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Timestamp: 2017-10-22 21:12:08+00:00
Document Index: 107658211

Matched Legal Cases: ['art. 13', 'sentenza ', 'art. 114', 'art. 5', 'sentenza ', 'art. 114', 'art. 1', 'art. 3', 'sentenza ']

Il contrasto con la Costituzione delle previsioni del disegno di legge Delrio sugli organi delle Province - Quotidiano LegaleQuotidiano Legale Il disegno di legge Delrio su Province e Città Metropolitane e il rispetto della Costituzione
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Scritto da: Carlo Rapicavoli Scritto il: novembre 21, 2013 In: Enti Locali e P.A.
Fra le disposizioni contenute nel disegno di legge Delrio su Province e Città Metropolitane, fra le molteplici criticità da più parti sollevate, vi è un aspetto che merita particolare attenzione.
L’art. 13, comma 1, del ddl prevede che “In sede di prima applicazione della presente legge, il presidente della provincia o il commissario, in carica alla data di entrata in vigore della presente legge, convoca l’assemblea dei sindaci per l’elezione del presidente della provincia ai sensi dell’articolo 12, commi 2 e 3, che si svolge entro venti giorni dalla proclamazione dei sindaci eletti a seguito delle prime consultazioni amministrative successive alla data di entrata in vigore della presente legge. In ogni caso sono prorogati gli organi provinciali in carica alla data di entrata in vigore della presente legge, ivi compresi eventuali commissari, fino alla data di insediamento del nuovo presidente e del nuovo consiglio provinciale”.
Tale disposizione, se approvata senza modifiche, comporterebbe la decadenza anticipata degli organi democraticamente eletti.
E’ stato, ad oggi, presentato un unico emendamento (n. 13.14) in Commissione affari Costituzionali della Camera per rimediare a tale situazione, peraltro non ripreso dagli emendamenti dei relatori.
Anche lo stesso Ministro Delrio si era impegnato in tal senso: “Vi sono miglioramenti tecnici che si possono adottare anche riguardo i suggerimenti del Servizio Studi delle Camere. In particolare si può procedere, ad un ulteriore chiarimento circa la trasformazione in un tempo successivo di quelle Province che andranno a scadenza negli anni del 2015 in poi”.
Si tratta, in particolare, di tredici Amministrazioni Provinciali i cui organi sarebbero in scadenza nel 2015 e nel 2016.
La decadenza anticipata degli organi, così determinata, è in palese contrasto con la Costituzione
La Corte Costituzionale, chiamata a pronunciarsi nel giudizio di legittimità costituzionale degli articoli 1, 2, 3 e 4 della legge della Regione Sardegna 1° luglio 2002, n. 10, recante “Adempimenti conseguenti alla istituzione di nuove province, norme sugli amministratori locali e modifiche alla legge regionale 2 gennaio 1997, n. 4”, promosso con ricorso del Presidente del Consiglio dei ministri, nella sentenza n. 48 del 10 febbraio 2003, accogliendo il ricorso del Governo, ha affermato principi chiarissimi al riguardo, su cui si fonda il principio della rappresentanza democratica.
In generale, sulla trasformazione delle Province in enti di secondo grado, va ricordato l’appello di 44 costituzionalisti che hanno chiaramente rilevato come “non si possono svuotare di funzioni enti costituzionalmente previsti e costitutivi della Repubblica (art. 114), né eliminare la diretta responsabilità politica dei loro organi di governo nei confronti dei cittadini, trasformando surrettiziamente la Provincia in un ente associativo tra i Comuni, mentre le funzioni da svolgere non sono comunali”.
Un’affermazione di principio che trova conferma nella giurisprudenza della Corte Costituzionale fondata sull’art. 5 della Carta Costituzionale: “La Repubblica, una ed indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali”.
Nella sentenza 106/2002 si legge: “Il nuovo Titolo V ha disegnato di certo un nuovo modo d’essere del sistema delle autonomie. Tuttavia i significativi elementi di discontinuità nelle relazioni tra Stato e regioni che sono stati in tal modo introdotti non hanno intaccato le idee sulla democrazia, sulla sovranità popolare e sul principio autonomistico che erano presenti e attive sin dall’inizio dell’esperienza repubblicana. Semmai potrebbe dirsi che il nucleo centrale attorno al quale esse ruotavano abbia trovato oggi una positiva eco nella formulazione del nuovo art. 114 della Costituzione, nel quale gli enti territoriali autonomi sono collocati al fianco dello Stato come elementi costitutivi della Repubblica quasi a svelarne, in una formulazione sintetica, la comune derivazione dal principio democratico e dalla sovranità popolare“.
La Corte ritiene che l’elezione a suffragio universale costituisca la forma più squisitamente politica di esercizio di quella sovranità che l’art. 1 della Costituzione attribuisce al popolo (Sentenza 107/1976). Perciò tale forma di elezione consente di individuare la natura di un ente come autonomo (così sent. cit. 107/1976 e sent. 876/1988).
Va ricordata la raccomandazione 337 (2013) del Congresso dei poteri locali e regionali del Consiglio d’Europa che ha deplorato l’introduzione dell’elezione indiretta per gli organi provinciali prevista dalla riforma effettuata nella XVI legislatura e incisa dalla sent. 220/2013 citata.
Nell’ambito del Consiglio d’Europa, la Carta europea del governo locale (firmato il 15 ottobre 1985 e ratificato l’11 maggio 1990, con entrata in vigore il 1° settembre 1990), all’art. 3 comma 2, in tema di diritto e responsabilità di governo locale, stabilisce che tale diritto “shall be exercised by councils or assemblies composed of members freely elected by secret ballot on the basis of direct, equal, universal suffrage, and which may possess executive organs responsible to them”.
Sulla ulteriore proroga dei commissariamenti infine è sufficiente ricordare la sentenza della Corte Costituzionale n. 103/1993, che, nel considerare costituzionalmente legittima l’ipotesi di scioglimento dei consigli per infiltrazioni mafiose, ha sottolineato come “l’aspetto proprio delle autonomie, quale quello della rappresentatività degli organi di amministrazione, possa temporaneamente cedere di fronte alla necessità di assicurare l’ordinato svolgimento della vita delle comunità locali, nel rispetto delle libertà di tutti ed al riparo da soprusi e sopraffazioni, estremamente probabili quando sui loro organi elettivi la criminalità organizzata possa immediatamente riprendere ad esercitare pressioni e condizionamenti”.
Un’ultima notazione rispetto ai presunti risparmi derivanti dalla soppressione degli organi elettivi.
Il Ministro Delrio ha in più occasioni affermato che il costo politico delle Province è pari ad oltre 130 milioni di Euro, salvo poi precisare che, in base ai dati SIOPE 2010, si tratta di 113 milioni l’anno.
E a rendere più efficace l’affermazione dichiara che il risparmio dei costi delle rappresentanze politiche delle Province vale circa 11.300 posti negli asili nido italiani.
Si tratta di un dato errato e volutamente manipolato e demagogico.
Parliamo dunque di una spesa massima, non di 110 milioni di euro, ma di 34 milioni di Euro l’anno per gli organi di tutte le Province italiane.
Appena 34 milioni di Euro che rappresentano una percentuale irrisoria solo se si pensa agli enormi tagli già sopportati dalle stesse Province.
Si potrebbe facilmente obiettare che vanno aggiunti i costi delle elezioni.
Ebbene anche in questo caso, se vi fosse la volontà politica, l’obiezione potrebbe essere facilmente superata.
Basterebbe far coincidere a regime le elezioni provinciali con quelle regionali, prevedendo dei correttivi per allineare le scadenze e prevedere i rimedi in caso di cessazione anticipata ed il tema sarebbe risolto.
Invece non si vuole affrontare seriamente il tema.
Continuando l’impostazione voluta dal Governo Monti, si insiste prima sul commissariamento delle Province, con casi come Belluno ormai amministrate da un commissario prefettizio da più di due anni e poi con la cancellazione della rappresentanza democratica.
Alla luce di tali aspetti, perché mai procedere ostinatamente in un percorso di riforma palesemente in contrasto con l’ordinamento costituzionale?
Scritto da: Carlo Rapicavoli il 21 novembre 2013.