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Timestamp: 2018-09-24 02:51:56+00:00
Document Index: 157143136

Matched Legal Cases: ['art. 3', 'art. 157', 'art. 700', 'art. 96', 'art. 10', 'art. 96', 'art. 10', 'art. 96', 'art. 97', 'art. 3', 'art. 1', 'art. 97', 'art. 97', 'art. 3', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 1418', 'art 7', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 1374', 'art. 1384', 'art. 7', 'art. 1774', 'art. 1419', 'art. 36', 'art. 36', 'art. 7', 'art. 24', 'art. 7']

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Evoluzione della disciplina giuridica del licenziamento di Umberto Maria Ceci
Di Redazione inAnalysis
Ceci – Evoluzione della disciplina giuridica del licenziamento_dicembre 2016
Società sportiva e uso dell’immagine di un atleta
Di Redazione inDiritto Sportivo
Una società sportiva professionistica non può liberamente utilizzare le immagini dell’attività agonistica di un atleta, negli anni in cui ha militato nella squadra, senza il consenso dello stesso sportivo, per realizzare un dvd con una finalità principalmente commerciale e lucrativa. È quanto sostenuto, con ordinanza del 17 Luglio 2013 ( proc. n. 19325/2013), dal Tribunale di Napoli poiché l’art. 3 della l. n. 91 del 1981, in tema di prestazione sportiva dell’atleta professionista, non attribuisce alla società datrice di lavoro il diritto di utilizzare, senza il consenso del giocatore, le immagini delle sue prestazioni: anche per l’atleta l’immagine della prestazione è cosa diversa dalla prestazione stessa.
Di seguito, i fatti da cui ha avuto origine la questione. Con ricorso introduttivo del procedimento cautelare, Maradona Diego Armando aveva richiesto, ai sensi dell’art. 157 della L. 633/1041, o in subordine ex art. 700 c.p.c., che venisse inibito “a tutti i fini ed effetti commerciali, speculativi e di utilizzazione” alla Società Sportiva Calcio Napoli la “arbitraria commercializzazione e distribuzione” del dvd dal titolo “Diego Armando Maradona El Pibe de oro vs Edinzon Cavani El Matador”. Il primo giudice, ritenendo che Maradona avesse chiesto la tutela di cui all’art. 96 della legge sul diritto d’autore (Legge n. 633/1941), aveva dichiarato la sua incompetenza per materia, per la competenza della sezione specializzata per la materia dell’impresa. Nel presentare reclamo avverso la suddetta pronuncia, l’ex giocatore aveva invocato e specificato la sua richiesta di tutela del diritto di immagine e non del diritto d’autore. Volendo chiarire i punti della controversia, conviene evidenziare che nel ricorso lo stesso parlava di diritto all’immagine, quale diritto della personalità, che nel suo aspetto non patrimoniale, integra un diritto inviolabile della persona e costituzionalmente garantito. Da ciò derivava che la competenza era attribuibile al giudice ordinario.
Volendo approfondire si deve affermare che il diritto all’immagine, descritto nell’art. 10 c.c., è meglio definito dagli art. 96 e 97 della Legge n. 633 del 1941. Per meglio dire, quest’ultimi articoli chiariscono quando sia consentito l’utilizzo e la pubblicazione di immagini ai sensi dell’art. 10 c.c.. Nello specifico, l’art. 96 sancisce la necessità del consenso firmato per l’esposizione pubblica del ritratto di una persona e l’art. 97 stabilisce i casi in cui il consenso possa essere eluso. Dalla lettura dell’ultima norma citata, si evince che la stessa fa prevalere il diritto di cronaca sul diritto d’immagine, ma non permette allo stesso di essere considerato legittimo in presenza di uno scopo di lucro, soprattutto quando quest’ultimo prevale sul diritto di informazione del pubblico, così come accaduto nel caso de quo.
Non v’è chi non veda che l’interesse della società del Napoli a vendere il dvd sia stato maggiore dell’interesse del pubblico a rivedere i 100 goal di Maradona. Sicchè, a nulla valeva la tesi esposta dalla SSC Napoli, la quale sosteneva che, in forza dell’art. 3 della L. 91/1981, il club abbia acquisito il diritto di utilizzare all’infinito l’immagine ripresa durante la prestazione del lavoro subordinato dell’atleta. Irrilevante è altresì la tesi secondo cui nel caso di specie bisognava considerare la regolamentazione degli accordi concernenti attività promozionali e pubblicitarie che interessino le società calcistiche professionistiche ed i calciatori loro tesserati. (Convenzione del 23 Luglio 1981) Gli anzidetti accordi prevedono l’obbligo di diligenza degli atleti rispetto alle decisioni del club e l’obbligo della forma scritta dei contratti. Palesemente mancante nel caso di specie. Orbene, considerando l’art. 1 della citata convenzione, è vero che Maradona, non poteva usare la sua immagine legata all’attività da lui svolta presso il club napoletano ma è anche vero che nemmeno il club Napoli poteva divulgare le immagini delle prestazioni agonistiche rese dal “El Pibe de oro” mentre militava in quel club, senza l’autorizzazione dell’ex calciatore..
Il tribunale ha, quindi, correttamente riconosciuto il fumus boni iuris, posto alla base del reclamo, ma non il periculum in mora, ovvero il pericolo che la diffusione del dvd avesse potuto causare un pregiudizio grave e irreparabile a Maradona. Il giudice, invero, ha ravvisato come unico danno la perdita di quote di mercato dell’immagine del calciatore, pregiudizio suscettibile di un risarcimento economico, il quale, però, non era un argomento che poteva essere discusso nella sede adita.
La decisione ha previsto il rigetto del ricorso e, vista il riconoscimento del fumus boni iuris e la non fondatezza della tesi dell SSC Napoli, ha stabilito la soccombenza reciproca delle parti.
La pronuncia palesa profili interessanti, concernendo l’individuazione dei limiti all’utilizzo dell’immagine di personaggi famosi.
Procedendo con un’analisi, si nota come un riguardo particolare viene posto sulla competenza del Tribunale ordinario a decidere circa la lesione del diritto all’immagine. Al fine di giungere ad una valutazione concreta, si è dovuta fare una distinzione tra “diritto allo sfruttamento economico dell’immagine” e “diritto personale all’immagine”.
È importante rilevare che con il diritto all’immagine, diritto della personalità dell’interessato, si da risalto al profilo patrimoniale ed al vantaggio economico, che ne potrebbe derivare.
A questo, si deve aggiungere che l’immagine rimane sempre un bene giuridico immateriale e che, solo da pochi anni , la componente patrimoniale del suddetto bene giuridico è stata maggiormente valorizzata.
Sicchè, diversamente da quanto succedeva prima, l’immagine risulta vendibile e collegata agli interessi patrimoniali derivanti dal suo sfruttamento.
Accade, altresì, che la nozione di immagine non è più limitata al senso stretto del termine, ma è considerata complesso di caratteristiche che differenziano un determinato soggetto. Ciò significa che la tutela si estende alla riproduzione delle caratteristiche evocative dei personaggi famosi; nonché all’impiego dei sosia, delle caricature e la riproduzione di accessori tipici del look dello stesso. Questo riconoscimento trova la sua ragione nel fatto che ognuno di questi elementi risulta rappresentativo della persona famosa e, quindi, in caso di sfruttamento non autorizzato da parte di terzi, gode della medesima tutela riservata all’immagine.
Ordunque, in tutti questi casi, la persona famosa deve prestare il suo consenso, prima che ci sia la propagazione.
L’unica eccezione al potere di controllo dell’interessato sulla diffusione del proprio ritratto, e di elementi affini, è data dal citato art. 97 della L. 22 aprile 1941, n. 633.
Per questa ragione, negli anni successivi alla citata codificazione, in virtù del requisito della notorietà, considerata causa di giustificazione della riproduzione dell’altrui immagine , dal comma 1 dell’art. 97, l.a., la riproduzione e la diffusione non autorizzata dell’immagine di personaggi celebri è stata considerata spesso lecita.
Nello specifico, è chiaro che la divulgazione del ritratto di una persona famosa è lecita non per il fatto in sé che la persona ritrattata possa considerarsi celebre ma, se ed in quanto, risponda ad esigenze di pubblica informazione. In pratica, la ragione esclusiva della diffusione deve essere quella di documentare al pubblico la persona.
Tale esigenza d’informazione della collettività, ovviamente, non è riscontrabile allorché la pubblicazione sia rivolta a fini commerciali, come nel caso in esame.
In altre parole, l’organo giudicante distingue nettamente tra la prestazione sportiva, oggetto del contratto di lavoro subordinato ai sensi dell’art. 3, l. 91 del 1981 e l’immagine dell’atleta\lavoratore che esegue la prestazione sportiva.
Per quanto detto fino ad ora, il legislatore, e quindi l’organo giudicante preso in esame, hanno correttamente sostenuto che «la norma non stabilisce affatto che chi assume un atleta professionista acquisisca anche il diritto ad utilizzare senza il suo consenso le immagini delle sue prestazioni»
Insomma, la decisione non può che essere pienamente condivisa e condivisibile.
L’ordinanza emessa è, inoltre, da considerare un importante precedente giurisprudenziale, per l’ardua regolamentazione e risoluzione delle controversie, nel complicato mondo dello sport e degli sponsor.
Dott.ssa Valentina Porzia
Cultore della Matera per la cattedra di diritto sportivo
presso Università N. Cusano di Roma
e Membro della commissione d’ Esame di diritto sportivo presso la Facoltà di Giurisprudenza di Università di Roma 3 –
La nullità dell’accordo gravemente iniquo di cui all’art. 7 del d.lgs. n. 231 del 2002
Di Redazione inDiritto Civile, Tesi
Il problema del ritardo nei pagamenti nelle transazioni commerciali, specie quelli della P.A. alle imprese in settori nevralgici come la sanità e i lavori pubblici (che toccano quote di 8-9 mesi di ritardo secondo la Associazione nazionale costruttori edili), si era imposto già agli inizi degli anni ’90 come ostacolo alla crescita delle stesse, come freno allo sviluppo e alla intensificazione dei rapporti commerciali transfrontalieri, nonché come fonte di distorsione della concorrenza.
Il fenomeno mette sempre più a rischio la sopravvivenza stessa di molte imprese. Infatti, in base alla elaborazione realizzata dall’ufficio studi CGIA (Associazione artigiani e piccole imprese) sulla periodica indagine condotta a livello europeo da Intrum Iustitia, 3,4 milioni di imprese (circa il 76 % del totale nazionale) soffrono di problemi di liquidità riconducibili al ritardo nei pagamenti, 1,7 milioni di imprese (39 %) segnalano che a causa di questa criticità non hanno potuto effettuare assunzioni, 900.000 aziende (20 %) hanno preferito licenziare e, infine , 700.000 imprese (15 %) si trovano sull’orlo del fallimento.
In un epoca dominata dalle potenzialità del contratto nel creare diritti ed obblighi, la prassi dimostra come sempre più frequentemente la grande impresa riesca ad imporre alla controparte più debole, delle clausole o delle condizioni contrattuali squilibrate, abusando della propria forza contrattual-economica, cosicché la stessa vede compromessa la propria di autonomia negoziale e il proprio potere di contrattazione.
Ecco che, nel ripensare oggi il contratto, si avverte come la sua evoluzione sia il frutto del diritto vivente, ed esso non sia più un luogo in cui le parti collaborano pacificamente per uno scopo comune (gioco cooperativo), ma emerge una visione del contratto che spezza l’orizzonte della cooperazione e recupera la natura antagonista del rapporto.
Si riconosce allora che laddove non vi sia potere perché il soggetto si trova nell’alternativa del prendere o del lasciare (concretamente, o accetta l’accordo iniquo o opta per il naufragio certo della sua attività, fallimento), sorge l’esigenza di tutela da parte dell’ordinamento.
Lo Stato che sancisce la nullità della clausola iniqua apparentemente opera contro-mercantilmente, giacché aggredisce quella che è pur sempre una volontà formatasi sul mercato, tuttavia sostanzialmente opera filo-mercantilmente, in quanto aggredisce il mercato proprio laddove esso non funziona in modo adeguato.
In altri termini, non è la libertà contrattuale in sé ad essere combattuta, bensì l’abuso della stessa. La disparità di potere nella contrattazione nel mondo dei contratti del mercato, è una caratteristica fisiologica dello stesso. Non sarà così lo squilibrio di forze e di poteri in sé ad essere represso, bensì l’utilizzo distorto dello stesso per raggiungere scopi che avvantaggiano eccessivamente una parte a discapito dei sacrifici che è costretta a subire l’altra parte.
Allo stesso modo lo scopo è quello di eliminare le lungaggini nei tempi di pagamento e ricondurre le deroghe delle parti nei binari della correttezza e della sostenibilità. Punto di arrivo è l’accertamento ex post in sede contenziosa della legittimità assiologia della deroga, questo perché l’inderogabilità assoluta della disciplina potrebbe rivelarsi più un danno che un vantaggio in tutti quei casi in cui l’impresa creditorie voglia agevolare un proprio cliente.
Oggi grazie alla normativa sui ritardati pagamenti nelle transazioni commerciali, l’individuazione del contraente debole con riferimento esclusivo alla figura del consumatore si ritiene oramai superata, e si è fatta strada l’immagine del contraente protagonista di una contrattazione terza, autore di un’asimmetria così particolare da richiedere un approccio differenziato.
La nullità di cui all’art. 7 del d.lgs. 9 ottobre 231/2002 così come modificato dal d. lgs. 31 ottobre 192/2012 e successivamente integrato dalla l. 161/2014, è prevista proprio a tutela del divieto dell’abuso della libertà contrattuale.
Se nella direttiva del 2000/35/CE (al 16° e 19° Considerando) veniva affermato che lo scopo della stessa era quello di proibire l’abuso della libertà contrattuale in danno del creditore, nella versione italiana tale concetto viene sostituito nel testo del decreto col concetto di iniquità della clausola.
Si intende gravemente iniquo l’accordo che contiene condizioni che chiaramente danneggiano il creditore e avvantaggiano il debitore e che il debitore è riuscito ad imporre al creditore abusando del proprio potere. Dunque l’accordo dovrà arrecare un danno significativo al creditore e dev’essere privo di una giustificazione razionale ed oggettivamente riscontrabile. L’iniquità è grave non tanto quando le posizioni dei due soggetti sono diverse, il che è fisiologico nel mercato, ma quando tale diversità è stata sfruttata da una parte in danno dell’altra, producendo un uso patologico e distorto dell’autonomia negoziale. Per tali ragioni, assistiamo ad una rivalutazione del concetto di autonomia contrattuale la quale viene sottoposta al vaglio dell’interprete in sede correttiva e riequilibratrice ove configuri un esercizio della stessa in termini di abuso.
Il 1° comma dell’art. 7 identifica i confini degli accordi derogatori in modo decisamente più preciso rispetto alla sua versione originaria, statuendo che sono nulle, se gravemente inique in danno del creditore:
1) le clausole relative al termine di pagamento;
2) quelle relative al saggio di interessi;
3) quelle relative al risarcimento dei costi di recupero.
Inoltre, si applicano gli artt. 1339 e 1419,2° c.c.
Il legislatore italiano al 1° comma dell’art. 7 ha dunque tradotto la previsione della inefficacia prevista dalla direttiva del 2000 con una sanzione più grave, cioè la nullità dell’accordo gravemente iniquo. Infatti in un primo momento, la derogabilità della disciplina e la conseguente impossibilità di ricondurla allo schema della norma imperativa, impedisce di fondare sull’art. 1418 c.c. la qualificazione della nullità di cui all’art 7. I primi commentatori per questo motivo preferirono parlare di inefficacia delle clausole gravemente inique, ma quasi la totalità dei successivi preferì replicare la scelta per la nullità della clausola gravemente iniqua in linea con la disciplina prevista a tutela del consumatore.
L’accertamento della grave iniquità, principale segno dell’abuso della libertà contrattuale subito dal creditore, oggi è reso più agevole grazie ad un allargamento delle circostanze che il giudice può tener conto nella “fase destruens” (o giudizio di nullità). Il 2° comma dell’art. 7 infatti dispone che il giudice dichiara la nullità’ (su istanza di parte o d’ufficio), avendo riguardo di tutte le circostanze del caso, tra cui:
1) il grave scostamento della prassi commerciale in contrasto col principio di buona fede e correttezza (il richiamo alla buona fede e alla correttezza costituisce un grande incentivo ed aiuto per l’interprete in merito alla valutazione se lo scostamento dalla prassi commerciale sia stato corretto o meno, dunque se realizzi un abuso o meno che meriterà di essere represso con la sanzione della nullità);
2) la natura della merce o del servizio oggetto del contratto;
3) l’esistenza di motivi oggettivi per derogare al saggio di interesse moratorio, al termine di pagamento o all’importo forfettario di 40 euro a titolo di risarcimento del danno per i costi di recupero.
L’art. 7 ai commi 3° e 4° dispone rispettivamente che:
a) si considera gravemente iniqua la clausola che esclude l’applicazione di interessi di mora. non e’ ammessa la prova contraria;
b) si presume gravemente iniqua la clausola che esclude il risarcimento per i costi du recupero.
Il legislatore introduce rispettivamente una presunzione assoluta ed una relativa di iniquità, le quali sembrano avere l’effetto di impedire l’estensione del meccanismo presuntivo a tutte le altre clausole derogatorie in genere, per limitarlo soltanto a queste due.
Infine al 5° comma l’art. 7 afferma che nei contratti tra imprese e PP. AA. sono nulle tutte quelle clausole che hanno ad oggetto la predeterminazione o la modifica della data di ricevimento della fattura. la nullità può essere dichiarata d’ufficio.
L’art. 7 nella sua versione originaria prevedeva che il giudice dopo aver dichiarato la nullità dell’accordo, era chiamato ad una scelta fra due alternative nella “fase costruens”: a) sostituire la clausola nulla con l’applicazione delle disposizioni legali;
b) ricostruire il regolamento contrattuale, riconducendo ad equita’ il contenuto dell’accordo stesso.
Praticamente spettava al giudice decidere e valutare quando e se le disposizioni legali potevano colmare o meno la lacuna del regolamento contrattuale in modo più efficace della riconduzione del contenuto dell’accordo ad equità.
L’intervento cogente dell’equità non serviva per colmare una lacuna originaria ma una lacuna successiva provocata dal contrasto tra le clausole contrattuali e quelle legali (integrazione sostitutiva).
Operava, dunque, un meccanismo di integrazione giudiziale secondo equità ex art. 1374 c.c. (“il contratto obbliga le parti non solo a quanto è nel medesimo espresso, ma anche a tutte le conseguenze che ne derivano secondo la legge, gli usi e l’equità”) che faceva dell’equità appunto il parametro correttivo e suppletivo di riferimento cui creare e inserire la norma del caso concreto.
L’antecedente storico nel c.c. si ritrova nell’art. 1384 in merito alla riduzione della penale eccessiva, laddove il legislatore dispone che “la penale può essere diminuita equamente dal giudice se l’obbligazione principale è stata eseguita in parte, o se l’ammontare della penale è manifestamente eccessivo, avuto riguardo all’interesse del creditore all’adempimento”. Insomma, l’equità diventa limite dell’autonomia privata e strumento del giudice per ricercare un nuovo punto di equilibrio del contratto (in altri termini, il giudice è chiamato ad operare un vero e proprio potere correttivo della autonomia privata) .
Il potere ortopedico del giudice tuttavia scompare dal nuovo art. 7 e, alla disposizione che sanziona la nullità delle clausole derogatorie gravemente inique, si affianca l’evocazione esplicita degli artt. 1339 c.c. (per cui “le clausole, i prezzi di beni o di servizi, imposti dalla legge o da norme corporative, sono di diritto inseriti nel contratto, anche in sostituzione delle clausole difformi apposte dalle parti”) e 1419, 2° comma c.c. (per cui “la nullità di singole clausole non importa la nullità del contratto, quando le clausole nulle sono sostituite di diritto da norme imperative”).
Questo perché l’attribuzione all’equità di porsi a presidio del regolamento contrattuale al pari delle norme imperative, rischierebbe di invadere l’ambito di incidenza riservato (specie a livello interpretativo) alla buona fede, di per sé fonte produttiva di obblighi. Pertanto, sembrerebbe più opportuno parlare, da un lato, di un collegamento tra la buona fede e l’equità all’insegna della prevalenza della prima sulla seconda; dall’altro, di un equità che interviene solo quando la legge la chiama ad operare e, solo se la legge e gli altri usi (normativi) manchino.
Il giudice pone in essere oggi una vera e propria sostituzione della clausola concordata dalle parti con la relativa disposizione legale, la quale ben deve attagliarsi al caso di specie, integrando il contratto proprio laddove mal funziona oppure sia lacunoso. Opera un meccanismo di integrazione cogente del contratto per cui la disciplina legale si applica in sostituzione di quella convenzionale (e non suppletivo, in quanto in tale caso le parti nulla prevedono in merito ad una determinata ipotesi, come ad es. l’art. 1774 c.c. per cui “salvo diversa convenzione, la restituzione della cosa deve farsi nel luogo in cui doveva essere custodita”), e un meccanismo di nullità parziale testuale ex art. 1419, 2° c.c.
La scelta della nullità parziale, da un lato, consente di evitare che l’accordo gravemente iniquo caduchi l’intero contratto (ciò potrebbe rivelarsi anche uno svantaggio per il creditore), dall’altro, ricorda il meccanismo di nullità di protezione posto a tutela del consumatore contraente debole di cui all’art. 36 del cod. cons. (d. lgs. 206/2005).
Dunque, se la nullità di cui all’art. 36 cod. cons. è una nullità relativa di protezione posta a tutela del consumatore, rilevabile in ogni stato e grado del giudizio anche d’ufficio dal giudice, che tipo di nullità è quella dell’art. 7 ?
Oggi, in linea con la ratio della normativa in esame e con la disciplina consumeristica, si propende per la nullità relativa. Così il creditore sembrerebbe l’unico che potrebbe avere interesse ad evocare il vizio delle singole pattuizioni, l’unico a cui spetterebbe la legittimazione ad agire per l’azione di nullità (questo anche se la norma nulla dispone al riguardo).
Il problema aperto, invece, rimane che le disposizioni destinate ad integrare la lacuna creatasi nel regolamento contrattuale nella disciplina sui ritardati pagamento non hanno natura imperativa, bensì dispositiva. Allora, se da una parte tali disposizioni potrebbero essere considerate semi imperative o semi dispositive, mostrando una malcelata forza cogente capace di integrare la lacuna creatasi con la caduta della deroga pattizia, dall’altra non potrebbe pagarne la distinzione storica fra norme imperative e dispositive.
In ultima analisi, la disciplina sui ritardati pagamenti è stata oggetto di un ulteriore importante modifica ad opera della Legge europea 2013-bis, ossia la L. 161/2014.
In particolare il suo art. 24,3° lett. b) ha aggiunto l’art. 7-bis rubricato “Prassi inique” prevedendo il risarcimento del danno che si aggiunge alla comminatoria di nullità della clausola gravemente iniqua in danno del creditore.
In altri termini, le prassi relative al termine di pagamento, al saggio di interessi moratori, al risarcimento dei costi di recupero, se gravemente iniqui in danno del creditore danno diritto al risarcimento del danno.
La prova del creditore si risolve nella dimostrazione della reiterata esecuzione di rapporti obbligatori in modo contrario ai valori dalla disciplina sui ritardi di pagamento. Il diritto al risarcimento del danno sorge in capo al creditore soltanto se manca una clausola, in quanto ove vi fosse sarebbe impossibile capire come la stessa pattuizione possa essere senza effetti perché iniqua e dare diritto al risarcimento del danno, cioè al sorgere di un rapporto obbligatorio di tipo risarcitorio.
Dott. Roberto Sgaramella
Tesista Prof. Volpe
La fidélité du traducteur: vers une théorisation de la traduction juridique di Ladisa Lucia
Ladisa – LA FIDÉLITÉ DU TRADUCTEUR VERS UNE THÉORISATION DE LA TRADUCTION JURIDIQUE_novembre 2016