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Timestamp: 2019-06-25 08:10:22+00:00
Document Index: 49615835

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2007 settembre 25 «Studio Legale Mei & Calcaterra Studio Legale Mei & Calcaterra
Stupri: Cassazione, non esiste “diritto all’amplesso” martedì, Set 25 2007
avvocato and Cassazione and diritto di famiglia and diritto penale and giurisprudenza and processo penale and sentenza and studi legali and violenza sessuale mgraziamei 1:19 pm
Non esiste un “diritto all’amplesso” all’interno di un rapporto “di coppia coniugale o paraconiugale”, ne’, di conseguenza, “il potere di esigere o imporre una prestazione sessuale”.
Lo sottolinea la Cassazione, rigettando il ricorso di un 45enne di origine siciliana, condannato a 4 anni di reclusione dalla Corte d’appello di Reggio Calabria. L’imputato era stato ritenuto responsabile di maltrattamenti in famiglia, lesioni, violazione degli obblighi di assistenza familiare, sequestro di persona, minaccia e violenza sessuale.
L’uomo, infatti, aveva costretto, secondo l’accusa, la moglie a subire un rapporto sessuale, approfittando della “minorata capacita’” di questa di reagire e del suo stato di prostrazione. Contro la condanna pronunciata dai giudici di merito, l’imputato aveva presentato ricorso alla Suprema Corte: gli ‘ermellini’ della terza sezione penale (sentenza n.35408) hanno pero’ respinto il ricorso, sottolineando che “questa Corte ha affermato che in tema di reati contro la liberta’ sessuale, integra la violazione dell’art.609 bis del codice penale (violenza sessuale, ndr) qualsiasi forma di costringimento psico-fisico, idonea ad incidere sull’altrui volonta’ di autodeterminazione, a nulla rilevando l’esistenza di un rapporto di coppia coniugale o paraconiugale tra le parti, atteso che non esiste all’interno di un tale rapporto un ‘diritto all’amplesso’, ne’ conseguentemente il potere di esigere o imporre una prestazione sessuale”.
Cirio: a giudizio Cragnotti, Fiorani e Geronzi martedì, Set 25 2007
avvocato and bancarotta and diritto penale and giurisprudenza and processo penale and studi legali mgraziamei 1:07 pm
Andranno alla sbarra per bancarotta fraudolenta con altri 32 imputati. Il processo comincerà il 14 marzo prossimo.
MILANO – Dopo oltre un anno di udienze l’inchiesta sul crac del gruppo Cirio è giunta alla conclusione. Il giudice Barbara Callari ha disposto il rinvio a giudizio dell’ex patron del gruppo, Sergio Cragnotti, del presidente di Capitalia e del consiglio di sorveglianza di Mediobanca, Cesare Geronzi, dell’ex ad dell’allora Banca Popolare di Lodi Gianpiero Fiorani e di altri 32 imputati tranne gli esponenti del gruppo Sanpaolo. Saranno processati per bancarotta fraudolenta per il crac del gruppo Cirio che nel 2003 fece andare in default obbligazioni per 1.125 miliardi di euro emesse fra il 2000 e il 2002. Il processo comincerà il 14 marzo prossimo davanti alla prima sezione penale del Tribunale.
GLI ALTRI A PROCESSO – Rinviati a giudizio anche i familiari di Cragnotti, i figli Andrea, Elisabetta e Massimo, il genero Filippo Fucile, e la moglie Flora Pizzichemi. Prosciolti invece dalle accuse, nove imputati tra cui gli ex dirigenti del San Paolo Imi, Rainer Masera, Massimo Mattera e Luigi Maranzana. Assolto l’unico imputato che aveva fatto ricorso al rito abbreviato, Antonio Petrucci ex componente del collegio sindacale di Cirio holding. Il gup ha accolto le richieste di rinvio a giudizio fatte dalla Procura nel maggio di due anni fa e ribadite prima dell’estate nella requisitoria pronunciata dai pubblici ministeri nel corso dell’udienza preliminare.
Da Corriere della Sera la notizia qui
Legge 40, “Sì alla diagnosi preimpianto” Tribunale Cagliari dà ragione a una donna martedì, Set 25 2007
avvocato and diritti delle donne and diritto civile and giurisprudenza and processo civile and sentenza and studi legali mgraziamei 9:51 am
Procreazione assistita, i magistrati sardi di fatto hanno creato un precedente. Molte le dichiarazioni delle diverse forze politiche per riaprire il dibattito parlamentare.
Aveva chiesto l’esame perchè talassemica. “Ora bisogna rivedere le norme”.
CAGLIARI – “Ce l’ho fatta, ho vinto la mia battaglia contro una legge ingiusta. Ora, tra un mese avrò finalmente il mio primo figlio e subito dopo vorrò averne un altro”.
C’è una donna sarda di 37 anni – la chiameremo Federica, con un nome di fantasia – che esulta per la sentenza emessa ieri dal tribunale di Cagliari. I magistrati sardi hanno detto sì alla diagnosi preimpianto, mettendo così in discussione uno dei punti-cardine della legge sulla procreazione assistita, la numero 40. La signora, di Quartu Sant’Elena, terza città della Sardegna considerata una sorta di appendice del capoluogo sardo, è felicissima e con lei e il suo compagno lo sono il suo ginecologo Gianni Monni il suo difensore Luigi Concas che ieri ha dato la notizia a Radio Radicale.
E’ il secondo passaggio della legge ad essere aggirato nella pratica: il primo, si era scoperto solo poche settimane fa, si realizza attraverso le diffide legali ai medici da parte delle pazienti per non ricevere l’impianto di tre embrioni. Una procedura che porta al congelamento degli stessi embrioni, pratica anch’essa negata dalle norme in vigore.
La vicenda di Cagliari era partita dal ricorso di Federica che, due anni fa, aveva chiesto di poter eseguire la diagnosi preimpianto prima di procedere con le tecniche di fecondazione in vitro perché portatrice di talassemia, malattia molto diffusa in Sardegna, al pari del diabete mellito. Con la decisione del giudice l’ospedale e il medico incaricato controlleranno lo stato dell’embrione, verificando se può essere colpito da talassemia. Solo nel caso in cui l’embrione sia sano il medico procederà all’impianto e alla gravidanza.
La decisione dei giudici cagliaritani ha provocato una marea di reazioni, al punto che ora il dibattito si sposta sulla modifica della legge. Per Vittoria Franco, senatrice dell’Ulivo e coordinatrice nazionale delle donne Ds, “si apre finalmente una finestra sulla legge 40, dopo la chiusura dell’ex ministro Sirchia”. Per Filomena Gallo e il radicale Rocco Berardo, rispettivamente Presidente di “Amica Cicogna Onlus” e vice segretario dell’associazione Coscioni, la sentenza di Cagliari è un provvedimento che “interpreta la legge sulla fecondazione assistita alla luce dei dettami costituzionali, nel rispetto delle norme vigenti e dei diritti dei soggetti coinvolti nelle tecniche di fecondazione assistita”. Per la vicepresidente dei Verdi, Luana Zanella, si tratta di “un’ottima notizia che apre finalmente il capitolo di questa norma ingiusta e punitiva”.
Di tutt’altro tenore le prese di posizione dell’associazione “Scienza e Vita” secondo cui “la sentenza rappresenta un caso di eugenetica”, mentre il capogruppo dell’Udc alla Camera, Luca Volontè, chiede al ministro della Giustizia “di verificare come le leggi vengano applicate dal tribunale del capoluogo sardo”. Quanto alle senatrici teodem dell’Ulivo, Paola Binetti ed Emanuela Baio Dossi, ricordano che il 9 novembre del 2006 la Consulta aveva già dichiarato inammissibile la questione di legittimità costituzionale sollevata dal tribunale di Cagliari: “Una sentenza della Corte costituzionale non è qualcosa che si possa bypassare con facilità, anche se le malattie genetiche pongono inquietanti problemi alla scienza, alla bioetica e alla biopolitica”. Per Isabella Bertolini, vicepresidente dei deputati di Forza Italia, infine, “è inaccettabile che in Italia la legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita venga sistematicamente aggirata”.
E’ Illegittimo il dispositivo di controllo a distanza del lavoratore in assenza di accordo sindacale o autorizzazione dell’Ispettorato del lavoro martedì, Set 25 2007
avvocato and Cassazione and diritto del lavoro and discriminazioni sul lavoro and giurisprudenza and lavoro and legge 300/70 and processo del lavoro and sentenza and statuto dei lavoratori and studi legali mgraziamei 8:27 am
(Corte di Cassazione, sentenza 17.7.2007 n. 15892 – Gesuele Bellini)
L’installazione di apparecchiature che consentono la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori, quali un dispositivo che rilevi l’orario di attraversamento dei dipendenti di una sbarra di passaggio del garage aziendale, è illegittimo, in assenza di un accordo sindacale o dell’assenso dell’Ispettorato del lavoro, in quanto solo questi ultimi danno ai dipendenti la possibilità di avere piena conoscenza e con i quali è possibile eventualmente stabilire in maniera trasparente misure di tutela della loro dignità e riservatezza.
Così ha stabilito la Corte di Cassazione, sezione lavoro, nella sentenza 17 luglio 2007, n. 15892.
La vicenda ha interessato un dipendente che era stato licenziato in tronco, in quanto avrebbe più volte lasciato l’ufficio per attività estranee a quelle lavorative, approfittando anche del fatto che le sue mansioni non richiedevano un’assidua presenza in ufficio.
L’accertamento delle uscite ed ingressi di quest’ultimo erano state accertate da un congegno di sicurezza elettronico attivato da un tesserino (badge) personale – lo stesso che attivava gli ingressi agli uffici – che la società, datore di lavoro, aveva fatto installare per consentire l’ingresso dei dipendenti ad un garage per posteggiare la propria autovettura durante l’orario lavorativo….[continua…]
Appalti e subbappalti “sorvegliati speciali” dopo la manovra d’estate martedì, Set 25 2007
appalto and avvocato and contratto di lavoro and diritti del lavoratore and diritto del lavoro and igiene e sicurezza and infortunio sul lavoro and lavoro and studi legali mgraziamei 8:15 am
Legge n. 123 del 3 agosto 2007.
L’art. 1655 c.c. definisce il contratto di appalto come quel contratto col quale una parte assume, con organizzazione dei mezzi necessari e con gestione a proprio rischio, il compimento di un’ opera o di un servizio verso un corrispettivo in danaro mentre l’articolo 1656 c.c. dispone che “l’appaltatore non può dare in subappalto l’esecuzione dell’opera o del servizio, se non è stato autorizzato dal committente”.
L’articolo 7 del D.lgs 626/94 titolato “Contratto di appalto o contratto d’opera” così come modificato dalla legge n. 123/2007 dispone che il datore di lavoro, in caso di affidamento dei lavori ad imprese appaltatrici o a lavoratori autonomi all’interno della propria azienda, o di una singola unità produttiva della stessa, nonché nell’ambito dell’intero ciclo produttivo dell’azienda medesima deve :
a) verificare, anche attraverso l’iscrizione alla camera di commercio, industria e artigianato, l’idoneità tecnico-professionale delle imprese appaltatrici o dei lavoratori autonomi in relazione ai lavori da affidare in appalto o contratto d’opera;
b) fornire agli stessi soggetti dettagliate informazioni sui rischi specifici esistenti nell’ambiente in cui sono destinati ad operare e sulle misure di prevenzione e di emergenza adottate in relazione alla propria attività.
– cooperare all’attuazione delle misure di prevenzione e protezione dai rischi sul lavoro incidenti sull’attività lavorativa oggetto dell’appalto;
– coordinare gli interventi di protezione e prevenzione dai rischi cui sono esposti i lavoratori, informandosi reciprocamente anche al fine di eliminare rischi dovuti alle interferenze tra i lavori delle diverse imprese coinvolte nell’esecuzione dell’opera complessiva.
La novità consiste nel fatto che il datore di lavoro committente deve promuovere la cooperazione ed il coordinamento elaborando un unico documento di valutazione dei rischi che indichi le misure adottate per eliminare le interferenze. Tale documento deve essere allegato al contratto di appalto o d’opera. Le presenti disposizioni non si applicano ai rischi specifici propri dell’attività delle imprese appaltatrici o dei singoli lavoratori autonomi….[continua…]
Dichiarazioni false a un pubblico ufficiale? il reato raddoppia martedì, Set 25 2007
avvocato and Cassazione and diritto penale and giurisprudenza and processo penale and sentenza and studi legali mgraziamei 8:02 am
Duro affondo della Cassazione nei confronti di chi induce un pubblico ufficiale in errore dichiarando il falso: compie due reati, in concorso fra loro. E cioè, falsa attestazione del privato e falsità per induzione in errore nella redazione dell’atto pubblico.
A questa conclusione sono pervenute le Sezioni unite penali della Suprema Corte con la sentenza n. 35488 del 24 settembre 2007.
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