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Timestamp: 2020-07-08 22:31:27+00:00
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Art. 2104 codice civile - Diligenza del prestatore di lavoro - Brocardi.it
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Articolo 2104 Codice civile
Il prestatore di lavoro deve usare la diligenza richiesta dalla natura della prestazione dovuta, dall'interesse dell'impresa e da quello superiore della produzione nazionale [1176](1).
Deve inoltre osservare le disposizioni per l'esecuzione e per la disciplina del lavoro impartite dall'imprenditore e dai collaboratori di questo dai quali gerarchicamente dipende [2086, 2090, 2094, 2106, 2236].
(1) L'obbligo di diligenza si sostanzia nell'esecuzione della prestazione lavorativa secondo la particolare natura di essa nonché nell'esecuzione dei comportamenti accessori che si rendono necessari in relazione all'interesse del datore di lavoro a conseguire un'utile prestazione.
Cass. civ. n. 22382/2018
In tema di licenziamento disciplinare, l'insubordinazione può risultare da una somma di diverse condotte, e non necessariamente da un singolo episodio, tali da integrare una giusta causa di licenziamento, poichè il comportamento reiteratamente inadempiente posto in essere dal lavoratore - come l'uscita dal lavoro in anticipo e la mancata osservanza delle disposizioni datoriali e delle prerogative gerarchiche - è contraddistinto da un costante e generale atteggiamento di sfida e di disprezzo nei confronti dei vari superiori gerarchici e della disciplina aziendale tale da far venir meno il permanere dell'indispensabile elemento fiduciario. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto legittimo il licenziamento del lavoratore che aveva abbandonato in plurime occasioni il proprio posto di lavoro prima della fine del turno, invocando un diritto al "tempo tuta", e si era rifiutato di riprendere il lavoro, pur espressamente invitato a farlo, rivolgendo minacce al capo reparto).
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 22382 del 13 settembre 2018)
Cass. civ. n. 663/2018
In tema di rapporto di lavoro subordinato privato, il grado di diligenza dovuta dal lavoratore, variabile secondo le peculiarità del singolo rapporto, deve essere apprezzato secondo due distinti parametri, costituiti dalla natura della prestazione, ovvero dalla complessità delle mansioni svolte anche con riferimento all'assunzione di responsabilità alle stesse collegata, e dall'interesse dell'impresa, ovvero dal raccordo della prestazione con la specifica organizzazione imprenditoriale in funzione della quale è resa. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha rigettato il ricorso avverso una sentenza che, in relazione ad un responsabile di un ufficio postale in cui era avvenuta una rapina, aveva ravvisato la negligenza della condotta nella violazione delle disposizioni aziendali in materia di giacenza fondi ed utilizzo di casseforti).
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 663 del 12 gennaio 2018)
Cass. civ. n. 18375/2006
Ai fini dell'affermazione della responsabilità del lavoratore verso il datore di lavoro per un evento dannoso verificatosi nel corso dell'espletamento delle mansioni affidategli, è, anzitutto, onere del datore di lavoro fornire la prova che l'evento dannoso è da riconnettere ad una condotta colposa del lavoratore per violazione degli obblighi di diligenza, e cioè in rapporto di derivazione causale da tale condotta. Solo una volta che risulti assolto tale onere, il lavoratore è tenuto a provare la non imputabilità a sé dell'inadempimento. (Nella specie, la S.C., in base all'enunciato principio, ha cassato con rinvio l'impugnata sentenza, siccome affetta da vizio di motivazione perché, in relazione ad una domanda di risarcimento intentata dal datore di lavoro nei confronti di un proprio dipendente per i danni cagionati ad un proprio autobus a seguito di incidente asseritamente causato per responsabilità dello stesso dipendente, aveva negato la responsabilità di quest'ultimo non già escludendo che del danno provocato all'automezzo fosse dimostrata la relazione causale con il sinistro ma affermando che non vi era prova che l'incidente fosse conseguenza della condotta colposa del lavoratore ).
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 18375 del 23 agosto 2006)
relative all'articolo 2104 Codice civile
Norma di riferimento: Articolo 2104 Codice civile - Diligenza del prestatore di lavoro | Quesito Q201820362
Norma di riferimento: Articolo 2104 Codice civile - Diligenza del prestatore di lavoro | Quesito Q201616437
E’ sulla base di questo presupposto che la Cassazione più recente ha ritenuto legittimo il licenziamento del dipendente che si comporti in maniera “abusiva”: “Il comportamento del prestatore di lavoro subordinato che, in relazione al permesso ex art. 33 legge n. 104 del 1992, si avvalga dello stesso non per l'assistenza al familiare, bensì per attendere ad altra attività, integra l'ipotesi dell'abuso di diritto, giacché tale condotta si palesa, nei confronti del datore di lavoro come lesiva della buona fede, privandolo ingiustamente della prestazione lavorativa in violazione dell'affidamento riposto nel dipendente ed integra nei confronti dell'Ente di previdenza erogatore del trattamento economico, un'indebita percezione dell'indennità ed uno sviamento dell'intervento assistenziale (nel caso in esame era stato accertato che l'assistenza non era stata fornita per due terzi del tempo dovuto o in base agli stessi riferimenti del ricorrente per metà del tempo dovuto con grave violazione dei doveri di correttezza e buona fede sia nei confronti del datore di lavoro che dell'Ente assicurativo)” (Cassazione civile, sez. lav., 06 maggio 2016, n. 9217).
- “Costituisce condotta truffaldina utilizzare i permessi retribuiti, chiesti ed ottenuti ai sensi all'art. 33 l. n. 104 del 1992, non per assistere il familiare disabile (unica ragione questa per cui l'ente pubblico concede il beneficio in esame), ma per attività personali proprie del lavoratore che ne usufruisce. (Nel caso di specie l'imputata ha utilizzato i giorni di permesso retribuito - ottenuti per l'assistenza ad uno stretto parente disabile - per effettuare un viaggio di piacere. Il giudice di merito, in motivazione, ha contraddetto la tesi difensiva secondo cui i petmessi retribuiti ai sensi dell'art. 33 citato possono essere utilizzati dal lavoratore anche per il recupero delle energie psicofisiche spese per il costante lavoro di cura ed assistenza al disabile)”. (Tribunale Pisa, 04 marzo 2011, n. 258);
- “La condotta del lavoratore che abusa dei permessi per assistenza disabili – in quanto svolge attività assistenziali soltanto per il 17,5% del tempo totale dei permessi retribuiti – assume un carattere abusivo e, pertanto, è idonea a integrare una violazione dei canoni di correttezza e buona fede nell'esecuzione del rapporto tale da configurare una giusta causa di licenziamento.” (Cassazione civile, sez. lav., 22 marzo 2016, n. 5574);
- “Va escluso il diritto del figlio lavoratore che assista la madre handicappata di fruire dei permessi contemplati dall'art. 33 l. n. 104 del 1992, qualora l'assistenza non sia piena ed esclusiva, ma sia limitata a contatti telefonici e ad indicazioni logistiche e non sia continuativa nel tempo, ma circoscritta ad un arco temporale di quarantacinque giorni l'anno” (Cassazione civile, sez. lav., 22 aprile 2010, n. 9557).
- “resta il fatto che uno dei presupposti essenziali per l'applicabilità delle disposizioni dell'art. 33, l. n. 104 del 1992 è il requisito dell'assistenza continuativa la quale presuppone che il familiare, anche se non convivente, dimori in un luogo che gli consenta l'assistenza quotidiana al portatore di handicap, dovendosi trattare di soddisfare le quotidiane esigenze di vita di questi che non è in grado di provvedere a se stesso” (Tribunale Milano, 22 dicembre 2004).
- “Deve essere confermata la decisione dei giudici del merito che hanno ritenuto legittimo il licenziamento intimato ad un lavoratore che, durante la fruizione del permesso per assistere la madre disabile grave, aveva partecipato ad una serata danzante; la ragione fondante del "decisum" non è la mancata prova della avvenuta assistenza alla madre per le ore residue, ma l’utilizzazione, in conformità alla contestazione, di una parte oraria del permesso in esame per finalità diverse da quelle per il quale il permesso è stato riconosciuto.” (Cassazione civile, sez. lav., 30 aprile 2015, n. 8784).
Infine si precisa che laddove la Legge n. 104/1992 stabilisce che il lavoratore decade da ogni diritto qualora il datore di lavoro o l'INPS accerti l'insussistenza o il venir meno delle condizioni richieste per la legittima fruizione dei medesimi diritti, essa vuol riferirsi esclusivamente alla verifica dei presupposti di legge per l’ottenimento dei benefici normativi, presupposti riguardanti lo stato di salute e le condizioni fisiche del disabile.