Source: http://patrimoniosos.it/rsol.php?op=getlaw&id=167
Timestamp: 2019-09-17 03:03:22+00:00
Document Index: 47987618

Matched Legal Cases: ['art. 24', 'art. 12', 'art. 19', 'art. 1', 'art. 11', 'art. 21', 'art. 21', 'art. 19', 'art. 28', 'art. 22', 'art. 1', 'art. 21', 'art. 30', 'art. 31', 'art. 43', 'art. 10', 'art. 46', 'art. 30', 'art. 41', 'art. 29', 'art. 48', 'art. 48', 'art. 11', 'art. 46', 'art. 13', 'art. 47', 'art. 102', 'art. 69', 'art. 50', 'art. 23', 'art. 51', 'art. 52', 'art. 13', 'sentenza ', 'art. 53', 'art. 822', 'art. 12', 'art. 10', 'art. 53', 'art. 55', 'art. 10', 'art. 21', 'art. 55', 'art. 56', 'art. 55', 'art. 21', 'art. 58', 'art. 57', 'art. 59', 'art. 1349', 'art. 60', 'art. 1', 'art. 61', 'art. 149', 'art. 126', 'art. 128', 'art. 63', 'art. 63', 'art. 127', 'art. 2', 'art. 10', 'art. 127', 'art. 10', 'art. 11', 'art. 38', 'art. 2', 'art. 58', 'art. 59', 'art. 37', 'art. 10', 'art. 10', 'art. 10', 'art. 11', 'art. 69', 'art. 22', 'art. 2', 'art. 9', 'art. 40', 'art. 67', 'art. 65', 'art. 40', 'art. 66', 'art. 13', 'art. 65', 'art. 70', 'art. 66', 'sentenza ', 'art. 66', 'art. 67', 'art. 67', 'art. 48', 'art. 67']

II Capo III del Titolo I ha ad oggetto le misure di protezione e conservazione dei beni culturali ed è suddiviso in tre sezioni, dedicate rispettivamente, alle misure di protezione a carattere generale, a quelle di conservazione e ad altre misure di protezione, di tipo indiretto ovvero relative a specifici beni o profili.
Nella Sezione I sono inserite le disposizioni che pongono limiti all'uso e al godimento materiale dei beni, a protezione del loro valore culturale.
L'articolo 20 individua gli interventi sui beni culturali che sono vietati in termini assoluti: tali sono la distruzione, il danneggiamento, l'uso non compatibile con il carattere storico o artistico o tale da recare pregiudizio alla conservazione dei beni, nonché lo smembramento degli archivi.
All'articolo 21 è stata concentrata la disciplina dei vari interventi sui beni culturali subordinati ad autorizzazione.
Il comma 1 contiene l'indicazione degli interventi per i quali è richiesta l'autorizzazione del Ministero.
Il comma 2 deroga al principio dell'obbligatorietà della preventiva autorizzazione per l'ipotesi, già disciplinata dalla previgente normativa, dello spostamento del bene culturale dipendente dal mutamento di dimora del detentore (al quale è stato equiparato il mutamento di sede, per i soggetti diversi dalle persone fisiche).
In tal caso, la richiesta di autorizzazione è sostituita dalla "denuncia", a seguito della quale il Soprintendente, entro trenta giorni dalla sua ricezione, può prescrivere "misure" perché i beni non ne vengano danneggiati.
Il comma 3 esenta da ogni autorizzazione lo spostamento degli archivi correnti. Anche tale disposizione è rinveniente dal sistema previgente.
Il comma 4 è norma di carattere generale e residuale, che subordina ad autorizzazione del soprintendente l'esecuzione di opere e lavori di qualunque genere su beni culturali, diversi dagli interventi espressamente menzionati nei commi precedenti.
Ai sensi del comma 5, l'autorizzazione è resa sulla base di un progetto presentato dall'interessato ed implica la facoltà di impartire prescrizioni. Detta norma supera la duplicazione di regime giuridico propria della normativa previgente (concettualmente non più avvertita come utile e, nella pratica, oramai superata), che, come è noto, sottoponeva i progetti di opere da eseguirsi sui beni culturali sia all'autorizzazione del Ministero che all'approvazione del soprintendente.
L'articolo 22 detta il procedimento di autorizzazione per gli interventi di edilizia pubblica e privata, riformulando l'art. 24 T.u. in un testo pienamente aderente alle disposizioni semplificanti già contenute nell'art. 12, commi 5 e 6, della legge 15 maggio 1997, n. 127, come modificato dall'art. 19 della legge 23 dicembre 1998, n. 448; modifica di cui, peraltro, il vigente Testo unico non aveva potuto tenere conto perché intervenuta dopo il 31 ottobre 1998, limite temporale delle disposizioni legislative da esso prese in considerazione.
L'articolo 23 adegua la normativa sui beni culturali ai mutamenti intervenuti nella disciplina dell'attività edilizia, che hanno ammesso, in termini generali, il procedimento semplificato della denuncia di inizio di attività anche per gli interventi sugli immobili sottoposti a tutela, se previamente autorizzati dall'autorità preposta al vincolo (v. art. 1, comma 8, legge 21 dicembre 2001, n. 443).
L'articolo 24 consente espressamente ( anche a gli effetti d i cui all'art. 11 della legge 7 agosto 1990, n. 241) la sostituzione dei provvedimenti di autorizzazione necessari ai sensi dell'art. 21 con accordi tra il Ministero e il richiedente l'autorizzazione, qualora si tratti di un'amministrazione dello Stato o di un ente pubblico.
Gli articoli 25 e 26 disciplinano il rilascio delle autorizzazioni necessarie ai sensi dell'art. 21 nel contesto di procedimenti per i quali sia stata convocata una conferenza di servizi ovvero nell'ambito della procedura di valutazione dell'impatto ambientale. Sono sostanzialmente riprese, con alcuni correttivi formali, le norme di cui agli articoli 25 e 26
L'articolo 27 disciplina, con norma ripresa testualmente dalla legge 1° giugno 1939, n. 1089 attraverso l'art. 19 del Testo unico, l'esecuzione di lavori provvisori urgenti in deroga all'obbligo di preventiva autorizzazione.
La sostituzione del termine "lavori" con il termine "interventi" è finalizzata a ricomprendere nell'ambito delle attività esperibili in via d'urgenza tutte le operazioni che, pur non traducendosi in opere edilizie, siano tuttavia ugualmente indifferibili a fini conservativi (si consideri, ad esempio, la rimozione temporanea del bene tutelato o la installazione di strumenti di misurazione del progredire del degrado di un immobile vincolato) e che sino ad ora non erano disciplinate espressamente né erano facilmente ascrivibili alla categoria dei "lavori" in senso stretto.
L'articolo 28 ha ad oggetto i poteri cautelari e preventivi del Ministero.
Il comma 1 ribadisce in capo al Ministero il potere di sospensione di qualsiasi intervento su beni culturali eseguito senza autorizzazione o in difformità da essa.
Il comma 2 consente l'uso preventivo del potere cautelare rispetto a cose non ancora sottoposte a tutela, ma aventi le caratteristiche per esserlo; al potere sospensivo di interventi già avviati, contemplato dall'art. 28 T.u. è stato aggiunto, a migliore tutela delle cose interessate, un potere inibitorio esercitabile anteriormente all'avvio dei lavori veri e propri.
Il comma 3 riprende la disciplina del Testo unico circa l'efficacia temporale dell'ordine di sospensione o di inibizione.
Il comma 4 introduce l'istituto, già presente nella prassi amministrativa, dei saggi archeologici preventivi in occasione della realizzazione di opere pubbliche, prevedendo il potere del soprintendente di richiederne l'effettuazione su aree che presentino un obiettivo interesse archeologico, anche se non ancora sottoposte al relativo vincolo (nel qual caso la facoltà di richiedere i saggi preventivi è già implicita nella potestà autorizzatoria di cui agli artt. 21, 25 o 26 del codice). Onde evitare contenziosi defatiganti con le imprese aggiudicatarie dei lavori, è stato chiarito che i saggi in questione vengono effettuati a spese dell'ente che ha commissionato l'opera pubblica.
La Sezione II del Capo III regola la conservazione attiva dei beni culturali, disciplinando, in particolare, gli obblighi conservativi (di facere) posti in capo ai proprietari, possessori o detentori dei beni medesimi.
La Sezione si apre con l'articolo 29, che è norma definitoria in quanto statuisce i contenuti dei diversi interventi conservativi, posto che - come è espressamente stabilito nel comma 1 - "la conservazione del patrimonio culturale si assicura mediante una coordinata e coerente attività di prevenzione, manutenzione e restauro".
La scelta di ampliare la gamma degli interventi conservativi oggetto di specifica definizione e disciplina scaturisce dalle posizioni teoriche più accreditate formatesi in materia di interventi sui beni culturali; posizioni che - prendendo le distanze dalla ratio della legge del 1939, riprodotta nel Testo unico - negano la sostanziale assimilazione della conservazione al restauro, nel quale vedono la extrema ratio della conservazione, evidenziandone i caratteri di irripetibilità e di irreversibilità e che pongono in luce la necessità di una "conservazione programmata", incentrata sugli interventi di prevenzione e manutenzione sul bene culturale, per loro natura non "aggressivi" e ripetibili, e che lascia al restauro il ruolo di ultima risorsa cui ricorrere a danno avvenuto, quando cioè le condizioni di conservazione siano così aggravate da porre in pericolo l'esistenza stessa del bene.
L'articolazione delle tre definizioni (di prevenzione, di manutenzione e di restauro: commi 2-4) appare, da un lato, utile appunto a sottolineare il progredire dell'azione di tutela materiale dagli interventi ripetitivi e di scarso o irrilevante impatto sul bene a quelli più incisivi e, pertanto, suscettibili di modificare irreversibilmente il sostrato materico del bene medesimo; dall'altro, indispensabile a chiarire il contenuto delle disposizioni dettate nella Sezione de qua, laddove esse si riferiscono espressamente agli "interventi conservativi".
Il comma 5 prevede che, con il concorso delle regioni e la collaborazione delle università e degli istituti di ricerca, il Ministero definisca "linee di indirizzo, norme tecniche, criteri e modelli uniformi di intervento" al fine di assicurare metodologie comuni per la conservazione in genere, e per il restauro in particolare, dei beni culturali.
L'articolo 30 tratta in generale degli obblighi conservativi.
Al comma 1 viene codificato a carico dei proprietari pubblici di beni culturali l'obbligo, già evincibile dal sistema, di garantirne la sicurezza e la conservazione.
Il comma 2 riproduce l'obbligo, previsto in capo ai proprietari, pubblici e privati senza fine di lucro di beni culturali dall'art. 22, comma 2, del Testo unico, di conformarsi alle prescrizioni del soprintendente con riguardo alla collocazione dei beni medesimi.
Il comma 3 da concretezza attuativa al principio, già sancito dal comma 3 dell'art. 1, per cui i privati proprietari, possessori o detentori di beni culturali sono obbligati ad eseguire i lavori necessari alla salvaguardia degli stessi.
Il comma 4 riafferma gli obblighi, già regolati dagli artt. 21, comma 4, e 40 T.u.: di conservazione organica e di ordinamento degli archivi, nonché di inventariazione degli archivi storici.
L'articolo 31 chiarisce che gli interventi conservativi ad iniziativa spontanea del proprietario, possessore o detentore sono soggetti alla normale disciplina autorizzatoria di cui all'art. 21 (comma 1).
Al comma 2 prevede, a fini di semplificazione, che in sede di rilascio dell'autorizzazione il Ministero si pronunci in ordine all'ammissibilità dell'intervento a contributi e/o ad agevolazioni tributarie.
Gli articoli 32 e 33 dettano, senza innovazioni sostanziali rispetto alla normativa vigente (artt. 38 e 39 T.u.), la disciplina di principio e il procedimento concernenti gli interventi conservativi imposti dal Ministero - tra i quali vengono esplicitamente ricompresi quelli cui sono tenuti i proprietari, possessori o detentori di archivi tutelati in forza dell'art. 30, comma 4 - e quelli cui esso provvede direttamente.
L'articolo 34 razionalizza e innova la disciplina degli oneri finanziari conseguenti agli interventi conservativi imposti, raccogliendo in un unico articolo le disposizioni contenute negli articoli 37, comma 2, 41, comma 2 e 44 del Testo unico.
La norma in questione, per un verso, sancisce il principio generale che gli oneri derivanti dagli interventi imposti dall'Amministrazione (sia che questi vengano eseguiti dagli interessati, sia che vi provveda direttamente l'Amministrazione), sono a carico dei proprietari, possessori o detentori dei beni; per altro verso, stabilisce che, in presenza di preminenti interessi pubblici connessi alla rilevanza storico-artistica del bene o all'uso o godimento pubblico dello stesso, alla spesa sostenuta per gli interventi possa concorrere in tutto o in parte lo stesso Ministero. Ovviamente, a seconda dei casi, il Ministero provvede o al rimborso della spesa già sostenuta dall'interessato che abbia ottemperato all'ordine ricevuto; ovvero alla riscossione coattiva della stessa qualora all'esecuzione degli interventi il Ministero abbia provveduto direttamente.
L'articolo 35 disciplina la concessione di contributi da parte del Ministero, ossia del sostegno finanziario dello Stato all'esecuzione degli interventi conservativi volontari di cui all'art. 31. Principale novità, rispetto alla disciplina attuale, è l'estensione ai casi in questione della facoltà dello Stato di concorrere alla spesa dell'intervento fino all'intero suo ammontare (comma I), ammessa dalla vigente disciplina nei soli casi di interventi imposti: appare infatti illogico che possano essere "premiati" in tal modo i proprietari (o i possessori o i detentori) che siano stati sollecitati ad intervenire o, addirittura, che abbiano subito l'intervento diretto del Ministero e non anche quelli che si sono attivati spontaneamente.
Quali ulteriori elementi di novità rispetto alla disposizione vigente:
- è stato previsto che il beneficiario del contributo possa essere anche il possessore o detentore del bene;
- è stata soppressa la facoltà di concessione di contributi per interventi su archivi non sottoposti a tutela, considerando la medesima non strettamente connessa con le funzioni proprie del Ministero;
- è stato specificato che nella determinazione della percentuale del contributo si debba tenere conto anche di eventuali contributi privati relativamente ai quali siano stati ottenuti benefici fiscali (comma 3). La logica seguita è quella secondo cui il beneficio relativo al medesimo bene è concesso un'unica volta, a prescindere dalla forma attraverso la quale è stato ottenuto.
L'articolo 36 disciplina il procedimento di erogazione dei contributi, rendendo di applicazione generale la facoltà del Ministero di concedere acconti.
Al comma 3 è stata introdotta una disposizione con la quale si prevede l'obbligo per il privato beneficiario di restituzione degli acconti percepiti sull'ammontare del contributo qualora l'intervento di restauro non venga in tutto o in parte realizzato. Per il recupero delle relative somme si richiamano le norme sulla riscossione coattiva delle entrate patrimoniali dello Stato.
L'articolo 37 regola il contributo in conto interessi per gli interventi sugli immobili, integrando la previsione della corrispondente norma del Testo unico (art. 43) con la facoltà di concedere detto contributo anche per le opere di architettura contemporanea, le quali, pur non potendo essere sottoposte a tutela (per il limite di cui all'art. 10, comma 5), vengano, nondimeno, riconosciute di "particolare valore artistico" ai sensi della speciale disciplina ad esse dedicata.
L'articolo 38 riafferma la regola dell'apertura al pubblico degli immobili restaurati con il concorso finanziario del Ministero, sulla base di accordi o convenzioni tra lo stesso Ministero e i proprietari. In detti accordi o convenzioni andranno di volta in volta fissati le modalità ed i limiti temporali cui l'obbligo di apertura soggiace.
Gli articoli 39 e 40 riordinano, senza sostanziali variazioni, la disciplina dell'art. 46 T.u. sull'esecuzione degli interventi conservativi aventi ad oggetto beni culturali pubblici. Si è ritenuto opportuno trattare separatamente l'intervento sui beni dello Stato, in uso o in consegna ad amministrazioni diverse dal Ministero o ad altri soggetti, da quello sui beni degli enti pubblici territoriali; confermando, per quest'ultima evenienza, la regola dell'accordo, fatti salvi i casi di assoluta urgenza.
Gli articoli 41 e 42 riproducono pressoché alla lettera le disposizioni in materia di obblighi di versamento di documenti agli Archivi di Stato e di conservazione degli archivi storici degli organi costituzionali, ora raccolte negli artt. 30 e 31 del Testo unico. Di esse si è, soltanto, operato lo spostamento nella sezione relativa alla conservazione, che è parsa più appropriata.
Da segnalare che, rispetto all'art. 30 T.u., l'art. 41 presenta una rubrica parzialmente diversa e più aderente al contenuto dell'articolo.
L'articolo 43 riproduce pressoché integralmente la disposizione sulla custodia coattiva dei beni culturali di cui all'articolo 47 del Testo unico, statuendo altresì che il ricovero coattivo dei beni in pubblici istituti può essere finalizzato all'esecuzione di uno qualunque degli interventi conservativi di cui all'art. 29 e non solamente all'attuazione di interventi di restauro.
L'articolo 44 presenta una rilevante novità. Si è ritenuto, infatti, da un lato, che il campo di applicazione dell'art. 48 del Testo unico meritasse di essere esteso in modo da consentire ai proprietari (pubblici e privati) di affidare in temporanea custodia all'Amministrazione non soltanto beni archivistici, come l'attuale disposizione prevede, ma ogni tipo di bene culturale; dall'altro lato, che lo strumento del deposito, soprattutto in relazione ai beni non archivistici, non fosse del tutto idoneo allo scopo, essendo esso centrato sulla mera custodia del bene, mentre l'obiettivo dell'affidamento, per quanto concerne la parte pubblica, dovrebbe essere soprattutto quello di accrescere la possibilità
di fruizione pubblica del bene, nonché quello di integrare o completare, sotto il profilo scientifico, le raccolte museali dello Stato.
Tali considerazioni hanno condotto a privilegiare l'istituto civilistico del comodato, codificando peraltro una prassi da tempo e proficuamente utilizzata dagli uffici dell'Amministrazione. Sono evidenziati, quali criteri di acquisizione dei beni offerti, la loro particolare importanza ovvero il loro significativo valore ai fini della integrazione delle raccolte pubbliche, a condizione che la custodia presso i pubblici istituti non risulti eccessivamente onerosa (comma 1).
Per i beni di proprietà privata sono a carico dello Stato tutte le spese: da quelle imposte dalle esigenze di conservazione dei beni a quelle necessarie per la loro assicurazione (commi 3 e 4). Ciò ha richiesto la previsione di una durata minima del comodato (cinque anni: comma 2). anche al fine di consentire all'Amministrazione di recuperare, anche solo parzialmente, le somme spese attraverso gli introiti derivanti dalla esposizione dei beni o da altre forme di valorizzazione.
I beni appartenenti ad enti pubblici possono, invece essere ricevuti in deposito; e le spese di conservazione e custodia sono a carico del depositante.
Nella Sezione III del Capo III sono contenute, sotto la generica rubrica di "altre forme di protezione", disposizioni aventi ad oggetto, agli artt. 45-47, la regolamentazione della tutela indiretta dei beni dichiarati; all'art. 48 la disciplina del prestito alle mostre e, agli arti. 49-51, quella di alcune categorie di cose qualificate beni culturali a fini specifici, così come individuate al precedente art. 11.
L'articolo 45 conferma la disciplina sostanziale del cosiddetto vincolo indiretto.
Al comma 2 si è provveduto a raccordare il provvedimento di tutela indiretta con le disposizioni degli strumenti urbanistici, sancendo l'obbligo, per questi ultimi, di uniformare i loro contenuti alle prescrizioni del vincolo indiretto.
Nei successivi articoli 46 e 47 sono invece più compiutamente disciplinati, rispetto alla normativa vigente, il procedimento per l'imposizione delle prescrizioni di tutela indiretta, la notificazione del relativo provvedimento finale nonché la facoltà di ricorso amministrativo avverso il medesimo; il tutto in armonia con quanto disciplinato dagli articoli 14-16 per il provvedimento di dichiarazione.
Da notare l'introduzione, come effetto della comunicazione di avvio del procedimento per la tutela indiretta, del vincolo di temporanea immodificabilità dell'immobile cui il procedimento si riferisce, limitatamente agli aspetti sui quali vanno ad incidere le prescrizioni di tutela indiretta, i cui contenuti essenziali debbono essere indicati nella stessa comunicazione (art. 46, commi 2 e 4).
II provvedimento recante le prescrizioni, come già la dichiarazione di interesse culturale ex art. 13, viene espressamente sottratto, e per le stesse ragioni, al controllo di legittimità della Corte dei Conti (art. 47, comma 2).
Il ricorso amministrativo presentato avverso il provvedimento di tutela indiretta non sospende gli effetti del provvedimento stesso, in quanto appare evidente che la concessione della sospensiva renderebbe immediatamente vulnerabile proprio quel contesto sulla opportunità della cui conservazione l'autorità amministrativa è chiamata a decidere.
E' stata collocata nella presente Sezione, all'articolo 48, la disciplina del prestito di beni culturali per mostre od esposizioni, che nella normativa attualmente vigente s i trova contenuta nell'art. 102 T.u. nella Sezione n ("Fruizione") del Capo VI dedicato alla "Valorizzazione e godimento pubblico": risultano, infatti, evidenti nell'istituto dell'autorizzazione al prestito le finalità di tutela, posto che il prestito è condizionato dallo stato di conservazione dei beni richiesti e dalla non incidenza dello stesso sulla fruizione delle pubbliche raccolte.
Dal punto di vista sostanziale, va rimarcata l'opportuna reintroduzione, al comma 4, dell'assicurazione obbligatoria dei beni di cui si richiede il prestito; assicurazione che, per le mostre od altre manifestazioni sul territorio nazionale promosse dal Ministero o, con la partecipazione statale, da enti od istituti pubblici, può essere sostituita dalla cosiddetta "State indemnity", ossia dall'assunzione dei relativi rischi da parte del Ministero. La disposizione, in tutto analoga a quella attualmente dettata in tema di uscita temporanea di beni culturali dal territorio nazionale per la partecipazione a mostre od esposizioni all'estero (art. 69 T.u.), come quest'ultima trova la sua fonte nella legge n. 8 ottobre 1997, n. 352, ma non è stata riprodotta nel Testo unico, determinando incertezze interpretative che hanno infine condotto, dopo soli due anni di operatività, alla disapplicazione dell'istituto.
Si è colta l'occasione offerta dalla presente codificazione per affrontare e risolvere il problema del coordinamento tra il disposto dell'art. 50 T.u., che assoggetta all'autorizzazione del Soprintendente l'affissione di manifesti e cartelli pubblicitari su edifici ed in aree sottoposti a tutela, e le previsioni contenute nel codice della strada (art. 23 d.lgs. 30 aprile 1992, n. 285), che impongono sui medesimi edifici ed aree ad un divieto generalizzato di affissione.
Per conseguenza, all'articolo 49 è stata ripristinata l'originaria e naturale competenza del Ministero a verificare, caso per caso, la compatibilità dell'affissione con le esigenze degli ambiti tutelati. L'esito di tale verifica assume la forma dell'autorizzazione nel caso in cui l'affissione interessi soltanto edifici od aree vincolati (comma 1); ed invece la forma del parere reso all'ente proprietario, laddove l'affissione riguardi strade site "nell'ambito o in prossimità di beni culturali" (comma 2).
E' stato inoltre disciplinato, con il comma 3, l'utilizzo a scopo pubblicitario delle coperture di ponteggi relativi ad interventi di restauro su edifici di interesse storico artistico o collocati in luoghi di interesse storico artistico. Al riguardo si è stabilito che tale utilizzo debba essere oggetto di nulla osta o di assenso da parte del Soprintendente, a seconda che la richiesta riguardi beni altrui ovvero beni in uso all'Amministrazione dei beni culturali, per un periodo di tempo non superiore alla durata dei lavori.
L'articolo 50 riguarda il "distacco di beni culturali". Rispetto al vigente art. 51 del Testo unico, la disposizione è stata resa in forma di divieto, superabile con l'autorizzazione soprintendentizia. Si è inoltre provveduto ad inserire tra i beni ad essa sottoposti anche i cippi e i monumenti costituenti vestigia della Prima guerra mondiale, ai fini del necessario coordinamento con le disposizioni della già citata legge n. 78/2001.
In considerazione dei non pochi problemi applicativi creati dalla disposizione vigente, il testo dell'art. 52 T.u., dedicato agli "studi d'artista", è stato sottoposto ad una profonda revisione finalizzata a ricondurre il provvedimento ministeriale ivi previsto al comma 1 nell'alveo degli strumenti "tipici" di individuazione dell'oggetto della tutela.
Pertanto, nella disposizione dell'articolo 51, si è provveduto, da un lato, a riqualificare detto provvedimento come dichiarazione di interesse particolarmente importante ai sensi dell'art. 13, con tutti gli effetti che da ciò conseguono; dall'altro, a riportare gli effetti del provvedimento - nella versione attuale ridotti alla inamovibilità del contenuto dello studio e alla immodificabilità della destinazione d'uso dello stesso -entro confini compatibili sia con la proprietà privata, le cui condizioni di esercizio non possono essere aggravate senza una ragione di preminente interesse pubblico, sia con l'esercizio legittimo di una funzione istituzionale quale quella di tutela.
Infine, si è soppresso il comma 2 della norma vigente, attesi i più che fondati dubbi di legittimità costituzionale che la sua formulazione ha suscitato per il caso che la fattispecie considerata non possa essere in alcun modo ricondotta, né per il contenuto dello studio né per l'immobile nel quale lo studio è ospitato, nell'ambito della previsione di cui al comma 1 nel testo riformulato con il presente codice.
Una autorevole conferma dell'esigenza di modificare il testo vigente nel senso descritto è costituita dalla recente sentenza della Corte Costituzionale (04.06.2003, n. 185), che ha ravvisato l'illegittimità del comma 1 della disposizione vigente nella parte in cui prevede che gli studi d'artista non possano essere soggetti a provvedimenti di sfratto.
L'articolo 52 risolve gli evidenti problemi di coordinamento della disposizione di cui all'art. 53 T.u. con la previsione del d.lgs. 31 marzo 1998, n. 114, che affida ai Comuni l'individuazione delle aree aventi valore archeologico, storico artistico e ambientale in cui l'esercizio del commercio è vietato o sottoposto a particolari restrizioni.
Nella nuova disposizione è stata fatta salva la potestà degli enti locali di disciplinare le attività di commercio entro aree pubbliche di valore culturale, ma si è previsto l'intervento del Soprintendente competente, in funzione consultiva, nel procedimento per l'individuazione delle aree medesime.
II Capo IV del codice mantiene inalterata la struttura del Capo III del Testo unico, confermando la ripartizione in tre sezioni dall'identica rubrica.
Sezione I - Alienazioni ed altri modi di trasmissione
Gli articoli che aprono la prima Sezione (53-56) trattano dei modi e dei limiti concernenti l'alienabilità dei beni appartenenti a soggetti pubblici.
L'articolo 5 3 riprende il testo dell'alt. 54 T.u., confermando, per un verso, la perdurante vigenza del regime della demanialità per i beni appartenenti allo Stato, alle regioni ed agli altri enti territoriali di cui sia stato riconosciuto l'interesse culturale ai sensi della normativa di settore; per altro verso, incidendo sulle disposizioni civilistiche che disciplinano detto regime nel senso di sostituire alla inalienabilità assoluta di alcuni tra detti beni la alienabilità a particolari limiti e condizioni, disciplinati dalle norme successive.
Ad integrazione di quanto disposto d alla n orma vigente ed in linea con quanto stabilito dall'art. 822 del codice civile, il comma 2 della presente disposizione ascrive espressamente al demanio pubblico anche le raccolte museali, archivistiche e bibliografiche appartenenti allo Stato, alle regioni ed agli altri enti pubblici territoriali.
Nell'articolo 54 sono individuate le categorie di beni culturali pubblici inalienabili.
Al comma 1 è data puntuale e tassativa elencazione dei beni demaniali inalienabili.
La inalienabilità è, inoltre, disposta (comma 2, lett. d) quale misura provvisoria a fini cautelari nei confronti di tutte le cose immobili e mobili sia di proprietà pubblica, sia di proprietà di persone giuridiche private non perseguenti scopo di lucro, fino a quando non venga per esse effettuato la verifica prevista dal citato art. 12. Ovviamente, tale regime provvisorio opera a condizione che le cose di che trattasi siano in possesso dei requisiti oggettivi minimi previsti dall'art. 10, comma 5, per la loro eventuale tutelabilità: ultracinquantennalità e non esistenza in vita dell'autore.
Ancora, ai sensi del comma 2, lett. b), sono inalienabili le cose mobili che, pur essendo infracinquantennali e/o di autore vivente, risultano però incluse in raccolte di musei, pinacoteche, biblioteche o archivi appartenenti allo Stato e agli enti territoriali. Il principio, che costituisce una eccezione alle già rammentate condizioni generali per l'operatività della tutela, è fissato per salvaguardare l'unitarietà delle pubbliche raccolte.
Pure inalienabili sono gli archivi ed i singoli documenti di proprietà pubblica (comma 2, lett. e).
E' appena il caso di segnalare che, a norma del comma 3 dell'articolo de quo, il divieto di alienazione non ha efficacia qualora il trasferimento dei beni avvenga tra lo Stato e gli enti territoriali. La ratio è evidente: il passaggio da un ente territoriale all'altro, da un lato, non modifica il regime demaniale cui i beni sono assoggettati; dall'altro, consente una migliore distribuzione dei beni stessi tra le raccolte pubbliche, con evidente vantaggio della loro fruibilità da parte della collettività.
Con il comma 4, infine, si precisa che i beni e le cose inalienabili ai sensi dell'articolo in questione possono essere utilizzati esclusivamente nei modi e per le finalità stabiliti dalle disposizioni del Titolo II, dedicato alla fruizione e valorizzazione.
In attuazione di quanto stabilito al comma 3 dell'art. 53 in materia di alienabilità di alcune tipologie di beni culturali immobili, l'articolo 55 detta condizioni, modi e limiti per il rilascio dell'autorizzazione alla vendita di detti immobili.
Anzitutto, al comma 1 è sancito il principio generale secondo il quale i beni in questione non possono essere venduti senza la preventiva autorizzazione ministeriale.
Al comma 2 sono fissate le condizioni alle quali è subordinato il rilascio dell'autorizzazione: dall'alienazione non deve derivare danno al bene ovvero al suo godimento pubblico; nell'atto autorizzativi devono essere indicate le destinazioni d'uso compatibili con la valenza storico-artistica degli immobili alienati.
L'articolo 56 (ex art. 55 T.u.) individua e disciplina le altre fattispecie di alienazione di beni pubblici o appartenenti a privati non perseguenti scopo di lucro.
Il comma 1, lett. a) stabilisce l'assoggettamento ad autorizzazione preventiva della vendita dei beni culturali appartenenti al patrimonio indisponibile dello Stato ed degli enti pubblici territoriali; mentre la lettera b) del medesimo comma analogamente assoggetta ad autorizzazione preventiva i beni culturali di proprietà di ogni altro soggetto pubblico, nonché di persone giuridiche private senza fine di lucro. In entrambe le ipotesi è fatta comunque salva la peculiare disciplina dettata dagli artt. 54 e 55 sopra richiamata per le categorie di beni ivi individuate.
Si è ritenuto di dover precisare (comma 2) che, tra i beni soggetti alle disposizioni del comma 1, sono ricomprese anche parti di collezioni o di raccolte, costituenti beni culturali ai sensi dell'art. 10, la cui vendita deve intendersi legittimata dalla previa acquisizione della prescritta autorizzazione allo smembramento (art. 21, comma 1, lett. e).
I successivi due commi chiariscono che l'autorizzazione in questione è obbligatoria per ogni tipo di trasferimento di diritti aventi ad oggetto beni culturali, mentre essa non è richiesta per il caso che l'alienazione o il trasferimento di diritti avvengano in favore dello Stato.
L'articolo 57 disciplina i procedimenti di autorizzazione all'alienazione sia per le fattispecie di cui all'art. 55 sia per quelle di cui all'art. 56. In ambedue i casi il procedimento è avviato dalla richiesta di autorizzazione a vendere presentata dall'ente cui i beni appartengono; richiesta che deve essere corredata della indicazione della destinazione d'uso in essere e del programma di interventi di conservazione eventualmente necessari.
Se la richiesta riguarda beni demaniali, l'autorizzazione è rilasciata su proposta della Soprintendenza competente e sentita la regione e, per suo tramite, gli enti territoriali interessati. L'assenso alla vendita è subordinato al rispetto delle condizioni indicate al comma 2 dell'art. 55 e le clausole del relativo provvedimento devono essere riportate anche nel successivo atto di alienazione, di modo che il terzo acquirente ne abbia contezza (comma 2).
Ovviamente, l'autorizzazione alla vendita non esime l'acquirente dal sottoporre alla competente Soprintendenza, per la relativa autorizzazione ex art. 21 il progetto degli interventi da effettuare sull'immobile acquistato (comma 3).
Qualora la richiesta di autorizzazione abbia ad oggetto i beni del patrimonio indisponibile dello Stato e degli enti pubblici territoriali o beni appartenenti ad altro
soggetti pubblici, il provvedimento di assenso può essere rilasciato a condizione che i beni medesimi non abbiano interesse per le raccolte pubbliche e che dalla vendita non derivi danno alla loro conservazione o al pubblico godimento (comma 4).
Quando infine la richiesta di autorizzazione si riferisca a beni di persone giuridiche private senza fine di lucro, il provvedimento di assenso è subordinato alla verifica che dall'alienazione non derivi un danno grave alla conservazione o al pubblico godimento dei beni medesimi (comma 5).
E' appena il caso di segnalare che anche nelle fattispecie disciplinate dai commi 4 e 5 l'acquirente è tenuto ad acquisire l'autorizzazione della Soprintendenza in ordine ai progetti di lavori da eseguirsi sui beni oggetto di alienazione.
Giova da ultimo evidenziare che l'introduzione di una disciplina ad hoc per il procedimento di alienazione di immobili demaniali di interesse culturale abroga implicitamente le disposizioni del d.P.R. 7 settembre 2000, n. 283, che attualmente regola le alienazioni di beni immobili del demanio storico-artistico.
L'articolo 58 ripropone i contenuti normativi dell'articolo 56, comma 1, del Testo unico, prevedendo la possibilità di autorizzare, in luogo dell'alienazione, la permuta dei beni indicati agli artt. 55 e 56, quando ciò comporti l'arricchimento delle pubbliche raccolte.
L'articolo 59, concernente la "denuncia" di trasferimento della proprietà, del possesso o della detenzione di beni culturali, riformula le disposizioni contenute nell'art. 58 del Testo unico.
Le modifiche apportate sono intese a chiarire il precetto, facilitandone l'osservanza da parte dei destinatari; ed assumono, quindi, particolare rilievo in relazione alle finalità della denuncia (in primis, quella di consentire l'eventuale esercizio della prelazione da parte del Ministero), nonché per l'irrogazione delle sanzioni penali e amministrative contemplate in caso di violazione dell'obbligo.
Al comma 2, che indica i soggetti in capo ai quali è fissato l'obbligo di denuncia, la lett. a) è stata sostituita, indicando in luogo del "proprietario" e del "deteriore", rispettivamente, 1' "alienante" ed il "cedente la detenzione", termini ritenuti più appropriati in relazione alla fattispecie contemplata dalla stessa disposizione. Coerentemente, l'attività posta in essere dal "cedente la detenzione", che non può certo operare l'alienazione del bene, è stata più correttamente definita come "trasferimento della detenzione".
La lett. e) è stata integrata con l'inserimento di una proposizione volta a precisare la decorrenza del termine iniziale per la denuncia, a seconda che il soggetto gravato dall'obbligo abbia la qualità di erede o di legatario.
Altro e significativo intervento riguarda la disposizione di cui al comma 4, lett. a), dove è stata ripristinata la previsione concernente l'obbligo di sottoscrizione della denuncia da parte di entrambi i contraenti, contenuta nell'art. 57 del regolamento di cui al r.d. 30 gennaio 1913, n. 363 ma non riprodotta nella vigente disposizione del Testo unico. Tale ripristino appare sostenuto dalle medesime ragioni esplicitate dal legislatore del 1913 nella norma testé richiamata: affinché risulti che entrambe le parti siano "edotte dei vincoli esistenti sulla cosa per effetto della notificazione" (della dichiarazione) e, conseguentemente, assumano la responsabilità di ottemperare alla prescrizione.
Come nel Testo unico, la Sezione si compone di tre articoli che disciplinano l'istituto della prelazione, dettandone le condizioni ed il procedimento. Da rimarcare l'eliminazione, dalle rubriche e dal testo degli articoli, del riferimento al "diritto" di prelazione, essendo ormai da tempo acciaiato - secondo la migliore dottrina - che la prelazione artistica rappresenta una forma di acquisto coattivo, espressione di potestà autoritativa, e non è pertanto assimilabile all'omonimo istituto privatistico (così, da ultimo, Consiglio di Stato, Commissione speciale, 17.12.2002, n. 2842). Si è dunque provveduto a sostituire l'espressione "diritto di prelazione" con "acquisto in via di prelazione", in rubrica; e, più semplicemente, con "prelazione" all'interno delle disposizioni.
L'articolo 60 riproduce il contenuto dell'art. 59 del Testo unico, con due rilevanti novità.
La prima riguarda i soggetti che possono esercitare la prelazione. Nella nuova formulazione del comma 1 si da, infatti, immediatamente conto della possibilità che anche alle regioni e agli altri enti pubblici territoriali è attribuita la facoltà di esercitare la prelazione, qualora il Ministero vi rinunci.
La seconda novità concerne la determinazione del prezzo d'acquisto in via di prelazione qualora il bene sia ceduto insieme ad altri per un unico corrispettivo, o senza previsione di corrispettivo, ovvero sia dato in permuta. La disposizione vigente prevede che, nei citati casi, la determinazione spetti al Ministero; ma consente, tuttavia, all'alienante di opporsi alla determinazione ministeriale rimettendo la valutazione finale ad una commissione di tre membri, nominati, rispettivamente dallo stesso alienante, dal Ministero e dal Presidente del Tribunale.
E' sembrato tuttavia più semplice e maggiormente rispettoso delle ragioni dell'alienante prevedere (al comma 3), in caso di mancata accettazione del prezzo determinato d'ufficio, i1 ricorso all'istituto civilistico della " determinazione del terzo", ossia di un soggetto estraneo alla vicenda e concordemente scelto dalle parti (alienante e soggetto procedente alla prelazione) che, ai sensi dell'art. 1349 del codice civile, "deve procedere con equo apprezzamento".
Anche della determinazione del terzo è prevista l'impugnabilità in caso di errore o di manifesta iniquità (comma 4).
Anche l'articolo 61 - che fissa le condizioni della prelazione - presenta, rispetto al testo dell'omologa norma vigente (art. 60 T.u.), innovazioni di una certa importanza.
In primo luogo, si è ravvisata l'opportunità di introdurre (comma 2) un limite temporale per l'esercizio della prelazione nel caso di denuncia omessa, tardiva o incompleta, fissando un termine di sei mesi a decorrere dalla ricezione della denuncia tardiva o dal momento in cui il Ministero abbia acquisito le informazioni necessario.
Infatti, prendendo posizione nei confronti della normativa italiana in materia di prelazione (ed, in particolare, delle disposizioni di cui agli artt. 58, comma 5, e 135 T.u., in forza dei quali: si considera non avvenuta la denuncia incompleta o tardiva, si stabilisce la nullità degli atti di alienazione compiuti senza l'osservanza delle previste modalità e si consente al Ministero di procedere alla prelazione senza limiti di tempo), la Corte europea dei diritti dell'uomo ha osservato come la disposizione che, in caso di dichiarazione omessa o incompleta, mantiene aperto ad libitum il termine per l'esercizio della prelazione, manchi di chiarezza ed introduca nella disciplina dell'istituto de quo un elemento di incertezza, al quale corrisponde un margine di manovra della competente
Autorità eccessivamente ampio e tale da ledere il principio del "giusto equilibrio" -desumibile dall'art. 1 del protocollo n. 1 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo - fra esercizio di una funzione pubblica e salvaguardia dei diritti fondamentali dell'uomo (sent. 5 gennaio 2000, Beyeler e/ Governo italiano).
Sul punto era precedentemente intervenuta anche la Corte di Cassazione (Ord. Sezioni unite civili dell'11 novembre 1993), che - con riferimento agli artt. 32 e 61 della legge 1089/1939 - aveva, tra l'altro, sottolineato come la facoltà concessa all'Amministrazione di porre in essere l'atto ablativo in ogni momento comporta una limitazione permanente del diritto del venditore ed una altrettanto permanente incertezza sulla situazione giuridica del bene (per la qualcosa ha ritenuto, nella citata ordinanza, non manifestamente infondata la questione di costituzionalità degli articoli medesimi).
In secondo luogo, si è provveduto ad eliminare - in seno al comma 3 - il riferimento alla inefficacia dell'atto di alienazione in pendenza del termine per l'esercizio della prelazione, introdotto dal legislatore del 1999; ed al recupero, in sua vece, del riferimento all'effetto sospensivo che la pendenza di detto termine produce sull'efficacia dell'atto, contenuto nella originaria disposizione del 1939. L'operazione è giustificata dalla considerazione che il titolare di un diritto condizionato sospensivamente può comunque compiere atti conservativi e può disporre del medesimo diritto, fino al punto di alienarlo, fermo restando che l'efficacia degli atti dispositivi è, comunque, subordinata alla condizione; mentre l'atto inefficace non consente nulla di tutto ciò: esso in realtà produce l'effetto di non produrre effetti.
L'articolo 62, come già l'art. 61 del Testo unico, detta disposizioni sul procedimento per la prelazione, stabilendo le modalità ed i termini per l'intervento in esso degli enti pubblici territoriali.
Rispetto alla disposizione vigente, sono state apportare due modifiche. Onde fornire al privato maggiori garanzie circa la serietà della proposta di prelazione avanzata dall'ente, in particolare per quanto riguarda l'impegno finanziario, si è ritenuto opportuno intervenire, al comma 2, sulla forma della proposta medesima, sostituendo la dichiarazione di "irrevocabile intento" attualmente prevista con la "deliberazione dell'organo competente che predisponga, a valere sul bilancio dell'ente, la necessaria copertura finanziaria della spesa".
E' stato, inoltre, modificato il comma 3, eliminando la previsione concernente l'emissione del provvedimento di prelazione a favore dell'ente territoriale richiedente e sostituendo ad essa, sempre nel caso di rinuncia del Ministero all'acquisto, la previsione dell'obbligo di comunicazione della rinuncia all'ente interessato all'acquisto, con conseguente trasferimento ad esso del potere di esercitare la prelazione. L'intervento, sul piano normativo, appare giustificato da esigenze di coordinamento e on la disposizione dell'art. 149, comma 5, del d.lgs. 31 marzo 1998, n. 112; sul piano pratico, è finalizzato a ridurre il carico di lavoro degli uffici periferici, soprattutto in relazione al contenzioso scaturente da siffatti provvedimenti.
La presente Sezione si compone di due articoli, aventi ad oggetto gli obblighi imposti, in funzione di tutela, agli esercenti di attività commerciali che abbiano ad oggetto beni culturali.
La riformulazione dell'articolo 63 risponde ad esigenze di ulteriore semplificazione degli adempimenti cui sono tenuti i commercianti, rafforzando al tempo stesso il controllo dell'Amministrazione sulla vendita.
Innanzitutto, è stato reso più preciso, al comma 1, il riferimento all'oggetto dell'attività. Il generico richiamo all'Allegato A - che, come già l'Allegato A al Testo unico, riproduce l'elenco dei beni culturali cui si applica la normativa comunitaria in materia di esportazione, costituente allegato sia del regolamento CEE n. 3911/92 sia della direttiva 93/7/CEE - è stato circoscritto in modo da chiarire che tale richiamo debba intendersi limitato alle sole categorie di beni culturali, indicate nel paragrafo A dell'Allegato, e non esteso anche alle soglie di valore, oggetto del paragrafo B dell'Allegato medesimo. Si è ritenuto opportuno, in tal modo, evitare che l'abbinamento alle singole categorie di beni delle corrispondenti soglie di valore potesse condurre, in taluni casi, ad una limitazione eccessivamente ampia dei beni in ordine ai quali sono stabiliti gli obblighi previsti dal presente articolo.
Ancora al comma 1, in relazione all'obbligo di denuncia dell'attività commerciale, si è scelto di sollevare l'esercente dall'incombenza di inviare la dichiarazione prevista dall'art. 126 del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, ponendo, invece, in capo alla "autorità locale di pubblica sicurezza" l'obbligo di trasmettere al soprintendente copia della dichiarazione ricevuta.
Al comma 2, per quanto riguarda la tenuta del registro previsto dall'art. 128 del predetto T.u.l.p.s., si è inteso precisare che l'obbligo di esibizione del registro ai funzionali del Ministero e della Regione (beninteso, per i soli beni sui quali essa eserciti competenze di tutela) non si sostituisce ma si aggiunge all'analogo obbligo disposto dalla normativa di pubblica sicurezza nei confronti degli organi di polizia giudiziaria. Per la definizione delle modalità di descrizione, nel registro, delle caratteristiche delle cose oggetto di transazioni commerciali nonché dei limiti di valore oltre i quali detta descrizione è obbligatoria, si fa rinvio ad un apposito decreto interministeriale Beni culturali-Interno.
L'articolo 64 innova l'art. 63 del Testo unico allo scopo di ampliare le condotte prese in considerazione dalla norma, tenendo conto che attualmente, oltre alle attività di intermediazione finalizzata alla vendita, svolte dalle case d'asta, il mercato dell'arte conosce con crescente frequenza fattispecie di vendita effettuata nelle abitazioni private o comunque in luoghi diversi dall'esercizio commerciale.
Pertanto, accanto alle atti vita "di vendita al pubblico o di esposizione a fine di commercio" richiamate dalla vigente disposizione, si è indicata anche l'attività di "intermediazione finalizzata alla vendita" e si è aggiunta l'espressione "o comunque abitualmente vende".
Si è ritenuto invece di mantenere inalterata la formula già usata dal Testo unico per designare i beni cui la disposizione si applica ("'opere di pittura, scultura e grafica,... oggetti di antichità o di interesse storico o archeologico"}, ripresa dalle disposizioni della legge 20 novembre 1971, n. 1062, (c.d. "legge Pieraccini").
Il legislatore del 1999 volle conservare detta formula, nella disposizione dell'art. 63 e nella corrispondente norma sanzionatoria dell'art. 127 T.u., allo scopo di evidenziare che in ambedue le disposizioni, accanto all'interesse pubblico alla salvaguardia del patrimonio culturale, che rimane in posizione prioritaria, assumevano rilievo anche le esigenze della regolarità e correttezza degli scambi sul mercato dell'arte e la tutela della fede pubblica; e che, così come la norma-fonte, le medesime disposizioni avevano un
ambito applicativo più ampio rispetto a quello di tutti gli altri precetti contenuti nel Testo unico, estendendosi alle opere d'arte contemporanea. Tale scelta aveva dato però luogo ad incertezze interpretative, legate appunto all'applicabilità o meno, nei confronti dei beni così indicati, della condizione generale di tutelabilità contenuta all'art. 2, comma 6, del Testo unico (ed ora riprodotta all'art. 10, comma 5, del presente codice): ultracinquantennalità del bene e non esistenza in vita dell'autore.
Incertezze che, tuttavia, sono state rugate dalla decisione 10.05.2002, n. 173 della Corte Costituzionale che ha risolto, con una pronuncia interpretativa di rigetto, la questione di legittimità costituzionale sollevata, in ragione del preteso contrasto con i limiti della delega ex 1. 352/1997, nei confronti sia della norma in argomento sia dell'art. 127 T.u., recante la sanzione penale per la contraffazione delle medesime cose.
In ossequio all'autorevole pronuncia e per rimarcare la continuità della disciplina si è, dunque, deciso di non apportare modifiche all'espressione di cui sopra. Tuttavia, si è ritenuto utile, da un lato, intervenire sul testo del già citato art. 10, comma 5, al fine di escludere espressamente dall'ambito di applicabilità della riferita condizione di tutelabilità le cose indicate nel presente articolo; dall'altro, introdurre la categoria costituita dalle "opere di pittura, di scultura, di grafica e qualsiasi oggetto d'arte di autore vivente o la cui esecuzione non risalga ad oltre cinquanta anni" in argomento tra quelle elencate all'art. 11, che sono oggetto di specifiche disposizioni di tutela, onde rimarcare la differenza di detta categoria rispetto ai beni culturali in senso proprio.
Infine, nella prospettiva di una maggiore tutela dell'acquirente, la disposizione è stata riformulata prevedendo l'obbligo del venditore di consegnare all'acquirente (e non semplicemente porre a sua disposizione) tutta la documentazione esistente sull'autenticità e la provenienza del bene; e, solo in caso di mancanza di tale documentazione, di rilasciare al medesimo una dichiarazione circa le informazioni disponibili al riguardo, da apporre, se possibile, su copia fotografica della cosa oggetto di vendita. Per le modalità della dichiarazione, viene fatto rinvio alle vigenti disposizioni in materia di documentazione amministrativa (attualmente, v. art. 38 del d.P.R. 28 dicembre 2000, n. 445).
Occorre dar conto, in questa sede, della soppressione delle disposizioni corrispondenti all'articolo 64 del Testo unico.
Va rilevato come l'articolo in questione contenga una contraddizione evidente: mentre, infatti, il comma 1 pone in capo ai titolari di case di vendita ed ai pubblici ufficiali preposti alle vendite immobiliari l'obbligo di comunicare al Soprintendente archivistico l'elenco dei "beni archivistici" posti in vendita, riferendosi quindi ad archivi e singoli documenti di cui è stato formalmente accertato l'interesse storico (secondo l'art. 2, comma 3, lett. e, T.u.); il secondo comma contempla la possibilità di avviare, nei confronti dei medesimi beni, il procedimento finalizzato alla dichiarazione dell'interesse. Considerato che i beni dichiarati sono tutti assistiti, in caso di vendita, dall'obbligo di denuncia ex art. 58 T.u. (art. 59 del presente codice), la disposizione appare superflua in quanto assorbita in quel precetto.
Né sembra il caso, per superare la descritta contraddizione, di riproporre la disposizione originaria dell'art. 37 del d .P.R. 30 settembre 1963, n. 1409, che riferiva l'obbligo di comunicazione ai soli "documenti" (naturalmente non dichiarati). In questo modo, infatti, si introdurrebbe una ingiustificata disparità di regime tra quest'ultima categoria, per la quale sola sarebbe previsto l'obbligo di comunicazione ai fini dell'eventuale dichiarazione, ed ogni altra cosa suscettibile di essere riconosciuta come
bene culturale. Ingiustificata ed anche, probabilmente, non coerente con il criterio direttivo, fissato dall'art. 10, comma 2, lett. d), della legge-delega, secondo il quale la codificazione non deve '''determinare ulteriori restrizioni alla proprietà privata".
CAPOV Circolazione in ambito internazionale
II Capo V regola la circolazione in ambito internazionale dei beni culturali oggetto della disciplina prevista dal Titolo I del codice. Si compone di quattro sezioni, nelle quali vengono rispettivamente regolamentate: l'uscita dal territorio nazionale e l'ingresso nel territorio nazionale dei beni culturali (Sezione I), la loro esportazione dal territorio dell'Unione europea (Sezione II), la restituzione di beni culturali illecitamente usciti dal territorio di uno Stato membro dell'Unione europea (Sezione III), l'attuazione degli impegni assunti con la Convenzione Unidroit (Sezione IV).
Sezione I - Uscita dal territorio nazionale e ingresso nel territorio nazionale
La Sezione I è quella che concentra le maggiori novità rispetto alla disciplina vigente, dettata dagli arti. 65-70 del Testo unico. Si è intervenuti, in primo luogo, sulla struttura di detta partizione, riordinando gli articoli secondo un criterio più razionale; in secondo luogo, sul contenuto delle disposizioni, tra l'altro introducendo l'istituto dell'attestato di circolazione temporanea.
L'articolo 65 dispone, in via generale, il divieto di uscita dal territorio nazionale dei beni culturali elencati per tipologie puntuali dall'art. 10 (comma 1), nonché di quelli di appartenenza pubblica o di enti privati senza finalità di lucro, che non siano opera di autore vivente o la cui esecuzione risalga ad oltre cinquanta anni, prima che ne sia stato verificato l'interesse culturale (comma 2, lett. a).
In presenza di accertati motivi di dannosità per il patrimonio culturale nazionale, il Ministero può vietare la uscita dal territorio nazionale per un tempo determinato di beni che rientrino nelle categorie di cui all'art. 10, comma 3, a chiunque appartenenti (comma 2. lett. b).
E' soggetta, invece, ad autorizzazione preventiva l'uscita definitiva delle cose di proprietà privata che non siano opera di autore vivente, la cui esecuzione risalga ad oltre cinquant'anni, e che presentino interesse culturale di cui però non sia stato ancora accertato il livello; nonché l'uscita definitiva di alcune cose elencate nell'art. 11, quali le fotografie e gli esemplari delle opere cinematografiche, le documentazioni di manifestazioni sonore o verbali comunque registrate aventi più di venticinque anni (lett. /), i mezzi di trasporto aventi più di settantacinque anni (lett. g), i beni e gli strumenti di interesse per la storia della scienza e della tecnica aventi più di cinquant'anni (lett. h) (comma 3).
E' libera, infine, l'uscita definitiva dal territorio nazionale delle opere artistiche e degli oggetti d'arte di autori viventi o la cui esecuzione non risalga a più di cinquanta anni, ma l'interessato deve fornire al competente ufficio di esportazione la prova della sussistenza dei detti presupposti (comma 4).
Gli artt. 66 e 67 prevedono casi di autorizzazione all'uscita temporanea di beni e cose culturali. Alla materia è dedicato l'art. 69 T.u. nel quale, com'è noto, sono confluite le disposizioni in materia di uscita temporanea del bene dal territorio nazionale contenute nell'articolo 40 della legge n. 1089/1939 (come sostituito dall'art. 22 della legge 30 marzo 1998, n. 88), accompagnate da talune norme delle leggi 2 aprile 1950, n. 328 (artt. 1-5) e 8 ottobre 1997, n. 352 (art. 2).
Considerata la data fissata dallo stesso Testo unico come limite all'inserimento delle disposizioni legislative vigenti (31 ottobre 1998), i compilatori non hanno potuto
tener conto delle novità apportate dalla legge 12 luglio 1999, n. 237, recante "Istituzione del Centro per la documentazione e la valorizzazione delle arti contemporanee e di nuovi musei, n anche modifiche alla normativa sui beni culturali ed interventi a favore delle attività culturali", il cui art. 9 ha nuovamente sostituito il citato art. 40, nel testo riformulato nel 1998, introducendo - accanto alla fattispecie principale (uscita temporanea "per manifestazioni, mostre o esposizioni d'arte di alto interesse culturale") - ulteriori casi di uscita temporanea limitata ad alcune tipologie di beni e con finalità diverse.
In ragione del fatto che a queste ultime ipotesi non si applica se non in minima parte la disciplina dettata in ordine all'uscita per finalità espositive, si è scelto di elaborare per esse un articolo ad hoc (l'art. 67: v.oltre), intitolato appunto "Altri casi di uscita temporanea".
L'articolo 66 ammette, previo assenso e a condizione che non ne siano compromesse l'integrità e la sicurezza, l'uscita temporanea dal territorio nazionale a fini espositivi, sia dei beni culturali soggetti al divieto di uscita definitiva sia di cose che, pur avendo interesse culturale, non sono state ancora oggetto di valutazione ed eventuale dichiarazione (si tratta, precisamente, dei beni e cose indicate all'art. 65, commi 1, 2, lett. a, e 3).
Si è, pertanto, ripristinato l'ambito applicativo dell'istituto quale risultava dall'originario testo dell'art. 40 della legge n. 1089/1939, poi sostituito con la novella del 1998.
La disposizione è in linea con il principio di fondo che ogni attività che abbia ad oggetto beni culturali non ne deve compromettere la materialità o creare i presupposti per la sua sottrazione al comune patrimonio culturale.
L'articolo 67 consente, previa autorizzazione, l'uscita temporanea dal territorio nazionale, per un periodo determinato, degli stessi beni e cose cui si riferisce l'art. 66 quando essi debbano essere utilizzati da soggetti con incarico diplomatico o istituzionale presso organizzazioni internazionali che comporti l'obbligo di trasferimento all'estero; ovvero debbano essere sottoposti ad analisi, indagini, interventi di conservazione all'estero; oppure la loro uscita sia prevista da accordi culturali con istituzioni museali straniere a condizione di reciprocità.
Non è invece richiesta alcuna autorizzazione per l'uscita dei mezzi di trasporto aventi più di settantacinque anni che debbano partecipare a mostre o raduni internazionali (comma 2) a meno che per essi non sia intervenuta la dichiarazione ai sensi dell'art. 13.
L'articolo 68 disciplina il procedimento per l'autorizzazione all'uscita in via definitiva delle cose di cui all'art. 65, comma 3, che si conclude con il rilascio o il diniego dell'attestato di 1ibera circolazione ovvero e on l'acquisto e cattivo da parte del Ministero o della Regione nel cui territorio ha sede l'ufficio esportazione al quale è stata presentata la cosa (art. 70).
E' prevista una procedura di consultazione interna tra l'ufficio esportazione al quale è stata presentata la cosa e i competenti uffici del Ministero (in primis, naturalmente, la Direzione generale competente per materia, ma anche, ove opportuno, il Comando dei Carabinieri per la tutela del patrimonio culturale), da concludersi in un termine ristretto (comma 2).
Ove la cosa sia di proprietà di enti sottoposti a vigilanza regionale, si interpella anche la Regione, che deve rendere il proprio parere, vincolante se negativo, entro trenta
giorni dalla data della ricezione della richiesta (comma 7). Si evidenzia che il testo del comma in esame risulta modificato rispetto all'omologo comma 8 dell'art. 66 T.u. in quanto è stata soppressa la previsione normativa concernente la richiesta del parere regionale anche per l'ipotesi che i1 bene presentato all'ufficio di espoliazione fosse di proprietà della stessa Regione: non v'è ragione infatti che il predetto ente, che in quanto interessato all'uscita del proprio bene è tenuto a presentare la relativa denuncia, sia poi chiamato a dare conferma di una volontà già espressa in atti ufficiali.
Quest'ultima previsione da una soluzione adeguata al problema della competenza al rilascio dell'attestato di libera circolazione relativamente ai beni culturali cui essa si riferisce, oggetto di conflitto di attribuzioni risolto dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 278 del 1991, che si fondava su un criterio di determinazione della competenza regionale in materia di beni culturali - l'ambito locale dell'interesse inerente alla cosa - di ardua applicazione pratica. La disposizione favorisce, attraverso il controllo sull'uscita, la piena tutela delle cose di interesse culturale e la loro eventuale, motivata acquisizione al patrimonio dello Stato o della Regione.
Il rilascio della autorizzazione, nella forma dell'attestato di libera circolazione, è di competenza dell'ufficio esportazione che ha ricevuto la domanda, e deve essere comunicato all'interessato entro il termine di quaranta giorni dalla presentazione della cosa (comma 3). L'attestato ha validità triennale: ove la esportazione non avvenga nel triennio, deve essere presentata una nuova domanda.
Il diniego di autorizzazione determina l'avvio del procedimento di dichiarazione dell'interesse culturale della cosa presentata per l'uscita e l'applicazione delle misure di salvaguardia (comma 6).
L'articolo 69 disciplina il ricorso amministrativo avverso il diniego di attestato. L'interessato entro trenta giorni dalla comunicazione del provvedimento di diniego può proporre ricorso amministrativo, per motivi di legittimità e di merito, al Ministero, che deve decidere entro il termine di novanta giorni dalla presentazione del ricorso. Se esso viene accolto, l'ufficio esportazione provvede in conformità entro i successivi venti giorni.
Durante la pendenza del termine per il completamento della procedura amministrativa innescata dal ricorso, il procedimento di dichiarazione è sospeso, ma rimangono in vigore le norme di salvaguardia (comma 3).
L'articolo 70 disciplina l'acquisto coattivo della cosa per la quale è richiesto l'attestato di libera circolazione. L'acquisto coattivo è indipendente dalla dichiarazione di interesse culturale della cosa ed avviene a favore dello Stato o, nel caso questo non sia interessato, della Regione. La comunicazione, da parte dell'ufficio esportazione, della proposta di acquisto alla Regione e all'interessato determina la proroga di sessanta giorni del termine per il rilascio dell'attestato.
L' acquisto coattivo si effettua, al valore della cosa indicato nella denuncia, entro il termine di novanta giorni dalla presentazione di quest'ultima.
Ove non intenda acquistare, lo Stato ne da comunicazione alla Regione nel termine di sessanta giorni dalla data di presentazione della denuncia ed essa, entro novanta giorni da tale data, può esercitare il diritto di acquisto.
Il procedimento per il rilascio dell'attestato di circolazione temporanea è disciplinato dall'articolo 71. L'interessato deve denunciare il proprio intendimento e
presentare il bene o la cosa all'ufficio esportazione indicandone il valore venale, nonché il responsabile della custodia all'estero.
Nell'esame della denuncia, l'ufficio esportazione si attiene agli indirizzi generali dettati dal Ministero, sentito il competente organo consultivo. Nei casi di uscita temporanea per manifestazioni, mostre o esposizioni d'arte di alto interesse culturale (art. 66) o per arredo delle sedi diplomatiche o consolari all'estero (art. 67, comma 1, lett. b) o ancora per analisi, indagini ed interventi di conservazione e restauro da eseguirsi necessariamente all'estero (art. 67, comma 1, lett. e), deve essere previamente acquisita l'autorizzazione ministeriale al prestito prevista dall'alt. 48 (comma 4).
L'attestato di circolazione temporanea contiene le prescrizioni specifiche per garantire l'integrità e la sicurezza del bene (comma 2), nonché, per le sole ipotesi di uscita previste dagli artt. 66, comma 1, il termine per il rientro del bene o della cosa nel territorio nazionale, che non può essere superiore a diciotto mesi dalla uscita del bene, anche tenuto conto di eventuali proroghe concesse (comma 5). Negli altri casi di uscita temporanea, il termine per il rientro non può essere fissato in via generale ma va determinato caso per caso, in quanto esso è evidentemente connesso alla tipologia della causale giustificativa dell'uscita. In ogni caso, l'attestato deve essere rilasciato e comunicato all'interessato nel termine di quaranta giorni dalla presentazione del bene.
Come nel caso di cui al già citato art. 48, concernente l'autorizzazione al prestito per mostre ed esposizioni in ambito nazionale, l'interessato ha l'obbligo di assicurare il bene o la cosa per il valore indicato nella domanda di rilascio dell'attestato di circolazione temporanea; ma quando sono in gioco interessi pubblici (è il caso di mostre od altre manifestazioni all'estero promosse dal Ministero o, con la partecipazione statale, da enti od istituti pubblici o da organismi sopranazionali), l'assicurazione può essere sostituita dall'assunzione diretta del rischio da parte dello Stato (comma 6). La disposizione è diretta a favorire la valorizzazione dei beni culturali presenti nel territorio italiano e a promuoverne la conoscenza e lo studio.
Per l'uscita dei beni culturali propriamente detti, delle cose nelle quali sia stato ravvisato l'interesse culturale proprio in sede di presentazione per l'uscita temporanea e, infine, di alcune particolari categorie di beni (fotografie o supporti di registrazione visiva o sonora, mezzi di trasporto aventi più di settantacinque anni, beni e strumenti di interesse per la storia della scienza e della tecnica aventi più di cinquanta anni), il comma 7 prevede una cauzione, il cui importo è fissato in misura superiore del dieci per cento al valore del bene accertato in sede di rilascio dell'attestato. La cauzione, che può essere costituita anche da polizza fideiussoria, non si applica nel caso di beni appartenenti allo Stato e alle amministrazioni pubbliche; il Ministero può inoltre esonerare dall'obbligo della cauzione istituzioni di particolare importanza culturale.
La temporanea uscita dei beni indicati nell'art. 67, comma 1, non è soggetta ad assicurazione o a cauzione (comma