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Timestamp: 2020-07-07 03:41:32+00:00
Document Index: 93018750

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Sentenza Cassazione Civile n. 2707 del 04/02/2011 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2707 del 04/02/2011
Cassazione civile sez. trib., 04/02/2011, (ud. 03/11/2010, dep. 04/02/2011), n.2707
avverso la sentenza n. 474/01/07 depositata il giorno 11 febbraio
2008 dalla Commissione Tributaria Regionale del Lazio.
Con ricorso notificato il 30 marzo 2009 all’Agenzia delle Entrate ed all’Ufficio di Roma (OMISSIS) della stessa Agenzia (depositato il 17 aprile 2009), la s.r.l. DIMENSIONE TRIADE – premesso che sulla scorta del processo verbale di constatazione della Guardia di Finanza del 5 giugno 2001 il competente Ufficio, con avviso di accertamento ai fini dell’IRPEG, dell’IRAP e dell’IVA relative all’anno 1998, aveva (1) ripreso a tassazione “elementi positivi di reddito non contabilizzati e non dichiarati” “commissioni attive” riconosciute “sull’emissione della biglietteria aerea della Ansett Australia Ltd”; “sopravvenienze attive” (“rimborso … nei confronti di clienti che non hanno usufruito di alcuni servizi”); “commissioni attive riconosciute su servizi a terra fuori CEE e su polizze assicurative” e (2) contestato la irregolare registrazione di “operazioni passive … su tabulato … non bollato”, in forza di quattro motivi, chiedeva di cassare la sentenza n. 474/01/07 della Commissione Tributaria Regionale del Lazio (depositata il giorno 11 febbraio 2008) che aveva recepito solo parzialmente il suo gravame avverso la decisione (167/04/06) della Commissione Tributaria Provinciale di Roma la quale aveva accolto il ricorso limitatamente alla “parte riguardante la presunta mancata contabilizzazione delle commissioni attive per la biglietteria aerea di Ansett Australia” ed alla “doglianza riguardante il presunto obbligo di bollatura dei registri IVA”.
Quanto agli altri motivi di appello il giudice osserva :
“l’accertamento su cui si controverte, promana da un precedente verbale redatto dalla Guardia di Finanza, consegnato e quindi ben noto alla parte contribuente, per cui, seguendo … un indirizzo oramai consolidato della … Corte di Cassazione” (la quale nella “sentenza n. 16121 del 2001 afferma che “in tema di avviso di rettifica, da parte dell’Amministrazione finanziaria delle dichiarazioni dei redditi, la motivazione degli atti di accertamento per relationem, con rinvio alle conclusioni contenute nel verbale redatto dalla Guardia di Finanza nell’esercizio dei poteri di polizia tributaria, non è illegittima per mancanza di autonoma valutazione da parte dell’ufficio degli elementi da quella, acquisiti, significando semplicemente che l’Ufficio stesso, condividendone le conclusioni, ha inteso realizzare una economia di scrittura, che, avuto riguardo alla circostanza che si tratta di elementi già noti al contribuente, non arreca alcun pregiudizio al corretto svolgimento del contraddirtorio”) “lo stesso va considerato pienamente legittimo, anche se formato per relationem”;
– “note di credito” (“somme inerenti l’affermata emissione di note di credito, quali rimborsi a favore di clienti che non hanno usufruito di alcuni servizi del pacchetto acquistato”): “la società … deduce che le somme stesse sono state iscritte nei bilanci successivi, nel momento in cui si è conclusa la prestazione, e ciò in aderenza delle disposizioni di cui al D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 75, comma 2, lett. b, (TUIR)”; “il semplice riferimento ai bilanci successivi”, però, “non può sollevare la società dalla necessità di provare le proprie affermazioni” per cui “a fronte delle riprese a tassazione avrebbe dovuto darsi carico di documentare, quantomeno con prospetti di raccordo tra le note di credito e i bilanci stessi, l’effettività di queste operazioni, onde superare qualsiasi dubbio dell’Ufficio e quindi dei primi giudici”.
3. Con il suo ricorso la società censura tale decisione con quattro motivi.
– “dall’esame del suddetto PVC, allegato in stralcio agli atti del giudizio …, si evince agevolmente che lo stesso non è idoneo ad indicare “presupposti di fatto e le ragioni giuridiche che hanno determinato la decisione dell’amministrazione come previsto” dalle norme indicate;
B. Con il secondo motivo (“omessa motivazione”) la società – esposto che la “voce clienti c/debiti” delle “passività” è data dal “rimborso da effettuarsi nei confronti di clienti che non hanno usufruito di alcuni servizi del “pacchetto acquistato”, nei confronti dei quali sono stati emesse note di credito, senza che sia stato rinvenuto dai verificatori alcun supporto cartaceo giustificativo delle richieste di rimborso” – denuncia che “la sentenza impugnata omette qualsivoglia motivazione” circa la “corretta imputazione dei costi al periodo d’imposta 1999”, ovverosia sul “punto decisivo e controverso … consistente nella provata e corretta imputazione delle note di credito nell’anno in contestazione da parte del contribuente che svolge prestazioni di servizi rientranti nelle attività di agenzia di viaggi e turismo”.
C. Con il terzo motivo la società – richiamata la sentenza 31 ottobre 2005 n. 21155 di questa Corte – de-nunzia “violazione del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 109, comma 2, lett. b) e falsa applicazione del medesimo art. 109, comma 1” circa la “corretta imputazione delle componenti reddituali derivanti da prestazioni di servizi alla luce del principio di ultimazione della prestazione” esponendo:
– “il legislatore ha assunto come rilevante il momento dell’ultimazione della prestazione” per cui il relativo “costo non deve essere dedotto nell’esercizio in cui viene acquisita la relativa fattura ma nell’esercizio in cui il servizio è reso”;
In conclusione chiede (“quesito di diritto”) “.ve il giudice …
abbia violato l’art. 109, comma 2, lett. b) del cit. TUIR secondo cui le spese di acquisizione dei servizi si considerano sostenute alla data in cui le prestazioni sono ultimale (nel caso di specie il 1999), e falsamente applicato l’art. 109, comma 1, del cit. TUIR nei confronti del contribuente che effettua prestazioni di servizi”.
D. Con il quarto (ultimo) motivo la società – esposto aver “nel corso del giudizio … osservato che … l’art. 109, comma 2, cit.
TUIR, è cogente per determinare l’inerenza di costi e ricavi di attività di servizi e che una diversa imputazione, se non accompagnata da un ricalcalo della base imponibile dell’anno successivo o precedente, comporta la violazione del divieto di doppia tassazione ex art. 163, cit. TUIR” – denunzia “omessa motivazione” affermando che “i giudici di secondo grado non hanno esaminato il fatto controverso e decisivo costituito dalla rilevata duplicazione della base imponibile … e dalla mancata rideterminazione della stessa alla luce del mancato riconoscimento delle note di credito per gli anni contigui al periodo di imposta precedente o successivo disconosciuti per errata imputazione temporale”.
L’apprezzamento del fondamento della censura afferente all’interpretazione dell’atto di imposizione fiscale, poi, proprio perchè pertinente al contenuto di un documento, impone alla parte che in sede di legittimità denunci l’erronea valutazione di quel documento ad opera del giudice di merito – pena l’inammissibilità del motivo di censura – di riprodurre nel ricorso (art. 366 c.p.c.), in osservanza del principio di autosufficienza del medesimo (Cass.:
B. Anche i successivi due motivi (da esaminare congiuntamente perchè concernenti la correttezza della imputazione di costi), sono privi di pregio.
B.2. La correlazione tra tali principi con i quesiti formulati a conclusione dei motivi (“punto decisivo e controverso … consistente nella provata e corretta imputazione dei componenti negativi del reddito di impresa da parte del contribuente, che svolge prestazioni di servizi rientranti nelle attività di agenzia di viaggi e turismo”; “se il giudice … abbia violato l’art. 109, comma 2, lett. b), cit. TUIR secondo cui le spese di acquisizione dei servizi si considerano sostenute alla data in cui le prestazioni sono ultimate (nel caso di specie il 2000), e falsamente applicato l’art. 109, comma 1, cit. TUIR nei confronti del contribuente che effettua prestazioni di servizi”) mostra l’insussistenza del denunziato vizio di violazione, da parte del giudice di appello, delle norme che regolano la “corretta imputazione delle componenti reddituali” atteso che la doglianza, in realtà, si traduce nella sola contestazione (meramente fattuale) della individuazione dell’anno nel quale i “servizi” prestati dalla contribuente dovrebbero ritenersi ultimati, in particolare dell’anno nel quale i “clienti” avrebbero effettivamente fruito della “prestazione” loro resa da essa società, esercente “attività di agenzia di viaggi e turismo”.
Nel caso la ricorrente, in violazione dell’art. 366 c.p.c., non allega quale sia il contenuto detto (in specie, l’obbligo assunto ed adempiuto) che dovrebbe essere rilevante ai fini della individuazione dell’anno di competenza della “prestazione” segnatamente: la fonte dell’obbligo non già di procurare il solo biglietto aereo ma anche quello di effettuare il (o garantire l’effettuazione del) viaggio in aereo e, comunque, non espone i concreti elementi di fatto sottoposti all’esame del giudice del merito dai quali lo stesso avrebbe potuto e, quindi, dovuto dedurre che l’epoca di “effettiva fruizione della prestazione” resa ai clienti, contestata dall’Ufficio, coincide con l’anno considerato da essa contribuente e non con quello (anteriore) ravvisato dall’Ufficio.
C. Il quarto (ultimo) motivo è inammissibile perchè pone questioni delle quali non vi è traccia nella sentenza gravata e la ricorrente non denunzia (come necessario, ex art. 360, n. 4, c.p.c.) nessuna nullità della decisione per violazione dell’art. 112 c.p.c. (omessa pronuncia) in ordine alle medesime, e, comunque, estranee al thema decidendum, essendo questo costituito solo (1) dal contenuto dell’avviso di accertamento e (2) dai motivi di impugnazione avverso lo stesso, opposti dal contribuente nel ricorso di primo grado.
Sul punto della “errata imputazione temporale” di un costo o di un provento e della possibile conseguente “doppia imposizione”, comunque, va ricordato (Cass., trib., 10 marzo 2008 n. 6331) che “la pratica conseguenza di una vietata (v. D.P.R. n. 917 del 1986, art. 127) doppia imposizione … non risulta evento irrimediabilmente connesso all’applicazione del criterio sopra enunciato (del resto, immediatamente scaturente dalla legge), giacchè, in base ai principi generali, può essere evitata (cfr., in materia di IVA, Cass. 8965/07) mediante l’esercizio da parte del contribuente – con istanza di rimborso e conseguente impugnazione, ai sensi del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 19, del silenzio rifiuto su di esso eventualmente formatosi – dell’azione di restituzione della maggior imposta indebitamente corrisposta per la mancata esposizione nell’annualità di competenza dei costì negati in relazione a diversa imputazione temporale” (cfr., altresì, Cass., trib., 13 maggio 2009 n. 10981).
La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente a rifondere all’Agenzia le spese del giudizio di legittimità che liquida in complessivi Euro 1.200,00 (mille-duecento/00), di cui Euro 1.000,00 (mille/00) per onorario, oltre spese generali ed accessori di legge.