Source: http://www.jus.unitn.it/cardozo/review/Persons/Marella-1997/marella.htm
Timestamp: 2018-01-24 01:50:18+00:00
Document Index: 26788343

Matched Legal Cases: ['art.1412', 'art. 458', 'art.458', 'art. 1921', 'art. 458', 'art. 2322', 'art. 458', 'art. 4', 'art. 458', 'art. 458']

IL DIVIETO DEI PATTI SUCCESSORI E LE ALTERNATIVE CONVENZIONALI AL TESTAMENTO. RIFLESSIONI SUL DIBATTITO PIU' RECENTE
La vicenda dei patti successori è tradizionalmente legata alla trasmissione familiare della ricchezza e risulta pertanto condizionata o piuttosto determinata dall'ordine patriarcale che è alla base della struttura familiare. Da questo punto di vista è interessante cogliere in che misura il ricorso a schemi negoziali utilizzati in alternativa al testamento assecondi ovvero tenda a mitigare quell'ordine nei suoi riflessi di diritto successorio. La giurisprudenza già esaminata in precedenza e relativa a vicende successorie riguardanti rapporti di coniugio e di filiazione regolati dal diritto di famiglia anteriore alla riforma rivela entrambe le tendenze. In un regime giuridico in cui la moglie non è titolare della ricchezza familiare e, sotto il profilo successorio, è soltanto legataria di un usufrutto sui beni del marito, ha cioè il mero compito di custodire e trasmettere i beni del marito ai figli ed ai nipoti di lui, la convenzione alternativa al testamento serve talora ad eludere la rigidità di quell'ordine, assegnando alla moglie alcuni beni in proprietà con un atto inter vivos dotato di efficacia post mortem. Cioé garantendole qualcosa in più del mero mantenimento personale, ovvero la possibilità di trasmettere a propria volta parte della ricchezza familiare, di determinarne la destinazione, divenendo da semplice 'strumento' del "regno dei padri", protagonista in prima persona del traffico giuridico. Ma non sempre va così e spesso i patti successori o, meglio, le alternative convenzionali al testamento sono utilizzate per escludere ulteriormente le donne, mogli e figlie, dalla scena proprietaria. Una delle funzioni ricorrenti dei negozi con efficacia post mortem è infatti quella di conservare l'unità del patrimonio familiare, funzione per la quale il testamento non sembra altrettanto adeguato; ebbene il 'patto successorio' istitutivo da parte del genitore (che dona al discendente un bene eventualmente con effetto post mortem), rinunciativo da parte della figlia (che rinuncia ad ogni ulteriore pretesa sull'asse ereditario), serve ad escludere la figlia femmina dal novero dei successibili, garantendo la trasmissione della ricchezza familiare nella sua interezza in capo al figlio maschio.
Il mutamento di scenario realizzatosi con la riforma del diritto di famiglia, caratterizzato dalla contitolarità delle sostanze familiari in capo ad entrambi i coniugi e, sul piano successorio, dall'inclusione del coniuge superstite nell'elenco dei legittimari, si risolve formalmente in un arretramento dell'ordine patriarcale in favore dell'ingresso sulla scena proprietaria delle donne, il cui impegno casalingo, di mogli e di madri, trova un riconoscimento anche sostanziale nel regime di comunione dei beni. Quale il ruolo dell'autonomia contrattuale in questo nuovo contesto? Un caso molto recente mette in luce, neanche a dirlo, la tendenza degli operatori pratici a conservare e riprodurre un assetto patrimoniale fondato sul predominio del ruolo paterno e maritale, a dispetto del mutamento di orientamento assunto dal legislatore. La vicenda trae origine da una promessa di vendita fatta dalla moglie al figlio naturale del marito e concernente il trasferimento della proprietà di una parte dei beni oggetto della comunione fra i coniugi, trasferimento da effettuarsi dopo la morte del marito ossia quando la moglie avrebbe acquistato la piena disponibilità dei beni promessi. Scopo della promessa consentire al figlio naturale del marito di ottenere in proprietà una parte del patrimonio immobiliare di famiglia in misura eguale o pari a quella delle due sorellastre. Come si vede, nella sostanza l'intestazione delle proprietà di famiglia alla moglie in contitolarità con il marito non vale di per sé a creare un regime giuridico fondato su un ordine diverso da quello patriarcale. Nel caso in questione la moglie resta mero strumento di trasmissione della ricchezza paterna; il suo ingresso sulla scena proprietaria si è cioé risolto in una vuota finzione. Lo prova il fatto che, indotta dal marito a trasferire parte della sua proprietà al figlio di un'altra donna, generato al di fuori del suo matrimonio con il consorte, abbia poi deciso, alla morte di questi, di non onorare l'impegno assunto e di tornare nella disponibilità dei beni promessi. Ma la difesa del dominio dei padri emergente nell'autonomia privata trova conferma in un altro caso recente, ai danni, questa volta, delle aspirazioni proprietarie di una figlia femmina (Mencarelli c. Mencarelli, A. Perugia, 21 febbraio 1996, n.44, in Rass. giur. umbra, 1996, 324 , n. Rubini): un marito dona alla moglie la propria quota di un immobile in comunione, contestualmente trasferendo il medesimo appartamento al figlio maschio ed alla nuora a titolo di vitalizio alimentare; così facendo dà luogo ad un congegno negoziale che esclude la figlia femmina (che agisce in riduzione) dalla successione nel patrimonio immobiliare e a tal fine utilizza la moglie, analogamente al caso precedente, quale mero tramite della trasmissione in linea maschile della ricchezza familiare.
Per il resto la casistica giurisprudenziale più recente, invero non troppo ricca, rivela, come già in passato, l'utilizzazione in funzione successoria degli schemi contrattuali più vari, tanto a carattere gratuito (v. il caso del deposito irregolare) quanto oneroso (v. il caso della promessa di vendita). Ciò che semmai non traspare nella pratica è la ricerca dell'alternativa ideale al testamento, ricerca puntigliosamente portata avanti invece in dottrina, soprattutto grazie all'elaborazione della figura del contratto trans morte (Palazzo, da ultimo in Le successioni, cit., 45 ss. Rilievi critici a quest'impostazione dottrinale sono mossi da Ieva, I fenomeni c.d. parasuccessori, in Successioni e donazioni, I, cit., 53 ss.).
I casi già esaminati propongono congegni contrattuali inidonei a soddisfare con precisione i requisiti necessari a tal fine, sebbene la realizzazione di un'attribuzione patrimoniale attuale nella sua consistenza e non de residuo vi figuri quale elemento costante. Tuttavia, nel caso della promessa di vendita, siamo di fronte ad un impegno non revocabile, quindi non idoneo a consentire alla beneficiante di tornare sui propri passi qualora l'assetto allocativo realizzato non risulti persuasivo. Più vicino all'alternativa efficiente appare il caso del deposito collegato al contratto a favore di terzo con effetti post mortem, per l'ampio margine di revocabilità previsto dall'art.1412 c.c.; ma tanto, paradossalmente, non ha impedito che l'operazione contrattuale incappasse nelle censure della Suprema Corte. Se però si aderisce alla lettura dianzi proposta, sarà facile ascrivere la ratio decidendi della decisione non ad un paradosso, ma alla presenza di un 'crittotipo' in virtù del quale, di fronte ad attribuzioni con effetti post mortem in favore di familiari di sesso femminile, le nostre corti, la corte di legittimità innanzi tutte, tornano a dare applicazione all'art. 458 c.c. allo scopo di salvaguardare la linea maschile di successione, con ciò ricalcando un modello antecedente quanto meno alle linee guida della novella del '75 e corrispondente alla impostazione patriarcale propria del regime successorio della nostra tradizione giuridica.
Trascorrendo dal formante dottrinale a quello giurisprudenziale, ci si accorge peraltro che l'elemento della revocabilità dell'attribuzione ha da tempo iscenato con l'art.458 c.c. un curioso balletto, rappresentando ora un ostacolo all'alternativa convenzionale al testamento, ora un suo punto di forza. E infatti, se da una parte si esclude la plausibilità della donatio mortis causa per la revocabilità che la rende incompatibile con la stessa definizione di contratto (Palazzo, Le successioni, cit., 211 ss.) e di qui si muove alla ricerca di un atto di attribuzione irrevocabile, in quanto tale caratteristica garantisce la sua qualità di atto inter vivos e la sottrae al divieto dei patti successori, dall'altra la Cassazione, in una pronuncia non lontana nel tempo, ravvisa proprio nella irrevocabilità l'elemento di incompatibilità di una donazione condizionata alla premorienza del donante con i principi del diritto successorio, in quanto lesiva della libertà testamentaria del de cuius. Per tornare alla posizione di una parte della dottrina (Palazzo, op. ult. cit., 48 s.) per la quale il potere di revoca del beneficiante sembra costituire il momento saliente nella costruzione di un'alternativa al testamento che sia ad un tempo valida ed efficace. A ben guardare, tuttavia, l'opportunità di assicurarsi la revocabilità dell'atto di disposizione può variare da caso a caso. Se il riconoscimento di uno jus poenitendi in capo al beneficiante è funzionale al raggiungimento di determinati scopi e, comunque, a favorire la possibilità di verifica del disponente circa l'opportunità dell'assetto allocativo realizzato, la sua previsione, inevitabilmente, finisce con l'avere una ricaduta negativa sulla ragionevolezza dell'affidamento del beneficiario, rendendo la sua posizione più debole e più rischiosi gli eventuali progetti di investimento realizzati in vista dell'attribuzione patrimoniale 'messa in cantiere'. Laddove il beneficiante ricorra ad una donazione si praemoriar (o ad altro atto di disposizione irrevocabile) anziché ad un congegno negoziale più razionale sotto il profilo dell'alternativa al testamento, non è detto che la soluzione prescelta sia a sua volta sprovvista di razionalità economica: ove l'insieme degli investimenti fatti dal beneficiario, investimenti in capitale umano compresi, aumenti il valore complessivo del beneficio così da configurare una situazione di "interdipendenza di utilità" nei rapporti fra beneficiante e beneficiato (G. Marini, Promessa ed affidamento nel diritto dei contratti, Napoli, 1995, 376 ss.), sarà interesse primario del primo proteggere al massimo l'affidamento ingenerato nel secondo attraverso un'attribuzione proiettata sì nel futuro, ma pur sempre irrevocabile. Laddove invece resti aperta per il disponente la prospettiva di trarre dai beni oggetto dell'attribuzione utilità maggiori di quanto non possa o non sappia fare il beneficato, varrà il contrario.
Gli studi compiuti in quest'ultima direzione confermano l'attitudine dei contratti a favore di terzo a sostituire in modo adeguato il negozio mortis causa, mentre il ricorso al mandato post mortem ad exequendum, oltre a non aver ottenuto sino ad ora il plauso convinto della giurisprudenza (v. retro) può costituire un'arma a doppio taglio dal momento che la facoltà di revoca prevista a vantaggio del mandante si trasferisce agli eredi, di norma controinteressati rispetto al mantenimento dell'operazione messa in piedi dal beneficiante. I requisiti del negozio trans morte sono invece integrati dal contratto di assicurazione sulla vita a favore di terzo (Palazzo, Attribuzioni patrimoniali fra vivi, cit.; Volpe Putzolu, Il contratto di assicurazione quale strumento successorio, ivi, 85 ss.), la cui disciplina espressamente esclude la trasmissibilità del potere di revoca agli eredi dello stipulante (art. 1921 c.c.), dal vitalizio a favore di terzo. Questo tipo di contratti è quello maggiormente adatto a realizzare finalità mantenitorie anche in favore di persone estranee al nucleo familiare; finalità cui, nel caso del vitalizio, può sommarsi pure lo scopo di conservare l'unità del patrimonio (immobiliare, ma anche mobiliare) di famiglia. Tali funzioni sono peraltro ottimamente svolta anche dai congegni negoziali fondati sulla fiducia, di cui si dirà al paragrafo successivo.
Quanto alle clausole statutarie di continuazione con gli eredi del socio premorto, trovano anch'esse riscontro nella più recente giurisprudenza di Cassazione, sotto il consueto profilo della violazione della libertà testamentaria del de cuius (Cass., 18 dicembre 1995, n. 12906, cit.). Anche in questo caso la S.C. disapplica il divieto dei patti successori, sostenendo che il patto di continuazione, in quanto efficace tempore mortis e non causa mortis, non contravviene al dettato dell'art. 458 c.c., mentre appare conforme alla norma dell'art. 2322 c.c. che a proposito della società in accomandita semplice, riguardata appunto dal caso in oggetto, disciplina la trasferibilità mortis causa della qualità di socio accomandante. L'ulteriore profilo problematico, proprio delle clausole di continuazione, dell'automaticità dell'acquisto della qualità di socio in capo agli eredi è liquidato questa volta dalla Cassazione con la constatazione che la partecipazione "capitalistica" del socio accomandante, che non risponde illimitatamente delle obbligazioni sociali, giustifica la trasmissione dello status soci a prescindere dalla manifestazione di uno specifico consenso dell'erede al riguardo (in senso conforme Rivolta, Clausole societarie e predisposizione successoria, in La trasmissione familare della ricchezza, cit., 153 ss., spec. 163 ss., ove ampie riflessioni sulla liceità di clausole di intrasmissibilità e limitative della trasmissione mortis causa della quota nei diversi tipi societari).
Del resto, come è stato notato, in materia societaria e nel caso delle società di capitali in special modo, l'autonomia privata malsopporta le strettoie del diritto successorio, tendendo piuttosto a dispiegare tutta la sua portata propulsiva "pur nel rispetto dei principi" (Calvosa, Clausola di riscatto di azioni e divieto dei patti successori, in Banca, borsa, tit. cred., 1992, I, 635 ss., spec., 657). I due regimi legali evidenziano insomma origini storiche e motivi ispiratori alquanto distanti fra loro, che difficilmente possono farsi armonizzare nella pratica; ciò che può tradursi nella constatazione dell'elevato grado di inattualità evidenziato dal divieto dei patti successori in questo un settore, ovvero - che è lo stesso -nella previsione di una sua progressiva, costante disapplicazione da parte delle corti. Con l'avvertenza che gli scopi perseguiti dall'autonomia privata e la ragione dei limiti ad essa posti dal legislatore con l'art. 458 c.c., almeno secondo la lettura che si è qui condivisa, tendono a coincidere laddove le esigenze di preservazione della compagine societaria si identifichino, sovrapponendosi, con la garanzia della trasmissione endofamiliare della ricchezza.
Storicamente la fiducia ha sempre svolto un ruolo importante nella trasmissione della ricchezza familiare. Nel sistema attuale, stante il divieto di sostituzione fedecommissaria, il ricorso a trasferimenti fiduciari in funzione successoria è lasciato alla creatività dell'autonomia privata ma, da quello che è dato trarre dalla casistica nota, la giurisprudenza non sembra gradire l'interposizione personale del fiduciario e fa così applicazione del divieto dei patti successori.
Il settore è destinato ad essere fortemente innovato dal riconoscimento del trust in Italia, realizzato con la Convenzione dell'Aja del 1. luglio 1985, resa esecutiva con la l. 16 ottobre 1989 n. 364, entrata in vigore il 1. gennaio 1992. Dal punto di vista funzionale, il trust è in grado di realizzare tutte le finalità in vista delle quali i privati ricorrono di norma ad un negozio alternativo al testamento. La finalità mantenitoria, innanzitutto, superando i limiti che nel nostro sistema incontra la fondazione di famiglia, che può essere interesse del settlor realizzare anche al di fuori del nucleo familiare. E poi la conservazione dell'unità del patrimonio familiare e il mantenimento della destinazione economica dei beni, come e meglio della c.d. fondazione di impresa che sconta i limiti che si sono visti a proposito della fondazione di famiglia e si ritiene estranea al nostro diritto. Rispetto ai negozi alternativi al testamento visti sino ad ora, il trust offre il vantaggio di essere un patrimonio separato: in quanto tale i beni che ne fanno parte non possono essere aggrediti dai creditore personali del trustee; mentre, a differenza di quanto accade nella fiducia di tipo romanistico, i beneficiaries hanno azione reipersecutoria sui beni del trust fund, nel caso in cui il trustee non sia più fedele o solvente.
Tuttavia, stando all'interpretazione più accreditata (Gambaro, Il "trust" in Italia e in Francia, in Studi in onore di Rodolfo Sacco, vol. I, Milano, 1994, 497 ss.; contra Lipari, Fiducia statica e trusts, in Rass. dir. civ., 1996, 483 ss.), la Convenzione ha portata 'meramente' internazionalprivatistica: essa ha cioé il limitato effetto di riconoscere l'operatività in Italia di trusts costituiti all'estero, non introduce un nuovo istituto nel diritto interno. Tanto significa che l'attività negoziale che dà vita a un trust non può essere immediatamente posta in essere da cittadini italiani ed esaurirsi in una vicenda esclusivamente di diritto interno. Quel che può immaginarsi è un'operazione con la quale un cittadino italiano costituisca una persona giuridica, ad es. una società di capitali, in un paese trust la quale acquisti tutti i suoi beni, oggetto di successione, in Italia e successivamente trasferisca l'intero pacchetto azionario ad una fiduciaria con sede sempre nel paese trust; la fiduciaria, dopo la morte del disponente gestirà il patrimonio della società per un certo tempo in favore dei beneficiari indicati con l'atto di costituzione del trust, dopo di che trasferirà il pacchetto al suo destinatario finale. Come è stato osservato (Lupoi, Introduzione ai trusts. Diritto inglese, Convenzione dell'Aja, diritto italiano, Milano, 1994, 159; Palazzo, I trusts in materia successoria, in Vita not., 1996, 671 ss.), un'operazione del genere non contrasta con alcuna legge italiana e rappresenta un modo, non poco macchinoso in verità, di avvalersi del trust in un paese non trust. Al di là dell'esempio fatto va tuttavia notato che, ove il trust si pieghi ad una finalità successoria, una possibile sua interferenza con il divieto dei patti successori non può dirsi scongiurata per il sol fatto che una convenzione internazionale ne riconosca l'operatività anche nel nostro paese: la Convenzione dell'Aja all'art. 4 fa infatti salve le norme di diritto interno relative alla validità del testamento o dell'atto costitutivo del trust. Resta allora aperta la porta all'operatività virtuale del divieto? La risposta al quesito richiede la soluzione di un problema a monte. Se l'art. 458 c.c. parla di "convenzioni" ed è intitolato ai "patti", la sua sfera di applicazione, stando ad un'interpretazionme letterale della norma, dovrebbe non ricomprendere il trust, la cui fonte è un testamento ovvero un atto unilaterale fra vivi, non già un contratto. D'altra parte è anche vero che il beneficiary è normalmente al corrente del fatto di essere il destinatario di un'attribuzione patrimoniale da parte del settlor: potrebbe allora darsi il caso in cui la costituzione di un trust adombri un patto in frode alla legge per il fatto di costituire il modo di aggirare il divieto dei patti successori. L'ipotesi può apparire paradossale per il contrasto fra la forza propulsiva e la carica di innovatività attribuita al riconoscimento del trust e la vetustà, nonché le accuse di inattualità raccolte dal divieto espresso dall'art. 458 c.c., ma è pur tuttavia da ritenersi verosimile.