Source: https://www.studiolegalegiordano.com/diritti-umani
Timestamp: 2017-11-19 04:38:15+00:00
Document Index: 124185710

Matched Legal Cases: ['art. 5', 'art. 13', 'art. 3', 'art. 314', 'art. 7', 'art. 25', 'art. 7', '§ 40', '§ 29', '§145', '§ 51', '§ 52', '§ 41', '§ 107', 'art. 7', '§ 110', '§ 145', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 7', 'sentenza ', '§ 24', 'art. 6', 'art. 9', 'art. 10', 'art. 14', 'sentenza ', 'art. 10', 'art. 10', 'art 8', 'art. 8', 'art. 10', 'art. 11', 'art.11', 'art. 1']

Diritti umani - Palermo - Studio Legale Giordano
Lo Studio Legale Giordano assiste e tutela le vittime di violazioni di diritti umani, sia a livello nazionale, sia a livello internazionale dinanzi alla Corte europea dei diritti dell’uomo.
Lo Studio vanta un’elevata competenza ed esperienza sul tema dei diritti umani grazie al continuo aggiornamento professionale che permette ai professionisti di conoscere le novità della normativa e della giurisprudenza europea.
Lo Studio si occupa di questioni attinenti a violazioni o compressioni del principio fondamentale della libertà personale.
In materia di detenzione, la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentale prevede due norme fondamentali: l’art. 5 della CEDU garantisce il diritto alla libertà ed alla sicurezza e corrisponde all’art. 13 della Costituzione Italiana che garantisce appunto la libertà personale; invece, l’art. 3 della Convenzione vieta la tortura ed i trattamenti inumani e degradanti (purtroppo, sono oramai note le abiette condizioni in cui spesso versano i detenuti all’interno delle strutture penitenziarie a causa delle quali l’Italia è stata più volte condannata in ambito europeo).
Ciò premesso, lo Studio fornisce assistenza nelle ipotesi in cui si intende contestare la illegittimità della restrizione della libertà personale, richiedere l’ammissione a benefici penitenziari o a misure alternative alla detenzione, contestare le condizioni di detenzione all’interno di determinati istituti penitenziari, agire per ottenere la riparazione per ingiusta detenzione anche dinanzi all’Autorità Giudiziaria nazionale ai sensi dell’art. 314 del codice di procedura penale attraverso il procedimento di riparazione per l’ingiusta detenzione subita.
Per migliorare il rispetto dei diritti umani e rafforzare in tal modo la dignità umana nei paesi extra UE, l'UE intende, nell’ambito della sua politica sui diritti umani adoperarsi per l'abolizione universale della pena di morte, se necessario con l’istituzione immediata di una moratoria sull’uso della pena di morte; battersi per un'applicazione ridotta della pena di morte, laddove essa esiste ancora, e insistere affinché essa sia eseguita nel rispetto di determinate norme minime, adoperandosi nel contempo per ottenere informazioni accurate sul numero di persone condannate e giustiziate.
Lo Studio Legale Giordano presta attività di consulenza e assistenza legale a individui (italiani o stranieri) e organizzazioni non governative in casi connessi all’applicazione della pena di morte.
L’art. 7 della Convenzione Europea sancisce il principio generale di legalità in materia penale che nel nostro ordinamento è sancito nell’art. 25 della Costituzione e dagli artt. 1 e 199 del codice penale.
La Corte Europea ha il compito di accertare che nel momento in cui un imputato ha commesso il fatto che ha dato luogo all’azione penale ed alla condanna, esisteva una disposizione legale che rendeva l’atto punibile, e che la pena imposta non ha superato i limiti fissati da tale disposizione (Koeme e altri e Achour) .
La nozione di diritto “law” contenuta all’art. 7 della CEDU comprende sia il diritto di origine legislativa, sia quello di origine giurisprudenziale: entrambi devono possedere i requisiti dell’ accessibilità e della prevedibilità ( Kokkinakis § § 40-41 Cantoni c. Francia § 29, Coeme e altri §145 E.K. C. Turchia § 51) .
Ed, infatti, la legge deve definire chiaramente (principio di tassatività e determinatezza) i reati e le pene; questa condizione è soddisfatta quando la persona sottoposta a giudizio può sapere - a partire dal testo della disposizione pertinente e, se necessario, con l’aiuto dell’interpretazione che ne viene data dai tribunali - quali atti e omissioni implichino la sua responsabilità penale (Kokkinakis c. Grecia § 52, Achour c. Francia § 41, Sud Fondi e altri c. Italia § 107).
Altro corollario del principio di legalità è quello di irretroattività della norma penale: infatti, ai sensi dell’art. 7 CEDU, logica conseguenza del requisito della prevedibilità della norma è il divieto di punire un soggetto sulla base di una norma penale entrata in vigore dopo il fatto commesso (Sud Fondi e altri c. Italia § 110). Il principio di irretroattività impone altresì di non interpretare la legge penale in maniera estensiva a svantaggio dell’imputato e di non ricorrere al canone interpretativo dell’analogia (Coëme e altri c. Belgio § 145).
Orbene, alla luce dei principi appena esposti, la Corte Europea ha recentemente condannato l’Italia nella sentenza “Contrada”, soggetto condannato in via definitiva per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo la Corte Europea, al momento dei fatti contestati al Contrada, il reato “non era sufficientemente chiaro e prevedibile per quest'ultimo” , e lo stesso non poteva conoscere né il precetto, né la sanzione a cui sarebbe andato incontro violando tale disposizione normativa.
Ed, infatti, i fatti per i quali Contrada veniva condannato in Italia erano pregressi (in quanto collocati nel periodo 1979-1988) rispetto al “consolidamento” della fattispecie giurisprudenziale di concorso esterno in associazione mafiosa - avvenuto, con la pubblicazione della sentenza Demitry del 1994. Pertanto, si tratta di una applicazione retroattiva della norma penale incriminatrice che viola, a giudizio della Corte Europea, l'art. 7 CEDU.
C'è da ritenere che tale sentenza sia destinata a divenire un leading case , che influenzerà la stessa giurisprudenza della Corte Europea nelle successive decisioni e che, inevitabilmente, refluirà sulla interpretazione del concetto di tassatività e di retroattività nell’àmbito del diritto interno, potendosi l’àmbito del principio di legalità italiano estendersi sino a comprendere la conoscibilità e prevedibilità del precetto normativo con riferimento alla giurisprudenza della Corte di legittimità e dei giudici di merito. Pertanto, lo Studio Legale Giordano garantisce ampia assistenza e consulenza per la tutela in ambito comunitario di eventuali violazioni del principio generale di legalità in ambito penale.
Sul punto leggi il contributo dottrinale scritto dall’Avv. Stefano Giordano – IL “CONCORSO ESTERNO” AL VAGLIO DELLA CORTE EDU: PRIME RIFLESSIONI SULLA SENTENZA CONTRADA CONTRO ITALIA.
Nella giurisprudenza europea il diritto ad un processo equo rappresenta un diritto fondamentale in quanto condiziona il godimento effettivo di tutti gli altri diritti sostanziali. Esso occupa un posto eminente in una società democratica (Airey c. Irlanda § 24) , caratterizzata dal principio di preminenza e certezza del diritto.
Il diritto ad un equo processo, sia in ambito in civile, sia in ambito penale è riconosciuto dall’art. 6 della CEDU che garantisce tra gli altri, il diritto alla ragionevole durata del processo, il diritto ad essere giudicato da un giudice terzo ed imparziale, la presunzione d’innocenza dell’imputato fino alla condanna definitiva, il diritto ad essere informati tempestivamente sull’accusa, il principio del contraddittorio, il diritto ad interrogare o fare interrogare i testimoni a carico, il diritto alla difesa tecnica ed all’assistenza di un interprete linguistico ove sia necessario.
Lo Studio offre la propria assistenza per l’espletamento di ricorsi aventi ad oggetto ogni violazione delle garanzie dell’equo processo in ambito civile e penale.
Tutelata dall’art. 9 della CEDU che stabilisce, al primo comma, «ogni persona ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare religione o credo, così come la libertà di manifestare la propria religione o il proprio credo individualmente o collettivamente, in pubblico o in privato, mediante il culto, l’insegnamento, le pratiche e l’osservanza dei riti». Il secondo comma prevede che «la libertà di manifestare la propria religione o il proprio credo non può essere oggetto di restrizioni diverse da quelle che sono state stabilite dalla legge e che costituiscono misure necessarie, in una società democratica, alla pubblica sicurezza, alla protezione dell’ordine, della salute o della morale pubblica, o alla protezione dei diritti e delle libertà altrui».
Dalla norma vengono fatte comunemente discendere due dimensioni, una interna ed una esterna. La prima attiene al diritto di credere e di non credere ed ha una valenza ideale: essa non può essere soggetta a limitazioni e si traduce in un obbligo di neutralità dello Stato, che deve astenersi da qualunque interferenza nella sfera della coscienza individuale. La dimensione esterna, contemplata dal secondo comma della disposizione, riguarda invece la professione concreta del culto, il diritto di insegnamento e di pratica della religione ed è soggetta a possibili limitazioni dettate dal legislatore.
È la legge, e non il potere esecutivo, a poter prevedere possibili condizionamenti dei diritti contemplati dal secondo comma, ed è la convenzione a stabilire i fini per cui tali limitazioni sono ammesse. Ogni restrizione, inoltre, deve risultare necessaria e proporzionata secondo un’idea di società democratica e pluralista che la Corte di Strasburgo, nella sua giurisprudenza, va conformando, anche a costo, talvolta, di assottigliare il margine di apprezzamento riconosciuto agli Stati contraenti. La protezione dei diritti religiosi viene accordata dalla giurisprudenza europea non solo al singolo individuo ma anche ai gruppi, ai quali la Corte riconosce il fondamentale compito di vettori per la realizzazione della libertà religiosa individuale. Lo Stato, in questo senso, deve assicurare, in virtù del principio di neutralità e del pluralismo religioso, pari trattamento giuridico alle confessioni di minoranza (Caso Testimoni di Geova c. Russia del 2010 e Testimoni di Geova c. Austria del 2008) , astenersi da intromissioni nella vita delle confessioni religiose e nella relativa organizzazione interna, non interferire sulle scelte operate al loro interno in ordine alla scelta dei ministri di culto (Caso Serif. C. Grecia del 1999).
La libertà di espressione è tutelata dall’art. 10 della CEDU che garantisce ad ogni persona il diritto alla libertà di espressione. “Tale diritto include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza ingerenza alcuna da parte delle autorità pubbliche, e senza considerazione di frontiera”. Si tratta di un principio la cui violazione ricorre sovente nelle violata da condanne penali o civili ai danni di giornalisti; nelle sentenze del 24 settembre e dell’8 ottobre 2013 la Corte ha ribadito l’incompatibilità del carcere per i giornalisti con la Convenzione Europea dei diritti dell’uomo: salvo alcune eccezioni, il carcere è una pena ingiusta e sproporzionata.
“La frizione tra la legislazione italiana sul punto con i principi della Convenzione è ancora un nodo da sciogliere." La libertà di espressione pone non facili problemi in ordine ai limiti del suo campo di applicazione risultando spesso in potenziale conflitto con altri diritti fondamentali protetti dalla Convenzione. Un caso recentemente affrontato dalla Corte europea è quello del difficile equilibrio tra la libertà di espressione del pensiero e il divieto di discriminazione razziale (art. 14 CEDU), posto in rilievo sotto il profilo del c.d. negazionismo storico (del quale in Italia se ne richiede in maniera sempre più diffusa la rilevanza penale). Nella sentenza (Perinçek v. Svizzera) la Corte Europea ha accertato la violazione dell’art. 10 della CEDU (rectius libertà di espressione) da parte di un politico turco che ha, in più convegni svolti in diversi cantoni svizzeri, negato l’esistenza di qualsiasi genocidio perpetrato dall’Impero ottomano contro il popolo armeno nel 1915 e negli anni successivi.
Nel celebre caso Mosley c. Regno Unito è stata riconosciuta la prevalenza della tutela dell’art. 10 della CEDU rispetto all’art 8 della stessa che tutela la vita privata rispetto a possibili ingerenze da parte di autorità pubbliche ed anche di soggetti privati. Il fatto riguardava la pubblicazione di foto e articoli (sul quotidiano News of the World) relativi ad un festino sado-maso organizzato da Mosley (figura pubblica di spicco, a lungo Presidente della Federazione internazionale di automobilismo) in cui questi compariva in vesti da nazista, e l'asserita insussistenza nel diritto inglese di una tutela efficace della vita privata; Mosley non riteneva infatti sufficienti a tale scopo le misure risarcitorie riconosciutegli dalle autorità giudiziarie inglesi.
La CEDU, tuttavia, non ha rilevato una violazione dell'art. 8 della Convenzione di Strasburgo; più esattamente, ha ritenuto prevalente la libertà di espressione (come sancita dall'art. 10 della CEDU) rispetto alla richiesta imposizione di un obbligo per i media di notificare preventivamente le parti interessate dalla pubblicazione di articoli o foto particolarmente lesivi della rispettiva privacy. La Corte ha affermato l'inopportunità di tale vincolo di pre-notifica in considerazione delle vaste e varie implicazioni che ciò avrebbe in termini di libertà di stampa, censura, e difficoltà di fissarne per legge i meccanismi applicativi; al contempo, ha ribadito il principio per cui la libertà di espressione non è un diritto assoluto, ma può "cedere" alla tutela della vita privata in casi determinati e sui quali gli Stati membri hanno maggiore titolo a decidere.
L’art. 11 CEDU statuisce che “ogni persona ha diritto alla libertà di riunione pacifica e alla libertà d’associazione, ivi compreso il diritto di partecipare alla costituzione di sindacati e di aderire ad essi per la difesa dei propri interessi” ; inoltre, “l’esercizio di questi diritti non può essere oggetto di restrizioni diverse da quelle che sono stabilite dalla legge e costituiscono misure necessarie, in una società democratica, per la sicurezza nazionale, per la pubblica sicurezza, per la difesa dell’ordine e la prevenzione dei reati, per la protezione della salute o della morale e per la protezione dei diritti e delle libertà altrui”. Recentemente, la Corte Europea si è pronunciata in un caso che vedeva coinvolto lo Stato Italiano la cui legislazione impediva ad un militare di dare vita ad associazioni sindacali o aderire a sindacati già esistenti; La Corte ha emesso due sentenze a favore dell’esercizio del diritto di libertà di associazione da parte del personale militare.
Per la Corte sovranazionale, in entrambi i casi sottoposti alla sua attenzione, è stato violato l’articolo 11 della Convenzione in quanto il divieto assoluto di formare o aderire ad un sindacato svuota l’essenza stessa di questa libertà. La Corte osserva che le restrizioni devono essere limitate all “esercizio” dei diritti e non devono minare l’essenza del diritto di organizzazione. Di conseguenza, la Corte ribadisce di non accettare restrizioni che colpiscono gli elementi essenziali della libertà di associazione.
Il diritto di formare un sindacato e di aderirvi è uno di questi elementi essenziali. Per essere compatibile col paragrafo 2 dell’articolo 11, l’ingerenza nell’esercizio della libertà sindacale deve essere “prevista dalla legge”, ispirata per uno o più scopi legittimi e “necessaria, in una società democratica”, all’inseguimento di questo o questi scopi. Il divieto puro e semplice di costituire o aderire ad un sindacato non costituisce, in ogni caso, una misura “necessaria in una società democratica” .
Ai sensi dell’art.11 della convenzione possono essere previste restrizioni, anche significative, in relazione ai modi d’azione e d’espressione di un’associazione professionale e dei militari che vi aderiscono ma tali restrizioni non devono privare i soldati ed i loro sindacati del diritto generale d’associazione per la difesa dei loro interessi professionali e morali. Anche in questo caso le motivazioni addotte dalle autorità per giustificare l’interferenza con i diritti della ricorrente non erano né pertinenti né sufficienti. Per la Corte le autorità interne hanno messo in pericolo l’essenza stessa della libertà d’associazione in quanto hanno proibito all’associazione, per principio, di agire in giudizio a causa della natura sindacale del suo oggetto sociale, senza determinare concretamente le sole restrizioni che imponevano le missioni specifiche dell’istituzione militare.
Studio si occupa di varie questioni concernenti il rispetto del diritto di proprietà, soprattutto nel quadro della tutela offerta dall’art. 1 del Protocollo n. 1 alla CEDU. Lo Studio inoltre si occupa delle tradizionali controversie in tema di espropriazione per pubblica utilità e occupazione appropriativa/usurpativa nonché di quelle relative alla confisca di beni immobili disposta dal giudice penale in caso di proscioglimento per prescrizione dal reato di lottizzazione abusiva.