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Timestamp: 2020-08-06 10:13:09+00:00
Document Index: 130974727

Matched Legal Cases: ['art. 4', 'sentenza ', 'art. 4', 'art. 416', 'art. 4', 'art. 416', 'art. 58', 'art. 27', 'art. 4', 'art. 416', 'art. 58', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

﻿ Corte cost. 253/19: illegittima la preclusione assoluta di permessi premio ex art. 4-bis co. 1 o.p. | Sistema Penale | SP
Corte cost., sent. 4 dicembre 2019, n. 253, Pres. Lattanzi, est. Zanon
Diamo immediata notizia ai lettori del deposito della sentenza con cui la Corte costituzionale si pronuncia sulle questioni di legittimità sollevate dalla Corte di cassazione e dal Tribunale di sorveglianza di Perugia in relazione alla norma, di cui all'art. 4-bis, comma 1, ord. penit., che vietava la concessione di permessi premio ai condannati per delitti di "contesto mafioso" – in particolare, per il delitto di cui all'art. 416-bis ovvero per delitti commessi avvalendosi delle condizioni di cui al medesimo articolo, ovvero al fine di agevolare tale associazione – a meno che il detenuto non avesse collaborato con la giustizia.
Con sent. 253/2019, la Corte costituzionale dichiara l'illegittimità costituzionale
a) dell'art. 4-bis co. 1, «nella parte in cui non prevede che, ai detenuti per i delitti di cui all’art. 416-bis del codice penale e per quelli commessi avvalendosi delle condizioni previste dallo stesso articolo ovvero al fine di agevolare l’attività delle associazioni in esso previste, possano essere concessi permessi premio anche in assenza di collaborazione con la giustizia a norma dell’art. 58-ter del medesimo ordin. penit., allorché siano stati acquisiti elementi tali da escludere, sia l’attualità di collegamenti con la criminalità organizzata, sia il pericolo del ripristino di tali collegamenti»;
e, in via consequenziale (art. 27 l. 87/1953),
b) dell'art. 4-bis, co. 1, «nella parte in cui non prevede che ai detenuti per i delitti ivi contemplati, diversi da quelli di cui all’art. 416-bis cod. pen. e da quelli commessi avvalendosi delle condizioni previste dallo stesso articolo ovvero al fine di agevolare l’attività delle associazioni in esso previste, possano essere concessi permessi premio anche in assenza di collaborazione con la giustizia a norma dell’art. 58-ter del medesimo ordin. penit., allorché siano stati acquisiti elementi tali da escludere, sia l’attualità di collegamenti con la criminalità organizzata, terroristica o eversiva, sia il pericolo del ripristino di tali collegamenti».
Riportiamo di seguito, testualmente, il comunicato dell'Ufficio stampa della Corte costituzionale che accompagna il deposito della sentenza.
«Il detenuto per un reato di associazione mafiosa e/o di contesto mafioso può essere “premiato” se collabora con la giustizia ma non può essere “punito” ulteriormente – negandogli benefici riconosciuti a tutti – se non collabora. In questo caso, la presunzione di pericolosità resta ma non in modo assoluto perché può essere superata se il magistrato di sorveglianza ha acquisito elementi tali da escludere che il detenuto abbia ancora collegamenti con l’associazione criminale o che vi sia il pericolo del ripristino di questi rapporti. Pertanto, non basta un regolare comportamento carcerario (la cosiddetta “buona condotta”) o la mera partecipazione al percorso rieducativo. E tantomeno una semplice dichiarazione di dissociazione. La presunzione di pericolosità – non più assoluta ma relativa – può essere vinta soltanto qualora vi siano elementi capaci di dimostrare il venir meno del vincolo imposto dal sodalizio criminale.
È quanto ha stabilito la Corte costituzionale con la sentenza n. 253 depositata oggi (relatore Nicolò Zanon), dichiarando l’illegittimità costituzionale dell’articolo 4-bis, primo comma, dell’ordinamento penitenziario là dove non contempla che, nelle condizioni indicate, il giudice possa concedere al detenuto il permesso premio. L’incostituzionalità della norma – derivante dal contrasto con i principi di ragionevolezza e della funzione rieducativa della pena (articoli 3 e 27 della Costituzione) – è stata estesa a tutti i reati compresi nel primo comma dell’articolo 4 bis, oltre a quelli di associazione mafiosa e di “contesto mafioso”, anche puniti con pena diversa dall’ergastolo.
La Corte precisa infatti preliminarmente che le questioni di legittimità costituzionale sottoposte al suo esame non riguardano il cosiddetto ergastolo ostativo, su cui si è di recente pronunciata la Corte di Strasburgo (13 giugno 2019, caso Viola contro Italia) perché non censurano, oltre il 4 bis, primo comma dell’Ordinamento penitenziario, anche l’articolo 2, secondo comma, del decreto legge 13 maggio 1991 n.152, convertito nella legge n. 203 del 1991, che non consente di concedere la liberazione condizionale al condannato all’ergastolo che non collabora con la giustizia e che abbia già scontato 26 anni effettivi di carcere. Le questioni sollevate davanti alla Corte non riguardano chi ha subito una condanna a una determinata pena ma chi ha subito una condanna (nella fattispecie all’ergastolo) per reati cosiddetti ostativi, in particolare di tipo mafioso.
Ora la sentenza sottolinea che non è la presunzione in sé ma la sua assolutezza ad essere in contrasto con la Costituzione (si veda anche il comunicato stampa della Corte del 23 ottobre 2019).
È fondamentale aggiungere che, ai sensi del comma 3 bis del medesimo articolo 4 bis, tutti i benefici penitenziari, compreso il permesso premio, «non possono essere concessi» (ferma restando l’autonomia valutativa del magistrato di sorveglianza) quando il Procuratore nazionale antimafia (oggi anche antiterrorismo) o il Procuratore distrettuale comunica, d’iniziativa o su segnalazione del competente Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, l’attualità di collegamenti con la criminalità organizzata.
In definitiva, non estendere l’intervento compiuto con la presente sentenza a tutti i reati previsti dal primo comma dell’articolo 4 bis dell’Ordinamento penitenziario (al di là, quindi, di quelli di associazione mafiosa e di “contesto mafioso”) finirebbe per compromettere la stessa coerenza intrinseca dell’intera disciplina di risulta».
Ospiteremo già nei prossimi giorni contributi di commento all'importante decisione.