Source: https://www.scribd.com/document/97374082/Sabino-Fortunato-Fall-Merc-a-Toe-Revision-e
Timestamp: 2016-12-10 00:04:30+00:00
Document Index: 41077720

Matched Legal Cases: ['art. 160', 'art. 18', 'art. 116', 'art. 2409', 'art. 159', 'art. 162', 'art. 159', 'art. 160', 'art. 160', 'art. 160', 'art. 160', 'art. 159', 'art. 160', 'art. 165', 'art. 174', 'art. 174']

BrowseInterestsBiography & MemoirBusiness & LeadershipFiction & LiteraturePolitics & EconomyHealth & WellnessSociety & CultureHappiness & Self-HelpMystery, Thriller & CrimeHistoryYoung AdultBrowse byBooksAudiobooksArticlesSheet MusicBrowse allUploadSign inJoinSabino FortunatoFallimento del mercato e revisione contabile
SOMMARIO: 1. Revisione contabile e relazioni di mercato. – 2. Approccio volontaristico e approccio istituzionale
nella teoria dell’informazione. L’esigenza della “mandatory disclosure”. – 3. Il ruolo della revisione contabile fra modelli volontaristici e modelli istituzionali. – 4. Dalla “privatizzazione” del controllo contabile nel Tuf del 1998 e nella riforma societaria del 2003-2004 alla sua “ripubblicizzazione” con la legge sul risparmio 28 dicembre 2005, n. 262. – 5. Gli scenari futuri e il nodo del “mercato eccessivamente concentrato” della revisione contabile.
1. E’ noto che la funzione di revisione contabile e la relativa professione nascono e si affermano in un ambiente economico-istituzionale di Common Law, diverso da quello dei Paesi di tradizione romanistica a diritto scritto e ad economia controllata. In particolare l’attività del revisore contabile si collega sin dall’inizio al funzionamento dei “mercati finanziari” in ambienti caratterizzati da risparmio e ricchezza diffusa, non eccessivamente concentrata, e nei quali le esigenze finanziarie del sistema produttivo delle imprese tendono ad essere soddisfatte non sul piano della negoziazione individuale tra singolo investitore (sia esso detentore di capitale di rischio o di capitale di credito) e singolo imprenditore (sia esso persona fisica o soprattutto compagine sociale), ma sul piano dell’ “appello al pubblico risparmio”. Nell’appello al pubblico risparmio, strutturato soprattutto nei mercati borsistici o – secondo la definizione comunitaria – nei mercati regolamentati (ma non esclusivo di questi contesti), alle tradizionali categorie negoziali incentrate sullo scambio individuale si sovrappongono operazioni di massa standardizzate, che rendono lo scambio individuale qualitativamente diverso e lo immergono in una relazione predefinita e pressoché oggettivata, ove residua ben poco spazio (se non alcuno) all’acquisizione di informazioni personalizzate congrue ai bisogni del singolo investitore. Il soggetto giuridico è in questa “relazione di mercato” quasi privato della sua caratteristica di soggetto padrone della propria volontà che si confronta con altro soggetto giuridico di pari dignità e che contribuisce a determinare il contenuto negoziale ed economico dello scambio. Non si tratta solo di prendere coscienza di una relazione non riequilibrata, invocando le categorie del contraente debole o del consumatore vessato, categorie che comunque sembrano muoversi pur sempre nell’ottica tradizionale dell’incontro di volontà autonome e indipendenti. Si tratta piuttosto di prendere atto di una “non relazione” o se si vuole di un contatto fra prestatore finanziario ed emittente il prodotto finanziario, intermediato da numerosi soggetti di mercato che operano a molteplici livelli. In questa prospettiva matura e si sviluppa il ruolo del revisore contabile, surrogato – insieme ad altri operatori – della verifica individuale del flusso di informazioni essenziali alla stipulazione dei singoli contratti che animano il mercato finanziario.
Al pari dei numerosi intermediari che popolano il mercato finanziario, il revisore contabile nasce già da un “fallimento” del mercato concorrenziale puro, e cioè di un astratto modello teorico di mercato che presuppone automatica e assoluta trasparenza delle informazioni incorporate nei prodotti scambiati ma che nella realtà degli operatori, fatti di carne e ossa, si scontra con le asimmetrie provocate dalle diverse funzioni svolte dai singoli agenti, dalla loro diversa capacità e professionalità, dal diverso peso economico che ognuno è in grado di mettere in campo. 2. L’obbligata presenza del revisore contabile come strumento di verifica della veridicità, completezza e correttezza delle informazioni fornite dagli emittenti prodotti finanziari al mercato dei risparmiatori-investitori ha giustificazioni analoghe alla “mandatory disclosure”, che all’approccio volontaristico nella produzione dei flussi informativi per il mercato preferisce l’approccio istituzionale. Benché tendano periodicamente a ripresentarsi sotto forme diverse, da tempo risultano confutate in maniera convincente le teorie volontaristiche che sostengono la non necessità di un intervento legislativo in materia di contenuti, quantità e qualità delle informazioni dovute al mercato. Queste teorie si fondano sui naturali incentivi di cui i “manager” o la “società” o il “privato contraente” fruirebbero per essere spinti volontariamente a fornire ai soci o al mercato o all’altro contraente le informazioni utili e necessarie. Secondo l’agency theory, il conflitto fra soci e “managers”, gli uni interessati alla massimizzazione reddituale e capitale del loro investimento, gli altri interessati a mantenere la loro posizione stabile nell’organizzazione dell’impresa, e che si esprime nell’esigenza dei primi di monitorare l’attività dei secondi sopportando costi al riguardo, tende ad essere composto attraverso la rendicontazione periodica e volontaria dei “managers” che sarebbero a ciò incentivati dalla possibilità di incrementare i propri compensi grazie al risparmio di spesa che i soci diversamente sopporterebbero per assicurarsi un adeguato monitoraggio degli stessi. Si aggiunge ancora da parte dei sostenitori della “teoria segnaletica” nel mercato concorrenziale (signalling theory e “competitive capital markets”) che gli imprenditori sono in concorrenza sul mercato dei capitali e che per ridurre il costo di approvvigionamento dei capitali sono indotti a ridurre naturalmente il “gap” informativo nei confronti dei risparmiatori. E infatti maggiori sono le incertezze dei risparmiatori sulle “performances” dell’impresa maggiore sarà il costo dei capitali che essi sono disposti a fornire. Un ulteriore incentivo è offerto dalla “teoria reputazionale” (reputational theory), secondo cui le imprese hanno interesse a sopravvivere sul mercato nel lungo periodo e per mantenere la propria credibilità sono spinte a fornire al mercato le informazioni necessarie, anche se neutre o negative. Sino all’estremo di chi ritiene che la migliore allocazione delle risorse nella produzione delle informazioni per il mercato non può che discendere dalla negoziazione individuale (private contracting opportunities theory): il mercato finanziario è – prima ancora che un mercato dei prodotti finanziari – un mercato delle informazioni ed ogni agente è in grado di contrattare con la controparte le
informazioni di cui desidera disporre o comunque di utilizzare intermediari specializzati che siano in grado di soddisfare le loro individuali esigenze informative. La versione più aggiornata di queste teorie volontaristiche si muove nella prospettiva della concorrenza fra ordinamenti, ipotizzando che debba lasciarsi all’autonomia dell’emittente la scelta del modello informativo da seguire – pur legalmente definito – , teoria che com’è noto sta all’origine dell’opzione dei modelli alternativi di governance nella recente riforma del nostro diritto societario. I punti critici di queste teorie sono rappresentati – com’è stato posto in luce soprattutto dai cultori dell’analisi economica del diritto – dalla natura di “bene pubblico” dell’informazione societaria e dalle esternalità negative per l’emittente. Sotto quest’ultimo profilo (noto come third party effects theory) è stato osservato che l’emittente avrà sempre la tendenza ad evitare una assoluta trasparenza per mantenere comunque nei confronti dei propri concorrenti un qualche vantaggio competitivo, tanto più che è stato dimostrato che i costi e i benefici conseguenti alla raccolta e diffusione delle informazioni per l’emittente non coincidono con i costi e i benefici collettivi, con l’effetto che ciò favorisce la tendenza a diffondere al mercato informazioni “inferiori” sul piano qualitativo e quantitativo di quanto è necessario a perseguire la massimizzazione del benessere collettivo. Vi si aggiunge la natura di “bene pubblico” dell’informazione societaria, un bene caratterizzato dalle qualità della indivisibilità e della non esclusività del godimento. L’informazione societaria, come il faro posto su un’isola o sulla costa, una volta prodotta è fruibile liberamente da chiunque, anche da chi non sopporti un costo per goderne (fenomeno dei free riders); né sarebbe economico elevare barriere per impedire l’accesso ai “free riders”, perché i costi supererebbero di gran lunga i possibili benefici. Ne consegue la tendenza a sottoprodurre il bene in un libero mercato, per la scarsa remuneratività dell’offerta di un tale servizio, altro classico esempio di fallimento del mercato, come autoregolatore del livello ottimale di produzione di beni e servizi. Considerata la posizione monopolistica dell’emittente nella produzione di informazioni che lo riguardano e gli scarsi incentivi o addirittura i disincentivi ad una volontaria ottimale autoproduzione, l’asimmetria informativa che ne consegue non può essere superata che attraverso la “mandatory disclosure”, anche se poi si potranno adottare meccanismi regolamentari che rendano il modello informativo sufficientemente flessibile, perché possa adeguarsi alla realtà sincronica e diacronica delle singole imprese. 3. Il revisore contabile è stato visto anch’esso ora come il necessario portato di un libero gioco concorrenziale delle forze di mercato ora come un essenziale supporto dell’intero sistema di “mandatory disclosure”. Secondo i sostenitori della “teoria dell’agenzia” i revisori contabili esprimono l’esigenza di minimizzare i costi di monitoraggio dei soci verso i propri amministratori, poiché il controllo individuale sarebbe ben più costoso; e tuttavia ciò non mi sembra che spieghi a sufficienza l’obbligo di pubblicità dell’informazione societaria né il compito quasi “notarile” di attestazione (si pensi alla vecchia
terminologia della “certificazione”) di veridicità della informazione contabile attribuita al revisore. Alla teoria reputazionale si è ritenuto di dover assegnare la garanzia di indipendenza e professionalità del revisore nell’assolvimento dei propri compiti di controllo contabile: il revisore non può mettere a repentaglio la propria reputazione di controllore tecnicamente capace e indipendente, acquisita sul campo con notevoli investimenti, per favorire l’uno o l’altro dei propri clienti-managers, da cui ricava una piccola percentuale della sua remunerazione globale, e proprio perché la sua sopravvivenza sul mercato dipende dalla stima che gli viene riconosciuta da tutti gli attuali e anche potenziali clienti. L’analisi delle cause che hanno provocato i recenti scandali finanziari in Italia, in Europa e negli Stati Uniti ha evidenziato – specie con riguardo al caso Enron – che la crisi dei mercati finanziari che ne è conseguita è stata dovuta al fallimento del sistema di controllo esterno e in particolare del sistema di “auditing” (gatekeepers failure) piuttosto che alla crisi di funzionamento dell’organo amministrativo (board failure). Ha osservato John Coffee che il caso Enron è unico sotto il profilo della struttura di “governance” e non se ne possono trarre al riguardo indicazioni di carattere sistematico; ma sotto altro profilo esso dimostra invece che sul piano sistematico devono potersi trarre conseguenze e prospettive di riforma del sistema complessivo dei “gatekeepers” su cui il mercato fa affidamento. In particolare il capitale reputazionale acquisito da tali soggetti professionali non è sempre un “asset” da essi necessariamente custodito e protetto. Sono state cercate due spiegazioni principali alla débacle mostrata dal sistema di “auditing” americano, che si è tradotto in particolare nella crescente acquiescenza dei revisori verso le politiche contabili aggressive degli anni Novanta, favorite dai “managers” con una crescita esponenziale – per numero e quantità – delle decisioni di distribuzione di utili (perlopiù sovrastimati) collegate a forme remunerative degli amministratori basate sull’equity (“stock options”) piuttosto che su compensi in contanti. Da un lato v’è chi sottolinea il generale abbassamento del livello di deterrenza delle misure legali volte a far valere la responsabilità degli auditors, che si è sviluppato dagli inizi degli anni Novanta sia a livello giurisprudenziale sia a livello regolamentare (decisioni giurisprudenziali che hanno reso più difficoltoso il perseguimento delle frodi finanziarie; norme processuali che hanno limitato l’esperibilità di “class actions”; disciplina che ha sostituito il principio di responsabilità solidale dell’auditor con un sistema di responsabilità proporzionale) (general deterrente story). Dall’altro lato v’è chi assume che la causa fondamentale sia da ricercarsi nella bolla speculativa cresciuta nella seconda metà degli anni Novanta, bolla che nel generale clima di euforia ha reso irrilevante il ruolo dei “gatekeepers” e dei revisori in particolare (irrational market o market bubble story). Altre spiegazioni sottolineano l’elevato grado di concentrazione del mercato del servizio di revisione (con la scomparsa dell’Arthur Andersen le “Big Five” si sono ridotte a “Big Four”) che ovviamente favorisce comportamenti collusivi fra gli offerenti oltre che fra questi e i clienti; la cattura da parte del grande cliente che può
assicurare non solo la remunerazione per i servizi di “auditing” ma anche per i molteplici e variegati e spesso ben più proficui servizi consulenziali. 4. La speranza che il ritrarsi della bolla speculativa possa ristabilire la perduta fiducia nei revisori non appare sufficiente garanzia di una autoregolamentazione idonea ad evitare i rischi connessi ai fenomeni pregiudizievoli per la professionalità e indipendenza dei revisori che si sono manifestati nei recenti scandali finanziari. Dagli Stati Uniti alla Francia, dalla Germania all’Unione Europea (si veda per quest’ultima la direttiva sulla revisione legale dei conti adottata definitivamente con procedura di codecisione fra Parlamento e Consiglio l’11 ottobre 2005, benché non ancora pubblicata in G.U.C.E.) gli ordinamenti giuridici si sono mossi sulla via di una più rigorosa regolamentazione dei requisiti di indipendenza e professionalità del revisore, mostrando di non nutrire eccessiva fiducia nei meccanismi autoregolatori del mercato. In Italia la sensibilità del nostro legislatore sul tema è apparsa, ad un certo punto, sempre più appannata. Come da più parti si è osservato, la riforma del Tuf per le società quotate nel 1998 ha segnato sotto alcuni profili una attenuazione del sistema dei controlli contabili, non tanto sul piano delle funzioni (che anzi appaiono ben più specificate e definite) quanto sul piano del modello strutturale che ha aumentato il livello di “privatizzazione” della figura del revisore. Né miglior risultato ha sortito – sempre sul piano strutturale – la riforma societaria del 2003-2004, benchè il mercato della revisione contabile dalla stessa toccato ha dimensioni molto più ridotte in termini di coinvolgimento del pubblico risparmio, continuandosi per quel che riguarda le società che fanno ricorso al capitale di rischio ad applicare in via di principio la normativa del Tuf. Questa non acuita sensibilità si è espressa nella mancata adozione, a sette anni di distanza, del decreto ministeriale che avrebbe dovuto definire le cause di incompatibilità delle società di revisione ai sensi dell’art. 160, comma 1, Tuf vecchia versione (e vedi i rilievi di Montalenti e di Presti), tema in parte ora superato con la nuova formulazione della citata norma ad opera della legge di tutela del risparmio che sposta un tale compito dal Ministro di Giustizia alla Consob; e si è manifestata anche e soprattutto nello stanco procedere dello stesso disegno di legge sulla tutela del risparmio che solo di recente – quasi a fine legislatura e a distanza d’anni dall’insorgere dei noti scandali finanziari – si è finalmente tradotto nella legge 28 dicembre 2005, n. 262 dedicando un corposo art. 18 alla materia della revisione contabile nelle società quotate e (tramite i noti richiami presenti nell’art. 116, comma 2, Tuf) nelle società con azioni diffuse tra il pubblico in misura rilevante. Il legislatore è così intervenuto sugli articoli dal 159 al 165-bis del Testo unico del 1998. A. Alcuni autori ritengono che uno dei vizi che da sempre pregiudica l’indipendenza degli organi di controllo è costituito dal meccanismo di nomina e revoca dei relativi componenti.
Il rilievo ha toccato in particolare il tradizionale organo interno di controllo del sistema latino (il collegio sindacale); e quando negli anni Settanta del secolo scorso venne introdotto il revisore contabile per le società quotate, il compromesso allora raggiunto per un verso mantenne in piedi anche per la società di revisione il principio della nomina e della revoca assembleare, ma per altro verso assegnò un significativo ruolo di controllo – anche sostitutivo – alla Consob, quale pubblica autorità di vigilanza sul mercato mobiliare, tanto che sin da allora v’era chi ravvisava nelle società di revisione un vero e proprio “occhio della Consob” (espressione utilizzata da Chiomenti e da Colombo e di recente ripresa da Rordorf). Il Tuf del 1998, mantenendo la competenza assembleare e introducendo il preventivo parere dell’organo interno di controllo, aveva abolito qualsiasi ingerenza della Consob nel processo di nomina e revoca del revisore contabile, addirittura rendendo la posizione di questo controllore esterno più precaria di quella del controllore interno (la cui revoca diventa efficace solo se la giusta causa è accertata e approvata anche dal Tribunale: art. 2409-quater c.c.). La recente legge sul risparmio ripristina il ruolo di vigilanza, anche sostitutiva, della Consob nel procedimento di nomina e revoca del revisore, ciò che contribuisce per un verso a rafforzarne l’indipendenza e per altro verso a monitorarne l’idoneità tecnico-organizzativa in relazione allo specifico conferimento d’incarico, e non già solo in astratto al momento della iscrizione nell’Albo speciale. In sede di nomina alla Consob è demandata la verifica della insussistenza di cause di incompatibilità o anche la verifica della idoneità tecnica ad esercitare l’incarico “in relazione alla (sua) organizzazione ovvero al numero degli incarichi già assunti” dal revisore, con un meccanismo di silenzio-assenso che si perfeziona ove non intervenga entro il termine di venti giorni il divieto di esecuzione della delibera. Parimenti in sede di revoca sempre alla Consob, e con analogo meccanismo, è demandato il controllo sulla esistenza della giusta causa, con la precisazione – come suggerito da Presti sulla scia della direttiva comunitaria – che “non costituisce giusta causa di revoca la divergenza di opinioni rispetto a valutazioni contabili o a procedure di revisione” (art. 159, co. 2 e co. 5). Ed è stata altresì ripristinata la revoca d’ufficio da parte della Consob “qualora – in pendenza di rapporto – rilevi una causa di incompatibilità ovvero qualora siano state accertate gravi irregolarità nello svolgimento dell’attività di revisione, anche in relazione ai principi e criteri di revisione stabiliti ai sensi dell’articolo 162, comma 2, lettera a”. Il potere di revoca d’ufficio è integrato dal potere sostitutivo di nomina del nuovo revisore ad opera della Consob, ove l’assemblea della società non provveda nei trenta giorni dal ricevimento della comunicazione del provvedimento di revoca. Il ruolo della Consob rispetto al sistema di revisione contabile esce rafforzato anche per quel che concerne il continuo monitoraggio sull’attività del revisore. Innanzitutto il novellato art. 162 dispone che la Consob non si limita più a raccomandare i Principi di revisione, ma esercita al riguardo un vero e proprio potere di vigilanza regolamentare, in quanto “stabilisce, sentito il parere del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili, i principi e i criteri da adottare per la revisione contabile, anche in relazione alla tipologia delle strutture
societarie, amministrative e contabili delle società sottoposte a revisione”, e così potendo rendere più stringente il piano di lavoro del revisore e il livello di approfondimento delle verifiche con riguardo alla “materiality” degli errori da rilevare. In secondo luogo la stessa norma sancisce una verifica periodica e comunque almeno triennale dei requisiti di indipendenza e di idoneità tecnica sia della società sia dei responsabili della revisione. Infine l’art. 159, comma 7, affida alla Consob il compito di stabilire in via regolamentare, non le tariffe in senso stretto né il compenso in concreto (la cui determinazione è affidata alla libera negoziazione delle parti e alla decisione assembleare), ma pur sempre “i criteri generali per la determinazione del corrispettivo per l’incarico di revisione contabile”, così limitando la discrezionalità delle parti che potrebbe riflettersi sulla indipendenza del revisore. Viene altresì precisato che la corresponsione del compenso non può essere subordinata ad alcuna condizione relativa all’esito della revisione né la misura può dipendere in alcun modo dalla prestazione di servizi aggiuntivi da parte della società di revisione. E ancora, che anche la retribuzione dei dipendenti del revisore, che partecipano alle attività di revisione, deve prescindere completamente dall’esito delle revisioni compiute, dal numero degli incarichi ricevuti dal revisore o dall’entità dei compensi per essi percepiti (art. 160, comma 1-septies). Tutto ciò contribuisce ad attrarre il ruolo del revisore, nonostante la nomina assembleare da parte della società revisionata, nella sfera dell’esercizio di “funzioni semipubblicistiche”, di tutela dell’interesse generale al corretto funzionamento del mercato finanziario. B. Un secondo aspetto di rilievo – sempre al fine di salvaguardare l’indipendenza del revisore – è costituito dalla disciplina delle incompatibilità e, per questa via, soprattutto dei “servizi non-audit” che possono affiancare l’attività principale di revisione contabile. Il rischio che si vuole in tal modo evitare è la cattura del controllore da parte del controllato, affinché egli non si trovi invischiato in una rete di rapporti conflittuali con il suo principale ruolo di revisore, in uno stato di eccessiva intimità con il proprio cliente o al contrario di facile ricattabilità da parte dello stesso. La novella sul risparmio sposta ancora una volta (dal Ministero del Tesoro) in capo alla Consob la competenza regolamentare in materia di individuazione delle cause di incompatibilità e le assegna in questo ambito il compito: a) di definire “i criteri per stabilire l’appartenenza di un’entità alla rete di una società di revisione”; b) di determinare le caratteristiche degli incarichi e dei rapporti che possono compromettere l’indipendenza della società di revisione; c) di stabilire le forme di pubblicità dei compensi percepiti dalle entità della rete per servizi di revisione e per servizi “non audit”; d) di dettare altresì al revisore prescrizioni e raccomandazioni per evitare pressioni da parte dei propri azionisti o delle entità della rete o di esponenti di questa tali da compromettere l’indipendenza e l’obiettività delle persone che effettuano l’attività di revisione contabile (art. 160, co. 1-bis). Al di là del potere regolamentare attribuito alla Consob, la legge si spinge a individuare comunque otto tipologie di servizi non-audit senz’altro vietati, sulla scia
dell’analoga disciplina del Sarbanes-Oxley Act, con un divieto che ha un versante passivo e un versante attivo molto ampio, sì da evitare per quanto possibile eventuali elusioni (art. 160, comma 1-ter). Sul versante passivo sono situate la società soggetta a revisione ma anche ogni società del relativo gruppo (controllanti, controllate o sottoposte a comune controllo o anche solo collegate); sul versante attivo si collocano non solo la società di revisione e le entità della rete, ma anche soci, esponenti e dipendenti della società di revisione e delle società del relativo gruppo (nell’accezione allargata già prima precisata). Le attività vietate (che spaziano dalla tenuta dei libri contabili e altri servizi connessi – relativi alle registrazioni contabili o alle relazioni di bilancio – sino alla progettazione e realizzazione di sistemi informativi contabili, dai servizi di valutazione e stima ed emissione di pareri pro veritate ai servizi attuariali, dalla gestione esterna dei servizi di controllo interno alla consulenza e servizi in materia di organizzazione aziendale per la selezione formazione e gestione del personale, dalla intermediazione di titoli, consulenza per l’investimento o servizi bancari d’investimento alla prestazione di difesa giudiziale) sono peraltro ulteriormente dilatabili con il regolamento Consob, purchè si tratti di servizi e attività – anche consulenziali – “non collegati alla revisione” ma individuati in ottemperanza ai principi dell’VIII direttiva comunitaria in tema di indipendenza del revisore. Tenuto conto della circostanza che la società di revisione iscritta nell’albo speciale ha un oggetto sociale esclusivo, “limitato alla revisione e alla organizzazione contabile di aziende”, ne deriva che il divieto è soprattutto indirizzato alle entità della rete nonché ai soci, esponenti e dipendenti del gruppo cui appartiene la società di revisione. Nessuno si nasconde la difficoltà di individuare un concetto di “rete” di appartenenza del revisore, che nella proposta di riforma è mutuata dalla definizione dettata in sede di direttiva comunitaria ed è costituita “dalla struttura più ampia cui appartiene la società stessa e che si avvale della medesima denominazione o attraverso la quale vengono condivise risorse professionali” (art. 160, co. 1-bis): alla rete sono comunque e sempre riconducibili le società di gruppo (nel senso allargato già precisato), ma essa sembra far leva, oltre che sui legami partecipativi e/o economici, anche su collegamenti segnaletici, quali la comune denominazione o la condivisione di risorse professionali. E parimenti problematica risulta la determinazione delle ulteriori attività vietate o anche di quelle legalmente nominate, non essendo chiaro se anche per esse debba valere comunque il criterio finalistico che le rende incompatibili, e cioè la rilevanza pregiudizievole per l’indipendenza del revisore. C. Meritevoli di approvazione (perlomeno nella sostanza più che nella formulazione) appaiono le norme relative alla durata dell’incarico della società di revisione e del responsabile della revisione nonchè al cd. periodo di raffreddamento, norme che mirano ad evitare il fenomeno della eccessiva “familiarità” con il proprio cliente e a favorire il riesame da parte di un nuovo revisore o di nuovi responsabili; norme tuttavia che devono essere concepite in funzione di un accettabile punto di
equilibrio con l’esigenza di impostazione di un lavoro di medio termine e nel contempo di indipendenza del revisore a fronte del “ricatto” di scadenze troppo ravvicinate. Quanto alla durata dell’incarico, al rigido criterio dell’incarico triennale rinnovabile di triennio in triennio sino ad una massimo di nove anni viene sostituito il criterio della durata secca di sei esercizi, rinnovabile una sola volta (evidentemente per analogo periodo) e riaffidabile non prima che siano decorsi tre anni dalla cessazione del precedente incarico (art. 159, co. 4). La formulazione accolta nel disegno di legge approvato al Senato lasciava ancor più perplessi di quella attuale. Esso fissava il principio di una durata modulabile fra un minimo e un massimo: l’incarico non avrebbe dovuto avere durata inferiore a tre né superiore a sei esercizi e non avrebbe potuto essere rinnovato se non fossero decorsi almeno tre anni dalla data di cessazione del precedente. Va detto tuttavia che la disposizione, certamente migliorata rispetto ad altra precedente formulazione sulla scorta di osservazioni condivisibili di Presti, lasciava dubbi interpretativi sulla sua concreta applicabilità: scaduto il triennio o il quadriennio, erano possibili rinnovi sino a coprire i sei esercizi? O scattava la regola della durata minima anche in caso di rinnovo o comunque, scaduto l’incarico pur inferiore ai sei esercizi, alcun rinnovo era consentito se non dopo il periodo triennale di raffreddamento? La formulazione definitiva mi sembra che elimini questi dubbi interpretativi, pur allungando in termini secchi la durata dell’incarico. E tuttavia non appare del tutto esente da critiche, poiché la disposizione sembra aperta a due possibili interpretazioni: da un canto una durata di sei esercizi non immediatamente rinnovabile, cui dovrebbe seguire per il rinnovo un periodo di raffreddamento di almeno tre anni (Lu. De Angelis); d’altro canto una durata di sei esercizi immediatamente rinnovabile per pari periodo cui successivamente deve far seguito un periodo di raffreddamento di almeno tre anni (sulla possibilità di una duplice lettura vedi anche Circolare Assogestioni n. 24/06/C del 20 febbraio 2006). Verso quest’ultima interpretazione fa propendere l’espressione “è rinnovabile una sola volta”, che non avrebbe alcun senso se fosse riferita al rinnovo dopo il periodo di raffreddamento, quasi a dire che un dato revisore può avere solo due incarichi presso la stessa società per tutta la vita della stessa (il che mi sembra oltretutto impraticabile in presenza di un mercato della revisione altamente concentrato) (favorevole a tale interpretazione è Assonime, Circolare n. 12 del 12 aprile 2006; analogamente Consob nella Comunicazione del 23 marzo 2006 – DEM/6025868-6025869-6025871). In senso opposto depone ovviamente l’eccessiva durata che in caso di rinnovo il medesimo incarico può sortire continuativamente presso la stessa società (dodici anni). Analoga (anche se più rigida) rotazione è prevista per il soggetto responsabile della revisione, che non può svolgere tale funzione per più di sei esercizi sia rispetto alla medesima società che alle società di gruppo della stessa – anche per conto di altra società di revisione – ove non siano decorsi almeno tre anni dalla cessazione del precedente incarico (artt. 159, co. 4 e 160, co. 1-quater). E sempre per evitare la cattura del revisore da parte dei soggetti revisionati si rafforza il periodo di raffreddamento per il “passaggio dalla squadra dei revisori a
quella dei revisionati e viceversa” (così icasticamente Presti) (cfr. art. 160, da co. 1quinquies a co. 1-octies). D. Un ulteriore aspetto viene utilmente regolato dalla legge sulla tutela del risparmio: il controllo contabile delle società di gruppo, nel cui ambito sia presente sia come capogruppo sia come controllata – anche soggetta a controllo comune – una società con azioni quotate. Il principio che vi si afferma è quello secondo cui il revisore della società capogruppo (sia essa quotata sia essa controllante una società quotata: artt. 165, co. 1-bis e 165-bis, co. 2) “è interamente responsabile per la revisione del bilancio consolidato del gruppo”. Ma a tal fine al revisore di gruppo vengono attribuiti idonei poteri, poiché diversamente ci si potrebbe trovare di fronte ad una sorta di “responsabilità oggettiva”: e infatti il revisore della capogruppo è abilitato a ricevere i documenti di revisione dalle società incaricate della revisione contabile delle altre società del gruppo; può chiedere tanto agli altri revisori quanto agli amministratori delle società del gruppo ulteriori notizie e documenti utili alla revisione; può soprattutto procedere direttamente ad accertamenti ispezioni e controlli presso le stesse società; e deve, infine, informare la Consob e gli organi di controllo della società capogruppo e della società interessata dei “fatti censurabili” che ravvisi nell’espletamento dell’incarico (art. 165, co. 1-bis). Resta, in verità, scoperto il nodo dei possibili interventi nei confronti di società estere, benché molti passi in avanti sembrerebbero essersi compiuti con riguardo alle società estere off-shore, individuate con decreto ministeriale, controllate o controllanti o collegate con società italiane quotate o con strumenti diffusi, e per le quali si assiste ad una vera e propria sostituzione degli organi della società italiana e del suo revisore nel redigere e nel controllare il bilancio d’esercizio della società estera “off-shore” e/o nel redigere relazioni e pareri sui rapporti fra loro intercorrenti. Mi rendo conto della difficoltà che questa disciplina avrà per gli operatori, ma probabilmente la sua reale portata potrebbe giocarsi sul piano della deterrenza, un invito ad evitare il possesso di società “off-shore”. E’ invece caduto il tentativo di limitare la responsabilità per danni del revisore, quantomeno per i comportamenti non dolosi, ad un multiplo (dieci) del corrispettivo percepito per l’incarico di revisione. E. Da ultimo non può trascurarsi la circostanza che la legge sul risparmio ripristina disposizioni penali – pur rivisitate – che erano state abrogate con il primo decreto legislativo di attuazione della riforma societaria, e in particolare riproponendo il reato di “falsità nelle relazioni o nelle comunicazioni della società di revisione” (art. 174-bis) e introducendo il reato di “corruzione dei revisori” (art. 174-ter). Per questa via, pur non avendo modificato registro sul controverso tema del cd. falso in bilancio, il legislatore – non senza qualche contraddizione – rafforza la tutela penale del mercato dell’informazione finanziaria. La riforma rafforza anche il sistema sanzionatorio amministrativo, attribuendo il potere di irrogazione delle sanzioni pecuniarie direttamente alla Consob (e non più al Ministero del Tesoro). 5. Sino a questo punto la riforma di recente approvata.
Ma vi sono almeno altri tre aspetti, che non sono stati adeguatamente affrontati: l’effettivo grado di professionalità delle società di revisione, sotto il profilo dell’idonea formazione del personale adibito all’attività di revisione contabile sul campo; il contenuto standardizzato dell’opinione del revisore, tutto concentrato sulla verifica dell’informazione di bilancio; l’elevata concentrazione del mercato dei servizi di revisione contabile. Il primo e il terzo punto sono momenti importanti a garanzia della qualità del servizio di revisione. Troppo spesso le squadre di revisori utilizzano giovani alle prime esperienze, appena laureati, senza adeguata preparazione professionale; e per quanto possano essere adeguatamente guidati, l’inesperienza e l’impreparazione in sede di selezione dei dati da revisionare può pregiudicare il buon esito della verifica in tutte le fasi successive. Occorre studiare forme di qualificazione per l’accesso alle squadre di revisori anche ai livelli cd. più bassi. Ma soprattutto non è possibile sperare che la concorrenza sul mercato finanziario, che è anche concorrenza degli emittenti nella produzione dei flussi informativi, possa correttamente operare e determinare prezzi significativi dei prodotti emessi, se il mercato dei servizi di revisione è un mercato oligopolistico, con forti barriere all’entrata. Ho l’impressione che su tale mercato occorra intervenire con incentivi ma anche con applicazione delle regole antitrust in maniera più decisa. Il secondo punto riguarda il ruolo eccessivamente notarile della funzione del revisore, che si manifesta in una relazione troppo standardizzata ed essenziale. Le opinioni con rilievi o con richiamo di attenzione su alcune informazioni costituiscono un indubbio progresso al riguardo. In alcune analisi di Oltre Oceano si segnala l’esigenza di pubblicizzare una sorta di verifica cautelativa sull’andamento dei sistemi di controllo interno del soggetto revisionato, che è peraltro oggetto di verifica preliminare del revisore quale base di affidabilità dell’intero sistema informativo societario. Non si tratta, insomma, di segnalare al mercato esclusivamente la correttezza e veridicità dell’informazione attualmente prodotta ma di segnalare altresì e con anticipo sulla produzione dei futuri flussi informativi i rischi insiti nell’attuale livello di organizzazione dei controlli interni. I limiti di questa relazione non consentono di andare oltre la segnalazione di problematiche e l’accenno di qualche via d’uscita. La disciplina della revisione contabile che emerge dalla riforma sulla tutela del risparmio segna – sul punto specifico – una inversione di tendenza rispetto alla avviata “privatizzazione” della funzione, con un ritorno alle sue radici di supporto a sostegno del “bene pubblico” informazione societaria. E’ un buon principio, ma resta il nodo fondamentale del “mercato eccessivamente concentrato” della revisione che solo nuovi processi economici – allo stato difficilmente immaginabili – potranno cercare di rendere più aperto e concorrenziale.
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