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Timestamp: 2018-06-24 18:35:12+00:00
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Danno biologico: sentenza Cassazione su personalizzazione - Blog Software per Avvocati
Incidenti e vittime. La Cassazione licenzia tre sentenze. Con la sentenza n. 9231/13 ha stabilito la personalizzazione dell'indennizzo di un danno non patrimoniale, il danno biologico: nell'indennizzo riconosciuto ad una vedova, viene valutata, oltre alla durata e all'intensità del rapporto vissuto, anche la perdita del sostegno nell'educazione e nel mantenimento dei figli minori.
Il caso riguardava la morte, per investimento, di un uomo giovane padre quattro figli dai tre ai diciotto anni di età. La Suprema Corte ha chiesto un'attenta valutazione delle singole situazioni in considerazione della personalità di ciascun familiare danneggiato e della sua capacità di reagire e sopportare il trauma.
La Cassazione ha notato una “scarsa attenzione dimostrata dai giudici di merito alla moglie quantificando una somma uguale per tutti, senza valutare opportunamente l'incidenza dell'improvvisa e prematura interruzione del rapporto familiare sul coniuge superstite, sia sotto l'aspetto del dolore emotivo, sia sotto quello della definitiva perdita dell'apporto dell'altro genitore nella cura e nella formazione morale e sociale degli altri figli, né dell'incidenza di tali aspetti su questi ultimi, per tutta la vita che sarebbe rimasta al padre, secondo l'aspettativa media, se non fosse stata tragicamente stroncata".
Con sentenza 8575/13, pubblicata il 9 aprile dalla terza sezione civile della Cassazione, è stabilito che l’infortunato può chiedere il danno biologico anche se ha già ottenuto il risarcimento per il veicolo ed è ammissibile la parcellizzazione della domanda: si può agire separatamente per voci di lesione diverse da quelle già coperte dal giudicato.
Inoltre, la Corte di Cassazione, a Sezioni unite, con la sentenza 8348/13, pubblicata il 5 aprile, ha sancito che: “La prescrizione del diritto al risarcimento del danno prodotto dalla circolazione dei veicoli derivante da illecito considerato dalla legge come reato, nell’ipotesi in cui il danneggiato si sia ritualmente costituito parte civile nel processo penale, deve ritenersi decorrente dalla data del passaggio in giudicato della sentenza dichiarativa dell’improcedibilità dell’azione per morte del reo e non da quella del decesso di detto danneggiante, dovendo infatti osservarsi che, analogamente a quanto avviene nell’ipotesi di estinzione del reato per amnistia, alla costituzione di parte civile nel processo penale debba riconoscersi l’effetto interruttivo-sospensivo permanente fino al passaggio in giudicato della sentenza che decide il processo in cui essa è stata spiegata, dal momento che anche nel caso in cui l’estinzione del reato dipenda dalla morte del reo, non si può escludere che il danneggiato sia, sì, nuovamente investito dell’onere di riattivarsi sul piano processuale entro il termine biennale, ma ciò solo dal momento in cui è divenuta irrevocabile la sentenza penale dichiarativa di quella estinzione, avendo egli, sino a quella data, l’indiscutibile diritto a riporre un legittimo affidamento sull’effetto conservativo dell’azione civile negli stessi termini utili per l’esercizio della pretesa punitiva dello Stato contro il responsabile e, perciò, su una diversa situazione che gli assicurava la salvaguardia del proprio diritto”.
Il caso in esame riguarda la richiesta di risarcimento danni da parte degli eredi di una vittima di un incidente stradale, al conducente del veicolo responsabile del sinistro.
Durante il procedimento penale per omicidio colposo, gli eredi della vittima si costituirono parte civile. L’imputato, però, è morto durante il processo di appello e la Corte aveva rigettato la domanda di risarcimento danni, ritenendo il diritto prescritto, in quanto gli eredi sarebbero stati tenuti ad interrompere la prescrizione in seguito al decesso dell’imputato.
I familiari della vittima del sinistro ricorrono in Cassazione, lamentando che la Corte di Appello non ha tenuto presente che la costituzione di parte civile ha il potere di produrre l’interruzione della prescrizione.
Così, la Suprema Corte, accoglie il ricorso, osservando che nel caso avvenga morte dell’imputato, la prescrizione del diritto al risarcimento danni, ricominci a decorrere fin dalla data della morte del danneggiante, e non da quella del passaggio in giudicato della sentenza dichiarativa dell’improcedibilità dell’azione, anche nell’ipotesi in cui il danneggiato si sia ritualmente costituito parte civile nel processo penale.