Source: http://www.sofri.org/giuristi.html
Timestamp: 2018-04-25 10:44:28+00:00
Document Index: 92675429

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Il caso Sofri: cinque giuristi
Ferrajoli, Gallo, Guarnieri, Palombarini e Pisapia
sulla condanna di Sofri, Bompressi e Pietrostefani.
Docente di diritto all'Università di Camerino
Come reagire all'ingiustizia del processo Sofri
Chiunque abbia avuto occasione di leggere gli atti, o anche solo di seguire sulla stampa le altalenanti vicende del processo contro Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani e Ovidio Bompressi sa con certezza tre cose.
Primo. A sostegno dell'accusa pur dopo tanti anni di indagini, ci sono state soltanto le dichiarazioni del "pentito" Marino. Già questo avrebbe dovuto, di per sé, escludere la condanna. Stando alla lettera dell'articolo 192 del Codice di procedura penale, che riproduce una banale regola sulla valutazione della prova, una chiamata in correità non è sufficiente a giustificare un giudizio di colpevolezza, se mancano "altri elementi di prova che ne confermino l'attendibilità".
Secondo. Le dichiarazioni di Marino non solo non sono state suffragate da nessun riscontro esterno, ma sono state smentite da innumerevoli controprove e contraddizioni ognuna delle quali sarebbe bastata ad integrare, come in un caso di scuola, l'ipotesi di "insufficienza" o "contraddittorietà" della prova prevista dall'articolo 530 del Codice come presupposto dell'assoluzione.
Mi limito a ricordare le smentite di Marino ad opera dei testimoni del fatto e le sue mutevoli versioni su tutte le circostanze del delitto: dal colore (beige anziché blu) dell'autovettura degli assassini e dai suoi vistosi accessori alle modalità dello scontro che essa ebbe con una Simca e al luogo in cui andò a fermarsi prima del delitto; dai movimenti del commissario Calabresi e da quelli del killer fino alla direzione dellla fuga dal luogo dell'agguato; dalle modalità e dai tempi degli incontri con Sofri e con Pietrostefani, ripetutamente cambiate ogni volta che risultavano smentite, all'alibi di Bompressi e alla tintura dei capelli che egli avrebbe conservato fino a due mesi dopo delitto.
Terzo. Tutti questi rilievi sono stati svolti in ben due sentenze della Corte di Cassazione, quella a sezioni unite del 23 ottobre 1992 e quella del 27 ottobre 1994, le quali hanno richiamato non solo la necessità dei riscontri ma anche i canoni della precisione, della coerenza della costanza e della spontaneità nella valutazione delle prove. Ma entrambe queste sentenze sono state clamorosamente disattese: dapprima da una motivazione colpevolista di una sentenza assolutoria e poi dalle ultime pronunce di condanna, confermate nei giorni scorsi dalla quinta sezione della Cassazione. Non solo. I giudici di merito hanno ignorato tutti gli oscuri retroscena del processo: dalla scoperta che la confessione "spontanea" di Marino maturò in 17 giomi dì contatti segreti con i Carabinieri, fino alla misteriosa scomparsa dopo l'inizio del processo, di tutti i più importanti reperti (i proiettili, l'automobile degli assassini e i vestiti del commissario Calabresi).
Ebbene, tutto questo fa dì questa condanna un caso senza precedenti: una clamorosa ingiustizia, un gravissimo errore giudiziario che non solo colpisce tre innocenti ma offende il senso comune del diritto e la credibilità della nostra giurisdizione.
Né si dica (come purtroppo è stato detto) che, così dicendo, si contribuisce alla squalificazione della magistratura e dell'uso fin qui fatto dei pentiti in altri processi E' vero esattamente il contrario. Non esiste, infatti, "la magistratura", ma tanti singoli magistrati cui non si potrebbe fare maggior torto dell'ossequio acritico, aprioristico e incondizionato a qualunque verdetto giudiziario. Né risulta che ci sia stato un solo caso nella storia del nostro paese in cui una condanna sia stata emessa sulla base della deposizione di un solo pentito, senza i necessari riscontri richiesti dalla legge.
Contestare i tanti aspetti d'iniquità dì questa sentenza è perciò doveroso per chiunque abbia a cuore l'affidabilità della giurisdizione e il futuro delle garanzie nel nostro paese. E' necessario proprio per impedire che un cittadino possa chiedersi domani sono questi i criteri dì valutazione delle prove della magistratura italiana?
E' questo il valore che i nostri giudici accordano al principio "in dubio pro reo", che consente la condanna solo se sia escluso ogni ragionevole dubbio? E ancora: e questo l'uso che viene di solito fatto o che comunque è (o sarà d'ora in poi) legittimo fare di quell'istituto, insieme discutibile ed efficace, che è la collaborazione dei coimputati?
Per questo, io credo, la protesta contro questa sentenza e la ricerca di ogni possibile strada per riparare all'errore sono un segno e insieme un fattore di salute istituzionale. Tanto più perché questa sentenza è definitiva, e non sono molte le speranze dì porvi rimedio: il giudizio del Tribunale di Brescia sulla denuncia per le pressioni che sarebbero state esercitate sui giurati; la revisione del processo, qualora emergano altri elementi dì prova a favore dei condannati; la grazia d'ufficio, che il nuovo codice di procedura prevede evidentemente, "in assenza di do-manda", non come provvedimento di mera clemenza ma proprio. per casi limite come questo.
Naturalmente non ci facciamo molte illusioni. Ma mantenere in vita d'ora in poi la consapevolezza dell'ingiustizia compiuta è un impegno che dobbiamo non soltanto a questi innocenti ma anche ai principi dalla cui dìfesa dipende la credìbilità della nostra giustizia.
Ora un gesto dal Quirinale
Non si può rendere giustizia a venticinque anni dal fatto: anche se fosse tutto vero, anche se questi uomini si fossero resi colpevoli di un delitto C'è una considerazione da fare: queste persone hanno vissuto un'intera esistenza, perché venticinque anni nella maturità rappresentano un'esistenza. Non risulta che abbiano più offeso la società. Se le accuse fossero vere un intellettuale come Sofri, in specie, ha portato per anni nel suo spirito un'angoscia tremenda. Perché così avviene per un intellettuale trascinato da eventi eccezionali come erano quelli di quei tempi. Come si fa dopo venticinque anni a chiedere conto ad un uomo che non è più quello di allora e che non può riconoscersi oggi in quei fatti di ieri? E' questa una delle conseguenze della lentezza della giustizia italiana. E direi anche che quello che ci troviamo davanti è uno dei casi in cui, d'ufficio, d'autorità, dovrebbe imporsi il potere di clemenza e di riequilibrio del Capo dello Stato. Lo ripeto, non si può più chiedere conto, dopo venticinque anni, ad un uomo che è vissuto nella società non offendendola più e, se fossero vere le accuse, portandosi un'angoscia così grande nel cuore. Ventidue anni di reclusione, per un uomo dell'età di Sofri, significano praticamente una condanna all'ergastolo. Questo bisogna considerarlo, quindi, anche se tutto fosse vero.
Ma c'è un altro punto sul quale, voglio soffermarmi. Io non conosco gli atti processuali ed essendo stato magistrato ordinario per dieci anni so che una cosa è leggere un fascicolo processuale, altra cosa è apprendere le notizie dai giornali.
Ma sarebbe inquietante se tutto si dovesse fondare sulla chiamata di correo, così equivoca e senza riscontri di Leonardo Marino, che non aveva niente più da perdere tanto è vero che oggi è un uomo libero. Perfino nel contesto di reati di mafia il magistrato che difende il sistema del pentitismo sostiene che non basta da sola la dichiarazione di un collaboratore di giustizia ad accusare se non intervengono altri riscontri. C'è stato questo riscontro obiettivo nell'ambito del processo Sofri? L'impressione, che si ha è quella che non ci sia stato e che la condanna si sia basata soltanto sulla chiamata di correo.
Ma un'altra cosa vorrei dirla a proposito delle inchieste bresciane: se veramente venisse accertato che ci furono irregolarità nei procedimenti di secondo grado, nascerebbero certamente dei processi penali sulla base degli accertamenti della procura di Brescia. Potrebbe a quel punto sorgere la necessità di proporre alla Corte di cassazione una revisione del processo. Certo, però, che in questo caso si rischierebbe di far passare alcuni anni. anche nel caso in cui per una revisione potesse bastare una sentenza di primo grado. I tempi non sarebbero brevi: perché all'inchiesta di Brescia, anche se questa dovesse svolgersi in tempi ristretti, dovrebbe seguire il processo penale contro i responsabili, ci sarebbero tre gradi di giudizio. Prima di ottenere una sentenza passata in giudicato ci vorrebbe del tempo e questo mentre tre persone rimangono in galera, magari da innocenti. Ecco perché dico che deve intervenire l'autorità del Capo dello stato che si basa su una prerogativa che è sovrana e che può riequilibrare queste situazioni anomale.
Professore alla Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Bologna.
La debolezza vera del giudice
Cosa pensa della sentenza suicida con cui si costrinse la Cassazione ad annullare la sentenza di assoluzione nei confronti di Sofri, Bompressi e Pietrostefani?
Intanto, diciamo cosa s'intende per sentenza suicida. Si dice "suicida" quella sentenza la cui motivazione è redatta in modo manifestamente illogico e incoerente, al fine di permettere al controllo della Corte di Cassazione di annullare la sentenza stessa. Ora, il caso Sofri non è un'eccezione. Io non so dirle quante volte sia stata usata, non c'è una statistica sulla sentenza suicida, però le sentenze suicide sono note, sono conosciute. Non è che ce ne siano tantissime, ma ce ne sono diverse. Dopo che ho parlato con voi (vedi l'intervista apparsa nel n. 55 di Una Città, ndr.) sono andato a controllare e ho trovato un caso notissimo, addirittura del 1949, citato in un saggio famoso. In questo caso la sentenza suicida è, diciamo, "di sinistra", nel senso che si trattava del processo ai presunti mandanti dell'assassinio dei fratelli Rosselli, avvenuto in Francia, i quali, tra l'altro, erano ufficiali del Sim, cioè del Servizio informazioni militari. Bene, dopo una serie di altri processi, assoluzioni e annullamenti, furono infine processati nel '49 dalla Corte d'Assise di Perugia, la quale li assolse con una sentenza suicida. Rileggo qui dal saggio di Achille Battaglia, un vecchio avvocato che scriveva negli anni Cinquanta: "Per nove pagine di motivazione l'estensore ribadisce la sua convinzione della colpevolezza degli imputati e poi in nove righe rileva che, nonostante le prove, resta un dubbio tenue, è vero, ma pur sempre un dubbio sulla loro responsabilità. In conseguenza di questo dubbio, che è pure vago e affidato a supposizioni incerte, la Corte ravvisa di assolvere ... per insufficienza di prove"; a quel tempo c'era l'insufficienza di prove. Quella fu una chiara sentenza suicida. Poi andò a finire che, nonostante la sentenza suicida, il Procuratore di Perugia non fece appello in Cassazione, il che, se vuole, è una cosa abbastanza buffa, un po' curiosa, ma l'elemento importante è che Battaglia, in questo suo saggio, indicando questa come una delle più famose sentenze suicide, implicitamente fa riferimento al fatto che di sentenze suicide ce ne siano state diverse.
Quali problemi pone la sentenza suicida?
Direi che la sentenza suicida ha due aspetti, uno riguarda l'etica professionale del magistrato, anche se a me non risulta che ci siano mai state iniziative disciplinari o anche paradisciplinari o di qualsiasi tipo nei confronti degli estensori di sentenze suicide.
C'è un primo aspetto, quindi, che riguarda l'etica giudiziaria, perché siamo di fronte a una sostanziale forma di disonestà da parte del giudice che estende la motivazione della sentenza, che, essendosi trovato in minoranza di fronte ai giurati laici, decide di imbrogliarli. L'altro elemento strettamente connesso con la possibilità stessa della sentenza suicida riguarda la sostanziale inutilità, a questo punto, delle Corti d'Assise come corti miste, nelle quali i giudici popolari siedono, così come in Francia, insieme ai giudici di carriera, almeno ai fini di favorire la cosiddetta partecipazione popolare all'amministrazione della giustizia. L'aspettativa che un po' si diffonde è che o i giurati popolari votano secondo le indicazioni o i desideri e gli orientamenti dei giudici di carriera oppure c'è questa specie di bomba ad orologeria che può esplodere...
Ma ci sono casi assolutamente eccezionali che potrebbero giustificare il ricorso alla sentenza suicida?
Ci sono delle situazioni in cui la partecipazione popolare non è possibile o comunque è fortemente disfunzionale, contesti in cui la sicurezza pubblica è messa a repentaglio; ma anche in quel caso trovo il sistema della sentenza suicida assolutamente ipocrita: in quel caso, il sistema della giuria al limite è meglio sospenderlo e poter formare un tribunale di soli giudici di carriera che si assume le proprie responsabilità. Questo comunque non è il caso del processo a Sofri, Bompressi e Pietrostefani. Il loro è un caso di reati, se non comuni, ma che rientrano in una situazione, tutto sommato, non di eccezionalità.
Se non si vuole questo, allora è più opportuno il sistema della separazione fra giudici popolari e giudici togati, lasciando la giuria, che deve giudicare del fatto, solo ai popolari com'è negli Stati Uniti. Tra l'altro, c'è un altro elemento, meno forte, forse, che può spingere a favore della separazione. Da una serie di chiacchierate informali che feci molto tempo fa, quindi si tratta di informazioni non perfettamente riscontrabili, oggi pare che i problemi più grossi nelle Corti di Assise emergano in quelle d'appello, perché nella Corte d'Assise d'appello il livello d'istruzione richiesto per essere sorteggiato quale giudice popolare è più elevato che nella Corte d'Assise. Mentre nella Corte d'Assise basta, o almeno bastava, la scuola dell'obbligo, la terza media, nell'appello, invece, ci vuole il diploma di scuola media superiore e questo fa sì che sia più probabile trovare fra i giudici popolari delle Corti d'appello persone dotate di conoscenze e capacità culturali, il che crea, ovviamente, nel caso non ci sia un orientamento comune fra giudici togati e giudici popolari, una maggiore afflizione.
Il problema è che effettivamente la Corte d'Assise "beduina", come dice Mereu (la corte mista fu introdotta in Libia, per dare una parvenza di coinvolgimento della popolazione alla giustizia coloniale. Vedi intervista a Italo Mereu, n. 54 di Una Città, ndr.), provoca problemi di questo tipo e tende a nascondere le responsabilità sia dei giudici popolari che di quelli togati o le fanno emergere in questo modo fraudolento.
Ma come si spiega il silenzio da parte degli altri?
Attenzione, qui c'è un fatto anche di deontologia professionale, perché in passato ci sono stati interventi di giudici su decisioni di altri giudici e questo ha creato delle grosse polemiche. Quando, per esempio, questi commenti sono stati fatti da parte di gruppi o di correnti organizzate, questo ha creato qualche problema, devo dire anche, in parte, comprensibile, dato che poi le correnti organizzate eleggono al Csm i propri membri e allora quel commento poteva diventare anche una forma di censura.
Quello che semmai colpisce è che non ci siano interventi di singoli, almeno che io sappia. Strano perché poi, a questo punto, la sentenza è passata in giudicato. Capisco un invito al riserbo quando c'è un processo in corso, quando c'è un appello che pende, ma qui il caso, almeno per ora, è chiuso. Da parte mia sono un po' restio a intervenire sul caso Sofri perché lo conosco solamente dai giornali; anch'io, come molti, sono rimasto poco convinto, per usare un eufemismo, dalla sentenza, però devo dire che il mio parere vale quello di molti altri cittadini che, come me, sono rimasti molto perplessi; ma, lo ripeto, mi ha stupito questo silenzio quasi unanime di una magistratura peraltro spesso discorde su tanti temi. Evidentemente, è forse un momento politico particolare, la magistratura si sente sotto pressione e allora ha deciso di non impegnarsi in un caso che non poteva portarle politicamente nulla di buono. Questa è però una semplice ipotesi.
Sui problemi della chiamata in correità cosa pensa?
La chiamata in correità è un problema molto grosso, sul quale ho qualche ritegno a intervenire perché me ne intendo molto poco. Noto un'evoluzione della giurisprudenza della Cassazione su questo tema: prima c'è tutta la giurisprudenza Carnevale; poi c'è un mutamento di giurisprudenza quando Carnevale viene allontanato o, per motivi anche suoi, decide di andarsene, ora c'è qualche incertezza. La mia impressione è che ci sono delle oscillazioni, che mi sembrano apparentemente molto fini; ho l'impressione che il caso Sofri s'inserisca dentro un'oscillazione più generale e che l'ultima sentenza cada forse nel momento in cui il pendolo andava in una certa direzione. Mi sembra di poter dire con una certa sicurezza che su questo punto si sono usate misure diverse.
Non c'è stato anche una carenza di autonomia del magistrato giudicante?
Questo dimostra che noi abbiamo sempre dei giudici deboli perché il problema non è che il Pm non debba essere zelante: è la parte accusatrice, è la parte pubblica, deve farlo con zelo, quindi deve anche cercare il pelo nell'uovo, è il suo mestiere; però nel modello triadico c'è il giudice che è terzo. Invece, si ha l'impressione che i nostri giudici siano deboli perché subiscono delle pressioni, non necessariamente pressioni di tipo massiccio, dovute solamente ai condizionamenti dell'ambiente. I giudici sono deboli perché sono condizionabili, solo perché contigui: è il caso successo a Milano al processo Berlusconi col presidente che si è lasciata "scappare" quella frase sul bastone e la carota. Se non altro, c'è un atteggiamento poco terzo dei giudici. Questo riproduce, al di là delle forme, la struttura inquisitoria, ma senza quei limiti che questa aveva.
La struttura inquisitoria era una struttura a due, giudice e imputato; però, da un lato, i poteri del pubblico ministero e del giudice istruttore erano rigorosamente circoscritti da una procedura molto pesante, la polizia non dipendeva così direttamente dal pubblico ministero, quindi in realtà c'era una distanza tra polizia e autorità giudiziaria che permetteva al giudice di distanziarsi rispetto alle indagini della polizia. Poi l'appello era, da questo punto di vista, molto più efficace perché c'era una stratificazione gerarchica: i giudici di appello erano superiori rispetto ai giudici di grado inferiore, anche se, va detto, questo portava ad altre brutte cose. Insomma, non voglio difendere quel sistema che aveva tutti i difetti, però in questo caso l'appello fungeva un po' da ricorso ad un terzo: il processo era a due, poi si ricorreva ad un terzo giudice per avere la conferma. Oggi noi abbiamo il sistema formalmente a tre, di fatto però è a due, perché due si mettono d'accordo, sono strutturalmente collegati. E questo, secondo me, non è solo una questione di cattiva volontà, è una questione strutturale, per cui il giudice fa fatica a dire di no al pubblico ministero, proprio perché è incosciamente condizionato dal fatto di appartenere allo stesso corpo.
Il 21 ottobre '92 la Corte di cassazione ha annullato la prima condanna a Sofri, Bompressi e Pietrostefani. Ecco perché le motivazioni di quella sentenza rendono giudizi successivi, che ne prescindono, non convincenti.
È impressionante ripercorrere oggi le molte ragioni per le quali il 21 ottobre 1992 le sezioni unite della Corte di cassazione hanno annullato la prima condanna di Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani a ventidue anni di reclusione, ragioni che sono ampiamente riportate nella sentenza con la quale la quinta sezione della Corte, nel gennaio scorso, ha posto la parola fine al processo sanzionando definitivamente la condanna successivamente irrogata agli imputati dalla Corte d'assise d'appello di Milano.
E' impressionante perché le ragioni di quell'annullamento, essenzialmente riferite alla credibilità e all'intrinseca consistenza delle dichiarazioni del pentito Leonardo Marino, prima che alla questione dei riscontri, appaiono ancora oggi di grande rilevanza; e le sentenze successive che le hanno considerate non decisive davvero non convincono chi ne legge le motivazioni.
Intanto le sezioni unite avevano individuato possibili risvolti ambigui e inquietanti nella stessa decisione di confessare dopo sedici luoghi anni dai fatti. Non è solo il dato strettamente temporale, pur rilevante, a suscitare perplessità. Un aspetto che non è stato considerato dai giudici è dato dal fatto che la crisi del terrorismo ha determinato nei suoi protagonisti, a partire dalla fine degli anni Settanta, una serie di momenti collettivi di distacco - prima il pentitismo, poi la dissociazione, infine la critica di un'esperienza considerata esaurita - che si sono pubblicamente sviluppati e conclusi ben prima del 20 luglio 1988, data nella quale il pentito si è presentato al per confessare e riferire dell'omicidio Calabresi. Come mai in nessuna di quelle fasi Marino - di cui pure si dice che già in tempi di poco successivi all'agguato avesse cominciato a maturare una profonda crisi di coscienza - si è indotto a fare ciò che tanti altri andavano facendo? Eppure era una crisi coinvolgente. e che infatti ha coinvolto centinaia di persone, che in un modo o nell'altro ancora presero le distanze dalla lotta armata.
Un secondo punto preso in considerazione dalle sezioni unite è stata la difficoltà di conciliare la figura dell'uomo buono e pentito con il ricorso a rapine a mano armata commesse ben dopo l'esaurimento della militanza in Lotta Continua. Si noti: una di queste era stata pensata, anche se non realizzata, nel 1987, cioè appena un anno prima delle confidenze a un parroco e a un senatore che hanno preceduto i colloqui con i carabinieri.
E poi: le lacune e le contraddizioni, e i successivi adattamenti, erano stati tanti e - dicevano le sezioni unite - non li si poteva considerare superati con il semplice richiamo al lungo tempo trascorso dai fatti. In proposito vale la pena di ricordare come di grande rilievo appaia ancora oggi l'iniziale indicazione della presenza di Pietrostefani a Pisa il 13 maggio 1972 (il giorno della conferma dell'incarico di uccidere Calabresi, secondo Marino): la sentenza dello scorso 22 gennaio della quinta sezione della Cassazione ricorda la circostanza ("in un primo tempo Marino indicava anche Pietrostefani, la cui presenza peraltro andava a dissolversi in successive versioni»), ma poi conisidera il "dissolversi" il frutto dello sponitaneo emergere dalla memoria di ricordi più esatti. Certo, ben può avvenire che chi e racconta fatti avvenuti anni prima, progressivamente metta a fuoco i ricordi: ma l'episodio in questione era proprio quello della conferma del mandato a uccidere Calabresi.
Ancora. Se è vero che Lotta Continua aveva un esecutivo nazionale ne erano rimasti inesplorati poteri e funzioni. Se si poteva ritenere sussistente la struttura illegale di cui aveva parlato Marino, non era affatto dimostrato che si trattasse di un'organizzazione terroristica, e non più semplicemente di uno strumento per campagne antifasciste violente e per l'autofinanziamento mediante rapine. Se vari pentiti di altre organizzazioni avevano attribuito a Lc l'omicidio Calabresi, le loro dichiarazioni costituivano nient'altro che voci largamente diffuse neghi ambienti della sinistra eversiva, ce non prove . Se il quotidiano del movimento, prima e dopo l'uccisione del comniissario, si era espresso nei confronti di quest'ultimo in termimi violenti e odiosi. la cosa avrebbe an-che potuto essere valutata con riferimento alla virulenza e all'asprezza che caratterizzavano, nei primi anni Settanta, la lotta politica. E così via.
Insomma, un insieme di indicazioni del giudice di legittimità nella sua massima assise che sembravano insuperabili; e che invece, senza che sia intervenuta alcuna novità - e cioè una nuova fonte di prova sui fatti - sono state superate (anche passando, com'è noto, per una sentenza di assoluzione "suicida"). Come? un esempio può servire a darne l'idea.
La sincerità del pentimento di Marino secondo le sezioni unite sembrava contrastare con l'effettuazione di rapine, protratta nel tempo per lucro personale? Le cose non sono affatto incompatibili - è stato scritto nella successiva sentenza di condanna - perché l'angoscia maturata nel tempo fino a diventare insostenibile derivava soltanto da quel gravissimo fatto, e non dalle rapine commesse "per cogenti necessità personali e familiari", ai tempi di Lc considerate legittimi espropri proletari e quindi ritenute dal Marino anche successivamente fatti non idonei a creargli particolari problemi di coscienza. A dimostrazione che forse è vero quanto alcuni sostengono, e cioè che è possibile per un giudice motivare tutto e il contrario di tutto.
Per non parlare poi dai riscontri. La verità è che su mandato a uccidere di riscontri specifici non ce n'è nemmeno uno. Così l'esistenza dell'esecutivo nazionale di Lc e di una sua struttura illegale e clandestina; la campagna di stampa contro Calabresi e la ragionevolezza del movente consistente nell'addebito al commissario Calabresi dell'omicidio di Giuseppe Pinelli; il ruolo di rilievo di Sofri e Pietrostefani, entrambi componenti dell'esecutivo politico, con primarie responsabilità l'uno di direzione, l'altro di organizzazione; la cura da parte di Pietrostefani della struttura clandestina di Lc, desumibile anche dalla sua presenza a Torino negli anni 1971/72 senza lo svolgimento da parte sua di una qualsiasi attività pubblca; la presenza di Sofri e Pietrostefani nella sede romana del quotidiano del gruppo la mattina del 17 maggio 1972, "in spasmodica attesa", come raccontato de relato dal pentito che affermava di avere appreso la circostanza dal Pietrostefani; la presenza di Marino a due comizi di Sofri, a Pisa e a Massa, a cavallo dell'omicidio Calabresi; l'inattendibilità di tutti i testi indicati dalla difesa; tutto ciò ha costituito oggetto di considerazioni che riempiono pagine e pagine della sentenza di condanna e di quella della quinta sezione. Ma, come ognuno facilmente comprende, non costituiscono elementi di prova in ordine al mandato a uccidere. Per cui alla fine è stata decisiva la parola di chi chiamava in correità, del pentito.
Per rendersi conto della gravità di un simile esito basta riflettere per un attimo su questa ipotesi. Se Leonardo Marino avesse integrato le sue affermazioni chiamando in causa una quarta persona, dichiarando ad esempio che in occasione del comizio di Pisa un altro dirigente di Lc, casualmente incontrato in piazza gli aveva detto che si doveva agire, oggi avremmo un altro condannato a ventidue anni di reclusione per l'omicidio Calabresi. Perché Marino è sincero e attendibile; perché Lc aveva un esecutivo nazionale e una struttura illegale; perché anche quest'altra persona era uno dirigente dell'organizzazione, era presente al comizio di Sofri, e in scritti e discorsi aveva accusato Calabresi di avere ucciso Pinelli.
No, davvero non sono convincenti le sentenze che hanno portato alla condanna definitiva di Sofri, Bompressi e Pietrostefani.
"Verdetto assurdo ma l'indulto non è possibile"
Giuliano Pisapia, presidente della commissione Giustizia della Camera, avvocato penalista parlamentare indipendente di Rifondazione, è imbarazzato, indignato e amareggiato per la condanna di Sofri e compagni. I tre sentimenti corrispondono ai ruoli: l'imbarazzo nasce dalla carica istituzionale che rende più delicato e difficile affrontare un caso singolo; l'indignazione dalla lettura che, da penalista, Pisapia ha fatto delle carte processuali; l'amarezza dall' appartenere a un' area politica e culturale che vede condannata. con Sofri, una parte della sua storia.
L'avvocato Pisapia come giudica la sentenza della Cassazione?
"Non la condivido. E' sconcertante. E' la conferma che bisogna al più presto risolvere alcuni nodi della giustizia tra cui,soprattutto, quello della valutazione delle prove. Penso che debba essere annullata con la revisione del processo. Sono consapevole che è difficile, ma ci sono precedenti precisi.
"ll caso di Massimo Carlotto, quel ragazzo di Padova protagonista di una lunghissima vicenda giudiziaria per omicidio, ha molte analogie - parlo naturalmente degli aspetti tecnico-giuridici - con questa vicenda. Anche là emerse che negli atti processuali esistevano elementi che, visti sotto una luce diversa, avrebbero dovuto portare a conclusioni opposte".
Comunemente si pensa che per la revisione di un processo sia necesssario che emerga, dopo il giudicato, un fatto nuovo...
"Questo col vecchio codice, che prevedeva una sorta di ribaltamento dell'onere della prova: bisognava dimostrare I'innocenza per poter riaprire il processo. Ma alcune sentenze, e una è quella sul caso Carlotto, hanno considerato "fatto nuovo" anche un fatto già presente agli atti ma non valutato. Cioè: prima era necessario dimostrare l'innocenza, ora è sufficiente dimostrare il dubbio.."
E nel caso Sofri, lei dice, questo dubbio c'è.
"Ho letto e riletto le carte processuali. E ho constatato che negli atti non ci sono solo forti elementi di dubbio ma c'è addirittura la prova della estraneità degli imputati. Decine di testimoni hanno dichiarato che le affermazioni di Marino sono false. Testimoni che non sono stati incriminati per falsa testimonianza. Non riuscirò mai a capire perché si è dato più valore alla chiamata in correità di Marino che a quelle testimonianze".
Forse perché sì è ritenuto che Marino non avesse alcun motivo per dire il falso, dopo tanti anni, inguaiando anche se stesso...
"Eh no, è proprio questo il punto. Marino non si è presentato spontaneamente. Risulta dagli atti, e non dalla testimonianza di un "amico di Sofri". L'ha detto un sacerdote: i carabinieri cercavano Marino prima che si presentasse.....".
"E' proprio questo il punto oscuro che va chiarito. E di certo Marino ha detto il falso anche su un'altra circostanza, relativa alla sua presenza a Roma e all'esistenza della struttura illegale di Lotta continua. Su questo è stato smentito da un altro sacerdote. Non da un ex di Lotta continua".
Ma queste sono circostanze che i giudici della Cassazione hanno di certo esaminato.
"Ci sono, nella sentenza, anche delle scelte in diritto che suscitano perplessità. Le stesse indicazioni in materia di valutazione della prova date dalla Cassazione a sezioni unite con la sentenza di rinvio alla Corte d'appello sono state disattese. Cioè: una sezione della Cassazione è andata contro le indicazioni delle sezioni unite. Le stesse indicazioni che erano alla base della sentenza di assoluzione pronunciata dalla corte d'appello di Milano e ribaltata in appello. Ec-co, un'altra cosa da fare è proseguire, con prudenza ma con fermezza, nell'inchiesta che deve accertare se in quell'ultimo processo ci furono elementi di inquinamento tali da eliminare la possibilità di un giudizio sereno da parte dei giudici popolari".
La revisione è proprio l'unica strada?
"E' difficile, complessa, ma l'unica. E lo dico con rispetto verso la famiglia, lo dico con difficoltà emotiva per aver conosciuto e apprezzato con quale serenità i familiari del dottor Calabresi - a differenza dei loro legali - hanno seguito il processo. Ecco, credo che il modo di rispettare una sofferenza così grande sia chiedere certezze. Non credo che una condanna con tanti dubbi possa lenire il dolore".
Presidente Pisapia, le varie proposte di indulto per chiudere gli "anni di piombo" presto saranno dalla sua Commissione. Pensa che potranno riguardare anche il caso Sofri?
"No. Le proposte di indulto - sono sei in tutto - hanno una comune ispirazione: raggiungere un riequilibrio delle pene considerando che aggravante delle finalità di terrorismo, che ne ha aumentato di molto l'entità, appartiene a una fase storica superata. L'omicidio Calabresi anche secondo l'accusa, è avvenuto in una logica diversa da quella dei gruppi armati.
Ma anche quella fase storica è superata.
"Sì. Ma l'indulto comunque non risolverebbe in alcun modo il problema del carcere. Anche se passasse e fosse esteso, resterebbe, a Sofri e gli altri imputati, un periodo lunghissimo da scontare'
Intervista a cura di Giovanni Maria Bellu