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Timestamp: 2020-04-09 17:12:29+00:00
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L’assegno di mantenimento del coniuge (moglie marito) separato: requisiti e calcolo | Avvocato
19 Luglio /0 Commenti/in Non categorizzato /da AndreaMarzorati
L’assegno di mantenimento del coniuge (moglie marito) separato più debole è una forma di assistenza materiale tra moglie e marito in quanto la separazione non scioglie il matrimonio ma si limita ad attenuarne alcuni effetti. Se il richiedente possiede determinati requisiti, il calcolo dell’assegno viene effettuato sulla base della condizione economica dei coniugi.
Quali sono i requisiti per ottenere l’assegno di mantenimento
Per poter ricevere l’assegno di mantenimento, salvo diversi accordi raggiunti dalla coppia, il coniuge deve svolgere espressa domanda in sede di separazione giudiziale la quale non deve essere addebitabile al richiedente.
Il Giudice deve accertare che il coniuge che chiede l’assegno non abbia redditi propri che gli permettano di mantenere un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio o, quantomeno, che non possa procurarseli per ragioni oggettive.
Su questo punto la Corte di Cassazione, con la nota sentenza Berlusconi-Lario, ha precisato che in caso di separazione il criterio del tenore di vita debba essere ancora tenuto in considerazione contrariamente a quanto dovrebbe accadere in sede di divorzio.
In ultimo deve essere riscontrata la disparità economica tra moglie marito ossia deve essere dimostrato che il coniuge richiedente ha un reddito inferiore di quello che dovrebbe versare l’assegno. Questa disamina non deve avere ad oggetto solo i redditi da lavoro ma, più in generale, tutta la consistenza patrimoniale di entrambi (proprietà immobiliari, partecipazioni societarie, azioni, obbligazioni, denaro ecc.). Deve essere tenuto in considerazione anche l’apporto conferito da ciascun coniuge alla vita familiare.
Non esiste una regola matematica da applicare per calcolare l’assegno. La legge stabilisce che solo il Giudice può deciderne l’entità. Esistono, tuttavia, modelli di calcolo ed interpretazioni giurisprudenziali che forniscono direttive da applicare ma il Giudice non è obbligato ad uniformarsi.
La rappresentazione delle situazioni patrimoniali e di tutte le attività economicamente rilevanti della coppia permetteranno al Tribunale di individuare in maniera obiettiva l’ammontare dell’assegno che spetta al coniuge più debole.
Il tenore di vita potenziale della coppia corrisponde all’effettiva capacità economica e si valuta in base ai redditi ed alle altre utilità patrimoniali percepite e possedute. Esso può variare da quello reale in quanto marito e moglie, nonostante abbiano una situazione economica agiata, possono decidere di seguire uno stile di vita parco ed orientato al risparmio. In questi casi l’assegno di mantenimento deve essere determinato in base alle effettive condizioni economiche e non allo stile di vita volutamente “contenuto”.
http://paperarts.es/wp-content/uploads/2020/02/logo-nuevo-high.png 0 0 AndreaMarzorati http://paperarts.es/wp-content/uploads/2020/02/logo-nuevo-high.png AndreaMarzorati2019-07-19 16:44:532019-07-19 16:44:53L’assegno di mantenimento del coniuge (moglie marito) separato: requisiti e calcolo | Avvocato
19 Luglio /0 Commenti/da AndreaMarzorati
http://paperarts.es/wp-content/uploads/2020/02/logo-nuevo-high.png 0 0 AndreaMarzorati http://paperarts.es/wp-content/uploads/2020/02/logo-nuevo-high.png AndreaMarzorati2019-07-19 16:18:542020-02-06 12:26:16Separazione dei coniugi (moglie marito): differenza tra consensuale e giudiziale | Avvocato
13 Luglio /0 Commenti/da AndreaMarzorati
Tempi, procedura e addebito della separazione giudiziale dei coniugi
Cos’è la separazione giudiziale
La separazione giudiziale è una tipologia separazione che prevede tempi variabili a seconda della conflittualità tra i coniugi e delle prove che sono chieste dal Giudice. La procedura è introdotta con un ricorso da depositare in Tribunale con l’assistenza obbligatoria di un Avvocato ed è possibile chiedere l’addebito a carico dell’altro coniuge.
Nella maggior parte dei casi si deve iniziare questa procedura quando marito e moglie non riescono a trovare l’intesa sulle questioni fondamentali che entrano in gioco quando il matrimonio va in crisi.
Essa si introduce quando moglie e marito sono in crisi ma:
solo uno dei due vuole separarsi, per esempio perché è stato tradito;
non trovano accordo sulle condizioni di separazione (per esempio sulle questioni patrimoniali o relative ai figli);
uno dei due è irreperibile, ossia l’altro non sa dove abiti o non risponda ai tentativi di contatto.
Ricorso per la separazione giudiziale: primo atto introduttivo della separazione
Il coniuge che ha interesse a separarsi deve procedere con una causa dinanzi al Tribunale, che di solito è quello dell’ultima residenza comune dei coniugi. In questo caso si deve avere l’assistenza obbligatoria di un Avvocato e depositare un ricorso giudiziale.
Nel ricorso il coniuge deve inserire tutte le richieste che vorrebbe fossero accolte dal Giudice su aspetti patrimoniali, come l’assegno di mantenimento e la divisione delle proprietà, o più delicati come l’affidamento ed il collocamento dei figli.
È anche importante inserire tutte le prove che vorrebbero dedursi per rafforzare la legittimità delle proprie domande.
Come si svolge e quanto dura la causa di una separazione giudiziale in Tribunale
Rispetto alla separazione consensuale che finisce nel giro di qualche mese dal deposito del ricorso (addirittura poche settimane in caso di negoziazione assistita), il procedimento di separazione giudiziale dura anche un paio di anni, come una normale causa civile. Questa tempistica varia anche in base al livello di conflittualità dei coniugi ed a quante prove devono essere valutate dal Giudice.
Notifica del ricorso (atto) per la separazione giudiziale e del decreto di fissazione dell’udienza presidenziale
Dopo aver depositato il ricorso, il Tribunale emette un decreto di fissazione dell’udienza presidenziale alla quale dovranno essere presenti entrambi i coniugi con il loro rispettivi Avvocati.
Il ricorso deve essere notificato all’altro coniuge nelle forme previste dalla legge (tendenzialmente presso la residenza anagrafica o presso il luogo di lavoro) ed entro le tempistiche indicate dal Giudice nel decreto.
Questa fase è molto importante e delicata, perché, nel caso in cui non si riesca ad effettuare la notifica tempestiva, si rischia di non poter procedere.
Separazione, cosa fare quando riceviamo la notifica di un ricorso di separazione giudiziale: comparsa di costituzione e risposta
Nel momento in cui si riceve un ricorso da parte del coniuge è opportuno rivolgersi ad un Avvocato divorzista specializzato in diritto di famiglia. Egli, nel caso sia impossibile trovare un accordo per consensualizzare il procedimento, avrà necessità delle vostre attente indicazioni e dovrà predisporre un atto (Memoria difensiva o comparsa di costituzione e risposta) con il quale “rispondere” a tutte le deduzioni svolte dal coniuge ricorrente e presentare le vostre contro richieste al Tribunale.
È molto importante essere tempestivi e rispettare i termini che il Presidente del Tribunale indica nel decreto notificato, in mancanza si rischia di non poter dedurre tutte le domande in quanto si potrebbe incorrere in decadenze.
Cosa succede quando il coniuge convenuto non si costituisce in giudizio (contumace)
Se il coniuge convenuto regolarmente non si costituisce, il giudizio continua in sua contumacia, ossia in sua assenza.
In questi casi l’assenza del coniuge impedisce l’instaurazione di un contraddittorio tra le parti e, quindi, rende il procedimento un po’ più veloce anche se la causa deve svolgersi secondo il rito previsto dal Codice e, pertanto, mantiene una durata variabile a seconda delle prove da ammettere e del numero di cause trattate dal Tribunale.
Coniuge contumace: la dichiarazione di contumacia
Per procedere alla dichiarazione di contumacia il Giudice deve prima verificare la regolare notifica del ricorso e del decreto.
In sostanza deve essere controllato che la notifica sia stata ricevuta dal coniuge assente (o da un soggetto che la legge ritiene autorizzato) oppure che non ci sia stata una ricezione effettiva dell’atto ma che si siano verificate le condizioni per ritenere la notifica come perfezionata(esempio: notifica presso la Casa Comunale del Comune dell’ultima residenza conosciuta, notifica per irreperibilità ecc.)
Cosa succede se il coniuge ha un indirizzo sconosciuto (coniuge irreperibile) o se è trasferito all’estero
Come anticipato nel precedente paragrafo, il nostro Ordinamento prevede delle modalità di notifica c.d. “legali”, ossia che prevedono una serie di formalità che devono essere svolte dagli Ufficiali Giudiziari nel caso in cui sia sconosciuto l’indirizzo della persona cui si deve notificare l’atto, oppure nel caso in cui l’indirizzo sia conosciuto ma non si riesca a trovare nessuno che ritiri i documenti.
In questi casi, anche se il destinatario fisicamente non ritira l’atto, si ritiene ugualmente che la notifica sia andata a buon fine e si può procedere con il giudizio.
Se, invece, il convenuto si è trasferito all’estero, bisognerà seguire le apposite procedure per le notifiche internazionali che differiscono a seconda del paese di destinazione.
Molti stati hanno stipulato delle convenzioni internazionali con l’Italia la quale, in ogni caso, deve rispettare i criteri previsti dai Regolamenti Europei.
Separazione giudiziale e udienza presidenziale: udienza avanti il Presidente
All’udienza fissata dal Presidente del Tribunale devono partecipare personalmente entrambi i coniugi con i loro Avvocati.
Il Presidente in primo luogo tenta la conciliazione dei coniugi e, se moglie e marito rispondono negativamente, può adottare provvedimenti necessari ed urgenti a tutela del coniuge più debole e dei figli. Successivamente il procedimento continua come una causa ordinaria che si conclude con una sentenza.
Provvedimenti presidenziali provvisori e urgenti sul mantenimento del coniuge, sull’affidamento, collocazione e mantenimento dei figli, all’assegnazione della casa
Il Presidente, dopo aver tentato di conciliare la coppia, emette un’ordinanza contenente i provvedimenti provvisori ed urgenti che dovranno regolare alcune condizioni di separazione nell’interesse di moglie, marito e dei figli per la durata del processo.
I provvedimenti solitamente presi sulla base delle risultanze documentali che si evidenziano nei primi atti, riguardano gli aspetti solitamente più importanti nella separazione: il mantenimento sia del coniuge più debole che dei figli, la collocazione e l’affidamento di quest’ultimi e l’assegnazione della casa.
Dato che il presidente decide sulla base dei documenti già in atti perché non ha ancora potuto svolgere le indagini istruttorie, ben si comprende come sia necessario che fin dal primo atto si articolino le proprie richieste o le proprie contestazioni in modo compiuto ed il più possibile approfondito.
Reclamo contro i provvedimenti provvisori presidenziali (modifica ordinanza del Presidente)
Quando cambiano le condizioni in base alle quali il Presidente ha emesso i provvedimenti temporanei ed urgenti è possibile ricorrere al Giudice istruttore per chiederne la modifica.
In particolare, deve essere dimostrato che il cambiamento delle condizioni sia dipeso dalle risultanze delle prove acquisite nel corso del processo; oppure che siano sorti fatti nuovi rispetto a quelli esaminati durante l’udienza presidenziale; o, in ultimo, che la parte sia venuta a conoscenza dopo l’emanazione dell’ordinanza presidenziale di alcuni fatti rilevanti accaduti prima dell’udienza.
Nel caso, invece, in cui si ritiene che i provvedimenti del Presidente non siano frutto di una corretta valutazione dei dati esaminati in sede di prima udienza è possibile, entro 10 giorni dalla notifica dell’ordinanza presidenziale, il reclamo dinanzi alla Corte d’Appello competente per territorio.
Le prove nella separazione: sì anche ad indagini di polizia tributaria
Durante una separazione giudiziale diventa essenziale individuare gli aspetti principali e le istanze istruttorie da allegare al fine di provare gli stessi.
In molti casi, infatti, può essere necessario non solo citare testimoni ma anche svolgere indagini di polizia tributaria o perizie contabili per approfondire l’effettivo stato patrimoniale di moglie e marito, soprattutto in caso di richiesta di assegno di mantenimento per il coniuge o per i figli.
Le dichiarazioni dei redditi talvolta non sono bastevoli ed il Giudice, soprattutto se è portato a sospettare dell’esistenza di beni, conti o azioni e obbligazioni non dichiarate, potrebbe chiedere altri accertamenti.
Ultimamente la Corte di Cassazione ha concesso al Giudice della separazione la possibilità di indagare approfonditamente dal punto di vista patrimoniale, anche procedendo ad accessi presso le banche dati dell’Agenzia delle Entrate.
Per questo è importante essere precisi e tempestivi nelle deduzioni delle prove. Diventa, a questo punto, essenziale avere l’assistenza legale di uno Studio che possa non solo consigliare la parte dal punto di vista giuridico ma che possa contare su un team di Professionisti multidisciplinari, che operano su diversi livelli, anche all’estero.
In questo modo, per esempio, con l’appoggio di commercialisti e investigatori privati si potranno avviare indagini approfondite che chiariscano le condizioni economiche delle parti.
CTU consulenza tecnica d’ufficio per l’affidamento dei figli e per l’assegno di mantenimento per i figli e per il coniuge (moglie o marito)
Uno degli strumenti ancora oggi più utilizzati dai Tribunali sono le Consulenze tecniche d’ufficio, ovvero lo svolgimento di perizie da parte di Professionisti terzi scelti dal Giudice che debbano indagare per suo conto al fine di aiutarlo nella decisione finale relativa all’affidamento ed alla collocazione dei figli e alla determinazione del contributo al mantenimento.
Questi, infatti, sono i principali motivi per cui viene disposta una consulenza durante un giudizio di separazione giudiziale.
Per quanto riguarda l’affidamento e la collocazione dei figli solitamente viene nominato uno psicologo, specializzato in trattamento dei minori, al fine di esaminare il rapporto genitoriale e, più in generale, la situazione personale della famiglia e il modo in cui i bambini si stanno rapportando alla fine dell’unione tra i genitori.
In merito all’assegno di mantenimento solitamente vengono nominati commercialisti o, comunque, Professionisti che siano in grado di dare una visione d’insieme dal punto di vista contabile al fine di individuare la situazione patrimoniale dei coniugi/genitori.
Le parti hanno la facoltà di nominare un proprio Consulente di parte che assista alle operazioni peritali e rediga note a sostegno delle deduzioni del Consulente d’ufficio oppure contrarie.
L’ascolto dei testimoni e dei figli minori
Ovviamente durante il giudizio potranno essere accolte dal Giudice anche istanze istruttorie di natura testimoniale.
In questo caso sarà necessario dedurre dei capitoli di prova molto circostanziati e privi di valutazioni così da rendere ammissibile la prova.
Per quanto riguarda i figli minori essi hanno diritto di essere ascoltati nei procedimenti che li riguardano se hanno compiuto i dodici anni, o anche di età inferiore se capace di discernimento.
L’audizione è condotta dal giudice, anche avvalendosi di esperti o di altri ausiliari. L’ascolto non rappresenta solo un preciso onere in ambito giudiziario. In caso di contrasto tra i genitori sul loro affidamento o la loro collocazione è un dovere primario dei genitori stessi quello di ascoltarli prendendo atto delle loro volontà.
La sentenza di separazione giudiziale non definitiva e la decorrenza termini per il divorzio
Per evitare che i coniugi debbano “sopportare” le conseguenze delle lungaggini delle cause civili, è possibile chiedere la pronuncia di una sentenza non definitivache fin della prima udienza presidenziale dichiari la separazione della coppia e si pronunci sulle questioni non controverse, se ci sono, per poi continuare il procedimento sulle questioni controverse.
Questo permette di poter chiedere il divorzio anche prima dell’emissione della sentenza definitiva di separazione perché la decorrenza dei termini per chiedere il divorzio inizia dal momento in cui il Tribunale emette la sentenza non definitiva.
Separazione giudiziale : Addebito
La norma italiana prevede che si possa chiedere al giudice di pronunciare la separazione tra i coniugi con addebito nei confronti di quello che ha avuto comportamenti contrari ai doveri derivanti dal matrimonio come la fedeltà, l’assistenza morale e materiale (ossia il mantenimento di coniuge o figli), la fedeltà, l’obbligo di coabitazione. Questa decisione comporta alcune conseguenze come l’esclusione del diritto al mantenimento e dei diritti successori.
Il richiedente deve dare la prova che permetta al Giudice di accertare l’esistenza di un nesso causale tra il comportamento “incriminato” e l’intollerabilità della convivenza. Ciò significa che la violazione deve essere la causa originaria della crisi e non un effetto derivante da una relazione già logora.
In questa fase, soprattutto se c’è stato un tradimento, potrebbe essere importante predisporre indagini, anche con l’aiuto di apposite agenzie investigative, al fine di ottenere le prove necessarie in causa. Per questo motivo è fondamentale rivolgersi ad uno Studio legale che formulare con il cliente la strategia processuale da svolgere in Tribunale, nel rispetto dei limiti previsti dalla normativa.
I casi in cui si può chiedere l’addebito sono, a titolo esemplificativo e non esaustivo, quando un coniuge tradisce l’altro, quando moglie o marito abbandonano il tetto coniugale, quando non viene rispettato il dovere di assistenza morale o materiale, quando si attuano comportamenti aggressivi assimilabili al mobbing finanche allo stalking.
Per approfondire si consiglia di andare ad “Addebito della separazione: presupposti ed effetti per i coniugi (marito moglie)”.
Separazione giudiziale casa coniugale – casa familiare
Uno dei provvedimenti più delicati durante una separazione giudiziale riguarda l’assegnazione della casa familiare, ossia quella dove moglie, marito vivevano soli o con la prole.
In caso di coppia con figli, il coniuge collocatario, ossia il genitore che verrà designato per convivere prevalentemente con la prole, o affidatario nei casi, ormai ridotti, in cui solo un genitore sia ritenuto idoneo all’esercizio della responsabilità genitoriale, sarà assegnatario della casa familiare e diritto di abitarvi fino a quando i figli non vi vivranno più o saranno economicamente autosufficienti, quindi, indipendentemente dalla maggiore età raggiunta dagli stessi. Il diritto di abitare nella casa familiare spetta ai figli e, di riflesso, al genitore quindi.
In caso di coppia senza figli, sarà molto difficile ottenere un provvedimento di assegnazione, salvo in casi di accordo consensuale tra i due coniugi.
Tendenzialmente, dopo un primo periodo di assestamento, l’immobile sarà riconsegnato nelle mani del proprietario e, se la proprietà era comune, il Tribunale inviterà i coniugi a vendere la casa, spartendo il ricavato.
Separazione, richiesta di differimento dell’udienza presidenziale per trattative tra i coniugi
La separazione giudiziale può essere trasformata in consensuale anche dopol’inizio della causa, nel caso in cui le parti trovino un accordo. In mancanza la causa procederà come un normale processo civile.
Se le parti stanno svolgendo trattative possono chiedere anche al Presidente un differimento dell’udienza al fine di sondare la possibilità di consensualizzare il procedimento.
In qualsiasi momento può essere avanzata questa richiesta al Tribunale e ciò non impone necessariamente di trovare un accordo: laddove le trattative non andassero a buon fine la causa potrà continuare.
Separazione giudiziale e riconciliazione dei coniugi: cosa succede
Se il procedimento di separazione giudiziale non è ancora finito, dovrà essere abbandonato ed il Tribunale non procederà ulteriormente.
Quale documentazione serve per la separazione giudiziale
– Estratto per riassunto dell’atto di matrimonio da richiedere al Comune di celebrazione del matrimonio o al comune di residenza all’epoca del matrimonio;
A seconda delle questioni che si dovranno trattare nel giudizio potrebbero essere necessari ulteriori documenti per provare lo stato patrimoniale delle parti. A titolo esemplificativo possiamo citare:
La sentenza di separazione è sempre modificabile e, comunque, impugnabile in appello ed in Cassazione
Se, invece, la sentenza vuole essere contestata immediatamente perché non si è d’accordo sui provvedimenti presi dal Tribunale deve essere impugnata tempestivamente in Corte d’Appello.
Anche la sentenza della Corte può essere impugnata per motivi di legittimità in Corte di Cassazione: in questo caso, però, i rilievi da effettuare devono essere maggiori perché non in tutti i casi si può adire la Corte di Cassazione e bisogna valutare con l’aiuto dell’Avvocato se un eventuale ricorso potrebbe rischiare di essere dichiarato inammissibile.
Separazione Giudiziale, possibile uso del cognome del marito?
Si, tendenzialmente la moglie può ancora usare il cognome del marito a meno che ciò non reca pregiudizio a quest’ultimo. Queste valutazioni vengono generalmente fatte dal Giudice durante la causa.
[Articolo aggiornato ed approfondito nel mese di Luglio 2019 ]
http://paperarts.es/wp-content/uploads/2020/02/logo-nuevo-high.png 0 0 AndreaMarzorati http://paperarts.es/wp-content/uploads/2020/02/logo-nuevo-high.png AndreaMarzorati2019-07-13 11:00:382020-02-06 12:34:25Tempi, procedura e addebito della separazione giudiziale dei coniugi | Avvocato
10 Luglio /0 Commenti/da AndreaMarzorati
Separazione dei coniugi (moglie marito): differenza tra consensuale e giudiziale
http://paperarts.es/wp-content/uploads/2020/02/logo-nuevo-high.png 0 0 AndreaMarzorati http://paperarts.es/wp-content/uploads/2020/02/logo-nuevo-high.png AndreaMarzorati2019-07-10 16:50:092020-02-06 12:25:46Separazione dei coniugi (moglie marito): differenza tra consensuale e giudiziale | Avvocato
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Assegnazione della casa familiare nella coppia di fatto: possibile
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Avvocato Coppie di fatto unioni civili | Studio Legale Marzorati
More uxorio : Che cos’è una convivenza more uxorio
La convivenza more uxorio è una coabitazione caratterizzata da legami affettivi fra i partners e da una stabile organizzazione comune: un aggregato di natura familiare che assicura lo sviluppo delle personalità individuali dei suoi componenti.
La legge fino a qualche anno fa si è limitata a disciplinare l’istituto del matrimonio, facendone derivare una serie di diritti ed obblighi in capo ai coniugi.
La Legge Cirinnà n. 76 del 20 Maggio 2016 ha introdotto la possibilità di registrare le convivenze conferendo ai Partners (sia eterosessuali che omosessuali) la possibilità di redigere un contratto che regoli alcune questioni patrimoniali conferendo anche alcuni diritti in tema di assistenza (il convivente può essere nominato amministratore di sostegno o far visita in ospedale al pari di un coniuge), risarcimento danni e partecipazione all’impresa familiare (ha diritto alla partecipazione agli utili ed ai beni acquistati con essi oltre che agli incrementi dell’azienda). Sul punto si rimanda all’articolo sulle Convivenze.
Convivenze more uxorio non registrate
Nel presente articolo vengono trattate le c.d. convivenze “libere” ossia dei rapporti tra due persone non registrati nei quali i legami di natura personale (fedeltà reciproca, assistenza morale …) e patrimoniale (collaborazione materiale) non sono vincolanti giuridicamente, ma rimessi alla spontanea osservanza dei componenti della coppia.
E pertanto in questo caso la convivenza more uxorio non può avere gli stessi effetti giuridici di un matrimonio ma, al contrario, ne costituisce l’antitesi: la decisione di convivere senza contrarre matrimonio è la libera scelta di coloro che non vogliono sottoporre alla disciplina dell’ordinamento giuridico i propri legami affettivi e materiali.
I limitati effetti che la legge riconosce alla convivenza non registrata come situazione di fatto in nessun caso possono essere assimilati ai diritti e agli obblighi, caratterizzati dalla reciprocità, che nascono dal matrimonio e che costituiscono lo status di coniuge.
La convivenza more uxorio è motivo per concedere il permesso di soggiorno?
La convivenza more uxorio non è motivo per concedere il permesso di soggiorno agli stranieri.
Una convivenza non registrata potrebbe essere difficile da provare in maniera documentale. Sicuramente un principio di prova potrebbe essere dato dalla comune residenza anagrafica e dall’esistenza di uno stato di famiglia comune.
La prova potrebbe essere più agevole in caso si figli, riconosciuti da entrambi, e residenti nella medesima abitazione.
In ogni caso, laddove sorgano questioni giudiziarie, la prova può essere data anche con dichiarazioni testimoniali, fotografie, corrispondenza o conversazioni su cellulare che attestino la sussistenza di un rapporto pregresso stabile e continuato.
Come sono qualificate le prestazioni di assistenza fra conviventi
Le prestazioni per l’assistenza materiale fra i conviventi (ad es. le spese sostenute per il menàge in comune) costituiscono l’adempimento spontaneo di doveri che sono tali non già per la legge, ma solo per l’etica e la morale di quel momento storico.
Tali prestazioni economiche, dunque, costituiscono l’adempimento di doveri morali o “obbligazioni naturali” (art. 2034 c.c.), obbligazioni che – al contrario di quelle giuridiche – non producono altro effettooltre a quello della c.d. “soluti retentio”, cioè l’impossibilità di ottenere la restituzione di quanto si è spontaneamente pagato.
È applicabile la comunione dei beni in caso di convivenza?
Non sono in alcun modo applicabili alla convivenza non registrata le norme sulla comunione fra i coniugi e, pertanto, gli acquisti effettuati durante la convivenza entrano nel patrimonio di colui che li ha effettuati, restando rigidamente separati i patrimoni dei due componenti della coppia, salvo specifiche eccezioni relative agli acquisti in comproprietà.
Esiste la casa familiare in caso di convivenza more uxorio?
L’abitazione nella quale i partners hanno stabilito la coabitazione viene generalmente individuata come casa familiare, soprattutto se la coppia ha dei figli.
In questo caso, infatti, anche nel momento in cui il legame affettivo tra i genitori viene meno, la legge impone che gli stessi regolamentino l’assegnazione dell’immobile nello stesso modo in cui avviene in caso di separazione e divorzio, proprio per il bene della prole.
La casa, quindi, verrà assegnata al genitore collocatario dei minori, indipendentemente dalla proprietà dello stesso.
Nel caso in cui non ci siano figli, invece, e l’immobile è di proprietà di uno solo dei partner, l’altro generalmente non ha alcun diritto sullo stesso perché considerato alla stregua di un ospite.
Ultimamente, però, alcune sentenze giurisprudenziali più lungimiranti hanno introdotto una serie di diritti in capo al non proprietario in caso di decesso dell’intestatario dell’immobile o dell’intestatario del contratto di locazione.
Il partner superstite, infatti, ha diritto di subentrare nel contratto di locazione e, laddove il defunto fosse invece proprietario, può vantare un diritto di abitazione proporzionale alla durata della convivenza.
Anche nel caso in cui si ritenga che il convivente more uxorio non sia paragonabile all’ospite (così come pare orientata la giurisprudenza più recente), nessuno impedisce all’effettivo proprietario di agire con un’azione di rilascio sulla base della cessazione della convivenza.
L’azione ordinaria non dovrebbe durare molto tempo a patto della prova della cessazione della convivenza e di considerare il fatto che, generalmente, il Giudice tende a concedere il c.d. termine di grazia, ossia un periodo in cui l’ex è autorizzato a restare nella casa per trovare un’altra sistemazione abitativa.
Esiste un diritto al mantenimento in caso di convivenza more uxorio?
No, la corresponsione di un diritto al mantenimento non è prevista in caso di fine di una convivenza more uxorio.
Possono unicamente sussistere degli oneri alimentari, laddove il soggetto versi in stato di bisogno.Per poter ottenere l’assegno alimentare la parte richiedente deve dare la prova di essere in condizione di bisogno e di non essere in grado di provvedere a soddisfare le necessità primarie ed essenziali.
La prestazione alimentare, inoltre, potrà essere concessa solo per un periodo proporzionale alla durata della convivenza, quindi limitato nel tempo.
Il convivente more uxorio ha dei diritti nella fase patologica della convivenza?
Così come l’ordinamento omette di disciplinare i rapporti della coppia nella fase della convivenza, poi, omette anche di fornire una disciplina della fase “patologica” del fenomeno, costituito dalla separazione dei conviventi, dalla rottura dell’unione di fatto.
E pertanto l’ex convivente di un legame non registrato, come detto, non può vantare nei confronti dell’altro alcuna pretesa di ordine economico relativa al proprio mantenimento.
Il convivente more uxorio ha diritti successori?
Ed ancora, in mancanza di disposizione testamentaria in favore del convivente, quest’ultimo non potrà vantare alcun diritto sul patrimonio ereditario dell’altro convivente, giacché il partner more uxorio non ha la qualità di erede, indipendentemente dalla durata della convivenza.
Il profilo personale del rapporto di convivenza non registrato (Corte costituzionale, 13 maggio 1998, n. 166) viene qualificato come giuridicamente irrilevante, sul presupposto che l’osservanza dei doveri di cui all’art. 143 del codice civile non possa che essere affidata, nell’unione di fatto, allo spontaneo adeguamento dei componenti del nucleo familiare: sembra infatti condivisibile l’assunto per cui i precetti sopra indicati, proprio in relazione alla loro stretta derivazione dall’impegno solenne che i coniugi assumono attraverso il matrimonio, non possano essere estesi a relazioni che proprio nell’assenza di tale impegno trovano la loro principale nota caratteristica.
Imporre a chi ha compiuto una scelta di libertà di adeguare i profili personali del rapporto a quel modello legale che si è inteso rifiutare, sarebbe una forma di violenza che l’ordinamento non può compiere in maniera indiscriminata.
Vedere anche accordo di convivenza.
http://paperarts.es/wp-content/uploads/2020/02/logo-nuevo-high.png 0 0 AndreaMarzorati http://paperarts.es/wp-content/uploads/2020/02/logo-nuevo-high.png AndreaMarzorati2019-07-10 10:38:572020-02-11 20:14:57Convivenza more uxorio
1 Dicembre /0 Commenti/da AndreaMarzorati
Al raggiungimento della maggiore età del figlio, la madre non perde l’assegnazione della casa. Infatti, il genitore collocatario – che convive con il figlio divenuto maggiorenne – continua a mantenere il diritto all’assegnazione della casa coniugale/familiare. Tuttavia, in certi casi, il padre– proprietario della casa – potrà chiedere di riaverla indietro.
L’assegnazione della casa familiare è uno degli aspetti più delicatida affrontare durante la crisi matrimoniale. Come e quando il coniuge può ottenere il provvedimento non dipende dalla proprietà dell’immobile ma dalle esigenze del nucleo familiare, soprattutto in presenza di figli. La disciplina che regola l’assegnazione della casa coniugale è la stessa sia in caso di separazione che di divorzio ma anche quando due conviventi si lasciano.
Natura del provvedimento di assegnazione
La natura del provvedimento di assegnazione risponde all’esigenza di tutela dell’interesse morale e spirituale della prole a mantenere l’habitat domestico affinché sia reso meno traumatico il cambiamento di vita causato dalla rottura del nucleo familiare.
L’assegnazione viene valutata a livello economiconella definizione delle condizioni patrimoniali dei coniugio, comunque, dei genitori e, quindi, può incidere sull’eventuale diritto al mantenimento perché consiste in un’utilità di cui gode il coniuge assegnatario.
L’assegnazione della casa “dipende” dalla collocazione dei figli
Va premesso che non si parla di diritto di assegnazione della casa coniugale alla moglie o al coniuge, né di diritto di assegnazione della casa familiare al convivente more uxorioo al partner, bensì di diritto di assegnazione al “genitore collocatario”, ossia alla madre (o al padre) che vive nella casa insieme ai figli.
Quindi – in linea generale – non vi è un diritto di assegnazione della casa alla moglie in quanto coniuge, ma in quanto genitore collocatario e, parimenti, non vi è un diritto di assegnazione al partner in quanto convivente more uxorio, ma in quanto genitore collocatario.
Per questo motivo, viene solitamente esclusa l’assegnazione della casaconiugale alla moglie in assenza di figli, salvo casi particolari, ad esempio, se nella separazione consensuale o nel divorzio consensuale (divorzio congiunto) i coniugi stabiliscono che la moglie ha un tale diritto.
Parimenti viene esclusa l’assegnazione della casa familiare al convivente more uxorio o al partner in assenza di figli, salvo casi particolari, ad esempio, se nell’accordodi convivenza viene consensualmente stabilito che il partner ha un tale diritto.
Come si tutela il provvedimento di assegnazione
L’assegnatario della casa familiare può tutelare tale dirittoche è indipendente dalla proprietà dell’immobile e, pertanto, è trascrivibile ed opponibile ai terziche comprano la casa successivamente alla data del provvedimento.
Il provvedimento di assegnazione è un atto che si definisce opponibile ai terzi perché nel caso in cui quest’ultimo abbia acquistato, dopo il provvedimento di assegnazione, un diritto sull’immobile (ossia l’abbia comprato o, per esempio, sia diventato usufruttuario), non potrà pretendere il rilascio della casala quale continuerà ad essere abitata dal coniuge assegnatario e dai figli.
Se l’acquisto è avvenuto prima del provvedimento di assegnazione, invece, esso non avrà pari efficacia. Ad esempio, il creditore che ha iscritto un’ipoteca primadell’assegnazione ha il diritto di procedere alla venditadell’immobile e potrà imporre al coniuge affidatario ed alla prole di lasciare libera la casa.
Per questi motivi è importante trascrivere il provvedimentodi assegnazione, ossia annotare sul registro degli immobili, detenuto dalla conservatoria, che vi è stata una pronuncia del Tribunale che ha stabilito che quella abitazione è stata assegnata alla data persona.
Nel caso in cui il provvedimento non venga trascritto, invece, è opponibile ai terzi solo per nove anni.
La trascrizionenon è obbligatoria ma deve avvenire entro un mese dall’emissionedel provvedimento pena l’applicazione di sanzioni pecuniarie per ogni giorno di ritardo (circa 13 Euro giornaliere).
Cosa succede quando il figlio diventa maggiorenne
Come detto sia nella separazioneche nel divorzio, ma anche in presenza di famiglia di fatto, la casa viene assegnata al genitore collocatario, generalmente alla madre che continuerà a vive insieme al figlio minorenne.
Quando il figlio raggiunge la maggiore età, il genitore collocatario non perde automaticamente il diritto all’assegnazione della casa, a condizione che il figlio maggiorenne non sia economicamente autosufficiente: ad esempio perché sta ancora studiando o non ha ancora trovato un lavoro che gli consenta di essere indipendente.
In presenza di figli, ricordiamo brevemente quale sia la funzioneprincipale dell’assegnazionedella casa: casa coniugale (se sposati) o casa familiare (se coppia di fatto).
Come influisce il diritto di proprietà sull’assegnazione della casa?
Il criterio in base al quale la casa viene assegnata è indipendente dalla proprietàdell’immobile. Non rileva di chi sia la proprietà della casa perché la casa viene assegnata al genitore collocatario, ossia al genitore che vive insieme ai figli.
Pertanto, può spesso capitare che la casa sia di esclusiva proprietà del padre e che venga assegnata alla madre non proprietaria. Lo stesso dicasi qualora entrambi i coniugi(o conviventi) siano proprietarial 50% dell’immobile, in quanto il criterio rimane sempre lo stesso, ossia che la casa sia assegnata al genitore collocatario.
È inoltre irrilevante, ai fini dell’assegnazione, la presenza di un mutuo: pertanto il padre che sia proprietario esclusivo della casa coniugale (o familiare) dovrà continuare a pagare per intero le rate del mutuo nonostante nella casa viva la madre insieme ai figli.
È però altrettanto vero che, non solo – e soprattutto – ciò andrà a beneficio dei figli (in quanto collocati presso il genitore ritenuto per loro più idoneo), ma comunque il pagamento di un mutuo costituisce pur sempre una forma di accumulo patrimoniale: quando il padre venderà in futuro la casa di sua esclusiva proprietà otterrà l’intero prezzo, ossia riotterrà i soldi versati.
Discorso un po’ più complesso riguarda, invece, il caso in cui vi sia un mutuoe l’immobile sia in comproprietà al 50% tra i coniugi(o conviventi). Occorre qui fare una distinzione: se, infatti, agevole risulta il calcolo patrimoniale quando entrambi pagano a metà la rata del mutuo, discorso differente si ha quando il mutuo viene pagato solo da uno (e non anche dall’altro), in tal caso sarà infatti necessario adottare delle azioni correttive.
Esistono dei casi in cui può venire meno il diritto della madre all’assegnazione, e quindi il padre, che sia proprietario,può chiedere di tornare in possesso dell’immobile. I provvedimenti che assegnano la casa non sono infatti definitivi, e – se sussistano determinate condizioni – possono sempre essere modificati. Essi tuttavia non si modificano in automatico, ma è necessario che il padre faccia una specifica domanda.
Quando la madre perde l’assegnazione della casa coniugale o familiare
Inoltre, il genitore può perdere il diritto all’assegnazione, qualora il figlio maggiorenne, non economicamente autosufficiente, non continui gli studie non cerchi un lavoro oppure, terminati gli studi non si attivi per trovare un lavoro.
Non è necessario che subito lo trovi effettivamente, si sa quale sia in Italia la difficoltà per i giovani soprattutto a causa dell’alto tasso di disoccupazione, ma quantomeno si pretende che il figlio si attivi fattivamente: iscrivendosi, ad esempio, alle liste di collocamento, rivolgendosi alle agenzie interinali, inserendo annunci di lavoro nei siti internet specializzati e rispondendo alle offerte di lavoro, inviando curricula vitae ed andando ai colloqui di lavoro.
In caso contrario, l’altro genitore – generalmente il padre – potrà domandare al Tribunale di accertare tale atteggiamento disinteressato del figlio, e come tale non meritevole di tutela, chiedendo al Tribunale non solo il venir meno del diritto all’assegnazione della casa ma, in certi casi, anche del diritto di mantenimento.
Cosa succede se il figlio si trasferisce fuori dalla casa
Il genitore può perdere il diritto all’assegnazione anche quando il figlio,che ha raggiunto la maggiore età, ma non sia ancora economicamente autosufficiente, decida di non abitare più in quella casa.
Ad esempio, perché va a studiare all’Università di un’altra città o all’estero, andando quindi a vivere in un’altra casa, cessando la convivenza con il genitore collocatario.
Occorre tuttavia fare una precisazione, soprattutto quando si tratti di andare a studiare in un’altra città. Può infatti accadere che, per questioni logistiche, il figlio si fermi solo temporaneamente a dormire nell’altra città sede di Università, magari affittando una stanza, ma poi ritorni durante il weekenda casa dal genitore, rimanendovi anche a dormire.
In tal caso, si potrebbe sostenere che non sia cessata la convivenzacon il genitore rimanendo la casa, per il figlio, il centro principale dei legami affettivi e, a certe condizioni, anche il centro delle proprie relazioni sociali (frequenta gli amici più stretti), delle relazioni sentimentali (ha il/la fidanzato/a) e la stessa città sia rimasta il centro dei suoi interessi (frequenta dei corsi, un club, la palestra ecc.).
Cosa succede se il genitore assegnatario si risposa o ha un nuovo compagno
Il genitore assegnatario può perdere il diritto all’assegnazione della casa familiare se si risposa, o se inizia una stabile convivenza more uxorio, o se cessa di abitare stabilmente nella casa perché, ad esempio, per motivi di lavoro si trasferisce definitivamente in un’altra città.
Sarà comunque opportuno fare degli accertamenti, ad esempio, per verificare che la relazione abbia carattere di stabilità e serietà, o che la residenza non sia solo anagrafica ma anche effettiva, tenendo poi conto dell’esistenza di eventuali altri concorrenti aspetti.
Cosa succede dopo la perdita del diritto all’assegnazione
Quando un genitore collocatario perde il diritto all’assegnazione della casa, bisogna distinguereil caso in cui l’immobile sia di esclusiva proprietà di un solo coniuge(o convivente), da quello in cui sia in comproprietà, generalmente al 50% con l’altro.
Nel primo caso, infatti, il coniuge (o convivente) tornerà nel pieno possesso della casa di cui potrà disporne liberamente, anche qualora il figlio continui a vivere nella casa.
Nel secondo caso, ossia qualora la casa sia in comproprietà, i coniugi (o conviventi) dovranno trovare un accordo sul bene in comproprietà, ad esempio, uno potrà acquistare la quota dell’altro oppure potranno decidere di mettere in vendita l’appartamento dividendo a metà il ricavato.
Se tuttavia non si dovesse trovare un accordo sarà necessario valutare una divisionegiudiziaria, attraverso un’apposita domanda al Tribunale.
http://paperarts.es/wp-content/uploads/2020/02/logo-nuevo-high.png 0 0 AndreaMarzorati http://paperarts.es/wp-content/uploads/2020/02/logo-nuevo-high.png AndreaMarzorati2018-12-01 17:04:422020-02-06 13:28:34Assegnazione della casa, cosa succede quando il figlio diventa maggiorenne
23 Ottobre /0 Commenti/da AndreaMarzorati
Cambiano i parametri di cui alle tabelle milanesi in corso di giudizio: quali si applicano?
Il tema è stato affrontato ex multis – in un caso di risarcimento del danno non patrimoniale e prescrizione del diritto al risarcimento del danno in tema di circolazione stradale – dalla Corte di Appello di Milano, Sezione Seconda Civile, sentenza n. 4415/2016 secondo cui:
Se concesso al minore il perdono giudiziale, si applicherà all’azione risarcitoria del danneggiato da circolazione stradale, il termine di prescrizione di cui all’art. 2947, terzo comma, c.c., presupponendo il provvedimento comunque l’accertamento della responsabilità penale del minore.
In caso di mutamento dei parametri di liquidazione del danno non patrimoniale tra l’introduzione della domanda e la decisione, il Giudice dovrà attenersi ai nuovi parametri.
Obbligatorio (Sintetizzare la vicenda processuale/i fatti da cui ha avuto origine la questione giudiziaria SENZA indicare la soluzione giuridica e le motivazioni).
Un minore a bordo un motociclo non assicurato di proprietà dello zio (Y) si scontra con un motociclo proveniente dalla parte opposta, causando al conducente Z gravi lesioni.
Il Giudizio di primo grado si era concluso con la condanna del Fondo di Garanzia per Le Vittime della strada in solido con il proprietario del veicolo e l’assoluzione del Comune quale ente proprietario della strada, avendo il FGVS eccepito la concorrente responsabilità dell’ente medesimo a causa della sconnessione del fondo stradale.
Appella il FGVS eccependo la prescrizione del diritto al risarcimento del danno di Z ai sensi dell’art. 2947, secondo comma, c.c., chiedendo nuovamente l’accertamento della concorrente responsabilità ai sensi degli artt. 2051 e 2054 c.c. del Comune e contestando comunque la quantificazione liquidata in primo grado a favore di Z con particolare riferimento alla rivalutazione monetaria applicata dal 2004 benchè le tabelle fossero già aggiornate all’anno 2013.
Appella incidentalmente il signor Z chiedendo l’applicazione della misura massima giornaliera dell’invalidità temporanea, la personalizzazione massima, la rivalutazione degli importi risalendo le Tabelle all’anno 2013 ed essendo entrate nel frattempo in vigore tabelle aggiornate.
Il provvedimento di concessione del perdono giudiziale al minore configura una delle ipotesi in cui si applica, al diritto al risarcimento del danno derivante da circolazione stradale, la prescrizione di cui all’art. 2947, terzo comma, c.c.
Laddove, tra la domanda e la decisione, intervengano nuovi parametri tabellari per la liquidazione del danno non patrimoniale, il Giudice dovrà applicare quelli vigenti al momento della decisione
La Corte di Appello di Milano esamina distintamente le due questioni sopra indicate.
Per quanto attiene il profilo prescrizionale, rigetta l’eccezione formulata in tal senso dal FGVS.
La Corte ritiene infatti che il decorso del termine di prescrizione per l’azione risarcitoria decorra, nella fattispecie, dalla data in cui la sentenza penale di non luogo a procedere per concessione del perdono giudiziale è divenuta irrevocabile con conseguente tempestività della domanda giudiziale del danneggiato Z., poiché detta pronuncia, sebbene non si risolva nella condanna dell’imputato, presuppone comunque l’accertamento della sua responsabilità penale ed è quindi idonea ad essere ricompresa tra le ipotesi considerate dall’art. 2947, terzo comma, c.c.
Quanto invece ai criteri di liquidazione del danno non patrimoniale, la Corte, da un lato, accoglie (seppure parzialmente) l’appello incidentale di Z, rideterminando la percentuale di personalizzazione sino al 20%; dall’altro lato accoglie la domanda di rideterminazione dell’ammontare per rivalutazione ed interessi, avendo cura di precisare, sulla scorta delle sentenze n.2167/2012 e 1712/2012 della Suprema Corte, che qualora intervenga un mutamento dei parametri di liquidazione tra la domanda e la decisione, il Giudice debba attenersi ai parametri vigenti al momento della decisione, vale a dire ai più attuali ed aggiornati.
Nel caso che ci occupa il Collegio ha quindi ritenuto applicabili i soli interessi compensativi sulla base degli importi liquidati in forza delle Tabelle milanesi del 2013 dalla data dell’evento a quella di liquidazione e successivamente gli interessi legali.
Alcune riflessioni sulla sentenza
Sulla prescrizione di cui all’art. 2947 terzo comma c.c., concordiamo sulla equiparazione, ai soli fini dell’applicazione del termine prescrizionale, del provvedimento di concessione di perdono giudiziale al minore alle sentenze di condanna, poiché, effettivamente anche nel processo penale minorile il Tribunale procede all’accertamento del reato imputabile al minore medesimo, seppure in un’ottica di concessione di misure volte al reinserimento del minore nella società.
Quanto invece all’applicazione delle tabelle vigenti al momento della decisione per la liquidazione del danno non patrimoniale, riteniamo si tratti di un falso problema in realtà considerato che, indipendentemente dalla domanda e da come la stessa venga formulata dalla parte attrice sulla base delle tabelle all’epoca vigenti, il Giudice potrà sempre utilizzare il proprio potere discrezionale per una diversa quantificazione (pur sempre naturalmente muovendosi nell’ambito delle tabelle milanesi come stabilito dalla Suprema Corte ed avendo il dovere di giustificare la propria diversa decisione laddove ritenga di superare i limiti minimi e massimi sulla base delle circostanze del caso concreto, cfr. Corte di Cassazione, Sez. III, sentenza n. 20925/2016).
In tema di applicabilità della prescrizione di cui all’art. 2947, comma terzo, c.c.: Cass. Civ. Sez. III sentenza n. 16481/2017; Cass. Civ. Sez. I n. 9993/2016
In tema di applicabilità dei nuovi parametri: Cass. Civ. Sez. III sentenza n. 25485/2016
Parzialmente difforme rispetto all’applicabilità dell’art. 2947, terzo comma, c.c. in caso di estinzione del reato, con applicazione del secondo comma – prescrizione biennale – del medesimo articolo: Cass. Civ. Sez. III, n. 671/2016; Cass. Civ., sez. III, n. 25340/2015
Contrarie alla applicabilità dei nuovi parametri se intervenuti in corso di giudizio: Cass. Civ. Sez. III n. 9367/2016; Cass. Civ. Sez. VI, n. 1305/2016
Ilvo Pannullo: “Risarcimento del danno da circolazione stradale e computo del termine prescrizionale: rapporti tra processo penale e civile” in Ridare.it, Giurisprudenza Commentata dell’11.3.2016
Giulia Anna Messina: “Risarcimento del danno da reato” in Ridare.it. Bussola del 6.7.2016
http://paperarts.es/wp-content/uploads/2020/02/logo-nuevo-high.png 0 0 AndreaMarzorati http://paperarts.es/wp-content/uploads/2020/02/logo-nuevo-high.png AndreaMarzorati2018-10-23 12:08:222020-02-12 16:07:52La prescrizione “lunga” di cui all’art. 2947, terzo comma, c.c. in tema di circolazione stradale si applica anche in caso di perdono giudiziale del minore.
Lesioni micropermanenti non connesse alla circolazione stradale: criteri di liquidazione.
Secondo la Corte di Appello di Milano, Sezione II Civile, sentenza n. 1034/2016 del 15 marzo 2016, al di fuori delle sole due ipotesi legislativamente previste (vale a dire in materia di circolazione stradale e di responsabilità sanitaria) non vi alcuna ragione di operare un’applicazione analogica delle tabelle ministeriali di cui all’art. 139 Cod. Ass. in caso di lesioni micropermanenti non connesse a circolazione stradale. In tale fattispecie andranno invece applicate le cosiddette Tabelle milanesi, salvo che sussistano circostanze particolari che ne giustifichino l’abbandono
Il Tribunale di Milano aveva condannato in primo grado il signor X per le lesioni dal medesimo inferte (consistenti nella perforazione del timpano) al signor Y in occasione di un litigio per futili motivi all’interno di un noto supermercato milanese.
Nella quantificazione del risarcimento del danno il Tribunale aveva utilizzato, trattandosi di lesione di natura micropermanente, i criteri di cui all’art. 139 del Codice delle Assicurazioni Private.
Sia il signor X che il sig. Y avevano impugnato la sentenza di primo grado; il signor X ritenendo che fosse da ritenersi eccessiva la misura di personalizzazione indicata dal Giudice di primo grado ed esaustiva dunque la somma già corrisposta, il sig. Y, in via incidentale, riproponeva la domanda di una maggiore somma da versarsi a titolo di risarcimento del danno rispetto a quella liquidata dal Giudice.
In caso di lesioni di natura micropermanente non connesse alla circolazione stradale sono applicabili i criteri di cui all’art. 139 Cod. Ass.?
La Corte di Appello di Milano, riformando sul punto la sentenza di primo grado, esclude l’applicabilità dei criteri dettati dall’art. 139 Cod. Ass. nella liquidazione dei danni di natura micropermanente non connessi a circolazione stradale e ritiene invece applicabili i criteri riportati dalle cosiddette Tabelle Milanesi.
Interessante la motivazione, che ricalca la giurisprudenza della Suprema Corte sul punto (in particolare la nota sentenza n. 12408/2011), laddove esclude l’applicazione analogica dell’art. 139 Cod. Ass., norma specificamente prevista per i soli danni derivanti da circolazione stradale e per quelli connessi all’attività sanitaria (medical malpratice), privilegiando le tabelle milanesi poiché prevedenti parametri maggiormente articolati.
Si tratta del cosiddetto sistema del doppio binario.
In pratica, il legislatore, avvertendo l’esigenza di contenere il costo delle polizze RCA, ha introdotto tabelle prestabilite indicando altresì una misura massima di personalizzazione. Si tratta di norma di natura evidentemente eccezionale che ha come necessario controbilanciamento la certezza per il danneggiato di ottenere un risarcimento tutto sommato soddisfacente in tempi ragionevoli.
Altra questione, non affrontabile in questa sede se non per sommi capi, attiene invece la responsabilità degli esercenti la professione sanitaria, cui pure sono stati estesi, per legge (famigerato Decreto Balduzzi) i criteri di cui all’art. 139 Cod. Ass. al fine di contenere i costi connessi al fenomeno della cosiddetta medicina difensiva, vale a dire la proliferazione di esami diagnostici spesso non necessari al paziente ma utili eventualmente al medico per potersi difendere da accuse di malpratica professionale.
Da un lato, dunque il legislatore si è preoccupato di “calmierare” i costi delle polizze RCA e quelli sociali legati alla medicina difensiva introducendo, per legge, tabelle risarcitorie contenenti valori di risarcimento certi legati all’età del danneggiato ed al tipo di lesione subita nell’ambito di quelle lievi (micropermanenti); dall’altro lato, per quel che concerne invece i danni non connessi alla circolazione stradale, i criteri di liquidazione del danno non patrimoniale restano quelli delle Tabelle in uso presso il Tribunale di Milano, come la sentenza in commento conferma.
Personalmente ritengo che il rischio di un sistema risarcitorio di doppio binario, ex lege e da tabella giurisprudenziale, come sopra ho affermato, consista, inevitabilmente, sia nella disparità di trattamento economico dei danneggiati a fronte di lesioni di identica natura ed entità, sia nel conseguente contrasto giurisprudenziale tra Giudici soprattutto di merito che la pensano in maniera diversa sul punto.
Concordo pertanto con le perplessità espresse nell’interessante commento di Monica Stocco ove, appunto, si segnalavano i rischi connessi alla pluralità di parametri risarcitori per la liquidazione del danno da lesioni micropermanenti (Monica Stocco “La liquidazione equitativa del danno derivante da lesioni micropermanenti e il rischio di pluralità dei parametri risarcitori”, in Ridare, Giurisprudenza Commentata dell’11.9.2015).
Commento alla sentenza della Suprema Corte n. 12408/2011 in Giustizia Civile, 2013, 02, 01, 0454
Giampaolo Di Marco “Risarcimento Danni: tabelle milanesi erga omnes” in Diritto & Giustizia, fasc. 0, 2011, pag. 204
http://paperarts.es/wp-content/uploads/2020/02/logo-nuevo-high.png 0 0 AndreaMarzorati http://paperarts.es/wp-content/uploads/2020/02/logo-nuevo-high.png AndreaMarzorati2018-10-23 12:05:052020-02-11 19:53:22Lesioni micropermanenti non connesse a circolazione stradale. Non applicabilità dei criteri di cui all’art. 139 Cod. Ass., applicabilità delle cosiddette Tabelle milanesi
8 Giugno /0 Commenti/da AndreaMarzorati
http://paperarts.es/wp-content/uploads/2020/02/logo-nuevo-high.png 0 0 AndreaMarzorati http://paperarts.es/wp-content/uploads/2020/02/logo-nuevo-high.png AndreaMarzorati2018-06-08 12:14:542020-02-10 17:09:08Danno cagionato a sé stesso dall’alunno - Responsabilità dell’istituto scolastico e dell’insegnante - Natura giuridica - Responsabilità contrattuale, distinzione dall’ipotesi di responsabilità di cui all’art. 2048 c.c.
6 Giugno /0 Commenti/da AndreaMarzorati
http://paperarts.es/wp-content/uploads/2020/02/logo-nuevo-high.png 0 0 AndreaMarzorati http://paperarts.es/wp-content/uploads/2020/02/logo-nuevo-high.png AndreaMarzorati2018-06-06 09:48:142020-02-12 16:00:22Danno da perdita del rapporto parentale | Pluralità di danneggiati | Sinistri in cui sono coinvolti veicoli immatricolati all’estero: ruolo dell’Ufficio Centrale Italiano e massimale applicabile