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Timestamp: 2020-05-25 15:42:48+00:00
Document Index: 17915022

Matched Legal Cases: ['art. 179', 'art. 179', 'art. 2647', 'art. 179', 'art. 2732', 'art. 168', 'art. 179', 'art. 179', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 177', 'art. 179', 'sentenza ', 'art 179', 'sentenza ', 'art. 179', 'art. 179', 'art. 179', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 179', 'art. 769', 'art. 179', 'sentenza ', 'art. 179', 'art. 12', 'art. 179', 'art. 179', 'sentenza ', 'art. 179', 'art. 179', 'art. 179', 'sentenza ', 'art. 179', 'art. 1298', 'art. 1101', 'sentenza ', 'art. 1854', 'art. 1298', 'art. 179', 'art. 179', 'art. 179', 'art. 179', 'art. 217', 'art. 555', 'art. 179', 'art. 554', 'art. 458', 'art. 179', 'art. 177', 'art. 177', 'art. 177', 'art. 177', 'art. 810', 'art. 1100', 'art. 177', 'sentenza ', 'art. 177', 'art. 177', 'art. 177', 'sentenza ', 'art. 177', 'art. 177', 'art. 179', 'art. 179', 'art. 177', 'art. 179', 'art. 179', 'art. 177', 'art. 177', 'art. 177', 'art. 177', 'art. 177', 'art. 179', 'art. 179', 'art. 169', 'art. 30', 'art. 29', 'art. 179', 'art. 179', 'sentenza ', 'art 1150', 'art. 179', 'art. 2041', 'art. 2033', 'sentenza ', 'art. 2941', 'sentenza ', 'art. 179', 'art. 177', 'art. 179', 'art. 179', 'art. 1854', 'art. 1298', 'art. 179', 'art. 179', 'art. 179', 'art. 179', 'art. 179', 'sentenza ', 'art. 179', 'art. 179', 'art. 179', 'art. 179', 'art. 2732', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2732', 'sentenza ', 'art. 179', 'art. 179', 'art. 191', 'art. 189', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 179', 'sentenza ', 'art. 194', 'art. 179', 'sentenza ', 'art. 179', 'art. 179', 'art. 179', 'art. 179', 'art. 179', 'art. 179', 'art. 219', 'art. 177']

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Dispositivo dell'art. 179 Codice civile
a) i beni di cui, prima del matrimonio, il coniuge era proprietario o rispetto ai quali era titolare di un diritto reale di godimento(1);
b) i beni acquisiti successivamente al matrimonio per effetto di donazione [769] o successione [456], quando nell'atto di liberalità o nel testamento [587] non è specificato che essi sono attribuiti alla comunione(2);
c) i beni di uso strettamente personale di ciascun coniuge ed i loro accessori(3);
d) i beni che servono all'esercizio della professione [2084, 2222]del coniuge, tranne quelli destinati alla conduzione di una azienda facente parte della comunione(4);
e) i beni ottenuti a titolo di risarcimento del danno(5) nonché la pensione attinente alla perdita parziale o totale della capacità lavorativa(6);
f) i beni acquisiti con il prezzo del trasferimento dei beni personali sopraelencati o col loro scambio, purché ciò sia espressamente dichiarato all'atto dell'acquisto(7) [2647 comma 1].
L'acquisto di beni immobili, o di beni mobili elencati nell'articolo 2683, effettuato dopo il matrimonio, è escluso dalla comunione, ai sensi delle lettere c), d) ed f) del precedente comma, quando tale esclusione risulti dall'atto di acquisto se di esso sia stato parte anche l'altro coniuge(8).
(5) Archetipo ne è l'indennità assicurativa erogata in seguito ad un sinistro stradale, che ha funzione riparatoria dei danni (fisici, ma anche morali-esistenziali) subiti personalmente dal coniuge leso nell'illecito (e di cui ai fondamentali artt. 1223, 2043 ss. c.c.).
(8) Nel secondo comma dell'art. 179 si delinea la possibilità di escludere dalla comunione daterminati beni immobili, o mobili registrati, mediante l'apposizione in sede di atto di acquisto della dichiarazione di esclusione; atto di acquisto cui dovrà necessariamente partecipare l'altro coniuge. L'effetto risultante sarà l'opponibilità ai terzi, ai sensi dell'art. 2647 del c.c..
Massime relative all'art. 179 Codice civile
Cass. civ. n. 23565/2016
In tema di rapporti patrimoniali tra coniugi in regime di comunione legale, la dichiarazione resa dal coniuge non acquirente in ordine alla natura personale di un immobile acquistato ha portata confessoria sulla provenienza del denaro a tal fine utilizzato, sicché l'azione di accertamento negativo della natura personale di quel bene postula la revoca della menzionata confessione stragiudiziale nei limiti in cui la stessa è ammessa dall'art. 2732 c.c., cioè per vizio del consenso derivante da errore di fatto o violenza.
(Cassazione civile, Sez. VI, ordinanza n. 23565 del 18 novembre 2016)
Cass. civ. n. 19204/2015
In tema di comunione legale, l'art. 168 c.c. disciplina la particolare condizione dei beni acquistati dal coniuge per essere destinati all'impresa da lui gestita e costituita dopo il matrimonio, i quali sono soggetti al regime della comunione legale "de residuo", ossia ristretta ai soli beni sussistenti al momento dello scioglimento della comunione, sicché non opera per tali acquisti il meccanismo previsto dall'art. 179, comma 2, c.c., rimanendo essi esclusi automaticamente, seppur temporaneamente, dal patrimonio coniugale, senza necessità di specifica indicazione o di partecipazione di entrambi i coniugi all'atto di acquisto, atteso che, mentre la prima norma prende in considerazione beni qualificati da un'oggettiva destinazione all'attività imprenditoriale del singolo coniuge, la seconda si occupa di beni soggettivamente qualificati dall'essere strumento di formazione ed espressione della personalità dell'individuo.
(Cassazione civile, Sez. VI-2, ordinanza n. 19204 del 28 settembre 2015)
Cass. civ. n. 19513/2012
La dichiarazione di assenso ex art. 179, secondo comma, c.c. del coniuge formalmente non acquirente, ma partecipante alla stipula dell'atto di acquisto, relativa all'intestazione personale del bene immobile o mobile registrato all'altro coniuge, può assumere natura ricognitiva e portata confessoria - quale fatto sfavorevole al dichiarante e favorevole all'altra parte - sebbene esclusivamente di presupposti di fatto già esistenti, laddove sia controversa, tra i coniugi stessi, l'inclusione del medesimo bene nella comunione legale. Analoga efficacia in favore del coniuge formalmente acquirente non può, invece, attribuirsi ad una tale dichiarazione nel diverso giudizio fra i coeredi di colui che l'aveva resa, terzi rispetto al suddetto atto, in cui si discuta della configurabilità del menzionato acquisto come una donazione indiretta di quello stesso bene in favore del coniuge da ultimo indicato, nonchè della sussistenza dei presupposti per il suo conferimento nella massa ereditaria del "de cuius". (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata, che aveva qualificato come donazione indiretta, conseguentemente assoggettandola a collazione, l'acquisito di un immobile successivamente al matrimonio da parte di uno dei coniugi, in relazione al quale era stato provato il diretto versamento del prezzo all'alienante ad opera dell'altro, negando rilievo alla contraria dichiarazione di quest'ultimo contenuta nell'atto di acquisto).
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 19513 del 9 novembre 2012)
Cass. civ. n. 24061/2008
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 24061 del 25 settembre 2008)
Cass. civ. n. 1197/2006
In tema di comunione legale tra coniugi, il denaro ottenuto a titolo di prezzo per l'alienazione di un bene personale rimane nella esclusiva disponibilità del coniuge alienante anche quando esso venga dal medesimo accantonato sotto forma di deposito bancario sul proprio conto corrente, giacché il diritto di credito relativo al capitale non può considerarsi modificazione del capitale stesso, né è d'altro canto configurabile come un acquisto nel senso indicato dall'art. 177, primo comma, lettera a), c.c., cioè come un'operazione finalizzata a determinare un mutamento effettivo nell'assetto patrimoniale del depositante. Pertanto, il coniuge può utilizzare le somme accantonate sul di lui conto corrente, provenienti dall'alienazione di un bene personale, ai fini della surrogazione reale di cui all'art. 179, primo comma, lettera f), c.c.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 1197 del 20 gennaio 2006)
Cass. civ. n. 8758/2005
L'indennità di accompagnamento, istituita dalla legge n. 18 del 1980, non è indirizzata al sostentamento dei soggetti minorati nelle loro capacità di lavoro, ma è configurabile come misura di integrazione e sostegno del nucleo familiare, incoraggiato a farsi carico di tali soggetti, evitando così il ricovero in istituti di cura e assistenza, con conseguente diminuzione della relativa spesa sociale. Ne consegue che la somma corrisposta a titolo di indennità di accompagnamento (nella specie arretrati corrisposti in unica soluzione ) rientra nella comunione legale tra coniugi, non essendo equiparabile alla pensione attinente alla perdita totale o parziale della capacità lavorativa, prevista dalla lett. e ) dell'art 179 c.c. Né è possibile l'interpretazione analogica di tale disposizione, che contempla ipotesi tassative di eccezione al principio generale di inclusione dei beni nella comunione legale.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 8758 del 27 aprile 2005)
In regime di comunione legale, la partecipazione alla stipula, del coniuge formalmente non acquirente e l'eventuale dichiarazione di assenso, da parte sua, all'intestazione personale del bene, immobile o mobile registrato, all'altro coniuge, non hanno efficacia negoziale o dispositiva, sotto forma di rinuncia, del diritto alla comunione incidentale sul bene acquisendo, nè sono elementi di per sè sufficienti ad escludere l'acquisto dalla comunione, ma hanno carattere ricognitivo degli effetti della dichiarazione, resa dall'altro coniuge, circa la natura personale del bene, se ed in quanto questa oggettivamente sussista, atteso che il secondo comma dell'art. 179 c.c. è norma limitativa dei casi di esclusione della comunione risultanti dalle lett. c), d) ed f) del primo comma dello stesso articolo, nel senso che essa, al fine di escludere la comunione legale, richiede, in caso di acquisto di un bene immobile o di un bene mobile registrato, oltre ai requisiti oggettivi previsti dalle citate lett. c), d) ed f), che detta esclusione risulti espressamente dall'atto di acquisto, allorchè l'altro coniuge partecipi al contratto. Da ciò consegue che di tal che, ove tale natura personale del bene manchi (e tale mancanza si ha allorchè il bene, senza essere di uso strettamente personale o destinato all'esercizio della professione del coniuge, venga acquistato con danaro del coniuge stesso, ma non proveniente dalla vendita di beni personali), la caduta in comunione legale non è preclusa dalle dette partecipazione e dichiarazione, tanto più che, nella pendenza di tale regime, il coniuge non può rinunciare alla comproprietà di singoli beni acquistati durante il matrimonio (e non appartenenti alle categorie elencate nel primo comma dell'art. 179 c.c.), salvo che sia previamente o contestualmente mutato, nelle debite forme di legge e nel suo complesso, il regime patrimoniale della famiglia.
Cass. civ. n. 15778/2000
Nella ipotesi in cui un soggetto abbia erogato il danaro per l'acquisto di un immobile in capo al proprio figlio, si deve distinguere il caso della donazione diretta del danaro, in cui oggetto della liberalità rimane quest'ultimo, da quello in cui il danaro sia fornito quale mezzo per l'acquisto dell'immobile, che costituisce il fine della donazione. In tale secondo caso, il collegamento tra l'elargizione del danaro paterno e l'acquisto del bene immobile da parte del figlio porta a concludere che si è in presenza di una donazione indiretta dell'immobile stesso, e non già del danaro impiegato per il suo acquisto. Ne consegue che, in tale ipotesi, il bene acquisito successivamente al matrimonio da uno dei coniugi in regime di comunione legale, è ricompreso tra quelli esclusi da detto regime, ai sensi dell'art. 179, lett. b), c.c., senza che sia necessario che il comportamento del donante si articoli in attività tipiche, essendo, invece, sufficiente la dimostrazione del collegamento tra il negozio-mezzo con l'arricchimento di uno dei coniugi per spirito di liberalità. (Nella specie, in applicazione di tale principio, la S.C. ha escluso che fosse ricompreso nel regime di comunione legale l'immobile acquisito successivamente al matrimonio il diretto versamento di somme alla cooperativa, da parte del genitore di questo, all'atto dell'assegnazione dell'immobile stesso, senza che potesse assumere rilievo la circostanza, risultante dall'atto pubblico di assegnazione, e ritenuta, invece, dai giudici di merito ostativa alla configurabilità di una donazione indiretta, che il restante maggior prezzo dovesse essere versato dall'intestatario del bene mediante accollo della quota di mutuo di pertinenza dell'immobile, avuto riguardo al comprovato versamento, da parte del genitore, delle relative rate).
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 15778 del 14 dicembre 2000)
Cass. civ. n. 1917/2000
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 1917 del 19 febbraio 2000)
Cass. civ. n. 11327/1997
ll tenore letterale dell'art. 179 lett. b), c.c. che parla di «liberalità» e non di «donazione» non consente di limitarne la portata alle sole liberalità previste dall'art. 769 c.c. Consegue che la peculiare struttura della donazione indiretta non è assolutamente incompatibile con l'applicazione dell'art. 179 lett. b) c.c.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 11327 del 15 novembre 1997)
Con riguardo all'art. 179, lettera f), c.c. - in base al quale non costituiscono oggetto della comunione legale e sono beni personali del coniuge i beni acquisiti con il «prezzo» del trasferimento dei beni personali sopraelencati o con loro scambio, purché ciò sia espressamente dichiarato all'atto di acquisto - al prezzo, che è costituito da denaro, deve equipararsi, per analogia iuris, ai sensi dell'art. 12, comma 2 delle preleggi, ricorrendo identità di ratio, il danaro che, anziché ricavato dalla vendita di un bene donato o ereditato (art. 179, lettera b, c.c.) sia stato direttamente acquisito a titolo gratuito da uno dei coniugi e poi investito nell'acquisto di beni. La dichiarazione espressa all'atto di acquisto, prevista dall'art. 179, lettera f), è necessaria, nei confronti dell'altro coniuge (diversa essendo la posizione dei terzi), unicamente quando il suo consorte sia venuto a trovarsi nella disponibilità non solo del denaro (o dei beni) acquisiti per donazione o successione, ma anche di denaro o beni pervenutigli aliunde (per esempio frutto del proprio lavoro), e non anche quando l'inesistenza di tale duplicità di mezzi sia ragionevolmente conoscibile dall'altro coniuge (come nel caso di reimpiego di grossi capitali dei quali i coniugi non avrebbero potuto disporre in base alla loro situazione personale).
Cass. civ. n. 1556/1993
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 1556 del 8 febbraio 1993)
relative all'articolo 179 Codice civile
Norma di riferimento: Articolo 179 Codice civile - Beni personali | Quesito Q201924267
Eliana D. N. chiede
mercoledì 06/11/2019 - Campania
“Sono sposata da 13 anni in seconde nozze per entrambi e siamo in comunione di beni.
Io non ho figli mentre mio marito ne ha avuti due,ormai maggiorenni,dal precedente matrimonio.Sono in procinto di acquistare un immobile a mie uniche spese e mio marito è conserziente ad accettare che tale acquisto rientri nella categoria dei miei beni personali.Vorrei gentilmente sapere se mio marito può attuare tale rinuncia all'atto di acquisto e soprattutto se tale rinuncia eviti che un domani i figli di mio marito possano avanzare delle pretese su tale immobile e qualora ciò fosse possibile cosa posso fare per evitare che i figli di mio marito diventino anch'essi proprietari di questo immobile acquistato unicamente da me medesima.
La disciplina dei beni personali dei coniugi, cioè di quelli che non costituiscono oggetto della comunione dei beni, è contenuta nell’art. 179 del c.c.
Il primo comma della norma stabilisce che sono tali:
Ma è il secondo comma dell’articolo in commento ad interessare particolarmente nel nostro caso: esso prevede, infatti, che l'acquisto di beni immobili (o di beni mobili iscritti in pubblici registri), “effettuato dopo il matrimonio, è escluso dalla comunione, ai sensi delle lettere c), d) ed f) del precedente comma, quando tale esclusione risulti dall'atto di acquisto se di esso sia stato parte anche l'altro coniuge”.
Nel tempo, la giurisprudenza ha precisato la portata, non chiarissima, di tale ultima disposizione.
In particolare, secondo Cass. Civ., Sez. II, ord., n. 29342/2018, “la dichiarazione resa nell'atto dal coniuge non acquirente, ai sensi dell'art. 179, comma 2°, c.c., in ordine alla natura personale del bene, si pone come condizione necessaria ma non sufficiente per l'esclusione del bene dalla comunione, occorrendo a tal fine non solo il concorde riconoscimento da parte dei coniugi della natura personale del bene, richiesto esclusivamente in funzione della necessaria documentazione di tale natura, ma anche l'effettiva sussistenza di una delle cause di esclusione dalla comunione tassativamente indicate dall'art. 179, comma 1°, lett. c), d) ed f), c.c.”.
Ed ancora, secondo Cass. Civ., Sez. II, ord. n. 24719/2017, “nei rapporti patrimoniali tra coniugi in regime di comunione legale, la dichiarazione resa dal coniuge non acquirente in ordine alla natura personale di un immobile acquistato non ha portata dispositiva, bensì può rilevare come prova dell'esistenza dei presupposti di fatto a cui la legge relaziona l'esclusione dalla comunione".
Tali principi, del resto, erano già stati espressi dalle Sezioni Unite, con la sentenza n. 22755/2009: “l'intervento adesivo del coniuge [...] non rileva come atto negoziale di rinuncia alla comunione e, qualora la natura personale del bene che viene acquistato sia dichiarata solo in ragione di una sua futura destinazione, sarà l'effettività di tale destinazione a determinarne l'esclusione dalla comunione, non certo la pur condivisa dichiarazione di intenti dei coniugi sulla sua futura destinazione” (nel caso di specie, la S.C. aveva ritenuto rientrante nella comunione legale l'immobile che, benché acquistato dal coniuge come bene personale, era stato in realtà destinato a casa coniugale).
Dunque, per poter escludere dalla comunione un immobile acquistato durante il matrimonio, non è sufficiente che tale esclusione risulti dall’atto di acquisto (alla cui stipula sia intervenuto l’altro coniuge), ma occorre, altresì, che il bene rientri effettivamente in una delle tre categorie indicate dal secondo comma dell’art. 179 c.c. (quindi beni di uso strettamente personale, o beni destinati all'esercizio della professione del coniuge acquirente, oppure beni acquisiti con il prezzo del trasferimento dei beni personali).
Nel nostro caso, l’immobile da acquistare potrebbe farsi rientrare nella categoria di cui alla lettera c), cioè quella dei beni di uso strettamente personale.
Sempre la Cassazione (Sez. III, sent. n. 14575/2000), ha chiarito che per “uso personale” del bene deve intendersi “la disponibilità esclusiva della sua utilizzazione da parte del coniuge, anche se tramite altro soggetto. Detta disponibilità esclusiva non viene meno se il coniuge, che ne è titolare, permetta che l'altro coniuge possa utilizzare il bene in specifiche circostanze e condizioni, come un terzo. In questo caso, infatti l'altro coniuge, come un qualsiasi terzo, utilizza il bene non per diritto suo proprio, quale comproprietario, ma per effetto del consenso dell'unico titolare del diritto di disporne”.
Norma di riferimento: Articolo 179 Codice civile - Beni personali | Quesito Q201923323
Lucio S. chiede
giovedì 16/05/2019 - Sardegna
“Sono in fase di separazione giudiziale. il contendere riguarda un conto cointestato, a firma congiunta, attivato nel primo anno di matrimonio. mia moglie non ha mai effettuato alcuna operazione su quel conto, anche perché' ne aveva uno alle poste del quale era l'unica intestataria, ad eccezione di un prelevamento relativo ad una somma residua che avevo lasciato in deposito per pagare il mutuo del fotovoltaico, quando ho trasferito tutto su altro conto, rendendomi conto che la mia consorte voleva prosciugarlo per prima. sul conto corrente congiunto, dal quale provvedevo a tutte le spese del menage familiare, transitavano soltanto i miei emolumenti, il mio tfr, l'eredita' di una mia zia e la meta' del ricavato di una casa dei miei genitori. mia moglie pretende il 50% delle somme ivi depositate. esistono specifiche sentenze in merito? ringrazio.”
La cointestazione di un conto, a prescindere dal regime patrimoniale scelto dai coniugi (comunione o separazione dei beni) fa presumere la comproprietà del saldo nella misura della metà ciascuno.
Pertanto, in caso di separazione coniugale, ognuno dei coniuge avrà diritto alla metà dell’importo disponibile sul conto.
Questa presunzione si desume principalmente dalla combinazione dell’art. 1298 c.c. “nei rapporti interni l’obbligazione si divide tra i diversi creditori.” e dell’art. 1101 c.c. “le quote dei partecipanti alla comunione si presumono uguali”.
Tale presunzione di contitolarità, in caso sia stato scelto il regime di separazione dei beni, può essere superata laddove un coniuge, in sede di separazione personale, dimostri al giudice che l’effettiva percentuale di denaro che rientra nella sua titolarità è superiore alla metà (“La cointestazione di un conto corrente dà luogo a una presunzione di contitolarità dell’oggetto del contratto che può essere superata in presenza di risultanze di segno opposto”- Corte di Cassazione n.19115/2012).
Sul punto, anche la recente sentenza della Cassazione n.77/2018 ha sottolineato che: “ nel conto corrente bancario intestato a più persone, i rapporti interni tra correntisti, anche aventi facoltà di compiere operazioni disgiuntamente, sono regolati non dall'art. 1854 c.c., riguardante i rapporti con la banca, bensì dal secondo comma dell'art. 1298 c.c., in virtù del quale debito e credito solidale si dividono in quote uguali solo se non risulti diversamente; ne consegue che, ove il saldo attivo risulti discendere dal versamento di somme di pertinenza di uno solo dei correntisti, si deve escludere che l'altro possa, nel rapporto interno, avanzare diritti sul saldo medesimo. Peraltro, pur ove si dica insuperata la presunzione di parità delle parti, ciascun cointestatario, anche se avente facoltà di compiere operazioni disgiuntamente, nei rapporti interni non può disporre in proprio favore, senza il consenso espresso o tacito dell'altro, della somma depositata in misura eccedente la quota parte di sua spettanza, e ciò in relazione sia al saldo finale del conto, sia all'intero svolgimento del rapporto.”
Nella presente vicenda, non è stato specificato se era stato scelto il regime di separazione o comunione legale.
Ad ogni modo, leggiamo nel quesito che gli importi contenuti nel conto corrente sono relativi esclusivamente al Suo tfr, ad una Sua eredità e alla metà del ricavato della casa dei Suoi genitori. Quindi, anche ipotizzando vi sia un regime di comunione legale dei beni, si tratterebbe comunque di beni personali ai sensi dell’art. 179 c.c.
A tal proposito, la Cassazione ha sottolineato che il denaro personale “rimane nella esclusiva disponibilità del coniuge alienante anche quando esso venga, come nella specie, dal medesimo coniuge depositato sul proprio conto corrente. Questa titolarità non muta in conseguenza della mera circostanza che il denaro sia stato accantonato sotto forma di deposito bancario, giacché il diritto di credito relativo al capitale non può considerarsi modificazione del capitale stesso, né è d'altro canto configurabile come un acquisto nel senso indicato dall'articolo 177, primo comma, lettera a), codice civile, cioè come un'operazione finalizzata a determinare un mutamento effettivo nell'assetto patrimoniale del depositante"(Cass. civ., n. 1197/2006).
Tale principio è applicabile anche nel caso di conto cointestato, con la precisazione che in tal caso va provata la provenienza delle somme.
Alla luce quindi della posizione della giurisprudenza sul tema, possiamo affermare che la richiesta di Sua moglie di ottenere il 50% può essere agevolmente contestata sia in caso di regime di separazione dei beni che di comunione legale.
Norma di riferimento: Articolo 179 Codice civile - Beni personali | Quesito Q201923288
venerdì 10/05/2019 - Lombardia
L'anno prossimo convoleró a nozze con la mia attuale fidanzata, ci sposeremo in chiesa.
Viviamo in una casa di mia proprietà (sita nella provincia di Milano) per cui solo io personalmente ho acceso il mutuo tre anni fa (e di cui mio padre è garante).
Ambedue siamo lavoratori dipendenti a te po' indeterminato, lei commessa, io consulente informatico.
Dal momento che, durante la cerimonia, ci troveremo a scegliere per la separazione o la comunione dei beni (io sono perla separazione, lei per la comunione) come la casa di mia proprietà verrebbe destinata qualora ci fosse una causa di separazione successiva al matrimonio in questi casi:
Caso 1. Regime di comunione dei beni, la coppia si separa dopo avere celebrato il matrimonio senza avere concepito bambini.
Caso 2. Regime di comunione dei beni, la coppia si separa dopo avere celebrato il matrimonio dal quale è stato concepito un bambino.
Caso 3. Regime di separazione dei beni, la coppia si separa dopo avere celebrato il matrimonio senza avere concepito bambini.
Caso 4. Regime di separazione dei beni, la coppia si separa dopo avere celebrato il matrimonio dal quale è stato concepito un bambino.
Consulenza legale i 17/05/2019
In primo luogo va chiarito che la casa – essendo bene di cui il marito era titolare in via esclusiva prima del matrimonio – non rientra nella comunione legale dei coniugi (art. 179, 1° comma, lettera a, c.c.).
Pertanto, indipendentemente dal regime patrimoniale adottato dai coniugi, l’abitazione, così come ogni altro bene, di cui uno dei coniugi era titolare prima del matrimonio rimane di quest’ultimo e non rientra nella comunione.
Ciò detto, una cosa è il regime patrimoniale scelto, altra cosa sono gli accordi che si raggiungono (oppure le disposizioni che il Giudice adotta) a seguito di separazione dei coniugi. Nel rispondere alle domande, dunque, non si distinguerà il caso della comunione o della separazione, perché del tutto irrilevante rispetto agli accordi di separazione.
Nel caso più semplice, in cui non ci siano figli, il Giudice non può assegnare la casa coniugale all’uno o all’altro ma è tenuto a rispettare la proprietà: pertanto, la casa viene considerata bene personale del coniuge cui è intestata e rimane nella sua piena disponibilità. Ciò salvo diverso accordo tra le parti, ovviamente, che è sempre possibile.
Nel caso, invece, in cui vi siano uno o più figli, la casa coniugale viene di regola assegnata al coniuge che ottiene l’affidamento esclusivo del figlio oppure presso il quale il figlio viene collocato in via prevalente. Si sta parlando di figlio minorenne, o maggiorenne ma non autosufficiente.
L’obiettivo è quello di tutelare esclusivamente l’interesse dei figli a conservare il loro habitat domestico. Si applica nei procedimenti di separazione dei coniugi, di divorzio, ma anche in quelli relativi ai figli nati da coppie non sposate.
In questi casi il coniuge cosiddetto “collocatario” assume un vero e proprio diritto di godimento sull’immobile. Per le stesse finalità di protezione dei figli è previsto che gli arredi presenti nella casa familiare, necessari al soddisfacimento delle loro esigenze, vi rimangano, indipendentemente dalla proprietà.
Il diritto di godere della casa familiare, evidentemente, determina una “compressione” del diritto di proprietà: il coniuge titolare, quindi, non potrà disporne liberamente ma sarà tenuto al rispetto dei diritti di godimento, utilizzo ed abitazione del coniuge assegnatario.
Norma di riferimento: Articolo 179 Codice civile - Beni personali | Quesito Q201821301
martedì 01/05/2018 - Calabria
Vorrei sposarmi, sono divorziato ed ho tre figli di cui uno minore.
Vorrei sapere se i beni mobili ed immobili di cui sono unico proprietario saranno nella mia piena disponobilita' durante il matrimonio ovvero se potro' donarli o venderli. Inoltre se potro' disporre, nel testamento, che essendo beni acquisiti prima del matrimonio devono essere destinati ai miei figli ? Un accordo pre matrimoniale in tal senso ha valore ?
N.B. 1 ) Poco fa ho scritto una richiesta analoga a questa ma il PC e' tornato alla pagina iniziale cancellandola. Se vi sono arrivate due richieste analoghe e' ovvio che la risposta e' una sola.”
Secondo il codice civile, sono considerati beni personali del coniuge e non costituiscono oggetto della comunione i beni di cui, prima del matrimonio, il coniuge era proprietario o rispetto ai quali era titolare di un diritto reale di godimento (art. 179 del c.c., lett. a).
Per completezza, lo stesso articolo elenca ulteriori categorie di beni considerati personali e dunque esclusi dalla comunione legale anche nell’ipotesi in cui vengano acquistati dopo le nozze. Si tratta dei seguenti:
i beni acquisiti successivamente al matrimonio per effetto di donazione o successione, quando nell'atto di liberalità o nel testamento non è specificato che essi sono attribuiti alla comunione (lett. b);
i beni di uso strettamente personale di ciascun coniuge ed i loro accessori (lett. c);
i beni che servono all'esercizio della professione del coniuge, tranne quelli destinati alla conduzione di una azienda facente parte della comunione (lett. d);
i beni ottenuti a titolo di risarcimento del danno nonché la pensione attinente alla perdita parziale o totale della capacità lavorativa (lett. e);
i beni acquisiti con il prezzo del trasferimento dei beni personali sopraelencati o col loro scambio, purché ciò sia espressamente dichiarato all'atto dell'acquisto (lett. f).
Inoltre, sempre per completezza, va ricordato che, ai sensi del secondo comma dell’art. 179 c.c., l'acquisto di beni immobili o di beni mobili registrati, anche qualora sia effettuato dopo il matrimonio, è escluso dalla comunione se si tratta di beni previsti dalle lettere c), d) ed f) del precedente comma e purché tale esclusione risulti dall'atto di acquisto in cui sia intervenuto anche l'altro coniuge.
Ciascun coniuge ha il godimento e l'amministrazione dei beni di cui è titolare esclusivo, come disposto dall’art. 217, comma 1 del c.c. (dettato con riferimento al regime di separazione dei beni, ma certamente applicabile anche ai beni personali in caso di comunione legale).
L’amministrazione dei beni comprende anche gli atti di straordinaria amministrazione, cioè quelli che modificano o alterano la consistenza del patrimonio, come gli atti di disposizione (tra questi, appunto, la vendita).
Quanto alla donazione - che costituisce anch’essa un atto di disposizione - occorre fare un discorso leggermente diverso.
Infatti i beni personali del coniuge (in particolare, per quanto qui interessa, quelli acquistati prima del matrimonio), pur non confluendo nella comunione legale, costituiranno, alla morte del proprietario, oggetto di successione ereditaria, in quanto parte del patrimonio di quest’ultimo.
Pertanto la possibilità per il coniuge di donare in vita i propri beni incontra il limite del rispetto della quota di riserva che la legge (artt. 536 ss. c.c.) garantisce in caso di successione mortis causa ai cosiddetti legittimari, ovvero al coniuge, ai figli e agli ascendenti.
Nel caso di lesione della legittima, l’art. 555 del c.c. prevede che le donazioni il cui valore eccede la quota della quale il defunto poteva disporre sono soggette a riduzione fino alla quota medesima.
Tuttavia si può procedere alla riduzione delle donazioni solo dopo che sia stato esaurito il valore dei beni di cui è stato disposto per testamento.
Analogo discorso va fatto per le disposizioni testamentarie. Il coniuge che sia titolare di beni personali ex art. 179 c.c. potrà disporne, in linea teorica, nel proprio testamento attribuendoli ai propri figli. Dovrà tuttavia avere cura di rispettare la quota di riserva spettante ai legittimari e pertanto anche al coniuge.
Diversamente, il coniuge che lamenti una lesione della propria quota di riserva potrà proporre azione di riduzione, ai sensi dell’art. 554 del c.c.: “le disposizioni testamentarie eccedenti la quota di cui il defunto poteva disporre sono soggette a riduzione nei limiti della quota medesima”.
Quanto all’ultima questione sollevata, ad avviso di chi scrive un “accordo prematrimoniale” tale da stabilire che, al momento della morte del coniuge, i beni personali di quest’ultimo saranno attribuiti ai suoi figli e non al coniuge, non sarebbe ammissibile perché si scontrerebbe con il divieto dei patti successori vigente nel nostro ordinamento.
In particolare, l’art. 458 del c.c. colpisce con la sanzione della nullità ogni convenzione con cui taluno dispone della propria successione, nonché ogni atto col quale taluno dispone dei (o rinunzia ai) diritti che gli possono spettare su una successione non ancora aperta.
L’unica eccezione contemplata dalla norma riguarda gli artt. 768 bis ss. c.c. in materia di patto di famiglia (si tratta del contratto con cui, compatibilmente con le disposizioni in materia di impresa familiare e nel rispetto delle differenti tipologie societarie, l'imprenditore trasferisce, in tutto o in parte, l'azienda, e il titolare di partecipazioni societarie trasferisce, in tutto o in parte, le proprie quote, ad uno o più discendenti).
Norma di riferimento: Articolo 179 Codice civile - Beni personali | Quesito Q201617337
domenica 20/11/2016 - Toscana
“Volevo sapere se cadono in comunione dei beni delle obbligazioni comprate dal 2006 al 2016 con soldi che provengono dal mio indennizzo ricevuto nel 2006 per invalidità civile e dal 2006 in pensione come invalido civile.A luglio del 2016 abbiamo annullato con atto notarile la comunione dei beni,la domanda che vi chiedo è se mio moglie ha diritto alla metà. Faccio presente che abbiamo sempre avuto conti correnti separati anche in banche diverse.Viviamo sempre insieme ma che succede se ci separiamo?
Consulenza legale i 25/11/2016
La soluzione del caso che si propone si rinviene nelle norme dettate dal codice civile in materia di comunione legale, ed in particolare nel disposto di cui all’art. 179.
Stabilisce tale norma che non costituiscono oggetto della comunione e sono beni personali del coniuge “la pensione attinente alla perdita parziale o totale della capacità lavorativa” “nonché i beni acquistati con il prezzo del trasferimento dei beni personali elencati nella stessa norma o col loro scambio, purchè ciò sia espressamente dichiarato all’atto dell’acquisto”.
Altra norma cui fare riferimento è quella contenuta nell’art. 177 lett.a) c.c., il quale stabilisce invece che costituiscono oggetto della comunione gli acquisti compiuti dai due coniugi insieme o separatamente durante il matrimonio, ad esclusione di quelli relativi ai beni personali.
Dunque, da una semplice lettura di tali norme sembra potersi desumere che, pur se i redditi da pensione di invalidità civile così come l’indennizzo debbano farsi rientrare tra i beni personali, nel momento in cui tali proventi vengono però utilizzati per l’acquisto di altri beni, quali le obbligazioni del caso di specie, sia che tale acquisto venga effettuato insieme o separatamente dai coniugi, le obbligazioni entreranno a far parte della comunione ex art. 177 lett.a) c.c.
Tuttavia, ad una tale interpretazione si è opposto per lungo tempo un consolidato filone giurisprudenziale, a mente del quale il regime di comunione legale di cui all’art. 177 c.c. coinvolgerebbe i soli acquisti di beni e non potrebbe invece inerire alla instaurazione di rapporti meramente creditizi, quale perfino l’apertura di un conto corrente bancario cointestato nel corso della convivenza coniugale o, appunto, l’acquisto di titoli obbligazionari.
In tal senso si è fatto osservare che il termine “acquisti” di cui all’art. 177 lett. a) c.c. debba correlarsi al termine “beni” utilizzato successivamente dal legislatore, da intendere esclusivamente nel senso di cose che possono formare oggetto di diritti secondo il disposto di cui all’art. 810 c.c., tra i quali non sarebbe possibile includere anche i diritti di credito.
Altra norma che avvalora tale tesi sarebbe quella contenuta nell’art. 1100 c.c., ai sensi del quale è possibile parlare di comunione solo con riferimento al diritto di proprietà ed agli altri diritti reali, mentre per i diritti di credito può parlarsi esclusivamente di “solidarietà attiva”, tradizionalmente intesa come insieme collegato di distinti rapporti giuridici di natura obbligatoria.
Sempre nel senso di una esclusione degli acquisti di titoli obbligazionari dalla comunione legale si è espressa quella tesi argomentativa secondo cui i contratti di deposito bancario producono una obbligazione restitutoria e non comportano alcun acquisto stabile e definitivo, sicchè restano fuori dall’ambito di applicazione del meccanismo acquisitivo di cui all’art. 177 lett. a) c.c.; inoltre si fa anche osservare che le somme di denaro che in tali contratti di deposito confluiranno non potranno entrare a far parte del coacervo comune quando sarà riconoscibile la vicenda che ha dato luogo al loro acquisto e, pertanto, l’importo pecuniario rimarrà in proprietà esclusiva se ricevuto a titolo di risarcimento o quale pensione di invalidità.
Da quanto appena detto, dunque, non può che scaturirne che nel caso di specie saranno da ritenere di proprietà esclusiva i titoli obbligazionari acquistati con somme di denaro provenienti da indennizzo e invalidità civile e peraltro prelevate da un conto corrente bancario intestato al solo coniuge che effettua l’acquisto dei titoli.
Tuttavia, non può tacersi che contro tale corrente giurisprudenziale si è posto altro orientamento giurisprudenziale, inaugurato con Cass. Civ. 09/10/2007 n. 2058, secondo cui anche i diritti di credito sono suscettibili di entrare in comunione, facendosi osservare che, seppure i proventi dell’attività separata assumano la natura di beni personali durante la vigenza del regime comunitario, essi saranno destinati a cadere in comunione nel momento in cui verranno reimpiegati per l’acquisto di nuovi beni, tra cui le partecipazioni sociali, le quote in fondi comuni di investimento, ecc.
Sulla scorta di tale orientamento si è anche di recente pronunciato il Tribunale di Monza con sentenza del 26 marzo 2016.
Nel corpo di tale sentenza, però, si legge che, a prescindere dalla posizione che si intenda assumere riguardo al problema se il denaro possa essere considerato a tutti gli effetti un bene mobile, si ritiene sia più che ragionevole quantomeno assimilarlo ad un bene mobile dal punto di vista della sua appartenenza ad un determinato titolare, con la conseguenza che, pur avendo caratteristiche del tutto peculiari, dovrebbe al pari di un qualunque altro bene mobile appartenere ad uno o ad entrambi i coniugi.
Il fatto poi che venga custodito in banca mediante deposito bancario o in qualunque altro luogo, non dovrebbe poter incidere sulla sua titolarità e, proprio con riferimento al denaro depositato in banca, può dirsi che esso assuma natura di mero credito da restituzione e non di un credito relativo all’acquisto di un nuovo bene come invece richiede l’art. 177 co. 1° lett. a) c.c., non avendo ad oggetto un quid novi idoneo ad accrescere la comunione, ma solo la restituzione del tantundem precedentemente corrisposto.
Ciò porta dunque ad escludere che il conto bancario (sia quello intestato ad un solo coniuge che quello cointestato) sia di per sé idoneo a far parte della comunione legale per il solo fatto che mediante esso si sia costituito un diritto di credito dei coniugi in regime di comunione legale.
Inoltre, ciò che non deve perdersi di vista è la circostanza che, anche a voler aderire al secondo e più recente orientamento giurisprudenziale, trattasi di tesi sviluppata con riferimento precipuo al denaro frutto dei proventi dell’attività separata di ciascuno dei coniugi, per i quali correttamente si ritiene che facciano parte del patrimonio personale di ciascuno dei coniugi pur se custoditi in un conto di deposito bancario finchè però non si verifichi lo scioglimento della comunione o non vengano utilizzati per l’acquisto di nuovi beni.
Infatti, mentre nel caso di scioglimento della comunione troverà applicazione l’art. 177 co. 1° lett. c) del c.c. e tali proventi entreranno a far parte della c.d. comunione de residuo, nel caso di loro utilizzo per l’acquisto di altri beni, questi ultimi entreranno a far parte della comunione ex art. 177 co. 1° lett. a) c.c.
Proprio quest’ultimo è il caso affrontato nella sentenza del Tribunale di Monza sopracitata, postasi sulla scia del più recente orientamento giurisprudenziale in materia di diritti di credito sorti in costanza del regime di comunione legale; il tema affrontato, infatti, è quello degli investimenti compiuti dai coniugi nella vigenza del regime di comunione legale mediante trasferimento di somme dal conto corrente cointestato ad un conto titoli al medesimo collegato ma intestato soltanto a Caio. Orbene, a tal proposito, coerentemente si richiama quella giurisprudenza (tra cui Cass. Civ. 15 giugno 2012, n. 9845) che riconosce la caduta in comunione (immediata) delle quote di fondi comuni di investimento ai sensi dell’art. 177, co.1, lett. a) c.c., quand’anche acquistate mediante i proventi dell’attività separata di uno dei coniugi, sulla base del fatto che anche i crediti, così come i diritti a struttura complessa quali i diritti azionari, in quanto beni, sono suscettibili di entrare in comunione.
Tuttavia, ciò che va sottolineato è che nel caso all’esame di detta sentenza, l’acquisto degli strumenti di investimento viene realizzato utilizzando i proventi dell’attività separata del coniuge-investitore. Il nostro ordinamento, infatti, enucleando all’art. 177 co.1, lett.a) c.c. la regola generale sull’oggetto della comunione legale sancisce il principio della cd. “gratuità” del coacquisto, in forza del quale, per la caduta o meno in comunione di un determinato bene, risulta, di regola, irrilevante cosa sia stato utilizzato per il suo acquisto.
Una eccezione a tale principio si ha però in relazione a quei casi espressamente previsti in cui i beni rimangono personali o, al più, rientrano nella cd. comunione differita. La cd. surrogazione reale, ovvero quel principio in base al quale i beni acquistati devono seguire le “sorti” dei beni che sono stati utilizzati per il loro acquisto rileva come eccezione nelle ipotesi specificamente contemplate dalla legge e alle condizioni ivi previste.
Quanto sopra per dire che nel caso oggetto di questo parere si ritiene più corretto far rientrare la relativa fattispecie nella previsione di cui all’art. 179 lett. f) c.c., risultando i titoli obbligazionari frutto del reimpiego di beni personali ex lett. e) dello stesso articolo, ciò che sarà facilmente dimostrabile perché acquistati con denaro prelevato da un conto personale sul quale sono confluite somme anch’esse di natura personale.
Norma di riferimento: Articolo 179 Codice civile - Beni personali | Quesito Q201617312
mercoledì 16/11/2016 - Lazio
“COME SI PUO' BLINDARE UNA PARTECIPAZIONE IN UNA SOCIETA' DI PERSONE, ANCHE AI FINI MATRIMONIALI?
Sui diritti che il coniuge può vantare sul patrimonio dell’altro coniuge occorre tenere nettamente distinte la situazione dei coniugi entrambi in vita da quella in cui sia deceduto uno di essi.
Per quel che concerne la prima – che poi è quella cui fa riferimento il quesito – affinché uno dei due possa mantenere un proprio patrimonio personale, occorre scegliere, in sede di matrimonio oppure successivamente (mediante apposita convenzione) il regime patrimoniale della separazione dei beni.
Va precisato che rimangono, in ogni caso (ovvero nonostante la scelta della comunione) nella piena disponibilità e proprietà di uno dei coniugi (sono definiti, cioè, “beni personali”): “a) i beni di cui, prima del matrimonio, il coniuge era proprietario o rispetto ai quali era titolare di un diritto reale di godimento; b) i beni acquisiti successivamente al matrimonio per effetto di donazione o successione, quando nell'atto di liberalità o nel testamento non è specificato che essi sono attribuiti alla comunione; c) i beni di uso strettamente personale di ciascun coniuge ed i loro accessori; d) i beni che servono all'esercizio della professione del coniuge, tranne quelli destinati alla conduzione di un'azienda facente parte della comunione; e) i beni ottenuti a titolo di risarcimento del danno nonché la pensione attinente alla perdita parziale o totale della capacità lavorativa; f) i beni acquisiti con il prezzo del trasferimento dei beni personali sopraelencati o col loro scambio, purché ciò sia espressamente dichiarato all'atto dell'acquisto (…)” (art. 179 cod. civ.)
In merito, dunque, al quesito particolare che ci occupa, se la partecipazione societaria era già nel patrimonio personale di uno dei due coniugi prima del matrimonio, essa rimarrà tale anche dopo quest’ultimo, indipendentemente dal fatto che sia stato scelto il regime della comunione o della separazione.
In comunione, invece, rientrano (art. 177 cod. civ.): “a) gli acquisti compiuti dai due coniugi insieme o separatamente durante il matrimonio, ad esclusione di quelli relativi ai beni personali; b) i frutti dei beni propri di ciascuno dei coniugi, percepiti e non consumati allo scioglimento della comunione; c) i proventi dell'attività separata di ciascuno dei coniugi se, allo scioglimento della comunione, non siano stati consumati; d) le aziende gestite da entrambi i coniugi e costituite dopo il matrimonio. Qualora si tratti di aziende appartenenti ad uno dei coniugi anteriormente al matrimonio ma gestite da entrambi, la comunione concerne solo gli utili e gli incrementi”.
Come si vede, in relazione al caso degli utili e degli incrementi di aziende gestite da entrambi i coniugi ma appartenenti ad uno di solo di essi prima del matrimonio, l’azienda rimane nella titolarità esclusiva di un solo coniuge mentre gli utili e gli incrementi riconducibili alla gestione di entrambi (quindi solo in questo caso) cadono in comunione. I redditi personali dei coniugi, invece, che possono essere sia frutti dei loro beni personali sia proventi dell’attività separata, non ricadono in maniera automatica nella comunione legale. Essi non rientrano neppure tra i beni personali, ma si considerano oggetto della comunione ai soli fini della divisione se non sono stati consumati al momento dello scioglimento della stessa.
In conclusione, non servono operazioni particolari per “blindare” la partecipazione societaria in previsione di un’eventuale separazione e/o divorzio, perché basterà l’adozione del regime legale della separazione dei beni.
Diverso, invece, è il caso in cui uno dei due coniugi muoia: infatti, nel caso di successione legittima (ovvero in assenza di testamento), tutto il patrimonio (compresi i beni del coniuge che mentre era in vita erano personali: compresa dunque anche la partecipazione azionaria) viene suddiviso tra gli eredi, tra i quali rientra necessariamente il coniuge.
Per evitare che la partecipazione azionaria vada al coniuge dopo la propria morte, l’unica possibilità è quella di redigere un testamento, nel quale si disporrà che l’assegnazione della partecipazione stessa avvenga a favore di un determinato soggetto, diverso rispetto al coniuge.
Norma di riferimento: Articolo 179 Codice civile - Beni personali | Quesito Q201616682
Claudio V. chiede
giovedì 18/08/2016 - Friuli-Venezia
“Il sottoscritto è titolare di un indennizzo per danno da emotrasfusione ai sensi della L.210/92, ed il relativo importo viene periodicamente accreditato sul conto corrente cointestato con mia moglie, con la quale sono in regime di comunione dei beni. Tali importi sono stati, nel tempo, utilizzati anche per l'acquisto di titoli azionari a me intestati, senza che però venisse specificato al momento dell'acquisto la natura della provenienza del denaro e la volontà di considerare l'investimento come bene personale non oggetto di comunione. Essendo intenzionato prossimamente ad acquistare un immobile ad un'asta giudiziaria a titolo personale anzichè in comunione dei beni, considerato che la provvista del denaro necessario proverrà dalla vendita preliminare dei suddetti titoli azionari, è corretto e legittimo il rilascio da parte mia e di mia moglie della dichiarazione secondo cui "L'aggiudicatario signor ... dichiara, ed il coniuge pure qui presente signora ... espressamente conferma e riconosce, che i beni di cui sopra sono esclusi dalla comunione e trattasi quindi di acquisto di beni personali del coniuge assegnatario-acquirente signor ... in quanto:
ai sensi dell'art. 179 comma 1°, lettera f) C.C., il relativo prezzo viene pagato con denaro costituente corrispettivo di trasferimento di beni personali di cui al medesimo art. 179 C.C., lettera E" ,
anche se gli importi degli indennizzi avevano cambiato veste essendo investititi in titoli azionari con le modalità sopra esposte?
Vi ringrazio dell'attenzione.”
Va preliminarmente chiarito se i titoli azionari di cui si parla nel quesito rientrino o meno nella comunione legale a sensi del’art. 177 cod. civ. o meno. Occorrerebbe, pertanto, conoscere nello specifico cosa si intenda, di preciso, per “titoli azionari”.
In generale, affinché un “titolo” rientri nella comunione legale, occorre che esso rappresenti un “qualcosa in più”, di diverso, rispetto al denaro.
Pertanto assegni, cambiali, titoli obbligazionari, titoli di Stato, fondi di investimento, sono generalmente ritenuti esclusi dalla comunione perché sono forme di ricchezza che, per la loro liquidità, sono equiparabili al denaro e quindi, nell’ambito della comunione legale, sono soggette alla medesima disciplina di quest’ultimo.
Diversamente, i titoli azionari, in quanto non meri titoli di credito, ma di partecipazione, vengono pacificamente fatti rientrare nella comunione.
Si riportano, di seguito, alcune pronunce sul tema:
- “I titoli di partecipazione ad una società cooperativa acquistati, in costanza di matrimonio, da uno dei coniugi ed allo stesso intestati, sono suscettibili di essere compresi nel regime di comunione legale contemplata dall'art. 177, primo comma, lett. a), cod. civ., in tutti i casi in cui il carattere personale della partecipazione non sia recessivo di fronte al dato sostanziale preminente dell'estraneità del socio all'attività che costituisce l'oggetto sociale della cooperativa.” (Cassazione civile, sez. I, 18/09/2014, n. 19689);
- “I titoli di partecipazione azionaria acquistati, in costanza di matrimonio, da uno solo dei coniugi ed allo stesso intestati, sono suscettibili di essere compresi nel regime della comunione legale contemplata dall'art. 177, comma 1, lett. a), c.c.” (Cassazione civile, sez. I, 27/05/1999, n. 5172; conforme Cassazione civile, sez. I, 23/09/1997, n. 9355);
- “Le azioni di società costituiscono incrementi patrimoniali rientranti tra gli acquisti di cui all'art. 177, lett. a, c.c., e quindi nell'oggetto della comunione legale tra coniugi, in quanto, anche se esse non sono meri titoli di credito, ma titoli di partecipazione, l'aspetto patrimoniale è assolutamente prevalente rispetto ai diritti e agli obblighi connessi con lo status di socio in essi incorporato. Il passaggio delle azioni (quanto almeno per la componente patrimoniale data dal loro valore) in comproprietà dell'altro coniuge non è escluso dalla previsione dell'intrasferibilità delle azioni, eventualmente contenuta nello statuto sociale” (Cassazione civile, sez. I, 18/08/1994, n. 7437);
- “Rientra nella comunione legale sussistente tra coniugi un dossier di titoli acquistato con denaro personale di uno di essi, ove non sia espressamente dichiarata nell'atto di acquisto la provenienza individuale delle somme. (Corte appello Genova, 22/04/2000);
- “Le azioni e le quote di società rientrano tra gli acquisti di cui all’art. 177, lett. a) c.c. e quindi ricadono in comunione legale tra i coniugi, in quanto, anche se non sono meri titoli di credito, ma titoli di partecipazione, l’aspetto patrimoniale è assolutamente prevalente rispetto ai diritti e agli obblighi connessi con lo “status” di socio ed in essi incorporato.” (Tribunale Salerno, 16/02/2007).
La dichiarazione richiesta dall’art. 179, lett. f, cod. civ., benché a forma libera per l’acquisto di beni mobili, non è valida se effettuata successivamente al contratto; la situazione, pertanto, di cui alla fattispecie in esame non potrebbe essere modificata ora, a posteriori.
Tuttavia, l’opinione attualmente maggioritaria tra gli studiosi ed in giurisprudenza, è che la medesima dichiarazione sia necessaria solo quando possano sorgere dubbi sull'effettiva natura personale del bene impiegato per l'acquisto, ivi compreso il denaro.
Si veda, a tal proposito, Cassazione civile, sez. I, 25/09/2008, n. 24061: “La dichiarazione prevista dall'art. 179, comma 1, lett. f, c.c. al fine di conseguire l'esclusione, dalla comunione legale, dei beni acquistati da un coniuge con il trasferimento di beni strettamente personali o con il loro scambio, pur non essendo facoltativa, ha, tuttavia, natura non dispositiva, ma ricognitiva della sussistenza dei presupposti per l'acquisto personale. La stessa, pertanto, è necessaria solo quando la natura dell'acquisto sia obbiettivamente incerta, per non essere accertato che la provvista necessaria costituisca reinvestimento del prezzo di beni personali”; conforme anche Cassazione civile, sez. II, 05/05/2010, n. 108559, che viene ritenuta la pronuncia di riferimento sul punto.
Ebbene, non pare che vi possano essere dubbi sulla natura personale, nel caso in esame, delle somme precedentemente ottenute dal coniuge a titolo risarcitorio (peraltro, a maggior ragione poiché si tratta di risarcimento per un danno di natura strettamente personale, come quello da emotrasfusione).
Pertanto, ad avviso di chi scrive, è possibile ritenere che le azioni siano state acquistate come bene personale la prima volta benché in difetto di espressa dichiarazione e che, di conseguenza, il prezzo della loro vendita possa essere utilizzato ora per un acquisto personale, stavolta sì previa dichiarazione, anche in forza del fatto che si tratta di acquisto di bene immobile, per cui sarà necessaria la forma scritta anche per la dichiarazione.
Norma di riferimento: Articolo 179 Codice civile - Beni personali | Quesito Q201514410
Gerardo R. chiede
venerdì 16/10/2015 - Lombardia
“Sono sposato da dicembre 1970 (in svizzera dove avevo la residenza) in regime di comunione dei beni (entrambi italiani) e registrati in un paese del nord d'italia
Ritornato in italia con tutta la famiglia nel 1977 dove siamo rimasti fino al 2009, sono ritornato in svizzera nel 2010 dove tutt'ora risiedo, mentre la consorte ha preso la residenza nel 2011 (stessa residenza per entrambi). I miei genitori, nel 2001 e 2005, mi hanno lasciato in eredità del denaro che ho investito in titoli in una banca svizzera dove lavoravo. Con i frutti di questi investimenti (dividendi e traeding) mi sono comperato un appartamento in svizzera (come da disposizioni e normative del C.C. svizzero) intestandolo interamente a me stesso e senza dichiarazioni sulla provenienza del denaro, come normalmente avviene in italia.
Tre anni fa, maggio 2012, la moglie ha chiesto la separazione / divorzio presso un tribunale italiano e nel contempo ha lasciato il domicilio coniugale e si è trasferita, sempre in svizzera, dalla figlia perdendo, di fatto, la protezione giuridica come recita l'art. 169 c.c. svizzero.
A seguito dell'abbandono del domicilio coniugale ho potuto, senza il consenso della moglie, trasferire la nuda proprietà dell'appartamento al figlio pure lui residente in svizzera.
L'appartamento in svizzera fa parte della comunione dei beni? Giuridicamente a quale codice civile devo far riferimento? Esistono convenzioni internazionali tra italia e svizzera?”
Il matrimonio celebrato da cittadini italiani all'estero presenta un elemento di "estraneità", pertanto si deve guardare al diritto internazionale privato, in particolare alla legge 218 del 1995.
L'art. 30 sancisce che, salvo diversa convenzione tra i coniugi, "I rapporti patrimoniali tra coniugi sono regolati dalla legge applicabile ai loro rapporti personali". Tale legge è, ai sensi dell'art. 29, quella nazionale comune.
Di conseguenza, troveranno applicazione nel caso di specie le norme previste dal codice civile italiano in tema di comunione tra i coniugi.
In particolare, si deve fare riferimento all'art. 179 c.c., laddove stabilisce che non costituiscono oggetto della comunione e sono beni personali del coniuge quelli beni acquisiti successivamente al matrimonio per effetto di donazione o successione (quando nell'atto di liberalità o nel testamento non è specificato che essi sono attribuiti alla comunione, lett. b) e i beni acquisiti con il prezzo del trasferimento dei beni personali sopraelencati o col loro scambio, purché ciò sia espressamente dichiarato all'atto dell'acquisto (lett. f).
Il denaro ricevuto in eredità dal marito, quindi, costituisce certamente bene personale (salvi testamenti contrari).
Ma che dire dell'atto di acquisto, nel quale non compare la dichiarazione relativa all'esclusione dalla comunione e al quale non sia stato parte anche l'altro coniuge?
In giurisprudenza è stato ritenuto che, anche in difetto della predetta dichiarazione, l'acquisto possa comunque essere considerato come bene personale del coniuge.
Secondo una pronuncia della Suprema Corte, l'esclusività del bene potrebbe affermarsi anche nel caso in cui risultasse certa l'appartenenza esclusiva ad uno solo dei coniugi dei denari impiegati per l'acquisto. Cass. Civ., Sez. II, 10855/10 ha trattato il caso - simile a quello proposto nel quesito - in cui un immobile veniva acquistato con denaro sicuramente personale di un coniuge, in difetto, però, della dichiarazione da parte dell'altro coniuge. Al riguardo, la Cassazione ha deciso che la dichiarazione di cui alla lettera f) dell'art. 179 cod. civ. è necessaria solo quando possano sorgere dubbi sulla natura personale del bene impiegato per l'acquisto.
Si reputa questo orientamento molto condivisibile, in quanto si basa sul principio, largamente condiviso in giurisprudenza, in base al quale la dichiarazione del coniuge non acquirente possiede effetti meramente dichiarativi, dovendosi guardare allo stato di fatto (conta se l'acquisto del bene sia avvenuto o meno con beni personali del singolo coniuge).
In conclusione, applicandosi al caso di specie la legge italiana in base alla normativa sopra richiamata, si ritiene che il bene immobile acquistato in Svizzera possa ritenersi escluso dalla comunione in base al predetto orientamento giurisprudenziale.
Norma di riferimento: Articolo 179 Codice civile - Beni personali | Quesito Q201513978
Virgilio C. chiede
venerdì 14/08/2015 - Lombardia
“Buonasera sono divorziato dal maggio 2010, ho versato l'assegno alle figlie fino a quando è stato dovuto e mai un assegno alla moglie in quanto produceva reddito. Quando mi separai fu anche il periodo che mi licenziarono e cosi dovetti mettere a disposizone per la separazione anche il TFR conteggiato per l'atto . Eravamo in comunione dei beni. Ciò nonostante la casa che venne donata dal padre nel 2005 non mi fu riconosciuta nonostante i lavori di ristruttazione ed i mutui fatti per la ristrutturazione. Mi si disse che le somme per la ristrutturazione non erano da considerare per il valore dell'immobile e che cmq dopo 19 anni erano insignificanti, Il mio matrimonio è durato dal 20/9/1986 al 21/6/2006 - il divorzio con sentenza il 4 maggio 2010. La mia domanda è : Visto che mi hanno sottratto tutto il TFR della moglie posso richiedere che mi venga riconosciuto per legge ? Se si (mi fu detto cosi al tempo) e vorrei una conferma quando e come o cosa si deve fare per ottenerlo. Inoltre ci sono anche i presupposti e i tempi per quanto successo di avere la possibilità di applicare il riconoscimento dell'equo indennizzo art 1150 del codice civile visto che l'immobile a cui partecipai mi è stato sottratto senza riconoscermi nulla? grazie per l'attenzione.”
Consulenza legale i 11/09/2015
Analizzate le sentenze di separazione consensuale e divorzio, emerge che non è stata valorizzata nel procedimento la dazione del TFR dal marito alla moglie (non vi è alcun riferimento al TFR negli atti processuali).
In altre parole, il fatto che le somme percepite dal marito a titolo di TFR - casualmente riscosse nel periodo in cui era in corso la separazione - siano poi state utilizzate per i pagamenti previsti dalle condizioni di separazione (ad esempio per il mantenimento delle figlie o il pagamento dello scooter), avvenuta nel 2006, è assolutamente irrilevante e non giustifica una richiesta di restituzione delle somme.
Le condizioni di separazione sono state presentate al giudice congiuntamente dai coniugi e, dinnanzi agli occhi del Tribunale, è del tutto indifferente il "come" i due sposi siano giunti ad un accordo. Se il marito ha deciso o è stato "costretto" a cedere il TFR alla moglie, ciò risulta ininfluente per il giudice, dinnanzi al quale il marito si è assunto gli obblighi previsti nelle condizioni di separazione. Una volta adempiuti quegli obblighi, il marito non ha più diritto a chiedere la restituzione di quanto versato.
Per quanto concerne l'immobile, donato dal padre della moglie a sua figlia (e quindi non rientrante nella comunione dei beni, art. 179, lett. b), c.c.) e a cui il marito ha contribuito con denaro proprio per la ristrutturazione, non si fa alcun cenno nelle condizioni di separazione. Il marito si è ufficialmente impegnato solo a lasciare la casa coniugale, pacificamente di proprietà della moglie, e i coniugi hanno dato atto di aver regolato ogni rapporto derivante dal matrimonio.
Ogni altra considerazione è avvenuta al di fuori del processo.
Per queste ragioni, sembra che ad oggi il marito non possa più vantare diritti su quelle somme con cui ha partecipato alla ristrutturazione della casa coniugale.
In astratto, nel caso di lavori fatti nell’immobile adibito a casa familiare, di proprietà dei suoceri, il soggetto che ha provveduto a pagare i lavori di ristrutturazione nella casa coniugale, in seguito a separazione, può chiedere la restituzione delle somme. Ciò risulta pacifico nella giurisprudenza, anche se la giustificazione giuridica è stata prima ravvisata in un arricchimento senza causa (art. 2041 del c.c.) e poi come ripetizione dell'indebito ex art. 2033 del c.c. (vedi da ultimo la sentenza della Corte di Cassazione dell'11.4.2014, n. 8594).
Secondo i giudici, sarebbe sempre possibile recuperare i soldi utilizzati per la ristrutturazione di una casa non propria, anche se adibita poi a tetto domestico: difatti, anche se lo scopo è quello avvantaggiare la coppia di sposi con le migliorie all'immobile, quando il matrimonio si scioglie tali migliorie restano ad esclusivo vantaggio del terzo titolare dell’immobile. Nel momento il cui l’appartamento non è più adibito a casa coniugale, il proprietario avrebbe ricevuto un pagamento senza titolo, con conseguente obbligo di restituzione.
Nel caso di specie, però, si rilevano due problemi:
1. la dazione di denaro è avvenuta negli anni ottanta/novanta, quindi ogni azione di ripetizione dell'indebito nei confronti del suocero appare prescritta (il termine è quello ordinario decennale, previsto per i diritti di credito in generale; è vero che la prescrizione rimane sospesa tra coniugi ai sensi dell'art. 2941 del c.c., ma nel caso di specie la restituzione del denaro doveva essere chiesta al suocero e non alla moglie, che è divenuta proprietaria della casa solo nel 2005);
2. al momento della separazione, il marito appare aver rinunciato ad ogni diritto di credito nei confronti della moglie, aderendo alle condizioni di separazione che sono state - almeno all'apparenza - redatte congiuntamente dai coniugi.
Purtroppo, se il marito non ha fatto valere le proprie ragioni al momento giusto, in occasione della separazione (e anche prima, quando ha corrisposto le somme per la ristrutturazione della casa coniugale), non appare legittimo che egli possa ora riportare in luce questioni che sembrano ormai del tutto superate.
E' consigliabile in ogni caso consultare un legale che possa esaminare da vicino tutta la documentazione del caso, per ravvisare l'eventuale esistenza di diritti di credito nei confronti della moglie (nei cui confronti la prescrizione è rimasta sospesa fino alla sentenza di divorzio nel 2010), ma solo per quanto concerne la ristrutturazione dell'immobile, mentre per quanto riguarda il TFR, in base ai dati forniti nel quesito, non si vedono possibilità di recupero.
Norma di riferimento: Articolo 179 Codice civile - Beni personali | Quesito Q201513635
domenica 12/07/2015 - Campania
“Sono socio di una cooperativa (con mutuo agevolato GESCAl/IACP) dal 1975, e ho ricevuto l'assegnazione di un appartamento nel 1982. Al momento nonostante gli anni trascorsi, siamo ancora soci (63 soci) poiché non è stato ancora stipulato l'atto di proprietà, per difficoltà varie (abitabilità, soci morosi etc.).
Pago ancora un piccolo mutuo alla cooperativa. Pare che entro quest'anno quest'ultima sarà finalmente sciolta e ci intesteremo le case.
Nel 1978 ho contratto il primo matrimonio (comunione dei beni), e mia moglie è deceduta nel 1985.
Nel 1995 ho contratto il secondo matrimonio (in comunione dei beni), e pensiamo di separarci consensualmente dall’ufficiale dello stato civile (non abbiamo figli in comune).
Leggendo l'articolo 179 c.c. interpreto che l’appartamento non rientra nella della comunione, in quanto avevo già un diritto di godimento precedente di 13 anni (anno 1982 assegnazione-anno 1995 nuovo matrimonio).
Posso stare tranquillo quindi che quando si farà l'atto di proprietà la mia attuale moglie non avrà, comunque, alcun diritto? Devo accelerare la separazione in comune, (ove non è previsto alcun patto patrimoniale), prima della stipula dell’atto di proprietà o non è necessario poiché la casa non ha, mai, fatto parte della comunione dei beni, come sopra spiegato? Oppure diventando proprietario entra nella comunione, nonostante il su citato articolo 179?
Spero essere stato esauriente e restando in attesa di una Vs. risposta, cordialmente saluto”
L'art. 179 c.c., alla lettera a), parla di beni rispetto ai quali il coniuge, prima del matrimonio, era proprietario o titolare di un diritto reale di godimento. Per "diritto reale" di godimento si intende uno dei diritti previsti dalla legge come "reali", pertanto: il diritto di superficie, l'enfiteusi, l'usufrutto, l'uso o l'abitazione.
Può farsi rientrare nell'ipotesi anche il mero diritto di godimento scaturente dall'assegnazione di un alloggio in qualità di socio di una cooperativa edilizia?
Tale diritto di godimento non può definirsi "reale" fino al momento della stipulazione dell'atto di trasferimento della proprietà. La giurisprudenza di legittimità definisce la situazione dell’assegnatario in godimento come una situazione di "mera aspettativa", priva di "ogni connotazione reale" e analoga a quella conseguente al contratto preliminare suscettibile di tutela in forma specifica, ricorrendo le condizioni del pagamento del prezzo e dell’identificazione dell’alloggio, ma certamente non idonea a qualificarsi come acquisto della res, che possa giustificare la caduta in comunione legale del bene.
Pertanto, può dirsi che l'assegnazione dell'immobile attribuisce un mero diritto personale, non reale, del quale è esclusivo titolare l’assegnatario medesimo.
Nel caso di sopravvenienza della separazione dei coniugi prima del trasferimento in proprietà dell’immobile, deve escludersi che il coniuge non assegnatario possa pretendere una quota del bene, invocando il pregresso regime di comunione legale poiché questo riguarda solo gli acquisti della proprietà od altro diritto reale.
Si possono leggere in tal senso:
- Cass. civ. 1.2.1996,, n. 875: "Non costituisce oggetto della comunione legale l'alloggio di cooperativa edilizia assegnato in godimento, ma non ancora trasferito, ad uno dei coniugi che sia socio della cooperativa [...] in mancanza del trasferimento del diritto dominicale in base al contratto privatistico che richiede l'integrale pagamento del prezzo");
- Cass. civ. 12.5.1998, n. 4757: "In tema di assegnazione di alloggi di cooperative edilizie a contributo statale, il momento determinativo dell'acquisto della titolarità dell'immobile da parte del singolo socio, onde stabilire se il bene ricada o meno nella comunione legale tra coniugi, è quello della stipula del contratto di trasferimento del diritto dominicale, poiché solo con la conclusione di tale negozio il socio acquista, irrevocabilmente, la proprietà dell'alloggio".
Va sottolineato, peraltro, come la Corte di Cassazione ha ritenuto manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 177, lett. a), c.c., nella parte in cui non prevede che l’assegnazione in godimento di alloggio di cooperativa in favore di uno dei coniugi prima del passaggio di proprietà ricada in comunione, con riferimento agli articoli 2, 3 e 29 Cost. La Suprema Corte ha ritenuto che, da un lato, l'omessa previsione non incide su diritti fondamentali o sulla libertà e l'uguaglianza dei coniugi mentre, dall'altro, rientra nella discrezionalità del legislatore disciplinare i contenuti della comunione legale tra coniugi in relazione alle ritenute esigenze sociali (Cass. civ., 1.10.1999, n. 10863).
Tornando al caso di specie, quindi, la casa assegnata al socio entrerà nella comunione legale al momento della stipula dell'atto di trasferimento della proprietà: per evitare ciò, si deve ottenere lo scioglimento della comunione - mediante la separazione personale - prima della sottoscrizione di tale atto pubblico notarile.
Norma di riferimento: Articolo 179 Codice civile - Beni personali | Quesito Q201512565
giovedì 05/03/2015 - Abruzzo
“In regime di comunione dei beni ho aperto un conto deposito cointestato con l'altro coniuge dove ho versato esclusivamente una somma che ho ricevuto come risarcimento danni da una compagnia assicurativa, inoltre tale conto, che non veniva utilizzato per esigenze familiari, veniva alimentato solo da una rendita Inail da me percepita. Ora la mia ex moglie chiede il 50% di queste somme.
Vi chiedo di farmi sapere se anche in questo caso trova applicazione la tutela dell'art. 179 e che non estende la comunione su tali somme.”
L'art. 179 del codice civile elenca i beni esclusi dalla comunione, tra i quali rientrano le somme percepite come risarcimento del danno e la pensione attinente alla perdita parziale o totale della capacità lavorativa (lett. 'e').
Pertanto, gli importi che hanno alimentato il conto deposito cointestato nel caso di specie costituiscono ab origine beni personali del coniuge che li ha percepiti e non vanno a formare la c.d. comunione de residuo, su cui l'altro coniuge può vantare diritti per la quota di 1/2.
I beni personali del marito, nel nostro caso, venivano depositati su un conto deposito cointestato con la moglie.
Il conto deposito è una sorta di investimento a basso rischio, trattandosi del deposito di denaro presso una società emittente, che si impegna a custodire le somme versate e a corrispondere al cliente gli interessi pattuiti e maturati: il cliente, di norma, ha diritto di chiedere in qualsiasi momento la restituzione del denaro depositato. E' altresì normale che al conto deposito sia collegato un conto corrente bancario o postale, da cui il conto deposito attinge.
Come noto, il rapporto di conto corrente, ai sensi degli artt. 1852 e ss. c.c., si caratterizza per lo svolgimento di un servizio "di cassa" da parte della banca, che si obbliga a compiere operazioni di incasso e pagamenti su istruzione e nell’interesse del cliente-correntista. Quanto al conto corrente bancario cointestato (art. 1854 del c.c.), vale la presunzione di cui all'art. 1298 del c.c., secondo comma, in base alla quale le parti spettanti a ciascun cointestatario si presumono uguali: la presunzione, tuttavia, è semplice, e quindi può essere superata fornendo la prova che il denaro apparteneva soltanto a uno dei cointestatari (v. ex multis Cass. civ., sez. I, 5.12.2008, n. 28839).
Il contratto di conto deposito è un contratto a sé, distinto da quello di conto corrente, ma ad esso legato in quanto, come anzidetto, vi deve essere un conto corrente d'appoggio (es. la compagnia assicurativa che ha pagato il risarcimento del danno lo avrà versato su un c/c bancario, non direttamente sul conto deposito).
Pertanto, non si vedono ragioni per non applicare il medesimo ragionamento che si utilizza per stabilire la titolarità delle somme entrate in un conto corrente bancario cointestato: la co-titolarità degli importi è solo presunta, quindi si può dare la prova contraria che essi siano in realtà beni personali di un solo cointestatario (nel nostro caso, del marito) ai sensi dell'art. 179.
In giurisprudenza si è altresì escluso che la semplice cointestazione di un conto deposito con somme di cui sia proprietario un solo coniuge possa qualificarsi come donazione indiretta del denaro: la Corte di cassazione ha stabilito, nel caso sottoposto alla sua attenzione, che l'animus donandi del marito "non poteva essere riconosciuto sulla sola base di detta cointestazione", ma il giudice di secondo grado "avrebbe dovuto invece motivare sullo spirito di liberalità che assisteva ogni versamento" (v. Cass. civ., sez. II, 16.1.2014, n. 809).
Norma di riferimento: Articolo 179 Codice civile - Beni personali | Quesito Q201411485
giovedì 16/10/2014 - Puglia
“Vorrei chiarimenti precisi a questo mio dubbio riguardante una casa che ho acquistato, con miei soldi proveniente da una vendita di un altro immobile che a sua volta ho comprato con prestiti da finanziari, che tuttora sto pagando ((IL QUESITO CHE VI PONGO è QUESTO)) L'acquisto di questa abitazione in cui abitiamo tuttora in comunione dei beni, dal notaio l'intestazione della casa è stata intestata a mia moglie, acquistata come bene personale, e con proprio danaro "senza specificarne la provenienza del danaro, né da eredità da parte dei suoi genitori. Dal notaio ero presente e acconsenziente e firmato, di mio pugno. Siccome dallo stesso giorno dell'atto notarile, mia moglie ha cambiato parere riguardo il matrimonio, cioè si rifiuta da adempiere al dovere di moglie nei miei riguardi, senza per questo chiederne la separazione, domanda: posso impugnare o rivedere l'atto d'acquisto ed eventualmente chiederne la revisione a mio favore (dove posso dimostrare la provenienza del denaro della casa venduta e i prestiti fatti da finanziarie per poter completare il pagamento dell'immobile in questione???) grazie”
Il quesito proposto implica un'indagine circa l'acquisto di bene immobile da parte di un solo coniuge, nel caso in cui il regime patrimoniale scelto sia quello della comunione.
Ai sensi dell'art. 179 del c.c. non costituiscono oggetto della comunione e sono beni personali del coniuge i beni acquisiti con il prezzo del trasferimento dei beni personali sopraelencati o col loro scambio, purché ciò sia espressamente dichiarato all'atto dell'acquisto. In particolare, quanto all'acquisto di beni immobili effettuato dopo il matrimonio, essi sono esclusi dalla comunione quando tale esclusione risulti dall'atto di acquisto, se di esso sia stato parte anche l'altro coniuge.
Vi sono quindi due dichiarazioni che devono essere rese:
1. quella dell'acquirente con cui si afferma che i beni vengono acquistati con il prezzo o lo scambio derivanti da altri beni personali ex art. 179 lett. f) c.c.;
2. quella del coniuge con cui costui partecipa all'atto di acquisto di beni immobili o mobili registrati nelle ipotesi previste dalle lettere c), d) e f) dell'art. 179 c.c.
La norma dell'art. 179 è stata oggetto di numerosi pronunciati giurisprudenziali.
Secondo una prima tesi, il carattere personale del bene sarebbe attribuito dalla volontà dei coniugi, e tale effetto sarebbe indipendente dall'esistenza del presupposto sostanziale indicato dalla norma. Quindi, il coniuge non acquirente potrebbe impugnare la propria dichiarazione se il suo consenso era viziato o ci sia stata simulazione.
Un'altra tesi dice invece che la dichiarazione del coniuge non acquirente non ha carattere dispositivo ma meramente ricognitivo della ricorrenza dei presupposti per la personalità dell'acquisto: pertanto, sarebbe revocabile solo per errore di fatto o violenza, essendo equiparabile a una confessione. Seguendo tale impostazione, risulta che il coniuge non acquirente potrebbe "cambiare idea" e impugnare la sua dichiarazione, sostenendo che non esistevano in verità i presupposti per l'acquisto personale, ad esempio perché i soldi utilizzati per la compera erano suoi e non dell'altro coniuge).
Infine, la Corte di cassazione è approdata ad una soluzione con la sentenza delle Sezioni Unite n. 22755/2009, così stabilendo: "Nel caso di acquisto di un immobile effettuato dopo il matrimonio da uno dei coniugi in regime di comunione legale, la partecipazione all'atto dell'altro coniuge non acquirente, prevista dall'art. 179, comma 2, c.c., si pone come condizione necessaria ma non sufficiente per l'esclusione del bene dalla comunione, occorrendo a tal fine non solo il concorde riconoscimento da parte dei coniugi della natura personale del bene, richiesto esclusivamente in funzione della necessaria documentazione di tale natura, ma anche l'effettiva sussistenza di una delle cause di esclusione dalla comunione tassativamente indicate dall'art. 179, comma 1, lett. c, d ed f, c.c., con la conseguenza che l'eventuale inesistenza di tali presupposti può essere fatta valere con una successiva azione di accertamento negativo, non risultando precluso tale accertamento dal fatto che il coniuge non acquirente sia intervenuto nel contratto per aderirvi".
In altre parole, è riconosciuta al coniuge non acquirente la possibilità di far ricadere l'atto in comunione, dimostrando che non esistevano i presupposti di fatto per l'applicazione del secondo comma dell'art. 179. Tuttavia, nella pratica, si pongono ulteriori questioni.
Il tipo di azione da intraprendere è una causa ordinaria avente ad oggetto la domanda di accertamento della comunione legale sull'immobile conteso.
Nell'ambito di tale giudizio, se l'intervento adesivo ex art. 179 comma 2 c.c. del coniuge non acquirente assunse il significato di riconoscimento dei già esistenti presupposti di fatto dell'esclusione del bene dalla comunione (cioè se, come nel nostro caso, il marito ha dichiarato che il denaro usato proveniva da beni personali della moglie), l'azione di accertamento presupporrà la revoca di quella confessione stragiudiziale, nei limiti in cui è ammessa dall'art. 2732 del c.c..
Ciò è ribadito anche nella sentenza della Corte di cassazione, Sezioni Unite, 22 settembre 2014, n. 19888: "[...] si tratta di conclusione in linea con l’orientamento di queste sezioni unite espresso in relazione alla dichiarazione del coniuge non acquirente richiesta dall’articolo 179 c.c., u.c., per escludere l’immobile o il mobile registrato dalla comunione legale. Anche in quell’occasione si e’ infatti statuito (sentenza 28 ottobre 2009, n. 22755) che, quando la dichiarazione in ordine alla natura personale del bene dipende dall’acquisto dello stesso con il prezzo del trasferimento di beni personali del coniuge acquirente, l’intervento adesivo assume natura ricognitiva di presupposti di fatto già esistenti, con la conseguenza che l’azione di accertamento negativo della natura personale del bene acquistato postula la “revoca” della confessione stragiudiziale, nei limiti in cui la stessa è ammessa dall’articolo 2732 cod. civ.".
Il marito dovrebbe quindi provare che ha reso la dichiarazione confessoria in base a errore di fatto o violenza, circostanze che non sembrano purtroppo ricorrere nel caso di specie, non essendo sufficiente la prova della reale provenienza del denaro.
Anche la proposizione di un'azione di simulazione risulta poco praticabile, in quanto, per ottenere successo in giudizio, il marito dovrebbe produrre una controdichiarazione scritta in cui emerga la reale volontà delle parti (cioè in cui si dica che il denaro in realtà non proveniva da beni della sola moglie). La controdichiarazione deve avere la forma scritta se per l’atto simulato è richiesta la forma scritta a pena di nullità, come nel caso di trasferimento di proprietà di bene immobile (Cass. civ., sez. II, 28 maggio 2007, n. 12487).
Si dovrebbe quindi puntare a sostenere la tesi per cui la dichiarazione emessa dal marito nell'atto notarile non abbia natura confessoria, per aggirare l'ostacolo probatorio sopra indicato. Sul punto potrebbe essere utile la sentenza della Corte di cassazione, sez. I, 4.8.2010, n. 18114, che ha negato valore di confessione ad una dichiarazione del coniuge non acquirente (resa in sede di stipulazione dell'atto di compravendita) con la quale egli sosteneva che il pagamento del prezzo sarebbe avvenuto con il ricavato del trasferimento di beni personali della moglie, parte acquirente: la Suprema Corte ha ritenuto che non veniva realmente provata la provenienza del denaro, in quanto l'espressione adottata nell'atto notarile non faceva puntuale riferimento al fatto costitutivo del preteso diritto esclusivo della moglie sul denaro utilizzato per il pagamento ("Nè si può assegnare alla dichiarazione del V., verbalizzata nell'atto pubblico di compravendita e riportata per esteso nel presente ricorso, valore di confessione di un fatto storico (pagamento del prezzo con il ricavato del trasferimento di beni personali della D.): come tale, revocabile successivamente solo per errore di fatto o violenza (art. 2732 cod. civ.), secondo l'insegnamento delle sezioni unite, nella sentenza sopra citata.
L'espressione adottata ("L'acquirente dichiara di effettuare il presente acquisto con suo denaro personale, come conferma il di lei consorte, signor V.F. al presente atto appositamente intervenuto ai sensi dell'art. 179 c.c. ... pertanto gli immobili in oggetto costituiscono beni personali della sola signora D. S., non facendo parte della comunione legale dei beni vigente tra essi coniugi") non fa puntuale riferimento al fatto costitutivo del preteso diritto esclusivo della D. sul denaro utilizzato per il pagamento: e cioè, ad una delle tipologie di beni personali descritte nelle lett. a, b, c, d, e) - testualmente richiamate nella fattispecie di cui all'art. 179 c.c., lett. f), pertinente al caso in esame - dalla cui vendita (o dal cui scambio) abbia tratto origine la provvista utilizzata per l'acquisto esclusivo.
Definire sic et simpliciter personale il denaro con cui si è adempiuta l'obbligazione del prezzo non identifica un fatto, bensì esprime una qualificazione giuridica; come tale, insuscettibile di confessione, oltre che non vincolante per l'interprete, potendo anche discendere da un errore di diritto del dichiarante").
Questo caso appare simile a quello descritto nel quesito. In tal caso, il marito, avendo certamente prova documentale della vendita del precedente immobile e dei prestiti ottenuti per pagarlo, potrà dimostrare che il denaro utilizzato per l'acquisto dell'immobile da parte della moglie non era bene personale della stessa e potrà chiedere l'accertamento che l'immobile è caduto in comunione.
Norma di riferimento: Articolo 179 Codice civile - Beni personali | Quesito Q20149626
giovedì 06/02/2014 - Veneto
“Sono sposata in comunione dei beni in processo di separazione giudiziaria. Mio marito verrà denunciato dal giudice per evasione fiscale alle agenzie delle entrate e alla procura della Repubblica. Siamo proprietari al 50% della casa familiare (prima casa). In quale misura possono pignorare questo immobile. Poi, i soldi depositati in conti bancari a mio nome, sono sequestrabili?
Consulenza legale i 16/02/2014
Lo scioglimento della comunione dei beni, ai sensi dell'art. 191 del c.c., consegue alla dichiarazione di assenza o di morte presunta di uno dei coniugi, all' annullamento, allo scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio, alla separazione personale, alla separazione giudiziale dei beni, al mutamento convenzionale del regime patrimoniale, al fallimento di uno dei coniugi.
Quanto alla separazione personale tra i coniugi, lo scioglimento si verifica in seguito al provvedimento definitivo emesso nel procedimento di separazione. Se il procedimento è stato contenzioso (separazione giudiziale), sarà necessaria una sentenza; nella separazione consensuale, invece, dovrà essere emesso il decreto di omologa.
Se il pignoramento interviene prima dell'emissione di un provvedimento idoneo a sciogliere la comunione, questa è ancora sussistente.
Per quanto riguarda l'immobile, se esso era di proprietà della moglie e del marito al 50% da prima del matrimonio, i creditori del marito potranno rifarsi solo sulla metà a lui spettante. Se esso è stato acquistato durante il matrimonio ed è quindi in comunione, i creditori del marito potranno soddisfarsi su di esso fino al valore corrispondente alla quota del coniuge obbligato (art. 189 del c.c.): ciò, solo se i creditori non possono soddisfarsi prima sui beni personali di quest'ultimo (ad esempio, un immobile di sua proprietà da prima di sposarsi).
Di fatto, però, in entrambi i casi, il creditore, pignorando la metà dell'immobile, costringerà i coniugi a dividere formalmente lo stesso: o d'accordo tra loro, davanti a un notaio, o in seguito alla sentenza di un giudice.
Recentemente, la Cassazione (sentenza 14 marzo 2013, Sez. III, n. 6575) ha statuito che "La natura di comunione senza quote della comunione legale dei coniugi comporta che l’espropriazione, per crediti personali di uno solo dei coniugi, di un bene (o di più beni) in comunione, abbia ad oggetto il bene nella sua interezza e non per la metà, con scioglimento della comunione legale limitatamente al bene espropriato all’atto della sua vendita od assegnazione e diritto del coniuge non debitore alla metà della somma lorda ricavata dalla vendita del bene stesso o del valore di questo, in caso di assegnazione". Il creditore particolare di un coniuge, quindi, potrà far vendere coattivamente il bene immobile in comune per soddisfare un suo credito personale, estraneo ai bisogni della famiglia: poi, metà della somma ricavata della vendita o del valore in caso di assegnazione dovrà essere attribuita al coniuge non esecutato.
Per quanto riguarda i soldi depositati a nome della moglie, sussistendo ancora la comunione, si dovrà verificare la provenienza del denaro. Solo se esso può essere ricondotto a bene personale ai sensi dell'art. 179 del c.c., si potrà escludere che i creditori del marito possano aggredirlo. In particolare, dovrebbe trattarsi, ad esempio, di denaro acquistato dalla moglie prima del matrimonio; oppure di denaro donato o avuto in successione, quando non è specificato che esso cada in comunione. Negli altri casi, soprattutto in quello più frequente in cui il denaro costituisca il provente dell'attività lavorativa del coniuge, il denaro entra in comunione e quindi torna a valere quanto detto per l'immobile: i creditori di un coniuge potranno aggredirlo fino al valore della quota di quest'ultimo (che si presume metà).
Dopo il provvedimento (sentenza o decreto di omologa nella separazione personale), la comunione è sciolta. Tuttavia, i beni non sono automaticamente divisi. Difatti, in capo a ciascuno dei coniugi sorge il diritto potestativo alla divisione: in altre parole, ciascun coniuge può chiedere che i beni in comune vengano materialmente spartiti oppure, se indivisibili, che siano venduti e sia diviso il prezzo. L'art. 194 del c.c. stabilisce che la divisione dei beni si effettua ripartendo in parti uguali l'attivo e il passivo (solo i debiti attinenti alle esigenze della famiglia).
I soldi depositati nel conto a nome della moglie saranno suddivisi a metà (sempre che la stessa non possa provare che si tratta di beni personali), mentre l'immobile dovrà essere diviso formalmente.
Norma di riferimento: Articolo 179 Codice civile - Beni personali | Quesito Q20138226
venerdì 07/06/2013 - Veneto
La casa dei miei genitori (sposati in comunione dei beni ) apparteneva fino al 2004 all’ INPDAP e mio padre era il titolare del contratto di locazione. Successivamente l’ immobile viene cartolarizzato e messo in vendita ai conduttori tramite società SCIP.
Il diritto di prelazione all’acquisto poteva essere esercitato sia da mio padre che da mia madre (convivente).
Mio padre (molto anziano) non vuole saperne di acquistare ed esprime il suo disinteresse per iscritto sul suo diario di suo pugno.
L’ acquisto viene fatto da mia madre tramite mandato collettivo, (per ottenere migliori condizioni). Significa che un condomino raccoglie il denaro (un assegno circolare per ogni immobile) ed acquista in nome di tutti, poi la proprietà viene trasferita dalla SCIP agli aventi diritto (mia madre). Parte del denaro che serve ad acquistare l’ assegno circolare per il pagamento viene dato da uno dei figli alla madre ed è documentabile.
All’ atto non viene mio padre perché è sempre convinto che l’acquisto non si debba fare e costringerlo a presenziare non si può.
Nell’atto non viene fatta menzione che parte del denaro è personale di mia madre (ricevuto da un figlio).
Nell’atto si menzione che mia madre (acquirente) è sposata in comunione dei beni e che è lei ad esercitare il diritto di opzione.
L’atto viene registrato al catasto con proprietà (100/100) a nome di mia madre in comunione dei beni.
Secondo Voi Vi è la possibilità, per vie legali, di dimostrare che l’acquisto non rientri nella comunione?
Consulenza legale i 13/06/2013
Nella vicenda proposta vi è stato l'acquisto di un immobile da parte di un coniuge in regime di comunione dei beni, con denaro sia della comunione che proveniente da uno dei figli della coppia. Il marito non ha voluto partecipare all'atto di acquisto, e in questo non è stato specificato che la moglie ha pagato in parte con beni personali.
Gli elementi di fatto, così come esposti, sembrano obbligare ad una risposta negativa al quesito, in quanto ai sensi dell'179, comma primo, lett. f) del codice civile non costituiscono oggetto della comunione e sono beni personali del coniuge "f) i beni acquisiti con il prezzo del trasferimento dei beni personali sopraelencati o col loro scambio, purché ciò sia espressamente dichiarato all'atto dell'acquisto". Il secondo comma precisa altresì: "L'acquisto di beni immobili, o di beni mobili elencati nell'articolo 2683, effettuato dopo il matrimonio, è escluso dalla comunione, ai sensi delle lettere c), d) ed f) del precedente comma, quando tale esclusione risulti dall'atto di acquisto se di esso sia stato parte anche l'altro coniuge".
In altre parole, è possibile escludere dalla comunione gli immobili o i mobili registrati (es. automobili), anche se acquistati dopo il matrimonio, purché ricorrano tali condizioni:
- l'esclusione deve risultare dall’atto di acquisto;
- all’atto di acquisto deve partecipare anche l’altro coniuge;
- devono ricorrere le condizioni di cui alle lettere c), d) ed f) dell'art. 179 c.c.
La norma citata è stata oggetto di numerose pronunce giurisprudenziali, e la Corte Suprema è approdata ad una soluzione condivisibile con la sentenza delle Sezioni Unite del n. 22755/2009. La Corte di Cassazione ha così stabilito: "Nel caso di acquisto di un immobile effettuato dopo il matrimonio da uno dei coniugi in regime di comunione legale, la partecipazione all'atto dell'altro coniuge non acquirente, prevista dall'art. 179, comma 2, c.c., si pone come condizione necessaria ma non sufficiente per l'esclusione del bene dalla comunione, occorrendo a tal fine non solo il concorde riconoscimento da parte dei coniugi della natura personale del bene, richiesto esclusivamente in funzione della necessaria documentazione di tale natura, ma anche l'effettiva sussistenza di una delle cause di esclusione dalla comunione tassativamente indicate dall'art. 179, comma 1, lett. c, d ed f, c.c., con la conseguenza che l'eventuale inesistenza di tali presupposti può essere fatta valere con una successiva azione di accertamento negativo, non risultando precluso tale accertamento dal fatto che il coniuge non acquirente sia intervenuto nel contratto per aderirvi".
Anche Cass. civ., sez. I, 4.8.2010, n. 18114, ha ribadito il principio stabilito dalle Sezioni Unite, negando valore di confessione ad una dichiarazione del coniuge non acquirente (resa in sede di stipulazione dell'atto di compravendita) con la quale egli sosteneva che il pagamento del prezzo sarebbe avvenuto con il ricavato del trasferimento di beni personali della moglie, parte acquirente.
La Suprema Corte ha ritenuto che l'espressione adottata non facesse puntuale riferimento al fatto costitutivo del preteso diritto esclusivo della moglie sul denaro utilizzato per il pagamento, ossia non veniva realmente provata la provenienza del denaro.
Sul punto della necessaria partecipazione dell'altro coniuge all'atto di acquisto, vi sono numerose sentenze, come Cass. civ., sez. II, 5.5.2010, n. 10855, con le quali si è stabilito che, nel caso di acquisto di un bene mediante l'impiego di altro bene, che costituisca con certezza bene personale del coniuge acquirente, "l'acquisto dovrà ritenersi escluso dalla comunione legale e di natura personale al solo coniuge acquirente, senza che sia necessario rendere la dichiarazione di cui all'art. 179 lett. f) c.c. Ciò anche nel caso in cui il bene impiegato per l'acquisto sia del denaro appartenente al solo coniuge acquirente". La dichiarazione sarebbe quindi necessaria solo quando possano sorgere dubbi circa la natura personale del bene impiegato per l'acquisto.
Alla luce della normativa e della giurisprudenza indicate, potrebbe essere ipoteticamente ammissibile per il coniuge acquirente ottenere l'accertamento giudiziale che il bene non è caduto in comunione (non interamente), in quanto parte del denaro utilizzato per l'acquisto era stato dato dal figlio. Tuttavia, potranno esservi delle difficoltà nel dimostrare che il denaro conferito dal figlio costituiva "bene personale" della madre (verosimilmente in quanto donazione alla stessa della somma, ai sensi della lett. b) dell'art. 179 c.c.): manca, infatti, un atto di donazione scritto ove sia esplicitato il destinatario del denaro. Infatti, la dazione di denaro ai fini dell'acquisto di un immobile potrebbe essere configurato come donazione indiretta, che sembrerebbe andare a vantaggio di entrambi i coniugi (atteso che la casa viene poi abitata e goduta da entrambi).
Vi sono quindi diversi profili di difficoltà nel tentativo di far escludere il bene dalla comunione, che dovranno essere valutati con molta attenzione prima di esperire qualsiasi azione giudiziale.
Norma di riferimento: Articolo 179 Codice civile - Beni personali | Quesito Q20127063
sabato 17/11/2012 - Basilicata
“la Polizza vita/morte rientra nella comunione dei beni.”
La comunione legale tra coniugi è il regime che regola i rapporti patrimoniali tra coniugi in mancanza di una diversa convenzione. Ove i coniugi non abbiano espresso una diversa volontà con le convenzioni matrimoniali, l'istituto della comunione legale si attua automaticamente e riguarda tutti gli acquisti futuri che i coniugi effettueranno, insieme o separatamente, fin quando non intervenga lo scioglimento del matrimonio e del regime di comunione.
Per ciò che attiene, però, le somme corrisposte nel caso di assicurazione sulla vita, costante giurisprudenza ritiene che tali somme possano essere considerate personali ex art. 179 del c.c. lett. b) in quanto oggetto di donazione indiretta e quindi non rientranti nel regime di comunione legale dei beni.
Norma di riferimento: Articolo 179 Codice civile - Beni personali | Quesito Q20125726
domenica 20/05/2012 - Toscana
sono coniugato sotto il regime di comunione dei beni e sto per acquistare prossimamente un immobile (come seconda casa) per la mia famiglia.
Il pagamento dell'intero immobile verrà interamente effettuato dal mio patrimonio personale ( risparmi ereditati causa morte di mio padre e dalla vendita di un altro immobile) senza effettuare alcun mutuo.
Mia moglie non parteciperà ad alcun contributo per l'acquisto.
Vorrei gentilmente sapere se è possibile escludere dalla comunione dei beni l'immobile che sto per acquistare ( evitando problemi nella malaugurata ipotesi di separazione) e quale tipo di richiesta debba essere presentata al Notaio prima di chiudere definitivamente l'atto di acquisto.
Consulenza legale i 21/05/2012
L'art. 179 del c.c. indica i beni che non costituiscono oggetto di comunione fra coniugi e che sono pertanto beni personali del coniuge. Sono tali:
a)i beni di cui, prima del matrimonio, il coniuge era proprietario o rispetto ai quali era titolare di un diritto reale di godimento;
b) i beni acquistati successivamente al matrimonio per effetto di donazione o successione, quando nell'atto di liberalità o nel testamento non è specificato che essi sono attribuiti alla comunione;
f) i beni acquistati con il prezzo del trasferimento dei beni personali sopraelencati o col loro scambio, purchè ciò sia espressamente dichiarato nell'atto di acquisto.
La norma precisa che l'acquisto dei beni immobili effettiuato dopo il matrimonio è escluso dalla comunione ai sensi delle lettere c), d) ed f) di cui sopra, quando tale esclusione risulti dall'atto di acquisto se di esso sia stato parte anche l'altro coniuge.
Pertanto, affinchè si verifichi l'esclusione dalla comunione dell'acquisto del bene immobile la legge prevede due condizioni imprescidibili:
1) l'acquisto deve essere realizzato mediante l'impiego del ricavato dell'alienazione di beni personali oppure a mezzo del loro scambio;
2) al negozio di acquisto deve essere accompagnarsi una specifica dichiarazione espressa resa nei confronti dell'altro coniuge, parte necessaria dell'atto di acquisto, con la quale il coniuge che ha operato l'acquisto provveda proprio ad indicare l'origine del corrispettivo usato. In questo modo, il coniuge acquirente otterrà l'effetto di evitare la caduta in comunione del bene acquistato e porrà in essere un "anello di congiunzione" tra il bene che esce dal suo patrimonio e quello che vi entra.
Pertanto, sarà necessario comunicare al notaio l'origine del corrispettivo usato per l'acquisto unitamente alla volontà di escludere l'altro coniuge dall'acquisto stesso. Inoltre, sarà necessario che il coniuge escluso partecipi all'atto di acquisto.
Norma di riferimento: Articolo 179 Codice civile - Beni personali | Quesito Q20125075
martedì 13/03/2012 - Lombardia
“chiedo chiarimenti specifici per sapere se in separazione dei beni avvenuta nel matrimonio l'appartamento ricevuto dalla moglie in regalo dal padre entra nei beni comuni. grazie”
Nel regime di separazione dei beni, il marito dispone del proprio patrimonio e la moglie conserva pari autonomia sopra i propri beni personali. L'art. 219 del c.c. chiarisce che il coniuge può provare con ogni mezzo nei confronti dell'altro la proprietà esclusiva di un bene. Solo i beni di cui nessuno dei coniugi può dimostrare la proprietà esclusiva si considerano di proprietà indivisa per pari quota di entrambi i coniugi. Ogni coniuge ha piena indipendenza, anche amministrativa, sui propri beni personali.
L'appartamento della moglie ricevuto in donazione dal padre, dunque, rimane di proprietà esclusiva della moglie.
Norma di riferimento: Articolo 179 Codice civile - Beni personali | Quesito Q2010635
“NON VENGONO TRATTATI IL TFR E LA PENSIONE.RIENTRANO NEI BENI PERSONALI?”
Sembra pacifico che se il TFR è percepito in costanza di matrimonio da un coniuge in regime di comunione dei beni, l'indennità cade in comunione de residuo (art. 177, lett. c, c.c.): all'atto dello scioglimento della comunione la quota dell'indennità ancora in essere competerà a ciascun coniuge nella misura della metà (così Trib. Torino, 17 marzo 1999, in Dir. Famiglia, 1999,1226).