Source: http://www.tiropratico.com/normativa/CIRCOLARI/BOMBOLETTE.html
Timestamp: 2017-09-20 00:12:44+00:00
Document Index: 144345600

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 30', 'art. 704', 'art. 42', 'art. 2', 'art. 31', 'art. 4', 'art. 19']

(4 dicembre 2008) da www.earmi.it
Decreto del Ministro dell’Interno 4 marzo 1987, n. 145.
Parere del Gabinetto del Ministro N. 17119/110 (Gennaio 2006)
Dal sito di E.Mori www.earmi.it il parere del ministero in materia di bombolette spray.
(1) Passando all’esame del merito, la prima questione da affrontare e risolvere attiene all’individuazione del tipo di strumento di autodifesa che deve contemplare l’emanando provvedimento, quale dotazione per l’armamento del personale della Polizia municipale e, in particolare, se a tale personale possano essere concessi in uso strumenti qualificabili come “armi”.
(2) Per la definizione di tale aspetto si ritiene di dover fare riferimento, principalmente, ai principi elaborati dalla giurisprudenza della Suprema Corte di Cassazione che, intervenendo più volte sull’argomento, ha statuito che le bombolette contenenti “gas paralizzante”vanno considerate a tutti gli effetti come “aggressivi chimici” (cfr. Cassazione penale Sez. 1, n. 27436 del 2005; Sez. 1, n. 3131 del 28.5.1998; Sez. 1 n. 1300 del 10.11.1993, ecc.) e quindi armi e va aggiunto che tali “armi” risultano peraltro incluse nell’elenco dei cosiddetti materiali di armamento e sono destinate solo ai corpi armati dello Stato (forze di polizia ed anche all’esercito, salvo disposizioni contrarie di natura internazionale che ne vietino l’utilizzo alle truppe in armi).
(3) Si è del parere, inoltre, che non debba trattarsi nemmeno di strumenti che posseggano requisiti di funzionamento e di destinazione di impiego idonei a recare offesa alla persona, tali quindi da essere considerati “armi” , a norma dell’art. 2 della legge 110/1975, in relazione a quanto previsto dall’art. 30 del T.U.L.P.S. e dell’art. 704 del c.p.. Di tali strumenti, infatti, ne sarebbe vietato il porto (consentito solo per le armi indicate nell’art. 42 T.U.L.P.S., meglio indicate nell’art. 2 della legge n. 110/1975, commi 1, 2 e 3), anche con riguardo al personale della Polizia municipale, poiché l’articolo 5 della legge 7 marzo 1986, n. 65, demanda al regolamento del Ministro dell’Interno di stabilire la tipologia, il numero delle armi in dotazione e l'accesso ai poligoni di tiro per l'addestramento al loro uso e non sembra invece ammettere deroghe alla generale disciplina del porto delle armi dettato dalla legge.
(4) Restano quindi solo da considerare, come correttamente evidenziato nello schema di decreto in esame, quegli strumenti indicati al comma 3-bis dell’articolo 4 del D.M. n. 145/1987 che si intende introdurre, cioè gli “erogatori a spruzzo contenenti oleoresin capsicum, funzionanti a getto balistico, ovvero a cono, con esclusione dei prodotti contenenti anche sostanze infiammabili, corrosive, tossiche o cancerogene…” e sembrerebbe opportuno aggiungere, “ovvero aggressivi chimici micidiali”.
(5) Si tratta in effetti di quei prodotti sui quali la Commissione consultiva centrale per il controllo delle armi già in passato si è pronunciata, esprimendo l’avviso, condiviso dall’Amministrazione, che in ragione del modesto contenuto di sostanza attiva (temporaneamente irritante o provocante incapacità fisica momentanea), tali strumenti non hanno attitudine a recare offesa alla persona e pertanto non possono considerarsi armi.
(6) Ove si condividano le considerazioni sopra espresse, consegue che il provvedimento di cui si discute non solo non può imporre al produttore di munirsi della licenza di cui all’art. 31 del T.U.L.P.S., necessaria solo per coloro che fabbricano le armi, ma non si intravedono profili di competenza della Commissione consultiva centrale a pronunciarsi ai fini dell’ “omologazione degli strumenti di difesa”, che come si è detto “armi” non sono.
(7) La soluzione che di seguito si illustra ricondurrebbe invece il provvedimento nell’alveo della legittimità, canalizzandolo nei limiti delle competenze attribuite dalla legge all’Amministrazione dell’Interno ed evitando eventuali ingerenze in compiti demandati ad altre Amministrazioni, come quella delle Attività produttive o delle Regioni, e soprattutto eliminerebbe la ventilata esigenza di dover sottoporre il provvedimento anche all’esame del Consiglio Superiore di Sanità, a norma dell’art. 4, comma 2, lettera a), del decreto legislativo n. 266 del 1993, nell’ottica che il provvedimento rimarrebbe rivolto alla tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica, non investendo aspetti connessi con la tutela della salute pubblica.
(8) In questa ottica, quindi, il sindacato della Commissione Consultiva Centrale per il controllo delle armi potrà spingersi fino a giudicare che non si tratti di armi, ma di “strumenti per i quali deve escludersi, in relazione alle caratteristiche possedute, l’attitudine a recare offesa alla persona”, sulla base di una procedura da introdurre (più o meno simile a quella disciplinata dal comma 1 dell’art. 19 bis, del provvedimento in esame) ed in ragione della documentazione esibita dal produttore, comprensiva delle certificazioni di enti o laboratori autorizzati attestanti le prove eseguite.
(9) Si tratterebbe, in altri termini, di legittime prescrizioni imposte dal Ministro dell’Interno, tese a garantire per motivi di sicurezza pubblica il pericolo che possano essere immessi in circolazione “strumenti”, diversi dalle armi, ma pur sempre dotati di capacità lesiva, sui quali non si sia preventivamente espresso l’Organo competente ad escluderla, ovvero ad attestarla ai fini di consentirne la regolamentazione della detenzione, ovvero della detenzione e del porto.
(10) Come pure assurgerebbero a prescrizioni legittime i seguenti altri obblighi per il produttore, da sottoporre peraltro a procedure semplificate, valutando altresì l’opportunità di far ricorso all’istituto del “silenzio assenso”, come quello, ad esempio, di:
- esibire un prototipo al competente Ufficio del Dipartimento della pubblica sicurezza;
- destinare la produzione esclusivamente a richieste che provengano da corpi di polizia municipale o dalle forze di polizia;
- far risultare dall’etichetta il nome dell’ente o dell’istituzione che ha commissionato la fornitura, numerando ogni singolo pezzo prodotto per esigenze di monitoraggio e controllo.
(11) Non sfuggono, infatti, allo scrivente Ufficio di Gabinetto le preoccupazioni che hanno indotto codesto Dipartimento a scegliere la strada dell’omologazione dei prodotti, ma si ritiene che la soluzione suggerita raggiungerebbe lo stesso risultato, incidendo con la doverosa cautela sulle attività produttive. Si ritiene, in proposito, che lo scopo principale dei limiti imposti deve farsi risiedere evidentemente nella necessità di mantenere fermo il principio che può ammettersi un regime di libera vendita degli strumenti di autodifesa solo con riguardo a quelli in confezione monodose, mentre si rileva opportuna, anzi indispensabile per motivi di sicurezza pubblica, la permanenza del divieto di circolazione in libero commercio di prodotti che si prestano ad essere utilizzati più di una sola volta.
(12) D’altra parte, il ricondurre l’inosservanza dell’emanando provvedimento all’ipotesi della non osservanza di un provvedimento legittimamente dato per ragioni di sicurezza pubblica o di ordine pubblico, risolverebbe anche il non trascurabile problema della sanzione concreta, che mancherebbe invece nel caso in cui si optasse per “l’omologazione degli strumenti di autodifesa”. Nel caso invece si ipotizzasse una violazione delle prescrizioni poste con l’emanando decreto, potrebbe invocarsi l’operatività dell’articolo 650 c.p., circostanza questa che comporterebbe la conseguente possibilità di richiedere all’A.G. il sequestro degli strumenti di autodifesa difformemente prodotti come corpo del reato, ovvero quali cose pertinenti al reato necessarie per l’accertamento dei fatti.