Source: https://www.liberarsi.net/guendalina.html
Timestamp: 2018-10-15 09:18:07+00:00
Document Index: 114523725

Matched Legal Cases: ['art. 17', 'art. 22', 'sentenza ', 'art. 22', 'art. 176', 'art. 176', 'art. 54', 'art. 176', 'art. 177', 'sentenza ', 'art. 177', 'art. 27', 'art. 21', 'art. 30', 'art. 50', 'art. 54', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 4', 'sentenza ', 'art. 47', 'art. 47', 'art. 4', 'art. 58', 'art. 58', 'art. 416', 'art. 600', 'art. 600', 'art. 600', 'art. 601', 'art. 609', 'art. 291', 'art. 74', 'art. 12', 'art. 575', 'art. 600', 'art. 600', 'art. 600', 'art. 628', 'art. 629', 'art. 291', 'art. 73', 'art. 80', 'art. 416', 'art. 609', 'art. 609', 'art. 12', 'art. 4', 'art. 1', 'art. 13', 'art. 41', 'art. 4', 'art. 27', 'art. 5', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 21', 'art. 30', 'art. 50', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 609', 'art. 609', 'art. 609', 'art. 609', 'art. 600', 'art. 600', 'art. 600', 'art. 600', 'art. 609', 'art. 609', 'art. 13']

Guendalina - associazione liberarsi
Guendalina Mannari
Guendalina Mannari pdf
Raccontare l’ergastolo: la scrittura come forma di esistenza oltre le mura.
-Introduzione 3
-Capitolo 1 5
Dalla pena di morte alla pena perpetua.
1.1. Introduzione all’ergastolo: la pena capitale nel pensiero di Aldo Moro.........5
1.2. L’ergastolo: contenuto e ambito applicativo………………..…....................7
1.3. La liberazione condizionale……………………………….………………....9
1.4. Le modalità esecutive nella disciplina dell’ordinamento penitenziario........11
1.5. L’articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario: l’ergastolo ostativo...........15
1.6. Il regime 41bis: il carcere duro…………………………..……………........20
1.7. Considerazione conclusive……...………………………………….…........22
-Capitolo 2 27
Le particolarità della scrittura autoanalitica.
2.1. Introduzione……………………..……………………..…………………...27
2.2.Inquietudine e autoanalisi...............................................................................28
2.3. Dal pensiero alla scrittura autoanalitica………..…………………………...31
2.4. Le potenzialità pedagogiche della scrittura autoanalitica………………..…36
-Capitolo 3 39
Scrittori ergastolani.
3.1. Breve introduzione………………………………………………………….39
3.2. Un’evasione possibile………………………………………………………39
3.3. Scrivere per…………………………………………………………………42
3.4. Scrittori e scritture particolari………………………………………………43
3.5. Le difficoltà di uno scrittore ergastolano……………...……………………50
-Conclusioni 53
-Bibliografia 55
L’esperienza carceraria fornisce ai detenuti, oltre al tempo, i motivi per scrivere. In un contesto di solitudine quale è il carcere, che costringe l’uomo a dividere il proprio spazio intimo con degli sconosciuti, la scrittura può rappresentare la conquista di un momento di individualità e libertà dove è possibile essere sé stessi e rappresentarsi. Diversi detenuti, durante la loro detenzione, si avvicinano alla scrittura e alcuni di loro giungono con fatica, ma con determinazione, alla pubblicazione dei loro scritti. Nelle loro opere parlano di sofferenza, rabbia, ingiustizia ma anche di amore e amicizia. C’è chi racconta la propria esperienza utilizzando la poesia, chi scrive epistole, saggi, chi ripercorre su un foglio il proprio passato e chi inventa delle storie. Il presente lavoro ha preso avvio dalla lettura di alcuni testi scritti da ergastolani e si propone di approfondire la conoscenza delle particolarità della scrittura e le possibilità che essa offre alle persone che vivono una pena molto lunga.
Per cominciare, nel primo capitolo descriveremo l’ergastolo. Inizieremo ripercorrendo brevemente le tappe storiche che, dopo l’unificazione d’Italia, hanno portato all’abolizione della pena capitale e alla sua sostituzione con la pena perpetua. A seguito chiariremo il contenuto, l’ambito applicativo e le modalità esecutive riguardanti l’ergastolo. Particolare attenzione sarà dedicata agli articoli 4bis e 41bis dell’ordinamento penitenziario che assumono rilevanza in quanto: il primo determina i limiti di applicabilità dei benefici penitenziari e delle misure alternative alla detenzione, pregiudicando la possibilità di un fine pena mai; il secondo prevede la sospensione dell’ordinario trattamento dei detenuti, delineando il cosiddetto carcere duro. Come iniziale spunto di riflessione nel corso della trattazione emergeranno le considerazioni di Aldo Moro riguardo sia alle pena di morte che alla pena perpetua.
Nel secondo capitolo invece introdurremo il tema della scrittura prendendo in considerazione le riflessioni di Demetrio riguardo alla scrittura autoanalitica. Principalmente faremo riferimento a due testi: “Raccontarsi, l’autobiografia come cura di sé” e “Autoanalisi per non pazienti, inquietudine e scrittura di sé”. In queste opere l’autore promuove la scrittura di sé sia per lo sviluppo del pensiero interiore e autoanalitico, sia come pratica filosofica e terapeutica. L’abitudine a scrivere oltre ad avere forti implicazioni sul nostro stato interiore, può aiutare il soggetto ad organizzare i pensieri e a farli sopravvivere. Attraverso la scrittura di sé e delle proprie esperienze, l’individuo ha la possibilità di ricostruire e dare coerenza alla propria storia e alle emozioni legate a possibili eventi traumatici. Demetrio non riflette specificatamente sul significato che il racconto di sé può assumere all’interno del carcere, ma ritengo che le sue considerazioni sulle particolarità della scrittura autoanalitica siano di grande portata e perciò utili al mio lavoro.
Nell’ultimo capitolo invece vedremo come la scrittura di sé si inserisce nell’esperienza di chi vive una pena molto lunga e l’importanza che essa può assumere all’interno del carcere. A tal fine analizzeremo alcune opere di due scrittori ergastolani, Carmelo Musumeci e Bruno Ventura, ed esamineremo le interviste fatte agli stessi. L’analisi di questi testi ci permetterà di conoscere le particolarità che la scrittura di sé può assumere nel contesto detentivo. Inoltre, il contenuto di queste narrazioni, ci aiuterà a guardare la realtà carceraria da più vicino. Con le interviste invece avremo la possibilità di approfondire alcuni aspetti che non emergono dalle opere dei nostri scrittori e che riguardano la loro storia con la scrittura.
Dalla pena di morte alla pena perpetua
Introduzione all’ergastolo: la soppressione della pena capitale[1]
Negli anni successivi all’unità d’Italia, il lungo dibattito sull’unificazione del codice penale conobbe da un lato i sostenitori della pena di morte e dall’altro i favorevoli alla sua soppressione. In quegl’anni, per effetto della spinta abolizionista, si iniziò a pensare all’ergastolo come all’estremo strumento sanzionatorio da sostituire alla pena capitale. Il primo gennaio del 1890, con l’entrata in vigore del codice Zanardelli, la pena di morte fu eliminata dalla nostra legislazione e rimase in vigore solo nel codice militare di guerra. Il nuovo codice, espressione delle garanzie illuministico-liberali, rappresentò un grande passo avanti nella configurazione e disciplina degli elementi generali del reato prevedendo pene molto più miti rispetto a quelle precedenti. Il codice Zanardelli, all’articolo 11 disciplinava l’ergastolo, pena dal carattere perpetuo[2], consistente in sette anni di segregazione cellulare continua e lavoro obbligato, scontati i quali il condannato veniva sottoposto all’isolamento notturno. Ma con l’avvento del fascismo, nel 1926, la pena di morte fu presto reintegrata nella legislazione penale italiana. Il codice Rocco, vigente dal 1930, oltre a ripristinare la pena capitale per i delitti contro la personalità dello stato e contro la vita, attenuò alcuni aspetti del trattamento riservato ai condannati all’ergastolo. Più precisamente esso abolì l’isolamento diurno e dispose l’ammissione al lavoro all’aperto per gli ergastolani che avessero scontato almeno tre anni di pena. Nel 1943, la caduta del regime fascista comportò, nell’ambito del diritto penale, il superamento della vecchia logica meramente repressiva. Un fatto significativo in questo senso fu appunto la graduale ma definitiva abolizione della pena capitale ad opera del D.Lgs.Lgt 10-8-1944, n. 224; del D.Lgs 22-1-1948, n. 21 ed infine della L. Cost. 2-10-2007 n. 1 con la quale la pena di morte è stata definitivamente eliminata anche dal codice militare di guerra.
Il dibattito sviluppatosi attorno all’abolizione della pena capitale ha occupato una parte consistente della storia del nostro paese. Sin dai suoi albori, la dottrina penalistica si domanda quali funzioni debba svolgere la pena. Questo problema, coinvolgendo anche profili extragiuridici, si presta tutt’oggi ad accese discussioni. Di notevole rilevanza furono le considerazioni avanzate da Aldo Moro riguardo alle finalità della pena e la conseguente critica alla pena capitale. Egli, ponendo al centro la persona umana, distinse la vendetta, disumana e smodata reazione di un cittadino che subisce un’ingiustizia; dalla pena, risposta dello stato ad un atto illecito che dovrebbe invece essere contenuta e umana nella sua manifestazione e nella sua finalità. Docente di diritto penale nella facoltà di Scienze politiche della Sapienza, nell’anno accademico 1975/76 Moro propose le sue riflessioni ai suoi studenti: “non vi è nel reato, alla luce del nostro modo di intendere i diritti dell’uomo una ragione che giustifichi la pena capitale, applicata fino ad un certo momento storico[..] come si potrebbe ricondurre la pena di morte nell’ambito d’interventi che non siano crudeli e disumani quando di per sé, quale che sia l’entità del reato commesso, appare chiaro che la pena di morte, soppressione radicale e definitiva di un essere umano rappresenta un eccesso di punizione incompatibile in un ordinamento moderno? [..] vi possono essere dei momenti di accesa passione popolare di fronte ad alcuni fatti gravi, gravissimi che si verificano, di fronte all’evidente sprezzo della vita altrui che il delinquente manifesta. Ma il potere pubblico, espressione dell’intera società democratica, con tutti i suoi valori, con tutti i suoi contrappesi per non farsi condurre ad immaginare che la pena -invece della solenne restaurazione della legge del bene violata- sia considerata come una vendetta che trae la sua ragion d’esser, la sua misura senza misura, proprio dalla passionalità di colui che reagisce ad un’attività illecita”[3].
Moro definì la pena di morte un assassinio legale[4], una vergogna che purtroppo caratterizza anche gli ordinamenti democratici moderni. In Italia, la soppressione di questa tipologia di sanzione ha causato l’assorbimento nell’ergastolo, di tutti i delitti per i quali era stata prevista. Come vedremo in seguito, non di differente contenuto furono le considerazioni di Aldo Moro riguardo alla pena perpetua.
L’ergastolo: contenuto e ambito applicativo
Attualmente l’ergastolo è la pena più severa contemplata dal nostro ordinamento. È previsto dall’art. 17 c.p. che la inserisce tra le pene principali insieme alla reclusione, la multa, l’arresto e l’ammenda.
Ai sensi dell’art. 22 c.p. “la pena dell’ergastolo è perpetua, ed è scontata in uno degli stabilimenti a ciò destinati, con l’obbligo del lavoro e con l’isolamento notturno. Il condannato all’ergastolo può essere ammesso al lavoro all’aperto.”
La pena dell’ergastolo, consistendo nella perpetua privazione della libertà personale, ha determinato, sin dall’entrata in vigore della Costituzione repubblicana, un intenso dibattito. In particolare l’attenzione si è incentrata sulla questione della compatibilità di tale pena con i principi sanciti dal terzo comma dell’articolo 27 della Costituzione secondo il quale "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato". La Corte Costituzionale, pronunciandosi con sentenza 28-4-1994 n. 168 sulla compatibilità dell’art. 22 c.p. con la Costituzione, ne ha dichiarato l’illegittimità costituzionale parziale, cioè solo “nella parte in cui non esclude l’applicazione della pena dell’ergastolo al minore imputabile”[5]. Per i condannati maggiorenni invece, l’ergastolo risulta esente da censure di incostituzionalità in ragione dei numerosi benefici che il sistema penitenziario prevede per i detenuti ergastolani.
Per quanto riguarda l’ambito applicativo, la pena perpetua è prevista per alcuni delitti di particolare gravità contro la personalità dello stato, contro l’incolumità pubblica e contro la vita. Senza dubbio la gamma di reati punibili con l’ergastolo si è bruscamente estesa in seguito alla soppressione della pena di morte.
I reati puniti con l’ergastolo sono:
Art. 242 primo comma c.p. (Cittadino che porta le armi contro lo stato italiano).
Art. 243 secondo comma c.p. (Intelligenze con lo straniero a scopo di guerra contro lo stato italiano).
Art. 244 primo comma c.p. (Atti ostili verso uno Stato estero, che espongono lo Stato
italiano al pericolo di guerra).
Art. 258 secondo e terzo comma c.p. (Spionaggio di notizie di cui è stata vietata la divulgazione).
Art. 261 terzo e quarto comma c.p. (Rivelazione di segreti di Stato).
Art. 262 terzo comma c.p. (Rivelazione di notizie di cui sia stata vietata la divulgazione).
Art. 265 terzo comma c.p. (Disfattismo politico).
Art. 276 c.p. (Attentato contro il Presidente della Repubblica).
Art. 280 quarto comma c.p. (Attentato per finalità terroristiche o di eversione).
Art. 284 primo e secondo comma c.p. (Insurrezione armata contro i poteri dello Stato).
Art. 285 c.p. (Devastazione, saccheggio e strage).
Art. 286 c.p. (Guerra civile).
Art. 287 terzo comma c.p. (Usurpazione di potere politico o di comando militare).
Art. 289-bis terzo comma c.p. (Sequestro di persona a scopo di terrorismo o di eversione).
Art. 295 c.p. (Attentato contro i Capi di Stati esteri).
Art. 422 c.p. (Strage).
Art. 438 c.p. (Epidemia).
Art. 439, secondo comma c.p. (Avvelenamento di acque o di sostanze alimentari).
Art. 575-576 c.p. (Circostanze aggravanti. Pena dell’ergastolo).
Art. 577 c.p. (Altre circostanze aggravanti. Ergastolo).
Art. 630 terzo comma c.p. (Sequestro di persona a scopo di estorsione).
La natura perpetua dell’ergastolo subisce una profonda limitazione con l’applicazione dell’art. 176 co. 3 c.p. relativo all’istituto della liberazione condizionale.
La liberazione condizionale (Art. 176 c.p.) rappresenta un premio concesso al condannato che, durante il periodo di detenzione, abbia dato prova costante di buona condotta[6]. Tale istituto si applica alle pene detentive di lunga durata e consiste nella sospensione dell’esecuzione di una parte della pena inflitta, e produce i suoi effetti definitivi di estinzione della pena, con il decorso di un periodo corrispondente alla durata della pena residua. Per i condannati all’ergastolo, tale periodo equivale a cinque anni. La liberazione condizionale oltre a premiare il condannato che dimostra il suo ravvedimento, incita gli altri a seguirne l’esempio.
Il detenuto ergastolano può accedervi a condizione che:
Durante il periodo di detenzione abbia tenuto un comportamento tale da assicurare il proprio ravvedimento.
Quest’ultimo può ritenersi sussistente tutte le volte che la sua condotta costituisca un indice affidabile della conclusione del processo di riadattamento sociale e giustifichi, conseguentemente, un giudizio prognostico certo per escludere il recidivare di comportamenti criminali, non essendo richieste ne abiure formali, ne riconoscimenti di errori o colpe da parte sua[7].
Abbia scontato almeno 26 anni di pena (art. 176 co. 4 c.p.).
Questo termine potrebbe risultare inferiore per effetto delle riduzioni di pena previste dall’art. 54 ord. penit. di cui parleremo in seguito.
Abbia adempiuto alle obbligazioni civili derivanti da reato (art. 176 co. 4 c.p.), come ad esempio il risarcimento del danno, le restituzioni dovute, le spese del procedimento, le spese di mantenimento in carcere salvo che dimostri di non essere in grado di potere adempiere puntualmente.
Competente alla concessione di questa misura è il Tribunale di Sorveglianza del luogo di esecuzione della condanna. La liberazione condizionale viene revocata se la persona liberata commette un delitto o una contravvenzione della stessa indole rispetto al reato per cui ha riportato una condanna (art. 177 co. 1 c.p.). Con la sentenza n. 418 del 1998, la Suprema Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 177 co. 1 c.p. nella parte in cui prevede la revoca della liberazione condizionale nel caso di condanna per qualsiasi delitto o contravvenzione della stessa indole, anziché stabilire che la liberazione condizionale è revocata se la condotta del soggetto, in relazione alla condanna subita, appare incompatibile con il mantenimento del beneficio[8].
In caso di revoca il tempo di pena detentiva ancora da espiare è dato dal periodo di tempo trascorso in libertà condizionale sommato alle restrizioni di libertà subite dal condannato durante questo periodo.
Oltre ad essere una causa di estinzione della pena, la liberazione condizionale si inserisce a pieno titolo tra le misure alternative alla detenzione, sia sotto il profilo dei presupposti sia sotto quello delle finalità.
Le modalità esecutive nella disciplina dell’ordinamento penitenziario.
Ad arricchire il quadro normativo riguardante l’ergastolo sono le norme relative alle modalità esecutive contenute nella legge 354/1975 sull’ordinamento penitenziario.
A garanzia dall’art. 27 co. 3 Cost. “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”, sono stati introdotti nel nostro ordinamento i permessi premio, il lavoro all’aperto e le misure alternative alla detenzione. Tali provvedimenti sostengono l’opera di risocializzazione del condannato assicurandone l’efficacia.
Di seguito le misure e i benefici applicabili ai detenuti ergastolani:
Il lavoro all’esterno, regolato dall’art. 21 ord. penit., consiste nella possibilità di svolgere un’attività lavorativa o di frequentare un corso di formazione professionale all’esterno del carcere. Al comma 1 la disciplina dell’articolo concede tale misura anche ai condannati all’ergastolo che abbiano espiato almeno dieci anni di pena. Tale provvedimento è disposto dal Direttore dell’Istituto di pena “ma diviene esecutivo dopo l’approvazione del Magistrato di Sorveglianza” (co. 4). Il comma 4-ter dello stesso articolo prevede che “di norma i detenuti possono essere assegnati a prestare la propria attività a titolo volontario e gratuito, tenendo conto anche delle loro specifiche professionalità e attitudini lavorative, nell’esecuzione di progetti di pubblica utilità in favore della collettività. Tra le attività che possono essere svolte a titolo volontario e gratuito è stato inserito anche il lavoro di pubblica utilità, ovvero a sostegno delle famiglie delle vittime del reato commesso”. Il detenuto può lavorare sia in imprese pubbliche che private, senza alcun tipo di limitazione riguardo alla tipologia di impresa. Inoltre l’attività lavorativa può sostanziarsi in lavoro subordinato e quindi alle dipendenze di famiglie o di professionisti, ma anche in lavoro autonomo[9]. I detenuti che godono di tale beneficio normalmente possono svolgere la loro attività senza scorta, a meno che, per motivi di sicurezza, sia ritenuta necessaria dall’istituto di pena (co. 2). Il comma 3 specifica inoltre che “qualora si tratti di imprese private, il lavoro dovrà svolgersi sotto il diretto controllo della direzione dell’istituto a cui il detenuto è assegnato, la quale potrà avvalersi a tal fine del personale dipendente e del servizio sociale”.
Per quanto riguarda i permessi premio (art. 30-ter o.p.), possono essere concessi dal magistrato di sorveglianza al condannato all’ergastolo, dopo aver scontato almeno dieci anni di pena, a condizione che abbia tenuto regolare condotta e che non sia socialmente pericoloso. Per ogni anno di pena espiata, i permessi non possono superare i quarantacinque giorni. Tale provvedimento, parte integrante del programma di trattamento, consente al detenuto di coltivare interessi affettivi, culturali o di lavoro (commi 1, 3 e 4 d) o.p). L’articolo in questione al comma 8 “considera “regolare” la condotta quando i soggetti, durante la detenzione, hanno manifestato costante senso di responsabilità e correttezza nel comportamento personale, nelle attività organizzate dall’istituto e nelle attività lavorative e culturali a cui partecipano”.
La semilibertà è regolata dagli artt. 48-51 dell’ord. penit. Secondo l’articolo 48 co. 1 o.p: “il regime di semilibertà consiste nella concessione al condannato e all’internato di trascorrere parte del giorno fuori dall’istituto per partecipare ad attività lavorative, istruttive o comunque utili al suo reinserimento sociale”. Per i condannati a pene detentive di una certa consistenza la semilibertà costituisce una tipica forma di trattamento progressivo individualizzato. La sua funzione è duplice: da un lato è propedeutica al ritorno del soggetto in libertà e dall’altro probatoria dei risultati conseguiti tramite il trattamento risocializzativo svolto nell’istituto[10]. Infatti l’articolo 50 o.p. al comma 4 prevede che l’ammissione a tale regime sia disposta “in relazione ai progressi compiuti nel corso del trattamento, quando vi sono le condizioni per un graduale reinserimento del soggetto nella società”. Una delle modifiche maggiormente rivoluzionarie apportate alla disciplina di questa misura è l’introduzione di un quinto comma all’art. 50 ord. penit., a norma del quale: “ Il condannato all’ergastolo può essere ammesso al regime di semilibertà dopo aver espiato almeno venti anni di pena”. Vista la prospettiva rieducativa in cui si inserisce tale regime, l’articolo 51 dell’ord. penit. ammette la possibilità di revoca del provvedimento se la condotta del soggetto non risulta idonea al trattamento oppure se il detenuto si allontana dall’istituto per più di dodici ore senza alcuna giustificazione. Inoltre, se tale assenza si protrae, “il condannato è punibile a norma del primo comma dell’articolo 385 del codice penale ed è applicabile la disposizione dell’ultimo capoverso dello stesso articolo”[11].
Relativamente alle riduzioni di pena, l’art. 54 ord. penit. al primo comma concede al condannato che abbia dato prova di partecipazione all’opera di rieducazione, una detrazione di quarantacinque giorni per ogni singolo semestre di pena scontata. Per la concessione di tale beneficio, il concetto di “partecipazione all’opera di rieducazione” non va inteso semplicemente come “buona condotta” bensì come una fattiva e convinta partecipazione all’opera di rieducazione, desumibile da fatti positivi rilevatori dell’evolversi della personalità del soggetto verso il suo reinserimento sociale[12]. Tale misura è quindi una ricompensa per il detenuto che ha attivamente e positivamente aderito al trattamento rieducativo, ed è svincolata dalla mera osservanza delle regole disciplinari. L’ammissione al beneficio (co. 2) è comunicata all’ufficio del pubblico ministero presso la corte d’appello o il tribunale che ha emesso il provvedimento, oppure al pretore nel caso in cui la misura fosse stata da lui emessa. La revoca (co. 3) interviene qualora la condotta del reo, in relazione alla condanna subita, risultasse incompatibile con il mantenimento della misura. L’articolo in questione, al quarto comma, prevede tale misura anche per i detenuti ergastolani.
Infine, è dovuto precisare che per arginare il problema del sovraffollamento carcerario, con il D.L 146/2013, convertito in L. 10/2014 all’art. 4 è stata introdotta la misura emergenziale della liberazione anticipata speciale. Essa consiste in una detrazione di settantacinque giorni per ogni semestre di pena scontata nel periodo di tempo che va dal 24/12/2013 al 24/12/2015, anziché di quarantacinque come previsto dalla liberazione anticipata ordinaria. Quanto, invece, ai condannati che, a decorrere dal primo gennaio 2010, abbiano già usufruito della liberazione anticipata, è riconosciuta per ogni singolo semestre la maggiore detrazione di trenta giorni, sempre che nel corso dell’esecuzione, successivamente alla concessione del beneficio, abbiano continuato a dare prova di partecipazione all’opera di rieducazione[13].
L’art. 4 bis dell’ordinamento penitenziario: l’ergastolo ostativo.
Nei primi anni novanta, l’emergenza mafiosa ha avuto come immediata conseguenza l’inasprimento della legislazione penitenziaria. Il clima di allarme sociale che ha caratterizzato quel periodo storico ha favorito l’adozione di una serie di provvedimenti che hanno compresso l’ideale rieducativo per rispondere ad esigenze di difesa sociale e di prevenzione speciale negativa. Fra questi, nel 1991, l’introduzione dell’art. 4bis nella L. 354/75 sull’ordinamento penitenziario che assume particolare rilievo nella determinazione dei limiti di applicabilità delle misure e dei benefici appena descritti, per alcuni reati di particolare gravità. Negli anni successivi alla sua introduzione, l’art. 4bis è stato oggetto di numerosi interventi sia da parte della Corte Costituzionale che del legislatore. Grazie all’azione della Corte Costituzionale, più volte chiamata a pronunciarsi sul nuovo sistema, la disciplina dell’art. 4bis o.p. è stata depurata dagli aspetti più irrazionali e dagli automatismi applicativi. Si ricordi la sentenza del 22-10-2014, con cui la Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 4bis o.p. nella parte in cui non esclude dal divieto di concessione dei benefici penitenziari, da esso stabilito, le misure della detenzione domiciliare speciale prevista dall’art. 47 quinquies della medesima legge e della detenzione domiciliare prevista dall’art. 47ter, comma 1, lettere a) e b), ferma restando la condizione dell’insussistenza di un concreto pericolo di commissione di ulteriori delitti[14]. Ad opera del legislatore invece, la sfera applicativa di questo provvedimento si è progressivamente estesa determinando un generale inasprimento del regime detentivo.
Nella sua configurazione attuale, l’art. 4bis o.p. al comma 1 dispone che il lavoro all’esterno (Art. 21 o.p.), i permessi premio (Art.30-ter o.p.), la liberazione condizionale (Art. 176 c.p.) e le misure alternative alla detenzione (Art. 47 o.p. e ss), esclusa la liberazione anticipata (Art. 54 o.p.), possano essere concessi ai condannati per reati di particolare gravità, solo se collaboranti con la giustizia a norma dell’art. 58-ter[15] della L. 354/75 sull’ordinamento penitenziario. Più precisamente la disciplina dell’articolo in questione suddivide in due fasce i delitti interessati a tali preclusioni sulla base di un “giudizio di pericolosità”, per così dire decrescente, cui corrispondono diversi gradi di possibilità di accesso ai benefici. Tale ripartizione separa le fattispecie di “prima fascia”, significative del nesso tra il reo e i fenomeni di crimine associativo particolarmente gravi; dalle altre fattispecie di “seconda fascia”che quel nesso (e quella gravità) non lo mostrano con pari evidenza[16].
Il primo percorso è delineato nei comma 1 e 1-bis e riguarda gli autori dei reati della criminalità organizzata (reati di prima fascia). Per tali soggetti l’accesso ai benefici penitenziari e alle altre misure alternative è subordinato alla collaborazione con la giustizia ai sensi dell’art. 58-ter ord. penit. Questi stessi soggetti, secondo il dettato del comma 1-bis, possono essere ammessi ai benefici penitenziari anche nel caso in cui la loro collaborazione risulti impossibile o oggettivamente irrilevante, fermo restando l’esclusione dell’attualità di collegamenti con l’associazione criminale. Dopo il 1992, la gamma di reati che rientrano in questa fascia si è progressivamente estesa.
Reati di prima fascia:
Delitti commessi per finalità di terrorismo, anche internazionale, o di
eversione dell’ordine democratico mediante il compimento di atti di violenza.
Associazione per delinquere di stampo mafioso anche straniere (art. 416-bis c.p.).
Delitti commessi avvalendosi della forza di intimidazione del vincolo associativo mafioso e della condizione di assoggettamento che ne deriva.
Delitti commessi al fine di agevolare l’attività dell’associazione mafiosa.
Riduzione o mantenimento in schiavitù o servitù (art. 600 c.p.).
Prostituzione minorile (art. 600-bis co. 1 c.p.).
Pornografia minorile (art. 600-ter, co. 1 e 2 c.p.).
Tratta di persone (art. 601 c.p.).
Violenza sessuale di gruppo (art. 609-octies c.p.).
Associazione per delinquere a fini di contrabbando di tabacchi lavorati esteri (art. 291-quater t.u. delle disposizioni legislative in materia doganale, D.P.R. 43/1973).
Associazione per delinquere a fini di traffico illecito di sostanze stupefacenti psicotrope (art. 74 t.u. delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, D.P.R. 309/1990).
Violazione delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero (art. 12 co. 1 e 3 D.L 286/1998).
Il secondo percorso, identificabile nel comma 1-ter, riguarda gli autori dei reati di grave allarme sociale (reati di seconda fascia). I condannati in questa ipotesi possono accedere ai benefici penitenziari, purché non vi siano elementi che dimostrino la sussistenza di collegamenti con la criminalità organizzata, terroristica o eversiva.
Reati di seconda fascia:
Omicidio volontario (art. 575 c.p.)
Prostituzione minorile (art. 600-bis, commi 2 e 3, c.p.)
Pornografia minorile (art. 600-ter, comma 3, c.p.)
Iniziative turistiche volte allo sfruttamento della prostituzione minorile (art. 600quinquies c.p.)
Rapina aggravata (art. 628, comma 3, c.p.)
Estorsione aggravata (art. 629, comma 2 c.p.)
Associazione per delinquere finalizzata al contrabbando di tabacchi lavorati esteri aggravata (art. 291-ter T.U. approvato con D.P.R. 43/1973)
Produzione, traffico e detenzione illeciti di sostanze stupefacenti o psicotrope (art. 73 D.P.R 309/1990, limitatamente alle ipotesi aggravate ex art. 80 del medesimo decreto)
Associazione per delinquere (art. 416, commi 1 e 3, c.p.) realizzata allo scopo di commetteredelitti previsti dagli articoli473 e 474 c.p
Delitti contro la personalità individuale (libro II, titolo XII, capo III, Sezione I, c.p.)
Atti sessuali con minorenne (art. 609-quater c.p.)
Violenza sessuale di gruppo (art. 609-octies c.p.)
Delitti previsti dall’art. 12, commi 3, 3-bis e 3-ter, del T.U. delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, di cui al d. lgs. 286/1998353, e successive modificazioni..
Accanto alle due tradizionali fasce di reati, la L. 38/2009 ha introdotto con il comma 1-quater la fascia dei reati sessuali (c.d. sex offenders)[17]. La disciplina riservata agli autori di tali reati parte dal presupposto che la condotta deviante affondi le proprie radici in un disagio psicologico o personologico, pertanto, in questi casi l’accesso ai benefici penitenziari è subordinato ad un anno di osservazione scientifica della personalità, condotta collegialmente “anche con la partecipazione di esperti di cui al quarto comma dell’articolo 80” ord. penit. (co. 1-quarter)[18]. Successivamente, la L. 172/2012, oltre ad ampliare la gamma dei delitti previsti dal co. 1-quater[19], ha introdotto nell’art. 4-bis ord. penit. il comma 1-quinquies, che prevede un’ulteriore percorso trattamentale per gli autori degli stessi reati contemplati dall’art. 1-quater commessi in
danno di minori. Le preclusioni ai benefici possono essere superate qualora il magistrato di sorveglianza o il tribunale di sorveglianza valuti la positiva partecipazione al programma di riabilitazione specifica di cui all’art. 13-bis ord. penit.[20].
L’articolo 4-bis ord. penit. è stato pensato per ridurre fortemente la possibilità di avere contatti con l’ambiente sociale e familiare di provenienza. Si tratta di una strategia di contrasto alla criminalità organizzata incentrata su ipotesi presuntive riguardo al grado di pericolosità sociale dei reati e che punta ad esercitare una pressione tale da spingere il detenuto ad assumere comportamenti collaborativi, gli unici idonei al superamento dei divieti sanciti dalla norma stessa.
In caso di condanna all’ergastolo per taluno di questi reati e in assenza delle condizioni stabilite dall’articolo in questione si configura la fattispecie che la dottrina giuridica denomina ergastolo ostativo e che equivale alla pena detentiva a vita.
L’art. 41bis dell’ordinamento penitenziario: il carcere duro.
Nel 1992 gli attentati ai due Magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino hanno suscitato un’ulteriore chiusura del regime detentivo. Nello stesso anno infatti con il D.L 8/06/92 n. 306, convertito in L. 7/08/92 n. 356 è stato introdotto nel nostro ordinamento l’articolo 41bis, il cosiddetto carcere duro. Questo articolo al comma 2, consente al Ministro della Giustizia, per sua iniziativa o su richiesta del Ministro dell’Interno di sospendere per “gravi motivi d’ordine e di sicurezza pubblica” l’applicazione dell’ordinario trattamento nei confronti dei “detenuti o internati per taluno dei delitti di cui al comma 1 dell’art. 4bis dell’Ordinamento Penitenziario o comunque per un reato commesso avvalendosi delle condizioni o al fine di agevolare l’attività di associazioni criminali terroristiche o eversive”. Tale sospensione comporta le restrizioni necessarie a ristabilire l’ordine e ad impedire il collegamento con i gruppi associativi. Torna così la discriminante del titolo di reato per il quale è intervenuta la condanna e la presunta pericolosità dei soggetti che l’hanno subita, a prescindere dagli atteggiamenti/comportamenti tenuti dagli stessi durante il periodo di detenzione. Al comma 2-bis l’articolo dispone che il provvedimento venga “adottato con decreto motivato del Ministro della giustizia, anche su richiesta del Ministro dell’interno, sentito l’ufficio del pubblico ministero che procede alle indagini preliminari ovvero quello presso il giudice precedente e acquista ogni altra necessaria informazione presso la direzione nazionale antimafia, gli organi di polizia centrali e quelli specializzati nell’azione di contrasto alla criminalità organizzata, terroristica o eversiva, nell’ambito delle rispettive competenze”. Il provvedimento dura quattro anni ma può essere prorogato nelle stesse forme per successivi periodi di due anni ciascuno. La proroga interviene qualora la capacità di mantenere collegamenti con le associazioni esterne non fosse venuta meno, “tenuto conto del profilo criminale, della posizione rivestita dal soggetto in seno all’associazione, della perdurante operatività del sodalizio criminale, delle incriminazioni non valutate in precedenza, degli esiti del trattamento penitenziario e del tenore di vita dei familiari del condannato”. Se invece, come previsto dal comma 2-ter, anche prima della scadenza, vengono meno le condizioni iniziali , il Ministro della Giustizia può procedere, anche d’ufficio, alla revoca del provvedimento con decreto motivato. Il destinatario e il suo difensore non possono presentare richiesta di revoca ma possono proporre reclamo avverso. Quest’ultimo, regolato dai commi 2-quinquies e 2-sexies, deve essere presentato entro venti giorni dalla comunicazione del provvedimento e su di esso deciderà, entro dieci giorni, il tribunale di sorveglianza di Roma in camera di consiglio. Il ricorso non sospende l’esecuzione del provvedimento e in caso di accoglimento, il Ministro della Giustizia, qualora intenda deporre un nuovo provvedimento, è obbligato a portare elementi nuovi o che non erano stati valutati in precedenza.
Perché “carcere duro”?
Le limitazioni che questo regime emergenziale impone sono previste dal comma 2-quarter dell’articolo in analisi. Innanzitutto i detenuti cui è stato assegnato il provvedimento vengono collocati in sezioni speciali preferibilmente separate dal resto dell’istituto e rigorosamente custodite dalla polizia penitenziaria. Stare al 41bis significa avere un solo colloquio di due ore al mese con i familiari; una telefonata solo se il detenuto durante il mese non ha svolto alcun colloquio visivo e se sono decorsi sei mesi dall’applicazione del regime; due ore d’aria al giorno in gruppi di massimo quattro persone; una quantità limitata di beni e oggetti ricevuti dall’esterno.
Il colloquio mensile, che può essere sottoposto a controllo auditivo e a registrazione, si svolge attraverso un vetro divisorio solitamente con l’ausilio di un citofono. Con i minori di 12 anni il colloquio può essere effettuato senza vetro ma è vietata la presenza di altri familiari che potrebbero approfittare dell’assenza del vetro per comunicare più liberamente e scambiare oggetti non consentiti. Mentre, per quanto riguarda i colloqui con i difensori, tali modalità di controllo non vengono applicate. Anche la telefonata alternativa al colloquio è sottoposta a registrazione e può essere ricevuta solo in un carcere dove il familiare dovrà recarsi. Le lettere che arrivano o partono dall’istituto sono sottoposte a censura e un loro trattenimento può essere dovuto dalla presenza di elementi concreti che facciano dubitare che il contenuto effettivo della lettera sia quello che appare dalla semplice lettura del testo. Sono inoltre vietati: i colloqui con terzi; la ricezione dall’esterno di somme di denaro superiori ad un ammontare stabilito dall’amministrazione penitenziaria; l’invio di somme all’esterno, eccetto i pagamenti inerenti alla difesa legale o il pagamento di multe e ammende; le attività culturali, ricreative e sportive; la nomina e partecipazione alle rappresentanze dei detenuti. Inoltre i detenuti in 41bis non possono frequentare corsi scolastici, possono solo studiare per contro proprio.
Considerazioni conclusive..
Così siamo passati dalla pena di morte alla pena perpetua, una pena che, al contrario di come molti credono, può durare tutta la vita e privare il soggetto di qualsiasi speranza e prospettiva. Comune è l’idea che l’ergastolo sia una condanna simbolica che di fatto non sconta più nessuno, grazie alle misure premiali che ad oggi il nostro ordinamento prevede. In realtà, come si è visto, l’applicazione dell’articolo 4-bis o.p. limita drasticamente l’accesso a tali misure rimarcando il carattere perpetuo della pena. Riguardo a questo articolo è necessario specificare che, alla mancata collaborazione con la giustizia segue automaticamente l’applicazione del provvedimento, escludendo a priori la possibilità che il detenuto non sia in possesso di ulteriori informazioni o che sia addirittura innocente e quindi impossibilitato a fornirne. L’altra eventualità che non viene presa in considerazione è quella dei detenuti che decidono di non collaborare perchè non intendono usare la collaborazione con la giustizia come mezzo utilitaristico per ottenere la libertà. La scelta di collaborare, determinando la possibilità di uscire dal carcere, è quindi una scelta processuale che il condannato può adottare, ma che non prova necessariamente il suo pentimento. Va inoltre precisato che anche i detenuti che conservano la possibilità di accedere ai benefici penitenziari, non hanno alcuna certezza che ciò avvenga nei tempi previsti dalla legge. Per esempio, scontati ventisei anni di pena, il detenuto che abbia tenuto un comportamento tale da far ritenere sicuro il suo ravvedimento, può non ottenere la liberazione condizionale (o almeno non subito) pur avendone fatto richiesta. La possibilità che intervenga la liberazione condizionale, così come qualsiasi altro beneficio, è una possibilità che dipende dalla valutazione discrezionale di un giudice. I benefici penitenziari e le misure alternative alla detenzione rappresentano quindi, più che dei diritti, delle possibili concessioni.
Ad inasprire ulteriormente il sistema detentivo è poi intervenuto il circuito di carcerazione speciale regolato dall’articolo 41-bis. Questo articolo viene applicato in base al reato e quindi sia a detenuti con condanna temporanea che a reclusi con fine pena mai. Con l’applicazione del regime speciale lo Stato intende azzerare i contatti umani imponendo ulteriori restrizioni e rendendo tale sanzione sempre più afflittiva e sempre meno proiettata verso la rieducazione e il reinserimento sociale del condannato. La detenzione speciale può definirsi una forma di tortura poiché contrasta apertamente con la prima parte del terzo comma dell’art. 27 della nostra Costituzione “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità” e con la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, che all’art. 5 stabilisce che “Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizione crudeli, inumani o degradanti”.
Analizzando il dispositivo carcerario relativo all’ergastolo e soffermandoci sui suoi esiti, è possibile riscontrare che i detenuti subiscono un triplo schiacciamento: prima vengono espropriati della propria vita con la condanna all’ergastolo; poi privati di ogni speranza residua con l’applicazione dell’art. 4-bis, determinando tale articolo i limiti di applicabilità dei benefici penitenziari e delle misure alternative alla detenzione; ed infine, con il regime speciale, esclusi dall’ordinario trattamento. L’afflizione subita della persona detenuta resta però un esito non dichiarato o addirittura legittimato da uno Stato che, alimentando la paura nell’opinione pubblica, giustifica la repressione e la tortura per riaffermare il proprio potere e la propria efficienza.
A questo punto, sulla base di queste considerazioni potremmo chiederci: Quali sono le finalità della pena perpetua? La domanda potrebbe persino risultare inopportuna. Non è facile pensare che la negazione dei contatti umani, il divieto di frequentare corsi d’istruzione e tutte le limitazioni di cui abbiamo parlato siano finalizzate alla rieducazione del detenuto. Così come può risultare difficile o meglio contraddittorio, considerare l’ergastolo ostativo una sanzione che tende al reinserimento sociale del condannato poiché, come osservò Aldo Moro: “Qualunque cosa il soggetto faccia (si penta, magari, com’è pur possibile) non si può immaginare una modifica della sua vita che sia influente sul suo modo di essere, in presenza di una pena che è uguale alla vita di una persona.” Infatti le considerazioni che Aldo Moro avanzò riguardo all’ergastolo non si discostarono molto da quelle sulla pena capitale. “Ci si può anzi domandare se non sia più crudele una pena che conserva in vita privando questa vita di tanta parte del suo contenuto che non una pena che tronca, sia pure crudelmente, disumanamente, la vita del soggetto e lo libera perlomeno, sia pure con il sacrificio della vita, di quella sofferenza quotidiana, di quella mancanza di rassegnazione o di quella uguale ad abbruttimento che è la caratteristica della pena perpetua.”[21].
Insieme alla funzione rieducativa è entrato in crisi anche il principio retributivo, che dovrebbe sancire la proporzionalità della pena alla gravità del reato. Tale principio non è mai stato rispettato, un po’ perché i regimi carcerari variano a seconda delle linee amministrative e delle caratteristiche strutturali delle diverse istituzioni e un po’ perché l’afflittività della pena cambia in relazione allo status sociale del condannato. Questo principio è stato ulteriormente messo in crisi con l’introduzione delle misure alternative alla detenzione che ha provocato la modificazione dei criteri di quantificazione dell’afflittività penale. Ora la durata della pena non dipende più soltanto dalla gravità del reato ma anche dalla condotta del condannato durante il periodo di detenzione. Il problema è che, come abbiamo visto, sul piano applicativo queste misure non rispondendo ad alcun criterio di certezza e razionalità non garantiscono al massimo la proporzionalità della pena. Per concludere, la pena si rivela disfunzionale persino alla prevenzione. Basti pensare, sul piano della prevenzione speciale, all’alto tasso di recidività; e sul piano della prevenzione generale, al fatto che generalmente, all’inasprimento delle pene segue l’incremento della criminalità e l’aggravamento delle sue manifestazioni.
Le particolarità della scrittura autoanalitica
Prima di occuparci del ruolo che la scrittura può assumere nell’esperienza di chi vive una pena molto lunga o addirittura senza fine, in questo capitolo presenteremo, a partire dalle riflessioni di Demetrio, le particolarità della scrittura di sé. Non si parlerà solo di scrittura autobiografica perché, pur nella sua ricchezza e articolazione, rappresenta un limitato campo di produzione scritta. Si parlerà, piuttosto, di qualsiasi forma di scrittura autoanalitica, dal lavoro autobiografico più strutturato alla più semplice riflessione appuntata impulsivamente. L’autore ritiene che la scrittura di sé nasca da un sentimento di inquietudine esistenziale che spinge il soggetto a riflettere accuratamente sul suo passato e sul suo presente, permettendogli di proiettarsi nel futuro. Tali riflessioni, che Demetrio definisce con il concetto di Autoanalisi, si sostanziano in narrazioni interiori che prendono forma attraverso la scrittura. Nei paragrafi che seguono ci muoveremo in questo percorso per comprendere i processi mentali che questa tipologia di scrittura può innescare in chi ne fa pratica. Come già accennato l’autore, nel descrivere l’esperienza autoanalitica, non fa alcun riferimento al significato che la scrittura di sé può assumere nel contesto carcerario. E’ necessario precisare che l’esposizione che intendiamo operare è finalizzata alla conoscenza delle potenzialità che caratterizzano questo strumento, a prescindere dal luogo in cui se ne fa utilizzo. Successivamente attraverso l’analisi dell’esperienza dei nostri intervistati e delle loro opere, avremo la possibilità, nell’ultima parte di questo lavoro, di riscontrare alcuni degli aspetti qui definiti e di svilupparli ulteriormente. Senza dubbio, il percorso descritto da Demetrio non coinciderà totalmente con i racconti dei nostri scrittori che anzi ci aiuteranno a scoprire e definire gli aspetti particolari che la narrazione di sé può assumere in un contesto specifico come il carcere.
2.2. Inquietudine e autoanalisi.
Nella cultura occidentale l’inquietudine ha sempre assunto una connotazione negativa; essa rappresenta, per la maggior parte delle persone, la principale causa di malesseri esistenziali e psicologici. L’essere umano è per sua natura portato a liberarsi dei pensieri negativi o quantomeno a nasconderli sforzandosi di non mostrare alcun segno di fragilità. Ciò nonostante ci sono persone che hanno una particolare sensibilità caratteriale, altre a cui la vita pone dure prove e ci sono momenti in cui è difficile, se non impossibile, ignorare l’inquietudine e reprimere le perplessità della coscienza. Essa, come scrive Demetrio è “sentimento pieno, superamento di una sofferenza guardata negli occhi. È tutto quanto si renda fonte di un’instancabile, sempre più denso e serrato, perseguimento di un senso”[22]. Può dunque sorgere, dal senso di inquietudine, la necessità di riflettere sulle ragioni più profonde della propria esistenza. Si tratta di intraprendere una ricerca di senso, continua e incolmabile, motivata dalla voglia di conoscersi sempre più a fondo. In questo percorso l’individuo, mosso dalla passione di vivere e di volgere lo sguardo verso di sé, incontrerà sempre nuovi dubbi e questioni da risolvere. Ecco che questo tormentarsi per trovare un senso a quello che facciamo e a quello che siamo, che è l’inquietudine, diviene impulso creativo, diviene autoanalisi.
Fare autoanalisi per Demetrio significa lavorare su di sé, scomporre la propria vita in tutte le sue parti e farle dialogare tra loro per ricostruire la propria identità e attribuirgli un senso. È un esercizio della memoria, un invito a non dimenticare il passato che implica la disponibilità del soggetto a ripensarsi senza pregiudizi, adottando un’autocriticità libera dai sensi di colpa. Grazie alla ricomposizione del proprio vissuto l’individuo ha la possibilità di raggiungere un nuovo sapere di sé, una nuova consapevolezza che conferirà maggiore potenza all’io e gli permetterà di pensarsi nel futuro. Il pensiero autoanalitico può dunque definirsi una forma di attenzione alla propria interiorità che scaturisce dall’inquietudine e dal conseguente bisogno che l’individuo avverte di trovargli un senso.
Per attuare questo processo il soggetto si serve di quelle che Demetrio definisce le tre muse autoanalitiche[23]:
La coscienza, quella che Edgar Morin ha inteso non come coscienza morale ma come consapevolezza data dalla presenza del soggetto a sé stesso. Una coscienza che spesso si inganna anche quando è ispirata dalla ragione.
Il racconto interiore, quel dialogo continuo che il soggetto intraprende con sé stesso o meglio con quello che pensa segretamente di sé stesso e che agli altri può risultare incomprensibile.
Un racconto che si caratterizza anche per uno sguardo verso il passato: l’individuo per pensarsi nel presente e proiettarsi nel futuro ha bisogno anche di guardarsi alle spalle e di riflettere su ciò che ha vissuto in precedenza. È quello che Demetrio definisce pensiero autobiografico: “quell’insieme di ricordi della propria vita trascorsa, di ciò che si è stati e si è fatto (..) è una compagnia segreta, meditativa, comunicata agli altri soltanto attraverso sparsi ricordi, a meno che non diventi uno scopo di vita”[24].
La scrittura, quella di cui il soggetto si avvale per dar corpo al suo sentire interiore, per esprimere quello che non può o non vuole dire.
Quando la coscienza inquieta diviene autoanalitica le tre muse si trasformano in: coscienza di sé e coscienza di essere al mondo; racconto di sé e scrittura di sé come interminabile proiezione verso il futuro. Ed è proprio questo cambiamento che ci dimostra quanto l’autoanalisi sia un’esperienza educativa o meglio autoeducativa. Essa è studio sempre più approfondito del come io penso, racconto e scrivo; è libertà di sperimentare su di sé, di sbagliare, correggersi e ricominciare; è imparare a chiedere perdono e accettare il fallimento. Significa esser capaci di criticare severamente le proprie azioni. Di certo l’autoanalisi non salverà l’uomo da tutti i suoi sbagli ma sicuramente lo aiuterà a viverli con maggiore consapevolezza, assumendosi la responsabilità del male arrecato agli altri e a sé stessi. L’inquieto, ricorrendo all’autoanalisi, impara a raccontare a sé stesso ciò che non confiderebbe mai ad un prete, analista, confidente o chi altro. Molti pensano di poter liberare la propria anima dal tormento cercando conforto in qualcuno che li ascolti e gli dia buoni consigli. Ma, come disse Romano Guardini, “la malinconia è qualcosa di troppo doloroso, si insinua troppo profondamente fino alle radici dell’esistenza umana, perché ci sia consentito di lasciarla agli psichiatri; se ci interroghiamo sul suo senso, scopriamo che è un fenomeno di ordine non psicologico o psichiatrico, ma spirituale, una dimensione della natura umana”[25]
Questo nuovo modo di guardarsi dentro è stato introdotto dalla psicoanalisi. Lo stesso Freud proponeva di “recuperare la biografia, proprio perché i fili del passato prefigurano una traiettoria del futuro”[26]. L’analisi si fonda sull’autoanalisi, o meglio, come la chiamava Freud, sull’“autosservazione”[27]: si invita l’individuo ad assumere un’”attenzione concentrata” attraverso “una posizione di riposo e ad occhi chiusi” e “gli si dice che il successo della psicoanalisi dipende dal fatto che egli osservi e comunichi tutto ciò che gli passa per la mente e non sia tentato di sopprimere un’idea perché gli sembra insignificante o non pertinente, un’altra perché gli sembra assurda”[28]. Ma il fatto che le radici dell’autoanalisi si trovino all’interno della teoria psicoanalitica non deve trarci in inganno. L’autoanalisi non è terapia perché non richiede la presenza di un analista esperto che la favorisca. Per intraprendere il processo autoanalitico è indispensabile la volontà di mettersi in discussione e di iniziare a lavorare su sé stessi. Il soggetto non è mosso da dolori laceranti o patologie che lo spingono a chiedere aiuto a qualcuno, ma dal bisogno di pensarsi e di sentire che “ha vissuto e sta ancora vivendo”[29]. Non può essere definito depresso e neanche paziente; è un’anima inquieta che si domanda quale significato abbia la propria vita e che trova, nella sua stessa inquietudine, la voglia di ricominciare.
La malinconia rappresenta quindi un’opportunità di riflessione che talvolta conduce l’uomo alla scoperta della scrittura.
Dal pensiero alla scrittura autoanalitica
Il processo autoanalitico che abbiamo appena descritto può, da flusso di pensieri e riflessioni, trasformarsi in scrittura di sé e delle proprie esperienze di vita. Come vedremo i risvolti che caratterizzano questo passaggio possono avere una forte incidenza sul percorso di crescita del soggetto.
È necessario precisare che la scrittura autoanalitica, essendo una rilettura esistenziale, è inevitabilmente autobiografica, anche quando non origina una narrazione sequenziale e ordinata di tutte le tappe della vita. Ogni nostro modo di essere, agire e pensare alle nostre esperienze è parte della nostra autobiografia. Siamo la nostra storia e ne diveniamo consapevoli quando incontriamo la scrittura e ci scopriamo protagonisti dei nostri racconti.
Solitamente chi sperimenta questa tipologia di scrittura non si sofferma a ragionare sulla forma e non si preoccupa di cancellare le frasi scomode: i pensieri scorrono ad un ritmo incalzante e rapidamente passano alla penna, incontrano il foglio e assumono forma scritta, senza troppe razionalizzazioni. Quella autoanalitica è una scrittura impulsiva e rivelatrice che desta stupore persino nel suo artefice. La sua spontaneità porta alla luce gli aspetti più profondi e sconosciuti all’autore. Egli infatti, in fase di rilettura, avrà l’impressione di aver scritto qualcosa di altro, qualcosa che non gli assomiglia e che non avrebbe mai pensato di poter produrre. Il racconto di sé genera uno sdoppiamento tra l’io che scrive e l’io descritto: l’uno non corrisponde pienamente all’altro e tale divergenza procura insoddisfazione nell’autore. Ma la scrittura di sé, precisa Demetrio “non è mai immediatamente chiara e chiarificatrice, non subito semina concordia tra chi scrive e ciò che si scrive. Lo scrittore è assai di rado, in quanto appartenente alla comunità degli inquieti, soddisfatto di quel che produce”[30]. Praticare l’autoanalisi significa allora intraprendere una relazione dialogica con qualcuno di diverso dall’analista e dal confidente ma anche da sé stessi. Quello che si instaura è una sorta di dialogo interiore mediato dalla scrittura: l’autore ogni volta che si troverà a rileggere quanto scritto, avvertirà sempre più forte la necessità di riflettere ancora, di porsi altre domande e di scrivere di nuovo. Tutte le riflessioni e gli interrogativi esistenziali ignorati in precedenza si sostanziano così in una scrittura che “non possiede sue parole tecniche, non ama dotarsi di paradigmi e concetti che ne ordinino e classifichino i procedimenti. Non si vanta di una sua rastrellante ermeneutica. Se ciò avvenisse, abdicherebbe al suo compito”[31]. L’autore utilizza parole che ha già sentito o letto e di cui conosce il significato ma che assumono, nella propria narrazione, un tono diverso. Esse, rievocando emozioni ed esperienze, diventano per lo scrittore un’occasione meditativa. Di solito le pagine dedicate alla scrittura di sé restano nel diario personale dell’autore ma può anche darsi che lo stesso decida di farle diventare un libro o una raccolta di racconti, poesie, saggi. E’ necessario precisare che chi scrive di sé può farlo in modi diversi. C’è chi si esprime attraverso la poesia, chi narra le proprie esperienze in brevi racconti, chi ripercorre sul foglio la propria autobiografia e chi invece per raccontarsi utilizza la fantasia.
Realizzandosi in totale libertà narrativa, il testo autoanalitico può infatti assumere i toni e gli andamenti più diversi. Demetrio ne ha individuati alcuni:
< > quando l’oggetto ricercato e voluto dalla scrittura e dalla successiva lettura è il passato. Al centro della narrazione si collocano i ricordi, i personaggi, gli ambienti e le situazioni, mentre l’io narrante resta sullo sfondo della scena.< > quando al centro della narrazione c’è il lavoro che l’io narrante intraprende su di sé. Egli si pone domande sempre nuove e cerca di confrontare i propri sbagli, le proprie colpe e le proprie scelte con valori, precetti e punti di vista diversi, anche di carattere religioso e filosofico. < > quando l’andamento narrativo appare distante dalla drammaticità del vivere. L’attenzione non si concentra sulle esperienze vissute e in atto e su una loro critica. Qui l’inquietudine si è placata e la scrittura dimostra tutto il suo potenziale curativo.< > l’attenzione si sposta verso il futuro; si tenta di intravedere e immaginare i giorni avvenire sperando in una rinascita, in un cambiamento e in un nuovo volto da assumere. Andamento costruttivo; il racconto è caratterizzato da un’architettura narrativa ben definita; è un testo in prosa scandito da premesse, antefatti, motivi dominanti, esiti e conclusioni.
Andamento cronologico per sequenze; quando il racconto si dispiega in passaggi, fasi, svolte e periodi ben evidenziati dallo scrittore, oppure acronologico quando i fatti narrati sono totalmente privi di un ordine, di una loro sequenzialità.
Andamento metariflessivo; il racconto è ricco di aforismi, motti, pensieri ma soprattutto di riflessioni sul senso, sulle emozioni che la scrittura suscita sullo scrittore e sull’opinione che essa potrebbe provocare nel destinatario.
Andamento evocativo contestuale; quando la storia è piena di descrizioni, più o meno minuziose, di case, città e paesaggi oppure evocativo figurale; quando lo scrittore, nei vari momenti della storia, si sofferma a descrivere le specificità dei volti dei personaggi ma anche di animali e piante.
Andamento autodescrittivo; quando l’autore ci tiene a dare una precisa connotazione di sé stesso e quindi a descrivere l’immagine di sé nel tempo, il proprio carattere, i propri comportamenti.
Andamento drammaturgico; il racconto assume tratti drammatici ed è contrassegnato da un ritmo incalzante fatto di sorprese impreviste e descrizioni commoventi.
Andamento meditativo; quando l’autore non utilizza la prima persona e si mostra una voce esterna e indifferente ma attenta alla narrazione dei sentimenti e dei loro esiti pacificanti e rasserenanti, piuttosto che sottolineare la problematicità del vivere.
Andamento metaforico; la narrazione si avvale di metafore e altri artifici retorici per arricchire le descrizioni delle situazioni, emozioni e pensieri.
Per quanto riguarda l’andamento metaforico, è necessario fare qualche altra precisazione. Grazie all’utilizzo di metafore le idee del soggetto possono assumere una forma inedita fatta di immagini e simboli. Il filtro metaforico riorganizza il nostro modo di vedere le cose, gli dà un’ulteriore interpretazione, definizione e significato. Demetrio ha individuato, nelle scritture di sé, quattro raggruppamenti di metafore:
Ci sono le metafore di fissità, come “Un grande vuoto imprigiona la mia memoria” che segnalano nelle scritture momenti di stasi, di immobilità esistenziale nei quali il dolore si impone e blocca gli altri sentimenti.
Poi ci sono le metafore metamorfiche come “la scrittura, che partorisce ciò che rischia di ucciderci, ci porta a una nuova vita”che esprimono una liberazione, un piacere ritrovato, il piacere per la scrittura.
Oppure le metafore agnitive come “da quel momento spiai la vita con occhi diversi”che sono espressione di una speranza oppure di una consapevolezza raggiunta.
Infine ci sono le metafore filosofiche come “La scrittura è come una fata morgana, ha la magia di un linguaggio inventato” che rinviano a riflessioni che riguardano principalmente il dolore, il destino, il senso della vita e della scrittura.
Terminata la fase di scrittura, ciascun autore può compiere l’analisi della propria autoanalisi. Ripercorrendo la narrazione parola per parola, lo scrittore ha la possibilità di riflettere sul senso di quello che ha scritto e di riconoscere l’andamento e il tono che ha assunto. Quelli che abbiamo appena elencato non sono stili letterari precedentemente scelti dall’autore ma processi mentali innescati dalla scrittura stessa. Analizzare un testo autoanalitico ci consente appunto di esplorare i motivi conduttori, le trame, i problemi irrisolti, l’affettività ferita o soddisfatta, l’attaccamento alle persone e la relazione che l’autore ha stabilito con le esperienze che racconta. Secondo Demetrio la spontaneità che contraddistingue questa tipologia di scrittura rende i suoi autori degli scrittori particolari. Essi intraprendono un percorso del tutto particolare: guidati dalla loro impulsività e dal loro sentire interiore incontrano la scrittura e ne fanno esperienza senza utilizzare una metodologia specifica. L’autore autoanalitico ha solo bisogno di un foglio e una penna, il resto ce l’ha già dentro. Infine Demetrio specifica che, chi scrive di sé e delle proprie esperienze può farlo, oltre che per sé stesso, per amor di verità, per testimoniare vicende o per denuncia. Difatti, la pubblicazione può rappresentare, anche per gli autori di queste scritture, una passo successivo che in alcuni contesti, come ad esempio quello carcerario, può assumere una forte valenza comunicativa e curativa.
Le potenzialità pedagogiche della scrittura autoanalitica
Arrivati a questo punto non sarà difficile definire con chiarezza quelle che per Demetrio sono le potenzialità curative e formative di questa tipologia di scrittura.
Innanzitutto è necessario precisare il motivo per cui l’autoanalisi sceglie come suo strumento privilegiato la scrittura e non l’oralità. Nulla togliendo all’importanza relazionale e sociale del parlare, alla scrittura dobbiamo riconoscere la peculiarità di conferire stabilità e durevolezza al pensiero. Essa offre all’individuo l’opportunità di trattenere su un foglio pensieri, riflessioni e ricordi. Il soggetto vedendoli fermi, nella loro fisicità, è obbligato a riconoscerli. Secondo l’autore chi si racconta lo fa perché ha bisogno di attribuirsi un significato, non tanto per chiudere una vita, ma piuttosto per ricominciarla e presentarsi al mondo. Perché “ciò che è stato poteva forse compiersi altrimenti, la storia poteva conoscere altri finali, ma comunque sia ora quella storia è ciò che è. E si tratta di amarla poiché la nostra storia di vita è il primo e ultimo amore che ci è dato in sorte”[32]. Il principale risvolto di questo tipo di scrittura è l’acquisizione della consapevolezza di esistere. L’autoanalisi impedisce a chi la compie di dimenticare di aver vissuto, di essere ancora in vita e di avere altre possibilità davanti a sé. Ciò che si verifica è una sorta di straniamento; l’individuo ha la possibilità di guardarsi da fuori, di rileggere la propria vita e le proprie inquietudini come se fossero quelle di un’altra persona e di accorgersi che quella persona e la sua vita, hanno lasciato e possono ancora lasciare una traccia. La scrittura, portando alla luce gli aspetti più profondi del vissuto del soggetto, talvolta favorisce l’emergere di un’immagine diversa di sé stessi. Da qui, la spinta a ricercare nuove mete e a darsi altri orientamenti e valori. Per questo è necessario avere fiducia in questo strumento, nelle risorse che offre e nei mutamenti che riesce ad innescare in chi ne fa uso.
Inoltre, autoanalisi è ritrovarsi più spesso con sé stessi ma anche condividere questo intento con altre persone. La scrittura autoanalitica può dare vita a situazioni di condivisione o addirittura a comunità di scrittura di sé caratterizzate da un clima disteso e amicale in cui ognuno è libero di esprimersi e svelare ciò che è difficile da accettare anche per sé stessi. È nel gruppo che si scopre che “gli altri, e noi per loro , sono maieuti indispensabili, ci aiutano a mettere a fuoco che cosa significhi “vivere” in una certa stagione della vita adulta, a scoprire che i momenti di solidarietà naturale possono svolgere una funzione di autoaiuto”[33].
Scrittori ergastolani
3.1. Breve introduzione.
In questo capitolo parleremo delle possibilità che la scrittura può offrire alle persone condannate all’ergastolo. A tal fine ci siamo posti l’obiettivo di incontrare alcuni scrittori ergastolani, per conoscere più a fondo la loro esperienza con la scrittura. Purtroppo incontrare queste persone non è facile, anche perché gli istituti detentivi non sempre accolgono di buon grado chi ha interesse a conoscere la realtà carceraria. Questo è il motivo per cui siamo stati costretti a limitare il numero delle nostre interviste. Ciò nonostante, grazie all’aiuto dell’Associazione Liberarsi di Firenze, siamo riusciti ad avere i contatti di due scrittori, che oggi sono in semilibertà e che abbiamo potuto incontrare all’esterno del carcere. Il capitolo che segue infatti, sarà interamente dedicato all’esperienza di Carmelo Musumeci e Bruno Ventura, e ad alcune delle loro opere. Specifichiamo che Carmelo, entrato in carcere con la licenza elementare, oggi ha tre lauree, in Giurisprudenza, Filosofia e Sociologia; Bruno invece, durante la sua detenzione, ha conseguito una laurea in Architettura. Grazie al loro impegno hanno entrambi ottenuto la semilibertà da quasi un anno. Nel corso del capitolo parleremo del loro modo di scrivere e della loro storia con la scrittura, cercando di mettere in luce il significato che essa ha assunto nel loro percorso.
3.2. Un’evasione possibile.
La detenzione rappresenta, per le persone che ne fanno esperienza, un evento fortemente traumatico. In carcere i detenuti sono costretti ad accettare la privazione della libertà personale, il controllo serrato della loro quotidianità, la lontananza dagli affetti, la perdita di autonomia e la spersonalizzazione. L’universo carcerario è un mondo disumanizzato nel quale persino la comunicazione, che è uno degli elementi fondamentali della vita dell’uomo, tende ad assumere modalità diverse a quelle conosciute e utilizzate in ogni ordinamento sociale. La progressiva perdita di identità che ne risulta, è inoltre condizionata dalla continua influenza della cultura carceraria, ovvero di quella subcultura che si crea all’interno degli istituti detentivi, che va oltre le regole penitenziarie e che pian piano spinge gli individui a sentirsi membri della comunità carceraria. Il sociologo Donald Clemmer, negli anni quaranta, studiò come si crea l’adattamento alla struttura penitenziaria e definì appunto “prigionizzazione” quel “processo di progressiva assunzione da parte del ristretto dei valori, dei principi e della cultura oltre che degli atteggiamenti e delle abitudini tipiche del clima carcerario”[34]. Gli ergastolani, a differenza degli altri reclusi, vengono immessi sulla strada della prigionizzazione il giorno stesso della loro condanna. L’ergastolo, privando il soggetto della speranza di poter un giorno tornare a far parte della società, a maggior ragione induce chi lo subisce a considerare il carcere come l’unico mondo possibile e l’unica casa in cui gli è consentito vivere. Tutti i detenuti sono esposti alle cause generali della prigionizzazione, ma non tutti rispondono alla stessa maniera: c’è chi viene assorbito dal sistema e chi invece cerca di non diventarne parte. Bruno Ventura per spiegarci questo concetto ha fatto riferimento ad un passo dell’opera “Le città invisibili” di Italo Calvino:
“L’inferno dei viventi”
L’ inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme.
Secondo Bruno nell’inferno delle carceri la maggior parte dei detenuti diventa parte dell’istituzione: “si alzano la mattina, fanno la loro aria, ritornano su, si fanno la partita a carte, mangiano, aspettano la sera, poi aspettano la mattina, poi aspettano di nuovo la sera”. Per loro tutto orbita attorno a quello che succede all’interno del carcere, perché quello è il loro mondo e non hanno interesse a sapere cosa succede fuori. Gli altri detenuti nell’inferno invece, cercano di costruirsi uno spazio, un recinto che li protegga da quella ripetitività e che gli permetta di sentirsi liberi. Sono quelli che, per mantenersi in contatto con l’esterno, preferiscono comprare una rivista o un giornale piuttosto che un pacchetto di sigarette in più. La scrittura ad esempio, secondo Bruno, è una delle poche attività, insieme alla lettura e allo studio, che può condurre il recluso fuori dal contesto detentivo, consentendogli di affrontare il carcere in un altro modo. “Scrivere ti permette di evadere, tu te ne vai per i fatti tuoi. La galera diventa un luogo come un altro, può diventare la scrivania dove stai tu a casa o all’università. Puoi sentirti in qualsiasi posto. Quando scrivi, tu non sei più detenuto” (Bruno). La scelta di intraprendere questa strada è, come dice Calvino, il modo più rischioso per affrontare l’inferno perché richiede impegno e determinazione. Ma è in questo percorso che la scrittura di sé può aiutare il detenuto a prendere coscienza di sé stesso e delle proprie responsabilità, in un contesto che invece tende a deresponsabilizzarlo e ad ostacolare la cultura e lo svolgimento di attività come la scrittura. In carcere, come vedremo, imparare l’amore per i libri e per la scrittura comporta quasi sempre l’inizio di una battaglia.
“Da grande amante dei libri qual sono, ho imparato ad apprezzarli in cella quando non potevo averli perchè il bordo era considerato un'arma e mi arrivavano a pagine sfuse grazie ad un maestro che volle aiutarmi a conseguire la licenza media, penso che la cultura sia lo strumento per risolvere sia i problemi di criminalità nascente sia quelli di esecuzione della pena.”
3.3. Scrivere per..
Nel precedente capitolo abbiamo visto come la ricomposizione della trama esistenziale possa portare l’individuo ad una maggiore consapevolezza di sé stesso e del proprio vissuto. All’interno del carcere la narrazione di sé è qualcosa di più di un momento destinato all’autoriflessione. I libri, racconta Carmelo, “in un quarto di secolo di buio, sono sempre stati la mia luce e mi hanno anche aiutato a lottare e a stare al mondo. I primi anni i libri li leggevo solo, poi ho iniziato a scriverli. E questo mi ha dato ancora di più la forza per esistere e resistere”. In carcere si scrive per varie ragioni e con finalità diverse. Lo spazio dedicato alla narrazione di sé è uno spazio personale che può fornire al detenuto un’opportunità di espressione e di sfogo. Per Bruno ad esempio scrivere è stato un modo per reagire contro il sistema: “io con la penna avevo la possibilità non di gridare alla guardia o di alzare le mani. Io con la penna potevo scrivere le stesse parole usando l’ironia, il sarcasmo. E nessuno poteva dirmi niente”.
La caratteristica principale della situazione detentiva è la mancanza dell’altro dovuta all’isolamento dalla società. In carcere poi, a differenza di altre situazioni di isolamento sociale, l’assenza di un interlocutore è accompagnata da una forte stigmatizzazione sociale che generalmente provoca nei detenuti, soprattutto in quelli che non hanno un fine pena, il costante timore di non essere accettati e compresi.
“Con l’ergastolo tu non sei più padrone della tua vita, tu non sei nessuno! Quando si parla di un ergastolano si parla di una persona che non esiste più, che è stata cancellata dalla società per sempre”
Per una persona che vive questa sofferenza, la scrittura può diventare un’occasione per ribadire la propria esistenza, contrapponendo all’etichetta di criminale, la complessità del proprio vissuto. Carmelo infatti sottolinea che nei suoi romanzi non scrive solo di carcere, ma soprattutto di come si arriva al carcere: “Il mio obiettivo profondo è far interessare più persone possibili alle vere cause che portano in carcere, arrivare da tante più parti e far capire che in carcere possiamo finirci tutti”. Per “sentire che ha vissuto e che sta ancora vivendo”, come scrive Demetrio, il detenuto ha bisogno di ripresentarsi alle persone che sono fuori per ristabilire un contatto con quella società che ora lo rifiuta. Ecco che la pubblicazione delle proprie scritture diventa un passo fondamentale per riallacciare quel rapporto e per lasciare agli altri una traccia di sé stessi. Scrivere quindi, non solo a sé stessi e per sé stessi, ma anche per comunicare al mondo esterno i propri pensieri.
Dalle nostre interviste è inoltre emerso che la scrittura è fortemente motivata anche dal bisogno di testimoniare l’ingiustizia e la sofferenza vissute in carcere. Bruno ad esempio nei suoi libri descrive gli episodi che hanno segnato il suo percorso detentivo, perché la gente possa conoscere “l’illegalità che viene consumata giornalmente”. Scrive perché si sappia che il carcere non è un’oasi felice ma un luogo di sofferenza. Carmelo infatti definisce la scrittura “un ponte fondamentale per collegarsi al mondo esterno” e da anni scrive con continuità su varie riviste nazionali, blog molto seguiti, quotidiani, settimanali, mensili, per far conoscere al “mondo dei vivi” la “pena di morte viva”. Secondo lui nel nostro paese la giustizia e le prigioni sono quello che sono perché manca una letteratura sociale carceraria ed è anche per questo che scrive, per cercare nel suo piccolo di costruirne una.
3.4. Esperienze di scrittura.
Come abbiamo visto, quel pensiero rivolto verso di sé che Demetrio definisce autoanalisi, può sostanziarsi in narrazioni di tipo diverso. L’autore ritiene che la scrittura di sé, per la spontaneità che la caratterizza, possa assumere gli andamenti e i toni più disparati. In carcere oltre a scrivere molto si attraversano svariati generi con una scrittura carica di emozioni: si scrivono poesie, romanzi, lettere, racconti ora reali, ora fantastici. Anche le opere dei nostri intervistati si differenziano l’una dall’altra, sia per lo stile che per il linguaggio. Per mettere in luce questa varietà, vale dunque la pena parlare più a fondo della propria storia con la scrittura e delle particolarità di alcuni dei loro libri.
L’esperienza di Carmelo.
Carmelo è nato in un piccolo paesino ai piedi dell’Etna; nella sua casa non c’erano libri, in famiglia nessuno li comprava, “probabilmente perché non erano cose da mangiare”. Da bambino trascorreva le giornate scorrazzando per i campi e spesso quando alla sera rientrava a casa, sia lui che i suoi fratelli, non trovavano quasi nulla da mangiare. La nonna gli aveva insegnato a rubare e a volte lo portava con sé a fare la spesa al mercato. Carmelo ha conosciuto il carcere da ragazzino; “io sono un prodotto del carcere, su di me il carcere non ha proprio funzionato. Tutte le volte che uscivo dal carcere... uscivo più cattivo di prima”. Poi nel 1991 fu condannato all’ergastolo e nel ’92 deportato nell’isola dell’Asinara per essere sottoposto al regime di tortura del 41-bis.
“Lì accadde che un giorno mi capitò un libro dove lessi questa frase che mi ha molto colpito, l’avevano trovata scritta in un lager nazista e diceva: “io sono stato qui e nessuno lo saprà mai”.
Queste parole lo stimolarono a scrivere e per 27 anni non ha fatto altro. Scrivere è stata la sua salvezza, un luogo dove rifugiarsi e allo stesso tempo dove denunciare tutto quello che lui e i suoi compagni dovevano subire. In carcere, racconta Carmelo, “hai tanto tempo per pensare, se pensi ricordi, e io quando ricordo scrivo, in questo modo sono nati i miei libri”. Infatti, a differenza dello scrittore libero, “lo scrittore prigioniero, o con un passato come il mio invece non ha bisogno di immaginare nulla per scrivere i suoi libri, ha già tutto quello che gli serve nella sua testa (e nel suo passato) e dove vive. Ha solo bisogno di ricordare e frugare nella sua mente, nel suo cuore e nella sua anima. Lo scrittore detenuto ha solo bisogno di un foglio e una penna perché la storia l’ha già dentro. L’ha già vissuta. E continua a viverla tutti i momenti”.
Nel suo primo libro, “Gli uomini Ombra”, l’autore ci racconta la drammaticità del carcere e le sventure di “uomini ombra”, invisibili ma forti, nell’amicizia e nell’altruismo. Sono storie romanzate ma reali e vissute con una forte partecipazione emotiva. In carcere, scrive Carmelo “tutte le storie finiscono male. I miei racconti non hanno mai un fine lieto”[35]. Ed è vero. In questo libro c’è chi viene picchiato a sangue dalle guardie e chi viene trovato impiccato nella sua cella. C’è chi muore prima di riabbracciare i propri cari e chi invece muore da solo perché “il carcere divora l’amore di chi sta fuori e uccide l’amore di chi sta dentro”[36]. Per questo Carmelo lo chiama “l’assassino dei sogni”: perché il carcere odia la felicità e si nutre dei sogni delle persone. Ma peggio di una storia che finisce male, c’è una storia che non finisce perché il fine pena è mai:
“Una volta un lettore, mi ha rimproverato perché faccio morire spesso i protagonisti dei miei romanzi. E gli ho risposto: L’ergastolano ostativo muore ogni giorno. E non può farci nulla. Apre gli occhi al mattino. E muore alla sera. E non può farci proprio niente. Io per non morire scrivo romanzi di notte. E per non morire io, faccio morire i miei personaggi al posto mio”.
Ma nei suoi libri Carmelo non parla solo della sofferenza vissuta in carcere, parla anche di sé stesso, della propria storia. All’inizio di questo libro infatti dedica qualche pagina alla descrizione della propria infanzia, alla “Biografia di un bambino criminale”; ne ricorda i passaggi significativi, quelli che inevitabilmente hanno segnato la sua vita. Carmelo racconta di aver vissuto fino all’età di dieci anni in Sicilia, una terra che conserva difficoltà ancora drammaticamente attuali. Poi, a causa della separazione dei suoi genitori, fu costretto a trasferirsi in Liguria con la madre e i fratelli, e rinchiuso in collegio.
“Mi sono sempre mancati la famiglia, gli affetti, l’amore, un punto a cui aggrapparmi per sfogare le mie angosce e la mia tristezza di adolescente abbandonato a sé stesso”[37].
Un giorno provò a scappare, ma fu ritrovato e il prete che dirigeva il collegio lo prese a bastonate e lo rinchiuse per due giorni in una stanza al buio, senza acqua e senza cibo. “Mi ricordo ancora adesso come se fosse allora e provo la stessa rabbia di allora”[38]. Quella fu la sua prima prigione. Dopo un mese Carmelo provò a vendicarsi e fu espulso. La madre lo portò in un altro collegio fino a che non si decise a riportarlo a casa. Ma una volta fuori, Carmelo fece fatica ad inserirsi nella nuova regione; il lavoro scarseggiava e le difficoltà economiche della sua famiglia lo portarono presto sulla strada della criminalità.
Un’infanzia problematica ma affrontata con tenacia. Una storia che l’autore ci fa rivivere con emozione nelle avventure di “Zanna Blu”, un libro di favole pubblicato qualche anno dopo. “Zanna Blu” è un cucciolo di lupo abbandonato dalla madre perché non aveva abbastanza latte per sfamare tutti i suoi piccoli.
“Lui non sapeva perché era stato cacciato dalla sua famiglia e stava per morire di freddo e di fame. Il cuore gli batteva forte e gli tremavano le zampe. Si sentiva sperduto e indifeso.”[39]
Nelle avventure del lupacchiotto, la fantasia dell’autore si fonde alla sua trama esistenziale. Zanna Blu, catturato e frustato dagli uomini, prova a ribellarsi, a fuggire, ma viene ripreso. Carmelo è Zanna Blu, un uomo forte e amante della libertà che torna a ricordare la sua infanzia.
Se nel libro “Gli uomini Ombra” l’autore descriveva la complessità del proprio vissuto in contrapposizione all’etichetta di criminale; qui, attraverso le sue favole, ci insegna ad avere coraggio, ad amare gli altri e a credere negli altri perché “non esistono persone o lupi cattivi, ma solo azioni buone o cattive”[40]. Nella presentazione di “Zanna Blu” Margherita Hack scrive:
“C’è chi afferma che l’uomo e la donna del presente sono il frutto di quel che erano in passato. Se davvero è così, l’autore di Zanna Blu non è altro che l’uomo del riscatto, colui che dal passato attinge forza per cambiare.”[41]
Per me, racconta Carmelo, “scrivere era una specie di terapia, uno sfogo, scrivevo per esistere e per comunicare con la società esterna che mi aveva condannato ad essere cattivo e colpevole per sempre”
L’esperienza di Bruno.
Bruno da ragazzo pensava di essere più predisposto per la matematica: “quando la professoressa di italiano mi riportava il compito sembrava che fosse scoppiato un incendio, tutto rosso. E poi mi diceva che il mio modo di scrivere veloce lasciava molte frasi nella mia penna! Ma che avevo fantasia”. Poi in carcere è nata in lui l’esigenza di scrivere e lì ha scoperto di saper utilizzare l’ironia e il sarcasmo. Ha iniziato appuntando gli episodi che accadevano giornalmente, per poi affliggerli alle pareti della sua cella. I suoi compagni ammiravano il suo talento e gli chiedevano aiuto, ogni qualvolta avessero bisogno di scrivere una lettera. Grazie al loro stimolo, Bruno ha continuato a scrivere e unendo parte dei suoi appunti ha composto il suo primo libro: “Robot nelle carceri. “Sogna” e sorridi anche tu…”
“Il fine di questo libro è quello di raccontare un “sogno” che mi è sembrato reale. Mi è parso che fatti improbabili fossero realmente accaduti. Insomma ho avuto la sensazione di vivere storie vere, che come tutte le storie vere spesso hanno dell’incredibile.”[42]
Nel “sogno” di Bruno la tecnologia e l’informatica hanno preso il controllo delle carceri; tutti i robot (le guardie) e i computer di cui si sono dotate sono controllati da un elaboratore elettronico centrale e il loro mal funzionamento è da attribuire alla scarsa qualità dei software e degli hardware. L’autore nel raccontare gli episodi del suo “sogno”, descrive i robot e in base alle loro qualità li etichetta con pseudonimi diversi. Ad esempio, al Robot Scialbo “nella scheda madre di programmazione il progettista si è dimenticato di istallare il pacchetto “educazione”. Infatti a fronte del saluto dei detenuti, oltre a non rispondere, li guarda con occhi instupiditi, senza permettere loro di elaborare cosa possa significare: buongiorno, buonasera o salve”[43]. Poi c’è Il Distruttore che “prova un certo gusto quando può porre in essere una cattiveria verso un detenuto. Non è spiegabile come possa una macchina non dotata di cuore e intelligenza provare sentimenti, ma questa è l’unica abilità per cui da il meglio di sé!”[44].
La particolarità di questo libro sta nel modo che Bruno ha utilizzato per raccontare fatti realmente accaduti. L’intreccio che è riuscito a creare tra realtà e fantasia, diverte il lettore e distoglie la sua attenzione dalla sofferenza che caratterizza la condizione detentiva: le situazioni vissute sono descritte con un’ironia che ne alleggerisce la pesantezza, quasi a volerla mettere in secondo piano. Bruno non esplicita una critica al sistema detentivo ma fornisce al lettore un’opportunità di riflessione, raccontando gli episodi del suo “sogno”, con un sarcasmo talvolta pungente, ma sempre rispettoso, creativo e puramente descrittivo.
La critica risulta più evidente in “Meno male che siamo in galera!”, risultato di un’esperienza ventennale e di considerazioni, inizialmente autonome, che in seguito l’autore ha voluto far coesistere in questo libro. Il titolo è emblematico e deriva dal confronto caricaturale che Bruno opera, fra la giornata “tipo” di una persona “Libera” e quella di una persona “Detenuta”. Ad esempio, scrive Bruno, tutti sanno che il recluso, dopo aver fatto colazione e aver fumato la sua sigaretta, “indossa con calma l’accappatoio e si prepara per andare in doccia. La cosa avviene intorno alle ore 8.45-9.00, orario in cui si avvia presso il locale docce. Lì giunto, comincia a lavarsi con una cura maniacale, neanche di mestiere facesse il meccanico (..). Che pacchia questa galera!”. Le persone libere invece “molti non fanno la doccia per non sporcare il bagno, mentre quelli che usano farla sono costretti, causa gli impegni e per risparmiare corrente o gas, a farla tiepida e veloce, tanto che escono dalla stessa ancora mezzo insaponati”[45].
“Ma sarà davvero così oppure è la mia caricatura?” E da qui l’autore muove la sua critica. A dire il vero, spiega Bruno, il carcere non è un’oasi felice: i detenuti sono costretti a fare la doccia fredda anche durante i mesi invernali. Difatti, più che un momento dedicato alla cura del corpo, il detenuto considera la doccia, una vera e propria pena aggiuntiva. Nonostante l’acqua sia calda solo negli orari severamente vietati ai detenuti, al mattino la mente di Bruno è costantemente attraversata da un pensiero: “Come sarà oggi l’acqua della doccia? In cuor suo sa bene che la troverà fredda, ma egli è fiducioso e quell’ottimismo che lo anima lo induce a sperare che possa essere successo qualcosa di positivo e che l’acqua della doccia possa essere calda”[46].
Nel corso della trattazione Bruno, con tono provocatorio, descrive ai suoi lettori alcuni aspetti della vita carceraria, contrapponendo alla sua caricatura, la dura realtà. Ma ancora una volta, all’autore non manca l’ironia per trasformare una doccia fredda in un evento divertente.
Leggere i libri di Bruno significa, paradossalmente, divertirsi.
Nei suoi scritti l’autore, più che operare una rilettura della propria esistenza, racconta, con semplicità e ironia, una realtà che pochi conoscono. Nelle sue opere, benché presentino tratti autobiografici, non si intravede quel percorso di riflessione personale di cui parlava Demetrio. L’autore, tramite un registro prevalentemente narrativo, offre agli altri un’opportunità di riflessione. La sua è una scrittura spontanea; i suoi libri sono nati dalla raccolta di pensieri e descrizioni appuntate impulsivamente, che anziché rimanere nel suo diario personale, sono stati pubblicati. La pubblicazione, racconta Bruno, “non era a scopo di lucro; i soldi ricavati sono stati dati tutti per la ricerca contro il cancro. Non era un mio interesse personale. Quei libri avrebbero giovato sia alle persone che non conoscevano il pianeta carcere, sia a quelle che sono state meno fortunate di altre”.
3.5. Le difficoltà di uno scrittore ergastolano
Premettiamo che in carcere, a dire dei nostri intervistati, la cultura e la scrittura non sono ben viste. L’istituzione “ha paura della penna” (Bruno), “il prigioniero che scrive, che pensa, che sogna, lo vede come un nemico. Perché all’istituzione interessa che il detenuto faccia il buono, non crei problemi. Non che diventi buono.” (Carmelo)
Per uno scrittore ergastolano la pubblicazione di un libro che narra le proprie esperienze, sollevando critiche al sistema detentivo, non è un’impresa semplice. Trovare una casa editrice, racconta Bruno, “è difficile, è impossibile, a meno che la tua scrittura non sia una scrittura compiacente e non una scrittura come la mia, di denuncia”. Bruno è un amante della verità e ci tiene a precisare che con i suoi libri intende far conoscere agli altri, con ironia e semplicità, quello che è il pianeta carcere. Ma purtroppo, ribadisce Carmelo, “sono pochi gli editori che si sporcano le mani pubblicando i pensieri degli avanzi di galera. La stragrande maggioranza delle case editrici preferisce pubblicare le ricette di cucina e le barzellette di Totti per guadagnare tanti soldi ed evitare critiche e guai”. Infatti, per la pubblicazione del suo primo libro, Carmelo chiese aiuto alla Comunità Papa Giovanni XXIII, altrimenti da solo, dal carcere, non ce l’avrebbe mai fatta. Furono contattate 180 case editrici, dalle più grandi e note, a quelle di provincia, e soltanto due di queste si mostrarono seriamente interessate alla pubblicazione dei testi di Carmelo. Fu così, che dopo una lunga attesa, nell’ottobre del 2010 furono pubblicate le prime copie de “Gli uomini ombra”. Specifichiamo che Carmelo, per chiedere alle case editrici di pubblicare un suo libro, scrive una lettera nella quale spiega le motivazioni per cui un grande editore dovrebbe dare un’opportunità di lettura nazionale o internazionale ad una sua opera:
“Penso di poter dar prestigio alla Casa Editrice perchè tra i tanti autori io mi distinguerei come uno che ha fatto una seria revisione critica del proprio percorso criminale, revisione così esemplare da non creare imbarazzi alle tante persone autorevoli che via via si sono schierate con me in tante iniziative.
Qual è la mia originalità?
Io penso di poter dare un contributo originale nell'attuale panorama letterario perché con il passare degli anni, interessandomi di diritti e garanzie nei contesti penali, ho indovinato un registro espressivo funzionante per lettori molto diversi tra loro: le parole che uso nelle opere letterarie sono semplici, le frasi corte, le trame rodate, le pesantezze stemperate con locuzioni frivole.”
Vinta la prima battaglia, quella della pubblicazione, per qualcuno inizia la seconda lotta. Oltre agli ostacoli posti dalle case editrici infatti, gli scrittori detenuti talvolta si trovano a dover subire i dispetti degli agenti. Bruno racconta che dopo la sua prima pubblicazione, ci sono stati agenti che hanno cercato di accattivarsi per far si che nei prossimi scritti non si parlasse di loro. Altri invece hanno tentato di vendicarsi prima con lo smarrimento di domandine, ad esempio per telefonare, poi con rapporti ed infine con denunce vere e proprie: “mi è costato il modo in cui ho scritto, so io cosa ho passato! Ma la mia presunzione, il mio modo di essere, la mia caparbietà ha fatto si che io potessi continuare a portare avanti questa lotta”.
La scrittura, racconta Carmelo, “mi ha portato guai, mi ha portato anche ad essere trasferito da un carcere all’altro. Spesso per quello che scrivevo venivo messo alle celle di punizione dove mi toglievano la carta. Mi lasciavano la penna e mi toglievano la carta. A volte mi è capitato di dover scrivere nella carta igienica”.
Lo scopo principale di questo lavoro era quello di conoscere le particolarità della scrittura di sé e le possibilità che questa può offrire alle persone condannate all’ergastolo. A tal fine, per comprendere le condizioni cui sono costretti a vivere i condannati a tale pena, abbiamo analizzato il dispositivo carcerario relativo all’ergastolo, ponendo particolare attenzione agli articoli 4-bis e 41-bis dell’ordinamento penitenziario. Come abbiamo visto, nonostante la pena si sia parzialmente allontanata dalle idee di vendetta e retribuzione, il contesto detentivo continua ad essere attraversato da gravi contraddizioni. Difatti è difficile credere che tutte le limitazioni imposte dall’articolo 41-bis, come ad esempio la negazione dei contatti umani e il divieto di frequentare corsi d’istruzione, siano finalizzate alla rieducazione del detenuto. Così come può risultare contradditorio considerare l’ergastolo ostativo una sanzione che tende al reinserimento sociale del condannato. In carcere la spersonalizzazione, la semplificazione del linguaggio, il controllo serrato della quotidianità e la mancanza di uno spazio personale, amplificano la sofferenza esistenziale della persona detenuta, mettendo in risalto il suo non essere destinata ad un’integrazione all'interno della società. Purtroppo la preoccupazione sociale rispetto alla criminalità è uno stato d’animo diffuso: l’informazione “arricchisce” la figura del detenuto di etichette sociali, amplificando nei cittadini la percezione del pericolo. In carcere infatti, la mancanza di relazioni interpersonali dovuta all’isolamento dalla società, è accompagnata da una forte stigmatizzazione sociale che generalmente provoca nei detenuti, soprattutto in quelli che non hanno un fine pena, il costante timore di non essere più accettati e compresi. Ecco che la narrazione di sé e la pratica autobiografica diventano un’occasione per ribadire al mondo la propria esistenza, non solo come detenuto ma anche e soprattutto come individuo. Nel secondo capitolo abbiamo visto come la ricomposizione della trama esistenziale possa portare l’individuo ad una maggiore consapevolezza di sé stesso e del proprio vissuto. La scrittura inoltre, conferendo stabilità e durevolezza al pensiero, può rappresentare un’opportunità di riflessione su sé stessi e sulla propria esistenza. Chi si racconta, secondo Demetrio, lo fa per attribuirsi un significato, non tanto per chiudere una vita ma piuttosto per ricominciarla e presentarsi al mondo. In carcere, si scrive per testimoniare la sofferenza e le ingiustizie subite ma anche e soprattutto per contrapporre all’etichetta di criminale, la complessità del proprio vissuto. Attraverso la scrittura il detenuto ha la possibilità di ricostruire e dare coerenza alla propria storia: la narrazione della propria vita e delle proprie esperienze assumono un carattere romanzato, distante dalle parole con cui si viene descritti dagli avvocati, dai magistrati e dai giornalisti. Emergono di fatto una soggettività e un’umanità radicalmente diverse dalle definizioni giuridiche e sociali con cui la persona viene etichettata. Ne sono una dimostrazione i testi dei nostri scrittori, nei quali la fantasia e l’ironia si intrecciano alle esperienze vissute. Mossi dalla stessa voglia di comunicare con il mondo esterno, Bruno e Carmelo attraversano stili narrativi diversi con una scrittura carica di emozioni. Inoltre emerge una differenza di riferimenti narrativi, per Carmelo incentrati sulla ricostruzione della propria storia, nella fase precedente alla detenzione e nella denuncia esplicita dell’annullamento di ogni possibilità che l’ergastolo ostativo comporta; per Bruno prevale la narrazione legata al vissuto detentivo nel suo evolversi, focalizzata sugli aspetti più paradossali per quanto evocati con ironia. Per uno scrittore ergastolano la pubblicazione dei propri scritti è un passo fondamentale per ristabilire un contatto con quella società che ora lo rifiuta e per lasciare agli altri una traccia di sé stessi e del proprio vissuto. La scrittura in carcere ricerca un interlocutore, qualcuno che voglia ascoltare. Si scrive per assaporare un senso di libertà e per ribadire la propria esistenza oltre le mura del carcere.
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[1] Questo paragrafo è stato scritto sulla base della lettura di: L’ergastolo è ancora una pena perpetua? Appunti giuridici e sociologici sulla pena dell’ergastolo, Roberto Perotti, 2006, http://www.altrodiritto.unifi.it/ricerche/law-ways/perotti/index.htm ; Contro l’ergastolo, a cura di S. Anastasia e F.Corleone, Ediesse, Roma 2009 ; L. DELPINO, R. PEZZANO, Manuale di diritto penale, parte generale, Edizioni Giuridiche Simone, Napoli 2017
[2] Senza possibilità di conversione in pena temporanea, salvo per Grazia.
[3] Contro l’ergastolo, a cura di S. Anastasia e F.Corleone, Ediesse, Roma 2009, pp. 32-33
[5] L. DELPINO, R. PEZZANO, Manuale di diritto penale, parte generale, Edizioni Giuridiche Simone, Napoli 2017, p. 375
[6] Ivi, p. 439
[8] Ivi, p. 440
[9] Cfr, F. DELLA CASA, G. GIOSTRA, Ordinamento penitenziario commentato, 5°ed, Cedam, Vicenza, 2015, pp. 287-288
[10] Cfr, F. DELLA CASA, G. GIOSTRA, Ordinamento penitenziario commentato, 5°ed, Cedam, Vicenza, 2015, p. 624
[11]Art. 385 c.p. Evasione: Chiunque, essendo legalmente arrestato o detenuto per un reato, evade e'punito con la reclusione da sei mesi a un anno. La pena e'della reclusione da uno a tre anni se il colpevole commette il fatto usando violenza o minaccia contro le persone, ovvero mediante effrazione; ed e'da tre a cinque anni se la violenza o minaccia e'commessa con armi o da più persone riunite. Le disposizioni precedenti si applicano anche all'imputato che essendo in stato di arresto nella propria abitazione o in altro luogo designato nel provvedimento se ne allontani, nonché al condannato ammesso a lavorare fuori dello stabilimento penale. Quando l'evaso si costituisce in carcere prima della condanna, la pena e'diminuita.
[12] L. DELPINO, R. PEZZANO, Manuale di diritto penale, parte generale, Edizioni Giuridiche Simone, Napoli 2017, p. 378
[13] Ivi, p. 379
[14] L. DELPINO, R. PEZZANO, Manuale di diritto penale, parte generale, Edizioni Giuridiche Simone, Napoli, 2017, p. 376
[15] Art. 58-ter, Persone che collaborano con la giustizia: 1. I limiti di pena previsti dalle disposizioni del comma 1 dell’art. 21, del comma 4 dell’art. 30-ter e del comma 2 dell’art. 50, concernenti le persone condannate per taluno delitti indicati nei commi 1, 1-ter e 1-quater dell’art. 4 -bis, non si applicano a coloro che, anche dopo la condanna, si sono adoperati per evitare che l’attività delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori ovvero hanno aiutato concretamente l’autorità di polizia o l’autorità giudiziaria nella raccolta di elementi decisivi per la ricostruzione dei fatti e per l’individuazione o la cattura degli autori dei reati.
[16] F. DELLA CASA, G.GIOSTRA, Ordinamento penitenziario commentato, 5°ed, Cedam, Vicenza, 2015, p. 62
[17] I reati sex offenders contenuti nell’art. 4-bis co. 1-quater c.p. sono i seguenti: violenza sessuale (art. 609-bis c.p.), violenza sessuale aggravata (art. 609-ter c.p.), atti sessuali con minorenni (art. 609quater c.p.) e violenza sessuale di gruppo (art. 609-octies c.p.).
[18] F. DELLA CASA, G.GIOSTRA, Ordinamento penitenziario commentato, 5°ed, Cedam, Vicenza, 2015, p. 76
[19] Si aggiungono infatti i delitti di prostituzione minorile (art. 600bis), pornografia minorile (art. 600-ter), detenzione di materiale pornografico (art. 600-quater) e turismo sessuale volto allo sfruttamento della prostituzione minorile (art. 600-quinquies) nonché le fattispecie di corruzione di minorenne (art. 609-quinquies) e di adescamento di minorenni (art. 609undecies).
[20] L’art. 13-bis o.p. individua uno specifico trattamento psicologico per i condannati per reati sessuali in danno dei minori, che ha la finalità di recupero e di sostegno dei detenuti. La sottoposizione a tale trattamento è volontaria.
[21] Contro l’ergastolo, a cura di S. Anastasia e F. Corleone, Ediesse, Roma 2009, p. 34
[22] D. DEMETRIO, Autoanalisi per non pazienti inquietudine e scrittura di sé, Raffaello Cortina, Milano 2003, p. 3
[23] Ivi, p. 20
[24]D. DEMETRIO, Raccontarsi l’autobiografia come cura di sé, Raffaello Cortina, Milano 1996, p. 10
[25]D . DEMETRIO, Autoanalisi per non pazienti inquietudine e scrittura di sé, Raffaello Cortina, Milano 2003, p. 87
[26] Ivi, p.104
[27] Ivi, p.106
[29] D. DEMETRIO, Raccontarsi l’autobiografia come cura di sé, Raffaello Cortina, Milano 1996, p. 10
[30]D . DEMETRIO, Autoanalisi per non pazienti inquietudine e scrittura di sé, Raffaello Cortina, Milano 2003, p. 16
[31] Ivi, p. 222
[32] D. DEMETRIO, Raccontarsi l’autobiografia come cura di sé, Raffaello Cortina, Milano 1996, p. 11
[33] D . DEMETRIO, Autoanalisi per non pazienti inquietudine e scrittura di sé, Raffaello Cortina, Milano 2003, p. 255
[34] N. VALENTINO, L’ergastolo, Sensibili alle foglie, Firenze, 2009, p. 69
[35] C. MUSUMECI, Gli uomini ombra, Il segno dei Gabrielli editori, Verona, 2010, p. 157
[36] Ivi, p. 83
[37] Ivi, p. 20
[39] C. MUSUMECI, Zanna Blu, le avventure, Il segno dei Gabrielli editore, Verona, 2012, pp. 11
[40] Ivi, p. 26
[41] Ivi, pp. 7-8
[42] B. VENTURA, Robot nelle carceri, “Sogna” e sorridi anche tu, Fabbrica dei Segni editore, Milano, 2015, p. 9
[43] Ivi, p. 59
[44] Ivi, p. 13
[45] B. VENTURA, “Menomale che siamo in galera!”, Fabbrica dei segni editore, Milano, 2015, pp. 11-12
[46] Ivi, p. 76