessi prima dell’entrata in vigore della legge ritenuta incostituzionale, mentre comporterebbe una ultrattività della medesima normativa con riferimento ai fatti concomitanti, in tal modo assecondando un bilanciamento tra i principi costituzionali violati dalle norme censurate ed il principio di certezza del diritto.
1) Illegittimità dell’art. 6, commi 1 e 4, della legge 251/2005 per violazione degli artt. 3, 13, 24, 25, comma 2, 27 e 79 Cost.
L’attuale normativa, invece, rivela preoccupanti segni di emersione dei canoni tipici del diritto penale d’autore, ove collega i differenti aumenti dei termini di prescrizione, per interruzione, non già alla gravità oggettiva del fatto, come avveniva precedentemente, bensì allo status soggettivo dell’imputato: alla stregua della nuova normativa, infatti, è la personalità criminale del reo, desunta dalla recidiva o dallo stato di delinquente abituale o professionale, a determinare un allungamento ovvero una riduzione, anche consistente –nel caso in esame, da 7 anni e 6 mesi a sei anni-, dei termini di prescrizione.
La violazione palese del principio di uguaglianza, del resto, si scorge agevolmente nel caso, invero frequente, della contestazione di un medesimo reato a carico di una pluralità di imputati: in tal caso, infatti, si potrebbe assistere ad un esito processuale del tutto opposto –declaratoria di estinzione del reato per prescrizione ovvero condanna- a seconda che i diversi imputati abbiano riportato o meno precedenti condanne; l’ipotesi, oltre ad offendere i più elementari canoni di giustizia, viola palesemente il principio costituzionale di cui all’art. 3 Cost., che consente trattamenti diversi soltanto in situazioni diverse.
La potenziale obiezione alla stregua della quale la situazione diversa, in grado di giustificare il differente trattamento, ricorrerebbe proprio per i precedenti penali che integrano la situazione di recidiva o di delinquenza abituale o professionale lascia emergere ictu oculi il profilo di illegittimità precedentemente evocato: far dipendere un differente trattamento normativo, in materia penale, da uno status soggettivo, e non già da connotati oggettivi, riguardanti la gravità del fatto-reato, rappresenta l’emblema del diritto penale d’autore, che tante sciagure storiche e giuridiche ha assecondato.
Ed invero, i precedenti penali sono ordinariamente valutati dal giudice in sede di concreta commisurazione della pena, astrattamente irrogata, nell’ambito di un giudizio individualizzato che assume a parametro i criteri finalistici di cui all’art. 27 comma 3 Cost., ma non possono essere assunti a discrimen di un differente trattamento normativo, che, al contrario, deve intrinsecamente possedere i caratteri della generalità ed astrattezza; laddove si registri una tale situazione normativa, si declina la responsabilità penale secondo canoni del tipo d’autore, e ciò contrasta con i principi elementari della Costituzione repubblicana.
Ultimo profilo di illegittimità da considerare è, secondo questo Giudice, la violazione del principio costituzionale di difesa sociale, che pur rinvenendo il proprio “aggancio” costituzionale nell’art. 24 Cost., è in realtà immanente all’intero sistema costituzionale, e tale da giustificare la pretesa punitiva dello Stato: la riduzione consistente dei termini di prescrizione impedisce, di fatto, il perseguimento e la punizione di molteplici fatti di reato, con una obliterazione della sicurezza collettiva, atteso che i consueti tempi processuali, dilatati all’estremo da improvvide elargizioni di pseudogaranzie prive di reali contenuti difensivi e dalla asfitticità dell’organizzazione giudiziaria, non consentono un reale esercizio dell’azione penale con conseguente affermazione di responsabilità in termini così ridotti: si pensi all’ipotesi delittuosa, paradigmatica a fini dialettici, di false comunicazioni sociali, per desumere l’assoluta inadeguatezza di sette anni e sei mesi per la definizione del relativo processo, in un tempo, invece, sufficiente al più alla scoperta ed alla conclusione delle complesse indagini preliminari.
2) Illegittimità dell’art. 10, comma 3, della legge 251/2005 per violazione dell’art. 3 Cost.
dispone l’immediata trasmissione degli atti alla Corte Costituzionale perché dichiari l’illegittimità costituzionale dell’art. 6, commi 1 e 4, della legge 251/2005 per violazione degli artt. 3, 13, 24, 25, comma 2, 27 e 79 Cost., e dell’art. 10, comma 3, della legge 251/2005 per violazione dell’art. 3 Cost.;
sospende il giudizio in corso, ed i relativi termini di prescrizione.
Manda la Cancelleria per gli adempimenti di rito, e per la notificazione e la comunicazione al Presidente del Consiglio dei Ministri ed ai Presidenti delle due Camere del Parlamento.
Amalfi, 13 febbraio 2006