Source: http://www.lexform.it/aggiornamenti/linsidioso-percorso-verso-il-palazzaccio-i-vizi-di-valutazione-della-prova/
Timestamp: 2017-06-23 01:43:00+00:00
Document Index: 126914961

Matched Legal Cases: ['art. 360', 'art. 360', 'art. 360', 'art. 115', 'art. 115', 'art. 115', 'art. 115', 'art. 116', 'art. 116', 'art. 116', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 184', 'art. 360']

L’insidioso percorso verso il Palazzaccio. I vizi di valutazione della prova e l’art. 360 c.p.c. • Lex & Formazione
di Mirco Minardi - 5 settembre 2016	Fare un ricorso per cassazione oggi è davvero difficile. Nel corso degli anni la S.C., investita da decine di miglia di ricorsi, ha deciso di usare il pugno di ferro, creando una serie di regole rigidissime, tali da determinare, in caso di violazione, l’inammissibilità dei motivi di impugnazione e così il rigetto in rito del ricorso.
Gli esempi sono tantissimi. Come non ricordare il caso eclatante della procura alle liti spillata nell’ultima pagina, la notifica nulla non ritentata tempestivamente, il famigerato principio dell’autosufficienza. Ma gli esempi potrebbero continuare quasi all’infinito e sempre nuove insidie e trappole si affacciano all’orizzonte.
Oggi come oggi, chi dedice di fare il cassazionista lo fa a rischio e pericolo. Grosso rischio, grosso pericolo.
Dopo la modifica del n. 5 dell’art. 360 c.p.c. non è facile censurare il modo in cui il giudice ha valutato le prove. Prima, infatti, si poteva far leva sull’insufficienza o sulla contraddittorietà della motivazione. Oggi non più.
Il n. 5 dell’art. 360 c.p.c. consente solo di denunciare l’omessa valutazione di un fatto decisivo, principale o secondario, oggetto di discussione.
In tal caso, il ricorrente ha l’onere di indicare:
il fatto storico, il cui esame sia stato omesso,
il dato, testuale (emergente dalla sentenza) o extratestuale (emergente dagli atti processuali), da cui ne risulti l’esistenza,
il come e il quando (nel quadro processuale) tale fatto sia stato oggetto di discussione tra le parti,
la decisività del fatto stesso.
In quale caso è possibile invocare la violazione dell’art. 115 c.p.c.?
Per dedurre la violazione del paradigma dell’art. 115, è necessario denunciare che il giudice non abbia posto a fondamento della decisione le prove dedotte dalle parti, cioè abbia giudicato in contraddizione con la prescrizione della norma. Ciò significa che per realizzare la violazione deve avere giudicato o contraddicendo espressamente la regola di cui alla norma, cioè dichiarando di non doverla osservare, o contraddicendola implicitamente, cioè giudicando sulla base di prove non introdotte dalle parti e disposte invece di sua iniziativa al di fuori dei casi in cui gli sia riconosciuto un potere officioso di disposizione del mezzo probatorio (fermo restando il dovere di considerare i fatti non contestati e la possibilità di ricorrere al notorio, previsti dallo stesso art. 115 c.p.c.).
Non c’è violazione dell’art. 115 c.p.c. nella mera circostanza che il giudice abbia valutato le prove proposte dalle parti attribuendo maggior forza di convincimento ad alcune piuttosto che ad altre, essendo tale attività consentita dal paradigma dell’art. 116 c.p.c., che non a caso è rubricato alla “valutazione delle prove“.
La violazione dell’art. 116 si può avere in tre casi, ma i primi due sono poco frequenti:
1) il giudice ha valutato liberamente una prova legale;
2) il giudice ha attribuito effetti vincolanti ad una prova libera (ad esempio ha ritenuto il modulo CAI sottoscritto dal conducente quale confessione non liberamente valutabile nei confronti dell’assicuratore).
Il terzo è più sottile. Si ha violazione dell’art. 116 c.p.c. quando il giudice, facendo cattito uso del prudente apprezzamento, ha ricostruito erroneamente il fatto e quindi ha applicato erroneamente una norma. Il vizio, quindi, non rileva di per sè, ma solo in quanto abbia avuto effetti decisivi sulla ricostruzione del fatto e quindi sull’applicazione della norma. In buona sostanza stiamo sempre parlando di un error in judicando ai sensi dell’art. 360 n. 3, c.p.c.. Va sottolineato il sintagma “effetti decisivi”. La valutazione della prova deve presentarsi come logicamente insostenibile e tale che senza quel vizio il fatto sarebbe stato ricostruito diversamente e il giudice avrebbe applicato una norma diversa.
Facciamo un esempio. Il giudice pone a fondamento della decisione le prove A, B, e C. In ordine alla prova A commette un manifesto errore di valutazione. Di per sè il vizio non è censurabile in cassazione in quanto le prove B e C gli hanno consentito comunque di prendere quella determinata decisione.
Altro esempio. Il CTU scrive che poichè nel 20% dei casi certi eventi sono inevitabili, non esiste la prova che un comportamento diligente del medico avrebbe evitato il danno. Si supponga che da questa conclusione il giudice faccia discendere un’altra conclusione e cioè che in base alla CTU è maggiormente probabile che l’evento si sarebbe verificato lo stesso. E’ chiaro che questo manifesto errore nella valutazione della CTU si è trasferito nella ricostruzione del fatto e quindi nell’applicazione della norma in tema di nesso di causalità. In detta ipotesi, dunque, il vizio di legge sussiste.
Ovviamente non può essere criticata la sentenza:
a) nella parte in cui ha ritenuto l’attendibilità o l’inattendibilità di un testimone;
b) nella parte in cui non ha considerato che dalle prove poteva emergere un’altra situazione di fatto;
c) nella parte in cui non ha spiegato per quale ragione certe prove non sono state considerate.
Questo è quanto pare si debba ricavare dalla lettura della recente sentenza n. 11892/2016 della S.C.
Il discorso è comunque complesso. Ci ritorneremo.
Cassazione, 11892/2016
p.2. Con il secondo motivo si denuncia “violazione e falsa applicazione delle norme di cui all’art. 184 bis c.p.c., artt. 61 e 191 c.p.c., in materia di consulenza tecnica d’ufficio, artt. 115 e 116 c.p.c., in materia di disponibilità e valutazione delle prove, in relazione all’art. 360, comma 1, n. 3”.
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