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Timestamp: 2020-08-04 14:43:53+00:00
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Caso parallelo a “Re nero” una condanna c’e’ gia’ stata - Legalità Bene Comune
Caso parallelo a “Re nero” una condanna c’e’ gia’ stata
da PeppinoImpastato | 14 Marzo 2016 | Processi | 0 commenti
La Cassazione ha depositato nell’aprile scorso una sentenza definitiva ad una pena pecuniaria, per fatti a cavallo tra il 2008 e il 2009, nei confronti dei vertici di Asset Banca per non aver comunicato i titolari effettivi di due rapporti
Nell’ambito della complessa vicenda in qualche modo collegata al caso “Re Nero”, ne spunta una per la quale c’è già stata una condanna definitiva. Infatti, mentre per il caso principale è in corso a Forlì, alle battute iniziali, il processo di primo grado, un’altra vicenda è arrivata a sentenza definitiva con la pronuncia della Corte di Cassazione. Fino ad oggi nulla si era saputo sul Titano, ma il 30 aprile dello scorso anno la Suprema Corte di Roma ha depositato una sentenza definitiva che conferma la condanna a una pena pecuniaria nei confronti di Presidente e Direttore di Asset Banca per un caso di omissione.
Il caso nacque a ridosso dell’inizio dell’inchiesta della procura di Forlì, a cavallo tra i 2008 e il 2009. Questa volta le accuse erano mosse dalla procura di Milano. Un caso sorse in seguito ad un controllo della Guardia di Finanza presso un intermediario finanziario italiano; l’altro, presso un altro intermediario, perché da Asset era stato richiesto il rimborso parziale di quanto investito, ma il clamore dell’inchiesta forlivese aveva spinto l’intermediario italiano a fare l’adeguata verifica e poi a segnalare la mancata risposta all’Unità di Informazione finanziaria di Bankitalia. Così la procura milanese contestava ai due vertici della banca sammarinese, Stefano Ercolani e Barbara Tabarrini, il fatto di avere omesso di comunicare gli effettivi titolari di due rapporti finanziari.
Asset Banca, a Milano, aveva due rapporti accesi: uno che vedeva il possesso di quote del fondo Gestielle Hedge Defensive della Aletti Gestielle, società di gestione del risparmio del Gruppo Banco Popolare; un secondo rapporto era acceso con Allianz Banca. Il primo era riferito al Direttore Tabarrini. Il secondo al Presidente Ercolani. Entrambi, però, erano tenuti da Asset per conto di soggetti terzi.
Quando venne chiesto di indicare i titolari effettivi di quei rapporti, da Asset prima venne risposto picche e poi, alle successive sollecitazioni, non arrivarono di fatto più risposte. Una fattispecie prevista dal Decreto legislativo italiano 231 del 2007, articolo 55, comma 2, punisce “l’esecutore delle operazioni che omette di indicare le generalità del soggetto per conto del quale eventualmente esegue l’operazione…”.
Così, dopo l’indagine e il rinvio a giudizio, in primo grado il tribunale di Milano condannò i due a una pena detentiva, concedendo il beneficio della sospensione condizionale della pena. La sentenza fu impugnata e, di seguito, la Corte d’Appello, l’11 dicembre 2013, revocò la sospensione condizionale, ma commutò la pena da detentiva a pecuniaria.
I difensori di Tabarrini ed Ercolani, gli avvocati Filippo Sgubbi, Donato Castronuovo e Luca Sirotti, impugnarono ancora la sentenza davanti alla Corte di Cassazione che, nella seduta del 20 febbraio 2015, valutò il caso. La Corte, riunita nella Seconda Sezione Penale, era composta dal presidente, Ciro Petti, e dai consiglieri Matilde Cammini, Piercamillo Davigo, Luigi Giovanni Lombardo e Giovanna Verga. La Suprema Corte ha dunque confermato, depositando sentenza circa un anno fa, quanto valutato dai giudici di primo e secondo grado. Del procedimento parallelo di Milano e della condanna definitiva della Cassazione, se ne sapeva poco o nulla ed è emerso durante le ricerche per il libro “Re Nero” da oggi nelle edicole e librerie del Titano.
Va detto che gli imputati e i loro legali hanno sempre rigettato le accuse sostenendo di avere sempre applicato le normative sammarinesi allora in vigore. Una posizione difensiva che non è stata condivisa dalla Suprema Corte che, respingendo i ricorsi, ha confermato quanto era stato deciso dalla Corte d’Appello di Milano.
La sentenza della Cassazione, al di là del fatto specifico, fissa il principio secondo cui anche i soggetti bancari e finanziari sammarinesi dovevano, operando oltre confine, sottostare alle normative italiane in ambito di adeguata verifica.