Source: https://www.italianitalianinelmondo.com/2019/03/01/la-corte-giustizia-europea-la-brexit-revocabile/
Timestamp: 2019-05-24 23:56:50+00:00
Document Index: 61329394

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Per la Corte di Giustizia europea la Brexit è revocabile – Italiani Italiani nel Mondo
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La Corte di giustizia ha riconosciuto una terza opzione al Regno Unito oltre alle due espressamente contemplate dall’art.50 TUE: non solo uscita con accordo o uscita senza accordo (come previsto dal Trattato), ma anche revoca della notifica di recesso prima della scadenza dei due anni o della proroga pattuita con l’Unione.
La dottrina era fortemente divisa sulla questione: per taluni la revocabilità del recesso avrebbe indebitamente rafforzato la posizione negoziale dello Stato recedente, in danno degli altri Stati membri e dell’Unione; per altri la irrevocabilità avrebbe creato una situazione sbilanciata in senso opposto, sacrificando oltre misura la sovranità dello Stato recedente e pregiudicando un’uscita ordinata dall’Unione; per altri ancora l’interpretazione dell’art. 50 poteva essere riequilibrata, ammettendo bensì la revocabilità del recesso ma subordinandola al consenso del Consiglio europeo.
La Corte di giustizia si è espressa in favore della revocabilità unilaterale della notifica di recesso, argomentando in base alla formulazione letterale, alle finalità e al contesto dell’art. 50 (costituito dal diritto dell’Unione nel suo complesso), come pure alla luce delle norme internazionali applicabili.
Sul primo punto (la formulazione letterale), dal momento che l’art. 50 parla di notifica da parte dello Stato interessato della “intenzione” di recedere, la Corte osserva che “un’intenzione non è, per natura, né definitiva, né irrevocabile”. Sul secondo punto (finalità perseguite), ad avviso della Corte la norma intende garantire il diritto sovrano e unilaterale di uno Stato di lasciare l’Unione, come pure di conservare il suo status di membro prima che il recesso diventi effettivo. Sul terzo punto (il contesto), la Corte richiama l’obiettivo di “un’unione sempre più stretta” perseguito dall’Unione e i valori di libertà e democrazia su cui essa si fonda. A suo avviso, non sarebbe pertanto coerente costringere all’uscita dall’Unione uno Stato che, in esito a un processo democratico, manifesti la volontà di continuare a farne parte. Né sarebbe giustificato subordinare la revoca al consenso dell’Unione, che l’art.50 contempla bensì ma per un’ipotesi che la Corte ritiene sostanzialmente diversa (la proroga del termine dei due anni). Infine, quanto alle norme internazionali, la Corte trova conferma della sua tesi nell’art. 68 della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati, ai sensi del quale la notifica di recesso da un trattato può essere revocata in ogni momento prima che abbia avuto effetto.
Qualche dubbio c’è
Gli argomenti invocati dalla Corte non appaiono peraltro decisivi. Non lo è quello letterale, dato che l’art. 50 parla di decisione ancor prima che intenzione di recedere (“Lo Stato membro che decide di recedere notifica tale intenzione […]”). È dubbio quello teleologico, perché la norma si preoccupa di tutelare non solo gli interessi dello Stato recedente, ma anche quelli dell’Unione, coinvolgendo le sue istituzioni nel negoziato sulle condizioni del recesso. Ugualmente incerto appare il richiamo al contesto: eventuali ripensamenti democratici, che inducano lo Stato recedente a ritornare sulla sua decisione, non sono preclusi dall’art. 50, che indica però la via della ri-adesione all’Unione. Quanto all’art. 68 della Convenzione sul diritto dei trattati, è discutibile che sia una norma di diritto internazionale consuetudinario applicabile all’Unione; e d’altra parte,la notifica di recesso potrebbe considerarsi produttiva di effetti fin dal suo arrivo al Consiglio Europeo.
È palese che, al di là delle considerazioni giuridiche, la sentenza è motivata dall’intento di facilitare un possibile ripensamento del Regno Unito. Si tratta evidentemente di una finalità apprezzabile. Resta il fatto che la pronuncia della Corte sull’interpretazione dell’art. 50 fa ormai stato; è quindi destinata ad applicarsi non solo alla Brexit, ma a ogni altra iniziativa di recesso dall’Unione che dovesse presentarsi in futuro. Si delinea così il rischio, paventato dai critici della revocabilità unilaterale, di un uso strumentale della medesima attraverso la possibile introduzione di una nuova notifica di recesso dopo il ritiro di quella precedente. Il che determinerebbe fra l’altro la vanificazione della scadenza dei due anni: scadenza derogabile bensì ai sensi dell’art. 50 ma solo con il consenso unanime del Consiglio Europeo, e dunque di tutti gli altri Stati membri.
Di questo rischio si fa espressamente carico l’Avvocato General Campos Sanchez-Bordona nelle sue conclusioni relative al caso in esame. Egli ritiene tuttavia il rischio abbastanza remoto, se si tiene conto delle autorità nazionali coinvolte in una procedura di recesso; considera, inoltre, che eventuali comportamenti scorretti potrebbero essere sanzionati sotto il profilo dell’abuso di diritto, in forza di un principio ormai consolidato nella giurisprudenza della Corte. Del problema si dà carico in maniera più indiretta la sentenza della Corte, laddove richiede che la revoca debba essere “univoca e incondizionata”, confermare “l’appartenenza all’Unione in termini immutati” e porre “fine alla procedura di recesso”. Il che sembra escludere la legittimità di revoche con mere finalità tattiche e dilatorie; ma è facile rendersi conto di quanto possa risultare poi difficile far valere in concreto una siffatta illegittimità.