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Timestamp: 2020-02-17 16:19:20+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 32', 'art. 32', 'art. 33', 'art. 32', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 38', 'art. 21', 'art. 21', 'art. 30', 'art. 21', 'art. 30', 'sentenza ', 'art. 380', 'art. 32', 'art. 32', 'art. 38', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 6', 'art. 86', 'art. 366', 'art. 111', 'art. 5', 'art. 5', 'sentenza ', 'art. 111', 'art. 111', 'art. 2697', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 39', 'art. 39', 'art. 366', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 5', 'sentenza ', 'art. 372']

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Accertamento fiscale: i dati forniti in risposta al questionario relativi all’acquisto ed al consumo di farina non corrispondono (Cass. n. 25986/2013)
A.F. e M.M., in proprio e nella qualità di soci legali rappresentanti della cessata snc Panificio da A. di F.A. & C., propongono ricorso per cassazione, sulla base di due motivi, nei confronti della sentenza che, rigettandone l’appello, ha confermato la legittimità dell’avviso di accertamento, notificato il 2 agosto 2003, emesso ai fini dell’IRPEF e dell’ILOR per l’anno 1998 all’esito del riscontro al questionario inviato alla contribuente ai sensi dell’art. 32 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 600.
Secondo il giudice d’appello l’atto impositivo era basato sui dati presentati nel bilancio della società allegati alla dichiarazione dei redditi 1998 e su quelli del questionario, in relazione ai quali era stato ricalcolato il volume d’affari della società, “attenendosi alla check list ministeriale utilizzando anche i dati forniti dal panificio nel questionario”.
Con il privo motivo del ricorso i contribuenti, premesso che i dati relativi all’acquisto ed al consumo di farina da essi stessi indicati nel questionario erano erronei, come sarebbe risultato dalle fatture, prodotte poi in sede contenziosa, attestanti l’acquisto della farina, denunciano vizio di motivazione per la mancata considerazione di fatti decisivi che avrebbero condotto ad una diversa soluzione della controversia.
Con il secondo motivo, denunciando vizio di motivazione e violazione degli artt. 32 e 39, primo comma, lettera d), del d.P.R. n. 600 del 1973, assumono, per un verso, di aver fornito “la prova ai fini della ricostruzione reddituale e del volume d’affari”, dimostrando così che i dati forniti in risposta al questionario erano erronei, e si dolgono che non siano stati assunti “i diversi dati provati in luogo dei dati forniti nel questionario”; per altro verso, che i valori percentuali medi del settore, “privi di riscontri oggettivi”, non potrebbero giustificare presunzioni gravi e precise, in quanto “non confortati da altre risultanze”.
Il ricorso, i cui due motivi vanno esaminati congiuntamente perché strettamente legati, è infondato.
Nell’accertamento delle imposte sui redditi, infatti, con riferimento al regime (applicabile ratione temporis, successivo all’entrata in vigore della legge 18 febbraio 1999, n. 28) di cui al quarto comma dell’art. 32 del d.P.R. n. 600 del 1973, “le notizie e i dati non addotti, e gli atti, i documenti e i registri non esibiti e non trasmessi in risposta agli inviti dell’uffici non possono essere presi in considerazione a favore del contribuente, ai fini dell’accertamento in sede amministrativa e contenziosa”.
Nella specie, tanto con il primo che con il secondo motivo i ricorrenti muovono dall’assunto che gli elementi, i dati e le notizie da essi stessi forniti in risposta all’invio del questionario di cui al precedente primo comma, n. 4, erano erronei, e dalla doglianza che i documenti successivamente prodotti in giudizio non siano stati adeguatamente considerati dal giudice d’appello.
La censura in tali termini formulata non disvela alcuna violazione delle disposizioni in rubrica, atteso che l’ufficio è abilitato a procedere all’accertamento induttivo – nella specie, a ben vedere, analitico-induttivo-, “se l’incompletezza, la falsità o l’inesattezza degli elementi indicati nella dichiarazione e nei relativi allegati risulta dall’ispezione delle scritture contabili e dalle altre verifiche di cui all’art. 33 ovvero dal controllo della completezza, esattezza della veridicità delle registrazioni contabili sulla scorta delle fatture e degli altri atti e documenti relativi all’impresa nonché dei dati e delle notizie raccolti dall’ufficio nei modi previsti dall’art. 32″, e quindi anche mediante questionario: l’esistenza di attività non dichiarate o la inesistenza di passività dichiarate é desumibile anche sulla base di presunzioni semplici purché queste siano gravi, precise e concordanti.
La Commissione regionale, nel caso in esame, esaminati “tutti i documenti allegati al ricorso, in particolare tutte le fatture” – del cui mancato esame i ricorrenti, al contrario, si dolgono – “incluse le pezze giustificative dello Sri Lanka; tutti i conteggi dell’ufficio; tutte le motivazioni ed eccezioni proposte dalle parti”, ha ritenuto corretto l’accertamento, osservando che “sulla base dei dati presentati nel bilancio della società allegati alla dichiarazione dei redditi 1998 e di quelli contenuti nella risposta del questionario ricevuto”, l’ufficio aveva ricalcolato il volume d’affari della società, “attenendosi alla check list ministeriale utilizzando anche i dati forniti dal panificio nel questionario”.
In tale quadra non può, in particolare, dirsi che l’impiego della percentuale media di settore, relativa alla resa della farina, fosse un valore assoluto “privo di riscontri oggettivi” e “non confortato da altre risultanze”.
Il secondo motivo si rivela così diretto ad operare una diversa ricostruzione dei fatti, inammissibile nella presente sede, tanto più che la tenuta logica della motivazione della sentenza impugnata non sembra censurabile in modo adeguato muovendo dall’assunto che i dati forniti dagli stessi contribuenti all’amministrazione con il questionario erano erronei.
La particolarità della fattispecie giustifica la compensazione delle spese fra le parti.
Vendita-donazione, carattere reale dell’operazione di vendita, effettiva percezione del prezzo, scopo elusivo (Cass. n. 25671/2013)
Non beneficia delle agevolazioni prima casa il contribuente se al momento della registrazione dell’atto non è stata stipulata la convenzione col comune per il mutuo a tasso agevolato (Cass. n. 25473/2013)
E’ impugnabile la cartella di pagamento Irap emessa sulla base della dichiarazione presentata dal professionista (Cass. n. 25358/2013)
3. Il ricorso deve essere accolto in quanto è pacifico che il contribuente può contestare una pretesa tributaria anche in sede di impugnazione della cartella emessa sulla base delle sue dichiarazioni; purchè ovviamente tale cartella costituisca il primo atto con cui la pretesa viene portata a conoscenza del contribuente. E non è affatto necessario che il contribuenti versi quanto chiesto in cartella e quindi presenti domanda di rimborso, impugnando il silenzio-rigetto. Infatti la Corte di Cassazione con sentenza n. 9872 del 5 maggio 2011, ha affermato che il contribuente può contestare, anche emendando le dichiarazioni presentate all’Amministrazione finanziaria, l’atto impositivo che lo assoggetti ad oneri diversi e più gravosi di quelli che, per legge, devono restare a suo carico; e tale contestazione deve farla proprio impugnando la cartella esattoriale, non essendogli consentito di esercitare l’azione di rimborso dopo il pagamento della cartella. Ed in difetto di impugnazione della cartella risulta precluso il rimborso previsto dall’art. 38 del d.P.R. 29 settembre 1973, n.602.
Irrilevante la mancata presentazione del modello VR, il rimborso Iva in caso di chiusura/fallimento della società è comunque legittimo (Cass. n. 35353/2013)
Con secondo motivo la ricorrente lamenta la violazione dell’art. 21 del d.lgs. 546/92 laddove la CTR ha escluso l’applicabilità del termine decadenziale di cui all’art. 21. Le censure sono infondate. Secondo l’orientamento maggioritario di questa Corte, in tema di IVA, cui si intende in questo giudizio dare continuità, “la richiesta di rimborso relativa all’eccedenza d’imposta, risultata alla cessazione dell’attività, essendo regolata dal D.P.R. n. 633 del 1972, art. 30, comma 2. è soggetta al termine di prescrizione ordinario decennale e non a quello biennale di cui al D.lgs. n. 546 del 1992, art. 21 applicabile in via sussidiaria e residuale, in mancanza di disposizione specifiche; proprio perché l’attività non prosegue, non sarebbe infatti possibile portare l’eccedenza in detrazione l’anno successivo” (Cass. Trib. 9794/2010; Cass. 25318/10 e 13920/11; Cass. 27948/09 e, di recente, Cass. Trib. 14070/2012 e Cass. Trib. 7684, 7685, 23580/2012). Si è chiarito che l’art. 30 cit., “laddove dispone che i contribuenti, che non hanno effettuato operazioni imponibili nell’anno cui il credito IVA si riferisce, non possono optare per il rimborso, ma devono necessariamente computare il credito in detrazione nell’anno successivo, riguarda esclusivamente le imprese in piena attività e non esclude quindi il diritto di quelle, che hanno cessato l’attività o che sono fallite, di ricorrere all’istituto del rimborso per il recupero dei loro crediti d’imposta, non avendo esse la possibilità di recuperare l’imposta assolta su acquisti ed importazioni nel corso delle future operazioni imponibili” (Cass. 5486/2003). Nulla per le spese in assenza di attività difensiva.
Accertamento induttivo sui conti bancari del collaboratore con funzioni di amministratore (Cass. n. 25120/2013)
La controversia promossa da G.S. contro l’Agenzia delle Entrate è stata definita con la decisione in epigrafe, recante il rigetto dell’appello proposto dalla Agenzia contro la sentenza della CTP di Pesaro n. ll0/3/2008 che aveva accolto il ricorso avverso l’avviso di accertamento n. (omissis) per iva irpef e irap 2002.
Il ricorso proposto si articola in unico motivo. Nessuna attività difensiva ha svolto l’intimato. Il relatore ha depositato relazione ex art. 380 bis c.p.c. chiedendo l’accoglimento del ricorso. Il presidente ha fissato l’udienza del 10/10/20l3 per l’adunanza della Corte in Camera di Consiglio. Il P.G. ha concluso aderendo alla relazione.
Assume la ricorrente la violazione e falsa applicazione dell’art. 32 del dpr 600/73 laddove la CTR ha ritenuto che l’attività svolta dal G – dj – non consentisse un collegamento proporzionale tra l’ammontare dei ricavi ed il totale dei costi.
La censura è fondata alla luce dei principi affermati da questa Corte (Sez. 5, Sentenza n. 19692 del 27/9/2011) secondo cui, in tema di accertamento delle imposte sui redditi, i dati e gli elementi risultanti dai conti correnti bancari assumono sempre rilievo ai fini della ricostruzione del reddito imponibile, se il titolare di detti conti – nella specie, svolgente attività di collaborazione coordinata e continuativa come amministratore di società a responsabilità limitata – non fornisca adeguata giustificazione, ai sensi dell’art. 32 del d.P.R. 29 settembre l973, n. 600, poiché questa previsione e quella di cui all’art. 38 del medesimo d.P.R. hanno portata generale, riguardando la rettifica delle dichiarazioni dei redditi di qualsiasi contribuente, quale che sia la natura dell’attività svolta e dalla quale quei redditi provengano.
Consegue da quanto sopra la cassazione della sentenza impugnata in relazione al motivo accolto ed il rinvio, anche per le spese di questo grado, ad altra sezione della CTR delle Marche.
La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese di questo grado, ad altra sezione della CTR delle Marche
Legittimo l’accertamento induttivo all’associazione senza fini di lucro al cui interno invece si svolgevano attività come palestra, bar ecc. (Cass. n. 24898/2013)
L’Associazione Polisportiva M. con sede in Pordenone, propone ricorso per cessazione, sulla base di sei motivi, nei confronti della sentenza della Commissione tributaria regionale del Friuli Venezia Giulia che, rigettandone l’appello, ha ritenuto legittimo l’avviso di accertamento con il quale per l’anno 1998, veniva ricostruito in via induttiva il reddito e determinata una maggiore IRPEG, una maggiore IRAP ed una maggiore IVA, con l’irrogazione di sanzioni, essendo stato riconosciuto lo svolgimento di attività comerciale, in difetto delle prescritte scritture contabili, e non quello di attività associativa senza fini di lucro per la gestione di impianti sportivi, in particolare palestre, con servizi annessi, compreso quello di bar.
Con il primo rrotivo la ricorrente, denunciando violazione di legge, si duole di non essere stato convocato pur avendo M. richiesto, dopo la notificazione del verbale di constatazione e prima dell’emissione dell’avviso di accertamento, l’instaurazione del contraddittorio ai fini dell’accertanoento con adesione, e si duole che non sia stato emesso un provvedimento di diniego della “istanza di archiviazione” del processo verbale di constatazione presentata prima dell’emissione dell’atto impositivo poi impugnato.
Il rilievo e privo di pregio, atteso che, come chiarito dalle sezioni unite di questa Corte (Cass. 17 febbraio 2010, n. 3676) “in tema di accertamento con adesione, la mancata convocazione del contribuente, a seguito della presentazione dell’istanza ex art. 6 del d.lgs. 16 giugno 1997, n. 218, non comporta la nullità del procedimento di accertamento adottato dagli Uffici, non essendo tale sanzione prevista dalla legge”.
“Nessuna norma impone in via generale l’obbligo di previa convocazione prima dell’accertamento, sia perché non subisce pregiudizi il diritto di difesa del contribuente, che può essere esercitato non solo nella fase contenziosa, ma anche subito dopo l’accertamento, mediante la procedura di definizione con adesione, durante la quale sono sospesi il termine per l’impugnazione dell’avviso di accertamento, il temine per eseguire il pagamento dell’imposta e la stessa iscrizione a ruolo delle somme liquidate, così da consentire al contribuente di fornire dati ed informazioni al fine di sollecitare l’attivazione dei poteri di autotutela della P.A.” (Cass. n. 14026 del 2012).
Quanto alla irrituale istanza di revoca (o di “archiviazione”, secondo la contribuente) del verbale di constatazione, il quale è atto, di natura istruttoria, interno al procedimento che si conclude con l’emissione dell’atto impositivo, e perciò autonomamente non irrpugnabile, ad essa l’ufficio ha nella specie dato riscontro con la notifica dell’avviso di accertamento.
Con il secondo ed il terzo motivo assume, denunciando, rispettivamente, violazione di legge e vizio di motivazione, che l’art. 86 del tuir imporrebbe la regola generale della qualificazione dell’ente come commerciale o non sulla base dell’atto costitutivo ovvero dello statuto, con onere a carico dell’ufficio di fornire la prova contraria.
Il secondo motivo e infondato, mentre il terzo è inammissibile perché non corredato del “momento di sintesi”, come prescritto dall’art. 366 bis cod. proc. civ.
Gli enti di tipo associativo possono infatti godere del trattamento agevolato previsto dagli art. 111 del d.P.R. n. 917 del 1986 (in materia di IRPEG) e 4 del d.P.R. n. 633 del 1972 (in materia di IVA) – come modificati, con evidente finalità antielusiva, dall’art. 5 del d.lgs. n. 460 del 1997 – a condizione non solo dell’inserimento, negli loro atti costitutivi e negli statuti, di tutte le clausole dettagliatamente indicate nell’art. 5 del d.lgs. n. 460 cit., “ma anche dell’accertamento – effettuato dal giudice di merito con congrua motivazione – che la loro attivitá si svolga, in concreto, nel pieno rispetto delle prescrizioni contenute nelle clausole stesse: in applicazione del principio, la S.C. ha cassato la sentenza appellata che aveva riconosciuto il trattamento agevolato ad un associazione sportiva dilettantistica, sulla sola scorta dell’accertata appartenenza ad una delle categorie previste dalle citate disposizioni e della conformita dello statuto alle norme stabilite per il riconoscimento della relativa qualifica” (Cass. n. 11456 del 2010).
Questa Corte ha in passato ripetutamente affermato che con riguardo all’IRPEG, “gli enti di tipo associativo non godono di uno “status” di “extrafiscalita”, che li esenta, per definizione, da ogni prelievo fiscale, potendo anche le associazioni senza fini di lucro – come si evince dall’art. 111, comma secondo, del testo unico delle imposte sui redditi, di cui al d.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917 (nel testo applicabile nella specie, “ratione terrporis”) – svolgere, di fatto, attività a carattere commerciale. Il disposto dell’art. 111, comma primo, del citato testo unico – in forza del quale le attivita svolte dagli enti associativi a favore degli associati non sono considerate oonrrerciali e le quote associative non concorrono a fomare il reddito complessivo – costituisce d’altro canto una deroga alla disciplina generale, fissata dagli artt. 86 e 87 del testo unico, secondo la quale l’IRPEG si applica a tutti i redditi, in denaro o in natura, posseduti da soggetti diversi dalle persone fisiche:
con la conseguenza che l’onere di provare la sussistenza dei presupposti di fatto che giustificano l’esenzicne e a carico del
Soggetto che la invoca, secondo gli ordinari criteri stabiliti dall’art. 2697 cod. civ.: sulla base degli enunciati principi, la S.C. ha ritenuto imnune da censura la sentenza iupugnata, che aveva considerato recuperabili a tassazione, come redditi di impresa, i proventi conseguiti da una associazione sportiva, rilevando corre, di fronte all’affemazione – contenuta nella sentenza stessa – secondo cui, alla stregua delle risultanze dell’accesso diretto dei verbalizzanti, i “soci” della palestra da essa gestita venivano di fatto trattati come semplici clienti di un imprenditore, sarebbe spettato all’associazione ricorrente fornire la prova contraria della natura non commerciale dell’attivita svolta, prova che non poteva essere desunta dal solo statuto sociale, attestante l’assenza del fine di lucro” (Cass. n. 22598 e n. 16032 del 2005, n. 8623 del 2012).
Di tali principi il giudice d’appello ha fatto buon governo, sottolineando, quanto alla prova offerta dalla contribuente, che “gli elementi richiamati dal ricorrente a sostegno della tesi della non assoggettabilità al tributo, non essendo lo stesso societa cdrmerciale, siano stati assolutamente insufficienti allo scopo, estrinsecandosi, in ultima analisi, al richiamo allo statuto, ignorando i principi chiaramente richiesti dalla Cassazione sull'”onere della prova”.
Con il quarto motivo sostiene che i parametri potrebbero, ai sensi dell’art. 3, conrna 181, della legge n. 549 del 1995, essere utilizzati solamente nell’ambito dell’accerta1rento previsto dall’art. 39, comma 1, del d.P.R. n. 600 del 1973, e che per la legittimità della loro applicazione l’ufficio dovrebbe provare, anche in via presuntiva, il presupposto della rettifica, ovvero la alrreno teorica esistenza di ricavi non documentati, prima e a prescindere dalla loro quantificazione.
Il motivo è infondato, in quanto l’ufficio, ravvisato nella associazione lo svolgimento di attività commerciale, rilevata la mancata tenuta delle scritture contabili obbligatorie per le società con fine di lucro, ha proceduto al1’accertamento induttivo ai sensi dell’art. 39, secondo ocrrma, lettera c), del d.P.R. 29 setterrbre 1973, n. 600, che abilita a determinare “il reddito d’impresa sulla base dei dati e delle notizie comunque raccolti o venuti a sua conoscenza, con facolta di prescindere del tutto o in parte dalle risultanze del bilancio e dalle scritture contabili in quanto esistenti e di avvalersi di presunzioni prive dei requisiti di cui alla lettera d) del precedente comma”.
Con il quinto ed il sesto motivo la ricorrente denuncia vizio di motivazione.
I motivi sono inanmissibili, in quanto la loro illustrazione non è seguita dal “momento si sintesi” prescritto per la denuncia del vizio di motivazione dall’art. 366 bis cod. proc. civ.
le spese di lite seguono la socconroenza e si liquidano come in dispositivo.
Condanna le contribuente el pagamento delle spese del giudizio, liquidate in euro 8.000, oltre alle spese prenotate e debito.
Così deciso in Roma il 13 febbraio 2013.
Accertamento nullo per il professionista se la CTR ha invalidato l’atto impositivo contente la rettifica del reddito dello studio associato (Cass. n. 24901/2013)
L’Agenzia delle entrate propone ricorso per cassazione, sulla base di due motivi, nei confronti della sentenza della Commissione tributaria regionale del Lazio che, rigettandone l’appello, ha confermato l’annullamento degli avvisi di accertamento, notificati a C.S., con i quali era stata rettificata la dichiarazione dei redditi della contribuente per gli anni 1988, 1989, 1990 e 1991, in relazione alla partecipazione nello Studio medico associato ********
Il giudice d’appello, rilevato infatti che la contribuente aveva documentato l’annullamento, ad opera della CTR in sede di rinvio con la sentenza n. 68/05/02 del 1° gennaio 2002, degli avvisi di accertamento a carico dell’aseociazione professionale Studio P. osservava come la quota di partecipazione a carico della S. ai fini dell’IRPEF, oggetto della presente controversia, discendeva automaticamente dalla detta sentenza, ed era pertanto pari all’imponibile dichiarato, essendo stati annullati i vari avvisi di accertamento emessi dall’ufficio.
La causa, già fissata per l’adunanza nella camera di consiglio del 5 maggio 2009, era rinviata a nuovo ruolo in attesa della decisione sull’impugnazione in sede di legittimità (rgn. 6807/05) della decisione relativa all’accertamento del reddito dello Studio associato.
In prossimità dell’udienza pubblica la S. depositava memoria cui allegava la sentenza di questa corte n. 14961 del 2010 con la quale si rendeva definitivo l’annullamento degli avvisi di accertamento del reddito dello Sudio medico associato ******** per gli anni dal 1998 al 1991.
Con il primo motivo, denunciando violazione e falsa applicazione degli artt. 2909 ood. civ. e 324 cod. proc. civ., l’amministrazione ricorrente assume che l’annullamento dell’avviso di accertamento emesso nei confronti dell’associazione professionale non potrebbe esplicare effetti nel giudizio avverso l’avviso di accertamento, ai fini dell’IRPEF, del reddito di partecipazione dell’associato qualora, come nella specie, non si sia formato il giudicato sul detto primo annullamento, per essere stata impugnata in cessazione la relativa sentenza della CTR.
Il Collegio non ha infatti motivo di discostarsi delle considerazioni che seguono, svolte da questa Corte con la sentenza n. 23063 del 2012 in una controversia del tutto analoga.
Del definitivo annullamento degli avvisi di accertamento del rediito per gli anni 1988, 1989, 1990 e 1991 messi nei confronti dello Studio associato Prof. V.P., dai quali, ai sensi dell’art. 5 del d.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, erano originati “per trasparenza” gli avvisi nei confronti di C.S. oggetto del presente giudizio, si deve altresì far derivare l’annullamento di questi ultimi atteso il rapporto di stretta dipendenza pregiudiziale tra gli uni e gli altri atti impostivì, e quindi anche indipendentemente dalla circostanza che nei rispettivi giudizi le parti siano state ovviamente differenti
(Cass. n, 17368 del 2009, n. 14014 del 2007, n. 14696 del 2006).
Il giudicato esterno, è appena il caso di ricordare, deve esser rilevato d’ufficio anche quando si sia formato successivamente alla pronuncia impugnata: e nel caso consegua a una sentenza della Corte di cassazione, come avvenuto nella specie, alla sua ricerca questo giudice deve provvedere anche autonomamente, sulla scorta ad esempio della raccolta ufficiale di massime e pronunce, per evitare il contrasto di giudicati ed al fine di attuare la funzione nomofilattica che le è propria (Cass. n. 30780 del 2011}.
Alla produzione di un giudicato suocessivarremte formatosi, del resto, non è comunque di ostacolo il divieto dell’art. 372 cod. proc. civ., nome che è soltanto riferibile a docunenti che potevano esser prodotti nelle fasi di merito (Cass. n. 26041 del 2010, n. 5360 del 2009).
Nella natura della controversia e nella specificità della fattispecie vanno ravvisati i giusti motivi che inducono a compensare le spese del giudizio.
Dichiara compensate fra la parti le spese dal giudizio.
Così deciso in Roma il 20 febbraio 2013.