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Timestamp: 2019-07-22 16:14:49+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 21', 'art. 25', 'art. 118', 'art. 15', 'art. 118', 'sentenza\n']

Sentenza 23 luglio | Unius REI king Israel
4. Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio Sez. III Bis
Sentenza 23 luglio 2003 n. 8128
Il Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio Sez. III bis
Eduardo PUGLIESE Consigliere
Vito CARELLA Consigliere
SENTENZA sul ricorso n. 6621 del 2003 proposto da UNIONE MUSULMANI D’ITALIA con sede in Palestrina
(RM) in persona del presidente e legale rappresentante Adel Smith rappresentata e difesa dall’avv.
Nicola Recchia presso il quale domicilia in Rieti Via delle Ortensie n. 36;
• il Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca;
• il Ministero della Salute;
• il Ministero dell’Interno in persona dei rispettivi Ministri p. t. rappresentati e difesi ex lege
dall’Avvocatura Generale dello Stato presso la quale domicilia in Roma Via dei Portoghesi n. 12;
il silenzio dei predetti Ministeri a seguito degli atti di diffida tutti datati 3 marzo 2003 ad assi notificati in
data 4 e 5 marzo 2003.
Vista la memoria prodotta dalle parti resistenti a sostegno delle loro difese; Visti gli atti tutti della
Udito alla Camera di Consiglio del 23 luglio 2003 il relatore Consigliere Eduardo Pugliese e uditi
altresì l’avv. Nicola Recchia per la ricorrente e l’avv. dello Stato Agnese Soldani per le amministrazioni
Con ricorso notificato alle Amministrazioni in epigrafe indicate il 30 maggio 2003 e depositato nei
termini la ricorrente Unione Musulmani d’Italia chiede a questo Tribunale che voglia “annullare il
silenzio del Ministero dell’Università e Ricerca del Ministero della Salute e del Ministero dell’Interno
alle diffide loro inoltrate e sopra meglio specificate (notificate il 4 e 5 marzo 2003) nonché ordinare al
Ministero dell’Istruzione Università e Ricerca al Ministero della Salute ed al Ministero dell’Interno di
provvedere sugli atti di diffida loro rispettivamente notificati entro il termine di cui all’art. 21 bis L.
1034/1971”.
Con tali atti i Ministeri appena indicati sono stati diffidati ed invitati a rimuovere dai locali di rispettiva
competenza quel particolare tipo di simbolo religioso costituito dal crocifisso.
Lamenta in particolare la ricorrente il fatto che pur essendo la chiesta attività da parte di dette P. A.
“doverosa in ragione delle motivazioni tutte compiutamente esposte negli atti di diffida ai quali
tuttavia non è stato dato seguito alcuno” “i Ministeri prima detti sono rimasti del tutto inerti in tal modo
ponendo in essere una palese violazione di legge per tramite del loro comportamento del tutto
omissivo”.
Si costituiva in giudizio in nome e per conto delle Amministrazioni intimate l’Avvocatura generale
dello Stato che con memoria del 19 luglio 2003 chiedeva la reiezione dell’interposto gravame ed
eccepiva preliminarmente l’inammissibilità del ricorso per carenza dei presupposti di formazione del
silenzio rifiuto.
Alla Camera di Consiglio odierna la causa veniva spedita in decisione.
Con il ricorso in epigrafe indicato la ricorrente Unione Musulmani d’Italia impugna il silenzio rifiuto che
si sarebbe formato su propri atti di diffida – tutti datati 3 marzo 2003 notificati ai Ministeri
dell’Istruzione Università e Ricerca della Salute e dell’Interno rispettivamente in data 4 marzo 5
marzo e 4 marzo 2003 – perché ciascun Ministero provvedesse “ad adottare nei termini di legge ogni
atto e provvedimento necessario ed idoneo ad assicurare la rimozione da tutti i locali pubblici
ricompresi negli uffici di competenza dei crocifissi ivi esposti”.
Il ricorso è inammissibile essendo fondata ed assorbente l’eccezione in proposito sollevata in
memoria dall’Avvocatura generale dello Stato relativa a “carenza dei presupposti di formazione del
silenzio rifiuto”.
E’ giurisprudenza ormai univoca e costante nel tempo dei TT. AA. RR. e del Consiglio di Stato quella
secondo cui il procedimento di formazione del silenzio rifiuto è regolamentato dall’art. 25 del T. U. delle
disposizioni sugli impiegati civili dello Stato approvato con DPR 10 gennaio 1957 n. 3.
Detto articolo dopo aver previsto al primo comma che “l’omissione di atti e di operazioni al cui
compimento l’impiegato sia tenuto per legge o per regolamento deve esser fatta constare da chi vi ha
interesse mediante diffida notificata all’impiego e all’amministrazione a mezzo di ufficiale giudiziario”
stabilisce in particolare al comma successivo che “quando si tratti di atti o di operazioni da compiersi
ad istanza dell’interessato la diffida è inefficace se non siano trascorsi sessanta giorni dalla data di
presentazione dell’istanza stessa”.
Ciò posto è agevole osservare come nel caso specifico in cui si versa indubbiamente in un’ipotesi di
cui al citato secondo comma la sequenza procedimentale disegnata dalla norma (e cioè
presentazione dell’istanza dell’interessato; inerzia dell’Amministrazione per almeno 60 gg. dalla
presentazione dell’istanza stessa; formale diffida ad adempire notificata a mezzo di ufficiale
giudiziario; ulteriore inerzia dell’Amministrazione per ulteriori 30 giorni) non sia stata rispettata posto
che parte ricorrente – così come si evince dagli atti di causa nonché dalla stessa prospettazione
fattane in ricorso – si è limitata a notificare a mezzo di ufficiale giudiziario una diffida ad adempire
“significando altresì che in mancanza si procederà in via giurisdizionale” così facendo mancare si
osserva proprio quel primo indispensabile anello della catena procedimentale.
L’omissione di che trattasi – come ben osservato dall’Avvocatura generale dello Stato nella memoria
difensiva depositata nell’imminenza dell’odierna Camera di Consiglio – comporta che nessun
procedimento amministrativo è iniziato e dunque nessun obbligo di provvedere a carico della Pubblica
Amministrazione è mai sorto tanto più che a ben vedere il vero e proprio “silenzio procedimentale”
non è tanto quello relativo al periodo intercorrente tra la notifica della diffida ed i 30 giorni successivi
quanto piuttosto quello relativo al periodo intercorrente tra la proposizione dell’istanza a provvedere
ad iniziativa del privato ed i successivi giorni entro i quali l’Amministrazione pur essendo tenuta a
provvedere non provveda così rimanendo inerte in altri termini perché si abbia silenzio
giurisdizionalmente impugnabile l’inerzia dell’Amministrazione ((beninteso nell’ipotesi di cui al
secondo comma) è da individuarsi non solo con riferimento ai 30 giorni successivi alla diffida
(necessari laddove la Pubblica Amministrazione non abbia provveduto dopo l’iniziale istanza) ma
anche ed in primo luogo con riferimento agli iniziali 60 giorni successivi all’istanza ad adempiere
senza che l’Amministrazione abbia adempiuto.
Deve quindi concludersi con la predetta Avvocatura che trattandosi dunque nel caso di specie di
procedimento ed iniziativa de privato e non d’ufficio laddove non vi sia stata l’iniziale istanza di che
trattasi è il procedimento stesso a venire a mancare e se non vi è procedimento non può esservi
neanche provvedimento con la conseguenza che il soggetto volta per volta interessato non può
dolersi di alcun silenzio provvedimentale.
Il ricorso va dunque dichiarato inammissibile ma si rinvengono sussistere giusti motivi perché sia
disposta l’integrale compensazione tra le parti delle spese delle competenze e degli onorari di causa.
Il Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio – Sezione III bis – dichiara inammissibile il ricorso
indicato in epigrafe e compensa le spese.
Così deciso in Roma nella Camera di Consiglio del 23 luglio 2003.
Il Consigliere est. Eduardo PUGLIESE
5. Avvocatura dello stato di Bologna Parere 16 luglio 2002
Crocifissi in aule delle scuole dell’obbligo
Dispone l’art. 118 R. D. 30. 4. 1924 n. 965 relativamente agli istituti di istruzione media (in senso analogo
a quanto previsto dell’Allegato C R. D. 26. 4. 1928 n. 1927 relativamente agli istituti di istruzione
elementare) che ogni aula abbia l’immagine del crocifisso.
Con parere n. 63/1988 del 27 aprile 1988 il Consiglio di Stato Sez. II dopo aver premesso la
necessità sotto il profilo interpretativo di tenere distinta la normativa riguardante l’affissione
dell’immagine del crocefisso nella scuola da quella relativa all’insegnamento della religione cattolica si
è occupato di stabilire se le disposizioni citate le quali consentono l’esposizione dell’immagine del
Crocefisso nelle scuole siano tuttora vigenti oppure siano da ritenere implicitamente abrogate perchè
in contrasto con il nuovo assetto normativo in materia derivante dall’Accordo con protocollo
addizionale intervenuto tra la repubblica Italiana e la Sante Sede con il quale sono state apportate
modificazioni al Concordato Lateranense dell’11. 2. 1929.
Il Consiglio di Stato ha affermato che le norme contenute nei citati arti. 118 R. D. n. 965/24 e R. D.
1297/28 sono tuttora vigenti e non possono essere considerate abrogate implicitamente dalla
regolamentazione concordataria sull’insegnamento della religione cattolica derivante dall’Accordo
con protocollo addizionale intervenuto tra la Repubblica Italiana e la Santa Sede di modifica al
Concordato Lateranense dell’11. 2. 1929.
Ha argomentato il Consiglio di Stato infatti premesso che “il Crocefisso o più esattamente la Croce
a parte il significato per i credenti rappresenta il simbolo della civiltà e della Cultura cristiana nella
sua radice storica come valore universale indipendentemente da specifica confessione religiosa” “le
due norme citate di natura regolamentare sono preesistenti ai Patti Lateranensi e non si sono mai poste in contrasto con questi ultimi.
Nulla infatti viene stabilito nei Patti Lateranensi relativamente all’esposizione del Crocefisso nelle scuole o più in generale negli uffici pubblici nelle aule dei tribunali e negli altri luoghi nei quali il
Crocefisso o la Croce si trovano ad essere esposti.
Conseguentemente le modificazioni apportate al Concordato Lateranense con l’accordo ratificato e reso esecutivo con la Legge 25 marzo 1985 n. 121 non contemplando esse stesse in alcun modo la
materia de qua così come nel concordato originario non possono influenzare nè condizionare la vigenza delle norme regolamentari di cui trattasi.
“Non si è quindi tuttora verificata nei confronti delle medesime alcuna delle condizioni previste dall’art. 15 delle disposizioni sulla legge in generale. In particolare non appare ravvisabile un rapporto
di incompatibilità con norme sopravvenute nè può configurarsi una nuova disciplina dell’intera materia
già regolata dalle norme anteriori.
“Occorre poi anche considerare che la Costituzione Repubblicana pur assicurando pari libertà a
tutte le confessioni religiose non prescrive alcun divieto alla esposizione nei pubblici uffici di un
simbolo che come quello del Crocefisso per i principi che evoca e dei quali si è già detto fa parte del
“Né pare d’altra parte che la presenza dell’immagine del Crocefisso nelle aule scolastiche possa
costituire motivo di costrizione della 1ibertà individuale a manifestare le proprie convinzioni in materia
“Conclusivamente quindi poichè le disposizioni di cui all’art. 118 del R. D. 30 aprile 1924 n. 965 e
quelle di cui all’allegato C del R. D. 26 aprile 1928 n. 1297 concernenti l’esposizione del Crocefisso nelle scuole non attengono all’insegnamento nella religione cattolica nè costituiscono attuazione
degli impegni assunti dallo Stato in sede concordataria deve ritenersi che esse siano tuttora legittimamente operanti”.
Tale orientamento interpretativo è coerente del resto con l’interpretazione data dalla Corte Costituzionale degli arti. 2 3 7 e 19 Cost. dalla giurisprudenza della Corte Costituzionale (sentenza
nn. 203 del 1989; 13 del 1991; 290 del 1992) emerge in particolare che gli arti. 3 e 19 Cost tutelano i
valori di libertà religiosa nella duplice specificazione di divieto a) che i cittadini siano discriminati per
motivi di religione; b) che il pluralismo religioso limiti la libertà negativa di non professare alcuna
religione. Tali valori concorrono con altri (artt. 2 7 8 e 20 Cost. ) a struttura il principio di laicità dello
Stato che non implica indifferenza dello Stato dinanzi alle religioni ma garanzia dello Stato per la
salvaguardia della libertà di religione in regime di pluralismo confessionale e culturale (casi
testualmente sent. n. 203).
La Corte di Cassazione (Sez. 111 13. 10. 1998) ha affermato in particolare che non contrasta con il
principio di libertà religiosa formativa della Costituzione la presenza del Crocefisso nelle aree
scolastiche “Il principio della libertà religiosa infatti collegato a quello di uguaglianza importa
soltanto che a nessuno può essere imposta per legge una prestazione di contenuto religioso ovvero
contrastante con i suoi convincimenti in materia di culto fermo restando che deve prevalere la tutela
20. della libertà di coscienza soltanto quanto la prestazione richiesta o imposta da una specifica
disposizione abbia un contenuto contrastante con l’espressione di detta libertà condizione questa
non ravvisabile nella fattispecie” nella quale si discuteva della lesività del principio di libertà religiosa
proprio ad opera dell’esposizione del crocefisso nell’aula scolastica adibita a seggio elettorale. Conclusivamente dunque
1) le disposizioni che prevedono l’affissione del Crocefisso nelle aree scolastiche vanno ritenute ancora in vigore;
2) l’affissione del Crocefisso va ritenuta non lesiva de! principio di libertà religiosa. A cura di Alessandro Toniolo
Sentenza 23 luglioultima modifica: 2013-12-26T09:39:59+01:00da unius-rei
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