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Timestamp: 2019-03-20 23:55:04+00:00
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Metodologia statistiche dell'Agenzia delle Entrate. - Il Commentario del Merito
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In ambito di accertamento, la crescente raffinatezza delle metodologie statistiche adottate dall’Agenzia delle Entrate negli studi di settore è in grado di assicurare una rappresentazione della situazione reddituale del contribuente più aderente alla sua concreta realtà, in ragione del che se ne giustifica appunto l’applicazione retroattiva dei sistemi più recenti anche per accertamenti e annualità anteriori.
Corte di Cassazione, sentenza n. 8812 del 2016, depositata il 4 maggio 2016
La 5^ Sezione della Cassazione (specializzata in Diritto Tributario) nella sentenza n.8812/2016, a parere di chi scrive, ha confermato la valenza probatoria degli studi di settore utilizzati dalla Agenzia delle Entrate, ma altrettanto esplicitamente ha affermato un principio di “favor rei” (in una libera interpretazione del principio “dell’individuare il trattamento giuridico, in concreto, più favorevole al reo” che nel qual caso sarebbe il contribuente) nell’avvalersi delle metodologie più recenti applicate retroattivamente.
Un avvocato si opponeva ad una avviso di accertamento derivante da un presunto discostamento tra quanto dichiarato e gli studi settore relativo all’anno 2001, in primo grado il ricorso veniva accolto; contrariamente la Commissione Tributaria Regionale dell’Emilia Romagna riformava la sentenza impugnata dall’A.d.E. avendo il contribuente “contestato gli indici applicati, ma non (avendo) fornito alcuna dimostrazione che il reddito presunto sulla base dei parametri non esisteva o esisteva in misura inferiore”.
La sentenza della CTR era parzialmente riformata.
Il primo motivo di gravame in Cassazione veniva rigettato poiché il ricorrente impugnava il principio di applicazione del combinato tra l’art. 39, comma primo, lett d), D.P.R. 600/73, dell’art. 3, commi 181 e segg., 1. 549/95, ormai consolidato dalle Sezioni Unite con la sentenza n. 26635/09 per cui “i parametri o studi di settore previsti dall’art. 3, commi da 181 a 187, legge 28 dicembre 1995, n. 549, rappresentando la risultante dell’estrapolazione statistica di una pluralità di dati settoriali acquisiti su campioni di contribuenti e dalle relative dichiarazioni, rivelano valori che, quando eccedono il dichiarato, integrano il presupposto per il legittimo esercizio da parte dell’Ufficio dell’accertamento analitico-induttivo, ex art. 39, primo comma, lett. d, del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, che deve essere necessariamente svolto in contraddittorio con il contribuente, sul quale, nella fase amministrativa e, soprattutto, in quella contenziosa, incombe l’onere di allegare e provare, senza limitazioni di mezzi e di contenuto, la sussistenza di circostanze di fatto tali da allontanare la sua attività dal modello normale al quale i parametri fanno riferimento, si da giustificare un reddito inferiore a quello che sarebbe stato normale secondo la procedura di accertamento tributario standardizzato, mentre all’ente impositore fa carico la dimostrazione dell’applicabilità dello “standard” prescelto al caso concreto oggetto di accertamento“, esplicando come l’Agenzia delle Entrate deve effettuare in un primo momento una valutazione delle contestazioni proposte dal contribuente sia in sede amministrativa che contenziosa (Vedi pronunce 25995/14, 10042/14), considerando che i parametri sono di per sé bastevoli alla presunzione legale, altresì sarà il contribuente a dover dimostrare“l’inapplicabilità dei parametri sulla posizione reddituale”.
Di particolare rilevanza è la valutazione che la Suprema Corte esplica sugli studi di settore, prendendo origine da una evidente contraddizione nella sentenza della CTR, ove chiarisce come i parametri utilizzati dalla Agenzia delle Entrate dal 1989 ai più raffinati calcoli elaborati dagli studi di settore previsti dal D.L. 331/96, si siano ulteriormente evoluti e migliorati negli anni “con successivi aggiustamenti nel processo di affinamento di metodi standardizzati di accertamento intesi a facilitare la lotta all’evasione fiscale e a ridurre il contenzioso tra contribuenti ed amministrazione”, e in questa valutazione ove si “esalta” il raffinamento dei parametri e degli “standard” utilizzati, viene assestato anche un colpo alla Agenzia chiarendo come sia giustificata “l’applicazione retroattiva dello strumento più recente che prevale rispetto a quello precedente, in quanto più raffinato e più affidabile” dichiarando illegittima la rettifica reddituale operata con i parametri effettuati all’epoca dell’accertamento nonostante la congruità dei ricavi dichiarati.
Infine gli Ermellini concludono per un rinvio alla CTR in altra composizione dichiarando “Errato… il contrario convincimento espresso dal giudice d’appello laddove ha disatteso l’argomento probatorio rappresentato dalla congruità dei ricavi rispetto allo studio di settore prodotto in giudizio dalla parte, disconoscendone genericamente <<il valore>>”e soprattutto affermando che “la crescente raffinatezza delle metodologie statistiche adottate, è in grado di assicurare una rappresentazione della situazione reddituale del contribuente più aderente alla sua concreta realtà, in ragione del che se ne giustifica appunto l’applicazione retroattiva”.
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