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Timestamp: 2019-09-21 09:47:19+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 12', 'sentenza ', 'art. 18', 'art. 18', 'art. 22', 'art. 69', 'art. 9', 'e contrario', 'art. 384', 'art. 16', 'art. 23', 'sentenza ', 'art. 29', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 107', 'art. 12', 'art. 9', 'sentenza ', 'art. 29', 'art. 134', 'art. 6', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

MATRIMONI GAY : In data 1 giugno 2002, A.G. e O.M. - entrambi cittadini italiani contrassero matrimonio a L’Aja (Regno dei Paesi Bassi). — Avvocati a Bologna AVVOCATO SERGIO ARMAROLI 051 6447838 avvocati Bologna avvocatov Sergio Armaroli puntualit' e cortesia e preventivi sempre scritti, chiama subito
MATRIMONI GAY : In data 1 giugno 2002, A.G. e O.M. – entrambi cittadini italiani contrassero matrimonio a L’Aja (Regno dei Paesi Bassi).
Pubblicato daarmaroli	 23 Giugno 2016 3 Luglio 2016 Lascia un commento su MATRIMONI GAY : In data 1 giugno 2002, A.G. e O.M. – entrambi cittadini italiani contrassero matrimonio a L’Aja (Regno dei Paesi Bassi).
l’interpretazione della Corte Europea – secondo cui “la Corte non ritiene più che il diritto al matrimonio di cui all’articolo 12 debba essere limitato in tutti i casi al matrimonio tra persone di sesso opposto” -, sta nell’aver fatto cadere il postulato implicito, il requisito minimo indispensabile a fondamento dell’istituto matrimoniale, costituito dalla diversità di sesso dei nubendi e, conseguentemente, nell’aver ritenuto incluso nell’art. 12 della CEDU anche il diritto al matrimonio omosessuale (cfr., supra, n. 2.2.2.). La Corte Europea, in altri termini, sulla base della ricognizione delle differenze, anche profonde, delle legislazioni nazionali in materia, “che spaziano dal permesso dei matrimoni omosessuali al loro esplicito divieto”, ha (soltanto) rimosso l’ostacolo – la diversità di sesso dei nubendi appunto – che impediva il riconoscimento del diritto al matrimonio omosessuale, riservando tuttavia la garanzia di tale diritto alle libere opzioni dei Parlamenti nazionali.
Sentenza 4 novembre 2011 – 15 marzo 2012, n. 4184 (Presidente Luccioli – Relatore Di Palma)
– In data 1 giugno 2002, A.G. e O.M. – entrambi cittadini italiani contrassero matrimonio a L’Aja (Regno dei Paesi Bassi).
– Avverso tale sentenza A.G. e O.M. hanno proposto ricorso per cassazione, deducendo tre motivi di censura, illustrati con articolata memoria.
– All’esito dell’odierna discussione, il Procuratore generale ha concluso per il rigetto del ricorso.
– Con il primo motivo (con cui deducono: “Sulla trascrivibilità del matrimonio tra persone dello stesso sesso contratto all’estero e sulla presunta contrarietà all’ordine pubblico internazionale di tale negozio matrimoniale. Violazione degli artt. 2, 3, 10, 11 Cost.; artt. 9, 21 Carta di Nizza; art. 18 D.P.R. 396/2000”), i ricorrenti criticano il decreto impugnato, sostenendo che: a) l’art. 18 del d.P.R. n. 396 del 2000 – secondo il quale “Gli atti formati all’estero non possono essere trascritti se sono contrari all’ordine pubblico” – deve essere interpretato nel senso che l’“ordine pubblico” ivi menzionato, “trattandosi di norma di relazione con ordinamenti estranei al nostro, deve intendersi come ordine pubblico internazionale e non interno”; b) ciò premesso, “occorre verificare: 1) se l’omosessualità sia un comportamento contrario all’ordine pubblico nel nostro Paese; 2) se sposarsi rientri tra i diritti fondamentali dell’individuo; 3) se dare pubblicità ad un atto negoziale come quello per cui è causa sia idoneo a stravolgere i valori fondamentali su cui si regge il nostro ordinamento”; c) quanto al primo quesito, si impone la risposta negativa sia perché altrimenti si determinerebbero effetti palesemente discriminatori in base all’orientamento sessuale, sia perché disposizioni comunitarie ed interne vietano esplicitamente discriminazioni fondate su tale orientamento; quanto al secondo quesito, si impone invece la risposta affermativa sia perché il diritto a contrarre matrimonio appartiene al novero dei diritti fondamentali, sia perché opinare diversamente comporterebbe negare il rispetto della dignità della persona e delle sue scelte di vita; quanto al terzo quesito, si impone nuovamente la risposta negativa sia in ragione del rilievo che “la clausola dell’ordine pubblico non ha uno scopo protezionistico, poiché al contrario consente di arricchire il nostro sistema con norme straniere, non confliggenti con i caratteri portanti dell’ordinamento del foro”, sia perché non esiste una espressa norma interna che vieti il matrimonio tra persone dello stesso sesso, sia infine perché esistono atti politici (Risoluzione del Parlamento Europeo dell’8 febbraio 1994, sulla parità dei diritti delle persone omosessuali; Risoluzione del Parlamento Europeo del 16 marzo 2000, sul rispetto dei diritti umani nell’Unione Europea) e norme dell’Unione Europea (Regolamento CE n. 2201/2003 del Consiglio del 27 novembre 2003, “relativo alla competenza, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale, che abroga il regolamento CE n. 1347/2000”, il cui art. 22, lettera a, introduce una nozione di ordine pubblico attenuato; art. 69-11 della Costituzione per l’Europa, che riproduce l’art. 9 della carta di Nizza, il quale riconosce il diritto di sposarsi e il diritto di costituire una famiglia, senza fare alcun riferimento alla diversità di sesso tra i nubendi) che consentono, invece, di ritenere un matrimonio siffatto non collidente con l’ordine pubblico italiano e di evitare fenomeni di discriminazione; d) “Se il matrimonio omosessuale fosse contrario all’ordine pubblico, dovremmo revocare in dubbio la compatibilità del nostro ordinamento con quello comunitario, mentre giuridicamente si dovrebbe rendere ragione di come sia possibile al giorno d’oggi che il loro stare insieme sia ritenuto una minaccia per l’esistenza della società italiana”; e) il rifiuto di riconoscere la legittimità del matrimonio di persone dello stesso sesso collide con il principio di laicità dello Stato, che comporta il divieto di imporre regole tratte da una particolare morale di fonte religiosa.
– Il ricorso – i cui tre motivi illustrati con memoria possono essere esaminati congiuntamente, avuto riguardo alla loro stretta connessione – non merita accoglimento, anche se la motivazione in diritto del decreto impugnato deve essere corretta, ai sensi dell’art. 384, quarto comma, cod. proc. civ.
Inoltre, non è senza significato che, a distanza di quasi due millenni, la stessa Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, approvata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, preveda che “Uomini e donne in età adatta hanno il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia, senza alcuna limitazione di razza, cittadinanza o religione” (art. 16, paragrafo 1); analoga previsione è contenuta nell’art. 23, paragrafo 2, del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, adottato e aperto alla firma a New York il 19 dicembre 1966 e reso esecutivo con la legge 25 ottobre 1977, n. 881, secondo cui “Il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia è riconosciuto agli uomini e alle donne che abbiano l’età per contrarre matrimonio”). Tutto ciò, “benché la condizione omosessuale non fosse certo sconosciuta”, come nota la Corte costituzionale nella già menzionata sentenza n. 138 del 2010, a proposito del dibattito svoltosi nell’Assemblea costituente sul futuro art. 29 della Costituzione, concludendo sul punto che tale norma costituzionale “non prese in considerazione le unioni omosessuali, bensì intese riferirsi al matrimonio nel significato tradizionale di detto istituto [corsivo aggiunto]” (Considerato in diritto, n. 9). Ed il richiamo a tale “tradizione” è significativamente contenuto più volte anche nella sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo, di poco successiva a quella della Corte costituzionale (sentenza 24 giugno 2010, Prima Sezione, caso Schalk e Kopf contro Austria) e profondamente innovativa in materia, che verrà analizzata più oltre (cfr., infra, n. 3.3.3.) L’ordinamento giuridico italiano, perciò, ha conosciuto finora, e conosce attualmente – salvo quanto si dirà più oltre (cfr., infra, nn. 3 e 4) -, un’unica fattispecie integrante il matrimonio come atto: il consenso che, nelle forme stabilite per la celebrazione del matrimonio, due persone di sesso diverso si scambiano, dichiarando che “si vogliono prendere rispettivamente in marito e in moglie” (art. 107, primo comma, cod. civ., cit.). La diversità di sesso dei nubendi è, dunque, richiesta dalla legge per la stessa identificabilità giuridica dell’atto di matrimonio. Proprio di qui la conseguenza, condivisa dalla giurisprudenza di questa Corte e dalla prevalente dottrina, che l’atto mancante di questo requisito comporta la qualificazione di tale atto secondo la categoria non della sua validità, ma della sua stessa esistenza. Categoria, questa dell’inesistenza (la cui prima elaborazione risale ai canonisti medioevali, i quali consideravano appunto inesistente il matrimonio contratto da persone dello stesso sesso, perché, pur in assenza di una norma positiva, contrario al concetto “naturale” del matrimonio), che consente, sul piano pratico, di impedire il dispiegamento di qualsiasi effetto giuridico dell’atto di matrimonio, sia pure meramente interinale, a differenza dell’atto di matrimonio nullo che, invece, tali effetti può, quantomeno interinalmente, produrre (cfr. artt. da 117 a 129 cod. civ.). Categorizzazione, inoltre, del tutto coerente con la premessa che l’atto di matrimonio tra persone dello stesso sesso, mancando di un requisito indispensabile per la sua stessa identificabilità come tale secondo la fattispecie astratta normativamente prefigurata, non è previsto dall’ordinamento e quindi, in questo senso, “non esiste”.
– Ma, già da tempo ed attualmente, la realtà sociale e giuridica Europea ed extraeuropea mostra, sul piano sociale, il diffuso fenomeno di persone dello stesso sesso stabilmente conviventi e, sul piano giuridico, sia il riconoscimento a tali persone, da parte di alcuni Paesi Europei (anche membri dell’Unione Europea, come nella specie) ed extraeuropei, del diritto al matrimonio, ovvero del più limitato diritto alla formalizzazione giuridica di tali stabili convivenze e di alcuni diritti a queste connessi, sia – come si vedrà più oltre in dettaglio (cfr., infra, nn. 3.3.1. e seguenti) – un’interpretazione profondamente “evolutiva” dell’art. 12 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e dell’art. 9 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.
Benché si tratti di pronuncia di inammissibilità e di non fondatezza della questione sollevata, perciò priva di efficacia vincolante erga omnes, il Collegio ritiene che non siano individuabili parametri costituzionali o ragioni, diversi da quelli già scrutinati dal Giudice delle leggi, tali da giustificare una nuova rimessione alla Corte costituzionale, tenuto anche conto che, come dianzi rilevato, successivamente alla sentenza n. 138 del 2010 sono state già pronunciate due ordinanze di manifesta infondatezza e di manifesta inammissibilità di questioni analoghe. Al riguardo, non è certamente decisiva in senso contrario l’argomentazione dei ricorrenti, secondo la quale la Corte, mutuando la nozione costituzionale di matrimonio di cui all’art. 29 Cost. dal codice civile, avrebbe arbitrariamente invertito l’ordine e l’oggetto del giudizio di costituzionalità stabilito dalla Costituzione (art. 134): da quello della “legittimità costituzionale” della legge (e degli atti aventi forza di legge) a quello, per così dire, della “legittimità della Costituzione”.
Tale articolo – come pure i su menzionati articoli della Convenzione Europea – debbono essere interpretati in relazione con: 1) l’art. 6 del Trattato sull’Unione Europea (TUE) – come modificato dal Trattato di Lisbona del 13 dicembre 2007, reso esecutivo con la legge 2 agosto 2008, n. 130 (Ratifica ed esecuzione del Trattato di Lisbona che modifica il Trattato sull’Unione Europea e il Trattato che istituisce la Comunità Europea e alcuni atti connessi, con atto finale, protocolli e dichiarazioni, fatto a Lisbona il 13 dicembre 2007), ed entrato in vigore il 1 dicembre 2009 -, il quale stabilisce: “L’Unione riconosce i diritti, le libertà e i principi sanciti nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea del 7 dicembre 2000, adattata il 12 dicembre 2007 a Strasburgo, che ha lo stesso valore giuridico dei trattati [paragrafo 1, primo comma]. Le disposizioni della Carta non estendono in alcun modo le competenze dell’Unione definite nei trattati [secondo comma]. I diritti, le libertà e i principi della Carta sono interpretati in conformità delle disposizioni generali del titolo VII della Carta che disciplinano la sua interpretazione e applicazione e tenendo in debito conto le spiegazioni cui si fa riferimento nella Carta, che indicano le fonti di tali disposizioni [terzo comma]. L’Unione aderisce alla Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. Tale adesione non modifica le competenze dell’Unione definite nei trattati [paragrafo 2]. I diritti fondamentali, garantiti dalla Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e risultanti dalle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri, fanno parte del diritto dell’Unione in quanto principi generali [paragrafo 3]”;
– Alla luce di tutte le considerazioni che precedono, può pervenirsi – ferma restando la decisione di infondatezza del ricorso in esame – ad una risposta maggiormente articolata alle questioni – più generale e specifica – poste a questa Corte dalla presente fattispecie (cfr., supra, n. 2.1.), segnatamente in relazione agli effetti, nell’ordinamento giuridico italiano, della sentenza della Corte costituzionale n. 138 del 2010 (cfr., supra, nn. 3.1. e 3.2.) e della sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo 24 giugno 2010 (cfr., supra, n. 3.3.3.).
– La novità di tutte le questioni trattate giustifica la compensazione integrale delle spese del presente grado del giudizio.
Pubblicato daarmaroli 23 Giugno 2016 3 Luglio 2016 Pubblicato inSenza categoriaTag: avvocati a bologna matrimonialista, AVVOCATI A BOLOGNA SEPARAZIONI E DIVORZI, avvocati Bologna, Avvocato Bologna, Avvocato civilista Bologna, AVVOCATO MATRIMONIALISTA BOLOGNA, Avvocato per divorzi Bologna, Avvocato per separazioni Bologna, Avvocato separazioni Bologna, diritto di famiglia avvocato, incidente mortale risarcimento, incidente stradale mortale risarcimento danni, incidente stradale risarcimento, incidenti stradali risarcimento, indennizzo incidente stradale, indennizzo morte incidente stradale, malasanità risarcimento, morte incidente stradale risarcimento, morte per incidente stradale risarcimento, risarcimenti danni incidenti stradali, risarcimenti incidenti stradali, risarcimento assicurazione incidente stradale mortale, risarcimento danni fisici incidente, risarcimento danni incidente, risarcimento danni incidente mortale, risarcimento danni incidente stradale mortale, risarcimento danni per incidente stradale mortale, risarcimento danni sinistro, risarcimento danni sinistro mortale, RISARCIMENTO DANNI SINISTRO STRADALE MORTALE, risarcimento incidente mortale, risarcimento incidente mortale tabelle, risarcimento incidente stradale, risarcimento incidente stradale mortale, risarcimento morte incidente stradale, risarcimento per incidente stradale, risarcimento sinistri stradali, risarcimento sinistro stradale, sinistri stradali risarcimento, sinistro stradale risarcimento, tabella risarcimento morte incidente stradale, Testamento olografo
Stepchild adoption, Cassazione: sì in casi particolari Cassazione Civile, sez. I, sentenza 22/06/2016 n° /16, pubblicata oggi, la Corte Suprema si è pronunciata sulla “stepchild adoption” (l’istituto giuridico che consente al figlio di essere adottato dal partner – eterosessuale o omosessuale – del proprio genitore biologico), una delle forme di adozione «in casi particolari» prevista dalla legge 184 del 1983. Gli ermellini, nel confermare l’adozione della coppia di donne omosessuali, oltre ad affermare che questa «non determina in astratto un conflitto di interessi tra il genitore biologico e il minore