Source: https://www.nuovogiornaledeimilitari.com/attesa-della-corte-costituzionale-alcune-considerazioni-liberta-sul-mobbing-militari
Timestamp: 2018-12-15 11:11:50+00:00
Document Index: 46647578

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 725', 'art. 735', 'art. 725', 'sentenza ', 'sentenza ']

IN ATTESA DELLA CORTE COSTITUZIONALE ALCUNE CONSIDERAZIONI IN LIBERTÀ SUL MOBBING MILITARI | Il nuovo Giornale dei Militari
Il termine mobbing deriva dall'inglese “to mob”, che significa “assalire, molestare”. E' stato mutuato nelle scienze sociali dall'etologia, ove osservando il comportamento degli animali che vivono in branco si notava che alcuni esemplari venivano aggrediti dai loro simili, al fine di allontanarli dal gruppo.
Il fenomeno nell'ambiente professionale, solitamente si concretizza in “angherie, vessazioni, demansionamento lavorativo, emarginazione, umiliazioni, insulti, maldicenze, aggressioni fisiche e verbali, ostracizzazione[2]”.
Una recente sentenza della Cassazione[3], ribadisce che “secondo la giurisprudenza di legittimità … ai fini della configurabilità del mobbing lavorativo devono ricorrere: a) una serie di comportamenti di carattere persecutorio – illeciti o anche leciti se considerati singolarmente – che, con intento vessatorio, siano posti in essere contro la vittima in modo miratamente sistematico e prolungato nel tempo, direttamente da parte del datore di lavoro o di un suo preposto o da parte anche di altri dipendenti, sottoposti al potere direttivo dei primi; b) l'evento lesivo della salute, della personalità o della dignità del dipendente; c) il nesso eziologico tra le descritte condotte e il pregiudizio subito dalla vittima nella propria dignità; d) l'elemento soggettivo, cioè l'intento persecutorio unificante di tutti i comportamenti lesivi. ...”.
Tuttavia, fino a qualche anno fa, non era pacifico che ai fini della configurabilità del mobbing fosse necessario che il lavoratore dimostrasse l'intento persecutorio. Infatti, secondo la sentenza n. 359/2003 della Corte Costituzionale, le “condotte mobbizzanti" “possono -forse è il caso di dire, potevano- consistere sia in atti giuridici veri e propri, che in comportamenti materiali accomunati dalla duplice peculiarità di potere essere, se esaminati singolarmente, anche leciti, legittimi o irrilevanti dal punto di vista giuridico e tuttavia di acquisire comunque rilievo quali elementi della complessiva condotta dall'effetto e talvolta, secondo alcuni, dallo scopo di persecuzione e di emarginazione”.
Pertanto, negli anni è prevalso l'orientamento più “restrittivo” e “meno garantista” per i lavoratori.
E' evidente che nessun “preposto” dirà al “mobbizzato” “vedi che ti sto perseguitando e/o discriminando”!
A tal fine, si veda la recente sentenza n. 310/2018 del Tar Lombardia – Milano Sezione III che si attesta in buona sostanza alla giurisprudenza in materia del Consiglio di Stato. I giudici non hanno riconosciuto il mobbing in quanto il lavoratore – su cui incombe l'onere della prova – non è riuscito a dimostrare l'intento persecutorio[4].
3.1. L' “asserito” mobbing militare fuori dal processo
Quel che resta di questa sentenza, però, investe la dimensione extraprocessuale dell' “asserito” mobbing militare, ovvero ciò che talvolta avviene nelle caserme, e che viene menzionato dal giudice di prime cure di Milano.
In particolare, viene alla luce che “il ricorrente avrebbe presentato domanda di rapporto al Capo di Stato Maggiore … per motivi di carattere personale, privato e di servizio. Avendo il Comando di appartenenza rilevato la non correttezza dell'istanza, il ricorrente avrebbe allora presentato due distinte richieste, una per motivi personali e una per motivi di servizio, dirette al Ministro della Difesa”.
Per il lettore non militare, si ricorda che l’art. 725 DPR 90/2010, tra i Doveri propri dei Superiori, prescrive che il Superiore “deve - e non “può”- accordare i colloqui richiesti”.
Inoltre, secondo l'art. 735 DPR 90/2010 -Relazioni con i Superiori-, “La richiesta di conferire con dette autorità deve essere trasmessa con la massima sollecitudine”[7]. Quindi, in caso di presentazione di istanza di conferimento “irrituale”, sarebbe più corretto sollecitare al militare istante la regolarizzazione dell’istanza.
E’ giusto il caso di precisare che in ambito militare l'azione disciplinare è discrezionale. E spesso tale discrezionalità ha le maglie di larghezza proporzionale al grado che ha il militare da valutare.
Ricapitolando, la dimostrazione del mobbing è attività assai complessa, se non viene dimostrato l'intento persecutorio, il lavoratore militare rischia di essere vessato in maniera indisturbata. Se il predetto lavoratore chiede di conferire con la superiore gerarchia che avrebbe il potere di bloccare le “asserite” vessazioni nei suoi confronti, tale conferimento potrebbe essere ostacolato proprio da chi, a torto o a ragione, viene vissuto come (presunto) “vessatore”.
LE CONFLITTUALITÀ ESASPERATE SONO L'ANTITESI DELLA COESIONE E DELL'EFFICIENZA.
Quindi, si auspica che il prossimo Aprile[11], la Corte Costituzionale decida di concedere ai militari i diritti associativi, perché, come sopra dimostrato, la negazione di quei diritti non ha impedito l'aumento della conflittualità nelle compagini militari. Anzi tutt’altro.
La presenza delle associazioni potrebbe, invece, canalizzare il malessere degli associati e contribuire al “benessere organizzativo”. Si pensi all'esempio sopra riportato in merito al supposto diniego di conferimento col Superiore Gerarchico. Un'associazione di militari, quale soggetto autorevole ed “alter ego” della scala gerarchica potrebbe con la sua opera condurre ad un ripensamento del Superiore e far ottenere al militare in questione il desiderato colloquio. Insomma, potrebbe vigilare sull’esatto adempimento delle regole poste a garanzia dei diritti degli inferiori.
In altre parole, anche alla luce di quanto riportato in nota 10, si nota subito la differenza della concezione di fondo che contraddistingue l'operato delle associazioni esterne all'Amministrazione, abituate in determinati contesti a dialogare in maniera “orizzontale”, rispetto a quello degli “organismi affiancati” al Comandante, che inevitabilmente affrontano le stesse questioni dialogando in maniera “verticale”.
Le richieste che provengono dagli organismi di rappresentanza quasi sempre sono precedute da espressioni del tipo “ove nulla osti” oppure “ove ritenuto”. Riprendendo l'esempio riportato in nota 7, si “esprime l'auspicio che il Ministero della Difesa convochi, ovvero ammetta comunque … a conferire”. In tale circostanza, probabilmente, un'associazione avrebbe potuto direttamente “chiedere” l'audizione del militare.
In tal modo, la legalità amministrativa sarebbe ripristinata, perché verrebbe rispettato il predetto art. 725 DPR 90/2010, il Superiore avrebbe ulteriori elementi di informazione sull'operato del proprio diretto sottoposto esercitando un'effettiva azione di ispezione e controllo che, a sua volta, garantirebbe un'autentica coesione ed efficienza; ma soprattutto, il militare coinvolto allevierebbe il proprio “senso di mobbing”.
A tal proposito si consideri che da una recente interrogazione parlamentare[12] è emerso che il dato dei suicidi tra gli appartenenti alle forze di polizia evidenzia un malessere particolarmente allarmante. E’ emerso che “presso l'Arma dei Carabinieri il tasso di suicidi registrato nell’ultimo quinquennio supera di circa 4 volte la media italiana”.
[3] Cassazione Civile, sezione Lavoro, sentenza 20/12/2017 n. 30606 disponibile su www.altalex.com, commentata da G. Mattiello, “Mobbing configurabile con l'abusivo esercizio del potere disciplinare”.
[4] Tar Lombardia – Milano cit.: “... in base al quale il giudice, …, possa verificare la sussistenza, nei suoi confronti, di un più complessivo disegno preordinato alla vessazione o alla prevaricazione … il carattere esorbitante ed unitariamente persecutorio e discriminante del complesso di condotte poste in essere (cfr. Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 21 settembre 2015, n. 4394)”.
[7] Per un caso di diniego di rapporto gerarchico, si veda E. Fedocci, Guerra per il vertice dell'Arma dei Carabinieri Generale Gallitelli sposta Giuliani a sorpresa, in www.cronacacriminale.tgcom24.it, ove si legge “... E alla sua richiesta di andare a rapporto dal ministro della Difesa, Roberta Pinotti, Gallitelli avrebbe risposto con un “no” secco”. In fondo all'articolo, viene riportato un comunicato ANSA del 29 luglio 2014 riconducibile al Coir Milano, il Consiglio Interregionale di Rappresentanza dell'Arma dei Carabinieri, ed una delibera dello stesso Organo, da cui si apprende che “il Coir ha deliberato “solidarieta’” esprimendo “l’auspicio” che possa “conferire” in merito alla vicenda con “il Ministro della Difesa” e sollecitando una “presa di posizione” del Cocer”.