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Timestamp: 2019-06-19 07:39:10+00:00
Document Index: 184076256

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 57', 'art. 9', 'art. 69', 'art. 28', 'art. 34', 'art. 39', 'art. 39']

Riforma costituzionale 2016, le ripercussioni economiche e finanziarie
Aspetti finanziari ed economici della riforma costituzionale
Valutare gli effetti economici e finanziari derivanti dalla riforma costituzionale, non è un agevole esercizio. La riforma propone, infatti, la modifica di ben quarantacinque articoli della costituzione su un totale di centotrentanove che non consentono, per tranne limitate modifiche, di quantificare se non in modo indiretto ed incerto gli effetti sulla finanza pubblica nonché sul sistema economico in generale.
Sono molti i quesiti che sono stati portati alla luce della proposta di riforma costituzionale: la fine del bicameralismo paritario e indifferenziato quali conseguenze avrà in termini di risparmi sui conti pubblici e quali sul sistema economico in generale? La rideterminazione del numero dei parlamentari comporterà una sostanziale riduzione dei costi della politica oppure sarà irrisoria considerata nel complesso della finanza pubblica? Ci sarà realmente un contenimento dei costi del funzionamento delle Istituzioni? La soppressione del CNEL quali conseguenze economiche comporterà? La tanto discussa revisione del titolo V della parte seconda della Costituzione che impatto avrà sui conti dello Stato e degli enti locali?
Queste sono solo alcune delle domande che si sono poste circa le ricadute economiche della riforma costituzionale approvata dal Parlamento e sottoposta a referendum.
Profili finanziari della riforma costituzionale
I principali quesiti finanziari sulla riforma costituzionale circa il suo impatto sulla finanza pubblica sono stati posti[1] al Ministero dell’Economia e delle Finanze, in particolare al Dipartimento della Ragioneria Generale dello Stato, dalla I Commissione della Camera dei Deputati in sede di esame del testo di riforma costituzionale.
In particolare, sono stati richiesti i dati relativi all’impatto sulla finanza pubblica al contenzioso, nonché quelli a supporto della possibilità di procedere ad un nuovo riparto tra le competenze legislative tra Stato e Regioni. Il competente Dipartimento della Ragioneria Generale dello Stato ha individuato nelle:
Riduzione dei parlamentari da n. 315 a n. 95: l’art. 2 modificando l’art. 57 della Costituzione prevede, tra l’altro, la riduzione del numero dei componenti del Senato, esclusi quelli nominati direttamente dal Presidente della Repubblica;
Indennità di 10.835 euro mensili pro-capite solo ai componenti della Camera dei Deputati: l’art. 9 modifica l’art. 69 della Costituzione nel senso di limitarne l’attribuzione dell’indennità ai soli Deputati e non più ai Senatori;
Soppressione delle Province: l’art. 28 prevede la soppressione delle province;
Riduzione dell’ indennità dei consiglieri Regionali: l’art. 34 che prevede la riduzione dell’indennità dei consiglieri Regionali al pari di quella dei Sindaci dei comuni capoluoghi di Regioni;
Abolizione dei rimborsi a gruppi politici: l’art. 39 abolisce i rimborsi o i trasferimenti monetari a partiti politici presenti nei consigli regionali;
Soppressione del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL) :l’art. 39 prevede l’abolizione dell’istituto.
le modifiche comportanti gli effetti sulla finanza pubblica.
Le valutazioni di competenza effettuate circa l’impatto di tali modifiche sulla finanza pubblica fanno ascendere a 49 milioni di euro annui la minore spesa conseguente alla modifiche di cui alle precedenti lettere a) e b). In particolare, dovuti ad una riduzione di 40 milioni conseguente l’abolizione dell’indennità per i componenti del Senato, e circa 9 milioni di euro per la soppressione della retribuzione diaria mensile .
Per quel che concerne il punto f) sulla soppressione del CNEL, i risparmi conseguenti sono stimati in 8,7 milioni annui che vanno ad aggiungersi a quelli gia previsti a legislazione vigente dalla legge di stabilità 2015 pari a circa 10 milioni annui.
La Ragioneria Generale dello Stato non dispone, invece, di valutazione circa gli effetti derivanti dalla soppressione delle Province, punto c), i cui risparmi potranno essere quantificati solo a completa attuazione della legge n. 56/2016 che disciplina il riordino del comparto e l’attribuzione allo Stato delle funzioni oggi svolte dalle Province. Anche per le quantificazioni dei risparmi derivanti dal punto d), della riduzione dell’indennità dei consiglieri Regionali commisurandole a quella spettante ai Sindaci dei comuni capoluoghi di Regioni, e del punto e) dell’abolizione dei rimborsi o dei trasferimenti monetari ai partiti politici presenti nei consigli regionali, la Ragioneria Generale dello Stato non dispone di utili elementi al riguardo.
La dimensione finanziaria dei risparmi valutati in circa 67 milioni di euro risulta tuttavia modestissima se confrontata con la spesa complessiva consuntivata nel bilancio dello Stato per l’anno 2016.
Aspetti economici della riforma
La riforma della Costituzione prevede anche dei cambi sostanziali dal punto di vista politico ed economico. Le conseguenze sul sistema economico dell’approvazione delle riforme devono essere analizzate in maniera approfondita.
L’analisi tecnico scientifica dell’impatto economico della riforma dovrebbe includere un analisi econometrica delle possibili conseguenze sull’economia italiana del superamento del bicameralismo, e quindi la possibilità di generare fiducia negli agenti economici così da aumentare l’afflusso di investimenti stranieri, e ridurre i tassi d’interesse con conseguente riduzione del deficit e del debito pubblico. Essendo questo genere di analisi particolarmente complessa, in questa sede più che fornire risultati tecnici, ci limitiamo a fornire delle riflessioni economiche. Lo scopo, infatti, è quello di fare un excursus della letteratura in modo da fornire elementi utili per un’analisi ragionata circa il superamento del bicameralismo paritario e della revisione del Titolo V. che costituiscono i principali aspetti della riforma.
– Il bicameralismo paritario
Esistono dei costi relativi alle scelte decisionali. In particolare, la letteratura definisce i “costi decisionali” quelli che aumentano al crescere del numero degli individui che devono prendere una data decisione, ed i “costi esterni” che sono definiti costi ombra ovvero il sacrificio di coloro che non hanno potuto contribuire con il loro voto a quella determinata scelta[2].
Sulla base del confronto tra questi costi, il bicameralismo comporterebbe costi decisionali molto più alti ma non convenienti in termini economici, viceversa un sistema politico a struttura monocamerale comporterebbe costi esterni elevati. Le valutazioni effettuate circa i pesi che assumono i costi decisionali e i costi esterni, suggeriscono, in letteratura, una scelta per il sistema monocamerale purché le decisioni siano assunte da maggioranze super qualificate, ipotesi quest’ultima non prevista però dalla riforma in esame.
– Decisioni e finanza pubblica
In letteratura economica, il sistema bicamerale è oggetto di numerosi studi che si sono susseguiti gli uni agli altri. Secondo alcuni[3] il sistema bicamerale per gli elevati costi decisionali sostenuti, produrrebbe una maggiore spesa pubblica, in quanto richiederebbe più “compromessi” per trovare dei consensi. Tuttavia, si sostiene da altri studi[4] che non sia possibile definire concretamente l’impatto del sistema bicamerale sulla spesa pubblica. Quest’ultima contraddetta da uno studio [5] condotto in 83 paesi per due decadi, secondo il quale il bicameralismo sarebbe correlato ad una minore spesa pubblica.
Altra modifica fondamentale recata dalla riforma, riguarda il riordino delle competenze tra Stato e Regioni, con l’eliminazione delle competenze concorrenti e l’introduzione di una clausola di supremazia in favore dello Stato centrale. A tal proposito[6] circa il possibile impatto economico dei diversi modelli di ripartizione delle competenze adottate, in alcuni studi si sottolinea come da una maggiore competizione tra governi possa derivare una maggiore efficienza economica, mentre in altri, si sottolinea come da un alto numero di Stati o di Regioni possano derivare minori economie di scala nella fornitura di beni pubblici[7].
Questo breve elaborato ha avuto lo scopo di richiamare l’attenzione sulle dimensioni finanziarie ed economiche circa le conseguenze della riforma costituzionale sulla finanza pubblica e sul sistema economico in generale.
Da un punto di vista della finanza pubblica, per quanto possa essere quantificabile a legislazione vigente, l’impatto della riduzione delle spese dovuto all’applicazione della riforma costituzionale sarebbe stato molto irrisorio rispetto alla totalità della spesa pubblica, quindi assolutamente irrilevante in termini di risparmio per le casse dello Stato. Per quanto riguarda gli aspetti economici, la riflessione circa i costi diretti e indiretti delle decisioni, le economie di scala conseguibili dalla fornitura di beni pubblici e il sistema elettorale più efficiente è a tutt’oggi aperta.
[1] Atto Camera 2613.
[2] Buchanan e Tullock, “The Calculus of Consent: Logical Foundations of Constitutional Democracy” (1962)
[3] Heller, “Autonomy and interdependence: language in the world” (1997)
[4] Wehner, “Institutional Constraints on Profligate Politicians: The Conditional Effect of Partisan Fragmentation on Budget Deficits, (2006)
[5] Plümper e Martin ,“Democracy, government spending, and economic growth: a political-economic explanation of the barro-effect”, (2003)
[6] Hayek, “Profits, Interest & Investment”, (1939)
[7] Tanzi, “The role of the State and the quality of public sector”, (2000)
James M. Buchanan e Gordon Tullock, “The Calculus of Consent: Logical Foundations of Constitutional Democracy” (1962);
Friedrich Hayek, “Profits, Interest & Investment”, (1939);
Monica Heller, “Autonomy and interdependence: language in the world” (1997);
Thomas Plümper e Christian W. Martin,“Democracy, Government Spending, and Economic Growth: A Political-Economic Explanation of the Barro-Effect”, (2003);
Vito Tanzi, “The role of the State and the quality of public sector”, (2000);
Joachim Wehner, “Institutional Constraints on Profligate Politicians: The Conditional Effect of Partisan Fragmentation on Budget Deficits”, (2006);
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