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Timestamp: 2019-07-17 03:54:00+00:00
Document Index: 18904941

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Atti contrari alla pubblica decenza: l'abbigliamento in strada da solo non basta
Atti contrari alla pubblica decenza: l’abbigliamento in strada da solo non basta
> Diritto e Fisco Pubblicato il 26 Gennaio 2014
Necessari ulteriori elementi oltre gli abiti, come per esempio una condotta contraria alla decenza.
L’abito fa il monaco: infatti, il solo fatto di indossare un abbigliamento “eccessivo” non basta per beccarsi l’ammenda dovuta in caso di atti contrari alla pubblica decenza. È necessario che, oltre ai vestiti, ci siano altri elementi che possano dirsi rilevanti.
È questa la sintesi di una sentenza della Cassazione di qualche giorno fa [1].
“Sei vestita come una…”. Non basta il vestiario per far intravedere delle condotte contrarie alla decenza. C’è bisogno di altro. Come, per esempio, delle pose oscene o l’invito rivolto ai passanti – fatto con festi o parole – al libertinaggio.
Insomma, la Cassazione dice stop al puritanesimo forzato. Anche nel caso di prostituzione, per esempio, il semplice vestiario hot non è di per sé sufficiente per configurare un illecito vietato dal nostro ordinamento.
Proprio a riguardo della prostituzione, avevamo chiarito, in un precedente articolo, cosa è consentito dalla legge e cosa invece non lo è (leggi: “Prostituzione: cosa è lecito e cosa non lo è”).
[1] Cass. sent. n. 3127/14 del 23.01.2014.
Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 28 novembre 2013 – 23 gennaio 2014, n. 3127
Presidente Teresi – Relatore Marini
1. Con sentenza dei 9/5/2012 il Giudice di Pace di Roma ha condannato l’odierna ricorrente, previa concessione delle circostanze attenuanti generiche, alla pena di 400,00 euro di ammenda per il reato previsto dall’art. 726, comma 1, cod. pen., commesso il giorno 11/10/2009.
2. Avverso tale decisione la sig.ra V. propone ricorso in sintesi lamentando:
errata applicazione di legge ex art. 606, Iett. b) cod. proc. pen. e vizio di motivazione ai sensi dell’art. 606, lett. e) cod. proc. pen. per avere il giudice con formula di stile e senza offrire alcuna effettiva motivazione ritenuto provato che la ricorrente indossasse un abbigliamento in sé integrante reato, posto che nessun’altra condotta le viene addebitate, e ritenuto che sia sul punto sufficiente la valutazione che della condotta ha dato il verbalizzante.
Il ricorso, inizialmente assegnato alla Sezione Settima Penale è stato restituito dal Collegio alla competenza di questa Sezione con ordinanza del 5/4/2013.
1. Il ricorso merita accoglimento e la sentenza deve essere annullata con rinvio al giudice di merito.
2. Emerge dal testo della sentenza che il reato risulterebbe integrato dalle sole caratteristiche dell’abbigliamento, non accompagnate da altri elementi che possano dirsi rilevanti. A fronte di quest’unico elemento la motivazione della decisione appare del tutto tautologica, limitandosi ad affermare che la responsabilità delle imputate D. e V. “risulta pienamente provata … avendo le stesse compiuto atti contrari alla pubblica decenza in luogo pubblico”. Nessun esame il giudicante ha compiuto dei concetto di pubblica decenza e nessuna indicazione è stata fornita sulle ragioni per cui ritiene che l’abbigliamento delle imputate recasse una concreta offesa al bene protetto dalla norma.
3. Si versa, dunque, in ipotesi di carenza di motivazione rilevante ai sensi dell’art. 606, lett. e), cod. proc. pen.
4. Sulla base delle considerazioni che precedono la sentenza impugnata deve essere annullata con rinvio al giudice di merito ai sensi dell’art. 623 cod. proc. pen. affinché questi, tenendo conto dei principi fissati con la presente decisione, provveda a un nuovo esame.
Annulla la sentenza impugnata con rinvio al Giudice di Pace di Roma.