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Timestamp: 2020-01-28 03:08:02+00:00
Document Index: 105840442

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Sentenza Cassazione Civile n. 16407 del 04/07/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16407 del 04/07/2017
Cassazione civile, sez. II, 04/07/2017, (ud. 09/05/2017, dep.04/07/2017), n. 16407
A.A., (OMISSIS), M.E. (OMISSIS),
studio dell’avvocato CRISTINA DELLA VALLE, rappresentati e difesi
dall’avvocato NICOLA MARCHI;
N.E., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE DELLE MILIZIE
9, presso lo studio dell’avvocato STEFANO D’ACUNTI, che lo
rappresenta e difende unitamente all’avvocato ENRICO MUFFATTI;
DARMA IMMOBILIARE SRL;
avverso la sentenza n. 2269/2013 della CORTE D’APPELLO di MILANO,
depositata il 31/05/2013.
Con atto di citazione notificato nel settembre 2006 A.A. ed M.E. convennero innanzi al Tribunale di Sondrio la società Darma Immobiliare s.r.l. ed N.E. per sentir accertare che le immissioni sonore nell’abitazione degli attori, sito in (OMISSIS), e provenienti dall’esercizio pubblico “La Birreria”, sito in via (OMISSIS), eccedevano i limiti della normale tollerabilità e per sentir condannare la Darma Immobiliare s.r.l., in qualità di gestore dell’esercizio pubblico, ed N.E., quale proprietario dei locali, in via solidale, ad eseguire le opere necessarie a mettere a norma il locale ed evitare la produzione di immissioni sonore oltre i limiti consentiti, nonchè al risarcimento del danno biologico e morale subito dagli attori a causa delle immissioni suddette, nel periodo tra dicembre 2005 e luglio 2006.
La Corte d’Appello di Milano, in parziale riforma della sentenza di primo grado, dichiarò cessata la materia del contendere su tutte le domande diverse da quelle di risarcimento dei danni, atteso che il pub – birreria era stato chiuso nel luglio 2006, circa due mesi prima della notifica dell’atto di citazione innanzi al Tribunale di Sondrio. La Corte, inoltre, rigettò le domande di risarcimento del danno proposte contro N.E., assumendo che la produzione delle immissioni sonore intollerabili non era addebitabile alla condotta del proprietario dei locali.
Per la cassazione di detta sentenza propongono ricorso, con cinque motivi, A.A. ed M.E., illustrati da memoria ex art. 378 c.p.c..
Con il primo motivo i ricorrenti denunciano la violazione e falsa applicazione dell’art. 100 c.p.c., e dell’art. 844 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, nonchè l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, deducendo che la Corte ha erroneamente dichiarato cessata la materia del contendere sebbene il locale, chiuso nel luglio del 2006, era stato riaperto nel settembre 2007 con le stesse immissioni intollerabili.
La Corte d’appello, infatti, in relazione alla domanda di inibitoria e di adozione delle necessarie misure per rendere tollerabili le immissioni sonore proposta nei confronti del N., quale proprietario dei locali, pur facendo impropriamente riferimento alla cessazione della materia del contendere, che ha natura meramente processuale ed è riconducibile all’estinzione del giudizio (Cass. 6617/2012) in conseguenza del sopravvenuto mutamento della situazione sostanziale ivi dedotta (Cass. 11813/2016), ha in effetti esaminato la domanda nel merito, ritenendola infondata.
E ciò non soltanto sul rilievo che le immissioni erano cessate prima della proposizione della domanda stessa, in conseguenza della cessazione dell’attività commerciale, ma pure sulla base della valutazione della natura delle immissioni e dell’individuazione della fonte di inquinamento acustico, giungendo alla conclusione che la rumorosità non fosse imputabile a carenze strutturali dell’immobile di proprietà del N., ma a comportamenti riconducibili ai gestori dell’attività commerciale ivi svolta.
Con il secondo, articolato, motivo i ricorrenti denunciano la nullità della sentenza per violazione e falsa applicazione dell’art. 132 c.p.c., e la violazione degli artt. 844 e 2043 c.c., in relazione rispettivamente all’art. 360 c.p.c., nn. 4) e 3), nonchè l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, deducendo che la Corte territoriale ha erroneamente escluso la responsabilità aquiliana del proprietario dell’immobile ed ha omesso di rilevare l’inidoneità del locale in questione, nonostante la necessità di lavori strutturali risultasse dalla relazione dell’ARPA, dall’ordinanza del Comune di Caspoggio e dalla stessa ammissione di N.E., proprietario del locale. Ne consegue che la Corte d’Appello ha del tutto omesso di fornire una motivazione sul fatto decisivo, costituito dalla inidoneità dei locali in cui veniva gestito il pub e dal mancato adeguamento degli stessi.
Va anzitutto esclusa la nullità della sentenza per omessa motivazione, o c.d. “motivazione apparente” posto che la Corte territoriale ha chiaramente indicato l’iter logico seguito e la ratio decidendi in forza della quale ha escluso la necessità di lavori strutturali del locale del N., in relazione alle immissioni sonore lamentate dagli odierni ricorrenti. (Cass. Civ. Sez. L sent del 08/01/2009 n. 161).
Del pari, non è ravvisabile l’omesso esame di un fatto decisivo che, nei termini in cui è formulato, si risolve nella sollecitazione a un nuovo esame delle risultanze probatorie, non ammissibile in sede di legittimità, posto che il fatto storico, rilevante in causa, è stato comunque preso in considerazione dal giudice di merito, ancorchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie (Cass. Civ. SS.UU. sent del 07/04/2014 n. 8053).
Orbene, nel caso di specie il giudice dell’appello, previo esame e valutazione delle risultanze istruttorie, e segnatamente la relazione dell’ARPA di Sondrio, ha ritenuto, con valutazione di merito, che, in quanto adeguatamente motivata non è censurabile in sede di legittimità, che la fonte dell’inquinamento dovesse individuarsi nella musica diffusa a volume eccessivo nonchè nel vociare degli avventori presenti nel locale e di quelli che si trattenevano all’esterno e fosse dunque unicamente riconducibile alla condotta dei gestori dell’esercizio commerciale.
Con il terzo motivo i ricorrenti denunciano la violazione e falsa applicazione degli artt. 844, 2043, 2051 e 2059 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, nonchè l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, deducendo, sotto altro profilo, che la Corte ha erroneamente escluso la responsabilità del proprietario dei locali per la produzione delle immissioni sonore intollerabili, atteso che N.E. aveva ricevuto le lamentele del vicinato prima di ricevere la formale diffida nel giugno 2006 e, ciò nonostante, aveva omesso di intervenire per impedire le immissioni con tutti i mezzi a sua disposizione. Da qui la grava colpa omissiva a suo carico.
In relazione alla responsabilità di N.E., proprietario dell’immobile, occorre premettere che, secondo l’indirizzo interpretativo di questa Corte, l’azione di natura “reale”, esperita per l’accertamento dell’illegittimità delle immissioni e per la realizzazione delle modifiche strutturali necessarie al fine di far cessare le stesse nei confronti del proprietario del fondo da cui tali immissioni provengono è distinta e può essere cumulata con la domanda verso altro convenuto, per responsabilità aquiliana ex art. 2043 c.c., volta ad ottenere il risarcimento del pregiudizio di natura personale da quelle cagionato (Cass., Sez. Un., 27 febbraio 2013, n. 4848). Quest’ultima domanda risarcitoria va proposta secondo i principi della responsabilità aquiliana e cioè nei confronti del soggetto individuato dal criterio di imputazione della responsabilità; quindi nei confronti dell’autore del fatto illecito (materiale o morale), allorchè il criterio di imputazione è la colpa o il dolo (art. 2043) e nei confronti del custode della cosa allorchè il criterio di imputazione è il rapporto di custodia ex art. 2051 c.c..
Allorchè le immissioni intollerabili originino da un immobile condotto in locazione, dunque, la responsabilità ex art. 2043 c.c., per i danni da esse derivanti può essere affermata nei confronti del proprietario, locatore dell’immobile, solo se il medesimo abbia concorso alla realizzazione del fatto dannoso, e non già per avere omesso di rivolgere al conduttore una formale diffida ad adottare gli interventi necessari ad impedire pregiudizi a carico di terzi (Cass. Civ. Sez. 3^ sent del 28/05/2015 n. 11125).
Nella fattispecie in esame, pertanto, la domanda risarcitoria poteva essere proposta nei confronti del proprietario solo se egli avesse concorso alla realizzazione del fatto dannoso, quale autore o coautore dello stesso, mentre il solo fatto di essere proprietario, ancorchè consapevole, ma senza alcun apporto causale al fatto dannoso, non è idoneo a realizzare una sua responsabilità aquiliana. Apporto causale all’evento dannoso che la Corte territoriale ha escluso in base alla valutazione, logicamente argomentata, delle circostanze di fatto e delle risultanze probatorie, in considerazione, non soltanto della già evidenziata insussistenza di carenze strutturali dell’immobile e del divieto di immissioni sonore, specificamente previsto nel contratto di locazione, ma anche del comportamento tenuto dal proprietario dei locali, il quale risultava essersi in concreto adoperato presso il conduttore, sia verbalmente, che mediante diffida scritta, per la cessazione delle immissioni.
Con il quarto motivo, i ricorrenti denunciano la violazione e falsa applicazione degli artt. 2043 e 2059 c.c., e dell’art. 185 c.p., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, e l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, deducendo che la Corte territoriale ha erroneamente ridotto la liquidazione del risarcimento del danno non patrimoniale a favore dei coniugi A. – M. atteso che non ha tenuto conto che le immissioni intollerabili si verificavano per tre – quattro volte alla settimana e negli orari notturni, circostanze confermate dai testi escussi, della relazione dell’ARPA del 19.05.2006, della querela per imbrattamento e disturbo del riposo delle persone sporta da A.A. il 17.01.2006, elementi che avrebbero comportato la liquidazione di un danno non patrimoniale più elevato rispetto a quanto stabilito dalla Corte.
Come già precisato, l’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, riformulato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, introduce nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti ed abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia). Ne consegue che, nel rigoroso rispetto delle previsioni dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, il ricorrente deve indicare il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sè, il vizio di cui all’art. 360, n. 5) codice di rito, qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie (Cass. Civ. SS.UU. sent del 07/04/2014 n. 8053).
Con il quinto motivo i ricorrenti affermano l’applicabilità dell’art. 384 c.p.c., comma 2, al caso in esame con conseguente decidibilità della causa nel merito, senza necessità di rinvio.
Con il secondo motivo di ricorso incidentale, il N. denunzia la violazione degli artt. 91 e 92 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3), nonchè l’insufficiente motivazione ex art. 360 c.p.c., n. 5), in relazione alla statuizione di integrale compensazione delle spese di lite nei confronti degli odierni ricorrenti.
Va anzitutto affermata l’inammissibilità della censura di carenza motivazionale atteso che l’insufficiente motivazione non è più censurabile alla luce del nuovo disposto dell’art. 360 codice di rito, comma 1, n. 5), (Cass. Ss.Uu. n.8053/2014)applicabile ratione temporis alla fattispecie in esame, atteso che la sentenza impugnata è stata pubblicata il 31 maggio 2013.
Ciò posto, deve farsi qui applicazione del principio secondo cui in tema di spese processuali, avuto riguardo al regime anteriore alle modifiche dell’art. 92, stabilite dalla L. 28 dicembre 2005, n. 263, art. 2, comma 1, lett. a), e dell’art.45 1.18 giugno 2009 n.69, il potere di disporre la compensazione delle spese “per giusti motivi” è riservata al prudente apprezzamento del giudice di merito ed il sindacato della Corte di cassazione è limitato ad accertare che non risulti violato il principio secondo il quale le spese non possono essere poste a carico della parte totalmente vittoriosa.
Ed invero, posto che la scelta di compensare le spese processuali può essere censurata in sede di legittimità quando siano illogiche o contraddittorie le ragioni poste alla base della motivazione, e tali da inficiare per inconsistenza o erroneità il processo decisionale (Cass. n. 7763/2012), nel caso di specie deve rilevarsi che è stata accertata l’intollerabilità delle immissioni, ancorchè non riconducibili ad un comportamento direttamente imputabile al proprietario dei locali, il che costituisce adeguato fondamento della disposta compensazione, in via equitativa, delle spese di lite.
I ricorrenti, maggiormente soccombenti, alla luce del limitato oggetto del ricorso incidentale, che censurava il solo capo sulla regolazione delle spese di lite, vanno condannati alla refusione delle spese del presente giudizio in favore del N..
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, sussistono i presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti principali, nonchè del ricorrente incidentale, dell’ulteriore importo, a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto, rispettivamente, per il ricorso principale e di quello incidentale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.
Dichiara assorbito il primo motivo del ricorso incidentale condizionato, rigetta l’ulteriore motivo del ricorso incidentale proposto da N.E..
Condanna i ricorrenti, in solido, alla refusione delle spese del presente giudizio in favore di N.E., che liquida in complessivi 3.200,00 Euro, di cui 200,00 Euro per rimborso spese vive, oltre a rimborso forfettario spese generali, in misura del 15%, ed accessori di legge.
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti principali, nonchè del ricorrente incidentale N.E., dell’ulteriore importo, a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto, rispettivamente, per il ricorso principale e di quello incidentale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.