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Timestamp: 2017-11-17 17:35:18+00:00
Document Index: 15393843

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 88', 'art. 89']

Famiglia oggi n.4 aprile 2002 - Strategie legali a confronto
(esperta in questioni legali)
Il gioco e le case a esso adibite sono gestiti da enti statali autorizzati. Lo Stato, dunque, incamera i profitti dell’azzardo non vietato ma lascia scoperta la protezione verso il giocatore patologico. Questa contraddizione non dev’essere taciuta.
L'argomento trattato mostra aspetti problematici anche sotto il profilo strettamente giuridico e legislativo, in quanto presenta una normativa frammentaria con una disciplina codicistica per le fattispecie generali, cui fa eccezione una lunga serie di casi specifici disseminati in leggi speciali.
Prendendo, dunque, le mosse dal dato certo contenuto nei codici, si potrebbe sostenere che l’esercizio del gioco d’azzardo in tutte le sue forme nel nostro Ordinamento in generale è proibito, in quanto il vizio che ne potrebbe derivare non soltanto è immorale «... ma è un fatto profondamente antisociale, perché fomenta la cupidigia del denaro, diffonde l’avversione al lavoro e al risparmio, deprime la dignità della persona ed è causa di molte tragedie individuali e familiari e spesso di delitti» (Antolisei, Manuale di D.P., Milano 1992, p.s., pag. 519).
Partendo dalla definizione di "gioco d’azzardo" e di "case da gioco", contenute entrambe nell’articolo 721 del codice penale, si rileva come la fattispecie giuridica del gioco d’azzardo sia riconosciuta nei suoi due elementi essenziali, quali quello soggettivo del fine di lucro di colui che lo esercita – il quale spera di trarre un vantaggio patrimonialmente valutabile – nonché quello oggettivo dell’aleatorietà dell’esito che è legato completamente, o quasi, al caso fortuito.
Laddove, poi, vi siano luoghi di convegno destinati all’esercizio del gioco d’azzardo, seppure in forma dissimulata, ovvero anche in modo non esclusivo ma occasionale, ivi si rinviene una casa da gioco: il requisito necessario e sufficiente per aversi una casa da gioco, spiega la giurisprudenza della Suprema Corte (C. Cass. 70/455), è che le persone che intendono esercitarlo abbiano la certezza di fare affidamento su di un luogo di convegno dove riunirsi per l’esercizio del gioco stesso.
La lettura pedissequa degli articoli 718-722 del codice penale consente di dare un primo quadro panoramico della questione sotto un profilo penalistico, sanzionando con contravvenzioni gravi – quali l’arresto fino a un anno – l’esercizio del gioco d’azzardo e la tenuta e gestione di case da gioco in luoghi pubblici, aperti al pubblico, o privati, in quanto, da una prima valutazione del legislatore, ritenute attività che, per la natura stessa dell’azzardo, possono provocare situazioni di tensione tra i giocatori, sollecitando occasioni di dispute più o meno accese che turbino l’ordine pubblico, e in quanto tali contrarie alla polizia dei costumi.
Allo stesso modo, e per il medesimo principio, il Testo unico delle leggi di Pubblica sicurezza (R.D.L. 18.06.31, n. 733), all’articolo 110, vieta l’installazione e l’uso di apparecchi automatici, semiautomatici, elettronici per il gioco d’azzardo in luoghi pubblici, aperti al pubblico, o privati, ponendo a carico dei gestori di sale da gioco oneri precisi volti a informare il pubblico del divieto codicistico.
Sotto altro profilo, quale è quello privatistico della questione, il negozio giuridico del gioco e della scommessa, quando non espressamente dichiarato illecito, è implicitamente riconosciuto capace di soddisfare un interesse dei privati che lo considerano in qualche modo utile, ed è disciplinato dagli articoli 1933-1935 del codice civile sul fondamento giuridico che il legislatore ha ritenuto non meritevoli di tutela le obbligazioni ivi nascenti, inserendole tra le così dette "obbligazioni naturali", laddove ha negato da una parte al vincitore la possibilità di agire in giudizio per ottenere il pagamento del credito da gioco; dall’altra ha impedito al perdente, che abbia pagato spontaneamente, la possibilità di richiedere e ottenere la restituzione di quanto corrisposto, salvo dimostrare la propria incapacità o la frode nel gioco.
Se queste sono le basi su cui fondare le prime distinzioni normative, la materia da qui in poi si frantuma in una legislazione che ammette eccezioni alle regole generali e prevede ipotesi di autorizzazioni amministrative che consentono il gioco d’azzardo in case autorizzate, e che legittima enti dello Stato all’esercizio diretto di attività di gioco e scommessa.
Antecedente alla Costituzione della Repubblica Italiana, e tuttora in vigore, è il Regio Decreto Legislativo del 19.10.1938, n. 1933, il quale, vietando ai privati l’organizzazione del gioco del Lotto e di lotterie nazionali, attribuisce in via esclusiva allo Stato l’esercizio di queste attività, ampiamente pubblicizzate e comunemente diffuse tra la popolazione.
Allo stesso modo, risale al Regio Decreto Legislativo del 27 aprile 1924, n. 636, la normativa con la quale è consentito nei Casinò di Sanremo, Venezia, Campione d’Italia e Saint-Vincent l’esercizio del gioco e della scommessa, anche se d’azzardo: deroga, questa, alla legge penale generale che trova la propria giustificazione nel fatto che i proventi dell’attività siano destinati al finanziamento di interesse generali superiori.
L’affermazione non deve sorprendere, se si considera che, sollevata questione di legittimità costituzionale delle leggi che consentono l’apertura di case da gioco in quanto in deroga ai generali divieti di cui agli articoli 718-722 del codice penale, la Corte Costituzionale ha negato l’incostituzionalità delle leggi in deroga, affermando che «...le norme che consentono il funzionamento di casinò municipali implicitamente derogano alle norme penali che puniscono il gioco d’azzardo, non potendo i proventi derivanti da tale gioco essere considerati, per i principi di coerenza e unità dell’ordinamento giuridico, a un tempo prodotto o profitto di un reato ed entrate di diritto pubblico» (Corte Costituzionale, sentenza del 23.05.1985, n. 152).
Numerosi sono stati i commenti autorevoli a questa sentenza della Corte Costituzionale, di chi da un lato assume come fondamentale il pericolo emergente dalla decisione, per cui «...si può quindi ben dire che con questa sentenza la Corte ha dato via libera all’apertura delle case da giuoco in Italia» (Pioletti, in Rivista di Polizia, novembre-dicembre 1985); e di chi dall’altro, sottolinea come altrove, nella stessa sentenza, la Corte Costituzionale, denunciando la disorganicità e la contraddittorietà delle disposizioni vigenti, sollecitasse il legislatore a «...emanare una legislazione organica su scala nazionale» (Romani P., in Croce-Zerbetto, a cura di, Il gioco e l’azzardo, Milano 2001, pag. 348).
La citata affermazione della Corte Costituzionale, sebbene formalmente rigetti la questione di legittimità delle leggi in deroga al codice penale, tuttavia nel profondo sembra puramente riconoscere che il fondamento di legittimità di queste sia fragilmente ancorato al concorso dello Stato nei profitti patrimoniali che le case da gioco generano: vi è, infatti, nella sentenza citata un percorso motivazionale diverso da quello apparente, che incentiva il legislatore a sostenere coerentemente la propria scelta di politica legislativa, volta a legittimare il gioco d’azzardo autorizzato.
Potrebbe essere percorsa una strada differente per legittimare l’esercizio autorizzato del gioco d’azzardo, come altrove avviene per quelle attività aventi scopo ritenuto socialmente utile – uno tra tutti l’esercizio degli sports violenti –, davanti alle quali la Giurisprudenza è giunta ad affermare il concetto delle c.d. "scriminanti non codificate", dovendo trovare fondamento a una consuetudine perpetrata sebbene vietata, in quanto la condotta, normalmente illecita, in determinate condizioni è permessa dallo Stato e perde il proprio carattere antigiuridico, in tanto che soddisfa un interesse generale della popolazione (sic Antolisei, Manuale di Diritto Penale, Milano 1991, pag. 279): superando, dunque, qualsiasi portato etico, l’osservazione della realtà consente di affermare che il giocatore soddisfa un proprio bisogno di divertimento e svago che, svolto secondo limiti precisi, non arreca danno.
Vistose lacune
Chi sostenesse l’opportunità di eliminare ogni forma lecita e autorizzata di gioco d’azzardo, potrebbe ben essere tacitato con il richiamo alla Costituzione, nelle sue diverse espressioni a tutela della «libertà e dell’uguaglianza dei cittadini, per il pieno sviluppo della personalità umana» (art. 3): se questa attività di divertimento soddisfa un bisogno, il legislatore non può ignorarne l’utilità e deve intervenire per disciplinarne correttamente l’esercizio.
Se, dunque, si superasse il silenzio che circonda la materia, si potrebbe classificare l’argomento a seconda degli interessi che mira a tutelare e i bisogni che l’esercizio dell’attività del gioco d’azzardo soddisfa: a fronte, infatti, della copiosa normativa emanata a contenimento delle attività criminose connesse all’esercizio abusivo del gioco d’azzardo, che mira a tutelare l’ordine pubblico, nonché di riflesso anche il monopolio statuale del gioco d’azzardo, e il proprio concorso nella divisione dei proventi, manca una specifica previsione normativa volta a tutelare gli interessi privatistici, non solo patrimoniali, ma anche psico-fisici, del giocatore d’azzardo che espone sé stesso appunto a quel "vizio del gioco" per le cui conseguenze disastrose il legislatore del 1930 aveva dettato i combinati disposti degli articoli 718-722 del codice penale.
S’impone, allora, il confronto con altre forme di dipendenze da sostanze che scemano o eliminano completamente la capacità di intendere e volere dell’individuo che sono state oggetto di disciplina specifica in considerazione del problema sociale che ne è connesso: il riferimento è alla tossicodipendenza e all’abuso di alcool.
Dispone, infatti, l’articolo 95 del codice penale che «per i fatti commessi in stato di cronica intossicazione... da alcool o da sostanze stupefacenti...» si applichino gli articoli 88 e 89 dello stesso codice, a norma dei quali «non è imputabile chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, era, per infermità, in tale stato di mente da escludere la capacità di intendere e volere» (art. 88 c.p.: Vizio totale di mente), ovvero «Chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, era, ..., in tale stato di mente da scemare grandemente la capacità ..., risponde del reato commesso; ma la pena è diminuita» (art. 89 c.p.: Vizio parziale di mente).
Forte di questo richiamo, l’uso e l’abuso di suddette sostanze nella forma patologica della cronica intossicazione, viene dal legislatore stesso esplicitamente connesso alle cause di esclusione totale o parziale dell’imputabilità penale; e ancora di più l’articolo 415 del codice civile, sul medesimo presupposto, assume quale requisito sufficiente ai fini della dichiarazione di inabilitazione lo stato abituale di uso o abuso di sostanze alcoliche o stupefacenti, che esponga il soggetto o la di lui famiglia a gravi pregiudizi economici.
Specifica e dettagliata (sebbene migliorabile) è la normativa volta a prevenire il disagio sociale del soggetto dipendente da sostanze alcoliche o stupefacenti (Decreto Presidente della Repubblica 309/1990). Nella nostra materia, quando il giocatore si avvale delle strutture autorizzate, non sono previsti rimedi giuridici che impediscano le conseguenze che la dipendenza dal gioco d’azzardo provoca sul giocatore, il quale è lasciato in balia di sé stesso e di quello che verrebbe semplicisticamente definito il "vizio del gioco".
Nulla del genere di quello accennato per le tossicodipendenze e per l’abuso da alcool è previsto nel nostro Ordinamento a tutela del giocatore d’azzardo, nemmeno il riconoscimento che lo stato di dipendenza del giocatore sia da configurarsi giuridicamente patologico, che elimina la capacità di intendere e volere; ogni tutela del patrimonio e dei superiori diritti della personalità del giocatore patologico è affidata alla forza del singolo, alla capacità di intervento dei familiari nel caso specifico, all’abilità del legale di collegare il caso concreto alla fattispecie giuridica generale e astratta cui fare riferimento per evitare l’aggravamento dei danni per il giocatore, o per tutelare quelli della sua famiglia.
Nessuna prevenzione in favore del giocatore patologico esposto ai danni della dipendenza che il gioco crea è stata adottata dal legislatore nel dettare le norme e i regolamenti attuativi del gioco d’azzardo autorizzato, fuori e dentro le case da gioco; nessuna specifica disposizione in favore della cura e della riabilitazione del giocatore patologico, e nessuna struttura pubblica è destinataria di finanziamenti specifici volti al trattamento delle patologie psichiche e fisiche che questa realtà porta con sé.
A pochi anni dalla legalizzazione dei videopoker (legge 425/95), che ha consentito la capillare diffusione di questi apparecchi automatici – sulla considerazione che non possono essere annoverati tra i giochi d’azzardo, in quanto la scommessa è prevalentemente connessa non all’alea, bensì all’abilità del giocatore, e lo scopo è prevalentemente di trattenimento, non di lucro – sebbene siano note le conseguenze dannose che una tale liberalizzazione ha provocato sulla popolazione di ogni età, gli interventi propositivi in punto si limitano a quanto già esposto per garantire introiti al fisco (si pensi alla proposta del Presidente Commissione Finanze, Pedrizzi, che assimilerebbe al Totocalcio e alSuperenalotto la gestione dei terminali videopoker collegandoli in rete a un totalizzatore, al fine di consentirne la tassazione).
Misure d’Oltralpe
Il problema non è di esclusivo appannaggio del nostro Ordinamento, ma sono a disposizione del nostro legislatore esempi vicini, come quello della legislazione belga, che affonda il proprio nucleo nella protezione del giocatore con vere e proprie misure di prevenzione; o quello della vicina Svizzera che, pur riconoscendo nelle case da gioco un forte richiamo per rilanciare il turismo di un certo livello, tuttavia non trascura che gli obiettivi primari della disciplina sul gioco d’azzardo sono e restano quello di «... impedire le conseguenze socialmente dannose» che esso ha, nonché di «evitare ogni ingerenza da parte della criminalità organizzata all’interno delle attività» (in Eurispes, Giochi, scommesse e lotterie: italiani d’azzardo, pagg. 193 e ss.).
Degli spunti e consigli sollevati dagli studiosi della materia, soprattutto in merito a un controllo mirato del gioco d’azzardo via Internet (c.d. cybercasinò), e del giocatore patologico, tuttavia, resta lettera morta, anche dopo la discussione svoltasi il 18.01.2000 dalla I e VI Commissione del Senato, Affari Costituzionali, riunitasi al fine di formulare una legge quadro unitaria nel settore del gioco d’azzardo, tanto da poter affermare che «... la proposta di legislazione organica in tema... elaborata dall’apposito Comitato parlamentare è da considerarsi già obsoleta sul nascere» (Romani P., cit., pag. 360).
A fronte di una legislazione tanto contraddittoria pare vi siano le scelte di politica del diritto in un legislatore che non è sembrato in grado di ponderare accuratamente le molteplici e opposte realtà coinvolte nell’occulto mondo del gioco d’azzardo: davanti all’irrefrenabile esigenza di soddisfare il bisogno irrazionale di "rischiare scommettendo", quale forma del più generale appagamento del desiderio di svago che è insito nel processo di sviluppo dell’uomo, e alle conseguenze gravissime che la dipendenza dal gioco provoca, stanno gli interessi patrimoniali di uno Stato che, riconosciuto questo bisogno di intrattenimento ludico, ha fatto della gestione del gioco d’azzardo una fonte di profitto di diritto pubblico, ignorando completamente i secondarismi che questa attività, legittimata dalla legge statuale, porta nella società moderna, provocando in taluni soggetti una vera e propria dipendenza clinicamente rilevante, con tutti gli effetti dannosi che ciò comporta, dalla gestione del proprio patrimonio, a quella della propria vita sociale, della famiglia, e infine, ma certamente più importante, della salute e dell’incolumità stessa del giocatore patologico.