Source: https://www.laleggepertutti.it/160898_fumetti-e-cartoni-pedopornografici-e-reato
Timestamp: 2018-04-23 23:20:49+00:00
Document Index: 106573795

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Fumetti e cartoni pedopornografici è reato?
Lo sai che? Fumetti e cartoni pedopornografici è reato?
Le immagini virtuali con disegni di bambini nudi integrano il reato di detenzione di materiale pedopornografico?
A differenza della pornografia, la pedopornografia è un reato. Non è reato visualizzare, su internet, immagini di minorenni mediante collegamento a un sito, ma lo è archiviare tale materiale sul proprio computer (a meno che ciò avvenga inconsapevolmente, come nel caso di chi sta scaricando un file, ritenendo che si tratti di un filmato lecito e solo alla fine del download si accorge che invece contiene materiale pedopornografico). Ma che succede se le immagini sono solo fumetti o cartoni animati? Esistono infatti numerose situazioni in cui le immagini pedopornografiche sono solo virtuali, ossia di fantasia, create al computer tramite disegni o digitalizzazioni. La risposta è stata fornita dalla Cassazione con una interessante sentenza pubblicata ieri [1].
La Corte innanzitutto ricorda che il codice penale [2] punisce chiunque, consapevolmente, si procura o detiene materiale pornografico realizzato utilizzando minori degli anni diciotto. La pena è la reclusione fino a tre anni e la multa non inferiore a euro 1.549. La norma è stata adottata in ottemperanza agli obblighi internazionali, cui ha aderito l’Italia, di contrasto alla pedopornografia, ossia allo sfruttamento di immagini di minori in azioni di carattere sessuale. In forza di ciò il nostro Paese ha adottato una apposita normativa nel 1998 recante «Norme contro lo sfruttamento della prostituzione, della pornografia, del turismo sessuale in danno dei minori, quali nuove forme di riduzione in schiavitù» che ha previsto nuove fattispecie di reato.
Proprio alla luce della disciplina internazionale, secondo la Cassazione nel concetto di immagini pedopornografiche vanno incluse anche quelle di tipo virtuali, ossia disegni e cartoni animati raffiguranti minori nudi. Non importa che il reato sia volto a tutelare chi ha meno di 18 anni e che, in questo caso, non vi sia alcun minore visto che le foto sono di fantasia, realizzate al computer. È proprio lo scopo della norma che suggerisce una interpretazione estensiva anche alle immagini virtuali.
Nello specifico, dice la Corte, «per immagini virtuali devono intendersi immagini realizzate con tecniche di elaborazione grafica non associate in tutto o in parte a situazioni reali, la cui qualità di rappresentazione fa apparire come vere situazioni non reali».
Il delitto di pedopornografia virtuale è un crimine di reato informatico. In questo caso, la condotta illecita è commessa con l’uso del mezzo informatico, «sia perché il materiale illecito del quale è stata incriminata la produzione e diffusione è realizzato per mezzo delle tecnologie informatiche, sia perché le condotte sono ottenute, non già acquistando in edicola un fumetto pedopornografico, ma attraverso l’uso delle nuove forme di condivisione via internet di files-immagine o video-files». Si tratta di un reato di «pericolo» ossia volto a prevenire una situazione che, seppur solo potenzialmente, potrebbe arrecare un danno sociale. Ecco perché bastano semplici cartoni animati o fumetti per integrare il delitto di pedopornografia.
[1] Cass. sent. n. 22265/17 del 9.05.2017.
[2] Art. 600-quater cod. pen.
[3] L. n. 269/1998.
Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 13 gennaio – 9 maggio 2017, n. 22265
Presidente Fiale – Relatore Rosi
Con sentenza dell’11 marzo 2014, il G.I.P. del Tribunale di Brescia aveva condannato Z.B. , all’esito di giudizio abbreviato, alla pena di otto mesi di reclusione ed Euro 2.000,00 di multa (pena sospesa), ritenendolo responsabile del reato di cui all’art. 600 quater i c.p., perché, utilizzando il programma emule, consapevolmente, si procurava e deteneva circa 95.000 immagini di pornografia virtuale, realizzate utilizzando immagini raffiguranti soggetti minori degli anni 18, con l’aggravante di aver detenuto un’ingente quantità di materiale pedo-pornografico, fatto commesso in (omissis) . Nella sentenza veniva dato atto del rinvenimento nelle unità di memoria del computer dell’imputato di numerosissimi files (valutati quale quantitativo ingente) contenenti – come il giudice di primo grado aveva ritenuto dimostrato dalla consulenza tecnica in atti – immagini di pornografia virtuale (nella foggia di disegni o rappresentazioni fumettistiche) che ritraevano “soggetti chiaramente minorenni (molti di loro in tenera età) intenti a subire pratiche ed atti sessuali che si dimostrano, in svariati casi, abiette e raccapriccianti (vi si ritraggono bambine denudate con le mani legate da lacci che le trattengono mentre vengono costrette a compiere od a subire penetrazioni ed altri atti sessuali)”.
Avverso la sentenza ha proposto ricorso per cassazione il Procuratore generale presso la Corte d’appello di Brescia, chiedendone l’annullamento. Con un unico motivo di impugnazione, è stata lamentata la violazione di legge in relazione all’art. 600 quater 1 c.p. circa la qualifica pedopornografica del materiale sequestrato all’imputato, ritenendo arbitraria l’interpretazione restrittiva della disposizione normativa, che ne escluderebbe l’applicabilità alle immagini fumettistiche, solo perché bidimensionali, essendo di contro la fattispecie destinata a punire la detenzione consapevole delle immagini virtuali che siano in grado, per la loro capacità di far apparire vere situazioni non reali, di alimentare la libidine sessuale verso i minori. Il legislatore avrebbe introdotto la disposizione tenendo conto della decisione quadro 2004/68/GAI, come sostituita dalla Direttiva 2011/92/UE.
Il ricorso è fondato. Va premesso che la nozione di pedopornografia è stata introdotta nel codice penale in adempimento degli obblighi contenuti in strumenti internazionali ratificati dall’Italia, in primis con la legge L. 3 agosto 1998 n. 269, “Norme contro lo sfruttamento della prostituzione, della pornografia, del turismo sessuale in danno dei minori, quali nuove forme di riduzione in schiavitù” che ha inserito le fattispecie degli artt. 600 ter e 600 quater c.p. nella sezione I del codice penale, tra i reati contro la personalità individuale. Successivamente con la legge 6 febbraio 2006, n.38, recante disposizioni in materia di lotta contro lo sfruttamento sessuale dei bambini e la pedopornografia anche a mezzo internet, in attuazione di quanto previsto dalla decisione quadro 2004/68/GAI del Consiglio dell’Unione europea del 22 dicembre 2003, relativa alla lotta contro lo sfruttamento sessuale dei bambini e la pornografia infantile, sostituita in seguito dalla Direttiva 2011/92/UE del 13 dicembre 2011, le disposizioni sono state modificate ed è stato inserito anche il reato di cui il presente ricorso si occupa.
Ciò in quanto tale nozione doveva essere rinvenuta nel contenuto del Protocollo Opzionale alla Convenzione sui diritti dell’infanzia, sulla vendita dei bambini, la prostituzione e la pornografia rappresentante bambini, stipulato a New York il 6 settembre 2000, e ratificato dall’Italia con L. 11 marzo 2002, n. 46, laddove si intendeva per pornografia minorile “qualsiasi rappresentazione, con qualsiasi mezzo, di un bambino dedito ad attività sessuali esplicite, concrete o simulate, o qualsiasi rappresentazione degli organi sessuali a fini soprattutto sessuali”, definizione che era stata del resto ribadita nella decisione quadro del Consiglio dell’Unione Europea n. 2004/68/GAI, relativa alla lotta contro lo sfruttamento sessuale dei bambini e la pornografia infantile, secondo la quale si intendeva per “bambino” una persona d’età inferiore ai diciotto anni, e per “pornografia infantile” un materiale che ritrae o rappresenta visivamente: 1) “un bambino reale implicato o coinvolto in una condotta sessualmente esplicita, fra cui l’esibizione lasciva dei genitali o dell’area pubica”; 2) “una persona reale che sembra essere un bambino, implicata o coinvolta nella suddetta condotta”; 3) “immagini realistiche di un bambino inesistente implicato o coinvolto nella suddetta condotta” Entrambe le definizioni quindi sottolineavano due elementi essenziali della pornografia: la rappresentazione di una figura umana e l’atteggiamento sessuale della figura rappresentata.
Nel quadro normativo e giurisprudenziale sopra delineato, che ha posto l’accento, nella individuazione di materiale pedopornografico, sul carattere lascivo della esibizione e quindi su atteggiamenti esplicitamente sessuali, è poi intervenuta la L. 1 ottobre 2012, n. 172 di ratifica ed esecuzione della Convenzione del Consiglio d’Europa per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale, aperta alla firma a Lanzarote il 25 ottobre 2007, con la quale è stato introdotto l’ultimo comma dell’art. 600 ter c.p. che ha definitivamente cristallizzato la nozione come già elaborata dalla giurisprudenza. (si veda Sez. 3, n. 3110/2014 del 20/11/2013, C., non mass. sul punto). Tale definizione qui rileva sotto il primo profilo interpretativo e non come richiamo in punto di tassatività della fattispecie in quanto la definizione è stata introdotta successivamente al tempus commissi delicti del reato qui in esame.
Va rilevato, innanzitutto che l’art. 600 quater.1 è stato introdotto nel codice penale con l’art. 4 della menzionata legge n.38 del 2006, in completamento del quadro di tutela penale contro la pedopornografia costituito dalle disposizioni incriminatrici di cui agli artt. 600 ter (pornografia minorile) e 600 quater (detenzione di materiale pedopornografico), quadro di penalizzazione che si estende perciò alla c.d. pedo-pornografia virtuale, della quale viene formulata la seguente definizione: “Le disposizioni di cui agli articoli 600 ter e 600 quater si applicano anche quando il materiale pornografico rappresenta immagini virtuali realizzate utilizzando immagini di minori degli anni diciotto o parti di esse, ma la pena è diminuita di un terzo. Per immagini virtuali si intendono immagini realizzate con tecniche di elaborazione grafica non associate in tutto o in parte a situazioni reali, la cui qualità di rappresentazione fa apparire come vere situazioni non reali”.
Pertanto è stata ritenuta superflua qualunque verifica circa il fatto che la condotta di rappresentazione pedopornografica avesse offeso i minori specificamente coinvolti nella rappresentazione, ossia risultasse concretamente diretta a “danneggiare” la loro libertà sessuale o personalità, ovvero che vi fosse stato un pericolo concreto per la personalità e sviluppo del minore rappresentato, essendo stata considerata dal legislatore la diffusione e la detenzione del materiale rappresentativo di minori implicati in attività a carattere sessuale – purché qualificato dal giudice di merito pedopornografico considerate condotte concretamente pericolose per i minori, in quanto volte a diffondere ed alimentare l’attrazione per manifestazioni di sessualità rivolte al coinvolgimento di minori, ossia di persone che, a cagione della loro minore età, non hanno – non solo per il nostro ordinamento, ma per la comunità internazionale, quella maturità psicologica necessaria ad esprimere un valido consenso né alle attività sessuali in esse rappresentate ed ancor meno a tali rappresentazioni.
Non risulta quindi corretto interpretare la disposizione sulla pedopornografia virtuale – come nella parte motiva della decisione qui impugnata – nel senso che quando la pedopornografia venga realizzata senza l’utilizzazione di “minori reali” non sussisterebbe alcun concreto pericolo per la personalità e lo sviluppo del “minore”, atteso che, come sopra evidenziato, il bene giuridico tutelato non è costituito unicamente dalla libertà sessuale del bambino le cui sembianze siano state impresse nella fotografia o siano state riprese nel filmato (e quindi non vi sarebbe stata alcuna offesa, costituita dal concreto pericolo per lo sviluppo della personalità individuale di quel minore implicato nell’attività sessuale rappresentata). Quello specifico minorenne, infatti, è vittima di reati ben più gravi, che ledono addirittura, anziché mettere solo in pericolo, tali beni giuridici: reati posti in essere mediante la c.d. “fisicità” dell’attività sessuale svolta in tali rappresentazioni, dei quali le immagini od i filmati costituiscono una semplice documentazione aggiuntiva, prodotta dal suo autore non già per un inconscio desiderio di fornire una prova confessoria delle proprie malefatte, ma, per l’appunto, per alimentare la propria e/o l’altrui soddisfazione nel mostrare la preda minorenne dell’attività sessuale, ovvero nel rappresentare la possibilità di porre in essere tale attività, quasi fosse una “normale” estrinsecazione delle pulsioni sessuali degli adulti.
La fattispecie oggetto del caso in esame (l’art. 600 quater 1 c.p.) ha reso ancor più evidente l’allontanamento del delitto in oggetto da ogni stretta correlazione con una determinata persona offesa, già evidenziata in precedenza in riferimento al concetto di materiale pornografico. Ma certamente tale disposizione deve essere interpretata anche tenendo conto della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla criminalità informatica, fatta a Budapest il 23 novembre 2001, ratificata dall’Italia con la legge 18 marzo 2008, n. 48, contenente norme di adeguamento interno, che non ha apportato alcuna modifica alla fattispecie incriminatrice in esame, proprio perché la criminalizzazione già vigente della condotta di pedopornografia virtuale è stata valutata dal legislatore italiano “in compliance” con gli obblighi di incriminazione imposti dalla sottoscrizione dello strumento giuridico internazionale.
Non è sostenibile che si possa avere effettiva lesività della condotta solo se le immagini virtuali siano state create utilizzando altre immagini concernenti situazioni reali. D’altra parte nel comma 1 il legislatore ha fatto riferimento all’uso di immagini di minori senza specificare il carattere “reale” ossia riproduttivo di una situazione reale, delle stesse. Seguendo tale indirizzo interpretativo si dovrebbe criminalizzare unicamente la documentazione fotografica o video di atti sessuali commessi su minorenne o alla presenza dello stesso, per i quali esistono già le fattispecie di cui agli artt. 600 ter e quater c.p. prima menzionati.
Il delitto di pedopornografia virtuale è, perciò di un crimine di natura informatica del tutto peculiare in quanto la condotta penalmente è commessa con l’uso del mezzo informatico, sia perché il materiale illecito del quale è stata incriminata la produzione e diffusione è realizzato per mezzo delle tecnologie informatiche, sia perché le condotte (anche soltanto quella di detenzione) sono ottenute non già acquistando in edicola un fumetto pedopornografico, come sembra voler suggerire la lettura della sentenza impugnata, ma attraverso l’uso delle nuove forme di condivisione via internet di files-immagine o video-files. Si tratta altresì di un reato di pericolo concreto, offesa che deve essere valutata dal giudice di merito, in riferimento alla qualità pedopornografica del prodotto informatico realizzato ed alla sua capacità rappresentativa di soggetti minorenni coinvolti in attività sessuali.
Per tale ragione non si può allora escludere l’applicabilità dell’art. 600 quateri c.p. alle rappresentazioni fumettistiche, dal momento che vi possono essere – come sembra emergere dalla lettura della sentenza di condanna di primo grado nel caso di specie – anche nei fumetti – soprattutto quando tali comics siano ottenute con tecnologia digitale di alta qualità – immagini la cui qualità di rappresentazione faccia apparire come vere situazioni, ed attività sessuali implicanti minori, che non hanno avuto alcuna corrispondenza con fatti della realtà. Questo deve essere infatti, a parere di questo Collegio, il significato da attribuire alla nozione di immagine virtuale pedopornografica, di cui al comma 2 della disposizione: la qualità di rappresentazione deve essere tale da far apparire come accadute o realizzabili nella realtà e quindi “vere”, ovvero verosimili, situazioni non reali, ossia frutto di immaginazione di attività sessuali coinvolgenti bambini/e.
In sintesi: è contrario alla disposizione del codice penale escludere la sussistenza del fatto ascritto, come deciso con la sentenza impugnata, solo perché le immagini ed i filmati contenuti nei files in sequestro rappresentavano soggetti minori “di fantasia”, ritenendo per ciò solo esclusa ogni riferibilità, seppure apparente, ad una situazione rappresentativa di accadimenti reali, pertanto la sentenza deve essere annullata con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Brescia per nuovo giudizio.