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Timestamp: 2020-01-28 16:01:11+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 5', 'sentenza ', 'art. 5', 'art. 16', 'art. 42', 'art. 39', 'art. 37', 'art. 2', 'art. 5', 'sentenza ', 'sentenza ']

Sentenza Cassazione Civile n. 15939 del 27/06/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15939 del 27/06/2017
Cassazione civile, sez. I, 27/06/2017, (ud. 14/12/2016, dep.27/06/2017), n. 15939
G.A. elettivamente domiciliato in Roma, via Orti della
Farnesina, n. 115, presso lo studio dell’avv. Claudia Zhara Duda,
che lo rappresenta e difende unitamente dall’avv. Gaetano Rizzo.
MELITO S.C.A.R.L. IN LIQUIDAZIONE;
SOCIETA’ ITALIANA PER CONDOTTE D’ACQUA S.P.A. rappresentate e difese
dall’avv. Lucio Strangio, con domicilio eletto in Roma, via
Archimede, n. 97, nello studio dell’avv. Leopoldo dè Medici;
RETE FERORVIARIA ITALIANA S.P.A.;
avverso la sentenza della Corte di appello di Reggio Calabria, n. 4,
depositata in data 10 gennaio 2011;
sentita la relazione svolta all’udienza pubblica del 14 dicembre 2016
Sentito per i controricorrenti l’avv. Lucio Strangio;
dott. Immacolata Zeno, che ha concluso per l’accoglimento del
Con la sentenza indicata in epigrafe la Corte di appello di Reggio Calabria, pronunciando sulle domande proposte dal Sig. G.A. nei confronti di RFI e delle società Melito, Lodigiani e Cambogi, previa riunione dei giudizi, ha affermato in via generale le legittimazione passiva, quale beneficiaria dell’espropriazione, di RFI; ha rigettato la domanda risarcitoria rilevando che nella specie, poichè il decreto di esproprio, tenuto conto di una disposta proroga, doveva ritenersi tempestivo, non veniva in considerazione un’ipotesi di occupazione illegittima; ha poi dichiarato il difetto di legittimazione attiva, quanto all’opposizione alla stima proposta, per altro tardivamente, da Gambogi Costruzioni S.p.a.; ha affermato la natura agricola del terreno espropriato in quanto interessato da zona di rispetto ferroviario, dando atto dell’accettazione da parte dell’opponente G. della stima operata dalla Commissione provinciale ed intervenuta nelle more del giudizio, rigettando la richiesta del proprietario in merito al deprezzamento della parte residua del fondo.
Propone ricorso il G., deducendo un motivo, cui resistono le società Melito e Condotte, subentrata alla Gambogi.
La censura avanzata dal G., con cui si deduce l’omessa considerazione, da parte della Corte di appello, delle possibilità di utilizzazione del suolo non edificabile diverse da quelle agricole, in modo tale da commisurare l’indennità al valore di mercato del terreno ablato, è fondata.
Premesso che non appare adeguatamente censurata la ragione in base alla quale nella decisione impugnata è stata sostanzialmente esclusa la ricorrenza di un pregiudizio alla parte residua del fondo, deve constatarsi che – secondo quanto prospettato nel ricorso nel corso del giudizio il G. dichiarò di accettare il valore unitario (pari a Lire 110.000 al mq) posto alla base della stima dell’indennità definitiva intervenuta nelle more ad opera della competente commissione provinciale.
La corte di appello ha opinato di adottare la stima complessivamente determinata in sede amministrativa, senza considerare che la stessa, evidentemente fondata sulla natura edificabile della porzione di terreno espropriata, nella stessa decisione ritenuta, al contrario, non edificabile, in quanto interessata da vincolo di inedificabilità assoluta), era stata calcolata sulla base dei criteri riduttivi previsti dalla L. n. 359 del 1992, abrogato art. 5 bis.
Considerato, per altro, che il limite “teorico” derivante dalla suddetta accettazione era di gran lunga superiore – ammesso che esso fosse operante, in quanto nel giudizio inerente alla determinazione della stima non si tiene conto nè delle deduzioni delle parti, nè dei criteri adottati dalla Commissione provinciale ai fini della stima definitiva, sopravvenuta nelle more (Cass., 7 gennaio 2005, n. 1701; Cass., Sez. U, 29 gennaio 2001, n. 35), deve constatarsi che, nel considerare il valore del terreno espropriato, la cui natura non edificabile non risulta contestata neppure dal G., la Corte di appello ha adoperato un criterio estraneo a quello derivante dall’applicazione dello ius superveniens, invocato dal ricorrente e costituito dalla nota decisione del Giudice della L. n. 181 del 2011, che ha abrogato le disposizioni che, per i terreni agricoli, dettavano il criterio fondato sul c.d. valore agricolo medio.
Deve infatti rilevarsi che il sistema indennitario è ormai svincolato dalla disciplina delle formule mediane (dichiarata incostituzionale con sentenza n. 348 del 2007) e dei parametri tabellari, di cui alla L. n. 359 del 1992, art. 5-bis, commi 1 e 2, e della L. n. 865 del 1971, art. 16, commi 5 e 6, e risulta, invece, agganciato al valore venale del bene. Il serio ristoro che l’art. 42 Cost., comma 3, riconosce al sacrificio della proprietà per motivi d’interesse generale, si identifica, dunque, con il giusto prezzo nella libera contrattazione di compravendita, id est col valore venale del bene, posto che la dichiarazione d’incostituzionalità dei menzionati criteri riduttivi ha fatto rivivere detto criterio base di indennizzo, posto dalla L. n. 2359 del 1865, art. 39 riconosciuto applicabile ai casi già soggetti al pregresso regime riduttivo (Cass. n. 11480 del 2008; n. 14939 del 2010; n. 6798 del 2013; n. 17906 del 2014), ed ora sancito dal del D.P.R. n. 327 del 2001, art. 37, comma 1, come modificato dalla L. n. 244 del 2007, art. 2, comma 90.
Tanto non comporta, tuttavia, che sia venuta meno, ai fini indennitari, la distinzione tra suoli edificabili e non edificabili, che è imposta dalla disciplina urbanistica in funzione della razionale programmazione del territorio – anche ai fini della conservazione di spazi a beneficio della collettività e della realizzazione di servizi pubblici – e che le regole di mercato non possono travalicare.
E l’inclusione dei suoli nell’uno o nell’altro ambito va effettuata in ragione di un unico criterio discretivo, fondato sulla edificabilità legale, posto dalla L. n. 359 del 1992, art. 5 bis, comma 3, tuttora vigente, e recepito nel T.U. espropriazioni di cui al D.P.R. n. 327 del 2001, artt. 32 e 37.
In base a tale criterio, un’area va ritenuta edificabile solo quando la stessa risulti tale classificata al momento della vicenda ablativa dagli strumenti urbanistici (Cass., n. 7987/2011; Cass., n.9891/2007; Cass., n. 3838/2004; Cass., n. 10570/2003; Cass., Sez. un., nn. 172 e 173/2001), e, per converso, le possibilità legali di edificazione vanno escluse tutte le volte in cui, per lo strumento urbanistico vigente all’epoca in cui deve compiersi la ricognizione legale, la zona sia stata concretamente vincolata ad un utilizzo meramente pubblicistico (verde pubblico, attrezzature pubbliche, viabilità ecc.) in quanto dette classificazioni apportano un vincolo di destinazione che preclude ai privati tutte quelle forme di trasformazione del suolo che sono riconducibili alla nozione tecnica di edificazione, da intendere come estrinsecazione dello ius aedificandi connesso al diritto di proprietà, ovvero con l’edilizia privata esprimibile dal proprietario dell’area (Cass. 14840/2013; Cass., n. 2605/2010; Cass. nn. 21095 e 16537/2009).
L’impugnata sentenza va quindi cassata in relazione all’aspetto relativo allo ius superveniens, con rinvio alla Corte d’appello di Reggio Calabria, che, in diversa composizione, provvederà a determinare l’indennità di espropriazione e quella di occupazione considerando che, all’interno della categoria suoli inedificabili (in cui va ricompreso quello espropriato), rivestono valore a fini indennitari le possibilità di utilizzazioni intermedie tra l’agricola e l’edificatoria (parcheggi, depositi, attività sportive e ricreative, chioschi per la vendita di prodotti ecc.), sempre che siano assentite dalla normativa vigente sia pure con il conseguimento delle opportune autorizzazioni amministrative, e provvederanno, altresì, a regolare le spese del presente giudizio di legittimità.
Accoglie il ricorso; cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, alla Corte di Appello di Reggio Calabria, in diversa composizione.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della prima sezione civile, il 14 dicembre 2016.