Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-25277-del-09-12-2016
Timestamp: 2020-05-28 07:10:54+00:00
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Sentenza Cassazione Civile n. 25277 del 09/12/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25277 del 09/12/2016
Cassazione civile sez. VI, 09/12/2016, (ud. 19/10/2016, dep. 09/12/2016), n.25277
sul ricorso 510-2015 proposto da:
dell’avvocato RAFFAELE DI LUCA TAMAJO, che la rappresenta e difende
R.A., L.F., LU.FL., quali eredi di
Lu.Fr., C.A., quale erede di C.R.,
R.B., R.G., RA.GI., R.E.,
R.V., R.R., quali eredi di R.V.,
S.M.T., SPAGNOLI ALESSANDRA, SPAGNOLETTI VINCENZO, quali
eredi di Spagnoletti Tommaso, elettivamente domiciliati in ROMA, VIA
P.E., + ALTRI OMESSI
avverso la sentenza n. 2141/2013 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,
emessa il 21/03/2013 e depositata il 27/12/2013;
“Con sentenza n. 2141/2013 del 27 dicembre 2013, la Corte di appello di Napoli, rigettava il gravame proposto da Intesa Sanpaolo S.p.a. contro la sentenza resa dal Tribunale di Napoli che, in accoglimento della domanda proposta da P.E. e da altri litisconsorti, tutti ex dipendenti del Banco di Napoli (o loro aventi causa, in conseguenza del decesso del dipendente) e collocati in quiescenza con decorrenza anteriore al 31/12/1990, aveva condannato Intesa Sanpaolo al pagamento in favore dei suddetti delle differenze economiche sul trattamento pensionistico per i periodi e gli importi indicati in ricorso. Ciò in base al mantenimento del meccanismo perequativo aziendale di cui alla Delib. dell’Istituto 17 gennaio 1983. La pretesa dei ricorrenti traeva titolo da una precedente sentenza del Pretore del lavoro di Napoli (n. 17809/1994), che aveva loro riconosciuto il diritto di conservare il sistema di perequazione automatica delle pensioni, come disciplinato anteriormente all’entrata in vigore del D.Lgs. 30 dicembre 1992, n. 503. La suddetta sentenza era stata confermata in grado di appello dal Tribunale di Napoli; successivamente le Sezioni Unite della Cassazione, con sentenza n. 9024/2001, avevano cassato con rinvio la sentenza di appello, riconoscendo tuttavia il diritto dei pensionati al mantenimento del regime perequativo aziendale, ove cessati dal servizio prima del 31 dicembre 1990 e limitatamente al periodo 1.1.1994-26.7.1996.
La Corte di appello di Napoli, nel giudizio di rinvio, aveva riconosciuto il diritto dei pensionati (tra cui gli odierni intimati o i loro danti causa) a conservare il suddetto regime perequativo aziendale relativamente al periodo 10.1.1994-26.7.1996, condannando per l’effetto la Sanpaolo Imi S.p.A. (incorporante del Banco di Napoli S.p.A.) alla corresponsione dei relativi aumenti di pensione. l,a pronuncia era stata confermata da questa Corte con sentenza n. 19937 del 19 maggio 2004 6 ottobre 2004 (che si era limitata ad una modifica della statuizione solo nella sola parte concernente il regime degli accessori), con conseguente formazione del giudicato. Riteneva la Corte territoriale, nella decisione ora impugnata, irrilevante ai fini della regolamentazione dei rapporti tra le parti lo ius superveniens costituito dalla L. n. 243 del 2004, art. 1, comma 55 in ragione dell’intervenuto giudicato ed escludeva, altresì, che la base di computo delle prestazioni per il periodo successivo potesse essere depurata degli incrementi erogati in virtù del regime perequativo poi abrogato, ciò sulla base del criterio di calcolo definitivamente accertato con riguardo agli anni 1994/1996, il cui risultato era destinato a stabilizzarsi anche per gli anni successivi.
Resistono con controricorso R.A., L.F. e Lu.Fl. quali eredi di Lu.Fr., C.A. quale erede di C.R., R.B., R.G., Ra.Gi., R.E., R.V. e R.R. quali eredi di R.V., S.M.T., S.A. e Spagnoletti Vincenzo quali eredi di Spagnoletti Tommaso, mentre gli altri intimati non hanno svolto attività difensiva.
Con il primo motivo di ricorso la ricorrente denuncia: “Nullità della sentenza e del procedimento per violazione degli art. 132 e 171 c.p.c.”. Lamenta il vizio della sentenza per 1′ omessa indicazione nell’epigrafe della stessa dei nominativi di D.V.G. e D.V.A. quali eredi di D.V.A., R.E. Ra.Gi. R.G. R.R. quali eredi di R.V., C.M.L. quale erede di C.R. e di S.A. quale erede di S.T. nonchè per l’omessa dichiarazione di contumacia.
Il motivo è inammissibile innanzitutto per difetto di interesse. Un vizio quale quello denunciato poteva essere fatto valere solo dalla parte (risultata vittoriosa) il cui nominativo era stato pretermesso. In ogni caso l’omessa, incompleta o inesatta indicazione, nell’epigrafe o nel dispositivo della sentenza, del nominativo di una delle parti in causa, non è motivo di nullità, ma costituisce mero errore, emendabile con la procedura prevista per la correzione degli errori materiali, qualora dalla stessa sentenza e dagli atti sia individuabile inequivocamente la parte pretermessa o inesattamente indicata (così Cass. n. 4796 del 6 marzo 2006; Cass. n. 7959 del 1 aprile 2009; Cass. n. 10853 del 5 maggio 2010; Cass. n. 18732 del 6 agosto 2013). Egualmente va ritenuto con riguardo all’omessa dichiarazione di contumacia che non incide sulla regolarità del contraddittorio ove risulti che la parte sia stata regolarmente citata in giudizio, configurando non una nullità ma un mero errore materiale, emendabile con il procedimento di cui all’art. 287 c.p.c. (così Cass. n. 22918 del 9 ottobre 2013).
Con il secondo motivo la ricorrente denuncia: “Violazione e falsa applicazione dell’art. 324 c.p.c. e dell’art. 2909 c.c., in relazione al D.Lgs. n. 503 del 1992, artt. 9 e 11 come interpretati autenticamente dalla L. n. 243 del 2004, art. 1, comma 55, (art. 360 c.p.c., n. 3)”. Si duole del fatto che la Corte partenopea abbia attribuito una erronea portata alla norma di interpretazione autentica della citata L. n. 243 del 2004, art. 1, comma 55 ed ai suoi rapporti con il giudicato, rendendo il trattamento perequativo degli originari ricorrenti, andati in pensione prima del 31 dicembre 1990, sostanzialmente indifferente alla esistenza o meno della suddetta norma di interpretazione autentica in forza della quale, come chiarito da consolidata giurisprudenza di legittimità, il sistema di perequazione automatica aziendale è abrogato, per tutti i pensionati (ante e post 31 dicembre 1990), a far data dal gennaio 1994. Conseguentemente, in relazione al diritto di conservare, successivamente al mese di luglio 1996, gli aumenti perequativi ottenuti in virtù del sistema previgente, non venendo in rilievo il principio di intangibilità del giudicato, nè il divieto del ne bis in idem, la pretesa azionata avrebbe dovuto essere decisa alla luce della ridetta norma di interpretazione autentica, e non già in base alla regala iuris affermata dalla sentenza passata in giudicato, siccome sostituita ab origine dalla normativa di interpretazione autentica. Ciò in quanto il diritto alla conservazione dell’assegno perequativo non è parte integrante del giudicato, bensì un diritto conseguente che permane, rebus sic stantibus, al permanere della relativa fonte costitutiva.
A tal fine si premetta che sul problema della perequazione automatica delle pensioni integrative del personale del Banco di Napoli si è formata una giurisprudenza costante, sulla base della quale i lavoratori collocati a riposo prima del 31/12/90 conservano il diritto all’integrazione, diritto che sopravvive alla L. n. 421 del 1992 ed al D.Lgs. n. 503 del 1992. Tale regime perequativo termina il 26/7/1996: in tal senso cfr., ex al, Cass. nn. 9023 e 9024 del 2001, cui la giurisprudenza successiva si è uniformata, con giudicato formatosi anche in relazione agli odierni intimati (il che è pacifico inter partes).
Successivamente al consolidarsi della giurisprudenza di questa S.C. è intervenuto la L. n. 243 del 2004, art. 1, comma 55 che ha stabilito che la normativa sopra richiamata deve intendersi nel senso che la perequazione automatica delle pensioni, come prevista dal D.Lgs. n. 503 del 1992, art. 11 si applica al complessivo trattamento percepito dai pensionati di cui al D.Lgs. n. 357 del 1990, art. 11.
La suddetta norma di interpretazione autentica ha superato il vaglio di legittimità costituzionale (v. Corte cast. n. 362/2008) sotto diversi profili sollecitato da questa stessa Corte Suprema, sicchè è da escludersi una pur limitata sopravvivenza del sistema di perequazione automatica.
Come insegna costante giurisprudenza di questa S.C., qualora due giudizi tra le stesse parti facciano riferimento al medesimo rapporto giuridico ed uno di essi sia stato definito con sentenza passata in giudicato, l’accertamento così compiuto in ordine alla situazione giuridica ovvero alla soluzione di questioni di fatto e di diritto relative ad un punto fondamentale comune ad entrambe la cause, formando la premessa logica indispensabile della statuizione contenuta nel dispositivo della sentenza, preclude il riesame dello stesso punto accertato e risolto, pur ove il successivo giudizio abbia finalità diverse da quelle che hanno costituito lo scopo ed il petitmn del primo e ciò riguarda anche i rapporti di durata (Cass. S.U. 16 giugno 2006, n. 13916; conf. Cass. 4 dicembre 2006, n. 25681; Cass. 22 aprile 2009, n. 9512), come quelli dedotti nell’odierna controversia.
Pertanto, quest’ultimo produce effetti anche nel tempo successivo alla propria emanazione, con l’unico limite di fatti nuovi che modifichino il contenuto materiale del rapporto o il relativo regolamento pattizio (cfr. Cass. 16 agosto 2004, n. 15931; Cass. n. 19426/2003; Cass. n. 16959/2003; Cass. n. 3230/20W; Cass. n. 15178/2000; Cass. n. 9548/1997).
Sempre avuto riguardo alla sopravvenienza di una normativa incidente sulla disciplina in base alla quale il giudicato si è formato, deve considerarsi che il fondamento del giudicato sostanziale – che si realizza quando la decisione, oltre ad essere passata formalmente in giudicato (art. 324 c.p.c.), incide sul diritto fatto valere (art. 2909 c.c.) e che risponde al generale principio della certezza del diritto – è quello di rendere insensibili le situazioni di fatto dallo stesso considerate (per le quali è stata individuata ed applicata la corrispondente regala ai successivi mutamenti della normativa di riferimento, anche con riguardo allo ius superveniens che contenga norme retroattive.
Pertanto, sebbene l’intangibilità del giudicato riguardi solo quanto sia stato oggetto del giudicato stesso, con esclusione di quanto non fosse deducibile nel giudizio in cui esso si è formato, tale non deducibilità non può ricollegarsi alla mera sopravvenienza di una norma che, senza introdurre una nuova azione, si sia limitata ad interpretare autenticamente una disposizione precedente (cfr, e1ò aliis, Cass. n. 1583/2010; Cass. n. 18339/2003; Cass. n. 4630/2000; Cass. n. 12701/1995; Cass. n. 8797/1995).
Sussistono i presupposti per il versamento, da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo) unificato, previsto dal D.P.R. 30 maggio, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (legge di stabilità 2013). Tale disposizione trova applicazione ai procedimenti iniziati in data successiva al 30 gennaio 2013, quale quello in esame, avuto riguardo al momento in cui la notifica del ricorso si è perfezionata, con la ricezione dell’atto da parte del destinatario (Sezioni Unite, sent n. 3774 del 18 febbraio 2014). Inoltre, il presupposto di insorgenza dell’obbligo del versamento, per il ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, non è collegato alla condanna alle spese, ma al fatto oggettivo del rigetto integrale o della definizione in rito, negativa per l’impugnante, del gravame (Cass. n. 10306 del 13 maggio 2014).