Source: https://www.studiocataldi.it/news_giuridiche_asp/news_giuridica_16822.asp
Timestamp: 2017-10-21 16:08:38+00:00
Document Index: 142137772

Matched Legal Cases: ['art. 33', 'art. 5', 'art. 11', 'art. 31', 'art. 31', 'art. 4', 'art. 10', 'art. 9', 'art. 34', 'art. 17', 'art. 29', 'art. 13', 'art. 8', 'art. 1', 'art. 7', 'art. 5', 'art. 12', 'art. 29', 'art. 6', 'art. 29']

Il diritto all'arte e alla cultura tra letteratura e diritto
L'Autrice si propone di indicare la strada attraverso la quale l'insegnamento e la scuola possano essere veramente liberi veicoli di cultura.
Abstract: L'Autrice si propone di indicare la strada attraverso la quale l'insegnamento e la scuola possano essere veramente liberi veicoli di cultura.
“L'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento”: così recita l'art. 33 comma 1 della Costituzione. Uno dei più begli incisi costituzionali, spesso disatteso. I pilastri della scuola dovrebbero essere: arte (da “muoversi verso qualcosa, compiere”), scienza (da “sapere”), libertà (da “piacere, gradimento”), insegnamento (da “segnare dentro” e, quindi, “imprimere nella mente”). Se la scuola realizzasse ciò non ci sarebbe nemmeno bisogno di continue e contraddittorie riforme legislative.
Per quanto difficile, è ancora possibile credere nella scuola e contribuirvi positivamente come mostra Dario Missaglia, tra l'altro ex-maestro elementare, in una sua raccolta di racconti sulla scuola, tra la realtà e la fantasia, dal titolo emblematico “Educo ergo sum”.
“Non è con la penna rossa che scongiuriamo gli errori; l'errore fa parte del nostro modo di apprendere. Tutti noi impariamo dagli errori; l'importante è individuarli, riflettere su che cosa abbiamo sbagliato e cercare di non ripetere lo stesso errore” (D. Missaglia). “Correggere” non deve essere “bacchettare”, ma “reggere, guidare, dirigere insieme o per mezzo di”: è questo il senso di orientare e consigliare che si dovrebbe applicare tanto a scuola quanto nella scuola della vita. “[…] impartire a quest'ultimo [il fanciullo], in modo consono alle sue capacità evolutive, l'orientamento ed i consigli necessari all'esercizio dei diritti che gli riconosce la presente Convenzione” (art. 5 Convenzione Internazionale sui Diritti dell'Infanzia).
“Allora, a parte le norme, cominciamo a chiedere alla scuola di guardare al mondo che c'è, al bisogno del bambino di conoscere la realtà in cui vive, non quella finta e ideologica dei libri di testo; chiediamo di uscire qualche volta dall'aula affinché i bambini conoscano il quartiere, le persone, le fabbriche, gli uffici, i musei” (D. Missaglia). La scuola esca da se stessa e faccia uscire da se stessa perché “occorre preparare appieno il fanciullo ad avere una vita individuale nella società, ed allevarlo nello spirito degli ideali proclamati nello Statuto delle Nazioni Unite e in particolare nello spirito di pace, di dignità, di tolleranza, di libertà, di eguaglianza e di solidarietà” (dal Preambolo della Convenzione Internazionale sui Diritti dell'Infanzia). Ideali che non si ha modo di acquisire e sperimentare se si rimane solo nel chiuso dell'ambiente scolastico. I bambini hanno diritto “a frequentare musei, teatri, biblioteche, cinema e altri luoghi di cultura e spettacolo, insieme ai propri compagni di scuola” (art. 11 Carta dei diritti dei bambini all'arte e alla cultura).
“I nostri bambini devono imparare a scrivere correttamente perché diversamente rischiamo di non farci capire o di comunicare un'assurdità. Non è difficile, e quello che possiamo a scuola, potete divertirvi anche voi a farlo a casa. Se scrivo: “Ho fame, vorrei un po' di pane” e sostituiscono la p con la c, viene fuori: “Ho fame, vorrei un po' di cane”. I bambini ridono, hanno capito che la grammatica può essere un gioco, una sorpresa continua. È la grammatica della fantasia di Gianni Rodari di cui leggiamo insieme le bellissime poesie. Fatelo anche a casa, vi divertirete anche voi” (D. Missaglia). “Gli Stati parti devono rispettare e promuovere il diritto del fanciullo a partecipare pienamente alla vita culturale ed artistica ed incoraggiano l'organizzazione di adeguate attività di natura artistica e culturale in condizioni di uguaglianza” (art. 31 par. 2 Convenzione Internazionale sui Diritti dell'Infanzia). La grammatica è l'arte delle lettere, della scrittura, ovvero l'arte che insegna a scrivere e quindi a parlare correttamente. Scrivere e parlare sono tra le principali attività della vita, quella vita (etimologicamente “attività, forza, vigore”) cui fa spesso riferimento la Convenzione Internazionale dei Diritti dell'Infanzia - a differenza della Dichiarazione dei Diritti del Bambino del 1959 -, definendola in vari modi da “vita individuale”, nel Preambolo, a “vita culturale ed artistica” (art. 31). Grammatica, pertanto, da intendersi come insieme di strumenti essenziali per la vita e non insieme di sterili regole. Perché, i bambini hanno diritto “a sviluppare, attraverso il rapporto con le arti, l'intelligenza corporea, semantica e iconica” (art. 4 Carta dei diritti dei bambini all'arte e alla cultura).
“Ecco, la scuola fino a oggi è stata come un calendario. Inizia con le foglie d'autunno, prosegue con il freddo dell'inverno, le rondini a primavera, i raccolti dell'estate. Una scuola ferma agli anni cinquanta, all'Italia contadina che non c'è più. Una scuola agreste per nascondere la durezza delle nostre vite, del lavoro, della nostra storia recente. Leggono ai bambini dei romani, degli assiri, dei babilonesi” (D. Missaglia). La scuola non deve essere stereotipata, perché i bambini hanno diritto “ad avere un sistema tra scuola e istituzioni artistiche e culturali, perché solo un'osmosi continua può offrire una cultura viva” (art. 10 Carta dei diritti dei bambini all'arte e alla cultura).
“È vero. La scuola, la scuola vera e non quella dei giornali o delle diverse retoriche è anche il luogo delle crisi esistenziali. Docenti magari un tempo bravissimi, sensibili, preparati che arrivati a un certo punto della loro carriera iniziano ad andare in crisi. Non ce la fanno più. È il «mal di scuola», colpisce i docenti, non gli studenti. L'insegnamento diventa stanco, ripetitivo e allora gli studenti si fanno inquieti, magari disturbano, comunque diventano disattenti. L'insegnante a quel punto, mentre interviene, dovrebbe anche porsi qualche domanda e invece arriva il momento che le domande non esistono più” (D. Missaglia). La scuola dovrebbe essere luogo di crisi esistenziali (nel senso profondo ed etimologico), di competenze emozionali e relazionali, luogo in cui raccontare e raccontarsi. Così si eviterebbe (o si limiterebbe) il burnout degli insegnanti, l'abbandono degli studenti, il dissenso dei genitori. La scuola sia scuola delle crisi, scuola delle domande. Tanti gli esempi, tra cui Danilo Dolci, “educatore della domanda”.
La domanda instilla lo spirito di ricerca - in conformità all'art. 9 comma 1 Costituzione “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnologica” - e così la scuola sarebbe più “aperta a tutti” (art. 34 comma 1 Costituzione) e diventerebbe davvero scuola di ciascuno. “[…] ciascuno di voi ha il diritto soggettivo all'istruzione, e nessuno, adulto o coetaneo, può impedirgli con la forza di non fruirne. E allora, anche volendo realizzare iniziative come quelle che avete fatto, dovete tenere conto di questi due principi intoccabili che, tradotto per voi, vuol dire che a nessuno può essere impedito di entrare e che se si vogliono svolgere attività come dibattiti, seminari, ecc. bisogna avere la capacità di convincere i compagni e anche i docenti. È più impegnativo, lo immagino, ma è altrettanto evidente quanto sia molto più efficace e di valore un'iniziativa che sappia costruirsi con il consenso” (D. Missaglia). “Aprire” significa etimologicamente “togliere i serrami, gli impedimenti, gli ostacoli” e quindi “rendere visibile, palese”, pertanto “apertura” fa rima con “cultura” e ne ha la stessa natura. In tal modo si concretizza il diritto dei bambini “a frequentare una scuola che sia reale via d'accesso a una cultura diffusa e pubblica” (art. 17 Carta dei diritti dei bambini all'arte e alla cultura).
“È incredibile […] come i bambini ci manifestino l'immenso bisogno di una guida autorevole, affidabile, comprensiva e severa insieme. Cercano questo, non l'insegnante che ti dà la pacca sulla spalla e tira dritto, o il preside che ti scrive una nota sul registro e poi scompare tra le carte: queste presenze saranno cancellate ben presto dal loro presente e dalla loro vita; cercano un adulto che trovi il tempo per fermarsi un attimo, guardarli negli occhi, parlare con loro con la forza della sua esperienza e della sua saggezza. E seguirli nel loro cammino. Quando incontrano questi adulti, la risposta dei ragazzi è immensa, sorprendente” (D. Missaglia). Educare è promuovere, inculcare, preparare (dall'art. 29 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell'Infanzia).
“[…] che i nostri bambini riescano gradualmente a capire la realtà che li circonda. Una realtà fatta di persone, luoghi, oggetti, storia, fantasia; fatta di lavoro, di vita, di sentimenti, di paure e gioie. Non servono i cartelloni con le lettere e gli esercizi a memoria per imparare a leggere e scrivere. I nostri cartelloni sono intorno a noi, basta cercarli, guardarli, riflettere tutti insieme e poi scrivere il pensiero che abbiamo scelto: allora le lettere diventano un senso, un significato, non se ne scorderanno mai” (D. Missaglia). “Il fanciullo ha diritto alla libertà di espressione. Questo diritto comprende la libertà di ricercare, ricevere e diffondere informazioni e idee di ogni genere, a prescinderne dalle frontiere, sia verbalmente che per iscritto o a mezzo stampa o in forma artistica o mediante qualsiasi altro mezzo scelto dal fanciullo” (art. 13 par. 1 Convenzione Internazionale sui Diritti dell'Infanzia). I bambini hanno diritto “a partecipare a eventi artistici e culturali con continuità, e non saltuariamente, durante la loro vita scolastica e prescolastica” (art. 8 Carta dei diritti dei bambini all'arte e alla cultura).
“Io ho iniziato a leggere loro delle poesie; le leggevo in classe con il trasporto della recitazione. Improvvisamente si sono fatti muti, seguivano le intonazioni, le emozioni. Io a volte ero trasportata da provare i brividi alla mia stessa lettura; ho alzato gli occhi e ho visto, nel silenzio generale, alcuni di quei ragazzoni con le lacrime agli occhi. E ho provato una grande commozione” (D. Missaglia). Poesia è produzione e la scuola può contribuirvi se torna ad essere così come era sorta, cioè “luogo in cui i maestri e i loro scolari si raccolgono per fine d'istruzione”, perché etimologicamente scuola è “intrattenimento, riposarsi dalla fatica fisica e avere tempo di occuparsi di una cosa per divertimento”, come nella scuola dell'antica Atene. La scuola non ha bisogno di progetti, perché essa stessa è un progetto impiantata su progetti umani. “I bambini hanno diritto ad avvicinarsi all'arte, in tutte le sue forme: teatro, musica, danza, letteratura, poesia, cinema, arti visuali e multimediali” (art. 1 Carta dei diritti dei bambini all'arte e alla cultura).
“[…] non c'è un solo modo di imparare; che l'interesse allo studio, quando non è dato dalle esperienze scolastiche precedenti o dalla vita familiare, può nascere attorno a ciò che concretamente stiamo facendo. Ma allora quell'interesse per la macchina, per l'oggetto, perché non diventa la chiave per un percorso di apprendimento dove ci inseriamo la comunicazione, la lettura, l'interpretazione, l'inglese, la storia? Non è difficile” (D. Missaglia). Le pareti della scuola anziché essere tappezzate di cartelloni si dovrebbero rendere trasparenti all'ambiente circostante perché così si entra in rapporto col territorio (etimologicamente da “possessore della terra”). I bambini hanno diritto “a frequentare le istituzioni artistiche e culturali della città, sia con la famiglia che con la scuola, per scoprire e vivere ciò che il territorio offre” (art. 7 Carta dei diritti dei bambini all'arte e alla cultura).
“[…] perdere un anno nella carriera scolastica non è certo piacevole ma non è neppure un evento drammatico, può far parte dell'esperienza di un adolescente che se vissuta con la giusta attenzione e responsabilità da parte degli adulti può permettere una nuova partenza; ma verso dove, questo è il problema vero” (D. Missaglia). Le esuberanze, le difficoltà degli adolescenti (da “colui che cresce”) sono incontenibili, insormontabili non a causa degli adolescenti ma a causa degli adulti (da “colui è cresciuto”) che non sono tali o non ci sono proprio in famiglia e a scuola. Nella Convenzione Internazionale sui Diritti dell'infanzia si parla di “allevare” il fanciullo che significa “alzare verso”; per alzare il fanciullo occorre che vi sia qualcuno posto in alto e questo implica anche il recupero di una certa autorità (come “autore”, dal verbo latino “augere”, far crescere) da parte della famiglia e della scuola.
“[…] genitori apprensivi, iperprotettivi, incapaci di svolgere un ruolo educativo. Era difficile da spiegare ma era proprio così; come se a un certo punto le figure adulte si fossero ritrovate improvvisamente vuote, scariche. E reagivano a quella loro incapacità con atteggiamenti devastanti: coprivano ogni comportamento del proprio figlio per evitare qualsiasi resa dei conti con i loro fallimenti; giustificavano ogni cosa e reagivano con durezza a qualsiasi provvedimento fosse preso. In fondo delegavano alla scuola ogni loro responsabilità educativa ma non appena la scuola provava a misurarsi con i problemi, esplodeva il conflitto” (D. Missaglia). Dall'art. 5 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell'Infanzia si ricava la necessità della coralità e della corresponsabilità educativa.
“Nella scuola si consumava la crisi dei modelli educativi ma nessuno osava porre il problema. Meglio e più facile gridare al bullismo, sanzionare, bocciare, espellere” (D. Missaglia). Gli insegnanti non tanto devono avere modelli educativi quanto esserlo e cogliere nelle crisi le opportunità per creare nuovi modelli educativi. Creare nuovi modelli educativi e relazioni significative è dare senso alla libertà dell'insegnamento e all'insegnamento nella libertà (secondo il motto “educare alla libertà” dell'arte educativa dell'austriaco Rudolf Steiner, 1861-1925).
“Questa è la scuola vera, quella di cui la stampa non vuole o non è in grado parlare. Un luogo dove certo si muovono docenti che a un certo punto della loro anzianità di carriera non ce la fanno più; si trascinano come svuotati e non sono più in grado di animare un rapporto educativo. Una scuola oppressa ancora da circolari e decreti, da tagli e riduzione di risorse che scoraggiano chi vi lavora. E allora incontri il grigiore della routine, l'ossessione «per il programma», la nevrosi del voto e della media aritmetica, delle note scritte sui diari, delle sanzioni disciplinari. Ma anche una scuola dove tanti insegnanti raggiungono esiti imprevedibili, accendono passioni, interessi, smuovono situazioni impensabili. Non rinunciano alla critica verso la politica scolastica, l'abbandono della scuola pubblica, la mortificazione di un lavoro non riconosciuto, senza possibilità di arricchire la propria professionalità. Ma quando questi insegnanti sono di fronte ai loro ragazzi, si accende una straordinaria passione che non guarda né all'orologio né al salario.
Questa scuola non fa notizia, resta nel segreto delle aule e delle storie individuali e anonime di tanti insegnanti e presidi. Storie che a volte rinascono, improvvisamente, quando un maestro o un professore incontra un ex alunno, e in quegli abbracci c'è il significato di tanti segreti mai raccontati perché non avrebbero fatto notizia o forse sarebbero stati sepolti da un'inutile retorica” (D. Missaglia). Insegnare non comporta solo l'immissione in ruolo ma l'adempimento di un ruolo (etimologicamente da “rotolo”, manoscritto arrotolato in cui erano scritti i nomi) e il totale coinvolgimento in un ruolo. “Queste poche cose mi piacerebbe vedere in un essenziale stato giuridico dei docenti; e da queste potrebbe nascere anche un codice deontologico che dia valenza etica a una professione che è inscindibile dalla relazione educativa. E la relazione educativa non è regolabile né per via contrattuale né per via legislativa” (D. Missaglia). I bambini hanno diritto “a vivere esperienze artistiche e culturali accompagnati dai propri insegnanti, quali mediatori necessari per sostenere e valorizzare le loro percezioni” (art. 12 Carta dei diritti dei bambini all'arte e alla cultura). Gli insegnanti sono soprattutto mediatori di emozioni e passioni, anche per questo l'insegnamento non è un comune lavoro ma una vera vocazione.
“Una certezza ce l'ho e la riscontro ogni giorno con i miei studenti. È una forza che mi fa dire che ce la faremo perché, vedi, questa società che oggi trionfa ha uno sguardo breve, punta sull'immediatezza dell'utile, mentre quando parlo con i ragazzi vedo che hanno sete di valori duraturi, forti. Certo vivono e subiscono le mode, i richiami del conformismo, ma avvertono che tutto ciò non basta, non li riempie, non li soddisfa. Resta un desiderio, una curiosità e percepiscono il valore delle cose più autentiche e durature. E allora la scuola mi sembra un meraviglioso serbatoio di nuove energie, nuove speranze, di un cambiamento possibile. Ce la faremo” (D. Missaglia). I valori non sono desueti ma è diventata desueta la pratica valoriale da parte degli adulti perché comporta impegno e coerenza. Occorre riprendere l'educazione valoriale quale legame col passato, base del presente e costruzione del futuro. “[…] inculcare al fanciullo il rispetto […] dei suoi valori culturali, nonché il rispetto dei valori nazionali del Paese in cui vive” (art. 29 lettera c Convenzione Internazionale sui Diritti dell'Infanzia). I bambini hanno diritto “ad avere un rapporto con l'arte e la cultura senza essere trattati da consumatori ma da soggetti competenti e sensibili” (art. 6 Carta dei diritti dei bambini all'arte e alla cultura). “E allora il maestro deve essere, per quanto può, profeta, scrutare i segni dei tempi, indovinare negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare domani e che oggi noi vediamo solo in confuso” (don Lorenzo Milani). La scuola impari e insegni a coniugare i verbi al futuro, a coniugare un futuro migliore.
“Per essere in grado di comunicare in modo efficace, è necessario sconfiggere l'ignoranza che costituisce la tomba di ogni possibile relazione. I ragazzi italiani leggono pochissimo e usano un lessico piuttosto limitato: circa ottocento parole. Riempiono i loro discorsi di espressioni morte, di inutile intercalare, cercando termini che non affiorano sulle labbra. La parola e il discorso sono immagini dell'anima: se l'anima è vuota, le parole non si formulano. Svaniscono nel nulla. […] il fatto di non comunicare vita e bellezza è già un seminare tristezza e morte” (Valentino Salvoldi, teologo e scrittore). Lo sviluppo di una persona non è completo se non si cura l'aspetto spirituale, come richiamato negli articoli 17, 23, 27 e 32 della Convenzione Internazionale dell'Infanzia: ed è in questa direzione che occorre impegnarsi ed investire coniugando arte e cultura, fantasia e fiducia.
“La fiducia è inseparabile dalla credibilità della persona che ti è di fronte. E i giovani cercano disperatamente adulti in cui avere fiducia perché la fiducia è la risorsa che ti permette di guardare al futuro, di scoprire curiosità ed emozioni, di liberare energie creative. Poi, a volte, se sei fortunato, riesci persino a incontrare dei grandi vecchi rimasti giovani, con una sorprendente nostalgia del futuro” (D. Missaglia). E così la scuola, da quella familiare a quella istituzionale, diviene culla di cultura e civiltà (quest'ultima parola negletta ma espressa nell'art. 29 lettera c della Convenzione Internazionale sui Diritti dell'Infanzia).
(03/11/2014 - Margherita Marzario)