Source: https://www.laleggepertutti.it/104475_le-pertinenze-e-il-permesso-di-costruire
Timestamp: 2019-04-18 21:28:26+00:00
Document Index: 38641806

Matched Legal Cases: ['art. 3', 'art. 817', 'art. 3', 'art. 7', 'art. 817', 'art. 7', 'art. 323', 'art. 817', 'art. 3', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 817', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 817', 'art. 7', 'art. 44', 'art. 20']

Le pertinenze e il permesso di costruire
Diritto urbanistico: interventi pertinenziali, permesso di costruire e SCIA.
Sono assoggettati a permesso di costruire gli interventi pertinenziali:
— che comportino la realizzazione di un volume superiore al 20% del volume dell’edificio principale;
— ovvero che le norme tecniche degli strumenti urbanistici, in relazione- alla zonizzazione ed al pregio ambientale e paesaggistico delle aree, qualifichino come interventi di nuova costruzione (art. 3, 1° comma, lett. e.6, del T.U. n. 380/2001).
In tutti gli altri casi gli interventi pertinenziali sono subordinati a SCIA.
Il codice civile, all’art. 817, definisce «pertinenze» le cose destinate in modo durevole a servizio o ad ornamento di un’altra cosa, senza costituirne parte integrante e senza rappresentarne elemento indispensabile per la sua esistenza, ma in guisa da accrescerne l’utilità o il pregio.
Costituiscono esempi di pertinenza di immobile ad immobile: l’autorimessa destinata al servizio di una casa d’abitazione; un pozzo per l’irrigazione di un fondo, un cortile etc.
La destinazione di una cosa al servizio o all’ornamento dell’altra implica il carattere accessorio della prima rispetto all’altra, che assume posizione principale: se manca il vincolo di accessorietà non vi è la figura della pertinenza.
Tale vincolo deve essere durevole, cioè non occasionale, e deve essere posto in essere da chi è proprietario della cosa principale, ovvero ha un diritto reale su di essa. Non occorre, però, che la cosa accessoria appartenga al proprietario della cosa principale.
La nozione di pertinenza dettata dal diritto civile è più ampia di quella che attiene alla materia urbanistica, sicché manufatti che, secondo quella normativa, assumono senz’altro natura pertinenziale tali invece non sono ai fini dell’applicazione delle regole che governano l’attività edilizia, in tutti i casi in cui essi assumono una funzione autonoma rispetto ad un’altra costruzione.
La nozione di pertinenza urbanistica, pertanto, ha peculiarità sue proprie, dovendo trattarsi di un’opera — che abbia comunque una propria individualità fisica ed una propria conformazione strutturale — preordinata ad una oggettiva esigenza dell’edificio principale, funzionalmente ed oggettivamente inserita al servizio dello stesso, sfornita di un autonomo valore di mercato, non valutabile in termini di cubatura o dotata di un volume minimo tale da non consentire, in relazione anche alle caratteristiche dell’edificio principale, una sua destinazione autonoma e diversa da quella a servizio dell’immobile cui accede.
La strumentalità rispetto all’immobile principale deve essere in ogni caso oggettiva, cioè connaturale alla struttura dell’opera, e non può desumersi, a differenza di quanto consente la nozione civilistica di pertinenza, esclusivamente dalla destinazione soggettivamente data dal proprietario o dal possessore.
L’opera pertinenziale, inoltre, non deve essere parte integrante o costitutiva di altro fabbricato, sicché non può considerarsi tale l’ampliamento di un edificio che, per la relazione di congiunzione fisica con esso, ne costituisca parte, come elemento che diviene essenziale all’immobile o lo completa affinché esso meglio soddisfi ai bisogni cui è destinato (vedi Cass. pen., sez. III: 29 maggio 2007, Rossi; 17 gennaio 2003, Chiappalone, in Giust. pen., 2004, II, 176).
— «In materia edilizia, anche dopo l’entrata in vigore del D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380 che ha individuato una categoria di interventi pertinenziali comunque soggetti a permesso di costruire (art. 3, 1° comma, lett. e.6, modificando la precedente disciplina dettata dall’abrogato art. 7, 2° comma, lett. a), d.l. 23 gennaio 1982, n. 9 (conv. con modif. in L. 25 marzo 1982, n. 94), non è configurabile una pertinenza in relazione ad un fondo agricolo o un’area, in quanto non può prescindersi dal collegamento tra la pertinenza ed un edificio, quantunque non necessariamente residenziale (fattispecie nella quale era stato realizzato senza permesso di costruire, su terreno vincolato paesaggisticamente, un invaso irriguo a servizio di un vivaio, invaso di cui la difesa sosteneva la natura pertinenziale)» (Cass. pen., sez, III, 8 gennaio 2008, Berretti, in Urbanistica e appalti, 2008, fasc. 10, 1207).
— «In materia edilizia, la realizzazione di un manufatto in rapporto di durevole subordinazione con un fondo rustico e non con una costruzione non può ricondursi alla nozione di pertinenza urbanistica, at-teso che la pertinenza urbanistica deve accedere ad un preesistente edificio edificato legittimamente, dal quale il bene accessorio ripete le proprie caratteristiche» (Cass. pen., sez. III: 28 aprile 2005, Maggiore, in Giunt. pen., 2007, II, 100; 9 novembre 2004, Sambuco).
— «Non può ipotizzarsi una pertinenza di un manufatto rispetto ad una azienda agricola, poiché questa non può essere ritenuta cosa nell’accezione di cui all’art. 817 cod. civ.» (Cass. pen., sez. III, 4 marzo 1999, Pacini).
— «Il presupposto previsto dall’art. 7, 2° comma, lett. a), D.L. 23 gennaio 1982, n. 9, convertito dalla L. 25 marzo 1982, n. 94, per la realizzabilità di opere costituenti pertinenza ad impianti tecnici al servizio di edifici già esistenti con la semplice autorizzazione gratuita, consiste nel rapporto pertinenziale, restando irrilevante che l’edificio preesistente sia localizzato in zona agricola in quanto la citata disposizione non distingue tra edifici residenziali o non, agricoli ovvero urbani (nella fattispecie, si trattava di essiccatorio funzionalmente collegato all’attività agricola)» (C. Stato, sez. V, 18 marzo 1998, n. 315, in Cons. Stato, 1998, I, 395).
— «La qualifica di pertinenza non può estendersi ai manufatti eretti a servizio di una piscina in un centro sportivo» (Cass. pen., sez. III, 10 novembre 1997, Lionetti).
— «La nozione di pertinenza urbanistica è differente da quella civilistica, si fonda su elementi oggettivi, traibili anche dalla normativa catastale, comporta l’impossibilità di essere suscettibile di una pluralità di destinazioni ed utilizzazioni autonome, sicché non è invocabile per un pontile posto su un fiume a preteso servizio di un immobile adibito a rimessaggio di imbarcazioni» (Cass. pen., sez. III, 6 aprile 1995, Capocchi).
— «La non conformità allo strumento urbanistico dell’opera principale, realizzata in assenza di concessione edilizia ed in violazione delle prescrizioni di piano regolatore, priva il Comune del parametro di legalità onde esercitare il potere di autorizzare opere pertinenziali che costituiscono completamento di quanto conserva caratteristiche di contrarietà all’assetto urbanistico del territorio: conseguentemente l’assenso a siffatte opere pertinenziali deve ritenersi viziato per sviamento di potere (affermando tale principio la Cassazione ha ritenuto con riferimento alla situazione di cui sopra la configurabilità del reato di abuso di ufficio di cui all’art. 323 c.p.)» (Cass. pen., sez. VI, 9 febbraio 1995, in Mass. Cass. pen., 1995, fasc. 7, 86).
Interessanti specificazioni si rinvengono in giurisprudenza in ordine alla nozione di «pertinenza urbanistica»:
— «La nozione civilistica di pertinenza è più ampia di quella applicata nella materia urbanistica nel senso che beni, che in diritto civile assumono senz’altro natura pertinenziale, non sono tali ai fini dell’applicazione delle regole che governano l’attività edilizia, ogniqualvolta assumono autonomia rispetto ad altra costruzione, con conseguente loro assoggettamento al regime concessorio; segue da ciò che in materia edilizia sono qualificabili come pertinenze solo le opere prive di autonoma destinazione e che esauriscano la loro destinazione d’uso nel rapporto funzionale con l’edificio principale, così da non incidere sul carico urbanistico» (C. Stato, sez. IV, 23 luglio 2009, n. 4636).
— «In materia urbanistica la nozione di pertinenzialità ha peculiarità sue proprie che la differenziano da quella civilistica, atteso che il manufatto deve essere non solo preordinato ad una oggettiva esigenza dell’edificio principale e funzionalmente inserito al suo servizio, ma deve essere, oltre che di volume modesto affinché non comporti il c.d. carico urbanistico, altresì sfornito di autonoma destinazione ed autonomo valore di mercato in virtù dell’instaurazione di un legame giuridico-funzionale stabile tra pertinenza e singola unità immobiliare, legame a causa del quale l’una e l’altra non possano utilizzarsi e disporsi separatemente» (C. Stato, sez. V, 7 aprile 2011, n. 2159).
— «La nozione di pertinenzialità ai fini urbanistici ed edilizi ha connotati diversi da quelli civilistici, assumendo in essa rilievo decisivo non tanto il dato del legame materiale tra pertinenza ed immobile principale, quanto il dato giuridico, e cioè che la prima risulti priva di autonoma destinazione e di autonomo valore di mercato e che esaurisca la propria destinazione d’uso nel rapporto funzionale con l’edificio principale, così da non incidere sul carico urbanistico» (C. Stato, sez. VI, 11 maggio 2011, n. 2781; sez. IV, 18 ottobre 2010, n. 7549; sez. IV, 31 marzo 2010, n. 1842; sez. IV, 15 settembre 2009, n. 5509).
— «Una pertinenza, per poter essere definita tale dal punto di vista urbanistico, deve avere un propria individualità fisica ed una propria conformazione strutturale e non essere parte integrante o costitutiva di altro fabbricato, ed inoltre essere preordinata ad un’oggettiva esigenza dell’edificio principale, funzionalmente ed oggettivamente inserita al servizio dello stesso, sfornita di un autonomo valore di mercato, non valutabile in termini di cubatura o comunque dotata di un volume minimo tale da non consentire, in relazione anche alle caratteristiche dell’edificio principale, una sua destinazione autonoma e diversa da quella a servizio dell’immobile cui accede» (C. Stato, sez. IV, 5 marzo 2010, n. 1277; vedi pure sez. IV, 17 maggio 2010, n. 3127).
— «In materia urbanistica, a differenza che nella materia civilistica, possono costituire pertinenza solo i manufatti di dimensioni modeste e ridotte, inidonei, quindi, ad alterare in modo significativo l’assetto del territorio» (C. Stato, sez. IV, 13 gennaio 2010, n. 41, in Riv. giur. edilizia, 2010, I, 473).
— «La nozione di pertinenza urbanistica, diversamente da quella dettata dall’art. 817 cost. civ., ha peculiarità proprie, dovendo trattarsi di un’opera preordinata ad una oggettiva esigenza dell’edificio principale, funzionalmente ed oggettivamente inserita al servizio dello stesso, sfornita di un autonomo valore di mercato, non valutabile in termini di cubatura o dotata di un volume minimo tale da non consentire, in relazione anche alle caratteristiche dell’edificio principale, una sua destinazione autonoma e diversa da quella a servizio dell’immobile cui accede» (Cass. pen., sez. III: 16 ottobre 2008, n. 42738, Fusco, in Riv. giur. edilizia, 2008, I, 1523; 20 marzo 2008, n. 25113, Castriciano, in Riv. giur. edilizia, 2008, I, 1217; 9 maggio 2007, Quintiero, in Riv. giur. edilizia, 2008, I, 417).
— «Anche ai sensi dell’art. 3 D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380 (testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia), che non prevede più il riferimento all’edilizia residenziale come desumibile dalla L. n. 94 del 1992, per aversi pertinenza si richiede: a) un nesso oggettivo strumentale e funzionale con la cosa principale; b) che non sia consentita, per natura e struttura, una pluralità di destinazioni; c) un carattere durevole; d) la non utilizzabilità econo-mica in modo diverso; e) una ridotta dimensione; f) una individualità fisica e strutturale propria; g) l’ac-cessione ad un edificio preesistente edificato legittimamente; h) l’assenza di un autonomo valore di mercato» (Cass. pen., sez. III, 5 novembre 2002, Cipolla, in Riv. pen., 2003, 743).
— «In tema di costruzione abusiva, non è più richiesta la concessione per le pertinenze; a tal fine l’elemento distintivo tra parte e pertinenza non consiste in una relazione di congiunzione fisica — presente nella prima ed assente nella seconda — bensì un diverso atteggiamento del collegamento funzionale della parte al tutto e della pertinenza alla cosa principale; tale collegamento si esprime per la parte, come necessità di questa per completare la cosa affinché essa soddisfi ai bisogni cui è destinata: la parte è quindi elemento essenziale della cosa; nella pertinenza invece il collegamento funzionale consiste in un servizio od ornamento, che vengono realizzati in una cosa già completa ed utile di per sé; trattasi di elemento che attiene non all’essenza della cosa, ma alla sua gestione economica od alla sua forma estetica; sotto il profilo urbanistico inoltre tale ultima natura può essere attribuita solo a manufatti di modesta dimensione (nella specie, è stato escluso che un capannone di grosse dimensioni adibito a deposito di legname di un’azienda costituisca pertinenza)» (Cass. pen., 13 febbraio 1987, in Riv. pen., 1988, 76).
— «In tema di urbanistica il concetto di pertinenza si riferisce ad un’opera autonoma, dotata di propria individualità, che esaurisce la propria destinazione d’uso nel rapporto funzionale con l’edificio principale; come tale la pertinenza si distingue dalla parte dell’edificio che è compresa nella struttura di esso ed è quindi priva di autonomia; ne consegue che non costituisce pertinenza, bensì parte dell’edificio aggiunta in ampliamento e quindi in prosecuzione della costruzione di esso, l’opera abusiva costituita da due vani aggiunti all’edificio preesistente per una volumetria totale di metri cubi centotrenta circa, pur se i vani sono stati adibiti rispettivamente a cucina ed a ripostiglio» (Cass. pen., sez. III, 18 marzo 1999, Vigliotti).
— «Se, per nozione generale, la pertinenza è un bene strumentale che, pur conservando una propria individualità ed autonomia, è posto in un durevole rapporto di subordinazione con il bene principale preesistente, in materia edilizia, il rapporto pertinenziale non può legittimamente esentare dalla concessione edilizia quell’opera che, sotto il profilo urbanistico-edilizio, costituisce un’aggiunta o una realtà ulteriore rispetto alla res principalis in quanto occupa aree e volumi diversi da quest’ultima, ma può tutt’al più concernere solo quei manufatti di dimensioni modeste e ridotte rispetto all’edificio cui ineriscono, tali da non alterare in modo significativo l’assetto del territorio» (C. Stato, sez. V, 30 novembre 2000, n. 6358, in Foro amm., 2000, 3618).
— «In tema di edilizia, non costituisce pertinenza in quanto priva di autonomia, bensì ampliamento del preesistente edificio e, quindi, parte di esso, l’opera abusiva costituita da due vani aggiunti all’edificio preesistente con struttura e dimensioni tali da escludere la destinazione d’uso esclusiva a funzione di servizio e, perciò, soggetti a concessione così come l’edificio del quale costituiscono ampliamento (nel caso di specie, i manufatti abusivi erano destinati a deposito di attrezzi di giardinaggio, installazione di autoclave e caldaia ed a servizi igienici)» (Cass. pen., sez. III, 18 dicembre 2000, Privitera, in RivistAmbiente, 2001, 589).
— «A norma dell’art. 7 D.L. 23 gennaio 1982, n. 9, convertito con modificazioni nella L. 25 marzo 1982, n. 94, costituisce pertinenza, esclusa dal regime concessorio, l’opera che, pur conservando la propria individualità fisica ed autonomia funzionale venga posta al servizio di edifici già esistenti, mediante nesso funzionale e strumentale, cioè oggettivo, che ne consenta, per natura e struttura, solo la destinazione ad uso pertinenziale, in modo durevole (nella specie, relativa ad inammissibilità di ricorso, la Suprema Corte ha osservato che “trattasi di tettoia costruita a ridosso dell’abitazione quindi di manufatto che non ha una propria autonomia individuale e funzionale, ma che, entrato a far parte del preesistente fabbricato, di questo costituisce opera accessoria abbisognevole di concessione edilizia e di autorizzazione dell’autorità preposta alla tutela del vincolo cui la zona è assoggettata”)» (Cass. pen., sez. III, 30 giugno 1995, Iocca).
— «Deve ritenersi pertinenza, al fine di assoggettarla a semplice autorizzazione e non a concessione ex art. 7, cpv. lett. a), D.L. 23 gennaio 1982, n. 9, convertito nella L. 25 marzo 1982, n. 94, l’opera la quale, pur conservando la propria individualità fisica ed autonomia funzionale, venga posta in un durevole rapporto di subordinazione strumentale con altra preesistente, per rendere più agevole o comunque migliorarne l’uso; per delimitare la relativa nozione, che nell’ambito della normativa edilizia, non può farsi coincidere completamente con quella di cui all’art. 817 cod. civ., è possibile far ricorso interpretativo alla normativa catastale, secondo la quale la pertinenza consiste in un volume privo di autonomo accesso dalla via pubblica ed insuscettibile di produrre un proprio reddito senza subire modificazioni fisiche (nella fattispecie la Suprema Corte ha ritenuto che la superficie realizzata mediante la costruzione di un balcone non possa qualificarsi pertinenza, essendo opera accessoria, soggetta al diverso regime concessorio, la quale congiunta intimamente con altra costituisce parte costitutiva ed integrante del tutto; la Suprema Corte ha inoltre precisato che mentre le pertinenze possono anche fisicamente essere separate dalla cosa principale senza alterarne l’essenza fisica e funzionale, le opere accessorie non sono suscettibili di separazione, senza determinare frazionamenti fisici del tutto ovvero importare alterazioni funzionali dell’immobile)» (Cass. pen., sez. III, 3 marzo 1992, in Mass. Cass. pen., 1992, fasc. 6, 63).
— «È richiesta la concessione edilizia, e non la semplice autorizzazione sindacale ex art. 7 D.L. 23 gennaio 1982, n. 9, convertito in L. 25 marzo 1982, n. 94, per la realizzazione di manufatti che, pur rientrando tra le opere costituenti pertinenze al servizio di edifici già esistenti, non siano conformi alle prescrizioni degli strumenti urbanistici vigenti (fattispecie relativa a costruzione, senza concessione edilizia, di un piazzale a servizio di uno stabilimento industriale, mutando la destinazione di un terreno agricolo, in violazione -del regolamento edilizio comunale)» (Cass. pen., 12 febbraio 1985, in Riv. pen., 1986, 316).
— «In tema di costruzioni edilizie, non è applicabile il regime autorizzatorio, disciplinato dall’art. 7, 2° comma, lett. a), D.L. 23 gennaio 1982, n. 9, convertito nella L. 25 marzo 1982, n. 94, all’opera pertinenziale (nella specie una tettoia) che acceda ad un manufatto principale abusivo, che non sia stato sanato né condonato, in quanto il bene accessorio, che ripete le sue caratteristiche dall’opera principale a cui è intimamente connesso, risulta anch’esso in contrasto con l’assetto urbanistico del territorio» (Cass. pen., sez. III: 22 novembre 2007, Ghignoni; 12 luglio 2006, Rossi; 22 febbraio 2001, Capocci).
Circa le fattispecie concrete ricondotte dalla giurisprudenza alla nozione di «pertinenza urbanistica»:
— «Poiché l’abbaino, secondo la disciplina dell’art. 817 cod. civ., costituisce pertinenza dell’edificio, la sua costruzione è soggetta ad autorizzazione gratuita, in applicazione dell’art. 7, D.L. 23 gennaio 1982, n. 9 convertito in L. 25 marzo 1982, n. 94; non costituisce reato, pertanto, la costruzione di siffatta opera senza aver richiesto l’autorizzazione» (Cass. pen., 18 giugno 1987, in Riv. pen., 1988, 1011).
— «È ravvisabile pertinenza quando una costruzione sia destinata in modo durevole al servizio ed all’ornamento di un’altra; il collegamento così realizzato deve non soltanto risultare dalla esternazione della volontà — certa ed antecedente — di colui che ad esso dà luogo, ma anche dai requisiti (struttura, modalità di esecuzione, dimensioni, valore economico rispetto alla cosa principale, ubicazione) dell’opera; ne deriva che una autorimessa o garage può essere considerata pertinenza, quando siano riscontrabili i presupposti menzionati; l’indagine sulla sussistenza in concreto degli estremi, affinché un immobile rientri nella suddetta categoria, è riservata all’apprezzamento di fatto del giudice di merito, quando quest’ultimo ne abbia correttamente individuato i criteri di identificazione» (Cass. pen., 26 febbraio 1990, in Riv. pen., 1991, 201).
— «Una tettoia di modeste dimensioni inscindibilmente connessa (in quanto non diversamente utilizzabile dal proprietario) con le esigenze lavorative di un impianto di essiccazione di una carrozzeria deve qualificarsi alla stregua di pertinenza al servizio della costruzione principale, con la conseguenza che la sua costruzione non necessita di concessione edilizia» (T.a.r. Piemonte, sez. I, 21 maggio 1998, n. 345, in Riv. giur. edilizia, 1999, I, 126).
— «La chiusura con una porta di un vano già esistente in un sottoscala, delimitato da pareti preesistenti sugli altri tre lati, costituisce pertinenza urbanistica in quanto, non comportando un incremento volumetrico dell’edificio, si pone in relazione di servizio con la costruzione preesistente allo scopo di renderne più agevole e funzionale l’uso, rientrando nelle ipotesi in cui la legge specificamente esclude la necessità del permesso di costruire» (Cass. pen., sez. III, 27 ottobre 2010, n. 41732).
Con riferimento, invece, alle fattispecie di esclusione dal regime delle pertinenze:
— «Non può essere considerato pertinenza, ed è quindi soggetto al regime concessorio, un edificio, autonomamente utilizzabile, situato su particella catastale sulla quale non insistono altri edifici, non potendo valere una dichiarazione del proprietario circa la futura destinazione» (C. Stato, sez. V, 3 gennaio 1992, n. 9, in Foro amm., 1992, 61).
— «Non rientra nella nozione di pertinenza urbanistica la realizzazione del portico di un fabbricato» (Cass. pen., sez. III, 12 luglio 2006, Rossi).
— «Non rientra nella nozione di pertinenza urbanistica la trasformazione di un patio in volumi edilizi abitativi» (Cass. pen., sez. III, 19 febbraio 1998, Portelli).
— «La realizzazione di una tettoia di copertura di un terrazzo di una abitazione non può qualificarsi quale intervento di manutenzione straordinaria, né si configura quale pertinenza, atteso che costituendo parte integrante dell’edificio ne costituisce amplia-mento, con conseguente integrabilità, in difetto del preventivo rilascio del permesso di costruire, del reato di cui all’art. 44, D.P.R. n. 380 del 2001» (Cass. pen., sez. III, 11 ottobre 2005, Daniele, in Giust. pen., 2006, II, 584).
— «In tema di reati edilizi, deve ritenersi che la tettoia di copertura di un edificio non rientra nella nozione tecnico-giuridica di pertinenza, ma costituisce piuttosto parte dell’edificio cui aderisce: in quanto in urbanistica il concetto di pertinenza ha caratteristiche sue proprie, diverse da quelle definite dal codice civile, riferendosi ad un’opera autonoma dotata di una pro-pria individualità, in rapporto funzionale con l’edificio principale, laddove la parte dell’edificio appartiene senza autonomia alla sua struttura» (Cass. pen., sez. III, 15 ottobre 2013, n. 43330; 23 novembre 2012, n. 45819; 7 aprile 2006, Miranda).
— «L’attività di trasformazione di balconi, terrazze o altre parti di un preesistente edificio in verande, mediante telai o altri strumenti tecnici idonei ad intercludere stabilmente uno spazio libero, non costituisce realizzazione di una pertinenza, ma, ove assolvente a permanenti finalità abitative, ampliamento del fabbricato, e come tale integrante, in difetto di autorizzazione il reato di cui all’art. 20 legge 28 febbraio 1985, n. 47» (Cass. pen., sez. III, 17 settembre 2013, n. 38004; 11 maggio 2011, n. 18507; 28 novembre 2002, Macaluso, in Arch. locazioni, 2003, 817).
— «Non costituisce pertinenza dal punto di vista urbanistico, ma parte dell’edificio principale aggiunta in ampliamento, e necessita quindi della concessione edilizia, la realizzazione di un garage in adiacenza ad un preesistente fabbricato» (Cass. pen., sez. III, 6 luglio 2001, Di Girolamo, in Riv. giur. edilizia, 2002, I, 854).
— «È priva di un oggettivo nesso di “strumentalità funzionale” la costruzione di una parte di edificio in ampliamento e adiacente a quello principale, benché destinato ad autorimessa, in quanto è evidente che tale vano può mutare la sua destina-zione o comunque è utilizzabile economicamente in altro modo» (Cass. pen., sez. III, 9 dicembre 2004, Bufa-no).
— «Non possono ricomprendersi nell’ambito delle pertinenze sottratte al regime della concessione di costruzione tutti gli interventi edilizi che comportino la realizzazione di manufatti non coessenziali al bene principale e, quindi, tali da poter essere utilizzati separatamente ed autonomamente; ne consegue che per la edificazione di un garage o di una cantina separata dal corpo principale preesistente si rende necessario preventivo rilascio della concessione edilizia» (T.a.r. Lazio, sez. II, 28 giugno 1996, n. 1185, in Riv. giur. urbanistica, 1997, 5).
— «La nozione di pertinenza urbanistica, anche alla luce del t.u. edilizia (D.P.R. n. 380/2001), è ancorata non solo alla oggettività del rapporto pertinenziale, ma anche all’assenza di un autonomo valore di mercato ed alla consistenza dell’opera, la quale deve contenersi entro misure minime, sì da non alterare in modo significativo l’assetto del territorio; in tal senso la realizzazione di una piscina interrata in cemento armato e di spogliatoio con annesso muro di contenimento non costituisce una pertinenza in senso urbanistico e conseguentemente necessita di permesso di costruire» (Cass. pen., sez. III, 27 ottobre 2004, Proietti, in Riv. pen., 2005, 426).
— «Costituiscono pertinenza, per la quale non è più necessaria la concessione edilizia, soltanto le opere funzionalmente destinate al servizio dell’edificio principale, sicché tra l’edificio originario e la nuova opera sussiste un rapporto strettamente necessario e conseguenziale; non costituisce però pertinenza, ed abbisogna di concessione edilizia, un forno costruito come corpo separato dal fabbricato, sul confine del fondo» (Cass. pen., 9 febbraio 1990, in Riv. pen., 1991, 201).
— «L’installazione di una cella frigorifera, destinata ad attività commerciale, a fianco di una casa di abitazione, tale costruita ed utilizzata dal proprietario con la sua famiglia, non è qualificabile come pertinenza od impianto tecnologico di edificio già esistente non soggetto a concessione edilizia, ma ad autorizzazione gratuita; infatti, tale cella serve a soddisfare scopi estrinseci alle esigenze di una più comoda e razionale fruizione abitativa dell’immobile esistente tutelate dalla L. 25 marzo 1982, n. 94 ed è quindi sottoposta al regime della concessione edilizia» (Cass. pen., 23 giugno 1987, in Giust. pen., 1988, II, 420).
— «L’esistenza di un impianto per la distribuzione di carburanti debitamente autorizzato non comporta in via derivata la legittimità di un chiosco posto al suo servizio, dato che il suddetto chiosco deve ritenersi elemento occasionale e non indispensabile all’impianto stesso in quanto dotato di autonomia funzionale ed utilizzabile per fini diversi da quelli connessi con l’erogazione dei carburanti» (C. Stato, sez. V, 1 settembre 1986, n. 410, in Cons. Stato, 1986, I, 1184).