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Timestamp: 2018-06-23 12:10:28+00:00
Document Index: 29487263

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', '§ 71', 'sentenza ', '§ 38', '§ 67', 'sentenza ', '§ 31', 'sentenza ', '§ 94', 'sentenza ', '§ 95', 'sentenza ', '§ 45', 'sentenza ', 'sentenza ', '§ 36', 'sentenza ']

«Diritto dei cittadini dell’Unione di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio di uno Stato membro – Direttiva 2004/38/CE – Obbligo di facilitare l’ingresso e il soggiorno di “ogni altro familiare” – Portata – Effetto diretto»
2. Questa domanda è stata sollevata in occasione di una controversia che oppone Muhammad Sazzadur Rahman, Fazly Rabby Islam e Mohibullah Rahman, cittadini del Bangladesh, al Secretary of State for the Home Department, instaurata dopo che quest’ultimo aveva negato loro il rilascio di un titolo di soggiorno nel Regno Unito a titolo di familiari a carico di un cittadino di uno Stato membro dello Spazio economico europeo (SEE).
4. La direttiva 2004/38 realizza un’opera di codificazione, riunendo in un solo testo un regolamento e nove direttive ed integrando l’acquis giurisprudenziale. Sostituendo a regimi giuridici differenti corrispondenti a categorie giuridiche distinte, basate sulla capacità di esercitare un’attività economica, uno status unico fondato sulla cittadinanza dell’Unione, essa conferisce una dimensione nuova alla libertà di circolazione, che diviene un attributo fondamentale collegato alla qualità di cittadino dell’Unione.
15. Mahbur Rahman, cittadino del Bangladesh, ha sposato il 31 maggio 2006 una cittadina irlandese che lavora nel Regno Unito. Muhammad Sazzadur Rahman, suo fratello, Fazly Rabby Islam, suo fratello unilaterale, e Mohibullah Rahman, suo nipote, hanno presentato domanda di permesso di soggiorno nel Regno Unito in quanto familiari di un cittadino di uno Stato membro del SEE.
16. Dato che detta domanda è stata rigettata dal Secretary of State for the Home Department, essi hanno proposto ricorso dinanzi al giudice dell’immigrazione (Immigration Judge), che ha accolto la loro domanda, stabilendo che erano «a carico» e che i loro casi dovevano essere sottoposti ad una valutazione discrezionale ai sensi dell’articolo 17, paragrafo 4, del regolamento del 2006. Il Secretary of State for the Home Department ha chiesto il riesame del caso dinanzi all’Upper Tribunal (Immigration and Asylum Chamber), London, il quale ha deciso di sospendere la decisione, osservando che, benché la fattispecie ponga una questione di fatto legata all’esistenza o meno di una situazione di dipendenza economica, essa allo stesso tempo solleva problemi giuridici la cui soluzione presuppone una chiara comprensione della portata delle disposizioni del diritto dell’Unione.
39. In quarto luogo, secondo una giurisprudenza oltremodo stabile, tanto l’applicazione uniforme del diritto dell’Unione quanto il principio di uguaglianza esigono che una disposizione di diritto dell’Unione che non contenga alcun espresso richiamo al diritto degli Stati membri per quanto riguarda la determinazione del suo senso e della sua portata deve normalmente dar luogo, nell’intera Unione, ad un’interpretazione autonoma e uniforme (14). Ne consegue che, sebbene la formulazione di una disposizione della direttiva 2004/38 non fornisca alcuna precisazione quanto al modo in cui devono essere intesi i termini impiegati al suo interno, e non effettui peraltro alcun rinvio ai diritti nazionali per quanto riguarda il significato da attribuire a detti termini, si deve ritenere che questi ultimi designino, ai fini dell’applicazione di tale direttiva, una nozione autonoma del diritto dell’Unione, da interpretare in modo uniforme sul territorio della totalità degli Stati membri, segnatamente tenendo conto del contesto in cui essi sono utilizzati e degli scopi perseguiti dalla normativa di cui fanno parte (15).
45. Si deve inoltre considerare che, benché la direttiva 2004/38 abbia indubbiamente ampliato l’ambito di applicazione ratione personae del diritto al ricongiungimento familiare riconosciuto ai familiari del cittadino dell’Unione, includendo all’interno di tale categoria, definita all’articolo 2, punto 2, di detta direttiva, il partner che abbia contratto con il cittadino dell’Unione un’unione registrata, essa rimane tuttavia piuttosto restrittiva, dal momento che, da una parte, contrariamente a quanto previsto dalla normativa precedente, ricomprende soltanto i discendenti e gli ascendenti «diretti» e, dall’altra, subordina il riconoscimento della qualità di familiare a requisiti di età e di dipendenza economica.
49. In base ad un’interpretazione restrittiva, questa disposizione può essere concepita come un semplice invito privo di valore giuridico vincolante. In quest’ottica gli Stati membri sarebbero soltanto sollecitati ad adottare misure che agevolino l’ingresso e il soggiorno di altri familiari e non sarebbero pertanto esposti ad alcuna sanzione in caso di inattività. In quanto assimilabile ad un auspicio di condotta degli Stati membri, ad una semplice raccomandazione, che non pone obblighi (20), detta disposizione sarebbe una nuova espressione di «soft law», del tutto priva di carattere coercitivo.
63. Non condivido invece l’opinione dell’AIRE Centre, a detta del quale gli altri familiari godrebbero di una presunzione di ammissione. L’esigenza di una situazione di dipendenza economica nei confronti del cittadino dell’Unione prevista all’articolo 3, paragrafo 2, lettera a), della direttiva 2004/38 non mi sembra innanzitutto rappresentare una presunzione, quanto piuttosto una condizione preliminare per l’applicabilità di detta disposizione. Il riconoscimento di una presunzione di ammissione che discenderebbe direttamente da detta direttiva contrasta, a mio parere, con il rinvio al diritto degli Stati membri per definire le condizioni relative all’ottenimento del diritto d’ingresso e di soggiorno, che è implicito nell’inciso della frase «conformemente alla sua legislazione nazionale».
73. Sulla base di tale interpretazione, la Corte ha stabilito che, benché la CEDU non garantisca, a favore di uno straniero, alcun diritto di entrare o risiedere nel territorio di un determinato Stato, l’esclusione di una persona da uno Stato in cui vivono i suoi congiunti può rappresentare un’ingerenza nel diritto al rispetto della vita familiare come tutelato dall’articolo 8, paragrafo 1, della CEDU. Una simile ingerenza viola la CEDU, a meno che essa non corrisponda ai requisiti di cui al paragrafo 2 dello stesso articolo, cioè a meno che essa non sia «prevista dalla legge», dettata da uno o più scopi legittimi ai sensi della disposizione citata e «necessaria, in una società democratica», cioè «giustificata da un bisogno sociale imperativo» e, in particolare, proporzionata al fine legittimo perseguito (38).
83. Malgrado il margine di manovra relativamente importante lasciato agli Stati membri, in particolare per determinare le condizioni di concessione del diritto di ingresso o di soggiorno, ho evidenziato come le normative nazionali non possano ridurre l’ambito di applicazione dell’articolo 3, paragrafo 2, della direttiva 2004/38 limitando direttamente o indirettamente le categorie dei beneficiari. Ritengo, di conseguenza, che i privati che vengono esclusi dal beneficio da disposizioni di diritto interno volte ad attuare l’obbligo di agevolazione sulla base di requisiti particolari non previsti all’interno di tale direttiva possano far valere dinanzi al giudice nazionale l’incompatibilità di detta disciplina con le disposizioni dell’articolo 3, paragrafo 2, di tale direttiva.
85. Per le ragioni che precedono, propongo alla Corte di rispondere alla seconda questione nel senso che l’articolo 3, paragrafo 2, della direttiva 2004/38 conferisce agli altri familiari che soddisfano le condizioni previste all’interno di detta norma il diritto di invocarla dinanzi al giudice nazionale al fine, in particolare, di escludere il ricorso a requisiti specifici che ne ridurrebbero l’ambito di applicazione.
88. In via preliminare, ricordo che, conformemente al principio enunciato al paragrafo 39 delle presenti conclusioni e all’interpretazione che suggerisco di dare del rinvio al diritto degli Stati membri, ritengo che le nozioni impiegate all’articolo 3, paragrafo 2, della direttiva citata per definire i beneficiari di detta disposizione debbano essere oggetto di un’interpretazione autonoma e uniforme.
91. Occorre osservare, infatti, che i familiari di cui gli Stati membri devono agevolare l’ingresso o il soggiorno sono definiti, ai sensi dell’articolo 3, paragrafo 2, lettera a), di detta direttiva come coloro che, «nel paese di provenienza», sono a carico o convivono con il cittadino dell’Unione titolare del diritto di soggiorno a titolo principale. Nulla nella formulazione di detta disposizione permette di ritenere che l’espressione generale «paese di provenienza», che comprende sia gli Stati membri sia gli Stati terzi, debba includere solo lo Stato dell’Unione da cui proviene il cittadino dell’Unione che ha esercitato il suo diritto alla libera circolazione. Alcune versioni linguistiche dimostrano tuttavia che l’espressione «paese di provenienza» si riferisce necessariamente ai familiari e non al cittadino dell’Unione (48).
109. Alla luce delle considerazioni che precedono, propongo alla Corte di rispondere alle questioni pregiudiziali poste dall’Upper Tribunal (Immigration and Asylum Chamber), London, come segue:
– la nozione di “persona a carico” non implica che il legame di dipendenza economica dovesse già sussistere immediatamente prima del trasferimento del cittadino dell’Unione nello Stato membro ospitante, e
5 – Il regolamento del 2011 sull’immigrazione (Spazio economico europeo) (modificato) [Immigration (European Economic Area) (Amendment) Regulations 2011] ha sostituito l’espressione «uno Stato del SEE» con l’espressione «un paese diverso dal Regno Unito». Ammesso che detta modifica, intervenuta dopo che la Corte è stata investita della causa, sia immediatamente applicabile alle cause in corso, non mi pare tuttavia idonea a rimettere in discussione la rilevanza della terza questione sottoposta dall’Upper Tribunal (Immigration and Asylum Chamber), London (Regno Unito), dal momento che permane il requisito del previo soggiorno all’interno dello stesso Stato del cittadino dell’Unione.
6– V. sentenza del 7 luglio 2011, Agafiţei e a. (C‑310/10, Racc. pag. I-5989, punti 25 e 27 e giurisprudenza ivi citata).
9 – V. sentenza del 23 novembre 2010, Tsakouridis (C‑145/09, Racc. pag. I-11979, punto 23 e giurisprudenza ivi citata).
11 – V. altresì sentenze del 7 ottobre 2010, Lassal (C‑162/09, Racc. pag. I-9217, punto 29), e del 5 maggio 2011, McCarthy (C‑434/09, Racc. pag. I-3375, punto 27).
14 – V. sentenza del 21 dicembre 2011, Ziolkowski e Szeja (C‑424/10 e C‑425/10, Racc. pag. I-14035, punto 32 nonché giurisprudenza ivi citata).
18 –	V. la relazione della Commissione al Parlamento europeo e al Consiglio sull’applicazione della direttiva 2004/38 [COM(2008) 840 def.]. All’interno di detta relazione, presentata il 10 dicembre 2008, viene rilevato che tredici Stati membri non hanno recepito correttamente l’articolo 3, paragrafo 2, di detta direttiva, mentre dieci Stati membri hanno esteso anche a questa categoria di familiari il diritto automatico di soggiornare con il cittadino dell’Unione (punto 3.1).
19 –	Può verificarsi, ad esempio, il caso di un cittadino dell’Unione privo di occupazione e di risorse economiche sufficienti per poter beneficiare del diritto di soggiorno per un periodo superiore a tre mesi ai sensi dell’articolo 7, paragrafo 1, della direttiva 2004/38.
29– C‑208/09, Racc. pag. I-13693.
31– C‑256/11, Racc. pag. I-1131, punto 66.
35 –	V. Corte eur. D.U., sentenza Ahmut c. Paesi Bassi del 28 novembre 1996, Recueil des arrêts et décisions 1996‑VI, pag. 2030, § 71.
36 –	V. Corte eur. D.U., sentenza Gül c. Svizzera del 19 febbraio 1996, Recueil des arrêts et décisions 1996‑I, pag. 174, § 38, e Ahmut c. Paesi Bassi, cit. supra, § 67.
37 –	V. Corte eur. D.U., sentenza Sen c. Paesi Bassi del 21 dicembre 2001, Recueil des arrêts et décisions 2001‑I, § 31.
38 –	Sentenza del 23 settembre 2003, Akrich (C‑109/01, Racc. pag. I‑9607, punto 59 e giurisprudenza ivi citata).
39 –	V. Corte eur. D.U., sentenza Slivenko c. Lettonia del 9 ottobre 2003, Recueil des arrêts et décisions 2003‑X, § 94.
40 –	Senza considerare che arriva a proteggere, dal punto di vista della vita privata, relazioni che non avrebbero potuto essere tutelate a titolo di diritto alla vita familiare (v. sentenza Slivenko c. Lettonia, cit. supra, § 95).
41 –	V. Corte eur. D.U., sentenza Marckx e Belgio del 13 giugno 1979, serie A n 31, § 45.
42 –	V. Corte eur. D.U., sentenza Moustaquim e Belgio del 18 febbraio 1991, serie A n 193. Per accertare la violazione dell’articolo 8 della CEDU, consistita nell’espulsione di un cittadino marocchino dal Belgio, la Corte ha preso in considerazione la presenza in Belgio di fratelli e sorelle.
43 –	V. Corte eur. D.U., sentenza X, Y e Z c. Regno Unito del 22 aprile 1997, Recueil des arrêts et décisions 1997‑II, § 36.
44– Sentenza del 19 novembre 1991, Francovich e a. (C‑6/90 e C‑9/90, Racc. pag. I‑5357, punto 11). V., quanto ad un’applicazione di detta regola ad una disposizione della direttiva 2004/38, sentenza del 17 novembre 2011, Aladzhov (C‑434/10, Racc. pag. I-11659, punto 32).
49 – Sentenza del 9 gennaio 2007, Jia (C‑1/05, Racc. pag. I‑1, punto 35 e giurisprudenza ivi citata).