Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-21416-del-15-09-2017
Timestamp: 2020-08-06 02:04:25+00:00
Document Index: 89628970

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 7', 'art. 9', 'art. 21', 'art. 380', 'art. 21', 'art. 366', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 21', 'art. 27', 'art. 21', 'art. 27', 'art. 7', 'art. 26', 'art. 26', 'art. 21', 'art. 1241', 'art. 8', 'sentenza ', 'art. 9', 'art. 10', 'sentenza ', 'sentenza ']

Sentenza Cassazione Civile n. 21416 del 15/09/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 21416 del 15/09/2017
Cassazione civile, sez. trib., 15/09/2017, (ud. 01/06/2017, dep.15/09/2017), n. 21416
sul ricorso iscritto al n. 21924/2010 R.G. proposto da:
TREVI FINANZIARIA INDUSTRIALE s.p.a., in persona del legale
rappresentante pro tempore, Cav. T.D., rappresentata e
difesa, giusta procura speciale in calce al controricorso, dagli
avv.ti Emanuele Coglitore e Luigi Ferdinando Berardi, ed
elettivamente domiciliata presso lo studio legale del primo
difensore, in Roma, via Confalonieri, n. 5;
dell’Emilia Romagna, n. 75/13/09, depositata in data 29 giugno 2009;
– che con sentenza n. 75 del 29 giugno 2009 la Commissione tributaria regionale dell’Emilia Romagna respingeva l’appello proposto dall’Agenzia delle entrate avverso la sentenza di primo grado che aveva accolto il ricorso proposto dalla Trevi Finanziaria Industriale s.p.a. avverso il diniego parziale di rimborso dell’IVA versata dalla società negli anni di imposta 2001 e 2002 con riferimento a canoni di locazione di beni mobili da utilizzare al di fuori del territorio della Comunità europea, quindi ad operazioni non territoriali esclusi dall’ambito di applicazione della predetta imposta ai sensi DEL D.P.R. n. 633 del 1972, art. 7, comma 4, lett. d);
– che i giudici di appello, ritenuta l’adesione della società contribuente al condono di cui alla L. n. 289 del 2002, art. 9 non preclusiva della possibilità per la medesima di ottenere il rimborso dell’IVA pagata indebitamente, anche in considerazione dell’inapplicabilità del condono previsto dalla citata disposizione all’IVA per incompatibilità con l’ordinamento unionale, sostenevano che la società contribuente aveva diritto al rimborso dell’IVA erroneamente versata sulle operazioni fuori campo IVA perchè, diversamente da quanto sostenuto dall’Agenzia delle entrate, aveva tempestivamente avanzato la richiesta ai sensi del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 21, comma 2, il cui termine, che comincia a decorrere dal momento in cui le somme entrano nella disponibilità dello Stato, andava individuato in quello di presentazione della dichiarazione, nella specie effettuata in data 22/10/2004;
– che avverso tale statuizione ricorre per cassazione l’Agenzia delle entrate sulla base di due motivi, cui replica l’intimata con controricorso e memorie ex art. 380 bis c.p.c., comma 1.
– che va preliminarmente esaminata l’eccezione di difetto di sinteticità e di autosufficienza del ricorso sollevata dalla controricorrente, che lamenta la redazione del medesimo, nella parte relativa allo svolgimento del processo, con la tecnica della riproduzione integrale, senza alcuna selezione specifica dei contenuti rilevanti, degli atti del giudizio di merito, oltre che dell’istanza da essa avanzata e del provvedimento di rigetto impugnato;
– che l’eccezione è infondata posto che: a) l’istanza di rimborso ed il provvedimento di rigetto, entrambi piuttosto concisi, consentono di comprendere agevolmente la vicenda preprocessuale e le questioni poi oggetto di giudizio; b) la riproduzione integrale degli atti processuali è limitata a quelli depositati dall’Agenzia delle entrate, giacchè quelle della società contribuente sono riportati per riassunto, c) la riproduzione integrale degli atti dell’amministrazione finanziaria è comunque limitata alla sola parte espositiva dell’unica questione di diritto posta nel giudizio (ovvero, la decorrenza del termine biennale di cui al D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 21, comma 2, u.p.) e dagli stessi è immediatamente enucleabile il contenuto strettamente necessario per comprendere lo svolgimento dei fatti di causa e le problematiche della vicenda processuale, così che, in definitiva, può affermarsi che il ricorso è riconducibile “a dimensioni e contenuti rispettosi del canone di sinteticità configurato nel modello legislativo del giudizio per cassazione” (v. Cass. n. 18363 del 2015);
– che infondata è anche l’eccezione di inammissibilità del ricorso per difetto del requisito di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4, giacchè, diversamente da quanto sostenuto dalla controricorrente, il ricorso in esame contiene specifiche, intellegibili ed esaurienti argomentazioni, dirette a motivatamente censurare le affermazioni in diritto contenute nella sentenza impugnata, anche evidenziandone la contrarietà con l’interpretazione delle stesse fornite dalla giurisprudenza di legittimità, pur mediante la riproduzione nel ricorso di ampi stralci delle pronunce di questa Corte;
– che con il primo motivo di ricorso, dedotto ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la ricorrente Agenzia lamenta la violazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 21, comma 2, e D.P.R. n. 633 del 1972, art. 27, sostenendo che la CTR aveva erroneamente ritenuto che il termine biennale di cui al citato art. 21 decorresse dalla data di presentazione della dichiarazione annuale anzichè in quella di effettuazione dei versamenti periodici ex art. 27 citato (nella versione applicabile ratione temporis);
– che va premesso, in fatto, che nella specie è incontroverso che la società contribuente nel corso dell’anno di imposta 2002 aveva emesso nei confronti di altra società (la Trevi Finanziaria Industriale s.p.a.) per i canoni di locazione di un macchinario industriale utilizzato fuori dalla Comunità europea, fatture con applicazione dell’IVA ordinaria nonostante si trattassero di operazioni fuori campo IVA D.P.R. n. 633 del 1972, ex art. 7, comma 2, lett. d), e che, non potendo emettere nota di variazione (in diminuzione) D.P.R. n. 600 del 1973, ex art. 26, essendo decorso il termine annuale dall’effettuazione dell’operazione imponibile (comma 3 del citato art. 26), in data 27 ottobre 2005 avanzava istanza ex art. 21, comma 2 D.P.R. citato, di rimborso dell’IVA indebitamente versata (per complessivi Euro 456.000,00), rigettata dall’amministrazione finanziaria in quanto tardiva;
– che al riguardo è appena il caso di precisare che la tesi sostenuta dalla controricorrente, di non aver effettuato alcun versamento di imposta in quanto “dalla liquidazione delle fatture (…) “emergeva” un’imposta a credito”, è palesemente infondata, per due ordini di ragioni; la prima, di ordine generale, perchè la norma non usa l’espressione “versamento”, bensì quella di “pagamento” dell’imposta e la compensazione effettuata in sede di liquidazione, cui fa riferimento la controricorrente, costituisce modalità di estinzione e, quindi, di pagamento dell’IVA ai sensi dell’art. 1241 c.c. e L. n. 212 del 2002, art. 8, comma 1; la seconda, attinente al caso di specie, perchè quella chiesta a rimborso è IVA riferita ad operazioni “fuori campo” IVA e, quindi, “fuori conto”, in relazione ai quali la data di presentazione della dichiarazione annuale è del tutto indifferente;
– che per differire ad un momento successivo a quello della liquidazione periodica (mensile o trimestrale) dell’IVA, ovvero al momento della presentazione della dichiarazione annuale, la decorrenza del termine di decadenza dal diritto ad ottenere la restituzione dell’IVA erroneamente applicata ad operazioni esenti, si dovrebbe poter dimostrare che quel diritto in precedenza, ovvero al momento della liquidazione, era – benchè sussistente – incompleto o inefficace e la dichiarazione annuale “l’elemento finale di una fattispecie a formazione progressiva soltanto al termine della quale il diritto potrebbe essere azionato” (così, ancorchè in fattispecie diversa, in Cass. n. 813 del 2005); il che, all’evidenza, non è, in quanto al momento della liquidazione periodica il diritto alla restituzione dell’IVA erroneamente applicata a certe operazioni esenti è pieno ed efficace e, quindi, esercitabile; ed è stato precisato (Cass. n. 5224 del 2012; conf. Cass. n. 9818 del 2012, nonchè n. 3593 e n. 3592 del 2016) che “detto termine non potrebbe decorrere – come sostiene la parte contribuente – dalla data del termine ultimo previsto per la dichiarazione ai fini della detrazione, poichè detrazione e rimborso d’imposta sono manifestazioni alternative del medesimo diritto, ancorchè non subordinate ai medesimi presupposti, sicchè il decorso del termine previsto per avvalersi della facoltà di rimborso non potrebbe essere di certo collegato con una modalità alternativa di esercizio del medesimo interesse, modalità che opera separatamente ed in ragione di differenti presupposti”;
– che la diversa conclusione non può condurre la nota dell’Agenzia delle entrate n. 121653 del 2003, citata anche dalla CTR, essendo noto l’orientamento di questa Corte che esclude la vincolatività delle circolari dell’amministrazione finanziaria, persino per l’autorità emanante (cfr. Cass., Sez. U., n. 23031 del 2007; Cass. n. 6699 del 2014);
– che restano assorbiti il secondo motivo, con cui la ricorrente Agenzia ha dedotto la contraddittorietà della motivazione della sentenza impugnata, ed il terzo motivo di ricorso, con cui la ricorrente ha dedotto la violazione della L. n. 289 del 2002, art. 9 che, peraltro, è norma nella specie inapplicabile per incompatibilità del condono previsto dalla citata disposizione con l’ordinamento unionale in materia di tributi armonizzati (nella specie, di IVA), per contrasto con gli artt. 2 e 22 della Sesta direttiva del 17 maggio 1977, n. 77/388/CEE, nonchè con l’art. 10 del Trattato della Comunità Europea, espressamente affermata dalla Corte di Giustizia delle Comunità europee nella sentenza resa in causa C-132/06, più volte ribadita da questa Corte (v., ex plurimis, Cass., Sez. U. n. 20068 del 2009, poi seguita da numerosissime pronunce conformi di questa Sezione tra cui Cass. n. 20435 del 2014, n. 14293 e n. 16754 del 2016);
accoglie il primo motivo di ricorso, assorbiti gli altri, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta l’originario ricorso della società contribuente, che condanna al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 8.000,00 per compensi, oltre alle spese prenotate a debito, compensando le spese processuali dei giudizi di merito.