Source: https://www.studiobosaz.it/imprese-e-prevenzione-del-rischio-ambientale/
Timestamp: 2020-08-10 19:01:36+00:00
Document Index: 146705147

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 452', 'art. 260', 'art. 1', 'art. 25', 'art. 5', 'art. 25', 'art. 9', 'art. 9', 'art. 1', 'art. 300']

Imprese e prevenzione del rischio ambientale - Studio Legale Bosaz
Pubblicato il 13 Luglio 2020 13 Luglio 2020 da Olivia Bosaz
È soprattutto nell’ultimo decennio che l’attenzione globale ha iniziato ad interessarsi in maniera particolarmente attiva sul tema dello sviluppo sostenibile, inteso quale sviluppo capace di soddisfare i bisogni e le necessità delle generazioni attuali, salvaguardando detta capacità anche per le generazioni future.
Il risultato di questa attenzione è il frutto di una maggiore sensibilità a livello generale del tema della tutela dell’ambiente.
Tema che pone nuove sfide di governance e richiede che i processi decisionali e politici a tutti i livelli ne tengano conto.
Con specifico riguardo alle realtà imprenditoriali, sono tuttavia ancora molte le imprese che ignorano i profili di rischio ambientale connesse alla propria attività produttiva.
Nell’ottica di limitare la possibilità che l’ente venga chiamato a rispondere dei danni cagionati all’ambiente sarà importante operare una attenta e preliminare mappatura del rischio d’impresa e conseguentemente adottare un adeguato modello di gestione e controllo che tenga conto del rischio di danno all’ambiente, assumendo come punto di riferimento le indicazioni contenute nella normativa volontaria di cui alle indicazioni UNI EN ISO 14001:2015 e al Regolamento EMSA.
La Legge 22 Maggio 2015, n. 68 ha introdotto le fattispecie di aggressione all’ambiente, inserendo nel codice penale nuove figure di reato e approntando una disciplina di raccordo sia con il Codice dell’Ambiente sia con la normativa di cui al d. lgs. 231/2001.
La succitata legge risponde a quanto richiesto dalla Direttiva UE 2008/99/CE del 19 Novembre 2008 sulla tutela penale dell’ambiente il cui Preambolo (n. 5) sancisce che «un’efficace tutela dell’ambiente esige, in particolare, sanzioni maggiormente dissuasive per le attività che danneggiano l’ambiente, le quali generalmente provocano o possono provocare un deterioramento significativo della qualità dell’aria, compresa la stratosfera, del suolo, dell’acqua, della fauna e della flora, compresa la conservazione delle specie».
L’art. 1 della Legge n. 68/2015 introduce nel Codice penale il Titolo VI-bis – “Dei delitti contro l’ambiente”.
All’interno di detto titolo sono contemplate le seguenti fattispecie di reato:
Con il D. Lgs. n. 21/2018 è stato poi inserito un sesto delitto all’art. 452-quaterdecies c.p., rubricato “Attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti” che abroga l’art. 260 D. Lgs. n. 152/2006.
La maggiore sensibilità verso le tematiche dell’ambiente ha riguardato uno sviluppo dei profili di responsabilità dell’ente per la commissione dei reati ambientali, i quali ai sensi del comma 8 dell’art. 1 Legge n. 68/2005, che modifica l’art. 25-undecies del D. Lgs. 231/2001, rientrano a pieno titolo tra i reati presupposto idonei a fondare detta responsabilità.
Quando ne ricorrano i presupposti oggettivi e soggettivi (art. 5, d. lgs. 231/2001), è previsto a carico dell’ente un articolato sistema di sanzioni in conseguenza della commissione di uno dei suddetti reati ambientali. In particolare, secondo il sistema sanzionatorio per quote:
Per il delitto di inquinamento ambientale è prevista una sanzione da 250 a 600 quote;
Per il delitto di disastro ambientale, da 400 a 800 quote;
Per i delitti di inquinamento ambientale e disastro ambientale colposi, da 200 a 500 quote;
Per i delitti associativi (associazione a delinquere comune o di stampo mafioso) con l’aggravante ambientale, da 300 a 1000 quote;
Per il delitto di traffico e abbandono di materiale ad alta radioattività, da 250 a 600 quote.
In base al successivo comma 1-bis dello stesso art. 25-undecies, si prevede che per la commissione dei delitti di inquinamento ambientale e di disastro ambientale, potranno applicarsi nei confronti dell’ente le sanzioni interdittive contemplate dall’art. 9 del D. Lgs. n. 231/2001, vale a dire:
«a) l’interdizione dall’esercizio dell’attività;
e) il divieto di pubblicizzare beni o servizi» (art. 9, comma 2, D. Lgs. 231/2001).
Precisando altresì che per il reato di inquinamento ambientale l’applicazione delle sanzioni interdittive poc’anzi richiamate non possano essere inflitte per un periodo di tempo superiore ad un anno.
Preme rilevare come l’estensione della responsabilità degli enti agli illeciti ambientali ha una portata rilevante con riguardo all’adozione di adeguati modelli di organizzazione, gestione e controllo ex d. lgs. 231/2001, per quelle attività che possono anche indirettamente e a titolo di colpa, arrecare danni all’ambiente e alla salute.
Nell’ottica di strutturare in maniera corretta il proprio modello di organizzazione e gestione, si impone per le imprese e le attività produttive in generale, la necessità di individuare linee guida o riferimenti normativi, nonché best practices, capaci di indirizzare le scelte gestionali dell’azienda nei processi di identificazione e valutazione dei rischi di reato, nella individuazione – in funzione preventiva – di adeguate misure e cautele volte a scongiurarne eventuali profili di responsabilità e nella adozione di adeguate procedure e modalità di controllo sulle attività dell’azienda e relativi rischi.
Sicuramente utile in tal senso è il riferimento ai Sistemi di Gestione Ambientale di natura volontaria.
Viene in rilievo anzitutto, il sistema UNI EN ISO 14001:2015 (di seguito ISO 14001), la cui ratio è quella di fornire alla realtà produttiva, un supporto nella gestione ambientale delle proprie attività, nell’ottica di migliorare la propria performance e con la possibilità di beneficiare dei relativi vantaggi quali: maggiore consapevolezza sulla normativa ambientale; maggior coinvolgimento e partecipazione delle figure apicali e dell’intero personale dell’azienda; benefici d’immagine; vantaggi in termini di capacità di conseguire finanziamenti ed in termini di competitività attraverso il raggiungimento di più alti livelli di efficienza ed una riduzione dei costi di produzione e di gestione.
L’ISO 14001 introduce all’interno dei Sistemi di gestione ambientale il concetto di “rischio”, che consente di ideare e realizzare modalità operative idonee a valutare e gestire anche i rischi di commissione di reato e di prevenzione della responsabilità ex d. lgs. 231/2001. Con riferimento ai rischi che devono essere presi in considerazione sono:
I rischi legati alla compliance aziendale in riferimento alla normativa ambientale;
Rischi connessi alla possibilità di insorgenza di problematiche quali ad esempio emergenze e/o incidenti;
Rischi connessi all’impatto positivo o negativo che l’adozione di queste misure possano avere sull’attività (business) dell’azienda[1].
Oltre al Sistema ISO 14001 viene rilievo il Regolamento EMSA (Eco-Management and Audit Scheme): trattasi anche questo di uno strumento volontario creato dalla comunità europea – la cui disciplina è contenuta nel Regolamento CE 1221/2009 da ultimo modificato dal Regolamento UE 2018/2026 – al quale possono aderire volontariamente le organizzazioni per valutare e migliorare le proprie prestazioni ambientali e fornire al pubblico e ad altri soggetti interessati informazioni sulla propria gestione ambientale. E il cui obiettivo ex art. 1 del Regolamento UE consiste nel promuovere il continuo sviluppo e miglioramento delle prestazioni ambientali delle organizzazioni tramite l’istituzione e l’applicazione «di sistemi di gestione ambientale, la valutazione sistematica, obiettiva e periodica delle prestazioni di tali sistemi, l’offerta di informazioni sulle prestazioni ambientali, un dialogo aperto con il pubblico e altre parti interessate e infine con il coinvolgimento attivo e un’adeguata formazione del personale da parte delle organizzazioni interessate»[2].
L’adozione di un Sistema di gestione ambientale secondo la norma ISO 14001 o il Regolamento EMAS non implica l’automatica esclusione di qualsiasi rischio di responsabilità per il quale possa essere chiamato a rispondere l’ente ex d. lgs. 231/2001, ma ciononostante costituisce un valido e prezioso supporto per la strutturazione ed applicazione di un efficace modello organizzativo di prevenzione dei profili di responsabilità discendenti dalla commissione di reati ambientali, capace di ridurre drasticamente le possibilità di formulazione di eventuali addebiti in capo all’ente.
Perché l’ente possa tuttavia essere chiamato a rispondere per i fatti di reato commessi in danno (da intendersi come danno ambientale, ex art. 300 del Codice dell’Ambiente[3] «qualsiasi deterioramento significativo e misurabile, diretto o indiretto, di una risorsa naturale o dell’utilità assicurata da quest’ultima»), dell’ambiente, oltre alle carenze del modello organizzativo di gestione, il fatto di reato dovrà comunque essere commesso a vantaggio o nell’interesse dell’ente, da un soggetto ad esso collegato, sia esso un soggetto con ruolo apicale o un subordinato.
Bibiografia ———
[1] P. Cinquina, Prevenzione dei reati ambientali: il ruolo dei sistemi di gestione ambientale e dei modelli organizzativi, in Ambiente e Sviluppo, fascicolo n. 7, Wolters Kluwer CEDAM, Milano, pp. 452 e ss.
[2] E. Blasizza (a cura di), Ambiente 2020. Manuale normo-tecnico, Wolters Kluwer, Milano, p. 1058.
[3] D. Lgs. 152/2006