Source: http://www.penale.it/stampa.asp?idpag=969
Timestamp: 2018-12-14 15:41:22+00:00
Document Index: 64385325

Matched Legal Cases: ['art. 594', 'art. 595', 'art.5', 'art.630', 'art.4', 'art.8', 'art.9', 'art. 595', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 595', 'art. 595', 'art. 595', 'art. 133', 'art. 595', 'sentenza ', 'art.8', 'art.9', 'art.9']

Il reato di diffamazione previsto e punito dall'articolo 595 del codice penale, consiste nel fatto di chi, comunicando con più persone, offende la reputazione di una persona non presente.
La "reputazione" (o riputazióne) s. f. [der. di reputare]. –1. letter. Il fatto di reputare, la stima, il favore che si concede a uno: [la plebe] volse la sua riputazione a Mario, tanto che la lo fece quattro volte consule (Machiavelli). 2. Il fatto di essere reputato, la stima e la considerazione in cui si è tenuti da altri: come avvocato gode buona, ottima r.; si è procurato una pessima r.; qui in paese ha cattiva r.; r. d’avaro, d’incostante; è una ditta di solida reputazione. Assol., sempre in senso positivo, buono: debbo difendere la mia r.; quelle calunnie gli hanno fatto perdere, gli hanno rovinato la r.; parea che ti scemasse l’onore e la riputazione (Leopardi); è la passione che ho della riputazione del casato che mi fa parlare (Manzoni)1.
La reputazione, nel contesto dei delitti contro l'onore in special modo nell'ambito del delitto di diffamazione, non risiede in uno stato o sentimento individuale, indipendente dal mondo esteriore, nè tanto meno dal semplice amor proprio: la reputazione è il senso della dignità personale nell'opinione degli altri, un sentimento limitato dall'idea di ciò che, per la comune opinione, è socialmente esigibile da tutti in un dato momento storico. Ergo, nel delitto di ingiuria ex art. 594, c.p., viene tutelato l'onore in senso soggettivo, inteso come opinione o sentimento che un soggetto ha delle proprie qualità personali, mentre nel delitto di diffamazione viene protetto l'onore in senso oggettivo, visto come la stima che la persona offesa riscuote presso gli altri membri della comunità. In particolare, è affermato che nel delitto di diffamazione l'offesa alla reputazione può anche consistere nell'aggressione alla sfera del decoro professionale2.
L'elemento materiale nel reato di diffamazione, richiede: l'assenza dell'offeso;l'offesa all'altrui reputazione; la comunicazione a più persone.
Il terzo comma, dell'art. 595, c.p., prevede un’aggravante con previsione di autonoma misura di pena anche per l’ipotesi in cui l’offesa sia veicolata attraverso “qualsiasi altro mezzo di pubblicità” diverso dalla stampa e, pertanto, anche tramite Internet. E’ appena il caso di precisare che l’elemento della “presenza” (o della percezione), della persona offesa ha portato ad altalenanti orientamenti circa la qualificazione giuridica del fatto come ingiuria ovvero come diffamazione. Secondo il Manzini “se l’offeso fosse presente il fatto costituirebbe delitto di ingiuria ancorché all’offesa assistessero altre persone”.
Competenza funzionale: è la ripartizione in base al grado e allo stato del processo, con la quale si assegnano le indagini preliminari al GIP, l'udienza preliminare al GUP, il primo grado dibattimentale al tribunale o alla Corte d'assise, il secondo alla Corte d'Appello e l'ultimo alla Corte di Cassazione ;
Competenza per materia: è la ripartizione in base al tipo di reato da giudicare. Innanzitutto l'art.5 c.p.p. individua la competenza della Corte d'Assise, che giudica i delitti per i quali è prevista la pena dell'ergastolo o una reclusione di 24 anni, esclusi i delitti di tentato omicidio, rapina ed estorsione, con qualsiasi aggravante, nonché i delitti previsti dall'art.630 c.p. e dal D.P.R. 9 ottobre 1990, n.309 modificato dalla legge 21 aprile 1999 n.29, dai delitti consumati enunciati dagli artt. 579, 580 e 584 c.p. e da ogni delitto doloso se ha cagionato la morte di qualcuno, salvo per le ipotesi previste dagli artt.586, 588 e 593 c.p. Il giudice di pace giudica nei casi previsti dall'art.4 del d.lgs. 28 agosto 2000 n.274. Il tribunale in via residuale del resto
Competenza territoriale: è l'ultima ripartizione, operante dopo l'individuazione della materia, fra i vari distretti geografici. L'art.8 c.p.p. sancisce le regole per la determinazione del giudice territorialmente competente. Innanzitutto, è competente il giudice del luogo ove è stato consumato il reato. Se a causa del reato è morto qualcuno, però, competente è il giudice dell'avvenuta azione od omissione. Nel caso di reato permanente è competente in ogni caso il giudice del luogo in cui ha avuto inizio la consumazione, mentre nel caso di delitto tentato è competente il giudice dell'ultimo atto. L'art.9 soccorre i principi generali dell'8, qualora non sono determinabili i criteri d'individuazione: il giudice competente è innanzitutto quello dell'ultimo luogo noto in cui si è svolta parte dell'azione, e qualora non fosse comunque conoscibile, competente è il giudice della residenza, della dimora oppure del domicilio dell'imputato. Se anche in questo caso fosse impossibile risalire a un criterio, competente è il giudice della sede del PM che per primo ha iscritto la notizia di reato.
Per quanto concerne, il reato di diffamazione a mezzo internet ex art. 595, 3° comma, c.p., una premessa è d'obbligo per poter comprendere la problematica concernente la competenza territoriale.
In particolare, per quanto riguarda la diffamazionea mezzo internet e la normativa sulla stampa, la dottrina e la giurisprudenza si sono domandate se tale reato non debba più correttamente essere inquadrato e disciplinato alla stregua di ipotesi particolari, analogamente alla diffamazione a mezzo stampa o a mezzo di trasmissioni radio-televisive. Dapprima ci si è chiesti se si potesse direttamente richiamare la normativa sulla stampa e sulle trasmissioni radio-televisive. L'orientamento prevalso è stato di segno negativo scaturito dall'insormontabile divieto di analogia in malam partem vigente in materia penale. Un chiaro ostacolo all'interpretazione anzidetta è costituito proprio dalla definizione, espressamente dichiarata dalla giurisprudenza dominante insuscettibile di interpretazione estensiva, di stampato, data dallo stesso art. 1, l . n.° 47 del 1948, che fa riferimento a tutte le riproduzioni tipografiche o comunque ottenute con mezzi meccanici o fisico-chimici; appare evidente l'incompatibilità della suddetta definizione con le modalità di diffusione delle pubblicazioni a mezzo internet, che avvengono attraverso la collocazione di dati ed informazioni trasmessi per via telematica, tramite l'utilizzo della rete telefonica, al server di un cosiddetto provider o webmaster, accessibile a migliaia di utenti contemporaneamente, presso il quale le informazioni restano a disposizione nei diversi siti in modo tale che ciascun interessato può leggerle e conservarle mediante il proprio computer. Peraltro, alla luce delle pur generiche definizioni contenute nella normativa sovranazionale di riferimento, è di tutta evidenza come, in ossequio al principio di stretta legalità, le trasmissioni via internet non possano che ritenersi estranee alle previsioni penali relative alla radio-televisione, poiché esse avvengono con modalità del tutto differenti, e dunque incomparabili, rispetto alle trasmissioni oggetto della regolamentazione operata dalla normativa in esame. Tuttavia, uno spiraglio per un'equiparazione di internet agli altri mezzi di comunicazione è stato fornito dalla l. 7 marzo 2001, n.° 62 sul diritto d'autore, la quale, se pur ad altri fini, fornisce una definizione di prodotto editoriale che si estende sino a ricomprendere qualsiasi prodotto su supporto cartaceo o su supporto informatico destinato a pubblicazione o diffusione con ogni mezzo anche elettronico. Alcuni giudici di merito hanno affermato che il sito internet deve essere ritenuto prodotto editoriale ai sensi dell'art. 1, l . n.° 62 del 2001, in quanto prodotto realizzato su supporto informatico destinato alla diffusione di informazioni con mezzo elettronico attraverso l'immissione nella rete mondiale, accessibile in pratica a chiunque, di una serie di opinioni e informazioni.
Sul punto è altresì intervenuta un'ulteriore pronuncia di merito3 che, ritenendo insuperabili le molteplici e rilevanti obiezioni ad un'equiparazione, quantomeno in campo penalistico, tra internet e stampa, riafferma l'incompatibilità delle caratteristiche tecniche di internet con la definizione di stampato fornita dalla l. n.° 47 del 1948, non potendosi ignorare come il concetto di riproduzione, che ne costituisce il fulcro, presupponga - da un punto di vista logico - una distinzione fisicamente percepibile tra l'oggetto da riprodurre e le sue riproduzioni, essendo poi indifferente il procedimento fisico-chimico mediante il quale la riproduzione viene posta in essere.
Con riferimento alla diffamazione a mezzo internet e l'aggravante speciale per offese commesse con un qualsiasi mezzo di pubblicità, ex art. 595 comma 3 c.p., l' orientamento giurisprudenziale ormai dominante, consolidatosi a seguito di una pronuncia intervenuta in tal senso da parte della Suprema Corte4, è incline a sussumere la diffamazione a mezzo internet in un'ipotesi aggravata, riveniente non già dall'applicazione della disciplina sulla stampa o sulla radio-televisione, bensì dello stesso art. 595 c.p., che al comma 3 prevede un'aggravante speciale per l'offesa “recata...con qualsiasi altro mezzo di pubblicità”. Tuttavia, parte della dottrina dubita che internet sia pacificamente riconducibile all'estensione semantica dell'espressione altro mezzo di pubblicità, contenuta nell'art. 595, comma 3, c.p.; ad avviso di alcuni autori, invero, l'estensione numerica degli utenti raggiungibili dal messaggio diffamatorio è al più suscettibile di incidere in sede di esercizio del potere discrezionale del giudice in sede di commisurazione della pena ex art. 133 c.p., ma non può in alcun modo fungere di per sé da elemento di distinzione fra un mezzo normale di comunicazione e un mezzo di pubblicità, poiché il requisito della comunicazione con più persone richiede, in ogni caso, una potenzialità divulgativa: al contrario, la distinzione dovrebbe fondarsi su un connotato valutabile aprioristicamente, che qualifichi il mezzo divulgativo utilizzato in base alla sua natura e non al risultato in concreto sortito sul presupposto di un dato variabile come la consistenza numerica effettiva delle persone raggiunte dal messaggio. In altre parole, si può affermare che l'estensione numerica degli utenti raggiungibili dal messaggio diffamatorio non è decisiva ai fini della configurazione dell'aggravante in questione.
Tuttavia, la dottrina prevalente concorda nel ritenere che l'art. 595 c.p., contempli un reato di pericolo c.d. concreto; ed invero, se da un lato non vi è alcuna necessità di accertare che la reputazione o l'onore del soggetto abbiano effettivamente subito un danno per effetto della condotta diffamatoria, pure è essenziale che il giudice accerti, caso per caso, esaminando e valutando il fatto nella sua singolarità storica, nei suoi elementi costitutivi di azione e di evento, al fine di trarre il convincimento della sussistenza degli estremi oggettivi e soggettivi della lesione, che esista quantomeno una rilevante possibilità di verificazione dell'evento temuto.
La suddetta dottrina riconosce come, in caso di immissione di materiale diffamatorio in internet, si debba addirittura dubitare se e quando possa dirsi realizzata un'effettiva comunicazione e se questa sia comunque imputabile all'agente, visto che vi è una pluralità indeterminata di destinatari; essi, peraltro, non vengono neppure «avvisati», come avviene invece per il destinatario (determinato) di un' e-mail, dell'esistenza concreta del messaggio, ma autonomamente possono acquisirne cognizione accedendo ai servers in cui è memorizzato e tanto solo se previamente lo ricercano, con un loro volontario comportamento, pur ignorandone, fino alla totale o parziale lettura, il preciso contenuto ed anzi spesso anche la concreta esistenza5.
Medesima soluzione è stata fornita dalla Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione, con sentenza n.964/2011, massimata al n.16307/2011 (che si colloca nell'alveo tracciato dalla stessa Prima Sezione con decisione n.2739/2010), la quale ha statuito, in un caso di conflitto positivo di competenza per territorio, che in fattispecie di diffamazione a mezzo Internet, ai fini dell'individuazione del Giudice competente, "sono inutilizzabili, in quanto di difficilissima se non impossibile individuazione, criteri oggettivi unici, quali ad esempio quelli di prima pubblicazione, di immissione della notizia nella rete, di accesso del primo visitatore" ed inoltre che "non è neppure utilizzabile quello del luogo in cui è situato il server (che può trovarsi in qualsiasi parte del mondo), in cui il provider alloca la notizia". Per tali ragioni, ha concluso la Suprema Corte, "ne consegue che non possono trovare applicazione né la regola stabilita dall'art.8 del c.p.p., nè quella fissata dall'art.9 comma 1 del c.p.p." ma bisogna "fare ricorso ai criteri suppletivi fissati dal secondo comma del predetto art.9 c.p.p., ossia al luogo di domicilio dell'imputato".
Dott. Salvatore Camonita, settembre 2011
1 http://www.treccani.it/vocabolario/tag/reputazione/
2Cass., 17 maggio 1982 n. 154268