Source: https://www.riskmanagement360.it/compliance/il-modello-di-organizzazione-e-gestione-del-d-lgs-231-2001-struttura-e-caratteristiche/
Timestamp: 2020-06-06 16:43:09+00:00
Document Index: 84443759

Matched Legal Cases: ['art. 5', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 6', 'art. 1', 'art. 5', 'art. 6', 'art. 7', 'art. 6', 'art. 25', 'art.25', 'art. 24', 'art. 25', 'art. 17']

Il modello di organizzazione e gestione del D.lgs. 231/2001: cosa prevede - Riskmanagement
Il modello di organizzazione e gestione del D.lgs. 231/2001: cosa prevede
La “Disciplina della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giuridica”, in vigore dal 4 luglio 2001, ha introdotto nell’ordinamento italiano un nuovo regime di responsabilità denominata “da reato”, derivante dalla commissione o tentata commissione di determinate fattispecie di reato nell’interesse o a vantaggio degli enti stessi
Con il termine compliance si allude, in buona sostanza, all’insieme di regole di carattere normativo, etico, morale, sociale ed organizzativo emanate non solo dal legislatore ma anche da enti pubblici, Organismi di controllo di matrice pubblica, Authority di garanzia ecc. ai quali le aziende devono conformarsi al fine di non incappare nelle sanzioni connesse a una violazione delle medesime e al fine di porre in essere una adeguata gestione degli affari.
Il d.lgs. 231/2001 si atteggia come una sorta di modello etico-organizzativo volto a prevenire la commissione di determinati reati.
Cosa dispone il D.lgs. 231/2001
Come noto, il D.lgs. 231/2001 recante la “Disciplina della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giuridica”, in vigore dal 4 luglio 2001, ha introdotto nell’ordinamento italiano un nuovo regime di responsabilità denominata “da reato”, derivante dalla commissione o tentata commissione di determinate fattispecie di reato nell’interesse o a vantaggio degli enti stessi. La terminologia utilizzata è frutto di un compromesso lessicale stante il fatto che la responsabilità penale è costituzionalmente definita “personale”, sul punto, nella relazione governativa al predetto decreto è stato altresì precisato che “Tale responsabilità, poiché conseguente da reato e legata (per espressa volontà della legge delega) alle garanzie del processo penale, diverge in non pochi punti dal paradigma di illecito amministrativo ormai classicamente desunto dalla L. 689 del 1981. Con la conseguenza di dar luogo alla nascita di un tertium genus che coniuga i tratti essenziali del sistema penale e di quello amministrativo nel tentativo di contemperare le ragioni dell’efficacia preventiva con quelle, ancor più ineludibili, della massima garanzia.”
La responsabilità scaturente dal decreto si va ad aggiungere alla responsabilità penale del soggetto che ha materialmente posto in essere l’illecito con il fine di colpire il patrimonio dell’ente beneficiante dei vantaggi derivanti dalla commissione del reato.
I soggetti chiamati a rispondere possono essere suddivisi in due macro-categorie: in primo luogo rilevano i c.d. soggetti apicali, segnatamente coloro che “rivestono funzioni di rappresentanza, di amministrazione o di direzione dell’ente o di una sua unità organizzativa dotata di autonomia finanziaria e funzionale nonché da persone che esercitano, anche di fatto, la gestione e il controllo dell’ente stesso” (art. 5, lett. a) e, in secondo luogo, i c.d. sottoposti (art. 5, lett. b) ovvero persone assoggettate alla direzione o alla vigilanza di uno dei soggetti di cui alla lettera a.
La responsabilità dell’ente, in ogni caso, rileva solo ed esclusivamente nel caso in cui il reato sia stato commesso nel suo interesse o a suo vantaggio, ne consegue ovviamente che qualora il reato sia stato posto in essere, dai soggetti di cui all’art. 5, nell’interesse esclusivo proprio o di terzi la responsabilità dell’ente non sarà configurabile.
L’ente sarà altresì chiamato a rispondere del reato nel caso in cui l’autore del reato non sia stato identificato o non sia imputabile.
Il modello di organizzazione e gestione dell’ente
L’importanza di modellare un sistema adatto a prevenire le sanzioni correlate alla violazione delle condotte ricomprese dal decreto la si evince dal portato dell’art. 6 in forza del quale infatti l’ente non risponde del reato commesso se prova che:
Nelle società di capitali il collegio sindacale, il consiglio di sorveglianza e il comitato per il controllo della gestione possono svolgere le funzioni dell’organismo di vigilanza di cui al comma 1, lettera b).
In relazione all’estensione dei poteri delegati e al rischio di commissione dei reati, i modelli devono rispondere alle seguenti esigenze:
c) individuare modalità di gestione delle risorse finanziarie idonee a impedire la commissione dei reati;
I modelli in questione dovranno altresì prevedere:
L’ente è responsabile se la commissione del reato è stata resa possibile dall’inosservanza degli obblighi di direzione o vigilanza è, in ogni caso, esclusa la responsabilità se l’ente, prima della commissione del reato, ha adottato ed efficacemente attuato un modello di organizzazione, gestione e controllo idoneo a prevenire reati della specie di quello verificatosi.
L’efficace attuazione del modello richiederà:
La responsabilità in capo all’ente si manifesterà allorquando si verificheranno, congiuntamente, tutte le condizioni soggettive ed oggettive: dovrà dunque trattarsi di un ente così come individuato dalla legge (art. 1 d.lgs. 231/2001), la condotta dovrà essere stata posta in essere dai soggetti di cui all’art. 5, dovranno essere integrati gli estremi affinché possa essere configurato uno dei reati la cui commissione farà scattare detta responsabilità, dovrà emergere l’esistenza di una condizione di vantaggio o interesse per l’ente stesso derivante dal reato ed infine dovrà altresì verificarsi la circostanza per cui l’organismo di vigilanza si sarà dimostrato negligente o omissivo o inefficiente.
Negli artt. 6 e 7 del decreto si delineano quelle che possono invece essere definite condizioni esimenti la cui sussistenza può far sì che l’ente vada appunto esente da responsabilità occorre però osservare che dette condizioni si atteggiano in maniera differente.
Nel caso delineato dall’art. 6 (reato posto in essere da soggetto ricoprente una posizione apicale) spetterà all’Ente stesso la dimostrazione di aver predisposto adeguate misure di prevenzione e controllo nonché di aver vigilato sul corretto funzionamento delle stesse, sarà altresì gravato del non semplice onere di provare che il soggetto ha agito violando in maniera fraudolenta i sistemi apprestati; nel caso di cui all’art. 7 invece (trattasi dunque di reato commesso da un soggetto sottoposto) sarà onere precipuo dell’autorità giudiziaria dimostrare il mancato funzionamento dei sistemi di organizzazione, prevenzione e controllo dell’ente.
Materialmente dunque le condotte che l’ente interessato deve porre in essere sono:
l’adozione di organizzazione e gestione finalizzato a prevenire la commissione dei reati
l’attuazione del modello medesimo
la vigilanza sul modello stesso
Il modello organizzativo che l’impresa dovrà istituire dovrà essere caratterizzato da un certo qual grado di dinamicità, nel concreto dovrà palesare eventuali violazioni e come le stesse si sono verificate nel concreto, dovrà essere in grado di fornire adeguate informazioni all’Organismo di vigilanza, dovrà essere in grado di fornire il fall-out che detta eventuale violazione potrà avere nel contesto aziendale-societario nonché garantire una certa stabilità nel corso del tempo ed aggiornarsi adattandosi alle evoluzioni legislative e dell’ambiente di riferimento.
Il corretto funzionamento del modello è di indubbia importanza per l’ente in quanto garantisce quella vigilanza necessaria affinché lo stesso si declini efficientemente ed esplichi la sua funzione esimente nel caso di violazione.
La predisposizione del modello
Nel concreto, la predisposizione del modello dovrà essere preliminarmente volta all’individuazione delle aree aziendali maggiormente esposte ai rischi, segnatamente in un’ottica risk based approach dovranno essere analizzati i processi, i soggetti coinvolti e i loro ruoli nel contesto aziendale, i reati in cui potenzialmente si potrebbe incorrere, dovrà altresì essere idoneo a creare il corretto flusso informativo verso l’organismo di vigilanza, dovrà essere dinamico a tal punto da garantire un tempestivo intervento tenuto conto delle attività di natura finanziaria ed altresì garantire un saldo sistema sanzionatorio per i soggetti che non rispettano lo stesso.
Necessaria, in ogni caso, un’attività di informazione e di formazione del personale dipendente.
Le caratteristiche peculiari del modello devono attenere a specificità, effettività (intesa nell’accezione di essere quanto più pregnante ai tempi) e dinamicità.
Schematicamente la predisposizione del modello può essere suddivisa in tre distinte fasi:
Individuazione degli ambiti a rischio reato
Analisi dei controlli preventivi (as-is; analisi di gap)
Predisposizione del modello di sintesi e piano di implementazione
Implementazione del sistema di controllo interno
Definizione e adeguamento della struttura organizzativa
Definizione e implementazione degli aspetti procedurali
Definizione del piano di verifiche da parte dell’organismo di vigilanza
Monitoraggio sul corretto funzionamento del modello
Aggiornamento sistematico dei rischi derivanti dai reati
Utilizzo di indicatori a fini di monitoraggio e analisi
Come tratteggiato nelle righe di cui sopra, l’art. 6 del d.lgs. in questione prevede espressamente che il compito di vigilare sul funzionamento e l’osservanza del modello organizzativo nonché di curarne l’aggiornamento, deve essere di spettanza di un organismo ad hoc istituito dotato di autonomi poteri di iniziativa e controllo.
La persona giuridica interessata sarà infatti esonerata da responsabilità per i reati commessi nel suo interesse o a suo vantaggio nel caso in cui abbia adottato ed efficacemente attuato un modello organizzativo idoneo a prevenire reati della specie di quello verificatosi e abbia istituito al suo interno tale organismo prima della commissione del fatto illecito dovrà altresì dimostrare che non vi sia stata omessa o insufficiente vigilanza da parte di tale organismo.
Nel concreto dovrà:
vigilare sull’effettività del modello
effettuare disamine circa l’adeguatezza dello stesso
effettuare analisi circa il mantenimento nel tempo dei requisiti di funzionalità e solidità del modello medesimo
Stante la vaghezza del portato normativo, sussistono dubbi interpretativi circa la sua concreta struttura e composizione (molteplici gli interventi sul punto di giurisprudenza, dottrina, associazioni di categoria e consulenti), che dovranno in ogni essere integrati, dai soggetti chiamati a svolgere l’attività di vigilanza (o dal soggetto nel caso di organo unipersonale) i requisiti di:
Per quel che attiene la composizione si delineano tre possibili soluzioni:
l’utilizzo di solo personale interno (in questo modo sarà sicuramente massimizzata l’esigenza dell’efficacia dei controlli ma allo stesso tempo minimizzata quella dell’indipendenza)
utilizzo di personale interno ed esterno (con probabile massimizzazione di ambedue le esigenze)
utilizzo di solo personale esterno (logicamente in questo caso sarà massimizzata l’indipendenza ma minimizzata l’efficacia dei controlli)
La prassi applicativa ha fatto emergere una tendenziale preferenza verso soluzioni che prevedano un blend di risorse esterne ed interne.
I reati oggetto del decreto
Le fattispecie di reato configurate nel decreto sono svariate ed attengono differenti ambiti applicativi, esemplificativamente le principali sono le seguenti:
Delitti in materia di terrorismo e di eversione dell’ordine democratico (ricompreso anche il finanziamento ai suddetti fini), indicati all’art. 25-quater D.Lgs. 231/2001;
Pratiche di mutilazione degli organi genitali femminili, indicati dall’art.25-quater 1. del D.lgs. 231/2001);
Reati transnazionali, segnatamente, l’associazione per delinquere, di natura semplice e di tipo mafioso, l’associazione finalizzata al contrabbando di tabacchi lavorati esteri o al traffico illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope, il riciclaggio, l’impiego di denaro, beni o altra utilità di provenienza illecita, il traffico di migranti ed alcuni reati di intralcio alla giustizia se rivestono carattere di transnazionalità;
Delitti informatici e illecito trattamento dei dati (art. 24-bis D.Lgs. 231/2001);
Reati ambientali e inquinamento del mare da parte delle navi (art. 25-undecies);
L’elenco è altresì in fase di ampliamento, sulla base di quanto disciplinato dalla legge 300/2000 ed altri interventi normativi in forza dei quali saranno destinati a essere ricompresi: illeciti commessi con strumenti di pagamento, con computer o con dispositivi appositamente allestiti, comportamenti illeciti per l’entrata e il transito di extracomunitari; reati connessi al traffico illecito di stupefacenti e di precursori; Intercettazioni telefoniche, telematiche e ambientali; tutela penale in materia di appalti.
Per quel che attiene l’aspetto sanzionatorio, possiamo suddividere le conseguenze derivanti dalla commissione del reato in quattro tipologie:
sanzioni interdittive (quali l’interdizione dall’esercizio dell’attività; sospensione o revoca di autorizzazioni/ licenze/ concessioni; mancata ammissione a gare di fornitura della P.A.; esclusione da agevolazioni, finanziamenti, contributi o sussidi e revoca di quelli concessi; il divieto di pubblicizzare i propri beni o servizi, etc.)
sanzioni pecuniarie (le quali vengono calcolate servendosi di un sistema per quote in forza del quale le stesse sono proporzionate al reato e alla gravità della responsabilità dell’azienda)
In ogni caso, in caso di procedimento giudiziale in corso, può evitare tale genere di sanzioni (salva, in ogni caso, l’applicazione di sanzioni pecuniarie) attuando i comportamenti di cui all’art. 17:
risarcendo il danno in misura integrale ed eliminando le conseguenze dannose o pericolose del reato o adoperandosi in tal senso
eliminando le carenze organizzative che hanno permesso il reato, adottando ed attuando modelli organizzativi idonei alla prevenzione di reati simili
mettendo a disposizione i profitti per la confisca
Nonostante la reticenza iniziale il modello che portava gli oneri imposti dal d.lgs. 231/2001 a essere visti come l’ennesimo adempimento formale (con la gravosa conseguenza che il modello veniva predisposto in maniera del tutto approssimativa e poco attenta ai dettami del legislatore) oggi l’adozione dello stesso è vista come sinonimo di garanzia della bontà delle scelte imprenditoriali, attente ormai non solo alla stesura ma anche all’aggiornamento continuo dello stesso.
Nonostante la facoltatività del modello, sono innumerevoli i casi in cui i vertici societari propendano per la predisposizione dello stesso, segno che l’obiettivo del legislatore che era non tanto imporre alle imprese la creazione di un metaforico scudo per le sanzioni previste, quanto piuttosto perseguire l’obiettivo di responsabilizzazione sociale delle imprese medesime, nell’intento di propulsione del tessuto imprenditoriale verso una concezione etica dell’attività lavorativa, è stato efficacemente raggiunto.