Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-23697-del-10-10-2017
Timestamp: 2020-08-15 14:35:47+00:00
Document Index: 147530057

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 378', 'art. 360', 'art. 2119', 'art. 360', 'art. 2', 'art. 1', 'art. 360', 'art. 116', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 10', 'art. 17', 'art. 2109', 'art. 2697', 'art. 36', 'art. 2109', 'art. 10', 'art. 2697', 'art. 7', 'art. 10', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 378', 'art. 43', 'art. 41', 'art. 95', 'art. 96', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 360', 'art. 116', 'art. 116', 'art. 360', 'art. 116', 'art. 360', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 132', 'art. 366', 'art. 369', 'art. 360', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 10', 'sentenza ', 'art. 2697', 'art. 360', 'art. 3', 'art. 2119', 'sentenza ', 'art. 13', 'art. 13', 'art. 13']

Sentenza Cassazione Civile n. 23697 del 10/10/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23697 del 10/10/2017
Cassazione civile, sez. lav., 10/10/2017, (ud. 09/05/2017, dep.10/10/2017), n. 23697
sul ricorso 9701-2015 proposto da:
elettivamente domiciliata in ROMA, VIA ANCONA 20, presso lo studio
dell’avvocato FAUSTO FUSCO, che lo rappresenta e difende unitamente
all’avvocato FABRIZIO DALLA COSTA, giusta delega in atti;
M.G., V.A.;
M.G., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA GOMENIZZA 3,
presso lo studio dell’avvocato MICHELINO LUISE, rappresentato e
difeso dall’avvocato FLAVIO MATTIUZZO, giusta delega in atti;
V.A., (OMISSIS) SRL;
avverso la sentenza n. 101/2015 della CORTE D’APPELLO di TRIESTE,
depositata il 17/03/2015 R.G.N. 454/2013;
09/05/2017 dal Consigliere Dott. ANNALISA DI PAOLANTONIO;
udito l’Avvocato DALLA COSTA FABRIZIO.
1. La Corte di Appello di Trieste ha accolto parzialmente il gravame proposto da M.G. avverso la sentenza del Tribunale di Tolmezzo che, pronunciando sulle domande formulate con tre distinti ricorsi nei confronti della s.r.l. (OMISSIS), aveva ritenuto fondata solo quella volta ad ottenere il pagamento del trattamento di fine rapporto, mentre aveva respinto le pretese basate sull’illegittimità ed ingiustificatezza del licenziamento nonchè sul mancato godimento delle ferie annuali.
2. La Corte territoriale, per quel che qui rileva, ha ritenuto che i fatti addebitati con la lettera di contestazione del 22 gennaio 2010, alla quale aveva fatto seguito il licenziamento intimato il successivo 4 febbraio, non integrassero giusta causa di recesso, perchè il contenuto del carteggio intercorso fra le parti doveva essere valutato considerando, da un lato, che il ruolo di presidente del consiglio di amministrazione della società era ricoperto dalla madre dell’appellante; dall’altro che quest’ultimo, socio di minoranza, aveva redatto le comunicazioni in un clima interpersonale e societario problematico, dopo la revoca della carica di amministratore e quando ancora non era chiaro quali fossero i compiti riservatigli, in ragione del solo ruolo dirigenziale ricoperto nell’azienda. Il giudice di appello ha aggiunto che non era stata provata la asserita indisponibilità a svolgere specifiche attività nel periodo dicembre 2009-gennaio 2010, perchè i testi avevano reso dichiarazioni generiche e le buste paga dimostravano che nel periodo in questione il M. aveva svolto trasferte all’estero ed aveva anche prestato attività nel periodo natalizio.
4. Quanto alle ferie non godute, il giudice di appello, richiamata giurisprudenza di questa Corte, ha evidenziato che l’appellante aveva piena autonomia decisionale “nella determinazione del se e del quando” godere del riposo annuale, sicchè per pretendere la monetizzazione delle ferie non godute avrebbe dovuto dimostrare la ricorrenza di eccezionali ed obiettive esigenze aziendali che ne avevano impedito la fruizione. In assenza di allegazione e di prova al riguardo il diritto al pagamento dell’indennità sostitutiva doveva essere limitato alla sola annualità in corso al momento del licenziamento.
6. Con atto del 21 aprile 2017 si è costituita in giudizio la Curatela del Fallimento della s.r.l. (OMISSIS) che ha concluso per l’accoglimento del ricorso principale e per la dichiarazione di improcedibilità del ricorso incidentale. Entrambe le parti hanno depositato memoria ex art. 378 c.p.c..
1.1 Con il primo motivo del ricorso principale la s.r.l. (OMISSIS) denuncia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, violazione o falsa applicazione di norme di diritto e di contratti collettivi di lavoro, in relazione all’art. 2119 c.c. ed al C.C.N.L. 25 novembre 2009 per i dirigenti di aziende industriali. Sostiene la società ricorrente che la Corte territoriale avrebbe dovuto “riempire di contenuto concreto” la clausola generale e quindi, sulla base di fattori esterni relativi alla coscienza generale nonchè di principi tacitamente richiamati dalla disposizione sopra indicata, indicare quale dovesse essere il parametro valutativo. Nel far ciò il giudice di appello avrebbe dovuto considerare l’intensità del vincolo fiduciario che caratterizza il rapporto di lavoro dirigenziale e che deriva dal ruolo ricoperto in seno all’azienda dal dirigente.
1.2. Il secondo motivo del ricorso principale è formulato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 per violazione e falsa applicazione degli artt. 1362,1366,1375,2104,2106 e 2119 c.c., dell’art. 2Cost., dell’art. 1 del C.C.N.L. 25/11/2009 per i dirigenti di aziende industriali. Ad avviso della ricorrente la Corte territoriale avrebbe compiuto una errata sussunzione della fattispecie concreta nel parametro normativo della norma elastica, perchè, diversamente da quanto ritenuto dal giudice di merito, sicuramente integra giusta causa di licenziamento il rifiuto del dirigente di svolgere l’attività connessa al ruolo assegnatogli, accompagnato dalla contestuale richiesta di acquisizione della maggioranza delle quote sociali. La condotta addebitata di “ammutinamento” emergeva con evidenza dal contenuto della documentazione prodotta, sicchè la Corte territoriale non poteva escludere la sussistenza di una giusta causa di recesso, avendo il M. palesemente violato il dovere di diligenza, attraverso un comportamento contrario ai principi di correttezza e buona fede.
1.3. Con la terza censura il ricorso principale denuncia, ex art. 360 c.p.c., nn. 4 e 5, violazione dell’art. 116 c.p.c., nullità della sentenza impugnata, omesso esame circa un fatto decisivo che è stato oggetto di discussione tra le parti. La società si duole del “completo scollamento logico/letterale/intenzionale tra i documenti letti e il relativo passaggio motivazionale della sentenza” e, dopo avere trascritto nel ricorso il contenuto della documentazione, torna ad insistere sulla evidenza della “volontà di ammutinamento e di boicottaggio totale” che avrebbe ispirato la condotta tenuta dal M., di gravità tale da giustificare la immediata cessazione del rapporto. Nella sintesi del motivo si sostiene che il giudice del merito avrebbe omesso di motivare sui fatti rappresentati nei documenti 10-11-12, richiamati nella lettera di contestazione, decisivi perchè idonei a provare la indisponibilità assoluta del dirigente a collaborare con i vertici aziendali.
1.4. Il quarto motivo censura il capo della sentenza relativo all’indennità sostitutiva di ferie non godute riconosciuta dalla Corte territoriale per il solo anno 2010 e addebita alla sentenza impugnata la “violazione o falsa applicazione di norme di diritto e dei contratti collettivi nazionali di lavoro con riferimento al dirigente (D.Lgs. n. 66 del 2003, art. 10, commi 1 e 2, e art. 17, comma 5; art. 2109 c.c., commi 2 e 3, art. 2697 c.c. e art. 36 Cost.)”. La ricorrente principale sostiene, in sintesi, che il principio in forza del quale al dirigente l’indennità sostitutiva può essere liquidata solo in presenza di oggettive ed eccezionali esigenze aziendali ostative alla fruizione, doveva indurre il giudice di appello ad escludere il diritto anche in relazione all’anno 2010.
2.1. Il ricorso incidentale denuncia, con il primo motivo, “violazione e falsa applicazione della disciplina in materia di diritto alle ferie ed indennità sostitutiva (art. 2109 c.c., D.Lgs. n. 66 del 2003, art. 10 e del D.Lgs. n. 213 del 2004 in attuazione delle Direttive 93/104/CE e 2000/34/CE) in relazione all’art. 2697 c.c., agli artt. 3,32 e 36 Cost., all’art. 7 della direttiva UE 2003/88 e delle pronunce della Corte di giustizia “. Premesso che il diritto alle ferie annuali retribuite è riconosciuto come inderogabile, oltre che dalla Carta Costituzionale, dal diritto dell’Unione, il ricorrente incidentale richiama le pronunce della Corte di Giustizia con le quali è stato affermato che al termine del rapporto le ferie non godute devono essere monetizzate, a prescindere dalla qualifica rivestita dal lavoratore, con conseguente illegittimità di disposizioni o prassi nazionali che limitino il diritto, prevedendo condizioni non richieste dalla direttiva. Aggiunge che il D.Lgs. n. 66 del 2003, art. 10riproduce esattamente la norma comunitaria e, quindi, non legittima ulteriori condizioni, di esclusiva derivazione giurisprudenziale, quale è quella della assenza del potere del dirigente di determinarsi nella fruizione delle ferie.
2.3. La terza censura, formulata sempre ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, denuncia “contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, quanto alla ritenuta ingiustificatezza del licenziamento”. In sintesi il ricorrente incidentale rileva che la Corte, dopo avere ritenuto tutte le condotte contestate insussistenti o, comunque, non idonee a giustificare il licenziamento, non poteva negare, se non incorrendo in un assoluto contrasto logico con le premesse, l’indennità supplementare. Aggiunge che la sentenza impugnata, sia pure incidentalmente, ha accertato il difetto di specificazione delle contestazioni poste alla base del recesso datoriale, sicchè la indennità rivendicata doveva essere riconosciuta anche per il mancato rispetto dei principi del procedimento disciplinare.
3. Occorre preliminarmente rilevare che non è fondata l’eccezione di estinzione del giudizio per mancata riassunzione, sollevata dalla difesa del controricorrente nella memoria ex art. 378 c.p.c..
Infatti nel giudizio di cassazione, dominato dall’impulso d’ufficio, non trovano applicazione le cause di interruzione del processo previste in via generale dalla legge, fra le quali va ricompresa anche quella disciplinata dalla L. Fall., art. 43 nel testo modificato dal D.Lgs. 9 gennaio 2006, n. 5, art. 41 (Cass. 13.10.2010 n. 21153; Cass. 5.7.2011 n. 14786; Cass. 31.5.2012 n. 8685; Cass. 17.7.2013 n. 17450).
3.1. Parimenti infondata è l’eccezione, formulata dalla difesa della Curatela, di improcedibilità del ricorso incidentale. La giurisprudenza di questa Corte, infatti, è consolidata nell’affermare che le disposizioni della legge fallimentare, (R.D. 16 marzo 1942, n. 267, art. 95 e art. 96 stesso R.D. come modificato dal D.Lgs. 9 gennaio 2006, n. 5 e dal D.Lgs. 12 settembre 2007, n. 169) nella parte in cui prevedono il potere del curatore di impugnare la sentenza non ancora passata in giudicato sfavorevole per il fallito, devono essere interpretate estensivamente perchè altrimenti il creditore che abbia visto respinta la propria pretesa si troverebbe a dover subire gli effetti preclusivi derivanti dal giudicato (Cass.n. 18088/2007; Cass. n. 26041/2010; Cass. n. 19335/2013; Cass. n. 3338/2015). A maggior ragione non rende improcedibile l’impugnazione la dichiarazione di fallimento che sia intervenuta dopo l’instaurazione del giudizio di gravame.
4.1. E’ stato anche affermato che il vizio di motivazione può concernere soltanto una questione di fatto e mai di diritto, sicchè la violazione o falsa applicazione di norma di diritto, ex art. 360 c.p.c., n. 3, ricorre o non ricorre a prescindere dalle argomentazioni poste dal giudice a fondamento della decisione, rilevando solo che, in relazione al fatto accertato, la norma non sia stata applicata quando doveva esserlo, oppure lo sia stata quando non si doveva applicarla, o, infine, che sia stata male applicata (Cass. 24.10.2007 n. 22348; Cass. 15.12.2014 n. 26307).
4.3. Dalla applicazione congiunta dei principi sopra richiamati discende la infondatezza del primo motivo, perchè la censura, con la quale si addebita alla Corte territoriale di non avere concretizzato la nozione di giusta causa mediante adeguata indicazione del parametro valutativo, si risolve in una denuncia di vizio di motivazione che, come si è detto, rileva solo ai fini dell’accertamento del fatto e non nell’interpretazione della norma giuridica, alla quale deve essere equiparata la specificazione della clausola generale.
Il giudice di appello ha in tal modo indicato il parametro valutativo assunto ed ha correttamente interpretato la nozione legale di giusta causa perchè la definizione fornita dalla decisione sopra richiamata, sebbene sintetica, è in linea con l’orientamento consolidato di questa Corte secondo cui “la giusta causa di licenziamento deve rivestire il carattere di grave negazione degli elementi essenziali del rapporto di lavoro e, in particolare, dell’elemento fiduciario, dovendo il giudice valutare, da un lato, la gravità dei fatti addebitati al lavoratore, in relazione alla portata oggettiva e soggettiva dei medesimi, alle circostanze nelle quali sono stati commessi e all’intensità del profilo intenzionale, dall’altro, la proporzionalità fra tali fatti e la sanzione inflitta, per stabilire se la lesione dell’elemento fiduciario, su cui si basa la collaborazione del prestatore di lavoro, sia tale, in concreto, da giustificare la massima sanzione disciplinare” (Cass. 18.9.2012 n. 15654 e negli stessi termini Cass. 26.4.2012 n. 6482).
5. Quanto, poi, al vizio di sussunzione, denunciato nel secondo motivo, va premesso che in linea generale lo stesso “consiste o nell’assumere la fattispecie concreta giudicata sotto una norma che non le si addice, perchè la fattispecie astratta da essa prevista – pur rettamente individuata e interpretata – non è idonea a regolarla, o nel trarre dalla norma in relazione alla fattispecie concreta conseguenze giuridiche che contraddicano la pur corretta sua interpretazione.” (Cass. 26.9.2005 n. 18782 e Cass. 23.9.2016 n. 18715).
E’ stato evidenziato da questa Corte che, sebbene detto vizio sia ipotizzabile anche nel caso di norme che contengano clausole generali o concetti giuridici indeterminati, tuttavia per consentirne lo scrutinio in sede di legittimità, è indispensabile, così come in ogni altro caso di dedotta falsa applicazione di legge, che si parta dalla ricostruzione della fattispecie concreta come effettuata dai giudici di merito; altrimenti si trasmoderebbe nella revisione dell’accertamento di fatto di competenza di detti giudici (Cass. n. 18715 del 2016 cit.).
In particolare, con riferimento alla nozione di giusta causa, poichè, come si è visto, gli elementi da valutare sono molteplici e attengono ai profili oggettivi e soggettivi della condotta, il giudizio complessivo espresso dal giudice del merito è necessariamente frutto di selezione e valutazione comparativa, per cui un vizio di sussunzione può essere validamente denunciato solo qualora la parte ricorrente non si limiti ad invocare “una diversa combinazione dei parametri ovvero un diverso peso specifico di ciascuno di essi” ma denunci “che la combinazione e il peso dei dati fattuali, così come definito dal giudice del merito, non consente comunque la riconduzione alla nozione legale di giusta causa di licenziamento.”
Solo in detta ultima ipotesi, infatti, si richiede al giudice di legittimità di esprimere un giudizio di valore, mentre nel primo caso, ossia quando si assuma che un parametro è stato trascurato o erroneamente ritenuto subvalente rispetto ad altri aspetti della condotta, la censura mira ad ottenere un giudizio di fatto sulla gravità del comportamento, difforme da quello espresso dal giudice del merito, e quindi esula dal vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 3.
6. Ad analoghe conclusioni si giunge in relazione alla terza censura, attraverso la quale la società ricorrente tenta di ricondurre alla violazione dell’art. 116 c.p.c. ed al vizio di omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio lo “scollamento logico rispetto ai fatti rappresentati nei documenti di provenienza del dirigente” della motivazione, ma in concreto sollecita una diversa valutazione della produzione documentale.
La giurisprudenza di questa Corte è consolidata nell’affermare che la deduzione della violazione dell’art. 116 c.p.c. è ammissibile ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, solo qualora si alleghi che il giudice, nel valutare una risultanza probatoria, non abbia operato, in assenza di specifica indicazione normativa, secondo il suo “prudente apprezzamento”, ed abbia preteso di attribuire alla stessa il valore che il legislatore riferisce ad una differente risultanza probatoria (ad esempio il valore dell’atto pubblico ad un documento non proveniente da pubblico ufficiale), nonchè, qualora la prova sia soggetta ad una specifica regola di valutazione, abbia valutato la stessa secondo la regola di giudizio di cui al richiamato art. 116 c.p.c. (Cass. 20.12.2007 n. 26965; Cass. 19.6.2014 n. 13960; Cass. 10.6.2016 n. 11892; Cass. 27.12.2016 n. 27000).
All’esito delle modifiche apportate all’art. 360 c.p.c. dal D.L. n. 83 del 2012 “il cattivo esercizio del potere di apprezzamento delle prove non legali da parte del giudice di merito non dà luogo ad alcun vizio denunciabile con il ricorso per cassazione, non essendo inquadrabile nel paradigma dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, (che attribuisce rilievo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e presenti carattere decisivo per il giudizio), nè in quello del precedente n. 4, disposizione che – per il tramite dell’art. 132 c.p.c., n. 4, – dà rilievo unicamente all’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante.” (Cass. n. 11892/2016 cit.).
Infatti, in relazione alle sentenze pronunciate dopo l’entrata in vigore del D.L. 22 giugno 2012, n. 83, convertito nella L. 7 agosto 2012, n. 134, l’errore commesso nella valutazione delle risultanze di causa è rilevante solo qualora si sia tradotto nell’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che sia stato oggetto di discussione fra le parti, che il ricorrente è tenuto a denunciare, nel rigoroso rispetto delle previsioni dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, indicando il “fatto storico” il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività” (Cass. S.U. 7.4.2014 n. 8053).
La censura confonde il “fatto”, come si è detto esaminato dalla Corte territoriale, con il mezzo istruttorio destinato a provarlo, la cui omessa considerazione non rileva ai fini della configurabilità del vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5. Il motivo, pertanto, si risolve in un’inammissibile critica della valutazione delle risultanze processuali effettuata dal giudice di appello, alla quale ne contrappone una difforme, sollecitando un’indagine di merito non consentita in questa sede.
Detto orientamento deve essere qui ribadito, perchè resiste ai rilievi critici formulati dal ricorrente incidentale che, per contestare la validità delle conclusioni alle quali questa Corte è pervenuta, ha fatto leva sul principio della irrinunciabilità del riposo annuale sancito dalla Carta Costituzionale, dal d.lgs. n. 66 del 2003 nonchè dall’art. 7 della direttiva 2003/88/CE.
7.1. Occorre premettere che la direttiva 93/104/CE, poi confluita nella direttiva 2003/88/CE, all’art. 7, comma 2 prevede che “Il periodo minimo di ferie annuali retribuite non può essere sostituito da un’indennità finanziaria, salvo in caso di fine del rapporto di lavoro”.
Il divieto di monetizzazione, ripreso dal D.Lgs. n. 66 del 2003, art. 10, comma 2 che alla direttiva ha dato attuazione, è evidentemente finalizzato a garantire il godimento effettivo delle ferie, che sarebbe vanificato qualora se ne consentisse la sostituzione con un’indennità, la cui erogazione non può essere ritenuta equivalente rispetto alla necessaria tutela della sicurezza e della salute, in quanto non permette al lavoratore di reintegrare le energie psico-fisiche (si rimanda alla motivazione della recente sentenza n. 95 del 2016 Corte Cost. e alla giurisprudenza ivi richiamata).
Da ciò discende che l’eccezione al principio, prevista nella seconda parte delle disposizioni sopra richiamate, opera nei soli limiti delle ferie non godute relative al periodo ancora pendente al momento della risoluzione del rapporto, e non consente la monetizzazione di quelle riferibili agli anni antecedenti, perchè rispetto a queste il datore di lavoro doveva assicurare l’effettiva fruizione. Una diversa interpretazione finirebbe per rendere di fatto inoperante la regola generale, risolvendosi nella previsione di una indiscriminata convertibilità pecuniaria del diritto, anche se differita al momento della cessazione del rapporto.
7.2. Ciò, peraltro, non significa che il lavoratore, al quale il godimento delle ferie non sia stato in effetti garantito, resti privo di tutela, perchè sia in corso di rapporto che al momento della sua risoluzione, potrà invocare la tutela civilistica e far valere l’inadempimento del datore di lavoro che abbia violato le norme inderogabili sopra richiamate e non gli abbia consentito di recuperare le energie psico-fisiche.
7.3. Quanto poi alle condizioni che devono ricorrere affinchè possa trovare applicazione l’orientamento giurisprudenziale al quale si è qui ritenuto di dare continuità, questa Corte ha anche affermato che “ex art. 2697 cpv. c.c. il potere – in capo al dirigente – di scegliere da se stesso tempi e modi di godimento delle ferie costituisce eccezione da sollevarsi e provarsi a cura del datore di lavoro, mentre l’esistenza di necessità aziendali assolutamente eccezionali e obiettive, ostative alla fruizione di tali ferie, integra controeccezione da proporsi e dimostrarsi a cura del dirigente.” (Cass. 14.3.2016 n. 4920).
Nel caso di specie, peraltro, detta regola di riparto dell’onere probatorio è priva di rilevanza, perchè la Corte territoriale ha respinto la domanda avendo ritenuto provato il potere di autodeterminazione, sulla base delle deposizioni rese dai testi, valutate anche alla luce del ruolo apicale ricoperto nell’azienda dal M., il quale sino al gennaio 2010 aveva anche esercitato i poteri connessi alla carica di amministratore.
Si tratta, quindi, di un accertamento di merito non censurabile in sede di legittimità, se non nei ristretti limiti concessi dalla nuova formulazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5 che, come si è già detto al punto 5, consente di denunciare solo l’omesso esame del “fatto decisivo”, da non confondersi con la mancata o l’errata valutazione del mezzo istruttorio destinato a provarlo.
Il giudice di appello, infatti, ha correttamente applicato il principio di diritto già affermato da questa Corte, alla stregua del quale “ai fini dell’eventuale riconoscimento dell’indennità supplementare prevista per la categoria dei dirigenti, occorre fare riferimento alla nozione contrattuale di giustificatezza che si discosta, sia nel piano soggettivo che su quello oggettivo, da quello di giustificato motivo L. n. 604 del 1966, ex art. 3 e di giusta causa ex art. 2119 c.c., trovando la sua ragione d’essere, da un lato, nel rapporto fiduciario che lega il dirigente al datore di lavoro in ragione delle mansioni affidate – suscettibile di essere leso anche da mera inadeguatezza rispetto ad aspettative riconoscibili “ex ante” o da importante deviazione dalla linea segnata dalle direttive generali del datore di lavoro, ovvero da comportamento extralavorativo incidente sull’immagine aziendale a causa della posizione rivestita – e, dall’altro, nello stesso sviluppo delle strategie di impresa che rendano nel tempo non pienamente adeguata la concreta posizione assegnata al dirigente nella articolazione della struttura direttiva dell’azienda.” (Cass. 13.12.2010 n.25145).
Non si ravvisa, poi, alcuna contraddittorietà della motivazione della sentenza impugnata perchè il concetto di giustificatezza non coincide con quello di giusta causa, sicchè la valutazione deve tener conto delle diversità evidenziate nei precedenti già citati di questa Corte, nei quali si è posto in risalto che una condotta può essere ritenuta non sufficiente a legittimare il recesso immediato dal rapporto, con conseguente diritto del dirigente alla indennità sostitutiva del preavviso, e al tempo stesso giustificare il recesso medesimo, purchè intimato nel rispetto del termine di preavviso, perchè tale da fare escludere ogni profilo di arbitrarietà, pretestuosità, irragionevolezza, alla cui ricorrenza è subordinato il diritto alla percezione della indennità supplementare.
Detto onere nella specie non è stato assolto, sicchè il motivo, in parte qua, non sfugge alla sanzione di inammissibilità.
Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo risultante dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, deve darsi atto della ricorrenza delle condizioni previste dalla legge per il raddoppio del contributo unificato dovuto da entrambe le parti.
Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater dà atto dei presupposti della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale e del ricorrente incidentale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale e per quello incidentale, a norma del cit. art. 13, comma 1 bis.