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Timestamp: 2018-04-19 10:51:57+00:00
Document Index: 174470057

Matched Legal Cases: ['art. 100', 'art. 100', 'art. 100', 'art. 100', 'art. 47', 'art. 100', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 3', 'art. 6', 'art. 107']

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RISK MA AGEME T: REGOLE E RESPO SABILITA
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Agnello Carli
1 DIPARTIME TO DI GIURISPRUDE ZA CATTEDRA DI DIRITTO CIVILE RISK MA AGEME T: REGOLE E RESPO SABILITA RELATORE Prof. Mario uzzo CORRELATORE Prof. Attilio Zimatore CA DIDATO Caponi Alessandro Matr A O ACCADEMICO 2010/2011
2 I DICE INTRODUZIONE I La gestione del rischio in azienda II La trasformazione del contesto 6 8 CAPITOLO 1 EVOLUZIONE STORICA, FINALITÀ E METODOLOGIE DEL RISK MANAGEMENT 1 Il quadro normativo di riferimento 2 Il concetto di Rischio 2.1 Le principali classificazioni dei rischi Rischi imprenditoriali ed associati Rischi puri e speculativi Rischi interni ed esterni Rischi strategici ed operativi Rischi sistematici e specifici 3 Definizione di Risk Management 3.1 Evoluzione del Risk Management 3.2 Risk Management oggi 4 Risk Management, Corporate Governance e SCI 4.1 Framework, Fonti di diritto e Codici di comportamento 5 Il processo di Enterprise Risk Management 5.1 I soggetti coinvolti Organo con funzione di supervisione strategica Organo con funzione di gestione Organo con funzione di controllo 5.2 Le fasi del processo Identificazione della propensione al rischio Definizione degli obiettivi strategici Il Risk Assessment Identificazione dei rischi
3 Valutazione del rischio La scelta legislativa Risposta al rischio Lo Stress Testing La determinazione del capitale interno complessivo Attività di controllo Informazioni e comunicazioni Monitoraggio 6 Conclusioni CAPITOLO 2 LA DISCIPLINA 1 La riforma dei mercati 2 La disciplina previgente 3 La responsabilità da prospetto 3.1 L omessa pubblicazione del prospetto 4 La crisi del risparmio 4.1 Offerta pubblica indiretta e sollecitazione all investimento 5 Il primo intervento legislativo: D. Lgs. n. 310 del La Legge n. 262 del 28 dicembre Deleghe al Governo e Direttiva 2003/71/CE 5.3 La normativa di recepimento: D. Lgs. n. 303/2006 e D. Lgs. n. 51/ La nuova disciplina dell appello al pubblico risparmio 7 La nuova responsabilità da prospetto 7.1 I soggetti attivi dell azione di responsabilità da prospetto 7.2 I soggetti passivi dell azione di responsabilità da prospetto 7.3 Condotta sanzionata ed evento dannoso 7.4 Il nesso di causalità 7.5 L intermediario responsabile del collocamento 7.6 La tutela nell attuale disciplina da prospetto 8 L Articolo 100bis del TUF 8.1 L ampliamento dell offerta al pubblico
4 8.2 La sistematica rivendita 9 Il nuovo quadro normativo CAPITOLO 3 RISK MANAGEMENT E CIRCOLAZIONE DEI PRODOTTI FINANZIARI 1 Il quadro normativo 2 Il processo di Risk Management ICAAP 2.1 Propensione al rischio ed obiettivi strategici 2.3 Risk Assessment: Identificazione dei rischi Valutazione del rischio 2.4 Stress Testing 2.5 Risk Response 2.6 Controllo, Informazione e Monitoraggio 3 Conclusioni CAPITOLO 4 TUTELA E RESPONSABILITÀ 1 La tutela ex art. 100bis del TUF 1.1 I soggetti attivi 1.2 I soggetti passivi 1.3 La condotta sanzionata 1.4 L azione di nullità 1.5 Il risarcimento del danno 1.6 Il rapporto tra le due tutele 1.7 Conclusioni 2 Mercato finanziario ed evoluzione della tutela 2.1 L ordinanza di remissione alle Sezioni Unite della Cassazione 2.2 L orientamento delle Sezioni Unite 2.3 Il contributo evolutivo dell art. 100bis del TUF 2.4 Conclusioni 3 Le responsabilità interne all intermediario
5 3.1 La responsabilità degli amministratori 3.2 Profili di imputazione delle responsabilità 3.3 Nesso di causalità 3.4 Danno risarcibile 4 Conclusioni BIBLIOGRAFIA 253 5
6 I TRODUZIO E I LA GESTIO E DEL RISCHIO I AZIE DA Le singole imprese, come il sistema produttivo in generale hanno sempre attinto all innovazione quale principale fattore di sviluppo. In particolare, pur continuando l evoluzione nei campi dell informatica, della comunicazione e del marketing, gli ultimi decenni sono stati caratterizzati da una notevole crescita dell attenzione per le tematiche attinenti la gestione del rischio, altrimenti detto Risk Management 1. Le aziende hanno sentito sempre più pressante la necessità di adottare modelli di riferimento in grado di identificare, misurare e valutare gli eventi incerti gravanti sull organizzazione e sulle sue performance. È peraltro innegabile che l attenzione nei confronti dei rischi e della loro gestione sia letteralmente esplosa sull onda emotiva dei clamorosi fallimenti e scandali finanziari che nel decennio passato hanno investito numerose imprese di livello mondiale, danneggiando gravemente azionisti, personale dipendente, creditori ed ogni altra categoria di stakeholder 2. Questi scandali hanno rivelato come oggi le aziende operino in un contesto caratterizzato non più solo dal semplice rischio d impresa. La crescente competitività ed incertezza, l imperante globalizzazione, i repentini ed imprevedibili cambiamenti normativi, le nuove tecnologie, le attese dei clienti rapidamente mutevoli sono solo alcuni dei fattori che nel tempo hanno spinto le aziende a trovare una soluzione ai troppi fattori di incertezza, cercando di anticipare e gestire gli eventi futuri. Peraltro l attività d impresa non può prescindere da un certo livello di rischio nelle proprie scelte 3, riducendosi altrimenti a prendere decisioni puramente conservative, 1 In proposito si veda, tra gli altri, Barlow D., "The Evolution of Risk Manager", in Risk Management, in Risk Management, April 1993, No. 4, pp Stakeholder: portatore di qualsivoglia interesse nell attività aziendale e senza il cui appoggio un azienda non è in grado di sopravvivere (da stake che significa posta, scommessa ed holder che significa portatore). Il concetto di stakeholder è stato teorizzato per la prima volta dallo Stanford Research Institute nel 1963 per indicare tutti coloro che hanno un interesse. Il termine, comunque, è ormai di uso comune, si lega al concetto di portatori di interessi e non solo di diritti, contrapponendosi così all espressione shareholder, che identifica il possessore delle azioni, vale a dire il portatore di interessi e diritti economici precisi. (fonte: 3 Il rilievo che assume il fattore del rischio nell economia dell impresa è stato oggetto degli studi economici dai primi anni del 900. Nella ampissima letteratura in merito si segnalano i pregevoli contributi di Sassi S., Il sistema dei rischi d impresa, Milano, 1940; Bertini U., Introduzione allo studio dei rischi nell economia aziendale, Pisa, 1969; Borghesi A., La gestione dei rischi di azienda, Padova, 1985; Ferrero, G. Istituzioni di economia d azienda, Giuffrè, Milano, Tra 6
7 disincentivando il management a percorrere strade innovative e redditizie, seppur rischiose, e di fatto azzerando così la capacità imprenditoriale di soddisfare le aspettative di investitori, clienti, mercati e stakeholder. Partendo, dunque, dal presupposto che il rischio è un elemento endemico all attività d impresa, le aziende, di fronte all ovvia impossibilità di eliminarlo, non tentano più solo di limitarne i danni, ma mirano a gestirlo attivamente, mutando il proprio approccio da passivo e fatalista in reattivo e proattivo 4. Infatti solo modificando l approccio al rischio ed adottando strumenti per la sua gestione, i vertici aziendali ed il management sono in grado di adottare le proprie scelte in modo razionale, ponderato e consapevole, potendo disporre di un vero e proprio portafoglio rappresentativo del profilo di rischio dell azienda. Gestendo i rischi in modo efficace, le aziende non solo possono contenere e minimizzare i danni nel caso in cui un evento incerto si manifesti, ma sono così in grado anche di sfruttare in maniera proattiva le opportunità che l evento incerto prospetta per il raggiungimento degli obiettivi aziendali prefissati. Il rischio, oggigiorno, non è visto più solo come un onere da sopportare, ma, al contrario, è percepito quale possibile fattore di successo, foriero di concreti vantaggi competitivi. Come la dottrina ha infatti evidenziato, un attenta gestione del rischio consente un tangibile aumento dell efficienza allocativa delle risorse aziendali al proprio interno e quindi delle stesse performance, comportando vantaggi ad ogni livello, aziendale e non 5. Grazie ad un efficace attuazione del Risk Management gli azionisti vedrebbero aumentare il valore delle proprie quote di partecipazione; l azienda otterrebbe un maggiore apprezzamento sul mercato, oltre ad una minore onerosità nel reperire capitale di debito; i manager ed i dipendenti troverebbero senz altro benefici di status, carriera e retribuzione, grazie alla migliorata redditività aziendale; finanche il i contributi più recenti si segnalano Troina G., Lezioni di economia aziendale, Roma, 1999, e Golinelli G.M., L approccio sistemico al governo dell impresa, vol. II, Padova, Un risk manager (o una squadra) da solo non può vedere tutto, fare tutto e sapere tutto. Ecco perché il suo ruolo principale deve essere quello di sviluppare uno stato d animo, o una consapevolezza del rischio, in maniera che tutti si comportino responsabilmente in Settembrino F., Risk management in enterprise: a systemic approach, Tra gli altri in proposito si veda Bertini U., op. cit., Pisa, 1969; Bettinelli C., Il sistema di controllo per la creazione di valore nelle imprese in Amm. & fin., n. 13/2007; Nocco B.W. Stulz R.M., Enterprise Risk Management: Theory and Practice,
8 sistema economico generale potrebbe giovarsi di un soggetto di mercato capace di gestire i rischi ed allocare così nel modo più efficiente le proprie risorse, forte di una maggiore solidità e resistenza al rischio di fallimento, in grado di stimolare una sana e corretta concorrenza. Nonostante i prospettati vantaggi, l attenzione del management è incentrata ancora troppo sui mercati, sui clienti e sui prodotti, e troppo poco sui rischi. Non di rado le decisioni del vertice aziendale prescindono da un oggettiva ed accurata valutazione dei rischi 6. Tale insufficiente considerazione da parte del management può condurre, tra l altro, a strategie non efficaci, insuccessi nel lancio di prodotti, scarsa competitività, cattiva gestione del contenzioso legale, con conseguenze negative per ogni soggetto coinvolto a qualsiasi titolo nell azienda. II - LA TRASFORMAZIO E DEL CO TESTO Solo in tempi recenti la comunità economico-finanziaria ha riconosciuto al Risk Management il ruolo di vero pilastro del successo aziendale. Oggi è possibile affermare, senza timore di smentita, che una corretta gestione del rischio sia divenuta un tratto distintivo di un azione imprenditoriale efficace ed una caratteristica essenziale del miglior management possibile. Come detto, a tale riconoscimento ha di certo contribuito l onda emotiva dei clamorosi scandali finanziari e fallimenti che hanno travolto numerose grandi imprese, tra cui Enron, Worldcom, Parmalat, Cirio e Lehamn Brothers. Tuttavia, come spesso accade, questi eventi clamorosi sono solo la naturale conseguenza dell incapacità di determinate realtà imprenditoriali ad adeguarsi alle mutate condizioni del contesto di riferimento: i crack finanziari hanno colpito quelle imprese ed aziende che non sono state in grado di individuare, valutare e gestire i rischi dei nuovi contesti in cui si sono trovate ad operare. In particolare, nell attuale momento storico le principali circostanze, che hanno ridefinito il quadro economico-finanziario ed hanno così portato in auge il Risk Management, sono principalmente quattro: - l evoluzione dei modelli organizzativi adottati dalle imprese; - i mutamenti del contesto economico-sociopolitico in cui operano le imprese; - il modificato rapporto tra stakeholder e management aziendale; 6 Cfr. Misani N. e Tagliavini P., "Rapporto Risk Management - Indagine generale sul Risk Management in Italia, Space, Egea, Università Bocconi, Milano,
9 - le implicazioni di tali mutamenti sulle dinamiche competitive dei mercati. In passato le strutture aziendali erano abbastanza semplici, in quanto governate con una logica accentratrice, caratterizzata da un processo decisionale in cui salda e forte era la presenza dell imprenditore/proprietario (le c.d. aziende imprenditoriali ). Purtroppo il tessuto economico del nostro Paese si caratterizza ancora oggi per una cospicua presenza di questa tipologia di aziende 7. Tale modello organizzativo e di governance implica una gestione del rischio integrata, in quanto accentrata nella figura dell imprenditore, e quindi tendenzialmente non strutturata ed approssimativa. Oggi l evoluzione dei mercati internazionali ha invece proclamato l affermazione di realtà aziendali complesse, con una struttura organizzativa molto articolata, fortemente specializzata e decentrata (le c.d. aziende manageriali ). La crescente complessità ed articolazione della struttura aziendale, nonché la conseguente suddivisione e specializzazione delle funzioni, finanche al vertice, preclude al management una visione sistemica dei rischi ai quali l azienda è esposta, dovendosi giocoforza focalizzare principalmente su singoli segmenti di attività. Pertanto, mentre in passato nell azienda imprenditoriale la gestione del rischio poteva esser svolta con risultati sufficienti direttamente dal vertice imprenditoriale, oggigiorno il management, al vertice di strutture aziendali troppo complesse e decentrate, privo perciò di un imprescindibile visione d insieme, necessita di una specifica funzione che lo supporti nella gestione del rischi, coordinando a più livelli i diversi segmenti di attività. In secondo luogo è inevitabile considerare gli eventi che hanno trasformato lo scenario economico, politico e sociale in cui le aziende operano. Gli ultimi decenni hanno proposto importanti mutamenti, quali, tra gli altri l allargamento dell Unione Europea, l affermazione sui mercati internazionali di economie emergenti, l invecchiamento della popolazione nei paesi industrializzati, la crescente immigrazione dai paesi del terzo mondo. A tutto ciò va aggiunto un contesto normativo in continuo fermento, sia a livello europeo che nazionale, incentrato sul tentativo di attribuire la giusta tutela alle nuove istanze sociali, come la protezione dell ambiente e dei consumatori. 7 Cfr. Misani N. e Tagliavini P., 1999, op. cit.. 9
10 Inoltre foriero di trasformazione è stato senz altro l avvento dell ICT, ovvero Information and Communications Technology, che ha consentito l espansione del mercato, un tempo locale, divenuto in pochi anni globale. L apertura ai mercati internazionali ha provocato però l aggravamento, tra gli altri, del problema individuato dalla teoria dell agenzia 8, a causa della separazione e sempre maggiore distanza tra proprietà dell azienda e controllo manageriale della stessa. Inoltre l evoluzione dell ICT ha consentito ad investitori e stakeholder di reperire informazioni complete e dettagliate sugli operatori economici e di confrontare molto meglio le diverse opportunità di mercato. Il management ha perciò visto mutare nel tempo il proprio rapporto con investitori e stakeholder, che oggi sono in grado di pretendere una maggiore trasparenza nella gestione aziendale, nonché maggiori redditività e produttività, in forza di una concorrenza di mercato sempre più agguerrita, in quanto globalizzata e più trasparente. Per completare il quadro è necessario citare gli attacchi terroristici dell 11 settembre 2001, che hanno provocato l immediato crollo delle borse internazionali ed una crisi economica a livello mondiale, di cui ancor oggi si subiscono le conseguenze. Da quel momento i mercati sono stati caratterizzati da una turbolenza ed una volatilità vertiginose, mai riscontrate prima, determinando un clima di generale incertezza che condiziona fortemente gli investimenti ed il modo di governare le imprese. Tutte queste trasformazioni, intervenute nel contesto aziendale, socio-politico ed economico hanno fatto emergere nuovi fattori di rischio, sconosciuti in passato, che contribuiscono ogni giorno a rendere più complicato ed incerto il lavoro del management, che si rende oramai conto di quanto il tradizionale metodo di gestione dell impresa sia inadeguato alla luce dell attuale contesto globalizzato. 8 Teoria dell agenzia: la relazione di agenzia è definita da Jensen e Meckling (1976) come un contratto per cui una o più persone (principale) obbliga un altra persona (agente) a ricoprire per suo conto una data mansione, che implica una delega di potere all agente. Il contratto di agenzia presenta dei rischi, dovuti al comportamento opportunistico delle parti, per massimizzare la propria utilità, come, ad esempio, l asimmetria informativa a vantaggio dell agente in merito all esecuzione della mansione. La teoria dell'agenzia suppone che i comportamenti opportunistici dell agente non siano eliminabili, ma solo contenibili, e che è praticamente impossibile che l agente operi nell interesse del principale. Questo genera i cosiddetti costi di agenzia. Tale teoria ha avuto molta influenza in particolare sullo sviluppo dei sistemi retributivi di manager, nel ruolo di agenti, basati non su una retribuzione fissa, ma su un tipo di retribuzione variabile in base ai risultati dell impresa e su altri tipi di incentivi (partecipazione azionaria, stock option) volti a limitare i comportamenti opportunistici dei manager. 10
11 Le aziende, reagendo in un primo momento ai mutamenti intervenuti, hanno mostrato un elevato dinamismo strutturale e procedurale, nel tentativo di adeguarsi al nuovo contesto. Tuttavia, aggrappandosi ancora alle vecchie ed inadeguate metodologie di management aziendale, la conseguenza è stata la continua modifica e revisione dei modelli di business, che ha provocato una sostanziale instabilità degli strumenti cognitivi del management. Il risultato finale è stata l ulteriore difficoltà nei processi interni di comunicazione, con conseguente accresciuta incertezza ed approssimazione della gestione manageriale. In conclusione le trasformazioni del contesto, in cui le aziende operano, da un lato hanno mostrato un elevata intensità e rapidità, dall altro una pervasività e diffusione tali da sconvolgere i vigenti modelli di business e travolgere persino realtà aziendali multinazionali. Oggi l azienda deve pertanto considerare il rischio quale fattore ineliminabile nell azione del management, che va gestito in modo proattivo, utilizzando soluzioni organizzative ben definite e condivise, capaci di integrare la gestione del rischio all interno dei generali processi decisionali del management. Ecco spiegata la crescente attenzione che negli ultimi anni il Risk Management va assumendo nella letteratura manageriale, nella prassi aziendale 9 e, non da ultimo, nella considerazione del legislatore. L adozione del Risk Management è apparsa quale unica plausibile soluzione alla crescente incertezza che caratterizza il mutato contesto economico, politico e sociale, sino ad influenzare sempre più i processi aziendali finalizzati alla creazione di valore. Vi è di più. Il Risk Management consente di prevenire e gestire i rischi, non solo in modo da tutelare il raggiungimento degli obiettivi fissati in sede di pianificazione delle strategie aziendali, ma addirittura trasformando gli stessi rischi in nuove fonti di opportunità e business per coloro che siano in grado di anticiparli e governarli. In conclusione il Risk Management si presenta come uno strumento a disposizione dei vertici aziendali per la gestione efficace ed efficiente dell impresa nel nuovo contesto socio-politico-economico e per soddisfare, al tempo stesso, le crescenti attese e pretese degli stakeholder, in termini di rendimento e di trasparenza. 9 Tra gli altri si veda D Onza Giuseppe, Il sistema di controllo interno nella prospettiva del Risk Management, Giuffrè, Milano,
12 Solo il Risk Management è oggi in grado di adempiere a tali compiti nel rispetto delle specificità gestionali imposte da ogni tipologia di rischio, ma proponendo una logica di azione generale ed integrata a livello strutturale. Da par suo, il legislatore, per tentare di scongiurare il ripetersi dei crack finanziari ed il conseguente propagarsi di danni ad ogni livello e realtà sociale, ha iniziato ad introdurre, soprattutto nel settore bancario e finanziario, una serie di norme che obbligano, o anche solo incentivano l adozione di efficaci ed efficienti sistemi di gestione del rischio. Quest ultima affermazione introduce il tema del presente lavoro, con il quale si persegue lo scopo di comprendere le linee evolutive e le scelte di fondo adottate dal legislatore per far in modo che non si ripetano i crack finanziari degli anni passati, nonché la conseguente crisi del mercato, degli investimenti e del risparmio. Il legislatore, in particolare europeo, ha compreso infatti che la crisi del mercato ha sfiduciato gli investitori, non solo in qualità di acquirenti dei titoli spazzatura, ma anche in qualità di stakeholder, interessati dunque alle capacità di gestione degli intermediari bancari e finanziari. La paura che si è diffusa sul mercato riguardava non solo l acquisto di titoli rischiosi privi di informazioni, ma anche l investimento in istituti bancari e finanziari, i cui organi di vertice avevano compiuto scelte di management azzardate e discutibili, causa in buona parte della crisi stessa del mercato. In conclusione il presente lavoro mira ad individuare una comune chiave di lettura nei diversi interventi legislativi che hanno caratterizzato la reazione comunitaria e nazionale alla crisi del mercato conseguente ai disastrosi crack finanziari verificatisi negli ultimi anni. In tal modo sarà possibile comprendere appieno la trasformazione che il complessivo intervento legislativo ha operato sulla Corporate Governance degli intermediari bancari e finanziari, modificandone le regole di responsabilità sia interne che esterne alla struttura aziendale, per tutelare appieno qualsivoglia tipologia di stakeholder. Al termine di tale analisi sarà inoltre possibile comprendere se il legislatore abbia da ultimo intrapreso per il settore bancario e finanziario un distacco dal sistema di diritto civile, già ipotizzato in passato, o si sia semplicemente mosso all interno di quest ultimo, adeguandone e modellandone gli istituti agli scopi dello specifico settore. 12
13 CAPITOLO 1 EVOLUZIO E STORICA, FI ALITÀ E METODOLOGIE DEL RISK MA AGEME T 1 IL QUADRO ORMATIVO DI RIFERIME TO Il legislatore italiano negli ultimi anni ha dettato numerose norme destinate a regolamentare ed indirizzare il comportamento e l organizzazione delle aziende, soprattutto in forza dell impulso costante proveniente dagli organi delle Comunità Europee prima e dell Unione Europea in seguito. L ordinamento nazionale pertanto ha costruito intorno agli operatori economici un fitto reticolo di diritti e doveri, di regole e responsabilità in merito ai più disparati argomenti, dalla sicurezza sul lavoro, ai requisiti patrimoniali sino, da ultimo, alle istanze ambientaliste. Fulcro di questo consistente intervento legislativo è stata senz altro la riforma del diritto societario, attuata in riferimento agli aspetti civilistici con il D.Lgs. n. 5 del 2003, che ha riscritto le regole di governance aziendale. L intervento del legislatore si è, inoltre, mostrato particolarmente fecondo ed articolato nel settore bancario e finanziario, sollecitato dal pressante interesse delle istituzioni europee ad una riorganizzazione e ristrutturazione delle regole di comportamento degli istituti operanti nel vecchio continente. Da ultimo l Unione Europea è intervenuta per dettare nuove regole di comportamento per i mercati e gli operatori al fine di scongiurare i comportamenti illeciti e dannosi che hanno provocato, a cavallo tra il ventesimo ed il ventunesimo secolo, i rovinosi crack di alcune multinazionali, che hanno messo a repentaglio non solo i risparmi degli investitori, ma anche gli stessi bilanci di numerosi operatori bancari e finanziari. Con tale contesto normativo deve porsi in rapporto il presente lavoro, in quanto finalizzato ad analizzare il processo di Risk Management sotto il profilo giuridico in merito ad una nuova fattispecie, rintracciabile nell art. 100bis del D. Lgs. n. 58 del 1998, anche detto Testo Unico Finanziario (di seguito TUF). È prodromico, dunque, individuare e definire sin da subito il novero delle fonti normative che contribuiscono a delineare il modello normativo del processo di Risk Management, dettandone profili strategici, operativi e finanziari, influenzando le 13
14 scelte finali di gestione del rischio e soprattutto determinando il quadro delle regole ed i relativi profili di responsabilità, con particolare attenzione alla gestione del momento patologico, rintracciabile nella violazione del disposto di cui all art. 100bis del TUF. Tale percorso normativo non può che prender le mosse dall art. 47 del Titolo III della Costituzione Italiana, che sancisce la tutela del risparmio e la disciplina del credito, per poi proseguire con il Codice Civile, considerando specificatamente la nuova disciplina delle società, contenuta nel Titolo V del Libro V, che nel 2003 ha riscritto le regole di comportamento e le relative responsabilità nella governance societaria. Con particolare riguardo al settore bancario e finanziario le norme codicistiche sono state poi dettagliatamente specificate ed integrate sia dal Testo Unico Bancario, D. Lgs. n. 385 del 1993 (di seguito TUB), che dal citato TUF. In seguito, a causa dei menzionati e noti crack finanziari, il legislatore nazionale ha tentato di porre rimedio alle molteplici falle del sistema di regole del settore bancario e finanziario, approvando la Legge n. 262 del 2005, emblematicamente definita Disposizioni per la tutela del risparmio e la disciplina dei mercati finanziari. Tra le molte, disparate e forse disorganiche modifiche apportate, questo provvedimento ha introdotto nel TUF il citato art. 100bis, occasione di studio del presente scritto. Seppure anticipato dall ordinamento italiano, neanche il legislatore europeo ha mancato l occasione per emanare una disciplina che scongiurasse il ripetersi della diffusione dei danni tra i mercati ed i risparmiatori a seguito dei crack finanziari succedutisi a cavallo dell anno duemila. L approccio normativo seguito ha incentrato le linee d intervento sulla riscrittura da un lato delle regole di trasparenza e correttezza, dall altro delle regole di corretta, sana e prudente gestione aziendale. Come anticipato, il legislatore europeo ha da subito compreso che le linee di intervento dovevano essere necessariamente due, essendo necessario accompagnare la tutela degli investitori, quali utilizzatori dei servizi di investimento, alla tutela degli stessi investitori, in qualità di stakeholder degli intermediari finanziari e bancari. La prima linea d intervento ha trovato la più evidente concretizzazione nella Direttiva MiFID 10, recepita nel nostro ordinamento attraverso il D. Lgs. n. 164 del 10 In base al c.d. Approccio Lamfalussy il Parlamento ed il Consiglio Europei hanno approvato la Direttiva 2004/39/CE, c.d. di 1 livello in quanto contenente norme di principio. A tale disciplina è 14
15 2007. Con questo intervento il legislatore europeo ha dettato nuove e più stringenti regole di comportamento ed organizzazione degli operatori finanziari, con l obiettivo di favorire l integrazione dei mercati e di realizzare un elevato standard comunitario di tutela degli investitori. La seconda linea d intervento, volta ad ottenere una corretta, sana e prudente gestione aziendale, ha trovato attuazione in due direttive, entrambe datate 14 giugno 2006, che hanno riscritto le norme organizzative in merito agli operatori bancari e finanziari. In particolare la Direttiva n. 2006/48/CE ha regolato l accesso all attività degli enti creditizi ed al suo esercizio, mentre la Direttiva n. 2006/49/CE disciplina l adeguatezza patrimoniale delle imprese di investimento e degli enti creditizi 11. Attraverso questi due provvedimenti nell ordinamento europeo e, conseguentemente, negli ordinamenti degli stati membri hanno trovato accoglimento i principi dettati dal c.d. Accordo di Basilea II 12, in forza del quale gli operatori bancari e finanziari devono disporre di solidi sistemi di governo societario, di una chiara struttura organizzativa e di efficaci processi per l identificazione, la gestione, la sorveglianza e la segnalazione dei rischi, nonché di adeguati meccanismi di controllo interno. Il riferimento alle citate direttive europee ed alla corrispondente normativa interna di recepimento, nonché alla Legge n. 262 del 2005 permette ora di porre l attenzione sul quadro della corrispondente disciplina regolamentare, che riguarda in generale il settore bancario e finanziario, ed in particolare l ambito del presente scritto. Nello specifico, in forza dell emendato art. 6, co. 2bis, del TUF 13, è stato emanato il Regolamento Banca d Italia/Consob del 29 ottobre 2007 (di seguito Regolamento Congiunto) che, appunto, detta in modo più organico le concrete norme di recepimento sia della Direttiva MiFID che delle Direttive n. 2006/48/CE e n. 2006/49/CE. seguita l adozione della normativa di dettaglio, c.d. di 2 livello, contenuta nella Direttiva n. 2006/73/CE e Regolamento della Commissione Europea n. 1287/ Le Direttive n. 2006/48/CE e 2006/49/CE sono state entrambe recepite nell ordinamento italiano con il D.Lgs. n. 297 del 27 dicembre Il Nuovo Accordo sui requisiti minimi di capitale firmato a Basilea, meglio noto come Basilea II, del Giugno 2004 è un accordo internazionale di vigilanza prudenziale, maturato nell'ambito del Comitato di Basilea, riguardante i requisiti patrimoniali delle banche ed i rischi assunti dalle stesse, ponderati attraverso lo strumento del rating. 13 L art. 6 del TUF è stato da ultimo riformato dal D.Lgs. n. 164 del 2007, normativa di recepimento della Direttiva MiFID. 15
16 A sua volta, il Regolamento Congiunto deve poi coordinarsi 14 con le Disposizioni di Vigilanza prudenziale per le banche, dettate in forza degli artt. 53, 67 e 108 del TUB e rinnovate dalla Banca d Italia con la Circolare n. 263 del 27 dicembre 2006 e con l aggiornamento della Circolare n. 216 del 1996, entrambe attuative dei principi dettati dall Accordo di Basilea II e dalle relative direttive comunitarie. Infine lo specifico ambito di ricerca impone il confronto anche con il Regolamento n emanato dalla Consob in data 14 maggio 1999 e recante la disciplina degli emittenti. Analizzata la disciplina civilistica, è inoltre opportuno estendere l analisi anche alle altre branche dell ordinamento nazionale. Infatti, quale ulteriore fonte di primo livello, va menzionato anche il D. Lgs. n. 231 del 2001, che ha introdotto, per la prima volta nel nostro ordinamento, la previsione di una responsabilità personale e diretta dell'ente collettivo in relazione alla commissione di una serie di reati da parte delle persone fisiche ad esso legate, che abbiano agito nell'interesse o a vantaggio dell'ente stesso. L introduzione di questa nuova figura di responsabilità, pur se non direttamente attinente il campo d0indagine in questione, ha imposto alle aziende un riesame ed una riorganizzazione delle proprie procedure interne, attraverso l adozione di idonei modelli di organizzazione e gestione, al fine di scongiurare l imputazione della responsabilità amministrativa, usufruendo dell esimente ex art. 6, co. 1, del citato Decreto Legislativo 15. Va peraltro specificato che il D. Lgs. n. 231 del 2001 non solo ha attribuito il rango di esimente la responsabilità amministrativa all adozione ed all attuazione di idonei modelli di organizzazione e gestione, incentivandone così l utilizzo, ma ha inoltre fornito più di una indicazione in merito sia alla sostanza dei suddetti modelli che alle relative formalità di attuazione, controllo e revisione. 14 Il coordinamento con la normativa prudenziale della Banca d Italia avviene in forza dell art. 3 dello stesso Regolamento Congiunto Banca d Italia/Consob del 29 ottobre Decreto Legislativo 8 giugno 2001, n. 231 Art. 6 - Soggetti in posizione apicale e modelli di organizzazione dell'ente 1. Se il reato e' stato commesso dalle persone indicate nell'articolo 5, comma 1, lettera a), l'ente non risponde se prova che: a) l'organo dirigente ha adottato ed efficacemente attuato, prima della commissione del fatto, modelli di organizzazione e di gestione idonei a prevenire reati della specie di quello verificatosi; b) il compito di vigilare sul funzionamento e l'osservanza dei modelli di curare il loro aggiornamento e' stato affidato a un organismo dell'ente dotato di autonomi poteri di iniziativa e di controllo; c) le persone hanno commesso il reato eludendo fraudolentemente i modelli di organizzazione e di gestione; d) non vi e' stata omessa o insufficiente vigilanza da parte dell'organismo di cui alla lettera b). (omissis) 16
17 Il quadro normativo finora delineato è percorso da un filo conduttore comune, in quanto la disciplina detta sempre e comunque dei principi e dei doveri di organizzazione, comportamento e gestione, a cui devono attenersi gli operatori dei settori bancario e finanziario. Conferma ne sia quanto affermato dalla stessa Banca d Italia nella citata Circolare n. 263 del 2006: Ove possibile, essa (ndr: la regolamentazione) tende, inoltre, a evitare un eccessiva prescrittività, indicando solo principi di carattere generale, integrati da linee guida applicative e indicazioni su prassi accettabili, diffuse e utilizzate presso gli intermediari. L azienda si trova dunque a confrontarsi con un contesto legislativo articolato e dettagliato, ma privo di concreti riferimenti metodologici, in forza del quale l operatore economico deve approntare una corporate governance rispettosa dei canoni normativi delineati e, al tempo stesso, quanto più possibile idonea a raggiungere gli obiettivi aziendali prefissati. Il legislatore non fa alcuna scelta e non pone rigidi limiti in merito al modello di gestione da assumere concretamente, pretendendo solo che, attraverso questo, l operatore sia in grado di raggiungere gli obiettivi ed il livello di tutela prefissati dalla normativa 16. Pertanto, in concreto, l attività di Risk Management ha la necessità di approntare un modello di gestione dei rischi in grado di rispettare le disposizioni normative statuite a più livelli dal legislatore. Per far ciò il management deve affidarsi a quegli standard di comportamento ed organizzazione internazionale e nazionale, che spesso sono stati, essi stessi, posti dal legislatore alla base delle scelte effettuate. Il riferimento è in primo luogo agli standard procedurali elaborati a livello internazionale, come il FERMA 17 Risk Management Standard Framework o il CoSO 16 In merito al Secondo Pilastro, incentrato sulla Valutazione aziendale dell adeguatezza patrimoniale la Circolare della Banca d Italia n. 263 del 2006 afferma che Le banche definiscono in piena autonomia un processo per determinare il capitale complessivo adeguato in termini attuali e prospettici a fronteggiare tutti i rischi rilevanti. Il processo deve essere formalizzato, documentato, sottoposto a revisione interna e approvato dagli organi societari. Esso è proporzionato alle caratteristiche, alle dimensioni e alla complessità dell attività svolta. Cfr. Circolare n. 263 del 2006, Titolo III, Capitolo 1, Sezione II, Par FERMA è l acronimo di Federation of European Risk Management Associations. 17
18 Framework 18, senza dimenticare il contributo di standardizzazione svolto dall organizzazione internazionale ISO 19. Oltre agli standard internazionali le aziende possono prender a riferimento anche alcuni modelli e standard elaborati a livello nazionale, come i codici di comportamento e le linee guida previste dallo stesso art. 6, co. 3, del D. Lgs. n. 231 del 2001 ed elaborate dalle più importanti associazioni ed organizzazioni, non solo del settore bancario e finanziario: Borsa Italiana, ABI, AssoReti, Assonime, Assosim, Confindustria e Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti contabili. In conclusione, l intermediario bancario e finanziario deve mirare ad adottare delle procedure di Risk Management che siano in grado di rispettare tutte le disposizioni normative vigenti nel campo di applicazione ed al tempo stesso riescano a gestire i rischi connessi, al fine di massimizzare le performance aziendali. Un compito non da poco, che tuttavia non è di certo raggiungibile se non riconoscendo adeguate risorse ed attenzione alla funzione di Risk Management all interno della struttura aziendale. 2 - IL CO CETTO DI RISCHIO Le molteplici definizioni proposte in tema 20 palesano quanto il rischio sia un elemento comune ed onnipresente non solo nella realtà sociale, ma soprattutto nella specifica realtà economico-aziendale 21. Pur se comune, tuttavia il concetto di rischio è al tempo stesso molto complesso e riluttante ad inquadramenti unanimi. Come nella altre numerose discipline in cui viene utilizzato, anche nel pur circoscritto settore economico-aziendale si è rivelato oltremodo difficile poter formulare una definizione di rischio universalmente condivisibile Cfr. Committee of Sponsoring Organizations of the Treadway Commission (CoSO) Enterprise Risk Management Integrated Framework Settembre 2004, tradotto e integrato in Pricewaterhouse- Coopers, La gestione del rischio aziendale ERM Enterprise Risk Management: modello di riferimento e alcune tecniche applicative, Il Sole 24 Ore, Milano, L'International Organization for Standardization, abbreviato nell acronimo ISO, ha pubblicato, per quanto attiene al Risk Management, i documenti ISO/IEC 31000, su principi e linee guida, ISO/IEC 31010, in tema di tecniche, e ISO/IEC Guide 73, destinata a standardizzare i vocaboli utilizzati nell ambito del Risk Management. 20 Una definizione tra molte: Il rischio è la potenzialità che un azione o un attività scelta (includendo la scelta di non agire) porti a una perdita o ad un evento indesiderabile. La nozione implica che una scelta influenzi il risultato. Fonte: 21 Cfr. Bertini U., Pisa, 1969, op. cit.. 22 In tal senso si veda Bertini U., Pisa, 1969, op. cit.. 18
19 Ciononostante è possibile individuare tre principali orientamenti ai quali fanno riferimento quasi tutte le nozioni presenti in letteratura 23. L orientamento tradizionale-assicurativo, il più datato storicamente, fornisce del rischio una visione esclusivamente negativa, in quanto lo definisce come l insieme delle possibili minacce. Il concetto di rischio qui coincide pertanto con quello di rischio puro, che verrà analizzato in seguito. Di contro, secondo l orientamento statistico-finanziario, il rischio consiste in un aleatorietà stocastica, vale a dire come il possibile scostamento di una variabile aleatoria rispetto alle aspettative stimate. Nella dottrina aziendalistica, peraltro, sembra oggi prevalere l approccio manageriale, che interpreta il rischio come il possibile scostamento di una variabile aleatoria dagli obiettivi prefissati dal soggetto che si trova a farvi fronte 24. In proposito la dottrina di stampo manageriale, evidenziando il rapporto tra Risk Management ed obiettivi aziendali, definisce il rischio come un evento o un insieme di condizioni inaspettate che riducono in misura significativa la capacità dei manager di implementare la strategia di business deliberata 25. Il vantaggio dell orientamento manageriale rispetto agli altri approcci consiste nella sua adattabilità, essendo applicabile non solo ai rischi puri, ma anche e soprattutto ai rischi speculativi, la cui gestione viene oggi caratterizzata come opportunità di mercato e, dunque, precipuo obiettivo aziendale LE PRI CIPALI CLASSIFICAZIO I DEI RISCHI In letteratura sono state elaborate e proposte molteplici classificazioni delle tipologie di rischi in cui può incorrere la realtà aziendale. Ognuna delle classificazioni proposte è funzionale a mettere in evidenza, per ciascuna tipologia di rischio, determinate proprietà ed aspetti distintivi. Tale proliferazione di classificazioni non può stupire, qualora si consideri la loro precipua utilità nell individuare ed analizzare il profilo di rischio collegato all attività operativa, in modo da costruire un legame tra l implementazione della strategia, lo 23 In proposito si veda Floreani A., Introduzione al Risk Management. Un approccio integrato alla gestione dei rischi aziendali, RCS Libri, In tal senso Golinelli G.M., Cedam, Padova, 2000, op. cit.; Beretta, S, Valutazione dei rischi e controllo interno, Università Bocconi, In tal senso Simons R. Sistemi di controllo e misure di performance, a cura di Franco Amigoni, Egea, Milano, 2007; PriceWaterHouseCoopers, Il Sole 24 Ore, 2006, op.cit.. 19
20 svolgimento delle attività operative e i fattori di incertezza e di rischio ai quali le attività operative stesse sono esposte. In altre parole, il ricorso ad uno schema di classificazione garantisce la standardizzazione e l omogeneità nel processo di individuazione dei fattori di rischio in tutte le realtà aziendali, in modo da identificare e ricondurre le medesime situazioni ad uno stesso determinato rischio, non trascurandone alcun fattore, soprattutto al fine di creare un «linguaggio comune» che permetta la condivisione delle cause e delle informazioni. E infatti necessario adottare e diffondere un linguaggio comune all interno dell organizzazione, affinché ciascun fattore sia individuato e definito in maniera uniforme, evitando quindi ambiguità e discordanze nella sua descrizione, che potrebbero condurre ad un processo di gestione del rischio falsato. Pertanto, su larga scala, una dettagliata ed uniforme classificazione dei fattori di rischio individuati è un passo necessario per giungere al successivo consolidamento dei rischi, individuati nelle attività e nei processi, verso livelli organizzativi più alti, non solo permettendo una più semplice, efficace e cosciente gestione dei rischi, ma soprattutto consentendo un proficuo scambio e confronto tra diverse realtà aziendali. Oltre alla specifica utilità aziendale, le numerose classificazioni dei rischi palesano anche una marcata rilevanza giuridica, dal momento che su tali classificazioni si basa la regolamentazione delle Autorità di vigilanza del settore bancario e finanziario. In particolare ci si riferisce alla Circolare della Banca d Italia n. 263 del , che articola le norme prudenziali per le banche in tre pilastri, riprendendo la suddivisione dapprima proposta dall Accordo di Basilea II e fatta propria dalle Direttive n. 2006/48/CE e n. 2006/49/CE. 26 Circolare della Banca d Italia n. 263 del 2006, Titolo I, Capitolo I, Parte Prima, Paragrafo 1, pag. 1: La nuova struttura della regolamentazione prudenziale si basa su tre pilastri. Il primo introduce un requisito patrimoniale per fronteggiare i rischi tipici dell attività bancaria e finanziaria (di credito, di controparte, di mercato e operativi); a tal fine sono previste metodologie alternative di calcolo dei requisiti patrimoniali caratterizzate da diversi livelli di complessità nella misurazione dei rischi e nei requisiti organizzativi e di controllo. Il secondo richiede alle banche di dotarsi di una strategia e di un processo di controllo dell adeguatezza patrimoniale, attuale e prospettica, rimettendo all Autorità di vigilanza il compito di verificare l affidabilità e la coerenza dei relativi risultati e di adottare, ove la situazione lo richieda, le opportune misure correttive. Il terzo introduce obblighi di informativa al pubblico riguardanti l adeguatezza patrimoniale, l esposizione ai rischi e le caratteristiche generali dei relativi sistemi di gestione e controllo. Sostanzialmente sulla stessa linea si pone la Circolare n. 216 del 1996, aggiornata nel 2007, contenente le Istruzioni di Vigilanza per gli Intermediari Finanziari iscritti nell elenco speciale di cui all art. 107 del TUB. 20
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