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Timestamp: 2019-08-22 19:14:40+00:00
Document Index: 115723075

Matched Legal Cases: ['art. 28', 'art. 4', 'art. 1120', 'art. 1136', 'art. 1121', 'art. 28', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 32', 'art. 1']

Natura Giuridica: maggio 2013
Autorizzazione Unica Ambientale (AUA): finalmente in GU il testo del decreto
Finalmente è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale l'AUA, autorizzazione unica ambientale.
Sulla GU n.124 del 29-5-2013 - Suppl. Ordinario n. 42 è stato pubblicato il DECRETO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA 13 marzo 2013, n. 59, Regolamento recante la disciplina dell'autorizzazione unica ambientale e la semplificazione di adempimenti amministrativi in materia ambientale gravanti sulle piccole e medie imprese e sugli impianti non soggetti ad autorizzazione integrata ambientale, a norma dell'articolo 23 del decreto-legge 9 febbraio 2012, n. 5, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 aprile 2012, n. 35.
Il regolamento, in attuazione della previsione di cui all'articolo 23, del decreto-legge 9 febbraio 2012, n. 5, si applica alle categorie di imprese di cui all'articolo 2 del decreto del Ministro delle attivita' produttive 18 aprile 2005, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 238 del 12 ottobre 2005, nonche' agli impianti non soggetti alle disposizioni in materia di autorizzazione integrata ambientale.
Le disposizioni del regolamento non si applicano ai progetti sottoposti alla valutazione di impatto ambientale (VIA) laddove la normativa statale e regionale disponga che il provvedimento finale di VIA comprende e sostituisce tutti gli altri atti di assenso, comunque denominati, in materia ambientale, ai sensi dell'articolo 26, comma 4, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152.
Nei prossimi giorni potrete trovare sul blog approfondimenti sul tema
1. per facilitare l’incontro tra startupper, investitori e community sul territorio apre tre nuovi "acceleratori" a Milano, Roma e Catania. L'acceleratore è uno spazio fisico dove viene avviato un "percorso di accelerazione" nel quale alcuni mentor supportano i team nello sviluppo della propria idea, in collaborazione con un network composto da università, incubatori e partner locali. Working Capital e accompagnerà i talenti – con gli Accelerator sul territorio – anche nella complessa fase di execution del progetto imprenditoriale.
2. altra novità rilevante dell’edizione 2013 è il Repository WCAP, una piattaforma sviluppata in partecipazione con Kauffman Society, che rende i progetti disponibili e consultabili da parte di investitori nazionali ed internazionali. Una vera e propria community che incrocia domanda e offerta facendo incontrare investitori e portatori di idee su cui investire.
Oltre al sito dell'iniziativa, per tenerti aggiornato e conoscere / scambiare impressioni con altre persone potenzialmente interessate come te puoi consultare la pagina facebook del programma all'indirizzo e lasciare un commento a questo articolo.
Quest'anno i 30 grant d’impresa saranno assegnati così: - 15 alle startup selezionate per il programma di accelerazione; - 15 alle startup che hanno partecipato alla call Grant d’impresa e non hanno partecipato al programma di accelerazione. Questa seconda selezione prenderà in considerazione sia coloro che non hanno richiesto di partecipare al programma di accelerazione, sia coloro che non sono stati ritenuti idonei.
Novità in materia di produzione di energia elettrica da fonte fotovoltaica, tramite pannelli installati su condomini nel segno della semplificazione e della fictio juris.
Il 17 giugno 2013, infatti, entrerà in vigore la riforma del condominio, che ha reso più facili le installazioni di impianti per la produzione di energia elettrica alimentati da FER, mentre con la risoluzione n. 84/E l’Agenzia delle entrate ha affermato che i proventi che derivano da un impianto fotovoltaico condominiale possono essere soggetti a tassazione.
Con la cit. risoluzione, l’Agenzia delle entrate ha risposto al quesito, postole dal GSE, concernente l’interpretazione dell’art. 28 del DPR 29 settembre 1973 (“ritenuta sui compensi per avviamento commerciale e sui contributi degli enti pubblici”).
Nella sua risposta, l’Agenzia delle entrate richiama la circolare n. 46/E del 2007 e la risoluzione n. 13/E del 20 gennaio 2009, quindi, riepiloga quanto affermato dall’istante in merito al trattamento fiscale dei condominî, che restano estranei all’attività di produzione di energia, “in quanto gli effetti economici (percezione dei proventi) e fiscali (tassazione dei proventi) conseguenti allo svolgimento di questa attività, si producono direttamente sui condòmini”.
Sulla base di quanto stabilito dagli artt. 1117 ss del c.c. il condominio rappresenta una particolare forma di comunione che riguarda le parti comuni dell’edificio: un ente di gestione che opera per conto dei condòmini limitatamente all’amministrazione e al buon uso della cosa comune senza interferire nei diritti autonomi di ciascun condòmino.
Di conseguenza, nell’ipotesi in cui negli spazi condominiali venga realizzato un impianto fotovoltaico avente le caratteristiche che sulla base delle indicazioni rese nella citata circolare n. 46/E del 2007 configura lo svolgimento di un’attività commerciale abituale, vale a dire di potenza fino a 20 KW la cui energia prodotta risulti ceduta totalmente alla rete, oppure, di potenza superiore ai 20 KW, il condominio non può mai configurarsi come soggetto che svolge l’attività di produzione e vendita dell’energia.
A quale soggetto, dunque, attribuire il reddito d’impresa?
Che si sia in presenza di un’intesa verbale o di un semplice comportamento concludente, il fatto che esista un elemento oggettivo (rappresentato, nel caso de quo, dal conferimento di beni o servizi, id est dall’impianto fotovoltaico e dagli spazi comuni), e di uno soggettivo (costituito, nel caso del fotovoltaico, dalla comune intenzione di voler conseguire dei proventi) implica l’esistenza di una società di fatto, che, dal punto di vista fiscale:
ai fini delle imposte dirette è equiparata alle SNC o alle SS, a seconda che abbiano, o meno, per oggetto l’esercizio di attività commerciali;
ai fini dell’IVA è un soggetto passivo d’imposta ai sensi dell’art. 4, del DPR 26 ottobre 1972, n. 633.
Pertanto, l’accordo individua una società di fatto tra i condòmini.
Poiché la realizzazione dell’impianto fotovoltaico per fini commerciali – conclude l’Agenzia – rientra tra le «Innovazioni» (art. 1120 c.c.) che i condòmini possono disporre per il miglioramento o l’uso più comodo o al maggior rendimento delle cose comuni,
“sono considerati soci della società di fatto i condòmini che hanno deliberato con la maggioranza richiesta dall’art. 1136 del codice civile, la realizzazione dell’investimento. Restano esclusi, dalla società di fatto i condòmini che non hanno approvato la decisione e che non intendono trarre vantaggio dall’investimento. In questo caso gli stessi, sulla base di quanto disposto dall’art. 1121, primo comma, ultima parte, del codice civile “sono esonerati da qualsiasi contributo di spesa”.
Quindi, la società di fatto tra condòmini che gestisce un impianto fotovoltaico è commerciale e deve emettere fattura nei confronti del GSE, in relazione all’energia che immette in rete, e il GSE, che eroga la tariffa incentivante, deve operare nei confronti della società di fatto la ritenuta di cui all’art. 28 del DPR n. 600 del 1973 sulla tariffa relativa alla parte di energia immessa in rete.
Pubblicate le motivazioni della sentenza della Consulta sul “caso ILVA”
A distanza di un mese esatto dalla “semplice” dichiarazione della non incostituzionalità della legge n. 231/2012 sulla questione ILVA di Taranto, meglio nota come “salva ILVA”, riassunta in uno scarno comunicato pubblicato sul sito della Corte Costituzionale, nella tarda serata di giovedì 9 maggio 2013 è stata pubblicata sul sito della Consulta la sentenza n. 85/2013, nella quale sono contenute le motivazioni della decisione, fondate sulla ricerca costante di un “ragionevole bilanciamento” fra interessi contrapposti, figli di diritti costituzionali fondamentali (salute, ambiente, lavoro) nessuno dei quali può ergersi (o essere eretto) come prevalente rispetto agli altri.
Nel comunicato si leggeva che la decisione era stata deliberata, tra l’altro, “in base alla considerazione che le norme censurate non violano i parametri costituzionali evocati in quanto non influiscono sull’accertamento delle eventuali responsabilità derivanti dall’inosservanza delle prescrizioni di tutela ambientale, e in particolare dell’autorizzazione integrata ambientale riesaminata, nei confronti della quale, in quanto atto amministrativo, sono possibili gli ordinari rimedi giurisdizionali previsti dall’ordinamento”.
Per un approfondimento, vi rimando all'articolo pubblicato venerdì scorso sul sito de "Il Quotidiano IPSOA - Professionalità quotidiana".
Qui vi voglio riportare la massima relativa al bilanciamento fra diritto alla salute, all'ambiente e al lavoro.
Il bilanciamento fra la tutela della salute, del lavoro e dell’ambiente costituisce il nucleo centrale della sentenza.
La ratio della normativa censurata, sottolinea la Consulta, consiste nella realizzazione di un “ragionevole bilanciamento” tra i diritti evocati, che si trovano – come tutti i diritti fondamentali tutelati in Costituzione, “in rapporto di integrazione reciproca e non è possibile pertanto individuare uno di essi che abbia la prevalenza assoluta sugli altri.
La tutela deve essere sempre sistemica e non frazionata in una serie di norme non coordinate ed in potenziale conflitto tra loro”, perché se così non fosse “si verificherebbe l’illimitata espansione di uno dei diritti, che diverrebbe tiranno nei confronti delle altre situazioni giuridiche costituzionalmente riconosciute e protette, che costituiscono, nel loro insieme, espressione della dignità della persona”.
Per questi motivi, la Corte Costituzionale non ha condiviso gli assunti del GIP rimettente, in base ai quali:
l’aggettivo «fondamentale», contenuto nell’art. 32 Cost., sarebbe rivelatore di un «carattere preminente» del diritto alla salute rispetto a tutti i diritti della persona. Infatti, neanche la definizione, elaborata dalla stessa Consulta, dell’ambiente e della salute come valori primari implica una rigida gerarchia tra diritti fondamentali: “la Costituzione italiana, come le altre Costituzioni democratiche e pluraliste contemporanee, richiede un continuo e vicendevole bilanciamento tra principî e diritti fondamentali, senza pretese di assolutezza per nessuno di essi. La qualificazione come primari dei valori dell’ambiente e della salute significa pertanto che gli stessi non possono essere sacrificati ad altri interessi, ancorché costituzionalmente tutelati, non già che gli stessi siano posti alla sommità di un ordine gerarchico assoluto. Il punto di equilibrio, proprio perché dinamico e non prefissato in anticipo, deve essere valutato – dal legislatore nella statuizione delle norme e dal giudice delle leggi in sede di controllo – secondo criteri di proporzionalità e di ragionevolezza, tali da non consentire un sacrificio del loro nucleo essenziale”;
la norma censurata “annienterebbe completamente il diritto alla salute e ad un ambiente salubre a favore di quello economico e produttivo”. Il punto di equilibrio che si “condensa” nell’AIA – atto di natura amministrativa, ed in quanto tale sottoposto a tutti i rimedi previsti dall’ordinamento per la tutela dei diritti soggettivi e degli interessi legittimi davanti alla giurisdizione ordinaria e amministrativa – diventa decisiva la verifica dell’efficacia delle prescrizioni (i controlli, di cui sopra), deputati a porre rimedio all’eventuale inefficacia delle prescrizioni e delle misure ivi contenute. Nel caso di specie, evidenzia con forza la Consulta, la norma censurata parte proprio dalle criticità della prima AIA, che hanno condotto all’emanazione di una seconda AIA “riesaminata”, che indica un nuovo punto di equilibrio, che consente la prosecuzione dell’attività produttiva a diverse condizioni, nell’ambito delle quali l’attività stessa deve essere ritenuta lecita nello spazio temporale massimo (36 mesi), considerato dal legislatore necessario e sufficiente a rimuovere, anche con investimenti straordinari da parte dell’impresa interessata, le cause dell’inquinamento ambientale e dei pericoli conseguenti per la salute delle popolazioni. Un equilibrio che “non è necessariamente il migliore in assoluto – essendo ben possibile nutrire altre opinioni sui mezzi più efficaci per conseguire i risultati voluti – ma deve presumersi ragionevole, avuto riguardo alle garanzie predisposte dall’ordinamento quanto all’intervento di organi tecnici e del personale competente; all’individuazione delle migliori tecnologie disponibili; alla partecipazione di enti e soggetti diversi nel procedimento preparatorio e alla pubblicità dell’iter formativo, che mette cittadini e comunità nelle condizioni di far valere, con mezzi comunicativi, politici ed anche giudiziari, nelle ipotesi di illegittimità, i loro punti di vista”. In ogni caso, non rientra fra le competenze della Corte Costituzionale quella riassumibile nel concetto di “riesame del riesame” sul merito dell’AIA, sul presupposto che “le prescrizioni dettate dall’autorità competente siano insufficienti e sicuramente inefficaci nel futuro”, perché le opinioni del giudice, anche se fondate su particolari interpretazioni dei dati tecnici a sua disposizione, non possono sostituirsi alle valutazioni dell’amministrazione sulla tutela dell’ambiente, rispetto alla futura attività di un’azienda, attribuendo in partenza una qualificazione negativa alle condizioni poste per l’esercizio dell’attività stessa, e neppure ancora verificate nella loro concreta efficacia.
Fatte queste premesse, la Consulta conclude affermando che “la combinazione tra un atto amministrativo (AIA) e una previsione legislativa (art. 1 del d.l. n. 207 del 2012) determina le condizioni e i limiti della liceità della prosecuzione di un’attività produttiva per un tempo definito, in tutti i casi in cui uno stabilimento – dichiarato, nei modi previsti dalla legge, di interesse strategico nazionale – abbia procurato inquinamento dell’ambiente, al punto da provocare l’intervento cautelare dell’autorità giudiziaria. La normativa censurata non prevede, infatti, la continuazione pura e semplice dell’attività, alle medesime condizioni che avevano reso necessario l’intervento repressivo dell’autorità giudiziaria, ma impone nuove condizioni, la cui osservanza deve essere continuamente controllata, con tutte le conseguenze giuridiche previste in generale dalle leggi vigenti per i comportamenti illecitamente lesivi della salute e dell’ambiente. Essa è pertanto ispirata alla finalità di attuare un non irragionevole bilanciamento tra i principî della tutela della salute e dell’occupazione, e non al totale annientamento del primo”.