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Timestamp: 2019-02-20 07:20:28+00:00
Document Index: 14090656

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Corte di Cassazione, sezione IV, sentenza 16 febbraio 2015, n. 6718. Può rispondere della morte di due persone conseguente ad un incidente avvenuto su pista ciclabile il direttore dei lavori che non abbia rispettato il progetto originario e, comunque, le regole ministeriali, di valenza cautelare, di costruzione dell'impianto - Renato D'Isa
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Corte di Cassazione, sezione IV, sentenza 16 febbraio 2015, n. 6718. Può rispondere della morte di due persone conseguente ad un incidente avvenuto su pista ciclabile il direttore dei lavori che non abbia rispettato il progetto originario e, comunque, le regole ministeriali, di valenza cautelare, di costruzione dell'impianto
Come legittimamente denunziato dalle ricorrenti parti civili, i Giudici di seconda istanza hanno in realta’ disatteso il richiamato insegnamento della giurisprudenza di legittimita’, omettendo di confutare quanto esposto dal Tribunale a supporto dell’accusa. Si legge nella motivazione della sentenza di primo grado come il progetto esecutivo redatto dallo stesso imputato (punto 160 NP047 – Tavola 15 del progetto esecutivo – primo lotto) prevedesse che l'”intersezione tra la pista ciclabile e Viale (OMISSIS) fosse assistito da un semaforo a chiamata e da strisce orizzontali che segnassero il percorso di attraversamento”. Ne’ la Corte d’appello, poste le ricordate affermazioni apodittiche ed assertive, ha spiegato per quali ragioni od in virtu’ di quali accorgimenti od intese, in ipotesi intervenuti tra i due enti pubblici territoriali (Provincia e Comune di Prato) l’attuazione degli ineludibili interventi di messa in sicurezza dell’attraversamento della strada provinciale, una volta realizzata la pista ciclabile (OMISSIS) fosse prevista dal progetto esecutivo dell’opera, redatto da tecnico dell’amministrazione comunale pur interessando un strada provinciale. Come altresi’ legittimamente lamentato dalle ricorrenti con la seconda censura, nella motivazione della sentenza impugnata non si fa il benche’ minimo cenno alla mancata osservanza delle soprarichiamate prescrizioni dettate dal Decreto Ministeriale 30 novembre 1999 (di indiscussa valenza cautelare) in materia di realizzazione dell’intersezione tra la pista ciclabile “(OMISSIS)” e viale (OMISSIS) che avrebbero imposto la “presenza di segnaletica orizzontale, di impianti semaforici, di indicazione degli attraversamenti ciclabili, di impianti di illuminazione notturna per la segnalazione di attraversamenti a raso, la previsione di modalita’ di attraversamento delle carreggiate identiche a quelle previste per i pedoni” (pag. 9 della sentenza di primo grado). Ne’ la Corte d’appello ha specificamente confutato quanto argomentato dal Tribunale che, recepiti e condivisi motivatamente gli assunti del p.i. (OMISSIS), consulente di parte civile, e’ poi logicamente giunto ad affermare come l’aver realizzato l’intersezione de qua in “difformita’ dalla normativa che regola la materia” abbia integrato una negligenza,qualificabile in termini di colpa specifica e rilevante quale “contributo” alla determinazione dei sinistri mortali per cui e’ processo. Con altra affermazione apodittica, resa peraltro in contraddizione con il progetto approvato di realizzazione dell’intersezione della pista ciclabile, la Corte d’appello ha inteso “spogliare” l’imputato di ogni addebito circa le contestate omissioni colpose di mancata realizzazione dell’impianto semaforico e di quello di illuminazione, assumendo che “non e’ chiaro in che modo l’imputato avrebbe, nonostante la sua carica, potuto opporsi alla volonta’ dell’amministrazione comunale che aveva previsto la costruzione di un sottopasso, poi effettivamente realizzato, che avrebbe reso inutile l’installazione dell’impianto semaforico”. Non e’ possibile disattendere le obiezioni delle ricorrenti con le quali si e’ rimarcato il difetto della motivazione in ordine all’individuazione di un’eventuale variante del progetto, gia’ approvato, o di successive Delib. amministrative di significato contrario, non valendo legittimamente ad elidere la negligenza ed imprudenza (connotanti le determinazioni omissive dell’imputato) l’aver fatto appello all’incremento dei costi o ad aspetti di inadeguatezza tecnica. Ancorche’ in subordine fosse stata iniziata la progettazione del sottopasso (poi realizzato, a quanto risulta in atti), non sarebbe stato logicamente ammissibile mandare esente da responsabilita’ colposa l’imputato (invece ritenuta a pag. 10 della sentenza di primo grado, con argomentazioni fatte proprie dalle ricorrenti ma non specificamente confutate dalla Corte d’appello) per aver, di sua iniziativa, eliminato dispositivi di sicurezza (impianto semaforico e segnaletica orizzontale in coincidenza con l’intersezione tra la pista ciclabile e la strada provinciale) prima ancora del completamento e della piena agibilita’ del sottopasso. Ed invero dei rischi da tanto derivanti per la pubblica incolumita’ – come ancora sottolineato nella sentenza di primo grado – il (OMISSIS) aveva avuto tuttavia consapevolezza tant’e’ vero che, quale titolare di una specifica posizione di garanzia insita nel ruolo rivestito agli effetti dell’esecuzione del progetto, ebbe ad incaricare l’addetto comunale alla manutenzione delle strade ed alla segnaletica stradale, di apporre transenne mobili, al termine dei due tronconi della pista ciclabile in prossimita’ dell’incrocio con la strada provinciale: dispositivo rivelatosi invero del tutto insufficiente ed inidoneo a tutelare l’incolumita’ di ciclisti e pedoni che si accingevano ad attraversare via (OMISSIS), “in quanto rimuovibili dai vandali e ribaltabili dal vento” e comunque “superabili” agevolmente da chi fosse stato intenzionato all’attraversamento in quanto comunque non infisse al suolo. Sempre nell’ottica di elidere i contestati profili di colpa per omissione,la Corte d’appello ha escluso – ancora apoditticamente e, secondo le ricorrenti, anche travisando le risultanze processuali – la valenza cautelare, ai fini della tutela dell’incolumita’ delle vittime dei due omicidi colposi per cui e’ processo, dell’impianto semaforico che “non avrebbe funzionato nelle ore serali, ne’ l’accumulatore d’energia, di cui parla il primo giudice, era stato previsto” sul rilievo che i due sinistri stradali si verificarono entrambi dopo le ore 18 ovverosia un’ora dopo il tramonto del sole nelle stagioni autunno-inverno. Nella motivazione della sentenza di primo grado, si legge che era previsto lo “spegnimento notturno” dell’impianto semaforico e che cio’ differiva ovviamente dallo “spegnimento pomeridiano”, tenuto conto dell’ora del tramonto del sole nelle stagioni autunno-inverno. La ratio applicativa di tale disposizione avrebbe semmai logicamente imposto tale spegnimento nelle ore “di traffico scarso come propriamente accade nella notte (non nel pomeriggio d’inverno)”. In ogni caso imprudenza e negligenza avrebbero indubbiamente connotato la determinazione del responsabile di spegnere l’impianto a partire dal tardo pomeriggio in concomitanza con l’intenso traffico veicolare in atto sulla strada provinciale, fermo comunque il fatto che (come annotato dal Giudice di primo grado) anche il funzionamento lampeggiante del semaforo avrebbe costituito un efficace dispositivo di sensibilizzazione dell’attenzione degli automobilisti, nell’approssimarsi alla intersezione della pista ciclabile. Immotivatamente la Corte d’appello ha altresi’ affermato che l’impianto semaforico non avrebbe potuto funzionare per la mancanza della rete elettrica di alimentazione sulla strada e comunque dell’accumulatore di energia laddove, nella sentenza di primo grado, risultava riferito (pag. 11 – 12) che “era previsto un semaforo ad alimentazione con energia solare, di costo piu’ contenuto ed in vista della cui realizzazione sembra fossero state fatte tracce sull’asfalto e creati pozzetti all’intersezione della pista con la strada”, come documentato dalle fotografie allegate alla relazione dell’ing. (OMISSIS). Ne’ al riguardo si sarebbe tenuto conto del dato documentale (concordemente citato dalle ricorrenti) secondo cui “alle pag. 30 e 31 del computo metrico dell’appalto inerente la realizzazione della pista ciclabile, e’ previsto esplicitamente che l’impianto semaforico fosse dotato di batteria solare”.
La sentenza impugnata non puo’ peraltro dirsi immune dai denunziati vizi in punto all’affermata esclusione del nesso di causalita’. E’ ben noto che, in tema di reati commissivi mediante omissione, deve verificarsi, mediante il cd. giudizio controfattuale, se l’evento non si sarebbe verificato una volta ipotizzato l’intervento della azione doverosa omessa. Tale operazione logico-argomentativa non puo’ tuttavia che far perno sul cd. principio dell’equivalenza delle cause, posto alla base della disciplina del nesso di causalita’ recepita dall’ordinamento positivo,secondo il quale l’evento e’ la risultante di tutti gli antecedenti positivi e negativi dello stesso. Ora, proprio valutando la questione entro tale prospettazione concettuale ed in esito a giudizio controfattuale, non puo’ dirsi immune da vizi logici l’iter argomentativo seguito dalla sentenza impugnata a confutazione del convincimento, di segno opposto, recepito dal Giudice di prime cure. La Corte d’appello ha invero proceduto, in termini carenti ed illogici,a formulare il giudizio cd. controfattuale (cfr. pag. 6 della sentenza impugnata) limitandosi ad attribuire efficienza causale esclusiva alle condotte di guida imprudenti di entrambi i conducenti dei veicoli investitori,connotate da velocita’ eccessiva e da distrazione, peraltro in presenza di concorso di colpa delle due vittime. Si e’ quindi, in primo luogo, trascurato di valutare l’incidenza sulla verificazione degli eventi mortali, dell’illuminazione pubblica sull’intersezione, quale azione doverosa omessa dall’imputato e quale elemento obiettivo atto ex se a consentire un migliore e tempestivo avvistamento delle vittime in fase di attraversamento della strada, come l’esperienza comune insegna. Ma soprattutto gli assunti argomentativi della Corte d’appello appaiono scaturire (come lamentato dalle ricorrenti) da travisamento della prova o comunque da carenze valutative laddove si e’ sostenuto che nessuna efficienza causale avrebbe prodotto l’installazione dell’impianto semaforico a chiamata sulla stessa intersezione in quanto non funzionante nelle ore serali (allorche’ si verificarono entrambi gli incidenti, come piu’ volte si e’ ricordato), non essendo stato “previsto l’accumulatore di energia, di cui parla il primo giudice”: considerazioni teste’ gia’ confutate e documentalmente smentite, a quanto sostenuto nei proposti ricorsi. Sarebbe stato invece necessario verificare, in termini obiettivi e logici, quale influenza impeditiva sulla produzione degli eventi (o comunque incidente sulla gravita’ delle conseguenze prodotte sulle persone offese) avrebbe svolto un impianto semaforico a chiamata,ipotizzandone l’installazione invece omessa ed il funzionamento al momento del verificarsi dei sinistri attesoche’ dal suo azionamento con la proiezione di luce rossa su entrambe le carreggiate sarebbe necessariamente conseguito l’obbligo per i veicoli in transito di arrestarsi, onde consentire ai ciclisti pedoni (tantopiu’ resi ben visibili dall’illuminazione pubblica dell’intersezione) l’attraversamento della strada provinciale.
Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 21 maggio 2015, n. 21044....