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Timestamp: 2017-10-21 19:14:35+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art.138', 'sentenza ', 'art. 22', 'art. 33', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 138', 'sentenza ']

16 | marzo | 2017 | Edscuola
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LA RIPARTIZIONE DELLE COMPETENZE TRA STATO E REGIONI IN MATERIA DI ISTRUZIONE
giovedì 16 marzo 2017 Edscuola	Lascia un commento
Intervento dell’Avv. Maurizio Danza Prof. di Diritto del Lavoro presso Unimercatorum al Convegno FSI “Il federalismo in Italia dopo il referendum 4 dicembre 2016” Piazza Margana,21 -16 marzo 2016 Roma.
E’ indubbio come la problematica delle conseguenze derivanti dal referendum del 4 dicembre 2016 in materia di istruzione, non possa prescindere anche dalla analisi della recente pronuncia n. 284 del 21 dicembre 2016 della Consulta , che si è espressa in merito ai ricorsi promossi dalla Regione Puglia e Veneto in merito a profili di illegittimità di talune disposizioni della L.n. 107/2015, ( c.d. Buona scuola); infatti con tale pronuncia la Corte ha dichiarato in primo luogo l’illegittimità costituzionale dell’art. 1, co. 153 della “buona scuola”relativo agli interventi per la costruzione di “scuole innovative” , nonché del comma 181, lettera e, n. 1.3) ” nella parte in cui non tiene conto della competenza del legislatore regionale in merito alla “ individuazione degli standard strutturali, organizzativi e qualitativi dei servizi educativi per l’infanzia e della scuola dell’infanzia” e che mette a rischio la proposta del Governo contenuta nella c.d. delega “per l’istruzione da 0-6 anni” relativa ai servizi per la scuola dell’infanzia di cui al ddl n.380 .La pronuncia è di particolare interesse, atteso che dalla analisi degli altri istituti introdotti dalla L.n.107/2015 pur se non ritenuti illegittimi dalla Corte, emergono elementi di preoccupazione in merito a taluni istituti della riforma dell’istruzione desumibili dagli altri disegni di legge governativi ,nei quali il tema della ripartizione tra competenza legislativa concorrente ed esclusiva tra Stato e Regioni appare problematico . A tal proposito, sia la problematica “dell’offerta formativa dei percorsi di istruzione e formazione professionale” la cui attribuzione con norma di legge ordinaria al MIUR sulla base del co.180 e 181 della L.n.107/2015, violerebbe la competenza esclusiva delle regioni, nonchè quella in merito agli “ulteriori percorsi formativi” ad opera degli Istituti tecnici superiori, con riferimento al co.47, sui quali la Consulta ha confermato la competenza regionale sia in tema di attivazione dei percorsi che esclusiva in materia di autorizzazione di questi ultimi. Di grande attualità inoltre, la questione che ha investito la legittimità dello Stato di regolamentare in via esclusiva i c.d. “ambiti territoriali” previsti dal c.66 della L.n.107/2015, confermata dalla Corte con l’argomentazione secondo cui “nel caso di specie non si versa in un caso di “distribuzione del personale tra le scuole”, ma che senza dubbio pone una seria ed approfondita riflessione sul tema delle “reti tra scuole”, che stando all’art.138 co.1 lett.b del D.lgs.n°112/98, in quanto corollario della” programmazione della rete scolastica “sembrerebbe da ascrivere alla competenza delle Regioni .In tal senso anche la problematica dell’organico dell’autonomia di cui al c.68 della L.n.107/2015 sottoposta alla Corte, che nel confermarne la legittimità della competenza dello Stato, argomenta che l’incremento dell’organico del personale statale della scuola è materia sottratta alla competenza regionale. Certamente accanto a detta pronuncia, in tale processo di ricostruzione ermeneutico degna di rilievo è la nota sentenza della Consulta 18 dicembre 2003-13 gennaio 2004, n. 13, che costituisce in materia scolastica, senza dubbio la prima interpretazione della legge costituzionale n. 3 del 18 ottobre del 2001 di “modifiche al titolo V della parte seconda della Costituzione”; essa aveva infatti, riconosciuto ai Comuni, le Province, le Città Metropolitane, e le Regioni come istituzioni costitutive della Repubblica, al pari dello Stato, nonché le stesse scuole elevate dalla legge costituzionale, al rango di autonomie costituzionalmente riconosciute e ridefinendo un nuovo assetto delle competenze in materia di istruzione . In particolare con la pronuncia n.13/2004 la Consulta pur riconoscendo l’illegittimità del co. 3, dell’art. 22, della L.28 dicembre 2001, n. 448 ( finanziaria per il 2002), “nella parte in cui non prevedeva che la competenza del dirigente preposto all’Ufficio scolastico regionale della disposizione impugnata, venga meno quando le Regioni nel proprio ambito territoriale e nel rispetto della continuità del servizio di istruzione, con legge, attribuiscano a propri organi la definizione delle dotazioni organiche del personale docente delle istituzioni scolastiche”, congela gli effetti della stessa in ottemperanza del “principio di continuità” al fine di evitare una paralisi nel funzionamento del sistema di istruzione pubblica ed il conseguente pregiudizio al diritto allo studio. Da detta sentenza, e a seguito dei risultati del referendum del 4 dicembre 2016, riemerge in tutta la sua forza la problematica del ruolo costituzionale attribuito alle Regioni nella “gestione dell’istruzione e formazione professionale”, che va ascritto nel più generale ruolo politico di programmazione, fondato principalmente sulla normativa costituzionale, ma che richiede certamente una attività di integrazione tra le politiche del lavoro, di utilizzo dei fondi strutturali europei, del diritto allo studio e delle professioni : politiche diverse ma certamente centrali per il ruolo attribuito alle Regioni dalla riforma della costituzione del 2001. Decisamente in controtendenza rispetto a questo percorso si è posta la L. 28 marzo 2003, n. 53, di delega al governo per la definizione delle norme generali sull’istruzione e dei livelli essenziali delle prestazioni in materia di istruzione e formazione professionale, che nel ricondurre all’area della competenza legislativa esclusiva la formazione professionale, costituì una indubbia scelta problematica, atteso che, qualificata anche in termini di istruzione, essa appariva assoggettata ai limiti propri dell’istruzione compromettendo il ruolo della “formazione professionale integrata”, quale anello dello sviluppo economico locale in connessione alle politiche del lavoro, industria, innovazione tecnologica attribuite alle Regioni. In verità la Consulta già con la pronuncia n. 200 del 2009 aveva tracciato il quadro organico in tema di ripartizione delle competenze tra Stato e Regioni, definendo nei dettagli sia le norme generali attribuite allo Stato in via esclusiva sia i livelli essenziali delle prestazioni, che i principi fondamentali a cui si deve ispirare la legislazione concorrente delle Regioni, richiamandosi quanto a questi ultimi in particolare agli art. 33 e 34 della Costituzione. Successivamente, la Corte Costituzionale con sentenza n. 33 del 2005 si era espressa sulla legittimità della c.d. legge 10 marzo 2000, n. 62 sulla parità scolastica , adottata nel previgente riparto di competenze tra Stato e Regioni , estendendo la tutela del diritto allo studio alfine di rafforzarne la sua effettività, a tutte le scuole dell’integrato sistema di istruzione e dunque anche alle scuole paritarie, limitando l’esercizio delle competenze regionali . Nell’ottica invece, di una esaltazione del nuovo ruolo delle Regioni si esprime invece la sentenza n. 34 del 2005, in cui la Corte ribadì che, già la normativa antecedente alla riforma del Titolo V, cioè l’art. 138 del D.lgs. n. 112 del 1998 attribuiva alle Regioni la competenza in materia di “dimensionamento delle istituzioni scolastiche e programmazione scolastica”. Con la successiva sentenza n. 37 del 2005, la Consulta intervenne poi per circoscrivere gli ambiti di autonomia delle istituzioni scolastiche la quale “non può in ogni caso risolversi nella incondizionata libertà di autodeterminazione, ma esige soltanto che a tali istituzioni siano lasciati adeguati spazi che le leggi statali e quelle regionali, nell’esercizio della potestà legislativa concorrente, non possono pregiudicare”. Alla luce di tale ricostruzione, appare indispensabile un accordo quadro operativo tra Stato e Regioni per garantire ad entrambi “la partecipazione al governo del sistema educativo che ne garantisce l’unitarietà e ne migliora la qualità.” Infatti, oltre all’importante tema del conferimento delle funzioni e dei servizi, occorre dare risposte alla problematica dell’organizzazione e gestione dei dati relativi al sistema educativo, sia per la istruzione che per la istruzione e formazione professionale; alla sperimentazione di nuovi modelli organizzativi, nonché alla dipendenza organica e funzionale del personale . È opportuna ed auspicabile ora, una rapida definizione ai suindicati problemi, atteso che la scuola, più che di inutili e complicate dispute giuridiche, necessita di efficaci scelte politiche, nazionali e locali, in grado di rispondere ai problemi concreti sempre più pressanti.
Reclutamento. Il parere del Senato
Scuola. Reclutamento. Il parere del Senato è un risultato importante. Vigileremo sulla trasparenza dei passaggi, ancora però poco chiari
Finalmente i precari della seconda fascia d’istituto potranno entrare in una graduatoria di merito che sarà dichiarata ad esaurimento. È un risultato che rende giustizia alla professionalità di quanti avendo l’abilitazione e spesso anche la specializzazione sul sostegno, da anni garantiscono il regolare funzionamento delle scuole.
Vigileremo sulla trasparenza dei passaggi, ancora poco chiari, che saranno necessari per l’ingresso nella graduatoria di merito, ma soprattutto lavoreremo perché anche i precari della terza fascia con 36 mesi di servizio possano aspirare alla stabilizzazione senza incappare nelle regole del nuovo sistema di reclutamento previsto dal decreto delegato.
Roma: corsi di laurea triennale per Mediatori per l’intercultura e la coesione sociale in Europa
Inaugurati a Roma nuovi corsi di laurea triennale
per Mediatori per l’intercultura e la coesione sociale in Europa
Fedeli: “Segno del riconoscimento da parte delle istituzioni dell’importanza dell’apertura e dell’integrazione
per la costruzione di un futuro di pace per il nostro Paese e l’Europa”
“Inclusione e accoglienza sono elementi fondanti di una società coesa, che fa della differenza fonte di arricchimento e sviluppo, che integra senza escludere né emarginare. L’avvio di questi corsi di laurea triennale, nati sotto l’impulso del Ministero che ho l’onore di servire, del Ministero dell’Interno e della Comunità di Sant’Egidio, per formare figure altamente specializzate di mediatori per l’intercultura e la coesione sociale in Europa, è segno del riconoscimento da parte delle istituzioni dell’importanza dell’apertura e dell’integrazione per la costruzione di un futuro di pace per il nostro Paese”. Così la Ministra Valeria Fedeli in occasione dell’inaugurazione oggi a Roma dei corsi di laurea triennale dedicati alla preparazione delle professionalità denominate MICSE (Mediatori per l’intercultura e la coesione sociale in Europa) presso le Università per gli Stranieri di Perugia, Siena e Reggio Calabria. I percorsi di studio sono finanziati grazie a risorse del fondo FAMI, Fondo asilo migrazione e integrazione.
“I corsi, che abbiamo fortemente voluto e che oggi sono realtà – ha sottolineato Fedeli –, rimarcano la necessità irrimandabile di un intervento volto a costruire ponti tra culture diverse per permettere scambio e contaminazione, per costruire progresso. Sano, sostenibile, di uguaglianza e pari opportunità. Sono rimasta molto colpita dai dati e dalle informazioni riguardo alla presenza, tra le immatricolate e gli immatricolati a questi corsi, di studentesse e studenti immigrati o nuovi italiani. Sono dati che danno la misura del senso di responsabilità che queste ragazze e questi ragazzi sentono nei confronti di chi, come loro, ha vissuto esperienze di vita di cambiamento e di conquista di nuovi stati esistenziali e nuovi diritti. Vedo questa volontà e questa determinazione come una sorta di ‘give back’ che dovrebbe stimolarci ad essere, giorno dopo giorno, sempre più all’altezza di questo profondo senso civico e di questa apertura di orizzonti che le nuove generazioni possiedono”.
“Il nostro sistema d’istruzione – ha aggiunto – è luogo virtuoso di inclusione, dal quale tutta la società dovrebbe prendere esempio. Nelle scuole italiane studiano ogni giorno oltre 800.000 studentesse e studenti di cittadinanza non italiana. Nelle nostre università, nell’anno accademico 2015/2016, su 271.000 immatricolate e immatricolati il 5% era straniero. Si tratta di giovani che italiane e italiani lo sono di fatto. Manca solo un riconoscimento formale. Per questo ritengo che, come Parlamento, abbiamo il dovere di approvare al più presto la legge che riscrive le regole dell’acquisizione della cittadinanza nel nostro Paese, legge in questo momento al Senato. Si tratta di una norma di civiltà che riconosce la cittadinanza per nascita sul suolo italiano nel caso in cui almeno uno dei genitori di origine straniera abbia il permesso di soggiorno permanente, ius soli temperato, o al termine di un percorso scolastico, ius culturae. Siamo considerati, per la nostra posizione geografica, porta d’Europa. L’approvazione di questa legge, l’inclusione nelle nostre scuole e l’istituzione di questi nuovi percorsi formativi possono fare di noi la casa di nuove cittadine e di nuovi cittadini”.
DISCRIMINAZIONI VERSO I DISABILI
(REPUBBLICA ED. NAPOLI, 16 MARZO 2017)
Si parla molto in questi giorni del diritto a porre fine alla propria vita in alcune situazioni estreme. Speculare ad esso è il diritto a vivere, a vivere in maniera dignitosa, anche per le persone affette da gravi disabilità. Il primo appassiona molto l’opinione pubblica, gli addetti, gli esperti, i politici, i teologi; il secondo li lascia abbastanza indifferenti. Forse perché sul primo si emettono giudizi, punti di vista, si fanno polemiche, contrapposizioni; con il secondo bisogna confrontarsi, misurarsi, tutti i giorni, in tutte le situazioni. Del diritto alla vita delle persone con gravi disabilità non ne parla volentieri, se non per sostenere una qualche battaglia, neppure chi a loro dedica tutta la vita. Le mamme, i papà e pochissimi altri: lo sanno che la loro sofferenza e insieme determinazione, tristezza e amore, già è difficile capirle, figuriamoci condividerle e farle proprie. Eppure molti di noi, con le nostre associazioni e organizzazioni del Terzo Settore, dedichiamo anche alle persone con gravi disabilità parte del nostro tempo e delle nostre attività. La scuola, quella pubblica, da quarant’anni, le accoglie nelle classi normali dopo aver eliminato il ghetto delle classi speciali e differenziate. Anche i politici, nei luoghi istituzionali, il Parlamento, il Governo, le Regioni, pensano a loro con provvedimenti e leggi. Come l’ultima, quella detta del “Dopo di noi”, per favorire, sostenere e regolamentare quello che i genitori vogliono fare, a favore dei figli disabili, per quando non ci saranno più.
A pensarci bene, non è il massimo che lo Stato faccia una legge del genere. Significa ammettere che se non ci pensano i genitori al futuro dei figli con gravi disabilità, non ci pensa nessuno, di sicuro non lui. Del resto anche leggi più impegnative e più evolute per i disabili rimangono spesso inattuate per mancanza di risorse. E nelle politiche sociali nazionali siamo purtroppo abituati a veder tagliare fondi importanti come quello per la non autosufficienza. I servizi sociosanitari per le persone con disabilità gravi sono sempre inadeguati, e difficilmente vanno oltre il trasporto e la permanenza in un centro diurno con scarse o nessuna attività. Infine c’è un modo quasi odioso di mettere assieme anziani, persone con difficoltà economiche e persone con disabilità, che significa non rispettare le specificità di nessuno, fare d’ogni erba un fascio delle fragilità. Se lo stato non ha in grande considerazione i disabili, non gli è da meno la scuola. Che li coccola solo nel periodo delle iscrizioni, poi le classi si formano con più di venti alunni o con più disabili nella stessa classe, non sempre ci sono insegnanti di sostegno forniti del titolo in numero giusto e per un numero di ore adeguate. A volte mancano servizi esterni fondamentali come il trasporto e l’assistentato materiale. Spesso l’alunno disabile viene portato fuori dall’aula, e le cose non cambiano se è il resto della classe a uscire. Perché la cosa più drammatica che succede nelle scuole è fare programmazioni educativo-didattiche distinte, una per la classe e un’altra per lui.
Perfino le organizzazioni del Terzo Settore a volte non vanno oltre il servizio da erogare alle persone con disabilità gravi. Qualche volta usano strumentalmente il disabile e i suoi problemi per salvare il loro lavoro così spesso a rischio. Tante volte, associazioni di disabili e loro familiari sono inserite tra i partner di un progetto più ampio solo per il punteggio. Nelle associazioni, di volontariato e di promozione, prevale l’idea che le persone con disabilità gravi siano persone fragili, escluse spesso, che vanno aiutate o beneficate, a seconda della visione di volontariato che si ha.Ma non basta fare leggi a loro favore, farli stare a scuola, dedicare loro tempo e attività il Terzo Settore, se continuiamo a considerarli diversi e altro da noi. E se ci convincessimo che queste persone sono cittadini che vogliono e devono esercitare i loro diritti di cittadini e che noi, semplicemente, li sosteniamo nell’esercizio e nella rivendicazione di tali diritti? Che non sono altro da noi, che non sono diversi. Che è esattamente quello che pensano le mamme, i papà, i fratelli e le sorelle.
Le commissioni Cultura e Lavoro della Camera depositano il parere sul Dlgs che riforma l’accesso in cattedra a medie e superiori: a settembre i posti vacanti e disponibili (comprese le nuove cattedre che da fatto passeranno in diritto – è in corso un braccio di ferro con il Mef) saranno coperte al 50% attingendo dalle Gae (le «Graduatorie a esaurimento»), fino al loro completo svuotamento; e per il restante 50% mediante scorrimento delle graduatorie di merito dei concorsi banditi ai sensi della Buona Scuola, anche in deroga (e questa è una novità) al limite del 10 per cento dei posti messi a bando, previsto dall’articolo 400, comma 15, del decreto legislativo n. 297 del 1994, «limitatamente – però – a quanti abbiano raggiunto il punteggio minimo previsto dal bando, avendo comunque riguardo ai legittimi diritti dei vincitori di concorso di essere immessi in ruolo». Vale a dire che saranno assunti, dove ci saranno posti e necessità, i cosiddetti “idonei fantasma”.
Decreti attuativi: giovedì 16 sprint finale in Parlamento
Nella giornata di giovedi 16 marzo le Commissioni di Camera e Senato dovrebbe concludere l’esame degli schemi degli 8 decreti applicativi della legge 107.
In realtà i termini scadono il giorno 17, ma normalmente nella giornata di venerdì le Commissioni non lavorano e quindi tutto si dovrà concludere giovedì 16, con un vero e proprio tour de force finale.
Ad oggi la Camera ha espresso parere sui decreti sulle scuole italiane all’estero, sulla cultura umanistica e sulla valutazione.
Nelle giornate di martedi 14 e mercoledì 15 la Commissione Cultura ha esaminato i decreti sull’inclusione, sul sistema 0-6 anni ma senza ancora votare il parere definitivo.
Quindi giovedì 16 ci sarà il voto su questi 3 decreti e si dovrebbero esaminare i due decreti rimanenti (diritto allo studio e istruzione professionale).
Al Senato,in Commissione Cultura, i tempi sono altrettanto ristretti.
Nella giornata di mercoledì 15 sono stati approvati i pareri sul decreto su formazione iniziale e reclutamento e sul sistema 0-6 anni. La scorsa settimana si erano chiusi i lavori sui decreti valutazione cultura umanistica.
Quindi giovedì 16 sarà necessario licenziare gli ultimi 4 provvedimenti rimasti: diritto allo studio, inclusione, istruzione professionale e scuole italiane all’estero.
A partire da lunedì tutto tornerà nelle mani del Governo che dovrà aodttare i testi definitivi degli 8 decreti tenendo anche conto dei pareri espressi dalle commissioni parlamentari.