Source: https://www.nexteco.it/lab/terre-e-rocce-da-scavo-come-nei-cantieri-di-grandi-dimensioni-gestirle-nei-cantieri-di-grandi-dimensioni
Timestamp: 2020-08-05 02:26:40+00:00
Document Index: 159351936

Matched Legal Cases: ['art. 184', 'art. 23', 'art. 186', 'art. 39', 'art. 186', 'art. 186', 'art. 184', 'art. 41']

CATEGORIA: Edilizia e Urbanistica, Rifiuti Terre & Rocce, Autorizzazioni e verifiche, Criteri Ambientali Minimi
Di norma, in questi casi tra i documenti approvati in fase istruttoria non si trova un Piano di gestione delle terre, redatto in conformità al DM 161/12 o al più recente DPR 120/17, ma documenti tecnici che trattano sotto diversi aspetti la gestione dei materiali di scavo e che, se analizzati congiuntamente, concorrono a definire in modo chiaro il rispetto delle condizioni da osservare per poter utilizzare i materiali di scavo come sottoprodotti ai sensi dell’art. 184 bis del T.U. Ambiente 152/2006, sottraendoli così alla gestione in regime di rifiuti, che riporto per memoria:
Punto 1 “la sostanza o l’oggetto è originato da un processo di produzione (...) il cui scopo primario non è la produzione di tale sostanza od oggetto”;
Tuttavia, al fine di meglio comprendere quale possa essere la documentazione tecnica da produrre in caso di revisione progettuale, si ritiene utile proporre un excursus normativo che parte dalla lontana Legge Lunardi ed arriva sino ai giorni nostri, e che consente di definire anche il possibile iter amministrativo che tale documentazione tecnica deve seguire ai fini dell’approvazione.
Precedentemente all'uscita del decreto Ronchi (D.Lgs. 22/1997) che comportò un completo riordino delle norme precedenti in tema di rifiuti, le terre e rocce da scavo erano considerate rifiuti da sottoporre al recupero secondo quanto previsto dai vari regolamenti usciti tra gli anni 1990-96. Il recupero era previsto solo in regime semplificato.
Quest'ultimo comma venne, però, successivamente soppresso a causa di una prima procedura di infrazione da parte della Commissione UE nel decreto Ronchi bis (D.Lgs. 389/1997) dando luogo, in assenza di una chiara definizione della pericolosità dei rifiuti in generale e delle terre e rocce in particolare, ad una attuazione problematica della norma.
La Legge 21 dicembre 2001 n. 443 (cd Decreto Lunardi), che forniva l'interpretazione autentica degli articoli 7 e 8 del decreto Ronchi e delle successive modifiche, nella versione modificata dalla legge comunitaria 306 dell’ottobre 2003 all'art. 23 (disposizioni per l’adempimento di obblighi derivanti dall'appartenenza dell’Italia alle Comunità europee), consentiva di escludere dal regime giuridico dei rifiuti “le terre e rocce da scavo, anche di gallerie, anche quando contaminate, durante il ciclo produttivo, da sostanze inquinanti derivanti dall'attività di escavazione, perforazione e costruzione...” purché si rispettassero contemporaneamente le due condizioni sintetizzate di seguito:
1. presenza di inquinanti nei limiti di legge verificata sulla composizione media dell’intera massa:
i limiti erano quelli del DM 471/99, all. 1, tab.1, colonna B, salvo limiti più restrittivi per destinazioni urbanistiche diverse dall'uso previsto dalla tab. 1, colonna B, del DM 471/99 (uso commerciale e industriale);
il rispetto dei limiti di cui sopra poteva essere verificato, in accordo alle previsioni progettuali, anche sui siti di destinazione dei materiali 11.
2. effettivo utilizzo: l’utilizzo doveva avvenire senza trasformazioni preliminari e secondo le modalità previste nel progetto VIA o, se non sottoposto a VIA, secondo le modalità di progetto approvate dall'Autorità Amministrativa previo parere ARPA.
Con l’entrata in vigore del D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152 - “Codice ambientale” l’esclusione delle terre e rocce di scavo dalla materia dei rifiuti venne regolamentata dall’art. 186 secondo il quale “Le terre e rocce da scavo, anche di gallerie, ed i residui della lavorazione della pietra destinate all'effettivo utilizzo per reinterri, riempimenti, rilevati e macinati non costituiscono rifiuti e sono, perciò, esclusi dall'ambito di applicazione della parte quarta del presente decreto solo nel caso in cui, anche quando contaminati, durante il ciclo produttivo, da sostanze inquinanti derivanti dalle attività di escavazione, perforazione e costruzione siano utilizzati, senza trasformazioni preliminari, secondo le modalità previste nel progetto sottoposto a valutazione di impatto ambientale ovvero, qualora il progetto non sia sottoposto a valutazione di impatto ambientale, secondo le modalità previste nel progetto approvato dall'autorità amministrativa competente... sempreché la composizione media dell'intera massa non presenti una concentrazione di inquinanti superiore ai limiti massimi previsti dalle norme vigenti e dal decreto di cui al comma 3.3.
Anche le successive disposizioni applicative sviluppate a livello regionale individuarono nella necessaria presenza di un progetto autorizzato dall’Autorità amministrativa la condizione necessaria per l’esclusione di detto materiale dalla classificazione di rifiuto.
Il novellato articolo 186, comma 1, D.Lgs. 152/2006, sancisce che le terre e rocce da scavo, anche di gallerie, ottenute quali sottoprodotti, possano essere utilizzate per reinterri, riempimenti, rimodellazioni e rilevati purché siano rispettati nella sostanza i criteri per la definizione dei sottoprodotti medesimi.
La previsione di cui al citato art. 39 del D.Lgs. 205/2010 si limita a disporne un’abrogazione necessariamente differita (perché subordinata all’entrata in vigore del Regolamento), con l’unica finalità di scongiurare le ripercussioni negative che si sarebbero prodotte nel settore edilizio e dei lavori pubblici (e in particolare sui lavori in corso per la realizzazione di infrastrutture pubbliche di particolare rilevanza) per l’improvvisa cessazione di una disciplina specifica - relativa alle condizioni di origine, composizione e impiego dei materiali da scavo, posta dall'art. 186 - non ancora sostituita dal Regolamento.
Detto articolo 39 non avrebbe potuto, in definitiva, disporre l’abrogazione immediata delle prescrizioni dell’art. 186, a far data dal 27 dicembre 2010, in assenza del nuovo decreto ministeriale che ne avesse rimpiazzato, in toto, le regole amministrative e tecniche, alla luce del sopravvenuto art. 184-bis (sulla nuova nozione di “sottoprodotto” nella cui categoria “generale” le terre e rocce sono state ricondotte, come una sua “specifica” tipologia).
Dopo la pubblicazione del D.M. 10 agosto 2012, n. 161 “ Regolamento recante la disciplina dell'utilizzazione delle terre e rocce da scavo”, il legislatore è tornato più volte sul tema dei materiali da scavo, limitando l’applicabilità del DM 161/2012 con l’emanazione di successivi decreti e leggi fino all’entrata in vigore, dal 21 agosto 2013, della legge n° 98 del 9 agosto 2013 di conversione, con modifiche, del decreto legge 21 giugno 2013, n° 69, recante “Disposizioni urgenti per il rilancio dell’economia” (cd “decreto del fare”).
Sull’applicabilità delle diverse norme in materia di terre e rocce viene in aiuto la circolare prot. 353596 del 21 agosto 2017 della Regione Veneto, nella quale si precisa che “è facoltà dei soggetti che a vario titolo (proponenti, progettisti, direzione lavori) hanno prodotto la documentazione prevista dal D.M. 161/2012 o dall’art. 41 -bis del D.L.69/2013 convertito con legge 98/2013, di avvalersi dell'assoggettamento alla disciplina e alle modalità di gestione previste dal nuovo regolamento.”
nella stessa unità deposizionale/fisiografica così come definita nel volume pubblicato da ARPA, o in un’altra unità con valori di fondo maggiori o uguali;
In proposito il DM 161/2012 riportava tra le definizioni quella di “Ambito territoriale con fondo naturale” che è stata aggiornata dal DPR 120/2017: “porzione di territorio geograficamente individuabile in cui può essere dimostrato che un valore di concentrazione di una o più sostanze nel suolo, superiore alle Concentrazioni Soglia di Contaminazione (CSC) di cui alle colonne A e B della Tabella 1 dell'allegato 5, alla parte IV, del D.Lgs. 152 del 2006 e successive modificazioni sia ascrivibile a fenomeni naturali legati alla specifica pedogenesi del territorio stesso, alle sue caratteristiche litologiche e alle condizioni chimico fisiche presenti”.
In proposito, va segnalato che il D. Lgs. 16 giugno 2017, n. 104 “Attuazione della direttiva 2014/52/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 16 aprile 2014, che modifica la direttiva 2011/92/UE, concernente la valutazione dell'impatto ambientale di determinati progetti pubblici e privati, ai sensi degli articoli 1 e 14 della legge 9 luglio 2015, n. 114 ”, in vigore dal 21 luglio 2017, ha modificato gli allegati alla parte II del D. Lgs. 152/06 e ss.mm.ii. Si segnala inoltre che le modifiche normative introdotte con il D.Lgs. 104/2017 alla parte seconda del Testo unico dell’ambiente hanno previsto che fossero adottate, su proposta del SNPA, delle linee guida nazionali e norme tecniche per l'elaborazione della documentazione finalizzata allo svolgimento della valutazione di impatto ambientale. Tale documentazione è stata prodotta con le Linee guida SNPA 28/2020, del 9 maggio 2020.
Nel testo si precisa che il proponente per avvalersi di tale facoltà deve trasmettere adeguati elementi informativi tramite apposite liste di controllo. Lo strumento metodologico di riferimento da adottare per l’elaborazione del documento è la Guida della Commissione Europea “Guidance on EIA – Screening” (2001), aggiornata poi nel 2017 con la "EIA Guidance - Screening" (2017) che fornisce indirizzi operativi per affrontare la procedura di screening.
In tali linee guida viene indicato come affrontare lo screening, attraverso l'utilizzo di checklist che supportano il processo decisionale e consentono di giungere motivatamente, sulla base dei criteri dell'Allegato III della direttiva VIA, ad una valutazione conclusiva in merito alla sussistenza o meno di effetti ambientali potenzialmente significativi negativi connessi.
In altri termini, la valutazione del PdU spetta all’Autorità competente che, in alcune circostanze e con costi a carico del proponente, può richiedere l’intervento dell’Arpa. La richiesta di parere ad Arpa si ritiene possa essere limitata ad alcuni casi quali, ad esempio, la presenza di fenomeni di contaminazione in atto, la conoscenza di eventuali pregressi interventi antropici, la presenza di particolari vincoli.
Delibera 54/2019 SNPA sulla gestione delle terre e rocce da scavo
Un ulteriore approfondimento delle tematiche del DPR 120/2017 rispetto alla rivalorizzazione delle terre e rocce da scavo come sottoprodotti è stato reso disponibile il 9 maggio 2019 dal Consiglio del Sistema nazionale protezione ambiente (Ispra + Arpa), il quale ha redatto le "Linee guida per l'applicazione della normativa sulla gestione delle terre e rocce da scavo " (Delibera 54/2019).
Il provvedimento, in particolare, si pone i seguenti obiettivi:
analizzare il DPR e evidenziarne le criticità operative;
definire un approccio comune, con particolare riferimento ai compiti di monitoraggio e controllo del sistema nazionale protezione ambiente (SNPA);
definire dei criteri comuni per la programmazione annuale delle ispezioni, dei controlli, dei prelievi e delle verifiche delle Arpa.
Tra i diversi temi approfonditi nella Delibera e di particolare interesse per quanto riguarda le possibilità di riutilizzo delle terre e rocce da scavo, vi sono la corretta gestione dei terreni contenenti matrici di riporto e le normali pratiche industriali, con particolare attenzione al trattamento a calce (trattamento esplicitamente ammesso tra le operazioni di normale pratica industriale elencate nell’allegato 3 del DM 161/2012, ma che non compare in forma esplicita all'interno del DPR 120 /2017. Le linee guida definiscono a tal proposito le opportune condizioni in cui è possibile utilizzare il trattamento a calce come normale pratica industriale).