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Timestamp: 2017-10-20 21:29:53+00:00
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Interpretazione dela Corte di Giustizia Europea, sull’art. 6 Convenzione di Roma sulla legge da applicare al contratto di lavoro nel caso di attività svolta in più stati.
La Corte di Giustizia Europea, con sentenza nr. C-29/10 dello scorso 11 marzo, ha fornito una esplicita interpretazione dell’art. 6, n. 2, lett. a), della Convenzione sulla legge applicabile alle obbligazioni contrattuali, aperta alla firma a Roma il 19 giugno 1980 (Convenzione di Roma), il quale riguarda i contratti individuali di lavoro.
Con tale sentenza la Corte europea ha affermato che l’art. 6 della Convenzione di Roma (Contratto individuale di lavoro), deve essere interpretato nel senso che:
nell’ipotesi in cui il lavoratore svolga le sue attività in più di uno Stato contraente, il paese in cui il lavoratore, in esecuzione del contratto, compie abitualmente il suo lavoro, ai sensi di tale disposizione, è quello in cui o a partire dal quale, tenuto conto di tutti gli elementi che caratterizzano detta attività, il lavoratore adempie la parte sostanziale delle sue obbligazioni nei confronti del suo datore di lavoro.
Tale domanda è stata presentata nell’ambito di un’azione di responsabilità promossa da un lavoratore tedesco contro il Granducato di Lussemburgo e fondata su una presunta violazione della predetta disposizione della Convenzione di Roma da parte dei giudici di tale Stato.
Tali giudici erano stati chiamati a statuire in merito ad un’azione di risarcimento danni intentata dal ricorrente nella causa contro il licenziamento intimato dall’impresa di trasporti internazionali «Gasa», con sede a Lussemburgo.
Infatti, il contratto conteneva una clausola che rinvia alla legge lussemburghese, sul contratto di lavoro, nonché una clausola attributiva della competenza esclusiva ai giudici del suddetto Stato, nonostante l’attività lavorativa venisse effettuata prevalentemente in Germania.
Cosa dispone l’art. 6 Convenzione di Roma?
…In deroga all’articolo 4 ed in mancanza di scelta a norma dell’articolo 3, il contratto di lavoro è regolato:
dalla legge del paese in cui il lavoratore, in esecuzione del contratto compie abitualmente il suo lavoro, anche se è inviato temporaneamente in un altro paese, oppure
dalla legge del paese dove si trova la sede che ha proceduto ad assumere il lavoratore, qualora questi non compia abitualmente il suo lavoro in uno stesso paese, a meno che non risulti dall’insieme delle circostanze che il contratto di lavoro presenta un collegamento più stretto con un altro paese. In questo caso si applica la legge di quest’altro paese.
Poiché l’obiettivo dell’art. 6 della Convenzione di Roma, continuano i Giudici, “è di assicurare una tutela adeguata al lavoratore, tale disposizione deve essere intesa nel senso che essa garantisce l’applicabilità della legge dello Stato in cui egli svolge le sue attività professionali piuttosto che di quella dello Stato della sede del datore di lavoro.
Infatti, in questo primo Stato il lavoratore esercita la sua funzione economica e sociale. Di conseguenza, l’osservanza delle norme di tutela del lavoro previste dal diritto di tale paese deve essere, per quanto possibile, garantita.
Pertanto, il criterio contenuto nell’art. 6, n. 2, lett. a), della Convenzione di Roma, può applicarsi anche in un’ipotesi, come quella in esame nella causa principale, in cui il lavoratore svolge le sue attività in più di uno Stato contraente, allorquando per il giudice adito è possibile individuare lo Stato che presenta un collegamento significativo con il lavoro”.