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Timestamp: 2020-08-11 07:54:58+00:00
Document Index: 126756547

Matched Legal Cases: ['art. 517', 'art. 444', 'art. 24', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 517', 'art. 444']

Aggravante tardiva? Consulta: è comunque possibile il patteggiamento .. - Asaps.it Il Portale della Sicurezza Stradale
Corte Costituzionale , Giurisprudenza 25/06/2014
Aggravante tardiva? Consulta: è comunque possibile il patteggiamento
(Corte Costituzionale, 25 giugno 2014 n. 184)
L'imputato può chiedere il patteggiamento dopo la contestazione, nel corso del dibattimento, di una circostanza aggravante che già risultava dagli atti di indagine al momento dell'esercizio dell'azione penale. E' quanto emerge dalla pronuncia della Corte Costituzionale del 25 giugno 2014, n. 184.
Il Tribunale ordinario di Roma sollevava, in riferimento agli artt. 3 e 24, secondo comma, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell’art. 517 c.p.p., «nella parte in cui non prevede la facoltà dell’imputato di richiedere al giudice del dibattimento l’applicazione della pena a norma dell’art. 444 del codice di procedura penale a seguito della contestazione in dibattimento da parte del pubblico ministero di una circostanza aggravante non risultante dall’imputazione quando la nuova contestazione concerne un fatto che già risultava dagli atti d’indagine al momento dell’esercizio dell’azione penale».
Sussisterebbe la violazione dell’art. 24, secondo comma, Cost., in quanto contrasterebbe con il diritto di difesa «un sistema che osta alla restituzione in termini dell’imputato per la richiesta di applicazione della pena a fronte della contestazione tardiva», da parte del pubblico ministero, di circostanze aggravanti note già dalle indagini preliminari, la cui compiuta e doverosa enunciazione sin dalla formulazione dell’imputazione «avrebbe convinto l’imputato a rinunciare al dibattimento, cui è in seguito costretto, essendogli a tal punto impedita quella scelta del rito che è regola fondante del sistema processuale», nonché dell’art. 3 Cost., perché nell’accesso al rito speciale l’imputato sarebbe discriminato «in ragione della maggiore o minore completezza ed esaustività dell’imputazione a fronte della diversa valutazione dei risultati delle indagini preliminari effettuata nel momento di esercizio dell’azione penale da parte del pubblico ministero».
La Corte Costituzionale, già nel 1994, con la sentenza n. 265, affrontando un tema analogo a quello in commento, stabilì l'illegittimità degli articoli 516 e 517 c.p.p. nella parte in cui non permettevano all'imputato di chiedere il patteggiamento per il fatto diverso o il reato concorrente, per fatti che risultavano dagli atti di indagine e che venivano fatti valere dal pubblico ministero in dibattimento.
L'inizio del dibattimento non doveva impedire all'imputato di essere rimesso nelle condizioni di valutare una scelta che gli era stata preclusa dall'omissione del pubblico ministero. La situazione non è molto dissimile: l'imputato cui sia stata contestata, nel corso del dibattimento, una circostanza aggravante sulla base di elementi già acquisiti al momento dell’esercizio dell’azione penale, non si trova in una situazione diversa da chi analogamente si è sentito modificare l’imputazione con la contestazione di un fatto diverso, evenienza che in realtà potrebbe costituire per l’imputato anche un pregiudizio minore.
Ciò brevemente premesso, secondo i giudici delle leggi, "anche la trasformazione dell'originaria imputazione in un'ipotesi circostanziata (o pluricircostanziata) determina un significativo mutamento del quadro processuale. Le circostanze in questione possono incidere sull'entità della sanzione, anche in modo rilevante, laddove il legislatore contempla la previsione di pene di specie diversa o di pene della stessa specie, ma con limiti edittali indipendenti da quelli stabiliti per il reato base, o, talvolta, sullo stesso regime di procedibilità del reato o, ancora, sull'applicabilità di alcune sanzioni sostitutive". Si consideri, inoltre, che, poiché «le valutazioni dell’imputato circa la convenienza del rito speciale vengono a dipendere anzitutto dalla concreta impostazione data al processo dal pubblico ministero», non vi è dubbio che, in seguito al suo errore e al conseguente ritardo nella contestazione dell’aggravante, l’imputazione subisce una variazione sostanziale, sì che «risulta lesivo del diritto di difesa precludere all’imputato l’accesso ai riti speciali».
In conclusione, deve essere dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’art. 517 c.p.p., nella parte in cui non prevede la facoltà dell’imputato di richiedere al giudice del dibattimento l’applicazione di pena, a norma dell’art. 444 c.p.p., in seguito alla contestazione nel dibattimento di una circostanza aggravante che già risultava dagli atti di indagine al momento dell’esercizio dell’azione penale.
Nota di Simone Marani
Sentenza 23 – 25 giugno 2014, n. 184