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Timestamp: 2018-12-13 07:09:43+00:00
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Processo Thyssenkrupp: analisi di una sentenza controversa - taglimagazine.it
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By redatagli ATTUALITÀ 1 marzo 2013
Le prime pagine dei giornali erano dominate oggi dalla controversa sentenza della Corte di Appello di Torino che ha ridotto la pena, comminata in primo grado all’amministratore delegato della ThyssenKrupp, Harald Espenhahn, da sedici a dieci anni, per l’incendio che costò la vita a sette operai della linea 5, nel dicembre 2007. La sentenza è stata accolta dalle grida di sconforto e di rabbia dei parenti delle vittime che auspicavano una conferma della pena di primo grado. Reazione comprensibile per chi ha perso mariti, figli e fratelli in una tragedia certamente evitabile.
La sentenza ha però suscitato anche l’indignazione del mondo politico e dell’opinione pubblica che, soprattutto sulla rete, ha gridato allo scandalo. Dimostrazione ulteriore, qualora se ne fosse sentito il bisogno, che in Italia c’è una tendenza diffusa ad instaurare processi di piazza molto spesso destituiti di fondamento giuridico. Proprio come in questo caso.
In primo grado il tribunale di Torino aveva accolto la tesi sostenuta dalla pubblica accusa, quella dell’omicidio volontario con dolo eventuale. La Corte d’Appello ha invece deciso che il reato da contestare è in realtà quello di omicidio colposo con l’aggravante della colpa cosciente. Fattispecie di reato molto diverse tra loro per comprendere le quali può essere utile fare ricorso a qualche esempio pratico.
Omicidio volontario (o doloso): due persone stanno discutendo animatamente, una delle due si allontana per recuperare un’arma (una pistola o un coltello custodito in auto, un coccio di bottiglia recuperato da un cassonetto) e uccide l’altra. Non c’è la premeditazione perché prima che iniziasse la discussione l’omicida non aveva in mente un disegno per uccidere quella persona – l’omicidio è stato frutto di un raptus, di una decisione improvvisa – ma c’è il dolo, ovvero l’intenzione di colpire per uccidere. Il dolo merita una considerazione a parte: il dolo intenzionale (la forma più grave) si ha nel caso in cui un soggetto agisce con coscienza e volontà per ottenere un determinato risultato (uccidere, procurare lesioni, distruggere, danneggiare). Si avrà invece dolo eventuale quando il soggetto non agisce per quel risultato ma lo prevede come probabile (o anche solo possibile) e nonostante ciò agisce ugualmente, accettandone il rischio. È il caso del rapinatore che esce dalla banca facendosi scudo con un ostaggio e questo viene ucciso nello scontro a fuoco; oppure dei terroristi che mettono una bomba soltanto a scopo dimostrativo ma questa finisce per uccidere qualcuno. L’intenzione iniziale non è quella di uccidere (è quella di coprirsi la fuga nel primo caso e di seminare panico nel secondo).
Omicidio preterintenzionale: in una discussione Tizio assesta un pugno a Caio; Caio cade, batte la testa e muore. L’intenzione di Tizio è quella di dare un pugno (eventualmente quella di provocare delle lesioni) ma l’evento che ne consegue va oltre l’intenzione del soggetto agente.
Omicidio colposo: l’esempio di scuola è quello dell’automobilista che sfreccia in città a 100km e investe un pedone. L’automobilista non ha ovviamente l’intenzione di uccidere, ma sa che potrebbe accidentalmente investire qualcuno, soltanto non se ne cura o è convinto di essere così abile alla guida da evitare un incidente. È il caso della colpa cosciente, aggravante dell’omicidio colposo (art. 61, comma 3: “l’aver, nei delitti colposi, agito nonostante la previsione dell’evento). Le similitudini con il dolo eventuale sono evidenti ma c’è una diversa componente psicologica a differenziare le due figure.
Alla luce di queste considerazioni e in attesa di conoscere le motivazioni della sentenza non sembra di poter bollare come ingiusta la decisione della Corte d’Appello di Torino. L’amministratore delegato di ThyssenKrupp non poteva avere l’intenzione di uccidere, semmai poteva e doveva prevedere che rimuovendo le cautele contro gli infortuni sul lavoro e non predisponendo adeguate misure di sicurezza si sarebbe potuto verificare un incidente.
È poi il caso di aggiungere che qualora fosse stata confermata la sentenza di primo grado si sarebbe creato un precedente piuttosto discutibile: nel caso di un incidente sul lavoro meno grave con contestuale assenza di dispositivi di sicurezza qualche pubblico ministero avrebbe potuto sostenere l’accusa di tentativo di omicidio.
Considerazioni e riduzioni di pena che comunque non inficiano la storicità di questo processo. Quello contro i vertici della ThyssenKrupp è stato e resta finora in Italia il primo procedimento penale per un incidente sul lavoro nel quale la pubblica accusa abbia sostenuto il profilo dell’omicidio volontario con dolo eventuale, peraltro accolto dal giudice di primo grado. Altrettanto storica è la sentenza che costituirà un precedente difficile da ignorare in futuro per qualsiasi giudice.
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