Source: https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_12_1.page?contentId=SPS1181689
Timestamp: 2019-04-23 21:11:25+00:00
Document Index: 53420701

Matched Legal Cases: ['art. 96', 'sentenza ', 'art. 133', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 656', 'art. 80', 'art, 2000']

- Minorità sociale - Vita detentiva - Tema per Stati Generali dell'Esecuzione Penale - Tavoli 4 e 2 (luglio 2015)
Tossicodipendenze:
L’Accordo “Linee guida in materia di modalità di erogazione dell’assistenza sanitaria negli istituti penitenziari; implementazione delle reti sanitarie regionali e nazionali”, approvato dalla Conferenza Unificata in data 22 gennaio 2015 e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 64 del 18.3.2015 prevede un ruolo attivo di promozione, sensibilizzazione e impulso, contribuendo alla gestione della salute delle persone tossicodipendenti presenti all’interno degli istituti penitenziari.
L’obbiettivo dell’intesa è di realizzare reti di presidi sanitari interni agli istituti penitenziari ed esterni adeguati ai bisogni di salute dei detenuti, per rendere concreta e puntuale la capacità complessiva del sistema istituzionale di presa in carico della persona detenuta, soprattutto quando affetta da stati patologici.
In particolare, è previsto l’impegno delle Regioni e delle Aziende Sanitarie, attraverso una specifica programmazione realizzata con il contributo dell’Amministrazione penitenziaria, a garantire ai detenuti tossicodipendenti e alcol dipendenti, cure adeguate in ambito detentivo, attraverso la presa in carico della patologia da dipendenza da parte dei Sert e mediante l’attivazione di specifiche sezioni dedicate:
Sono previste nell’Accordo apposite sezioni penitenziarie dedicate alle persone detenute tossicodipendenti presenti all’interno degli istituti di pena (art. 96 commi 3 e 4 d.P.R. 309/90):
Custodie attenuate: sono destinate alla permanenza di persone con diagnosi medica di alcol- tossicodipendenza in fase di divezzamento avanzato dall’uso di sostanze stupefacenti e possono occupare un intero istituto (“I.C.A.T.T.”: Istituto a Custodia Attenuata per il Trattamento dei Tossicodipendenti) o una o più sezioni (“Se.A.T.T.”: Sezioni Attenuate per il Trattamento dei Tossicodipendenti) di istituti penitenziari più grandi. L’istituto o la sezione di custodia attenuata, avvalendosi anche del personale del Ser.T. territoriale e, se necessario, del D.S.M., svolge attività di prevenzione, riduzione del danno, attualizzazione diagnostica, trattamento riabilitativo e reinserimento sociale delle persone alcol-tossicodipendenti che aderiscono volontariamente al programma. E’ auspicabile la presenza di un Istituto interamente dedicato almeno per ogni Regione. L’intervento specialistico dei Ser.T. dovrà essere tale da fornire i richiesti interventi coordinati nell’ambito di uno specifico regolamento di Servizio Medico multiprofessionale integrato con unità dedicate e specializzate, dotato di precisi criteri di accesso, esclusione, permanenza, che favorisca l’avviamento alle misure alternative. La medicina di base, la medicina specialistica, la guardia medica ed il coordinamento tecnico-funzionale degli interventi sono garantiti dal Servizio sanitario dell’istituto.
Unità a Custodia Attenuata per il trattamento della Sindrome Astinenziale: aree di osservazione clinica in istituto dedicate alla gestione della sindrome astinenziale in entrata al carcere. Tali aree sono di dimensioni proporzionali al turnover di detenuti alcol-tossicodipendenti e devono presentare una gestione simile agli ICATT; anche in questo caso l’intervento specialistico dei Ser.T. dovrà essere tale da fornire i richiesti interventi coordinati nell’ambito di uno specifico regolamento di Servizio Medico multiprofessionale integrato con unità dedicate e specializzate. Le unità sono dotate di un numero di stanze di detenzione dedicate, ma incrementabili, qualora le esigenze lo richiedano.
Dalle ultime rilevazioni effettuate emerge che il ricorso alla misura alternativa per i condannati tossicodipendenti è ancora modesto.
Per molti è difficile accedere alle misure alternative per assenza di una rete familiare all’esterno e di un domicilio e la scarsità dei fondi a disposizione non consente a tutti l’accesso ai servizi di Comunità .
Occorre invece garantire la fruizione precoce ai detenuti tossicodipendenti del beneficio della cura in misura alternativa e questo è possibile soltanto con un’azione sinergica dei servizi pubblici per le tossicodipendenze, del Servizio sanitario regionale, degli enti territoriali, del terzo settore, del volontariato e delle comunità terapeutiche per un’alternativa terapeutica valida.
Devono essere perseguiti moduli di efficace collaborazione con le A.S.L. per i tossicodipendenti tratti in arresto e concordate altresì linee di indirizzo con il Dipartimento Politiche Antidroga della Presidenza del Consiglio per rendere effettivi ed efficaci su tutto il territorio nazionale i flussi di accesso alle Comunità terapeutiche in regime di misure alternative al carcere, implementando l’informatizzazione della rilevazione delle disponibilità e snellendo la procedura di ingresso.
In proposito va menzionato il progetto nato a Milano nel carcere di San Vittore nei primi anni del 2000 basato sulla “presa in carico” del tossicodipendente fin dal momento del suo arresto da parte di una task force approntata da ASL e assistenti sociali, progetto esportato successivamente in Calabria e confluito nella creazione degli Istituti a custodia attenuata per tossicodipendenti (ICATT) e nel progetto “Dap-Prima” che si prefiggeva l'obiettivo di anticipare la presa in carico del tossicodipendente da parte del Sert competente.
Sul tema del disagio psichico e tossicodipendenza il Dap ha condotto la ricerca scientifica “Doppia diagnosi e diagnosi nascosta” (2005) su come la morbilità psichiatrica e la tossicodipendenza possano integrarsi ed essere riconoscibili in capo ad uno stesso soggetto, in modo da approntare il trattamento più adeguato (Pubblicazione atti del convegno 27.10.2005).
Principi internazionali e normativa nazionale:
I principi sovranazionali ci obbligano a tenere in considerazione allo stesso tempo i diritti delle vittime e la necessità di lavorare sugli autori di reato.
Con la legge 1 ottobre 2012, n. 172 è stata ratificata la Convenzione di Lanzarote per la protezione dei minori dall’abuso e dallo sfruttamento sessuale, adottata dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa il 12 luglio 2007 (L'Italia è il 10° paese, su 41 che l'hanno sottoscritta, a ratificare il provvedimento). E’ il primo strumento giuridico internazionale ad imporre agli Stati di prevenire e criminalizzare ogni forma di abuso e sfruttamento sessuale sui bambini: è uno strumento con natura vincolante per i Paesi firmatari e ha prodotto importanti modifiche del codice penale, di procedura penale e anche dell’ordinamento penitenziario per quanto riguarda la possibilità di fruire dei benefici penitenziari.
L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nella risoluzione n. 40/34 de1 28.11.1985 sui principi fondamentali di giustizia relativi alle vittime della criminalità e alle vittime di abuso di potere (Dichiarazione di Vienna) ha adottato una definizione di vittima che include non soltanto le vittime del crimine, ma anche quelle dell’abuso di potere.
Le Nazioni Unite (Dichiarazione delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne, 1993) hanno invitato gli Stati, nell’ambito della doverosa attività di vigilanza, per contrastare, prevenire e punire atti di violenza nonché per proteggere le vittime, ad organizzare interventi e programmi volti ad incoraggiare gli autori della violenza ad adottare un comportamento non violento, aiutandoli innanzitutto a azioni riconoscere la violenza e ad assumersene la responsabilità.
Anche il Parlamento Europeo con la Risoluzione del 5 aprile 2011 in materia di contrasto alla violenza sulle donne “ribadisce la necessità di lavorare tanto con le vittime quanto con gli aggressori, al fine di responsabilizzare maggiormente questi ultimi ed aiutare a modificare stereotipi e credenze radicate nella società che aiutano a perpetuare le condizioni che generano questo tipo di violenza e l'accettazione della stessa”.
Con legge 27 giugno 2013, n. 77 è stata approvata la Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa (che diventerà operativa dopo la ratifica da parte di almeno 10 Stati di cui 8 componenti del Consiglio d'Europa) sulla prevenzione e lotta alla violenza contro le donne che: riconosce espressamente “che la violenza contro le donne è una manifestazione dei rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi, che hanno portato alla dominazione sulle donne e alla discriminazione nei loro confronti da parte degli uomini e impedito la loro piena emancipazione”. La Convenzione all’articolo 16 (Programmi di intervento di carattere preventivo e di trattamento) stabilisce la necessità di implementare interventi rivolti agli uomini:
“1 Le Parti adottano le misure legislative e di altro tipo necessarie per istituire o sostenere programmi rivolti agli autori di atti di violenza domestica, per incoraggiarli ad adottare comportamenti non violenti nelle relazioni interpersonali, al fine di prevenire nuove violenze e modificare i modelli comportamentali violenti.
2 Le Parti adottano le misure legislative o di altro tipo necessarie per istituire o sostenere programmi di trattamento per prevenire la recidiva, in particolare per i reati di natura sessuale.
3 Nell’adottare le misure di cui ai paragrafi 1 e 2, le Parti si accertano che la sicurezza, il supporto e i diritti umani delle vittime siano una priorità e che tali programmi, se del caso, siano stabiliti ed attuati in stretto coordinamento con i servizi specializzati di sostegno alle vittime.”
Su queste linee si inserisce il legislatore italiano che con, l’adozione del decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 ottobre 2013, n. 119, ha stabilito la necessità di promuovere azioni per il recupero degli autori di violenza e l’articolo 282-quater comma 1 del c.p.p., come modificato prevede che "Quando l'imputato si sottopone positivamente ad un programma di prevenzione della violenza organizzato dai servizi socio-assistenziali del territorio, il responsabile del servizio ne dà comunicazione al pubblico ministero e al giudice ai fini della valutazione ai sensi dell'articolo 299, comma 2.
Deve essere menzionata la Raccomandazione (2014)3 relativa ai detenuti pericolosi, adottata il 19 febbraio 2014 dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa.
La Raccomandazione dà la definizione di “delinquente pericoloso”: una persona che è stata condannata per un reato sessuale molto grave o per un reato violento di un’estrema gravità contro una o più persone e che presenta una probabilità molto elevata di commettere nuovamente un reato sessuale molto grave o un reato violento molto grave contro una o più persone.
E dà la definizione di “violenza”: la minaccia o l’utilizzo intenzionale della forza fisica o del potere contro altri che comporta o rischia fortemente di comportare lesioni, danni psicologici o morte. Tale definizione individua quattro modi di infliggere violenza: aggressione fisica, sessuale, psicologica e privazioni.
Al punto 5 il testo sottolinea che i delinquenti pericolosi costituiscono una piccola minoranza in seno alla popolazione totale degli autori di reato e che per individuarli non si dovrà fare riferimento soltanto a reati gravi violenti o reati sessuali commessi in precedenza, ma al rischio concreto e perdurante e soprattutto alle “prove dell’inadeguatezza di misure meno pesanti, come il fatto che, nel passato, il condannato non si sia conformato a tali misure e che abbia persistito nel suo agire delinquente, nonostante l’applicazione di misure più lievi”.
La valutazione del rischio di pericolosità:
E'un tema che riguarda anche la sfera penitenziaria sia nella parte custodialistica (chi sta dentro il carcere per quanto tempo) che in quella delle sanzioni alternative (chi ammettere e con quali rischi). Se fossimo in grado di definire chi è pericoloso e quanto potremmo selezionare chi deve restare in carcere e chi può andare fuori.
Gli studi fatti finora si basano su variabili relative al soggetto, al suo passato e alla sua condotta in carcere. Certamente questi sono aspetti rilevanti ma non bastano. Il soggetto, i suoi precedenti e la condotta in carcere dovrebbero essere contestualizzati e messi in relazione anche con variabili culturali e socio-economiche. Questo permetterebbe una valutazione del rischio di pericolosità del delinquente (risk assesment) più appropriata. Il punto 27 della Raccomandazione prescrive che: La valutazione del rischio dovrebbe comprendere un’analisi dettagliata dei comportamenti precedenti e dei fattori storici, personali e circostanziali che lo hanno provocato e che ad esso hanno contribuito. Questa analisi è la necessaria premessa per la gestione di questo rischio (risk management).
La parte IV della Raccomandazione è dedicata alla “Gestione del rischio” e sottolinea che gli interventi “devono essere pianificati sia dal punto di vista delle condizioni di detenzione, sia dal punto di vista del reinserimento nella società, garantendo continuità fra i due contesti”.
Ai punti 35, 36 e 37 la Raccomandazione va nel dettaglio e prescrive che i programmi devono comprendere “misure di reinserimento e restrizioni mirate a ridurre la probabilità di una recidiva a lungo termine, pur offrendo il livello necessario di protezione di terzi; misure per aiutare il soggetto a farsi carico dei propri bisogni personali; e misure d’emergenza che rispondano rapidamente ai segnali di deterioramento o di imminente commissione di un reato; e meccanismi adeguati per reagire a segnali di cambiamenti positivi” favorendo “la cooperazione tra l’amministrazione penitenziaria, il personale dell’area penale esterna, i servizi medico-sociali e le forze dell’ordine”, aggiungendo che i programmi devono essere realistici e porsi obiettivi raggiungibili.
In particolare, per quanto riguarda il trattamento, si specifica che esso deve essere tale “da preservare la salute e il rispetto di sé” e soprattutto “da rafforzare il senso di responsabilità e incoraggiare atteggiamenti e competenze necessarie per aiutarli a condurre una vita rispettosa della legge e per soddisfare autonomamente le loro esigenze (punto 45).
Il processo è il luogo ove, sentita la parte offesa e l’imputato oltre agli altri eventuali testimoni e valutate le ulteriori fonti di prova, con l’aiuto del pubblico ministero e dei difensori, vi è l’occasione di approfondire il contesto in cui è maturato il delitto e molte cose si possono capire in ordine alla personalità dell’autore del reato, al contesto in cui è inserito e all’eventuale sua resipiscenza.
Le fasi del dibattimento sono molto importanti e dal modo di condurre l’esame e il controesame dipenderà la possibilità di fare emergere la storia precedente dell’imputato ed individuare ad esempio le cause di un atteggiamento negatorio o minimizzante facendo emergere, ad esempio, eventuali abusi o maltrattamenti subiti.
Sarebbe molto utile che il giudice in sentenza desse conto in modo diffuso delle valutazione fatte in ordine alla gradazione della pena, tra il minimo e il massimo ai sensi dell’art. 133 comma 2 c.p.p. e all’eventuale concessione delle attenuanti generiche. Dovrebbero essere indagati ed esplicitati i motivi a delinquere e il movente dello specifico reato commesso, le caratteristiche personologiche, la condotta di vita (antecedente, contemporanea e successiva al reato), la relazione con la vittima, le condizioni di vita individuale, familiare e sociale, elementi che possono emergere sia dal certificato penale, sia dal comportamento processuale, sia dall’analisi della criminodinamica. Spesso invece ci si limita a generiche considerazione dell’incensuratezza e del corretto comportamento processuale. Questi elementi cioè sono considerati da chi scrive la sentenza ma non sono esaurientemente descritti e in genere impegnano poche righe nella parte finale della motivazione, a fronte di pagine e pagine relative alla descrizione del fatto.
Il giudice non ha sempre la consapevolezza di scrivere un documento che è utile e fondamentale per la fase dell’esecuzione e invece per il magistrato di sorveglianza non è indifferente conoscere, ad esempio, se il corretto comportamento processuale e l’intento riconciliativo siano stati dettati da mero calcolo o da consapevolezza dell’errore compiuto. La sentenza di condanna è il primo documento che il magistrato di sorveglianza e gli operatori del trattamento penitenziario [1], gli educatori e gli psicologi presenti in carcere, devono conoscere, quando entrano in contatto con un soggetto condannato nei cui confronti deve essere impostato un progetto rieducativo. Il magistrato di sorveglianza non è il giudice del fatto ma il giudice della persona condannata e il suo lavoro (fatto di colloqui in carcere) per la riabilitazione del condannato è molto importante ai fini della tutela della collettività.
Questi elementi sono particolarmente importanti quando si deve impostare il trattamento rieducativo del condannato per reati a sfondo sessuale, soprattutto qualora la relazione con la vittima/denunciante, magari anche unica testimone delle condotte, perdura durante il processo e poi durante la detenzione.
Il punto 6 della Raccomandazione (2014)3 prescrive: “La gestione del rischio dei delinquenti pericolosi, laddove opportuno, deve avere, nel lungo periodo, lo scopo di reinserirli in maniera sicura nella società, coerentemente con la protezione della società dal rischio che il delinquente costituisce. Ciò dovrebbe comportare un progetto individuale che contenga un processo di reinserimento in fasi attraverso interventi opportuni”.
Il punto 42 poi specifica che “…deve essere predisposto un trattamento adeguato in un istituto appropriato che deve anche prendere in considerazione la vicinanza di familiari e le circostanze della fattispecie”. Questo quindi vuol dire che devono essere facilitati gli scambi con la famiglia.
Per i reati di violenza sessuale il legislatore, in considerazione della gravità del reato, ha ritenuto che il meccanismo sospensivo dell’ordine di esecuzione di cui all’art. 656 c. 5 c.p.p., non sia applicabile. Il condannato deve, dunque, entrare comunque in carcere, anche se incensurato e potrà avere accesso ai benefici penitenziari soltanto dopo aver svolto almeno un anno di osservazione con l’ausilio dell’esperto criminologo o psicologo esperti ex art. 80 op. A causa dell’assenza cronica di personale deputato al trattamento rieducativo (gli psicologi sono retribuiti per 17 ore al mese indipendentemente dal numero di detenuti presenti) molto spesso gli istituti non sono attrezzati a svolgere questo tipo d’indagine, molto complessa, per tutti i reclusi e il detenuto sex offender, che più di altri avrebbe necessità di un sostegno psicologico e di un trattamento rieducativo mirato, spesso tutta la pena in carcere, senza essere stato aiutato da nessuno, emarginato dalla restante popolazione carceraria.
I sex offenders sono collocati nelle cd sezioni Protetti (dove però spesso si uniscono tipologie di protetti molto diverse tra loro (poliziotti, collaboratori di giustizia…) con la motivazione di tutelare la loro incolumità ma di fatto molto isolati perchè non è consentito loro di svolgere alcuna attività trattamentale se non nel contesto della sezione e quindi senza scambi con altri soggetti, mentre il punto 7 della Raccomandazione (2014)3 prescrive: Devono essere adottate misure positive per evitare la discriminazione e la stigmatizzazione e per risolvere i problemi specifici che i delinquenti pericolosi rischiano di incontrare in carcere o mentre sono sottoposti a sorveglianza preventiva nella società.
Questi condannati finiscono per essere gli esclusi dagli esclusi [2], di fatto come “ibernati”, con istinti e pulsioni pronti a sciogliersi al ritorno in libertà, forse ancora più esasperati. Quindi spesso nulla o quasi il carcere riesce ad incidere sul pericolo di futura recidiva.
Al contrario il trattamento del reo dovrebbe avere inizio fin nella fase cautelare. Il punto 20 della Raccomandazione prescrive: Ogni persona privata della libertà a titolo preventivo deve avere il diritto di ricevere un piano scritto di esecuzione della pena che gli offra la possibilità di affrontare i fattori specifici di rischio e le altre caratteristiche che hanno contribuito al suo attuale inserimento nella categoria dei delinquenti pericolosi. Il giudice potrebbe condizionare la concessione della misura a custodia attenuata degli arresti domiciliari, allo svolgimento di un trattamento psicologico specifico e il tempo trascorso nella cura potrebbe essere valutato in fase di merito (eventualmente acquisendo la relazione del servizio competente o dello specialista in ordine alla continuità e alla collaborazione nelle cure), per graduare la pena.
Un ruolo importante ha la formazione. La Raccomandazione (2014)3 al punto 49 prescrive “Tutto il personale, comprese le autorità competenti, gli organismi, i professionisti e le associazioni incaricati della gestione dei delinquenti pericolosi devono essere selezionati sulla base di abilità e competenze definite e sottoposti a supervisione professionale. I suddetti devono avere sufficienti risorse e ricevere opportuna formazione circa la valutazione e il trattamento di esigenze specifiche, i fattori di rischio e le specifiche condizioni di tale gruppo. La gestione dei delinquenti con disturbi mentali richiede competenze particolari”.
Negli ultimi anni molto si è fatto per cercare di “lavorare” sui detenuti sex offenders e rompere il loro isolamento.
Devono essere menzionati alcuni progetti e sicuramente bisogna partire dal Progetto WOLF (Working On Lessening Fear), il primo progetto cofinanziato con fondi europei presentato e gestito tra il 1998 e il 1999 dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria in cooperazione con il Belgio e l’Olanda e con l’Università di Siena. Il Prof. G. Battista Traverso ha condotto con metodo scientifico una indagine conoscitiva che ha coinvolto 71 Istituti penitenziari, 21 Centri di Servizio Sociale per Adulti (oggi Uffici EPE) e 3 Ospedali Psichiatrici Giudiziari ed è approdato alla stesura di due documenti base sul “Trattamento degli autori di reati sessuali” e sui “Bisogni formativi degli operatori addetti al trattamento dei condannati”.
Nell’ambito del Progetto si diede conto della gestione innovativa introdotta negli istituti di Biella e Lodi ove i sex offenders erano inseriti in programmi specifici gestiti dall’e´quipe multi professionale e fu molto utile conoscere l’esperienza degli altri Paesi, dove in genere molto più ampio è il coinvolgimento della rete territoriale.
Il Progetto è stato proseguito con il Progetto FOR-WOLF, incentrato sulla formazione degli operatori per rafforzare la motivazione al lavoro in questa area-problema e diffondere corrette informazioni in ordine alla dimensione del fenomeno e alle implicazioni sociali e priso-patologiche dello stesso.
Avere gettato luce ed interesse su questo problema ha rafforzato la motivazione ad agire degli operatori e i due lavori hanno avuto senz’altro il merito di “risvegliare” l’interesse dell’Amministrazione, nelle sue articolazioni. Ne sono seguiti numerosi progetti dedicati al trattamento dei delinquenti sessuali.
Nella Casa di reclusione di Milano-Bollate il progetto per il trattamento e la riabilitazione degli autori di reati sessuali in unità di trattamento intensificato, avviato nel 2005, mira a sradicare la sub-cultura che considera i reati a sfondo sessuale come un sub-popolazione carceraria che deve essere isolata e si pone lo scopo di riabilitare i detenuti attraverso il loro reinserimento attivo e positivo nella vita sociale, con consequenziale riduzione della recidiva.
Nella Casa circondariale di Biella si è proseguito con il "Progetto Azzurro, avviato nel 2004, per i soggetti che hanno perpetrato crimini sessuali all'interno delle loro famiglie: ci si propone in particolare di guidare i partecipanti ad essere pienamente consapevoli dei loro crimini e capire l'entità del danno causato alla vittima.
Nella Casa Circondariale di Prato il progetto "Sex Offenders in carcere", realizzato dal 2006 su proposta dell'associazione dei volontari Penitenziari di Firenze coinvolge alcuni enti locali e ha lo scopo di rompere l'isolamento di reati a sfondo sessuale all'interno del carcere attraverso un adeguato intervento di trattamento e stimolare, con il supporto di esperti in materia, una piena consapevolezza del crimine perpetrato.
Nella Casa Circondariale di Castrovillari il progetto "Argo" iniziato qualche anno fa, è un'attività di Pet-Therapy che si concentra sulla cura dei cani randagi in una zona appositamente attrezzata della prigione. Questa esperienza ha avuto notevoli conseguenze psicologiche nella riabilitazione dei partecipanti, grazie al forte legame stabilito tra l'essere umano e l'animale. L'iniziativa è realizzata con il contributo del Comune della città. Un altro progetto è in corso, denominato "L'educazione ambientale sui processi sostenibili", promosso dal Corpo Nazionale del Monte Pollino; questa iniziativa ha lo scopo di stabilire un seminario di formazione sperimentale, che mira a riabilitare e motivare i trasgressori attraverso un corso di formazione in educazione ambientale.
Nella Casa Circondariale di Pesaro sono in corso vari progetti finanziati dalla Regione Marche "Atelier artistico-terapia" finalizzato allo sviluppo di capacità creative ed espressive dei partecipanti, spingendoli a interagire all'interno di un gruppo e di raccontare le loro storie personali. "Attività di esperti di psicologia", l'obiettivo di incrementare e razionalizzare l'intervento dello psicologo a favore di autori di reati sessuali. "Progetto per una vela con trattamento intensificato", che prevede attività di laboratorio, riunione dei gruppi, one-to-one interviste, un livello inferiore di regime di custodia, tutti volti verso un cambiamento nella mentalità di approccio a questo problema.
Anche la Casa Circondariale di Pesaro dal 2005 ospita una sezione per sex-offenders. Originariamente non era previsto alcun trattamento specifico ma è stato avviato un programma (il primo da quando l’istituto ospita la sezione) di trattamento avanzato.
Il DAP ha seguito anche alcuni studi sul rischio di recidiva negli autori di reati violenti.
Nell’ambito del Progetto S.O.Cr.A.TE.S. - Supporto operativo criminologico per l'Arma territoriale e i reparti speciali dei Carabinieri. (2008/2010) L’Università di Palermo (Prof. Caretti) e il Ra.C.I.S. dei Carabinieri hanno svolto un’indagine su un campione di circa 60 detenuti condannati per reati di reati efferati e a sfondo sessuale utilizzando uno strumento per la rilevazione di alcuni aspetti della psicopatia; il test PCL-R (Rare Psychopathy Chektist- Revised: 2° editlon) già validato in altri Paesi egli Stati Uniti. Lo studio ha consentito di mettere a punto un sistema informatico utile alle indagini sugli autori dei reati efferati e a sfondo sessuale di ausilio ai Carabinieri.
Dal progetto S.O.Cr.A.Te.S, nel 2011 è scaturito il progetto STALKING realizzato con l'Universita` di Napoli (Prof.ssa A.C. Baldry) in stretta collaborazione con l’equipe di osservazione e trattamento di due istituti ove è stato utilizzato il test psicodiagnostico denominato PCL-R (R.R.- Respectful -Relationshfp, PCL-R, THAIS) e somministrate interviste e colloqui ad un gruppo di condannati per reati violenti verso le donne ed atti persecutori ristretti nelle sezioni ed "protette".
Per la valutazone del rischio di recidiva è stato scelto il metodo SARA (Spousal Assault Risk Assessment, di Kropp e Hart, 2000, versione italiana di Baldry, 2008, e Baldry & Rota , 2011) che si basa sulla valutazione dei rischio all'interno della coppia. E’ emerso fra gli altri un dato interessante, ovvero la tendenza degli autori a negare il reato commesso e minimizzare il comportamento aggressivo, svalutando e/o colpevolizzando la vittima (tecniche di neutralizzazione).
In questi giorni stanno iniziando le attività di individuazione del campione, scelto tra i detenuti condannati con pena definitiva per reati violenti e reati di violenza sessuale sul quale procedere alla sperimentazione del test PCL-R utilizzato con la citata ricerca SOCRATES. Il Progetto, condotto dai professori Caretti e Galasso si propone di individuare strumenti per la valutazione del rischio della pericolosità sociale e del rischio di recidiva in soggetti detenuti condannati per reati sessuali e amplia l’indagine anche ai reati per mafia, mettendo in correlazione le caratteristiche dei detenuti e le loro modalità di partecipazione al trattamento.
Nel 2012, all’interno della Confederazione Europea per la Probation (CEP) è stato istituito un gruppo di studio denominato SOGIS (Sex Offender Special Interest Group) con l’obiettivo di fornire una panoramica sugli strumenti di valutazione e di gestione del rischio, e di interventi e trattamento in Europa relativi ai detenuti cd sex offender. La priorità è quella che le politiche di sicurezza non abbiano più l’obiettivo sulla vittima ma mirino a rendere l’autore di reato più responsabile cercando di cambiarlo, con umanità e rispetto, attraverso il trattamento e l’inclusione.
Nel 2013 è stato diffuso un questionario per raccogliere informazioni sugli interventi effettuati anche se sono pervenute le risposte di 17 Paesi (su 36 interpellati).
E’ risultato che le iniziative e i programmi sono diversi tra loro e ogni Paese opera isolato dagli altri (ad eccezione del Baltico e dei Paesi del Nord). Vi sono pochi studi sulla valutazione del rischio e non vi è una informazione completa sulle forme di trattamento esistenti (monitoraggio). In genere la detenzione in carcere è la forma più diffusa. Non vi sono canali dedicati di finanziamento. Manca un collegamento tra i programmi in carcere e i servizi nella comunità e pochi Paesi hanno indicato un legame esistente tra le comunità e il carcere. L’efficacia e il contenuto del trattamento proposto è per lo più sconosciuto o poco indagato. Sotto il profilo di quali siano le figure coinvolte è emerso che sempre più esteso è il coinvolgimento dei volontari.
Quasi tutti i Paesi hanno evidenziato che è necessario implementare il Sistema di Probation, in grado di incidere sulla recidiva e proteggere la comunità in modo più efficace.
Il progetto europeo SOMEC "Serious Offending by Mobile European Criminals", patrocinato dal Regno Unito con il coinvolgimento dell’Olanda, della Catalogna e della Lettonia e dell’Università di Montfort di Leicester, è giunto alla fine dei lavori. Il progetto si proponeva di investigare le procedure per la valutazione del rischio e la gestione dei responsabili di crimini violenti o sessuali nei Paesi UE, confrontando i vari modelli di e favorire lo scambio di informazioni al fine di implementare la cooperazione transfrontaliera.
Il Progetto ha riconosciuto che gli autori di reati violenti o i sex offender sono un numero relativamente ristretto (Negli Stati Uniti ogni Stato ha il suo registro dei sex offenders) e quindi è necessario che sia identificato in modo appropriato a partire dall’elenco dei reati che debbono essere ricompresi nella categoria secondo il sistema ECRIS (European Criminal Records Information System) RSS, il sistema informatico istituito nel mese di aprile 2012 per realizzare un efficace scambio di informazioni sulle condanne penali tra i paesi dell'UE (omicidio volontario, omicidio preterintenzionale, lesioni personali gravi, sfregio permanente, tortura, reati sessuali, stupro….). Si è cercato di prevedere una serie di informazioni standardizzate e relative al substrato sociale, ai dettagli del fatto-reato, ai fattori di rischio, il tipo di vittima offesa, il modus operandi, il rischio di recidiva, risposta agli interventi e trattamenti precedenti, le misure di gestione necessarie.
L’Ufficio Studi del DAP ha partecipato ai lavori del Tavolo Interistituzionale sul fenomeno della violenza sulle donne per la redazione del Piano d’Azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere.
In particolare ha contribuito alla redazione delle “Linee Guida per la Valutazione del Rischio” da mettere a disposizione dell’operatore sociale ed assistenziale, sanitario, penitenziario, delle Forze dell’Ordine o della Autorità Giudiziaria nei casi di violenza contro le donne e alla redazione di una proposta per un modello integrato di intervento finalizzato al recupero/reinserimento degli uomini autori di violenza.
La Raccomandazione del Consiglio d’Europa CM/Rec (2014) 3 sul trattamento dei delinquenti pericolosi che ai punti 9 e 11 raccomanda anche di predisporre risorse sufficienti per rispondere efficacemente alla particolare situazione ed agli specifici bisogni di tali detenuti, come anche di finanziare ed incoraggiare la ricerca sui fattori specifici di rischio in modo da consentire ai detenuti di superare la condizione di pericolosità;
e al punto 12 reca che il personale penitenziario, le autorità, i professionisti e gli organismi competenti dovrebbero ricevere una formazione adeguata in materia di valutazione e gestione di tali autori affinché la prassi sia conforme alle più avanzate norme e deontologie professionali nazionali ed internazionali.
Obiettivo dell’azione amministrativa dovrebbe essere quello di costruire una rete di sostegno con la presa in carico dei soggetti vulnerabili al fine di individuare il migliore percorso riabilitativo e terapeutico.
Prevedere che il sistema penitenziario operi in stretta correlazione con le istituzioni e i servizi territoriali al fine di costruire un sistema del welfare unico che garantisca la continuità in ingresso ed in uscita dal carcere. L’obiettivo non è quello di migliorare la qualità del trattamento intramurario o esterno, quanto quello di costruire un sistema del welfare che si rivolga globalmente ai soggetti vulnerabili compresi i soggetti in esecuzione penale.
Approfondire quanta parte del disagio sia eredità della vita pre-detentiva e verificare quanto invece sia una reazione adattiva all’ambiente carcerario (il carcere è di per sè fattore patogeno o piuttosto amplificatore di disturbi preesistenti e contenitore di soggetti che vivono già in contesti sociali caratterizzati da forte povertà, marginalità sociale ed esclusione lavorativa? I soggetti detenuti vulnerabili hanno avuto già accesso, anche in maniera saltuaria, ai servizi territoriali?).
Prevedere protocolli organizzativi che assicurino che lo staff di operatori dell’esecuzione penale possa conoscere tempestivamente la storia precedente ed assicurare un adeguato e tempestivo trattamento operando in sinergia con le istituzioni e i servizi territoriali anche al fine di preparare la successiva presa in carico.
[1]Il trattamento del reo, azione indicata dalla normativa penitenziaria nonché implicitamente anche dalla carta costituzionale, ha come meta finale (individuale e sociale) il modificarsi del comportamento del condannato tale da conformarsi alla legge, “modificando gli atteggiamenti del soggetto, rafforzandolo come persona, riducendo le diverse pressioni esterne e aumentando i sostegni e le opportunità disponibili, oppure aiutandolo ad essere più soddisfatto e più autorealizzato nel contesto dei valori della società
[2]L’esclusione da parte degli altri detenuti spesso è ostinata, severa, rigida, ma spesso anche ambigua, se a compiere un delitto di violenza sessuale sono persone “omogenee” al resto della popolazione carceraria: in quel caso l’esclusione non opera e questi sono accettati in nome di un machismo che si deve accettare, condividere.
SGEP - Tavolo 2 - Vita detentiva. Responsabilizzazione del detenuto, circuiti e sicurezza
SGEP - Tavolo 4 - Minorità sociale, vulnerabilità, dipendenze