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Timestamp: 2020-02-16 19:03:47+00:00
Document Index: 73769224

Matched Legal Cases: ['art. 595', 'art. 57', 'art. 8', 'art. 32', 'art. 8', 'art. 8', 'sentenza ', 'art. 572', 'art. 51', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Diffamazione attraverso i mezzi di comunicazione elettronica: sempre piu’ urgente un intervento normativo, 16/12/2014 | DDR TRUST
Diffamazione attraverso i mezzi di comunicazione elettronica: sempre piu’ urgente un intervento normativo
Diffamazione attraverso i mezzi di comunicazione elettronica: sempre piu’ urgente un intervento normativo, 16/12/2014
By DDR TRUST In OSSERVATORIO LEGALE On December 16, 2014
Lo scorso 28 ottobre il testo del disegno di legge S-1119, recante il titolo “Modifiche alla legge 8 febbraio 1948, n. 47, al codice penale e al codice di procedura civile in materia di diffamazione, di diffamazione con il mezzo della stampa o con altro mezzo di diffusione, di ingiuria e di condanna del querelante nonché di segreto professionale. Ulteriori disposizioni a tutela del soggetto diffamato”, ampiamente emendato rispetto alla versione approvata dalla Camera il 17 ottobre 2013, è stato trasmesso nuovamente all’Aula di Montecitorio per l’esame del provvedimento e la sua eventuale conversione in legge. L’iter parlamentare in seconda lettura è da poco iniziato e sono in corso le audizioni dei soggetti invitati.
Si tratta di modificare, secondo le istanze provenienti da più parti inclusa la stessa Commissione Europea, alcune norme del nostro Codice Penale (Artt. 594 e 595) ed alcune disposizioni della Legge sulla Stampa (L. 47/1948) che paiono anacronistiche rispetto all’attuale momento sociale e allo stato della tecnologia, avuto riguardo ai rimedi previsti per il caso di offese all’onore ed alla reputazione delle persone, i quali rimedi ad oggi consistono in sanzioni penali (multa e/o reclusione, cioè la pena stabilita per i “Delitti”) avulse da un efficace e tempestivo contesto di correzione e rettifica dei contenuti illeciti, soprattutto se essi vengono diffusi attraverso ì media.
Il DDL C-925-B, fa un ampio ricorso a strumenti – come la rettifica – che consentono di evitare l’applicazione di sanzioni penali nei confronti dei giornalisti e, più in generale, dei soggetti che comunicano al pubblico messaggi il cui contenuto offende l’onore e/o la reputazione delle persone criticate, siano esse fisiche o giuridiche, ma non ha sottratto totalmente tali comportamenti dalla rubrica dei reati. Esso si è limitato, infatti, a trasformare la sanzione della reclusione, attualmente prevista, in quella della multa gradata in relazione alla maggiore o minore gravità della violazione commessa. Anche il testo attualmente all’esame del Senato presenta emendamenti che, pure volti a trasferire la sanzione più rilevante nell’ambito dell’oscuramento, della rimozione e della disabilitazione dell’accesso ai contenuti illeciti, oltre che nella rettifica della notizia non veritiera da attuarsi entro 48 ore, non si è discostata dalle previsioni del testo approvato alla Camera circa la conservazione della multa che, come noto, è la sanzione irrogata per i delitti.
Va peraltro evidenziato che la vigente normativa italiana sulla diffamazione, contenuta negli artt. 57, 57-bis, 58-bis, 595, 596, 596-bis e 597 del Codice Penale, oltre che nella Legge sulla Stampa (L. 47/1948), contempla la pena della reclusione per il reato di diffamazione e tale regola vale anche se il fatto viene commesso attraverso i mezzi di comunicazione elettronica.
Per effetto di tali disposizioni interne, vi è quindi oggi il rischio che illeciti del medesimo genere, posti in essere attraverso la rete telematica in differenti località del globo, siano trattati con sanzioni di diversa gravità dai giudici di alcune nazioni, rispetto agli standard fissati in altri Paesi, generando in tal modo ostacoli alla circolazione delle idee e degli scritti, oltre che limitando la libertà di espressione, soprattutto in ambito giornalistico, ove le imprese multinazionali poterebbero essere meno invogliate a creare nuove redazioni dei propri giornali negli Stati che stabiliscano sanzioni penali elevate per gli atti diffamatori[1].
Nel mentre il nostro Parlamento, anche per le pressioni operate dalla Commissione della UE, sta cercando di varare un testo di legge condiviso, ci troviamo oggi di fronte a centinaia di procedimenti penali pendenti per asserite (e molto spesso assai poco fondate) violazioni delle norme sulla diffamazione a mezzo della stampa, processi che i magistrati stanno affrontando con impegno, facendo leva su una interpretazione normativa aderente alla realtà storica del momento che facilita le richieste di archiviazione.
In questa materia, in continua evoluzione, nuove modalità di compimento del reato sono venute alla ribalta della cronaca, anche con riguardo ai nuovi mezzi di comunicazione, come i siti internet, i blog ed anche i social networks.
Dato ormai per assodato che il tribunale competente a decidere in materia di diffamazione on-line è quello del luogo ove la persona prende conoscenza dell’offesa diffamante[2], va detto il reato compiuto attraverso l’uso della rete telematica è quello in forma aggravata, previsto dall’art. 595, terzo comma del Codice Penale, il quale si riferisce alle fattispecie di diffamazione commessa per il tramite degli “altri mezzi di pubblicità”, secondo il tenore letterale della norma.
Avuto riguardo poi alla responsabilità del direttore di una testata on-line, in base al dettato dell’art. 57 del Codice Penale, si osserva che secondo l’insegnamento della Suprema Corte[3] una testata giornalistica può rientrare nel concetto giuridico di “stampa”, solo se: a) vi è una riproduzione tipografica; b) il prodotto dell’attività tipografica viene distribuito al pubblico: conseguentemente, poiché le testate giornalistiche on-line difettano di entrambe tali connotazioni, non si pone la responsabilità vicaria del direttore di quelle testate che non siano registrate come tali presso il tribunale competente.
A ciò va aggiunto che attualmente le testate on-line non sono tenute all’obbligo della rettifica prevista per la stampa periodica e non periodica ai sensi dell’art. 8 della Legge 47/1948 e per l’emittenza radiotelevisiva dall’art. 32-quinquies del T.U. della Radiotelevisione. A tale proposito, va precisato che il DDL C-925-B, cui abbiamo fatto più volte riferimento in questo elaborato mira ad estendere gli obblighi previsti dall’art. 8 della Legge Stampa anche alle testate radiotelevisive (nuovo art. 8 comma 3, lett. e).
Una ulteriore esclusione dagli obblighi propri della “stampa”, così come abbiamo visto essa viene definita dalla giurisprudenza del giudice di legittimità, è riferibile ai c.d. “forum telematici”[4], i quali non possono essere assimilati ad un prodotto editoriale, ad un giornale on-line o ad una testata giornalistica informatica per “il semplice fatto che i messaggi e gli interventi siano visionabili da chiunque, o almeno da coloro che si siano registrati nel forum”.[5]
Riprendendo il tema delle sentenze in tema di diffamazione, ci pare interessante illustrare con brevi tratti tre recenti decisioni che hanno riguardato la comunicazione di offese alla reputazione di persone, compiute attraverso l’uso di un sito web, la prima, e per il tramite di un social network, la seconda.
Con sentenza del 26 maggio 2014, n. 650, il Tribunale penale di Caltanissetta in composizione monocratica, ha deciso il caso di un sito web, appartenente ad una associazione portatrice di interessi gay, che aveva pubblicato un articolo dal titolo: “Si riapre il processo contro l’insegnante di Palermo che punì il bullo omofobo” in cui, oltre a riportare i capi di imputazione che il P.M. aveva ascritto all’indagata, i quali comprendevano i “Maltrattamenti in famiglia o verso fanciulli” (art. 572 C.P.), si evidenziava che l’atto di appello era stato rivolto contro l’intervenuta assoluzione dell’insegnante da parte del G.U.P. di Palermo, per il fatto che essa aveva costretto un suo alunno, accusato di bullismo, a scrivere per cento volte nel quaderno di scuola la frase “sono un deficiente”.
Nell’articolo, si definiva il magistrato inquirente che aveva impugnato la decisione del primo giudice, come “la punta avanzata dell’involuzione culturale italiana del 2007” esprimendo altresì l’indignazione dei rappresentanti dell’associazione “per la grettezza macista, omofoba e misogina che costituiscono l’impianto ideologico” su cui il P.M. aveva fondato il proprio ricorso.
Nel valutare il contenuto ed il tenore dell’articolo sotto il profilo della diffamazione, il Tribunale di Caltanissetta, competente per il gravame, ha fatto leva sulla evoluzione giurisprudenziale della Corte di Cassazione in tema di diffamazione secondo cui ”il diritto di cronaca (…) si atteggia a causa di giustificazione [esimente della pena] quando viene esercitato nei limiti della verità del fatto narrato, dell’interesse pubblico alla sua conoscenza (pertinenza) e della correttezza (continenza) con cui il fatto viene riferito”. Di tal guisa, secondo il giudice monocratico, la causa di giustificazione della cronaca, prevista dall’art. 51 del C.P., seppure riferita ai delitti commessi a mezzo della stampa, sarebbe applicabile anche ai contenuti diffusi tramite la rete telematica e, quindi, in linea astratta anche al caso posto alla sua attenzione.
Nel merito, di contro, secondo il ragionamento del giudice, i dirigenti dell’associazione invece di “utilizzare una vicenda giudiziaria, per sua natura molto tecnica, per affermare le proprie convinzioni ideologiche in materia di omofobia e lotta ai fenomeni omofobici” non avrebbero osservato “per nulla i limiti della pertinenza e della continenza (…) lasciandosi andare a un attacco personale contro una persona fisica ben individuata”. Quanto precede – ha soggiunto il magistrato giudicante – sarebbe avvenuto in un “contesto avulso dall’effettiva pertinenza dell’invettiva, che prescindeva del tutto dalle ragioni di tipo giuridico” non avendo i redattori del pezzo neppure letto la sentenza impugnata, come da essi stessi ammesso in sede di interrogatorio.
In tal senso – sempre in base alla sentenza che qui si commenta – emergeva dai fatti che il P.M., lungi dal perseguire intenzioni omofobe, bene aveva reagito di fronte ad una decisione giudiziaria – quella di assoluzione dell’insegnante – che non appariva conforme ai principi del diritto. In base a tale sillogismo, veniva inflitta al legale rappresentante dell’ente la pena di mesi quattro di reclusione con l’applicazione delle attenuanti e della sospensione condizionale della pena, con condanna alle spese di giudizio ed al risarcimento del danno alla persona lesa costituita.
Per quanto questa decisione non convinca appieno circa la sussistenza di una vera e propria diffamazione del pubblico ministero che aveva ravvisato da parte dell’insegnante un abuso di quei mezzi di correzione che la stessa aveva applicato quale unico strumento che le era concesso usare nei confronti di un “bullo”, nel vuoto legislativo della materia[6], essa ci fornisce un interessante spunto di riflessione circa i criteri interpretativi che guidano la magistratura nell’applicazione delle norme sulla diffamazione nei casi concreti che si presentano quotidianamente di fronte ad essa.
Una simile riflessione si applica pure al secondo caso che qui prendiamo brevemente in esame, quello della diffamazione compiuta a mezzo dei c.d. social network in cui viene dato significativo rilievo ad una vicenda che merita di essere ricordata per il soggetto che vi è coinvolto, un militare in servizio appartenente alla banda musicale dell’esercito. Esso si è visto infliggere una pesante condanna nei due primi gradi di giudizio (Tribunale Militare e Corte Militare d’Appello), anche in considerazione della sua appartenenza ad un organo militare, consistente in tre mesi di reclusione, pena che gli è stata confermata dalla Corte di Cassazione, I sezione Penale, con sentenza n. 13604/14 del 24 marzo 2014.
I fatti sono semplici: l’imputato aveva pubblicato sul proprio profilo sul social network “Facebook”, alcuni scritti denigratori di taluni colleghi appartenenti alla stessa banda musicale, facilmente individuabili nell’ambito degli appartenenti a tale corpo dell’esercito, relativamente ad asseriti trattamenti di favore di cui questi ultimi avrebbero indebitamente goduto.
La Corte di Cassazione, nell’esaminare il gravame, ha ritenuto che la lesione causata ai soggetti diffamati, attraverso “Facebook”, in un contesto di messaggi e contenuti diretti principalmente ai militari della banda musicale cui apparteneva l’indagato, non fosse meritevole di accoglimento, dal momento che le affermazioni contenute nei “post” da lui pubblicati sulla rete internet travalicavano la mera critica dei fatti richiamati, assumendo invece connotazioni di vera e propria irrisione dei colleghi.
Un terzo, recente caso, che impone meditazione, è quello rappresentato dalla sentenza della Corte di Cassazione, depositata lo scorso 11 novembre (V sezione Penale n. 46498/14) che ha confermato la decisione resa nei due gradi di giudizio precedenti, con cui si puniva con la multa, oltre che con il risarcimento dei danni, un condomino di un immobile che, in presenza di altri comproprietari dello stesso stabile, si era rivolto ad altro condomino definendolo “moroso” in quanto esso non avrebbe pagato alcune rate delle spese condominiali, senza considerare che quest’ultimo avesse una ragione di credito verso l’amministrazione dell’immobile.
E’ agevole comprendere come l’inflizione, in contesti del genere sopra illustrato, della sanzione penale a carico dei soggetti che, non senza superficialità, esprimono giudizi che non sono riconducibili alla mera espressione di critica o dell’enunciazione di fatti provatamente veri, possa comportare uno sbilanciamento nella scala dei valori giuridici tutelati, a tutto disfavore delle libertà costituzionalmente protette.
oVo§
[1] Sul punto, vi sono numerosi studi che criticano l’attuale normativa sulla diffamazione esistenti in Italia. Fra essi si segnalano quelli di Kelly Warner http://kellywarnerlaw.com/italy-defamation-laws/ e quelli di Freedom House, ricordati anche dalla senatrice Fucksia di M5S durante la discussione del DDL S-1119 dello scorso 9 ottobre: http://www.freedomhouse.org/sites/default/files/Insult%20Law%20Report.pdf
[2] Per tutte, cfr. Cass. Pen. Sez. V, Sent. 21 giugno 2006, n. 25875
[3] Sent. 16 luglio 2010, n. 35511, Sez. V Penale
[5] Sul punto, vedasi Cass. Pen. Sentenza 11 dicembre 2008 – 10 marzo 2009, n. 10535 ed anche Tribunale Foggia, Sent. 29 settembre 2006 che distingue altresì fra libertà di libera manifestazione del pensiero e libertà di stampa.
[6] http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/17/DDLPRES/752105/index.html