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Timestamp: 2016-09-28 11:57:14+00:00
Document Index: 165287173

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art.\n26', 'art. 2', 'art.\n62', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Il luogo di lavoro e la garanzia delle sue condizioni di sicurezza
29 febbraio 2016 - Cat: Sentenze commentate
Si intendono per “luoghi di lavoro” i luoghi destinati a ospitare posti di lavoro ubicati all’interno di un’azienda/unità produttiva nonché ogni altro luogo di pertinenza delle stesse accessibili al lavoratore nell’ambito del proprio lavoro. Di G.Porreca.
E’ importante questa sentenza della
Corte di Cassazione in quanto fornisce una interpretazione su quali siano da
intendere i “luoghi di lavoro” così come definiti dall’articolo 62 del D. Lgs.
9/4/2008 n. 81 e s.m.i. ai fini dell’applicazione delle disposizioni in materia
di salute e sicurezza sul lavoro nello stesso contenute. Si intendono per “ luoghi di
lavoro”, ha sostenuto infatti la suprema Corte, i luoghi destinati ad
ospitare posti di lavoro ubicati all’interno di un’azienda o di un’unità
produttiva della stessa nonché ogni altro luogo di loro pertinenza accessibile
al lavoratore nell’ambito della propria attività lavorativa. La Corte di
Cassazione ha inoltre sottolineato che ai fini della individuazione dei
soggetti gravati da obblighi prevenzionistici, la identificazione di uno spazio
quale luogo di lavoro non può prescindere dalla identificazione del plesso
organizzativo al quale lo spazio in questione accede così come si ricava dalla
di lavoro ha dato il legislatore laddove ha previsto un collegamento di
ordine spaziale indicando "l'interno dell'azienda" o almeno
pertinenziale tra l'azienda stessa oppure una sua unità produttiva e il luogo
Datore di Lavoro RSPP - Datore di Lavoro RSPP (Rischio Basso) - Aggiornamento 6 oreCorso online di aggiornamento per Datori di Lavoro RSPP (DLSPP) nelle aziende a Rischio Basso Il caso, l’iter giudiziario e il ricorso in Cassazione
L’amministratore delegato di una società proprietaria di
una Galleria commerciale ha ricorso, a mezzo dei difensori, avverso una
sentenza della Corte di Appello con la quale la stessa, confermando quella
pronunciata dal Tribunale, lo ha condannato alla pena ritenuta equa,
giudicandolo responsabile dell'infortunio occorso a una lavoratrice dipendente
di un negozio di parrucchiera situato nella Galleria stessa e delle conseguenti
lesioni personali dalla medesima patite. La lavoratrice, secondo una
ricostruzione incontroversa dell’accaduto, nel transitare nell'ingresso
dell'edificio che ospitava la Galleria, scivolava sul pavimento parzialmente
coperto da tappeti mobili e bagnato per l'acqua caduta dall'ombrello chiuso di
una cliente che l’aveva preceduta. Ad avviso della Corte di Appello l'infortunio
si era determinato a causa del mancato apprestamento di una adeguata copertura
del pavimento dell'ingresso della Galleria e che, essendo questo da reputarsi 'ambiente
di lavoro', competeva quindi all'imputato, in qualità di proprietaria
dell'edificio, che non aveva mai delegato ad altri le funzioni in materia di
antinfortunistica, di provvedere a porre in sicurezza il pavimento
Con il ricorso in Cassazione l’imputato ha addotto in
particolare un vizio motivazionale e una violazione di legge in relazione alla
ritenuta aggravante dell'aver commesso il fatto con violazione di norme per la
prevenzione degli infortuni non essendo esso il datore di lavoro
dell'infortunata che era invece dipendente dell’esercente del negozio di
parrucchiere. L’imputato ha messo in evidenza, altresì, che non sussistendo
alcun rapporto di appalto tra la società proprietaria della Galleria e
l’esercente dell’attività di parrucchiere, che aveva preso in locazione alcuni
locali all'interno delle Galleria stessa, non andava applicato neanche l'art.
26 D. Lgs. n. 81/2008 e non incombevano quindi su di esso i doveri in materia
di coordinamento che la norma pone in capo al datore di lavoro committente.
L’imputato ha sostenuto ancora che, non sussistendo conseguentemente
l'aggravante dell'aver commesso il fatto con violazione di norme per la
prevenzione degli infortuni, il reato era procedibile a querela, nella
fattispecie non proposta, aggiungendo che il luogo dell'infortunio non poteva
essere definito 'ambiente di lavoro', ai sensi e per gli effetti degli artt. 63
e 64 del D. Lgs. n. 81/2008.
E' del tutto incontroverso, ha sostenuto la suprema Corte
di Cassazione, che l'imputato era amministratore delegato della società proprietaria
dei locali che costituivano il centro commerciale e che gli stessi erano concessi
in locazione alle diverse imprese che avevano deciso di operare nello stesso così
come incontroverso era che l’infortunata non fosse alle dipendenze della
società che amministrava la Galleria.
Con riferimento alla figura del datore di lavoro, ha
precisato la Sez. IV, già la nozione
normativa di cui all’art. 2, lett. b) del D. Lgs. n. 81/2008, incardinandosi
sulla titolarità di poteri decisionali e di spesa e sulla connessa
responsabilità dell'organizzazione nel cui ambito il lavoratore presta la
propria attività, ha evidenziata la necessità di limitare lo sguardo
ricognitivo al perimetro di una determinata organizzazione imprenditoriale
della quale va ricostruita la catena gestionale. Detto altrimenti, ha precisato
la suprema Corte, nell'accertamento della esistenza di una concreta posizione
di garanzia, premessa dell'attribuzione di uno specifico evento concreto, non
interessa un qualsiasi soggetto datore di lavoro, ma colui che ne reca le
attribuzioni in riferimento alla determinata organizzazione imprenditoriale nel
cui ambito presta la propria attività il lavoratore infortunatosi.
“A mente dell'art.
62 d.lgs. n. 81/2008”, ha quindi sostenuto la Sez. IV, “si intendono per ‘luoghi di lavoro’ i luoghi
destinati ad ospitare posti di lavoro, ubicati all'interno dell'azienda o
dell'unità produttiva, nonché ogni altro luogo di pertinenza dell'azienda o
dell'unità produttiva accessibile al lavoratore nell'ambito del proprio
lavoro". La Corte di Cassazione ha inoltre ritenuto opportuno
rimarcare che “ai fini della
individuazione dei soggetti gravati da obblighi prevenzionistici, la
identificazione di uno spazio quale luogo di lavoro non può prescindere dalla
identificazione del plesso organizzativo al quale lo spazio in questione accede”e ciò si ricava proprio dalla definizione che il legislatore ha voluto dare
di un luogo di lavoro, laddove ha previsto un collegamento di ordine spaziale
("all'interno dell'azienda") o almeno pertinenziale tra l'azienda o
l'unità produttiva e il luogo di lavoro stesso, e lo implica la logica stessa
della normativa prevenzionistica che attribuisce obblighi di sicurezza a colui
che é titolare di poteri organizzativi e decisionali che trovano nei luoghi di
lavoro l'ambito spaziale e funzionale di estrinsecazione. La suprema Corte ha quindi puntualizzato che ”proprio ogni tipologia di spazio può
assumere la qualità di 'luogo di lavoro’ a condizione che ivi sia ospitato
almeno un posto di lavoro o esso sia accessibile al lavoratore nell'ambito del
proprio lavoro” e che in particolare
“può trattarsi anche di un luogo nel
quale i lavoratori si trovino esclusivamente a dover transitare, se tuttavia il
transito é necessario per provvedere alle incombenze loro affidate”. La
Corte di Cassazione ha ricordato che già in passato la stessa ha avuto modo di
esprimersi in tal senso in una precedente sentenza (Sez. 4, n. 28780 del
19/05/2011, Tessari e altro) allorquando, in occasione di infortunio
verificatosi su una strada pubblica ed aperta al pubblico transito, esterna ad
un cantiere, ha formulato il principio per il quale nella nozione di " luogo
di lavoro", rilevante ai fini della sussistenza dell’obbligo di
attuare le misure antinfortunistiche, rientra non soltanto il cantiere, ma
anche ogni altro luogo in cui i lavoratori siano necessariamente costretti a
recarsi per provvedere ad incombenze inerenti all'attività che si svolge nel
cantiere stesso. Per contro, e qui la suprema Corte ha individuata una
grave lacuna motivazionale nella sentenza impugnata,”non può parlarsi di luogo di lavoro (da preferirsi in questo caso alla
locuzione utilizzata dalla Corte di Appello di 'ambiente di lavoro') solo sul
presupposto che un qualsiasi soggetto, che é anche prestatore d'opera in favore
di taluno, vi si trovi a transitare. Va ribadita la stretta correlazione che
esiste tra la nozione di 'luogo di lavoro' e la specifica organizzazione
imprenditoriale alla quale questo accede in funzione servente; correlazione che
deriva dalla necessità che si tratti di ambito spazio-funzionale sul quale
possano e debbano estendersi i poteri decisionali del vertice della compagine”.
Può quindi, ha
sostenuto la Sez. IV, essere formulato il seguente principio di diritto: "in materia di responsabilità per violazioni
delle norme antinfortunistiche, il datore di lavoro obbligato al rispetto delle
prescrizioni dettate dal Titolo II del d.lgs. n. 81/2008 per la sicurezza dei
luoghi di lavoro va identificato in colui che riveste tale ruolo nell'organizzazione
imprenditoriale alla quale accede il luogo di lavoro medesimo".
Alla luce di tale puntualizzazione risulta chiaro,
secondo la Corte di Cassazione, che l'attribuzione al ricorrente di una
posizione di garanzia tra quelle definite dalla normativa prevenzionistica, e
segnatamente quella di datore di lavoro, avrebbe richiesto la preliminare
qualificazione dell'area di ingresso del centro commerciale come luogo di
lavoro della società proprietaria. In caso contrario un eventuale obbligo di
assicurarsi della non pericolosità dell'area si sarebbero potuti far discendere
unicamente dalla proprietà degli spazi con esclusione, quindi, della violazione
di obblighi datoriali e procedibilità a querela del reato. La suprema Corte ha
quindi voluta fare una puntualizzazione in merito alla possibilità che anche
una persona estranea all'organigramma dell'impresa, come era la lavoratrice
infortunata rispetto alla società proprietaria della Galleria, potesse
beneficiare della tutela apprestata dalla normativa prevenzionistica non
essendo la qualità di persona estranea all’ambito imprenditoriale di per sé
incompatibile con l’esistenza di un
dovere di sicurezza da parte del datore di lavoro.
Per le suindicate motivazioni, quindi, la Corte di
Cassazione ha annullata la sentenza impugnata con rinvio ad altra sezione della
Corte di Appello perché accertasse se l'ingresso dell'edificio ove era avvenuto
il sinistro in danno della lavoratrice fosse stato, al tempo, luogo destinato
ad ospitare posti di lavoro ovvero luogo accessibile nell'ambito del loro
lavoro ai lavoratori dipendenti della società proprietaria della Galleria
commerciale e, in caso positivo, verificare se sussistessero le condizioni
perché la tutela che l'imputato, nella sua qualità, avrebbe dovuto apprestare a
vantaggio dei propri dipendenti, dovesse ritenersi estesa anche alla lavoratrice
Gerardo Porreca Corte
di Cassazione - Penale Sezione IV - Sentenza n. 40721 del 9 ottobre 2015 (u.p.
9 settembre 2015 - Pres. Brusco – Est. Dovere
– P.M. Baldi - Ric. S.G.M.. - Si
intendono per “luoghi di lavoro” i luoghi destinati ad ospitare posti di lavoro
ubicati all’interno di un’azienda o di un’unità produttiva nonché ogni altro
luogo di pertinenza delle stesse accessibili al lavoratore nell’ambito del
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Se quello è l'abituale ingresso dei lavoratori al negozio di parrucchiera è pacifico che la lavoratrice ci doveva passare.
Quindi l'AD della Galleria sarà ritenuto responsabile oppure no ?Rispondi Autore: stefania carniel03/03/2016 (11:53:32)Chiedo: la cabina di guida di un locomotore, un pullman, la cabina di un aereo...non rientrano nella definizione di "luogo di lavoro" ex DLeg.vo 81.....quindi, come vanno considerati e da quale normativa ssl vengono tutelati i soggetti che vi svolgono la loro attività lavorativa ?
grazieRispondi Autore: avv. Rolando Dubini07/03/2016 (22:18:44)Veramente leggendo la sentenza nel testo integrale risulta che l'infortunata era la PROPRIETARIA del negozio di parrucchiera, non una lavoratrice: "Fatto
1. S.G.M. ricorre, a mezzo dei difensori, avverso la sentenza indicata in epigrafe con la quale la Corte di Appello di Milano, confermando quella pronunciata dal Tribunale di Como, lo ha condannato alla pena ritenuta equa, giudicandolo responsabile dell'infortunio occorso a S.M.N. e delle conseguenti lesioni personali dalla medesima patite.
La ricostruzione dell'accaduto é incontroversa. La S.M.N., alle dipendenze della C. s.r.l., proprietaria di un negozio di parrucchiera sito nelle 'Gallerie Commerciali BE.', in Como, il 16.12.2008, nel transitare nell'ingresso dell'edificio, scivolava sul pavimento parzialmente coperto da tappeti mobili e bagnato per l'acqua caduta dall'ombrello chiuso di una cliente che la precedeva."Rispondi Autore: avv, Rolando Dubini10/03/2016 (11:07:16)Scusate, un mio refuso, in effetti l'infortunata era dipendente della PROPRIETARIA del negozio di parrucchiera, quel che è importante sottolineare che il suo datore di lavoro non è quello delle Gallerie ma è il PROPRIETARIO DEL NEGOZIO. questo perchè le sentenze di condanna calacano la mano sul concetto di PROPRIETARIO come equivalente alla figura del datore di lavoro, cosa che la sentenza, come giustamente commenta anche Porreca, smentisce.