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Timestamp: 2017-12-13 09:25:25+00:00
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CARLO ALBERTO - MAZZINI - ANNI 1831-1834
CARLO ALBERTO - I CARBONARI - MAZZINI - LA GIOVINE ITALIA
( anni 1831 -1832 - 1833 - 1834 )
PRIMI ATTI DI CARLO ALBERTO - GIOVINEZZA DI GIUSEPPE MAZZINI - SUA ATTIVITÀ LETTERARIA - IL MAZZINI CARBONARO - L'ESILIO - LA LETTERA DI GIUSEPPE MAZZINI AL RE DI SARDEGNA - FONDAZIONE DELLA " GIOVINE ITALIA " - STATUTO DELLE NUOVA ASSOCIAZIONE - IL GIURAMENTO - IL PERIODICO DELL'ASSOCIAZIONE E I SUOI COLLABORATORI - - LA PROPAGANDA NELLA PENISOLA - GIUSEPPE MAZZINI ESPULSO DALLA FRANCIA - LA " GIOVINE ITALIA " NEL PIEMONTE - SCOPERTA DELLA COSPIRAZIONE - ARRESTO, PROCESSI E CONDANNE - I MARTIRI DEL 1833 - SUPPLIZIO DI ANDREA VOCHIERI - SUO TESTAMENTO POLITICO - ESILIO DI VINCENZO GIOBERTI
TENTATIVO DI UCCIDERE CARLO ALBERTO - SPEDIZIONE MAZZINIANA NELLA SAVOIA - LA PRIMA GIOVINEZZA DI GIUSEPPE GARIBALDI - GARIBALDÌ FUGGE DALL' ITALIA - SUA CONDANNA A MORTE
PRIMI ATTI DI CARLO ALBERTO - GIOVINEZZA DI GIUSEPPE MAZZINI
SUA ATTIVITÀ LETTERARIA - IL MAZZINI CARBONARO
Con la salita al trono di CARLO ALBERTO, tutte le speranze dei liberali ritornarono prepotentemente non solo di quelli che erano stati comprensivi sui suoi atteggiamenti nel corso dei dieci anni (all'ombra del reazionario Carlo Felice) dopo il fatidico 1821, ma anche quelli che scettici, quando il sovrano volle iniziare il suo regno con un atto di severità controllo quelle persone che avevano cospirato sotto il suo predecessore. Liberò tutti i prigionieri politici nell'attesa di giudizio e annullò tutti i processi. Una fiducia illimitata si propagò anche a quegli elementi che appartenevano ad associazioni segrete, che chiuse in se stesse in una cerchia di pochi iniziati non avevano (e ognuna aveva i suoi motivi) mai fatto trapelare i nomi degli affiliati e neppure i programmi e gli scopi ben precisi. Una di queste associazioni era la Carboneria, che come ci dirà poi lo stesso Mazzini era "un vasto e potente corpo ma senza capo… priva non del sentimento nazionale, ma di scienza e logica per ridurlo in atto". Insomma sembrò -con Carlo Alberto sul trono- che si era all'inizio di una nuova era per il Piemonte. E non solo in Piemonte. Tutti gli altri Stati, ora guardavano al nuovo corso della monarchia sabauda.
Ma primi atti del nuovo re di Sardegna disillusero coloro che avevano sperato dal nuovo monarca importanti riforme. Carlo Alberto lasciò nel proprio ufficio tutti i ministri del suo predecessore, fra cui il famoso conte DELLA TORRE creatura di Vienna, e dei due nuovi, che lui chiamò al governo: il conte GIUSEPPE BARBAROUG, ministro della Giustizia, che era vecchio e infermo, e il conte TONDUTI de L'ESCARÈNE esperto amministratore, ma nemico d'ogni novità. Quanto ad innovazioni, le poche che fece non potevano in nessuna maniera contentare i liberali. Difatti il re fece solo diminuire la pena per i furti domestici e per il porto delle armi proibite, abolire il supplizio della ruota, togliere la confisca generale dei beni, istituire l'ordine civile di Savoia per premiare gli uomini saliti in fama per il loro sapere, creare un magistrato per le Antichità e Belle Arti, fondare una Deputazione di Storia Patria e creare un Consiglio di Stato di nomina regia e con voto consultivo.
Sebbene questi primi atti del nuovo sovrano non fossero tali da mantenere in vita le illusioni dei liberali, pure alcuni di loro continuarono e sperare in chi era stato nel 1821 con i Carbonari ed aveva contribuito a far concedere la Costituzione: fra questi l'esule avvocato DAL POZZO, il quale, ricordando al re "che tutti i grandi principi, senza eccezione di sorta, furono e saranno novatori e che il gran punto stava nell'innovar bene, arditissimamente e tuttavia con giudizio", gli suggeriva di concedere una costituzione politica dopo che avesse operato le più importanti riforme, e GIUSEPPE MAZZINI, esule anche lui, e che era convinto di essere alla vigilia di tempi favorevoli per dare un nuovo indirizzo all'azione e al pensiero dei patrioti italiani.
GIOVINEZZA DI GIUSEPPE MAZZINI
GIUSEPPE MAZZINI era nato a Genova il 22 giugno del 1805 dal dottor Giacomo, professore d'anatomia nell'Università genovese, e da Maria Drago; era stato educato dall'abate De Scalzi prima, dallo scolopio (membro della comunità religiosa) De Gregori poi, nel novembre del 1819 si era iscritto al biennio preparatorio di Filosofia e Lettere; aveva assistito ai moti genovesi del 1821 e alle dolorose scene dei profughi che abbandonavano la patria; nel novembre del 1822 si era iscritto alla facoltà di Legge e si era laureato a 22 anni, nell'aprile del 1827.
Nel 1828, sull'"Indicatore Genovese", si era rivelato acuto critico e scrittore potente con articoli dai titoli indicativi: "L'amor patrio di Dante", "Del romanzo in generale ed anche dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni", Trent'anni di vita di un Giocatore", Carlo Botta e i Romantici", "La Battaglia di Benevento di F. D. Guerrazzi", "Sulla Storia della letteratura antica e moderna di Federico Schlegel".
"Questi articoli - scriveva il MAZZINI stesso trentatré anni dopo - "rivelavano l'intento con cui da me e da pochi altri amici si scriveva e s'intendeva la questione del Romanticismo. La controversia letteraria si convertiva in politica: bastava mutare alcune parole per avvedersene. Erano guerricciole, zuffe di bersaglieri sul limite di due campi. Per noi l'indipendenza, in fatto di letteratura, non era se non il primo passo a ben altra indipendenza: una chiamata ai giovani perché ispirassero la loro alla vita segreta che fermentava giù giù nelle viscere d'Italia. Sapevamo che, tra quelle due vite, essi avrebbero incontrato la doppia tirannide straniera e domestica e si sarebbero ribellati e all'una e all'altra. Il Governo finì per leggere e irritarsi di quella tendenza. E quando, sul finir del primo anno, noi annunziavamo imbaldanziti ai lettori che il giornale si sarebbe ingrandito, un divieto governativo lo spense".
Aveva poi collaborato nell'"Indicatore livornese" del GUERRAZZI e alla "Antologia" del VIESSEUX, scrivendo in quello, articoli sul "Faust, tragedia di W. Goethe", sulle "Fantasie di Giovanni Berchet", Sull' "Orazione " di Ugo Foscolo a Bonaparte, sull'"Esule" poema di Pietro, Giannone e un "Saggio sopra alcune tendenze di una Letteratura europea nel secolo XIX, e in questa due studi intitolati "D'una Letteratura europea e Del dramma storico".
Intanto il Mazzini era entrato nella Carboneria, era divenuto segretario dell'Alta Vendita ligure "Speranza", e, avuto l'incarico di una missione di propaganda in Toscana, aveva a Livorno, con l'aiuto di CARLO BINI, fondata la Vendita Centrale toscana. Denunciato come carbonaro da un certo RAIMONDO DORIA, il 13 novembre del 1830 era stato arrestato e incarcerato nella fortezza di Savona. Assolto per insufficienza di prove e obbligato dal governo a vivere confinato in una cittadina del Piemonte o ad andare in esilio, nel febbraio del 1831 aveva abbandonato l'Italia e prima era andato a Ginevra, poi, saputo che a Lione si preparava una spedizione di esuli che doveva invadere la Savoia, era andato in quella città.
LETTERA DI MAZZINI AL RE DI SARDEGNA CARLO ALBERTO
Fallita l'impresa, come in altre pagine abbiamo già accennato, il Mazzini si era recato nella Corsica per organizzarvi una schiera in soccorso degli insorti dell'Italia Centrale, e, andato a vuoto anche questo tentativo, aveva fatto ritorno a Marsiglia; e da qui indirizzò al nuovo re di Sardegna la famosa lettera firmata "un Italiano" e portante il motto "se no, no".
(che riportiamo letteralmente e fedelmente):
"Sire ! Se io vi credessi Re volgare, d'anima inetta o tirannica, non vi indirizzerei la parola dell'uomo libero. I Re di tal tempra non lasciano al cittadino che la scelta fra l'armi e il silenzio. Ma voi, Sire, non siete tale. La natura, creandovi al trono, vi ha creato anche ad alti concetti e a forti pensieri; e l'Italia sa che voi avete di regio più che la porpora. I Re volgari infamano il trono su cui si assidono e voi, Sire, per rapirlo all'infamia, per distruggere la nube di maledizioni di che lo aggravano i secoli, per circondarlo d'amore, non avete forse bisogno che di udire la verità: però io ardisco dirvela, perché voi solo estimo degno d'udirla e perché nessuno di quanti vi stanno intorno può dirvela intera. La verità non è linguaggio di cortigiano; non suona che sul labbro di chi né spera né teme dell'altrui potenza".
Il Mazzini continuava ricordando al re le speranze riposte in lui nel 1821 e le vicende di quella rivoluzione che solo il destino non aveva voluto che trionfasse; poi esaminava la situazione politica d'Europa, in cui si trovavano in contrasto i principi e i popoli, il dispotismo e la civiltà, la violenza e il diritto, e rivolto a Carlo Alberto, proseguiva:
"Che farete ora voi, Sire? Seguirete la via del terrore ? L'umanità non si respinge con il palco e la scure. L'umanità si arresta un istante, tanto che basti a pesare il sangue versato, poi divora i satelliti, il tiranno e i carnefici .... Sire, farete voi questo ? E, facendolo, riuscirete ? E per quanto ? E vi sono uomini, Sire, che hanno giurato di non riposarsi che nel sepolcro o nella vittoria. Li spegnerete voi tutti? Soffocherete con le baionette i moti popolari che essi vi susciteranno? Sire, il voto di Nerone tradiva l'impotenza della tirannide. Il sangue vuol sangue. Ogni vittima frutta il vendicatore. Mozzerete dieci, venti, cinquanta teste: insorgeranno a migliaia; l'idea della vendetta non si spegne nei popoli, come negli individui; e il ferro del congiurato non è mai così tremendo, come quando è aguzzato sulla pietra sepolcrale del martire".
"Con le vostre riforme non appagheranno i tristi che speculano su un monarca tiranno né i buoni che invocano un sovrano liberale; vi renderete ostile il Tedesco senza conciliarvi con l'Italiano. " Sire ! non avete mai cacciato uno sguardo, uno di quegli sguardi d'aquila, che rivelano un mondo, su questa Italia, bella del sorriso della natura, incoronata da venti secoli di memorie sublimi, patria del genio, potente per mezzi infiniti ai quali non manca che unione, ricinta di tali difese che un forte volere e pochi petti animosi basterebbero a proteggerla dall'insulto straniero? E non avete mai detto: la è creata a grandi destini? Non avete contemplato mai quel popolo che la ricopre, splendido tuttavia, nonostante l'ombra che il servaggio stende sulla sua testa, grande per istinto di vita, per luce di intelletto, per energia di passioni feroci o stolte, poiché i tempi contendono le altre, ma che sono pur elementi dai quali si creano le nazioni; grande davvero, poiché la sciagura non ha potuto abbatterlo e sottrargli la speranza? Non v' è sorto dentro un pensiero: tragga, come Dio dal caos, un mondo da questi elementi dispersi; riunisci le membra disperse e pronunzia: "E' mia tutta e felice"; tu sarai grande siccome Dio è creatore, venti milioni d'uomini esclameranno: Dio è nel cielo e Carlo Alberto è sulla terra?".
"Ponetevi alla testa della nazione e scrivete sulla vostra bandiera: Unione! Libertà! Indipendenza!" Dichiaratevi vindice, interprete dei diritti popolari, rigeneratore di tutta Italia. Liberate l'Italia dai barbari. Edificate l'avvenire. Date il vostro nome ad un secolo Incominciate un'éra da voi. Siate il Napoleone della libertà italiana. Suscitate l'entusiasmo. Cacciate il guanto all'Austriaco, e il nome d'Italia nel campo; quel vecchio nome farà prodigi. Fate un appello a quanto di generoso e di grande è nella contrada. Una gioventù ardente, animosa, sollecitata da due passioni onnipotenti, l'odio e la gloria, non vive da gran tempo che in un solo pensiero, non anela che il momento di tradurlo in azione: chiamatela all'armi. Ponete i cittadini a custodia delle città, delle campagne, delle fortezze. Liberato in tal modo l'esercito, dategli il moto. Riunite intorno a voi tutti coloro che il suffragio pubblico ha proclamato grandi d'intelletto, forti di coraggio, incontaminati d'avarizia e di basse ambizioni. Inspirate la confidenza nelle moltitudini, rimovendo ogni dubbiezza intorno alle vostre intenzioni e invocando l'aiuto di tutti gli uomini liberi".
"Sire ! Io vi ho detto la verità. Gli uomini liberi aspettano la vostra risposta nei fatti. Qualunque essa sia, tenete per fermo che la posterità proclamerà in voi il primo tra gli uomini o l'ultimo dei tiranni italiani. Scegliete !".
Questa lettera del Mazzini non fece presa sull'animo di Carlo Alberto e allora l'esule genovese ritornò al pensiero, balenatogli nella fortezza di Savona, di creare una nuova associazione, che prendesse il posto della Carboneria e organizzasse tutte le forze rivoluzionarie della penisola.
LA "GIOVINE ITALIA"
PROPAGANDA MAZZINIANA NELLA PENISOLA
"Ideai - scrive lo stesso Mazzini - in quei mesi d'imprigionamento a Savona, il disegno della GIOVINE ITALIA; meditai i principi sui quali doveva fondarsi l'ordinamento del partito e l'intento che dovevamo dichiaratamente prefiggerci; pensai al modo di impianto, ai primi che avrei chiamato a iniziarlo con me, all'inanellamento possibile del lavoro cogli elementi rivoluzionari europei. Eravamo pochi, giovani, senza mezzi e d'influenza più che ristretta; ma il problema stava per me nell'afferrare il vero degli istinti e delle tendenze allora mute, ma additate dalla storia e dai presentimenti del cuore d'Italia. La nostra forza doveva scendere da quel Vero. Tutte le grandi imprese nazionali iniziano da uomini ignoti e di popolo, senza potenza fuorché di fede e di volontà, che non guarda a tempo né ad ostacoli; gli influenti, i potenti per nome e mezzi, vengono poi a invigorire il moto creato da quei primi e spesso, pur troppo, a sviarlo dal segno".
Dopo aver detto perché scopi della nuova associazione dovevano essere l'unità e la repubblica e perché non credeva che la Francia materialistica potesse rigenerare l'umanità, Mazzini continuava:
"Allora, da quel concetto, non maturato abbastanza, balenava, come una stella, dell'anima, un'immensa speranza: l'Italia rinata e d'un balzo missionaria di una fede di Progresso e di Fratellanza, più vasta assai dell'antica Umanità. Io avevo in me il culto di Roma. Fra le sue mura si era elaborata la vita Una del Mondo. Là, mentre altri popoli, compita una breve missione, erano spariti per sempre e nessuno aveva guidato due volte, la vita, era eterna, la morte ignota. Ai vestigi potenti di un'epoca di Civiltà che aveva avuto, anteriormente alla Greca, sede in Italia e "della quale la scienza storica dell'avvenire segnerà l'azione esterna più ampia che gli eruditi d'oggi non sospettano", s'era sovrapposta, cancellandola nell'oblio, la Roma della Repubblica conclusa dai Cesari, e aveva solcato, dietro il volo delle aquile, il Mondo noto coll'idea del Diritto, sorgente della Libertà. Poi, quando gli uomini la piangevano sepolcro di vivi, era risorta più grande di prima e, risorta appena, si era costituita, con i papi, santi un tempo quanto oggi abietti, centro accettato di una nuova Unità, che, levando la legge dalla terra al cielo sovrapponeva all'idea del Diritto l'idea del Dovere comune a tutti, e sorgente quindi dell'Eguaglianza. Perché non sorgerebbe da una terza Roma, la Roma del Popolo Italico, della quale mi pareva intravedere gli indizi, una terza e più vasta Unità, che, armonizzando terra e cielo, Diritto e Dovere, parlerebbe non agli individui, ma ai popoli, una parola d'Associazione insegnatrice ai liberi ed eguali. della loro missione quaggiù?".
Nell'estate del 1831, a, Marsiglia, Giuseppe Mazzini riuscì a gettare le basi della "Giovine Italia", aiutato nella grande opera da CARLO BIANCO di Saint-Jorioz, da NICOLA FABRIZI, da CELESTE MENOTTI, da LUIGI AMEDEO MELEGARI, da ANGELO USIGLIO, da GUSTAVO MODENA, da GIUSEPPE LAMBERTI, da G. B. RUFFINI, da GIUDITTA SIDOLI e, dopo, da molti altri.
Gli articoli fondamentali dello statuto della "Giovine Italia" erano (scrive il Mazzini):
1° - La Giovine Italia è la fratellanza degli Italiani credenti in una legge di progresso e di dovere, i quali convinti che l'Italia è chiamata ad essere nazione, che può con forze proprie crearsi tale, che il mal esito dei tentativi passati spetta non alla debolezza, ma alla pessima direzione degli elementi rivoluzionari, che il segreto della potenza è nella costanza e nell'unità degli sforzi, consacrano, uniti in associazione, il pensiero e l'azione al grande intento di restituire l'Italia in nazione di liberi ed uguali: una, indipendente, sovrana.
2° - L'Italia comprende: 1) l' Italia continentale e peninsulare fra il mare a sud, il cerchio superiore dell'Alpi a nord, le bocche del Varo all'Ovest e Trieste all'est; 2) le isole dichiarate italiane dalla favella degli abitanti nativi e destinate ed entrare con un'amministrazione speciale nell'unità politica italiana. 3° - La Giovine Italia è repubblicana ed unitaria. Repubblicana perché teoricamente tutti gli uomini di una nazione sono chiamati, per la legge di Dio e dell'umanità, ad essere liberi uguali e fratelli, e l'istituzione repubblicana, è la sola che assicuri quest'avvenire; perché praticamente l'Italia non ha dinastia di principi che comandi per lunghe glorie e importanti servizi resi allo sviluppo della nazione, gli affetti o la simpatia di tutti gli Stati che la compongono. Unitaria perché senza unità non v' è veramente nazione, perché senza unità non vi è forza e l'Italia circondata da nazioni unitarie, potenti e gelose, ha bisogno anzitutto di essere forte, perché il federalismo la porrebbe sotto l'influenza necessaria di una o d'altra delle nazioni vicine, e distruggerebbe dalle radici la missione che l'Italia è destinata a compiere con l'umanità.
4° - I mezzi dei quali la Giovine Italia intende valersi per raggiungere lo scopo sono l'educazione e l'insurrezione. Questi due mezzi devono usarsi concordemente ed armonizzarsi. L'educazione con gli scritti, con l'esempio, con la parola, deve concludere sempre alla necessità ed alla predicazione dell'insurrezione. Questa, quando potrà effettuarsi, dovrà farsi in modo che ne risulti un principio di educazione nazionale.
5° - I colori della Giovine Italia sono: il bianco, il rosso ed il verde. La bandiera della Giovine Italia porta scritta da un lato le parole: libertà, uguaglianza, umanità; dall'altro: unità, indipendenza.
La formula del giuramento che gli iniziati dovranno prestare è la seguente:
"Nel nome di Dio e dell'Italia, nel nome di tutti i martiri della santa causa italiana, caduti sotto i colpi della tirannide, straniera e domestica; per i doveri che mi legano alla terra ove Dio mi ha posto e ai fratelli che Dio mi ha dato; per l'amore, innato in ogni uomo ai luoghi dove nacque mia madre e dove morranno i miei figli, per l'odio, innato in ogni uomo, al male, all'ingiustizia, all'usurpazione, all'arbitrio; per il rossore che io sento in faccia davanti ai cittadini delle altre nazioni del non aver nome, né diritti di cittadino, né bandiera di nazione, né patria; per il fremito dell'anima mia creata alla libertà ed impotente ad esercitarla, creata all'attività del bene e impotente a farlo nel silenzio e nell'isolamento della servitù; per la memoria dell'antica potenza; per la coscienza della presente abiezione; per le lagrime delle madri italiane; per i figli morti su palco, nelle prigioni, in esilio; per la, miseria dei milioni: io N. N., credente nella missione commessa da Dio all'Italia e nel dovere che ogni uomo nato italiano ha di contribuire al suo adempimento, convinto che dove Dio ha voluto fosse nazione esistono le forze necessarie a crearla, che il popolo è depositario di quelle forze, che nel dirigerle per il popolo e con il popolo sta il segreto della vittoria; convinto che la virtù sta nell'azione e nel sacrificio, che la potenza sta nell'unione e nella costanza della volontà; dò il mio nome alla Giovine Italia, associazione di uomini credenti nella stessa fede, e giuro: di consacrarmi tutto e per sempre a costituire con essi l'Italia in nazione una, indipendente, libera, repubblicana; di promuovere con tutti i mezzi di parola, di scritti, d'azione, l'educazione dei miei fratelli italiani all'intento della Giovine Italia, all'associazione che sola può conquistarlo, alla virtù che sola può rendere la conquista durevole; di non appartenere, da questo giorno in poi, ad altre associazioni; di uniformarmi alle istruzioni che mi verranno trasmesse, nello spirito della Giovine Italia, da chi rappresenta con me l'unione dei miei fratelli; e di conservare, anche a prezzo della vita, inviolati i segreti; di soccorrere con l'opera e con il consiglio ai miei fratelli nell'associazione; ora e sempre così giuro, invocando sulla mia testa l'ira di Dio, l'abominio degli uomini e l'infamia dello spergiuro, se io tradissi in tutto o in parte i miei giuramenti".
"L'associazione era ordinata su basi assai semplici: i soci erano divisi in iniziatori e in "iniziati"; non dovevano avere oltrepassato i quarant'anni, dovevano esser provvisti di armi e cartucce e di uniforme (blouse verde con cintura di cuoio rosso, pantaloni bianchi, berretto incerato con la coccarda nazionale). A capo dell'organizzazione vi era un Comitato centrale all'estero, destinato a tenere sollevata in alto la bandiera dell'Associazione, a stringere quanti più vincoli fosse possibile fra l'Italia e gli elementi democratici stranieri e a dirigere generalmente l'impresa; Comitati interni, Congreghe-Dirigenti la cospirazione pratica nei particolari, impiantati nei capoluoghi delle province importanti; un ordinatore in ogni città, posto a centro degli Iniziatori; poi gli affratellati divisi in drappelli ineguali di numero, capitanati dagli iniziatori: era questa l'ossatura della "Giovine Italia". La corrispondenza correva quindi dagli Iniziati agli Iniziatori; da questi, separatamente, per ciascuno all'Ordinatore; dagli Ordinatori alla Congrega della loro circoscrizione; dalle Congreghe al Comitato Centrale".
"Un ramoscello di cipresso, "in memoria dei martiri", era il simbolo dell'associazione, il motto "ora e sempre", "Dio e Umanità" fu, fin dai primi giorni dell'Associazione, la formula adottata in tutte le sue relazioni esterne; Dio e il Popolo, la formula per tutti i lavori riguardanti la Patria. Da questi due principi, applicazioni a due sfere diverse di uno solo, l'Associazione deduceva tutte le sue credenze religiose, sociali, politiche, individuali. Prima fra tutte le associazioni politiche di quel tempo, la "Giovine Italia" mirava a comprendere in un solo concetto tutte le manifestazioni della vita nazionale e a dirigerla tutte, dall'alto di un principio religioso: la missione affidata alla creatura verso un unico fine: l'emancipazione della patria e il suo affratellamento con i popoli liberi".
L'attività del Mazzini fu tale che in pochi mesi la "Giovine Italia" ebbe moltissimi proseliti e non ci fu provincia dell'Italia settentrionale e centrale che non avesse la sua congrega. Il numero degli iscritti si sviluppò in modo straordinario quando dalla Tipografia di Dufort a Marsiglia uscì e si diffuse nel 1831 il manifesto che annunziava la pubblicazione del nuovo periodico "La Giovine Italia, serie di scritti intorno alla, condizione politica, morale, e letteraria dell'Italia, tendenti alla sua rigenerazione", e quando si pubblicò il primo numero (18 marzo del 1832), che, sotto l'intestazione, portava la parole di "Virgilio Italiam ! Italiam", ! e quelle del Foscolo "Ma voi, che solitari o perseguitati su le antiche sciagure della nostra patria fremete, perché non raccontate alla posterità i nostri mali ? Alzate la voce in nome di tutti, e dite al mondo che siamo sfortunati, ma né ciechi, né vili .... Scrivete. Perseguitate con la verità i vostri persecutori".
Collaborarono al periodico GIOVANNI e JACOPO RUFFINI, CARLO BINI, FILIPPO BUONARROTI, SISMONDO DE' SISMONDI, VINCENZO GIOBERTI, PIETRO GIANNONE, PAOLO PALLIA, GUSTAVO MODENA, GIOVANNI LA CECILIA, GIUSEPPE LAMBERTI; ma gli articoli più importanti uscirono dalla penna del Mazzini, dei quali sono degni da ricordare quelli intitolati:
"Di alcune cause che impedirono finora lo sviluppo della libertà in Italia"; Ai poeti del secolo decimonono"; "I collaboratori della Giovine Italia ai loro concittadini"; "Intorno all'Enciclica di Gregorio XVI papa"; Pensieri ai preti Italiani"; "Della guerra di insurrezione conveniente all'Italia"; "Dell'Ungheria"; "Dell'Unità italiana"; "Italia e Polonia".
In pochi e senza mezzi, il Mazzini e i suoi compagni fecero prodigi di attività ed escogitarono i modi più ingegnosi per assicurare la vita al periodico e la sua diffusione in Italia, dove le polizie vigilavano attentamente.
"Eravamo - racconta Mazzini stesso - LAMBERT, USIGLIO, un LUSTRINI, G. B. RUFFINI ,ed altri cinque o sei, modenesi quasi tutti, soli, senza ufficio, senza subalterni, immersi l'intero giorno e gran parte della notte nella bisogna, scrivendo articoli e lettere, interrogando viaggiatori, affratellando marinai, piegando fogli di stampa, legando involti, alternando tra occupazioni intellettuali e funzioni di operai; LA CECILIA, allora dirittamente buono, si era fatto compositore di stampa; LAMBERT correttore; tal altro letteralmente facchino, per economizzarci la spesa del trasporto dei fascicoli a casa. Vivevamo uguali e fratelli davvero, d'un solo pensiero, d'una sola speranza, d'un solo culto all'ideale dell'anima; amati, ammirati per tenacità di propositi e facoltà di lavoro continuo dai repubblicani stranieri; spesso - giacché spendevamo, per ogni cosa, del nostro - fra le strette della miseria, ma giulivi a un modo e sorridenti di un sorriso di fede nell'avvenire. Furono, dal 1831 al 1833, due anni di vita giovine, pura e lietamente devota, come io la desidero per la generazione che sorge. Il contrabbando delle nostre stampe in Italia era faccenda vitale per l'Associazione e grave per noi. Un giovane MONTANARI, che -viaggiava sui vapori di Napoli, rappresentandone la Società, e che morì poi di colera nel mezzogiorno di Francia, e altri impiegati sui vapori francesi ci giovavano mirabilmente. E finché l'ira dei governi non fu convertita in furore, affidavamo ad essi gli involti, contentandoci di scrivere, sull'involto destinato per Genova, un indirizzo di casa commerciale non sospetta a Livorno; su quello che spettava a Livorno un indirizzo di Civitavecchia, e via così: sottratto in questo modo, l'involto alla giurisdizione doganale e poliziesca del primo punto toccato, l'involto si serbava dall'affratellato sul battello, finché i nostri, avvertiti, non si recavano a bordo dove si ripartivano le stampe, celandole intorno alla persona.
"Ma quando, risvegliata l'attenzione, aumentò la vigilanza e furono assegnate ricompense a chi sequestrava le stampe, e pronunciate tremende minacce agli introduttori - quando la guerra inferocì per modo che Carlo Alberto con editti firmati dai ministri CACCIA, PENSA, BARBAROUX, LASCARÈNE, intimò a chi non denunciava due anni di prigione e un'ammenda, promettendo al delatore la metà della somma e il segreto - cominciò fra noi e i Governucci d'Italia un duello che ci costava sudori e spese, ma che proseguimmo con buona ventura. Mandammo i fascicoli dentro barili di pietra pomice, poi nel centro di botti di pece, intorno alle quali lavoravamo la notte, dentro in un magazzino affittato; le botti, dieci o dodici, si spedivano numerate, per mezzo di agenti commerciali ignari, a dei commissionari ugualmente ignari, nei luoghi diversi, dove alcuni dei nostri, avvertiti dell'arrivo, si presentava a mercanteggiare la botte che indicava con il numero.... I Comitati si moltiplicarono. Le comunicazioni segrete si stabilirono regolari e, possibilmente, sicuri fino alle frontiere napoletane. I viaggiatori da una provincia all'altra frequentemente corsero a infervorare gli animi e trasmettere le nostre istruzioni. La sete di stampati fu tale che, non bastando i nostri, stamperie clandestine s'impiantarono su due o tre punti d'Italia: ristampavano cose nostre, o diramavano brevi pubblicazioni ispirate dalle circostanze locali. La Giovine Italia, accettata con entusiasmo, diventava a meno di un anno Associazione dominatrice su tutte le altre d'Italia".
IL MAZZINI ESPULSO DALLA FRANCIA
Preoccupati dell'attività dell'Associazione, il principe di METTERNICH e i governi italiani si rivolsero a LUIGI FILIPPO perché cacciasse dalla Francia i capi della Giovine Italia e furono esauditi. "Il decreto ministeriale - scrive il Mazzini - che, per compiacere ai governi dispotici d'Italia, mi esiliava dalla Francia, mi colse nell'agosto del 1832. Era importante continuare la pubblicazione dei nostri scritti a Marsiglia, dov'erano ordinate le vie di comunicazione con l'Italia. Quindi determinai di non ubbidire, e mi nascosi lasciando credere che io ero partito".
Il Mazzini pubblicò una fiera protesta sulla Tribune e rimase per un intero anno nei dintorni di Marsiglia, cambiando abilmente nascondiglio e riuscendo così a mantenere in vita l'Associazione e il periodico con grande dispetto della polizia.
Essendo, nell'autunno del 1832, state ferite mortalmente due spie del duca di Modena, certi EMILIANI e LAZZERESCHI, dall'esule LUIGI GAVIOLI, in un caffè di Rodez, la polizia insinuò nel "Journal de l'Aveyron", che il ferimento era stato l'effetto di una sentenza di morte pronunciata dal tribunale della "Giovine Italia", e il 7 giugno del 1833 il "Moniteur" pubblicò il testo della sentenza che si affermava emanata la notte del 15 dicembre del 1832 e portava le firme del Mazzini e del La Cecilia. La sentenza era apocrifa; il Mazzini scrisse una vibrata lettera al "Moniteur" protestando contro la calunnia; il La Cecilia sporse querela per diffamazione al giornale; il 5 agosto del 1833 la Corte di Assise di Rodez sentenziò che il ferimento dell'Emiliani e del Lazzareschi era avvenuto in rissa e senza premeditazione e il "Moniteur" fu costretta a pubblicare il verdetto, e farlo seguire da un commento che implicitamente smentiva quanto due mesi prima aveva pubblicato.
La persecuzione del governo francese non valse a far cessare o rallentare l'attività rivoluzionaria del Mazzini, la quale anzi, divenuta più intensa, si preparava a lasciare il campo della propaganda e ad entrare arditamente in quello della lotta con le armi.
LA GIOVINE ITALIA NEL PIEMONTE
ARRESTI, PROCESSI E CONDANNE - MARTIRI DEL 1833
SUPPLIZIO DI ANDREA VOCHIERI - SUO TESTASIENTO POLITICO
ESILIO DI VINCENZO GIOBERTI
Più intensa che altrove era stata nel Piemonte e nella Liguria la propaganda rivoluzionaria della "Giovine Italia" e su queste due regioni pensò il Mazzini di farne il teatro della prima insurrezione:
"Determinai - scrive Mazzini stesso - che l'iniziativa dell'insurrezione nazionale si tenterebbe sulle terre sarde, con perni Genova e Alessandria: noi esuli invaderemmo, appena dato il segnale dall'interno, la Savoia. Tentammo l'esercito. Trovammo gli alti ufficiali renitenti, i bassi desiderosi di mutamenti e arrendevoli al concetto dell'Italia una e repubblicana. Riuscimmo a impiantare relazioni in quasi tutti i reggimenti: nuclei di attivi in alcuni e fila più numerose nell'artiglieria a Genova e ad Alessandria, dove stava a guardia degli arsenali. Affratellammo caporali, sergenti e capitani. Alcuni fra i generali, disposti sempre a seguire solo chi vince, GIFFLENZA tra gli altri, promise cooperazione a patto che ci saremmo mostrati forti. Acquistammo in sostanza il convincimento che l'esercito ci avrebbe ostacolato o no a seconda del carattere che la prima mossa assumerebbe; e sarebbe in ogni modo tiepido nel resistere".
Nel marzo del 1833 si riunì a Locarno un'assemblea dei più autorevoli esuli italiani residenti in Francia e in Svizzera e dei rappresentanti delle principali città del Piemonte, della Lombardia e della Liguria. Rappresentavano la Lombardia i fratelli GIACOMO e FILIPPO CIANI e il marchese GASPARE ORDOGNO di Rosales, il Piemonte gli avvocati CARLO SECONDO AZARIO e GIAMBATTISTA SCOVAGHI, la Liguria il dottor JACUPO RUFFINI. Dopo lunghe discussioni si stabilì un piano insurrezionale di pronta attuazione: gli affiliati alla "Giovine Italia", borghesi e militari, dovevano contemporaneamente insorgere in Piemonte e in Valtellina e in Liguria. A Genova sarebbe stata messa la sede del Governo provvisorio; a Torino bisognava impadronirsi della persona del re e accompagnarlo al confine se si rifiutava di capitanare la rivoluzione.
Ma le polizie sarda ed austriaca vegliavano. Il 4 luglio del 1832, nel porto di Genova, a bordo del vapore francese "Le Sully" proveniente da Marsiglia, era stato sequestrato un baule a doppio fondo spedito da FILIPPO STROZZI (pseudomino del Mazzini) alla casa di commercio Rini e Fratello e contenente alcune copie della Giovine Italia e parecchie lettere del Mazzini per gli emissari che dovevano essere spediti a Roma, a Napoli e a Palermo.
Parecchi mesi dopo un sergente furiere d'artiglieria, certo SEBASTIANO SACCO, messo agli arresti per alcune gravi mancanze disciplinari, era stato indotto a fare rivelazioni, da cui risultava che molti sottufficiali si riunivano fuori delle caserme con affiliati alla Giovine Italia per cospirare. La scoperta del baule e la rivelazione del sergente servirono alla polizia come punto di partenza per le indagini. Si operarono perquisizioni nelle caserme e si scoprirono in parecchi zaini copie del periodico mazziniano, si trovò la chiave "commerciale" del linguaggio convenzionale usato dai cospiratori, si sequestrarono carteggi, che l'intendente generale TIBERIO PACEA ebbe incarico di decifrare, si operarono numerosissimi arresti e con lusinghe di premi, con minacce di morte, con sevizie, con digiuni, con inganni furono strappate rivelazioni dalla bocca del caporale EMILIO ZACCHIA, del sottotenente ANTONIO ALBERTI, dei furieri G. B. CANALE e G. B. De. GUBERNATIS, dei sottufficiali LUIGI VIORA, PAOLO PANCALDI, GIUSEPPE AYMINI, LUDOVICO TURFFS, LUCIANO PIACENZA, di GIOVANNI RE di Stradella, dei fratelli PIANAVIA-VIVALDI, del dottor G. B. CASTAGNINO e dell'avvocata GIOVANNI GIRARDENGHI.
I processi furono affidati ai Consigli di guerra delle varie divisioni militari. Il 20 maggio del 1833, il consiglio di guerra divisionario residente a Chambery condannava a morte ignominiosa il caporal furiere GIUSEPPE TAMBURELLI di Voghera, e i furieri GIOVANNI BATTISTA CANALE di Masotte Levante e GIOVANNI BATTISTA DE GUBERNATIS di Gorbio, tutti appartenenti al 1° reggimento della Brigata Pinerolo, rei di aver dato e solo prestato a commilitoni qualche copia della "Giovine Italia". Gli ultimi due, avendo poi fatto importali rivelazioni, ebbero commutata la pena capitale in quella di vent'anni di galera; il TAMBURELLI fu fucilato alla schiena sulla piazza di Chambery il 22 maggio 1833.
Lo stesso giorno, la "Gazzetta Piemontese" pubblicava:
"Recente scoperta di attività criminose. Azioni per sedurre e corrompere i sottufficiali di quattro reggimenti. Sono attività e azioni denunciate dai medesimi sottufficiali. E questo determinò la necessità di far arrestare parecchi individui non militari ed uno scarsissimo numero di sottufficiali compromessi. Onde maggiormente corromperli quelli fornivano a questi empii libri e libelli e rivoluzionari stampati a Marsiglia e a Lugano, ed offrivano loro forti somme di danaro. Lo scopo di questi sovvertitori era di distruggere il culto e di rovesciare il legittimo governo per stabilire una repubblica. Negli scritti trovati presso i capi cospiratori non militari, si legge quale fondamento della loro setta che non sono né cattolici, né protestanti, né cristiani, né ebrei, né musulmani, né del culto di Brama ecc., che non hanno e non professano alcuna religione e disprezzano ogni rivelazione; che ogni mezzo onde ottenere il loro scopo per essi è buono; incendi, stiletti e veleno, armi e strumenti degli assassini e le più vili e scellerate: infatti, nelle camere di due ufficiali subalterni, promossi da sergente ed ora fuggiti in Francia, si rinvennero molte once di veleno ecc. ecc. Questo conferma le confessioni degli arrestati e carcerati. Inoltre questi infami sovvertitori, questi nuovi Catilina, che dell'antico non hanno che la malvagità, avevano, non riuscendo loro di corrompere la truppa, formato il disegno di fare con la forza del danaro che nascessero tumulti, e di valersi di un giorno di festa, e del momento in cui i reggimenti sarebbero andati alla messa senz'armi, alfine di impadronirsi di loro e delle caserme per servirsene poi contro altri soldati, e cercando allo stesso tempo di uccidere tutte le persone più eminenti del Regio Governo. A Chambery non avendo potuto sedurre la truppa, avevano formato il disegno di far saltare la polveriera posta dietro le caserme, il che avrebbe fatto perire tutto il presidio della città: questo disegno aveva già un principio di esecuzione, essendosi scoperto in tempo un passaggio già praticato per introdurre una miccia nella polveriera.
I loro criminali disegni già ideati su questa capitale (che allora era appunto Chambery); li avevano pure progettati per Alessandria e Genova, volevano appiccare il fuoco in otto differenti parti della città, onde mettervi la massima possibile confusione, disseminare le forze del governo, e divertire la pubblica attenzione. Tutto ciò pone il Regio Governo nell'inevitabile necessità di non far più grazia, ma di rendere la dovuta e meritata giustizia, considerando il re come uno dei suoi principalissimi doveri sostenere e difendere la religione e preservare i buoni dalle abominevoli imprese di alcuni perversi".
Diciannove giorni dopo la comparsa di quest'articolo calunnioso, testo evidentemente ispirato dal governo sardo, ai primi di giugno, lo stesso Consiglio di guerra pronunciava un'altra sentenza, della quale così dava notizia la medesima "Gazzetta Piemontese" del giorno 10 giugno 1833:
"EFISIO TOLA di Sassari, tenente nella 4a compagnia fucilieri del 1° Reggimento di Pinerolo, è stato condannato alla pena della morte ignominiosa per avere, fin dal 5 di aprile, avuto fra le mani libri sediziosi, avere avuto notizie, e non averle rivelate ai superiori o ad altre autorità, di alcune trame sediziose intese a sovvertire il governo di S. M. ed a sostituirvi un regime demagogico che comprendesse tutta l'Italia; per aver comunicato i detti scritti ad altri militari ed aver cercato di procurar partigiani alle dette trame.
"MANFREDI FRANCESCO di Albenga, tenente aiutante maggiore in seconda del 1° Reggimento della stessa brigata; V FISSORE STEFANO di Torino, capitano della 1a compagnia cacciatori del 1° Reggimento della predetta brigata, e…
TUZIO PIETRO di Voghera, tenente aiutante maggiore in prima del 2° Reggimento della stessa brigata, tutti e tre inquisiti di aver avuto fra le mani libri sediziosi e di avere avuto notizie, il primo di fino dal 25 di marzo scorso delle trame predette e di non averle rivelate né ai superiori né ad altra podestà - sono stati condannati, Manfredi a cinque anni di prigione e alla destituzione, il Fissore a tre e il Muzio ad un anno".
Il tenente Tola, nell'interrogatorio sollecitato a fare rivelazioni, si rifiutò, dichiarando che non aveva complici e che anche se li avesse avuti non li avrebbe vilmente denunciati. La sentenza di morte contro di lui fu eseguita l'11 giugno 1833.
Il giorno prima, il 10 giugno era già stato condannato alla pena di morte ignominiosa il sergente furiere della seconda fucilieri del 1° Reggimento della brigata Pinerolo ALESSANDRO DE GUBERNATIS, nativo di Gorbio, nel Nizzardo, con sentenza poi eseguita il 19 a Chambery.
Il 13 dello stesso mese, il Consiglio di guerra d'Alessandria giudicava DOMENICO FERRARI di Taggia, GIUSEPPE MENARDI di Rocca Sparvera, GIUSEPPE RIGASSO di Livorno Vercellese, AMANDO COSTA di Lisiana ligure, GIOVANNI MARINI di Sana e Luigi Viora, tutti sergenti furieri nella Brigata Cuneo, e li condannava per delitto di alto tradimento alla pena di morte che per il Viora fu sospesa. Gli altri cinque, colpevoli i primi due di cospirazione e gli altri tre di averne avuto notizia e di non averla denunciata, furono fucilati due giorni dopo sul campo di Marengo.
Altre sentenze furono pronunciate il 13 giugno; il Consiglio di guerra di Torino condannò a morte gli avvocati GIAMBATTISTA CARIOLO di Saluzzo e GIAMBATTISTA SCOVAGHI di Santo Stefano a Mare, che fortunatamente si erano posti in salvo; il Consiglio di Guerra di Genova pronunciò la sentenza capitale contro ANTONIO GAVOTTI di Genova, maestro di scherma, GIUSEPPE GIACOMO BIGLIA di Mondovì, furiere nel reggimento Granatieri della Guardia, e FRANCESCO MIGLIO di Rivalta Torinese, sergente zappatore nello stesso reggimento; tutti furono fucilati la mattina del 15 giugno sulla spianata della Cava e morirono coraggiosamente. Altre persone arrestate in Genova furono rilasciate. LORENZO BOGGIANO, contro cui era stato spiccato mandato di arresto, si uccise ingerendo una forte dose di laudano.
Compianta vittima delle persecuzioni di quell'anno 1833, fu il dottor JACOPO RUFFINI. Egli avrebbe potuto fuggire, ma volle dividere il pericolo con quelli che lui aveva fatto entrare nella "Giovine Italia". Denunciato dal Pianavia, dal Guardenghi, dall'Aymini, dal Turffs, dal Piacenza e dal dottor Castagnino, sconfortato da tanta viltà o, come crede il Mazzini, temendo di potere per debolezza rivelare nomi di amici, nella notte del 18 al 19 giugno, strappata una lametta di ferro dall'armatura della porta che chiudeva la sua cella e affilatala nel pavimento, il Ruftini si tagliò la carotide e spirò dopo avere scritto col proprio sangue: "Lascio in testamento la mia vendetta". I suoi due fratelli Giovanni ed Agostino, sollecitati dalla propria madre a fuggire, raggiunsero il Mazzini a Marsiglia.
Il 20 giugno, il Consiglio di guerra di Alessandria pronunziava un'altra sentenza di morte. Il condannato era l'avvocato ANDREA VOCHIERI. Sul suo supplizio riportiamo quanto scrisse ANGELO BROFFERIO:
"Le ultime ore di Andrea Vochieri si vogliono consegnare alla storia, perché restino a perpetua infamia dei carnefici, a maledizione perpetua degli assoluti governi. Un condannato di Alessandria che sopravvisse alle lunghe torture di Fenestrelle lasciò scritto nelle sue memorie le seguenti cose. Innanzi a tutto mi furono tolti i miei libri, cioè una Bíbbia, una raccolta di cristiane preghiere e una storia dei cappuccini illustri del Piemonte. Poi mi venne posta la catena al piede, e fui condotto in un altro carcere più oscuro, più umido, più squallido, con una finestra a doppia sbarra, con una porta a doppio catenaccio. Davanti alla mia prigione stava quella del povero Vochieri. Esistevano alcune sconnessure mal riparate in fondo alla mia porta e, tenendosi schiusa la prigione di Vochieri, dalla poca luce che trapelava era invitato ad una dolorosa vista. Vochieri mi apparve sopra un misero scranno con una pesante catena al piede e due guardie al fianco con la sciabola sguainata. Una terza guardia con il fucile stava immobile dinanzi alla porta. Regnava un terribile silenzio. I soldati parevano più costernati dello stesso prigioniero. Di tratto in tratto due cappuccini venivano a visitarlo. Così rimase quell'infelice una intiera settimana dinanzi agli miei occhi: fu lunga, fu spaventosa la sua agonia; finalmente lo portarono a morte. - L'ira del governatore (il generale GALATERI) contro il Vochieri andava sempre più aumentando perché aveva la certezza che avrebbe potuto fare importanti rivelazioni ma non riusciva mai a strappargli dal labbro una parola; e quanto più era grande la costanza di Vochieri tanto più si ostinava il governatore a tormentarlo con nuove crudeltà. Non vi fu mezzo di terrore che non fosse impiegato. L'oscurità, il digiuno, le catene, i strappati sonni, i negati riposi, le insidie tenebrose, i tradimenti occulti e gli insulti e le minacce e persino le percosse non avevano ribrezzo di praticare quei cannibali gallonati.
"Pronunziata la sentenza al Vochieri, il reale funzionario ebbe animo di accostarsi al moribondo per sollecitarlo a rivelare. Componendo a misericordia le parole e il sembiante, offriva al condannato la sua protezione. - Esprimetevi i vostri ultimi voleri e sarò lieto di adempierli. - "Ciò che io voglio, rispose l'agonizzante, è questo: di togliermi davanti il vostro odioso aspetto". - Acceso dal furore il barbaro, gli scaraventò nel ventre un calcio. Il Vochieri che aveva le guardie al fianco, oltre che le mani legate dietro alle spalle, di rimando gli sputò in faccia. Giunta l'ora del supplizio, il rappresentante reale "gallonato" generale, pensò all'ultima delle sue vendette. Impose che Vochieri fosse condotto al luogo della fucilazione per la via più lunga, che passava sotto le finestre della propria casa, dove abitavano sua sorella, sua moglie e due suoi figliuoli ancora i tenera età. Infine per fucilarlo non prese dei veri soldati ma una ciurma di guardiani. Poi il governatore in grande uniforme seduto sopra un cannone volle assistere all'esecuzione.
Per questa esecuzione l' ESCARÈNE (l'esperto amministratore assunto da Carlo Alberto) così scriveva complimentandosi con il GALATERI
" J'ai rendu compte a S. M. de la manière dont V.E. a fait exécutér la sentente proféréo par le Conseil de guerre. Dans les moindres choses V. E. prouve son zèle pour le bon service du Roi et son intention de ne négliger aucune occasion de soutenir et renforcer les bons sentiments d'attachement e de fidélité que les militaires de tout grado out et doivent avoir pour S. M. Le Roi m'a entendu aver inretet et m'a plusieurs fois interrompur pour exprimer toute l'estime et toute la confiance que V. E. mérite et que S. M. lui accorde".
Nel pagliericcio della sua cella fu trovato una lettera, che diceva: "Miei figli, questo è l'unico tesoro che vi lascia vostro padre prima di morire per la sua patria. Moglie mia, conserva questo scritto ad eterna memoria di tuo marito e fa che sia d'insegnamento ai miei figli ed amici. Italiani fratelli, io muoio tranquillo perché, quantunque calunniato e tradito, seppi tacere per non compromettere alcuno dei miei fratelli. Io muoio tranquillo, perché non ho voluto riscattare la mia vita dal tiranno, piemontese, come mi venne offerto, con il tradimento e con lo spergiuro. Io muoio tranquillo perché vero e costante figlio della Giovine Italia. Infine io muoio o Italiani, imprecando con l'estrema mia voce a tutti i despoti della terra e loro alleati. Infiammatevi ad unirvi e a sacrificare il vostro sangue per la libertà, indipendenza e rigenerazione della infelice nostra patria".
Dal luglio all'ottobre continuarono a fioccare le condanne che restano come macchia incancellabile nella storia di CARLO ALBERTO. In tutto, per quella banale cospirazione, si ebbero dodici fucilazioni, nove condanne capitali commutate per le rivelazioni fatte, sedici condanne a morte in contumacia contro GIAMBATTISTA CARRIOLO e GIAMBATTISTA SCOVAGHI già ricordati, LUIGI ANGELO CERINA di Torino, EDOARDO MICHELE GIORDANO di Bobbio, ALESSANDRO VINCENZO VEMETTA della Spezia, e GIOVAN FRANCESCO ENRICA di Torino, furieri della Brigata Pinerolo, DAVID VACCARESTRA di Chiavari e NICOLA ARDUINO di Diano Ligure ufficiali della stessa Brigata, PIETRO SCOTTI di Alessandria, chirurgo, ENRICO GENTILINI di Alessandria, possidente, marchese CARLO CATTANEO di Belforte, GIOVANNI RUFFINI, avvocato, marchese ANTONIO ROVERETO di Genova, BEGHINI PASQUALE di Sarzana, avvocato, e DOMENICO BARBERIS di Milano, già sotto capodivisione dell'Intendenza generale di Torino, infine GIUSEPPE MAZZINI.
Furono condannati alla prigione perpetua LORENZO VALFRÈ di Barge, ENRICO NICCOLÒ Noli di Genova, e CRISTOFORO MOJA di Alessandria; a venti anni di prigione il sottotenente d'artiglieria GIUSEPPE THAPPOZ, della Roche, il dottor ANGELO ORSINI di Genova, e MICHELE LUPO di Torino; a dieci anni il generale in ritiro PIETRO GIUSEPPE GUILLET, il sacerdote GIUSEPPE ANTONIO BROCCARDI, e l'avvocato STEFANO EUGENIO STARA. Altri diciannove furono condannati al carcere da uno a cinque anni. Ebbero l'esilio quasi trecento persone, fra cui l'abate VINCENZO GIOBERTI, già cappellano di corte, che arrestato il 31 maggio, rimase tre mesi nel carcere della cittadella dove compose la patriottica preghiera latina che riportiamo e che egli tutte le mattine e tutte le sere recitava:
"Oremus, Deus, qui ab omnibus hominibus, ac praecipue a Christianis, patriam diligi iussisti, et sanctos Machabeos pro eiues libertate pugnantes ac fortiter morientes, gloria comulasti: Italiam patriam nostram propitius respice, ut ipsa, te adiuvante, internos atque externos hostes vincere valeat, et animis legibusque coniuncta ne tibi libera Unico Regi servire mereatur".
Carlo Alberto invece di ascoltare le rivendicazioni dei suoi ufficiali, dei letterati, e perfino di qualche prete (realista) fuori da coro, li mandava al patibolo.
TENTATIVO DI UCCIDERE CARLO ALBERTO - SPEDIZIONE MAZZINIANA NELLA SAVOIA
LA PRIMA GIOVINEZZA DI GIUSEPPE GARIBALDI
GARIBALDI FUGGE DALL' ITALIA - LA SUA CONDANNA A MORTE