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Timestamp: 2019-02-16 22:13:27+00:00
Document Index: 114430526

Matched Legal Cases: ['art. 565', 'art. 467', 'artt 554', 'art 550', 'art. 563', 'art. 626', 'art. 635', 'art. 636', 'art. 636', 'art. 637', 'art. 587', 'art. 681', 'art. 682', 'art. 687']

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Si ha successione in un rapporto giuridico quando questo viene trasmesso da un soggetto ad un altro comportando, quindi, il subingresso di un soggetto ad un altro nella titolarità di uno o più rapporti giuridici.
La successione si qualifica mortis causa (a causa di morte) quando trova il suo presupposto essenziale nella morte di un soggetto (de cuius) al quale facevano capo i rapporti che vengono trasmessi e si distingue in successione testamentaria, se sussiste un testamento valido, successione legittima, se manca in tutto o in parte un testamento, ed è perciò regolata dalla legge, e successione necessaria per correggere o neutralizzare disposizioni testamentarie che pregiudichino i diritti dei legittimari previsti dalla legge, riservando una quota del patrimonio del defunto ai membri più stretti della famiglia.
Infine la successione mortis causa si distingue in successione a titolo universale che riguarda la totalità dei rapporti giuridici del defunto che si trasmettono all’erede e successione a titolo particolare che riguarda un singolo rapporto giuridico, trasmesso a un legatario.
La successione testamentaria si ha in presenza di un testamento che può essere olografo (scritto, datato e firmato dal testatore) pubblico (redatto da un notaio e firmato dal testatore alla presenza di due testimoni) o segreto (scritto dal testatore o da un terzo e consegnato sigillato ad un notaio)
La successione legittima regola la ripartizione del patrimonio di una persona deceduta senza aver fatto testamento, tra i parenti, più o meno prossimi, di questo. Può aversi successione legittima anche nel caso in cui il de cuius non abbia disposto per testamento di tutti i suoi beni; in tal caso le regole relative alla successione legittima si applicano limitatamente a quei beni dei quali il testatore non abbia disposto
La successione necessaria stabilisce quali quote del patrimonio debbano necessariamente andare a determinati successori, in presenza o meno del testamento.
Mentre le regole sulla successione legittima si applicano solo nel caso di morte senza lasciare testamento, le regole sulla successione necessaria si applicano anche in presenza di testamento. La violazione di tali regole può giustificare l’azione degli “eredi necessari”, verso gli altri eredi e legatari testamentari.
Le quote della divisione
(Vedi Codice Civile, Libro Secondo, Titolo II: Delle successioni legittime, art. 565-586)
Esse sono diverse a seconda delle persone che sopravvivono al de cuius.
Discendenti ma non il coniuge: l’eredità è divisa in parti uguali tra i figli. Se un figlio è premorto e ha a sua volta figli, questi ereditano la parte che gli sarebbe toccata dividendola tra loro sempre in parti eguali, in base al diritto di rappresentazione (Cod. Civ. art. 467-469). Questo stabilisce che i figli (e, per applicazione ricorsiva dello stesso diritto, tutti i discendenti) subentrano al genitore che non può (per morte o esclusione per indegnità) o non vuole (per rinunzia) succedere. In pratica, tra tutti i discendenti ha luogo una divisione per stirpi, che si contrappone a quella per linee e per capi che vedremo dopo. Per esempio, se il de cuius ha un figlio vivente e tre nipoti da un figlio premorto, il figlio vivente avrà metà dell’eredità e i nipoti un sesto ciascuno. Non si distingue tra figli naturali, legittimi e legittimati; i figli adottivi ereditano dagli adottanti ma non dai parenti di questi ultimi
Discendenti e coniuge: al coniuge tocca metà dell’eredità se concorre con un solo figlio, un terzo se i figli sono due o più. La divisione tra i figli avviene come nel caso precedente, e vale sempre il diritto di rappresentazione (per i figli, non per il coniuge). Per esempio, se il de cuius lascia il coniuge, due figli (o figlie) e due nipoti da un figlio premorto, al coniuge tocca un terzo, ai figli superstiti due noni ciascuno (un terzo di due terzi) e ai nipoti un nono ciascuno (metà di un terzo di due terzi)
Coniuge ma no discendenti, ascendenti o collaterali: al coniuge va l’intera eredità
Coniuge, ascendenti e/o collaterali, ma non discendenti: al coniuge vanno i due terzi, agli ascendenti e/o collaterali un terzo. Vedi sotto per la divisione tra questi ultimi
Ascendenti e/o collaterali, ma non il coniuge e discendenti: l’intera eredità è divisa tra ascendenti e/o collaterali. La divisione tra ascendenti e collaterali segue queste regole.
In generale, fratelli, sorelle e genitori superstiti ereditano in parti uguali (divisione per capi), ma ai genitori o anche a uno solo tocca almeno metà dell’eredità. Anche per i discendenti dei fratelli e sorelle vale il diritto di rappresentazione. Per esempio, due genitori e un fratello dividono l’eredità in tre parti uguali; un genitore e un fratello in due parti uguali; due genitori e due fratelli in quattro parti uguali; un genitore e due fratelli: metà al genitore, un quarto ai fratelli; due genitori e tre fratelli: un quarto ciascuno ai genitori, un sesto ciascuno ai fratelli.
Al posto dei fratelli premorti subentrano i nipoti o loro discendenti (non per capi ma per stirpi nella parte che sarebbe toccata al fratello). Se per morte o rinuncia non ci sono i genitori ma i nonni o altri ascendenti, a loro tocca la parte che sarebbe toccata a un solo genitore (per cui se i nonni concorrono con un solo fratello, a quest’ultimo tocca metà dell’eredità, mentre se concorresse con i due genitori avrebbe solo un terzo).
Un solo genitore vivente che accetta l’eredità esclude anche i nonni dell’altra linea (vale cioè il criterio generale che il grado prossimo esclude il più remoto). La divisione si fa tra ascendenti dello stesso grado, e per linee (metà alla linea materna e metà a quella paterna, risalendo ricorsivamente l’albero genealogico): per esempio, se ci sono un nonno paterno e due nonni materni, al primo tocca quanto agli altri messi insieme.
Le stesse regole valgono per dividere la quota di un terzo che a genitori e/o ascendenti spetta in presenza del coniuge: in questo caso la quota minima degli ascendenti è un quarto, e quindi quella dei collaterali in presenza di ascendenti si riduce a un dodicesimo complessivamente. I fratelli unilaterali (cioè di padre o madre diversi) hanno la metà dei fratelli germani. Per esempio, se il de cuius lascia il padre, la nonna materna, un fratello unilaterale, un fratello germano e due nipoti da un altro fratello germano premorto, il padre avrà metà dell’eredità, la nonna materna nulla, il fratello germano un quinto, il fratello unilaterale un decimo, i due nipoti un decimo ciascuno
Altri parenti fino al sesto grado: qui vale la regola generale per cui i parenti di grado prossimo escludono quelli di grado più remoto, e non vale il diritto di rappresentazione. Pertanto, per esempio, i nipoti e anche i pronipoti (che per rappresentazione sono di secondo grado, anche se sarebbero di terzo o quarto) escludono gli zii (che sono di terzo); i cugini (che non subentrano agli zii perché non vale la rappresentazione) sono esclusi dagli zii. Tra i parenti di pari grado la divisione si fa per capi senza divisione per linee: per esempio, se ci sono due zii materni e tre paterni, ognuno avrà un quinto dell’eredità. In pratica l’ordine di precedenza è il seguente:
Prima gli zii (terzo grado)
Poi i (primi) cugini e i prozii (quarto grado)
Poi i figli dei cugini, i cugini dei genitori (cugini in seconda) e i fratelli dei bi-snonni (quinto grado)
Infine i nipoti abiatici dei cugini, i nipoti abiatici dei prozii (ovvero i secondi cugini), i cugini dei nonni e i fratelli dei bisnonni.
Se nessuno di questi parenti è vivente e non esiste un testamento, l’eredità è devoluta allo Stato. Si noti che gli affini di qualunque grado (cognati, genero, nuora, suoceri ecc.) sono esclusi dall’eredità legittima.
La successione dei legittimari avviene in favore di alcune categorie di suscettibili, ai quali la legge attribuisce l’intangibile diritto ad una quota del patrimonio, a prescindere dalle disposizioni del defunto. La legge individua inoltre le quote per le quali tali soggetti sono necessariamente eredi:
Il coniuge superstite: se non sono presenti figli, legittimi o naturali, al coniuge è riservata la metà del patrimonio; inoltre al coniuge sono comunque riservati i diritti di abitazione della casa adibita a residenza familiare e di uso sui mobili che la corredano, se di proprietà del defunto o comuni
Figli legittimi o naturali: se il de cuius lascia un solo figlio, a questo è riservata la metà del patrimonio; se i figli sono più d’uno ad essi è complessivamente riservata la quota di 2/3 del patrimonio
Ascendenti legittimi: la riserva a favore degli ascendenti legittimi è condizionata all’assenza di figli legittimi o naturali ed è di 1/3 del patrimonio
Concorso di coniuge e figli: in caso di concorso tra il coniuge e un solo figlio, al coniuge spetta 1/3 del patrimonio e al figlio 1/3; in caso di concorso tra il coniuge e più figli, a questi complessivamente spetta la metà e al coniuge 1/4
Concorso tra coniuge e ascendente legittimo: se il coniuge concorre con un ascenden-te legittimo, la metà del patrimonio spetta al primo e un quarto al secondo.
Come si calcola la quota della legittima (relictum + donatum = riunione fittizia)
Per poter conoscere l’ammontare delle quote legittime, bisognerà conoscere qual è l’entità patrimoniale a partire dalla quale bisogna effettuare il calcolo. Per calcolare tale somma bisogna tener conto dei seguenti elementi:
L’attivo patrimoniale netto (cosiddetto relictum), ottenuto sottraendo l’ammontare complessivo dei debiti dal patrimonio lasciato
La somma dei valori delle donazioni (cosiddetto “donatum”) fatte in vita dal de cuius
Può tuttavia capitare che il de cuius abbia disposto del suo patrimonio andando a lederne quella porzione riservata ai legittimari. In tal caso la disposizione testamentaria non è automaticamente nulla per il solo fatto che ha leso la cosiddetta “quota indisponibile” dell’asse ereditario.
I legittimari potranno agire in giudizio per vedersi riconosciuto il diritto leso. L’azione che dà ai legittimari questa possibilità è la c.d. “azione di riduzione”. In particolare essi possono aggredire:
le altre quote ereditarie e i legati.
Per prima cosa si riducono le disposizioni testamentarie (eredità e legati) nella misura eccedente la quota legittima e proporzionalmente tra loro (artt 554,558 c.c.).
Se la riduzione delle disposizioni testamentarie non basta ad integrare le quote legittime lese, gli eredi possono agire sulle donazioni fatte in vita dal de cuius partendo dalla più recente e arrivando alla più risalente, fino all’integrazione della quota legittima (art 550 c.c.).
Per prevenire le conseguenze che possono derivare da quest’ultima disposizione, e soprattutto per tutelare la posizione dei terzi acquirenti dei beni precedentemente donati, l’art. 563 dispone che se l’azione è esercitata nei confronti di un donatario che ha nel frattempo alienato il bene donato, l’azione va in prima battuta esercitata nei confronti di questo, che dovrà versare la somma corrispondente il valore del bene. Se tale azione risulta infruttuosa, il legatario potrà aggredire il bene presso il terzo acquirente: tale azione non sarà più possibile una volta trascorsi venti anni dalla donazione.
La legge definisce il testamento come l’atto revocabile col quale taluno dispone, per il tempo in cui avrà cessato di vivere, di tutte le proprie sostanze o di parte di esse. Caratteristiche del testamento sono:
Unilateralità: espressione della volontà del solo testatore.
Non recettizio: per essere efficace non deve essere portato a conoscenza di terze persone
Revocabilità: è sempre possibile per il testatore eliminare o modificare l’atto
Tipicità: non esistono altri atti con il quale è possibile disporre delle proprie sostanze per il tempo in cui si sarà cessato di vivere
Personalità: da cui consegue la nullità di ogni atto col quale si attribuisce all’arbitrio di un terzo la scelta dell’erede o del legatario o la determinazione delle quote ad essi spettanti. Il terzo al più potrà essere chiamato a scegliere il legatario tra più individui o enti indicati espressamente dal testatore
Gratuito: il testatore, infatti, non riceve alcun corrispettivo per gli atti di disposizione
Formalismo: la legge prevede espressamente i modi in cui il testatore può redigere il testamento. È in ogni caso sempre necessario redigere il testamento in forma scritta.
Il testamento olografo: atto scritto, datato e sottoscritto dal testatore
Il testamento pubblico: atto ricevuto dal notaio in presenza di due testimoni e sottoscritto dal testatore
Il testamento in occasione di malattie contagiose o calamità pubbliche (artt. 609-610)
Il testamento in navigazione marittima o aerea (artt. 611-616)
Elementi accidentali nel testamento (artt. 633-648)
Il testatore può manifestare, accanto alla volontà diretta solo agli effetti tipici del testamento, una volontà alla quale ineriscano elementi che hanno la funzione di incidere in vario modo sugli effetti del negozio testamentario: condizione, termine, onere o modo (modus).
Con riferimento alla condizione, deve, innanzitutto, sottolinearsi come la stessa possa essere apposta solo con riferimento alla quota disponibile e non in relazione alla quota riservata ai legittimari.
L’evento deve essere futuro con riferimento al momento in cui viene redatto il testamento e non con riferimento al momento della morte del testatore.
La più rilevante differenza tra il regime giuridico della condizione nel testamento e quello della condizione nel contratto è che la condizione impossibile e illecita si considera non apposta salvo che sia stata l’unico motivo determinante della disposizione testamentaria mentre, nell’ambito del contratto, la condizione illecita rende nulla la disposizione cui essa è apposta mentre la condizione impossibile si considera come non apposta se risolutiva e rende nulla la disposizione cui accede se sospensiva.
Il codice prende, poi, in esame specificamente condizioni che, ove apposte a disposizioni testamentarie, debbono considerarsi illecite e, quindi, non apposte salvo che, ai sensi dell’art. 626 cc, siano state le ragioni uniche e determinanti della disposizione testamentaria stessa.
Si tratta della condizione di reciprocità di cui all’art. 635 cc e della condizione che impedisce le prime nozze o le ulteriori di cui all’art. 636 cc, secondo comma. È valida, invece, la condizione di vedovanza o di celibato di cui all’art. 636, 2° comma e, cioè, il legato attribuito per tutto il periodo della vedovanza o del celibato. In via generale sono illecite quelle condizioni che mirano a coartare la volontà del beneficiario.
La condizione sospensiva negativa senza termine inserita in qualche disposizione del testamento si trasforma in una condizione risolutiva positiva.
Norma di riferimento è l’art. 637 del Codice civile, che vieta l’apposizione di termini all’istituzione di erede.
Il termine, tuttavia, nell’ambito del testamento è ammesso solo con riferimento ai legati e non per l’istituzione di erede. In ogni caso la nullità del termine non vizia la disposizione cui esso si riferisce.
Il modo è un peso apposto dal testatore a carico di un soggetto in favore del quale il testatore disponga con un’istituzione d’erede o con un legato.
Si discute in dottrina se il modo configuri un elemento accidentale o un negozio autonomo.
L’inadempimento del modus da parte dell’onerato legittima l’esperimento dell’azione di risoluzione della disposizione testamentaria ove risulti che il modo rappresentava l’unica ragione della disposizione testamentaria stessa. In ogni caso chiunque vi abbia interesse può agire per l’adempimento dell’onere.
L’onere impossibile o illecito si considera come non apposto salvo che rappresenti la ragione unica e determinante della disposizione, nel qual caso rende nulla la disposizione stessa. L’onere si distingue dalla condizione potestativa in quanto l’efficacia della disposizione non dipende dal suo adempimento.
La Revoca delle disposizioni testamentarie (ARTT. 679-687)
Ai sensi dell’art. 587 cc il testamento è sempre suscettibile di revoca e tale facoltà è irrinunciabile.
La revoca espressa del testamento può avvenire con un nuovo testamento o con atto ricevuto dal notaio davanti a due testimoni. Nelle stesse forme, ai sensi dell’art. 681 cc, può farsi luogo alla revoca della revoca del testamento che determina la riviviscenza delle disposizioni testamentarie revocate.
Il codice prevede, poi, una serie di ipotesi di revoca tacita del testamento. A mente dell’art. 682 cc un testamento posteriore che rechi disposizioni incompatibili con quelle contenute nel precedente ne determina la revoca, con riferimento alle disposizioni incompatibili. In tal caso, anche laddove il testamento successivo diventi inefficace per motivi estranei alla volontà del testatore, la revoca rimarrà efficace.
In caso di testamenti contemporanei sono inefficaci tutte le disposizioni che risultino incompatibili tra loro.
Costituiscono ulteriori ipotesi di revoca implicita del testamento, la distruzione del testamento olografo(è ammessa, tuttavia, la prova dell’assenza di volontà di revoca) ed il ritiro del testamento segreto (in tal caso il testamento segreto, qualora ne possegga i requisiti di forma, potrà valere come olografo - c.d. conversione formale).
Costituisce ipotesi tipica di revoca tacita del legato, l’alienazione o la trasformazione della cosa legata successivamente alla redazione del testamento (anche per questa fattispecie di revoca tacita è ammessa, a favore del legatario, la possibilità di provare l’assenza della volontà di revoca). Fattispecie peculiare di revoca automatica del testamento è la sopravvenienza dei figli di cui all’art. 687 c.c. i cui presupposti sono:
L’inesistenza (o l’ignoranza dell’esistenza) del figlio al momento della redazione del testamento
la sua sopravvenienza (anche se legittimato, adottivo, riconosciuto o dichiarato in giudizio).
Mette conto evidenziare, infine, che la revoca è esclusa se il testatore abbia preveduto la possibilità della sopravvenienza del figlio già nel testamento o se questi non gli succeda e non operi la rappresentazione.
La sostituzione testamentaria
Questa si determina quando il testatore istituisce erede o legatario una determinata persona e al tempo stesso dispone che ad essa debba subentrare un’altra persona, qualora si verifichi un determinato avvenimento (ad esempio mancata accettazione dell’eredità da parte dell’erede). Due sono le forme di sostituzione testamentaria previste dal nostro ordinamento giuridico: la sostituzione ordinaria e la sostituzione fedecomissaria, a sua volta ulteriormente differenziabile in sostituzione fedecommissaria semplice ed assistenziale.
Si ha sostituzione ordinaria quando il testatore prevede di sostituire l’erede o il legatario nel caso in cui il primo chiamato non voglia o non possa accettare la successione. Ad esempio: istituisco erede Caio; qualora egli non voglia o non possa accettare istituisco erede Tizio.
Si ha invece la sostituzione fedecommissaria semplice quando il testatore impone ad un soggetto istituito erede o legatario l’obbligo di conservare i beni ricevuti in eredità o in legato e di restituirli alla sua morte ad un altro soggetto scelto dal testatore. Ad esempio: Istituisco erede Caio, con l’obbligo di conservare e restituire alla sua morte i beni ereditari a favore di Tizio.
Tale sostituzione non è ammissibile nel nostro ordinamento, pur essendo ampiamente praticata in ambito romanistico. Il fedecommesso assistenziale è invece regolato dagli artt. 692 e ss. c.c.