Source: https://www.laleggepertutti.it/157562_investire-un-ubriaco-o-un-drogato-di-chi-e-la-colpa
Timestamp: 2018-03-18 17:04:04+00:00
Document Index: 157123727

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 590', 'art. 190', 'art. 606', 'sentenza ']

Lo sai che? Investire un ubriaco o un drogato: di chi è la colpa?
Lo sai che? Pubblicato il 11 aprile 2017
> Lo sai che? Pubblicato il 11 aprile 2017
È sempre responsabile chi investe un pedone quando l’incidente, anche se determinato da colpa di quest’ultimo, era comunque evitabile. Così l’automobilista risponde del reato di lesioni anche se il pedone non rispetta le regole del codice della strada – come nel caso in cui attraversi fuori dalle strisce pedonali, o con il semaforo rosso, o di notte in una strada poco illuminata – o se compare all’improvviso davanti all’autobus, o è ubriaco o drogato e compie una mossa anomala e autolesionista. Secondo l’orientamento dei giudici, infatti, il conducente deve sempre guidare in modo da prevenire o comunque evitare gli ostacoli ed è pertanto responsabile dell’investimento del pedone se non riesce a dimostrare di aver tenuto una guida adeguata alla strada e che, ciò nonostante, il passante non poteva essere comunque evitato. Ciò vale anche quando quest’ultimo compie un comportamento imprudente o vietato dalla legge. Mettere sotto l’auto una persona ubriaca o drogata non fa eccezione alla regola. È quanto chiarito dalla Cassazione con una sentenza di ieri [1].
Così, nonostante le precarie condizioni del pedone ubriaco o drogato e il suo comportamento azzardato, l’automobilista è comunque ritenuto colpevole.
[1] Cass. sent. n. 18091/17 del 10.04.2017.
Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza 12 gennaio – 10 aprile 2017, n. 18091
Presidente Romis – Relatore Di Salvo
1. B.P. ricorre per cassazione avverso la sentenza in epigrafe indicata, con la quale è stata dichiarata la penale responsabilità del ricorrente, in ordine al reato di cui all’art. 590 cod. pen., in relazione all’investimento del pedone G.F. .
2. Il ricorrente deduce violazione di legge e vizio di motivazione, poiché lo stesso giudice ha definito pericolosa, anomala ed autolesionistica la condotta della persona offesa, che è risultata positiva per assunzione di alcool e sostanze stupefacenti. La G. ha infatti attraversato una strada statale, di lunga percorrenza, in un tratto non illuminato, alle 2,30 di notte, indossando abiti scuri. Se fosse vera la ricostruzione del pubblico ministero, secondo cui la persona offesa si trovava lungo la linea di mezzeria, in attesa di attraversare la carreggiata, questo comportamento sarebbe stato ancor più imprevedibile e imponderabile, oltre che vietato dall’art. 190 c.d.s. Il ricorrente, che viaggiava ad una velocità di gran lunga inferiore al limite di 70 km/h, non aveva pertanto alcuna possibilità di evitare l’evento, trovandosi nell’oggettiva impossibilità di avvistare la parte lesa o comunque di percepirne tempestivamente i movimenti. Tra l’altro, il coimputato è stato assolto proprio perché, a dire del giudice, “si è visto piovere improvvisamente sulla strada il corpo della G. “: considerazione che si attagliava perfettamente anche alla posizione processuale del B. . Ingiustificatamente poi il giudice ha ritenuto che quest’ultimo viaggiasse in prossimità della linea di mezzeria, sulla sola base di quanto ritenuto dal consulente incaricato dalla persona offesa, senza alcuna testimonianza in tal senso, poiché anche la persona offesa ha riferito di non ricordarsi nulla di quella sera. Né i Carabinieri intervenuti hanno potuto rilevare il punto d’urto tra l’auto del ricorrente e il corpo del pedone.
1. Le doglianze formulate sono infondate. Costituisce infatti ius receptum, nella giurisprudenza della suprema Corte, il principio secondo il quale, anche alla luce della novella del 2006, il controllo del giudice di legittimità sui vizi della motivazione attiene pur sempre alla coerenza strutturale della decisione, di cui saggia l’oggettiva “tenuta”, sotto il profilo logico-argomentativo, e quindi l’accettabilità razionale, restando preclusa la rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione o l’autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e
valutazione dei fatti (Cass., Sez. 3, n. 37006 del 27-9-2006, Piras, Rv. 235508; Sez. 6, n. 23528 del 6-6-2006, Bonifazi, Rv. 234155). Ne deriva che il giudice di legittimità, nel momento del controllo della motivazione, non deve stabilire se la decisione di merito proponga la migliore ricostruzione dei fatti né deve condividerne la giustificazione, ma deve limitarsi a verificare se questa giustificazione sia compatibile con il senso comune e con i limiti di una plausibile opinabilità di apprezzamento, atteso che l’art. 606, comma 1, lett. e) cod. proc. pen. non consente alla Corte di cassazione una diversa interpretazione delle prove. In altri termini, il giudice di legittimità, che è giudice della motivazione e dell’osservanza della legge, non può divenire giudice del contenuto della prova, non competendogli un controllo sul significato concreto di ciascun elemento probatorio. Questo controllo è riservato al giudice di merito, essendo consentito alla Corte regolatrice esclusivamente l’apprezzamento della logicità della motivazione (cfr., ex plurimis, Cass., Sez. 3, n. 8570 del 14-1-2003, Rv. 223469; Sez. fer., n. 36227 del 3-9-2004, Rinaldi; Sez. 5, n. 32688 del 5-7-2004, Scarcella; Sez. 5, n.22771 del 15-4-2004, Antonelli).
2. Nel caso in disamina, l’impianto argomentativo a sostegno del decisum è puntuale, coerente, privo di discrasie logiche, del tutto idoneo a rendere intelligibile l’iter logico-giuridico seguito dal giudice e perciò a superare lo scrutinio di legittimità, avendo i giudici di secondo grado preso in esame tutte le deduzioni difensive ed essendo pervenuti alle loro conclusioni attraverso un itinerario logico-giuridico in nessun modo censurabile, sotto il profilo della razionalità, e sulla base di apprezzamenti di fatto non qualificabili in termini di contraddittorietà o di manifesta illogicità e perciò insindacabili in questa sede. Ciò si desume, in particolare, dalle considerazioni formulate a p. 3 della sentenza impugnata, segnatamente laddove il giudice a quo evidenzia che il B. non solo non regolò la velocità in misura tale da poter eseguire utilmente una frenata ma si avvicinò pericolosamente alla linea di mezzeria, tanto da urtare la persona offesa con la parte sinistra dell’auto, imprimendole una forte spinta – e quindi ad una velocità sostenuta – sì da farla volare sull’altra corsia.