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Timestamp: 2020-02-27 02:38:52+00:00
Document Index: 171460227

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Capitolo I lo svolgimento del processo - Pagina 3
Alla stregua delle considerazioni sin qui svolte devono, dunque, essere disattese le censure in punto di attendibilità del collaborante per lo specifico aspetto in esame.
Il costrutto difensivo ha trovato un più compiuto sviluppo nei motivi nuovi di appello.
La rinunzia al progetto, dunque, aveva trovato la sua causa esclusiva nello stato di decozione del Siragusa, riscontrato dal compendio documentale relativo alla vicenda fallimentare.
Osserva questa Corte che, sin dalle sue premesse, il costrutto difensivo non riflette la cronologia della vicenda, siccome descritta dal collaborante e riscontrata in atti.
Non è casuale - si badi bene - l’uso del predicato “disse” (riferito alle richieste di “pizzo”, non all’ostracismo) al passato remoto, cioè ad una azione ormai esaurita.
La coerenza logica delle dichiarazioni del Mutolo, al di là delle difficoltà espressive del collaborante, soggetto di scarsissima
Altrettanto plausibile, inoltre, che i segni della sua insolvenza si fossero manifestati anche a cagione di tali pressioni.
Le censure articolate sul punto dai difensori appellanti, dunque, devono essere disattese.
Giova, tuttavia, precisare che è del tutto neutra la circostanza, riferita dal Mutolo, di non avere mai sentito Purpi e Bontate parlare di Contrada.
Si deduce, inoltre, che
Osserva questa Corte che il costrutto difensivo, seppure non privo di una certa suggestione, è fuorviante.
Le dichiarazioni di Gaspare Mutolo, del resto, vanno correttamente inquadrate.
Ha valorizzato, per contro, le dichiarazioni, totalmente disinteressate, del testi Procopio La Mattina (pagine 385-387) e Paolo Spendore.
Assodata, dunque, la concomitanza del rapporti tra Cassina e Bontate e
In margine all’argomento in esame vanno, infine, vagliati gli ulteriori rilievi espressi nel volume 16 dei Motivi nuovi di Appello.
In particolare, al tema dell’interessamento del costruttore Angelo Graziano è dedicato l’intero, ponderoso, volume 5 dei motivi nuovi di appello.
Quel giudice, in estrema sintesi, ha osservato che
AVV. MILIO: e Guglielmo perche' l'ha ammazzato? Chi era Guglielmo, lei sa chi era Guglielmo?
MUTOLO G. ma guardi Guglielmo era una persona di Partanna Mondello e si doveva uccidere perche' insomma si pensava che era..., che potesse fare del male insomma a Rosario Riccobono.
AVV. MILIO: si trattava di Felice Guglielmo? Felice il nome Guglielmo il cognome?
MUTOLO G.: sissignore insomma, o Angelo Felic..., o Angelo Guglielmo o Felice Guglielmo.
AVV. MILIO: Felice Guglielmo. Le risulta che fosse un confidente della Polizia?
MUTOLO G.: guardi, per noi non era..., cioe' e' stato ucciso perche' c'era questo timore che lui potesse sapere qualche cosa, o che potrebbe..., che avrebbe potuto raccontare dove aveva visto a Riccobono, perche' e' stato ucciso perche' diciamo il giorno ha visto alla moglie di Rosario Riccobono a Villa Grazia e la sera stessa e' stato ucciso. Perche' noi ci preoccupavamo che questo avrebbe potuto raccontare a qualcuno, non so se ai Poliziotti oppure a qualche mafioso che...
PRESIDENTE: che?
MUTOLO G. che..., dove abitava il Riccobono.
AVV. MILIO: in che anno e' stato questo omicidio? L'omicidio in che anno e' stato?
MUTOLO G.: ma guardi questo e'..., verso il settanta..., nei primi del '76 ultimi del '75>>.
Orbene, ancorchè in questo processo non sia stata data contezza dell’esito del procedimento per l’omicidio di Felice Guglielmo, la casualità del riferimento a questo fatto delittuoso (menzionato in sede di controesame) induce ad escludere l’ipotesi di una strumentale autocalunnia da parte del Mutolo, mirata a rafforzare uno dei più importanti riscontri alle sue dichiarazioni.
La contemporanea presenza in quella strada dell’imputato e del Riccobono, il quale - non è superfluo ricordarlo - “governava” su un mandamento mafioso esteso ad una ampia parte del territorio cittadino, rispecchia plasticamente quel << tu non attacchi - noi non attacchiamo>> con cui il Questore Vincenzo Immordino stigmatizzò, nell’appunto riservato al Capo della Polizia in data 11 Maggio 1980 - appunto riportato per esteso alle pagine 1236-1240 della sentenza appellata - quella che descrisse come <<un tipo di inattività sostanziale che "tranquillizza" certi settori>>, da lui attribuita ad una condizione di <> di Contrada5.
Ulteriore elemento di fatto caduto sotto la percezione diretta di Gaspare Mutolo sono le rimostranze di Antonino Porcelli per le propalazioni di Vincenzo De Caro.
L’episodio, citato a pag. 3 del volume 4 dell’Atto di Impugnazione (ma sul punto non sono mosse specifiche censure), ed ampiamente riscontrato (cfr. le pagine da 527 a 533 della sentenza appellata, cui si rinvia per esigenze di brevità espositiva), di per sé non prospetta una specifica condotta agevolatrice dell’imputato, idonea a rafforzare il sodalizio mafioso, e però colora di attendibilità il costrutto accusatorio per due ordini di ragioni.
In primo luogo, esso è stato riferito in risposta ad una domanda rivolta dal Presidente del collegio, una volta esauriti l’esame diretto ed il controesame (era stato chiesto al collaborante se avesse avuto notizie da persone diverse dal Riccobono circa favori dispensati da Contrada), e dunque con una sicura connotazione di spontaneità.
In secondo luogo, esso evoca il tema delle discussioni, delle diffidenze e delle assicurazioni cui dava adito, nell’ambito del sodalizio mafioso, la frequentazione tra Riccobono e Contrada, tema variamente attinto, in primo grado, dai pentiti Francesco Marino Mannoia, Tommaso Buscetta e Salvatore Cancemi, e, nel primo dibattimento di appello, dai collaboranti Giovanni Brusca ed Angelo Siino.
Viene in considerazione, a questo riguardo, la testimonianza del Prefetto Vincenzo Parisi, già capo della Polizia e Direttore del S.I.S.DE , citata nella sentenza appellata (pagine 544-545).
Come ricordato dal Tribunale, questi aveva <>.
Nel caso di specie, tuttavia, proprio perché l’imputato ha costantemente negato in radice un qualsivoglia rapporto con Rosario Riccobono, precisando che non avrebbe avuto ragione di nasconderlo ove vi fosse stato, non è possibile applicare il paradigma descritto dal Prefetto Parisi.
Appare, dunque, legittimo inferire che il nascondimento di una tale frequentazione fosse scaturito, sin dal 1984 - epoca, come si dirà, dell’inchiesta giudiziaria derivata dalle prime dichiarazioni di Tommaso Buscetta - proprio dalla sua non confessabilità.
Venendo, dunque, alle censure riguardanti il ruolo di tramite svolto, secondo il Mutolo, dall’avvocato Cristoforo Fileccia, il primo rilievo della Difesa (pag. 16 e seguenti del volume IV capitolo IV dell’ Atto di impugnazione) è che <>.
Nel volume 6 dei Motivi nuovi si premette che, secondo de relato di Gaspare Mutolo:
Contrada si sarebbe costantemente avvalso dell'avv. Fileccia per fare giungere al Riccobono le notizie di interesse, ed in particolar modo quelle riguardanti le operazioni di polizia predisposte per la sua ricerca;
negli anni tra il 1977, 1978 e 1979, quando lo stesso Riccobono aveva necessità di incontrarsi con il funzionario di polizia, <> .
Si deduce, quindi, che:
Mutolo ha affermato che l'avv. Fileccia si recava in alcuni posti, ad esempio il deposito di tale Salvatore Montalto, per incontrarsi con mafiosi - suoi clienti e non (non lo era il Riccobono) - e dare loro notizie sui processi;
Lo stesso collaborante ha sostenuto di essere stato presente a taluni di questi incontri, e però ha escluso di avere mai sentito parlare il suo “capofamiglia”, in tali occasioni, di informazioni fatte pervenire da Contrada (pag. 6 trascrizione udienza 12 luglio 1994);
quanto dichiarato dall’imputato nel corso del proprio esame, e cioè di non essere mai stato nello studio dell'avv. Fileccia, di non sapere dove esso fosse ubicato, di avere avuto col predetto legale rapporti analoghi a quelli intrattenuti con tanti altri avvocati di Palermo, e cioè di mera conoscenza (pagg. 7-8- cit. ud. 23-12-1994), aveva ricevuto un indiretto conforto dalla mancanza di annotazioni riguardanti l'avv. Fileccia in tutte le agende dello stesso Dr. Contrada dal 1976 al 1992;
se tali agende erano state utilizzate dall'Accusa ed anche dal Tribunale per provare conoscenze, amicizie, incontri, colloqui, telefonate o rapporti in genere con altre persone, dovevano avere uguale valenza per provare l'assenza di rapporti con altre persone e, nel caso specifico, con l'avv. Fileccia;
negli anni indicati da Mutolo (1977-1978-1979), cioè quelli in cui sarebbe stato posto in esame il delittuoso comportamento dell'avvocato e del funzionario di P.S., il Riccobono non era “latitante" cioè non era un individuo ricercato dalle Forze di polizia perché colpito da provvedimento restrittivo della libertà personale cui si era sottratto, ma era soltanto e semplicemente un soggetto da rintracciare ed accompagnare in ufficio per la notifica di un decreto di sottoposizione alla sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno in un comune dal quale avrebbe, poi, potuto allontanarsi a suo piacimento o nel quale, addirittura, avrebbe potuto decidere di non recarsi mai;
l'accusa specifica di Mutolo <>;
il Tribunale, dunque, avrebbe errato nel ritenere attendibile il pentito quando accusa Contrada, e, al contempo, nell’affermare che la verifica della posizione dell’ avv. Fileccia - la cui smentita aveva liquidato come non credibile - sarebbe stata <> (pag. 470 della sentenza);
allo stesso modo, quel giudice aveva arbitrariamente assimilato il ruolo di favoreggiatore attribuito dal Mutolo all’avv. Fileccia e quello di portavoce svolto da quest’ultimo in occasione della perquisizione condotta dal funzionario di Polizia dr. Renato Gentile presso l’abitazione del latitante Inzerillo (il predetto legale, in quest’ultimo caso, aveva rappresentato al funzionario di Polizia dr. Vasquez, casualmente incontrato in tribunale, perché ne riferisse a Contrada, le legittime rimostranze di un suo cliente per le modalità poco urbane della perquisizione stessa).
Osserva questa Corte che, innanzitutto, la premessa sub b) non riflette il tenore della deposizione del Mutolo.
Il collaborante, infatti, non ha affatto affermato, come gli si vorrebbe far dire, che lo studio legale Fileccia fosse destinato ad ospitare, alla bisogna, gli incontri tra il Contrada e Riccobono.
Ha riferito, piuttosto, di avere appreso dal suo “capofamiglia” che egli aveva incontrato l’odierno imputato <<nell’ufficio dell’avv. Fileccia>> in uno specifico frangente, e cioè per appurare quale fosse il delatore le cui soffiate, trasmesse dallo stesso Contrada, lo avevano costretto per tre volte ad allontanarsi dalle abitazioni di cui si avvaleva dalla zona di Via Ammiraglio Rizzo (cfr. pagine 187 e 188 trascrizione udienza 7 giugno 1994).
Né, per altro verso, è pertinente l’argomento della presunta inconciliabilità tra la necessità di un tramite e l’esistenza di rapporti diretti tra l’imputato ed il Riccobono.
Si tratta, all’evidenza, di una verticalizzazione dialettica: l’utilità di un tramite, infatti, si pone quando non si verifica l’opportunità di rapporti diretti, e si pone secondo le circostanze (così come, del resto, la trasmissione di notizie di interesse per Riccobono o per altri poteva avvenire quando se ne presentava l’occasione).
L’avv. Fileccia, cioè, non è descritto come monopolista della trasmissione di notizie di interesse, ma come un tramite possibile e frequente, secondo un meccanismo di passaparola.
Un tale meccanismo, del resto, fa escludere che l’avv. Fileccia avesse necessità di incontrare il Riccobono e cercarlo in uno dei luoghi della sua latitanza,ed induce a superare l’ulteriore rilievo difensivo secondo cui il tramite del predetto legale avrebbe reso tardivi eventuali preavvisi di operazioni di Polizia e dunque sarebbe del tutto inverosimile.
Oltretutto, come rilevato dal Tribunale (pag. 803 della sentenza) <
> (emblematico, ad esempio, è il caso della già menzionata operazione di Polizia del 30 aprile 1980, preceduta da notizie confidenziali pervenute all’inizio dell’anno, che per poco non aveva consentito di pervenire alla cattura del Riccobono, individuato proprio nell’appartamento al piano attico di via Guido Jung, n° 1, della quale ha riferito il teste Gianfranco Firinu, cfr. pagine 415 e seguenti della sentenza appellata).
Senza dire che esistevano concrete possibilità di incontro tra l’avvocato ed il funzionario di Polizia, avendo entrambi, in ragione della loro rispettiva attività, occasione di recarsi di frequente a Palazzo di Giustizia (luogo che l’avv. Fileccia ha riferito di frequentare quotidianamente).
Quanto alle deduzioni sub c), h) ed i), giova ricordare i passaggi salienti del provvedimento del 19 aprile 1996 - acquisito in questo giudizio di rinvio ad istanza della Difesa, in parziale rinnovazione della istruzione dibattimentale - con il quale il Giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Palermo, su conforme richiesta del Pubblico Ministero, ha disposto l’archiviazione del procedimento n. 7415/92 R.G.N.R., nei confronti, tra gli altri, dell’avv. Cristoforo Fileccia.
Il decreto, in particolare, riporta stralci degli interrogatori resi dai collaboranti Gaspare Mutolo (il 19 novembre 1992), Giuseppe Marchese (il 4 novembre 1992), Salvatore Cancemi (il 10 novembre 1993) e Francesco Marino Mannoia (il 27 gennaio 1994).
Dà conto, in particolare, che il Mutolo aveva riferito: <<l’avv. FILECCIA Cristoforo intratteneva rapporti molto stretti con Scaglione Salvatore, Inzerillo Salvatore e lo stesso Riccobono Rosario. Egli veniva incaricato di ”sondare” il grado di “malleabilità” dei magistrati e, inoltre, si interessava di tutte le esigenze degli uomini d'onore latitanti, che incontrava personalmente ovunque si trovassero. Io stesso ebbi modo di vederlo alcune volte nel deposito di carburanti di Montalto Salvatore ovvero in un magazzino sito nei pressi della casa di Inzerillo Salvatore, luoghi quali io accompagnavo il Riccobono, ed ove appunto l’avv. FILECCIA riferiva ai presenti (Scaglione, Inzerillo, Montalto, Badalamenti Gaetano, di Maiio Salvatore) di processi e di problemi di imputati latitanti. Questi rapporti risalgono al periodo 1975-76 e comunque, dopo il 1982, non ho più avuto motivo di avere incontri con l’avv. Fileccia>>.
Giuseppe Marchese, invece, aveva dichiarato che Totò Riina aveva fatto pervenire a suo fratello Antonino Marchese un biglietto con cui gli consigliava di nominare l'avvocato Fileccia proprio difensore di fiducia nel processo per l'omicidio di Puccio Vincenzo, facendo sapere che il predetto legale <<avrebbe svolto tutto l'interessamento necessario, anche per quanto riguardava i contatti con i giudici popolari (…..)>>. In effetti, aveva soggiunto il collaborante, profittando di un colloquio, il predetto legale aveva successivamente comunicato a suo fratello Antonino Marchese tutti i nomi dei giudici, informandolo che gli stessi nomi egli aveva già fornito a Raffaele Ganci6 .
Di una “vicinanza” dell’avvocato Fileccia al Ganci aveva anche parlato Salvatore Cancemi (legato allo stesso Ganci da una profonda ed antica amicizia, come si sottolinea nella sentenza appellata a pag. 656); di una “vicinanza” a Totò Riina aveva riferito Giovanni Drago; di buoni rapporti con Nenè Geraci, capo mafia di Partinico, cui il predetto legale avrebbe chiesto il gradimento prima di acquistare un terreno nel suo territorio, aveva parlato Marino Mannoia.
Nel valutare tali risultanze il GIP (pag. 9 e segg.) aveva osservato che:
<< tutti gli inda­gati esercitano la professione di avvocato penalista e, pertanto, la loro riferita vicinanza ad alcuni noti pregiudicati mafiosi non può essere da sola utilizzata quale univoco indizio di reato, dovendo ragionevolmente presumersi che la stessa possa trovare origine proprio nell'esercizio della loro professione (….)>>;
quanto alle dichiarazioni di Marino Mannoia, non può <<attribuirsi univoco valore indiziante alla richiesta di assenso al Geraci per l'acquisto di un terreno in Partinico, località della provincia di Palermo nella quale quest'ultimo ha esercitato per lungo tempo la carica mafiosa di "capo mandamento". Premesso, infatti, che non risulta dagli atti se effettivamente l'avv.to FILECCIA abbia acquistato un terreno in Partinico, va rilevato che tale com­portamento, censurabile sotto il profilo della valenza che un siffatto riconoscimento può assumere nell'ambito della ``società" mafiosa, non può considerarsi indizio di appartenenza all'associazione stessa, non essendo lo stesso causativo di un contributo oggettivamente idoneo al rafforzamento del sodalizio ed al perseguimento dei suoi fini;
le dichiarazioni del Mutolo, secondo le quali l’avv.to Fileccia, "...veniva incaricato di "sondare" il grado di «malleabilità» dei magistrati…” non apparivano univocamente significative di un in­serimento o di una contiguità all’organizzazione criminale, nè di un servizio che avesse contribuito al rafforzamento dell' associazione criminale "Cosa No­stra";
<<se da un lato, infatti, appare spiegabile, alla luce della logica dell'associato mafioso, che questi tenti qualsiasi via al fine di ottenere un prov­vedimento favorevole da parte dell'Autorità Giudiziaria, dall'altro non risulta provato che il FILECCIA e OMISSIS abbiano fornito tali indicazioni ovvero si siano in alcun modo adoperati al fine di ottenere trattamenti di favore, nei confronti dei loro assistiti, al di fuori delle norme processuali>>.
Lo stesso GIP, in ordine alle dichiarazioni del Mutolo secondo le quali l’avv.to FILECCIA "...si interessava di tutte le esigenze degli uomini d’onore latitanti ha osservato che <<anche il latitante, per ragioni inerenti il suo diritto di difesa, è certamente legittimato avere contatti con i propri difensori a prescindere dal momento in cui conferisce il suo mandato, essendo altre le condotte vietate che di regola po­trebbero configurare un abuso dell'ufficio del difensore; quale il procurare de­naro o documenti, l'aiuto a fuggire ed a nascondere il latitante ovvero tutti quei comportamenti integranti fattispecie di reati volti ad eludere le investigazioni dell' autorità.
Invero, dall'analisi delle dichiarazioni del MUTOLO non emerge che il predetto, in mancanza di più concrete ed ulteriori specificazioni, abbia voluto riferirsi a tali ultime attività, le sole che, giova ricordare, sono in conflitto con quelle consentite dal mandato professionale nell'esercizio dell'attività forense>>.
Osserva questa Corte che oggetto del processo è la verifica dei riscontri alla indicazione accusatoria di Gaspare Mutolo nei confronti di Contrada, non il giudizio di responsabilità dell’avv. Fileccia per concorso esterno in associazione mafiosa o per singoli fatti di favoreggiamento.
Non esiste, cioè, la prospettata incompatibilità logica tra la positiva verifica della attendibilità del Mutolo, limitatamente alle indicazioni accusatorie su Contrada che evocano la figura dell’avv. Fileccia, e la mancanza di prova - per di più ritenuta in un provvedimento che non ha il crisma della irrevocabilità - di condotte agevolatrici da parte del predetto legale, pertinenti all’organizzazione mafiosa nel suo insieme.
Del resto, il provvedimento di archiviazione del GIP, nel riportare le dichiarazioni di Gaspare Mutolo, non fa alcuna menzione a notizie fatte avere da Contrada al Riccobono tramite l’avv. Fileccia, ma riporta ciò che Mutolo riferisce come oggetto di una sua percezione diretta, e cioè gli incontri del predetto legale con latitanti mafiosi anche non suoi clienti e fuori dal suo studio : incontri svoltisi negli anni 1975-1976 , che non potevano attingere l’odierno imputato in un periodo in cui era ancora visto come un nemico di Cosa Nostra.
In altri termini, la funzione di tramite dell’avv. Fileccia, per quanto interessa questo processo, riguarda il periodo in cui il collaborante era detenuto (dal maggio 1976 al 1981), ed è per tale ragione che, in modo del tutto logico, lo stesso Mutolo ha risposto di non avere mai direttamente assistito a contatti tra Contrada e Rosario Riccobono e di non avere mai sentito il suo capofamiglia, in occasione degli incontri informativi tra l’avv. Fileccia e latitanti o ricercati mafiosi, parlare dell’odierno imputato.
Del resto, anche a volere ritenere penalmente irrilevanti tali incontri, come ha fatto il GIP (che non ne ha escluso la storicità), non vi è dubbio che essi, menzionati in modo convergente dal Mutolo e dal Marchese, contribuiscono a coonestare, unitamente agli altri riscontri individuati dal Tribunale, le dichiarazioni rese dal Mutolo in questo processo, delineando un profilo non del tutto neutro del predetto legale.
E’ evidente, inoltre, che l’avv. Fileccia, citato dalla Difesa ed escusso come testimone perchè non risultava la sua qualità di indagato, non avrebbe mai potuto edere contra se (art. 198 comma secondo c.p.p.); apparendo, sotto questo profilo, condivisibile la considerazione del Tribunale secondo cui (pag. 470 della sentenza appellata) la sua testimonianza <>.
Infine, proprio l’essere stata la via Jung un qualificato centro di interessi di Rosario Riccobono costituisce un riscontro della veridicità delle notizie riguardanti gli avvertimenti di operazioni di Polizia in quella zona, delle quali ha riferito il Mutolo evocando la figura dell’avv. Fileccia.
Quanto ai rilievi sub e) e f), la circostanza che nelle agende dell’imputato non risultino annotazioni relative ad incontri o contatti con il predetto professionista non ha alcuna valenza dimostrativa.
Può venire in considerazione, infatti, unicamente il significato delle annotazioni che si rinvengono, non l’assenza di annotazioni. Senza dire che, per il loro carattere necessariamente occasionale ed estemporaneo, difficilmente contatti di tal fatta si prestavano ad essere menzionati, peraltro con esiti potenzialmente compromettenti, nelle agende in questione.
Il fatto, poi, che Rosario Riccobono (pagine 433-440 della sentenza) dal 20 aprile 1977 (data di revoca del mandato di cattura n° 306/75 del 5-7-1975 dell'Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo) al 23 aprile 1980 (data dell’ordine di carcerazione n° 419/80 emesso dalla Procura Generale di Palermo per espiare anni 4 di reclusione per condanna definitiva della Corte di Assise di Palermo), fosse “soltanto” ricercato per la notifica di un provvedimento di sottoposizione della misura di prevenzione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno nel comune di Porto Torres, non esclude, come puntualmente rilevato dal Tribunale (pag. 441 della sentenza) che egli avesse <>.
Analogamente, è formalistica l’osservazione secondo cui, lasciata il 20 ottobre 1976 la Squadra Mobile per passare a dirigere la Criminalpol, Contrada aveva assunto competenze diverse e non si occupava di ricercati o latitanti mafiosi (tale compito, infatti, era demandato alla Squadra Mobile, istituzionalmente tenuta anche attività di Polizia Giudiziaria a tutto campo, mentre la Criminalpol assolveva incarichi relativi a specifiche indagini, conferiti caso per caso).
Proprio l’avvocato Fileccia, infatti, che per la sua pluridecennale esperienza forense, scandita da difese di imputati mafiosi di rango, aveva pieno titolo a fare una affermazione così impegnativa (affermazione valorizzata dai difensori appellanti a conclusione dell’Atto di impugnazione) nel corso del suo esame ha dichiarato che <<...Il dr. Contrada era il simbolo della polizia a Palermo>>; non essendo, dunque, pensabile che la considerazione dell’odierno imputato nel mileu mafioso fosse influenzata dalle diverse funzioni svolte negli apparati della Polizia giudiziaria palermitana7.
Parimenti infondate sono le doglianze, svolte nel volume VI capitolo V dell’Atto di impugnazione e nel volume 7 dei Motivi nuovi, a proposito dell’episodio della rivelazione a Riccobono, da parte di Contrada, di confidenze ricevute dal costruttore Gaetano Siragusa, vittima di pressioni estorsive.
La vicenda, nella prospettazione accusatoria, recepita dal Tribunale, si caratterizza per l’evidente impatto causale della condotta dell’imputato ai fini del rafforzamento del sodalizio, in quanto volta a riparare ad una breccia operata nel muro nell’omertà - seppure con uno sfogo estemporaneo ed informale - da un costruttore sottoposto al pagamento del “pizzo” nel territorio di Rosario Riccobono.
Rinviando, con le precisazioni e le integrazioni appresso svolte, alla sentenza di primo grado - nella quale è esaminato tutto il materiale logico successivamente riversato nei Motivi e nei Motivi nuovi di appello - giova riassumere i principali argomenti della Difesa.
Premettono i difensori appellanti (pag. 36 vol. IV cap. IV dell’Atto di impugnazione): <>.
Ricordano, quindi, che, escusso quale teste di riferimento all’udienza del 14 ottobre 1994, il Siragusa aveva negato di avere mai subito pressioni estorsive o intimidazioni in relazione alla sua attività di costruttore a Pallavicino, e, a fortiori,di averne fatto cenno al cugino. Aveva, parimenti, negato di avere avuto contatti con Contrada, precisando che soltanto nei primi anni ‘70 gli era pervenuta una lettera anonima intimidatoria quando stava costruendo un palazzo nella borgata di Cardillo, ("Non fallire perchè ti uccidiamo”!), e che, pertanto, si era rivolto alla polizia denunziando il fatto.
Deducono, dunque, (pag. 37 volume IV capitolo IV dell’Atto di impugnazione) <>.
Segnatamente, sono stati indicati (pagine 14,15 e 16 del volume 7) ulteriori fatti storici veri, nei quali il collaborante avrebbe innestato le sue calunnie, e cioè:
il Siragusa aveva rinunziato al progetto relativo alla seconda costruzione;
<< le imprese erano soggette al pagamento del pizzo” ad opera dei mafiosi della zona interessata>>;
il Siragusa si era recato talvolta in Tribunale, se non altro in occasione del procedimento sfociato nella estensione quale socio di fatto - pronunziata nei suoi riguardi con sentenza del Tribunale di Palermo in data 4 aprile 1979- del fallimento precedentemente dichiarato nei confronti del suocero Salvatore La Mantia.
Il Mutolo, hanno dedotto i difensori appellanti <nel 1981, subire pressioni per pagare il "pizzo", essere minacciato di morte se avesse ancora continuato a costruire a Pallavicino?>>.
Per rendere credibile la sua menzogna il collaborante <>.
Si chiedono, infine, i medesimi difensori : <>.
Il Siragusa, infatti, rappresenta al cugino (cfr. pagina 51 e segg. trascrizione udienza 7.6.1994) : <<Sai, Gaspare, io ho ricevuto delle telefonate, io qua a Pallavicino non posso venire piu’ io dovevo costruire dice, qua davanti cioe' verso la via Ammiraglio Cagni, piu' avanti, gia' avevo fatto, dice, il progetto, dice. Pensa che il progetto, li', che l'ho dato e nemmeno mi hanno dato i soldi quelli che ho speso per fare il progetto." Ci dissi: "ma scusa, ma perche'?", dice: "Ma non lo so, io solo sono preoccupato di queste telefonate che ho ricevuto dicendomi che appena metto piede a Pallavicino verro' ucciso", dissi: "va bene, Tanino, ora di parlare con qualcuno>>….
Egli, cioè, lamenta:
di non potere mettere più piede nella borgata di Pallavicino, dove, nella via Ammiraglio Cagni, aveva costruito un palazzo e si accingeva a costruirne un altro;
di avere dovuto, in precedenza, desistere dalla costruzione del secondo fabbricato e di non avere potuto nemmeno recuperare dai costruttori Caravello, cui aveva ceduto il progetto, il credito per le relative spese (dalla documentazione acquisita all’udienza del 16 dicembre 1994 risulta che 19/7/1979 venne assentita la concessione edilizia n° 2097 a Caravello Domenico, Gaspare e Giuseppe sulla base dell'istanza n° 3734/204 del 21-9-1976 / 19-1-1978, presentata da La Mantia Salvatore, socio di fatto del Siragusa,).
Lo stesso Mutolo assicura il suo interessamento e chiede al Riccobono (cfr. ibidem, pag 53) : <<Saro, ma questo discorso che a mio cugino ci arrivano telefonate di non venire piu’ qua a Pallavicino qual’è?>>.
Gli viene risposto : << E’ un cornutazzo, dice, tuo cugino, e non lo hanno ammazzato solo perchè è tuo cugino...... ci disse al dott. Contrada ca i mafiosi che ci sono a Pallavicino sono dei vampiri ca ci sucano u sangu, quindi il Riccobono mi dice che questa notizia ce la da il Dottore Contrada, cosi', amichevolmente >>.
Mutolo, cioè, ne parla a Rosario Riccobono ed apprende da lui che lo sfogo del Siragusa col funzionario di Polizia, incontrato in Tribunale, aveva riguardato la sua condizione di imprenditore vessato e rovinato dalle richieste di “pizzo”.
Il collaborante, a questo punto, poiché il cugino nega, viene sollecitato dal Riccobono a ricordare al Siragusa che l’incontro con il funzionario di Polizia era avvenuto al palazzo di giustizia; il Siragusa, allora, non esclude di avere visto Contrada per qualche motivo lecito, facendo una mezza ammissione che convince lo stesso Mutolo della veridicità delle accuse del suo “capofamiglia”: <<ma puo' darsi qualcuno, insomma, avra' capito, insomma, avra' intuito male", io capisco, mi rendo conto che effettivamente, insomma, il discorso magari c'era stato, non so a che livello, e ci dico a mio cugino: "Comunque tu non costruire piu' a Pallavicino", ci faccio recuperare non so tre milioni o tre milioni e mezzo del progetto..>>.
In sintesi, la forzata rinuncia del Siragusa a dare seguito all’attività costruttiva ed il conseguente ostracismo da lui subito trovano il loro antefatto nella imposizione del “pizzo”, e la loro causa prossima nello sfogo con l’odierno imputato, costituendone, dunque, una sanzione ancora attuale allorquando, nel febbraio 1981, lo stesso Siragusa ne parla per la prima volta al cugino in occasione dei funerali della di lui madre.
cultura, si coglie anche in relazione all’epoca della imposizione del “pizzo”, dalla quale è plausibile che il Siragusa fosse rimasto immune soltanto nella fase iniziale della costruzione del primo edificio in via Ammiraglio Cagni, intrapresa quando i suoi soci occulti erano lo stesso Mutolo e Salvatore Micalizzi.
La società, infatti, secondo il narrato del collaborante, venne sciolta con l’attribuzione di un appartamento a lui ed al Micalizzi, che, coinvolti nelle indagini per l’omicidio dell’agente di Polizia Gaetano Cappiello, perpetrato il 2 luglio 1975, furono costretti a defilarsi, non potendosi più fare vedere in cantiere (cfr. pag. 52 trascrizione udienza 7 giugno 1994 <<Nel '75 dopo a noi ci succede quel processo che abbiamo ucciso l'agente Cappello, quindi siamo latitanti, cioe' non e' che possiamo stare tranquilli la', a Pallavicino, anche se ci.., pero' non ci piaceva, insomma, andare ogni sabato a fare i pagamenti, insomma, in questo fabbricato. Cioe' noi che dopo che siamo entrati, diciamo, latitanti per l'omicidio Cappello, con mio cugino abbiamo chiuso di conti e ci abbiamo fatto dare i soldi che noi avevamo usciti, pero' calcolando che lui ci doveva dare un appartamento a me e un appartamento diciamo, al Micalizzi, quando erano terminati, e il discorso si chiude>>)8.
Ora, come ricordato anche a pag. 11 del volume 7 dei Motivi nuovi di appello, il certificato di abitabilità per il fabbricato in questione venne rilasciato il 9 dicembre 1977 (dal relativo rapporto tecnico si evince
che i lavori vennero ultimati nel settembre del 1977).
E’, ancora una volta, plausibile, dunque, che le pressioni estorsive per il pagamento del pizzo si facessero sentire proprio in quel periodo, nel quale il Siragusa aveva la possibilità giuridica di vendere le unità immobiliari in quanto dichiarate abitabili, percependo i saldi del prezzo, e nel quale aveva anche chiesto la concessione edilizia per la costruzione del secondo palazzo (con istanza n. 3734/2904 del 21.9.76/19.1.78).
A questa stregua, la indicazione dell’incontro e dello sfogo estemporaneo a Palazzo di Giustizia con l’odierno imputato collima perfettamente con l’epoca della procedura di fallimento a carico del Siragusa.
Allo stesso modo, l’epoca in cui il Siragusa ha riconosciuto di avere recuperato (pur senza l’intermediazione del cugino) il credito per le spese del progetto del secondo fabbricato dai costruttori Caravello collima con il periodo in cui il Mutolo afferma di essersi interessato della sua vicenda (cfr. pag. 408 della sentenza appellata).
Del resto, fortemente sintomatico della reticenza del Siragusa è la negazione di un fatto (l’imposizione del pizzo ad un costruttore nel territorio di Rosario Riccobono) che non solo il Tribunale, ma gli stessi difensori appellanti finiscono col riconoscere, laddove affermano <<che le imprese erano soggette al pagamento del “pizzo” ad opera dei mafiosi della zona interessata>> (pag. 14 del volume 7 dei motivi nuovi di appello).
Il primo giudice, inoltre, (pag. 477 della sentenza appellata), ha evidenziato che Gaspare, Domenico e Giuseppe Caravello <>.
Tale circostanza deve essere correlata con quella del ritardo nel pagamento delle spese del progetto, che si spiega in un contesto di intimidazione mafiosa sfociato nell’ “esilio” del Siragusa assai meglio che in un avvicendamento tra un imprenditore in cattive acque ed altri in salute economica.
Oltretutto, se il Siragusa fosse rimasto un protetto di Rosario Riccobono, l’adempimento del debito dei Caravello per le spese del progetto sarebbe stato quanto mai tempestivo, data l’importanza degli impegni assunti nei contesti mafiosi e la gravità delle sanzioni per la loro mancata osservanza.
Non coglie, dunque, nel segno l’osservazione difensiva secondo cui la rinunzia al progetto avrebbe trovato causa nello stato di decozione del costruttore. Al contrario, l’insolvenza di questi derivò da una condizione ambientale sfavorevole di esposizione al “Pizzo” e di inibizione all’ulteriore attività costruttiva.
Non è vero, quindi, alla stregua dei riscontri acquisiti, che il Tribunale sarebbe incorso in una petizione di principio assumendo come presupposto il dato da dimostrare, e cioè l’essere stato “Contrada confidente di Riccobono" (pag. 19 vol. 78 dei motivi aggiunti).
Del resto, la mendace negazione del Siragusa si spiega con una condizione di omertà e di diffidenza nel sistema di tutela dello Stato, nonostante la pendenza del procedimento a carico di Contrada e l’uccisione di Rosario Riccobono, né richiede ulteriori commenti alla stregua di quanto sin qui evidenziato.
La vicenda Siragusa, come rilevato dal Tribunale (pag. 485 della sentenza), dimostra che nel 1981 i rapporti tra Riccobono e Contrada erano pienamente instaurati.
Anche in ordine alla iniziale instaurazione dei rapporti tra l’odierno imputato ed il mafioso Stefano Bontate le indicazioni accusatorie del Mutolo si sono rivelate credibili, a dispetto di quanto dedotto dai difensori appellanti.
Premesso, infatti che, tali rapporti, preesistenti ai contatti tra il mafioso Rosario Riccobono e l’odierno imputato, sarebbero stati resi possibili, per quanto appreso dal Mutolo, da quelli del Contrada con il funzionario di Polizia Pietro Purpi e con l’imprenditore Arturo Cassina, vanno innanzitutto esaminate le censure articolate nel volume IV, capitolo V paragrafo V.1 nella parte dedicata a Gaspare Mutolo (pag. 33 e segg.) e nel volume III dell’ Atto di impugnazione nella parte dedicata alle dichiarazioni del collaborante Gioacchino Pennino (pagine 10-11).
Esse si riassumono nella proposizione secondo cui, ammesso che il dr. Purpi avesse avuto rapporti amichevoli con il mafioso Stefano Bontate, dispensando favori a costui e ricevendone, ciò non consentirebbe di attribuire proprietà traslative a rapporti personali, cioè di inferire l’esistenza di rapporti della medesima natura tra l’imputato e lo stesso Bontate.
In altri termini, il Tribunale avrebbe arbitrariamente dedotto <> (pag. 35 volume IV capitolo V paragrafo V.1 dei Atto di impugnazione).
Lo stesso Mutolo, peraltro, soggiungono i predetti difensori, <>, non contenendo le sue dichiarazioni alcun elemento <>.
Il collaborante, infatti, alla domanda “...Ha mai sentito parlare il dottore Purpi e il signor Bontate del dr. Contrada?” aveva risposto “No, no,no, mai”(pag. 25, ud. 1° giugno 1995) ed alla ulteriore domanda “Lei ha mai visto il dr. Contrada nella villa di Bontate? Lei ha mai visto il dr. Contrada in compagnia di Bontate?” aveva risposto “No, no” (pag.11, ud. 1° giugno 1995).
Le argomentazioni svolte dal Tribunale circa il rapporto Bontate - Purpi - Contrada (pagina 414 e segg.) intercettano ed esauriscono, a ben guardare, tutti gli spunti successivamente riversati nelle censure della Difesa.
Il collaborante, infatti, indicando la sua fonte nel Riccobono, ha puntualizzato i limiti delle sue conoscenze in argomento, e cioè l’avere sentito parlare del dott. Purpi come un tramite. Tale ruolo, peraltro, ha un suo logico addentellato in un elemento caduto sotto la diretta percezione del collaborante prima del suo arresto, e cioè l’essere stato il Bontate promotore di una strategia di avvicinamento ai funzionari di polizia più pericolosi per Cosa Nostra.
Per altro verso, ciò che il Tribunale ha valorizzato come riscontro non è soltanto la concomitanza di rapporti di buona conoscenza del dott. Purpi con l’odierno imputato e con Stefano Bontate9, ma anche il ridimensionamento di tali rapporti da parte e del Purpi e del Contrada, e cioè un comportamento processuale persuasivamente valutato come riscontro di natura logica (pag. 424 e segg. della sentenza appellata, cui si rinvia).
L’argomento della arbitraria attribuzione di proprietà traslative a relazioni personali ricorre anche nel più articolato compendio delle censure riguardanti la triangolazione Cassina - Bontate - Contrada, contenute nel volume IV capitolo V paragrafo V.1 dell’ Atto di impugnazione e nel volume 16 dei Motivi nuovi; censure che giova riassumere, ancorchè il loro contenuto sia sostanzialmente esaurito dal materiale logico già sviluppato nella sentenza appellata.
Si premette, innanzitutto, che secondo il narrato del Mutolo, i rapporti dell’imputato con Arturo Cassina avrebbero tratto origine dalla appartenenza di entrambi all’Ordine Equestre del Santo Sepolcro. Si obietta che, se così fosse, tali rapporti non avrebbero mai potuto essere propedeutici a quelli con il mafioso Stefano Bontate, ucciso il 23 aprile 1981, come invece aveva sostenuto lo stesso Mutolo, giacchè Contrada fu insignito della onorificenza di Cavaliere il 22 novembre 1982. Senza dire che una circostanza del genere mai avrebbe potuto essere riferita al Mutolo dal Riccobono, morto il 30 novembre 1982, e cioè nello stesso torno di tempo della ammissione dell’imputato al detto Ordine equestre.
Si deduce, inoltre, che:
non erano stati accertati rapporti Contrada -Cassina, non giustificati da motivi di ufficio, nel periodo in cui, secondo la sentenza, sarebbe avvenuto l’avvicinamento dell’imputato alla mafia ed a Stefano Bontate in particolare, cioè tra la fine del 1975 ed il 1981, anno della morte dello stesso Bontate;
prima di diventare cavaliere del Santo Sepolcro ed a prescindere da tale investitura, Contrada aveva avuto qualche sporadico rapporto con la famiglia Cassina nel 1972, in occasione del sequestro di persona dell’ing. Luciano Cassina, figlio di Arturo, per le indagini relative;
nel periodo di tempo tra la fine del 1982 ed il 1985, nel quale ricopriva l’incarico di Capo di Gabinetto dell’Alto Commissario per la lotta alla mafia con il Prefetto Emanuele De Francesco, Contrada aveva avuto alcuni rapporti con personale dell’impresa Cassina, e specificamente con il dr. Gaetano D’Agostino, incaricato delle pubbliche relazioni del gruppo imprenditoriale, sempre su disposizioni impartite dall’Alto Commissario,il Prefetto De Francesco, per motivi di ufficio ed istituzionali (questa, e non altra, sarebbe stata la ragione delle annotazioni sulle agende da tavolo dell’imputato relative agli anni ‘82/85, valorizzate in malam partem nella sentenza appellata).
Si afferma, quindi, a pag. 8 del volume 16 dei Motivi nuovi di appello << Se le annotazioni di dette agende sono state ritenute valide e utili per dimostrare che il Dott. Contrada, dal 1982 al 1985, nel periodo cioè in cui ha ricoperto l'incarico di capo di gabinetto
dell'Alto Commissario, ha avuto contatti con i Cassina, o per meglio dire con persona della sua azienda (il Dott. Gaetano D'Agostino), altrettanto valida e utile deve ritenersi l'inesistenza di qualsiasi annotazione nel periodo 1976-1981, che è appunto quello in cui, secondo l'accusa,il Dott. Contrada, tramite Cassina, sarebbe entrato in rapporti con il mafioso Stefano Bontate.
Lo stesso mezzo probatorio non può valere a senso unico, cioè per sostenere le tesi dell'accusa e non anche quelle della difesa.
Comunque, il periodo in esame, cioè settembre 1982 - dicembre 1985 (periodo in cui il dr. Contrada è stato capo di Gabinetto dell’Alto Commissario), è di molto successivo alla morte di Stefano Bontate, per cui non si può ragionevolmente ipotizzare che Cassina Arturo fosse il tramite tra Contrada e Bontate>>.
Mette conto, innanzitutto, rilevare che, come puntualmente ricostruito nella sentenza appellata (pagine 381 e segg.), l’ammissione di Contrada all’Ordine Equestre del Santo Sepolcro costituì il suggello - non il viatico - della instaurazione dei rapporti con Arturo Cassina, che ne fu l’ispiratore, e che di quell’Ordine fece parte fin dal 7 febbraio 1951 ricoprendo, dall’anno di istituzione della Luogotenenza in Sicilia (1980), prima il ruolo di Consigliere, poi quello di Delegato Magistrale e, dal 1982, quello di Luogotenente, mantenuto fino al 1989.
Il collaborante, infatti, ha riferito:
di avere appreso fin dal 1976, prima ancora di essere arrestato, che il Cassina faceva parte dell’ Ordine Equestre del Santo Sepolcro insieme a personaggi “importantissimi”;
di avere avuto qualche notizia in merito a detto ordine sia dal Riccobono che, nel periodo in cui era stato ristretto in carcere all’Ucciardone, tra il 1976 ed il 1978, dal detenuto Agostino Coppola, ex seminarista a Monreale;
di avere saputo successivamente, in un’epoca che non era stato in grado di specificare, che vi era iscritto anche il dr. Contrada (cfr. ff. 155 e ss. trascrizione udienza 7 giugno 1994 ).
In tale cornice, l’affermazione (pag. 48 trascrizione udienza 7 giugno 1994), enfatizzata dalla Difesa <<… il dottor Contrada aveva questo rapporto con il Conte Arturo Cassina perche' diciamo erano, praticavano, io non lo nominare, insomma e' una loggia, una specie di consacrazione che c'e' a Morreale>> è una mera illazione del collaborante, una spiegazione che il Mutolo dà a se stesso, peraltro non scaturita da una domanda del Pubblico Ministero, che aveva chiesto altra cosa, e cioè:<< Bontade riferi' all'interno di Cosa Nostra" che tipo di rapporti lui aveva col conte Cassina?>> e che, subito dopo, ribadisce <<ma io le chiedevo un'altra cosa, le chiedevo non il rapporto del Dott. Contrada e il Conte Cassina, i rapporti tra il Conte Cassina e Stefano Bontade>>.
Una siffatta illazione,che il dichiarante non ha espressamente attribuito al suo referente Rosario Riccobono, né in chiave ipotetica né in chiave assertiva, non contiene, in quanto tale, elementi di contraddizione: il nucleo essenziale della notizia dell’avvicinamento di Bontate a Contrada resta il fatto che esso rimonta ad epoca anteriore a quello tra l’imputato e Riccobono.
Puntualmente, a questo riguardo, il Tribunale ha disatteso le dichiarazioni dell’imputato <>, così come quello dello stesso Cassina sui medesimi temi (cfr. pagine da 381 a 384 e da 387 a 389 della sentenza appellata).
Il maresciallo La Mattina ha riferito che, nel 1980, Contrada gli aveva chiesto quali fossero i documenti necessari per iscriversi al predetto Ordine. Ha escluso, inoltre, di avere assunto qualsiasi iniziativa in ordine a tale iscrizione, o di essersi adoperato per favorirla (l’imputato, invece, all’udienza dell’undici novembre 1994, nel corso del proprio esame, aveva affermato che il primo approccio era stato del Maresciallo La Mattina poco prima del proprio passaggio al S.I.S.De. , e quindi alla fine del 1981.)
Il dott. Splendore - per sua stessa ammissione legato da uno stretto rapporto di amicizia e di natura professionale a Contrada, tanto che questi lo volle come suo collaboratore non soltanto per tutto il periodo della sua permanenza all’Alto Commissario, ma anche in altre successive occasioni, durante la permanenza al SISDE a Roma (cfr. pagine 31 e ss. 37 e ss. 5 e ss. trascrizione udienza 3/2/1995) – ha riferito della particolare insistenza del dott. D’Agostino, addetto alla cura delle pubbliche relazioni per conto di Arturo Cassina, nel sollecitare l’iscrizione al Santo Sepolcro dell’imputato, ruolo che quest’ultimo ha negato (pagine da 391 a 394 della sentenza appellata).
Il Tribunale, inoltre, ha rilevato come l’imputato avesse mostrato una particolare sollecitudine nell’informare personalmente il Cassina del buon esito della pratica di rideterminazione del canone di affitto dei locali, di proprietà dell’Impresa Cassina, di Via Thaon De Revel, alla Prefettura di Palermo (pagine da 397 a 406 della sentenza appellata). Tale interessamento - che all’udienza del 29 settembre 1995 l’imputato ha minimizzato e sfumato - non trova spiegazione negli asseriti, meri rapporti di ufficio con Cassina, posto che la pratica non riguardava l’Ufficio dell’Alto Commissario, e quindi era estranea ai compiti dell’imputato , riguardando, semmai, quelli del Capo di Gabinetto del Prefetto10.
Quanto al significato della mancanza di annotazioni nel periodo che precede quella del 14 settembre 1982 (“telefonato Arturo Cassina per riferire ingresso uomini Poggio Ridente. Chiesto alla Finanza se erano finanzieri”), possono farsi rilievi analoghi a quelli già svolti a proposito del ruolo di tramite dell’avv. Cristoforo Fileccia, non menzionato in nessun appunto.
A poter venire in considerazione, infatti, è il significato delle annotazioni, non la loro assenza, specialmente se correlata alla mancanza di occasioni di contatti per ragioni, anche apparenti, di ufficio: non si può pretendere o presumere, cioè, che fosse lasciata traccia di situazioni direttamente o indirettamente evocanti la figura del mafioso Stefano Bontate e la sua azione di ammorbidimento.
tra Cassina e Contrada - ridimensionati, questi ultimi, in modo non credibile dagli interessati - è riscontrato il de relato di Gaspare Mutolo, il quale ha individuato nello stesso Cassina uno dei tramiti tra l’imputato e Bontate.
Nella sentenza di annullamento con rinvio, del resto, la Corte di Cassazione, richiamando il principio di atipicità dei riscontri e stigmatizzando la mancanza del dovuto distinguo tra riscontro e prova autonoma, ha osservato (pag. 266 e segg.) :<>.
Segnatamente, Gaspare Mutolo ha sostenuto che il rapporto di protezione di Cassina con Bontate aveva trovato conferma nella assunzione del mafioso Giovanni Teresi - poi divenuto consigliere della famiglia di Santa Maria di Gesu, cioè quella di Bontate - alle dipendenze dell’impresa di Arturo Cassina, che ha collocato in epoca immediatamente successiva al sequestro di Luciano Cassina, laddove il collaborante Francesco Marino Mannoia ha affermato che essa risaliva ad epoca precedente (segnatamente al 1967, come acclarato dalle indagini svolti dalla D.I.A., delle quali aveva riferito in udienza il teste Bruno).
I difensori appellanti hanno sostenuto che la credibilità di Gaspare Mutolo sarebbe menomata dalla erronea datazione di tale assunzione. Hanno dedotto, inoltre che (pag. 19 Vol. 16 Motivi nuovi di appello) <>.
Hanno soggiunto che non vi era prova che l’assunzione di Giovanni Teresi fosse fittizia, rilevando che ciò non sarebbe dimostrato dal fatto che non Giovanni Teresi - dato per presente con l’annotazione della lettera “P” dall’addetto all’Ufficio personale - ma il di lui cugino Carlo Teresi firmasse per il ritiro della retribuzione.
Ora, premesso che la mancanza della firma di Giovanni Teresi costituisce un validissimo riscontro al carattere posticcio della annotazione della “P” ed alla natura fittizia del rapporto di lavoro, riferita dai pentiti Mutolo e Marino Mannoia (pagine 368, 370-374 della sentenza appellata), il nucleo essenziale delle propalazioni dell’uno e dell’altro è la connotazione di quel rapporto di lavoro in termini di protezione mafiosa.
Né sorprende che Gaspare Mutolo, de relato del suo capo, avesse errato circa l’epoca della assunzione del Teresi, trattandosi di affari interni alla famiglia di Santa Maria di Gesù e ricadendo la residenza dei Cassina nel territorio sul quale era Stefano Bontate, e non il Riccobono, ad esercitare il proprio dominio.
Il fatto, poi, che nonostante tale protezione Luciano Cassina fosse stato comunque rapito è stato spiegato dal collaborante Marino Mannoia come una grave turbativa degli equilibri mafiosi, perpetrata da Salvatore Riina in un periodo in cui il Bontate era ristretto in carcere, tanto che lo stesso Bontate era andato su tutte le furie (pag. 588 della sentenza appellata). Era plausibile, dunque, che, una volta ristabilitisi tali equilibri, i Cassina continuassero a fare riferimento a chi comandava sul loro territorio.
Per concludere il vaglio delle censure riguardanti le propalazioni di Gaspare Mutolo, questa Corte non può esimersi dal rilevare la tendenza della Difesa a trattare più diffusamente argomenti di minor rilievo, quali il presunto interessamento del costruttore Angelo Graziano per procurare all’odierno imputato un appartamento nella via Jung, a Palermo, ovvero il presunto acquisto di una autovettura Alfa Romeo per una donna dello stesso Contrada.
Esso è, significativamente, intitolato << Motivi aggiunti all'atto di impugnazione della sentenza sul tema concernente l'accusa dei pentiti Mutolo Gaspare e Marino Mannoia Francesco, circa l'appartamento di via Jung 12 a Palermo che sarebbe stato "procurato" al Dott. Contrada dal mafioso Graziano Angelo>>.
Il Tribunale,però, ha considerato l’interessamento del Graziano come oggetto di una non - accusa, sia per la estrema vaghezza di questo mai precisato concetto, sia perché riferito ad un’epoca in cui l’imputato era visto come un nemico di Cosa Nostra ed il Graziano aveva una apparenza di costruttore “pulito”.
Quel giudice, in estrema sintesi, ha osservato che:
secondo il racconto di Mutolo, Angelo Graziano aveva riferito di essersi interessato in precedenza “ per mettere a disposizione” di Contrada un appartamento di via Guido Jung, senza precisare, però, attraverso quali tramiti ciò sarebbe avvenuto (cfr. ff. 28-34-36 ud. 7/6/1994- ff. 2 e ss. ud. 12/7/1994);
Francesco Marino Mannoia aveva dichiarato di avere assistito personalmente, intorno al 1974, ad un colloquio intercorso tra il Riccobono ed il Graziano, in occasione del quale lo stesso Graziano, parimenti indicato come costruttore mafioso appartenente alla “famiglia” del Borgo Vecchio, aveva dichiarato: “ mi sono procurato per trovare una casa a Contrada” (cfr. ff. 8 e ss. 82 e 83 ud. del 29/11/1994);
tali espressione, come il concetto “interessamento” non appaiono riferibili a comportamenti precisi e concreti, ad azioni determinate e definite sul piano pratico, tali da consentire un agevole riscontro;
l’estrema genericità del termine “mettere a disposizione” (risultante anche dal verbale dell’interrogatorio reso al Pubblico Ministero il 23 ottobre 1992, contestato al collaborante, cfr. pag. 168 trascrizione udienza 7 giugno 1994) non consente di stabilire con adeguata precisione il tipo di disponibilità, giuridica o materiale, cui il Graziano abbia inteso fare riferimento;
peraltro, come evidenziato, il Mutolo aveva fatto cenno ad alcuni tramiti non meglio identificati, attraverso i quali il Graziano avrebbe realizzato la sua intermediazione, circostanza che rivela l’inconducenza di indagini finalizzate a verificare l’eventuale esistenza di titoli idonei a stabilire un collegamento giuridico diretto tra il Graziano ed Contrada;
sarebbe stato astrattamente possibile un interessamento del Graziano dal momento che questi, nel narrato del Mutolo, riferito al 1975, parla al trapassato prossimo: <<si era messo, si era trovato, si era a disposizione, aveva favorito diciamo al dottore Contrada, non so tramite chi>>), e quindi con riguardo ad un periodo ancora anteriore, nel quale, seppur affiliato a “Cosa Nostra”, lo stesso Graziano manteneva un’apparenza di “costruttore pulito” non essendo ancora noto agli Inquirenti come mafioso (cfr. f.f. 36 e ss. ud. 7/6/1994).
Restano, dunque, superate, per queste ragioni, le osservazioni svolte nel capitolo V, volume V dell’Atto di impugnazione (pagine da 3 a 17), riprese nel volume 5 dei Motivi nuovi a proposito:
dell’attività di P.G. di Contrada nei confronti di Angelo Graziano (denunzie per associazione mafiosa e altri reati, proposte per misure di prevenzione);
della estraneità dello stesso Graziano alla costruzione dello stabile di via Jung n.12, realizzato dall’ing. Gualberto Carducci Artenisio;
Secondo il costrutto difensivo (cfr. pag. 27 del volume 5 dei Motivi nuovi) : << il Mutolo aveva costruito la calunnia: "Graziano Angelo - mafioso - ha messo a disposizione di Contrada - poliziotto - un appartamento", sulla base di due dati di fatto veri e a sua conoscenza:
1)frequentazione del dott. Contrada degli appartamenti dei suoi amici in via Jung 12;
2) costruzione nella zona di via Jung di edifici da parte dei fratelli di Graziano Angelo>>.
L’appellata sentenza, a questa stregua, avrebbe <
L'accusa contestata al Dott. Contrada, è che, essendo il capo della Squadra Mobile, aveva accettato il "Favore" del mafioso Graziano Angelo, consistente nell'aver messo a disposizione o procurato un appartamento in Via Jung 12 o essersi interessato perché ciò ottenesse.