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Timestamp: 2019-10-18 01:02:26+00:00
Document Index: 70981433

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 1', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 11', 'art. 4', 'art. 47', 'art. 47', 'art. 11', 'art. 1', 'art. 4', 'art. 47']

Il lavoro e la questione del credito
Per il concorso-anniversario della Costituzione della Repubblica italiana, Input pubblica l'intervento che riporto.
Il lavoro secondo gli articoli 1 e 4 della Costituzione
Con l’art. 1, 1° co. della Costituzione “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”, il legislatore fondamentale del ’48 propone oltre che un modello politico-sociale, un modello antropologico dove il lavoro è manifestazione di quella caratteristica distintiva dell’uomo che è la sua capacità cognitiva e creativa. L’uomo attraverso il lavoro manifesta la sua essenza di essere capace di conoscere la realtà e di creare, emulando e migliorando, la natura. Le più alte conquiste del pensiero umanista – da Socrate e Platone, passando per i pensatori cristiani, fino all’ottimismo leibniziano ed all’idealismo schilleriano – trovano il loro sunto in questo art. 1, 1° co. Cost.
C’è qui una denuncia contro le concezioni pessimistiche, hobbesiane, in merito alla natura umana ed alla sua capacità relazionale e dunque di governo, ma c’è qui pure la lieta novella: l’uomo tramite il lavoro si manifesta come individuo e come essere capace di relazionarsi con l’altro ed essere per l’altro, elemento positivo ed in ultima analisi tutt’uno con questo altro.
I padri costituenti con questo primo articolo hanno doverosamente individuato un primus a cui fare inevitabilmente riferimento affinché si abbia una sana concezione delle relazioni politico-sociali e della persona umana. A tale proposito ci si potrebbe chiedere quanto l’attuale sistema politico, la costituzione materiale, rispetti lo spirito e la pretesa dei costituenti. Di fatto il mondo del lavoro, e dunque il manifestarsi dell’essenza umana, è sempre più vituperato. Troppi elementi giocano contro questa necessità: gli orientamenti anti-industriali del mondo economico e politico hanno di fatto distrutto centinaia di migliaia di posti di lavoro produttivi ed altamente qualificati, per sostituirli solo in parte con posti di lavoro a minor capacità produttiva, seppure importanti come sono quelli del terziario, ed il più delle volte bassamente qualificati (call center, autisti, imprese di pulizie, commessi in grandi catene alimentari e commerciali, ausiliari del traffico); la legislazione fiscale incide in modo fortissimo sul reddito da lavoro ed in modo irrisorio sui profitti finanziari che non generano alcuna utilità sociale; il sistema culturale mass-mediale offre l’idea per cui la vera realizzazione umana passi per attività (calciatori, veline, pop stars) dove la “produzione” conseguente l’attività svolta, viene ad avere un’ “utilità sociale” soltanto toccando la sfera più semplice e meno caratterizzante l’umana natura, ossia quella dei sensi.
Causa ed effetto di questo macro-processo culturale è stato l’impoverimento intellettivo dell’intero sistema sociale italiano (ma invero il processo ha una portata che investe l’intero mondo occidentale, c.d. post-industrializzato o della società dell’informazione) che si è ripercosso sulla capacità dei redditi generali di generare benessere[1].
Il lavoro è dunque un pilastro su cui si erge il nostro sistema costituzionale. Sarebbe probabilmente bastata la corretta interpretazione, ricavabile dal combinato disposto degli artt. 1 e 3 della Costituzione, per rilevare che il lavoro è un diritto, ma il Costituente, all’art. 4, lo ha voluto sancire espressamente. Il lavoro, inquadrato nel reticolato dei principi sanciti dalla nostra Costituzione, risulta essere l’unico strumento per eliminare le disuguaglianze sociali. Tuttavia, affinché ciò possa efficacemente realizzarsi “è bene interpretare il concetto di “lavoro” dal punto di vista più alto, e cioè come applicazione delle facoltà cognitivo-creative uniche dell’uomo, quelle che ci differenziano dagli animali e che permettono, attraverso le scoperte scientifiche, di aumentare la produttività con lo sviluppo e l’applicazione delle tecnologie. Questo, onde evitare l’interpretazione riduttiva, marxista e feudale, oltre che antieconomica, del lavoro come semplice lavoro delle braccia.”[2]
Il dettato costituzionale, in più, avverte anche un’esigenza di carattere morale, esprimendo il netto rifiuto di una concezione dell’uomo come animale ozioso, vizioso e parassitario. Così l’art. 4, 2° comma, Cost. recita: “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.”[3] Dal peso derivante sulla società da questo inciso, ed in particolare sui governanti, non ci si può lealmente liberare sostenendo che nella società post-industriale della disoccupazione crescente – o dell’occupazione impoverente – questo diritto non può essere riconosciuto e dunque, altrettanto, il dovere al lavoro non può essere preteso. Infatti, il Costituente stesso, nel momento in cui emanò questa norma di principio, lo fece in un contesto storico di cui aveva piena consapevolezza, ossia quello della fase post-bellica della disoccupazione di massa. Se alla norma deve essere attribuito carattere programmatico, in ogni caso, ciò esclude che dalla sua luce si possa scappare con forza crescente a distanza di quasi sessant’anni dall’entrata in vigore della Costituzione. L’adesione alle politiche non interventiste e neo-liberiste avutosi con l’accettazione dei diktat del Fondo monetario internazionale a partire dal 1974, e poi a quelle di Maastricht dal ’92, non può essere giustificata col ricorso all’art. 11 Cost., poiché la violazione dell’art. 4 Cost., espressione dei principi fondamentali del dettato, risulta essere palese con l’adesione a quelle dottrine che il Costituente volle, invece, espressamente condannare.
Claudio Giudici 1/1/2008
[1] Risale ai primi anni ’70, ossia da quando si attua questo cambio di paradigma nei confronti del mondo del lavoro e della concezione dell’antropologia umana, la svolta peggiorativa della capacità reale d’acquisto dei redditi. Durante gli anni ’90, poi, il processo ha assunto caratterizzazioni tali da divenire empiricamente percepibile di anno in anno da parte della cittadinanza. La classe politica avverte a fine 2007 (sic!) con dichiarate intenzioni risolutive per il 2008, il problema. Anche qui si ribadisce l’incapacità lungimirante dell’uomo odierno, il cui massimo esponente dovrebbe essere incarnato da chi la collettività erige a sua guida, che invece che guidarla, nella migliore delle ipotesi la segue. Nella peggiore delle ipotesi – la più frequente però – la pilota in favore degli interessi particolaristici che sono diventati i veri elettori dei governanti.
Le ipotizzate soluzioni al problema dei redditi passano purtroppo per il demagogico slogan del “Paese bloccato”, mantenendosi sugli stessi binari che a questo disastro ci hanno portato. Della autentica riscoperta dello spirito che pervade tutto il Dettato costituzionale, purtroppo, neanche l’ombra.
[2] Riprendo queste parole da una precedente riflessione-manifesto, Per un Partito democratico antioligarchico – Nella tradizione di Roosevelt, De Gasperi, Mattei e La Pira (www.ilcannocchiale.it/blogs/style/writer/dettaglio.asp?id_blog=22878&id_day=17&id_month=9&id_year=2006).
[3] In ciò, l’influenza della tradizione umanista, in particolare dell’Utopia di Tommaso Moro, non potrebbe essere più diretta.
La questione del credito (art. 47 Cost.)
Questo intervento è stato ripreso in toto da un ben più ampio e precedente studio sviluppato per Sintesi Dialettica.it.
La questione creditizia, oggi poco dibattuta a cospetto di una storia e di una scienza dell’economia che, invece, la pone sul gradino più alto degli aspetti direttamente connessi alle libertà individuali[i], non poteva non essere affrontata dal Costituente.
L’art. 47, 1° comma, Cost., recita: “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito.”
Anche questa norma è di carattere prescrittivo e non possibilista; infatti dice: la Repubblica incoraggia, tutela, disciplina, coordina, controlla; non “la Repubblica può incoraggiare, tutelare, ecc.”.
Ora, si potrebbe interpretare questo articolo dicendo: bene, la Costituzione dice che la Repubblica disciplina il credito, così noi discipliniamo il credito dicendo che chiunque, a prescindere dagli scopi, può ottenere del credito. Un tal tipo di interpretazione, a cosa corrisponderebbe se non ad un modo liberistoide di interpretare tale articolo, tanto da rendere inutile la previsione costituzionale? Nella sostanza, infatti, laddove il costituente in merito al credito, niente avesse previsto, che differenza avrebbe fatto rispetto alla situazione prodotta da un tal tipo di interpretazione? Dunque, se il regime successorio in questo momento in vigore, come visto, deve essere considerato esplicitamente incostituzionale, altrettanto deve esserlo il regime creditorio in vigore. In entrambi i casi si è fuggiti dalla prescrizione costituzionale, dandole un’interpretazione tale da renderla inutile.
Il legislatore costituzionale, però, probabilmente conscio dei tentativi elusivi che dopo di lui interessi particolaristici avrebbero potuto esercitare a proprio vantaggio, precisa al 2° comma dello stesso articolo: “[La Repubblica] Favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese”. In sostanza, mette in relazione diretta il livello finanziario (di cui il credito ne è aspetto centrale) con l’economia fisica, reale (abitazione e produzione agricola o di altro genere). Il Costituente è consapevole di come il credito, per avere una funzione sociale, per perseguire il Bene Comune, non possa andare verso attività meramente finanziarie (speculative), quanto piuttosto verso il sistema produttivo. Il Costituente, con questo articolo 47, entra nella tradizione propria del Sistema Americano di economia politica, come sviluppato da Alexander Hamilton sotto George Washington, Friedrich List, Henry C. Carey sotto Abramo Lincoln, e Franklin Delano Roosevelt.
La stessa emissione monetaria, alla luce del dettato costituzionale, non può spettare ad un organo indipendente come la Banca d’Italia, ed oggi la Banca centrale europea. Il dettato costituzionale secondo la dottrina costituzionalistica, infatti, intende organi indipendenti, “cioè che debbano poter operare liberamente senza subire limitazioni da parte di altri organi, diverse da quelle previste dalla Costituzione”[ii] tassativamente cinque organi: corpo elettorale, Parlamento, Governo, Presidente della Repubblica, Corte costituzionale. Non vi è dunque l’organo dell’emissione monetaria, poiché tale funzione, come compreso dai padri costituenti americani, è funzione inscindibile dall’azione concertata tra potere esecutivo e potere legislativo.
Per poter correttamente interpretare l’art. 11, Cost. in combinato disposto con i principi fondamentali della nostra Costituzione come espressi dagli artt. 1, 3 e 4, s’impone dunque una competente conoscenza della scienza economica. Dunque, la privazione di sovranità monetaria prodottasi con l’adesione al Trattato di Maastricht – trattato che in quanto ispirato dalla rifiutata concezione liberista dell’economia, svincola l’emissione creditizia dalla produzione[iii] –, deve ritenersi in violazione della Costituzione, poiché il Popolo sovrano è privato di una sua fondamentale funzione, direttamente spettante alla Repubblica, quella della sovranità monetaria, necessaria per “il pieno sviluppo della persona umana”, per promuovere il diritto al lavoro ed il progresso economico. Tutto ciò è cosa tanto più assurda se si considera che le banche centrali della tradizione c.d. liberale europea, sono un consorzio delle principali banche private.
[i] La questione creditizia è sempre stata centrale nella storia dell’uomo. Si pensi a come questa è trattata da Platone ne Le leggi o dalla dottrina cattolica. Esemplare, al fine di un corretto approccio epistemologico alla questione, è la tragicommedia shakespeariana de Il mercante di Venezia, dove le figure di Shylock e Antonio esemplificano i due antitetici modi di relazionarsi al rapporto di credito-debito.
[ii] Caretti-De Siervo, Istituzioni di diritto pubblico, 1994, pag. 118.
[iii] Concepire il livello finanziario (emissione monetaria e creditizia) in modo svincolato da quello produttivo, è foriero di tutti quei mali tipici di una concezione formalista della realtà, che non consente di vedere la sostanza delle cose. Questa errata concezione dell’economia è tornata in voga in occidente, in modo pressoché incontrastato, dopo l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy. La conseguenza più immediata di tale concezione è la nascita incontrollabile di bolle speculative a tutto discapito di produzione e lavoro (economia fisica). Esemplari, quanto deplorevoli precedenti storici di ciò, furono la Francia di John Law, nonché la fase maturata tra fine ‘800 ed il 1932 a cui Franklin Delano Roosevelt pose fine.
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permalink | inviato da claudiogiudici il 7/1/2008 alle 18:1 | commenti (0) |