Source: https://studiolegaleramelli.it/2020/04/20/la-responsabilita-civile-dellesercente-la-professione-sanitaria/
Timestamp: 2020-05-24 23:32:23+00:00
Document Index: 108982617

Matched Legal Cases: ['art. 3', 'sentenza ', 'art. 2043', 'art 2043', 'art. 1218', 'art. 1223', 'art. 138', 'art.138', 'art. 138', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 5', 'art. 590']

La responsabilità civile dell’esercente la professione sanitaria – Avvocato Diritto Penale Roma Eur
Il tema della qualificazione della responsabilità dell’esercente la professione sanitaria come contrattuale ex artt. 1218 e ss. c.c., ovvero extracontrattuale (o aquiliana), ex artt. 2043 e ss. c.c., è stato oggetto di contrasti giurisprudenziali, infine risolti dalla riforma Gelli Bianco (legge 24/2017), che ha chiarito definitivamente il profilo del tipo di responsabilità ascrivile ai singoli soggetti.
La necessità di qualificare in maniera espressa la responsabilità civile come contrattuale o extracontrattuale risulta ancor più stringente per quanto concerne l’ambito sanitario, in quanto il rapporto medico-paziente rientra nei cd. rapporti contrattuali di fatto, di più difficile inquadramento giuridico.
Il rapporto tra il medico operante all’interno di una struttura sanitaria ed il paziente, invero, si atteggia come contrattuale senza che, però, tra le parti vi sia un contratto vero e proprio (essendo il contratto di spedalità stipulato solo tra paziente ed ospedale).
Orientamenti giurisprudenziali e riforme Balduzzi e Gelli Bianco
In sintesi, prima e fino al 2017 si registravano due opposti orientamenti giurisprudenziali.
Secondo quello maggioritario, la responsabilità dell’esercente la professione sanitaria si qualificava come contrattuale, in virtù della teoria del “contatto sociale qualificato”, in base alla quale l’operatore sanitario risultava titolare di un obbligo di protezione della salute del paziente, obbligo che trovava fondamento non già in un contratto, bensì nel cd. contatto sociale qualificato, ossia un altro tipo di rapporto che legava il medico ed il paziente ed in base al quale il primo risultava obbligato non già semplicemente a non danneggiare l’altro (in virtù del principio generale e valevole per tutti del neminem laedere), bensì a tutelare la salute del paziente e ad impiegare tutti i mezzi disponibili per assicurargli la guarigione.
Con l’entrata in vigore della legge Balduzzi ( Legge 189/2012) , il predetto contrasto non risulta sopito.
Ai sensi dell’art. 3 “l’esercente la professione sanitaria che nello svolgimento della propria attività si attiene a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica non risponde penalmente per colpa lieve. In tali casi resta comunque fermo l’obbligo di cui all’articolo 2043 del codice civile”. Tale disposizione ha invero alimentato i dubbi interpretativi in merito al tipo di responsabilità ascrivibile in capo all’operatore sanitario. Se sul versante penale è infatti pacifico che la norma abbia importato una depenalizzazione in particolari casi chiariti dalla legge autorevilmente interpretata con la sentenza Sezioni Unite Penali n. 8770/2017 il richiamo della norma all’art. 2043 c.c. dà adito a due diverse interpretazioni: secondo la prima, l’intenzione del legislatore è stata quella di qualificare la responsabilità del professionista come extracontrattuale; secondo l’orientamento maggioritario, invece, il richiamo all’art 2043 c.c. mira semplicemente a chiarire che l’esclusione della responsabilità penale in caso di colpa lieve non vale ad elidere contestualmente anche la responsabilità civile e la necessità di risarcire il danno, con la conseguenza che la responsabilità civile del professionista sanitario rimarrebbe qualificabile come contrattuale.
Sulla materia è intervenuta in maniera definitiva la legge Gelli Bianco (Legge 24/2017), la quale qualifica la responsabilità dell’esercente la professione sanitaria come extracontrattuale ex artt. 2043 c.c. e ss. e quella della struttura sanitaria come contrattuale ex art. 1218 c.c. e ss.
(i) l’esercente la professione sanitaria risponde del proprio operato ai sensi dell’articolo 2043 c.c., salvo che abbia agito nell’adempimento di obbligazione contrattuale assunta con il paziente;
(ii) la struttura sanitaria pubblica o privata che, nell’adempimento della propria obbligazione, si avvalga dell’opera di esercenti la professione sanitaria, anche se scelti dal paziente e ancorché non dipendenti della struttura stessa, risponde, ai sensi degli articoli 1218 e 1228 c.c., delle loro condotte dolose o colpose.
Si segnala, a tal proposito, che le norme sostanziali della legge Gelli Bianco, al pari dei quelle della precedente legge Balduzzi, non sono applicabili retroattivamente (con l’eccezione delle disposizioni relative alla liquidazione del danno sulla base delle tabelle di cui agli artt. 138, 139 del codice delle assicurazioni private), dunque non possono applicarsi a fatti avvenuti in epoca antecedente all’entrata in vigore della legge, per i quali continuerà a farsi riferimento alla legge vigente all’epoca dei fatti.
Ciò è quanto chiarito dalla Corte di Cassazione, nelle celebri sentenze di “San Martino” (un decalogo di sentenze emesse nel 2019 dalla III Sezione civile in funzione nomofilattica in materia di responsabilità civile medica), in particolare: Cass. civ. Sez. III, 11/11/2019, n.28990; Cass. civ. Sez. III, 11/11/2019, n.28994.
Ciò chiarito, le conseguenze derivanti dall’esplicita qualificazione della responsabilità civile del professionista sanitario come extracontrattuale comporta delle differenze di disciplina rispetto alla responsabilità contrattuale della struttura sanitaria.
Tali differenze incidono su tre profili:
La scelta operata dalla legge Gelli Bianco di qualificare espressamente come aquiliana la responsabilità civile dell’esercente sanitario risponde all’esigenza di intervenire in senso più favorevole all’operatore sanitario, rendendo maggiormente onerosa l’attività di allegazione e di prova del danneggiato, il quale, in ogni caso, può pur sempre agire nei confronti della struttura sanitaria.
La disciplina della responsabilità extracontrattuale
La qualificazione della responsabilità dell’esercente la professione sanitaria come extracontrattuale implica che il termine prescrizionale del diritto al risarcimento del danno derivante da illecito extracontrattuale sia quello breve, pari a 5 anni.
Il dies a quo per la decorrenza della prescrizione si individua nel momento in cui la condotta illecita ed il conseguente danno si manifestano all’esterno, divenendo oggettivamente percepibili e riconoscibili.
(i) in caso di illecito istantaneo, la prescrizione decorre dal momento in cui è oggettivamente percepibile la prima manifestazione del danno;
(ii) in caso di illecito permanente, la prescrizione decorre ogni giorno successivo a quello in cui il danno si manifesta;
(iii) nel caso in cui l’illecito costituisca anche reato per il quale sia previsto un termine prescrizionale più lungo, questo si applica anche all’azione civile.
L’onere della prova del nesso causale:
Al soggetto danneggiato spetta provare un doppio nesso di causalità:
(i) il nesso di causalità materiale, ossia la relazione causalistica tra la prestazione medica e l’evento dannoso (l’insorgenza di una patologia o l’aggravamento delle condizioni del paziente);
(ii) il nesso di causalità giuridica, ossia la relazione tra il danno lesivo ed il danno patrimoniale e/o non patrimoniale subito dal paziente.
Tale distinzione sul piano del nesso causale trova fondamento nella distinzione tra i concetti di:
(i) danno-evento: la lesione di un interesse tutelato dall’ordinamento (nell’ambito della responsabilità medica, la lesione del diritto alla salute e all’integrità fisica)
(ii) danno-conseguenza: il pregiudizio concretamente sofferto dal paziente in conseguenza del verificarsi del danno-evento e l’oggetto del risarcimento del danneggiato.
La qualificazione della responsabilità civile dell’esercente la professione sanitaria come extracontrattuale importa l’applicazione delle regole di riparto dell’onere probatorio del nesso causale previste dalla disciplina della responsabilità extracontrattuale.
In particolare, in capo al paziente-danneggiato grava l’onere di provare:
(i) la sussistenza dell’illecito extracontrattuale;
(ii) il dolo o la colpa dell’operatore sanitario;
(iii) l’esistenza del danno di cui chiede il risarcimento;
(iv) l’esistenza del nesso causale tra il danno subìto e l’illecito extracontrattuale.
Regole di accertamento del nesso di causalità materiale
In mancanza di una specifica definizione legislativa valevole in ambito civilistico, la verifica della sussistenza della causalità materiale (tra la condotta del professionista sanitario e la lesione dell’interesse del paziente), è regolata dai principi penalistici di cui agli artt. 40, 41 c.p.
Sul piano delle regola su cui si fonda il procedimento logico-giuridico di ricostruzione del nesso di causalità, tuttavia, in ambito civilistico ci si discosta dai principi penalistici.
Invero, nel settore della responsabilità civilistica si ricorre alla regola di giudizio del “più probabile che non” (o regola della “preponderanza dell’evidenza”); laddove nell’ambito del giudizio controfattuale volto ad accertare la penale responsabilità dell’operatore sanitario, vige il principio della certezza al di là di ogni ragionevole dubbio (distinzione rispondente alle diverse finalità ed esigenze che connotano i settori civile e penale, legate ai rispettivi diversi interessi in gioco).
Per il sorgere della responsabilità occorre che si sia prodotto un danno risarcibile come conseguenza dell’illecito extracontrattuale. Il danno oggetto dell’obbligazione risarcitoria extracontrattuale è quindi esclusivamente il danno-conseguenza del fatto illecito (se sussiste solo l’evento lesivo, ma non vi è un danno-conseguenza, non sorge l’obbligazione risarcitoria).
La qualificazione della responsabilità dell’esercente la professione sanitaria come aquiliana, implica che il risarcimento debba ricomprendere sia i danni prevedibili, sia quelli non prevedibili, purché essi costituiscano conseguenza diretta e immediata dell’illecito extracontrattuale.
Nell’accertamento della sussistenza della causalità giuridica (tra la lesione dell’interesse del paziente ed il danno risarcibile), la norma civilistica di riferimento è rappresentata dall’art. 1223 c.c., il quale prevede il risarcimento dei soli danni che costituiscano conseguenza immediata e diretta dell’illecito, ossia gli effetti normali e ordinari dell’illecito.
Per danno di intende qualsiasi alterazione negativa della situazione del soggetto rispetto a quella che si sarebbe avuta nel caso in cui l’evento lesivo non si fosse verificato.
I danni prodotti devono essere riparati integralmente ed il risarcimento può assumere due forme, a scelta del danneggiato:
A tal fine, può farsi ricorso a criteri puri, nonché a criteri predeterminati e standardizzati, tra i quali rientrano le cd. tabelle di liquidazione del danno elaborate a livello territoriale.
Tra queste, le tabelle redatte dal Tribunale di Milano sono considerate dalla Corte di Cassazione quelle statisticamente più testate e idonee ad essere assunte come criterio generale per la valutazione equitativa.
Come già precisato sopra, secondo quanto stabilito dalla Suprema Corte nelle celebri sentenze di “San Martino” rese nel 2019, in funzione nomofilattica in materia di responsabilità civile medica, le norme sostanziali della legge Gelli Bianco, al pari dei quelle della precedente legge Balduzzi, non sono applicabili retroattivamente, con l’eccezione delle disposizioni relative alla liquidazione del danno sulla base delle tabelle di cui agli artt. 138, 139 del codice delle assicurazioni private (cfr. Cass. civ. Sez. III, 11/11/2019, n.28990; Cass. civ. Sez. III, 11/11/2019, n.28994).
(i) l’art. 138 si riferisce alle lesioni di non lieve entità (o macropermanenti), ossia quelle che comportano una menomazione dell’integrità psico-fisica compresa tra 10 e 100 punti.
Quanto al relativo criterio di liquidazione del danno, il comma 1 dell’art.138 prevede l’istituzione di una tabella unica per tutto il territorio nazionale.
Attualmente continua a farsi riferimento alla tabella del Tribunale di Milano, in ragione della mancata attuazione dell’art. 138 D.lgs. 209/2005.
Per completezza espositiva in merito al testo dell’art. 7 della riforma Gelli Bianco, si segnala che, in base al comma 3 dell’art. 7, con specifico riguardo alla posizione del professionista sanitario, il giudice, nella determinazione del risarcimento del danno, deve tener conto della conformità della condotta dell’operatore sanitario alle linee guida e alle buone pratiche clinico-assistenziali (di cui all’art. 5 della legge Gelli Bianco e all’art. 590 sexies c.p.).
Tale disposizione tuttavia appare lacunosa, poiché non fornisce indicazioni precise sulla misura in cui la condotta conforme alle linee guida possa incidere sulla quantificazione del danno risarcibile.
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