Source: https://www.laleggepertutti.it/176046_estetica-del-palazzo-rovinata-lavori-piu-facili
Timestamp: 2019-02-18 15:27:00+00:00
Document Index: 86660128

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1120', 'art. 1120', 'art. 1127']

Estetica del palazzo rovinata: lavori più facili
Il decoro architettonico deve essere valutato all’esito di tutti i lavori eseguiti nel tempo sulla facciata dell’edificio.
Una delle condizioni per aprire un’apertura sul tetto dell’edificio, per creare una veranda sul balcone, per installare inferriate, doppi infissi o fioriere, o ancora per posizionare condizionatori ed antenne sulla facciata antistante la strada principale è non rovinare l’estetica del palazzo, quella cioè che la legge chiama «decoro architettonico». Ma quando l’edificio risulta menomato da precedenti interventi e l’estetica del palazzo è quindi già compromessa, eseguire lavori è più facile. A dirlo è una recente sentenza della Cassazione [1] secondo cui il giudice, nel valutare il rispetto del decoro architettonico di un’opera realizzata da uno dei condomini, non deve basarsi su quello che era originariamente lo stabile secondo l’originario disegno del costruttore, ma sulla sua situazione attuale, immediatamente prima della costruzione controversa, al netto quindi di tutto ciò che, nel tempo, è stato realizzato anche dagli altri condomini.
Risultato: non si può accusare un condomino di aver violato l’estetica del palazzo installando un condizionatore vistoso sulla parete dell’edificio se già gli altri hanno fatto lo stesso o, comunque, hanno montato antenne e altri oggetti vistosi, tali da pregiudicare l’unitarietà dell’architettura originaria.
Nel valutare la presunta lesione del decoro architettonico di un edificio in seguito a un intervento eseguito da un singolo condomino, il giudice deve tenere conto delle condizioni nelle quali versava lo stabile prima dell’intervento contestato. In casi simili – sottolineano i giudici supremi – si può «ritenere che l’ulteriore innovazione non abbia procurato un incremento lesivo, ove lo stabile fosse stato decisamente menomato dai precedenti lavori».
Per comprendere il principio facciamo un esempio. Immaginiamo che un condomino esegua un’apertura sul tetto per realizzare un terrazzino. Gli altri condomini protestano: sostengono che l’opera sia lesiva per il decoro architettonico dello stabile in quanto stravolge le linee estetiche del palazzo. Ciò deprezzerebbe il valore dell’intero edificio e, quindi, di tutti gli altri appartamenti. Si finisce così in causa. L’autore dell’opera però si oppone sostenendo che lo stabile già difettava di pregio, in quanto in passato i sottotetti erano stati trasformati in abitazioni, con l’apertura di lucernari. Inoltre una serie di interventi realizzati dagli altri condomini avevano ulteriormente alterato la «complessiva armonia» dell’edificio. Di conseguenza, a suo dire, l’apertura sul tetto non può essere ritenuta un pregiudizio per l’estetica se apportata ad un immobile la cui originaria “bellezza” è stata già menomata a seguito di precedenti lavori. Chi dei due ha ragione?
Secondo la Cassazione, nel momento in cui bisogna valutare se un’opera lede o meno l’estetica dell’edificio bisogna tenere anche conto delle condizioni nelle quali lo stesso versava prima del contestato intervento. Alla luce di ciò si può arrivare a ritenere che l’ulteriore innovazione non abbia procurato una lesione qualora il palazzo fosse stato già menomato dai precedenti lavori.
In definitiva, tutte le volte in cui gli interventi precedenti hanno alterato il decoro architettonico dell’edificio è più agevole realizzare ulteriori lavori poiché è più difficile, per gli altri condomini, dimostrare che vi sia stata una lesione dell’estetica.
[1] Cass. sent. n. 11177/17 dell’8.05.2017.
(omissis), in persona dell’Amministratore Unico e legale rappresentante pro tempore, domiciliata ex lege in ROMA, presso la CANCELLERIA della CORTE DI CASSAZIONE, rappresentata e difesa dall’avvocato E. M.;
CONDOMINIO, in persona dell’Amministratore pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, presso lo studio dell’avvocato M. P., che lo rappresenta e difende;
avverso la sentenza n. 3523/2010 della CORTE D’APPELLO di MILANO, depositata il 21/12/2010;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 16/02/2017 dal (omissis);
udito l’Avvocato A. M., con delega dell’Avvocato E. M. difensore del ricorrente, che ha chiesto l’accoglimento del ricorso;
udito l’Avvocato M. P., difensore del controricorrente, che ha chiesto il rigetto del ricorso;
udito il P.M. in persona del (omissis), che ha concluso per il rigetto del ricorso.
La Corte d’appello di Milano, con sentenza depositata il 21 dicembre 2010, confermò quella emessa dal Tribunale di Milano in data 16 aprile 2008, che aveva dichiarato l’illegittimità dell’occupazione di una parte del tetto comune, nonché delle opere realizzate dalla (omissis), in quanto lesive del decoro architettonico dell’edificio condominiale sito in via (omissis) , e implicanti abusiva occupazione di una parte del tetto comune.
Avverso la statuizione d’appello ricorre per cassazione la (omissis), illustrando due motivi di censura. Resiste con controricorso il Condominio di (omissis).
Assume il ricorso che La Corte locale era stata sollecitata a tener conto del fatto che l’edificio era stato oggetto, nel corso degli anni, di plurimi interventi operati dai singoli condomini, che ne avevano alterato definitivamente la complessiva armonia; in particolare, si scrive in ricorso che “la falda su corte del Condominio di (omissis) 16 presenta numerose altre “cappuccine il senza uno stile unitario, coeve all’edificazione dell’intero complesso (…) La “cappuccina” realizzata dalla (omissis) non si discosta in modo
significativo dalla tipologia delle altre già presenti sul tetto del fabbricato (…) La presenza di lucernari, finestre “Cappuccine” di fogge sempre diverse anche sul lato prospiciente la pubblica via e la presenza di numerose antenne paraboliche”.
Tuttavia, la censura ha omesso di misurarsi con lo snodo motivazionale attraverso il quale la sentenza mostra di aver preso puntuale e completa cognizione del fatto e dei luoghi, giungendo a qualificare l’intervento per cui è causa: “un’opera che ha alterato significativamente la copertura dell’edificio, mediante la costruzione di una struttura che si impone con violenza sulle linee essenziali ed originarie del tetto del complesso condominiale, comunque visibile”; mostrando le fotografie agli atti che la (omissis) aveva “eseguito sulla copertura dell’edificio una costruzione in cemento armato che non evidenzia alcuna continuità con la copertura esistente, in origine costituita da un tetto a padiglione con copertura di tegole, e si presenta, visivamente, quasi come una ulteriore facciata che si eleva sulla precedente copertura”.
In contrasto con quanto affermato in sentenza la ricorrente precisa che l’innovazione apportata al tetto comune non era tale da renderne inservibile l’uso o il godimento, anche da parte di un solo condomino (art. 1120, comma 2, cod. civ.). Pertanto, non si era in presenza di un’alterazione illegittima della cosa comune, resa tale da impedire agli altri condomini di poterla utilizzare secondo il suo scopo. La (omissis) si era limitata ad innalzare la falda di copertura del proprio locale sito al piano sottotetto, così da assicurare al locale un’altezza media di metri 2,70, realizzando un piccolo balconcino coperto. La sostituzione dell’originaria copertura, per quella limitatissima area, con la creazione di un terrazzino, aveva assicurato “la sua destinazione di bene comune e, conseguentemente, l’opera non ha in alcun modo pregiudicare il diritto d’uso della cosa comune da parte degli altri condomini”.
La Corte territoriale, soggiunge il ricorso, avrebbe dovuto fare applicazione, non già del comma 2 dell’art. 1120, cod. civ., ma del comma 3 dell’art. 1127, cod. civ. e quest’ultima norma, per la ricorrente, si pone in rapporto di specialità rispetto alla prima. Invero, la citata disposizione legittima l’opposizione dei condomini solo quando la sopraelevazione “pregiudica l’aspetto architettonico dell’edificio”. Tuttavia, un tale
pregiudizio avrebbe dovuto essere considerato in concreto, mentre, la Corte milanese non aveva accertato che la sopraelevazione avesse effettivamente importato un mutamento peggiorativo dell’aspetto architettonico complessivo, avendo omesso di considerare che sul tetto già insistevano tre “cappuccine”, che presentavano i lati costruiti in cemento uguali a quella messa in opera dalla ricorrente.