Source: https://www.diritto.it/finalmente-il-diritto-ad-essere-figli/
Timestamp: 2018-04-27 06:35:15+00:00
Document Index: 117851794

Matched Legal Cases: ['art. 250', 'art. 30', 'art. 316', 'art. 250', 'art. 12', 'art. 5', 'art. 2', 'art. 30']

Nel nostro Paese in cui esiste uno “spaventoso arretramento culturale delle classi dirigenti” (come denunciato dal primo Garante nazionale per l’infanzia e l’adolescenza, Vincenzo Spadafora1) a fine 2012 s’è fatto un altro piccolo passo avanti nella legislazione minorile (e non solo) con la legge 10 dicembre 2012 n. 219 “Disposizioni in materia di riconoscimento dei figli naturali” (anche se questa rubrica è opinabile giacché sarebbe stato preferibile fare riferimento solo alla filiazione in base a quello che è il contenuto della legge), in conformità con le ultime leggi nazionali e con il diritto internazionale, superando alcune lacune o incongruenze della legge 19 maggio 1975 n. 151 “Riforma del diritto di famiglia”.
Nel novellato art. 250 cod. civ. relativo al riconoscimento del figlio, la madre è stata anteposta al padre; questa scelta, per quanto apprezzabile, può essere criticata perché sembra suggerita dalla “maternalizzazione” crescente e sembra essere contraria a quella “ricerca della paternità” (come si legge nell’art. 30 ultimo comma della Costituzione), esigenza tanto avvertita socialmente. È in contraddizione anche con l’art. 316 comma 4 cod. civ. in cui si prevede che “il padre può adottare i provvedimenti urgenti ed indifferibili”, disposizione che non è stata modificata dalla legge in esame. Né sono state modificate le altre disposizioni in cui il padre è anteposto alla madre. I limiti d’età di sedici anni previsti nell’art. 250 cod. civ. sono stati abbassati a quattordici in coerenza pure con alcune fattispecie di diritto penale, anche se sarebbe auspicabile un’uniformazione dei limiti d’età. Nel quarto comma, per dare priorità e certezza all’interesse del figlio, dal verbo al congiuntivo si è passati all’indicativo: “Il consenso non può essere rifiutato se risponde all’interesse del figlio”; sono stati eliminati anche gli altri ostacoli al riconoscimento. Non si dice più “sentito il minore”, ma “audizione del figlio minore”. Non ci si limita a sentire ma a porgere l’orecchio (“audire” dal latino “auris”, orecchio) e non si considera meramente il minore ma il figlio; si è data attuazione all’art. 12 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia del 1989 perché, come afferma lo psicoterapeuta Fulvio Scaparro “vanno protetti i più deboli, i figli, coloro che non hanno potere né parola perché per loro parlano altri”. Significativa la previsione di “eventuali provvedimenti provvisori e urgenti al fine di instaurare la relazione”, che ricorda quella del novellato art. 5 comma 2 L. 184/1983 “Diritto del minore ad una famiglia”, anche se può sembrare stridente che una relazione, e ancor di più genitore-figlio, possa essere instaurata sulla base di provvedimenti giudiziari, come accade nei cosiddetti luoghi neutri in caso di estremi conflitti genitoriali. Non è più assoluto il divieto di riconoscimento del figlio da parte di genitori che non abbiano compiuto il sedicesimo anno di età, ma è possibile “salvo che il giudice li autorizzi, valutate le circostanze e avuto riguardo all’interesse del figlio”. Criticabile l’espressione “in relazione all’affidamento e al mantenimento del minore” perché sommaria e formale: si tratta di un figlio, non di un minore qualsiasi da affidare e mantenere.
Notevole l’art. 2 della legge esaminata il quale è una vera dichiarazione di “principi e criteri direttivi” “nel rispetto dell’articolo 30 della Costituzione”. Alla lettera a la sostituzione delle denominazioni “figli legittimi” e “figli naturali” con “figli nati nel matrimonio” e “figli nati fuori del matrimonio”. È stato eliminato l’aggettivo “naturale” anche nella rubrica “Della dichiarazione giudiziale della paternità e della maternità”, anche se poi contraddittoriamente è rimasto nel testo degli articoli relativi. Alla lettera e si demanda “esclusivamente al giudice la valutazione di compatibilità di cui all’articolo 30, terzo comma della Costituzione”, nella cui valutazione il giudice potrebbe avvalersi della mediazione familiare o altre figure professionali, perché “il fanciullo per il pieno ed armonioso sviluppo della sua personalità deve crescere in un ambiente familiare, in un’atmosfera di felicità, amore e comprensione” (dalla Premessa della Convenzione del 1989). Alla lettera h considerevole l’affermazione di “nozione di responsabilità genitoriale quale aspetto dell’esercizio della potestà genitoriale”. Alla lettera i la statuizione “esercizio del diritto all’ascolto del minore”. Alla lettera n rilevante la locuzione “capacità genitoriali” come contenuto positivo di quelle incapacità dei genitori di cui si parla nell’art. 30 comma 2 Costituzione. Fondamentale alla lettera p la “previsione della legittimazione degli ascendenti a far valere il diritto di mantenere rapporti significativi con i nipoti minori”, anche se è contraddittorio parlare in maniera formale di “ascendenti” e non di nonni nel rapporto con i nipoti. Questa previsione e le altre in cui si tutelano i cosiddetti “rapporti significativi” confermano che “non di solo mamma e papà vivono i figli” e che i cosiddetti genitori della “psycologic generation” (che danno importanza quasi esclusivamente alla sfera affettiva) si devono liberare da ansie e da paure che fanno scorgere il pedofilo dietro ogni angolo e far relazionare il figlio con altre figure adulte (il pedagogista Marco Tuggia)2.
1 Durante il convegno “La tutela dei minori nei conflitti familiari – Proposte operative”, svoltosi a Roma il 28 novembre 2012 ad opera dell’Autorità nazionale garante per l’infanzia e l’adolescenza e dell’associazione GeA – Genitori Ancora.
2 M. Tuggia, “Non di solo mamma e papà vivono i figli”, Armando Editore, Roma, 2009.