Source: http://chezdansimo.altervista.org/category/sapori-ditalia/calabria/prodotti-agricoli-calabria/
Timestamp: 2018-05-23 10:56:31+00:00
Document Index: 140978313

Matched Legal Cases: ['art. 3', 'art 5', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 4', 'art. 7', 'art. 3', 'art.10', 'art. 3', 'art. 1', 'art. 3', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 3', 'art. 1', 'art. 3']

Fichi di Cosenza – D.O.P.
Riconoscimento UE: Gazzetta Ufficiale della Unione Europea – Serie L 162 del 22 giugno 2011
La denominazione “Fichi di Cosenza” designa esclusivamente i frutti essiccati di fico domestico “Ficus carica sativa”, appartenenti alla varietà “Dottato” (o “Ottato”). La loro buccia è inizialmente di colore verde paglierino, poi diventa giallo verdastra. La polpa è ambrata, mediamente soda e leggermente aromatica. Il succo risulta essere poco denso, tuttavia, a maturazione, fuoriesce talvolta dall’ostiolo, a goccia. Il sapore dei frutti è dolce e mielato.
Disciplinare di produzione – Fichi di Cosenza DOP
La Denominazione di Origine Protetta “Fichi di Cosenza” è riservata esclusivamente al prodotto che risponde alle condizioni ed ai requisiti stabiliti nel presente disciplinare di produzione.
La denominazione “Fichi di Cosenza” designa esclusivamente i frutti essiccati di fico domestico “Ficus carica sativa” (domestica L.), appartenenti alla varietà “Dottato” (o “Ottato”), che nella zona di produzione di cui all’art. 3 allo stato fresco si presentano di forma ovoidale, tendente al globoso, l’ostiolo è per lo più semiaperto, circondato da anello verde che con la maturazione tende sempre più al marrone. La buccia inizialmente verde paglierino, diventa giallo verdastra. Talvolta ha costolature longitudinali poco evidenti. Il ricettacolo, di colore ambrato, contiene polpa ambrata, mediamente soda, leggermente aromatica, non molto succosa; il succo è poco denso, tuttavia, a maturazione, fuoriesce talvolta dall’ostiolo, a goccia (“piange”). Il sapore è dolce mielato. Gli acheni, piccoli e vuoti, sono relativamente poco numerosi.
2.1 Caratteristiche del prodotto “Fichi di Cosenza”
I fichi come sopra, essiccati naturalmente e con i metodi di cui all’art 5 (localmente detti ficu siccati o ficu janchi) al momento dell’immissione al consumo presentano le seguenti caratteristiche:
– pezzatura: a seconda della pezzatura i fichi sono selezionati in: grandi: 55 – 65 frutti in 1 kg; medi: 66 – 85 frutti in 1 kg; piccoli: oltre 85 frutti in 1 kg;
– forma: a goccia allungata, talvolta leggermente appiattita all’apice
– peduncolo: presente sempre, corto e sottile
– colore buccia: chiara dorata da colore giallo paglierino carico a beige chiaro, talvolta con limitata estensione di parti più scure
– costolature del frutto (linee scure longitudinali): percepibili solo leggermente
– acheni: relativamente molto pochi, sono piccoli ( larghezza media mm 0,98, lunghezza mm 1,30), generalmente vuoti e poco numerosi, poco croccanti
– umidità: massima del 24%; se condizionati 28%
– zuccheri totali (g % sostanza secca): 48-57 negli essiccati al sole; 50 – 75 negli essiccati in serra
– sapore: particolarmente dolce, quasi mielato.
E’ provato che le caratteristiche suddette differenziano i fichi secchi ottenuti col Dottato coltivato nel Cosentino rispetto ad altri fichi essiccati similari ottenuti in altre zone geografiche.
L’area geografica di produzione dei “Fichi di Cosenza”, è inferiore a 1/3 dell’intero territorio della provincia di Cosenza. E’ delimitata a Nord dall’ampio versante meridionale del Massiccio del Pollino che ne impedisce il contatto con la regione Basilicata, e verso sud è delimitato dalla Sila e dai fiumi che da questa scendono verso SE, il fiume Nicà, e verso SO, il fiume Savuto. Giace tra 0 e 800 m s.l.m., escludendo le pendenze superiori al 35%.
Comprende: l’intera Valle del fiume Crati, che scorrendo da Sud a Nord sfocia a NE nel Mar Jonio; la Valle del fiume Savuto, interessando il versante destro del suo bacino che sfocia nel Mar Tirreno, verso SO; si estende inoltre lungo gran parte delle fasce litoranee e collinari prospicienti il Mare Tirreno e il Mar Jonio.La zona di produzione dei “Fichi di Cosenza” è rappresentata dal territorio della provincia di Cosenza compreso tra l’area montuosa del Pollino e l’area dell’Altopiano Silano.
Più precisamente, la zona interessata è delimitata ad ovest dalla linea di costa tirrenica che va dalla foce del fiume Noce in prossimità del confine regionale (Calabria-Basilicata) fino ad arrivare alla foce del fiume Savuto che segna il confine della provincia di Cosenza con la provincia di Catanzaro.
Il confine nord è delimitato inizialmente dallo stesso fiume Noce nel tratto che va dalla foce all’intersezione con la SS 18, il cui percorso continua a segnare il limite nord fino all’intersezione con la SP Scalea-Tortora, nella località Anzo dell’Elce del Comune di San Nicola Arcella. Da qui prosegue sulla stessa SP Scalea-Tortora fino all’intersezione con la strada locale congiungente la SP suddetta con la SP ex SS 504. Proseguendo lungo quest’ultima, attraverso i Comuni di Santa Domenica di Talao e di Papasidero, arriva fino all’intersezione con la SS 19 nel Comune di Mormanno e da qui, lungo il percorso della SS 19 attraversando il Comune di Morano Calabro, arriva all’intersezione con la SP circonvallazione Castrovillari. Da questo punto percorrendo la strada locale che attraversando le località Rotondello e Cozzo della Paglia va ad intersecare il percorso della A3 nei pressi della località Conca del Re del Comune di Castrovillari. Da qui prosegue lungo l’autostrada A3 in direzione Cosenza fino al centro abitato di Frascineto da cui si immette sulla SP SS 105 innesto SS 534 – SS 92 che percorre fino ad fino ad intersecare la SP ex SS 92, subito dopo il centro abitato di Francavilla Marittima, attraversando il Comune di Civita.
Proseguendo lungo quest’ultima SP ex SS 92 arriva alla località Cappella, in prossimità del centro urbano di Cerchiara di Calabria; da qui prosegue prima lungo la strada extra urbana che attraversa la contrada Santagada e il Torrente Satanasso, e poi seguendo l’affluente di quest’ultimo, e che delimita anche il confine tra i Comuni di Villapiana e Plataci, fino ad incrociare la SP Torre di Cerchiara-Villapiana-Plataci nei pressi del Timpone San Pietro. Da qui il limite nord dell’area segue il percorso di quest’ultima SP, in direzione Plataci, arrivando al torrente Canale Grande che quindi percorre fino alla Fiumara Saraceno. Seguendo poi il percorso della fiumara e a seguire del suo affluente, nella località B. Manca, arriva all’intersezione con la SP SS 106 Albidona-Alessandria; da qui segue il dapprima il percorso della stessa SP SS 106 attraverso il centro abitato di Albidona, e poi il collegamento stradale che attraversa le località “Bosco Mezzana”, “Masseria Chidichimo” e Panebello fino al punto di intersezione dei confini tra i Comuni di Albidona, Castroregio ed Amendolara. Da questo punto l’area è delimitata prima dalla strada interpoderale che attraversa Valle Turrisi fino ad arrivare all’intersezione tra i torrenti Fosso di Placa e Fosso di Frascineta che si immettono nel Torrente Straface. Il limite è poi segnato dal percorso di quest’ultimo Torrente Straface e poi della strada congiungente lo stesso torrente con la SP SS 481 VS nei pressi della località Pietra Stoppa. Da qui il limite dell’area prosegue lungo la SP SS 481 VS fino all’intersezione con la SS 481 e proseguendo su quest’ultima arriva alla SP Bivio Montegiordano- Oriolo; e percorrendo quest’ultima e poi la SP Scalo Rocca Imperiale – Nocara – Bivio Oriolo, che rappresenta dunque il tratto finale del confine nord dell’area di riferimento, arriva sulla costa ionica in corrispondenza di Rocca Imperiale scalo. Il limite est dell’area scende, in direzione sud, a partire da Rocca Imperiale scalo lungo la costa ionica fino ad arrivare al confine tra il Comune di Cariati, in provincia di Cosenza, ed il Comune di Crucoli in provincia di Crotone. Per quanto concerne il lato sud dell’area di riferimento, partendo dall’estremo sulla costa ionica fino a raggiungere l’altro estremo sulla costa tirrenica, il limite è definito come segue. Dalla costa ionica il limite territoriale in direzione ovest segue il percorso del fiume Nicà, a partire dalla sua foce, fino all’abitato di Campana attraversando i territori di Terravecchia e Scala Coeli. Dal centro abitato di Campana il limite segue lungo il percorso della SS 108 T, quindi della SP ex SS 282 e poi della SP Caloveto- Bocchigliero, sulla quale prosegue, attraversando il Comune di Pietrapaola, le località di Monte Colonina e Valle del Ceraso nel Comune di Caloveto, il centro abitato di Caloveto fino ad arrivare all’incrocio con la SS 531. A questo punto seguendo quest’ultima SS 531 arriva al centro abitato di Cropalati in corrispondenza dell’incrocio con la SS 177 e percorrendo la stessa SS 177 in direzione Paludi, attraverso il centro abitato di Paludi, le località La Forestella, Cozzo del Casale e Ginestrita nello stesso Comune, nonché la località di Santa Maria delle Grazie nel Comune di Rossano e lo stesso centro abitato di Rossano, arriva all’innesto della SS 177 con la strada che attraversa Contrada Armena e Petraro. Procedendo su quest’ultima strada e poi sulle SP148 e SS106 attraversa l’abitato di Corigliano Calabro arrivando all’innesto con la SP Acri-S.Giacomo-Corigliano, il cui percorso continua a segnare il limite sud dell’area fino all’intersezione con la SP Acri-San Demetrio Corone in località Salici di Acri. Proseguendo su quest’ultima SP, e attraverso anche il collegamento stradale che passa per le località “S. Angelo”, “Munnata” e “San Benedetto” fino al Vallone di Gioia, e poi lungo la SS 660 arriva in prossimità del centro urbano di Acri, da cui prosegue sulla SP 23 fino alla località Serricella. Da qui il limite segue il percorso della SP 228 e poi quello del collegamento stradale che unisce la SP 228 alla SP ex SS 559 nel Comune di Luzzi.
Da qui il limite sud est – sud prosegue lungo la SP ex SS 559, arriva alla località “Timparello” (chiesa dell’Assunta) da cui prosegue lungo la strada che porta all’innesto con la SP 266 in località Serra Femmina Morta. Seguendo la SP 266 lungo il confine comunale tra Luzzi e Rose fino alla località Querceto, e poi il collegamento stradale che attraversa la località Querceto-Acqua della Pietra, giunge all’innesto con la SP ex SS 279 in località Cupone. A questo punto il limite è segnato prima dal percorso della SP ex SS 279 fino alla località Stio, e poi dalla strada locale Stio-Foresta fino a raggiungere il Fiume Arente. Seguendo il percorso del fiume verso la valle, percorso che segna anche il confine tra i Comuni di Rose e San Pietro in Guarano, arriva al confine comunale tra Rose e Castiglione Cosentino; da qui il limite sud dell’area segue dapprima la strada interpoderale attraverso la località Qualata fino all’innesto con la SP 014, proseguendo quindi sulla stessa SP 014 fino all’innesto con la SP Castiglione-San Pietro in Guarano-Pianette e poi su quest’ultima fino all’incrocio con la SP Altavilla-Ponte Mulino nel Comune di Lappano; da qui prosegue sulla SP Lappano fino all’intersezione con la SP SS 107 Rovito-Scalo Rovito direzione Flavetto, oltrepassando il centro abitato di Flavetto e poi il centro abitato di Rovito, dopo il quale prosegue lungo la stessa SP SS 107 Rovito-Scalo Rovito in direzione nord giungendo all’intersezione con la SP SS 107 svincolo per Rovito, sulla quale prosegue per un breve tratto. In prossimità dell’incrocio di quest’ultima con la SS 107 (subito dopo il centro abitato di Rovito) il limite dell’area segue la stessa SS 107 fino al centro abitato di Spezzano della Sila, quindi prosegue lungo la SP Valle Cupo fino alla SP bivio Casole Bruzio-Pietrafitta. Da qui il limite è segnato dal percorso di quest’ultima SP bivio Casole Bruzio-Pietrafitta, che attraversa l’abitato di Pedace raggiungendo la SP Cosenza (Ponte Rovito) –Aprigliano. La linea di confine segue poi la SP Cosenza (Ponte Rovito) – Aprigliano, attraversa le località Franconi e Acqua Vignoca, il confine con il comune di Aprigliano, ed arriva al centro abitato di Grupa proseguendo poi lungo la SP ex SS 178, il centro abitato di Aprigliano, di Santo Stefano, le località Corte, Agosto, Petrone e la stazione di Aprigliano, giungendo al confine tra il comune di Aprigliano e Piane Crati, ed all’intersezione con la SP Cancello Serra – Figline-Cellara-Piano Lago. Successivamente la linea prosegue su quest’ultima SP attraverso l’abitato di Cellara e poi sulla SP Mangone-Santo Stefano-SS 19 attraversando il centro abitato di Mangone, il confine con il comune di Santo Stefano fino ad arrivare all’intersezione con la SS 19, in prossimità del confine con il comune di Rogliano. La linea prosegue quindi lungo la SS 19 attraversando i comuni di Rogliano, Marzi, Carpanzano fino ad arrivare al centro abitato di Carpanzano, passato il quale prosegue lungo la SP Carpanzano-Vadomale. Arriva successivamente nel comune di Scigliano, quindi al suo centro abitato da dove prosegue lungo la SP Scigliano- Maione per un breve tratto, all’incrocio con la SP 016 segue il tracciato di quest’ultima fino all’intersezione con la SP Carpanzano-Vadomale. In località Pittarella di Pedivigliano la linea prosegue sulla strada extraurbana che attraversa le località Il Timpone e Sciolle fino ad arrivare all’intersezione con il fiume Savuto. Da qui prosegue lungo il percorso del fiume fino alla località Vallone del Forno quindi percorre la strada che collega il vallone con la SP 032. Quindi la linea di confine prosegue sulla SP 032 e poi sulla strada locale in direzione del fiume Savuto il cui percorso, fino alla foce nel Mar Tirreno, segna il tratto finale dell’area di riferimento.
Ogni fase del processo produttivo deve essere monitorata documentando per ognuna gli input e gli output. In questo modo, e attraverso l’iscrizione in appositi elenchi, gestiti dall’organismo di controllo, delle particelle catastali sulle quali avviene la coltivazione, dei produttori e dei confezionatori, nonché attraverso la dichiarazione tempestiva alla struttura di controllo delle quantità prodotte, è garantita la tracciabilità del prodotto.
5.1. Metodo di coltivazione
Le piante possono essere coltivate in consociazione con altre colture arboree o erbacee oppure in impianti specializzati.
I sesti di impianto, le forme di allevamento ed i sistemi di potatura devono essere quelli usati nella zona di produzione, e cioè tali da garantire una adeguata illuminazione e arieggiamento. In particolare, per gli impianti specializzati la densità d’impianto non potrà superare le 400 piante per ettaro. Le forme di allevamento devono essere a vaso libero o a cespuglio. E’ esclusa la caprificazione dei frutti e sono eliminate le sporadiche piante di fico selvatico che possono nascere vicino ai frutteti.
Sono ammessi interventi irrigui di soccorso nelle annate con scarse precipitazioni per le piantine messe a dimora, mentre sugli impianti in piena produzione si può ricorrere a sistemi di irrigazione a scorrimento a goccia fino a venti giorni prima dell’inizio della raccolta.
5.2. Metodo di essiccazione
I frutti freschi sono sottoposti ancora in pianta ad un processo di disidratazione naturale, dopo il quale saranno raccolti ad essiccazione che potrà essere o di tipo tradizionale (al sole diretto) o protetta (in serre con copertura in vetro o altro materiale trasparente).
I fichi si lasciano sui rami fino a che raggiungono un avanzato grado di appassimento (contenuto di umidità medio compreso tra 39% e 43%), accompagnato da variazione del colore dal verde al giallo con sfumature beige e tendenza a piegarsi sul loro stesso peduncolo, restando pendenti. Per queste caratteristiche, vengono localmente indicati come “passuluni”.
La piegatura del fico sul peduncolo costituisce un elemento che agevola la raccolta di frutti integri di peduncolo, sia manualmente sia realizzata attraverso una semplice scollatura delle branche principali.
Al fine di ottenere una disidratazione tale da soddisfare le prescrizioni di cui all’art. 2, i fichi devono poi completare il processo di essiccazione, per un periodo di tempo che va da tre a sette giorni, a seconda del grado di maturazione e del metodo utilizzato (tradizionale o protetto), per ottenere i fichi secchi (localmente detti ficu siccati o ficu janchi).
I fichi vengono adagiati su supporti di canne, o altro materiale per alimenti consentito dalle norme di legge, il cui fondo consenta la traspirazione e la conseguente perdita d’acqua dei frutti, e fatti asciugare al sole per un periodo di tempo che va da tre a sette giorni a seconda del loro grado di maturazione. Durante tale periodo, i fichi devono essere:
• rivoltati almeno due volte al giorno nei primi tre giorni, al fine di raggiungere una essiccazione uniforme;
• protetti dall’umidità notturna o da piogge inattese, mediante il ricovero in locali coperti o mediante la copertura con teli di materiale trasparente posizionati su supporti, in modo tale da evitarne il contatto con i frutti.
Tale metodo prevede l’essiccazione dei frutti in serre, parzialmente o totalmente chiuse, con copertura in vetro o altro materiale trasparente e aperture regolabili in modo che la temperatura massima possa essere mantenuta inferiore a 50°C, per un periodo massimo di 5 giorni. Le serre devono essere, inoltre, dotate alle aperture di reti antinsetti.
I fichi vengono adagiati su supporti del tipo di quelli usati per l’essiccazione tradizionale, posti ad una altezza da terra variabile dai 60 ai 100 cm.
Nei primi tre giorni è necessario rivoltare almeno due volte al giorno i fichi per assicurare una uniforme essiccazione del prodotto.
5.3. Lavorazione preliminare
I fichi essiccati sono portati ai centri di lavorazione dove ricevono uno o più dei seguenti trattamenti:
5.4. Commercializzazione
I Prodotti DOP “ Fichi di Cosenza” vengono commercializzati come fichi essiccati (fichi secchi) e devono rispondere alle caratteristiche di cui all’art. 2
Il prodotto viene confezionato in vassoi di legno o materiale per uso alimentare di peso compreso tra 50 e 1000 gr, oppure in contenitori di cartone o materiale per uso alimentare di peso compreso tra 1 e 25 kg. I contenitori devono essere ricoperti con pellicola trasparente.
I “Fichi di Cosenza” hanno caratteristiche qualitative strettamente legate all’ambiente di produzione, intendendo per ambiente l’insieme dei Fattori naturali (Varietà, Terreni, Clima) e di quelli antropici.
La varietà utilizzata, Dottato, è italiana, descritta nel 1715 da Salvini, e rispetto a molte altre varietà è di particolare pregio, pertanto esportata anche all’estero (nel 1920 era presente in USA con vari sinonimi tra cui Kadota) (Casella D. 1933).
Hanno frutto chiaro, buccia sottile ed elastica, polpa piena e zuccherina, omogenea, povera di acheni che sono piccoli e sottili giacchè partenocarpici e quasi innavertibili alla masticazione, maturano precocemente, non vanno soggetti a cascola, hanno alta resistenza alle piogge si essiccan
più facilmente dei fichi di altre varietà e possono arrivare alla quasi completa essiccazione sull’albero. Danno resa superiore rispetto alla maggior parte delle altre varietà e, bene essiccati, si presentano pieni, carnosi, pastosi, morbidi, plastici, bianchissimi, altamente zuccherini e di facile conservazione. Tuttavia, avendo buccia sottile che la rende molto sensibile ad improvvise disidratazioni, per non venire danneggiata da eccessiva aridità ambientale e da non tempestiva raccolta, richiede clima idoneo e specifica attenzione circa il momento ottimale alla raccolta.
La varietà Dottato coltivata nel Cosentino dà un ottimo essiccato perché l’ambiente naturale ha particolari condizioni pedoclimatiche la cui interazione con la Dottato è determinante ai fini della qualità, anche se i parametri meteorologici e pedologici intesi solo nei loro valori assoluti non possono risultare chiarificatori in modo univoco, allo stato attuale delle conoscenze e delle elaborazioni scientifiche disponibili; infatti la reputazione della qualità “Fichi di Cosenza” è testimoniata storicamente da secoli nel mondo ben oltre le dimostrazioni scientifiche di causaeffetto tra parametri, che pur si stanno giustamente ora ricercando. (Casella D., 1933; Greco, 1864).
Già nel 1864, infatti, si riconosceva che Tale è la dolcezza del fico e la bellezza della esposizione di molti Comuni, …. da convenire più che mai alla maturità, soavità e squisitezza del frutto” (Greco, 1864).
Nel Cosentino i fichi selvatici sono scarsi e la caprificazione non attuata (Ravasini, 1911), questo permette alla Dottato di manifestare al massimo la sua partenocarpia che rende la polpa quasi priva di acheni e comunque con acheni non fertili.
I terreni di gran lunga dominanti nell’areale dei “Fichi di Cosenza” sono tendenzialmente sciolti, scarsamente umidi, ricchi di calcio e dotati di media fertilità complessiva.
I terreni, di buona tessitura, non argillosi nè pesanti, evitano ristagni idrici e favoriscono invece le migliori condizioni fisiologiche delle piante, la cui chioma è meno soggetta all’insorgenza di malattie fungine e batteriche.
L’areale dei “Fichi di Cosenza” è caratterizzato da clima mite. Infatti esso è compreso fra due mari, il Tirreno e lo Jonio, a nord il Massiccio del Pollino lo difende dai venti freddi di Tramontana, l’Altopiano della Sila lo difende dai venti caldi ed impetuosi di SE.
I dati meteorologici disponibili indicano assenza di geli e nebbie intense e frequenti, temperature medie annuali moderate, piovosità di fine primavera ed inizio estate limitata a eventi brevi e distanziati, una situazione di assenze di pioggia con temperature mai torride proprio nel periodo più favorevole al mantenimento delle caratteristiche qualitative del frutto, quello riguardante la maturazione, la raccolta e l’essiccazione, che si avvantaggia in modo determinante di una ventilazione moderata e quotidiana. Il verificarsi di queste condizioni climatiche fa sì che i fichi essiccano quasi completamente sull’albero fornendo una migliore qualità rispetto agli essiccati ottenuti dalla stessa varietà o da varietà simili in differenti zone geografiche.
I venti estivi moderati e continui che mitigano i picchi di calore durante i mesi estivi, fanno sì che la sottile buccia del Dottato non si disidrati troppo rapidamente e non assuma colore marrone scuro;
così la velocità di migrazione dell’acqua dall’interno del frutto alla parte periferica della buccia è progressiva e continua, determinando la omogeneità e morbidezza della polpa del fico in essiccazione e favorendo il fenomeno per cui i fichi lentamente si asciugano, restando appesi all’albero (localmente detti i passuluni): fenomeno importantissimo ai fini qualitativi perché permette ai coltivatori di raccoglierli al momento ottimale prevenendo che cadano da terra naturalmente, restando così esposti ai parassiti.
I fichi essiccati che dall’antichità costituiscono alimento utilissimo perché conservabile ed energetico, nell’area di Cosenza sono diventati importante risorsa anche economica (ASN 1587), oggetto di una locale civiltà specifica, non sviluppatasi nelle province limitrofe, incentrata sulla locale varietà Dottato.
La coltivazione, la lavorazione del fico Dottato, l’utilizzo del suo essiccato, costituiscono cultura specifica e tradizionale dell’ area di Cosenza, riconosciuta in Italia nel tempo da ogni studioso e da ogni commerciante, che descrivevano e riconoscevano le spiccate qualità dei famosi “Fichi secchi del Cosentino” (Casella, 1933; Pagano 1857).
L’origine dei “Fichi di Cosenza” nel territorio della provincia di Cosenza è attestata da numerosi documenti. “Merchants of Paris and London spoke well of the quality of the Kadota (= Dottato) figs of Cosenza”. Così si esprimeva nel 1927 uno studioso americano, I. J. Condit, a proposito dei “Fichi di Cosenza”. Ma il prodotto era conosciuto e apprezzato da molto più tempo. Probabilmente introdotta al tempo della Magna Grecia, la coltivazione del fico è documentata nella provincia di Cosenza fin dal ‘500 (v. “Descrittione di tutta Italia” di Leandro Alberti). Informazioni più dettagliate sulla sua produzione, essiccazione e commercializzazione si rinvengono in alcune relazioni e note economiche redatte nel 700 e nell’800. Particolarmente interessante al riguardo è la “Statistica murattiana” del 1812, dalla quale apprendiamo come i “Fichi di Cosenza” fossero già allora oggetto di esportazione fuori dal Regno. Una specifica indagine sulla presenza dei caprifichi nelle province d’Italia (Ravasini 1911) ne escludeva l’impiego in provincia di Cosenza, pur essendo essi usati nelle province limitrofe. All’inizio del secolo scorso alcune aziende cominciano a uscire dall’ambito della produzione famigliare e ad affrontare il mercato con maggiore efficacia. Partendo dai fichi sfusi essiccati al sole, i contadini di Cosenza hanno inventato nei secoli una grande quantità di derivati, più o meno elaborati ed artistici. Il fattore umano è determinante sulla qualità sia dei fichi secchi, sia delle altre tipologie di prodotto da essi derivati. Infatti la produzione dei “Fichi di Cosenza” si caratterizza per un elevato apporto di manualità, di esperienza e di sapere, che sono presenti in tutte le fasi del processo di lavorazione, e che si rivela determinante ai fini della qualità del prodotto finale, che ha sempre ottenuto riconoscimenti economici differenziati (C.U.P.E.C.C., 1936). L’esperienza locale, antica, differenziata, consolidata, determina gli esiti finali anche della produzione delle molteplici elaborazioni tradizionali che si ottengono con i “Fichi di Cosenza” (montagnoli, crocette, nocchette, fichi imbottiti, fichi infornati, palloni, trecce, corolle, salamini di fichi, mielata di fichi), che rappresentano altrettante forme di espressione della fantasia creativa della popolazione locale, riconosciute fin dal passato da una ricca bibliografia (Casella D. 1933; Casella L.A. 1915; Cerchiara 1933; Jacini 1877; R.E.D.A. 1960; Palopoli 1985). Esse sono anche cariche di una simbologia nella quale confluiscono significati sociali e religiosi: nella zona di produzione dei “Fichi di Cosenza” si segnalano numerose fiere e manifestazioni folcloristiche dedicate al prodotto, fra le quali quella di S. Giuseppe, documentata a Cosenza almeno dalla metà del secolo XIX. Oggi il prodotto viene commercializzato durante tutto l’anno, con punte massime nel periodo natalizio, sia sui mercati nazionali che su quelli internazionali. La quota destinata all’estero è diretta principalmente nei paesi della Unione Europea, oltre che negli U.S.A. e in Canada. Ad alimentare il flusso dell’esportazione contribuisce anche la richiesta degli emigrati che continuano a vedere in questo prodotto un simbolo della terra di origine. Il legame del prodotto con il territorio si evidenzia anche nel suo impiego nella gastronomia tradizionale. I modi di preparazione e di utilizzazione dei “Fichi di Cosenza” sono molti. In particolare, essi vengono utilizzati nella “pitta ‘mpigliata”, una sorta di sformato dolce, oltre che in numerosi dolci locali.
Ma, anche senza salire ai vertici della gastronomia, sul piano sociale è degna di nota l’usanza assai diffusa di lasciare essiccare al sole i fichi sui balconi delle case, di conservarli e di servirli in più occasioni, all’inizio o alla fine del pasto.
I controlli sulla conformità del prodotto al disciplinare sono svolti, conformemente a quanto stabilito dagli artt. 10 e 11 del Reg. CE 510/06. Tale struttura è l’organismo di controllo ICQ Istituto Calabria Qualità, Via F. Mancuso, 1, 87100 – Cosenza, Tel. +39.0984.35117, Fax +39.0984.484616.
Le modalità di presentazione del prodotto all’atto dell’immissione al consumo prevedono che sull’etichetta compaiano, a caratteri chiari e leggibili, oltre al simbolo grafico comunitario, le seguenti indicazioni:
– Fichi di Cosenza eventualmente seguita dalla traduzione in altre lingue e, per esteso dalla espressione traducibile “Denominazione di Origine Protetta”;
– il nome, la ragione sociale, l’indirizzo dell’azienda produttrice o del centro di lavorazione e confezionamento;
E’ consentito l’utilizzo delle seguenti menzioni aggiuntive, in lingua italiana o in dialetto locale, sulle confezioni delle varie tipologie di prodotti:
– Fichi secchi di Cosenza, Fichi essiccati del Cosentino, Ficu siccati, Ficu janchi.
E’ tuttavia consentito l’utilizzo di indicazioni che facciano riferimento a nomi o ragioni sociali o marchi privati purché non abbiano significato laudativo o siano tali da trarre in inganno il consumatore, nonché di altri riferimenti veritieri e documentabili che siano consentiti dalla normativa vigente e che non siano in contrasto con le finalità e i contenuti del presente disciplinare.
Il logo del prodotto consiste nella rappresentazione di un frutto di fico Dottato, secco, di colore bianco, con l’ostiolo e 6 striature di colore verde, posto su di una foglia stilizzata di fico di colore verde. Questi elementi sono inglobati in un’ulteriore e più grande foglia stilizzata, con sfondo bianco e bordo verde. Nella parte inferiore sono poste sette aste verticali di diversa lunghezza, affiancate e stilizzate, di colore verde. Ai lati dell’immagine due segni a forma di semicerchio, di colore verde. Il tutto è inscritto in un cerchio col bordo verde che contiene in forma circolare e in alto da sinistra verso destra la scritta “FICHI di COSENZA”.
Il carattere tipografico del testo è il “Futura MdBT”. La tonalità utilizzata del colore verde è scura (“PANTONE 349 C”).
Fichi di Cosenza D.O.P. – per la foto si ringrazia
Limone di Rocca Imperiale – I.G.P.
L’Indicazione Geografica Protetta ‘Limone di Rocca Imperiale’ è riservata ai frutti provenienti dalle cultivar del gruppo Femminello, appartenente alla specie botanica Citrus Limun Burm. Possono ottenere la denominazione IGP solo i limoni appartenenti alla categoria commerciale ‘Extra’ , ‘I’ e ‘II’. Le caratteristiche peculiari di questo frutto sono: resa in succo superiore al 30% e contenuto in limonene superiore al 70%, che insieme ad altri componenti aromatici conferisce ai frutti un profumo, forte ed intenso.
Disciplinare di produzione – Limone di Rocca Imperiale IGP
L’Indicazione Geografica Protetta “Limone di Rocca Imperiale” e’ riservata ai frutti provenienti dalle cultivar del gruppo Femminello, appartenente alla specie botanica Citrus Limun Burm., noti nel comprensorio col nome di “Limone di Rocca Imperiale”.
– forma del frutto: da ellittico-allungata a sferoidale;
– dimensioni: da medio a grande, con calibro non inferiore a 53 mm;
– peso non inferiore a 100 grammi;
– flavedo: ricco di olio essenziale, aroma e profumo forte e intenso con contenuto in limonene > 70% (% sul totale degli idrocarburi terpenici);
– polpa: di colore giallo citrino, pressoché priva di semi;
– Succo di colore giallo citrino, con resa uguale o superiore al 30% e con acidità < 5% (5/100
– Produzione con metodo convenzionale: attuata nella zona con l’osservanza delle norme di“Normale Buona Pratica Agricola” della Regione Calabria.
La peculiarità dell’areale di coltivazione del “Limone di Rocca Imperiale” è rappresentato anche da fattori produttivi, economici e sociali. La coltura rappresenta oggi una componente molto interessante del paesaggio agrario dell’Alto Jonio Cosentino. Infatti, le contrade dell’omonimo comune, su cui si estende la coltivazione, sono note col nome di “Giardini dei limoni di Rocca Imperiale”. Il legame economico del “Limone di Rocca Imperiale” con il contesto locale è particolarmente forte. Il profumo intenso e persistente che si sprigiona dai frutti, induce i consumatori ad associare il prodotto al territorio di Rocca Imperiale, abituandosi così a distinguerlo e a preferirlo ad altri.
Nella zona di produzione del “Limone di Rocca Imperiale” in quasi tutte le feste patronali, nelle fiere e in qualunque manifestazione folcloristica è usanza locale allestire i mercatini con i “Limoni di Rocca Imperiale” in cesti o in composizioni particolari. A testimonianza della vitalità di una tradizione molto radicata nel territorio, nella prima quindicina di agosto si svolge la “Sagra dei Limoni di Rocca Imperiale”, che si tiene nella omonima località e che rappresenta da qualche anno la più rinomata occasione per la degustazione del prodotto. La presenza consolidata del prodotto nel territorio si riscontra anche dal suo impiego nella cucina tradizionale.
Il controllo sulla conformità del prodotto al disciplinare è svolto, da una struttura di controllo, conformemente a quanto stabilito dagli articoli 10 e 11 del Reg. (CE) n. 510/2006. Tale struttura è l’Organismo di controllo ICEA (Istituto per la Certificazione Etica e Ambientale) – Via N. Sauro, 2– 40121 Bologna (BO), – Tel. 051-272986; Fax 051-232011; e-mail: icea@icea.info – www.icea.info
Limone di Rocca Imperiale I.G.P. – per la foto si ringrazia
Clementine di Calabria – I.G.P.
gennaio 27th, 2015 | Author: chezdansimo
Zona di produzione: comprende le province di Catanzaro, Cosenza, Crotone, Reggio Calabria e Vibo Valentia.
Le Clementine di Calabria IGP presentano una forma sferoidale leggermente schiacciata ai poli, con calibro minimo da 16-18 mm. L’epicarpo appare liscio, di colore arancio scuro, con numerose ghiandole oleifere. La polpa è succosa, deliquescente e aromatica. L’esperidio è caratterizzato da assenza di semi o da un numero esiguo di essi.
Disciplinare di produzione – Clementine di calabria IGP
L’indicazione geografica protetta “Clementine di Calabria” designa esclusivamente il frutto del Clementine afferente a1le seguenti cultivar, selezioni clonali, mutazioni gemmarie: “SRA 63″,”Spinoso”, “Fedele”, “Comune”, “Tardivo”, “Hernandina”, “Marisol” e “di Nules”.
La zona di produzione interessa la parte di territorio della Regione Calabria atta alla coltivazione degli agrumi “Clementine” e comprende i seguenti Comuni:
Provincia di Reggio Calabria: Ardore, Benestare, Bianco, Bovalino, Brancaleone, Casignana, Caulonia, Ferruzzano, Locri, Marina di Gioiosa Jonica, Monasterace, Portigliola, Roccella- Jonica;
Sant’Ilario dello Jonio, Siderno, Rizziconi, Gioia Tauro, Palmi, Rosarno, S.Ferdinando.
Provincia di Catanzaro: Borgia, Botricello, Curinga, Lamezia Terme, Maida Montauro, Montepaone, San Floro, San Pietro a Maida, Sant’Andrea Apostolo dello Jonio, Sellia Marina, Simeri Crichi, Soverato, Squillace, Catanzaro.
Provincia di Cosenza: Cassano Jonio, Castrovillari, Corigliano Calabro, Crosia, Francavilla Marittima, San Lorenzo del Vallo, Speziano Albanese, Terranova da Sibari, Trebisacce, Vaccarizzo Albanese, Rossano, Saracena, Cariati, Calopezzati, S.Demetrio C., S.Giorgio A.
I terreni idonei per la coltivazione della “Clementine di Calabria” sono di medio impasto con un contenuto di limo ed argilla inferiore al 60% e con un contenuto in calcare non superiore al 15 %.
L’utilizzo dell’irrigazione, delle pratiche di concimazione e l’effettuazione delle altre pratiche colturali ed agronomiche debbono essere effettuati secondo le modalità tecniche indicate dai competenti Servizi della Regione Calabria.
I sesti di impianto utilizzabili sono quelli generalmente usati, con possibilità per i nuovi impianti,
di densità per ettaro fino ad un massimo 1.200 piante, per i sesti dinamici ad alta densità.
Le piantagioni di clementine debbono essere opportunamente distanziate da quelle di mandarino onde evitare l’impollinazione incrociata e quindi la produzione di frutti con semi.
La potatura deve essere effettuata con interventi particolarmente mirati; non devono essere cimati i rami assurgenti, sopprimendo solo i rami in soprannumero. La difesa fitosanitaria di prevalente utilizzo deve far ricorso ove possibile alle tecniche di lotta integrata o biologica.
La produzione unitaria massima è di 350 q.li ad ettaro per tutte le cultivar, selezioni clonali e mutazioni gemmarie ammesse.
Nell’ambito di questo limite la Regione Calabria, tenuto conto dell’andamento stagionale e delle condizioni ambientali di coltivazione, fissa annualmente, entro il 15 luglio, in via indicativa la produzione media unitaria per ciascuna cultivar prevista all’art. 2.
L’eventuale conservazione dei frutti designabili con l’indicazione geografica protetta “Clementine di Calabria” deve utilizzare la tecnica della refrigerazione. I valori di temperatura all’interno delle celle frigorifere debbono essere compresi tra 4 e 6 °C.
La sussistenza delle condizioni tecniche di idoneità di cui al precedente art. 4 è accertata dalla Regione Calabria. Gli agrumeti idonei alla produzione della “Clementine di Calabria” sono inseriti in apposito Albo attivato, aggiornato e pubblicato ogni anno.
La “Clementine di Calabria” all’atto dell’immissione al consumo deve avere le seguenti caratteristiche:
– epicarpo: liscio con numerose ghiandole oleifere – colore arancio scuro;
– polpa: succosa, di colore arancione uniforme, deliquescente, aromatica;
La commercializzazione della “Clementine di Calabria” ai fini dell’immissione al consumo deve essere effettuata utilizzando confezioni di capacità minima pari a 0,5 kg e multipli, secondo le disposizioni adottate in tal senso dalla Regione Calabria, opportunamente sigillate.
In tutti i casi i contenitori debbono essere sigillati in modo tale da impedire che il contenuto possa essere estratto senza la rottura del sigillo.
La commercializzazione deve essere effettuata nel periodo fissato annualmente dai competenti organi tecnici della Regione Calabria.
Sui contenitori dovranno essere indicate in caratteri di stampa delle medesime dimensioni le diciture “Clementine di Calabria”, seguita immediatamente dalla dizione “Indicazione Geografica Protetta”. Nel medesimo campo visivo deve comparire nome, ragione sociale ed indirizzo del confezionatore nonché il peso lordo all’origine.
A richiesta dei produttori interessati può essere utilizzato un simbolo grafico relativo alla immagine artistica, compresa la base colorimetrica eventuale, del logo figurativo o del logotipo specifico ed univoco da utilizzare in abbinamento inscindibile con l’indicazione geografica.
Consorzio per la Tutela delle IGP Clementine di Calabria
c/o Osservatorio Fitopatologico, Porto di Corigliano Calabro
87064 Corigliano Calabro (CS) / Italia
e-mail: info@igpclementinedicalabria.it
Clementine di Calabria I.G.P. – per la foto si ringrazia
Cipolla Rossa di Tropea – I.G.P.
La zona di produzione della Cipolla Rossa di Tropea -Calabria- IGP comprende, i terreni idonei ricadenti nel territorio amministrativo, tutto o in parte, dei seguenti comuni calabresi:
a) provincia di Cosenza: parte dei comuni di Fiumefreddo, Longobardi, Serra d’Aiello, Belmonte, Amantea.
b) provincia di Catanzaro: parte dei comuni di Nocera Terinese, Falerna, Gizzeria, Lamezia Terme, Curinga.
c) provincia di Vibo Valentia: parte dei comuni di Pizzo, Vibo Valentia, Briatico, Parghelia, Zambrone, Zaccanopoli, Zungri, Drapia, Tropea, Ricadi, Spilinga, Joppolo, Nicotera
Sono tre le forme della Cipolla Rossa di Tropea:
– a trottola (cipolla rotonda di Tropea), dal sapore dolce, l’involucro esterno è di colore rosso acceso, l’interno ha un colore rosso vinaccia.
– tronco-conica dal sapore agrodolce;
– ovale di sapore forte.
Disciplinare di produzione – Cipolla Rossa di Tropea IGP
La indicazione geografica protetta I.G.P. “Cipolla Rossa di Tropea –Calabria-” designa i bulbi di cipolla rossa nella tipologia cipollotto, cipolla da consumo fresco, cipolla da serbo, che rispondono alle condizioni ed ai requisiti stabiliti nel presente disciplinare di produzione ai sensi del Reg. 2081\92.
La denominazione Cipolla Rossa di Tropea –Calabria- IGP individua i bulbi della Specie Allium Cepa limitatamente ai seguenti ecotipi autoctoni, che si distinguono in base alla forma e alla precocità di bulbificazione derivante dall’influenza del fotoperiodo:
“Tondo Piatta” o primaticcia;
“Mezza Campana” o medio precoce;
“Allungata” o tardiva.
a) colore: bianco-rosato – violaceo
b) sapore: dolce, tenero.
c) calibro: si rimanda ai vincoli previsti dalle norme comunitarie;
Il profilo merceologico del Cipollotto a I.G.P.comprende la Categoria I°.
a) colore: bianco-rosso fino al violaceo.
b) sapore: dolci e teneri
Il profilo merceologico della Cipolla da consumo fresco a I.G.P. comprende la Categoria I°.
a) colore: rosso-violaceo.
b) sapore: dolci e croccanti.
Il profilo merceologico della Cipolla da serbo a I.G.P. comprende la Categoria I°.
La zona di produzione della Cipolla Rossa di Tropea –Calabria- IGP comprende, i terreni idonei ricadenti nel territorio amministrativo, tutto o in parte, dei seguenti comuni calabresi:
a) provincia di Cosenza:
parte dei comuni di Fiumefreddo, Longobardi, Serra d’Aiello, Belmonte, Amantea.
b) provincia di Catanzaro:
parte dei comuni di Nocera Terinese, Falerna, Gizzeria, Lamezia Terme, Curinga.
c) provincia di Vibo Valentia:
parte dei comuni di Pizzo, Vibo Valentia, Briatico, Parghelia, Zambrone, Zaccanopoli, Zungri, Drapia, Tropea, Ricadi, Spilinga, Joppolo, Nicotera.
Delimitazione area provincia di Cosenza.
Foglio 236 IV S.O. I.G.M. della Carta d’Italia -1959 Fiumefreddo Bruzio – 236 IV S.E. Monte Cucuzzo, 236 III N.E. Amantea.
La delimitazione dell’area ricadente nella provincia di Cosenza che va da Fiumefreddo Bruzio ad Amantea ha per limite Nord il Torrente Bardano dalla linea ferrata alla ex S.S. 18 tra il Km 358-359 in località Reggio –
Scornavacca nel comune di Fiumefreddo.
Si risale dalla parte nord del vallone per circa 500 metri per ridiscenderlo verso sud fino ad incontrare nuovamente la ex SS 18 in localita’ C. Aloe che delimita la zona ancora per 1 Km fino al torrente Agosto nei pressi della località Tarifi.
Si risale costeggiando la sponda Nord del torrente anzidetto per 1 Km fino all’incrocio della vecchia strada in localita’ Zagarone che porta alla località S.Barbara; dall’incrocio si segue la strada verso Sud che porta alla località S.Croce e si prosegue lasciando la vecchia strada in direzione Sud per circa 180 metri fino ad incontrare il Torrente S.Croce che delimita i territori comunali di Longobardi e Belmonte Calabro.
Si ridiscende costeggiando la sponda Sud del torrente per circa 900 metri fino ad incontrare nuovamente la ex SS 18 nei pressi della località Campo di Mare.
Da qui il confine segue verso Sud la ex SS 18 per circa 3 Km fino ad arrivare al Torrente Verri e abbandonando la statale si segue una mulattiera che porta nel territorio comunale di Amantea passando dalla località di Camolo inferiore fino al Fiume Liceto in localita’ S.Giuseppe.
Si risale il fiume sulla sponda nord in diresione est per circa 1.5 km per poi ridiscenderlo fino ad incontrare la strada comunale che collega Amantea a S. Pietro in localita’ Cannavino.
Da qui attraversando il F. S. Maria, in localita’ Valle Archi passando per S. Angelo attraverso la mulattiera, si incontra nuovamente la statale nei pressi del Km 371. Si prosegue verso sud attraversando il T. Calcato fino al centro abitato di S. Antonio in localita’ Marinella e abbandonando la ex S.S. 18 si prosegue con la mulattiera fino alla località S. Precopio, da qui seguendo la sponda del T. Corallo in direzione ovest si incontra la statale che rappresenta il limite sud di detta area.
Da detto limite si risale seguendo la mulattiera che attraversa C.
Corallo, Marincola arrivando in località Calcato alla periferia sud di Amantea incontrando la ferrovia. Da questo punto la linea ferrata segna il limite di coltivazione ovest fino ad incrociare il limite nord che chiude il perimetro di detta area. In alcuni tratti, nel comune di Amantea, il limite di coltivazione ovest si allontana di circa 100 metri dalla ferrovia in presenza di suoli sabbiosi.
La delimitazione riparte a distanza di 250 m dalla sponda del torrente Oliva dalla linea ferrata. Da qui si procede verso sud con la mulattiera passando nei pressi del c. a. Viola ad est di Campora arrivando alla S.S. silana di Cariati n.108 tra il Km 2 e 3.
Proseguendo verso sud per circa 500 metri, costeggiando la suddetta statale si arriva al c.a. di C. Calogni e proseguendo , poi, con la mulattiera si attraversa il c.a. Cas° Aurato, nei pressi della sponda nord del F.Torbido che delimita il confine provinciale.
Seguendo tale confine si incrocia una mulattiera che percorsa in direzione sud –ovest incrocia la ex S.S. Tirrenia n. 18 nei pressi del c.a. Torre Vecchia e da qui si attraversano i c.a. di Quintieri, Ventura, la loc. Marina di Ventura, S. Giuseppe fino al Vallone Sciabbica , dal quale proseguendo per la mulattiera che attraversa Case De Luca e Ms. De Luca , s’ incrocia la ex S.S. 18 e la linea ferrata fino a Marina De Luca. Da questo zona si risale costeggiando la linea di battigia ad una distanza di 200 m fino ad incrociare la sponda del F. Oliva che chiude il limite nord di detta area.
Delimitazione area provincia di Catanzaro.
Foglio 236 III S.E. Nocera Terinese- Foglio 241 IV N.E. Nicastro Parte dei terreni ricadenti nel comune di Nocera T. nella provincia di Catanzaro vengono per continuità indicati nella descrizione precedente e delimitati dai confini comunali e provinciali.
L’area che ricade nel comune di Falerna ha forma di un quadrilatero i cui lati sono rappresentati a nord dal limite comunale di Falerna fino alla località Marepitano, incrociando la mulattiera percorrendola in direzione Sud per circa 1 Km fino a raggiungere il naturale confine del vallone, il lato ovest è rappresentato dalla ex S.S. tirrenia inf. che rappresenta il lato che chiude il quadrato.
L’area di coltivazione che ricade parzialmente nei territori amministrativi di Gizzeria e Lamezia Terme ha per limite nord l’incrocio tra la S.S. Tirrenia inf. N.18 e la strada comunale nei pressi del lago La Vota. La strada comunale percorsa verso est, attraversando il torrente Casale , Torre S. Caterina, contrada Specchi, il torrente Spilinga fino ad arrivare ad incrociare la diramazione della S.S. Tirrenia nei pressi del Bastione di Malta. Da qui si arriva alla statale nei pressi del Km 402 , giungendo all’incrocio di una mulattiera che percorrendola in direzione sud attraversa la localita’ Passo di Mandra e il c.a. Paradiso, il Torrente Bagni in localita’ Cafarone. Da questo punto si procede in direzione sud-est per circa 600 m fino ad incrociare il Torrente Cantagalli e andando verso sud si arriva vicino all’aeroporto che si costeggia sul lato ovest per circa 200 m passando nei pressi della localita’ Generale e con la mulattiera si arriva ad incrociare il fiume Amato in localita’ Tregna. Si percorre la mulattiera verso sud attraversando Torre Amato in localita’ Pagliarone e S. Nicola che segna il limite sud di detta area che costeggia l’insediamento industriale della Sir. Da questo limite si risale verso nord attraverso la mulattiera passando per la localita’ Praia e Torrazzo fino all’incrocio con la strada comunale e superando il fiume Amato si prosegue fino alla loc. Cafarone all’altezza della congiunzione T. Bagni e T. Cantagalli.
Con la mulattiera si arriva in localita’ Marinella e all’incrocio con la S.S. Tirrenia n. 18 e della sua diramazione nei pressi di Gizzeria lido e torrente Spilinga. Si prosegue lungo la statale verso nord fino ad incontrare ed
inglobare tutti i terreni della loc. Maricello e Lago la Vota chiudendo la perimetrazione di detta area.
Delimitazione area provincia di Vibo Valentia.
Foglio 241 II N. O Filadelfia -245 I N.E bis Tropea – 241 III S.O. Briatico – 246 IV N.O Vibo Valentia La delimitazione ha inizio nei pressi della Torre Mezzapraia, (comune di Curinga – prov. Cz) ) seguendo il Canale Gagliato fino ad incontrare la linea ferroviaria per circa 2 km, oltrepassando la stazione di Francavilla Angitola arrivando al fiume Angitola.
Si lascia la ferrovia per seguire la S.S Tirrenia n.18 e l’attuale autostrada A3 per circa 2 km passando nei pressi della località Marinella giungendo vicino all’Istituto Nautico dal quale si risale verso Nord con una linea ideale posta ad una distanza media di 100 metri dal mare fino ad arrivare nuovamente a Torre di Mezzapraia, chiudendo il perimetro di confine.
La delimitazione dell’area da Vibo Valentia a Capo Nicotera ha inizio dalla stazione FS di Trainiti, in località Porto Salvo, ad 1 km da Vibo Marina.
Si giunge alla fiumara Rizzuta nei pressi del c.a. di Conidoni e risalendola dalla sponda nord fino a Sciconi si procede verso ovest seguendo il confine amministrativo fino alla fiumara Murria nei pressi di Potenzoni passando per la localita’ Don Nuro.
Da qui si risale la sponda nord di detta fiumara per circa 1,5 Km attraversando la loc. Pilla e seguendo il confine comunale si arriva a Case Cotura. Si procede per la strada provinciale e si arriva fino a Papaglioniti proseguendo fino a Mesiano (frazione di Filandari) , da qui si procede con la Strada provinciale dei Pioppi fino a localita’ Torre Galli di Caria (frazione di Drapia) e si arriva con l’interpoderale a Serramondo , si segue il crinale del Timpone che rappresenta il limite naturale della Piana di S. Lucia nel comune di Drapia e poi alla strada che porta a Gasponi .Da qui procedendo per 5 km si arriva a Brattirò attraversando il c.a. S. Agata e localita’ piana di Cosimo.
Seguendo la mulattiera che porta a Spilinga, si passa per località Petti di Brattiro’ e Madonna delle Fonti fino ad arrivare al centro di Panaia, da qui si percorre la strada comunale che porta a Coccorinello e Coccorino nei pressi della galleria omonima nel territorio di Joppolo.
Proseguendo verso Sud si segue la fascia costiera fino ad incontrare la strada secondaria che porta nei pressi della località Siroto passando per le localita’ Quercia grande, Linasi e Joppolo.
Da Siroto si giunge a Nicotera attraversando l’ampia formazione terrazzica sottostante l’altopiano del Poro attraversando il c.a. Preitoni, e la localita’ Piana Pugliesa. Da Nicotera si percorre la strada comunale che conduce al c.a. di Badia per circa 200 metri fino ad incontrare la mulattiera che porta alla strada comunale passante per Fosso S.Giovanni attraversando fosso S. Pietro e localita’ Fontanelle. .Da Fosso S.Giovanni, che costituisce il limite sud-ovest della zona di coltivazione , si torna indietro verso nord seguendo la mulattiera fino a Nicotera marina e da qui si arriva attraverso la strada comunale che porta a Siroto all’altezza di Petti di Camata. Abbandonando la strada e procedendo verso ovest per circa 1 km si arriva attraverso la strada comunale nei pressi di Joppolo marina. Si risale attraversando la localita’ Poligari fino alla galleria di Coccorino.
Da qui si risale verso Nord seguendo la fascia costiera, osservando una distanza che va dai 100 dalla linea di costa attraversando in ordine Ricadi, C. Vaticano, Tropea, Parghelia, Zambrone, Briatico arrivando alla stazione di Trainiti che chiude il limite di coltivazione della cipolla.
Diverse fonti storiche e bibliografiche attribuiscono l’introduzione della cipolla nel bacino mediterraneo ed in Calabria prima ai Fenici e dopo ai Greci diffondendosi in quel tratto di costa tra i mari “lametino” e “viboneto” che va da Amantea a Capo Vaticano ( Strabone lib.6 e Aristotile lib.7 De Repubblica).
La cipolla rossa di Troppa -Calabria si diffonderà con maggiore impulso nel periodo borbonico, verso i mercati del nord Europa, diventando in breve ricercata e ben apprezzata così come racconta G.Valente. e Marafioti, Barrio, Fiore in Studi sulla Calabria di Leopoldo Pagano (1901) che riferisce pure sulla forma del bulbo e delle rosse bislunghe di Calabria ed i primi ed organizzati rilevamenti statistici sulla coltivazione della cipolla in Calabria sono riportati nell’Enciclopedia agraria Reda ( 1936 – 39).
Le caratteristiche merceologiche uniche che hanno conferito notorietà al prodotto a livello nazionale, e soprattutto il valore storico e culturale nell’area considerata ancora oggi vivo e presente nelle pratiche colturali, in cucina, nelle quotidiane espressioni idiomatiche e nelle manifestazioni folcloristiche, hanno reso il prodotto stesso oggetto di imitazioni e contraffazione della denominazione.
Ne consegue la necessità di tutelare la denominazione geografica e di creare un sistema di certificazione che garantisca allo stesso tempo la tracciabilità delle varie fasi di produzione. Pertanto i produttori della “ Cipolla Rossa di Tropea – Calabria” e le particelle catastali su cui si coltiva, verranno iscritti in appositi elenchi gestiti dall’organismo di controllo di cui al successivo art. 7. Lo stesso organismo, accreditato presso il Ministero delle Politiche Agricole e Forestali, definirà le modalità di iscrizione nei suddetti elenchi e dei controlli affinché il prodotto IGP sia rispondente alle prescrizioni del disciplinare.
Le operazioni di semina per la “Cipolla Rossa di Tropea –Calabria- ” vengono effettuate a partire da agosto, direttamente in vivaio, in campo o in contenitori alveolari.
I sesti di impianto in funzione del terreno e della tecnica colturale variano da 4 -20 cm sulla fila a 10 – 22 cm nell’interfila con densità variabile da 250.000 piante\ ettaro a 900.000 piante \ ettaro , quest’ultima con 4 bulbi per foro ad attecchimento definitivo.
Per la cipolla da serbo i bulbi vengono deposti in andane sul terreno coprendoli con le stesse foglie e lasciandoli un tempo variabile da 8 a 15 giorni per farli asciugare, far acquisire compattezza, resistenza ed una colorazione rosso vivo. I bulbi una volta disidratati possono essere scollettati o, mantenendo le code, destinati alla produzione di trecce.
Per la produzione della “Cipolla Rossa di Tropea –Calabria- ” sono idonei tutti i terreni sabbiosi o tendenzialmente sabbiosi, di medio impasto, a tessitura franco –argillosa o limosa che corrono lungo la fascia costiera o che costeggiano fiumi e torrenti, di origine alluvionale che seppur ghiaiosi non limitano lo sviluppo e l’accrescimento del bulbo.
I terreni costieri sono idonei alla coltura della cipolla precoce da consumo fresco , quelli di aree interne, di natura argillosa e franco-argillosa sono adatti alla tardiva da serbo.La cipolla da sempre è stata presente nell’alimentazione degli agricoltori e nelle produzioni locali, già il viaggiatore in Calabria dr. Albert nel 1905 in visita a Tropea è impressionato dalla miseria dei contadini che mangiano solo cipolla.
Nei primi del ‘900 la “Cipolla Rossa di Tropea –Calabria- ” abbandona la coltivazione dei piccoli giardini e degli orti familiari per passare a estensioni considerevoli nel 1929 con l’acquedotto della Valle Ruffa che consente d’irrigare ed avere rese maggiori e miglioramento della qualità.
Alla prima produzione organizzata nei territori di Tropea , Parghelia, Briatico e Zambrone, Ricadi ed il suo interno si è successivamente aggiunto, con forte impulso il territorio costiero a Nord del Golfo di S.Eufemia, individuabile tra i comuni di Gizzeria e Longobardi, con particolare sviluppo tra Amantea – Campora, Nocera.
Oggi come allora, la cipolla rossa è presente negli orti familiari come nelle grandi estensioni , nel paesaggio rurale ,nell’alimentazione e nei piatti locali e nelle tradizionali ricette.
Areale di condizionamento del prodotto
Tutte le operazioni di condizionamento devono avvenire presso l’area di produzione descritta nell’art. 3, a garanzia della tutela, della tradizione e della tracciabilità.
Il controllo sulla rispondenza del prodotto al presente disciplinare, sarà svolto da un organismo conforme a quanto stabilito dall’art.10 del Reg. CEE 2081/92.
Etichettatura e caratteri commerciali del prodotto
All’atto dell’immissione al consumo i bulbi con l’indicazione geografica protetta “Cipolla Rossa di Tropea –Calabria-” devono presentare le caratteristiche previste per la I ° categoria delle norme comuni di qualità.
Per l’immissione al consumo i bulbi designati dalla I.G.P. “Cipolla Rossa di Tropea –Calabria-” devono essere confezionati secondo le seguenti modalità:
– I cipollotti si riuniscono in fascetti e posti in cassette di cartone, plastica o legno, pronti per la vendita.
– La cipolla da consumo fresco è raccolta in mazzi da 5-8 kg posti in cassoni e cassette.
Per le cipolle da serbo, il confezionamento, di peso variabile fino ad un massimo di 25 Kg, avviene in sacchetti o cassette.
Il numero dei capi per formare le trecce parte, indipendentemente dal calibro, da un minimo di 6 bulbi e per uno stesso imballaggio il numero ed il peso devono essere uniformi.
Sui contenitori devono essere indicati, in caratteri di stampa doppi rispetto a tutti gli altri, le diciture “Cipolla Rossa di Tropea –Calabria-” I.G.P. accompagnata dalla specificazione della tipologia “cipollotto” , “cipolla da consumo fresco” , “cipolla da serbo” e dal marchio.
Sui contenitori devono essere, altresì, riportati tutti gli elementi atti ad individuare il nome, la ragione sociale e l’indirizzo del confezionatore, il peso netto all’origine, nonché eventuali indicazioni complementari ed accessorie non aventi carattere laudativo e non idonee a trarre in inganno il consumatore sulla natura e le caratteristiche del prodotto.
I Cipollotti e le cipolle da consumo fresco riuniti in fasci, nonché le cipolle da serbo in treccia, all’immissione al consumo, porteranno un adesivo recante il logo ed il marchio tale da renderli perfettamente riconoscibili.
E’ vietata l’aggiunta di qualsiasi qualificazione non espressamente prevista dal presente disciplinare di produzione, ivi compresi gli aggettivi: dolce, croccante, tenera, non piccante, genuina, tipica.
E’ tuttavia consentito l’uso di nomi, ragioni sociali, marchi privati purché non abbiano significato laudativo che possa trarre in inganno il consumatore.
Il marchio è rappresentato dalla rupe di Tropea su cui si eleva il Santuario Benedettino di Santa Maria dell’Isola. Il logo si presenta costituito dalle seguenti colorazioni e particolarità elaborate facendo riferimento alla Tavolozza colori Pantone “Matching system –lucidi” così come sotto riportato:
1. cielo -pantone 304 cvc-;
2. mare -pantone 2985 cvc-;
3. vegetazione -pantone 349 cvc-;
4. rupe -pantone 149 cvc-;
5. spiaggia -pantone 1205 cvc-;
6. santuario -pantone 1595 cvc-;
7. muro che circonda lo spiazzo antistante -pantone 1595 cvc-;
8. tetto del santuario -pantone 131 cvc-;
9. spiazzo antistante il santuario e scale -pantone 1205 cvc-;
10. denominazione dell’I.g.p. riportata in alto nel cielo in posizione centrale -pantone red 032 cvc-;
11. la denominazione dell’I.g.p. riportata in alto nel cielo in posizione centrale presenta carattere “Engravrs Roman BT”, stile Normale e dimensione 28;
12. cipolle poste nella parte bassa destra del logo -pantone red 032 cvc- e – pantone 106 cvc-;
13. contorno logo e apertura grotta della rupe -pantone hexachrome black cvc-.
Commercializzazione prodotto trasformato
I prodotti per la cui preparazione è utilizzata la “Cipolla Rossa di Tropea – Calabria-” I.G.P., anche a seguito di processi di elaborazione e di trasformazione, possono essere immessi al consumo in confezioni recanti il
riferimento alla detta Indicazione Geografica senza l’apposizione del logo comunitario, a condizione che:
– Il prodotto a Indicazione Geografica Protetta, certificato come tale, costituisca il componente esclusivo della categoria merceologica;
– Gli utilizzatori del prodotto a indicazione geografica protetta siano autorizzati dai titolari del diritto di proprietà intellettuale conferito dalla registrazione dell’I.G.P. riuniti in Consorzio incaricato alla tutela dal Ministero delle Politiche Agricole. Lo stesso consorzio incaricato provvederà anche ad iscriverli in appositi registri ed a vigilare sul corretto uso della indicazione geografica protetta. In assenza di un Consorzio di tutela incaricato le predette funzioni saranno svolte dal Mipaf in quanto autorità nazionale preposta all’attuazione del Reg. (CEE) 2081/92.
L’utilizzazione non esclusiva dell’Indicazione Geografica Protetta consente soltanto il suo riferimento, secondo la normativa vigente, tra gli ingredienti del prodotto che lo contiene, o in cui è trasformato o elaborato.
Nel maggio 2012 è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea la domanda di modifica del disciplinare di produzione della denominazione “Cipolla Rossa di Tropea Calabria” IGP. Il tradizionale ortaggio calabrese, conosciuto per la tenerezza dei bulbi, la dolcezza e la particolare digeribilità.
Per saperne di più: www.tropea.biz
Cipolla Rossa di Tropea I.G.P. – per la foto si ringrazia
Olio extravergine d’oliva Lametia – D.O.P.
Disciplinare di produzione – Lametia DOP
La denominazione di origine protetta “Lametia” è riservata all’olio di oliva extravergine rispondente alle condizioni ed ai requisiti stabiliti nel presente disciplinare di produzione.
La denominazione di origine protetta “Lametia” deve essere ottenuta dalla varietà di olivo Carolea presente negli oliveti in misura non inferiore al 90%. Possono concorrere altre varietà in misura non superiore al 10%.
Le olive destinate alla produzione dell’olio di oliva extravergine della denominazione di produzione dell’olio extravergine di oliva a denominazione di origine protetta “Lametia” devono essere prodotte, nell’ambito della provincia di Catanzaro, nei territori olivati della Piana di Lamezia Terme idonei alla produzione di olio con le caratteristiche e livello qualitativo previsti dal presente disciplinare di produzione, che comprende, tutto o in parte, il territorio amministrativo dei seguenti comuni: Curinga, Filadelfia (in parte), Francavilla Angitola (in parte), Lamezia Terme (ex Nicastro, Sambiese, S. Eufemia) Maida, S. Pietro a Maida, Gizzeria, Feroleto Antico e Pianopoli. Tale zona è così delimitata in cartografia 1:25.000: da una linea che, partendo dal punto più a nord sul mar Tirreno del confine comunale tra Gizzeria e Falerna, segue poi, in direzione est, il confine settentrionale del comune di Lamezia (ex Sambiase, Nicastro e S. Eufemia) e prosegue, sempre verso est, sul confine settentrionale del comune di Feroleto Antico, per discendere verso sud lungo il confine di Pianopoli fino a raggiungere la confluenza dei comuni di Amato e Marcellinara (esclusi dall’area) e Maida. Da questa confluenza prosegue verso sud-est lungo il confine settentrionale del comune di Maida, dal quale percorre, proseguendo verso sud, il limite est confinante con il Comune di Caraffa di Catanzaro (escluso dall’area) per ritornare verso ovest-sudovest lungo il confine meridionale di Maida (attiguo a quelli di Cortale e Jacurzo esclusi dall’area) fino ad incontrare il punto di confluenza dei confini comunali di Maida e S. Pietro a Maida. Di quest’ultimo ne percorre il confine comunale esposto a sud-est per raggiungere il punto di incontro con il territorio del comune di Curinga e discendere verso sud lungo il confine di levante e meridionale dello stesso comune. Tale linea, nell’intercettare il confine settentrionale del comune di Filadelfia, si dirige verso sud-ovest escludendo tutta la parte posta a sud del centro urbano dello stesso comune, situata ad una altitudine di 554 metri s.l.m. Proseguendo verso ovest la linea raggiunge il confine del comune di Francavilla Angitola; nel punto d’incontro con detto confine ne percorre il limite di levante discendendo verso sud fino alla contrada Castellano. Da questa, escludendone il territorio posto a sud, prosegue verso ovest seguendo il confine nord della contrada Caredrande, fino a raggiungere il confine meridionale del comune di Francavilla. Da detto punto la linea costeggia il limite meridionale del comune di Francavilla fino ad incontrare il limite est del comune di Pizzo Calabro. Da questo incrocio risale verso nord sul confine comunale di ponente del comune di Francavilla per ripiegare verso il mare ad ovest lungo il confine settentrionale del comune di Pizzo Calabro fino a raggiungere, proseguendo verso nord, lungo la costa del mar Tirreno, il punto dal quale la delimitazione ha avuto inizio.
Pertanto, sono da considerarsi idonei gli oliveti i cui terreni, di origine alluvionale, siano costituiti quasi esclusivamente da depositi continentali recenti ed attuali, porosi con permeabilità nell’insieme elevata, con spessore profondo, o molto profondo, sabbiosi o di medio impasto. Per i nuovi impianti sono da ritenere idonei unicamente gli oliveti i cui terreni sono permeabili, profondi, sciolti o di medio impasto provvisti di buone sistemazioni, atte a garantire lo sgrondo delle acque superficiali e profonde. I sesti d’impianto, le forme di allevamento e i sistemi di potatura, devono essere quelli generalmente usati o, comunque, atti a non modificare le caratteristiche delle olive e dell’olio. In particolare, oltre alle forme tradizionali di allevamento, per i nuovi impianti sono consentite altre forme di allevamento con una densità di impianto fino a 400 piante per ettaro. La produzione massima di olive/ha non può superare i quintali 130 per ettaro negli oliveti specializzati. Per la coltura consociata o promiscua gli organi tecnici della regione Calabria accertano la produzione massima di olive/ha in rapporto alla effettiva superficie olivetata. Anche in annate eccezionalmente favorevoli la resa dovrà essere riportata attraverso accurata cernita purchè la produzione globale non superi di oltre il 20% il limite massimo sopra indicato. La raccolta delle olive viene effettuata a partire dall’inizio dell’ invaiatura e non si protrae oltre il 15 gennaio di ogni campagna oleicola. La raccolta delle olive deve essere presentata secondo le procedure previste dal decreto ministeriale 4 novembre 1993, n. 573, in unica soluzione.
Le operazioni di estrazione dell’olio e di confezionamento devono essere effettuate nell’ambito dell’area territoriale delimitata nel precedente art. 3. La raccolta delle olive destinate alla produzione dell’olio extravergine di oliva a denominazione di origine protetta “Lametia” può avvenire con mezzi meccanici o per brucatura. La resa massima di olive in olio non può superare il 20%. Per l’estrazione dell’olio sono ammessi soltanto processi meccanici e fisici atti a produrre oli che presentino il più fedelmente possibile le caratteristiche peculiari originarie del frutto. Le olive devono essere sottoposte a lavaggio a temperatura ambiente; ogni altro trattamento è vietato. Le olive devono essere molite entro i due giorni successivi alla raccolta.
L’olio di oliva extravergine a denominazione di origine protetta “Lametia” all’atto dell’immissione al consumo, deve rispondere alle seguenti caratteristiche:
punteggio minimo al panel test: > o = 6,5;
K232: < = 2,00;
polifenoli totali: > o = 170 mg/Kg
Altri parametri chimico fisici non espressamente citati devono essere conformi alla attuale normativa U.E. In ogni campagna oleicola il consorzio di tutela individua e conserva in condizioni ideali un congruo numero di campioni rappresentativi dell’olio a denominazione di origine protetta “Lametia” da utilizzare come standard di riferimento per l’esecuzione dell’esame organolettico. E’ in facoltà del Ministro delle risorse agricole, alimentari e forestali inserire, sui richiesta degli interessati, ulteriori parametrazioni di carattere fisico-chimico o organolettico atte a maggiormente caratterizzare l’identità della denominazione.
Alla denominazione di cui all’art. 1 è vietata l’aggiunta di qualsiasi qualificazione non espressamente prevista dal presente disciplinare di produzione ivi compresi gli aggettivi: fine, scelto, selezionato, superiore, genuino. E’ vietato l’uso di menzioni geografiche aggiuntive, indicazioni geografiche o toponomastiche che facciano riferimento a comuni, frazioni e aree geografiche comprese nell’area di produzione di cui all’art. 3. E’ tuttavia consentito l’uso di nomi, ragioni sociali, marchi privati, purchè non abbiano significato laudativo e non siano tali da trarre in inganno l’acquirente su nomi geografici ed in particolar modo su nomi geografici di zona di produzione di oli a denominazione di origine protetta. L’uso di nomi di aziende, tenute, fattorie ed il riferimento al confezionamento nell’azienda olivicola o nell’associazione di aziende olivicole o nell’impresa oleicola situate nell’area di produzione è consentito solo se il prodotto è stato ottenuto esclusivamente con olive raccolte negli oliveti facenti parte dell’azienda e se l’oleificazione e il confezionamento sono avvenuti nell’azienda medesima. Il nome della denominazione di origine protetta “Lametia” deve figurare in etichetta in caratteri chiari, indelebili con colorimetria di ampio contrasto rispetto al colore dell’etichetta e tale da poter essere nettamente distinto dal complesso delle indicazioni che compaiono in etichetta. L’olio extravergine di oliva a denominazione di origine protetta “Lametia” deve essere immesso al consumo in recipienti in vetro o banda stagnata
di capacità non superiore a litri 5. E’ obbligatoria l’indicazione in etichetta dell’anno della campagna oleicola di produzione delle olive da cui l’olio è ottenuto.
CONSORZIO DI TUTELA DELL’OLIO EXTRAVERGINE D’OLIVA DOP LAMETIA
C/da Frasso – Zona Ind.le San Pietro Lametino –
Fax: + 39 0968 209051
e-mail: info@oliolametiadop.it
Olio extravergine d’oliva DOP Lametia – per la foto si ringrazia
Liquirizia di Calabria – D.O.P.
dicembre 22nd, 2014 | Author: chezdansimo
Disciplinare di produzione – Liquirizia di Calabria DOP
La Denominazione di Origine Protetta “Liquirizia di Calabria” è riservata esclusivamente alla liquirizia fresca o essiccata e al suo estratto. Tale liquirizia deve provenire dalle coltivazioni e dallo spontaneo di Glychirrhiza glabra (Fam. Leguminose), nella varietà denominata in Calabria“Cordara”, e rispondente alle condizioni ed i requisiti stabiliti nel presente Disciplinare di Produzione.
All’atto dell’immissione al consumo la “Liquirizia di Calabria” DOP si presenta nelle tipologie di seguito indicate:
• Radice fresca
– Sapore dolce aromatico intenso e persistente
– Umidità compresa tra 48% e 52%
•Radice essiccata
– Colore dal giallo paglierino al giallo ocra
– Sapore dolce e fruttato leggermente astringente
– Umidità compresa tra 6% e 12%
Estratto di radice:
– Colore dal marrone terra bruciata al nero
– Sapore dolce-amaro, aromatico, intenso e persistente
– Umidità compresa tra il 9% e il 15%
La zona di produzione della “Liquirizia di Calabria” D.O.P. comprende i seguenti comuni:
Provincia di Cosenza: Falconara Albanese; Fiumefreddo Bruzio; Longobardi; Lago; Belmonte Calabro; San Pietro in Amantea; Amantea; Aiello Calabro; Serra d’Aiello; Cleto; Campana; Scala Coeli; Caloveto; Terravecchia; Cariati; Mandatoriccio; Pietrapaola; Calopezzati; Crosia; Cropalati; Paludi; Rossano; Corigliano; Terranova da Sibari; Spezzano Albanese; San Lorenzo del Vallo; Altomonte; Cassano Jonio; Civita; Francavilla Marittima; Villapiana; Trebisacce; Cerchiara di Calabria; Amendolara; Roseto Capo Spulico; Montegiordano; Rocca Imperiale; Tarsia; Roggiano Gravina; San Marco Argentano; Cervicali; Torano Castello; Mongrassano; Cerzeto; San Martino di Finita; Rota Greca; Lattarico; Bisignano; San Demetrio Corona; Santa Sofia D’Epiro; San Giorgio Albanese; Luzzi; San Benedetto Ullano; Vaccarizzo; Montalto Uffugo; Rose; Rende; San Fili; San Vincenzo la Costa; Marano Marchesato; Marano Principato; Cosenza; Castrolibero.
Provincia di Catanzaro: Nocera Tirinese; Falerna; Gizzeria; Lamezia Terme; Maida; Iacurso; Cortale; San Pietro a Maida; Curinga; Caraffa; Catanzaro; Sellia; Sant’Andrea Apostolo; San Sostene; Cardinale; Davoli; Satriano; Gagliato; Chiaravalle; Soverato; Petrizzi; Argusto; Montepaone; Gasperina; Montauro; Staletti’; Squillace; Girifalco; Borgia; San Floro; Sellia Marina; Simeri Crichi; Soveria Simeri; Zagarise; Sersale; Guardavalle; Santa Caterina allo Jonio; Badolato; Isca; Cropani; Botricello; Andali; Belcastro; Mercedusa.
Provincia di Crotone: Isola Capo Rizzato; Cutro; Crotone; Mesoraca; San Mauro M.; Petilia; Rocca Bennarda; Cotronei; Scandale; Santa Severina; Rocca di Neto; Strongoli; Casabona; Belvedere Spinello; Carfizzi; Pallagorio; San Nicola dell’Alto; Melissa; Cirò; Cirò Marina; Umbriatico; Crucoli.
Provincia di Vibo Valentia: Filadelfia; Francavilla Angitola; Polia; Monterosso; Maierato; Filogaso; Sant’Onofrio; Pizzo; Briatico; Vibo Valentia; Zambrone; San Costantino; Parghelia; Tropea; Drapia; Ricadi; Joppolo; Zaccanopoli; Spilinga; Mileto; San Calogero; Limbadi; Nicotera; San Gregorio d’Ipponia; Francica; Filandari; Stefanaconi; Cessaniti; Jonadi; Rombiolo; Zungri; Gerocarne; Capistrano.
Provincia di Reggio Calabria: Condofuri; Montebello; San Lorenzo; Melito Porto Salvo; Rogudi; Bova; Palizzi; Brancaleone; Bivongi; Bruzzano; Ferruzzano; Africo; Caraffa del Bianco; Bianco; Casignana; Samo; Sant’Agata del Bianco; San Luca; Careri; Benestare; Antonimia; Stalti; Bovalino; Ardore; Sant’Ilario dello Jonio; Locri; Portigliola; Gerace; Agnana Calabra; Canolo; Martone; Mammola; Grotteria; Siderno; Gioiosa Jonica; Marina di Gioiosa Jonica; Roccella Jonica; San Giovanni di Gerace; Caulonia; Placanica; Riace; Monasterace; Stignano; Camini; Stilo; Pazzano.
Ogni fase del processo produttivo deve essere monitorata documentando per ognuna i prodotti in entrata e quelli in uscita. In questo modo e attraverso l’iscrizione in appositi elenchi, gestiti dalla struttura di controllo, delle particelle catastali sulle quali avviene la produzione, degli agricoltori, dei conferitori, dei produttori e dei confezionatori, nonché attraverso la denuncia alla struttura di controllo dei quantitativi prodotti, e attraverso l’obbligo per i confezionatori di operare il confezionamento e l’etichettatura sotto il diretto controllo della struttura di controllo di cui all’articolo 7 del presente disciplinare di produzione, è garantita la tracciabilità del prodotto. Tutte le persone, fisiche e giuridiche, iscritte nei relativi elenchi, saranno assoggettate al controllo da parte delle strutture di controllo, secondo quanto disposto dal disciplinare di produzione e dal relativo piano di controllo.
Al momento dell’impianto di nuovi liquirizieti va effettuata una lavorazione profonda e risemina delle talee di radice di liquirizia.
La coltivazione della liquirizia ha il merito di migliorare la fertilità del terreno, poiché è una pianta azotofissatrice. Il liquirizieto produce radice ogni 3 o 4 anni, pertanto è possibile praticare delle colture intercalari autunno-vernine, che consentono di avere produzione tutti gli anni. Le colture praticabili insieme alla liquirizia sono le foraggeree, gli ortaggi e le leguminose.
Nel periodo primaverile e nel periodo autunnale, sul terreno di coltivazione della liquirizia è possibile lo sfalcio. Sono consentite tutte le lavorazioni del terreno necessarie per le coltivazioni intercalari, purché non si superino i 20 cm di profondità.
E’ consentita la raccolta della liquirizia spontanea, che in Calabria è rigogliosa ed è molto diffusa, purché i predetti liquirizieti siano iscritti nell’elenco di cui al precedente articolo 4 tenuto dall’organismo di controllo. L’attività di raccolta non deve superare i 60 cm di profondità e l’agricoltore deve dare comunicazione alla struttura di controllo, almeno 5 giorni prima, dell’inizio dell’operazione indicando contestualmente la superficie e le particelle catastali sulla quale opera.
Non è ammessa la bagnatura delle radici dopo la raccolta.
Le radici sottoposte a taglio e calibratura, andranno successivamente lavate esclusivamente con acqua, in vasche o lavatrici.
La radice essiccata prima di essere commercializzata come tale deve essere sottoposta al processo di essiccazione. Tale operazione avviene in luoghi aperti ventilati e soleggiati o in luoghi chiusi ma ben arieggiati, oppure in forni ventilati, evitando di sottoporre il prodotto a temperature superiori ai 50°C che ne modificherebbero le caratteristiche.
Le operazioni di produzione devono avvenire nell’areale definito all’articolo 3 al fine di garantire la qualità, il controllo e la tracciabilità del prodotto. Tale vincolo trova giustificazione per motivi di ordine igienico-sanitario. In effetti, la radice di liquirizia, al momento della raccolta, ha un elevato contenuto in umidità, in media il 50%. Un substrato così umido favorisce il rapido sviluppo di una flora microbica fungina. Tale situazione è fortemente aggravata nel caso in cui le radici sono trasportate. Infatti, dalle osservazioni effettuate, è emerso che il livello di umidità e di temperatura, in appena due giorni, favorisce la comparsa dei primi miceli fungini e, tra questi, sono stati evidenziati, in larga misura, funghi del genere Aspergillus, Penicillium che nelle condizioni osservate producono metaboliti secondari con attività tossica e noti come “Micotossine”. Specifici studi condotti dal Laboratorio Tecnologico Regionale sulla Qualità e Sicurezza degli Alimenti hanno evidenziato che la liquirizia, se non lavorata in tempi brevi, è soggetta a tale contaminazione.
L’Aflatossina B1 che l’Ocratossina A sono datate di un’elevata resistenza termica (fino a 220°) e, dunque, le temperature raggiunte nel ciclo di produzione dell’estratto di liquirizia non sono sufficienti a degradarle. Ciò giustifica la necessità di lavorare e trasformare il prodotto nell’areale indicato, a tutela ed interesse della salute del consumatore.
La Calabria è una regione che, per via della sua conformazione ed orografia, presenta caratteristiche assolutamente uniche rispetto a tutte le altre regioni italiane.
Estremo lembo della penisola italiana, la Calabria è essa stessa considerata una penisola lunga e stretta circondata dal mare per circa 800 Km che, se per certi versi può essere paragonata alla Puglia, per altri dimostra di essere totalmente differente da questa. Infatti la Calabria è divisa longitudinalmente in due parti dalle alte catene montuose appenniniche, elemento questo assolutamente unico nel panorama delle regioni italiane.
La conformazione e l’orografia determinano in Calabria condizioni bio-pedo-climatiche assolutamente uniche e peculiari rispetto al resto della penisola in termini di temperature medie, escursione termica, umidità, piovosità, precipitazioni, vento, eliofania e radiazione solare quindi temperatura del suolo, elementi questi ampiamente dimostrati da numerosi studi scientifici. Il particolare habitat ha, nel corso dei secoli, esercitato sulla specie una forte pressione adattiva e quindi selettiva condizionando le performance in termini di caratteristiche compositive, nutrizionali, aromatiche definendo uno specifico chemiotipo: la liquirizia di Calabria.
Questa particolare tipologia di liquirizia è identificativa della regione Calabria infatti essa era ben nota già nel Seicento come emerge da numerosi documenti, tra cui il famoso “Trattato di terapeutica e farmacologia” Vol. I (1903) in cui si afferma che <<… La specie che li fornisce è la Glycyrrhiza Glabra (Leguminose Papillonacee), che appartiene al sud-ovest dell’Europa. Talora la radice officinale è designata con il nome di LIQUIRIZIA DI CALABRIA, per distinguerla dalla liquirizia di Russia, più chiara fornita dalla Glycyrrhiza Glandulifera o Echinata che si trova nel sud-est dell’Europa.>>.
Inoltre la celebre Encyclopaedia Britannica, nella sua “Quattordicesima Edizione” (1928) asserisce: <<…The preparation of the juice is a widely extended industry along the Mediterranean coast: but the quality best appreciated in Great Britain is MADE IN CALABRIA…>>.
L’opinione espressa dall’Encyclopaedia Britannica è confermata in una relazione del Dipartimento di Stato degli USA “The licorice plant” (1985).
La Liquirizia di Calabria identifica un “prodotto” complesso frutto dell’interazione con l’opera dell’uomo, che si è tramandata nel corso dei secoli ed è assurta alla dignità di tradizione della regione Calabria così come riscontrabile nel Dipinto di Saint-Non risalente alla fine del 1700, in Stato delle persone in Calabria. I concari. di Vincenzo Padula risalente 1864, nel documento SVIMEZ Piante officinali in Calabria: presupposti e prospettive del 1951, in Pece e liquirizia nei casali cosentini del Settecento: forma d’industrie e forze di lavoro di Augusto Placanica del 1980, in I “Conci” e la produzione del succo di liquerizia in Calabria di Gennaro Matacena redatto nel 1986, in La dolce industria. Conci e liquirizia in provincia di Cosenza dal XVIII al XX secolo di Vittorio Marzi et al. del 1991, e in molti altri testi pubblicati tra il 1700 e il 2000.
Attualmente la pianta della liquirizia è diffusa nelle stesse aree, con un notevole incremento produttivo grazie all’opera di un imprenditore agricolo coriglianese che, ormai da decenni, ha iniziato a propagare la tanto preziosa radice con lo scopo di realizzare vere e proprie colture specializzate, traducendo in realtà la famosa agricoltura alternativa delle piante officinali di cui l’Italia è altamente deficitaria.
Il controllo per l’applicazione delle disposizioni del presente disciplinare è svolto da una struttura di controllo autorizzata, conformemente a quanto stabilito dagli articoli 10 e 11 del regolamento (CE) n. 510/06.
La “Liquirizia di Calabria” DOP è commercializzata in confezioni di cartone, vetro, metallo, ceramica, polipropilene e cartene e in tutti i materiali ammessi dalle leggi vigenti in materia di confezionamento di prodotti alimentari. Le confezioni potranno avere un peso oscillante tra i 5g e i 25kg. Ogni confezione deve comunque essere sigillata in maniera che l’apertura della stessa comporti la rottura del sigillo.
Sull’etichetta, deve essere riportato, il logo della denominazione, tutte le diciture di legge, la numerazione progressiva attribuita dalla struttura di controllo, e la data di confezionamento del prodotto contenuto nei singoli astucci. E’ vietato l’utilizzo di qualsiasi qualificazione aggiuntiva diversa da quelle previste nel presente disciplinare, ivi compresi gli aggettivi tipo: protetta, pura, selezionata, scelta e similari. E’ tuttavia consentito l’uso di indicazioni che facciano riferimento ad aziende, nomi, ragioni sociali, marchi privati, che non siano idonee a trarre in inganno l’acquirente.
Il logo della denominazione “Liquirizia di Calabria” DOP raffigura, in maniera stilizzata, un rombo con lati uguali e angoli di 90°. All’esterno del rombo, posta sui due lati superiori da destra verso sinistra viene riportata la dicitura “Liquirizia di Calabria”, mentre la dicitura D.O.P.
Denominazione di Origine Protetta è sui due lati inferiori, a partire da destra verso sinistra. La dimensione minima di stampa dell’intero logo è di 0,5 cm sia in altezza che in larghezza. Il logo della denominazione può essere stampato in tutti i colori.
Il marchio è interamente composto con il lettering Amerigo BT, nei diversi corpi e giustezze utili al posizionamento sui lati del rombo.
L’acronimo, nello stesso carattere, è compresso e deformato in altezza, in modo da risultare posizionato centralmente nel quadrato inscritto nel rombo.
Le applicazioni sono sempre positive e monocromatiche senza resinatura; l’acronimo è sfondato nel colore di stampa prescelto. Alla denominazione “Liquirizia di Calabria” può essere aggiunta la sua traduzione in altre lingue.
Liquirizia di Calabria D.O.P – per la foto si ringrazia
Olio Extravergine d’Oliva Bruzio – D.O.P.
dicembre 19th, 2014 | Author: chezdansimo
L’olio d’oliva Bruzio è un prodotto a Denominazione d’Origine Protetta (D.O.P.), secondo la norma europea del Reg. CEE 2081/92 ed il riconoscimento del Reg. CE n.1065/97.
Disciplinare di produzione – Bruzio D.O.P.
3b. La raccolta delle olive destinate alla produzione dell’olio extravergine di oliva a denominazione di origine controllata “Bruzio”, accompagnata dalla menzione geografica “Colline Joniche Presilane”, deve essere effettuata a partire dall’inizio dell’invaiatura fino al 15 gennaio di ogni anno.
3c. La raccolta delle olive destinate alla produzione dell’olio extravergine di oliva a denominazione di origine controllata “Bruzio”, accompagnata dalla menzione geografica “Sibaritide”, deve essere effettuata a partire dall’inizio dell’invaiatura fino al 15 gennaio di ogni anno.
1. All’atto dell’immissione al consumo l’olio extravergine di oliva a denominazione di origine controllata “Bruzio”, accompagnata dalla menzione geografica “Fascia Prepollinica”, deve rispondere alle seguenti caratteristiche:
2. All’atto dell’immissione al consumo l’olio extravergine di oliva a denominazione di origine controllata “Bruzio”, accompagnata dalla menzione geografica “Valle Crati”, deve rispondere alle seguenti caratteristiche:
3. All’atto dell’immissione al consumo l’olio extravergine di oliva a denominazione di origine controllata “Bruzio”, accompagnata dalla menzione geografica “Colline Joniche Presilane”, deve rispondere alle seguenti caratteristiche:
4. All’atto dell’immissione al consumo l’olio extravergine di oliva a denominazione di origine controllata “Bruzio”, accompagnata dalla menzione geografica “Sibaritide”, deve rispondere alle seguenti caratteristiche:
1. Alla denominazione di origine controllata di cui all’art. 1 è vietata l’aggiunta di qualsiasi qualificazione non espressamente prevista dal presente disciplinare di produzione ivi compresi gli aggettivi:
“fine”, “scelto”, “selezionato”, “superiore”.
2. È consentito l’uso veritiero di nomi, ragioni sociali, marchi privati purché non abbiano significato laudativo o non siano tali da trarre in inganno il consumatore.
4. Le operazioni di confezionamento dell’olio extravergine di oliva a denominazione di origine controllata di cui all’art. 1 devono avvenire nell’ambito della provincia di Cosenza.
5. Ogni menzione geografica, autorizzata all’art. 1 del presente disciplinare, deve essere riportata in etichetta con dimensione non superiore a quella dei caratteri con cui viene indicata la denominazione di origine controllata “Bruzio”.
6. L’uso di altre indicazioni geografiche consentite ai sensi del-l’art. 1, punto 2, del decreto ministeriale 4 novembre 1993, n, 573, riferite a comuni, frazioni, tenute, fattorie da cui l’olio effettivamente deriva deve essere riportato in caratteri non superiori alla metà di quelli utilizzati per la designazione della denominazione di origine controllata di cui all’art. 1.
7. Il nome della denominazione di origine controllata di cui all’art. 1 deve figurare in etichetta con caratteri chiari ed indelebili con colorimetria di ampio contrasto rispetto al colore dell’etichetta e tale da poter essere nettamente distinto dal complesso delle indicazioni che compaiono su di essa. La designazione deve altresì rispettare le norme di etichettatura previste dalla vigente legislazione.
8. L’olio extravergine di oliva di cui all’art. 1 deve essere immesso al consumo in recipienti di capacità non superiore a litri 5 in vetro o in banda stagnata.
9. È obbligatorio indicare in etichetta l’annata di produzione delle olive da cui l’olio ottenuto.
CONSORZIO DI TUTELA E VALORIZZAZIONE OLIO EXTRAVERGINE D’OLIVA BRUZIO D.O.P.
87062 – CARIATI MARINA (CS)
Tel/Fax 0983 96314 – mail
Bruzio D.O.P. – per la foto si ringrazia
Olio extravergine d&apos;oliva dell&apos;Alto Crotonese – D.O.P.
Disciplinare di produzione – Alto Crotonese DOP
La denominazione di origine protetta “Alto Crotonese” è riservata agli oli di oliva extravergine rispondente alle condizioni ed ai requisiti nel presente disciplinare di produzione, ai sensi della normativa nazionale e comunitaria.
La denominazione di origine protetta “Alto Crotonese” può essere attribuita all’olio extravergine di oliva ottenuto da olive della varietà “Carolea” che deve essere presente negli oliveti in misura non inferiore al 0%. Le varietà presenti negli oliveti e che possono concorrere da sole o congiuntamente nella produzione della denominazione “Alto Crotonese” in misura non superiore al 30% sono le cultivar: Pennulara, Borgese, Leccino, Tonda di Strongoli, Rossanese.
Le olive destinate alla produzione dell’olio extravergine della denominazione di origine protetta “Alto Crotonese” devono essere prodotte, nell’ambito della Provincia di Crotone, nei territori olivati della zona dell’Alto Crotonese idonei alla produzione di olio con le caratteristiche a livello qualitativo previsti dal presente disciplinare di produzione che comprende, tutto o in parte il territorio amministrativo dei seguenti comuni:
Castelsilano (in parte), Cerenzia, Pallagorio, San Nicola dell’Alto, Savelli (in parte), Verzino.
Tale zona è così delimitata in cartografia 1:25.000: da una linea che, partendo dalla confluenza dei confini tra i comuni di Caccuri (escluso dall’area), Cerenzia e Castelsilano, segue poi, in direzione Nord-Est delimitando a Sud le località di Colimiti, Fiumarella di Grisuria e Mesudera (incluse nell’area), per raggiungere il confine del comune di Savelli ad una altitudine di 304 metri s.l.m. Preseguendo verso Nord-Ovest lungo il confine del comune di Savelli fino ad incontrare il ponte che attraversa il fiume Lese. Da questo ponte il confine prosegue lungo il tratto della S. S. 108 ter fino al centro abitato del comune di Savelli. Dal centro abitato del comune di Savelli il confine si porta a Nord lungo una linea che passa attraverso la località Acqua dei Grozzi ad una altitudine di 565 metri s.l.m. fino a raggiungere il confine Ovest del comune di Verzino. Che coincide con l’intersecazione del fiume Senapite. Da qui proseguendo verso Nord lungo il confine del comune di Verzino, prosegue delimitando verso Est i territori amministrativi dei comuni di Pallagorio, Verzino, Castelsilano e Cerenzia, fino ad arrivare al punto di confluenza dal quale la delimitazione ha avuto inizio.
Le caratteristiche ambientali e di coltura degli oliveti devono essere quelle tradizionali e caratteristiche della zona, per conferire alle olive ed all’olio derivato le specifiche caratteristiche.
Pertanto sono da considerarsi idonei gli oliveti i cui terreni d’origine miocenico-plioceníca, di varia natura litologica, porosi con permeabilità nell’insieme elevata, con spessore profondo, sabbiosi, o di medio impasto, provviste di buone sistemazione, atte a garantire lo sgrondo delle acque superficiali e profonde. I sesti di impianto, le forme di allevamento ed i sistemi di potatura, devono essere quelli generalmente usati o, comunque, atti a non modificare le caratteristiche delle olive e dell’olio. In particolare oltre alle forme tradizionali di allevamento, per i nuovi impianti sono consentite altre forme di allevamento con una densità di impianto fino a 400 piante per ettaro. La produzione massima di olive per/Ha non può superare i q.li 100 per ettaro negli oliveti specializzati intensivi.
Per la coltura consociata o promiscua la produzione massima per pianta è di 65 Kg. Anche in annate eccezionalmente favorevoli la resa potrà essere aumentata previa richiesta di non oltre il 20% il limite massimo sopra indicato. La raccolta delle olive viene effettuata a partire dall’inizio dell’invaiatura e non deve protrarsi oltre il 31 dicembre di ogni campagna oleicola. La raccolta delle olive deve avvenire dalla pianta manualmente o meccanicamente. Le olive devono risultare indenne da attacchi parassitari, devono essere trasportate e conservate fino alla molitura in recipienti rigidi e fenestrati. La denuncia delle olive deve essere presentata secondo le procedure previste. La resa massima delle olive in olio non può superare il 20%.
Le operazioni di estrazione dell’olio e di confezionamento devono essere effettuate nell’ambito dell’area territoriale delimitata nel precedente art. 3. Per estrazione dell’olio sono ammessi soltanto processi meccanici e fisici atti a produrre olio che presentino il più fedelmente possibile le caratteristiche peculiari originarie del frutto. Le olive devono essere sottoposte a lavaggio a temperatura ambiente; negli impianti a ciclo continuo durante la gramolatura la temperatura della pasta non deve superare i 25 °C. Ogni altro trattamento è vietato. Le olive devono essere molite entro i due giorni dalla raccolta.
L’olio di oliva extravergine a denominazione di origine protetta “Alto Crotonese, nell’atto dell’immissione a consumo, deve risponde alle seguenti caratteristiche:
– colore: giallo paglierino-verde chiaro;
– odore: delicato di oliva;
– sapore: fruttato leggero;
– punteggio minimo al panel test: 6,5
– acidità totale, espressa in acido oleico in peso, non superiore a grammi 0,7 per 100 grammi di olio;
– numero di perossidi: non superiore 14 meq/Kg;
– K 232 < = 2;
– K 270 < = 0,2;
– polifenoli totali, minimo > = 100 p.p.m.
Altri parametri chimico-fisici non espressamente citati devono essere conformi all’attuale normativa U.E. In ogni campagna oleicola il Consorzio di tutela individua e conserva un congruo numero di campioni rappresentativi dell’olio extravergine a denominazione di origine protetta “Alto Crotonese” da utilizzare come standard di riferimento per l’esecuzione degli esami organolettici e chimico-fisici.
Alla denominazione di cui all’art. 1 è vietata l’aggiunta di qualsiasi qualificazione non espressamente prevista dal presente disciplinare di produzione evi compresi gli aggettivi: fine, scelto, selezionato, superiore, genuino. E’ vietato l’uso di menzioni geografiche aggiuntive, indicazioni geografiche o toponomastiche che facciano riferimento a comuni, frazioni e aree geografiche comprese nell’area di produzione di cui all’art. 3. E’ tuttavia consentito l’uso di nomi, ragioni sociali, marchi privati, purché non abbiano significato laudativo e non siano tali da trarre in inganno l’acquirente. L’uso di nomi di aziende, tenute, fattorie ed il riferimento al confezionamento nell’azienda olivicola o nell’associazione di aziende olivicole o nell’impresa oleicola situate nell’area di produzione è consentito solo se il prodotto è stato ottenuto esclusivamente con olive raccolte negli oliveti facenti parte dell’azienda e se l’oleificazione e il confezionamento sono avvenuti nell’azienda medesima. Il nome della denominazione di origine protetta “Alto Crotonese”, deve figurare in etichetta in caratteri chiari, indelebili con colorimetria di ampio contrasto rispetto al colore dell’etichetta e tale da poter essere nettamente distinto dal complesso delle indicazioni che compaiono in etichetta. I recipienti in cui è confezionato l’olio di oliva extravergine “Alto Crotonese” ai fini dell’immissione al consumo devono essere di capacità fino a litri 5, in vetro o in banda stagnata. E’ obbligatorio l’indicazione in etichetta dell’anno di produzione delle olive da cui l’olio è ottenuto.
Olio extravergine d’oliva dell’Alto Crotonese D.O.P. – per la foto si ringrazia