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Timestamp: 2020-07-04 02:07:13+00:00
Document Index: 31705165

Matched Legal Cases: ['art. 27', 'art. 142', 'art. 2118', 'art. 2118', 'art. 56', 'art. 63', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2118', 'art. 98', 'art. 63', 'sentenza ', 'art. 2077', 'art. 1341', 'art. 2119', 'sentenza ', 'art. 1750', 'sentenza ']

Che cosa è il Patto di Stabilità Interno e da dove origina
Il Patto di stabilità interno è il punto di riferimento comune di un insieme di disposizioni normative di vario livello (le più importanti delle quali sono in genere contenute nella c.d. legge di stabilità) con cui sono definiti gli impegni degli Enti locali per contribuire alla realizzazione degli obbiettivi assunti a suo tempo, in sede europea, dallo Stato italiano con il Patto di stabilità e crescita.
In sostanza, lo Stato italiano:
- si è impegnato a monte, in sede europea, con il Patto di Stabilità e Crescita;
- garantisce a valle - attraverso apposite misure che sono estrinsecazione del c.d. Patto di Stabilità Interno - che le spese (interne) degli enti locali siano coerenti con il Patto (internazionale) di Stabilità e Crescita.
Il Patto di stabilità interno si compendia, dunque, in una serie di misure contabili il cui obbiettivo è quello di ridurre l’indebitamento pubblico, specie nella relativa quota che origina dall’azione degli Enti locali.
Quanto, più nello specifico, al Patto di stabilità e crescita (accordo internazionale a monte), esso impone che i bilanci pubblici tendano al pareggio o all’avanzo, per poter diventare passivi allorchè si debba fronteggiare un evento di carattere eccezionale. Esso è stato stipulato e sottoscritto nel 1997 al fine di rafforzare il percorso di integrazione monetaria intrapreso nel 1992 con il Trattato di Maastricht, e si richiama fondamentalmente agli articoli 99 e 104 del Trattato di Roma.
Tutti i Paesi membri dell’Unione Europea hanno dunque stipulato tale accordo relativo al controllo delle rispettive politiche di bilancio pubblico, in forza del quale gli Stati membri sono tenuti a rispettare due vincoli precisi:
- da un lato, il debito pubblico deve essere inferiore al 60% del Pil (se il Prodotto Interno Lordo dell’Italia è 100, il debito pubblico italiano dovrà essere inferiore a 60);
- dall’altro, il deficit pubblico non può essere superiore al 3% del Pil (se il Prodotto Interno Lordo dell’Italia è 100, il deficit - quanto le spese sono maggiori delle entrate - non potrà essere superiore a 3).
I Paesi che “sforano” questi parametri rischiano – all’esito di una Procedura per Deficit Eccessivo (PDE) - una sanzione che può ammontare fino allo 0,5% del Pil nazionale, ed è per questo che essi tendono – attraverso il Patto di stabilità interno - al controllo della spesa pubblica (anche) degli Enti locali, al fine di evitare lo “sforamento” ridetto.
Come funziona il Patto di stabilità interno
Il Patto di Stabilità Interno è da assumersi come una cornice normativa invalicabile, all’interno della quale i contenuti economici vengono modificati ogni anno in modo diverso (a partire dal 1999, anno di entrate in vigore a livello internazionale del Patto di Stabilità e Crescita) a seconda degli obiettivi programmatici fissati in ciascun anno anche in relazione ai risultati raggiunti nel corso dell’anno precedente.
Nel predisporre ed approvare la manovra di finanza pubblica annuale, si analizzano le previsioni sul relativo andamento, decidendo l’entità e la tipologia delle misure correttive da porre in atto per l’anno successivo, al fine di scongiurare lo sforamento dalla rigida cornice che ci deriva dagli impegni internazionali assunti in sede europea. Proprio per questo motivo le regole fissate nel Patto di Stabilità Interno vanno inquadrate tra i principi fondamentali di coordinamento della finanza pubblica (Titolo V della Costituzione).
Rappresentando in modo semplice la fattispecie, nel bilancio annuale dell’Ente pubblico, le entrate e le uscite devono essere perfettamente in pareggio, sicché tanto entra e tanto esce. Se diminuiscono le entrate, dovranno correlativamente diminuire anche le spese; all’opposto, una riduzione della spesa consentirà una riduzione correlata della pressione fiscale.
Laddove un Comune preveda entrate (tra tasse comunali, vendita d’immobili e altre possibili voci) dal valore 100 esso potrà, conseguentemente, prevedere uscite per i servizi ai cittadini dal costo di 100. Se poi riuscirà a ridurre la spesa pubblica (c.d. spending review) a 80, potrà prevedere un correlato abbassamento delle entrate comunali (specie tributarie) a 80.
Questo elementare principio entra tuttavia in frizione con altri principi che disciplinano, ad esempio, la realizzazione di opere pubbliche o la prestazione di servizi pubblici ovvero ancora la fornitura di beni strumentali all’Ente pubblico (c.d. appalti pubblici), oltre che con la tempistica esecutiva delle prestazioni che le imprese erogano all’Ente pubblico stesso.
Obblighi di trasparenza (anche in funzione di contrasto alla corruzione e al malaffare) vietano infatti alla Pubblica Amministrazione, e quindi anche ad un Comune, di pagare in anticipo, ad esempio, i lavori realizzati da una ditta, dovendo le imprese essere saldate mano a mano che i lavori avanzano (stato di avanzamento lavori).
Se dunque i lavori intrapresi dalla ditta A, che costano complessivamente 30, invece che essere ultimati nello stesso anno di bilancio relativo alle entrate 100 (ad esempio, 2015), vengono ultimati l’anno successivo (2016), i denari risparmiati nell’anno in corso per la ditta A (ad esempio, 15 perché si è pagato all’impresa A solo 15 dei complessivi 30), risultano ancora presenti nelle casse comunali.
Tuttavia, proprio a causa del necessario rispetto del Patto di Stabilità Interno, tali denari risparmiati (15) non potranno essere aggiunti alle entrate dell’anno successivo (2016), come invece sarebbe utile, ad esempio, per saldare altra impresa B che ha nel frattempo ultimato i suoi lavori, ma dovranno essere obbligatoriamente accantonati e resi intoccabili.
In tal modo, l’anno successivo (2016), il Comune avrà altre spese previste (100) e le entrate dovranno essere pari a quelle (100), ma dette entrate non potranno comprendere i 15 risparmiati l’anno precedente 2015 (detto altrimenti, non si avranno a bilancio per il 2016 entrate pari a 115, ma sempre pari a 100).
Si innesca in tal modo un circolo vizioso che conduce, tra l’altro, a ritardi nei pagamenti delle pubbliche amministrazioni, le quali, teoricamente, avrebbero anche la disponibilità economica (nell’esempio, fondi pari a 15 stanziati per la ditta A, i cui lavori non hanno progredito) ma se la vedono “congelata” dal patto di stabilità necessario all’Italia per rispettare i vincoli che si è assunta in Europa nel 1997 (sicché, rimanendo nell’esempio fatto, non potrà essere pagata con quei 15 la ditta B, che invece ha ultimato i suoi lavori).
- il risentimento delle imprese che hanno fornito lavori, servizi e forniture agli Enti locali, le quali si vedono i pagamenti bloccati talvolta per anni, a fronte della prestazione ormai ultimata;
- le difficoltà degli Enti locali, che si vedono costretti a compiere una drammatica scelta: a) non pagare le imprese, ovvero b) per pagare le imprese e, ad un tempo, lasciare il bilancio in pareggio, non offrire ai cittadini dei servizi, talvolta imprescindibili come la raccolta dei rifiuti, la sistemazione del manto stradale, gli asili nido, l’illuminazione pubblica; ovvero ancora c) offrire i detti servizi, ma aumentando ulteriormente la pressione fiscale.
Vorrei analizzare la notizia di oggi riguardante la possibilità espressa dal Ministro dell’Interno di sciogliere il Municipio di Ostia per infiltrazioni mafiose in seguito al rapporto del Prefetto di Roma per le note vicende di mafia capitale.
Senza entrare nel contenuto delle valutazioni di ordine pubblico espresse dal Ministro mi chiedo se è possibile da parte del Governo, alla luce della normativa vigente, sciogliere un Municipio di Roma.
A parere dello scrivente esistono due motivi ostativi perché il Consiglio dei Ministri possa deliberare lo scioglimento, attraverso lo strumento del D.P.R., di un singolo municipio di Roma Capitale.
Il primo è di natura strettamente normativo in quanto il Testo unico degli Enti locali (TUEL D.lgs 267/200) prevede lo scioglimento e la sospensione dei consigli comunali e provinciali senza disciplinare i consigli municipali.
Il secondo motivo, più articolato, riguarda il fatto che Ostia è una circoscrizione di decentramento comunale ed è quindi un articolazione di Roma Capitale che è un ente speciale disciplinato costituzionalmente.
Pertanto, in base allo Statuto di Roma Capitale, approvato dall’assemblea capitolina con deliberazione n. 8 del 7 marzo 2013, la competenza a sciogliere il Municipio spetta all’Assemblea Capitolina o al Sindaco secondo l’art. 27.
Premesso quanto sopra la strada percorribile da parte del Governo, sempre secondo lo scrivente, riguarda la possibilità di rimuovere, con decreto del Ministero dell’Interno, il Presidente del Consiglio Circoscrizionale o chi lo presiede in base all’art. 142 del TUEL. Solo successivamente alla rimozione, il Sindaco in base allo statuto potrà sciogliere il Municipio con un atto proprio.
L’impostazione di cui sopra è dovuta al fatto che lo statuto di Roma Capitale, che disciplina il decentramento municipale –tout court- ha un rilievo primario nella gerarchia delle fonti del diritto e pertanto perché il provvedimento del governo sia legittimo dovrà seguire un determinato iter giuridico amministrativo.
Scritto da Gianfranco Toschi
Come già chiarito, non siamo cannibali, nè vampiri.
E la parola di Gesù è dura solo se ci asserviamo alla carne.
Se invece guardiamo fissi allo Spirito, è la Sua Carne risorta quella di cui ci nutriamo.
Dello Spirito del Maestro, ci nutriamo.
Chi segue la carne, tradisce Gesù; lo abbandona.
Chi segue lo Spirito ha Fede ed ha conosciuto il Cristo.
Le parole di Pietro sono ispirate dallo Spirito.
Egli riconosce in quelle del Maestro parole di vita eterna.
Chi resta attaccato alla carne, all'opposto, se ne scandalizza.
Vale a dire, le sente come parole di inciampo.
Tra la carne e lo Spirito, c'è qualcos'altro.
L'anima è prigioniera della carne, e proiettata verso lo Spirito.
Non la vediamo, ma la sentiamo.
E possiamo nutrirla di Spirito - la Carne del Risorto - almeno alla Domenica...
59]Queste cose disse Gesù, insegnando nella sinagoga a Cafarnao. [60]Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: «Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?». [61]Gesù, conoscendo dentro di sé che i suoi discepoli proprio di questo mormoravano, disse loro: «Questo vi scandalizza? [62]E se vedeste il Figlio dell'uomo salire là dov'era prima? [63]E' lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho dette sono spirito e vita. [64]Ma vi sono alcuni tra voi che non credono». Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. [65]E continuò: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre mio».
1) Con il primo motivo si denuncia violazione artt. 1418 cc per aver la Corte ritenuto il patto legittimo e non violativo dell'art. 2118 e dei diritti indisponibili del lavoratore. Rileva che l'art. 2118 citato rinviando alla contrattazione collettiva la fissazione della durata del preavviso rendeva inderogabile in peius la previsione contrattuale collettiva e che una diversa durata incideva su diritti indisponibili del lavoratore.
2) Con il secondo motivo si denuncia violazione dell'art. 56, 1 comma, del CCNL dipendenti da aziende di credito. Si censura l'affermazione della Corte secondo cui l'art. 63, 1 comma, del CCNL di settore non si riferiva soltanto al caso della pattuizione di una diversa e più lunga durata del preavviso a seguito della presentazione delle dimissioni e ciò in violazione dell'interpretazione basata sul significato letterale della norma.
3) Con il terzo motivo si denuncia violazione degli artt. 1322, 1382 e 1384 cc censurandosi la sentenza per non avere la Corte ritenuto che le parti, nel disciplinare i loro reciproci interessi, non si ponevano su un piano di parità e per non avere la banca dimostrato quale fosse il suo interesse all'adempimento della prestazione al momento della sottoscrizione del patto di prolungamento del preavviso nel luglio 2000 tale da giustificare una penale pari a 27 volte il suo corrispettivo, manifestamente eccessiva.
La questione è stata già esaminata più volte da questa Corte e da ultimo con sentenza n. 4991/2015 in relazione ad altro dipendente del medesimo istituto di credito. In particolare si è evidenziato che:
1) sul piano delle fonti disciplinatrici del preavviso e del relativo contenuto l'art. 2118 cc. prevede che "ciascuno dei contraenti può recedere dal contratto di lavoro a tempo indeterminato, dando preavviso nel termine e nei modi stabiliti dalle norme corporative, dagli usi o secondo equità".
2) L'art. 98 att. cc. prevede poi che "nei rapporti d'impiego inerenti all'esercizio dell'impresa, in mancanza di norme corporative o di usi più favorevoli, per quanto concerne... la durata del periodo di preavviso (Cod. Civ. 2118), si applicano le corrispondenti norme del Regio decreto legge 13 novembre 1924, n. 1825, convertito nella legge 18 marzo 1926, n. 562", norme che prevedono in due mesi la durata del preavviso.
In tema, poi, il c.c.n.l. per i dipendenti delle aziende di credito del 31.8.55, reso efficace erga omnes con d.P.R. n. 934/62, prevede un preavviso di un mese, "salvo che intervenga tra il lavoratore e l'azienda un accordo per abbreviare o prolungare il termine".
L'art. 63 del CCNL del settore attribuisce alle parti la facoltà di stabilire in caso di dimissioni un termine di preavviso diverso da quello di un mese. Infine, il contratto stipulato dalle parti prevede un termine di preavviso superiore di 12 mesi al termine della contrattazione collettiva.
3) La sentenza impugnata, con interpretazione corretta e coerente con il dato letterale delle disposizioni in esame, ha ritenuto che il nucleo di inderogabilità della norma codicistica riguardasse solo l'obbligatorietà del preavviso e non anche la sua durata, la cui disciplina è stata rimessa alle fonti subordinate il che consente di escludere la possibilità di ravvisare un contrasto del patto individuale sanzionabile ex art. 2077 cc..
4) Una volta ammessa la disciplina da parte della contrattazione collettiva della durata del preavviso, non può che affermarsi la legittimità della disciplina individuale alla quale la contrattazione collettiva (come nella specie) fa rinvio per la regolamentazione della durata del preavviso.
5) Va peraltro rilevato che, anche a prescindere dal rinvio contenuto nella disciplina collettiva, questa Corte ha da tempo risolto in senso positivo in ogni caso il problema della legittimità delle pattuizioni individuali volte a regolamentare il preavviso, affermando (Sez. L, Sentenza n. 3741 del 09/06/1981) che, nel rapporto di lavoro dipendente, il preavviso si pone come condizione di liceità del recesso, la cui inosservanza è sanzionata dall'obbligo di corrispondere da parte del recedente una indennità sostitutiva; pertanto esso non può essere preventivamente escluso dalla volontà delle parti, né essere limitato nella sua durata rispetto a quello fissato dalla contrattazione collettiva; è lecito invece, mediante accordo individuale, pattuirne una maggior durata giacché tale pattuizione può giovare al datore di lavoro, come avviene nel caso in cui non è agevole la sostituzione del lavoratore recedente, ed è sicuramente favorevole a quest'ultimo che resta avvantaggiato dal computo dell'intero periodo agli effetti della indennità di anzianità, dei miglioramenti retributivi e di carriera e dal regime di tutela della salute, (v. pure Cass. n. 5929/79). Nel medesimo senso si è ritenuto (Sez. L, Sentenza n. 18547 del 20/08/2009; Sez. L, Sentenza n. 17817 del 07/09/2005) che il lavoratore subordinato può liberamente disporre della propria facoltà di recesso dal rapporto, come nell'ipotesi di pattuizione di una garanzia di durata minima dello stesso, e che non contrasta pertanto con alcuna norma o principio dell'ordinamento giuridico la clausola con cui si prevedano limiti all'esercizio di detta facoltà, stabilendosi a carico del lavoratore un obbligo risarcitorio per l'ipotesi di dimissioni anticipate rispetto ad un periodo di durata minima (nella fattispecie, il contratto era stato stipulato per l'assunzione di un pilota presso una compagnia aerea che si assumeva i costi dell'addestramento per il conseguimento dell'abilitazione a condurre un dato tipo di aeromobile); inoltre, la medesima clausola non rientra neppure in alcuna delle ipotesi di cui al secondo comma dell'art. 1341 cod. civ., per le quali è richiesta l'approvazione specifica per iscritto.
Il principio è stato ribadito ancor più di recente (Sez. L, Sentenza n. 17010 del 25/07/2014) essendosi affermato che il lavoratore subordinato può liberamente disporre della propria facoltà di recesso dal rapporto, come nell'ipotesi di pattuizione di una garanzia di durata minima dello stesso, che comporti, fuori dell'ipotesi di giusta causa di recesso di cui all'art. 2119 cod. civ., il risarcimento del danno a favore della parte non recedente, conseguente al mancato rispetto del periodo minimo di durata del rapporto; né può prospettarsi, in relazione alle clausole pattizie che regolano l'esercizio della facoltà di recesso dal rapporto di lavoro subordinato, una limitazione della libertà contrattuale del lavoratore, in violazione della tutela assicurata dai principi dell'ordinamento.
6) Alla luce di tale ricostruzione, può dirsi che l'ordinamento rimette alle parti sociali ovvero alle stesse parti del rapporto la facoltà di disciplinare la durata del preavviso in relazione alle proprie valutazioni di convenienza, rendendo essenzialmente le parti arbitre del giudizio di maggior favore della disciplina concordata.
7) Nel descritto contesto, la durata legale o contrattuale del preavviso è dunque derogabile dall'autonomia individuale in relazione a finalità meritevoli di tutela da parte dell'ordinamento giuridico, quale quella per il datore di garantirsi nel tempo la collaborazione di un lavoratore particolarmente qualificato, sottraendo lo alle lusinghe della concorrenza, mediante l'attribuzione al dipendente di ulteriori benefici economici e di carriera in funzione corrispettiva del vincolo assunto dal dipendente circa la limitazione della facoltà di recesso ancorandone l'esercizio ad un più lungo periodo di preavviso.
8) La pattuizione individuale di una più ampia durata del preavviso a fronte di vantaggi per il lavoratore (nel caso, la corresponsione di un assegno ad personam di 300.000 lire lorde per tredici mensilità) è dunque legittima, essendosi già affermato in sede di legittimità (Sez. L, Sentenza n. 23235 del 03/11/2009) il principio, che qui va ribadito, secondo il quale, in materia di recesso dal rapporto di lavoro, è valida la clausola del contratto individuale che preveda un termine di preavviso per le dimissioni più lungo rispetto a quello stabilito per il licenziamento, ove tale facoltà di deroga sia prevista dal contratto collettivo ed il lavoratore riceva, quale corrispettivo per il maggior termine, un compenso in denaro (la sentenza ha escluso altresì che tale accordo si ponga in contrasto con l'art. 1750 cod. civ., di cui va esclusa l'applicazione, attesa l'impossibilità di ravvisare una analogia fra il contratto di lavoro subordinato e quello d'agenzia, nel quale il lavoratore autonomo sopporta il rischio economico).
Quanto al secondo motivo l'interpretazione letterale accolta dalla Corte non risulta censurata in modo tale da evidenziarne vizi logici e, dunque, la pretesa del ricorrente di limitare la possibilità di modificare la durata del preavviso solo dopo che il lavoratore abbia già dato le sue dimissioni non trova alcun fondamento nella disposizione.
Deve infatti ribadirsi (ex plurimis Cass. 7 giugno 2011, n. 12297, Cass n 27 marzo 2013 n 14642) che, qualora il giudice di merito abbia ritenuto il senso letterale delle espressioni utilizzate dagli stipulanti, eventualmente confrontato con la ratio complessiva d'una pluralità di clausole, idoneo a rivelare con chiarezza ed univocità la comune volontà degli stessi, così che non sussistano residue ragioni di divergenza tra il tenore letterale del negozio e l'intento effettivo dei contraenti, detta operazione deve ritenersi utilmente compiuta anche senza che si sia fatto ricorso ai criteri sussidiar! dell'interpretazione negoziale.
Quanto al terzo motivo deve rilevarsi che la Corte territoriale ha precisato che solo nelle note il ricorrente aveva evidenziato la sperequazione delle reciproche obbligazioni e l'intrinseca eccessiva onerosità del patto, "la minorazione psicologica in cui si trovava il lavoratore"; l'assimibilità alla penale con richiesta di riduzione dell'indennità sostitutiva del preavviso per eccessività. La Corte territoriale ha dunque evidenziato la novità delle suddette questioni ma su questo aspetto della decisione della Corte d'appello di Napoli il ricorrente non ha formulato alcuna censura.
Deve, comunque, rilevarsi che la pretesa di applicare la disciplina della clausola penale è priva di fondamento in quanto nella scrittura intercorsa tra le parti non vi è alcun cenno ad una penale commisurata all'indennità sostitutiva del preavviso.
Deve, altresì, escludersi che l'indennità di preavviso abbia natura risarcitoria da inadempimento contrattuale, e non invece indennitaria. Il preavviso ha la funzione economica di attenuare le conseguenze dell'improvvisa interruzione del rapporto per chi subisce il recesso. Alla stessa funzione va ricondotta l'indennità sostitutiva prevista per il caso di violazione del suddetto obbligo, onde la funzione di tale erogazione non è risarcitoria di un danno certo, ma indennitaria, ossia di rimedio contro la semplice eventualità di mancato reperimento di una nuova occupazione e di tutela della parte che subisce l'iniziativa dell'altra di porre fine al rapporto, attenuando le conseguenze della sua improvvisa interruzione. (cfr sulla natura indennitaria Cass SSUU n 7914/1994; n 11137/2004;n 24776/2013) Per le considerazioni che precedono il ricorso deve essere rigettato. Le spese seguono la soccombenza.
Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 21 maggio – 6 agosto 2015, n. 16527
Scritto da Maria Di Croce
La Parola del Maestro unisce.
Unisce chi la coglie nel suo senso profondo.
Gli altri, coloro che non vogliono capire, ancora oggi discutono "aspramente".
Va colto il senso profondo della Carne che si fa Pane di vita eterna.
"Prese il pane, lo spezzò, e lo diede loro dicendo...".
Il Corpo del Cristo è stato "spezzato", dilaniato.
Nel cortile del pretorio, dapprima.
Sulla via del Calvario, dipoi.
Infine, sul Legno della Croce.
La Carne del Signore, il Suo sacrificio, si fa pane di vita eterna per noi.
Che ce ne nutriamo; dobbiamo nutrircene con costanza.
Dissetandoci col Suo sangue salvifico.
Non siamo cannibali, nè vampiri.
Condividiamo, piuttosto, il Suo sacrificio di Amore.
48]Io sono il pane della vita. [49]I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; [50]questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. [51]Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Un Vangelo sul Natale.
E su San Tommaso. Che, per credere, ebbe necessità di vedere.
Certo, Gesù è nato da Maria ed ha avuto come padre (putativo) San Giuseppe.
Ma è stato concepito in Spirito Santo.
Per volere del Padre. Di Dio Padre.
E per "vedere" questo occorre credere.
Del resto, la fame (come la sete) non la vediamo mica.
Sentiamo tuttavia che c'è; e cerchiamo qualcosa che ce la tolga.
Perché non dovrebbe esistere Chi ce la toglie per sempre?
Egli esiste, anche se non lo vediamo.
Ne abbiamo visto il Figlio, in una precisa epoca storica.
La Sua manifestazione si perpetua ad ogni celebrazione liturgica.
Ed in specie alla Messa della Domenica.
E' lì che siamo costantemente chiamati a sfamarci.
Sul piano spirituale della Preghiera e dell'adorazione.
Ma anche, simbolicamente, sul piano fisico dell'Ostia consacrata.
In attesa del nostro monte Oreb, il Paradiso.
Lì non ci assalirà più la fame, nè alcun altro bisogno.
E nel sepolcro ci finirà l'interesse.
09-08-2015 12:02
Il Signore Gesù non è un supermercato.
Talvolta lo cerchiamo (solo) per soddisfare un bisogno.
Per esorcizzare una paura.
Ma chi lo cerca sempre, lo trova sempre accanto.
Lo cerca e lo trova, dall'altra parte del mare.
Basta dirigersi (almeno la Domenica) alla volta di Cafarnao
Per ascoltarne gli insegnamenti. E, soprattutto, per metterli in pratica.
"Datevi da fare": ci esorta il Maestro.
Da lui sovente ci aspettiamo dei segni sempre nuovi.
Anche quando un segno ce lo ha appena dato.
Ad esempio, ha appena moltiplicato per noi 5 pani e 2 pesci.
Ed eravamo in tanti...
Di 5000 uomini, solo chi stava in fondo, forse, non si è accorto del "segno".
E, magari, ne ha colto meglio il significato, animato dalla Fede vera.
Conscio che, in fondo in fondo, tutto quanto accade è un "segno".
Il segno della grandezza di Dio Padre.
Che ha il potere di annullare gli interessi nel Paradiso che attende chi Crede in Lui.
Per mezzo del "sigillo", del Segno dei segni.
02-08-2015 12:34
Il Maestro a volte ci mette alla prova.
Noi, quaggiù, pensiamo di comprare tutto.
Ma con duecento denari non si acquista neppure un pezzo di Paradiso.
Che, del resto, o lo si guadagna tutto o nulla.
Lassù il Pane sarà diverso, e non ci verrà più fame.
Come ci si giunge?
Evitando quaggiù di cercare pane ulteriore rispetto al "quotidiano".
E, una volta ottenutolo, scongiurando di sprecarlo.
Mentre altri fratelli muoiono di fame.
"Raccogliete i pezzi avanzati, perchè nullo vada perduto", ci dice.
Ed altri possano approfittare della Sua immensa grazia.
Gesù scende dal Monte per noi, ogniqualvolta occorre, per sfamarci in abbondanza con il Suo Pane di Vita.
Torna poi sul monte, quando cerchiamo di farlo pensare con i nostri pensieri.
O di farlo agire secondo le nostra azioni.
[1]Dopo questi fatti, Gesù andò all'altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, [2]e una grande folla lo seguiva, vedendo i segni che faceva sugli infermi. [3]Gesù salì sulla montagna e là si pose a sedere con i suoi discepoli. [4]Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. [5]Alzati quindi gli occhi, Gesù vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?».[6]Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva bene quello che stava per fare. [7]Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». [8]Gli disse allora uno dei discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: [9]«C'è qui un ragazzo che ha cinque pani d'orzo e due pesci; ma che cos'è questo per tanta gente?». [10]Rispose Gesù: «Fateli sedere». C'era molta erba in quel luogo. Si sedettero dunque ed erano circa cinquemila uomini. [11]Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì a quelli che si erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, finché ne vollero. [12]E quando furono saziati, disse ai discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». [13]Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d'orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
26-07-2015 13:14
Cristo, e per mezzo di Lui la Chiesa, sono il punto di riferimento.
"Quando sarò innalzato, attirerò tutti a me".
E' la "reductio ad unitatem": tutto converge verso l'Uno, Cristo Gesù.
Che non divide, come fa (anche etimologicamente) il "diavolo", ma UNISCE.
E ri-unisce per primi i suoi apostoli, ai quali è affidata una missione difficile e faticosa.
Essi non si limitano a "dire", ma "fanno" e "insegnano".
Ogni tanto, debbono rinfrancarsi attraverso un rapporto solitario con Gesù.
Nel deserto della penitenza e della preghiera, regna il silenzio.
La "Vacanza" non è dunque ozio, ma sguardo silenzioso e ri-flessivo su sé stessi.
E dialogo orante con Gesù.
Anche la "barca" della Chiesa ne ha bisogno, ogni tanto.
Essa infatti, lo si diceva, è il punto di riferimento verso il quale molti vanno.
E dal quale molti vengono
Essa, la Chiesa, porta Gesù, il Maestro.
Ne conduce la Parola e gli insegnamenti.
Chi li cerca, sa bene dove trovarli.
30]Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e insegnato. [31]Ed egli disse loro: «Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un pò». Era infatti molta la folla che andava e veniva e non avevano più neanche il tempo di mangiare. [32]Allora partirono sulla barca verso un luogo solitario, in disparte.
19-07-2015 12:43
Il Signore Gesù sa che la lotta contro il demonio sarà senza quartiere.
Sarà lunga e faticosa.
Per questo divide le forze che ha a disposizione.
E le scaglia in squadra contro gli spiriti immondi.
Unica arma il bastone, il legno.
Il legno di quella Croce con la quale Lui ha vinto Satana una volta per tutte.
Basta la grazia di Dio; non occorre altro.
Gli Apostoli - la Chiesa di ieri di oggi e di sempre - troveranno anche qualcuno non disposto ad accogliere Gesù.
Non disposto ad accoglierne la Parola ed il messaggio di salvezza.
Ne saranno testimoni davanti a Dio Padre.
E la casa riottosa in cui entreranno potrà, talvolta, anche essere la loro.
Anche nella Chiesa talvolta tenta di annidarsi il demonio.
Che va scacciato senza pietà, curando e guarendo le ferite che ha procurato.
12-07-2015 11:50