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Timestamp: 2018-08-22 08:42:48+00:00
Document Index: 111350551

Matched Legal Cases: ['art. 239', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 239', 'art. 239', 'art. 239', 'sentenza ', 'CGUE ', 'CGUE ']

Ancora rischi per il design (e per l’Italia) - Lexology
La tutela autoristica dell’industrial design in Italia sembra essere di nuovo a rischio. Causa ne è una norma introdotta nel decreto c.d. “Sblocca Italia” in via di pubblicazione, che andrebbe a modificare per l’ennesima volta l’art. 239 del D. Lgs. 30/2005 (Codice della Proprietà Intellettuale, “CPI”), già schizofrenicamente emendato innumerevoli volte in passato: si vedano a riguardo i nostri post qui, qui, qui e qui.
Questa, in estrema sintesi, la questione. Con D. Lgs. 95/2001, entrato in vigore il 19 aprile 2001, venne introdotta nella Legge sul Diritto d’Autore (n. 633/41, “LdA”) la norma in base al quale godono di tutela autoristica “le opere del disegno industriale che presentino di per sé carattere creativo e valore artistico” (art. 2 co. 1 n. 10 LdA). La norma sostituì finalmente la previsione dell’art. 2 c. 1 n. 4 LdA, che in precedenza aveva accordato tutela solo alle opere del disegno industriale il cui valore artistico fosse “scindibile dal carattere industriale del prodotto”; requisito, questo della “scindibilità”, che i Tribunali difficilmente avevano considerato sussistente, così di fatto arrivando a negare quasi sempre la tutela autoristica ai prodotti di design.
Con la modifica introdotta il 19 aprile 2001 non vi fu quindi più alcun dubbio – né applicazione giurisprudenziale contraria che tenesse – sulla tutelabilità dell’industrial design ai sensi del diritto d’autore. La nuova previsione andava però asseritamente a danneggiare un comparto di aziende che prima di tale data avevano prodotto e/o commercializzato copie di prodotti di design ritenendosi legittimate a farlo proprio da quella giurisprudenza che quasi sempre aveva negato tutela al design. Dall’opposizione lobbistica di queste aziende derivò l’introduzione della c.d. “moratoria” contenuta nel summenzionato art. 239 CPI, in base alla quale in sostanza tali soggetti potevano continuare a commercializzare le copie per altri dieci anni, ovvero fino al 19 aprile 2011, al fine di smaltire le scorte e riorganizzare la produzione.
Da allora l’art. 239 CPI è stato oggetto di numerose modifiche in due direzioni opposte: da un lato i “copiatori” hanno tentato più volte di ampliarne la portata (aumentandone la durata o estendendolo anche a chi non aveva iniziato la commercializzazione delle copie prima del 19 aprile 2001); dall’altro i titolari dei diritti d’autore sulle opere di design hanno cercato di ottenerne l’eliminazione o la riduzione della durata, facendone anche valere l’incompatibilità con il diritto comunitario (sancita peraltro da una procedura di infrazione promossa dalla Commissione Europea contro l’Italia, nonché da una successiva pronuncia della Corte di Giustizia UE (“CGUE”) in C-168/09). Nonostante ciò, alla fine la moratoria è rimasta in piedi, ed anzi la sua durata è stata prolungata da 10 a 13 anni, arrivando a scadere lo scorso 19 aprile 2014. Decorsa tale ultima data sembrava quindi che la questione fosse finalmente chiusa.
E invece no: stando alla bozza sino a ora disponibile, il decreto c.d. “Sblocca Italia” risulta modificare di nuovo l’art. 239 CPI in modo da introdurre una nuova moratoria nel nostro ordinamento. Anzi, questa nuova moratoria sembrerebbe addirittura più ampia della precedente: nella sostanza, sarebbero liberamente copiabili tutti i prodotti di design che prima del 2001 non erano stati registrati come disegni o modelli (benchè per legge la tutela di diritto d’autore non richieda tale registrazione), vale a dire tra l’altro tutto il c.d. “classic design”.
Ciò, è evidente, va contro le esigenze di certezza del diritto, l’importanza di tutelare (e attrarre) le aziende innovative, e la necessità di adeguarsi alla sentenza della CGUE e di evitare una nuova procedura di infrazione della Commissione Europea (che a questo punto l’Italia rischierebbe di subire di nuovo). C’è da augurarsi quindi che la modifica normativa – ancora non cristallizzata, non essendo ancora stato pubblicato il decreto – non abbia corso, e che finalmente si smetta di mettere mano (per vanificarle) a previsioni di legge fondamentali per la tutela del design in Italia.
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