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Timestamp: 2017-04-23 14:19:51+00:00
Document Index: 30560422

Matched Legal Cases: ['art. 6', 'art. 7', 'art. 27', 'art 36', 'art. 148', 'art. 9', 'art.3']

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comune di trieste in collaborazione con con il patrocinio e con il contributo di impaginazione Verena Papagno
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1 Il presente volume è finanziato dal Ministero dell Università e della Ricerca nell ambito del progetto PRIN Diritti sociali e politiche assistenziali a Trieste dal fascismo agli anni Sessanta. in collaborazione con con il patrocinio e con il contributo di comune di trieste impaginazione Verena Papagno copyright Edizioni Università di Trieste, Trieste Proprietà letteraria riservata. I diritti di traduzione, memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento totale e parziale di questa pubblicazione, con qualsiasi mezzo (compresi i microfilm, le fotocopie e altro) sono riservati per tutti i paesi. ISBN EUT - Edizioni Università di Trieste Via E. Weiss, Trieste2 Carità pubblica, assistenza sociale e politiche di welfare: il caso di Trieste a cura di Anna Maria Vinci EUT EDIZIONI UNIVERSITÀ DI TRIESTE3 Sommario Anna Maria Vinci 9 Introduzione Annalisa Di Fant 17 «Contro la questua molesta e a pro della vera indigenza». L Istituto generale dei poveri di Trieste dalle origini alla Prima guerra mondiale Anna Maria Vinci 41 Una lunga emergenza sociale: le terre redente tra le due guerre mondiali Elisa Gobbato 63 Le donne de L Italia Redenta. L Opera Nazionale Assistenza Italia Redenta negli anni Gloria Nemec 87 Ai margini del paradiso. Percorsi assistenziali e modelli istituzionali per le donne e i minori danneggiati dalla guerra Tullia Catalan 109 Governo Militare Alleato e Stato italiano di fronte all emergenza dei profughi. Politiche assistenziali nella Trieste del secondo dopoguerra Elisabetta Vezzosi 125 L ONMI a Trieste tra assistenza e social welfare: emergenza post-bellica e tentativi di riforma Nicoletta Stradi 153 Attività assistenziali e lavoro sociale nel secondo dopoguerra. Il caso della Scuola di Servizio Sociale di Trieste tra impulsi locali e panorama nazionale 167 Profilo degli autori 169 Indice dei nomi4 5 Abbreviazioni AAI, Amministrazione per gli Aiuti Internazionali ACC, Allied Control Commission ACLI, Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani ACS, Archivio Centrale dello Stato AG, Atti Generali AGCTs, Archivio Generale del Comune di Trieste AITIS, Archivio storico dell ASP ITIS AMG, Allied Military Government ANEA, Associazione Nazionale Enti di Assistenza ANFCD, Associazione Nazionale Famiglie Caduti e Dispersi AO, Archivio ONMI arm., armadio ASISS, Associazione Scuole Italiane di Servizio Sociale ASP ITIS, Azienda pubblica di Servizi alla Persona Istituto Triestino di Interventi Sociali ASTs, Archivio di Stato di Trieste AUSA, United States Relief Program b., busta bob., bobina CARE, Cooperative for American Remittances to Europe CDD AS, Camera dei Deputati, Archivio Storico CEPAS, Centro di Educazione Professionale per Assistenti Sociali CIF, Centro Italiano Femminile CLNAI, Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia CMSA, Civici Musei di Storia e Arte CRI, Croce Rossa Italiana DG, Danneggiati di Guerra DPR, Decreto del Presidente della Repubblica EAAS, Ente Ausiliario Assistenza Sociale EASSW, European Association of Schools of Social Work ECA, Ente Comunale di Assistenza ENAOLI, Ente Nazionale Assistenza agli Orfani dei Lavoratori Italiani ENPI, Ente Nazionale Protezione Infanzia ENSISS, Ente Nazionale Scuole Italiane di Servizio Sociale EOA, Ente Opere Assistenziali f., fascicolo abbreviazioni 76 GMA, Governo Militare Alleato ICAM, Istituto Comunale per le Abitazioni Minime IFSML, Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione IFSW, International Federation of Social Workers INPS, Istituto Nazionale Previdenza Sociale IRA, Istituti Riuniti di Assistenza IRO, International Refugees Organization IRSESS, Istituto Regionale per gli Studi di Servizio Sociale Irsml FVG, Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia ISES, Istituto per lo Sviluppo dell Edilizia Sociale ISSCAL, Istituto per il Servizio Sociale Case per i Lavoratori ITIS, Istituto Triestino di Interventi Sociali LN, Lega Nazionale MIEPA, Ministero dell Interno, Enti Permanenti e Associazioni NARA, National Archives and Records Administration ONAIR, Opera Nazionale di Assistenza all Italia Redenta ONAIRC, Opera Nazionale di Assistenza all Infanzia nelle Regioni di Confine ONARMO, Opera Nazionale Assistenza Religiosa e Morale degli Operai ONB, Opera Nazionale Balilla ONMI, Opera Nazionale Maternità e Infanzia ONOG, Opera Nazionale per gli Orfani di Guerra ONU, Organizzazione delle Nazioni Unite PCI, Partito Comunista Italiano PNF, Partito Nazionale Fascista POA, Pontificia Opera di Assistenza Pref., Prefettura RAI, Radio Audizioni Italiane RAS, Riunione Adriatica di Sicurtà RCGC, Regio Commissariato Generale Civile RDL, Regio Decreto Legge RG, Regio Governatorato SAI, Società Amici dell Infanzia scaff., scaffale scat., scatola SISS, Scuola Italiana di Servizio Sociale SOSTOSS, Società per la Storia del Servizio Sociale TLT, Territorio Libero di Trieste UDAC, Unione Donne Azione Cattolica UDI, Unione Donne Italiane UK, United Kingdom UNRRA, United Nations Relief and Riabilitation UNSAS, Unione nazionale Scuole Assistenti Sociali 87 Introduzione Anna Maria Vinci Appare invero quale macabra ironia parlare di prevenzione antitubercolare nell infanzia quando anche nella nostra zona centinaia o forse migliaia di bambini vivono in tuguri sudici sostituenti case distrutte, o in locali rabberciati sovra affollati di gente promiscua sfrattata o disastrata, quando molte aule scolastiche sono senza vetri e senza riscaldamento, quando la svalutazione della moneta limita gli acquisti di viveri e di indumenti in larghi strati della popolazione, quando per molti il sapone è un lusso e la stufa un mito 1. Paolo Jacchia, pediatra molto noto a Trieste, tratteggia uno scenario sconcertante. Ma tra le denunce che avanza nel 1946, mentre è a capo della struttura commissariata dell ONMI, e quelle da lui stesso pronunciate nel 1919, quando fu nominato presidente della Commissione Regionale per gli Orfani di Guerra per la Venezia Giulia, non pare esserci soluzione di continuità. Alla fine della Grande guerra egli, infatti, scriveva: 1 Prof. Dott. P. Jacchia, Relazione sulla attività della federazione di Trieste dell Opera Nazionale per la Protezione della Maternità e dell Infanzia durante l anno 1946, Trieste, Tipografia R. Fortuna, 1946, p. 8, vedi infra. introduzione 98 Abbandonati a sé nello sviluppo molti giovani saranno preda della delinquenza, moltissimi della tubercolosi [ ]. Basterebbe per molti luoghi e per migliaia di orfani una definizione brevissima: «fame cronica» 2. Quasi un déjà vu, eppure gli stravolgimenti e le discontinuità, nell arco di poco più di vent anni, sono state molte e drammatiche: egli stesso «riprende la parola», dopo essere stato cacciato dal mondo accademico e dalla professione medica, perché ebreo 3. Un altro tremendo conflitto si è appena concluso, nuove ferite aperte, nuovi spostamenti di popolazioni, esodi e vendette, lacerazioni e violenze. A leggere il faticoso passaggio dalla guerra alla pace, tanto nel primo quanto nel secondo dopoguerra, è forte la sensazione di uno sprofondamento nel gorgo di sofferenze che si ripetono, aggravandosi. Né il disagio sociale né i lutti né lo sconquasso demografico, sociale e psicologico seguiti al 1918 hanno avuto infatti il tempo di rimarginarsi prima dell impatto con la nuova tragedia. Gli orfani della Prima guerra mondiale, ad esempio, sono probabilmente gli stessi che, partecipando in armi alla Seconda, hanno generato altri orfani e altre vedove. Vedove le loro madri e vedove, poi, le loro mogli: l arco di tempo è quello di una generazione 4. Bisogna tuttavia tentare di andare oltre ad un approccio di tipo meramente impressionistico. Quando le fragili strutture di una società come quella italiana vengono attraversate dalle guerre, le conseguenze sono devastanti: forse, nella stessa valutazione degli accadimenti e delle scelte politiche, stentiamo ancora a mettere pienamente a fuoco tali problematiche di storia sociale, che non possono in alcun modo fare parte a sé. Al confine orientale, la prima metà del secolo scorso riserva un sovrappiù di sofferenze e di drammi, proprio per la collocazione geopolitica dell area. Terre irredente, teatro di battaglie furiose, poi terre ripetutamente sottoposte ad occupazioni militari ed a regimi provvisori, terre a lungo contese, terre di violenza. Terre che, poste sul crinale delle divisioni e nello stesso tempo delle mescolanze tra Occidente e Oriente, vivono esperienze di separazione e, insieme, di affinità e vicinanza, in un continuo riprodursi di ossimori che ne delineano la peculiarità, all interno del contesto europeo della storia del Novecento. Senza dubbio il presente volume raccoglie tali sollecitazioni, nell ambito di un progetto più ampio, finanziato a suo tempo dal Ministero dell Università e della Ricerca e coordinato da Maurizio Vaudagna sui temi della «Sicurezza e diritti sociali nello Stato novecentesco tra autoritarismo e democrazia». Il case study di Trie- 2 Commissione Regionale per gli Orfani di Guerra della Venezia Giulia, L Assistenza integrativa agli orfani di guerra nella Venezia Giulia, Trieste, Tipografia editrice Mutilati Invalidi MCMX- XIII, p. 3 sgg. 3 A. Capristo, L espulsione degli ebrei dalle accademie italiane, Torino, Zamorani, 2002, ad nomen. 4 Su tali tematiche, cfr. G. Nemec, Dall emergenza diffusa alle famiglie come soggetto di Welfare in Donne e famiglie nei sistemi di Welfare. Esperienze nazionali e regionali a confronto, a cura di R. Nunin, E. Vezzosi, Roma,Carocci, 2007, pp9 ste e della Venezia Giulia ha impegnato un gruppo di ricerca, guidato da Elisabetta Vezzosi, intorno alle problematiche dei «Diritti sociali e politiche assistenziali a Trieste dal fascismo agli anni Sessanta». Al riguardo, si sono tenuti a Trieste ben due convegni: il primo, nel 2006, che ha avuto un respiro internazionale, ha poi visto l edizione del volume, a cura di Elisabetta Vezzosi, Donne e famiglie nei sistemi di Welfare. Esperienze nazionali e regionali a confronto 5. Il secondo, dal titolo «Carità pubblica, assistenza sociale e politiche del welfare: il caso di Trieste», ha riproposto la formula del più ampio dibattito a livello nazionale: la possibilità di una comparazione a largo spettro tra diversi studi e ipotesi di ricerca ci permette ora una riflessione più approfondita che è capace di superare ogni ristrettezza di tipo localistico. Il frutto di quest ultimo incontro è raccolto in queste pagine. Se dunque il filo rosso del disagio sociale non si spezza mai veramente lungo l arco di tempo preso in considerazione dai saggi, mutano invece, nel tempo, le cause di tanta indigenza e di tanta povertà che riadatta le sue forme vuoi nel travaglio delle guerre, vuoi nel contesto delle dinamiche e delle crisi economiche 6 ; mutano altresì le scelte politiche delle istituzioni (statali e non) di fronte a fenomeni di così vasta portata. In particolare, la ricerca di Annalisa di Fant, che si snoda lungo un percorso che parte dagli inizi dell Ottocento, riesce a ricostruire attraverso la storia dell Istituto generale dei poveri di Trieste le varie declinazioni del concetto di povertà e, insieme, le trasformazioni di mentalità e di cultura che coinvolgono i ceti più agiati nel loro impegno di soccorso verso i miseri. Dalla carità alla filantropia: questo primo passaggio permette al mondo composito della borghesia mercantile ottocentesca triestina, di proporsi nelle vesti di un élite dirigente capace di darsi un identità specifica e di costruirsi un immagine di prestigio, nell interesse della cittadinanza. Operare per il bene comune voleva dire, allora, contenere le derive più dirompenti del disagio sociale, mascherandone le brutture e seguendo quei criteri di decoro e di rispettabilità intorno ai quali le diverse borghesie nazionali modellavano il loro stile di vita, a Trieste non diversamente dal resto d Europa. Nel passaggio tra Ottocento e Novecento, mentre la città accentua il suo carattere industriale e le organizzazioni sindacali e socialiste rivendicano spazi di autonomia, si fanno strada, invece, rapidi adattamenti verso mutamenti sociali non più governabili secondo vecchie formule. Matura l idea del «diritto all assistenza», rivendicata dal movimento socialista in nome e per conto dei ceti più poveri, mentre è evidente l urgenza di un intervento pubblico in un settore cruciale non solo per la tenuta dell ordine pubblico e per il decoro cittadino, ma anche per le strategie di governo di una Trieste meta di potenti flussi immigratori e crogiolo di popoli diversi. 5 Cfr. Donne e famiglie nei sistemi di Welfare, a cura di R. Nunin, E. Vezzosi, cit. 6 Interessanti riflessioni sull elaborazione del concetto di povertà, in A. Scartabellati, Prometeo inquieto. Trieste L economia, la povertà e la modernità oltre l immagine della città della letteratura, Roma, Aracne editrice, 2006, pp ; ma cfr. Dalla beneficenza al Welfare. Dall istituto generale di poveri di Trieste all Azienda pubblica di Servizi alla persona ITIS ( ), a cura di A. Di Fant, Trieste, La Mongolfiera editore, introduzione 1110 Soccorso, assistenza e previdenza sociale rappresentano allora, per Trieste e per tutta l Europa, canali diversi, ma non sempre nettamente separati, attraverso cui la società si riorganizza nell impatto con veloci processi di industrializzazione che creano sviluppo, occupazione e nel contempo nuove forme di povertà. Il modello tedesco di marca bismarckiana si diffonde coinvolgendo l Impero austro-ungarico e quindi il Litorale austriaco, con Trieste 7. Il passaggio alle forme di assicurazione obbligatoria (malattia e infortunio, soprattutto) mobilita le capacità innovative del movimento operaio che, intorno al sistema legislativo delle politiche sociali messo in piedi dal Governo centrale e sostenuto dalle amministrazioni periferiche, costruisce un proprio universo associativo sempre più capillare e sempre più attivo. La combinazione di tali spinte, nell ambito della protezione sociale, non ha comunque un impronta universalistica; mantiene tuttavia il merito di consolidare la certezza di alcuni diritti, intesi esplicitamente dalle organizzazioni socialiste come base di partenza per un futuro progresso. Anche in riferimento a queste problematiche, la Grande guerra interrompe un percorso faticosamente iniziato, che rappresentava per i più miseri e i più diseredati la lenta acquisizione di consapevolezze nuove e di un nuovo modo di intendere la propria cittadinanza. L emergenza spinge, innanzitutto, verso la creazione di un pulviscolo di istituzioni di assistenza, difficili da collegare in un progetto organico; in secondo luogo, le trasformazioni legislative nel passaggio tra Austria e Italia e soprattutto l avvento del fascismo rappresentano, per la Venezia Giulia, un momento di svolta. L attacco squadrista alla rete delle Casse distrettuali per l assicurazione obbligatoria di malattia, ad esempio, fa parte del disegno di una lotta senza quartiere al «nemico socialista e slavo/socialista»: abbattere quelle specifiche strutture significa, tuttavia, favorire l introduzione di culture previdenziali ed assicurative diverse, diminuendo le garanzie precedentemente acquisite e assecondando così le istanze del mondo industriale 8. In ogni caso, la dittatura non può eludere le problematiche che la società di massa impone: la sostenibilità degli equilibri sociali, interni alla Nazione, appartiene ormai alla sfera dell agire politico e si configura molto presto come un nodo essenziale per l acquisizione del consenso. La stessa ideologia corporativa spinge nella direzione dell «armonico collettivo» 9 che non può prescindere dalla concatenazione dei contesti di assistenza, soccorso, previdenza e assicurazione per la popolazione (o parti della stessa). Così, nella Venezia Giulia, accanto 7 Qui solo alcuni esempi più recenti di studio: F. Demier, Lo Stato sociale. Ricerca del consenso nell Europa contemporanea, Firenze, Giunti, 1989; G. Gozzini, Dalle assicurazioni sociali alla Social Security in Europa e negli Stati Uniti fra le due guerre ( ), in Povertà e innovazioni istituzionali in Italia, a cura di V. Zamagni, Bologna, Il Mulino, 2000, pp ; The Welfare State: past, present, future, a cura di H. Jensen, Pisa, Plus, 2002; C. Saraceno, Le dinamiche assistenziali in Europa. Sistemi nazionali e locali di contrasto alla povertà, Bologna, Il Mulino, 2004; M. Naldini, Le politiche sociali in Europa: trasformazione dei bisogni e proposte di politicy, Roma, Carocci, A. Vinci, Sentinelle della patria. Il fascismo al confine orientale , Roma-Bari, Laterza, 2011, pp E. Gentile, Il culto del Littorio, Roma-Bari, Laterza 2001, pp11 alle vecchie istituzioni dell ex Impero svuotate di autonomia e depauperate, crescono velocemente le organizzazioni del regime insieme a strutture (i Consorzi provinciali antitubercolari, ad esempio) che moltiplicano la risonanza degli interventi, senza possedere, tuttavia, piani finanziari o regole amministrative di una qualche coerenza. Grande attenzione è stata dedicata in alcuni saggi (Vezzosi, Vinci, Gobbato) all istituzione ed al funzionamento dell Opera Nazionale Maternità e Infanzia (ONMI), considerata il fiore all occhiello del regime, che entra nella realtà locale con l empito della modernità (prevenzione, educazione, cura) e in nome della potenza della stirpe, dovendo immediatamente fare i conti con una forte concorrenza, nell ambito della protezione della maternità e dell infanzia, con istituzioni già consolidate. È infatti vivace, in tale direzione, l attività della Direzione Generale di Pubblica Beneficienza, ma anche quella di prestigiose organizzazioni sanitarie private e di realtà educativo/assistenziali (Opera Nazionale Italia Redenta, ONAIR, e asili della Lega Nazionale) sorte nell immediato dopoguerra per soccorrere l infanzia e convertire all italianità le giovani generazioni di un territorio frammentato: a maggioranza italiana, nelle aree urbane, a maggioranza slovena, nella periferia di Trieste, e croata, nelle campagne istriane. L ONMI, con piglio direttivo, coordina, sostituisce e invade tutte queste isole di autonomia, ma delle loro strutture si deve avvalere per raggiungere i suoi obiettivi: le risorse sono in ogni caso costantemente carenti. Le ricerche qui presentate si soffermano a riflettere sull efficacia, l efficienza e sulle potenzialità dell ONMI durante il ventennio, a fronte di una condizione dell infanzia e delle madri (lavoratrici e non) che continua a restare drammatica. Il problema, in effetti, non è di poco conto, perché nessuna ipotesi di mera svalutazione può essere considerata di una qualche utilità. Va aggiunto inoltre che, soprattutto per un istituzione come quella dell ONMI, gli esperti amministratori del ventennio fascista avevano guardato all esempio belga, nonostante l assordante battage propagandistico intorno al «primato italiano». La consapevolezza dei diritti di assistenza e di cura, da parte dei ceti più disagiati, resta intanto offuscata dall urgenza dei bisogni indotti dalla disoccupazione e dalla grande crisi che allarga a dismisura il bacino degli indigenti, diminuendo le possibilità di risposta degli enti. Ad ogni modo, conta la capacità del regime totalitario di essere presente, pervasivo e ben visibile nel quotidiano, in una situazione in cui l elargizione benefica sostituisce progetti più ambiziosi, essendo tuttavia importante per la sopravvivenza dei singoli e delle famiglie. E poi viene la guerra e le nuove occupazioni militari, i nuovi governi provvisori: il Governo Militare Alleato (GMA) si insedia nella zona A della Venezia Giulia (e poi del Territorio Libero di Trieste), subito dopo l occupazione jugoslava del maggio del 1945 per durare un lasso di tempo abbastanza lungo, dal giugno del 1945 fino all ottobre del È proprio attraverso questa esperienza che a 10 Solo due indicazioni che offrono tuttavia un importante aggiornamento bibliografico: M. Cattaruzza, L Italia e il confine orientale , Bologna, Il Mulino, 2007; R. Pupo, Trieste 45, Roma-Bari, Laterza, introduzione 1312 Trieste giungono le sollecitazioni più moderne, ispirate al dibattito che intorno al modello anglosassone (Beveridge Report) si crea, per la costruzione di un sistema di welfare. La situazione a Trieste appare dunque più dinamica, rispetto alle altre realtà italiane, che pur si interrogano sugli stessi problemi con grande vivacità (Stradi). I motivi sono diversi: la permanenza del GMA, che esercita con grande determinazione i poteri del direct rule, secondo una formula immediatamente adottata in una grave situazione di tensione (con pesantissime ricadute interne) tra Italia e Jugoslavia, intorno alla difficile definizione dei confini; l abbondanza dei finanziamenti, molti dei quali gestiti direttamente dal governo alleato (Vezzosi e Nemec); la necessità che la zona A del TLT divenga l esempio da esibire, in uno degli estremi avamposti del modello occidentale, contro il nemico comunista. Se «insegnare» la democrazia agli italiani usciti dalla dittatura fascista è una delle mete più ambite da parte di settori importanti del GMA, quella democrazia avrebbe poi dovuto individuare nei principi del welfare la sua radice più forte e più sicura: sono del resto gli anni in cui il tema dei diritti del cittadino (e proprio di quello liberato dalla gabbia della sudditanza ) diventa cruciale per l elaborazione delle nuove culture politiche nazionali e internazionali e per la rifondazione del patto sociale di cittadinanza. In prima battuta, l emergenza: una marea di esuli e profughi, displaced persons, refugees 11, persone e famiglie catalogate a seconda di appartenenze, a volte labili e incerte, attraversano o giungono nella zona A, in cerca di rifugio (Catalan, Nemec e Vezzosi). Vi sono famiglie da ridefinire, ricongiungimenti parentali da inventare, sconvolgimenti demografici da sanare, vedove e orfani da collocare; la condizione degradata dell infanzia spinge ai primi provvedimenti di allontanamento dei minori da adulti impotenti a provvedere alla cura dei più piccoli (Nemec). La configurazione di un sistema di welfare non conosce dunque, nemmeno a Trieste, percorsi lineari: le persone cominciano via via a costruire le rivendicazioni di diritti, a capire le opportunità offerte da regole e leggi, ad esigere ciò che le precedenti condizioni di pauperismo, in un contesto dittatoriale, non lasciavano nemmeno intravedere. L amministrazione alleata avvia trasformazioni profonde dell assetto assistenziale preesistente, dovendo tuttavia fare i conti sia con i problemi dell epurazione delle istituzioni cresciute in epoca fascista sia con quelli del confronto con esempi di soccorso presenti sul territorio e offerti alla popolazione dall opposizione politica comunista e dalle comunità slovene e croate (Nemec). È dunque un percorso in salita, che deve tra l altro misurarsi, pur sulle posizioni di autonomia e di preminenza proprie del GMA, anche con le scelte del governo italiano, soprattutto in relazione al problema dell assistenza ai profughi giuliano-dalmati (Catalan). Un cambio di passo avviene alla fine degli anni quaranta, quando si può già parlare di una profonda riorganizzazione dei servizi (Vezzosi, Catalan), mentre 11 In particolare S. Salvatici, Senza casa e senza paese. Profughi europei nel secondo dopoguerra, Bologna, Il Mulino, 2009, ma cfr. infra. 1413 è viva l attenzione verso alcuni progetti che vengono discussi a Trieste da due figure femminili di prestigio, Marguerite Pohek e, più tardi, Camille Detry, inviate nel capoluogo giuliano come rappresentanti degli organismi europei di assistenza e sicurezza sociale dell ONU. L obiettivo è quello, sottolinea Elisabetta Vezzosi, di «[ ] mutare il carattere dell assistenza che da palliativa e intermittente avrebbe dovuto progressivamente trasformarsi in costruttiva e preventiva attraverso una rete di servizi [ ]». Alla federazione triestina dell ONMI, si chiedono dunque nuovi compiti e nuovi orientamenti, senza pensare affatto al suo smantellamento. Intanto nasce a Trieste, nel 1950, la Scuola di Servizio Sociale, per la preparazione di personale qualificato da inserire nel sistema di assistenza sociale. Con grande attenzione e per un arco di tempo che si prolunga fino ai nostri giorni, Nicoletta Stradi discute sulla Scuola, sul dibattito che accompagna la formazione di una professione particolarmente delicata, nell ambito di un confronto serrato tra culture laiche e culture cattoliche, dopo la svolta repubblicana e democratica dell Italia del dopoguerra. Per giungere alla conclusione, vanno fatte alcune considerazioni: innanzitutto i saggi raccolgono e discutono criticamente una mole significativa di documenti d archivio e di carte inedite raccolte in sede nazionale e internazionale, mostrando la capacità di aprire la riflessione sul locale in una prospettiva di ampio respiro, aperta alla comparazione tra diverse esperienze europee. Le ricerche si muovono, quindi, spostando continuamente il punto d osservazione, proprio perché il tema dell assistenza sociale e del welfare state non può prescindere dall intreccio con il piano politico/istituzionale che, per la Venezia Giulia e Trieste, è come accennato assai complesso. La novità dei dati e delle riflessioni proposte è il risultato di uno sforzo notevole e di un lavoro accurato che indaga a fondo sul nesso problematico tra la consapevole fruizione dei diritti sociali (ben diversa dall accettazione del dono caritatevole), le modalità d accesso agli stessi e gli aspetti controversi della delineazione di una cittadinanza sociale, non sempre e non necessariamente legata alla cittadinanza democratica. Per il buon esito di questo lavoro, il nostro ringraziamento va agli enti che hanno permesso innanzitutto di organizzare i momenti di confronto e di dibattito e ci hanno dato l opportunità di perseguire i nostri obiettivi di ricerca: in particolare, il Dipartimento di Storia e Storia dell Arte dell Università di Trieste, l Azienda pubblica di Servizi alla Persona ITIS, L Assessorato alla Promozione e Protezione Sociale del Comune di Trieste, l Assessorato alle Politiche Sociali della Provincia di Trieste, l Istituto Regionale per gli Studi di Servizio Sociale, l Ordine Assistenti Sociali del Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia, l Azienda per i Servizi Sanitari n. 1, L Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione, la Comunità di San Martino al Campo. Per la vivacità e la competenza dei suoi interventi, un grazie particolare a Maurizio Vaudagna, responsabile della ricerca sul piano nazionale; allo stesso modo, Elisabetta Vezzosi è stata esemplare per la tenacia e la passione con cui ha diretto l unità locale di studio. introduzione 1514 Ad Annalisa Di Fant, che ha guidato con rigore ricerche di fondamentale importanza proprio in relazione ai temi delle politiche di welfare, riuscendo nello stesso tempo a dedicarsi con grande generosità all organizzazione tecnico-scientifica del convegno, il ringraziamento speciale che va alle persone grandi e importanti proprio perché sanno custodire la loro intatta semplicità. A Fabio Todero va tutto il nostro riconoscimento, per la cura con cui ha seguito la redazione di questo lavoro. 1615 «Contro la questua molesta e a pro della vera indigenza». L Istituto generale dei poveri di Trieste dalle origini alla Prima guerra mondiale Annalisa Di Fant Raffigurando l Istituto generale dei poveri di Trieste nel periodo asburgico, ci proponiamo di rintracciare nella sua azione pratica le varie declinazioni del concetto di filantropia e di beneficenza ottocentesche, così come emergono dalla documentazione prodotta dall ente stesso e conservata nel suo archivio storico 1. Traduzione pratica che non sempre rispecchiò le formulazioni teoriche e statutarie, ma che dimostrò comunque un incessante e crescente sforzo organizzativo. Nell arco dei cento anni in cui l Istituto visse sotto l Austria vi fu una significativa evoluzione in quello che era il modo di considerare la propria funzione e nelle motivazioni che stavano alla base del suo operato, giungendo, come vedremo, a intravedere negli interventi assistenziali non più solo un mezzo di compensazione rispetto agli effetti della povertà, ma anche di prevenzione rispetto alle cause. Cento anni racchiusi tra due momenti di forte crisi economico-sociale, in corrispondenza delle occupazioni francesi e della Prima guerra mondiale, che sollecitarono per forza di cose l ente preposto all assistenza dei più vulnerabili. 1 Archivio a cui ho avuto accesso grazie all assegno di ricerca ( ) cofinanziato dall Università degli Studi di Trieste e dall Azienda pubblica di Servizi alla Persona ITIS, che ringrazio. Si riprende qui in parte quanto già scritto nel volume da me curato, Dalla beneficenza al welfare. Dall Istituto generale dei poveri di Trieste all Azienda pubblica di Servizi alla Persona ITIS ( ), Trieste, La Mongolfiera editore, l istituto generale dei poveri 1716 Nel fornire aiuto fu certamente determinante come sottolineato dalle pionieristiche e approfondite ricerche di Lucio Fabi 2 un intento di controllo e di disciplinamento sociale. Tuttavia non si può negare che vi fu anche una progressiva per quanto lenta e parziale assunzione di responsabilità da parte dei ceti dirigenti, soprattutto verso coloro che venivano visti come le vittime più innocenti dei processi di pauperizzazione e delle congiunture economiche negative. Quindi in primo luogo i bambini ed i ragazzi, ma anche gli anziani ormai esclusi dalla vita produttiva e privi di protezioni famigliari e sociali. Nell epoca in cui nacque l Istituto, conformemente all ideologia conservatrice borghese dominante, era prioritaria la preoccupazione di disinnescare qualsiasi rischio di disordine sociale. Per l infanzia povera vi era un progetto di educazione paternalistico e repressivo, mirante a plasmare il cittadino ideale soprattutto attraverso la formazione al lavoro; per gli adulti poveri l azione era di contenimento fisico e morale, oltre che di sfruttamento delle residue forze disponibili. Nel periodo qui preso in considerazione, il labile confine esistente tra protezione e reclusione, caratteristico delle istituzioni totali, fu particolarmente fragile e la vita dei ricoverati era molto irregimentata. D altro canto l istituzione dava alle fasce sociali più disagiate una garanzia minima di cura, altrimenti non scontata, in merito alla sorveglianza medica che fu sempre uno dei capisaldi dell assistenza ai ricoverati, di fornitura di cibo e di beni di prima necessità. Tutti aspetti legati alla mera sopravvivenza, messa a dura prova dalle condizioni di estrema miseria in cui versava, o rischiava di finire, la popolazione meno protetta della città 3. Oltre alla ricerca della pace e dell ordine sociale, l altra forte motivazione alla base della beneficenza era legata al prestigio e al riconoscimento sociale che lo status di benefattore garantiva, in sintonia con il peso che l attività filantropica rivestiva per tutte le borghesie europee, come mezzo di affermazione e requisito 2 La carità dei ricchi. Povertà e assistenza nella Trieste laica e asburgica del XIX secolo, Milano, Franco Angeli, Cfr. anche F. Verani, Tra assistenza e beneficenza. Il caso di Trieste a fine Ottocento, in: Archeografo Triestino, serie IV, vol. LIV, 1994, pp ; A. Scartabellati, Prometeo inquieto. Trieste L economia, la povertà e la modernità oltre l immagine della città della letteratura, Roma, Aracne Editrice, 2006; T. Catalan, Fascismo e politica assistenziale a Trieste. Fondazione e attività dell Ente Comunale di Assistenza ( ), in Trieste in guerra. Gli anni , a cura di A.M. Vinci, Trieste, Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia, 1992, pp L ente stesso ha dai suoi inizi prodotto Cenni storici di carattere spesso autocelebrativo, si veda: [D. Rossetti, S. Formiggini], Cenni storici intorno all Istituto generale dei poveri in Trieste dall epoca della sua prima fondazione fino a tutto il 1858 epoca del suo passaggio sotto la direzione generale di pubblica beneficenza allora istituita poi continuati fino a tutto l anno 1871, Trieste, Tipografia del Lloyd austriaco, 1872; [D. Rossetti, S. Formiggini, A.R. Ciatto], Cenni storici intorno a l Istituto generale dei poveri in Trieste compilati dal 1817 al 1842 dal Dr. Domenico de Rossetti procuratore civico, continuati fino al 1871 dal Dr. Saule Formiggini membro della Direzione generale di pubblica beneficenza e dal 1872 a tutto il 1901 da Alessandro Renzo Ciatto segretario della detta Direzione, Trieste, Tipografia Augusto Levi, 1903; Ente Comunale di Assistenza, Istituto Generale dei Poveri di Trieste. Cenni storici, Trieste, La editoriale libraria, Cfr. M. Cattaruzza, La formazione del proletariato urbano. Immigrati, operai di mestiere, donne a Trieste dalla metà del XIX secolo alla prima guerra mondiale, Torino, Musolini Editore,17 essenziale per suggellare la propria ascesa sociale 4. Particolare importanza essa aveva per la multietnica e multiconfessionale élite economica triestina, spesso di fresca adozione, che attraverso la generosità verso i poveri dimostrava amore e riconoscenza alla città 5. Il distinguersi in questo campo influiva inoltre positivamente sul cursus honorum che conduceva ad ottenere un onorificenza o un titolo nobiliare presso la casa d Austria 6. Su scala locale le famiglie acquistavano visibilità, anche postuma; un rigido regolamento, formalizzato tra il 1838 ed il 1860, metteva in relazione l entità economica della beneficenza fatta, con gli onori che essa comportava: dalla cosiddetta lapide onoraria ossia l iscrizione del nome su marmo, al busto, sino a giungere alla statua a figura intera. L atrio dell Istituto, rimasto quasi intatto fino ad oggi, ha raccolto via via questa galleria di grandi filantropi 7. L atto benefico aveva così un riscontro quanto mai tangibile e duraturo. Per le donne, anch esse presenti in tale pantheon laico, vi era un ulteriore e particolare spinta: fare beneficenza era uno dei canali attraverso cui potevano uscire dal ristretto ambito famigliare ed entrare in uno dei pochi spazi pubblici loro concessi 8. L arco cronologico preso in esame in questo saggio vede la parabola della filantropia borghese raggiungere il suo culmine ed esaurirsi. Col passaggio tra Otto e Novecento le figure dei grandi benefattori, di cui sono simboli il barone Pasquale Revoltella ( ) e la baronessa Cecilia de Rittmeyer ( ), divennero sempre più rare: ai singoli individui si sostituirono infatti le associazioni, spesso di carattere politico, che usavano ancora una volta anche strumentalmente la beneficenza per ottenere consensi e adesioni. Controllo sociale, paternalismo borghese, ambizioni sociali e politiche, genuini istinti umanitari: una complessità di motivazioni alla base di un organizzazione complessa. 4 Cfr. Borghesie europee dell Ottocento, a cura di J. Kocka, Venezia, Marsilio, 1989; M. Ridolfi, Il circolo virtuoso. Sociabilità democratica, associazionismo e rappresentanza politica nell Ottocento, Firenze, Centro Editoriale Toscano, 1990; A.M. Banti, Storia della borghesia italiana, Roma, Donzelli, Cfr. A. Millo, L élite del potere a Trieste. Una biografia collettiva , Milano, Franco Angeli, 1989, pp ; Storia economica e sociale di Trieste, vol. I, La città dei gruppi, , a cura di R. Finzi, G. Panjek, Trieste, Lint, Cfr. T. Catalan, Ordini cavallereschi e notabilato triestino dal 1848 al 1914, in Le Italie dei notabili: il punto della situazione, a cura di L. Ponziani, L Aquila, Istituto abruzzese per la storia della resistenza e dell Italia contemporanea, 2001, pp Cfr. T. Catalan, A. Di Fant, Benefattori e benefattrici della Pia Casa, in Dalla beneficenza al welfare, a cura di A. Di Fant, cit., pp ; L. Bellocchi, La celebrazione artistica della beneficenza nelle collezioni dell ITIS, ivi, pp Per altri esempi, milanesi, cfr. La generosità e la memoria. I luoghi pii elemosinieri di Milano e i loro benefattori attraverso i secoli, a cura di I. Riboli, M.G. Bascapé, S. Rebora, Milano, Amministrazione delle IIPPAB ex ECA di Milano, Cfr. A. Buttafuoco, La filantropia come politica. Esperienze dell emancipazionismo italiano nel Novecento, in Ragnatele di rapporti. Patronage e reti di relazioni nella storia delle donne, a cura di L. Ferrante, M. Palazzi, G. Pomata, Torino, Rosenberg & Sellier, 1988, pp ; M. Dellavalle, Le radici del Servizio sociale in Italia. L azione delle donne: dalla filantropia politica all impegno nella Resistenza, Torino, Celid, l istituto generale dei poveri 1918 La fondazione e i primi decenni di esistenza dell Istituto La politica assistenziale austriaca prevedeva che ad occuparsi dei poveri fossero i singoli comuni dove questi risiedevano, accedendo a sussidi e se necessario al ricovero, le cui spese gravavano sul fondo che il governo centrale di Vienna destinava localmente alla cura di poveri e malati 9. Prima dell Istituto era esistito a Trieste un Conservatorio per i poveri, voluto da Maria Teresa d Austria nel 1769 ed entrato effettivamente in funzione circa cinque anni dopo 10 ; tuttavia tale istituzione ebbe un evoluzione travagliata e discontinua e nel 1817, anno simbolo della fame, non esisteva un ricovero per i poveri a Trieste. Fu allora un associazione privata quale la Società di Minerva di Domenico Rossetti 11 a chiedere e ottenere da Vienna l autorizzazione a fondare in città un Unione di beneficenza per soccorrere i famelici, che provvedesse a distribuire cibo gratuito e elemosine. La spinta a farlo veniva dal fenomeno crescente della povertà urbana, sempre più evidente dopo le occupazioni francesi e la carestia del biennio Ai «famelici» già residenti si aggiungevano quelli provenienti dalle campagne circostanti (Friuli, Goriziano, Istria e Carniola) e tutti, di fronte all insufficienza di sbocchi lavorativi, non potevano che «pitoccare», ossia cercare di sopravvivere mendicando per le strade della città, con grave danno, agli occhi dell alta società, dell immagine emporiale di Trieste. I neo immigrati in città suscitavano piuttosto scandalo e paura, che pena: migliaja d esseri i quali ridotti nella più squallida indigenza, avvolti in schifosi cenci, sparuti, contraffatti dall inedia ed in gran parte infermi, si accampavano nelle pubbliche strade e piazze per implorare soccorso, e co loro aliti mortiferi seco recando il miasma del tifo già dominante nelle vicine provincie, compromettevano la quiete, la sicurezza e la salute pubblica M. Scheutz, Demand and Charitable Supply: Poverty and Poor Relief in Austria in the 18 th and 19 th Centuries, in Health Care and Poor Relief in 18 th and 19 th Century Southern Europe, edited by O. P. Grell, A. Cunningham, B. Roeck, Aldershot, Hampshire, Ashgate Publishing, 2005, pp Cfr. anche E. Löning, Assistenza pubblica, in Biblioteca dell economista, Torino, Unione Tipografica ed., 1892, pp , Rimane ancora oggi fondamentale P. Kandler, I poveri ed i pitocchi, in Raccolta delle leggi ordinanze e regolamenti speciali per Trieste, Trieste, Tipografia del Lloyd Austriaco, 1861, e R. Finzi, Gli ultimi non saranno primi. I poveri a Trieste fra Sette e Ottocento, in Storia economica e sociale di Trieste, vol. I, La città dei gruppi, a cura di R. Finzi, G. Panjek, cit., pp Cfr. La società di Minerva , a cura di A. Gentile, A. Secoli, numero extra dell Archeografo Triestino, Trieste, Società di Minerva, Cfr. A. Apollonio, La carestia degli anni nel Litorale austro-illirico. Una introduzione, in: Quaderni giuliani di storia, a. XXX, n. 2, luglio-dicembre 2009, pp G. Agapito, Compiuta e distesa descrizione della fedelissima città e porto-franco di Trieste, Vienna, Tipografia di Antonio Strauss, 1824, p19 Così, ottenuto un immobile di proprietà comunale l ex Caserma Steiner in Contrada del Lazzaretto Nuovo 14 nel 1818 l Unione aprì un Instituto di beneficenza e lavoro, dove vennero inviati innanzitutto i vagabondi e i mendicanti arrestati in flagranza di reato, destinati ad essere rimandati ai Paesi d origine, se forestieri. Ai poveri del Comune di Trieste veniva invece dato un tetto e vitto regolare 15, in cambio di lavoro. Nel dicembre dello stesso anno si ebbe la definitiva istituzionalizzazione, con la fondazione per decreto imperiale dell Istituto Generale dei Poveri, che da qual momento fu una delle principali parti in causa nella storia sociale della città, destreggiandosi con il governo centrale e locale, l autorità di polizia, le istituzioni ospedaliere e la considerevole mole di poveri assistiti, che erano parte della ancora più vasta massa dei cosiddetti petenti, come venivano definiti coloro che chiedevano aiuto. La genesi e i fini dell istituzione furono descritti così dallo stesso Rossetti: Rintracciare la vera indigenza e raccogliere in un asilo di pace la vecchiaia impossente, la fanciullezza derelitta; porgere ricovero, alimento, vestito agl infelici privi di mezzi ed incapaci di procurarseli; occupare al lavoro quelli che vi sono adatti; togliere ai gravi pericoli del vizio e della seduzione la gioventù inesperta e abbandonata a sé stessa; istruirla nei doveri religiosi e sociali, nell esercizio di qualche arte o mestiere, e nei primi e più necessari elementi dello scibile; soccorrere ai disgraziati, alle famiglie bisognose, estirpare la questua, sempre più molesta nelle città dedite agli affari e ai commerci, spesso fomite all ozio, e talvolta anche al delitto; ecco lo scopo nobilissimo, con cui venne eretto quest Istituto [ ]. Lo spettabile ceto mercantile di questa città fu il primo ad animarsi di quello spirito generoso di carità, che si propagò in seguito su tutti gli abitanti 16. Il ceto mercantile donò parte del capitale fondazionale, formato anche dalle donazioni imperiali, che dal 1820 divenne intangibile e nel quale confluirono via via i lasciti testamentari e le donazioni dai fiorini in su. I costi si sostenevano grazie a varie entrate: gli interessi del capitale, i contributi fissi annui del comune e dei privati benefattori, i lasciti testamentari inferiori ai fiorini e le piccole donazioni, i proventi del lavoro dei ricoverati, gli introiti derivanti da licenze da ballo, dazio sul vino, tessere di capodanno 17, cassette di carità, accompagnamenti funebri, alcune multe riscosse dall autorità di polizia. Tradotti nello Statuto, gli scopi che l istituzione si prefiggeva grazie a questo denaro erano: «sussidiare opportunamente i bisognosi esistenti nelle Otto Sezioni della Città di Trieste, in quanto il loro provvedimento stia legalmente a 14 Ora viale Miramare, l edificio si trovava nell attuale sito della Stazione Centrale. 15 Sull alimentazione fornita dall Istituto nell epoca asburgica, basata sulla variante locale della zuppa di Rumford, si veda A. Gonnella, L assistenza pubblica a Trieste. L alimentazione nell Istituto dei Poveri ( ), in: Quaderni giuliani di storia, a. XIII, nn. 1-2, gennaio-dicembre 1992, pp [D. Rossetti, S. Formiggini, A.R. Ciatto], Cenni storici, cit., pp Si diffuse l usanza di scambiarsi per Natale e Capodanno biglietti d auguri venduti dall Istituto. l istituto generale dei poveri 2120 carico della Città stessa» (art. 6), e allontanare «la mendicità proterva» (art. 7) 18. L aiuto si sostanziava in due forme: il ricovero oppure la beneficenza esterna, ossia la distribuzione di piccole somme di denaro, generi alimentari, vestiti, mobili 19. Se i poveri abili al lavoro si rifiutavano di lavorare, erano costretti con la forza a farlo nella Casa di lavoro annessa all Istituto. I poveri che si ostinavano a mendicare, i «mendici protervi», venivano tratti in arresto dalle autorità comunali «a guisa dei gravj trasgressori politici» (art. 27). Nel 1819, il primo anno ufficiale di attività, i ricoverati furono 437, le famiglie o gli individui sussidiati esternamente con piccole somme di denaro mensili 400, e i beneficiari di sovvenzioni straordinarie Il numero medio di ricoverati che si ricava da un raffronto dei resoconti prodotti annualmente fin dalla fondazione fino al 1858 oscillò tra le 300 e le 400 unità, quello dei sussidiati esterni arrivò a punte di 2000 unità in un anno 21. La sovvenzione in denaro aveva un carattere fortemente temporaneo, o era una tantum o andava rinnovata ogni tre mesi, ed era revocata quando venivano meno le condizioni di bisogno: una volta cresciuti i figli e divenuti in grado di mantenersi; se una vedova si risposava; se una moglie abbandonata recuperava il marito; se si riceveva un eredità; se si rifiutava la zuppa gratuita, dimostrando di non patire davvero la fame. Per mantenere efficiente ed aggiornato il sistema della beneficenza così organizzato, l Istituto doveva poter contare su una rete di informatori ben radicata in città: essi venivano eufemisticamente chiamati padri dei poveri ed istruivano le prime informazioni che poi sarebbero state vagliate dalla direzione dell Istituto. Questa era composta da sei persone elette tra coloro che contribuivano con 50 fiorini l anno (o generi di valore equivalente) al sostentamento dell Istituto. I direttori stavano a capo dei diversi rami della struttura: la commissione informatrice, che vagliava le suppliche dei petenti e istruiva i singoli protocolli informatori ; la gestione della Casa dei poveri e quella delle sale di lavoro; la commissione elemosiniera, che riscuoteva i contributi; la commissione amministrativa, che teneva la contabilità ed era presieduta da due direttori, uno per i conti e uno per le verifiche. La direzione si riuniva ogni settimana in sedute deliberative e a rotazione uno dei sei direttori fungeva da presidente. 18 Pubblicazione dell Imp. Reg. governo del Litorale risguardante l Instituto generale dei Poveri in Trieste, del 12 dicembre 1818, seguita dall Organizzazione dello Stabilimento di Beneficenza, ovvero Instituto de Poveri in Trieste, in Regolamenti della Direzione Generale di Pubblica Beneficenza di Trieste, Trieste, Stabilimento tipografico G. Caprin, La pratica della beneficenza esterna, per quanto riguarda la distribuzione della zuppa era più generalizzata di quanto previsto dalla legge di residenza. 20 AITIS, arm. 30, Resoconto anno La popolazione del Comune triestino dal 1817 alla metà del secolo raddoppiò, passando grossomodo da a abitanti; cfr. M. Breschi, A. Kalc, E. Navarra, La nascita di una città. Storia minima della popolazione di Trieste secc. XVIII-XIX, in Storia economica e sociale di Trieste, vol. I, La città dei gruppi, a cura di R. Finzi, G. Panjek, cit., pp Vedere altro
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