Source: http://siproci.provincia.mc.it/rischiosismico/appendici/Legislazione/Circolare15_90.htm
Timestamp: 2020-05-25 10:38:07+00:00
Document Index: 16434247

Matched Legal Cases: ['art. 20', 'art. 64', 'art. 9', 'art.1', 'art.64', 'art.9', 'art.3', 'art. 1', 'art.10']

Circolare 15/90
Regione Marche - Circolare n. 15 del 28 agosto 1990. Relazione tecnico illustrativa Ciircolare ex L. 33/84 artt. 10 e 11.
1 - Gli Artt. 10 e 11 della L.R. n. 33/1984 "Norme per le costruzioni in zone sismiche nella Regione Marche, prevedono che in sede di formazione, revisione o adeguamento degli strumenti urbanistici generali ed attuativi i comuni predispongano specifiche indagini multidisciplinari "volte a definire il rapporto tra previsioni urbanistiche e caratteristiche sismiche e geologiche del territorio", nonché finalizzate alla "riduzione del rischio sismico".
Il compito della Regione resta quello di emanare apposite direttive, che stabiliscano "l’ampiezza delle indagini multidisciplinari da effettuare", nonché quello di promuovere iniziative necessarie per il coordinamento e l’effettuazione di tali indagini.
La circolare, che oggi viene emanata, è il primo consistente passo in tale direzione. Questo perché non si hanno a disposizione esempi di analoghe direttive che affrontino anche questo aspetto e non si dispone pertanto di elementi per valutarne l’impatto, così si è ritenuto più opportuno procedere in via sperimentale mediante una circolare, ancorché molto precisa.
I contenuti sono così sintetizzabili.
Il punto 1 definisce il campo tematico della circolare con riferimento al quadro legislativo.
Il punto 2 ne definisce il campo territoriale di applicazione con una significativa raccomandazione per quei comuni formalmente non interessati alla stessa.
I punti 3 e 4 specificano i fattori concorrenti alla valutazione del rischio sismico e ne forniscono la definizione.
Il punto 5 descrive i tre livelli di pericolosità sismica con le relative "tipologie di danno", in cui è stato suddiviso il territorio delle Marche.
I punti 6, 7, 8, 9 articolano e approfondiscono la descrizione delle "variazioni locali del rischio sismico" sia rispetto alle condizioni geologiche e geomorfologiche, sia con specifica attenzione allo stato del patrimonio edilizio e infrastrutturale esistente.
Il punto 10 introduce il tema complesso delle azioni finalizzate alla riduzione del rischio sismico, attuabili in sede di pianificazione urbanistica.
L’appendice finale, coadiuvata da una rappresentazione cartografica in scala 1 : 500.000, distribuisce i comuni nei tre livelli di rischio sismico individuati, distinguendo quelli non classificati come sismici ai sensi del D.M. LL.PP. 10.2.1983.
2 - IL ritardo con cui questa circolare vede la luce rispetto ai tempi previsti dalla Legge ha diverse motivazioni.
Innanzitutto la Regione giudicò nel 1985 insoddisfacenti gli approcci fino allora seguiti in campo nazionale per la applicazione dell’art. 20, II comma, della L. 741/81, da cui la L. 33/1984 trae origine.
D’intesa con il Consiglio Nazionale delle Ricerche, Gruppo Nazionale per la Difesa dai Terremoti, venne avviata una sperimentazione sul campo che investì sei località e fornì importanti riflessioni metodologiche ed operative.
Venne evidenziato, in primo luogo, che il problema del rischio sismico, in un territorio come quello marchigiano, i cui livelli di sismicità non sono eccezionali, non potava prescindere dal prendere in considerazione, almeno in via di principio, il problema della vulnerabilità degli edifici esistenti e del loro adeguamento antisismico.
La portata del problema risultò subito chiara, e con essa la specifica differenza da altri fattori di rischio: mentre per i problemi geologici è sufficiente una attenta lettura del territorio per valutare le azioni da intraprendere, per i problemi di vulnerabilità sismica la sola lettura, di per sé ben complessa ed onerosa, non è che il primo passo verso la riduzione del rischio.
Un ulteriore elemento di ritardo è costituito nella specifica volontà, da parte della Regione, di raccordare gli adeguamenti, inizialmente previsti dalla L. 33/1984 come completamente indipendenti da altre dinamiche di pianificazione, con la complessa materia del P.P.A.R., di cui le direttive sismiche rappresentano il momento attuativo di una disciplina complementare (art. 64).
Con questo collegamento si avvia l’auspicato inserimento delle problematiche e delle normative sismiche nelle sedi della pianificazione ordinaria del territorio.
Va infine sottolineato che la Regione intende affrontare fino in fondo nel concreto il problema di dare indicazioni reali per la riduzione del rischio sismico, prima ed unica in Italia, senza limitarsi, a prescrivere analisi di per sé stesse insufficienti a risolvere il problema.
La circolare raccorda altresì le indagini geologiche previste in questa sede con quelle previste dal P.P.A.R. (art. 9).
L’opportunità di tenere separate le due circolari, oltre che dalla diversità del corpo normativo da cui promuovono, è dovuta al fatto che gli aspetti geologici non esauriscono le indagini necessarie alla valutazione del rischio sismico.
Il raccordo individuato consiste nell’evidenziare quali indagini siano utili sia ai fini del P.P.A.R., sia della L.R. n. 33/1934, e quindi da svolgere ovviamente una sola volta, precisando e mantenendo ben distinte le finalità delle indagini e le modalità di restituzione delle stesse che sono significativamente diverse.
In altre parole l’obbiettivo è di non far duplicare indagini costose, fermo restando che certi tipi di indagine e di restituzione non bastano automaticamente a risolvere tutti i problemi
3 - La L. 33/1984 stabilisce che l’adeguamento sismico degli strumenti urbanistici, d’ora in poi abbreviati in S.U. avvenga nelle zone classificate sismiche ai fini del D.M. LL. PP. 10.2.1983 "Aggiornamento delle zone sismiche della Regione Marche" che comprendono 230 Comuni della Regione.
Tale classificazione, finalizzata alle norme per l’edilizia di nuova edificazione, è sempre stata considerata come un primo passo verso una migliore zonazione del territorio.
Studi successivi al citato Decreto, eseguiti di concerto fra Regione, Osservatorio Geofisico di Macerata, Consiglio Nazionale delle Ricerche, basandosi sulla formulazione di nuovi modelli sismotettonici, sulla revisione della sismicità storica, sulla osservazione strumentale della sismicità negli ultimi anni hanno evidenziato come in realtà la pericolosità sismica del territorio marchigiano non sia uniformemente distribuita.
Queste conclusioni non intaccano la classificazione in vigore che, come è noto, si preoccupa di fissare una soglia minima di protezione per i nuovi edifici. Caso mai potranno essere prese ed approfondite nell’ambito di una eventuale generale revisione della classificazione sismica a livello nazionale.
Tuttavia, a fini prevalentemente urbanistici è sembrato utile stabilire una gerarchia nei livelli di rischio presenti nel territorio, differenziando i tre livelli descritti al punto 5. A ciascuno dei tre livelli vengono raccomandati livelli di indagine appropriati.
Gli studi citati, estesi a tutto il territorio marchigiano ed oltre i suoi confini, segnalano un livello di rischio sismico anche per i 16 comuni non classificati (per nove dei quali, peraltro il Consiglio Regionale, in data 30.6.82, in risposta alla proposta di riclassificazione sismica del Ministero dei LL.PP., aveva auspicato l’inserimento in seconda categoria). Ciò non è in contrasto con la classificazione sismica che individua, come è noto, i Comuni dove il rischio supera una certa soglia: nei Comuni non classificati il rischio non raggiunge la soglia fissata, senza però essere necessariamente uguale a zero.
La perimetrazione adottata colloca ad ogni buon conto 15 dei 16 Comuni nella fascia a rischio basso. L’unica eccezione è rappresentata dal Comune di Folignano (AP), che peraltro costituisce, all’interno di una zona di classificazione antecedente al 1983 (Legge 25 novembre 1962, n. 1684), un’isola la cui origine è francamente poco comprensibile alla luce di qualsiasi considerazione sismologica (si noti che quasi tutti i Comuni abruzzesi confinanti con Folignano sono stati classificati in 2 categoria dalla Legge citata).
In ragione di quanto sopra la circolare raccomanda le opportune indagini anche per i 16 Comuni non classificati.
Si noti che infine, la perimetrazione adottata risolve in larga misura i problemi derivanti dalle numerose "isole amministrative" che caratterizzano la ripartizione dei territori comunali della Regione.
Dalla perimetrazione adottata risulta che i Comuni gli abitanti della Regione sono ripartiti secondo le percentuali seguenti:
Livello A (rischio elevato) 46 Comuni – 124.000 abit. (8.7%).
Livello B (rischio medio) 117 Comuni – 814.000 abit. (57.4%).
Livello C (rischio basso) 83 Comuni – 482.000 abit. (33.9%).
4 - I rapporti generali tra gli strumenti della pianificazione urbanistica e la "questione sismica" sono delineati in linea di larga massima dai citati articoli della L.R. 33/1984, che, coerentemente con la legge n. 741/1984, riconosce gli strumenti urbanistici comunali come una delle sedi, in cui promuovere azioni di riduzione del rischio sismico.
Tale concezione ben si inserisce nella più ampia visione del governo del territorio, e delle città in particolare, non soltanto come sistema di azione per la distribuzione quantitativa di insediamenti e di infrastrutture, ma anche come processo di programmazione nell’uso corretto delle risorse fisiche ed ambientali e di misure preventive di tutela delle stesse e della incolumità delle popolazioni.
Questo processo, che tende a consolidarsi in Italia tra non poche contraddizioni, vede nelle Marche il proprio organico innesco nel Piano Paesistico Ambientale Regionale, di recente approvazione.
Nella L.R. 33/1984 si fa riferimento a strumenti urbanistici sia generali che attuativi, alle caratteristiche sismiche e geologiche delle aree, sia edificate che non edificate alla vulnerabilità del patrimonio edilizio ed infrastrutturale esistente, alla riduzione del rischio sismico. Con ciò si ritiene che vari aspetti della problematica sismica possano collocarsi nella redazione dei piani urbanistici, affiancandosi a numerosi altri di maggiore o minore tradizione disciplinare, concorrendo sistematicamente alla definizione del "miglior assetto urbano e territoriale".
E’ evidente che al fine di ridurre la vulnerabilità sismica dei patrimoni urbani e territoriali si potrebbe intervenire, prescindendo in larga misura dalla strumentazione urbanistica vigente o di nuova formazione, attraverso, per esempio, consistenti investimenti finanziari pubblici e privati, da utilizzare per il consolidamento antisismico degli edifici, degli impianti e delle reti.
E’ allora altrove che bisogna trovare le interrelazioni tra l’obbiettivo dichiarato di ridurre i danni causati da un eventuale sisma, ed i contenuti degli strumenti urbanistici alle diverse scale delle previsioni, in esse contenute.
E’ qui necessaria una importante precisazione, che in parte modifica le funzioni attribuibili questa sede rispettivamente agli strumenti urbanistici generali ed a quelli attuativi.
Ormai da alcuni anni l’evoluzione della pianificazione urbanistica ha immesso nei piani regolatori generali, sotto diversa forma, previsioni di dettaglio per lo più in scala 1:2000, relative ad interventi di riqualificazione, ristrutturazione o sostituzione urbana. Per cui gli strumenti urbanistici attuativi non sono più l’unica sede tecnica e normativa per precisare e "disegnare" scelte urbanistiche particolareggiate. Inoltre, nello specifico caso delle Marche, è in avvio la fase complessa della riqualificazione di tutti gli strumenti urbanistici generali dei comuni per l’adeguamento al P.P.A.R.; è all’interno di tale fase che si collocano le indagini e le azioni proposte dalla presente circolare, migliorando quindi le sinergie tecniche e redazionali del processo di nuova pianificazione urbana e territoriale della regione.
Il riferimento della legge regionale a direttive complete, e quindi estese ai diversi ambiti delle previsioni urbanistiche, implica un parallelo approfondimento degli apparati tecnici delle indagini in zona sismica fino a scala di dettaglio.
La valutazione del rischio sismico negli S.U. deve far riferimento alle scale di pianificazione, utilizzate nella formazione degli stessi.
Le indagini previste nella circolare sono volte ad attivare ipotesi di riduzione del rischio alla scala dello strumento generale del piano, ovvero alla scala degli obbiettivi, delle strategie, delle scelte generali. E’ chiaramente detto nella circolare che le indagini previste e l’utilizzazione dei relativi esiti sono coerenti soltanto con previsioni urbanistiche non particolareggiate, prevalentemente definite alla scala 1:5000. A questa scala la valutazione del rischio può condurre all’evidenziazione di situazioni locali critiche tali da giustificare il ricorso ad analisi più approfondite.
Le direttive indirizzeranno perciò le indagini relative alle scale della pianificazione particolareggiata.
Gli interventi comunque operabili nel breve-medio termine ad altre sale, ai fini della riduzione del rischio sismico, sono soprattutto quelli della riduzione dell’esposizione urbanistica di edifici vulnerabili, manovrandone le destinazioni d’uso; non riguardano invece gli aspetti della progettazione urbanistica alle scale di dettaglio, per le quali si rinvia appunto alla emanazione completa delle direttive.
Nel quadro complesso ma necessario, delle profonde innovazioni alla pianificazione urbanistica comunale, gli effetti della presente circolare assumeranno il carattere dell’approccio sperimentale; sarà quindi utile organizzare una sorta di "osservatorio" per comuni-campione, al fine di verificarne l’impatto, per tenerne conto nella stesura delle Direttive.
Ancora una volta il tema dei condizionamenti ambientali alle trasformazioni territoriali ed urbane ha bisogno di una trattazione preliminare su base scientifica; a maggior ragione nel caso della valutazione e riduzione del rischio sismico.
(Rodolfo Giampaoli)
Indirizzi per le indagini previste dalla L.R. 33/84, artt. 10 e 11.
Rischio sismico: definizione
Rischio sismico: elementi di valutazione
Rischio sismico: livelli base
Rischio sismico: variazioni locali
Indagini sulla pericolosità sismica locale
Indagini sulla vulnerabilità sismica del patrimonio edilizio esistente
8.1 – Obiettivi e metodologie
8.2 – Edilizia residenziale
8.3 – Edifici adibiti a servizi pubblici ed edifici con grande affollamento
8.4 – Standard minimi di indagine
Riduzione del rischio sismico: cenni
La legge Regionale 33/1984, emanata in attuazione della Legge 10 dicembre 1981, n.741, dichiara all’art.1 l’intenzione di stabilire norme per la formazione e per l’adeguamento degli S.U. ai fini della prevenzione del rischio sismico. Agli artt. 10 e 11 prevede che, nelle zone dichiarate sismiche ai sensi del D.M. LL.PP. del 10.2.83 (G.U. n. 80 del 23.3.83), in sede di formazione, revisione o adeguamento degli S.U. generali ed attuativi, ai fini della riduzione del rischio sismico vengano effettuate indagini multidisciplinari rivolte ad acquisire documentazione riguardante le caratteristiche sismiche e geologiche delle aree, la vulnerabilità del patrimonio edilizio ed infrastrutturale esistente. L'’rt.10 prevede che tipo e ampiezza delle indagini siano stabilite mediante direttive.
Le norme tecniche di attuazione de Piano Paesistico Ambientale Regionale (PPAR), collocano al punto g. dellìart.64 le "Discipline complementari del Piano", cioè le direttive di attuazione della L. 33/84 tra gli strumenti integrativi al PPAR. La presente circolare, stante la novità della tematica, anticipa in via sperimentale tali direttive indirizzando la progettazione, l’esecuzione e la sintesi di tali indagini, nonché le prime ipotesi di uso dei risultati, in sede di adeguamento degli strumenti urbanistici generali.
Le indagini descritte investono tematiche complesse e in buona misura nuove per la pianificazione urbanistica, e sono peraltro ispirate da una esigenza di gradualità. Rivolte prevalentemente a guidare le strategie generali di piano, le indagini descritte vengono raccomandate, nella presente forma, in sede di formazione di nuovi strumenti urbanistici generali, così come in sede di formazione di varianti generali in adeguamento PPAR.
Le indagini proposte, per motivi legati alle caratteristiche fisiche della problematica affrontata, non sono automaticamente raccomandabili per scale di dettaglio maggiori di 1:5000. Per queste scale, laddove esistano particolari problemi urbanistici e/o sismici, saranno necessari approfondimenti che le indagini di seguito descritte suggeriscono.
Parte delle indagini geologiche sono coerenti con le indagini previste dalla circolare n.14, in attuazione dell’art.9 del P.P.A.R.
Ai fini della L.R. 33/84, la presente circolare si applica alle zone dichiarate sismiche ai sensi del D.M. LL.PP. del 10.2.83 (G.U. n. 80 del 23.3.83), ovvero a tutti i Comuni della Regione ad eccezione dei 16 Comuni riportati in nota (+).
Tuttavia per questi Comuni – per 9 (++) dei quali, peraltro, il Consiglio Regionale, in data 30.6.82, esprimendo parere favorevole alla proposta di riclassificazione sismica del Ministero dei LL.PP., aveva già richiesto l’inserimento in seconda categoria (estratto del processo verbale del Consiglio Regionale del 30.6.1982, n.82) – la presente circolare, sulla base di studi realizzati di concerto tra Regione e Consiglio Nazionale delle Ricerche, riconosce all’art.3 un livello significativo di rischio sismico, sia pure non superiore a quello dei Comuni classificati, ai sensi del predetto D.M., in seconda categoria. Le indagini descritte nella presente circolare vengono pertanto raccomandate anche per i suddetti Comuni.
(+) Acquaviva Picena, Altidona, Campofilone, Carassai, Cossignano, Cupra Marittima, Folignano, Grottammare, Lapedona, Massignano, Montalto delle Marche, Montefiore dell’Aso, Moresco, Pedaso, Ripatransone, S.Benedetto del Tronto.
(++) Acquaviva Picena, Carassai, Cossignano, Folignano, Massignano, Montalto delle Marche, Montefiore dell’Aso, Moresco, Ripatransone.
3 - Rischio sismico: definizione
Ai fini della L. 33/84, per rischio sismico di un agglomerato urbano viene intesa una valutazione probabilistica dei danni attesi, materiali, economici, funzionali, a seguito del verificarsi di un dato terremoto.
Ridurre il rischio sismico di un agglomerato urbano in sede di formazione o adeguamento degli S.U., come auspicato all’art. 1 della L.R. 33/84, significa far sì che il rischio sismico dell’agglomerato, valutato alla luce delle previsioni dei nuovi S.U. e delle loro varianti di adeguamento (che può essere definito rischio sismico di progetto), risulti inferiore a quello valutato alla luce dello stato di fatto (che può essere definito rischio sismico esistente).
L’obiettivo della riduzione del rischio sismico, è perseguibile mediante azioni brevemente descritte all’art.10 e che saranno più diffusamente affrontate dalle direttive. Per procedere al confronto sopra descritto fra stato di fatto e previsioni, sotto l’aspetto del rischio sismico, occorre comunque saper valutare il rischio sismico.
Le indagini richieste dalla L. 33/84, sono pertanto finalizzate alla valutazione del rischio sismico alla scala delle scelte generali del piano paesistico, che incidono su tutto l’assetto urbano, quali aspetti infrastrutturali, sistema della mobilità, schemi e direttrici di sviluppo, assetto funzionale, dimensionamento del piano, ecc.
La valutazione del rischio sismico corrispondente allo stato di fatto e di progetto andrà effettuata rispetto a:
tessuti edilizi esistenti o di nuova previsione.
assetti funzionali esistenti e di progetto con particolare attenzione alla presenza e alla distribuzione di edifici adibiti a servizi pubblici ed edifici con grande affollamento.
infrastrutture a rete superficiale e sotterranea esistenti e di progetto e loro interconnessioni.
4 – Rischio sismico: elementi di valutazione
In ciascuna località, a determinare il rischio sismico concorrono, in misura diversa alcuni fattori quali:
la pericolosità sismica, ovvero le caratteristiche del terremoto atteso nella località (accelerazione a spettro di risposta, oppure intensità) e la sua probabilità di ricorrenza.
la risposta sismica locale, ovvero le diversificazioni del terremoto atteso in relazione a condizioni geologiche e geomorfologiche locali, valutabili a scala di dettaglio
la vulnerabilità sismica del patrimonio edilizio ed infrastrutturale, ovvero la propensione dei manufatti a subire danni in caso di terremoto.
l’esposizione al terremoto, ovvero la distribuzione delle attività localizzate nel territorio urbanizzato e infrastrutturato, nonché del carico urbanistico inteso negli aspetti demografici e occupazionali, nelle specifiche articolazioni delle destinazioni d’uso, delle densità edilizie, della dotazione impiantistica e delle loro interconnessioni.
Nel seguito vengono esposte le modalità di valutazione dei singoli fattori che concorrono a determinare il rischio sismico.
5 - Rischio sismico: livelli-base
Dei fattori elencati al punto precedente, la pericolosità sismica è valutabile a scala regionale, e non è modificabile mediante azioni.
Gli altri fattori, quali la risposta sismica locale, la vulnerabilità, l’esposizione, l’entità del cui apporto al rischio sismico dipende anche dai livelli di pericolosità sismica, sono valutabili a scala locale, e su di essi è possibile intervenire, almeno in parte.
Si può in sostanza affermare che il rischio sismico di ciascun agglomerato urbano può essere considerato come composto da un livello-base, determinato essenzialmente dalla pericolosità sismica della località, e da variazioni locali, determinate essenzialmente dalle condizioni di risposta sismica locale, di vulnerabilità del patrimonio edilizio esistente e di esposizione urbanistica.
Per quanto riguarda il livello-base la Regione Marche, in collaborazione con il Gruppo Nazionale per la Difesa dai Terremoti del Consiglio Nazionale delle Ricerche, ha promosso studi volti alla valutazione della pericolosità sismica a scala regionale.
In particolare, sulla base delle informazioni disponibili riguardanti modelli sismotettonici, sismicità storica e attuale, leggi di attenuazione, ecc., il territorio della Regione viene suddiviso in tre livelli di pericolosità sismica. Pertanto, ai soli fini della L. 33/84, i Comuni della Regione sono ripartiti in tre livelli-base di rischio sismico, cui corrispondono le tipologie di danno, riportate in Tab.1.
Livelli-base di rischio
Tipologie dei danni attesi
(rischio sismico elevato)
Numerosi casi (50%) di crollo o di danneggiamento grave di edifici non costruiti secondo le norme sismiche;
Danneggiamento strutturale diffuso con elevata percentuale di casi di inagibilità;
Elevata percentuale di evacuazione;
Arresto totale per diverso tempo della funzionalità del sistema urbano
(rischio sismico medio)
Limitati casi (25%) di crollo o di grave danneggiamento di edifici non costruiti secondo le norme sismiche;
Danneggiamento strutturale diffuso con significativa percentuale di casi di inagibilità;
Evacuazione parziale;
Arresto parziale della funzionalità del sistema urbano.
(rischio sismico basso)
Limitati casi (5%) di danneggiamento strutturale;
Danneggiamento non strutturale diffuso;
Limitati casi di inagibilità;
Evacuazione limitata;
Crisi temporanea della funzionalità del sistema urbano.
La ripartizione dei Comuni nei tre livelli-base di rischio sismico è riportata in appendice.
Il livello-base di rischio, ovvero la possibilità che i danni ad esso connesso si verifichino, sia pure nell’eventualità che nella località si verifichi il terremoto massimo atteso, deve essere preso in considerazione, in sede di formazione e adeguamento degli S.U., anche in assenza delle indagini sulle condizioni locali di cui ai punti successivi.
6 – Rischio sismico: variazioni locali
Le tipologie di danno definite al punto 5 possono verificarsi in condizioni locali "standard", ovvero:
in situazioni caratterizzate da assenza di elementi geologici e geomorfologici tali da poter causare fenomeni di cedimento e deformazione nei terreni e/o amplificazione del moto al suolo;
in presenza di costruzioni effettuate secondo le regole dell’arte anche in assenza di normativa sismica e con un sufficiente livello di manutenzione.
In sede locale, rilevanti variazioni delle condizioni "standard" possono aumentare o diminuire significativamente i danni attesi, determinando per un abitato o sulla porzione livelli di rischio superiori o inferiori al livello-base.
Scopo delle indagini richieste dagli artt. 10 e 11 della L. 33/84, e descritte nei punti successivi, è di valutare l’entità delle variazioni locali dalle condizioni "standard", e quindi le possibili variazioni locali dei danni attesi rispetto ai valori base descritti nella Tab. 1.
L’entità di queste variazioni dipende, oltre che dalle condizioni locali, anche dall’entità del terremoto atteso. Pertanto l’ampiezza e il dettaglio delle indagini di cui agli articoli successivi sono determinati anche dal livello-base di rischio di cui al punto 4.
Le indagini descritte nel seguito sono finalizzate a fornire risultati relativi ad ampie aree del tessuto urbano esistente o di quelle suscettibili di trasformazione insediativa. Non hanno pertanto l’obiettivo di fornire informazioni puntuali, né i relativi possono essere utilizzati a questo scopo.
7- Indagini sulla pericolosità sismica locale
Obiettivo di queste indagini è l’individuazione, nell’area di interesse ed alla scala di uno S.U. generale (non inferiore alla scala 1: 5.000), delle zone a maggior pericolosità sismica locale, ovvero delle situazioni locali in cui condizioni geologiche e geomorfologiche significativamente diverse dallo standard possono concorrere a produrre aumenti significativi del livello-base di rischio sismico previsto nella località.
Ad un aumento del rischio sismico significativo, ovvero tale da richiedere, in sede di S.U., un’attenzione superiore a quella richiesta dal livello-base, possono concorrere due tipi di effetti geologici:
amplificazioni (rilevanti e diffuse) del moto del suolo;
instabilità/cedimenti del suolo stesso.
Nel primo caso gli edifici possono essere sottoposti ad azioni sismiche più forti di quelle previste per il livello-base; nel secondo caso i terreni di fondazione possono perdere la loro capacità portante. In entrambi i casi è possibile che si verifichi un aumento dei danni attesi.
In alcuni casi i due tipi di effetti possono anche parzialmente sommarsi. Inoltre, la possibilità che tali effetti si manifestino in modo significativo dipende strettamente dall’entità del terremoto atteso, e quindi dal livello-base di rischio della zona.
Le tipologie di situazioni locali che presentano maggior pericolosità sismica, gli effetti che possono provocare ed i livelli-base nei quali tali effetti possono risultare significativi sono elencati in Tab.2.
L’individuazione delle zone a maggior pericolosità sismica locale dovrà essere eseguita sulla base dei risultati di indagini geologiche e geomorfologiche, le cui modalità di esecuzione, allo scopo di mantenere in un quadro unitario l’acquisizione delle informazioni di carattere geologico e utili alla pianificazione del territorio, vengono descritte nella circolare….., che approfondisce l’argomento.
Per zone così individuate, che presentino particolari problemi in relazione alle previsioni degli S.U., potranno essere richiesti specifici approfondimenti di indagine a scala di maggior dettaglio.
tipologia delle situazioni locali a maggior pericolosità sismica
possibili effetti in caso di terremoto
livelli-base in cui tali effetti possono risultare significativi
aree caratterizzate da frane recenti e quiescenti;
aree potenzialmente franose;
accentuazione di fenomeni di instabilità in atto e potenziali
aree caratterizzate da depositi superficiali di caratteristiche meccaniche
cedimenti diffusi del terreno, amplificazioni diffuse del moto del suolo
aree di cresta rocciosa, cocuzzolo o dorsale; aree di bordo e ciglio di scarpata;
amplificazione diffusa del moto del suolo
*casi limitati
A, (B)*
aree di fondovalle; aree pedemontane di falda di detrito;
aree di brusca variazione litologica o aree di contatto tra litotipi aventi caratteristiche meccaniche molto diverse;
amplificazioni differenziali del moto del suolo e/o cedimenti differenziali del terremoto
aree con presenza, negli strati superficiali, di depositi sabbiosi sciolti, interessati da falda acquifera superficiale.
cedimenti diffusi del terreno per fenomeni di liquefazione dei terreni.
** limitate possibilità di casi sporadici, non prevedibili alla scala di queste indagini
A,(B)**
8 - Indagini sulla vulnerabilità sismica del patrimonio edilizio esistente
8.1 - Obiettivi e metodologie
Obiettivo delle indagini è la stima della vulnerabilità sismica del patrimonio edilizio esistente, al fine di evidenziare tipologie edilizie e/o agglomerati le cui caratteristiche si discostino significativamente da quelle "standard" e che possano pertanto concorrere a determinare variazioni significative del rischio sismico rispetto al livello-base previsto nella località.
Per vulnerabilità sismica si intende la propensione dei manufatti a subire danni al verificarsi di un dato evento sismico. Essa dipende da una serie di fattori, quali ad esempio: tipologie costruttive, materiali impiegati, stato di conservazione, eventuali modificazioni, ecc., che non sempre sono valutabili con schemi di calcolo semplici. Per la sua valutazione si ricorre quindi a giudizi sintetici che non tendono a fornire una misura assoluta, ma piuttosto a classificare gli edifici secondo una scala relativa convenzionale.
Per i motivi su esposti l’uso più coerente delle valutazioni di vulnerabilità è in senso statistico: i valori determinati hanno cioè significatività maggiore per un insieme di edifici piuttosto che per edifici singoli.
Nel seguito verranno pertanto distinti i problemi relativi all’edilizia residenziale, intesa come patrimonio diffuso, da quelli relativi agli edifici di uso pubblico che vanno analizzati in modo puntuale.
Un esempio di metodo per il rilevamento della vulnerabilità degli edifici è costituito dalle schede di 1° e 2° livello elaborate dal Gruppo Nazionale per la Difesa dai Terremoti del Consiglio Nazionale delle Ricerche, disponibili presso gli Ordini Professionali ed i Servizi Decentrati OO.PP. e Difesa del Suolo della Regione Marche.
8.2 - Edilizia residenziale
La vulnerabilità sismica dell’edilizia residenziale di un abitato può esser stimata con diversi livelli di approssimazione. Quale livello massimo, quasi mai necessario, si può ipotizzare il rilievo a tappeto del patrimonio edilizio su tutto l’abitato.
In alternativa può essere proposta la ripartizione degli edifici in classi tipologiche omogenee e la valutazione della vulnerabilità con metodi campionari.
L’approssimazione con cui procedere alla valutazione della vulnerabilità può dipendere dal livello-base di rischio associato alla località secondo la Tab. 1. Ovviamente nelle zone a rischio più elevato è raccomandabile una maggior affidabilità. L‘affidabilità dei risultati di un’indagine campionaria dipende dalla precisione con cui vengono definite le classi, e dalla significatività del campione. Ad esempio, la definizione delle classi omogenee, potrà avvenire sulla base delle tipologie costruttive (muratura, cemento armato) e per età, utilizzando semplicemente dati provenienti da censimenti ISTAT; oppure, in alternativa, sulla base di fattori tipologici e costruttivi, nonché sulla base dell’organizzazione del tessuto urbano (isolato, a schiera, a corte, ecc.) e dall’età della costruzione o di adeguamento degli edifici stessi, mediante indagini ad hoc. Le informazioni utili alla definizione delle classi possono venire acquisite nell’ambito delle indagini sulla consistenza urbanistica dello stato di fatto in sede di formazione dello S.U.
Una volta suddiviso il patrimonio edilizio in classi omogenee, a ciascuna classe possono essere assegnati valori standard di vulnerabilità desunti da bibliografia o da rilievi analoghi, oppure desunti da indagini a campione.
La densità del campione potrà essere inferiore per le classi di edifici costruiti e ristrutturati in data successiva a quella di classificazione sismica del Comune interessato.
8.3 - Edifici adibiti a servizi pubblici ed edifici con grande affollamento
Per tutti gli edifici adibiti a servizi pubblici e per gli edifici con alto indice di affollamento, per i quali la normativa (D.M. LL.PP.24.1.86) prescrive l’adozione dei valori 1,2 ed 1,4 per il coefficiente d’importanza I, è opportuna una valutazione più precisa della vulnerabilità. Pertanto le indagini devono avere lo scopo di valutare in primo luogo i seguenti elementi caratteristici.
1 - l’efficacia del collegamento tra pareti ortogonali e/o la presenza di elementi strutturali atti a favorire un comportamento scatolare dell’edificio (es. cordoli e catene);
2 - la resistenza convenzionale valutata come rapporto tra la resistenza ultima a taglio del piano più debole ed il peso della parte dell’edificio sopra tale piano;
3 - la natura degli orizzontamenti, valutandone la deformabilità nel piano del solaio, l’efficacia dei collegamenti fra orizzontamento e parete, la presenza di piani sfalsati;
4 - la natura delle coperture, con particolare attenzione alla presenza di schemi strutturali spingenti.
5 - le caratteristiche del sistema resistente con particolare attenzione alla presenza di piani deformabili (pilotis), alla efficacia ed alla regolare distribuzione delle pareti 2 - di tamponamento;
6 - la resistenza convenzionale valutata come rapporto tra la resistenza ultima a taglio del piano più debole ed il peso della parte dell’edificio sopra tale piano;
7 - la presenza di elementi o parti di edificio caratterizzati da bassa duttilità;
8 - la qualità dei collegamenti tra gli elementi strutturali, con particolare attenzione ad eventuali elementi prefabbricati.
Eventuali ulteriori approfondimenti possono riguardare i seguenti elementi:
9 - la regolarità in pianta ed in elevazione
10 - lo stato di conservazione dell’edificio
11 - la presenza di campi di muratura con luci libere fuori dall’ordinario.
8.4 - Standard minimi di indagine
Gli standard minimi di indagine della vulnerabilità, per ciascun livello-base di rischio sismico, sono riassunti in Tab. 3.
Il livello è indicato in senso crescente dal rischio minore a quello maggiore.
Livelli base di rischio sismico
Modalità di definizione delle classi omogenee
Modalità di determinazione dei valori di vulnerabilità
Suddivisione fra muratura e cemento armato, e per classi di età. Dati desumibili da censimenti ISTAT.
Edifici adibiti a servizi pubblici ecc.
Idem, con individuazione della funzione.
Valori standard, desunti da bibliografia o rilievi analoghi
Valutazione campionaria degli elementi caratteristici della prima classe (1-4 oppure 5-8).
Suddivisione in più classi di muratura (es: mattoni, pietra squadrata, ciottoli, ecc; a secco oppure no, ecc.), e di cemento armato (es: telai non tamponati, telai con tamponamenti deboli, telai con tamponature consistenti);
suddivisione per classi di età
Dati desunti da indagini urbanistiche oppure, in mancanza di queste, da indagini ad hoc.
Edifici adibiti a servizi pubblici ecc…
Idem, con individuazione della funzione. Eventuali indagini puntuali su edifici rustici non facilmente classificabili.
Valori desunti da indagine campionaria.
Valutazione campionaria degli elementi caratteristici della prima classe (1-4 oppure 5-8)
Suddivisione in più classi di muratura e cemento armato, integrate da elementi riguardanti le volumetrie.
Dati desunti da indagini ad hoc.
Indagini puntuali su tutti gli edifici.
Valori desunti da indagine campionaria (con densità del campione abbastanza elevata)
Valutazione campionaria degli elementi caratteristici (1-4 oppure 5-8) più gli elementi 9,10,11.
8.5 - Modalità di restituzione cartografica
I valori di vulnerabilità devono esser accorpati in poche classi (es: bassa, media, alta vulnerabilità).
I risultati della indagini relative all’edilizia residenziale devono essere restituiti per aree, con riferimento a perimetrazioni urbanistiche oppure a zone a vulnerabilità omogenea: nel primo caso a ciascuna area verrà assegnata la classe di vulnerabilità determinata con il criterio della prevalenza.
9 - Sintesi dei risultati
I risultati delle indagini di cui ai punti 7 e 8 vanno combinati allo scopo di individuare situazioni che presentino livelli di rischio sismico superiori, o inferiori, a quello previsto nella località.
La sintesi dovrà avvenire, almeno per l’edilizia diffusa, ad una scala coerente con quella dell’indagine geologica. Non si ritiene opportuno, nel seguito, fornire criteri univoci per effettuare la sintesi dei risultati, che resta un’operazione da eseguire valutando caso per caso in modo interdisciplinare.
Si ritiene viceversa opportuno formulare le considerazioni seguenti:
1 – Stante i valori del terremoto massimo atteso nel territorio regionale, si ritiene che, nella maggioranza dei casi, la vulnerabilità sismica degli edifici giuochi un ruolo maggiore delle condizioni geologiche locali, nella determinazione di eventuali variazioni rispetto ai livelli-base di rischio sismico.
2 – Fanno eccezione a quanto sopra le situazioni (Tab. 2) di tipo 1;2, relativamente ai livelli – base A e B; 6 relativamente al livello A. In queste situazioni, e nei predetti livelli, il contributo degli effetti di tipo geologico può risultare maggiore rispetto al contributo della vulnerabilità. Si osserva che le situazioni di tipo 1 sono di fatto pericolose anche in assenza di terremoto e che dovrebbero essere evidenziate come "pericolosità geologiche".
3 – In linea di massima le seguenti combinazioni possono determinare localmente, per una data porzione di agglomerato urbano, incrementi di rischio sismico tali da collocare la predetta porzione al livello immediatamente superiore a quello della località.
– tutte le situazioni descritte al punto 2
– situazioni caratterizzate da pericolosità locale standard e vulnerabilità significativamente (più del 30%) più elevata dello standard.
Qualora le predette situazioni si verifichino in località di livelli-base A, il danno atteso sarà quello deducibile dalla Tab.1, livello A, ulteriormente aggravato.
4 - Considerazioni analoghe a quella del punto 3 valgono, in senso inverso, per le situazioni che possono determinare decrementi di rischio sismico.
5 - Le situazioni intermedie, non sono esprimibili mediante aumenti netti dei livelli-base di rischio sismico, andranno opportunamente valutate ed evidenziate.
10 - Riduzione del rischio sismico: cenni
E’ opportuno risottolineare che l’operazione di valutazione del rischio sismico e quindi la fase delle indagini, non esaurisce il problema della riduzione del rischio stesso, che potrà realizzarsi soltanto attraverso specifiche azioni.
Come si è detto, questa circolare non entra nel dettaglio degli aspetti riguardanti le azioni per la riduzione del rischio sismico, che saranno oggetto di specifiche direttive e che comunque rinviano a politiche di programmazione nell’uso delle risorse finanziarie, pubbliche e private. Tuttavia, al fine di indirizzare le indagini e fornire risultati coerenti con gli strumenti di pianificazione, si osserva comunque che la riduzione del rischio sismico potrà ottenersi intervenendo su ciascuno dei fattori che concorrono a determinare il rischio stesso, descritti più sopra, o su loro combinazione.
In linea di principio il rischio sismico può essere ridotto:
indirizzando nuovi insediamenti in zone a risposta sismica locale più favorevole, ad esempio in quelle individuate dalle indagini di cui al punto 7;
indirizzando le nuove edificazioni verso tipologie meno vulnerabili rispetto alle caratteristiche del terremoto atteso, tenendo conto delle indicazioni contenute nella normativa tecnica relativa alle costruzioni in zona sismica (L. 64/1974 e relativi D.M. di applicazione);
diminuendo la vulnerabilità degli edifici esistenti con opportuni interventi di adeguamento sismico (si veda in proposito il punto C.9 del D.M. LL.PP. 24.1.86);
diminuendo l’esposizione urbanistica di edifici vulnerabili, ad esempio modificando le funzioni in atto o previste con destinazioni a minor intensità e frequenza d’uso.
Ai fini di individuare le azioni più opportune per ridurre il rischio sismico, si suggeriscono le seguenti considerazioni:
1 – La valutazione del rischio sismico, effettuata sulla base delle indagini proposte ai punti 7, 8, 9, non è completa: i risultati ottenuti andrebbero incrociati con una lettura dell’esposizione urbanistica dell’abitato, di sue porzioni e delle singole unità urbanistiche, infrastrutturali e impiantistiche, così come viene definita al punto 3.
2 – Anche per valutare l’esposizione urbanistica ai fini del rischio sismico si può procedere assumendo un livello di esposizione standard e valutando localmente incrementi e decrementi rispetto a questo livello.
3 – Come già detto al punto 3, la valutazione dell’efficacia di uno S.U. ai fini della riduzione del rischio sismico può essere fatta confrontando, per lo stesso nucleo abitato, rischio sismico "esistente" e rischio sismico " di progetto". E’ chiaro che lo S.U. potrà essere considerato efficace se il rischio di progetto sarà inferiore a quello esistente, sia per l’intero nucleo abitato, sia come tendenza al riequilibrio fra i livelli di rischio relativi alle varie porzioni di questo.
E’ opportuno infine sottolineare che il rischio sismico non rappresenta che uno dei numerosi fattori che possono condizionare lo sviluppo umano, e che pertanto questo aspetto va opportunamente valutato, in sede di formazione o adeguamento degli S.U., nel contesto di tutti i fattori tradizionalmente considerati. In particolare si ritiene necessario che i processi di adeguamento avvengano contestualmente agli adeguamenti prescritti dal PPAR.