Source: https://www.legislazionetecnica.it/rubrica/massimario-giurisprudenza?page=9
Timestamp: 2020-06-05 08:22:25+00:00
Document Index: 121568692

Matched Legal Cases: ['art. 167', 'art. 36', 'art. 36', 'art. 16', 'art. 44', 'art. 44', 'art. 110', 'art. 22']

FAST FIND : GP17851
Spese manutenzione balconi aggettanti
Edilizia e immobili - Condominio - Balconi aggettanti - Comunione - Esclusione - Fondamento - Spese manutenzione balconi - Spettanza dei singoli proprietari.
In tema di condominio negli edifici, i balconi aggettanti, in quanto "prolungamento" della corrispondente unità immobiliare, appartengono in via esclusiva al proprietario di questa, dovendosi considerare beni comuni a tutti soltanto i rivestimenti e gli elementi decorativi della parte frontale e di quella inferiore, quando si inseriscono nel prospetto dell'edificio e contribuiscono a renderlo esteticamente gradevole. Ne consegue che le spese relative alla manutenzione dei balconi, comprensive non soltanto delle opere di pavimentazione, ma anche di quelle relative alla piattaforma o soletta, all'intonaco, alla tinta ed alla decorazione del soffitto, restano a carico del solo proprietario dell'appartamento che vi accede, e non possono essere ripartite tra tutti i condomini, in misura proporzionale al valore della proprietà di ciascuno.
In senso conforme vedi C. Cass. civ. 30/04/2012, n. 6624; C. Cass. civ. 17/07/2007, n. 15913.
Edilizia e immobili - Condominio - Assemblea condominiale - Manutenzione dei balconi di proprietà esclusiva - Nullità della deliberazione che disponga in ordine al rifacimento della pavimentazione.
L'assemblea condominiale non può validamente assumere decisioni che riguardino i singoli condomini nell'ambito dei beni di loro proprietà esclusiva, salvo che non si riflettano sull'adeguato uso delle cose comuni. Pertanto, nel caso di lavori di manutenzione di balconi di proprietà esclusiva degli appartamenti che vi accedono, viene ritenuta nulla la deliberazione che disponga, appunto, in ordine al rifacimento della relativa pavimentazione.
In senso conforme vedi C. Cass. civ. 30/07/2004, n. 14576.
FAST FIND : GP17850
Divieto di incremento di volumi in area vincolata
Sent. TAR. Lombardia Brescia 17/02/2020, n. 135
Edilizia e immobili - Interventi in area vincolata - Autorizzazione paesaggistica postuma - Divieto di incremento di volumi esistenti - Applicabilità anche a volumi interrati - Sanatoria - Esclusione.
In tema di procedura per il rilascio della c.d. autorizzazione paesaggistica in sanatoria, l’art. 167, comma 4, D. Leg.vo 42/2004, prevede che la compatibilità paesaggistica può essere accertata a posteriori, tra l’altro, per i lavori realizzati in assenza o difformità dall'autorizzazione paesaggistica, che non abbiano determinato creazione di superfici utili o volumi ovvero aumento di quelli legittimamente realizzati. Il divieto di incremento dei volumi esistenti si riferisce a qualsiasi nuova edificazione comportante creazione di volume, senza che sia possibile distinguere tra volume tecnico ed altro tipo di volume, sia esso interrato o meno. Ed infatti, la realizzazione di un volume interrato determina inevitabilmente una non trascurabile alterazione dello stato dei luoghi, sicché la scelta legislativa di precludere l’autorizzazione paesaggistica in sanatoria si pone in perfetta coerenza con la regola della non sanabilità ex post degli abusi commessi in zona vincolata, fatta eccezione per le poche ipotesi, oggetto di elencazione tassativa, che riguardano interventi effettivamente privi di impatto sull'assetto del bene vincolato. In sostanza, il divieto di sanatoria si applica anche nei confronti di questo tipo di interventi realizzati senza titolo, a nulla rilevando il fatto che essi non rappresentino un ostacolo o una limitazione per le visuali panoramiche. (Nel caso di specie su trattava della realizzazione di un porticato annesso a un fabbricato residenziale preesistente e di un magazzino interrato).
Sul tema si veda anche C. Cass. pen. 09/01/2020, n. 370.
FAST FIND : GP17847
In tema di reati edilizi, il lungo lasso di tempo trascorso dalla commissione dell’abuso edilizio ed il protrarsi dell’inerzia dell’Amministrazione preposta alla vigilanza non determinano alcun legittimo affidamento, sia perché le persone che hanno realizzato abusivamente un intervento edilizio sono consapevoli di aver commesso un’illegittimità, sia perché il potere repressivo degli abusi edilizi, essendo un potere vincolato privo di alcuna discrezionalità, non necessita di una particolare motivazione, quand’anche sia stato esercitato dopo lungo tempo dalla commissione dell’abuso edilizio, trattandosi di un illecito permanente.
Un muretto esterno di recinzione e un deposito d’acqua a cielo aperto per cui è stata richiesta l’autorizzazione in sanatoria ex art. 36 del D.P.R. 380/2001 possono rientrare, quantomeno a livello teorico (ossia rimanendo fermo il potere di verificare, in concreto, da parte della competente Amministrazione l’impatto paesaggistico delle stesse), nel novero degli interventi di cui all’articolo 167, comma 4 del D. Leg.vo 42/2004, atteso che trattasi di interventi che non concretizzano, immediatamente, un aumento di superficie o volumi. Nei confronti di tale opere non sussiste una preclusione assoluta ma la consistenza delle stesse e, soprattutto, il loro impatto paesaggistico, va valutato puntualmente da parte della competente articolazione locale del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, non potendo il Comune sostituirsi ad essa in casi in cui non vi è un aumento di superficie o di volumi causato dalle opere per cui si chiede la sanatoria ex art. 36 del D.P.R. 380/2001, e ciò anche alla luce della Circ. Min. Beni e Att. Culturali 26/06/2009, n. 33. (Nel caso di specie si trattava di una vasca a cielo aperto - e, quindi, non chiusa - destinata al deposito dell’acqua per l’irrigazione del fondo e di un muro di recinzione del lotto di terreno in blocchi di cemento dell’altezza di 1,5 m.).
FAST FIND : GP17845
Edilizia e immobili - Contributo di costruzione - Costo di costruzione - Rideterminazione - Condizioni.
L'art. 16 del D.P.R. 06/06/2001, n. 380 ribadisce l’onerosità del permesso di costruire mediante versamento di un contributo articolato su due componenti: oneri di urbanizzazione (primaria e secondaria) e costo di costruzione. Tale contributo, determinato al momento del rilascio del ridetto titolo, è suscettibile di rideterminazione in due casi: a) quando intervenga la scadenza del permesso di costruire con un suo rinnovo o una variante al titolo edilizio che incrementi il carico urbanistico; b) quando, nell’adozione del primitivo provvedimento di determinazione, vi sia stato un errore nel calcolo del contributo rispetto alla situazione di fatto e alla disciplina vigente al momento. Resta escluso pertanto che la determinazione e richiesta del costo di costruzione debbano avvenire “una tantum” al momento del rilascio del permesso di costruire, ben potendo (ed anzi dovendo) intervenire anche successivamente per l’eventuale differenza in favore del bilancio comunale, purché nell’ordinario termine di prescrizione decennale (entro il quale, peraltro, anche il privato ha - specularmente - titolo alle eventuali rettifiche in riduzione).
FAST FIND : GP17838
Computabilità del sottotetto nella volumetria
Sent. TAR. Campania Napoli 03/03/2020, n. 993
Edilizia e immobili - Volumi tecnici - Definizione - Sottotetti abitabili - Calcolo della volumetria e altezza massima degli edifici - Computabilità - Fattispecie.
I volumi tecnici, ai fini dell'esclusione dal calcolo della volumetria ammissibile e dell’altezza massima degli edifici, sono esclusivamente i volumi strettamente necessari a contenere ed a consentire l'accesso a quegli impianti tecnici indispensabili per assicurare il comfort abitativo degli edifici, che non possano, per esigenze tecniche di funzionalità degli impianti, essere inglobati entro il corpo della costruzione realizzabile nei limiti imposti dalle norme urbanistiche. La definizione di volume tecnico corrisponde a un’opera priva di qualsivoglia autonomia funzionale, anche solo potenziale, perché è destinata a solo contenere, senza possibilità di alternative e comunque per una consistenza volumetrica del tutto contenuta, impianti serventi di una costruzione principale per essenziali esigenze tecnico-funzionali della medesima. Ne deriva che il sottotetto che, come nel caso di specie, presenti un’altezza massima pari a ml. 2,60, ed un’altezza minima di ml. 2,10 non può rientrare nella nozione di volume tecnico. (Nella fattispecie si trattava di un edificio di quattro piani fuori terra, il cui sottotetto configurava un vero e proprio piano abitabile, con balconi e finestre esattamente corrispondenti a quelli dei piani sottostanti).
In senso conforme vedi C. Stato 08/02/2016, n. 507; TAR. Campania Napoli 02/07/2015, n. 3490.
Abusi edilizi e responsabilità del proprietario
In tema di reati edilizi, ai fini del disconoscimento del concorso del proprietario del terreno non committente dei lavori nel reato previsto dall'art. 44, del D. P.R. 06/06/2001, n. 380, è necessario escludere l'interesse o il suo consenso
alla commissione dell'abuso edilizio ovvero dimostrare che egli non sia stato nelle condizioni di impedirne l'esecuzione.
In tema di costruzione edilizia abusiva, il proprietario non formalmente committente risponde del reato edilizio, ai sensi dell'art. 44, del D.P.R. 380/2001, nonché dell'art. 110, del Codice penale, allorché, a conoscenza dell'assenza del preventivo rilascio del permesso di costruire, abbia fornito un contributo causale che abbia agevolato la edificazione abusiva. Il giudice deve verificare l'esistenza di comportamenti, che possono assumere sia forma positiva che negativa, dai quali si possa ricavare una compartecipazione anche solo morale nella altrui condotta illecita. Infatti, la responsabilità del proprietario non committente non può essere oggettivamente dedotta dal diritto sul bene né può essere configurata come responsabilità omissiva per difetto di vigilanza, ma dev'essere dedotta da indizi ulteriori rispetto all'interesse insito nel diritto di proprietà, idonei a sostenere la sua compartecipazione, anche morale, al reato.
In tema di reati edilizi, ai fini del disconoscimento del concorso del proprietario del terreno non committente, non è sufficiente che il proprietario del terreno non abbia commissionato materialmente i lavori, ma si richiede un quid pluris e, cioè, che dagli atti emerga che lo stesso non abbia interesse all'abuso e non sia stato nelle condizioni di impedirne l'esecuzione. Ciò significa che l'individuazione del comproprietario non committente quale soggetto responsabile dell'abuso edilizio può essere desunta da elementi oggettivi di natura indiziaria, che si connotino per la gravità, precisione e concordanza e che nella casistica giurisprudenziale sono ravvisati: nella piena disponibilità, giuridica e di fatto, della superficie edificata e nell'interesse specifico ad effettuare la nuova costruzione; nella sussistenza di rapporti di parentela o di affinità tra l'esecutore dell'opera abusiva ed il proprietario; nell'eventuale presenza in loco del proprietario dell'area durante l'effettuazione dei lavori; nello svolgimento di attività di materiale vigilanza sull'esecuzione dei lavori; nella richiesta di provvedimenti abilitativi anche in sanatoria; nel particolare regime patrimoniale fra coniugi o comproprietari; nella fruizione dell'opera secondo le norme civilistiche dell'accessione; nella circostanza che il proprietario abiti nello stesso territorio comunale ove è stata eretta la costruzione abusiva; in tutte quelle situazioni e quei comportamenti, positivi o negativi, da cui possano trarsi elementi integrativi della colpa e prove circa la compartecipazione, anche morale, all'esecuzione delle opere, tenendo presente pure la destinazione finale della stessa.
FAST FIND : GP17833
Requisiti beneficiari servizi abitativi pubblici
Sent. Corte Cost. 09/03/2020, n. 44
Giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 22, comma 1, lettera b), della legge della Regione Lombardia 8 luglio 2016, n. 16 (Disciplina regionale dei servizi abitativi).
Il momento da cui computare i termini decadenziali di proposizione del ricorso nell'ambito dell'attività edilizia deve essere individuato nell'inizio dei lavori, nel caso si sostenga che nessun manufatto poteva essere edificato sull'area ovvero laddove si contesti la violazione delle distanze. Mentre, esso decorre dal completamento dei lavori o dal grado di sviluppo degli stessi, ove si contesti il dimensionamento, la consistenza ovvero la finalità dell'erigendo manufatto.
La vicinitas non rappresenta un dato decisivo per fondare l'interesse ad impugnare, nel senso che di per sé non è sufficiente, dovendosi dimostrare che l'intervento contestato abbia capacità di propagarsi sino a incidere negativamente sul fondo del ricorrente. La sussistenza del requisito della mera vicinitas non costituisce elemento sufficiente a comprovare la legittimazione a ricorrere e l'interesse al ricorso, occorrendo invece la positiva dimostrazione di un danno che attingerebbe la posizione di colui il quale insorge giudizialmente.
Ai fini della decorrenza del termine per impugnare un provvedimento, la necessaria "piena conoscenza" non deve essere intesa quale "conoscenza piena ed integrale" del provvedimento stesso, dovendosi invece ritenere che sia sufficiente ad integrare il concetto la percezione dell'esistenza di un provvedimento amministrativo e degli aspetti che ne rendono evidente la lesività della sfera giuridica del potenziale ricorrente, in modo da rendere riconoscibile l'attualità dell'interesse ad agire contro di esso. Vi è dunque "piena conoscenza" quando si è consapevoli dell'esistenza del provvedimento e della sua lesività e tale consapevolezza determina la sussistenza di una condizione dell'azione, l'interesse al ricorso, mentre la conoscenza "integrale" del provvedimento (o di altri atti del procedimento) influisce sul contenuto del ricorso e sulla concreta definizione delle ragioni di impugnazione.