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Timestamp: 2018-03-20 00:22:02+00:00
Document Index: 22095512

Matched Legal Cases: ['in fine', 'e contrario', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Il valore del Sillabo (settima parte)
La Civiltà Cattolica, Serie XIII. vol. V, fasc. 879, (pag. 276-292), 27 gennaio 1887.
Le molte cose tra sè ben diverse che abbiamo distinte nell'articolo precedente s'hanno a tenere presenti anche in tutto quello che andremo soggiungendo. Le difficoltà de' nostri avversarii raro è che non pecchino per la confusione di che peccano riguardo a que' punti. Il Sillabo, secondo essi, non è composto dal Papa. Ma chi per poco distingua il doppio modo con cui un documento può dirsi ed è realmente pontificio, secondo che abbiamo accennato, capisce subito il sofisma, e riconosce il castelletto di parole sì mal fermo che non regge, e cade al minimo soffio di vento. Il Papa stesso non ha composto il Sillabo. Benone, e chi mai ha voluto affermarlo? Quel che non può ammettersi è, che a dispetto della logica se ne conchiuda che il Sillabo non è altro che opera di anonimo privato dottore. Ignorano dunque che il Sillabo, quantunque non fosse composto dallo stesso Papa in persona, fu tuttavia composto per ordine del Papa, composto sotto gli occhi del Papa, elaborato sotto la direzione del Papa. È questa forse la maniera onde fanno i loro trattati i privati autori? Il documento è lavoro d'un privato anonimo, se considerisi chi scriveva, trascriveva eccetera. Questi sì che dovea essere un privato; e quindi il documento dovea essere necessariamente anonimo, appunto perchè la mano d'opera era posta da un privato; dovea essere anonimo perchè nel Sillabo dovea figurare in tutto e per tutto il Papa; dovea essere anonimo perchè il Sillabo era cosa del Papa; dovea essere anonimo perchè non altri che il Papa parlò, quando condannò quelle proposizioni, che Egli volle si raccogliessero in un elenco. Nè si dica che andiamo in sottigliezze. No, chi parla in simil guisa non può scusarsi dicendo che il Sillabo fu da loro detto anonimo, non già perchè vi manca il nome di chi pose la mano d'opera, sì perchè non vi appare il nome del Papa, il Pius Papa IX. Ciò non vale. Imperciocchè quando si disse il Sillabo anonimo, si disse e ripetè in questo senso, ch'esso è opera d'un dottore privato, un trattato d'un dottore privato anonimo. Ora ci rispondano gli oppositori. Se il Sillabo è a dirsi anonimo perchè manca il nome del Papa, a chi dobbiamo noi riferire quel – dottore privato –? Forse a Pio IX? Così per certo dovrebbe essere. Ma di grazia con qual fronte verrebbero costoro a dirci che il Sillabo, perchè non porta espresso nella sua forma speciale, che ha, il Pius Papa IX, è opera di Pio IX come dottore privato? Se sono coerenti ai loro principii debbono dire che il Sillabo non è opera di Pio IX nè come dottore privato nè come dottore pubblico; dappoichè, secondo essi, non fu composto da Pio IX, nè questi è quegli che parla in esso. Oltrechè, con quale logica ci direbbero, che il Sillabo fu composto da un qualche dottore privato e non da Pio IX, se poi in questo dottore privato dovessimo riconoscere lo stesso Pio IX? Ci si spieghi un po' quest'enimma. Dunque per quel dottore privato non s'ha a intendere Pio IX, sì bene altri. Ma se è così, non possono sostenere che il documento deve dirsi anonimo, perchè non porta in fronte il Pius Papa IX. Dappoichè quando si dice che un documento è anonimo, s'intende sempre che è tale, perchè non v'è espresso il nome dell'autore che l'ha composto. Sia pure un nome fittizio quello che manca; sempre però sarà vero che quel qualunque nome si deve riferire all'autore del documento, e non a chi non ebbe alcuna parte in esso. Il senso dunque della difficoltà de' nostri bravi oppositori o è che il Sillabo deve dirsi anonimo, perchè vi manca il nome di colui che pose la sola mano d'opera, come l'intendemmo noi di sopra, e si dà nel ridicolo; ovvero perchè manca il nome di Pio IX, e si cade in un'aperta contraddizione.
Dal che si fa manifesto con quanta ragione noi possiamo e dobbiamo dire che il Sillabo in rigore di termini è di Pio IX. Esso è di Pio IX, se si riguarda la materia, vogliamo dire le 80 proposizioni che furono condannate da lui stesso in persona. È di Pio IX altresì se parlisi della forma, in quanto benchè non da lui personalmente compilato, pure fu compilato per suo ordine e sotto i suoi occhi. Quindi il dirlo anonimo è un abusare della buona fede od ignoranza altrui. Che il documento non porti nè in principio nè in fine il Pius Papa IX è evidente.
Ma ciò darà diritto a conchiuderne solamente che il Sillabo nella sua forma, non è nè un Breve, nè una Bolla, nè un'Enciclica, e che non presenta in sè stesso, preso separatamente, e nella sua forma al tutto speciale che ha, veruna formola dommatica pronunziata da Pio IX in persona: e che perciò in quella non apparisce contenuto l'atto giudicativo di condanna degli ottanta errori. Ma tutto questo non può, in buona logica, permettere che s'insolentisca, e manomettisi il documento pontificio, come fanno i nostri oppositori.
Anche in ciò la lettera del Cardinale Antonelli li condanna. Essa scritta dal Segretario di Sua Santità non ha alcun nesso interno colla Enciclica Quanta cura; e siccome era scritta per accompagnare il Sillabo, così tutta a questo si riferisce. Nulladimanco il Card. Antonelli fa menzione dell'Enciclica indirettamente, per indicare cioè l'occasione ed il tempo in cui Egli dovea trasmettere il Sillabo all'Episcopato. Il Santo Padre avea fatto raccogliere in un Elenco le proposizioni da lui condannato durante il suo Pontificato, ed avea ordinato si spedisse detto Elenco nel tempo stesso in cui il medesimo Santo Padre mandava la Lettera Enciclica Quanta cura a tutto l'Episcopato. Mihi vero, sono le precise parole, in mandatis dedit ut hunc Syllabum ad Te, Ill. ac Rev. Domine, perferendum curarem hac occasione et tempore, quo idem Pont. Max., pro summa sua, de catholicae Ecclesiae ac totius dominici gregis sibi divinitus commissi incolumitate et bono, sollicitudine, etiam Encyclicam Epistolam ad cunctos catholicos Sacrorum Antistites scribendam censuit. Donde hassi a ricavare: Primieramente che il modo di parlare riguardo alla forma dell'uno e dell'altro Documento, è diverso. Dell'Enciclica dice che il Papa scribendam censuit; del Sillabo al contrario che voluit ut eorumdem errorum Syllabus... conficeretur; e così fa arguire quantunque in modo indiretto qualche cosa eziandio della forma del medesimo. Secondamente, per quel che spetta alla materia d'amendue parla allo stesso modo. Dell'Enciclica dice che il Papa la scrisse pro summa sua de catholicae Ecclesiae ac totius dominici gregis sibi divinitus commissi incolumitate et bono sollicitudine... Si manifesta cioè che Pio IX aveva scritto come Pastore universale della Cristianità per il bene ed incolumità della medesima. Delle proposizioni del Sillabo parimenti afferma che il Papa de animarum salute ac de sana doctrina maxime sollicitus... nunquam destitit suis Epistolis... falsas doctrinas proscribere et damnare. Si attesta cioè che gli errori (proprio quelli fatti raccogliere in un Elenco: eorumdem errorum Syllabus) furono condannati da Pio IX come Pastore supremo per il bene ed incolumità della sana dottrina e dell'anime dei fedeli. Ciò posto i nostri lettori non dureranno fatica a giudicare puerili le esclamazioni de' nostri oppositori rincontro a questo diverso modo di parlare dei due documenti. Cotesto è un parlare esatto, esclamano! Sapevamcelo. Ma appunto perchè è un parlare esatto, noi sosteniamo che essi hanno parlato molto impropriamente del Sillabo. Appunto perchè è un parlare esatto, s'ha a dire che il Sillabo è un documento Pontificio che presenta i principali errori e le false dottrine de' nostri tempi condannati dallo stesso Pio IX quale Pastore e Dottore Supremo della Cristianità. E conseguentemente appunto perchè è parlare esatto non possiamo nè dobbiamo soffrire che un documento così fatto, venga detto opera o trattato d'un qualche autore privato anonimo. Prodigiosa perspicacia invero ed acume d'ingegno sorprendente! S'avveggono i nostri oppositori del differente modo con cui il Cardinal Segretario parla dell'Enciclica e del Sillabo, presi in sè stessi, cioè riguardo alla forma che hanno, e non s'accorgono del parlare loro diversissimo, anzi onninamente contrario a quello, che pur è parlar esatto, del medesimo Cardinale!...
Non si tratta qui di provare che il Sillabo sia stato mandato ai Patriarchi, Arcivescovi e Vescovi dell'Orbe cattolico; è un fatto evidentissimo e a nessuno cadde mai in mente di negarlo. Quello che dicono i detrattori del documento Pontificio si è, che esso non fu indirizzato autorevolmente dal Papa ai Vescovi. Tutta la questione si versa in quell'autorevolmente; di esso pertanto intendiamo occuparci. Prima d'ogni altro però fa d'uopo che distinguiamo bene due cose.
L'atto d'invio d'un documento pontificio, e possiam chiamarlo, se così piace, atto missivo, non è sempre la stessa cosa che l'atto giudicativo. Il documento mandato dalla Santa Sede conterrà sempre materia giudicata, il giudicio però portato sulla medesima può essere emesso in altra circostanza od in altro documento che non sia precisamente quello inviato. Non mancano esempii in confermazione di ciò che andiamo dicendo.
Il decreto Sanctissimus Dominus dell'Inquisizione, 24 agosto 1690, presenta due proposizioni condannate da Alessandro VIII. Questi, secondo che dice esso Decreto, cum sui pastoralis officii munus sit oves sibi creditas a noxiis pascuis avertere, et ad salutaria semper dirigere commise a molti teologi ed agli Eminentissimi Cardinali Inquisitori l'esame della due proposizioni. Recitate le quali così prosegue il medesimo Decreto: Quibus peractis, Sanctissimus, omnibus plane et mature consideratis, primam thesim seu propositionem declaravit haereticam, et uti talem, damnandam et prohibendam esse, sicuti damnat et prohibet...; secundam thesim seu propositionem declaravit scandalosam... et uti talem damnandam et prohibendam esse, sicuti damnat et prohibet, ecc... Bullarium Romanum, tom. XX, p. 77. È evidente che le due proposizioni sono condannate per l'atto giudicativo del Papa, e non per la forma del Decreto, il quale non è atto personale del Papa, nè contiene quindi in sè stesso l'atto giudicativo, ma l'attestazione autentica, giuridica e pubblica che l'atto giudicativo di condanna fu emesso da Alessandro VIII in persona. Cotesto Decreto s'ha da dire Documento Pontificio quanto alla materia e quanto alla forma, perchè la Congregazione agisce in nome del Papa; documento pontificio dommatico, solo riguardo alla materia in esso contenuta ed autenticamente presentata. Somiglianti esempii si avranno nei Decreti, 24 settembre 1665 e 18 marzo 1666, che contengono le 45 proposizioni condannate da Alessandro VII, loc. cit. t. XVII, pagg. 387-89, 427-28; e nell'altro del 4 marzo 1679 in cui sono le 65 proposizioni condannate da Innocenzo XI, loc. cit. tom. XIX, pagg. 145-49.
Posta pertanto la distinzione sopra indicata, non senza difficoltà si potrà determinare quello che è proprio dell'uno e dell'altro atto. L'atto missivo può essere fatto dal Papa in due modi, o da sè stesso in persona, ovvero per mezzo d'un suo ministro, sia questo una persona singolare, sia una riunione di uomini da lui designati che in nome e virtù sua agiscono. Nel primo caso abbiamo l'atto missivo personalmente, nel secondo solo moralmente del Papa. Nell'uno e nell'altro deve dirsi con verità che il Papa agisce, sebbene in diverso modo, cioè o in persona sua, o mediante il suo ministro. L'atto giudicativo per contrario, trattandosi in materia di fede, di morale e di diritti della Chiesa eccetera, affinchè abbia l'effetto proprio dell'insegnamento infallibile deve essere emesso dal Papa stesso in persona, vuoi in iscritto vuoi di viva voce, e non basta per detto effetto che sia emesso solamente da un suo ministro di quale genere si voglia.
In altre parole: L'atto giudicativo, col quale il Vicario di Gesù Cristo insegni come Maestro supremo della Cristianità, vuol esser del Papa personalmente e non moralmente soltanto.
Quinci appare: 1° Che l'atto missivo nel solo caso che sia personalmente del Papa può esser confuso coll'atto giudicativo, e poste le medesime circostanze avrà senza dubbio lo stesso effetto. – 2° Che, in caso contrario, differente è il modo con cui hassi a parlare del primo e del secondo atto. – 3° Che a più vasto campo s'estende l'atto missivo che non il giudicativo; potendo in tal caso l'atto missivo essere personalmente ed eziandio solo moralmente del Papa, non così il giudicativo, quando trattisi d'ottenere l'effetto sopra accennato. – 4° Che l'atto missivo può essere autentico e giuridico senza che sia dommatico. – 5° Che un documento Pontificio, se contenga l'atto giudicativo e missivo personalmente del Papa, sarà, ove la materia e le altre circostanze richieste si verifichino, dommatico quanto alla forma e quanto alla materia. In caso diverso non sarà dommatico quanto alla forma; e neppure sarà quanto alla materia, ove non consti quella aver già subìto l'atto giudicativo personale del Papa, benchè emesso in altra occasione o differente documento. Imperciocchè siccome la materia già venne giudicata con giudizio sì fatto, non fia che essa cessi d'esser quella che è, qualunque sia, e di qualsivoglia forma il documento in cui essa è raccolta.
Ora veniamo a noi: I nostri oppositori allorchè impugnano l'autorità del Sillabo asserendo non essere stato indirizzato autorevolmente dal Papa, o confondono cose tra sè ben distinte, ovvero fanno, come suol dirsi, un buco nell'acqua e nulla più. O meglio: essi di fatto col loro dire non conchiudono nulla appunto per la confusione in che si ritrovano.
Per verità, se vogliono dirci che il Sillabo è tale documento, che non contiene nella sua stessa forma l'atto giudicativo personale di Pio IX come Maestro della Cristianità, noi non intendiamo di perdere il tempo a contendere il contrario. Se poi vogliono farci intendere che le proposizioni raccolte nel Documento non sono a dirsi giudicate dal Dottore infallibile della Chiesa come errori e false dottrine, perchè la forma stessa del documento non contiene l'atto giudicativo, s'ingannano a partito. Eh dovrebbero provare nientemeno che l'atto giudicativo di quelle proposizioni non fu mai emesso dalla persona stessa del Papa! Ma ciò sarebbe un lottare contro l'evidenza di quelle parole del titolo errores qui notantur in Allocutionibus eccetera! Se da ultimo intendono farci sapere che l'invio del Sillabo, fatto dal Papa per mezzo d'un suo ministro pubblico, non è autorevole, perchè non è esso stesso nel tempo medesimo eziandio atto giudicativo delle 80 proposizioni, confondono tra l'autentico ed il dommatico.
Il Sillabo è documento dommatico per certo quanto alla materia che contiene; l'invio fu atto missivo pubblico autentico giuridico d'una materia già giudicata con giudizio dommatico. E quantunque il Papa avrebbe potuto nell'atto stesso d'inviare l'Elenco ripetere con le formole usitate l'atto giudicativo emesso antecedentemente, nondimanco dal non averlo fatto non segue che l'invio non sia autorevole, e che la materia cessi dal sottostare al giudizio con cui già venne riprovata. Chè anzi l'invio, benchè, come tale, sia semplice atto missivo, pur è testimone autentico, pubblico del precedente atto giudicativo. È testimone autentico, pubblico della efficace volontà del Papa che si conoscessero in modo più facile e spedito da ognuno gli errori della falsa civiltà da Lui già irrevocabilmente giudicati. È testimone autentico e pubblico della perseverante volontà del Papa che quegli errori fossero esecrati da tutti i fedeli. Domandate infatti, di grazia, al cardinale Antonelli perché e dove e quando il Papa Pio IX condannò (ecco l'atto giudicativo) gli 80 errori dell'Elenco: vi risponderà che per tutela del bene delle anime e della sana dottrina in atti apostolici lungo il decorso del suo Pontificato. Eccovi nello stesso tempo il fine ed il carattere del Maestro e Dottore supremo della Chiesa nell'emettere l'atto giudicativo. Interrogate il medesimo perchè, fatti raccogliere in un Elenco gli 80 errori condannati, li inviò per suo mezzo a tutto l'Episcopato (ecco l'atto missivo), vi risponderà apertissimamente: quo iidem Antistites prae oculis habere possint omnes errores ac perniciosas doctrinas, quae ab ipso reprobatae ac proscriptae sunt. Li condannò per l'integrità della sana dottrina e salute delle anime; li inviò perchè tutti li avessero in un modo facile e spedito davanti agli occhi. L'atto missivo è distinto dal giudicativo: il Papa manda autenticamente raunato in un Elenco ciò che egli stesso in persona avea giudicato dommaticamente in precedenti suoi atti. Oh non è questo un agire con autorità? Che dunque richiedono i nostri oppositori, affinchè s'abbia a dire che il Papa indirizzò autorevolmente il Sillabo? Che hanno di grazia a ridire? Hanno forse dimenticato la Regola LXXII del Giure: Qui facit per alium, est perinde ac si faciat per seipsum?
Il felicemente regnante Leone XIII, nell'alta sua perspicacia distinse l'atto giudicativo dal missivo. Non absimili modo (sono parole che non cesseremo mai di ripetere, e che per la solennità della circostanza e del carattere di Maestro in cui son dette, come non hanno le eguali neppure in atti posteriori al Sillabo dello stesso Pio IX, così sono nostra sicura guida e validissima difesa) Pius IX, ut sese opportunitas dedit, ex opinionibus falsis quae maxime valere coepissent, plures notavit (ecco l'atto giudicativo) easdemque postea in unum cogi iussit, ut scilicet in tanta errorum colluvione haberent catholici homines quod sine offensione sequerentur [2]. Eccovi l'atto missivo col suo fine speciale, e che va all'unisono col prae oculis habere omnes errores scritto dal Card. Antonelli per ordine di Pio IX. Oh sta a vedere che un documento ch'ha a servir di norma ai fedeli non è mandato autorevolmente! Or bene tale lo volle Pio IX, tale lo disse Leone XIII! Come servire di norma sicura? Mettendo autenticamente sotto degli occhi d'ognuno gli errori dommaticamente condannati. L'atto giudicativo precedente fu dommatico, l'atto missivo è pubblico ed autentico. L'atto missivo, benchè nol contenga, nondimeno pubblicamente ed autenticamente indica, comprova, dimostra l'atto giudicativo dommatico.
È vero che l'adesione dell'Episcopato cattolico appartiene all'argomento estrinseco, anzi questo è da quella interamente costituito, come dalla medesima trae tutta la sua forza; nondimeno è necessario che vi torniamo sopra, in modo però che se vuol dirsi una e stessa la cosa di cui ci occupiamo, non sia lo stesso il rispetto sotto il quale la riguardiamo. Perchè s'intenda ciò vie più chiaramente, ricordinsi i nostri lettori che già altrove osservammo doversi distinguere una doppia questione. La prima, se le 80 proposizioni del Sillabo sieno a riguardarsi come condannate con giudizio dommatico dal Capo e Maestro supremo della Cristianità. La seconda, dove si ritrovi e donde s'abbia a ripetere l'atto di condanna. Quanto alla prima dicemmo che la sentenza affermativa è assolutamente certa e posta fuori d'ogni dubbio dall'argomento dedotto dall'adesione dell'Episcopato, e che in affermare detta sentenza convengono tutti gli autori sinceramente cattolici. Quanto alla seconda facemmo osservare esservi qualche discrepanza tra i medesimi autori; non mancando però di notare che detta discrepanza è cosa puramente domestica e non pregiudica menomamente la prima questione, in cui è il punto essenziale e cardinale della nostra controversia coi sostenitori dell'autorità puramente umana del Sillabo.
Ora quello che si domanda è: L'Adesione dell'Episcopato come vale a dimostrare evidentemente che le 80 proposizioni sono 80 errori condannati con autorità apostolica, e che perciò essi debbonsi fuggire da ogni sincero cattolico; giova forse anche a decidere la seconda questione, che è domestica, e riguarda propriamente l'argomento intrinseco, e sulla quale si può sentire diversamente senza aver nessun diritto al mondo di parlare meno riverentemente del Sillabo? L'oggetto, come ognun vede, della conclusione che si deduce nell'uno e nell'altro caso è molto diverso, e diversa quindi è la relazione sotto cui s'ha a considerare l'Adesione dell'Episcopato. Nel primo caso l'oggetto della dimostrazione è questo – Le 80 proposizioni sono errori condannati dal Maestro infallibile dei fedeli –; nel secondo sarebbe quest'altro – Il giudizio con cui furono condannate le dette proposizioni s'ha a ripetere da tale o tale determinato fonte. –
Oltrechè fa duopo osservare che chi afferma la prima questione non afferma per ciò stesso in un senso determinato anche la seconda; sebbene chi affermi questa affermerà necessariamente anche quella. Donde è manifesto che chi nega la prima sentenza avrà meritamente contro di sè i sostenitori dell'una e dell'altra conclusione; perchè con ciò si va a toccare quel punto in cui tutti convengono, e cui tutti unitamente affermano. D'altra parte, essendo le due questioni distinte e diverse (epperò negare la seconda non è negare anche la prima) è chiaro che chi combattendo la seconda sentenza s'arrischiasse a dedurne alcun che eziandio contro la prima, pel manifesto vizio nel sillogizzare avrebbe contro di sè i difensori della prima, ed eziandio quelli della seconda, ove questi ultimi non intendessero difendere la loro determinata conclusione in senso esclusivo, come già abbiamo accennato in altro articolo.
Ciò posto, prima di rispondere ai nostri oppositori veggiamo quale relazione abbia l'Adesione dell'Episcopato alla seconda questione delle sopraccennate, cioè riguardo al dove si ritrovi e donde s'abbia a ripetere l'atto di condanna emesso da Pio IX delle 80 proposizioni che ci presenta il Sillabo. Dalle presso che 600 tra pastorali o lettere o altri documenti che ci dimostrano il giudizio de' Vescovi possiamo dire che molti di questi non s'occupano della detta questione: un gran numero l'accenna e non oscuramente fa capire che l'atto di condanna è da loro riconosciuto nei documenti anteriori, vale a dire negli Atti Apostolici emessi da Pio IX durante il suo Pontificato. Qualcuno finalmente ve n'ha che può, nessuno però, per quanto a noi sembra, che debba essere inteso diversamente.
Dal che deduciamo con evidenza che, mentre l'adesione dell'Episcopato serve mirabilmente a stabilire che le proposizioni del Sillabo sono errori condannati dalla Sede Apostolica, perchè a ciò concorre unitamente il giudizio di tutti; non può servire allo stesso modo a dirimere l'altra questione. Diciamo allo stesso modo; imperocchè chi volendo provare che l'atto di condanna è contenuto e presentato qui ovvero colà desiderasse servirsi dell'Adesione dell'Episcopato, o se ne serve in modo assoluto, supponendo cioè l'unanimità nel giudizio, e la conclusione sarà più ampia delle premesse: o l'assume con distinzione, e così non potrà conchiudere nulla da coloro, che parlano in modo indeterminato, non potendosi da ciò che è tale ricavar alcun che di determinato; ma solo potrà servirsi di coloro che, venendo più al particolare, indicano veramente ciò che ha relazione all'oggetto della conclusione, che vorrebbesi stabilire ed accertare.
Un'altra cosa non meno manifesta da notarsi è che quantunque l'Adesione dell'Episcopato appartenga al primo apparire e pubblicarsi del Sillabo; nondimeno il valore di essa, assunta quale argomento, rimane sempre lo stesso vuoi riguardo all'oggetto della prima questione, (che cioè le 80 proposizioni sono da ritenersi come errori condannati dalla Santa Sede); vuoi considerata la relazione della medesima Adesione rincontro all'oggetto della seconda questione (che è donde s'abbia a ripetere l'atto di condanna). Epperò se in processo di tempo la questione sul valore dommatico del Sillabo assumesse un aspetto più particolare, e fosse proposta in un senso complesso, come abbiam detto farsi da alcuni autori cattolici, l'Adesione dell'Episcopato, nel caso che venga addotta in mezzo, vuol esser presa quale essa fu e giusta quella relazione che ebbe allora quando fu manifestata, e non altrimenti. E la ragione è chiara, richiedendo il sano discorso che non già le premesse s'accomodino alla conclusione, sì che questa dipenda da quelle.
Ora è tempo di venire in particolare a giudicare le risposte de' nostri oppositori. I nostri lettori dopo tutto quello che abbiamo riportato intorno all'Adesione dell'Episcopato, s'aspetteranno di sentirne delle belle davvero, mentre veggono che, essa non ostante, costoro s'ostinano nel dare al Sillabo non altro che autorità umana. E così è infatti. Qual cosa più strana che porre in dubbio un fatto sì pubblico, sì luminoso? Eppure tant'è. Ma qual meraviglia dopo che abbiamo udito dalla loro bocca che il Sillabo non fu pubblicato? Nè minore audacia vi volle nell'assegnare in conferma di ciò la seguente ragione: Se l'Episcopato l'avesse fatto, avrebbe operato male: sarebbe stato un dissentire dal Papa. Come puossi supporre ciò dei Vescovi? Dunque. Eccovi la dimostrazione bell'e fatta. Ognuno, per poco che goda del ben dell'intelletto, s'accorge subito che siffatta dimostrazione ci mette nelle mani un'arma validissima a distruggere la loro conclusione. Appunto perchè non si può supporre che l'Episcopato operi male e dissenta dal Papa trasgredendo i suoi ordini e interpretando stortamente la sua parola, deve dirsi che, se consta del fatto, esso ha operato bene.
Ora del fatto consta ad evidenza, come abbiamo visto. Il fatto è sempre fatto; ed i mezzi che ci accertano l'esistenza d'un fatto sono diversi da quelli che ci fanno conoscere la moralità del medesimo. I primi direttamente riguardano l'ordine fisico, i secondi l'ordine morale; i primi l'esistenza, i secondi la relazione che il fatto esistente ha con i principii della moralità. Donde apparisce che anche in altro modo possiamo servirci della sopra esposta dimostrazione e ritorcere l'argomento così: Ammettiamo come vera la proposizione che se i Vescovi avessero pubblicato il Sillabo avrebbero operato male. D'altra parte è evidente che essi l'hanno pubblicato. Dunque fecero male. Ma come può stare ciò coll'altra proposizione, che cioè questo non può dirsi dell'Episcopato? In altre parole abbiamo un ritorcimento nell'argomentazione completo. Imperocchè, essendo certo il fatto della pubblicazione, noi dalla verità della maggiore del loro argomento ricaviamo la falsità della minore del medesimo; e viceversa, dalla verità di questa dimostriamo la falsità di quella.
E poi come possono i nostri bravi logici affermare che i Vescovi pubblicando il Sillabo avrebbero fatto male, senza supporre ben e meglio la loro affermazione cioè che il Sillabo sia quella sì strana cosa e mostruosa, che essi pur vorrebbero che fosse, e si studiano coi loro sofismi di far passare e dimostrare? Chè non opera male chi pubblica un Documento realmente Pontificio. Essi si han fitto in capo (faremmo torto al loro buon senso se credessimo che del resto ne sieno veramente persuasi) che il Sillabo, è un essere acefalo, inanime, deforme e se vi piaccia, eziandio nocivo. Questo, e proprio questo, non c'è verso, deve star fermo, immutabile. Altrimenti come spiegare che con tanto coraggio affrontino il superlativamente ridicolo, in cui necessariamente cadono negando un fatto pubblico, universale, luminoso?
Ma v'è di più. Povero Pio IX se s'avesse a giudicare secondo l'inconcludente dimostrazione de' nostri egregi oppositori! Egli infatti quando rispondeva ai Vescovi, che aveano aderito all'Enciclica ed al Sillabo; quando li lodava ed incoraggiava; quando nel Concistoro del 27 marzo 1865 davanti al Sacro Collegio de' Cardinali encomiava lo zelo dei medesimi, alludendo apertissimamente alle Lettere con cui Essi pubblicarono i Documenti ricevuti nel decembre del 1864 e vi aderirono e li difesero; quando, diciamo, Pio IX faceva tutto ciò, attestava un fatto, che dagli oppositori viene disconosciuto, un fatto che se i Vescovi l'avessero emesso avrebbero operato male! Quando Pio IX faceva ciò vendeva lucciole per lanterne, come suol dirsi, enunciando pubblicamente che questo male operare de' Vescovi era diretto a difendere catholicam veritatem et unitatem, a pascere i proprii fedeli sana doctrina, ed a condurli ad salutis semitas! Ah sì, è proprio cotesto il modo con cui si descrive un'azione che è mal fatta !
Nè basta: il paradosso è evidentissimo quando costoro ti dicono che se i Vescovi avessero pubblicato il Sillabo avrebbero oltrepassato e contradetto la volontà del Papa Pio IX; chè questo significano le loro parole dissenso e dissenso a destruzione. Pio IX mandò il Sillabo per mezzo del suo Cardinale segretario di Stato. Die' forse ordine che non fosse pubblicato? No. Come dunque pubblicandolo si oltrepassano i suoi ordini, si contraddice alla sua volontà? Dirassi: Ma neppure diede ordine che si pubblicasse. Gli è vero, che perciò? Forsechè avea dato ordine di pubblicare l'Enciclica Quanta Cura? No. Dunque potremo dire che i Vescovi fecero male nel farla conoscere ai fedeli?
Pio IX mandò il Sillabo, credeva forse di mandarlo a Pastori muti e senza voce? Pio IX avea condannato quegli errori (ed erano i principali del tempo) maxime sollicitus de animarum salute et de sana doctrina, e spediva ai Vescovi una Raccolta autentica dei medesimi, affinchè li avessero avanti gli occhi; li conoscessero cioè d'una cognizione non tanto specolativa, quanto, e soprattutto eminentemente pratica; in altre parole affinchè tenessero d'occhio quegli errori condannati nella cura di pascere le proprie pecorelle, d'istruirle nelle cose della Fede, d'indirizzarle nella via della salute. Quindi lo stesso e solo invio del Sillabo, fatto in quelle determinate circostanze, era di natura sua un eccitamento a parlare ai fedeli, che vivono in mezzo alla presente società, della condanna fatta dal supremo Maestro degli errori principali della medesima società. Imperocchè questo era il solo vero mezzo e modo d'ottenere in pratica il fine al tutto pratico del quale Pio IX nel condannare quegli errori era stato sommamente sollecito, vale a dire la salute delle anime, la conservazione della sana dottrina. E con ciò s'ha a sentire che i Vescovi pubblicando il Sillabo avrebbero dissentito dal Papa? V'è un solo caso in cui Essi non avrebbero al certo pubblicato l'Elenco, e questo è, se il Sillabo fosse stato un essere impersonale, acefalo, inanime: ma poichè non lo riconobbero tale, sì tutt'altra cosa, parlarono con tanta forza, con tanto coraggio pubblicamente. Quindi dobbiamo dire che v'ha sì per parte dell'Episcopato un dissenso; dissenso vero grave aperto dichiarato ma dissenso non già dal Papa, sì bene e solo dalla irriverente sentenza degli oppositori. La costoro sì povera e meschina idea del Sillabo fu e doveva essere sconosciuta a tanti e tanti vigili Pastori della Greggia di Gesù Cristo. Fu loro sconosciuta; per questo parlarono, e si verificò col fatto quello, che la natura stessa della cosa sì chiaramente richiedeva.
Dal fin qui detto si ricava un'altra conclusione, ed è che sempre più si conferma quello che sosteniamo: vale a dire che il poco rispettoso parlare degli oppositori riguarda tutto il Sillabo, e non la questione speciale di quegli autori cattolici, i quali difendono che nella forma stessa e sola del Sillabo si contenga l'atto giudicativo di condanna delle 80 proposizioni, e che quindi il Sillabo sia documento dommatico non solo per la materia ma eziandio per la sua forma. Questa tesi speciale servì per alcuni degli avversarii come di occasione a parlare nel modo che fecero; quello però che da essi si ebbe di mira fu il Sillabo e niente altro che il Sillabo, e propriamente le proposizioni in esso raccolte; dacchè queste fanno loro ombra, e non vorrebbero che abbiano a credersi condannate, oppure vorrebbono che si dicessero condannate solo di nome. Per impugnare quella tesi bastava a sufficienza, secondo le distinzioni che sopra abbiamo indicate, dire che l'adesione dell'Episcopato non poteva servire a provare la loro conclusione; essendo diverso l'oggetto di questa e di quella. E nel rispondere in questa maniera non potevano non accorgersi della solidità, con cui per la medesima Adesione viene accertato il valore della condanna fatta da Pio IX delle 80 proposizioni, ossia il valore dommatico del Sillabo considerata la materia in esso contenuta.
Oltrechè deduciamo che se alcuni degli oppositori appellarono ancor essi ai Documenti od Atti Apostolici, da cui quelle 80 proposizioni vennero estratte; e in questo senso sembravano impugnare la tesi di que' cattolici; ciò non era che a parole, ove pur non voglia dirsi aver que' medesimi perduto il bene dell'intelletto, mentre conchiudendo s'ardivano di parlare del Sillabo in quel modo sì irriverente che abbiamo notato [3]. In altre parole i nostri oppositori rincontro all'Adesione dell'Episcopato debbono passare o per ignoranti, o per illogici, o per maligni. Ci si trovi tra Vescovi pur uno solo il quale dica che il Sillabo è un trattato di qualche dottore privato anonimo, che è cosa abborracciata alla peggio, che è un essere impersonale, acefalo, inanime e va discorrendo. E sì che moltissimi di essi ricorrevano per l'atto di condanna agli Atti Apostolici, ma parlavano ben diversamente del Sillabo. Infatti:
– Vi ricorreva l'Episcopato delle Due Sicilie, (il numero delle firme passa il centinaio) nelle due lettere, l'una di protesta al Re Vittorio Emmanuele, l'altra d'adesione a Pio IX. Ambedue furono da noi riportate. Or bene essi così scrivevano al Papa: Syllabum errorum, quos alias iure damnasti, veneranter suscepimus, gratanter in corde nostro servabimus, et fideliter ore profitebimur... E a Vittorio Emmanuele dicevano il Sillabo un catalogo di 80 proposizioni già in varie Allocuzioni e Lettere apostoliche condannate, soggiungendo non esservi bisogno d'altra pubblicazione perchè siffatto catalogo d'errori abbia forza d'obbligare il cattolico, ed invocando il celebre detto di Agostino: Roma locuta est, caussa finita est.
– Vi ricorreva l'Episcopato Modenese e Parmense nella sua lettera a Pio IX, eppure conchiudeva parlando di cose condannate proscritte e riprovate dalla Santa Sede, e della dovuta riverenza al Supremo giudizio della medesima.
– Vi ricorreva l'Episcopato dell'Umbria, eppure diceva l'Elenco: Sillabo delle 80 proposizioni che il labbro infallibile del Capo della Chiesa proscrive e condanna.
– Vi ricorreva il Concilio Provinciale II, di Quito, e stabiliva del Sillabo: Quasi infallibilis tutaque doctrinae norma... commendatur quam maxime Syllabus...
– Vi ricorrevano gli Arcivescovi o Vescovi di Malines, di Brouges, di Tournay, di Seez, di Coulance, di Nizza, di Strasborgo, di Nimes, di Beauvais, di Moulins, di Granada, di Leon, di Zamora, di Barcellona, di Cadiz, di Valladolid, di Anagni, di Novara, d'Ivrea, di Treviso, di Vienna, di Ratisbona, ed altri che tralasciamo di nominare, i quali tutti, benchè riconoscano l'atto di condanna delle 80 proposizioni negli Atti Apostolici precedenti, pure parlano del Sillabo in quel modo che abbiamo altrove notato. Pio IX, dice il Vescovo di Rosnavia, censuit... istiusmodi errores in uno complexu cum provocatione ad praecedentes Encyclicas Allocutiones et alia scripta Apostolica – in quibus del illis proscribendis ex professo agebatur – Episcopis trasmittere... e fa sue a tal proposito le parole di S. Leone: Vox ista vox vitae est... E il Vescovo di Giavarino, dopo aver esposto che nel Sillabo non v'ha proposizione quae iam prius sive in Allocutionibus, sive in Encyclicis aliis confixa non fuisset, ut adeo nihil plane novi nunc statuatur, sed recapitulentur dumtaxat alibi et alias fusius pertractata atque reiecta: finisce conchiudendo: Unde nemo sibi integrum existimet propositiones in Syllabo, per Summum Pontificem vulgato, notatas, inconsulta levitate defendere. Irrefragabili Sanctae Sedis Apostolicae oraculo illae reprobatae, proscriptae, damnatae sunt!
Che dicono i nostri oppositori di cotesto modo di parlare? Da chi dissente l'Episcopato, dal Papa Pio IX ovvero dalla loro conclusione irriverente ed illogica? Non è egli evidente che il Sillabo s'ha dire documento dommatico per la materia che contiene, checchè sia della sua forma speciale che presenta? Dunque, concludiamo con non minore evidenza, essi sono inescusabili quando impugnando la tesi d'alcuni autori offendono le orecchie dei sinceri cattolici in parlando a quel modo del Sillabo; sono inescusabili quando ci dicono d'appellare ancor essi agli Atti Apostolici da' quali furono estratte le 80 proposizioni. Ai medesimi Atti Apostolici appellarono i Vescovi in grandissimo numero; ma parlarono, e insegnarono, e conclusero molto diversamente. Prescindano pure i nostri oppositori della forma del Sillabo presa in sè stessa come han fatto i commemorati Vescovi; ma ammettano la conclusione dei medesimi riguardo al Sillabo. Finchè non vengono a ciò, la logica e la riverenza dovuta al Magistero ecclesiastico saranno sempre lo scoglio a cui miseramente romperanno.
[1] Vedi vol. IV, fasc. 876, pagg. 680-693.
[2] Enciclica: Immortale Dei, 2 novembre 1885.
[3] Non pochi furono coloro, i quali fin dal primo apparire del Documento Pontificio mostrarono di riconoscere l'atto di condanna degli 80 errori negli Atti Apostolici precedenti, dai quali erano stati estratti; ciò non ostante lungi dal disprezzare, come fanno i nostri oppositori, il Sillabo, lo venerarono sommamente, lo tennero sempre in grandissima stima e ne discorsero con la dovuta adesione e sommessione di mente e di cuore al Magistero della Santa Sede. Vedi per esempio: Le Stimmen aus Maria-Laach nell'opera: Die Encyclica Papst Pius' ix. Vol. I, I. Eine Vorfrage über die Verpflichtung, anno 1866, pagg. 87-88; 90 (nota); 94-95. – Il Periodico: La Scienza e la Fede, Vol. LV, anno 1864: La Santa Sede e le dottrine correnti, pagg. 458-59. – L'Unità Cattolica 1864, 23 e 29 decembre; 1865, 5 e 15 gennaio; 3 febbraio. – L'Armonia 1865, 8 gennaio: Schiarimenti sull'Enciclica, Corrispondenza particolare da Roma. – L'Osservatore Cattolico 1865, 12 e 28 gennaio; 13 marzo: Lettera sul Sillabo annesso all'ultima Enciclica Pontificia dell'8 decembre 1864. – L'Osservatore Romano 1864, 22 decembre; 1865, 10 gennaio: L'Enciclica dell'8 decembre ed i suoi effetti; 11 gennaio: L'Enciclica ed il signor Garcin.