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Timestamp: 2019-09-16 22:39:09+00:00
Document Index: 45856378

Matched Legal Cases: ['art. 162', 'art. 7', 'sentenza ', 'art. 2', 'art.15', 'e contrario', 'art. 97', 'art. 72', 'art. 17', 'art. 72', 'art. 16', 'art. 72', 'art. 79', 'sentenza ', 'sentenza ']

Pensioni, emolumenti, indennità
PENSIONI, NO AL RIMBORSO
(L’ente non potrà esigere il credito a suo favore se è trascorso troppo tempo)
Il recupero del credito formatosi sul trattamento pensionistico provvisorio non è più legittimamente praticabile dall’Inpdap decorso il termine posto per l’emanazione del provvedimento definitivo, per il consolidarsi della situazione esistente fondato sull’affidamento riposto nell’amministrazione.
L’art. 162 del DPR 1092/1973, n. 1092 (sostituito dall'art. 7 del DPR 138/1986) dispone che dalla data di cessazione dal servizio e sino all'inizio del pagamento della pensione diretta è corrisposto al pensionato un trattamento provvisorio, determinato in relazione ai servizi risultanti dalla documentazione prodotta ovvero in possesso dell'amministrazione, da recuperare in sede di liquidazione della pensione definitiva: qualora infatti l'importo della pensione definitiva risultante dal decreto definitivo non sia uguale a quello attribuito in via provvisoria l’amministrazione provvede alle necessarie variazioni, facendo luogo al conguaglio a credito o a debito.
La norma citata tende a contemperare l’esigenza del pensionato di godimento immediato del trattamento di quiescenza, determinato provvisoriamente sulla base della posizione giuridica ed economica già accertata, con la necessità dell’ente di disporre di maggior margine di tempo per la liquidazione definitiva: ma è da escludere che l’Amministrazione possa differire per un tempo indefinito la conclusione del procedimento (in particolare con l’entrata in vigore della L. 241/1990).
Anche qualora l’Amministrazione ritenga sussistere un credito verso il pensionato, per la differenza tra il maggior trattamento già erogatogli in via provvisoria e quello accertato in via definitiva, non è sempre ammesso il recupero del preteso indebito oggettivo.
E’ infatti principio notorio, consacrato dalla sentenza delle sezioni riunite della Corte dei Conti n. 7/2007/QM – e ribadito dalle Corti territoriali (cfr. tra le tante C. Conti Veneto, 18.3.2009, n. 230; C. Conti Marche, 15.4.2009, n. 138) – che ogni qualvolta l'ente previdenziale pretenda dal pensionato la ripetizione di somme, occorre verificare se si è in presenza di un indebito in senso proprio ovvero se, a causa della condotta dell'amministrazione che ha protratto indefinitamente un procedimento, si è consolidato nel percipiente il diritto al mantenimento delle maggiori somme percepite. Solo nel primo caso gli enti potranno ripetere le somme erroneamente corrisposte secondo le normali regole civilistiche; nella seconda ipotesi non potrà farsi luogo alla ripetizione perché, in buona fede, il pensionato è legittimato a ritenere che il procedimento per la concessione del trattamento pensionistico si sia ormai concluso e che, pertanto, l'importo percepito sia definitivo.
Nella succitata delle sezioni unite della Corte dei Conti n. 7/2007/QM, infatti, è stato chiarito definitivamente che “in assenza di dolo dell’interessato, il disposto contenuto nell’articolo 162 del DPR n. 1092 del 1973, concernente il recupero dell’indebito formatosi sul trattamento pensionistico provvisorio, deve interpretarsi nell’ambito della disciplina sopravvenuta contenuta nella legge n. 241 del 1990, per cui […] decorso il termine posto per l’emanazione del provvedimento definitivo sul trattamento di quiescenza, non può più effettuarsi il recupero dell’indebito, per il consolidarsi della situazione esistente, fondato sull’affidamento riposto nell’Amministrazione.”.
Con l'art. 2 della menzionata l. n. 241 del 1990 è stato infatti introdotto il principio della generalizzata certezza dei tempi dell'azione amministrativa, attraverso termini predeterminati per legge ovvero determinati dalle singole amministrazioni. Nella materia pensionistica si è allora prevista – con norma regolamentare – la corresponsione “in via definitiva entro il mese successivo alla cessazione dal servizio” del trattamento pensionistico dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche (cfr. D.M. n. 352/1998 e Circolare n. 33/2004 dell’INPDAP). Tale innovazione rappresenta uno strumento di tutela per i pensionati destinatari dell'azione della pubblica amministrazione, i quali possono ora riporre un affidamento qualificato nella durata dei procedimenti che li riguardano, e far valere le conseguenze dell'inadempimento per superamento del termine prefissato; il tutto al fine di garantire la più rigorosa e ampia tutela patrimoniale del soggetto che cessa dal servizio con diritto a pensione.
Nella casistica concreta, si osserva che l’ampio decorso del termine posto per l’adozione del provvedimento di concessione di pensione definitiva, l’assenza di dolo del pensionato che abbia determinato in errore l’amministrazione, rendono senz’altro inaccoglibili le pretesa restitutorie dell’Amministrazione. E’ evidente che la percezione del trattamento per un lungo lasso di tempo induce ad uno stato di affidamento sull’effettiva spettanza delle somme e dunque sulla definitività della corresponsione senz’altro prevalente rispetto all’interesse dell’Inpdap creditore: l’inerzia nell’emissione del provvedimento definitivo affievolisce il concreto interesse alla tutela del credito e cristallizza invece la situazione sottostante.
Qualora l’infermità denunciata dovesse risultare dipendente da infortunio in itinere, ossia avvenuta durante il normale percorso di andata e ritorno dal luogo di lavoro a quello di abitazione, l’interessato dovrà allegare anche il verbale redatto dagli Organi di Polizia, se intervenuti, sulla dinamica dello stesso; eventuali prove testimoniali; dovrà precisare se il tratto di strada in cui si è verificato l’infortunio rientra nel percorso abitazione-ufficio; ?se la data e l’ora dell’infortunio sono coerenti con il servizio che l’interessato si apprestava a svolgere o aveva svolto.
(Pubblicato su “Il Sole 24 Ore Scuola” n. 7 dell’ 1 - 14 aprile 2011)
PENSIONI: NO AL CALCOLO I.I.S.
(L’indennità integrativa speciale non modifica il computo complessivo)
La questione del diritto del personale scolastico al computo dell’indennità integrativa speciale (IIS) nella base di calcolo della pensione ai fini del suo incremento del 18% stabilito dalla legge 177/1976 – ad oggi negato dall’INPDAP – sembra trovare una soluzione sfavorevole agli ex dipendenti nelle più recenti sentenze delle Corti dei Conti regionali (cfr. tra le molte Corte Conti Campania, 20.12.2010 n. 2867; Corte Conti Puglia 7.12.2010 n. 773; Corte Conti Emilia Romagna 19.11.2010 n. 1840; Corte Conti Lombardia 21.7.2010 n. 432; Corte Conti Marche 29.3.2010 n.68; Corte Conti Emilia Romagna 11.1.2010 n.28; Corte Conti Veneto 22.1.2010 n.59; Corte Conti Lombardia 5.3.2009 n. 106).
Nel dettaglio, i rappresentanti dei dipendenti - e alcune isolate pronunce - ritengono che l’avvenuto conglobamento dell’IIS nello stipendio ad opera della contrattazione collettiva - dal 1.1.2003 per il personale docente e non docente - imponga il computo dell’IIS ai fini della suddetta maggiorazione.
La maggior parte dei giudici delle pensioni osservano al contrario, in primo luogo, che lo stesso contratto collettivo del comparto scuola prevede testualmente che il conglobamento nello stipendio tabellare dell’indennità integrativa speciale non modifica le modalità di determinazione della base di calcolo in atto del trattamento pensionistico.
A tale decisivo argomento aggiungono che l’IIS è considerata dal legislatore pensionabile in quanto parte della retribuzione nel suo complesso, ma non già elemento essenziale e costitutivo dello stipendio strettamente inteso, e come tale non è maggiorabile in sede pensionistica così come lo stipendio.
Lo stesso art.15, della legge 177/1976 ha disposto che: “Ai fini della determinazione della misura del trattamento di quiescenza dei dipendenti civili, la base pensionabile, costituita dall’ultimo stipendio o dall’ultima paga o retribuzione e dagli assegni o indennità pensionabili sotto indicati integralmente percepiti, è aumentata del 18 per cento”; e tra gli assegni ivi elencati non è compresa l’IIS.
Di più la norma citata ha statuito: “Agli stessi fini, nessun altro assegno o indennità, anche se pensionabile, possono essere considerati se la relativa disposizione di legge non ne preveda espressamente la valutazione nella base pensionabile”
La norma, in altre parole, impone di accertare, qualora occorra stabilire se un assegno o indennità possa includersi nella base pensionabile ai fini dell’incremento 18%, se ciò sia stato espressamente previsto dalla legge, non essendo consentito inserire con contratto collettivo voci retributive nella base pensionabile aumentabile nel modo indicato.
Nel caso di specie, osservano le Corti dei Conti citate, non è dato rinvenire nella normativa successiva alla legge n. 177/1976 alcuna previsione in tal senso, rinvenendosi anzi – come ricordato - un dato contrattuale contrario a tale computo dell’IIS in base pensionabile, né vi può rientrare attraverso un’operazione di mera interpretazione delle norme vigenti.
Com’è noto, è stata la legge 724/1994 a far perdere la connotazione di elemento accessorio all’IIS, che è così confluita nella retribuzione pensionabile unitamente alla paga tabellare, senza però perdere la propria intrinseca natura di voce diversa dallo stipendio. Il conglobamento dell’IIS è infatti avvenuto non nello stipendio tabellare, bensì nella retribuzione indistintamente considerata, così che allo stipendio in senso stretto e alla predetta indennità non debba applicarsi la stessa disciplina.
Chiarito che la legge non ha definito l’IIS quale elemento dello stipendio strettamente intese, come tale soggetto al regolamento propria dello stipendio medesimo, è escluso che la contrattazione collettiva possa fare ciò che non ha fatto la legge: la materia pensionistica non è disciplinabile in sede di accordi di comparto, ma è riservata alla legge.
Pertanto, il contratto collettivo può, come avvenuto nella fattispecie, spostare un’indennità nel trattamento retributivo, ma non modificare le modalità di computo sostanziale della pensione, con una sorta di modifica della natura dell’IIS ai fini della sua maggiorazione, senza l’esplicito avallo di una norma di legge.
Le considerazioni espresse – decisive ai fini della soluzione della questione - riflettono un orientamento giurisprudenziale consolidato nel senso che non è sufficiente la pensionabilità di un assegno o di un’indennità per il suo inserimento nella base pensionabile incrementabile, in assenza di una specifica disposizione di legge che ciò espressamente preveda. Nei termini indicati si sono infatti pronunciate le Sezioni giurisdizionali e di Controllo della Corte dei Conti anche con riferimento ad altri assegni o indennità, tra cui l’indennità di volo e aeronavigazione; l’indennità di ausiliaria; la retribuzione annua di posizione dirigenziale; l’assegno funzionale.
Pubblicato su “Il Sole 24 Ore Scuola” n. 2 del 21 gennaio - 3 febbraio 2011
PENSIONI, INDENNITA’ INTERA
(Gli ex dipendenti collocati a riposo in anticipo hanno diritto al trattamento)
Al raggiungimento dell’età pensionabile, gli ex dipendenti pubblici collocati in pensione anticipata hanno diritto agli aumenti periodici dell’indennità integrativa speciale considerata per l’intero importo, e non nella misura effettivamente in pagamento (calcolata in ragione di un quarantesimo per ogni anno di servizio utile).
La questione – attualmente oggetto di numerose controversie giudiziarie, concluse a favore dei pensionati – interessa i titolari di pensione liquidata con l’attribuzione di IIS separata e in misura ridotta, quindi quanti sono andati in pensione dopo il 28.01.1983 e prima del 31.12.1994. Infatti, da un lato, fino al 28.01.1983 l’IIS veniva attribuita, indipendentemente dagli anni utili a pensione, in misura intera (80% di quella corrisposta al personale in servizio). Dall’altro, dal 1° gennaio 1995, l’indennità integrativa speciale non viene più attribuita in modo separato come assegno accessorio ma viene conglobata nella retribuzione pensionabile: quindi i titolari di pensioni liquidate prima e dopo quelle date non sono destinatari della normativa in parola.
Secondo il sistema sancito dall'articolo 10 del decreto legge 17 del 1983, la misura dell’IIS da corrispondere in aggiunta alla pensione era determinata in ragione di un quarantesimo per ogni anno di servizio, utile ai fini del trattamento di quiescenza, dell’importo dell'indennità stessa spettante al personale collocato in pensione con la massima anzianità di servizio; e le variazioni dell'IIS erano attribuite per l'intero importo dalla data del raggiungimento dell'età di pensionamento da parte del titolare della pensione.
Il citato articolo disciplinava l’originario sistema di calcolo della IIS organizzato secondo un frazionamento in quarantesimi, se il pensionato non aveva raggiunto il limite di età, misura volta evidentemente a disincentivare i pensionamenti anticipati. L’evoluzione della IIS seguiva così un modello di aggiornamento apposito, con regole, scadenze ed indici distinti da quelli previsti per la pensione.
Tale disposizione sfavorevole veniva però temperata dallo stesso articolo, secondo il quale le variazioni all’IIS erano attribuite per l’intero importo dalla data del raggiungimento dell’età di pensionamento. Grazie a tale deroga, le variazioni trimestrali della IIS maturate dopo il raggiungimento del limite di età non erano soggette al frazionamento in quarantesimi, secondo il criterio seguito per la determinazione del trattamento.
Il meccanismo era rivoluzionato dall’entrata in vigore della legge 730 del 1983 che disponeva che le pensioni, alle quali si applica la disciplina dell'indennità integrativa speciale fossero considerate comprensive dell'indennità stessa; e che gli aumenti dovuti fossero attribuiti sull'indennità integrativa speciale e sulla pensione; ferma la disciplina prevista per l'attribuzione, all'atto della cessazione dal servizio, dell'indennità integrativa speciale e in particolare il citato articolo 10 del decreto legge 17/1983.
La novità rispetto al sistema precedente consisteva nell’aver introdotto un meccanismo di perequazione automatica (c.d. “punto unico di contingenza”), che va a sostituire precedente. In tal modo la pensione complessiva – composta dalla somma tra pensione base ed IIS – viene rivalutata periodicamente in base al costo della vita rilevato dall’ISTAT, pertanto le variazioni dell’IIS non sono più oggetto di un diverso sistema di perequazione, ma seguono i medesimi criteri relativi alla pensione base.
Il coefficiente ISTAT viene così applicato ad una IIS “teorica”, calcolata in misura intera, invece che su quella effettivamente corrisposta, decurtata in quarantesimi. Ciò ai soli fini del calcolo della quota di incremento della pensione concettualmente riferibile alla perequazione della IIIS e ferma restando la corresponsione in quarantesimi della I.I.S. effettivamente in godimento, alla quale l'aumento “intero” va a sommarsi.
Non vi è motivo di dubitare che il nuovo complesso di norme non abbia abrogato, mancando una esplicita disposizione in tal senso, le disposizioni contenute nel più volte richiamato articolo 10 del decreto legge 17 del 29 gennaio 1983, e che quindi le variazioni dell'indennità integrativa speciale calcolate secondo detto meccanismo debbano essere applicate anche a chi gode di una indennità frazionata, dalla data del raggiungimento dell'età di pensionamento. Anzi, a ben vedere, la legge 730 del 1983 faceva salva la preesistente disciplina riguardante l’IIS richiamando espressamente la normativa stabilita dall’articolo 10 del decreto legge 29 gennaio 1983, n. 17.
Per l’effetto del combinato disposto delle norme (tuttora) vigenti, il personale pubblico in pensione vanta un giusto diritto a vedersi riconoscere la corresponsione degli aumenti perequativi previsti calcolati sull’intera indennità integrativa speciale e non su quella in godimento ragguagliata in quarantesimi, con decorrenza dalla data di compimento del sessantacinquesimo anno di età.
NO ALLA PENSIONE IMPOSTA
(Sentenze favorevoli ai lavoratori licenziati per raggiunti limiti di età)
I primi licenziamenti intimati dalle amministrazioni scolastiche nei confronti del personale con quarant’anni di contributi – in ossequio alla legge 133/2008 – hanno già dato vita ad un nutrito contenzioso, e a diverse pronunce favorevoli ai lavoratori pubblici.
Com’è noto, la legge citata prevede - limitatamente agli anni 2009, 2010 e 2011 – la facoltà per l’amministrazione di recedere dal rapporto di lavoro con i dipendenti che abbiano raggiunto l’anzianità massima contributiva dei quarant’anni, fatti salvi i magistrati, i professori universitari e i dirigenti medici responsabili di struttura complessa, e per certi versi anche i dirigenti scolastici.
La norma si inserisce in un più ampio ambito di interventi per il contenimento della spesa per il pubblico impiego, finalizzati ad assicurare una migliore qualificazione dei servizi, e che comprendono la revisione dell’assetto ordinamentale, organizzativo e didattico del sistema scolastico vigente. Nell’intenzione del legislatore, l’attuazione di tali interventi comporterà, nel triennio 2009 - 2011, la riduzione di un rilevante numero di posti di docenti e di personale ATA. Non solo; le suddette modifiche ordinamentali richiederanno l’impiego di nuove professionalità per le quali dovranno essere programmati interventi di formazione e di riqualificazione professionale, da indirizzare con priorità al personale in servizio che abbia prospettive di continuità lavorativa.
Con specifico riguardo ai primi licenziamenti intimati a personale docente e ATA della scuola, diversi giudici del lavoro hanno concluso per l’annullamento dei relativi atti, con conseguente ordine di reinserimento sul posto di lavoro fondamentalmente sulla base del difetto di motivazione dell’atto di recesso.
In particolare, si è ritenuto che il licenziamento immotivato – senza una valutazione caso per caso della necessità di procedere alla risoluzione del rapporto - costituisce un grave e irreparabile pregiudizio al percorso professionale del personale scolastico. In altre parole l'attività didattica dei docenti subirebbe un ingiustificato arresto che danneggerebbe la loro immagine e la dignità professionale degli insegnanti, oltre a determinare un grave pregiudizio per il venir meno della complessiva situazione di vita legata allo stato di lavoratore. La disposizione vigente che consente di licenziare i docenti al maturare della condizione ricordata concede alla pubblica amministrazione una facoltà e non l'obbligo di recedere dal rapporto lavorativo. E la facoltà di recesso può essere esercitata solo previa indicazione dei criteri generali da seguire nella scelta dei dipendenti da collocare a riposo e delle esigenze sottese alla decisione di recedere dai rapporti di lavoro in corso. Nel caso di specie, l'amministrazione non ha dedotto alcunché nell'atto di recesso limitandosi all'adozione di formule generiche e al mero richiamo alle norme di legge e alle circolari (cfr. Tribunale lavoro Arezzo, Ordinanza 8.6.2010; Tribunale lavoro di Brindisi, Ordinanza 26.7.2010).
Altri Tribunali hanno giudicato che la facoltà di recesso nei confronti dei pubblici dipendenti che abbiano maturato il requisito di quarant'anni di anzianità contributiva deve essere raccordata non solo con i principi di correttezza e buona fede, ma anche con quelli di imparzialità e buon andamento che devono guidare l'attività della PA ex art. 97 Cost., con conseguente obbligo di motivazione da parte del datore di lavoro pubblico. E le disposizioni attuative hanno chiarito che la predetta facoltà di recesso può essere esercitata nell'ambito di processi di riorganizzazione e previa determinazione di criteri generali; conseguentemente, qualora il datore di lavoro non fornisca prova in proposito, il recesso deve considerarsi illegittimo con conseguente ordine cautelare di sospensione del licenziamento (cfr. Tribunale lavoro Roma, Ordinanza 5.1.2010; Tribunale Reggio Emilia, 12.1.2009).
Accanto alle pronunce dei giudici del lavoro riferite - che tentano di ricondurre la facoltà di licenziamento di docenti e ATA concessa ex lege all’amministrazione per il triennio 2009-2011 entro i consueti canoni di correttezza e buona fede, di imparzialità e buon andamento, di obbligo di motivazione - c’è chi denuncia financo la totale l'incostituzionalità della legge sul pensionamento forzoso dei dipendenti pubblici con quaranta anni di servizio contributivo. Ciò per il rilievo che le norme in questione confliggerebbero palesemente con l'articolo 3 della Costituzione in quanto escludono dalla risoluzione forzosa del rapporto di lavoro i magistrati, i professori universitari, e i dirigenti medici di strutture complesse. Tale conflitto con il principio di uguaglianza, essendo tali norme eccezionali - relative ai soli anni 2009, 2010 e 2011 - si paleserà maggiormente allo scadere del 2011 in quanto si creerà un'altra disparità di trattamento tra i soggetti ai quali la risoluzione forzosa del rapporto di lavoro oggi si applica e quelli ai quali, pur trovandosi nelle medesime condizioni dei primi, dopo il 2011, non si applicherà più.
COSI’ LA PENSIONE “FORZATA”
(E’ diventato possibile risolvere unilateralmente il rapporto di lavoro) Il DL 112/2008 - convertito in legge 133/2008 – avente ad oggetto disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria, ha introdotto per le pubbliche amministrazioni la facoltà di risolvere unilateralmente il rapporto di lavoro nei confronti del personale dipendente che abbia raggiunto l’anzianità massima contributiva di quaranta anni.
Nel dettaglio, l’art. 72 comma 11 della legge citata - successivamente sostituito dall’art. 17 comma 35-novies del DL 78/2009, convertito in legge 102/2009 – prevede che per gli anni 2009, 2010 e 2011, le pubbliche amministrazioni, possono, a decorrere dal compimento dell’anzianità massima contributiva di quaranta anni del personale dipendente, nell’esercizio di poteri datoriali di diritto privato, risolvere unilateralmente il rapporto di lavoro e il contratto individuale, anche del personale dirigenziale, con un preavviso di sei mesi. Restano fuori dalla previsione i magistrati, i professori universitari e i dirigenti medici responsabili di struttura complessa.
La norma si inserisce in un più ampio ambito di interventi per il contenimento della spesa per il pubblico impiego, finalizzati ad assicurare una migliore qualificazione dei servizi, e che comprendono la revisione dell’assetto ordinamentale, organizzativo e didattico del sistema scolastico vigente. L’attuazione di tali interventi – secondo l’intenzione del medesimo DL 112/20008 – comporterà, nel triennio 2009-2011, la riduzione di un rilevante numero di posti di docenti e di personale ATA. Non solo; le suddette modifiche ordinamentali richiederanno l’impiego di nuove professionalità per le quali dovranno essere programmati interventi di formazione e di riqualificazione professionale, da indirizzare con priorità al personale in servizio che abbia prospettive di continuità lavorativa.
La nuova disciplina trova applicazione dal 5 agosto 2009 – data di entrata in vigore delle norme richiamate, ma possiede un carattere eccezionale, atteso che la legge prevede la risoluzione unilaterale limitatamente agli anni 2009, 2010 e 2011, triennio che corrisponde a quello del piano programmatico di riordino del sistema d’istruzione, e di contenimento della spesa previsti dalla legge 133/2008. La suddetta facoltà, pertanto, potrà essere esercitata nei confronti dei dipendenti che raggiungano l’anzianità massima contributiva entro il triennio di applicazione della norma. Dalla data di compimento dell’anzianità massima contributiva da parte del dipendente, l’Amministrazione può esercitare la risoluzione. E’ lasciata all’Amministrazione stessa la determinazione del momento in cui far cessare il rapporto, in relazione al fabbisogno di personale.
Con riferimento al personale docente, educativo ed ATA, l’Amministrazione assume come prioritaria l’esigenza di evitare l’insorgere di esubero e di favorirne massimamente il riassorbimento. In tal modo le misure di razionalizzazione della spesa, le riforme ordinamentali e la nuova organizzazione della rete scolastica, potranno trovare applicazione senza gravi ripercussioni sugli attuali livelli di occupazione. A tal fine i Direttori degli Uffici Scolastici Regionali forniscono ai dirigenti scolastici, in tempo utile per l’adozione dei provvedimenti di competenza e, comunque, entro il 30 gennaio di ciascuno degli anni di applicazione della legge, tutti gli elementi e i dati dai quali desumere il possesso da parte dei soggetti interessati del requisito dei quaranta anni di anzianità contributiva. Qualora i Dirigenti Scolastici verifichino l’esistenza di tale condizione sarà inoltrato, dagli stessi, il dovuto preavviso di risoluzione del rapporto di lavoro. Se poi, nel periodo di vigenza della legge, l’interessato abbia titolo al raggiungimento di un ulteriore scatto stipendiale, fermo restando l’obbligo del preavviso, potrà essere differita la decorrenza della risoluzione unilaterale del contratto che avrà luogo dopo il conseguimento del miglioramento retributivo.
Per quanto concerne i dirigenti scolastici, per gli incarichi conferiti dopo l’entrata in vigore della disposizione in esame, la riserva di avvalersi della facoltà di recesso va esplicitata nell’ambito del provvedimento di conferimento dell’incarico. In sede di prima applicazione, con riferimento agli incarichi in essere, in presenza di situazioni di esubero, nonché nei confronti di coloro che siano valutati negativamente, l’Amministrazione procederà in ogni caso alla risoluzione del rapporto di lavoro, dandone comunicazione all’interessato nei termini previsti. Negli altri casi il direttore dell’Ufficio scolastico regionale, potrà motivare la mancata risoluzione del rapporto di lavoro nei confronti di coloro che abbiano maturato i quaranta anni di contributi, sulla base di eventuali vacanze negli uffici dirigenziali, o di particolari situazioni che rendano opportuna la continuità di direzione da parte degli attuali titolari, nonché della mancanza nelle graduatorie di aspiranti alla nomina a dirigente scolastico. Domenico Barboni Pubblicato su “Il Sole 24 Ore Scuola” n. 7 dell’1 - 14 aprile 2010
QUANDO LA DECISIONE PUO’ SLITTARE
(Chi non raggiunge l’ultimo scatto stipendiale può fare domanda)
Il comma 7 dell’art. 72 del DL 112/2008 ha modificato il regime del trattenimento in servizio dei pubblici dipendenti, soggetto ora a valutazione discrezionale dell’amministrazione la quale - in raccordo con il comma 11 della medesima norma - può accogliere l’istanza esclusivamente nei casi in cui l’interessato non raggiunga l’anzianità contributiva di quaranta anni.
L’art. 16 comma 1 del decreto legislativo 503/1992 - Norme per il riordinamento del sistema previdenziale dei lavoratori privati e pubblici - come modificato, prevede ora: “È in facoltà dei dipendenti civili dello Stato e degli enti pubblici non economici di permanere in servizio […], per un periodo massimo di un biennio oltre i limiti di età per il collocamento a riposo per essi previsti. In tal caso è data facoltà all'amministrazione, in base alle proprie esigenze organizzative e funzionali, di accogliere la richiesta in relazione alla particolare esperienza professionale acquisita dal richiedente in determinati o specifici ambiti ed in funzione dell'efficiente andamento dei servizi […]”.
Mentre secondo la disciplina previgente, in caso di domanda, l’amministrazione non era titolare di alcun potere discrezionale nel disporre il trattenimento, il quale rappresentava un diritto per il dipendente - nel concorso dei requisiti di legge -, in base al nuovo regime l’istanza di trattenimento è soggetta a valutazione discrezionale e quindi può non essere accolta dal datore di lavoro. La valutazione deve tener conto di alcune condizioni oggettive: le esigenze organizzative e funzionali dell’amministrazione, la particolare esperienza professionale acquisita dal richiedente in determinati o specifici ambiti e l’efficiente andamento dei servizi.
L’applicazione della disciplina ora esaminate deve essere raccordata con le novità sulla risoluzione unilaterale del contratto di lavoro contenuta nel comma 11 dell’art. 72, del DL citato, in riferimento a quei dipendenti che hanno maturato il requisito dell’anzianità contributiva di quaranta anni. In particolare, alle considerazioni circa gli effetti degli interventi di razionalizzazione della rete scolastica ed alla duplice esigenza di evitare il determinarsi di situazioni di esubero riguardanti il personale della scuola e di favorire il riassorbimento dei soprannumerari, si accompagna la considerazione che il personale di cui trattasi, che ha già maturato i 65 anni di età, non si trova nella condizione di poter assicurare una continuità lavorativa compatibile con un’attività di formazione e riqualificazione professionale necessarie in dipendenza delle modifiche ordinamentali in corso di realizzazione. Pertanto, l’istanza di trattenimento in servizio fino al compimento dei 67 anni di età potrà essere accolta esclusivamente nei casi in cui l’interessato non raggiunga l’anzianità contributiva di quaranta anni. In relazione ai dirigenti scolastici, pur facendo riferimento in via generale ai criteri sopra indicati, attesa la specificità della funzione esercitata e l’autonomia del relativo contratto di lavoro, si valuteranno ulteriormente la circostanza che non si sia esaurita per ciascun dirigente l’efficacia temporale del contratto in atto; l’insussistenza nel triennio di eventuali situazioni di esubero; la consistenza e qualità del servizio prestato. Tutto ciò al fine di assicurare la realizzazione della delicata fase transitoria dei processi di innovazione avviati, e una migliore qualificazione del servizio. Per la più utile concessione della proroga fino al compimento del 67° anno di età, si terrà poi in debito conto sia il numero delle presidenze che si renderanno vacanti, sia l’eventuale esaurimento delle graduatorie da cui attingere per il conferimento dell’incarico di dirigente scolastico.
Infine, in linea con i principi enunciati dalla Corte costituzionale, in caso di domanda, l’amministrazione è comunque tenuta a disporre il trattenimento in servizio per quei dipendenti che non hanno ancora raggiunto il requisito di contribuzione minimo per la maturazione del diritto a pensione (Corte costituzionale, n. 282 del 1991).
RICOSTRUZIONE IN BUSTA PAGA
(La valutazione del servizio prestato aggiorna le tabelle retributive)
Per ricostruzione di carriera del personale della scuola si intende la valutazione dei servizi di ruolo e non di ruolo prestati anteriormente alla data di decorrenza giuridica della nomina nel ruolo attuale, ai fini dell’inquadramento retributivo e della progressione del trattamento economico attraverso il passaggio tra posizioni stipendiali.
Sulla base dell’anzianità riconosciuta, il personale scolastico viene inserito nelle tabelle retributive, previste dall’ordinamento vigente al momento in cui tale operazione si effettua, con l’attribuire della posizione stipendiale corrispondente all’anzianità posseduta. Se l’anzianità posseduta è intermedia tra due posizioni retribuite, viene attribuita la posizione tabellare inferiore, mentre l’eccedenza di anzianità rispetto a quella della posizione attribuita sarà utilizzata per la maturazione anticipata della posizione retributiva successiva per semplice decorso di tempo.
In particolare, il docente che abbia stipulato un contratto individuale di lavoro a tempo indeterminato, al momento del superamento del periodo annuale di prova e formazione, può chiedere il riconoscimento dei servizi preruolo – o resi in diverso ruolo - valutabili ai fini della carriera, ossia della progressione stipendiale. In tal modo, per effetto della ricostruzione di carriera, il suo stipendio otterrà un aumento a decorrere dal momento della conferma in ruolo.
Dopo la riforma dell’autonomia, è il dirigente dell’istituzione scolastica l’organo titolare a provvedere all’emanazione del decreto di ricostruzione della carriera. Nel caso che la scuola di servizio sia diversa da quella di titolarità, le domande di ricostruzione devono essere trasmesse a quest’ultima. Rientra nella competenza del dirigente la predisposizione d’ufficio di eventuali successivi decreti di inquadramento e di modifica della progressione economica a seguito di variazione di stato giuridico e aumenti contrattuali.
La ricostruzione di carriera avviene a domanda dell’interessato, e richiede la sussistenza di alcuni requisiti. In primo luogo occorre il titolo di studio: non si possono riconoscere quei servizi per i quali il docente non possedeva il prescritto titolo di studio, stabilito dalla normativa vigente o comunque riconosciuto valido da apposito provvedimento legislativo al momento della prestazione del servizio stesso per l’insegnamento a cui si riferisce l’abilitazione per l’inclusione nelle graduatorie. Ovviamente l‘interessato deve possedere il prescritto titolo di studio al momento della prestazione del servizio, l’eventuale sanatoria a posteriori non sono consentite. Altro requisito rilevante è la qualifica: per procedere alla valutazione dei servizi prestati anteriormente alla nomina in ruolo la qualifica che deve essere non inferiore a buono o senza demerito, a secondo dei gradi di scuola. Infine, non sono riconoscibili per legge i servizi per i quali l’interessato già goda di una pensione.
Non tutti i servizi resi in altri ruoli sono valutabili ai fini della carriera. Nel dettaglio, per i docenti di scuola secondaria, sono riconoscibili i servizi non di ruolo prestati nelle scuole secondarie, e i servizi di ruolo e non di ruolo prestati nelle scuole elementari; non è riconoscibile il servizio prestato nella scuola materna. Per i docenti della scuola elementare, sono valutabili i servizi non di ruolo resi nelle scuole elementari, nelle scuole secondarie, nonché il servizio di ruolo e non di ruolo prestato nelle scuole materne.
I servizi si riconoscono, a prescindere dal numero di ore settimanali, solo per anno scolastico intero, le frazioni di durata inferiore ad un anno di servizio si trascurano. La durata richiesta per la validità dell’anno scolastico pre ruolo è stata sancita in almeno 180 giorni oppure se il servizio è stato prestato interrottamente dal primo febbraio fino al termine delle operazioni di scrutinio.
La carriera del personale scolastico può anche avere dei ritardi rispetto alla normale progressione. In particolare, l’art. 79, CCNL Comparto scuola 2007, premette che il passaggio tra una posizione stipendiale e l’altra - ai fini della progressione del trattamento economico - potrà essere acquisito al termine dei periodi previsti dal medesimo contratto, sulla base dell’accertato utile assolvimento di tutti gli obblighi inerenti alla funzione. Il servizio si intende reso utilmente qualora il dipendente, nel periodo di maturazione della posizione stipendiale, non sia incorso in sanzioni disciplinari definitive implicanti la sospensione dal servizio; in caso contrario il passaggio alla posizione stipendiale superiore potrà essere ritardato, per mancata maturazione dei requisiti richiesti, nelle fattispecie e per i periodi seguenti: due anni di ritardo in caso di sospensione dal servizio per una durata superiore ad un mese per il personale docente e in caso di sospensione del lavoro di durata superiore a cinque giorni per il personale ATA;	un anno di ritardo in caso di sanzione disciplinare di sospensione dal servizio e dalla retribuzione fino a un mese per il personale docente e fino a cinque giorni per il personale ATA.
LA CORRESPONSIONE ERRONEA
L’orientamento giurisprudenziale prevalente – ribadito da ultimo, fra le altre, dalla sentenza n. 1/2004 della Corte dei Conti, sezione siciliana – giudica non ripetibili dall’amministrazione le somme indebitamente percepite dal pensionato in buona fede. In particolare, si ritiene che in ipotesi di somme riscosse a titolo di pensione definiva per errore dell’amministrazione rilevi la buona fede del percettore, e che altresì occorra un’attenta considerazione degli interessi in conflitto. Tale orientamento trae origine dalle norme vigenti in materia, secondo le quali, in caso di riscossione di ratei di pensione risultati non dovuti a seguito di revoca o modifica del provvedimento attributivo definitivo, non si fa luogo a recupero delle somme corrisposte, salvo che la revoca o la modifica siano state disposte in seguito all'accertamento di fatto doloso dell'interessato. Con riferimento alla buona fede, la giurisprudenza afferma che essa coincide con la mancata conoscenza da parte del pensionato dell'errore in cui è incorsa l'amministrazione e con l'impossibilità di riconoscere l’errore con i criteri dell'ordinaria diligenza. La buona fede del percettore non può porsi in dubbio allorché questi non abbia indotto in errore l'Amministrazione - attraverso, ad esempio, false od equivoche dichiarazioni -, e non possa accorgersi, in base a criteri di ordinaria diligenza, dell'errore commesso dalla amministrazione nella liquidazione della pensione cui aveva diritto. Sul punto della ponderazione degli interessi in conflitto, la giurisprudenza dominante ritiene che debba prevalere l'interesse del dipendete a riposo, considerata la natura alimentare del reddito pensionistico, destinato al soddisfacimento dei bisogni ordinari della vita che verrebbero inevitabilmente pregiudicati dalla ripetizione dell'indebito riscosso. A ciò s’aggiunga che nella maggioranza dei casi intercorre un lungo lasso di tempo tra la corresponsione erronea delle somme a titolo di pensione definitiva, e l’iniziativa di recupero da parte dell’amministrazione, con l’effetto che l’indebito raggiunge cifre spesso ragguardevoli, rendendo vieppiù traumatica l’eventuale ripetizione nei confronti del pensionato. Ma non solo: proprio il lungo tempo trascorso crea un affidamento del dipendente a riposo sulla correttezza e definitività del trattamento percepito, e rafforza la sua buona fede. A tale ultimo proposito, occorre però ricordare che il trattamento di quiescenza definitivo può essere revocato o modificato dall'ufficio che lo ha emesso entro termini ben precisi. In particolare, il provvedimento può essere revocato o modificato non oltre il termine di tre anni dalla data di registrazione del provvedimento stesso, e solo quando vi sia stato errore di fatto o sia stato omesso di tener conto di elementi risultanti dagli atti, ovvero quando vi sia stato errore nel computo dei servizi o nel calcolo del contributo del riscatto, nel calcolo della pensione, assegno o indennità o nell'applicazione delle tabelle che stabiliscono le aliquote o l'ammontare della pensione, assegno o indennità. Il trattamento pensionistico definitivo può altresì essere modificato o revocato nel termine di sessanta giorni dal rinvenimento di documenti nuovi, o dalla notizia della riconosciuta o dichiarata falsità di documenti, quando appunto siano stati rinvenuti documenti nuovi dopo l'emissione del provvedimento, o quando sia stato emesso in base a documenti riconosciuti o dichiarati falsi. La giurisprudenza ha chiarito che i termini indicati delle disposizioni citate sono da ritenersi perentori, ed ha enunciato il conseguente principio di immodificabilità del trattamento pensionistico fuori dai casi all’uopo espressamente previsti. La stessa giurisprudenza ha comunque precisato che detti termini perentori valgono unicamente per le modifiche peggiorative del trattamento pensionistico e non anche per eliminare illegittimità che abbiano prodotto pregiudizio a carico del pensionato.
BENEFICI NON CUMULABILI PER CHI RESTA IN SERVIZIO
La generale facoltà di permanenza in servizio dei pubblici dipendenti per un biennio oltre il termine normale per il collocamento a riposo non può essere esercitata nel caso in cui altre disposizioni abbiano già consentito, a talune categorie, straordinarie elevazioni di detto limite. In particolare, il beneficio della permanenza in servizio per un biennio non è cumulabile con quello previsto per il solo personale insegnante di protrarre il momento di cessazione dal servizio fino al limite di 70 anni, per raggiungere il massimo di anzianità per il diritto alla pensione.
Il ricorrente, all’epoca preside di istituto, ha impugnato innanzi al TAR il provvedimento con il quale l’amministrazione scolastica ha respinto la sua domanda di mantenimento in servizio per un biennio fino al raggiungimento del periodo massimo, in quanto già beneficiario di proroga del collocamento a riposo, ai sensi delle normativa speciale dettata per il personale della scuola. Il TAR ha accolto il ricorso in forza dell’assunto che non vi sarebbe un espresso divieto di cumulo del beneficio generale della permanenza in servizio per un biennio oltre il limite di età previsto per il collocamento a riposo dei dipendenti statali, con quello volto a consentire al personale insegnante di protrarre il momento di cessazione dal servizio fino al limite di 70 anni, per raggiungere il massimo di anzianità per il diritto alla pensione. La norma generale, nel consentire la proroga del servizio per un biennio oltre i limiti di età previsti per i dipendenti, si riferirebbe non ai limiti astratti di età previsti dalle norme, ma ai limiti di età concreti per ciascun dipendente, anche se superiori ai limiti astratti, in virtù di altre disposizioni di legge. Avverso la sentenza del TAR, l’amministrazione scolastica ha proposto appello, accolto dal Consiglio di Stato con l’affermazione del principio su riportato, secondo il quale il trattenimento in servizio previsto in generale per tutti i dipendenti pubblici non è cumulabile con analoghe previsioni contenute in altre norme dell’ordinamento, e, nella specie, trova applicazione solo con riferimento all’età normalmente prevista per il collocamento a riposo della categoria del personale insegnante.
Il giudice d’appello risolve la questione del cumulo tra la generale facoltà di permanenza in servizio per un biennio oltre il termine normale di collocamento a riposo, con eventuali benefici di elevazione di detto limite, previsti di per talune categorie di dipendenti pubblici, seguendo l’orientamento negativo già proprio del Consiglio di Stato. Secondo quell’opinione, il legislatore, in occasione del riordinamento del sistema previdenziale per i dipendenti pubblici e privati, ha previsto la facoltà per i dipendenti civili dello Stato e degli enti pubblici non economici di permanere in servizio oltre i limiti di età per un periodo massimo di un biennio. Per quel che riguarda il collocamento a riposo del personale della scuola, la legge ha sì concesso che ove alla scadenza del termine (1 settembre successivo alla data di compimento del 65° anno) il dipendente non abbia raggiunto il minimo o il massimo della pensione possa rimanere in servizio fino al raggiungimento di tale minimo o massimo e, comunque, non oltre il 70° anno di età. Tuttavia, tale elevazione opera in presenza di singole situazioni di anzianità di servizio e previa richiesta dell’interessato; in mancanza, permane l’obbligo del collocamento a riposo al compimento del 65° anno, che costituisce, dunque, il limite ordinario d’età per il personale insegnante. Dal tenore delle norme e dall'intero sistema normativo in cui esse si inseriscono, il Consiglio di Stato deduce che il trattenimento in servizio per un biennio deve essere riferito all'età normalmente prevista per il collocamento a riposo delle varie categorie di pubblici dipendenti, con esclusione di ogni considerazione di eventuali e straordinarie elevazioni del detto limite. L'interpretazione che esclude la cumulabilità dei benefici di cui sopra rispetta, oltre che il dato letterale della norma anche fini di omogeneità di trattamento. A parere dell’organo giudicante, la tesi opposta sostenuta dal TAR determinerebbe una disparità non giustificata dal rispetto di posizioni giuridiche già acquisite: invero, nella specie, non si viene a pregiudicare un beneficio attribuito all’interessato, bensì si evita semplicemente che a quel beneficio se ne aggiunga un altro. Il Consiglio di Stato conclude che, dovendo il preside appellato fare riferimento ai limiti di età previsti in via generale dall'ordinamento della categoria di pubblici dipendenti cui appartiene (che sono fissati nel 65º anno di età), è rispetto a tali limiti che avrebbe potuto chiedere il prolungamento del servizio per un biennio, con la conseguenza che, essendo rimasto in servizio oltre il suddetto termine (e in particolare fino al settantesimo anno di età) per effetto di una norma di carattere particolare, non può pretendere di applicare il beneficio dell’ulteriore biennio a tale più elevato limite di età. Aggiunge, a conforto delle proprie conclusioni, l’opinione della Corte Costituzionale, che ha lucidamente confermato che “la facoltà di permanere in servizio per un biennio oltre i limiti di età previsti per il collocamento a riposo…si riferisce ad un biennio oltre i limiti di età per il collocamento in pensione, previsti in via normale per la determinata categoria di personale e non in riferimento ai limiti derivanti da ulteriori benefici di proroga o di trattenimento in servizio per conseguire il minimo pensionabile o il massimo del servizio valutabile, come risulta evidente dalla formulazione della norma che adotta l'espressione limite di età, con evidente riferimento a quelli ordinari per ciascuna categoria e non a quelli di prolungamento del servizio oltre i limiti in base a particolari benefici previsti da altre disposizioni di favore” (Ord. Corte cost., 13 giugno 2000, n. 195).