Source: http://www.polismagazine.it/riflessioni-sul-preventivo-scritto-obbligatorio/
Timestamp: 2020-05-25 22:58:35+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 13', 'art. 27', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 36', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 3']

Riflessioni sul preventivo scritto obbligatorio - Polis Magazine
17/11/2017 Polis Magazine L'angolo del Professore, Notizie 0
In un convegno di avvocati sull’equo compenso (Ddl. n. 2745/2016) ebbi modo di rilevare che la professione forense ha una sua funzione sociale per cui l’equo e decoroso compenso riguardava la dignità del professionista. In quella occasione richiamavo una significativa frase di Primo Levi: “Senza dignità l’identità è povera e può essere manipolata” che ancora oggi appare appropriata e valida in rapporto a quanto qui di seguito sostengo.
Dopo un anno si propongono uguali tematiche nell’approfondimento del tema in discussione: la necessità del preventivo scritto obbligatorio secondo la previsione della legge 4 agosto 2017, n 124, “legge annuale per il mercato e la concorrenza”. Si tratta di una legge composta di un solo articolo e 192 commi, e per quello che ci riguarda, va a modificare quanto già era previsto nella Legge 31 dicembre 2012 n. 247 (Nuova disciplina dell’ordinamento della professione forense) che all’art. 13 c. 5, prevedeva la presentazione del preventivo scritto nel solo caso di richiesta. Il comma 141/d della legge 124/2017 elimina l’inciso “A RICHIESTA”, e impone all’avvocato l’obbligo del preventivo in forma scritta.
Si tratta di un intervento del legislatore che incide sugli innumerevoli obblighi che riguardano il difficile lavoro dell’avvocato. Precedentemente e per richiamare interventi sulla materia che hanno una stretta connessione con la questione del preventivo scritto, la determinazione del compenso ed i parametri erano disciplinati dal D.M 55/2014: “I parametri sono formulati in modo da favorire la trasparenza” ( Art. 13 comma 7 legge 247/2012) quindi anche l’obiettivo del nuovo intervento legislativo dovrebbe “favorire la concorrenza”, ma così non è.
Colpisce dalla lettura completa della norma in questione che alcuna sanzione è prevista in caso di mancata redazione del preventivo scritto, ma soltanto una censura di cui all’art. 27/2 del codice deontologico.
A fronte delle anomalie evidenti che emergono da detto obbligo, si deve aggiungere il pericolo che ci troveremmo ben presto di fronte ad un vero e proprio “preventificio” con divulgazione sul web e susseguente tentativo di accaparramento del cliente.
Anche tentando di non “demonizzare” in via ssoluta il provvedimento legislativo in questione, si potrebbe individuare qualche beneficio, se questo obbligo del preventivo garantisse una maggiore concorrenzialità. Purtroppo questo beneficio è reso difficile o quasi nullo se la scelta del legale è effettuata non sulla base della fiducia, della capacità, della cura della pratica e della specialità del professionista, ma solo in rapporto ad un preteso risparmio di tipo economico.
Preliminarmente va fatta una considerazione di ordine sistematico e giuridico con riferimento alla legge n. 124/2017, che come detto è composta di un unico articolo e di 192 commi, il legislatore, anche in questo caso, ha seguito la prassi ormai vigente del c.d. “diritto debole e leggero”, dove si privilegiano le regole procedurali senza toccare i principi. Questa modalità di legiferare non risolve, né previene i conflitti tra interessi contrapposti e non decide quale interesse deve prevalere.
Per le considerazioni che precedono si potrebbe concludere che ancora una volta il legislatore ha evitato di considerare opportunamente la realtà complessa del lavoro degli avvocati né ha dato rilievo al loro impegno nella società moderna, anzi la normativa in oggetto e specificamente il preventivo scritto obbligatorio, appare inadeguata e presenta qualche profilo di illegittimità costituzionale.
I principi che vengono sovvertiti e che riguardano norme costituzionali possono ricondursi al diritto di libertà nello svolgimento della professione forense (art. 2 Cost.) e al principio di eguaglianza sia formale che sostanziale (art. 3 Cost.).
Una considerazione appare opportuna quando si discute della libertà della professione forense: ormai è acquisito in dottrina e confermato dalla giurisprudenza costituzionale, che ci troviamo a discutere di una nuova concezione del diritto di libertà che, da tutela della autonomia economica e materiale dell’uomo (habeas corpus) è visto come diritto a salvaguardia della dignità di ciascuna persona (habeas mentem). Di conseguenza anche i contenuti del detto diritto si sono modificati: non viene evidenziata solo “la libertà da” (non subire interferenze esterne), né la “libertà di” (partecipare alla vita dell’ordinamento), ma viene privilegiata la “libertà per” che ha come finalità ultima quella di assicurare forme effettive e concrete di vita, per cui tale diritto deve essere funzionale all’acquisto di posizioni garantite da diritti positivi.
Anche il principio di uguaglianza subisce una lesione dal dettato legislativo che prevede l’obbligo del preventivo scritto.
Il principio della dignità umana presuppone che ogni uomo deve essere in grado di avere pari opportunità di autorealizzazione negli ambienti di vita personale e collettivo nei quali l’individuo si esprime come persona, e questo vale anche per l’avvocato. L’obiettivo della garanzia costituzionale non si limita solo alla salvaguardia del professionista ma vuole dare centralità alla comunità degli avvocati ed al vivere in essa con pienezza di adesione e di responsabilità (corresponsabilità), dal momento che il principio della dignità non è correlato solo al singolo soggetto ma è fondato sul concetto di persona che vive ed opera nelle sue concrete relazioni sociali.
Il richiamo a questi principi ed alle conseguenze che ne derivano ci fa pensare, ai fini di un inquadramento giuridico del lavoro dell’avvocato, ad un istituto che sempre di più sta trovando una sua sistemazione negli studi di diritto pubblico, mi riferisco ai diritti sociali.
Questi trovano il loro fondamento nella socialità dello Stato e negli obblighi che scaturiscono dall’art. 3, secondo comma della Costituzione e presentano delle caratteristiche particolari dal momento che sono legati ad un particolare status sociale (essere avvocati) come presupposto giuridico della loro titolarità; hanno immediata efficacia in quanto hanno un ancoraggio nella Costituzione; ne consegue, quindi, che la discrezionalità del legislatore (come, quando, se, quid) trova un limite nella garanzia costituzionale.
Se inquadriamo il lavoro professionale dell’avvocato nell’ambito dei diritti sociali emerge chiaramente che non possiamo non tenere nella massima considerazione alcuni specifici diritti: a) il diritto al lavoro equamente retribuito (art. 36 cost.), b) il diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro prestato, c) l’individualizzazione e personalizzazione della ricompensa (art. 3 cost.).
Per sgombrare il campo da ogni equivoco va detto che il richiamo al diritto al lavoro, va visto non solo nell’ottica della politica occupazionale, ma anche nella attività libero professionale (sent. Corte Costituzionale n. 70/1971), dal momento che i diritti della persona umana, riconosciuti tra i principi fondamentali della nostra costituzione, si applicano a tutte le retribuzioni qualunque sia la loro forma e tra queste anche alle attività dell’avvocato libero professionista.
Da quanto detto ne discende che se va tutelata la libertà della professione, e risulta necessario il raccordo tra le esigenze della dignità umana (art. 2 Cost.) ed il principio della pari dignità sociale (art. 3 /1 Cost.), nell’ambito dei diritti sociali si può concludere che la previsione legislativa dell’obbligo da parte del professionista avvocato di presentare un preventivo scritto, contrasta con il diritto di libertà e con il principio di uguaglianza, costituzionalmente garantiti.