Source: https://www.alternativa-politica.it/lavoro-e-beni-comuni-di-alberto-lucarelli/
Timestamp: 2018-08-21 23:46:41+00:00
Document Index: 26449809

Matched Legal Cases: ['art. 4', 'art. 38', 'art. 18', 'art. 18', 'art. 18', 'art. 8', 'art. 81', 'art. 42']

Lavoro e Beni Comuni – di Alberto Lucarelli | ALTERNATIVA Politica
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Lavoro e Beni Comuni – di Alberto Lucarelli
Pubblichiamo per il dibattito un interessante contributo di Alberto Lucarelli, da lui predisposto per il convegno sul lavoro organizzato da ALBA.
Due settimane fa, il deposito dei quesiti referendari in Cassazione, per la tutela dei diritti dei lavoratori, ha rappresentato un punto di svolta fondamentale, ovvero l’assunzione di responsabilità politiche di partiti e forze sociali al fine di ripristinare la legalità costituzionale: si proprio la legalità costituzionale.
Dal 1948 la lotta si era concentrata a rendere effettivi i principi costituzionali, a far si che il principio di cui all’art. 4 della Costituzione diventasse effettivo; di promuovere le condizioni per rendere effettivo il diritto al lavoro, cioè un diritto pieno ed azionabile ad ottenere un posto di lavoro – sia dallo Stato sia dai privati.
Cioè rendere effettivo quel principio per cui spetta alla repubblica promuovere le condizioni per rendere effettivo questo diritto e che in ogni caso la lotta fosse concentrata a far si che i lavoratori disoccupati avessero diritto ad avere assicurati i mezzi adeguati alle loro esigenze di vita (art. 38 cost.).
Si è combattuto per passare da una democrazia borghese formale delle enunciazioni e dei meri riconoscimenti a quei diritti fossero garantiti (democrazia sostanziale). Da qui lo statuto dei lavoratori, da qui l’art. 18.
Un governo politico forte di un’ampia maggioranza, il governo Monti non soltanto ha spazzato via l’art. 18, ma con esso ha spazzato via la Costituzione; ha spazzato via quei processi democratici che faticosamente stavano tentando di trasformare la democrazia borghese in democrazia reale.
La proposta referendaria quindi per l’abrogazione del nuovo art. 18 e dell’art. 8 ovviamente non potrà essere declinata unicamente all’interno delle procedure referendarie, né limitarsi agli effetti abrogativi della norma.
La “battaglia referendaria” oltre a tali obiettivi, deve avere la forza di porre al centro dell’agenda politica e del dibattito sociale il lavoro, le lavoratrici ed i lavoratori, i diritti sociali, quali presupposti necessari ed indispensabili per l’esercizio dei diritti politici e civili.
Mi fate capire una volta per tutte come è possibile esercitare diritti civili e politici senza il lavoro?
La campagna referendaria è oggi uno strumento necessario di democratizzazione del sistema politico, di affermazione della democrazia sociale. Va “utilizzato” come strumento politico.
È uno strumento per estendere il potere d’indirizzo politico governante e di controllo alla società civile nelle sue varie articolazioni, dalla scuola alla fabbrica.
La campagna referendaria per ripristinare una scala gerarchica di valori e principi, nella consapevolezza che se non vengono rispettati e garantiti i diritti dei lavoratori, attraverso le conquiste ottenute nella fase di attuazione della Costituzione, gli altri diritti saranno esercitati da sudditi e non da cittadini, da persone private della loro dignità, e quindi schiave delle necessarie esigenze materiali.
Senza l’effettiva tutela dei diritti, non avrebbe neanche più senso parlare di differenza tra democrazia rappresentativa e partecipativa in quanto, con le dovute differenze, entrambe le due dimensioni, si esprimono come attuazione dei diritti politici.
Insomma, l’impressione è che vi possano essere le condizioni, intorno a contenuti decisivi quale il lavoro, e non a meri tatticismi contingenti, a porre in essere un vero e proprio patto politico-elettorale per la legalità costituzionale. Un patto di contenuti aperto a tutte quelle forze politiche e sociali pronte a sottoscriverlo e a sostenerlo.
Tuttavia il patto referendario sul lavoro, come si è realizzato e posto in essere, risente ancora del passato e di un agire politico tradizionale dei partiti, in quanto soggetti decisori tendenzialmente distanti dai cittadini; soggetti autoreferenziali.
Con quel patto, stiamo ancora all’interno della democrazia della rappresentanza, della delega.
Quel patto, a tutela dei lavoratori, per la legalità costituzionale, va alimentato con altri e diversi strumenti della democrazia diretta e partecipata.
Quel patto politico, e perché no anche elettorale, va alimentato con metodi differenti, va alimentato con un’altra battaglia di democrazia partecipativa, che va associata a quella sul lavoro: la battaglia dei beni comuni.
Una battaglia per fronteggiare ed opporsi alla vendita del demanio naturale e storico-artistico, di tutti quei beni posti in vendita e quindi sottoposti a processi di privatizzazione forzata.
Un tema che, per sua vocazione naturale, va associato al tema del lavoro. Sappiamo bene che la tanto auspicata valorizzazione di questi beni attraverso la svendita e la privatizzazione significa, innanzitutto, mortificare e ridurre i diritti dei lavoratori.
L’efficienza, compagne e compagni, si ottiene sulla “pelle” dei lavoratori, in particolare attraverso il ricorso pratiche sempre più oscure di esternalizzazione di servizi; di spezzatini dei diritti dei lavoratori.
Dunque, al tema del lavoro, da subito va affiancato il tema della difesa dei bei comuni. Lavoro e beni comuni sono le due grandi categorie che maggiormente sono state vandalizzate negli ultimi 20 anni e che insieme costituiscono il vero patto per il ripristino e l’attuazione della legalità costituzionale.
Da subito quindi una proposta popolare per dire chiaramente che nella Costituzione, accanto alla proprietà pubblica e privata ci sono i beni demaniali.
Per dire chiaramente che questi beni stanno al di fuori delle logiche del mercato e che sono inalienabili, in espropriabili, inusucapibili.
Una proposta di legge costituzionale che espella dall’art. 81 Cost il pareggio del bilancio ed il virus del fiscal compact dicendo chiaramente che il 50% del bilancio dello Stato va riservato alla spesa sociale, allo Stato sociale, ai diritti dei lavoratori, agli esclusi, agli emarginati, ai migranti, alle donne, ai giovani, agli studenti.
Preparare così da subito la seconda campagna referendaria a partire da dopo le elezioni, per votare nel 2014, con la predisposizione di un quesito referendario che abbia come oggetto ben definito la tutela del demanio e del patrimonio del nostro Paese.
Un quesito che sia presentato da un comitato quanto più rappresentativo e ampio possibile, che sappia andare oltre i tatticismi delle alleanze dei partiti, oltre la voglia di primazia dei segretari di partiti, che sappia intendere l’istituto referendario come uno strumento politico capace di intrecciare rappresentanza e partecipazione.
I referendum sul lavoro e sui beni comuni dovranno avere quale finalità quella di sostituire al pensiero unico un pensiero alternativo, che individui il nemico da abbattere nella speculazione finanziaria e nella privatizzazione dei beni comuni.
Per limitare l’aggressività della speculazione diventa indispensabile non offrire agli speculatori la possibilità di arricchirsi ulteriormente acquistando a prezzo vile i cosiddetti “gioielli di famiglia”,
Con tali vendite effettuate soltanto “per far cassa”, si diventa ancora più deboli sul piano economico e finanziario, sul piano della tutela del diritto dei lavoratori e si va incontro ad un inevitabile fallimento economico, finanziario, sociale, culturale.
La proposta referendaria contro il saccheggio dei beni comuni intende abrogare quelle leggi che hanno consentito e stanno consentendo la privatizzazione dei beni ambientali e culturali: l. n. 410 del 2001, l. n. 112 del 2002, l. n. 133 del 2008, l. n. 85 del 2010, l. n. 95 del 2012. Insomma leggi c.d. bipartisan ispirate tutte dalla finanziarizzazione dei beni comuni.
E’ evidente che tali battaglie: proposta popolare e referendum si devono porre anche sul piano della proposta politica, partendo e andando oltre la Commissione Rodotà, avendo ben chiaro tuttavia che oggi basta una legge per sdemanializzazione i beni demaniali e tutto è dunque affidato alla discrezionalità del legislatore.
Un processo, quello della sdemanializzazione, molto poco garantista, soprattutto se raffrontato alle garanzie previste per lo speculare processo di espropriazione della proprietà privata che, a fronte della sottrazione del bene al privato e soltanto per motivi di interesse generale, sancisce l’obbligo di corrispondere un indennizzo a favore dell’espropriato.
Nel caso di sdemanializzazione, viceversa, non c’è alcun riferimento costituzionale ai motivi di interesse generale, restando la decisione nella piena discrezionalità del legislatore che procede senza alcun obbligo di “indennizzo alla collettività” per il bene alienato.
Le operazioni accennate sono legittime, nel senso che si fondano sul codice civile. L’effetto della cartolarizzazione può leggersi come conforme alla disciplina codicistica e non in palese difformità dalla Costituzione.
Da qui la necessità, dei referendum, che partiranno subito dopo le elezioni, proponendo contestualmente una modifica dell’art. 42 della Costituzione, che introduca, accanto alla proprietà pubblica e privata, i beni comuni quali beni di appartenenza collettiva, dichiarandoli inalienabili, inusucapibili ed inespropriabili, non sottoponibili a procedure di sdemanialiazzazione ed oggetto di concessione soltanto in casi ben definiti e circoscritti dalla legge.
Insomma, il tempo dell’azione politica è ristrettissimo, l’inizitiva legislativa, da subito ed il referendum dopo le elezioni, contro “Svenditalia”, devono essere portati da una quanto più possibile ampia coalizione sociale,
L’obiettivo lavoro-beni comuni è unitario: la tutela dei diritti fondamentali e della legalità costituzionale.
Concludo con parole che sembrano le più adatte ad ispirare un’azione non soltanto politica per la ricerca di un sistema alternativo a quello liberista:
“Vivere all’interno dell’universo dell’appartenenza, come è nostra sorte, senza aprire ideali finestre sull’esterno, rischia non soltanto di farci considerare unica quella che è semplicemente una soluzione storica dominante, ma di farcela considerare la migliore possibile, con la conseguente condanna di ogni altra soluzione come anomala e deteriore”.
La nostra soluzione non né anomala, né deteriore, la nostra soluzione è la seguente: uscire dal capitalismo!
Dunque resistenza verso la ricette liberiste. Noi per uscire dalla crisi ne abbiamo altre, ma la loro applicazione presuppone la sconfitta del capitalismo.
Le prossime elezioni saranno elezioni costituenti. E allora mettiamo in campo azioni di difesa della legalità costituzionale (lavoro), senza dimenticare l’importanze di azioni forti ed offensive (beni comuni).