Source: https://undirittogentile.wordpress.com/2017/03/18/discussione-la-buona-morte-quale-spazio-giuridico/
Timestamp: 2019-09-17 14:28:49+00:00
Document Index: 16414762

Matched Legal Cases: ['art. 580', 'art. 115', 'art. 580', 'art. 32', 'art. 32', 'art. 580', 'art. 32', 'art. 2', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 575', 'art. 580', 'art. 580', 'art. 115', 'art. 580', 'art. 579', 'art. 580', 'art. 580', 'art. 32', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 32', 'art. 13', 'sentenza ', 'art. 17', 'art. 17', 'art. 580', 'art. 17']

Discussione: La buona morte: quale spazio giuridico? | Un Diritto Gentile
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15 risposte a Discussione: La buona morte: quale spazio giuridico?
Silvio Riondato ha detto:
21/03/2017 alle 11:22
Segnalo un articolo di Massimo Donini, La necessità di diritti infelici. Il diritto di morire come limite all’intervento penale, in http://www.penalecontemporaneo.it 15.3.2017. Silvio Riondato
Adelmo Manna ha detto:
21/03/2017 alle 13:44
Aiuto al suicidio e Costituzione
Il sottoscritto ritiene che debbano essere tenuti distinti il progetto di legge sulle DAT e la problematica di diritto penale costituzionale relativa alla legittimità o no dell’istigazione o aiuto al suicidio. E’ infatti noto che Marco Cappato, che ha accompagnato Fabiano Antoniani nella clinica svizzera Dignitas ove si pratica il suicidio assistito, si è autodenunciato per il delitto di cui all’art. 580 c.p.p. presso la Procura della Repubblica del Tribunale di Milano, proprio per instaurare un procedimento penale nell’ambito del quale si possa eccepire la legittimità costituzionale della norma in questione. A questo proposito è necessario sgombrare in primo luogo il campo da alcune osservazioni critiche, in particolare del collega Silvio Riondato, che nella sostanza equipara il suicidio all’omicidio. Egli infatti sostiene che anche nell’ambito di un pensiero laico si dovrebbe concludere nel senso che l’omicidio di se stessi, appunto il suicidio, appartenga alla sfera del Torto. Ad avviso del sottoscritto invece esiste una profonda differenza ontologica, oltre che lessicale, tra il termine omicidio e quello di suicidio, nel senso che il suicidio riguarda un unico soggetto, attivo e passivo nello stesso tempo, mentre l’omicidio consiste in una vicenda quanto meno a due soggetti, uno attivo e l’altro passivo. L’unica via per equiparare, in chiave evidentemente deontica, il suicidio all’omicidio è quello di ritenere il bene della vita indisponibile da parte della persona, perché appartenente o a Dio, per i credenti, oppure allo Stato, per i regimi autoritari. Solo in tal modo è possibile anche nell’ambito del suicidio operare una distinzione tra soggetto attivo e soggetto passivo, nel senso che il suicidio, ledendo un bene indisponibile, offende o il divino, oppure lo Stato, come reali “proprietari” del bene vita della persona. Questa concezione tuttavia da un lato contrasta con il principio di laicità, che dovrebbe contrassegnare il diritto come foro esterno e dall’altro è tipico di regimi autoritari come quello in cui è sorto il codice Rocco, ove infatti vi era chi come il Vannini, Il delitto di omicidio, Milano, 1960, sosteneva che i reati contro la vita e l’integrità fisica sarebbero dovuti trasmigrare nei reati contro l’integrità e la sanità della stirpe. In secondo luogo, bisogna chiedersi a livello comparatistico, se l’istigazione o l’aiuto al suicidio sia punito al pari della legge penale italiana. A questo proposito non può non rilevarsi che, ad esempio, il codice penale svizzero all’art. 115 punisce l’istigazione o l’aiuto al suicidio solo per motivi egoistici e il carattere egoistico è stato ricondotto dalla giurisprudenza ad una richiesta di denaro che configuri profitto, permettendo invece il rimborso delle spese sostenute per l’atto. In Germania, il codice penale, nell’ambito del quale era stato abolito il paragrafo 217, relativo appunto al delitto in oggetto, è stato tuttavia reintrodotto nel 2015, che analogamente vieta l’aiuto al suicidio quando effettuato su basi imprenditoriali o associative. In questa prospettiva si spiega dunque la ragione della liceità dell’aiuto al suicidio avvenuto anche di recente nella clinica svizzera, in quanto evidentemente esiste uno spazio libero dal diritto penale repressivo, che ha consentito quanto sopra.
Per evitare, quindi, che si sviluppino sempre maggiori viaggi finalizzati all’aiuto al suicidio da parte di persone che evidentemente possono permetterselo, bisogna porsi il problema della legittimità costituzionale della norma di cui all’art. 580 c.p.. Prima di effettuare un esame di questo tipo, bisogna in primo luogo ricordare che la Corte Suprema Amministrativa di Lipsia il 3 marzo 2017 ha imposto allo Stato di concedere “un’eccezione alla legge che impedisce la vendita di farmaci per il suicidio, nel caso di pazienti gravemente malati o terminali, se hanno deciso liberamente e a ragion veduta, a causa di una situazione esistenziale insopportabile, di porre fine alla loro vita” e se mancano alternative “plausibili” come “una cura palliativa” (La Repubblica, 4 marzo 2017, 21). In secondo luogo si ritiene che si debba nettamente distinguere tra l’aiuto al suicidio e la c.d. eutanasia attiva, perché mentre quest’ultima comporta una condotta attiva di un soggetto terzo che da’ la morte ad un altro, nel suicidio assistito il personale medico predispone, come in Svizzera, tutto l’apparato necessario affinché sia il soggetto interessato a decidere se por fine o no alla propria vita, aprendo il rubinetto di un ago in vena oppure bevendo un farmaco letale. Per dirimere l’eventuale questione di legittimità costituzionale bisogna partire dal presupposto che l’istigazione o l’aiuto al suicidio integra un concorso di persone in un atto lecito proprio perché non è punito dall’ordinamento nemmeno sotto il profilo del tentativo (così anche Ramacci, Premessa alla revisione della legge penale sull’aiuto a morire, in Studi in memoria di Pietro Nuvolone, Milano, 1991, 199 ss.). Stando così la questione in particolare la rilevanza penale dell’aiuto al suicidio, come nel caso Cappato,si pone in contrasto con l’art. 32 della Costituzione, che, prevedendo la salute in primo luogo come diritto e solo subordinatamente come interesse della collettività, ricomprende nel suo alveo anche il diritto a non curarsi e financo il diritto ad essere lasciati morire in pace.
Questa interpretazione dell’art. 32 Cost., nel senso che il diritto alla salute comprende anche il suo negativo, cioè il diritto alla non salute, è sostenuto, ad esempio, anche da autorevoli giuristi cattolici come Ferrando Mantovani (Aspetti giuridici dell’eutanasia, in Paris (a cura di), Vivere un diritto o un dovere? Problematiche dell’eutanasia, Roma, 1986, 84 ss.). in questa prospettiva pertanto l’art. 580 del codice penale che qui, lo si ribadisce, viene in considerazione solo in rapporto all’aiuto al suicidio, appare in contrasto con l’art. 32 della Costituzione ed anche in primo luogo con l’art. 2. D’altro canto le sentenze sul caso Welby ed Englaro, ad esempio, confermate dalla Corte Suprema di Cassazione, hanno assolto i medici mediante la scriminante dell’adempimento di un dovere, in quanto il medico, nei casi di specie, si è trovato in una situazione di “conflitto di doveri”, fra quello di salvare la vita del paziente e quello, opposto, di eliminare intollerabili sofferenze. Ecco perché, in conclusione, in un’ottica questa volta di una possibile sentenza “additiva” della Corte costituzionale, potrebbe venire in giuoco la problematica relativa alla c.d. giustificazione procedimentale, sostenuta in Germania da Hassemer, Prozedurale Rechferigungen, in Festschrift fur G. Mahrenholz, 1994, 731, e ripresa in questo ambito dalla Palermo Fabris, nel senso che la stessa Corte costituzionale potrebbe affermare la liceità dell’aiuto al suicidio se ricorrono tre condizioni: a. il consenso del paziente, b. una malattia allo stato delle conoscenze scientifiche del tutto incurabile, c. uno stato di sofferenza psico-fisica non altrimenti eliminabile. La giustificazione procedimentale si fonderebbe quindi, in sostanza, sul c.d. conflitto di doveri che come tale non può non rendere lecito il comportamento del medico anche perché nessun rimprovero può essere a lui mosso (cfr. Baratta, Antinomie giuridiche e conflitti di coscienza. Contributo alla filosofia e alla critica del diritto penale, Milano, 1963). In conclusione ci si rende perfettamente conto che in tal modo si richiederebbe alla Corte costituzionale una sentenza additiva e quindi si porrebbe un problema di limiti rispetto alla discrezionalità legislativa ma d’altro canto siamo abituati ad autorevoli interventi della stessa Corte in senso sicuramente additivo come, in particolare, le sentenze 364/88 e 1085/88 in tema di scusabilità dell’errore inevitabile sulla norma penale. (Per ulteriori approfondimenti sia consentito il rinvio a Manna, Artt. 579-580- Omicidio del consenziente ed istigazione o aiuto al suicidio: l’eutanasia, in ID (a cura di), Reati contro la persona, Torino, 2007, 40 ss e quivi 72 ss.)
21/03/2017 alle 20:33
Non sono io che equiparo suicidio e omicidio, semplicemente costato un’opinione corrente, che a mio avviso avvolge alquanto il diritto italiano vivente. E nemmeno sostengo “che anche nell’ambito di un pensiero laico si dovrebbe concludere nel senso che l’omicidio di se stessi, appunto il suicidio, appartenga alla sfera del Torto”. Semplicemente ho detto, molto diversamente, che non vedo la ragione per cui un pensiero laico dovrebbe necessariamente concludere nel senso che darsi la morte appartenga al Torto.
A miglior chiarimento riporto il mio pezzo cui si riferisce Adelmo Manna:
“Riprendo da due osservazioni che Adelmo Manna aveva fatto anche sulla base delle mie che riporto più sotto: 1) “non credo che sia possibile equiparare il suicidio all’omicidio, nemmeno a livello di tentativo, perché ragionando diversamente si avrebbe un’inammissibile analogia in malam partem dell’art. 575 c.p., dato che l’omicidio riguarda ontologicamente persone diverse, mentre il suicidio riguarda il medesimo soggetto attivo. Se poi la questione coinvolge aspetti meta-giuridici naturalmente il problema si sposta e a quel punto incontreremmo il contrasto tra laici e non, che tuttavia, in questa materia, dovrebbe essere , ove possibile, scongiurata, proprio perché il diritto ed in particolare il diritto penale appartiene al foro esterno e non al foro interno e pertanto dovrebbe essere informato al principio di laicità”. 2) “ ritengo in conclusione che modifiche e /o restrizioni della norma di cui all’art. 580 c.p. comunque rischiano di complicare anziché semplificare il problema, per cui, anche per le ragioni esposte anche in altri intereventi, ritengo preferibile la soluzione radicale cioè quella dell’abolizione della norma proprio perché, come afferma autorevolmente il collega Fabrizio Ramacci, si tratta di un concorso di persone in un atto comunque non penalmente rilevante nemmeno a livello di tentativo e quindi ciò che non è punito evidentemente deve essere considerato lecito o comunque conforme al diritto anche se in teoria moralmente riprovevole almeno secondo taluni”.
Replico. L’omicidio riguarda due persone diverse quando lo si dimostrerà fuori da ontologie.
Non vedo perché un pensiero laico dovrebbe necessariamente concludere che l’omicidio di se stessi non appartiene alla sfera del Torto.
Una volta abrogato l’art. 580 (istigazione al suicidio), resterà sempre da dimostrare la ratio dell’abrogazione, poiché rimane il problema dell’omicidio del consenziente e della relativa istigazione (cfr. art. 115 c.p.), nei casi congrui (e sono due persone diverse).
Ma anche se si abrogasse pure l’art. 580, l’istigazione all’omicidio resterebbe rilevante appunto in base alla norma generale sull’omicidio. E qui sono di nuovo due persone diverse : quella che istiga e quella che si dà la morte, fosse pure quest’ultima considerata quale mero strumento e ritenuta non punibile.
Un chiarimento sulla punibilità e sui suoi rapporti con l’antigiuridictà. Posto che l’antigiuridicità non può essere diversa in relazione alle persone che commettono uno stesso fatto, mentre la punibilità sì può variare, sostenere che ciò che non è punito deve essere considerato lecito a me pare non fondato – il diritto penale è pieno di fatti di reato, antigiuridici e colpevoli, che per varie ragioni non assurgono al merito della punibilità, mentre è ovvio che se un fatto non è antigiuridico non è punibile perché non è un reato mancando un elemento essenziale del reato stesso (n.b. che la giurisprudenza penale proprio in tema di fatti medici ha adottato la tripartizione fatto-antigiuridicità-colpevolezza).
Quindi, come segnalavo, il problema di fondo, che poi è quello che si porranno eventualmente i politici, è lo statuto giuridico anche penale, attuale e potenziale, del suicidio. Spinosissimo .
Le mie notazioni più risalenti erano le seguenti:
” Non ho mai condiviso l’idea che la disponibilità della vita sia ancorabile solo al tema della salute. Il problema di fondo a mio avviso sta sempre nello stabilire se il suicidio sia reato o no alla stregua anzitutto delle norme sull’omicidio (quindi anche il tentato suicidio alla stregua della norma sul tentativo) etc. A me pare che nel diritto vivente, nella prassi giudiziaria, le ragioni dell’ irrilevanza stiano non già nella mancanza di tipicità o mancanza di antigiuridicità etc., quindi non in una valutazione che esclude l’esistenza del reato, ma altrove e in complesso piuttosto fuori dallo stretto diritto. Ciò impedisce di raggiungere il risultato dell’inoperatività delle stravecchie norme con cui continuiamo a misurarci. Oggi per esempio, ero insieme a un collega, ci è capitato un caso di misura di sicurezza applicata a seminfermo di mente (quindi assoggettato anche a pena) sul presupposto che la perizia concludeva nel senso che l’interessato non avrebbe commesso in futuro reati (e qui la misura di sicurezza non ci sta perché occorre la pericolosità), ma sarebbe stato pericoloso per sé stesso e bisognoso di cure psichiatriche. Su quest’ultimo rilievo si è fondata, senza peraltro adeguata motivazione, l’applicazione della misura. Discutevamo, sotto il punto di vista della difesa, del rischio che in appello la motivazione venisse integrata dal giudice ritenendo tipici e antigiuridici etc. gli atti di autolesione (reato), con conseguente conferma della misura. Quaestio spinosa”
Per parte mia sono convinto che esista sul piano giuridico un diritto fondamentale pieno alla morte, consustanziato al diritto alla vita (altrimenti qualcun altro ha il potere sulla mia vita, e non intendo riconoscerglielo). Ma questa, sul piano del diritto vivente, è musica di un lontano futuro.
22/03/2017 alle 13:23
In risposta all’amico e collega Silvio Riondato rilevo con soddisfazione che non sia lui che equipara suicidio ed omicidio ma che constata un’opinione corrente che avvolge alquanto il diritto italiano vivente. Se tuttavia riprendo quanto scritto nella mail del 17 marzo 2017, osservo che Silvio Riondato scrive “l’omicidio riguarda due persone diverse quando lo si dimostrerà fuori da ontologie” e soprattutto nella precedente mail del 2 marzo u.s. egli scrive testualmente “il problema di fondo a mio avviso sta sempre nello stabilire se il suicidio sia reato o no alla stregua anzitutto delle norme sull’omicidio (quindi anche il tentato suicidio alla stregua della norma sul tentativo) ecc.”. Dai due passi riportati, a mio avviso, se non vado errato, è proprio lo stesso Silvio Riondato che chiaramente equipara il suicidio all’omicidio che poi quest’ultima osservazione non appartenga al pensiero originale dell’autore, ma semplicemente integri una constatazione di un’opinione corrente che avvolgerebbe il diritto italiano vivente, a sommesso avviso dello scrivente non cambia granché la sostanza della questione che è appunto quella dell’equiparazione del suicidio all’omicidio. Il Riondato però afferma altresì di non sostenere “che anche nell’ambito di un pensiero laico si dovrebbe concludere nel senso che l’omicidio di se stessi appartenga alla sfera del Torto”. Egli sostiene a suo avviso molto diversamente che “non vede la ragione per cui un pensiero laico dovrebbe necessariamente concludere nel senso che darsi la morte appartenga al Torto”. Si tratta, a mio sommesso avviso, tuttavia quasi di una conversione ad U, in quanto nella mail del 17 marzo il Riondato medesimo sembra affermare un concetto del tutto diverso, perché rileva “non vedo perché un pensiero laico dovrebbe necessariamente concludere che l’omicidio di se stessi non appartiene alla sfera del Torto”. Se non si è mal inteso questo alinea, esso sembrerebbe significare che non sussisterebbe ad avviso di Silvio Riondato alcun ragione affinché nell’ottica del principio di laicità si dovrebbe necessariamente concludere che il suicidio, come lui appunto lo definisce omicidio di se stessi, non appartenga alla sfera dell’illecito. Peraltro, fatte queste doverose spigolature fra colleghi, ciò che più mi preme rilevare è la parte finale del pensiero del collega che avvicina notevolmente invece la sua posizione alla mia, anzi addirittura sembra essere ancora più esplicito quando afferma “per parte mia sono convinto che esista sul piano giuridico un diritto fondamentale pieno alla morte, cosustanziato al diritto alla vita”; il che significa, se non ho mal interpretato, ma non credo, che ciò equivale a sostenere che il diritto alla salute comprende anche il diritto alla non salute sino al diritto ad essere lasciati morire in pace. Che poi Silvio Riondato non intenda riconoscere ad altri alcun potere sulla propria vita non incide su quanto affermato da me che infatti non tocco minimamente la tematica dell’eutanasia attiva e quindi della legittimità costituzionale dell’art. 579 c.p., perchè qui davvero per parafrasare sempre Riondato costituirebbe musica di un lontano futuro, ma invece la problematica relativa alla liceità o no del suicidio assistito non appare porsi come affermerebbe Giorgio Marinucci nell’ultravioletto dell’utopia, ma riguarda casi non appartenenti ad un lontano futuro ma che si stanno verificando sempre di più con questi viaggi all’estero, in particolare in Svizzera, da parte di un numero sempre maggiore di cittadini italiani. ed è per questa ragione che, constatando che nella parte conclusiva del suo pensiero Riondato si avvicina molto al mio pensiero, si tratta ora soltanto di contribuire ad una battaglia di civiltà giuridica nell’ottica appunto di fornire argomenti affinché Marco Cappato possa con un corredo dottrinario, ove possibile, di qualche rilievo, e speriamo anche di non pochi adepti, eccepire dinanzi ad un giudice milanese, cui perverrà prima o poi il procedimento che lo riguarda, l’eccezione di legittimità costituzionale dell’art. 580 c.p. possibilmente nel senso auspicato dallo scrivente.
23/03/2017 alle 02:43
Devo essermi espresso proprio male, e me ne scuso, se Adelmo Manna continua ad attribuire a me un’interpretazione che io costato altrove, e vede conversioni a U dove io penso di percorrere rettilinei. Ma per continuare più produttivamente mi pare utile soprattutto la lettura dell’articolo di Donini il quale segnala come le faticose scriminanti procedurali giurisprudenziali si devano alla rigidità del nostro diritto costituzionale se malinteso, e del correlato diritto penale che, pare a me, è ancora attestato di fondo sulle soluzioni del codice Rocco. Da notare che la disciplina di Rocco, come risulta dalla Relazione al Re, che merita una rilettura ( https://www.omeka.unito.it/omeka/files/original/426aa934dd6e793c697e6f617172748f.pdf ), è stata strutturata proprio tenendo conto da un lato dell’esigenza di non punire il suicidio in qualsiasi forma, ma solo per “ragioni politiche” e di opportunità, ferma restando la sua antigiuridicità, la vita essendo per lui bene indisponibile, e dall’altro lato dell’esigenza di minor rigore punitivo, rispetto all’omicidio-base, per tutte le ipotesi in cui nel suicidio (con valido consenso) interferisce causalmente altra persona. In questo minor rigore Rocco abbraccia espressamente, rifiutando diverse soluzioni sia più rigorose sia invece liberalizzanti, tutte le ragioni già allora ben chiare che però premevano perfino suggerendo in dati casi l’esclusione della punibilità, esclusione che appunto egli non concede (come nel caso della “morte cagionata per troncare l’agonia, ancorché atroce e certamente mortale”). Occorre uscire dal tabù della indisponibilità della vita, piuttosto che continuare a lavorare su un diritto alla salute che se pur è diritto alla non-salute tuttavia per ciò solo non riesce a sublimarsi in un diritto alla morte. La costruzione di Donini mi pare che inverta i fattori, al diritto di morire ponendo in definitiva limiti che gravitano intorno allo stato di salute, nella prospettiva della dignità/indegnità della vita. Penso che sia una strada tatticamente fruttuosa anche sul piano giurisprudenziale, per escludere l’illiceità di fatti di attualità. Peraltro rimane sempre il problema di individuare chi sia in ultima competente alla decisione sulla dignità/indegnità, salute/non salute. Se il fulcro imprescindibile rimane il titolare del diritto, non dovrebbe essere possibile sostituire al suo apprezzamento quello di altri – legislatore, giudice o medico o chichessia. Altrimenti si ritorna sempre al punto in cui qualcun altro dirà al posto mio se la mia è una vita degna di essere vissuta oppure no, e cosa sia la mia salute e cosa no, e ovviamente sarà solo una consolazione verificare che le due opinioni eventualmente coincidano.
23/03/2017 alle 12:54
Sono d’accordo con il collega Riondato nel senso che bisognerebbe cercare su di un tema così difficile e che inevitabilmente comporta la c.d. precomprensione di Esser, cioè l’inevitabile condizionamento della propria concezione del mondo nella risoluzione dei problemi giuridici soprattutto se trattasi di temi eticamente sensibili su cui notoriamente e proprio per tali ragioni le soluzioni il più delle volte divergono. Devo però replicare su alcuni punti posti: a) tralascio totalmente questioni di carattere stradale come conversioni ad U o percorsi rettilinei perchè mi sembra di aver dimostrato per tabulas “l’evoluzione” del pensiero del collega, in quanto, ribadisco, sono più importanti gli eventuali punti di contatto; b) rispetto ovviamente il pensiero di Donini ma non condivido il fatto che le ritenute faticose scriminanti procedurali giurisprudenziali si devano alla rigidità del nostro diritto costituzionale se mal inteso e del correlato diritto penale attestato ancora sulle soluzioni del codice Rocco; c) osservo che la scriminante procedurale, come noto, non consiste altro che in una regolamentazione giuridica di interessi confliggenti tra loro, come, nel caso di specie, l’obbligo del medico di curare derivante dal giuramento di Ippocrate e il talvolta contrastante obbligo del medico stesso di alleviare in ogni modo le sofferenze del malato medesimo; d) d’altro canto va da sé che a livello costituzionale si debba fare riferimento al diritto alla salute per la semplice ma decisiva ragione che la Costituzione non si occupa espressamente del diritto alla vita e allora è giuoco-forza riferirsi al diritto alla salute per ricavare da esso il diritto alla non salute; e) è noto quanto meno agli addetti ai lavori la Relazione al Re del Ministro Guardasigilli dell’epoca Alfredo Rocco degli anni ’30 dello scorso secolo, ma il problema è proprio questo se cioè si devono interpretare le norme ordinarie secondo la voluntas legislatoris del tempo, oppure sia ammissibile un’interpretazione “oggettiva” e, soprattutto, costituzionalmente orientata, proprio per evitare non solo che il nostro sistema penale in materia resti ancorato ad una visione del mondo tipica di un regime autoritario ma che la norma di cui all’art. 580 c.p., favorendo queste forme di c.d. “migrazione” all’estero, in Svizzera, possegga une effetto criminogeno, almeno secondo la mentalità in vigore nel 1930 che ormai dovrebbe dirsi abbondantemente superata; f) la questione in definitiva a mio giudizio risiede nel fatto che sia che si voglia fare riferimento all’art. 32 Cost., sia che si preferisca far rientrare il diritto alla morte nell’ambito dell’art. 2 della Costituzione, sia che ci si ponga il problema sotto quest’ultimo profilo della dignità/indennità della vita, per dirla con Donini, la questione non cambia perchè resta quella di domandarsi se una norma come quella di cui all’aiuto al suicidio sia o no conforme alle norme costituzionali e non può a questo proposito dimenticarsi che l’interpretazione costituzionalmente orientata, in ambito penale, risale al compianto Franco Bricola, Maestro di tutti noi e soprattutto dello stesso Massimo Donini; g) sono anch’io dell’avviso che colui a cui deve spettare, in definitiva, il diritto a togliersi la vita non può che essere il paziente, ma, a mio avviso, è altrettanto indubbio che colui che dovrebbe lecitamente aiutare il paziente in questa direzione dovrebbe esser esclusivamente il medico perchè solo quest’ultimo possiede le conoscenze scientifiche e psicologiche e soprattutto non è emotivamente condizionato come i familiari, per cui sotto questo profilo dovrebbe dare le migliori garanzie; h) in conclusione ecco la ragione per la quale ho ritenuto di ricorrere alla scriminante procedurale, come suggerimento per la Corte costituzionale o eventualmente anche per il legislatore, tenendo conto di importanti esperienze comparatistiche, proprio per disciplinare nel miglior modo i rapporti medico-paziente in questa fase estremamente delicata del passaggio dalla vita alla morte. Per questa ragione avevo anche suggerito che, trattandosi di una scriminante, il p.m. potrebbe nominare uno o più consulenti tecnici di parte pubblica, per verificare se il medico ha osservato tutte le condizioni poste e quindi in caso affermativo richiederne l’archiviazione. Si tratta in definitiva di trasformare il diritto vivente in diritto scritto tramite un intervento, se possibile additivo, della Corte costituzionale. Siamo nell’ultravioletto dell’utopia oppure si può costruire qualcosa assieme, indipendentemente dalle concezioni del mondo di partenza?
Paolo Zatti ha detto:
23/03/2017 alle 19:44
Provo a fare il facilitatore dalla discussione.
A seguito dello scambio di opinioni tra Adelmo Manna e Silvio Riondato registro le seguenti notevoli consonanze:
1.	Entrambi ritengono che il bene della vita non possa essere reso indisponibile da una norma statuale ( Manna, commento 21.03.2017; Riondato, commento 23.03.2107).
2.	Entrambi ritengono che il diritto alla salute includa anche il diritto alla non-salute (ibidem).
3.	Riondato precisa che “ occorre uscire dal tabù della indisponibilità della vita, piuttosto che continuare a lavorare su un diritto alla salute che se pur è diritto alla non-salute tuttavia per ciò solo non riesce a sublimarsi in un diritto alla morte”.
(Inserisco una annotazione personale.
Io penso che questa “sublimazione” sia possibile e anzi necessitata in quanto salute è un concetto che rimanda una valutazione di ben-essere, dunque si definisce in ragione di ciò che una persona sente come proprio bene ( o minor male): in sostanza, sul piano psichico, scegliere la propria morte come unica via per sottrarsi a un “male” insostenibile – connotato comune ad ogni suicidio, anche di quello per vergogna o per onore, o per insostenibilità del proprio essere sé – non è mai scegliere di fare il “proprio” male ma scegliere come “proprio” ultimo bene conseguibile la cessazione del proprio male: la cessazione, nel linguaggio di Donini, della indegnità della vita . Certamente questa ultima scelta, che si risolve nel disporre della propria vita, non produce uno stato di salute se si guarda la fatto che dopo non c’è nessuno che può sentire benessere, ma produce salute nel momento stesso della scelta percepita come liberazione dal male. )
4.	Entrambi ritengono che la scelta di togliersi la vita debba essere solo della persona.
Riondato aveva precisato a riguardo :
“Se il fulcro imprescindibile rimane il titolare del diritto, non dovrebbe essere possibile sostituire al suo apprezzamento quello di altri – legislatore, giudice o medico o chichessia. Altrimenti si ritorna sempre al punto in cui qualcun altro dirà al posto mio se la mia è una vita degna di essere vissuta oppure no, e cosa sia la mia salute e cosa no”
Manna sottolinea (23.03.2017) che a suo avviso “ è altrettanto indubbio che colui che dovrebbe lecitamente aiutare (corsivo mio) il paziente in questa direzione dovrebbe esser esclusivamente il medico ( idem) perchè solo quest’ultimo possiede le conoscenze scientifiche e psicologiche e soprattutto non è emotivamente condizionato come i familiari, per cui sotto questo profilo dovrebbe dare le migliori garanzie”.
(Inserisco annotazione personale). Vorrei capire meglio la posizione di Manna, riguardo al verbo “aiutare” e al ruolo del medico. Aiutare a decidere o aiutare ad attuare la decisione? La competenza del medico nella prima fase mi pare assai incerta sotto il profilo psicologico: il medico capace di gestire psicologicamente comuni decisioni terapeutiche è cosa rara. Certo la persona può, in astratto, scegliere il medico da cui farsi aiutare. Ma la decisione avviene prima di ricorrere al medico; se il famliare, o l’amico di sempre, o lo psicologo, aiuta la persona a decidere, o la sostiene nell’attuarla per esempio mettendola in contatto con un medico, o aiutandola a scegliere il dove e il come attuare il suo proposito, che succede?
e se l’aiuto si estende alla attuazione, che succede? Insomma, il casoi Cappato come si inquadra?
Questo per dire che c’è un punto su cui ragionare ed è quale rapporto vediamo tra l’aiuto al suicidio e la relazione medico-paziente: palriamo di vicende interne a una relazione terapeutica, o di varie e diverse vicende umane, prima e/o al di fuori di un rapporto persona-medico?
Mi fermo qui. I punti di convergenza sono molto importanti e incoraggiano a proseguire. Mi permetto però di invitare i colleghi a lasciare il fioretto e provare a costruire una proposta che preveda sia la questione di costituzionalità, sia anche un’ipotesi normativa: non per promuoverla ora, ma per avere una posizione comune.
Carlo Casonato ha detto:
25/03/2017 alle 10:35
Il testo riproduce le Note conclusive di un commento al caso Dj Fabo pubblicato in http://www.lacostituzione.info/index.php/2017/03/23/il-caso-di-dj-fabo-il-quadro-costituzionale/
Si è visto come in Italia, si riconosca, in termini generali, il diritto di rifiutare trattamenti sanitari anche di sostegno vitale, ma si vietino, al contempo, condotte che provochino direttamente la morte di malati anche fortemente sofferenti e inguaribili, capaci e consenzienti. La tutela dell’autodeterminazione individuale si limita quindi al consenso o al rifiuto delle cure, arrestandosi di fronte a interventi volti a cagionare in forma diretta la morte della persona (come avverrebbe nell’assistenza al suicidio o nell’omicidio del consenziente).
Così, mentre da un lato è previsto un diritto al rifiuto di terapie anche di sostegno vitale (con una morte causata dalla malattia che fa il suo corso non più impedita da presidi terapeutici cui la persona ha diritto di rinunciare), è d’altro canto disposto il divieto, sanzionato a livello penale, dell’assistenza al suicidio (in cui la causa della morte è esterna e altra rispetto alla patologia). In questo senso, il controllo sulla propria esistenza, che in fasi “ordinarie” è affidato al singolo, è in fasi “straordinarie” spostato in capo all’ordinamento che viene legittimato ad imporre scelte esistenziali anche non condivise dal soggetto. Tale stato di cose, proprio alla luce della vicenda che ha coinvolto dj Fabo, si presta ad alcuni rilievi critici.
In primo luogo, la situazione giuridica all’interno della quale possono muoversi i malati gravi e gravissimi pare segnata da forti problematicità. Essi possono legittimamente chiedere l’interruzione dei dispositivi di sostegno vitale, morendo così di asfissia o di disidratazione, ma non possono chiedere di anticipare nemmeno di un momento una morte divenuta ormai prossima. Il fatto che comunque l’interruzione del sostegno vitale sia accompagnata da potenti mezzi di sedazione non impedisce che tale situazione sfiori il paradosso. Come ebbe a dire una Commissione francese «quando una persona alla fine della vita (…) richiede espressamente di interrompere ogni trattamento che potrebbe prolungare la sua vita, (…) sarebbe crudele “lasciarla morire” o “lasciare vivere” senza permettere che un medico acceleri il sopraggiungere della morte» (rapport Sicard, 2012). Come riconosciuto da una sentenza della Corte Suprema canadese, inoltre, la consapevolezza di rimanere intrappolati all’interno di un corpo immobile, senza poter essere aiutati a morire, potrebbe portare qualche malato di patologia neurodegenerativa ad anticipare il proprio suicidio alle fasi in cui fosse ancora in grado di muoversi. Il divieto di assistenza al suicidio, infatti, lascerebbe la persona malata «with the “cruel choice” between killing herself while she was still physically capable of doing so, or giving up the ability to exercise any control over the manner and timing of her death» (Carter v. Canada, 2015 SCC 5).
Un secondo profilo di criticità legato alla disciplina giuridica italiana in tema di fine vita può collegarsi al rischio di trattare in maniera discriminatoria determinati malati. Dj Fabo, così, non ha potuto gestire le ultime fasi della propria vita, a differenza di quanto invece ha potuto fare Walter Piludu, a motivo della minore gravità della sua situazione clinica. Se la sua capacità respiratoria fosse stata del tutto compromessa, infatti, avrebbe potuto chiedere la sedazione e l’interruzione del ventilatore, in modo da mettere fine alla sua vita in tempi rapidi e per lui ritenuti dignitosi. La possibilità di vedere rispettata una propria cruciale scelta esistenziale pare quindi dipendere da una causa del tutto accidentale: il tipo della malattia che si ha la sventura di avere.
In terzo luogo, e in termini ancor più generali, ci si potrebbe interrogare sulla compatibilità fra i caratteri connotativi dello stato costituzionale e il divieto di un atto che coinvolge in forma diretta solo la persona interessata. La forma di Stato di derivazione liberale, da questo punto di vista, si basa sull’assunto che lo Stato possa intervenire a limitare l’autonomia individuale solo laddove vi siano ragioni collegate alla tutela di interessi di terzi o della collettività. Sono certamente da considerare con estrema attenzione la debolezza e la vulnerabilità dei malati gravi, i quali potrebbero chiedere l’assistenza al suicidio a motivo di cause legate al dolore o alla non autosufficienza, o addirittura per motivi di carattere economico. Tuttavia, un divieto di assistenza al suicidio di carattere assoluto e incondizionato, applicabile anche nei confronti dei malati pienamente consapevoli e in grado di manifestare una volontà genuina e autentica, potrebbe su questa linea essere considerato eccessivo e sproporzionato.
C’è un ultimo interrogativo che pare utile proporre alla riflessione. Chi può avere il diritto di decidere in che modo una persona possa gestire le ultime fasi di una vita ormai segnata da un fine prossima e da una sofferenza difficile da sopportare? La disciplina attuale non assegna tale facoltà al malato se non in casi eccezionali: quelli segnati dalla presenza di un trattamento di sostegno vitale.
Tale opzione pare rendere manifesta una diffidenza complessiva nei confronti della bontà delle decisioni individuali. Con tutt’altra prospettiva sarebbe possibile riporre una maggiore fiducia nella capacità dei malati di decidere per se stessi. In definitiva, citando da giurisprudenza costituzionale colombiana risalente a 20 anni fa (sent. 239 del 1997), «il diritto fondamentale a vivere in forma dignitosa implica anche la possibilità di morire dignitosamente: condannare una persona a prolungare la sua esistenza per un tempo comunque limitato, quando non lo vuole e soffre profondamente, equivale non solo ad un trattamento inumano e degradante (…) ma anche alla cancellazione della sua dignità e della sua autonomia quale soggetto morale».
Professore ordinario di diritto costituzionale comparato all’Università di Trento
03/04/2017 alle 11:17
Ulteriori riflessioni al tema fine vita, soprattutto nella prospettiva di un’eventuale questione di legittimità costituzionale, ben inteso con riferimento solo all’aiuto al suicidio, avendo letto anche io il saggio di Massimo Donini, che mi trova d’accordo soprattutto nella parte in cui afferma la sussistenza in chiave costituzionale non solo di un diritto a morire ma anche di un diritto ad esser aiutati a morire.
In questa prospettiva mi sembrerebbe pertanto che la criminalizzazione dell’aiuto al suicidio contrasti in primo luogo con l’art. 2 Cost. -soprattutto nella misura in cui, come afferma anche Donini, che però lo ricava dal sistema, ormai il diritto alla morte e anche il diritto all’aiuto a morire, non appartenendo più né allo Stato, né alla sfera del divino, dovrebbero essere considerati, in un diritto improntato al principio di laicità, come diritti della persona- ed in secondo luogo anche con l’art. 32 nel senso che il diritto alla salute, come noto, ricomprende anche il suo negativo fino, a mio avviso, al diritto a morire.
In secondo luogo come suggerimento sia al legislatore che eventualmente anche alla Corte cost. suggerirei la strada della giustificazione procedimentale che ovviamente si basa sul conflitto di doveri, come già spiegato, nel senso che l’aiuto al suicidio, per essere scriminato dovrebbe corrispondere alle seguenti condizioni: a. il consenso del malato; b. una patologia del tutto irreversibile; c. dolori assolutamente intollerabili.
Ciò costituirebbe senz’altro un passo in avanti rispetto alle DAT perché, come scrive anche Carlo Casonato, l’interruzione dell’alimentazione e dell’idratazione non porta, come invece nel modello svizzero, ad una morte indolore ma al contrario ad un lungo periodo, fino al decesso, pieno di sofferenze a meno che non siano disponibili cure palliative che invece, come sappiamo, sono carenti in particolare nel Sud Italia.
03/04/2017 alle 11:40
Inoltre non va dimenticato l’art. 13 della Costituzione che disponendo la tutela della libertà personale come non soltanto libertà di locomozione ma soprattutto come habeas corpus, cioè inviolabilità del corpo, se non per disposizione del titolare, della persona stessa, può rientrare e porsi come fondamento anch’esso del diritto che andiamo sostenendo.
camillo barbisan ha detto:
03/04/2017 alle 14:43
Intervengo sulle prima parte delle “note brevi” proposte alla discussione nella prospettiva dell’etica filosofica declinata come bioetica clinica.
Nella seconda nota Paolo Zatti introduce la figura simbolica dello “skandalon”. L’etimo di questo termine orienta, nella lingua greca, verso il significato di inciampo. In effetti ogni malattia è inciampo rispetto alla vita intesa e desiderarta come percorso lineare che, attraverso la cura si desidera sia ripristinato. Ma è cosa altrettanto nota che la ripresa dall’inciampo/malattia non è sempre possibile e, addirittura, vi può essere un inciampo radicale che porta in prossimità della fine della vita stessa. Un inciampo, quest’ultimo, la cui intensità e durata, i cui effetti sul corpo e sulla psiche, sulla biologia e sulla biografia, talora sono di lunga e penosa durata.
Questo induce due ordini di considerazioni. La prima pone davanti al volto della medicina contemporanea che dispiega la sua potenza nell’intensità del vedere e nell’estensione del’agire. Sul corpo si esercita uno sguardo e si mettono in atto interventi che sono capaci di creare situazioni inedite. I confini netti tra vita e morte sfumano in condizioni di vita estenuata e di morte annunciata. Questo è un linguaggio simbolico che semplicemente allude agli scenari di fine vita esito di malattie cronico degenerative, di stati vegetativi, di stati di minima coscienza, di situazioni di terminalità.
La medicina contemporanea quando, con una sorta di distacco critico, guarda se stessa, il senso e l’orientamento del suo agire, quando esercita un discernimento responsabile sui propri atti, subisce una sorta di disincanto che la porta al di fuori di un orizzonte di “magnifiche sorti e progressive”. Per questo va alla ricerca di punti fermi, di criteri regolatori capaci di ispirare ciò che quotidianamente è chiamata a fare: decidere, prendere decisioni. Non solo in relazione ai mezzi che ha a disposizione (macchine e farmaci) ma soprattutto ed anzitutto con le persone e le relative espressioni di libertà.
Qui si apre lo spazio per il secondo ordine di considerazioni. E’ esperienza comune il fatto che gli elementi di orientamento – le regole morali, deontologiche e giuridiche – non “funzionano più”: non interpretano, non orientano e non tutelano. Il rapporto tra etica – giustizia – diritto ha bisogno di esere radicalmente ripensato soprattutto in relazione all’anella di congiunzione tra etica e diritto! La domanda “Che cosa è giusto fare in questa circostanza? Qual è la cosa buona? Qual è il bene?” può avere due prospettive di risposta: quella propria di chi sta sicuro sulle certezze delle varie tradizioni (etiche, deontologiche, giuridiche) e quella di chi accetta la sfida di comprendere ed agire con e nei “territori dell’incerto e talvolta dell’inesplorato”.
Valga, per tutti, un solo esempio. Nel medesimo “perimetro” circoscritto da una visione antropologica di orientamento cristiano vi è chi ribadisce principi che ruotano intorno alla “stella fissa” dell’indisponibilità della vita che è riconosciuta come un bene originario che può essere solo affermato e tutelato pena l’arbitrio e l’atteggiamento “padronale” (si leggano le recenti parole del card. Angelo Bagnasco nella prolusione al Consiglio permanente dei Vescovi italiani del 20 marzo scorso al paragrafo 6). Vi sono altri che, sempre attingendo alla medesima visione antropologica cristiana, fondano una diversa riflessione che si spinge sino al punto di affermare:”Con quale autorità spirituale posso io contrastare la libertà e responsabilità di un altro di decidere il tempo dell sua morte quando il vivere è un’umiliazione quotidiana senza speranza?”. Riconoscimento esplicito di moralità anche nella richiesta eutanasica di un cristiano! (Si legga a tal proposito il paragrafo 5 del documento del Gruppo di lavoro sui problemi etici posti dalla scienza della Chiesa Valdese italiana del 7 febbraio 1998).
Sulle note-principi proposti da Paolo Zatti ci sono ancora molte cose da dire, forse più ancora di quelle che sono state dette. C’è però la necessità di far precede la ricerca dall’ascolto delle storie di malattia, di cura, di decisioni sofferte, di libertà faticose. C’è un’ulteriore precondizione da porre che riconosce nell’approccio interdisciplinare l’unica strada percorribile per capire e gestire questi scenari. Non fare tutto questo è “scandalo” ancor più grande dello scandalo della malattia e degli scenari di fine vita
04/04/2017 alle 10:40
Pare dunque emergere dai disposti giuscostituzionali la legittimità di un diritto o comunque di un consenso rispetto a pratiche foriere di morte, proprie o altrui. Ne deriva la possibilità di una interpretazione costituzionalmente orientata delle norme codicistiche sull’omicidio del consenziente e sul suicidio, fortemente restrittiva sul piano del Torto e corrispondentemente estensiva sul piano del Diritto. Rocco a suo tempo si era posto il problema di tener conto, anche nella sua prospettiva, di istanze di tipizzazione di motivi pietosi, di cause oggettive o soggettive di inesigibilità o altro, ma alla fine aveva deciso di sublimare tutto nella considerazione esclusiva del consenso, cioè dell’individuo interessato, in funzione di affievolimento del rigore sanzionatorio. In logica interna, era una soluzione saggia, di ispirazione liberale. Ora che l’individuo assume diversa importanza, con i suoi diritti costituzionali e con il suo consenso, sotto il profilo dell’antigiuridicità, ciò basta sul piano interpretativo, sempre in una prospettiva liberale, a invertire la rotta di quelle stesse norme penali, senza che ci sia davvero bisogno di invocarne l’incostituzionalità (ciò che oltretutto è una strada tatticamente pericolosa, perché si rischia una rilegittimazione di dette norme tal quali).
04/04/2017 alle 12:16
Per quanto attiene al problema del fine vita e quindi della legittimità o meno dell’aiuto al suicidio, faccio ulteriormente presente quanto segue:
a. pur se è apprezzabile la via giurisprudenziale che anzi è stata anticipatrice rispetto ad una legislazione anacronistica come quella del codice Rocco, pur tuttavia non da’ quella certezza tipica di altre fonti di diritto, proprio perchè può emergere una sentenza anche di segno contrario;
b. quanto al legislatore, seppure sembra sussistano dei miglioramenti sul progetto di legge sulle DAT, pur tuttavia risulta una strada irta di pericoli e di “trabocchetti” prova ne sia l’andamento ondivago dello stesso legislatore in materia e l’incertezza sul termine finale dell’attuale legislatura.
c. quanto all’intervento della Corte costituzionale, se è pur vero che in teoria si può rischiare una rilegittimazoine delle norme codicistiche, Questo è un rischio che si corre sempre quando ci si rivolge alla Corte costituzionale, ma non dobbiamo tralasciare in primo luogo l’occasione offerta dal caso giudiziario Cappato ed in secondo luogo fare invee in modo che la Corte costituzionale si renda perfettamente conto, come ci auguriamo farà, dell’anacronismo anche a livello valoriale tra le norme codicistiche in particolare sull’aiuto al suicidio e le norme costituzionali, di segno totalmente diverso. D’altro canto, come si usa dire, “chi non risica non rosica”, se consentite un linguaggio non forbito ma fortemente espressivo e si tratta quindi di affrontare una battaglia di civiltà giuridica, che credo valga la pena appunto di combattere in nome dell’affermazione di nuovi diritti della persona, come afferma lo stesso Massimo Donini, seppure in un’ottica sistematica e non con riferimento a singole norme costituzionali, il cui riferimento è invece utile sotto il profilo dell’elaborazione eventuale di una questione di legittimità costituzionale in subiecta materia.
Rimane inoltre da armonizzare coerentemente l’art. 17 del recente Codice di deontologia medica (“Atti finalizzati a provocare la morte”. Il medico, anche su richiesta del paziente, non deve effettuare né favorire atti finalizzati a provocarne la morte).
05/04/2017 alle 13:00
Certamente bisogna tener contro dell’art. 17 del codice di deontologia medica che, rispetto al testo precedente del 2006, intitolato “eutanasia” oggi si titola in modo più anodino “Atti finalizzati a provocare la morte”. La norma infatti, come ricordato dal collega Riondato, stabilisce che il medico anche su richiesta del paziente non debba effettuare né favorire atti finalizzati a provocarne la morte. Sul punto siano tuttavia consentiti alcuni rilievi: a. in primo luogo bisogna porsi un problema di gerarchia della fonti in quanto il valore del codice di deontologia medica, approvato a Torino lo scorso 18 maggio dal consiglio nazionale FNOMCeO, non può che rivestire la natura giuridica di una “convenzione” nell’ambito della categoria dei medici-chirurghi la cui normativa non può che essere assimilata a quella dei codici etici, cioè a dire relativamente vincolanti. Non possiede quindi certamente né valore di legge né di regolamento né infine di decreto ministeriale che invece sono, com’è noto, interamente cogenti. In questa situazione quindi il valore della norma richiamata è del tutto relativo, pur se ovviamente bisogna tenerne conto; b. la norma stessa appare esclusivamente modellata sul c.d giuramento di Ippocrate, nel senso che unico dovere del medico è quello di salvare la vita del paziente mentre attualmente accanto a tal dovere si è affiancato una sorta di dovere contrapposto, consistente nell’obbligo del medico di alleviare in qualunque modo anche le sofferenze del malato. c. in questa prospettiva ecco che si pone il problema di legittimità costituzionale di una norma di legge ordinaria come quella di cui all’art. 580 c.p., seppure con riferimento esclusivo all’aiuto a morire e con correlativa esclusione della condotta di istigazione, per contrasto, almeno a nostro avviso, come già ribadito in precedenza, con gli artt. 2, 13 e 32 Cost.. d. in questa problematica di carattere costituzionale circa i rapporti tra legge ordinaria e norma costituzionale non c’è spazio evidentemente per una fonte sottordinata, fra l’altro nemmeno del tutto cogente, come l’art. 17 del codice di deontologia medica, se non al limite come criterio che serva ad interpretare qual è la voluntas della categoria dei medici chirurghi in subiecta materia, ma oltre questo aspetto non ci si può spingere giacché altrimenti incorreremmo in una sorta di c.d. Inversionsmethode, nel senso cioè di interpretare le norme costituzionali e conseguentemente anche la norma di legge ordinaria addirittura alla luce di una normativa pattizia di tipo associativo. Proprio per queste ragioni sono assolutamente d’accordo con coloro i quali suggeriscono l’organizzazione di un seminario sul tema affinché ci si possa confrontare meglio a voce piuttosto che sempre e soltanto per iscritto.