Source: http://rifondazionecinisello.it/2018/01/23/la-parola-razza-e-la-costituzione/
Timestamp: 2019-10-23 22:11:36+00:00
Document Index: 23343658

Matched Legal Cases: ['art. 3', 'art. 24', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 24', 'art. 3', 'art. 24', 'art. 3']

La parola “razza” e la Costituzione -
di Girolamo Di Michele
In questi giorni a scuola ho svolto questa lezione di Cittadinanza e Costituzione, sul perché la parola “razza” è presente nella nostra Costituzione.
La parola “razza” è presente nel primo comma dell’art. 3 della Costituzione, che recita:
Questo articolo costituisce, com’è stato detto, l’architrave della “costituzione sociale”, perché indica il compito che i costituenti si attribuiscono: non solo disegnare una Costituzione, ma indicare la via per modificare le condizioni sociali e politiche esistenti nel 1947. Non a caso il comma 2 recita “impediscono” e non, come in punta di matita vorrebbe la lingua italiana “impediscano” (come propose Pietro Pancrazi, incaricato della revisione stilistica del testo): c’è un grande valore etico e politico in quell’indicativo, che fotografa una condizione da cui bisognava uscire.
1. L’origine fascista dell’uso politico della parola “razza”
La parola “razza” non compare nello Statuto albertino, che all’art. 24, il cui ruolo è formalmente analogo a quello dell’art. 3 della Costituzione, recita:
Tutti i regnicoli, qualunque sia il loro titolo o grado, sono eguali dinanzi alla legge. Tutti godono egualmente i diritti civili e politici, e sono ammissibili alle cariche civili, e militari, salve le eccezioni determinate dalle Leggi.
L’ingresso di questo termine nella politica italiana è quindi responsabilità del fascismo, attraverso le leggi razziali (un complessi di Regii Decreti e Leggi varati fra il settembre 1938 e il luglio 1939), premesse dal comunicato della segreteria Politica del PNF Il Fascismo e il problema della razza (25 luglio 1938 ). Ecco qui sotto le pagine iniziale e finale del RDL 1728/1938, con la firma del re Vittorio Emanuele III in evidenza):
A queste leggi fanno da cornice il Manifesto della razza (sulla rivista “La difesa della razza”, 5 agosto 1938); Il secondo libro del fascista (1939), uno dei libri di lettura e di educazione e propaganda fascista diffusi dal Partito; e la Dichiarazione sulla razza del Gran Consiglio del Fascismo (6 ottobre 1938), che afferma «l’attualità urgente dei problemi razziali e la necessità di una coscienza razziale» davanti al rischio di «incroci e imbastardimenti», e precisava che «Il problema ebraico non è che l’aspetto metropolitano di un problema di carattere generale». Significa questo: il problema degli “imbastardimenti e mescolanze” nelle città riguarda la presenza degli ebrei, ma vi è rischio analogo con le popolazioni slave, arabe e “negroidi” [sic] con le quali gli italiani sono in contatto oltre confine o nei domini coloniali.
Nel Manifesto della razza si legge, ai punti 6-7:
È tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti. Tutta l’opera che finora ha fatto il Regime in Italia è in fondo del razzismo.
Il secondo libro del fascista comincia con queste affermazioni:
La specie umana è unica, discendendo – secondo l’ammissione oramai quasi generale – da una sola coppia di antichissimi genitori (monogenesi). Come dal tronco si dipartono i rami, così nella specie umana si distinguono le razze. Quando in genere si parla di razza, si allude a una realtà biologica, ossia a un gruppo umano, i cui individui presentano un insieme di caratteri simili, come il colore della pelle, la forma del cranio, il tipo della capigliatura ecc. La razza è costituita e delimitata dalla eredità costante di quei caratteri, che la distinguono da tutte le altre. Però oltre a ereditare i caratteri fisici, o biologici, si ereditano, nella razza, anche i caratteri morali, ossia quell’insieme di istinti, di inclinazioni, di attitudini, di doti che compongono la personalità umana. Gli scienziati non sono d’accordo circa il numero e la denominazione delle razze umane. Il sistema più semplice e più chiaro è quello sintetico, che classifica l’umanità nelle razze bianca, gialla, nera; oppure europoide, mongoloide, negroide. Ciascuna di queste grandi razze, o categorie, si divide in un numero variabile, difficilmente accertabile, di sottorazze, non sempre ben distinguibili fra loro. È anche ammessa l’esistenza di razze secondarie. La classificazione tripartita – ossia quella che riduce a tre le razze umane principali – corrisponde in modo generale col testo della Bibbia, che fa risalire il popolamento della Terra alla divisione e dispersione della discendenza di Noè, nelle famiglie di Sem, Cam, Jafet. Le differenze fisiche e spirituali esistenti fra le razze principali, fra le razze secondarie e fra le diverse stirpi di una medesima razza, sono dovute a un considerevole numero di fattori, non tutti conosciuti. L’evidente inferiorità di alcune razze, e specialmente di quella che si è convenuto di chiamare negroide, viene attribuita a una decadenza progressiva nel corso di lunghissimi periodi di tempo. Altri scienziati attribuiscono tale inferiorità a un arresto di sviluppo.
Basti comunque constatare che esistono attualmente profondissime differenze fra le razze umane, nonostante la loro comune origine. Si è convenuto di chiamare ariane quelle stirpi di razza bianca che, discendendo da una famiglia etnica pura e nobilissima, parlano linguaggi derivanti da una lingua madre comune e appaiono legate nello sviluppo storico della civiltà.
Per sostenere le leggi razziali, lo scrittore fascista ferrarese Nello Quilici scrisse La difesa della razza(in “Nuova Antologia” n. 1596, 16 settembre 1938, pp. 133- 139), dove si legge (p. 137):
Molti aspetti della così detta “scienza” razzista sono romanzeschi e arbitrarii; altri troppo circoscritti da concezioni puramente materialistiche. Ma un punto è da tener fermo: che la disuguaglianza delle razze esiste e che in particolare un abisso divide l’antico ceppo indo-germanico o indo-europeo da quello semitico ed africano: e che la razza italiana appartiene incontestabilmente al primo. L’Italia costituisce insomma un blocco etnico ben definito, inconfondibile e puro, da raggruppare con le più antiche ed elette razze settentrionali dolicocefale del continente.
Tralasciando lo scempio delle verità storiche, scientifiche ed etnografiche, risulta evidente che il termine “razza” è usato dal fascismo non in senso puramente descrittivo, ma normativo; e che il suo uso implica la credenza in una gerarchia fra superiori e inferiori, fra i quali cosiddetti inferiori gli ebrei sono solo una delle componenti.
Va infine segnalato che Il secondo libro del fascista antologizza 43 dichiarazioni razzistiche di Mussolini; di queste, ben 26 sono pronunciate in un arco temporale che va dal 1917 al 1925 (7 sono antecedenti alla presa del potere), a sostegno dell’affermazione che il fascismo «appare, fin da principio, come un movimento di difesa e innalzamento della razza». Chi sostiene che per il fascismo la dottrina della razza fu un errore tardivo, dovuto a mere opportunità politiche, e non un carattere originario del movimento, pretende o presume di conoscere il fascismo più e meglio dello stesso Mussolini.
3. Il dibattito sulla parola “razza” nella Costituente
3.1 Premessa di metodo sull’art. 3
Perché l’art. 3 della Costituzione non si limita a recepire l’art. 24 dello Statuto albertino?
L’art. 3 è molto dettagliato nell’enumerare gli elementi di diversità fra i cittadini: sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali; e nel testo iniziale, comparivano anche “attitudine” e “classe”, che vanno considerati riassorbiti nella formulazione finale. La ragione è nel carattere formale della uguaglianza davanti alla legge dello Statuto, a fronte della uguaglianza nelle condizioni di fatto che rendono la vita dignitosa della Costituzione, che definisce una legislazione sociale ed esprime «la tendenza della nuova costituzione ad incanalare lo sviluppo della nostra società verso una maggiore eguaglianza» (Mario Dogliani, Chiara Giorgi, Art. 3, Carocci editore, 2017, p. 48). Di fatto, l’art. 24 dello Statuto «lasciava alla legge ampie possibilità di interventi limitativi dell’eguaglianza» (ibidem, p. 49): lo Statuto, come fu detto, con una mano dava, ma con l’altra toglieva. La Costituzione intendeva invece impedire tali interventi, prevenendo eventuali possibili eccezioni: ecco perché queste vengono elencate.
È degno di nota, anche se riferito ad altro termine (all’interno del testo dello stesso art. 3) quanto affermò il costituente Aldo Moro nella seduta dell’11 settembre 1946 (prima sottocommissione, p. 37 del verbale stenografico):
In questa materia, voler definire il senso rigorosamente giuridico, non sia cosa attuabile senza rinunziare ad una dichiarazione di affermazione della tendenza progressiva che deve avere la democrazia italiana nell’attuale momento.
È il fine che giustifica l’uso di termini giuridicamente non rigorosi: quale è “razza”.
3.2. Perché la parola “razza”
Contro il termine “razza”, nella seduta del 24 marzo 1947, il deputato Cingolani presentò l’emendamento: «al primo comma, sostituire alla parola: razza, la parola: stirpe», motivandolo «per un atto di doverosa cortesia verso le comunità israelitiche italiane» (p. 2422 del verbale). In questo modo, il dibattito si allargava fino a comprendere la tragedia della deportazione degli ebrei e del loro sterminio. Le comunità ebraiche, affermò Cingolani,
Hanno fatto conoscere a parecchi di noi – avrete quasi tutti ricevuto le loro circolari – che sarebbe loro desiderio che alla parola “razza” sia sostituita la parola “stirpe”. Essendo gli israeliti italiani stati vittime della campagna razzista fatta dal nazi-fascismo, a me sembra che accogliere il loro desiderio corrisponda anche ad un riconoscimento della loro ripresa in una perfetta posizione di uguaglianza fra tutti i cittadini italiani.
A Cingolani rispose il costituente Laconi (pp. 2422-2423 del verbale):
Noi non possiamo accettare questa proposta, che è già stata presa in esame da tutti coloro che hanno presentato l’emendamento, sia da parte democristiana che da parte nostra. Non possiamo accettarla, perché in questa parte dell’articolo vi è un preciso riferimento a qualche cosa che è realmente accaduto in Italia, al fatto cioè che determinati principî razziali sono stati impiegati come strumento di politica ed hanno fornito un criterio di discriminazione degli italiani, in differenti categorie di reprobi e di eletti. Per questa ragione, e cioè per il fatto che questo richiamo alla razza costituisce un richiamo ad un fatto storico realmente avvenuto e che noi vogliamo condannare, oggi in Italia, riteniamo che la parola “razza” debba essere mantenuta.
Laconi concludeva il proprio intervento sottolineando: «Il fatto che si mantenga questo termine per negare il concetto che vi è legato, e affermare l’eguaglianza assoluta di tutti i cittadini, mi pare sia positivo e non negativo».
Al termine degli interventi, prese la parola il Presidente della Commisione per la Costituzione Meuccio Ruini (p. 2424 del verbale), che così si rivolse al costituente Cingolani:
Si potrebbe apprezzare la parola “stirpe” e preferirla a quella di “razza”, per quanto anche razza abbia un significato ed un uso scientifico, oltreché di linguaggio comune. Comprendo che vi sia chi desideri liberarsi da questa parola maledetta, da questo razzismo che sembra una postuma persecuzione verbale; ma è proprio per reagire a quanto è avvenuto nei regimi nazifascisti, per negare nettamente ogni diseguaglianza che si leghi in qualche modo alla razza ed alle funeste teoriche fabbricate al riguardo, è per questo che – anche con significato di contingenza storica – vogliamo affermare la parità umana e civile delle razze.
Riassumendo l’argomento di Laconi e Ruini: la parola “razza” deve essere presente nella nostra Costituzione per ricordare quali tragedie e orrori sono stati perpetrati dal nazifascismo in suo nome. È una sorta di antifrasi, di contro-locuzione che va nominata per ricordarci che non può essere usata come pretesto per discriminare gli uomini.
Davanti a questo argomento, Cingolani ritirò l’emendamento, e la parola rimase.
Il poeta Franco Fortini ha riassunto nelle poche parole del suo Canto degli ultimi partigiani la fatica, lo strazio disumano del fare un paese nuovo avendo davanti agli occhi il sacrificio dei caduti per la libertà:
La Costituzione italiana non riconosce discriminazioni fra cittadini, né limitazioni di diritti fra italiani e stranieri presenti sul territorio della Repubblica. Ma ricorda che c’è stato un tempo in cui gli esseri umani erano discriminati: per razza, sesso, convinzione religiosa, opinione politica, condizione sociale, orientamento sessuale. I nostri costituenti hanno voluto che questo non venisse dimenticato con la cancellazione della basi giuridiche della dittatura fascista. E quindi hanno voluto lasciare una parola che ha avuto un inequivoco valore politico fascista, affinché, con le parole di Primo Levi – per il quale, ricordiamolo, ciascuno è l’ebreo di qualcun altro – ci si ricordasse che questo è stato:
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