Source: https://www.avvocatodirittofamigliaroma.it/commenti-alle-sentenze.html
Timestamp: 2020-04-06 23:29:24+00:00
Document Index: 139650833

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 337', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 5', 'art. 8']

Commenti alle sentenze: avvocato di famiglia a Roma
La presente sezione è dedicata a una breve disamina delle più recenti e interessanti pronunce giurisprudenziali, in particolare sentenze della Corte di Cassazione, Corte Costituzionale, Corti europee, in materia di famiglia, persone e minori. Dopo aver riportato i fatti di causa, si individueranno le principali questioni di diritto sottoposte al vaglio dell’autorità giudiziaria, le norme giuridiche di riferimento, l’interpretazione datane e la soluzione fornita al caso concreto.
Assegnazione casa coniugale: va revocata se il figlio maggiorenne non è più convivente (Cass. Civ., sentenza n. 16134 del 17 giugno 2019)
In questa pronuncia la Suprema Corte esamina la questione concernente i presupposti necessari perché si consideri sussistente la convivenza tra genitore assegnatario dell’abitazione coniugale e figlio, con riferimento al diritto abitativo sulla casa familiare, nell’ipotesi di allontanamento del figlio per motivi di studio o di lavoro.
L’art. 337-sexies c.c., infatti, prevede che il diritto di godimento della casa familiare vada attribuito al genitore, ancorché non proprietario della stessa, tenendo conto dell’interesse della prole, dunque, al genitore con il quale i figli vivranno in via prevalente e sempre purché corrisponda all’interesse dei figli stessi rimanere nell’abitazione familiare.
Il diritto all’assegnazione della casa familiare viene meno nel caso in cui l’assegnatario non abiti o cessi di abitare stabilmente nella casa coniugale o conviva more uxorio o contragga un nuovo matrimonio ovvero, ed è questo l’aspetto sottoposto al vaglio della Corte di Cassazione, cessi la convivenza con i figli.
Divorzio: lo squilibrio reddituale tra gli ex coniugi non è sufficiente per avere l’assegno divorzile (Cass. Civ., sez. I, sentenza n. 24932 del 7 ottobre 2019)
Il fatto. Con sentenza di cessazione degli effetti civili del matrimonio, il Tribunale di Roma ha posto a carico dell’ex marito I.F.C., titolare di un reddito mensile di euro 8.000,00, l’obbligo di corrispondere alla ex moglie C.C., con reddito annuo di euro 25.0000 e canone di locazione di euro 675,00, un assegno divorzile di euro 400,00 mensili. Avverso tale pronuncia I.F.C. ha proposto appello innanzi alla Corte d’Appello di Roma, che ha rigettato il gravame, ritenendo sussistente il diritto all’assegno divorzile a causa del rilevante squilibrio reddituale tra le parti e tenuto conto dell’esigenza di garantire lo stesso tenore di vita matrimoniale. Contro la sentenza della Corte d’Appello I.F.C. ha proposto ricorso per Cassazione, che si è concluso con sentenza di accoglimento n. 24932/2019.
In questa pronuncia la Suprema Corte torna ad affrontare la questione della natura e delle ragioni giustificative dell’assegno divorzile.
Il giudice di legittimità afferma, al riguardo, che l’art. 5, c. 6, L. 898 1970, laddove indica, come parametro per l’accertamento della sussistenza del diritto all’assegno divorzile, la “disponibilità dei mezzi adeguati” o “l’impossibilità di procurarseli”, non deve essere interpretato come finalizzato alla conservazione del tenore di vita matrimoniale, desumibile dal confronto reddituale tra i coniugi al momento della decisione.
Impugnabile per difetto di veridicità il riconoscimento di figlio naturale avvenuto in mala fede (Cass. Civ., sez. III, ordinanza n. 5242 del 21 febbraio 2019)
In questa pronuncia la Suprema Corte torna dopo vent’anni ad affrontare il tema del “riconoscimento di compiacenza” ovvero il riconoscimento effettuato da chi abbia consapevolezza di non essere il padre biologico, solitamente per compiacere la madre, partner dell’autore del riconoscimento.
Nella pronuncia Cass. Civ., sez. I, ordinanza n. 9764 del 21 febbraio 2019 la Suprema Corte applica e riempie di contenuto il principio della bigenitorialità alla luce del superiore interesse del minore e dell’evoluzione interpretativa nella giurisprudenza comunitaria del diritto al rispetto della vita familiare sancito dall’art. 8 CEDU.
In sede di separazione giudiziale, il Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto affidava la figlia minore ad entrambi i genitori, con collocamento presso la madre, consentendo al padre di tenerla con sé nel fine settimana ogni quindici giorni. Tale decisione era confermata dalla Corte d’Appello di Messina. Avverso tale pronuncia il padre ricorreva in cassazione, lamentando la mancata previsione di incontri infrasettimali con la figlia ovvero di una frequentazione con la minore in misura pressoché paritetica rispetto ai tempi di permanenza con la madre. Deduceva, inoltre, che la tenera età della figlia non poteva essere considerata elemento ostativo ad una maggiore frequentazione con il padre, essendo, piuttosto, necessaria per favorire e consolidare il rapporto anche con tale genitore.
Il fatto. Dopo la separazione legale, I.C. confessa al marito L.G. di aver avuto per anni, in costanza di matrimonio, una relazione sentimentale con B., un collega che l’avrebbe favorita nell’avanzamento di carriera. L.G. cita, dunque, in giudizio la moglie I.C., l’amante B., la società della quale sono dipendenti e la società capogruppo di quest’ultima, per sentirli tutti condannare al risarcimento dei danni subiti in conseguenza dell’adulterio.