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Timestamp: 2019-07-19 00:15:23+00:00
Document Index: 140119694

Matched Legal Cases: ['art. 105', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 34', 'sentenza ', 'art. 6', 'art. 34']

LETTERA AL CSM DI UN MAGISTRATO CORAGGIOSO – La voce di Robin Hood
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martedì 21st, aprile 2009 / 15:09 Written by Pietro Palau
di Gabriella Nuzzi (Magistrato)
Riflessioni tecniche sull’ordinanza cautelare del C.S.M.
nei confronti dei magistrati di Salerno
di Giuliano Castiglia (Giudice del Tribunale di Termini Imerese)
Da circa tre settimane conosciamo le motivazioni dell’ordinanza del 19 gennaio (data della pronuncia) – 4 febbraio (data del deposito) 2009 con la quale la Sezione disciplinare del C.S.M. ha cautelativamente sospeso dalle funzioni il Procuratore della Repubblica di Salerno Luigi Apicella e trasferito ad altra sede i sostituti procuratori di Salerno Nuzzi e Verasani, il Procuratore generale di Catanzaro Iannelli e il sostituto procuratore generale di Catanzaro Garbati, rigettando le domande di trasferimento di altri due magistrati catanzaresi.
Tali perplessità, oltre a fare seriamente dubitare della regolarità della procedura seguita nel caso di specie e della giustezza delle decisioni adottate, suscitano più generali preoccupanti considerazioni; da un lato, sul rischio di indebite interferenze del giudice disciplinare sul merito delle iniziative e dei provvedimenti giudiziari e, dall’altro, sul deficit di garanz
ie di cui oggi di fatto dispone il magistrato sottoposto al giudizio disciplinare.
– il giudice si presenti come danneggiato dal comportamento che è chiamato a valutare;
– dall’esito del procedimento il giudice possa ricavare un vantaggio, anche solo di natura morale.
“Ché, altrimenti – dice però il Collegio B -, anche per i giudici disciplinari avrebbero provveduto ad iniziative processuali analoghe a quelle adottate nei confronti di altri magistrati”.
Invero in quell’affermazione si torna alla visione “panpenalistica” delle relazioni umane p
er cui denigrare qualcuno implica ritenerlo responsabile di reati.
Tale disposizione prevede che “il giudice ha l’obbligo di astenersi – e può quindi essere ricusato – se ha manifestato il suo parere sull’oggetto del procedimento fuori dell’esercizio delle funzioni giudiziarie”.
E’ un dato di fatto che risulta dalla stessa ordinanza del 19.1.2009 che alcuni componenti della Sezione disciplinare chiamata a decidere si erano già pronunciati sui comportamenti oggetto delle incolpazioni nella procedura amministrativa volta al trasferimento per incompatibilità ambientale in seno alla Prima Commissione del C.S.M..
– “Difatti occorre tener conto della natura giurisdizionale e non amministrativa della sezione disciplinare, la quale viene costituita sulla base di criteri predeterminati fissati direttamente dalla legge”.
– “Inoltre è la stessa Costituzione che, all’art. 105, prevede per i componenti del C.S.M. la possibilità di cumulare le funzioni amministrative con quelle giurisdizionali anche con riferimento allo stesso fatto ed allo stesso magistrato”.
Sensato perché all’argomento in questione si attaglia il richiamo operato dal Collegio B ai precedenti delle Sezioni Unite della Corte di cassazione: “la Corte di Cassazione – si legge nel provvedimento – ha costantemente ritenuto la piena compatibilità fra le funzioni di giudice della sezione disciplinare e di quelle di componente dell’assemblea plenaria del C.S.M. e delle relative commissioni referenti, escludendo altresì qualsiasi contrasto con i principi costituzionali posti a tutela del diritto di difesa e della giurisdizione”.
Basti dire, infatti, che Cass. civ., Sez. Un., n. 27172 del 2006 (Pres. Nicastro, est. Luccioli) – la più recente tra le pronunce richiamate nel provvedimento in esame – testualmente afferma: “In tema di procedimento disciplinare a carico di magistrati, la natura giurisdizionale e non amministrativa della Sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura e la sua composizione secondo criteri
fissati direttamente dalla legge escludono la sussistenza di ragioni di incompatibilità, e quindi di astensione, nell’ipotesi in cui siano chiamati a farne parte componenti che abbiano già espresso il loro parere sui medesimi fatti oggetto dell’incolpazione nell’esercizio dell’attività amministrativa dell’organo di autogoverno”.
PUBBLICITA’ DELL’UDIENZA
Ma si resta esterrefatti quando, nelle pagine 35 e ss. della stessa ordinanza dei 19.1-4.2/2009, si registra che la Sezione disciplinare, nel valutare la motivazione del noto
provvedimento, la giudica in contrasto con l’art. 6 C.E.D.U., facendo quindi diretta applicazione – peraltro sbagliata (l’art. 6 C.E.D.U. non disciplina la motivazione dei provvedimenti giudiziari) – nell’ordinamento interno dello Stato italiano di tale articolo della Convenzione.
Essa oblitera tutta l’evoluzione dottrinale e giurisprudenziale – senz’altro travagliata ma inesorabile – in materia di efficacia delle norme C.E.D.U. negli ordinamenti interni degli Stati ad essa aderenti.
Ma c’era ancora un precedente delle Sezioni Unite della Cassazione – ricordato proprio da Sez. Un., n. 28507/05 – con la quale la Sezione disciplinare non poteva non confrontarsi. Si tratta di un precedente con il quale le Sezioni Unite riconoscono alle norme della Convenzione efficacia abrogante di una disposizione interna e si dà il caso che si tratti proprio della norma sulla non pubblicità delle udienze nei procedimenti disciplinari nei confronti di magistrati allora prevista dall’art. 34 comma 2 del r.d.l. 31 maggio 1946, n. 511.
La sentenza è la n. 7662 del 10 luglio 1991, la cui massima recita come segue: “L’art. 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, resa esecutiva con legge 4 agosto 1955 n. 848, ove prevede la pubblicità delle udienze, trova applicazione anche nei procedimenti disciplinari a carico di magistrati, e, quindi, implica l’abrogazione dell’art. 34 secondo comma del R.D.L. 31 maggio 1946 n. 511, nella parte in cui dispone che la discussione sulle incolpazioni si svolga “a porte chiuse” (salva restando la possibilità di una deroga a detta pubblicità, nel caso concreto, quando sussistano specifiche esigenze che la richiedano)”.
Ma soprattutto, in una questione nella quale il precetto era tutt’altro che definito e lo spazio per un’interpretazione conforme – riconosciuta come doverosa anche dalla Corte costituzionale nelle due suddette sentenze – assai ampio, la sbrigativa affermazione secondo cui “l’esigenza di pubblicità del processo” sancita dalla C.E.D.U. “pone solo un principio di comportamento per il legislatore nazionale”, a fronte dei precedenti che ho richiamato e dei precedenti contrari della stessa Sezione disciplinare, a mio avviso ha il tocco, come ho detto, di una campana di assoluta retroguardia.
di Giuliano Castiglia (Giudice del Tribunale di Termini Imerese)Da: http://toghe.blogspot.com/
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