Source: http://www.professionisti.it/frontend/articolo_news/27869/professionisti-solo-se-abilitati
Timestamp: 2020-07-15 11:58:35+00:00
Document Index: 19187823

Matched Legal Cases: ['art.117', 'art. 33', 'art. 2229', 'art. 2', 'art. 1', 'sentenza ']

Professionisti solo se abilitati
di: di Marco Cramarossa Presidente dell'UGDCEC di Bari e Trani
All'indomani dell'appello che l'Unione europea ha rivolto al nostro Paese, invitandolo ad attuare nuovi interventi finalizzati alle liberalizzazioni in materia di professioni, è forse il caso di porsi nuovamente e in modo serio qualche interrogativo sulla l. 4/2013, in merito alla quale pare lecito avanzare un sospetto di incostituzionalità poiché nel supposto intento di dare attuazione all'art.117, co. 3, della Costituzione, volutamente tralascia quanto stabilito all'art. 33, co. 5, della medesima.
Quest'ultimo prevede che «è prescritto un esame di stato per () l'abilitazione all'esercizio professionale». A prescindere, quindi, dall'eventuale successiva decisione di esercitare concretamente la professione, ciò che risulta essere preminente e assolutamente tangibile (dal 1° gennaio 1948, si badi) è la circostanza che per essere abilitati all'esercizio della professione, nella civilissima Italia, bisogna aver superato un esame di stato. Per poter cominciare a formulare le prime considerazioni, al quadro così delineato occorre aggiungere, quale ulteriore tassello, il dettato dell'art. 2229 c.c., il quale al primo comma dispone che «la legge determina le professioni intellettuali per l'esercizio delle quali è necessaria l'iscrizione in appositi albi o elenchi».
Essere abilitati e svolgere concretamente la professione involvono, è evidente, piani di trattazione diversi. All'autonomia del soggetto abilitato e non ancora esercente è rimessa la decisione di iscriversi a un ordine professionale, ovvero esercitare in forma libera e individuale o iscriversi a una associazione, entrambe queste due ultime modalità normativamente previste dalla l. 4/2013.
L'esame di stato è, pertanto, prescritto per l'esercizio di una attività professionale, non per l'iscrizione a un ordine professionale. Quest'ultima ipotesi ricorre qualora la legge disponga, puntualmente, sia così. Per l'esercizio della libera professione di dottore commercialista ed esperto contabile, il dlgs139/2005 all'art. 2, co. 1, prevede l'iscrizione in parola.
Ma non è questo il punto. Il punto è l'incostituzionalità della l. 4/2013, ove è declinata la nozione di «professione non organizzata in ordini o collegi» o, più semplicemente, «professione», nel dichiarato intento di dar seguito ai principi dell'Unione europea in materia di concorrenza e di libertà di circolazione. Procediamo con ordine, al netto dell'ambiguità semantica assolutamente involontaria.
Sarà stato un errore del legislatore concedere l'uso del termine «professione», o sarà stato un errore la presunzione di volersene fregiare, ma in un caso o nell'altro la legge, oggi, assume quel preciso riferimento terminologico. Se così è, a meno che non si voglia discutere al ribasso sul termine, non è possibile ignorare il precetto costituzionale e, quindi, per essere abilitati all'esercizio di qualsivoglia professione, posto che per alcune di esse è poi prevista l'iscrizione in albi o elenchi, è indispensabile aver superato un esame di stato. Delle due, l'una: o si cambia il riferimento terminologico della legge, oppure si deve prevedere per i soggetti non regolamentati in ordini e collegi, al pari di qualsiasi altro professionista regolamentato, il superamento di un esame di stato.
Diversamente, non resterebbe che invocare l'incostituzionalità della l. 4/2013, qualora non modificabile secondo le indicazioni sopra fornite.
Quanto questo strida con i principi europei, ma diremmo anche domestici, in materia di concorrenza e di libertà di circolazione è di tutta evidenza. Quanto questo sia paradossale quando, poi, si faccia riferimento al professionista che si pone sul mercato, evidentemente sollecitando la fede pubblica, è, altrettanto, marchiano. Uno sfregio alla libera concorrenza ancora più doloso se pensiamo a ciò che è obbligatorio per le professioni ordinistiche e ciò che, invece, è assolutamente eventuale per i non regolamentati, polizza assicurativa in testa. Conclusioni indubitabili in generale, ma anche con specifico riferimento a quelle attività che, sebbene non riservate, siano comunque contrassegnate da una specifica competenza tecnica, come avviene per dottori commercialisti ed esperti contabili per effetto di quanto disposto dall'art. 1 del dlgs. 139/2005. Per non ricadere nell'esercizio abusivo della professione, i soggetti non abilitati - non regolamentati ex l. 4/2013 inclusi - dovranno svolgere le suddette attività con modalità tali da non creare «le oggettive apparenze dell'attività professionale», come precisato dalla Cassazione con la ormai nota sentenza n. 11545/2012.
Alla luce di queste brevi considerazioni, l'invito dell'Unione europea ad andare oltre la recente riforma delle categorie ordinistiche deve essere prontamente restituito al mittente, come peraltro già fatto dal Cup e dal Pat.
Risolviamo, piuttosto, il problema di una concorrenza dal sapore sempre più illiberale, certo non per la presenza degli Ordini, e adoperiamoci per il rispetto dei principi sanciti dalla nostra Costituzione.