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Timestamp: 2020-04-04 02:58:51+00:00
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Apprendistato: illegittimo il licenziamento avvenuto nel corso del periodo formativo - La Previdenza - Quotidiano di informazione giuridica
Apprendistato: illegittimo il licenziamento avvenuto nel corso del periodo formativo
Cassazione, sezione lavoro, sentenza 13.7.2017 n. 17373
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. NOBILE Vittorio - Presidente - Dott. BRONZINI Giuseppe - Consigliere - Dott. MANNA Antonio - Consigliere - Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo - Consigliere - Dott. SPENA Francesca - rel. Consigliere - ha pronunciato la seguente:
SENTENZA sul ricorso 22447/2015 proposto da
xx S.R.L. C.F. (OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore, domiciliata in ROMA PIAZZA CAVOUR presso LA CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentata e difesa dall'avvocato MASSIMO COPPOLA, giusta delega in atti; - ricorrente
V.A. C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DELLA CAFFARELLETTA 4, presso lo studio dell'avvocato MAURIZIO CHIANESE, rappresentato e difeso dall'avvocato NICOLA CUOMO, giusta delega in atti; - controricorrente - avverso la sentenza n. 5271/2015 della CORTE D'APPELLO di NAPOLI, depositata il 29/06/2015 R.G.N. 5761/2014; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 15/06/2017 dal Consigliere Dott. FRANCESCA SPENA; udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CELENTANO Carmelo, che ha concluso per il rigetto del ricorso. Chiede che la Corte disponga la trasmissione degli atti alla Procura territorialmente competente, potendo ravvisarsi alternativamente l'ipotesi di reato di falso, frode processuale o calunnia; udito l'Avvocato NICOLA CUOMO.
Il giudice del lavoro accoglieva la domanda limitatamente al pagamento della indennità risarcitoria derivante dalla accertata illegittimità - inefficacia del licenziamento (Euro 22.048,78), respingendola nel resto.
La Corte di Appello di Napoli, con sentenza del 17-29.6.2015 (nr. 5271/2015), rigettava l'appello della società FEROMA srl.
Per quanto rileva in causa, la Corte di merito ritenuta carente la prova della preventiva contestazione degli addebiti, osservava che correttamente il primo giudice aveva fatto discendere dalla illegittimità - inefficacia del licenziamento il risarcimento del danno nella misura delle retribuzioni che sarebbero maturate dal licenziamento al termine del contratto di apprendistato.
In ordine al quantum delle retribuzioni, i conteggi del ricorrente non erano stati contestati nel primo grado e le questioni circa la deduzione dal risarcimento delle somme spettanti all'INPS ed all'erario erano inammissibili perchè nuove; l'aliunde perceptum era rilevabile in appello unicamente sulla base di allegazioni articolate tempestivamente mentre solo nel grado di appello la società aveva allegato la esistenza di nuovi contratti di apprendistato, stipulati nel gennaio 2007 (con la ditta CUOMO) e nel maggio 2007 (con la DAMIANO MOTORS srl).
Ha resistito con controricorso V.A..
La società xx srl ha presentato istanza di emissione dell'ordine di cancellazione di frasi ingiuriose del controricorso.
1. Con il primo motivo la società ricorrente ha dedotto - ai sensi dell'art. 360 c.p.c., n. 3 - violazione e falsa applicazione della L. n. 300 del 1970, art. 7, della L. n. 604 del 1966, art. 8, e del D.Lgs. n. 167 del 2011, art. 1.
La ricorrente, sull'assunto di rientrare per requisito dimensionale nella area di applicazione della L. n. 604 del 1966, art. 8, ha affermato doversi dare luogo alla tutela economica ivi prevista.
Il D.Lgs. n. 276 del 2003 - artt. 48 e 49 - aveva poi codificato la irrecedibilità del datore di lavoro nel corso del periodo di apprendistato in assenza di giusta causa e giustificato motivo sicchè non potevano essere applicati nei casi di illegittimità del licenziamento i principi affermati in giurisprudenza in relazione alla diversa tipologia del contratto a termine.
Il riconoscimento in sentenza del diritto del lavoratore-apprendista a percepire a titolo di danno conseguente al licenziamento illegittimo le retribuzioni maturande fino alla scadenza del periodo di apprendistato gli attribuiva una tutela più forte di quella che gli sarebbe stata riconosciuta in ipotesi di sussistenza di un ordinario rapporto di lavoro a tempo indeterminato. Il D.Lgs. n. 167 del 2011, art. 1 comma 1, che definiva l'apprendistato come contratto "a tempo indeterminato", aveva fornito una interpretazione autentica della sua disciplina.
2. Con il secondo motivo la società ricorrente ha dedotto - ai sensi dell'art. 360 c.p.c., n. 5 - omesso e insufficiente esame nonchè carente e insufficiente motivazione su un punto decisivo della controversia; erronea applicazione degli artt. 1223, 1175 e 1176 c.c..
3. Con il terzo motivo la società ricorrente ha denunziato - ai sensi dell'art. 360 c.p.c., n. 5 - omesso ed insufficiente esame nonchè carente ed insufficiente motivazione su un punto decisivo della controversia.
La società ha esposto che nel periodo compreso tra il licenziamento e la scadenza del contratto di apprendistato il lavoratore aveva percepito la somma complessiva di Euro 20.838 in relazione ad altri rapporti di lavoro, come risultava dall'estratto contributivo, che - contrariamente a quanto rilevato in sentenza - era stato già depositato nel primo grado unitamente alla memoria integrativa, come riconosciuto anche da controparte (nella memoria difensiva sull'istanza di sospensione della esecutività della sentenza).
Giova premettere che la fattispecie di causa è regolata ratione temporis dalla normativa di cui alla L. 19 gennaio 1955, n. 25, alla L. n. 56 del 1987, artt. 21 e 22, alla L. n. 196 del 1997, art. 16, al D.Lgs. n. 276 del 2003, artt. da 47 a 53. Non si applica invece la disciplina introdotta dal D.Lgs. 14 settembre 2011, n. 167, che, all'articolo 1, nel definire l'apprendistato, ne ha riconosciuto la natura di rapporto a tempo indeterminato (qualificazione confermata anche dal D.Lgs. 15 giugno 2015, n. 81, art. 41, abrogativo del D.Lgs. n. 167 del 2011).
Tuttavia, pur in mancanza di una statuizione espressa, deve affermarsi che anche il contratto di apprendistato disciplinato dalla L. 19 gennaio 1955, n. 25, dà origine ad un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, in continuità con l'arresto di questa Corte di cui alla sentenza del 15 marzo 2016 nr. 5051 (relativa a fattispecie di licenziamento nullo per violazione del divieto di cui al D.Lgs. n. 151 del 2001, art. 54).
La L. n. 25 del 1955, art. 19, prevede, infatti, che in caso di mancata disdetta a norma dell'art. 2118 c.c., al termine del periodo di apprendistato l'apprendista sia "mantenuto in servizio" con la qualifica conseguita mediante le prove di idoneità e con il computo del periodo di apprendistato ai fini dell'anzianità di servizio del lavoratore. La stessa previsione normativa della disdetta ai sensi dell'art. 2118 c.c., cioè con periodo di preavviso, corrisponde all'esigenza, propria di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato, di evitare che la parte che subisce il recesso si trovi improvvisamente di fronte allo scioglimento del rapporto.
Il contratto di apprendistato, pur nel regime normativo di cui alla L. n. 25 del 1955, è dunque un rapporto di lavoro a tempo indeterminato bi-fasico, nel quale la prima fase è contraddistinta da una causa mista (al normale scambio tra prestazione di lavoro e retribuzione si aggiunge, con funzione specializzante, lo scambio tra attività lavorativa e formazione professionale) mentre la seconda fase - soltanto eventuale, perchè condizionata al mancato recesso ex art. 2128 c.c. - rientra nell'ordinario assetto del rapporto di lavoro subordinato.
Tale qualificazione non è contraddetta dalla L. n. 25 del 1955, art. 7 - a tenore del quale l'apprendistato non può avere una durata superiore a quella stabilita dai contratti collettivi di lavoro e, comunque, a cinque anni - giacchè il termine finale della formazione professionale non identifica un termine di scadenza del contratto ma un termine di fase all'esito del quale, in assenza di disdetta, il rapporto (unico) continua con la causa tipica del lavoro subordinato.
Erroneamente la parte controricorrente sostiene in questa sede di avere richiesto il risarcimento del danno per l'inadempimento contrattuale derivato dal licenziamento illegittimo e che pertanto non avrebbe rilievo la questione dell'applicabilità agli apprendisti delle L. n. 604 del 1966, e L. n. 300 del 1970.
Altra questione è quella della risarcibilità di danni ulteriori rispetto alla liquidazione prevista dalla legge (previa rituale allegazione in causa) questione che tuttavia non rileva in questa sede, avendo il giudice dell'appello liquidato esattamente il danno derivante dall'accertamento della "illegittimità-inefficacia" (così in sentenza) del licenziamento e rigettato,invece, le ulteriori domande di danno.
Resta da esaminare la istanza del ricorrente, in data 5 novembre 2015, ex art. 89 c.p.c., per la cancellazione delle espressioni offensive del controricorso, istanza reiterata nella memoria ex art. 378 c.p.c..
La giurisprudenza consolidata di questa Corte (Cass. Civ., sez. 2^, 31/08/2015, n. 17325; sez. 3^ 06/12/2011, n. 26195; 26/07/2002, n. 11063) afferma che il presupposto della tutela ex art. 89 c.p.c., comma 2, va escluso allorquando le espressioni contenute negli scritti difensivi non siano dettate da un passionale e incomposto intento dispregiativo e non rivelino perciò un intento offensivo nei confronti della controparte, ma, conservando pur sempre un rapporto, anche indiretto, con la materia controversa, senza eccedere dalle esigenze difensive, siano preordinate a dimostrare, attraverso una valutazione negativa del comportamento della controparte, la scarsa attendibilità delle sue affermazioni.
Nè è precluso che, nell'esercizio del diritto di difesa, il giudizio sulla condotta reciproca possa investire anche il profilo della moralità, fattore non del tutto estraneo per contestare la credibilità delle affermazioni dei contendenti.
Nella fattispecie di causa le espressioni di cui si chiede la cancellazione appaiono pertinenti rispetto all'esercizio della difesa in relazione al terzo motivo di ricorso, con il quale il difensore della società ricorrente assumeva che l'estratto contributivo del dipendente (rilevante alla prova dell'aliunde perceptum) era stato depositato già nel primo grado, unitamente alla memoria integrativa, producendo il documento e la memoria tra gli atti del fascicolo di parte del primo grado.
Da ultimo, la denunzia in controricorso - alle pagine dalla numero 17 alla numero 27 e dalla numero 43 alla numero 49 - dei comportamenti tenuti dal difensore di parte ricorrente nel presente giudizio di legittimità (che sarebbero consistiti nel produrre dinanzi a questa Corte una memoria diversa da quella effettivamente depositata nel primo grado, cui veniva allegato un documento non prodotto in quella sede), potendo astrattamente configurare le ipotesi di reato di falso e di frode processuale impone a questa Corte, ai sensi dell'art. 331 c.p.p., comma 4, la trasmissione degli atti rilevanti al Procuratore della Repubblica di Roma, territorialmente competente, per la verifica dei fatti di reato denunziati ed, alternativamente, del reato di calunnia, conformemente alla richiesta del PM di udienza.
- ricorso per Cassazione di FEROMA srl;
- controricorso di V.A.;
- istanza ex art. 89 c.p.c., presentata dalla società FEROMA srl in data 5.11.2015;
- memorie ex art. 378 c.p.c..
- fascicolo della società FEROMA srl relativo al giudizio di primo grado, (come depositato nella presente sede);
- fascicolo depositato da V.A. nel presente grado di legittimità, contenente i documenti affoliati dal numero 1 al numero 10.
La Corte accoglie il primo motivo di ricorso, assorbiti gli altri. Cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia - anche per le spese - alla Corte di Appello di Napoli in diversa composizione.
LaPrevidenza.it, 24/07/2017