Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-13167-del-25-05-2017
Timestamp: 2020-04-08 02:36:57+00:00
Document Index: 52106340

Matched Legal Cases: ['art. 26', 'art. 113', 'art. 72', 'art. 78', 'art. 26', 'art. 72', 'art. 111', 'art. 169', 'art. 96', 'art. 385', 'art. 96', 'art. 2727', 'art. 385', 'art. 96', 'art. 111', 'art. 96']

Sentenza Cassazione Civile n. 13167 del 25/05/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13167 del 25/05/2017
Cassazione civile, sez. III, 25/05/2017, (ud. 20/04/2017, dep.25/05/2017), n. 13167
INTERNATIONAL FACTORS ITALIA SPA in persona del suo Direttore
generale Dott. S.B., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA
F. CESI 44, presso lo studio dell’avvocato FRANCESCO PILATO, che la
CURATORE DEL FALLIMENTO (OMISSIS) SPA in liquidazione, Dott.ssa
R.D., elettivamente domiciliata in ROMA, VIADOTTO GRONCHI 13
EDIF.B INT.5, presso lo studio dell’avvocato MARIA PERSICO,
rappresentata e difesa dall’avvocato LIVIO PERSICO giusta procura
20/04/2017 dal Consigliere Dott. SERGIO DI AMATO;
Sostituto Procuratore generale SGROI CARMELO, che ha chiesto
Con reclamo ex art. 26 della legge fallimentare, la International Factors Italia s.p.a (Ifitalia) chiedeva dichiararsi nullo il decreto con cui il giudice delegato del Fallimento della s.p.a. (OMISSIS) aveva autorizzato il curatore a sciogliersi dal rapporto derivante dal contratto di “factoring” stipulato tra l’allora società “in bonis” e la reclamante, ritenuto a prevalente natura di mandato. Il suddetto accordo negoziale aveva ad oggetto la disciplina delle cessioni dei crediti a venire da parte del fornitore (OMISSIS) in favore della Ifitalia quale “factor”.
Il Tribunale di Napoli, in composizione collegiale, rigettava il reclamo ritenendo, come già il giudice delegato, che il contratto andasse qualificato come mandato con finalità di finanziamento e non “factoring”.
Avverso tale provvedimento ricorre la Ifitalia s.p.a. affidandosi a due motivi.
1. Con il primo motivo di ricorso si prospetta la violazione e falsa applicazione degli artt. 1321, 1322, 1323, 1341, 1362, 1363, 1364 e 1366 cod. civ. e art. 113 c.p.c., comma 1, deducendo l’erroneità del provvedimento gravato per non aver operato un’adeguata interpretazione complessiva del testo contrattuale volta a ricostruire l’effettiva volontà delle parti. Operazione che, se compiuta, avrebbe condotto a individuare una prevalente “causa vendendi” in forza della quale il “factor” si obbligava ad acquisire i crediti di cui l’impresa cedente sarebbe divenuta titolare. Ciò che non poteva essere escluso dalla compresenza di altre funzioni economiche che usualmente si accompagnano al “factoring”, quali quella di finanziamento attraverso le anticipazioni pattuite che, però non contraddicevano il risultato finale inquadrabile, all’esito delle partite di dare e avere, in termini di pagamento del corrispettivo da una parte per le cessioni in parola, dall’altra per i servizi accessori e collaterali ad esse e, in particolare, al recupero dei crediti. Nessuna indagine specifica sulle singole clausole contrattuali risultava operata nel provvedimento impugnato, che si limitava a desumere, pertanto immotivatamente, la natura meramente formale del trasferimento di titolarità dei crediti dalla costanza ed esiguità delle percentuale, del sessanta per cento, delle anticipazioni rispetto all’ammontare complessivo dei crediti, dal progressivo ridursi delle stesse sul finire del rapporto, e dalla unicità del debitore ceduto, ossia un’azienda sanitaria locale.
Con il secondo motivo si prospetta la violazione e falsa applicazione degli artt. 1264, 1265, 1276, 1252 e 2914 cod. civ., della L. 21 febbraio 1991, n. 52, degli artt. 72 e 78 della legge fallimentare, nonchè degli artt. 112 e 116 cod. proc. civ.. Si deducono analoghe considerazioni quanto all’obliterazione dell’esplicitata volontà di cessione dei crediti. Si aggiunge che il tribunale aveva applicato l’art. 72 della legge fallimentare andando oltre le richieste della curatela che concernevano l’art. 78 della medesima legge; e che non aveva tenuto in debito conto gli importi che la (OMISSIS) aveva riversato alla Ifitalia in ragione di quelli erroneamente ricevuti dalla Asl debitrice, a conferma del già intervenuto perfezionamento della vicenda traslativa.
Secondo una solida giurisprudenza, il decreto con il quale il tribunale fallimentare, ai sensi dell’art. 26 legge fallimentare, respinge il reclamo avverso l’atto con cui il curatore ha esercitato, a norma dell’art. 72 della stessa legge, la facoltà di scioglimento dal contratto pendente, non ha natura decisoria, in quanto non risolve una controversia su diritti soggettivi, ma rientra tra i provvedimenti che attengono all’esercizio della funzione di controllo circa l’utilizzo, da parte del curatore, del potere di amministrazione del patrimonio del fallito. Con la conseguenza che detto provvedimento non è impugnabile con ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 111 Cost., potendo i terzi interessati contestare nelle sedi ordinarie gli effetti che dall’attività così esercitata si pretendono far derivare (Cass., 11/08/2010, n. 18622; nello stesso senso, in analoga fattispecie, è Cass., 01/06/2012, n. 8870). Si tratta di un orientamento risalente ad anni precedenti la novella fallimentare del 2006-2007 ma, come osserva la dottrina, non incisa in “parte qua” da questa.
Vengono in gioco provvedimenti inerenti alla gestione del patrimonio e privi dell’attitudine alla definitività, pertanto non essendo sufficiente, ai della ricorribilità in parola, che abbiano una qualsiasi idoneità a incidere positivamente o negativamente sulle aspettative dei creditori, del debitore o di terzi (così si esprime, in motivazione, Cass., 03/09/2015, n. 17520, riguardo i provvedimenti assunti a norma dell’art. 169-bis della legge fallimentare sulla richiesta del debitore di essere autorizzato alla sospensione o allo scioglimento dei contratti in corso; eguali conclusioni in Cass. 02/03/2016, n. 4176).
3. Ritiene inoltre questa Corte che proporre ricorsi per cassazione dai contenuti così distanti dal diritto vivente e dai precetti del codice di rito, come pacificamente interpretati, costituisca di per sè indice di (mala fede o) colpa grave del ricorrente.
Nel nostro caso dalla palese inammissibilità del ricorso oggi in esame consegue che delle due l’una: o il ricorrente ben conosceva l’insostenibilità della propria impugnazione, ed allora ha agito con dolo; ovvero non ne era al corrente, e allora ha tenuto una condotta gravemente colposa.
Questa Corte conosce l’orientamento secondo cui la mera infondatezza “in iure” delle tesi prospettate non può di per sè integrare gli estremi della responsabilità aggravata di cui all’art. 96 cod. proc. civ. (Cass., Sez. U, 11/12/2007, n. 25831).
Esso, innanzitutto, non viene in rilievo nel nostro caso, giacchè se è vero che proporre un ricorso per cassazione rivelatosi inammissibile o infondato, di per sè, non costituisce indice di colpa grave ex art. 385 c.p.c., comma 4, ovvero, attualmente, ex art. 96 c.p.c., u.c., è parimenti vero che in questa sede si è rilevata non già la mera inammissibilità, ma la totale insostenibilità in punto di diritto degli argomenti spesi nel ricorso: così che la grave erroneità delle tesi prospettate finisce per costituire un indizio dal quale risalire univocamente, ex art. 2727 cod. civ., alla colpa grave del ricorrente.
Il suddetto orientamento (secondo cui sostenere tesi infondate in sede di legittimità non sarebbe di per sè indice di “colpa grave”, ai fini della condanna per responsabilità aggravata), in ogni caso, quale che ne fosse la condivisibilità all’epoca in cui sorse, oggi non è più coerente nè con la realtà nè col quadro ordinamentale.
Non è coerente con la prima, perchè non considera la “ratio” deflattiva dell’art. 385 c.p.c., comma 4, ovvero, attualmente e nell’ipotesi, dell’art. 96 cod. proc. civ., che per contro va tanto più valorizzata, quanto più appare cresciuto a dismisura il numero dei ricorsi per cassazione ove si sostengono tesi palesemente incongrue.
Non risulta coerente col mutato quadro ordinamentale perchè non tiene conto: del principio di ragionevole durata del processo di cui all’art. 111 Cost., che impone interpretazioni delle norme processuali idonee a rendere più celere il giudizio, anche attraverso misure dissuasive; del principio che considera illecito l’abuso del processo, ovvero il ricorso ad esso con finalità strumentali (Cass., 18/05/2015 n. 10177); del principio secondo cui le norme processuali vanno interpretate in modo da evitare la dispersione di risorse giurisdizionali (Cass., Sez. U, 15/06/2015, n. 12310, in motivazione).
4. Spese secondo soccombenza, liquidate secondo parametri minimi in considerazione del contenuto delle difese della curatela che, nonostante l’ampiezza quantitativa delle stesse nel controricorso, non hanno sollevato la dirimente questione dell’inammissibilità in rito del ricorso ricevuto. A tale questione, e correlativa eccezione, la difesa della curatela ha infatti solo aderito in sede di memoria illustrativa, successivamente alla requisitoria scritta del procuratore generale.
La Corte dichiara inammissibile il ricorso, e condanna parte ricorrente al pagamento delle spese processuali liquidate in Euro 15.000,00, oltre a Euro 200,00 per esborsi, oltre al 15% per spese generali, oltre accessori di legge. Condanna inoltre parte ricorrente, ex art. 96 cod. proc. civ., al pagamento della somma di Euro 10.000,00 in favore del controricorrente.