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Timestamp: 2019-01-16 16:13:47+00:00
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Il rapporto di lavoro è di natura domestica quando la prestazione è svolta per il funzionamento della vita familiare - La Previdenza - Quotidiano di informazione giuridica - Banca Dati Giuridica
Il rapporto di lavoro è di natura domestica quando la prestazione è svolta per il funzionamento della vita familiare
Cassazione civile, sez. lavoro, sentenza 30.8.2018 n. 21446
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. BALESTRIERI Federico - Presidente - Dott. PATTI Adriano Piergiovanni - rel. Consigliere - Dott. LORITO Matilde - Consigliere - Dott. LEO Giuseppina - Consigliere - Dott. MARCHESE Gabriella - Consigliere - ha pronunciato la seguente: ORDINANZA sul ricorso 21832/2016 proposto da: R.M., domiciliata in ROMA PIAZZA CAVOUR, presso la CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentata e difesa dall'avvocato FABIO NEGRO, giusta delega in atti; - ricorrente - contro LICEO (OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA TACITO 10, presso lo studio dell'avvocato ROBERTO SANTUCCI, rappresentato e difeso dall'avvocato LUCA NEGRINI, giusta delega in atti; - controricorrente - avverso la sentenza n. 479/2016 della CORTE D'APPELLO di TORINO, depositata il 13/07/2016, R.G.N. 428/2016.
che con sentenza in data 13 luglio 2016, la Corte d'appello di Torino rigettava il reclamo proposto da R.M. avverso la sentenza di primo grado, che ne aveva dichiarato l'inammissibilità della domanda di condanna del Liceo (OMISSIS) e respinto quella di accertamento di illegittimità del licenziamento intimatole il 31 luglio 2014;
che avverso tale sentenza la lavoratrice ricorreva per cassazione con unico motivo, cui resisteva l'Istituto con controricorso.
che la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione dell'art. 2240 c.c., L. n. 339 del 1958, art. 1,D.P.R. n. 1403 del 1971, art. 1, e del CCNL AGIDAE, per erronea qualificazione della prestazione lavorativa come domestica, in assenza dei requisiti di diretto collegamento con le finalità religiose e di culto della comunità religiosa, in realtà compenetrata con quella imprenditoriale del liceo e aperta all'offerta di vitto ed alloggio anche a soggetti ad essa estranei (unico motivo);
che la Corte territoriale ha correttamente qualificato il rapporto come di lavoro domestico, caratterizzato dalla prestazione finalizzata al funzionamento della vita familiare per soddisfare un bisogno personale del datore e che non costituisce strumento per l'esercizio della sua attività professionale (Cass. 14 dicembre 2005, n. 27578);
che deve essere poi individuata la natura "familiare" di una comunità stabile di persone che convivano continuativamente e permanentemente sotto lo stesso tetto, senza uno scopo di lucro, nell'osservanza di un principio di mutua assistenza, in quanto assimilabile a quello delle famiglie, basate su vincoli di sangue, in una solidarietà affettuosa fra persone aventi una tale comunanza di vitto e di alloggio (Cass. 31 marzo 1983, n. 2354): sicchè possono essere ascritti alla categoria dei lavoratori domestici coloro che, ai sensi della L. n. 339 del 1958, art. 1, e dell'art. 2240 c.c., prestino a qualsiasi titolo la loro opera per il funzionamento di una vita familiare così intesa;
che inoltre può essere definito datore di lavoro non imprenditore chi svolga senza fini di lucro attività di natura politica, sindacale, culturale, di istruzione ovvero di religione o di culto: tale da qualificare in base alla natura dell'attività, da valutare secondo gli ordinari criteri, riferiti al tipo di organizzazione e all'economicità della gestione, a prescindere dall'esistenza di un vero e proprio fine di lucro, restando irrilevante che la prestazione di servizi, ove effettuata secondo modalità organizzative ed economiche di tipo imprenditoriale, sia resa solo nei confronti di associati al soggetto che tali servizi eroghi ovvero ad un'organizzazione sindacale cui il soggetto erogatore sia collegato (Cass. 26 gennaio 2004, n. 1367);
che l'accertamento del carattere imprenditoriale dell'attività in concreto svolta è riservato al giudice di merito ed è censurabile in sede di legittimità soltanto per vizio di motivazione (Cass. 16 maggio 2005, n. 10155; Cass. 15 giugno 2011, n. 13093);
che la Corte subalpina ha fatto un'esatta applicazione dei principi di diritto suenunciati (dal secondo capoverso di pg. 12 all'ultimo di pg. 13 della sentenza), con accertamento in fatto della rispondenza ad essi della fattispecie in concreto esaminata, alla luce delle risultanze istruttorie (per le ragioni esposte dal primo capoverso di pg. 14 al primo di pg. 16 della sentenza): pertanto insindacabile in sede di legittimità;
che deve pertanto essere esclusa la ricorrenza della violazione di legge denunciata: risultando, anzichè la deduzione di un'erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata da una norma di legge e necessariamente implicante un problema interpretativo della stessa (secondo la natura propria del vizio rubricato), piuttosto l'allegazione di quella della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa, esterna all'esatta interpretazione della norma e inerente alla tipica valutazione del giudice di merito, la cui censura è possibile in sede di legittimità solo sotto l'aspetto del vizio di motivazione (Cass. 4 aprile 2013, n. 8315; Cass. 30 dicembre 2015, n. 26110; Cass. 11 gennaio 2016, n. 195; Cass. 13 ottobre 2017, n. 24155), qui da escludere;
che dalle superiori argomentazioni discende il rigetto del ricorso, con la regolazione delle spese del giudizio secondo il regime di soccombenza.
La Corte rigetta il ricorso e condanna R.M. alla rifusione, in favore del controricorrente, delle spese del giudizio, che liquida in Euro 200,00 per esborsi e Euro 4.000,00, per compensi professionali, oltre rimborso per spese generali 15% e accessori di legge.
Così deciso in Roma, il 16 maggio 2018. Depositato in Cancelleria il 30 agosto 2018
LaPrevidenza.it, 06/09/2018