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Timestamp: 2019-07-19 05:53:55+00:00
Document Index: 21542466

Matched Legal Cases: ['art. 73', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 1', 'art. 73']

﻿ CANNABIS LIGHT CASSAZIONE SEZ VI N. 4920
da Armaroli | Lug 3, 2019 | Assistenza Legale, avvocato penale bologna Sergio Armaroli, AVVOCATO PENALISTA AVVOCATO PENALE, News | 0 commenti
. La L. n. 242 del 2016 attesta che la coltivazione delle varietà di canapa, nella stessa considerate, non è reato D.P.R. n. 309 del 1990, ex art. 73 e viene consentita senza necessità di autorizzazione: il coltivatore non ha l’obbligo di comunicarne l’inizio alla Polizia giudiziaria, ma solo di conservare i cartellini della semente e le fatture di acquisto, e se all’esito dei controlli – che vanno effettuati secondo il metodo prescritto dalla vigente normativa dell’Unione Europea e nazionale di recepimento (L. n. 242 del 2016, art. 4, comma 6) –
il contenuto complessivo di THC della coltivazione risulti superiore allo 0,2 % e entro il limite dello 0,6 % nessuna responsabilità è prevista per l’agricoltore che ha rispettato le prescrizioni (L. n. 242 del 2016, art. 4, comma 5). Il sequestro o la distruzione delle coltivazioni di canapa impiantate nel rispetto delle disposizioni stabilite dalla legge possono essere disposti dall’autorità giudiziaria solo se, da un accertamento – effettuato secondo il metodo di cui al comma 3 – risulti che il contenuto di THC nella coltivazione è superiore allo 0,6 per cento e anche in questo caso è esclusa la responsabilità dell’agricoltore (L. n. 242 del 2016, art. 4, comma 7).
Tuttavia, risulta del tutto ovvio che la commercializzazione sia consentita per i prodotti della canapa oggetto del “sostegno e della promozione”, espressamente contemplati negli artt. 2 e 3 della legge e, in particolare, fra gli altri: i “semilavorati di canapa provenienti da filiere prioritariamente locali”, “alimenti, cosmetici, materie prime biodegradabili e semilavorati innovativi per le industrie di diversi settori”, “semilavorati, quali fibra, canapulo, polveri, cippato, oli o carburanti, per forniture alle industrie e alle attività artigianali di diversi settori, compreso quello energetico”, destinazioni al “florovivaismo”.
Si tratta di una legge di “sostegno e… promozione” della produzione, nella quale – quindi – il riferimento alla tipologia di uso non comporta che siano di per sè vietati altri usi non menzionati.
Con riferimento al sequestro in esame, la questione che sorge è se la commercializzazione possa riguardare anche la vendita al dettaglio delle infiorescenze (già materialmente oggetto della vendita all’ingrosso concernente i prodotti sopra considerati), contenenti il THC (nei limiti, fissati dalla L. n. 242 del 2016) e il CBD (che non ha effetti stupefacenti e mitiga quelli dell’altro principio chimico) per fini connessi all’uso che l’acquirente riterrà di farne e che potrebbero riguardare l’alimentazione (infusi, the, birre), la realizzazione di prodotti cosmetici – entrambi usi espressamente considerati dalla L. n. 242 del 2016 – e anche il fumo.
Si è sostenuto che la liceità della cannabis è circoscritta alla sua coltivazione e alla destinazione dei prodotti coltivati entro l’alveo delle previsioni esplicite contenute nella L. n. 242 del 2016. Le disposizioni di questa legge che consentono, a certe condizioni, la coltivazione di cannabis, sono ritenute norma eccezionale e sicuramente non estensibili analogicamente alle altre condotte disciplinate dal D.P.R. n. 309 del 1990 tra le quali la vendita e la detenzione per il commercio. Da questo assunto, si conclude che la presenza di un principio attivo sino allo 0.6% è consentita solo per i coltivatori non anche per chi commerci i prodotti derivati dalla cannabis (Sez. 6, n. 56737 del 27/11/2018, Ricci; Sez. 6, n. 52003 del 10/10/2018, Moramarco; Sez. 4, n. 34332 del 13/06/2018, Durante).
Tuttavia, la configurazione della intera legge n. 242/2016 come norma eccezionale rispetto al D.P.R. n. 309 del 1990, non estensibile analogicamente, non appare appropriata perchè non vengono in rilievo rapporti normativi in termini di regola-eccezione, ma emerge il configurarsi di un microsettore normativo in radice autonomo per la cannabis proveniente dalle coltivazioni consentite.
In ogni caso, questa interpretazione non è nutrita da una precisazione delle composite rationes che reggono il D.P.R. n. 309 del 1990 e da una valutazione del loro rapporto con la ratio della L. n. 242 del 2016, nè si confronta con le potenziali implicazioni sistematiche della portata normativa della L. n. 242 del 2016, art. 1, comma 2, che esclude le coltivazioni di canapa delle varietà ammesse dall’ambito di applicazione dell’intero D.P.R. n. 309 del 1990.
Cosi come assertivamente espressa, la tesi appare una petizione di principio che trascura che è nella natura dell’attività economica che i prodotti della “filiera agroindustriale della canapa” (che la legge espressamente mira a promuovere) siano commercializzati e che, in assenza di specifici dati normativi non emergono particolari ragioni per assumere che il loro commercio al dettaglio debba incontrare limiti che non risultano posti al commercio all’ingrosso.
LA CASSAZIONE RITIENE SIA POSSIBILE QUESTA INTERPRETAZIONE:
peraltro presente nella giurisprudenza di merito (cfr., Tribunale di Ancona, 27/07/2018; Tribunale di Rieti 26/07/2018; Tribunale di Macerata 11/07/2018; Tribunale di Asti, 4/07/2018) e in dottrina – secondo cui la liceità della commercializzazione dei prodotti della predetta coltivazione (e, in particolare, delle infiorescenze) costituirebbe un corollario logico-giuridico dei contenuti della L. n. 242 del 2016: in altri termini, dalla liceità della coltivazione della cannabis alla stregua della legge n. 242/2016, deriverebbe la liceità dei suoi prodotti contenenti un principio attivo THD inferiore allo 0.6 %, nel senso che non potrebbero più considerarsi (ai fini giuridici), sostanza stupefacente soggetta alla disciplina del D.P.R. 309 del 1990, al pari di altre varietà vegetali che non rientrano tra quelle inserite nelle tabelle allegate al predetto d.P.R..
LA CORTE PONE QUESTO QUESITO :
Nè il D.P.R. n. 309 del 1990 nè (inesistenti) fonti normative primarie successive alla L. n. 242 del 2016 presentano contenuti che consentano di affermare questa conclusione.
Su queste basi, se il rivenditore di infiorescenze di cannabis provenienti dalle coltivazioni considerate dalla L. n. 242 del 2016 è in grado di documentare la provenienza (lecita) della sostanza, il sequestro probatorio delle infiorescenze, al fine di effettuare successive analisi, può giustificarsi solo se emergono specifici elementi di valutazione che rendano ragionevole dubitare della veridicità dei dati offerti e lascino ipotizzare la sussistenza di un reato D.P.R. 309 del 1990, ex art. 73, comma 4.
CIRCONVENZIONE DI INCAPACE ART 643 CP – RISOLVI DIFENDITI