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Timestamp: 2019-07-24 01:06:33+00:00
Document Index: 183679113

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 81', 'art. 600', 'art. 600', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 173', 'art. 600', 'art. 600', 'art. 600', 'sentenza ', 'art. 609', 'art. 600', 'sentenza ', 'art. 192', 'art. 600', 'art. 600', 'art. 2', 'art. 600', 'art. 600', 'art. 600', 'sentenza ', 'art. 600', 'art. 600', 'art. 7', 'sentenza ', 'art. 600', 'art. 600', 'art. 609', 'art. 600', 'art. 600', 'art. 600', 'art. 600', 'art. 192', 'art. 192']

Filma con un telefono soggetti minori nudi e non consapevoli, all'interno dei camerini del negozio in cui lavorava, producendo materiale pornografico che conservava catalogato nelle memorie informatiche detenute presso l'abitazione.
Tre anni e tre mesi di reclusione e 12.000 euro di multa.
Cass. pen. Sez. III, Sent., (ud. 28-11-2018) 10-01-2019, n. 972
Dott. SOCCI Angelo Matteo - Consigliere -
Dott. REYNAUD Gianni F. - rel. Consigliere -
avverso la sentenza del 13/02/2018 della Corte d'appello di Milano;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dr. Fimiani Pasquale, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso;
udito per la parte civile A.A., l'avv. Cerulli in sost. Avv. Peyron che deposita conclusioni scritte e nota spese;
udito per la parte civile Abercrombie & Fitch Italia srl l'avv. Fantinelli che deposita conclusioni scritte e nota spese;
udito per l'imputato l'avv. Guaitoli, che ha concluso chiedendo l'accoglimento del ricorso.
1. Con l'impugnata sentenza, la Corte d'appello di Milano ha confermato la sentenza del Giudice dell'Udienza preliminare del Tribunale di Milano di condanna di S.A., alla pena di anni tre e mesi quattro di reclusione e Euro 12.000,00 di multa, in relazione al reato di cui all'art. 81 c.p., comma 2, art. 600-ter c.p., comma 1 perchè riprendendo con un telefono soggetti minori nudi e non consapevoli, all'interno dei camerini del negozio in cui lavorava, produceva materiale pornografico che conservava catalogato nelle memorie informatiche detenute presso l'abitazione, riprendendo in particolare la minore A.A. (n. (OMISSIS)), nonchè altra minore non identificata mentre si spogliavano nel camerino (capo 1) e di cui all'art. 600-quater c.p., perchè deteneva materiale pedopornografico, realizzato utilizzando minori degli anni 18, in un hard disk detenuto presso la sua abitazione (capo 3).
Mentre l'imputato è stato assolto dal reato di violenza sessuale in danno di una minorenne non identificata, di cui al capo 2) perchè il fatto non sussiste.
Con la medesima sentenza l'imputato è stato, poi, condannato a risarcire il danno cagionato la parte civile, A.A., da liquidarsi in separata sede con assegnazione di una provvisionale di Euro 5000.
2. Avverso la sentenza ha presentato ricorso l'imputato, a mezzo del difensore di fiducia, e ne ha chiesto l'annullamento per i seguenti motivi enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione, come disposto dall'art. 173 disp. att. c.p.p., comma 1:
2.1. Con il primo motivo deduce la violazione di legge in relazione all'art. 600 ter c.p., comma 1 per erronea applicazione della legge penale.
Argomenta il ricorrente che la Corte d'appello avrebbe errato nell'applicazione della legge penale dal momento che avrebbe ritenuto sussistente il reato nonostante non vi fosse la prova dell'inserimento dell'imputato in un contesto di organizzazione e di destinazione della produzione del materiale pedopornografico alla fruizione di terzi, avrebbe ritenuto il concreto pericolo di diffusione del materiale in questione sulla ritenuta capacità dell'imputato di comunicazione telematica tramite Facebook, WhatsApp, Skype, non identificando, invece, quel quid pluris richiesto dalla giurisprudenza di legittimità (S.U. n. 13 del 2000), per ritenere integrato il reato, che è escluso in presenza di condotte destinate a rimanere nella sfera strettamente privata dell'autore. Nel caso in esame non sarebbe stato accertato alcun collegamento con siti pornografici o pedopornografici, da cui l'insussistenza del pericolo concreto di diffusione del materiale prodotto.
2.2. Con il secondo motivo deduce la violazione di legge in relazione all'elemento soggettivo del reato di cui all'art. 600-ter c.p., comma 1 e art. 600-quater c.p.. La corte territoriale avrebbe confermato la sentenza impugnata nonostante non fosse stata accertata l'età minore delle persone offese e delle minori ritratte nelle immagini detenute essendo del tutto opinabile che la minore età fosse evidente dal loro aspetto.
2.3 Con il terzo motivo deduce la violazione di legge in relazione al configurato concorso tra le due fattispecie di reato di produzione di materiale pornografico di cui all'art. 609-ter c.p. e la detenzione del materiale pedopornografico di cui all'art. 600-quater c.p. dovendosi, invece, ritenere l'assorbimento della condotta di produzione in quella di detenzione.
2.4. Con il quarto motivo deduce la violazione di legge e segnatamente degli artt. 192 e 530 c.p.p., erronea applicazione dei criteri di valutazione della prova. Il mancato sequestro del telefonino che, secondo la sentenza impugnata, avrebbe dovuto convalidare l'ipotesi accusatoria in punto pericolo di diffusione, non imputabile all'imputato, non può costituire elemento di valutazione contro lo stesso. Da cui la violazione dell'art. 192 c.p.p..
1. Il ricorso dell'imputato non è fondato sulla base delle considerazioni che seguono.
2. Non è fondato il primo motivo di ricorso con cui si deduce la violazione di legge in relazione alla mancanza del concreto pericolo di diffusione del materiale prodotto mediante utilizzazione di minori.
La Corte d'appello ha argomentato il concreto pericolo di diffusione dalla quantità di materiale creato dall'imputato, prodotto mediante smartphone e catalogato nel computer, e dalla ritenuta capacità dell'imputato di comunicazione telematica tramite Facebook, WhatsApp, Skype, in applicazione dei principi affermati dalle S.U. con la pronuncia del 31 maggio 2000, n. 13, Bove, Rv 216637, secondo cui la fattispecie di cui all'art. 600 ter c.p. costituisce reato di pericolo concreto ed è integrata dalla condotta dell'agente che sfrutta il minore per fini pornografici e abbia una consistenza tale da implicare concreto pericolo di diffusione del materiale pornografico prodotto.
Peraltro, l'art. 600-ter c.p., comma 1 ha subito modificazioni dopo la pronuncia delle Sezioni Unite Bove.
In particolare, la legge 6 febbraio 2006, n. 38, art. 2 (Disposizioni in materia di lotta contro lo sfruttamento sessuale dei bambini e la pedopornografia anche a mezzo Internet) ha apportato rilevanti modifiche al sistema introdotto dalla Legge del 1998; l'art. 600 ter c.p. ha poi subito ulteriori interventi per effetto sia del D.L. 23 febbraio 2009, n. 11, convertito, con modificazioni, dalla L. 23 aprile 2009, n. 38, sia del D.L. 14 agosto 2013, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla L. 15 ottobre 2013, n. 119. Successivamente è intervenuta, incidendo nuovamente sulla fattispecie normativa, la L. 1 gennaio 2012, n. 172 (Ratifica ed esecuzione della Convenzione del Consiglio d'Europa per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l'abuso sessuale fatta a (OMISSIS), nonchè norme di adeguamento dell'ordinamento interno), la quale ha interamente sostituito il testo originario dell'art. 600 ter e inserito gli attuali commi sesto e settimo, quest'ultimo contenente la definizione di "pornografia minorile".
All'esito delle modifiche apportate, l'art. 600 ter c.p., comma 1, risulta attualmente così formulato: "E' punito con la reclusione da sei a dodici anni e con la multa da Euro 24.000 a Euro 240.000 chiunque: 1) utilizzando minori di anni diciotto, realizza esibizioni o spettacoli pornografici ovvero produce materiale pornografico; 2) recluta o induce minori di anni diciotto a partecipare a esibizioni o spettacoli pornografici ovvero dai suddetti spettacoli trae altrimenti profitto". E la disposizione fornisce, all'ultimo comma, la definizione di pornografia minorile come "ogni rappresentazione, con qualunque mezzo, di un minore degli anni diciotto coinvolto in attività sessuali esplicite, reali o simulate, o qualunque rappresentazione degli organi sessuali di un minore di anni diciotto per scopi sessuali". Questa è la norma applicabile al caso in esame ratione temporis essendo i fatti commessi, di cui al capo 1), nel novembre 2015.
Nonostante le modifiche intervenute, la giurisprudenza di legittimità aveva mantenuto fermo il principio affermato dalle Sezioni Unite Bove, continuando a ritenere la necessità dell'accertamento del pericolo concreto della diffusione del materiale prodotto, situazione che ha determinato un nuovo intervento delle Sezioni Unite chiamate a pronunciarsi sulla verifica della necessità del pericolo di diffusione all'indomani delle intervenute modifiche.
Con la recentissima sentenza (S.U. n. 51815 del 31/05/2018, M.), la Corte di cassazione, nella sua massima espressione, ha affermato che "l'interpretazione proposta dall'orientamento largamente dominante, nel senso della necessità del requisito del pericolo di diffusione del materiale pedopomografico, deve ritenersi superata dall'evoluzione normativa e, comunque, anacronistica, in quanto riferita a un contesto sociale e a un grado di sviluppo tecnologico - quelli della seconda metà degli anni ‘90 del secolo scorso - che sono radicalmente mutati negli ultimi anni" "Ne deriva che il riferimento al presupposto del pericolo concreto di diffusione del materiale realizzato - come elaborato dalle Sezioni Unite del 2000 e dalla giurisprudenza successiva - ha oggi scarso significato, essendo ormai potenzialmente diffusiva qualsiasi produzione di immagini o video" (par. 3).
Evidenziano, in particolare, le Sezioni Unite che la sostituzione, ad opera del legislatore del 2006, dello "sfruttamento" con la "utilizzazione" del minore, sia nell'art. 600 ter sia nell'art. 600 quater c.p., razionalizzando il sistema, conferma, nella sostanza, il punto di arrivo di quella stessa giurisprudenza, secondo cui doveva escludersi che il concetto di sfruttamento fosse caratterizzato da risvolti economici, ma non ha ritenuto di inserire espressamente nel nuovo testo normativo il requisito del pericolo di diffusione. Tale scelta, secondo i giudici di legittimità nella massima espressione, non può essere considerata neutra sul piano interpretativo e conduce a far rientrare nel perimetro dell'incriminazione ogni produzione di materiale pornografico ad esclusione della c.d. produzione domestica ovvero di quella destinata a rimanere nella fruizione personale del suo autore (tenuto conto dei mezzi e delle circostanze concrete).
Circostanza questa che la corte milanese ha escluso motivatamente pur facendo leva sui parametri dettati dalla precedente pronuncia (S.U. Bove) che, si ribadisce, era stata costantemente seguita anche dai giudici di legittimità, prima della recente pronuncia delle S.U. del 2018.
Infine, come chiarito dalle citate Sezioni Unite, il superamento della precedente giurisprudenza di legittimità non configura, nel caso in esame, alcun Voverruling interpretativo in malam partem per violazione dell'art. 7 CEDU "essendo ormai generalizzato - come visto - il pericolo di diffusione del materiale realizzato utilizzando minorenni; con la conseguenza che l'esclusione di tale pericolo quale presupposto per la sussistenza del reato non determina in concreto un ampliamento dell'ambito di applicazione della fattispecie penale, essendo completamente mutato il quadro sociale e tecnologico di riferimento ed essendo parallelamente mutato anche il quadro normativo sovranazionale e nazionale. Risulta significativo, a tal fine, che già la sentenza delle Sezioni Unite del 2000 individuasse una serie di elementi sintomatici liberamente apprezzabili dal giudice, anche disgiuntamente, ai fini della verifica della sussistenza del pericolo di diffusione tra i quali "la disponibilità materiale di strumenti tecnici di riproduzione e/o trasmissione, anche telematica idonei a diffondere il materiale pornografico in cerchie più o meno vaste di destinatari". E una tale disponibilità, che all'epoca di quella pronuncia era tutt'altro che scontata e doveva essere oggetto di specifico accertamento, è oggi assolutamente generalizzata, essendo la riproducibilità e trasmissibilità di immagini e video immediata conseguenza della loro produzione. A ciò deve aggiungersi che, pur con il superamento del presupposto del pericolo di diffusione ritenuto necessario dalla giurisprudenza tradizionale, la disposizione dell'art. 600 ter c.p. risulta comunque circoscritta nel suo ambito di applicazione dall'interpretazione restrittiva del concetto di "utilizzazione", tale da escludere la c.d. "pornografia domestica"" (par. 4.2).
Il pericolo di diffusione è, dunque, in re ipsa.
3. Il secondo motivo di ricorso è diretto a sollecitare una rivalutazione del merito in relazione alla ritenuta minore età dei soggetti riprodotti nel materiale pedopornografico detenuto dal ricorrente (art. 600 quater c.p.).
In primo luogo, non rileva la circostanza che, ad esclusione della minore persona offesa costituita parte civile di cui è certa la minore età per effetto della sua identificazione, i soggetti raffigurati non fossero stati identificati.
La corte territoriale ha argomentato la minore età dei soggetti coinvolti dal loro aspetto (tenerissima età, nudi o mentre praticano rapporti sessuali con banane allocate in bocca o negli organi genitali), circostanza questa che non può essere rivalutata in questa sede tenuto conto che il ricorrente deduce la mera "opinabilità" della conclusione, situazione che rende anche il motivo generico perchè non contenente critica specifica sulle ragione per le quali l'aspetto, ritenuto elemento di prova della minore età, non fosse inequivoco di tale circostanza e della consapevolezza in capo al ricorrente.
4. Manifestamente infondato è il terzo motivo di ricorso con cui di deduce la violazione di legge sul ritenuto concorso dei reati di produzione di materiale pedopornografico e detenzione ex art. 609 quater c.p..
E' ben vero che questa Corte di legittimità ha chiarito che non è configurabile il concorso tra il reato di detenzione di materiale pornografico ed il reato di pornografia minorile, dovendo applicarsi, in virtù della clausola di riserva di cui all'art. 600-quater c.p., la più grave fattispecie di cui all'art. 600-ter c.p., rispetto alla quale la detenzione costituisce, quindi, un "post factum" non punibile. (Sez. 3, n. 2011 del 22/10/2014, B., Rv. 261597; Sez. 3, n. 1814 del 20/11/2007, 14/01/2008, Marchionni, Rv. 238567). Peraltro, tale affermazione presuppone l'identità tra materiale prodotto e quello detenuto, in quanto detenere implica che prima l'autore del fatto abbia procurato/prodotto il materiale pedopornografico. Ma qualora le immagini detenute e prima prodotte non siano le medesime deve ritenersi configurabile il concorso tra il reato di cui all'art. 600 ter c.p. e quello di cui all'art. 600 quater c.p. (ovviamente con riferimento alle immagini detenute diverse da quelle prodotte).
Nel caso in scrutinio, la corte milanese ha correttamente ritenuto il concorso di reati sul rilievo che le immagini di minori detenute sul computer erano ben diverse da quelle rappresentate nei file registrate nei camerini del negozio (pag. 5).
5. Infine, di carattere generico è il quarto motivo di ricorso con cui si deduce la violazione dell'art. 192 c.p.p. e dei canoni di valutazione della prova e della condanna al di là del ragionevole dubbio.
La circostanza che non venne sequestrato il telefono cellulare dell'imputato che avrebbe impedito di dimostrare il pericolo di diffusione è superata dalle considerazioni svolte con riguardo al primo motivo di ricorso, nel resto il motivo non supera il vaglio di ammissibilità in ragione della genericità della censura e anche riguardo alla dedotta violazione della legge processuale di cui all'art. 192 c.p.p..
6. Il ricorso deve essere pertanto rigettato e il ricorrente condannato al pagamento delle spese processuali nonchè alla rifusione delle spese del grado sostenute dalle parti civili che liquidano come da dispositivo.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali. Condanna altresì il ricorrente alla rifusione delle spese sostenute dalle parti civili A.L. e B.C., in qualità di esercenti la potestà genitoriale sulla figlia minore A.A., per il grado di giudizio, che liquida in Euro 3.510,00 oltre spese generale e accessori di legge, nonchè dalla parte civile Abercrombie & Fitch Italia srl che liquida, per il presente grado di giudizio, in Euro 3.510,00 oltre spese generale e accessori di legge.
Cassazione Penale Ord. Sez. 4 Num. 28122 Anno 2019Presidente: CIAMPI FRANC...