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Timestamp: 2019-04-24 11:03:55+00:00
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Bancarotta per l'imprenditore che ritarda il fallimento
Bancarotta per l’imprenditore che ritarda il fallimento
> Business Pubblicato il 27 Agosto 2015
Affinché scatti la bancarotta semplice non è sufficiente il mancato tempestivo deposito dei libri contabili in tribunale e la richiesta di dichiarazione del fallimento: necessaria la colpa grave.
Tra i soggetti che possono chiedere il fallimento dell’impresa in stato di crisi irreversibile vi è anche lo stesso imprenditore: anzi, si tratta – in determinati casi – di un vero e proprio obbligo. Difatti, stando a una recente sentenza della Cassazione [1], risponde di bancarotta semplice l’imprenditore che tarda a dichiarare il fallimento a condizione però che ciò dipenda una sua colpa grave.
Così, sottolinea la Suprema Corte, non scatta alcun reato nel caso in cui, per esempio, il “deposito dei libri in tribunale” (come volgarmente viene detto, in gergo commerciale, la dichiarazione di fallimento da parte dello stesso imprenditore) sia stato procrastinato a causa della revoca del fido da parte della banca, nonostante la presentazione del piano di rientro da parte del cliente.
A sostegno di questa interpretazione vi è la stessa legge fallimentare [2], la quale punisce l’imprenditore che aggravi il proprio stato di dissesto, “astenendosi dal richiedere la dichiarazione del proprio fallimento o con altra colpa grave”.
Dunque, schematizzando, la responsabilità penale ricorre in due ipotesi:
– 1° ipotesi: astensione dal richiedere il fallimento della propria azienda;
– 2° ipotesi: “altri” casi di colpa grave.
È proprio l’inserimento, nel testo della norma, dell’aggettivo “altri” (seconda ipotesi) a far ritenere, alla cassazione, che la colpa grave vada richiesta anche nella prima ipotesi, ossia nel caso di “omissione” di richiesta del fallimento; essa dovrà essere appunto addebitabile a “colpa grave” [3].
Non si può fare di tutta l’erba un fascio. Sono infatti numerose le ragioni che potrebbero indurre l’imprenditore a ritardare la richiesta del proprio fallimento: dall’assoluta noncuranza, alla errata valutazione dello stato di irreversibilità della crisi dell’azienda. Dunque, non è corretto presumere che l’inerzia sia sempre coincidente con una responsabilità e, quindi, far ricadere tutte le ipotesi nella “più intensa dimensione della colpa grave”, sanzionandole allo stesso modo.
Risultato: il ritardo diventa un’omissione penalmente rilevante solo se oggetto di una scelta caratterizzata da un elevato livello di colpa.
[1] Cass. sent. n. 35708/2015.
[2] Art. 217 co. 1, n. 4. L.fall.
[3] Questo inserimento dell’aggettivo “altri” – precisa la Suprema corte – può significare che il legislatore abbia considerato come “intrinsecamente e inderogabilmente grave” la mancata richiesta di fallimento, ma può anche voler dire che “in quanto coefficiente psicologico comune a tutte le condotte riconducibili alla norma in esame, la colpa grave debba essere accertata anche nell’ipotesi del ritardato fallimento”. La Corte ha aderito al secondo orientamento.
Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 9 giugno – 26 agosto 2015, n. 35708
Presidente Lapalorcia – Relatore Demarchi Albengo
1. G.F. propone ricorso per cassazione contro la sentenza della corte d’appello di Milano che, a conferma della sentenza di primo grado, lo ha condannato alla pena di mesi 4 di reclusione (riducendo la pena inflitta in primo grado, di mesi 6 di reclusione) per il reato di cui all’articolo 217, comma 1, n.4, avendo aggravato dissesto della Zeus impianti Srl, astenendosi dal richiederne il fallimento.
2. A sostegno del ricorso per cassazione deduce inosservanza od erronea applicazione dell’articolo 217, comma 1, numero 4 della legge fallimentare, nonché contraddittorietà, insufficienza e manifesta illogicità della motivazione in punto di sussistenza dell’elemento soggettivo della colpa grave. Osserva il ricorrente come la corte d’appello mai caratterizzi la sua colpa come grave ed anzi affermi testualmente di ritenere “che il grado di colpa imputabile al G. non sia particolarmente elevato …”.
1. Il ricorso è fondato; occorre premettere che è corretto quanto osservato nel ricorso e cioè che la Corte d’appello al penultimo capoverso della motivazione afferma espressamente che il grado di colpa imputabile al G. non sia particolarmente elevato in quanto indubbiamente nel determinarsi del dissesto ha influito l’iniziativa dell’Unicredit di revoca del fido, nonostante il piano di rientro presentato dall’imputato.
2. In nessun’altra parte della sentenza sembra emergere una valutazione, anche implicita, di gravità della condotta, per cui la sentenza deve essere annullata senza rinvio, riaffermando il principio di diritto già enunciato da questa stessa sezione, secondo cui nel reato di bancarotta semplice, la condotta della mancata tempestiva richiesta di dichiarazione del proprio fallimento è punibile se caratterizzata da colpa grave (Sez. 5, n. 43414 del 25/09/2013, Zille, Rv. 257533).
3. Occorre ricordare, infatti, che la fattispecie incriminatrice contestata è descritta dalla L. Fall., art. 217, comma 1, n. 4, nella condotta dell’imprenditore che “ha aggravato il proprio dissesto, astenendosi dal richiedere la dichiarazione del proprio fallimento o con altra grave colpa”. Il richiamo ad una colpa qualificata come “grave” compare espressamente nella struttura della norma incriminatrice; testualmente contrassegnando le condotte diverse da quella della mancata richiesta del fallimento in proprio. Si discute in dottrina se la funzione di detto riferimento si esaurisca in quella di dato identificativo delle predette condotte, che si aggiungerebbe a quello della loro causalità orientata all’aggravamento del dissesto, ovvero se la colpa grave connoti in realtà il complesso dei fatti riconducibili alla previsione incriminatrice in esame, investendo pertanto anche la condotta di omessa o ritardata richiesta di fallimento. La questione è evidentemente innescata dalla presenza nella norma dell’aggettivo “altra”, che qualifica la colpa grave immediatamente dopo la descrizione della condotta di astensione dalla richiesta del proprio fallimento. Tanto può astrattamente significare, come si è sostenuto, che il legislatore abbia considerato come intrinsecamente ed inderogabilmente grave la colpa di chi ometta di richiedere tempestivamente il proprio fallimento, ponendo tale comportamento quale parametro del livello di colpa da ricercarsi invece di volta in volta nelle diverse condotte contestate alla stregua della stessa incriminazione; ma può significare altresì, come pure è stato prospettato, che, in quanto coefficiente psicologico comune a tutte le condotte riconducibili alla norma in esame, la colpa grave debba essere accertata anche nell’ipotesi del ritardato fallimento.
4. Il punto in discussione non è, a ben guardare, se la colpa grave sia elemento psicologico che caratterizza l’intera fattispecie incriminatrice; conclusione sulla quale le opinioni riportate finiscono per concordare. Il quesito è se la gravità della colpa debba o meno ritenersi presunta laddove il fallimento non sia tempestivamente richiesto dall’imprenditore in stato di insolvenza. Orbene, la soluzione affermativa di una siffatta presunzione appare per un verso priva di ragionevolezza, e per altro non essere l’unica autorizzata dal testo normativo. Per il primo aspetto, non è difficile comprendere come il ritardo nell’adozione della senza dubbio grave decisione dell’imprenditore di richiedere il proprio fallimento possa essere ricollegato ad una vasta gamma di dinamiche gestionali, che si estende dall’estremo dell’assoluta noncuranza per gli effetti del possibile aggravamento del dissesto a quello dell’opinabile valutazione sull’efficacia di mezzi ritenuti idonei a procurare nuove risorse. L’eterogeneità di queste situazioni rende improponibile una loro automatica sussunzione nella più intensa dimensione della colpa. Il dato oggettivo del ritardo nella dichiarazione di fallimento, in altre parole, è ancora troppo generico perché dallo stesso possa farsi derivare una presunzione assoluta di colpa grave; dipendendo tale carattere dalle scelte che lo hanno determinato.
5. Per il secondo profilo, il fatto che la norma qualifichi nel segno della “altra grave colpa” le condotte diverse da quella di ritardato fallimento non implica necessariamente che quest’ultima sia intesa dal legislatore come manifestazione tipica di colpa grave. È altresì praticabile una lettura che sottintende tale condotta come punibile in quanto in concreto connotata da colpa grave, al pari di altri comportamenti non tipicizzati altrimenti che per la loro efficienza causale rispetto all’aggravamento del dissesto; e per la quale, in altri termini, la tardiva richiesta di fallimento assume la consistenza di un’omissione penalmente rilevante ove oggetto di una scelta caratterizzata da colpa di livello grave. Questa opzione interpretativa, non incorrendo nei difetti di ragionevolezza rilevabili nella tesi per la quale la gravità della colpa sarebbe assolutamente presunta nell’ipotesi in esame, deve pertanto essere privilegiata laddove, per quanto appena detto, non incompatibile con il dato letterale. Né la stessa contrasta con l’orientamento, anche recentemente ribadito d questa Corte, per il quale la norma incriminatrice non richiede comportamenti ulteriori che concorrano con la mancata richiesta di fallimento ed il conseguente aggravamento del dissesto, anche solo per effetto del mero proseguimento dell’attività di impresa (Sez. 5, n. 13318 del 14/02/2013, Viale, Rv. 254986). Qui non si vuol sostenere infatti che comportamenti del genere siano necessari, ma che la scelta di ritardare la dichiarazione di fallimento in proprio debba essere in sé stessa determinata da un atteggiamento gravemente colposo.
6. Una volta stabilito che anche la condotta di ritardato fallimento è punibile in quanto caratterizzata da colpa grave, ne risulta fondata la censura relativa alla sentenza impugnata.
7. Ne consegue che il ricorso deve essere accolto e la sentenza annullata senza rinvio, essendoci stata una valutazione di non gravità della colpa.