Source: http://ivdi.it/Petrolchimico/udienze_appello/22_giugno_2004.htm
Timestamp: 2019-02-19 00:49:46+00:00
Document Index: 95602042

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Appello-udienza_22_giugno_2004
UDIENZA DEL 22 GIUGNO 2004
Dott. Aliprandi Presidente
VERBALE DI UDIENZA REDATTO IN FORMA STENOTIPICA
PROCEDIMENTO PENALE N. 600/03 R.G.
A CARICO DI: CEFIS EUGENIO + ALTRI
Esito: Rinvio al 24 giugno 2004.
PUBBLICO MINISTERO – Dott. Casson – Signor Presidente, signori Giudici, come accennavo anche in una delle scorse udienze, essenzialmente anche questa requisitoria, per quanto riguarda la prima parte, il primo capo d’accusa, vedrà il mio intervento e per il secondo capo d’accusa interverrà il collega dottor Bruni. Io chiedo, come per le scorse udienze, di poter parlare da seduto anche per poter utilizzare computer e resto del materiale.
PRESIDENTE – Va bene.
PUBBLICO MINISTERO – Dott. Casson – Grazie. Dopo aver letto la sentenza di primo grado, mentre mi accingevo a scrivere l’atto d’appello, non saprei che avrei partecipato o che avrei partecipato al giudizio di appello. Ritenni, pertanto, mio dovere leggere e rileggere attentamente la sentenza, appuntarne le omissioni e le contraddizioni, elaborarne la critica da un punto di vista sia di fatto che di diritto. Ritenni doveroso, avendo partecipato alle indagini preliminari, alla fase dell’udienza preliminare e al dibattimento di primo grado, fissare e rimarcare per iscritto le mie conoscenze, le mie valutazioni, per aiutare chi in grado d’appello si sarebbe dovuto dedicare a rappresentare la Pubblica Accusa e per rendere più semplice anche il lavoro di chi si sarebbe trovato a dover giudicare. Ritenni di dover fare ciò soprattutto perché la sentenza, ad una prima sommaria e rapida lettura, magari per saltus, come dai più è stato fatto, si presentava quasi bella e coerente; ma lo era solo in apparenza e solo per chi non conosceva e non conosce le carte del processo. Ai miei occhi, infatti, la sentenza si rivelava profondamente e gravemente carente, per ragioni di diritto nell’esposizione dei fatti emersi e provati dall’Accusa, nella valutazione od omessa valutazione delle prove, documenti, testimonianze, accertamenti tecnici. Ma soprattutto, prima di tutto, avevo rilevato l’esistenza nella sentenza di gravi vizi giuridici sull’esistenza e sull’applicazione di norme esistenti da decenni, nella valutazione ed interpretazione di norme di legge, nell’andare contro ad ormai pacifica e consolidata giurisprudenza della Corte di Cassazione soprattutto in materia di tutela dei lavoratori, ma anche in relazione alla più recente giurisprudenza in tema di nesso causale, tanto gravi e lampanti mi sembravano tali vizi da farmi pensare addirittura alla teorica possibilità di un immediato ricorso in Cassazione per inosservanza ed erronea applicazione della legge penale e di altre norme giuridiche e per manifesta illogicità della motivazione, particolarmente in riferimento alla contestazione di cui all’Art. 437 del Codice Penale. Tanto gravi e lampanti mi sembravano certi vizi della sentenza, da farmi pensare per la prima parte del capo d’accusa quasi, per così dire, ad una sentenza suicida. Non ho certamente maturato da solo queste considerazioni, avendo ritenuto di dovermi confrontare anche con colleghi in loco, di varie parti d’Italia, anche più esperti di me, proprio per evitare sempre possibili abbagli da parte mia. Il problema però era ed è come illustrare ed argomentare tutto ciò ad una Corte d’Appello. Ecco, spiegata allora la necessità che ho avvertito di redigere degli ampi e particolareggiati motivi d’appello, quelle 1500 pagine depositate il 29 ottobre 2002, per così dire "a futura memoria". A quei motivi, pertanto, mi riporto integralmente, ritenendo di non doverli esplicitare ulteriormente, in considerazione anche della ampia, dettagliata ed approfondita esposizione del Giudice Relatore e fatte salve le aggiunte e le specificazioni che farò oggi e i prossimi giorni. Ritengo, tutto sommato, nonostante la marea di documenti e prove processuali raccolte, semplice l’intera vicenda. Il problema riguarda il modo di fare ordine e di raccapezzarsi in un vero e proprio mare magnum di carte, memorie e quant’altro. Mi scuso fin d’ora con la Corte se potrò essere noioso e talvolta sembrerò prolisso, non è certamente questa la mia attenzione; trovandomi per la prima volta davanti ad una Corte d’Appello, dovrò trovare la strada per essere chiaro, sintetico il più possibile ed efficace. Elenco ora i punti fondamentali che voglio rappresentare e dimostrare in questa discussione orale e, non rinunciando ai singoli motivi scritti, sicuramente già esaminati da questo Collegio, ai quali faccio espresso rinvio, indicherò quelli che ritengo i baluardi dell’Accusa, quelli che comunque ritengo probatoriamente solidi e processualmente insuperabili. Proietto ora appunto quelli che ritengo essere i vizi principali della sentenza di primo grado. C’è un primo problema di disapplicazione delle norme esistenti prima del 1960, c’è un’interpretazione curiosa e quasi solitaria, pressoché unica comunque, dell’Art. 437 del Codice Penale e c’è infine il contrasto con i principi affermati di recente dalla Suprema Corte Cassazione in materia di nesso causale. Cercherò di non ripetere quanto scritto nei motivi d’appello, per quanto possibile, se non per quanto strettamente necessario, fornendo innanzitutto materiale normativo e giurisprudenziale per così dire nuovo, nel senso che non è stato ampiamente o espressamente discusso in primo grado; esaminerò, inoltre, i punti cruciali della sentenza del Tribunale. È evidente che in questo grado d’appello abbiamo tutti un punto di riferimento almeno iniziale, per così dire un faro che illumina o non illumina l’intera vicenda: è ovviamente la sentenza del Tribunale, dal cui esame non si può prescindere. In ragione del cosiddetto effetto devolutivo del giudizio d’appello, de iure condito, è ovvio che i temi oggetto d’appello dovranno essere integralmente trattati e riconsiderati in questo grado di giudizio. Le parti d’Accusa che io tratterò in questa sede sono le seguenti: la violazione degli Artt. 437 nel primo e nel secondo comma e la violazione degli Artt. 589 e 590 del Codice Penale. I temi della discussione orale a partire da oggi sono questi altri che presento nell’indice, cui dovrò fare riferimento mano a mano che tratterò un capitolo od un altro. Quindi passiamo a far vedere i temi della discussione orale. Il primo capitolo riguarda l’Art. 437 del Codice Penale. Ritengo che nell’esame di qualsiasi capo d’imputazione bisogna sempre partire dal capo d’imputazione stesso, dal capo d’accusa, e da questo capo d’imputazione c’è una chiara enunciazione ovviamente innanzitutto delle norme violate, di quelli che sono i soggetti imputati, accusati, per i periodi di propria rispettiva competenza e per le rispettive qualità. C’è un’indicazione di colpa generica e colpa specifica; sono indicate le condotte in maniera dettagliata; sono indicati in maniera dettagliati gli eventi, la morte e le malattie, ed è specificato ancora nel capo d’imputazione uno degli aspetti principali dell’intera vicenda, quello relativo alla conoscenza della pericolosità del CVM e PVC e si fa riferimento sia al pericolo tossicologico e letteralmente viene detto "e anche cancerogeno". Il Tribunale sostiene, da pagina 459 in poi, parlando dell’Art. 437, alcuni principi che, a dire il vero, mi hanno sorpreso fin da subito e li enuncia nella seguente maniera. A pagina 459, dice che l’Art. 437 configura la più severa sanzione in quanto è caratterizzato sul piano soggettivo dalla necessarietà del dolo e sotto il profilo oggettivo dalla sussistenza di violazione del dovere di sicurezza, aventi particolari serietà. Quindi questa è la prima caratteristica che individua il Tribunale: aventi particolare serietà; poi dice che "la condotta di omessa collocazione possa essere correlata soltanto a quei sistemi o a quegli apparecchi la cui collocazione sia obbligatoria sulla base di una specifica norma di prevenzione di disastri o di infortuni"; il terzo punto è quello relativo alla definizione di impianti che sono individuati sulla base di "installazioni caratterizzate da instabilità", così dice il Tribunale, "così come il concetto di apparecchi qualifica quelli delle attrezzature aventi una certa complessità tecnica e il termine collocazione corrisponde ad un’attività avente ad oggetto una cosa dotata di stabilità strutturale". Un altro punto rilevato dal Tribunale è quello che dice che l’Art. 437 "si riferisce a strumenti aventi specificamente e unicamente la destinazione e la sicurezza" e fa riferimento, in particolar modo, anche a tutti gli organi che dovevano essere regolarmente manutenuti, gli organi di tenuta, valvole e rubinetti e dice che "tali organi costituiscono parti degli impianti produttivi normalmente funzionanti e invece non integrano specifici e distinti strumenti con finalità preventiva". L’ultimo punto individuato dal Tribunale è quello relativo all’elemento della colpa e sostiene il Tribunale a pagina 462 che "è del tutto inesistente una consapevole volontà negli imputati di astenersi dal collocare impianti ed apparecchi diretti a neutralizzare la situazione di rischio, precisamente riconosciuta come tale dai medesimi". L’unica concessione, per così dire, che il Tribunale fa alle tesi d’Accusa, sempre a pagina 462, viene detto: "L’unica prova conseguita positivamente dall’Accusa è quella relativa ai valori espositivi, superiori ai limiti di cui alla normativa vigente, cioè 500 PPM, nell’arco temporale fino al 1974, per quanto riguarda gli operatori sui quali è stato riscontrato il fenomeno di Raynaud". Ora prendiamo atto di questa concessione sui 500 PPM nell’arco temporale che finisce al 1974, ne riparleremo ampiamente; non si capisce perché vengano individuate le categorie più a rischio, sempre in quella pagina, che sono autoclavisti e insaccatori, e non si capisce perché in questa pagina innanzitutto limiti le patologie al solo fenomeno di Raynaud e non indichi anche le altre patologie che saranno successivamente individuate dallo stesso Tribunale, come ad esempio l’angiosarcoma ed alcune epatopatie. Comunque, proseguendo nell’esame di questo capitolo, dopo aver visto queste tesi direi singolari, sulla base soprattutto di quanto già esposto nei motivi d’appello cui faccio rinvio, ma soprattutto sulla base della giurisprudenza di Cassazione che adesso rappresenterò, quel che colpisce a proposito della tesi del Tribunale è non tanto e soltanto l’identità di vedute sull’argomento tra gran parte delle difese degli imputati e la tesi che viene portata in sentenza; colpisce soprattutto il fatto che il Tribunale doppia la soglia di questa identità, oltrepassa le teorie sostenute dai difensori degli imputati e abbraccia una tesi che di queste ultime diventa il suggello, in contrasto però con l’orientamento dottrinale e giurisprudenziale ormai costante. Le norme speciali che il Tribunale ha decisamente ignorato, la cui consapevole violazione ha dato luogo alla contestazione del reato di cui al 437, contengono ciascuna una disposizione di carattere generale, dalla quale non si può prescindere, che costituisce il cappello rispettivo testo legislativo. Parlo innanzitutto degli Artt. 4, sia del D.P.R. 547 del 1955 sia del D.P.R. 303 del 1956, che hanno tutt’e due un Articolo 4 che nel contenuto riporta le stesse norme. Queste norme contengono il principio imprescindibile che impone l’obbligo per il datore di lavoro di attuare ogni misura diretta ad evitare che la sicurezza e la salute del prestatore di lavoro possano essere poste in pericolo e/o danneggiate. Ricordavo nei motivi d’appello che già un difensore degli imputati, il professor Alessandri, aveva scritto così alcuni anni fa: "Solo perché si verifica una determinata articolazione dei fattori produttivi tale da profilarsi come potenzialmente produttiva di aggressioni all’incolumità fisica dei lavoratori, si impone l’adozione di efficaci misure protettive, perché è il bene dell’integrità dei lavoratori l’oggetto centrale della tutela posta dall’Art. 437, qualunque siano l’attività produttiva specifica, il settore produttivo e la dimensione dell’impresa". Incombe sul lavoratore, come dice un altro difensore degli imputati, questa volta di Enichem, il professor Pulitanò: "Incombe sul datore di lavoro il dovere di programmare la sicurezza", come efficacemente aveva scritto un paio, alcuni anni fa, sul digesto penale di (Utet). Ma passiamo a vedere quella che è la giurisprudenza che definisco costante e chiarissima, negli ultimi decenni, in materia di 437. È una giurisprudenza, come vedremo, particolarmente rigida nella sua costanza, che ha un significato che illustrerò anche alla fine, proprio per dare atto di che cosa si tratti e che significato abbia. Ora proietto innanzitutto quelle che sono le massime, rapidamente, le sentenze di cui parlerò e sono delle sentenze che consegnerò ovviamente in copia alla Corte d’Appello, così come le ho ricevute dalla Corte di Cassazione. Rilevo innanzitutto fin d’ora che a questa giurisprudenza di Cassazione si affianca una giurisprudenza di merito che è sostanzialmente e particolarmente costante, anche del Tribunale di Venezia, a parte la sentenza appellata e che ci riguarda oggi e anche della Corte d’Appello di Venezia e a questa giurisprudenza di merito si conformano anche delle recentissime sentenze del Tribunale monocratico di Mestre e di Venezia, in materia proprio di 437, che riguardano degli episodi specifici degli ultimi anni, che sono sentenze che saranno parimenti, pur non essendo passate in giudicato, però come giurisprudenza consegnate alla Corte. Potevo seguire nell’illustrazione di questa giurisprudenza diversi ordini, diverse metodologie; seguirò peraltro, per semplicità sicuramente mia, un ordine cronologico, a partire dal 1980, proprio per far parlare la Cassazione così come si è venuta evolvendo nella sua storia. Parto da una sentenza del 1980 e da queste sentenze si vedrà come i principi indicati nella sentenza del Tribunale in primo grado vengono completamente disattesi. La prima è del 1980, non dico tutti i dati per semplicità e per rapidità, perché vengono proiettati sullo schermo: "Nella previsione legislativa è compreso anche il semplice infortunio, per cui la norma si riferisce a qualunque apparecchiatura necessaria per evitare infortuni sul lavoro, anche se individuali e non soltanto a quelli essenziali per evitare una grave situazione di pericolo". Sentenza del 1983: "Per la configurabilità del delitto di rimozione od omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, non occorre né che le cautele omesse o danneggiate siano di importanza fondamentale per la sicurezza nell’ambiente di lavoro, né che la situazione di pericolo investa una indefinita massa di persone anche estranee all’ambiente di lavoro, essendo sufficiente che il comportamento dell’agente si concreti nell’omissione, rimozione o danneggiamento di apparecchiature che risultino necessarie per la prevenzione, in relazione ad una collettività lavorativa la cui entità pone essa stessa le condizioni della diffusibilità del pericolo. A parte la considerazione che nel delitto di cui al 437 il pericolo per la pubblica incolumità è insito nella condotta posta in essere, non essendo richiesta la dimostrazione del pericolo in concreto, va osservato che il pericolo per la pubblica incolumità va riguardato con riferimento alla collettività lavorativa e all’ambiente di lavoro". Questa sentenza la cito perché tra l’altro è un caso interessante, nel senso che di fronte ad un’assoluzione in primo grado da parte del Tribunale c’è una sentenza di Corte d’Appello che condanna gli imputati e poi una sentenza della Cassazione che conferma la condanna, precisando e ribadendo questi concetti, come in altri casi è successo anche qui a Venezia per altre sentenze. Passo ad una sentenza del 1984: "In tema di reati verificatisi a seguito dell’inosservanza delle norme sugli infortuni sul lavoro, è ravvisabile il concorso tra il delitto di cui all’Art. 589 e quello di cui all’Art. 437 secondo comma, essendo ben diverse le condotte e le rispettive oggettività giuridiche, e cioè la pubblica incolumità e la vita umana, né si può verificare assorbimento per diversità dell’elemento soggettivo, rispettivamente: dolo e colpa". È una sentenza che anticipa di un decennio almeno una sentenza chiarissima della Corte di Cassazione, che conferma una sentenza della Corte d’Appello di Venezia di condanna, che a sua volta aveva annullato una sentenza di assoluzione in primo grado del Tribunale di Venezia, Prima Sezione Penale. Passo ad una sentenza del 1985 che fa riferimento ancora al dolo del 437, che dice che "è reato di pericolo e consiste nella coscienza di non adempiere l’obbligo giuridico di collocazione degli impianti, nonostante la consapevolezza del pericolo, per un determinato numero di persone. In particolare, il pericolo per la pubblica incolumità nell’ambito del lavoro non è elemento costitutivo del delitto di rimozione ed omissione dolosa, ma ne è la ratio che giustifica l’incriminazione". C’è poi una sentenza del 1986, che è quella che riguarda la vicenda dalla Icmesa di Seveso, se ne riparlerà più ampiamente alla fine, quando si dovrà affrontare la questione della delega della responsabilità penale dei singoli imputati, la cito in questo momento soltanto per un punto, che è quello iniziale. Relativamente ai destinatari della normativa antinfortunistica, dice che "il principio della delega può concettualmente trovare applicazione, sia pure con assoluto rigore nell’accertamento dei suoi presupposti, anche se trattasi di attività che coinvolgono non soltanto la prevenzione infortunistica, ma altresì l’integrità del territorio, l’incolumità fisica e gli interessi economici dei suoi abitanti". Per questo momento mi limito a questa massima, perché ci torneremo su. Passo ad una sentenza del 1987, che ribadisce come nelle previsioni dell’Art. 437 sia compreso anche il semplice infortunio, per cui la norma si riferisce a qualunque apparecchiatura necessaria alle imprese per evitare infortuni sul lavoro, di cui possa risultare vittima anche una sola persona e non soltanto a quelle apparecchiature essenziali per evitare una grave situazione di pericolo" ed è evidente il contrasto con quanto ha scritto il Tribunale di Venezia sulla sua sentenza appellata. Passo ad una sentenza del 1988, che è importante perché fa riferimento sia ai comportamenti omessi, sia all’aspetto del dolo e poi anche alle deleghe di cui parleremo alla fine della requisitoria. Fa riferimento ad una situazione di omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, in quanto l’imputato aveva omesso di fornire lo stabilimento di impianti, apparecchi e strumenti di prevenzione, in particolare non realizzando un idoneo impianto di aspirazione dei fumi di saldatura, non sottoponendo a collaudo quattro paranche per la movimentazione di semilavorati, non facendo sottoporre a regolari visite mediche i lavoratori dipendenti, non munendo dei previsti mezzi personali di protezione gli addetti alla spalmatura e pennelli semilavorati e non realizzando i servizi igienici previsti dal progetto approvato". Tutti questi comportamenti vengono inseriti all’interno di una contestazione di cui all’Art. 437 del Codice Penale e faccio vedere come sono diversificati i comportamenti che riguardano gli aspetti sia soggettivi sia oggettivi della tutela contro gli infortuni sul lavoro in ambiente lavorativo a favore dei dipendenti. Con le numerose omissioni ancora riscontrate, ripete la sentenza, questa mancanza di impianto di aspirazione, mancato collaudo, mancato svolgimento delle visite mediche, mancanza dei prescritti mezzi di protezione individuale e dei servizi igienici e fa riferimento appunto ad una inidoneità principale dell’impianto di aspirazione, comunque, che era stato installato ad un certo punto. Passando all’aspetto del dolo, la sentenza dice che "per la sussistenza del dolo non è affatto necessaria, come opina il ricorrente imputato, la provata intenzione di arrecare danno ai dipendenti, ma è sufficiente, giusta la costante giurisprudenza di questa Suprema Corte, la coscienza e volontà di omettere le cautele, accompagnata dalla conoscenza della destinazione alla prevenzione dei dispositivi e attività omesse, elementi che non possono non essere ritenuti presenti nella coscienza dell’imputato, date le numerose intimazioni che aveva ricevuto. Il terzo punto riguarda i soggetti investiti e torneremo a parlarne quando si parlerà di delega, in particolare delle funzioni da parte del datore di lavoro. L’ultimo punto di questa sentenza è quello che riguarda nello specifico il mancato collaudo dei paranchi, che era addebitabile al prevenuto e che non soltanto questo, ma numerose altre omissioni, ivi compresa l’incompletezza e l’inidoneità dell’impianto di aspirazione, rendevano pericoloso per i dipendenti anche il nuovo stabilimento. Cito questo ultimo punto perché, oltre a far riferimento ad una specificazione di queste omissioni, come il mancato collaudo dei paranchi, non soltanto di averlo omesso, ma il mancato collaudo, c’è anche l’incompletezza di questo impianto d’aspirazione che non garantiva quindi i dipendenti e la comunque inidoneità di questo impianto. Un’altra sentenza del 1988, imputato Barbagallo, sempre in relazione ad un punto della sentenza, della nostra sentenza di primo grado, che viene smentita, proprio perché si dice che "non è necessario né che la situazione di pericolo costituente elemento in senso giuridico del reato investa una indefinita molteplicità di persone, né che le cautele omesse siano di importanza fondamentale per la sicurezza del lavoro, proprio perché questa norma e queste norme fanno riferimento anche ai singoli lavoratori o anche ad un unico lavoratore". Quindi è chiaro ed evidente ed è conseguente che non è necessario che si tratti di strumenti e di apparecchi fondamentali per la sicurezza del lavoro. Passo ad una sentenza del 1990, che tratta di un punto sul quale si tornerà più ampiamente e quindi leggo sinteticamente in questo momento: "Perché l’Art. 437, nel punire queste omissioni dolose, si riferisce non solo agli infortuni causati da agenti meccanico–fisici, ma anche alle cosiddette malattie–infortunio, ossia alle manifestazioni morbose prodotte da agenti esterni quali per esempio le patologie di origine barica, elettrica, radioattiva e chimica", che è proprio il nostro caso. Salto un altro punto della terza parte di questa sentenza, che fa riferimento all’interesse tutelato dalla norma, che è certamente quello della pubblica incolumità. Esso costituisce la ratio della previsione. Dice però la sentenza che "non è assolutamente richiesto che la condotta dell’agente sia idonea a causare detto pericolo nei confronti di una massa di persone, potendo invece riguardare anche un singolo lavoratore" e si dice che questa giurisprudenza è ormai consolidata, nel 1990. Per quanto riguarda l’ultima parte di questa sentenza, si parla di omessa predisposizione di idonea apparecchiatura per la aspirazione di sostanze tossiche nocive e viene rilevato che la norma è diretta a prevenire o reprimere condotte dalle quali possano derivare non solo disastri ma anche semplici infortuni, diversificandosi dalle ipotesi contravvenzionali, solo quindi sotto il profilo dell’elemento soggettivo e in questa previsione normativa del 437 viene ricompresa la condotta di chi ometta di collocare impianti di aspirazione "idonei ad impedire" e sempre dice "idonei ad impedire che agenti esterni chimici aggrediscano il fisico di chi se sia esposto". La prossima sentenza è sempre del 1990, imputato Michelagnoli, e la cito in riferimento al fatto che parla di omissioni che possono essere anche parziali. "Questa norma del 437 - dice - comprende tra gli anzidetti eventi lesivi non solo il disastro, ma anche il semplice infortunio individuale", questa è la base per poter arrivare a queste conclusioni e quindi "situazione di pericolo che possa coinvolgere la sola persona che si trovi ad addetta alla macchina priva di dispositivi e congegni atti a prevenire gli infortuni". Poi continua dicendo che " certo è invero che il complesso delle mozioni di impianti, apparecchi o segnali destinati a prevenire disastri o infortuni sul lavoro, ricomprende tutti i prodotti della tecnica aventi tale destinazione, sicché l’elemento oggettivo del reato deve considerarsi realizzato quando le prescrizioni siano state in tutto o in parte omesse". Nella specie, risultano omesse le doverose prescrizioni specifiche ripetutamente segnalate nelle ispezioni e non è dato comunque di cogliere il rilievo che assumerebbe, al fine di distinguere la contravvenzione dal delitto, la differenza che non può razionalmente desumersi dal dato normativo tra apprestamenti insufficienti e totali omissioni. Quindi l’apprestamento insufficiente viene equiparato alla omissione pura e semplice di queste misure in sicurezza. C’è un’altra sentenza poi del 1993, che è una sentenza importante, che è quella che fa riferimento al disastro verificatosi a Ravenna, la motonave Elisabetta Montanari, il 19 marzo del 1987. Ci sono diversi principi ai quali faccio cenno rapidamente ed alcuni di essi verranno ripresi successivamente proprio per quello, per il significato che hanno. Il primo punto è quello che riguarda il concorso tra la norma di cui al 437 e la norma di omicidio colposo e di lesione colpose. Dice ad un certo punto che sussiste concorso formale tra il reato di cui al 437 comma secondo e quello previsto dal 589. Tali previsioni normative, infatti, considerano distinte situazioni tipiche, vale a dire la dolosa omissione di misure antinfortunistiche con conseguente disastro e la morte non voluta di una o più persone e tutelano interessi differenti, cioè la pubblica incolumità e la vita umana. Poiché il danno alla persona non è compreso nell’ipotesi complessa di cui all’Art. 437 comma seconda - ripeto, ipotesi complessa proprio per quello che significa anche in materia di consumazione del reato e quindi quello che significa anche in materia di prescrizione, di decorrenza della prescrizione del reato - dice quindi questa sentenza: "Poiché il danno alla persona non è compreso in questa ipotesi complessa, costituendo effetto soltanto eventuale e non essenziale del disastro o dell’infortunio, la morte, sia pure in conseguenza dell’omissione stessa, non viene assorbita dal 437 secondo comma, ma costituisce reato autonomo. La punizione dell’uno e dell’altro reato, pertanto, non comporta duplice condanna per lo stesso fatto e quindi non viola il principio del ne bis in idem". Tra l’altro è importante questa, perché anticipa proprio di alcuni anni un’altra sentenza del Tribunale di Venezia, Prima Sezione Penale, che invece in una situazione analoga aveva affermato sussistere il ne bis in idem tra il 437 e una lesione colposa. Torneremo su questa sentenza tra poco. Continua la sentenza sulla motonave Elisabetta Montanari: "Ai fini della prevenzione degli infortuni sul lavoro, sono da rispettare non soltanto le norme specifiche contenute nelle speciali leggi antinfortunistiche, ma anche quelle che, se pure stabilite da leggi generali, sono ugualmente dirette a prevenire gli infortuni stessi, come l’omissione di cui al 437. Tale omissione, pertanto, anche se ascritta come reato autonomo, opera altresì come circostanza aggravante del concorrente reato di omicidio colposo" per i principi che abbiamo già visto. "Poiché questa disposizione del secondo comma del 437 non prevede appunto una circostanza aggravante bensì un’ipotesi di concorso formale di reati, quello di omissione di impianti antinfortunistici, tra cui il disastro colposo, unificati ai fini della pena per evitare la maggiore severità del cumulo materiale, è sufficiente per l’applicabilità di tale norma la consapevolezza della condotta tipica del reato di disastro colposo e non anche dell’evento che aggrava il delitto di cui al 437, per cui non è invocabile la regola dell’Art. 59 comma secondo. Il delitto di cui all’Art. 437 primo comma, ovviamente, si consuma con l’omessa collocazione di impianti, apparecchi o segnali, indipendentemente dal danno che ne derivi in concreto. Qualora questo danno si verifichi nella forma di disastro o di infortunio, ricorre l’ipotesi più grave prevista dal secondo comma del 437" ed è di immediata evidenza cosa significa tutto questo per il nostro processo. "Anche la semplice consapevolezza e l’accettazione di fare a meno dell’impianto e dell’apparecchio e dei segnali necessari, quale che ne sia la ragione, integra pienamente questo Art. 437". Poi parla della consapevolezza dell’omissione e dell’accettazione del pericolo, sono i principi che ormai abbiamo già visto. Importante è soltanto dire che qualora si verifichino, benché non voluti, il disastro o l’infortunio sul lavoro, ricorre l’ipotesi di reato prevista dal comma secondo dell’Art. 437 Codice Penale, senza che il più grave evento non voluto sia idoneo a trasformare nel delitto semplicemente colposo di cui al 451 la consapevole e voluta omissione delle misure e il pericolo connesso. La successiva sentenza è del 1994 ed è una sentenza che conferma nella sentenza e nei principi, anche se si tratta di lesioni e non di omicidio colposo, la sentenza Arienti. Quindi mi limito soltanto a citarla, ovviamente ne consegnerò copia per ogni valutazione, ed è la sentenza dell’udienza 19 gennaio 1994, imputato Urbano. Lo stesso la sentenza successiva, udienza del 19 novembre 1993, imputato Chiavarini, conferma i principi che abbiamo appena detto e quindi ne faccio semplicemente rinvio, così come fa un’altra sentenza, l’udienza del 13 dicembre 1994, imputato Graziano, proprio in relazione alla configurabilità del delitto e alla nozione di rimozione di queste misure. In questa nozione di rimozione rientra non soltanto la materiale asportazione dalla macchina dei congegni di sicurezza, ma anche ogni attività che ne frustra il funzionamento in relazione alla finalità antinfortunistica a cui essi sono predisposti, rendendo possibile il verificarsi di un infortunio. Fa riferimento questa fattispecie alla sostituzione del selettore a chiave di una carcatrice con interruttore a scatto e questo significa qualcosa anche nel nostro processo, proprio per quello che si dirà in tema di monitoraggio ambientale, di sostituzione o di inserimento di certi interruttori per far funzionare il monitoraggio in una certa maniera piuttosto che in un’altra. Sempre questa sentenza Graziano la cito per un punto particolare, perché si era posta, incidenter tantum, anche un problema di nullità del decreto di rinvio a giudizio per il reato di cui al 437 comma secondo; è importante però il principio determinato dalla Corte in questo caso per dire dice che non c’era la nullità ai fini del nostro processo, perché dice che "la consumazione del reato coincide con l’epoca della verificazione dell’evento, qualsiasi esso sia, infortunio, disastro, etc., infortunio derivante dalla condotta dell’agente descritta nel primo comma, sempre che la data relativa a quest’ultimo evento sia indicata ovviamente nel capo di imputazione". Quindi anche questa sentenza conferma il discorso che abbiamo fatto relativamente alla consumazione del reato e quindi alla decorrenza di tutto quello che consegue in tema di prescrizione. Ancora questa sentenza parla del comportamento imprudente dell’infortunato, dell’operaio e dice che questo "è significativo lo stesso per il nostro processo, perché questo comportamento imprudente può essere preso in considerazione relativamente al reato di lesioni colpose, quale concausa dell’evento lesivo, ma non ha alcuna incidenza sulla condotta descritta dal 437 e sull’evento di detto reato, dal momento che causa dell’evento del 437 è soltanto il comportamento dell’agente diretto alla rimozione o all’omissione delle apparecchiature antinfortunistiche, al quale il Landi è stato estraneo, mentre l’evento lesivo è considerato dalla norma nella sua oggettività di naturale accadimento causalmente collegato alla predetta condotta dell’agente". Un’altra sentenza del 1995 fa riferimento ancora al concetto di pericolo presunto, imputato Gencarelli, mi limito a consegnarla e a non commentarla in questa sede. C’è un’altra sentenza del 1995, imputato Yu Fang Jian, in relazione alla mancanza o insufficienza di presidi antinfortunistici in un contesto imprenditoriale e si parla di attitudine che "deve essere almeno astratta, anche se non abbisognevole di concreta verifica, a pregiudicare l’integrità fisica di una collettività lavorativa, intesa come un numero di lavoratori o comunque di persone gravitanti intorno all’ambiente di lavoro, sufficiente a realizzare la condizione di una indeterminata estensione del pericolo". Sempre questa sentenza poi dice, sui "destinati a" di cui parla l’Art. 437, dice che "deve trattarsi di un qualunque congegno di qualsiasi rilievo a funzione prevenzionistica, anche rispetto ad un singolo lavoratore". Ne abbiamo già parlato, mi limito a citare questa sentenza e si dice che anche su questo punto la giurisprudenza ormai è precisa e costante. C’è poi una sentenza del 1996, che è importante perché fa riferimento al 2087 del Codice Civile ed è il primo momento che parliamo di questo articolo in questa sede. "Il 2087, pur non contenendo prescrizioni di dettaglio come quelle rinvenibili nelle leggi organiche per la prevenzione degli infortuni sul lavoro - e cita i D.P.R. che sono contestati anche in questo processo - non si risolve in una mera norma di principio, ma deve considerarsi inserita a pieno titolo nella legislazione antinfortunistica, di cui costituisce norma di chiusura, peraltro comportante a carico del datore di lavoro precisi obblighi di natura contrattuale di garanzia e protezione di beni individuati. Detta norma rende specifico l’illecito consumato in sua violazione, sia rispetto alla colpa generica richiamata dall’Art. 2043 del Codice Civile, sia rispetto a quella di rilievo penalistico e in tal caso aggrava il reato, essendo diretta a regolare non la generalità dei comportamenti umani tra soggetti di indifferenti qualifiche e attività, e a sanzionare le conseguenze lesive della condotta genericamente colposa commisurata alla negligenza, imprudenza e imperizia. Essa, al contrario, configura l’attività doverosa di un soggetto individuato, il datore di lavoro, rispetto ad altri soggetti, i lavoratori, la cui omissione si specifica con riferimento ad un contenuto normativamente imposto all’agente". C’è poi, facevo riferimento poco fa ad una sentenza della Corte di Cassazione che è del 1996, imputato Martini, ed è curiosa perché conferma una sentenza di condanna della Corte d’Appello di Venezia, la quale aveva annullato una sentenza di assoluzione del Tribunale di Venezia, stessa sezione, stesso Presidente, Prima Sezione Penale del Tribunale ed è interessante perché dà il senso di una giurisprudenza di merito, di primo grado, che viene completamente annullata, sia in Corte d’Appello, sia in Cassazione. Quindi ripercorro semplicemente su questa sentenza, con imputato Martini, quelli che sono i principi. Dopo aver detto che il ricorso è infondato, la sentenza dice: "I giudici d’appello hanno rettamente affermato, con riferimento all’ipotesi delittuosa contestata, non sussistente il principio del ne bis in idem, in relazione alla precedente sentenza patteggiata dagli stessi imputati dinanzi al Pretore di Venezia per i reati di lesioni colpose. Tra i due reati, 590 e 537 secondo comma, infatti, è ravvisabile soltanto il concorso per essere diverse le condotte e le rispettive oggettività giuridiche", cioè la pubblica incolumità nel reato di cui al 537 e le lesioni in quello di cui al 590. "Inoltre non è neppure possibile affermare l’assorbimento dell’un reato nell’altro per la diversità dell’elemento soggettivo delle due fattispecie". Vediamo di trovare anche questa e comunque la consegnerò, perché la sto leggendo. Adesso viene proiettata anche questa sentenza, che è inserita proprio per questo principio nel capitolo settimo specifico che riguarda il concorso tra il 437 e il 589 - 590. Sempre confermando la sentenza dei giudici, la sentenza di condanna dei giudici d’appello, in relazione alla ritenuta sussistenza dell’elemento costitutivo dell’attentato alla pubblica incolumità, "i giudici d’appello - dice la Cassazione - senza incorrere in vizi logico-giuridici hanno affermato che le risultanze probatorie acquisite avevano evidenziato come l’ambiente di lavoro fosse insalubre e privo di quelle protezioni offerte dalla tecnica e dalla scienza e che per la mancanza di presidi infortunistici e per l’insufficienza ancora nel 1992 di quelli adottati nel 1991, molti lavoratori erano stati esposti ad alto rischio". Di questa sentenza si ricorderanno sicuramente alcuni Avvocati di Parte Civile, che erano Parte Civile anche in quel processo. Hanno quindi aggiunto i giudici d’appello che i numerosi infortuni accertati relativamente alla sordità accusata da alcuni operai dell’impresa, comprovavano la sussistenza dell’attentato alla pubblica incolumità. Perché si verifichi ciò nello specifico ambiente di lavoro, non occorre, come assume il ricorrente, che venga colpita una massa di lavoratori proporzionata al numero degli addetti, perché per la configurabilità dell’ipotesi delittuosa descritta dalla norma è sufficiente la mancanza o l’inefficienza degli impianti o degli apparecchi necessari per prevenire l’infortunio. Tale omissione, infatti, pregiudizievole per l’integrità fisica dei lavoratori, determina il pericolo per la pubblica incolumità e realizza quindi quella condizione di indeterminata estensione del pericolo che è requisito sufficiente per integrare l’attentato alla pubblica incolumità. In relazione all’elemento psicologico del reato, la Corte ha infine ritenuto che le omissioni delle necessarie misure da parte degli imputati non erano state il frutto di una colposa negligenza o trascuratezza, ma di una precisa e cosciente volontà, determinata da scelte economiche legate alla gestione dell’azienda, ed è proprio il caso - come vedremo - del nostro processo. "Sull’elemento soggettivo del reato - continua la Corte di Cassazione - non si richiede, come si assume, l’intenzione di recar danno alle persone e provocare infortuni, ma è sufficiente la consapevolezza che l’omissione degli accorgimenti tecnici comporti pericolo per la pubblica incolumità. L’accettazione di tale pericolo, che d’altro canto è insito nell’operare senza i dovuti accorgimenti, pericolo presunto, è sufficiente ad integrare il delitto allorché si verifichino, anche se non voluti, disastri o infortuni sul lavoro". Infine, contrariamente a quanto assume il ricorrente, non può ritenersi che la sordità da rumore sia per coloro che lavorano nelle acciaierie una malattia professionale, per cui nella fattispecie il reato sarebbe inesistente. Come evidenziato dai giudici di merito, con congrua motivazione esente da vizi, la sordità da rumore subita dai lavoratori è una conseguenza dell’infortunio da loro accusato, in quanto per la mancanza di misure concrete necessarie per prevenire rumore, essi sono stati investiti nell’ambiente di lavoro da una serie di traumatismi diluiti nel tempo, con conseguenze a lungo termine. È infatti la mancanza di attrezzature idonee per ridurre al minimo i rischi derivanti dall’esposizione ai rumori, non ricorrendo a misure tecniche e non adeguandosi ai problemi la tecnologia, hanno nella fattispecie determinato gli infortuni, creando quella malattia accertata, che non può ritenersi essere rischio proprio per coloro che lavorano nelle acciaierie. Quindi è importante questo concetto e questo riferimento ai traumatismi diluiti nel tempo, di molti insulti diluiti nel tempo, che sono causati, come abbiamo già visto anche da altre sentenze passate ed altre ancora le vedremo della Cassazione, insulti diluiti nel tempo causati dai vari agenti, che possono essere fisici, chimici, biologici, proprio come il nostro caso, di questa ripetizione di insulti col passare degli anni. C’è poi un’altra sentenza del 1996, imputato Frutteri, che conferma quanto detto poco fa in relazione ai presupposti relativi alla tutela dell’incolumità dei singoli lavoratori. La sentenza del 1998 che andiamo a vedere adesso è quella dell’imputato Luciani e che fa riferimento sia al concorso tra il 437, le contravvenzioni e i vari D.P.R. e dice che a riferimento, a specifiche ed inderogabile predisposizioni legislative contenute nel D.P.R. del 1955, che detta la generale disciplina, prescrizioni per la massima parte sicuramente di diretta ed immediata applicazione. I comportamenti omissivi contestati, oltre a costituire reati contravvenzionali estinti per prescrizione, concorrono ad integrare l’elemento materiale del delitto di cui al 437, che può essere realizzato, tra l’altro, con l’omesso collocamento di questi impianti. Questo è compreso fra i delitti contro la pubblica incolumità. È pacifico che trattasi di reato di pericolo presunto, non essendo richiesto dalla norma incriminatrice alcun accertamento in concreto della situazione pericolosa per l’interesse protetto. Sul dolo i concetti sono quelli che abbiamo già espresso. Per quanto riguarda poi un altro punto, dice che "il datore di lavoro ha lo specifico dovere di attuare le misure di sicurezza previste dal D.P.R. del 1955, Art. 4 che ho già ricordato, e quindi di munirsi delle necessarie competenze tecniche o di idonei ausiliari, anche indipendentemente da eventuali inesatti affidamenti avuti dal venditore o dal costruttore". Questo è un concetto che tornerà, perché è importante ribadire che anche se la macchina, se la struttura, l’impianto nasce male, nasce vecchio, nasce con dei vizi, è comunque responsabilità di chi gestisce anche dopo anni e anni questa macchina intervenire a tutela dei lavoratori. "Né da ultimo - sempre dice la Cassazione - può invocarsi la scusante della incolpevole ignoranza della legge penale. Essa presuppone infatti che l’interessato abbia assolto il cosiddetto dovere d’informazione in termini particolarmente rigorosi per chi svolga professionalmente una determinata attività" e anche su questo si tornerà e quindi non mi soffermo. La sentenza successiva è la sentenza Mantovani, del 1998, vado oltre perché fa ancora riferimento al fatto che nel rischio infortunio di lavoro rientra anche la categoria delle malattie - infortunio di cui ho già parlato e sulla quale tornerò a parlare. Fa riferimento anche al discorso della colpa, confermando le precedenti sentenze della Cassazione. La successiva sentenza del 1999 fa riferimento all’Art. 2087, che dice che da un lato questo articolo contiene un principio generale di cui la legislazione in materia di prevenzione costituisce applicazione specifica, dall’altro ha un valore integrativo rispetto a tale legislazione e costituisce norma di chiusura del sistema antinfortunistico, concetto fondamentale che verrà riproposto fino proprio ad epoca recentissima in un’altra sentenza che vedremo tra poco. In tema di infortunio sul lavoro "non occorre che sia integrata la violazione di specifiche norme dettate per la prevenzione degli infortuni, essendo sufficiente che l’evento dannoso si è verificato a causa della omessa adozione di quegli accorgimenti imposti dagli imprenditori dal 2087, ai fini della più efficace tutela dell’integrità fisica del lavoratore". Un’altra sentenza importante del 1999, imputato Hariolf, che fa riferimento alle polveri. È una sentenza che parte in origine per un fatto storico del Piemonte e che riguarda le polveri, l’obbligo di aggiornarsi, il 2087 e la sicurezza per il lavoratore che deve essere assoluta, oltre che il concetto del TLV che troviamo in questa sede, in questo momento, per la prima volta. Questa sentenza dice che la contravvenzione prevista dall’Art. 21 intanto sussiste in quanto si accerti che l’imputato aveva la possibilità di impedire la diffusione delle polveri nel luogo di lavoro allo stato dello sviluppo delle tecniche di prevenzione e di abbattimento. L’obbligo imposto al datore di lavoro dal citato Art. 21 del D.P.R. è l’obbligo di tenere conto delle tecnologie adottate o adottabili nello stesso settore, di tenere contro delle indicazioni della scienza e della tecnica per quel settore d’attività, al fine di prevenire gli infortuni o le malattie professionali o al fine di ridurre ed abbattere finché è tecnicamente possibile i rischi. Ma, ciò precisato, non può assolutamente difendersi l’affermazione che si propone nel ricorso, richiamando a sostegno una pronuncia del Consiglio di Stato, che le conquiste della scienza e della tecnica nel settore debbono essere portato a conoscenze del datore di lavoro – imprenditore dagli organi preposti. Ricordo questo passo soltanto perché, in uno dei punti delle difese degli imputati, ad un certo punto viene detto che nessuno ha segnalato niente, anche quando facevano interventi nessuno ha segnalato alcunché. Questo è detto chiaramente in questa e in altra sentenza, che il datore di lavoro non è esonerato da responsabilità se ci sono o se non ci sono, a maggior ragione, come nel caso di Porto Marghera, gli interventi degli organi preposti; e anche dove quegli organi non forniscono quelle indicazioni, per una qualsiasi ragione, non per questo il datore di lavoro è esonerato da responsabilità, se venuto ovviamente meno al suo dovere – obbligo giuridico di aggiornamento. Quanto all’Art. 2087 questo viene definito ancora una volta la chiave di volta, la norma di chiusura del sistema; viene detto che si tratta sicuramente di un onere certamente gravoso, che però è giustificato dalle complessive finalità sociali perseguite dall’ordinamento, dall’esigenza di non lasciare nulla al caso. La giurisprudenza viene detta costante sul contenuto di quest’obbligo ed è tuttora ed è sempre negli stessi termini. Importante è proprio questo concetto, che "il lavoratore sia posto nelle condizioni di operare - viene detto letteralmente - con assoluta sicurezza". Per quanto riguarda l’inosservanza dei TLV, dei limiti della presenza di sostanze nocive all’interno dell’ambiente di lavoro, si ritornerà, ma accenno intanto a quel che viene detto in questa sentenza Hariolf; viene detto fin d’ora che l’inosservanza di questi limiti, di questi TLV, non assurge ad elemento necessario per l’integrazione dei reati di cui all’Art. 20 e 21 del D.P.R., dal momento che l’obbligo di prevenzione contro gli agenti chimici scatta pur quando le concentrazioni atmosferiche non superino predeterminati parametri valutativi, ma risultino comunque tecnologicamente passibili di un ulteriore abbattimento. Non v’è spazio per un’interpretazione del concetto dei valori limite come soglia a partire dalla quale sorga per i destinatari dei precetti l’obbligo prevenzionale nella sua dimensione, che deve essere, viene ascritto, soggettiva ed oggettiva, giacché ciò comporterebbe gli inevitabili problemi di illegittimità costituzionale. Questi valori limite vanno dunque intesi come semplici soglie di allarme, il cui superamento, fermo restando il dovere di attuare le misure tecniche relative procedurali, concretamente realizzabili per eliminare o ridurre al minimo i rischi, in relazione alle conoscenze acquisite in base al progresso, comporti l’avvio di un’ulteriore complementare attività di prevenzione soggettiva. Arrivo al 2002 con la sentenza Capogrosso e faccio rinvio alla parte del capitolo settimo, in cui si parlerà essenzialmente delle malattie professionali, perché in questa sentenza molto ampia viene scritto in maniera molto chiara e viene spiegato anche il percorso logico per cui si arriva a dire che le malattie professionali coincidono, ai fini del 437, con il concetto di infortunio così come è stato indicato. Anche la successiva sentenza del 2002 con imputato Ye Xuyu fa riferimento a concetti già detti e in relazione al pericolo di semplici infortuni individuali sul lavoro, proprio perché il 437 tutela anche i singoli lavoratori. Un’altra sentenza recente del maggio 2003, che parimenti affronteremo in maniera più ampia quando si tratterà del nesso causale, una sentenza che è relativa all’uso dell’amianto e parla in relazione alla normativa specifica e dice che "l’assenza di una normativa specifica non esonera da responsabilità chi ha l’obbligo giuridico di aggiornarsi. Si tratta di un onere certamente gravoso, ma giustificato dalle complessive finalità sociali". Si fa ancora riferimento al 2087, che funziona proprio come strumento di integrazioni e poi parla di responsabilità in particolare - e per la parte che ci riguarda - del vertice sanitario della società, che doveva essere a conoscenza del rischio ed intervenire. L’ultima sentenza di questa parte che indico è la sentenza Piessevaux del 2003, di una sezione feriale, che fa ancora riferimento al 2087, ma ritengo sul punto di dovermi per il momento fermare, perché ritengo che queste sentenze della Cassazione siano estremamente chiare, estremamente ampie su quello che intende la Cassazione per Art. 437 del Codice Penale, in totale contrasto con quanto è stato scritto dalla sentenza di primo grado. Passo al secondo capitolo dell’indice che avevo indicato, che riguarda la normativa speciale, l’esistenza di norme speciali prima dei decenni 1960 e 1970, visto che tanto si è detto sulla presunta mancanza di norme. Le proietto direttamente innanzitutto, tanto per far vedere immediatamente quali siano le norme esistenti ben prima del 1960 a tutela dei lavoratori, norme specifiche che rapidamente, per quanto ovviamente mi è consentito, dovrò esaminare. Le sentenze che abbiamo visto poco fa della Cassazione hanno ripetutamente richiamato le norme per così dire speciali. Ora vediamo quali sono queste norme. Il Tribunale le conosceva queste norme, alcune le ha anche citate, ma nelle sue conclusioni non le ha né considerate né applicate; quindi credo che sia fondamentale, nell’intera economia di questa vicenda processuale, vederle dettagliatamente, singolarmente, anche se ovviamente con la valenza che possono avere una di più rispetto ad un’altra. Il primo riferimento che voglio fare è soltanto per dire che esistevano vecchissime norme a tutela dei lavoratori fin da epoca sicuramente meno democratica di questa, l’epoca dei Regi Decreti che ho indicato del 1927. Li cito e li indico genericamente e rapidamente soltanto per un motivo, perché questo decreto del 1927, il primo Regio Decreto, viene innanzitutto richiamato dalla Corte di Cassazione in alcune sue sentenze in materia di amianto e tutela del lavoratore; ricordo in particolare una sentenza del Presidente Carnevale del 5 giugno 1998, che vedremo trattando del nesso causale. Poi è lo stesso Art. 18 del D.P.R. 303 del 1956 che fa salve queste normative speciali. E allora su questo uso di sostanze tossiche, di gas tossici, ricordo solamente due norme, ma solo per dire come esistessero queste norme sul primo Regio Decreto, l’Art. 46, che non serve a molto, comunque dice, impone al titolare della licenza, il direttore tecnico, il punto è "di curare che il proprio personale abilitato usi nelle manipolazioni del gas tossico le cautele necessarie e sia diffidato a tenersi costantemente munito, durante tutta l’utilizzazione del gas tossico, di apparecchi individuali di riconosciuta efficacia pronte per l’uso, per la protezione contro l’azione tossica del gas". Cito solo questa norma e solo per affermare e dire che esistevano già in quell’epoca delle norme a tutela dei lavoratori. Ma ancora più specifico è l’altro Regio Decreto del 1927, il numero 530, che è per così dire la base per la creazione delle categoria delle malattie professionali, perché dice innanzitutto all’Art. 1 che "le disposizioni di questo regolamento generale sull’igiene nel lavoro si applicano alle aziende industriali". Nessuno può nutrire dubbi sul fatto che Porto Marghera e il Petrolchimico fossero, facessero parte di un’azienda industriale. Il primo articolo allora che cito è l’Art. 6, che fa riferimento al medico di fabbrica. Lo vediamo proiettato: "Nelle lavorazioni industriali – indica - i lavoratori dovranno essere visitati da un medico competente, prima della ammissione al lavoro, successivamente a periodi da indicarsi nello stesso elenco, per constatare lo stato di salute". Ricordo che pari pari questa norma, salvo qualche virgola, qualche indicazione, ma nel contenuto è riportata nel D.P.R. del 1956 e nel D.P.R. degli Anni Cinquanta, proprio perché è una norma che riguarda la necessità dei lavoratori, la necessità delle visite periodiche come vedremo e vedremo anche con quale cadenza temporale. Art. 16, altri articoli che sono riportati pari pari nei D.P.R. degli Anni Cinquanta: "L’area dei locali chiusi deve essere convenientemente e frequentemente rinnovata". Non faccia sorridere questa indicazione, perché questa indicazione venne riportata - dicevo - nei D.P.R. degli Anni Cinquanta e nelle recenti sentenze della Cassazione, come vedremo tra poco sulla normativa speciale. L’Art. 17, altro articolo riportato, dice: "In tutti i lavori nei quali si svolgono gas respirabili tossici come i nostri infiammatili, qualunque sia il luogo e nei locali chiusi nei quali si sviluppino normalmente vapori, odori, fumi o polveri di qualunque specie - sottolineo "di qualunque specie" perché lo dicono anche i D.P.R. degli Anni Cinquanta - non è necessario che siano nocivi". Questo è un pronto importantissimo. "Se sono nocivi", ecco ancora qualcosa in più, ancora qualcosa di più pesante, però dal 1927 Regio Decreto agli Anni Cinquanta esiste norma su fumi, vapori, odori, di qualunque specie. E qui vengono messi gli obblighi di impedire e ridurre, per quanto è possibile, sviluppo e diffusione nell’ambiente dove lavorano gli operai. Altro punto importante riportato sempre, l’aspirazione dei gas, vapori, odori, fumo o polveri, deve farsi per quanto possibile immediatamente vicino al luogo, altro principio sempre riportato e sempre confermato dalla giurisprudenza di Cassazione. L’Art. 38 è chiarissimo sui mezzi di protezione personale, viene proiettato e quindi non mi dilungo. Dopo questi Regi Decreti c’è la norma che già conosciamo tutti quanti, chiarissima, e che mi limito a proiettare, dell’Art. 2087 del Codice Civile e altra norma importante del Codice Civile è quella dell’Art. 2050, sul danno cagionato nello svolgimento di un’attività pericolosa e sul risarcimento se non si prova di aver adottate le misure idonee ad evitare il danno. Passo ora alle norme successive, che sono le norme degli Anni Cinquanta. La prima legge che voglio affrontare è la Legge 15 novembre 1952, numero 1967, sulle malattie professionali. È una legge che non viene citata dal Tribunale, ma è una legge fondamentale, perché in questa legge vengono riportate le malattie causate da derivati alogenati degli idrocarburi alifatici e, come sa bene il Tribunale, perché lo scrive a pagina 8 della sua sentenza, il CVM è proprio un idrocarburo alifatico in stato alogenato e quindi questa legge gli va sicuramente applicata, ex lege dal 1952: "le malattie da CVM sono malattie professionali". E dico questo perché è pacifico per tutti, solo per il Tribunale non lo è, perché anche per gli imputati è pacifico, perché basta leggere la memoria di Montedison, in particolare dell’Avvocato (Bacarella) del luglio 2001, che ne ha parlato anche nell’arringa del 7 luglio del 2001, fa riferimento all’intervento del medico di fabbrica, dottor Salvatore Giudice del 2000, il quale diceva in aula che il CVM è un derivante alogenato di idrocarburo alifatico. L’Avvocato di Montedison diceva: nulla di sorprendente, il dottor Giudice fa questa affermazione perché la legge del 1956 - ma anche quella del 1952, come vediamo - in un allegato elenca le lavorazioni per le quali vige l’obbligo di visite periodiche ed elenca in proposito, alla voce numero 38 nel 1956 e 26 nel 1952, tutta la famiglia di clorurati organici, indicati appunto come derivati alogenati degli idrocarburi alifatici, come dice la sentenza di primo grado a pagina 8. E continua l’Avvocato di Montedison, tra questi c’è anche il cloruro di etilene, termine corrispondente a quello attuale di cloruro di vinile. Guardate, è pacifico, io non sto a portarvi tutta la letteratura scientifica, perché lo riconoscono tutti quanti e quindi non mi voglio dilungare; casomai ci torneremo, ne parleremo in replica, se qualunque avrà dei dubbi, se qualcuno solleverà obiezioni su questo punto. Comunque vado avanti ancora su questo punto. Questa legge del 1952 viene confermata, come ho scritto anche nel prospetto generale, dal D.P.R. del 30 giugno 1965, numero 1124, perché questo D.P.R. del 1965 riconferma questa categoria, il CVM, tra le malattie professionali e di questa legge parla anche il Tribunale. A pagina 170 della sua sentenza cita in un solo punto, soltanto a questo punto e soltanto a proposito dell’amianto, questa legge del 1965, che invece si limita a confermare la legge precedente, di tre anni prima, come abbiamo visto. Infatti, se andiamo... di tredici anni prima. Se invece torniamo a vedere il prospetto, sempre il numero 26 del decreto del 1965, numero 1124, vediamo che questo decreto citato dal Tribunale appunto a pagina 170 riporta le stesse indicazioni della legge del 1952. Ora, è pacifico che ad un certo punto il Tribunale ben conosca il D.P.R. 303 del 1956 e condivida, come dice in più punti, anche a pagina 386, l’inserimento del CVM tra le sostanze di cui alla tabella 26 e la tabella 38 del D.P.R. del 1956, è cioè tra la famiglia degli idrocarburi alogenati alifatici insaturi, che sono tossici per definizione. Ex lege, iuris et iure, non si può più discutere dal 1952 su questa situazione e questo impone tutta una serie di conseguenze, tra cui delle visite periodiche necessarie, che per il CVM vengono fissate in "ogni tre mesi". E in quel periodo, negli Anni Quaranta, negli Anni Cinquanta, negli Anni Sessanta, l’obbligo è di fare delle visite ogni tre mesi, cosa che Montedison non ha mai fatto neanche successivamente. E questo era ben noto al Tribunale e di questa circostanza il Tribunale si è completamente dimenticato in sentenza e anzi, quando fa il paragone tra CVM e amianto, come vedremo, parla dell’amianto come sostanza più pericolosa, ma va ricordato che per l’amianto l’obbligo delle visite, ad esempio, sarà un obbligo con cadenza circa annuale, mentre per il CVM era più molto più rigido l’intervento e la tutela, perché si parla di visita ogni tre mesi. C’è ancora un Regio Decreto che voglio mostrare, perché comunque da un Regio Decreto del 1935, il numero 1765, il 17 agosto, che riguarda le disposizioni per l’assicurazione obbligatoria degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali; tra queste assicurazioni obbligatorie viene sicuramente incluso all’articolo numero 1 quello che riguarda il CVM al numero 8, perché quanto meno dal 1935, qui andiamo ancora indietro, sicuramente il CVM era una materia esplodente e sicuramente andava comunque inserito tra le malattie professionali. Quindi addirittura si precede l’amianto come sostanza ritenuta pericolosa ex lege, perché questo Regio Decreto del 1935 non riguarda l’amianto, ma riguarda invece sicuramente il CVM. Riguarda l’amianto soltanto la legge del 1943, che é la prima, le visite mediche non sono fissate e peraltro ad un certo punto nel 1956 viene fissata u8na periodicità di un anno, come dicevo, mentre per il CVM rimane fissata una periodicità di tre mesi. Tutte queste situazioni erano ben note a Montedison: sì, perché l’hanno detto gli Avvocati di Montedison; sì, perché l’hanno detto i consulenti degli imputati, ma anche perché lo sapeva benissimo la Montedison, perché nei vari prospetti della denuncia di malattie professionali, possiamo vederli tutti ma basta che ne vediamo uno o due a caso, perché poi i sono sempre degli schemi uguali, vediamo ad esempio quello di Fantinato o quello di Fofano e vediamo come nell’intestazione sia indicato che il cloruro viene indicato espressamente derivato alogenato degli idrocarburi alifatici. Adesso arriviamo anche col prospetto, con calma, comunque leggo la dizione, viene indicato derivato... Cloruro di vinile: derivato alogenato degli idrocarburi alifatici; e dietro, nell’ultima facciata, quella sulla tutela delle malattie professionali, sulla base viene scritto: elenco delle lavorazioni contemplate dalla legge 15 novembre 1952, numero 1967, vengono appunto indicate ripetute continuamente e sempre queste sostanze. Va bene, non è importante, perché i documenti verranno consegnati comunque in copia, se non lo troviamo lo consegneremo comunque in copia. Sono comunque tutte le denunce di malattie professionali. Passiamo un attimo a vedere le norme dei D.P.R. fondamentali, che sono il D.P.R. 547 del 1955 e il D.P.R. 303 del 1956; sono i D.P.R. fondamentali perché riportano delle norme che sono ancora vigenti, che riguardano la prevenzione degli infortuni sul lavoro. Ecco, possiamo far vedere un attimo: il signor Fantinato, cloruro di vinile; si vede proprio nell’intestazione cloruro di vinile, derivato linfatico; giriamo foglio, sull’ultimo vediamo che viene inserito proprio tra le sostanze di cui alla legge del 1952, sotto, ecco lì: derivati alifatici. Sono documenti aziendali e noti poi ovviamente all’INAIL e a tutti quanti. Passiamo al D.P.R. del 1955 numero 537. Dall’Art. 1 si vede chiaramente che le attività che ci riguardano in questo processo sono soggette alla normativa di questo D.P.R.; è l’Art. 4, come dicevo prima, che è la norma fondamentale sugli obblighi dei datori di lavoro, dei dirigenti e dei preposti; per quanto riguarda le misure di sicurezza, sull’informazione a favore dei lavoratori sui rischi specifici che devono essere portati a conoscenza e sulla necessità che i singoli lavoratori osservino queste norme ed usino i mezzi di protezione. Le norme specifiche che riguardano poi il nostro processo sono quelle che partono dal capo terzo del titolo sesto, dall’Art. 244 in poi, perché riguardano tubazioni, canalizzazioni, apparecchiature accessorie e ausiliari, che devono essere costruite e collocate in una certa maniera, proprio per evitare fughe, perdite di liquidi, rotture di elementi, dalle quali possa derivare questo danno ai lavoratori. Indicano le modalità, non leggo tutti gli articoli, sono noti a tutti, mi limito soltanto ad indicarli e a citarli, così come l’Art. 245, sul fatto in particolare che queste tubazioni e canalizzazioni devono essere provviste di dispositivi quali valvole, rubinetti, saracinesche e paratoie, quindi sono strumenti, impianti, apparecchi, intanto, ed in più necessari per la sicurezza, perché queste sono disposizioni generali ex lege di sicurezza. L’Art. 246 fa ancora riferimento ad appropriati dispositivi e impianti accessori, quali chiusura degli impianti di ventilazione, valvole di esplosioni, per evitare appunto lo sviluppo di gas, vapori, esplosivi o nocivi. Poi l’Art. 247, sempre su serbatoi e vasche che contengono liquidi o materie tossiche, corrosivi o altrimenti pericolose, e viene scritto di che cosa devono essere provviste e queste chiusure devono essere ermetiche e devono essere comunque tali da impedire che i lavoratori vengano a contatto con il contenuto e siamo nel 1956, nel 1955; così come si parla di tubazione di scarico di troppo pieno per impedire rigurgito o traboccamento e quando non siano attuabili queste misure di cui alla lettera a), devono adattarsi altre idonee misure di sicurezza. Passiamo all’Art. 351, che riguarda le sostanze pericolose o nocive, i prodotti e le materie qua viene indicato quali sono e vengono proiettati, e sicuramente il CVM rientra in questa categoria sia come esplodente, sia come tossico, sia come irritante. L’Art. 353, vediamo quali sono le situazioni e le operazioni che devono essere eseguite in certi ambienti isolati, adeguatamente difesi, contro la propagazione dell’elemento nocivo. L’Art. 354, quali sono nei locali e nei luoghi di lavoro le misure richieste per impedire le concentrazioni pericolose o nocive di gas, vapori o polveri esplodenti, infiammabili, asfissianti o tossici e intanto questo è sicuramente il nostro CVM. Poi nei locali e luoghi indicati dal comma primo, quando i vapori e i gas che possono svilupparsi costituiscono pericolo, si parla di apparecchi indicatori, di avvisatori automatici, a segnale di raggiungimento delle concentrazioni. Laddove ciò non sia possibile, devono essere eseguiti frequenti controlli e misurazioni. Quindi i sistemi di monitoraggio, di controllo, di avviso, di allarme, dovevano entrare in funzione quanto meno dal 1955 e non nel 1974 quando si viene a sapere che la sostanza è cancerogena, come dice la sentenza e come ovviamente dicevano gli imputati. L’Art. 356, che riguarda scarti di lavorazione, rifiuti di materie infiammabili, esplodenti, tossiche, etc., come devono essere raccolti e che devono essere portati via con mezzi appropriati, collocandoli in posti nei quali non possano costituire pericolo. E invece dove li mettevano? Abbiamo visto, in discariche a cielo aperto, li interravano, con tutte le conseguenze sull’ambiente in cui si parlerà successivamente, nella seconda parte di questa requisitoria. L’Art. 369 riguarda le maschere e gli apparecchi respiratori proprio per queste sostanze tossiche o asfissianti. L’Art. 374 parla di questi edifici e delle opere dell’impianto, del loro buono stato in cui devono essere custoditi e manutenuti, nella conservazione dell’efficienza di questi impianti e di queste strutture. L’Art. 377 fa riferimento ai mezzi personali di protezione, appropriati ai rischi inerenti alle operazioni e alle operazioni effettuate e al fatto che debbano essere mantenuti in buono stato di conservazione. Come vedremo, invece, al Petrolchimico non c’erano questi strumenti e comunque spesso erano anche fuori uso, completamente non funzionanti. Sulle maschere respiratorie parla l’Art. 387, sul fatto che devono essere a disposizione e facilmente recuperabili e note al personale. Passo adesso al D.P.R. 303 del 1956. Fa riferimento sicuramente, come dice l’Art. 3, alla nostra situazione, perché parla di lavoratore subordinato, indica che cosa si intenda chi rientri in queste previsioni. L’Art. 4, come dicevo, ripercorre il testo dell’Art. 4 del D.P.R. precedente, sull’obbligo di attuare le misure d’igiene, di informare i lavoratori, di fornirli dei mezzi di protezione e di esigere che i lavoratori osservino le norme d’igiene e usino i mezzi di protezione. L’Art. 17 sul fatto di tenere o non tenere, sul divieto ex lege dal 1956 di tenere depositi di immondizie o rifiuti o altri materiali solidi o liquidi capaci di svolgere emanazioni insalubri, divieto che riguarda anche la parte ambientale: dal 1956. L’Art. 18, relativo alla difesa dalle sostanze nocive, che dice: "Ferme restando le norme di cui al Regio Decreto del 1927" di cui dicevo prima, e quindi poi continua nelle sue indicazioni. L’Art. 19 che fa riferimento alla necessità e all’obbligo di separare, ogni qualvolta è possibile, le lavorazioni pericolose o insalubri. L’Art. 20, nei lavori in cui si svolgono gas o vapori irrespirabili o tossici o infiammabili, in quelli nei quali si sviluppano normalmente odori o fumi di qualunque specie, il datore di lavoro deve adottare provvedimenti atti ad impedirne o ridurne sviluppo e diffusione. L’aspirazione dei gas a vapori, odori o fumi, deve farsi immediatamente vicina al luogo dove si producono, e vedremo delle sentenze a questo proposito. L’Art. 21 è importante perché parla delle polveri di qualunque specie, come dicevo prima, non occorre che siano nocive, pericolose, tossiche, infiammabili, etc.: tutela dei lavoratori dalle polveri di qualunque specie. L’Art. 25, sul divieto di far entrare i lavoratori nei pozzi neri, nelle fogne e nei camini come pure in fosse, in gallerie, in recipienti, conduttore o caldaie e simili, dove possano essere gas deleteri, se non sia stata preventivamente accertata l’esistenza delle condizioni necessarie per la vita e noi vedremo come invece gli autoclavisti venissero inseriti, venissero costretti ad andare a lavorare all’interno delle autoclavi, che non erano sicuramente luoghi salubri, non erano sicuramente luoghi idonei per l’esistenza delle condizioni necessarie per la vita. Poi indica quali devono essere le misure di sicurezza e comunque, dice, "forniti, dove occorra, di apparecchi di protezione", cosa che per tanti e tanti anni agli autoclavisti non è mai successo. L’Art. 27 parla poi dei presidi sanitari indispensabili, quali devono essere e l’Art. 33 arriva finalmente all’indicazione delle visite mediche per i lavoratori delle sostanze che sono indicati nelle tabelle allegate e il numero 38 dell’Art. 33 ripete pari pari quelle che erano le indicazioni fornite dalle leggi, dalle norme precedenti: "Derivati alogenati degli idrocarburi alifatici, cloruro di etilene", come abbiamo visto, che era il nostro cloruro di vinile monomero. L’Art. 34 parla delle visite mediche etc. Ho finito questa indicazione di norme e voglio solo dire, prima di passare ad altre norme, una cosa. Ovviamente è un obbligo per il datore di lavoro, per i preposti, etc., quello di conoscere queste norme, non sono invocabili scusanti di alcun genere; ma comunque anche di fatto risulta in atti che in Montedison ben conoscevano queste norme, perché esistono tutti i testi di queste norme, di questi D.P.R. e circolari ministeriali, che dovevano essere portare a conoscenza non solo dei vertici, ma anche di quelli via via a scendere che lavoravano concretamente con le sostanze pericolose. Abbiamo i testi Enichem che fin dagli Anni Cinquanta e Sessanta confortano tutte queste indicazioni e abbiamo in più anche delle pubblicazioni di Montedison, per quanto generiche, sia del 1959 che del 1963, che adesso vediamo anche proiettate un attimo, dove si fa riferimento specifico all’Art. 33 e alla voce 38 del D.P.R. numero 303 del 1956, proprio in relazione al cloruro di vinile. Quindi anche per Montedison era pacifica l’applicazione di questa normativa al cloruro di vinile. Questo si vede sia per quanto riguarda le prescrizioni del 1959 che per quelle del 1963. Anche se non le troviamo è lo stesso, sono pacifiche, le produrrò. Indico soltanto una circostanza importante, visto che si parla di vapori o di sostanze che sicuramente non sono non pericolose. Per la stessa Montedison, pagina 22 della scheda cosiddetta di sicurezza sul cloruro di vinile, si dice e si parla espressamente: "Cloruro di vinile, pericoli: infiammabili, vapori tossici". Quindi, già dal 1963, Montedison inserisce tra le sostanze tossiche il cloruro di vinile. Ci sono poi delle altre norme che ho indicato nel prospetto e che sono comunque precedenti agli Anni Sessanta e Settanta, che sono quelle che abbiamo già trattato a tutela dell’integrità sia del lavoratore che delle persone in generale, ma con le aggravanti previste dal secondo e terzo comma dell’Art. 589. Sono le norme di cui abbiamo già parlato dell’Art. 437, 589 e 590. Preciso solo una cosa, che la legge numero 296 del 1966 aveva introdotto le aggravanti specifiche per gli articoli 589 e 590 per anche la procedibilità d’ufficio per le lesioni colpose aggravate. Quindi c’è una continua normativa che si rinnova, che viene a ribadire quello che è il concetto fondamentale per il legislatore e per la giurisprudenza: tutela assoluta del lavoratore. Passo a delle altre norme, che sono quelle dei contratti nazionali di lavoro. Anche queste sono sicuramente delle norme giuridiche che devono ritenersi vincolanti, pur con limiti, ma comunque a tutela del lavoratore di cui dirò tra poco e cito innanzitutto il contratto di lavoro Federchimici, Fincea, Fulc, del dicembre del 1969 e poi quello del 1972, per dire come per il vinil-cloruro, per il cloruro di vinile fosse raccomandato in quel contratto un MAC su un limite non superabile di 500 PPM. La sostanza "cloruro di vinile" era contrassegnato con la lettera C e, come illustrerò meglio nella parte più specifica, questo valore, questa lettera C, indica una soglia ben definita che non deve essere superata mai. Questo nel 1969 entra a far parte anche dei contratti vincolanti ovviamente ex lege per il datore di lavoro. Ho finito questa parte della normativa e passo rapidamente alla giurisprudenza sulle norme speciali, perché è sicuramente ovviamente interessante vedere che giurisprudenza si è formata sulle leggi speciali, perché sappiamo che la giurisprudenza alle volte, nell’interpretazione dovuta ex lege, può dare delle sfumature in un senso o nell’altro a certe norme di legge. Qui, invece, abbiamo per così dire una conferma di quello che dicevo prima sul 437, nel senso di una rigidità della Suprema Corte, ma anche in generale dei giudici di merito ed una conformità nel tempo dell’impostazione e dell’applicazione di queste norme. Sicuramente anche questa parte forse sarà un po’ pesante, pedante, però ritengo che sia necessaria, proprio perché dà contezza di quali siano gli obblighi concreti e specifici che sono stati violati all’interno del nostro processo. Rapidamente innanzitutto presento il prospetto delle sentenze che tratterò e che indicherò e che comunque consegnerò in copia quando avrò finito tutti i miei interventi e vediamo innanzitutto questa giurisprudenza di leggi speciali, ripeto, è costante e comunque faccio una selezione temporale partendo dal 1970, vedendo come innanzitutto si dica un concetto fondamentale per evitare impostazioni o difese - peraltro non fondate - sul fatto che le leggi speciali abbiano abrogato l’Art. 437 o ci siano problemi di specialità. Questa sentenza del 1970, andiamo a vedere subito la prima, è estremamente chiara ed esclude circostanze di questo tipo e dice espressamente: "Il delitto previsto dal 437 resta integrato quando la condotta dell’agente abbia messo in pericolo la pubblica incolumità, mentre ove tale estremo non si sia verificato, la mancata adozione di cautele atta a prevenire infortuni ricade nell’ambito di applicabilità del D.P.R. specifico". Passiamo ad una sentenza del 1979, sul fatto che viene detto, viene affermato un principio importante e sempre ripetuto, sul fatto che restano esclusivamente a carico del datore di lavoro l’onere di fornire la prova della ricorrenza di eventuali circostanze esoneranti gradatamente dall’obbligo di sostituire i materiali polverosi, dall’obbligo di adottare procedimenti lavorativi in apparecchi chiusi o sistemi di aspirazione e raccolta delle polveri, dall’obbligo di provvedere all’inumidimento delle polveri, infine dall’obbligo di attuazione di tutte le predette misure cautelari in virtù di un espresso esonero del competente Ispettorato del Lavoro, che dovrebbe essere appunto indicato, individuato e citato, cosa che nel nostro processo non è stata assolutamente fatta. Sul fatto poi che ci siano delle condotte omissive di breve durata per gli imputati, dice questa sentenza di Cassazione che in punto di diritto è infondato il secondo motivo del ricorso con il quale vengono dedotte a giustificazione della condotta omissiva dell’imputato, la breve durata delle lavorazioni incriminate. Sarà casomai un problema di responsabilità da individuare e da precisare, ma sicuramente non un problema di esonero di responsabilità. Passiamo ad una sentenza del 1981, che fa riferimento all’Art. 20 e 21 del D.P.R. 303 del 1956, dicendo che le prescrizioni non sono limitate ai lavori dai quali si sviluppano gas o vapori irrespirabili o tossici, ma comprendono anche quelli in cui si sviluppano odori o fumi o polveri di qualunque specie. Pertanto sono irrilevanti sia la mancanza di tossicità, sia la generica nocività dei vapori o delle polveri derivanti dalle lavorazioni. Di conseguenza sussistono i reati suindicati quando nell’ambiente di lavoro si sviluppano gas, vapori, odori, fumo o polveri e il datore di lavoro non abbia fatto quanto possibile per impedirne o ridurne sviluppo o diffusione, e ciò in quanto viene a determinarsi il pericolo dell’inquinamento dell’aria respirata dai lavoratori, quindi un pericolo generico. Qualora queste sostanze poi superino i limiti stabiliti dalle tabelle A, C, G, I, H, che sono quelle dell’associazione degli industriali statunitensi, in vigore negli Stati Uniti, ma richiamate anche dai contratti di lavoro a Porto Marghera per tutti i chimici della Federchimici della Fulc Italia; quindi, quando queste sostanze superano questi limiti, le sostanze costituiscono in concreto un effettivo e grave pericolo per la salute dei lavoratori e ricorre l’aggravante della maggiore gravità, così come previsto dalla norma. Passo ad una sentenza del 1984 che conferma queste indicazioni, proprio in ordine alla irrilevanza della mancanza di tossicità e della generica nocività dei vapori o delle polveri derivanti dalle sostanze usate dai lavoratori. Un’altra sentenza del 1984, imputato Marchiò, dice che le norme antinfortunistiche sono dettate in genere per la tutela dell’integrità fisica del lavoratore ed in specie sono destinate a preservare il lavoratore stesso da eventuali distrazioni o imprudenze. D’altra parte è costante giurisprudenza di questa Corte nello statuire che i datori di lavoro, dirigenti e preposti hanno l’obbligo di usare le più attente cautele al fine di assicurare che il lavoro si svolga in condizioni di assoluta sicurezza, tenendo anche conto di eventuali negligenze e imprudenze dei dipendenti, che non eccedano ovviamente i limiti della normale prevedibilità o addirittura si risolvano in una costante e volontaria inosservanza delle disposizioni. Nella specie, a nulla rileva che la macchina fosse dotata di tre interruttori di sicurezza che ne bloccavano il funzionamento, perché, essendo gli organi di trasmissione scoperti a portata di mano, gli stessi costituivano di fatto un pericolo per lavoratore. Quindi dice addirittura che vi erano tre interruttori di sicurezza, che comunque la situazione era di pericolo, che comunque il datore di lavoro doveva intervenire per eliminare questo pericolo stesso. Viene ribadito questo ragionamento, perché si fonda sulla disciplina in materia di prevenzione dell’infortunio e viene fatto riferimento alla norma fondamentale del 2087 del Codice Civile, sulla quale non mi dilungo in questa sede. Lo stesso concetto viene fatto successivamente sempre continuando da questa sentenza, 1984, Berna, in riferimento all’aspirazione di gas, vapori e fumi, con particolare riferimento al fatto che questa aspirazione deve farsi immediatamente, per quanto possibile, vicina al luogo dove si producono e sono del tutto irrilevanti l’ampiezza del laboratorio e la presenza in esso di un impianto di condizionamento dell’aria, dal momento che l’una e l’altra non garantiscono la pronta eliminazione degli inconvenienti, che costituisce la ratio della norma. Peraltro il principio è disatteso ampiamente, è disatteso nel nostro processo, che ripetutamente viene ribadito dalla Corte di Cassazione, perché c’è una norma precisa che non è stata eliminata. Una sentenza poi del 1985 parla espressamente del fatto che questi mezzi d’installazione per il recupero e la captazione di fumi e vapori devono essere ovviamente idonei in relazione al fine. Un’altra sentenza del 1985, imputato Boni, è importante perché fa riferimento, oltre al fatto che questo D.P.R. 303 del 1956 garantisce l’igiene degli addetti ai lavori, tutela anche il vicinato, cui non deve essere arrecato danno o incomodo, perché si fa riferimento all’eliminazione di pregiudizio di qualsiasi specie. Nel caso di specie, infatti, i giudici di merito, confermato essenzialmente dalla Cassazione, avevano ritenuto che sussisteva l’aggravante dell’Art. 58 perché le sostanze inquinanti avevano determinato un pericolo per la salute dei lavoratori e per gli abitanti all’esterno della fabbrica. Passo ad una sentenza del 1986, che fa riferimento al fatto che le lavorazioni che si svolgono in ambienti chiusi vanno sì tutelate, ma vanno tutelate anche quelle altre lavorazioni, perché questa normativa riguarda ogni tipo di lavorazione, anche quelle che si svolgano all’aperto, proprio sulla base della ratio del provvedimento che va individuata nella difesa della purezza dell’aria respirata dai lavoratori addetti, concetti anche questi semplici, chiari e sempre ripetuti, né la norma a tutela dell’igiene e del lavoro è suscettibile di essere ottemperata con diversi accorgimenti, come quello della maschera sul viso, tenuto conto non soltanto della tassatività della disposizione, che richiede l’applicazione di strumenti di aspirazione e non di equipollenti, ma soprattutto del fatto che non sarebbe comunque lecito addossare sui lavoratori uno strumento che limita ed affatica la libera respirazione dell’aria cui essi hanno diritto. Chiarissima anche questa e completamente disattesa dalla nostra sentenza di primo grado. Circa poi la relatività dell’obbligo desunto dall’inciso "per quanto possibile", a nulla rileva che nell’ambito locale non esistano in commercio aspiratori idonei. Poi su un difetto denunciato dai ricorrenti, dice: "Sussiste il denunciato difetto di motivazione, perché non bastava accertare - come il Tribunale ha fatto - che i lavoratori erano sottoposti a visite mediche periodiche, occorrendo altresì verificare se fosse stato adempiuto il precetto legislativo che impone una cadenza trimestrale delle visite" e tra l’altro nel nostro processo questa cadenza non è mai stata rispettata. Passo ad una sentenza del 1986 ancora, che riguarda ancora la presenza del condizionamento dell’aria nell’ambiente di lavoro, che è irrilevante il fatto del condizionatore d’aria, perché ci vuole l’apposizione di sistemi d’aspirazione e captazione delle polveri e dei gas immediatamente vicino al luogo dove si riferiscono. C’è un altro punto della sentenza Icmesa che citavo già prima, del 1976, che può essere inserito anche a questo punto, e fa riferimento ai vizi di strutturazione dell’impianto, punto importante e già accennato, sul quale torneremo. Dice la sentenza, nella terza parte, che non può ignorarsi che "anche se i vizi di strutturazione dell’impianto, con particolare riferimento alla omessa realizzazione di un adeguato sistema di abbattimento, siano originariamente rapportabili alla progettazione dell’impianto medesimo, egli nella sua qualità di direttore avrebbe avuto il dovere di non consentirne il funzionamento". Quindi, al di là dei vizi d’origine, c’è un obbligo comunque di chi gestisce l’impianto, di chi ha la proprietà dell’impianto, di intervenire e di non consentire il funzionamento di impianti non più adeguati, anche se hanno dei vizi di origine. Una sentenza del 1991, che fa riferimento a quello che si diceva prima sul fatto dell’obbligo che non si esaurisce per il datore di lavoro con l’apprestamento di impianti di aspirazione, dovunque essi siano, perché devono essere collocati il più vicino possibile alla fonte di produzione dei prodotti nocivi, perché se tali misure di difese risultano insufficienti e quindi inidonee ad assicurare la depurazione complessiva dell’area e dell’ambiente di lavoro, e quindi a consentire la buona respirazione dei lavoratori, soccorre la norma di cui all’Art. 9, che impone il ricambio generale dell’aria, che deve avvenire "convenientemente e frequentemente", come veniva detto addirittura nel 1927 con Regio Decreto. E ancora, nel caso in cui i dipendenti, i destinatari delle norme si dimostrino inosservanti delle norme di tutela, l’imprenditore, il datore di lavoro, ha l’obbligo di adottare dei mezzi coercitivi e sanzioni disciplinari e vedremo come anche in queste situazioni, anche qui a Porto Marghera, quando i dipendenti, pur già segnalati come affetti da patologie anche pesanti al fegato, quando questi dipendenti non si presentavano alle visite, non succedeva niente, praticamente lo stabilimento se ne disinteressava e diceva che non poteva intervenire. Invece la Cassazione ci dice che c’era un obbligo per il datore di lavoro addirittura di ricorrere a sanzioni. La sentenza del 1992, Quaini, fa riferimento ai valori limite ed è il concetto che abbiamo già riportato prima in relazione al concetto di questi valori limite, che se da una parte introducono elemento di maggiore certezza, dall’altra non stabilisco una precisa linea di demarcazione tra innocuo e nocivo, sicché il semplice rispetto di questi limiti non pare sufficiente da esimere da colpa gli imprenditori quando sono rimasti inerti o si sono limitati ad adottare semplici misure soggettive di protezione. Questa sentenza riguarda sia il D.P.R. del 1956, ma anche un D.P.R. successivo del 1991. Ma è interessante che su questi valori limite e in Cassazione Penale c’è una nota di un difensore di Montedison in questa sede, il professor Padovani, che fa riferimento a questa prassi ermeneutica consolidata. La leggo rapidamente, perché dice che "è ben noto, infatti, che l’impossibilità materiale di eseguire le misure doverose non soltanto non esime da responsabilità, ma fonda il dovere di rinunciare alla lavorazione pericolosa, proprio perché essa sarebbe destinata a svolgersi in condizioni di insicurezza rispetto al livello normativo e non sarebbe peraltro ammissibile che la tutela dell’incolumità personale venisse in qualche modo retrocessa rispetto alle esigenze produttive bilanciate con essa". Ringrazio il professor Padovani per questa importante annotazione, pacifica peraltro, per carità, però mi pareva il caso di doverlo sottolineare. Sempre su questa materia, sul discorso della presenza di tecnologie disponibili sul mercato, c’è una sentenza del 1993 che è estremamente chiara, che fa riferimento proprio alla possibilità delle misure che non può essere condizionata a questi fattori economici, né alla mera discrezionalità del datore di lavoro, ma alle reali esigenze di protezione e alle effettive possibilità di prevenzione offerte dagli strumenti tecnici. Una sentenza del 1993, imputato Facchini, fa riferimento all’obbligo di sottoporsi ai controlli sanitari periodici e nel caso in cui questi, gli operai, non si presentino, c’è addirittura la possibilità di arrivare ad un licenziamento per giusta causa. Qui invece, al Petrolchimico, andava bene che gli operai già ammalati non si presentassero ai controlli. Perché è ben importante l’ultima annotazione di questa sentenza? Questo sistema dei controlli periodici sul personale a contatto con sostanze tossiche non è posto nell’interesse soltanto del singolo, bensì in quello superiore, l’interesse della collettività e guardate che è fondamentale questa norma: è sempre tutela sì del singolo, ma anche della collettività, anche sotto il profilo economico, essendo poi noto il peso degli invalidi sull’economia nazionale. Altra sentenza del 1993, Castelletti, non mi dilungo perché conferma ulteriormente tutto quello che si diceva su vapori e fumi. Una sentenza del 1995, la leggerò alla fine perché sarà quasi una sentenza di chiusura sui concetti che illustra in materia proprio di tutela e di giurisprudenza in materia di tutela del lavoratore. Per il momento passo ad una sentenza del 1997, la sentenza Barbotto, che sempre parte da Torino, sul fatto che l’analisi della condotta esigibile dal datore di lavoro va fatta integrando il principio della prevedibilità dell’evento, con quello in tema di operatività dell’Art. 21, secondo cui è a carico del datore di lavoro l’onere di fornire la prova della ricorrenza di eventuali circostanze esoneranti dalle prescrizioni imposte dalla stessa disposizione di legge ed è concetto che avevamo detto prima sulla anche esigibilità o meno di una diversa condotta da parte dell’imputato. Questa, in particolare, questa sentenza continua dicendo che "l’inesigibilità di una diversa condotta da parte dell’imputato, oltre che non sorretta da idonea motivazione, in aperto contrasto con la mancanza della prova che egli avrebbe dovuto fornire, di essere stato esonerato dall’obbligo di munirsi di aspiratori e dagli altri obblighi, così come non tiene conto del mancato uso dei protettori personali, che pure erano a disposizione dell’impresa e dell’inidoneità dei mezzi di protezione fornite ai dipendenti per lavori del genere, le mascherine in gomma". Qui addirittura a Porto Marghera non erano in gomma, erano le mascherine di carta. Sentenza Hariolf, l’abbiamo già citata per quanto riguarda la situazione del TLV. Qui faccio soltanto riferimento ad una sentenza del 1999, quella che collega questo discorso della violazione dei limiti valore di esposizione, alla violazione dell’Art. 21 e fa ancora riferimento all’Art. 2087 del Codice Civile. Passo ad un’altra sentenza del 1999, che è la sentenza Giannitrapani, che fa riferimento ancora una volta ai valori limite, ribadisce i concetti della Corte di Cassazione su questi valori limite, che non stabiliscono una precisa linea di demarcazione tra innocuo e nocivo, per cui non pare sufficiente esimere la colpa agli imprenditori tutte le volte che, pur avendo la concreta possibilità non solo economica di eliminare o ridurre gli agenti, siano rimasti inerti o si siano limitati ad adottare semplici misure soggettive e non oggettive. Altra sentenza è quella del 2000, 26 aprile 2000, dove si parla della colpa che è stata ravvisata a proposito sempre di questa normativa speciale, nel non aver fornito la macchina di più moderni dispositivi, sia pure resi obbligatori solo da disposizioni normative intervenute successivamente ai fatti, importante questa sentenza, erano però presenti delle macchine di più recente fabbricazione, in particolare in alcune macchine presenti in fabbrica. La questione è dunque se il datore di lavoro debba adeguare i dispositivi di sicurezza all’evoluzione della tecnica, ancora prima che vi sia un obbligo normativamente imposto. Qui la Cassazione, nel 2000, afferma e conferma un principio importante, per dirci che è pienamente condivisibile la decisione dei giudici di merito conformi al principio di diritto già espresso dalla Cassazione, secondo il quale il datore di lavoro deve ispirare la sua condotta alle condizioni della migliore scienza ed esperienza, al di là di un obbligo specifico già intervenuto e qui fa riferimento ancora una volta al 2087 e a che cosa significa il 2087. Sono arrivato quasi alla fine di questa rassegna di giurisprudenza, ne cito un’altra del 2000, che riguarda il discorso della periodicità delle visite e il fatto che l’inclusione per quello che dicevo prima nella tabella del tipo di attività - e ricordo che il CVM lo era dal 1952 - l’inclusione in tabella di per sé è sufficiente a determinare l’insorgenza dell’obbligo di far sottoporre i lavoratori ad una visita medica periodica, trattandosi di rischio normativamente presunto per il quale il legislatore, sulla base di scelta insindacabile, ha ritenuto di ravvisare l’esposizione ai fattori nocivi genericamente menzionati nel primo comma del 33. È chiarissimo e continua questa sentenza, parlando espressamente di rischio di esposizione che è da ritenersi iure e de iuris presunto, normativamente previsto; è insindacabile questa valutazione del legislatore e quindi conferma la sentenza che non ha errato il giudice di merito nel ravvisare la natura di pericolo presunto nel reato e la conseguente inutilità di ogni specifica indagine tecnica atta a non stabilire se si trattasse o meno di saldatura autogena, come il caso specifico, bensì a verificare se dalla stessa si sprigionasse ossido di carbonio od altro. Un’altra sentenza del 2001, è un principio reiteratamente confermato dalla Cassazione sulla irrilevanza per quanto riguarda la mancanza di tossicità o nocività di vapori, fumi o polveri derivanti dal processo di lavorazione, quindi non mi dilungo, perché si parla ancora una volta di pericolo generico che è sufficiente. "Giustamente pertanto il giudice di merito - dice la Cassazione - ha ritenuto la sussistenza del reato malgrado la ritenuta non nocività dei vapori di cui è stata accertata l’emissione". Quindi conferma sempre questa situazione, il CVM sicuramente è peggiore. Concludo questa situazione e questa indicazione con la sentenza che citavo prima del 1995, tra l’altro di una Sezione Quarta che sappiamo ben tutti, anche nel 1995 per l’imputato Grassi, Relatore dottor Battisti, una sezione sicuramente estremamente garantista e vediamo cosa ci dice su questo D.P.R. del 1955 e cosa ci dice sul 2087 sul criterio della collettività. Dice: "È noto che la giurisprudenza di questa Suprema Corte ha costantemente affermato che il compito del datore di lavoro o del dirigente è un compito molteplice, articolato, che va dalla istruzione dei lavoratori sui rischi e sulla necessità di adottare certe misure di sicurezza alla predisposizione di queste misure e quindi, ove le stesse consistono in particolari cose o strumenti, al mettere queste cose e questi strumenti a portata di mano del lavoratore e, soprattutto, al controllo continuo e pressante per imporre che i lavoratori rispettino quelle norme, si adeguino alle misure e sfuggano alla superficiale tentazione di trascurarle. Il datore di lavoro o il direttore della sicurezza del lavoro, devono avere la cultura, la forma mentis del garante di un bene prezioso qual è certamente l’integrità del lavoratore ed è da questa doverosa cultura che deve scaturire il dovere di educare il lavoratore a far uso degli strumenti e il distinto dovere di controllare assiduamente, a costo di essere pedanti. Questa cultura è imposta, richiesta dalla Carta Costituzionale, la quale se nell’Art. 32 vede nella salute, nell’integrità dell’individuo un bene costituzionalmente rilevante, in quanto interesse, sì, del singolo, ma anche interesse della collettività, negli Artt. 2 e 3 pone le premesse teoriche, culturali appunto, di questa rilevanza, assegnata al diritto alla salute e all’integrità, dicendo nell’Art. 2 che la Repubblica riconosce i diritti inviolabili dell’uomo e richiede l’adempimento dei doveri di solidarietà sociale, oltre che politica ed economica" e nell’Art. 3 aggiunge che "è compito della Repubblica assicurare lo sviluppo della persona umana". Sentenza chiarissima, che non ha bisogno di altri commenti, la consegnerò ovviamente integralmente. Concludo allora questa parte segnalando che c’è una convergenza totale, univoca, tra norme costituzionali, norme ordinarie e generali, norme speciali e giurisprudenza; quasi ritengo che sia un caso forse più unico che raro, ma che dà il senso di un principio profondo che ormai è dentro ognuno di noi e dentro la nostra cultura giuridica, prendendo in prestito la notissima citazione del filosofo greco Protagora, che l’uomo è e deve essere il punto di riferimento delle cose, homo mensura rerum, l’uomo è la tutela dell’uomo come misura per creare e per costruire tutte le cose. In un ambiente di lavoro l’uomo deve essere questo punto di riferimento, la sua tutela e la sua integrità. Chiedo qualche minuto di pausa.
SI SOSPENDE L’UDIENZA ALLE ORE 11.10.
SI RIPRENDE L’UDIENZA ALLE ORE 11.40.
PRESIDENTE – Prego Pubblico Ministero.
PUBBLICO MINISTERO – Dott. Casson – Sarebbe mia intenzione, in linea di massima, concludere questa giornata trattando fino al punto 6, poi i punti 7 e 8 nella giornata di giovedì e poi l’ultima giornata dovrebbe essere quella riservata all’esame dei casi specifici delle patologie specifiche e quindi essenzialmente al punto 9, sia sull’indicazione del Tribunale, sia sulle indicazioni che si forniranno come Pubblica Accusa in questa sede. Interverrà poi sulla parte ambientale il collega dottor Bruni e quindi si concluderà sulle responsabilità personali. Prima di passare alla quarta parte sulla tossicità del CVM e PVC, che è una parte – ripeto – consistente, volevo concludere un attimo sui punti di questa mattina facendo rilevare come dall’esame specifico delle pagine della sentenza di primo grado che ho indicato prima e sui sei criteri utilizzati dal Tribunale, se messi a raffronto, a stretto raffronto con quelle che sono le indicazioni normative delle sentenze della Cassazione che ho citato, si vede in maniera chiara e limpida come i criteri utilizzati siano molto molto diversi, con la conclusione che questo, a mio parere, impone una modifica di quella sentenza di primo grado. Passando alla parte che riguarda la tossicità del CVM e PVC, proietto innanzitutto quello che dovrà essere l’indice di questo corposo capitolo. La prima parte riguarda, ovviamente, questo concetto di tossicità, alcuni di questi sottocapitoli sono molto rapidi e altri un po’ più lunghi. In tutta la sentenza, il Tribunale ha sostanzialmente trattato del CVM come di una sostanza cancerogena, omettendo inspiegabilmente di considerare e di dire che la cancerogenicità di una sostanza è, per così dire, una sottospecie della tossicità, che la cancerogenesi è una branchia della tossicologia. Prima della cancerogenicità, deve essere considerato appunto se una data sostanza sia anche solo tossica, o per il fegato o per il polmone o per qualsiasi altro organo umano, come richiesto dalla normativa a tutela dei lavoratori e come il Tribunale non ha fatto. Nel capo d’imputazione che ho ricordato questa mattina, si parla espressamente di pericolo tossicologico e anche cancerogeno, a voler tacere tra l’altro qui del fatto che specifici organi giuridici incombevano sul datore di lavoro per il solo fatto di trattare delle semplici polveri, anche non nocive, come dicevo questa mattina. Comunque, nella lettura della sentenza di primo grado, si rinvengono numerosi errori e contraddizioni, perché ad esempio se a foglio 17 il Tribunale dice esplicitamente che problemi di tossicità emersi negli Anni Cinquanta e Sessanta, segreti e riservati, sono di nessun rilievo in questo processo, a foglio 18 invece - ma anche in molti altri passi - il Tribunale usa senza alcuna differenziazione i termini di tossicità e cancerogenicità e fa una confusione continua tra i concetti di tossicità e cancerogenicità, trattandoli alla stessa maniera, come fossero la stessa cosa. Invece sappiamo come il rischio tossico del CVM non poteva da parte delle aziende, non era, non poteva essere ignorato negli Anni Sessanta, non era ignoto: era volutamente ignorato. Il concetto di tossicità e quello di cancerogenicità sono ben noti e ben descritti in tutti i manuali, fin da quelli universitari, sia di medicina, sia di farmacologia, sia di chimica industriale. Non voglio presentarli, non voglio discuterli, perché sono concetti ben noti ovviamente nella loro diversità anche alle aziende come Montedison ed Enichem e allora mi limito semplicemente a proiettare delle schede delle società di Montedison ed Enichem dove si dà anche visivamente contezza di questa diversità di considerazione. Rappresento una scheda innanzitutto di Montedipe, del Gruppo Montedison, che è stata redatta il 27 settembre del 1976. Faccio presente, tra l’altro, che era la prima volta in cui Montedison redigeva una scheda in cui segnalava la pericolosità di questa sostanza, cloruro di vinile monomero, quindi 1976. Questa scheda numero 58, nella seconda pagina, dove parla delle caratteristiche di tossicità, sotto "esposizione cronica", differenzia l’esposizione prolungata al prodotto che può provocare danni al sistema circolatorio neurovascolare, specie nelle estremità, mani e piedi, al fegato, ai polmoni e alla cute e dopo mette anche "rischio cancerogeno", dove ripete che l’organo prevalentemente colpito è il fegato. Nella scheda Enichem Anic di alcuni anni dopo, del 1981 ma confermata fin dal 1990, lì dove si parla delle informazioni tossicologiche, sono indicati in maniera ancora più chiara queste differenziazioni, perché dopo aver parlato delle vie di penetrazione della sostanza, contatto con gli occhi, contatto - inalazione, dice che la tossicità viene differenziata praticamente sperimentale, acuta, tossicità cronica, corrosività e tra queste tossicità inserisce poi, nella pagina successiva, anche la cancerogenesi, anche la mutagenesi, anche la teratogenesi, proprio a conferma visiva di questa differenziazione per tutti, aziende in primis. Anche la schema di Enimont Anic, sempre inizio Anni Ottanta e fine Anni Novanta, dà le stesse indicazioni sulle informazioni tossicologiche. La tossicità viene sempre differenziata in tossicità acuta, sperimentale, cronica, etc. e sempre sotto questo capitolo si continua a parlare di cancerogenesi, mutagenesi e teratogenesi ed è un’indicazione estremamente generica ma estremamente chiara, che mi limito a confermare in questa sede, leggendo soltanto un punto ulteriore anche dal punto di vista normativo, che è un Decreto Ministeriale della Sanità del 28 gennaio 1992, il quale a proposito delle informazioni tossicologiche ripercorre pari pari quelle che sono le indicazioni societarie; parla dei vari effetti tossicologici sulla salute, delle diverse vie d’esposizione e delle indicazioni che devono essere fornite sui sintomi legati alle varie caratteristiche. Poi indica come devono essere differenziati gli effetti, ritardati e mediati, per esempio gli effetti sensibilizzanti, cancerogeni, mutageni, tossici, etc., proprio per dare il senso di questa diversità. Su questo concetto credo di dovermi fermare, perché ritengo che sia estremamente semplice. Passo al secondo punto di questo capitolo, quello che riguarda la tossicità tra causalità e conoscenza. Partendo da alcune decisioni della Suprema Corte di Cassazione, è possibile esplicitare e specificare meglio anche questo concetto generale, prima di passare all’esame degli effetti specifici nocivi causati dal CVM e PVC. Anche se parlerò diffusamente di queste sentenze alla prossima udienza, vale la pena in questa sede di ricordare un punto di una sentenza della Cassazione, Sezione Quarta, una sentenza depositata il 14 gennaio 2003, che è una sentenza in cui l’imputato è Macola, in materia di amianto, che ha confermato una sentenza della Corte d’Appello di Venezia del 2001. La proietto per quanto d’interesse in questo momento, perché per gli altri punti se ne parlerà nelle prossime udienze. Questa sentenza dice che è corretta la premessa da cui partono i ricorrenti. La colpa degli imputati in materia di amianto va accertata con riferimento alle nozioni conosciute o conoscibili all’epoca della condotta, non a quelle successivamente acquisite, diversamente da quanto può avvenire per il rapporto di causalità. Allora cosa significa questa sentenza in questo punto di questa requisitoria? Significa che per accertare il rapporto di causalità tra una sostanza e determinati effetti, vanno utilizzate tutte le nozioni e le conoscenze acquisite, anche quelle successive all’epoca della condotta incriminata. Diverso è il discorso relativo alla colpevolezza, la quale va accertata con riferimento alle nozioni conosciute o conoscibili all’epoca della condotta. Ritengo che questi siano dei concetti pacifici e quindi vado ancora oltre, illustrando dapprima, torniamo all’indice, gli aspetti che sono connessi alla causalità e quindi gli effetti tossici causati dal CVM o gli effetti cancerogeni causati dal CVM, indi tratterò gli aspetti connessi alla colpa, specificando l’epoca delle conoscenze della nocività del CVM e PVC, in riferimento prima alla sua tossicità generale, poi alla natura cancerogena in particolare, quindi la parte sottocapitolo C. In particolare, tratterò della tossicità che riguarda il fegato e il polmone, secondo le organizzazioni, gli organismi internazionali e nazionali, nonché secondo le aziende, i testi sentiti nel processo, i consulenti e gli imputati. In più punti della sentenza, il Tribunale aveva indicato quali erano a suo parere le patologie da attribuire al CVM: l’angiosarcoma epatico, il fenomeno di Raynaud, l’acrosteolisi e pochi e rari casi di epatopatia, escludendo qualsiasi altra patologia e con ciò appiattendosi sulle semplici dichiarazioni dei consulenti di Montedison. Il Tribunale però, in maniera estremamente contraddittoria, ha chiuso completamente gli occhi di fronte a un dato storico e processuale incontestabile, e cioè che il CVM sia innanzitutto un epatotossico generale e ha di fatto negato l’esistenza di studi e di pronunciamenti anche di organismi internazionali sulla natura tossica del CVM e del PVC per il fegato e per i polmoni; natura tossica innanzitutto, poi anche cancerogena. L’impostazione del Tribunale ritengo che sia sbagliata per i motivi che adesso vado ad indicare. Innanzitutto verranno illustrati, nel prossimo sottocapitolo, gli studi e gli approfondimenti degli scienziati di tutto il mondo, che sono già stati ricordati anche nell’atto d’appello e stanno a confermare la tossicità del CVM sia per il fegato che per il polmone. Quello che voglio adesso in sintesi rappresentare, è che tutti i maggiori organismi, le organizzazioni internazionali e nazionali, quelle di indiscutibile serietà e prestigio, hanno confermato questa natura tossica del CVM e PVC e hanno ritenuto pure la cancerogenicità. Parlo di Iarc, parlo dell’Unione Europea, parlo dell’Istituto Nazionale Tossicologia Statunitense, parlo dell’Epa, parlo del Programma Internazionale di Salute di Sostanze Chimice, l’I.P.C.S., parlo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, della (Osha), del (Nios), della Commissione Consuntiva Tossicologica Nazionale; ma addirittura gli organismi di origine industriale, statunitense ed europea, sulla natura tossica del CVM non hanno avuto dubbi, come ben sanno anche i consulenti tecnici degli imputati che sono stati sentiti in aula. La natura tossica del CVM e PVC la voglio rappresentare allora innanzitutto limitandomi soltanto ad uno di questi organismi, quello che ha trattato in maniera più ampia questa situazione con una monografia, con una serie di monografie, che è l’Epa, a partire dal 1975. Ricordo solo rapidamente cosa fa Epa. Epa in pratica redige delle collane in cui ricerca gli effetti sulla salute di certe sostanze chimiche per l’ambiente di lavoro e nelle collane vengono accertate le conoscenze scientifiche, e leggo letteralmente quelli che sono i criteri di Epa, conoscenze scientifiche e tecniche disponibili sulle principali sostanze inquinanti. La collana cerca di presentare una valutazione obiettiva dello stato delle conoscenze, indicando anche la misura in cui esso va ritenuto definitivo, la validità dei dati sui quali si basa, nonché eventuali incertezze e lacune. A questo lavoro di Epa hanno partecipato tutta una serie di organismi statunitensi, pubblici e privati, a partire da quelli sulla qualità dell’aria, il Nios, l’Osha e diversi che sono indicati in questa monografia in particolare di Epa 1975, Università degli Stati Uniti, Ministero del Commercio, Ministero della Difesa, Ministero della Sanità, Ministero della Giustizia, Ministero per le Scienze, Ministero Commissione dei Consumatori, proprio per dare il panorama il più completo possibile. La cosa principale che si rileva dagli accertamenti fatti da Epa, a partire dal 1975 fino all’ultimo momento utile, cioè nel maggio del 2000, con delle monografie sul CVM, è che c’è sempre una conferma della natura epatotossica del CVM. Voglio rappresentare innanzitutto come già dal compendio di quel lavoro del 1975 venisse scritto che tra i lavoratori addetti alla lavorazione del CVM è stato riferito un aumento dell’incidenza degli angiosarcomi, danni epatici fino all’eccesso e acrosteolisi, mentre la frequenza e la gravità delle patologie epatiche viene correlata con la durata delle esposizioni. Si ritiene che la principale via d’esposizione per le persone che vivono in prossimità degli impianti di CV e di PVC sia rappresentata dalla respirazione dell’aria. Sul capitolo dedicato alla tossicologia, viene ripetuto quali sono questi effetti tossici correlati all’esposizione al CV ed in particolare vengono citati danni epatici e renali, di danni di lieve entità conseguenti a basse esposizioni croniche. Gli effetti conseguenti alla basse esposizioni sono simili a quelli derivanti dalle esposizioni agli altri idrocarburi alifatici alogenati che abbiamo imparato a conoscere questa mattina. Oltre a citò, continua Epa, è stato osservato il fenomeno della acrosteolisi. Sugli effetti non maligni, ripete ancora Epa 1975, abbiamo a disposizione una considerevole quantità di prove, ivi comprese le reazioni al fegato. Il discorso importante a cui accennavo prima, e proietto questo schermo, è quello che viene fatto da Epa del 1997 a proposito degli effetti maligni e nelle conclusioni, dopo aver dedicato un ampio esame a tutte quelle situazioni, viene descritto quello che viene adesso proiettato sullo schermo. Sul fatto che ci sono stati studi epidemiologici, casi clinici che hanno correlato l’esposizione professionale cronica con il deterioramento delle funzioni epatiche, in particolare con la prova biochimica ed istologica ai danni epatici, fibrosi etc., che vengono date in questo capitolo di Epa delle indicazioni molto specifiche sulle patologie del fegato e osservo come fin da questa monografia di Epa del 1997, se la scorriamo arriviamo lentamente fino al fondo, dove si parla sia di epatite cronica e sia soprattutto sui dolori che vengono forniti si parla di epatomegalia, splenomegalia, oltre a fibrosi, cirrosi, indipendenti sicuramente non imputati o consulenti di imputati, ed ipertensione portale. Questa indicazione di Epa 1997 viene confermata successivamente da Epa con altre monografie che vengono aggiornate nell’aprile del 1999 e nel maggio del 1999. Vengono praticamente fatte delle aggiunte sugli studi, sugli approfondimenti, sulle situazioni, ma per quanto riguarda gli effetti maligni vengono riportate esattamente queste considerazioni, sia nell’aprile del 1999 che nel maggio del 1999. C’è ancora una cosa, un ulteriore aggiornamento della monografia, è quella di dicembre del 1999, in cui viene rilevata in particolare una circostanza e ci tengo a farla vedere perché se ne parlerà anche successivamente. Mentre nelle precedenti monografie si parlava genericamente di "altri tumori del fegato" diversi dall’angiosarcoma collegati al CV, in questa per la prima volta viene indicato e confermato nel maggio 2000, come vedremo tra poco, che l’epatocarcinoma, cioè il carcinoma epatocellulare, in particolare viene collegato al CVM, perché qui nelle conclusioni già di Epa del dicembre 1999 e poi anche del marzo del 2000, viene scritto: "In conclusione, esistono prove decisive di una relazione causale e trasposizione al CV negli esseri umani e un eccesso di rischio significativo dell’angiosarcoma del fegato. Vi sono anche prove estremamente indicative di un’indicazione una causale con il carcinoma epatocellulare" e poi continua. Adesso vediamo che cosa diranno anche successive monografie di Epa. In questa monografia del dicembre 1999 e del marzo 2000, viene confermata ancora una volta la cirrosi oltre alle altre patologie del fegato. Ma vediamo nello specifico l’ultima monografia, quella del maggio 2000, che è quella più ampia, proprio per vedere come ci sia una conferma sempre generalizzata di queste situazioni. Sul discorso degli effetti non cancerogeni, c’è sempre e costantemente questo riferimento alle patologie che abbiamo visto adesso; c’è sempre il riferimento alla patologia in particolare cirrosi e c’è il riferimento, ancora una volta, all’epatocarcinoma. Per il momento, per quanto riguarda le patologie del fegato, Epa, mi fermo, perché ci tornerò quando parlerò degli effetti cancerogeni. Ma non è soltanto per Epa e per gli organismi internazionali che il CVM deve essere considerato cancerogeno. Faccio vedere una semplice scheda, alcune semplici schede di origine industriale, di origine quindi anche degli imputati, che trattano della questione del CV. La prima viene dagli Stati Uniti ed è della Manifacturing Chemists Association, che è l’associazione delle industrie chimiche, del 1972, dove si vede che nel paragrafo che riguarda i rischi si fa espresso riferimento al vinil-cloruro come associato a problemi che riguardano sia il polmone, irritazioni di tipo polmonare e sia il fatto che la cronica esposizione al cloruro vinile può produrre ingiury al fegato, cioè problemi, affezioni epatiche. Ma l’indicazione più importante per il nostro processo ci arriva proprio dalle schede delle aziende che sono, i cui dirigenti appartenenti sono anche incriminati in questo processo. Partiamo allora rapidamente da una scheda societaria, che tra l’altro è quella che avevamo visto anche prima, che riguarda il cloruro di vinile, la scheda 58, redatta – ripeto – per la prima volta nel 1976. Sono le aziende che ci dicono che l’esposizione prolungata al CV procura danni al sistema circolatorio e neurovascolare delle estremità, mani e piedi, al fegato, ai polmoni e alla cute, oltre che essere cancerogeno prevalentemente per il fegato. Questa è Montedison che dà questa indicazione; indicazione che viene confermata anche dall’altra società del Gruppo Montedison, che è la Montepolimeri, unità di Porto Marghera, con una scheda del 1983, che ripete pari pari la stessa indicazione sull’esposizione cronica: problemi al fegato, ai polmoni, alla cute e problemi al sistema circolatorio, che è il fenomeno di Raynaud; oltre che ribadire ancora una volta il fatto che il CVM è cancerogeno prevalentemente per il fegato. Ma non è solo Montedison, né Montedipi, né Montepolimeri, che danno queste indicazioni, perché ci sono anche le schede di Enichem che danno le stesse identiche informazioni. Perché se noi andiamo a vedere la scheda ad esempio di Enichem redatta nel dicembre del 1981 e confermata nel 1990 e quindi in epoca recentissima, vediamo come alla seconda pagina sulle informazioni tossicologiche, tossicità cronica, si dica letteralmente quello che diceva Montedison, che i problemi di un’esposizione prolungata al prodotto può provocare danni al sistema circolatorio e neurovascolare, mani e piedi, fegato, polmoni e cute. Lo ripete Enichem. E poi parliamo anche di cancerogenicità, ma a questa veniamo dopo. Situazione che viene confermata dalla scheda di Enichem Anic, tale e quale, che dà le stesse indicazioni e parla sempre di fegato, polmoni e cute; situazione che viene confermata da Enimont Anic. Il CVM dà problemi, la cronica esposizione, al fegato, ai polmoni, alla cute, oltre che il fenomeno di Reinò e alla cancerogenesi e c’è ancora una scheda, perché credo che a questo punto sia pacifico e siano delle ampie confessioni stragiudiziali da parte delle aziende in ordine alla tossicità epatica del CVM, faccio vedere soltanto un altro documento che è contenuto nel faldone 90 datato 4 giugno 1984, che riguarda di per sé un’altra materia, controllo tubazioni dello stabilimento Montedipe, però è estremamente utile perché indica quali siano le sostanze altamente tossiche a differenza delle altre e tra queste, per quanto si possa vedere nella scheda, ma comunque consegnerò il documento, si vede chiaramente che "altamente tossiche" vengono considerate dall’azienda nel 1984 il cloruro di benzile, di cloruro di vinile, il dicloretano, il tetracloretano, il tetracloruro di carbonio, sostanze che sono contestate, eccetto l’ultimo, nei nostri capi di imputazione. Quindi queste sono ampiamente, continuo a ripetere, delle specie di confessioni extra giudiziali. Mostro anche una scheda sul PVC, sul polivinilcloruro, che è di Montedipe, che è datata 5 luglio 1985 e la mostro per la parte finale, laddove parla della tossicità, dove la stessa scheda di Montedipe ad un certo punto dice che "tuttavia può indurre alterazioni al sistema respiratorio". Premette che il PVC viene giudicato in condizioni operative normali come polimero chimicamente inerte, che non irrita la pelle, le membrane mucose, non tossica per l’uomo, però può produrre alterazioni al sistema respiratorio. Poi dice che la ricerca sperimentale ha mostrato che nelle cavie c’erano dei problemi e segni granulo-amutosi di fibrosi interstiziale e che anche in due lavoratori esposti al PVC c’erano stati danni alla funzione respiratoria accompagnata da una moderata fibrosi. Quindi, sulla seconda pagina, vediamo quali sono le indicazioni che sono state fornite dalla stessa azienda, dove ad un certo punto, oltre alle precisazioni di fattori che possono determinare patologie per il sistema respiratorio del lavoratore, come il fumo, lo smog ed altri inquinanti, presenti comunque nel posto di lavoro, si parla di granulometria delle polveri, di elevata concentrazione, di lunghi periodi di esposizione e di una certa predisposizione individuale. Guardate che sono queste le accuse che formuliamo in questo processo. Questi fattori sono fattori che hanno contribuito a creare problemi all’apparato respiratorio dei lavoratori, perché - dice sempre Montedison - il PVC continua può contenere tracce di monomero residuo. Questo dice Montedison nel 1985 e pertanto conclude dicendo che le precauzioni quali sono? Evitare di esporre ad ambienti polverosi il personale che soffra di bronchite, asma, enfisema o abbia disturbi alla funzione respiratoria; chiaramente perché – aggiunge - CVM e PVC vuol dire creare degli altri problemi a questo apparato respiratorio del lavoratore. Solo rapidamente ricordo peraltro come Montedison già nel 1959 – 1963, l’ho detto anche prima, ritenesse tossici i vapori che si sprigionavano nell’ambiente di lavoro, i vapori dal cloruro di vinile, e come la stessa appunto azienda ritenesse pericolosa, pluris et iure, questa sostanza, tanto da inserirla tra quelle che erano sottoposte ai controlli del D.P.R. numero 303 del 1956. Andiamo anche ancora una volta fuori dall’azienda e mostro ancora sulla epatotossicità la tabella di un testo di medicina del lavoro, ancora una volta un testo universitario, dove vediamo che vengono indicati proprio principali tossici, ad azione epatotossica, un insieme di sostanze e tra questi, oltre a mettere la solita categoria, cloroderivati, idrocarburi e lipatici, c’è il cloruro di vinile, il nostro solito cloruro di vinile, come dicevano le leggi dal 1952 in poi. Ma non è solo la letteratura, la manualistica universitaria, le aziende, gli organismi internazionali che dicono questo; ci sono anche le associazioni degli imprenditori europei e la PME è l’Associazione Europea degli Imprenditori. È interessante un documento del marzo 1999 dell’associazione PME, che non è pronto per essere proiettato, ma che comunque verrà consegnato in copia, perché ampiamente noto a tutti, presente agli atti, che presentando la situazione del cloruro di vinile nel marzo del 1999 differenzia il problema della tossicità del cloruro di vinile, quanto alla consapevolezza, in tre periodi: il primo periodo mette gli Anni Trenta e Quaranta con gli effetti acuti sull’uomo, nel secondo periodo mette gli Anni Cinquanta e Sessanta e nel terzo gli Anni Settanta. Per il secondo periodo, Anni Cinquanta e Sessanta, dice: "La produzione di CVM ebbe una rapida espansione negli Anni Cinquanta – parla degli effetti – tra questi effetti vi erano alterazioni non specifiche della funzionalità epatica del sistema digestivo e respiratorio, sindrome di Raynaud nelle mani, lesioni sclerodermiche, alterazioni osseo-steolitiche". Tutti questi effetti entrarono a far parte di quella che diventò conosciuta come malattia da cloruro di vinile. Questo è il periodo, Anni Cinquanta e Sessanta, perché il paragrafo degli Anni Settanta continua dopo e comincia a parlare della cancerogenicità della sostanza. Incidenter tantum, ricordo come questo lavoro della PME ricordi come alla fine degli Anni Quaranta alcuni autori cecoslovacchi, dice questa volta, osservarono la presenza di disturbi nei lavoratori, disturbi respiratori e casi di epatite tra i lavoratori del CVM. Ma, oltre a queste situazioni, sulla natura epatotossica del CV, desidero fare alcune altre indicazioni più specifiche che riguardano il nostro processo, perché c’è un documento del 1979, 12 giugno 1979, in cui lo stesso medico di fabbrica, dottor Giudice, scrive al responsabile nazionale della Montedison, un documento che consegnerò ma che è ampiamente noto ed è già agli atti, in cui si riferisce, raccontando tutte le patologie e tutti i reparti che sono stati esaminati dalla Montedison, che "possiamo attribuire – cito letteralmente – sicuramente al CVM una patologia caratterizzata da lieve interessamento epatico per esposizioni nel complesso modeste". Ovviamente il medico di fabbrica parla di esposizioni modeste e di lieve interessamento epatico, però quello che interessa a questi fini è il fatto della conferma della epatotossicità, confermata dal dottor Salvatore Giudice anche in dibattimento quando è stato sentito, perché quando è venuto in aula a questo proposito il dottor Giudice ha detto, all’udienza dell’11 aprile 2000, il dottor Giudice in servizio a Marghera dal 1968 – 1969, dice: "Come sostanza tossica l’ho sempre considerata tale, perché è un derivato alogenato di un idrocarburo alifatico. Nell’Art. 33 del D.P.R. del 1956 c’è l’obbligo da parte del medico di fabbrica di visitare le persone esposte ai rischi di cui alla tabella 238. Da quello che avevo studiato io ai miei tempi, è un tossico per il fegato". Il dottor Giudice, che da sempre è medico del lavoro, sappiamo dagli atti che si è laureato in Medicina e Chirurgica a Firenze nel 1956, quindi quando studiava lui sapeva che il CVM era un tossico per il fegato. Ma anche un altro consulente di Enichem, il professor (Fluà), quando ha scritto su una rivista del 1989, "Omnibus", su dei casi singoli, attribuisce espressamente al cloruro di vinile certe patologie ed espressamente attribuisce l’epatopatia e il carcinoma epatocellulare. Riparleremo di questa situazione quando si affronterà il caso della cancerogenesi, comunque anche un consulente di Montedison non ha nessun dubbio... di Enichem, chiedo scusa, sul fatto che il CVM sia un epatotossico e il professor Fluà è venuto a confermarcelo anche all’udienza del 22 dicembre 1998 in sede di controesame: CVM come epatotossico, aggiungendo a domanda specifica che il intrappolato nel PVC può essere cancerogeno per il polmone e creare dei problemi anche a livello di patologia dell’apparato respiratorio. Aggiungo un’altra cosa ancora che riguardava un imputato deceduto da pochi giorni, che era il dottor Cefis, che nell’agosto del 1975, quando al Consiglio Regionale Veneto, per placare le polemiche sindacali e politiche roventi che c’erano ormai a proposito di CVM e PVC, preparando e mandando una scheda sintetica, scrive lui stesso che negli anni 1949 e 1950 avevano osservato, dei ricercatori sovietici, qualche caso di disfunzione epatica. È evidente il riferimento a Tribuch, ben noto al dottor Cefis, anche se non al Tribunale almeno nella sentenza di primo grado. Comunque ulteriori e pacifiche conferme della epatotossicità del CVM e sulla sua tossicità sull’apparato respiratorio, si ottengono anche dalla documentazione aziendale, in particolare dai libretti sanitari personali e dei lavoratori e dai risultati delle analisi svolte in fabbrica a Porto Marghera. Vedremo successivamente più ampiamente questi libretti, mi limito soltanto ad indicare la scheda di un operaio di questi che poi sono morti per patologie epatiche; in particolare mostro la scheda di Faggian Tullio, morto nel 1999 per angiosarcoma del fegato. Dal libretto di Faggian Tullio vediamo che alla data del 1988 viene indicato, lui che lavora... 1983, chiedo scusa, 21 aprile 1983, lui che lavora ancora al CVM viene indicato come "no irritanti via aeree, no epatotossici, non idoneo per zona lavoro ai sensi del D.P.R. 962" e sappiamo che è quello che riguarda il CVM e Faggian Tullio aveva ricevuto, come vediamo da quest’altra scheda che illustro, aveva ricevuto diverse indicazioni per allontanamento dal reparto CV dove lavorava, a partire dall’indagine Fulc del 1975 – 1977. Questa scheda che presento indica i lavoratori che sono stati colpiti da angiosarcoma epatico, che per il CVM... o comunque iniziale per quanto riguarda Pistolato, che per il Tribunale sono sicuramente attribuibile al CVM, questi sono i quattro lavoratori che avevano ricevuto indicazioni di essere allontanati dai reparti CVM. È invece successo che Battaggia Giorgio praticamente è morto in reparto e che Faggian Tullio, nonostante tutte quelle indicazioni di allontanamento, praticamente non è stato mai allontanato dal reparto, perché ad un certo punto è tornato a lavorare anche al laboratorio PCV, come ha detto alla dottoressa Gimignani nel corso della visita anamnestica del 1999, prima di morire. Quindi anche per l’azienda, tornando a quelle indicazioni del 1983, andava assolutamente riconosciuta la natura di sostanza irritante per le vie aeree e respiratorie del CVM, come epatotossico. Quel numeretto lì in fianco, è chiaro ed è significativo, indica, quel "99" finale, indica l’assoluta necessità per il medico di fabbrica di allontanare l’operaio in questione dal reparto CVM. Io ne avevo chiesto durante l’udienza in cui trattavo della rimozione nel dibattimento l’indicazione del dottor Giudice sul significato di questi numeri, da altri documenti peraltro risultano in maniera pacifica, anche dalle scritte. Quel "99" vuol dire che dovevano andare via assolutamente perché erano a grosso rischio. Nel 1983, e questo non è stato spostato, e abbiamo visto per quante volte non è stato ancora spostato, nonostante indicazioni mediche, ed è morto di angiosarcoma epatico. Guardate, e concludo sul punto perché credo di aver fornito abbastanza... Sembra quasi, il Tribunale non parla di questa epatotossicità, ma c’è un altro che non parla di epatotossicità, perché se non si vuole trovare che il CVM è epatotossico basta fare gli studi in una certa maniera. In Epa di maggio 2000 si cita l’unico studio riferito da Epa che non ha riscontrato tracce di malattie nei lavoratori addetti alla lavorazione del cloruro. Ce ne è uno solo di questi studi ed è lo studio Suva. E Suva cos’è? È l’organizzazione dei finanziatori assicurativi svizzeri. Solo gli assicuratori non riconoscevo nessuna patologia da CVM e chiaramente chi non vuole sapere, non sa; chi vuol turarsi, chi vuol chiudere gli occhi, le orecchie e tutto, può farlo, come le famose tre scimmiette. Passo ora ad un altro punto di questa trattazione, che sarebbe il punto relativo agli effetti cancerogeni del CVM. Il Tribunale, in sentenza, ripetutamente sostiene che il Pubblico Ministero avrebbe fatto riferimento solo a Iarc per affermare la natura cancerogena del CVM per diversificati organi del corpo umano. La circostanza non è vera, come facilmente è accertabile leggendo la requisitoria e la replica di primo grado, come non è vera l’ulteriore e ripetuta asserzione del Tribunale che le affermazioni di Iarc sarebbero superate, in particolare da due recenti studi di coorte, quello europeo di Simonato Buffetta e quello americano di Munt. Sulla prima errata affermazione del Tribunale, faccio innanzitutto rinvio all’atto d’appello e alla requisitoria di primo grado. Per semplicità e ragioni di tempo, mi limito a proiettare un prospetto, già proiettato e illustrato in primo grado, in cui sono specificati tutti gli organismi e le organizzazioni indicati e considerati dal Pubblico Ministero per sostenere la natura multipotente e totipotente del CVM. In primo grado, avevo ampiamente discusso di Iarc, dei suoi vari report, delle dichiarazioni Simonato e Buffetta del 12 luglio 2000. Non voglio ora ripercorrere tutta quella parte di vicenda, vi faccio rinvio. Mi preme però sottolineare come l’altro grande prestigioso organismo statunitense, l’Epa, al quale ho già fatto riferimento questa mattina e poco fa, abbia effettuato praticamente da subito, dal 1975, e confermandole sempre, fino al 2000, le stesse valutazioni di Iarc. Utilizzerò allora le stesse monografie di Epa che ho già illustrato per il capitolo precedente sugli effetti tossici del CVM e PVC. Per quanto riguarda il discorso della natura cancerogena del CVM e PVC, ritengo che sia importante rilevare in questa sede come venga riconosciuto e affermato, con gradazioni diverse ma in crescendo e fino al maggio 2000, in maniera tranquilla e tranquillizzante, il collegamento tra l’epatocarcinoma in particolare e il cloruro di vinile monomero, oltre al discorso che già è stato fatto a proposito della cirrosi. Sul CVM, un altro dato che viene in particolare riportato in maniera specifica da quella monografia di maggio 2000 di Epa, è quello relativo alla genotossicità, perché a pagina 48 della traduzione di quella monografia di maggio 2000 vengono indicati in maniera specifica quali sono gli elementi di prova, gli indizi a sostegno del fatto che i metaboliti del CVM sono genotossici e sono tutta una serie di elementi, perché si parla di analisi in vitro, di analisi similari a quelle in vitro, di test in vivo, di studi in ambienti lavorativi, di test biologici di retromutazione, di esposizioni di cavie per via inalatoria, di uso di anticorpi anti-p53 nei lavoratori, di test di biomarcazione sierico–p53, di test su formazione dei prodotti aggiuntivi al DNA. Io non voglio tediare nessuno con questa situazione, credo che una lettura e un rinvio a questo Epa, in questo momento, sia la situazione più adeguata. Eventualmente sarà il caso di ritornarvi in sede di replica, se vi saranno delle contestazioni. Quello che mi preme sottolineare è allora che, se tutti i dati e le valutazioni di Iarc e di Epa coincidono, nella sostanza e nel tempo, dal 1974 – 1975 al 2000, ciò ha sicuramente un chiaro ed evidente significato e ciò appunto quanto meno sull’affermazione degli effetti carcinomi seguenti. Angiosarcoma, epatocarcinoma per gli operai più esposti: autoclavisti, insaccatori ed essiccatori; tumori polmonari per gli operai più esposti: insaccatori ed essiccatori. Dicevo poco fa che due singoli studi riferiti dal Tribunale, per quanto ampi ma non totalizzanti, non possono modificare quanto raccolto, valutato e ritenuto nelle loro conclusioni dalle agenzie Iarc ed Epa. Dico che non sono studi totalizzanti, perché questi studi di Simonato e di Munt mancano di una marea, di molti dati, perché mancano tutto un insieme di coorti molto importanti, mancano ad esempio quelli della Germania, mancano gli spagnoli, mancano i Paesi dell’Est, mancano gli Orientali e sappiamo tutti benissimo, dagli studi che abbiamo e che sono a parte ed estranei a queste indagini Simonato e Munt, come fossero coorti molto a rischio, in situazioni molto pericolose, come molti di questi lavoratori fossero stati colti soprattutto da patologie del fegato. Il Tribunale allora, svalutando il lavoro di Iarc, ma non citando praticamente Epa per questa parte, quando dice che gli studi di Simonato e Munt sono studi che hanno superato Iarc, il Tribunale dimostra di non aver capito cosa siano queste agenzie - organizzazioni. Le valutazioni dell’evidenza complessiva ad opera di questi organismi sono il risultato di un processo di ricerca del consenso nell’ambito di un gruppo di esperti che si raggiunge attraverso procedure standardizzate ed esplicitate, che hanno come oggetto l’esame delle conoscenze scientifiche disponibili al momento della formulazione della valutazione. I singoli studi entrano nel suddetto processo di valutazione, ma non si sostituiscono ad esso, né possono farlo per ovvie ragioni e i risultati ottenuti negli stessi vanno discussi alla luce dell’insieme delle conoscenze disponibili e delle valutazioni già effettuate. Alla luce di ciò, non è corrispondente a realtà l’affermazione generale della sentenza a pagina 27 e cioè che le conclusioni cui era pervenuta Iarc nel 1987 sono state poste in discussione dagli studi successivi, in particolare Simonato e Munt. Va ribadito invece che i risultati dei singoli studi non possono mettere in discussione queste valutazioni, ma contribuiscono all’insieme delle conoscenze. È assurdo e fuori dalla realtà sostenere, come ha fatto ripetutamente il Tribunale a pagina 148, 158 e 159, che le valutazioni di un organismo scientifico internazionale, che gode della massima stima e del massimo prestigio, come Iarc o Epa, sarebbero superate. È un grave errore questo, basato non si sa su che cosa, se non sulle dichiarazioni in aula di alcuni consulenti degli imputati. Dico questo in quanto, quando Iarc come Epa si è pronunciato sul CVM a partire dal 1975, non si è mai contraddetto, non è mai tornato sui suoi passi, ha ritenuto varie e diversificate volte le sue indicazioni, pur avendo avuto modo ed occasione di riaffrontare il problema del CVM, come riconosciuto in aula durante il suo controesame a pagina 88 dal consulente di Enichem, professor Fluà, che diceva che il CVM è un cancerogeno multipotente o potipotente, che dir si voglia. E dico ancora questo, cioè che non c’è un superamento di Iarc, perché le valutazioni complessive sul CVM sono il frutto del lavoro di molti studiosi e ricercatori a livello mondiale, di varia origine scientifica, compresi quelli di origine industriale, come è scritto all’inizio delle monografie. Iarc come Epa non ha mai incaricato l’uno o l’altro studioso di compiere autonomi accertamenti o verifiche, come sembra ritenere il Tribunale, chissà poi perché, quando cita il dottor Simonato. I nuovi studi, per quanto ampi, dicevo, sono una parte del tutto e si inseriscono nell’alveo degli studi precedenti; devono essere valutati da Iarc come da Epa nell’insieme e per cambiare una valutazione di Iarc, come di Epa, è necessario porre in essere tutto quel complesso meccanismo di approfondimento ai fini della classificazione o riclassificazione di una sostanza, che costituisce proprio la garanzia della serietà e della affidabilità dei pronunciamenti di Iarc e di Epa. Infine, anche solo per porre in discussione una valutazione di Iarc come di Epa, ci vuole ben altro che lo studio di Munt o lo studio di Simonato sulla coorte europea, perché ad esempio intanto i due studi non dicono assolutamente in tutti i punti quello che dice il Tribunale, e lo vedremo; per lo studio di Munt, inoltre, il Tribunale non ha verificato la validità scientifica dello studio dei suoi presupposti, contraddicendo così i suoi stessi pronunciamenti generali. Passo all’esame del punto 4.E: gli studi di tossicità, gli studi sulla tossicità e l’aspetto quindi della conoscenza. L’epoca in cui erano conosciute o conoscibili le caratteristiche di nocività del CVM e PVC, congiuntamente all’obbligo in capo all’imprenditore di informarsi o di informare, forma l’oggetto di questo nuovo sottocapitolo. Da un punto di vista processuale questo è un capitolo molto importante, perché si riferisce al requisito della colpevolezza e, in aggiunta, al riconoscimento della contestata aggravante dell’aver agito nonostante la previsione dell’evento per le fattispecie di natura colposa. Su tali aspetti ho già detto molto durante la requisitoria e le repliche in primo grado e ho scritto molto in atto d’appello; ho anche depositato una memoria tecnica specifica, in vista appunto soprattutto della requisitoria, la prima, quella del 13 maggio 2003, in questo secondo grado di giudizio. Non voglio sicuramente tediare nessuno, faccio rinvio a quanto ho detto e scritto, con alcune osservazioni. In questo processo viene contestata agli imputati una colpa specifica per violazione di precise norme giuridiche che ho già illustrato questa mattina. Queste violazioni, come detto, hanno una doppia valenza, perché riguardano la configurabilità sia dalla fattispecie di cui all’Art. 437, sia di quella di cui agli Artt. 589 e 590 Codice Penale. Potrebbe quindi essere ultronea ogni ulteriore considerazione. Non posso però permettermi di sottovalutare questo aspetto del problema, perché ritengo comunque importante stabilire da quando il CVM deve essere considerato comunque tossico e comunque da quando il buon imprenditore sarebbe stato in grado di saperlo o di accertarlo, in ossequio ai suoi precisi doveri ex lege. In ogni caso, avendone già parlato e scritto molto, mi limito a proiettare sullo schermo l’esito di alcuni studi dei lavori scientifici più vecchi e più significativi, partendo da quello di Tribuch del 1999, per fermarmi a quello di Viola del 1969, che costituisce – per così dire – la cerniera sicura tra l’epoca della tossicità e quella della cancerogenicità. Cominciamo da quello di Tribuch del 1949, molto rapidamente, faccio vedere soltanto la prima pagina, proprio le ultime righe, dove viene scritto che le condizioni di lavoro durante la produzione di materie plastiche in cloruro di vinile sono state da noi studiate valutando la situazione delle fabbriche nel reparto delle materie plastiche in PVC, durante il loro impiego per la similpelle e per isolanti di fili elettrici. Sono costretto a citare queste righe perché la difesa di alcuni imputati ha messo in discussione il fatto che Tribuch e gli altri si riferissero proprio alle lavorazioni del PVC. Comunque questo è detto espressamente e descritto meglio nella memoria e vengo rapidamente solo alle conclusioni, dove al punto 2 si parla espressamente di problemi alle vie respiratorie superiori e dove si parla, al punto 3, del rilevante numero di epatiti tra i casi esaminati e le alterazioni alle vie respiratorie, che impongono ovviamente ulteriori esami. Quindi questo conferma, Tribuch 1949, apparato respiratorio e problemi al fegato. Un’ultima annotazione su questo punto riguarda la parte finale di queste conclusioni, lì dove viene detto che un’enorme importanza riveste l’installazione di un razionale impianto di aspirazione di gas e vapori, 1949. Questo studio di Tribuch, che ne dicano le difese degli imputati, era ben noto dappertutto per un insieme di motivi. Ricordo, è vero, che Epa non cita Tribuch, Epa 1975 non cita Tribuch del 1949, però Epa 1975, nella traduzione a pagina 4, dice espressamente che tra il 1949 e il 1966 fu riferito un aumento dell’incidenza di danni epatici non maligni e di acrosteolisi tra i lavoratori del CV in Europa. Quindi un riferimento al 1949 si ritrova fin da Epa 1975; Epa 1975, che parla di diversi autori sia nei Paesi dell’Est sia nei Paesi dell’Ovest come altra documentazione, altri studi, altra monografia di quegli anni, proprio a smentire l’assunto, prima degli imputati di Montedison e poi anche del Tribunale, che non ci fossero contatti e relazioni tra gli studi e i lavori e i ricercatori dell’est e dell’ovest in quegli anni a causa della cortina di ferro. Ma la documentazione scientifica agli atti è acquisita, in particolare le partecipazioni ai convegni di medicina del lavoro sul cancro, dal Giappone, agli Stati Uniti, dall’Europa, vedono costantemente la presenza di studiosi dell’est e dell’ovest, compreso ad esempio il professor Viola, compreso il professor Bartalini, imputato in questo processo, etc. Comunque Tribuch veniva citato da Iarc 1974 tra le sue indicazioni; Tribuch veniva citato, lo stesso, dal professor Fluà nel suo lavoro fatto per la Fulc su incarico Fulc del 1975, la famosa indagine Fulc; lo stesso viene da (Applimed) del 1999, indicato questo lavoro dei Paesi dell’Est proprio con riferimento alle patologie epatiche ed è interessante vedere ancora come una sentenza degli Stati Uniti, della Corte d’Appello del secondo circuito degli Stati Uniti intervenuta in materia di CVM, nel settembre del 1974, redigendo la sentenza, abbia scritto delle cose molto interessanti anche per il nostro processo. Le ha scritte nel 1974 e mi meraviglio che nel 2001 il Tribunale di Venezia non sia riuscito a scrivere le stesse cose. Perché, a proposito del CVM, nel 1974, quella Corte d’Appello degli Stati Uniti scriveva: "Adesso è chiaro che i lavoratori occupati in tutti i componenti dell’industria del cloruro di vinile sono sottoposti ad un grave rischio alla salute a causa del CVM - dice - fin dal 1949, quando l’industria del cloruro di vinile aveva a mala pena celebrato il proprio decimo anniversario, uno studio condotto nell’Unione Sovietica aveva rilevato danni al fegato in quindici dei quarantacinque operai osservati" e poi nel 1958 – 1959 gli scienziati della (Dout) Chemical riscontravano anomalie al fegato nei ratti, nei conigli, ad una concentrazione di 100 PPM. Questa Corte d’Appello degli Stati Uniti parla letteralmente di forti segnali d’avvertimento che erano apparsi letteralmente già molto tempo prima. Questa Corte parla di virulentissimo agente cancerogeno. Torneremo su questa sentenza, la proietterò anche su questi punti, quando parleremo della situazione impiantistica. Fin d’ora la cito proprio in riferimento a Tribuch e guardate che Tribuch poi era addirittura nei manuali dell’Università di Medicina del Lavoro, perché lo cita per esempio il Manuale Sartorelli dell’Università di Siena, proprio come prime segnalazioni di una patologia professionale che risalgono al 1949 ed è nei manuali che probabilmente leggeva anche il dottor Giudice quando si è laureato a Firenze nel 1956, già diceva che sapeva che era epatotossico il CVM. Sull’esistenza di questo Tribuch nel 1949 ha scritto anche IPCS, per l’Organizzazione Mondiale della Sanità, facendo esplicito riferimento alle anomalie epatiche tra lavoratori addetti al VC, come detto da Tribuch nel 1949 e Filatova nel 1958. Vengo ai primi Anni Cinquanta e proietto soltanto due righe di uno studio che comunque ho già allegato alla memoria tradotto e che quindi è già agli atti, soltanto per dire come nel 1953, nello studio di Kenwin Harris, alla seconda pagina, a proposito del cloruro di vinile, si dice che "qualora si desideri operare in condizioni di lavoro soddisfacenti, le concentrazioni nell’atmosfera non dovrebbero eccedere i 500 PPM". Importante questa affermazione, perché è il 1953 e qui andiamo ancora a metà degli Anni Settanta, come vedremo tra poco, superando ampiamente questo limite delle 500 parti per milione. Vent’anni prima, uno studioso inglese scriveva già queste cose. Passo allo studio di Filatova 1957 - 1958, indicando semplicemente come venisse segnalata nelle conclusioni una patologia da CVM che era angioneurose, soltanto per dire come le ricerche abbiano dimostrato – diceva – che anche in presenza di una piccola concentrazione di CVM, al di sotto della massima concentrazione consentita, si verificano casi di angioneurosi tossiche tra gli operai. Questo fatto dimostra che bisogna riconsiderare il valore della massima concentrazione tollerata di CV. Il limite, come faccio vedere dalla tabella, all’epoca, nel 1957 massimo consentito, era 358 PPM, nel 1957. E nel 1958 abbiamo un altro studio del Filatova che conferma questi dati e questi risultati, patologie quindi che ampiamente emergono negli Anni Cinquanta; risultati della Filatova che vengono confermati e si cominciano nel 1951 da Dagnisewski ed altri si cominciano nel 1961 a prospettare i meccanismi di trasformazione del monomero in sede epatica. Per quanto riguarda Dagnisewski mi limito soltanto a dire, è una traduzione che è già agli atti, il documento è già agli atti, è quello che riguarda i monomeri, la parte che dice che questi prodotti di partenza, i monomeri, sono di regola reattivi e biologicamente aggressivi; essi hanno la capacità di lesionare gli strati cutanei e le mucose. Fa riferimento a studi che sono stati fatti in vitro e a studi che sono importanti perché la questione della nocività delle composizioni macromolecolari assume un significato in relazione alla prospettiva dell’utilizzo dei materiali polimerici nell’industria, nell’edilizia, nonché nella produzione di beni di largo consumo. Mi fermo qui per quanto riguarda Dagnisewski, ricordando solo come da questo studio di un Paese dell’Est risultino citati sia nel testo che nella bibliografia studiosi occidentali a conferma di un’osmosi, di un passaggio di notizie da una parte all’altra. Ci sono altri studi importanti, sempre degli Anni Sessanta, che sono quelli di Suciu del 1963, dove mi limito a proiettare soltanto, dove mi limito ad indicare soltanto le conclusioni, perché questo studio di Suciu verrà poi riproposto nel 1967 dallo stesso Suciu che proietterò tra poco e parla di problemi gravi ai lavoratori del CVM sia al fegato sia all’apparato respiratorio, sia per quanto riguarda il fenomeno di Raynaud. Cito questo studio Suciu del 1963 perché da un documento delle industrie americane che proietto, del 18 novembre 1965, la Goodrich in particolare, emerge che si fa chiaramente riferimento a questa relazione sia rumena che francese, perché Suciu come vedremo, anche allo studio del 1967, fa la traduzione in francese. Questi sono studi che passano tranquillamente da una parte all’altra, indipendentemente dalla cortina di ferro che riguardava sicuramente altre situazioni. Altro studio del 1975 è quello di Suciu, che ricordo semplicemente perché (Pushin) cita Tribuch e fa rilevare come in quindici su quarantotto operai impiegati nella produzione delle materie plastiche in PVC risultavano cambiamenti del fegato classificabili in epatiti più o meno evidenti e proietto soltanto le conclusioni di questo studio, che fanno appunto riferimento nel 1965 a queste malattie del fegato e al fatto che questi operai del CVM e PVC erano sicuramente quelli maggiormente colpiti rispetto alle altre patologie. Si parla chiaramente di epatiti croniche epiteliali, 1965. Di un altro studio del canadese (William) ed altri; dell’americano (Crick), che è un medico poi della Goodrich, quello che farà scoppiare lo scandalo Goodrich, faccio solo riferimento perché ci dà conferma del fatto che al di là dell’oceano erano ben a conoscenza dello studio di Suciu, perché lo studio di Suciu del 1963 viene chiaramente indicato ed è proprio lo studio che fa riferimento ai problemi al fegato e ai problemi alle mani. Lo stesso dice un altro studio di (Harris), sempre inglese, del 1967, che fa chiarimento riferimento a Suciu del 1963 e ai problemi del fegato. Quindi passaggio continuo di notizie. Le conclusioni di quest’altro studio che proietto sono quelle di Suciu del 1967, le leggo, comunque le consegno, sono già agli atti, ma comunque leggo le conclusioni di questo studio di Suciu del 1967 che dice: "Abbiamo constatato la comparsa di affezioni nervose dovute al contatto con la sostanza tossica del CVM", ecco, viene proiettato. Parla di affezioni digestive e parla della sindrome di Raynaud e parla dei periodi di tempo che sono necessari per la comparsa di queste sindromi e nella parte finale di questo risultato e discussione, scrive: "L’ordine di apparizione della sintomatologia dovuta al PVC e ai monomeri si esterna in modo seguente: manifestazioni nervose, digestive, angionevrotiche e cutanee". Per digestive ricordiamo sempre che considerano tutti i problemi del fegato, come si vede alla pagina successiva, che è la pagina 5 di questo studio di Suciu 1967, dove viene detto che "l’esame obiettivo ha messo in evidenza nel 30,2% dei casi l’epatomegalia senza ittero" e si dice, un passo più sotto, come "con l’abbandono dell’ambiente di lavoro l’epatomegalia regredisce senza nessun altro trattamento e il fegato torna alle condizioni normale". Questa parte dello studio di Suciu continua a parlare delle alterazioni dei valori del fegato, per concludere che delle congestioni iniziali si sono trasformate – questo si vede a pagina 7 – in forma di epatite acuta, simile all’epatite virale e non itterica, per poi diventare spesso un’epatite cronica. Questo a pagina 7: "epatomegalie da noi riscontrate", questa parte qua. Non mi dilungo ulteriormente su questo studio di Suciu, in cui ha tra l’altro indicato anche in francese e in lingua italiana. Gli studi di Suciu sono ben noti anche in Italia, perché sono stati pubblicati da Medicina del Lavoro ed erano ben noti anche dal professor Fluà di Enichem e alla Montedison, perché di questi studi tutti discutevano. Per rimanere sempre agli Anni Sessanta, ricordo come nell’agosto del 1968 ci sia stata una conferenza sulla tossicologia della Gordon Research e sia stato presentato a quella conferenza un lavoro di (Kramel) e (Macler), che sono dei medici anche delle società della (Dout Chemical), studio che è stato poi pubblicato soltanto nel 1972 e in questa conferenza si diceva, si parlava di segni di effetti chimici, precisamente disfunzioni al fegato su lavoratori esposti a concentrazione media ponderata di 300 PPM per vari anni. Questa presentazione del 1968 alla conferenza sulla tossicologia della Gordon Research, aveva indotto la C.G.H. a proporre la riduzione del limite di sicurezza per il CVM a 200 PPM, limite invece poi accolto soltanto nel 1972. Questi risultati, comunque, del 1968 detti in conferenza furono confermati in un lavoro di Baretta e sempre Macler, pubblicato sul giornale dell’Igiene Industriale Americano del 1969. Passo ad un altro studio del 1969, prima di arrivare a Viola, per ricordare (Jerzy Popov), che concludeva sulla polvere di PVC come, introdotta nel sistema respiratorio, questa polvere sia biologicamente attiva. Continuano a tornare queste definizioni che, ricordiamo, avevamo iniziato ad essere fatte presenti fin dagli Anni Cinquanta; polvere biologicamente attiva nel sistema respiratorio perché esercita azione meccanica e tossica e produce lesioni della natura della pneumoconiosi tossica. Nello stesso periodo si concludevano gli studi dei russi (Vertkin) e (Momontov), che nel 1970 pubblicavano un lavoro sullo stato di salute di novantasei lavoratori addetti al PVC, segnalando un numero considerevole di alterazioni del medesimo tipo relativamente alle patologie polmonari, con la precisazione che lo sforzo fisico da turni, in particolare, favoriva l’aumento della ventilazione polmonare e la quantità della polvere inalata. Ricordo questa circostanza dei turni, perché nei libretti personali degli operai è spesso successo che il medico di fabbrica diceva: "non opportuno il turno" proprio per queste situazioni di pericolosità e invece gli operai esposti a CVM continuavano a fare i turni e ad essere esposti a CVM. I problemi legati alla nocività delle polveri da PVC dunque erano ben noti a Montedison già negli Anni Sessanta e negli Anni Sessanta il professor Cesare Maltoni aveva cominciato ad eseguire esami sull’ispettorato degli operai, rilevando la presenza di anomalie cellulari. A questo proposito Maltoni ha dichiarato e ha confermato tale circostanza all’udienza dell’11 aprile 2000; problemi di nocività del PVC che erano ben noti alla Montedis, come risulta anche dallo studio presentato nel 1967 dai suoi ricercatori sulla tribuna di (Liegi). Prima di passare agli studi successivi, va focalizzata l’attenzione su alcuni aspetti fondamentali che sono stati negati o trascurati dal Tribunale a proposito appunto della tossicità e/o della cancerogenicità. La prima questione riguarda il contenuto del lavoro e dell’allarme lanciato dal professor Viola al convegno di Tokyo del 22 settembre 1969. Innanzitutto, a smentita decisa e precisa di quanto sostenuto dalla difesa Montedison, va ribadito che in quello studio si parlava espressamente degli operai del CVM e PVC e delle patologie che li avevano colpiti; si parlava di osteolisi, di alterazione del sistema nervoso, di sindrome di Raynaud, di alterazioni delle funzioni epatiche, tra l’altro proprio quelle ricordate da Suciu che Viola tanto ricorda nella bibliografia. In secondo luogo, e possiamo proiettare anche la pagina 1 in pratica di Viola, che fa riferimento ai lavoratori e parla espressamente dei lavoratori fin dall’inizio; fa ad esempio degli studi, poi parla degli esami clinici sui lavoratori effettuati sugli stabilimenti, parla di casi di osteolisi, e l’inizio della pagina seconda che continua a riguardare i lavoratori. In secondo luogo, ci tengo a ribadire che questo non fu uno studio clandestino o non conosciuto. Innanzitutto perché venne presentato al XVI Convegno Internazionale di Medicina del Lavoro cui erano presenti studiosi e scienziati di tutto il mondo, come sempre - come risulta dalla documentazione - compreso il professor Bartalini, che è il responsabile sanitario della Montedison, che sapeva benissimo cosa diceva Viola in quel convegno. Tra l’altro Bartalini a Tokyo fu anche relatore. Inoltre a Tokyo nel 1969 era presente come relatore pure (Bertrand Diman), un altro studioso sui lavoratori del CVM e PVC, che aveva parlato espressamente nel suo studio di effetti sistemici e dell’aberrazione della funzionalità epatica, accertati da Suciu nel 1963 e che parlò espressamente della suscettibilità individuale dei singoli lavoratori. Per concludere su Viola e sui suoi riferimenti ai lavoratori, ribadisco quello che in conclusione lo stesso professore segnala sia a Tokyo sia sul suo lavoro poi comparso nel marzo 1970 sulla rivista italiana Medicina del Lavoro, tra l’altro tradotta in tutto il mondo e anche negli Stati Uniti durante la rogatoria internazionale. Viola raccomandava la riduzione del valore soglia del monomero e la sostituzione della pulizia manuale delle autoclavi con quella automatica. Siamo nel 1969, ma con la pulizia automatica bisognerà ancora aspettare molti e molti anni prima che diventi una realtà per tutti i lavoratori del CVM e PVC di Porto Marghera. Faccio riferimento ancora alla conoscenza di Montedison sulla pericolosità del CVM, citando un testimone sentito in aula, Tiziano Garlanda, udienza del 5 aprile 2000, testimone che era colui che teneva i contatti tra l’Europa e l’America, tra la Montedison e l’America, che viene fuori in molti documenti americani, che tra l’altro era la persona che avrebbe dovuto partecipare all’incontro statunitense con il (Nios), con l’M.C.A., per impedire che venissero fornite le notizie sulla cancerogenicità del CVM al Nios. Tiziano Garlanda aveva cominciato a lavorare presso l’Istituto Donegani di Novara e si occupava di regolamentazione dei prodotti, di legislazioni che coinvolgevano i prodotti fatti dalla Montedison all’interno della Montedison. Parla Tiziano Garlanda - è importante - degli studi di PVC dal 1962 in poi; dice espressamente che questi studi non sono mai finiti, parla espressamente dei suoi contatti con Bartalini, responsabile sanitario e capo della Montedison e dei contatti che ha avuto con i dirigenti D’Arminio Monforte, Calvi, Gatti, Oddi, proprio in relazione alla situazione di pericolosità del CVM; parla, in particolare, della situazione calda, incandescente, scottante, che viene generata nel momento in cui si viene a sapere che c’è stato lo scandalo Goodrich e quindi degli operai sono morti per angiosarcoma epatico a causa del CVM. E Garlanda, che è della Montedison ed è un teste del quale sicuramente ci si può fidare, ci dice chiaramente qual è il motivo per cui in Montedison e in tutto il mondo si temeva la comunicazione delle notizie. A pagina 184 del verbale dice chiaramente che il fatto, questa conoscenza, il fatto è che una situazione di quel genere poteva portare alla eliminazione totale del prodotto. Questo è il motivo per cui bisognava tenere segreti e limitati il più possibile i dati che stavano uscendo. Questo è il motivo, non certo quello che ha detto il Tribunale in sentenza e questo è riferito da uomini di Montedison. Garlanda, e dico l’ultima cosa su Garlanda, ribadisce che vennero decise all’interno della Montedison, all’interno dei vertici della Montedison, in particolare da parte dell’ingegner Grandi, imputato in questo processo, amministratore delegato con D’Arminio Monforte e i capi divisione, di dare notizie di questa situazione di pericolosità all’esterno soltanto nel 1974 e dice che venne deciso questo soltanto appunto dopo lo scandalo Goodrich e dopo che nell’aprile del 1974 il Ministero del Lavoro aveva già emesso una circolare. Badate che questo venne ribadito anche dopo il controesame dell’Avvocato di Montedison, che presenta un documento che dà un’indicazione diversa: Tiziano Garlanda, ben dentro a quelle situazioni, ribadisce che per lui la conoscenza doveva essere data per decisione dell’amministratore Grandi e degli alti dirigenti Montedison solo dopo il 1974; circostanza questa che, fatalità, coincide con le dichiarazioni dell’unico sindacalista – assieme a Tettamanti – citato dal Tribunale in sentenza. Riparleremo di questo Angelo Francini perché è un personaggio per certi versi singolare e comunque su questa situazione dice Francini, come rappresentante dei sindacati comunque in quel momento, nel 1974, che loro ebbero, lui e Tettamanti un’informazione informale nel maggio del 1974, dopo che ci fu l’indicazione e la prescrizione dell’Ispettorato Medico del Lavoro per intervenire sulla situazione del CVM. Perfino Fracini, per i motivi che dirò, dice che solo nel 1974 Montedison ha dato queste informazioni all’interno della fabbrica, ai sindacati e successivamente ancora agli operai, perché ricordiamo che l’obbligo riguarda gli operai, quelli che sono in stretto contatto con la sostanza tossica considerata. Quando si arriva quindi alla soglia degli Anni Settanta abbiamo una situazione già in ebollizione, siamo in presenza di molti studi e molti lavori, sia sugli animali che sui lavoratori, eseguiti un po’ in tutto il mondo, dalla Russia agli Stati Uniti, dalla Romania all’Inghilterra, dalla Polonia, al Canada e alla Francia. E mentre da una parte nei Paesi dell’Est si ha una riduzione del TLV, si ha una riduzione; in Russia in particolare il TLV scende a 12 PPM e la Filatova ci dice che era di 350 PPM negli Anni Cinquanta in altri Paesi dell’Est, vediamo che negli Stati Uniti non c’è nessuna diminuzione, negli altri Paesi Occidentali non c’è nessuna diminuzione. Solo presso la Dout Chemical, autonomamente, il TLV viene portato da 500 a 50 PPM, perché la Dout Chemical aveva effettuato questi esperimenti, aveva comunicato a M.C.A. che c’erano situazioni di pericolosità da parte del CVM. Negli USA esisteva ancora dal 1963, e per tanti anni è durato ancora, un limite (sibil) di 500 PPM, limite sibil che vuol dire un limite che non deve essere mai superato in nessun momento, mentre nei Paesi dell’Est c’era questo abbassamento che non era sicuramente casuale, perché già nel 1967 in Russia era stato vietato l’uso di CVM nei propellenti spray a causa proprio dei suoi effetti nocivi e queste indicazioni ci vengono fornite anche dai lavori di Iarc del 1974. Mi fermo con questa parte sulla conoscenza della tossicità e passo alla parte che riguarda gli studi di cancerogenicità della sostanza del CVM in particolare, che sarà molto più rapido perché si basa sulle indicazioni che ho già indicato e con rinvio anche a documentazione di Epa e di Iarc in particolare. È un altro aspetto fondamentale della questione questo, che è quello relativo alla scoperta della natura cancerogena del CVM; già se ne è ampiamente parlato in sede di requisitoria e nei motivi d’appello. Quel che mi preme ribadire e sottolineare è il fatto che nel corso degli Anni Settanta i segnali per un allarme cancerogeno erano già emersi. Va subito precisato, per amore del vero e delle conseguenze anche giuridiche, che l’accertamento vecchissimo, datato almeno 1949, di una tossicità del CVM sul fegato e sull’apparato respiratorio, imponeva l’adozione di tutta una serie di misure tecniche da parte degli imprenditori a livello impiantistico rigidissime, come previsto dalle norme del 1927 e del 1952, del 1955 e del 1956, e come ben spiegato sempre conformemente dalla Corte di Cassazione. L’ho già detto stamattina ed è fondamentale questo punto nel passaggio tra tossicità e cancerogenicità. L’adozione di tali misure impiantistiche, mediche, sanitarie e di protezione individuale avrebbe eliminato l’insorgenza delle patologie del fegato e dell’apparato respiratorio riscontrate, in particolare queste, soprattutto negli autoclavisti e negli insaccatori, al di là dell’ulteriore rischio cancerogeno. Il mezzo di salvaguardia dell’operaio da rischio tossico del CVM avrebbero salvaguardato l’operaio stesso anche dal rischio cancerogeno. L’obbligo giuridico specifico di tutela, abbiamo detto, risale al 1952 quanto meno. Più volte, nella motivazione della sentenza, il Tribunale manifesta la sua convinzione che la responsabilità delle morti dovute all’esposizione al CVM non possa essere affermata per gli imputati che non conoscevano gli effetti cancerogeni della sostanza oppure, per meglio dire, che possa essere conosciuta solo quando si provi che essi avevano la possibilità di conoscere il rischio. Il Tribunale mostra di adagiarsi sulla teoria secondo cui l’essenza della colpa sta non solo nel non volere l’evento che si genera per effetto di imprudenza, negligenza e imperizia o violazione di norme, ma anche nel fatto che l’evento non voluto fosse prevedibile. Ebbene, anche se si dovesse accettare la teoria della colpa come prevedibilità dell’evento non voluto, essa mai mostrerebbe la sua fragilità come nel caso delle malattie professionali che determinano la morte per tumore. Questa questione è stata ripetutamente affrontata in occasione dei vari processi in materia di amianto; anche in questi casi si è detto è vero che l’imputato ha esposto ad una sostanza nociva i lavoratori, ma questo non basta per decretarne la punibilità, perché egli non poteva sapere. E anche nel caso dell’esposizione al CVM, il Tribunale ragiona nella stessa maniera. Ritengo invece che questa impostazione sia frutto di un’evidente confusione che porta il Giudice a disquisire lungamente sa queste date e su questa disquisizione siamo costretti ad arrivare anche noi; su queste date in cui furono effettuati studi e ricerche di laboratorio, in cui gli esiti di tali ricerche furono comunicate ai committenti e date in cui la comunità scientifica e produttiva poteva essere in grado di ritenere con ragionevole certezza che l’esposizione al CVM poteva provocare il cancro. Tutto questo influisce sì, ma in misura limitata sull’accertamento della colpa, perché nel caso in esame ciò che ha provocato i tumori è una colpa specifica, consistente nella violazione degli Artt. 20 e 21 del D.P.R. del 1956 che ho indicato questa mattina. È pacifico che la sostanza che si usava nella produzione del Petrolchimico rientrasse tra quelle di cui le norme intendevano impedire diffusione sul luogo di lavoro; da molti lustri infatti era ed è nota questa nocività del CVM ma, si dice, la norma prendeva in esame la sua tossicità e non i suoi possibili effetti cancerogeni. Questo non significa nulla. Forse che la diffusione di tale sostanza diventava lecita per il fatto che il legislatore non ne avesse all’inizio previsto gli effetti cancerogeni? Certo nel 1956 non si pensava che tali effetti fossero possibili, ma il divieto di diffusione era idoneo a scongiurare anche gli effetti non previsti e non prevedibili. Da troppo tempo è conosciuto il broccardo che conosciamo tutti "qui in re illecita versatur" etc., per dover ricordare che questo è proprio il caso in cui esso doveva trovare puntuale applicazione. Il regime della colpa nel nostro ordinamento è tale che chi commette la violazione di una norma di prudenza o di specifico contenuto tecnico, non può scusarsi con la giustificazione che tra gli eventi che la norma voleva evitare non era specificamente annoverato quell’evento che si è poi verificato. Tanto più questo principio è valido, quando la norma sia diretta a scongiurare una molteplicità di eventi o una serie generica di danni alle persone. Nel caso di specie, nel nostro caso, il principio mostra tutta la sua evidenza. Non è importante sapere se al tempo dell’esposizione fosse ipotizzabile come conseguenza di essa solo qualche allergia o qualche problema alla pelle o anche i tumori del fegato o del polmone, è importante sapere se non solo gli effetti dannosi prevedibili, ma tutti gli effetti dannosi sarebbero stati scongiurati nel caso in cui la norma prevenzionale fosse stata rispettata. La risposta nel nostro caso non può essere che sì: se si fosse impedito che la sostanza tossica si diffondesse nell’ambiente di lavoro, le malattie e le morti non si sarebbero verificate. Questa è la logica che deve governare il diritto penale e non si tratta della stessa logica che governa il mondo scientifico e segnatamente quello della prevenzione e della salute. So benissimo che sotto il profilo della prevenzione non è affatto indifferente che si conoscano con precisione gli effetti dannosi di una sostanza. Chi fa prevenzione, infatti, deve adottare le misure più idonee e prevenire i rischi, perché la logica di prevenzione non può che essere quella della progressiva sperimentazione di standard sempre più evoluti. Il diritto penale è diverso; esso deve avere le sue certezze, per le quali chi viola norme di condotta specifica ne assume tutte le conseguenze, anche quelle che non aveva immaginato e tutto questo non ha niente a che vedere, come taluno va sussurrando o ha sussurrato, con la responsabilità oggettiva. La colpa non ha alcuna parentela con la responsabilità oggettiva, la quale colpisce non i comportamenti ma gli status. Di queste morti contestate si risponde perché si è violata la specifica norma di condotta imposta al datore di lavoro e ai suoi preposti. Qualcuno ha detto "non è giusto" dalla parte della difesa degli imputati, non sapevano che la sostanza avrebbe avuto effetti mortali; lo ha detto anche il Tribunale, ma questo non è molto rilevante. In altri casi, altre sostanze, sappiamo tanti datori di lavoro ad esempio soggettivamente ignoravano e ignorano che la polvere di legno provocava e provoca tumore nei seni nasali, ma a nessun Giudice è mai venuto in mente di assolverli perché non lo avevano previsto. Passeremo poi a discutere degli interventi posti in essere dagli imputati dal 1969 in poi e della loro tempestività ed efficacia, ma per adesso e per completezza diamo pure per scontato che gli imputati sapessero genericamente e non avessero certezze, che sospettassero solo e fossero in trepidante attesa di notizie più certe. Ebbene, sarebbe stato necessario che la loro azione fosse stata guidata dal principio di precauzione - capiamoci bene – sul principio di precauzione per evitare fin d’ora false e capziose incomprensioni. Ciò che sto per dire si basa solo su precise norme giuridiche. Il Giudice di primo grado mostra di considerare il principio di precauzione esclusivamente come un fattore culturale. Non è questo il punto di vista nostro. Così concepito, come in primo grado ha fatto Giudice, il principio di precauzione non solo non può costituire un obbligo giuridico, e sono d’accordo, ma la sua violazione non può essere censurata dal Giudice o presa a fondamento per un’eventuale sentenza di condanna. Se tutto viene ridotto ad un atteggiamento che rifletteva la cultura dell’epoca e se si ritiene che il principio non faceva parte della legislazione degli stati, evidentemente non si può pensare ad una qualche efficacia capace di vincolare i comportamenti delle imprese. Ma le cose non stanno così, almeno per quanto riguarda la legislazione italiana relativa alla sicurezza e all’igiene sul lavoro. A partire dagli Anni Quaranta, l’abbiamo visto stamattina, il Codice Civile italiano ha introdotto nell’ordinamento l’onere di adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori del lavoro. La norma del 2087 ha valore di principio, nel senso che subordina ogni altro interesse dell’imprenditore, pur legittimo, alla tutela della salute dei lavoratori. Questo principio è stato interamente accolto dal legislatore degli Anni Cinquanta, che ha inserito nell’ordinamento la serie di D.P.R. che ho indicato questa mattina, nell’ottica aperta dall’Art. 2087 e in questo senso è stato accolto ed inserito nel nostro ordinamento questo principio di precauzione. Le norme citate, infatti, sono ispirate a due caratteristiche fondamentali: uno, l’assolutezza della misura di prevenzione nel doppio significato che ho già indicato e, due, l’oggettività delle misure previste. Da queste caratteristiche, sono state tratte conseguenze importanti che contribuiscono a definire la presenza di questo principio nel nostro ordinamento. La prima è che non è consentito all’imprenditore esercitare un’attività rischiosa quando non sia possibile prevenire tecnicamente il rischio o non siano conosciuti adeguati sistemi di protezione e ho ricordato stamattina delle sentenze di Cassazione. La seconda è che neppure l’incompatibilità economica con le misure che la prevenzione richiederebbe consente all’imprenditore di esporre a rischio i lavoratori e ho ricordato lo stesso questa mattina delle altre sentenze. La conclusione obbligata di questi rilievi è che dinanzi al dubbio concreto che le lavorazioni possano essere nocive per i lavoratori o che le sostanze nascondano qualche insidia non ancora compiutamente svelata oppure che siano in corso sperimentazioni, l’imprenditore deve obbligatoriamente, per legge, lo si ripete, adottare le precauzioni che in senso assoluto evitino di esporre a rischio i lavoratori "fino a cessare l’attività", dice concordemente la giurisprudenza della Suprema Corte. Ed è in proposito proprio necessario usare l’espressione "eliminare il rischio", non quella diversa di "ridurre il rischio", perché proprio la differenza tra questi due verbi riflette il carattere di assolutezza che distingue il D.P.R. 303. Tutta la legislazione relativa alla prevenzione introdotta negli Anni Cinquanta tende infatti all’eliminazione completa del rischio, non la riduzione. Sappiamo che altre legislazioni hanno introdotto il concetto di "rischio accettato"; occorre accettare gli Anni Ottanta nel nostro ordinamento per avere l’introduzione dei cosiddetti "valori di limite" anche per il CVM. Tutto questo induce dunque a concludere che nel periodo innanzitutto Anni Sessanta - Settanta fosse assolutamente evidente la necessità di ricorrere al principio che ho ricordato, perché gli studi scientifici effettuati, le sperimentazioni in corso, i risultati parziali degli studi che furono sicuramente conosciuti dalla Montedison, avrebbero dovuto indurre ben per tempo i dirigenti dell’epoca ad una grande cautela nell’esposizione dei lavoratori. Il Tribunale mostra invece di ritenere che non vi fosse l’obbligo giuridico di adottare misure adeguate fino a quando non fosse stata conclamata e completamente provata la cancerogenicità addirittura della sostanza ed anzi mette in risalto le iniziative delle aziende nell’istituire nuove procedure lavorative, quasi che esse fossero non dovute. Invece erano dovute per legge. È, al contrario, necessario ribadire che nel nostro ordinamento è sufficiente questo dubbio sulla nocività per fondare l’obbligo di adottare tutte quelle misure che ho ricordato, fino a sospendere le lavorazioni. Non avere abbattuto le concentrazioni della sostanza ed avere mantenuto ancora altre le esposizioni, costituisce dunque un’ulteriore prova della colpevolezza degli imputati. Anche nella situazione dei limiti creati dai TLV per il CVM negli Anni Ottanta, anche in questa nuova situazione abbiamo già visto come pacificamente la giurisprudenza della Suprema Corte ritenga questi valori limite delle semplici soglie di allarme, che non fa venire meno il dovere dell’imprenditore di attuare misure tecniche, organizzative e procedurali adeguate e l’obbligo di informarsi al fine di prevenzione oggettiva e soggettiva. È la sentenza Hariolf che ho già ricordato. Finisco questa parte dicendo che del periodo cancerogeno, sia sotto l’aspetto della causalità che sotto quello della conoscibilità, ci sarà innanzitutto occasione ovviamente di riparlare. Per il momento, limitatamente appunto a questa parte, faccio rinvio a quanto scritto nella prima memoria che ho depositato a questa Corte il 13 maggio, con ovvia riserva di riparlarne per eventuali repliche, se necessario, per gli aspetti della conoscenza della cancerogenicità. Io presento gli altri ultimi due punti che non sono lunghissimi, se preferisce o facciamo una pausa di dieci minuti – un quarto d’ora, dieci minuti d’orologio.
PRESIDENTE – Dieci minuti d’orologio, va bene.
SI SOSPENDE L’UDIENZA ALLE ORE 13.10.
SI RIPRENDE L’UDIENZA ALLE ORE 13.25.
PUBBLICO MINISTERO – Dott. Casson – Signori Giudici, secondo le indicazioni dello schema del capitolo quarto, toccherebbe all’ultimo punto, ritengo peraltro in questo momento, siccome ho presentato una memoria specifica, di fare integralmente rinvio a questa memoria per non far dei doppioni. La memoria è quella che riguardava il patto di segretezza e li gli aspetti sono essenzialmente riportati in quella memoria. Se sarà necessario, ci tornerò sopra in sede di replica. L’unico documento che voglio peraltro rappresentare, e dico subito anche il perché, è un documento datato 16 ottobre 1974. È un documento ripetutamente mostrato in primo grado al Tribunale durante il dibattimento, durante la requisitoria, durante la replica. I difensori degli imputati ad un certo punto dicevano che non lo trovavano, l’abbiamo depositato, consegnato, proiettato, in tutte le maniere. Fatto sta che in sentenza non viene nemmeno citato, però allora lo indico in questo momento. È un documento che parte dagli Stati Uniti, 16 ottobre 1974 e viene indirizzato all’amministratore delegato ingegner Grandi, imputato in questo processo. Dico anche che dall’ultima pagina si vede che i documenti originali in questa tale questione è già stata presentata all’ingegner D’Arminio Monforte, direttore generale, che è un altro imputato in questo processo. L’importanza di questo documento relativamente alla questione della segretezza, che è una questione importante, ovviamente la salto solo per questione di tempo, la trattazione è ampia, questo documento è importante perché ad un certo punto a pagina 2 viene detto letteralmente: "La relazione tra angiosarcoma e cloruro di vinile era stata già osservata in studi di tossicità condotti da alcune tra le stesse società chimiche produttrici, professor Viola della Solvay", quindi fa riferimento a Viola, fa riferimento agli studi di tossicità condotti da Viola e dalla Solvay. Poi dice: "Ma era stata tenuta segreta e nessun provvedimento era stato adottato", aggiungendo: "Anche Montedison ha fatto eseguire studi dal professor Cesare Maltoni di Bologna". Quindi questo è importante, e lo faccio rilevare perché dà una cronologia fondamentale all’interno della stessa Montedison per l’amministratore delegato e per il direttore generale su come viene fuori il problema della cancerogenicità, da Viola, dalla Solvay, dagli studi di tossicità, quindi prima di Maltoni e poi viene Maltoni a confermare, e questa notizia comunque era stata tenuta segreta e, aggiunge - fondamentale – nessun provvedimento era stato adottato. Questo documento è scomparso dalla sentenza, comunque lo segnalo, è interessante anche il resto nella lettura ma non lo faccio, mi limito a segnalarlo. Soltanto l’ultima cosa a conferma che il mondo industriale sapeva tutto di Viola, dal convegno di Houston, della cancerogenicità, perché dal documento che vi mostro adesso datato 25 maggio 1970 si legge che "sapevano già prima gli industriali addirittura degli Stati Uniti che questi risultati, studi di Viola, sarebbero stati presentati al convegno dell’American Cancer di Houston". È ovvio perché, perché quando c’è un convegno gli studi vengono dati almeno sei mesi prima. Quindi già sapevano tutto, tutti, prima del convegno di Houston. E questo documento agli atti, che presento nella traduzione, dà contezza e conferma del documento mandato all’amministratore delegato Grandi nell’ottobre del 1974 dagli Stati Uniti. Sul patto di segretezza non dico altro per il momento, faccio rinvio alla memoria che ho depositato. L’indice, per quanto riguarda l’indice generale, mi fermerò poi alla trattazione di questo quinto capitolo perché è importante e poi sul sesto rinvio alla prossima udienza, se viene proiettato – un attimo soltanto - l’indice generale; riguarda i comportamenti e le omissioni degli imputati in quello che il Tribunale definisce il biennio miracoloso, 1973 – 1974. Anche a questo proposito ho fatto una memoria, la terza memoria tecnica depositata ovviamente, l’avevo già detto, in vista di questa requisitoria e riguarda proprio questi presunti interventi risolutivi sulle apparecchiature e sulle procedure tra il 1972 e il 1975. Ho dovuto fare questa memoria, e ci tengo a segnalare in questa sede e in questo momento tale questione, perché ritengo che sia un’altra delle questioni più qualificanti dell’intera vicenda. Nella sentenza di primo grado si parla di tale questione da pagina 290 in poi. Sotto il titolo, possiamo vedere anche questa parte di sentenza, i primi interventi per la riduzione delle concentrazioni di CVM, commesse realizzate; interventi sulle procedure, interventi sulle apparecchiature e sui processi. Arriviamo alla sentenza, intanto continuo. Quello che dice il Tribunale è a pagina 293 a proposito di questi interventi. Il Tribunale fa riferimento, in particolar modo, agli anni 1973 e 1974, in base alla necessità appunto di ridurre queste concentrazioni di CVM. Il Tribunale ricorda preliminarmente che gli interventi predisposti dall’impresa per il miglioramento degli ambienti vennero programmati su due direttrici diverse, l’una a breve termine e l’altra a medio e lungo termine: la prima direttrice, quella delle procedure, e la seconda quella dei lavori e delle commesse. Conclude su questa parte dicendo: "Pertanto nel 1973 vennero modificate le procedure relative alle operazioni compiute sulle autoclavi". Ora, visto anche il tempo, su questa prima parte e sul discorso degli interventi sulle procedure, faccio integrale rinvio a quella memoria che era la terza memoria che ho depositato a questa Corte d’Appello. Le conclusioni a quella memoria, dopo avere illustrato in maniera molto dettagliata, anche negli allegati, cosa era previsto nei manuali operativi, le conclusioni – dicevo – sono estremamente chiare e per certi versi anche impressionanti, perché rimane documentalmente ed è sicuramente smentita la formazione del Tribunale che "pertanto nel 1973 vennero modificate le procedure relative alle operazioni compiute nelle autoclavi". Non c’è nessuna prova di questo negli atti e nei documenti che sono stati acquisiti, sequestrati o prodotti dalle difese e non si sa da quale documento il Tribunale ricavi questa affermazione. Anche le dichiarazioni testimoniali, come vedremo parlando degli autoclavisti, vanno in un’altra direzione. Inoltre le modifiche procedurali va sottolineato, come risulta dall’esame dei manuali e dalle dichiarazioni dei testi, queste modifiche procedurali vennero adottate su iniziativa degli uomini che lavoravano sul campo, degli uomini di reparto, che avevano saputo dall’esterno, dalla stampa, dai mass media, dai medici, non dalla società, della pericolosità anche cancerogena del CVM, società che non si era premurata né di dare informazioni immediate e tempestive, anzi, né di rinnovare o adeguare i manuali operativi. Si ricordi come da anni, quanto meno nel 1969, Viola a Tokyo nel 1969, Dinman lo stesso a Tokyo nel 1969, alla presenza di Bartalini, dicessero che le procedure per gli autoclavisti per ragioni di sicurezza andavano sicuramente cambiate, espressamente per gli autoclavisti. Allora, smentito l’assunto del Tribunale per la prima direttrice, bisogna un attimo considerare per poi rilevare che anche la seconda colonna portante del ragionamento assolutorio del Tribunale è priva di fondamenta ed è destinata a crollare. Il Tribunale parla ancora di questo periodo miracoloso, 1973 – 1974, ma non è proprio così, ed è lo stesso Tribunale che per certi versi se ne rende conto, perché a pagina 293, dopo aver affermato e parlato dell’esistenza di documenti contabili comprovanti l’avvenuta definizione di lavori, ammette che vi sia discordanza tra la data di effettiva ultimazione e quella formale in atti. È evidente che un lavoro può dirsi ultimato solo quando sia stato materialmente concluso, al di là delle necessità e delle esigenze contabili. Per tutti è chiaro ed è logico che se per una commessa sono ancora in corso approvvigionamenti di materiali o addirittura aggiornamenti di lavori, il lavoro in questione non può di fatto definirsi concluso. Ne consegue che avrebbero dovuto essere individuati ed esaminati dal Tribunale lavoro per lavoro, commessa per commessa, almeno i lavori che per lo stesso Tribunale avrebbero determinato quel miracoloso miglioramento dei reparti nel biennio 1973 – 1974. Badate che questa data non l’ho posta io, non l’ha posta l’Accusa né pubblica né privata, è stato il Tribunale ad indicare questo biennio e ad indicarlo come cambio epocale per quanto riguarda gli investimenti di Porto Marghera ed è importante perché di questo biennio, di questo cambio epocale, parla il Tribunale sia in questa parte di sentenza, pagina 290 – 293, sia nelle parti finali, lì dove spiega perché assolve tutti gli imputati per prescrizione o mancanza dell’elemento psicologico del reato, in particolare gli imputati Cefis, Bartalini, Calvi, Grandi, Gatti, D’Arminio Monforte e Sebastiani, perché fa riferimento a condotte tenute sino a tutto il 1973. Quindi proprio questo per il Tribunale è il periodo principale. Sembra quasi che l’azienda abbia fatto tutto per sanare questo ambiente di lavoro. Ma, come viene indicato in questa memoria e come risulta dalla documentazione, questo periodo è un periodo improponibile, fittizio e che è disancorato dalla realtà dei fatti. Noi abbiamo preso atto di una serie di lavori che sono quelli indicati dalla stessa Montedison, che sono allegati, sono 531 interventi, allegati alla relazione del consulente di Montedison, Pasquon, e sono quelli relativi a quel ventennio praticamente di lavori dal 1969, 1970 in poi, che riguarda gli impianti di CVM e PVC di Porto Marghera. Gli stessi consulenti di Marghera, in quell’allegato, indicano espressamente che di quei 531 lavori sono soltanto 148 quelli che riguardano effettivamente il miglioramento degli impianti. Soltanto 148. Poi, per scrupolo, sono andato a contarli materialmente, ho visto, abbiamo visto che non sono 148 ma sono 143; cambia poco nella sostanza, il Tribunale parla di questi oltre 140 lavori. Quindi già questo ci dà contezza del fatto di come principale nell’ottica dell’azienda fosse l’aspetto produttivo, l’aspetto della produzione, sicuramente non quello del miglioramento dei riparti. Comunque, accertato questo, andrebbe anche verificato quante di quelle 140 commesse circa riguardassero davvero il miglioramento degli ambienti di lavoro. Poi, secondo aspetto, quante di queste rimanenti commesse fossero comunque proposte e iniziate nel biennio cruciale per il Tribunale, il biennio 1973 – 1974, quante di queste commesse si fossero realmente concluse, quante di queste commesse avessero raggiunto l’obiettivo di miglioramento degli ambienti di lavoro e quante di queste commesse e quanti di questi ultimi lavori avrebbero dovuto invece essere progettati ben prima del 1973 – 1974, come ho detto tutta stamattina, dagli Anni Cinquanta, dall’epoca dei D.P.R. del 1955 e del 1956. Ma il Tribunale non ha risposto a nessuna di queste domande, non ha risposto a nessuna di queste questioni, mettendo le perplessità sulle imprese, sui lavori che sono stati fatti e sulle commesse. Allora, per passare all’esame di queste questioni che ritengo interessanti, utili e poi importanti per arrivare ad una decisione in materia di commesse, il primo punto che dicevo prima era quello relativo a quante di queste oltre 140 commesse, 143 commesse, riguardavano davvero il miglioramento degli impianti. Qui presento innanzitutto un prospetto che riguarda i numeri e le cifre che sono state citate dai consulenti tecnici di Montedison all’interno di quella consulenza. Per dare esattamente e il più semplicemente possibile contezza della fallacia delle premesse dell’assunto del Tribunale, utilizzo e do per buoni in questa sede i dati di fatto delle sommesse. Sono dati di fatto che non sono contestabili dagli imputati e allora basta guardare questo allegato alla relazione, dicevo, del consulente Pasquon che tratta di questi interventi fino al 1992. Questi consulenti di Montedison elencano questi 148 interventi, dicevo, che poi sono 143 e pur segnalando che questo numero di oltre 148 commesse viene contestato dai consulenti tecnici del Pubblico Ministero e delle Parti Civili, proprio perché certuni non possono ritenersi attinenti alla specifica tutela degli operai, dicevo prima e vado oltre che in questa sede do per buono questo numero di 143, proprio perché parte dai dati di Montedison. Rimane allora il fatto che su 531 commesse relative al CVM e PVC, soltanto 143 per la stessa Montedison riguardano il risanamento ambientale, meno del 27% e vediamo proiettata adesso una tabella su questi numeri e sul valore attualizzato di queste commesse in milioni di lire. Tra queste 143 commesse citate da Montedison e fatte proprie dal Tribunale, sono soltanto 51 quelle relative ai lavori di risanamento ambientale richiesti dall’azienda nel 1973 o nel 1974, 51 su 143 sono quindi poco più del 35%. Terzo punto, terza domanda che facevo prima. Soltanto 13 di queste commesse si sono concluse nel biennio 1973 – 1974 e ciò viene scritto sempre dai consulenti di Montedison, neanche il 10% per il biennio più cruciale. Già in questo punto allora, in modo evidentissimo, risulta l’infondatezza dell’assunto del Tribunale, perché nel biennio in questione, quello dell’emergenza e delle soluzioni, sono state proposte soltanto 51 commesse su 531, neanche il 10%, si sono di fatto concluse soltanto 13 delle 143 commesse, neanche il 10% neanche in questo caso. Se anche si volessero considerare le commesse approvate nel 1973 o 1974 e concluse dopo, nel 1975 o 1976, se ne dovrebbero aggiungere alle 13 altre 35; in ogni caso solamente un terzo circa delle 143 commesse di risanamento ambientale citate dalla stessa Montedison. Tra l’altro non voglio far riferimento al fatto che i tanto propagandati da Montedison e anche dal Tribunale lavori del 1973, 1974 e 1975 di bonifica delle autoclavi prima delle operazioni di pulizia al reparto CV24, sono stati disposti ed eseguiti non per iniziativa, per spontaneità dei dirigenti di Montedison, ma solo perché c’è stata un’ispezione dell’Ispettorato del Lavoro nel maggio del 1972 e c’è stata una conseguente specifica imposizione dell’Ispettorato del Lavoro, la numero 9157 del 9 maggio 1972. Tornando però alle commesse, se vogliamo sostituire ai numeri le commesse, gli importi delle commesse, così come si vede nel prospetto, vediamo che la situazione complessiva sostanzialmente non cambierebbe, anzi, e si vede, io ho proiettato, non sto a leggere i numeri, è molto più semplice e più rapido leggerli, piuttosto che sentirli recitare. Solo una correzione mi si impone a pagina 22 della memoria che ho presentato, perché alla lettera A) il valore totalizzato che ho indicato delle 51 commesse iniziate nel 1973 – 1974 rispetto alle 143 commesse ambientali è quello di 38 mila circa su 114 mila circa, il 33,62%. Quindi questo punto della memoria, per un errore materiale, è stato riportato inizialmente in maniera errata e chiedo che venga corretto in questo senso. Ma questi dati numerici e di valore come importo attualizzato sono estremamente chiari e come è possibile allora sostenere che nel 1973 – 1974 gli impianti del CVM vennero risanati? E la situazione, sempre per la difesa degli imputati, è ancora peggiore se si va a verificare quante di queste commesse approvate nel 1973 – 1974 e chiuse per Montedison in numero di 13 entro il 1974 e in numero di 48 entro il 1976, avessero raggiunto efficacemente il loro obiettivo di risanamento degli ambienti di lavoro. Sono ancora di meno. In tutti i casi, i lavori indicati nelle commesse citate, dicevo prima e ripeto ed è importante, dovevano essere programmati, progettati ed eseguiti ben prima del 1974. Lo si ripete, tutti quei lavori erano doverosi e necessari fin dagli Anni Sessanta, perché dovevano proteggere i lavoratori dalle esposizioni a sostanze comunque tossiche e nocive come il CVM, che è un idrocarburo alogenato insaturo alifatico. La tutela degli operai era prevista quanto meno dal 1952 e l’omessa tutela da parte di coloro che ricoprivano posizioni di garanzia è la causa delle malattie e delle morti che hanno colpito gli operai di CVM di Porto Marghera. Questi garanti ex lege sono oggi sottoposti a giudizio, ovviamente quelli non deceduti, a causa delle condotte omesse, le quali riguardano anche gli anni 1969, 1970, 1971, 1972, per i quali secondo i dati della stessa Montedison praticamente nulli sono stati gli interventi d’iniziativa sulle apparecchiature a tutela degli operai. Io per oggi mi fermerei su questa parte, anche perché il riferimento alle operazioni pericolose era questione degli autoclavisti e verrà trattato nel capitolo previsto per dopo domani proprio sulla situazione degli autoclavisti. Concludo ribadendo che non esiste il biennio miracoloso 1973 – 1974 individuato e indicato dal Tribunale in cui sarebbero stati risanati gli ambienti di lavoro Porto Marghera; i documenti in atti provano tutt’altro; i timidi e lenti interventi aziendali, successivi alle scoperte di Maltoni e allo scandalo Goodrich, dovevano comunque essere adottati ben prima. I miracolosi risultati del monitoraggio ambientale degli anni 1973, 1974 e 1975, propagandati dall’azienda e utilizzati dal Tribunale, sono il frutto di misurazioni decisamente e tecnicamente inaffidabili e in contrasto con le modifiche impiantistiche in realtà non effettuate in tale periodo, come risulta dalle relazioni dei consulenti tecnici e come dirò nel prossimo capitolo che tratterò a questo punto dopo domani.
LA CORTE rinvia all’udienza del 24 giugno 2004 ad ore 9.00