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Timestamp: 2018-09-26 06:22:54+00:00
Document Index: 11452013

Matched Legal Cases: ['art. 110', 'art. 10', 'art. 97', 'art. 109', 'art. 108', 'art. 109']

Novità fiscali del 20 settembre 2007. In evidenza: condono: la proroga dei termini per l'accertamento potrebbe essere illegittima | Commercialista Telematico
Novità fiscali del 20 settembre 2007. In evidenza: condono: la proroga dei termini per l'accertamento potrebbe essere illegittima
1) APPARECCHI DA GIOCO: PROROGA DEI TERMINI E MODELLO F24 ATTESTANTE IL PAGAMENTO ANTICIPATO<?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" />
L’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato (aams) ha disposto l’ampliamento dei termini concernenti la richiesta di autorizzazione provvisoria all’installazione di apparecchi da gioco (di cui all’art. 110 comma 6, lett. a, R.D. n. 773/1931) per l’espletamento di prove funzionali in esercizio (rtp/6).
Versamenti del preu per gli esemplari oggetto di prove funzionali in esercizio
Come già indicato dalla circolare del 27.03.2007, il concessionario addetto alla gestione degli apparecchi ritira le autorizzazioni provvisorie alla installazione per fini di test, previa presentazione della copia del mod. f24 attestante il pagamento – anticipato – del preu calcolato sulla base dell’imponibile forfetario determinato per due mesi.
Adesso, viene specificato che per non provocare confusione nella gestione dei codici tributo appena istituiti con la risoluzione dell’Agenzia delle Entrate n. 239 del 06.09.2007, i versamenti relativi alle “targhe prova” devono essere indicati sul mod. f24/accise (al massimo fino al 31.12.2007) con il vecchio cod. tributo 5140.
(circolare aams 18/09/2007, n. 2007/31993/giochi/adi)
2) CONDONO: LA PROROGA DEI TERMINI (DI 2 ANNI) PER L’ACCERTAMENTO POTREBBE ESSERE ILLEGITTIMA, E’ STATA PERTANTO RIMESSA ALLA CORTE COSTITUZIONALE LA DECISIONE DECISIVA
Le speranze di tanti cittadini potrebbero presto diventare realtà, riguardo la proroga dei termini per l’accertamento ritenuta ingiusta, poiché contrastante con lo Statuto del contribuente.
E’ stata sollevata, dalla Commissione tributaria provinciale di Cosenza, la questione di costituzionalità dell’art. 10, legge n. 289/2002 (condono), con il quale sono stati prorogati di due anni i termini per l’accertamento – ai sensi degli articoli 43, D.P.R. n. 600/1973 e 57, D.P.R. n. 633/1972 – di tutti i periodi d’imposta compresi tra il 1995 e il 2001, per i contribuenti che non si sono avvalsi del condono.
La C.T.P. di Cosenza, con ordinanza del 24 agosto 2007, ha, infatti, disposto la trasmissione degli atti alla Corte Costituzionale.
Secondo tale C.T.P., la suddetta norma contrasta con lo Statuto del contribuente – che vieta la proroga dei termini di decadenza e di prescrizione – ma contrasta anche con gli articoli 3 e 97 della Costituzione:
– La disposizione si rivolge ai “contribuenti che non si avvalgono delle disposizioni recate dagli articoli da 7 a 9 della presente legge”, ossia soltanto a quelli che non si avvalgono delle definizioni – a pagamento – degli anni di imposta indicati in essa.
Si tratta, ha osservato, la CTP di Cosenza, di una vera e propria imposizione a “presentare istanza di definizione”.
Tutto ciò è anche al di fuori del principio della ragionevolezza.
Infatti, la norma non si limita a prorogare l’ultimo anno in scadenza alla data di entrata in vigore della legge n. 289/2002, ma 5 anni di imposta, e favorisce l’Amministrazione finanziaria in aperta violazione dell’art. 97, poiché si tratta di un termine soltanto a favore della predetta e in danno del contribuente che non ha voluto – o potuto – presentare istanza di definizione degli anni di imposta presi in considerazione.
È palese che una proroga dei termini soltanto a favore della P.A. evidenzia che in questa non è assicurato il buon andamento e l’imparzialità .
Infine, anche le norme comunitarie evidenziano che nella legislazione degli Stati membri non può esservi contrasto con il principio di affidamento, di certezza nei rapporti e con quello di non discriminazione, che emerge in tutta la sua portata punitiva.
(Commissione tributaria provinciale Cosenza, Ordinanza, Sez. XI, 24.08.2007, n. 141)
3) I CONTROVERSI EFFETTI FISCALI DELL’APPLICAZIONE DEI PRINCIPI IAS AL BILANCIO DI IMPRESA
Applicazione dei principi IAS: La posizione interpretativa, rigida, dell’Agenzia delle Entrate, ha trovato conferma, con l’opposizione a consentire la deduzione fiscale dei costi di sviluppo che obbligatoriamente vanno iscritti nell’attivo del bilancio in base allo IAS 38, quando sussistono tutte le condizioni sancite, non permettendo il superamento del disallineamento tra disciplina civilistica e fiscale mediante l’iscrizione della spesa nell’apposito prospetto contenuto nel quadro EC della dichiarazione dei redditi.
A parere dell’Agenzia delle Entrate, tale indeducibilità scaturisce dall’applicazione dell’art. 109, comma 4, del T.U.I.R., che subordina la deduzione delle spese alla previa imputazione al conto economico.
Ma ha anche rilevato M. Damiani (in Corriere Tributario n. 37/2007, Ipsoa), che non viene considerato che l’art. 108 del T.U.I.R. dispone la facoltà di portare in deduzione le spese di ricerca e sviluppo senza apporre altre condizioni.
E pertanto la menzionata regola della previa imputazione al conto economico è derogata dalla disciplina della lett. b) dello stesso comma che ammette la deducibilità delle spese deducibili per legge.
Comunque dal periodo d’imposta in corso alla data di entrata in vigore del D.L. 4 luglio 2006, n. 223 (convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n. 248), le spese di ricerca e sviluppo sono state inserite espressamente tra quelle previste dalla lett. b) del comma 4 art. 109 del T.U.I.R. e quindi sono deducibili indipendentemente dall’imputazione contabile al conto economico.
Infine, secondo M. Damiani, resta ancora molto da fare per superare le criticità esistenti tra la disciplina fiscale e quella applicabile per effetto dell’introduzione dei principi contabili internazionali.
4) NELLE VERIFICHE FISCALI EFFETTUATE DALL’AGENZIA ENTRATE VIENE CONTESTATO ANCHE IL REATO DI RICICLAGGIO
La normativa antiriciclaggio scatta anche se l’operazione viene frazionata in tanti versamenti di importi singolarmente inferiori alla soglia che attiva i previsti divieti.
La “legge antiriciclaggio” stabilisce il divieto di effettuare trasferimenti di denaro contante, libretti di deposito bancari o postali al portatore o di titoli al portatore, di importo complessivamente superiore a 12.500 euro (tale limite, precedentemente fissato in 20 milioni di lire, è stato rideterminato in 12.500 euro dall’articolo 1 del Dm 17 ottobre 2002).
Per gli altri mezzi di pagamento vigono le stesse norme relative al denaro contante; infatti, vaglia postali e cambiari, assegni postali, bancari e circolari, aventi importo superiore alla soglia dei 12.500 euro, devono recare l’indicazione del nome o della ragione sociale del beneficiario e la clausola di non trasferibilità.
Con decreto ministeriale del 19.12.1991, il ministro del Tesoro ha specificato il concetto di operazioni frazionate, disponendo che più operazioni effettuate in momenti diversi, ancorché singolarmente di importo non superiore al limite dei 12.500 euro, costituiscono parti di un’unica operazione, quando effettuate in un circoscritto intervallo temporale e quando la natura e le modalità delle operazioni poste in essere le riconduca a un singolo trasferimento monetario.
Ha, inoltre, indicato che più operazioni effettuate nell’ambito della stessa giornata lavorativa, costituiscono parti di un’unica operazione.
Il riscontro pratico di violazioni valutarie in attività di verifica
Il notiziario telematico dell’Agenzia delle Entrate del 19.09.2007, ha riportato un interessante caso a cui hanno assistito i verificatori dell’Agenzia delle Entrate, durante la verifica fiscale nei confronti di una società di capitali.
Nell’ambito di un finanziamento infruttifero effettuato dai soci in favore di Srl, regolarmente deliberato in assemblea, è stato versato nelle casse della società parte della quota con cinque assegni bancari, privi della clausola di non trasferibilità, di importo unitario pari a 10mila euro.
In pratica, il socio ha versato a favore della società verificata l’importo complessivo di 50mila euro, frazionandolo però mediante emissione di cinque assegni di uguale importo.
Tuttavia, i verificatori si sono accorti, prima, che la delibera assembleare non è stata rispettata, poiché prevedeva che i versamenti da parte dei soci avvenissero tramite bonifico, mentre, invece, il socio ha effettuato il versamento tramite assegni (trasferibili), transitati sul conto “cassa” della Srl.
Poi hanno rilevato che gli assegni di importo unitariamente inferiore al limite citato nella “legge antiriciclaggio“, fossero in realtà ascrivibili a una medesima operazione: il versamento da parte del socio di 50mila euro.
A sostegno di tale tesi è stato rilevato che:
– gli effetti recavano tutti uguale data di emissione;
– gli assegni erano stai emessi tutti dalla stessa persona e indicavano sempre un identico beneficiario;
– i numeri progressivi degli effetti erano consecutivi.
Alla luce di ciò, i verbalizzanti hanno constatato la violazione applicando la sanzione amministrativa pecuniaria dall’1% al 40% dell’importo trasferito.
Infine, poiché la società aveva versato in banca i cinque assegni, è stata segnalata anche l’ipotesi di omessa comunicazione di infrazioni della “legge antiriciclaggio” (articoli 2 e 3 del Dl 143/1991), al competente Uic.