Source: http://www.trasgressione.net/pages/Studenti/Elaborati2001/Fiorani/Erika.html
Timestamp: 2020-04-09 07:55:23+00:00
Document Index: 145442135

Matched Legal Cases: ['art.85', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

un'incomprensibile normalità
Cristina Fiorani
CAPACITA' DI INTENDERE E DI VOLERE
La definizione di CAPACITA' DI INTENDERE E DI VOLERE richiesta dall'art.85 del codice penale è definita come "idoneità del soggetto a conoscere, comprendere e discernere i motivi della propria condotta, valutandone le conseguenze e attitudine a determinarsi in modo autonomo scegliendo la condotta adatta al motivo che appare più ragionevole".
Questa definizione mi induce a un turbinio di riflessioni e fra queste si impone il pensiero insistente e scomposto del delitto di Novi Ligure, dal quale tra pochi giorni (il 21 febbraio) è trascorso ormai un anno. Tanto se ne è parlato, forse troppo, ma ancora non mi sembra che sia stata fatta chiarezza. Anche se la condanna è stata pronunciata, questo non ha per niente contribuito a rassicurarmi e spesso il mio pensiero corre a questi due ragazzi e, in fondo, mi ritrovo a provare pena per loro.
Razionalmente mi chiedo come sia possibile provare pena per due individui che hanno ucciso a sangue freddo una donna e il suo bambino, che per Erika erano tra l'altro sua madre e suo fratello, come si può provare pena per due esseri che sono stati descritti nei modi più feroci e disumani, me lo chiedo ma mi rendo conto che nel groviglio di sentimenti e pensieri che si accavallano quando penso a questo scempio, riesco a riconoscere chiaramente proprio un sentimento di pena, di dispiacere nei loro confronti nonostante questo possa sembrare a molti assurdo.
LA RICERCA DELLA LIBERTA'
Erika e Omar sono stati riconosciuti in grado di intendere e di volere e solo grazie a questo presupposto è stato possibile pronunciare una condanna nei loro confronti. Ma una cosa mi lascia perplessa, una parte della definizione che ho riportato, quella che riguarda la "capacità di scegliere la condotta adatta al motivo che appare più ragionevole". Il motivo che i due ragazzi hanno addotto come causa del loro gesto era la LIBERTA'. Cercavano quella libertà che credevano di non avere e ancora una volta un gesto terribile viene "giustificato" con la cosa più preziosa che ci è stata concessa dopo la vita. Erika e Omar sentivano di non avere a disposizione SPAZIO sufficiente per esprimersi, si sentivano oppressi, incapaci di realizzarsi nello spazio che era loro concesso.
E' proprio questo che mi fa riflettere: la capacità di intendere e di volere prevede che si sia consapevoli delle conseguenze del gesto che si compie e che si scelga la condotta più adatta per ottenere lo scopo che si vuole raggiungere. Se uno ha bisogno di soldi e sceglie di rubare, fa una scelta opinabile ma è comunque una scelta "adatta" ad ottenere ciò di cui ha bisogno, chi uccide per vendetta in fondo ottiene ciò che cerca, chi attua una violenza sessuale ottiene quel "piacere" che non sarebbe riuscito a ottenere diversamente e paga per le conseguenze del suo gesto.
Ma Erika e Omar hanno ucciso per trovare la libertà. Credo che nessuno possa asserire che tale condotta sia "adatta" ad ottenere quello che cercavano. Il pm ha sottolineato la capacità di intendere e di volere sostenendo che i due avevano deciso di uccidere e avevano organizzato nei minimi dettagli l'omicidio con il fine di ottenere una libertà immediata e assoluta. Certo, ma la definizione di capacità, prevede, per quanto ho capito, che fossero anche in grado di scegliere il modo più adatto per ottenerla.
Ritengo che Erika e Omar fossero consapevoli del fine che perseguivano, ma non del mezzo con cui stavano cercando di ottenerlo: se fossero stati VERAMENTE consapevoli di quello che stavano facendo non avrebbero forse preso in considerazione il fatto che quello stesso gesto attraverso il quale volevano ottenere la libertà, avrebbe potuto toglierla loro per sempre? Non avrebbero forse mostrato una reale consapevolezza se avessero scelto di perseguire il loro obiettivo con mezzi più "sicuri", più "normali", per esempio scappando di casa? Certo anche questa non è una condotta auspicabile, ma avrebbe permesso loro di ottenere realmente quella libertà che CREDEVANO di non avere.
Dico credevano perché sono d'accordo con Emilio Gomizelj quando afferma che "le violenze che riusciamo a commettere non serviranno a farci avere un attimo di tregua nella nostra incessante ricerca della libertà, che il riposo che cerchiamo lo abbiamo qui, basta saperlo cercare e apprezzare. A ognuno di noi spetta una parte di gioia e felicità e cercarla non è difficile perché ce l'abbiamo a portata di mano". Il problema non era quindi la mancanza di libertà ma l'incapacità di apprezzare le piccole cose che possono renderci felici e, in quanto tali, liberi.
La capacità di intendere e di volere include anche la capacità di prevedere le conseguenze delle proprie azioni. Allora, poniamo che Erika e Omar abbiano analizzato le possibili conseguenze del gesto che stavano per compiere e le abbiano soppesate, ritenendo che, se non li avessero scoperti, avrebbero ottenuto quello che volevano. Una tale osservazione, che deve essere stata per forza alla base della loro scelta, vi sembra normale? E' forse normale ritenere di poter vivere meglio dopo aver ucciso la propria madre e il proprio fratellino? E' normale pensare di poter essere felici con il peso di una colpa così terribile? E se qualcuno sostiene che per Erika fosse possibile un pensiero del genere perché si mostra "senza coscienza" e senza sensi di colpa, allora deve arrivare alla mia stessa conclusione che del tutto normale e consapevole delle sue scelte e delle conseguenze dei suoi gesti non è.
L'accusa ha portato a riprova della presunta normalità di Erika anche il suo tentativo iniziale di sviare le indagini attraverso la storia degli albanesi. Quello che mi chiedo è se questo denoti veramente normalità. Cerco di immaginarmi la situazione e non riesco a capire come si possa considerare prova di normalità il fatto che dopo aver ucciso la propria madre e il proprio fratellino in modo truce, si riesca anche, senza batter ciglio, a inventarsi un alibi. Mi sembra così assurdo ritenere normale una tale freddezza. Razionalità significa necessariamente sanità? Secondo Massimo Fagioli, "il malato non è solo quello manifesto che dà in escandescenze, ma anche il freddo e lucido, il cosiddetto normale razionale e anaffettivo". Comunque si giri la questione, i pensieri si intrecciano e si complicano, sembra non esserci via d'uscita.
Forse non c'è via d'uscita perché è la domanda in sé ad essere sbagliata: è lecito chiedersi se una persona è "pienamente in grado di intendere e di volere"? C'è qualcuno che lo è veramente? Noi che ci definiamo "normali" prendiamo veramente le nostre decisioni pienamente consapevoli di ciò che facciamo e sempre veramente liberi di poter fare scelte diverse? Perché in fondo il libero arbitrio è proprio la possibilità di fare una scelta diversa da quella che stiamo facendo o abbiamo fatto. Chi propende per il determinismo ritiene che nessuna delle nostre scelte, nemmeno la più banale, è veramente libera perché tutte sono già decise a priori in base alle circostanze. Ma questa visione mi sembra troppo "estremista" anche perché negherebbe del tutto la responsabilità e ogni cosa perderebbe senso e valore. Cerchiamo allora di arrivare a una visione più "ottimista" ma anche più razionale. Bisogna inevitabilmente riconoscere che non è vero che in ogni momento abbiamo davanti a noi tutte le possibilità possibili.
Le microscelte che si attuano di volta in volta, piccole cose di cui si trascurano le possibile conseguenze, possono allargare o restringere l'orizzonte delle scelte possibili, possono incanalarci in una strada senza uscita rendendo le nostre decisioni sempre più "inevitabili". Allora c'è da chiedersi quanto di ciò che facciamo sia da imputarsi a una scelta consapevole e quanto a una decisione a un certo punto "inevitabile". Sta quindi qui il paradosso della domanda di intendere e di volere perché la risposta dovrebbe essere in ogni caso "non del tutto". Perché allora questa domanda paradossale diventa il cuore di molti processi e poteva diventare per Erika e Omar la chiave della libertà o la chiave della cella? Il fatto è che la costituzione prevede che per essere puniti si debba essere riconosciuti nel pieno delle proprie capacità al momento del reato. Ed ecco il dilemma: riconoscerli incapaci, perché effettivamente una tale efferatezza non può essere normale, e indirizzarli a degli istituti di cura, o sostenere, contro qualunque evidenza, la loro normalità saziando così la sete di giustizia dell'opinione pubblica?
Bisogna però riconoscere che sono le affermazioni dei cittadini stessi a rendere più palese il paradosso: le stesse persone che desiderano che Erika sia messa in cella e che "venga buttata la chiave" sostengono che i due "sono pazzi" e questo perché la normalità che uccide genera ancora più paura, perché, se li si considerasse normali, i genitori dovrebbero cominciare a guardarsi alle spalle nel timore di allevare dei potenziali assassini. Ma quello che sostiene il senso comune viene negato in ambito giudiziario perché non si può punire chi è "pazzo". La società ha paura del male perché sa che il male è nascosto, in fondo, in ciascuno di noi e ha bisogno di una punizione esemplare nella speranza che funga da deterrente.
Si parte dal presupposto che la condanna possa placare gli animi e ridare tranquillità ai cittadini sgomenti; ma è proprio così? Pochi si sono preoccupati del fatto che per ottenere tale condanna, così auspicata da molti, si è dovuto considerare "normale" un gesto mostruoso. La condanna doveva essere una rassicurazione per i cittadini, ma a mio parere non lo è per niente. Non è ancora più spaventoso pensare che Erika e Omar siano in fondo due normalissimi adolescenti?
Personalmente accetto l'idea che il male faccia parte della nostra natura ambivalente e che i devianti ci appartengano più di quanto pensiamo, ma mi metto dal punto di vista di chi ha deciso di condannare anche per soddisfare una sorta di "esigenza sociale" di punizione e mi chiedo se la condanna sia davvero riuscita a dare serenità ai cittadini. Con le parole di Francesco Merlo, giornalista del Corriere della Sera, secondo gli scienziati schierati dal pm "Erika e Omar non sono la metà bestiale che si nasconde in ciascuno di noi, non sono il delirio che a volte ha il sopravvento sulla ragione, non sono quella follia propria di ciascuno di noi che possiamo rigettare. Non lo sono perché sono normali". Ma se la più mostruosa delle azioni è di per sé normale, se Erika e Omar erano capaci di intendere e di volere, come si spiegano l'orrore e il disgusto per il loro gesto? La condanna dovrebbe aiutare a superare tale dolore, ma in fondo non ci aiuta per niente a capire. "La richiesta di punizione ha senso solo se la punizione è riempita di significato, altrimenti serve solo a compensare sul momento l'angoscia. L'opinione pubblica richiede la massima pena, prova rimorso quando è inflitta e rabbia se gli imputati tornano liberi". Della storia di Novi conosciamo anche i particolari più raccapriccianti, ma in realtà non sappiamo nulla dato che non possiamo capirne il perché. Qualunque spiegazione risulta spiazzante e comunque incapace di dar conto della complessità dell'accaduto.
Sono le conclusioni così antitetiche a cui sono giunti i periti dell'accusa e della difesa che mi lasciano ancora più perplessa. Da entrambe le parti sono giunti a una medesima conclusione: Erika è affetta da un disturbo narcisistico della personalità caratterizzato da un quadro pervasivo di grandiosità e necessità di ammirazione e da personalità scissa, ad Omar invece viene riconosciuto un disturbo dipendente da personalità che lo ha reso succube delle decisioni della sua ragazza. I mass media e l'opinione pubblica hanno sposato questa tesi ed è stata Erika quella contro cui tutti si sono maggiormente scagliati, come se Omar non fosse stato alla fine suo complice e se il coltello non lo avesse brandito anche lui. Partendo da un'analoga constatazione relativa a tali disturbi della personalità, accusa e difesa, sostenuti dai loro periti, sono arrivati a conclusioni totalmente incompatibili ed è questo che mi lascia perplessa. Secondo l'accusa, gli imputati non hanno mostrato pentimento né senso di colpa e, se per Omar si intravede già un percorso di recupero, per Erika non è nemmeno cominciato. Il pm Livia Locci ha sostenuto che erano nel pieno delle loro capacità: "crediamo -sostiene il pm- che Erika De Nardo e Omar Favaro fossero all'epoca dei fatti immuni da patologie psichiatriche rilevanti in sede forense, pienamente consapevoli delle loro azioni, nonché in grado di dirigere e controllare i processi volitivi e pertanto pienamente imputabili", inoltre "Erika è particolarmente attiva nella costruzione di strategie difensive dimostrando di non perdere mai di vista il nuovo obiettivo: sfuggire alle conseguenze della responsabilità dell'azione commessa.
Vi è dunque piena consapevolezza del significato dell'azione commessa e della violazione delle regole sociali". A seguito di queste constatazioni ha chiesto 20 anni per Erika (il massimo per i minorenni è 30 anni, con la riduzione di 1/3 prevista dal rito abbreviato) e 16 per Omar a cui si concedono le attenuanti per la collaborazione. La tesi dell'accusa non sembra tenere conto del fatto che non sempre si è pienamente consapevoli di ciò che si fa né pienamente consci delle conseguenze, ma il fatto di tenerne conto complicherebbe troppo le cose nel momento in cui si sta cercando di attuare uno dei due compiti della legge: misurare quanto si è deviato dalla norma e punire per questo.
Il pm, sulla base delle perizie, conclude che i disturbi di personalità riscontrati non erano sufficienti a inficiare la capacità di intendere e di volere dei ragazzi, cosa che, secondo me, sottolinea ulteriormente il paradosso: se si ha un disturbo psichico, come si può ritenere che questo non porti a una distorsione della realtà? La difesa, dal canto suo, ha fatto proprio questo punto di vista e ha puntato tutto sulla tesi che Erika sia totalmente incapace di intendere e di volere, come dimostrano la sua freddezza, le allucinazioni, gli incubi e alcune incomprensibili affermazioni sulla madre e sul fratellino. 20 anni non servono a niente, in carcere non la si recupera.
Erika è malata e non può essere punita perché deve essere soprattutto curata. I difensori di Omar danno peso alle prove del suo pentimento, al suo senso di colpa e ai suoi rimorsi. Sostengono che sia stato trascinato dalla personalità forte di Erika, che sia immaturo e incapace di intendere e di volere, succube e incapace di distinguere il bene dal male. Si chiede per lui il proscioglimento o l'affidamento ai servizi sociali perché il carcere può solo aggravare il suo disturbo di personalità. Erika e Omar non devono essere lasciati soli, hanno bisogno di un percorso rieducativo lontano dai riflettori.
Alla fine la sentenza: 16 anni ad Erika e 14 ad Omar, comunicata ai ragazzi con le seguenti parole:
"Avete commesso un grave reato e meritato una condanna adeguata, ma sappiate che questa sentenza non significa chiudervi in cella e buttare via la chiave. Noi giudici non abbiamo notato alcun segno di recupero in nessuno di voi. La pena deve aiutarvi a maturare la consapevolezza del male fatto. Guardate avanti, lavorate per questo".
Dopo una tale sentenza, mi sarei aspettata che almeno chi auspicava una condanna esemplare fosse soddisfatto eppure in molti casi non è stato così. Si è aperto il "toto-pena" e c'è chi ha visto in questa sentenza la dimostrazione dell'incapacità della nostra giustizia di punire. Lo stesso Caianiello, presidente emerito della Corte Costituzionale, "padre" della sentenza con cui la Consulta dichiarò l'incostituzionalità dell'ergastolo per i minorenni, sostiene che "i giudici sono stati troppo teneri con Erika e Omar. Potevano infliggere loro una pena maggiore", senza sconti. Queste affermazioni mi lasciano senza parole. Mi sembra eccessivo stare a discutere su quattro anni in più o in meno. 16 anni non bastano. Come sarebbe a dire che non bastano? Erika e Omar hanno 16 anni e sono stati condannati a rimanerne altrettanti in carcere (salvo successive rivalutazioni). Non è sufficiente? Non è già sconvolgente per un adolescente pensare di dover passare quelli che avrebbero dovuto essere gli anni migliori della propria vita dietro le sbarre? Forse sbaglio io perché mi metto in un certo senso dalla parte degli assassini, ma non posso farne a meno. E' più forte di me, non riesco a non pensare a cosa hanno provato Erika e Omar quando è stata comunicata loro la sentenza e non riesco a smettere di pensare che dietro alla mostruosità del loro gesto ci sono comunque due ragazzi, due esseri umani, forse con più limiti e più difetti degli altri, ma sempre e comunque due esseri umani, che mi auguro spendano i prossimi anni a guadagnarsi una seconda possibilità, una seconda possibilità per rendersi finalmente conto di quanto sia preziosa la vita e di quanto sia terribile sprecarla, che sia la propria o quella degli altri.
Nella sentenza del tribunale dei minori, al di là della condanna in sé, risulta evidente la volontà di adempiere a quella che deve essere l'altra funzione della legge: orientare. A Erika e Omar, anche se adesso forse non se ne rendono ancora bene conto, si sta cercando di dare oltre a una punizione, anche una seconda possibilità, ma devono dimostrare di meritarsela. Seneca dice che "ciò che reca danno è debole come ciò che subisce danno" ed è questa consapevolezza che induce a voler aiutare i due ragazzi a diventare più forti, maggiormente in grado di affrontare la loro vita, le difficoltà e i traumi per guadagnarsi una felicità meno illusoria. Quello che mi domando è se passare dalla realtà carceraria possa davvero essere un mezzo per renderli consapevoli di ciò che hanno fatto o se piuttosto non possa peggiorare le cose. E' in carcere che devono dimostrare la volontà di cambiare, è in carcere che devono mostrare pentimento e senso di colpa. Ma è possibile che tale consapevolezza venga alla luce dietro delle sbarre? Non era forse meglio destinarli subito a degli istituti adeguati per sostenerli in questo percorso?
Mi viene in mente Goffman. Egli ha sostenuto che, poiché il self sociale si crea attraverso le interazioni sociali, se queste sono patogene, possono anche deteriorarlo. In base a questa prospettiva, gli ospedali psichiatrici non sono il luogo dove la malattia si cura ma dove si crea e le carceri non sono il luogo dove la devianza si combatte, ma dove si incrementa. Qualunque reato nasconde una DOMANDA, una domanda che il trasgressore rivolge a un interlocutore senza volto da cui si aspetta una risposta. Ancora di più penso che ciò possa valere per Erika e Omar.
Erika e Omar sono adolescenti e nell'adolescenza le domande senza risposta sono tantissime. Bisogna staccarsi dal proprio sé infantile, dare una forma alla propria nuova identità e capire cosa fare del proprio futuro. L'adolescenza richiede che si trovino delle risposte a questi mille interrogativi ma per Erika questi pensieri sono diventati a un certo punto troppo difficili da pensare e si sono trasformati in azione. Con quell'azione si sperava di trovare delle risposte alla propria angoscia, quell'angoscia data dalla sensazione di non riuscire a progredire per raggiungere la propria libertà. Quella stessa azione è una domanda, una domanda di aiuto. Erika non aveva le RISORSE per affrontare da sola il difficile compito della crescita e ha scelto una strada sbagliata per cercare qualcuno che rispondesse ai suoi interrogativi. Non lasciamo che la sua domanda rimanga senza risposte, facciamo in modo che il suo grido non venga soffocato.
Più di una volta il pm ha sottolineato che durante il processo tutti i riflettori si sono puntati sui due imputati e nessuna voce si è levata a ricordare la fine di Susy Cassini e del suo figliolo. Nel massimo rispetto delle vittime, io penso però che i processi debbano essere fatti per quelli che ci sono ancora, più che per quelli che non ci sono più.
Mi spiego meglio così che la mia affermazione non sembri spiazzante e cinica. Qualunque cosa si creda ci sia dopo la morte, sono abbastanza convinta che non abbia a che fare con una sete di espiazione: sia che si ritenga che dopo la morte finisca tutto, sia che si creda nel paradiso, non credo che chi lascia la terra sia in attesa della punizione giudiziaria dei propri assassini. Il bisogno di giustizia è un bisogno di chi è rimasto che trova fondamento nella memoria di chi non c'è più. L'ultimo pensiero nell'arringa del pm è stato per Susy Cassini "uccisa due volte: perché cercava di trasmettere valori etici a Erika, perché non ha saputo difendere il suo cucciolo". Quello che mi chiedo a questo punto è se l'accusa stesse veramente sostenendo il volere delle vittime, della madre in particolare.
Siamo proprio sicuri che quello che avrebbe voluto Susy Cassini per sua figlia sarebbe stata una punizione esemplare? Il fatto che prima di morire abbia detto a Erika "ti perdono" dovrebbe far pensare. Lei, vittima delle coltellate di sua figlia, ha saputo trovare la forza di perdonarla, con quella frase ha lasciato come un testamento, che la giustizia non ha saputo rispettare. Ancora una volta mi sento confusa. Da una parte mi dico che probabilmente la giustizia non poteva fare altrimenti perché il suo compito è quello di applicare le leggi e non di perdonare, ma dall'altra mi chiedo se tale applicazione in questo caso non sia in un certo senso irrispettosa, mi si passi il termine, nei confronti delle stesse vittime.
Quando una madre mette al mondo dei figli non desidera forse per loro la felicità? Se Susy Cassini fosse ancora viva, sceglierebbe di mettere sua figlia dietro delle sbarre o cercherebbe di aiutarla in tutti i modi a capire quello che ha fatto per fare in modo che possa tornare a vivere? E' vero, Gianluca e sua madre non possono più farlo, ma non lo potranno fare nemmeno se Erika restasse in carcere per tutta la vita. Ritengo che lo Stato debba a Erika una seconda possibilità anche in memoria di sua madre che le ha regalato la vita, ritengo che ci si debba impegnare al massimo perché un'altra vita non sia sprecata, perché anzi possa diventare una vita preziosa.
Anche il padre di Erika l'ha perdonata e le è stato vicino ogni momento. Francesco De Nardo, straziato dal dolore per la morte di sua moglie e di suo figlio, è riuscito a trovare la forza di assistere l'unica cosa che gli è rimasta, la forza di perdonare la sua figlia degenere, la forza di chiedere per lei aiuto, un aiuto concreto. Ha detto: "spero che i giudici capiscano che deve essere curata". Perché lui è riuscito a capirlo? Perché non cerchiamo anche noi di avere un po' più di fiducia nel genere umano e ci regaliamo la speranza che Erika e Omar possano, dopo tutto, tornare a vivere delle vite il più possibile normali?
Chiudo con una frase di Don Ciotti, fondatore del Gruppo Abele: "BISOGNA SCOMMETTERE SEMPRE SULLE PERSONE, NON RINCHIUDERE MAI UNA PERSONA NELL'ERRORE UNA VOLTA PER SEMPRE, MA CREARE L'OPPORTUNITA' PERCHE' SI POSSA VOLTARE PAGINA."