Source: https://www.ambientediritto.it/giurisprudenza/tribunale-di-savona-sez-penale-ordinanza-8-febbraio-2013/
Timestamp: 2020-08-13 17:31:40+00:00
Document Index: 82793154

Matched Legal Cases: ['art. 26', 'art. 63', 'art. 26', 'art. 63', 'art. 63', 'art. 2', 'art. 4', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 4', 'art. 44', 'art. 5', 'art. 117', 'art. 117', 'art. 117', 'sentenza ', 'art. 117', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 10', 'art. 117', 'art. 32', 'sentenza ', 'art. 10', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 44', 'Cass. Sez. ', 'art. 101']

TRIBUNALE DI SAVONA, Sez. Penale – ordinanza 8 febbraio 2013 – AmbienteDiritto.it
TRIBUNALE DI SAVONA, Sez. Penale – ordinanza 8 febbraio 2013
Giurisprudenza: Giurisprudenza Sentenze per esteso massime | Categoria: Diritto urbanistico - edilizia Numero: | Data di udienza: 8 Febbraio 2013
DIRITTO URBANISTICO – EDILIZIA – Recupero sottotetti – Artt. 2, cc. 1, 3 e 8, e 4 l.r. Liguria n. 24/2001 – Questione di legittimità costituzionale – Rilevanza e non manifesta infondatezza.
Data di pubblicazione: 8 Febbraio 2013
Data di udienza: 8 Febbraio 2013
Presidente: Meloni
Il Pubblico Ministero Danilo Ceccarelli – sost., visti gli atti del processo penale n. R.G.N.R. nei confronti di
c) della contravvenzione di cui agli artt. 110 – 113 c.p., 44 lett. a) D.P.R. 380/2001 perché, in concorso o cooperazione colposa tra loro, il omissis quale proprietario dei terreni censiti al fg. omissis mapp. omissis, committente dei lavori e titolare del permesso di costruire n. omissis in applicazione della L.R. 24/2001, il omissis quale progettista e direttore dei lavori, realizzavano l’intervento di cui al permesso di costruire in violazione dello strumento urbanistico vigente in quanto veniva assentito e realizzato il recupero abitativo del piano sottotetto con innalzamento del piano sottotetto da cm. 0 a m. 1,30 alla falda e da m. 2.15 a m. 3.50 al colmo (misure interne), con conseguente aumento di volumetria utile dell’intera abitazione da mc. 440 a mc. 505 (poi diventati mc. 587,74 per effetto degli abusi descritti al capo a) e del piano sottotetto, in violazione dell’art. 26 delle NTA di PRG e della relativa scheda in quanto non veniva effettuato l’asservimento delle aree richieste per i nuovi volumi, e in violazione dell’art. 63 delle NTA del PRG in quanto non veniva stipulata la convenzione necessaria per la manutenzione dell’area asservita
4. Ai sensi dell’art. 26 delle NTA del PRG vigente del Comune di Vado Ligure, tale intervento di aumento di volume abitabile avrebbe richiesto necessariamente “l’asservimento delle aree necessarie per l’edificazione con atto pubblico, da trascriversi e notificarsi al Comune, di altrettanta superficie quanta occorre per soddisfare la cubatura o la superficie coperta dei fabbricati previsti secondo l’indice di zona”. Come riferito anche dal tecnico comunale arch. omissis il 29.5.2012, tale asservimento non è stato richiesto né ottenuto dagli imputati. Non essendo stata asservita alcuna area, non è stato ovviamente rispettato neppure l’art. 63 delle NTA del nuovo PUC (operante in salvaguardia) che prevede all’art. 63 la stipula di convenzione per la manutenzione dell’area asservita.
6. Il Comune di Vado Ligure ha assentito l’intervento in oggetto, pur consapevole del mancato rispetto dello Strumento Urbanistico Vigente, in applicazione della L.R. n. 24/2001. Secondo l’art. 2 co. 1 della normativa regionale, “negli edifici esistenti alla data di entrata in vigore della presente legge (22.8.2001) ed aventi destinazione residenziale ovvero turistico- ricettiva sono consentiti, previo rilascio di diretto titolo edilizio ed in deroga alla disciplina stabilita dalla strumentazione urbanistica comunale vigente od in corso di formazione, gli interventi di recupero dei sottotetti”. L’art. 4 della stessa L.R. ribadisce che “le norme della presente legge sono in deroga ai Piani Regolatori Generali e ai Piani Urbanistici Comunali vigenti e/o adottati e alle disposizioni dei regolamenti edilizi vigenti”. L’art. 2 co. 3 della stessa legge regionale stabilisce che “gli interventi diretti al recupero dei sottotetti sono classificati come ristrutturazione edilizia ai sensi dell’articolo 31, lettera d), della legge 5 agosto 1978, n. 457”. Il comma 8 dello stesso articolo specifica che “gli interventi edilizi per il recupero a fini abitativi possono avvenire anche con modificazione delle altezze di colmo e di gronda, nonché delle linee di pendenza delle falde, purché nei limiti di altezza massima degli edifici posti dallo strumento urbanistico ed unicamente al fine di assicurare i parametri, di cui al comma 6”. Il comma 6 disciplina l’altezza media interna netta dei locali “recuperati” a uso abitativo.
8. La Legge della Regione Liguria n. 24/2001, nello stabilire ai citati art. 2 co. 1 e art. 4 che determinati interventi edilizi possono essere eseguiti “in deroga” alla strumentazione urbanistica vigente, introduce di fatto una causa di esenzione dalla responsabilità penale, e specificamente una causa di non punibilità per la violazione dell’art. 44 lett. a) DPR 380/2001. La norma incriminatrice prevede infatti come illecito penale qualsiasi intervento edilizio, anche qualora non sia tra quelli per cui non è necessario il rilascio di permesso di costruire o la presentazione di Dichiarazione di Inizia di Attività (artt. 10 e 22 DPR 380/2001), qualora questo non sia conforme alle norme stabilite dai Regolamenti Edilizi e dagli Strumenti Urbanistici Comunali. La norma regionale esclude l’applicabilità della norma incriminatrice qualora l’intervento sia relativo ai locali “sottotetto” (definizione peraltro che la stessa L.R., all’art. 5, estende anche a “altri volumi o superfici collocati in parti dell’edificio diverse dai sottotetti”).
10. In particolare nella Sentenza C. Cost. n. 185/2004 si ricordava che “l’art. 117, secondo comma, lettera l), Cost. riserva allo Stato la materia dell’“ordinamento penale”, da intendersi come sistema normativo riguardante il diritto sostanziale. Nella giurisprudenza di questa Corte era infatti ricorrente l’affermazione secondo cui la sola fonte del potere punitivo è la legge statale e le Regioni non dispongono di alcuna competenza che le abiliti a introdurre, rimuovere o variare con proprie leggi le pene previste dalle leggi dello Stato in tale materia; non possono in particolare considerare lecita un’attività penalmente sanzionata nell’ordinamento nazionale (tra le altre, si vedano le sentenze n. 234 del 1995, n. 117 del 1991, n. 309 del 1990, n. 487 del 1989). Dalla riforma costituzionale del 2001, questo orientamento giurisprudenziale ha ricevuto una esplicita conferma, giacché è oggi positivamente previsto che la materia dell’ordinamento penale di cui all’art. 117, secondo comma, lettera l), Cost., è di esclusiva competenza dello Stato. La legge regionale impugnata … introduce una deroga al generale divieto di cui si è detto e nel far ciò invade la materia “ordinamento penale”, dall’art. 117, secondo comma, lettera l), della Costituzione, riservata in via esclusiva allo Stato.”
11. Tra i precedenti richiamati particolarmente significative appaiono le sentenze C. Cost n. 234 e n. 235 del 1995. Nella prima pronuncia la Corte evidenziava come la normativa regionale (trattavasi tra l’altro di una legge della Regione Liguria) “avente un inequivoco significato di sanatoria generalizzata, svuota di ogni sostanza la disciplina penale … rendendo in effetti lecite condotte che le norme statali considerano penalmente illecite”. Con la seconda sentenza si affermava, ancora più esplicitamente, che “al legislatore regionale non spetta il potere di comminare o rimuovere sanzioni penali ovvero variare con proprie norme le pene previste dalle leggi statali in una data materia e poiché allo stesso legislatore è, conseguentemente, inibito interferire con proprie disposizioni con il sistema sanzionatorio penale stabilito dal legislatore statale esentando determinate condotte dalla sottoposizione a norme penali o, in generale, modificando, in meglio o in peggio, l’assoggettamento di determinati comportamenti alle pene fissate dalle leggi dello Stato (v. ad esempio sentenze nn. 213 e 117 del 1991, 309 e 43 del 1990, 370 del 1989)”.
12. Ancora più recentemente la stessa Corte Costituzionale è stata costretta a ritornare sulla materia, ribadendo nella Sentenza n. 200/2008 come esorbiti “in modo palese dalla sfera di competenze legislative costituzionalmente attribuite alle Regioni la possibilità di introdurre nuove cause di esenzione dalla responsabilità penale, civile o amministrativa, trattandosi di materia riservata alla competenza esclusiva del legislatore statale, ai sensi dell’art. 117, secondo comma, lettera l), Cost.”.
14. L’art. 2 comma 3 stabilisce che “gli interventi diretti al recupero dei sottotetti sono classificati come ristrutturazione edilizia ai sensi dell’articolo 31, lettera d), della legge 5 agosto 1978, n. 457” (ora art. 3 lett. d) DPR 380/2001). Tale norma di per sé non comporterebbe alcun problema interpretativo in quanto il richiamo esplicito alla normativa statale, ai suoi principi e ai suoi confini, rende certamente conforme a costituzione la normativa regionale. Il comma 8 dello stesso articolo aggiunge però che “gli interventi edilizi per il recupero a fini abitativi possono avvenire anche con modificazione delle altezze di colmo e di gronda, nonché delle linee di pendenza delle falde … unicamente al fine di assicurare i parametri, di cui al comma 6”. Tale tipologia di interventi, che pure comportano evidentemente una modifica anche consistente (al fine di conseguire i paramenti del co. 6) della sagoma e dei prospetti degli edifici, nonché significativi aumenti di volumetria, secondo la L.R. ricadono comunque nella tipologia della “ristrutturazione edilizia”. Si tratta di una previsione che, stante la lettera delle legge regionale, non appare suscettibile di una diversa interpretazione “costituzionalmente orientata” e che deve quindi essere sottoposta al vaglio della Corte Costituzionale.
15. La legge quadro sulla materia, il DPR 380/2001, ha introdotto uno sdoppiamento della categoria delle ristrutturazioni edilizie. Da un lato vi sono infatti le ristrutturazioni edilizie “di cui all’art. 3 lett. d) DPR 380/2001”, in cui l’immobile oggetto di intervento non può essere in alcun modo oggetto di incrementi di superficie e di volume (l’intervento, come noto, può avvenire anche con demolizione e ricostruzione, nel qual caso deve essere rigorosamente rispettate anche la sagoma e i prospetti) . Dall’altro l’art. 10 lett. c) dello stesso T.U. ha ricondotto alla categoria della ristrutturazione edilizia anche interventi che ammettono incrementi di superficie e di volume. Secondo la costante Giurisprudenza, sia penale che amministrativa, per rimanere nell’alveo della tipologia di intervento della “ristrutturazione edilizia”, l’intervento deve però comportare “diminuzioni o trasformazioni dei volumi preesistenti ovvero incrementi volumetrici modesti, tali da non configurare apprezzabili aumenti di volumetria” (così inter alios Cass. Pen. Sez. 3 Sentenza n. 47046 del 26/10/2007 Rv. 238462 Imp. Soldano, la quale ha precisato che “qualora si ammettesse la possibilità di un sostanziale ampliamento dell’edificio, verrebbe meno la linea di distinzione tra la ristrutturazione edilizia e la nuova costruzione”; nello stesso senso, più recentemente Sez. 3 n. 38088 del 28 settembre 2009 Imp. Ridenti, non massimata). La giurisprudenza amministrativa si è pronunciata in più occasioni sul punto, ribadendo da ultimo che “non rientra nel concetto di ristrutturazione edilizia l’intervento con il quale viene mutata, a seguito di sopraelevazione del tetto, la cubatura e la sagoma dell’edificio” (Consiglio di Stato, Sezione Quarta, Sentenza n. 3112 del 24.5.2011).
18. Tali principi sono stati riaffermati in sede di vaglio di una serie di leggi regionali in materia di “sanatoria speciale” (c.d. condono) a seguito della L. 269/2003, leggi che estendevano la possibilità di ottenere il titolo in sanatoria rispetto ai parametri fissati dal legislatore nazionale. Secondo C. Cost. n. 196/2004 “…per ciò che riguarda l’art. 117 Cost., la giurisprudenza di questa Corte ha già chiarito (cfr. le sentenze n. 303 e n. 362 del 2003) che nei settori dell’urbanistica e dell’edilizia i poteri legislativi regionali sono senz’altro ascrivibili alla nuova competenza di tipo concorrente in tema di “governo del territorio”. E se è vero che la normativa sul condono edilizio di cui all’impugnato art. 32 certamente tocca profili tradizionalmente appartenenti all’urbanistica e all’edilizia, è altresì innegabile che essa non si esaurisce in tali ambiti specifici ma coinvolge l’intera e ben più ampia disciplina del “governo del territorio” – che già questa Corte ha ritenuto comprensiva, in linea di principio, di “tutto ciò che attiene all’uso del territorio e alla localizzazione di impianti o attività” (cfr. sentenza n. 307 del 2003) – ossia l’insieme delle norme che consentono di identificare e graduare gli interessi in base ai quali possono essere regolati gli usi ammissibili del territorio.”. Più specificamente C. Cost. 49/2006, nel riepilogare il complessivo quadro normativo cui si è fatto cenno, ricordava che “…la giurisprudenza di questa Corte sul condono edilizio straordinario del 2003 è costante nell’affermare che spetta al legislatore statale determinare non solo tutto ciò che attiene alla dimensione penalistica del condono, ma anche la potestà di individuare, in sede di definizione dei principi fondamentali nell’ambito della materia legislativa «governo del territorio», la portata massima del condono edilizio straordinario, attraverso la definizione sia delle opere abusive non suscettibili di sanatoria, sia del limite temporale massimo di realizzazione delle opere condonabili, sia delle volumetrie massime sanabili. Nell’ambito della speciale normazione relativa al condono edilizio straordinario questa Corte – come si è detto più sopra – ha precisato che le Regioni non possono rimuovere i limiti massimi fissati dal legislatore statale, e che, tra i principi fondamentali cui esse devono attenersi, vi è quello proprio a fini di certezza delle situazioni giuridiche, della previsione del titolo abilitativo in sanatoria al termine dello speciale procedimento disciplinato dalla normativa statale”. Da ultimo la recentissima C. Cost. 225/2012 ha dichiarato la illegittimità costituzionale degli articoli 3, comma 1, 3 e 4 della legge della Regione Liguria 29 marzo 2004 n. 5 ribadendo che “è stata ritenuta di stretta interpretazione, in quanto espressione di principio generale afferente ai limiti della sanatoria, l’individuazione da parte della legge dello Stato delle fattispecie ad essa assoggettabili, di modo che le stesse non possono essere comunque ampliate o interpretate estensivamente dalla legislazione regionale”.
24. L’intervento oggetto di imputazione eccede infatti quello di “ristrutturazione edilizia” prevista dall’art. 10 lett. c) DPR 380/2001 ed è stato assentito come tale solo ed esclusivamente sulla base della disciplina derogatoria prevista dall’art. 2 co. 3 e co. 8 L.R. 24/2001. Le caratteristiche dell’intervento (sopra descritte sub. 3) sono infatti tali da non rientrare nell’alveo dei limitati e modesti interventi che consentono di qualificare comunque l’intervento come “ristrutturazione edilizia”. L’aumento percentuale del volume abitabile è di assoluta consistenza ed è stato realizzato proprio per assicurare al nuovo volume i parametri di abitabilità di cui al comma 6 dell’art. 2 della L.R. 24/2001. Ciò ha, tra l’altro, comportato l’applicazione di una disciplina più favorevole con riferimento al contributo di costruzione in quanto il comma 5 dell’art. 2, proprio in relazione alla “presunzione” assoluta di riconducibilità dell’intervento all’interno della categoria della “ristrutturazione edilizia”, prevede che il contributo di concessione edilizia sia quello “relativo agli interventi di ristrutturazione edilizia previsto ai sensi della legge regionale 7 aprile 1995, n. 25 (disposizioni in materia di determinazione del contributo di concessione edilizia)”, peraltro ridotto di un ulteriore 50% qualora, come nel caso di specie, “l’intervento non determini la creazione di una nuova unità abitativa”.
25. Secondo la costante e conforme giurisprudenza della Corte di Cassazione, vero e proprio “diritto vivente” quantomeno fin da Sezioni Unite n. 11635 del 12.11.1993, in materia urbanistica in caso di rilascio di titolo (e di realizzazione di costruzione) non conforme alla norme ed agli strumenti urbanistici, deve essere comunque ritenuta la sussistenza del reato di cui all’art. 44 DPR 380/2001 (pur senza procedere alla disapplicazione del titolo rilasciato contra legem) “atteso che la conformità della costruzione e della concessione alla norme ed agli strumenti urbanistici è elemento costitutivo o normativo dei reato ex DPR 380/2001 stante la individuazione del parametro di legalità urbanistica ed edilizia quale interesse protetto dalle disposizioni in questione”. Tale principio è stato poi ribadito e specificato da plurime sentenze, tra cui si segnala, da ultimo, Cass. Sez. 3 n. 41318 del 23 ottobre 2012 (Cc 19 set. 2012) Imp. Arena: “Il giudice penale, nel valutare la sussistenza o meno della liceità di un intervento edilizio, deve verificarne la conformità a tutti i parametri di legalità fissati dalla legge, dei regolamenti edilizi, dagli strumenti urbanistici e dalla concessione edificatoria. Il giudice, quindi, non deve limitarsi a verificare l’esistenza ontologica del provvedimento amministrativo autorizzatorio, ma deve verificare l’integrazione o meno della fattispecie penale in vista dell’interesse sostanziale che tale fattispecie assume a tutela (nella specie tutela del territorio). E’ la stessa descrizione normativa del reato che impone al giudice un riscontro diretto di tutti gli elementi che concorrono a determinare la condotta criminosa, ivi compreso l’atto amministrativo. Non sarebbe infatti soggetto soltanto alla legge (art. 101 Cost.) un giudice penale che arrestasse il proprio esame all’aspetto esistenziale e formale di un atto sostanzialmente contrastante con i presupposti legali. Il giudice deve quindi accertare la conformità dell’intervento ai parametri di legalità. Il reato di esecuzione di lavori edilizi in assenza di concessione può, quindi, ravvisarsi anche in presenza di una concessione illegittima senza che occorra fare ricorso alla procedura di disapplicazione dell’atto amministrativo, essendo sufficiente la sola valutazione della sussistenza dell’elemento normativo della fattispecie, atteso che la conformità della costruzione e della concessione alla normazione urbanistica è elemento costitutivo o normativo dei reati contemplati dalla normativa urbanistica, stante l’individuazione del parametro di legalità urbanistica e edilizia quale ulteriore interesse protetto dalle disposizioni in questione.”
3. DISPORRE l’immediata trasmissione degli atti alla Corte costituzionale per l’esame della questione di legittimità costituzionale qui proposta, segnalando che il bene immobile oggetto di processo è attualmente gravato da sequestro preventivo per i fatti per cui si procede