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Timestamp: 2020-07-05 00:35:15+00:00
Document Index: 643821

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ASSEGNO DIVORZILE | De Rosa & Costa
NATURA ESCLUSIVAMENTE ASSISTENZIALE DELL’ASSEGNO DIVORZILE
La Sentenza della Corte di Appello di Roma conferma un orientamento giurisprudenziale costante che riconosce all’assegno divorzile una funzione esclusivamente assistenziale.
La determinazione dell’assegno divorzile a favore del coniuge presuppone l’impossibilità del richiedente di procurarsi adeguati mezzi per ragioni obiettive -da intendersi come insufficienza dei redditi, cespiti patrimoniali ed altre utilità di cui possa disporre- a conservare lo stesso tenero di vita avuto in costanza di matrimonio e che sarebbe presumibilmente proseguito o che poteva legittimamente e ragionevolmente configurarsi sulla base di aspettative maturate nel corso delmatrimonio.
La Corte ribadisce la diversità di natura, struttura e finalità tra l’assegno divorzile e le statuizioni patrimoniali operanti in sede di separazione e ne conferma la conseguente indipendenza. L’assegno divorzile, presupponendo lo scioglimento del matrimonio, prescinde dagli obblighi di mantenimento e di alimenti che rappresentano invece i criteri fondanti l’assegno di mantenimento in sede di separazione.
Pertanto ai fini del riconoscimento del diritto all’assegno divorzile il Giudice provvederà all’accertamento della situazione economica familiare al momento della cessazione della convivenza matrimoniale e alla sua comparazione con quella del coniuge richiedente al momento della pronuncia, così da verificare se quest’ultima gli permetta di conservare il tenore di vita corrispondente a quello precedente.
Corte App. Roma Sent., 24-01-2013
Rosaria RICCIARDI – presidente
Enrica Maria MAZZACANE – consigliere
Mariagiulia DE MARCO – consigliere relatore
riunita in camera di consiglio il 21.11.2012 ha pronunciato la seguente
nella causa civile iscritta al n. 5629 di R.G. degli Affari Civili Contenziosi dell’anno 2008 tra
P.A., elettivamente domiciliato in Roma, via, nello studio dell’avv., che lo rappresenta e difende, unitamente all’avv. , del foro di, come da mandato a margine dell’atto di appello
T.L., elettivamente domiciliata in Roma, via , nello studio dell’avv. , che la rappresenta e difende, unitamente all’avv. , del foro di , come da mandato a margine della comparsa di costituzione e risposta del presente grado di giudizio
con l’intervento del Procuratore Generale in sede, che ha chiesto la conferma della sentenza con riferimento alla prole.
oggetto: appello avverso la sentenza n. 216 emessa dal Tribunale di Viterbo in data 27-28 febbraio 2008 nel procedimento n. 2848 RG dell’anno 2005.
Con ricorso depositato il 24.4.2008 P.A. ha proposto appello avverso la sentenza sopra indicata con la quale il Tribunale di Viterbo, facendo seguito alla sentenza non definitiva n. 216/08 di cessazione degli effetti civili del matrimonio, contratto dalle parti il 31.5.1987, ha affidato alla madre i due figli L. e M., rispettivamente nati nel 1989 e nel 1994, con facoltà per il padre di vederli e tenerli con sé nei tempi e con le modalità specificamente articolate; ha assegnato alla madre la casa coniugale; ha determinato a carico del P. in complessivi Euro 900,00 al mese l’importo dell’assegno divorzile e del contributo per il mantenimento dei figli -Euro 300,00 per la moglie e per ciascun figlio- già comprensiva degli assegni familiari, annualmente rivalutabile secondo gli indici Istat a decorrere da febbraio 2009, oltre al 50% delle spese straordinarie, mediche e scolastiche da sostenersi per i figli; ha compensato dalla misura del 50% tra le parti le spese processuali, condannando il P. alla rifusione della restante metà, nella misura liquidata in dispositivo, in favore della T..
Con l’impugnazione proposta l’appellante ha chiesto, in riforma della sentenza, ridursi ad Euro 500,00 mensili l’assegno per il mantenimento dei figli, abolendo l’assegno divorzile in favore dell’appellata; con vittoria di spese, diritti ed onorari del doppio grado di giudizio.
Deduce l’appellante l’ingiustizia della sentenza, che reputa non adeguatamente motivata e contraria alle emergenze processuali in quanto non è risultato provato che la T. sia priva di mezzi di sostentamento, non lavori o non abbia la possibilità e la capacità di trovare un lavoro che le consenta di provvedere alle esigenze proprie e della sua famiglia.
Richiama l’interrogatorio formale reso dalla medesima che ha ammesso di fare lavori di pulizia di scale, lavori domestici e attività di badante, con ciò dando atto di percepire un autonomo reddito, tanto che ha potuto acquistare qualche anno fa un’autovettura BMW 318 per i propri spostamenti, non certo una modesta utilitaria di infimo valore economico, così come si vorrebbe far credere. Inoltre, ha iniziato a corrispondere autonomamente all’istituto bancario la rata mensile del mutuo contratto dalle parti, pari a Euro 750,00 mensili per l’acquisto della casa coniugale, quando l’appellante non è stato economicamente più in grado di farvi fronte, con ciò ulteriormente dando dimostrazione di avere un buon tenore di vita di godere di redditi personali. Tanto è vero che, diversamente da quanto accaduto in sede di separazione personale, con la domanda di divorzio la medesima ha rinunciato a chiedere la condanna dell’appellante al pagamento dei ratei di mutuo, da lui sempre corrisposti finché aveva potuto.
Lamenta che di tanto il tribunale non abbia tenuto conto, non considerando neanche la particolare natura assistenziale dell’assegno divorzile, ben diversa dalla natura dell’assegno di mantenimento previsto durante il periodo di separazione.
Chiede che la Corte, dato atto che l’appellata ha una sua attività lavorativa, in riforma della decisione impugnata, tenuto conto altresì della giovane età della medesima e della sua possibilità di reperire buone e diverse attività lavorativa, revochi l’assegno divorzile determinato a favore di quella. Quindi, tenuto conto delle spese di locazione che deve affrontare per Euro 270,00 mensili, come provato documentalmente, nonché degli ulteriori oneri su di lui gravanti di Euro 270,00 mensili per la retta della scuola privata del figlio, delle spese di trasferta per benzina e manutenzione di autovettura, che deve necessariamente affrontare per recarsi quotidianamente a lavoro a Roma, tenuto conto altresì delle somme percepite per come documentate dalle buste paga prodotte, riduca l’assegno per il mantenimento dei figli ad Euro 500,00 mensili.
Ritiene che erroneamente il tribunale abbia tratto, ai fini del riconoscimento dell’assegno divorzile, elementi di valutazione dalla documentazione bancaria prodotta da controparte in sede di giudizio di separazione, relativa agli anni di 1998, 1999 e 2000, epoca precedente l’insorgere della crisi coniugale invertendo l’onere della prova e nonostante l’appellante avesse riferito che quegli importi erano riconducibili a regalie fatte dai genitori anche in occasione della vendita dei prodotti agricoli. Si tratta di dati risalenti negli anni, labili e fallaci, di alcun valore probatorio, da cui non può trarsi alcuna argomentazione per sostenere l’attualità di analoghi introiti, come provato dalla produzione degli estratti di conto corrente bancario dal 2004 ad oggi, depositati unitamente all’atto di appello.
Si è costituita l’appellata chiedendo il rigetto dell’appello con condanna dell’appellante alle spese del secondo grado di giudizio.
Premesso che l’appellante, a distanza di più di 10 anni dalla separazione, continua ad essere aggressivo con la ex moglie, molestandola, picchiandola quando se ne presenta l’occasione, non accettando la separazione e perseverando nel non ottemperare agli obblighi di legge, rappresenta che il predetto, come già evidenziato nel corso del giudice di separazione e confermato in sede di procedimento di primo grado del giudizio per la cessazione degli effetti civili del matrimonio, guadagna almeno Euro50.000,00 l’anno, avendo negli ultimi tre anni di matrimonio versato sul conto corrente bancario, con provenienza “a nero”, più di 100 milioni di lire l’anno, somme che il P. guadagnava dall’organizzazione di viaggi turistici di gruppo, attività da lui sempre esercitata sia come dipendente della Roma Bus srl sia come organizzatore in proprio di tours.
Precisa che nel mese di gennaio2009 l’appellante si è licenziato dalla Roma Bus New srl per svolgere attività lavorativa in proprio, con un pullman turistico intestato a una società e organizzando tours, attività che all’evidenza deve consentirgli maggiori guadagni, tutti esentasse, se ha deciso di abbandonare l’attività di dipendente.
Quanto alle proprie condizioni economiche ribadisce di lavorare, in qualità di donna delle pulizie, per cercare di arrotondare l’assegno divorzile riuscendo a percepire circa Euro 100-200,00 mensili, come provato dal modello CUD 2008 che attesta che nell’anno2007 haguadagnato Euro 1.586,75 lavorando come donna delle pulizie alle dipendenze di un’impresa, con sede in Viterbo, che non le ha rinnovato il contratto per l’anno 2008.
Fa presente di non possedere alcun titolo di studio, alcuna professionalità, di non aver mai lavorato prima di separarsi e, tenuto conto della crisi economica in atto, non ha alcuna concreta possibilità di trovare alcun lavoro stabile e ben retribuito, potendo solo esercitare attività di collaboratrice domestica ad ore presso privati ovvero, saltuariamente, di persona delle pulizie presso qualche impresa. Quanto all’autovettura BMW, da lei acquistata, fa presente che l’auto è stata immatricolata nell’anno 1996 e all’epoca dell’acquisto valeva meno di Euro 1000,00 e per tale ragione ha potuto acquistarla; era un’occasione e lei aveva necessità di una vettura per spostarsi. Quanto al versamento del rateo mensile di mutuo per l’acquisto della casa coniugale, osserva che ha versato alla banca, nel vano tentativo di evitare l’inizio della procedura espropriativa, la somma di Euro 750,00 ricevuta all’esito di un processo civile intentato contro l’appellante che aveva venduto una motocicletta di proprietà comune dei coniugi senza versare nulla quale corrispettivo alla moglie. Tali somme lei aveva ritenuto di versarle in banca per cercare di ritardare il più possibile l’inizio dell’azione esecutiva immobiliare avendo il P. ormai da anni cessato di versare le rate di mutuo della casa coniugale e questo nonostante abbia le risorse finanziarie per poterlo fare. Fa presente che la casa andrà presto all’asta e lei e i figli si troveranno senza alcun alloggio, in una situazione disperata.
Ribadisce che l’appellante ha lasciato il rapporto di lavoro subordinato per iniziare a lavorare in proprio, ciò certamente per ottenere un miglioramento economico giacché altrimenti non lo avrebbe fatto. Oggi utilizza un autobus intestato ad una società con sede in Milano per organizzare viaggi di gruppo in Italia percependo cospicui guadagni, tutti a nero, senza pagare tasse e risultando nullatenente, così evadendo anche il fisco.
Richiama la sentenza con la quale è stata addebitata la separazione personale al marito perché nel corso della convivenza “aveva costantemente mantenuto nei confronti della moglie e dei figli un comportamento rissoso, collerico ed irrispettoso, giungendo ad ingiuriare, rimproverare e percuotere moglie e figli anche in presenza di terzi”. Inoltre, il predetto si è spesso rifiutato di corrispondere l’assegno di mantenimento alla moglie e ai figli gettandoli in uno stato di assoluta indigenza tanto che ha dovuto ricorrere ex articolo 700 c.p.c. al giudice al fine di ottenere un provvedimento che obbligasse il datore di lavoro del medesimo a versare direttamente l’assegno mensile. Se è vero che l’appellante è stato prosciolto dall’imputazione penale per violenza, minacce e percosse anche sui minori è solo perché lei ha rimesso la querela, ma tanto non è bastato perché recentemente l’appellante ha reiterato il suo comportamento violento e ora subirà un nuovo processo penale per aver picchiato la moglie dinanzi a uno dei figli addirittura introducendosi clandestinamente in casa.
Precisa che il P. non ha mai rimborsato spontaneamente le spese straordinarie mediche e scolastiche relative ai figli, provvedendovi solo dopo la sentenza del giudice di pace di Viterbo e a seguito di pignoramento.
Con ordinanza resa all’udienza del 12.11.2009 veniva ordinato alle parti il deposito della documentazione fiscale aggiornata e di ogni altra documentazione relative ai redditi e la patrimonio personale e comune con termine per note conclusive. Quindi, all’udienza del 27.9.2012, sulle conclusioni dei procuratori, come riportate in epigrafe, la Corte ha trattenuto la causa per la decisione.
Ritiene la Corte che l’appello principale sia infondato, dovendo integralmente confermarsi la sentenza impugnata.
Preliminarmente, quanto all’assegno divorzile, va osservato in punto di diritto che, per quanto attiene alla natura del detto assegno, la giurisprudenza della S.C. ha ritenuto la sua funzione esclusivamente assistenziale e che la sua attribuzione è determinata dall’impossibilità del coniuge richiedente di procurarsi adeguati mezzi per ragioni obiettive, da intendersi come insufficienza dei medesimi, comprensivi di redditi, cespiti patrimoniali ed altre utilità di cui possa disporre l’istante, a conservare un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio e che sarebbe presumibilmente proseguito in caso di continuazione dello stesso o quale poteva legittimamente e ragionevolmente configurarsi sulla base di aspettative maturate nel corso del matrimonio -Cass. 3101/2000; 432/2002-.
Peraltro, la determinazione dell’assegno di divorzio è indipendente dalle statuizioni patrimoniali operanti, per accordo tra le parti e in virtù di decisione giudiziale, in vigenza di separazione dei coniugi, poiché data la diversità delle discipline sostanziali, della natura, struttura e finalità dei relativi trattamenti, correlate a diversificate situazioni ed alle rispettive decisioni giudiziali, l’assegno divorzile, presupponendo lo scioglimento del matrimonio, prescinde dagli obblighi di mantenimento e di alimenti, operanti nel regime di convivenza e di separazione, e costituisce effetto diretto della pronuncia di divorzio, con la conseguenza che l’assetto economico relativo alla separazione può rappresentare mero indice di riferimento nella misura in cui appaia idoneo a fornire utili elementi di valutazione-Cass. 15722/2005; 25010/2007; 15610/2007-.
Occorre rilevare come l’accertamento del diritto all’assegno di divorzio si articola in due fasi.
Nella prima il Giudice è chiamato a verificare l’esistenza del diritto in astratto, in relazione all’inadeguatezza dei mezzi o all’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive raffrontati ad un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio o che poteva legittimamente fondarsi su aspettative maturate nel corso del matrimonio.
Nella seconda fase, il giudice deve poi procedere alla determinazione, in concreto, dell’assegno in base alla valutazione ponderata e bilaterale dei criteri indicati nella L. n. 898 del 1970, art 5, che quindi agiscono come fattori di moderazione e diminuzione della somma considerabile in astratto, e possono in ipotesi estreme valere anche ad azzerarla, quando la conservazione del tenore di vita assicurato dal matrimonio finisca per risultare incompatibile con detti elementi di quantificazione – Cass. 12 luglio 2007 n. 15610; 22 agosto 2006 n. 18241; 19 marzo 2003, n. 4040-.
Pertanto, ai fini del riconoscimento del diritto all’assegno divorzile si impongono l’accertamento della situazione economica familiare al momento della cessazione della convivenza matrimoniale e la sua comparazione con quella del coniuge richiedente al momento della pronuncia per verificare se quest’ultima gli permetta di conservare il tenore di vita corrispondente a quello precedente.
Tanto premesso, deve ritenersi che correttamente il tribunale sia pervenuto alla determinazione dell’assegno nella misura di Euro 300,00 mensili in favore dell’appellata per le ragioni che di seguito indicheranno, a completamento di quelle già indicate dal tribunale, da intendersi in questa sede richiamate.
Invero, il Tribunale ha determinato i redditi dell’appellante con riferimento alla documentazione dal medesimo prodotta, dalla quale emergeva un reddito mensile da attività lavorativa dipendente, dal medesimo svolta come autista di autobus turistici -vedi buste paga e dichiarazioni dei redditi- valutando in senso contrario alle allegazioni difensive del P. la mancata produzione della documentazione bancaria aggiornata, valorizzando la documentazione bancaria relativa agli anni precedenti l’insorgere della crisi coniugale, che documentava un imponente afflusso di somme di denaro sul conto cointestato ai coniugi, non giustificabili con i redditi fiscalmente dichiarati dal predetto. Questo, a parere del Tribunale deponeva per la sussistenza di ulteriori fonti di reddito non dichiarate, come sostenuto dall’appellata, non avendo, peraltro, l’appellante provato e neanche dedotto che le dette somme provenissero da regalie.
Dunque, l’assenza della documentazione bancaria relativa agli anni successivi alla separazione, idonea a comprovare il venir meno degli introiti ulteriori registrati negli anni precedenti e l’assenza di deduzioni e di prove su un mutamento della propria posizione lavorativa e reddituale, induceva il primo giudice a presumere che anche al momento del divorzio i redditi percepiti dall’appellante fossero superiori a quelli dichiarati, pervenendo così a determinare l’assegno dell’entità indicata -dopo aver considerato che in virtù la sentenza di separazione il P. versava alla moglie la somma di Euro 796,00 mensili oltre Euro 144,00 mensili di assegni familiari-, assegno ritenuto congruo in considerazione che al P. residuava la somma di Euro 800,00 mensili circa che, anche in assenza di ulteriori entrate ed emolumenti, risultava comunque superiore a quanto versato pro-capite ai restanti membri della famiglia.
Facendo “tesoro” delle argomentazioni del tribunale l’appellante produceva, in allegato all’appello, documentazione relativa al conto corrente intrattenuto presso la CARIVIT Cassa di Risparmio la provincia di Viterbo ciò al fine di provare, nell’intenzione difensiva, l’assenza di quegli ulteriori introiti che il tribunale aveva già ritenuto probabili -in assenza di produzioni- sulla base delle precedenti emergenze.
Ritiene la Corte che la produzione della documentazione bancaria sia incompleta, insufficiente e per nulla rilevante, riguardando per lo più riassunti scalari, per periodi frammentari non essendo offerta una produzione esaustiva delle operazioni di dare ed avere compiute durante tutto l’arco di tempo che in questa sede rileva.
Ciò nonostante la documentazione prodotta mostra versamenti in contanti e assegni fuori piazza gli importi di rilievo non giustificabili con l’attività dipendente svolta dall’appellante -versamento di Euro 3150 ,00 il 27/2/2007; versamento di Euro 3000,00 il 6/9/2006; versamento di Euro 2100,00 il 9/5/2006; versamento di Euro 250,00 il 24/3/2006; versamenti di Euro 2100,00, di Euro 1400,00, di Euro 260,00 il 2/8/2005; versamento di Euro 3410,00 il 12/1/2005; versamenti di Euro 1.000,00 e di Euro 2.594,00 il 16/8/2004- che alcuna prova ha fornito in ordine alla provenienza delle dette somme.
Del resto l’esistenza di ulteriori fonti di reddito non dichiarate è evidenziata dagli stessi oneri cui ha fatto fronte l’appellante, a cominciare dal pagamento del rateo di mutuo per l’acquisto della casa familiare -cui il predetto ha fatto puntualmente fronte negli anni salvo l’ultimo periodo- quindi, le spese abitative e di locomozione, l’assegno di mantenimento per moglie e figli e la retta della scuola privata, tutti impegni economici che le sole entrate dichiarate non gli avrebbero consentito di affrontare.
Certamente non depongono a favore della tesi dell’appellante le sopravvenute dimissioni rassegnate dal P. al datore di lavoro in data 14.10.2008 “per motivi personali” che all’evidenza, invece, depongono per un’opzione certamente più favorevole, quale quella dello svolgimento di altra attività in proprio e magari anche “a nero” che gli consenta più lauti guadagni. Significativa, in proposito, la mancata produzione della documentazione fiscale e bancaria aggiornata, nonostante l’ordinanza della Corte emessa all’udienza del 25.2.2010 e ribadita alla successiva udienza del 21.10.2010.
Ebbene, tale condotta deve essere valutata ai sensi dell’art. 116 c.p.c. in senso contrario alle allegazioni dell’appellante che, qualora fossero state veritiere, non avrebbe avuto alcun motivo per omettere la produzione di quanto richiesto dalla Corte al fine di consentire ogni opportuna valutazione al riguardo.
Quanto alle condizioni economiche dell’appellata, le stesse sono state documentate sino al 2008 con la produzione di CUD che provano entrate assolutamente irrisorie, che non consentono alla predetta alcuna possibilità di autosufficienza economica. Del resto, l’età della predetta, l’assenza di titolo di studio e di qualsivoglia professionalità, non consente di ritenere la sussistenza, per di più nell’attuale fase di crisi economica, di concrete e più redditizie opportunità lavorative rispetto a quelle dichiarate di svolgimento di saltuaria attività di pulizia e ad ore.
Tanto premesso, si ritiene che possa considerarsi provato -e comunque non è provato il contrario dall’appellante, cui incombe il relativo onere probatorio- che l’appellata sia priva di redditi adeguati per non aver mai svolto attività lavorativa durante il matrimonio, dedicandosi prevalentemente alla cura del marito, dei figli e della casa. Certamente, tale “scelta” ha condizionato le concrete possibilità lavorative della T. che oggi, all’età di 48 anni, è in difficoltà nel reperire opportunità occupazionali che le diano autonomia economica e, tuttavia, è riuscita a reperire attività saltuaria per la quale percepisce modeste somme, che le consentono solo di “arrotondare” l’assegno corrisposto dall’ex marito.
Pertanto, apprezzati tutti gli elementi di cui si è detto, tenuto conto, altresì, della natura prettamente assistenziale dell’assegno divorzile, della comproprietà della casa coniugale, delle condizioni reddituali del P. -peraltro già risultato poco attendibile nelle risultanze fiscali- deve ritenersi che la somma liquidata dal tribunale sia conforme ai criteri di legge.
Quanto all’entità del contributo previsto a carico del padre per il mantenimento dei figli, deve ritenersi che correttamente il Tribunale abbia apprezzato le relative condizioni reddituali e patrimoniali degli ex coniugi, a tutto vantaggio dell’appellante per come già esposto, pervenendo alla determinazione di un contributo di Euro 300,00 per ciascun figlio, da ritenersi del tutto contenuto, in considerazione dell’età dei ragazzi e delle loro esigenze di studio e di vita di relazione, tenuto conto del tenore di vita dai medesimi goduto in costanza di convivenza dei genitori.
Per tutto quanto esposto l’appello deve essere rigettato conseguendo alla soccombenza dell’appellante la sua condanna alla rifusione delle spese del presente grado di giudizio in favore dell’appellate, spese che si liquidano come da dispositivo secondo i valori medi previsti dalle tariffe professionali vigenti.
la Corte, definitivamente pronunciando sull’appello proposto da P.A. nei confronti di T.L. avverso la sentenza n. 216 del Tribunale di Viterbo in data 27-28/2/2008, ogni altra istanza ed eccezione disattesa, così provvede: rigetta l’appello; condanna il P. alla rifusione delle spese del presente grado di giudizio sostenute dalla T., che si liquidano in complessivi Euro 5.400,00 oltre iVA e CA come per legge.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del 21 novembre 2012.
Depositata in Cancelleria il 24 gennaio 2013.
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