Source: https://www.roars.it/online/ru-e-rtdb-omogeneita-disomogenee/comment-page-1/
Timestamp: 2019-05-21 21:22:43+00:00
Document Index: 142895275

Matched Legal Cases: ['art. 3', 'art. 97', 'art. 24', 'art. 401', 'art. 24', 'art. 18', 'art. 24', 'art. 24', 'art. 24', 'art. 18', 'art. 24', 'art. 3', 'art. 18', 'art. 1', 'art. 18', 'art. 24', 'art.24', 'art. 3']

RU e RTDB: omogeneità disomogenee? | ROARS
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RU e RTDB: omogeneità disomogenee?
Un centinaio di Ricercatori Universitari a tempo indeterminato dell’Università degli Studi di Milano, abilitati e non, ha scritto una lettera al Rettore in relazione al “trattamento discriminante” ai fini della progressione di carriera riservato ai Ricercatori universitari e agli RTDB. Riceviamo e volentieri pubblichiamo il testo della lettera che può essere utilizzato per estendere l’appello ad altri Atenei.
Al Magnifico Rettore dell’Università ………………
Prof. ……………………
Oggetto: Note sulla l. 240/2010: disparità tra Ricercatori Universitari (c.d. RU) abilitati e Ricercatori a Tempo Determinato di tipo B (c.d. RTDB) abilitati in relazione alla progressione in carriera.
Il sottoscritto …………… RU dell’Università ……………………… (in possesso di Abilitazione Scientifica Nazionale (ASN) a Professore Associato (PA) nel settore ……………. dal ……….), desidera sottoporre alla Sua attenzione alcune palesi discriminazioni originate della legge 240/2010, laddove questa disciplina in modo irragionevolmente diverso le opportunità di progressione in carriera degli RTDB abilitati rispetto agli RU in possesso della stessa abilitazione, prefigurando così una violazione dell’art. 3 della Costituzione che, come è noto, impegna il legislatore a evitare disparità di trattamento fra persone in situazioni identiche o affini, nonché dell’art. 97 relativo al principio di imparzialità e buon andamento della pubblica amministrazione.
Al riguardo, è indubbio che gli RU abilitati e gli RTDB abilitati siano categorie di lavoratori omogenee, dal momento che in entrambi i casi i ricercatori sono stati reclutati tramite un concorso pubblico e hanno conseguito la medesima ASN alle funzioni di PA.
Tuttavia, diverso è il trattamento riservato dal legislatore alle rispettive opportunità di progressione in carriera per le seguenti ragioni:
1) In base alla l. 240/2010, gli RTDB con ASN devono essere obbligatoriamente valutati dall’università di appartenenza dopo un triennio di servizio ai fini dell’immissione nel ruolo dei PA, creandosi così una corsia preferenziale al ruolo di PA riservata agli RTDB. Analogo obbligo di valutazione non sussiste per gli RU: quest’ultimi, anche ove abilitati, per poter aspirare al posto di PA devono attendere che venga bandita un’apposita procedura di valutazione, sempre che venga espletata dal momento che al riguardo non sussiste alcun obbligo.
2) Gli RU non sono ammessi a partecipare ad un bando per RTDB (art. 24, co.2): la logica del divieto appare quella di non consentire ad una figura di ricercatore già dotato di esperienza di partecipare ad un concorso pensato per consentire il reclutamento nel mondo universitario di categorie di ricercatori più giovani. Tuttavia, tale logica viene contraddetta dalla successiva scelta di prevedere un’immissione automatica nell’avanzamento di carriera al ruolo superiore di PA solo per la categoria dei più giovani RTDB, qualora conseguano l’abilitazione, e non anche per gli RU che abbiano conseguito una o più abilitazioni alla funzione di PA se non di PO (come in numerosi casi presenti in vari Atenei).
3) Ai fini dell’abilitazione a PA conta solo l’attività scientifica dei 5/10 anni precedenti la tornata di valutazione. Quindi gli RU abilitati sono comparabili anche dal punto di vista del valore scientifico con gli RTDB abilitati, in quanto vengono valutati sia rispetto agli indicatori, sia rispetto alle pubblicazioni scientifiche; dunque non sulla intera carriera ma solo se sono ancora attivi in ricerca. La discriminazione rispetto alla posizione lavorativa e all’età è quindi eticamente grave oltre che apparire anticostituzionale.
4) I più recenti interventi normativi (da ultimo, l’art. 401 della l. 145/2018 “Legge di Bilancio 2019”) finanziano ed incentivano la stipulazione di contratti per nuovi RTDB. Queste previsioni sono solo apparentemente neutrali rispetto ai percorsi disegnati dal legislatore per i due tipi di ricercatori. Infatti, il favor legislativo per il reclutamento degli RTDB immette negli Atenei un alto numero ricercatori che, se abilitati, nell’arco di un triennio vengono stabilizzati a PA. Tale reclutamento riduce l’esigenza di inserire nella programmazione di un Dipartimento sia concorsi a PA riservati agli RU secondo art. 24, sia concorsi a PA secondo art. 18.
5) Il ruolo degli RU è ad esaurimento ed entro breve tempo non ci saranno più nuovi RU abilitati. Di conseguenza gli atenei avranno sempre meno interesse a bandire posti per PA avendo già reclutato gli RTDB che, se abilitati, assumeranno dopo tre anni il ruolo di PA (vedi punto 1 e punto 4).
6) Mentre gli RTDB, secondo la normativa attuale, vedono garantita la loro corsia preferenziale e riservata per il passaggio a PA intrinsecamente nel proprio ruolo, di contro la possibilità di conseguire la posizione da PA da parte di RU già in servizio presso l’Ateneo ricorrendo all’art. 24, equiparabile alla procedura di passaggio degli RTDB a PA, è, al momento, consentita solo fino al 31 dicembre 2019.
Il fatto che la posizione degli RU sia a tempo indeterminato e quella degli RTDB sia a tempo determinato non può essere preso a giustificazione per un trattamento ai fini della progressione di carriera così diverso e discriminante, come evidenziato nei punti precedenti.
Sia permesso infine rammentare che il 25 gennaio 2017, anche il CUN – organo consultivo e propositivo del Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca – nel documento “Università: le politiche perseguite, le politiche attese. Il difficile percorso delle autonomie universitarie 2010-2016” si è così espresso “…Per quanto riguarda le progressioni di carriera, un primo passo sarebbe l’applicazione in via permanente della procedura di chiamata di cui all’art. 24 c. 5 della l. 240/2010 a tutte le chiamate di docenti abilitati già in servizio presso l’istituzione, prevedendo la rimozione del limite temporale dei sei anni e del vincolo costituito dal tetto del 50% per tale utilizzo delle risorse…”.
Certo/a che condividerà l’importanza e l’urgenza di evitare che il patrimonio professionale degli RU del nostro Ateneo – che da anni svolgono con passione e dedizione l’attività di ricerca e didattica e sui quali l’Ateneo ha investito sinora – vada inevitabilmente disperso, con la presente mi rivolgo a Lei per chiederLe di:
1) indirizzare le nuove politiche dell’Ateneo verso una valorizzazione degli RU, in particolare verso gli RU abilitati la cui attività di ricerca ha una positiva ricaduta sui punti organico assegnati in via ordinaria e premiale, punti organico che non possono essere quindi destinati solo al reclutamento degli RTDB e alla loro progressione di carriera;
2) mettere in campo tutte le iniziative in Suo potere anche presso la CRUI e il CUN per sollecitare il legislatore a tradurre in tempi brevi in atto legislativo le istanze sopra richiamate. In particolare, si suggerisce una modifica normativa che disponga l’applicazione in via permanente della procedura di chiamata di cui all’art. 24 c. 5 della l. 240/2010, oggi applicata solo agli RTDB, anche agli RU abilitati già in servizio presso l’istituzione e riservi le procedure comparative di cui all’art. 18 della medesima legge a trasferimenti e reclutamenti di soggetti che non siano già in servizio presso l’istituzione che attiva la procedura.
Ringraziando per l’attenzione porgo i migliori saluti
leobowski 6 Marzo 2019 at 11:27
Io capisco un documento scritto da una categoria per difendere le proprie posizioni, e tutto sommato meglio averne che non averne di gente che si muove. Faccio pero’ notare che nel documento si “dimentica” una terza categoria omogenea: gli RTDA (abilitati). Anche loro sono “ricercatori reclutati tramite un concorso pubblico e hanno conseguito la medesima ASN”. Quando si solleva una questione di discriminazione non si fa una bella figura nello scegliere tra le “categorie omogenee” solo quelli che stanno meglio, ed escludere quelli che stanno peggio, perche’ a quel punto si capisce che non e’ una richiesta per migliorare il sistema, ma una (pur legittima) questione corporativa.
pupillekino 6 Marzo 2019 at 16:24
sante parole. e ci sono anche gli assegnisti abilitati
fausto_proietti 6 Marzo 2019 at 17:11
Gli RTDa sono i veri paria del reclutamento disegnato dalle legge 240/2010, e il fatto che questa lettera ne caldeggi l’assunzione in luogo degli RTDb francamente si commenta da sé. In più, l’ultima finanziaria ha previsto dieci milioni di risorse per le chiamate dirette degli RU; dunque questa richiesta, oltre che corporativa, mi sembra anche un po’ intempestiva.
p.marcati 6 Marzo 2019 at 15:02
Come sempre queste questioni hanno due facce, però è sbagliato derubricarle a una mera faccenda corporativa. Infatti come si prende in esame il problema di una categoria se ne dimentica un altra, per esempio ci sono molti non strutturati abilitati che pure hanno diritto ad una porta di ingresso. Vedo i RTD-A in questa area, non li vedo in una categoria speciale, infatti non vedo la differenza con dei PostDoc abilitati. Il problema dei RU appare più rilevante in quanto sono persone spesso non più giovani, attive da anni e che danno un contributo enorme ai loro atenei. Poi venendo a una questione di costi, calcolando il costo di un PO (punto organico) 113.939 euro, promuovere un RU costa 0.2 PO vale a dire 22.2880 euro. In pratica consolidando sui FFO degli atenei poco più di 22 milioni si potrebbe fare un piano da circa mille promozioni via Art.24 L240. Non mi pare una cifra impossibile, inoltre considerando che l’aumento dei carichi didattici delle persone coinvolte comporta un risparmio degli atenei per spese di supplenze, gli stessi potrebbero essere obbligati ad incrementare i fondi ricevuti per un 20% gravando sul loro FFO, portando il tutto a circa 1200 posti. I costi reali dell’ operazione probabilmente sarebbero inferiori, infatti molti RU hanno anzianità consistenti pertanto il loro salario reale non aumenterebbe, poiché non avrebbero alcuna ricostruzione di carriera. Parlando in modo cinico questi scorrimenti sono dal punto di vista economico quasi una fregatura per gli RU, infatti a sostanziale parità di stipendio si troverebbero a insegnare molto di più.
franco 7 Marzo 2019 at 12:18
Se non gli conviene, mica è obbligato, il RU ad accettare di diventare associato 😉
leobowski 7 Marzo 2019 at 15:51
Salve p.marcati, non sempre le cose hanno due facce, o almeno non in questo caso. Abbiamo quasi 8600 ex-RTI diventati professori e 6100 RTI abilitati quindi il 60% di chi ha superato la soglia minima, ha gia’ fatto carriera. Ma fare carriera non e’ un diritto quindi chiedere di continuare a fare chiamate e riservare PO per le progressioni degli RTI significa avocare a se’ delle risorse di tutti, un discorso corporativo. Gli RTI lo fanno sulla base di una disparita’ di trattamenti contrattuale: gli RTD-B svolgono lo stesso loro lavoro, hanno passato un concorso da ricercatore ma hanno il vantaggio di diventare automaticamente associati. Anche gli RTD-A fanno le stesse funzioni, ma non li menzionano perche’ non gli merita: se davvero si potessero chiamare tutti i ricercatori abilitati, gli atenei potrebbero continuare a chiamare RTD-A e lasciare fuori RTI. Ancora, gli RTI non chiedono piu’ concorsi da PA, che potrebbero sempre perdere contro RTD-A/postdoc bravi, vogliono chiamate e punti organico per le loro progressioni.
Sul fatto che poi ci sono altre categorie, fosse per me gli atenei potrebbero chiamare tutti quelli abilitati… visto che sono abilitati. Ma da’ fastidio vedere sollevato un principio di disparita’ per metterla in tasca a chi sta peggio.
Chlestakov 8 Marzo 2019 at 10:52
tutte queste considerazioni logico-matematiche mi sembrano ineccepibili, come tali. Fanno però emergere uno dei tanti limiti della 240: l’abilitazione è percepita come fonte di un diritto alla promozione o progressione (sebbene la legge dica il contrario), senza passare per un concorso e, dunque, per una valutazione comparativa fra studiosi probabilmente tutti bravi, meritevoli e dediti all’Istituzione di appartenenza, ma che dovrebbero poi confrontarsi fra loro, come usava un tempo. Poi magari anche anzianotti e con famiglia. Dunque un bell’ope legis all’italiana, che non costa poi tanto, a parte la morte dell’università (ognuno progredisce a casa sua e guai a chi pensa di rubare il posto con un concorso)
franco 9 Marzo 2019 at 12:11
p.marcati, però, ad essere cinici cinici si può anche considerare che i RTI vanno in pensione prima dei PA, quindi, piuttosto che promuovere un RTI, anche se a costo praticamente zero, è molto più conveniente rimpiazzarlo con uno o due precari sottomessi e ricattabili…
Ponzio Pilates 6 Marzo 2019 at 15:55
Mi accodo all’utente precedente aggiungendo che è molto comodo parlare di discriminazioni, di articoli della Costituzione, di libertà civile e morale quando poi hanno usufruito per anni dei concorsi art. 24 comma 6, cioè di quelli riservati solo agli interni…. allora l’art. 3 e 97 della Costituzione non erano validi ? erano stati aboliti ? Non era (e lo è fino al 31 dicembre p.v.) una discriminazione bella e buona ? E’ il solito discorso degli “accademici fai da te”: quando” mi tocca” ho ragione, altrimenti se tocca a te “non hai ragione”. Evidentemente il 31 Dicembre sta arrivando e qualcuno teme per il proprio “orticello”. Schiere di RU che non hanno combinato nulla negli ultimi anni se non fare alleanze strategiche con colleghi di mezzo mondo pur di arrivare a superare le mediane, infischiandosene allegramente della ricerca vera e propria, pagando per avere un nome nelle pubblicazioni, tramando solo cordate per avere più ritorni in termini numerici e superare gli indici. Questo hanno fatto questi signori (o almeno la stragrande maggioranza), usufruendo anche del lauto stipendio da RU (e non diciamo che è poco, poiché ci sono professionisti che si svegliano la mattina alle 6.00 e guadagnano molto meno, con molte più responsabilità di un RU….). E poi, non dimentichiamoci che gli RTDB sono a tempo determinato e costano 0.5 PO, a differenza degli RU che ne costano 0.2 di PO, per cui gli Atenei sarebbero anche più invogliati a farli progredire, ma evidentemente temono la loro “dabbenaggine”….
Avrebbe detto Totò: “ma mi faccia il …. piacere”
franco 7 Marzo 2019 at 12:29
Ci sono persone che fanno così, ma dire “la stragrande maggioranza” è ingiusto. Eppoi per favore considera che i RU non sono tutti uguali, ci sono i primi entrati per ope legis, in certi casi bastava aver vinto una semplice borsa di studio ed eri ammesso al giudizio per l’idoneità. Poi c’è stata l’ope legis per associati e i (relativamente) migliori sono diventati associati (la maggior parte non è poi diventata ordinario), i RU rimasti ovviamente, erano mediamente i peggiori. Però i RU entrati dopo con concorsi duri sono in maggioranza capaci e seri. Ovviamente parlando a braccio, in entrambi i casi ci sono situazioni diversissime.
Per fortuna non ci sono più le ope legis, tutto il resto è comunque una disfatta totale.
Salvatore Valiante 10 Marzo 2019 at 08:37
@Ponzio Pilates
in generale il suo commento, comodamente scritto dietro un nickname da cuor di leone, è privo di qualsiasi argomento utile alla discussione ma ricco di luoghi comuni degni di un commentatore anonimo, tipicamente il web(ete) di una testata nazionale di quelli che rivendicano tutto, benaltristi e inca++ati cronici.
1- in un sistema giuridico minimamente civile non è che discriminazione annulla discriminazione di segno opposto. D’altra parte pare che, nello specifico, nessun RTD B abbia ritenuto opportuno sollevare questioni discriminatorie. Se si ritengono violati i propri diritti ci sono le possibili soluzioni: una è questa attuata dai colleghi milanesi. Le si può condividere o meno ma in uno stato di diritto è legittimo attuarle. Chi non lo comprende è socialmente un troglodita;
2-“Schiere di RU che non hanno combinato nulla negli ultimi anni “. QUESTO frase qualunquista da 4 soldi può dirla a qualche suo parente stretto;
3- La questione dei comportamenti illeciti e/o scientificamente discutibili non è esclusiva di una sola categoria ma di tutte quelle categorie che in forza della legge 240/2010 devono competere per le risorse, quindi appiopparla ad una sola categoria è semplicemente stupido;
4-La questione sulla dabbenaggine di questa o di quella categoria infine la qualifica per quel che è.
Vada a lavarsi le mani e a commentare pro o contro le scie chimiche
scienziato 6 Marzo 2019 at 16:10
Su https://www.roars.it/online/i-ricercatori-a-tempo-indeterminato-dopo-lasn-2016-18-quali-prospettive/ il 27 novembre 2018, veniva affrontato lo stesso argomento prima dei provvedimenti normativi di fine anno. In quella occasione ho redatto un commento che riporto scienziato 29 Novembre 2018 at 19:18
“La stridente disparità di trattamento tra figure di ricercatori di ruolo (RTI), ancorché ad esaurimento, idonei all’ASN, e la “nuova” figura prevista dalla legge Gelmini dei ricercatori di tipo B (RTDB o RTB) induce a fare una riflessione generale sul futuro dell’università nell’ambito dello scenario che, ormai delineato, congiura a cancellare le speranze degli RTI che hanno conseguito l ASN. La cancellazione di tale disparità è in realtà a portata di mano in quanto non richiede modifiche legislative, bensì l’appostamento di modeste risorse aggiuntive specificamente dedicate ad una categoria ormai ad esaurimento, oltre che costituita da un collettivo di persone non più giovanissime. La copertura finanziaria di una eventuale soluzione non può non tener conto che gli RTI già riscuotono, praticamente tutti, un compenso addizionale determinato dalle legge per la titolarità dell’ insegnamento. Infatti, l’auspicato avanzamento in carriera degli RTI già abilitati si riduce significativamente (forse azzerandosi del tutto) se si considera che l’impegno dai ricercatori per il sostegno dell’offerta formativa é remunerato per non meno di 210,00 euro (280 a lordo di Ateneo) a CFU di didattica frontale, ab illo tempore – oltre che prevalentemente – erogata appunto dagli RTI. Le iniziative ormai consolidate del MIUR di bandire esclusivamente piani straordinari per RTDB (posizioni discriminatamene precluse agli RTI) seppure assolutamente apprezzabile, oltre che positiva per i tanti giovani che da troppo tempo aspettano di intraprendere la carriera universitaria – e dunque quanto mai opportuna – non deve inficiare – facendole tramontare – sulle speranze degli RTI che hanno conseguito l’abilitazione nella tornata ASN, per molti dei quali prossima alla scadenza. Pertanto, la Legge di Stabilità ragionevolmente non può che sopperire intervenendo con un piano Straordinario Associati specificamente diretto agli RTI, in linea con quanto avviene per gli RTDB, anche per completare la transizione avviata con la Legge Gelmini. Infatti, solo il completamento di questa fase di transizione può definitivamente lenire il problema del consistente sbilanciamento di trattamento palese e forte a favore di nuove figure professionali – gli RTDB – che, sebbene a contratto, in base all’articolo 24 della Legge Gelmini, superato il triennio diverranno “quasi” di diritto professori associati, noto che “alla fine nel terzo anno di contratto l’università valuta il titolare del contratto (RTDB) che abbia conseguito l’abilitazione scientifica di cui all’Art. 16, ai fini della chiamata nel ruolo di professore associato”, mentre gli RTI che hanno conseguito l’abilitazione scientifica non godono dell’ analogo privilegio di vedere riconosciuto un termine per poter essere valutati come professore associato, a meno che non venga bandito un sempre più improbabile nuovo concorso”.
Oggi, evidentemente non posso che compiacermi per l’interesse all’ iniziativa dei ricercatori a t.i con abilitazione dell’Università di Milano (collettivo molto grande e direttammente interessati) mostrata dalla Redazione di ROARS. Tale iniziativa è particolarmente tempestiva a valle della legge di bilancio e della conversione in legge del decreto “semplificazione”. Colgo l’occasione, a proposito di quest’ultimo decreto, di attirare l’attenzione sulla necessità della proroga-ciambella della durata di validità dell’abilitazione della prima tornata ASN – da cui proviene la maggior parte dei ricercatori a t. i. – che, approvata nelle Commissioni del Senato, ne è stato interrotto l’ulteriore iter per i noti tagli di “argomenti” effettuati, in chiusura dei lavori, al fine di rispettarne la “pertinenza” al titolo del decreto stesso. La questione della durata dell’abilitazione, quindi, è stata rinviata ad un prossimo veicolo normativo. Pertanto, anche essa va particolarmente seguita.
Francesco Belardo 6 Marzo 2019 at 19:07
Queste rivendicazioni degli RU mi fanno ridere. Dopo 10 anni si accorgono che la legge Gelmini crea disparità? Eppure gli stessi scesero molto rapidamente dai tetti quando fu aggiunto quel (non so come definire) comma 6 all’articolo 24 della legge Gelmini proprio per consentire loro procedure blindate di progressione di carriera (che qualcuno scambia per concorsi).
Se volessero davvero valorizzare la loro importante categoria e allinearsi allo status internazionale di Assistant Professor, dovrebbero chiedere:
1) Creazione di una terza fascia di docenza a tempo indeterminato, con obbligo di didattica dimezzato rispetto al Professore Associato. Gli attuali RU dovrebbero poter confluire in tale fascia a loro discrezione.
2) Abolizione dell’RTDb, in sostituzione di una tenure track per l’attuale RTDa (bandito su FFO) che al termine dei 5 anni possa essere confermato in ruolo (nella suddetta terza fascia a tempo indeterminato) dopo abilitazione scientifica.
3) Soppressione dei concorsi ex Art. 24 Comma 6. Se professori devono diventare, che sia almeno attraverso veri concorsi ex art. 18. E commissioni sorteggiate a livello nazionale da un albo analogo a quello dei commissari ASN.
Infine dal famoso documento della Camera diffuso tempo addietro:
Inoltre, sempre a valere sulle risorse del FFO, la L. di bilancio 2019 (L. 145/2018: art. 1, co. 401) ha autorizzato le università a bandire, nel limite di spesa di € 10 mln annui dal 2020, procedure per la chiamata di professori di seconda fascia riservate ai ricercatori universitari a tempo indeterminato (ruolo ad esaurimento, a seguito della L. 240/2010) in possesso di abilitazione scientifica nazionale (ASN). In particolare, per almeno la metà dei posti si provvede mediante espletamento di procedure di chiamata, riservate a ricercatori a tempo indeterminato, bandite ai sensi dell’art. 18 della L. 240/2010; per non più della metà dei posti, si provvede mediante valutazione dei ricercatori a tempo indeterminato già in servizio presso il medesimo ateneo, ai sensi dell’art. 24, co. 6, della stessa L. 240/2010, da effettuarsi entro il 31 dicembre 2021.
In base alla relazione tecnica all’A.C. 1334-B, con € 10 mln è possibile consentire la progressione di carriera di 690 ricercatori a tempo indeterminato.
Non mi pare che le cose vadano poi così male per la loro categoria, purtroppo, ad esaurimento.
franco 7 Marzo 2019 at 12:47
da dove ti risulta che i ricercatori sono scesi dai tetti per il comma?
A me risulta che la legge è stata approvata il 23 dicembre
e i ricercatori sono scesi il 27 dicembre
https://roma.repubblica.it/cronaca/2010/12/28/news/architettura_gi_dal_tetto_ma_stop_alla_didattica-10650982/
Sandro Calligaro 6 Marzo 2019 at 22:29
Credo che la serenità con la quale un RTI può lavorare, avendo una posizione a tempo indeterminato, non sia da trascurare nel conto delle discriminazioni, per quanto le ingiustizie esistano. In futuro, per molti RTD(a) non ci saranno prospettive: o si progredisce in poco tempo (se le università lo permettono) o si lascia perdere, a prescindere dalla passione, dall’impegno e dalla bravura delle persone.
Molti ricercatori (sperabilmente tutti) sono spinti ad intraprendere una carriera accademica dalla propria passione per la ricerca, mentre il sistema accademico attuale li spinge a fare altro (affrettarsi a pubblicare, insegnare fino a 120 ore/anno, …), in una posizione instabile e ricattabile. Il fatto di togliere al ricercatore la possibilità di svolgere serenamente il proprio lavoro credo sinceramente che sia il danno peggiore.
franco 7 Marzo 2019 at 12:50
Completamente d’accordo. Ma vaglielo a spiegare a chi decide. o forse lo sanno e fanno apposta.
Salvatore Valiante 10 Marzo 2019 at 08:41
paola sonia gennaro 7 Marzo 2019 at 01:57
Il comma 401 della legge 145/2018 proroga le procedure art.24 della legge 240/2010 per la chiamata di Ricercatori abilitati a Professori associati, quando dice: e “entro il 31 dicembre 2021, ai sensi dell’articolo 24…”
È importante sottolineare che i 10M NON sono RISORSE AGGIUNTIVE, bensì un limite di spesa “a decorrere dall’anno 2020″.
La frase: “A valere sul Fondo per il finanziamento ordinario delle università, di cui all’articolo 5, comma 1, lettera a), della legge 24 dicembre 1993, n. 537, come integrato dalla presente legge, nell’anno 2019 sono autorizzate, in deroga alle vigenti facoltà assunzionali:” sembrerebbe indicare che per il 2019 il limite non c’è, mentre per gli anni successivi, 2020 e 2021, si pone il limite dei 10 milioni.
Non mi sembra chiarito se il blocco delle assunzioni fino al 30 novembre 2019, stabilito dal comma 399, valga anche per queste procedure (per i RTDB NON vale). Ma a me sembra che se previste nella Programmazione triennale, si possano bandire prima, con la clausola che la presa di servizio arriverà dal 1 dicembre 2019, stante che tutte le chiamate effettuate nel mese di dicembre 2019 saranno escluse dal limite dei 10 milioni di euro che vale “a decorrere dall’anno 2020”.
In realtà la vera innovazione normativa sta nell’istituzione di una procedura riservata ai Ricercatori a tempo indeterminato abilitati, e separata da quella prevista per i Ricercatori a tempo determinato di tipo b.
Resta però nella discrezionalità degli atenei la programmazione triennale delle progressioni di carriera, proprio in quanto “a valere sul FFO”, nell’ambito della norma: “1) per almeno il 50 per cento dei posti ai sensi dell’articolo 18 della legge 30 dicembre 2010, n. 240; 2) per non più del 50 per cento dei posti, ed entro il 31 dicembre 2021, ai sensi dell’articolo 24, comma 6, della legge 30 dicembre 2010, n. 240”.
Sembra quindi importante chiedere agli organi di governo che attivino tempestivamente questa opzione, adeguando allo scopo la Programmazione triennale di dipartimento e di ateneo.
anto 7 Marzo 2019 at 16:02
La discriminazione è questa:
1) RU con o senza abilitazione a prof. associato può considerarsi strutturato, accendere un mutuo, farsi una famiglia, comprarsi una casa o prenderne una in locazione.
2) RTD – B- con abilitazione a prof. associato può considerarsi, di fatto, strutturato, accendere un mutuo, farsi una famiglia, comprarsi una casa o prenderne una in locazione.
3) RTD – A con abilitazione a prof. associato NON può considerarsi, di fatto, strutturato, NON può accendere un mutuo, NON può farsi una famiglia, comprarsi una casa o prenderne una in locazione, perché scade.
TUTTI E 3 hanno L’ASN a prof. associato, perché il n. 3) (RTD-A) deve avere meno opportunità degli altri?????????????
(violazione del principio di uguaglianza, art. 3 cost.)
Salvatore Valiante 10 Marzo 2019 at 09:10
Non per questo però se una delle categorie rivendica dei diritti, il mio appoggio deve essere condizionato e subalterno agli eventuali diritti negati delle altre categorie. La concorrenza nel campo dei diritti è solo deleteria.
Quello che qualche commentatore sopra, poco avvezzo al pensiero critico, non comprende è che la 240/2010 intenzionalmente ha creato categorie concorrenziali tra loro, le nuove (RTD) oggettivamente con meno diritti.
Se questi tre idioti (RU, RTD A e B) si rendessero conto che il gioco è vecchio quanto il mondo, capirebbero che appoggiare le richieste di una categoria nell’ INEVITABILE conflitto con il “datore di lavoro” rende fertile il terreno per l’esaudimento delle richieste anche delle altre e si riuscirebbe a portare a casa più facilmente risultati.
Ma a molti colleghi, per età anagrafica più facilmente tra gli RTD, questo giochetto sfugge perché gli è stato insegnato che la competizione è tutto (d’altra parte tutti possono diventare Steve Jobs, o forse no), specialmente in presenza di scarse risorse. Quindi il mio avversario diventa chi concorre per le stesse risorse non più la controparte con la quale rivendicare i miei diritti. Si tratta di un vecchissimo modo di realizzare gerarchie socio-economiche rigide e..facilmente controllabili. Il neoliberismo non fa altro che questo in modo da rafforzare il potere gerarchico direttamente superiore (e lo fa attraverso l’uso semanticamente distorto della parola merito).
Ed ecco che nei commenti fioccano i distinguo di quelli che (pensando di scrivere una cosa intelligente?) classificano i diritti propri tra -I DIRITTI- ed i diritti degli altri (ma proprio tutti gli altri) in privilegi.
leobowski 11 Marzo 2019 at 15:35
Quello che dici e’ corretto, ed e’ il prodotto di decenni di precarizzazione. Pero’ in una fabbrica sindacalizzata, chi e’ che fa il picchetto? il neoassunto in prova, o il veterano prossimo alla pensione? Da che mondo e’ mondo, anche quando la solidarieta’ sconfigge la competizione, sono quelli che stanno meglio a proteggere quelli che stanno peggio, manifestare anche per loro e cercare di migliorare le condizioni di tutti.
Invece, all’universita’ i professori fanno lo sciopero per i loro stipendi e i ricercatori chiedono chiamate per le loro carriere. Sono persone che dovrebbero avere una visione con una prospettiva piu’ lunga, visto che non devono pensare al loro stipendio per il prossimo mese, e potrebbero fermarsi ad osservare le condizioni dei propri colleghi, ma in questi casi non lo fanno.
Allora a chi e’ che manca il pensiero critico? al precario competitivo, oppure allo strutturato? e di fronte a questo, veramente chiediamo al precario di appoggiare le lotte degli altri aspettando che qualche vaso di ferro cominci a pensare anche ai vasi di coccio?
franco 11 Marzo 2019 at 18:29
leobowski, grossomodo vero, ma non generalizziamo troppo. I RTD erano stati sostanzialmente gli unici ad opporsi energicamente alla Legge Gelmini. Le richeste di Ferrero riguardano un po’ tutti (sono d’accordo che sono sbilanciate a favore degli strutturati). Questa lettera dei ricercatori di Milano invce sì, che mi pare corporativa e anche un po’ autolesionista. Il resto (fra gli strutturati) è un silenzio estremamente deprecabile, a mio modo di vedere.
Max72 7 Marzo 2019 at 18:05
Beh, se è per questo ci sono anche tanti tecnici laureati in possesso di ASN e con curricula spesso migliori di tanti RTD-A, RTD-B, PA…eppure non vengono mai nemmeno menzionati. Se ci si mette a contare le discriminazioni all’interno dell’Università non la si finisce più.
anto 8 Marzo 2019 at 14:56
@Max72:
i tecnici laureati (sicuramente bravissimi e con tanta esperienza, nessuno lo nega) sono a tempo indeterminato.
il ric. RTD – A con abilitazione a prof. associato scade e per lui è finita.
Tutti i soggetti menzionati e considerati nel presente dibattito (con o senza abilitazione) sono messi meglio del ric. RTD – A con abilitazione a prof. associato.
Sandro Calligaro 9 Marzo 2019 at 17:29
Aggiungiamoci anche il fatto che l’esperienza (=anni di “servizio”) conta al contrario, visto che gli anni da RTD(a) fanno avvicinare ai 12 del “game over”.
Questo mi pare vada contro i principi finora adottati nei concorsi pubblici, oltre che contro il buon senso (reclutare le persone con migliore formazione o esperienza).
Francesco Vissani, PhD 9 Marzo 2019 at 13:01
Si sarebbe voluto introdurre in Italia il meccanismo del tenure track, ma come spesso accade, lo si e’ fatto in modo “originale” (diciamo cosi’) per mezzo della disciplina dei ricercatori a tempo determinato. Infatti, quelli di tipo A sono qualcosa di meno – non entrano – mentre quelli di tipo B qualcosa di piu’ – entrano di sicuro.
In questo modo si preferisce la decisione presa a monte alla responsabilizzazione delle scelte fatte in ambito accademico (con valutazioni vere e condivise) oppure alla possibilità dei singoli di mostrare quanto valgono – cosa che, con questo sistema, conta di meno di far parte del giri giusto al momento giusto.
Ora i ricercatori universitari protestano perche’ dicono, perche’ non dovremmo accedere agli automatismi di cui godono i ricercatori a tempo determinato di tipo B? Difficile dar loro torto (e io non lo faro’) anche perche’ se si fosse voluta affrontare la loro situazione di tempo ce ne sarebbe stato assai. Anzi lasciatemi dirlo chiaramente: se il ruolo e’ in esaurimento, arrivati a questo punto questi nostri colleghi vanno promossi – e basta.
Vorrei pero’ approfittare per ribadire che non condivido assolutamente l’idea di non garantisce le persone, ma piuttosto i sistemi consolidati.
(nota a margine: sempre a proposito del fatto di procedere a disciplinare le cose con “originalità”, vi e’ mai capitato di sentir parlare di ɑː diː tiː eɪ oppure di cheque of research o anche di extraordinary professors in una conversazione in inglese? Com’e’ difficile spiegare ai colleghi di altri paese quali qualifiche abbiamo… mi immagino che questi penseranno “ma cosa vuoi capirci, sono italiani”)
franco 9 Marzo 2019 at 23:10
Non è vero che i RTB entrano “di sicuro”: intanto devono avere l’abilitazione. E poi salta fuori che l’interpretazione della legge non è più così univoca, per esempio, basta una finanziaria che blocca le assunzioni e salta il passaggio a PA; salta, non viene posticipato. E figurati se l’università che per caso non ti volesse non riesce a trovare qualche scusa formale.
Salvatore Valiante 10 Marzo 2019 at 09:20
è vero invece perché per legge (240/2010) quando si fa un RTDb l’università DEVE già avere i soldi in bilancio per la chiamata a PA. Poiché nessuna università è così idiota da programmare voci di spesa senza essere sicura di avere la posizione coperta ecco che l’rtdb entra “molto facilmente” (se “di sicuro” non piace).
La finanziaria 2019 ha rimandato al 1/11 le chiamate SOLO sui fondi 2019 quindi concorsi che si espletano con la NUOVA dotazione. Quelli espletati o da espletare con i fondi 2018 vanno tutti in porto.
Francesco Vissani, PhD 10 Marzo 2019 at 13:40
Caro franco, grazie per la precisazione importante. Riconosco assolutamente che le cose stanno cambiando da come erano nate e che ci sono troppi margini di ambiguità e troppi furbi all’opera – sia “tecnici” che “accademici”, proprio come dici tu.
Stiamo parlando dei meccanismi di reclutamento, forse la cosa piu’ importante dell’universita’ e del mondo della ricerca. Mi sembra che sarebbe auspicabile far entrare chi merita secondo meccanismi riconoscibili, stabili e “normali”, che riconoscano la professionalita’ (e non l’autorità o l’arbitro di chi decide a monte o chiuso in un ufficio ministeriale) e allo stesso tempo penso che si dovrebbe far progredire chi e’ stato messo dalla legge in questo cul de sac (intendo i ricercatori, posti in un ruolo ad esaurimento).
Credo che gli orientamenti che descrivi, di procedere cioè verso una situazione in cui non ci siano automatismi di inserimento, non siano di per se’ ne’ bene ne’ male, perche’ in linea di principio potrebbero configurarsi come un riallineamento verso una situazione normale – il tenure track, intendo. Il ruolo di RDTB potrebbe in questo senso evolvere, mentre ruolo di RDTA “nun se po’ senti'”, e dovrebbe essere eliminato, cosi’ come il vergognoso concetto di “assegno di ricerca”, che deve diventare un normale postdoc, punto. Quello che scoccia e’ che, come sempre, si cambiano le carte in tavola e non si pensa mai alle persone, ma sempre alle c.d. istituzioni, o a chi con una magica bacchetta legislativa, dovrebbe esser capace di risolvere sanare e garantire.
L’obiettivo vero dovrebbe essere quello di rendere l’universita’ una cosa viva ed utile (e da lavorare su questo ce ne e’, anche uno dei due Zingaretti almeno e’ dalla nostra parte, https://www.corriere.it/spettacoli/19_marzo_09/luca-zingaretti-rettore-poco-magnifico-nell-universita-baroni-1bf2c950-4250-11e9-95b9-e83ec3332214.shtml). Per farlo bisogna creare dinamiche e inserire persone. Giovani con qualcosa di nuovo da offrire e ricercatori che conoscono bene il sistema, servirebbero entrambi.
franco 11 Marzo 2019 at 14:11
Francesco Vissani, d’accordissimo, ma non volevo entrare nel merito, era solo una precisazione tecnica.
Salvatore Valiante, è vero che l’ateneo DEVE avere i soldi in bilancio, ma è più controverso (e salta fuori solo adesso) che DEBBA assumere come PA il RTDB. La versione precedente della finanziaria (per fortuna non passata) bloccava tutto, e quindi l’assunzione dei RTDB, e c’è che interpreta la 240 nel senso che è necessaria una continuità assoluta (devi diventare PA il giorno dopo la fine del RTDB, sennò salta tutto). Non sono un giurista, quindi non so cosa sia vero, certo poi un ricorso lo vinci quasi sicuramente, intanto come campi durante i tempi biblici del ricorso?
Al di là dei cavilli giuridici, purtroppo ormai è un vezzo internazionale di creare figure giuridiche di “tenure track” e alla fine rimangiarsi la parola. So per certo che è successo nei Paesi Bassi (il tenure licenziato in tronco, senza nessuna motivazione, salvo che l’ateneo aveva deciso di lasciar perdere quella linea di ricerca) e in Spagna (assunzione posticipata a non si sa quando, suppongo a livello nazionale, credo poi si sia risolto, ma non sono sicuro). E queste sono solo informazioni fornitemi da persone che conosco, quindi verosimilmente il fenomeno è ben più diffuso.
Certo ci vorrebbero regole chiare e fisse, che ora non ci sono. Faccio notare che il problema non è comunque esclusivamente italiano. Mal comune… senza gaudio, cantava una signora.
Salvatore Valiante 12 Marzo 2019 at 18:31
@Leobowski
Secondo me neoassunti e veterani. Basta che ognuno di loro sia consapevole che difendere i diritti degli altri (quelli che stanno nella stessa barca universitaria) significa difendere i propri diritti. Se negli anni 70 le classi operaie si fossero divise in neoassunti e veterani non avrebbero raggiunto la metà dei diritti acquisiti: gli stessi diritti che oggi ogni precario (il mese prossimo non so dove sarò quindi meglio zitto e rassegnato) e molti strutturati (il mese prossimo ho sì lo stipendio ma magari con la VQR bassa che ho se parlo troppo non mi mettono nel collegio di dottorato) regalano a mani basse, grazie alla mentalità da schiavo che si ritrovano.
Questa consapevolezza non c’è come scrivevo, per molte ragioni che si fondano tutte sul cambiamento radicale che si è avuto nella gestione dell’università e ricerca, derubricate a semplici aziende di produzione di merce e quindi governate secondo le regole aziendalistiche, applicando i principi pseudoscientifici del neoliberismo economico.
Ci è piaciuta tanto la competizione al posto della collaborazione;
ci è piaciuta tanto la competenza al posto della conoscenza;
ci è piaciuta tanto la valutazione del merito al posto della valutazione di legittimità.
E non ci siamo accorti della fregatura, perché i cambiamenti formali sono cambiamenti sostanziali che incidono profondamente sulla vita quotidiana di chi vive la didattica e la ricerca nell’università.
Non è una guerra a chi ha più pensiero critico; sembra più una gara a chi ne ha meno.
Andrea Tomadin 13 Marzo 2019 at 15:44
> valutazione del merito al posto della valutazione di legittimità
In che senso? Può la valutazione di legittimità essere sufficiente ad amministrare / governare un Ente? Probabilmente in ogni frangente ci sono diverse scelte egualmente legittime che portano a risultati molto diversi.
Salvatore Valiante 13 Marzo 2019 at 22:55
@ Andrea Tomadin
No la valutazione di legittimità non è sufficiente a governare un ente. Ma basta ad amministrarlo.
Il cambio di scelta (legittima) sta proprio qui, nel passaggio dall’amministrare a governare l’università.
Questi verbi, come è ovvio, significano cose diverse per un ente come l’università.
Nel secondo caso, significano inchinarsi al decisore politico e sottoporsi al suo giudizio politico, magari tra scroscianti applausi.
Questa scelta “legittima” ha serissime ripercussioni sulla didattica e sulla ricerca scientifica, trasformando finanche la mission universitaria.
Quello che ci siamo ritrovati dopo la 240/2010 è la precarizzazione massiva, con l’esclusione della maggior parte delle persone (dai Ph.D. e assegnisti in poi) dalla vita universitaria, con l’iscrizione ai corsi di quasi solo studenti abbienti, con il dimezzamento delle borse di dottorato, con la pregressione di carriera resa più difficile a molti lavoratori dell’università (etc. etc).
Cosa fa da collante, da stele di rosetta a questi vari aspetti di esclusione?
La valutazione del merito, quella che si rivela essere in fondo l’avanzamento dei pochi a scapito dei tanti.
Non sto rimpiangendo il passato, ma non mi si venga a dire che così è tutto meglio ed “abbiamo tagliato le unghie ai baroni”.
franco 12 Marzo 2019 at 22:54
Salvatore, guarda, se mi parli degli anni ’60 potrei anche essere d’accordo. Ma dire che negli anni ’70 le classi operaie erano unite mi pare un vero e proprio falso storico. Se cerchi con google “luciano lama sacrifici” ne saltano fuori delle belle. Ma non voglio essere accusato di fare pubblicità a blog di neogruppuscoli. Ti cito nientepopodimeno che la Treccani ” Settori di opinione pubblica ne trassero la convinzione che la “strategia dei sacrifici” fosse la contropartita per il mantenimento di determinati equilibri politici, mentre una nuova protesta giovanile e studentesca si rivolgeva contro lo stesso sindacato, accusato di difendere gli interessi dei cosiddetti “garantiti”.”
Io credo che il precariato sia iniziato lì… O, piuttosto, diciamo che diritti sindacali seri in Italia ci sono stati praticamente dagli inizi degli anni 60 a metà degli anni ’70, poi più nulla. Cioè, un graduale peggioramento… che sta continuando tuttora. Scusa, ma cos’ha deto la Gelmini quando è stata approvata la riforma? “Adesso sì che è finito il ’68”. Lucida, la s**
Salvatore Valiante 13 Marzo 2019 at 22:26
Caro Franco, ovviamente hai ragione tu, ho scritto ’70 ma tu stesso specifichi “diciamo che diritti sindacali seri in Italia ci sono stati praticamente dagli inizi degli anni 60 a metà degli anni ’70, poi più nulla” che la stagione dei diritti acquisiti si è estesa fino alla metà dei 70.
Però però se andiamo a vedere anche nei vituperati ’70 si sono raggiunti alcuni risultati interessanti per i lavoratori oltre alla unificazione dei sindacati (1970):
-lo Statuto dei lavoratori
– la tutela delle madri lavoratrici (l. 30.12.1971 n. 1204)
– la riforma del processo del lavoro (l. 11.8.1973 n. 533)
– la riforma della disciplina sul lavoro a domicilio (l. 18.12.1973 n. 877)
– la legge di parità fra lavoratori e lavoratrici (l. 9.12.1977 n. 903)
– la legge sull’occupazione giovanile (l. 1°.6.1977 n. 285)
– le leggi sul trattamento di integrazione salariale (l. 20.5.1975 n. 164; 12.8.1977 n. 675; 26.5.1978 n. 215)
Ora mi scuso per l’imprecisione ma, converrai con me, penso sia stato un decennio che in confronto a quello che è venuto dopo…molti precari firmerebbero carte false.
franco 14 Marzo 2019 at 14:21
Caro Salvatore, grazie, mi fa molto piacere che la lettera dei RU milanesi (che peraltro assolutamente non condivido) abbia suscitato questa discussione.
Ovviamente hai ragioni da vendere, ma io distinguerei fra “unità delle classi operaie” (o diciamo piuttosto dei lavoratori) e “diritti sindacali (o anche sociali) conquistati”. Semplificando e molto approssimativamente, i secondi sono stati una conseguenza della prima. Sempre semplificando tremendamente, l’onda lunga del ’68 (e, se è per quello, anche di vicende precedenti) ha avuto influssi ben oltre gli anni ’70. Sostanzialmente ha ragione Gelmini quando dice che nell’università il ’68 è finito con la sua riforma. In altri ambiti sociali i diritti sono stati eliminati molto prima, in pochissimi altri ambiti non c’è stata nessuna influenza.
Ma l’unità dei lavoratori è effettivamente finita a metà degli anni 70. Il sindacato ha deciso di proteggere solo i garantiti, lasciando al loro destino i precari (parallelamente in politica si parlava del “compromesso storico”). Allora i precari erano la minoranza, poi, come è ovvio, sono aumentati mano a mano. Vista a posteriori mi chiedo se il sindacato e la sinistra avrebbero potuto veramente prendere un’altra strada. Forse no. C’era stato il colpo di stato in Cile, ancor prima in Grecia. Probabilmente un sindacato che si fosse opposto alla creazione di figure precarie sarebbe stato sconfitto sonoramente (in altro ambito, v. referendum sulla scala mobile), o, se avesse vinto, il rischio del golpe sarebbe stato fortissimo. Questo ovviamente non giustifica affatto la deriva “consociativa”, la sudditanza agli industriali e tutto l’opportunismo della politica sindacale recente. L’indignazione resta, ma probabilmente ci si trovava veramente in un vicolo cieco.
Che dire? In un certo senso, rispetto al resto, l’università è rimasta molto più a lungo quasi un “paradiso di garantismo”, lasciando perdere le dinamiche interne di eventuali “tirannie del barone” (nel mio settore decisamente rare, ma anche in altri settori penso che quasi sempre si esageri; certo, alcuni casi si sono indubbiamente verificati). Che fare? Non siamo più nemmeno al livello di decidere se vale la pena o no lottare per i propri diritti. Vedo una maggioranza di persone che nemmeno si chiede se possa avere o no dei diritti, forse la stesa nozione di “diritto” gli è sconosciuta. Mi pare chiaro che, in questa situazione, distruggere il sistema dell’istruzione, a partire dai primi livelli, è fondamentale per un progetto portato avanti… da chi? Dai soliti ignoti. Ma se penso alle proteste tutto sommato deboli degli studenti nei confronti dell’alternanza scuola lavoro e a quello che invece sarebbe successo negli anni ’60 o ’70 (e che è comunque successo per proposte molto meno “invasive”), mi deprimo parecchio.
franco 14 Marzo 2019 at 16:33
PS: e, nota bene, parlare di “opportunità” anziché di “diritti”, in varie iniziative (peraltro condivisibili) contribuisce a cancellare nella popolazione l’idea stessa che ci possano essere dei diritti.
Salvatore Valiante 14 Marzo 2019 at 22:06
“Vedo una maggioranza di persone che nemmeno si chiede se possa avere o no dei diritti”
Proprio così, Mark Fisher la chiamava realismo capitalista, introiettato in ognuno di noi quale unico e pervasivo orizzonte senza possibilità di concepire un’alternativa.
È talmente dentro di noi che non concepiamo neanche più la possibilità di avere diritti, solo opportunità.