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Timestamp: 2018-07-18 19:43:56+00:00
Document Index: 15021930

Matched Legal Cases: ['art. 18', 'art. 1', 'art. 4', 'art. 2103', 'art. 1', 'art. 1']

Strategia Europa 2020: a che punto siamo in Italia dopo il Jobs Act? - BIN Italia
Strategia Europa 2020: a che punto siamo in Italia dopo il Jobs Act?
Bin 9 ottobre 2015 Lavoro Nessun commento
L’articolo mette in relazione le indicazioni europee di Europa 2020 ed il Jobs Act la nuova riforma del mercato del lavoro in Italia.
1) Crisi globale ed involuzione del diritto del lavoro e della protezione sociale.
Da molti anni ormai insigni economisti sono impegnati nell’analisi della crisi economica che, iniziata negli Stati Uniti a metà del 2007 con lo scoppio della bolla immobiliare, ha coinvolto il resto del mondo, tanto da essere definita globale.
Le conseguenze che si sono ripercosse in primo luogo sui mercati finanziari hanno successivamente coinvolto i mercati reali e l’occupazione determinando una forte recessione economica in termini di crisi del debito pubblico che ha colpito i paesi industrializzati dell’eurozona, tra i quali in maniera severa anche l’Italia abituata, sin dal dopoguerra, ad un crescente riconoscimento dei diritti sociali.
Per la prima volta dopo la crisi del “29 è tornato il grande spettro della deflazione capace di ingenerare forti inquietudini e di diminuire le speranze di miglioramento, almeno nel breve periodo, della situazione economica e con essa delle condizioni di vita.
Anche i non esperti di economia (come chi scrive) hanno avuto chiaro il risalto del condizionamento che la crisi globale ha avuto e continua ad avere sull’evoluzione (rectius sull’involuzione) del diritto del lavoro e della protezione sociale, così come affermati nello Statuto dei Lavoratori del 1970 e nella successiva legislazione sociale.
La crisi globale ha rivelato a tutti ed in maniera tangibile un mercato del lavoro sensibile alle congiunture economiche e alimentato da numerose forme di impiego atipico diverse dal contratto di lavoro a tempo indeterminato nonostante il legislatore nazionale e comunitario continui a definire quest’ultimo “forma comune di contratto di lavoro” .
L’Italia, in linea con altri Paesi europei, ha tentato inizialmente di fronteggiare l’emergenza -contraddistinta da un forte tasso di disoccupazione- ricorrendo a misure non strutturali incentrate sul potenziamento di istituti già esistenti quali ad esempio la cassa integrazione, così escludendo la platea dei lavoratori flessibili, titolari di contratti a termine o di collaborazione, che per primi hanno avvertito gli effetti della crisi in quanto immediatamente estromessi da imprese non più in grado di occuparli.
La risposta nazionale alla crisi è continuata con l’adozione di misure che hanno progressivamente indebolito i diritti sociali.
E’ sufficiente pensare al congelamento degli stipendi dei dipendenti pubblici, alla riforma delle pensioni varata dal ministro Elsa Fornero nel 2010 unitamente alla modifica della disciplina dei licenziamenti ed in particolare dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, per evidenziare la degradazione delle prerogative lavorative nel settore pubblico e privato.
E’ innegabile la forte perdita di autonomia, di libertà e di potere negoziale dei sindacati evidenziata dalla pressoché totale assenza di concertazione sul Jobs Act e di qualsiasi dialogo sociale in materia di contratto di lavoro a termine, lavoro interinale, apprendistato.
Ma l’aspetto che più di tutti ha impattato sulla riforma del diritto del lavoro e del sistema di protezione sociale nazionale e sulle politiche pubbliche in materia di occupazione è senz’altro identificabile nel sistema di governance economica europea.
Seguendo le ricette somministrate dalla Commissione europea, dalla BCE e talvolta dal FMI, sempre in nome della flessibilità e senza alcun ripensamento nei confronti della nozione di lavoro di qualità, anche il governo Renzi è intervenuto con il Jobs Act a regolamentare massivamente il diritto del lavoro.
Sarà compito della Commissione europea, già chiamata a pronunciarsi con numerose procedure di infrazione, a valutare il conflitto esistente tra i principi contenuti nella Direttiva 1999/70/CE emanata allo scopo di evitare l’abuso della successione dei contratti a termine e la possibilità di stipulare rapporti di lavoro a termine acausali con i limiti indicati dalla L. 148/2014, limiti che la CGCE 4 luglio 2005, causa C-212/04, Adelener, ha peraltro, già giudicato in contrasto con la clausola 5 della Direttiva in una analoga fattispecie della legislazione greca.
Il percorso di strumentalizzazione del diritto del lavoro al servizio delle politiche d’impiego iniziato con la L. 148/2014 che all’art. 1 testualmente recita: “Considerata la perdurante crisi occupazionale e l’incertezza dell’attuale quadro economico nel quale le imprese devono operare, nelle more dell’adozione di un testo unico semplificato della disciplina dei rapporti di lavoro con la previsione in via sperimentale del contratto a tempo indeterminato a protezione crescente e salva l’attuale articolazione delle tipologie di contratti di lavoro,…”. è proseguito con il secondo atto con il quale è stata emanata la delega sul mercato del lavoro Legge 10.12.2014 n° 183.
Senza pretesa di condurre una ricognizione della legge, ed in attesa di conoscere il testo di tutti i decreti di attuazione, è possibile già da ora cogliere alcuni spunti normativi idonei a realizzare un consistente depotenziamento dei diritti dei lavoratori, così come riconosciuti dallo statuto dei lavoratori, sia nella fase di gestione che di conclusione del rapporto di lavoro, mentre è ancora arduo, stante la estrema vaghezza della delega, capire quali benefici potranno derivare dalla manifestata intenzione di “promuovere, in coerenza con le indicazioni europee il contratto a tempo indeterminato come forma comune di contratto di lavoro, rendendolo più conveniente rispetto agli altri tipi di contratto in termini di oneri diretti e indiretti” non prima di avere individuato e analizzato “tutte le forme contrattuali esistenti, ai fini di poterne valutare l’effettiva coerenza con il tessuto occupazionale e con il contesto produttivo nazionale ed internazionale, in funzione di interventi di semplificazione, modifica o superamento delle medesime tipologie contrattuali”.
La riduzione di tutela è manifesta nella modifica dell’art. 4 St. Lav. in tema di controlli a distanza dei lavoratori, e del divieto di jus variandi -previsto dall’art. 2103 c.c.- in caso di processi di riorganizzazione, ristrutturazione o conversione aziendale” (art. 1, co. 7, lett. e) e nel ritocco del catalogo delle sanzioni in caso di licenziamento illegittimo, che ha relegato la reintegra nel posto di lavoro ad un’ipotesi meramente residuale e l’ha totalmente esclusa in caso di licenziamento collettivo.
I primi due schemi di decreti attuativi della legge delega 10 dicembre 2014 n. 183, attualmente in fase di approvazione, svelano già le future ricadute sul sistema giuslavoristico.
L’attuale struttura salariale sarà inevitabilmente coinvolta dalle nuove regole di flessibilità in uscita. Con l‘abolizione della reintegra nel posto di lavoro per i neo assunti e la previsione di un indennizzo predeterminabile in ragione dell’anzianità di servizio quale sanzione in caso di licenziamento, i lavoratori più anziani saranno più facilmente sostituibili con lavoratori giovani. Di conseguenza è facile ipotizzare un arresto della crescita dei salari in rapporto con l’età del lavoratore e con la produttività. Un lavoratore anziano pagato molto più della sua produttività rischierà sicuramente di essere licenziato. Non l’anziano di oggi, che è ancora protetto dal vecchio regime, ma quello di domani, che entra nel mercato del lavoro con le nuove regole.
L’esclusione dell’applicabilità delle disposizioni della legge n. 92 del 2012 (legge Fornero), sia ai licenziamenti intimati ai nuovi assunti che a tutti lavoratori delle imprese che aumentano gli occupati oltre i 15, di fatto legittima la coesistenza di tre differenti regimi normativi sostanziali e processuali in ragione del periodo di assunzione e di licenziamento dei lavoratori che richiederà agli operatori del diritto e ai datori di lavoro un forte impegno nella verifica della disciplina applicabile alle singole fattispecie. Situazione ancora più complessa in caso di licenziamento collettivo, ove gli eventuali vizi della medesima procedura potranno giustificare l’applicazione del regime reintegratorio o risarcitorio a seconda del periodo di assunzione dei lavoratori.
In sostanziale continuità con la legge Fornero anche il Jobs Act tenta di contemperare la maggiore flessibilità in uscita con la modifica del sistema di sicurezza sociale nel tentativo di equilibrare l’obiettivo di flexsecurity che ha condizionato la legislazione degli stati comunitari degli ultimi anni.
Con il Jobs Act cambia radicalmente l’impianto delle politiche del lavoro, volte non più alla tutela del posto di lavoro, ma orientate verso la tutela dell’occupazione in generale e del reddito in caso di disoccupazione con conseguente necessità di un approccio moderno alle politiche pubbliche, fatto di progettualità, monitoraggio e formazione ed in maniera complementare è indispensabile stanziare risorse adeguate per finanziare politiche attive e passive. Ma è credibile promettere un sistema di flexicurity a spesa praticamente invariata? La flexicurity va attivata nel suo insieme. Non ha senso, infatti, pensare di attuare la flexibility prima e la security poi.
La legge delega nulla dice, infatti, su uno degli elementi cruciali per trasformare il sistema nel suo complesso: l’istituzione del reddito minimo garantito, previsto dalle linee guida della Strategia europea 2020 ed ormai da tutti i modelli di welfare europei.
Non ostante l’esplicito intento espresso con la “universalizzazione del campo di applicazione dell’ASpI” é un legislatore timido quello che estende l’AspI ai lavoratori con contratto di collaborazione coordinata e continuativa, fino al suo superamento e prevede come solo “eventuale” l'”introduzione, dopo la fruizione dell’ASpI, di una prestazione eventualmente priva di copertura figurativa, limitata ai lavoratori, in disoccupazione involontaria, che presentino valori ridotti dell’indicatore della situazione economica equivalente” (art. 1, co. 2, lett. b, 5).
Gli interventi normativi contenuti nella legge delega, purtroppo, non sembrano sufficienti ad invertire la tendenza, soprattutto non sembrano adeguati a migliorare le condizioni di vita dei cittadini garantendo un’esistenza libera e dignitosa così come affermato nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, nelle disposizioni che regolano i diritti sociali della Carta dei diritti fondamentali dell’UE (Carta di Nizza)nelle raccomandazioni del Consiglio Europeo (raccomandazione 92/441/CEE, che riconosce “il diritto fondamentale della persona a risorse e a prestazioni sufficienti per vivere conformemente alla dignità umana”.
2) Quando c’è vento forte, puoi decidere di costruire pareti, oppure mulini a vento.
Una parte della moderna economia ha messo in evidenza la limitatezza e l’aridità di una definizione del livello di sviluppo della società basata esclusivamente sulla consistenza del PIL. “Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto interno lordo (PIL). Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.“(Robert Kennedy -18 marzo del 1968-discorso all’Università del Kansas)
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