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Timestamp: 2017-06-23 06:45:58+00:00
Document Index: 182784428

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 13', 'art. 1', 'art. 13', 'art. 13']

Cassazione civile, 18/05/2017, (ud. 25/10/2016, dep.18/05/2017), n. 12467
Dott. CHIARINI  Maria Margherita                  -  Presidente   -
Dott. OLIVIERI  Stefano                           -  Consigliere  -
Dott. RUBINO    Lina                         -  rel. Consigliere  -
Dott. VINCENTI  Enzo                              -  Consigliere  -
Dott. TATANGELO Augusto                           -  Consigliere  -
F.M., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA SANTA
COSTANZA 2, presso lo studio dell'avvocato STEFANO RUGGIERO, che la
rappresenta e difende unitamente all'avvocato MAURO PALADINI giusta
COMPAGNIA ASSICURATRICE LINEAR SPA, in persona del suo Direttore
Generale Dott.           R.A., elettivamente domiciliata in ROMA,
VIA FABIO MASSIMO 60, presso lo studio dell'avvocato ENRICO CAROLI,
rappresentata e difesa dall'avvocato VINCENZO PALTRINIERI giusta
GENERALI ITALIA SPA, in persona dell'Amministratore Delegato Sig.
N.G. e dal direttore generale e legale rappresentante Sig.
M.M., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA LUCREZIO CARO
62, presso lo studio dell'avvocato VALENTINO FEDELI, che la
rappresenta e difende giusta procura speciale notarile;
RA.MA.RO.,                      V.C.F.;
avverso la sentenza n. 933/2014 della CORTE D'APPELLO di MILANO,
25/10/2016 dal Consigliere Dott. LINA RUBINO;
udito l'Avvocato MAURO PALADINI;
udito l'Avvocato VINCENZO PALTRINIERI;
Le due compagnie di assicurazioni resistono con controricorso, gli altri intimati non hanno svolto attività difensiva in questa sede. Diritto
-il danno derivante da invalidità permanente che si traduca nella lesione della "cenestesi lavorativa", che consiste nella maggiore usura, fatica e difficoltà nello svolgimento dell'attività lavorativa, si risolve innanzitutto in una compromissione biologica dell'individuo e va liquidato come danno alla salute;
-può essere liquidato anche come danno patrimoniale, qualora si provi che esso abbia comportato anche una comprovata riduzione della capacità del danneggiato di produrre reddito, in connessione con l'attività da questi svolta;
-l'onere della prova grava sul danneggiato ma la prova della incidenza causale della invalidità sulla diminuzione della capacità di produrre reddito può essere fornita anche a mezzo di presunzioni.
sulla base dell'attuale quadro giurisprudenziale, laddove in caso di micropermanente si presume che essa rilevi soltanto sotto il profilo della personalizzazione del danno biologico, in caso che il danno permamente consista in una invalidità permanente media o grave, le presunzioni dovrebbero operare in modo tale che, provata da parte del danneggiato una diminuzione del guadagno, essa dovrebbe essere posta in rapporto presuntivo iuris tantum di causalità con la lesione.
Sostiene di non aver lamentato, come danno patrimoniale, un danno da lesione della cenestesi lavorativa, ovvero limitato alla maggior usura, difficoltà e fatica incontrate nello svolgimento dell'attività lavorativa, consapevole del fatto che esso rileverebbe, secondo quanto affermato da questa Corte con la sentenza n. 7524 del 2014, solo all'interno della personalizzazione del danno biologico, che le è stato riconosciuto ed è stato personalizzato al massimo grado.
La domanda autonomamente posta, e che assume che erroneamente non sia stata accolta, concerne invece il danno patrimoniale derivante dalla contrazione della sua capacità lavorativa specifica, e quindi la perdita di guadagno e di incremento delle proprie occasioni lavorative derivante dal fatto che non è più fisicamente in grado di svolgere l'attività professionale come prima, dovendo necessariamente fare della pause più lunghe per recuperare le forze, non potendosi sottoporre a lunghi spostamenti o stare molte ore di seguito in una stessa posizione. Riconduce quindi le conseguenze della invalidità permanente non (solo) ad un maggior affaticamento nello svolgimento dell'attività precedente, ma alla impossibilità di mantenere i ritmi della attività precedente, ed ancor più alla impossibilità di incrementare l'attività lavorativa: la professionista ha dovuto necessariamente modificare e rimodulare, rendendoli meno defatiganti, i ritmi lavorativi precedenti, per accordarli con la sua nuova situazione fisica ed assume che da ciò sia derivato una diminuzione dei guadagni e della possibilità di incrementare il proprio reddito professionale, non adeguatamente preso in considerazione, come autonoma voce di danno, dalla corte d'appello.
Quindi, non ritiene che questa prova sia stata fornita. In particolare, non ritiene che dalle dichiarazioni dei redditi del notaio, pur prodotte, si traggano clementi univoci nel senso di un decremento progressivo dei guadagni negli anni successivi all'incidente. Essa vi rinviene piuttosto delle oscillazioni, prive della necessaria univocità e non idonee a fornire la prova di una costante diminuzione della capacità di guadagno da porre in rapporto causale con il verificarsi dell'evento dannoso. Quindi ritiene in primo luogo che la danneggiata non abbia fornito prova sufficiente del pregiudizio patrimoniale stesso.
In più, non ritiene che sia stata fornita una prova adeguata della derivazione causale, secondo la regola della regolarità causale o del più probabile che non, tra la contrazione di reddito verificatasi, sebbene non con la richiesta univocità, negli anni successivi al fatto illecito o la mancanza di incremento e la impossibilità fisica, per il notaio, di mantenere i ritmi lavorativi precedenti, e tanto meno di incrementarli.
L'introduzione del riferimento al fatto notorio della crisi economica e della sua possibile incidenza, come fattore causale alternativo, sulla contrazione del volume di affari delle professioni intellettuali in genere e della professione notarile in particolare ha un peso solo rafforzativo del convincimento già maturato sulla base di una corretta applicazione dei principi di diritto sopra enunciati.
Infine, il ricorso risulta notificato successivamente al termine previsto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 18, pertanto deve darsi atto della sussistenza dei presupposti di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla citata L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17. PQM
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Corte di cassazione, il 25 ottobre 2016.
Depositato in Cancelleria il 18 maggio 2017 Correlazioni:
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