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Timestamp: 2020-02-29 14:19:35+00:00
Document Index: 24853666

Matched Legal Cases: ['art. 4', 'art.70', 'art. 65', 'art. 72', 'art. 72', 'art. 130', 'art. 134', 'art. 155', 'art. 134', 'art. 170', 'art. 134', 'art. 72', 'art. 66']

Commercio Archivi - Studio Legale Avvocato Alfonso Torchia
Imposta di soggiorno e danno erariale: l’albergatore è agente contabile?
Posted on 15 Febbraio, 2019 15 Febbraio, 2019 Leave a comment
L’attività di accertamento e riscossione dell’imposta comunale di soggiorno ha natura di servizio pubblico, e l’obbligazione del gestore della struttura ricettiva di versare all’ente locale le somme a tale titolo incassate, ha natura pubblicistica, essendo regolata da norme che deviano dal regime comune delle obbligazioni civili in ragione della tutela dell’interesse della pubblica amministrazione creditrice alla pronta e sicura esazione delle entrate. Questo deve ormai considerarsi l’orientamento dominante in giurisprudenza.
Ne consegue che il rapporto tra società (albergatore, gestore di B&B, etc..) ed ente si configura come rapporto di servizio, in quanto il soggetto esterno si inserisce nell’iter procedimentale dell’ente pubblico, come compartecipe dell’attività pubblicistica di quest’ultimo, e la società concessionaria riveste la qualifica di agente contabile, non rilevando in contrario né la sua natura di soggetto privato, né il titolo giuridico in forza del quale il servizio viene svolto, ed essendo necessario e sufficiente che, in relazione al maneggio di denaro, sia costituita una relazione tra ente pubblico ed altro soggetto, per la quale la percezione del denaro avvenga, in base a un titolo di diritto pubblico o di diritto privato, in funzione della pertinenza di tale denaro all’ente pubblico e secondo uno schema procedimentale di tipo contabile.
I giudici hanno posto rilievo in più decisioni che, in quanto incaricato di riscuotere denaro di spettanza dello Stato o di enti pubblici, del quale ha il maneggio nel periodo compreso tra la riscossione ed il versamento, il gestore della struttura ricettiva riveste la qualifica di agente contabile, ed ogni controversia intercorrente con l’ente impositore avente ad oggetto la verifica dei rapporti di dare e avere e il risultato finale di tali rapporti, dà luogo ad un “giudizio di conto”, sussistendo pertanto al riguardo la giurisdizione della Corte dei Conti.
In accordo con quanto indicato dalle Sezioni riunite della Corte dei Conti, il rapporto tributario intercorre esclusivamente tra il Comune che ha istituito l’imposta ( soggetto attivo ) e colui che alloggia nella struttura ricettiva e su cui ex art. 4, comma 1, d.lgs. n. 23 del 2011 essa grava ( soggetto passivo ).
Il gestore della struttura ricettiva ( o “albergatore” ) è pertanto del tutto estraneo al rapporto tributario, e nel silenzio della norma primaria non può assumere la funzione di «sostituto» o «responsabile d’imposta», né tale ruolo potrebbe essergli attribuita dai regolamenti comunali. Il Comune è mero destinatario delle somme dal medesimo incassate a titolo di imposta di soggiorno.
Poiché i Regolamenti comunali affidano al gestore della struttura ricettiva ( o “albergatore” ) attività obbligatorie e funzionali alla realizzazione della potestà impositiva dell’ente locale, tra detto soggetto ed il Comune si instaura un rapporto di servizio pubblico con compiti eminentemente contabili, completamente avulso da quello tributario sebbene al medesimo necessariamente funzionalizzato, centrale rilevanza assumendo la riscossione dell’imposta ed il suo riversamento nelle casse comunali.
Rapporto di servizio pubblico nel cui ambito le attività di riscossione e di riversamento di denaro implicano la «disponibilità materiale» di denaro pubblico. Come affermato dalla Corte della legittimità costituzionale delle leggi, il «maneggio di denaro pubblico» genera ex se l’obbligo della resa del conto.
Il gestore della struttura ricettiva ( o «albergatore» ), che per conto del Comune incassa da coloro che vi alloggiano l’imposta di soggiorno con obbligo di successivamente versarla al Comune, maneggia allora senz’altro denaro pubblico, ed è conseguentemente tenuto alla resa del conto.
CategoriesCommercioTagsAlberghi, Comune, Corte Costituzionale, Corte dei conti, danno erariale, giudizio di conto, servizio pubblico, tassa di soggiorno
Commercio di opere d’arte: natura giuridica del certificato di importazione/esportazione
Posted on 8 Febbraio, 2019 8 Febbraio, 2019 Leave a comment
Il certificato di avvenuta spedizione, nel caso di ingresso di opere provenienti da Stati Membri dell’Unione Europea ovvero certificato di avvenuta importazione, nel caso di ingresso di opere provenienti da Paesi Extraeuropei, consiste in un atto che attesta l’entrata sul territorio nazionale di una determinata cosa d’arte in una data certa, con provenienza legittima da un determinato Paese.
Ciò consente di riesportare all’estero la medesima cosa liberamente –entro un periodo di tempo determinato (cinque anni) – senza dover chiedere all’Ufficio Esportazione alcuna autorizzazione per la sua uscita dal territorio nazionale.
L’unico controllo in uscita che deve effettuare l’Ufficio Esportazione, quando gli viene presentata la cosa da inviare all’estero, consiste nella mera verifica della corrispondenza de facto della stessa con quella indicata sul certificato di importazione (a differenza delle opere già stabilmente presenti nel nostro territorio, che possono essere, al momento della richiesta di autorizzazione all’esportazione essere trattenute in Italia e dichiarate “beni culturali”, quelle entrate temporaneamente possono ritornare all’estero liberamente nel periodo di validità del certificato di importazione).
È evidente, data la funzione e gli effetti del certificato in parola, la ragione per cui la normativa in materia prescrive, quali condizioni indefettibili per il suo rilascio, che l’opera sia individuabile con sicurezza e che sia determinabile con altrettanta certezza la data del suo ingresso sul territorio nazionale (la validità del certificato è quinquennale) e la legittima provenienza (per prevenire il traffico illecito internazionale di beni culturali).
Le norme che regolano il rilascio del certificato in parola, introdotte dal regio decreto del 1913 e riprodotte dalla legge del 1939, sono state, nella loro struttura essenziale, trasfuse nel TU beni culturali, che all’art.70 del D.lvo n. 490/99 – Ingresso nel territorio nazionale – così recita: “1. La spedizione in Italia da uno Stato membro dell’Unione europea o l’importazione da un Paese terzo dei beni indicati nell’art. 65 è certificata, a domanda, dall’ufficio di esportazione. 2. Il certificato di avvenuta importazione è rilasciato osservando le procedure e modalità stabilite dal regolamento. 3. Il certificato di avvenuta spedizione è rilasciato in base a documentazione idonea alla identificazione della cosa e a comprovarne la provenienza, fornita o autenticata da una autorità dello Stato membro di spedizione”.
L’art. 72 del Codice conferma la disciplina relativa all’ingresso nel territorio nazionale delle cose d’arte ribadendo l’onere dell’istante di fornire la prova documentale dell’origine dell’opera – prevedendo che: “la spedizione in Italia da uno Stato membro dell’Unione europea o l’importazione da un Paese terzo (…) sono certificati, a domanda, dall’ufficio di esportazione”, e nel ribadire che “i certificati di avvenuta spedizione e di avvenuta importazione sono rilasciati sulla base di documentazione idonea ad identificare la cosa o il bene e a comprovarne la provenienza dal territorio dello Stato membro o del Paese terzo dai quali la cosa o il bene medesimi sono stati, rispettivamente, spediti o importati”, introduce, quale necessaria cautela al fine di assicurare l’adeguato svolgimento delle funzioni di controllo, la precisazione che “Ai fini del rilascio dei detti certificati non è ammessa la produzione, da parte degli interessati, di atti di notorietà o di dichiarazioni sostitutive dei medesimi, rese ai sensi delle vigenti disposizioni legislative e regolamentari in materia di documentazione amministrativa”.
Quanto alle previsioni di dettaglio, necessarie a disciplinare ulteriori adempimenti, l’art. 72 in parola dispone che: “Con decreto ministeriale possono essere stabilite condizioni, modalità e procedure per il rilascio e la proroga dei certificati, con particolare riguardo all’accertamento della provenienza della cosa o del bene spediti o importati”.
Nelle more, la normativa regolamentare applicabile è quella dettata dal regolamento del 1913, come espressamente sancito dall’art. 130 del D.Lvo n. 42/2004, che prevede che “fino all’emanazione dei decreti e dei regolamenti previsti dal presente codice, restano in vigore, in quanto applicabili, le disposizioni dei regolamenti approvati con regi decreti 2 ottobre 1911, n. 1163 e 30 gennaio 1913, n. 363”.
L’art. 134 del predetto Regolamento di esecuzione – approvato con Regio Decreto n. 363/1913 richiede di specificare nella denuncia di esportazione, a pena di inammissibilità, i dati relativi al proprietario, al luogo di destinazione, alla persona cui sono destinate, i dati della spedizione, il prezzo, e soprattutto “natura, descrizione delle cose”, oltre che di attestare la provenienza dell’opera e l’insussistenza di ostacoli giuridici al suo espatrio. Le stesse norme valgono anche per il caso di esportazione di cose soggette a mero nulla osta (l’art. 155 prescrive, sempre a pena di inammissibilità, al richiedente di precisare nella denuncia gli stessi dati, necessari all’Ufficio per svolgere le proprie funzioni di controllo) e si applicano anche in caso di richiesta del rilascio del certificato di importazione, stante anche la funzione delle predette prescrizioni nel sistema dei controlli che il predetto Regio Decreto affida al predetto (l’art. 134 gli attribuisce a tale Ufficio il compito di verificare la corrispondenza dell’opera con quella indicata nella denuncia, segnando le correzioni “eventualmente necessarie per completare la descrizione esatta delle cose”, rilevando eventuali frodi e disponendo il sequestro nel caso di tentativi di contrabbando).
L’indicazione di proprietà, provenienza, data, elementi identificativi non costituisce un “mero adempimento burocratico”, ma rappresenta uno strumento necessario per consentire all’Ufficio di svolgere la funzione di competenza e di evitare che mediante “importazioni fittizie” di opere già presenti sul nostro territorio e mai uscite dall’Italia possano essere esportate verso Paesi compratori sfuggendo ad ogni controllo, di prevenire il traffico clandestino di opere d’arte.
Per tali motivi l’art. 170 prescrive che sulla richiesta di rilascio del certificato di importazione siano contenuti tutti i dati necessari ad assicurare l’identificazione – oltre che la provenienza – delle opere, che devono essere accuratamente specificate e descritte dal richiedente, sotto la propria responsabilità. Lo stesso articolo prevede che spetta invece all’Ufficio Esportazioni la verifica dell’effettiva corrispondenza di quanto dichiarato con l’oggetto presentato “aggiungendo sulla domanda tutte quelle caratteristiche particolarità descrittive che l’importatore avesse tralasciate, o che fossero necessarie per identificare quando che sia le cose importate”. Si tratta di un “potere” integrativo-correttivo, di “rettifica tecnica” delle descrizioni fornite dall’interessato, a cura del funzionario dotato di particolare competenza, che specifica quegli elementi che servono a completare la descrizione dell’oggetto, sotto il profilo della sua qualificazione, appartenenza, classificazione etc., ma che non consente all’organo dell’Amministrazione di sostituirsi al privato che abbia omesso di rendere le dichiarazioni necessarie in merito e omessa sugli elementi identificativi essenziali, dato che l’esistenza di tali carenze nel contenuto della dichiarazione e nei relativi allegati comporta che l’istanza debba essere dichiarata inammissibile ai sensi dell’art. 134 e segg. del Regolamento di cui al Regio Decreto n. 363/1913 e dell’art. 72 del D.Lvo n. 42/2003,
Non è pertanto configurabile alcun dovere di soccorso istruttorio da parte del funzionario volto a sopperire alle carenze documentali ovvero a supplire alla mancanza di elementi essenziali dell’istanza.
Quanto appena scritto sta a significare che qualora il diniego del rilascio del certificato sia generato da una carenza documentale addebitabile al privato, il giudice non potrà dichiarare illegittimo il contegno dell’amministrazione, non essendo quest’ultima obbligata in tale procedimento ad istanza di parte, a svolgere d’ufficio un’attività di supplenza dell’onere incombente sul richiedente.
CategoriesCommercioTagscertificato di importazione, codice beni culturali, D.Lgs. 42/2004, opere d'arte, Ufficio Esportazione
Posted on 5 Dicembre, 2018 Leave a comment
Per poter contestare in giudizio un abuso edilizio il ricorrente necessita della cd legittimazione processuale, ossia l’ordinamento deve riconoscergli un interesse ad agire.
In via generale la giurisprudenza di riferimento ha più volte precisato che, ai fini della legittimazione processuale, è sufficiente la semplice “vicinitas”, ossia la dimostrazione di uno stabile collegamento materiale fra l’immobile del ricorrente e quello interessato dai lavori, escludendosi in linea di principio la necessità di dare dimostrazione di un pregiudizio specifico e ulteriore.
Tale pregiudizio, infatti, deve ragionevolmente ritenersi sussistente “in re ipsa in quanto consegue necessariamente dalla maggiore antropizzazione (traffico, rumore), dalla minore qualità panoramica, ambientale, paesaggistica e dalla possibile diminuzione di valore dell’immobile” ( cfr. da ultimo e per tutte Cons. Stat. Sez IV, 22.09.2014 n. 4764 ed i richiami giurisprudenziali ivi operati).
Quando si tratta di attività commerciali, affianco a tale criterio i giudici amministrativi ne hanno posto un altro, svincolata dalla semplice distanza fra i fabbricati del ricorrente e del contro interessato: la cd vicinitas commerciale.
La giurisprudenza riconosce la vicinitas commerciale in presenza del “medesimo bacino di utenza del concorrente”; criterio idoneo a definire una situazione di stabile collegamento fra il ricorrente qualificato per l’attività esercitata e la zona in cui l’intervento assentito dovrà essere realizzato (cfr. Cons. Stato, IV, 7 maggio 2015, n. 2324, ma sin da Cons. Stato, IV, 12 settembre 2007, n. 4821), con l’ulteriore precisazione che il collegamento va valutato alla stregua di un giudizio che tenga conto della natura e delle dimensioni dell’opera programmata, della sua destinazione, delle sue implicazioni urbanistiche e di tutte le conseguenze per chi vi risiede, con la conseguenza di ammettere che il bacino di utenza da prendere in considerazione possa estendersi anche in relazione a strutture poste tra loro a notevole distanza (cfr. Cons. Stato, V, 24 ottobre 2016, n. 4435; V, 20 febbraio 2009, n. 1032).
Tale posizione qualificata legittima all’impugnazione dei titoli edilizi come delle autorizzazioni commerciali rilasciati ad altro concorrente per interesse commerciale (Cons. Stato, IV, 19 novembre 2015, n. 5278; IV, 3 settembre 2014, n. 4480), ma non è di suo sufficiente al giudizio nel merito, dovendo il ricorrente dimostrare, altresì, sul piano dell’interesse a ricorrere, il potenziale apprezzabile calo del volume di affari in dipendenza dell’intervento assentito e così il pregiudizio attuale e concreto subito dai provvedimenti impugnati; ciò specie se le attività sono collocate a notevole distanza tra loro (cfr. Cons. Stato, sez. IV, 24 aprile 2018, n. 2458; IV, 19 luglio 2017, n. 3563; V, 23 febbraio 2017, n. 853; IV 19 novembre 2015, n. 5278).
In definitiva, la distanza chilometrica tra le due attività non è di suo ostativa al riconoscimento della legittimazione a in base al criterio della vicinitas commerciale. Infatti, anche a distanza, il bacino di utenza cui è riferita l’attività degli operatori commerciali può essere il medesimo.
A pena di inammissibilità però è necessario dimostrare che il bacino di utenza sia effettivamente il medesimo con conseguente dimostrazione circa il potenziale apprezzabile calo del volume di affari destinato a subire per l’avvio della produzione del concorrente.
CategoriesCommercio, EdiliziaTagsabusi edilizi, interesse, legittimazione, ricorso amministrativo, vicinitas, vicinitas commerciale
Posted on 2 Dicembre, 2018 Leave a comment
Il d.lgs. 23 maggio 2011, n. 7, meglio noto come “Codice del Turismo”, all’art. 66, ha istituito le Carte del turismo.
Nel dettaglio, il Codice ha stabilito che al fine di aumentare la qualità e la competitività dei servizi turistici pubblici sul territorio nazionale, ogni ente locale deve adottare la sua propria “Carta dei servizi turistici” erogati.
Le carte definiscono quali servizi turistici si intendono erogare, con quali modalità e quali standard di qualità si intendono garantire. Le varie carte dei servizi turistici devono, poi, essere trasmesse alla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per lo sviluppo e la competitività del turismo. Infine, il Presidente del Consiglio dei Ministri o il Ministro delegato, previa intesa con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, determina con proprio decreto i livelli essenziali delle prestazioni dei servizi turistici concernenti i diritti civili e sociali, sulla base di parametri stabiliti con legge dello Stato.
Anche la Regione Lazio si è dotata di una sua propria Carta. La Carta fornisce al turista/viaggiatore una prima informazione sui propri diritti e doveri. Ogni turista, infatti, è portatore di diritti, ma anche di doveri nei confronti della comunità che lo ospita.
Le informazioni che si possono trovare nella Carta possono diminuire i disagi, evitare o reprimere truffe ed abusi, favorire la sicurezza del turista e perseguendo il principio comunitario della libera circolazione delle persone.
La Carta si articola in quattro parti. La prima fornisce alcuni elementi sui diritti essenziali del turista-consumatore, ed indica i doveri del turista nei confronti della comunità che lo ospita, nella più ampia visione del turismo responsabile. Nella seconda vengono fornite informazioni utili per conoscere e accedere all’offerta turistica del Lazio, insieme ai diritti del turista quale consumatore/utente degli specifici servizi turistici (trasporti, viaggi e servizi culturali/ricreativi). La terza parte è dedicata al turismo “accessibile” nella sua più ampia accezione, mentre l’ultima parte offre indicazioni utili per affrontare situazioni di difficoltà o emergenza, insieme ad alcuni suggerimenti pratici per la tutela dei propri diritti. La carta si chiude con un’Appendice che contiene indirizzi, numeri utili e modulistica per effettuare reclami, relativa alla casistica più frequente.
CategoriesCommercio, Novità NormativeTagsCarta del Turista, Regione Lazio, Turismo