Source: http://vocidallestero.it/2016/06/04/that-sinking-feeling-parte-4-2/
Timestamp: 2019-03-20 19:48:28+00:00
Document Index: 72093081

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That Sinking Feeling: parte 4 | Vocidallestero
di Malachia Paperoga - giugno 4, 2016
Pubblichiamo un altro intervento della rivista “That Sinking Feeling” (ecco le traduzioni della parte 1, parte 2, parte 3 e parte 4). Il professor Vaubel analizza l’operato della Corte di Giustizia europea nell’ambito dell’unione bancaria. Tale organo ha agito con tale scorrettezza da mettere a repentaglio lo stato di diritto a livello europeo. Il fatto non deve stupire: la Corte è solo un’altra istituzione europea scelta nella maniera meno democratica e corretta possibile: Vaubel richiede che quantomeno i suoi membri debbano avere esperienza in campo legale e giuridico, per poter decidere correttamente in questo ambito che condiziona la vita di tutti i cittadini europei.
Roland Vaubel è professore di Economia all’università di Mannheim, in Germania. E’ membro del Consiglio Consultivo per il Ministro federale tedesco per l’economia e la tecnologia.
L’unione Bancaria – un abuso di fiducia
Di Roland Vaubel
Traduzione di Simone Previti
Il progetto di “unione bancaria” europea comprende interventi legislativi a livello di UE e di eurozona. Mi vorrei concentrare sulle norme UE e in particolare sull’Autorità bancaria europea (ABE).
Le direttive dell’ABE sono state il primo elemento di legislazione europea ad imporre un controllo normativo sulla City di Londra da parte dell’UE. Sono state introdotte e promosse dal commissario europeo Michel Barnier. Quando Barnier fu nominato Commissario per il mercato interno, Nicolas Sarkozy, il presidente francese, ebbe modo di dire: “sapete cosa significhi, per me, vedere per la prima volta in 50 anni un commissario europeo francese ad occuparsi del mercato interno, inclusi i servizi finanziari, inclusa la City (di Londra). Voglio vedere la vittoria del modello europeo, che non ha nulla a che fare con gli eccessi del capitalismo finanziario” (The Times, Londra, 2 Dicembre 2009). Christine Lagarde, il ministro delle finanze francese dell’epoca, dichiarò: “Abbiamo bisogno di una City che giochi con regole diverse” (Financial Times, London, 4 Dicembre 2009). Qualche mese dopo, ero in vacanza in Francia, leggo la seguente dichiarazione di Jean-Paul Gauzès, relatore francese per la regolamentazione del mercato finanziario al parlamento europeo e membro del partito UMP di Sarkozy, su Le Figaro: “In un paese come la Francia, esiste una vera tradizione di vigilanza delle istituzioni finanziarie. Il vantaggio di una supervisione europea sarà quello di estendere le stesse regole dappertutto” (7 Luglio 2010). In altre parole, l’idea era quella di imporre le norme maggiormente restrittive della maggioranza, Francia inclusa, sulla minoranza meno restrittiva.
Nella letteratura politico economica, questa è definita come “la strategia dell’innalzamento dei costi degli avversari”. E’ diventata pratica comune nella UE, anche nel settore della regolamentazione del mercato del lavoro e nella tassazione del mercato dell’arte (tramite il cosiddetto “droit de suite”, un’imposta sulla vendita di opere d’arte introdotta per prima dalla Francia).
La strategia dell’alzare i costi avversari richiede un votazione a maggioranza semplice o qualificata. La Commissione, il Consiglio e il Parlamento hanno basato la normativa ABE sull’articolo 114 del TFEU (trattato sul funzionamento dell’Unione Europea), il cosiddetto articolo sul mercato interno, che era stato introdotto all’unanimità (come articolo 100a TEC) dentro l’Atto unico europeo del 1987. Detto articolo permette decisioni a maggioranza qualificata. L’Atto unico europeo fu firmato da Margaret Thatcher. Quindi Margaret Tatcher ha permesso a Bruxelles di legiferare sui regolamenti della City?
L’articolo 114 TFEU richiede che le normative “abbiano in oggetto la creazione e il funzionamento del mercato interno”, e si riferisce esplicitamente all’articolo 26 TFEU, che definisce il mercato interno come una “area senza frontiere interne in cui sia garantita la libera circolazione di beni, persone, servizi e capitali”. Come già Fahey (2011) e altri hanno avuto modo di sottolineare all’epoca, differenze nella regolamentazioni finanziarie nazionali sono perfettamente compatibili con la libera circolazione dei capitali perché queste normative riguardano il processo, e non il prodotto. Quindi, le direttive ABE non si sarebbero potute basare sull’Atto unico europeo.
Ad ogni modo, nel 1989, 2 anni dopo l’Atto unico europeo, la Corte di giustizia dell’Unione europea ha modificato profondamente il significato del termine “mercato interno”. Nella sua “sentenza Titandioxide (C-300/89), ha dichiarato che “in virtù degli articolo 2 e 3 del Trattato, un prerequisito per un mercato di questo tipo (cioè un mercato interno), è l’esistenza di condizioni di competitività non distorte”.
Dal momento che ogni differenza tra le normative nazionali può essere ritenuta distorsiva della concorrenza, la Corte ha spalancato le porte dell’intero campo della regolamentazione governativa al voto della maggioranza qualificata nel Consiglio europeo. Si è trattato di una sfrontata violazione del Trattato, e di un abuso di fiducia. L’articolo del mercato interno si riferisce alla definizione di mercato interno, non agli articoli 2 o 3, i quali, al tempo, nemmeno contenevano il termine “mercato interno”. La Corte ha confermato questa posizione in numerose sentenze. L’Inghilterra ha impugnato davanti alla Corte l’uso dell’articolo 114 TFEU molte volte, ma invano. (vedi Fahey 2011 e il caso ESMA, C-270/12). L’unica via per ripristinare il significato originario dell’articolo 114 sarebbe stata quella di un superamento legislativo tramite un emendamento dei trattati. Ciò nonostante, nel Trattato di Lisbona, Gordon Brown ha firmato un “Protocollo sul mercato interno e sulla competizione” che ha legalizzato ciò che la Corte aveva fatto. Secondo questo protocollo, “il mercato interno, come definito all’articolo 3 del Trattato sull’Unione Europea, include un meccanismo che garantisca una concorrenza non distorta”
La lezione è chiara: senza una profonda riforma della Corte, lo stato di diritto non può essere ripristinato a livello europeo. I giudici non dovrebbero essere scelti dai governi ma delegati dalle massime corti nazionali, e gli si dovrebbe richiedere un’esperienza in ambito legale (che la maggior parte di loro non possiede). Questa riforma e l’interpretazione dell’articolo 114 TFEU dovrebbero essere questioni centrali nella rinegoziazione di David Cameron.
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