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Timestamp: 2017-06-22 14:18:44+00:00
Document Index: 82384237

Matched Legal Cases: ['art. 11', 'art. 11', 'art. 287', 'art. 3', 'art. 11', 'art. 11', 'art. 11', 'art. 11']

La denuncia in pillole #10 | Norimberga Italiana
#fermiamoladittaturaI miei Cinguettii	Posted on 19 settembre 201415 ottobre 2014
La denuncia in pillole #10	Un passaggio che non può più essere giustificato in base al solo art. 11 Cost. in quanto, come già rilevato, non si tratta di semplici “limitazioni”, ma di vere e proprie cessioni e non sono state fatte in condizioni di reciprocità con gli altri Stati. Ma la cosa più grave è che sono state fatte a favore d’istituzioni che si pongono in contrasto con la natura repubblicana e democratica dell’ordinamento nazionale italiano e che, infatti, stanno creando gravissimi problemi politici, economici, sociali e di sicurezza nazionale.
Trattati europei e rapido svuotamento delle sovranità democratiche
Incompatibilità dei trattati con l’art. 11 della Costituzione.
Art. 241. Attentati contro l’integrità, l’indipendenza o l’unità dello Stato.
Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque compie atti violenti** diretti e idonei a sottoporre il territorio dello Stato o una parte di esso alla sovranità di uno Stato straniero, ovvero a menomare l’indipendenza o l’unità dello Stato, è punito con la reclusione non inferiore a dodici anni.
Art. 283 cp – Attentato contro la Costituzione
Chiunque, con atti violenti**, commette un fatto diretto a mutare la costituzione dello Stato, o la forma del Governo (2), è punito con la reclusione non inferiore a cinque anni.
art. 287 cp – Attentati contro gli organi costituzionali
È punito con la reclusione da uno a cinque anni, qualora non si tratti di un più grave delitto, chiunque commette atti violenti** diretti ad impedire, in tutto o in parte, anche temporaneamente:
2) alle assemblee legislative o ad una di queste, o alla Corte costituzionale o alle assemblee regionali l’esercizio delle loro funzioni
Art. 264 – Infedeltà in affari di Stato
Chiunque, incaricato dal Governo italiano di trattare all’estero affari di Stato (1) [268], si rende infedele al mandato (2) è punito, se dal fatto possa derivare nocumento all’interesse nazionale (3), con la reclusione non inferiore a cinque anni.
** “con atti violenti” l’hanno aggiunto come sempre gli autori del reato nel 2006 per restringere i casi ricompresi dalla norma.
Dalla denuncia Libra:
4. Lo svuotamento delle potestà statali tramite l’”integrazione europea”
Il possibile movente può essere agevolmente dedotto da ciò che in questi vent’anni ha accomunato tutti i partiti, piccoli e grandi. Aldilà delle polemiche e dei violenti litigi con cui riempivano le cronache politiche, erano tutti sempre compatti quando si trattava di portare avanti la cd. integrazione europea e transatlantica: è stata questa l’unica vera costante, più volte ufficialmente esplicitata, della politica italiana nel periodo considerato.
Il termine rimanda a concetti positivi ma, andando ad analizzare la storia dei trattati europei, scopriamo che questo progetto di Unione comprende lo svuotamento dei poteri democratici degli Stati nazionali a favore di una struttura sovranazionale di non eletti dai Popoli europei.
La cd. integrazione europea è partita negli anni ’50 con le Comunità europee – CEE, EURATOM, CECA – e l’iniziale intento dichiarato di favorire la libera circolazione di persone, merci e servizi, obiettivo completato, poi, con l’Atto Unico Europeo del 17 febbraio 1986 e la creazione del mercato unico. C’era altresì, sin dalle origini del progetto europeo, un’idea di Europa politica, che uno dei suoi padri fondatori, Robert Shuman, nel suo famoso discorso a Parigi il 9 maggio 1950, data della Festa dell’Europa, sintetizzò nel secondo obiettivo, oltre quello economico-commerciale, di questa unione di Stati, ossia “creare per l’Europa una nuova forma di cooperazione politica”, che avrebbe reso impossibile una guerra fra le Nazioni europee.
Si ritiene che anche tale obiettivo sia stato raggiunto, non nel senso che in Europa ci sia pace, ma solo nel senso che le Nazioni non sono in conflitto bellico, perché ormai governate, o comunque controllate, tramite poteri coercitivi di tipo statale, da una medesima entità sovranazionale, non scelta tramite voto democratico e che, dunque, siano tecnicamente sotto dittatura o oligarchia/plutocrazia, come ormai rilevato da voci più che autorevoli.
Infatti, mentre la struttura istituzionale europea non si è mai realmente evoluta in più di mezzo secolo – restando sostanzialmente quella degli esordi, con gravi e sostanziali deficit democratici, anche se la discussione sulla necessità di migliorarla è stata presente sin dall’inizio -, molto si è ampliato, invece, lo spettro dei poteri delle istituzioni europee.
Con il Trattato di Maastricht del 1992 la politica europea smette ufficialmente di essere prettamente economica – settore di per sé già pervasivo e determinante per il benessere e la libertà dei cittadini – e si arricchisce di altri due cosiddetti “pilastri”, permettendo alla Commissione europea ed al Consiglio di legiferare anche nei settori di politica estera e sicurezza comune, nonché di affari interni e giustizia, con modalità che l’introduzione del principio di sussidiarietà e la mancanza di chiarezza delle materie a competenza concorrente rendeva incerte nei confini. L’art. 3B, così introdotto, inoltre, stabiliva che nei settori che non sono di sua esclusiva competenza, l’Unione interviene “solo” laddove l’azione dei singoli Stati non sia sufficiente al raggiungimento dell’obiettivo. Aprendo con questa clausola apparentemente limitativa, a contrario, la possibilità illimitata di intervenire in qualsiasi caso di mancato rispetto degli obiettivi fissati dai Trattati e dalle istituzioni europee.
Già questo Trattato fu accolto poco calorosamente dai Popoli europei, sui quali poco dopo si è abbattuta una tempesta speculativa, che ha causato una svalutazione delle monete nazionali tale, che per Spagna ed Italia fu necessaria l’uscita dal Sistema Monetario Europeo. Dopo questo pesantissimo attacco finanziario, anche i Paesi restii si decisero a firmare.
Ma è con il Trattato di Lisbona del 2007 che si completa il progetto di un’unione politica europea in assenza di strutture democratiche e che la s’impone palesemente ai Popoli europei.
Precedentemente, infatti, era stato redatto un testo di Costituzione europea, bocciato clamorosamente nella primavera nel 2005, col voto contrario ottenuto nei referendum francese ed olandese. Due anni dopo fu presentato un testo dal contenuto identico al 96% a quella Costituzione, ma reso appositamente “illeggibile” per stessa ammissione dei redattori e promotori, affinché sostanziali riforme costituzionali passassero come un semplice trattato internazionale di rilevanza ordinaria, dunque con la sola legge di ratifica, senza necessità di consultazioni popolari o procedure rinforzate.
“Openeurope”, think tank euro-scettico accreditato dai più importanti quotidiani inglesi, quello stesso anno fece un sondaggio in tutti i 27 Paesi membri, in cui emergeva che la maggioranza degli intervistati in ogni Paese europeo avrebbe voluto un referendum per la ratifica di ogni trattato, raggiungendo una percentuale complessiva addirittura del 75%. Inoltre solo il 28% desiderava che fossero dati maggiori poteri alle istituzioni europee, contro il 41% che invece era contrario.
Eppure furono pochissimi i Governi che sottoposero queste decisioni a referendum e due Popoli – francesi e olandesi – videro addirittura calpestato il proprio voto negativo e nella maggior parte dei Paesi non ci fu alcuna consultazione popolare. In Italia queste modifiche sostanziali degli assetti costituzionali ed istituzionali nazionali furono affidate al voto parlamentare ordinario, senza particolari maggioranze, perché presentate, anche all’opinione pubblica da parte dei media, come semplici leggi ordinarie di ratifica di trattati e convenzioni internazionali.
Con il Trattato di Lisbona, tramite il “colpo di mano” descritto e denunciato da più parti, non solo si trasferirono alle istituzioni europee ben 105 ulteriori competenze riguardanti i settori più importanti (politica estera, sicurezza, difesa, giustizia, economia), ma si completò e si mise “a sistema” la supremazia del super-Stato europeo sui singoli Stati-Nazione che lo compongono.
5. Sopravvenuta inammissibilità delle cessioni di sovranità ad Ue e BCE ex art. 11 Cost.
Le crescenti competenze attribuite all’Ue in campi di tradizionale potestà esclusiva degli Stati, hanno praticamente “svuotato” le istituzioni nazionali delle proprie sovranità.
In Italia, in particolar modo, il Parlamento è stato esautorato della potestà legislativa su materie sempre più vaste e d’importanza fondamentale. Ciò ha determinato addirittura uno stravolgimento della gerarchia delle fonti del diritto, che ha portato, di fatto, a far prevalere le fonti comunitarie automaticamente, persino sulla Costituzione, salvi i cd. controlimiti.
La Consulta – in risposta alle pressioni della Corte di Giustizia europea preoccupata della debolezza della legge ordinaria, che ha dato ingresso al sistema europeo in Italia, anche per carenza del consenso parlamentare condiviso, necessario per raggiungere le maggioranze richieste per le leggi costituzionali – ha dal 1984 avallato l’interpretazione favorevole alla disapplicazione automatica da parte dei giudici delle norme interne in conflitto, legittimandola come limitazione di sovranità autorizzata dall’art. 11 Cost.
Ma, dopo trent’anni sono cambiate molte cose. I Trattati del 1992 e del 2007 hanno radicalmente trasformato questa “organizzazione internazionale”, definita già alla nascita sui generis, ed hanno risposto esaustivamente al dibattito in corso da allora, ed oggi più che mai, su quale sia il reale status giuridico assunto dall’Unione europea: essa può ormai essere definita a tutti gli effetti un super-Stato, nel senso di una nuova entità sovranazionale con sovranità di tipo statale, che prevalgono su quelle degli Stati-Nazione. Qualcosa di effettivamente inedito nella storia delle organizzazioni internazionali.
Per tale motivo, non sembra, oggi, più sostenibile definire le cessioni di sovranità a livello legislativo come semplici “limitazioni” di sovranità consentite dall’art. 11 Cost.
Quello che resterebbe in vigore dell’ordinamento interno sono solo i cd. controlimiti, ossia i primi 12 articoli della Costituzione, definiti “Principi generali”, proprio perché la loro genericità è propedeutica e funzionale all’inquadramento logico dell’intero dettato costituzionale, e generici diritti fondamentali, da dover accertare caso per caso, tramite lunghi procedimenti giudiziari, oltre alle leggi in materie non regolate dall’Ue.
Un esempio macroscopico della deprivazione di potestà legislativa e dei diritti fondamentali dei cittadini è, non a caso, il Titolo III della Carta, dedicato ai Rapporti economici, ormai non solo disatteso, ma completamente contradetto, perché in contrasto ed assolutamente inconciliabile con le politiche neoliberiste di questa Europa: “flessibilità”, ossia assenza di garanzie nel lavoro; “privatizzazione”, ossia fine del controllo pubblico su asset ed attività produttive strategiche; “riorganizzazione” della P.A., ossia tagli indiscriminati a sanità, previdenza, assistenza, istruzione, etc.; “liberalizzazione”, ossia deregolamentazione totale del settore bancario e finanziario, etc.
Questa cessione pressoché totale della potestà legislativa non è avvenuta, inoltre, in condizioni di parità con gli altri Stati, come richiesto dall’11° Principio generale dell’ordinamento nazionale. Ciò non deriva solo da constatazioni di ordine politico sullo stra-potere inglese e franco-tedesco e sugli squilibri decisionali evidenti, ma proprio dalle condizioni oggettive degli accordi. Al momento della firma del Trattato di Lisbona, alcuni Paesi scelsero di utilizzare la clausola di opt out: la Germania tutelò proprio la gerarchia nazionale delle fonti, ribadendo che la sovranità costituzionale resta al Popolo tedesco e non aderendo alle disposizioni in materia di «Ampliamento del trattato». L’Inghilterra non aderì all’unione monetaria, assieme all’Irlanda fece opt out rispetto agli Accordi di Shengen e con la Polonia rifiutò alcuni degli enormi poteri della Corte di Giustizia, non aderendo al Protocollo 30.
Lo svuotamento della sovranità statale è ancora più evidente e non lascia adito a dubbi circa la totale cessione delle potestà di governo esecutive ed in particolare delle potestà di spesa e di emissione e controllo della moneta. Nel ventennio descritto gli Stati europei hanno gradualmente aderito anche all’Unione monetaria, un processo lungo trent’anni che ha portato in Italia alla graduale privatizzazione della Banca d’Italia – inaugurata nel 1981 col famoso divorzio dal Ministero della Finanze – ed oggi detenuta al 94% da capitale privato, ed alla totale cessione della sovranità monetaria ed economica alla BCE ed alla Commissione europea.
Non occorre sottolineare il ruolo fondamentale che la gestione della moneta ha per la vita di uno Stato, per la determinazione dei livelli di spesa pubblica e di tassazione e per l’effettiva possibilità di guidare ed indirizzare la politica economica del Paese. Aderendo all’Euro l’Italia, non ha solo perso la propria sovranità monetaria, ma ha anche aderito ad una cd. moneta-debito, ossia una moneta che deve essere presa a prestito dallo Stato, come fosse una moneta straniera, dietro pagamento del valore nominale e dei relativi interessi – in opposizione alla moneta-fiat emessa ai soli costi di stampa e di gestione dallo Stato -. In aggiunta, se supera i parametri di Maastricht, il Paese va incontro alle sanzioni previste dal Patto di stabilità e crescita (PSC) del 1997, con apertura di una Procedura per Deficit Eccessivo (PDE), che può portare a sanzioni fino allo 0,5% del pil.
Il processo di totale esautoramento della sovranità monetaria ed economica fu poi perfezionato con il Fiscal compact, ratificato dall’Italia nel luglio 2012, che impegna i 25 Paesi firmatari al vincolo del pareggio di bilancio, al non superamento dello 0,5% di deficit strutturale e persino ad una significativa riduzione del debito pubblico al ritmo di un ventesimo (5%) all’anno, fino al rapporto del 60% sul pil nell’arco di un ventennio.
Gli Stati aderenti si sono anche impegnati a concordare i piani di emissione del debito con il Consiglio dell’Unione e la Commissione e ad accettare correzioni automatiche con scadenze determinate, quando non sono in grado di raggiungere altrimenti gli obiettivi di bilancio concordati. Anche in tal caso la Corte Costituzionale tedesca ha ribadito la preminente sovranità del Popolo tedesco in materia di bilancio.
Come ebbe a dire Pierluigi Bersani in un intervento alla Camera dei Deputati nel 2011, il pareggio di bilancio è una vera e propria “castrazione” di ogni sovranità nella determinazione legislativa ed esecutiva di qualsiasi possibile politica economica, dunque, in ultima analisi, della possibilità dello Stato di determinare il benessere economico, sociale e culturale dei propri cittadini.
Inoltre, come ebbe a dire ancora l’On. Bersani, “uno Stato che mette in Costituzione il pareggio di bilancio non si è mai visto”, perché ciò significherebbe che lo Stato s’impegna a non emettere mai debito, ossia liquidità, moneta, ed a togliere ai cittadini tramite il prelievo fiscale esattamente, se non di più, di quanto esso spende per loro in servizi, abdicando a qualsiasi possibilità di svolgere il proprio tradizionale ruolo nella creazione del benessere.
Eppure in tempi record, soprattutto considerate le precarie e litigiose maggioranze di governo, con una rapidità ed una compattezza disarmante, gli autori del reato riuscirono a votare addirittura la L. 20 aprile 2012 n. 1, una legge costituzionale, promulgata dal Presidente Giorgio Napolitano il 23 luglio 2012, per introdurre, come principio costituzionale nell’ordinamento italiano, il pareggio di bilancio, modificando gli artt. 81, 117,119, 97 della Costituzione.
Ossia, i parlamentari di una Legislatura, come la XVI, che, nonostante la legge elettorale “per vincere facile” illustrata, pareva essere talmente instabile e precaria da non trovare le maggioranze per una legge ordinaria di riforma del sistema elettorale e per altri importanti ed urgenti provvedimenti più volte promessi, ma che riescono a votare una riforma costituzionale che muta radicalmente l’assetto dello Stato, in tempi rapidissimi e con maggioranze ben oltre i 2/3 necessari per evitare la richiesta di referendum confermativo.
Eppure tale riforma costituzionale non era neanche richiesta obbligatoriamente dalla normativa europea, ma solo raccomandata, l’Italia l’ha portata a termine, forse proprio grazie al sabotaggio operato sul sistema elettorale.
Con l’introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione – il cui iter parlamentare ebbe un’innegabile accelerazione con la caduta del Governo Berlusconi IV e l’avvento del “governo cd. tecnico” di Mario Monti – il processo d’integrazione europea, ossia, come detto, lo svuotamento delle sovranità statali nazionali a favore di una super-Stato europeo, giunge al suo più estremo compimento, perché dopo 60 anni di storia europea si ha per la prima volta l’ingresso ufficiale della subordinazione dell’Italia al super-Stato europeo nella normativa costituzionale, tramite l’auto-imposizione di stringenti, arbitrari ed immodificabili vincoli finanziari ed economici al Governo.
Allo stesso tempo, come anticipato, la Commissione Europea venne investita di poteri penetranti e di gestione sostanzialmente esclusiva, e sicuramente prevalente, della politica economica, fiscale e sociale italiana, sino alla diretta ingerenza in termini di “natura, portata e quadro temporale dell’azione correttiva da intraprendere”, in caso di scostamento dai vincoli insostenibili ed economicamente e socialmente distruttivi imposti.
Questa sottrazione costante e crescente delle potestà legislative, giudiziarie ed esecutive, soprattutto in materia economica e monetaria, ha determinato il passaggio, ormai pressoché completo, delle sovranità tipiche e costituenti delle entità statali – che hanno ormai solo competenze residuali – alla struttura europea sovranazionale, che può intervenire in ogni campo con effetti preminenti automatici addirittura a livello costituzionale.
Un passaggio che non può più essere giustificato in base al solo art. 11 Cost. in quanto, come già rilevato, non si tratta di semplici “limitazioni”, ma di vere e proprie cessioni e non sono state fatte in condizioni di reciprocità con gli altri Stati. Ma la cosa più grave è che sono state fatte a favore d’istituzioni che si pongono in contrasto con la natura repubblicana e democratica dell’ordinamento nazionale italiano e che, infatti, stanno creando gravissimi problemi politici, economici, sociali e di sicurezza nazionale.
BCE legge 270/2005 Mario Monti Paesi Euro porcellum Romano Prodi Trattati europei
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