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Il Governo Monti ricorre contro la Corte europea dei diritti dell’uomo
Posted by Simona Maggiorelli su novembre 29, 2012
Il governo Monti ha presentato ricorso contro la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che il 28 agosto scorso ha giudicato la Legge 40 sulla fecondazione assistita, una norma che lede i diritti umani.
Il ministro della Salute Renato Balduzzi aveva preannunciato sull’Osservatore romano ( non su un giornale italiano, ma sul giornale del Vaticano) il proposito di ricorrere in appello contro la sentenza di Strasburgo sul caso di Rosetta Costa e Walter Pavan, una coppia italiana portatrice di fibrosi cistica che aveva visto riconociuto dall’Europa il diritto negato in Italia di poter accedere alla diagnosi genetica preimpiano per avere un figlio sano. Il governo Monti il 28 novembre ha dato seguito al proposito del ministro Balduzzi, lo ha fatto in corner, nell’ultimo giorno utile, quando le associazioni di malati speravano ormai che gli assurdi e antiscientifici divieti contenuti della norma italiana sulla fecondazione assistita sarebbero decaduti una volta per tutti.
Una decisione politica, in linea con i dettami del Vaticano e in contrasto aperto con la comunità medico scientifica. Ora il governo Monti dovrà rispondere ai cittadini italiani e in particolare a quelle, tante, coppie portatrici di malattie genetiche che sono costrette ad emigrare all’estero, per poter accedere ( a costi altissimi) a tecniche di diagnosi genetica preimpianto, per poter avere un figlio libero da tare genetiche e malattie invalidanti per le quali non c’è ancora una cura.
Lo scorso 28 agosto, è utile ricordare , l’Italia è stata condannata dalla Corte di Strasburgo per violazione dell’articolo 8 della Carta europea dei diritti umani, che riguarda le scelte familiari, ma anche il diritto all’autodeterminazione nelle scelte terapeutiche. Negando alle coppie fertili ma portatrici di malattie genetiche di poter accedere alla diagnosi genetica preimpianto, infatti, la Legge 40/2004 si intromette indebitamente nel privato dei cittadini. Ma non solo.
Ad agosto, è utile ricordare, la Corte di Strasburgo ha anche rilevato che la Legge 40 , in modo antiscientifico, confonde feto e bambino e va contro l’equilibrata gerarchia di diritti stabilita nella legge 194/1978 che permette l’aborto e riconosce che il diritto alla salute psicofisica della donna è prioritario rispetto a quello dell’embrione, che non è persona. Ma queste importanti affermazioni evidentemente non sono state comprese dal Governo dei supertecnici guidato dal Premier Monti. Che con questa richiesta di ricorso in appello dimostra di essere del tutto sordo alle richieste dei malati che gli avevano rivolto numerosi inviti a non ricorrere. Ma si dimostra anche incurante delle 19 decisioni italiane ed europee che dal 2004 a oggi hanno smantellato pezzo dopo pezzo la Legge 40, perché giudicata incostituzionale ed ideologica da Tribunali, Tar e Corte Costituzionale a vario titolo.
“La diagnosi pre-impianto permette due importanti risultati: evitare un aborto e mettere al mondo un figlio che non soffra. Mi chiedo perché questo governo non abbia agito mosso da questi semplici pensieri di rispetto del diritto della salute e abbia invece operato contro i cittadini italiani” commenta a caldo l’avvocato Filomena Gallo, segretario dell’associazione Luca Coscioni. Che promette di dare battaglia. “Le associazioni di pazienti e più dei 60 Parlamentari italiani ed europei che con l’Associazione Luca Coscioni avevano presentato un amicus curiae nel precedente procedimento dinanzi alla Corte Europea dei diritti umani non si fermano qui: ci costituiremo davanti alla Grande Camera della Corte Europea dei diritti dell’uomo, che dovrà pronunciarsi rispetto al ricorso italiano. Vogliamo che siano rispettati i diritti delle persone”.
La Grande Camera, infatti potrebbe anche confermare la decisione presa l’estate scorsa dalla Corte sul caso della coppia Costa -Pavan. “Quella del 28 agosto 2012 sotto il profilo giuridico è una decisione inattaccabile – commenta Filome Gallo – perché è stata presa all’unanimità. Tutti e 15 i giudici hanno espresso parare positivo motivandolo. Sono state già rigettate tutte le eccezioni avanzate dal governo italiano in prima istanza e speriamo che anche la Grande Camera possa proseguire su questa strada, noi gli offriremo tutte le informazioni necessarie per poter decidere con cognizione di causa”. Intanto l’associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica indice per il 30 novembre e il primo dicembre gli Stati generali dei diritti civili. Una due giorni nella sala congressi del dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale dell’università di Roma per discutere del caso Italia, unico Paese al mondo – dopo il Costa Rica – ad avere una legge sulla fecondazione assistita così zeppa di divieti.
left web – 28 nov 2012 20:09
Europeista con i forti, antieuropeo con i deboli:
le due facce del governo Monti
Mario Monti e Ratzinger
Il ricorso contro la sentenza Ue che accusa l’Italia di violare i diritti umani con la legge 40 sulla fecondazione assistita, mette a nudo una odiosa contraddizione
Mentre la prossima settimana il governo del Costa Rica, dove la fecondazione assistita è proibita per legge, sarà giudicato dalla Corte interamericana dei diritti dell’uomo, il governo Monti (che si dice europeista e tecnico) presenta ricorso alla Corte europea dei diritti umani, contro la sentenza della Corte di Strasburgo che lo scorso agosto ha riconosciuto che la legge 40 viola l’articolo 8 della Carta dei diritti dell’uomo, intromettendosi nelle scelte familiari delle coppie e impedendone l’autodeterminazione quanto a scelte terapeutiche. Così, se il Costa Rica sarà costretto a rimuovere gli ostacoli ideologici che impediscono ai suoi cittadini di far ricorso alla fecondazione in vitro, l’Italia resterà l’unico Paese al mondo con divieti antiscientifici che colpiscono il diritto di accesso alle terapie di coppie portatrici di malattie genetiche. Come Rosetta Costa e Walter Pavan, genitori di una bambina affetta da fibrosi cistica, che volendo evitare di trasmettere a un’altra figlia una malattia così terribile e invalidante, avevano fatto ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) per veder riconosciuto il proprio diritto di ricorrere alla fecondazione assistita e alla diagnosi preimpianto. Possibilità che la legge 40 del 2004 vieta alle coppie fertili, anche se portatrici di gravi patologie genetiche. La Corte di Strasburgo, come è noto, lo scorso 28 agosto ha emesso una sentenza che ha dato ragione alla coppia italiana, riconoscendo l’aspetto antiscientifico della norma italiana sulla fecondazione assistita che confonde feto e bambino, ma anche il fatto che la legge 40 è in contrasto con la 194 che stabilisce una chiara gerarchia di priorità fra diritto alla salute psicofisica della madre e diritti dell’embrione, che non è persona. Ma il governo Monti, sordo alle lettere di malati che chiedevano di non procedere contro la sentenza della Corte Europea, in corner, nell’ultimo giorno utile ha depositato alla Grande camera della Cedu il ricorso contro la sentenza.
Fatto “curioso”, in una nota Palazzo Chigi spiega che il rinvio alla Grande Chambre «si fonda sulla necessità di salvaguardare l’integrità e la validità del sistema giudiziario nazionale, e non riguarda il merito delle scelte normative adottate dal Parlamento né eventuali nuovi interventi legislativi». Salvaguardare l’integrità del sistema giudiziario nazionale? E le numerose sentenze emesse da tribunali italiani che dal 2004 a oggi stanno smontando pezzo dopo pezzo questa legge? Non solo, sempre nella nota si legge: «La Corte europea di Strasburgo ha deciso di non rispettare la regola del previo esaurimento dei ricorsi interni, ritenendo che il sistema giudiziario italiano non offrisse sufficienti garanzie». Se così fosse allora perché non emendare subito la legge 40 e le sue linee guida accogliendo quanto ha stabilito proprio sulla stessa materia, il tribunale di Cagliari poche settimane fa quando ha riconosciuto a una coppia portatrice di talassemia il diritto di poter accedere alla diagnosi genetica preimpianto? Le tante associazioni di coppie infertili e portatrici di malattie genetiche da Amica Cicogna a Madre Provetta, dall’Associazione Luca Coscioni a Cerco un bimbo, aspettano dal Governo Monti una risposta.
da Babylonpost/Globalist
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Premio Nobel per la medicina ad Yamanaka
Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 8, 2012
I premi Nobel 2012 Yamanaca e Gurdon
La ricerca sulle cellule staminali, come uno degli ambiti più promettenti della medicina rigenerativa, è al centro dell’assegnazione dei Nobel 2012.
L’8 ottobre il premio Nobel per la Medicina è stato assegnato, infatti, al giapponese Shinya Yamanaka e al britannico John Gurdon. Rispettivamente per aver scoperto le cellule staminali riprogrammate, le cosiddette staminali pluripotenti indotte, e per aver aperto quella strada alla ricerca sulle staminali che nel 1996-97 permise allo scienziato Ian Wilmut di mettere a segno il primo esperimento riuscito di clonazione animale con la nascita della pecora Dolly. Gurdon oggi settantottenne nel 1962 ( l’anno di nascita di Yamanaca) ha infatti scoperto che una cellula adulta può “perdere la sua identità” ed essere riprogrammata per specializzarsi in un tipo di cellula completamente diverso. Nato nel 1933 in Gran Bretagna, a Dippenhall, si è laureato a Oxford e, dopo un lungo periodo negli Stati Uniti, presso il California Institute of Technology, ha insegnato Biologia Cellulare nell’università di Cambridge. La ricerca di Gurdon ha dato il via ad una vera e propria rivoluzione. Da allora numerose ricerche sulla clonazione animale a scopo terapeutico hanno gettato le basi per la medicina rigenerativa, ma la grande scommessa era capire i segnali che fanno partire la riprogrammazione e riuscire a controllarli. A compiere un importante passo in questa direzione sono state le ricerche di Yamanaka, che nel 2006 ha messo a punto il cocktail di gen iche permette di trasformare una cellula adulta in una cellula bambina, chiamata Staminale riprogrammata indotta (Ips), riportando indietro l’orologio biologico della cellula. La scoperta ha avuto un impatto notevole anche dal punto di vista etico poiché in passato la possibilità di utilizzare cellule staminali embrionali aveva suscitato un vivace dibattito. E se i cattolici brandiscono la bandiera della ricerca di Yamanaca per escludere la ricerca sulle staminali embrionali, Yamanaca stesso raccomanda di tenere aperta la ricerca nel suo spettro più ampio, perché le scoperte i progressi in medicina non possono arrivare se si procede per compartimenti stagni, limitando ideologicamente l’orizzonte e il raggio della ricerca.
“E’ il giusto riconoscimento per scienziati che hanno trovato il modo di far girare al contrario le lancette dell’orologio- ha commentato il chirurgo Ignazio Marino all’annuncio dell’assegnazione dei Nobel 2012. ” Yamanaka ha fatto una scoperta innovativa- dice il presidente Pd della Commissione di inchiesta sul sistema sanitario nazionale -, facendo tornare indietro alcune cellule adulte e facilmente disponibili, come quelle della pelle, per ottenere cellule pluripotenti specifiche del singolo paziente. Una scoperta che potrebbe risolvere anche il problema del rigetto. In futuro, un danno di un nostro organo potrebbe essere curato con un prelievo di cellule adulte della pelle da reimpiantare, con un autotrapianto nel tessuto ammalato, dopo averle riprogrammate e riportate indietro allo stadio delle cellule staminali pluripotenti. Tengo a precisare- sottolinea Marino – che nella visione di Yamanaka, questo metodo per quanto promettente non esclude l’importanza di proseguire le ricerche anche sulle staminali embrionali che devono camminare, secondo lui, ‘mano nella mano'”.
Un plauso alla notizia del Nobel conferito a John Gurdon e Sinha Yamanak, viene anche dall’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca. “Gurdon cinquanta anni fa dimostrò per la prima volta che una cellula adulta può dare origine a un nuovo embrione se il suo nucleo viene trasferito all’interno di una cellula uovo; il secondo, sei anni fa scoprì il meccanismo di questa riprogrammazione. Questa ultima scoperta, che apre scenari prima inimmaginabili per la medicina rigenerativa è il risultato di un lungo percorso, che parte dalla scoperta di Gurdon, prosegue con la scoperta delle staminali embrionali, anche questa premiata con il Nobel a Martin Evans, passa per Dolly, il primo mammifero clonato e per la scoperta delle staminali embrionali umane da parte di Thompson nel 1998. Ognuna di queste scoperte è stata fondamentale come base di partenza per la successiva: non sarebbe stato possibile a Yamanaka ottenere cellule adulte riprogrammate senza la conoscenza sulle staminali embrionali che rappresentavano il suo termine di paragone. La scienza procede in tutte le direzioni e deve farlo liberamente, senza preclusioni e altro condizionamento che la validità scientifica dei risultati raggiunti. E’ necessario quindi continuare a battersi perché tutte le strade siano percorse e percorribili e l’Associazione proseguirà nella sua battaglia, ben conscia che alla fine solo la scienza ci darà le risposte alle domande che ci poniamo da sempre sul nostro corpo, le sue malattie e come combatterle e un giorno sconfiggerle.”
Corriere 15.10.12
A mezzo secolo di distanza tra loro due Nobel rivelano tutto delle cellule
Quando il compianto Salvador E. Luria ricevette, nel 1969, il Premio Nobel per la medicina o fisiologia per un lavoro pubblicato nell’allora già lontano 1943, mandò agli amici una vignetta tratta dalla rivista New Yorker. Vi si vede un signore in poltrona, che legge sbigottito un quotidiano e dice alla moglie: «Cara, pare che mi abbiano dato il Premio Nobel per qualcosa che ho fatto più di cinquant’anni fa». Il quasi ottantenne Sir John B. Gurdon, ora dovutamente insignito con tale Nobel, potrebbe dire lo stesso.
Il suo elegante esperimento, da gran tempo riportato nei manuali di biologia, risale, infatti, al 1962, cinquant’anni esatti.
Concettualmente semplice, ma tecnicamente complesso (specie con le tecniche allora disponibili) rivelò con chiarezza ciò che, a buon motivo, solo si supponeva, cioè che ogni cellula del corpo racchiude lo stesso identico corredo di geni. Gurdon lo effettuò su una specie di ranocchie acquatiche, lo Xenopus laevis, perché l’ovulo misura circa un millimetro e lo si può, quindi, delicatamente manipolare sotto una lente di ingrandimento. Prese un ovulo, vi tolse il nucleo, e lo sostituì con quello di una cellula intestinale, anche questo per motivi pratici. In teoria avrebbe potuto fare questo trapianto di nuclei cellulari con un qualsiasi diverso tipo di tessuto già altamente differenziato. Poi dette avvio alla crescita di molti di questi ibridi cellulari ottenendo dei girini e, in circa un caso su cento, ottenne delle normalissime rane acquatiche. Ricordo, molti anni fa, in visita al suo laboratorio a Cambridge (che adesso porta il suo nome) di averle viste allegramente nuotare in una vasca. Avevano un colore leggermente più pallido delle loro consorelle normali, ma questo è un dettaglio. Contava moltissimo, invece, l’essenza di questa delicata operazione, cioè che il patrimonio genetico di un individuo resta immutato dall’uovo fecondato, giù giù fino alle cellule più specializzate del suo corpo. È sapendo questo che adesso, prelevando semplicemente una cellula dalla saliva, si può fare la sequenza dell’intero genoma. L’anno del giustamente celebre esperimento di Gurdon è lo stesso in cui è nato Shinya Yamanaka, lo scienziato giapponese che divide il Nobel con Gurdon. Il suo esperimento è quasi l’immagine speculare di quello di Gurdon, perché è riuscito a de-programmare delle cellule differenziate di topo inserendovi, con l’aiuto di un virus, quattro fattori embrionali di regolazione, per poi vederle differenziarsi di nuovo in un tessuto diverso. A differenza dell’esperimento pioniere di Gurdon, quello assai più recente di Yamanaka offre concrete prospettive terapeutiche, in quanto le sue cellule staminali pluripotenti indotte (in gergo iPS) possono, almeno in teoria, modificare delle cellule estratte dal tessuto di un individuo, per poi essere reinserite in un tessuto diverso e ivi fatte proliferare. Questo è riuscito nel topo, ma vi sono ancora delle incertezze per le applicazioni cliniche sull’uomo. Ma la lezione di biologia che loro ci hanno insegnato è quanto mai fondamentale e va oltre le prospettive di applicazioni cliniche, per quanto auspicabili. Dato che il patrimonio genetico è sempre identico, a partire dalla prima cellula, da tempo si è concluso che la formazione dei diversi tessuti è il risultato di complesse attivazioni e inattivazioni di particolari geni nei particolari tessuti. La regolazione dell’attività dei geni, ormai studiata al livello di intere reti dinamiche, non di rado mediante possenti calcolatori, è un processo chiamato epi-genetico, cioè che avviene «a valle» (al di sopra) delle sequenze di Dna. Il complesso formato dal Dna e dai corpuscoli attorno ai quali esso si avvolge, come un nastro su dei rulli, nel formare i cromosomi, prende il nome, appunto, di epi-genoma. Questo, a differenza del genoma, è diverso tra un tessuto e un altro. Immaginiamo che le delicatissime e incessanti contorsioni del nastro di Dna espongano al macchinario cellulare di replicazione, trascrizione e sintesi proteica i geni (poniamo) 78, 2085 e 15783. Abbiamo un neurone. Ora invece vengono esposti (poniamo) i geni 1865 e 182, abbiamo una cellula del fegato. E così via. In molti casi, oggi come oggi, questi processi possono essere pilotati ad arte in laboratorio, in varie specie, dandoci un primo panorama della biologia dello sviluppo. Si è così scoperto che, fondamentalmente, resta vero quanto abbiamo appena visto, cioè che tutte le cellule del corpo contengono lo stesso corredo genetico, ma non proprio esattamente. Si sapeva da tempo che fanno eccezione le cellule germinali, i globuli rossi del sangue e alcune cellule del sistema immunitario. Negli ultimi anni si comincia a sospettare che vi siano piccole differenze, tra un tessuto e un altro, nel numero di coppie di alcuni geni, nello loro collocazione accanto ad altri geni, e nelle inserzioni, duplicazioni e delezioni di frammenti di Dna. Infine, in tessuti diversi, nell’atto di trascrivere il Dna in una molecola intermedia assai simile, chiamata Rna messaggero, le unità più piccole di cui è composto ogni gene (chiamate in gergo esoni), si ricombinano in modo diverso, quasi come rimescolando un mazzo di carte. Questo spiega, almeno in parte, come sia possibile costruire organismi molto complessi sulla base di appena ventiquattromila geni. Le ricerche sono attivissime in tutti questi settori e i Premi Nobel dei prossimi anni ricompenseranno le più importanti. Sono persuaso che Gurdon abbia osservato, con una certa fierezza, in tutti questi anni, arricchirsi di nuovi particolari l’arazzo da lui magistralmente impostato in un allora disadorno laboratorio di Cambridge. Grazie, Sir John.
Corriere della Sera 15 ottobre 2012
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Dolly addio, ora creiamo organi umani
Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 7, 2012
Nel 1996 Ian Wilmut salì alla ribalta per la clonazione riuscita di una pecora. Ora si occupa di ricerca con le cellule staminali. E a Bergamoscienza il 13 ottobre parlerà delle nuove frontiere della medicina rigenerativa
Ian Wilmut e Dolly
Per il grande pubblico è il “papà” della pecora Dolly: il primo mammifero che nel 1996 fu clonato dallo scienziato inglese del Roslin Institute di Edimburgo e dalla sua equipe, a partire dalla cellula di un altro mammifero adulto. Nel frattempo la pecora clonata, (che è campata sette anni) non c’è più. Ma già da tempo, lo scienziato inglese Ian Wilmut, rientrato proficuamente nell’ombra dopo la forte esposizione mediatica seguita all’esperimento Dolly, lavora su nuovi fronti di ricerca, occupandosi di biologia della riproduzione presso il Medical research council. E di cellule staminali umane. Per arrivare a riprodurre in laboratorio i modelli delle malattie, capire i meccanismi che le scatenano, produrre farmaci più efficaci ma anche per creare un giorno in laboratorio “pezzi di ricambio”, per sostituire organi malati. Ciò che ha spinto Wilmut a passare dalla clonazione animale a scopo terapeutico a questo tipo di sperimentazione con le staminali è stata la scoperta nel 2007 di Shinya Yamanaka dell’università di Kyoto (l’8 settembre 2012 insignito del premio Nobel della medicina) che ha dichiarato di essere riuscito a ottenere cellule staminali umane pluripotenti, riportando indietro l’orologio biologico di staminali adulte. Dunque senza toccare gli embrioni. Dai quali, tuttavia si possono ricavare cellule staminali totipotenti, ossia non ancora differenziate. E (come ha spiegato più volte la scienziata Elena Cattaneo) capaci, in potenza, di diventare ogni parte del nostro corpo, di dare vita cioè a qualsiasi tipo di tessuto. Il professor Wilmut il 13 ottobre sarà a Bergamoscienza per parlare di questo suo nuovo percorso scientifico. Gli abbiamo rivolto qualche domanda
Professor Wilmut i suoi esperimenti di clonazione terapeutica sugli animali quali strade nella ricerca hanno aperto?
Senza dubbio lo sviluppo di un metodo di produzione di cellule staminali pluripotenti è il passo avanti più importante che è venuto dal nostro esperimento di clonazione animale realizzato con la pecora Dolly.
Fra le sfide più promettenti della medicina rigenerativa c’è la possibilità di produrre in laboratorio interi organi in grado di sostituire quelli malati. Quali malattie oggi incurabili si potranno affrontare?
Il prossimo step – che di fatto si sta già concretizzando – si basa su staminali pluripotenti indotte prelevate da pazienti affetti da malattie genetiche ereditarie. Queste cellule potranno essere usate per produrre in laboratorio il tessuto che è stato irrimediabilmente danneggiato dalla patologia. Comparando queste cellule con cellule simili prese da una persona sana, finalmente, potremo capire che cosa va storto, che cosa non funziona bene nelle cellule del paziente che poi va incontro alla malattia, proprio a causa dell’anormale comportamento di queste cellule. Per questa strada potremo mettere a punto sistemi di test per cercare delle medicine (ovvero piccole molecole) in grado di prevenire il funzionamento abnorme delle cellule malate e così fermare i sintomi della malattia. Questo è un risultato che è già stato raggiunto, per esempio, da alcuni ricercatori a New York per quanto riguarda una malattia rara del sistema nervoso. Contemporaneamente molti altri gruppi di scienziati stanno usando questo approccio per studiare malattie come la Sla, vari tipi di malattie cardiologiche e il Parkinson.
Quanto tempo ci vorrà per approdare a delle cure?
Non so quando gli scienziati saranno in grado di costruire interi organi, ma credo che in un paio di anni saremo in grado di produrre tessuti e cellule per “riparare” organi complessi come il fegato e il cervello.
Lei fa anche parte della Eshre, la società internazionale che riunisce scienziati che si occupano di riproduzione umana ed embriologia. Pensa che le staminali potranno giocare un ruolo anche nelle tecniche di fecondazione assistita?
Penso che a breve saremo in grado di produrre sperma umano in laboratorio. E in questo modo potremo trattare alcune forme di infertilità. Ovviamente sarà una pratica scientifica regolata e controllata.
«Un embrione non è una persona», lei ha scritto nel libro After Dolly. Spiegando che la diagnosi preimpianto è utile nella prevenzione di malattie genetiche ereditarie. La Corte europea di Strasburgo ha condannato l’Italia perché la Legge 40/2004 viola i diritti umani. Ma in nome della tutela dell’embrione il governo Monti annuncia ricorso. Da scienziato che ne pensa?
Continuo a pensare che una appropriata terapia clinica come quelle di cui lei parla dovrebbe essere permessa per evitare la trasmissione di malattie genetiche a oggi incurabili. Ribadisco che non vedo nulla di immorale nell’uso di queste tecniche per prevenire malattie e inutili sofferenze. Per me una persona è consapevole di sé e degli altri e ha un pensiero. Diversamente da un embrione.
Proibire la fecondazione eterologa come accade in Italia nasconde un’idea religiosa e al limite anche razzista per cui sarebbe il genoma a definire l’identità di un figlio?
Proibire la fecondazione assistita che ricorre, per esempio, allo sperma di un uomo che non è il marito della signora che si sottopone alla terapia, penso sia errore. Chi vuole un figlio dovrebbe preferire averlo da un altro uomo piuttosto che non averlo affatto.
da left-avvenimenti del 6 -12 ottobre
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Non si può fare confusione fra embrione e bambino come fa la Legge 40. E La sentenza della Corte europea lo rileva
di Maria Gabriella Gatti*
Maria Gabriella Gatti
La Corte europea ha perfettamente individuato il punto dirimente della Legge 40: «bambino» ed «embrione» non sono affatto sovrapponibili come ci vorrebbe far credere la Chiesa cattolica. In quanto “tecnico esperto” cioè medico neonatologo ritengo che la legge in questione non ha nessun fondamento biologico né scientifico. L’affermazione secondo cui il «concepito», che nel momento dell’impianto a 72 ore è costituito da 8 cellule indifferenziate, è un soggetto di diritto deriva da un pregiudizio ideologico: l’identità umana sarebbe tale in base al solo genoma. Ora anche dal punto di vista strettamente biologico, le sequenze nucleotidiche del Dna nello zigote o nella blastocisti sono necessarie ma non sono sufficienti a definire una singolarità umana biologica.
Gemelli omozigoti con genoma identico avranno strutture cerebrali diverse come conseguenza dei processi epigenetici di sviluppo intrauterino. Otto cellule indifferenziate o un embrione senza una corteccia cerebrale formata possono seriamente essere considerati “persona” e quindi soggetto di diritto senza far ricorso all’idea di un’anima che scende dal cielo e dà vita ad una materia biologica altrimenti inerte? Il genoma dello zigote è il punto di partenza per la costruzione della biologia umana ma non è persona.
D’altra parte è assurdo che in un Paese a tecnologia avanzata come il nostro molte coppie siano costrette a rivolgersi a centri di fecondazione assistita all’estero per l’eterologa. La paternità e la maternità biologica è ininfluente ai fini della realizzazione di un’identità umana che si sviluppa a partire dalla nascita nell’ambito di rapporti affettivi e e sociali: la psichiatria e la psicologia considerano quella paterna o materna una funzione che può essere espletata con successo anche senza vincoli di sangue. Pensare che i legami che si costituiscono fra genitori e figli siano dovuti a una condivisione di geni è vero razzismo.
Si può essere liberi di credere nello Spirito Santo che scende nello zigote ma non di scambiare questa credenza con una conoscenza scientifica perché altrimenti si finisce proprio nel riduzionismo e nel determinismo genetico, per i quali il solo genoma definirebbe già la persona. Si cade cioè nella spirale di una logica che opera una forzatura sistematica della biologia per renderla compatibile con la teologia: questa deformazione inevitabilmente traspare nelle incongruenze e nelle contraddizioni dei legislatori che si ispirano alla bioetica cristiana. Come ha affermato Massimo Fagioli, ritenere che lo zigote è persona significa negare la trasformazione che avviene alla nascita con l’attivazione della corteccia cerebrale e l’emergere del pensiero che è specifico della realtà umana. L’embrione è pura entità biologica e solo a 23 -24 settimane sono presenti le connessioni fra recettori sensoriali periferici e corteccia che assicurano capacità di reazione allo stimolo esterno e quindi una possibilità di vita in caso di nascita prematura.
I cattolici incapaci di definire il concetto di vita umana senza far ricorso alla trascendenza, manifestano in malafede ignoranza anche nei confronti della morte. Essi, contrastano da una parte l’idea di morte come cessazione dell’attività cerebrale che la medicina ha adottato con il protocollo di Harvard, dall’altra si oppongono alla possibilità di una rinuncia a procedure mediche senza speranza di esito positivo (vedi caso Welby): vita e morte sarebbero eventi misteriosi che la medicina non può comprendere e sui quali quindi non può intervenire. Il biologico diventa il sacro sia che si tratti dello zigote o di un corpo in cui il cuore batte senza attività cerebrale.
In questi giorni il rifiuto da parte del cardinal Martini, affetto da Parkinson terminale, dell’accanimento terapeutico o come lui stesso affermava «il rifiuto di cure che non giovano più alla persona» è una testimonianza della insostenibilità della concezione cattolica della vita e conseguentemente della morte. Il Cardinale con la sua scelta, un vero e proprio gesto simbolico nel momento estremo, agisce in contrasto con un’etica che non ha né un fondamento scientifico né umano.
* neonatologa, psicoterapeuta, docente di neurologia neonatale, Università di Siena
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