Source: http://www.ricciardulli.it/2013/10/
Timestamp: 2020-02-17 01:05:21+00:00
Document Index: 39350667

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'Cass. Sez. ', 'art. 1218', 'art. 1228', 'sentenza ', 'art. 2059', 'sentenza ', 'art. 2059', 'art. 2059', 'sentenza ', 'art. 1223']

ottobre | 2013 | LegalExpress
Il Tribunale di Milano, sez. I, dott.ssa Martina Flamini, con la sentenza n. 10679/2013, pubblicata il 2.8.2013, affronta una serie di questioni in ambito di responsabilità medica che meritano certamente un approfondimento sia per le tematiche affrontate sia per le soluzioni trovate dal giudice di merito.
Il Tribunale nella prima parte della sentenza ribadisce l’orientamento giurisprudenziale, ormai consolidato, che vede l’applicazione delle regole della responsabilità contrattuale anche in ambito sanitario, ove il danneggiato deve fornire “la prova del contratto (o del “contatto”) e dell’aggravamento della situazione patologica (o dell’insorgenza di nuove patologie per effetto dell’intervento) e del relativo nesso di causalità con l’azione o l’omissione dei sanitari, secondo il criterio, ispirato alla regola della normalità causale, del “più probabile che non”, restando a carico dell’obbligato – sia esso il sanitario o la struttura – la prova che la prestazione professionale sia stata eseguita in modo diligente e che quegli esiti siano stati determinali da un evento imprevisto e imprevedibile“,
( Cass. Sez. 3, Sentenza n. 975 del 16/0 1/2009). In punto di responsabilità contrattuale il Tribunale testualmente così recita:
“(…) la giurisprudenza della Corte di Cassazione, consolidata ormai da anni, il rapporto che si instaura tra paziente e ospedale (o casa di cura) ha natura contrattuale, e la responsabilità contrattuale dell’ospedale nei confronti del paziente può conseguire, ai sensi dell’art. 1218 c.c., all’inadempimento delle obbligazioni direttamente a suo carico, nonché, in virtù dell’art. 1228 c.c., all’inadempimento della prestazione medico-professionale svolta direttamente dal sanitario, quale suo ausiliario necessario pur in assenza di un rapporto di lavoro subordinato, comunque sussistendo un collegamento tra la prestazione da costui effettuata e la sua organizzazione aziendale, non rilevando in contrario al riguardo la circostanza che il sanitario risulti essere anche ‘di fiducia’ dello stesso paziente, o comunque dal medesimo scelto (Cass. n. 24742/2008, Cass. n. 13953/2007, Cass. n. 23918/2006, Cass. n. 1698/2006, Cass. n. 571/2005, Cass. n. 13066/2004). La responsabilità contrattuale dell’ospedale non elimina, come è ovvio, la concorrente responsabilità del sanitario per l’adempimento imprudente, negligente o imperito effettua.”
Anche sul rapporto di causalità il Tribunale conferma gli ultimi orientamenti giurisprudenziali, infatti afferma che:
“Gli attori hanno fornito la prova della derivazione causale del fatto di danno dal comportamento colposo della struttura e del medico convenuto, sia avuto riguardo al criterio del “più probabile che non”, sia avuto riguardo al criterio di “seria ed apprezzabile probabilità” di cui alla pronuncia della Suprema Corte di Cassazione n. 11755/06.”
Sotto il profilo, invece, dei danni risarcibili, il Tribunale si orienta in modo interessante sulla personalizzazione e integrale restituzione del danno ed infatti si legge nella sentenza che:
“Il Giudice, attraverso una lettura costituzionalmente orientata dell’art. 2059 c.c., e sulla base delle risultanze della C.T.U., ritiene presuntivamente che nel caso di specie la voce del danno non patrimoniale intesa come sofferenza soggettiva in sé considerata non sia adeguatamente risarcita con la sola applicazione dei predetti valori monetari; il danneggiato ha difatti riportato lesioni di evidente gravità, sin dalla nascita, (…) (con evidenti ripercussioni su tutte le attività della vita quotidiana dallo stesso compiute, sulle possibili attività ludiche e ricreative, ecc.); è stato costretto a continui cicli di fisiokinesiterapia assistita, a sedute di riabilitazione, a periodici controllo ambulatoriali; pertanto si reputa opportuno procedere ad una adeguata personalizzazione del danno non patrimoniale (nella misura del 25% del danno biologico subito) (…) Tale importo appare idoneo a ricomprende ed adeguatamente risarcire anche le componenti soggettive della “sofferenza morale”, stante la sostanziale unitarietà del danno non patrimoniale.”
Qui il Tribunale, ad avviso di chi scrive, in realtà liquida il “danno esistenziale”, anche se di fatto nella sentenza si legge:
“Nulla può essere risarcito a titolo di danno esistenziale (oggetto di richiesta da parte degli attori), proprio alla luce dell’orientamento espresso dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, le quali hanno statuito che non è ammissibile nel nostro ordinamento l’autonoma categoria di “danno esistenziale”, inteso quale pregiudizio alle attività non remunerative della persona, atteso che: ove in essa si ricomprendano i pregiudizi scaturenti dalla lesione di interessi della persona di rango costituzionale, ovvero derivanti da fatti- reato, essi sono già risarcibili ai sensi dell’art. 2059 c.c., interpretato in modo conforme a Costituzione, con la conseguenza che la liquidazione di una ulteriore posta di danno comporterebbe una duplicazione risarcitoria; ove nel “danno esistenziale” si intendesse includere pregiudizi non lesivi di diritti inviolabili della persona, tale categoria sarebbe del tutto illegittima, posto che simili pregiudizi sono irrisarcibili, in virtù del divieto di cui all’art. 2059 c.c. (Sez. Un. n. 26972/08).”
Diciamo che se si considera il danno esistenziale come una compromissione delle attività realizzatrici della persona umana e, più precisamente, come una lesione della personalità del soggetto nel suo modo di essere sia personale che sociale che si sostanzia nell’apprezzabile alterazione della qualità della vita consistente in un agire altrimenti o in un non potere più fare come prima, allora avremo che certamente questa voce di danno va distinta dal danno morale, considerato appunto come pretium doloris che consiste in un patema d’animo interiore di tipo soggettivo, e dal danno biologico, inteso come lesione dell’integrità psicofisica della persona suscettibile di accertamento medico legale, infatti, il danno esistenziale non presuppone una lesione in corpore.
Come a volte accade si tratta più di una questione di “nomen juris” che di altro, infatti, quando il Tribunale personalizza il danno indicando come non adeguatamente risarciti quegli aspetti personali che si ripercuotono “su tutte le attività della vita quotidiana dallo stesso compiute, sulle possibili attività ludiche e ricreative, ecc”, di fatto, ad avviso di chi scrive, il Tribunale liquida il danno esistenziale.
In questa sentenza il giudice di merito affronta anche il tema del risarcimento iure proprio dei genitori e sul punto così si orienta:
“Come affermato dalla giurisprudenza della Corte di Cassazione, infatti, ai prossimi congiunti di persona che abbia subito lesioni personali seriamente invalidanti, a causa del fatto illecito altrui, spetta anche il risarcimento del danno morale concretamente accertato in relazione ad una particolare situazione affettiva con la vittima, non essendo ostativo il disposto dell’art. 1223 c.c., in quanto anche tale danno trova causa immediata e diretta nel fatto dannoso; ne consegue che in tal caso il congiunto è legittimato ad agire iure proprio contro il responsabile (così Cass. S.U. n. 9556/02, Cass. n. 8827/03, n. 4993/04, n. 2228/12). (…) Trattandosi di provare un pregiudizio ad un bene immateriale, sulla base di presunzioni, può ritenersi che gli attori che, sin dalla nascita hanno subito il dolore di vedere il proprio figlio con una grave paralisi dell’arto superiore destro, fortemente limitato nei movimenti eseguibili con detto arto, costretto a seguire trattamenti fisioterapici, a sottoporsi a continue visite mediche, abbiano subito un danno che, alla luce dei predetti elementi – e prendendo solo come parametro del tutto orientativo le tabelle elaborate da questo Ufficio per il danno non patrimoniale da morte del congiunto, così come significativamente ridotto alla luce della percentuale di invalidità – può essere risarcito (…).”
Questa sentenza, molto interessante, ha anche il pregio di prendere posizione rispetto alla nota legge Balduzzi in punto di responsabilità sanitaria ed indica, in maniera chiara, l’orientamento del Tribunale di Milano in ambito sanitario.