Source: http://www.avvocatoabologna.it/avvocato-penale-bologna-e-provincia/7312.html
Timestamp: 2017-07-23 04:32:48+00:00
Document Index: 98004462

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 216', 'art. 216', 'sentenza ', 'art. 216', 'sentenza ', 'art. 54', 'art. 223', 'art. 216', 'art. 223', 'art. 223', 'art. 216', 'sentenza ', 'art. 216', 'art. 219', 'art. 216', 'sentenza ', 'art. 216', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 609', 'sentenza ', 'art. 2409', 'sentenza ', 'art. 216', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 223', 'art. 216', 'art. 223', 'art. 216', 'art. 223', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art.\n223', 'art. 216', 'sentenza ', 'art. 223', 'art. 223', 'art. 216', 'art. 216', 'art. 223', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 81', 'art. 609', 'art. 609', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 216']

Come efficacemente segnalato in una ancor recente sentenza di questa Corte, «ogni atto distrattivo assume rilievo ai sensi dell'art. 216 legge fall, in caso di fallimento, indipendentemente dalla rappresentazione di quest'ultimo, il quale non costituisce l'evento del reato che, invece, coincide con la lesione dell'interesse patrimoniale della massa, posto che se la conoscenza dello stato di decozione costituisce dato significativo della consapevolezza del terzo di arrecare danno ai creditori ciò non significa che essa non possa ricavarsi da diversi fattori, quali la natura fittizia o l'entità dell'operazione che incide negativamente sul patrimonio della società» (Cass., Sez. V, n. 16579 del 24/03/2010, Fiume, Rv 246879). | Avvocato a Bologna - Studio Legale Bologna Avvocato Sergio Armaroli
CHIAMA SUBITO!!!	051.6447838	«ogni atto distrattivo assume rilievo ai sensi dell’art. 216 legge fall, in caso di fallimento, indipendentemente dalla rappresentazione di quest’ultimo, il quale non costituisce l’evento del reato che, invece, coincide con la lesione dell’interesse patrimoniale della massa, posto che se la conoscenza dello stato di decozione costituisce dato significativo della consapevolezza del terzo di arrecare danno ai creditori ciò non significa che essa non possa ricavarsi da diversi fattori, quali la natura fittizia o l’entità dell’operazione che incide negativamente sul patrimonio della società» (Cass., Sez. V, n. 16579 del 24/03/2010, Fiume, Rv 246879).
Come efficacemente segnalato in una ancor recente sentenza di questa Corte, «ogni
atto distrattivo assume rilievo ai sensi dell’art. 216 legge fall, in caso di
fallimento, indipendentemente dalla rappresentazione di quest’ultimo, il quale non
costituisce l’evento del reato che, invece, coincide con la lesione dell’interesse
patrimoniale della massa, posto che se la conoscenza dello stato di decozione
costituisce dato significativo della consapevolezza del terzo di arrecare danno ai
creditori ciò non significa che essa non possa ricavarsi da diversi fattori, quali
la natura fittizia o l’entità dell’operazione che incide negativamente sul
patrimonio della società» (Cass., Sez. V, n. 16579 del 24/03/2010, Fiume, Rv
246879).
In ordine al primo motivo di doglianza, deve rilevarsi che secondo il
ricorrente «la Corte di appello, a seguito di rituale gravame, ha valutato che
l’assorbimento della contestata ipotesi di bancarotta preferenziale costituisce
soluzione più favorevole all’imputato rispetto al concorso di esso con la
distrazione, pari ad almeno lire 227.962.063, cosi – implicitamente – ritenendo
fondata la tesi difensiva in ordine all’importo di 365.600.000 di lire ed
escludendo l’aggravante contestata». In realtà, non può convenirsi con la deduzione
difensiva: i giudici di secondo grado si sono limitati a far presente che
considerare i 365,600.000 di lire (da correlare ai presunti pagamenti di crediti in
prossimità del fallimento) come oggetto di distrazione, al pari della differenza
tra il saldo contabile e le giacenze di cassa, si risolve in un vantaggio per
l’imputato, non più chiamato a rispondere di una pluralità di fatti di bancarotta.
In tale affermazione non vi è alcun riconoscimento implicito della fondatezza
dell’assunto della difesa secondo cui, almeno per quei 365 milioni, sarebbe stato
doveroso ipotizzare una bancarotta preferenziale: la Corte di appello evidenzia
soltanto che, a fronte di una distrazione comunque da ritenere pacifica per quasi
228 milioni di lire, il S. non avrebbe avuto interesse a una diversa qualificazione
dell’addebito in ordine all’importo ulteriore.
Diversa qualificazione che i giudici romani ammettono dunque solo in via di mera
ipotesi («ove si accettasse, rispetto ad alcuni pagamenti, la tesi difensiva»),
subito dopo aver chiarito che, ad esempio, i compensi all’amministratore
risultavano documentati da quietanze non solo generiche ma addirittura fittizie: a
riguardo, è necessario ricordare che secondo la giurisprudenza di questa Corte
«l’amministratore che si ripaghi di un proprio credito verso la società risponde
del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale e non di bancarotta preferenziale,
non potendo scindersi la sua qualità di creditore da quella di amministratore, come
tale vincolato alla società dall’obbligo di fedeltà e da quello della tutela degli
interessi sociali nei confronti dei terzi» (Cass., Sez. V, n. 25292 del 30/05/2012,
Massocchi, Rv 253001).
Che poi la distrazione della somma non rinvenuta in cassa fosse concretamente
avvenuta, e per esigenze personali dell’imputato, appare in effetti innegabile:
come si legge nella sentenza impugnata, con i motivi di appello la difesa aveva
rappresentato che almeno alcuni di quei prelievi di denaro erano stati giustificati
dal S adducendo la necessità – in ordine alla quale era stata invocata financo la
scriminante ex art. 54 cod. pen., per un presunto pericolo di gravi danni alla
incolumità propria e dei suoi familiari altrimenti inevitabile – di far fronte a
presunti prestiti usurari, peraltro mai denunciati e per nulla riscontrati. Nel
contempo, che altra parte di quelle somme fosse stata impiegata per pagare
materiali, servizi o prestazioni in genere costituiva mera allegazione, avendo
l’imputato fatto riferimento a pagamenti in nero e/o a quietanze di cui la Corte
territoriale sottolinea un contenuto di «assoluta genericità».
1.2 Sui temi esposti dalla difesa con il secondo motivo di ricorso è necessario un
1.2.1 A riguardo, la giurisprudenza di questa Corte si è da tempo orientata
nell’affermare che nel reato di bancarotta fraudolenta «i fatti di distrazione, una
volta intervenuta la dichiarazione di fallimento, assumono rilevanza penale in
qualunque tempo essi siano stati commessi, e quindi anche se la condotta si è
realizzata quando ancora l’impresa non versava in condizioni di insolvenza. Tutte
le ipotesi alternative previste dalla norma si realizzano mediante condotte che
determinano una diminuzione del patrimonio, diminuzione pregiudizievole per i
creditori: per nessuna di queste ipotesi la legge richiede un nesso causale o
psichico tra la condotta dell’autore e il dissesto dell’impresa, sicché né la
previsione dell’insolvenza come effetto necessario, possibile o probabile,
dell’atto dispositivo, né la percezione della sua preesistenza nel momento del
compimento dell’atto, possono essere condizioni essenziali ai fini
dell’antigiuridicità penale della condotta. E del resto, quando il legislatore ha
ritenuto necessaria l’esistenza di un tal nesso lo ha previsto espressamente
nell’ambito della legge fallimentare, all’art. 223, distinguendo le condotte
previste dall’art. 216 (legge fall., art. 223, comma 1) da quelle specificamente
volte a cagionare il dissesto economico della società (legge fall., art. 223, comma
2), per modo che solo in tali ultime fattispecie delittuose è previsto un nesso
causale o psichico tra condotta ed evento» (Cass., Sez. V, n. 39546 del 15/07/2008,
Bonaldo).
Ancor più analiticamente, gli stessi principi risultano ribaditi nel 2011, quando
si è rilevato che «il delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione è reato di
pericolo, ed è pertanto irrilevante che al momento della consumazione l’agente non
avesse consapevolezza dello stato d’insolvenza dell’impresa per non essersi lo
stesso ancora manifestato» (Cass., Sez. V, n. 44933 del 26/09/2011, Pisani, Rv
251214). Nella motivazione di quest’ultima pronuncia, si è segnalato che «il reato
di bancarotta fraudolenta patrimoniale non richiede il dolo specifico, ma si
perfeziona con il dolo generico, ossia con la consapevolezza di dare al patrimonio
sociale una destinazione diversa da quella di garanzia delle obbligazioni
contratte», precisandosi che non può intendersi rilevante la circostanza che
all’epoca della distrazione non si fosse ancora manifestato uno stato d’insolvenza:
«infatti, ad integrare il reato non è richiesta la conoscenza dello stato
d’insolvenza dell’impresa, in quanto ogni atto distrattivo viene ad assumere
rilevanza ai sensi della legge fall., art. 216, in caso di fallimento,
indipendentemente dalla rappresentazione di quest’ultimo. Qualora, poi, la
deduzione debba intendersi rapportata alla asserita insussistenza del dissesto
all’epoca dei fatti, cosi implicitamente evocandosi la teoria cd. della “zona di
rischio penale” […], ugualmente deve essere disattesa in quanto, per la speciale
configurazione del precetto, la protezione penale degli interessi creditori è
assicurata mediante la sua connotazione di reato di pericolo. L’offesa penalmente
rilevante è conseguente anche all’esposizione dell’interesse protetto alla
probabilità di lesione, onde la penale responsabilità sussiste non soltanto in
presenza di un danno attuale ai creditori, ma anche nella situazione di messa in
pericolo dei loro interessi. Conseguentemente, il delitto di bancarotta non impone
contestualità tra l’azione antidoverosa ed il pregiudizio derivante dalla stessa,
ma ammette anche uno sfasamento temporale, se esso non elide il portato dannoso
dell’azione: sicché la tutela penale dispiega la sua efficacia retroattivamente,
risalendo a ritroso, a far data dalla dichiarazione di fallimento, ricapitolando
ogni passaggio della gestione dell’impresa fallita nel pregiudizio che viene
accertato al momento della dichiarazione di insolvenza con la verifica delle
passività gravanti sulla stessa».
CASSAZIONE PENALE, SENTENZA 18 NOVEMBRE 2014, N. 47616
Il difensore di F.S. ricorre avverso la pronuncia indicata in epigrafe, recante la
parziale riforma della sentenza emessa nei confronti del suo assistito il
27/04/2007 dal Tribunale di Latina. L’imputato, condannato in primo grado per
delitti di bancarotta fraudolenta patrimoniale (in esso assorbito un ulteriore
addebito ex art. 216, comma terzo, legge fall.) e di bancarotta semplice, si è
visto confermare la declaratoria di penale responsabilità soltanto con riguardo al
primo reato, con la contestuale presa d’atto della sopravvenuta prescrizione del
secondo: derivandone la esclusione dell’aggravante di cui all’art. 219, comma
secondo, n. 1 dello stesso r.d. n. 267 del 1942, la Corte territoriale ha
provveduto a rideterminare la pena inflitta al S. in anni 2 di reclusione.
I fatti si riferiscono al fallimento della O. s.r.l., dichiarato nel luglio 2001
dopo una iniziale ammissione a procedura concordataria: di tale società, esercente
attività di coltivazione di piante ed allevamento di equini, il S era stato
Con l’odierno ricorso la difesa lamenta:
inosservanza ed erronea applicazione dell’art. 216 legge fall., nonché carenza
di motivazione della sentenza impugnata per travisamento delle prove.
Come già argomentato in sede di motivi di appello, la tesi difensiva è che – al più
– sarebbero state configurabili nel caso di specie soltanto condotte rilevanti
quali pagamenti preferenziali di alcuni creditori, in pregiudizio di altri, e non
già distrattive in senso tecnico. Muovendo dal presupposto che la contestazione
riguarda somme costituite dalla differenza tra il saldo contabile e quanto
rinvenuto nelle casse sociali (pari a circa 227 milioni di lire), nonché somme
uscite per pagamenti effettuati tra il 20 e il 31 dicembre 2000 (per complessivi
365 milioni circa), il ricorrente evidenzia che già in sede di interrogatorio reso
al curatore erano stati forniti tutti i chiarimenti del caso sulla destinazione
delle somme non rinvenute in cassa: si era trattato, in particolare, di prelievi
per interventi di manutenzione ed acquisto di materiali, oltre all’estinzione di
finanziamenti erogati da privati in un periodo di momentanea impossibilità della
fallita di accedere al credito bancario.
In definitiva, il tutto si era risolto nel regolare adempimento di obbligazioni
assunte, senza alcuna destinazione delle somme fuoriuscite a scopi diversi da
quelli aziendali; elemento che i giudici di merito avrebbero dovuto valutare
decisivo, atteso che lo stesso curatore fallimentare aveva individuato le cause del
dissesto in una imprevista crisi di liquidità dovuta a pesanti oneri finanziari da
cui la O s.r.l. era stata gravata nei rapporti con il “B.N.” (istituto con il quale
vi era stato un contenzioso in sede civile). Inoltre, sarebbe destituita di
fondamento l’ipotesi, confermata invece dalla Corte territoriale, secondo cui il S.
avrebbe utilizzato risorse della società per far fronte ad esigenze personali:
nessuna risultanza istruttoria deporrebbe in tal senso,
mentre la O. disponeva di beni immobili e rimanenze di magazzino per un valore
complessivo molto elevato, si da far logicamente ritenere che l’amministratore –
ove fosse stato davvero animato da intenti di lucro personale – non si sarebbe
limitato ad impossessarsi di quel solo, presunto residuo di cassa
inosservanza ed erronea applicazione dell’art. 216 legge fall., nonché omessa
motivazione, in ordine alla sussistenza del nesso causale e dell’elemento
soggettivo richiesti ai fini del delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione.
La difesa richiama la sentenza di questa Sezione, n. 2147 del 24/09/2012, ric. C.,
ed osserva che l’indirizzo interpretativo ivi affermato (cui rappresenta di
aderire) impone una verifica circa la rappresentazione e volizione del dissesto al
momento dell’adozione della condotta: problema che invece la Corte di appello di
Roma avrebbe ignorato, a dispetto dei motivi di gravame sviluppati sul punto, non
considerando ancora una volta che la curatela del fallimento aveva indicato nella
già ricordata crisi di liquidità – e non nei prelievi dalle casse sociali
contestati all’imputato – le cause della decozione della società fallita. Né
risulta si sia tenuto conto del patrimonio immobiliare (da stimare in circa 3
miliardi e 500 milioni di lire), delle rimanenze di magazzino (pari ad un valore di
oltre 1 miliardo) o dei crediti che la O. s.r.l. comunque vantava (per almeno 280
milioni): ergo, sarebbe stato doveroso ritenere «che all’epoca del fatto
distrattivo l’amministratore non si fosse “rappresentato” e, pertanto, non avesse
“voluto” lo stato d’insolvenza, sia in ragione del mancato riconoscimento del
credito vantato dal B.N., sia in ragione delle buone condizioni in cui versava la
società, che certamente […] era in grado di soddisfare le obbligazioni assunte
attraverso la procedura di concordato preventivo cui era stata ammessa».
Secondo il difensore del S., a nulla rileva la circostanza che la causa azionata
verso la banca non venne poi coltivata dagli organi della procedura, ed
analogamente è a dirsi per il modesto valore ricavato dalle rimanenze (dovuto alla
quasi completa distruzione delle piante conservate, per superficialità nella
custodia da parte della curatela): nel momento in cui l’imputato tenne i
comportamenti contestatigli, è ragionevole ritenere che i valori di quelle attività
escludessero in capo a lui qualsiasi consapevolezza del lamentato dissesto.
difetto di motivazione della sentenza impugnata sulla mancata concessione del
beneficio della sospensione condizionale.
Nell’interesse del ricorrente viene formulata istanza ex art. 609, comma 2, cod.
proc. pen. di concessione della sospensione condizionale della pena inflitta al S.,
facendo presente che la Corte territoriale, pur avendo rideterminato la sanzione
entro i limiti di applicabilità dell’istituto, non ha in alcun modo esposto i
motivi della negazione del beneficio: l’imputato, peraltro, non ne ha mai fruito in
precedenza, essendo gravato da condanne pregresse per fatti di modesto spessore.
1.1 In ordine al primo motivo di doglianza, deve rilevarsi che secondo il
1.2.2 L’orientamento ora illustrato risulta contraddetto da altra pronuncia di
questa stessa Sezione, richiamata nell’odierno ricorso, secondo cui «nel reato di
bancarotta fraudolenta per distrazione lo stato di insolvenza che dà luogo al
fallimento costituisce elemento essenziale del reato, in qualità di evento dello
stesso, e pertanto deve porsi in rapporto causale con la condotta dell’agente e
deve essere, altresì, sorretto dall’elemento soggettivo del dolo» (Cass., Sez. V,
47502 del 24/09/2012, C., Rv 253493).
L’impianto motivazionale di quest’ultima sentenza muove dal presupposto che «non
può da un lato ritenersi che qualsiasi atto distrattivo sia di per sé reato,
dall’altro che la punibilità sia condizionata ad un evento» (la dichiarazione di
fallimento, di cui viene diffusamente discussa la natura all’interno della
struttura della fattispecie incriminatrice) «che può sfuggire totalmente al
controllo dell’agente, e dunque ritorcersi a suo danno senza una compartecipazione
di natura soggettiva e, ancor peggio, senza che sia necessaria una qualche forma di
collegamento eziologico tra la condotta e il verificarsi del dissesto»; l’analisi
viene peraltro parametrata sulle peculiarità del caso allora sub judice, dove – a
differenza delle varie fattispecie concrete di cui alla precedente giurisprudenza,
nelle quali «si trattava di episodi distrattivi compiuti nel periodo immediatamente
antecedente alla dichiarazione di fallimento, che avevano impoverito l’impresa al
punto da provocarne od aggravarne in modo irreversibile la crisi» – a quegli
imputati era riferibile una amministrazione «priva di contiguità con il fallimento,
essendo stata seguita da altre gestioni totalmente estranee», con tanto di
amministrazione giudiziale ex art. 2409 cod. civ. medio tempore conclusasi «senza
alcun rilievo dell’amministratore su eventuali situazioni di insolvenza ed
addirittura con una vendita della società a terzi dietro corrispettivo».
Nella sentenza C. si evidenzia quindi che se il fallimento è «il risultato di
un’azione dell’imprenditore, da cui la legge (o, meglio, la giurisprudenza
conforme) fa dipendere l’esistenza stessa del delitto», lo stesso fallimento, «o
meglio il suo presupposto di fatto, cioè lo stato di insolvenza, deve essere
dall’agente preveduto e voluto, quantomeno a titolo di dolo eventuale. Il soggetto,
cioè, deve prefigurarsi che il suo comportamento depauperativo porterà
verosimilmente al dissesto (il cui risvolto è la lesione del diritto di credito,
che costituisce l’interesse principale protetto dalla norma penale) ed accettare
tale rischio. Ogni diversa soluzione in punto dolo costituisce una violazione dei
principi generali di cui agli artt. 42 e 43 cod. pen., che costituiscono l’ossatura
della responsabilità penale personale del nostro ordinamento». Ne deriverebbe
l’opzione interpretativa secondo cui «la bancarotta è un reato di evento e tale
evento consiste nella insolvenza della società, che trova riconoscimento formale e
giuridicamente rilevante nella dichiarazione di fallimento. Questa è la unica
ricostruzione strutturale del reato coerente con le premesse; il fallimento è
elemento costitutivo dell’illecito in qualità di evento e si pone quale conseguenza
(esclusiva o concorrente) della condotta distrattiva dell’imprenditore. L’interesse
protetto dalla norma, dunque, non è solo il potenziale pregiudizio del ceto
creditorio, ma la lesione definitiva dei diritti di credito che si determina con il
fallimento; tanto è vero che, occorre ribadirlo, per quanto siano consistenti e
ripetuti gli atti di spoliazione del patrimonio dell’impresa, l’imprenditore non è
punito se non viene successivamente dichiarato il fallimento».
Con la richiamata pronuncia si avverte peraltro che «la tesi “secca” della non
necessarietà del rapporto di causalità tra la condotta dell’imprenditore e il
fallimento (che si accompagna alla ritenuta non necessarietà del dolo a copertura
dell’insolvenza), porterebbe a conseguenze assurde; da un lato non sarebbe punibile
l’imprenditore che drena risorse enormi da una società dotata di un patrimonio
attivo considerevole, tale da permetterle di sfuggire al fallimento, dall’altra
sarebbe invece punito con la pesante sanzione di cui alla legge fall., art. 216, un
imprenditore o un amministratore della società che moltissimi anni prima del
fallimento abbia prelevato indebitamente una modestissima somma di denaro (anche se
l’impresa ha poi operato in attivo e pagato regolarmente i propri creditori e sia
poi caduta in dissesto esclusivamente per le condotte spoliative di successivi
amministratori) […]. Sarebbe esente da responsabilità quell’imprenditore che, pur
avendo causato il dissesto della sua impresa con gravi atti di spoliazione,
riuscisse ad ottenere il consenso dei creditori ad una procedura di soluzione
negoziale della crisi (salvo il concordato, per l’imprenditore collettivo), mentre
sarebbe penalmente sanzionato l’imprenditore che compie un atto di distrazione di
modesta entità e molto risalente nel tempo, se non incontra il favore dei
creditori. E ciò anche se il dissesto dell’impresa dipende esclusivamente da
fattori esterni alla sua condotta, e cioè, per esempio, da una congiuntura
economica negativa o da circostanze comunque imprevedibili o ancor più da condotte
successive di altre persone».
1.2.3 Una pronuncia della Sezione Feriale di questa Corte (n. 41655 del 10/09/2013,
ric. G.) sembra avere espresso principi in apparente, per quanto non esplicitata,
adesione all’indirizzo ora ricordato. Nella motivazione di quest’ultima sentenza si
legge che «i comportamenti posti in essere dal fallito devono essere […] idonei a
recare offesa agli interessi della massa dei creditori a causa della perdita di
ricchezza che gli stessi hanno determinato e della mancanza di un riequilibrio
economico medio tempore. L’elemento soggettivo del delitto di bancarotta
fraudolenta implica un’adeguata conoscenza della concreta situazione aziendale e,
in genere, patrimoniale, e la rappresentazione della futura dichiarazione di
fallimento, rappresentazione fondata sull’attualità del dissesto con volontarietà
dell’atto distrattivo; soltanto nella consapevole prospettiva del dissesto
finanziario gli episodi distrattivi assumono – anche sotto il profilo psicologico –
un potenziale offensivo. Il soggetto agente deve, quindi, prefigurarsi che la sua
condotta depauperativa cagionerà verosimilmente il dissesto – cui si correla la
lesione del diritto di credito costituente il principale interesse protetto dalla
norma incriminatrice – ed accettare questo rischio. Se la situazione di dissesto
che dà luogo al fallimento deve essere rappresentata e voluta (o quanto meno
accettata come rischio concreto della propria azione) dall’imprenditore, non
integra il dolo di bancarotta per distrazione la volontà di porre in essere una
condotta finalizzata ad estinguere posizioni debitorie della società».
In tal modo, la sentenza G. giunge a ritenere di rilievo penale la condotta di chi
compì atti depauperativi «in un’epoca in cui era prevedibile il dissesto della
società», ipotizzando però il reato di bancarotta preferenziale, piuttosto che
quello di bancarotta per distrazione, in presenza di condotte animate dall’intento
di «definire le più importanti esposizioni debitorie […] e di soddisfare le
ragioni dei principali creditori».
1.2.4 La giurisprudenza di questa Sezione, successiva alla sentenza C., risulta
invece essere tornata a sposare l’orientamento precedente, ritenendo che «ai fini
della sussistenza del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale non è necessaria
l’esistenza di un nesso causale tra i fatti di distrazione ed il successivo
fallimento» (Cass., Sez. V, n. 7545 del 25/10/2012, Lanciotti, Rv 254634; v. anche
Cass., Sez. V, n. 27993 del 12/02/2013, Di Grandi).
In una quasi coeva decisione, identicamente massimata (Rv 254061) questa Sezione ha
precisato che «anche dopo l’entrata in vigore del d.lgs. 11 aprile 2002, n. 61, ad
integrare il reato di bancarotta fraudolenta per distrazione non si richiede
l’esistenza di un nesso causale tra i fatti di distrazione e il successivo
fallimento […]. Al riguardo vale la pena di rimarcare che il rapporto eziologico
fra la condotta vietata e il dissesto della società è richiesto dalla legge fall.,
art. 223, comma 2, n. 1, nel testo novellato, con esclusivo riferimento alle
ipotesi di bancarotta “da reato societario”, il cui elemento oggettivo – nel
modello descrittivo recato dagli artt. 2621, 2622, 2626, 2627, 2628, 2629, 2632,
2633 e 2634 cod. civ., richiamati dalla norma incriminatrice – è del tutto diverso
da quello che caratterizza le condotte vietate dall’art. 216 della stessa legge,
richiamato invece dal citato art. 223, comma 1» (Cass., Sez. V, n. 232 del
09/10/2012, Sistro).
1.2.5 Il collegio ritiene di aderire alla consolidata e “tradizionale”
giurisprudenza, anche in ragione delle indicazioni delle Sezioni Unite di questa
Corte che nell’analisi del reato di bancarotta hanno avallato «l’abbandono
definitivo della concezione del fallimento come evento» (v. Cass., Sez. U, n. 21039
del 27/01/2011, Loy).
Uno degli elementi fondamentali, per orientare la decisione nel senso indicato, si
rinviene in effetti nelle già ricordate divergenze strutturali tra la fattispecie
disegnata dall’art. 216, legge fall., e quella risultante dalle varie ipotesi
previste dal successivo art. 223, comma secondo: solo in queste ultime, infatti, il
legislatore ha inteso conferire immediato rilievo a condotte che cagionino il
fallimento, ovvero cagionino o concorrano a cagionare il dissesto della società.
Non sembra pertanto che i pur pregevoli sforzi argomentativi contenuti nella
sentenza C., né gli spunti contenuti nella sentenza G., riescano a superare il dato
letterale: laddove il legislatore ha inteso individuare la necessità di un nesso
causale, prima ancora di una riferibilità psicologica, fra il comportamento del
soggetto attivo del reato ed il successivo dissesto, od il fallimento che ne sia
derivato, ciò è espressamente prescritto. Né pare possibile interpretare l’art.
223, comma secondo, legge fall., come una sorta di norma di chiusura, con funzioni
interpretative dell’intero sistema sanzionatorio: da un lato, si tratta di una
previsione recentemente modificata (nel 2002), e se si fosse avvertita l’esigenza
di uniformare le varie previsioni incriminatrici in tema di bancarotta (volendo
intendere, come si sostiene nella richiamata sentenza, che «i fatti di bancarotta
di tipo patrimoniale in tanto rilevano in quanto abbiano in qualche modo rilevanza
nella produzione del dissesto») il legislatore ben avrebbe potuto porre mano anche
al precedente art. 216; dall’altro, se è vero che la lettura delle plurime ipotesi
di rilievo penale di cui alla legge fallimentare rende palesi alcuni difetti di
coordinamento (come parimenti avvertito nella sentenza C.), è ancor più evidente
che non vi sarebbe necessità di reprimere la condotta di chi abbia “cagionato con
dolo il fallimento della società” (art. 223, comma secondo, n. 2) se già il primo
comma dell’art. 223 venisse a sanzionare per le società commerciali condotte di
distrazione ex art. 216, di cui possa affermarsi la rilevanza penale soltanto
qualora siano fattore causale del fallimento medesimo.
Deve perciò ritenersi che, tornando ad esaminare il precetto normativo, la condotta
sanzionata dall’art. 216 legge fall. – e, per le società, dall’art. 223, comma 1 –
non sia quella di avere cagionato lo stato di insolvenza o di avere provocato il
fallimento, bensì – assai prima – quella di depauperamento dell’impresa,
consistente nell’averne destinato le risorse ad impieghi estranei all’attività
dell’impresa medesima. La rappresentazione e la volontà dell’agente debbono perciò
inerire alla deminutio patrimonli (semmai, occorre la consapevolezza che
quell’impoverimento dipenda da iniziative non giustificabili con il fisiologico
esercizio dell’attività imprenditoriale): tanto basta per giungere all’affermazione
del rilievo penale della condotta, per sanzionare la quale è sì necessario il
successivo fallimento, ma non già che questo sia oggetto di rappresentazione e
volontà – sia pure in termini di semplice accettazione del rischio di una sua
verificazione – da parte dell’autore.
E’ del resto innegabile che ci si trovi dinanzi ad una fattispecie disegnata come
reato di pericolo, come già avvertito nella motivazione della sentenza P., sopra
richiamata; fattispecie in relazione alla quale il giudice delle leggi ebbe da
tempo a rilevare che «il legislatore avrebbe potuto considerare la dichiarazione di
fallimento come semplice condizione di procedibilità o di punibilità, ma ha invece
voluto […] richiedere l’emissione della sentenza per l’esistenza stessa del
reato. E ciò perché, intervenendo la sentenza dichiarativa di fallimento, la messa
in pericolo di lesione al bene protetto si presenta come effettiva e reale» (Corte
Cost., sentenza n. 146 del 27/06/1982); la bancarotta fraudolenta patrimoniale è
dunque, più propriamente, reato di pericolo concreto, dove la concretezza del
pericolo assume una sua dimensione effettiva soltanto nel momento in cui interviene
la dichiarazione di fallimento, condizione peraltro neppure indispensabile per
l’esercizio dell’azione penale o per l’adozione di provvedimenti de liberiate, ai
sensi del combinato disposto degli artt. 7 e 238 legge fall. Ed è per questo che
rimane esente da pena il soggetto che impoverisca una società di risorse enormi,
quando questa può comunque continuare a disporne di ben più rilevanti, idonee a
fornire garanzia per le possibili pretese creditorie: perché in quel caso, a
differenza dell’ipotesi dell’imprenditore che si renda responsabile di una
distrazione modesta (ma a fronte di un patrimonio suscettibile di risentirne
significativamente), il pericolo di un pregiudizio per i creditori non avrà assunto
la concretezza richiesta dal dato normativo.
Anche le indicazioni della giurisprudenza di legittimità in tema di c.d.
“bancarotta riparata” avvalorano la conclusione appena illustrata; vero è che in
quegli interventi si è ritenuto che «non integra il delitto di bancarotta
fraudolenta per distrazione il finanziamento concesso al socio e da questi
restituito in epoca anteriore al fallimento, in quanto la distrazione costitutiva
del delitto di bancarotta si ha solo quando la diminuzione della consistenza
patrimoniale comporti uno squilibrio tra attività e passività, capace di porre
concretamente in pericolo l’interesse protetto e cioè le ragioni della massa dei
creditori», ma si è al contempo precisato che il momento cui fare riferimento per
verificare la consumazione dell’offesa è pur sempre «quello della dichiarazione
giudiziale di fallimento e non già quello in cui sia stato commesso l’atto, in
ipotesi, antidoveroso» (Cass., Sez. V, n. 39043 del 21/09/2007, Spitoni, Rv 238212;
anche Cass., Sez. V, n. 8402 del 03/02/2011, Cannavaie).
In sostanza, e in definitiva, l’imprenditore deve considerarsi sempre tenuto ad
evitare l’assunzione di condotte tali da esporre a possibile pregiudizio le ragioni
dei creditori, non nel senso di doversi astenere da comportamenti che abbiano in sé
margini di potenziale perdita economica, ma da quelli che comportino diminuzione
patrimoniale senza trovare giustificazione nella fisiologica gestione dell’impresa.
1.2.6 Applicando i principi appena illustrati alla disamina della odierna
fattispecie concreta, deve pertanto pienamente convenirsi con le osservazioni della
Corte di appello di Roma, laddove si sostiene non solo che il S realizzò condotte
di depauperamento della O. s.r.l., ma financo che egli – nel momento di compiere
gli atti che avrebbero inciso in negativo sul patrimonio della società – ebbe a
prevedere lo stato di insolvenza: il che, per le ragioni diffusamente illustrate,
non sarebbe neppure necessario ai fini della ravvisabilità del reato de quo. Era
stato infatti lo stesso imputato, nell’impugnare la sentenza di primo grado, a
rappresentare che in quel medesimo periodo era stato “costretto a rivolgersi a
fonti di credito alternative a quelle istituzionali”, evidentemente sulla base di
una palese e già immanente situazione di difficoltà economico-finanziaria.
1.3 Venendo infine al tema della negata sospensione condizionale della pena, è
necessario evidenziare che il beneficio non era stato richiesto in sede di motivi
di appello. Nel gravame presentato avverso la sentenza del Tribunale di Latina era
stato soltanto sollecitato un «trattamento sanzionatorio di minor rigore, cui la
Corte potrà pervenire attraverso il riconoscimento della prevalenza delle
circostanze attenuanti generiche sulla ritenuta aggravante, nonché attraverso il
riferimento ad una pena base contenuta nel minimo edittale e l’applicazione di un
aumento ex art. 81 cod. pen. nella misura minima»; all’atto di rassegnare le
conclusioni, nell’udienza tenutasi dinanzi ai giudici di secondo grado, il
difensore del G. si era poi riportato ai motivi di impugnazione, senza formulare
istanze ulteriori.
La mancanza di una espressa richiesta è peraltro resa evidente dal richiamo della
difesa, nell’intitolare il motivo di ricorso in esame, non già ad un preteso
difetto di motivazione su uno specifico profilo di doglianza, bensì alla norma di
cui all’art. 609 cpv. del codice di rito: norma tuttavia dedicata alle questioni
rilevabili di ufficio in ogni stato e grado del processo (o che non sarebbe stato
possibile dedurre in precedenza), fra le quali certamente non rientrano quelle in
tema di sospensione condizionale. Infatti, si è da tempo affermato che «tra le
questioni che, ai sensi dell’art. 609, comma secondo, cod. proc. pen., possono
essere rilevate anche d’ufficio nel giudizio di cassazione non può farsi rientrare
quella concernente l’errata revoca, da parte del giudice di merito, di una
sospensione condizionale della pena relativamente alla quale la parte interessata
non abbia formulato doglianze» (Cass., Sez. IV, n. 47923 del 19/10/2004, Veiss, Rv
230196).
Vero è che, secondo una recente pronuncia di questa Corte, il giudice di appello
deve intendersi chiamato a motivare, «pur in assenza di specifiche deduzioni di
parte, circa l’eventuale, mancata, concessione della sospensione condizionale della
pena o di altri analoghi benefici» (Cass., Sez. VI, n. 14758 del 27/03/2013, V., Rv
254690); ma deve rilevarsi che la sentenza appena richiamata riguarda un caso di
riforma di una sentenza assolutoria su impugnazione del P.M., senza dunque che
l’imputato avesse avuto spazi per dolersi della pronuncia di primo grado. E’
necessario pertanto ribadire il consolidato orientamento in base al quale «il
giudice di appello non è tenuto a concedere d’ufficio la sospensione condizionale
della pena quando l’interessato non ne formuli alcuna richiesta di applicazione né
nell’atto di impugnazione, né in sede di discussione, sicché il mancato
riconoscimento del beneficio non costituisce violazione di legge e non configura
mancanza di motivazione» (Cass., Sez. IV, n. 43113 del 18/09/2012, Siekierska, Rv
253641; nello stesso senso, ancor più di recente, v. Cass., Sez. IV, n. 1513 del
03/12/2013, Shehi).
Il rigetto del ricorso comporta la condanna del S al pagamento delle spese del
presente giudizio di legittimità.
P.Q.M. Rigetta il ricorso, e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Tag:Avvocati Bologna, avvocato bologna, avvocato civilista Bologna, AVVOCATO MATRIMONIALISTA BOLOGNA, Avvocato per divorzi Bologna, Avvocato per separazioni Bologna, avvocato separazioni Bologna, coincide con la lesione dell'interesse patrimoniale della massa, Come efficacemente segnalato in una ancor recente sentenza di questa Corte, diritto di famiglia avvocato, il quale non costituisce l'evento del reato che, in caso di fallimento, incidente mortale risarcimento, incidente stradale mortale risarcimento danni, incidente stradale risarcimento, Incidenti stradali risarcimento, indennizzo incidente stradale, indennizzo morte incidente stradale, indipendentemente dalla rappresentazione di quest'ultimo, invece, malasanità.risarcimento, morte incidente stradale risarcimento, morte per incidente stradale risarcimento, risarcimenti danni incidenti stradali, risarcimenti incidenti stradali, risarcimento assicurazione incidente stradale mortale, risarcimento danni fisici incidente, risarcimento danni incidente, risarcimento danni incidente mortale, risarcimento danni incidente stradale mortale, risarcimento danni per incidente stradale mortale, risarcimento danni sinistro, risarcimento danni sinistro mortale, RISARCIMENTO DANNI SINISTRO STRADALE MORTALE, risarcimento incidente mortale, risarcimento incidente mortale tabelle, risarcimento incidente stradale, risarcimento incidente stradale mortale, risarcimento morte incidente stradale, risarcimento per incidente stradale, risarcimento sinistri stradali, risarcimento sinistro stradale, sinistri stradali risarcimento, sinistro stradale risarcimento, tabella risarcimento morte incidente stradale, testamento olografo, «ogni atto distrattivo assume rilievo ai sensi dell'art. 216 legge fall