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La pagina più nera sul G8 di Genova
di Lorenzo Guadagnucci — 2 Febbraio 2009
Sette anni per stabilire che la “macelleria messicana” alla scuola Diaz è responsabilità di agenti e funzionari subalterni. Assolti i vertici della Polizia
“Processo Diaz, assolti i vertici di Polizia”: questa brutale, estrema sintesi della sen10-12tenza emessa il 13 novembre ha fatto il giro del mondo e deve avere turbato qualche coscienza anche al Palazzo di giustizia genovese e ai piani alti della Polizia e dello Stato. Come spiegare altrimenti le uscite a caldo di Gabrio Barone e Antonio Manganelli? Barone, presidente del collegio giudicante, il giorno dopo il verdetto ha avvertito la necessità di spiegare a una televisione che “il nostro codice prevede che si può condannare quando la responsabilità è accertata ogni oltre ragionevole dubbio”. Manganelli ha scritto una lettera al quotidiano la Repubblica per riconoscere che è “necessario dare una spiegazione di quanto accaduto a Genova” nelle appropriate “sedi istituzionali e costituzionali”. In Parlamento la pur timida opposizione è tornata a parlare di commissione d’inchiesta e la destra ha evitato di esultare.
Insomma, la sentenza per le violenze e i falsi compiuti il 21 luglio 2001 alla scuola Diaz di Genova durante il G8, non sembra aver chiuso il caso e rischia semmai di aprirne un altro. Tuttavia alcuni elementi sono stati definiti: il tribunale ha riconosciuto che ci furono pestaggi ingiustificati e che i 93 ospiti della scuola furono arrestati sulla base di prove false, ossia il possesso di due bombe molotov introdotte in realtà dalla polizia.
La sentenza sembra però suggerire che tutto sarebbe avvenuto per iniziativa di alcuni agenti e funzionari subalterni, all’insaputa degli altissimi dirigenti, forse distratti e comunque rimasti vittime di un inganno.
Le motivazioni della sentenza, attese per metà febbraio, forse renderanno più chiare e plausibili le decisioni dei giudici, intanto avvocati di chiara fama hanno espresso posizioni molto nette. Giuliano Pisapia, mero osservatore del procedimento ma ben informato dei fatti, ha definito la sentenza uno “scempio giuridico”. Alfredo Galasso, legale di parte civile, con trascorsi in processi storici (Ustica, Dalla Chiesa, Pecorelli per citarne alcuni), è arrabbiato per il “tentativo di minimizzare i fatti, con pene miti a funzionari di medio e basso livello e la concessione generalizzata delle attenuanti” e per la “disattenzione se non il disprezzo mostrati verso le parti lese, risarcite con cifre irrisorie”.
È stato certamente un processo molto duro. I pm Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini, protagonisti di una battaglia solitaria e coraggiosa, lo hanno definito una via di mezzo fra certi processi per stupro e i tipici processi per mafia: come nei primi, si è tentato di screditare le vittime, indicandole come corresponsabili dei reati; come nei secondi, i magistrati hanno dovuto affrontare un muro di omertà, alzato stavolta dalla Polizia di Stato.
Il tribunale ha condannato per concorso in lesioni il capo del VII reparto mobile di Roma Vincenzo Canterini (4 anni), il suo vice Michelangelo Fournier (che in aula parlò di “macelleria messicana”, 2 anni) e otto capisquadra (3 anni ciascuno). Canterini, come estensore di un succinto verbale, è stato condannato anche per falso e calunnia: scrisse d’avere incontrato un’attiva e violenta resistenza all’interno della scuola e non è stato creduto. È stato invece assolto da un’altra accusa di falso, la descrizione di un fitto lancio di pietre e oggetti dalle finestre della scuola, che secondo i pm non vi fu.
Altre condanne sono state inflitte a due “uomini delle molotov”. L’agente Michele Burgio (2 anni e 6 mesi) era impegnato alla Diaz come autista, ma portò le bottiglie incendiarie dall’auto fino al cortile della scuola su richiesta del suo superiore, Pietro Troiani (condannato a 3 anni), al quale le consegnò. Entrambi sono stati ritenuti colpevoli di detenzione e trasporto di armi da guerra e calunnia (cioè l’attribuzione delle bottiglie agli ospiti della scuola); Troiani anche di falso. L’ultimo condannato, a un mese di reclusione, è Luigi Fazio, incriminato di un reato minore (peculato) commesso durante la perquisizione compiuta nella scuola Pascoli, di fronte al dormitorio che fu teatro dei pestaggi.
Non era probabilmente mai accaduto che tredici agenti e funzionari di polizia, incluso uno con il rango di questore (Vincenzo Canterini, peraltro promosso a questo ruolo a procedimento in corso), fossero simultaneamente condannati per reati compiuti in servizio, e tuttavia colpiscono di più le sedici assoluzioni. Massimo Nucera e Maurizio Panzieri sono stati assolti dall’accusa di avere inscenato un falso accoltellamento. Una perizia del Ris dei carabinieri confortava le conclusioni di Zucca e Cardona Albini, giudicando incompatibili i tagli rinvenuti sul giubbetto protettivo di Nucera e il suo racconto dell’episodio, confermato da Panzieri. Un’altra perizia ne sosteneva però la compatibilità e il tribunale ha deciso per l’assoluzione. I dubbi restano: Libero Mancuso, all’epoca magistrato a Bologna, notò che a dar retta alla versione ufficiale si sarebbe trattato del primo caso di arresto del coltello e non dell’accoltellatore…
I giudici hanno assolto anche Salvatore Gava, accusato di una serie di reati per l’irruzione alla scuola Pascoli, sede del centro media del Genoa social forum: la perquisizione non era prevista né autorizzata, eppure furono danneggiati computer e altri materiali e vennero prelevati alcuni hard disk. Le motivazioni forse chiariranno le ragioni di quest’assoluzione; la polizia ha sostenuto che la perquisizione fu eseguita per errore. La decisione più sorprendente riguarda i firmatari del verbale di arresto dei 93 ospiti della Diaz. Il documento contiene vari falsi, in particolare sul ritrovamento delle molotov e sulla resistenza incontrata dagli agenti, ma il tribunale ha scelto l’assoluzione, sposando probabilmente la tesi della non consapevolezza. Autori e firmatari del verbale sarebbero stati indotti in errore da loro colleghi (i due delle molotov, la relazione scritta di Canterini) e quindi avrebbero agito in buona fede. Sorprende però che le condanne per l’introduzione delle molotov si siano fermate ai primi due anelli della catena. Burgio e Troiani le portarono nel cortile della Diaz, ma il sacchetto celeste che le conteneva passò anche in altre mani e alla fine arrivò ai massimi dirigenti, come dimostra il filmato di una tv locale. Perché l’attribuzione di responsabilità si è fermata così in basso? È possibile che Burgio e Troiani si siano inventati la presenza delle molotov su un tavolino all’ingresso della scuola senza informare nessuno e senza che nessuno sospettasse niente? E a che fine i due avrebbero agito? L’ex ministro Alfredo Biondi, difensore di Troiani, ha parlato di sentenza “incoerente”, a meno di sostenere che Burgio e Troiani abbiano una “vocazione alla calunnia”…
Infine gli assolti eccellenti, Francesco Gratteri e Giovanni Luperi, il primo capo dell’anticrimine, il secondo dei servizi segreti civili (entrambi promossi a questi incarichi durante il processo). Per Zucca e Cardona Albini la notte del 21 luglio 2001 erano al vertice della linea di comando; i due dirigenti hanno negato l’esistenza di una catena gerarchica formalizzata e sembrano aver convinto il tribunale. In ogni caso quella notte non si sarebbero accorti di niente: né della truffa delle molotov, né delle anomalie di una perquisizione finita con decine di persone all’ospedale. E di certo né Gratteri né Luperi -né gli altri imputati, ad eccezione di Canterini e Fournier- hanno dato spiegazioni in tribunale, poiché si sono avvalsi della facoltà di non rispondere, a dispetto di posizioni nell’apparato statale che consiglierebbero la collaborazione leale con la giustizia. Ma il processo Diaz non è stato un confronto fra galantuomini. La distruzione delle molotov affidate in custodia alla questura di Genova, l’ostruzionismo opposto alle richieste dei pm e le stesse promozioni accordate agli imputati, sono tutti episodi che descrivono uno scontro fra due visioni opposte della funzione pubblica: da un lato l’autoprotezione a oltranza fino a sfiorare l’eversione istituzionale, dall’altro il tentativo di far prevalere il principio di giustizia anche ai livelli più alti del potere.
La sentenza del 13 novembre sembra premiare la prima ipotesi, ma al prezzo di un’ulteriore caduta di credibilità. Antonio Manganelli ha promesso spiegazioni, forse cosciente del nuovo danno d’immagine; il “Comitato verità e giustizia per Genova” (www.veritagiustizia.it) gli ha ricordato i sette anni di silenzi e la necessità di compiere atti concreti come le scuse ufficiali alle vittime e ai cittadini e la rimozione dei condannati. Intanto la procura e le parti civili preparano i ricorsi in appello, anche se la prescrizione incombe, mentre le azioni civili andranno avanti comunque.
Il “caso Diaz” non è chiuso.
Condannati e assolti
L’elenco delle decisioni del tribunale di Genova nella sentenza del 13 novembre.
Falso, calunnia, arresto illegale (molotov, resistenza esterna e interna):
Francesco Gratteri, Giovanni Luperi
Richieste: 4 anni e sei mesi
Sentenza: assolti
I falsi verbali
Gilberto Caldarozzi, Filippo Ferri, Massimiliano Di Bernardini, Fabio Ciccimarra, Nando Dominici, Spartaco Mortola, Carlo Di Sarro
Richieste: 4 anni e 6 mesi
Massimo Mazzoni, Renzo Cerchi, Davide Di Novi
Richieste: 4 anni
L’irruzione e i pestaggi
Falso, calunnia, concorso in lesioni (resistenza esterna e interna):
Concorso in lesioni:
Michelangelo Fournier, Fabrizio Basili, Ciro Tucci, Carlo Lucaroni, Emiliano Zaccaria, Angelo Cenni, Fabrizio Ledoti, Pietro Stranieri, Vincenzo Compagnone – Richieste: 3 anni e 6 mesi
Sentenza: Canterini, 4 anni (assolto dal falso su resistenza esterna);Fournier, 2 anni; Basili, Tucci, Lucaroni, Zaccaria, Cenni, Ledoti, Stranieri, Compagnone, 3 anni
Falso, calunnia:
Massimo Nucera, Maurizio Panzieri
Detenzione e trasporto armi da guerra, calunnia, falso: Pietro Troiani
Richieste: 5 anni
Detenzione e trasporto armi da guerra, calunnia: Michele Burgio
Richieste:4 anni
Sentenza: Troiani, 3 anni;
Burgio, 2 anni e 6 mesi
Falso, perquisizione arbitraria, violenza privata, violazione di domicilio, danneggiamenti:
Richieste: Salvatore Gava, 4 anni;
Alfredo Fabbrocini, assoluzione
Peculato: Luigi Fazio
Richieste: 3 mesi
Sentenza: Gava e Fabbrocini, assolti, Fazio, 1 mese
Per le lesioni: provvisionale da 5mila a 50mila euro a 72 parti lese;
per la calunnia di Canterini: provvisionale di 2.500 euro a 87 parti lese;
per la calunnia di Troiani e Burgio: 2.500 euro a 87 parti lese;
per il peculato di Fazio: 1.000 euro a una parte civile.
Più il pagamento delle spese processuali per 90 parti civili
Riannodiamo il filo della memoria
“Noi c’eravamo e abbiamo visto” è la parola d’ordine dell’“appello Genova G8”, cui hanno dato vita -subito dopo la sentenza sulla scuola Diaz- una decina di persone, presenti a Genova e testimoni di ciò che accadde. In poco meno di una settimana il blog appellogenovag8.splinder.com, che nasce “per riannodare i fili della memoria”, ha superato i duemila contatti, raccogliendo oltre 400 adesioni. L’obiettivo: riportare allo scoperto quello che sembrava sepolto dalla polvere degli anni, le testimonianze, le esperienze vissute.
Il prossimo passo, infatti, è quello di agevolare la creazione
di reti territoriali tra tutti quelli che hanno aderito. Chi lo vorrà, infatti, potrà inviare un messaggio a noiceravamo@gmail.com mettendo in “oggetto” il nome della regione di residenza e verrà messo in contatto con i testimoni più vicini (e che si sono resi disponibili) di quelle tragiche giornate,
per incontrarsi e organizzare iniziative sul territorio.
Per sette anni ci sono venuti a dire che era inutile pretendere risposte, tanto sarebbero stati i processi penali a chiarire fatti e responsabilità del G8 di Genova. Non è andata così. Resiste in particolare un’ampia zona grigia, blindata quasi quanto la zona rossa in cui si rinchiusero gli 8 “grandi”, di cui sappiamo pochissimo: che cosa fanno gli alti vertici della politica e della polizia in quei giorni? Chi fa e chi disfa i piani dell’ordine pubblico? Con quali obiettivi?
È il tema del dvd “Fare un golpe e farla franca”, realizzato da Beppe Cremagnani, Enrico Deaglio e Mario Portanova, in edicola a 5 euro da metà dicembre.
Il documentario punta l’obiettivo sul blitz alla scuola Diaz, una prova generale dell’Italia di oggi dove la sicurezza è militarizzata e la paura è il principale strumento di governo. Mentre scorrono le immagini, raccontano il loro G8 l’allora ministro dell’Interno Claudio Scajola, l’ex presidente della Camera Fausto Bertinotti, l’allora sindaco di Genova
Giuseppe Pericu, uomini degli apparati di sicurezza, vittime e testimoni di quei giorni. Bertinotti racconta le telefonate con Gianni De Gennaro la notte della Diaz (“non è un’ambasciata”, lo liquidò il capo della polizia) e con il vicepremier Gianfranco Fini per evitare l’ennesima carica al corteo del 21 luglio. Scajola racconta i retroscena del Viminale e dà la sua spiegazione su quel che non ha funzionato. In particolare, l’accumularsi di allarmi preventivi dei servizi segreti, che alimentavano la tensione senza alcun filtro di credibilità; e l’“impreparazione” delle forze dell’ordine ad affrontare l’evento.
La seconda edizione di Noi della Diaz (2008)
Il libro di Lorenzo Guadagnucci che ricostruisce la “notte dei manganelli”, è arricchito da un’ampia prefazione che racconta i processi e traccia la storia della “democrazia umiliata” (200 pp., 12 euro, www.altreconomia.it/libri)