Source: http://movimentoperlagiustizia.org/argomenti/il-caso/883-armando-spataro.html
Timestamp: 2020-01-25 12:15:06+00:00
Document Index: 45805868

Matched Legal Cases: ['art. 110', 'art. 132', 'art. 112', 'art. 2', 'art. 1', 'sentenza ']

In Movimento! - Armando Spataro
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Come contributo al dibattito in corso sull'organizzazione delle Procure della Repubblica, del ruolo del procuratore e dei singoli sostituti, pubblichiamo l'intervento svolto dal dr. Armando SPATARO all'atto dell'insediamento come Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Torino
<<Ringrazio il Presidente del Tribunale che ha “raccolto” il mio giuramento e ringrazio tutte le Autorità e le persone presenti, che mi onorano con la loro attenzione. Rivolgo un saluto ed un ringraziamento particolare al Vice Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, on.le Vietti, con il quale ho condiviso alcuni importanti anni di lavoro nel corso della consiliatura 1998/2002.
A costo di sfiorare la retorica, in questo momento non posso che definirmi “emozionato”: per la prima volta – verosimilmente anche l’ultima – dopo avere esercitato ininterrottamente le funzioni di P.M. a Milano dal 15 settembre 1976, data del mio primo giuramento, assumo un incarico direttivo in una Procura della Repubblica che è tra le più importanti ed apprezzate d’Italia.
Ma non sono emozionato solo per questo.
Lo sono perché questa giornata, innanzitutto, mi rimanda ai primi passi della mia esperienza professionale segnati non solo dalla perdita di amici e maestri come Emilio Alessandrini e Guido Galli, ma anche dal ricordo di ciò che hanno per me rappresentato il Procuratore della Repubblica Bruno Caccia, ucciso dalla ‘ndrangheta, e l’avv. Fulvio Croce, ucciso dalla B.R. .
Rammento Caccia nel periodo in cui, poco dopo il sequestro di Aldo Moro, si costituì spontaneamente quella squadra di P.M. e Giudici Istruttori che avrebbero diretto efficacemente le indagini sul terrorismo durante gli “anni di piombo”: in quelle prime riunioni Bruno Caccia rappresentava per tutti noi, con la sua serietà e la sua virtuosa discrezione, un punto di riferimento unico, una guida. Allora, ero forse il più giovane del gruppo e se in quel tempo mi emozionava stare seduto al tavolo con lui, potete immaginare quale maggiore emozione provo oggi, pensando che mi tocca di raccogliere idealmente da lui, qui a Torino, il testimone che altri colleghi illustri, prima di me, hanno impugnato.
Di tutto ciò che per la storia italiana rappresenta Fulvio Croce, invece, ho una conoscenza profonda pur non avendolo mai incontrato personalmente: fu ucciso, come ben sapete, perché – insieme ai colleghi dell’Ordine forense che presiedeva - aveva scelto di assicurare anche ai brigatisti la difesa “nel” processo, non “dal” processo. Ma proprio dopo la sua morte dell’aprile del 1977, quando il processo di Torino “saltò” (come allora si diceva), fui chiamato dal Procuratore di Milano a rivestire le funzioni di PM nel processo milanese al nucleo storico delle BR che stava per iniziare. Era giugno, ero arrivato da pochi mesi a Milano dopo il tirocinio e non avevo ancora 29 anni. Le mie “guide” a Milano erano Emilio Alessandrini ed Enrico Pomarici, ma ciò che era successo a Torino, a Fulvio Croce, costituì per me una sorta di stella polare, quella della “normalità” del dovere, una “normalità” propria anche dei momenti in cui l’ossequio a quel dovere comporta rischi e scommesse.
Sono emozionato anche perché penso, in questo momento, ad altri colleghi torinesi con cui ho lavorato in quegli anni e che ora non ci sono più: il giudice Franco Giordana e colui che – senza alcuna ombra di dubbio – oggi avrebbe giurato al posto mio, Maurizio Laudi, uno dei miei più cari amici di quegli anni e degli anni seguenti. Un cruccio profondo ancora mi accompagna: quello di non essere potuto venire a Torino il 26 settembre del 2009, giorno del suo funerale, perché proprio nello stesso giorno ero a Pescara a commemorare Emilio Alessandrini. Ho pensato tante volte che Emilio e Maurizio avevano lo stesso carattere e l’identico sorriso caldo e bonario. Maurizio mi avrà certamente scusato, come avrebbe fatto Emilio in caso di una mia opposta scelta.
E sono pure emozionato perché penso a chi mi ha preceduto in questo ruolo, Marcello Maddalena e Gian Carlo Caselli, altri due miei maestri, di cui sarà impegnativo e stimolante insieme raccogliere l’eredità
Ma vorrei provare a mettere da parte le emozioni e ad usare – ora – la ragione.
Essere Procuratore della Repubblica a Torino, infatti, genera in me anche un motivato orgoglio, quello di entrare a far parte di un ufficio che è un modello universalmente riconosciuto di organizzazione e buon funzionamento e che, anche nel dopo-Caselli, è stato guidato con sagacia e competenza non solo da un Procuratore Vicario di elevata competenza, ma anche da un gruppo di Aggiunti, inclusi coloro che lo sono di fatto, esperti e attenti ai risultati da perseguire. Risultati che, anche per tutti i Sostituti, non sono quelli celebrati attraverso l’eventuale amplificazione mediatica, ma quelli che il corretto ed obbligatorio esercizio dell’azione penale può determinare.
Questo riferimento al ruolo del PM mi consente altre brevi considerazioni, da un lato su ciò di cui abbiamo bisogno per migliorare la qualità della giurisdizione, dall’altro sulla mia idea del ruolo del Procuratore della Repubblica, a Torino e dovunque.
Temi delicati che vorrei affrontare con sobrietà assicurando i presenti che le mie convinzioni sono risalenti nel tempo e sganciate dall’attualità.
“Migliorare la qualità delle giurisdizione”, a partire dai tempi del processo, è aspirazione di tutti, ovviamente degli Avvocati insieme ai magistrati, che richiama inevitabilmente il tema delle riforme necessarie: non intendo enunciare in questa sede la lista dei miei sogni, ma solo affermare poche convinzioni. La prima è quella secondo cui Avvocati e Magistrati, pur nell’ovvia e ben possibile diversità di vedute, devono essere chiamati dal Governo e dal Parlamento ad una interlocuzione costruttiva e non rituale: si potrebbe constatare, credo, che sono molte le proposte che in passato ci hanno visti uniti e che oggi possono essere arricchite, a partire dalla necessità – sul piano degli interventi strutturali – di rimettere in campo, ed in prima fila, le competenze costituzionali del Ministro della Giustizia, ai sensi dell’art. 110, in tema di organizzazione e funzionamento della giustizia.
Sono ad esempio convinto che tra le ragioni che hanno determinato la crisi del principio di obbligatorietà dell’azione penale e favorito l’avanzare di quello che M. Maddalena definisce il “principio di impossibilità dell’azione penale” vi sono carenze di organico e strutturali ormai assolutamente insopportabili. Questa non è una relazione per un convegno e dunque mi fermo qui aggiungendo solo che l’obbligatorietà dell’azione penale è per me un principio da difendere con le unghie e con i denti perché garantisce l’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, sicché – pur con l’ovvia riserva di conoscere la situazione torinese - non apprezzo l’elaborazione azzardata di criteri di priorità nella trattazione dei reati che, pur riservando attenzione ad occasionali emergenze in relazione al tessuto sociale ed al territorio in generale, non tengano conto della loro gravità ed importanza, come graduate dalla entità delle pene edittali o, come sostiene M. Maddalena, dai percorsi processuali previsti dalla legge, incluse alcune delle previsioni di cui all’art. 132 bis delle Norme di Attuazione al C.P.P. . E’ molto meglio, tra l’altro, nell’attesa di un auspicabile allargamento del novero dei delitti procedibili a querela, rispettare rigorosamente i termini della indagine preliminare, così come valorizzare e rendere effettiva – con un più largo uso dell’archiviazione – la prognosi di insuccesso della ipotesi accusatoria, piuttosto che lasciarsi condizionare dalla logica dei numeri e dall’insorgente ed esasperato aziendalismo giudiziario.
Né apprezzo la ipotesi, talvolta basata sull’offensiva affermazione secondo cui i pm sarebbero orientati dalle loro opinioni politiche, di attribuire al Parlamento, sia pur dopo interlocuzioni di ogni tipo, le scelte di priorità nell’azione penale: una ipotesi a mio avviso lesiva del principio costituzionale di indipendenza della Magistratura, qualunque sia il colore della maggioranza di turno. Dobbiamo renderci conto che il principio di obbligatorietà dell’azione penale è il malato da aiutare a guarire, non la malattia da cancellare !
Ma per fortuna l’intervento sull’art. 112 della Costituzione, magari surrettiziamente proposto sotto altre forme, non è incluso nel catalogo delle riforme possibili di cui leggiamo in questi giorni: aspettiamo fiduciosi l’iter del dibattito in corso, sperando che si metta da parte l’ipotesi di percorrere la strada del decreto legge ed auspicando, invece, attenzione a molte delle riforme processuali proposte dalla Commissione Canzio, tra cui il divieto di operatività della prescrizione del reato (un vero e proprio “agente patogeno” l’ha definita lo stesso presidente Canzio), se non dopo l’esercizio dell’azione penale, almeno dopo la condanna di I^ grado; l’effettivo funzionamento dei riti alternativi (con intervento, tra l’altro, sulla ricorribilità – da limitare incisivamente - dei cd. patteggiamenti); l’introduzione della scarsa rilevanza del fatto come ipotesi di archiviazione purchè attentamente disciplinata; la rivisitazione del sistema delle notificazioni; l’introduzione di un filtro contro gli appelli manifestamente infondati; la esclusione della facoltà dell’imputato di proporre personalmente il ricorso in Cassazione e, in generale, la limitazione delle ragioni del ricorso stesso. Molto altro si potrebbe dire, ma mi fermo qui e non vado neppure a sfiorare il campo delle possibili riforme nel settore penale, se non per dichiarare il mio apprezzamento per gli interventi di cui si parla in tema di falso in bilancio e di introduzione del reato di autoriciclaggio.
Consentitemi poche parole ancora, però, per illustrare la mia concezione del ruolo di Procuratore della Repubblica, quella cui cercherò di ispirare la mia guida della Procura di Torino, sperando, per il futuro, di non incorrere mai – anche solo per disattenzione – in comportamenti incoerenti. Si badi bene: si tratta di convinzioni che ho espresso per iscritto sin dall’ottobre del 2007 in occasioni di Incontri di studio del CSM e poi, dal gennaio 2010 al novembre 2013, nei progetti organizzativi che ho redatto in occasione di domande per il conferimento di incarichi direttivi, incluso quello che da oggi rivesto.
Un piccolo episodio può servire ad introdurre con un po’ di leggerezza questo delicato tema: per tutto il 2012 ho retto, come facente funzione di Procuratore, la Procura della Repubblica di Lodi : mancavano, per vuoti d’organico, il Procuratore e 4 sostituti su cinque in organico. Ebbene rammento con precisione due fatti di quel primo giorno di lavoro a Lodi, il 10 gennaio: il primo fu l’acquisto “di tasca mia” di post-it adesivi per un importo di 70/80 euro : in ufficio mancavano i fondi anche per quella modesta necessità. Ma il secondo fu quello di modificare personalmente, grazie alla apposizione di uno di quegli adesivi, la targhetta che figurava all’ingresso del mio nuovo ufficio: vi era scritto “Procuratore Capo della Repubblica”, ma cancellai, coprendola, la parola “Capo”.
Perché non accettavo e non accetto la definizione di “Procuratore Capo della Repubblica”? Non solo perché essa non esiste nel nostro ordinamento, ma anche perché, indipendentemente dalle dimensioni dell’ufficio, un Procuratore della Repubblica non può, a mio avviso, ispirarsi ad una concezione gerarchica dell’esercizio delle sue funzioni: egli deve operare in piena armonia con tutti i componenti dell’ufficio stesso, non solo con i Procuratori Aggiunti, di cui va valorizzato appieno il ruolo co-organizzativo, ma anche con i Sostituti, rispettandone autonomia, professionalità e dignità.
Ciò, naturalmente non comporta che il Procuratore rinunci ai poteri riconosciutogli in tema di organizzazione dell’ufficio e di indirizzo della sua azione secondo criteri uniformi, ma che lo faccia secondo un’interpretazione “costituzionalmente orientata” di quanto in proposito previsto dalla legge. L’espressione “costituzionalmente orientata” è oggi talmente diffusa da essere diventata quasi una formula di stile, ma può ben trovare concreta attuazione proprio rispetto alle norme in tema di organizzazione di una Procura della Repubblica, l’ufficio giudiziario oggi più esposto al rischio di guida verticistica.
Non può essere trascurato, innanzitutto, il fatto che, come scriveva in un virtuoso provvedimento organizzativo del giugno del 2006 l’allora Procuratore di Milano Manlio Minale, l’obbligo di esercitare l’azione penale viene riferito, nell’articolo 112 della Costituzione al Pubblico Ministero come ufficio e che dunque con tale principio devono armonizzarsi l’interpretazione e l’applicazione del nuovo testo dell’art. 2 del D. Lgs. 20 febbraio 2006 n. 106 (come modificato dall’art. 1 L. 24.10.2006 n. 269) secondo cui “Il procuratore della Repubblica, quale titolare esclusivo dell'azione penale, la esercita personalmente o mediante assegnazione a uno o più magistrati dell'ufficio”.
Mi riesce impossibile pensare, insomma, che i titolari dell’azione penale siano solo i 136 Procuratori della Repubblica italiani, ciascuno con un nome e un cognome, e non i 136 uffici del P.M., ciascuno con i magistrati che li compongono. Del resto, se la norma dovesse intendersi letteralmente, ne deriverebbe che il procuratore dovrebbe personalmente sottoscrivere tutte le richieste con cui si concretizza l’esercizio di azione penale !
Ma se l’obbligatorio esercizio dell’azione penale è riferibile all’Ufficio del PM, è chiaro che esso passa attraverso il rispetto delle regole interne.
Ciò significa che si deve praticare una sorta di gerarchia di tipo organizzativo, che sia soprattutto capace di esprimere un potere di indirizzo circa l’adozione, da parte degli aggiunti e dei sostituti, di criteri omogenei ai fini delle determinazioni inerenti il promovimento dell’azione penale e circa l’utilizzo delle risorse disponibili: un problema reale, presente in ogni Procura.
Ecco, allora, che non si devono ritenere superate ed ormai non attuali le regole (derivanti anche da delibere consiliari) che impongono al Procuratore di adottare decisioni motivate e coerenti nell’organizzazione dell’ufficio, specie ove si tratti di provvedimenti che si discostino dal progetto organizzativo in vigore. Va cioè adottato un modulo organizzativo che, fondato sul rispetto pieno della dignità e dell’autonomia professionale degli Aggiunti e dei Sostituti, consenta loro di proporre osservazioni – a loro volta rispettose delle competenze del Procuratore – sui provvedimenti non condivisi che li riguardino, soprattutto in tema di assegnazione e revoca nella trattazione degli affari penali o di improvviso mutamento dei relativi criteri .
Non v’è dubbio, a tal proposito, che le risoluzioni o delibere del CSM del 12 luglio 2007, del 21 luglio 2009 e del 21 settembre 2011 contengano le linee cui un Procuratore deve ispirarsi nell’organizzazione dell’ufficio e nei rapporti con i magistrati che ne fanno parte, pur essendo evidente – ed è lo stesso CSM ad affermarlo – che occorre analizzare l’esperienza in corso in vista di eventuali ulteriori indicazioni. Proprio quelle linee guida, però, danno luogo ad un irrinunciabile “sistema di garanzia” per i singoli magistrati delle Procure idoneo, anche solo indirettamente e per specifiche competenze non incidenti sulla conduzione degli affari penali, a consentire al CSM stesso di esaminare e vagliare le decisioni del Procuratore sia pure per finalità ormai limitate.
Insomma, se in una Procura della Repubblica vige un progetto organizzativo, discusso dall’Ufficio e deliberato secondo l’iter ordinamentale, le regole che vi sono previste vincolano tutti a partire dal Procuratore. Naturalmente, occorre una certa elasticità nella loro interpretazione, poiché non si discute in questi casi del giudice naturale precostituito per legge, ma è certo – per quanto mi riguarda – che l’elasticità non può essere confusa con l’arbitrio e che, semmai mi dovesse capitare di dover derogare, senza consenso degli interessati, ad una regola interna, ad esempio in tema di assegnazione e/o revoca di assegnazione degli affari penali, lo farò con provvedimento motivato, sia per consentire le osservazioni dei sostituti, come prevede la legge, sia perché considero singolare e impraticabile la possibilità di una “motivazione implicita”, salvo i casi – mi permetto la battuta – di decesso o arresto del PM assegnatario del fascicolo.
Non mi pare casuale, del resto, che pur in un quadro di accentuata gerarchizzazione degli uffici di Procura, la L. 24.10.2006 n. 269, novellando il d. lgs. 20.2.2006 n. 106, abbia previsto che il Procuratore della Repubblica può esercitare l’azione penale personalmente oppure o mediante assegnazione (e non più “delega”, come nella originaria formulazione) a uno o più magistrati dell’ufficio della trattazione di uno o più procedimenti ovvero del compimento di singoli atti di essi: il termine “assegnazione” – diversamente dal sostantivo “delega” - evoca infatti sinergie positive, evoca l’immagine degli Effetti del Buon Governo di Ambrogio Lorenzetti, cioè il “buon governo” organizzativo di un ufficio. Così come il “corretto, puntuale ed uniforme” esercizio dell’azione penale, che deve essere la prima preoccupazione di un Procuratore, rimanda ad un cammino che tutti i componenti dell’ufficio devono insieme progettare e costruire, facendosi poi carico della sua manutenzione, cioè dell’aggiornamento e della ulteriore messa a punto delle scelte, anche per effetto del diluvio di leggi, convenzioni e sentenze che ci piovono addosso intensamente, persino da terre lontane !
Tutto ciò – ripeto - non significa affatto rinuncia all’esercizio dei poteri che la legge riconosce al Procuratore: non avrei dubbio, ad esempio, sul fatto che discostarsi dalle linee guida discusse ed approvate in un ufficio di Procura (cioè quelle attraverso cui si realizza il "corretto, puntuale ed uniforme esercizio dell’azione penale") possa essere ragione di revoca motivata dell' "assegnazione" del procedimento; altrettanto penso nei casi in cui si manifestino errori macroscopici, irregolarità e lentezze ingiustificabili nella trattazione dei processi o rifiuto di attuare un coordinamento delle indagini anche rispetto alle competenze della D.N.A. . E molti altri esempi ancora potrebbero essere fatti, poiché il lavoro del PM è molto più complesso di quanto si possa immaginare ed il ruolo di parte pubblica dell’Ufficio del PM impone come obbligatorie anche le indagini nell’interesse dell’imputato o indagato.
Insomma, i “procuratori-mandarini” sono esistiti in passato e rischiano di rivivere in futuro se dovesse prevalere una visione gerarchica dei poteri dei procuratori.
Affermarlo non è frutto di concezione burocratico-sindacale: è invece frutto della lettura organica del sistema ordinamentale in relazione a quello costituzionale, della sua storia nell’età repubblicana, della esperienza da molti di noi maturata negli uffici del Pubblico Ministero e dell’attenzione che si deve riservare al futuro decisivo intervento del giudice, cui è attribuito il più incisivo controllo sull’esercizio dell’azione penale, anche attraverso la sollecitazione a promuoverla, rivolta al PM inadempiente.
Ciò non toglie che, sulla base di uno studio preliminare delle prassi adottate nelle Procure italiane, si possano auspicare interventi consiliari e magari legislativi che, in linea con la Costituzione, precisino poteri e doveri dei Procuratori: ma non possiamo, allo stato, rassegnarci ad interpretazioni mortificanti (nient’affatto dovute) dell’attuale sistema.
Il ruolo del Procuratore della Repubblica comporta il dovere primario di confronto quotidiano con l’Avvocatura: so che a Torino la situazione è, sotto questo aspetto, eccellente e che sulle porte degli uffici dei Sostituti non figura, come invece a Milano accade spesso (ma non certo sulle porte dei sostituti più anziani), alcun avviso di orario di ricevimento degli avvocati! Vi sembrerà strano, ma lasciando la Procura di Milano dopo tanti anni, il cruccio maggiore che mi porto appresso è quello di non essere riuscito a convincere tanti colleghi di quanto inopportuno sia quell’avviso che rischia di porre sullo stesso piano – al di là delle intenzioni – l’utente che chiede un certificato e l’avvocato che è co-protagonista della giustizia e che, di fronte al Giudice, è collocato sullo stesso piano del P.M. . La dialettica processuale tra le parti è spesso accesa, ma deve essere anche leale ed attenta: non potrò mai dimenticare che, in un processo degli anni di piombo, dopo aver chiesto la condanna di un presunto terrorista ed aver poi ascoltato la convincente arringa del difensore di un imputato, chiesi nuovamente la parola ed in replica, ritirata la mia richiesta, mi associai a quella di assoluzione formulata dall’avvocato.
E’ per questo bellissimo il simbolo della giustizia, la bilancia, anche se non mi è mai piaciuto che chi la regge sia rappresentata come una dea bendata: sappiamo che quella benda sugli occhi rimanda all’imparzialità ed alla incorruttibilità del giudice, ma personalmente sono d’accordo con chi critica questa rappresentazione. Amministrare giustizia richiede, specie nei nostri tempi, che ogni senso sia allertato all’estremo. Dunque, troverete nel mio ufficio una bilancina antica, ma nessuna divinità bendata che la regga! E gli avvocati sappiano che, come sin qui è avvenuto, troveranno sempre la mia porta aperta, al pari di ogni Sostituto, senza preavviso alcuno e che, in caso di eventuali momentanei impedimenti, rimedierò nel più breve tempo possibile. Intensificheremo, se già non avviene, ogni forma di agile ed informale comunicazione con i magistrati della Procura, con ovvia priorità per la comoda corrispondenza per posta elettronica.
Al personale amministrativo ed agli appartenenti a Sezione e Servizi di Polizia Giudiziaria dico solo che, da sostituto, li ho sempre considerati “colleghi” nel senso di portatori del comune sforzo di far funzionare la giustizia e di rispondere alla domanda dei cittadini. Nulla cambierà, da oggi in poi, nella mia considerazione dei rapporti con loro e permettetemi di aggiungere che gran parte della mia esperienza professionale è legata a ciò che ho appreso da persone magnifiche appartenenti alla Polizia Giudiziaria: impossibile nominarli tutti, alcuni non ci sono più, altri lavoreranno ancora al nostro fianco, ma a tutti voglio dire che l’interpretazione che ho sempre “praticato” del ruolo di direzione della P.G. che la Costituzione e la legge procedurale attribuiscono al P.M. è quella che mira a dar vita ad uno scambio virtuoso di conoscenze, alla elaborazione comune di strategie investigative, pensando non alla prima pagina dei quotidiani, ma alla solidità delle prove da portare al vaglio dei Giudici. E’ il processo in contraddittorio, infatti, l’unico sbocco del nostro lavoro, ed è solo la sentenza del giudice che ne attesta la qualità.
Un forte segnale di gratitudine ed apprezzamento voglio rivolgere alla magistratura onoraria tutta, in particolare – visto il mio ruolo – ai Vice Procuratori Onorari senza il cui lavoro ed i cui sacrifici sarebbe impossibile far fronte agli impegni di qualsiasi Procura. Sono al corrente dell’intelligente analisi della situazione che il Ministro della Giustizia sta portando avanti e non posso non dichiararmi del tutto favorevole al potenziamento ed alla stabilizzazione del ruolo dell’intera Magistratura Onoraria (con quel che ne deve seguire in termini di trattamento economico e pensionistico).
Vorrei finire con il ricordo di un’altra persona amica che non c’è più, Pierluigi Vigna, che – come sapete - è stato Procuratore Nazionale Antimafia e Procuratore a Firenze. Allo stesso modo, un mese e mezzo fa, ho chiuso un intervento presso la Scuola Superiore della Magistratura dedicato ai giovani colleghi in tirocinio
Provo a spiegare la ragione di un ricordo affidato ieri a quei giovani magistrati e oggi a chi è qui presente. Il fatto è che trovo ormai difficilmente sopportabile l’eccesso di retorica e di autoreferenzialità che spesso è possibile individuare negli atteggiamenti e nelle parole di alcuni colleghi, pur se lodevolmente impegnati in indagini difficili e pericolose e per questo meritevoli della gratitudine di tutti. Lo affermo senza supponenza alcuna, ma da tempo non apprezzo quanti si propongono (o accettano che altri li propongano) come gli eroi solitari e isolati, senza macchia e senza paura, che lottano contro i “poteri forti”; come gli unici custodi e ricercatori della verità, sicché chiunque osa esprimere critica e dissenso rispetto al loro operato, si pone solo per questo nello schieramento dei nemici del bene e della verità.
A mio avviso, dobbiamo evitare di incorrere, sia pure in buona fede, in atteggiamenti che rischiano di indurre in errore la pubblica opinione, facendole credere che la giustizia è terreno riservato ad una eroica élite di magistrati ed investigatori: il nostro, invece, è un lavoro normale come tanti altri e la Giustizia è un “bene comune” che può affermarsi solo con l’impegno quotidiano di una collettività sensibile, qualunque sia il lavoro ed il sistema di vita di quanti la compongono.
Ebbene, proprio Pierluigi Vigna, con cui non sempre, negli ultimi anni, mi sono trovato in sintonia sul tema della riforma dell’ordinamento giudiziario, ha saputo esprimere con poche parole il senso vero della nostra professione.
Nella gremitissima basilica fiorentina di S. Miniato al Monte, l’1 ottobre del 2012, presenziai alla cerimonia funebre per Piero Vigna, scomparso il 28 settembre.
Tantissimi erano i cittadini "comuni" ed i magistrati presenti, venuti da ogni parte d'Italia. Ma, alla fine della funzione, furono le parole del giovane figlio di Vigna a commuovere tutti e suscitare un lungo applauso dei presenti.
Il figlio raccontò che, pochi giorni prima della sua morte, Piero Vigna, immaginando quella futura cerimonia, lo aveva pregato di ringraziare le tante persone che vi avrebbero presenziato, ma di ringraziare in particolare due suoi amici: uno di nome "cittadino" e l'altro di nome "nessuno".
Mi ritrovo emozionato ogni volta che penso a quello che Piero Vigna ci ha voluto dire con quelle parole affidate al figlio: sono i cittadini, specie quelli sconosciuti e senza nome (i "nessuno"), coloro ai quali i magistrati devono rendere conto del proprio lavoro. >>