Source: https://diazilla.com/doc/1101004/collegio-dei-geometri---collegio-provinciale-geometri-e-g.
Timestamp: 2019-09-17 07:36:50+00:00
Document Index: 144383208

Matched Legal Cases: ['art. 35', 'art. 36', 'art. 67', 'art. 36', 'art. 5', 'art. 36', 'art. 54', 'art. 37', 'e contrario', 'art. 7', 'art. 31', 'art. 18', 'art. 32', 'art. 41', 'art. 31', 'art. 12', 'art. 41', 'art. 31', 'art. 31', 'art. 31', 'art. 131', 'art. 31', 'art. 131', 'art. 31', 'art. 34', 'art. 34', 'art. 5', 'art. 5', 'art.\n31', 'art. 31', 'art. 22', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 12', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 5', 'art. 7', 'art. 4', 'art. 7', 'art. 31', 'art. 131', 'art. 31', 'art. 131', 'art. 7', 'art 87', 'art. 122', 'art. 86', 'art. 87', 'art. 86', 'art. 7', 'art. 34', 'art. 15', 'art. 7', 'art. 5', 'art. 6', 'art. 131', 'art. 1', 'art. 7', 'art. 5', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 5', 'art. 7', 'art.\n34', 'art. 1', 'art. 7', 'art. 134', 'art. 131', 'art.\n75', 'art. 38', 'art.\n3', 'art. 27', 'art. 27', 'art. 31', 'art. 131', 'art. 127', 'art. 5', 'art. 131', 'art 127', 'art. 27', 'art. 31', 'art. 27', 'art. 75', 'art. 7', 'art. 87', 'art. 86', 'art. 87', 'art 7', 'art. 127', 'art. 134', 'art. 127', 'art. 5', 'art. 119', 'art. 136']

Collegio dei Geometri - Collegio Provinciale Geometri e Geometri
47100 Forlì - Via Merenda, 3 - Tel. 0543 28436 - Telefax 0543 30823
E-mail: [email protected] - http://www.colgeofc.it
3 Consiglio Nazionale Geometri
Prima informativa.
4 Consiglio Nazionale Geometri
D.Lgs. 192/2005 di attuazione
della direttiva 2002/91/CE relativa
al rendimento energetico nell’edilizia.
10 Consiglio Nazionale Geometri
o mobili relativamente agli appalti
di lavori pubblici. DPR 222/2003.
Rubrica di Marino Mambelli
Inizia da questo numero la collaborazione con Marino Mambelli: romagnolo, giornalista, scrittore, ricercatore e... geometra. Per 12 mesi la sua penna colorerà, sulle pagine della nostra rivista, la professione del geometra e le attività ad essa
connesse. Si parlerà di case, di strade, di progetti, di mappe.
Ma in modo diverso dal solito. Oggi è la volta dei Confini.
16 Sito web - modifiche.
Una storia senza limiti
del Collegio dei Geometri
di Forlì - Cesena:
Presidente Loris CEREDI
Amerigo CAMUGNANI
Segretario Roberto CALLISESI
Tesoriere Roberto TURRONI
Consiglieri Moreno CHIARUCCI
Lauro LAZZARI
Lorella MIGNOGNA
Giuliano VILLI
Coordinatore stampa:
Roberto TURRONI
Confine: limite che circoscrive una proprietà o un territorio, punto estremo, termine, margine, marca, dogana, cippo, pietra miliare, mura, barriera, steccato, sbarra, porta, cancello, linea...
Chi, nella professione di geometra, impegna le giornate in campagna, sa bene che ogni confine custodisce almeno una storia interessante da raccontare. Quella recinzione abbattuta, quella vecchia siepe, quell’albero tagliato alla base, nascondono fatti e avvenimenti.
Storie di gente, situazioni. A volte tristi, a volte innocue.
Perché quella linea, che in mappa appare dritta come l’asse delle
ordinate, ha sul terreno un inspiegabile andamento ondulatorio?
È la storia dell’aratro che anno dopo anno, stagione dopo stagione,
sposta, con la lama maliziosa ma indolore, quel piccolo fosso di
scolo tra le due proprietà. Fino al giorno in cui il vicino se ne accorge e chiama il geometra: per controllare. Mappa alla mano e
strumento in bolla, l’agrimensore misura, controlla e prova a restituire ai poderi l’aspetto catastale. Ma ecco spuntare mille indizi e
una sola, classica, frase: il Catasto non è probatorio. E allora via libera alle contestazioni, alle divagazioni e alla fantasia... “Quel Gelso è sempre stato lì. Quand’ero bambino, mio nonno raccontava che
suo padre lo piantò proprio sul confine...”. “Quella spada di recinzione laggiù non è stata mai mossa. Lo sa che la spada segna il confine.
La spada non sbaglia mai...” “Il confine è giusto così. Lei non sa fare
il suo lavoro...”
E i picchetti? I picchetti sono oggetti magici: di notte si spostano, spariscono, riappaiono, a volte addirittura con un colore diverso... E allora? Allora, se si vuole far ragionare il confinante, anzi lo sconfinante, serve il geometra della controparte, uno che parla la tua stessa lingua e che come te lavora per ripristinare la linea d’impianto. Ma la
domanda, al geometra della controparte che vuole lavorare bene, non
Collegio dei Geometri di Forlì - Cesena
tarderà ad arrivare: “Ma sgnor geometro, lei per chi tiene? Io la pago e lei dà ragione a quello là?”. Non a caso
la parola confine deriva dal latino cum (insieme) + finis (temine). Perché il tuo confine è anche il confine
del tuo vicino.
Conosciamo confini che hanno segnato la storia. Il
fiume Rubicone, ad esempio, marcava il distacco tra
l’Italia romana e la Gallia Cisalpina. Fu Cesare a renderlo celebre. E confini che danno nomi alle città,
come la siciliana Barrafranca (sbarra oltre la quale, in
antichità, non si pagava il dazio), la modenese Finale
Emilia, la città toscana di Termine. La regione Marche ha un nome rivelatore: marca significa area di
frontiera. Anche la Romagna aveva il suo confine. In
quanto terra dei romani (Romania ), era così chiamata in contrapposizione alla Longobardia, ovvero terra
dei Longobardi (Lombardia). In mezzo, un confine
importante: secoli di storia. Ma esistono altri mille
limiti, reali o amministrativi, con i quali conviviamo
ogni giorno senza accorgercene. Solo due esempi.
Si chiamano genericamente croci di termine e il loro
compito è, o meglio era, quello di segnare, la fine di
una proprietà, di una pertinenza, di una competenza.
Una interessante citazione del connubio tra croce,
confine e fosso, la incontriamo sul volume Traverse di
Romagna di Farolfi e Fiorini. Leggiamo infatti che
nell’800, all’interno della Comunità di Terra del Sole,
la Strada Fiorentina era così delimitata: Dal confine
giurisdizionale dello Stato Pontificio, fino al confine con
la Comunità di Dovadola, nel fosso detto della Croce.
La barriera Cavour di Cesena
La croce sulla via Emilia
Cesena, la Barriera Cavour. Cartolina d’epoca.
(Forlì, Biblioteca A. Saffi, Fondo Piancastelli).
La croce che segna il termine del Comune di Forlì
e l’inizio della giurisdizione di Forlimpopoli (foto anno 2006).
Quell’insegna metallica un po’ malandata, ma ancora ben infissa nella carreggiata, incuriosisce ogni
volta che si percorre la via Emilia tra Forlì e Forlimpopoli. Tra gli abitanti della zona si è fatta largo l’idea che si tratti della localizzazione della casa di
“Sangue Romagnolo” del libro Cuore. Non è così.
Ma allora perché è in quella posizione, proprio in
mezzo alla strada? La risposta è semplice, perché segna un confine: il limite delle giurisdizioni di Forlì
e Forlimpopoli. La via Della Croce è infatti il confine. Un’occhiata alle mappe dell’Istituto Geografico Militare (rilievo del 1894) ci consente di individuare, dalla parte del comune di Forlimpopoli, anche il podere Della Croce che, evidentemente, ha
assunto il nome da quell’importante segno “politico-religioso”.
L’abitudine di averla ogni giorno sott’occhio l’ha resa pressoché invisibile. Per i cesenati è un punto di ritrovo, un toponimo, non un’espressione architettonica da ammirare e tanto meno un confine. Più di
una volta ha rischiato di essere demolita, ma per fortuna eccola ancora in piedi. Bella nelle sue forme
neoclassiche che ha voluto darle il progetto di Davide Angeli. È la barriera Cavour, l’antico limite daziario, che nel 1864 prese il posto del monumentale arco di porta Cervese, anch’esso nato per segnare un limite: non economico, ma difensivo. Il Dazio era un
tributo che colpiva le merci: volevi superare il confine con un prodotto? Pagavi il Dazio e i cancelli della
città si aprivano. L’imposta fu soppressa con il R. D.
20/3/1930 n. 141 e da quel momento tutte le barriere d’Italia subirono ogni tipo di destinazione e patirono ripetute demolizioni: servivano mattoni, servivano locali, serviva spazio per la viabilità, serviva innovazione. La barriera di Cesena è uno dei pochi limiti daziari ancora esistenti in Romagna. Il suo “confine in metallo” (il cancello), che per decenni è rimasto nei magazzini comunali, è stato da poco restaurato e diventerà il limite all’accesso dei Giardini Pubblici. Ma non chiamate il geometra per un controllo,
lo spostamento del confine è stato autorizzato...
Si ringraziano per la collaborazione: la Biblioteca Malatestiana di Cesena e la Biblioteca Saffi di Forlì.
Prot. n. 8808
Roma, 6 settembre 2006
LEGGE 4 AGOSTO 2006 N. 248 - PRIMA INFORMATIVA
l Supplemento Ordinario alla “Gazzetta Ufficiale”
n. 186 dell’11 agosto 2006 - Serie generale - pubblica la legge 4 agosto 2006 n. 248 ed il testo coordinato del decreto legge 4 luglio 2006 n° 223 con la relativa legge di conversione.
In relazione alle disposizioni introdotte dall’entrata in vigore della Legge 248/06, lo scrivente Consiglio Nazionale intende fornire un primo, specifico contributo che
consenta agli Organismi di categoria uniformità interpretativa e di comportamento.
Hanno sicuramente notevole rilevanza i disposti contenuti nell’articolo 2 (disposizioni urgenti per la tutela della concorrenza nel settore dei servizi professionali), nell’articolo 35
(misure di contrasto dell’evasione e dell’elusione fiscale), nell’articolo 36 (recupero di base imponibile) e nell’articolo 37
(disposizioni in tema di accertamento, semplificazione e altre misure di carattere finanziario) della nuova legge.
Passando ad un esame più specifico dell’articolato si osserva che il comma 1 dell’articolo 2 della legge 4 agosto
2006 n. 248 abroga le disposizioni legislative e regolamentari che prevedevano, con riferimento alle attività libero professionali ed intellettuali:
a) l’obbligatorietà delle tariffe professionali fisse o minime ovvero il divieto di pattuire compensi parametrati
al raggiungimento degli obiettivi perseguiti;
b) il divieto di svolgere pubblicità informativa:
- comporta l’eliminazione delle norme legislative e
regolamentari che vietavano la pubblicità;
c) il divieto di fornire servizi professionali di tipo interdisciplinare da parte di società di persone od associazioni tra professionisti.
Il comma 12 dell’art. 35 prevede l’obbligo di tenere uno o
più conti correnti bancari o postali ai quali far affluire le
somme riscosse nell’esercizio dell’attività professionale;
impone altresì che i compensi siano riscossi esclusivamente mediante assegni non trasferibili o bonifici bancari, salvo che per importi unitari inferiori a 100,00 euro. Il limite dei 100,00 euro, per il primo anno è elevato a 1.000,00
euro e, per il secondo anno, è limitato a 500,00 euro.
La Circolare n. 28E del 04/08/2006 dell’Agenzia delle
Entrate precisa che i conti correnti – bancari o postali –
non necessariamente devono essere “dedicati esclusivamente” all’attività professionale, ma possono essere utilizzati anche per le operazioni non riguardanti l’esercizio
Il comma 24 dell’art. 36 impone l’obbligo, ai sostituti di
imposta, di effettuare la ritenuta d’acconto IRPEF (pari
al 20%) sui compensi relativi a prestazioni di lavoro autonomo, anche non abituale, derivanti da obblighi di fare, non fare o permettere relativi a redditi diversi ai sensi
del comma 1, lettera l), art. 67 TUIR: Tale obbligo vale a
partire dal 04/07/2006.
I punti 2 e 3 del comma 27 dell’art. 36 prevedono che le
perdite delle società semplici e della associazioni derivanti dall’esercizio di arti e professioni vengono imputate a
ciascun socio nella proporzione stabilita dall’art. 5 del
DPR n. 917/86. Tali perdite verranno computate in diminuzione dei relativi redditi conseguiti nei periodi di
imposta e, per differenza, nei successivi periodi.
Il punto 29 del comma 27 dell’art. 36 modifica l’art. 54
del TUIR (Testo Unico delle Imposte sui Redditi) di cui
al DPR 917/86 specificando che concorrono a formare il
reddito i corrispettivi percepiti a seguito di cessione della
clientela o di elementi immateriali comunque riferibili
all’attività artistica o professionale oltre che le plusvalenze o minusvalenze dei beni strumentali se tali beni vengono destinati al consumo personale o familiare dell’esercente l’arte o la professione od a finalità estranee alla professione. È previsto che il professionista possa dedurre integralmente tutte le spese sostenute dal committente per
proprio conto, purché da quest’ultimo vengano addebitate nella fattura.
Il comma 15 dell’art. 37 introduce la definizione dei
“contribuenti minimi in franchigia”. Si tratta di un nuovo
regime IVA destinato a persone fisiche esercenti attività
commerciali, agricole e professionali che non effettuano
esportazioni e che realizzano un volume d’affari non superiore a 7.000,00 euro. Questi soggetti, esonerati dal
versamento dell’IVA, vengono individuati attraverso un
numero speciale di partita IVA, attribuito direttamente
dall’Agenzia delle Entrate. Per i dettagli, in merito a questo particolare regime, si rinvia alla Circolare dell’Agenzia
delle Entrate n. 28E del 04/08/2006.
Con questa circolare si intendono fornire alcuni spunti
di riflessione in ordine alle novità introdotte dalla legge
248/2006. Ulteriori approfondimenti saranno tempestivamente forniti non appena questo Consiglio sarà in possesso di contributi più qualificati e specifici da parte di
Geom. Piero PANUNZI
Prot. n. 8822
AL RENDIMENTO ENERGETICO NELL’EDILIZIA
i invia, per opportuna conoscenza, la Circolare del Ministero dello Sviluppo Economico - Direzione Generale
per l’energia e le risorse minerarie - recante “Chiarimenti e precisazioni riguardanti le modalità applicative del
decreto legislativo 19 agosto 2005 n. 192, di attuazione della direttiva 2002/91/CE relativa al rendimento energetico nell’edilizia”. A disposizione per eventuali chiarimenti, si coglie l’occasione per porgere cordiali saluti.
Il Cons.re Resp.le
Geom. Maurizio SAVONCELLI
DIREZIONE GENERALE PER L’ENERGIA E LE RISORSE
Oggetto: Chiarimenti e precisazioni riguardanti le modalità applicative del decreto legislativo 19 agosto
2005, n. 192, di attuazione della direttiva
2002/91/CE relativa al rendimento energetico
1. Il decreto legislativo 19 agosto 2005, n. 192, pubblicato
nel Supplemento ordinario n. 158/L alla Gazzetta Ufficiale, Serie Generale, n. 222, del 23 settembre 2005 (nel
seguito il decreto legislativo n. 192/05), ha introdotto
modifiche al preesistente quadro legislativo concernente
le prestazioni energetiche degli edifici e degli impianti
A seguito di segnalazioni ricevute da parte degli operatori
interessati e dalle associazioni degli utenti, affinché possa essere data un’applicazione uniforme delle norme, la Direzione Generale per l’energia e le risorse minerarie ritiene opportuno chiarire e precisare, con la presente circolare, le modalità applicative di alcune disposizioni del decreto legislativo n. 192/05.
2. Per quanto concerne il suo valore giuridico, la presente circolare non può, né intende, dare un’interpretazione autentica delle norme, interpretazione che spetta al legislatore.
Né la circolare intende modificare e integrare le norme
Piuttosto, la circolare ha un intento esplicativo e si propone
di aiutare gli operatori e i soggetti interessati ad interpretare
le norme emanate ai fini della loro applicazione, senza peraltro vincolare altre amministrazioni che, nell’ambito delle
proprie responsabilità, possono avvalersi o meno di quanto
qui di seguito esposto.
FINALITA DEL DECRETO LEGISLATIVO N. 192/05
3. Il decreto legislativo, come si evince dagli atti parlamentari,
ha, tra gli altri, gli obiettivi di:
a) miglioramento dell’efficienza energetica e riduzione delle emissioni inquinanti del settore civile (residenziale e
terziario) che assorbe oltre il 30% dell’energia utilizzata
dal Paese, orientando le modalità costruttive verso soluzioni più efficienti sotto il profilo dei costi, caratterizzate da un più elevato risparmio di energia nell’esercizio
degli edifici e degli impianti in essi installati o ad essi associati;
b) minimizzazione ed equa distribuzione degli oneri a carico dei cittadini;
c) ricerca di un diverso ed equilibrato assetto dei compiti
attribuiti dalla legislazione precedente alle amministrazioni locali;
d) maggiore competitività e sviluppo per le imprese nazionali interessate;
e) utilizzo, per gli obiettivi descritti nelle lettere precedenti, dei meccanismi di raccordo e cooperazione tra Stato,
regioni, province autonome ed amministrazioni locali.
4. In sintesi il decreto legislativo n. 192/05:
a) fissa livelli di isolamento termico degli edifici più elevati rispetto a quelli previgenti, fissati nel 1986, da conseguire in sede di nuova costruzione o ristrutturazione e
quindi a fronte di costi aggiuntivi molto contenuti rispetto al risparmio economico conseguibile dagli utenti;
b) promuove l’utilizzo di apparecchiature a maggior rendimento per gli impianti nuovi e ristrutturati nonché per
le nuove caldaie installate in sostituzione delle precedenti, anche in questo caso con margini di risparmio economico elevati rispetto agli extra costi;
c) prevede una graduale applicazione della certificazione
energetica degli edifici: obbligatoria per i nuovi edifici e
per le ristrutturazioni complete di edifici di notevole dimensione, e volontaria in tutti gli altri casi;
d) riduce gli impegni correlati alle necessarie attività di accertamento ed ispezione da parte degli enti locali, fissando una diversa tempistica degli adempimenti a carico
dei cittadini e consentendo uno snellimento delle procedure amministrative a cura degli enti locali;
e) favorisce una più estesa applicazione della normativa sul
territorio e di conseguenza la crescita della domanda di
manutenzione e l’efficienza complessiva del parco impianti termici nazionale;
f ) finalizza e rende efficaci gli adempimenti ispettivi sugli
impianti di riscaldamento da parte di comuni e province (attraverso un’adeguata selezione degli impianti cui,
per motivi tecnici, è opportuno dedicare maggiore attenzione) anche nella prospettiva di un futuro ampliamento dei compiti degli enti locali alla verifica sugli impianti di climatizzazione estiva e alla certificazione energetica degli edifici;
g) individua responsabilità professionali in merito alla conformità al progetto delle opere realizzate, contribuendo
a rendere più efficace il lavoro di accertamento e di ispezione a carico dei comuni.
5. Il decreto legislativo n. 192/05 aggiorna la legislazione in vigore, tenendo conto delle problematiche, delle difficoltà e
dei casi di successo incontrati in questi anni di attuazione,
dello sviluppo tecnologico e del mutato quadro dei costi di
investimento ed esercizio concernenti gli aspetti energetici
ed ambientali.
La legislazione italiana disciplina il contenimento dei consumi energetici negli edifici ed in particolare la progettazione, l’esercizio, la manutenzione e ispezione degli impianti
termici dal 1976, con la legge n. 373 del 30 aprile, poi sostituita dalla legge 9 gennaio 1991, n. 10, e suoi provvedimenti attuativi.
In considerazione del valore e delle potenzialità della certificazione energetica degli edifici, il decreto legislativo n.
192/05 semplifica la preesistente normativa e modula nel
tempo la sua applicazione, con l’obiettivo di rimuovere i
possibili ostacoli e favorire la sensibilizzazione dei cittadini e
degli operatori del mercato e l’apprezzamento da parte loro
dell’attestato di “qualità energetica” degli edifici quale strumento di discernimento e valorizzazione sul mercato delle
qualità energetiche degli edifici, di per sé non evidenti.
6. Il decreto legislativo n. 192/05 impone il rispetto di parametri e prescrizioni, oltre che nelle nuove costruzioni, anche
nelle ristrutturazioni degli edifici esistenti, nel rifacimento
degli impianti termici e nelle sostituzioni dei generatori di
calore, modulando i vincoli e gli oneri in funzione dell’importanza degli interventi previsti. Tali disposizioni sono immediatamente esecutive.
Il decreto legislativo n. 192/05, individuando nella certificazione energetica degli edifici un mezzo per valorizzare economicamente, anche in sede di vendita o locazione, gli investimenti effettuati ai fini del risparmio energetico e della
protezione dell’ambiente, intende promuovere una certificazione energetica su base volontaria, da realizzare attraverso metodi semplificati a basso costo che saranno definiti nelle Linee guida nazionali in corso di predisposizione.
DESCRIZIONE DELLE NORME
Articolo 3 (Ambito di intervento)
Le disposizioni previste da questo articolo si riferiscono alle
nuove norme di progettazione e di realizzazione di opere (edifici, impianti o parti di essi), in occasione di ristrutturazioni o sostituzioni di apparecchiature, e in quanto tali sono riferimento
per i successivi articoli in cui vengono richiamate, in particolare
per l’articolo 6, con le limitazioni ivi stabilite.
L’intervento individuato al comma 2, lettera a), numero 1), si
intende come ristrutturazione integrale di tutti gli elementi edilizi costituenti l’involucro di edifici esistenti di superficie utile
superiore a 1.000 metri quadrati.
L’applicazione prevista al comma 2, lettera b), si intende integrale, cioè comprensiva del calcolo del fabbisogno globale di
energia, anche se limitata alla parte di edificio nuova, quando
questa sia volumetricamente superiore al 20% della parte preesistente.
Il caso di ampliamenti volumetricamente meno importanti ricade invece nella casistica prevista alla lettera c), numero 1, del
medesimo comma 2, e gli obblighi di legge sono quindi limitati al rispetto di specifici parametri, livelli prestazionali e prescrizioni relativamente agli elementi edilizi ed impiantistici su cui si
interviene, con esclusione della necessità di procedere al calcolo
del fabbisogno globale.
Con il comma 2, lettera c), numero 1, si stabilisce il principio
che, quando si decide di intervenire su un edificio con opere
che, a titolo esemplificativo e non esaustivo, riguardano la sostituzione anche parziale dei serramenti, il rifacimento di pareti
esterne, del tetto o dell’impermeabilizzazione della copertura, si
deve porre attenzione anche al risparmio energetico che con
l’occasione si può conseguire, e quindi eseguire i lavori nel rispetto degli specifici parametri, livelli prestazionali e prescrizioni poste dal decreto legislativo.
Articolo 4 (Adozione di criteri generali, di una metodologia di
calcolo e requisiti della prestazione energetica)
Il decreto legislativo n. 192/05 è in vigore dall’8 ottobre 2005,
e la disciplina transitoria prevista al titolo II, in particolare, è
esecutiva e pienamente applicabile senza attendere l’emanazione dei provvedimenti previsti da questo articolo. La eventuale mancata o ritardata emanazione di questi provvedimenti
potrebbe influire solo su aspetti non definiti compiutamente
dal decreto né da altra legislazione vigente, quali ad esempio la
certificazione degli edifici o la valutazione e certificazione di
impianti di climatizzazione estiva, e sempre che le singole regioni e province autonome, in conformità a quanto previsto
all’articolo 17, non adottino proprie norme attuative su tali
Articolo 8 (Relazione tecnica, accertamenti e ispezioni)
Un edificio per il quale la richiesta del permesso di costruire sia
stata presentata anteriormente alla data di entrata in vigore del
decreto legislativo, tenendo conto della definizione di “edificio
di nuova costruzione” riportata all’articolo 2, va considerato, ai
fini del decreto (e di questo articolo in particolare), come edificio esistente, indipendentemente dal grado di avanzamento dei
lavori, che possono quindi essere completati secondo il progetto iniziale, redatto sulla base della previgente normativa.
Una variante in corso d’opera che sia sostanziale può essere considerata (sempre e soltanto ai fini delle norme sull’efficienza
energetica, ed a seconda della rilevanza e dell’estensione delle
modifiche che si intendono apportare rispetto al progetto originale) una ristrutturazione, totale o parziale, o un intervento di
manutenzione straordinaria su un edificio esistente, applicando
i passaggi pertinenti del secondo comma dell’articolo 3 del decreto legislativo.
Conseguentemente, la relazione tecnica dovrà essere coerente
con le nuove norme, ma solo relativamente a quanto sostanzialmente modificato. Le autorità competenti, nel valutare la situazione e la documentazione presentata, dovranno tenere adeguato conto dello spirito costruttivo e non penalizzante della norma, come illustrato in altri passaggi della presente circolare.
ta alla sua disciplina, fino dall’entrata in vigore del decreto legislativo, gli “impianti termici esistenti per il riscaldamento invernale”, escludendone, fino all’entrata in vigore dei decreti di
cui all’articolo 4 o delle norme attuative regionali, gli apparecchi per la sola produzione di acqua calda sanitaria di potenza
nominale del focolare superiore anche ai 15 kW.
Articolo 9 (Funzioni delle regioni e degli enti locali)
In questo articolo si riconosce, a norma della Costituzione vigente, la competenza legislativa concorrente sulla materia delle
regioni e delle province autonome, attribuendo loro il compito
di provvedere all’attuazione delle norme, e parlando quindi genericamente di “autorità competenti” o “enti o organismi preposti” per quanto riguarda accertamenti ed ispezioni (e quindi
potestà sanzionatoria).
La norma non è in contrasto con gli articoli 129 e 132 del decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380
(Testo Unico sull’edilizia), in quanto questi appartengono alla
parte non innovativa o ricognitiva del provvedimento, che lascia
intatto il valore giuridico delle norme precedenti, puntualmente richiamate nella declaratoria degli articoli. Ciò è precisato all’articolo 137 del medesimo Testo Unico. Il decreto legislativo
n. 192/05 ha infatti abrogato l’articolo 34, comma 3, della legge 9 gennaio 1991, n. 10, il cui testo è stato riportato nell’articolo 132, comma 3, del Testo Unico sull’edilizia.
Articolo 16 (Abrogazioni e disposizioni finali)
In relazione ad una apparente eterogeneità nella stesura delle
disposizioni abrogative presenti in questo articolo, per principio
giuridico generale e nell’ambito della delega conferita, un decreto legislativo ha valore di legge e prevale su precedenti leggi e
decreti in tutti i punti di incompatibilità, lasciando i provvedimenti preesistenti totalmente efficaci per il resto.
Si evidenziano, a titolo meramente esemplificativo e non esaustivo, alcuni casi in cui il predetto principio è efficace:
il comma 2, articolo 9, del decreto legislativo, subentra al comma 3, articolo 31, della legge 9 gennaio 1991, n. 10;
il comma 1, allegato L, del decreto legislativo, subentra al comma 4, articolo 11, del decreto Presidente della Repubblica 26
agosto 1993, n. 412, già modificato dal decreto Presidente della Repubblica 21 dicembre 1999, n. 551.
Articolo 11 (Requisiti della prestazione energetica degli edifici)
L’ambito di intervento dell’articolo, e del connesso allegato I, è
quello definito all’articolo 3 del decreto legislativo 19 agosto
2005, n. 192, dal quale emerge chiaramente come lo spirito della norma sia di imporre una corretta progettazione e realizzazione delle nuove opere, senza tuttavia aggravare gli operatori ed i
cittadini, costringendoli a rimettere mano a cose già completate
o in corso di completamento.
Comma 12 (impianto termico)
Nell’applicare l’ultimo periodo della definizione del concetto di
impianto termico, si deve tenere conto solo degli apparecchi fissi,
alimentati ad energia elettrica o a combustibile liquido o gassoso,
e dotati, da parte del costruttore, dei necessari dati di targa fra cui
necessariamente il valore della potenza nominale del focolare.
Restano esclusi dal computo gli apparecchi portatili di emergenza (che, in quanto tali, non sono destinati “al servizio di una
specifica unità immobiliare”) e, come si evince dal primo periodo della definizione, gli apparecchi destinati alla sola produzione di acqua calda sanitaria per uso unifamiliare.
Si segnala che, per un errore redazionale, compaiono due distinti
commi numero 20, contenenti uno la definizione di parete fittizia e l’altro quella di ponte termico. Non sembra tuttavia che la
cosa possa creare dubbi interpretativi o difficoltà applicative.
Articolo 12 (Esercizio, manutenzione e ispezione degli impianti
termici)
Le norme previste per il periodo transitorio riguardano tutti gli
impianti termici per il riscaldamento invernale, siano essi nuovi
o già esistenti all’entrata in vigore del decreto legislativo, come
dichiarato esplicitamente nel testo dell’articolo.
Molti sono i passaggi normativi nel testo del decreto, negli allegati e negli atti di accompagnamento che confermano questa
interpretazione. È particolarmente significativo il comma 13
dell’allegato L: se il volere del legislatore era di applicare tale
allegato solo agli impianti degli edifici nuovi o ristrutturati
dopo l’entrata in vigore del decreto legislativo, non avrebbe
avuto alcun senso precisare che “Le attività di accertamento e
ispezione avviate dagli enti locali ai sensi dell’articolo 31, comma 3, della legge 9 gennaio 1991, n. 10, prima della data di
entrata in vigore del presente decreto, conservano la loro validità e possono essere portate a compimento secondo la normativa preesistente per un biennio a partire dalla predetta data di entrata in vigore.”.
Sulla base di quanto sopra si deduce che il legislatore intendesse
intervenire sulle nuove realizzazioni e sulle ristrutturazioni edili
ed impiantistiche, ivi incluse le mere sostituzioni di caldaia, nei
modi e nei tempi indicati all’articolo 3, e sulle norme riguardanti l’esercizio, la manutenzione e l’ispezione degli impianti
termici (di tutti gli impianti termici, preesistenti e nuovi) secondo quanto previsto agli articoli 7, 9 e 12.
Inoltre, anche in relazione alla definizione di “impianto termico” riportata al punto 12 dell’allegato A, l’articolo 12 assogget-
(ULTERIORI DEFINIZIONI)
(RELAZIONE TECNICA)
Punto 1 (Informazioni generali)
La classificazione dell’edificio richiesta al 5° capoverso deve evidentemente avvenire in base alla categoria di cui all’articolo 3
del decreto Presidente della Repubblica 26 agosto 1993, n. 412,
regolamento attuativo della legge 9 gennaio 1991, n. 10.
Prima fincatura: l’edificio (o il complesso di edifici) rientra tra
quelli di proprietà pubblica o adibiti ad uso pubblico ai fini dell’articolo 5, comma 15, del decreto del Presidente della Repubblica 26 agosto 1993, n. 412 (utilizzo delle fonti rinnovabili di
energia) e dell’allegato I, comma 14 e non “dell’articolo 10, comma 16”, come erroneamente riportato, del decreto legislativo.
Seconda fincatura: il riferimento non è l’articolo 4, comma 1,
della legge 10 (abrogato), ma l’articolo 4, comma 1, lettera b),
Terza fincatura: l’ulteriore indicazione richiesta in merito alla
disciplina di riferimento articolo 4, comma 2, della legge 9 gennaio 1991, n. 10, non è pertinente, a seguito dell’abrogazione
del comma citato fatta all’articolo 16 del decreto legislativo.
Punto 6 (Principali risultati dei calcoli)
Nel testo si fa più volte riferimento ai “valori limite riportati all’articolo 10 del decreto legislativo” nel quale erano contenute,
in una stesura non definitiva, le norme e le tabelle poi inserite in
parte nell’allegato C ed in parte nell’allegato I del decreto legislativo. Considerato che l’attuale articolo 10 contiene norme sul
monitoraggio dell’attuazione della legge, che nulla hanno a che
fare con le caratteristiche fisiche degli elementi costruttivi, l’errore appare evidente e risulta agevole, per un tecnico, individuare i giusti passaggi della norma a cui fare riferimento.
ALLEGATI F E G
(RAPPORTI DI CONTROLLO TECNICO)
Punto A (Identificazione dell’impianto)
Nel caso di impianti dotati di più generatori di calore, alla prima scheda va allegata una scheda per ogni ulteriore generatore.
Note finali (Avvertenze per il tecnico ed il responsabile dell’impianto)
L’esempio riportato al punto 4 è indicativo e i valori della superficie di ventilazione riportati non sono riferibili ad una centrale
termica. La messa fuori servizio dell’impianto e la diffida al suo
utilizzo sono provvedimenti eccezionali, giustificati solo dalla
necessità di ripristinare le condizioni di sicurezza per le persone,
per gli animali e per le cose. L’interruzione di un servizio essenziale quale il riscaldamento invernale non può essere giustificata
da una mancata ottimizzazione dell’efficienza energetica, ferma
restando la sanzionabilità della fattispecie a norma di legge.
(REGIME TRANSITORIO PER LA PRESTAZIONE
ENERGETICA DEGLI EDIFICI)
Con questo comma sono fissate, per tutte le categorie di edifici,
le prestazioni energetiche minime da raggiungere, lasciando al
progettista ampia libertà di scelta tra tutte le possibili soluzioni
realizzative per il raggiungimento del risultato. La determinazione del fabbisogno annuo di energia primaria per la climatizzazione invernale e la verifica che lo stesso risulti inferiore ai valori riportati nella tabella 1, punto 1, dell’allegato C, è la scelta
progettuale ottimale e non deve essere necessariamente accompagnata dalle verifiche previste ai commi 6, 7 e 8 che rappresentano, per tutte le categorie di edifici e come indicato al comma 5, una opzione alternativa volta alla semplificazione.
Il comma impone, nel caso di interventi sull’involucro edilizio
che non ricadano nel campo di applicazione del comma 1, il rispetto di quanto stabilito ai commi 6, 7 ed 8, ed alla relativa
parte dell’allegato C. Poiché i valori limite dell’allegato C si applicano a partire dall’1 gennaio 2006, anche questo comma, in
realtà si applica a decorrere da tale data. Si evidenzia che i commi 6, 7 ed 8 esentano dall’obbligo gli edifici della categoria E8.
Nel caso di nuova installazione o ristrutturazione integrale di
impianti termici, la norma prevede il calcolo del fabbisogno
energetico dell’edificio, pur consentendo valori decisamente superiori a quelli previsti per le nuove realizzazioni edilizie. Ciò è
stato fatto per stimolare una diagnosi energetica completa e la
realizzazione, se necessario, degli interventi correttivi più energeticamente rilevanti ed economicamente convenienti, senza
tuttavia costringere gli interessati a ristrutturare tutto l’edificio.
Nel caso di mera sostituzione del generatore di calore (con installazione di un nuovo generatore di potenza non superiore a
quella del preesistente per oltre il 10%) gli adempimenti sono
ulteriormente semplificati e circoscritti all’adozione di generatori di qualità e di adeguati sistemi di termoregolazione.
Con questa norma di semplificazione il decreto legislativo n.
192/05 stabilisce che l’innalzamento dell’efficienza media del
parco caldaie del Paese sia una delle misure più importanti per
il contenimento dei consumi energetici e per la riduzione delle
emissioni inquinanti del settore.
In una situazione impiantistica diversificata e variegata come
quella italiana, in relazione alle tipologie e ai contesti urbanistici e sociali presenti, questa disposizione può porre problematiche di adeguamento impiantistico difficilmente catalogabili a
priori, in particolare nel caso di impianti collegati a canne fumarie collettive ramificate, molto diffuse in ambito condominiale e particolarmente delicate sotto il profilo della sicurezza.
Premesso che già il decreto Presidente della Repubblica 26 agosto 1993, n. 412, come modificato dal decreto Presidente della
Repubblica 21 dicembre 1999, n. 551, consente lo scarico a parete dei fumi di combustione quando il generatore sia di alta
qualità ed il sistema di evacuazione al tetto sia inesistente o inadatto, è auspicabile che, in presenza di specifiche situazioni, descritte e motivate da professionisti, e di impegni programmatori da parte dei proprietari, gli Uffici tecnici comunali manifestino una giusta dose di flessibilità nelle modalità e nei tempi di
realizzazione degli interventi, tenendo conto in particolare della
assoluta necessità di privilegiare le esigenze di sicurezza delle
persone e delle cose.
Per quanto riguarda il testo in dettaglio, le condizioni di cui alla lettere a), b), c) e d) dell’allegato I, comma 4, del decreto legislativo n. 192/05 appaiono attinenti più alla realizzazione dell’impianto ed alle caratteristiche funzionali dei suoi componenti piuttosto che a scelte di natura progettuale o relative al combustibile da utilizzare. Il riferimento esplicito alla temperatura
del fluido termovettore “in corrispondenza delle condizioni di
progetto”, tuttavia, presuppone l’esistenza di un progetto a cui
fare riferimento. In tal caso è sufficiente un’attestazione di conformità al progetto da parte dell’installatore abilitato. Altrimenti, ad avviso di questa Direzione Generale, potrebbe essere effettivamente necessario l’intervento di un professionista, che provveda, se non ad una verifica progettuale dell’intero impianto,
quanto meno ad una valutazione più approfondita delle future
Analogamente, il riferimento alla marcatura di rendimento
energetico prevista dal decreto del Presidente della Repubblica
15 novembre 1996, n. 660, non sembra voglia imporre necessariamente il passaggio ad un combustibile gassoso, purché si ottengano analoghi livelli di rendimento.
Il riferimento di cui al punto c) deve intendersi “al successivo” e
non “al precedente” comma 12.
Questo comma, come il comma 2 e per le medesime ragioni, si
applica a partire dall’1 gennaio 2006. Le disposizioni ivi previste
vogliono costituire un’alternativa, a scelta dell’interessato, a
quanto fissato al comma 1, per tutti gli edifici nuovi, ampliati o
ristrutturati. Se si rispettano pertanto i limiti di trasmittanza termica fissati ai commi 6, 7 ed 8 e si garantisce un buon rendimento medio stagionale dell’impianto termico, il calcolo dettagliato del fabbisogno può essere omesso, attribuendo all’edificio,
o porzione interessata, il valore massimo ammesso dalla norma.
Il rimando ai “limiti fissati ai commi 6, 7 ed 8” e non “alle disposizioni dei commi 6, 7 ed 8” consente di affermare che gli edifici di categoria E8, mentre sono esentati dall’obbligo di rispetto
dei limiti in caso di intervento parziale, come precisato con riferimento al comma 2, non sono esclusi dall’applicarli volontariamente, come alternativa al calcolo del fabbisogno globale.
Il rispetto dei vincoli e delle alternative poste in questo comma
garantisce la corrispondenza dei risultati con la metodologia di
calcolo del fabbisogno prevista al comma 1 nei casi in cui il rapporto tra la superficie trasparente e la superficie disperdente totale rientri al di sotto del 10% per le villette unifamiliari e del
20% per gli edifici di maggiore dimensione. Nella realtà, in
considerazione di alcuni margini di sicurezza che sono stati posti nel calcolo, con questo metodo si sottostima l’efficienza energetica dell’edificio attribuendogli un consumo maggiore di
quello che verrebbe operando conformemente al comma 1.
Per quanto riguarda soluzioni architettoniche diverse, ed in particolare per quelle che privilegiano ampie superfici vetrate, che
possono trovare giustificazione anche in altre considerazioni, si
consiglia l’utilizzo del metodo previsto al comma 1.
(REGIME TRANSITORIO PER ESERCIZIO
E MANUTENZIONE DEGLI IMPIANTI TERMICI)
Secondo le segnalazioni pervenute da diverse Associazioni di
operatori o consumatori, questo comma è stato da taluni interpretato come una modifica della frequenza dei controlli di sicurezza sugli impianti di riscaldamento e sugli apparecchi.
A maggior chiarimento del testo normativo si precisa quanto
a) Sia la precedente legislazione (decreto Presidente della Repubblica 26 agosto 1993, n. 412, come modificato dal decreto Presidente della Repubblica 21 dicembre 1999, n.
551) che la nuova (questo comma), lasciano al costruttore
dell’impianto (nel caso dei piccoli impianti all’installatore)
o al fabbricante dell’apparecchio la responsabilità di definire la frequenza e la tipologia delle operazioni di controllo e
manutenzione necessarie per mantenere gli impianti e gli
apparecchi in condizioni di sicurezza per le persone e per le
cose ed in condizioni di perfetta efficienza.
b) I fabbricanti di apparecchi a gas, in particolare, hanno l’obbligo ai sensi del decreto del Presidente della Repubblica 15
novembre 1996, n. 661, di corredare l’apparecchio di istruzioni tecniche per l’installatore e di istruzioni per l’uso e la
manutenzione redatte nella lingua del Paese di commercializzazione, tali da permettere l’esecuzione corretta di tali lavori e l’utilizzazione sicura dell’apparecchio. Questa documentazione deve essere consegnata al proprietario dell’impianto e da questi conservata diligentemente e consegnata
all’eventuale subentrante.
c) Analogamente i progettisti ed i costruttori di impianti ed i
fabbricanti di apparecchi di riscaldamento diversi da quelli
di cui al punto precedente, nell’ambito delle rispettive responsabilità, hanno il diritto ed il dovere di definire e dichiarare esplicitamente, in forma scritta, al committente o
all’utente quali siano le operazioni di controllo e manutenzione di cui necessita l’impianto da loro progettato, costruito, fabbricato o modificato, per garantire la sicurezza
delle persone e delle cose, e con quale frequenza queste vadano effettuate.
d) Sia la precedente che la nuova legislazione prevedono comunque che per la restante parte dell’impianto e per gli apparecchi per i quali non siano disponibili le istruzioni specifiche (nel senso che tale documentazione non è più rintracciabile neppure presso il fabbricante degli apparecchi,
come talvolta succede) si debba far riferimento alle norme
UNI e CEI applicabili, norme che debbono naturalmente
tener conto prioritariamente alle esigenze di sicurezza.
e) Solo in ultima istanza, sia la vecchia che la nuova legislazione, pongono per le operazioni di controllo tecnico (dalle
quali può discendere o meno la necessità di un intervento
di manutenzione) scadenze temporali massime legate alle
esigenze di efficienza energetica e salvaguardia dell’ambiente, e non alle esigenze di sicurezza, che sono salvaguardate
dalla legge 5 marzo 1990, n. 46 e suoi decreti attuativi e,
per gli impianti a gas, dalla legge 6 dicembre 1971, n. 1083
leggi sulle quali né la legge 9 gennaio 1991, n. 10, né l’attuale decreto legislativo n. 192/05, potevano o intendevano
f ) Il decreto legislativo n. 192/05 fissa dei nuovi intervalli
massimi, in parte superiori agli analoghi valori fissati dalla
legislazione precedente:
i. ogni anno per gli impianti alimentati a combustibile liquido o solido indipendentemente dalla potenza, ovvero alimentati a gas di potenza nominale del focolare
maggiore o uguale a 35 kW;
ii. ogni due anni per gli impianti, diversi da quelli individuati al punto a), di potenza nominale del focolare inferiore a 35 kW dotati di generatore di calore con una
anzianità di installazione superiore a otto anni e per gli
impianti dotati di generatore di calore ad acqua calda a
focolare aperto installati all’interno di locali abitati;
iii. ogni quattro anni per tutti gli altri impianti di potenza
nominale del focolare inferiore a 35 kW.
I nuovi intervalli massimi richiamati alla lettera f ) sono prescritti dal decreto legislativo solo ai fini del contenimento dei
consumi energetici e della conseguente salvaguardia dell’ambiente, fini per i quali tale frequenza è più che sufficiente. Un
tecnico che interviene su un impianto ai fini del risparmio
energetico o del controllo delle emissioni non può trascurare,
prioritariamente, di verificare se l’impianto è e resta in condizioni di funzionare in sicurezza (le notazioni apposte in fondo
ai moduli predisposti sono finalizzate a rammentare questa
esigenza primaria, nell’interesse sia degli utenti che degli operatori).
Le norme sulle verifiche di efficienza fissate prima dalla legge 9
gennaio 1991, n. 10, e suoi decreti attuativi, ed ora dal decreto
legislativo n. 192/05, pertanto, hanno svolto, e continueranno
a svolgere, un’azione significativa anche in termini di sicurezza
degli impianti stessi, ma non sono state emanate per questo fine specifico.
Stante il quadro legislativo sintetizzato ai punti precedenti,
gli installatori ed i manutentori degli impianti termici (qualificati ai sensi della legge 5 marzo 1990, n. 46), nell’ambito
delle rispettive responsabilità, hanno il diritto-dovere di definire e dichiarare esplicitamente al committente o all’utente,
in forma scritta e facendo riferimento alla documentazione
tecnica del progettista dell’impianto o del fabbricante degli
apparecchi, quali siano le operazioni di controllo e manutenzione di cui necessita l’impianto da loro installato o manutenuto, per garantire la sicurezza delle persone e delle cose, con
quale frequenza queste vadano effettuate e quale sia la prossima scadenza.
Solo nell’ipotesi che l’intervallo di tempo consentito dalle considerazioni di sicurezza superasse i limiti fissati dalla legge per
fini di efficienza energetica scatterebbe l’obbligo di verifica anticipata del rendimento energetico.
Gli utenti finali dovrebbero conservare la documentazione tecnica di corredo al loro impianto o, nel caso non fosse stata loro
consegnata o fosse andata smarrita, dovrebbero rivolgersi ai
fabbricanti o importatori degli apparecchi per ottenerne copia.
Il comma considera anche le centrali alimentate a combustibili solidi, come affermazione di principio. In realtà, il rimando
al decreto del Presidente della Repubblica 15 novembre 1996,
n. 660, per i generatori ad acqua calda ed all’allegato E del decreto Presidente della Repubblica 26 agosto 1993, n. 412, per
quelli ad aria calda, ne circoscrive l’applicazione ai combustibili liquidi e gassosi, non essendo fissata negli altri casi una soglia
di rendimento minima, né le norme tecniche di riferimento
operativo. Successivi decreti o le norme regionali potranno ampliare l’ambito di applicazione, fissando soglie di riferimento e
Il comma si riferisce alle operazioni “di controllo e manutenzione sui generatori di calore” presupponendo quindi che si
tratti di operazioni che prevedono necessariamente l’intervento
di un tecnico qualificato e non di operazioni di manutenzione
ordinaria che possono essere svolte anche dall’utente sulla base
delle istruzioni predisposte dal fabbricante dell’apparecchio.
Laddove si renda necessario l’intervento di un tecnico qualificato su un generatore di calore, sembra ragionevole pensare che
uno dei primi controlli da fare riguardi la correttezza della
combustione, cioè il rendimento. Laddove, per ipotesi estrema,
si verifichi una piccola perdita di acqua, pochi giorni dopo un
controllo completo comprensivo di verifica di rendimento, sarebbe contrario quanto meno allo spirito della norma imporre
una ulteriore verifica di rendimento, oggettivamente inutile.
Commi 4, 5 e 6
I livelli minimi di rendimento di combustione riportati nell’allegato H del decreto legislativo n. 192/05 sono validi soltanto
per le verifiche effettuate sui generatori di calore installati a
partire dall’entrata in vigore del decreto medesimo. Per quelli
installati precedentemente valgono i valori riportati all’articolo
11, comma 14, del decreto Presidente della Repubblica 26 agosto 1993 e successive modificazioni, e relativo allegato E.
A norma di questo comma, le delibere e le convenzioni risalenti agli anni passati che sono alla base delle attività di accertamento e ispezione attualmente in corso costituiscano presupposto per completare le attività secondo le normative preesistenti, fino alla scadenza prevista dalle convenzioni medesime, ma comunque non oltre il biennio previsto dal comma
È rimessa quindi alla discrezionalità dell’amministrazione locale la valutazione della possibilità di tenere conto delle nuove
norme nella fase attuativa sul campo. Tuttavia, le nuove norme
vanno comunque attentamente considerate in caso di eventuali contestazioni che possano preludere (secondo la vecchia normativa, ma non secondo la nuova) a provvedimenti sanzionatori.
Per accertamento si intende l’insieme delle attività di controllo pubblico diretto a verificare in via esclusivamente documentale che gli impianti siano conformi alle norme vigenti e
che rispettino le prescrizioni e gli obblighi stabiliti, mentre
per ispezione si intende l’insieme delle attività di controllo
pubblico svolte presso gli impianti da parte di tecnici qualificati.
Nell’ambito dell’accertamento si comprende l’acquisizione dei
dati necessari alla costituzione di un sistema informativo relativo agli impianti termici presenti sul territorio e la dichiarazione di avvenuta manutenzione degli stessi. La dichiarazione deve essere redatta nel rispetto di quanto previsto ai commi 9 e 10
dell’allegato L.
Eventuali problematiche che dovessero sorgere, in relazione alle diverse scadenze temporali previste per la manutenzione degli impianti termici dal decreto legislativo 19 agosto 2005, n.
192, possono essere risolte attraverso le correnti comunicazioni organizzative con i cittadini.
A titolo esemplificativo si precisa che, secondo il nuovo quadro
legislativo, il cittadino che dispone di una caldaia unifamiliare
di tipo C installata l’anno scorso, per la quale il fabbricante ha
prescritto l’effettuazione della manutenzione dopo tre anni di
utilizzo e l’installatore, all’atto del primo avviamento, ha provveduto alla verifica del rendimento di combustione in opera,
può attendere ancora due anni prima di provvedere a far eseguire le operazioni di controllo e manutenzione, ivi compreso
il controllo di rendimento.
Tuttavia, se l’amministrazione locale competente ha deciso,
nell’ambito della sua autonomia, di imporre ai cittadini l’invio
di un’autocertificazione con frequenza annuale (la normativa
previgente al decreto legislativo n. 192/05 prevedeva per le verifiche degli enti locali una “cadenza almeno biennale”), e se
l’Amministrazione locale medesima non ritiene di modificare
tale sua decisione alla luce della nuova normativa, il cittadino
in questione è tenuto ad autocertificare anche quest’anno e
l’anno prossimo che il proprio impianto è in regola, ma lo può
fare sulla base del controllo effettuato in sede di primo avviamento, senza necessità di sottoporre l’impianto ad ulteriori,
inutili controlli tecnici.
Il cittadino dovrà in sostanza pagare solo il ticket del bollino
per l’autocertificazione ed inviare all’amministrazione locale, o
all’ente da questa incaricato, copia del referto tecnico di primo
avviamento e della parte del libretto di uso e manutenzione in
cui il fabbricante fissa la frequenza dei controlli tecnici.
Entrata in vigore del decreto legislativo
Il decreto legislativo è entrato in vigore l’8 ottobre 2005 (corrispondente al decorso di quindici giorni dalla pubblicazione
sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana, c.d. vacatio
legis), non essendo stato previsto un termine diverso nel suo
La clausola di cedevolezza (articolo 17 del decreto legislativo n.
192/05) ne fa cessare l’efficacia a decorrere dalla data di entrata in vigore di eventuali provvedimenti di competenza delle regioni e province autonome, ovviamente limitatamente al territorio di competenza e per le parti in contrasto.
La presente circolare, pubblicata nel sito del Ministero dello
sviluppo economico, ha valore dalla data di pubblicazione.
prof. Sergio GARRIBBA
Prot. n. 8824
RELATIVAMENTE AGLI APPALTI DI LAVORI PUBBLICI.
DPR 222/2003
AUTORITA PER LA VIGILANZA SUI CONTRATTI PUBBLICI
on riferimento alla nostra precedente nota prot. n. 2524 dell’8 marzo u.s., per completezza di informazione, si
trasmette in allegato copia della Determinazione n. 4 del 26 luglio 2006 riguardante l’oggetto, emanata dall’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture.
Tale Determinazione è frutto anche dall’impegno del Consiglio Nazionale che, nel mese di febbraio 2006, su specifica richiesta dell’Autorità , ha puntualmente predisposto, con la collaborazione del Gruppo di lavoro del Comitato Ristretto Sicurezza, un “documento di osservazioni”, presentato durante una audizione tenuta presso l’Autorità il 23
marzo u.s. Si ritiene che tale documento, unitamente all’elaborato prodotto in Itaca - Istituto per l’innovazione e trasparenza degli appalti e la compatibilità ambientale - (vedi nostra nota succitata) sia stato un valido contributo per la
stesura della Determinazione in argomento.
A disposizione per eventuali chiarimenti, si coglie l’occasione per porgere cordiali saluti.
Autorità per la vigilanza sui contratti publici di lavori servizi e forniture
DETERMINAZIONE N. 4/2006
Oggetto: Sicurezza nei cantieri temporanei o mobili relativamente agli appalti di lavori pubblici. D.P.R.
222/2003. Art. 131 d.lgs. n. 163 del 12.04.2006.
Da parte di stazioni appaltanti ed associazioni di categoria sono stati chiesti chiarimenti in ordine all’applicazione del
D.P.R. 222/2003. Diversi dubbi interpretativi sono stati evidenziati soprattutto in riferimento all’art. 7 di detto D.P.R.
222, riguardante la stima dei costi della sicurezza.
• l’attualità del metodo di calcolo dei costi della sicurezza già
proposto dall’Autorità nella determinazione n. 2/2001;
• l’ascrivibilità del costo delle opere provvisionali (e in particolare dei ponteggi) ai costi della sicurezza.
Alla luce del mutato quadro normativo, della rilevanza degli argomenti relativi alla sicurezza dei lavoratori nei cantieri, l’Autorità ha ravvisato l’esigenza di un nuovo pronunciamento sulla
materia, già oggetto di numerose determinazioni (determinazioni nn. 12/99, 37/2000, 2/2001, 11/2001, 2/2003).
Allo scopo di pervenire ad una interpretazione condivisa sui
temi sollevati nei quesiti e sulle altre problematiche derivanti
dall’entrata in vigore del D.P.R. 222/2003, il Consiglio dell’Autorità ha deciso di procedere a una audizione delle rappresentanze delle categorie e degli organi istituzionali interessati alla tematica.
All’audizione, tenutasi nei giorni 22 e 23 marzo 2006, hanno
preso parte i rappresentanti delle seguenti amministrazioni
ed associazioni: i Ministeri della Salute, del Lavoro e delle Politiche Sociali, delle Infrastrutture e Trasporti, la Commissione Salute delle Regioni e Province Autonome, i Consigli Nazionali degli Architetti, degli Ingegneri, dei Geometri e dei
Periti edili e industriali, l’ANCE, le associazioni sindacali FENEAL-UIL, FILCA-CISL, FILLEA-CGIL.
In sede di audizione, i soggetti cointeressati hanno espresso il
proprio avviso sulle questioni in argomento, anche attraverso
la produzione di memorie scritte; tra gli altri, il rappresentante della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome ha presentato un documento contenente le “Linee guida
per l’applicazione del D.P.R. 222/2003” redatte di concerto
dal “Coordinamento Tecnico delle Regioni e delle Province
Autonome della Prevenzione nei Luoghi di Lavoro” della
Commissione Salute e dal Gruppo di lavoro “Sicurezza Appalti Pubblici” di ITACA, organi di coordinamento della
suddetta Conferenza. Tale documento ha già avuto ampia
diffusione tramite le riviste specializzate ed è stato accolto favorevolmente dagli operatori del settore.
Sulla sicurezza nei cantieri – materia al centro dell’attenzione
dell’opinione pubblica anche a seguito dei tragici incidenti
che frequentemente si ripetono – le disposizioni contenute nel
D.P.R. 222/03 costituiscono l’attuazione della previsione dell’art. 31, comma 1, della legge 109/94 e s.m. e rappresentano
lo snodo attuale di una lunga evoluzione normativa, nella
quale il concetto di costo della sicurezza ha assunto diverse
configurazioni e si è prestato a molteplici interpretazioni.
Si è passati, infatti, da un regime in cui si ponevano a carico
dell’impresa le incombenze concernenti la sicurezza dei lavoratori sul cantiere (v. l’art. 18, comma 8, della legge 55/90) al
diverso sistema, nel quale i costi della sicurezza sono stati
esclusi dal ribasso d’asta e gli stessi margini di sicurezza sono
stati ampliati, allo scopo di garantire in cantiere il massimo
grado di protezione possibile, in conformità ai principi fondamentali del nostro ordinamento.
La sicurezza dei lavoratori è infatti materia di elevata rilevanza sociale che trova fondamento nella Costituzione (art. 32 e
art. 41, comma 2) e nel diritto comunitario. Come significativo fattore di garanzia del diritto alla salute, costituisce bene
inderogabile a rilevanza pubblicistica e in quanto tale sottratto alla disponibilità di chiunque ne debba determinare i suoi
contenuti in applicazione delle disposizioni di legge e regolamenti.
Coerentemente a tali principi, la legge 415/98, modificativa
della 109/94, per quanto riguarda i lavori pubblici, e il d.lgs.
528/99, di modifica del d.lgs. 494/96, per tutte le tipologie
di lavori, hanno introdotto nella normativa nazionale la regola secondo cui, a garanzia della sicurezza e della salute dei
lavoratori impegnati nei cantieri, il costo delle misure di sicurezza, degli apprestamenti, dei dispositivi di protezione
collettiva ed individuale, previsti nei piani, deve essere determinato nel dettaglio, è sottratto alla competizione del mercato e va riconosciuto integralmente agli appaltatori, mediante
esclusione dallo sconto o ribasso d’asta.
Pertanto, i costi della sicurezza, nel caso di lavori pubblici,
debbono essere preventivamente quantificati già nella fase
progettuale, evidenziati in modo distinto nei bandi di gara
(cfr. art. 31 della legge 109/94 e s.m.) ed esclusi dal ribasso,
come ricordato.
L’art. 12 del d.lgs. 494/96 e l’art. 41 del D.P.R. 554/99 hanno indicato la stima dei costi della sicurezza come uno degli
elementi essenziali del piano di sicurezza e coordinamento
(PSC), che, come è noto, è di competenza del coordinatore
della progettazione nominato dalla S.A. e fa parte dei documenti contrattuali.
Anche il piano operativo di sicurezza (POS) ovvero il piano
sostitutivo (PSS), nei casi in cui è richiesto, fanno parte dei
documenti contrattuali. In assenza dei piani di sicurezza previsti dalla norma i contratti di appalto o concessione sono
La definizione dei costi della sicurezza previsti nei piani,
quindi, in base alle norme citate e alla luce dell’art. 31, comma 2, della legge 109/94, ha valenza contrattuale.
Occorre inoltre evidenziare che l’art. 31 prevede che vadano
“evidenziati nei bandi di gara” per l’esclusione dal ribasso anche i costi derivanti dal POS e dal PSS, nonostante tali documenti vengano redatti dopo l’aggiudicazione a cura dell’impresa aggiudicataria.
I contenuti di detto art. 31 della legge 109/94 sono stati riprodotti integralmente nell’art. 131 del nuovo Codice dei
contratti pubblici approvato con il d.lgs. n. 163 del
12/04/2006 (in vigore dal 1° luglio 2006), che, in parte qua,
ha sostituito l’art. 31.
Tuttavia il comma 1 dell’art. 131 prevede, come sostanziale
diversità rispetto all’art. 31, l’autorizzazione al Governo di introdurre le modifiche “… necessarie al testo del D.P.R.
222/2003.”
Sulla base delle norme sopra richiamate, sono state elaborate
in ambito tecnico e giuridico interpretazioni non univoche
su cosa debba intendersi nello specifico per “costo della sicurezza” e, soprattutto, sui relativi criteri di computo.
La riflessione a riguardo, in ogni modo, non poteva né può
prescindere da alcune disposizioni della normativa dei lavori
In primis, l’art. 34 del D.P.R. 554/99, in base al quale la
composizione del prezzo unitario di ogni lavorazione comprende una aliquota “percentuale per le spese relative alla sicurezza” (comma 2, lett. b).
Anche nella redazione dei prezziari ufficiali tradizionalmente
la spesa per eseguire in sicurezza ogni singola lavorazione è
stata inclusa nel prezzo unitario della lavorazione stessa.
L’art. 34 del Regolamento 554/99 andava letto in collegamento con l’art. 5 del Capitolato generale sui ll.pp. di cui al
D.M. n. 145/2000.
Quest’ultimo elenca le voci comprese nel prezzo dei lavori e
perciò a carico dell’appaltatore: tra queste sono riferibili in
senso lato alla sicurezza quelle di cui alle lettere “a”, “c” ed “i”
Dall’art. 5 discende(va) dunque che le spese per opere provvisionali e per quant’altro sia direttamente strumentale all’esecuzione dei lavori, così come quelle per l’impianto e la manutenzione del cantiere e il suo adeguamento al D.lgs.
626/94, erano da corrispondere all’appaltatore col prezzo
contrattuale, mediante le spese generali e, quindi, soggette a
Le due norme succitate delineavano pertanto una distinzione: da un lato, i costi imputabili alla sicurezza in senso stretto, inclusi nei prezzi unitari delle varie lavorazioni, da evidenziare nei bandi ed esclusi dal ribasso; dall’altro, altre voci
di spesa riferibili alla sicurezza (ponteggi, allestimento cantiere, etc.), che per il nesso di strumentalità con l’esecuzione dei
lavori, erano tuttavia inclusi nelle spese generali e dunque assoggettati a ribasso d’asta.
Un contributo su tali aspetti è stato offerto dall’Autorità con
le determinazioni nn. 37/2000 e 2/2001 con le quali è stato
proposto un metodo di calcolo dei costi della sicurezza applicabile sino all’entrata in vigore del regolamento di cui all’art.
31, comma 1, della legge 109/94 e s.m. e dunque da intendersi come metodo interlocutorio.
L’Autorità aveva indicato come le spese complessive della sicurezza (Scs) derivino dalla somma dei costi “diretti” (SRPi)
– relativi alle misure e procedure di sicurezza obbligatoriamente previste per ogni singola lavorazione e pertanto già valutati nella determinazione dei prezzi unitari compresi nei relativi elenchi - e dei costi “speciali” (SSS) – riferiti alle misu-
re di sicurezza relative allo specifico cantiere non comprese
nei costi diretti di cui sopra.
Per la stima dei costi diretti, l’Autorità aveva quindi previsto
che dai prezzi unitari relativi alle varie lavorazioni venisse
scorporata una quota afferente alla sicurezza, in una misura
percentuale variabile da determinarsi analiticamente.
IL METODO DI CALCOLO DEI COSTI DELLA
SICUREZZA NEL DPR N. 222 DEL 3 LUGLIO 2003
Il contesto normativo prima brevemente descritto è stato innovato ad opera del citato D.P.R. n. 222/2003 - riguardante
i “contenuti minimi dei piani di sicurezza nei cantieri temporanei e mobili” – con cui è stato approvato il Regolamento di
attuazione, in virtù della doppia delega ex art. 31 comma 1,
legge 109/94 ed ex art. 22 del d.lgs. 528/99.
Il suo ambito di applicazione comprende sia i lavori privati,
sia i lavori pubblici ed è volto a disciplinare i contenuti minimi dei piani di sicurezza.
Esso dunque rappresenta un livello minimo inderogabile di
regolamentazione, applicabile a qualunque tipologia lavorativa, dall’opera pubblica complessa al modesto intervento di
manutenzione, naturalmente sempre nel rispetto dei criteri
della ragionevolezza e della proporzionalità ed adeguatezza.
In particolare il tema della stima dei costi derivanti dai piani
di sicurezza è affrontato nell’art. 7 del regolamento in questione.
Questa norma contiene al comma 1 una elencazione dei costi che “vanno stimati nei costi della sicurezza” nei casi in cui
vige l’obbligo di redigere il PSC ai sensi del D.lgs. 494/96.
Tale elenco comprende: gli apprestamenti previsti nel PSC; le
misure preventive e protettive e i dispositivi di protezione individuale previsti nel PSC per le sole lavorazioni interferenti;
i mezzi e servizi di protezione collettiva; le eventuali procedure “speciali” per la sicurezza; i sovraccosti connessi al coordinamento temporale tra le diverse fasi esecutive e le diverse
imprese e all’uso comune di apprestamenti, infrastrutture
mezzi e servizi di protezione collettiva, nonché gli impianti
tecnici per la sicurezza del cantiere (impianti di terra, antincendio, evacuazione fumi).
La formulazione della norma non consente interpretazioni
che lascino margini per integrare o ridurre detto elenco, in sede applicativa.
Nel comma 3, inoltre, il predetto art. 7 stabilisce che “la stima dovrà essere congrua, analitica per voci singole, a corpo o
a misura, riferita ad elenchi prezzi standard o specializzati,
oppure basata su prezziari o listini ufficiali vigenti nell’area
interessata, o sull’elenco prezzi delle misure di sicurezza del
committente; nel caso in cui un elenco prezzi non sia applicabile o non disponibile, si farà riferimento ad analisi costi
complete e desunte da indagini di mercato”.
Non trova più spazio, quindi, la prassi – praticata in passato
– di stimare i costi della sicurezza mediante l’applicazione di
percentuali sull’importo complessivo dei lavori. È richiesto
invece al coordinatore per la progettazione l’impegno di cal-
colare i costi della sicurezza mediante un accurato computo
metrico estimativo fondato sulle proprie scelte progettuali.
Il metodo di calcolo dei costi della sicurezza da escludere dal
ribasso si può ricavare dal D.P.R. 222 attraverso una lettura
esegetica delle disposizioni contenute nell’art. 7.
• in base a una lettura combinata dell’art. 12, comma 1, del
D.lgs. 494/96 e dell’art. 7, comma 1, del D.P.R. 222/03
non tutti i costi della sicurezza devono essere stimati nel
PSC, ma solo quelli elencati nel citato art. 7;
• in base all’art. 7, comma 4, dello stesso regolamento e alle
altre disposizioni succitate, sono esclusi dal ribasso in sede
di gara solo i costi della sicurezza preventivamente stimati
nel PSC;
• a norma dell’art. 5 del D.M. 145/2000, rientrano tra le
spese generali una parte delle spese “di sicurezza” necessarie all’assolvimento degli obblighi del D.lgs. 626/94, in
particolare quelle legate all’adeguamento del cantiere (vd.
Parere UOC Ministero Infrastrutture).
Partendo da tali assunti, il documento ITACA opera una distinzione tra i costi della sicurezza a cui l’impresa è vincolata
contrattualmente in quanto previsti nel PSC per lo specifico
cantiere (per brevità, costi della sicurezza “contrattuali”) e costi della sicurezza che il datore di lavoro è comunque obbligato a sostenere a norma del Titolo IV del D.lgs. 626/94 per
l’esecuzione in sicurezza di ogni singola lavorazione compresa nell’appalto (costi della sicurezza “ex lege”).
I costi della sicurezza “contrattuali” vanno riconosciuti integralmente all’appaltatore, in quanto derivanti dall’ingerenza
del committente nelle scelte esecutive dell’impresa, che deve
conformarsi alle indicazioni del PSC.
Secondo il documento ITACA, quindi, il PSC in base al disposto dell’art. 7, comma 1, deve comprendere soltanto le spese connesse al coordinamento delle attività nel cantiere, alla
gestione delle interferenze o sovrapposizioni, nonché quelle
degli apprestamenti, dei servizi e delle procedure necessari
per la sicurezza dello specifico cantiere secondo le scelte di
discrezionalità tecnica del Coordinatore della sicurezza in fase di progettazione.
Non sono oggetto del PSC, in quanto costi della sicurezza ex
lege, quelli intrinsecamente connessi alle varie lavorazioni e
compresi nei relativi prezzi unitari, come le spese per i dispositivi di protezione individuale (DPI), nonché i cosiddetti
“costi generali” per l’adeguamento dell’impresa al D.lgs.
626/94, ossia la formazione, l’informazione, la sorveglianza
È chiaro, altresì, che per la stima dei costi di sicurezza contrattuali il progettista della sicurezza dovrà procedere mediante computo metrico.
Il documento si sofferma anche sui costi derivanti dal Piano
Operativo di Sicurezza redatto dall’impresa. Come piano
complementare e di dettaglio del PSC, il POS non dà luogo
a costi aggiuntivi rispetto a quelli stimati nel PSC.
Essendo anche equiparato al documento di valutazione dei
rischi della singola impresa previsto dall’art. 4 del D.lgs.
626/94, esso contiene le scelte relative a misure e a procedure di prevenzione (DPI, formazione, sorveglianza sanitaria,
etc.) i cui costi sono indipendenti dal rapporto contrattuale e
quindi non sono a carico del committente.
L’interpretazione proposta dal documento ITACA appare per
larga parte aderente al nuovo quadro normativo, così come
innovato dal regolamento 222/03.
Difatti, nel nuovo assetto introdotto dal D.P.R. 222 vige
l’obbligo di evidenziare nel PSC e conseguentemente escludere dal ribasso di gara soltanto i costi della sicurezza contrattuali.
Nell’elenco tassativo di cui all’art. 7, comma 1, infatti, non
sono comprese le voci riconducibili ai cd. costi ex lege, quali,
ad esempio, i DPI necessari all’esecuzione ordinaria delle varie lavorazioni, la formazione dei lavoratori, ecc.
Lo stesso documento ITACA pone poi la questione se, in base al disposto dell’art. 31, comma 2, della legge 109/94 (oggi
art. 131 del d.lgs. 163/2006), tutti i costi della sicurezza debbano essere esclusi dal ribasso.
Il problema riguarda in particolare il POS, per il quale il comma 2 dell’art. 31 (riprodotto nell’art. 131) prevede che – al pari che per il PSC e il PSS – “i relativi oneri vanno evidenziati
nei bandi di gara e non sono soggetti a ribasso d’asta”.
Tale norma viene interpretata nel senso che la Stazione appaltante deve stimare ed evidenziare nel bando per l’esclusione dal ribasso di gara unicamente i costi della sicurezza individuati nel PSC ossia quelli contrattuali, mentre i restanti costi della sicurezza - ossia quelli relativi alla tutela fisica dei lavoratori nell’esecuzione delle singole lavorazioni e quelli relativi all’organizzazione dell’impresa, connessi alla mera osservanza delle norme in materia di sicurezza - che non sono
compresi nell’elenco di cui all’art. 7, comma 1, del D.P.R.
222, dovrebbero anch’essi essere esclusi dal ribasso.
Tuttavia secondo questa tesi non compete alla S.A. stimarne
analiticamente l’importo, ma solo “evidenziarli nei bandi di
gara”. Spetterebbe invece alle singole imprese concorrenti effettuarne la stima analitica estrapolandoli dal costo delle singole lavorazioni (con l’utilizzo dei prezziari specialistici per la
sicurezza già predisposti dalle Regioni) ed escluderli dal ribasso in sede d’offerta.
Le stazioni appaltanti dovranno verificare la congruità delle
offerte delle imprese con riguardo ai costi di sicurezza evidenziati da queste, per accertare che sia stata correttamente
valutata la quota relativa alla sicurezza e che non sia assoggettata al ribasso.
In riferimento a questi ultimi assunti, il rimedio proposto da
ITACA non trova piena copertura normativa e potrebbe tra
l’altro comportare un aggravio del procedimento di gara.
Quanto alla verifica della congruità, l’art 87 del Codice
163/06 espressamente prevede (comma 2 lett. e) che le giustificazioni possono riguardare, tra l’altro, il rispetto delle
norme in tema di sicurezza e condizioni di lavoro.
Questa Autorità ritiene dunque che la verifica sulla circostanza che il ribasso offerto lasci inalterata la sicurezza ex lege potrà essere effettuata dalla stazione appaltante nei confronti
dell’offerta dell’aggiudicatario, ovvero nei confronti della
successiva offerta, nel caso in cui l’offerente primo classificato non riuscisse a dimostrare la congruità del suo ribasso, e
Tale metodo è inoltre applicabile anche nei casi in cui il committente optasse per l’esclusione automatica delle offerte, ai
sensi dell’art. 122, comma 9, del Codice n. 163: infatti, anche per gli appalti sotto soglia, ogni stazione appaltante (cfr.
art. 86, comma 3, e art. 87, comma 1) esercita la discrezionalità di valutare la congruità dell’offerta, compresa quella
che presenti il ribasso che per difetto più si avvicina alla soglia
di anomalia individuata ai sensi dell’art. 86 di detto Codice.
Inoltre, secondo il principio di effettività, sul coordinatore
della sicurezza per la fase dell’esecuzione (CSE) grava l’obbligo di verificare, da un lato, la costante corrispondenza dei
contenuti del PSC alla specificità del cantiere e dall’altro, il
rispetto da parte dell’esecutore di tutti gli altri obblighi generali della sicurezza (ex lege) che, in quanto a carico dell’esecutore stesso, non fanno parte del PSC.
Quanto poi alla estrapolazione dal costo delle singole lavorazioni, nel vigente ordinamento vanno esclusi dal ribasso i costi per la sicurezza riferiti alle esigenze dello specifico cantiere
ex art. 7 del D.P.R. 222/2003, con la conseguenza che non vi
sarebbe per le SS.AA. l’obbligo di individuare una componente di costo riferibile alla sicurezza nel prezzo unitario di
ciascuna lavorazione e di escluderla dal ribasso. (Sotto questo
profilo, è significativo il raffronto tra l’art. 34 del Regolamento e la nuova disciplina dell’allegato XXI del Codice –
valida, però, per i soli lavori relativi a infrastrutture strategiche e insediamenti produttivi ex legge n. 443/2001 – che, all’art. 15, non menziona tra le componenti del prezzo unitario
delle lavorazioni la quota riferita alla sicurezza).
È evidente, altresì, che l’individuazione e la stima dei costi
della sicurezza è adempimento che attiene alla competenza
esclusiva della S.A., nel quadro della predeterminazione del
corrispettivo della prestazione che è propria del contratto
L’impresa quindi non può provvedere o comunque partecipare
alla definizione della parte del prezzo da escludere dal ribasso
d’asta (ad esempio, con l’individuazione dei costi derivanti dal
POS o dal PSS). Tanto è vero che il D.P.R. 222 tra i contenuti
minimi rispettivamente del PSS e del POS esclude espressamente, o quantomeno non prevede, la stima dei relativi costi
(cfr. art. 7 co. 2, art. 5 co. 1 e art. 6 co. 1 del D.P.R. 222/03).
Ciò non esclude, peraltro, che l’impresa possa influenzare la
determinazione del costo della sicurezza, attraverso le modifiche che la stessa eventualmente propone al piano di sicurezza ai sensi dell’art. 131, comma 2 (prima della stipula del
contratto, ossia in sede di POS) e comma 4 (prima dell’inizio
dei lavori ovvero in corso d’opera) a condizione che tali modifiche siano approvate dalla stazione appaltante.
In sintesi, può dunque verificarsi – dopo che la S.A., attraverso il coordinatore per la progettazione, abbia provveduto a
calcolare i costi della sicurezza in sede di PSC – che:
• la sola impresa aggiudicataria presenti in sede di POS proposte di adeguamento del PSC in rapporto alla propria
tecnologia ed organizzazione di cantiere – e conseguentemente anche dei relativi costi di sicurezza, già calcolati dalla S.A. – purché tali modifiche siano destinate a migliorare la sicurezza dei lavoratori.
L’Amministrazione, nel valutare le proposte dell’impresa aggiudicataria, può modificare la stima dei costi della sicurezza
effettuata in sede di PSC, ma con parziali e limitate variazioni, eventualmente anche in detrazione.
• l’art. 1, comma 1, lett. c) laddove sono definiti apprestamenti “le opere provvisionali necessarie ai fini della salute
e della sicurezza dei lavoratori in cantiere”;
• l’art. 7, comma 1, che, nell’elencare i costi afferenti alla sicurezza per i cantieri ove è prevista la redazione del PSC,
alla lett. a) stabilisce che “…nei costi della sicurezza vanno stimati … i costi degli apprestamenti previsti nel
PSC…”;
• l’allegato 1, ove è contenuto l’elenco, definito “indicativo
e non esauriente”, degli elementi essenziali utili alla definizione dei contenuti del PSC, e in particolare il 1° capoverso che indica le voci comprese nella categoria degli apprestamenti.
Confrontando dette disposizioni con l’art. 5 del D.M.
145/2000 sopra ricordato, si coglie il contenuto innovativo
del Regolamento 222.
Stando alla portata letterale della legge, infatti, alcune voci di
costo che in base al D.M. n. 145 afferivano alle spese generali di cantiere a carico dell’impresa, rientrando ora tra gli “apprestamenti” in forza dell’elencazione contenuta nell’allegato
I, 1° cpv del D.P.R. 222, sono integralmente riconducibili al
costo della sicurezza e devono essere escluse dal ribasso.
Ci si riferisce in particolare ai mezzi e servizi di protezione
collettiva connessi agli obblighi della legge 626/94, alle recinzioni di cantiere, nonché alle opere provvisionali propriamente dette (ponteggi, trabattelli, etc.) e i baraccamenti di
cantiere (bagni, spogliatoi, refettori etc.).
Si veda al riguardo l’elenco contenuto all’art. 7, comma 1, e
in particolare la lett. a) laddove è stabilito che “…nei costi
della sicurezza vanno stimati ... i costi degli apprestamenti
previsti nel PSC…”.
Oggi infatti la normativa, con il citato allegato 1 al D.P.R.
222, definisce apprestamenti, con elencazione esemplificativa, “i ponteggi, i trabattelli, gli impalcati, le passerelle, le andatoie”, oltre che “i bagni, i refettori, gli spogliatoi …” etc.,
tutti elementi che, benché destinati funzionalmente a servizio delle attività di costruzione o di altre attività connesse, devono garantire prioritariamente, attraverso le loro caratteristiche intrinseche nonché in forza delle condizioni di uso e di
manutenzione, il rispetto dei requisiti di sicurezza e di igiene.
Sotto questo profilo, quindi, la formulazione dell’art. 7 differisce dalla disposizione dell’art. 5 lett. c) del D.M. 145/2000,
in base alla quale, come sopra ricordato, le spese per le opere
provvisionali erano comprese nel prezzo delle lavorazioni, a
carico dell’esecutore e assoggettate a ribasso. In altri termini,
quindi, erano ascritte alle cd. “spese generali”.
Si rileva, inoltre, che anche il documento della Conferenza
delle Regioni concorda con la tesi di ricondurre i costi degli
apprestamenti, e in particolare delle opere provvisionali, tra
i costi della sicurezza, alla luce dell’art. 7, comma 1, del
DPR 222/2003; pur sottolineando, al riguardo, il discrimine costituito dall’inserimento nel PSC, per cui potrebbero
afferire integralmente alla sicurezza solo gli apprestamenti
previsti dal progettista della sicurezza in base alla sua discrezionalità tecnica.
Premesso quanto sopra, la traslazione tra gli oneri di sicurezza di alcune voci prima considerate “spese generali” potrebbe
però determinare alcuni dubbi applicativi, nonché problemi
di coerenza con la normativa esistente.
Per un primo aspetto, posto che la componente relativa alle
spese generali inclusa nei prezzi unitari è sempre calcolata in
base ad una percentuale compresa tra il 13 e il 15% (cfr. art.
34 del D.P.R. 554/99), oggi il trasferimento delle opere provvisionali e dei baraccamenti dall’ambito delle S.G. a quello
della sicurezza può comportare l’esigenza di rideterminare
l’incidenza delle spese generali su valori percentuali inferiori
a quelli fissati dalla norma, onde evitare di pagare due volte le
stesse spese.
In secondo luogo, si pone il problema di imputare il costo
delle attrezzature che svolgono una funzione sostitutiva delle
opere provvisionali (ponti mobili, cestelli), ma che in base alla legge sono da considerare spese generali.
Al riguardo si ritiene che, ove l’impresa, in variazione alle previsioni del PSC e dietro espressa autorizzazione della S.A.,
adotti un macchinario in luogo di un ponteggio, la conseguente variazione di costo dovrà essere considerata alla stregua
di quanto indicato nella parte finale del precedente paragrafo.
Inoltre, è stata prospettata la questione relativa alla esatta
portata della disposizione di cui alla lett. c) del richiamato
art. 1 del D.P.R. 222/2003, che classifica come apprestamenti “le opere provvisionali necessarie ai fini della tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori.”
In particolare, si tratta di chiarire se l’elemento teleologico
racchiuso nell’alinea “… ai fini della tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori” valga in qualche modo a restringere il campo delle opere provvisionali imputabili alla sicurezza.
In altri termini, si tratta di verificare se le opere provvisionali, tra cui i ponteggi, debbano integralmente afferire alla sicurezza ed i relativi costi essere sottratti dal ribasso, ovvero se
continua ad operare la prassi precedente di assoggettare a ribasso quanto meno il costo delle opere provvisionali strettamente strumentali all’esecuzione delle varie lavorazioni.
Difatti, attraverso una esegesi della disposizione ora indicata,
tra gli apprestamenti rientrerebbero solo le opere provvisionali necessarie “ai fini della tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori” in cantiere, cosicché, non subendo modificazione – ad esempio – la distinzione tra ponteggi “di servizio” e ponteggi “di sicurezza”, solo questi ultimi sarebbero
computati tra gli oneri di sicurezza.
Tale interpretazione, per quanto non irragionevole sul piano
astratto, sarebbe però di non agevole applicazione, per la difficoltà di definire un discrimine netto tra quanto (un apprestamento o parte di esso) è destinato in prevalenza a garantire la sicurezza dei lavoratori e quanto afferisce invece ad altre
Questo nuovo orientamento del legislatore, distaccandosi da
quello risalente al Dm 145/2000, sembra peraltro coerente
con la generale evoluzione del quadro normativo verso un
consolidamento e rafforzamento della sicurezza nei luoghi di
lavoro ed in particolare nei cantieri.
Il D.P.R. 222, all’art. 7 nel comma 5, dispone espressamente
che anche nel caso di varianti in corso d’opera è necessario stimare i costi della sicurezza, adottando i medesimi criteri che si
applicano nella fase di progettazione dei lavori od opere.
Pertanto nel caso di varianti le relative perizie, ai sensi dell’art. 134, comma 9, del D.P.R. 554/99, dovranno essere corredate anche del PSC ed a questi fini il RUP dovrà farsi carico del rispetto di tali adempimenti ed in particolare di quello relativo all’individuazione del costo della sicurezza compreso nell’importo di perizia, costo da non assoggettare a ribasso.
In taluni casi, invece, la variazione progettuale in corso d’opera è generata proprio dalla necessità di migliorare il PSC rispetto alla primitiva stesura facente parte del progetto appaltato, sia che esso contenga una vera e propria carenza di previsione – in caso di previsione parziale delle misure di sicurezza o sottostima dei relativi costi – sia che esso necessiti di
meri assestamenti o correttivi di dettaglio; ciò si ricava dall’art. 131, comma 4, del Codice dei contratti n. 163/2006.
ALTRE PROBLEMATICHE IN TEMA
DI SICUREZZA - IMPLEMENTAZIONE
DEL CASELLARIO INFORMATICO
Sono state inoltre esaminate altre questioni riguardanti le
azioni di contrasto da parte dei soggetti istituzionali nei confronti del grave fenomeno degli infortuni sul lavoro.
In generale è stato osservato che una efficace politica di prevenzione degli incidenti e di tutela dell’integrità dei lavoratori si scontra con la resistenza da parte di alcuni operatori del
settore alla “effettiva” applicazione delle norme di legge e delle regole di sicurezza contenute nei piani.
Sotto questo profilo, in una logica di contrasto di comportamenti irregolari, l’Autorità ritiene necessario che le SS.AA.
attendano alla selezione dei contraenti anche in base a criteri
di provata affidabilità nella prevenzione degli incidenti e di
capacità ad eseguire i lavori in sicurezza.
In questo senso, i poteri delle SS.AA. sono delimitati dall’art.
75, comma 1, lett. e) del D.P.R. 554/99 (oggi art. 38, comma 1, lett. e del Codice degli appalti n. 163/2006), in base al
quale tra le cause d’esclusione dalle gare d’appalto per l’esecuzione dei lavori pubblici è compreso l’“aver commesso gravi
infrazioni debitamente accertate alle norme in materia di sicurezza e ogni altro obbligo derivante dai rapporti di lavoro, risultanti dai dati in possesso dell’Osservatorio”.
Tale circostanza, come è noto, configura un requisito di ordine generale e di affidabilità per poter contrattare con la P.A.,
ed è soggetto a una verifica di tipo dinamico da parte delle
SS.AA. in occasione di ogni singola gara (si veda anche l’art.
3 del d.lgs. 494/96 e s.m., che affida al committente l’onere
di verificare “l’idoneità tecnico-professionale delle imprese
esecutrici”).
In coerenza con le citate disposizioni, il Regolamento sulla
qualificazione n. 34/2000, all’art. 27, comma 2 prevede che
nel Casellario informatico presso l’Osservatorio siano anno-
tati tra l’altro: “p) eventuali episodi di grave negligenza nell’esecuzione di lavori ovvero gravi inadempienze contrattuali, anche
in riferimento all’osservanza delle norme in materia di sicurezza e degli obblighi derivanti da rapporto di lavoro, comunicate
dalle stazioni appaltanti”.
In ordine ai presupposti per l’iscrizione nel Casellario di detta annotazione, l’Autorità con successive determinazioni n.
16-23/2001, n. 10/03, n. 13/2003 e n. 1/05, ha complessivamente affermato che:
• l’accertamento della esistenza e della gravità della violazione compete alla Stazione appaltante;
• detto accertamento è di natura discrezionale e comporta
l’obbligo di motivazione;
• la S.A. può desumere la “gravità” della violazione dalla
specifica tipologia dell’infrazione commessa, sulla base del
tipo di sanzione penale (arresto o ammenda) irrogata, dell’eventuale reiterazione della condotta, del grado di colpevolezza e delle eventuali altre conseguenze dannose che ne
sono derivate (es. infortunio sul lavoro);
• per gravi infrazioni alle norme in materia di sicurezza e ad
ogni altro obbligo derivante dal rapporto di lavoro debbono intendersi non soltanto le omissioni inerenti il mancato pagamento dei relativi contributi, ma anche le infrazioni alle prescrizioni di cui al d.lgs. 19 settembre 1994, n.
626, al d.lgs. 14 agosto 1996, n. 494 e al d.lgs. 19 novembre 1999, n. 528 sulla sicurezza nei cantieri.
In rapporto agli obbiettivi sopra indicati emerge l’esigenza di
incrementare la pubblicità – tramite l’Osservatorio – delle
notizie circa la affidabilità delle imprese sotto il profilo della sicurezza e di implementare il Casellario informatico con le annotazioni riguardanti le infrazioni delle norme sulla sicurezza
e delle disposizioni contenute nei piani.
Nell’attuale corpus normativo “la grave negligenza” e “la
grave inadempienza contrattuale” in tema di sicurezza di cui
all’art. 27, comma 1, lett. p) del Regolamento 34/2000 trova risonanza in alcune altre disposizioni legislative e regolamentari.
In primo luogo, l’art. 31, comma 3, della legge 109/94, modificata dalla legge 415/98, oggi riprodotto nell’art. 131 del
codice degli appalti, ove è sancito che “le gravi o ripetute violazioni dei piani di sicurezza da parte dell’appaltatore o del concessionario, previa formale costituzione in mora dell’interessato,
costituiscono causa di risoluzione del contratto”.
Al contempo, l’art. 127, comma 2, del D.P.R. 554/99 – e
analogamente l’art. 5 del D.lgs. 494/96 e s.m.i. – che consente al coordinatore per l’esecuzione, al ricorrere di gravi
inosservanze delle norme in materia di sicurezza nei cantieri,
di assumere diversi provvedimenti, graduati in rapporto alla
valutazione del caso concreto ed in particolare:
“d) proporre alla stazione appaltante la sospensione dei lavori,
l’allontanamento delle imprese o dei lavoratori autonomi
dal cantiere o la risoluzione del contratto;
e) sospendere in caso di pericolo grave ed imminente le singole
lavorazioni fino alla comunicazione scritta degli avvenuti
adeguamenti effettuati dalle imprese interessate”.
Se ne deduce che sia la fattispecie di cui all’art. 131 del Codice 163 che quelle di cui all’art 127 del regolamento 554/99
possono integrare gli estremi per l’iscrizione nel casellario informatico delle imprese ex art. 27 del D.P.R. 34/2000.
Tuttavia, allo stato attuale, sono oggetto di comunicazione al
Casellario da parte delle Stazioni appaltanti solo le infrazioni
che hanno già determinato la risoluzione del rapporto contrattuale ex art. 31, comma 3, della legge 109/94.
Nella prassi si è quindi determinata una applicazione riduttiva
della norma, rispetto alla più ampia formulazione dello stesso
art. 27 o del citato art. 75 del D.P.R. 554/99, atteso che la gravità dell’infrazione è spesso da collegare alla recidività della stessa.
• il D.P.R. 222 del 3 luglio 2003 disciplina i contenuti minimi dei piani di sicurezza e rappresenta il livello minimo
inderogabile di regolamentazione, applicabile a qualunque
tipologia lavorativa, dall’opera pubblica complessa al modesto intervento di manutenzione, naturalmente sempre
nel rispetto dei criteri della ragionevolezza, della proporzionalità ed adeguatezza;
• il coordinatore della sicurezza in fase di progettazione nel
redigere il PSC esercita un’attività amministrativa di discrezionalità tecnica;
• sono oggetto di stima nel PSC solo i costi della sicurezza
espressamente elencati nell’art. 7, comma 1, del D.P.R.
222/2003 e riferibili alle specifiche esigenze del singolo
cantiere (costi della sicurezza “contrattuali” nel senso sopra indicato);
• la stima deve essere congrua, analitica per voci singole, a
corpo o a misura, riferita ad elenchi prezzi standard o specializzati, oppure basata su prezziari o listini ufficiali vigenti nell’area interessata, o sull’elenco prezzi delle misure
di sicurezza del committente; nel caso in cui un elenco
prezzi non sia applicabile o non disponibile, si farà riferimento ad analisi costi complete e desunte da indagini di
• i costi della sicurezza inseriti nel PSC sono evidenziati nei
bandi di gara e non sono soggetti a ribasso d’asta; inoltre
su tali costi non sono ammesse le giustificazioni a corredo
dell’offerta, ai sensi dell’art. 87, comma 4, del Codice dei
contratti pubblici approvato con d.lgs. n. 163 del
12.4.2006;
• in sede di valutazione della congruità delle offerte, la stazione appaltante deve procedere, ai sensi dell’art. 86, comma 3, e dall’art. 87, comma 2, lett. e) del Codice n.
163/2006, alla verifica del rispetto delle norme vigenti in
tema di sicurezza e condizioni di lavoro;
• gli apprestamenti di cui all’art 7, comma 1, elencati nell’all. 1 del D.P.R. 222/2003, sono ricompresi negli oneri
della sicurezza ed i relativi costi non sono soggetti a ribasso d’asta;
il coordinatore della sicurezza per la fase dell’esecuzione
(CSE) ha l’obbligo di verificare, da un lato, la costante
corrispondenza dei contenuti del PSC alla specificità del
cantiere e dall’altro, il rispetto da parte dell’esecutore di
tutti gli altri obblighi generali della sicurezza (ex lege) che,
in quanto a carico dell’esecutore stesso, non fanno parte
del PSC; il RUP vigila, verificando che tali adempimenti a
carico del CSE siano effettivamente assolti, compresi tutti
quelli indicati nell’art. 127 del D.P.R. 554/99;
nel caso di varianti in corso d’opera, le relative perizie, ai
sensi dell’art. 134, comma 9, del D.P.R. 554/99 dovranno
essere corredate anche del PSC e a questi fini il RUP dovrà
farsi carico del rispetto di tali adempimenti ed in particolare di quello relativo all’individuazione del costo della sicurezza compreso nell’importo di perizia, costo da non assoggettare a ribasso;
le stazioni appaltanti devono acquisire le segnalazioni, i
verbali e gli ordini di servizio emessi dal CSE, al fine di valutare, ai sensi dell’art. 127 del DPR 554/99 (e dell’art. 5
del d.lgs. 494/96 e s.m.), se ricorrano le condizioni per la
sospensione dei lavori o per l’allontanamento delle imprese o dei lavoratori autonomi dal cantiere o per la risoluzione dell’appalto;
le reiterate infrazioni agli obblighi della sicurezza costituiscono un valido presupposto per avviare la risoluzione del contratto, secondo la procedura dell’art. 119 del
medesimo D.P.R. 554/99 (oggi, art. 136 del d.lgs. n.
163/2006);
le stazioni appaltanti devono inviare all’Osservatorio, per
l’annotazione nel Casellario informatico, copia di tutte le
segnalazioni riguardanti le infrazioni in fatto di sicurezza
prodotte dal coordinatore (CSE), che siano seguite da risoluzione del contratto o anche dalla sola sospensione dei
tutte le precedenti determinazioni emanate da questa Autorità nella materia della sicurezza, si intendono superate,
per la parte relativa ai criteri di computo dei costi della sicurezza.
Si comunica che nei giorni di lunedì 16 e martedì 17 ottobre è stato effettuato
il trasferimento del sito del Collegio (www.colgeofc.it) ad un nuovo server.
Questa migrazione ha comportato spiacevoli disagi
per coloro che utilizzano la casella di posta del Collegio,
che è risultata inaccessibile, e per tutti coloro che attingono informazioni dal sito,
ma si è rivelata estremamente migliorativa per quanto riguarda la velocità.
Scusandoci per quanto sopra, Vi invitiamo a testare il nuovo server.
informativa breve contatti internet
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