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Timestamp: 2019-06-19 11:01:07+00:00
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Amministrazione di sostegno e peculato - Il Commentario del Merito
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AMMINISTRAZIONE DI SOSTEGNO E PECULATO.
Corte di Cassazione, sez. VI penale, sentenza nr. 29617 del 19 maggio – 13 luglio 2016.
La Suprema Corte di Cassazione, nella fattispecie esaminata, annulla con rinvio per un nuovo giudizio una sentenza della Corte di Appello di Perugia. Quest’ultima aveva confermato la pronuncia con la quale il giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Perugia aveva condannato X alla pena di un anno di reclusione, oltre al risarcimento del danno, liquidato in euro tremila per ciascuna delle tre parti civili costituitesi.
X, nominata amministratore di sostegno della madre, poi deceduta, era stata riconosciuta responsabile del reato di peculato (art. 314 cod. pen.) con riferimento all’appropriazione della somma costituita dal rimborso titoli della Cassa di Risparmio di Foligno, scaduti in data 11 ottobre 2008.
La Corte di Appello aveva ritenuto che la ricorrente avesse “riversato” poste attive rivenienti dai ridetti titoli scaduti in un conto corrente e in un dossier titoli, cointestati a sé stessa ed alla madre.
Su tale conto, mai comunicato al giudice tutelare ed agli altri congiunti, erano affluite poste attive afferenti alla sola madre e vi erano state addebitate, viceversa, poste passive riferibili alla sola ricorrente.
Da qui la ritenuta sussistenza del delitto di peculato poiché la Amministratrice di sostegno si era procurata la disponibilità di tutte le poste attive della madre (o, perlomeno, della metà di esse, se si vuoi considerare la persistente co­intestazione dei fondi), poste che aveva provveduto a cointestarsi indebitamente, e, tra queste, quella relativa al rimborso dei titoli per cinquemila euro, che l’imputata aveva successivamente reinvestito anche a proprio nome.
La Corte di Cassazione prende le mosse da un principio giurisprudenziale pacifico: la natura di pubblico ufficiale riconosciuta all’amministratore di sostegno e la configurabilità del reato di peculato nella condotta di quest’ultimo, nell’ipotesi in cui, essendo abilitato ad operare sui conti correnti intestati alle persone sottoposte all’amministrazione, si appropri, attraverso apposite operazioni bancarie, delle somme di denaro giacenti sugli stessi. (Cassazione Sez. VI penale, sentenza n. 50754 del 12/11/2014, secondo cui “la finalità e gli scopi perseguiti dall’amministrazione di sostegno sono quelli di offrire, a chi si trovi nella impossibilità anche parziale o temporanea, di provvedere ai propri interessi, uno strumento di assistenza che ne sacrifichi, nella minor misura possibile, la capacità di agire. L’ambito di applicazione di tale istituto è stato, quindi, individuato proprio con riguardo alla sua maggiore idoneità di adeguarsi alle esigenze della persona carente di autonomia, ponendo dunque l’amministratore di sostegno sullo stesso piano del tutore. Dato che per giurisprudenza consolidata, il tutore è ritenuto pubblico ufficiale, si attribuisce anche all’amministratore di sostegno tale veste“).
Nel delitto di peculato, esaminato nel caso di specie, l’appropriazione può essere integrata anche dall’uso della cosa che avvenga con modalità e intensità tali da sottrarla alla disponibilità del legittimo proprietario o della pubblica amministrazione verificandosi in tali casi che il pubblico funzionario finisce per abusare del possesso, impedendo al titolare del diritto di poter utilizzare la cosa per il perseguimento dei suoi fini.
Sulla base di queste premesse, è apparsa evidente la contraddittorietà della sentenza della Corte di Appello di Perugia impugnata che, pur muovendo dalla condivisione della ricostruzione difensiva, che, cioè, X aveva reinvestito la somma di cinquemila euro in titoli recati dal dossier cointestato con la madre, successivamente deceduta, titoli ancora in essere presso l’istituto emittente, ha individuato la condotta illecita nell’attribuzione formale (e poi sostanziale) a sé medesima del potere dispositivo, in violazione delle norme che regolano l’attività di gestione dei conti e dei fondi della persona amministrata ed ha genericamente ricondotto la condotta illecita della ricorrente all’appropriazione delle somme recate dai conti.
Premesso, infatti, che l’unica condotta contestata a X è quella relativa all’appropriazione della somma di cinquemila euro derivanti dall’operazione di liquidazione dei titoli dell’11 ottobre 2008, la Corte ha rilevato che la condotta di appropriazione non può essere ravvisata sulla base del dato formale della mancata comunicazione al giudice tutelare della esistenza dei conti correnti e conto titoli (che, peraltro, secondo la sentenza impugnata e quella di primo grado erano cointestati tra X e la madre anche in epoca precedente) ovvero per la violazione dell’obbligo di rendiconto cui è tenuto l’amministratore di sostegno, ma solo in presenza di una violazione sostanziale della utilizzazione dei fondi o di beni dell’amministrato per finalità estranee all’interesse dello stesso.
Secondo la Suprema Corte, il reato di peculato, infatti, non è ravvisabile in base al dato formale del mancato rispetto delle procedure previste dalla legge per l’effettuazione delle spese nell’interesse dell’amministrato, bensì in presenza di una condotta appropriativa o, comunque, di una condotta che si risolva nell’uso dei fondi o di beni dell’amministrato per finalità estranee all’interesse dello stesso e che, nel caso in esame, non può essere individuata nella mera cointestazione dei conti correnti e del dossier titoli, in quanto preesistente alla nomina ad amministratore di sostegno della ricorrente.
Andrà, dunque, verificata non solo la preesistente cointestazione ad X ed alla madre dei titoli venuti in scadenza in data 11 ottobre 2008, ma, soprattutto, andrà accertato se la somma di cinquemila euro sia stata effettivamente reinvestita in titoli accreditati sul dossier già “cointestato” tra la beneficiaria e l’Amministratrice di sostegno e ancora in essere presso l’istituto di credito, secondo la ricostruzione difensiva, condivisa dalla Corte di appello e, comunque, se sussista condotta appropriativa, dovendo accertarsi, in concreto, l’incameramento delle somme da parte dell’agente.
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