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Timestamp: 2019-11-19 07:50:49+00:00
Document Index: 1260066

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 28', 'sentenza ', 'art. 8', 'sentenza ', 'art. 28', 'sentenza ', 'art. 28', 'art. 30', 'sentenza ', 'art. 28', 'art. 28']

L’adottato ed il suo diritto a conoscere i fratelli o le sorelle – DE SANTI CAPALBO
L’adottato ed il suo diritto a conoscere i fratelli o le sorelle
10 luglio 2018 25 maggio 2019 di Avv. Francesco De Santi
Sentenza n. 6963 del 20/03/2018 Cassazione Civile
Il caso oggetto della sentenza in parola riguardava la richiesta, respinta prima dal Tribunale per i minorenni di Napoli e poi dalla Corte d’Appello partenopea, di una persona che era stata adottata di poter conoscere le generalità della sorella.
La Suprema Corte inizia il suo ragionamento partendo dal principio che “Il diritto a conoscere le proprie origini costituisce un’espressione essenziale del diritto all’identità personale. Lo sviluppo equilibrato della personalità individuale e relazionale si realizza soprattutto attraverso la costruzione della propria identità esteriore, di cui il nome e la discendenza giuridicamente rilevante e riconoscibile costituiscono elementi essenziali, e di quella interiore”, per poi sinteticamente e puntualmente ripercorrere i recenti sviluppi giurisprudenziali in merito “Su questa dialettica ed al fine di temperare l’assolutezza del divieto di conoscere le proprie origini biologiche, contenuto nella L. n. 184 del 1983, art. 28, comma 7, rispetto alla madre che abbia dichiarato alla nascita di non essere nominata, è intervenuta la Corte Europea dei diritti umani con la sentenza del 25 settembre 2012 (ricorso n. 33783/09), Godelli contro Italia, affermando che è necessario stabilire un equilibrio ed una proporzionalità tra gli interessi delle parti in causa e che l’esclusione di qualsiasi possibilità di conoscere le proprie origini, propria della legislazione italiana, a differenza di quella di altri paesi, costituisce una violazione dell’art. 8 Cedu. Con la norma contestata, lo Stato italiano ha oltrepassato il margine di discrezionalità compatibile con la tutela dei diritti della persona garantito dalla Convenzione.[…] La Corte Costituzionale con la sentenza n. 278 del 2013, condividendo la valutazione della Corte Europea dei diritti umani in ordine all’ingiustificata assolutezza del divieto di conoscere le proprie origini ha ritenuto che la L. n. 184 del 1983, art. 28, comma 7, contrasti con gli artt. 2 e 3 Cost., ed ha indicato, con una sentenza additiva di principio (così qualificata da S.U. n. 1946 del 2017), il modello procedimentale da introdurre per rendere effettivo il bilanciamento delle posizioni giuridiche soggettive, almeno potenzialmente confliggenti rappresentate dal diritto all’anonimato della madre biologica e dal diritto a conoscere le proprie origini biologiche del figlio. All’illegittimità dell’assolutezza del divieto, derivante dal complesso normativo costituito dall’art. 28 della L. n. 184 del 1983, e dal D.P.R. n. 396 del 2000, art. 30, non è conseguita la configurabilità del diritto a conoscere le proprie origini come diritto potestativo ma è stato ritenuto necessario l’interpello della madre biologica al fine di verificarne il consenso all’eventuale revoca della scelta dell’anonimato fatta al momento della nascita. Il diritto di quest’ultima a conservare l’identità costruita anche mediante il segreto sull’abbandono del figlio al momento del parto è stato ritenuto rilevante nel bilanciamento d’interessi compiuto dalla Corte ma è stata eliminata l’intangibilità della scelta, sul rilievo dell’intrinseca mutabilità delle tappe dello sviluppo e consolidamento della personalità umana.”
La Corte evidenzia poi che il bilanciamentotra gli interessi non è stato rimesso alla valutazione del giudice, ma è stato preferito un “modello procedimentale”. Si tratta di un procedimento giurisdizionale finalizzato ad un interpello alla madre sulla volontà di quest’ultima di rimuovere la scelta dell’anonimato, che però garantisca la segretezza della madre.
Modello confermato dalle Sezioni Unite della Cassazione nel 2017 con la sentenza n. 1946.
La Corte analizzando poi l’art. 28, comma V, L. n. 184 del 1983, nella parte in cui afferma che l'”adottato, raggiunta l’età di venticinque anni, può accedere a informazioni che riguardano la sua origine e l’identità dei propri genitori biologici”, si è interrogata se “la formula legislativa possa essere qualificata come un’endiadi e, conseguentemente, esprimere un concetto unitario per il tramite di due termini coordinati ovvero se formula congiunta abbia una valenza pleonastica, o se contenga, invece, due ambiti d’informazioni non necessariamente coincidenti”. Preferendo infine un’interpretazione estensiva basta sui principi costituzionali, che pur utilizzando il “modello procedimentale” di cui sopra, permetta di interpellare anche i fratelli e le sorelle sulla loro volontà di mantenere l’anonimato sulla loro identità che a suo tempo scelse la loro madre.
È stato così espresso il seguente principio “L’adottato ha diritto, nei casi di cui all’art. 28, comma 5, della l. n. 184 del 1983, di conoscere le proprie origini, accedendo alle informazioni concernenti non solo l’identità dei genitori biologici, ma anche quella delle sorelle e dei fratelli biologici adulti, previo loro interpello mediante procedimento giurisdizionale idoneo ad assicurare la massima riservatezza ed il massimo rispetto della dignità, al fine di acquisirne il consenso all’accesso alle dette informazioni o di constatarne il diniego, da ritenersi impeditivo dell’esercizio del diritto”.
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