Source: https://www.diritto.it/i-contratti-di-distribuzione-figure-classiche-e-new-economy/
Timestamp: 2018-06-19 12:47:14+00:00
Document Index: 77255068

Matched Legal Cases: ['art. 14', 'art. 2', 'art. 5', 'art. 8', 'art. 648', 'art. 9', 'art. 9', 'art. 1339', 'art. 1', 'art. 1372', 'sentenza ']

I contratti di distribuzione. Figure classiche e new economy
Sommario I. Categoria e funzione dei contratti di distribuzione commerciale. – II. Elementi comuni e tratti distintivi della categoria. – III. Contributo e mutamento prospettico dell’Analisi Economica del Diritto. – IV. Sistema di protezione di un nuovo contraente ‘relativamente debole’: l’impresa verso l’impresa. – V. Il D. Lgs. 231/2002 – VI. La nuova legge sul franchising. – VII. Ulteriori considerazioni sull’ambito applicativo. – VIII. La normativa sul commercio elettronico e la disciplina comunitaria degli accordi di distribuzione -IX. Considerazioni conclusive.la PMI.
Si sottolinea, poi, che – anche nei considerando della direttiva 1993/13/CE in materia di consumatori – la tutela di questi ultimi pare strumentalizzata al fine della creazione dell’unico mercato comunitario; che la nozione di consumatore, così come – in un certo qual modo – quella di imprenditore, non è uniforme nella legislazione europea e nelle normative dei singoli Stati e la relativa categoria non è sufficientemente delimitabile, considerata l’estrema eterogeneità dei soggetti ricomprensibili, quanto ad estrazione (socio-economica, culturale, professionale, geografica …) ed interessi coinvolti (Reich 1995, 292; Amato 2003, 2 ss.)
Così, mentre Zeno Zencovich pare favorevole al binomio diritto dei consumatori – diritto delle imprese (Zeno Zencovich 1994, 1287; 1983, 57 ss.), opinione altrettanto autorevole, invece, si preoccupa di evidenziare il prioritario obiettivo comunitario di creazione di un mercato efficiente, e, in quest’ottica, rileva che <<dato che non esiste un mercato separato per i consumatori (domanda) e per i produttori (offerta), il diritto dei contratti deve affrontare il problema di come regolamentare domanda e offerta in un unico mercato>> (Mattei 1999, 611).
Questa situazione, a sua volta, contrasta col disposto dell’art. 14 Trattato UE secondo cui <<gli operatori economici dovrebbero essere in grado di svolgere le proprie attività in tutto il mercato interno in condizioni che garantiscano che le operazioni transfrontaliere non comportino rischi maggiori di quelle interne. L’applicazione di norme sostanzialmente diverse alle operazioni interne e a quelle transfrontaliere comporterebbe la creazione di distorsioni alla concorrenza>>
Solo in via ulteriore e, potrebbe dirsi, secondaria, la direttiva de qua si preoccupa di evidenziare anche: 1 – che i periodi di pagamento eccessivamente dilatati e i ritardi nei pagamenti impongono pesanti oneri amministrativi e finanziari alle imprese, in particolare, a quelle di piccole e medie dimensioni (Considerando 7) e 2 – tali problemi spesso sono causa di insolvenza dell’impresa e determinano la perdita di numerosi posti di lavoro (Considerando cit.).
L’art. 2 del detto decreto (contenente la descrizione di vari termini e concetti rilevanti ai fini della direttiva) contribuisce ad ampliarne il campo operativo. Ciò, in quanto adotta definizioni molto ampie: ad esempio, le ‘transazioni commerciali’ sono intese come <<i contratti, comunque denominati, tra imprese ovvero tra imprese e pubbliche amministrazioni che comportano, in via esclusiva o prevalente, la consegna di merci o la prestazione di servizi, contro pagamento di un prezzo>>.
ordinario, dato che <<Salvo diverso accordo tra le parti, il saggio degli interessi, ai fini del presente decreto, e’ determinato in misura pari al saggio d’interesse del principale strumento di rifinanziamento della Banca centrale europea applicato alla sua più recente operazione di rifinanziamento principale effettuata il primo giorno di calendario del semestre in questione, maggiorato di sette punti percentuali>> (art. 5, co. 1, D. Lgs. 231/2002).
La prima prevede che: <<1. Le associazioni di categoria degli imprenditori presenti nel Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (CNEL), prevalentemente in rappresentanza delle piccole e medie imprese di tutti i settori produttivi e degli artigiani, sono legittimate ad agire, a tutela degli interessi collettivi, richiedendo al giudice competente:
c) di ordinare la pubblicazione del provvedimento su uno o più quotidiani a diffusione nazionale oppure locale nei casi in cui la pubblicità del provvedimento possa contribuire a correggere o eliminare gli effetti delle violazioni accertate.>>
(art. 8, D.Lgs. 231/2002).
La seconda, invece, completa il disposto dell’art. 648, co. 1, c.p.c., prevedendo che <<Il giudice concede l’esecuzione provvisoria parziale del decreto ingiuntivo opposto limitatamente alle somme non contestate, salvo che l’opposizione sia proposta per vizi procedurali>> (art. 9, co. 3, D. Lgs. 231/2002).
In un’ottica analogamente limitata, il legislatore della subfornitura considera anche il contenuto giuridico ed economico dei contratti stipulati fra imprese, ma il controllo su questo contenuto si incentra su ipotesi di grave sproporzione del rapporto sinallagmatico, come nel caso dell’art. 9 sul divieto di ‘abuso di dipendenza economica’, laddove per <<dipendenza economica>> si intende la situazione in cui un’impresa sia in grado di determinare, nei rapporti commerciali con un’altra impresa, un eccessivo squilibrio di diritti e di obblighi.
Orbene, l’obiettivo di trasparenza (<<disclosure law>>) della legge è perseguito attraverso l’inserimento di specifici obblighi informativi precontrattuali tra le parti; parallelamente, emerge la previsione di clausole negoziali obbligatorie, destinate a incidere sul contenuto normativo, e di riflesso, anche su quello sostanzialmente economico, del contratto: la volontà negoziale dei privati è così soggetta ad una ‘discreta’, ‘prudente’ eterodirezione, con l’intento, ammirevole almeno in astratto e fino a risultanze diverse nel momento della verifica operativa – cioè dell’applicazione concreta della legge già nella prassi commerciale e poi, soprattutto, nella prassi dei Tribunali – di armonizzare fra loro i contrapposti interessi in gioco, in vista di un possibile effettivo equilibrio.
Questa asserzione, però, è più esatta se sufficientemente contestualizzata e relativizzata, rilevando che tali imprese, nell’ambito delle relazioni commerciali con grandi imprese nazionali o straniere, si trovano in una situazione di notevole soggezione economica, pronta a tradursi in gravi squilibri del regolamento contrattuale – quali modesti corrispettivi o tassi di interessi moratori, esoneri o limitazioni della responsabilità del creditore, deroghe alla competenza dell’autorità giudiziaria – oppure in gravi patologie del momento esecutivo, come – si è gia visto nel par. precedente – ritardi eccessivi e ingiustificati dei pagamenti e notevoli costi per il recupero dei crediti.
Pertanto, ai limiti ‘negativi’, quali l’ordine pubblico, la morale, la norma imperativa, sanciti dal codice civile (artt. 1343 ss.; 1418 c.c.), sostanzialmente tesi ad arginare l’autonomia privata, si aggiungono limiti ‘positivi’, comportanti, cioè, <<l’invasione della sfera dell’autonomia con statuizioni che attengono allo stesso modo d’essere del rapporto interprivato.>> (Barcellona 1969, 143 ss.). In quest’ottica, vanno rilevati l’obbligo legale di contrarre (artt. 1679 – 2597 c.c.), il meccanismo di inserzione automatica di clausole (art. 1339 c.c.) e, soprattutto, i sempre più frequenti interventi del legislatore speciale, spesso in attuazione della normativa comunitaria, al fine di proteggere interessi e diritti del contraente debole, che, se non sottratto alla logica del mercato, rischia di non trovare risposta ai propri bisogni, nei rapporti di locazione; di lavoro subordinato; di credito; di commercio, fra cui quelli aventi oggetto i beni di consumo.
Invero, il legislatore, prima ancora dell’inserimento del franchising tra i contratti nominati del nostro ordinamento, aveva dato già sufficiente rilevanza del franchising, riconoscendo ad esso la sua importanza socioeconomica, arrivando già a definire il contenuto giuridico dell’accordo sottostante al franchising, anche se solo al fine del riconoscimento di agevolazioni finanziarie a favore delle imprese. <<In particolare, se la stessa legge 488/92 in materia di finanziamenti a favore delle imprese riconosce le agevolazioni anche ai <<programmi di investimento promossi da imprese aderenti a catene commerciali anche in forma di franchising>>, il decreto ministeriale n. 295 del 28 maggio 2001, recante criteri e modalità di concessione degli incentivi a favore dell’autoimpiego, conteneva una definizione del contratto di franchising, come (art. 1, lett. g) un accordo che comporta la licenza di un insieme di diritti di proprietà immateriale che riguardano in particolare marchi o insegne e know-how, per l’uso e la distribuzione di beni o servizi. Oltre alla licenza dei diritti di proprietà immateriale, l’affiliante (<<franchisor>>) fornisce all’affiliato (<<franchisee>>), durante il periodo di vigenza dell’accordo, un’assistenza tecnica o commerciale: licenza e assistenza formano parte integrante della formula commerciale oggetto del franchising>> (Gaballo 2004, 30).
In questa prospettiva, in armonia la definizione comunitaria del contratto, non rientra il franchising industriale (o di produzione), fattispecie in cui il franchisee produce sulla base delle istruzioni del franchisor e si avvale dei suoi segni distintivi. Infatti, le intese di franchising industriale <<disciplinando i rapporti tra produttori, integrano un’ipotesi di intese orizzontali (tradizionalmente considerate di gran lunga più pericolose di quelle verticali, intercorrenti cioè tra operatori situati a livelli diversi della scala produttivo-distributiva, data la diminuzione di concorrenza <<interbrand>> che esse determinano)>>
(Frignani 1999, 47).
VIII. La normativa sul commercio elettronico e la disciplina comunitaria degli accordi di distribuzione –
A tal proposito si possono rammentare le indicazioni contenute all’interno delle voluminose guidelines (“Linee direttrici sulle restrizioni verticali” – COM 291/01, in GUCE C del 13.10.2000. pag. 1) relative alla applicazione del già citato Regolamento n. 2790/1999.
Il problema – in gran parte irrisolto dalle guidelines – deriva dall’evidente anacronismo insito nell’allacciare a criteri di territorialità la disciplina antitrust degli accordi di distribuzione, con riguardo ad un fenomeno (Internet) che tali limiti territoriali rifugge per antonomasia.
Qualora, infatti, il distributore si limiti ad offrire sul web la propria merce e non tenti di attirare “attivamente” i consumatori al proprio sito – per esempio spedendo loro informazioni commerciali attraverso le e-mail – ma siano, invece, quest’ultimi ad accedere, senza particolare sollecitazione, al sito del distributore, sembra non potersi interpretare tale forma di commercializzazione come vendita per corrispondenza (tuttavia contra Bensoussan, 1998). La vendita per corrispondenza si attua, difatti, mediante l’invio ad personam del catalogo di prodotti del commerciante, mentre l’offerta on line è attuata ad incertam personam.
Sono, di contro, da considerasi “vendite passive”: la risposta ad ordini non sollecitati di singoli clienti – incluse la consegna di beni o la prestazione di servizi a tali clienti, le azioni pubblicitarie o promozionali di portata generale realizzate attraverso i media o via Internet – anche qualora raggiungano clienti all’interno del territorio esclusivo o del gruppo di clienti esclusivo di un altro distributore, ma purché, in questo caso, costituiscano comunque un modo ragionevole per raggiungere clienti nei territori non concessi in esclusiva o residenti all’interno del proprio territorio di competenza.
Giova peraltro ribadire che – salvo i casi sopra indicati ed altri analoghi che possono ipotizzarsi – l’uso di Internet non è generalmente assimilabile ad una forma di “vendita attiva”, trattandosi, per lo più, di un modo ragionevole per raggiungere la clientela attribuita al distributore affiliato ad una rete di vendita.
Per quanto riguarda l’individuazione dei motivi legittimanti l’opposizione alla vendita on line da parte del produttore (titolare di marchio) essi riguarderanno qualsiasi azione che comprometta gravemente il valore, l’attrattiva o l’immagine del marchio o dei prodotti recanti il marchio, ma non comprenderanno invece azioni o circostanze che non pregiudichino i diritti costituenti l’interesse specifico di tutela e la funzione essenziale del marchio. Il limite può essere offerto, ad esempio, da determinati beni di lusso, quali gioielli o prodotti dell’alta moda, che potrebbero essere gravemente sviliti qualora fossero commercializzati on line.
Nell’analisi del concetto di contratti di distribuzione (in generale: Aa. Va. 1993; Baldi 1984; Pardolesi 1979; Pardolesi 1988; Santini 1979, 117 ss.; Santini 1988; Vettori 1983; Zanelli 1971), autorevole dottrina si approccia all’argomento, asserendo espressamente che <<l’unica ragionevole certezza è che ci si vuole riferire ad ipotesi in qualche modo attinenti al processo di distribuzione commerciale, cioè ai complessi meccanismi che colmano le distanze tra produzione e consumo>> (Pardolesi 1979, 2).
Tuttavia, è con l’ampliamento dei mercati conseguente alla crescente produzione industriale e (alla espansione dei traffici, l’intensificarsi della competizione concorrenziale tra le imprese, l’accrescimento del tenore di vita ed altri fattori ancora che nascono e si affermano nuove esigenze. Fra queste, quelle che più rilevano ai fini del nostro discorso sono l’interesse dei produttori ad aumentare la produzione ed il conseguente bisogno degli stessi di espandere il volume della produzione con l’estendersi dei mercati.
L’incremento della produzione, peraltro, presuppone l’esistenza di sbocchi sicuri e comporta perciò la necessità di disporre di una organizzazione per la distribuzione dei prodotti idonea ad assicurare la massima diffusione nei diversi mercati, spesso lontani e quasi estranei dal produttore.
Altresì, al contempo, va rilevato un importante mutamento strutturale all’interno della categoria dei rapporti di distribuzione: <<Con l’evolversi delle tecniche di marketing e delle prassi contrattuali, tuttavia, il centro di gravita delle figure in discorso è venuto progressivamente a spostarsi dal patto di esclusiva di (ri)vendita (che ha perso sempre più il connotato di elemento essenziale del rapporto tra produttore e distributore, per divenire una pattuizione eventuale ed accessoria) alla clausola che pone a carico di quest’ultimo non solo l’impegno di acquistare le merci ma anche di promuoverne la commercializzazione secondo modalità stabilite dal produttore; clausola che ha finito col diventare – come meglio vedremo più avanti – il vero tratto fisionomico di questi contratti>> (Luminoso 1995, 257).
In dottrina, si è precisato che questo tipo di distribuzione è diretta sia perché la vendita si attua direttamente nella sede dell’impresa, sia perché l’impresa stessa assume su di se tutte le funzioni attinenti alla messa in commercio del prodotto (Bacchini XI, 1999).
Fra la distribuzione indiretta e la distribuzione diretta è possibile, quindi, <<concepire tutta una sfumata gamma di pattuizioni che permettono, in qualche misura, di coordinare la fase produttiva con quella distributiva, senza per questo elidere l’autonomia dei partners; si arriva cioè a definire, in negativo un’area contrassegnata dall’integrazione verticale convenzionale>> (Pardolesi 1988, 1-2).
ovvero dall’integrazione, formalizzata con specifico strumento negoziale, a causa della consentita ingerenza del produttore sul distributore coordinato, soggetti distinti operanti a diversi livelli di mercato.
In questo senso, infatti, il fenomeno della segmentazione del processo produttivo, altrimenti detto <<outsorcing>> attuato mediante la cooperazione fra imprese diverse, non e assicurato necessariamente da un contratto di scambio, ma può costituirsi anche sulla base di contratti di collaborazione più o meno stretta, senza che sia pregiudicata la reciproca autonomia dei soggetti.
Ne consegue che nell’equilibrio sinallagmatico del negozio assumono posizione centrale quelle particolari clausole caratterizzanti lo stesso, che prevedono per il concessionario degli oneri di commercializzazione di contro ad una posizione di privilegio nella rete distributiva che gli garantisce una parte di potere di mercato del concedente (Pardolesi 1988, 3). Siffatta ricostruzione trova conferma nella più recente giurisprudenza di legittimità. La Suprema Corte, infatti, riconosce che <<la parziale dismissione della propria autonomia imprenditoriale da parte del concessionario, viene operata in corrispettivo di una posizione di privilegio nel mercato accordatagli dal concedente, che consiste tra l’altro nella licenza d’uso del marchio della stessa concedente, marchio che solitamente è caratterizzato da particolare prestigio sociale>> (Cass. 22.2.99, n.1469, Lex -Giur.Mass. 2003).
Tale classificazione ricomprende l’ampia gamma delle forme di distribuzione indiretta dei beni accumunati però <<dalla stabilità e continuità (…) si determina quella ripetizione continua di prestazioni e obbligazioni che è tipica appunto della categoria in questione>> (App. Bologna 3.5.93, n. 668, Lex- Giur.Mass. 2003).
L’uso disinvolto di tali etichette potrebbe far pensare ad una nitidezza di distinzioni, cosa che invece non si realizza in quanto molteplici clausole possono divenire obbligo nascente dal contratto a carico di entrambi le parti. Come ben sappiamo, i soggetti, in attuazione del fondamentale principio dell’autonomia privata ex art. 1372 c.c., sono liberi di determinare il contenuto dei contratti ed anche di elaborare schemi negoziali atipici, purchè finalizzati a perseguire interessi meritevoli di interessi, e conseguentemente, ci troviamo di fronte ad una miriade di sottogruppi della categoria dei contratti di distribuzione.
Tale posizione di privilegio del distributore è rinvenibile anche in una sentenza di Cassazione che esprime l’orientamento giurisprudenziale predominante: <<È connaturato con le caratteristiche proprie della concessione di vendita, che rientra nel novero delle figure contrattuali di distribuzione commerciale, l’obbligo per il concedente (…) di non pregiudicare il prestigio del proprio marchio al fine di evitare che il concessionario possa subire danni economici>>. (Cass. 22.2.99, n.1469, Lex – Giur.Mass. 2003).
Così, emerge anche qui la diffusa realtà dei <<distributori integrati>>, che hanno contrattualmente alienato una frazione del proprio potere decisionale rispetto alle modalità di gestione dell’impresa (Pardolesi 1990, 66 ss.), ma che, al contempo, dall’altro, ricevono, per così dire ‘in cambio’, dal produttore <<opportunità di guadagno sufficienti a compensare gli svantaggi che derivano dalla rinunzia ad una piena indipendenza gestionale>> (Pardolesi 1990, 66-67).
In tal modo,a nulla rilevando il contratto e il nome che l’intermediario può assumere (esclusivista, rivenditore autorizzato, concessionario, franchisee),il produttore allontana da sé ì rischi della vendita diretta addossandoli al distributore, al quale offre, quale allettante contropartita, una <<posizione privilegiata>>, pur variabile, nel mercato (Luminoso 1995, 258).
Tale discorso va necessariamente traslato in termini di analisi economica del diritto (Analisi Economica del Diritto – fra le maggiori opere in materia: Pareto 1906, 579; Cheung 1969, 23 ss.; Bessone 1972, 882; Baker 1975; Crawford 1988, 485 ss.; Posner 1988; Wiggins 1990), e, in tale prospettiva, per quanto già si è detto riguardo a caratteristiche e funzione, può dirsi che i contratti di distribuzione, se coerentemente e opportunamente utilizzati, garantiscono un maggiore efficienza del processo distributivo ed una migliore ottimizzazione degli investimenti.
Del resto, lo scopo principalmente perseguito dell’Analisi Economica del Diritto, in riferimento alla materia contrattuale è perseguire il raggiungimento dell’efficienza, attraverso le norme che governano i contratti (Mattei e Pulitini 1994). Al contempo, non si deve pensare al concetto di <<efficienza>> come ad un paradigma astratto ed aprioristico, bensì ad una categoria più elastica e duttile, affidata, di volta in volta, alla valutazione dell’interprete. E’ infatti quasi impossibile risolvere simultaneamente le varie problematiche che si affrontano nell’ottimizzare l’output generato da un negozio contrattuale. In verità, come sancito nel celebre Teorema di Coase, pilastro della teorica dell’Analisi Economica del Diritto, solo in un mondo privo di costi negoziali, a prescindere da chi detiene il diritto, sarebbe possibile acquisire un assetto totalmente efficiente: <<Più precisamente, appartiene a R. Coase l’intuizione che ha condotto a rifondare le basi su cui si fondava la teoria dell’impresa neoclassica e, che ha riformulato il problema dell’organizzazione del sistema economico in termini di comparazione istituzionale. L’obiettivo di Coase consiste nel colmare il vuoto tra l’idea che l’allocazione delle risorse venga effettuata tramite il meccanismo dei prezzi e quella, di sapore schumpeteriano, secondo cui essa si realizza attraverso l’attività coordinatrice di un imprenditore, che produce un’organizzazione alternativa rispetto al mercato, l’impresa. Si tratta quindi di raccogliere elementi sufficienti per poter giudicare se le due prospettive dovessero intendersi come alternative o piuttosto complementari, ovvero di identificare i motivi che portano al sorgere dell’impresa ed al suo sostituirsi al mercato. La prima ragione, che costituisce il nucleo del contributo di Coase, è individuata nei costi di transazione associati al meccanismo di mercato, che possono essere ampiamente ridotti facendo ricorso ad un’organizzazione alternativa come risposta al problema posto dalla necessità di negoziare un contratto separato per ciascuna transazione. I contratti non vengono del tutto eliminati, ma largamente ridotti: se un gruppo di fattori produttivi collabora in modo continuativo all’interno di un’impresa, può scegliere di stipulare un unico contratto a lungo termine destinato a sfociare nella forma-impresa, piuttosto che affidarsi al mercato con una serie di contratti a breve. I1 secondo cardine è il ruolo dell’incertezza, messo in evidenza già da Knight nel 1921. La necessità di operare in un mondo in cui l’informazione è scarsa e costosa, richiede un apparato in grado di assicurare i flussi informativi in modo più efficiente rispetto al mercato.
Queste considerazioni pongono un ulteriore interrogativo, cioè se sia possibile individuare i fattori che intervengono a determinare la dimensione di un’impresa e, se l’impresa nasce come risposta all’esistenza di costi di transazione, perché si continui comunque a ricorrere al mercato; perché, in altre parole, non si faccia ricorso ad un’unica grande impresa, capace di surrogare completamente il mercato. La risposta di Coase poggia sui rendimenti decrescenti attribuibili all’attività manageriale (o genericamente organizzativa, dal momento che la distinzione tra proprietà e controllo è ancora al di fuori dell’analisi). L’andamento decrescente è ascrivibile, da un lato, al costo marginale crescente associato a ciascuna transazione aggiuntiva compiuta all’interno dell’impresa, fino a raggiungere quel punto in cui esso è pari al costo della stessa transazione condotta sul mercato; dall’altro, è da addebitarsi ad una diminuzione delle capacità dell’imprenditore al crescere del numero delle transazioni. Il risultato di questo processo è che la perdita dovuta ad un’allocazione delle risorse sempre più inefficiente è tale da annullare il vantaggio acquisito trasferendo la transazione dal mercato all’impresa >> (Williamson 1975).
Essendo quindi, purtroppo, il nostro un mondo tutt’altro che perfetto, il problema essenziale per l’interprete, chiamato a rapportarsi ad un determinato assetto contrattuale, quindi anche ad un contratto di distribuzione, è di capire ciò: fino a che punto è opportuno rendere vincolante fra le parti un contratto che, per l’Analisi Economica del Diritto, oltre a costituire diritti e obblighi, comporta un costo per l’intera economia, cioè per la Società civile, a vario livello regionale, nazionale, o internazionale ?
Ovvero, al contrario, quando sarà consigliabile sciogliere o ritenere inesistente il vincolo, liberando i contraenti dalle proprie rispettive obbligazioni (ad es. per eccessiva onerosità sopravvenuta, per errore, per l’avverarsi di una condizione risolutiva ecc. ecc.)?
Ulteriori questioni e problemi concernono, poi, il metodo di coercizione e di tutela del vincolo contrattuale: allorché si sia giunti alla conclusione che, nella circostanza presa in esame, sarebbe
inefficiente permettere lo scioglimento del contratto, come punire il contraente inadempiente ? con un’azione in forma specifica ? con i danni da aspettativa ? con quelli da affidamento ? o ancora con i punitive damages ?
Ancor di più, in questa sede, preme sottolineare come fondamentale obiettivo dell’Analisi Economica del Diritto sia individuare la scelta della giusta strategia per l’agire di uno Stato, di un’Impresa o di un Cittadino, al fine di creare valore. L’attività di <<creazione di valore>> va misurata in termini di <<interrelazione>>, cioè di interscambio, con l’ambiente circostante; conseguentemente, se adottato a rango di <<metodo del Sistema>>, esso determina un complessivo aumento del valore dell’intero contesto di pertinenza economica.
In quest’ottica, pare potersi dire l’impresa distributrice, o comunque contraente con un’altra, è <<un portatore di interessi>> nei confronti dell’impresa con cui si è accordata, cioè è un vero e proprio stakeholder, al pari del <<socio di diritto>>, anzitutto in quanto essa è significativo parametro di efficacia ed efficienza dell’Impresa, e, inoltre, in quanto le imprese coprogettano, forniscono reciproche garanzie e/o finanziamenti.
Volendo fare un esempio, basti pensare all’articolo 1372 c.c., che afferma che il contratto ha <<forza di legge fra le parti>>. La norma è particolarmente significativa per illustrare detta teoria: difatti, nell’ottica del <<contratto perfetto>> (cioè, di quel contratto che rende lo scambio ottimizzato anche per ogni circostanza eventuale o futura la norma non avrebbe alcuna ragione di esistere, poiché non vi sarebbe alcun motivo di apprestare una forza legale al vincolo negoziale. Essendo state preventivamente regolate tutte le ipotesi e le ipotesi possibili, cioè, non ci dovrebbero essere attriti o contrasti, riguardo l’esecuzione del contratto.
Tuttavia, come noto, nel mondo reale i contratti non sono mai <<perfetti>> e pertanto possono verificarsi dei contrasti, sicché se la legge non prevedesse una normativa sul contratto (in primo luogo, di tipo generale come il principio che il contratto <<ha forza di legge fra le parti>>, in secondo luogo una disciplina positiva specifica, almeno nelle sue linee fondamentali, per gli elementi fondamentali della fattispecie costitutiva, per i singoli contratti in rilievo), una delle parti si potrebbe impunemente sottrarre all’accordo.
Ciò dal punto di vista giuseconomico verrebbe a creare due differenti effetti negativi: in primis disincentiverebbe gli investimenti idiosincratici (o specifici); in secondo luogo, creerebbe un problema di avversione al rischio che finirebbe con l’influire negativamente sull’aumento dei costi negoziali (le parti infatti sarebbero costrette a regolare autonomamente e specificamente tutte le sanzioni da associare ad ogni singola possibile eventualità) (Arrow 1969, 59).
Il 2° comma del medesimo articolo, invece, esclude dal campo applicativo di questa legge <<i contratti aventi ad oggetto la fornitura di materie prime, di servizi di pubblica utilità e di beni strumentali non riconducibili ad attrezzature>>
Si afferma che, in tal senso, non può bastare di per sé l’introduzione della disciplina relativa ai contratti dei consumatori, quindi a fortori il predetto ragionamento varrebbe per la PMI, rispetto alla quale non si può ravvisare una disciplina generale dei contratti d’impresa, ma solo una normativa, di varia fonte, direttamente o indirettamente concernente