Source: http://siapol.it/sezione.php?d=638
Timestamp: 2017-08-21 02:47:25+00:00
Document Index: 117869857

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 25', 'art. 45', 'art. 68', 'art. 25', 'art. 3', 'art. 2087']

Tribunale di Tempio Pausania - Sentenza del 10/07/2003
Risarcimento del danno esistenziale per mobbing e riparto dell'onere della prova
( Tribunale di Tempio Pausania, sentenza 10.07.2003 n° 157 )
F. A. N., residente ……………. ed elettivamente domiciliata in ****, presso lo studio dell'avv. ****, che la rappresenta e difende in forza di delega in calce al ricorso introduttivo;
Comune di ****, in persona del Sindaco pro tempore, elettivamente domiciliato in ****, presso lo studio dell'avv. ****, che lo rappresenta e difende in forza di delega a margine della memoria difensiva e di costituzione in giudizio;
- dichiarare l'illegittimità della sanzione della censura inflitta alla ricorrente in data 13 dicembre 1999 dal Comune di ****;
- condannarsi il Comune di **** al pagamento del danno patrimoniale di lit. 2.577.100 di cui lit. 1.387.100 per la perdita dell'indennità mensile di vigilanza e lit. 1.190.000 per perdita della straordinario elettorale o, in subordine, al pagamento della diversa cifra che codesto Tribunale riterrà di giustizia;
- condannarsi il Comune di **** al pagamento del danno di immagine patito dalla ricorrente, secondo il prudente equitativo apprezzamento del Giudice;
- condannarsi il Comune di **** al pagamento del danno biologico dovuto ad attività persecutoria (mobbing), unitamente a dequalificazione professionale e danno di immagine per un ammontare di lit. 72.500.000 o, in subordine, al pagamento della diversa cifra che codesto Tribunale riterrà di giustizia;
- condannarsi il Comune di **** alla rifusione delle spese e competenze legali del presente giudizio.”
Con ricorso depositato il 23 maggio 2000, F. A. N., dipendente, dal 3 ottobre 1996, del Comune di ****, con la qualifica di vigile urbano, esponeva di aver sempre svolto le proprie mansioni in modo rigoroso, evitando favoritismi e compromessi nell'applicazione della legge, e di essersi vista costretta, in più occasioni, a respingere le richieste, formulate soprattutto da parte del Sindaco, volte ad impegnarla in compiti che nulla avevano a che fare con le competenze assegnatele dalla L. 65/86; lamentava che i suoi rapporti con il datore di lavoro (e segnatamente con il Sindaco) erano andati, progressivamente, deteriorandosi, sino al verificarsi di una perdurante situazione di tensione, nella quale essa ricorrente veniva “criminalizzata”; affermava che, nell'ambito di tale situazione lavorativa, le erano state irrogate sanzioni disciplinari illegittime, le era stata rigettata una richiesta di mobilità, era stata archiviata, a seguito dell'intervento personale del Sindaco presso la Prefettura, la propria richiesta, volta all'ottenimento della qualifica di agente di pubblica sicurezza, le erano stati tolti i compiti di polizia stradale, giudiziaria e di pubblica sicurezza e, più in generale, erano stati posti in essere nei suoi confronti, da parte del datore di lavoro, una serie di comportamenti che avevano raggiunto lo scopo di “ghettizzarla”, sotto il profilo sia umano che professionale, e di sottoporla ad un controllo disciplinare particolarmente intenso e persecutorio, sino a che ella era stata colta da uno stato depressivo che non aveva precedenti nella sua storia personale; lamentava, altresì, di avere subito, a causa degli illegittimi provvedimenti posti in essere dal datore di lavoro, un danno patrimoniale, costituito nella perdita di una parte dell'indennità mensile lorda di vigilanza (per l'importo di lit. 1.387.100) e nel mancato svolgimento di straordinario (per complessive lit. 1.190.000, corrispondenti a 70 ore di lavoro) – straordinario che era stato autorizzato per i suoi colleghi di lavoro, al fine di effettuare la consegna dei certificati elettorali, mentre a lei era stato rifiutato, imponendole peraltro, contestualmente, di consegnare i certificati elettorali durante le ore di servizio, benché si trattasse di un'attività non rientrante tra i suoi compiti. Evocava, pertanto, innanzi a questo Tribunale, il Comune di ****, affinché dichiarasse l'illegittimità della sanzione della censura inflitta ad essa ricorrente in data 13 dicembre 1999 ed accertasse la condotta di mobbing posta in essere dal Comune, con condanna di quest'ultimo, in persona del Sindaco pro tempore, al pagamento del danno patrimoniale e non patrimoniale (all'immagine, da dequalificazione professionale e biologico) da ella subito – danno indicato in complessive lit. 2.577.100 per il danno patrimoniale ed in lit. 72.500.000 (da liquidarsi sulla base di una valutazione equitativa) per le altre voci di danno.
Si costituiva in giudizio il Comune di ****, in persona del Sindaco pro tempore, resistendo alla domanda.
Si rileva, innanzitutto, relativamente all'impugnazione della censura, asseritamente irrogata il 13 dicembre 1999, che detta domanda non può essere accolta; dalla lettura degli atti emerge, infatti, che il 13 dicembre 1999 non venne irrogata alcuna sanzione ma vi fu soltanto una segnalazione scritta da parte del Sindaco, il quale così affermava: “...ritengo che alla dipendente F. A. N. debba essere irrogata la sanzione prevista dall'art. 25 c. 4 del C.C.N.L. 6.7.1995, con l'applicazione della multa di importo pari a 4 ore di retribuzione”. A tale segnalazione, indirizzata al Responsabile Servizio Vigilanza, non è, poi, conseguita l'irrogazione di alcuna sanzione, posto che, con successiva missiva, in data 30 dicembre 1999, il Responsabile del Servizio informava la ricorrente che la sanzione predetta (che peraltro non risulta essere stata mai formalmente irrogata dall'organo competente) era stata sospesa.
Il primo significativo carteggio (in ordine cronologico) rinvenibile negli atti è quello relativo alla richiesta di mobilità, formulata dalla ricorrente in data 27 maggio 1998 deducendo la sussistenza di motivi familiari – richiesta respinta dal Sindaco con una missiva, datata 28 maggio, che lascia intendere in modo del tutto palese la sussistenza di un rapporto conflittuale tra il Sindaco e l'odierna ricorrente. Mentre la richiesta dell'A.P.M. F. appare del tutto sobria e corretta nei toni (“La sottoscritta ... chiede di essere trasferita nei ruoli del Comune di **** per i seguenti motivi: motivi familiari. Si allega curriculum. Certa di una vostra risposta porgo distinti saluti”), la risposta del Sindaco esprime, con toni esarcebati, un profondo fastidio per lo stato dei rapporti personali con la ricorrente. Questo, infatti, il tenore del provvedimento: “La sua richiesta di trasferimento nei ruoli del Comune di **** mi coglie di sorpresa, e ritengo il Suo comportamento censurabile poiché nasce innegabilmente da una Sua, più volte dimostrata, allergia per gli ordini e le decisioni che Le vengono impartiti. Il Suo palese risentimento per non aver ottenuto con immediatezza quanto richiesto, La porta ad avere verso il sottoscritto e verso l'Amministrazione un comportamento astioso oltre che dispettoso. Resta il mio personale rammarico anche per il fatto che Lei non ha sentito il dovere di manifestare il suo intendimento di persona, come altre volte è capitato. La sua richiesta è, per il momento, rigettata. La invito comunque, per l'avvenire, ad astenersi da comportamenti di insofferenza continua nei confronti di tutti, amministratori, dirigenti e cittadini. Colgo altresì l'occasione per sottolinearLe che è dovuto per dipendenza gerarchica o, quanto meno, per rispetto ed educazione, rivolgere il saluto verso gli Amministratori comunali e verso il Segretario comunale.”
E' ben vero che difetta, in capo a questo Giudice, il potere di dichiarare l'illegittimità di un provvedimento amministrativo emesso in epoca precedente al 30 giugno 1998 – atteso che, come noto, a norma dell'art. 45, comma 17, del decreto legislativo n. 80/98: “Sono attribuite al Giudice ordinario, in funzione di Giudice del Lavoro, le controversie di cui all'art. 68 del D. Lgs. 3.2.1993, n. 29, come modificato dal presente decreto (controversie in materia di pubblico impiego) relative a questioni attinenti al periodo del rapporto di lavoro successivo al 30 giugno 1998. Le controversie relative a questioni attinenti al periodo del rapporto di lavoro anteriore a tale data restano attribuite alla giurisdizione esclusiva del Giudice amministrativo e devono essere proposte, a pena di decadenza, entro il 15 dicembre 2000.” Peraltro, dovendosi valutare unitariamente la vicenda de qua, anche i comportamenti anteriori al 30 giugno 1998 possono, ad opinione di questo Giudice, essere presi in esame, al fine di accertare la fondatezza della domanda basata sull'asserito mobbing.
-) il 6 novembre 1997 il Sindaco di **** inoltrava alla Prefettura di Sassari l'istanza, dell'A.P.M. F., volta all'attribuzione della qualifica di agente di pubblica sicurezza;
E' evidente, dunque, che il rigetto della domanda di mobilità (formulata nel maggio del 1998) si situa, temporalmente, in un periodo in cui era già iniziato, tra il Sindaco e la ricorrente, il conflitto avente ad oggetto l'attribuzione della qualifica – essendoci ben noto nell'ambito del Comune (si vedano le dichiarazioni dei testi F., U., A. e S.) che il Sindaco voleva evitare che la ricorrente conseguisse tale qualifica. In tale quadro, dunque, assume un significato la frase “il suo palese risentimento per non aver ottenuto con immediatezza quanto richiesto...” che va riferita, appunto, all'insistenza (lamentata dal Sindaco) con cui la ricorrente aveva sollecitato il buon fine della pratica, ed al suo disappunto per il mancato accoglimento della domanda, che l'avrebbe portata (secondo la prospettazione del Sindaco) ad assumere “un comportamento astioso oltre che dispettoso”.
Alla luce di tali considerazioni, non può che ritenersi illegittima la condotta tenuta, nel caso di specie, dal Sindaco, il quale ha dapprima omesso (per circa un anno) di trasmettere alla Prefettura la documentazione necessaria a corredo della pratica dell'A.P.M. F. ed infine, una volta che quest'ultima si è attivata direttamente – acquisendo il certificato per il maneggio delle armi e ponendo in essere, così, le condizioni affinché la pratica potesse essere accolta – ha inviato alla Prefettura la nota n. 7743 del 18 dicembre 1998, chiedendo la sospensione della pratica.
Con provvedimento in data 30 giugno 1999 il Sindaco ha disposto che l'A.P.M. F. venisse “adibita, con decorrenza immediata, esclusivamente a compiti di polizia amministrativa e precisamente: polizia tributaria, artigianale, industriale, commerciale, edilizia, sanitaria, ecc. escludendo provvisoriamente compiti di polizia stradale, giudiziaria e di pubblica sicurezza”, affermando che detta disposizione veniva “adottata, in via provvisoria, per evitare il ripetersi di incresciose situazioni di conflittualità con gli utenti, che hanno comportato forti tensioni nella comunità e che potrebbero creare eventuali pericoli anche per l'incolumità della stessa dipendente.”
Nel corso del presente procedimento il Comune, insistendo nella prospettazione per cui la ricorrente avrebbe tenuto un comportamento scorretto nei confronti degli utenti, ha prodotto due missive (portanti data 16 giugno 1999 e 24 giugno 1999). Con la prima, un automobilista che aveva lasciato l'auto sotto un cartello del divieto di sosta, per andare a comprare il giornale, e che è stato per questo multato dalla ricorrente, lamenta il tono scortese usato dalla stessa e, pur non contestando la regolarità della sanzione, afferma che trova “sciocco” occuparsi di queste “sciocchezze” lasciando perdere cose che possono dare un disturbo reale o un pericolo, “vedi la musica che spesso suona al bar sino alle 2,00 di notte, svegliandoti o i ragazzi che sfrecciano sui motorini regolarmente senza casco o altre ancora.” Con la seconda, quattro proprietari di appartamenti di un complesso residenziale situato sulla via principale di ****, lamentano il disturbo causato loro dal rumore del fischietto, utilizzato dalla ricorrente nel corso del proprio lavoro.
Va ricordato, per completezza, che alcuni dei testi di parte resistente (C. e R.) hanno confermato che erano pervenute, al Comune, segnalazioni di utenti che si lamentavano dell'operato dell'A.P.M. F.. Tali dichiarazioni, però, appaiono del tutto generiche, non riferendosi ad alcun particolare episodio che possa ritenersi, effettivamente, indice di un comportamento scorretto o illegittimo; per contro va ricordata la testimonianza di F. G. (collega della ricorrente) il quale ha così deposto: “Non mi risulta che la ricorrente abbia dato luogo a episodi di intemperanza; capita tutti i giorni a noi Vigili Urbani di avere discussioni con gli utenti, perché nel momento in cui facciamo contravvenzioni è normale che le persone reagiscano, e a volte si scaldano. Comunque mi risulta che la ricorrente abbia avuto le solite discussioni di servizio e nulla più...”
è lo stesso Sindaco, peraltro, che con il provvedimento in data 6 luglio 1999 (in cui contesta all'A.P.M. F. una serie di illeciti disciplinari) evidenzia l'importanza fondamentale, nella vicenda de qua, del deterioramento dei propri rapporti personali con la predetta – deterioramento che egli stesso ascrive, in buona misura, al fatto che ella non aveva accettato di buon grado l'archiviazione della pratica volta ad ottenere la qualifica di agente di pubblica sicurezza.
Per quanto riguarda il “comportamento stizzito e bizzoso con atteggiamento provocatorio e di scontro nei confronti del Sindaco, dei Consiglieri comunali e del Segretario” (contestato sub 1), si rileva che dall'espletata istruttoria (nonché dalla documentazione versata in atti) non è emersa la sussistenza di particolari contrasti tra la ricorrente ed i Consiglieri comunali, o il Segretario, cosicché non è dato capire a quali episodi la contestazione faccia riferimento. Nella parte motiva delle contestazioni, il Sindaco precisa che la ricorrente, oltre ad aver manifestato scortesia nei confronti dei predetti soggetti, avrebbe continuamente contestato ordini e compiti a lei assegnati, perché ritenuti di non sua competenza, con ciò dimostrando scarsa collaborazione e disciplina.
L'escussione dei testi ha però escluso la veridicità di tale circostanza; va menzionata, a tale riguardo, la deposizione del teste S., di parte resistente (all'epoca dei fatti responsabile degli affari generali e, in un secondo periodo, dell'area amministrativa), il quale ha dichiarato: “Corrisponde al vero che i dipendenti comunali solitamente accettano di prestare piccoli servizi quali, ad esempio, consegnare/ritirare documenti presso altri enti ed acquistare materiale di cancelleria ... Solitamente i dipendenti accettano di effettuare le suddette commissioni senza sollevare problemi ... Non mi risulta che la ricorrente si sia mai rifiutata di compiere a sua volta le piccole commissioni che le venivano richieste. Non so se abbia mai protestato; confermo che anche a lei venivano richieste e che lei si prestava a svolgerle.” Anche gli addebiti sub 1 si appalesano, dunque, infondati.
Vi è, poi, da ricordare un ultimo provvedimento, in data 13 dicembre 1999, con il quale il Sindaco comunica al Responsabile del Servizio Vigilanza che all'A.P.M. F. deve essere irrogata la sanzione prevista dall'art. 25, c. 4 del CCNL 6.7.1995, con l'applicazione della multa di importo pari a 4 ore di retribuzione. Nella motivazione di tale richiesta, il Sindaco contesta alla ricorrente che il 25 novembre 1999, alle ore 14,05, ella nel passare in prossimità del rilevatore delle presenze non gli avrebbe rivolto il saluto ed, invitatala ad essere rispettosa e a salutare, avrebbe risposto “... e poi se voglio la saluto e se non voglio non la saluto.” Stigmatizzando tale comportamento, il Sindaco rileva che il CCNL impone, a carico dei dipendenti, un comportamento tale da favorire rapporti di fiducia e di collaborazione, la disciplina del lavoro e il rispetto delle disposizioni impartite dall'Amministrazione – doveri che verrebbero violati dalla ricorrente, la quale non uniforma la propria condotta ai principi della buona educazione. A conclusione di tali valutazioni, il Sindaco afferma: “è impressione, se non certezza, dello scrivente che l'adozione di una condotta non conforme ai principi di correttezza verso gli altri, derivi da una errata interpretazione da parte dell'O.P.M. F. dei propri diritti e doveri. Non si capisce, infatti, da quale fonte possa trarre origine la sua certezza di impunità per la quale adotta comportamenti sempre più irriguardosi e di sfida verso tutti. è per lo meno ridicola, a tale proposito, l'irrogazione della censura a parti invertite, che l'O.P.M. F. infligge al Sindaco, con la nota n. 80009 del 5.11.99, nel ricordare l'episodio accaduto il 2.11.1999 che è bene riassumere correttamente ...”
Infine, si ricorda che – in una fase in cui i rapporti tra la ricorrente ed il Sindaco erano ormai esasperati – il Sindaco, con una disposizione di servizio in data 15 dicembre 1999, ha attribuito alla ricorrente, in aggiunta ai compiti già assegnatile, quello di effettuare verifiche e controlli sul servizio svolto dal Movimento per la Biodiversità (Canile Europa). Con successiva missiva del 18 febbraio 2000 la ricorrente contestava la legittimità di tale provvedimento, rilevando che il Canile Europa era sito nel territorio del Comune di **** e che, a norma dell'art. 3 della legge n. 65 del 7 marzo 1986, il personale di polizia municipale esercita le funzioni istituzionali, previste nella stessa legge, nell'ambito del territorio di competenza.
Va ricordata, a questo riguardo, la testimonianza di L. G., la quale ha prestato servizio presso il Comune resistente dal 1979 al 1993. La teste, nel riferire che nei suoi confronti il Sindaco avrebbe più volte alzato la voce pronunciando frasi quale “te la faccio pagare” e simili, ha così precisato: “è successo che, alcuni mesi dopo la sua elezione (avvenuta nel maggio 1998, se non ricordo male) il Sindaco ebbe a dirmi che per andare d'accordo con lui avrei dovuto cancellare dalle mie amicizie i suoi nemici politici. Io gli risposi di non essere disposta ad accettare tale imposizione nella mia sfera privata e allora mi minacciò dicendomi: 'te la faccio pagare' ... Preciso che non avevo mai avuto problemi con i sindaci precedenti, pur non avendoli votati, mentre avevo votato per [lui]. ...
Per quello che ho potuto capire io, al Sindaco dava fastidio vedermi frequentare occasionalmente (poteva capitare che prendessimo il caffé insieme) i sindaci precedenti. In realtà si trattava di una frequentazione a titolo puramente amichevole che non aveva nulla a che fare con la politica...”
Non può, invece, sottacersi che le circostanze riferite dalla teste L. G. (non smentite dal Comune resistente) – pur se di mero contorno rispetto al quadro probatorio complessivamente acquisito in ordine alle vicende per cui è causa – sono però sintomatiche di una concezione dei rapporti instaurati dal Sindaco con i dipendenti, alla stregua del principio “o con me o contro di me”, che poco ha a che fare con i canoni di correttezza e di collaborazione e che, in qualche modo, spiega l'accanimento dimostrato nei confronti dell'A.P.M. F..
è stata prodotta, infatti, un ampia relazione a firma del dottor **** (Dirigente I^ livello psichiatria dell'A.S.L. n. 2 di ****) il quale – analizzati i dati anamnestici, documentali (cartella clinica ambulatoriale), obiettivi (esame psichico) e psicometrici (test di personalità MMPI) – ha diagnosticato uno stato ansioso depressivo reattivo alle problematiche nell'ambiente di lavoro (“disturbo dell'adattamento con ansia e umore depresso misti”), escludendo, invece, l'evidenza di psicopatologia cronica di alcun genere e segnatamente psicosi, nevrosi o psicopatia.
Secondo quanto attestato dal dottor ****, la ricorrente ha presentato, in passato, sporadici stati ansiosi, reattivi a dinamiche conflittuali relazionali, per i quali ha praticato sporadici controlli di contenimento presso il CIM di **** (quattro in tutto tra il 1991 e il 1994) senza necessità di alcuna terapia farmacologica – come certificato dal dottor **** nella relazione sopra citata; tale circostanza non vale, però, a far venir meno il nesso causale tra l'attività di mobbing, dalla stessa subita, ed il danno biologico per la sindrome ansioso depressiva derivatane, con conseguente responsabilità del datore di lavoro ai sensi dell'art. 2087 c.c.
-) condanna il Comune di ****, in persona del Sindaco, al pagamento, in favore di F. A. N., di € 702,53;
-) condanna inoltre il Comune di ****, in persona del Sindaco, al pagamento, in favore di F. A. N., di € 10.329,14, a titolo di risarcimento del danno conseguente all'attività persecutoria posta in essere nei confronti della ricorrente;
-) condanna il Comune di ****, in persona del Sindaco pro tempore, alla rifusione, in favore della ricorrente, delle spese del giudizio in misura del restante 75%, che liquida in complessivi € 6.205,84, di cui € 564,16 per spese, € 991,68 per diritti ed € 4.650 per onorari, oltre a quanto spettante per legge (per I.V.A. e C.P.A.).