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Timestamp: 2017-11-19 08:27:47+00:00
Document Index: 53040383

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Responsabilità del vettore: decesso viaggiatore durante discesa autobus pubblico - Corte di cassazione civile - sentenza n. 11194/03 del 17/07/2003
Responsabilità del vettore: decesso viaggiatore durante discesa autobus pubblico
sentenza 11194/03 del 17/07/2003
L'art. 1689 c.c. recita “salvo la responsabilità per ritardo e inadempimento nell'esecuzione del trasporto, il vettore risponde dei sinistri che colpiscono la persona del viaggiatore durante il viaggio e della perdita o dell'avaria delle cose che porta con se, se non prova di aver adottato tutte le misure idonee a evitare il danno”.
La locuzione “durante il viaggio” utilizzata dall'art . ut supra entro quali limiti circoscrive la responsabilità del vettore?
La Corte di Cassazione civile, sez. III, sent. n. 11194 del 17 luglio 2003 stabilisce dei chiari principi guida esposti nel caso seguente.
La ricorrente la sig. Sxxxxxx ricorre alla Corte di Cassazione per ottenere un risarcimento a iure ereditario , perché suo padre, un anziano signore, mentre scendeva dall'autobus urbano pubblico, cadeva riportando lesioni che provocarono il decesso. La ricorrente ricorre per ottenere il risarcimento contro l'Azienda di trasporto pubblico in persona del suo legale rappresentante pro tempore, la compagnia di assicurazione e il conducente dell'autobus.
Nei gradi del giudizio precedenti la domanda giudiziale veniva rigettata con sentenza per i motivi che brevemente riassumeremo:
era pacifico per le parti che il decesso e avvenuto mentre il sig. Rxxxxx scendeva dall'autobus ma i giudici rigettavano la domanda motivando che è necessario distinguere tra incidenti verificatisi a causa del trasporto ed incidenti verificatisi in occasione del trasporto ; a causa del trasporto il viaggiatore deve dimostrare il nesso di causalità tra il viaggio e il danno, mentre il vettore ha onere della prova liberatoria nel dimostrare che l'evento era imprevedibile e non evitabile; nel secondo caso (in occasione del trasporto) il viaggiatore ha l'onere di dimostrare che il danno è stato provocato in occasione del trasporto, mentre sul vettore incombe la prova liberatoria di aver adottato le cautele necessarie per assicurare l'incolumità del passeggero. Nel caso di specie la responsabilità del vettore in entrambi i casi consiste nell'arresto del mezzo e la discesa dei viaggiatori. Per il tribunale di primo e secondo grado l'avente causa avrebbe dovuto dimostrare che durante la discesa dei passeggeri il vettore avesse messo in movimento l'autobus.
La Corte di Cassazione, invece, accetta il ricorso cassa la sentenza e la rinvia alla Corte d'appello competente perché da un' interpretazione estensiva dell'art. 1689 c.c. il vettore è responsabile dell'incolumità del passeggero in tutte le fasi del trasporto anche in quelle accessorie quali la discesa, infatti dottrina e giurisprudenza, nel tempo, hanno di comune accordo precisato che nel sistema normativo del contratto di trasporto di persone esiste un obbligo di vigilanza e protezione dell'incolumità del passeggero in capo al vettore che è un obbligazione di carattere essenziale, intrinsecamente ed indissolubilmente connessa all'obbligo fondamentale di trasportare è quella di trasferire incolume a destinazione l'oggetto trasportato: nel trasporto di persone essa si caratterizza come obbligo di vigilanza e di protezione dell'incolumità del passeggero.
S. ANNAMARIA, domiciliata in ROMA presso LA CORTE DI CASSAZIONE, presso lo studio dell'avvocato ROMANO VACCARELLA, difesa dall'avvocato TEODORO SELICATO con studio in 72100 BRINDISI VIA BARLETTA, 21, giusta delega in atti;
ASS. SPA, TRASPORTI XXX SPA, CUC. NICOLA;
avverso la sentenza n. 313/99 della Corte d'Appello di LECCE, Sezione I Civile, emessa il 14/05/99 e depositata il 28/06/99 (R.G. 298/97);
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 23/04/03 dal Consigliere Dott. Angelo SPIRITO;
La sig. S. convenne in giudizio la Società Trasporti Pubblici di Brindisi, la compagnia d'assicurazioni ASS. ed il CUC. (conducente di un autobus di servizio pubblico), per ottenere, iure ereditario , il risarcimento del danno dovuto al suo defunto genitore per un infortunio occorsogli quando, nel discendere da un autobus urbano, era caduto al suolo riportando lesioni.
La sentenza di rigetto della domanda in primo grado è stata confermata dalla Corte d'appello di Lecce, la cui motivazione si può così sintetizzare: è pacifico in atti che l'incidente si verificò nella fase terminale della discesa dal mezzo pubblico; bisogna distinguere tra incidenti verificatisi a causa del trasporto ed incidenti verificatisi in occasione del trasporto; nel primo caso il viaggiatore deve provare il nesso di causalità tra trasporto e danno, mentre sul vettore incombe la prova liberatoria consistente nel dimostrare che l'evento è stato conseguenza di un fatto imprevedibile e non evitabile, nonostante l'uso della normale diligenza; nel secondo caso spetta al viaggiatore provare che si trattò di un infortunio avvenuto durante il viaggio e che non si sarebbe verificato senza l'occasione del medesimo, mentre incombe sul vettore la prova liberatoria consistente nella dimostrazione di aver posto in essere le cautele necessarie per assicurare, secondo la normale diligenza, l'incolumità del viaggiatore; nell'uno e nell'altro caso la prestazione e la responsabilità del vettore si esauriscono con l'arresto del mezzo e la discesa dei viaggiatori; l'erede, per provare che il suo dante causa era caduto perché, durante la discesa del mezzo pubblico, questo era improvvisamente ripartito, ha addotto testimonianze inconsistenti di persone che non hanno assistito all'incidente; non esistono elementi di giudizio che in qualche modo possano ricollegare il sinistro al contratto di trasporto; in conclusione non è stato posto in luce che la caduta dello S. sia stata cagionata, anche solo in parte, da un qualche comportamento del vettore o da una qualsiasi anomalia riconducibile all'esecuzione del trasporto o individuabile in occasione dello stesso (ad es. la scivolosità dei tappetini posti sui gradini di discesa o l'inopportuna scelta del luogo di fermata).
Per la cassazione della sentenza della Corte d'appello di Brindisi propone ricorso la S., svolgendo un unico motivo. Nessuno degli intimati (la Società Trasporti Pubblici di Brindisi, l'ASS. ed il CUC.) si difende in questo giudizio.
La ricorrente - lamentando la violazione e falsa applicazione degli artt. 1681 c.c., 115 c.p.c., nonché i vizi della motivazione - denunzia l'errore commesso dal giudice, consistito nell'avere prima riconosciuto che l'incidente s'era verificato nella fase terminale della discesa e poi affermato che l'erede della vittima avrebbe dovuto provare che la caduta era stata cagionata da un comportamento del vettore o da qualsiasi anomalia riconducibile all'esecuzione del trasporto o individuabile in occasione dello stesso. Sostiene, invece, la S. che, in base alla presunzione di responsabilità dell'art. 1681 c.c., era il vettore a dover provare di avere adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno. In causa era stata confermato, sia pure de relato , che l'incidente s'era verificato nella fase di discesa dall'autobus a causa dell'intempestiva manovra del conducente; nessuna prova ha addotto, invece, il convenuto a sostegno della sua versione, secondo cui la caduta si verificò mentre il mezzo era fermo ed a porte aperte. In conclusione, una volta provato il nesso causale con il trasporto da parte del danneggiato, il giudice non poteva addossare allo stesso anche la prova della colpa del vettore.
La giurisprudenza, fornendo un'interpretazione estensiva del precetto di cui all'art. 1681 c.c., afferma che il momento iniziale di quella speciale responsabilità del vettore non si identifica con quello della partenza e la responsabilità stessa non è limitata all'effettiva durata del movimento del mezzo di locomozione; sicché, si devono considerare come avvenuti durante il viaggio anche i sinistri che colpiscono la persona del viaggiatore (e la perdita o l'avaria delle cose che questi porta con sé) verificatisi durante le operazioni preparatorie o accessorie, in genere del trasporto o durante le fermate (Cass. 19 giugno 1973, n. 1802).
E' in quest'ordine di idee che la giurisprudenza esige dal viaggiatore un minimo di prova costituita dall'esistenza di un nesso causale tra il sinistro occorsogli e l'attività del vettore nell'esecuzione del trasporto (prova non concernente, dunque, l'anormalità del servizio), spettando poi al vettore la prova liberatoria (in forza della presunzione di responsabilità sancita) di avere approntato i mezzi idonei a salvaguardare l'incolumità del passeggero con normale diligenza (tra le varie, cfr. Cass. 13 luglio 1999, n. 7423; 1° marzo 1994, n. 2020; 27 ottobre 1993, n. 10680). In altri termini, perché possa riscontrarsi la speciale responsabilità in argomento è pur sempre richiesto un collegamento tra evento dannoso e viaggio (pur nell'ampia eccezione del termine che sopra s'è vista e non limitata al mero spostamento da un luogo ad un altro). In questo senso, per operazioni accessorie o preparatorie al trasporto possono sicuramente intendersi (solo a titolo esemplificativo, spettando al giudice di merito la selezione dei casi sulla base dei principi qui posti) la salita o la discesa dal mezzo, il carico dei bagagli, l'obliterazione del titolo di viaggio che avvenga sul veicolo, l'apertura e la chiusura delle porte o dei finestrini, lo spostamento all'interno del mezzo, la sistemazione ai posti, ecc.. Pur dovendosi ricordare che la prova liberatoria incombente sul vettore in ordine all'approntamento di mezzi idonei a salvaguardare l'incolumità del passeggero con normale diligenza non può escludere un ragionevole affidamento anche su un minimo di prudenza e di senso di responsabilità da parte di quest'ufficio (in tal senso, cfr. la già citata Cass. 1° marzo 1994, n. 2020).
Tant'è che il menzionato nesso viene interrotto allorché il comportamento imprudente del viaggiatore costituisca la causa esclusiva del sinistro (Cass. 5 novembre 2001, n. 13635).
E' in quest'ordine di idee che va letta la massima che la sentenza impugnata pone a fulcro delle proprie argomentazioni (benché non menzionata, la pronunzia di riferimento è rintracciabile in Cass. 29 marzo 1979, n. 1803), senza poi giungere ad un risultato con essa coerente. Il precedente distingue, appunto, tra sinistro a causa e sinistro in occasione di trasporto, laddove il primo ha una diretta causazione dal trasporto, mentre il secondo consiste in un vero e proprio infortunio dovuto a causa fortuita, violenta ed esterna, avvenuto durante il viaggio e che non si sarebbe verificato senza l'occasione del medesimo (si pensi al sasso che, lanciato contro il finestrino dell'autobus, lo sfonda e ferisce il viaggiatore). Nel primo caso (quello a causa del trasporto) spetta al viaggiatore, provare il nesso di causalità tra trasporto e danno ed indicare la ragione specifica per cui esso si è verificato, mentre al vettore incombe la prova liberatoria consistente nel dimostrare che l'evento dannoso è stato conseguenza di un fatto imprevedibile e non evitabile nonostante l'uso della normale diligenza; nel secondo caso (quello in occasione del trasporto) spetta al viaggiatore provare che l'infortunio (nel senso sopra espresso) avvenuto durante il viaggio non si sarebbe verificato senza l'occasione del viaggio stesso, mentre il vettore si libera da responsabilità dimostrando di avere fatto tutto per assicurare l'incolumità del viaggiatore.
Secondo questa ripartizione, il caso in esame è da considerarsi - nella prospettazione del danneggiato - come un sinistro a causa del trasporto (non in occasione, perché non verificatosi per causa esterna), in quanto la caduta della vittima sarebbe dovuta al fatto che il mezzo era ripartito mentre egli non aveva ultimato la discesa. Sicché, secondo quanto qui premesso (e premesso anche dal giudice d'appello) la prova a carico dell'attore avrebbe dovuto concedere il nesso tra evento e trasporto, oltre l'indicazione specifica della ragione per cui esso si era verificato, mentre il vettore, per liberarsi, avrebbe dovuto provare che l'evento dannoso era stato conseguenza di un fatto imprevedibile e non evitabile nonostante l'uso della normale diligenza.
La sentenza impugnata non s'è adeguata a questi consolidati principi, anzi, nel rendere l'interpretazione dell'art. 1681 c.c. s'è palesemente contraddetta.
Cominciamo col dire che la sentenza dà per pacifica la circostanza che il sinistro avvenne durante la discesa dal mezzo pubblico, ossia durante una di quelle operazioni che sopra sono state definite accessorie rispetto al trasporto - viaggio. Il che porta a ritenere che la sentenza stessa abbia dato per provato il nesso di causalità tra il trasporto ed il sinistro, con conseguente operatività della presunzione di responsabilità contrattuale di cui all'art. 1681 c.c.. A ciò si aggiunga che il danneggiato ha fornito indicazione della ragione per cui l'evento dannoso s'è verificato (la ripartenza del veicolo prima del completamento della discesa). A questo punto la pronuncia impugnata avrebbe dovuto utilizzare il materiale probatorio acquisito per verificare: se il vettore avesse apprestato tutti i mezzi idonei, secondo la normale diligenza del trasportatore, a salvaguardare l'incolumità del viaggiatore; se a spezzare il menzionato nesso di causalità fosse eventualmente intervenuto un fatto esterno assolutamente imprevedibile ed incontrollabile da parte del vettore o un comportamento dello stesso danneggiato, dovuto a sua imprudenza, negligenza o inefficienza fisica; se, eventualmente, tale fatto esterno o siffatto comportamento del danneggiato avessero avuto un'efficacia causale concorrente con l'attività del trasportatore.
Invece, la sentenza, prima ha riconosciuto come pacifico che l'incidente "si verificò nella fase terminale della discesa", poi ha escluso la rinvenibilità in atti di "elementi di giudizio che in qualche modo possano ricollegare il sinistro al contratto di trasporto", per, infine, pretendere dall'erede del danneggiato la prova che la caduta era stata cagionata, anche solo in parte, da un qualche comportamento del vettore o da una qualsiasi anomalia riconducibile all'esecuzione del trasporto o individuabile in occasione dello stesso. La sentenza, disapplicando la presunzione dì responsabilità dell'art. 1681 c.c., ha così posto a carico dell'attore l'ordinario regime probatorio in tema di responsabilità, non quello invertito, specificamente previsto in tema di trasporto, a tutela dell'incolumità del viaggiatore.
E' per questa ragione che la sentenza della Corte leccese va cassata ed il giudice del rinvio rivaluterà gli elementi probatori acquisiti agli atti alla luce del seguente principio: in ipotesi di sinistro verificatosi a causa del trasporto (ossia, posto in diretta derivazione causale e non occasionale rispetto all'attività di trasporto), colui il quale agisce per il risarcimento del danno ha l'onere di provare il nesso esistente tra l'evento dannoso ed il trasporto, indicando la specifica ragione per cui l'evento stesso si è verificato, mentre il vettore, per liberarsi della presunzione di responsabilità sancita a suo carico dall'art. 1681 c.c., ha l'onere di provare che quell'evento è stato conseguenza di un fatto imprevedibile e non evitabile nonostante l'uso della normale diligenza. A tal riguardo, si devono considerare come avvenuti "durante il viaggio" anche i sinistri, che colpiscano la persona del viaggiatore, verificatisi durante le operazioni preparatorie o accessorie, in genere, del trasporto o durante le fermate.
La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia ad altra sezione della Corte d'appello di Lecce, la quale provvederà anche sulle spese del giudizio di cassazione.