Source: https://www.tidona.com/ladeguatezza-degli-investimenti-prima-e-dopo-la-mifid/
Timestamp: 2018-08-18 19:44:20+00:00
Document Index: 12684915

Matched Legal Cases: ['art. 1471', 'art. 1711', 'art. 1418', 'art. 1418', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 21', 'art. 29', 'art. 29', 'art. 1418', 'art. 39', 'art. 29']

L’adeguatezza degli investimenti prima e dopo la Mifid - Studio Legale Tidona e Associati
2 dicembre 2010 | By Studio In Diritto bancario
Seguendo il ragionamento del Tribunale di Catania, si può affermare che – in assenza di informazioni provenienti dal cliente e altresì in assenza di informazioni reperibili in altro modo sulla sua situazione patrimoniale e propensione al rischio – si possono (al più) ritenere come adeguate solo le operazioni di basso livello di rischio. Difatti non si comprende come l’intermediario finanziario, in assenza di qualsivoglia informazione proveniente dall’investitore, sia in grado di proporre un investimento adeguato a un soggetto di cui ignora praticamente tutto. Ma vi è, forse, di più: in assenza di qualsiasi informazione fornita dal cliente diventa pressoché impossibile per l’intermediario suggerire un’operazione ragionevole. Si potrebbe pertanto arrivare a sostenere la tesi che anche prima della riforma del 2007, in assenza di informazioni sul cliente, non fosse possibile per gli intermediari dar seguito agli investimenti richiesti dal cliente. Mi rendo conto che questa tesi è radicale, e potrà forse essere tacciata di essere illiberale, ma a me pare che le esigenze di tutela del risparmio debbano prevalere rispetto alle pur legittime aspettative degli intermediari di trarre lucro dal compimento di operazioni d’investimento.
Il legislatore comunitario, che ha introdotto le norme di comportamento degli intermediari finanziari (poi attuate in tutti i Paesi membri), non ha definito le sanzioni civilistiche per il caso di loro inosservanza. Dal punto di vista del diritto comunitario ciò è comprensibile, in quanto le direttive comunitarie devono trovare applicazione in tutti gli Stati membri e – dal momento che le tradizioni giuridiche dei singoli Stati membri divergono parecchio da ordinamento a ordinamento – sarebbe stato difficile pre-determinare e imporre a tutti lo stesso tipo di sanzione civilistica.
Nelle sentenze nn. 26724 e 26725 del 2007 la Corte di cassazione si riferisce però non a tutte le norme di comportamento, ma ai soli doveri d’informazione. Vi è allora da chiedersi se (non tanto l’inosservanza degli obblighi informativi, quanto piuttosto, più radicalmente) il compimento di operazioni inadeguate non debba portare alla nullità del contratto, invece che al risarcimento del danno e alla risoluzione del contratto. Occorre insomma distinguere fra i singoli comportamenti che la legge richiede agli intermediari finanziari di porre in essere e, per ciascuna violazione, identificare l’esatta conseguenza giuridica. Mentre per l’inosservanza di doveri informativi il rimedio della nullità pare effettivamente fuori luogo, una soluzione diversa può essere prospettata in relazione alla regola di adeguatezza e – più in generale – agli obblighi degli intermediari di astenersi dal compiere operazioni.
Forse, però, si può prescindere dall’applicazione dell’art. 1471 c.c. oppure dell’art. 1711 c.c. Nelle sentenze nn. 26724 e 26725 del 2007 la Corte di cassazione dice espressamente che l’area delle norme inderogabili, la cui violazione può determinare la nullità del contratto in conformità al disposto dell’art. 1418 comma 1 c.c., è più ampia di quanto parrebbe a prima vista suggerire il riferimento al solo contenuto del contratto medesimo: vi sono ricomprese anche le norme che vietano la stipulazione stessa del contratto. Se il legislatore vieta, in determinate circostanze, di stipulare il contratto e, nondimeno, il contratto viene stipulato, è la sua stessa esistenza a porsi in contrasto con la norma imperativa; e non par dubbio – continuano le Sezioni Unite – che ne discenda la nullità dell’atto per ragioni ancora più radicali di quelle dipendenti dalla contrarietà a norma imperativa del contenuto dell’atto medesimo. Questo passaggio delle sentenze della Corte di cassazione indica che, quando la “norma di comportamento” si sostanzia in un divieto di contrarre, e – ciò nonostante – l’intermediario finanziario contrae, il contratto può essere ritenuto nullo.
cosa si intende per disposizione “imperativa” (ai sensi dell’art. 1418 comma 1 c.c.)? Al riguardo bisogna considerare che, nella materia dell’intermediazione finanziaria, si rinvengono sia disposizioni finalizzate alla tutela d’interessi pubblici sia norme preposte alla tutela d’interessi privati. In questo senso appare significativo l’enunciato dell’art. 5 comma 1 TUF secondo cui “la vigilanza sulle attività disciplinate dalla presente parte ha per obiettivi: a) la salvaguardia della fiducia nel sistema finanziario; b) la tutela degli investitori; c) la stabilità e il buon funzionamento del sistema finanziario; d) la competitività del sistema finanziario; e) l’osservanza delle disposizioni in materia finanziaria”. La lettura di questa disposizione fa emergere chiaramente due categorie di obiettivi della vigilanza: l’una pubblicistica (fiducia, stabilità, buon funzionamento e competitività del sistema finanziario), l’altra privatistica (tutela degli investitori). A questa impostazione si potrebbe contestare che l’art. 5 comma 1 TUF è una disposizione sulla vigilanza ed è dunque indirizzata alle autorità di vigilanza e non alle banche. L’obiezione è corretta, ma bisogna tenere conto che la duplicità degli obiettivi di tutela (pubblicistici e privatistici) trova un riscontro espresso nel contesto delle norme di comportamento degli intermediari finanziari, e segnatamente nell’art. 21 comma 1 lett. a TUF, dove si stabilisce – fra le altre cose – che “nella prestazione dei servizi e delle attività di investimento e accessori i soggetti abilitati devono: a) comportarsi con diligenza, correttezza e trasparenza, per servire al meglio l’interesse dei clienti e per l’integrità dei mercati”. “Interesse dei clienti” e “integrità dei mercati” esprimono, rispettivamente, il profilo di tutela privatistico e quello pubblicistico nel contesto normativo che qui interessa; si tratta di due obiettivi che convivono nella materia in esame. La legge stabilisce dunque espressamente che le norme di comportamento degli intermediari finanziari sono finalizzate anche alla realizzazione di interessi pubblici (oltre che degli interessi dei singoli investitori). Chi scrive condivide pertanto quanto ha stabilito la Corte di cassazione nelle sentenze nn. 26724 e 26725 del 2007, secondo le quali le norme di comportamento degli intermediari finanziari vanno considerate come disposizioni imperative alla luce degli interessi di carattere pubblicistico che intendono tutelare.
Nella prassi – talvolta – è in contestazione dinanzi all’autorità giudiziaria non tanto il compimento di un investimento inadeguato, ma il fatto che esso non sia stato debitamente autorizzato dal cliente. Il reg. n. 11522/1998 non vietava difatti in assoluto operazioni inadeguate; al contrario: le consentiva quando l’investitore era stato previamente informato e prestava il suo consenso.
Il comma 3 dell’art. 29 reg. n. 11522/1998 appare in grado di mettere in dubbio la natura imperativa del comma 1 del medesimo articolo: se difatti il divieto di compiere investimenti inadeguati rappresenta una disposizione derogabile con il consenso dell’investitore, allora – nella valutazione della Consob – tale divieto non aveva natura cogente. Si potrebbe quindi argomentare nel senso che l’art. 29 comma 1 reg. n. 11522/1998 non era una disposizione imperativa, con la conseguenza che la sua violazione non poteva determinare nullità del contratto ai sensi dell’art. 1418 comma 1 c.c. È vero che l’imperatività non si misura con la derogabilità a opera delle parti, bensì con la natura dell’interesse tutelato (secondo il seguente schema: interesse privato = disposizione non imperativa; interesse pubblico = disposizione imperativa)[17]. È però altrettanto vero che la previsione normativa della possibilità di derogare a un divieto (quello di compiere investimenti inadeguati) in presenza del consenso della parte interessata (l’investitore) è un significativo indizio che l’interesse tutelato non è di carattere pubblico. Altrimenti il regolatore secondario non avrebbe consentito tale deroga.
Gli intermediari finanziari sono ora chiamati in alcuni casi a valutare l’adeguatezza dell’investimento, in altri a valutarne solo l’appropriatezza. La profondità dell’esame dipende dal tipo di servizio di investimento che viene prestato[23]. Nel caso dei servizi di consulenza[24] e di gestione del portafoglio, bisogna controllare l’adeguatezza; nelle altre fattispecie è sufficiente valutare l’appropriatezza. L’adeguatezza è un esame più severo della mera appropriatezza. Questa disparità di trattamento si giustifica con il fatto che la consulenza e la gestione sono servizi in cui rileva maggiormente la discrezionalità dell’intermediario finanziario. Nel caso della consulenza l’intermediario dà raccomandazioni personalizzate al cliente, potendolo – in ipotesi – spingere a effettuare investimenti particolarmente rischiosi. Nel caso poi della gestione la discrezionalità dell’intermediario è di tutta evidenza, avendo il potere di gestire con autonomia il patrimonio che gli viene affidato. Di qui l’esigenza di una particolare tutela preventiva del cliente, che trova espressione nel principio di adeguatezza.
Il nuovo regolamento Consob si preoccupa poi di cosa debba succedere quando il cliente non fornisce le informazioni richieste: “quando gli intermediari che forniscono il servizio di consulenza in materia di investimenti o di gestione di portafogli non ottengono le informazioni di cui al presente articolo si astengono dal prestare i servizi menzionati” (art. 39 comma 6 reg. n. 16190/2007). Viene statuito, come nel regime previgente, un divieto di agire. Questo dovere di astenersi trova la propria giustificazione nel fatto che, se l’intermediario non può valutare l’adeguatezza dell’investimento, la raccomandazione (servizio di consulenza) o l’operazione (servizio di gestione) verrebbe – rispettivamente – data o posta in essere in assenza della dovuta base informativa e, dunque, con caratteri di casualità. L’ordinamento non può però tollerare che gli intermediari gestiscano, professionalmente, il patrimonio di altri con tale superficialità. Ne consegue che la banca deve fermarsi e non può prestare il servizio d’investimento. Va tuttavia evidenziata una significativa differenza rispetto al sistema previgente. Prima della riforma del 2007, l’art. 29 comma 3 reg. n. 11522/1998 consentiva di compiere l’investimento inadeguato, purché vi fosse il consenso informato e scritto dell’investitore. Con il nuovo regolamento Consob, in assenza d’informazioni da parte del cliente (e dunque nell’impossibilità di emettere un giudizio di adeguatezza), l’operazione non può essere compiuta. Il livello di tutela dell’investitore è dunque cresciuto.