Source: https://archiviando.wordpress.com/2015/09/07/legislazione-archivistica-gli-anni-90/
Timestamp: 2017-05-23 01:19:01+00:00
Document Index: 126413223

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 822', 'art. 19', 'art. 19', 'art. 148', 'art. 6', 'art. 2', 'art. 37', 'art. 9', 'art. 21', 'art. 30', 'art. 32', 'art. 40', 'art. 32', 'art. 47', 'art. 55', 'art. 122', 'art. 129']

Legislazione archivistica: gli anni ’90 – APPUNTI DI ARCHIVISTICA
Legislazione archivistica: gli anni ’90	Ripartizione competenze Stato-Regioni
Le leggi Bassanini decretano il passaggio di funzioni dallo Stato alle Regioni; nell’ambito dei beni culturali il Governo può prevedere il trasferimento dei musei statali alle regioni, alle province o ai comuni (l. 15 maggio 1997, n. 127), ma rimane di competenza Statale la tutela dei beni culturali, del patrimonio artistico e dell’ambiente (l. 15 marzo 1997, n. 59, art. 1 comma 3).
È nel d. lgs. 31 marzo 1998, n.112 che viene attuato quanto previsto dalle leggi Bassanini. Per i beni culturali (Titolo IV, Capo V) vengono definiti principi basilari, quali:
tutela, ogni attività diretta a riconoscere, conservare e proteggere i beni culturali e ambientali;
gestione, ogni attività diretta, mediante l’organizzazione di risorse umane e materiali, ad assicurare la fruizione dei beni culturali e ambientali, concorrendo al perseguimento delle finalità di tutela e di valorizzazione;
valorizzazione, ogni attività diretta a migliorare le condizioni di conoscenza e conservazione dei beni culturali e
ambientali e ad incrementarne la fruizione;
promozione, ogni attività diretta a suscitare e a sostenere le attività culturali.
Lo Stato e le regioni concorrono all’attività di conservazione, valorizzazione e promozione dei beni culturali, ma rimangono prerogative dello Stato:
l’apposizione di vincolo, diretto e indiretto, di interesse storico o artistico e vigilanza sui beni vincolati;
le autorizzazioni, prescrizioni, divieti, approvazioni e altri provvedimenti, anche di natura interinale, diretti a garantire la conservazione, l’integrità e la sicurezza dei beni di interesse storico o artistico;
il controllo sulla circolazione e sull’esportazione dei beni di interesse storico o artistico ed esercizio del diritto di prelazione;
l’occupazione d’urgenza, le concessioni e le autorizzazioni per ricerche archeologiche;
l’espropriazione di beni mobili e immobili di interesse storico o artistico;
la conservazione degli archivi degli Stati italiani preunitari, dei documenti degli organi giudiziari e amministrativi dello Stato non più occorrenti alle necessità ordinarie di servizio, di tutti gli altri archivi o documenti di cui lo Stato abbia la disponibilità in forza di legge o di altro titolo;
la vigilanza sugli archivi degli enti pubblici e sugli archivi privati di notevole interesse storico, nonché le competenze in materia di consultabilità dei documenti archivistici;
Nello stesso decreto legislativo viene istituita la Commissione per i beni e le attività culturali, composta da 13 membri provenienti dal Ministero per i beni culturali e ambientali, dal Ministero per l’università e la ricerca scientifica e tecnologica, dalla regione e altri enti territoriali, dalla Conferenza episcopale regionale e dal CNEL. Il coinvolgimento della Chiesa deriva dalle politiche di avvicinamento degli anni ’80, soprattutto in seguito alla stipula del nuovo Concordato (l. 25 marzo 1985, n. 121); mentre la presenza degli imprenditori è giustificata da una nuova volontà di coinvolgere il capitali privati nella valorizzazione del patrimonio culturale, anche questo un percorso avviato già negli anni ’80 con una politica di agevolazioni fiscali nei confronti dei privati.
Il nuovo concetto di demanialità
Ad un certo punto nella storia della legislazione dei beni culturali, lo Stato decide di condurre una valutazione economica dei beni considerati di demanio pubblico nell’art. 822 del codice civile (tra i quali gli immobili riconosciuti d’interesse storico, archeologico e artistico a norma delle leggi in materia e le raccolte dei musei, delle pinacoteche, degli archivi, delle biblioteche), inserendo tali beni come voce attiva nel conto generale.
Con la l. 23 dicembre 1998, n. 448 viene concessa l’alienazione dei beni immobili di interesse storico e artistico (art. 19, comma 1, riportato di seguito) e la loro concessione d’uso a privati (art. 19, comma 6).
Nell’ambito del processo di dismissione o di valorizzazione del patrimonio immobiliare statale, il Ministro del tesoro, del bilancio e della programmazione economica, di concerto con il Ministro delle finanze e, relativamente agli immobili soggetti a tutela, con il Ministro per i beni e le attività culturali, può conferire o vendere a società per azioni, anche appositamente costituite, compendi o singoli beni immobili o diritti reali su di essi, anche se per legge o per provvedimento amministrativo o per altro titolo posti nella disponibilità di soggetti diversi dallo Stato, che non ne dispongano per usi governativi, per la loro più proficua gestione.
Il modo in cui tale dismissione deve essere effettuata è spiegato nel D.P.R. 7 settembre 2000, n. 283: le amministrazioni statali sono chiamate a redigere gli elenchi degli immobili interessati e inviarli al ministero, che individua i beni alienabili o quelli che possono essere dati in concessione. Sono considerati inalienabili: i monumenti nazionali, i beni riconosciuti di interesse particolarmente importante per riferimenti alla storia politica, militare, letteraria e artistica, i beni di interesse archeologico, i beni che documentano l’identità e la storia delle istituzioni.
Il nuovo Ministero: MBAC
La prima di una numerosa serie di riforme del ministero inizia con il d. lgs. 20 ottobre 1998 n. 368, che trasforma il Ministero dei beni culturali e ambientali in Ministero per i beni e le attività culturali. Il nuovo termine era già comparso nel d. lgs. 31 marzo 1998 n. 112, nel quale si definivano attività culturali “quelle rivolte a formare e diffondere espressioni della cultura e dell’arte” (art. 148). Il ministero estende le sue competenze anche alle attività teatrali e musicali, alla danza, allo spettacolo e allo sport. Il Regolamento di organizzazione è emanato con D.P.R. 29 dicembre 2000, n. 441.
Strutturalmente è composto da un Segretario generale, 8 Direzioni generali (Patrimonio storico artistico e demoetnoantropologico, Beni architettonici e il paesaggio, Architettura e arte contemporanee, Archivi, Beni archeologici, Beni librari e istituti culturali, Cinema, Spettacolo dal vivo) e 17 Soprintendenze regionali.
Con il nuovo ministero nasce l’ICAR:
Presso il Ministero è istituito l’Istituto centrale per gli archivi con compiti di definizione degli standard per l’inventariazione e la formazione degli archivi, di ricerca e studio, di applicazione di nuove tecnologie. (art. 6, comma 4)
Gli organi consultivi sono il Consiglio nazionale, che vede scendere i suoi membri da 90 a 18, e i Comitati tecnico-scientifici.
La riforma del 2004
Con d. lgs. 8 gennaio 2004 n. 3 il cambia l’assetto del ministero, che si articola in: quattro dipartimenti (Beni culturali e paesaggistici; Beni archivistici e librari; Ricerca, innovazione e organizzazione; Spettacolo e sport), in dieci uffici dirigenziali generali, costituiti dalle dieci unità in cui si articolano i dipartimenti, nonché in due uffici dirigenziali generali presso il Gabinetto del Ministro. Le 17 Soprintendenze regionali si trasformano in Direzioni regionali per i beni culturali e paesaggistici. Vengono inoltre istituiti degli organi consultivi regionali: Comitati regionali di coordinamento, operanti presso le Direzioni regionali. Il Dipartimento per i beni archivistici e librari si articola in: Direzione generale per gli archivi e Direzione generale per i beni librari e gli istituti culturali.
Testo Unico sui beni culturali
Ad organizzare in modo sistematico tutta la normativa novecentesca sui beni culturali, ci pensa il d. lgs. 29 ottobre 1999, n. 490. Il Testo Unico rappresenta una sintesi della legislazione emanata fino alla soglia del nuovo millennio: per gli archivi ritroviamo il R.D. 2 ottobre 1911 n. 1163, la l. 1 giugno 1939 n. 1089, il D.P.R. 30 settembre 1963 n. 1409 e il D.P.R. 30 dicembre 1975 n. 854.
Sono considerati beni archivistici (art. 2, comma 4):
gli archivi e i singoli documenti dello Stato;
gli archivi e i singoli documenti degli enti pubblici;
gli archivi e i singoli documenti, appartenenti a privati, che rivestono notevole interesse storico.
La dichiarazione di notevole interesse storico viene effettuata dal Ministero su proposta della soprintendenza (artt. 7-8), la comunicazione contiene la descrizione del bene, la sua valutazione, l’indicazione del termine per la presentazione di eventuali osservazioni. Per l’accertamento dell’esistenza di beni archivistici viene ripreso l’art. 37 del D.P.R. 30 settembre 1963 n. 1409, che obbliga i privati proprietari di archivi con documentazione anteriore all’ultimo settantennio a denunciarne al soprintendente l’entrata in possesso entro 90 giorni (art. 9).
Si ribadiscono gli obblighi di conservazione (art. 21): il materiale archivistico non può essere smembrato; lo scarto e il trasferimento possono avere luogo previa autorizzazione del soprintendente.
Sono stabilite le norme relative ai versamenti (art. 30):
40 anni per la documentazione degli organi centrali e periferici dello Stato
70 anni per le liste di leva
100 anni dalla cessazione dell’attività per gli archivi notarili.
Nessun versamento può avere luogo senza che venga effettuato uno scarto, operazione autorizzata dal Ministero e monitorata dalle commissioni di vigilanza e scarto.
Vengono confermati gli archivi storici degli organi costituzionali (art. 32):
archivio storico della Presidenza della Repubblica,
archivio storico della Camera dei deputati,
archivio storico della Corte Costituzionale.
All’art. 40 sono ribaditi gli obblighi di conservazione degli archivi:
Gli enti pubblici hanno l’obbligo di ordinare i propri archivi e inventariare i propri archivi storici, costituiti dai documenti relativi agli affari esauriti da oltre quaranta anni.
Allo stesso obbligo sono soggetti i proprietari, possessori o detentori a qualsiasi titolo degli archivi privati di notevole interesse storico.
I soprintendenti archivistici vigilano sull’osservanza degli obblighi previsti dai commi 1 e 2.
La vigilanza può essere effettuata dai soprintendenti tramite ispezioni mirate a controllare lo stato di custodia degli archivi (art. 32). Per garantire la conservazione di una documentazione che si ritiene a rischio, il Ministero può trasportare temporaneamente i beni culturali mobili in pubblici istituti (art. 47).
Resta inalterato il principio di inalienabilità dei beni archivistici di proprietà dello Stato e di enti pubblici (art. 55):
Gli archivi degli enti pubblici ed i singoli documenti dello Stato, delle regioni, degli enti territoriali e degli altri enti pubblici sono inalienabili.
In merito al commercio dei beni archivistici, si impone ai titolari di case di vendita la comunicazione dei documenti messi in vendita al soprintendente archivistico.
Rispetto alla normativa degli anni ’60 e ’70, il Testo Unico riprende la politica sanzionatoria della legislazione degli anni ’30:
artt.118-120 sanzioni per opere, uso, collocazione e rimozione illecite;
art. 122 sanzioni per violazioni in materia di alienazione;
art. 129 sanzioni per inosservanza dei provvedimenti amministrativi.
7 settembre 20157 settembre 2015 Martina MancinelliArchivisticaalienazione, Commissione per i beni e le attività culturali, demanio, inalienabilità, leggi Bassanini, legislazione archivistica, MBAC, Ministero per i beni e le attività culturali, Testo unico sui beni culturali	Lascia un commento Annulla risposta	Scrivi qui il tuo commento...
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