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Timestamp: 2020-08-14 15:06:52+00:00
Document Index: 171984679

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Sentenza Cassazione Civile n. 18196 del 24/07/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18196 del 24/07/2017
Cassazione civile, sez. lav., 24/07/2017, (ud. 21/04/2017, dep.24/07/2017), n. 18196
sul ricorso 18588-2012 proposto da:
V.C., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,
VIA VALNERINA 40, presso lo studio dell’avvocato GINO SCARTOZZI, che
I.N.P.S. ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, C.F. (OMISSIS);
DELL’AMMINISTRAZIONE PUBBLICA C.F. (OMISSIS);
avverso la sentenza n. 2758/2011 della CORTE D’APPELLO di ROMA,
depositata il 27/07/2011 R.G.N. 7875/05;
che la Corte di Appello di Roma, in parziale riforma della sentenza di prime cure, ha accolto integralmente la domanda proposta nei confronti del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti da V.C. e ha condannato l’amministrazione al pagamento della complessiva somma di Euro 54.617,49, rilevando che detta differenza era dovuta perchè ai fini della quantificazione dell’assegno ad personam il raffronto doveva essere effettuato solo tra il trattamento stipendiale pensionabile corrisposto dalla Gestione Commissariale Governativa di provenienza e quello percepito dopo l’inquadramento nei ruoli del Ministero, nel quale non poteva essere inclusa l’indennità di amministrazione; che avverso tale sentenza ha proposto ricorso il Ministero sulla base di un unico motivo, al quale ha opposto difese V.C. con tempestivo controricorso, mentre sono rimasti intimati INPS e INPDAP;
che è stata depositata memoria da entrambe le parti.
1. che il motivo di ricorso denuncia la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 45 e della L. n. 537 del 1993, art. 3, comma 58, e lamenta, in sintesi, l’errore commesso dalla Corte territoriale, la quale avrebbe dovuto considerare la natura fissa e continuativa dell’indennità di amministrazione, che è l’unica rilevante ai fini della quantificazione dell’assegno, essendo invece priva di rilievo la pensionabilità o meno degli emolumenti da includere nel calcolo, atteso il chiaro tenore della L. n. 537 del 1993, art. 3, comma 58;
2. che è infondata l’eccezione di inammissibilità del ricorso, in quanto la motivazione della sentenza impugnata valorizza solo la previsione contenuta nel contratto individuale, che richiama “il trattamento stipendiale pensionabile”, e le censure colgono correttamente la ratio della decisione, alla quale contrappongono argomenti specifici, idonei a contrastarla;
3. che “nel giudizio di legittimità non integra una inammissibile prospettazione di una nuova questione la deduzione con la quale il ricorrente indichi quale sia, a suo avviso, la disciplina giuridica applicabile al rapporto, qualora siffatta deduzione non comporti alcuna modificazione dei termini della controversia nei suoi elementi di fatto, quali dedotti nei precedenti gradi del giudizio e ritenuti incontestati dal giudice del merito, e non implichi, sotto il profilo eziologico, nuovi e diversi accertamenti di fatto” (C:ass. 27.5.2004 n. 10195 e negli stessi termini Cass. 19.12.2014 n. 26906).
4. che, inoltre, in ragione della funzione del giudizio di legittimità di garantire l’osservanza e l’uniforme interpretazione della legge, nonchè sulla base del principio generale desumibile dall’art. 384 c.p.c., deve ritenersi che, nell’esercizio del potere di qualificazione in diritto dei fatti, la Corte di cassazione può ritenere fondata o infondata la questione, sollevata dal ricorso, per una ragione giuridica diversa da quella specificamente prospettata dalle parti e della quale si è discusso nei gradi di merito, con il solo limite che tale individuazione deve avvenire sulla base dei fatti esposti nel ricorso per cassazione, principale o incidentale, e nella stessa sentenza impugnata e fermo restando che l’esercizio del potere di qualificazione non deve confliggere con il principio del monopolio della parte nell’esercizio della domanda e delle eccezioni in senso stretto (in tal senso Cass. 14.2.2014 n. 3437; Cass. 17.4.2007 n. 9143; Cass. 29.9.2005 n. 19132).
5. che la Corte territoriale ha errato nel fondare la decisione sul tenore del contratto individuale, giacchè il D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 45 non consente alle amministrazioni pubbliche di attribuire trattamenti economici, anche se di miglior favore, diversi da quelli previsti dalla contrattazione collettiva o dalla legge;
5.1 che per le medesime ragioni non rileva il trattamento riservato ad altro dipendente transitato nei ruoli del Ministero sempre ai sensi del D.L. n. 163 del 2005, posto che l’attribuzione ingiustificata di un beneficio a determinati lavoratori non fa sorgere alcun diritto soggettivo in capo ai dipendenti che si trovino nella stessa situazione (Cass. 13.7.2016 n. 14322);
6. che la sentenza impugnata, nell’escludere che la comparazione fra trattamenti economici dovesse tener conto anche dell’ammontare dell’indennità di amministrazione, si è posta in contrasto con la giurisprudenza di questa Corte che, sia pure in altro contesto, ha affermato che ai fini della quantificazione dell’assegno personale riassorbibile vanno ricompresi nel concetto di retribuzione lo stipendio tabellare e le voci di carattere fisso e continuativo, con esclusione dei soli emolumenti variabili e/o provvisori, sui quali per il loro essenziale carattere di precarietà e accidentalità, il dipendente non abbia ragione di riporre affidamento quali fonti di stabile e duraturo sostentamento per i bisogni usuali della vita (Cass. 16.4.2012 n. 5959);
6.1. che è consolidato anche il principio secondo cui “in tema di passaggio di personale da un’amministrazione all’altra, il mantenimento del trattamento economico collegato al complessivo status posseduto dal dipendente prima del trasferimento opera nell’ambito, e nei limiti, della regola del riassorbimento in occasione dei miglioramenti di inquadramento e di trattamento economico riconosciuti dalle normative applicabili per effetto del trasferimento, trovando giustificazione la conservazione del trattamento più favorevole nel principio di irriducibilità della retribuzione, principio questo che però, ove subentri un trattamento complessivamente migliore per tutti i dipendenti, non giustifica – in assenza di una diversa specifica indicazione normativa – l’ulteriore mantenimento del divario, la cui inalterata persistenza si pone in contrasto con il principio di parità di trattamento dei dipendenti pubblici stabilito dal D.Lgs. 30 marzo 2001, n. 165, art. 45” (Cass. 24.11.2014 n. 24950);
6.2. che l’assegno personale, in quanto giustificato dal divieto di reformatio in peius, va quantificato tenendo conto del trattamento economico complessivo, purchè fisso e continuativo, e non già delle singole voci, perchè da un lato il passaggio alle dipendenze di altra amministrazione non può attribuire ingiustificate posizioni di privilegio rispetto ai dipendenti dell’ente di destinazione, dall’altro occorre interpretare gli istituti che vengono in rilievo nel rispetto dell’art. 36 Cost.che impone di riferire il giudizio sulla “proporzionalità ed adeguatezza della retribuzione non già alle sue singole componenti, ma alla globalità di essa” (vedi, per tutte: Corte cost. sentenze n. 141 del 1979; n. 470 del 2002; n. 434 del 2005) e, quindi, alle singole voci che compongono la retribuzione non può essere attribuito autonomo rilievo, a meno che ciò sia espressamente previsto dalla legge o dalla contrattazione collettiva (Cass. n. 5959 del 2012 cit.);
6.3. che l’indennità di amministrazione ha carattere di generalità e natura fissa e ricorrente (Cass. S.U. 13.7.2005 n. 14698), sicchè non vi è ragione alcuna che possa giustificare la mancata inclusione della stessa nel trattamento retributivo dell’ente di destinazione, ai fini della quantificazione dell’assegno personale;
7. che pertanto la sentenza impugnata deve essere cassata, con rinvio alla Corte di Appello di Roma, in diversa composizione, che procederà ad un nuovo esame attenendosi ai principi di diritto enunciati nei punti da 5 a 6.3 e provvedendo anche sulle spese del giudizio di legittimità.