Source: http://www.isolamutui.it/sito/capitolo-vi/procedura-esecutiva-immobiliare
Timestamp: 2014-10-25 14:31:56+00:00
Document Index: 139187821

Matched Legal Cases: ['art. 41', 'art. 41', 'art. 480', 'art. 41', 'art. 41', 'art. 51', 'art. 52', 'art. 41', 'art. 31', 'art. 559', 'art. 51', 'art. 559', 'art. 41', 'art. 41', 'art. 41', 'art. 201', 'art. 51', 'art. 41', 'art. 594', 'art. 41', 'art. 41', 'art. 34', 'art. 41', 'art. 1406', 'art. 1273', 'art. 41', 'art. 105', 'art. 581', 'art. 584', 'art. 41']

In tema di procedimento esecutivo relativo a crediti fondiari, infatti, è in linea generale applicabile la disciplina ordinaria contenuta nel libro III del codice di procedura civile (in particolare, gli artt. 474-512 e gli artt. 555-598), ad eccezione dei casi in cui la disciplina speciale del credito fondiario vi deroghi espressamente: ciò accade, appunto, nei casi disciplinati dall’art. 41 T.U.B., laddove il procedimento esecutivo presenta significative deroghe alla disciplina ordinaria dell’espropriazione immobiliare prevista dal codice di procedura civile[1]. Lo stesso discorso vale per il fallimento e per le altre procedure concorsuali, procedimenti che restano disciplinati dalla legge fallimentare (R.D. 16 marzo 1942, n. 267) e dalle leggi speciali collegate, ad eccezione dei casi in cui la disciplina del credito fondiario vi deroghi espressamente, attribuendo al creditore fondiario un trattamento largamente privilegiato nel concorso con tali procedure[2].
Dati i particolari privilegi procedurali connessi all’esecuzione immobiliare esperibile dagli istituti di credito fondiario, non sembra contestabile la natura “speciale” della normativa che se ne occupa. Essa, pertanto, costituisce una deviazione rispetto alle regole generali dell’ordinamento giuridico, per cui, in caso di contrasto fra norma generale e norma speciale è sempre la seconda ad essere applicata, anche se precedente nel tempo rispetto alla prima. Come ha rilevato anche la Corte Costituzionale[3], la specialità della disciplina trova giustificazione nell’esigenza primaria di “assicurare il buon funzionamento del credito fondiario” e, quindi, la “sollecita e sicura soddisfazione delle posizioni creditorie” degli istituti di credito fondiario. La “ratio” di queste norme speciali è, ovviamente, quella di consentire alla banca finanziatrice, in qualsiasi situazione, di vedere soddisfatte in via privilegiata, sul ricavato della vendita dell’immobile, le ragioni di credito derivanti dall’operazione fondiaria e di rendere più efficace e spedito l’espletamento delle azioni esecutive connesse a tale operazione.
L’ art. 41, comma 1, T.U.B dispone che nel procedimento di espropriazione relativo a crediti fondiari vige la possibilità di esclusione dell’obbligo della notificazione del titolo contrattuale esecutivo.
Nell’esonero dalla notificazione del titolo esecutivo non è dunque ricompreso quello del precetto, la legge limitandosi a citare il solo “titolo contrattuale esecutivo”. Mentre il titolo esecutivo contiene, infatti, un accertamento della situazione sostanziale da tutelare, non più discutibile all’interno del processo esecutivo, il precetto, invece, oltre a contenere la determinazione dell’obbligo attuale (che può essere diverso da quello contenuto nel titolo), costituisce il primo atto del processo esecutivo (secondo alcuni), o un atto preliminare che precede l’esecuzione forzata (secondo altri) [8]. Il titolo esecutivo, in sostanza, è atto che precede logicamente e cronologicamente il precetto; per cui è parso opportuno, al fine di rendere più facile e più spedita la procedura esecutiva nell’interesse della banca finanziatrice, dispensare quest’ultima dall’obbligo della notificazione del titolo contrattuale esecutivo. . La “ratio” della norma in esame è da intendersi unicamente nel senso di concedere alla banca maggiore speditezza operativa, esonerandola dalla necessità di ottenere dal notaio rogante la copia in forma esecutiva, col conseguente allungamento dei tempi, appesantimento procedurale ed aggravio di costi [9]. Tale esclusione, ad ogni modo, costituisce una semplificazione di cui le banche possono ma non è detto che debbano avvalersi inderogabilmente.
La procedura esecutiva, pertanto, inizierà con la notificazione del precetto consistente nell’intimazione di adempiere l’obbligo, da eseguirsi alla parte personalmente a norma degli artt. 137-151 cod. proc. civ. (art. 480 cod. proc. civ.)[10]. Qualora l’intimazione, trascorsi i termini di legge, sia rimasta infruttuosa, la banca procederà all’espropriazione forzata mediante il pignoramento immobiliare (artt. 555 e ss. cod. proc. civ.), ed il procedimento proseguirà nelle forme ordinarie. In tal caso, ad ogni effetto utile della procedura, la banca dovrà precisare la natura fondiaria del suo credito [11].
L’ art. 41, comma 2, T.U.B. detta tre norme, in materia di rapporti tra azione esecutiva (fondiaria) e fallimento, offrendo un decisivo contributo alla chiarificazione del rapporto tra esecuzione individuale e procedura fallimentare [12]. Più precisamente, la legge dispone che:
L’articolo in commento introduce il principio della “indifferenza della procedura speciale rispetto al fallimento” [13]: una dichiarazione di fallimento del debitore non pregiudicherà né l’inizio né la prosecuzione dell’azione esecutiva sui beni ipotecati a garanzia di finanziamenti fondiari, riservandosi comunque al curatore la facoltà di intervenire nell’esecuzione, soddisfacendosi se del caso sul residuo, una volta soddisfatta la banca. Peraltro, l’attribuita prevalenza alla procedura speciale costituisce conferma di quanto già previsto per il passato, con conseguente attribuzione al creditore fondiario di una sorta di autonomia processuale rispetto alla procedura concorsuale, da cui l’esecuzione speciale non risulta per nulla condizionata.
La prima disposizione (art. 41, comma 2, prima parte, T.U.B.) consente alla banca di iniziare o proseguire l’azione esecutiva sui beni ipotecati a garanzia di finanziamenti fondiari dopo la dichiarazione di fallimento del debitore. La disposizione in esame assume portata derogatoria, da un lato, rispetto all’art. 51 L. fall. (il quale, salve diverse disposizioni di leggi speciali, impedisce l’inizio o la prosecuzione, dal giorno della dichiarazione di fallimento, di azioni individuali esecutive sui beni compresi nel fallimento); dall’altro, rispetto all’art. 52, comma 1, L. fall. (il quale prevede che con il fallimento si apre il concorso dei creditori sul patrimonio del fallito). Le attribuzioni che il creditore fondiario riceve a qualunque titolo (siano esse le rendite che versa il curatore sia il prezzo di aggiudicazione) devono essere sempre raffrontate, o nella sede fallimentare o in quella esecutiva, con i crediti degli altri creditori. Il creditore fondiario non attenderà quindi la formazione del piano di riparto fallimentare e potrà conseguire il suo avere immediatamente e direttamente dall’aggiudicatario o assegnatario, ma ciò in via provvisoria e salva parziale restituzione Quanto immediatamente ricevuto dal creditore fondiario in esito all’esecuzione individuale, infatti, non potrà mai ritenersi acquisito a titolo definitivo, non potendosi la banca sottrarre alle regole della “par condicio creditorum” e del riparto fallimentare. Soltanto in esito al riparto, che terrà doveroso conto del concorso globale dei creditori e dell’esistenza di cause legittime di prelazione, si renderà definitiva l’acquisizione, salva restituzione dell’eventuale eccedenza [14].
La norma, prevedendo che l’azione esecutiva individuale in costanza di fallimento sia ricondotta nell’ambito dei privilegi meramente procedurali ed escludendo che da essa possano derivare anche effetti di natura sostanziale tali da alterare la “par condicio creditorum”, aderisce all’interpretazione seguita dalla dottrina e dalla giurisprudenza prevalenti [15]. La posizione di parità di tutti i creditori sarà tutelata in sede individuale grazie all’intervento, assieme agli stessi, anche del curatore del fallimento ed in sede concorsuale dall’insinuazione del creditore fondiario. Il fine della norma in esame è, infatti, unicamente di rendere più rapido l’iter dell’esecuzione immobiliare, senza dover attendere i tempi e la definizione della procedura fallimentare (dunque, come detto, in deroga al generale divieto della “par condicio” dei creditori), e di consentire alla banca un più celere realizzo della garanzia, in rapporto alla necessità di riscuotere puntualmente o di recuperare con sollecitudine i crediti rateali per far fronte al pagamento degli interessi ai possessori delle obbligazioni, nonché di procedere al rimborso dei titoli stessi in sede di estrazione.
La seconda disposizione (art. 41, comma 2, seconda parte, T.U.B.) prevede la possibilità che il curatore intervenga nella procedura esecutiva della banca [22]. Tale previsione muove dall’esigenza di tutelare le ragioni della massa dei creditori, in linea, d’altronde, con i poteri propri del curatore in sede fallimentare, volti principalmente all’amministrazione del patrimonio del fallito (art. 31 L. fall.). Una parte della dottrina riconosce, in capo al curatore del fallimento, l’esistenza non di una facoltà ma di un vero e proprio onere ad intervenire nell’esecuzione, in modo da configurare, in mancanza di tale intervento, una possibile conversione del privilegio da processuale in sostanziale con evidente pregiudizio delle ragioni creditorie fallimentari. Per quanto concerne, invece, i rapporti con altre azioni esecutive concorrenti, la dottrina ritiene (quasi all’unanimità) che la possibilità, per il curatore del fallimento intervenuto in una procedura di espropriazione già iniziata dalla banca, di intraprendere un’altra azione esecutiva concorrente, non sarebbe oggi ammissibile [23], riconoscendosi invece, in capo allo stesso, solo un potere d’intervento nella procedura esecutiva già instaurata. Occorre dar conto, poi, di una disputa giurisprudenziale relativamente alla questione della individuazione del soggetto preposto alla custodia ed all’amministrazione dei beni pignorati, nonché delle relative funzioni. Da un lato, vi è chi ritiene che, a seguito del fallimento del debitore esecutato, il curatore del fallimento divenga custode dei beni pignorati dalla banca nell’esercizio dell’esecuzione fondiaria, non potendo pertanto essere rimosso dal giudice dell’esecuzione. In quest’ottica, la custodia dei beni fallimentari pignorati dai creditori fondiari deve essere affidata ad un unico soggetto, che non può non essere il curatore fallimentare, sia perché questi ha per legge la disponibilità dei beni del fallito, sia perché ha la qualifica di pubblico ufficiale, terzo rispetto alla posizione del fallito (il che dà la massima garanzia di buona amministrazione), sia perché, attraverso la diretta conoscenza delle vicende dei singoli beni, può meglio tutelare gli interessi degli altri creditori, ai quali va l’eventuale eccedenza della vendita individuale[24].
Dall’altro lato, invece, vi è chi nega tale evenienza, sostenendo che, nell’azione esecutiva individuale iniziata o proseguita, da una banca esercente il credito fondiario, durante il fallimento del debitore, il potere di nominare o sostituire il custode dei beni pignorati spetta, non già al giudice fallimentare, bensì a quello dell’esecuzione, il quale non è tenuto a conferire tale incarico al curatore del fallimento, consentendo la legge la coesistenza delle due procedure, con la conseguenza che resta fermo il provvedimento di nomina del custode, ai sensi del codice di procedura civile[25]. Non vi è dubbio che nel procedimento esecutivo la nomina del custode spetti al giudice dell’esecuzione secondo i criteri di cui all’art. 559 cod. proc. civ., ma queste disposizioni sono dettate per l’ipotesi generale della esecuzione nei confronti di un debitore “in bonis”, per cui, quando il debitore esecutato è fallito, la normativa ordinaria (che trova applicazione in via eccezionale in virtù della salvezza contenuta nell’art. 51 L. fall.) opera nel limite in cui sia compatibile con quella fallimentare, che attribuisce le funzioni di amministratore e custode dei beni esclusivamente al curatore. E l’incompatibilità della disciplina codicistica con quella fallimentare in ordine alla custodia è data dalla previsione dell’art. 559, comma 1, cod. proc. civ., che prevede la nomina a custode dello stesso debitore, che sicuramente non può trovare applicazione per il caso che il debitore sia già fallito all’epoca dell’inizio dell’esecuzione fondiaria, per effetto del già verificatosi spossessamento e custodia in capo al curatore[26].
La terza disposizione (art. 41, comma 2, terza parte, T.U.B.), al fine di attuare il coordinamento tra azione esecutiva individuale e procedura concorsuale, prevede infine che sia attribuita alla massa fallimentare[27] la somma ricavata dall’esecuzione, eccedente la quota che in sede di riparto (fallimentare) sarebbe risultata spettante alla banca, se questa avesse concorso in sede fallimentare. Per le ragioni accennate sopra (comma 2, prima parte), si ritiene che l’ammontare del credito complessivo spettante alla banca (come individuato nell’ordinanza di cui al successivo comma 4), abbia carattere non definitivo.
Vi è, infine, un ultimo argomento da affrontare in tema di rapporti tra azione esecutiva (fondiaria) e procedure concorsuali: nell’art. 41, comma 2, T.U.B. non vi è alcun riferimento alle procedure concorsuali diverse dal fallimento. Il problema da risolvere, allora, è ovviamente quello della possibilità o meno, per le banche, di iniziare o proseguire l’azione esecutiva individuale in caso di concordato preventivo, amministrazione controllata, liquidazione coatta amministrativa ed amministrazione straordinaria delle grandi imprese in crisi. In linea generale, dottrina e giurisprudenza dominanti tendono escludere l’applicabilità dell’art. 41, comma 2, T.U.B. al concordato preventivo ed all’amministrazione controllata, e ad ammetterne invece l’applicabilità con riferimento alla liquidazione coatta amministrativa, atteso che l’art. 201 L. fall. richiama l’art. 51 della stessa legge[28]. Per quanto concerne, invece, l’amministrazione straordinaria delle grandi imprese in crisi e la liquidazione coatta amministrativa degli enti cooperativi e delle banche, va detto che esistono norme in deroga all’attribuito favore al credito fondiario, nel senso che qualsiasi azione esecutiva individuale dei soggetti finanziatori di credito fondiario si ritiene incompatibile con tali procedure concorsuali[29].
L’ art. 41, comma 3, T.U.B. disciplina le funzioni del custode, dell’amministratore giudiziario e del curatore del fallimento, disponendo, appunto, che il custode dei beni pignorati, l’amministratore giudiziario ed il curatore del fallimento del debitore versano alla banca le rendite degli immobili ipotecati a suo favore, dedotte le spese di amministrazione e i tributi, sino al soddisfacimento del credito vantato.
La disposizione in commento assume portata derogatoria rispetto alle regole generali dettate dagli artt. 593 e 560, comma 1, cod. proc. civ., i quali prevedono che il custode e l’amministratore giudiziario non consegnano al creditore bensì amministrano le rendite, rispondendone in proprio verso la massa, sotto il controllo e la vigilanza del giudice dell’esecuzione, e provvedono al deposito delle stesse in cancelleria, insieme ai rendiconti periodici di gestione[30]. La deroga, prevista al fine di garantire un sollecito recupero del credito da parte della banca[31], introduce in favore della banca una sorta di assegnazione “ex lege” delle rendite dell’immobile ipotecato (sia esso in custodia o in amministrazione giudiziaria) analoga, quanto alle modalità procedurali, a quella prevista dall’art. 594 cod. proc. civ. La disposizione in esame trae spunto dalla facoltà, riconosciuta dalla normativa previgente (T.U. del 1905) agli istituti di credito finanziatori, di ottenere prima dell’inizio dell’espropriazione immobiliare l’immissione nel possesso dell’immobile ipotecato, con diritto di percepire le rendite ed i frutti, da imputare a pagamento delle semestralità dovute; l’immissione nel possesso cessava quando, iniziata la procedura di espropriazione, fosse nominato il sequestratario giudiziale, nel qual caso doveva essere a questi reso il conto.
Preliminarmente va detto che l’art. 41, commi 4, 5 e 6, T.U.B., ai fini di un sollecito recupero del credito e a completamento della disciplina in tema di procedimento esecutivo fondiario, detta una serie di disposizioni agevolate in favore della banca. Esse integrano, in particolare, gli artt. 574 (in tema di vendita senza incanto), 576 (in tema di vendita con incanto) e 590, comma 2, cod. proc. civ. (in tema di assegnazione), i quali prevedono che il giudice della esecuzione fissi il termine entro cui l’assegnatario o l’aggiudicatario debbono versare alla banca la parte del prezzo corrispondente al complessivo credito della stessa[33]. Relativamente alla vendita con incanto del bene ipotecato, è altresì applicabile la disciplina della delega delle operazioni di vendita, secondo le regole generali (artt. 591-bis e 591-ter cod. proc. civ.).
Ove siano gli organi fallimentari a procedere alla vendita dei beni gravati, si pongono due quesiti in particolare: in primo luogo, se la vendita eseguita dagli organi fallimentari debba seguire le modalità tipiche dell’esecuzione immobiliare ordinaria o debba essere effettuata secondo le norme dettate dall’art. 41, commi 4 e 5, T.U.B.; in secondo luogo, se il curatore che abbia proceduto alla vendita debba versare il ricavato alla banca ipotecaria o possa trattenerlo, depositandolo a norma dell’art. 34 L. fall., e distribuirlo ai creditori con le modalità e i termini di ripartizioni dell’attivo. Con riguardo al primo quesito, va detto che per la vendita dei beni immobili colpiti da ipoteca fondiaria coesistono due normative: quella ordinaria, richiamata dalla legge speciale fallimentare (e come tale applicabile alle vendite effettuate in questa sede dagli organi fallimentari), e quella dettata dall’art. 41 T.U.B. per la vendita eseguita nella espropriazione individuale promossa dalla banca finanziatrice del credito fondiario. Quest’ultima riguarda esclusivamente l’esecuzione promossa dal creditore fondiario nei confronti di un debitore “in bonis” o fallito e non l’esecuzione collettiva fallimentare, che non è regolata in funzione dell’interesse dei singoli creditori, ma è indirizzata a realizzare l’interesse di tutti i creditori (unitariamente considerati) o comunque interessi collettivi o di natura pubblicistica. Di conseguenza, per la vendita fallimentare, la normativa speciale non può trovare applicazione, non solo perché non è attuabile quel doppio richiamo dalla legge fallimentare alle norme ordinarie e da queste alla normativa speciale, ma perché, comunque, quel doppio richiamo non potrebbe riguardare l’intero corpo normativo speciale richiamato, e ciò data la incompatibilità di questa disciplina con la posizione di fallito del debitore[34]. Con riguardo al secondo quesito, secondo l’attuale normativa, la banca finanziatrice può procedere all’esecuzione anche in pendenza di fallimento del debitore e può pretendere il pagamento delle rendite prodotte dai beni ipotecati acquisiti all’attivo fallimentare, ma oltre questo non è consentito altro all’ente finanziatore[35].
Il “subingresso” di cui parla la legge non va visto come una cessione di un contratto ormai risolto (cessione peraltro ipotizzabile per i soli contratti a prestazioni corrispettive, ex art. 1406 cod. civ., alla cui categoria non appartiene il mutuo), ma come un “accollo ex lege” (anche frazionato) del mutuo da parte degli aggiudicatari o degli assegnatari, in ordine al quale la dottrina ritiene che sia applicabile la disciplina del codice civile (artt. 1273-1276 cod. civ.). Normalmente, l’accollo del finanziamento assistito da ipoteca assume tecnicamente la qualifica di “accollo esterno”, aperto all’adesione del terzo creditore ex art. 1273, comma 1, cod. civ.; in tal caso, l’adesione della banca creditrice avviene in via ordinaria “per facta concludentia” intestando al soggetto subentrante il finanziamento (o una quota dello stesso). L’accollo in questione è cumulativo e non liberatorio, dal momento che le banche di regola non liberano mai espressamente il mutuatario originario[36]. Viene a realizzarsi, in tal modo, una successione a titolo particolare nelle obbligazioni assunte dal contraente originario a seguito dello smobilizzo del cespite ipotecato. L’avvenuto subingresso nel contratto di finanziamento fondiario, stipulato dal debitore espropriato con assunzione dei relativi obblighi, si configura peraltro come un “diritto potestativo” dell’aggiudicatario o dell’assegnatario, con corrispondente situazione di soggezione da parte della banca, prescindendo da ogni accordo, e con conseguente responsabilità da parte di quest’ultima ove non abbia posto l’aggiudicatario nella condizione di esercitarlo[37].
Le due disposizioni in esame, relative all’avvenuto subingresso (art. 41, commi 5 e 6, T.U.B.), assumono portata derogatoria rispetto alle norme generali di cui agli artt. 508 (a proposito dell’assunzione di debiti da parte dell’aggiudicatario o dell’assegnatario, dove sono richiesti sia l’autorizzazione del giudice che il consenso del creditore ipotecario) e 585 cod. proc. civ. (per ciò che concerne il versamento del prezzo nell’espropriazione immobiliare). La dottrina ritiene, infatti, che l’importo delle rate scadute, degli accessori e delle spese versate dall’aggiudicatario alla banca finanziatrice non sia imputabile al prezzo di aggiudicazione[38], né che dovrà essere indicato il loro ammontare, in quanto ciò attiene al rapporto diretto fra creditore ed aggiudicatario o assegnatario, rapporto che si svolge senza alcuna autorizzazione o intervento del giudice dell’esecuzione, in deroga appunto agli artt. 508 e 585 cod. proc. civ. Sul punto, una parte della dottrina[39] ha osservato quanto segue:
“Una volta affermata la non imputabilità al prezzo di aggiudicazione dell’importo delle rate scadute, la facoltà di subentro ha, a ben vedere, uno spazio di applicazione molto limitato nella stessa esecuzione nei confronti del debitore “in bonis”, perché delle due l’una:
Sulla base delle argomentazioni riportate, dunque, deve ritenersi che il subingresso sia possibile soltanto quando nell’esecuzione individuale non siano intervenuti tempestivamente altri creditori, giacché, ove esistano altri creditori (indipendentemente dalle procedure concorsuali in atto), valgono comunque i principi del concorso e della “par condicio creditorum”, ai sensi degli artt. 2740 e 2741 cod.civ[40]. Se la vendita viene disposta in sede fallimentare, invece, l’esercizio del diritto di subingresso appare del tutto precluso, dovendosi fare applicazione della speciale disciplina fallimentare, ai sensi dell’art. 105 L. fall.[41].
Se l’aggiudicatario o l’assegnatario non abbia poi fatto seguito alla tempestiva dichiarazione di voler subentrare nel contratto, effettuando il pagamento direttamente alla banca degli oneri indicati, ne seguirà la sopravvenuta inefficacia della dichiarazione stessa, con conseguente decadenza dall’aggiudicazione o dall’assegnazione ove nel frattempo sia scaduto il termine indicato nel provvedimento con cui era stata fissata la vendita ovvero questo sia stato lasciato successivamente scadere[42].
Ai fini del subingresso, permangono i problemi precedenti: se il “dies a quo” del termine di 15 giorni decorra dalla aggiudicazione (ex art. 581, comma 3, cod. proc. civ.), ovvero dal giorno in cui è divenuta definitiva l’aggiudicazione, con il decorso dei 10 giorni per la presentazione delle offerte in aumento di un sesto (ex art. 584 cod. proc. civ.)[43].
La fattispecie del mancato subingresso è, invece, disciplinata dall’ art. 41, comma 4, T.U.B., ove è disposto che:
[49] PROTO PISANI A., Nuova disciplina del credito fondiario ed espropriazione contro il terzo proprietario, nella Collana “Studi e materiali – 4”, a cura della Commissione Studi del Consiglio Nazionale del Notariato, Giuffrè, Milano, 1992-1995, p. 240.