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Timestamp: 2020-08-05 08:59:48+00:00
Document Index: 151076183

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 4', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 4', 'art. 4', 'sentenza ', 'art. 6', 'art. 4', 'sentenza ', 'art. 12', 'art. 6', 'art. 12', 'art. 6', 'art. 4', 'art. 1', 'art. 4', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 44', 'art. 2120', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 4', 'art. 3']

Sentenza Cassazione Civile n. 202 del 05/01/2011 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 202 del 05/01/2011
Cassazione civile sez. lav., 05/01/2011, (ud. 01/12/2010, dep. 05/01/2011), n.202
sul ricorso 2692-2010 proposto da:
ROMA, VIA DELLA PREZZA 17, presso l’Avvocatura Centrale
ANTONIETTA, STUMPO VINCENZO, DE ROSE EMANOELE, giusta delega in atti;
L.G., D.G.A., P.A.V.,
T.C.L.;
avverso la sentenza n. 60/2009 della CORTE D’APPELLO di BARI,
depositata il 22/01/2009 r.g.n. 3285/06;
Con ricorso al Tribunale di Bari L.G. ed altri tre lavoratori attuali intimati, convenivano in giudizio l’Inps chiedendo venisse accertato il loro diritto alla differenza dell’indennità di disoccupazione dell’anno 2004; i ricorrenti – premesso che il trattamento di disoccupazione era stato loro corrisposto dall’Istituto sulla base del salario medio convenzionale congelato all’anno 1995 – sostenevano che il medesimo trattamento doveva essere invece calcolato, ai sensi del D.Lgs. n. 146 del 1997, art. 4, sui minimi retributivi previsti dalla contrattazione collettiva provinciale, con conseguente diritto alle differenze tra quanto spettante e quanto percepito.
Premetteva la Corte adita che l’indennità di disoccupazione veniva determinata sulla base del salario medio convenzionale, il quale, secondo la disciplina di cui alla L. n. 457 del 1992, art. 3, si calcola “sulla base della media delle retribuzioni per le diverse qualifiche previste dai contratti collettivi provinciali di lavoro vigenti al 30 ottobre di ogni anno”; che, ai sensi della L. n. 549 del 1995, art. 2, comma 17 detto salario convenzionale era rimasto bloccato per alcuni anni, con conseguente congelamento dell’indennità di disoccupazione, mentre, con il D.Lgs. n. 146 del 1997, art. 4, si era disposto che, a decorrere dal primo gennaio 1998, il salario medio convenzionale, determinato con decreto del Ministro del lavoro e della previdenza sociale e rilevato nel 1995, dovesse restar fermo – ai fini della contribuzione e delle prestazioni temporanee – fino a quando il suo importo fosse superato da quello spettante nelle singole province in applicazione dei contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative. Ciò premesso, affermava la Corte territoriale essere necessario accertare se i minimi retributivi relativi alla qualifica dei ricorrenti, di cui alla contrattazione collettiva vigente nella provincia di Bari, avessero superato il salario medio convenzionale, rilevato per l’anno 1995. I Giudici d’appello affermavano che detto superamento vi era stato, perchè doveva essere computata, nella retribuzione fissata dai CCNL, anche la quota indicata come TFR. Soggiungeva la Corte territoriale che, in via generale, il TFR non va incluso nel calcolo dell’indennità di disoccupazione, doveva esserlo però nel caso di specie, perchè la relativa voce non aveva natura giuridica di trattamento di fine rapporto, ancorchè come tale fosse denominata, per le seguenti ragioni: perchè l’inclusione di tale quota di salario nella retribuzione giornaliera sì poneva in contrasto sulla L. n. 297 del 1982 sul TFR, che ne prevede l’erogazione solo al momento di cessazione del rapporto; perchè la medesima legge lo determina in misura onnicomprensiva, mentre il CCNL ne escludeva dal computo il terzo elemento; perchè detta quota era stata fissata in misura percentuale alla retribuzione dovuta, anzichè a quella effettivamente percepita; e perchè, secondo il CCNL, essa compete anche per periodi di lavoro inferiori ai quindici giorni, mentre la L. n. 297 del 1982 lo esclude.
Concludeva la Corte territoriale nel senso che quel compenso non costituiva trattamento di fine rapporto, ma una voce aggiuntiva, facente parte integrante e fissa della retribuzione giornaliera e non col legata alla cessazione del rapporto di lavoro, ma lato sensu compensativa del lavoro a tempo determinato, non potendosi equiparare: una somma erogata giornalmente al TFR, perchè questo presuppone lo scioglimento del rapporto. Ne conseguiva che, per gli operai a tempo determinato, questa voce, non poteva godere dei benefici assicurati al TFR, essendo impropriamente qualificata come tale e quindi, da un lato, non poteva essere esente da contribuzione e, correlativamente, doveva essere inclusa nella retribuzione giornaliera ai fini del calcolo per la determinazione delle prestazioni previdenziali, ivi compresa la indennità di disoccupazione, di talchè, con detta inclusione, il salario contrattuale andava a superare quello medio convenzionale, come previsto dal D.Lgs. n. 146 del 1997, art. 4, con conseguente diritto dei lavoratori alle differenze tra le maggiori somme spettanti a titolo di indennità di disoccupazione e quanto percepito. Avverso detta sentenza l’Inps propone ricorso con un unico complesso motivo.
Le controparti sono rimaste intimate.
Con l’unico motivo l’Istituto ricorrente, lamentando violazione degli artt. 46, 51 e 55 del CCNL operai agricoli e florovivaisti del 2002 in relazione al D.Lgs. n. 314 del 1997, art. 6, comma 4, lett. a), nonchè in relazione agli artt. 1362 e 2120 c.c. ed alla L. n. 297 del 1982, art. 4, commi 10 e 11, censura la sentenza per avere incluso nella retribuzione da prendere a base per la liquidazione dell’indennità di disoccupazione, anche la voce denominata “quota di TFR”, la quale invece non dovrebbe esserlo, per avere – contrariamente a quanto affermato la Corte territoriale effettiva natura di retribuzione differita. Il ricorso va accolto.
Essa infatti lo ha giustificato con il rilievo che, ancorchè il contratto collettivo applicabile denomini come quota di TFR il compenso giornaliero spettante all’operaio agricolo a tempo determinato (pari all’8,63% di paga base, contingenza e salario integrativo provinciale) esso, in realtà, non avrebbe natura di TFR, ma si tratterebbe di una voce retribuiva al pari delle altre e quindi andrebbe computata nella retribuzione giornaliera su cui commisurare sia i contributi previdenziali, secondo i principi di onnicomprensività della retribuzione contributiva (L. n. 153 del 1969, art. 12 e D.Lgs. n. 314 del 1997, art. 6, comma 5) sia, di conseguenza (L. n. 153 del 1969, art. 12, u.c. e D.Lgs. n. 314 del 1997, art. 6, comma 10), le prestazioni, e cioè la indennità di disoccupazione che interessa in questa sede, di talchè, con l’inclusione di questa voce, la retribuzione contrattuale avrebbe superato quella di cui ai salari medi convenzionali congelati al 1995, e quindi ad essa dovrebbe essere commisurata la indennità di disoccupazione ai sensi del già citato D.Lgs. n. 146 del 1997, art. 4.
4. Va preliminarmente rilevato che la normativa previdenziale, in talune fattispecie, riconnette l’ammontare della retribuzione contributiva non già e non solo all’ammontare della retribuzione di fatto erogata al lavoratore, ma alla retribuzione determinata dai contratti collettivi del settore di appartenenza stipulati dalle 00.SS. maggiormente rappresentative sul piano nazionale. Ed infatti, per quanto riguarda il “minimale” ossia la retribuzione minima al di sotto della quale non si può scendere ai fini del calcolo dei contributi, prevista dalla L. n. 389 del 1989, art. 1, comma 1, la norma non indica direttamente detta soglia minima, ma rimanda e conferisce una sorta di delega, per la quantificazione, alla suddetta contrattazione collettiva. Analogo meccanismo si prevede nel caso di cui al D.Lgs. n. 146 del 1997, art. 4, che viene in applicazione nella specie, in cui la disposizione di legge non determina il momento in cui contributi e prestazioni temporanee cesseranno di essere determinate sulla base del vecchio sistema del salario medio convenzionale, ma lo ricollega alla introduzione del nuovo sistema del salario contrattuale, e precisamente al momento in cui quest’ultimo verrà determinato in misura superiore rispetto a quella di cui ai salari medi convenzionali.
Si tratta del D.L. n. 318 del 1996, art. 3, convertito nella L. 29 luglio 1996, n. 302, che reca come titolo “Determinazione contrattuale di elementi della retribuzione da considerarsi agli effetti previdenziali…” e recita: ” La retribuzione dovuta in base agli accordi collettivi di qualsiasi livello non può essere individuata in difformità dalle obbligazioni, modalità e tempi di adempimento come definiti negli accordi stessi dalle parti stipulanti, in riferimento alle clausole sulla non computabilità nella base di calcolo di istituti contrattuali e di emolumenti erogati a vario titolo, diversi da quelli di legge, ovvero sulla quantificazione di tali emolumenti comprensiva dell’incidenza sugli istituti retributivi diretti o indiretti….. Le predette disposizioni operano anche agli effetti delle prestazioni previdenziali”.
8. Inoltre, più specificamente, anche a negare valore cogente alle indicazioni espresse dalla autonomia collettiva quando queste regoli istituti di fonte legale (nella specie il TFR) stravolgendone i principi, come sostengono i Giudici di merito, le argomentazioni della sentenza impugnata sono comunque errate, perchè, rispetto alla voce che interessa, non è ravvisabile alcuna alterazione delle regole legali da parte degli stipulanti.
a) in primo luogo non è vero che, secondo le previsioni della contrattazione collettiva, per gli operai agricoli a tempo determinato detta quota debba essere corrisposta giornalmente unitamente alla normale retribuzione. E’ vero invece che il CCNL (art. 44 CCNL del 1991) determina la quota che ogni giorno si matura a titolo di TFR, che è pari all’8,63% di paga base, contingenza e del salario integrativo provinciale e dispone che questa voce vada evidenziata nelle tabelle paga e corrisposta al lavoratore “nei tempi e secondo le modalità previste dall’Accordo allegato”. Ma la evidenziazione di tale quota nel prospetto della paga giornaliera risponde ad evidenti esigenze di trasparenza e di comodità di conteggio (giacchè per questo tipo di personale la prestazione può anche limitarsi ad una sola giornata o ad un numero esiguo di giornate, talvolta cambiando qualifica da specializzato a qualificato ecc.), e non significa che essa venga di fatto erogata giornalmente, perchè l’Accordo, a cui il citato articolo del CCNL rimanda, prevede che, agli operai a tempo determinato, l’azienda erogherà il TFR al termine del rapporto di lavoro, rispettando cioè la regola inderogabile che disciplina il TFR;
d) Non corrisponde al vero l’assunto secondo cui il presupposto del pagamento del TFR è costituito da una rapporto di lavoro di durata non inferiore ai quindici giorni, mentre le frazioni inferiori rimarrebbero prive di copertura, giacchè è stato affermato (Cass. n. 13934 del 25/09/2002) che “In tema di trattamento di fine rapporto, l’art. 2120 c.c. (nel testo di cui alla L. 29 maggio 1982, n. 297, art. 1), nel prevedere che il trattamento di fine rapporto è dovuto “in ogni caso” di cessazione del rapporto di lavoro subordinato, fissa il principio dell’arrotondamento al mese delle frazioni di mese uguali o superiori a quindici giorni, ma non quello della irrilevanza delle frazioni di mese inferiori a quindici giorni.”.
Confermandosi quanto già ritenuto dalla precedente sentenza di questa Corte n. 10546/2007 per cui “Ai fini della liquidazione delle prestazioni temporanee in agricoltura, la nozione di retribuzione – definita dalla contrattazione collettiva provinciale, da porre a confronto con il salario medio convenzionale ex art. 4 D.Lgs. 16 aprile 1997, n. 146 – non è comprensiva del trattamento di fine rapporto”, va ulteriormente affermato che, sulla base del suddetto principio, la voce denominata “quota di TFR” dai contratti collettivi vigenti a partire da quello del 27.11.1991, va esclusa dal computo della indennità di disoccupazione, in considerazione della volontà espressa dalle parti stipulanti, che è vietato disattendere in forza della disposizione di cui al D.L. 14 giugno 1996, n. 318, art. 3 convertito in L. 29 luglio 1996, n. 402, a norma del quale, agli effetti previdenziali, la retribuzione dovuta in base agli accordi collettivi, non può essere individuata in difformità rispetto a quanto definito negli accordi stessi. Dovendo escludersi che detta voce abbia natura diversa rispetto a quella indicata dalle parti stipulanti, non è ravvisabile alcuna illegittima alterazione degli istituti legali da parte dell’autonomia collettiva”.