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Timestamp: 2019-07-19 15:24:23+00:00
Document Index: 77356135

Matched Legal Cases: ['art. 651', 'art. 4', 'art. 6', 'sentenza ', 'art. 8', 'e contrario', 'art. 78', 'art. 80', 'sentenza ']

L’assenza di una politica europea di cooperazione e di assistenza a seguito delle c.d. “primavere arabe”, l’incapacità di gestire gli effetti del dopo Gheddafi in Libia, riguardo al blocco delle partenze dei migranti via mare, attualmente gestite in gran parte dall’ISIS, il dramma del genocidio in Iraq ed in Siria, stanno avviando nel nostro Paese un numero sempre crescente di persone in fuga da guerre e povertà.
L’UE, finora, non è riuscita a stabilire una strategia omogenea ed efficace per contrastare il traffico via mare di clandestini, che ha assunto dimensioni epocali e continua a registrare episodi tragici, con migliaia di morti nelle acque del Mediterraneo. L’incidente di Lampedusa del 3 ottobre 2013 che provocò 366 morti, spinse l’Italia, nel periodo del governo di Enrico Letta, ad avviare unilateralmente un’operazione militare ed umanitaria, volta al salvataggio, denominata Mare Nostrum.
Dal 18 ottobre 2013 l’Operazione Mare Nostrum ha fronteggiato una emergenza senza precedenti per l’eccezionale afflusso di clandestini nello stretto di Sicilia (che ha coinvolto la Marina Militare, l’Aeronautica, la GdF, i Carabinieri, le Capitanerie di Porto, la Croce rossa, il Viminale, la Polizia e navi mercantili dirottate per il salvataggio). L’operazione è costata all’Italia 300.000 euro al giorno. Una media di 9 milioni al mese pagate dalle casse dello Stato italiano per le unità impegnate nell’attività SAR (search and rescue) e per tutti i costi degli enti locali per l’assistenza ai migranti. E’ evidente che tali sacrifici economici non potevano e non possono essere sostenuti esclusivamente dall’Italia. L’Operazione ha previsto il pattugliamento in una linea avanzata di controllo fin nelle acque libiche per cercare di evitare i naufragi, comportando un impegno per il soccorso e l’accoglienza senza precedenti. Mare Nostrum ha peraltro indubbiamente incoraggiato le partenze dei migranti rendendo più sicuro e facile l'approdo in Italia.
Questo dispiego di risorse per provvedere al salvataggio, peraltro, coinvolge anche navi della marina mercantile che vengono dirottate dall’Autorità marittima per salvare e portare i migranti in porti sicuri, dove viene richiesto il pagamento delle tasse di approdo e lo smaltimento dei rifiuti della nave, considerati “speciali” e, come tali, dai costi molto elevati per riportare la nave nelle condizioni igienico sanitarie necessarie per la sicurezza degli equipaggi, per non parlare degli inadempimenti contrattuali che tali dirottamenti comportano a carico degli armatori e le rilevanti spese di carburante. Inoltre, le navi mercantili coinvolte si trovano ad affrontare situazioni di grave pericolo per i propri equipaggi, non avendo a bordo nè le dotazioni di sicurezza necessarie, né la preparazione professionale per svolgere tali attività pericolose. Nell’ultimo anno oltre 40.000 persone sono state raccolte da navi mercantili.
Le organizzazioni criminali coinvolte nel traffico di migranti si dimostrano sempre più agguerrite nel far partire imbarcazioni fatiscenti, tutte dotate di un kit di salvataggio: cellulare satellitare e numeri telefonici delle Autorità marittime italiane che, ai sensi della normativa internazionale e del codice della navigazione, sono obbligate ad intervenire per prestare soccorso.
I centri italiani di accoglienza sono al collasso e le risorse per i soccorsi a mare sono sempre più limitate, in relazione ad un numero di sbarchi senza sosta.
Nel 2008 sono arrivati sulle coste italiane 36.951 migranti. Successivamente nel 2011, anno delle c.d. “primavere arabe” sono sbarcati 65.000 clandestini. L’Operazione Mare Nostrum ha registrato oltre 170.000 arrivi; quest’anno da 1° gennaio all’11 maggio sono arrivati 36.205 migranti. Un ulteriore dato allarmante riguarda l’arrivo di minori non accompagnati: nel 2014 su 14.243 sbarcati si è persa traccia di 3.707 minori. Questi buchi nel sistema di controllo e sicurezza dei minori stranieri dimostra che esiste un’organizzazione che li coinvolge per poi utilizzarli come manovalanza criminale o sfruttarli per traffico di organi o per prostituzione, in base alle denunce di Save the Children.
Dopo una serie di tragici naufragi nel Mediterraneo, l’UE ha potenziato Frontex (Agenzia europea per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli Stati membri dell'Unione europea) con una nuova operazione denominata Triton, iniziata il 1° novembre 2014, che si articola con più risorse e mezzi per sorvegliare le acque entro i confini marittimi dell’area Schengen, ovvero entro le trenta miglia, con maggiore presenza di uomini e mezzi per la lotta agli scafisti, per la distruzione delle imbarcazioni e per l’assistenza agli Stati membri nelle operazioni congiunte di rimpatrio.
L’Operazione Triton prevede l’arretramento della linea di intervento, (che con l’operazione Mare Nostrum si spingeva nelle acque internazionali fino a ridosso delle coste libiche con la finalità di soccorrere le imbarcazioni in pericolo), ed ha una missione di semplice sorveglianza delle frontiere, su base volontaria degli Stati partecipanti. L’intervento opera solo nei confronti dei barconi che varcano la linea della frontiera marittima. La finalità di Triton, quindi, non riveste il carattere umanitario (come Mare Nostrum) ma intende realizzare, in via esclusiva, pattugliamento alle frontiere di mare a Sud Europa, ma è evidente che nulla cambia nei casi di richieste di soccorso per le quali le unità navali, se pur messe a disposizione e destinate dalla UE all’esclusivo controllo delle frontiere, saranno obbligate a salvare i migranti in pericolo di vita, come ulteriormente confermato dal recente Reg. 656/2014/UE che nello stabilire le modalità di pattugliamento, ribadisce l’obbligo di prestare assistenza alle persone in pericolo, conformemente al diritto internazionale, alla convenzione SAR ed al rispetto dei diritti fondamentali.
Lo stanziamento previsto da parte dell’UE per le prime operazione Triton è stato aumentato da 12 al massimo di 30 milioni di euro all’anno; cifra irrisoria rispetto ai costi affrontati dall’Italia da sola nell’operazione Mare Nostrum (108 milioni).
Inoltre, gli Stati membri hanno subordinato la loro adesione all’operazione Triton alla condizione che l’Italia rispetti le norme del Reg. (UE) n. 604/2013 (Dublino III), che impone il rilevamento dell’identità dei migranti nel paese di primo approdo, dove è previsto l’obbligo della richiesta d’asilo e minacciano di riportare i clandestini, trovati nei rispettivi territori, in Italia, dove sono sbarcati e fuggiti senza farsi identificare evitando, in tal modo, di dover richiedere l’asilo nel nostro paese. E’ evidente che, finora, il sistema di Dublino non funziona come dovrebbe; nel 2014 solo cinque Stati membri si sono fatti carico del 72% di tutte le richieste d’asilo della UE.
La proposta italiana di rivedere il contenuto del Regolamento di Dublino si è scontrata soprattutto con l’opposizione inglese e tedesca. 25 Paesi su 28 si sono opposti a stipulare il “mutuo riconoscimento” cioè l’asilo politico europeo che garantirebbe una più equa distribuzione dei richiedenti asilo, senza gravare solo sul paese di primo approdo.
Allo stato, la presenza di clandestini, entrati via mare in Italia, non rappresenta solo una minaccia all’ordine pubblico, ma costituisce un pericolo per la sicurezza in vista della concreta possibilità che, tra questi, entrino anche terroristi dell’ISIS, i c.d. foreign fighters, come è stato recentemente dichiarato dal ministro libico dell’informazione del governo di Tobruk. Il problema si pone per quegli stranieri che si sono sottratti al “fotosegnalamento”. Il rifiuto a farsi identificare integra il reato (art. 651 cod. pen.) di “rifiuto d’indicazioni sulla propria identità personale”, che prevede l’arresto fino ad un mese ed ammenda fino a 206 euro. Tale reato ha carattere istantaneo e si perfeziona non appena il soggetto abbia rifiutato di dare le indicazioni richieste. L’art. 4 (TULPS), Testo Unico Leggi Pubblica Sicurezza, stabilisce che l’Autorità di PS può sottoporre a rilievi segnaletici le persone pericolose o sospette o che si rifiutano di provare la loro identità. Il rilevamento coattivo delle impronte dello straniero è previsto dall’art. 6 comma 4 del Testo unico in materia di immigrazione, ma finora non è stato compiutamente adottato dalle Autorità di polizia. Inoltre, la Cassazione (sez. V, sentenza n. 38229/2008) in proposito, ha ritenuto legittimo per l’accompagnamento coattivo “l’uso di un mezzo di coazione fisica, come la forza muscolare ove a tale accompagnamento venga opposta resistenza, anche meramente passiva. L’uso della forza deve però essere rigorosamente proporzionato al tipo ed al grado della resistenza opposta”.
Ai sensi della normativa europea, il rilevamento delle impronte è stabilito dall’art. 8 reg. UE 2725/2000 (Eurodac), che prevede l’obbligo di accoglienza nei Centri, distribuiti sul territorio italiano, dove si procede alla identificazione ed al rilevamento delle impronte digitali di tutti gli stranieri che hanno attraversato clandestinamente la frontiera.
Dati del Ministero dell’Interno segnalano che nel 2014 su 63.041 richieste di asilo ne sono state effettivamente esaminate solamente16.603 (pari al 26,34%) dalle competenti Commissioni territoriali, di cui 7.553 con esito positivo (pari al 45%); ciò significa che nel nostro paese sono giunti anche migliaia di migranti economici, irregolari che, per legge, devono essere rimpatriati. La possibilità di presentare ricorso al Tar contro il decreto di espulsione, comporta che molti di essi entrano in clandestinità, sfuggendo ad ogni forma di controllo.
La mancata identificazione in modo coattivo dei clandestini potrebbe comportare l’apertura di una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia da parte dell’UE, a seguito dei rilievi mossi da alcuni Stati membri, in merito al mancato segnalamento di numerosi migranti sbarcati in Italia, fuggiti dai Centri di prima accoglienza e rintracciati successivamente in paesi europei. E’ evidente che le procedure di identificazione diventano essenziali, anche ai fini della prevenzione di rischi legati al terrorismo.
Dopo la tragedia in mare degli oltre 800 migranti morti nella notte tra il 19 e 20 aprile, si è riunito il vertice straordinario dell’Unione europea il 23 aprile che ha finalmente preso atto della impossibilità per l’Italia di provvedere da sola ad affrontare il dramma del traffico di clandestini nel Mediterraneo, decidendo di incrementare fino a 120 milioni i fondi per le operazioni Triton e Poseidon, le due missioni di sorveglianza alle frontiere in Italia e Grecia, aumentando la presenza di mezzi aerei e navali da parte della Germania, la Gran Bretagna il Belgio e la Svezia.
I risultati che l’Unione intende raggiungere sono contenuti nelle conclusioni del vertice dell’UE: 1 - smantellare, attraverso la stretta sinergia tra le Agenzie Europol, Easo, Eurojust e Frontex, le reti dei trafficanti e sequestrare i patrimoni; 2 - organizzare operazioni militari mirate ad identificare, catturare e distruggere le imbarcazioni che vengono usate dai trafficanti e al riguardo l’Alto Rappresentante per la politica estera dell’Ue Federica Mogherini è stata invitata a dar corso ad iniziative di Sicurezza comune e di difesa; 3 – inviare funzionari europei nei paesi di transito dei migranti per raccogliere informazioni utili sul flussi migratori; 4. prevenire la migrazione illegale sviluppando attività ad hoc con il supporto dei Paesi maggiormente coinvolti dalla partenza e dal transito di migranti come la Tunisia, l’Egitto, il Niger il Sudan ed il Mali ; 5. – usare la cooperazione allo sviluppo per promuovere il rimpatrio dei migranti economici non autorizzati nei paesi di origine; 6. – creare un nuovo programma di rimpatrio nei paesi di prima linea (Italia, Malta, Grecia), coordinato da Frontex; 7. - valutare possibili opzioni di un programma d’emergenza per riallocare i richiedenti asili tra gli Stati membri.
Se la discussione ha fatto emergere un ampio appoggio degli Stati Membri al rafforzamento di Frontex e numerosi Capi di Stato e di Governo si sono impegnati a mettere a disposizione uomini e mezzi ( Regno Unito, Francia, Germania, Svezia, Danimarca, Polonia, Slovenia, Croazia, Irlanda e Repubblica Ceca), uno di punti più delicati è stato quello riguardante la distribuzione dei migranti tra i vari Stati europei.
Molti Stati hanno, infatti, evidenziato di preferire un approccio volontario all’utilizzo di quegli strumenti distributivi previsti dall’acquis comunitario e costituiti dalla ricollocazione (relocation) e del reinsediamento (resettlement). Solo alcuni leaders si sono dichiarati aperti all’ipotesi di meccanismi di redistribuzione non volontaria tra gli Stati membri.
Uno dei punti nodali del piano messo a punto nel Consiglio UE, riguarda una clausola che l’Italia dovrà accettare non senza qualche difficoltà. Si prevede l’invio nel nostro Paese di teams dell’EASO- European Asylum Support Office sia per contribuire alle procedure di identificazione e foto-segnalamento dei migranti (che come ricordato l’Italia ha difficoltà a realizzare), sia per snellire le procedure previste per l’esame delle domande di asilo.
La previsione dell’intervento di tali Commissioni internazionali composte da funzionari che si affiancheranno alla polizia italiana per effettuare l’identificazione di chi sbarca e per collaborare alle azioni di contrasto degli scafisti ha suscitato iniziali perplessità ed è stata valutata dal Viminale non positivamente ravvisando in essa un potenziale commissariamento dei poteri di polizia nazionali che obiettivamente il nostro paese non ha saputo esercitare finora in modo compiuto. In realtà, però si tratta di commissioni che operano ”a supporto” ed il cui coordinamento è rimesso alle Autorità del nostro Paese che di esse si possono solo avvalere senza subire ingerenze di carattere organizzativo gestionale. In tale ottica, l’Italia dovrà impegnarsi (sono previsti 60 milioni di euro per tale operazione) a creare centri di accoglienza, denominati “hotspot”, per verificare la sussistenza delle condizioni richieste per il riconoscimento dello status di rifugiato. Per quanto concerne, in particolare, il programma relativo allo smantellamento e distruzione delle imbarcazioni in Libia, sul modello della operazione Atalanta avviata dall’UE in Somalia per combattere la pirateria, risulta, allo stato di non facile realizzazione, in quanto a differenza della Somalia, dove il governo provvisorio aveva espressamente richiesto un intervento ONU nelle proprie acque territoriali e sulle coste, nel caso della Libia non c’è stata alcuna richiesta in tal senso ed anzi il rappresentante libico presso l’ONU si è dichiarato assolutamente contrario a tale soluzione. Il piano presentato all’ONU dall’Alto Rappresentante Mogherini prevede il sequestro e la distruzione dei natanti usati dai trafficanti in base a tre livelli d’intervento: nelle acque internazionali, nelle acque territoriali libiche e nei porti libici dove vengono intercettate le basi operative del traffico. Le conclusioni dell’ultimo Consiglio europeo per raggiungere una rapida decisione d’intervento, presuppongono il ricorso ad operazioni di polizia sul suolo libico, per essere autorizzate dall'Onu occorrerà il voto favorevole dei 5 Paesi membri permanenti (Francia, Regno Unito, Cina, Russia e USA) ed il voto favorevole complessivo di almeno 9 Stati dei 15 (5 permanenti e 10 non permanenti, ovvero Spagna, Lituania, Angola, Ciad, Cile, Giordania, Malesia, Nuova Zelanda, Nigeria, Venezuela). L’adozione da parte dell’ONU di una risoluzione favorevole all’intervento per contrastare il traffico di migranti consentirebbe l’avvio di un’ azione decisa dal Consiglio europeo, sotto il comando italiano, che si ispira al capitolo 7 (artt. 39-51) della Carta ONU che riguarda “l’azione rispetto alle minacce alla pace, alle violazioni della pace ed agli atti di aggressione”, attraverso l’uso di tutti i mezzi per distruggere il sistema del traffico illegale di clandestini, ovvero una missione militare europea in Libia con l’ombrello ONU ed un piano di redistribuzione dei migranti obbligatoria e predefinita, secondo quote, tra tutti i 28 paesi UE. Tutte le circostanze fin qui esaminate hanno determinato un’accelerazione nell’adozione della Agenda Europea sull’Immigrazione che era prevista per la fine del mese di maggio e che, invece, è stata anticipata al 13 maggio.
Il testo di tale documento approvato dalla Commissione Europea presieduta da Juncker, ha delineato l’attivazione di un meccanismo di risposta emergenziale rispetto all’attuale crisi migratoria attraverso l’utilizzo dell’art. 78 TFUE in base al quale “qualora uno o più Stati membri debbano affrontare una situazione di emergenza caratterizzata da un afflusso improvviso di cittadini di Paesi terzi, il Consiglio, su proposta della Commissione, può adottare misure temporanee a beneficio degli Stati Membri interessati. Esso delibera previa consultazione del Parlamento europeo”. Tale strumento consentirà alla Commissione di adottare in modo più snello e celere, meccanismi di redistribuzione dei migranti in chiaro bisogno di protezione internazionale cosa che avverrà secondo uno schema giusto ed equilibrato che fissa il numero di migranti per ogni paese ospitante, secondo parametri quali: PIL, densità della popolazione e la capacità di assorbire un certo numero di rifugiati, tasso di disoccupazione, numero di rifugiati già ospitati. Per quanto concerne i migranti già presenti in Europa, Bruxelles intende attribuire quote nazionali, secondo una ripartizione vincolante per ogni Stato membro, applicando una procedura d’urgenza, con un voto a maggioranza qualificata. Questa distribuzione dovrà superare le resistenze di alcuni paesi tra cui la Gran Bretagna (Cameron su questi temi ha vinto le elezioni politiche), la Finlandia, l’Ungheria, i Paesi Baltici e la Svezia. Più in particolare la Commissione adotterà entro la fine di maggio uno schema di resettlement cui saranno chiamati ad aderire tutti gli Stati membri fino alla copertura di 20.000 posti in tutta Europa. A tal fine la Commissione metterà a disposizione 50 milioni di euro per il 2015 ed il 2016.
L’Agenda, recependo quelle che erano state le decisioni del Consiglio europeo, prevede anche la creazione sul territorio italiano di un ”sistema di hotspot” ovvero di centri di smistamento in cui esperti di Frontex, Easo ed Europol, ciscuno secondo le proprie competenze, dovranno collaborare con le Autorità italiane deputate alle procedure di identificazione e di applicazione delle procedure per l’esame delle domande di asilo per ridurne i tempi e snellire i relativi iter. Europol ed Eurojust daranno il loro supporto anche nelle indagini mirate a depotenziare e sconfiggere le reti dei trafficanti. Questa collaborazione va piuttosto realisticamente interpretata come il sintomo tangibile di come e quanto l’Europa abbia finalmente compreso che il fenomeno migratorio costituisce un problema europeo di cui l’Italia da sola non può assolutamente sopportare la pressione di dimensioni epocali.
Sotto il profilo delle operazioni nel Mediterraneo il documento ha previsto la triplicazione dei fondi già stanziati per Triton e Poseidon nel 2015-2016 ed ha proposto lo stanziamento di 30 milioni di euro per la realizzazione dei programmi di sviluppo e protezione regionale nei paesi di origine e transito dei migranti. Inoltre, è stato prevista la realizzazione di un Centro multifunzionale in Niger entro la fine del 2015. Il quadro viene completato dalla previsione di uno stanziamento da parte della Commissione di 60 milioni di Euro, a valere sui fondi europei per l’emergenza, che saranno destinati a sostenere sia le esigenze del circuito dell’accoglienza che il potenziamento dei servizi sanitari per i migranti, anche a tutela della popolazione ospitante.
L’UE intende farsi carico di realizzare un effettivo coordinamento delle politiche migratorie con le politiche estere, accelerando lo sviluppo dei paesi africani del Corno d’Africa ed avviando programmi di protezione e sviluppo regionale da proporre ai paesi africani con la partecipazione degli organismi internazionali, in attesa che si possa al più presto stabilizzare la situazione politica in Libia. Sarà pertanto determinante intensificare gli scambi informativi con le competenti autorità dei paesi rivieraschi del Mediterraneo per una azione di monitoraggio e contrastare le attività di traffico di migranti, garantendo la cooperazione tra l’Europa, Frontex ed Europol (che riunisce le polizie europee) e l’Ufficio europeo per l’Asilo per individuare e smantellare le organizzazioni criminali del traffico di esseri umani. Occorre, altresì, convincere i paesi che confinano con la Libia (Mali, Sudan, Egitto, Tunisia e Niger) a rafforzare i controlli alle loro frontiere, a fronte di aiuti che la UE dovrà mettere in campo.
Per oggettive criticità collegate alla assoluta instabilità non solo della Libia ma di vari paesi nord africani non è stata invece recepita dalle decisioni europee la creazione degli screening centers che, su proposta del Ministro dell’Interno, si era ipotizzato di realizzare in loco per esaminare le richieste di asilo e per selezionare a monte, prima di arrivare in Europa, i migranti economici dai rifugiati. Tuttavia, l’ipotesi potrà essere riconsiderata quando, specie in Libia, si raggiungerà quel minimo di stabilità idoneo a garantire la sicurezza delle operazioni di screening, identificazione e preselezione dei migranti.
L’Italia, già nel periodo di presidenza europea dal luglio al dicembre 2014 aveva compreso l’importanza che l’Europa intervenisse in Africa dove si dipanano le rotte dei flussi ed aveva indetto a Roma nel novembre 2014 il processo di Rabat ed il processo dei Paesi del Corno d’africa - cd processo di Karthoum - mirati proprio ad un maggiore coinvolgimento dei Paesi africani sia nel contrasto al traffico dei migranti ed alla tratta degli esseri umani che per il contenimento dei flussi. Inoltre, malgrado le obiettive difficoltà sostenute in questi ultimi anni, ha anche iniziato, con contatti e rapporti a livello diplomatico bilaterale, ad avviare un programma di assistenza direttamente nei paesi di partenza disponibili a collaborare.
Con l’Alto Commissariato per i Rifugiati, con l’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) il nostro Paese prevede di aprire almeno tre punti di raccolta dei profughi in Niger, Sudan e Tunisia, sempre nell’intento di ridurre i flussi di migrazione illegale. Senza dubbio questa soluzione potrà sottrarre agli scafisti il traffico dei migranti ed i relativi ingentissimi introiti.
Sono dunque ormai imprescindibili nuove strategie condivise, attraverso la suddivisione equilibrata delle responsabilità (burden sharing), anche con la costituzione di un corpo europeo di polizia di frontiera marittima (v. programma Odysseus 2001) d’iniziativa italiana e nella prospettiva di una nuova policy di accoglienza fra tutti gli Stati dell’UE, ai sensi dell’art. 80 TFUE (Testo sul Funzionamento dell’UE) che stabilisce “le politiche dell’Unione sono governate dal principio di solidarietà e di equa ripartizione delle responsabilità tra gli Stati membri, anche sul piano finanziario”.
Le proiezioni demografiche delle Nazioni Unite prevedono una crescita della popolazione africana nel 2050 dal miliardo attuale a più di 2,4 miliardi di persone. La popolazione attiva tra i 14/65 anni potrebbe raddoppiare con un bacino potenziale di 700 milioni di persone in età lavorativa. Questo dato, unito al fattore di instabilità politica ed economica di molti paesi africani, lascia prevedere che molte di queste persone partiranno per l’Europa.
Risale a qualche mese fa la dichiarazione del direttore esecutivo di Frontex, Fabrice Leggeri, che prevede, nell’anno in corso, un picco di arrivi che tra la primavera e l’estate, in coincidenza con le migliori condizioni del mare, potrà oscillare tra i 500mila ed il milione di migranti pronti a partire dalla Libia.
L’Italia sta subendo le conseguenze di un fenomeno che deve essere gestito diversamente da quanto fatto fin qui per evitare che si trasformi in una invasione.
Alla luce di quanto sinteticamente descritto, l’individuazione della giusta soluzione al problema risulta difficile: da un lato il principio umanitario e di solidarietà nei confronti di persone che fuggono da paesi in guerra dove sono perseguitati, in cerca di asilo e di lavoro e dall’altro l’esigenza di regolare i flussi migratori per tutelare la sicurezza e l’ordine pubblico. E’ indubbio che l’immigrazione clandestina costituisce una crescente minaccia, perché alimenta bacini d’illegalità ed incrementa circuiti criminali trasnazionali. Quanto più equilibrate e determinate saranno le politiche a carattere preventivo e dissuasivo da parte degli Stati europei coinvolti in materia di immigrazione, tanto maggiore sarà la loro capacità di gestione dei flussi migratori attuali e futuri.
Il Reg. (UE) n. 1052/2013 che istituisce il sistema europeo di sorveglianza delle frontiere (EUROSUR) ha definito il modus operandi per la difesa dei confini marittimi della UE con la corretta interrelazione tra le norme comunitarie ed internazionali. Si ridefiniscono le competenze dell’Agenzia per lo studio dei fenomeni migratori Frontex che, da semplice ausilio tecnico, dovrebbe coinvolgere anche le attività di natura assistenziale dei migranti, ma, finora, le risorse messe a disposizione dall’UE a tal fine, sono state insufficienti. ( In proposito la discussione del testo dell’Agenda europea - che prevede come si è detto anche particolari stanziamenti finanziari – avverrà prevedibilmente in occasione del Consiglio dei Ministri di Giustizia e Affari Interni - Gai - nei prossimi giorni 15 e 16 giugno e quella potrà essere la sede in cui chiedere anche finanziamenti più rispondenti al complesso quadro esigenziale del contesto migratorio).
Tornando, comunque, al regolamento Eurosur dobbiamo rilevare che esso stabilisce, altresì, un principio (già affrontato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza del 23 febbraio 2012 che ha condannato l’Italia - causa Hirsi Jamaa ed altri c. Italia) di non refoulement, ovvero divieto di rimpatrio di soggetti verso Paesi dove sussiste la tortura, trattamenti degradanti o inumani, ovvero la minaccia alla libertà ed alla vita.
Si sta andando, in conclusione, verso una nuova politica dell’UE sull’immigrazione, soprattutto in tema di diritto d’asilo e di redistribuzione dei rifugiati nei vari Stati europei. Sarebbe auspicabile che in tale processo evolutivo gli Stati membri avessero la coesione di una task force capace di porre in essere un’azione sempre più incisiva di contrasto ai flussi migratori, nella raggiunta consapevolezza che il fenomeno, superando gli egoismi nazionali, richiede una univoca gestione europea che esclude l’isolamento dei paesi rivieraschi sottoposti a pressione migratoria come finora è, invece, successo all’l’Italia.
Si auspica, in conclusione, una nuova visione dell’Europa che non può essere solo concepita in termini economici, ma deve tendere a realizzare anche una unione politica e sociale.
L’obbligo che attende l’UE è di essere nella condizione di poter governare con dignità e razionalità questa migrazione epocale e di trovare gli strumenti idonei per regolarla con efficacia. L’impegno dell’UE dovrà fronteggiare scenari migratori sempre più complessi e difficili, attraverso lo sviluppo e l’applicazione di strategie flessibili per contrastare le modalità dei trafficanti di esseri umani. Di fronte a questa terribile sfida, lanciata da gruppi criminali organizzati e transnazionali, è evidente quanto sia importante l’attività preventiva che può essere perseguita attivando forme di collaborazione con i paesi terzi di origine e di transito dei flussi migratori, che devono essere aiutati per bloccare in loco le partenze verso l’Europa.
La sfida che attende l’Italia nei prossimi anni sarà incentrata sulla capacità di contemperare due esigenze: quella umanitaria e quella di tutela della sicurezza, ambedue altrettanto rilevanti. In caso contrario, l’Italia potrebbe commettere un reato di omissione, giustamente denunciato da Albert Einstein: “Il mondo è in pericolo non a causa di quelli che fanno del male, ma di quelli che guardano e lasciano fare.”