Source: http://marra.it/component/k2/item/106-coordinamento-l-s-u-manifestazione-di-protesta-dinanzi-al-tribunale-di-napoli-contro-la-parzialita-di-certa-magistratura-del-lavoro.html
Timestamp: 2020-08-09 08:12:24+00:00
Document Index: 9176

Matched Legal Cases: ['art. 7', 'art. 12', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 7', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 13', 'art. 7', 'art. 7', 'sentenza ', 'art. 38', 'art. 3']

Un rigettismo frutto di una posizione neo-conservatrice, nata negli anni dal 1973 in poi dal fatto di non avere capito, una parte di quei giudici del lavoro, che la "rivoluzione culturale" del 68, il cui principale frutto giuridico fu nel 73 nella legge sul nuovo processo del lavoro, non fu, come essi credettero, o vollero credere, una rivoluzione comunista, o comunque di sinistra, ma una rivoluzione consumistica.
Tant’è che, celando le ragioni di fondo delle loro scelte dietro ai cerebralismi, divennero sempre più accaniti nella professione di una serie di ambigui "valori": in realtà nient’altro che oltranzismo difensivo dell’apparato (INPS, Ministeri, ecc.) in una serie di controversie nelle quali aveva sistematicamente torto, e perdere le quali sarebbe stato indispensabile per la sua riforma.
A parte ciò, l’unica tesi che vi si legge costituisce un errore madornale, mentre per il resto è un esempio tipicamente orbo di contenuti dei cerebralismi di questo giudice, ben noto ai "lavoristi" della Sezione Lavoro di Napoli, dove ha operato a lungo.
L’errore madornale è l’aver posto a presupposto della legittimità del suo orientamento rigettista l’idea che: "l’interpretazione secondo la quale l’indennità di mobilità deve essere adeguata automaticamente, cioè facendosi applicazione dello stesso meccanismo contemplato dalla legge per il trattamento di c.i.g.s., non ha base nel diritto positivo."
"Non vi è dubbio che il comma 3, dell’art. 7, l. 223/1991 sia rimasto vigente nel suo testo originario, essendo impensabile che una fonte normativa possa essere influenzata da eventi che costituiscono il frutto dell’esercizio di autonomia negoziale. Ma proprio per questo è profondamente errato e contraddittorio, sul piano del ragionamento giuridico, ritenere che gli eventi negoziali abbiano determinato una lacuna del disposto legislativo, lacuna che autorizzerebbe ad avere riguardo alle disposizioni che regolano casi simili o materie analoghe, ovvero ai principi generali dell’ordinamento giuridico (art. 12, disp. prel. Cod. civ.)"
"Al contrario, il comma terzo dell’art. 7, l. 223/1991 è rimasto in vigore nell’interezza delle sue disposizioni. E’ avvenuto soltanto che, avendo il legislatore stabilito che gli incrementi automatici dell’indennità di mobilità sarebbero stati quelli stessi di cui beneficiavano i salari in virtù dell’istituto negozia le dell’indennità di contingenza, da un certo momento in poi questi incrementi, per effetto di una diversa regolazione pattizia, non si sono più avuti (ma il problema si sarebbe posto in maniera sostanzialmente identica anche se, anziché pari a zero, gli incrementi fossero stati ancorati a parametri di molto inferiori agli aumenti del costo della vita.). Spesso sovrapposta con la tesi dell’interpretazione analogica e indebitamente confusa con essa, è l’opinione secondo la quale si dovrebbe distinguere tra un nucleo realmente precettivo del comma 3 dell’art. 7, l. 223/1991, concernente per così dire an debeatur e dunque la regola dell’adeguamento automatico, e le disposizioni attinenti al mero quantum, dirette semplicemente a dettare un criterio funzionale all’operatività del precetto primario.
Il legislatore dispone che l’indennità di mobilità dovrà variare secondo lo stesso meccanismo indicizzato dei salari; la cessazione di detto meccanismo (ovvero anche modifiche) non può alterare i contenuti della disposizione fino a leggerla come se dicesse che, ove non dovesse operare (o non dovesse operare in maniera adeguata) il criterio del riferimento all’indennità di contingenza, dovrà essere l’interprete a ricercarne altro analogo che sia in grado di assicurare la rivalutazione nel tempo dell’indennità."
Anche se ciò che davvero viene da chiedersi è come avrà mai potuto pensare di scrivere, nello stesso contesto, dapprima che: "Non vi è dubbio che il comma 3, dell’art. 7, l. 223/1991 sia rimasto vigente nel suo testo originario, essendo impensabile che una fonte normativa possa essere influenzata da eventi che costituiscono il frutto dell’esercizio di autonomia negoziale."; quindi che:"il comma terzo dell’art. 7, l. 223/1991 è rimasto in vigore nell’interezza delle sue disposizioni", per poi, ciononostante, desumerne un divieto all’interprete di ricercare un criterio analogico per l’attuazione di quel precetto! Né, abbattuta con tali fragorosi colpi a salve la sentenza della Corte d’Appello, prende in alcuna considerazione quanto scritto nel documento n. 79, del 30.10.01, in nostra difesa dal nostro avvocato (vedi in www.Marra.it : NotecircaCass.Lav. N. 11108/01 in materia di adeguamento dell’indennità di mobilità.).
.."OSSERVIAMO INFATTI CHE, CON LA 497/ 88, LA CORTE HA AFFERMATO L’ILLEGITTIMITÀ IN GENERALE DI OGNI NORMA CHE, NEL FISSARE UN QUALSIVOGLIA CORRISPETTIVO, REMUNERAZIONE, BENEFICIO ECC.
(in pratica il contrario di quello che scrive Picone) CON LA 184/00, LA CORTE, SENZA NULLA AGGIUNGERE ALLA 497/88 ED ALLA 295/91, NEL RIGETTARE CERTI MAL FORMULATI DUBBI DI COSTITUZIONALITÀ, SI LIMITA A RIBADIRE (CI SI RIFERISCE ALLE SOLE COSE RILEVANTI) CHE UNA LEGGE CHE DISPONGA L’ADEGUAMENTO "NON È COSTITUZIONALMENTE NECESSITATA".
AFFERMAZIONE OVVIAMENTE NON IN CONTRASTO CON QUELLA DELLA 295/90, SECONDO LA QUALE L’ADEGUAMENTO: "È UN DIRITT O COSTITUZIONALMENTE GARANTITO" (SIGNIFICA CHE, NONOSTANTE SI TRATTI DI DIRITTO COSTITUZIONALMENTE GARANTIT O, NESSUNO PUÒ TUTTAVIA COSTRINGERE IL LEGISLATORE A LEGIFERARE).
DUBBIO DI COSTITUZIONALITÀ CHE QUEL REMITTENTE AVEVA SOLLEVATO PERCHÉ, COSÌ EGLI SOSTENEVA, SI TROVAVA DI FRONTE: "ALL’INSOLUBILE PROBLEMA DEL CRITERIO DA ADOTTARE PER LA DEFINIZIONE DELLE CONTROVERSIE PENDENTI".
SENTENZA, LA 295/91, CON LA QUALE LA CORTE COSTITUZIONALE RESPINGE IL DUBBIO DI COSTITUZIONALITÀ ESPRESSO DA QUEL REMITTENTE ADDUCENDO CHE LA QUESTIONE È STATA GIÀ RISOLTA DALLA 497/88, OVVERO SCRIVE TESTUALMENTE LA CORTE (RISOLVENDO CON QUESTE BREVI ESPRESSIONI, SEMPRE CHE LE SI LEGGANO FINALMENTE CON L’ATTENZIONE CHE MERITANO, NON SOLO IL DUBBIO IN RELAZIONE ALLE DUE NUOVE LEGGI, MA TUTTI I PRETESI DUBBI COMUNQUE DA CHIUNQUE SOLLEVATI IN QUESTA VICENDA): "QUESTA CORTE NON PUÒ DUNQUE PRONUNCIARSI UNA SECONDA VOLTA, COME IN REALTÀ POSTULA IL GIUDICE A QUO.
LA DICHIARAZIONE DI ILLEGITTIMITÀ COSTITUZIONALE DI UNA OMISSIONE LEGISLATIVA COM’È QUELLA RAVVISATA NELL’IPOTESI DI MANCATA PREVISIONE, DA PARTE DELLA NORMA DI LEGGE REGOLATRICE DI UN DIRITTO COSTITUZIONALMENTE GARANTIT O, DI UN MECCANISMO IDONEO AD ASSICURARE L’EFFETTIVITÀ DI QUESTO (LA CORTE SI RIFERISCE ALLA NORMA CHE, ANCHE ALLORA, NEL DISPORRE L’ADEGUAMENT O DELLA INDENNITÀ DI DISOCCUPAZIONE, NON DISPONEVA PER IL PREGRESSO) , MENTRE LASCIA AL LEGISLATORE, RICONOSCENDONE L’INNEGABILE COMPETENZA, DI INTRODURRE E DI DISCIPLINARE ANCHE RETROATTIVAMENTE TALE MECCANISMO IN VIA DI NORMAZIONE ASTRATTA, SOMMINISTRA ESSA STESSA UN PRINCIPIO CUI IL GIUDICE COMUNE È ABILITATO A FARE RIFERIMENTO PER PORRE FRATTANTO RIMEDIO ALL’OMISSIONE IN VIA DI INDIVIDUAZIONE DEL CASO CONCRETO"
Sentenza questa, quel che è peggio, che Picone conosce, tant’è che, sempre proseguendo, scrive: "E’ ben possibile che l’ordinamento giuridico contempli una disposizione normativa con simili contenuti: ciò è accaduto, ad esempio, per effetto della sentenza costituzionale n. 497 del 1988, atteso che la dichiarata illegittimità della mancata previsione di un meccanismo compensativo di adeguamento automatico dell’indennità ordinaria di disoccupazione ha modificato l’art. 13 del decreto-legge 2 marzo 1974, n. 30, convertito, con modificazioni, nella legge 16 aprile 1974, n. 114, nel senso che il valore monetario indicato doveva essere adeguato nel tempo, benché non fosse precisato il criterio e questo dovesse essere individuato dal giudice (cfr. C. Cost. n. 295 del 1992)." Solo che, per liberarsi di questa scomoda interpretazione della Corte Costituzionale aggiunge: "Ma non è certamente questo il caso del terzo comma dell’art. 7 l. 223/1991, con il quale il legislatore ha espresso una determinata regola di adeguamento automatico, adeguamento che vicende successive hanno svuotato di contenuto, dopo di che lo stesso legislatore ha optato per la soluzione di affidare alla rivalutazione dei massimali fissati per il trattamento di c.i.g.s. l’unico incremento automatico dell’indennità (iniziale) di mobilità, rendendola insensibile alle successive variazioni dell’indice ISTAT come, invece, disposto per il trattamento di integrazione salariale (salvo a programmare, come si è detto, un successivo intervento diretto a parificare le due indennità)." Mere parole in successione nelle quali reitera sì variamente che questo caso sfugge alla disciplina della Corte Costituzionale, ma senza alludere al perché.
Mere parole in successione che elegge invece a dignità di tesi alla quale fa così finanche conseguire che: "Ed allora la pretesa all’adeguamento annuale (anche) dell’indennità di mobilità nella misura dell’80% dell’aumento derivante dalla variazione annuale dell’indice ISTAT dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e di impiegati, non potrebbe trovare accoglimento se non passando per la dichiarazione di illegittimità costituzionale della regola in vigore, quale si ricava dal comma 3 dell’art. 7 della l. 223/1991 e dalle richiamate disposizioni del d.l. 16 maggio 1994, n. 299, conv. in l. 19 luglio 1994, n. 451.
Senonché la questione deve essere giudicata manifestamente infondata in quanto già esaminata dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 184 del 2000, che ha escluso che vi sia un’esigenza costituzionale che imponga la rivalutazione dell’indennità di mobilità oltre alla rivalutazione dei massimali che ne determinano l’ammontare, sia sotto il profilo dell’osservanza del principio di adeguatezza della tutela previdenziale (art. 38 Cost.), sia sotto quello del trattamento differenziato tra indennità di mobilità e trattamento di cigs (art. 3 cost.), non essendo irragionevole l’esercizio in tal senso della discrezionalità del legislatore a causa delle differenze tra le due forme di tutela previdenziale." Tesi su tesi gratuite, perché non è vero che non è applicabile la 497/ 88, non è vero che occorre ricorrere di nuovo alla Corte Costituzionale, ed inoltre la sua lettura della 184/2000 è errata, perché è basata su di una confusione fra il significato di quanto affermato nella 295/ 91, laddove recita che l’adeguamento: "è un diritto costituzionalmente garantito", e quanto affermato nella 184/2000, laddove recita che una legge che disponga l’adeguamento: "non è costituzionalmente necessitata".
Fermo restando che la 497/ 88: "somministra essa stessa un principio cui il giudice comune è abilitato a fare riferimento per porre frattanto rimedio all’omissione in via di individuazione del caso concreto": che è poi l’unico principio che Picone avrebbe avuto il dovere di prendere in considerazione e che, invece, a causa della già detta visione individualistica, gli è sfuggito.
88.pdf (1555 Scaricamenti)
Altro in questa categoria: « LA RINASCITA SOCIALISTA QUALE UNICO STRUMENTO PER TORNARE AL GOVERNO	MARRA: CASALEGGIO, FO E GRILLO GENI? NO, INCOLTI, VACUI, PERICOLOSI MISTIFICATORI AL SERVIZIO DEL REGIME, CHE SUBDOLAMENTE LI HA GENERATI E LI SOSTIENE.. »