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Timestamp: 2017-11-18 04:31:07+00:00
Document Index: 24100727

Matched Legal Cases: ['art. 31', 'art. 7', 'art. 167', 'art. 31', 'art. 31', 'art. 7', 'art. 10', 'art. 21', 'art. 31', 'art. 31', 'art. 167', 'art. 31', 'art. 167']

T.A.R. Campania Napoli, Sezione VI, 23 gennaio 2012
Sui casi in cui la posizione del proprietario può ritenersi neutra rispetto alle sanzioni per abusi edilizi e, segnatamente, rispetto all''acquisizione gratuita al patrimonio comunale dell''area di sedime sulla quale insiste il bene
Secondo un indirizzo inaugurato dal Giudice delle leggi (cfr. Corte Costituzionale, 15 luglio 1991, n. 345) la posizione del proprietario può ritenersi neutra rispetto alle sanzioni per abusi edilizi e, segnatamente, rispetto all'acquisizione gratuita al patrimonio comunale dell'area di sedime sulla quale insiste il bene quando risulti "in modo inequivocabile la completa estraneità del proprietario al compimento dell'opera abusiva o che, essendone egli venuto a conoscenza, si sia adoperato per impedirlo con gli strumenti offertigli dall'ordinamento..." (Corte Costituzionale, 15 luglio 1991, n. 345).
Il ricorrente impugna, con il gravame in epigrafe, l’ordinanza di demolizione n. 159 del 17.10.2006, spedita ai sensi dell’art. 31 del d.p.r. 380/2001 a seguito della esecuzione in Procida, alla via Magenta, ed in assenza di qualsivoglia titolo abilitativo, di interventi di sbancamento, di realizzazione di n. 7 rampe di scale, di un piccolo vialetto, di muretti.
Fa, inoltre, parte della res iudicanda anche la cognizione dell’ordinanza di demolizione n. 107 del 13.7.2006 (che ha fatto seguito ad un primo accertamento nel corso del quale veniva rilevata la presenza di “..un piccolo manufatto, interrato per tre lati - il quarto lato presenta un vano porta ingresso ed una finestra- della superficie utile di circa mq. 20.25, con un’altezza interna di circa mt. 2,80, internamente è stato realizzato un piccolo locale wc completo pezzi igienici e rivestimenti. L’intero manufatto risulta rifinito con intonaco interno, pavimentazione ed impianti funzionanti. Antistante il manufatto è stato eseguito uno sbancamento di terreno di circa mc. 50.00, ove sono state sistemate delle mattonelle ciottolate a secco per una superficie di mq. 20,00….”.), attratta nel fuoco della contestazione attorea con il gravame in epigrafe siccome conosciuta dal ricorrente (che ha dichiarato di non aver giammai ricevuto la notifica di siffatto provvedimento) solo in occasione della notifica dell’ordine di demolizione sopra indicato n. 159 del 17.10.2006.
Il ricorrente, dopo aver lamentato la mancata notifica del provvedimento demolitorio da ultimo indicato, ha eccepito il proprio difetto di legittimazione passiva, siccome:
1) nudo (com)proprietario dell’area, di cui, pertanto, non avrebbe alcuna disponibilità;
2) estraneo ai lavori abusivi in contestazione.
Di poi, ha così argomentato le proprie osservazioni censoree:
1) violazione delle garanzie di partecipazione al procedimento prescritte dall’art. 7 della legge n. 241/1990;
2) le opere realizzate, consistenti in modesti interventi di abbellimento, non richiederebbero il permesso di costruire;
3) gli abusi in contestazione non giustificherebbero l’applicazione della misura acquisitiva preannunciata nel provvedimento demolitorio;
4) non risulterebbero individuate le aree pertinenziali da acquisire;
5) in violazione del disposto di cui all’art. 167 del d. lgs. 42/04 l’Amministrazione non si sarebbe preventivamente pronunciata sulle sanzioni da applicare.
Il Comune di Procida non si è costituito in giudizio.
All’udienza del 7.12.2011 il ricorso è stato trattenuto in decisione.
Giusta quanto anticipato nella narrativa in fatto, il presente giudizio verte sulla legittimità dell’ordine di demolizione n. 159 del 17.10.2006, spedito ai sensi dell’art. 31 del d.p.r. 380/2001 dal Comune intimato a seguito della esecuzione, in Procida alla via Magenta, ed in assenza di qualsivoglia titolo abilitativo, di interventi di sbancamento, di realizzazione di n. 7 rampe di scale, di un piccolo vialetto, di muretti. Fa, inoltre, parte della res iudicanda anche la cognizione dell’ordinanza di demolizione n. 107 del 13.7.2006 (che ha fatto seguito ad un primo accertamento nel corso del quale veniva rilevata la presenza di “..un piccolo manufatto, interrato per tre lati - il quarto lato presenta un vano porta ingresso ed una finestra- della superficie utile di circa mq. 20.25, con un’altezza interna di circa mt. 2,80, internamente è stato realizzato un piccolo locale wc completo pezzi igienici e rivestimenti. L’intero manufatto risulta rifinito con intonaco interno, pavimentazione ed impianti funzionanti. Antistante il manufatto è stato eseguito uno sbancamento di terreno di circa mc. 50.00, ove sono state sistemate delle mattonelle ciottolate a secco per una superficie di mq. 20,00….”.), attratta nel fuoco della contestazione attorea con il gravame in epigrafe siccome conosciuta dal ricorrente (che ha dichiarato di non aver giammai ricevuto la notifica di siffatto provvedimento) solo in occasione della notifica dell’ordine di demolizione n. 159 del 17.10.2006.
Orbene, nel procedimento delibativo che questo Tribunale è chiamato a svolgere, assume priorità logica l’esame delle censure che investono la legalità estrinseca degli atti impugnati, vale a dire l’osservanza degli obblighi procedurali, nonchè la ricorrenza di quei requisiti di affidabilità formale, la cui esistenza condiziona, in via pregiudiziale, il corretto approccio – in sede di sindacato giurisdizionale - ai profili di contenuto delle determinazioni assunte dall’Amministrazione.
Nella suddetta prospettiva, vanno, anzitutto, scrutinate le osservazioni censoree articolate dal ricorrente a sostegno dell’eccepito difetto di legittimazione passiva.
Tanto deriverebbe dalla sua qualità di nudo (com)proprietario dell’immobile, di cui, pertanto, il prevenuto non avrebbe avuto la disponibilità materiale.
D’altro canto, ed ad ulteriore riprova della sua estraneità alla materiale esecuzione dei lavori abusivi in addebito, il ricorrente assume di aver, in data 18.5.2006, ritualmente comunicato al Comune di Procida il completamento dei lavori assentiti con la concessione n. 136/04 (per la realizzazione di una cisterna interrata), di talchè alcun rimprovero potrebbe essergli mosso per i (nuovi) lavori successivamente eseguiti.
L’eccezione in argomento non ha pregio.
Com’è noto, avuto riguardo al chiaro contenuto precettivo del comma II° del d.p.r. 380/2001, il proprietario è, in via ordinaria, legittimato passivo dei provvedimenti e delle misure repressive per abusi edilizi verificatisi su immobili che ricadono nella sua sfera di signoria.
Ciò anche in considerazione del fatto che, secondo l'id quod plerumque accidit, si deve presumere che il proprietario sia anche il trasgressore quale primo interessato (acquisendone la proprietà per accessione) alle costruzioni erette sul proprio fondo che, ancorché concesso a terzi, resta pur sempre soggetto alla sua vigilanza ed al suo controllo. In ragione di ciò, il legislatore ha opportunamente previsto che l'ingiunzione a demolire un'opera abusiva – misura posta a presidio della preminente esigenze del ripristino dello status quo ante, da assicurare con tempestività ed effettività - debba essere adottata, anzitutto, nei confronti del proprietario dell'immobile (indipendentemente dal fatto che sia anche l’autore materiale del'abuso) anche perché lo stesso è in grado di ottemperare a tale ingiunzione.
Avuto riguardo alla descritta cornice giuridica di riferimento, deve rilevarsi la legittimità di un ordine di demolizione indirizzato nei soli confronti del proprietario, ove non siano immediatamente rinvenuti altri elementi utili alla identificazione (anche) del (diverso) responsabile dell'abuso, nel qual caso l'ingiunzione andrà indirizzata ad entrambi, come da lettera dell'art. 31, comma 2, del d.P.R. n. 380 del 2001.
D’altro canto, avuto riguardo al caso di specie, l’affermata estraneità del ricorrente all’abuso in contestazione non può derivare, con la pretesa automaticità, dalla (sola) qualifica di nudo (com)proprietario del bene, dovendo siffatta conclusione, circa "…. la completa estraneità del proprietario al compimento dell'opera abusiva o che, essendone egli venuto a conoscenza, si sia adoperato per impedirlo con gli strumenti offertigli dall'ordinamento... " (Corte Costituzionale, 15 luglio 1991, n. 345), trovare conferma nel complesso delle circostanze di riferimento.
Perfino in ambito penale, la Corte di Cassazione ha in più occasioni precisato che l'accertamento della proprietà o della comproprietà da parte dell'imputato del suolo su cui sorge un manufatto abusivo costituisce un elemento di prova idoneo su cui il giudice di merito può fondare il proprio convincimento della partecipazione dell'imputato stesso all'attività edificatoria, in assenza di elementi negativi di prova dai quali possa desumersi che il proprietario (o il comproprietario) sia rimasto estraneo all'attività edilizia o in assenza di elementi di prova (ad esempio l'intestazione di fatture o bolle di accompagnamento) dai quali possa desumersi che detta attività sia ascrivibile in via esclusiva ad altri (cfr. sul punto Cass. Sent, 9168 23.5-24.8.2000 ric. Chiazza e altro).
Peraltro, in aggiunta a quanto già evidenziato circa l’assenza di concreti elementi su cui fondare la dedotta estraneità del ricorrente agli abusi in contestazione, depongono in senso contrario diverse e convergenti circostanze che, ove unitariamente considerate, riflettono una significa valenza indiziaria incompatibile con il costrutto attoreo.
Anzitutto, non può essere obliterato lo stretto rapporto di parentela che lega il ricorrente all’usufruttuaria del cespite, Capasso Rosa, che è la nonna paterna del sig, Giovanni Mauriello.
A ciò va aggiunto che il diritto di usufrutto in questione risulta concesso a beneficio di una persona (appunto la sig.ra Capasso Rossa), all’epoca già settantacinquenne e residente in altro Comune (Mugnano) ed inerisce ad un fondo con destinazione agricola, sul quale insisteva giustappunto una cisterna interrata per la raccolta delle acque ad uso agricolo.
Inoltre, nemmeno va trascurato che, già in data 7.7.2006 (vale a dire a distanza di nemmeno 17 giorni dall’atto con cui il ricorrente ha costituto il diritto di usufrutto in capo alla nonna, Capasso Rosa), i tecnici del Comune di Procida, unitamente a personale della locale polizia municipale, registravano la realizzazione di “..un piccolo manufatto, interrato per tre lati (il quarto lato presenta un vano porta ingresso ed una finestra) della superficie utile di circa mq. 20.25, con un’altezza interna di circa mt. 2,80, internamente è stato realizzato un piccolo locale wc completo pezzi igienici e rivestimenti. L’intero manufatto risulta rifinito con intonaco interno, pavimentazione ed impianti funzionanti. Antistante il manufatto è stato eseguito uno sbancamento di terreno di circa mc. 50.00, ove sono state sistemate delle mattonelle ciottolate a secco per una superficie di mq. 20,00. Lateralmente al manufatto è stata realizzata una rampa di scale a secco di n. 8 pedate..”.
Infine, occorre tener conto del fatto che – secondo un indirizzo inaugurato dal Giudice delle leggi (cfr. Corte Costituzionale, 15 luglio 1991, n. 345) - la posizione del proprietario può ritenersi neutra rispetto alle sanzioni per abusi edilizi e, segnatamente, rispetto all'acquisizione gratuita al patrimonio comunale dell'area di sedime sulla quale insiste il bene quando risulti "in modo inequivocabile la completa estraneità del proprietario al compimento dell'opera abusiva o che, essendone egli venuto a conoscenza, si sia adoperato per impedirlo con gli strumenti offertigli dall'ordinamento..." (Corte Costituzionale, 15 luglio 1991, n. 345).
Di contro – ed in tutto questo pur ampio torno temporale a disposizione del ricorrente – nessun atto processuale consegna all’attenzione di questo Tribunale iniziative di sorta da parte del sig. Mauriello per il ripristino dello stato dei luoghi ed avverso gli interventi (che dovrebbero essere intesi come) eseguiti dalla usufruttuaria che, per consistenza e natura, oltre a costituire illeciti edilizi, erano idonei ad alterare la destinazione naturale della res, concretando anche gli estremi del cd. abuso di usufrutto sì da consentire financo azioni volte a promuoverne la decadenza.
L’unica reazione da parte del ricorrente registrata dalle acquisizioni processuali è, invece, rappresentata dalla proposizione della domanda in epigrafe che sottende, però, una pretesa conservativa delle opere abusive in contestazione, in chiara distonia con gli standard di diligenza che consentono di ritenere in modo inequivocabile il proprietario completamente estraneo all’illecito.
In definitiva, a giudizio della Sezione, l’eccezione di difetto di legittimazione passiva sollevata dal ricorrente va respinta.
Né è possibile convalidare le osservazioni censoree in argomento sotto il diverso profilo che l’ordine di demolizione non è stato spedito anche nei confronti degli altri legittimati passivi (usufruttuaria e comproprietaria del cespite), dal momento che i concreti destinatari dell'atto neppure hanno interesse a denunciare siffatta omissione, trattandosi di circostanza inidonea ad incidere sul loro dovere attuale di darvi esecuzione e determinando essa comunque una semplice irregolarità che può eventualmente essere fatta valere soltanto dai diretti interessati (Cons. St., II. parere 2 maggio 1990, n. 1092) ed alla quale l’Amministrazione può sempre porre rimedio.
Tanto premesso, è possibile ora passare in rassegna le doglianze che investono gli ulteriori presupposti sulla scorta dei quali il provvedimento gravato risulta spedito.
Orbene, prive di pregio si rivelano le doglianze con cui la parte ricorrente lamenta la violazione delle garanzie di partecipazione al procedimento, la cui cura è imposta all’Autorità procedente dall’art. 7 della legge 241/1990 ovvero, nei procedimenti ad istanza di parte, anche dall’art. 10 bis della medesima legge.
L’infondatezza delle censure in esame discende, invero, come già ripetutamente affermato dalla Sezione (cfr., tra le tante, sentenze n. 1847 del 30 marzo 2011 e n. 8776 del 25 maggio 2010) e dal giudice d’appello (cfr. Cons. Stato, sezione quarta, 5 marzo 2010, n. 1277), dalla ineluttabilità della sanzione repressiva comminata dal Comune di Procida, anche a cagione dell’assenza – come di seguito meglio evidenziato - di specifici e rilevanti profili di contestazione in ordine ai presupposti di fatto e di diritto che ne costituiscono il fondamento giustificativo, sicchè alcuna alternativa sul piano decisionale si poneva all’Amministrazione procedente.
Dirimente in senso ostativo alle pretese attoree – peraltro prive di qualsivoglia argomentazione in ordine al vulnus (asseritamente) arrecato alle tesi difensive dalla mancata comunicazione di avvio del procedimento - appaiono, altresì, le previsioni di cui all’art. 21 octies della legge 241/1990, secondo cui “non è annullabile il provvedimento adottato in violazione di norme sul procedimento o sulla forma degli atti qualora, per la natura vincolata del provvedimento, sia palese che il suo contenuto dispositivo non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato. Il provvedimento amministrativo non è comunque annullabile per mancata comunicazione dell'avvio del procedimento qualora l'amministrazione dimostri in giudizio che il contenuto del provvedimento non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato”.
Alcun pregio hanno, poi, le ulteriori censure con cui parte ricorrente, mediante argomentazioni generiche, lamenta l’inadeguatezza dell’istruttoria condotta dal Comune intimato, giudicata inidonea a suffragare – per la mancanza dei relativi presupposti giustificativi – l’avversata misura ripristinatoria.
Di contro, la puntuale descrizione delle opere riflette con assoluta evidenza la rilevanza edilizia dei contestati abusi, fatta palese dalla chiara attitudine dei suddetti interventi a dar vita ad un organismo edilizio nuovo con conseguente, significativa alterazione (anche della proiezione esterna) dell’originario stato dei luoghi.
Si rivelano, invero, del tutto fuori sesto le deduzioni attoree nella parte in cui rivendicano la derubricazione degli interventi abusivi eseguiti come meri interventi di abbellimento del preesistente giardino sul quale insiste il locale pertinenziale che ospita la cisterna.
Di contro, ed avuto riguardo alle univoche risultanze istruttorie, rappresentate dalle relazioni tecniche poste a fondamento delle avversate misure repressive, si evidenzia con particolare nitore la consistenza delle opere eseguite, cui non può non riconnettersi – in ragione delle stesse caratteristiche costruttive compiutamente descritte nell’atto impugnato e della loro attitudine funzionale – l’emersione di un significativo quid novi.
A tal riguardo, occorre muovere dalle risultanze del primo sopralluogo (cfr. relazione del 7.6.2006) da cui si evince la realizzazione di “..un piccolo manufatto, interrato per tre lati (il quarto lato presenta un vano porta ingresso ed una finestra) della superficie utile di circa mq. 20.25, con un’altezza interna di circa mt. 2,80, internamente è stato realizzato un piccolo locale wc completo pezzi igienici e rivestimenti. L’intero manufatto risulta rifinito con intonaco interno, pavimentazione ed impianti funzionanti. Antistante il manufatto è stato eseguito uno sbancamento di terreno di circa mc. 50.00, ove sono state sistemate delle mattonelle ciottolate a secco per una superficie di mq. 20,00. Lateralmente al manufatto è stata realizzata una rampa di scale a secco di n. 8 pedate..”.
Vale precisare che le suddette emergenze istruttorie, così come l’ordinanza di demolizione n. 107 del 13.7.2006, che ad esse ha fatto seguito, sono state attratte nel fuoco della contestazione attorea con il gravame in epigrafe siccome conosciute dal ricorrente (che ha dichiarato di non aver giammai ricevuto la notifica di siffatto provvedimento) solo in occasione della notifica della successiva ordinanza di demolizione n. 159 del 17.10.2006.
Per effetto del successivo sopralluogo, del 9.10.2006, venivano altresì rilevate le seguenti ulteriori opere, fatte oggetto di contestazione con il suddetto ordine di demolizione n. 159 del 17.10.2006:
- sbancamento di terreno, in prosieguo a quello citato in premessa, di circa mc. 17.60;
- realizzazione di n. 7 rampe di scale con sistemazione di mattonelle ciottolate a secco, mediante lo sbancamento di circa mc. 11.20 di terreno;
- realizzazione di piccolo vialetto con sistemazione di mattonelle ciottolate a secco mediante uno sbancamento di terreno di circa mc. 2,70;
- realizzazione, sul lato destro entrando nel giardino di proprietà, di un muretto in blocchi di lapil cemento, sistemati a secco, della lunghezza di circa mt. 18,00 con un’altezza variabile da circa mt. 0,50 a circa mt. 0,75;
- realizzazione, sul lato sinistro entrando nel giardino di proprietà, di un muretto in blocchi di lapil cemento, sistemati a secco, della lunghezza di circa mt. 6,00 con un’altezza di circa mt. 0,50;
- all’atto dell’accertamento si è evidenziato che la scala in blocchi di lapil cemento ( citata nella relazione del 7.7.2006)…non è stata rinvenuta ed al suo posto è stato effettuato uno sbancamento di terreno pari a circa mc. 3,70;
- sbancamento di terreno su uno dei due lati del manufatto di circa mc. 3,70.
Orbene, va anzitutto respinta l’impostazione attorea incline a privilegiare, in modo del tutto inappagante, una parcellizzazione atomistica dei singoli interventi, di per se stessa non in grado di far comprendere l'effettiva portata dell'operazione.
Di contro, la palese riconducibilità delle opere eseguite ad un medesimo disegno edificatorio porta a concludere nel senso che la complessiva azione edificatoria non è scomponibile in distinte fasi, ma va valutata nella sua unitarietà (così, fra le ultime, Tar Campania, Napoli, questa sezione sesta, 20/07/2011 n. 03931; 25 febbraio 2011, n. 1218; 3 dicembre 2010, n. 26787 cit. e Tar Puglia, Bari, sezione seconda, 16 luglio 2001, n. 2955).
Tanto premesso, le descritte emergenze istruttorie, ove considerate nell’ambito di una necessaria valutazione di insieme, riflettono con assoluta evidenza la radicale trasformazione dei luoghi che è conseguita agli interventi abusivi in contestazione: in luogo di un corpo di terreno sul quale insisteva una cisterna interrata per la raccolta delle acque ad uso agricolo è stato rilevato un piccolo manufatto, interrato per tre lati (il quarto lato presenta un vano porta ingresso ed una finestra) della superficie utile di circa mq. 20.25, con un’altezza interna di circa mt. 2,80, al cui interno è stato realizzato un piccolo locale wc completo di pezzi igienici e rivestimenti. La stessa area adiacente a tale manufatto è stata fatta oggetto di profonde modifiche eseguite per effetto di sbancamenti, realizzazione di scale ovvero di vialetti.
La semplice comparazione dello stato dei luoghi riflette con immediatezza la chiara attitudine dei suddetti interventi a dar vita ad un organismo edilizio nuovo, del tutto diverso da quello preesistente e con esso – in ragione delle stesse caratteristiche costruttive oltre che delle diverse potenzialità d’uso - in evidente rapporto di alterità.
In altri termini, i descritti interventi non possono essere qualificati come aventi natura meramente manutentiva o di restauro e risanamento conservativo, sostanziandosi invece nella realizzazione di nuove opere comportanti una duratura trasformazione del territorio.
Di qui la sussistenza del contestato abuso che imponeva il previo rilascio del permesso di costruire.
Quanto fin qui osservato rende priva di pregio anche l’ulteriore doglianza con cui parte ricorrente – muovendo dall’erronea premessa della riconducibilità dell’intervento eseguito alla categoria degli interventi edilizi minori – sostiene che gli abusi in contestazione non giustificherebbero l’applicazione della misura acquisitiva preannunciata nel provvedimento demolitorio.
Di contro, la rilevata attitudine delle opere edilizie abusivamente realizzate ad integrare un organismo nuovo, completamente diverso da quello preesistente, consentono di sussumere la fattispecie di illecito in addebito nella contestata fattispecie di cui all’art. 31 del d.p.r. 380/2001, alla quale consegue ope legis, quale ulteriore effetto, nell’ipotesi di inottemperanza, la misura ablatoria dell’acquisizione.
D’altro canto, giova rammentare che l'ordinanza di demolizione, in quanto atto dovuto e rigorosamente vincolato, può dirsi sorretto da adeguata e autosufficiente motivazione, già solo rinvenibile nella compiuta descrizione delle opere abusive, nella constatazione della loro esecuzione in assenza del necessario titolo abilitativo edilizio e nell'individuazione della norma applicata, ogni altra indicazione esulando dal contenuto tipico del provvedimento (cfr., ex multis, Cons. Stato, sez. V, 30 maggio 2006, n. 3283; sez. VI, 25 agosto 2006, n. 4996; sez. IV, 14 maggio 2007, n. 2441; sez. IV, 6 giugno 2008, n. 2705; TAR Campania, Napoli, sez. IV, 24 gennaio 2008, n. 367; sez. VI, 9 gennaio 2008, n. 49; sez. IV, 24 gennaio 2008, n. 57; sez. VIII, 15 maggio 2008, n. 4556; sez. III, 05 giugno 2008, n. 5255; sez. IV, 8 luglio 2008, n. 7798; sez. VI, 14 luglio 2008, n. 8761; sez. IV, 4 agosto 2008, n. 9720; sez. II, 7 ottobre 2008, n. 13456; sez. IV, 29 settembre 2008, n. 11820 sez. VI, 27 ottobre 2008, n. 18243; sez. III, 4 novembre 2008, n. 19257; sez. IV, 28 novembre 2008, n. 20564; 2 dicembre 2008, n. 20794; sez. VI, 17 dicembre 2008, n. 21346; 23 febbraio 2009, n. 1032; 25 febbraio 2009, n. 1100; sez. IV, 6 marzo 2009, n. 1304; 24 marzo 2009, n. 1597; 18 giugno 2009, n. 3368; 26 giugno 2009, n. 3530; TAR Lombardia, Milano, sez. II, 18 gennaio 2008, n. 57; 19 febbraio 2009, n. 1318; 9 marzo 2009, n. 1768; TAR Sicilia, Catania, sez. I, 13 marzo 2008, n. 475; TAR Lazio, Roma, sez. II, 5 settembre 2008, n. 8117; 6 marzo 2009, n. 2358; TAR Liguria, Genova, sez. I, 21 aprile 2009, n. 781).
In ragione di quanto appena detto, si rivela inconferente la doglianza con cui parte ricorrente si duole della mancata indicazione nel corpo del provvedimento impugnato delle aree pertinenziali da acquisire.
A tal riguardo, giova rimarcare che l'indicazione delle conseguenze dell'inottemperanza alla disposta ingiunzione, dacché concernente effetti automatici ex lege (ossia ex art. 31, comma 3, del d.p.r. 6 giugno 2001, n. 380), come tali presuntivamente conosciuti dai destinatari, non risulta riconducibile all'illustrato contenuto minimo necessario dell'ordinanza di demolizione e, pertanto, la sua omissione non è da considerarsi, di per sé, suscettibile di infirmare quest'ultima.
La giurisprudenza ha, infatti, condivisibilmente evidenziato che l'esatta determinazione delle aree cd. pertinenziali dovrà effettuarsi dopo l'accertamento dell'inottemperanza effettuato dal Comune (cfr. ex multis T.A.R. Campania Napoli, sez. II, 14 febbraio 2011 , n. 922).
Infine, priva di pregio si rivela la residua doglianza secondo cui, in violazione del disposto di cui all’art. 167 del d. lgs. 42/04, l’Amministrazione non si sarebbe preventivamente pronunciata sulla sanzione da applicare.
Sul punto, è agevole obiettare che il titolo giustificativo in cui impinge la comminata sanzione ripristinatoria è dato dal disposto di cui all’art. 31 del d.p.r. 380/2001, contraddistinto da un’autonoma attitudine a fondare l’applicazione dell’avversata misura punitiva.
D’altro canto, anche nel diverso contesto normativo di cui al d. lgs. 42/04, il primo comma dell’art. 167 indica come conseguenza ordinaria della violazione degli obblighi e degli ordini previsti dal Titolo I della Parte terza l’applicazione della sanzione della riduzione in pristino.
La comminazione, in via alternativa rispetto alla misura ripristinatoria, della sola sanzione pecuniaria è, viceversa, prevista solo come possibile conseguenza – sempreché ne sussistano i presupposti – di un procedimento di accertamento di compatibilità paesaggistica giammai attivato dal ricorrente.
Nessuna statuizione va assunta sulle spese a cagione della mancata costituzione in giudizio dell’Amministrazione intimata.
Così deciso in Napoli nella camera di consiglio del giorno 7 dicembre 2011 con l'intervento dei magistrati: