Source: http://ossigenoumbria.blogspot.com/2009/
Timestamp: 2018-01-23 21:17:36+00:00
Document Index: 160011852

Matched Legal Cases: ['art.3', 'art. 6', 'art. 47', 'art. 8', 'art.35', 'art. 5', 'art. 8', 'art.4', 'art. 410', 'art.6', 'art. 14']

ASSOCIAZIONE OSSIGENO, dai ossigeno ai tuoi diritti: 2009
L’Italia ha un’avanzata legislazione tesa a realizzare le pari opportunità fra uomini e donne e l’uguaglianza sostanziale fra gli uomini e le donne, che individua anche con precisione gli strumenti idonei per intervenire e cancellare discriminazioni dirette ed indirette soprattutto nei luoghi di lavoro. Possiamo però affermare che nel nostro Paese la parità sostanziale fra uomini e donne si sia realmente realizzata? Le donne italiane soprattutto quelle poche che in questi anni hanno avuto la possibilità di accedere nei luoghi e negli organismi della politica e delle istituzioni hanno la maggior parte della responsabilità dell’arresto se non addirittura del ritorno indietro delle donne nella società civile e del lavoro. Quanti sanno che la legge 125/91, modificata dal Decreto Lgs. 196/2000, indica una struttura amministrativa specifica per la gestione e il controllo delle politiche di pari opportunità? Si tratta di organismi specifici, qualificati e specializzati sulle politiche di genere e contro le discriminazioni per garantire l’uguaglianza fra gli uomini e le donne come previsto dalla Costituzione all’art.3 Iniziamo a fare la loro conoscenza. Al primo posto troviamo il Comitato nazionale per l’attuazione dei principi di parità di trattamento ed uguaglianza di opportunità fra lavoratori e lavoratrici. E’ ubicato presso il Ministero del lavoro, e si propone come obiettivo “la rimozione dei comportamenti discriminatori per sesso e di ogni altro ostacolo che limiti di fatto l’uguaglianza delle donne nell’accesso al lavoro e sul lavoro e nella progressione professionale e di carriera” (art. 6). Il suo potere è robusto, infatti formula proposte, informa e sensibilizza l’opinione pubblica. Ogni anno stabilisce un Programma Obiettivo nel quale si segnalano le tipologie dei Progetti per le Azioni Positive, esprime pareri sui finanziamenti, elabora codici di comportamento, verifica lo stato di applicazione della legislazione, propone soluzioni alle Controversie Collettive, può richiedere alle Direzioni Provinciali del Lavoro-Servizio Ispettivo Lavoro, di acquisire presso i luoghi di lavoro informazioni sulla situazione occupazionale maschile e femminile e molto altro. Tra l’altro per l’istruttoria degli atti, per la individuazione e la rimozione delle discriminazioni il Comitato ha il supporto del Collegio Istruttorio e Segreteria Tecnica che pensa anche alla redazione dei pareri. Poi troviamo la Commissione Nazionale per la realizzazione della parità tra uomini e donne prevista con la legge n. 164 del 1990, il suo ufficio si trova presso la Presidenza del Consiglio. E poi troviamo il Consigliere di parità. Questa figura istituzionale è definita dalla legge 125/91 dal decreto lgs. 196 del 2000 e dal decreto lgs. n. 198 del 2006. Con il decreto Lgs. n.196/00, in attuazione dell’art. 47 della legge n. 144/99, si definisce meglio , si valorizza e si potenzia il ruolo del consigliere di parità. Infatti non solo si corregge l’art. 8 della l. 125/91 e si ridefinisce l’attività del consigliere di parità ma si individuano anche nuove disposizioni per le azioni positive. Esiste una tripartizione di questa figura,troviamo infatti il consigliere di parità nazionale e quelli regionali e provinciali. Il Consigliere di parità nazionale è componente della Commissione Centrale per l’Impiego mentre i Consiglieri regionali e provinciali rispettivamente fanno parte delle commissioni tripartite regionali e provinciali così come prevede il D. Lgs. 469/97. In oltre essi prendono parte ai tavoli di partenariato locale ed ai comitati di sorveglianza previsti dal Regolamento CE n. 1260/99 (art.35). Li troviamo nelle commissioni di parità territoriali o di ogni altro organismo di parità diversamente chiamato a livello regionale e provinciale, mentre quello nazionale è fisso all’interno del Comitato Nazionale e del Collegio Istruttorio di cui agli art. 5 e 7 della solita legge n.125/91. Ci chiediamo ora chi li nomina, la legge prevede che sia il Ministro del lavoro e delle politiche sociali in concerto con il Ministro delle PO su designazione degli organi per questo individuati dalle regioni e dalle province, sentite le commissioni rispettivamente regionali e provinciali tripartite e il loro mandato dura quattro anni rinnovabile una sola volta. I designati per l’incarico devono possedere requisiti di specifica competenza ed esperienza pluriennale in materia di lavoro femminile, di normative sulla parità e pari opportunità nonché di mercato del lavoro, comprovati da idonea documentazione. Abbiamo visto che il Consigliere nazionale di parità ha il suo ufficio presso la Presidenza del Consiglio, quelli regionali e provinciali li troviamo rispettivamente in una delle sedi delle regioni e delle province. Gli uffici sono funzionalmente autonomi dotati di personale di macchinari e di ogni strumento necessario per lo svolgimento della loro funzione. Nell’esercizio del loro ruolo sono pubblici ufficiali e hanno l’obbligo del rapporto all’Autorità Giudiziaria per i reati di cui vengono a conoscenza, possono anche avviare ogni iniziativa che sappia garantire il rispetto del principio di non discriminazione e della promozione delle Pari Opportunità tra i lavoratori dei due sessi. Ora vediamo di cosa si occupano. Devono prima di tutto conoscere le situazioni di squilibrio per poter svolgere le funzioni promozionali e di garanzia contro le discriminazioni previste dalla legge n. 125/91. A seguire il lavoro riguarderà la promozione di progetti di azioni positive, anche attraverso l’individuazione delle risorse comunitarie, nazionali e locali finalizzate allo scopo; la promozione della coerenza della programmazione delle politiche di sviluppo territoriali rispetto agli indirizzi comunitari, nazionali e regionali in materia di pari opportunità. Non devono far mancare il loro sostegno alle politiche attive del lavoro, comprese quelle formative sotto il profilo della promozione e realizzazione delle pari opportunità e la promozione dell’attuazione delle politiche di pari opportunità da parte dei soggetti pubblici e privati che operano nel mercato del lavoro. Garantiscono la collaborazione con le Direzioni Provinciali e Regionali del Lavoro per individuare procedure efficaci di rilevazione delle violazioni alla normativa in materia di parità, pari opportunità e garanzia contro le discriminazioni anche attraverso la progettazione di appositi pacchetti formativi. Già questo non è poco come impegno e possibilità di incidere profondamente a 360° della vita politica sociale economica ma possono fare ancora di più, infatti devono diffondere la conoscenza e lo scambio di buone prassi e perseguire un’attività di informazione e formazione culturale sui problemi delle pari opportunità e sulle varie forme di discriminazione, verificare i risultati della realizzazione dei progetti di azioni positive previsti dalla legge 125/91 e stabilire collegamenti e collaborazione con gli assessorati al lavoro degli Enti locali e con Organismi di parità degli Enti Locali. Esiste anche, prevista dal D. Lgs. 196/00, la rete nazionale delle consigliere di parità che è coordinata dalla consigliere nazionale di parità, la rete è un’opportunità eccezionale per intensificare le funzioni di tutti i consiglieri di parità di questo Paese e per arricchire l’efficacia della loro azione consentendo lo scambio di informazioni di esperienze e di buone prassi. Per quanto riguarda le azioni in giudizio l’art. 8 del D. Lgs. 196/00 ha sostituito l’art.4 della legge 125/91 e le novità danno facoltà a chi intende agire in giudizio per la dichiarazione di discriminazione senza avvalersi delle procedure previste dai contratti collettivi di lavoro, di esperire il tentativo di conciliazione ex art. 410 c.p.c. o dell’articolo 69 bis, decreto leg.vo 29/93, anche tramite il consigliere di parità provinciale, che può anche ricorrere innanzi al TAR, su delega della persona interessata e di intervenire nei giudizi già promossi dalla medesima. Inoltre è stata estesa la disposizione dell’articolo 15, della legge 903 del 1977 a tutti i casi di azione individuale in giudizio promossa dalla persona che vi abbia interesse o, su sua delega da un’organizzazione sindacale o dal consigliere provinciale , ferma restando comunque, l’azione ordinaria. Questa figura ha un ruolo istituzionale molto importante e dovrebbe essere fortemente impegnata ha risolvere i problemi delle donne e chi ricopre tale incarico oltre ad indubbia professionalità e competenza deve possedere doti di forte autonomia ed autorevolezza rispetto ai rappresentanti istituzionali con i quali deve operare. Purtroppo soprattutto in questi ultimi anni tale autorevolezza e autonomia non si è percepita anzi la stragrande maggioranza delle donne e non solo non sanno chi nella propria provincia e regione ricopre tale incarico e come sono state individuate. Per un incarico così importante e prezioso per la condizione e la dignità di tante donne sui posti di lavoro il metodo della cooptazione è assolutamente inaccettabile.
Presidente dell’associazione Ossigeno
"il riconoscimento della dignità specifica e dei diritti uguali e inalienabili di tutti i membri della famiglia umana è la base di libertà, giustizia e pace nel Mondo"(Preambolo alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, 1948)
..... reato di immigrazione clandestina, presidi-spia, medici-spia , ronde, carrozze della metropolitana "per soli milanesi", registro per le persone senza fissa dimora, ..... "Ho sognato che gli uomini, un giorno, si alzeranno e capiranno, finalmente, che sono fatti per vivere insieme come fratelli. Ho sognato che i miei quattro bambini, un giorno, vivranno in una nazione, in cui non saranno giudicati dal colore della pelle, ma per le loro doti personali. (...)Ho sognato ancora che un giorno la guerra finirà, che gli uomini trasformeranno le loro spade in vomeri d'aratro e le loro spade in roncole, che le nazioni non si alzeranno più le une contro le altre e che non impareranno più la guerra. (...) Questa è la nostra speranza, questa è la nostra fede.“ http://www.martinlutherking.ucebi.it/
Il ricorso alla Corte, con tre distinte ordinanze, era stato presentato dal Tar del Lazio e dal Tribunale di Firenze, ai quali si erano rivolti, rispettivamente, la World Association Reproductive Medicine e una coppia non fertile di Milano. Le questioni di legittimità costituzionale riguardano, in particolare, l'articolo 14 che prevede la formazione di un numero limitato di embrioni, fino a un massimo di tre, da impiantare contestualmente, e vieta la crioconservazione al di fuori di ipotesi limitate e l'art.6 , comma 3, della legge nella parte in cui obbliga la donna, una volta dato il proprio consenso alle tecniche di fecondazione assistita, all'impianto degli embrioni, escludendo così la revoca del consenso. La Corte Costituzionale ha dichiarato inammissibili, per difetto di rilevanza nei giudizi principali, la questioni di legittimità costituzionale dell'articolo 6, inerente l'irrevocabilità del consenso della donna, e dei commi 1 e 4 dell'articolo 14, ma ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’ art. 14 comma 2, della legge 18 febbraio 2004, n. 40, «limitatamente alle parole "ad un unico e contemporaneo impianto, comunque non superiore a tre"» embrioni e l’ incostituzionalità del comma 3 dello stesso articolo «nella parte in cui non prevede che il trasferimento degli embrioni, da realizzare non appena possibile, debba essere effettuato senza pregiudizio della salute della donna». L'aggiunta del vincolo di procedere senza pregiudizio della salute della donna in una legge disumana, ingiusta e piena di contraddizioni che mortifica la donna considerandola come un contenitore è un passo avanti per l’Italia e per tutti coloro che subiscono ed hanno subito il peso di una legge nata per ferire e limitare chi già si trova ad affrontare problemi e sofferenze. E’ la rinascita della speranza per tutti noi di ottenere una legge giusta, umana, rispettosa del corpo e delle scelte delle donne.
Pubblicato da Associazione Ossigeno a 14:02
Non posso fare a meno di esprimere il mio stupore e disgusto in seguito agli attacchi mossi nei confronti dell' On. Bellillo da parte della Signora Ferilli e non solo. Non posso restare senza dire niente quando una donna che si è sempre messa al servizio delle persone e che ha sempre agito nel interesse degli altri viene ingiustamente attaccata. Non posso restare a guardare mentre una persona che ha sempre lottato a fianco delle persone più deboli e che crede veramente nei suoi ideali e combatte per vederli realizzati ad ogni costo viene ingiustamente accusata di avere dei privilegi. A costo di essere abbandonata dal proprio compagno, a costo di restare lontana dalle sue figlie adolescenti, a costo di venire attaccata pubblicamente, a costo di non avere una vita privata. E queste sono conseguenze di una scelta che è stata fatta, perché chi decide di fare politica deve fare dei sacrifici. Ma come mai una donna umile, che non si fa mai una vacanza per permettere alle figlie di viaggiare, studiare e divertirsi, che non si compra mai un capo firmato, che ha investito tutti i suoi risparmi per assicurare alle proprie figlie una casa per quando saranno adulte, dovrebbe essere mischiata nel minestrone, la Bellillo rappresenterebbe la casta? Mi viene da ridere. Rido perché conosco bene la persona di cui sto parlando. E' la persona che passa ogni capodanno, da anni, con i propri genitori ormai ultra ottantenni, che ha le sue amicizie tra il popolo, le persone comuni, che fortunatamente non mancano mai di sostenerla con il proprio affetto e la loro stima disinteressata. Ecco perché nessuna difesa nei grandi giornali italiani! Il suo sostegno Katia lo trova tra la gente semplice che tira la cinghia e paga le tasse senza usufruire dei servizi di uno stato sempre più patrigno, non è andata a piangere sulla spalla di qualche maschio capo di qualche partito perché è da tempo che lei non si riconosce più nella politica italiana. Sono i giornalisti che per fare scoup sono capaci di far credere che “cristo è morto di freddo”, i politici opportunisti volta gabbana, quelli che per diventare famosi nel mondo dello spettacolo senza averne il talento vendono la propria immagine e sbandierano il proprio corpo nudo e poi si autodefiniscono compagni, è questo esercito di brutture umane che costituisce la casta, sono loro che impongono il loro subdolo potere e dettano le regole, che hanno capovolto ogni valore facendo credere che tutto sia relativo, ai quali è impossibile ribellarsi. E' la legge della giungla, ed il più forte sopravvive, ma chi è qui il più forte? Una parlamentare ha dichiarato le sue opinioni nello svolgimento delle sue funzioni di rappresentante del popolo ed ha espresso le idee delle persone che l'hanno votata. Credo che il senso dell'immunità parlamentare sia proprio quello di difendere questa possibilità. Poi perché non si dice che la grande attrice (sic!) aveva denunciato anche la giornalista del Corriere della sera, che ha utilizzato ciò che avrebbe detto Katia dentro un suo articolo, e il Direttore responsabile e che il GUP del tribunale di Milano ha assolto tutti, in quanto il fatto non sussiste. E perché non si dice niente contro il comportamento a dir poco superficiale della signora Ferilli che dopo aver accettato di fare la testimonial per la campagna referendaria per modificare la disumana legge 40 non è andata nemmeno a votare e successivamente ha dichiarato che la procreazione assistita medicalmente è un accanimento terapeutico? Se il PD perde i voti non è colpa dell'insindacabilità della Bellillo ma per come è stato inventato questo partito e come in questo partito sia stato offerto lo spazio a personaggi così poco seri. E poi perché nei giornali si possono scrivere falsità gratuitamente? Mi riferisco all'articolo di Travaglio dove si dichiara che la Bellillo abbia smentito (come al solito...si aggiunge) la dichiarazione fatta al Corriere della sera, quando è evidente che non è così, perché è chiaro che Katia resta convinta della sua posizione, si capisce dalla lettera di risposta che ha inviato ai giornali. Ha chiarito a suo tempo che l'intervista che è uscita sul Corriere era il frutto di un riassunto ad un discorso più articolato. Perché si può distorcere la realtà così facilmente? Perché sono costretta a leggere senza possibilità di replica queste distorsioni? Morale della favola la Bellillo è “la mandarina”, che tradotto dovrebbe significare “cortigiana”, rappresenta la sinistra snob, la casta, la privilegiata e chi più ne ha più ne metta, la Ferilli invece la grande rivoluzionaria!(sic ancora sic!). Va bene, questo è il punta di vista di chi pretenderebbe di ergersi a giudice assoluto. Ora voglio esprimere il mio pensiero. Per me Katia rappresenta la lealtà, la tenacia, l'umiltà. Per me rappresenta tutte quelle donne che ce l'hanno fatta da sole, che hanno realizzato ogni loro sogno senza stare ad ascoltare questa società che voleva imporgli la scelta tra un tipo di vita e un altro, e un esempio per quelle donne che invece pensano di non potercela fare. Per me rappresenta una persona che nel nome dell'uguaglianza è scesa in piazza andando contro quello che poteva essere il suo interesse personale e la sua immagine per stare al fianco di chi non viene considerato uguale e non meritevole di godere di certi diritti, mi riferisco al world pride del 2000 Per me rappresenta un riferimento solido in questo periodo buio e di disillusione, di perdita di valori, dove i diritti non trovano riconoscimento, dove le opinioni dell'altro non vengono rispettate e ognuno pensa al proprio tornaconto. Per me rappresenta un modello e una madre eccezionale ed è per tutti questi motivi che condivido pienamente le sue dichiarazioni e le sue decisioni, e considero inaccettabili le affermazioni che sono state fatte sul suo conto. Credo di poter parlare in nome di tanti che si sono indignati e sentiti feriti nel vedere trattata con tanto disprezzo l'ultima persona che se lo merita. Non potevo restare in silenzio e senza dire: “ Grazie mamma per essere così!!” Alessandra
Pubblicato da Associazione Ossigeno a 16:33
Il gabinetto del sindaco Alemanno ha comunicato agli organizzatori che non concederà Piazza Navona perché vi devono transitare alcuni carri allegorici di carnevale.
Pubblicato da Associazione Ossigeno a 14:01
Mentre una famiglia vive uno strazio senza fine per dare voce alla volontà della figlia che non può lottare e difendersi da sola il Governo del Paese cerca in ogni modo di impedire ad Eluana di esercitare il sacrosanto e fondamentale diritto dell’individuo all’autonomia e all’autodeterminazione. Il diritto costituzionale di rifiutare le cure: diritto di libertà assoluto, il cui dovere di rispetto si impone erga omnes. Purtroppo la questione è politica: è evidente che c'è un problema di democrazia e stato di diritto, anzi ci si deve chiedere se siamo in uno Stato di diritto, se viviamo in uno Stato Laico… Può essere considerato tale un Paese in cui il decreto della Corte di appello di Milano, confermato dalla Cassazione non trova esecuzione e dove il Governo insorge con ogni mezzo contro un provvedimento giudiziario espresso dalla Suprema Corte? Un Paese in cui si assiste inermi di fronte alle ingerenze del Ministro della Sanità Sacconi che minaccia ispezioni ingiustificate e, con l'atto d'indirizzo del 16 dicembre 2008, intima alle strutture sanitarie pubbliche di non dare esecuzione alla sentenza? E che dire della lotta contro il tempo posta in essere dal Governo per interrompere il protocollo di interruzione dell’alimentazione ad Eluana? Unica forza democratica e speranza di giustizia per l’Italia tutta è il Presidente della Repubblica: Napolitano non firma il decreto emesso dal governo relativamente al caso di Eluana Englaro. Il Capo dello Stato, recita una nota del Colle, 'ha preso atto con rammarico della deliberazione da parte del Consiglio dei Ministri. Avendo verificato che il testo approvato non supera le obiezioni di incostituzionalita' da lui tempestivamente rappresentate e motivate, il Presidente ritiene di non poter procedere alla emanazione del decreto' A questo punto non possiamo che ringraziare il nostro Presidente, unica voce che ci ricorda di vivere in uno Stato di diritto e sperare che Eluana possa vedere realizzata la sua volontà. Poi non ci resta che sperare di non trovarci mai nella condizione di voler esercitare il diritto di rifiutare una cura o un trattamento medico, perché purtroppo l’esercizio di questo sacrosanto diritto, costituzionalmente riconosciuto e garantito a noi sarà negato da una legge iniqua emanata da un Governo che si arroga il potere di stabilire se una cura o un trattamento medico possono o debbono essere imposti senza considerare la volontà del paziente.
Pubblicato da Associazione Ossigeno a 22:30
Scritto da Giuliano Battiston venerdì 30 gennaio 2009
I «poveri», sostiene la fisica e ambientalista indiana Vandana Shiva, non sono coloro che sono «rimasti indietro» perché incapaci di giocare le regole del capitalismo, ma quelli che sono stati esclusi da ogni gioco e a cui è stato impedito l'accesso alle proprie risorse da un sistema economico che erode il controllo pubblico sul patrimonio biologico e culturale. Stare «dalla parte degli ultimi» (come recita il titolo di un suo recente libro pubblicato dalle Edizioni Slow Food) non significa dunque dare di più a chi ha meno, ma restituire ciò che è stato sottratto con la forza di leggi ingiuste, difendere i beni comuni dall'assalto avanzato dalla globalizzazione neo-liberista, impedire la brevettabilità delle forme di vita e di conoscenza e costruire una nuova democrazia ecologica. Una democrazia che difenda la biodiversità e riconosca il reciproco condizionamento tra sostenibilità ecologica e giustizia sociale. Abbiamo chiesto a Vandana Shiva, che da decenni continua a rivendicare il diritto di ogni essere umano a opporsi e resistere - in senso gandhiano - alle leggi che lo esautorano dei suoi diritti, di rispondere ad alcune domande sulla sua pratica di scienziata e attivista. Una delle questioni che lei tende a sottolineare con più insistenza è l'intima connessione tra sostenibilità ecologica e giustizia sociale. Come spiegherebbe questa connessione a quanti continuano a ritenere che si tratta di ambiti del tutto separati e tra loro impermeabili? Per la maggior parte dei poveri la connessione è evidente, perché le risorse naturali ed ecologiche costituiscono la fonte principale del loro sostentamento, e quando qualcuno se ne appropria indebitamente questo porta da un lato all'insostenibilità ecologica e dall'altro all'ingiustizia sociale ed economica. Mi lasci fare due esempi: se la Coca Cola estrae giornalmente con i suoi impianti milioni di litri d'acqua di cui beneficia di solito una certa comunità, così facendo distrugge il sistema idrico di quella comunità e allo stesso tempo causa una nuova forma di ingiustizia sociale ed economica. Oppure prendiamo la questione della terra: in Bengala, di recente il gruppo Tata ha cercato di appropriarsi della terra dei contadini, ma la sottomissione agli obiettivi dell'industria automobilistica di una terra che offre sostentamento a migliaia di persone non solo toglie fertilità a quella terra e crea una produttività insostenibile dal punto di vista ecologico, ma determina anche una grave ingiustizia sociale. Ed è proprio contro questa ingiustizia che hanno combattuto, organizzandosi, i contadini del Bengala, impedendo alla Tata di costruire sulle loro terre. Sono soltanto due tra i numerosi esempi che dimostrano, tra l'altro, come sostenibilità ecologica e giustizia sociale siano connesse alla pace, perché è proprio dall'ingiustizia sociale e dalla crescita della disuguaglianza che trae origine il fondamentalismo. Secondo l'analisi che svolge nel «Bene comune della terra», «la globalizzazione economica si configura come una nuova forma di "enclosure of the commons", la recinzione delle terre comuni britanniche», ed è volta a privatizzare ogni aspetto della nostra vita, dall'acqua che beviamo alla biodiversità, dal sistema educativo al patrimonio culturale. Ci può spiegare in che modo la globalizzazione è legata alla recinzione dei beni comuni dell'Inghilterra del XVI secolo e quali sono le sue attuali manifestazioni? In Inghilterra, con le recinzioni dei beni comuni ci si è appropriati delle terre dei contadini trasformandole in terreni per la produzione di materie prime destinate all'arricchimento della borghesia emergente e al funzionamento dell'industria tessile. Negli ultimi decenni, attraverso le leggi sulla proprietà intellettuale promosse dal Wto e grazie alle condizioni finanziarie imposte dalla Banca Mondiale con i piani di aggiustamento strutturale e i processi di privatizzazione sono stati inclusi nelle recinzioni proprietarie dei beni di nuovo tipo. Quelli ai quali ho rivolto in particolare la mia attenzione sono le risorse viventi: i sistemi viventi grazie ai quali il pianeta si mantiene vivo e che sono indispensabili per soddisfare i nostri bisogni fondamentali sono stati dichiarati proprietà intellettuale, come fossero una creazione delle corporation: oggi è la vita stessa come bene a venire privatizzata; inoltre, dal momento che i sistemi viventi si accompagnano a particolari tipi di sapere e conoscenza, e che dunque specifici sistemi di conoscenza sono associati a specifiche forme di vita, si cominciano a recintare anche il sapere e i beni intellettuali. È ormai evidente che siamo di fronte a un assalto sferrato verso l'atmosfera così come verso l'aria che respiriamo: le grandi industrie prima recintano l'aria inquinandola e trattandola come un oggetto già morto e di loro proprietà, e poi, una volta che l'inquinamento raggiunge un livello da caos climatico, pensano di farne materia di scambio commerciale. La possibilità di comprare e vendere quote di emissioni inquinanti dimostra che tutti gli attori coinvolti nelle discussioni relative ai protocolli sui cambiamenti climatici credono davvero che sull'atmosfera si possano esercitare diritti di proprietà. Quella compiuta da un manipolo di industrie inquinanti è solo l'ultima, clamorosa forma di recinzione dei beni comuni. Lei è sempre stata molto critica nei confronti del riduzionismo della scienza meccanicistica figlia della rivoluzione scientifica. Ci spiega perché ritiene che il riduzionismo non sia «semplicemente un incidente epistemologico, ma la risposta ai bisogni di uno specifico tipo di organizzazione economica e politica», e perché crede che la scienza moderna costituisca «una giustificazione etica e gnoseologica allo sfruttamento delle risorse» comuni? Sono molti i modi attraverso i quali l'emergere della scienza meccanicistica - e della filosofia riduzionista che ne è alla base - finisce per integrarsi alla crescita dell'organizzazione economica che definiamo capitalismo, promuovendone le regole di funzionamento e favorendone gli interessi. Innanzitutto, l'orientamento riduzionista consente che vengano rimossi tutti i limiti etici allo sfruttamento della natura. Nel periodo in cui questa ideologia andava formandosi, gli scienziati sostenevano che le culture fondate su una visione olistica della natura e del rapporto tra la natura e l'uomo ne ostacolavano lo sfruttamento; per questo è stato necessario un assalto all'idea degli esseri umani come parte della natura e a quella della natura come organismo vivente: la natura è stata uccisa e la terra mater convertita in terra nullius, una terra vuota, priva di capacità produttiva e creativa, un mero amalgama di materie prime. Inoltre, il riduzionismo e la filosofia meccanicistica permettono di esternalizzare i danni dello sfruttamento: il riduzionismo prima fa in modo che la vita possa essere sfruttata e distrutta, e poi, tagliando e sezionando la realtà, fa sì che si possano chiudere gli occhi sulle conseguenze delle nostre azioni. Questo meccanismo viene adottato anche in altri campi: i sistemi viventi sono sistemi complessi, altamente differenziati, che si auto-organizzano, ma l'ingegneria genetica considera le piante come un mero insieme di atomi chiamati geni, che possono essere sezionati, tagliati e spostati, come pezzi di un «Lego», senza conseguenze. Ora, se i contadini indiani muoiono a causa dei prodotti dell'ingegneria genetica, il riduzionismo permetterà di negare che le cause siano da attribuirsi alla tecnologia in sé, attribuendole ad altri fattori. Il riduzionismo, poi, opera come una vera e propria ideologia perché si presenta come l'unica scienza degna di questo nome, assoggettando a sé tutti gli altri sistemi di conoscenza (che sono altrettanto, se non più complessi), oppure negando che si tratti di vera scienza. La degradazione della natura, il passaggio forzato da terra mater a terra nullius è stato condotto anche attraverso quel processo che in «Sopravvivere allo sviluppo» lei ha illustrato introducendo il termine di «malsviluppo», con il quale indica «un modo di conoscenza mascolino», «un modello di sviluppo patriarcale». Ci spiega in che modo «il "malsviluppo" confina le donne alla passività»? Ho adottato il termine «malsviluppo» per indicare uno sviluppo deforme, un malfunzionamento del sistema, e per tracciarne il legame con un approccio patriarcale, che combina la dominazione sulle donne a quella del capitale sulla natura e sugli individui. Il «malsviluppo» confina le donne nella passività innanzitutto trattando la loro conoscenza come se non esistesse. Negli ultimi trentacinque anni ho lavorato con tantissime donne e mi sono sempre più convinta che siano loro i «veri esperti», le uniche in grado di conoscere il funzionamento di un sistema e i modi per proteggerlo, e che il mondo sia in gran parte «prodotto» dalle donne. Ciò nonostante, il sistema di pensiero riduzionista e l'organizzazione economica capitalista hanno escluso o sottostimato i contributi delle donne inducendoci a credere che il lavoro, fondamentale, di «mantenere la vita» non sia un vero e proprio lavoro, perché non produttivo. Secondo quel sistema di pensiero infatti una donna che mantiene la propria famiglia non produce nulla, e una comunità che soddisfa tutti i propri bisogni alimentari ma non vende o compra alimenti non produce cibo e non contribuisce alla «crescita» e allo «sviluppo». L'adozione di questo criterio di misura ha portato al «malsviluppo» e con esso alla distruzione della natura, allo sfruttamento del «capitale naturale», e, insieme alla negazione dei bisogni fondamentali, la crescita della povertà. Secondo la sua analisi, dovremmo abbandonare l'attuale economia suicida e promuovere un atteggiamento culturale che esprima «un radicamento profondo alla terra e alle specificità del luogo in cui si origina, ma anche un sentimento di solidarietà per tutto il genere umano, una coscienza universale». Qualcuno potrebbe osservare che, nella pratica, si tratta di obiettivi opposti, perché l'ancoraggio alla specificità contraddice il richiamo alla solidarietà universale. Come risponderebbe a questa obiezione? Risponderei che è molto semplice, direi inevitabile, conciliare le due dimensioni: abitiamo tutti su un unico pianeta, e questo significa che la «terra» è la stessa, ma allo stesso tempo ognuno proviene da un luogo particolare, da un «terreno» specifico. È un'eredità della filosofia riduzionista l'idea che si diano opposizioni del tipo «questo oppure quello». Per quanto mi riguarda, la mia formazione nella teoria dei quanti, che esclude l'idea che ci siano elementi incompatibili e reciprocamente alternativi in favore di una concezione basato sulla congiunzione «e», mi porta a credere di poter disporre di un'identità profondamente locale, radicata nella valle dell'Himalaya dove sono nata e cresciuta, e insieme completamente planetaria, e che queste due forme di identità si tengano insieme senza contraddizioni. Anche i recenti attentati terroristici di Mumbai sono frutto dell'erosione delle forme di identità multiple a cui mi riferisco. Coloro che sono vulnerabili e «disponibili» a essere arruolati, pagati o sfruttati dagli estremisti di turno per compiere azioni di terrorismo sono quelli che sono stati allontanati a forza dalla loro terra, che sono stati resi superflui ed «eccedenti» rispetto alle proprie società; oppure quelli che vengono mobilitati e reclutati attraverso la costruzione fittizia di identità che si escludono a vicenda sulla base dell'opposizione «o questo o quello». In realtà, non si dà mai solo «o questo o quello», ma sempre un «questo e quello»: riusciremo a svincolarci dall'eredità delle identità incompatibili solo coltivando la nostra responsabilità verso il luogo particolare da cui proveniamo e insieme la consapevolezza che siamo parte di un'umanità comune, che condivide lo stesso pianeta.
Pubblicato da Associazione Ossigeno a 16:37