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Timestamp: 2019-06-26 16:50:58+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 54', 'sentenza ', 'art. 55', 'art. 1193', 'art. 1195', 'art. 1196', 'art. 154', 'sentenza ']

ottobre 2015 - Assistenza Legale Roma
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Nullo l’accertamento a carico del professionista che giustifica la prestazione gratuita come un incremento della clientela
Di Cristiana Centanni il 29 ottobre 2015 con 0 Commenti
Cassazione Civile, Sezione Tributaria, 28.10.2015, n. 21972
Con la sentenza in commento la Suprema Corte, in Sezione Tributaria, ha respinto il ricorso presentato dalla Agenzia delle Entrate nei confronti di un Consulente Fiscale che aveva gratuitamente svolto la propria prestazione professionale – consistente, nella specie, nell’invio di n.71 dichiarazioni dei redditi – in quanto “finalizzata all’incremento della clientela”.
La Commissione Tributaria Regionale, con sentenza confermata e resa definitiva in sede di legittimità – in una controversia concernente l’impugnazione di un avviso di accertamento relativo ad IVA, IRPEF ed IRAP dovute per l’anno di imposta 2001, in relazione alla attività professionale di consulente, a seguito di contestazione di compensi non registrati e fatturati – aveva riformato la decisione di primo grado con cui era stato respinto il ricorso del contribuente, in particolare sulla base della circostanza che, a fronte “di una corretta contabilità tenuta dal contribuente…congrua e coerente”, era giustificata “l’asserita gratuità dell’opera svolta in favore dei 71 soggetti, peraltro indicati dallo stesso contribuente, in considerazione dei rapporti di parentela e di amicizia con gli stessi”, nonché del fatto che “il 70% di tali soggetti risultano soci di società di persone, la cui contabilità è affidata alle cure del contribuente, per cui ogni eventuale compenso rientra in quello già corrisposto dalla società di appartenenza” e della accertata circostanza che l’attività svolta in loro favore era tesa esclusivamente all’invio telematico delle dichiarazioni dei redditi nonché finalizzata “all’incremento della clientela”.
La Sezione Tributaria della Suprema Corte ha ritenuto la decisione dei giudici di appello, sopra precisata, resa “con motivazione congrua e non contradditoria, plausibile”, ed ha quindi stabilito che il Fisco non può accertare l’omessa dichiarazione dei compensi da parte, nella specie, di un commercialista, sulla base della rilevazione di prestazioni consistenti nella semplice trasmissione di dichiarazioni dei redditi (di circa una settantina di persone fisiche), a cui non aveva fatto riscontro alcuna emissione di parcella, e quindi alcun ricavo dichiarato, ove il professionista adduca trattarsi di prestazioni gratuite rese ai soci delle società, la cui contabilità era a lui affidata, nonché ad altri soggetti che potrebbero portare ad un ‘incremento della clientela’.
La Cassazione ha, in altri e più chiari termini, stabilito che era “plausibile” l’invocata gratuità delle prestazioni, tenuto conto degli asseriti rapporti di parentela e di amicizia nonché del fatto che nel 70% dei casi contestati si trattava di soci di società che avevano affidato la tenuta della contabilità al professionista e che avevano a questi corrisposto un compenso che inglobava già dette prestazioni individuali ai soci, sicché la semplicità di tali prestazioni rendeva, appunto, verosimile l’assunto della gratuità delle stesse.
Nel delineato contesto, non si può non tenere presente, tuttavia, la fattispecie della antieconomicità della attività professionale, che può configurarsi in caso di eccessive prestazioni gratuite; al riguardo, un cenno merita l’orientamento – costante – della Suprema Corte (Cass. Civ., 29.01.2008 n.1915) secondo cui, ove il contribuente sostenga di aver svolto prestazioni a titolo gratuito o ad un importo che l’ufficio delle Entrate ritiene di dover sindacare in quanto non ritenuto congruo, è legittimo l’accertamento dell’Agenzia delle Entrate che ha assoggettato a tassazione i compensi non dichiarati, essendosi in presenza di un comportamento manifestamente antieconomico.
La linea di demarcazione tra il lecito e l’illecito è data da più fattori, quali la fattispecie concreta, la rilevanza e le dimensioni della attività, i rapporti tra il contribuente ed il cliente, la costanza con cui tale comportamento viene posto in essere; si tratta di una valutazione di fatto, demandata al prudente apprezzamento del giudice di merito il quale, per poter annullare l’atto impositivo, deve comunque specificare per quali motivi, nel caso di specie, l’antieconomicità non è sintomatica di violazioni tributarie.
Senza tema di smentita, si può concludere affermando che le prestazioni gratuite sono, e restano, ad alto rischio.
Nessuna multa per chi risponde al cellulare mentre guida, nel caso di telefonata urgente
Di Cristiana Centanni il 26 ottobre 2015 con 0 Commenti
Un’automobilista, alla guida della propria auto, viene sorpresa dalle forze dell’ordine a rispondere al cellulare.
La ricorrente, adito il Giudice di Pace territorialmente competente, deduce che, in occasione dell’accertata infrazione, veniva raggiunta da una telefonata da parte del personale della casa di riposo, in cui era ricoverata la nonna, le cui condizioni di salute erano notevolmente peggiorate.
A sostegno del proprio assunto la ricorrente produce copia del certificato di morte della nonna, invocando l’esimente di cui all’art. 4 della legge 24.11.1981, n. 689, quale causa di esclusione della responsabilità, articolo che così recita: “Non risponde delle violazioni amministrative chi ha commesso il fatto nello adempimento di un dovere o nell’esercizio di una facoltà legittima ovvero in stato di necessità o di legittima difesa. Se la violazione è commessa per ordine dell’autorità, della stessa risponde il pubblico ufficiale che ha dato l’ordine”.
Il Giudice di Pace ha ritenuto lo stato di necessità invocato come compatibile con quanto richiesto dalla legge per la presenza dei requisiti individuati anche dalla Suprema Corte di Cassazione che ha più volte precisato che, anche in tema di infrazioni amministrative, lo stato di necessità contemplato dall’art. 4 della legge n. 689/1981 come causa di esclusione della responsabilità è ravvisabile solo in presenza di tutti gli elementi previsti dall’art. 54 c.p. – “Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, né altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo” – incluso il danno grave alla persona.
Presupposti necessari per appellarsi a tale norma sono:
l’effettiva situazione di un pericolo imminente;
l’azione lesiva agiatamente necessaria per salvare sé od altri senza tuttavia che vi sia per il trasgressore la possibilità di compiere un’azione alternativa lecita;
il danno grave alla persona.
Il pericolo deve configurarsi, cioè, come non altrimenti evitabile e deve sussistere, per la configurabilità dell’esimente de quo, anche la proporzione tra il pericolo ed il fatto illecito commesso.
Nella fattispecie sopra delineata, il pericolo non era altrimenti evitabile, ritiene il Giudice di Pace con la sentenza n.507 del 14.05.2014.
Sfratto per morosità: termine di grazia
Il conduttore di un immobile che non paga il canone perché versa in condizioni di difficoltà economica, può, ed in che modo, opporsi nel momento in cui gli viene notificato lo sfratto ?
Ricevuta, da parte del conduttore moroso, la notifica dell’atto di sfratto con la contestuale citazione a comparire dinanzi al Tribunale, il conduttore può (i) non comparire (o comparire e non fare opposizione), di talché il giudice, ove ricorrano i presupposti richiesti dalla legge e una volta resa attestazione, da parte del locatore, che la morosità persiste, convalida lo sfratto, fissando la data entro la quale ottenere il rilascio forzato dell’immobile mediante ufficiale giudiziario; (ii) comparire in udienza e fare opposizione alla convalida, circostanza che induce il giudice a rinviare al giudizio ordinario l’esame delle cause di opposizione e decidere, o meno, di concedere subito al proprietario ordinanza di rilascio dell’immobile; (iii) comparire in udienza e versare i canoni scaduti (e quelli correnti), senza che il locatore possa opporsi; (iv) chiedere al giudice il c.d. ‘termine di grazia’, vale a dire un periodo entro cui saldare il proprio debito; in questo caso il giudice, di fronte a condizioni di difficoltà, può assegnare un termine non superiore a 90 giorni, rinviando l’udienza a non oltre 10 giorni successivi alla scadenza del termine assegnato. Detto termine peraltro opera solo per le locazioni ad uso abitativo e non per quelle commerciali.
In realtà la legge non parla di ‘termine di grazia’, trattandosi di una espressione invalsa nella prassi quotidiana. L’art. 55, primo comma, della legge n. 392/78, infatti, così recita: “La morosità del conduttore nel pagamento dei canoni o degli oneri di cui all’articolo 5 può essere sanata in sede giudiziale per non più di tre volte nel corso di un quadriennio se il conduttore alla prima udienza versa l’importo dovuto per tutti i canoni scaduti e per gli oneri accessori maturati sino a tale data, maggiorato degli interessi legali e delle spese processuali liquidate in tale sede dal giudice”.
Si parla di ‘termine di grazia’ perché l’inquilino può salvare il contratto (e di conseguenza continuare a godere di quel bene).
Nei casi in cui l’inadempienza, non superiore a due mesi, sia conseguente alle precarie condizioni economiche del conduttore, insorte dopo la stipulazione del contratto di locazione e dipendenti da disoccupazione, malattie o gravi, comprovate condizioni di difficoltà [in realtà nella prassi giurisprudenziale è sufficiente la semplice richiesta del conduttore perché il Giudice conceda il termine per sanare la morosità] l’anzidetto termine di grazia salirà a 120 giorni, e la sanatoria della morosità potrà avvenire per non più di quattro volte complessivamente nel corso di un quadriennio.
Entro il ‘termine di grazia’ il conduttore moroso dovrà provvedere al pagamento dei canoni, delle spese accessorie, dei relativi interessi e delle spese legali liquidate; adempimento che il Giudice verificherà nel corso di apposita udienza fissata in una data ricadente nei dieci giorni successivi alla scadenza del termine assegnato.
Il termine è perentorio ed il pagamento deve essere integrale.
Va detto che il conduttore moroso, che si avvalga del ‘termine di grazia’, ove non adempia nei termini anzidetti, si vedrà fissare la data dell’esecuzione del rilascio entro sessanta giorni dalla scadenza del termine concesso per il pagamento, e non già entro il termine, più ampio, di sei mesi (o di dodici, in casi eccezionali) dalla data del provvedimento che dispone il rilascio.
Di Cristiana Centanni il 22 ottobre 2015 con 0 Commenti
Nulla quaestio nel caso in cui un debitore debba adempiere una sola obbligazione nei confronti del creditore, ma cosa accade se uno stesso debitore abbia più obbligazioni verso il medesimo creditore e, presentandosi al creditore, gli rappresenti di voler eseguire un solo pagamento ? a quale delle obbligazioni, detto pagamento, va imputato ?
Soccorrono, al riguardo, gli artt. 1193 e seguenti del codice civile che indicano una serie di criteri idonei a risolvere il problema, presupponendo comunque la preesistenza di una pluralità di rapporti obbligatori tra le parti stesse, ed assolvendo alla funzione di individuare il debito, tra i più, a cui l’adempimento di riferisce. In assenza di tale pluralità di rapporti, va da sé che la relativa disciplina non possa essere utilizzata (Cass. Civ., Sez. II, 15.10, 2013 n. 23341).
Anzitutto, i differenti debiti, verso l’unico creditore, devono essere dello stesso genere.
È al debitore (art. 1193, I comma, cod. civ.) che viene data in primo luogo facoltà di imputare il pagamento al debito che intende soddisfare nei confronti del creditore, e sempre con il consenso di quest’ultimo, ché rimane comunque legittimato a rifiutare un adempimento parziale.
Laddove però il debitore non eserciti tale facoltà, l’eventuale imputazione spetta al creditore in sede di rilascio della quietanza (così è desumibile dall’art. 1195 cod. civ.) ed in questo caso, qualora il debitore accetti la quietanza, accetta implicitamente anche la scelta compiuta dal creditore in ordine all’imputazione del pagamento, non potendo più pretendere una diversa imputazione, salvo il caso in cui vi sia stato dolo o sorpresa da parte del creditore, e ciò in virtù del principio del favor debitoris, ulteriormente rafforzato dalla legge quando la facoltà di scelta passa al creditore, volendosi tutelare comunque il debitore dal creditore che, approfittando della sua fiducia, contrariamente a quanto dichiarato espressamente o indirettamente all’atto dell’accettazione del pagamento, indichi poi nella quietanza una diversa imputazione rispetto a quella dichiarata.
In mancanza di entrambe le dichiarazioni, il pagamento deve essere imputato: tra più debiti di cui uno solo scaduto, al debito scaduto; tra più debiti ugualmente scaduti l’imputazione va al debito meno garantito; tra più debiti ugualmente garantiti e scaduti va al debito più oneroso e, in difetto di tali criteri di scelta, al debito più antico. A parità di tali condizioni l’imputazione va effettuata proporzionalmente in relazione a ciascun debito.
Il potere di scelta del debitore è invece limitato nel caso di imputazione del pagamento alle diverse componenti di un debito pecuniario (costituito da capitale, interessi, spese); in questo caso, secondo l’articolo 1194 cod. civ., il pagamento andrà necessariamente imputato agli interessi o alle spese, e non al capitale, a meno che il creditore non vi consenta.
L’articolo ora richiamato, infatti, così recita : “Il debitore non può imputare il pagamento al capitale, piuttosto che agli interessi e alle spese, senza il consenso del creditore. Il pagamento fatto in conto di capitale e d’interessi deve essere imputato prima agli interessi”.
E ciò in quanto l’imputazione della somma capitale deve essere necessariamente preceduta dal versamento dei relativi interessi per impedire un inevitabile pregiudizio per il patrimonio del creditore tenuto conto che la parte obbligata alla prestazione pecuniaria prima deve eliminare gli accessori – che fanno carico al debitore ai sensi dell’art. 1196 cod. civ. – e successivamente estinguere il debito relativo al capitale.
Sinistro stradale: La responsabilità in caso di retromarcia
Di Cristiana Centanni il 19 ottobre 2015 con 0 Commenti
La manovra di retromarcia viene disciplinata dall’art. 154 del Codice della Strada e lo stesso la classifica come condotta di guida altamente rischiosa e pericolosa.
Recentemente la Suprema Corte di Cassazione, sez. IV Penale, si è espressa con la sentenza n°36039/2015 su di un caso di sinistro stradale causato da conducente in esecuzione di manovra di retromarcia.
Nel caso sottoposto all’attenzione degli ermellini il conducente di un mezzo pesante, non rendendosi conto della presenza di un pedone alle sue spalle, nel fare retromarcia lo ha investito, causandone il decesso.
La Corte ha stabilito che l’automobilista che, effettuando la retromarcia provoca un sinistro, è sempre colpevole avendo, lo stesso, l’obbligo di dare la precedenza ai veicoli ed ai pedoni e conseguentemente, altresì, l’obbligo a risarcire i danni materiali e morali da lui causati.
La retromarcia è stata identificata come una manovra pericolosa e ad alto coefficiente di difficoltà e, quindi, il soggetto che la effettua deve prestare sia severi doveri di prudenza, cercando di prendere in considerazione il verificarsi di ogni evento, anche quello imprevedibile, per evitare di arrecare danno all’incolumità di persone e/o mezzi; e sia di diligenza per far fronte ad eventuali situazioni di pericolo, anche nel caso in cui queste situazioni siano determinate da comportamenti irresponsabili posti in essere da altri soggetti, dato che la fiducia di un conducente nel fatto che altri si attengano alle prescrizioni dettate dal legislatore, se mal riposta, costituisce di per sé una condotta inoperosa.
Tale pericolosa manovra non deve essere effettuata quando il conducente del mezzo non sia in grado di dominare visivamente tutto lo spazio retrostante da impegnare e, quindi, di regolare il movimento del veicolo in relazione alla presenza di eventuali ostacoli. Ne deriva che i conducenti di veicoli che, per ragioni varie, non siano in grado di assicurare le condizioni standard di sicurezza, devono adottare tutti gli accorgimenti sufficienti e necessari per non concretizzare eventi di rischio e pericolo. Tra le soluzioni pratiche da poter adottare vi è, anche, la collaborazione di una terza persona per aiutare colui che esegue la manovra. Quest’ultima non deve essere compiuta in assenza di soluzioni adeguate ed altamente prudenziali, che non espongano oltre il consentito l’integrità fisica e morale di coloro che, per qualsiasi motivo, si vengano a trovare sulla linea di arretramento senza essere viste. Ne consegue che non sono ritenute delle cause giustificative né la scarsa visibilità, adducendo a propria discolpa di non aver visto un ostacolo presente sulla strada, e né l’assenza di sensori di parcheggio sul veicolo che effettua la retromarcia.
Da tutto ciò deriva una sostanziale responsabilità per chi viene coinvolto o causa un sinistro mentre procede in retromarcia, e di conseguenza comporterà nella quasi totalità dei casi il torto nella ripartizione delle responsabilità.
Le chance per l’automobilista di salvarsi dalla condanna per il risarcimento del danno sono quasi pari allo zero.