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Timestamp: 2020-08-15 00:07:10+00:00
Document Index: 9771676

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 18', 'art. 36', 'art. 18', 'art. 5', 'art. 32', 'art. 18', 'art. 36', 'art. 380', 'sentenza ', 'art. 32', 'art. 36', 'art. 32']

Sentenza Cassazione Civile n. 25947 del 15/12/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25947 del 15/12/2016
Cassazione civile, sez. VI, 15/12/2016, (ud. 29/09/2016, dep.15/12/2016), n. 25947
sul ricorso 18224/2014 proposto da:
domiciliato in ROMA PIAZZA CAVOUR presso la CASSAZIONI,
rappresentato e difeso dall’avvocato SERGIO PIRUZZI, giusta procura
S.F., C.C., P.A., B.S.,
elettivamente domiciliate in ROMA, VIA GERMANICO 172, presso lo
studio dell’avvocato SERGIO NATALE EDOARDO GALLEANO, rappresentati e
difesi dagli avvocati SILVIA CLARICE FABBRONI, MAURIZIO RIOMMI,
giuste procure in calce al controricorso;
avverso la sentenza n. 415/2014 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE del
15/04/2014, depositata il 15/04/2014;
29/09/2016 dal Consigliere Relatore Dott. GIULIO FERNANDIS
udito l’Avvocato Riommi Maurizio difensore delle controricorrenti che
si riporta al controricorso.
“Con sentenza del 15 aprile 2014, la Corte di appello di Firenze, in parziale accoglimento delle domande proposte da C.C., S.F., P.A. e B.S. nei confronti del Comune di Firenze, aveva condannato quest’ultimo al pagamento, in favore di ciascuna delle predette, di quindici mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto percepita oltre accessori, a titolo di risarcimento danni.
La Corte territoriale – premesso che l’ipotesi della stipula di un unico contratto a termine (come nel caso della B.) doveva essere equiparata a quella in cui i contratti intercorsi tra le parti erano stati plurimi – osservava che la nullità del termine apposto ai contratti di lavoro intercorsi tra le epigrafate controricorrenti ed il Comune di Firenze – correttamente ritenuta dal primo giudice – doveva comportare il risarcimento del danno in favore delle lavoratrici stante il divieto di conversione del rapporto di lavoro a tempo determinato in uno a tempo indeterminato. Precisava che tale danno per avere una funzione dissuasiva del ricorso alla contrattazione a termine ben poteva coincidere con le quindici mensilità previste dall’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori nel caso in cui il lavoratore, avendo diritto alla reintegra nel posto di lavoro, vi aveva rinunciato.
Resistono con controricorso le lavoratrici.
Con entrambi i motivi si deduce violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36, art. 18, comma 5 (nel testo vigente fino al 17.7.2012) e comma 3 (nel testo vigente dal 18.7.2012) L. n. 300 del 1970, del D.L. n. 207 del 1978, art. 5, comma 12, conv. in L. n. 3 del 1979 e L. n. 183 del 2010, art. 32, comma 5, nonchè dei principi in materia di risarcimento del danno conseguente alla lesione di un diritto soggettivo (primo e secondo motivo) e di eguaglianza, uniformità di trattamento, proporzionalità e graduazione delle sanzioni (secondo motivo).
Si assume (primo motivo) che la Corte di appello aveva liquidato il danno pur in mancanza di qualsiasi allegazione e prova da parte delle lavoratrici in ordine al pregiudizio economico a loro derivato dalla stipula dei contratti a tempo determinato. Si sottolinea che non sarebbe configurabile un danno “in re ipsa” e, tantomeno, come automatico ristoro a fronte della mancata previsione legislativa della conversione del contratto e, comunque, viene evidenziato che la norma di riferimento non poteva essere quella dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, bensì, il D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36, che prevedeva uno specifico sistema sanzionatorio, calibrato sulle esigenze del pubblico impiego e funzionalizzato al risarcimento del danno effettivo da provare e risarcibile anche in via equitativa.
E’ stato innanzitutto chiarito che l’obbligo del concorso pubblico ed il conseguente divieto di conversione del rapporto da tempo determinato in tempo indeterminato nel caso di rapporto con pubbliche amministrazioni consentono di collocare fuori dal risarcimento del danno la mancata conversione del rapporto. Questa è esclusa per legge e tale esclusione – come detto – è legittima sia secondo i parametri costituzionali sia secondo quelli europei. Non ci può essere risarcimento del danno per il fatto che la norma non preveda un effetto favorevole per il lavoratore a fronte di una violazione di norme imperative da parte delle pubbliche amministrazioni. Quindi il danno non è la perdita del posto di lavoro a tempo indeterminato perchè una tale prospettiva non c e mai stata.
Osserva il Collegio che il contenuto della sopra riportata relazione sia pienamente condivisibile siccome coerente alla giurisprudenza di legittimità in materia e non scalfito dalla memoria ex art. 380 bis c.p.c., depositata dalle controricorrenti con la quale queste ultime sollevano la questione pregiudiziale della compatibilità dei criteri indicati dalle Sezioni Unite di questa Corte nella menzionata sentenza n. 5072/2016 (ovvero quelli di cui alla L. n. 183 del 2010, art. 32) con i principi stabiliti dalla giurisprudenza della Corte di Giustizia Europea “….la quale ha sempre ritenuto che il divieto di conversione previsto dal D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36, in caso di utilizzo illegittimo di contratti a termine nel solo pubblico impiego sia compatibile con la Direttiva 70/99/CE nella misura in cui l’ordinamento nazionale preveda una sanzione alternativa che rispetti i criteri di equivalenza, di effettività e di dissuasività”.
Ed infatti, va rilevato che già proprio nella citata decisione delle Sezioni è stata valutata la adeguatezza dell’applicazione della L. n. 183 del 2010, art. 32, comma 5, ai richiamati criteri di equivalenza, di effettività e di dissuasività, come evidenziato nella sopra riportata relazione, sicchè non ricorrono i presupposti per la chiesta rimessione.