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Timestamp: 2020-08-12 18:52:35+00:00
Document Index: 48865598

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Sentenza Cassazione Civile n. 24850 del 05/12/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24850 del 05/12/2016
Cassazione civile sez. VI, 05/12/2016, (ud. 06/10/2016, dep. 05/12/2016), n.24850
sul ricorso 29515/2014 proposto da:
L.G.R., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA PANAMA 74,
presso lo studio dell’avvocato FILIPPO ALESSI, che lo rappresenta e
dagli avvocati ANTONINO SGROI, CARLA D’ALOISIO, SCIPLINO ESTER ADA,
LELIO MARITATO, giusta procura speciale a margine del controricorso;
avverso la sentenza n. 2170/2013 della CORTE D’APPELLO di MESSINA del
5/10/2013, depositata il 13/12/2013;
udito l’Avvocato Filippo Messi difensore del ricorrente che si
“Con sentenza del 13 dicembre 2013 la Corte di Appello di Messina, in riforma della decisione del Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto, rigettava l’opposizione proposta da L.G.R. avverso le cartelle esattoriali nn. (OMISSIS) – notificate rispettivamente il 10.2.2003 ed 12.11.2005 ed accoglieva quella proposta avverso la cartella n. (OMISSIS) – notificata il 12.11.2005.
La Corte – all’esito dell’espletamento di una nuova consulenza tecnica d’ufficio – rilevava: a) che, quanto alla cartella notificata il 10.2.2003, l’emissione relativa ai contributi richiesti (IVS dal 1982 al 1996 e contributi SSN dal 1981 al 1991) non era coperta dalla sanatoria e, quindi, le somme richieste concernevano importi ancora dovuti nella misura corrispondente alla differenza tra quanto dovuto e quanto già versato in acconto: b) riguardo alla cartella notificata il 12.11.2005 avente ad oggetto le omissioni di contributi IVS eccedenti il minimale di reddito per l’anno 2001 – che gli importi richiesti erano corretti e tenevano conto anche del versamento effettuato ammontante ad Euro 2.699,78; c) che il credito di cui alla cartella notificata il 12.11.2005 era prescritto.
Per la cassazione di tale decisione propone ricorso L.G.R. affidato a cinque motivi.
Con il primo motivo di ricorso, si deduce violazione degli artt. 99 e 112 c.p.c. e art. 2907 c.c., perchè la Corte di appello, nonostante l’INPS fosse rimasto contumace nel giudizio di primo grado, aveva ritenuto ammissibili le eccezioni processuali e di merito non rilevabili d’ufficio e la documentazione prodotta solo in appello.
Con il secondo motivo viene lamentata violazione dell’art. 434 c.p.c., in quanto il gravame proposto dall’istituto non rispondeva ai canoni stabiliti dal citato art. 434 nella nuova formulazione essendo stata omessa l’indicazione della parti dell’impugnata sentenza che si sottoponevano a critica.
Con il terzo mezzo si deduce violazione del principio del chiesto e pronunciato di cui all’art. 112 c.p.c., avendo la Corte di appello ritenuto che l’INPS avesse contestato nel gravame che i pagamenti effettuati dal ricorrente non coprivano l’intero suo debito laddove, invece, nelle conclusioni aveva chiesto solo la declaratoria di difetto di giurisdizione del giudice ordinario riguardo ai contributi SSN.
Con il quarto motivo viene denunciata “intervenuta prescrizione del diritto alla esazione dei contributi e maturata decadenza sostanziale ai fini della adozione del procedimento riscossivo che si denunzia anche ai fini della violazione del disposto del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 25”.
Per quello che è dato comprendere nell’esposizione del motivo si lamenta che erroneamente la Corte aveva ritenuto prescritta solo la pretesa contributiva di cui ad una delle cartelle opposte laddove, invece, alla data di notifica delle stesse, era trascorso il termine di prescrizione non solo quinquennale, ma anche decennale dall’ultimo atto interrintivo (le pretese, infatti, riguardavano il periodo 1982 1993 e la domanda di condono – peraltro non integrante un riconoscimento del debito – era stata proposta in data 28.4.1993). Inoltre i documenti attestanti l’intervenuta interruzione del decorso della prescrizione erano stati prodotti tardivamente solo in appello dall’INPS.
Con il quinto motivo si deduce omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo per il giudizio per avere la Corte di appello, nonostante la mancanza di specifiche censure alla sentenza di primo grado, disposto una nuova consulenza tecnica d’ufficio (neppure richiesta), rivelatasi decisiva.
Il primo motivo è inammissibile in quanto non conferente con la motivazione dell’impugnata sentenza che, dopo aver rilevato che la nuova determinazione del credito era stata effettuata dall’INPS solo nell’atto di appello, poi aveva chiarito che le deduzioni dell’istituto erano rimaste entro i limiti della eccezione di pagamento posta dal L.G. e, quindi, nessuna preclusione si era verificata. E’ appena il caso di rilevare che tale argomentare è conforme al principio più volte affermato da questa Corte secondo cui nel rito del lavoro, il divieto di “jus novorum” in grado di appello, di cui all’art. 437 c.p.c., comma 2, ha ad oggetto le sole eccezioni in senso proprio e non si estende alle eccezioni improprie ed alle mere difese, ossia alle deduzioni volte alla contestazione dei fatti costitutivi e giustificativi allegati dalla controparte a sostegno della pretesa ovvero alle deduzioni che corroborano sul piano difensivo eccezioni già ritualmente formulate (Cass. n. 20157 del 16/11/2012; Cass. n. 4545 del 25/02/2009, tra le varie).
Del pari inammissibile è il secondo motivo in quanto la Corte di appello, nello svolgimento del fatto, riporta le censure mosse dall’INPS alla sentenza del primo giudice evidentemente avendo ritenuto sufficientemente specifico il contenuto del gravame anche alla luce dell’art. 434 nella formulazione introdotta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. c bis), conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, applicabile “ratione temporis”. in siffatta situazione si imponeva la specificazione nel ricorso – ai fini del rispetto del principio di autosufficienza – del contenuto dei motivi di appello articolati dall’INPS e l’indicazione delle ragioni per le quali era stata sollevata la eccezione di inammissibilità del gravame nella memoria di costituzione innanzi alla Corte di appello.
Infondato è il terzo motivo in quanto oggetto del “devolutum” era -come si rileva dal testo della impugnata sentenza – la contestata sufficienza dei versamenti effettuati dal L.G. ad estinguere il debito contributivo.
Il quarto motivo è in parte infondato ed in parte inammissibile.
infondato nella parte in cui si assume che la domanda di condono – del 29.4.1993 – non poteva comportare il mantenimento del termine decennale di prescrizione. Ed infatti, questa Corte ha avuto modo di affermare il principio secondo cui la domanda di condono previdenziale non costituisce riconoscimento del debito e non è quindi idonea ad interrompere la prescrizione, ma, innescando una procedura di recupero dei contributi, costituisce una “procedura già iniziata”, che rende applicabile il previgente termine decennale di prescrizione (Cass. n. 13831 del 06/07/2015; Cass. n. 14167 del 2014 in motivazione; Cass. n. 10715 del 04/05/2010; Cass. n. 14069 del 18/06/2007).
E’ inammissibile per carenza del requisito dell’autosufficienza non essendo indicati quali sarebbero i documenti prodotti tardivamente dall’INPS e considerati dalla Corte di appello – e dal consulente tecnico nominato in secondo grado – quali atti interruttivi della prescrizione.
Infine, il quinto motivo è inammissibile alla luce del dell’art. 360 c.p.c., comma 2, n. 5 (come modificato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. b), conv. con modifiche in L. 7 agosto 2012, n. 134) essendo stata pubblicata l’impugnata sentenza dopo 11 settembre 2012 (ai sensi dell’art. 54, comma 3 D.L. cit.).
Ed infatti le Sezioni Unite di questa Corte (SU n. 8053 del 7 aprile 2014) hanno avuto modo di precisare che a seguito della modifica dell’art. 360, comma 1, n. 5 cit. il vizio di motivazione si restringe a quello di violazione di legge e, cioè, dell’art. 132 c.p.c., che impone al giudice di indicare nella sentenza “la concisa esposizione delle ragioni di fatto c di diritto della decisione”.
La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alle spese del presente giudizio liquidate in Euro 100,00 per esborsi, Euro 2.800,00 per compensi professionali, oltre rimborso spese forfetario nella misura del 15%.