Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-27918-del-31-10-2018
Timestamp: 2020-06-05 12:30:18+00:00
Document Index: 185529407

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 274', 'art. 360', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 183', 'art. 101', 'Cass. Sez. ', 'Cass. Sez. ', 'art. 101', 'art. 19']

Sentenza Cassazione Civile n. 27918 del 31/10/2018 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 27918 del 31/10/2018
Cassazione civile sez. II, 31/10/2018, (ud. 18/06/2018, dep. 31/10/2018), n.27918
sul ricorso 4720/2018 proposto da:
avverso la sentenza n. 8105/2017 del TRIBUNALE di NAPOLI, depositata
il 13/07/2017;
Il Tribunale disattendeva innanzitutto la censura relativa alla mancata riunione dei numerosi giudizi instaurati dall’attore, ritenendo che la questione non potesse integrare motivo di impugnazione. Riteneva poi che sussistesse nella fattispecie un abusivo frazionamento del credito, posto che la pretesa del Q. era fondata su un unico rapporto di collaborazione professionale, protrattosi con la compagnia per circa dieci anni ed articolato in migliaia di incarichi peritali. Evidenziava in proposito che il Q. non aveva dedotto alcun interesse meritevole di tutela alla disarticolazione della sua pretesa economica in una pluralità di azioni giudiziarie tutte sostanzialmente analoghe e che, di conseguenza, si potesse configurare un abusivo frazionamento del credito e una condotta processuale del Q. contraria alla buona fede (cfr. pag. 4 della sentenza impugnata). Inoltre, il giudice di appello riteneva la scelta processuale del Q. in contrasto con i principi del giusto processo anche a prescindere dalla sussistenza dell’abusivo frazionamento del credito, posto che l’identità della questione oggetto delle numerosissime iniziative giudiziarie autonome incardinate dal ricorrente costituiva un abuso dello strumento processuale.
In ogni caso, il Tribunale riteneva infondata la pretesa del Q. in quanto, in continuità con la sentenza dello stesso ufficio n. 3901/16, tra il predetto e la compagnia assicurativa si era concluso un contratto per facta concludentia, nella cui esecuzione l’odierno ricorrente si era adeguato alle modalità previste per il pagamento delle sue spettanze, utilizzando il particolare sistema informatico di fatturazione predisposto dalla compagnia – che accettava le parcelle solo se conformi ai criteri amministrativi elaborati dalla compagnia stessa – senza mai sollevare eccezioni sino al momento dell’interruzione del rapporto, dimostrando in tal modo di aver sostanzialmente accettato i termini del rapporto sulla remunerazione delle sue prestazioni.
2) Passando ai motivi del ricorso, si osserva che con il primo di essi il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione dell’art. 274 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, perchè il giudice di appello, nel richiamare la sentenza di questa Corte n. 3093/1999, avrebbe omesso di considerare la successiva sentenza della stessa Corte n. 22631/2011, secondo cui l’istituto della riunione dei giudizi connessi, in quanto finalizzato alla garanzia dell’economia processuale, si applica anche in sede di legittimità.
Ed invero la decisione impugnata ha respinto la domanda del Q. sulla base di una duplice ratio.
Da un lato, il Tribunale ha ravvisato un abusivo frazionamento del credito, poichè la pretesa del ricorrente era fondata su un unico rapporto di collaborazione professionale, protrattosi con la compagnia per circa dieci anni ed articolato in numerosissimi incarichi peritali. Sul punto, il giudice di merito ha evidenziato che il Q. non aveva dedotto alcun interesse meritevole di tutela alla disarticolazione della sua pretesa economica in una pluralità di azioni giudiziarie tutte sostanzialmente analoghe ed ha quindi configurato una condotta processuale contraria alla buona fede. Ha infine ritenuto che tale condotta contrastasse con i principi del giusto processo anche a prescindere dalla sussistenza dell’abusivo frazionamento del credito, posto che l’identità della questione oggetto delle varie iniziative giudiziarie incardinate dal ricorrente integrava un abuso dello strumento processuale.
Dall’altro lato, il Tribunale ha ritenuto comunque infondata la pretesa del Q. in quanto, in continuità con la sentenza dello stesso ufficio n. 3901/16, tra il predetto e la compagnia assicurativa si era concluso un contratto per (acta concludentia, nella cui esecuzione l’odierno ricorrente si era adeguato alle modalità previste per il pagamento delle sue spettanze, utilizzando il particolare sistema informatico di fatturazione predisposto dalla compagnia – che accettava le parcelle solo se conformi ai criteri amministrativi elaborati dalla compagnia stessa – senza mai sollevare eccezioni sino al momento dell’interruzione del rapporto, dimostrando in tal modo di aver sostanzialmente accettato i termini del rapporto sulla remunerazione delle sue prestazioni.
La prima ratio è solo parzialmente attinta dal secondo e sesto motivo di ricorso, posto che il Q. nulla ha dedotto circa la sussistenza di un interesse concreto al frazionamento della pretesa creditoria in una molteplicità di iniziative giudiziarie autonome.
La seconda ratio, invece, viene attinta dal ricorrente soltanto con il quarto motivo, attraverso il riferimento ai documenti prodotti in uno al ricorso, già dichiarati inammissibili perchè non relativi nè alla nullità della sentenza, nè all’ammissibilità del ricorso stesso.
In ogni caso, la ricostruzione del rapporto operata dal Tribunale deve ritenersi corretta posto che, a fronte del rapporto pluriennale tra il Q. e la compagnia assicurativa, i distinti crediti maturati dal ricorrente sono inscrivibili nel medesimo ambito oggettivo e appaiono fondati su un unico rapporto di durata, in relazione al quale il frazionamento del credito è ammesso soltanto se risulti in capo al creditore un interesse oggettivamente valutabile alla tutela processuale frazionata. Laddove manchi la corrispondente deduzione, il giudice che intenda farne oggetto di rilievo dovrà indicare la relativa questione ex art. 183 c.p.c., riservando la decisione con termine alle parti per il deposito di memorie ex art. 101 c.p.c., comma 2 (Cass. Sez. U, Sentenza n. 4090 del 16/02/2017, Rv. 643111). Sulla scorta di tale principio, occorre verificare se nel caso di specie la mancanza di un interesse oggettivamente valutabile alla tutela processuale frazionata abbia formato oggetto di precedente deduzione nel giudizio di merito: la risposta non può che essere positiva in considerazione della linea difensiva adottata dalla società convenuta, improntata principalmente sulla improponibilità della domanda per abusivo frazionamento del credito. Tale concetto presuppone logicamente proprio la contestazione dell’esistenza di un interesse meritevole di tutela a tale modalità di esercizio del diritto di azione, anche in relazione al principio di proporzionalità nell’uso della giurisdizione (Cass. Sez. L, Sentenza n. 26464 del 21/12/2016, Rv. 642250). Ne discende il rigetto del secondo, quarto e sesto motivo, nonchè dell’ulteriore censura concernente la mancata concessione del termine di cui all’art. 101 c.p.c..
Con riferimento invece al quinto motivo di ricorso, si osserva che l’intervento chiarificatore delle Sezioni Unite costituisce elemento sufficiente a giustificare la soluzione qui adottata, diversa da quella cui erano pervenute, tra le stesse parti, le sentenze di questa Corte, sezione 6 civile, nn. 18808, 18809 e 18810 del 2016, rese (peraltro) in fattispecie in cui il mancato svolgimento di attività difensiva da parte dell’odierna resistente non aveva consentito, al contrario di quanto avvenuto nel presente giudizio, di identificare la riconducibilità delle diverse controversie, separatamente instaurate dall’odierno ricorrente, al medesimo ambito oggettivo, e dunque, in buona sostanza, in assenza di un apprezzabile interesse al frazionamento, l’esistenza di una pratica abusiva, in ordine alla quale in ogni caso i giudici di rinvio di quei giudizi dovranno svolgere le proprie valutazioni.
Nè può essere accolta la censura specificamente riferita alla violazione della L. 4 dicembre 2017, n. 172, art. 19 quaterdecies, oggetto del terzo motivo di ricorso, in quanto – anche a voler ritenere astrattamente applicabile la norma sotto il profilo del cd. ius superveniens – il ricorrente non indica con sufficiente specificità in base a quali criteri dovrebbe in ipotesi essere determinato il cd. equo compenso, con conseguente carenza di specificità del motivo.