Source: http://antonioveneruso.postilla.it/2014/10/27/servizi-intercompany-prova-dinerzia/
Timestamp: 2017-07-28 02:51:34+00:00
Document Index: 42850187

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 109', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2697', 'art. 2697', 'sentenza ']

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27 ottobre 2014 Servizi intercompany a “prova d’inerenza” Tweet
La suprema Corte di Cassazione con la recente sentenza dell’8 ottobre 2014, n. 21184, è tornata nuovamente sule tema della deducibilità dei servizi intercompany, in carenza del prescritto requisito di inerenza richiesto dal ben noto comma 5 dell’art. 109 del TUIR.
Nel caso di specie, il fisco per il recupero a tassazione dei costi di services, ha supportato la sua pretesa sulla constatazione che:
i documenti (rectius le fatture) emessi dalla capogruppo per il riaddebito dei costi contenevano una descrizione generica delle prestazioni effettivamente rese;
il contratto di consulenza tecnica-commerciale che regolava l’impegno della capogruppo nei confronti controllata si concretizzava in documento di appena dieci righe che da subito, tra l’altro, si appalesava in aperto contrasto con il significativo ammontare dei costi addebitati.
La sentenza de qua di per se non appare innovativa in quanto ricorda il richiamato principio dell’inerenza del tutto noto in ambito TUIR, ma ancora più pregnante quando le prestazioni di servizi sono poste in essere tra parti correlate, così come nel caso di specie.
Al contrario, la sentenza ha il pregio di ricordare l’altrettanto noto principio codicistico recato dall’art. 2697 c.c., secondo cui “chi vuol far valere un diritto in giudizio deve provare i fatti che ne costituiscono il fondamento”, fatto proprio dalla giurisprudenza tributaria di legittimità (ex multis Corte di Cassazione del 23/09/2011, n. 19540), secondo cui in caso di componenti negativi (costi e oneri) spetta al contribuente la prova di dimostrarne la deducibilità dal reddito.
Ed ancora, si riporta l’orientamento consolidato della Cassazione, secondo cui, nell’accertamento delle imposte sui redditi e con riguardo alla determinazione del reddito d’impresa, l’onere della prova dei presupposti dei costi ed oneri deducibili concorrenti alla determinazione del reddito d’impresa, ivi compresa la loro inerenza e la loro diretta imputazione ad attività produttive di ricavi incombe al contribuente” (ex plurimis, Cassazione, sentenze nn. 11514/2001, 4345/2003 e 4554/2010).
Al riguardo, giova pure richiamare pure l’ulteriore “principio di vicinanza” della prova elaborato sempre dalla giurisprudenza (Cassazione SS.UU., 11.1.2008, nn. 577 e 582) , il quale sancisce, in deroga alla spartizione dell’onere della prova voluta dal richiamato art. 2697 c.c., che l’onere della prova sia a carico della parte che è più vicina alla “fonte” della prova. Per cui ne discende che se un contribuente pone in deducibilià un qualsiasi costo, deve provare, se questo è contestato, che lo stesso sia deducibile in base alla normativa vigente (ndr TUIR).
Dalla breve analisi operata, non possiamo che rilevare come la contestazione operata dal fisco nel caso di specie non attiene precipuamente ad ipotesi di transfer princing e, quindi, al valore normale cui devono essere improntate le transazioni economiche tra imprese residenti e loro controllate/collegate e viceversa, ma più semplicemente riguarda le regole ordinarie applicabili per la determinazione del reddito d’impresa nei confronti della generalità dei contribuenti.
Certo è che nella fattispecie di prestazioni di servizi intercompany l’occhio del fisco è sempre più acuto nell’individuare disegni elusivi che hanno come unico scopo quello di conseguire un indebito vantaggio fiscale, attuato attraverso pratiche aggressive di tax planing, oggi sempre di più attenzionate dall’Amministrazione finanziaria non solo domestica.
In conclusione, al di fuori dei casi di elusione, in ipotesi di prestazioni di servizi, in modo particolare quando trattasi di servizi intercompany , non può non sottovalutarsi, comunque, il pericolo (quantomeno in termini d’indeducibilità dei relativi costi), che ne deriva qualora in sede di controllo il contribuente non sia in grado di offrire al fisco ogni utile elemento probatorio del grado di beneficio conseguito dall’effettiva attività posta in essere in suo favore, ancorché da parti correlate.
A riprova di quanto sopra, si prenda il caso oggetto della sentenza in rassegna, laddove con fatica si potrebbe addivenire ad una conclusone diversa da quella a cui si assiste. Infatti, dalla lettura della sentenza, si rileva, in sintesi, che a fronte di servizi, tra l’altro, per importi non trascurabili, la società accertata non sia stata in grado di esibire alcuna idonea documentazione probatoria dell’inerenza e congruità (anche testimoniale, dei tempi, modi e riferimenti ai soggetti che materialmente hanno reso le prestazioni di servizi), al di fuori di fatture riportanti descrizioni generiche del servizio reso e di un contratto che forse sintetizzava troppo le attività commissionate.
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