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Timestamp: 2019-10-19 12:33:25+00:00
Document Index: 136902943

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 117', 'art. 117', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 2233', 'art. 2', 'art. 2']

Il “Decreto Bersani” supera ancora una volta il giudizio di legittimità costituzionale.
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Corte Costituzionale, 12 dicembre 2007, n. 443
La Consulta ha respinto i ricorsi proposti dalle regioni Veneto e Sicilia per mezzo dei quali sono state sollevate questioni di legittimità costituzionale avverso talune disposizioni del D.L. 223/2006 (art. 2, commi 1, 2-bis e 3) in riferimento all’art. 117, terzo comma della Costituzione.
In particolare nei suddetti ricorsi si sostiene che il decreto legge impugnato rappresenti un’eccessiva dilatazione della competenza statale in tema di tutela della concorrenza che rischia di vanificare lo schema di riparto dell’art. 117 Cost. per cui sono attribuite alla potestà legislativa residuale e concorrente delle Regioni quelle materie la cui disciplina incide innegabilmente sullo sviluppo economico e per le quali la competenza statale è circoscritta alla determinazione dei soli “principi fondamentali”.
La Corte Costituzionale risolve la questione dichiarando l’appartenenza delle norme censurate alla materia della «tutela della concorrenza» per cui diventa superfluo soffermarsi sul quesito se le stesse abbiano carattere di principio o configurino una disciplina di dettaglio.
Come già affermato nella sentenza n. 80/2006 «le competenze esclusive statali, che si presentino come trasversali, incidono naturalmente, nei limiti della loro specificità e dei contenuti normativi che di esse possano definirsi propri, sulla totalità degli ambiti materiali entro i quali si applicano.
Ne deriva che anche disposizioni particolari e specifiche, purché orientate alla tutela della concorrenza, si pongono come legittima esplicazione della potestà legislativa esclusiva dello Stato in tale materia».
Trovano pertanto conferma, perché possono essere ricondotte nella materia della “tutela della concorrenza”:
– Le norme di cui alla lettera a) comma 1 dell’art. 2 del D.L. n. 223/2006 in quanto, l’abrogazione delle disposizioni che prevedono l’obbligatorietà di tariffe fisse o minime ovvero il divieto di pattuire compensi parametrati al raggiungimento degli obiettivi perseguiti, tende a stimolare una maggiore concorrenzialità nell’ambito delle attività libero-professionali e intellettuali, offrendo all’utente una più ampia possibilità di scelta tra le diverse offerte, maggiormente differenziate tra loro sia per i costi che per le modalità di determinazione dei compensi.
– Le norme di cui alla lettera b) comma 1 dell’art. 2 del D.L. n. 223/2006, poiché anche la possibilità di svolgere pubblicità informativa circa i titoli e le specializzazioni professionali, le caratteristiche del servizio offerto, nonché i costi complessivi delle prestazioni, garantisce e promuove la concorrenza, purché, a tutela degli utenti il messaggio pubblicitario sia caratterizzato da trasparenza e veridicità.
– Le norme di cui alla lettera c) comma 1 dell’art. 2 del D.L. n. 223/2006 perché la possibilità di creare società di persone o associazioni tra professionisti, volte a fornire all’utenza servizi professionali di tipo interdisciplinare, aumenta e diversifica l’offerta sul mercato e consente una maggiore possibilità di scelta a chi ha necessità di avvalersi congiuntamente di determinate prestazioni professionali, anche se eterogenee, indirizzate a realizzare interessi convergenti o connessi.
È stata invece ritenuta l’infondatezza della questione di legittimità costituzionale del comma 2-bis dell’art. 2 del D.L. n. 223/2006 – norma che modifica il terzo comma dell’art. 2233 del codice civile, prescrivendo, a pena di nullità, che siano redatti in forma scritta i patti, conclusi tra gli avvocati ed i praticanti abilitati con i loro clienti, che stabiliscono i compensi professionali – in quanto attinente al contratto di prestazione d’opera professionale degli avvocati, e come tale rientrante nella materia “ordinamento civile”, di competenza esclusiva dello Stato.
Infondata anche la questione di legittimità costituzionale del comma 3 dell’art. 2 del cosiddetto “Decreto Bersani” che prevede l’adeguamento delle disposizioni deontologiche e dei codici di autodisciplina a quanto stabilito dal comma 1 dello stesso art. 2 e, in caso di mancato adeguamento, la nullità delle norme in contrasto con lo stesso comma 1.
Detta norma, osserva la Corte, si presenta come strettamente consequenziale a quelle di cui al comma 1 e pertanto incidente su un ambito materiale di competenza esclusiva dello Stato quale è la tutela della concorrenza.
Relativamente ad stessa valgono quindi le medesime considerazioni sotto il profilo del riparto delle competenze legislative tra Stato e Regioni.
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