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Timestamp: 2019-09-20 08:53:12+00:00
Document Index: 179923212

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Corte dei Conti - Sez. III appello - sentenza n. 729/2012
Danno d'immagine per Asl da prescrizione inappropriata
In relazione al comportamento tenuto da alcuni medici in servizio presso una Azienda sanitaria che avevano effettuato la prescrizione di un particolare medicinale destinato a curare l'infertilità senza conoscere i pazienti destinatari del prodotto e senza preventivamente sottoporli ad accertamenti sanitari specifici, la Corte dei Conti, in primo grado, ha pronunciato sentenza di condanna al risarcimento del danno all'immagine subito dall'Ente. Uno dei sanitari ha impugnato la pronuncia in appello anche in considerazione della circostanza per cui il reato connesso si era nel frattempo prescritto. L'immagine e il prestigio dell'Amministrazione sono beni coessenziali all'esercizio delle pubbliche funzioni, così che a fronte dell'intervenuta lesione dell'immagine pubblica s'incrinano negli amministrati quei naturali sentimenti di affidamento e di “appartenenza” alle istituzioni. È ininfluente la circostanza che il procedimento penale pendente nei confronti dei convenuti sottoposti a giudizio per responsabilità amministrativa si sia concluso con provvedimento di archiviazione per intervenuta estinzione dei reati per prescrizione in quanto tale statuizione, se per un verso preclude la perseguibilità in sede penale dei fatti contestati, non ne esclude tuttavia – ma anzi, indirettamente, la conferma – l'effettiva sussistenza di quei fatti, sui quali giudica la Corte dei Conti e la loro attribuzione ai dipendenti già imputati in sede penale. La Corte dei Conti, pur contenendo l'importo, ha confermato la pronuncia di condanna.
Corte dei Conti - Sez. Giur. Sicilia - sentenza n. 2998/2012
Una ASL, nel 2006, ha segnalato alla Corte di Conti una vicenda ritenuta produttiva di danno erariale collegato ad alcuni fatti avvenuti anni prima che vedevano coinvolti un primario per l'aggressione perpetrata a carico di un suo aiuto e per una serie di ulteriori atti illeciti finalizzati ad esautorarlo dallo svolgimento della attività professionale. L'Azienda Sanitaria in relazione alla vicenda ha effettuato una serie di esborsi e l'organo requirente ha affermato che il danno erariale, rivestendo i caratteri di certezza ed attualità, dovesse essere addebitato al primario. Il Collegio ha pronunciato sentenza di condanna a carico del primario per una somma superiore a 500 mila euro. Dagli elementi raccolti è emersa la sussistenza di una attività persecutoria consistita nella emarginazione del sanitario dalle ordinarie attribuzioni lavorative connesse alla qualifica rivestita, protrattasi per più anni e sfociata in numerosi giudizi penali, amministrativi e civili, nell'ambito dei quali la competente autorità giudiziaria adita ha sindacato negativamente il comportamento posto in essere dal primario. L'aiuto è risultato vincitore in una causa intentata contro l'amministrazione di appartenenza ed ha ottenuto il risarcimento del danno derivante dalla condotta vessatoria posta in essere nei suoi confronti. L'esborso operato dell'Ente, determinando un'ingiustificata diminuzione del patrimonio pubblico, costituisce danno erariale imputabile al professore titolare della clinica che con i suoi dolosi comportamenti vessatori ha determinato gli esiti del giudizio civile.
Corte dei Conti - Sez. Giur. Abruzzo - sentenza n. 375/2012
Una specializzanda, frequentatrice del corso di formazione specifica in medicina generale, è stata chiamata in giudizio dalla Procura Regionale per il risarcimento in favore della regione Abruzzo del danno patrimoniale pari all'importo lordo della borsa di studio percepita, in quanto ha violato il regime di incompatibilità tassativamente previsto, avendo instaurato durante la frequenza del corso un rapporto di lavoro continuativo con una clinica convenzionata. La Corte dei Conti ha accolto l'eccezione di prescrizione sollevata dalla difesa della dottoressa, chiarendo che, anche se la convenuta può essere ritenuta colpevole di aver svolto durante la specializzazione attività professionali incompatibili, non risulta aver compiuto alcuna attività specifica di occultamento doloso del danno. La concreta non conoscenza dell'illecito, o la sua non conoscibilità, non sono di per sé sufficienti per differire il dies a quo della prescrizione, essendo necessario un comportamento dell'autore dell'illecito specificamente diretto a realizzare tale occultamento. L'ipotesi non ricorre quando il ritardo nella scoperta del pregiudizio sia da attribuire a disfunzioni dell'apparato amministrativo, che non ha adottato le misure di controllo interno idonee a far emergere gli effetti pregiudizievoli dell'attività vietata.
Corte dei Conti - Sez. Giur. Reg. Siciliana - sentenza n. 1968/2012
La Procura regionale presso la Corte dei Conti ha citato in giudizio il direttore di una Unità operativa complessa ostetricia e ginecologia di una azienda siciliana chiedendone la condanna al risarcimento dei danni per oltre 700 mila euro. In sostanza la Procura regionale ha citato in giudizio il “primario” ritenendolo responsabile del danno erariale conseguente ai maggiori costi sostenuti per prestazioni sanitarie eseguite in regime di ospedalizzazione a ciclo diurno in assenza dei presupposti previsti per il particolare regime di ricovero. I fatti posti alla base del procedimento erano stati oggetto anche di una vicenda penale avviata dalla competente Procura della Repubblica che aveva disposto due consulenze tecniche, la seconda delle quali, sulla base delle risultanze della prima, aveva quantificato il costo dei ricoveri ritenuti irregolari. La prima consulenza, dall'esame di 5.562 cartelle cliniche relative a pazienti transitati presso la menzionata Unità di ostetricia e ginecologia in regime di day hospital, aveva accertato, nell'arco temporale 2002-2006, numerose irregolarità, così sintetizzate dalla Procura regionale: - erogazione di prestazioni diagnostiche con finalità di screening in soggetti asintomatici, non rientranti nel regime del day hospital; - singoli esami diagnostici, che non giustificavano il ricovero diurno caratterizzato, invece, dall'erogazione di prestazioni multi professionali e multi specialistiche di particolare complessità e impegno; - notevoli incongruenze tra gli esami diagnostici indicati nelle schede di dimissioni ospedaliere (S.D.O.) e quanto registrato nelle cartelle cliniche ovvero supportato dai referti; - reiterati ricoveri di medesimi pazienti nell'arco di uno stesso anno per le medesime patologie, in viola-zione del DM n. 380 del 27/10/2000 e del DM n. 36615 del 27/11/2001. La Corte dei Conti, all'esito del giudizio, ha affermato che il direttore di U.O., per il ruolo rivestito e secondo l'organizzazione aziendale, era il dirigente che avrebbe dovuto evitare, più di ogni altro soggetto operante all'interno o all'esterno dell'Azienda, l'ingiustificato ricorso al regime del day hospital. La violazione degli obblighi di servizio derivanti dalla funzione di responsabile dell'organizzazione e del funzionamento della struttura cui era preposto deve ritenersi sufficiente a configurare il necessario nesso di causalità tra la contestata condotta gravemente colposa e il danno erariale conseguente ai costi connessi al ricovero diurno per i casi ritenuti non giustificati. Il giudici hanno ritenuto poter accogliere parzialmente le argomentazioni difensive relative al criterio di individuazione dei soggetti responsabili seguito dalla Procura ai fini della quantificazione dell'addebito di responsabilità: una parte del danno è stato ricondotto a disfunzioni di apparato e, in particolare, a evidenti carenze nell'attività di vigilanza. Il direttore di UOC è stato condannato a risarcire i danni.
Corte dei Conti - Sez. Giur. Friuli V.G. - sentenza n. 50/2012
La fattispecie sottoposta all'esame della Sezione Giurisdizionale dalla Procura Regionale, da cui la pronuncia in rassegna, concerne una ipotesi di danno erariale consumato ai danni dell'Azienda sanitaria ad opera dei Direttori Generale, Amministrativo e Sanitario, per avere concesso a dieci dipendenti il c.d. "comando finalizzato" per frequentare presso una Università corsi di laurea specialistica nelle materie infermieristiche o collegate alle mansioni svolte all'interno dell'azienda. In particolare, secondo l'accusa, la responsabilità amministrativa dei dirigenti risiederebbe nell'aver concesso il rimborso delle spese di viaggio, vitto e alloggio, oltre ad aver continuato l'erogazione dei compensi, utilizzando l'istituto del comando per finalità diverse da quelle per cui era previsto e fornendo ai beneficiari un ingiusto vantaggio a scapito degli altri dipendenti. L'istituto del c.d. "comando finalizzato" previsto nel contratto collettivo di categoria contempla una speciale deroga alla continuità della prestazione lavorativa presso l'azienda sanitaria di provenienza che non implica lo spostamento del dipendente verso un'altra azienda o un'altra amministrazione, ma unicamente la concessione di un periodo significativamente lungo per finalità di aggiornamento. In altri termini con il comando finalizzato, come si presentava disciplinato al momento della deliberazione censurata, si consente al dipendente di frequentare centri, istituti e laboratori nazionali o internazionali o altri organismi di ricerca che abbiano dato il proprio assenso. Da una semplice lettura del contratto collettivo si comprende che la specialità della preparazione e dell'approfondimento che giustifica la corresponsione degli assegni e dell'indennità di missione si deve necessariamente rinvenire in un interesse dell'Azienda affinché il dipendente acquisisca una conoscenza che all'interno della struttura non otterrebbe. Non rientra, indubbiamente, tra queste ipotesi, la formazione ordinaria del personale infermieristico diretta a consentire il conseguimento della laurea specialistica. La frequentazione universitaria, infatti, non può essere paragonata ad alcune delle fattispecie contemplate dal CCNL in vigore al momento dell'assunzione della deliberazione. Non si può affermare che l'iscrizione ad un corso di laurea possa essere considerato alla stregua dell'apprendimento di tecniche specifiche necessarie nella prosecuzione e nella specializzazione professionale, ma si tratta di una formazione volontaria del dipendente. La Corte dei Conti ha condannato i dirigenti a risarcire il danno erariale nella misura di euro 120 mila.
Corte dei Conti Basilicata - sentenza n. 53/2012
La Procura contabile, ha deciso di intraprendere ulteriore azione risarcitoria contro due medici aventi all'epoca dei fatti (1985) funzioni di primario e aiuto, affinché l'Azienda Sanitaria potesse ottenere ristoro del danno indiretto subito per l'esecuzione della sentenza di condanna conseguente alle lesioni patite da una neonata in occasione del parto e consistenti nella paralisi dell'arto superiore sinistro. La nuova azione è stata determinata dell'ulteriore pregiudizio erariale indiretto, ammontante ad € 179.687,84 - conseguente al maggiore risarcimento del danno determinato dalla Corte di Appello rispetto alla pronuncia di primo grado del Tribunale di Matera. Al ginecologo curante della puerpera e primario del reparto di ostetricia e ginecologia si era ritenuto addebitabile il fatto di non avere predisposto un parto cesareo di elezione, che avrebbe evitato la condizione traumatica subita dalla piccola durante il parto naturale, mentre all'aiuto si era addebitato un errore nelle manovre di disimpegno delle spalle del feto che causò lo stiramento eccessivo dei tessuti tra collo e spalla sinistra, causando la paralisi ostetrica. La CTU era giunta alla conclusione che la menomazione subita dalla neonata era stata conseguenza dell'errata scelta di un parto fisiologico, invece di quello mediante taglio cesareo nonché di non corrette manovre nell'assistenza al parto. Il non aver disposto il parto mediante taglio cesareo ha configurato una scelta imputabile esclu-sivamente al primario, per la decisiva considerazione che l'art. 7 del d.P.R. n. 128/1969 (disciplinante l'ordina-mento interno dei servizi ospedalieri) demanda specificamente al primario - oltre la generica vigilanza sull'attività del personale in servizio presso il reparto e la responsabilità dei malati – la definizione dei criteri diagnostici e terapeutici che devono essere seguiti dagli aiuti e dagli assistenti. La Corte dei Conti, rilevata la colpa grave, ha condannato i sanitari al risarcimento del danno valutando l'apporto del primario nella misura dell'80%.
Corte dei Conti - Sez. I Giur. Centrale - sentenza n. 161/2012
Con atto di citazione, la Procura Regionale presso la Sezione giurisdizionale per la Calabria, conveniva in giudizio il primario di una Unità Operativa, il direttore generale dell'Azienda e il di direttore sanitario della stessa struttura ospedaliera per sentirli condannare al pagamento in favore della ASL della somma complessiva di oltre 300 mila euro ritenendo che gli stessi avessero arrecato danno di pari importo a seguito dell'acquisto, effettuato nel luglio del 2000, di una apparecchiatura diagnostica denominata ABBI, risultata, poi, completamente inutilizzata a causa della mancanza di una valida casistica riconducibile a patologie mammarie adeguate al suo impiego, con conseguente danno erariale. In particolare, al direttore sanitario è stato contestato di aver espresso parere tecnico favorevole alla fornitura senza aver anch'egli adeguatamente ponderato le reali condizioni di impiego dell'apparecchiatura. Il direttore sanitario non può sostituirsi al primario ed indicare lui stesso lo strumento attraverso il quale soddisfare la domanda del reparto. Né può suggerire le concrete modalità di impiego in relazione al fabbisogno della unità operativa. Il direttore sanitario, infatti, benché medico, ha competenza ed esperienza esclusivamente in attività di direzione tecnico sanitaria ed inoltre non è dotato di competenza medica specialistica, tanto meno di competenza specialistica nella varie branche ospedaliere. Discende che non rientra tra i compiti del direttore sanitario un'accurata istruttoria in merito alle scelte compiute dai responsabili, medici specialisti, delle varie Unità Operative. Nel caso specifico, gli atti sottoposti all'attenzione del direttore sanitario per il parere, evidenziavano che il sistema ABBI avrebbe permesso di migliorare l'offerta di servizi sanitari della ASL sia da un punto di vista qualitativo che organizzativo. Sulla scorta di questi elementi la Corte non ha ritenuto poter ravvisare nel comportamento del direttore sanitario quella condotta gravemente colposa ritenuta invece sussistente dal giudice di primo grado. Il successivo mancato utilizzo della strumentazione non può in alcun modo essere ricollegato al parere reso dal DS, dato con riferimento alla convenienza tecnica del sistema, che rappresenta pur sempre un bene utilizzabile per prestazioni diagnostiche nella prevenzione dei tumori alla mammella. Il Collegio ha accolto l'appello prodotto dal direttore sanitario assolvendo l'imputato per assenza di colpa grave.
Corte dei Conti - Sez. Giur. d’Appello Reg. Siciliana - sentenza n. 22/2012
Alla Corte dei Conti è stato sottoposto il caso di un medico autorizzato a svolgere attività libero profes-sionale intramoenia cosiddetta allargata, cioè presso uno studio medico privato diverso dagli ambienti ospedalieri. Al sanitario si chiedeva di risarcire il danno per aver violato gli obblighi assunti nei confronti del-l'Azienda sanitaria. L'autorizzazione, nel caso specifico, riguardava la branca medica della chirurgia vascolare ed era limi-tata a tre giorni specifici e ad un orario ben circoscritto. A seguito di indagini svolte dai NAS dei Carabinieri è stato accertato che il medico aveva reso prestazioni in svariati settori, differenti dalla disciplina specialistica di chirurgia vascolare, in giorni ed orari diversi da quelli autorizzati e non aveva provveduto a riversare all'Azienda parte del fatturato, così come contrattualmente previsto. Non vi è alcuna discrezionalità da parte del medico né di scegliere la specializzazione in cui spiegare la propria opera, né di cambiare i giorni e gli orari concordati ed autorizzati da parte dell'amministrazione. Nessuna buona fede può ritenersi sussistente nel comportamento del sanitario che, al momento della stipula del rapporto contrattuale con l'azienda, ha optato per il regime di esclusività, divenendo destinatario non solo degli obblighi di servizio relativi ma anche dei benefici, economici e di carriera, che ciò comporta. La Corte dei Conti, sezione giurisdizionale d'appello, pur accogliendo in parte il ricorso proposto dal camice bianco per ulteriori specifici profili, lo ha condannato a risarcire l'Azienda nella misura di oltre 40.000 euro.
Corte dei Conti - Sez. Giur. Sicilia - sentenza n. 190/2012
Un medico di guardia al pronto soccorso ospedaliero non provvedeva a visitare il paziente giunto in precarie condizioni fisiche, affetto da forti dolori al torace, né tantomeno ad eseguire accertamenti strumentali (ecocardiogramma, elettrocardiogramma); inoltre, rimanendo seduto alla scrivania, procedeva sommariamente a raccogliere poche informazioni dalla persona che lo accompagnava e delegava l'infermiere alla sola misurazione della pressione arteriosa e del battito cardiaco; diagnosticava, poi, una “sindrome depressiva”, prescrivendo la somministrare 20 gocce di valium e una iniezione intramuscolare di toxepasi. L'uomo, dimesso su indicazione del sanitario, decedeva pochi minuti dopo il rientro a casa ancor prima dell'arrivo dell'ambulanza. Dalla vicenda seguiva la condanna del medico per omicidio colposo e la condanna dello stesso in solido alla AS al risarcimento del danno per circa un milione e quattrocentomila euro. L'azienda risarciva per intero il danno e, ritenendo vi fosse colpa grave del sanitario, segnalava la que-stione alla procura presso la Corte dei Conti che intraprendeva azione nei confronti del medico per ottenere ristoro del danno erariale subito, pari alla somma risarcita ai familiari del defunto. Dalle risultanze del giudizio penale era emerso che la situazione del pronto soccorso non era tale da scriminare la condotta del sanitario né da attenuare significativamente la sua penale responsabilità, giacché in quel momento vi era un solo paziente affetto da malessere generale e leggero dolore in corso di visita, mentre gli altri due pazienti non presentavano particolari emergenze (affetti da “cirrosi epatica e infezione HIV” e da “epistassi”). La Corte d'Appello aveva avuto occasione di affermare la lacunosità ed inadeguatezza dell'anamnesi e la superficialità della diagnosi in rapporto alla sintomatologia palesata dalla gestualità del paziente e dal suo stato di agitazione, aggiungendo che è “è indubbio che la condotta dell'imputato fu gravemente carente e che egli venne meno ai doveri inerenti la propria qualifica di medico addetto ad un servizio di pronto soccorso, tra i quali rientra innanzitutto quello di acquisire tutti i dati necessari per pervenire ad una diagnosi quanto il più possibile corretta”; conclude che “un tempestivo intervento medico … aveva alte probabilità di impedire l'evento infausto … e che è rimasto viceversa precluso da una diagnosi precipitosa ed ingiustificata”. Da qui l'emersione di tutta una serie di elementi che denotano come la condotta del medico fosse stata improntata a grave negligenza, presupposto indispensabile per il sorgere della sua responsabilità amministrativa verso l'Ente datore di lavoro che ha risarcito i familiari della vittima. La Corte dei Conti ha condannato il sanitario al pagamento di euro 1.416.330,16 in favore della Azienda Sanitaria.
Corte dei Conti - Sez. Giur. d’Appello Reg. Siciliana - sentenza n. 18/2012
Anestesia killer, danno erariale da 1,4 mln
Conferma della sentenza di primo grado con cui sono stati condannati due medici anestesisti che, nel praticare l'intubazione e l'intervento di tracheotomia su un paziente d tre anni e mezzo, hanno omesso di adottare tutte le cautele necessarie ad assicurare un continuo e sufficiente flusso di ossigeno al cervello, causando il decesso del bambino per arresto cardiocircolatorio determinato da grave ipossia. Il danno erariale, quantificato complessivamente in euro 1.433.606,47, è stato ripartito, fra i convenuti, nella misura del 75% e del 25%. (Il giudizio penale – dopo il rinvio della Corte di cassazione al giudice di appello per difetto di motivazione – si è concluso con la declaratoria di avvenuta prescrizione).