Source: https://renatodisa.com/2018/09/25/cassazione-sentenza-3-settembre-2018-n-21573/
Timestamp: 2018-11-14 16:04:29+00:00
Document Index: 28807981

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Il lavoratore al quale il giudice ha riconosciuto il demansionamento e dunque il danno patrimoniale, ma non il mobbing non può proporre nuova richiesta per il danno biologico dopo un infarto a suo avviso collegato al mobbing. - Avvocato Renato D'Isa
Il lavoratore al quale il giudice ha riconosciuto il demansionamento e dunque il danno patrimoniale, ma non il mobbing non può proporre nuova richiesta per il danno biologico dopo un infarto a suo avviso collegato al mobbing.
Home/Cassazione civile 2018, Corte di Cassazione, Diritto Civile e Procedura Civile, Diritto del Lavoro e della Previdenza sociale, Sentenze - Ordinanze, Sezioni Diritto/Il lavoratore al quale il giudice ha riconosciuto il demansionamento e dunque il danno patrimoniale, ma non il mobbing non può proporre nuova richiesta per il danno biologico dopo un infarto a suo avviso collegato al mobbing.
Corte di Cassazione, sezione lavoro, Sentenza 3 settembre 2018, n. 21573.
Sentenza 3 settembre 2018, n. 21573
sul ricorso 1899/2014 proposto da:
(OMISSIS), (OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che lo rappresenta e difende;
(OMISSIS) S.P.A., in persona del legale rappresentante, elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS);
avverso la sentenza n. 5451/2013 della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositata il 10/7/2013 R.G.N.3031/2011.
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 9/5/2018 dal Consigliere Dott. CATERINA MAROTTA;
udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. SANLORENZO Rita, che ha concluso per rigetto del ricorso;
1.1. Con sentenza n. 5451/2013 la Corte di appello di Roma respingeva l’appello proposto da (OMISSIS) nei confronti della (OMISSIS) S.p.A. avverso la decisione del locale Tribunale n. 15754 del 14/10/2010 che aveva dichiarato l’inammissibilita’ del ricorso proposto dal (OMISSIS), inteso ad ottenere la condanna della societa’ al risarcimento del danno biologico e del danno non patrimoniale per l’infarto subito in data (OMISSIS) in quanto causalmente ricollegato al demansionamento gia’ accertato con precedente sentenza del Tribunale di Roma n. 18650 del 19/11/2008.
1.2. Riteneva la Corte territoriale che l’esperibilita’ dell’azione risarcitoria per ulteriori voci di danno, basata sul medesimo comportamento illegittimo, non potesse desumersi dalla circostanza che la domanda per i danni da demansionamento, come ritenuto nella sentenza del 2008, riguardasse solo il danno alla professionalita’ e non il danno non patrimoniale, non risultando che il ricorrente avesse formulato una riserva di azione per danni ulteriori.
1.3. Riteneva, altresi’, che la nuova richiesta risarcitoria si basasse sulle medesime circostanze di fatto oggetto del precedente giudizio nel quale, peraltro, il (OMISSIS) aveva anche formulato domanda di risarcimento del danno biologico e morale per l’infarto subito, domanda che era stata respinta per mancanza di prova della condotta di mobbing a base della stessa.
2. Per la Cassazione della sentenza ricorre (OMISSIS) con due motivi.
3. (OMISSIS) S.p.A. resiste con controricorso.
4. Entrambe le parti hanno depositato memorie.
1.1. Con il primo motivo il ricorrente denuncia la violazione e/o falsa applicazione dell’articolo 2909 c.c. e articolo 99 c.p.c. (articolo 360 c.p.c., n. 3). Lamenta l’erroneita’ della decisione nella parte in cui ha ritenuto preclusa dalla precedente sentenza del Tribunale di Roma n. 18650/2008 la domanda intesa ad ottenere, in relazione al demansionamento subito, il danno biologico e morale. Rileva che, con riguardo a tale demansionamento, era stata formulata solo richiesta di risarcimento del danno alla professionalita’ e che una domanda cosi’ espressamente indicata e delimitata lasciava fuori altre pretese di danno che ben potevano essere azionate successivamente.
Nel corso del precedente giudizio il (OMISSIS) aveva chiesto con riferimento al demansionamento il danno professionale e con riferimento al mobbing il danno biologico. Con particolare riguardo a quest’ultimo, come si rileva dal punto 27 dell’originario ricorso trascritto a pag. 7 del ricorso per cassazione, aveva evidenziato che “lo stress, il disagio e, nel complesso il generale sconforto con cui il ricorrente aveva visto progressivamente svilire nei fatti la propria carriera professionale si manifestavano in maniera quanto mai imponente: il (OMISSIS) il sig. (OMISSIS) veniva ricoverato d’urgenza al Pronto soccorso dell’Ospedale (OMISSIS), ove gli veniva diagnosticato un infarto miocardico inferiore”.
Il Tribunale di Roma, con sentenza n. 18659/2008, aveva ritenuto provato il demansionamento e riconosciuto il danno professionale liquidandolo nel 15% dello stipendio base percepito dal (OMISSIS) dal primo luglio 2001 al 3 dicembre 2007, oltre interessi e rivalutazione dal giorno del dovuto al saldo. Aveva, pero’, escluso il danno da mobbing.
Intervenuta nel giudizio successivamente instaurato (a seguito di altro ricorso proposto dal (OMISSIS) in data 8/4/2010 e di pronuncia di inammissibilita’ del Tribunale di Roma), la Corte territoriale ha affermato che l’azione risarcitoria di cui a tale nuovo giudizio fosse basata sulle medesime circostanze del primo (e cioe’ demansionamento ed altri comportamenti asseritamente ascritti ad una condotta mobbizzante) e dunque su un medesimo fatto illecito. L’affermazione non merita i rilievi che le vengono mossi.
La circostanza che il Tribunale, in sede di prima iniziativa giudiziaria del (OMISSIS), avesse escluso il mobbing e quindi il danno biologico posto in relazione a tale asserito comportamento illecito non riespandeva il diritto ad agire per il medesimo danno biologico in relazione alla componente “demansionamento” della piu’ complessa fattispecie di mobbing.
E del resto in quella sede giudiziaria non era stata avanzata dal ricorrente alcuna riserva di azione per danni ulteriori rispetto a quelli prospettati, il che conferma che il danno biologico per l’infarto patito dal ricorrente fosse stato posto in relazione al comportamento mobbizzante considerato nella sua interezza e dunque anche in relazione al demansionamento.
Non avendo il ricorrente impugnato quella sentenza per aver escluso il danno biologico in relazione alla suddetta componente “demansionamento”, non poteva il medesimo poi agire successivamente per far valere un diritto ormai coperto dal giudicato.
2.1. Con il secondo motivo il ricorrente denuncia la violazione dell’articolo 112 c.p.c. (articolo 360 c.p.c., n. 4) e in via subordinata violazione e falsa applicazione dell’articolo 112 c.p.c. e articolo 2909 c.c. (articolo 360 c.p.c., n. 3). Lamenta che la sentenza impugnata avrebbe omesso di pronunciarsi sul motivo di appello relativo al vizio di infrapetizione da parte della sentenza di primo grado che non si sarebbe pronunciata sulle altri voci di danno ricollegabili al demansionamento.
Il ricorrente, prospettando un’omissione in sede di gravame, propone, invero, un’opzione interpretativa alternativa a quella di cui al primo motivo. Tuttavia anche questo rilievo non coglie nel segno.
La Corte territoriale non e’ incorsa in alcuna omessa pronuncia nel momento in cui ha ritenuto, a monte, preclusa la possibilita’ di agire per il risarcimento di altre voci di danno. Cio’ ha fatto interpretando la domanda di cui alla prima iniziativa giudiziaria e ad essa riconnettendo anche l’inclusione delle ulteriori voci di danno.
Le censure che in questa sede il ricorrente propone non sono, percio’, conferenti con il decisum della Corte capitolina afferendo a questioni che semmai andavano fatte valere nell’ambito del giudizio precedente instaurato.
3. Da tanto consegue che il ricorso deve essere rigettato.
4. Le spese del presente giudizio seguono la soccombenza e sono liquidate nella misura di cui al dispositivo.
5. Va dato atto dell’applicabilita’ del Decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, articolo 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, articolo 1, comma 17.
La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese delle spese del presente giudizio che liquida in Euro 200,00 per esborsi ed Euro 3.500,00 per compensi professionali, oltre accessori come per legge e rimborso forfetario in misura del 15%.
Pubblicato da Avv. Renato D'Isa|2018-09-25T11:45:16+00:0025 settembre 2018|Cassazione civile 2018, Corte di Cassazione, Diritto Civile e Procedura Civile, Diritto del Lavoro e della Previdenza sociale, Sentenze - Ordinanze, Sezioni Diritto|0 Commenti