Source: http://ussi.it/2019/lordine-dei-giornalisti-legittimo-lo-dice-la-corte-costituzionale/
Timestamp: 2019-04-21 10:58:18+00:00
Document Index: 62747563

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 21', 'art. 35', 'art. 35', 'art. 45', 'art. 21', 'art. 45', 'art. 36', 'art. 21', 'art. 10', 'art. 45', 'art. 29', 'art. 34', 'art. 31', 'art. 30', 'art. 63', 'art. 35', 'art. 45', 'art. 21', 'art. 3', 'art. 45', 'art. 24', 'art. 54', 'art. 55', 'art. 24', 'art. 48', 'art. 21', 'art. 45', 'art. 2']

L'Ordine dei giornalisti è legittimo, lo dice la Corte Costituzionale - USSI
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L’Ordine dei giornalisti è legittimo, lo dice la Corte Costituzionale
da: francoabruzzo.it
“4. – Ciò posto, la Corte osserva che per un’esatta valutazione del fondamento della questione sottoposta al suo esame occorre tener presente che la legge impugnata, realizzando un proposito espresso fin dal 1944 dal legislatore democratico (art. 1 del D.L. Lt. 23 ottobre 1944, n. 302), disciplina l’esercizio professionale giornalistico e non l’uso del giornale come mezzo della libera manifestazione del pensiero: sicché è esatto quanto sostengono sia la difesa dell’Ordine di Sicilia sia l’Avvocatura dello Stato, che essa non tocca il diritto che a “tutti” l’art. 21 della Costituzione riconosce. Questo sarebbe certo violato se solo gli iscritti all’albo fossero legittimati a scrivere sui giornali, ma è da escludere che una siffatta conseguenza derivi dalla legge. Ne costituisce riprova, oltre l’oggetto stesso del provvedimento, l’esplicita disposizione contenuta nell’art. 35: il quale, in quanto subordina l’iscrizione nell’elenco del pubblicisti alla prova che il soggetto interessato abbia svolto un'”attivita’ pubblicistica regolarmente retribuita per almeno due anni”, dimostra che la stessa legge considera pienamente lecita anche la collaborazione ai giornali che non sia ne’ occasionale ne’ gratuita. Senza che ci sia bisogno di affrontare questioni di interpretazione non essenziali per la presente decisione, appare certo che l’art. 35 circoscrive la portata del divieto sancito nell’art. 45, limita l’estensione dell’obbligo di iscrizione all’albo e, in definitiva, conferma che l’appartenenza all’Ordine non e’ condizione necessaria per lo svolgimento di un’attivita’ giornalistica che non abbia la rigorosa caratteristica della professionalita’.
-Questa conclusione, tuttavia, non esaurisce la questione sottoposta alla Corte. L’esperienza dimostra che il giornalismo, se si alimenta anche del contributo di chi ad esso non si dedica professionalmente, vive soprattutto attraverso l’opera quotidiana del professionisti. Alla loro libertà si connette, in un unico destino, la libertà della stampa periodica, che a sua volta è condizione essenziale di quel libero confronto di idee nel quale la democrazia affonda le sue radici vitali. E nessuno può negare che una legge la quale, pur lasciando integro il diritto di tutti di esprimere il proprio pensiero attraverso il giornale, ponesse ostacoli o discriminazioni all’accesso alla professione giornalistica ovvero sottoponesse i professionisti a misure limitative o coercitive della loro libertà, porterebbe un grave e pericoloso attentato all’art. 21 della Costituzione.
Sotto questo secondo profilo della questione, che di certo e’ il piu’ delicato, la Corte deve in primo luogo accertare se l’istituzione stessa di un Ordine giornalistico e l’obbligatorietà della iscrizione nell’albo non costituiscano di per se’ una violazione della sfera di libertà di chi al giornalismo voglia professionalmente dedicarsi.
Chi tenga presente il complesso mondo della stampa nel quale il giornalista si trova ad operare o consideri che il carattere privato delle imprese editoriali ne condiziona le possibilità di lavoro, non può sottovalutare il rischio al quale è esposto la sua libertà né può negare la necessità di misure e di strumenti a salvaguardarla. Per la decisione della presente questione – alla quale, per quanto si e’ detto al n. 3, resta estranea la rilevanza degli ulteriori profili di pubblico interesse (fra i quali quello inerente all’osservanza del canoni della deontologia professionale) soddisfatti dalla legge – e’ in vista di tale finalita’ che va valutata la funzione che l’Ordine puo’ svolgere. Il fatto che il giornalista esplica la sua attività divenendo parte di un rapporto di lavoro subordinato non rivela la superfluità di un apparato che secondo l’avviso della difesa del Longhitano si giustificherebbe solo in presenza di una libera professione, tale il senso tradizionale. Quella circostanza, al contrario, mette in risalto l’opportunità che i giornalisti vengano associati in un organismo che, nei confronti del contrapposto potere economico del datori di lavoro, possa contribuire a garantire il rispetto della loro personalità e, quindi, della loro libertà: compito, questo, che supera di gran lunga la tutela sindacale del diritti della categoria e che perciò può essere assolto solo da un Ordine a struttura democratica che con i suoi poteri di ente pubblico vigili, nei confronti di tutti e nell’interesse della collettività, sulla rigorosa osservanza di quella dignità professionale che si traduce, anzitutto e soprattutto, nel non abdicare mai alla libertà di informazione e di critica e nel non cedere a sollecitazioni che possano comprometterla.
Si deve tuttavia ribadire che questa conclusione positiva è valida solo se le norme che disciplinano l’Ordine assicurino a tutti il diritto di accedervi e non attribuiscano ai suoi organi poteri di tale ampiezza da costituire minaccia alla libertà dei soggetti. E in questa ulteriore direzione va ora rivolta l’indagine affidata alla Corte.
6 – Il divieto posto nell’art. 45, come si e’ detto, condiziona all’iscrizione nell’albo il legittimo esercizio della professione giornalistica, ed esso, a causa del disposto contenuto nell’art. 36, si risolve in un divieto assoluto per gli stranieri che siano cittadini di uno Stato che non pratichi il trattamento di reciprocita’. Da cio’ scaturisce la necessita’ di accertare se esso non sia in contrasto con l’art. 21 della Costituzione che a tutti, e non ai soli cittadini, garantisce il fondamentale diritto di esprimere liberamente e con ogni mezzo il proprio pensiero.
La Corte – anche richiamando quanto esposto al n. 4 – ritiene che, in se considerato, il presupposto del trattamento di reciprocità per l’accesso alla professione giornalistica non sia illegittimamente stabilito, e cio’ perche’ e’ ragionevole che in tanto lo straniero sia ammesso ad un’attivita’ lavorativa in quanto al cittadino italiano venga assicurata una pari possibilita’ nello Stato al quale il primo appartiene. Questa giustificazione, pero’, non puo’ estendersi all’ipotesi dello straniero che sia cittadino di uno Stato che non garantisca l’effettivo esercizio delle liberta’ democratiche e, quindi, della piu’ eminente manifestazione di queste. In tal caso, atteso che ad un regime siffatto puo’ essere connaturale l’esclusione del non cittadino dalla professione giornalistica, il presupposto di reciprocita’ rischia di tradursi in una grave menomazione della liberta’ di quei soggetti ai quali la Costituzione – art. 10, terzo comma – ha voluto offrire asilo politico e che devono poter godere almeno in Italia di tutti quei fondamentali diritti democratici che non siano strettamente inerenti allo status civitatis.
Limitatamente a questa parte, dunque, l’art. 45 deve essere dichiarato costituzionalmente illegittimo.
– Passando all’esame delle norme che disciplinano l’accesso all’albo, devono essere presi in considerazione gli artt. 29, 33, 34 e 35 della legge, che formano oggetto dell’impugnativa ritualmente proposta dal pretore di Catania.
L’art. 29 richiede per l’iscrizione nell’elenco del professionisti, fra l’altro, l’iscrizione nel registro del praticanti e l’esercizio della pratica per almeno diciotto mesi: dal combinato disposto di questa norma e degli artt. 33 e 34 discende, secondo il pretore, che l’accesso al registro del praticanti e, mediatamente, all’albo è rimesso alla completa discrezionalità degli editori, del direttori e degli altri giornalisti già iscritti. La Corte osserva che, se è vero che ove il soggetto interessato non trovi un giornale che lo assuma come praticante egli non potrà mai intraprendere la carriera giornalistica, è altrettanto vero che neppure il giornalista iscritto può svolgere la sua attività professionale se non trova un editore disposto ad assumerlo: il che dimostra che ci si trova di fronte a conseguenze che non derivano dalla legge in esame, ma dalla struttura privatistica delle imprese editoriali, nell’ambito della quale la non discriminazione può essere assicurata soltanto dalla concorrenza della molteplicità delle iniziative giornalistiche.
Neppure può dirsi che il secondo comma dell’art. 34, in quanto richiede che lo svolgimento della pratica sia comprovata da una dichiarazione motivata del direttore del giornale, all’arbitrio di questi rimetta la valutazione di un presupposto per l’iscrizione nell’elenco del giornalisti. In effetti, poiché non risulta che l’Ordine abbia il potere di esprimere un giudizio di ammissibilità basato sull’apprezzamento del modo in cui l’interessato ha esercitato la pratica, si deve concludere che la motivazione del direttore deve avere ad oggetto solo gli elementi formali del rapporto (durata, continuita’) e non può mai tradursi in un sindacato sul pensiero espresso dal praticante.
Non si vede, infine, in che modo il Consiglio dell’Ordine possa esercitare poteri arbitrari in ordine all’iscrizione nell’albo: chiamato a verificare la sussistenza di elementi tassativamente indicati dalla legge ed a prendere atto del giudizio positivo delle prove di esame predisposte per un accertamento tecnico, il Consiglio non può neppure liberamente valutare la buona condotta (art. 31, secondo comma) del richiedente, ma deve accertarla sulla base di fatti, secondo canoni elaborati in base ad una consolidata tradizione e con l’esclusione di ogni apprezzamento di atteggiamenti che costituiscano estrinsecazione delle libertà garantite dalla Costituzione. Val la pena di aggiungere che la legge impone che i provvedimenti di rigetto della domanda siano motivati (art. 30) e predispone su di essi il controllo giurisdizionale (art. 63), assicurando in tal modo la repressione di ogni abuso.
Del pari non fondata è la questione relativa al primo comma dell’art. 35, impugnato nella parte in cui stabilisce che al fine dell’iscrizione nell’elenco dei pubblicisti il richiedente deve offrire la dimostrazione di aver svolto attività retribuita da almeno due anni. Il timore espresso dal giudice a quo che questa norma consenta un sindacato sulle pubblicazioni non ha ragione di essere, perché la certificazione dei direttori e la esibizione degli scritti sono elementi richiesti solo al fine di consentire che venga accertato se l’attività sia stata esercitata né occasionalmente ne’ gratuitamente e per il tempo richiesto dalla legge, e non anche allo scopo di imporre o di permettere una valutazione di merito capace di risolversi, come afferma l’ordinanza, in “una forma larvata di censura ideologica”.
-Poiché l’ordinanza denunzia che l’obbligatorietà dell’iscrizione nell’albo, sancita dal denunziato art. 45, rimette alla piena “discrezionalità altrui” l’esercizio del diritto riconosciuto dall’art. 21 della Costituzione, con conseguente violazione anche dell’art. 3, la Corte non può sottrarsi al compito di esaminare altre disposizioni della legge che possano incidere sul diritto all’iscrizione nell’albo, e ciò non per esercitare un controllo su norme che, per quanto si é detto al n. 2, non sono state ritualmente impugnate, ma solo per accertare se il loro contenuto sia tale da determinare l’illegittimità dell’art. 45.
Sotto questo profilo ed a questi limitati effetti vengono in esame l’art. 24, che attribuisce al Ministro per la grazia e giustizia l’alta sorveglianza sui Consigli dell’Ordine, e le disposizioni che conferiscono ai Consigli poteri disciplinari che sull’iscrizione all’albo possono incidere in via temporanea (art. 54) o definitiva (art. 55).
La Corte osserva che il potere del Ministro, corollario del pubblico interesse al regolare funzionamento dei Consigli, ha per contenuto i provvedimenti indicati nel secondo e nel terzo comma dello stesso art. 24, sicché nessuna ingerenza e’ consentita all’esecutivo sulla attività amministrativa relativa agli iscritti, salva la implicita possibilità di segnalare fatti che ai sensi dell’art. 48 possano giustificare il promovimento dell’azione disciplinare: nel che non si può riscontrare, in verità, nessun rischio di abuso.
La Corte ritiene, del pari, che i poteri disciplinari conferiti ai Consigli non siano tali da compromettere la libertà degli iscritti. Due elementi fondamentali vanno tenuti ben presenti: la struttura democratica del Consigli, che di per sé rappresenta una garanzia istituzionale non certo assicurata dalla legge precedentemente in vigore (D.L. Lt. 23 ottobre 1944, n. 302), in base alla quale la tenuta degli albi e la disciplina degli iscritti sono state affidate per circa venti anni ad un organo di nomina governativa; e la possibilità del ricorso al Consiglio nazionale ed il successivo esperimento dell’azione giudiziaria nei vari gradi di giurisdizione. L’uno e l’altro concorrono sicuramente ad impedire che l’iscritto sia colpito da provvedimenti arbitrari. Essi, tuttavia, non sarebbero sufficienti a raggiungere tale scopo, se la legge stessa prevedesse, sia pure implicitamente, una responsabilità del giornalista a causa del contenuto dei suoi scritti e ammettesse una corrispondente possibilità di sanzione, perché in tal caso la libertà riconosciuta dall’art. 21 sarebbe messa in pericolo e l’art. 45 – norma di chiusura dell’intero ordinamento giornalistico – risulterebbe illegittimo. Ma la legge non consente affatto una qualsiasi forma di sindacato di tale natura. Se la definizione degli illeciti disciplinari, come è inevitabile, non si articola in una previsione di fattispecie tipiche, bisogna pur considerare che la materia trova un preciso limite nel principio fondamentale enunciato dalla stessa legge nell’art. 2. Se la libertà di informazione e di critica è insopprimibile, bisogna convenire che quel precetto, più che il contenuto di un semplice diritto, descrive la funzione stessa del libero giornalista: è il venir meno ad essa, giammai l’esercitarla che può compromettere quel decoro e quella dignità sui quali l’Ordine è chiamato a vigilare”.
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