Source: http://astratto.info/sezione-quarta--lorgano-giudiziario-e-gli-atti-processuali-cap.html?page=14
Timestamp: 2020-01-20 06:34:45+00:00
Document Index: 66683138

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CAP. 6 – C) L’intervento adesivo (e i limiti soggettivi del giudicato)
L’art. 105 c. 2 cpc disciplina l’intervento adesivo. Nel processo può intervenire un terzo “per sostenere le ragioni delle parti quando vi abbia un proprio interesse”. Il terzo, con l’intervento adesivo, si affianca ad una delle parti del processo e non fa valere un suo diritto, ma semplicemente si limita a sostenere le ragioni di una delle parti. Il terzo interveniente adesivamente, a differenza dei due altri tipi di intervento, non fa valere alcun suo diritto, ma deve comunque avere un interesse ad un determinato esito del giudizio tra le parti originarie (interesse giuridicamente qualificato in ordine all’esito del giudizio in corso).
Si tratta ora di accertare quale caratteristiche debba avere tale interesse per giustificare l’intervento adesivo.
Un’interpretazione restrittiva riconosce la legittimazione ad intervenire adesivamente solo a quei terzi nei cui confronti la sentenza sarebbe comunque efficace, vale a dire a quei soggetti che andrebbero esposti all’efficacia riflessa, eventualmente pregiudizievole, della sentenza resa inter alios.
Si tratta di ipotesi in cui il terzo è titolare di un rapporto dipendente da quello sul quale è sorto il processo. Questa relazione di dipendenza fra rapporti giuridici si riscontra, ad es., tra un contratto ed un subcontratto e, in particolare, emerge con evidenza tra il contratto di locazione e il contratto di sublocazione.
L’art. 1595 c. 3 cc enuncia: “Senza pregiudizio delle ragioni del subconduttore verso il sublocatore, la nullità o la risoluzione del contratto di locazione ha effetto anche nei confronti del subconduttore, e la sentenza pronunciata tra locatore e conduttore ha effetto anche contro di lui”.
È chiaro che in quest’ipotesi, per scelta del legislatore, la sentenza resa tra il locatore e il conduttore produce effetti ultra partes, e quindi anche nei confronti del subconduttore.
Probabilmente, pur in mancanza di una norma espressa, un’analoga situazione vale anche per gli altri subcontratti obbligatori (sub-deposito, sub-appalto, sub-comodato…), poiché in tutti ricorre un nesso di pregiudizialità-dipendenza permanente fra i due rapporti: quello tra attore e convenuto e quello tra convenuto e terzo non solo nascono l’uno dipendente dall’altro ma continuano a vivere così astretti.
Nel caso invece di accessorietà solidale e di obbligazioni solidali (es. fideiussioni), la dipendenza è solo istantanea.
Vi è poi una serie di ipotesi in cui la dipendenza è solo genetica, nel senso che riguarda solo il momento della nascita del rapporto dipendente; per tali casi, nulla dice il legislatore, e quindi si pone il problema di stabilire se la sentenza sul rapporto principale vincoli i terzi titolari di rapporti dipendenti.
Parte della dottrina e della giurisprudenza sostiene al riguardo la tesi della riflessione del giudicato, per cui la sentenza produrrebbe un vincolo riflesso in capo a tali terzi.
Per spiegare in questo concetto, s’immagini che la banca instauri un processo contro il solo debitore principale, e non anche contro il suo fideiussore, e che riesca ad ottenere una sentenza favorevole, che accerti quindi l’esistenza e la validità del credito principale. Sussistendo un giudicato fra la banca e il debitore principale da cui emerge l’esistenza e la validità del credito, se si ammette l’estensione al terzo anche del giudicato sfavorevole, il fideiussore non potrà affermare l’inefficacia del rapporto obbligatorio dipendente sulla base dell’assunto dell’invalidità del debito principale, in quanto l’esistenza di quest’ultimo è stata oggetto di accertamento giurisdizionale. Pertanto se si ammettesse che la sentenza resa tra la banca e il debitore principale sia opponibile al fideiussore nel processo contro di lui instaurato dalla banca medesima, emergerebbe l’interesse giuridicamente rilevante che può avere il fideiussore ad intervenire adesivamente a fianco del debitore principale. Tale interesse sarebbe dato dal fatto che, se il debitore principale soccombe, essa potrebbe instaurare una causa contro il fideiussore, che, convenuto, potrebbe contestare tutto ciò che attiene al contratto di fideiussione, ma ormai non più l’esistenza del debito principale.
Il fideiussore potrebbe però probabilmente anche porre in essere qui un intervento litisconsortile, proponendo contro la banca attrice una domanda di accertamento negativo del suo credito, ma, in questo modo, egli allargherebbe la materia del contendere deducendo in giudizio la questione circa l’esistenza o l’inesistenza direttamente del rapporto giuridico obbligatorio che lo lega alla banca. Mentre, intervenendo solo adesivamente, il terzo non fa valere un proprio diritto e di conseguenza non si ha un ampliamento dell’oggetto del giudizio che rimane, quindi, quello originario: l’obbligazione del debitore principale, e non anche quella solidale-dipendente del suo fideiussore.
Se la banca agisce subito contro il fideiussore, il debitore principale potrà essere da questi chiamato in causa ex art. 106 od anche potrà intervenire volontariamente: in tal caso il suo intervento sarà piuttosto litisconsortile che adesivo, in quanto volto a far accertare che non esiste od è invalida la propria obbligazione principale.
Un’altra ipotesi di dipendenza da considerare è quella in cui, nell’ambito di un processo di rivendica, il venditore del bene, essendo per legge garante dell’evizione, intenda intervenire adesivamente a fianco del suo acquirente, convenuto dall’attore (molestante). E tale scelta di intervenire si giustifica per evitare che si formi un accertamento favorevole all’attore, vale a dire che sia riconosciuto il suo diritto a evincere il convenuto con un fondata rivendica. In tal caso l’acquirente rimasto evitto potrebbe proporre un’autonoma domanda nei confronti del venditore per far valere la garanzia per evizione, e il venditore, nel relativo processo, subirebbe il peso del precedente giudicato. Il processo di garanzia non sarebbe tutto da giocare ex novo: il solo fatto che un tale processo nasca è già un inconveniente per il venditore – garante; il fatto che non nascerebbe vergine acuisce il suo interesse per l’esito del processo di evizione. Se il venditore non intervenisse, il rischio sarebbe quello di vedersi opporre il fatto che l’evincente era proprietario all’epoca della vendita, che risulterà quindi una vendita a non domino, priva dell’effetto traslativo della proprietà.
Occorre tuttavia considerare che secondo l’art. 1485 c. 1, cc, “il compratore convenuto da un terzo che pretende di avere diritti sulla cosa venduta deve chiamare in causa il venditore. Qualora non lo faccia e sia condannato con sentenza passata in giudicato, perde il diritto alla garanzia, se il venditore prova che esistevano ragioni sufficienti per far respingere la domanda”.
L’acquirente convenuto per evizione ha l’onere di chiamare in causa il venditore qualora voglia, un domani, far valere la garanzia per evizione nei confronti del venditore in modo sicuro e senza rischi, ossia senza più sentirsi eccepire dal medesimo che sussistevano, a suo tempo, ragioni sufficienti per far respingere la domanda dell’evincente.
Il venditore può decidere di intervenire adesivamente, prima di essere chiamato in causa, per cercare di aiutare l’acquirente a far subito respingere la domanda dell’attore.
Intervento adesivo e chiamata in causa del venditore sono parificati negli effetti: in entrambi i casi costui perde le proprie suddette difese nel futuro, eventuale, processo di garanzia, in quanto risulta in grado già di farle valere avendo partecipato al processo di evizione.
Qualora il venditore rimanga terzo, gode di una tutela riflessa debole; infatti, in tal caso, egli potrà sempre affermare che la prima sentenza era ingiusta e che non si era in presenza di un caso di vendita a non domino.
Se tale sua azione ha successo, il giudice del secondo processo iniziato dal venditore rimasto terzo rigetterà l’azione di garanzia dell’acquirente già soccombente nel primo processo di evizione, e quindi l’acquirente sarà perdente due volte in base a due sentenze.
In tutti i casi fin qui esaminati ricorre una relazione di dipendenza tra rapporti giuridici, nel senso che il subconduttore, il fideiussore e il venditore tenuto alla garanzia per l’evizione sono tutte figure di terzi titolari di un rapporto giuridico dipendente da quello oggetto del giudizio. I limiti entro i quali il terzo titolare del rapporto giuridico dipendente sarà vincolato alla decisione sul rapporto principale sono, caso per caso, nelle tre ipotesi, per scelta normativa risultati diversi ove quel soggetto rimanga terzo, astenendosi dall’esercitare il potere d’intervento.