Source: https://benincomune.weebly.com/blog/proposta-di-tre-delibere-di-iniziativa-popolare
Timestamp: 2020-01-17 14:23:15+00:00
Document Index: 103941477

Matched Legal Cases: ['art. 21', 'art. 18', 'art. 7', 'art. 3', 'art. 23', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 23', 'art. 7']

PROPOSTA DI TRE DELIBERE DI INIZIATIVA POPOLARE - BENINCOMUNE
Genova 6 Febbraio 2016
Attac - Genova
Comitato per la protezione del Bosco Pelato
Comitato Gestione Corretta Rifiuti - Genova
Gruppo per la riqualificazione dell'ex mercato di Corso Sardegna
Medici per l'Ambiente Liguria
I Parte Relazione
Il 17 aprile 2013 quattordici tra comitati, associazioni e sindacati di base genovesi 1 consegnavano al segretario generale del Comune una petizione in sei punti (n. protocollo 132551) firmata da 24 loro rappresentanti, intitolata “No a privatizzazione dei servizi pubblici, sì a trasparenza e partecipazione”.
La petizione rivolta al Consiglio Comunale è uno dei tre strumenti di partecipazione che il Testo Unico del 2000 ha reso obbligatori per gli Enti Locali 2; gli altri sono l'interrogazione e la proposta di delibera di iniziativa popolare, ma l'interrogazione è talmente insignificante che nessuno, nemmeno a livello teorico, ne tiene conto. Il disposto del TUEL ha trovato attuazione, per quanto riguarda il Comune di Genova, all'art. 21dello Statuto. Tuttavia i regolamenti applicativi non sono mai stati approvati, né risultano a tutt'oggi iniziative in tal senso
Il primo dei sei punti oggetto della petizione, riguardante la gestione del Servizio Idrico Integrato, veniva giudicato inammissibile, mentre gli altri cinque erano ammessi. Essi chiedevano di fermare la privatizzazione dei servizi pubblici e di inaugurare un nuovo corso nei rapporti tra cittadini e amministrazione comunale, nuovi rapporti che richiedono in premessa la rilevazione, l'elaborazione e la diffusione di informazioni attualmente introvabili, oppure organizzate in modo tale da risultare incomprensibili e inutilizzabili.
In tempi brevi venne compiuto il primo passo dell'iter che avrebbe condotto la petizione alla discussione in Consiglio Comunale. Il 17 giugno il primo firmatario venne audito dalle due commissioni consiliari V (Territorio) e VI (Sviluppo economico), i cui membri, senza entrare nel merito delle richieste, mostrarono un ampio apprezzamento di questa iniziativa “dal basso”, rinviando la discussione nel merito a una successiva Commissione.
L'autunno dopo il Presidente del Consiglio Comunale Guerello diede ampie assicurazioni al riguardo, dopo di che non se ne è saputo più niente.
Abbiamo deciso di non lasciar cadere quell'esperienza, con gli obiettivi che si proponeva, ma al contrario di continuarla e di portarla a un livello più alto, usando questa volta uno strumento più impegnativo e in qualche modo vincolante: la delibera di iniziativa popolare.
Gli obiettivi restano di stringente attualità. Nei due anni trascorsi il piano per trasferire AMIU nell'orbita di Iren e per far (nuovamente) entrare i “privati” nella gestione del trasporto pubblico genovese (e non solo genovese) è andato avanti, lentamente ma inesorabilmente. Insieme con un programma di vendite di altri asset pubblici, o di devoluzione a privati di lavori finora compiuti in house (è il caso di Aster).
Con questa iniziativa dei genovesi si attivano e permettono a strati più ampi di cittadini e residenti di far sentire la loro voce.
Una voce che:
.esige una vera democrazia, in cui la rappresentanza non soffochi la formazione e l'espressione della volontà popolare sulle scelte strategiche per le comunità;
.si esprime per una gestione pubblica e partecipativa dei beni comuni, condizione per l'esistenza stessa della comunità.
1Comitato genovese acqua bene comune; Comitato genovese gestione corretta rifiuti; Comitato genovese no debito; Smonta il debito; Attac Genova; Coordinamento comitati No Gronda; Movimento No Tav Terzo Valico Val Polcevera e Val Verde; Comitato per la pace “Rachel Corrie”; Unione Sindacale di Base; Confederazione Unitaria di Base; Confederazione Cobas; Rete Radié Resch Genova; Amici del Parco di Villa Rosazza e Voce di San Teodoro. Sebbene non fosse necessario, la petizione era corredata di altre 52 firme.
2Decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267 e successive modificazioni.
AMT e AMIU
AMT e AMIU sono due aziende che garantiscono diritti fondamentali, di rilevanza costituzionale:
• il diritto alla mobilità,
Il Comune si sta svuotando di funzioni, di saperi, di competenze. E questo si deve intendere anche nel senso di “comune” senza maiuscola, come quel poco che resta di proprietà e uso collettivo. Ciò implica evocare l'esistenza di una comunità ossia di persone unite nella cura dei beni comuni.
In merito alle imprese che gestiscono i servizi pubblici locali uno studio della Corte dei Conti pubblicato nel febbraio 20103 nelle considerazioni finali scriveva: “Per quanto riguarda le utilities, c'è tuttavia da osservare che l'aumento della profittabilità delle imprese regolate [ossia quelle che gestiscono servizi pubblici il cui prezzo è fissato da autorità di nomina politica] è in larga parte dovuto, più che a recuperi di efficienza, sul lato dei costi, all'aumento delle tariffe che, infatti, risultano notevolmente più elevate di quelle richieste agli utenti di altri paesi europei, senza che i dati disponibili forniscano conclusioni univoche sulla effettiva funzionalità di tali aumenti alla promozione delle politiche di investimento delle società privatizzate” (p.11).
Questo passo è estremamente significativo, più ancora di quanto non appaia a prima vista. Infatti qui si dice una cosa estremamente grave: “senza che i dati disponibili forniscano ecc.".
Questo è l'effetto delle privatizzazioni. Nemmeno la magistratura contabile è posta nelle condizioni di poter appurare un dato essenziale: cosa ne è dei profitti realizzati?
Il prezzo non è fissato dal mercato, ma costruito sulla base dei costi che si suppone i concessionari debbano sostenere per l'esercizio ordinario del servizio, per le utenzioni ordinarie e straordinarie, per nuove opere.
E' tutto concordato tra i pubblici poteri e i gestori, sotto forma di un contratto che prevede, a fronte di determinate tariffe, un corrispettivo di opere realizzate.
Ma come si può controllare se quanto pagato dai cittadini serve veramente a questi scopi, se neppure la magistratura riesce a conoscere i dati necessari?
Infine leggiamo questi due brani:
"Nel caso dei servizi pubblici lo strumento usato per accentrare la direzione e il controllo era la società finanziaria (holding). Questa acquistava il controllo delle compagnie di gestione. Ma in certe occasioni acquistava invece il controllo di altre finanziarie che controllavano pure delle finanziarie che, a loro volta, direttamente o indirettamente tramite una finanziaria, controllavano le società di gestione. Dappertutto le compagnie locali dell'elettricità, del gas e dell'acqua vennero a dipendere da un gruppo finanziario (sott. mia)". (p. 43)
3Obiettivi e risultati delle operazioni di privatizzazione di partecipazione pubbliche, Magistrato istruttore e relatore LUIGI MAZZILLO, Roma 10 febbraio 2010, 308 pagine.
Ad esempio Iren spa è la finanziaria che controlla società finanziarie che a loro volta controllano aziende che operano esattamente i questi tre settori (elettricità, gas e acqua), più i rifiuti. Idem per la altre tre grandi multiutility italiane.
Questo passo è tratto da un libro4 pubblicato nel 1954, di John Kenneth Galbraith (uno dei più importanti economisti del XX secolo) che ricostruisce la storia e le cause del grande crollo delle borse USA (poi propagatosi a tutto il mondo) del 1929, cui seguì una lunga depressione terminata solo con la seconda guerra mondiale.
La seconda tra le 5 cause della depressione indicate da Galbraith ci riguarda da vicino:
"La cattiva struttura societaria.....La più grave debolezza societaria risiedeva nella nuova ampia struttura delle holding e degli investment trust. Le holding controllavano vasti settori dei servizi di pubblica utilità, delle ferrovie e delle attività ricreative. Come per gli investment trust, era costantemente presente il pericolo di una devastazione ad opera del principio della leva alla rovescia.
In particolare, i dividendi delle società di gestione servivano a pagare gli interessi sulle obbligazioni delle holding che le controllavano. L'interruzione dei dividendi significava inadempienza per le obbligazioni, fallimento e collasso di tutta la struttura. In tali circostanze era naturalmente forte la tentazione di ridurre gli investimenti negli impianti delle società di gestione per far continuare il flusso dei dividendi. Ciò aumentava le pressioni deflazionistiche che, a loro volta, riducevano gli utili e contribuivano a demolire le piramidi societarie...." (p. 168-69; sottol. mia).
Opporsi alle privatizzazioni e alla dittatura della finanza speculativa
Le privatizzazioni dei servizi pubblici trascinano nel girone infernale dell'economia del debito gli stessi servizi che invece dovrebbero garantire diritti fondamentali. Per pagare i dividendi le holding si indebitano, erodono il capitale, abbandonano impianti e reti ad un progressivo deterioramento e scaricano sulle generazioni future (se queste potranno avere un avvenire) il debito finanziario e fisico da ripianare e da ricostruire.
Questa situazione è il risultato della vittoria del modello capitalista, maturata a partire dagli anni settanta del Novecento, che ha portato in primo piano, nel tempo, la supremazia del capitale finanziario rispetto ai processi produttivi, anche quelli capitalistici. Il capitale finanziario si accresce direttamente dal denaro stesso, senza passare dalla fase produttiva. In questo modo non è nemmeno più necessario disporre di un capitale proprio.
Gli enti abilitati ad agire come istituti finanziari non hanno bisogno di capitali propri. Il loro capitale è l'autorizzazione a raccogliere il risparmio, ossia l'intima unione con il potere politico. In tal modo i capitali li creano dal nulla, e/o li rastrellano dai risparmiatori. Questi esigono interessi che gli istituti finanziari pagano con i dividendi ricevuti dagli “investimenti” (finanziari) fatti con quei capitali.
4John Kenneth GALBRAITH, The Great Crash, 1a ed. originale 1954, trad. it. Rizzoli 2002 (2013).
Si spiega così la fame di dividendi manifestata anche dagli azionisti pubblici, sebbene in misura minore rispetto a quelli privati. E' esemplare ciò che è avvenuto nel 2012 con FSU, costretta a ristrutturare il suo debito con Intesa Sanpaolo perché i dividendi distribuiti da Iren, che aveva chiuso il 2011 con una perdita di 99 milioni, erano quell'anno esigui e non coprivano interamente gli interessi dovuti all'istituto bancario torinese. Questi nel 2006 aveva concesso a FSU, attraverso una sua società (BIIS, ora chiusa), un prestito di oltre 230 milioni per rendere possibile la nascita di Iride SpA, la multiutility nata dalla fusione tra AMGA (Genova) e AEM (Torino). Questa catena di debiti-crediti sta in piedi finché il flusso scorre senza interruzioni, dovendo anche sopportare continui prelievi da parte di torme crescenti di parassiti.
Quando la catena si interrompe, il meccanismo si ferma. La si chiama “crisi”: accorrono i nostri “rappresentanti”, che invece di prendere per le orecchie i parassiti, gli amministratori, i manager, e modificare in profondità il meccanismo truffaldino che è la causa della “crisi”, si preoccupano di ristabilire prontamente il flusso, a spese di tutti i
cittadini, in modo che i parassiti possano continuare a usufruire delle loro rendite e del loro sfarzoso stile di vita.
Le privatizzazioni sono questo: mettere il patrimonio pubblico a disposizione della finanza, che usi queste fonti sicure di liquidità come sottostanti per l'erezione di altre piramidi da cui trarre profitti, finché dura.
Nelle fasi espansive sperimentiamo la forza del capitalismo come il più potente meccanismo produttivo e trasformatore mai visto nella storia umana. Giunto a un certo punto del suo sviluppo, i valori finanziari accumulati sono esorbitanti rispetto ai beni e ai servizi che potrebbero essere comprati con quei capitali. Ha inizio una fase in cui sperimentiamo la potenza distruttiva del capitalismo: distruttiva dei legami sociali, dell'ambiente fisico, delle condizioni di vita della popolazione. Purtroppo perfino di moltissime vite umane, fino a giungere, troppo spesso, al delitto supremo: la guerra.
II Parte Relazione
La quantificazione dei diritti civici
E' la più innovativa tra le proposte e si basa su due idee fondamentali:
a) nessuna tassazione senza rendicontazione. La rendicontazione deve essere fornita in una forma tale per cui il residente/contribuente possa rendersi conto del modo come verranno (in fase di bilancio preventivo) e come sono stati (in sede di rendicontazione consuntiva) spesi i suoi soldi;
b) Per dare un significato alla rendicontazione, e valutare correttamente l'operato dell'amministrazione comunale per il tempo in cui è rimasta in carica, i cittadini debbono poter valutare le prestazioni ricevute, confrontandole con gli obiettivi minimi che si sono stabiliti per questo specifico Comune. Obiettivi stabiliti tenendo conto delle risorse che i residenti affidano all'amministrazione comunale. Quindi deve formarsi una procedura partecipativa per definire gli standard minimi garantiti. Questi, e ciò è essenziale, debbono essere quantificati.
La delibera obbliga il Comune in primo luogo a adottare un regolamento unico per tutti i tipi di partecipazione che intende promuovere; un testo unico e organico che superi l'attuale situazione di incertezza e ponga le basi di una coerente azione di incentivazione della partecipazione popolare ai processi decisionali pubblici; in secondo luogo a determinare, attraverso un processo partecipativo che incomincia a livello di Municipi, e dura 10 mesi, gli standard minimi che, essendo quantificati, sono esigibili dai residenti, in quanto rappresentano il corrispettivo delle risorse che la collettività ha affidato agli amministratori. E l'ha fatto sia direttamente, attraverso i tributi imposti e riscossi dal Comune, sia indirettamente, attraverso i tributi versati allo Stato e da esso riversati sugli enti territoriali (trasferimenti da Stato a Comuni, Province, Regioni. Dalle Regioni una parte torna ai Comuni).
I diritti sono i servizi che i residenti debbono ricevere, la trasparenza è il flusso informativo indispensabile allo svolgimento dell'intero processo, la partecipazione è insita in ogni suo momento e aspetto. Mettere in piedi un sistema di questo tipo cambierebbe totalmente i rapporti tra cittadini e amministratori, tra cittadini e rappresentanza eletta. Provocherebbe un'assunzione di responsabilità da entrambe le parti, e un confronto basato su dati di fatto.
Questo non metterebbe fine ai conflitti, poiché restano interessi differenziati e anche, semplicemente, punti di vista diversi: i dati si debbono interpretare. Ma il confronto fra le diverse posizioni sarebbe un fattore di crescita civile, individuale e collettiva.
In tal modo si percepirebbe meglio anche la relazione tra Comune (territorio e relativa popolazione) e livelli di governo ora sovraordinati (Regioni, Stato) e si potrebbe più facilmente distinguere le responsabilità di ognuno di questi attori.
Dalla pubblicità alla trasparenza
L'amministrazione pubblica ha ormai superato, con le leggi del 1990, il dominio generalizzato del segreto di ufficio, ma ha superato anche la fase della “pubblicità”. La semplice pubblicità degli atti di per sé non permette l'informazione e la conoscenza da parte della popolazione.
Essi sono redatti con un linguaggio tecnico giuridico incomprensibile per chiunque manchi di una preparazione specifica. Il passaggio dalla semplice pubblicità alla trasparenza si trova documentato nell'Allegato 1 del decreto legislativo n. 118 del 2011, in Principi generali o postulati. Il punto 14, intitolato “Principio della pubblicità” (qui il riferimento è ai bilanci e rendiconti) attribuisce un ruolo attivo all'amministrazione pubblica. Non basta che renda disponibile la documentazione, deve farsi carico di assicurare che “i cittadini e i diversi organismi sociali e di partecipazione” conseguano “la conoscenza dei contenuti significativi e caratteristici” dei documenti contabili prodotti dal Comune, “anche integrando le comunicazioni obbligatorie”.
E più avanti: “il rispetto del principio della pubblicità presuppone un ruolo attivo dell'amministrazione pubblica nel contesto della comunità amministrata, garantendo trasparenza e divulgazione alle scelte di programmazione contenute nei documenti previsionali ed ai risultati della gestione...”.
Questo principio avrebbe trovato attuazione con il marzoDecreto Legislativo del 14 marzo 2013, n.33 (Amministrazione Trasparente) , in attuazione della Legge 6 novembre 2012, n. 190 (Anticorruzione).
La successiva secircolare del Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione n. 1 del 2014 evidenzia che il punto di forza della disciplina anticorruzione, nel cui ambito si collocano le disposizioni sulla trasparenza, consiste nell'estendere l'ambito soggettivo della P. A. sino a comprendere ogni tipologia di ente che svolga “attività di pubblico interesse”, come pure che gli obblighi di pubblicazione sono tutti concentrati in capo alle pubbliche amministrazioni partecipanti, controllanti, vigilanti o, comunque, erogatrici di risorse pubbliche. In presenza di un ente di diritto privato (come una società di capitali, SpA o srl) controllato da soggetti pubblici, le norme sulla trasparenza vanno applicate all'intera organizzazione (e all'attività) dell'ente considerato, salvo che si dimostri che il controllo non sia finalizzato allo svolgimento di “attività di pubblico interesse”, ma di mere attività economiche o commerciali di rilievo esclusivamente privatistico.
Ma l'attuazione che ne è stata data, anche dal Comune di Genova, resta tuttora limitata alla definizione formalistica di “pubblico”, e ferma al mero principio di “pubblicità”. Nella sezione “Amministrazione trasparente” del sito del Comune si trovano molti dati, ma tutti pubblicati nella forma legale con cui vengono originati. Bilanci preventivi, rendiconti consuntivi, relazioni di Giunta ecc. Testi molto tecnici e leggibili solo da esperti. Il tentativo di realizzare un certo grado di trasparenza è rappresentato dall'opuscolo Bilancio trasparente, versione per i cittadini, pubblicato dal 2013 nella sezione Bilanci di Amministrazione trasparente.
Il bilancio trasparente contiene anche dati utili, e in alcuni casi facilmente comprensibili. Ma l'idea di fondo è sbagliata. Ed è tipica del nostro sistema politico. Il punto di vista è quella dell'amministratore, non quello del cittadino. Il quale vuol capire i risultati del funzionamento della macchina pubblica, non vederne descrivere in forma più o meno semplificata le procedure.
Il concetto di trasparenza, correttamente inteso, rappresenta una rivoluzione nel modo di concepire i rapporti tra cittadino e amministrazione pubblica.
Le forze politiche che governano la città sono disposte ad avviare veri processi partecipativi?
Il Comune ha intenzione di procedere alla privatizzazione dei servizi pubblici che ancora sono sotto il suo esclusivo controllo. Questo rappresenterebbe per la collettività un grave danno economico. Ma il danno più grave lo subirebbe la qualità della nostra convivenza. I servizi pubblici locali sono uno dei più importanti fattori di coesione sociale, svolgono una funzione importantissima nel far prevalere le ragioni della comunità sugli egoismi individuali.
Prendiamo il caso della mobilità. Ridurre il traffico privato non è solo una questione di costi, ma anche di salute fisica e mentale. Rendere il traffico automobilistico più fluente causerebbe meno inquinamento, meno stress, meno incidenti. Questi sono valori in sé, di grande utilità sociale, anche prescindendo dai vantaggi economici, che pure ci sarebbero e notevoli.
Le privatizzazioni oggi non possono essere più presentate come una libera scelta compiuta nell'interesse dei cittadini. Bisogna perciò dimostrare che sono inevitabili a causa del debito pubblico. Il secondo argomento a favore delle privatizzazioni di servizi pubblici è il dissesto delle aziende. Il terzo è la maggior efficienza raggiunta con la crescita dimensionale delle aziende. La quarta e ultima è la “bancabilità”, ossia la facilità di ottenere prestiti dalle banche a tassi bassi.
Lo Stato ha bisogno della fiducia dei “mercati” per ottenere da loro i capitali occorrenti per coprire, ogni anno, la differenza tra quanto spende e quanto incassa. Nella realtà accade esattamente il contrario, come si è visto sopra.
Il dissesto delle aziende
Il dissesto delle aziende è causato volontariamente dagli amministratori pubblici, come si può facilmente dimostrare esaminando i casi di AMT, di AMIU, di Aster.
La maggior efficienza attraverso la crescita dimensionale (economie di scala e di scopo).
E' una favola, andrebbe dimostrata caso per caso. Secondo lo studio di INTESA SANPAOLO, L'industria dei servizi idrici, febbraio 2013, “il modello multiutility è stato considerato di successo per diverso tempo, ma negli ultimi anni molte local utilities hanno indirizzato nuovamente il loro business su un unico settore core. Tendenza in parte spiegata nell'ambito dell'analisi dei dati di bilancio” (pag. 17).
Infatti “L'analisi per classe dimensionale mostra un'ottima performance delle micro imprese
(meno di due milioni di euro di fatturato), che realizzano tassi mediani di crescita sempre elevati. All'aumentare delle dimensioni, diminuisce la dinamicità del fatturato” (pag. 23).
“Infine, si hanno risultati sostanzialmente migliori per quanto riguarda le aziende monoutility, che realizzano un tasso mediano di crescita del fatturato in tutti gli anni esaminati superiore a quello delle multiutility”. (pag. 24)
Quando invece andiamo a vedere la redditività la musica cambia. “La crescita degli utili è direttamente proporzionale alla classe dimensionale delle imprese e i risultati di gran lunga migliori sono quelli ottenuti nelle aziende più grandi” (pag. 28). Per dare un senso a questo dato bisognerebbe confrontarlo con l'andamento degli investimenti. E' più che giustificato il sospetto che i maggiori utili delle aziende con il fatturato più alto sia dovuto a risparmi sugli investimenti, più facili quando il territorio servito è più ampio e la popolazione più numerosa, quindi il controllo da parte dei residenti è molto basso. Lo studio del Servizio Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo così prosegue: ”Interessante è però notare come i vantaggi che risultano conseguiti dalle aziende multibusiness sembrano scemare nel corso del tempo. Ad appiattire i risultati di queste ultime possono aver contribuito proprio gli altri business”. (p. 29)
Questa la conclusione: “...occorre...ripensare le scelte multisettoriali, perché risulta difficile trovarvi, alla luce dei campioni analizzati, una specifica giustificazione” (p. 36)
Il Comune di Genova appare però legato mani e piedi a Iren. Tutto viene fatto per favorire questa holding. Difficile pensare a motivazioni diverse dalla concentrazione di potere e controllo che ne deriva. Motivi dunque non legati alla qualità e all'economicità dei servizi (obiettivo condivisibile), ma neppure alla redditività aziendale (obiettivo di per sé non sbagliato, ma subordinato). Solo motivazioni di benefit personali (e di gruppo) e di potere possono giustificare la scelta di orientare le politiche del Comune sugli interessi di Iren.
Multiutility ente inutile.
E' una scelta politica. E' chiaro che le forze che costringono a privatizzare sono anche quelle che controllano il governo e, attraverso le fondazioni, le banche. Per finanziare l'economia e in particolare il settore pubblico si dovrebbe usare la Cassa Depositi e Prestiti, di proprietà del governo (del Ministero dell'Economia e delle Finanze), che raccoglie il risparmio degli italiani tramite le Poste. Ma al contrario la CDP finanzia le privatizzazioni!
Perciò occorre un duplice passaggio:
a) - le amministrazioni locali debbono passare, nei confronti delle aziende pubbliche erogatrici di servizi per i cittadini, o per il Comune, dal sabotaggio alla valorizzazione, a cominciare dalle nomine del top management e dei dirigenti, per le quali dovrebbero valere competenze, onestà, serietà, per finire con i provvedimenti di competenza comunale che creerebbero le condizioni per l'esercizio il più efficiente possibile del servizio.
b) - Il secondo passaggio è il più difficile, ma è quello che ha una valenza politica di maggior rilievo.
Infatti la delibera impone al Comune forme di ribellione ai governi nazionali ed europei: “...il patto di stabilità interno è un sopruso imposto dallo Stato agli Enti Locali” (“considerato n. 7); “che quindi i Comuni abbiano il dovere di ribellarsi a disposizioni odiose che stanno conducendo alla rovina il popolo italiano” (ritenuto” n. 2). Si propone qui l'idea che il Comune, se ha realizzato forme di partecipazione abbastanza ampie, abbia una legittimazione popolare pari se non superiore a quella degli organi statali.
Le amministrazioni dovrebbero percepirsi ed agire come rappresentanti politici della popolazione, non come funzionari che ubbidiscono agli “ordini superiori”.
Ciò richiede una visione e una volontà politiche che sono presenti nell'attuale maggioranza consiliare?
Con la nostra proposta miriamo a risvegliare coscienze assopite e a fornire ancora una possibilità di rispondere alle aspettative e ai compiti di difesa dell'interesse generale, che dovrebbe essere la prima preoccupazione di chi si è candidato e poi è stato eletto con un gesto di fiducia da parte degli elettori.
Molto si potrebbe ancora dire. Ancora solo questo:
è stupefacente che, dopo quello che è successo nel 2007-2008 (clamoroso fallimento dell'economia guidata dai meccanismi detti “di mercato”, in effetti guidata dai meccanismi del capitalismo nella sua fase finanziarizzata – finanzcapitalismo scriveva Luciano Gallino, turbocapitalismo Tremonti e Luttwack, senza nessun controllo pubblico, o con controlli addomesticati), si senta ancora pontificare sulla efficacia di quei meccanismi (mercato, concorrenza!) nel garantire l'allocazione ottimale delle risorse, e la loro funzione salvifica nella “crisi” attuale. Al punto da collocare i “mercati” al di sopra della democrazia, delle istituzioni, della volontà popolare, nel posto che aveva il sole presso gli Egizi o in Cina.
La funzione della finanza gestita privatisticamente nella formazione dei debiti pubblici e nella spogliazione dei risparmiatori sistematicamente truffati e derubati è talmente chiara ed evidente che solo un cieco potrebbe non vederla.
Un sistema politico che si volta dall'altra parte, che si identifica completamente negli interessi della finanza casinò, dimostra di essere parte integrante di quel sistema truffaldino. Di essere parte del problema, certo non della soluzione.
Ci rivolgiamo perciò rispettosamente ai rappresentanti eletti dal popolo, di cui riconosciamo la (parziale) legittimità che discende dal voto popolare, utilizzando gli strumenti che il sistema stesso offre: con queste tre proposte di delibera.
Volete riconoscere che questo sistema sta distruggendo sé stesso? Volete riconoscere che la soluzione non sta in ingegnerie istituzionali (sistema elettorale, regionalismo, bicameralismo o monocameralismo…), ma nel colmare la lontananza sempre maggiore tra istituzioni e popolo, che procede di pari passo con la coincidenza di interessi tra finanza speculativa e ceto politico?
Senza partecipazione questo sistema politico non ha una legittimità sufficiente, ossia le sue decisioni sono degli abusi.
La partecipazione popolare è una pianticella delicata che va alimentata, difesa, incoraggiata...vi pare che il mondo politico si stia comportando così nei confronti della volontà popolare, anche quando essa sia stata validamente ed esplicitamente espressa?
Una pioggia di provvedimenti statali sta nuovamente rendendo di fatto obbligatoria la privatizzazione dei servizi pubblici locali (contro il primo quesito del referendum 2011), mentre il metodo tariffario approntato da AEEGSI ha di fatto ripristinato la remunerazione del capitale (contro il secondo quesito del referendum 2011).
Vogliamo provare a invertire la rotta e a instaurare la democrazia?
Terza Delibera
Il caso dell'acqua è emblematico dei risultati delle privatizzazioni.
Negli ultimi 3 anni l'azienda che gestisce il servizio idrico della città, Mediterranea delle Acque, ha realizzato utili netti per 77 milioni che sono stati quasi interamente (73 milioni) distribuiti gli azionisti. Se invece dei soli tre anni prendiamo in considerazione gli ultimi 5, scopriamo che i dividendi distribuiti agli azionisti superano addirittura gli utili di 10 milioni di euro (110,5 milioni di dividendi a fronte di 100,5 milioni di utili). La finalità del servizio idrico è diventata produrre utili per le società finanziarie che lo controllano. Infatti il 40% dei dividendi va a un fondo di investimenti, F2i (Fondo Investimenti Infrastrutture, che per detenere queste azioni ha creato un'apposita soicetà, F2i Rete Idrica Italiana - FRII) mentre l'altro 60% va, di nuovo per il 40%, a società finanziarie, soprattutto banche e fondi di investimenti.
Come si ottengono questi superprofitti? 1) Non facendo tutti gli investimenti nel SII previsti e pagati dai cittadini, 2) risparmiando sugli appalti ridotti all'osso, con gare vinte da ditte al massimo ribasso, lavoratori non in regola, addirittura con aziende in odore di mafia, 3) facendo figurare come investimenti nel SII acquisti aziendali, come autoveicoli ecc.,.
Questo non è un caso isolato. Iren spa, la holding capogruppo, che con il 60% delle azioni controlla Mediterranea delle Acque, tra il 2010 e il 2014 ha realizzato 350 milioni di utili, ma ha distribuito 367 milioni di dividendi. Ma c'è di più. Questo fenomeno riguarda tutte le maggiori multiutility italiane (Iren, A2A, Acea, Hera), che tra il 2010 e il 2014 hanno distribuito 2,085 miliardi di euro di dividendi, a fronte di soli 1,844 miliardi euro di utili.
Mentre gli investimenti crollano: dal 2010 passano da 557 milioni a 261 milioni (Iren), trend confermato dal dato cumulativo per tutte e quattro: da investimenti per 1,707 miliardi nel 2010 a 1,212 miliardi nel 2014.
Il Comune non ha competenze dirette nel governo pubblico del SII. Tuttavia il Comune capoluogo gode di una tale superiorità quanto a dimensioni e numero di abitanti rispetto agli altri 66 comuni che costituiscono l'ambito genovese, da risultare assolutamente preponderante. Preponderanza accresciuta con l'entrata in funzione della Città metropolitana, di cui è presidente il sindaco di Genova. Referente politico dell'Ente d'Ambito è ora il consigliere delegato all'ambiente che è anche capogruppo della lista del Sindaco.
La delibera non dispone l'immediato ritorno del servizio idrico alla gestione pubblica. Nell'immediato questo sarebbe impossibile. Anche se la maggioranza che governa attualmente la città lo volesse, sarebbe difficilissimo per l'Ente d'Ambito azzerare l'affidamento concesso nel 2009 a Iren Acqua e Gas (IAG) SpA, società del gruppo Iren, che ne detiene il 100% delle azioni. IAG ha l'unica funzione di detenere le azioni di Mediterranea delle Acque – MdA- e di Genova Reti gas, oltre a numerose altre partecipazioni in società analoghe in Italia e all'estero.
Però quello che l'amministrazione può fare è la scelta di servire gli interessi della cittadinanza, nello spirito delle leggi che regolano la materia, a partire dalla norma, conseguenza dei referendum del giugno 2011, secondo cui la gestione del SII non può avere fini di lucro.
Il Comune dovrebbe porre il massimo rigore nel pretendere che le disposizioni del contratto di servizio siano osservate scrupolosamente, perché esse sono il corrispettivo di quanto i cittadini versano per esso.
Se ciò avvenisse, forse sarebbe Iren a chiedere la rescissione del contratto.
LE TRE PROPOSTE DI DELIBERA DI INIZIATIVA POPOLARE
1. L’Allegato 1 del decreto legislativo n. 118 del 2011, in Principi generali o postulati, punto 14 Principio della pubblicità;
2. l'art. 18 (Amministrazione aperta) del decreto legge n. 83/2012 cvt nella legge n. 134/2012
3. la legge 6 novembre 2012 n. 190 (Disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell'illegalità nella pubblica amministrazione)
4. il dlgs n. 33 del 2013 (Riordino della disciplina riguardante gli obblighi di pubblicità, trasparenza e diffusione di informazioni da parte delle pubbliche amministrazioni);
5. la circolare del Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione n. 1 del 2014 (ampliamento dell'ambito soggettivo di applicazione del principio della trasparenza a tutti gli enti, anche di diritto privato, che gestiscano servizi pubblici);
6. la legge 7 agosto 2015 n. 124 (legge Madia) all'art. 7, c. 1, punto h (l'accesso ai dati e documenti detenuti dalle pubbliche amministrazioni è un diritto “di chiunque, indipendentemente dalla titolarità di situazioni giuridicamente rilevanti”; e questo “al fine di favorire forme diffuse di controllo sul perseguimento delle funzioni istituzionali e sull'utilizzo delle risorse pubbliche”).
1.che lo statuto comunale art. 3, punto n "valorizza la partecipazione democratica dei cittadini alla formazione della volontà della comunità locale, nonché all’interno dei procedimenti amministrativi nelle forme e con le modalità previste dal presente statuto e dall’apposito regolamento";
2. che le linee programmatiche del Sindaco esposte al Consiglio Comunale del 25 settembre 2012, in cui si pone al primo posto, come denominatore comune dei diversi capitoli del programma, “l'idea della partecipazione e del più ampio coinvolgimento dei cittadini alla vita della città, basato in primo luogo sulla trasparenza dei processi decisionali” (p. 2 delle “Linee programmatiche” citate sopra)intento più volte ribadito nel corso dell'esposizione;
3. che la trasparenza dei processi decisionali viene posta come condizione primaria del coinvolgimento dei cittadini alla vita della città;
4. che la “promozione dei diritti fondamentali” è posta come “uno dei perni dell'azione amministrativa nei confronti della cittadinanza” (p. 5 delle “Linee programmatiche” citate sopra);
1. che la tutela dei diritti fondamentali, per non ridursi ad affermazioni di principio, implica una serie di garanzie e di servizi collettivi che incidono sulla vita quotidiana delle persone, e che sono in buona parte di competenza dei Comuni;
2. che la partecipazione dei cittadini ha come base la conoscenza di parametri realistici su cui fondare valutazioni e giudizi.
IL CONSIGLIO COMUNALE DELIBERA NEL RICHIAMO DI QUANTO DICHIARATO IN PREMESSA DI DARE MANDATO AL SINDACO DI
1. attuare tramite un apposito regolamento le forme di partecipazione che permettano una relazione costante tra soggetti pubblici e cittadini: luoghi dove possano essere espletate, modalità, tempi e quanto altro necessario alla realizzazione di una partecipazione efficace;
2. formulare entro 4 mesi dall'approvazione della presente delibera una proposta di Carta dei diritti civici genovesi, che indichi gli standard minimi (mq. pro capite di verde pubblico, viali alberati, aree e percorsi pedonali, piste ciclabili, attrezzature sportive (palestre, campi sportivi, aree giochi per bambini e ragazzi, piscine, ecc.), biblioteche, aree wi-fi libere, trasporto pubblico (corse autobus, treni, ascensori, funicolari ecc.), spiagge pubbliche, fontanelle, asili nido, scuole materne, farmacie, e quanto altro ritenuto opportuno dalla cittadinanza) che il Comune ritiene di dover garantire ai residenti nella nostra città;
3. produrre un prospetto che mostri le entrate che provengono direttamente dai residenti come tributi, ovvero come trasferimenti da Stato, Regione, UE, e , in merito alle entrate di ogni cespite, che chiarisca come siano spese;
4. sottoporre la documentazione prevista nei precedenti 3 punti ai residenti, Municipio per Municipio e a chiedere integrazioni, correzioni, modifiche, alle quali il Comune dovrà, sia in caso di accoglimento che di rifiuto, dare una risposta in merito ai cittadini;
5. riformulare entro 10 mesi dall'approvazione della presente delibera al Consiglio Comunale la suddetta proposta di Carta dei diritti civici genovesi, sulla base dell'esito del percorso partecipativo di cui al punto precedente, che preveda inoltre quali azioni possano intraprendere i cittadini in caso di inadempienza.
1. l'articolo 114 della Costituzione: “La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato. I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni sono enti autonomi con propri statuti, poteri e funzioni...”;
2. l'esito del referendum popolare del 12 e 13 giugno del 2011, che ha abrogato l'art. 23 bis del decreto legge 25 giugno 2008 n. 112, che rendeva obbligatoria l'alienazione dei servizi pubblici locali di proprietà dei Comuni e degli altri enti territoriali;
3. la sentenza della Corte Costituzionale n. 199/2012, che ha abrogato l'articolo 4 del D.L. 138/2011, convertito nella legge 148/2011, sancendo, secondo il Consiglio di Stato (sez. VI, 11 febbraio 2013, n. 762) il venir meno del principio dell'eccezionalità del modello in house per la gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica;
4. la sentenza n. 949/2015 del 25 agosto scorso, con cui il TAR del Veneto ha dichiarato illegittima la delibera dell'ente pubblico che non motiva il ricorso alla gara in luogo dell'affidamento in house, affermando tra l'altro che questa forma di gestione (in house) “risulta essere particolarmente virtuosa dal punto di vista economico”;
5. il disposto della “Legge di Stabilità per l'anno 2015” n. 190 del 23/12/2014, commi 609-616, che incentiva e quasi obbliga a privatizzare le partecipate comunali e ha imposto agli enti locali l'adozione di un “Piano di razionalizzazione delle società partecipate locali”;
6. la deliberazione del Consiglio Comunale di Genova n. 15/2015 che approva il Piano di Razionalizzazione delle partecipazioni;
7. la deliberazione 2/2014 del 15 gennaio 2014 della Sezione delle Autonomie della Corte dei Conti, secondo cui “la trasformazione eterogenea di una società di capitali che gestisce un servizio pubblico in azienda speciale è compatibile sia con le norme civilistiche...sia con le disposizioni pubblicistiche...”;
8. gli artt. 18 (“Riordino della disciplina delle partecipazioni societarie delle amministrazioni pubbliche”) e 19 (“Riordino della disciplina dei servizi pubblici locali di interesse economico generale”) della legge 7 agosto 2015 (legge Madia).
1. che i servizi pubblici locali garantiscono diritti fondamentali della persona, come il diritto alla vita, alla salute, alla libertà di circolazione, garantiti dalla dichiarazione universale dei diritti dell'uomo del 1948, dalla Costituzione Italiana, dalla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea, e alcuni sono anche monopoli naturali, come il servizi idrico;
2. che dai diritti fondamentali discendono i diritti sociali, anch'essi di levatura costituzionale;
3. che è affermata giurisprudenza che i vincoli di bilancio non possono impedire a un ente pubblico di adempiere ai doveri che ha nei confronti dei cittadini, negando loro prestazioni comprese nei diritti fondamentali e in quelli sociali;
4. che per il servizio idrico in particolare un altro e distinto quesito referendario
nell'ambito della stessa consultazione ha abrogato le parole “adeguatezza della remunerazione del capitale investito”, con cui il popolo italiano, secondo l'interpretazione del giudice delle leggi, ha inteso “rendere il servizio idrico estraneo alla logica del profitto” (Corte Costituzionale, Sentenza 26/2011, punto 5.2 del "Considerato in diritto");
5. che è ormai un dato di fatto universalmente riconosciuto che le privatizzazioni dei servizi pubblici hanno causato forti e ingiustificati aumenti delle tariffe, con un parallelo crollo degli investimenti, che significa che le privatizzazoni sono servite non ad aumentare l'efficienza e l'efficacia dei servizi, ma a trasferire ricchezza dai cittadini ai gestori e ai loro azionisti, in prevalenza investitori istituzionali (banche, fondi di investimento, ecc.);
6. che le disposizioni governative intese a obbligare i Comuni a cedere parti consistenti del loro patrimonio e in particolare dei servizi pubblici locali sono lesive dell'autonomia riconosciuta agli enti locali dalla Costituzione, minacciano seriamente i diritti fondamentali e sociali dei cittadini e della persona umana in generale, costituiscono un regalo alla finanza speculativa che da anni convoglia risorse dall'economia e dalla società verso i grandi patrimoni costruiti sul controllo di quel gioco d'azzardo detto “mercati finanziari”, o semplicemente “mercati”;
7. che il patto di stabilità interno è un sopruso imposto dallo Stato agli Enti Locali che lede la loro autonomia costituzionalmente garantita per servire gli interessi dei suddetti “mercati”;
8. che tutto questo è dimostrato ampiamente dalla situazione del servizio idrico genovese, ad oltre 20 anni dal suo passaggio al regime privatistico, poiché esso è ormai sfuggito completamente al controllo degli enti pubblici, produce alti profitti in contrasto con la legge vigente, riduce quantità e qualità degli investimenti rispetto a quanto pagato dai cittadini con le bollette, sottoponendo i cittadini genovesi a un prelievo di tipo sostanzialmente tributario (la natura di corrispettivo della tariffa essendo, sotto molti aspetti, una fictio iuris) a tutto vantaggio di società finanziarie;
9. che i Comuni sono “enti esponenziali”, ossia l'istituzione elettiva espressione più diretta della popolazione, dei cui diritti dovrebbero essere i custodi più avveduti e rigorosi.
1. che i Comuni debbano essere baluardo della legalità e dei diritti dei cittadini, e che i provvedimenti governativi siano illegittimi nella forma e fraudolenti nella sostanza;
2. che quindi i Comuni abbiano il dovere di ribellarsi a disposizioni odiose che
stanno conducendo alla rovina il popolo italiano, e in particolare quella porzione che ciascuno di essi dovrebbero rappresentare;
1. non vendere nemmeno un'azione, né effettuare alcun affidamento gestionale delle società che gestiscono servizi pubblici essenziali secondo la classificazione contenuta nell'art. 1, comma 1, della legge 146/1990;
2. trasformare le suddette società da spa o srl in aziende speciali o in aziende speciali consortili, secondo quanto suggerito dalle diverse situazioni;
3. esercitare sulle aziende, tornate sotto il diretto controllo pubblico, la funzione di regia, insieme con i lavoratori, le associazioni, i cittadini in generale, per assicurare che esse operino come reparti di una stessa organizzazione, intesa a sostenere e valorizzare l'economia locale;
4. indirizzare il lavoro degli operatori pubblici della mobilità, del trattamento dei rifiuti, delle manutenzioni, delle farmacie e dei bagni comunali, delle onoranze funebri ecc. alle funzioni di utilità sociale loro proprie;
5. allargare l'uso del mezzo pubblico per garantire una migliore mobilità, salubrità dell'aria e risparmio energetico, rendendone gratuito l'uso, previa elaborazione e realizzazione di un adeguato piano della mobilità;
6. impegnarsi nell'attuazione rigorosa della strategia rifiuti zero, e, se necessario per carenza di fondi, rinunciando alla digestione anaerobica a favore di impianti di compostaggio aerobico, meno costosi;
7. affidare le manutenzioni stradali, la cura del verde pubblico, la manutenzione dei punti luce pubblici, ecc. interamente ad ASTER, che ha le risorse interne idonee;
8. garantire gratuitamente l'accesso al mare con servizio di soccorso e docce
sulla maggior quantità possibile di spiagge cittadine;
9. garantire ai quartieri malserviti la presenza di una farmacia comunale
10. non prendere nessuna decisione strategica e probabilmente irreversibile (almeno nel medio-breve periodo) senza aver adeguatamente informato e interpellato la cittadinanza con lo strumento del referendum previsto dall'art. 23 dello Statuto del Comune di Genova.
1. l'art. 7 del decreto-legge n. 133/2014, cvt nella legge 164/2014 (“Sblocca Italia”);
2. il “Manuale di contabilità regolatoria per la redazione dei conti annuali separati di cui all'Allegato A (TIUC)” dell'Autorità per l'energia elettrica e il gas e il sistema idrico (AEEGSI);
3. Il documento di AEEGSI 515/2015/IDR “Separazione contabile del servizio
idrico integrato ovvero di ciascuno dei singoli servizi che lo compongono.
Orientamenti finali” del 29 ottobre 2015.
1. che il gestore operativo del Servizio Idrico Integrato per la città di Genova, Mediterranea delle Acque SpA, risulta dai bilanci annuali aver realizzato negli esercizi 2012, 2013 e 2014, vigente il referendum del 2011 che ha abolito i profitti dal Servizio Idrico, utili netti per € 76,7 milioni, quasi interamente (€73,2
milioni) distribuiti come dividendi agli azionisti Iren Acqua e Gas SpA e F2iRII SpA;
2. che Iren Acqua e Gas SpA ha il controllo di Mediterranea delle Acque SpA, in quanto ne detiene il 60% del capitale; che Iren Acqua e Gas SpA è interamente di proprietà di Iren SpA, di cui il Comune di Genova è azionista di riferimento insieme con il Comune di Torino, tramite Finanziaria Sviluppo Utility;
3. che i risultati della gestione del Servizio Idrico Integrato risultano opachi per il pubblico, in quanto l'unico rendiconto esistente sono i bilanci delle aziende, peraltro senza disaggregazione dei dati relativi alle attività prettamente di competenza del Servizio Idrico Integrato;
4. che la somma totale investita da Mediterranea delle Acque SpA nel 2012-14 è stata di € 99 milioni, cifra che non appare sufficiente a giustificare il forte aumento delle bollette, neanche se fosse riferita interamente al servizio idrico integrato;
5. che da questi unici dati disponibili sembrerebbe che gli utili di Mediterranea
delle Acque SpA provengano: in minor parte dal Metodo Tariffario elaborato da AEEGSI con lo scopo di ripristinare il profitto garantito al gestore (in contrasto con la legge vigente); in maggior parte parrebbero derivare dal non aver eseguito le opere previste, e/o dall’aver risparmiato sulle stesse a scapito della qualità.
IL CONSIGLIO COMUNALE DELIBERA NEL RICHIAMO DI QUANTO DICHIARATO IN PREMESSA DI PROPORRE ALL'ASSEMBLEA DI AMBITO
1. che i dati forniti dai 6 gestori operativi secondo le regole dell'unbundling contabile elaborate dall'AEEGSI siano ricomposti, seguendo le stesse regole, in modo da formare un rendiconto completo di prospetti contabili, nota integrativa e relazione sulla gestione,depurato da ogni componente estranea, ma comprendente esclusivamente il ciclo fornitura servizio-fatturazione-incasso del SII dell'Ambito genovese;
2. che questa operazione sia compiuta sia dalla struttura tecnica dell'ATO, sia dal gestore unico, in modo da confrontare poi i due risultati e da verificare le ragioni di eventuali scostamenti;
3. che tutta questa documentazione sia resa pubblica tramite il sito dell'ATO;
4. gli eventuali utili delle gestioni del SII siano d'ora in poi accantonati per ulteriori investimenti o per ridurre le tariffe dell'acqua;
5. venga fatta una verifica straordinaria degli investimenti non effettuati, con conseguente revisione delle tariffe e conguagli per gli utenti;
6. vengano fatti dalla struttura tecnica dell'ATO controlli rigorosi sulle nuove opere, e sia resa obbligatoria la documentazione fotografica effettuata in corso d'opera per ognuna di esse, con attestazione delle effettive quantità computate e della qualità delle opere;
7. sia vietato il distacco dell'acqua alle utenze domestiche, qualunque ne sia il motivo; eventualmente, per evitare sprechi, si fissi all'erogazione per i morosi un limite giornaliero di 100 litri a testa;
8. la struttura tecnica dell'ATO sia potenziata;
9. si chiedano ad AEEGSI spiegazioni sugli utili record di Mediterranea delle Acque SpA;
ED INOLTRE DI DARE MANDATO AL SINDACO DI:
far aderire il Comune di Genova all’Associazione no-profit denominata “Enti Locali per l’Acqua Bene Comune e la Gestione Pubblica del Servizio Idrico”.
8/2/2016 03:19:10 pm
9/2/2016 08:45:09 am
Molto verboso ma molto condivisibile.