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Timestamp: 2018-06-21 11:53:47+00:00
Document Index: 88562221

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 337', 'sentenza ', 'art. 133', 'art. 73', 'art. 337']

Corte di Cassazione, sezione VI penale, sentenza 5 aprile 2017, n.17061 - Avvocato Renato D'Isa
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La condotta di fuga da un atto d’ufficio che il pubblico ufficiale sta compiendo potrà ritenersi sussumibile nell’ipotesi di cui all’art. 337 cod. pen. allorquando sia connotata dall’elemento della violenza o minaccia per l’incolumità pubblica.
SENTENZA 5 aprile 2017, n.17061
Con il provvedimento in epigrafe, la Corte d’appello di Messina ha confermato la sentenza dell’H febbraio 2016, con la quale il Tribunale di Messina ha condannato alle pene di legge, all’esito del giudizio abbreviato, B.A. in ordine ai reati di detenzione a fine di spaccio di 266,70 grammi di canapa indiana e di resistenza a pubblico ufficiale.
Avverso il provvedimento ha presentato ricorso l’Avv. Giuseppe Tortora, difensore di fiducia di B.A. , e ne ha chiesto l’annullamento per i seguenti motivi:
2.5. violazione di legge penale e vizio di motivazione in relazione all’art. 133 cod. pen., per avere la Corte escluso l’applicabilità delle circostanze attenuanti generiche, argomentando del tutto genericamente in merito al presunto ‘collegamento del ricorrente con ambienti criminali di sicuro spessore’, senza in effetti circostanziare l’assunto, né motivare in ordine alle specifiche deduzioni mosse nell’atto d’appello.
Il ricorso è fondato con limitato riguardo alla deduzione concernente il reato di resistenza a pubblico ufficiale, mentre deve essere dichiarato inammissibile con riferimento alle restanti censure.
Oltre a replicare i rilievi già mossi in appello senza confrontarsi con la risposta data dal Collegio del gravame (il che già riverbera in termini di inammissibilità dei motivi, v. Sez. 6, n. 20377 del 11/03/2009, Arnone e altri, Rv. 243838), il primo ed il secondo motivo sono volti a sollecitare una rilettura delle emergenze probatorie con specifico riguardo alla destinazione della sostanza ad un uso non esclusivamente personale ed alla integrazione dell’ipotesi c.d. lieve di cui all’art. 73, comma 5, d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309.
A tali indicazioni ermeneutiche si è attenuto il Giudice a quo, là dove ha rimarcato come la quantità di stupefacente oggetto della condotta risulti ‘considerevole’, così da rendere evidente la significativa potenzialità offensiva del fatto ed il pericolo di diffusività della sostanza e da precludere l’inquadramento della fattispecie concreta nell’invocata ipotesi incriminatrice.
Sono inammissibili anche le ultime due deduzioni concernenti la determinazione della pena (non sul minimo edittale) e la denegata applicazione delle circostanze attenuanti generiche.
Come anticipato, è di contro fondato il terzo motivo concernente la contestazione di resistenza a pubblico ufficiale.
4.1. In via preliminare, mette conto di rilevare come il reato di resistenza a pubblico ufficiale postuli, giusta il chiaro dato normativo, la ‘violenza’ o la ‘minaccia’ per opporsi all’atto d’ufficio o di servizio, il che presuppone – quanto alla prima ipotesi – un vero e proprio impiego di forza da parte dell’agente e quanto alla seconda ipotesi – l’attuazione di un comportamento percepibile come minaccioso, in entrambi i casi volto a contrastare il compimento dell’atto del pubblico ufficiale. Se ne inferisce che il delitto non è configurabile nel caso in cui l’agente ponga in essere una condotta di mera resistenza passiva, come nel caso egli si dia semplicemente alla fuga, ovvero (ma si tratta di fattispecie che non viene in rilievo nel caso di specie) quando si limiti a divincolarsi come una reazione spontanea ed istintiva al compimento dell’atto del pubblico ufficiale.
In tale caso, l’autore del fatto non si limita a tentare un commodus discessus a bordo di un mezzo di locomozione e dunque a sottrarsi all’atto dovuto del pubblico ufficiale, ma tiene un comportamento di guida integrante di per sé – in considerazione della pericolosità delle manovre attuate per seminare gli inseguitori e della messa a repentaglio dell’incolumità di essi e degli altri utenti della strada – gli estremi della ‘violenza’ o comunque della ‘minaccia’ rilevanti ai fini della integrazione della fattispecie incriminatrice in parola. Pur allontanandosi dai pubblici ufficiali, l’agente pone, difatti, in atto nei loro riguardi o comunque della collettività (la cui incolumità e sicurezza sono tenuti a proteggere gli operanti), una condotta aggressiva o comunque minacciosa seppure attuata mediante il mezzo di locomozione – al fine di indurli a soprassedere dal compimento dell’atto d’ufficio e, dunque, realizza un’intenzionale opposizione ad esso.
In questo senso, questa Corte ha avuto modo di affermare che, nel reato di resistenza a pubblico ufficiale, la violenza o minaccia deve consistere in un comportamento idoneo ad opporsi all’atto che il pubblico ufficiale sta legittimamente compiendo, in grado di ostacolarne la realizzazione; sicché, in mancanza di elementi che rendano evidente la messa in pericolo per la pubblica incolumità e l’indiretta coartazione psicologica dei pubblici ufficiali, l’agente non deve rispondere di tale reato (nella specie, il soggetto, alla guida di un’autovettura, non si era fermato con il segnale ‘rosso’ ed aveva tentato di sottrarsi all’inseguimento degli agenti, viaggiando ad elevata velocità) (Sez. 6, n. 35448 del 08/07/2002, dep. 2003, P.M. in proc. De Santi, Rv. 226686).
Secondo la ricostruzione storico fattuale operata dai Giudici della cognizione, il ricorrente si limitò a condurre il motociclo in modo imprudente, ma non per questo – almeno per quanto dato genericamente conto negli atti di P.G. utilizzati ai fini della decisione del giudizio abbreviato e compendiati nelle sentenze di merito – tale da integrare gli estremi del reato ex art. 337 cod. pen.. Ed invero, come si legge nella decisione di primo grado, la responsabilità del B. per il reato in oggetto è stata argomentata sulla scorta della considerazione, del tutto vaga, che egli poneva ‘a serio repentaglio l’incolumità fisica degli agenti’; nella pronuncia d’appello in verifica, si è fatto riferimento, in termini altrettanto approssimativi, ad una condotta ‘obbiettivamente pericolosa’, ‘imprudente e non rispettosa delle regole della circolazione stradale’ ed al fatto che, abbandonato il motociclo, B. aveva tentato ‘di proseguire la fuga a piedi’.
Ritiene il Collegio che, tenuto conto dell’evidenziata mancanza di indicazioni specifiche quanto alle manovre in concreto attuate dal B. nel frangente e soprattutto – all’effettiva messa in pericolo dell’incolumità personale altrui, anche alla luce del tenore della imputazione elevata nella quale è contestato al ricorrente soltanto di essere fuggito ‘a velocità elevata’, non possa ritenersi provato con certezza che l’imputato abbia posto in essere una sia pur minima forma di violenza o di minaccia volta ad impedire l’atto del pubblico ufficiale. Difetto di prova non superabile nell’ambito di un’eventuale giudizio di rinvio, trattandosi di procedimento ‘allo stato degli atti’ e, dunque, basato delle sole emergenze degli atti di P.G. già contenuti nel fascicolo processuale.
Pubblicato da Avv. Renato D'Isa| 2017-04-12T18:13:21+00:00	12 aprile 2017|Cassazione penale 2017, Corte di Cassazione, Diritto Penale e Procedura Penale, Sentenze - Ordinanze|0 Commenti