Source: http://ivdi.it/Petrolchimico/udienze_appello/18_maggio_2004.htm
Timestamp: 2019-02-19 00:51:18+00:00
Document Index: 102313230

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Appello-udienza_18_maggio_2004
UDIENZA DEL 18 MAGGIO 2004
Esito: Rinvio al 01 GIUGNO 2004.
DIFESA – Avv. Stella – Presidente, prima che cominci l’avvocato Schiesaro volevo sottoporre in trenta secondi una questione banale ma importante, riguarda le prossime udienze. Io mi rimetto, assieme a tutti gli altri Difensori degli imputati Enichem, completamente alle decisioni della Corte; voglio però segnalare, perché la Corte sia in grado di valutare bene la situazione, alcune cose, e cioè che nell’udienza del 13 maggio sono stati depositati una serie di documenti completamente nuovi - e qui ho l’elenco, che magari posso consegnare alla Corte - tra cui diverse memorie tecniche, e allora la situazione che si profila è questa: noi abbiamo depositato già due memorie sulle richieste formulate dal Pubblico Ministero nei motivi e nei motivi aggiunti. Quelle memorie siamo prontissimi ad illustrarle, ma io temo che un’illustrazione di quelle memorie avulsa dal resto sia monca, è necessario avere una visione d’insieme, per cui le possibilità sono due che si offrono alla Corte: la prima è farci illustrare quelle memorie giovedì prossimo, e noi siamo prontissimi; oppure la soluzione che preferirebbero le Difese, visto che il 25 c’è lo sciopero dei Magistrati e quindi salterebbe l’udienza, se potessimo saltare solo l’udienza di giovedì e guadagnare quindi una settimana, in sostanza, per sentire i nostri consulenti sulle memorie tecniche depositate e sui documenti nuovi presentati nell’udienza del 13 maggio. Questa è la situazione, la preferenza della Difesa l’ho indicata; sottolineo che è interesse della Difesa discutere al più presto le richieste perché qualcuno ha messo in giro la voce che l’Accusa avrebbe una carta vincente, quindi è interesse della Difesa dimostrare che questa è una notizia assolutamente falsa. Valuti la Corte, quindi, che cosa fare nelle prossime udienze. Grazie.
PRESIDENTE – Oggi vengono fatte le richieste da parte della Parte Civile, poi noi abbiamo come obiettivo di andare in Camera di Consiglio il giorno 8, quindi siamo anche disponibili a saltare l’udienza, purché il giorno 8, magari diamo la possibilità ad un solo Difensore di parlare e noi a metà mattinata...
DIFESA – Avv. Stella – Ma noi abbiamo bisogno di illustrare compiutamente le nostre ragioni, quindi non vorremmo essere strozzati.
PRESIDENTE – Un’udienza e mezza non basta?
DIFESA – Avv. Stella – Io penso di sì, però con la parola a più Difensori, perché ci dividiamo il lavoro. In un’udienza ce la facciamo.
PRESIDENTE – Allora siamo d’accordo.
PARTE CIVILE – Avv. Vassallo – Io non ho capito bene. Ma il professor Stella vuole adesso illustrare le memorie presentate?
PRESIDENTE – No, vuole esaminarle con più calma.
PARTE CIVILE – Avv. Vassallo – Parlo delle sue memorie, ha parlato delle memorie depositate a seguito delle impugnazioni.
PRESIDENTE – No, in base alle vostre.
PARTE CIVILE – Avv. Vassallo - Oggi no, ho capito, ma vuole parlarne ancora alla prossima udienza? Quindi solo delle istanze istruttorie presentate dalla Procura Generale vuole parlare?
PRESIDENTE – Sì, la critica, la sua valutazione, il suo pensiero su quelle, solo le richieste istruttorie.
PARTE CIVILE – Avv. Vassallo – Va bene. Perché ha parlato di quelle, sui motivi aggiunti, mi sono ricordato le 4.000 pagine, allora volevo capire dove volevamo andare.
DIFESA – Avv. Stella – Grazie Presidente.
PARTE CIVILE – Avv. Zaffalon – Presidente, scusi, quando si parla di tempi chiederei che la Corte tenesse presente la possibilità che ci siano delle repliche.
PRESIDENTE – No, non sono ammesse le repliche, questa è la regola.
PARTE CIVILE – Avv. Zaffalon – Non sono ammesse... Si applica credo quella norma che richiama le norme di primo grado e, in tema di ammissione di prove, si può anche replicare. Quindi io chiedo che si tenga presente la possibilità di fare repliche, dopodiché, se la Corte lo vieta, prenderemo atto di questo.
PRESIDENTE – Lo vedremo dopo. Allora siamo d’accordo? Tanto per essere sicuri.
PARTE CIVILE – Avv. Manderino – Presidente, pongo un problema adesso alla Corte che riguarda la questione del verbale stenotipico. Io sono seriamente preoccupata anche per la regolarità del processo, perché sappiamo che questo verbale stenotipico, il servizio viene pagato dall’Enichem e da Montedison. Ora, io difendo tre lavoratori in questo processo e non ho i mezzi tecnici per pagare la stenotipia o la video audio-registrazione. Quello che pongo alla Corte è un problema che riguarda la possibilità di utilizzare questo verbale, perché anche chi lo paga non può utilizzare e fare riferimento al verbale nel corso del processo, e questa mi sembra un’anomalia, perché l’atto dev’essere un atto pubblico.
PRESIDENTE – Non è un verbale, è uno strumento di ausilio che è fuori dalle regole, che io ho permesso di...
PARTE CIVILE – Avv. Manderino – Però io le chiedo questo, Presidente: se è possibile far sì che la copia cartacea, che peraltro io posso avere a disposizione, perché l’anomalia sta anche nel fatto che devo chiederla agli avversari. La copia cartacea non potrebbe essere depositata alla fine di ogni udienza in Cancelleria, in modo che l’atto, come dovrebbe essere, diventi atto pubblico a disposizione di tutti? Questo io chiedo.
PRESIDENTE – No, altrimenti avremmo dovuto disporlo noi e pagarlo noi, invece l’accordo era di tutt’altro genere. Io credo che la cortesia dei colleghi sia disponibile ed efficace anche nei suoi confronti. Non è utilizzabile, nel senso che non è che si possa far valere una parola, una frase, un aggettivo; è un promemoria, invece di fare voi gli appunti scritti sul pezzo di carta ve li trovate scritti. Allora saltiamo l’udienza del 20, abbiamo detto. Poi lo sciopero, io non credo viste le previsioni, ma se dovesse saltare lo sciopero l’udienza la facciamo, quella del 25. Saltiamo anche quella del 25 comunque allora? In maniera che siamo tranquilli tutti, notizie di revoca, non revoca, interpretazioni, libertà e compagnia bella, e saltiamo anche il 25, che è quella dello sciopero. Poi andiamo al primo giugno e quella dell’8, l’8 andremo in Camera di Consiglio. Possiamo cominciare l’udienza, la parola alla Parte Civile, all’avvocato dello Stato.
PARTE CIVILE – Avv. Schiesaro – Signor Presidente e signori della Corte, dopo le richieste dell’ufficio del Pubblico Ministero tocca ora a noi presentare le nostre richieste istruttorie, che hanno una continuità logica tecnica, uno stretto legame probatorio con quelle che già sono state illustrate dai rappresentanti della Pubblica Accusa. Sono ad esse fortemente collegate per la concatenazione degli argomenti, ma sono anche al tempo stesso differenziate in base alle premesse giuridiche da cui noi muoviamo per sostenere la nostra domanda di rinnovazione dibattimento. Una richiesta di rinnovazione che è in realtà e in primo luogo una richiesta di rinnovazione non del dibattimento ma dell’atto nullo ex articolo 604 quinto comma del Codice di Procedura Penale, e che solo in subordine eventualmente può passare attraverso le forme della rinnovazione del dibattimento ex articolo 603 secondo comma Codice di Procedura Penale. Dico questo subito per inquadrare quello che sarà il tema tecnico di questo mio intervento. Ma prima di entrare nel dettaglio della richiesta che è già stata comunque introdotta con l’atto d’appello e prima di illustrare tutte le ragioni giuridiche e di fatto che la giustificano io devo, non posso esimermi da una premessa, dopo aver sentito l’intervento del signor Procuratore Generale, perché prendendo la parola immediatamente dopo di lui non posso esimermi dal considerare il senso, il significato di alcune sue forti sollecitazioni. Il Procuratore Generale ha denunciato da par suo il distacco tra la sentenza di primo grado e la realtà dei fatti per come gli stessi sono noti agli operatori giudiziari e a lui in particolare, che è un operatore giudiziario che ha operato in questo territorio per un lunghissimo alto di tempo. Su questa base il Procuratore Generale ha sollecitato non solo la normale attività di rilettura critica del materiale probatorio che ogni Corte d’Appello opera nell’esercizio delle sue funzioni allorquando valuta la sentenza di primo grado alla luce delle censure contenute negli atti d’impugnazione, ma ha sollecitato anche una serie di approfondimenti tecnici ed istruttori puntuali, che vi sono già stati illustrati nel merito dagli interventi degli altri rappresentanti della Pubblica Accusa, anche al fine di colmare quella carenza di giudizio di primo grado che quel denunciato distacco comprova da solo, a soluzioni così radicali in un contesto tanto articolato e ricco quale era quello che risultava dalle imputazioni e in presenza di una realtà storica tante altre volte ricostruita in termini giudiziariamente diversi da quelli invece cui è approdato il Giudice di primo grado, non può non comportare quel giudizio di incompletezza dell’istruttoria svolta in primo grado che è tale da rompere la presunzione di completezza che invece giustifica l’eccezionalità della rinnovazione del dibattimento nel giudizio d’appello. In tali termini io condenserei il senso di quella requisitoria, in tali termini devo interpretare - e non posso fare altrimenti - quel richiamo forte alle aspettative popolari di una giustizia diversa da quella che è stata dichiarata dal Giudice di primo grado, per un accertamento più incisivo della verità che ha operato il Procuratore Generale, aspettativa comprensibile, che non posso invece concepire né considerare ove qualcuno pensasse di interpretare quel richiamo come un richiamo ad una volontà popolare di condanna a tutti i costi, una volontà capace di piegare il libero e razionale giudizio del Giudice a quelle che sono le esigenze di vendetta di una collettività più o meno fortemente ferita. Rispetto ad una tale siffatta prospettiva, che ritengo non essere mai stata evocata dal Procuratore Generale, rispetto ad un modello di Giudice Barabba, supino a quelle che sono le esigenze di... sì, Pilato, lapsus, Barabba è condannato, alle esigenze di un Giudice supino alle aspettative di condanna che provenissero dalla popolazione, io come operatore di giustizia sarei il primo a reclamare un coerente ruolo garantista della giurisdizione, così com’è assegnato dai principi fondanti della nostra Carta Costituzionale, e questo va detto con forza all’inizio di questo giudizio d’appello, soprattutto all’inizio di questo processo d’appello, ma con altrettanta forza e chiarezza in questo giudizio d’appello io ho il dovere di dire pubblicamente alla Corte che noi, al di là delle apparenze, al di là della lettura che qualche interprete più o meno e osservatore più o meno interessato ne ha dato, anche superficiale, noi non riteniamo affatto che la sentenza di primo grado sia una sentenza garantista, con altrettanta forza lo diciamo, perché il garantismo quello vero deve avere sempre necessariamente due facce, perché è sì la garanzia, la tutela dell’accusato contro quelle che sono le aspettative di vendetta e una pretesa punitiva ingiusta e anche eccessiva che potrebbe essere esercitata nei suoi confronti, ma al tempo stesso è anche garanzia della giustizia dei diritti della parte offesa dal reato. Abbiamo – parto dalla fine del nostro atto d’appello – citato quella frase, quelle parole, quel monito di Ferraioli, che è un monito valido per tutti: "il diritto penale può essere definito come la legge del più debole, esso è la legge alternativa alla legge del più forte, istituita alla tutela della parte più debole che, rispetto ai delitti, è la persona offesa tutelata dal delitto penale sostanziale, e rispetto alle persone è il reo o chi è presunto tale tutelato dal diritto processuale penale". La sanzione penale è in realtà una doppia garanzia, non solo contro i delitti ma anche contro le vendette e le reazioni arbitrali; è in questa duplice funzione garantista che risiede la sua giustificazione ed è al venir meno di tale funzione che può ricondursi ogni crisi del diritto penale, la quale consiste o nell’impunità dei delitti, o nel prevalere di tecniche punitive informate all’arbitrio o al sopruso. Di solito questa duplicità della funzione garantista del diritto penale viene trascurata. Questa è l’idea di garantismo alla quale noi ci rifacciamo, e proprio in forza di questi principi noi riteniamo che non possa dirsi garantista quella sentenza, perché? Perché ad esempio non può essere mai definita garantista una sentenza che non dia conto delle ragioni per cui pronuncia una assoluzione o una condanna; può sembrare paradossale, 1.200 pagine di motivazione, può sembrare paradossale ma non lo è. Il Giudice di primo grado ha spazzato via con un colpo di penna tutte le contravvenzioni, incluse tutte le contravvenzioni in materia di inquinamento idrico. Vi abbiamo anche segnalato che questa parte era rimasta nella penna dell’estensore, nella stesura grafica del dispositivo vedete che c’è proprio la "graffetta": "...e dalle contravvenzioni perché il fatto non sussiste", cioè viene ripescata all’ultimo momento e sparata dentro nel dispositivo. E’ un dato obiettivo però che in quelle 1.200 pagine di motivazione non ci sia una spiegazione del perché gli imputati sono stati assolti perché il fatto non sussiste, ad esempio, dalle contravvenzioni in materia di inquinamento idrico. Ed è un dato tanto più paradossale, tanto più paradossale e tanto più incomprensibile, che rende tanto poco garantista quella decisione, quando lo si legge alla luce di alcuni passaggi che pure il Giudice di primo grado ha fatto nella motivazione, laddove dimostra di essere stato perfettamente consapevole del fatto che la Pubblica Accusa avesse comprovato innumerevoli volte occasioni e superamenti di parametri tabellari nei quali si integrano le contravvenzioni in questione. Pagina 727 ad esempio: "si tratta di un lavoro minuzioso, gli esperti del Pubblico Ministero accertano quanti e quali superamenti dei parametri di cui alle tabelle allegate al D.P.R. 962/73 e documentano nei bollettini, quando si sono verificati e quale tipo di scarico. In tal modo la Accusa evidenzia analiticamente il numero dei superamenti puntuali dei limiti. E’ infatti incontroverso che quei superamenti puntuali vi siano stati. Osserva il Collegio che il discorso sul metodo e la valutazione tecnica degli elementi di prova disponibili resa dal consulente Foraboschi sui bollettini non avrebbero avuto pregio nell’ambito di accertamento pertinente a reati contravvenzionali, laddove è indiscusso che tot superamenti istantanei integrano tot violazione del divieto del superamento dei limiti tabellari ai sensi dell’articolo 21 terzo comma legge 319 del ’76 e dell’analoga fattispecie prevista dalla legge speciale... Tanto considerato rileva il Tribunale che se il singolo superamento puntuale assume rilevanza sul piano dell’accertamento della contravvenzione articolo 21, il discorso sul metodo muta se si assume la necessità di valutare che cosa significhi in termini di impatto ambientale un numero tot di superamenti". Insomma era pacifico, incontestato, incontrovertibile che gli elementi materiali di alcune contravvenzioni fossero stati comprovati dal Pubblico Ministero, e allora tutto si sarebbe potuto dire, tutto si sarebbe potuto dire di questo, tranne che l’assoluzione perché il fatto non sussiste; si sarebbe potuto dichiarare prescritto il reato, si sarebbero potute accertare le responsabilità, si sarebbe potuto dichiarare non punibile l’imputato per difetto dell’elemento psicologico, tutto si sarebbe potuto fare, ma certamente non questa soluzione che invece è stata adottata. E perché allora è stata adottata una assoluzione di questo tipo, perché? Dov’è la motivazione su un punto così cruciale? Perché poi signori, badate bene, attraverso questo passaggio delle contravvenzioni passano anche tutta un’altra serie di implicazioni che noi formuliamo in relazione ai delitti di pericolo, quindi è un passaggio critico questo, non è un accessorio della pronuncia, è un momento critico anche nel tessuto dell’impostazione accusatoria complessiva, quello dell’esistenza della violazione di una norma agendi in relazione al convogliamento degli scarichi nella laguna di Venezia. Eppure – torno a ripetere – di questo non si parla nella sentenza; l’ho letta e riletta, ho guardato, non ho trovato una motivazione. E allora come fa ad essere garantista una pronuncia che non dà conto su un tema cruciale di questo tipo di problematica? Il furore assolutorio è specularmente identico al furore punitivo, è la negazione del garantismo; garantismo è misura, equilibrio e, soprattutto, è trasparenza delle scelte. Un altro passaggio critico che vi segnalo adesso: non può essere garantista una sentenza che ignori prove decisive, in un senso o nell’altro, non mi interessa adesso discutere, però il problema è questo: una prova decisiva non può mai essere ignorata da una sentenza, altrimenti quella sentenza viene meno al ruolo di garanzia. E qui faccio solo un accenno, che eventualmente riprenderò in un’altra fase del processo, anche solo per spiegare questa critica alla pretesa lettura garantista della decisione impugnata: tutta la prima parte della sentenza appellata, quella sulle esposizioni, quella che ha motivato sulle malattie, partendo da una ricostruzione delle esposizioni a cui i lavoratori erano esposti, ai gas tossici, ebbene tutta quella prima parte è una parte nella quale voi invano andrete a cercare, nelle 1.200 pagine di motivazioni, qualche passaggio forte su questa circostanza fondamentale: durante i periodi di allarme dove finivano i lavoratori nei reparti? Dove finivano? Perché tutto il ragionamento che il Giudice di primo grado fa sui livelli di esposizione prescinde da questa fondamentale circostanza, perché è una cosa è sapere che i reparti venivano evacuati, e quindi non aveva senso continuare a considerare la misura dell’esposizione dei lavoratori in reparti in cui i lavoratori venivano evacuati; altra cosa, invece - e noi abbiamo parlato, richiamato alcuni passaggi del verbale dell’udienza del 9 maggio 2000, ad esempio, sul punto - è fare i conti con una situazione di fatto nella quale i lavoratori dai reparti durante gli allarmi provocati dalle fughe del CVM non si allontanavano mai per nessuna ragione. Perché allora a quel punto viene ad essere obbligatoria la necessità di una revisione critica completa del monitoraggio, perché a quel punto è fondamentale sapere a quanto ammonta l’esposizione concreta e non fermare la misura ad una soglia convenzionale di 25 ppm, perché non sono 25 ppm quelli che vengono respirati in quel momento nel reparto ma sono molti di più, sono 300, abbiamo alcuni episodi, perché a quel punto l’esposizione del lavoratore perdura per tutto il tempo in cui non viene eliminata la perdita. Andiamo a vedere per esempio un flash, la figura 3, l’episodio del 18 marzo ‘91, qui vedete una perdita che inizia ad una certa ora, alle 22.10, l’allarme del gascromatografo si ferma ai soliti 25, le sonde misurano 350, quasi tre ore dopo sono ancora 180 i ppm nel reparto e il gascromatografo ne misura soltanto 13. Ecco, in queste ore che fine hanno fatto gli operai lì dentro? Giorno specifico, 18 marzo ‘91. Allora anche su questo la sentenza nulla dice, è un tema che viene dato per presupposto: le norme prevedevano lo sgombero e quindi lo sgombero c’è stato. Ma come lo sgombero c’è stato? Abbiamo portato decine di testimoni su questo e non c’è una riga sul punto, non c’è una riga sul punto. Certo che le norme prevedono, ma un conto è che le norme prevedano, un conto è la realtà dei fatti. Anche qui prova decisiva ignorata. Terzo profilo di garantismo o di mancata occasione per essere garantisti è quello che giustifica la nostra richiesta di rinnovazione degli atti, una sentenza, un giudizio di primo grado che abbia in qualche modo conculcato ad una Parte del processo il diritto ad una prova che gli era riconosciuto dalla legge, l’articolo 190, una prova che era stata in precedenza ammessa in quanto ritenuta pertinente e rilevante, e che non ha potuto essere espletata dalla Parte che l’aveva richiesta. Noi – e di questo tratterà adesso nel dettaglio la mia arringa – abbiamo impugnato l’ordinanza, insieme alla sentenza, del 15 maggio 2001, che è proprio l’ordinanza con la quale il Tribunale, accogliendo alcune eccezioni formulate dalla Difesa Enichem, ha impedito l’audizione del consulente professor Nardelli, ha limitato l’audizione del consulente dottor Coccheo soltanto su una parte del materiale che era stato acquisito nel corso della precedente udienza, materiale probatorio, impedendogli di sviluppare ed argomentare proprio su quel contenuto di documenti che la Parte Civile riteneva decisivi ai fini di sviluppare la propria linea difensiva: i documenti contenuti nel cosiddetto faldone 102. E allora la Corte mi scuserà se io a questo punto faccio un breve excursus su quelle che sono state le circostanze di fatto che hanno portato a quella scelta del Tribunale. La parte sul secondo capo d’imputazione inizia il 20 settembre del 2000 e si chiude il 15 maggio del 2001; all’udienza del 3 aprile 2001, le ultime tre udienze dibattimentali sono quelle critiche: il Pubblico Ministero chiede di produrre una serie cospicua di documenti di varia natura, alcuni anche frutto di attività d’indagine integrativa che aveva svolto nei giorni immediatamente precedenti, ritualmente depositati. Subito si capisce che, per quantità e qualità di materiali, si tratta di cose che hanno un certo rilievo; le Parti cominciano a discutere, chiedono tempo per poter approfondire e valutare e quel giorno stesso, il 3 aprile 2001, il Tribunale chiude il discorso in questi termini: "Signori, io devo fare il calendario della discussione. Bene, il Tribunale tutto sommato, dopo tre anni di istruttoria dibattimentale, ritiene che questo processo sia davvero abbastanza esaurientemente stato esaminato in tutte le sue pieghe, quindi per carità, io non voglio sottovalutare le nuove produzioni che sono state fatte, etc., però davvero non credo che possano capovolgere i risultati di un’istruttoria che è durata più di tre anni". Un momento, l’istruttoria che è durata più di tre anni è durata per tre quarti del tempo sul primo capo d’imputazione e sull’epistemologia e sulla filosofia della scienza, attenzione, anche qui ricordiamolo questo dato di fatto. Torno a ripetere, soltanto a metà dell’udienza del 20 settembre 2000 è iniziata la parte relativa alle questioni ambientali. Questo semplicemente per dire che questi documenti, sì, arrivano, li valuteremo, li discuteremo, però in fin dei conti è tre anni che siamo qui, cosa volete di più? Un momento, valutiamo nel merito di che cosa si tratta. Tra l’altro quella è l’udienza in cui poi, dato il calendario, cominciano ad esserci tensioni tra le Parti e il Tribunale sui tempi della discussione; rimando agli atti per chi abbia voglia di vedere cos’è successo in quell’occasione. All’udienza successiva, l’8 di maggio, il Pubblico Ministero formalizza l’istanza di acquisizione di documenti, facendo presente che si tratta di documenti di varia natura; in particolare ci sono dentro anche documenti che sono stati acquisiti presso Enichem e che concernono generalmente la problematica relativa alla qualità delle acque avviate allo scarico per essere immesse in laguna, cioè la parte relativa agli scarichi idrici, definiamola in termini molto generali e molto complessivi, onnicomprensivi, documenti presso Enichem pertinenti agli scarichi, comunque considerati, ed elenca diligentemente il tipo di documento, il tipo di provenienza, il contenuto, la rilevanza, la pertinenza, e fa così presente di aver acquisito il 30 marzo 2001, il Pubblico Ministero, 17 faldoni di analisi e 29 quaderni contenenti analisi interne sugli scarichi nel periodo ‘79–‘95 che proverebbero centinaia di superamenti puntuali dei limiti previsti dalla normativa per la tutela dell’inquinamento idrico. Per dirci, documenti del tipo di quello che stiamo proiettando in questo momento: classici certificati di analisi che il produttore dello scarico esegue dal punto di vista interno per verificare la conformità agli standard normativi e il rispetto delle prescrizioni contenute nelle autorizzazioni. Ovviamente si tratta di certificati di analisi delle acque, interni, che tengono in considerazione i parametri previsti dalla legislazione a protezione delle acque e quindi in materia di inquinamento idrico. Io non entro nel dettaglio, questo è abbastanza un fatto scontato: in questo tipo di certificati non è compresa la voce "cloruro di vinile", non è compresa la ricerca del cloruro di vinile. Discuteremo poi del perché, sta di fatto che questa documentazione non compie questo tipo di ricerca, ma non perché il cloruro di vinile non ci sia; semplicemente perché lo standard di riferimento dei parametri che vengono misurati in questa occasione fa riferimento a dei valori normativi diversi, che non tengono in considerazione questo parametro. E allora questi sono i 17 faldoni di analisi e i 29 quaderni che sono stati acquisiti dal Pubblico Ministero il 30 marzo 2001. Poi c’è la documentazione depositata il 20 aprile, ancora quaderni e faldoni contenenti questo tipo di certificazione e di documento, dall’83 al ‘99, e dopo un’altra serie di faldoni acquisiti il 13 aprile, i faldoni da 100 a 107 e da 108 a 112, contenenti però altro tipo di documentazione. In particolare il faldone 102 conteneva un certificato di analisi - perché anche queste sono analisi chimiche - che venivano compiute con un metodo diverso e anche con un procedimento completamente diverso; questo certificato, al pari di tutti gli altri contenuti nel faldone 102, contiene i dati del monitoraggio in continuo che veniva eseguito sulle acque di scarico, sulle acque di scarico nel punto immediatamente precedente all’immissione nel depuratore per monitorare i vapori di gas che le acque di scarico contenevano in quel momento, e si tratta di vapori di cloruro di vinile, di tetracloruro di carbonio, di dicloroetano, DCE, e di un’altra sostanza, cioè quattro sostanze, gas che venivano misurati, l’evaporazione dell’acqua di scarico portava a liberare in atmosfera questi gas, che venivano misurati e le misure venivano riportate in queste schede riassuntive che davano conto del monitoraggio in continuo giorno per giorno. Faldone 102; signori della Corte, era la prima volta, la prima volta nei tre anni e rotti del processo, del dibattimento, che veniva fuori un documento di provenienza aziendale che comprovava in modo certo ed inconfutabile - anche per la provenienza del documento - che in quelle acque di scarico erano contenute, nel momento in cui venivano trattate o un attimo prima di essere avviate al depuratore, quindi venivano abbandonate, c’era ancora del gas tossico come il cloruro di vinile e come il tetracloruro di carbonio e come tante altre cose. Era la prima volta, non c’era mai stato nessun altro documento che su questo punto avesse con tanta chiarezza certificata una realtà storica di quel tipo. E’ vero, c’era stato il nostro consulente che nell’udienza del 13 ottobre del 2000 aveva induttivamente affermato questa verità, ragionando sulla base di quelli che sono i siti produttivi, delle caratteristiche, delle modalità della lavorazione, e aveva detto: "qui c’è ancora cloruro di vinile"; ma la prova documentale di questa verità non era mai stata raccolta fino a quel momento lì. Era una prova di straordinaria importanza dal nostro punto di vista, ed era di così forte importanza che nel corso sempre dell’udienza dell’8 maggio subito intervenivamo per segnalarlo al Tribunale, ben consapevoli del fatto che il Tribunale aveva detto: "beh, in fin dei conti questi documenti cosa potranno cambiare?". No, appena li abbiamo visti ci siamo resi conto e abbiamo detto: "attenzione signori del Collegio – leggo dal verbale dell’8 di maggio –, noi abbiamo già individuato che da questa documentazione ed in particolare da alcuni atti contenuti nel faldone 102, che è tra quelli depositati il 20 aprile, risultano comprovate alcune circostanze di fatto che erano state in qualche modo da noi dimostrate induttivamente sulla base della consulenza tecnica del dottor Coccheo, sulla qualità degli scarichi derivanti dall’SM15 e (inc.), e in particolare risulta comprovata la presenza del CVM nelle acque di scarico del Petrolchimico, al punto tale che sono stati ritrovati i certificati, anzi i prospetti riepilogativi del controllo di monitoraggio in continuo che viene eseguito nello stabilimento sull’aria che viene esalata dalla vasca di decantazione nella parte finale dell’impianto di trattamento. Anche per capire la rilevanza di questo dato tecnico - del quale ovviamente parleremo molto se il Tribunale accoglierà questa istanza di acquisizione - io vi produco adesso i dati che ho estratto da questo faldone 102, e produco due documenti, uno dei quali del ‘92, che comprovava una misura in aria per 180 minuti di 15 ppm sopra la vasca, 15 ppm di cloruro di vinile sopra quella vasca lì per 180 minuti. Faccio presente che in questo stesso faldone 102 abbiamo trovato uno schema delle vasche e degli sfiati in atmosfera, con dati tecnici che per noi sono rilevanti ai fini di conteggiare quale fosse la quantità effettiva di CVM presente in quelle acque scaricate per decenni in laguna. Cioè anche i dati tecnici contenuti in alcuni schizzi e disegni recuperati nel faldone 102 servivano per arrivare a questa valutazione: "vi consegno queste fotocopie ai fini della ammissibilità della prova". Il Tribunale con l’ordinanza: "infine, per quanto attiene alla documentazione acquisita dal Pubblico Ministero presso l’Enichem, costituita da certificazione di analisi degli scarichi, ritiene il Tribunale ammissibile l’acquisizione ai sensi dell’articolo 234 Codice di Procedura Penale, trattandosi di documenti preesistenti al processo; ritiene peraltro il Tribunale che sia necessaria da parte dei consulenti delle Parti l’illustrazione della natura di tali documenti, del significato dei risultati delle analisi complessivamente considerati, anche in termini di frequenza ed entità del superamento dei limiti tabellari previsti dalle norme di legge vigenti nel corso del tempo". Di fronte, diciamo, alla forza del dato documentale il Tribunale riconosce che c’è questa emergenza processuale nuova e dice: "i documenti vengono acquisiti tutti perché compatibili con quanto previsto dal 234, naturalmente ci sarà un contraddittorio delle Parti attraverso i loro consulenti per capire il significato e le implicazioni che dobbiamo trarne dalla loro lettura". A questo punto ci prepariamo per fornire questo apporto di conoscenza, anche se ci rendiamo subito conto, immediatamente, che la questione è un pochino più complessa, perché il percorso che fanno gli scarichi, vedete, non è brevissimo, si parte dal CV22 e si arriva in fondo al luogo dove sono contenute queste vasche e dove c’è collocato l’impianto di depurazione, quindi c’è un problema di dispersione in atmosfera durante il passaggio dei gas che vengono contenuti in queste condotte, c’è un problema di capire come sono fatte esattamente le vasche, come sono fatte le dimensioni delle vasche, le dimensioni delle cappe di aspirazione attraverso le quali il gascromatografo misura le concentrazioni, insomma c’è la necessità di avere una visione del luogo ove questo impianto nuovo, di cui tra l’altro nessuno aveva mai parlato, e per impianto intendo vasche con sistema gascromatografico di misurazioni in continuo delle esalazioni, di capire un attimo in che cosa consista concretamente questa realtà. E allora pochi giorni dopo l’udienza, ben consapevoli di questa necessità di approfondire da un punto di vista dell’esame del luogo la situazione che si era creata, abbiamo mandato al Tribunale l’istanza per un accesso allo stabilimento ai sensi delle normative in materia di indagini difensive. Prima l’abbiamo chiesto alle Parti interessate, ci è stato negato, e a questo punto ci siamo doverosamente rivolti al Tribunale formulando questa istanza di indagine difensiva: "Il sottoscritto Difensore, premesso che nel corso dell’udienza, etc., è stata disposta l’acquisizione tra l’altro dei documenti contenuti nel faldone 102 e che il Tribunale ha disposto l’audizione dei consulenti tecnici delle Parti per interloquire in ordine al contenuto e al significato probatorio della documentazione acquisita, fa presente che si è avuto modo di mettere in rilievo il valore probatorio della nuova documentazione, il significato della presenza del CVM in queste cose, i documenti introducono un dato nuovo, il monitoraggio dell’area sin qui conosciuto era un monitoraggio che riguardava gli ambienti di lavoro e non riguardava invece le acque di scarico, mai era emersa dai consulenti delle Parti, ai quali comunque domande erano state svolte anche da questa Difesa, erano mai emerse queste circostanze di fatto sulle particolari caratteristiche di questa struttura tecnica, che però è necessario avere una contezza più precisa delle caratteristiche tecniche del medesimo impianto e del suo funzionamento e che, per ottenere tali informazioni, potrebbe bastare un semplice accesso di questa Difesa, assistita dai propri consulenti tecnici, per avere una più precisa descrizione del luogo in cui l’impianto opera e per conoscere anche solo sommariamente le modalità di funzionamento, poiché la controparte non ci dà il consenso ad accedere chiediamo che voglia provvedere il Tribunale". Il Tribunale rigetta l’istanza sostenendo che, trattandosi di attività per la quale sarebbe stata prevista l’assistenza necessaria del Difensore, era attività inibita all’attività investigativa ai sensi dell’articolo 413 Codice di Procedura Penale e che pertanto avrebbe semmai potuto essere svolta in contraddittorio in dibattimento, com’è normalmente previsto dalle norme che disciplinano le modalità di assunzione della prova. Allora a questo punto i nostri consulenti, già nell’istanza si preannunciava che, attesa la complessità tecnica del tema, non sarebbe stato sufficiente il solo chimico dottor Coccheo ma sarebbe stato indispensabile anche l’ausilio di un fisico, il professor Nardelli, per dare una lettura completa del significato, una ricostruzione completa del significato di quella documentazione. Ci prepariamo per arrivare all’udienza dell’audizione dei consulenti. Di che cosa avrebbero dovuto parlare questi nostri consulenti? Beh, le cose che ho detto fanno già capire il senso e il significato complessivo. In primo luogo avrebbero dovuto fornire elementi e valutazioni sulla funzione e sull’impiego delle vasche di neutralizzazione in cui confluivano tra le altre, e non solo, le acque di processo provenienti dai reparti CV22, 23, 24 e 25. Lì vedete quello schema rudimentale, datato ‘73, che abbiamo trovato nel faldone 102; è uno schema rudimentale, quasi primitivo delle vasche, è uno schema privo di misure, non dà dimensioni, non fornisce più di tanto dati tecnici, delinea modalità di trattamento molto sommarie e molto anch’esse primitive, basti pensare che nella vasca 3 è previsto ad esempio l’afflusso di acqua di laguna per diluire il prodotto. Naturalmente i consulenti avrebbero dovuto approfondire questo tipo di informazioni minimali contenute in quel documento sulla base, ovviamente, di altra documentazione che nel frattempo stavamo cercando all’interno degli atti processuali. Così come avrebbero poi dovuto dare le valutazioni e i propri giudizi sulla natura, le caratteristiche, i livelli di contaminazione da CVM e la classificazione conseguente delle acque comunque convogliate in dette vasche, sia di quelle provenienti dai reparti come acque di processo, sia di quelle, non meno contaminate, che potremmo comunque definire acque monomeriche, quali ad esempio le acque di lavaggio delle autoclavi, dopo il ciclo produttivo le autoclavi vengono lavate, l’acqua con la quale viene lavata l’autoclave è contaminata ad un certo livello da cloruro di vinile e ovviamente viene scaricata, quella non è acqua di processo, è acqua di risulta, acqua di lavaggio, viene scaricata anch’essa, così come viene scaricata ad esempio un’acqua di sfondamento della guardia idraulica, laddove lo sfondamento sia stato determinato da una situazione di crisi che ha determinato la rottura di quel congegno di sicurezza. Quando si sfonda una guardia idraulica a protezione di sistemi di lavorazione in cui viene utilizzato il CVM, l’acqua di sfondamento della guardia idraulica è un’acqua fortemente contaminata da quella sostanza tossica, anche questa è un’acqua che viene scaricata. Quindi non solo acque di processo ma anche acque di altra natura, tutte contaminate da CVM, però. "Si trattava quindi di acque fortemente contaminate che confluivano nelle stesse vasche o che comunque venivano scaricate insieme alle acque di processo. Si trattava di raccordare gli elementi di vecchia e di nuova conoscenza offerti dal faldone 102 e metterli a confronto, ad esempio, con tutta una serie di informazioni che il professor Nardelli aveva già acquisito a proposito delle acque monomeriche allorquando aveva trattato tutto il problema del monitoraggio, delle fughe e delle conseguenze provocate dalle fughe negli ambienti di lavoro". Terzo punto: "Dopo aver correttamente classificato tali acque si sarebbe dovuto spiegare che tipo di trattamento le stesse avrebbero ricevuto nelle vasche, quali effetti quel trattamento avrebbe potuto provocare e provocava, così come venivano documentati ad esempio dai monitoraggi in continuo eseguiti nel faldone 102. Si sarebbe poi dovuto esprimere un giudizio sulla compatibilità di quelle acque in uscita dalle vasche di neutralizzazione con il sistema di depurazione biologico in uso presso il Petrolchimico". Erano compatibili o no le acque di scarico con il depuratore per le caratteristiche che aveva? Perché sì? Perché no? In conclusione i consulenti, alla luce di tutte le informazioni raccolte, delle valutazioni sinergicamente operate, avrebbero potuto offrire al Tribunale un giudizio sulla reale capacità depurativa di tale impianto di depurazione in relazione alla tipologia di quei reflui che venivano convogliati, di quella contaminazione con il CVM. Era l’evidenza di un’attività complessa, coinvolgente distinte professionalità, avente un unico obiettivo: leggere ed interpretare il complesso della documentazione relativa agli scarichi che il Pubblico Ministero aveva acquisito presso Enichem; valutare l’originale apporto di conoscenza offerto dalle analisi contenute nel faldone 102; dar conto al Tribunale di una verità quindi ben diversa da quella poi affermata in sentenza. E perché questa forte nostra insistenza su questo passaggio critico? Ne ho già accennato prima. Per una serie di ragioni che in parte i rappresentanti del Pubblico Ministero vi hanno già illustrato alla scorsa udienza: attraverso le acque di scarico, attraverso le acque di processo dei reparti CV22, 23, 24 e 25, il CVM finisce in laguna; la prova sperimentale della presenza del CVM in laguna è stata trovata dal rapporto del Magistrato alle Acque che il Pubblico Ministero ha chiesto di acquisire in sede di rinnovazione del dibattimento nel 2002. Anche questo: prima volta trovato il CVM in laguna. Questo succede perché? Perché l’impianto biologico non può trattare quel tipo di scarico; su questo ci sono delle ragioni tecniche che i nostri consulenti avrebbero potuto ben spiegare, che non sono state spiegate. E questo è l’altro punto critico: attraverso quelle acque di scarico, acque di processo, viene convogliata in laguna tutta un’altra serie di sostanze tossiche, e in particolare le diossine, come la richiesta di rinnovazione del dibattimento formulata dalla Pubblica Accusa intende provare in questa occasione, ma da dove arrivano le diossine in laguna? Questa è l’altra domanda fondamentale: possiamo ignorare l’apporto in termini di contributo continuo che miliardi di metri cubi di acque di scarico di quel tipo hanno dato nel corso dei decenni? Perché di questo si tratta. La sentenza garantista di primo grado questo dato l’ha trascurato completamente, perché ha fatto questo tipo di ragionamento: beh, insomma, se è rifiuto tossico perché c’è il CVM, poiché il CVM non l’abbiamo trovato in laguna può tranquillamente essere buttato dovunque, tanto è irrilevante causalmente rispetto a qualsiasi altro tipo di conseguenza. Questa è la logica del Giudice di primo grado. La nostra logica è diversa: se davvero quelle acque per la contaminazione da CVM, ma non solo per la contaminazione da CVM, anche da altre sostanze che le rendevano rifiuti tossico–nocivi pericolosi, in laguna non avrebbero mai potuto andare perché avrebbero dovuto essere smaltite in forme diverse dalla semplice depurazione prevista dalla legislazione in materia di inquinamento idrico, e cioè avrebbero dovuto essere o incenerite o avviate alla discarica, è evidente che non vi sarebbe stato quell’apporto e di CVM e di tutte le altre sostanze tossiche, incluse le diossine che quelle acque contenevano, alla laguna, con la conseguenza che non ci sarebbe stato quel contributo causale ai reati di pericolo che noi riteniamo invece essersi verificato per le ragioni che sono state abbondantemente descritte nel corso del giudizio di primo grado. Quindi il passaggio su questo punto è un passaggio cruciale e decisivo, perché è quel passaggio attraverso il quale si capisce la ragione giuridica del divieto di impedire l’evento, posto a carico di chi aveva un obbligo giuridico di disfarsi di quel rifiuto con modalità completamente diverse da quelle che invece ha utilizzato per farlo. Questo era lo scenario rispetto al quale noi ci accingevamo a fornire la prova all’udienza del 15 maggio 2001. All’udienza del 15 maggio 2001, dopo che io ho illustrato sommariamente il tema d’indagine che stava per essere illustrato e sviluppato dai consulenti tecnici professor Nardelli e dottor Coccheo, che erano già seduti davanti al Tribunale, vengono sollevate le obiezioni da parte della Difesa Enichem di questo tenore: "Signor Giudice – disse la Difesa Enichem –, con la scorsa ordinanza il Tribunale ha ammesso la documentazione in materia di scarichi; ora par di capire che questi consulenti non vengano a parlare di scarichi idrici ma vengano a parlarci di un’altra cosa: delle misure di emissioni in atmosfera che sarebbero state misurate dai gascromatografi. Poiché i nostri consulenti questo tema non l’hanno affrontato e non siamo preparati per discuterlo, noi non vorremmo parlarne oggi e comunque ci opponiamo a che venga trattato perché non ci sembra un tema pertinente con l’indagine che era stata autorizzata con la precedente ordinanza". Questo il senso di quell’opposizione. Senso che viene - nonostante la nostra ferma difesa e quella dell’ufficio del Pubblico Ministero - accolto dal Tribunale, che dice: "in effetti è vero, noi abbiamo parlato di documentazione concernente gli scarichi, questa è una documentazione che non c’entra niente con gli scarichi perché riguarda emissioni in atmosfera, potrete fare le memorie, il vostro consulente oggi parli soltanto degli scarichi, dei documenti concernenti le analisi sugli scarichi idrici", cioè la prima tipologia di documenti che vi ho richiamato quest’oggi, quelli cioè che in base alla codifica della legge Merli non prevedevano mai la ricerca del CVM nelle acque. Questa è l’ordinanza che abbiamo impugnato, e l’abbiamo impugnata chiedendo immediatamente la revoca e chiedendo contestualmente allora che il Tribunale volesse recarsi presso il Petrolchimico a fare quell’ispezione che avevamo inutilmente chiesto come indagine difensiva. La Corte si è riservata di provvedere, non ha mai provveduto, e anche questo silenzio diniego della richiesta di ispezione è stato da noi impugnato nell’atto di appello. Questi sono i fatti documentati dai verbali e dai documenti che io ho testé richiamato. E allora con questi fatti, sulla base di questi fatti io mi accingo adesso a capire quali sono le conseguenze giuridiche che noi diamo a questa situazione di fatto, alla luce delle doglianze che abbiamo mosso nei motivi d’appello. Signori della Corte, quello che con forza noi oggi affermiamo è che la Parte Civile che io rappresento nel giudizio di primo grado non ha potuto svolgere una prova che era già stata ammessa, in quanto pertinente e rilevante, dal Tribunale. Quindi non si tratta di rinnovare una prova già assunta, perché è ben vero che il dottor Coccheo ha potuto parlare in quell’occasione, ma torno a ripetere, l’ha potuto fare soltanto su un ambito, su una materia che era stata circoscritta da quell’ordinanza del 15 maggio 2001 e che espressamente escludeva commenti, valutazioni e giudizi sui dati forniti dalla documentazione acquisita al faldone 102. Quindi noi non è che abbiamo una prova da rinnovare, abbiamo una richiesta di prova che ci è stata indebitamente, ingiustamente negata dal Giudice di primo grado. Questo è il punto di partenza della nostra richiesta, ed è per questo allora che abbiamo una posizione leggermente differenziata rispetto a quelle che sono le richieste di rinnovazione del dibattimento che pure la Pubblica Accusa ha formulato fin qui. Noi abbiamo un altro titolo di doglianza, abbiamo un’altra ragione per pretendere questo approfondimento di verità. C’è stata una violazione dell’articolo 190 in quanto ci è stato tolto il diritto alla prova; c’è stata violazione dell’articolo 233 primo comma ultima parte del Codice di Procedura Penale in quanto ci è stata tolta l’oralità della prova del consulente tecnico, questo è un altro passaggio importante, perché attenzione, ricordiamoci che il povero dottor Coccheo e le sue conclusioni sono state demolite e il consulente è stato irriso dagli avversari e dal Tribunale che, in qualche misura, ha riprodotto quegli argomenti, senza aver mai potuto essere né da me esaminato né controesaminato, né avermi dato la possibilità di replicare ad un eventuale controesame con la chiusura dell’esame su quel punto. La cosa che è stata fatta è stata quella di criticare qualche affermazione e soprattutto le cose che sono state scritte in una memoria, credo sottoscritta da me perché lui, non avendo deposto sul punto, non ha depositato memoria, e attraverso una memoria che, a dibattimento chiuso, il professor Foraboschi il 16 giugno ha depositato. Quindi l’oralità della prova, 233 primo comma ultima parte, ci è stata tolta, e questo in un processo di merito di quelle dimensioni vuol dire tutto, vuol dire tutto. E’ stata inibita la utilizzazione e la valutazione critica di parte della documentazione che il Tribunale aveva già acquisito, perché il faldone 102 è stato acquisito al pari del 101, del 103, dell’88, di tutti gli altri. Allora la contraddizione è questa: da una parte il Tribunale acquisisce documentazione; dall’altra parte impedisce alle Parti di poterla discutere, commentare, sviluppare, analizzare, giudicare. Quel che è peggio è che la decisione impugnata, la sentenza impugnata sul punto si adagia completamente e acriticamente sulla memoria del professor Foraboschi. Professor Foraboschi che non ha mai deposto, perché il dibattimento è stato chiuso all’udienza del 15 maggio, non ha mai deposto, non è mai stato controesaminato da noi, non ha mai potuto essere messo in condizioni di difendersi da rilievi che avremmo potuto fare, sempre in base al principio dell’oralità. Tenete conto, signori del Collegio, che la Sezione Sesta 10918 del 12/11/92 della Corte Suprema ci dice che: "I pareri espressi dai consulenti di parte a mezzo di memoria scritta presentata a norma degli articoli 233 e 121 possono essere letti in udienza e possono essere utilizzati ai fini della decisione anche in mancanza di un previo esame del consulente soltanto qualora le Parti non ne abbiano contestato il contenuto e il Giudice abbia ritenuto superfluo di disporre sostitutivamente una perizia". Cioè ci siamo trovati che su un punto critico di tutto l’impianto accusatorio le ragioni tecniche della sentenza sono quelle che ha dato il professor Foraboschi in una memoria senza mai avere un contraddittorio sul punto, quando a noi, che volevamo portare i consulenti che potevano fornire in udienza, nel contraddittorio delle Parti e in piena libertà dialettica di confronto tra le Parti, questa possibilità è stata negata. Quindi anche da questo punto di vista c’è una violazione grave delle ragioni e dei diritti delle Parti. Noi abbiamo criticamente sollecitato l’intervento di codesto Giudice d’appello, pagina 179, 180, 194 del nostro atto d’appello, in cui puntualmente abbiamo dedotto queste doglianze, ma il punto fondamentale è che, alla fine di tutta questa ricostruzione storica, il Tribunale perviene a queste due affermazioni di principio contenute a pagina 755 della sentenza. Prima cosa: "L’evidenza probatoria disponibile dimostra perciò che nelle acque di processo provenienti dagli impianti CV il CVM era normalmente assente nelle vasche di neutralizzazione. Quando in via del tutto eccezionale era presente, lo era in concentrazioni tali da mantenersi ampiamente al di sotto delle concentrazioni limite di cui alla delibera attuativa alla disciplina della normativa concernente i rifiuti". Questa affermazione non è vera. Signori, se ignoriamo i dati del faldone 102 possiamo dire tutto quello che vogliamo sulla presenza del CVM nelle vasche. Se ignoriamo proprio quei certificati fondamentali che sono stati trovati alla fine del dibattimento di primo grado, prodotti ed acquisiti, relativi al monitoraggio svolto sull’aria che sta sopra la vasca di neutralizzazione, possiamo dire tutto quello che vogliamo, però se leggiamo uno qualsiasi di questi certificati, io tiro fuori questo 1 ottobre – 16 ottobre ’91 - lo si vede male purtroppo per le dimensioni -, 1 ottobre 2 ppm per 15 minuti; 2 ottobre 2 ppm per 15 minuti; 3 ottobre 4 ppm per 30 minuti; 4 ottobre 2 ppm per 45 minuti; 5 ottobre 4 ppm per 45 minuti; 6 ottobre 2 ppm per 30 minuti; 7 ottobre, anche qui dopo sei giorni qualcuno si riposa, non c’è ppm; 8 ottobre 4 ppm 30 minuti; 9 ottobre 2 ppm 30 minuti; 10 ottobre 6 ppm 45 minuti; 11 ottobre 0,5 ppm per 24 ore; si salta al 14 ottobre, 10 ppm per 30 minuti. Ora, ripeto, se si giudica ignorando questi dati possiamo dire, come ha detto il Tribunale, che il CVM era normalmente assente; se io leggo questo certificato arrivo a dire che il CVM è normalmente presente nelle vasche provenienti dalle acque di reparto o da altre fonti. Quindi vedete bene qual è la divaricazione tra la realtà documentata e le affermazioni contenute dalla sentenza garantista. Così poi come va ad affermare: "di fatto rileva il Collegio che non esisteva collegamento permanente tra la fognatura dei reparti di produzione CVM e PVC e le vasche di neutralizzazione. Sino al ’95 esisteva la possibilità che in condizioni particolari le acque refluo del reparto sfiorassero nella fognatura. Per quanto riguarda il reparto CV22-24, invece, non esisteva alcun collegamento temporaneo", 755 della sentenza. Anche questa circostanza di fatto non abbiamo capito da dove emerga, da quale documento emerga; i nostri consulenti hanno sempre avuto un’opinione diversa anche su questo punto di fatto. Conclusivamente, il diniego alla prova che noi avevamo richiesta risulta illegittimo perché non motivato con riferimento ad un divieto probatorio né essendo all’evidenza sussistente la motivazione di non pertinenza della prova che era stata richiesta, perché di questo si tratta, il Tribunale dice: "questi sono documenti non pertinenti". No, i documenti sono stati acquisiti, erano pertinenti e c’era quindi il diritto di interloquire. Quale conseguenza di tutto questo? Cassazione Sezione Sesta, sentenza 3666 del 15 aprile del ‘93: "Nel vigente sistema processuale, caratterizzato dalla dialettica delle Parti, articolo 190, alle quali è attribuito l’onere di allegare le prove a sostegno dei rispettivi petita, il Giudice è tenuto a provvedere sulle relative richieste e sulla base dei parametri di ammissibilità enunciati dall’articolo 190 comma primo, con riguardo cioè ai divieti probatori e alla pertinenza della prova richiesta al tema decidendum. Ogni diversa valutazione non improntata ai suddetti criteri – come in questo caso è stata, al di là dell’apparenza – in fatto o in diritto non solo esula dal potere del Giudice ma contravviene al diritto alla prova delle Parti concretizzando una violazione di legge che vizia la relativa pronuncia del Giudice", un vizio conseguente ad una violazione di legge che si traduce anche in un vizio della sentenza. E allora, trattandosi di una nullità che non è riconducibile né a quella del 179 né del 180, io credo che sia compito, laddove la Corte condivida questa nostra valutazione in fatto e tecnico-giuridica, provvedere alla rinnovazione dell’atto ai sensi del quinto comma dell’articolo 604, e a tal fine io chiedo che la Corte voglia disporre la rinnovazione della prova indebitamente negata dal Giudice di primo grado a questa Parte Civile disponendo l’audizione dei consulenti di parte che io adesso indico: uno ovviamente è il professor Nardelli, che avrebbe dovuto già in quell’occasione fornire il proprio autorevole parere al riguardo; l’altro sarebbe stato il dottor Coccheo, che purtroppo è recentemente scomparso. Il dottor Coccheo, alla cui memoria io devo rivolgere un pensiero in questa sede, della cui amicizia sono stato onorato, che è stato un eccellente collaboratore e che ha condiviso con me 15 anni di fatiche, di impegni gravosi giudiziari caratterizzati sempre da una costante ricerca della verità e dell’affermazione della giustizia. Coccheo non potrà più essere sentito né potrà più dar conto delle cose che avrebbe avuto intenzione di dire al Tribunale e che non ha potuto dire; tuttavia, essendo la sua, come quella di ogni consulente, una attività tecnica processuale fungibile, io richiamo il principio affermato dalla Suprema Corte, Sezione Prima, sentenza 5870 del 12 febbraio 2001, la quale ha statuito che: "qualora, avuto riguardo alla fungibilità delle funzioni cui si riferiscono le circostanze di fatto che si intendono provare mediante testimonianza, sia irrilevante l’identità fisica del soggetto chiamato a rendere detta testimonianza, non può dirsi inammissibile in relazione al disposto dell’articolo 468 comma 1 la richiesta di parte avanzata oltre il termine stabilito da detta norma di fare assumere come testimone sulle medesime circostanze una persona diversa da quella originariamente indicata in lista". Quindi io chiedo di poter sentire in luogo dello scomparso dottor Vincenzo Coccheo il dottor Mauro Sanna, che è consulente appunto del Ministero dell’Ambiente alla Presidenza del Consiglio dei Ministri ed è un chimico in servizio presso l’ARPA del Lazio. Quindi la rinnovazione dell’atto nullo attraverso l’ammissione della prova orale, deposizione dei consulenti Nardelli e Sanna sulle circostanze che ho diffusamente illustrato alla Corte in relazione al contenuto complessivo degli atti acquisiti in quell’occasione, ovviamente con riferimento alle caratteristiche complessive delle acque di scarico del Petrolchimico di Porto Marghera. L’atto d’appello contiene anche una richiesta di rinnovazione dell’istruttoria finalizzata all’ispezione, quell’ispezione su cui il Giudice di primo grado non ha mai pronunciato, implicitamente rigettando quindi la richiesta che aveva fatto. Era già in origine una richiesta subordinata, lo è tutt’ora, nel senso che io credo che, soltanto nel caso in cui il contraddittorio delle Parti su nuovi temi di prova che saranno introdotti, laddove la Corte seguisse questo tipo di impostazione, attraverso l’audizione dei nostri consulenti di tecnici di parte, laddove queste nuove acquisizioni probatorie fossero sufficienti sarebbe irrilevante ed inutile l’approfondimento attraverso l’ispezione, che potrebbe rimanere solo come ipotesi estremamente subordinale laddove permanessero dubbi insanabili sul fatto tali da richiedere l’accesso in loco per verificare, ammesso che lo stato dei luoghi sia ancora quello dell’epoca, per verificare lo stato appunto dell’impianto e le sue caratteristiche tecniche. Quindi io semplicemente la prospetto, segnalando però il carattere residuale, eventuale e sussidiario di tale richiesta. Per scrupolo e completezza, tuttavia, avendo impostato tutta la mia argomentazione sull’articolo 604, devo anche dire che, secondo un costante insegnamento del Supremo Collegio, anche in questa ipotesi si verte in 603 secondo comma, cioè anche nel caso in cui sia stata negata illegittimamente una prova del Giudice di primo grado non si tratta tanto di rinnovare un atto nullo, quanto si tratta di rinnovare la prova che è stata indebitamente rigettata dal Giudice di primo grado, ovviamente con le modalità previste dall’articolo 603 secondo comma, quindi come provvedimento obbligatorio della Corte, non più subordinato a quel giudizio invece di regola che sta alla base di ogni decisione sulla rinnovazione del dibattimento, laddove non si tratti di una rinnovazione che abbia queste motivazioni, cioè il giudizio della assoluta indispensabilità dei nuovi accertamenti. Richiamo sul punto la Sezione Sesta, sentenza numero 11082 del 28 settembre ‘99, relatore Derivo: "Il Giudice d’appello ha l’obbligo di disporre la rinnovazione del dibattimento solo quando la richiesta della Parte sia riconducibile alla violazione del diritto alla prova, non esercitato non per inerzia colpevole ma per forza maggiore o per sopravvenienza della prova dopo il giudizio e quando infine la sua ammissione sia stata irragionevolmente negata dal Giudice di primo grado", ed è questa l’ipotesi che noi abbiamo denunciato. "In tutti gli altri casi la rinnovazione del dibattimento è rimessa al potere del Giudice, la cui discrezionalità è vincolata dalla impossibilità di una decisione allo stato degli atti, ma che è tenuto a dar conto delle ragioni del rifiuto, quanto meno in modo indiretto, dimostrando in positivo la sufficiente consistenza e l’assorbente concludenza delle prove già acquisite". Questa sentenza del ’99 è conforme ad una precedente sentenza della Sezione Quinta, non della Sesta, la numero 4882 del 23 maggio ‘97, imputato De Massis, che è esattamente negli stessi termini. Quindi laddove si tratti, come noi riteniamo trattarsi, di rifiuto, di un diniego illegittimo, irragionevole della prova da parte del Giudice di primo grado, la rinnovazione deve avvenire nelle forme previste dal 603 comma 2, quindi obbligatoria. Credo comunque che tutte le cose di cui ho parlato in questa non breve discussione dimostrino in modo inequivocabile l’assoluta rilevanza delle acquisizioni probatorie che chiediamo di poter svolgere alla luce delle diverse affermazioni contenute nella sentenza di primo grado, cioè da solo quel certificato contenuto al faldone 102 parla di una presenza costante del CVM, almeno nelle occasioni di quella quindicina esaminata da quel certificato. C’è quindi un elemento di contrasto, un elemento di dubbio insuperabile che può essere superato soltanto da un approfondimento istruttorio sul punto, che noi chiediamo in via del tutto subordinata anche ai sensi del primo comma dell’articolo 603; laddove cioè non si ritenesse applicabile né il 604 né il 603 secondo comma, credo che in via di sintesi e in estremo subordine comunque la rilevanza dei temi e l’esistenza del contrasto sul punto decisivo debba comportare questo approfondimento istruttorio che abbiamo sollecitato con l’atto di appello. Concludo quindi in questo senso: ammettersi la consulenza tecnica del professor Giancarlo Nardelli e del dottor Mauro Sanna sul tema relativo alla qualità delle acque di scarico dell’impianto di depurazione e soprattutto sulla valutazione dei documenti del faldone 102, che non è stato possibile svolgere nel corso del giudizio di primo grado.
PARTE CIVILE – Avv. Manderino – Presidente, io parlo per le Parti Civili Cappelletto Vincenzo, Simion Maurizio e prossimi congiunti di Gastone Bonigolo. Io faccio mie tutte le richieste di rinnovazione del dibattimento formulate dal signor Pubblico Ministero dottor Casson all’udienza del 13 maggio scorso. C’è però in ogni caso uno di questi documenti in particolare che il Pubblico Ministero ha chiesto venga acquisito, e l’ha fatto con l’atto depositato il 3 gennaio del 2004, che è uno studio scientifico intitolato "Storia naturale dell’epatocarcinoma", è datato 2002 e porta le firme di Raffaele Romeo e Massimo Colombo. Insisto con questa richiesta di acquisizione perché questo studio riguarda proprio uno dei casi relativi agli operai che io assito assisto, ed è quello del signor Bonigolo Gastone, che è morto per epatocarcinoma nel novembre del ‘99, malattia che gli era stata diagnosticata nel ‘96. E’ importante questa acquisizione e vorrei soltanto un attimo descrivere le ragioni per cui la ritengo rilevante, perché questo studio, che appunto grazie ad uno dei coautori, il dottor Colombo, che è stato consulente degli imputati di appartenenza Montedison nel corso del giudizio di primo grado, afferma che in questo studio il CVM è fattore di rischio di questo tipo di patologia neoplastica. Diventa assolutamente rilevante per quanto riguarda il signor Bonigolo perché, durante il giudizio di primo grado, il dottor Colombo, che aveva analizzato la storia sanitaria di questo lavoratore, aveva riconosciuto l’esposizione professionale molto significativa del signor Bonigolo al vinilcloruro; aveva riconosciuto che il signor Bonigolo era stato colpito da epatocarcinoma in assenza di cirrosi e con evidenti segni tipici dell’esposizione a CVM rilevati dall’esame autoptico; aveva smentito - e questo lo si trova a verbale del giudizio di primo grado -, ritenendola errata e causa di un refuso, l’annotazione di una cartella infermieristica relativa al signor Bonigolo relativa ad una infezione cronica per virus dell’epatite C; e aveva affermato a quel proposito, il dottor Colombo, non solo che mancavano i segni istologici di questa infezione, ripeto, l’epatite C, ma che non vi era nemmeno il referto formale di laboratorio che la accertasse. Perché è rilevante l’acquisizione di questo studio del 2002? Perché nel caso del signor Bonigolo, com’è stato in altri casi di altri lavoratori, nonostante i dati che solo in maniera molto sintetica vi ho appena esposto, provenienti dagli stessi consulenti degli imputati, il Tribunale dichiara che la neoplasia di questo lavoratore - nella sentenza a pagina 227 - sarebbe derivata da un fattore di rischio noto che ha individuato nella cirrosi indotta da virus dell’epatite C, quindi contro ogni evidenza documentale ed istruttoria. Quindi il signor Bonigolo aveva – ecco perché ritengo che sia uno dei casi esemplari – come unico fattore causale della malattia l’esposizione significativa e continuata per 25 anni al cloruro di vinile monomero; non aveva cioè altre ipotesi che potessero considerarsi e sulle quali ci si poteva appoggiare di spiegazione alternativa all’epatocarcinoma che l’ha ucciso. Eppure la sentenza dice che il fattore causale di questa malattia è stato causato, è stato individuato nella cirrosi indotta da virus dell’epatite C. Ecco allora che per questo motivo ritengo necessaria l’acquisizione di questo studio, però insisto in ogni caso perché tutte le richieste di acquisizione e di audizione individuate dal Pubblico Ministero nel corso dell’udienza del 13 di maggio vengano acquisite. Lo faccio però anche ai sensi, in ogni caso, dell’articolo 603 terzo comma, affinché la Corte eserciti il proprio potere d’ufficio - e in questo senso intervengo come sollecitazione - per la rinnovazione e l’acquisizione di tutti i documenti e le audizioni richieste. Grazie.
PARTE CIVILE – Avv. Farinea – Difensore dei prossimi congiunti di Gabriele Bortolozzo. Io mi associo alle richieste di rinnovazione del Procuratore della Repubblica dottor Casson. In particolare, per quanto riguarda la posizione del mio assistito, vi è la richiesta di acquisire una documentazione che riguarda l’indagine Fulc, dalla quale risulta in tutta evidenza che la indicazione della data di insorgenza della malattia contenuta nella sentenza è smentita da questo documento. Per quanto riguarda la posizione di Gabriele Bortolozzo, è stata accertata la sussistenza del nesso di causalità tra l’esposizione e la malattia ma è stata dichiarata la prescrizione del reato. Dalla documentazione che si chiede di acquisire, invece, risulta che nel ‘77, nell’indagine Fulc non vi era ancora accertamento di insorgenza della malattia, e questa va quindi spostata nel tempo addirittura all’accertamento avvenuto nel 1995 ad opera della dottoressa Alessandri dello Spisal. In questo senso, quindi, io insisto per la rinnovazione del dibattimento.
PARTE CIVILE – Avv. Marcolini – Per la Parte Civile Terrin Ferruccio, signor Presidente e signori Consiglieri. Questa Difesa non avrebbe preso la parola se non avesse ritenuto che la posizione del signor Terrin Ferruccio rivesta carattere esemplare e probabilmente unico all’interno di questo processo: dipendente Montedison, poi Enichem dal settembre ‘70 ad oggi, mansioni di operatore di impianto esterno, prima al CV11 per qualche mese, poi per quasi 24 anni al CV22, sino alla diagnosi – e questo è l’elemento veramente di discontinuità – in data 29 marzo 1995, questa è la prima diagnosi del signor Terrin, con appunto diagnosi di ipertrofia epatica ma soprattutto fenomeno di (Reinò), fenomeno di (Reinò) già collegato pacificamente in quel primo certificato medico all’esposizione al CVM, tanto che se ne raccomanda l’immediato trasferimento, cosa che poi avviene. Se ci fossero dubbi su quanto sto esponendo, io rinvio a tutta la documentazione medica già pacificamente in atti siccome allegata all’atto di costituzione di Parte Civile. Appunto seguito di questa diagnosi vi è stato il suo frettoloso, frettolosissimo trasferimento, quasi a sua insaputa, presso l’Ufficio Acquisti. Ora perché questa posizione dovrebbe essere esemplare, unica e rilevante anche ai limitati fini che oggi ci occupano? Perché se andiamo a cercare qual è stata la sorte processuale del Terrin in quel castello assolutorio costruito dal Giudice di prime cure, ebbene, la posizione del signor Terrin non si trova, ratione personae – questo l’abbiamo già detto naturalmente nell’atto d’appello – era naturale forse attendersi di vederlo accomunato agli altri lavoratori affetti ugualmente dal morbo di (Reinò), per i quali, com’è noto, è stata pronunciata sentenza di non doversi procedere per intervenuta prescrizione, e cioè Bortolozzo, immediatamente dopo il quale parlo io, e in questo senso vi è sinergia tra queste due posizioni, Bragato, Paduan, Pavan, Benzo, Pistolato, Ruzza, Scarpa, Trevisan. Di Terrin non vi è traccia. Non vi è traccia per un motivo semplice, ritiene questa Difesa: era l’unico o uno dei due con una insorgenza della malattia - marzo 1995 - incompatibile con una declaratoria di prescrizione nel novembre 2001, data di deliberazione della sentenza di primo grado; a tutto voler concedere il tempo di prescrizione potrebbe essere stato individuato in 7 anni e mezzo, probabilmente è più corretto in 15, ma anche a voler concedere il termine più breve dei 7 anni e mezzo, quei 7 anni e mezzo non erano maturati a quella data. E allora verosimilmente, ritiene questa Difesa, la scelta di non parlarne, il silenzio, e nel silenzio possiamo provare a ricondurre la posizione del signor Terrin nella formula assolutoria perché il fatto non sussiste emessa con riguardo ai fatti posteriori al 1973, però anche questa è una posizione che non convince, non convince assolutamente, perché? Perché non è vero che il fatto non sussiste; il fatto è accertato, sussiste nella sua naturalità, e tra l’altro appare chiaramente gravemente contraddittorio per alcuni lavoratori dichiarare la prescrizione, prescrizione che si basa su una derivazione sia pure sommaria dell’esistenza del fatto, tutti conosciamo il 129 comma 2 Codice di Procedura Penale, e invece per il solo Terrin, per la sola scomoda posizione del Terrin accomunarla informemente, ammassarla insieme alle altre sotto quella formula assolutoria che ho testé citato: perché il fatto non sussiste. Ancora più contraddittorio sarebbe volerlo ricondurre sotto quell’altra formula ante ’73: il fatto non costituisce reato; perché, com’è stato già bene messo in luce dal Pubblico Ministero, la tossicità del CVM era nota molto prima rispetto alla sua cancerogenicità, e il morbo di (Reinò) è proprio direttamente, immediatamente, eziologicamente riconducibile alla esposizione a questa sostanza. Ecco allora, signor Presidente e signori Consiglieri, chiaro il carattere paradigmatico della persona del signor Terrin, che mette in chiaro appunto il modo di procedere che noi riteniamo scorretto del Tribunale, questo teorema assolutorio elaborato dal Giudice di primo grado in vitro, alla luce del quale poi ha posto in essere una sistematica negazione di ogni risultanza scientifica, anche accreditata, contraria a quel teorema, con creazione poi anche di quel miracolo tecnologico negli anni ‘73–‘74 a Porto Marghera, che ci fa sorridere ma ci fa sorridere amaro. Tutto viene sacrificato sull’altare di quel teorema, ma è chiaro, finché si fa un cattivo uso delle conoscenze scientifiche si pone in essere una decisione gravemente viziata sia sotto il profilo della giustificazione interna che esterna; quando invece si relega nel mondo del "non cale" giuridico un soggetto, una persona, Terrin Ferruccio, perché scomodo e perché non fa tornare i conti rispetto a delle premesse totalmente arbitrarie, si commette qualcosa di ancora più grave, se possibile. Per cui è evidente, noi lo diciamo, è da Terrin che si può e si deve partire per comprendere che il percorso logico ed argomentativo della sentenza di primo grado non regge, non sta in piedi, e che quindi conseguentemente appare indispensabile, prima che una riforma della sentenza di primo grado, anche già una attenta valutazione degli ulteriori dati probatori oggi e anche alla scorsa udienza offerti dal Pubblico Ministero, richiesti dalle Parti Civili che mi hanno preceduto, in specie quelli sopravvenuti alla deliberazione della sentenza di primo grado, per i quali appare, com’è già stato correttamente osservato, pacificamente applicabile l’articolo 603 comma 2, che appunto ne consente espressamente la ammissibilità, e che sono, per quanto riguarda la posizione della Parte Civile che sta parlando, fondamentali per dimostrare la piena consapevolezza in capo agli odierni imputati, in capo anche ai responsabili civili, della pericolosità a tutti i livelli delle sostanze che producevano, che impiegavano, e della totale inadeguatezza delle procedure produttive e di sicurezza adottate. In questo senso quindi la Parte Civile si associa alle richieste del Pubblico Ministero ed insiste per un loro accoglimento.
PARTE CIVILE – Avv. Scatturin – Sulla rinnovazione dell’istruzione dibattimentale, Medicina Democratica e A.L.L.C.A. Cube si associano alla richiesta dell’Accusa richiamando in primo luogo l’attenzione sul fatto che il Tribunale, nel sostenere l’irrilevanza delle basse esposizioni a CVM, e quindi l’inesistenza del nesso di condizionamento, si è affidato a prove inesistenti, quelle dirette alla concentrazione di sostanze tossiche e cancerogene in eguale misura, in qualsiasi punto della fabbrica, sulla base dei dati forniti dal sistema di monitoraggio adottato dal Petrolchimico di Marghera, gascromatografi, pipettoni, calcolatori personali, puntando su soglie via via di crescente ricavate da queste apparecchiature. Tutto ciò senza far riferimento alle realtà strutturali della fabbrica, contraddistinte dalla complessità degli impianti, dalla diversità dei processi produttivi e dalle conseguenti diversità delle mansioni degli addetti ai singoli impianti, mansioni talvolta affidate a cooperative appaltatrici. Il Tribunale, seguendo puntualmente le tesi degli imputati, ha inoltre affermato che gli anni ’60, sino all’inizio degli anni ’70, furono vissuti dai responsabili dell’impresa chimica di Marghera alla stregua di una stagione di infantile innocenza, direi io, interrotta bruscamente dalle drammatiche notizie delle morti per angiosarcoma diffuse dalla Gudrich, accompagnate dagli studi di Pier Luigi Viola e dalle ricerche condotte da Maltoni per incarico della Montedison. Tuttavia la vocazione umanitaria predicata dall’avvocato Stella ed elargita dal Tribunale ai responsabili del Petrolchimico avrebbe avuto il sopravvento, perché i rimedi sarebbero stati immediatamente disposti al punto da trasformare, nel giro di qualche mese, un luogo di estremo pericolo in una fabbrica illuminata. Questo modo di valutare i fatti offerti al suo giudizio ha portato il Tribunale ad una ricostruzione dei fatti smentita da almeno tre risposte legate al discorso della reale scansione dei tempi, delle conoscenze scientifiche e delle realtà vissute in fabbrica. Per le operazioni di pulizia manuale delle autoclavi e di altre importanti apparecchiature l’azienda non fece predisporre alcuna procedura a tutela della salute degli addetti, né prima del 1974, né durante il periodo del cosiddetto controllo delle esposizioni a CVM, né dopo. Solo nell’agosto del ‘78 l’azienda compilò la scheda lavori numero 1 CV14-16 relativa alla pulizia interna delle autoclavi, descritta dai nostri consulenti Carrara, Mara, Tiemme, con memoria del 24 ottobre ‘99, capo 9 sub 4. Discorso analogo doveva farsi peraltro per le operazioni di pulizia degli essiccatori rotativi del polimero PVC, dei serbatoi e della sospensione, dei filtri dell’aria, del serbatoio di recupero del cloruro di vinile monomero e di tutte le altre parti degli impianti prive di sicurezza, come le colonne delle autoclavi. Le relative procedure non tutelarono affatto la salute degli addetti e non furono in grado di determinare il crollo delle esposizioni a CVM negli ambienti di lavoro, come afferma a sproposito l’avvocato Padovani, pagina 2 della memoria depositata il 16/12/2003. Al contrario la nota strategica relativa alla formazione del budget di manutenzione per gli anni 1978–1980, datata 1 giugno ’77, vigente la Presidenza Cefis, costituisce una radicale regressione di modifica delle procedure in campo manutentivo che ha certamente aggravato i livelli di esposizione a CVM per gli addetti ai processi produttivi. Mi limito a sottolineare che le presunte modifiche gestionali imposte dai responsabili dell’azienda per ridurre le manutenzioni aggravarono non solo i livelli di esposizione a CVM per il periodo successivo al giugno ‘77, perché la nota acquisita agli atti del processo di primo grado dimostra che queste regole regressive interessarono anche i periodi precedenti. Nel documento infatti si legge: nel 1977 e negli anni precedenti si sono avute campagne per il risparmio, azioni di (squeesing), spremitura dei costi, imposizione di plafond, soglie massime, la direzione è stata estremamente esplicita in proposito, le iniziative tendenti alle riduzioni dei costi non possono e non devono avere un carattere saltuario o temporaneo. Circa il monitoraggio, la sentenza del Tribunale, ancora una volta in linea con le Difese degli imputati, richiama mere ipotesi di calcolo delle rilevazioni istantanee e delle rilevazioni ambientali. Infatti si ragiona in mancanza della prova dei controlli istituzionali degli Enti pubblici competenti nella migliore delle ipotesi ridotti a puro e semplice riscontro di dati forniti dalla stessa impresa. In altri termini il Tribunale argomenta, in mancanza della prova della verifica delle installazioni e delle garanzie offerte in ordine al calcolo corretto delle concentrazioni delle sostanze presenti nell’ambiente e nei luoghi delle manutenzioni e degli interventi di modifica portati alle singole apparecchiature. Si vuol dire che tutto questo discorso del monitoraggio è legato a manipolazioni effettuate in assenza di ispezione degli Enti pubblici competenti e in assenza di un contraddittorio sulla loro esatta collocazione e sul loro corretto funzionamento. Il Tribunale si è affidato a discorsi della Difesa non controllati e non provati, anche su una questione che costituisce il presupposto dell’intero discorso architettato dalla Difesa degli imputati per dimostrare l’inesistenza di un nesso di condizionamento perché sotto la soglia di 1,5 parte per milione le sostanze non avrebbero potuto indurre le malattie denunciate nei capi d’accusa. Circa i rischi cui erano sottoposti i lavoratori, il Tribunale afferma che il Pubblico Ministero...
PRESIDENTE – Avvocato, penso che queste cose le potrà dire quando farà l’arringa. Vediamo un po’ di motivare la rinnovazione.
PARTE CIVILE – Avv. Scatturin – Ho quasi finito, insomma. Dico che il Pubblico Ministero non tiene conto che l’addebito di mancata informativa alle maestranze sussiste solo nel momento in cui l’azienda aveva elementi per ritenere dimostrato scientificamente un rischio cancerogeno per la salute dei lavoratori, tesi aberrante secondo me, che cancella il fondamentale principio di precauzione, contraddetto anche dal fatto che le agenzie governative americane e quelle europee molto tempo prima della scoperta della natura cancerogena del CVM indicarono soglie di esposizioni via via decrescenti. Dimenticando queste elementari questioni il Tribunale, seguendo ancora una volta la Difesa degli imputati, ha adottato in definitiva le affermazioni dell’avvocato Padovani, riassuntive, in un momento in cui non c’erano ancora colpevolezze - afferma l’avvocato Padovani - Montedison si assunse il compito di svolgere e perfezionare le ricerche sperimentali e di comunicarne i risultati alla Comunità scientifica internazionale e alle Autorità pubbliche, e questo fece puntualmente gratis et amore dei.
PARTE CIVILE – Avv. Vassallo – Solo per associarmi alle richieste del Pubblico Ministero e del Procuratore Generale così come sono state presentate alla scorsa udienza. Ritengo che siano confacenti e rispondono alle norme di cui al 603, quanto meno terzo comma sicuramente e al 603 primo comma. Si rendono necessarie assolutamente per una sentenza equa e valida, siano necessarie e devono essere assolutamente accolte. Quindi mi associo. Mi associo anche alle richieste dell’avvocato dello Stato.
PARTE CIVILE – Avv. Partesotti – Per le Parti Civili familiari di Giobatta Bertaggia. Solo per associarmi alle richieste di rinnovazione del dibattimento effettuate dalla Pubblica Accusa e dalle Parti Civili e per segnalare a questo proposito, e questo è il senso di queste brevissime parole, che Giobatta Bertaggia, deceduto per carcinoma polmonare in concomitante epatopatia cirrotica su base tossica da CVM e da polveri di PVC riconosciuta dall’Inail, era operaio di Montefibre, la sua posizione fu analizzata per così dire dal professor Colombo, per cui riteniamo, associandoci alla precisazione fatta dall’avvocato Manderino, che sia assolutamente indispensabile l’acquisizione della documentazione e dello studio a firma dello stesso consulente delle Difese dottor Colombo.
PARTE CIVILE – Avv. Battain - Mi associo alle richieste del Pubblico Ministero di rinnovazione del dibattimento.
PARTE CIVILE – Avv. Zabeo - Per il Comune di Campagnalupia e Mira. Si associa.
PARTE CIVILE – Avv. Giacomini – Per la Provincia di Venezia. Vi è associazione piena a tutte le richieste prima d’ora formulate.
PARTE CIVILE – Avv. Zaffalon – Signor Giudice, penso che, per quanto riguarda quanto è stato detto, non occorre che vi siano ulteriori associazioni in quanto credo che tutti i colleghi di Parte Civile si riportino a quanto è stato detto dall’avvocato dello Stato. Io quindi mi guardo bene dall’illustrare ulteriormente una posizione generale di critica nei confronti della sentenza, nonché di illustrare gli aspetti di diritto che attengono all’articolo 603, che la Corte ci può insegnare. Intervengo invece per una posizione, uno dei miei assistiti, Zennaro Ennio, perché vi è una novità per quanto attiene la sua posizione, costituita da un intervento chirurgico successivo alla sentenza di primo grado, che si colloca nel maggio del 2003, un anno fa. Zennaro era un autoclavista, ha lavorato per un ventennio presso la Montedison, ha cessato l’attività di autoclavista intorno alla metà degli anni ‘70, è stato colpito da cirrosi, attualmente si trova in attesa di trapianto del fegato; oggi Zennaro ha circa 70 anni. Questa cirrosi, così qualificata nel corso del dibattimento di primo grado e valutata dai consulenti del Pubblico Ministero come dovuta a due cause, e cioè un pregresso uso di alcol e al concorso dell’esposizione al CVM, viene oggi qualificata, nell’intervento di cui parlavo e di cui brevemente accenno alla Corte, neoplasia epatica. E’ stata trovata una formazione tumorale all’interno del fegato e nel maggio dell’anno scorso è stato effettuato un intervento che viene chiamato trattamento con radiofrequenza, intervento che, ad onta di questa formulazione apparentemente inoffensiva, è un intervento invasivo, è stato sezionato il peritoneo ed è stato fatto l’accesso alla formazione tumorale ed applicato questo trattamento di radiofrequenza, che in sostanza, parlando da giuristi e quindi da profani, consiste in un tentativo di essiccazione della massa tumorale. Naturalmente ciò non consente di escludere che vi sia un ulteriore sviluppo della stessa formazione. Il rilievo di questa documentazione deriva appunto dal fatto che quella che veniva denominata cirrosi oggi è una neoplasia epatica. Si tratta di documentazione sopravvenuta, quindi ritengo che la rinnovazione sia obbligatoria. Chiede quindi che la Corte voglia acquisire la documentazione che va a depositare.
PARTE CIVILE – Avv. Sforzi – Difesa Zagagnin, anche a nome del collega Gamberini, difesa del signor Luciano Mazzolin. Unicamente per associarci alle richieste di rinnovazione del dibattimento formulate già dal Pubblico Ministero e dai colleghi che mi hanno preceduto, con l’intenzione di sottolineare l’opportunità ed anzi la necessità di questa rinnovazione, in particolare per la Parte Civile da me rappresentata, signor Silverio Zagagnin, una di quelle Parti Civili che con la loro storia lavorativa, con il tipo di patologia di cui sono tutt’ora affette, come il signor Terrin, come Bortolozzo, rappresentano il neo, l’elemento che non funziona, l’elemento disarmonico delle motivazioni della sentenza di primo grado. Una Parte Civile con una patologia chiaramente di derivazione eziologica da esposizione al CVM PVC, un morbo di (Reinò) diagnosticato nel 1998 ed inspiegabilmente, a parere di questa Difesa, annoverato tra quei casi di lesioni colpose dichiarate prescritte, quando, com’è stato dichiarato in quest’aula, nel momento in cui fu pronunciata la sentenza non era ancora sicuramente trascorso il tempo necessario a prescrivere e non lo è neppure oggi neppure il termine più breve ricordato dell’articolo 157, di 7 anni e mezzo. Si tratta di una motivazione, di una situazione che stride profondamente con le conclusioni a cui è giunta la sentenza di primo grado, ma soprattutto con gli argomenti utilizzati dal Giudice di primo grado per escludere la responsabilità penale degli imputati. E si tratta di una situazione rispetto alla quale e rispetto alla cui anomalia, anomalia che, ripeto, stride palesemente con il contenuto della sentenza, la sentenza ha infatti scelto, come per altri casi, un silenzio totale, un silenzio – come si dice in questi casi – quasi assordante, proprio perché non in grado di dare spiegazione, conto di una situazione che è evidente e sotto gli occhi anche dello spettatore più profano, più lontano da queste situazioni. Un morbo che è una palese malattia di origine professionale, derivante dall’esposizione al CVM e PVC, in una persona che è impiegata dal 1970 al 1996 nello stabilimento chimico di Marghera, adibito a lavorazioni come il CV14, è già autoclavista in quel reparto, e anche e soprattutto nel reparto pilota, cosiddetto reparto pilota, dove si sperimentavano i modelli di impianti che poi avrebbero dovuto entrare a regime in funzione e che in tutta la sentenza non è stato dato conto di un fatto messo in luce da questa Difesa, ovverosia di come l’impianto pilota non fosse minimamente monitorato nel corso degli anni in cui ha operato, non siano stati minimamente monitorati i livelli di esposizione al CVM e PVC che in questo stabilimento invece sicuramente sussistevano, essendo stato dotato solo negli anni ‘80 per la prima volta di gascromatografi. Questi sono elementi che impongono, anche e soprattutto per gli interessi della parte che qui rappresento, la rinnovazione del dibattimento sui punti già chiesti dal Pubblico Ministero e dai colleghi, punti sui quali mi associo anche a nome del collega. Grazie.
LA CORTE rinvia il procedimento all’udienza dell’1 giugno 2004, ore 09.00.