Source: http://www.laleggepertutti.it/125337_per-quanto-tempo-e-responsabile-lavvocato
Timestamp: 2016-12-08 07:53:57+00:00
Document Index: 175850390

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 51', 'art. 360', 'art. 51', 'art. 44', 'art. 51', 'sentenza ', 'art. 13', 'art. 13']

Per quanto tempo è responsabile l’avvocato?
3 Lug 2016	L'autore
RICHIEDI CONSULENZA SU QUESTO ARGOMENTO	Prescrizione dell’azione disciplinare nei confronti dell’avvocato: nel caso in cui il professionista trattenga somme destinate al proprio cliente il termine dei sei anni inizia a decorrere dalla cessazione della condotta illecita.
Per quanto tempo è responsabile un avvocato per un illecito commesso nell’espletamento del proprio mandato? Il che, in termini giuridici, si traduce con la seguente domanda: quando si prescrive l’azione disciplinare nei confronti del professionista? La risposta è stata fornita qualche giorno fa dalle Sezioni Unite della Cassazione [1]. In generale, se l’azione civile per ottenere il risarcimento del danno si prescrive in cinque anni, quella disciplinare per l’illecito deontologico ha un termine di prescrizione di sei anni (così come recentemente modificato [2]).
Il problema potrebbe porsi con riferimento al momento a partire dal quale inizia a decorrere tale termine. E qui bisogna distinguere:
per tutti gli illeciti che si consumano con una semplice condotta e in tale condotta esauriscono tutti i loro effetti, la prescrizione inizia a decorrere dal giorno in cui è stato realizzato detto illecito: si pensi all’avvocato che violi il segreto professionale comunicando a terzi i fatti privati di un proprio cliente;
per tutti gli illeciti, invece, che consistono in una condotta protratta nel tempo, la prescrizione inizia a decorrere solo dal giorno in cui tale condotta cessa. Si pensi al caso in cui l’avvocato riscuota, per conto del proprio cliente, una somma di denaro, ma anziché consegnargliela, la tenga per sé: in tal caso i sei anni di prescrizione iniziano a decorrere solo da quando l’avvocato restituisca i soldi al legittimo beneficiario; se non lo fa, l’azione può essere esercitata in qualsiasi momento, senza termini di scadenza, non essendo mai iniziato a decorrere il termine di prescrizione perché gli effetti l’illecito non è mai cessato.
Pertanto, affermano le Sezioni Unite della Cassazione, l’indebita ritenzione di somma spettante al cliente configura un illecito deontologico “permanente” e, come tale, imprescrittibile, salvo che il professionista faccia cessare l’illecito consegnando la somma a chi di dovere; solo da tale momento iniziano a decorrere i sei anni per la prescrizione dell’azione disciplinare. La legge infatti stabilisce che l’azione disciplinare nei confronti dell’avvocato si prescrive nel termine di 6 anni, che decorrono dal giorno di realizzazione dell’illecito, oppure, se questo consista in una condotta protratta [3] dalla data di cessazione della condotta stessa.
Un avvocato riscuoteva, per conto del proprio cliente, una cospicua somma di denaro, senza però consegnargliela. L’azione disciplinare nei suoi confronti veniva esercitata dopo i cinque anni (all’epoca non era entrato in vigore ancora il nuovo termine di sei anni) dal ricevimento di tali somme. Il legale si opponeva contestando la prescrizione dell’azione. La Cassazione rigettava la richiesta del professionista perché il termine di inizio della prescrizione non doveva considerarsi il giorno dell’illecito, ma quello della cessazione dello stesso, trattandosi di illecito consistente in una condotta “continuata”.
Ricordiamo che l’avvocato è tenuto a mettere immediatamente a disposizione del proprio cliente le somme riscosse per conto di questo. In caso contrario si verifica non solo un illecito civile, ma anche una violazione deontologica, per tale sua natura destinata a protrarsi fino alla restituzione delle somme. Ne consegue che il protrarsi di tale condotta impedisce l’inizio del decorso della prescrizione.
La sentenza Corte di Cassazione, sez. Unite Civili, sentenza 7 – 30 giugno 2016, n. 13379
L’avv. L.C. ha proposto ricorso per la cassazione della decisione del CNF n. 166/2015 con la quale è stato rigettato il ricorso dal medesimo proposto avverso la decisione dei COA di Campobasso dell’8/4/2013, con la quale esso ricorrente era stato ritenuto responsabile dell’indebita ritenzione di somme riscosse per conto di un cliente- Banco di Sicilia-, così violando gli articoli 7, comma 1 (Dovere di fedeltà), 8 (Dovere di diligenza), 38 comma 1 (Inadempimento al mandata) 41, commi 1, 2 e 3 (Gestione di denaro altrui), con irrogazione della sospensione dall’esercizio della professione per mesi 11. Il CNF riteneva infondata l’eccezione di prescrizione formulata dal C. sul rilievo che la violazione deontologica risultava Integrata da una condotta protrattasi nel tempo, richiamando in proposito l’orientamento espresso con le decisioni n. 208 dei 28/12/2012, n. 55 del 10/4/2013, n. 132 dei 8/9/2011, nonché di queste SS.UU. n. 14620 dell’1/10/2003. Il ricorso è fondato su unico motivo. Nessuna attività difensiva ha svolto il CNF.
Assume il ricorrente la violazione dell’art. 51 del r.d.l. 1578/1933, in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c., laddove il CNF ha ritenuto il carattere permanente della condotta da lui avuta. Afferma il C. che la data di commissione dell’illecito andrebbe individuata nel giorno successivo alla riscossione delle somme- 11/10/2006-, come peraltro ritenuto dall’istituto bancario mandante che aveva richiesto al tribunale di Milano d.l. in danno di esso ricorrente con interessi decorrenti per l’appunto dalla suddetta data; da ciò conseguirebbe l’avvenuto decorso del termine di prescrizione quinquennale alla data di apertura dei procedimento disciplinare – 31/5/2012-.
La censura è infondata. Ai sensi dell’art. 51 del regio decreto-legge 27 novembre 1933, n. 1578, l’azione disciplinare nei confronti dell’avvocato si prescrive nel termine di cinque anni, che decorrono dal giorno di realizzazione dell’illecito, ovvero, se questo consista in una condotta protratta, dalla data di cessazione della condotta stessa.
E’ circostanza pacifica che il C. per conto del Banco di Sicilia s.p.a., attraverso mandati emessi a suo nome dal Cancelliere del Tribunale di Larino, abbia riscosso, in data 11/10/2006, la somma di € 161.151,61; e che tale somma non sia stata versata al Banco di Sicilia s.p.a. fino all’inizio del procedimento disciplinare– l’avv. C. avrebbe ripetutamente promesso la restituzione delle somme senza a ciò provvedere-.
II disposto dell’art. 44, ultimo comma, del codice deontologico forense vigente ratione temporis, secondo cui “l’avvocato è tenuto a mettere immediatamente a disposizione della parte assistita le somme riscosse per conto di questa”, contrariamente all’assunto del ricorrente, non può essere interpretato nel senso della irrilevanza della successiva indebita ritenzione del denaro riscosso. La condotta del professionista, nel caso in esame, presenta i connotati tipici della continuità della violazione deontologica, per tale sua natura destinata a protrarsi fino alla restituzione delle somme che il medesimo avrebbe dovuto mettere a disposizione del cliente. Ne consegue che il protrarsi di tale condotta fino alla decisione del COA è ostativa al decorso del termine prescrizionale di cui all’art. 51 cit., come ritenuto dalla sentenza Impugnata. Ciò non senza rilevare che analogo carattere permanente va riconosciuto alle correlate e contestate violazioni di cui agli artt. 7 (dovere di fedeltà), 8 (diligenza), 38 (inadempimento del mandato). Nulla per le spese in assenza di attività difensiva.
Al sensi dell’art. 13 comma 1 quater decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, il ricorrente e tenuto aversare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione.
La Corte rigetta il ricorso. Ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, il ricorrente è tenuto a versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione.
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