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Timestamp: 2017-08-21 01:00:20+00:00
Document Index: 11381358

Matched Legal Cases: ['art. 223', 'art. 216', 'art. 11', 'art. 11', 'art. 223', 'art. 216', 'art. 219', 'art. 622', 'art. 2', 'art. 4', 'art. 2640', 'art. 2625', 'art. 2629', 'art. 2629', 'art. 2629', 'art. 223', 'art. 2625', 'art. 223', 'art. 11', 'art. 223', 'art. 223', 'art. 2623']

sanzioni penali societarie e fallimentare penale societario penale fallimentare
Il volto della bancarotta fraudolenta da reato societario è stato modificato sia perché sono mutate tipologia, caratteristiche ed elementi costitutivi dei reati societari richiamati, sia perché talune figure di reato sono state abolite, sia per la previsione di un evento, il dissesto, posto in rapporto di causalità con la commissione dei fatti previsti.
L'art. 223, comma 2, n. 1, punisce, invece, a titolo di bancarotta fraudolenta e con le pene di cui all'art. 216, comma 1, sempre naturalmente che la società sia dichiarata fallita, gli organi societari che abbiano commesso fatti previsti come reati societari da disposizioni del Codice civile.
Quest'ultima disposizione ha costituito oggetto dell'attenzione del legislatore nell'ambito della approvata riforma dei reati societari, voluta dall'art. 11, legge delega 3 ottobre 2001, n. 366 (di seguito, per brevità, legge n. 366/2001)(4) ed attuata dal D.Lgs. 11 aprile 2002, n. 61, entrato in vigore lo scorso 16 aprile 2002 (di seguito, D.Lgs. n. 61/2002)(5); l'art. 11, lett. g) , della legge n. 366/2001 delegava a «riformulare le norme sui reati fallimentari che richiamano reati societari, prevedendo che la pena si applichi alle sole condotte integrative di reati societari che abbiano cagionato o concorso a cagionare il dissesto».
L'art. 223, comma 2, n. 1, nel testo previgente, prevedeva che agli amministratori, ai direttori generali, ai sindaci e ai liquidatori di società dichiarate fallite si applicasse la pena prevista dal comma 1 dell'art. 216(6) qualora avessero commesso «alcuno dei fatti preveduti dagli artt. 2621, 2622, 2623, 2628, 2630, comma 1, del Codice civile». L'interpretazione giurisprudenziale(7) e, almeno in parte, quella dottrinale(8) escludeva che la disposizione in esame integrasse una circostanza aggravante dei reati societari in essa richiamati e optava per la natura autonoma del reato, confermata dalla ritenuta applicabilità anche a questi fatti di bancarotta della circostanza aggravante di cui all'art. 219, comma 2, n. 1(9).
Per questa ragione, oltre perché il delitto era punibile a querela della società, era dalla dottrina ritenuto un corpo estraneo nel tessuto della bancarotta da reato societario. La riforma lo ha estrapolato dal novero dei reati societari, trasformandolo in una circostanza aggravante del delitto di rivelazione del segreto professionale punito dall'art. 622 cod. pen. (art. 2, D.Lgs. n. 61/2002); di riflesso, naturalmente, è stato escluso anche dal nuovo elenco contenuto nella disposizione fallimentare.
Come si accennava, questa rapida rassegna sulle disposizioni del Codice civile richiamate dalla norma incriminatrice della bancarotta da reato societario, aiuta a comprendere le numerose critiche ad essa rivolte e ad individuare le ragioni che hanno spinto il legislatore a delineare il nuovo elenco di reati societari incluso nella disposizione riformata dall'art. 4, D.Lgs. n. 61/2002.
È intuibile, pertanto, che le critiche si concentrassero su tali disposizioni la cui assimilazione alla bancarotta appariva del tutto ingiustificata. L'eterogeneità dei reati societari inclusi nella vecchia disposizione fallimentare rappresentava probabilmente la conseguenza di un poco meditato trapianto in quest'ultima norma dell'elenco di reati societari contenuti nel vecchio art. 2640 cod. civ., vale a dire nella disposizione che contemplava, come circostanza aggravante ad effetto speciale, il danno di gravità rilevante derivato all'impresa.
Se, peraltro, l'elenco di reati societari che compariva nella disposizione aggravatrice poteva ritenersi giustificato in relazione alla stessa, dato che la sua finalità era quella di rafforzare la tutela della società, non altrettanto poteva sostenersi con riguardo agli effetti del trapianto nella disposizione sulla bancarotta, intesa, per contro, a rafforzare la tutela dei creditori sociali(22).
La previsione, in caso di fallimento della società, di fatti di bancarotta costituiti da fatti integranti, nella fisiologia della società, i meno gravi reati societari implicava, quantomeno, una selezione fondata sulla parziale omogeneità di contenuti offensivi; dovevano, in altre parole, essere scelte solo quelle disposizioni penali societarie finalizzate a tutelare la categoria dei creditori, destinataria della tutela fornita dalle norme penali fallimentari(23).
La dottrina, come già si è detto, rilevava che comparivano nell'elenco taluni reati societari del tutto eterogenei rispetto alla bancarotta e non comparivano, per contro, reati che avrebbero potuto essere considerati omogenei perché riconducibili alla tutela dell'integrità del capitale sociale (quali l'art. 2625 cod. civ. che puniva le indebite ripartizioni dei liquidatori e l'art. 2629 cod. civ. in tema di sopravvalutazione dei conferimenti in natura).
Nella nuova disposizione fallimentare non sono più richiamati, come già accennato, i fatti di cui agli anzidetti reati societari. Non vi erano, invece, lagnanze in relazione alle altre disposizioni penali societarie richiamate nella norma fallimentare, riconoscendosi che esse tutelavano l'integrità del capitale sociale (unanimemente ricondotta al principio di effettività, concernente la fase genetica dell'ente, e al principio di integrità, riguardante la fase dell'attività) lungo l'intero ciclo vitale della società; semmai, come si è detto, si lamentava che disposizioni penali come la valutazione esagerata dei conferimenti in natura, prevista dall'art. 2629, nn. 1 e 3, cod. civ., o come la dilapidazione di capitale attraverso scambi sperequati, di cui all'art. 2629, n. 2, rilevanti in fase di costituzione o di aumento del capitale ovvero nel biennio dopo la costituzione, non fossero state incluse nell'art. 223, comma 2, n. 1; così, ancora, come si è accennato, ci si doleva del fatto che la tipologia della bancarotta non fosse stata arricchita anche dal richiamo al citato art. 2625 cod. civ. che sanzionava il divieto, per i liquidatori, di procedere alla ripartizione dell'attivo tra i soci prima che fossero pagati i creditori sociali o fossero accantonate le somme necessarie per pagarli.
Ne rispondono ora gli amministratori, i direttori generali, i sindaci e i liquidatori di società dichiarate fallite che abbiano «cagionato, o concorso a cagionare, il dissesto della società, commettendo alcuno dei fatti previsti dagli artt. 2621, 2622, 2626, 2627, 2628, 2629, 2632, 2633 e 2634 del Codice civile». Prima di ogni altra considerazione, va notato che il volto della bancarotta fraudolenta da reato societario è stato profondamente modificato sia perché in molti casi sono mutate tipologia, caratteristiche ed elementi costitutivi dei reati societari richiamati, sia perché talune figure di reato non sono state più richiamate, sia soprattutto per la previsione di un evento, il dissesto, posto in rapporto di causalità con la commissione dei fatti previsti.
Va detto, peraltro, che autorevole, ma sul punto non seguita, dottrina(28) riteneva, per contro, che, senza l'esistenza di un nesso eziologico tra i reati considerati dall'art. 223, comma 2, n. 1 e il fallimento della società, veniva a mancare ogni ragione che giustificasse l'aggravamento della pena; un aggravamento della pena senza nessuna connessione col dissesto fallimentare costituiva, in altre parole, una grave anomalia giuridica, nella quale si riteneva ravvisabile la violazione del principio della personalità della pena.
Ora, dunque, anche in relazione alla commissione di fatti integranti i citati reati societari, il dissesto della società deve essere conseguenza del comportamento del soggetto e presenta tutte le caratteristiche dell'evento consumativo del reato.
Va solo aggiunto che l'inciso «o concorso a cagionare» è stato inserito dal legislatore delegato dopo che il Senato, in sede consultiva, aveva richiamato il Governo a conformarsi a quanto previsto dall'art. 11, lett. g) , della legge n. 366/2001.
Ne scaturisce un evidente paradosso: se, invero, la commissione del fatto integrante il reato societario non ha cagionato il dissesto della società non è ipotizzabile la bancarotta impropria, ma il solo reato societario con il risultato che, qualora esso concorra con un fatto di bancarotta, sarà applicabile la più severa disciplina del concorso materiale di reati, seppur eventualmente sub specie di continuazione in caso di identità del disegno criminoso.
LLe disposizioni incriminatrici di reati/a> societari richiamate
Come si legge nella Relazione(35), sono state previste come ipotesi-base «i reati societari dolosi che, seppur con diversa oggettività giuridica, siano armonicamente riconducibili nella tipicità della bancarotta fraudolenta, in ragione di una parziale omogeneità di offesa»; è sembrato, in altre parole, indispensabile «considerare, nella più grave prospettiva fallimentare, gli illeciti penali nei quali la strumentalizzazione dei meccanismi societari sia rivolta contro le ragioni creditorie, per converso escludendo quei reati - già previsti nel Codice civile del '42 - che, non presentando alcuna affinità offensiva con l'art. 223, non meritano considerazione al fine di una tanto più severa previsione punitiva».
I reati in esame sono caratterizzati, poi, dalla necessità di un dolo specifico intenzionale racchiuso nella locuzione «con l'intenzione di ingannare i soci o il pubblico» (simmetrico alla direzionalità oggettiva delle comunicazioni sociali incriminabili), che va ad aggiungersi al dolo generico avente a oggetto gli elementi strutturali del fatto.
A integrare il reato, sotto il profilo psicologico, è altresì necessario che il soggetto attivo si proponga l'ulteriore scopo «di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto», locuzione talmente utilizzata nell'ambito dei reati patrimoniali da non richiedere particolare commenti, se non che tra gli altri per i quali il soggetto agente può proporsi di conseguire un profitto vi dovrebbe essere anche la società.
Vi è il concreto rischio, pertanto, che l'impegno profuso dal legislatore delegato nella selezione delle disposizioni penali societarie da includere nella fattispecie incriminatrice di cui ci si occupa sia stato vano dato che operazioni dolose causative del dissesto, e perciò rilevanti ai sensi dell'art. 223, comma 2, n. 2, potrebbero in concreto essere ravvisate in fatti integranti reati societari diversi da quelli esplicitamente richiamati (si pensi, ad esempio, alle falsità nei prospetti di cui all'art. 2623 cod. civ.).
È agevole, dunque, intuire che la commissione dei fatti sopra indicati, integranti i citati reati societari, è tendenzialmente destinata a realizzare fatti di bancarotta fraudolenta patrimoniale, se la società è dichiarata fallita.
Senza contare, infine, che, in relazione a molti tra i fatti riproposti dalla nuova disposizione, sono intervenute, in seguito alla riforma dei reati societari, ponderose modificazioni; basti pensare alla false comunicazioni sociali, in relazione alle quali la dottrina e la prima giurisprudenza propendono per la discontinuità normativa(47).
N. B.: Se, in seguito alla commissione dei reati riportati nella prima colonna del prospetto, l'ente ha conseguito un profitto di rilevante entità, la sanzione pecuniaria è aumentata di un terzo.