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Timestamp: 2020-08-06 10:13:00+00:00
Document Index: 116989932

Matched Legal Cases: ['art. 51', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 51', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

I caduti partigiani del comune di Treviso: Francesco Canella, 1917-1944
Canella Francesco di Antonio, Treviso, classe 1917
Caduto l'11 novembre 1944, a Roncade
Catturato dalle bb. nn., veniva passato alle armi davanti al Castello
Cementista - 5. elementare (Elio Fregonese, 1997)
Francesco Canella, padre di due bambini - un maschio di quattro e una femmina di due - era stato catturato due giorni prima mentre col cognato, l'operaio Enrico Martini, percorreva in bicicletta via Montiron, in territorio di Roncade.
(Gianni Favero, "Inesorabile piombo nemico", Pdf online, pp. 48-49)
Atto di morte di Francesco Canella
razza ariana -
Comune di Roncade: Atto di morte del partigiano Francesco Canella ucciso a Roncade
l'11 novembre 1944 dal milite delle brigate nere Guido Bellio in correità con Paolo Brazzoduro et al.
(Cfr. Sentenza della Corte di Assise Straordinaria di Treviso, n. 56/45 - 8 agosto 1945).
Sulla colonna di sinistra, sotto il timbro: - (traslato) - a indicare il trasferimento dei suoi resti
mortali nel mausoleo dei partigiani di Treviso-San Lazzaro, novembre 1946.
«L’anno millenovecentoquarantaquattro / XXIII E. F. addì Quattordici del mese di Novembre alle ore quindici e minuti quaranta nella Casa Comunale.
Io Renzi Rag. Mario Commissario Prefettizio, Ufficiale dello stato civile del Comune di Roncade, avendo ricevuto dalla Procura di Stato di Treviso un avviso di morte con la data di ieri che munito del mio visto inserisco negli allegati di questo registro, do atto che:
Il giorno Undici del mese di Novembre dell’anno millenovecentoquarantaquattro / XXIII E F alle ore tredici e minuti quindici [pochi minuti dopo il compagno di lotta Enrico Martini e il mottense Ugo Rusalen, che erano giunti su un camion, al comando di Paolo Brazzoduro, dalle carceri di Treviso] in Roncade Via San Rocco è morto Canella Francesco dell’età di anni ventisette, italiano di razza ariana residente in Treviso, cementista, che era nato in Portomaggiore [FE] da Antonio residente in Portomaggiore e da Mantovan Scolastica residente in Portomaggiore e che era coniugato con Romano Antonietta».
Francesco Canella, partigiano ucciso a Roncade dalle brigate nere sabato 11.11.1944.
La fucilazione dei partigiani Canella Martini e Rusalen nella ''cronistoria'' del parroco di Roncade don Romano Citton
La fucilazione - da parte delle brigate nere di Roncade - dei partigiani
Ugo Rusalen, Enrico Martini e Francesco Canella
nella cronistoria del parroco don Romano Citton,
che ricorda la modalità della loro morte, ma non i loro nomi.
(Cronistorie ... 1939-1945, a c. di Erika Lorenzon - Dvd allegato)
«Però una vendetta di rappresaglia doveva essere eseguita. Il grosso delle forze ritornava dal Cimitero si suddivise in tre Plotoni, uno di fronte al muretto della casa Canonica, un secondo nella toretta del Castello prospicente la piazza, un terzo nell'inizio nelle case di via S. Rocco. Da un Camion veniva sbalzata a terra e consegnata ad ogni plotone una vittima, solidamente legata con sottili fili di ferro. Si impartirono ordini, si grida evviva alla repubblica, si minacciano i nemici, si gira per le case vicine imponendo la chiusura delle porte e delle finestre. Parlo dell’esecuzione eseguita davanti alla mia casa Canonica. Il capo delle Guardie, certo Brassoduro [Paolo Brazzoduro, comandante del distaccamento di Roncade della XX Brigata Nera “Cavallin”], grida, “Guai a chi esce di casa, avvicina il primo plotone e dà ordine di fuoco.
Il bel giovane biondo [Ugo Rusalen] di Motta di Livenza, di ottima famiglia, appartenente alla Democrazia Cristiana, amato da tutti, venne sospinto verso il muro che circonda il mio corticello, e gli grida: “codardi, voi uccidete un innocente, il plotone si allinea, sei colpi partono il povero giovane cadde versando sangue a fiotti.
Orrore! fu sospinto allora avanti un fanciullo di 13 anni, in divisa fascista e lo si invitò a dare il colpo di grazia. Il giovanetto puntò la rivoltella sulla fronte e spara fracassando il cranio all'innocente vittima.
Compiuta la macabra impresa partono dal luogo della canonica, passano successivamente in piazza ed in via S. Rocco anche la seconda e la terza vittima [Enrico Martini e Francesco Canella] ricadde nel sangue ed infine tra grida e minacce le orde di Attila ritornano alla città lasciando sul terreno inzuppato di sangue le povere vittime per 24 ore a monito ed a terrore per la popolazione. Ma, Dio mio! Come lasciare le vittime, nel sangue, nel giorno di Domenica con la frequenza alle SS. Messe. A caso passava innanzi alla salma, verso le ore 2 pom[eridia]ne un capo fascista, lo pregai caldamente di portare una mia lettera al Comandante tendente a chiedere la rimozione delle salme. Con cinismo satanico mi rispose: “La lettera può mandarla ma otterrà nessun effetto, è questo l’ordine ricevuto dall'alto, vendetta per vendetta, bisogna lasciare i cadaveri per dare una lezione al paese” e diffatto scrissi e nulla [ottenni]». (Cronistorie ... 1939-1945, a c. di Erika Lorenzon, pp. 1283-1284)
L'uccisione a Roncade dei partigiani Rusalen, Martini e Canella fu una rappresaglia delle brigate nere per l'eliminazione ad un posto di blocco partigiano sulla strada da Cendon a Silea, il 24 ottobre 1944, di tre militari fascisti: Giuseppe Carrer, maggiore della XX Brigata Nera; Tullio Nascimben, maggiore dell'esercito addetto all'Ufficio Censura; Pasquale Tarascio, maresciallo della questura. I tre, secondo la relazione del 29° Comando Militare Provinciale di Treviso erano stati "uccisi a pugnalate dai partigiani dopo essere stati catturati individualmente" (Maistrello, p. 210) e furono ritrovati il successivo 9 novembre (Maistrello, p. 141): il magg. Carrer "lungo l'argine del Sile, verso Cendon", con il corpo «sepolto per metà, in piedi [...] . Dal suolo spuntava il busto, un bastone reggeva in orizzontale il braccio teso nel saluto fascista e due stecchi gli tenevano spalancate le pupille spente. Poco lontano, da frettolosi cumuli di terra spuntarono anche gli altri due cadaveri». (Inesorabile piombo nemico, Pdf online, p. 48).
Ritorniamo ai tre partigiani uccisi l'11 novembre.
Ugo Rusalen - come abbiamo visto nella cronaca del parroco - venne fucilato al muretto di cinta della canonica dove tuttora una lapide lo ricorda come ucciso da "inesorabile piombo nemico", da cui il titolo dell'originale e documentato volume di Gianni Favero (Piazza editore, 2003, pagine 189).
Favero contesta l'indeterminatezza dell'iscrizione di quella lapide, mettendola a confronto con quella ben più pregnante dedicata a Rusalen nel suo paese natale, dove «c'è un'altra lapide che parla di me, ma che parla chiaro, dice che è stata la canaglia fascista a farmi morire. Canaglia fascista, non raffiche di un assassino qualsiasi».
(Si veda in questo blog l'analogo caso di una lapide che ricorda con altrettanta vaghezza l'uccisione a Treviso - da parte di un milite delle SS italiane - della partigiana Teresa Menghi Fiabon).
Enrico Martini «fu ucciso davanti alla torre angolare del castello più vicina alla piazza».
Francesco Canella «fu messo al muro ma l'arma di chi lo doveva giustiziare s'inceppò e lui vide nell'inconveniente l'unica disperata opportunità di tentare una fuga. Si affidò alle sue falcate, coprì venti o trenta metri dentro via San Rocco. Pochi. Dietro spararono, la corsa si disarticolò. Con le mani bloccate dietro la schiena cadde sul ventre e finì faccia a terra. Il cappello rotolò in avanti finché, con una mezza spirale, si adagiò sulla strada. Fu raggiunto da due uomini del plotone. Giovanni Giomo "Nino" lo toccò con il piede, il corpo non reagì. La pistolettata alla testa servì solo a perfezionare il protocollo».
("Inesorabile piombo nemico", Pdf online, p. 49)
Chi uccise Francesco Canella?
Francesco Canella, per la precisione, fu ucciso dallo squadrista e brigatista nero Guido Bellio fu Federico, nato a Treviso l’11.4.1896 ed ivi residente, un ex anarchico passato "con zelo" al fascismo, iscritto al PNF il 12.6.1922 (Fascio di Treviso), partecipante alla Marcia su Roma, "sciarpa littoria".
Guido Bellio, per l'omicidio di Canella e Martini - "visti e applicati gli art. 51 C.P.M.G., 610 / 639 C.P., 483 / 488 C.P.P.", sarà condannato a morte "mediante fucilazione nella schiena". Condanna non eseguita.
Sentenza 56/45 dell'8 agosto 1945 della Corte di Assise Straordinaria di Treviso.
(Sentenze della CAS - Istresco, Pdf online, pp. 128-131)
Leggi l'intera sentenza contro Guido Bellio
Il comandante delle brigate nere di Roncade Paolo Brazzoduro in questa sentenza è solo citato "per correità con Bellio", pur essendo l'organizzatore delle esecuzioni dei tre partigiani. Verrà condannato l'anno successivo (sentenza 125 del 17.12.1946, Corte d’Assise di Udine, Sezione speciale) ma - grazie al suo buon avvocato (e ad indubbi appoggi politici) - gli verrà comminato l'ergastolo, ridotto a trent'anni.
In realtà, i benefici dell'amnistia Togliatti, faranno sì che per entrambi la pena effettivamente scontata sarà di breve durata.
Leggi l'intera sentenza n. 125 del 17.12.1946 contro Paolo Brazzoduro
Brazzoduro verrà definitivamente scarcerato il 23 giugno 1948.
Guido Bellio, «ottenuto il riesame della propria posizione presso la Corte d'Assise Straordinaria di Padova [...] fu presto rimesso in libertà. Trascorse i suoi ultimi anni lavorando come portiere all'ingresso dell'ospedale trevigiano di San Leonardo, apprezzato per la sua cortesia nei confronti dei visitatori».
(Maistrello, XX Brigata Nera... , pp. 144-45)
Finita la guerra: cattura e gogna di Bellio nella ricostruzione di Gianni Favero
Verso la metà di giugno 1945, «anche in seguito a vari appelli lanciati attraverso il Corriere Veneto, in un casolare sulle grave del Piave venne rintracciato il latitante Guido Bellio, noto anche con il nome di “Pantera Nera”. Dopo la cattura, il movimento partigiano ritenne doveroso consegnarlo ai combattenti di Roncade, paese in cui l’odio verso il piccolo ras repubblichino era probabilmente massimo. Bellio giunse in centro legato in una gabbia sopra un carro agganciato a due buoi
e aveva, al collo, un cartello con scritto “Io sono la pantera nera”. Il corteo si era ingrossato chilometro dopo chilometro, la piazza di Roncade montava di urla e di popolo. Contro la gabbia, pur protetta da partigiani armati, iniziarono a piovere prima insulti e poi sassi. La fortuna del prigioniero fu che il comandante della Piazza di Treviso, Ennio Caporizzi, venne informato in tempo della sua cattura e, temendo a ragione un imminente linciaggio, chiese a Ugo Pianon [“Maria”] di intervenire perché Bellio fosse consegnato alla giustizia regolare. Maria allora salì sul carro accanto all’assassino e si rivolse alla folla. Ricordò a tutti che la guerra era finita, che si erano costituiti nuovi organi di potere e che anche per i peggiori assassini esistevano dei tribunali riservati ai criminali di guerra. Chiunque aveva diritto ad un regolare processo e nessuno sarebbe più stato ucciso per i suoi reati. Del resto, ricordò, era per la democrazia e per diritti uguali per tutti che si era combattuto pagando in sofferenze e sangue».
Le contestazioni contro Pianon furono energiche ma lui non cedette e alla fine riuscì a salvare uno dei suoi più accesi nemici consegnandolo al comando trevigiano. [...]».
(“Inesorabile piombo nemico” di Gianni Favero, pp. 106-107, pdf online)
Il ricordo di Renzo Terzi
«Nato a San Donà di Piave nel 1931, ho abitato a Roncade dal 1936 al 1946. [...]
Bellio, milite delle brigate nere [...] partecipò alla fucilazione di un giovane antifascista per rappresaglia davanti al muro di villa Grosso di fronte agli stabilimenti (recentemente demoliti) dell’agenzia del consorzio agrario, di cui mio padre era direttore.
Il Bellio, dopo la liberazione fu portato fino in centro a Roncade in gabbia intensamente bastonato e frustato. Io seguii il carro fino a quando un’auto del CLN di Treviso venne a prelevarlo.
(Dal sito Roncade.it, 12 giugno 2005)
Cronache del Corriere Veneto / Gazzettino sul brigatista nero Guido Bellio
Guido Bellio della XX Brigata Nera dopo l'arresto a Castrette di Villorba viene messo alla gogna
dentro lo stavolo di maiali in cui si era nascosto, e fatto girare per le campagne su un carro fino
a Roncade. (Corriere Veneto, 3.6.1945) - L'ancestrale bisogno di dare addosso al potente di turno
- odiato e temuto (non da tutti) ma ora caduto e inoffensivo - esige questo rito medievale in lampante contrasto
con l'art. 2 della Convenzione di Ginevra 1927 (all'epoca in vigore) sul trattamento dei prigionieri di guerra.
Trascrizione integrale dell'articolo
Il movimentato arresto
di un criminale fascista
Qualche giorno prima della tanto auspicata liberazione di Treviso, uno dei più noti criminali fascisti e costante manganellatore di inermi, il famigerato squadrista e milite della brigata nera “Cavallin”, di triste memoria, Guido Bellio, subdorato il vento infido era sparito dalla circolazione e, non ostante l’assidua caccia che a lui davano non solo i patrioti ma anche i cittadini, era addirittura irreperibile.
Dunque, il Bellio, pochi giorni prima del 29 aprile — il fatidico giorno della libertà per la Marca Trevigiana — scappava travestito da contadino e riusciva a mettere abbastanza spazio fra sè e la nostra città. Ma i patrioti non mollavano ed erano sempre vigili. Giorni or sono il Bellio, sotto quelle mentite spoglie, scendeva da un autocarro, proveniente da Bolzano nei pressi di Villorba e si allontanava rifugiandosi nelle adiacenze di una casa colonica sita nelle vicinanze della località “Castrette”, dove pare risieda un suo parente che, a quanto si apprende, non condivide affatto le sue opinioni.
Il Bellio, però, comprendendo che la rete gli si stringeva sempre più d’attorno e che era giunta prossima la sua ultima ora, andava a cercare asilo in un… porcile. Era quello proprio il suo ambiente! Informati i patrioti della zona della presenza di quel pericoloso ospite, essi senza indugio, lo scovavano e procedevano al suo immediato arresto.
Rinchiuso nello “stavolo” attorno alle cui assi era stato infisso del ferro spinato, munito di un cartello con la scritta cubitale “Io sono Bellio”, l’arrestato, che appariva in quel momento più morto che vivo, con una rustica carretta veniva fatto girare per le campagne fino a Vascon e a Roncade, dove egli aveva commesso misfatti di ogni genere. Poi, verso sera, veniva caricato in un’auto, e tradotto a Treviso.
La notizia dell’arrivo di quel criminale si era diffusa in un baleno per tutta la città. Una moltitudine di gente si raccoglieva subito in piazza dei Signori; ma per evitare qualche energica lezione contro quel “leone” diventato ora coniglio, l’auto fu fatta transitare per vie secondarie fino in piazza del Duomo, dove pure una folla di popolo si era radunata per una dimostrazione tutt’altro che di simpatia.
3 giugno 1945, Corriere Veneto, Quotidiano a cura del P.W.B. - (Corriere Veneto fu il nome assunto dal Gazzettino fra il 4 maggio e il 17 luglio 1945; la storica testata veneta riprenderà il suo nome il 18 luglio 1945)
L'invito a presentare denunce non anonime contro Bellio e Brazzoduro
Invito a presentare denunce particolareggiate e "debitamente firmate" contro i ''tristemente noti''
fascisti di Treviso Guido Bellio e Paolo Brazzoduro. (Corriere Veneto, 10 giugno 1945)
Il processo presso la Corte d'Assise Straordinaria di Treviso
Il primo processo al fascista Guido Bellio ''Pantera Nera'' della XX Brigata Nera ''Cavallin'' (TV),
presso la Corte d'Assise Straordinaria di Treviso
si conclude con la sua condanna a morte. Sent. 46/55 dell'8.8.1945. (Gazzettino 9 agosto 1945)
All'assise Straordinaria
Guido Bellio, la “pantera nera”
Davanti ai giudici popolari è comparso ieri Guido Bellio fu Federico, di 49 anni, da Treviso, in gioventù fattorino del telegrafo, poi, reduce della prima guerra mondiale, concionatore anarcoide nei pubblici comizi, quindi nel 1922, dopo un clamoroso voltafaccia, gregario del partito fascista, capo di squadre di manganellatori; successivamente all’8 settembre del 1943, volontario nella brigata nera “Cavallin” di cui fu uno dei più violenti accoliti che scatenarono il terrore nel territorio del comune di Roncade.
Questo brillante stato di servizio è stato rievocato ieri mattina dai numerosi testimoni che si sono alternati sulla pedana dell’aula del palazzo di Giustizia. Naturalmente l’attesa dei trevigiani era vivissima; cosicché la parte della sala riservata al pubblico non poteva contenere l’irrompente fiumana. Altro pubblico gremiva l’atrio a pianterreno del tribunale, mentre numerose persone, per ripararsi dalla pioggia, avevano gremito il pronao del duomo.
Attraverso due altoparlanti, il popolo all’esterno ha potuto seguire le fasi più o meno drammatiche del dibattimento. Le imputazioni erano note al pubblico: oltre alle accuse di violenze, lesioni, violazione di domicilio, violenza privata, ecc., il Bellio doveva rispondere di aver usato maltrattamenti e sevizie a patrioti di cui parecchi furono mandati a morte, partecipando egli di persona alle uccisioni.
La corte era composta dal presidente dott. Guerrazzi [Guerrazzo], dai giudici popolari dr. Zamboni [Francesco], Bonaldo[Antonio], Robazza [Piero] e Favaretto [Mario], P. M. dott. Vital [Giorgio], canc. rag. Casagrande, e ufficiale giudiziario Salvatoni.
L’interrogatorio del prevenuto è stato breve, ma serrato: il presidente e il P. M. hanno contestato al Bellio le accuse, ma l’imputato, abbandonata quella sua vecchia aria di prepotenza, aveva assunto un atteggiamento remissivo, negando ogni fatto, ogni circostanza e asserendo che le sue mansioni presso il distaccamento della brigata nera di Roncade erano senz’altro quelle di vivandiere e di attendente alla cucina. Ha detto di non aver rastrellato nessuno, di non aver bastonato né seviziato, di non aver ucciso. Secondo lui, sarebbe addirittura innocente!!
Di un episodio che dimostra di quanto patriottismo fosse animato il Bellio, è stato pure fatto cenno nello svolgimento del processo. È quello che riguarda l’oltraggio alla bandiera del 55° Fanteria mentre, dopo l’altra guerra, rientrava trionfalmente nella sua sede. Il Bellio aveva sputato sul vessillo. [Episodio che risaliva pertanto al periodo “anarchico” del Bellio, NdC ]. Ma egli ha cercato di fare l’indiano scaricando la colpa sopra sconosciuti.
I testimoni si sono avvicendati sulla pedana per riesumare in gran parte la losca attività del Bellio. Il primo teste, Domenico Pagnossin, che ebbe a subire reiterate minacce e violenze da parte del Bellio e di altri violenti, durante la sua deposizione ha fatto esplicitamente il nome dei mandanti, che ordinavano alle squadre d’azione di intimorire e percuotere coloro che non la pensavano come i fascisti, ed ha citato l’ex federale Benetti il quale, come egli ha detto «tuttora circola liberamente per Treviso ed anche in automobile, con grande meraviglia dei trevigiani».
La circostanza detta dal Pagnossin, su richiesta del P. M., è stata messa a verbale.
Sfilano altri testi d’accusa, come Arturo Pianon, di Roncade, Luigi Martini, Aldo Cattarin dello stesso comune. Il Martini è il padre di quel giovane Enrico, di 28 anni che, arrestato dalle brigate nere, venne poi tradotto a Roncade, dove fu fucilato. Il teste afferma di aver sentito che il Bellio avrebbe sparato contro il suo figliuolo dopo il martirio subito.
Due donne in gramaglie
Antonio Tomba di Treviso dichiara che nel 1. marzo scorso al caffè “Italia”, intese il Bellio vantarsi di «aver finito a colpi di rivoltella alcuni patrioti, proclamandosi ad alta voce di essere la “pantera nera” delle Brigata “Cavallin”».
Si presentano quindi, vestite a lutto, le sorelle Amelia e Antonietta Romano da Sant’Antonino di Treviso, rispettivamente vedove dei fucilati Enrico Martini e Francesco Canella.
Esse narrano la triste odissea dei loro cari. Il Martini e il Canella furono arrestati come ostaggi dalle “bande nere”, dopo l’attentato alla caserma di quel reparto di Roncade. Furono interrogati, seviziati e quindi uccisi nei pressi del centro di quel Comune. L’Amelia Romano, a domanda del Presidente, conferma che la tristemente nota Aristea Giarda, addetta presso il comando delle brigate nere, le aveva confermato che il Bellio ed altre brigate nere, erano colpevoli dell’uccisione. L’Antonietta ha sentito da persone degne di fede che il Bellio avrebbe dato il colpo di grazia ad uno dei due caduti sotto il piombo dei criminali fascisti.
L’escussione dei testi prosegue tra il più vivo interesse del pubblico. Depongono: Angelo Cortesia, appartenente alla brigata “Mazzini”, Elisa Pelizzon di Roncade, Vittorio e Alfredo Comunello, il dott. Antonio Speranzon di Roncade, l’autista Luigi Cappelletto da Treviso, i quali tutti riferiscono su circostanze riflettenti i capi d’imputazione. La serie dei testimoni si chiude con due detenuti politici: Gerardo Dello Russo e Giuseppe Zanin già militi della Brigata Nera. Il primo dichiara di aver sentito da alcuni suoi compagni che il Bellio avrebbe preso parte alla fucilazione di tre persone non ancora identificate, mentre l’altro dice di essere stato presente quando il Bellio ha sparato vilmente contro uno degli ostaggi.
Il dott. Enzo Martina, non potendo presentarsi all’udienza, ha inviato una dichiarazione con cui egli conferma che il Bellio è stato uno dei più attivi componenti della brigata nera di Roncade e che gli risulta anche come costui abbia commesso reati di grave entità.
Durante una breve sospensione dell’udienza, una sorella del martire Canella, non potendo trattenere il suo dolore e la sua giusta ira fa per scagliarsi contro l’imputato ma è trattenuta dai carabinieri e dalle sue cognate presenti alla scena.
Ripresa l’udienza, il Presidente dà lettura del certificato penale del Bellio. Nel casellario sono registrate querele e denunce per lesioni e percosse, reati in parte amnistiati. Altri processi a carico del Bellio terminarono in quell’epoca, cioè durante il dominio fascista, con assoluzioni.
Il Procuratore Generale dott. Vital pronuncia una stringente requisitoria, mettendo nella sua vera luce la figura del Bellio come uno dei più accaniti squadristi, perturbatore delle leggi e dell'ordine pubblico, violatore della Giustizia, privo di ogni senso di umanità e di pietà.
Il P. M. afferma che sulle specifiche accuse a carico del Bellio per i due omicidi aggravati non vi può essere alcun dubbio poiché i testimoni sono stati precisi nelle loro deposizioni e termina chiedendo alla Corte che al Bellio sia applicata l’estrema sanzione, e cioè la pena capitale. Il pubblico ha applaudito. L’arringa del difensore di ufficio avv. De Michele è stata interrotta più volte dalle grida del pubblico.
Dopo una breve permanenza nella camera di consiglio, la Corte rientra nell’aula e il presidente legge il dispositivo della sentenza. Ritenuto colpevole ai sensi dell’art. 51 del codice penale militare di guerra, Guido Bellio è condannato alla pena di morte mediante fucilazione alla schiena. La Corte ordina che un estratto della Sentenza sia affisso nei comuni di Treviso e di Roncade .
La prossima udienza avrà luogo il prossimo lunedì 13 corrente.
(Gazzettino, giovedì 9 agosto 1945)
La conferma in Cassazione a Roma della condanna a morte
la condanna a morte di Bellio
Abbiamo da Roma :
La Corte di Cassazione ha oggi confermato la sentenza di condanna a morte pronunciata il 14 marzo scorso dalla Corte d’Assise di Padova a carico di Guido Bellio, che fu durante l’occupazione nazifascista uno dei più feroci aguzzini della guardia repubblicana.
Già condannato a morte dalla Corte di Assise di Treviso l’8 agosto 1945, il Bellio ottenne che la Cassazione annullasse la sentenza per difetto di motivazione in ordine ad alcune delle imputazioni a lui contestate.
Ma la Corte di Padova, in sede di rinvio, ebbe modo di sentire nuove testimonianze e di accertare più precise circostanze dalle quali trasse piena conferma della colpevolezza dell’ex imputato, per cui la sentenza fu nuovamente la pena di morte mediante fucilazione alla schiena.
Tra l’altro la Corte di rinvio ha accertato che l’11 novembre 1944 furono fucilati dalla brigata nera di Roncade i tre patrioti tenuti in ostaggio, Martin, Canella e il tenente degli alpini [Rusalen]: il primo davanti al Castello, il secondo all’angolo di via San Rocco e il terzo vicino alla chiesa.
Il Bellio si gloriava di aver ucciso con le proprie mani due patrioti, uno dei quali di fronte alla chiesa.
Egli fu visto dal teste Zain [sic] nel momento in cui, estratta la pistola, sparò contro il Rusalen il colpo di grazia. Accertò altresì la Corte di rinvio, in base a nuove testimonianze, che il Bellio partecipò all’omicidio del Canella. Il patriota, dopo essere stato appoggiato al muro, con le mani legate dietro alla schiena, era riuscito, benché ferito e zoppicante, a prendere la fuga, ma fu raggiunto da un colpo di mitra che lo freddò. Ora, tra i militi fascisti, solo Bellio era armato di arma automatica. In pubblica osteria il triste figuro si era vantato anche di questo omicidio.
(Gazzettino, venerdì 12 luglio 1946)
Paolo Brazzoduro, capo dell'UPI (Ufficio Politico e Investigativo) della Federazione trevigiana del PFR
(Partito Fascista Repubblicano) risponde solo il 17 febbraio 1945 a una richiesta del Gabinetto della Prefettura
di Treviso, risalente al 5 dicembre 1944 e relativa agli oggetti personali dei partigiani Canella e Martini.
Tre sbrigative righe per informare che gli "oggetti sequestrati" sono (già) stati restituiti alle vedove.
Al di là dell'effettiva riconsegna degli oggetti in questione (su cui sono da nutrire fondati dubbi vista la consolidata
- pur se vietata - pratica del bottino a conclusione di tante azioni delle brigate nere) è significativo
il lasso di tempo intercorso fra la domanda e la risposta: a conferma del grado di autonomia
delle BB.NN. e di come i suoi rapporti con un organo istituzionale quale la Prefettura si riducessero a
una pura formalità, da assolvere svogliatamente. (Documento g. c. da Mauro Bettiol - Conegliano)
Lapide partigiana a Roncade (TV) -
"Il sacrificio dei Partigiani Ugo Rusalen - Francesco Canella - Enrico Martini /
Martiri della Libertà uccisi a Roncade dalla Brigate Nere l'11 novembre 1944 /
costituisca un monito a non percorrere mai più / le pericolose strade dell'odio e della dittatura /
richiamando i cittadini alla costante difesa dei valori umani e politici /
che garantiscono la civile convivenza / nella Libertà, nella Giustizia, nella Solidarietà
e nella Pace tra i Popoli - Roncade, 25 aprile 2004".
Ci vollero sessant'anni, ma alla fine la morte dei tre partigiani a Roncade
il San Martino del '44, venne ricordata nella sua giusta valenza politica in un
marmo posto su un edificio pubblico della cittadina sul Musestre.
Roncade: posizione della lapide che ricorda i partigiani
Francesco Canella, Enrico Martini e Ugo Rusalen.
(Google Street View, foto del settembre 2011)
Sulla distruzione della caserma delle brigate nere di Roncade, che ebbe vasta eco tanto da essere riportata dai notiziari di Radio Londra e Radio Mosca (Maistrello, p. 145), ecco la succinta descrizione riportata nel diario storico della brg. Paoli alla data 10/12/1944: «Distrutte [sic] con impiego di esplosivo (plastico) la caserma sita in località di Roncade di Treviso sede di un distaccamento della compagnia brigate nere “Cavallin”. L’attacco che ha avuto inizio alle ore 16, è stato compiuto dalla intera brigata rinforzata da un buon numero di partigiani della “Ferretto” (che concorsero con la costituzione di un posto di blocco) finì vittoriosamente alle ore 17 con la distruzione dell’intera caserma. Cinque nemici rimasero sul terreno; ricupero di armi ed equipaggiamento vario. L’azione si concluse al canto delle canzoni del lontano Risorgimento: “Fratelli d’Italia ed “Inno di Garibaldi”, cantate dai partigiani sulle macerie del sinistro edificio».
(“Attività operativa (operazioni di sabotaggio) svolta dalla brigata mobile d’assalto “Wladimiro Paoli” dal 23 settembre 1943 [1944] al 25 aprile 1945” in Diari Storici Istresco…, pp. 307-308).
Chi avesse informazioni e/o materiale iconografico sul partigiano Francesco Canella
- (Pagina dedicata al partigiano Francesco Canella) -
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