Source: https://www.laleggepertutti.it/146309_se-non-mi-presento-in-causa-devo-pagare-le-spese-processuali
Timestamp: 2018-09-20 01:43:28+00:00
Document Index: 87739493

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 335', 'art. 360', 'art. 91', 'art. 91']

Se non mi presento in causa devo pagare le spese processuali?
Ho ricevuto una citazione ma non intendo presentarmi in tribunale: posso essere condannato a pagare l’avvocato alla controparte?
La parte contumace, quella cioè che non si costituisce in causa, può essere ugualmente condannata alle spese processuali nei confronti dell’avversario risultato vincitore all’esito del giudizio. Lo ha chiarito più volte la Cassazione [1].
La condanna della parte soccombente alle spese processuali non ha natura sanzionatoria. Essa non avviene a titolo di risarcimento dei danni (il comportamento del soccombente che si è difeso nel giudizio non è assolutamente illecito, in quanto è esercizio di un diritto), ma è conseguenza obiettiva della soccombenza. Pertanto non rilevano i comportamenti neutri della parte contro cui il giudizio venga promosso quali, ad esempio, il non costituirsi o il costituirsi e, tuttavia, restare inerte, senza dedurre nulla in contrario all’accoglimento della domanda dell’attore.
Pertanto merita ugualmente la condanna al rimborso delle spese processuali il convenuto contumace, oppure il convenuto che, pur avendo riconosciuto la fondatezza della pretesa altrui, non abbia fatto nulla per soddisfarla, sì da rendere superfluo il ricorso all’autorità giudiziaria.
In buona sostanza la condanna alle spese è una conseguenza dell’aver “trascinato” l’avversario in un giudizio e dell’averlo costretto a delle spese – quelle di giustizia – per le quali non vi sarebbe stato bisogno se il suo diritto fosse stato prontamente soddisfatto.
Solo eccezionalmente il giudice può riconoscere la compensazione delle spese: i casi sono indicati dal codice di procedura civile [2] e tra essi non vi rientra il non essersi “presentato” in causa, ossia l’essere rimasti contumaci.
[1] Cass. sent. n. 4485/2001.
Cassazione sentenza n. 4485/2001
Con ricorso del 15.2.1996 l’Istituto diocesano per il sostentamento del clero della Diocesi di Tortona chiedeva alla Sezione specializzata agraria del Tribunale di detta città di accertare la validità della disdetta del contratto di affitto intimata a Boveri Arnaldo con lettera del 21.3.1994 e la condanna dell’affittuario al rilascio del fondo entro il 10.11.1997, vale a dire alla scadenza legale del contratto.
Il convenuto non si costituiva in giudizio e l’adita Sezione con sentenza del 25.9.1997, tenuto conto che il contratto era stato stipulato nel 1966, per cui ai sensi dell’art. 2 lett. e) l. n. 203/1982 la scadenza era quella del 5.5.1997, condannava l’affittuario al rilascio entro il 10.11.1997 e al pagamento delle spese, in quanto conseguenti alla soccombenza.
Il Boveri proponeva appello, chiedendo che venissero compensate le spese del giudizio di primo grado. Sosteneva a sostegno del gravame come fosse libera la parte di ottenere una sentenza di accertamento, ma come fosse anche libero, e non sanzionabile, il comportamento dell’affittuario che avesse deciso di attendere lo scadere naturale del contratto di affitto per riconsegnare il terreno.
La Corte d’appello di Torino-Sezione specializzata agraria con sentenza emessa il 19.3.1998, in riforma della decisione di primo grado, dichiarava compensate nella misura del 50% le spese del giudizio come liquidate dal Tribunale e compensava per intero quelle del giudizio di appello. Riteneva la Corte che, essendovi un interesse della parte ad agire, sussisteva la soccombenza, cui seguiva la pronuncia sulle spese.
Per la cassazione di tale sentenza ha proposto ricorso il Boveri, svolgendo un unico articolato motivo.
Ha resistito con controricorso l’Istituto diocesano suddetto, che ha proposto anche ricorso incidentale.
Previamente i ricorsi vanno ai sensi dell’art. 335 c.p.c. riuniti.
Impugnando la decisione del Tribunale, che, accertata la validità della disdetta intimatagli, lo aveva condannato al rilascio di un terreno e al pagamento delle spese di giudizio in conseguenza della ritenuta soccombenza, Boveri Arnaldo chiedeva che venissero compensate tali spese e condannata la controparte (ovvero l’Istituto diocesano per il sostentamento del clero di Tortona) al pagamento di quelle di secondo grado, sull’assunto che non essendovi stata da parte sua opposizione alla avversa domanda non fosse possibile ravvisare nel suo comportamento nessuno degli elementi distintivi della soccombenza.
La Corte d’appello con la decisione qui impugnata ha disatteso tale richiesta – sia pure compensando per la metà le spese di primo grado e per intero quelle di secondo grado – argomentando che quando viene esercitata un’azione di accertamento [quale ritenuta quella di specie] se il giudice riscontra l’interesse ad agire, come nel caso all’esame, essendo la domanda palesemente diretta a precostituirsi un titolo esecutivo per il rilascio del fondo alla scadenza del contratto sussiste comunque la soccombenza e pertanto deve seguire la pronuncia sulle spese.
Ora, con il motivo di ricorso il Boveri, denunciando “violazione dell’art. 360 nn. 3 e 5 c.p.c. in relazione all’art. 91 c.p.c. in relazione agli artt. 2 e 4 legge 3 maggio 1982 n. 203”, deduce l’erronea applicazione da parte della Corte d’appello del principio della soccombenza di cui all’art. 91 c.p.c., non potendo egli essere considerato soccombente in ragione del suo comportamento processuale per nulla contrario all’accoglimento della domanda attorea.
Come invero osservato in dottrina, poiché le spese della parte vittoriosa debbono pur gravare su qualcuno, che non può essere la medesima parte vittoriosa, non resta che addossarle alla parte soccombente, e non a titolo di risarcimento dei danni per un comportamento che non è assolutamente illecito (in quanto è esercizio di un diritto), ma solo come conseguenza obiettiva della soccombenza e senza natura sanzionatoria.
Non può, d’altro canto, rilevare che la parte contro cui il giudizio venga promosso resti completamente inerte e non deduca nulla in contrario all’accoglimento della domanda dell’attore, giacché trattasi, in tal modo, di comportamento neutro che invero non implica l’esclusione del dissenso né importa l’adesione alla avversa richiesta, e sta di fatto che è ritenuto soccombente e merita la condanna al rimborso delle spese giudiziali il convenuto contumace, oppure il convenuto che, pur avendo riconosciuto la fondatezza della pretesa altrui, non abbia fatto nulla per soddisfarla, sì da rendere superfluo il ricorso all’autorità giudiziaria (v. Cass. n. 6722/1988), ciò che avrebbe ben potuto essere realizzato nel caso in esame, una volta che il conduttore, ricevuta la disdetta, avesse espresso la propria disponibilità a rilasciare il fondo alla scadenza richiesta.
Da rigettare è pure il ricorso incidentale dell’Istituto diocesano per il sostentamento del clero di Tortona, che, quanto alla compensazione delle spese giudiziali operata dalla Corte di merito, lamenta la non congruenza della relativa decisione e la insufficienza della motivazione.
Ed infatti, oltre a non aver violato il fondamentale principio per il quale le spese non possono in alcun caso far carico alla parte vittoriosa (in questo caso l’Istituto diocesano), la Corte ha dato sufficientemente e adeguatamente conto della compensazione effettuata, fondandola sul comportamento processuale per nulla ostile e defatigatorio del Boveri.
Le spese del giudizio di legittimità – a loro volta – sono tra le parti compensate in ragione della reciproca soccombenza in confronto alle rispettive domande.
28/01/2017 alle 22:34
A chi rivolgersi per contestare anomalie,alterazioni sui verbali se il difensore non lo fa? E cosa si può fare se si viene a conoscenza della falsificazione di una prova e di una firma e il difensore pur sapendo non informa i giudici, anche dopo aver emesso sentenza.