Source: http://www.integrazionemigranti.gov.it/Attualita/Notizie/Pagine/Stranieri-ed-accesso-al-Reddito-di-Inclusione-inammissibile-la-questione-di-legittimit%C3%A0-costituzionale-.aspx
Timestamp: 2020-08-05 16:48:19+00:00
Document Index: 149811555

Matched Legal Cases: ['art 3', 'art. 2', 'art. 14', 'sentenza ', 'art. 13', 'sentenza ']

HOME > Notizie > Stranieri ed accesso al Reddito di Inclusione, inammissibile la questione di legittimità costituzionale
Stranieri ed accesso al Reddito di Inclusione, inammissibile la questione di legittimità costituzionale
La Corte Costituzionale non si pronuncia nel merito, ma dichiara inammissibile la questione in ragione del mutato quadro normativo
È stata dichiarata inammissibile, per sopravvenuta abrogazione della norma sospettata di incostituzionalità, la questione di legittimità costituzionale sollevata nei confronti della disposizione che prevedeva per l'accesso al REI (Reddito di Inclusione) che i cittadini di nazionalità extra-UE dovessero essere titolari di un permesso di soggiorno di lungo periodo, escludendo gli stranieri legalmente soggiornanti in possesso di permesso di soggiorno per motivi di lavoro (o per altri motivi).
Con l'ordinanza del 1°.08.2019, il Tribunale di Bergamo - sezione lavoro - aveva sollevato questione di legittimità costituzionale dell'art 3, comma 1 lett. a) n. 1), d.lgs. 147/17 nella parte in cui prevedeva, per l'accesso al ReI (Reddito di Inclusione) che i cittadini di nazionalità extra UE dovessero essere titolari di un permesso di soggiorno di lungo periodo.
Tale norma avrebbe introdotto, ad avviso del Tribunale, una ingiustificata ed irragionevole disparità di trattamento tra cittadini italiani e stranieri regolarmente soggiornanti, cioè in possesso di permesso di soggiorno per motivi di lavoro (o per altri motivi) ma sprovvisti del permesso di lungo soggiorno, in violazione degli art. 2, 3, 31, 38, 117 della Costituzione, dell'art. 14 CEDU e degli artt. 20, 21, 33 e 34 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea (CDFUE).
Il Reddito di Inclusione, introdotto a decorrere dal 1° gennaio 2018, costituiva "una misura unica a livello nazionale di contrasto alla povertà e all'esclusione sociale". Il riconoscimento della prestazione economica era condizionato ad una preventiva valutazione multidimensionale del bisogno che tenesse conto delle risorse e dei fattori di vulnerabilità del nucleo fra cui le condizioni personali e sociali, la situazione familiare ed economica, la situazione lavorativa e la condizione abitativa. A seguito della valutazione veniva elaborato un progetto personalizzato finalizzato all'affrancamento dalla situazione di povertà e contenente obiettivi specifici di carattere occupazionale e di inserimento sociale.
Il richiedente, al momento della presentazione della domanda, doveva inoltre soddisfare un requisito di residenza sul territorio nazionale in via continuativa da almeno due anni. In aggiunta, ai cittadini di nazionalità extra Ue veniva richiesta la titolarità di un permesso di soggiorno di lungo periodo, il quale può essere rilasciato agli stranieri in possesso da almeno 5 anni di un permesso di soggiorno in corso di validità e a condizione che dimostrino la disponibilità di un reddito minimo non inferiore all'assegno sociale annuo
Il decreto-legge 28 gennaio 2019, n. 4, convertito con modificazioni dalla L. 28 marzo 2019, n. 26, con cui è istituito il reddito di cittadinanza, ha previsto all'articolo 13 che a decorrere dal 1° marzo 2019, il Reddito di inclusione non potesse essere più richiesto e a decorrere dal successivo mese di aprile non è potesse più essere riconosciuto, né rinnovato .
La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 146 del 19 giugno 2020, non è entrata nel merito della questione, ma l'ha dichiarata inammissibile per sopravvenuta abrogazione della norma sospettata di incostituzionalità, abrogazione avvenuta il 1° aprile 2019, e quindi in data antecedente l'ordinanza di rimessione. In quest'ultima, osserva la Corte, non vi è alcun riferimento alla radicale modifica del quadro normativo, ne' alla norma transitoria contenuta nell'art. 13, comma 1,del d.l. n. 4 del 2019, come invece sarebbe stato necessario per dare conto della rilevanza della questione sollevata.
La totale mancanza di una benché minima argomentazione sulla portata della norma transitoria e sulla permanente applicabilita' della norma censurata nei giudizi pendenti si traduce, per la Corte, in una omessa motivazione sulla rilevanza di tutte le questioni, con la conseguenza della loro inammissibilita'
Leggi la sentenza n. 146 del 19 giugno 2020