Source: http://alessandronanni.blogspot.com/2011_10_09_archive.html
Timestamp: 2017-08-19 01:48:07+00:00
Document Index: 89886073

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 25', 'art. 13', 'sentenza ']

Alessandro Nanni: 9-ott-2011
Dimensioni dei cetrioli e Sanzioni miliari
IL PARADOSSO DI UN’EUROPA PIU’ ATTENTA ALLE DIMENSIONI DEI CETRIOLI CHE NON AI DIRITTI SOGGETTIVI DEI CITTADINI MILITARI di Cleto Iafrate. SOMMARIO 1. Il principio di legalità e le quattro generazioni di diritti dell’uomo – 2. Il riconoscimento di un diritto di quarta generazione – 3. La violazione di un diritto di prima generazione. Introduzione al principio di supremazia speciale – 4. Le origini della regola dell’onore posta alla base del principio di supremazia speciale – 5. Considerazioni dell’autore e conclusioni.
1. Il principio di legalità e le quattro generazioni di diritti dell’uomo
Con l'espressione diritti dell'uomo ci si riferisce ad un concetto dinamico, in quanto il suo significato, nel corso della storia, si è arricchito continuamente di nuovi contenuti.
Gli studiosi che si sono occupati di diritti dell’uomo hanno provato a schematizzare l’evoluzione subita dai diritti nel tempo ed hanno individuato ben quattro generazioni di diritti.
LA PRIMA GENERAZIONE risale al 1789, cioè alla fine della Rivoluzione francese, e coincide con l’approvazione della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino.
Essa ricomprende i diritti conquistati a seguito della rivendicazione di una serie di libertà fondamentali che erano precluse, fino allora, ad ampi strati della popolazione. Si tratta, in particolare, di diritti concepiti essenzialmente per garantire agli individui una tutela nei confronti dello Stato; per esempio, i diritti legati alla libertà di pensiero, di religione, di espressione, di associazione, il diritto alla partecipazione politica, il diritto ad un giusto processo, eccetera.
I diritti di prima generazione sono stati definiti anche “diritti negativi”, perché, con la loro rivendicazione, si volevano ostacolare (negare) e contenere i comportamenti autoritari dello Stato, limitando i suoi interventi al minimo indispensabile.
In effetti, la vera conquista della rivoluzione francese fu l’affermazione del PRINCIPIO DI LEGALITA’, da cui scaturiscono i diritti sopra descritti. Tale principio costituisce l’argine del potere, cioè stabilisce la subordinazione di qualsiasi potere alla legge, che ne fissa limiti e contenuto. Esso presuppone sempre l’esistenza di una norma di legge posta a fondamento di ogni potere, attribuito ad un’autorità governativa o amministrativa.
Il principio deriva dal presupposto che “la legge è uguale per tutti” ed, allo stesso tempo, è posto a presidio di tale assioma. A causa della sua portata generale, è riferibile a tutto l’ordinamento giuridico, ma assume particolare rilievo nel diritto amministrativo e nel diritto penale. Nel primo, in quanto l’attività amministrativa - avendo un’origine spiccatamente politica, essendo cioè espressione della maggioranza di governo - deve necessariamente trovare nella legge i suoi presupposti ed i suoi limiti. Pertanto, il principio di legalità impone che “nessuno può essere assoggettato a sanzioni amministrative se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima della commissione della violazione” e che “le leggi che prevedono sanzioni amministrative si applicano soltanto nei casi e per i tempi in esse considerati” (art. 1 legge 689/81).
Nel diritto penale, invece, il principio di legalità è fondamentale in quanto impedisce che vi siano arbitrarie limitazioni alla libertà degli individui. Esso, infatti, impone che “nessuno può essere punito per un fatto che non siaespressamente preveduto come reato dalla legge, né con pene che non siano da essa stabilite” (art. 1 c.p.) e nessuno può essere punito per un fatto che, secondo la legge del tempo in cui fu commesso, non costituiva reato (art. 2, I comma, c.p. ed art. 25 Cost.).
La riserva di legge rappresenta la massima attuazione del principio di legalità. Si parla di riserva di legge, quando una norma costituzionale richiede che una determinata materia sia disciplinata in via esclusiva dalla legge formale e/o da atti ad essa equiparati.
In definitiva, si può dire che il principio di legalità è lo strumento attraverso il quale si realizzano i fini previsti dalle norme costituzionali che impongono la riserva di legge. Ad esempio, l’art. 13 della Costituzione, stabilendo che la libertà personale è inviolabile, impone che “non è ammessa alcuna forma di detenzione … se non nei casi e nei modi previsti dalla legge”. La circostanza secondo la quale i reati e le relative pene sono previste dal codice penale – adottato con legge – rappresenta il compimento del principio di legalità che dà attuazione alla riserva di legge.
Il principio di legalità, conquistato con il sangue versato durante la rivoluzione francese, trasformò, in cittadini, coloro che fino allora erano dei sudditi.
Per esempio, agli inizi del secolo scorso un autore (G. Maggiore) propose di introdurre anche “la volontà del duce” nel nostro principio di legalità, ad imitazione di quello hitleriano.
Un altro esempio più recente. Il difensore del premier, nel suo intervento alla Corte costituzionale, nel giudizio sulla legge Alfano, ha tentato di far passare una singolare tesi, provocando la ferma risposta della Corte. Ha sostenuto che, essendo ormai il Presidente del Consiglio “primus super pares” e non più “primus inter pares”, era pienamente giustificato differenziare la sua posizione da quella degli altri membri del Governo e, perciò, la legge Alfano non violava il principio di eguaglianza.
Nella sentenza n. 262/2009, che ha dichiarato illegittima la legge Alfano, fortunatamente, la Corte costituzionale (al punto 7.3.2.3.1) ha smentito questa singolare tesi, negando che, nel nostro sistema costituzionale, al Presidente del Consiglio sia riconosciuta una posizione di preminenza nei confronti dei ministri.
In entrambi gli esempi citati, ma se ne possono fare tanti altri, la tecnica giuridica viene formalmente rispettata; nella sostanza, però, si è tentato di introdurre dei principi che, oltre ad essere paradossali ed assurdi, si pongono al di fuori ed in contrasto con l’ordinamento giuridico generale.
LA SECONDA GENERAZIONE di diritti ha origine con la Dichiarazione universale del 1948 e comprende i diritti di natura economica, sociale e culturale, come, per esempio, il diritto all’istruzione, al lavoro, alla casa, alla sicurezza sociale, alla tutela della salute, eccetera.
I diritti di seconda generazione, definiti anche “diritti positivi”, si ispirano a una filosofia che mette in risalto, al contrario di quella liberale, il dovere d'intervento dello Stato. Essi permettono di chiedere allo Stato non più un'astensione, ma un'azione positiva. In questo senso si parla di diritti di matrice socialista, contrapponendoli a quelli di matrice liberale della prima generazione.
LA TERZA GENERAZIONE di diritti, invece, ricomprende i diritti di tipo collettivo; significa che i destinatari non sono i singoli individui, ma i popoli. Ecco quindi che si parla di diritto all’autodeterminazione dei popoli, alla pace, allo sviluppo, all’equilibrio ecologico, al controllo delle risorse nazionali, alla difesa ambientale.
Rientrano in questa generazione di diritti tutte le azioni a tutela delle categorie di individui ritenute particolarmente deboli ed esposte al pericolo di violazione dei loro diritti. Si tratta, in particolare, dei diritti dell’infanzia, dei diritti della donna e, perché no, anche dei diritti dei militari.
ALLA QUARTA GENERAZIONE appartengono diritti caratterizzati dal fatto di essere sempre più specifici (ossia definiti nei più piccoli particolari) e di natura sempre più collettiva (cioè, non più indirizzati al singolo ma all’intera comunità mondiale nel suo complesso).
Alcuni di questi diritti derivano dalle nuove tecnologie (ad esempio, il diritto al consumo di cibi non geneticamente modificati, il diritto dei bambini che utilizzano internet); altri, invece, sono diritti già esistenti che si vogliono sempre più specificare nei minimi dettagli. Ad esempio il diritto all’etichettatura dei cibi, anche rispetto al Paese di provenienza ed alla tecnica di coltivazione, il diritto ad avere a tavola prodotti, che, oltre ad essere genuini, risultino appetibili anche dal punto di vista estetico.
2. Il riconoscimento di un diritto di quarta generazione
Un esempio di diritto di quarta generazione è dato dal Regolamento (CEE) N. 1677/88 (Il regolamento). Il regolamento, noto come regolamento dei cetrioli, è stato più volte, per così dire, “rimaneggiato”. Prima con regolamento (CE) n. 888/97 e, successivamente, con Regolamento (CE) 46/2003 – in G.U. 7 del 11/01/03 (pag. 61). Il Regolamento dei cetrioli stabilisce le norme di qualità per la commercializzazione in area euro dei cetrioli, imponendo il rispetto di criteri anche estetici, oltre che di qualità. Ciò al fine di creare standard europei comuni. Si distinguono, tanto per dire, la categoria extra-class dalla meno prestigiosa class II. In base al regolamento, i cetrioli, per essere commercializzati, non devono avere “difetti e deformazioni dovute allo sviluppo”; sono tollerati “lievi difetti della buccia dovuti allo strofinamento ed alla manipolazione” ed anche lievi incurvature, a condizione che “l’altezza minima dell'arco non superi i 10 mm per 10 cm di lunghezza”. Per esempio, il cetriolo mostrato nella foto, per forma e dimensione, non soddisfa i requisiti minimi tipizzati dal citato Regolamento e successive modifiche.
il suindicato articolo di C.Iafrate continua cliccando sul seguente link:
http://www.palagianonline.it/paese/index.php?option=com_content&view=article&id=4356:dimensioni-dei-cetrioli-e-sanzioni-miliari&catid=12:tutti-gli-articoli&Itemid=31
Pubblicato da Dott. Alessandro Nanni a 4:37 PM Nessun commento:
Etichette: Sicurezza e Difesa