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Timestamp: 2019-02-18 18:33:42+00:00
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Lavoro subordinato, categorie e qualifiche dei prestatori di lavoro, mansioni svolte, Cassazione Civile, sez. lavoro, sentenza 15/07/2016 n° 14576 | Sindacato FSI
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Lavoro subordinato, categorie e qualifiche dei prestatori di lavoro, mansioni svolte, Cassazione Civile, sez. lavoro, sentenza 15/07/2016 n° 14576
Sentenza 15 luglio 2016, n. 14576
sul ricorso 9432-2011 proposto da:
RETE FERROVIARIA ITALIANA S.P.A., C.F. (OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA GIROLAMO DA CARPI 6, presso lo studio dell’avvocato FURIO TARTAGLIA, che la rappresenta e difende giusta delega in atti;
C.P., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CAVOUR 221, presso lo studio dell’avvocato FABIO FABBRINI, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato LEOPOLDO SPEDALIERE, giusta delega in atti;
avverso la sentenza n. 8845/2009 della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositata il 15/04/2010 r.g.n. 5207/2007;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 20/04/2016 dal Consigliere Dott. FEDERICO BALESTRIERI;
udito l’Avvocato MATTEI STEFANIO per delega Avvocato TARTAGLIA FURIO;
La Rete Ferroviaria Italiana s.p.a. impugnava la sentenza emessa dal Tribunale di Roma con cui, in accoglimento della domanda proposta dal dipendente C.P. (in servizio presso il Centro D.O.T.E., Direzione Operativa Trazione Elettrica), venne dichiarato il diritto di questi all’inquadramento nel profilo professionale di capo tecnico /capo tecnico superiore (area 4 tecnici qualificati, 6/7 livello), a far data dal 1.3.92, con condanna della società al pagamento delle relative differenze retributive.
Radicatosi il contraddittorio, con sentenza depositata il 15 aprile 2010, la Corte d’appello di Roma rigettava il gravame.
Per la cassazione di tale sentenza propone ricorso la R.F.I. s.p.a., affidato a tre motivi, poi illustrato con memoria.
1.-Con il primo motivo la società ricorrente denuncia una omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo della controversia, oltre che di documenti decisivi ( art. 360 c.p.c. , comma 1, n. 5). Lamenta che la sentenza impugnata avrebbe deciso su un duplice erroneo presupposto:
innanzitutto, attribuendo carattere decisivo alla differenza tra “autonomia ed iniziativa esecutiva” relativa all’Area 3 ed “autonomia ed iniziativa operativa” che invece caratterizza l’Area 4, ravvisando quindi nelle mansioni concretamente svolte dal dipendente – come emerse dall’istruttoria, di cui la sentenza impugnata aveva tuttavia fornito una erronea ricostruzione quel margine di autonomia operativa che legittimerebbe il riconoscimento del livello superiore. Così argomentando, il Giudice a quo -ad avviso della ricorrente- avrebbe trascurato di considerare che i termini “esecutiva” ed “operativa” sono stati adoperati dalla contrattazione collettiva senza significative differenze ed avrebbe altresì omesso di considerare alcuni decisivi elementi di fatto emersi nel corso dell’istruttoria;
idonei a fare intendere come gli interventi del lavoratore si svolgessero in piena autonomia rispetto ai superiori gerarchici, ma sempre nell’ambito di procedure minuziosamente prefissate, di cui, tra l’altro, all’o.d.s. n.55/1988. (c.c.n.l. e o.d.s. non prodotti).
2.- Con il secondo motivo la RFI denuncia la violazione e falsa applicazione del verbale di accordo sindacale del 20.1.94, nonché dell’art. 1362 c.c. , oltre ad omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo della controversia.
Lamenta che la Corte di merito attribuì erroneamente a tale verbale efficacia solo per il futuro, mentre esso aveva natura ricognitiva.
3.- Con il terzo motivo la ricorrente denuncia una omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo della controversia. Lamenta che la sentenza impugnata valutò erroneamente le deposizioni testimoniali, ivi compresa l’attendibilità dei testi, deposizioni di cui riporta taluni brani e fornisce una diversa ricostruzione.
4.- I motivi, che per la loro connessione possono essere esaminati congiuntamente, presentano evidenti profili di inammissibilità e sono, per il resto, infondati.
Deve infatti innanzitutto evidenziarsi che la società ricorrente non produce il testo integrale del c.c.n.l. invocato, limitandosi, inammissibilmente, e riportarne taluni brani (cfr. Cass. ord. n. 11614/2010, Cass. ord. n. 21366/2010; Cass. sez.un. n. 20075/2010).
In tali pronunce è stato anche affermato che l’onere di depositare i contratti e gli accordi collettivi – imposto, a pena di improcedibilità del ricorso per cassazione, dall’art. 369 c.p.c. , comma 2, n. 4, nella formulazione di cui al D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40 – è soddisfatto solo con il deposito da parte del ricorrente dei contratti o accordi collettivi sui quali il ricorso si fonda, senza che possa essere considerata sufficiente la mera allegazione dell’intero fascicolo di parte del giudizio di merito in cui sia stato effettuato il deposito di detti atti o siano state allegate per estratto le norme dei contratti collettivi. In tal caso, ove pure la S.C. rilevasse la presenza dei contratti e accordi collettivi nei fascicoli del giudizio di merito, in ogni caso non potrebbe procedere al loro esame, non essendo stati ritualmente depositati secondo la norma richiamata. Analoga considerazione di violazione dell’art. 369 c.p.c. , comma 2, n. 4 deve farsi con riferimento al verbale di accordo del 20.1.94 e dell’o.d.s. n.55/1988.
Quanto al primo motivo deve rimarcarsi che questa Corte, in controversie similari, ha avuto occasione di esaminare più volte analoga doglianza, ritenendola infondata (Cass. n. 2591/14, Cass. n.1275/12, Cass. n.26153/09, cui si rinvia per ulteriori riferimenti giurisprudenziali). In tali pronunce, e segnatamente nella citata Cass. n. 26153/09, si è osservato che il Giudice di appello ha rilevato che dalla comparazione tra le declaratorie contrattuali collettive in esame emergeva in modo evidente come l’elemento discretivo tra 3 e 4 area (e, corrispondentemente, fra i profili di primo tecnico e di capo tecnico) fosse il livello di autonomia e di iniziativa proprio di ciascuna di esse: autonomia ed iniziativa esecutiva (per i profili di terza area), autonomia ed iniziativa operativa (per i profili di quarta area). Ha tenuto poi a puntualizzare che “su tale impostazione generale (ma, in definitiva, anche sull’esegesi del concetti di autonomia esecutiva ed autonomia operativa)” concordavano entrambe le parti, i cui contrasti si incentravano sulla “lettura delle risultanze dell’istruzione probatoria svolta in primo grado”. Dopo tale premessa ha osservato che per autonomia esecutiva doveva intendersi un livello di autonomia limitato all’esecuzione dell’attività affidata all’agente, ossia alla scelta delle concrete modalità con cui realizzare una determinata operazione, sia essa tecnica o amministrativa o di altro tipo, nel rispetto delle direttive impartite e delle regole stabilite; per autonomia operativa, invece, era da intendersi un livello di autonomia di più ampio respiro, riguardante anche scelte di merito e di opportunità, con riflessi suscettibili di superare il singolo segmento del processo produttivo, andando ad incidere sul funzionamento di strutture connesse, con le quali occorreva coordinarsi. Concetti, dunque, ben distinti tra loro, risolvendosi l’autonomia operativa nella scelta di “che cosa fare”, e l’autonomia esecutiva, invece, nella scelta del “come fare”.
A sostegno di tale interpretazione la Corte territoriale ha richiamato i numerosi arresti giurisprudenziali che si sono occupati ex professo della questione dei capi turno D.O.T.E. dei posti-pilota, sostanzialmente sovrapponili, anche in linea di fatto, alla fattispecie oggetto della presente controversia, sempre orientati, sia in sede di merito che di legittimità, per l’accoglimento delle tesi dei lavoratori (cfr., Cass., 29 ottobre 2003, n. 16249; Cass., 19 agosto 2003, n. 12156; Cass., 5 ottobre 1998, n 9874).
Il secondo motivo, come visto, risulta inammissibile per la mancata produzione del verbale di accordo del 20.1.94.
Il terzo motivo risulta parimenti inammissibile in quanto diretto ad un non consentito riesame delle circostanze di causa. Al riguardo non può non rimarcarsi che il controllo di logicità del giudizio di fatto, ivi compreso quello denunciato sub violazione dell’art. 115 e/o 116 c.p.c. (cfr. Cass. n. 15205/14), consentito dall’art. 360 c.p.c. , comma 1, n. 5), non equivale alla revisione del “ragionamento decisorio”, ossia dell’opzione che ha condotto il giudice del merito ad una determinata soluzione della questione esaminata, posto che una simile revisione, in realtà, non sarebbe altro che un giudizio di fatto e si risolverebbe sostanzialmente in una sua nuova formulazione, contrariamente alla funzione assegnata dall’ordinamento al giudice di legittimità; ne consegue che risulta del tutto estranea all’ambito del vizio di motivazione ogni possibilità per la Corte di cassazione di procedere ad un nuovo giudizio di merito attraverso l’autonoma, propria valutazione delle risultanze degli atti di causa. Nè, ugualmente, la stessa Corte realizzerebbe il controllo sulla motivazione che le è demandato, ma inevitabilmente compirebbe un (non consentito) giudizio di merito, se – confrontando la sentenza con le risultanze istruttorie – prendesse d’ufficio in considerazione un fatto probatorio diverso o ulteriore rispetto a quelli assunti dal giudice del merito a fondamento della sua decisione, accogliendo il ricorso “sub specie” di omesso esame di un punto decisivo. Del resto, il citato art. 360 c.p.c. , comma 1, n. 5 non conferisce alla Corte di cassazione il potere di riesaminare e valutare il merito della causa, ma solo quello di controllare, sotto il profilo logico-formale e della correttezza giuridica, l’esame e la valutazione operata dal giudice del merito al quale soltanto spetta individuare le fonti del proprio convincimento, e, in proposito, valutarne le prove, controllarne l’attendibilità e la concludenza, scegliendo, tra le varie risultanze probatorie, quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione. (Cass. 6 marzo 2006 n. 4766; Cass. 25 maggio 2006 n. 12445; Cass. 8 settembre 2006 n. 19274; Cass. 19 dicembre 2006 n. 27168; Cass. 27 febbraio 2007 n. 4500; Cass. 26 marzo 2010 n. 7394; Cass. 8 maggio 2010 n. 10833, Cass. n. 15205/14).
Le spese del presente giudizio, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza e vanno distratte in favore degli avv.ti Fabio Fabbrini e Leopoldo Spedaliere, antistatari.
La Corte rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, che liquida in Euro 100,00 per esborsi, Euro 3.500,00 per compensi professionali, oltre spese generali nella misura del 15% (percento), i.v.a. e c.p.a., da distrarsi in favore degli avv.ti Fabio Fabbrini e Leopoldo Spedaliere.