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Timestamp: 2017-09-26 12:47:18+00:00
Document Index: 89610149

Matched Legal Cases: ['art. 92', 'art. 92', 'art. 39', 'art. 492', 'art. 164', 'art. 609', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 5', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1577', 'art. 36', 'sentenza ', 'art. 34', 'art. 1216', 'art. 27', 'art. 56', 'sentenza ', 'art. 63', 'art. 1137', 'sentenza ', 'art. 1136', 'sentenza ', 'art. 1134', 'art. 1123', 'art. 1137', 'art. 1135', 'art. 1123', 'art. 1126', 'sentenza ', 'art. 2952', 'art. 2935', 'sentenza ', 'art. 564', 'sentenza ', 'art. 564', 'sentenza ', 'art. 1150', 'art. 720', 'art. 159', 'art. 732', 'art. 732', 'sentenza ', 'art. 12', 'art. 9', 'art. 155', 'art. 155', 'art. 6', 'sentenza ', 'art. 156', 'art. 404', 'art. 713', 'art. 720', 'art. 408']

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Normativa - Giurisprudenza - Dottrina
Con la Legge 10 novembre 2014 n. 162, di conversione, con modificazioni, del Decreto Legge 12 settembre 2014 n. 132, è stato introdotto il procedimento di negoziazione assistita da avvocati nelle cause di separazione e divorzio e nelle procedure di modifica delle condizioni di separazione e di divorzio .
Con tali procedimenti è possibile stipulare una convenzione di negoziazione assistita per le soluzioni consensuali in tema di separazione personale e, nel caso di anteriore intervenuta separazione personale, di stipulare convenzioni consensuali di cessazione degli effetti civile del matrimonio (concordatario) o di scioglimento del matrimonio (civile), nonché di modifica delle condizioni della separazione o del divorzio.
Trattasi, in tutte le suddette ipotesi, di una procedura gestita dagli avvocati dei singoli assistiti, diretta al raggiungimento di un accordo conciliativo che eviti il giudizio e faccia risparmiare tempo e spese nell’ottenimento del provvedimento.
Sempre con la Legge 10 novembre 2014 n. 162, di conversione, con modificazioni, del Decreto Legge 12 settembre 2014 n. 132, sono stati apportati notevoli e rilevanti misure per la funzionalità del processo di cognizione, per la tutela del credito, per la semplificazione e l’accelerazione del processo di esecuzione forzata e delle procedure concorsuali.
La suddetta Legge modifica il secondo comma dell’art. 92 del Codice di Procedura Civile, apportando una restrizione alla facoltà per il Giudice di compensare le spese del giudizio.
La modifica di cui sopra, che consente la compensazione delle spese solo in certi casi, riafferma un principio cardine dell’ordinamento, e cioè: chi perde la causa, paga le spese della lite alla controparte.
Sembra banale, ma molto spesso accadeva che il Giudice, a conclusione della causa, facendo applicazione del potere discrezionale concesso dall’anteriore formulazione dell’art. 92 c.p.c., disponeva la compensazione delle spese processuali, premiando la parte soccombente, che così nulla doveva alla parte vittoriosa che, in tal modo, subiva, suo malgrado, un danno, senza contare poi che, così facendo, si incentivava la lite.
Vengono anche abbreviati i termini di sospensione feriale dei procedimenti che vengono fissati dal 1 agosto al 31 agosto di ogni anno, con modifica della Legge 7 ottobre 1969 n. 742.
Viene elevata la misura degli interessi legali sui crediti litigiosi, che viene parificato a quello vigente in materia di ritardo nel pagamento delle transazioni commerciali, stabilendo la decorrenza dal momento dell’introduzione della domanda giudiziale, ovvero dalla pendenza della lite come individuata dall’art. 39 c.p.c..
In tal modo si è voluto evitare, attesa l'attuale misura degli interessi legali e la durata delle cause, che i debitori traggano un vantaggio, finanziandosi, per le lungaggini processuali.
In tema di pignoramento viene introdotto l’art. 492-bis c.p.c. relativo alla ricerca con modalità telematiche dei beni da pignorare, da parte dell’Ufficiale Giudiziario, in caso di incapienza dei beni del debitore, previa autorizzazione del Giudice.
E’ stata modificata anche la competenza territoriale del Giudice dell’Esecuzione, radicandola presso il Tribunale del luogo di residenza, domicilio, dimora o sede del debitore ed è stata unificata la disciplina della dichiarazione di terzo nel pignoramento presso terzi, che da ora in poi dovrà farsi a mezzo lettera raccomandata a.r. o tramite p.e.c.
Infine, sempre in materia di esecuzione mobiliare, è stato introdotto l’art. 164 –bis Disp. Att. c.p.c., in base al quale viene disposta l’anticipata chiusura del processo esecutivo, quando risulta che non è più possibile conseguire un ragionevole soddisfacimento delle pretese dei creditori, tenuto anche conto dei costi della procedura.
Per le esecuzioni per rilascio ( sfratti ) è stato modificato l’art. 609 c.p.c., al fine di dettare una disciplina circa i mobili estranei all’esecuzione.
Adesso, quando nell'immobile si trovano beni mobili che non debbono essere consegnati, l'ufficiale giudiziario intima alla parte tenuta al rilascio ovvero a colui al quale gli stessi risultano appartenere di asportarli, assegnandogli il relativo termine. Dell'intimazione si dà atto a verbale ovvero, se colui che è tenuto a provvedere all'asporto non è presente, mediante atto notificato a spese della parte istante. Quando entro il termine assegnato l'asporto non è stato eseguito l'ufficiale giudiziario, su richiesta e a spese della parte istante, determina, anche a norma dell'articolo 518, primo comma, il presumibile valore di realizzo dei beni ed indica le prevedibili spese di custodia e di asporto.
Quando può ritenersi che il valore dei beni è superiore alle spese di custodia e di asporto, l'ufficiale giudiziario, a spese della parte istante, nomina un custode e lo incarica di trasportare i beni in altro luogo. Il custode è nominato a norma dell'articolo 559. In difetto di istanza e di pagamento anticipato delle spese i beni, quando non appare evidente l'utilità del tentativo di vendita di cui al quinto comma, sono considerati abbandonati e l'ufficiale giudiziario, salva diversa richiesta della parte istante, ne dispone lo smaltimento o la distruzione … .
La negoziazione assistita è condizione di procedibilità della domanda giudiziale per chi debba promuovere un giudizio relativo ad una controversia in materia di risarcimento danni da circolazione di veicoli e natanti e per chi debba proporre in giudizio una domanda di pagamento a qualsiasi titolo di somma fino a euro 50.000,00, escluse le materie in cui è obbligatoria la mediazione finalizzata alla conciliazione delle controversie civili e commerciali (D.Lgs. 4 marzo 2010 n. 28 e successive modifiche ed integrazioni).
L’imposta dovuta è pari al 21% nel caso di contratto a canone libero, del 15%, invece, nel caso di contratto a canone concordato, fermo sempre che non sono dovute le addizionali Irpef regionali e comunali.
LOCAZIONI - L a Corte Costituzionale con sentenza del 14/03/2014 n. 50 ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell'articolo 3, commi 8 e 9, del decreto legislativo 14 marzo 2011, n. 23 che, nell’ambito della disciplina sulla “cedolare secca sugli affitti”, prevedevano, rispettivamente: comma “8. Ai contratti di locazione degli immobili ad uso abitativo, comunque stipulati, che, ricorrendone i presupposti, non sono registrati entro il termine stabilito dalla legge, si applica la seguente disciplina:
c) a decorrere dalla registrazione il canone annuo di locazione è fissato in misura pari al triplo della rendita catastale, oltre l'adeguamento, dal secondo anno, in base al 75 per cento dell'aumento degli indici ISTAT dei prezzi al consumo per le famiglie degli impiegati ed operai. Se il contratto prevede un canone inferiore, si applica comunque il canone stabilito dalle parti.
comma 9. Le disposizioni di cui all'articolo 1, comma 346, della legge 30 dicembre 2004, n. 311, ed al comma 8 del presente articolo si applicano anche ai casi in cui:
b) sia stato registrato un contratto di comodato fittizio".
La pronuncia di incostituzionalità determina l’effetto di disapplicazione della norma dichiarata incostituzionale, con la conseguenza che vengono travolti tutti i rapporti con essa sorti, riprendendo vita i contratti già oggetto di registrazione tardiva.
Il pagamento in misura ridotta del canone costituirà inadempimento contrattuale che può consentire al locatore di esperire un’intimazione di sfratto per morosità per conseguire la risoluzione del contratto.
La sentenza in questione riguarda anche quelle ipotesi concernenti i contratti verbali di locazione - in relazione ai quali è bene ricordare che la legge 431/1998 prevede la loro nullità per carenza della forma scritta - e, infine, le ipotesi dei contratti di comodato fittizi. Nel primo caso occorre esperire un’azione ordinaria per occupazione senza titolo e nell’altro caso sarà necessario agire per la risoluzione del contratto. In entrambi i casi con richiesta di condanna alla corresponsione di indennità di occupazione e di rilascio.
Proprio per sopperire alle problematiche di cui sopra, con l'art. 5, comma 1 ter, Legge 23.05.2014 n. 80, di conversione del decreto legge 28.03.2014 n. 47, il legislatore ha ritenuto di fare salvi fino alla data del 31.12.2015 i rapporti giuridici sorti sulla base dei contratti di locazione registrati ai sensi delle norme dichiarate incostituzionali dalla sentenza di cui sopra, prevedendo la prosecuzione dell'applicazione delle disposizioni relative alla durata, al rinnovo e all'importo del canone.
La Suprema Corte, con sentenza del 26.02.2014 n. 4563, è tornata ad occuparsi della riduzione e/o sospensione del pagamento del canone nel caso di riduzione o di diminuzione del godimento del bene, ribadendo che ancora una volta che non è consentito al conduttore astenersi dal versare il canone, ovvero ridurlo unilateralmente, nel caso in cui si verifichi una riduzione o una diminuzione nel godimento del bene, e ciò anche quando si assume che l'evento sia ricollegabile ad un fatto del locatore.
I contratti di locazione di natura transitoria, per essere considerati validi, necessitano della sussistenza della previsione di una specifica clausola contrattuale che individui l'esigenza di transitorietà del locatore e/o del conduttore, l'allegazione, al contratto, di un'apposita documentazione atta a provare la suddetta esigenza e la conferma, da parte dei contraenti, del permanere di essa, tramite lettera raccomandata da inviarsi prima della scadenza del termine. Ove non ricorrano tali condizioni e/o non si soddisfino le suddette modalità, il contratto locativo non può avere una durata inferiore a quella ordinaria. Cassazione civile, sez. III, 20/02/2014, n. 4075.
In tema di riparazioni compite dal conduttore, la Suprema Corte ha ritenuto che se queste sono urgenti ed eccedono la normale manutenzione ex art. 1577 c.c. il conduttore ha diritto ad essere risarcito delle spese sostenute solo qualora tali lavori siano stati preceduti da un avviso al locatore che, tuttavia, sia rimasto inerte. Cassazione civile, sez. III, 20/02/2014, n. 4064.
Sempre più spesso ci si trova ad affrontare la questione dell'indennità per la perdita dell'avviamento commerciale nel caso di mancata notifica al locatore della cessione dell'azienda. In tal caso la Corte di Cassazione ha ritenuto che ai sensi dell'art. 36 della l. 27 luglio 1978, n. 392, il diritto all'indennità di avviamento non è riconosciuto a favore di colui che risulta conduttore al momento della cessazione effettiva della locazione qualora la cessione del contratto di locazione non venga notificata al locatore. Cassazione civile, sez. III, 20/02/2014, n. 4067.
Il termine per ripetere le somme pagate in più nel corso del rapporto locatizio è di sei mesi. Tale termine è stato di recente ribadito dal Supremo Collego, il quale si è così espresso: il conduttore è legittimato ad esperire l'azione di restituzione di somme indebitamente corrisposte al locatore e da quest'ultimo percepite, entro il termine decadenziale di sei mesi: a tal fine, è necessario individuare il dies a quo del rilascio del bene e quindi della cessazione del rapporto negoziale. Cassazione civile, sez. III, 07/02/2014, n. 2829.
Per la sostituzione ex lege nel contratto di locazione, il Tribunale di Bari ha ritenuto di recente che nell’ipotesi di separazione giudiziale o di fatto, scioglimento del matrimonio o di cessazione degli effetti civili dello stesso, il coniuge assegnatario della casa coniugale è sostituito ex lege nella titolarità del contratto di locazione, con l’attribuzione dei relativi diritti ed obbligazioni che ne derivano e con la cessazione del rapporto di locazione in capo all’altro coniuge, non potendo trovare applicazione i principi dell’apparenza del diritto per il prolungato pagamento dei canoni da parte dell’originario titolare del contratto al fine della conservazione del rapporto. Tribunale Bari, sez. III, 16/01/2014.
- Il conduttore, in attesa della corresponsione da parte del locatore dell'indennità per la perdita dell'avviamento commerciale, deve continuare a pagare il canone o l'indennità di occupazione. E' quanto emerge da una recente sentenza della Corte di Appello di Roma, secondo la quale l'art. 34 l. 27 luglio 1978 n. 392, nelle locazioni di immobili urbani adibiti ad attività commerciali, subordina l'esecuzione del provvedimento di rilascio dell'immobile locato al pagamento della indennità di avviamento. Tuttavia la medesima disposizione non esclude la permanenza dell'obbligo del conduttore di continuare a pagare il canone fino alla riconsegna del bene, anche se il conduttore medesimo abbia cessato di utilizzarlo e si limiti a detenerlo, salvo che, in tale ipotesi, questi non abbia formalmente costituito in mora il locatore nelle forme e per gli effetti di cui all'art. 1216 e 1209 c.c. Corte appello Roma, sez. III, 04/10/2011, n. 4061.
Nelle locazioni di immobili urbani adibiti ad attività commerciali disciplinate dagli art. 27 e 34 l. 27 luglio 1978 n. 392, il conduttore che, alla scadenza del contratto, rifiuti la restituzione dell'immobile, in attesa che il locatore gli corrisponda la dovuta indennità di avviamento, è obbligato al solo pagamento del corrispettivo convenuto per la locazione, e non anche al risarcimento del maggior danno, rimanendo irrilevante, al riguardo, che sia scaduto o meno il termine previsto dall'art. 56 della suddetta legge. Cassazione civile, sez. III, 09/03/2010, n. 5661 - conforme cfr.: Cass. 11 luglio 2006 n. 15721; Cass. 28 marzo 2003 n. 4690. Cassazione civile 25 marzo 2010 n. 7179 sez. III.
- In tema di opposizione a decreto ingiuntivo, la Corte di Cassazione, con la sentenza del 19/03/2014 n. 6436 ha ribadito un principio, ormai costante, secondo il quale l'opposizione del condomino al decreto ingiuntivo di cui all'art. 63 disp att. c.c. non può mai estendersi a questioni relative alla annullabilità o nullità della delibera condominiale di approvazione delle spese, delibera che dovrà essere impugnata separatamente ex art. 1137 c.c.
In tema di approvazione o di modificazione delle tabelle millesimali, la Suprema Corte, con sentenza del 26/02/2014 n. 4569, ha confermato l’indirizzo secondo cui l'atto di approvazione delle tabelle millesimali, al pari di quello di revisione delle stesse, non ha natura negoziale, con la conseguenza che non deve essere approvato con il consenso unanime dei condomini, essendo a tal fine sufficiente la maggioranza qualificata di cui all'art. 1136, secondo comma, c.c. Infatti, la deliberazione che approva le tabelle millesimali non si pone come fonte diretta dell'obbligo contributivo del condomino, fonte che è costituita dalla legge stessa, ma solo come parametro di quantificazione dell'obbligo, determinato in base ad un valutazione tecnica.
La Corte di Cassazione, con sentenza del 25/02/2014 n. 4499, in tema di cosa comune ha ribadito l’orientamento secondo il quale il singolo condomino è legittimato ad effettuare delle modificazioni o innovazioni alla cosa comune, qualora le stesse non siano finalizzate a un'appropriazione da parte del condomino di una parte comune per fini personali e non alterino la destinazione del bene, ma ne facciano semplicemente un uso più intenso che non pregiudica il pari uso e non provoca un pregiudizio concreto, attesa la particolare natura del locale e del godimento pro indiviso.
In materia di spese eseguite dal condomino su comune o di proprietà esclusiva, la Suprema Corte ha ribadito che in tema di condominio negli edifici, ai sensi dell'art. 1134 cod. civ. (nel testo applicabile "ratione temporis"), il condomino può ottenere il rimborso della spesa fatta "per la cosa comune", sostenuta, cioè, in funzione dell'utilità comune, indipendentemente dalla circostanza che la spesa stessa sia stata fatta su cosa comune o di proprietà esclusiva. Cassazione civile, sez. II, 12/02/2014, n. 3221.
La conoscenza degli argomenti da trattare in assemblea va desunta esclusivamente dall'ordine del giorno e non aliunde. Cassazione civile, sez. II, 23/01/2014, n. 1445.
Per il parcheggio nel cortile condominiale, la Corte di Cassazione ha ritenuto che deve essere escluso il diritto di parcheggiare nel cortile condominiale, se la presenza di veicoli in sosta, oltre a rendere scomodo il raggiungimento a piedi delle singole unità immobiliari, impedisce a un condomino di utilizzare il cortile per l'introduzione di automezzi nei vani di sua proprietà posti a pianterreno. Cassazione civile, sez. II, 13/12/2013, n. 27940.
La trasformazione di un balcone o di una terrazza in veranda costituisce alterazione del decoro architettonico. Questo è quanto statuito dal Supremo Collegio, il quale ha ritenuto che in tema di condominio, negli edifici, costituisce alterazione del decoro architettonico dell'edificio, ossia lesione dell'estetica dello stabile, la trasformazione di un balcone, o di una terrazza, in una veranda praticata tramite l'installazione di vetri e di una struttura in alluminio. E' nozione comune, infatti, che una simile operazione alteri, ossia peggiori, la sagoma dello stabile sicché per considerarla legittima è necessario dimostrare la mancanza di alterazione del decoro dell'edificio. Cassazione civile, sez. II, 04/12/2013, n. 27224.
In materia di riscaldamento centralizzato, affinché un condomino possa staccarsi dall'impianto comune centralizzato di riscaldamento senza l'unanimità di consenso degli altri condomini è necessaria la duplice condizione che dal distacco non derivino né uno squilibrio termico pregiudizievole all'impianto né un aggravio di spese per coloro che continuino ad usufruire dell'impianto. Cassazione civile, sez. II, 31/07/2012, n. 13718.
In tema di condominio, sono affette da nullità, che può essere fatta valere anche da parte del condomino che le abbia votate, le delibere condominiali attraverso le quali, a maggioranza, siano stabiliti o modificati i criteri di ripartizione delle spese comuni in difformità da quanto previsto dall'art. 1123 c.c. o dal regolamento condominiale contrattuale, essendo necessario per esse il consenso unanime dei condomini, mentre sono annullabili e, come tali, impugnabili nel termine di cui all'art. 1137, ultimo comma, c.c., le delibere con cui l'assemblea, nell'esercizio delle attribuzioni previste dall'art. 1135, n. 2 e n. 3, c.c., determina in concreto la ripartizione delle spese medesime in difformità dai criteri di cui all'art. 1123 c.c. Cassazione civile, sez. II, 19/03/2010, n. 6714.
Per quanto concerne lo svolgimento dell'assemblea condominiale in un giorno diverso da quello indicato nell'avviso di convocazione e la deliberazione su argomenti non inseriti nell'ordine del giorno, la Suprema Corte, con indirizzo ormai costante, ha ritenuto che integrino vizi che comportano l'annullabilità - e non la nullità - della relativa delibera. Cassazione civile, sez. II, 05/05/2009, n. 10344.
Per le spese di manutenzione delle terrazze e dei lastrici, la Cassazione ha ribadito un principio ormai costante, secondo il quale le spese di manutenzione, riparazione e ricostruzione delle terrazze, anche a livello, equiparate ai lastrici solari, sono disciplinate dall'art. 1126 cc, che ne prevede la ripartizione in ragione di un terzo a carico del condomino, che abbia l'uso esclusivo, restando gli altri due terzi a carico dei proprietari dei piani o porzioni di piano sottostanti. Cassazione civile, sez. II, 08/10/2013, n. 22896.
- Le polizze di assicurazione sulla vita per il caso di morte a favore di un terzo, ricondotte nella figura del contratto a favore di terzo, non entrano a far parte dell'asse ereditario, perché sono acquisite dal beneficiario iure proprio e non iure successionis, per effetto della designazione da parte del contraente e, quindi, la prestazione dovuta dall'assicuratore non deve essere indicata nella denuncia di successione.
Nel caso di polizza sulla vita per il caso di morte, la prestazione dovuta dall'assicuratore in favore del terzo è dovuta in dipendenza della morte dell'assicurato e il beneficiario acquista il diritto alla prestazione per via della stipulazione del contratto di assicurazione in suo favore da parte del contraente. Il contratto di assicurazione sulla vita a favore di terzo, proprio per tali motivi, è qualificato come atto inter vivos con effetti post mortem. Il beneficiario, proprio perché fa valere un diritto proprio, può rivolgersi all'assicuratore direttamente per ottenere la prestazione dovuta.
La Corte di Appello di Roma, con sentenza dell'11.06.2009, ha ritenuto che in tema di contratto di assicurazione sulla vita a favore di terzo, quest'ultimo acquista i diritti scaturenti dal contratto con la designazione da parte del contraente, con la conseguenza che, trovando tali suoi diritti titolo nel contratto, trova applicazione la prescrizione breve di cui all'art. 2952 c.c., decorrente dalla data del verificarsi dell'evento, il quale segna il momento di maturazione del diritto all'indennità e, quindi, ex art. 2935 c.c., il momento a partire dal quale il diritto può essere fatto valere.
- In tema di diseredazione, la Suprema Corte di cassazione, con una netta inversione rispetto al pregresso orientamento, ha affermato la validità della clausola di diseredazione meramente negativa inserita in un testamento, in forza della quale il testatore manifesta la propria volontà di escludere dalla propria successione uno o più eredi legittimi non legittimari, senza che la stessa sia accompagnata da disposizioni attributive a favore di altri soggetti. Cassazione civile, sez. II, 25/05/2012, n. 8352
Sempre in tema di diseredazione si segnala la sentenza con la quale la Corte di Cassazione ha ritenuto che questa, al pari della indegnità a succedere, non esclude l'operatività della rappresentazione a favore dei discendenti del diseredato. Cassazione civile, sez. II, 14/12/1996, n. 11195.
La Suprema Corte, ormai con orientamento costante, ritiene che non sia necessaria la preventiva accettazione con beneficio d'inventario, prevista dall'art. 564 c.c., per l'esperimento dell'azione di riduzione da parte del legittimario totalmente pretermesso.
Tale impostazione è stata confermata da una recente sentenza del Supremo Collegio (Cassazione civile, sez. II, 03/07/2013, n. 16635), con la quale è stato fissato il principio secondo cui il legittimario totalmente pretermesso (nella specie, in caso di successione "ab intestato", per aver il "de cuius" disposto in vita dell'intero suo patrimonio), il quale proponga domanda di simulazione relativa di una compravendita, preordinata all'eventuale successivo esercizio dell'azione di riduzione, poiché agisce in qualità di terzo, non è tenuto alla preventiva accettazione dell'eredità con beneficio di inventario, di cui all'art. 564 comma 1 c.c., acquisendo la qualità di erede, necessaria a tal fine, solo in conseguenza del positivo esercizio della medesima azione di riduzione.
La Corte di Cassazione ha ribadito il principio secondo cui l'erede legittimario che chieda la dichiarazione di simulazione di una vendita fatta dal "de cuius" assume la qualità di terzo rispetto ai contraenti - con conseguente ammissibilità della prova testimoniale o presuntiva senza limiti o restrizioni - quando agisca a tutela del diritto, riconosciutogli dalla legge, all'intangibilità della quota di riserva e proponga in concreto, sulla premessa che l'atto simulato comporti una diminuzione della sua quota di legittima, una domanda di riduzione, nullità o inefficacia dell'atto medesimo. Cassazione civile, sez. III, 04/04/2013, n. 8215.
DIRITTI REALI E DIVISIONI
- In tema di divisione giudiziale, la sentenza risolutiva delle contestazioni sul progetto e contenente l'assegnazione dei beni ai condividenti costituisce titolo esecutivo, con la conseguenza che ciascuno di costoro acquista non solo la piena proprietà dei beni facenti parte della quota toccatagli, ma ha anche la potestà di esercitarne tutte le azioni inerenti al godimento del relativo dominio, compresa quella diretta ad ottenere in via esecutiva il rilascio dei beni costituenti la quota del condividente che, in conseguenza della compiuta divisione, non abbia più nessun titolo idoneo a giustificarne l'ulteriore detenzione. Cassazione civile, sez. II, 27/12/2013, n. 28697.
In tema di divisione, il conguaglio dovuto dal condividente, cui sia attribuito per intero l'immobile comune non comodamente divisibile, costituisce un debito di valore, da determinarsi con riferimento al valore del bene al momento della decisione della cause di divisione. Tale valore, peraltro, non può essere stabilito maggiorando automaticamente il prezzo del bene - accertato dal consulente tecnico d'ufficio nel corso del giudizio divisorio - in base all'indice di svalutazione monetaria intervenuta tra la data dell'accertamento e quella della pronuncia della sentenza, in quanto spesso gli immobili si rivalutano con un ritmo più elevato, o comunque diverso, rispetto a quello della svalutazione della moneta secondo gli indici Istat. Cassazione civile, sez. II, 08/10/2013, n. 22903.
Il coerede che sul bene da lui posseduto abbia eseguito delle migliorie, può pretendere, in sede di divisione, non già l'applicazione dell'art. 1150 comma 5 c.c., secondo cui è dovuta un'indennità pari all'aumento di valore della cosa in conseguenza dei miglioramenti, ma, quale mandatario o utile gestore degli altri partecipanti alla comunione ereditaria, il rimborso delle spese sostenute per materiali o manodopera. Cassazione civile, sez. VI, 28/06/2013, n. 16364.
Per la comunione ordinaria, Nell'ipotesi di immobili non comodamente divisibili, l'attribuzione dell'intero immobile in comproprietà ai coniugi, contitolari in regime patrimoniale di comunione legale dei beni della quota maggiore, non è in contrasto con il principio del "favor divisionis" al quale è informato l'art. 720 c.c., tenuto conto della considerazione unitaria del diritto dei coniugi i quali, alla stregua della disciplina normativa contenuta negli art. 159 ss. c.c., non sono titolari di un diritto di quota di cui possono disporre, come avviene nella comunione ordinaria, ma sono solidalmente titolari di un diritto sui beni comuni di cui ciascuno di essi può disporre senza il consenso dell'altro. Cassazione civile, sez. VI, 25/10/2011, n. 22082.
La comunione ereditaria non si trasforma in comunione ordinaria per il fatto che qualcuno dei coeredi abbia ceduto a un estraneo la propria quota, posto che lo stato di comunione cessa soltanto con la divisione tramite la trasformazione dei diritti dei singoli partecipanti su quote ideali dell'eredità in diritti di proprietà individuali su singoli beni. Lo scioglimento della comunione ereditaria nei confronti di uno dei coeredi non ne modifica la natura e non fa venir meno quindi il diritto di prelazione a favore dei coeredi previsto dall'art. 732 c.c., mentre la comunione residuale sui beni ereditari si trasforma in comunione ordinaria, con conseguente inapplicabilità dell'art. 732 c.c., solamente quando siano state compiute le operazioni divisionali dirette a eliminare la maggior parte delle varie componenti dell'asse ereditario indiviso al momento dell'apertura della successione. Cassazione civile, sez. II, 12/10/2007, n. 21491.
- Il Tribunale di Roma, Sezione I Civile, il 07.03.2014 ha emesso la sentenza n. 7400, con la quale, in tema di azione di regresso di un coniuge verso l'altro per gli obblighi di mantenimento del figlio, la prescrizione, decennale, opera per ogni singola spesa effettuata e gli obblighi stessi sono riconnessi al semplice fatto della procreazione, indipendentemente da una pronuncia sullo status passata in giudicato. Questa sentenza, di merito, è innovativa rispetto all'orientamento del Giudice di legittimità, secondo il quale nell'ipotesi in cui al momento della nascita il figlio sia riconosciuto da uno solo dei genitori, tenuto perciò a provvedere per intero al suo mantenimento, non viene meno l'obbligo dell'altro genitore per il periodo anteriore alla pronuncia di dichiarazione giudiziale di paternità o di maternità naturale, essendo sorto sin dalla nascita il diritto del figlio naturale ad essere mantenuto, istruito ed educato da parte di entrambi i genitori. Cassazione civile, sez. I, 03/11/2006, n. 23596.
In tema di rideterminazione dell'assegno, il Supremo Collegio ha ritenuto che la costituzione di una nuova famiglia non rappresenta un automatico presupposto che impone la rideterminazione dell'assegno di mantenimento, ed è errato ritenere che il sistema normativo si basi su una considerazione di non necessarietà della scelta del coniuge obbligato. Il diritto alla costituzione della famiglia è un diritto fondamentale anche nel contesto costituzionale e sovranazionale della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo del 1950 (art. 12), e come tale è riconosciuto anche dalla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea (art. 9), senza che sia possibile considerare il divorzio come limite oltre il quale tale diritto è destinato a degradare al livello di mera scelta individuale non necessaria. Cassazione civile, sez. I, 19/03/2014, n. 6289.
- La nuova disciplina, come contenuta nel disegno di legge denominato "divorzio breve" che il 29.05.2014 ha ottenuto il primo sì da parte della Camera, comporterà, una volta definitivamente approvata, una minore durata della separazione personale utile alla proposizione della domanda di divorzio. La durata della separazione personale utile per proporre il divorzio è di dodici mesi in caso di separazione giudiziale e di sei mesi in caso di separazione consensuale, a decorrere dalla notifica del ricorso per la giudiziale e del deposito del ricorso per la consensuale. La Corte di Cassazione con una recente sentenza, la n. 11797 del 27.05.2014) ritiene che l'assegno debba essere rivisto se il coniuge eredita dei beni.
In tema di assegnazione della casa coniugale, il Supremo Collegio ha ribadito che il criterio di assegnazione della casa familiare è costituito esclusivamente dall'interesse dei figli, individuato alla luce del costante orientamento della giurisprudenza di legittimità, nel loro diritto a conservare l'habitat domestico nel quale hanno vissuto prima del conflitto coniugale che ha dato luogo alla separazione dei genitori. Cassazione civile, sez. VI, 11/04/2014, n. 8580.
La Corte di Cassazione, sempre riguardo all'assegnazione della casa coniugale, ha ribadito che il previgente art. 155 c.c., nel testo in vigore sino all'entrata in vigore della l. n. 54 del 2006 e il vigente art. 155 quater c.c., in tema di separazione, come l'art. 6 l. 898/1970, subordinano l'adottabilità del provvedimento di assegnazione della casa coniugale alla presenza di figli, minorenni o maggiorenni non autosufficienti conviventi con i coniugi. In difetto di tale elemento, sia che la casa familiare sia in comproprietà fra i coniugi, sia che appartenga in via esclusiva a un solo coniuge, il giudice non potrà adottare con la sentenza di separazione un provvedimento di assegnazione della casa coniugale, non autorizzandolo neppure l'art. 156 c.c., che non prevede tale assegnazione in sostituzione o quale componente dell'assegno di mantenimento. Cassazione civile, sez. I, 18/02/2008, n. 3934
- L'istituto dell'Amministrazione di sostegno è stato introdotto dalla Legge 9 gennaio 2004 n. 6, la quale ha introdotto nell'ambito del Codice Civile, gli artt. 404.
La figura dell'amministratore di sostegno mira ad offrire uno strumento d'assistenza alla persona carente di autonomia a causa della condizione d'infermità o incapacità in cui versa che, calibrato dal giudice tutelare rispetto al grado d'intensità di tale situazione, consente di escludere gli interventi più invasivi degli istituti tradizionali posti a tutela degli incapaci, quali l'interdizione e l'inabilitazione. L'intervento giudiziario, in coerenza con questa finalità, non può che essere contestuale al manifestarsi dell'esigenza di protezione del soggetto, dunque della situazione d'incapacità o infermità da cui quell'esigenza origina, che, secondo il contesto normativo di riferimento, rappresenta presupposto dello stesso istituto e non già dei suoi soli effetti (nella specie, la Corte ha respinto la richiesta di una donna di nominare preventivamente l'amministratore di sostegno da lei indicato in una scrittura privata autentica e destinato a fungere da garante per il rispetto del testamento biologico da lei predisposto). Cassazione civile, sez. I, 20/12/2012, n. 23707.
Poiché il presupposto per l'operatività dell'istituto dell'amministrazione di sostegno è il manifestarsi della condizione di infermità o incapacità della persona, e quindi il contemporaneo insorgere dell'esigenza di protezione, non può procedersi alla nomina di un amministratore di sostegno per una persona attualmente capace e non affetta da alcuna patologia - da questa designato con scrittura privata autenticata - allo scopo di sostituirla qualora, intervenendo un futuro stato di incapacità, sia chiamata a decidere circa le cure mediche alle quali essere o non sottoposta. Cassazione civile, sez. I, 20/12/2012, n. 23707.
In materia di amministrazione di sostegno la persona che, ex art. 404 c.c., si trova nella impossibilità anche parziale o temporanea di provvedere ai propri interessi, per effetto di una infermità ovvero di una menomazione fisica o psichica, può essere assistita da una amministratore di sostegno nominato dal giudice tutelare del luogo in cui questa ha la residenza o il domicilio. A tal fine il giudice è tenuto a valutare l'incidenza dell'infermità sulla capacità del soggetto di gestire i propri interessi. Cassazione civile, sez. VI, 04/02/2014, n. 2364.
Nella procedura per la istituzione di un'amministrazione di sostegno, che consiste in un procedimento unilaterale, non esistono parti necessarie al di fuori del beneficiario dell'amministrazione; non è, pertanto, configurabile una ipotesi di litisconsorzio necessario tra i soggetti partecipanti al giudizio innanzi al tribunale, anche perché l'art. 713 cod. proc. civ., cui rinvia l'art. 720 bis dello stesso codice, espressamente limita la partecipazione necessaria al procedimento al ricorrente, al beneficiario e alle altre persone, tra quelle indicate in ricorso le cui informazioni il giudice ritenga utili ai fini dei provvedimenti da adottare. Cassazione civile, sez. I, 05/06/2013, n. 14190.
Il procedimento per la nomina dell'amministratore di sostegno, il quale si distingue, per natura, struttura e funzione, dalle procedure di interdizione e di inabilitazione, non richiede il ministero del difensore nelle ipotesi, da ritenere corrispondenti al modello legale tipico, in cui l'emanando provvedimento debba limitarsi ad individuare specificamente i singoli atti, o categorie di atti, in relazione ai quali si richiede l'intervento dell'amministratore; necessita, per contro, detta difesa tecnica ogni qualvolta il decreto che il giudice ritenga di emettere, sia o non corrispondente alla richiesta dell'interessato, incida sui diritti fondamentali della persona, attraverso la previsione di effetti, limitazioni o decadenze analoghi a quelli previsti da disposizioni di legge per l'interdetto o l'inabilitato, per ciò stesso incontrando il limite del rispetto dei principi costituzionali in materia di diritto di difesa e del contraddittorio. Cassazione civile, sez. I, 20/03/2013, n. 6861.
In tema di amministrazione di sostegno, deve essere scelto come amministratore di sostegno il soggetto che assicuri al massimo la cura degli interessi del beneficiario: a norma dell'art. 408, ultimo comma, c.c., pertanto, il giudice tutelare può anche nominare un soggetto diverso dai familiari dell'amministrato, ove sussistano gravi motivi. Cassazione civile, sez. I, 20/03/2013, n. 6861.
Ritenuto che l'interessato ad una amministrazione di sostegno, allorché designa, "de futuro", con scrittura privata autenticata o con atto pubblico un amministratore di sostegno in previsione della propria futura incapacità, malattia, disabilità, vulnerabilità, compie un atto che resta circoscritto nell'ambito di una iniziativa privata, i cui effetti si dispiegano solo in ambito privatistico, dal momento che la designazione non postula alcun intervento del giudice l'a.d.s., può essere aperta solo nel momento in cui il temuto stato di incapacità, di anormalità, di malattia, di disabilità, di vulnerabilità si sarà verificato e nell'alveo del procedimento giurisdizionale conseguentemente attivato, attraverso l'intervento e la nomina del giudice tutelare. Cassazione civile, sez. I, 20/12/2012, n. 23707.