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Timestamp: 2019-03-24 09:37:49+00:00
Document Index: 92565847

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 2392', 'art. 146', 'art. 130', 'art. 2393', 'art. 2043', 'art. 4', 'art. 117', 'art. 4', 'art. 1283', 'art. 120', 'art. 17', 'art. 5', 'art. 6', 'art. 17', 'art. 3', 'art. 7', 'art. 410', 'art. 6', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 429', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 429', 'sentenza ', 'art. 4', 'art. 121', 'art. 4', 'art. 1', 'art. 20', 'art. 1', 'art. 21', 'sentenza ', 'art. 132', 'art. 118', 'art. 48', 'sentenza ', 'art. 327', 'art. 139', 'art. 82', 'sentenza ', 'art. 82', 'art. 82', 'art. 702', 'art. 348', 'art. 165', 'art. 347', 'art. 165', 'art. 347', 'art. 347', 'art. 156', 'art. 348', 'art. 165', 'art. 165', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

MASSIMARIO CIVILE del mese di agosto 2016
16/09/2016 18/11/2017 Nostra Lex MassimarioNo comments
Le sentenze più rilevanti emesse in materia civile nel
Cassazione civile sez. VI 30 agosto 2016 n. 17405
Tribunale Palermo 22 agosto 2016 n. 4147
La giurisprudenza a partire dalla sentenza della cassazione 589/1999 è ormai attestata sulla natura contrattuale della responsabilità derivante dall’attività medica di talchè l’onere della prova che ricade sul paziente è limitato alla prova del rapporto intercorso con il medico e del peggioramento delle proprie condizioni di salute, mentre il medico che deve dimostrare l’insussistenza del nesso di causalità fra la propria condotta e le conseguenze dannose lamentate ovvero l’inesistenza di colpa nell’esecuzione della propria prestazione. (A tal proposito per la ripartizione dell’onere della prova si veda Cass. SS.UU. 13533/2001).
E’ inoltre patrimonio comune della più recente giurisprudenza in tema di interventi sanitari che il loro fondamento giuridico va individuato nel consenso informato del paziente (cfr Cass. 14638/2004). E’, infine, principio condiviso quello per cui l’attività del medico si imputa alla casa di cura secondo il principio della immedesimazione organica ovvero della responsabilità dei padroni committenti a seconda del tipo di rapporto fra medico struttura (si veda a tal proposito cassazione 9556/2002).
FALLIMENTO – RESPONSABILITA’ AMMINISTRATORI
Cassazione civile sez. I 26 agosto 2016 n. 17359
In tema di responsabilità degli amministratori di società a responsabilità limitata, la riforma societaria di cui al d.lg. n. 6 del 2003, che pur non prevede più il richiamo, negli artt. 2476 e 2487 c.c., agli art. 2392, 2393 e 2394 c.c., e cioè alle norme in materia di società per azioni, non spiega alcuna rilevanza abrogativa sulla legittimazione del curatore della società a responsabilità limitata che sia fallita, all’esercizio della predetta azione ai sensi dell’art. 146 legge fallimentare, in quanto per tale disposizione, riformulata dall’art. 130 d.lg. n. 5 del 2006, tale organo è abilitato all’esercizio di qualsiasi azione di responsabilità contro amministratori, organi di controllo, direttori generali e liquidatori di società, così confermandosi l’interpretazione per cui, anche nel testo originario, si riconosceva la legittimazione del curatore all’esercizio delle azioni comunque esercitabili dai soci o dai creditori nei confronti degli amministratori, indipendentemente dallo specifico riferimento agli artt. 2393 e 2394 c.c.. Sicché, anche se si ritenesse che i creditori di srl non abbiano più l’azione ex art. 2393 c.c. nei confronti degli amministratori, rimarrebbe comunque esercitabile dal curatore fallimentare l’azione di responsabilità ex art. 2043 c.c.
Cassazione civile sez. I 26 agosto 2016 n. 17360
Il termine di un anno entro il quale l’imprenditore, che ha cessato l’attività, può dichiarare il fallimento decorre dalla cancellazione del registro delle imprese, senza possibilità per l’imprenditore medesimo di dimostrare il momento anteriore dell’effettiva cessazione dell’attività.
SEPARAZIONE CONIUGI – ADDEBITO
Cassazione civile sez. VI 24 agosto 2016 n. 17317
Deve essere confermata la decisione di addebito della separazione in capo al marito per violazione dell’obbligo di fedeltà conseguente ad una relazione extraconiugale di dominio pubblico; perché se è vero che la violazione dell’obbligo di fedeltà non può considerarsi di per sé sola causa dell’intollerabilità della convivenza, nella specie era emerso la sussistenza del nesso di causalità tra infedeltà e rottura del matrimonio.
Cassazione civile sez. I 17 agosto 2016 n. 17150
Le norme che prevedono la nullità dei patti contrattuali che determinano gli interessi con rinvio agli usi, o che fissano la misura in tassi così elevati da raggiungere la soglia dell’usura (introdotte, rispettivamente, con la L. 17 febbraio 1992, n. 154, art. 4, poi trasfuso nel D.Lgs. 1 settembre 1983, n. 385, art. 117, e con la L. 7 marzo 1996, n. 108, art. 4), non sono retroattive, e pertanto, in relazione ai contratti conclusi prima della loro entrata in vigore, non influiscono sulla validità delle clausole dei contratti stessi, ma possono soltanto implicarne l’inefficacia ex nunc, rilevabile solo su eccezione di parte, non operando, perciò, quando il rapporto giuridico si sia esaurito prima ancora dell’entrata in vigore di tali norme ed il credito della banca si sia anch’esso cristallizzato precedentemente.
Dichiarata la nullità della previsione negoziale di capitalizzazione trimestrale, per contrasto con il divieto di anatocismo stabilito dall’art. 1283 c.c. (il quale osterebbe anche ad un’eventuale previsione negoziale di capitalizzazione annuale), gli interessi a debito del correntista devono essere calcolati senza operare alcuna capitalizzazione” (Cass. S.U. n. 24418 del 2010) e ciò anche in consonanza con quanto poi disposto anche dall’art. 120, comma 2, lett. b), del TUB nel periodo anteriore alle modifiche apportate dal D.L. 14 febbraio 2016, n. 18, art. 17 bis, approvato con modifiche con la L. 8 aprile 2016, n. 49.
——————————————————————————————————————————————————————————————————————————————————————————VALORE DELLE DICHIARAZIONI DEL CLIENTE NEI MODULI DELLA BANCA
Cassazione civile sez. I 09 agosto 2016 n. 16828
La dichiarazione resa dal cliente, su modulo predisposto dalla banca e da lui sottoscritto, in ordine alla propria consapevolezza, conseguente alle informazioni ricevute, della rischiosità dell’investimento suggerito e sollecitato dalla banca (nella specie in obbligazioni Cirio) e della inadeguatezza dello stesso rispetto al suo profilo d’investitore, non può – di certo costituire dichiarazione confessoria, in quanto è rivolta alla formulazione di un giudizio e non all’affermazione di scienza e verità di un fatto obiettivo (Cass. 6142/2012). Tale dichiarazione può, al più, comprovare l’avvenuto assolvimento degli obblighi di informazione incombenti sull’intermediario, sempre che sia corredata da una, sia pure sintetica, indicazione delle caratteristiche del titolo, in relazione al profilo dell’investitore ed alla sua propensione al rischio, tali da poterne sconsigliare l’acquisto, come nel caso in cui venga indicato nella dichiarazione che si tratti di titolo non quotato o emesso da soggetto in gravi condizioni finanziarie (Cass. 4620/2015).
OBBLIGHI INFORMATIVI DELL’INTERMEDIARIO FINANZIARIO
Cassazione civile sez. I 09 agosto 2016 n. 16820
La delibera Consob n. 10943 del 1997 (applicabile ratione temporis alla fattispecie in esame, concernente due operazioni di acquisto di titoli poste in essere in data anteriore all’entrata in vigore del D.Lgs. 24 febbraio 1998, n. 58 ed all’emanazione del regolamento Consob n. 11522 del 1 luglio 1998), nel disciplinare gli obblighi informativi degi intermediari finanziari, ne colloca l’adempimento per lo più nella fase anteriore all’effettuazione delle operazioni d’investimento, stabilendo all’art. 5, comma 1, che, prima d’iniziare la prestazione dei servizi di investimento, l’intermediario deve chiedere all’investitore notizie circa la sua esperienza in materia di investimenti in strumenti finanziari, la sua situazione finanziaria ed i suoi obiettivi di investimento, nonchè circa la sua propensione al rischio, e consegnargli il documento sui rischi generali degli investimenti in strumenti finanziari, e prevedendo all’art. 6 che l’intermediario deve astenersi dall’effettuazione di operazioni non adeguate per tipologia, oggetto, frequenza o dimensioni, a meno che l’investitore, preventivamente informato di tale circostanza e delle ragioni per cui non è opportuno procedere all’esecuzione dell’operazione, non decida di darvi comunque corso, mediante un ordine impartito per iscritto o registrato su nastro magnetico, in cui si faccia esplicito riferimento alle informazioni ricevute. Tali adempimenti costituiscono peraltro soltanto un aspetto particolare del più generale obbligo d’informazione che la legge pone a carico dell’intermediario, ed alla cui osservanza è informato l’intero svolgimento del rapporto, dalla fase anteriore alla stipulazione del contratto quadro a quella successiva del compimento delle singole operazioni d’investimento ed a quella ancora ulteriore dell’esecuzione di tali operazioni: il D.Lgs. n. 415 del 1996, art. 17, comma 1, lett. a) e b), prevede infatti, in via generale, che le imprese d’investimento e le Banche devono comportarsi con diligenza, correttezza trasparenza, nell’interesse dei clienti e per l’integrità dei mercati, acquisire le informazioni necessarie dai clienti ed operare in modo che essi siano sempre adeguatamente informati; tali obblighi sono ribaditi dall’art. 3 della Delib. Consob, il quale, alla lett. f), pone a carico degl’intermediari, quale norma di chiusura, l’obbligo di operare comunque in modo da ottenere da ogni servizio d’investimento il miglior risultato possibile, anche in relazione al livello di rischio prescelto dall’investitore.
RESPONSABILITA’ DELLA BANCA IN CASO DI USO ILLECITO DEL BANCOMAT
Cassazione civile sez. I 04 agosto 2016 n. 16333
Ai fini della valutazione della responsabilità della banca per il caso di utilizzazione illecita da parte di terzi di carta bancomat, questa Sezione ha già avuto modo di affermare che non può essere omessa, a fronte di un’esplicita richiesta della parte, la verifica dell’adozione da parte dell’istituto bancario delle misure idonee a garantire la sicurezza del servizio da eventuali manomissioni, nonostante l’intempestività della denuncia dell’avvenuta sottrazione da parte del cliente e le contrarie previsioni regolamentari; infatti, la diligenza posta a carico del professionista ha natura tecnica e deve valutarsi, tenendo conto dei rischi tipici della sfera professionale di riferimento, assumendo come parametro la figura dell’accorto banchiere.
Per approfondimenti vai a
La banca è responsabile dell’utilizzo illecito della carta bancomat
CIRCOLAZIONE STRADALE – PARCHEGGIO STRISCE BLU
Cassazione civile sez. II 03 agosto 2016 n. 16258
In materia di sosta a pagamento su suolo pubblico, ove la sosta si protragga oltre l’orario per il quale è stata corrisposta la tariffa, si incorre in una violazione delle prescrizioni della sosta regolamentata, ai sensi dell’art. 7 C.d.S., comma 15. Infatti, poichè l’assoggettamento al pagamento della sosta è un atto di regolamentazione della sosta stessa, la sosta del veicolo con ticket di pagamento esposto scaduto per decorso del tempo di sosta pagato ha natura di illecito amministrativo e non si trasforma in inadempimento contrattuale, trattandosi, analogamente al caso della sosta effettuata omettendo l’acquisto del ticket orario, di una evasione tariffaria in violazione della disciplina della sosta a pagamento su suolo pubblico, introdotta per incentivare la rotazione e razionalizzare l’offerta di sosta.
LAVORO – LICENZIAMENTO PER GIUSTA CAUSA
Cassazione civile sez. lav. 23 agosto 2016 n. 17260
Da una persona inserita in un ufficio pubblico, con mansioni che prevedono anche il contatto con gli utenti, si pretende che condotta extralavorativa sia improntata almeno al rispetto dei valori fondamenti dell’integrità fisica e della vita altrui. E’ quindi legittimo il licenziamento del dipendente pubblico intervenuto a seguito dell’accertamento in via definitiva del reato di tentato omicidio, per inidoneità dello stesso alla prosecuzione del rapporto e il venir meno del vincolo fiduciario, essendo assolutamente esigibile, anche (ma non solo) in ragione dell’inserimento del soggetto in un ufficio pubblico, la serietà dei comportamenti privati e la capacità di frenare i propri impulsi e controllarsi.
Cassazione civile sez. lav. 23 agosto 2016 n. 17253
La comunicazione alla controparte della richiesta di tentativo di conciliazione può essere effettuata anche a mezzo fax, da ritenere del tutto equipollente alla “consegna” di cui all’art. 410, comma 5 c.p.c. (consegna o spedizione con raccomandata con ricevuta di ritorno), in ragione del fatto che la lettera della L. n. 604 del 1966, art. 6, comma 2, parla semplicemente di “comunicazione alla controparte”, senza prescrivere specifiche modalità che ne condizionino la validità o l’efficacia.
Sufficiente, dunque, l’idoneità dell’atto a raggiungere il suo scopo ed il piano d’indagine è esclusivamente quello di verificare, dal punto di vista probatorio, se comunicazione vi sia stata ed in che tempo, al fine di accertare la tempestività dell’impugnazione giudiziale del licenziamento.
Cassazione civile sez. lav. 19 agosto 2016 n. 17211
Il termine breve per la proposizione del reclamo previsto dall’art. 1, comma 58, l. n. 92 del 2012 (nuovo rito speciale), non può farsi decorrere dalla lettura in udienza del dispositivo e della contestuale motivazione della sentenza del tribunale ex art. 429, comma 1 c.p.c. (v. anche Cass. 14098 del 2016)Infatti, l’art. 1, comma 57 L. 92/2012 (la cui disciplina può essere integrata dai principi processuali generali solo per gli aspetti in cui vi è lacuna del dettato normativo), nella fase di opposizione dispone che “La sentenza, completa di motivazione, deve essere depositata in cancelleria entro dieci giorni dall’udienza di discussione” e non è richiamata, almeno espressamente, la possibilità di definire il giudizio con la c.d. “sentenza contestuale” di cui all’art. 429 c.p.c., comma 1. Ne consegue che, equiparando a fini di decorrenza del termine decadenziale la lettura in udienza della sentenza alla comunicazione, se ne introdurrebbe un meccanismo operativo non previsto.
Cassazione civile, sez. VI, 23/08/2016, (ud. 08/06/2016, dep.23/08/2016), n. 17278
Il D.L. n. 193 del 2009, art. 4, convertito nella L. n. 24 del 2010, intitolato misure urgenti per la digitalizzazione della giustizia ha esteso al processo civile i principi previsti dal D.Lgs. 7 marzo 2005, n. 82, e successive modificazioni (codice dell’amministrazione digitale: C.A.D.). Perciò, quest’ultimo costituisce, attualmente, l’apparato legislativo di riferimento qualora gli atti processuali di cui all’art. 121 c.p.c. e segg., ed in specie i provvedimenti del giudice, siano contenuti in documenti informatici.
Quindi i principi generali del C.A.D. sono applicabili anche in ambito processuale e le relative disposizioni costituiscono le norme con valore di legge ordinaria che, per il tramite del D.L. 29 dicembre 2009, n. 193, art. 4, convertito nella L. 22 febbraio 2010, n. 24, disciplinano gli atti del processo civile redatti in forma di documento informatico (cfr. art. 1, lett. p, e art. 20, C.A.D.) e sottoscritti con firma digitale (cfr. art. 1, lett. s, e art. 21 C.A.D.).
Con riguardo all’ipotesi che alla redazione integrale della sentenza provveda direttamente il giudice estensore, in particolare in formato elettronico, questa Corte a Sezioni Unite si è già pronunciata (…) ed ha precisato che: “dal momento in cui il documento, conforme al modello normativo (art. 132 c.p.c., e art. 118 disp. att. c.p.c.), è consegnato ufficialmente in cancelleria – ovvero è trasmesso in formato elettronico per via telematica mediante PEC (D.Lgs. 7 marzo 2005, n. 82, art. 48) – il procedimento della decisione si completa e si esterni e dalla relativa data la sentenza diviene irretrattabile dal giudice che l’ha pronunziata; è legalmente nota a tutti; inizia a decorrere il termine lungo di decadenza per le impugnazioni di cui all’art. 327 c.p.c., comma 1; produce tutti i suoi effetti giuridici” – cfr. Cass., Sez. Un., 1 agosto 2012, n. 13794.
Cassazione civile sez. I 24 agosto 2016 n. 17288
La qualità di persona di famiglia o di addetta alla casa, all’ufficio o all’azienda di chi ha ricevuto l’atto si presume iuris tantum dalle dichiarazioni recepite dall’ufficiale giudiziario nella relata di notifica, incombendo al destinatario dell’atto, che contesti la validità della notificazione, l’onere di fornire la prova contraria (v., ad es., Cass. 17 dicembre 2014, n. 26501, in tema di notifica ai sensi dell’art. 139 c.p.c., comma 2). Alla stregua di tali principi, si è condivisibilmente ritenuto che, in ipotesi di consegna dell’atto da notificare presso lo studio del legale domiciliatario a mani di soggetto in esso rinvenuto, la qualità di persona addetta alla ricezione si presume per la sua presenza nel locale in questione, restando, quindi, onere del destinatario della notifica dare dimostrazione dell’inidoneità del soggetto medesimo alla ricezione degli atti, allegando e provando la casualità della sua presenza, l’esistenza di un rapporto di lavoro non legato all’attività professionale o la mancanza di delega al riguardo (Cass. 27 dicembre 2011, n. 28895).
Cassazione civile sez. lav. 30 agosto 2016 n. 17415
L’art. 82, del r.d. citato dispone che, se il procuratore esercente il proprio ufficio fuori della circoscrizione del Tribunale al quale è assegnato non ha eletto domicilio nel luogo dove ha sede l’autorità giudiziaria procedente, il domicilio si intende eletto presso la cancelleria della stessa autorità giudiziaria. La norma va interpretata nel senso che tale domicilio assume rilievo ai fini della notifica della sentenza per il decorso del termine breve per l’impugnazione, nonchè per la notifica dell’atto di impugnazione (Cass. SS.UU. n. 20845 del 2007).
La Corte costituzionale si è già pronunciata nel senso della manifesta infondatezza dell’illegittimità costituzionale della norma per violazione degli artt. 3,24 e 111 Cost., affermando che la prescrizione dell’onere di indicazione della residenza o dell’elezione di domicilio nel Comune sede del giudice adito “esprime una scelta ragionevole e quindi non lesiva del diritto di azione, in quanto funzionale a un più immediato ed agevole espletamento delle formalità della notificazione” (Corte Cost., ord. 19 gennaio 2007, n. 5), considerato che tale mancata elezione di domicilio “non impedisce nè rende particolarmente gravoso il diritto di difesa, in quanto il difensore ben può con l’ordinaria diligenza informarsi presso il cancelliere, ritirare l’atto e provvedere così alla sua difesa”;
La giurisprudenza di questa Corte ha accolto un’interpretazione letterale dell’art. 82, affermando che gli avvocati esercenti il proprio ufficio fuori della circoscrizione del tribunale, – dove, tenuto dal locale consiglio dell’ordine degli avvocati, è l’albo al quale essi sono iscritti, – hanno l’onere di domiciliarsi nel comune dove ha sede l’autorità giudiziaria innanzi alla quale svolgono la loro attività difensiva ove tale comune non sia ricompreso nella circoscrizione suddetta.
Con riferimento specifico al giudizio d’appello questa Corte (Cass., sez. 2, 15 maggio 1996, n. 4502) ha affermato che il R.D. n. 37 del 1934, art. 82 – secondo cui il procuratore che si trovi ad esercitare il proprio ufficio in giudizio istituito dinanzi ad un’autorità giudiziaria avente la sede fuori dalla circoscrizione del tribunale al quale è assegnato deve, al momento della costituzione nel giudizio stesso, eleggere domicilio nel luogo dove ha sede detta autorità e mantenervelo per tutto il corso del processo e, in caso di mancato adempimento di tale onere, il suo domicilio si intende eletto presso la cancelleria del giudice adito – trova applicazione anche nei giudizi innanzi alle corti di appello, in quanto si riferisce all’attività svolta dal procuratore innanzi a qualsiasi giudice avente sede in luogo non compreso nella circoscrizione del tribunale al quale egli è assegnato in senso conforme cfr. anche Cass., 5 maggio 2011, n. 9924; 2 settembre 2010, n. 19001; 19 giugno 2009, n. 14360; 9 maggio, 2002, n. 6692).
Cassazione civile sez. VI 18 agosto 2016 n. 17192
In mancanza di una disposizione di legge che richiami espressamente la disciplina dettata per il procedimento di primo grado, l’appello avverso l’ordinanza emessa ai sensi dello art. 702-ter c.p.c., comma 5 non può essere infatti trattato con il rito sommario di cognizione, dovendosi invece osservare la disciplina ordinaria prevista dagli artt. 339 c.p.c. e ss., con la conseguenza che l’impugnazione dev’essere proposta con atto di citazione. Qualora pertanto, come nella specie, l’appello sia stato erroneamente proposto con ricorso, trova applicazione il principio secondo cui, instaurandosi il rapporto processuale con la vocatio in jus della controparte, e quindi con la conoscenza dell’atto introduttivo da parte del destinatario, la tempestività dell’impugnazione dev’essere riscontrata avendo riguardo non già alla data di deposito del ricorso, ma a quella in cui lo stesso risulta notificato alla controparte unitamente al decreto di fissazione dell’udienza.
Cassazione civile sez. un. 05 agosto 2016 n. 16598
La sanzione della improcedibilità dell’appello che, nel rito ordinario, l’art. 348 c.p.c., comma 1, commina “se l’appellante non si costituisce nei termini” è ricollegata soltanto al mancato o tardivo compimento da parte dell’appellante, nel termine previsto dall’art. 165 c.p.c., cui rinvia l’art. 347 c.p.c., comma 1, dell’attività di costituzione e non anche al compimento di un’attività di costituzione avvenuta entro quel termine ma non secondo le forme previste dall’art. 165 c.p.c., cui pure rinvia lo stesso art. 347 c.p.c., comma 1.
Viceversa, “le conseguenze di una costituzione avvenuta nel termine ma senza l’osservanza delle forme evocate nell’art. 347, comma 1, essendo il regime della improcedibilità, in quanto di maggior rigore rispetto al sistema generale delle nullità, di stretta interpretazione, soggiacciono, viceversa, al regime delle nullità di cui all’art. 156 c.p.c. e segg., e, quindi, vanno disciplinate applicando il principio della idoneità dell’atto al raggiungimento dello scopo e ciò anche attraverso l’esame di atti distinti o di comportamenti successivi rispetto a quello entro il quale la costituzione doveva avvenire” (Cass. n. 6912 del 2012).
L’art. 348, comma 1, c.p.c., quando commina l’improcedibilità dell’appello “se l’appellante non si costituisce nei termini”, deve essere inteso nel senso che tale sanzione riguarda la mancata costituzione nei termini indicati dall’art. 165 c.p.c., oppure una costituzione avvenuta al di là di essi e non invece una costituzione avvenuta nell’osservanza di tali termini, ma senza il rispetto delle forme con cui doveva avvenire ai sensi dello stesso art. 165. Ne deriva che la costituzione dell’appellante nel termine senza il deposito dell’originale della citazione e, come nella specie, con una cd. velina, non determina di per sé l’improcedibilità dell’appello.
Cassazione civile sez. II 04 agosto 2016 n. 16312
Costituisce principio costantemente affermato da questa Corte quello secondo cui (cfr. Cassazione civile, sez. trib., 31/07/2007, n. 16921) la discordanza tra gli estremi della sentenza appellata come precisati nell’atto di impugnazione e i corrispondenti dati identificativi della sentenza prodotta in copia autentica dell’appellante non è di per sè significativa, potendo essere conseguenza di un mero errore materiale, e non comporta incertezza nell’oggetto del giudizio, qualora la corrispondenza tra la sentenza depositata e quella nei cui confronti è rivolta l’impugnazione sia confermata da una verifica della congruenza tra contenuto della sentenza in atti e motivi dell’appello. Infatti non costituisce requisito di validità dell’atto di impugnazione l’indicazione della sentenza impugnata nei suoi estremi numerici e di data (surrogabili da specificazioni relative al contenuto della sentenza, in collegamento con i motivi di gravame), e considerato che ai fini dell’individuazione dell’oggetto del gravame riveste un ruolo determinante la produzione del documento che incorpora le statuizioni contestate, tanto che il mancato deposito dello stesso da parte dell’appellante – quando non sia rinvenibile in atti altra copia della sentenza – determina l’improcedibilità dell’appello. (Nella specie la discordanza riguardava l’esatto numero della sentenza impugnata che risultava regolarmente depositata in giudizio; conf. Da ultimo Cassazione civile, sez. lav., 02/10/2014, n. 20828).
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