Source: https://www.personaedanno.it/articolo/causa-di-giustificazione-ex-art-2054-c-c-attualit-inevitabilit-altrimenti-e-non-volontaria-causazione-del-pericolo-seconda-parte
Timestamp: 2019-07-18 02:33:33+00:00
Document Index: 117265772

Matched Legal Cases: ['art. 2054', 'art. 384', 'art. 54', 'art. 384', 'art. 384', 'art. 384', 'art. 54', 'art. 384', 'art. 84', 'art. 384', 'art. 384', 'art. 54', 'art. 54']

Causa di giustificazione ex art. 2054 c.c.: attualità, inevitabilità altrimenti e non volontaria causazione del pericolo - seconda parte -
Responsabilità civile - Ingiustizia, cause di giustificazione - Riccardo Mazzon - 29/10/2018
Quanto al requisito del non aver volontariamente causato il pericolo, esso implica che il soggetto non abbia determinato intenzionalmente la causa del pericolo; così, in caso di occupazione abusiva di alloggio pubblico, è stato precisato che la mancanza di un alloggio impedisce necessariamente a persone di qualunque età e ad una famiglia in generale una esistenza dignitosa e l'instaurarsi di rapporti fisici ed oggettivi indispensabili per una vita dignitosa: tale situazione produce una violazione dei diritti inviolabili della personalità umana riconosciuti dalla Costituzione all'uomo come tale e, pertanto, l'impossibilità di ottenere una casa integra necessariamente il pericolo attuale di un danno grave alla persona e l'occupazione abusiva di un alloggio può essere ritenuta scriminata dallo stato di necessità, allorché tale pericolo, oltre ad essere attuale, non sia stato causato volontariamente dall'imputato nel senso che questi abbia occupato l'immobile solo come "extrema ratio" dopo essersi mosso nel rispetto della legge e delle sue procedure - dettagli, anche relativamente alle pronunce infra richiamate, in "Le cause di giustificazione nella responsabilità per illecito", Riccardo Mazzon, Milano 2017 -.
L’indirizzo dominante in dottrina considera volontariamente causate le situazioni di pericolo dovute anche a semplice colpa dell’agente: d’altro canto, in ambito civile, la mera sussistenza della colpa lascia sussistere la responsabilità che fonda il dovere di risarcire il danno arrecato………...
Ad ogni buon conto, anche in ambito penale l’esclusione della scriminante nelle ipotesi in cui il pericolo, seppur non voluto né previsto dal soggetto, sia comunque imputabile ad una sua responsabilità, anche colposa, troverebbe fondamento nella stessa ratio che ha indotto il legislatore a richiedere l’involontarietà del pericolo, ossia nella volontà di circoscrivere il danno al terzo innocente: così, non dovrebbe riconoscersi la causa di giustificazione qualora l’agente che si trova in pericolo abbia contribuito colpevolmente - e quindi responsabilmente - alla sua verificazione; secondo tale interpretazione, non potrà invocare la scriminante, ad esempio, l’autista che investa un pedone, per salvarsi da una situazione di pericolo in cui si è trovato per aver violato le norme sulla circolazione stradale o il tossicodipendente che, in crisi di astinenza, commetta un furto per procacciarsi lo stupefacente.
In tal contesto, si considera volontariamente causato il pericolo da parte di un soggetto che, pur non inserito nel sodalizio di stampo mafioso si giovi al contempo dell’esistenza dell’associazione e, allo stesso modo, chi ha volontariamente accettato ruoli direttivi in associazioni di stampo mafioso non può non considerare volontario il proprio assoggettamento al grave pericolo di vita connesso ad un suo eventuale dissenso.
Quanto al rapporto volontarietà/situazione di pericolo, tra i due deve sussistere nesso di causalità effettivo, non potendo supplire qualsiasi remota interferenza: così, è stato deciso che, in tema di stato di necessità, il nesso di causalità - che, ove esistente, esclude la configurabilità dell'esimente - fra condotta volontaria dell'agente e situazione di pericolo deve essere individuato ricorrendo al principio della causa efficiente, non potendo qualsiasi remota interferenza della volontà sul processo eziologico determinare l'inoperatività della scriminante stessa; nel caso di specie, un trafficante di valuta, truffato, aveva commesso un reato nei confronti del truffatore per riappropriarsi del danaro perduto, spinto dalla necessità di evitare una mortale punizione da parte dei contrabbandieri suoi complici; in applicazione dell'indicato principio, la Suprema Corte ha escluso che il pericolo di subire la predetta ritorsione potesse essere ricollegato - quale causa effettiva - all'illecito traffico di valuta "deciso dal prevenuto" piuttosto che alla truffa da lui subita.
Si è particolarmente discusso in giurisprudenza in relazione all’applicabilità del principio della non volontaria causazione del pericolo in tema di casi di non punibilità ex art. 384 c.p, considerati a carattere speciale rispetto alla norma generale dell’art. 54 cp: ad esempio, è stato deciso che, nei reati contro l'amministrazione della giustizia, la disposizione dell'art. 384 c.p. prevede delle ipotesi di non punibilità (al fine di salvare sé medesimo o un prossimo congiunto da un grave ed inevitabile nocumento alla libertà o all'onore) di carattere speciale rispetto alla prevenzione generale dello stato di necessità ed applicabili anche se l'agente abbia causato volontariamente la situazione al pericolo.
Pur permanendo qualche opinione che conferma l’inapplicabilità dell’esimente al testimone che abbia volontariamente causato il pericolo, affermando che il presupposto della necessità, richiesto per l'applicabilità della causa esimente, per il delitto di falsa testimonianza, di salvare se stesso o un prossimo congiunto da grave e inevitabile nocumento nella libertà o nell'onore, non è diverso dalla nozione della norma generale sullo stato di necessità, sicché l'esimente non è applicabile al testimone che abbia volontariamente causato il pericolo o che deponga spontaneamente, nonostante la facoltà di astenersene, la prevalente giurisprudenza, in forza del principio nemo tenetur se accusare, ritiene applicabile l’art. 384 c.p. anche se il pericolo sia stato da lui volontariamente causato: la norma contenuta nell'art. 384 c.p., è precisato espressamente, trova la sua ragione d'essere nel principio etico giuridico nemo tenetur se accusare e nel riconoscimento della forza incoercibile degli affetti familiari; essa, in sostanza, prevede un'ipotesi speciale dello stato di necessità regolata con norma che deroga a quella generale dell'art. 54 c.p. perché, diversamente da quella stabilita in tale articolo, è applicabile anche se il pericolo sia stato volontariamente causato dal soggetto passivo e possa essere altrimenti evitato.
VI è, inoltre, chi nota come in realtà le due situazioni di necessità, quella prevista dall’art. 384 c.p. e quella di cui all’art. 84 c.p, differiscono in quanto evento di danno la prima ed evento di pericolo la seconda; conseguirebbe l’applicabilità dell’art. 384 c.p. solo in caso di effettivo grave nocumento nella libertà e nell’onore: in particolare è stato deciso che la situazione di necessità prevista dell'art. 384 c.p. non è costituita da un evento di pericolo, come è per la difesa legittima e per lo stato di necessità, ma da un evento di danno, per cui, ad integrare la esimente speciale prevista dalla predetta norma per i reati contro l'amministrazione della giustizia, non è sufficiente il semplice pericolo - come è per le due menzionate esimenti comuni, il quale peraltro deve essere attuale e non volontariamente causato, né, quanto allo stato di necessità, altrimenti evitabile - ma occorre un effettivo grave nocumento nella libertà o nell'onore, evitabile solo con la commissione di uno dei reati in relazione ai quali opera l'esimente in parola.
Quanto al requisito dell’inevitabilità del pericolo, esso postula che nessun altro mezzo alternativo lecito di pari efficacia, se non la commissione dell’illecito, sia possibile per evitare il pericolo: in tal senso si afferma ad esempio che, per l'applicazione della esimente dello stato di necessità è necessaria la concreta imminenza di un grave pericolo alle persone non evitabile se non con l'atto penalmente punibile.
Tale requisito viene rigidamente ed astrattamente interpretato dalla giurisprudenza nel senso di dar per pacifico il possibile, immediato accesso ai servizi offerti dalla moderna organizzazione sociale: così, è stato deciso che l'esimente dello stato di necessità non è ipotizzabile in presenza di uno stato di bisogno attinente all'alimentazione, alle cure mediche e ai medicinali, salvo i casi più gravi caratterizzati dall'indilazionabilità; ciò proprio perché la moderna organizzazione sociale, venendo incontro con diversi mezzi ed istituti agli indigenti, agli inabili al lavoro e ai bisognosi in genere, elimina per costoro il pericolo di restare privi di quanto occorre per le loro cure e il loro sostentamento; ancora, è stato precisato come il solo fatto di essere inabile al lavoro non configuri uno stato di necessità ex art. 54 c.p., proprio poiché la moderna organizzazione sociale, venendo incontro con diversi mezzi ed istituti agli inabili al lavoro, elimina per costoro il pericolo di restare privi dello stretto necessario per il loro sostentamento quotidiano.
In realtà, secondo parte della dottrina, non è sufficiente considerare la possibilità ipotetica di ricorrere ad altre condotte lecite, ma è necessario effettuare una valutazione in concreto, tenendo cioè conto delle risorse disponibili in quella specifica situazione per quello specifico soggetto; la giurisprudenza più recente mostra di essersi adeguata a tali osservazioni affermando esplicitamente che, ad esempio, in tema di stato di necessità, la presunzione di pericolosità che caratterizza l'operato di un'associazione mafiosa, non è, di per sé, sufficiente ad attribuire alla minaccia proveniente da appartenenti a tale organizzazione - che, tramite detta minaccia vogliano imporre a terza persona una condotta costituente reato - il carattere della inevitabilità, la quale, ai sensi dell'art. 54 c.p., scrimina detta condotta.