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Timestamp: 2018-07-22 04:22:38+00:00
Document Index: 157465395

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 70', 'art.70', 'art.81', 'art.70', 'art.69', 'art. 69', 'art.40', 'art.72', 'art.1', 'art.3', 'art. 5']

I Costituenti hanno previsto per la approvazione delle leggi costituzionali una maggioranza dei due terzi proprio per evitare modifiche della Costituzione non sufficientemente condivise e soprattutto per evitare modifiche della Costituzione fatte da maggioranze improvvisate. La riforma Renzi-Boschi della Costituzione non solo è stata approvata da un Parlamento delegittimato dalla sentenza della Corte costituzionale, che ha giudicato incostituzionale la precedente legge elettorale, ma soprattutto è stata imposta da un premier non legittimato dagli elettori e votata da una maggioranza costituita da un numero decisivo di deputati e senatori eletti in liste politicamente contrapposte al PD. Senza i voti di Alfano, di Verdini, dei transfughi di Grillo e degli amici di Tosi questa riforma non sarebbe mai passata. Una riforma di ben 47 articoli della Costituzione, approvata contro tutta l'opposizione e con il voto decisivo di circa 150 parlamentari nominati, passati con la maggioranza per opportunismo politico, è già di per sé una sorta di colpo di stato.
Ora il popolo potrà dire la sua. Ci sono diversi, ottimi motivi per dire no. Sia ben chiaro, buone riforme costituzionali e la introduzione di un sistema bicamerale alla tedesca, come faceva la famosa devolution, potrebbero essere valutate positivamente. Ma questa riforma non è una buona riforma. Innanzitutto è scritta malissimo, e in molti passaggi è di equivoca interpretazione. Per fare un esempio, l'attuale art. 70 è composto da 9 parole, il nuovo testo dell'art.70 da ben 451 parole. Il nuovo procedimento legislativo, che oggi ha 4 variabili, prevedrà 8 possibili percorsi. Ci sono incongruenze non solo lessicali e autentiche perle di cattiva legislazione, ma anche contraddizioni grossolane. Non si comprende poi quale sia il ruolo di raccordo di questo nuovo Senato in presenza di un ruolo sempre più decisivo della Conferenza Stato-regioni. Ma soprattutto, come ha sottolineato il prof. Enzo Cheli, la "non chiara definizione dei rapporti fra le due Camere e tra lo Stato e le regioni" rischia di generare una forte conflittualità destinata a compromettere l'operatività del nuovo modello. Lo riconosce persino il Corriere del 25 maggio in un pezzo di Dino Martirano che paventa il moltiplicarsi delle liti e delle controversie, il contrario di ciò che una buona riforma della Costituzione dovrebbe fare.
Veniamo al contenuto. Intanto va sfatato un mito: tutti i Paesi del G8 sono bicamerali: Canada, Francia, Germania, Giappone, Regno Unito, Russia e Stati Uniti. 15 Paesi del G20 sono bicamerali: gli stessi Paesi del G8 più Argentina, Australia, Brasile, India, Messico e Sud Africa. La stessa Unione Europea suddivide il potere legislativo tra Parlamento e Consiglio Europeo. Sono, invece, monocamerali, per esempio: Arabia Saudita, Cina, Corea, Indonesia e Turchia, non proprio dei modelli di democrazia. Sono monocamerali anche i Paesi scandinavi, ma non potrebbero essere diversamente considerata la scarsa popolazione, la forte omogeneità sociale e politica, la forma di stato accentrata. Hanno un bicameralismo perfetto grandi democrazie come gli Usa e la Svizzera. Quattro miliardi di persone su cinque miliardi e mezzo (Cina esclusa) sono rappresentati da Parlamenti bicamerali. È vero, molti fra questi Paesi hanno un bicameralismo imperfetto, ma pressoché tutti i paesi con bicameralismo imperfetto sono autenticamente federali e il Senato rappresenta effettivamente il luogo di compensazione fra le istanze regionali e quelle centrali, il contrario di quello che fa questa riforma.
Chi è per il sì porta due motivazioni: è necessario abbreviare i tempi per fare le leggi e si devono risparmiare risorse. Andiamo ad analizzare la realtà. Secondo un accurato studio di Valerio Di Porto pubblicato su Il Filangieri l'Italia ha la più abbondante produzione legislativa d'Europa: il Parlamento approva oltre 3 volte le leggi di Spagna e Gran Bretagna, oltre due volte quelle approvate dalla Francia e complessivamente più leggi della Germania e della Svezia. Dunque semmai ci sarebbe bisogno di meno leggi, non di più leggi! Quali sono i tempi attuali di approvazione? Secondo Openpolis al 10 ottobre 2014 la media di approvazione di un ddl presentato dal governo era di 77 giorni, al 13 febbraio 2015 era di 109 giorni. Nella precedente legislatura il tempo medio è stato di 116 giorni. Su molti temi il nostro Parlamento è un autentico Speedy Gonzales. Stando ai dati di Openpolis, ripresi anche dall'Espresso, quando si parla di: imprese e giustizia i tempi medi di approvazione di un ddl sono di 46 giorni, un record europeo. Interventi sul territorio, economia, cultura e finanza impiegano rispettivamente 52 e 53 giorni. Il decreto Svuotacarceri è stato approvato in 38 giorni, il decreto lavoro in 40 giorni, il decreto competitività in 44 giorni, la riforma costituzionale, dunque con doppia lettura, dell'art.81, che ha introdotto l'obbligo del pareggio di bilancio, è stata approvata in soli tre mesi. Le leggi finanziarie, che introducono le riforme economiche più importanti, impiegano mediamente 50 giorni. Dunque decisiva è la volontà politica non il sistema parlamentare. E, come ricorda Stefano Passigli, quando ci sono stati ritardi, gli intoppi sono venuti sempre dalla Camera, non dal Senato. In verità è dalla XIV legislatura che i tempi di approvazione dei ddl governativi si sono dimezzati.
Decisiva è poi la coesione della maggioranza: nella legislatura 2001/2006, la XIV, (governo Berlusconi) ben i 3/4 dei disegni di legge di iniziativa governativa vennero approvati contro neanche la metà della XIII legislatura (governi Prodi, D'Alema, Amato) e addirittura contro un terzo della XV legislatura (governo Prodi).
In ogni caso questa riforma non solo non abolisce il Senato, ma non è affatto vero che impedirà la fatidica seconda lettura: infatti su richiesta di appena un terzo di senatori si potrà sempre proporre modifiche ai ddl approvati dalla Camera obbligando la Camera ad una seconda lettura. Verosimilmente non si tratterà di una eccezione dal momento che a differenza di oggi Camera e Senato saranno composti da maggioranze assai diverse: il Senato sarà infatti composto da consiglieri regionali e sindaci eletti in tempi diversi, con leggi molto diverse e per contingenze politiche molto diverse da quelle che caratterizzano la elezione dei deputati. Non solo, se rapportato agli attuali tempi medi di approvazione di alcuni ddl, l'art.70 prevede già che si raggiungano quei tempi solo per il passaggio in Senato: il progetto approvato dalla Camera, dopo una discussione che non sarà necessariamente breve, deve essere trasmesso al Senato che entro 10 giorni può decidere di esaminarlo. Nei 30 giorni successivi il Senato può proporre modifiche. A quel punto il testo ritorna alla Camera per la discussione e il voto definitivo. I 40/50 giorni ricordati da Openpolis necessari per approvare molte delle leggi votate da un Parlamento che nella vigente Costituzione ha spesso avuto una maggioranza simile fra Camera e Senato, sono già abbondantemente superati da un Parlamento che sarà composto invece da due maggioranze normalmente diverse, e dunque non necessariamente collaborative.
Il Senato dovrà obbligatoriamente approvare tutte le leggi costituzionali, diverse leggi ordinarie che riguardano comuni e regioni, ma soprattutto le leggi di ratifica dei trattati negoziati nel quadro Ue (così secondo Natalino Ronzitti) e la cosiddetta legge comunitaria che disciplina le modalità di partecipazione dell'Italia alla formazione e attuazione delle norme comunitarie. A proposito, forse a Renzi è sfuggito che il 36% delle leggi riguarda ratifica di trattati e che buona parte di questi trattati deriva dalla appartenenza dell'Italia alla Ue, dunque di competenza anche del Senato. Sono fra l'altro proprio queste leggi di ratifica quelle che impiegano più tempo e che fanno alzare le medie dei tempi di approvazione. Su temi cruciali rischia di nascere il caos e la paralisi proprio perché Camera e Senato avranno maggioranze molto diverse. Voglio fare un esempio concreto: se nel 2017 il centrodestra dovesse vincere le elezioni non avrebbe molte possibilità di modificare la Costituzione e non potrebbe modificare le modalità di partecipazione dell'Italia alla Unione Europea posto che 17 regioni su 20 sono in mano al centrosinistra.
Proprio questa riforma, che non appare per nulla urgente, né rilevante, rischia dunque di impedire un vero processo costituente che riveda per esempio il funzionamento del Csm, la composizione della Corte costituzionale, le modalità di applicazione di alcuni trattati Ue, che chiarifichi i rapporti fra il nostro ordinamento e quello europeo fissando i confini di quest'ultimo, che riveda i limiti oggi previsti nella Carta ad una tutela più efficace della proprietà privata che introduca un avanzato modello di federalismo fiscale, e un accorpamento di alcune regioni, che farebbe risparmiare, questo sì, miliardi di euro, che ripensi il ruolo del presidente della repubblica, che attribuisca al presidente del consiglio il potere di nominare e sostituire direttamente i ministri - di essere un premier e non un primus inter pares, condizionato dal presidente della repubblica - l'unico, vero potere decisionale di cui si sentiva il bisogno, riforma tanto attesa e curiosamente dimenticata. Se si approverà questa riforma, di fatto potrà essere impossibile per molto tempo toccare la Costituzione. Di questo bisogna essere consapevoli.
E veniamo alle spese. Renzi disse che la riforma avrebbe fatto risparmiare un miliardo di euro. Bugia colossale. Intanto la riforma lascia intatto il numero dei deputati, a differenza della cosiddetta devolution respinta dal referendum confermativo nel 2006. Ma, soprattutto, la riforma, lasciando intatta la struttura del Senato, incide pochissimo sui costi, dal momento che, contrariamente a quanto si pensa, il vero costo del Senato è dato dal personale e dai servizi che non vengono minimamente ridotti: su un costo complessivo di 540 milioni di euro, il costo dei senatori è di appena 79 milioni di euro di cui solo 42 milioni di indennità e 37 milioni di diaria e rimborsi spese (dati 2015). E qui veniamo al dunque. È falso che la riforma impedisce ai futuri senatori il pagamento di una indennità. Si limita soltanto a modificare l'art.69 della Costituzione che considera la indennità un diritto costituzionalmente garantito. Dunque se si vorrà si potrà sempre prevedere una indennità approvando una legge ordinaria ad hoc. Non solo. L'art. 69 garantiva la indennità, ma, come si è visto, circa la metà dell'attuale trattamento economico consiste nella diaria e nei rimborsi spese che non sono affatto vietati: l'art.40 comma 2, vieta tartufescamente ben altro: "i rimborsi in favore dei gruppi politici presenti nei consigli regionali", non vieta i rimborsi ai senatori, una differenza decisiva. Ai 5 senatori di nomina presidenziale vengono fra l'altro mantenute tutte le indennità e tutti i privilegi. Dunque il risparmio complessivo nella migliore delle ipotesi non supererà i 40 milioni di euro, considerato che una parte importante di quei 42 milioni di euro veniva recuperata dallo stato sotto forma di imposte sul reddito.
Tutto questo senza contare che, come ha notato molto acutamente Roberta Calvano, i nuovi compiti di studio, controllo e valutazione, attribuiti al Senato necessiteranno da soli un incremento del personale. Si dice poi che la riforma abolisce le province. Non è esatto. Le province sono già state abolite, la Costituzione ne prende atto. Ma come sono stato soppresse con legge ordinaria, potrebbero ben essere reintrodotte con legge ordinaria.
È invece del tutto falso che la riforma "mandi a casa un terzo dei politici", come da Renzi affermato. Proprio Renzi ha fra l'altro reintrodotto con legge ordinaria ben 24.000 fra consiglieri e assessori comunali, aboliti nella precedente legislatura: ha reintrodotto infatti le giunte nei comuni fino a 5.000 abitanti; ha riallargato quelle tra i 3001 e i 5.000 abitanti; ha aumentato i consiglieri comunali nei comuni fino a 10.000 abitanti. Come ha commentato l'Espresso del 27 marzo 2014: "Sui costi del sistema riformato il presidente Renzi ha promesso risparmi eclatanti. La Corte dei conti, che non tifa per nessuno, ipotizza invece che questi costi possano addirittura essere superiori agli attuali".
Quanto alla mitica abolizione del Cnel, è cosa senz'altro positiva, che trova d'accordo tutti. Il costo del Cnel è di circa 15 milioni di euro, di cui 1 milione e 900 mila euro di indennità per la presidenza e i 60 consiglieri, gli unici ad essere eliminati. I risparmi saranno dunque miserrimi dal momento che la nuova Costituzione recita che tutte "le risorse umane e strumentali" vengono trasferite alla Corte dei Conti, dunque non viene licenziato nessuno, e la gestione del patrimonio immobiliare viene affidata ad un Commissario straordinario, che immagino sarà pure pagato.
Dunque questa legge è una colossale bufala. Il trionfo della demagogia. Sbaraccati gli argomenti a favore vediamo quali sono gli argomenti contro.
Intanto il nuovo Senato, che pur mantiene compiti molto importanti, non è eletto dai cittadini, ma è nominato dai consigli regionali. Un Senato che vota fra l'altro la riforma della Costituzione, approva le leggi di attuazione dei trattati e dei vincoli comunitari, elegge il Presidente della Repubblica, e alcuni giudici della Corte costituzionale, concorre alla nomina dei componenti del Csm, non sarà scelto dagli italiani ma dai gruppi regionali. Inoltre, non solo la riforma non abolisce i senatori nominati dal Presidente della Repubblica, ma addirittura diventano il 5% del totale. Un numero enorme che condiziona pesantemente il dibattito parlamentare e che riduce ancora di più il peso degli elettori.
La riforma è abbinata alla nuova legge elettorale che mantiene un numero rilevante di nominati dai partiti (almeno 100 deputati, ma potenzialmente pure di più) e garantisce un notevole premio in seggi anche ad una lista che al primo turno può aver preso solo il 30% (e pure meno) dei voti. Con il 30% al primo turno, una lista che si affermi al ballottaggio, può dunque avere ben 340 seggi, vale a dire il 54% dei seggi. Una riforma elettorale che appare pertanto ritagliata sulle esigenze di Renzi e del Pd. Il combinato disposto di legge elettorale e riforma della Costituzione è devastante.
E ancora: si arriva a fissare in Costituzione l'obbligo di partecipare alle sedute della Camera e del Senato. La democrazia è una cosa seria non è roba per demagoghi da strapazzo. L'obbligo di partecipare alle sedute significa che sarebbe illegittima l'uscita dall'Aula per far mancare il numero legale ad un provvedimento sgradito alle opposizioni. Un regalo enorme a governi traballanti e senza maggioranze chiare. Proprio come il governo Renzi. Nella votazione delle mozioni di fiducia la non partecipazione al voto è uno strumento importante nelle mani dell'opposizione per esprimere un dissenso che può mettere in crisi il governo. Se si vuole combattere l'assenteismo non si prenda in giro gli italiani ricorrendo addirittura ad una norma costituzionale: basta una modifica ai regolamenti parlamentari, togliendo anche l'indennità, oltre alla diaria, per ogni giorno di assenza ingiustificata. Ma questo non si è voluto fare.
Un bel no merita questa riforma perché rende più difficile l'esercizio dell'iniziativa legislativa popolare, senza dare in cambio una prospettiva concreta per i disegni di legge popolari. Non elimina il quorum per i referendum abrogativi, inserendo una timida e pasticciata previsione per i quesiti firmati da almeno 800.000 (!) elettori. Rinvia quasi provocatoriamente ad altra legge costituzionale, cioè ad una futura, ulteriore riforma costituzionale, in ordine ai referendum propositivi. Tipico atteggiamento da "annuncite" propagandistica renziana.
A questo proposito sono quasi comiche le grida manzoniane contenute nella nuova Costituzione, che sanno molto di propaganda. Come l'art.72 ultimo comma: il Governo può chiedere che la Camera, entro 5 giorni dalla richiesta ( che è già comico dare quasi una settimana per pensarci) possa dichiarare urgente un ddl che deve essere dunque approvato entro 70 giorni: come si è osservato, già oggi quando vi è la volontà politica si approva un ddl in poco più della metà dei giorni indicati nella nuova Costituzione come termini urgenti. Che se invece la volontà politica manca, il termine di 70 giorni (più i 5 di riflessione) rimane puramente sulla carta, perché nessun governo potrebbe mai costringere un Parlamento ad approvare un ddl contro la sua volontà. Dunque ancora una volta una presa in giro propagandistica.
Del tutto sproporzionato appare poi il peso che vengono ad assumere le piccole regioni.La Val d'Aosta avrà due senatori, all'incirca quanto quelli della Liguria, che ha tuttavia 12 volte la popolazione valdostana. Assai curioso è il privilegio riservato al Trentino Alto Adige che, secondo l'interpretazione di una parte significativa della dottrina costituzionale (Sorrentino, Calvano) e stando alla lettera del nuovo articolo 57, avrebbe ben 6 senatori, uno in meno del Veneto e tanti quanti quelli della Puglia, che hanno rispettivamente 6 e 5 volte gli abitanti del Trentino Alto Adige. Al di là di questa interpretazione, senz'altro in linea con il significato letterale del testo, non si spiega comunque la sovrarappresentazione del Trentino Alto Adige (almeno 4 senatori) se non con un preciso calcolo politico volto a premiare la tradizionale fedeltà ai governi di sinistra dei maggiori partiti locali.
Qui tuttavia potrebbe rinvenirsi un elemento di incostituzionalità della riforma. È ben noto, infatti, che i principi fissati nella prima parte della Costituzione sono considerati non modificabili con il procedimento ordinario di revisione. In particolare il nuovo articolo 57, attribuendo al Trentino Alto Adige un numero spropositato di senatori, persino più alto di quello di regioni italiane con una popolazione di gran lunga superiore, potrebbe violare sia il principio democratico fissato nell'art.1, sia il principio di eguaglianza dei cittadini stabilito dall'art.3, sia più in generale il principio costituzionale di ragionevolezza, più volte affermato dalla Corte costituzionale.
Ma soprattutto un forte, sonoro no merita questa riforma perché attua il più becero e violento centralismo in 70 anni di storia repubblicana. Intanto, come ha ben ricordato Roberta Calvano, il fitto contenzioso nato all'indomani della riforma del 2001 a causa della previsione di competenze concorrenti fra stato e regioni è stato in gran parte superato dalla giurisprudenza della Corte costituzionale che, cito alla lettera, ha determinato un "assestamento che rendeva il sistema dei rapporti tra centro e periferia abbastanza stabile". Semmai sono proprio le equivoche formulazioni utilizzate nella Renzi-Boschi che genereranno nuovo contenzioso. È d'altro canto ora di fare chiarezza: non tutte le regioni hanno governato male e per quanto riguarda molte regioni del Nord, ma anche del Centro, l'efficienza dei loro governi è senz'altro superiore a quella dello stato centrale.
Le critiche al pur blando federalismo all'italiana si sono incentrate sui costi e sugli sprechi dell'istituto regionale. Se andiamo tuttavia ad analizzare la curva delle spese per acquisti di beni e servizi delle pubbliche amministrazioni non rinveniamo all'indomani della riforma del 2001 una significativa accentuazione. Anzi, essa sembra prescindere, nel suo andamento precedente e successivo, dalla riforma regionale. Non solo: la diminuzione di personale fra 1999 e 2012 è significativamente più marcata in regioni, province e comuni, di quanto avvenuto per le amministrazioni centrali.
Una recentissima ricerca di Unimpresa ha poi rilevato come negli ultimi due anni il debito di comuni e regioni italiani sia calato di 15 miliardi, mentre quello delle amministrazioni centrali è salito di quasi 100 miliardi, a seguito dell'aumento delle spese, cresciute del 4%: il rosso degli enti locali è dunque diminuito del 14% mentre il debito delle amministrazioni centrali è salito del 5%. Nel dettaglio, da aprile 2014 a marzo 2016, il debito delle Pa territoriali è passato da 107 miliardi a 92 miliardi, con una riduzione generalizzata che ha interessato sia i comuni (-3 miliardi) sia le province (-643 milioni) sia le regioni (-7,9 miliardi); il debito dello Stato è aumentato da 2.039 miliardi a 2.136 miliardi. Il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi, ha così concluso: "I dati sono utili per riflettere sugli indispensabili tagli alla spesa pubblica. Negli ultimi anni si è spesso puntato il dito contro le autonomie locali, sostenendo che i disastri della finanza pubblica siano cagionati dalla periferia e non dalle amministrazioni centrali. Invece, è evidente come proprio a livello territoriale si registra una gestione virtuosa del debito, ridottosi a tutti i livelli nelle regioni, nelle province e nei comuni".
La critica al sistema regionale non tiene poi conto delle rilevanti disparità di efficienza nella gestione delle risorse pubbliche che caratterizzano la situazione italiana. La spesa pubblica pro capite regionale è di quasi 2000 euro superiore in Calabria e in Molise rispetto alla Lombardia, che ha in assoluto la performance più efficiente. In un interessante studio di Confcommercio del marzo 2014 si legge: "Se l'output pubblico attualmente acquistato dai cittadini italiani di tutte le regioni fosse pagato ai costi unitari sostenuti dai cittadini lombardi, si otterrebbe un risparmio di circa 82,3 miliardi. Il 43% di queste inefficienze è attribuibile a Sicilia, Campania e Lazio".
Non diversamente, da uno studio di Scenari Economici risulta che la Lombardia ha 44.3 dipendenti pubblici ogni 1000 abitanti, contro una media italiana di 57.7, ben il 23% in meno. Se in tutte le regioni ci fosse la stessa media si potrebbero avere 700.000 dipendenti pubblici in meno, una cifra enorme. Non solo: la Lombardia paga il personale della PA il 6% in meno della media italiana (pur avendo il costo della vita più alto del 15%). A fronte di tutto questo la PA eroga in Lombardia, in ogni settore, servizi mediamente superiori qualitativamente alla media nazionale, come si evince da qualsiasi indicatore di qualità dei servizi. Scenari Economici così conclude: "Se il personale della PA fosse in numero e qualifica comparabile a quello della Lombardia, lo Stato Italiano risparmierebbe 50 miliardi di Euro all’anno e complessivamente erogherebbe servizi di migliore qualità". Ci sarà ben un motivo se la Lombardia ha un credito, non ancora pagato, verso tutte le altre regioni, di 700 milioni di euro per trattamenti sanitari erogati a cittadini non residenti in Lombardia!
Infine, stando ad una relazione della Corte dei Conti di maggio 2015, il personale regionale è, sempre in Lombardia, il meno numeroso fra tutte le regioni italiane con appena 3146 dipendenti a fronte dei 6199 della Campania e con una percentuale rispetto alla popolazione lavorativa di 0.48 unità ogni 1000 lavoratori contro il 3.59 del Molise o il 2.92 della Basilicata.
Dunque non è un riaccentramento di competenze la strada corretta per una riduzione della spesa pubblica, ma un sistema che da una parte responsabilizzi i territori e dall'altra premi quelli virtuosi. La vera riforma da fare è l'attuazione del federalismo fiscale. Questo è il punto vero della questione italiana: ognuno deve essere responsabile di come usa le risorse pubbliche e i trasferimenti per esigenze di solidarietà e coesione nazionale devono essere finalizzati e vincolati per esigenze reali, concrete, trasparenti e quindi verificabili.
Cosa fa invece la riforma Renzi-Boschi? Trasforma le regioni in super province senza alcun significato. Si mantengono intatti i loro costi e le loro burocrazie, ma si riducono grandemente le loro competenze, centralizzando anche materie di dettaglio come mai si è fatto in 70 anni di storia repubblicana. Tutto ripasserà dunque dai ministeri, creando peraltro alcune potenziali sovrapposizioni di ruoli fra stato e regioni. La riforma dà inoltre al governo e alla sua maggioranza parlamentare il potere di intervenire anche nelle residue competenze delle regioni laddove lo richiedano la "tutela dell'unità giuridica ed economica della repubblica" e "l'interesse nazionale". Ciò non solo rischia di realizzare un centralismo mai visto prima, ma, siccome la definizione di interesse nazionale e di tutela delle esigenze unitarie non può essere discrezionalmente stabilita una volta per tutte dal governo (ché altrimenti sarebbe un grave vulnus alla democrazia), scatenerà anche una marea di ricorsi alla Corte costituzionale. Insomma Renzi in questo modo si arroga il diritto di modificare una legge politicamente sgradita votata dalla Lombardia, dalla Liguria o dal Veneto.
Anche qui alcuni esempi. Ha scritto molto bene Valerio Onida che l’autonomia legislativa delle Regioni viene praticamente ridotta a zero, senza nemmeno il beneficio di una maggiore chiarezza nel riparto di competenze e quindi senza scongiurare il rischio del contenzioso Stato-Regioni. Si pensi, a questo riguardo, all’oscurità insita in norme come quelle che riservano alla competenza «esclusiva» dello stato materie tipicamente regionali quali il governo del territorio, ma limitandola al compito di dettare «disposizioni generali e comuni». Che vuol dire «disposizioni generali e comuni», al di là dell’ovvietà per cui le norme legislative sono «astratte e generali» e non contengono provvedimenti concreti, e "valgono in tutto il territorio nazionale"?
Senza contare la sanità, un settore in cui la Lombardia ha livelli di eccellenza europeo e dove invece si arretra persino rispetto alla disciplina del 1948: alle regioni spetteranno solo compiti di organizzazione dei servizi sanitari entro le norme generali e comuni fissate dallo stato, che le regioni dovranno rispettare ed attuare. Se tutto questo si accompagna alla riforma Madia che attribuisce al ministro la nomina dei vertici della sanità delle singole regioni, il pasticcio è fatto. E allora chiedo: vogliamo veramente che sia il ministero a decidere della sanità lombarda?
Prendiamo poi la istruzione e la formazione professionale: persino la Costituzione del 1948 le attribuivano alla competenza regionale, pur nei limiti dei principi fondamentali stabiliti dalle leggi dello stato. La Lombardia ha sviluppato in questi decenni una eccellente formazione professionale. La riforma del 2001 ha assegnato formazione e istruzione professionale alla competenza esclusiva delle regioni. Ora persino la formazione professionale passa in competenza allo stato centrale, una cosa mai vista. Evidentemente hanno ignorato l'insegnamento di Carlo Cattaneo che nel 1838 definiva l'istruzione professionale pilastro dello sviluppo di un territorio. Dobbiamo forse concludere che eravamo più liberi di costruire il nostro futuro 180 anni fa? Sarebbe un'amara beffa.
Insomma viene fatto a pezzi il principio fondamentale dell'autonomia scolpito nell'art. 5 della Costituzione.
Ma non per tutti. Curiosamente, mentre gli italiani chiedevano la riduzione dei privilegi delle regioni a statuto speciale, si aumenta invece in modo del tutto sproporzionato e ingiustificato lo squilibrio fra regioni a statuto speciale a cui sono mantenute tutte le attuali prerogative e le regioni a statuto ordinario. Non si capisce francamente perché si tolga l'autonomia alla Lombardia e la si mantenga alla Sicilia. Forse che la sanità o la formazione professionale sono meglio amministrate in Sicilia che in Lombardia?
Non solo. Un motivo serio per eliminare il bicameralismo perfetto era fare del Senato una vera camera delle autonomie, come avviene in gran parte di quegli ordinamenti dove Camera e Senato non hanno stessi poteri e competenze. Con questa riforma viene invece a mancare proprio il presupposto: vale a dire si verifica la disintegrazione delle autonomie. Non può dunque prodursi la conseguenza: la possibilità di attribuire al Senato funzioni di efficace dialogo e raccordo con la Camera e con il Governo sul tema delle autonomie. Dunque questa riforma è senz'altro negativa.
Ma a questo punto ho una domanda da fare ai professori, giornalisti, dirigenti di associazioni imprenditoriali che stanno spingendo per la approvazione di questa riforma sostenendo che è così decisiva e fondamentale per le sorti dell'Italia. La devolution che fu approvata nel 2006 ripartiva in modo più chiaro le competenze fra Camera e Senato di quanto non faccia questa riforma, riduceva più di quanto non faccia la Renzi-Boschi i tempi di approvazione delle leggi, realizzava un bicameralismo imperfetto vero, trasformando il Senato in una vera camera delle autonomie, chiariva i compiti di stato e regioni senza uccidere queste ultime, diminuiva sia i senatori sia i deputati, ma attribuiva al popolo la scelta dei senatori. Eppure nel 2006 tutti questi signori si scatenarono per bocciare quella riforma. All'epoca le esigenze di semplificazione non erano così urgenti?
E le riforme, se diremo no, come si possono fare?
Si deve passare dalla via maestra. Dagli elettori. Ci vuole una Assemblea costituente, sul modello di quella che fece la Costituzione del 1948, cento persone con sensibilità e competenze adeguate, elette su programmi chiari, che riguardino tutta la Costituzione e che tocchino soprattutto i temi importanti per modernizzare l'Italia, ben oltre il micro tema del bicameralismo, una Costituente che abbia pieni poteri di dare all'Italia riforme equilibrate, riforme non usate per far fuori l'avversario politico e per affermare un potere personale da piccolo duce.
Ma se i risparmi sono modestissimi, se i tempi di approvazione delle leggi più di tanto non miglioreranno e non sono comunque più un problema cruciale, perché questa riforma? In verità Renzi è stato molto abile, ha scelto un tema popolare, la lotta alla casta, ha fatto di tutto per non accordarsi con l'opposizione per poter arrivare ad un referendum che lui spera si trasformi in un plebiscito destinato a legittimarlo definitivamente. Il suo gioco è molto chiaro e spregiudicato. Anche a costo di spaccare il paese.
E veniamo così all'ultimo punto. Con il governo Renzi sono aumentati in modo esorbitante i voti di fiducia, il 34% delle leggi passa con la fiducia. Si prosegue su un percorso iniziato per verità già da alcune legislature di svalutazione del Parlamento. Le leggi di origine parlamentare sono appena due su dieci, l'80% delle leggi le fa dunque il governo. Degli emendamenti presentati, quelli parlamentari hanno un tasso di approvazione che non raggiunge l'1%, ben il 47% invece, quelli governativi. I decreti legge sono in media due al mese. È aumentato in modo significativo il numero delle leggi delega con cui le Camere attribuiscono al governo il potere legislativo. La riforma Renzi-Boschi accentua la subordinazione del Parlamento al governo.
In un contesto di questo tipo Renzi ha impropriamente trasformato il referendum in un plebiscito su di sé. Il 21 maggio sul Corriere della Sera il premier di Rignano ha affermato: "se perdo vado a casa". E la Boschi gli ha fatto subito eco. Riforme a parte, merita forse di essere conservato questo governo? Il pil ha tassi di crescita da prefisso telefonico, che sono fra i più bassi in Europa, la pressione fiscale rimane di circa due punti superiore a quella dell'ultimo governo di centrodestra, e se si considerano le imposte locali è aumentata persino sul biennio precedente, la spesa pubblica è cresciuta, sono stati di fatto depenalizzati i reati contro il patrimonio e assistiamo ad un autentico boom di rapine, furti, scippi, occupazioni abusive di immobili privati. L'immigrazione clandestina è passata dai 4000 migranti di quando Maroni era ministro degli Interni ai 200.000 e forse più di oggi. Il Pd, stando alle statistiche che si leggono sui giornali, è il partito con più indagati. E Verdini è andato a Napoli e ha dato la benedizione alla candidatura del figlio, del nipote e del cognato di boss della camorra. Le ultime rilevazioni sulla produzione industriale registrano un crollo di ordinativi e fatturato, il dato peggiore da agosto 2013. Persino il jobs act sta rivelandosi inadeguato a risolvere il dramma della disoccupazione: il saldo positivo fra nuove assunzioni a tempo indeterminato e cessazioni dal lavoro si riduce del 77% rispetto al 2015 e di ben 36.000 unità rispetto al 2014 quando non vi erano gli sgravi contributivi e da ultimo torna a salire la disoccupazioni (dati di aprile 2016) raggiungendo lo sgradevole traguardo dell'11.7%. Dunque l'effimero risultato positivo del jobs act era esclusivamente legato a sgravi del 100% ora ridotti al 40%. Il Paese, come ha riconosciuto il governatore di Bankitalia, Vincenzo Visco, è fermo; crescono solo e vertiginosamente le spese di Palazzo Chigi, risalite a 3.7 milioni di euro, come denuncia Openpolis.
Renzi, o meglio Renzogan, è stato invece bravissimo a condizionare i media, a far terra bruciata alla Rai come mai nessuno prima, chiudendo le trasmissioni indipendenti ed emarginando i giornalisti non allineati. È stato bravissimo persino nell'impadronirsi di fatto di quasi tutti i giornali italiani.
Un governo abusivo, non votato dagli italiani, sostenuto da un esercito di opportunisti senza ideali pronti a vendersi al miglior offerente. Un governo che ha dalla sua parte soprattutto i poteri forti, italiani ed europei. Quelli che ci vorrebbero al carro di Bruxelles e di Berlino. Quelli che più sostengono questa riforma.
In ottobre abbiamo in mano per la prima volta come mai prima e dopo tante chiacchiere il vero potere. "Se perdo vado a casa!" ha detto. E allora mandiamocelo!