Source: http://www.avvocatosasso.it/appunti/reati-contro-il-patrimonio/
Timestamp: 2014-03-07 03:36:00+00:00
Document Index: 33711270

Matched Legal Cases: ['art. 628', 'art. 629', 'art. 630', 'art.634', 'art. 812', 'art. 2034', 'art. 1140', 'art. 1168', 'art. 624', 'art. 628', 'art. 625', 'art. 70', 'art. 61', 'art. 625', 'art. 61', 'art. 4', 'art. 624', 'art. 61', 'art. 625', 'art. 624', 'art. 625', 'art. 625', 'art. 626', 'sentenza ', 'art. 27', 'art. 626', 'art. 626', 'art. 627', 'art. 417', 'art. 646', 'art. 646', 'art. 646', 'art. 646', 'art. 1864', 'art. 627', 'art. 647', 'art. 374', 'art. 640', 'art. 640', 'art. 640', 'art. 316', 'art. 2', 'art. 640', 'art. 615', 'art. 640', 'art. 640', 'art. 640', 'art. 322', 'art. 640', 'art. 641', 'art. 642', 'art. 643', 'art. 645', 'art. 2', 'art. 644', 'art.644', 'art. 644', 'art. 3', 'art. 644', 'art. 643', 'art. 644', 'art. 628', 'art. 581', 'art. 628', 'art. 629', 'art. 628', 'art. 610', 'art. 630', 'art. 605', 'art. 361', 'art. 630', 'art. 586', 'art. 605', 'art. 631', 'art. 632', 'art. 95', 'art. 633', 'art. 634', 'art. 637', 'art. 636', 'art. 15', 'art. 635', 'art. 625', 'art. 635', 'art. 635', 'art. 638', 'art. 639', 'art. 635', 'art. 13', 'art. 639', 'art. 648', 'sentenza ', 'art. 170', 'art. 648', 'art. 133', 'art. 648', 'art. 648', 'art. 24', 'art. 648', 'art. 5', 'art. 648', 'art. 648', 'art. 133', 'art. 713', 'art. 705', 'art. 13', 'art. 707', 'art. 708', 'art. 710', 'art. 711', 'art. 709']

Avvocato Sasso » REATI CONTRO IL PATRIMONIO
Vittime e SocietÃ REATI CONTRO IL PATRIMONIO
I delitti contro il patrimonio sono riuniti nellâ€™ultimo titolo del libro secondo del codice. Il codice del 1889 denominava questa classe di reati â€œdelitti contro la proprietÃ â€, ma lo stesso ministro proponente si era reso conto dellâ€™inadeguatezza dellâ€™intitolazione, dichiarando che lâ€™espressione â€œproprietÃ â€ doveva essere intesa in senso ampio, sÃ¬ da comprendere non solo il diritto di proprietÃ , ma anche il possesso ed ogni diritto reale e di obbligazione. Non si deve credere che le figure criminose contenute nel predetto titolo del codice esauriscano i delitti contro il patrimonio. Lâ€™esistenza di reati patrimoniali fuori del tredicesimo titolo del libro secondo del codice, non solo Ã¨ incontestabile, ma trova un riconoscimento esplicito nella legge, la quale, nel prevedere lâ€™aggravante comune del danno patrimoniale di rilevante gravitÃ e la correlativa attenuante del danno di speciale tenuitÃ . Dâ€™altra parte, sarebbe erroneo ritenere che nei reati contemplati nel titolo in esame siano offesi soltanto interessi patrimoniali. Ve ne sono parecchi, come la rapina (art. 628), lâ€™estorsione (art. 629), il ricatto (art. 630) e la turbativa violenta del possesso di cose immobili (art.634), i quali ledono altresÃ¬ la sicurezza e la libertÃ della persona. Nello studio dei reati patrimoniali si Ã¨ delineato nella dottrina un contrasto tra due pensiero. Una di esse, la c.d. corrente privatistica, sostiene che il significato da attribuirsi ai termini che traggono origine dal diritto privato va desunto esclusivamente da questo, non potendo il diritto penale modificare lâ€™essenza di istituti che sono propri di altri rami del diritto e dovevano limitarsi ad aggiungere la sua speciale tutela e quella ordinaria del diritto privato. La seconda corrente, che viene denominata â€œautonomistaâ€, afferma, invece, che il diritto penale, quando si riferisce ad istituti trovano la loro fondamentale regolamentazione nel diritto privato, li riplasma in modo indipendente, sicchÃ© essi vengono ad assumere un significato o, per lo meno, una colorazione autonoma. A nostro avviso, il quesito va risolto caso per caso, e cioÃ¨ per ogni singolo concetto, trattandosi di un problema di interpretazione. Punto di partenza debbono essere le nozioni elaborate e accolte dal diritto privato, al quale appartengono i relativi istituti. Ãˆ necessario, perÃ², che tali nozioni vengano saggiate al lume delle varie norme del diritto penale per verificare le conseguenza che derivano dallâ€™applicazione di esse.
Nozione di patrimonio. Ãˆ patrimonio il complesso delle attivitÃ e delle passivitÃ che si riferiscono ad una persona. Dal punto di vista strettamente giuridico il patrimonio viene generalmente definito come il complesso dei rapporti giuridicamente rilevanti che fanno capo ad una persona. I cultori del diritto privato spiegano che, piÃ¹ che insieme di oggetti o cose, si tratta di insieme di rapporti, e cioÃ¨ di diritti e di obblighi, ma pongono in rilievo che tali rapporti debbono riferirsi a cose o altre entitÃ aventi un valore economico e, quindi, debbono essere valutabili in denaro. Il criterio del valore economico e pecuniario non puÃ² essere accolto dai penalisti nel senso ristretto in cui lo intende la maggior parte della dottrina privatistica. Se un oggetto, pur essendo privo di un valore di scambio, ha per colui che lo possiede un valore di affezione, come ad es. una ciocca di capelli, lâ€™oggetto stesso non puÃ² considerarsi esterno al patrimonio. Premessa questa precisazione, osserviamo che fanno parte del patrimonio non solo tutti i diritti reali ma anche i diritti di obbligazione. Anche i valori posseduti in contrasto con il diritto fanno parte del patrimonio dato che, entro certi limiti, il possesso di essi, come quasi concordemente si ammette, Ã¨ tutelato dallâ€™ordinamento giuridico. Per lâ€™incontro, si ritiene generalmente che non faccia parte del patrimonio la capacitÃ produttiva, e cioÃ¨ la forza lavoro, perchÃ© troppo intimamente connessa con la persona umana. Da quanto abbiamo detto risulta che la dibattuta questione della natura giuridica o economica del patrimonio, considerato come oggetto della tutela penale, va risolta nel primo senso. Ãˆ noto che lâ€™ordinamento giuridico in taluni casi e per certi scopi considera il patrimonio come una unitÃ organica e lo tratta come un sol tutto, indipendentemente dai diritti cheÂ lo compongono (defunto, il fallito). La dottrina italiana Ã¨ concorde nel ritenere che nel campo penale il patrimonio non Ã¨ mai tutelato come unâ€™entitÃ autonoma. Si dice generalmente che ai fini della tutela penale il patrimonio, di fronte allâ€™attivitÃ del reo cheÂ lo aggredisce, si discioglie, risolvendosi nei singoli rapporti dai quali risulta, ed in sostanza nelle singole cose e diritti cheÂ lo compongono. Malgrado lâ€™unanimitÃ di consensi, questa opinione non puÃ² essere accolta, essendo inesatta la premessa da cui parte, e cioÃ¨ lâ€™affermazione che la legge penale non offra alcuna figura delittuosa che sia preordinata alla tutela dellâ€™intero patrimonio.
La distinzione delle cose. Per il diritto sono cose tutti gli oggetti che possono corporali e quelle altre entitÃ naturali che hanno un valore economico e sono suscettibili di appropriazione. Nella nozione di cosa rientrano anche le energie, le quali per lungo tempo ne sono state escluse, in quanto si ravvisava il segno caratteristico della cosa nella corporeitÃ . Gli animali sono cose. Le cose si distinguono in mobili e immobili. La distinzione, di grande importanza per il diritto penale, trova la sua fonte nel codice civile, allâ€™art. 812, il quale dispone: â€œSono beni immobili il suolo, le sorgenti e i corsi dâ€™acqua, gli alberi, gli edifici e le altre costruzioni, anche se unite al suolo a scopo transitorio, e in genere tutto ciÃ² che naturalmente o artificialmente Ã¨ incorporato al suolo. Sono reputati immobili i mulini, i bagni e gli altri edifici galleggianti quando sono saldamente assicurati allâ€™alveo o alla riva e sono destinati ad esserlo in modo permanente per la loro utilizzazione. Sono mobili tutti gli altri beniâ€.
Lâ€™altruitÃ della cosa. In tutte le disposizioni che delineano delitti aventi per oggetto materiale non lâ€™intero patrimonio, ma una cosa determinata, figura lâ€™aggettivo altrui; il che significa che la cosa rubata, usurpata, danneggiata deve appartenere a persona diversa dallâ€™autore dellâ€™azione criminosa. Sul concetto di altruitÃ non esiste una teoria generale e in dottrina viene affrontato e risolto nella trattazione del delitto di furto. Su di un punto non vi sono dubbi: non Ã¨ altrui la res nullius e cioÃ¨ la cosa che non Ã¨ di proprietÃ di alcuno. Le cose che erano giÃ di proprietÃ di alcuno divengono nullius quando siano abbandonate. Il problema principale in ordine allâ€™altruitÃ della cosa e se sia altrui la cosa che Ã¨ di proprietÃ di altri oppure la cosa su cui altri vantano un diritto di godimento o di garanzia. Bisogna ritenere che lâ€™espressione cosa altrui vada intesa in senso stretto, e cioÃ¨ nel senso di cosa di proprietÃ di altri, e che, in conseguenza, il proprietario non puÃ² essere soggetto attivo di reati che esigono lâ€™altruitÃ della cosa.
Il danno. Nel quadro dei delitti contro il patrimonio presentano un interesse di primo piano le nozioni di danno e di profitto. Il danno non Ã¨ solo requisito esplicito di alcune figure criminose, ma deve considerarsi requisito implicito di tutti i delitti patrimoniali. Il danno richiesto dai delitti in esame Ã¨ di natura patrimoniale. Ãˆ danno la deminutio patrimonii, vale a dire la diminuzione del complesso dei valori che compongono il patrimonio. Detto danno puÃ² consistere cosÃ¬ nella riduzione dei crediti come nellâ€™incremento dei debiti. In ogni caso si tratta di una alterazione sfavorevole del rapporto tra gli elementi attivi e gli elementi passivi del patrimonio. Il patrimonio comprende anche i beni che hanno un puro valore di affezione (ricordi di famiglia).
Il profitto. Nella maggior parte delle relative norme incriminatrici si esige che lâ€™azione sia compiuto a scopo di profitto. Orbene, il diritto italiano Ã¨ da tempo orientato nel senso della piÃ¹ estesa concezione del profitto. Non Ã¨ profitto soltanto il vantaggio economico e, piÃ¹ in generale, lâ€™incremento del patrimonio, ma qualunque soddisfazione o piacere che lâ€™agente si riprometta dalla sua azione criminosa. Qualche dubbio Ã¨ stato sollevato in ordine al profitto che deriva immediatamente dalla cosa sottratta, ma ne Ã¨ conseguenza indiretta. In quasi tutte le norme incriminatrici nelle quali si parla di profitto, figura lâ€™aggettivo ingiusto, il che significa che in tali casi per lâ€™esistenza del reato Ã¨ necessario che il profitto avuto di mira o realizzato dallâ€™agente abbia il carattere della ingiustizia. Non puÃ² considerarsi ingiusto, fra lâ€™altro, il profitto di colui che mira di a realizzare un suo credito di giuoco o di scommessa (1993 c.c.), un suo credito prescritto (2940 c.c.) e in genere il profitto che corrisponde allâ€™esecuzione di doveri morali o sociali (art. 2034 c.c.), come ad es. lâ€™aiuto pecuniario preteso dalla donna sedotta o dal figlio naturale. Quanto al profitto non patrimoniale, a nostro parere, esso dovrÃ considerarsi ingiusto tutte le volte che sia in contrasto con lâ€™ordinamento giuridico. CosÃ¬ va ritenuto ingiusto il profitto che si propone colui che ruba una rivoltella per togliersi la vita, dato che, come piÃ¹ volte abbiamo avuto occasione di notare, il suicidio, pur non essendo punito, costituisce un illecito giuridico. Il codice, quando parla di profitto, aggiunge sempre la formula per sÃ© o per altri. Ne deriva che la responsabilitÃ penale sussiste anche se la lesione del patrimonio Ã¨ stata effettuata dal soggetto per avvantaggiare una terza persona.
Il possesso nel diritto penale. Per la chiarezza dellâ€™esposizione Ã¨ necessario avere davanti agli occhi le disposizioni che nel codice civile regolano il possesso ed ha attinenza col problema che noi dobbiamo affrontare e risolvere. Lâ€™art. 1140 del detto codice dispone: â€œIl possesso Ã¨ il potere sulla cosa che si manifesta in unâ€™attivitÃ corrispondente allâ€™esercizio della proprietÃ o di altro diritto reale. Si puÃ² possedere direttamente o per mezzo di altra persona, che ha la detenzione della cosaâ€. Lâ€™art. 1168, infine, nei primi due commi reca: â€œChi Ã¨ stato violentemente od occultamente spogliato del possesso puÃ², entro lâ€™anno del sofferto spoglio, chiedere contro lâ€™autore di esso la reintegrazione del possesso medesimo. Lâ€™azione Ã¨ concessa altresÃ¬ a chi ha la detenzione della cosa, tranne il caso che lâ€™abbia per ragioni di servizio o di ospitalitÃ â€. In relazione alla nozione di possesso si sono fronteggiate due correnti di pensiero: corrente privatistica e corrente autonomista. I seguaci del primo indirizzo affermano che il possesso ai fini del diritto penale coincide del tutto col possesso che Ã¨ delineato e regolato dal codice civile; i fautori del secondo, sostengono che nel campo del diritto penale il concetto di possesso ha un significato e una portata particolare. Il Nuvolone, orientato nel senso dellâ€™autonomia, ha negato la configurabilitÃ di una fattispecie possessoria unitaria, penalmente rilevante: ha cioÃ¨ contestato che il termine possesso nelle non poche disposizioni del codice che ad esso si riferiscono abbia sempre lo stesso significato e con minuta analisi ha cercato di precisare tale significato caso per caso. Ma il punto piÃ¹ caratteristico della concezione del Nuvolone consiste nella tesi secondo la quale al centro del fenomeno possessorio sarebbe il concetto di apparentia iuris. In tanto in un rapporto materiale con una cosa Ã¨ possesso in senso giuridico, in quanto sia accompagnato dallâ€™apparenza di diritto, la quale si determina alla stregua di un duplice ordine di fattori, positivi o negativi. Questa concezione non ha trovato seguito tra i cultori del diritto privato ed anche a noi non sembra convincente, perchÃ© il concetto dellâ€™apparentia iuris manca i quella precisione che sarebbe necessaria per gettare luce sulla delicata materia. A nostro modo di vedere il possesso, nellâ€™ambito del diritto penale, consiste nella relazione tra la persona e la cosa, che consente alla prima di disporre della cosa in modo autonomo, e che la disponibilitÃ Ã¨ autonoma quando si svolge allâ€™infuori della diretta vigilanza di una persona che abbia sulla cosa un potere giuridico maggiore. Semplice detentore, dâ€™altra parte, Ã¨ colui che esplica il potere di fatto sulla cosa nella sfera di vigilanza del possessore. Determinata nel modo indicato lâ€™estensione che il concetto del possesso assume nel diritto penale, osserviamo che per tutto il resto valgono nel nostro ramo giuridico le regole che disciplinano la materia del diritto civile, e particolarmente le regole che riflettono il momento normativo del fenomeno possessorio. In conseguenza:
In caso di morte il possesso continua nellâ€™erede, senza bisogno che costui apprenda materialmente la cosa, giusta le disposizioni contenute negli articoli 1146 e 460 del codice civile. Questo principio spiega come possa ravvisarsi il delitto di furto nei casi, purtroppo frequenti, di sciacallismo, e cioÃ¨ quando vengono sottratti dei valori ai cadaveri;
Per quanto il possesso esiga la conoscenza di ciÃ² che forma oggetto della signoria di fatto, non Ã¨ tuttavia necessario che tale conoscenza riguardi particolarmente ogni singola cosa.
Il codice attuale divide i delitti contro il patrimonio in due classi, secondo che siano commessi mediante violenza alle cose o alle persone, oppure mediante frode. Nella prima classe sono comprese le varie figure di furto, la rapina, lâ€™estorsione, il ricatto, lâ€™usurpazione e le altre violazioni dei diritti sui beni immobili nonchÃ© i delitti di danneggiamento; nella seconda la truffa con le frodi similari, le appropriazioni indebite, lâ€™usura ela ricettazione. Laclassificazione dei delitti in parola incontra un ostacolo, probabilmente insuperabile, nel fatto che, mentre essi hanno il medesimo oggetto giuridico, in quanto tutti offendono il patrimonio, le diversitÃ che intercorrono tra lâ€™uno e lâ€™altro dipendono da un notevole numero di elementi di varia indole, come le modalitÃ dellâ€™azione criminosa, la natura e la specie dellâ€™oggetto materiale, lâ€™intenzione dellâ€™agente, elementi che, per giunta, spesso si intrecciano tra loro.
Il furto Ã¨ uno dei delitti che in pratica ricorrono con maggiore frequenza, cosÃ¬ come il suo autore Ã¨ uno dei tipi piÃ¹ comuni di delinquente. Il nostro codice nellâ€™art. 624 delinea la fattispecie del furto con la seguente formula: â€œChiunque sâ€™impossessa della cosa mobile altrui, sottraendola a chi la detiene, al fine di trarne il profitto per sÃ© o per altri, Ã¨ punito con la reclusione fino a tre anni e con la multa da Euro154 a516â€. Scopo dellâ€™incriminazione Ã¨ senza dubbio la tutela del possesso delle cose mobili. Tale possesso Ã¨ protetto anche dalle norme del diritto privato, specialmente con le azioni di reintegra e di manutenzione, ma questa tutela non puÃ² ritenersi sufficiente. Lâ€™oggetto specifico della tutela penale nel furto Ã¨ costituito dal possesso, e ciÃ² si desume sia dal fatto che lâ€™essenza del delitto consiste nel passaggio del possesso ad unâ€™altra persona, sia dalla considerazione che la norma sopra riferita dimostra che qualsiasi possessore Ã¨ protetto dalla legge penale. Qualche autore ravvisa nel furto una violazione della proprietÃ , ma questa opinione non si puÃ² accogliere, perchÃ© lâ€™interesse del proprietario che non sia contemporaneamente possessore non sempre Ã¨ leso nel furto. Soggetto passivo del delitto deve ritenersi il possessore della cosa mobile. A costui spetta il diritto di querela nei casi in cui il furto non Ã¨ perseguibile dâ€™ufficio. Oggetto materiale dellâ€™azione nel furto Ã¨ una cosa mobile altrui (per il concetto di cosa mobile altrui, vedere il capitolo precedente).
Lâ€™azione esecutiva del furto consiste nellâ€™impossessamento della cosa ora descritta. Tale impossessamento deve presentare una nota negativa, e cioÃ¨ non deve verificarsi mediante violenza o minaccia, perchÃ© altrimenti il fatto trapassa nel reato maggiore di rapina (art. 628). Ma quando Ã¨ che si verifica lâ€™impossessamento che caratterizza il furto? Sono stati delineati vari criteri:
Il primo Ã¨ quello che ravvisa lâ€™impossessamento nel semplice fatto di porre la mano sopra la cosa per impadronirsene;
Per unâ€™altra teoria, lâ€™impossessamento consiste nellâ€™amotio della cosa, e cioÃ¨ nello spostamento della medesima dal luogo in cui si trova;
Una terza concezione esige lâ€™ablatio, vale a dire lâ€™asportazione della cosa e il suo trasferimento fuori della sfera di custodia del possessore;
Unâ€™ultima teoria (c.d. della illazione) considera avvenuto lâ€™impossessamento quando la cosa sia stata trasportata dal ladro nel luogo prestabilito e sia stata cosÃ¬ messa al sicuro.
PoichÃ© nel testo dellâ€™articolo 624 si parla tanto di impossessamento, quando di sottrazione, Ã¨ necessario esaminare separatamente i due concetti, cominciando dal secondo che senza dubbio, dal punto di vista logico, costituisce un prius rispetto allâ€™altro.
Sottrazione significa eliminazione, privazione allâ€™altrui possesso, e cioÃ¨ spossessamento. La mancanza del possesso da parte dellâ€™agente, perciÃ², Ã¨ un presupposto del furto, presuppone che, distingue questo reato allâ€™appropriazione indebita. Le difficoltÃ sorgono quando si tratta di precisare i casi in cui manca il possesso, e ciÃ² a causa delle incertezze che sussistono sulla nozione di questo istituto. Nellâ€™ambito penale Ã¨ possesso la relazione tra la persona e la cosa che consente alla prima di disporre della seconda in modo autonomo e che la disponibilitÃ deve ritenersi autonoma quando si svolge al di fuori della diretta vigilanza di una persona che abbia sulla cosa medesima un potere giuridico maggiore. Non sono quindi possessori, ma semplici detentori coloro che dispongono della cosa entro la sfera di sorveglianza del possessore. In conseguenza, risponde di furto e non di appropriazione indebita, ad esempio:
La cameriera che si impossessa di un monile che la sua padrona ha lasciato nellâ€™armadio;
Lâ€™ospite che si impadronisce di una posata dâ€™argento che gli Ã¨ stata consegnata per lâ€™uso;
Il commesso o lâ€™operaio che sottrae un oggetto che ha a sua disposizione nella bottega o nellâ€™officina;
Il cliente che in un negozio, avuto in mano un oggetto per osservarlo, si dÃ alla fuga;
Il detenuto che, fuggendo, si impossessa di cose dategli in dotazione dallâ€™amministrazione del carcere.
Va tenuto presente che il concetto di sottrazione, se implica la mancanza di possesso da parte dellâ€™autore, implica altresÃ¬ il dissenso del possessore. Una volta verificatasi la detta sottrazione, il consenso successivo o la ratifica del possessore non escludono lâ€™esistenza del reato.
Quanto allâ€™impossessamento Ã¨ opinione assai diffusa che esso equivalga alla sottrazione. In questâ€™ordine di idee si Ã¨ espressa e si esprime tuttora la giurisprudenza prevalente. Si Ã¨ detto che i momenti della sottrazione e dellâ€™impossessamento non esprimono che un duplice aspetto dello stesso fenomeno, considerato rispettivamente dal punto di vista del soggetto passivo e dellâ€™agente: rappresentano, in altri termini, il diritto e il rovescio della medesima medaglia. Lâ€™impossessamento si verificherebbe appena il ladro toglie al derubato la materiale disponibilitÃ della cosa. Tale opinione non puÃ² ritenersi fondata. Se, infatti, il possesso Ã¨ la disponibilitÃ autonoma della cosa, lâ€™impossessamento non puÃ² significare che acquisto di tale disponibilitÃ , e cioÃ¨ di una disponibilitÃ che si esplichi al di fuori della cerchia di sorveglianza del precedente possessore. Dovendo ritenersi erronea lâ€™asserita coincidenza tra impossessamento e sottrazione. Il furto si perfeziona con lâ€™impossessamento, e cioÃ¨ quando lâ€™agente acquista la disponibilitÃ autonoma della cosa. Solo allorchÃ© la cosa esce dalla sfera di vigilanza del precedente possessore e si crea un nuovo possessore, il furto puÃ² dirsi consumato. I mezzi utilizzati per impossessarsi della cosa sono indifferenti.
Lâ€™infondata opinione che sottrazione e impossessamento siano un tuttâ€™uno e che in conseguenza lâ€™impossessamento si verifichi nellâ€™istante in cui al derubato viene tolta la disponibilitÃ materiale della cosa, ha portato la dottrina e la giurisprudenza, in tema di tentativo, ad applicazioni che, a nostro parere, non possono in alcun modo approvarsi. Queste applicazioni sono infondate, perchÃ© nei casi in parola manca lâ€™impossessamento, se impossessamento significa acquisto di una disponibilitÃ autonoma. Insomma, la nozione di possesso, applicata coerentemente, porta a ritenere che solo quando il ladro riesce a sfuggire dalla cerchia di vigilanza del possessore, nel suo fatto Ã¨ consentito ravvisare un furto consumato. Prima di tale momento, la semplice sottrazione della cosa non puÃ² essere punita che a titolo di tentativo.
Il dolo nel furto richiede anzitutto la coscienza e la volontÃ i impossessarsi della cosa mobile altrui sottraendola al detentore. Esige inoltre una particolare intenzione, e precisamente il fine di trarre profitto dalla cosa per sÃ© o per altri. Tale elemento dÃ allâ€™elemento soggettivo del furto il carattere di vero e proprio dolo specifico. Lâ€™ingiustizia del profitto sia estranea alla nozione del furto, il quale, perciÃ², sussiste anche se il vantaggio a cui mirava lâ€™agente non presentava quel carattere, e cioÃ¨ era legittimo. Nulla di notevole da notare in ordine alle cause di giustificazione, per le quali valgono le regole generali. Anche per il concorso di reati valgono le norme comuni.
FURTO NEL SUOPERMERCATO. Con riferimento al momento consumativo del reato di furto Ã¨ possibile risolvere il problema assai dibattuto in dottrina e giurisprudenza del momento consumativi del delitto di furto commesso nei supermercati organizzati con il sistema del self service. La giurisprudenza ritiene consumato il furto nel momento in cui il cliente, prelevata la merce dai banchi di vendita la occulta nella propria persona perchÃ© Ã¨ in tale momento che il possesso Ã¨ da lui acquisito: risponderÃ dunque di furto consumato e non tentato coluiÂ che sia stato sorpreso allâ€™interno del reparto o del negozio, e prima di passare per la cassa, con la merce occultata in tasca, in borsa o altrimenti. Per altra dottrina invece, sulla scorta delle norme civilistiche di conclusione del contratto (offerta al pubblico â€“ accettazione), il contratto puÃ² dirsi perfezionato solo al momento del passaggio per la cassa, poichÃ© Ã¨ in tale momento che il proponente ha notizia dellâ€™accettazione della proposta da parte del cliente. Sulla scorta di tale ragionamento occorre distinguere:
a. se il cliente Ã¨ passato per la cassa e non ha volutamente pagato la merce, in tutto o in parte, risponderÃ di furto consumato e ciÃ² anche se, come puÃ² capitare non ha nascosto la merce ma Ã¨ passato con la stessa in mostra;
b. se il cliente Ã¨ stato sorpreso allâ€™interno del reparto o del negozio e prima di passare dalla cassa occorrerÃ esaminare, caso per caso, le singole fattispecie e ritenere sussistente il tentativo solo se il comportamento dellâ€™agente appare univocamente diretto ad impossessarsi della merce senza pagarla.
Lâ€™art. 625 del codice prevedeva, prima della legge n. 128 del 2001, per il furto otto aggravanti speciali. Sono tutte circostanze oggettive ai sensi dellâ€™art. 70 e, come tali, si estendono ad ogni compartecipe nel reato. Naturalmente, esse non escludono lâ€™applicabilitÃ delle aggravanti comuni contemplate negli art. 61 e 112 del codice, salvo i casi di assorbimento derivanti dalle regole generali sul concorso apparente di norme. Il furto Ã¨ aggravato:
Se il colpevole, per commettere il fatto, si introduce o si trattiene in un edificio o in un altro luogo destinato ad abitazione. Con lâ€™espressione â€œedificio destinato ad abitazioneâ€ non si intendono soltanto i locali adibiti ad abitazione, ma anche quelli che formano parte integrante: scale, atri, cucine, bagni, ripostigli, cantine, soffitte e porticati.
Se il colpevole usa violenza sulle cose o si vale di un qualsiasi mezzo fraudolento. Mentre il codice Zanardelli prevedeva in particolare il c.d. furto con scasso, il quale ricorreva allorchÃ© lâ€™agente aveva distrutto o rotto â€œripari di solida materia posti a tutela della persona o della proprietÃ â€, il codice attuale ha esteso la portata dellâ€™aggravante, parlando genericamente di violenza sulle cose. Si Ã¨ perÃ² ritenuto che la violenza presupponga il superamento di un ostacolo di una qualche consistenza e, cosÃ¬, per esempio, la si Ã¨ esclusa nel caso del semplice scioglimento del filo di ferro che teneva chiusa una porta priva di serratura.Â PiÃ¹ recentemente lâ€™aggravante Ã¨ stata ritenuta nel caso di strappo dellâ€™etichetta magnetica per sottrarre capi di merce ai grandi magazzini.
Se il fatto Ã¨ commesso con destrezza, ovvero strappando la cosa di mano o di dosso alla persona. Il furto con destrezza, detto comunemente borseggio, Ã¨ il furto che viene commesso con particolare abilitÃ e sveltezza. Non si ha furto con destrezza nel caso, piuttosto frequente, del c.d. taccheggio, il quale su verifica allorchÃ© una persona, entrando in una bottega col pretesto di fare acquisti, tiene a bada lâ€™incaricato delle vendite e riesce a sottrarre clandestinamente gli oggetti che gli capitano a portata di mano. Lâ€™altra ipotesi Ã¨ lo scippo, che si verifica quando la borsa viene strappata di mano o di dosso alla persona.
Se il fatto Ã¨ commesso da tre o piÃ¹ persone, ovvero anche da una sola, che si sia travisata o simuli la qualitÃ di pubblico ufficiale o di incaricato di pubblico servizio.
Se il fatto Ã¨ commesso sul bagaglio dei viaggiatori in ogni specie di veicoli, nelle stazioni, negli scali o banchine, negli alberghi o in altri esercizi ove si somministrano cibi e bevande. Viaggiatore Ã¨ colui che si fa trasportare per terra, per mare o per aria fuori dalla comune dimora. Bagaglio Ã¨ tutto quanto il viaggiatore porta con sÃ© per le proprie necessitÃ o utilitÃ , escluse le cose che porta sulla sua persona.
Se il fatto Ã¨ commesso su cose esistenti in uffici o stabilimenti pubblici, o sottoposte a sequestro o a pignoramento, o esposte per necessitÃ o per consuetudine o per destinazione alla pubblica fede, o destinate a pubblico servizio o a pubblica utilitÃ , difesa o reverenza.
Se il fatto Ã¨ commesso su tre o piÃ¹ capi di bestiame raccolti in gregge o mandria, ovvero su animali bovini o equini, anche non raccolti in mandria. Tale aggravante concreta il c.d. delitto di abigeato. Il termine gregge riguarda il bestiame minuto, mentre lâ€™espressione mandria si riferisce al bestiame grosso. I volati sono esclusi dalla disposizione.
Lâ€™art. 625, il quale per i casi di furto aggravato di cui ora abbiamo parlato, commina la reclusione da1 a6 anni e la multa da Euro103 a1032, nellâ€™ultimo comma stabilisce: â€œSe concorrono due o piÃ¹ circostanze previste dai numeri precedenti, ovvero se una di esse concorre con una di quelle indicate nellâ€™art. 61, la pena Ã¨ della reclusione da3 a10 anni e della multa da Euro266 a1549â€.
Il sistema delle aggravanti Ã¨ stato aspramente criticato per il fatto che comporta delle pene eccessive per la reale gravitÃ del reato. Lâ€™asprezza delle pena ha favorito, nel giudizio di valenza con attenuanti, una prassi dei giudici volta di norma a considerare gracili attenuanti prevalenti o equivalenti su plurime e significative aggravanti.
Sta a sÃ© lâ€™aggravante contemplata allâ€™art. 4 della legge n. 533 del 1977, per effetto della quale â€œSe il fatto dellâ€™art. 624 Ã¨ compiuto su armi, munizioni od esplosivi nelle armerie ovvero in depositi o in altri locali adibiti alla custodia di essi, si applica la pena della reclusione da tre a dieci anni e della multa da lire centomila a lire quattrocentomila. Se concorre, inoltre, taluna delle circostanze previste dallâ€™art. 61 o dallâ€™art. 625, n. 1, 2, 3, 4, 5 e 7 del codice penale, la pena Ã¨ della reclusione da cinque a dodici anni e della multa da lire duecentomila a lire seicentomila.
Merita infine rilevare come la L. n. 128/01 (c.d. pacchetto sicurezza) abbia introdotto lâ€™art. 624 bis a norma del quale â€œÃ¨ punito chiunque si impossessa della cosa mobile altrui, sottraendola a chi la detiene, al fine di trarne profitto per sÃ© o per altri, mediante introduzione in un edificio o in altro luogo destinato in tutto o in parte a privata dimora o nelle pertinenze di essa, nonchÃ© si impossessa della cosa mobile altrui, sottraendola a chi la detiene, al fine di trarne profitto per sÃ© o per altri, strappandola di mano o di dosso alla personaâ€. La citata legge ha, dunque, trasformato il furto in abitazione ed il furto con strappo da ipotesi aggravate del delitto di furto (previste dallâ€™art. 625, primo comma, numeri 1 e 4, c.p. ed abrogate dal suddetto provvedimento) a figure autonome di reato, in tal modo evitando il bilanciamento con eventuali concorrenti circostanze attenuanti.
Entrambe le fattispecie sono state strutturate sulla falsariga del delitto di furto, di cui la norma riproduce alla lettera la condotta, limitandosi ad introdurre gli elementi specializzanti sopra delineati. Quanto al furto in abitazione il legislatore ha accolto lâ€™interpretazione estensiva, operata dalla giurisprudenza, dellâ€™art. 625, comma 1, n. 1, finalizzata ad estendere lâ€™applicabilitÃ della norma ai fatti commessi nelle pertinenze dellâ€™edificio e nei luoghi destinati anche solo in parte a dimora. Per converso, la nuova norma non ha riprodotto la possibilitÃ di configurare la fattispecie anche nel caso in cui sia realizzata durante lâ€™abusivo trattenimento nellâ€™edificio. Quanto al furto con strappo, il fatto materiale deve concretarsi in un atto violento esercitato su di un oggetto, che viene improvvisamente strappato di dosso o di mano alla vittima. Se la violenza, invece, viene esercitata sulla vittima e non sulla cosa si avrÃ rapina.
Gli articoli 626 e 627 prevedono, come figure autonome di reato, quattro specie di furti cheÂ si distinguono da quello comune per la loro tenuitÃ oggettiva o soggettiva oppure per la qualitÃ personale del soggetto agente in relazione al particolare regime giuridico della cosa sottratta.
FURTO Dâ€™USO (art. 626 n. 1). Tale figura criminosa si verifica allorchÃ© lâ€™autore del furto ha agito al solo scopo di fare uso momentaneo della cosa sottratta, e questa, dopo lâ€™uso momentaneo, Ã¨ stata immediatamente restituita. La legge non specifica in che cosa debba consistere lâ€™uso. Ãˆ possibile dedurre dalla norma stessa che si deve trattare di un uso che renda possibile la restituzione della cosa. Lâ€™uso deve inoltre essere momentaneo vale a dire non dilazionato. La restituzione del tolto deve presentare anzitutto il carattere dellâ€™immediatezza. Deve inoltre essere restituita la stessa cosa che il colpevole aveva sottratto. Se la restituzione per qualsiasi causa e, quindi, anche per forza maggiore, non si verifica in passato si ritenne che non si potesse parlare del delitto in esame. Con la sentenza n. 1085 del 1988la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittima, in relazione allâ€™art. 27 della Cost., la norma incriminatrice in esame nel caso di mancata restituzione della cosa sottratta dovuta a caso fortuito, forza maggiore o fatto comunque non addebitabile al soggetto attivo del reato. Il reato si consuma nel momento e nel luogo dellâ€™impossessamento. Si ritiene che il tentativo non sia giuridicamente possibile. Il dolo del delitto in esame Ã¨ identico a quello del furto, con in piÃ¹ lâ€™elemento specifico consistente nel solo scopo di fare uso momentaneo del bene sottratto.
FURTO LIEVE PER BISOGNO (art. 626 n. 2). Ãˆ il furto commesso su cose di tenue valore, per provvedere ad un grave e urgente bisogno. La cosa sottratta puÃ² essere tanto denaro quanto un qualsiasi bene mobile. Esse deve essere perÃ² di tenue valore. Il bisogno deve essere grave ed urgente. Per lâ€™esistenza del dolo, oltre ai requisiti che occorrono nel furto comune, Ã¨ necessaria la consapevolezza di agire su cose di tenue valore al fine di provvedere ad un grave e urgente bisogno.
SPIGOLAMENTO ABUSIVO (art. 626 n. 3). Il fatto consiste nello spigolare, rastrellare o raspollare nei fondi altrui, non ancora spogliati interamente del raccolto. Il dolo Ã¨ escluso dallâ€™errore di fatto: per es. lâ€™agente crede a torto che il fondo sia interamente spogliato del raccolto.
SOTTRAZIONE DI COSE COMUNI (art. 627). Si contempla il fatto del comproprietario, socio o coerede che, per procurare a sÃ© o ad altri un profitto, sâ€™impossessa della cosa comune, sottraendola a chi la detiene. Soggetto attivo del reato puÃ² essere soltanto chi abbia le qualitÃ indicate tassativamente dalla disposizione di legge: si tratta quindi di un reato proprio. Lâ€™azione esecutiva consiste nellâ€™impossessarsi della cosa comune, sottraendola a chi la detiene. Oggetto materiale dellâ€™azione Ã¨ la cosa mobile comune. Come Ã¨ noto comune Ã¨ la cosa che la cui proprietÃ spetta a piÃ¹ soggetti nello stesso tempo. Il capoverso dellâ€™articolo 627 dispone che non Ã¨ punibile chi commette il fatto su cose fungibili, se il valore di esse non eccede la propria quota. Il dolo Ã¨ quello del furto, con in piÃ¹ la consapevolezza di impossessarsi di cose comuni.
Con questa incriminazione lâ€™ordine giuridico mira ad impedire gli attentati patrimoniali che possono essere commessi da chi Ã¨ in possesso di cose mobili altrui. In particolare viene punito il possessore di cosa mobile non propria, il quale si comporti da padrone, e cioÃ¨ compia sulla stessa atti di disposizione che sono riservati al proprietario. La fattispecie dellâ€™appropriazione indebita Ã¨ cosÃ¬ descritta dallâ€™articolo 646: â€œChiunque, per procurare a sÃ© o ad altri un ingiusto profitto, si appropria il denaro o la cosa mobile altrui di cui abbia, a qualsiasi titolo, il possesso, Ã¨ punito, a querela della persona offesa, con la reclusione fino a tre anni o con la multa fino ad Euro1.032â€. Sullâ€™essenza del delitto in esame la dottrina non Ã¨ concorde. Alcuni autori sostengono che la caratteristica del reato consiste nella violazione della fiducia che Ã¨ insita nel rapporto da cui trae origini il possesso. Questa concezione era sostenibile sotto lâ€™impero del codice precedente, il quale allâ€™art. 417 esigeva in modo esplicito che la cosa mobile altrui fosse stata affidata o consegnata al possessore per n titolo che importasse, appunto, lâ€™obbligo di restituirla o di farne un uso determinato. A nostro modo di vedere il delitto di appropriazione indebita costituisce una violazione del diritto di proprietÃ . La vera essenza del reato consiste nellâ€™abuso del possessore, il quale dispone della cosa come se ne fosse proprietario. Il vero ed unico soggetto passivo del reato, in conseguenza, Ã¨ il proprietario della cosa.
Come risulta dal testo dellâ€™art. 646, oggetto materiale dellâ€™azione nel diritto di appropriazione indebita Ã¨ â€œil denaro o la cosa mobile altruiâ€. Lâ€™oggetto materiale in esame viene a coincidere del tutto con quello del furto. Ãˆ stato sollevato il dubbio se sia ammissibile lâ€™appropriazione indebita di unâ€™idea. Si consideri il caso dellâ€™individuo che, avuto in consegna il modello di un ritrovato scientifico o industriale, si impadronisca non del modello ma dellâ€™invenzione, brevettandola a proprio nome. SarÃ egli responsabile di appropriazione indebita? A noi sembra che lâ€™idea non possa essere di per sÃ© oggetto del reato in esame, perchÃ© il suo carattere immateriale, non costituisce giuridicamente una cosa.
Il delitto di appropriazione indebita presuppone che lâ€™agente abbia il possesso della cosa mobile. Deve, perÃ², trattarsi di mero possesso, e cioÃ¨ di possesso disgiunto della proprietÃ , poichÃ© oggetto dellâ€™azione criminosa Ã¨ un bene mobile altrui. Il reato in esame non puÃ² sorgere nei casi in cui si verifica, insieme col trasferimento del possesso, quello della proprietÃ . Il diritto penale considera altrui il denaro quando sia affidato per un uso determinato nellâ€™interesse del proprietario. Tale estensione del concetto dellâ€™altruitÃ non implica la sussistenza dellâ€™indebita appropriazione nel caso che il consegnatario si limiti a cambiare il denaro ricevuto con altro di valore equivalente. Per risolvere i dubbi che si presentano nelle ipotesi in cui il trasferimento del possesso importa il passaggio della proprietÃ , la dottrina si addentra in una particolareggiata disamina dei titoli da cui puÃ² trarre origine il possesso per stabilire quali di essi trasferiscano anche la proprietÃ . Crediamoopportuno ricordare che sono traslativi della proprietÃ , tra lâ€™altro, il mutuo, la cessione di credito, il riporto, il conto corrente, il vitalizio, il deposito irregolare e, di regola, la commissione. Naturalmentetrasferiscono la proprietÃ il contratto di vendita, anche con patto di riscatto: non cosÃ¬ la vendita con riserva di dominio che si suole praticare nella vendita a rate. Occorre precisare che deve trattarsi di possesso vero e proprio, perchÃ©, qualora si trattasse di semplice detenzione lâ€™autore del fatto dovrebbe rispondere non di appropriazione indebita, ma di furto.Â Â Â Â Non Ã¨ possibile disconoscere che in alcuni casi marginali la risoluzione del quesito se ricorra il delitto di appropriazione indebita o quello di furto dÃ luogo ad incertezze. Noi, perÃ², riteniamo che il criterio di disponibilitÃ autonoma, intesa nel senso da noi patrocinato, e cioÃ¨ nel senso di un potere sulla cosa che si esercita al di fuori della diretta vigilanza di una persona che abbia sulla cosa medesima un potere giuridico maggiore Ã¨ idoneo ad evitare decisioni in contrasto con la logica e lâ€™equitÃ . Un caso che ha fatto scorrere fiumi di inchiostro, dando luogo a sottili ed eleganti disquisizioni, Ã¨ quello che concerne la manomissione degli oggetti affidati in involucro chiuso (possesso sprangato). In prevalenza si ritiene che il consegnatario, impadronendosi del contenente, commetta appropriazione indebita, mentre, se si impossessa del contenuto commette furto. Nel caso in cui si impadronisca di entrambi egli dovrebbe rispondere di concorso tra i due reati.
Secondo la formula dellâ€™art. 646 lâ€™azione esecutiva del delitto in esame consiste nellâ€™appropriarsi della cosa mobile altrui. Lâ€™espressione si appropria non puÃ² essere presa alla lettera, e cioÃ¨ intesa nel senso di far propria la cosa e, quindi, diventarne proprietario. La proprietÃ Ã¨ uno stato di diritto e, in quanto tale, non puÃ² trarre origine da un atto illecito. In conseguenza appropriarsi significa comportarsi verso la cosa come se fosse propria, vale a dire compiere sulla cosa stessa atti di disposizione a cui il possessore non Ã¨ autorizzato. Qualora il possessore non adempia lâ€™obbligo di restituire la cosa (ritenzione), il reato sussiste se egli oppone alla richiesta un rifiuto immotivato o pretestuoso. Come abbiamo accennato, si discute se il semplice uso illecito della cosa concreti il delitto in esame. In genere deve ritenersi che tutte le volte che il possessore sottopone la cosa ad un logorio che ne diminuisca in modo particolare il valore, ricorrono gli estremi del reato in esame. Quanto abbiamo detto vale per il caso assai discusso e frequente del possessore che dÃ in pegno la cosa altrui. Anche in questa ipotesi una responsabilitÃ penale, a nostro avviso, non puÃ² escludersi, qualora nel caso concreto il fatto implichi un rilevante pericolo per il proprietario.
Per quanto concerne la consumazione del reato, deve escludersi che sia necessario che lâ€™agente abbia conseguito un profitto, perchÃ© dalla formula dellâ€™art. 646 si desume in modo inequivocabile che il profitto Ã¨ soltanto una nota dellâ€™elemento psicologico. La dottrina in prevalenza nega che nellâ€™appropriazione indebita sia configurabile il tentativo, e ciÃ² per la ragione che si tratterebbe di un reato unisussistente. Noi siamo di diverso avviso, perchÃ©Â Ã¨ del tutto arbitrario asserire che il delitto in parola Ã¨ unisussistente. Specie nelle forme di consumo e di alienazione, esso puÃ² in concreto richiedere di essere realizzato per una molteplicitÃ di atti e, perciÃ², Ã¨ del tutto arbitrario negare la possibilitÃ del tentativo, il quale, ad es., deve ravvisarsi nel caso dellâ€™individuo che venga colto mentre sta per vendere una cosa avuta in deposito.
Per la sussistenza del dolo occorre anzitutto la consapevolezza di ciÃ² che la condotta presuppone, e precisamente del possesso e dellâ€™altruitÃ della cosa. Ãˆ inoltre necessaria la volontÃ consapevole di compiere quellâ€™atto di disposizione in cui nel caso particolare si concreta lâ€™appropriazione. Il dolo richiede che il soggetto abbia agito col fine di procurare a sÃ© o ad altri un ingiusto profitto. Ricordiamo che non Ã¨ necessario che il profitto sia economico: puÃ² essere soltanto morale o sentimentale.
Il codice al secondo comma dellâ€™art. 646, prevede una circostanza aggravante speciale, la quale ricorre quando il fatto Ã¨ commesso su cose possedute a titolo di deposito necessario. Il deposito necessario a cui si riferisce la citata disposizione Ã¨ quello che il codice civile abrogato contemplava nellâ€™art. 1864, e precisamente quello a cui uno Ã¨ costretto da qualche accidente, come in un incendio, una rovina o un saccheggio, vale a dire il deposito che si costituisce sotto lâ€™impero della necessitÃ , senza avere nessuna possibilitÃ di scelta. Il nuovo codice civile non ha conservato lâ€™ipotesi del deposito necessario, ma ciÃ² non ha influenza ai fini penali, perchÃ© il nostro codice con lâ€™espressione usata ha fatto richiamo alle situazioni di fatto che, secondo la legislazione civile del tempo, costituivano il detto deposito, nella cui fattispecie erano senza dubbio compresi anche gli avvenimenti imprevedibili di carattere individuale. Verificandosi lâ€™aggravante in parola, lâ€™appropriazione indebita Ã¨ perseguibile dâ€™ufficio.
In conformitÃ allâ€™avviso espresso da vari autori, riteniamo che allâ€™appropriazione indebita sia estendibile per analogia la causa di non punibilitÃ prevista dal capoverso dellâ€™art. 627 per la sottrazione di cose comuni e cioÃ¨ lâ€™esenzione di pena nel caso in cui il fatto sia commesso su cose fungibili, quando il valore di esse non supera la quota spettante allâ€™autore del fatto medesimo.
Lâ€™rt. 647 prevede tre distinte ipotesi caratterizzate dal particolare modo col quale il soggetto agente Ã¨ pervenuto al possesso della cosa mobile altrui.
APPROPRIAZIONE INDEBITA DI COSE SMARRITE. Consiste nel fatto di chiunque avendo trovato denaro o cose da altri smarrite, se ne appropria, senza osservare le prescrizioni della legge civile sullâ€™acquisto della proprietÃ di cose trovate. Per potersi parlare di cosa smarrita occorrono due requisiti, lâ€™uno oggettivo e lâ€™altro soggettivo. Oggettivamente Ã¨ necessario che la cosa si uscita dalla sfera di sorveglianza del possessore, in modo che, ad es., non si potrÃ qualificare smarrita la cosa che resti sempre nella mia casa, pur se io non riesco a trovarla. Dal punto di vista soggettivo, occorre che colui che la deteneva non sia in condizioni di ricostituire sulla cosa il primitivo potere di atto, perchÃ© ignora il luogo in cui essa si trova, nÃ© Ã¨ in grado di ricordarlo. Il dolo Ã¨ escluso dallâ€™ignoranza delle prescrizioni delle leggi civili, ignoranza che si traduce in un errore sul fatto che concreta il delitto. Il reato Ã¨ aggravato se il colpevole conosceva il proprietario della cosa di cui si Ã¨ appropriato.
APPROPRIAZIONE INDEBITA DI TESORO. La seconda ipotesi contemplata dallâ€™art. 647 consiste nel fatto di colui che avendo trovato un tesoro, si appropria, in tutto o in parte, la quota dovuta al proprietario del fondo. Tesoro, ai sensi delle leggi civili, Ã¨ qualunque cosa mobile di pregio, nascosta o sotterrata, di cui nessuno puÃ² provare di essere proprietario. Il ritrovamento del tesoro deve essere fortuito, perchÃ¨ se il tesoro Ã¨ stato trovato a seguito di un incarico del proprietario del fondo, non avendo il ritrovatore diritto ad alcuna quota, dovrÃ rispondere di furto.Il dolo Ã¨ escluso dallâ€™ignoranza della legge civile.
APPROPRIAZIONE INDEBITA DI COSE AVUTE PER ERRORE O PER CASO FORTUITO. La terza figura criminosa contemplata nella disposizione in esame si ha allorchÃ© taluno si appropria cose, delle quali sia venuto in possesso per errore altrui o per caso fortuito. Presupposto della condotta Ã¨ che lâ€™agente abbia conseguito il possesso esclusivamente per effetto di errore altrui o per effetto di caso fortuito. Lâ€™errore puÃ² riguardare tanto la cosa quanto la persona. costituisce circostanza aggravante speciale il fatto che lâ€™agente conoscesse il proprietario della cosa di cui si Ã¨ appropriato.
La truffa Ã¨ il tipico delitto fraudolento contro il patrimonio: Ã¨ la frode per eccellenza. Essa Ã¨ definita dal codice nel seguente modo: â€œChiunque, con artifizi o raggiri, inducendo taluno in errore, procura a sÃ© o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno, Ã¨ punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da Euro 51 a 1.032â€. Nucleo essenziale del delitto in esame Ã¨ lâ€™inganno. Il consenso della vittima, carpito fraudolentemente, caratterizza il delitto e lo distingue sia dal furto che dallâ€™appropriazione indebita. Il delitto di truffa presenta grandi affinitÃ con quello di estorsione, il quale, come vedremo, si ha allorchÃ© mediante violenza o minaccia, taluno viene costretto a fare o ad omettere qualcosa, procurando in tal modo a sÃ© o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno. La differenza consiste solo in questo: nel primo la vittima Ã¨ indotta fraudolentemente allâ€™atto di disposizione patrimoniale, mentre nel secondo vi Ã¨ coartata; nellâ€™uno la volontÃ Ã¨ viziata da errore, nellâ€™altro Ã¨ viziata da violenza o minaccia. Lo scopo dellâ€™incriminazione della truffa non Ã¨ soltanto la protezione del patrimonio, ma anche la tutela della libertÃ del consenso nei negozi patrimoniali. La truffa Ã¨ una delle figure criminose piÃ¹ complesse e delicate. Dalla definizione legislativa sopra riportata si desume che la fattispecie oggettiva della truffa consta dei seguenti elementi:
Un particolare comportamento del reo, che il codice designa con lâ€™espressione artifizi o raggiri;
Un danno patrimoniale derivato dallâ€™inganno con conseguente ingiusto profitto per lâ€™agente o per altra persona.
Da parecchi decenni la distinzione tra frode civile e frode penale ha perduto credito. Si Ã¨ osservato che la concezione dei costumi sociali che sta alla sua base confonde la libertÃ dei traffici con la libertÃ di abusare dellâ€™altrui buona fede e, in sostanza, con la facoltÃ di valersi dellâ€™inganno nella trattazione degli affari. Di rincalzo si Ã¨ detto che nessun cittadino puÃ² essere lasciato alla mercÃ© dei frodatori e che anche la persona di limitata intelligenza deve essere protetta dalla legge. Anche la formula legislativa della truffa ne ha risentito, perchÃ© mentre il codice Zanardelli si esigevano â€œartifizi e raggiri atti ad ingannare o sorprendere lâ€™altrui buona fedeâ€ il codice attuale, come risulta dalla disposizione sopra riportata, parla soltanto di artifizi o raggiri. Artifizio Ã¨ ogni studiata trasfigurazione del vero, ogni camuffamento della realtÃ effettuato sia simulando ciÃ² che non esiste, sia dissimulando, vale a dire, nascondendo ciÃ² che esiste. Raggiro Ã¨ un avvolgimento ingegnoso di parole destinate a convincere: piÃ¹ precisamente una menzogna corredata da ragionamenti idonei a farla sembrare veritÃ . Ãˆ controverso se lâ€™artificio o raggiro, nella truffa contrattuale, debba cadere nel momento della formazione del contratto ed abbia o meno rilevanza anche quando incida soltanto sulla sua esecuzione. Dopo non poche oscillazioni la giurisprudenza piÃ¹ recente propende per la soluzione positiva.
Il comportamento dellâ€™agente deve determinare un errore: deve essere causa di un inganno. Basta che in concreto il mezzo usato abbia cagionato lâ€™inganno. Ãˆ, perciÃ² irrilevante che lâ€™ignoranza o la leggerezza dellâ€™ingannato abbiano agevolato lâ€™errore. La frode puÃ² essere commessa anche approfittando dellâ€™errore in cui una persona giÃ si trovi, come nel caso dellâ€™individuo che riesca a farsi donare una somma da una persona che erroneamente crede di aver conseguito una grossa vincita al totocalcio. Il soggetto passivo dellâ€™errore deve essere una persona determinata, il che esclude che gli artifizi o raggiri possano rivolgersi â€œin incertam personamâ€, come avviene nellâ€™esposizione fraudolenta di distributori automatici, nei giuochi truffaldini ecc. Ma dalla formula legislativa si deduce principalmente che lâ€™inganno puÃ² essere esercitato anche su persona diversa da quella che subisce il danno. Su ciÃ² nessun dubbio Ã¨ possibile.
Qui si presenta la questione dellâ€™ammissibilitÃ della truffa processuale. Con questa espressione si fa riferimento allâ€™ipotesi in cui una delle parti in giudizio civile, inducendo in inganno il giudice con artifizi o raggiri, ottenga o tenti di ottenere una decisione a lei favorevole e quindi un ingiusto profitto a danno della controparte. A nostro parere la questione va risolta in senso positivo, perchÃ©, come abbiamo visto, il nostro codice non esige che sia ingannato proprio il soggetto passivo del reato, potendo lâ€™inganno cadere su unâ€™altra persona che sia autorizzata a compiere lâ€™atto di disposizione patrimoniale richiesto per lâ€™esistenza del reato. PoichÃ© il giudice possiede certamente questo potere, non si scorge la ragione per cui debba negarsi la sussistenza della truffa. La disposizione di cui allâ€™art. 374 del codice (frode processuale) non esclude lâ€™applicabilitÃ della norma generale sulla truffa.
La disposizione patrimoniale deve avere per conseguenza un danno e, correlativamente, un ingiusto profitto per lâ€™agente o per altra persona. Il danno di cui parla lâ€™art. 640 Ã¨ senza dubbio quello patrimoniale, e cioÃ¨ il danno che consiste in una deminutio patrimonii. Al nocumento deve corrispondere un profitto per lâ€™ingannatore o per altri, profitto che nel nostro diritto puÃ² anche non essere economico. Il profitto, perÃ², deve essere ingiusto, e, quindi, non sussiste il reato se il vantaggio ottenuto dallâ€™ingannatore non presentava quel carattere. Va posto nel maggior rilievo che il nostro codice considera il conseguimento del profitto come essenziale alla truffa, il che non Ã¨ andato esente da critiche tuttâ€™altro che infondate. Ne deriva che la realizzazione del profitto segna il momento consumativo del reato. In questo reato esiste largo spazio per il tentativo.
Per quanto concerne lâ€™elemento soggettivo, e cioÃ¨ il dolo, valgono le regole generali. Lâ€™agente deve volere non soltanto la sua azione, ma anche lâ€™inganno della vittima, come conseguenza dellâ€™azione stessa, la disposizione patrimoniale, come conseguenza dellâ€™inganno e, infine, la realizzazione di quel profitto che costituisce lâ€™ultima fase del processo esecutivo del delitto. Data la molteplicitÃ degli elementi necessari per lâ€™esistenza del dolo in questo complesso reato, sussiste un ampio margine per lâ€™errore di fatto. Sempre in applicazione dei principi generali, il dolo deve essere precedente o concomitante allâ€™azione criminosa. Un dolo successivo, in conseguenza, non puÃ² dar luogo a responsabilitÃ per truffa.
Una questione particolare Ã¨ quella che concerne la c.d. truffa in atti illeciti, vale a dire la questione se il delitto in parola sia configurabile allorchÃ© lâ€™ingannato si proponeva un fine illecito ed Ã¨ stato raggirato proprio mentre cercava di conseguire il fine stesso. Contro la punibilitÃ si Ã¨ detto che chi opera per conseguire uno scopo illecito deve imputare esclusivamente a sÃ© stesso se rimane vittima di un inganno e subisce una perdita patrimoniale. Lo Stato non puÃ² prestare la sua tutela a chi agisce contro il diritto, perchÃ© ciÃ² significherebbe prostituire la sanzione penale. Qualche autore ha aggiunto che, se si punisce lâ€™ingannatore, si verrebbe a riconoscere che egli era tenuto alla prestazione vietata. Questâ€™ordine di idee da parecchio tempo Ã¨ stato abbandonato dalla dottrina. Noi condividiamo lâ€™opinione oggi dominante per la considerazione che lâ€™incriminazione della truffa Ã¨ dettata da ragioni di interesse sociale, le quali non cessano di sussistere allorchÃ© lâ€™ingannato agisce per un fine illecito.
Per disposto del capoverso dellâ€™art. 640 il delitto di truffa Ã¨ aggravato, e si procede dâ€™ufficio, nei seguenti casi:
Se il fatto Ã¨ commesso a danno dello Stato o di un altro ente pubblico;
Se Ã¨ commesso col pretesto di far esonerare taluno dal servizio militare;
Se Ã¨ commesso ingenerando nella persona offesa il timore di un pericolo immaginario o lâ€™erroneo convincimento di dover eseguire un ordine dellâ€™AutoritÃ .
Notizie storiche. Nel diritto romano della prima epoca i casi di delitto di arricchimento con inganno di altri rientravano nella nozione di furtum e, piÃ¹ spesso, in quella del falsum. Con le costituzioni imperiali dellâ€™epoca dei Severi, apparve il crimen extraordinarium, una nuova figura delittuosa, lo stellionatus, che puÃ² considerarsi il precedente piÃ¹ vicino alla truffa come oggi Ã¨ concepita. La pena di tale reato, come per tutti i crimen extraordinarium veniva stabilita discrezionalmente dal giudice. Nel nostro diritto intermedio il crimen stellionatus fu conservato, ma i suoi rapporti col falsum non furono chiariti: anzi, si verificÃ² una maggiore confusione, perchÃ© nel secondo si fecero rientrare varie frodi che il diritto romano comprendeva nel primo. Soltanto verso la fine del secolo diciottesimo la truffa acquistÃ² una fisionomia autonoma. La prima nozione, sostanzialmente conforme a quella del diritto attuale, si ha nel codice penale francese del 1819.
TRUFFA AGGRAVATA PER IL CONSEGUIMENTO DI EROGAZIONI PUBBLICHE (art. 640 bis). Lâ€™erogazione di denaro pubblico per il perseguimento di scopi di programmazione economica non poteva non essere sorretta da una efficace protezione giuridica da perseguire anche con lo strumento della sanzione penale.
Lâ€™interprete si trova di fronte ad una figura criminosa a sÃ© stante e non ad una circostanza aggravante. Lâ€™elemento distintivo rispetto alla truffa Ã¨ offerto dalla specificazione dellâ€™oggetto materiale e non ha riguardo alla mancata osservanza del vincolo di destinazione delle utilitÃ ricevute, cui invece provvede lâ€™art. 316 bis. Tale oggetto viene indicato coi termini contributi, finanziamenti e mutui agevolati e con una formula di chiusura che facendo riferimento ad altre erogazioni dello stesso tipo, comunque denominate, finisce col togliere in parte rilievo alle formule precedenti. Si tratta in ogni di caso di erogazioni a carattere pecuniario, che possono consistere tanto in prestazioni di denaro con vincolo alla restituzione, quanto in vere e proprie attribuzioni patrimoniali a fondo perduto, come alcune specie di contributi. Alla consumazione del delitto non Ã¨ necessario che il beneficio sia erogato bastando il completamento dellâ€™iter necessario per la sua attribuzione. Se ciÃ² non avviene potrÃ essere ravvisato il tentativo.
Il dolo ha lo stesso contenuto giÃ esaminato per la truffa.
Una situazione di concorso apparente di norme puÃ² essere ipotizzata con riferimento allâ€™art. 2 della legge 1986 n. 898 che punisce con reclusione da sei mesi a tre anni, in tema di controlli agli aiuti comunitari per la produzione di olio di oliva, â€œchiunque, mediante esposizione di dati o notizie false, consegue indebitamente per sÃ© o per altri, aiuti, premi, indennitÃ , restituzioni, contributi o altre erogazioni a carico totale o parziale del fondo europeo di orientamento e garanziaâ€.
FRODE INFORMATICA (art. 640 ter). Da questo reato Ã¨ colpito â€œchiunque, alterando in qualsiasi modo il funzionamento di un sistema informatico o telematico o intervenendo senza diritto con qualsiasi modalitÃ su dati, informazioni o programmi contenuti in un sistema informatico o telematico o ad esso pertinenti, procura a sÃ© o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno. Anche questa forma di frode Ã¨ punibile a querela della persona offesa, ma si procede dâ€™ufficio se concorrono circostanze aggravanti. La condotta si sostanzia in due tipi di comportamenti:
Il delitto si consuma con la realizzazione del profitto (in ciÃ² si distingue dalla figura di cui allâ€™art. 615 ter ove il reato Ã¨ di mero pericolo ed ha funzione di tutela anticipata degli interessi patrimoniali che dalla frode informatica, viceversa, trovano effettiva lesione) e, come nellâ€™ipotesi dellâ€™art. 640 vi Ã¨ largo campo per il tentativo. Il dolo non richiede necessariamente la volontÃ dellâ€™induzione in errore e dellâ€™inganno, bastando la volontÃ di alterare il funzionamento dei sistemi o di intervenire indebitamente sui programmi e notizie dei medesimi. Sono contemplate le aggravanti dellâ€™art. 640, secondo comma n. 1 (fatto commesso a danno dello Stato o di altro ente pubblico), nonchÃ© quella dellâ€™abuso della loro qualitÃ da parte di operatori del sistema.
Si noti, infine, che lâ€™art. 640 quater, introdotto dalla legge 300 del2000, haesteso lâ€™applicabilitÃ delle disposizioni dellâ€™art. 322 ter ai reati di truffa di cui allâ€™art. 640, comma 2, n. 1, 640 bis e 640 ter, comma 2, con esclusione dellâ€™ipotesi in cui il fatto Ã¨ commesso con abuso della qualitÃ di operatore del sistema.
INSOLVENZA FRAUDOLENTA (art. 641). Si punisce chiunque, dissimulando il proprio stato di insolvenza, contrae unâ€™obbligazione col proposito di non adempierla qualora lâ€™obbligazione non sia adempiuta. Il reato Ã¨ perseguibile a querela della persona offesa. Scopo della norma Ã¨ la tutela della buona fede contrattuale, contro un particolare tipo di frode diverso dalla truffa vera e propria. Da questâ€™ultima lâ€™insolvenza fraudolenta si differenzia per la natura del mezzo usato, il quale non deve consistere in un vero e proprio artifizio o raggiro, bensÃ¬ in quellâ€™inganno meno grave che consiste nella dissimulazione del proprio stato di insolvenza. Trattasi evidentemente di una forme di truffa piÃ¹ tenue, la quale perÃ² subentra al delitto in esame quando lâ€™agente non si limiti a nascondere il proprio stato dellâ€™insolvenza, ma faccia qualche cosa di piÃ¹, simulando circostanze inesistenti o ricorrendo ad altri artifici per farsi credere solvibile. Per la sussistenza del reato occorre, anzitutto, che lâ€™agente contragga unâ€™obbligazione col proposito di non adempierla. La legge parla di contrarre unâ€™obbligazione, il che significa che questa deve essere contrattuale e, quindi, volontaria. Si richiede, inoltre, che il reo abbia dissimulato il proprio stato di insolvenza. La dissimulazione puÃ² assumere le forme piÃ¹ diverse ed Ã¨ indubbio che si puÃ² concretare tanto in un comportamento positivo che in uno negativo. Insolvenza Ã¨ la impotenza a pagare, come si rivela da molte disposizioni del codice civile. Essa deve esistere nel momento in cui Ã¨ contratta lâ€™obbligazione. Lâ€™insolvenza sopravvenuta non integra il reato, neppure nel caso che sia procurata intenzionalmente, e cioÃ¨ allo scopo di non adempiere lâ€™obbligazione, il che Ã¨ suscettibile di critica. Occorre, infine, che lâ€™agente non adempia lâ€™obbligazione.
Il reato Ã¨ consumato nel momento e nel luogo in cui lâ€™agente contrae lâ€™obbligazione, sempre che questa non sia poi adempiuta. Il tentativo Ã¨ inconcepibile, perchÃ© fino a quando non si puÃ² parlare di inadempimento, non câ€™Ã¨ reato, mentre, una volta che si verifichi lâ€™adempimento, il delitto Ã¨ consumato. Il dolo consiste nella volontÃ consapevole di contrarre lâ€™obbligazione e di tenere una condotta idonea a dissimulare il proprio stato di insolvenza. Una causa speciale di estinzione della punibilitÃ Ã¨ contemplata nel capoverso dellâ€™articolo in esame, il quale dispone che lâ€™adempimento avvenuto prima della condanna estingue il reato.
FRAUDOLENTO DANNEGGIAMENTO DEI BENI ASSICURATI E MUTILAZIONE FRAUDOLENTE DELLA PROPRIA PERSONA (art. 642). Questa disposizione, riscritta dalla legge n. 273 del 2002 sanziona penalmente â€œchiunque, al fine di conseguire per sÃ© o per altri lâ€™indennizzo di una assicurazione o comunque un vantaggio derivante da un contratto di assicurazione:
distrugge, disperde, deteriora od occulta cose di sua proprietÃ , falsifica o altera una polizza o la documentazione richiesta per la stipulazione di un contratto di assicurazione (comma 1);
Tale disciplina trova applicazione anche nel caso in cui il fatto sia commesso allâ€™estero, in danno di un assicuratore italiano, che eserciti la sua attivitÃ nel territorio dello Stato (comma 3).
Scopo della norma Ã¨ di tutelare la funzione assicurativa contro comportamenti truffaldini. Si tratta di un reato a consumazione anticipata. Da ciÃ² consegue che il delitto si consuma nel momento e nel luogo in cui sono poste in essere le condotte tipizzate, a prescindere dal conseguimento dellâ€™indennizzo o del diverso vantaggio (che, per espressa previsione della norma, costituisce circostanza aggravante) La figura in esame presuppone la validitÃ del contratto di assicurazione: se fosse inefficace, mancherebbe al fatto il suo indispensabile contenuto offensivo.
Quanto allâ€™elemento soggettivo, il delitto Ã¨ punibile a titolo di dolo specifico, consistente nella coscienza e volontÃ della condotta realizzata al fine di conseguire lâ€™indennizzo o altro vantaggio derivante dal contratto assicurativo.
Ulteriore elemento di novitÃ conseguente alla riformulazione del delitto Ã¨ lâ€™estensione della perseguibilitÃ a querela del delitto.
CIRCONVENZIONE DI PERSONE INCAPACI (art. 643). Si contempla il fatto di colui che, per procurare a sÃ© o ad altri un profitto, abusando dei bisogni, delle passioni o dellâ€™inesperienza dâ€™una persona minore, ovvero abusando dello stato di infermitÃ o deficienza psichica di una persona, anche se non interdetta o inabilitata, la induce a compiere un atto, che importi qualsiasi effetto giuridico per lei o per altri dannoso. Lâ€™incriminazione mira a proteggere da ogni forma di sfruttamento subdolo le persone che sono in stato di infermitÃ mentale. Il momento consumativo del reato coincide con quello del compimento dellâ€™atto avente effetti giuridici dannosi. La nozione di atto comprende, oltre ai documenti, qualsiasi dichiarazione o fatto materiale suscettivo di produrre un effetto giuridico. Lâ€™atto puÃ² consistere anche in un contratto usurario, poichÃ© in tal caso resta applicabile il delitto in esame. non si richiede la verificazione di un danno patrimoniale perchÃ© la legge parla soltanto di un atto che importi qualsiasi effetto giuridico dannoso. Ãˆ evidente che, poi, deve ritenersi irrilevante, ai fini dellâ€™esclusione del delitto in esame, lâ€™annullabilitÃ dellâ€™atto per incapacitÃ del soggetto. Il dolo Ã¨ specifico, perchÃ© comprende lo scopo di trarre un profitto per sÃ© o per altri.
FRODE IN EMIGRAZIONE (art. 645). Risponde di questo reato chiunque, con mendaci asserzioni o con false notizie, eccitando taluno ad emigrare, o avviandolo a Paese diverso da quello nel quale voleva recarsi, si fa consegnare o promettere, per sÃ© o per altri, denaro o altra utilitÃ , come compenso per farla emigrare. Aver commesso il fatto in danno di due o piÃ¹ persone costituisce circostanza aggravante. Lâ€™elemento soggettivo del reato Ã¨ il dolo generico e cioÃ¨ la coscienza e volontÃ di eccitare taluno ad emigrare con assicurazioni concretamente mendaci per farsi dare o promettere danaro o altra utilitÃ . Il delitto si consuma con la dazione o la promessa, per sÃ© o per altri, del danaro o altra utilitÃ come compenso per lâ€™immigrazione.
Disciplinata allâ€™articolo 644 del codice (che prevede due ipotesi criminose: la prima Ã¨ la prestazione usuraria â€“ comma 1; la seconda Ã¨ la mediazione usuraria â€“ comma 2), si ha quando taluno si fa dare o promettere, sotto qualsiasi forma, per sÃ© o per altri, in corrispettivo di una prestazione di denaro o altra utilitÃ , interessi o altri vantaggi usurari (comma 1).
Lâ€™usura non Ã¨ intesa come operazione meramente finanziaria destinata a soddisfare un temporaneo bisogno di denaro, ma ha acquistato un significato molto piÃ¹ ampio. Conseguentemente, oggi vi potrebbe rientrare la c.d. usura reale, e cioÃ¨ quella che si attua mediante operazioni che assicurano allâ€™agente vantaggi economici del tutto sproporzionati alla sua prestazione. La legge stabilisce il limite oltre il quale gli interessi sono sempre usurari. Tale limite Ã¨ fissato dallâ€™art. 2 n. 4 legge n. 108 del â€™96, nel tasso medio risultante dallâ€™ultima rivelazione pubblicata nella Gazzetta Ufficiale ai sensi del comma 1 relativamente alla categoria di operazioni in cui il credito Ã¨ compreso, aumentato della metÃ . Il contratto di mutuo Ã¨ certamente quello che si presta di piÃ¹ ai patti usurari, ma lâ€™usura puÃ² nascondersi anche in vendite, vere o fittizie, e specialmente nella vendita a rate, nel patto di riscatto, nella costituzione della rendita ecc. Si noti che il D.L. n. 394/00, convertito nella legge n. 24/01, recante una interpretazione autentica della legge 108/96 ha precisato che ai fini della configurabilitÃ del reato di usura, si intendono ususrari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge al momento in cui sono promessi o comunque convenuti a qualsiasi titolo, indipendentemente dal momento del loro pagamento.
Lâ€™azione esecutiva non consiste piÃ¹, come in passato, nellâ€™approfittare dello stato di bisogno di una persona. Irrilevanti appaiono i motivi che hanno determinato il debitore a chiedere la sovvenzione e vengono poste sullo stesso piano difficoltÃ finanziarie di chi si impegna ed opera e cause moralmente riprovevoli, come il gioco, il desiderio di soddisfare i propri vizi. Basta il fare, dare o promettere sotto qualsiasi forma a vantaggio proprio o altrui, un interesse che superi il tasso legale e in quella del terzo comma, un interesse inferiore, ma sproporzionato rispetto alla controprestazione in presenza di difficoltÃ economiche o finanziarie del soggetto passivo.
Il dolo Ã¨ costituito dalla volontÃ di farsi dare o promettere determinati interessi o vantaggi che superano il limite legale. Si Ã¨ discusso in passato se lâ€™usura fosse reato istantaneo o permanente. Il Manzini, dopo aver risolto la questione nel secondo senso, ne dedusse, tra lâ€™altro, che cadeva sotto la sanzione dellâ€™articolo 644 vecchio testo anche colui che avesse acquistato un credito usurario con la conoscenza del suo carattere e poi lo avesse fatto valere o alienato. A noi sembra che lâ€™usura, tanti nella formulazione abrogato quanto in quella attuale, non posso in alcun modo rientrare sotto lo schema del reato permanente, e, perciÃ², il caso in questione sfugge alla sanzione penale. In ciÃ² deve ravvisarsi una lacuna legislativa.
Lâ€™art. 644, comma quinto, contempla un aumento di pena da un terzo alla metÃ non soltanto quando il colpevole abbia agito nellâ€™esercizio di una attivitÃ professionale, bancaria o di intermediazione finanziaria , mobiliare, ma anche nei casi seguenti: richiesta di garanzie su partecipazioni sociali o proprietÃ immobiliari, fatto commesso in danno da chi verta in stato di bisogno o svolga attivitÃ imprenditoriale, professionale o artigianale; reato compiuto da persona sottoposta a sorveglianza speciale con provvedimento definitivo, durante il periodo di applicazione della misura e fino a tre anni dal momento in cui ne Ã¨ cessata lâ€™esecuzione.
Il quarto comma dellâ€™art.644 hareso obbligatoria la confisca delle cose collegate al reato di usura, anche in caso di patteggiamento, ove la regolam invece Ã¨ quella della restituzione delle cose sequestrate al reo. La sanzione della confisca ha perÃ² due limiti: in primo luogo deve essere limitata al valore degli interessi od altri avantaggi usurari; la confisca determina lâ€™acquisizione allo stato dei beni del reo oggetto del vincolo.
MEDIAZIONE USURARIA (art. 644 comma 2). Tale ipotesi ricorre nei confronti di chiunque fuori del caso di concorso nel delitto previsto dal primo comma, procura a taluno una somma di denaro o altra utilitÃ facendo dare o promettere, a sÃ© o ad altri, per la mediazione, un compenso usurario. La norma incriminatrice tende a colpire lâ€™avida condotta di quei loschi individui che, intromettendosi tra chi presta e chi riceve denaro o altra utilitÃ , riescono ad assicurarsi guadagni esorbitanti.
IPOTESI DI DIRITTO TRANSITORIO. PoichÃ© lâ€™art. 3 della legge 7 marzo 1996, n. 108 fissa due termini massimi, ciascuno di centottanta giorni, per completare le operazioni necessarie a pubblicare la prima rivelazione trimestrale del tasso effettivo globale medio, il cui superamento oltre la metÃ darÃ luogo al tasso usurario legale, il legislatore ha ritenuto opportuno di inserire nellâ€™ordinamento una singolare ipotesi di reato operativa nelle suddette more. In tale periodo Ã¨ pertanto punito, a norma dellâ€™art. 644 comma 1del codice penale chiunque, fuori dei casi previsti allâ€™art. 643, si fa dare o promettere, sotto qualsiasi forma, per sÃ© o per altri, da soggetto in difficoltÃ economica o finanziaria, in corrispettivo di una prestazione in denaro o di altra utilitÃ , interessi o altri vantaggi che, avuto riguardo alle concrete modalitÃ del fatto e ai tassi praticati per operazioni similari dal sistema bancario e finanziario, risultano sproporzionati rispetto alla prestazione di denaro o altra utilitÃ . Alla stessa pena soggiace chi, fuori del caso di concorso nel delitto previsto allâ€™art. 644 comma 1 procura a soggetto che si trova in condizioni di difficoltÃ economica o finanziaria una somma di denaro o altra utilitÃ facendo dare o promettere, a sÃ© o ad altri, per la mediazione, un compenso che, avuto riguardo alle concrete modalitÃ del fatto, risulta sproporzionato rispetto allâ€™opera di mediazione.
Lâ€™articolo 628 comprende due figure criminose che hanno in comune lâ€™impossessamento di cose mobili altrui e lâ€™uso della violenza alle persone o della minaccia. Nellâ€™una (rapina propria) la violenza costituisce il mezzo con cui si ottiene lâ€™impossessamento; nellâ€™altra (violenza impropria) la violenza Ã¨ usata per conservare il possesso della cosa sottratta o per conseguire lâ€™impunitÃ .
RAPINA PROPRIA. La prima parte dellâ€™art. 628 delinea questa fattispecie con la seguente formula: â€œChiunque, per procurare a sÃ© o ad altri un ingiusto profitto, mediante violenza alla persona o minaccia, sâ€™impossessa della cosa mobile altrui, sottraendola a chi la detiene, Ã¨ punito con la reclusione da tre a dieci anni e con la multa da lire un milione a quattro milioniâ€. Lo scopo della norma in parola Ã¨, quindi, duplice: la tutela del possesso delle cose mobili e quella della libertÃ personale, cosicchÃ© la rapina deve essere considerata come un tipico reato plurioffensivo.
Oggetto materiale dellâ€™azione Ã¨ una cosa mobile altrui. Lâ€™azione costitutiva Ã¨ identica a quella del furto, con in piÃ¹ lâ€™elemento della violenza alla persona o alla minaccia. Secondo una parte della dottrina, per aversi impossessamento Ã¨ necessario che lâ€™agente sottragga direttamente la cosa, la tolga con le sue stesse mani allâ€™aggredito; quando, invece, questâ€™ultimo Ã¨ costretto a consegnare la cosa e manca, quindi, unâ€™apprensione diretta da parte del soggetto attivo, si realizza il delitto, assai affine, di estorsione. Tale criterio Ã¨, in linea di massima vero, ma esige una importante precisazione. Qualora per consegna si intenda lâ€™atto materiale del soggetto passivo, Ã¨ innegabile che la realtÃ ci offre una serie di casi in cui Ã¨ tuttâ€™altro che agevole stabilire se ci sia stata o meno consegna. A nostro avviso, queste incertezze vengono superate una volta che si tenga presente che, per potersi parlare di consegna, occorre che la persona che la effettua, goda, malgrado la minaccia o la violenza, di una certa autonomia: abbia, in altre parole, una effettiva possibilitÃ di scelta.
La rapina presuppone la mancanza di possesso nellâ€™agente. PoichÃ© col possesso non va confusa la detenzione puramente materiale, realizza, ad es., il reato in esame il facchino che, trasportando delle valige, seguito dal viaggiatore, usi violenza o minaccia per sfuggire alla vigilanza del viaggiatore stesso e cosÃ¬ impossessarsi degli oggetti. La violenza o la minaccia devono stare in rapporto di mezzo a scopo rispetto alla sottrazione. Non si esige una particolare intensitÃ della violenza o della minaccia, purchÃ©, queste risultino idonee a determinare lâ€™effetto dello spossessamento, e siano tali da porre il paziente in uno stato di coazione assoluta. La rapina si consuma, come il furto, con lâ€™effettivo impossessamento. Il dolo consiste nella coscienza e volontÃ di impossessarsi della cosa mobile altrui, sottraendola al detentore, accompagnate dalla coscienza e volontÃ di adoperare a tale scopo violenza o minaccia. Ãˆ necessario, inoltre, una particolare intenzione, vale a dire, il fine di trarre, per sÃ© o per altri, ingiusto profitto dalla cosa (dolo specifico).
Per il principio generale sancito nel comma 2 dellâ€™art. 581, il reato di percosse resta assorbito nella rapina. Concorrono con questa tutti i fatti criminosi che superino per entitÃ il predetto reato, come le lesioni personali di qualsiasi specie e, a maggior ragione, lâ€™omicidio. Se piÃ¹ persone sono rapinate in un unico contesto di azione, si hanno piÃ¹ rapine, a meno che nel fatto non possano ravvisarsi gli estremi del delitto continuato. Il reato Ã¨, invece, unico se ad una medesima persona si sottraggono contestualmente piÃ¹ cose appartenenti a persone diverse.
La rapina Ã¨ aggravata:
Se la violenza o la minaccia Ã¨ commessa con armi, o da persona travisata, o da piÃ¹ persone riunite;
Se la violenza consiste nel porre taluno in stato di incapacitÃ di volere o di agire;
Se la violenza o minaccia Ã¨ posta in essere da persona che fa parte di associazioni di tipo mafioso;
Se lâ€™agente si impossessa di armi, munizioni o esplosivi, commettendo il fatto in armerie, ovvero in depositi o altri locali adibiti alla custodia di essi.
RAPINA IMPROPRIA. Per il secondo comma dellâ€™art. 628 questa specie di rapina si verifica allorchÃ© viene adoperata violenza o minaccia immediatamente dopo la sottrazione, per assicurare a sÃ© o ad altri il possesso della cosa sottratta, o per procurare a sÃ© o ad altri impunitÃ . La violenza o minaccia Ã¨ adoperata per garantire il possesso o evitare la punizione per sottrazione effettuata. Lâ€™azione esecutiva di questa figura delittuosa consiste nellâ€™uso di violenza o minaccia immediatamente dopo la sottrazione per uno dei due scopi indicati. Con immediatezza deve intendersi che la sottrazione e la violenza devono susseguirsi con una soluzione di continuitÃ che non superi i termini della flagranza del reato. Nel caso in cui la violenza o la minaccia siano commesse contro un pubblico ufficiale, la giurisprudenza reputa sussistere il concorso tra il delitto in esame e quello di resistenza. Il delitto si consuma nel momento in cui si verifica la violenza ola minaccia. Il tentativo Ã¨ perfettamente configurabile (il soggetto cerca, senza riuscirvi, di adoperare violenza o minaccia a chi vuole impedirgli di conservare il possesso della cosa sottratta). Il dolo della rapina impropria Ã¨ specifico in quanto ne costituisce elemento essenziale lo scopo di assicurare a sÃ© o ad altri il possesso della cosa sottratta, o di procurare a sÃ© o ad altri impunitÃ . Anche la rapina impropria Ã¨ aggravata se la violenza o la minaccia Ã¨ commessa con armi o da persona travisata o da piÃ¹ persone riunite o facenti parte di associazioni mafiose, oppure se la violenza consiste nel porre taluno in uno stato di incapacitÃ di agire e di volere.
ESTORSIONE. Per lâ€™art. 629 commette questo delitto â€œchiunque, mediante violenza o minaccia, costringendo taluno a fare o commettere qualche cosa, procura a sÃ© o ad altri un ingiusto profitto con altrui dannoâ€. Per lâ€™esistenza del reato occorre innanzi tutto una violenza o una minaccia. PoichÃ© nella definizione legislativa si parla semplicemente di violenza, non Ã¨ dubbio che questa puÃ² cadere cosÃ¬ sul soggetto passivo in modo diretto, come su una terza persona e anche sulle cose. La violenza o la minaccia usata dallâ€™agente deve avere per effetto il costringimento del soggetto passivo, a fare o ad omettere qualche cosa. Il costringimento che qui viene considerato Ã¨ quello che lascia una certa libertÃ di scelta in chi lo subisce. La formula legislativa â€œfare od omettere qualche cosaâ€, deve essere interpretata nel senso di comportamento che implica una disposizione patrimoniale. Il paziente deve essere costretto a compiere un atto positivo o un atto negativo che incide sul suo patrimonio. Lâ€™atto di disposizione deve procurare allâ€™agente o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno. Un profitto non puÃ² mai considerarsi ingiusto quando abbia, come sua fondamento, una pretesa comunque riconosciuta e tutelata dallâ€™ordinamento giuridico. Quando il profitto non corrisponde ad una pretesa fondata sul diritto, esso deve ritenersi ingiusto se Ã¨ conseguito:
Con mezzi di per sÃ© antigiuridici;
Il delitto di estorsione si consuma nel momento e nel luogo in cui si verificano, da una parte lâ€™ingiusto profitto e, dallâ€™altra, il danno patrimoniale. Il dolo richiesto Ã¨ generico (alcuni autori, tra i quali Mancini, richiedono invece il dolo specifico consistente nel fine di procurare a sÃ© o ad altri un ingiusto profitto). Il delitto Ã¨ aggravato se concorre taluna delle circostanze prevedute nellâ€™ultimo capoverso dellâ€™art. 628.
Ãˆ opportuno mettere in rilievo le differenze che intercorrono tra lâ€™estorsione e alcune figure delittuose che sono ai confini di essa. Lâ€™estorsione presenta grande affinitÃ conla truffa. Ladifferenza consiste in questo che, mentre nellâ€™estorsione la vittima Ã¨ costretta a compiere un atto di disposizione patrimoniale dannoso per taluno e vantaggioso per altri, nella truffa vi Ã¨ indotta con inganno. Allâ€™estorsione si avvicina anche il delitto di violenza privata di cui allâ€™art. 610. Per questo secondo delitto basta la costrizione del paziente e non si richiede che lâ€™agente abbia conseguito un ingiusto profitto con altrui danno. Infine occorre notare che tra i delitti controla pubblica Amministrazioneesiste una figura criminosa che non Ã¨ altro che unâ€™estorsione speciale. Si tratta della concussione.
SEQUESTRO DI PERSONA A SCOPO DI ESTORSIONE (art. 630). Questo grave delitto (che nel codice precedente era denominato ricatto) Ã¨ costituito dal fatto di colui che â€œsequestra allo scopo di conseguire, per sÃ© o per altri, un ingiusto profitto come prezzo della liberazioneâ€. Sono previste circostanze aggravanti e attenuanti che, dopo un lungo travaglio normativo, sono state specificate dalla legge n. 894 del 1980, nei termini seguenti:
Ãˆ contemplata la diminuzione della sanzione edittale nei limiti dellâ€™art. 605, per il concorrente che, dissociandosi dagli altri, si adopera in modo tale che il soggetto passivo recuperi la libertÃ senza che ciÃ² sia conseguenza del pagamento del prezzo, ma la pena Ã¨ maggiore se tale soggetto muore, dopo la liberazione, in conseguenza del sequestro;
Se il concorrente dissociato si adopera per evitare che lâ€™attivitÃ delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori ovvero aiuta concretamente lâ€™autoritÃ di polizia o lâ€™autoritÃ giudiziaria nella raccolta di prove decisive per lâ€™individuazione o la cattura dei concorrenti, puÃ² vedere diminuita la sanzione sino a due terzi;
Ãˆ stabilita una particolare disciplina delle attenuanti nel caso di ipotesi aggravata o quando ulteriori attenuanti si aggiungano a quelle come sopra specificamente contemplate.
Con la legge n. 82 del 1991 viene considerato delittuoso il fatto di chi contragga una assicurazione per la copertura dei rischi del prezzo del riscatto; viene altresÃ¬ incriminato il fatto di chi, avendo notizia di un sequestro di persona a scopo di estorsione anche soltanto tentato o di circostanze relative al pagamento del prezzo per la liberazione dellâ€™ostaggio o comunque utili per la sua liberazione, ovvero per lâ€™accertamento o la cattura dei colpevoli, omette o ritarda di riferirne allâ€™autoritÃ di cui allâ€™art. 361. Allo scopo di evitare il pagamento del riscatto la legge dispone altresÃ¬ il sequestro dei beni dei familiari della vittima.
Il delitto si consuma con il semplice fatto del sequestro, non essendo necessario che lâ€™agente abbia conseguito anche lâ€™ingiusto profitto del prezzo del riscatto. Il tentativo Ã¨ senzâ€™altro ammissibile. Il dolo richiesto Ã¨ specifico, in quanto il reo agisce per uno scopo, quello appunto di conseguire un ingiusto profitto, per sÃ© o per altri, come prezzo del riscatto, che Ã¨ al di fuori degli elementi costitutivi del reato ed Ã¨, quindi, ulteriore rispetto alla sua consumazione. Il secondo ed il terzo comma dellâ€™art. 630 prevedono due circostanze aggravanti consistenti la prima nellâ€™evento morte non voluto, ma conseguente il sequestro, della persona sequestrata (figura particolare di reato aggravato dallâ€™evento morte previsto in generale dallâ€™art. 586), la seconda consistente nella morte del sequestrato cagionata dal reo. Il quarto comma prevede una figura speciale di pentimento operativo: â€œAl concorrente che, dissociandosi dagli altri, si adopera in modo che il soggetto passivo riacquisti la libertÃ senza che tale risultato sia conseguenza del prezzo della liberazione, si applicano le pene previste dallâ€™art. 605â€. Detta, infine, il quinto comma che â€œnei confronti del concorrente che, dissociandosi dagli altri, si adopera, al di fuori del caso previsto dal comma precedente , per evitare che lâ€™attivitÃ delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori ovvero aiuta concretamente lâ€™autoritÃ di polizia o lâ€™autoritÃ giudiziaria nella raccolta di prove decisive per lâ€™individuazione o l cattura dei concorrenti, la pena dellâ€™ergastolo Ã¨ sostituita da quella della reclusione da dodici a venti anni e le altre pene sono diminuite da un terzo a due terziâ€.
Si tratta di sei norme incriminatrici che riguardano esclusivamente beni immobili. Le figure delittuose hanno carattere episodico e frammentario e la protezione penale Ã¨ limitata soltanto ad alcuni attentati, perchÃ© per gli altri il legislatore ha ritenuto sufficienti le sanzioni civili.
RIMOZIONE O ALTERAZIONE DEI TERMINI (art. 631). Il delitto consiste nel fatto di colui che â€œper appropriarsi, in tutto o in parte, dellâ€™altrui cosa immobile, ne rimuove o altera i terminiâ€. La norma mira a tutelare in genere lâ€™inviolabilitÃ del patrimonio immobiliare e, in particolare, lâ€™integritÃ delle terminazioni fondiarie. Per termini si intende ogni cosa, artificiale o naturale, destinata a rappresentare stabilmente la linea di delimitazione degli immobili. AffinchÃ© ricorra il reato occorre che i termini siano rimossi o alterati. Il delitto si consuma col compiere la soppressione o lâ€™alterazione del termine. Il dolo, oltre alla coscienza e volontÃ del fatto, esige lâ€™intenzione di appropriarsi, in tutto o in parte, lâ€™altrui cosa immobile. Si procede a querela della dellâ€™offeso salvo che si tratti di acque, terreni, fondi o edifici pubblici o destinati ad uso pubblico.
DEVIAZIONE DI ACQUE E MODIFICAZIONE DELLO STATO DEI LUOGHI (art. 632). Viene punito â€œchiunque, per procurare a sÃ© o ad altri un ingiusto profitto, devia acque, ovvero immuta nellâ€™altrui proprietÃ lo stato dei luoghiâ€. La formula Ã¨ stata sostituita dallâ€™art. 95 della legge n. 689 del 1981, con lâ€™inserimento della procedibilitÃ a querela. In ambedue le ipotesi il delitto richiede il dolo specifico, il quale consiste nel fine generico di procurare a sÃ© o ad altri un ingiusto profitto. Anche questo reato Ã¨ perseguibile a querela.
INVASIONE DI TERRENI O EDIFICI (art. 633). Commette questo delitto â€œchiunque invade arbitrariamente terreni o edifici altrui, pubblici o privati, al fine di occuparli o di trarne altrimenti profittoâ€. Il reato Ã¨ perseguibile a querela della persona offesa, salvo che si tratti di fondi o edifici pubblici o destinati ad uso pubblico. Scopo dellâ€™incriminazione Ã¨ la tutela del diritto di godere o di disporre dellâ€™immobile. Il delitto si consuma nel momento e nel luogo in cui si verifica lâ€™invasione, indipendentemente dal fatto che lâ€™agente abbia o meno conseguito lo scopo indicato nella norma incriminatrice. Trattasi senza dubbio di reato permanente. Il dolo consiste nella coscienza e volontÃ di porre in essere il fatto dellâ€™invasione, con la consapevolezza della sua illegittimitÃ e con lo scopo di occupare lâ€™immobile o di trarne altrimenti profitto (dolo specifico). Il delitto Ã¨ aggravato se il fatto Ã¨ commesso da piÃ¹ di cinque persone di cui una almeno palesemente armata, ovvero da piÃ¹ di dieci persone, anche senza armi.
TURBATIVA VIOLENTA DEL POSSESSO DI COSE IMMOBILI (art. 634). Il delitto consiste nel fatto di colui che â€œfuori dei casi indicati nellâ€™articolo precedente, turba, con violenza alla persona o con minaccia, lâ€™altrui pacifico possesso di cose immobiliâ€. Il fatto si considera compiuto con violenza o minaccia quando Ã¨ commesso da piÃ¹ di dieci persone. Il delitto che Ã¨ punito piÃ¹ gravemente del precedente, Ã¨ perseguibile dâ€™ufficio. La turbativa Ã¨ costituita da ogni comportamento che lede il possesso altrui, sia con lâ€™impedire lâ€™esercizio, sia con lâ€™ostacolarlo rendendolo piÃ¹ disagevole, comprende senza dubbio anche lâ€™invasione. Il reato si consuma non appena sia stato posto in essere un fatto qualsiasi di turbativa del possesso accompagnato da violenza alle possesso accompagnato da violenza o da minaccia. Il dolo richiesto Ã¨ generico e consiste nella coscienza e volontÃ di turbare, nei modi sopra indicati, il pacifico possesso di cose mobili altrui.
INGRESSO ABUSIVO NEL FONDO ALTRUI (art. 637). Risponde di questo reato â€œchiunque senza necessitÃ entra nel fondo altrui recinto da fosso, da siepe viva o da un altro stabile riparoâ€. Il delitto Ã¨ perseguibile a querela della persona offesa, cioÃ¨ da colui che ha il godimento del fondo, ne sia o no proprietario, perchÃ©, la norma Ã¨ dettata per la tutela del suo diritto. AffinchÃ© sussista il delitto in esame, occorre che lâ€™ingresso avvenga senza necessitÃ . Per lâ€™esistenza del dolo basta la volontÃ di penetrare nel fondo, sapendo che questo appartiene ad altri e che lâ€™ingresso non Ã¨ necessario.
INTRODUZIONE O ABBANDONO DI ANIMALI NEL FONDO ALTRUI E PASCOLO ABUSIVO (art. 636). Sono contemplate due ipotesi distinte. La prima consiste nel fatto di colui che â€œintroduce, abbandona animali in gregge o in mandria nel fondo altruiâ€. La seconda si verifica quando â€œlâ€™introduzione o lâ€™abbandono di animali, anche non raccolti in gregge o in mandria, avviene per farli pascolare nel fondo altruiâ€. In ambedue le ipotesi il delitto Ã¨ aggravato qualora il pascolo avvenga, ovvero dallâ€™introduzione o dallâ€™abbandono degli animali il fondo sia stato danneggiato. Soggetto attivo del reato Ã¨ colui che abbia la custodia degli animali. AffinchÃ© possa verificarsi lâ€™aggravante del pascolo avvenuto, Ã¨ necessario che gli animali abbiano privato il possessore del fondo di una quantitÃ non irrilevante dei prodotti del suolo. Il reato Ã¨ procedibile a querela.
Sotto questa denominazione comprendiamo tutti quei delitti che si differenziano dai delitti patrimoniali, perchÃ© non implicano il trapasso di un valore patrimoniale dal soggetto passivo al soggetto attivo, ma soltanto il peggioramento della situazione patrimoniale del soggetto passivo.
DANNEGGIAMENTO COMUNE. Tale reato si verifica quando taluno â€œdistrugge, disperde, deteriora o rende, in tutto o in parte, inservibili cose mobili o immobili altruiâ€. Il delitto Ã¨ perseguibile a querela della persona offesa.
Distruggere significa disfare la cosa, cioÃ¨ determinarne lâ€™annientamento nella sua essenza specifica.
Dispersione si ha allorchÃ© la cosa viene fatta uscire dalla disponibilitÃ dellâ€™avente diritto.
InservibilitÃ implica che la cosa sia resa inidonea, in tutto o in parte, ed anche solo temporaneamente, allo scopo a cui Ã¨ destinata.
Oggetto materiale del delitto possono essere tanto le cose mobili, quanto le immobili. Il danneggiamento di cosa propria goduta da altri importa solo responsabilitÃ civile, pur essendo augurabile che in una riforma del codice anche questa ipotesi venga compresa nellâ€™incriminazione. Soggetto passivo del reato, oltre il proprietario, Ã¨ la persona che abbia il godimento della cosa. Il reato si consuma nel momento e nel luogo in cui si verifica il fatto descritto nella norma incriminatrice. La configurabilitÃ del tentativo Ã¨ incontestabile. Il danneggiamento dovuto a semplice colpa nel nostro ordinamento giuridico-penale non soggiace a pena. Per la punibilitÃ , quindi, Ã¨ necessario il dolo, a costituire il quale basta la volontÃ di porre in essere il fatto materiale sopra descritto con la consapevolezza che la cosa appartiene ad altri. La norma incriminatrice in esame ha carattere generico. Essa, per il principio di specialitÃ (art. 15 c.p.) non si applica quando il danneggiamento della cosa Ã¨ elemento costitutivo di un altro reato.
Per il disposto del comma 2 dellâ€™art. 635 il reato di danneggiamento Ã¨ aggravato, e si procede dâ€™ufficio, se il fatto Ã¨ commesso:
Su edifici pubblici o destinati a uso pubblico o allâ€™esercizio di un culto, o su altre delle cose indicate nel n. 7 dellâ€™art. 625;
Sopra opere destinate allâ€™irrigazione
Ai sensi della legge antimafia le pene sono aumentate da un terzo alla metÃ se il fatto Ã¨ connesso da persona sottoposta con provvedimento definitivo ad una misura di prevenzione durante il periodo previsto di applicazione e sino a tre anni sal momento in cui ne Ã¨ cessata lâ€™esecuzione. In tal caso si procede sempre dâ€™uffcio.
DANNEGGIAMENTO DI SISTEMI INFORMATICI E TELEMATICI. Lâ€™art. 635 bis contempla il fatto di â€œchiunque distrugge, deteriora o rende, in tutto o in parte, inservibili sistemi informatici o telematici altrui, ovvero programmi, informazioni o dati altruiâ€. La consumazione del reato si ha nel tempo e nel luogo in cui si realizza il fatto descritto dalla norma incriminatrice. Nessun dubbio sulla ipotizzabilitÃ del tentativo. Basta al dolo la volontÃ del fatto materiale con la consapevolezza dellâ€™altruitÃ dei sistemi, programmi, informazioni o dati. Le circostanze aggravanti sono quelle stesse del danneggiamento comune, ma vi si aggiunge lâ€™abuso della qualitÃ di operatore del sistema, mentre alcune delle ipotesi previste non sono evidentemente compatibili con lâ€™oggetto materiale specifico. Donde lâ€™improprietÃ del semplice rinvio allâ€™art. 635 secondo comma.
UCCISIONE O DANNEGGIAMENTO DI ANIMALI ALTRUI. Lâ€™art. 638 del codice prevede in particolare il fatto di colui che â€œsenza necessitÃ uccide o rende inservibili o comunque deteriora animali che appartengono ad altriâ€. Nel dare attuazione ad una complessiva riscrittura della disciplina penale di fonte codicistica a tutela degli animali, la legge n. 189 del2004 ha introdotto nella norma in esame lâ€™inciso â€œsalvo che il fatto costituisca piÃ¹ grave reatoâ€ rendendo dunque il reato in esame a carattere sussidiario, con particolare riferimento alle fattispecie di nuovaformulazione. Il delitto, per cui si procede a querela di parte, Ã¨ aggravato e perseguibile dâ€™ufficio allorchÃ© il fatto viene commesso su tre o piÃ¹ capi di bestiame raccolti in gregge o in mandria, ovvero su animali bovini o equini, anche non raccolti in mandria. Lâ€™ultimo comma dellâ€™articolo dispone che non Ã¨ punibile chi commette il fatto sopra volatili sorpresi nei fondi da lui posseduti e nel momento in cui gli recano danno. Lâ€™incriminazione mira senza dubbio a proteggere non solo la proprietÃ privata degli animali, ma anche il patrimonio zootecnico nazionale. Il dolo Ã¨ generico.
DETURPAMENTO O IMBRATTAMENTO DI COSE ALTRUI. Per lâ€™art. 639 Ã¨ punito, a querela della persona offesa, â€œchiunque, fuori dei casi preveduti dallâ€™art. 635, deturpa o imbratta cose mobile altruiâ€. Lâ€™art. 13 della legge n. 357 del1997 ha introdotto un comma allâ€™art. 639 prevedendo, quale ipotesi aggravata, il fatto commesso su cose di interesse storico o artistico ovunque siano ubicate o su immobili compresi nel perimetro dei centri storici.
Per lâ€™art. 648, quale modificato dalla legge n. 152 del 1975 e dalla legge n. 328 del 1993, risponde di questo reato chi, â€œfuori dei casi di concorso nel reato, al fine di procurare a sÃ© o ad altri un profitto, acquista, riceve od occulta denaro o cose provenienti da qualsiasi delitto, o comunque si intromette nel farli acquistare, ricevere o occultareâ€. Il comma 2 dellâ€™art. prevede una pena minore se il fatto Ã¨ di particolare tenuitÃ . Il terzo comma reca: â€œLe disposizioni di questo articolo si applicano anche quando lâ€™autore del delitto, da cui il denaro o le cose provengono, non Ã¨ imputabile o non Ã¨ punibile ovvero quando manchi una condizione di procedibilitÃ riferita a tale delittoâ€. Lâ€™incriminazione mira ad impedire che, verificatosi un delitto, persone diverse da coloro che lo hanno commesso o sono concorsi a commetterlo si interessino delle cose provenienti dal delitto medesimo per trarre vantaggio. Lâ€™intervento di tali persone Ã¨ dannoso socialmente, perchÃ© porta alla dispersione delle cose provenienti da delitto e ne rende piÃ¹ difficile il recupero, consolidando in tal modo il pregiudizio subito dalla vittima. Il collocamento del delitto in esame tra i delitti patrimoniali suscita delle perplessitÃ , perchÃ© lâ€™offesa al patrimonio puÃ² mancare, sia pur raramente, nella ricettazione, come nellâ€™ipotesi dellâ€™individuo che acquista da un funzionario che si Ã¨ lasciato corrompere lâ€™oggetto prezioso datogli dal corruttore. Il reato presuppone lâ€™esistenza di un altro reato. Deve trattarsi di delitto e non di semplice contravvenzione. Per lâ€™incontro non Ã¨ richiesto che si tratti di reato contro il patrimonio, come si desume dallâ€™aggettivo â€œqualsiasiâ€ che figura dalla norma incriminatrice prima della parola â€œdelittoâ€. Il delitto anteriore deve essere realmente avvenuto: se fosse inesistente o simulato, saremmo in presenza di una ricettazione putativa e, quindi, non punibile. Per iniziare il procedimento per ricettazione, non si richiede che il delitto anteriore sia stato accertato giudizialmente con sentenza passata in giudicato. Ove si tratti di delitto perseguibile a querela di parte, a nulla rileva la mancata presentazione della querela, perchÃ© questa Ã¨ una semplice condizione di procedibilitÃ . In applicazione dellâ€™art. 170 del codice la ricettazione non viene meno neppure quando il delitto, che ne Ã¨ il presupposto, sia estinto. Soggetto attivo della ricettazione puÃ² essere qualsiasi persona, escluso lâ€™autore o il compartecipe del delitto precedente, come si rileva dalla riserva contenuta allâ€™art. 648 â€œfuori dei casi di concorso nel reatoâ€. Per costoro lâ€™uso, il godimento, lâ€™occultamento delle cose provenienti dal predetto delitto costituisce la naturale prosecuzione, il completamento della condotta criminosa. Soggetto attivo non puÃ² essere neppure il soggetto passivo del delitto precedente, per lâ€™ovvia ragione che costui non esorbita dallâ€™ambito dei propri diritti se riacquista la cosa che gli appartiene.
Oggetto materiale della ricettazione sono il denaro e le cose provenienti da qualsiasi delitto. Il Nuvolone ha sostenuto che puÃ² parlarsi di ricettazione soltanto nel caso di provenienza immediata, e ciÃ² per il riflesso che altrimenti non ci sarebbe possibilitÃ di arrestarsi nella serie delle trasformazioni e si finirebbe col moltiplicare allâ€™infinito i casi di ricettazione. A noi pare che la propagazione ad infinitum non sussista per il fatto che tanto le cose quanto il denaro, provenienti comunque dal delitto, perdono il carattere delittuoso quando vengono in possesso di un terzo di buona fede. La condotta dellâ€™agente consiste nellâ€™acquistare, ricevere o occultare taluna delle cose di cui ora abbiamo parlato, ovvero nellâ€™intromettersi per farla acquistare, ricevere o occultare. Il reato si consuma quando uno dei fatti indicati nella norma incriminatrice puÃ² dirsi realizzato. Nellâ€™ipotesi di intromissione il reato Ã¨ perfetto col compimento degli atti di mediazione. In nessun caso si esige che lâ€™agente abbia conseguito il profitto avuto di mira. La configurabilitÃ del tentativo Ã¨ fuori discussione. Per lâ€™esistenza del dolo, si richiede anzitutto la volontÃ di acquistare, ricevere, occultare o intromettersi. Occorre inoltre la consapevolezza della provenienza delittuosa del denaro o delle altre cose acquistare. Inoltre Ã¨ indispensabile il fine di procurare a sÃ© o ad altri un profitto: il dolo del reato Ã¨ quindi specifico.
Dalla legge n. 152 del 1975 Ã¨ prevista una circostanza attenuante se il fatto Ã¨ di speciale tenuitÃ . Generalmente si avrÃ riguardo ai casi in cui il danno patrimoniale Ã¨ particolarmente lieve. Per altro lâ€™interprete dovrÃ prendere in considerazione le circostanze di cui allâ€™art. 133 c.p.
Se la ricettazione ha per oggetto piÃ¹ cose provenienti dallo stesso delitto o da piÃ¹ delitti, il reato resta unico, qualora gli oggetti vengano acquistati contestualmente. Se lâ€™autore della ricettazione trasmette le cose ricettate ad altro che le acquista a scopo di profitto, i due reati sono autonomi.
Per effetto della legge n. 191 del 1978, Ã¨ stato inserito nel codice lâ€™art. 648 bis, successivamente modificato nel 1990 e nel 1993. Questo, sotto il titolo riciclaggio, incrimina chiunque â€œfuori dei casi di concorso nel reato, sostituisce o trasferisce denaro, beni o altre utilitÃ provenienti da delitto non colposo, ovvero compie in relazione ad essi altre operazioni, in modo da ostacolare lâ€™identificazione della loro provenienza delittuosa. La pena Ã¨ aumentata quando il fatto Ã¨ commesso nellâ€™esercizio di unâ€™attivitÃ professionaleâ€. Ed Ã¨ diminuita â€œse il denaro, i beni o le altre utilitÃ provengono da delitto per il quale Ã¨ stabilita la pena della reclusione inferiore nel massimo a cinque anniâ€. Segue, nel terzo comma dellâ€™art. in esame, un richiamo allâ€™ultimo comma dellâ€™art. 648 che estende il principio per cui la disposizione Ã¨ applicabile â€œanche quando lâ€™autore del delitto, da cui il denaro o le cose provengono, non Ã¨ imputabile o non Ã¨ punibile ovvero quando manchi una condizione di procedibilitÃ riferita a tale delittoâ€.
Per realizzare gli scopi suddetti si era in un primo tempo chiarito che le utilitÃ considerate dovevano provenire dai delitti di rapina aggravata, sequestro di persona a scopo di estorsione ovvero dai delitti concernenti la produzione o la distribuzione di sostanze stupefacenti o psicotrope, e cioÃ¨ si era attuata una limitazione dei reati presupposti; ma i principi generali che disciplinano il rapporto tra il delitto in esame e i precedenti restavano quelli ai quali si Ã¨ accennato in tema di ricettazione.
Quanto allâ€™oggetto materiale si Ã¨ sostituito allâ€™inciso â€œdenaro o coseâ€, tipico della ricettazione, quello â€œdenaro, beni o altre utilitÃ â€. Ãˆ evidente lo scopo di ampliare una formula che nella precedente redazione della legge 21 marzo n. 59 del 1978, aveva dato luogo a difficoltÃ di interpretazione.
Nella originaria formula della legge n. 59 del â€™78, la condotta si concretava nel compiere fatti o atti diretti alla suddetta sostituzioni e idonei a realizzarla. Il momento consumativo del delitto era quindi anticipato; e ciÃ² segnava un elemento differenziale rispetto alla ricettazione ed estendeva la sfera della tutela penale a tipi di comportamento che non sarebbe stato possibile ricomprendere nella consumazione di quel reato. Lâ€™ultima e vigente versione di questa figura di reato, oltre ad una piÃ¹ concisa descrizione della condotta volta a trasferire il denaro, i beni o le altre utilitÃ , ha ribadito la rilevanza del fatto di chi ponga ostacoli alla identificazione dei beni suddetti dopo che essi sono stati sostituiti o trasferiti.
Per lâ€™elemento soggettivo, questo nel testo della legge n. 59 del â€™78, oltre alla coscienza e volontÃ dellâ€™azione richiedeva, quanto al dolo, sul piano conoscitivo la rappresentazione della condotta diretta ad attuare la sostituzione in un con la consapevolezza che il denaro o i valori provenissero da gravi delitti specificamente citati e il fine di procurare a sÃ© o ad altri un profitto. Nel nuovo testo Ã¨ scomparso ogni riferimento a scopi di profitto o di aiuto. Basta al momento volitivo del dolo la coscienza e volontÃ di sostituire le utilitÃ o di ostacolare lâ€™accertamento della loro provenienza con la sola scienza che essa si ricollega ad un delitto doloso. Il tentativo Ã¨ configurabile secondo i principi generali.
Al delitto si ricollega una aggravante e una attenuante. Lâ€™aggravante Ã¨ ravvisata nei confronti di chi compie il reato esercitando unâ€™attivitÃ professionale della quale abusa. Lâ€™attenuante attiene al reato presupposto e tiene conto dellâ€™esigenza di ridurre una pena edittale molto pesante in casi in cui, in sostanza si riciclano utilitÃ e si ostacola lâ€™identificazione di proventi che conseguono a delitti non gravi.
17.Â IMPIEGO DI DENARO, BENI O UTILITAâ€™ DI PROVENIENZA ILLECITA
Lâ€™art. 24 della legge 19 marzo 1990, n.55, hainserito nel codice lâ€™art. 648 ter, poi modificato dallâ€™art. 5 della legge n. 328 del â€™93 il quale incrimina â€œchiunque, fuori dei casi di concorso nel reato e dei casi previsti dagli art. 648 e 648 bis, impiega in attivitÃ economiche o finanziarie denaro, beni o altre utilitÃ provenienti da delittoâ€. Anche per questo reato Ã¨ contemplata la circostanza aggravante dellâ€™esercizio di una attivitÃ professionale ed Ã¨ esteso ai soggetti di cui allâ€™ultimo comma dellâ€™art. 648. Ma la pena Ã¨ diminuita se il fatto Ã¨ di particolare tenuitÃ . Lâ€™inserimento nel codice del delitto in esame nasce dal rilievo che i profitti dalla criminalitÃ organizzata devono essere contrastati tenendo conto di una duplice prospettiva: mentre in un primo momento occorre impedire che il c.d. denaro sporco, frutto dellâ€™illecita accumulazione, venga trasformato in denaro pulito, in un secondo momento Ã¨ necessario fare in modo che il capitale, pur cosÃ¬ emendato dal vizio di origine, non possa trovare un legittimo impiego. Il delitto si consuma nel momento dellâ€™impiego di denaro, beni o altre utilitÃ nelle attivitÃ economiche o finanziarie interdette. Il tentativo Ã¨ ipotizzabile. Il dolo Ã¨ generico e si sostanzia nella coscienza e volontÃ della condotta da parte di chi sa che le utilitÃ impiegate provengono da delitto. PoichÃ© la norma si riferisce a beni o altre utilitÃ con plurali indeterminativi, la molteplicitÃ dei finanziamenti ed apporti non esclude lâ€™unicitÃ del reato e puÃ² essere soltanto valutata nel giudizio di quantificazione della pena in concreto ex art. 133 c.p.
Il codice nel libro terzo contiene alcune norme incriminatrici che sono destinate ad integrare la tutela penale del patrimonio. Per queste contravvenzioni, lâ€™art. 713 stabilisce che il condannato puÃ² essere sottoposto alla libertÃ vigilata.
Chiunque acquista o riceve a qualsiasi titolo cose, che, per la loro qualitÃ o per la condizione di chi le offre o per lâ€™entitÃ del prezzo, si abbia motivo di ritenere che provengano da reato;
Oggetto materiale dellâ€™incauto acquisto debbono essere le cose di provenienza criminosa. Mentre nella ricettazione le cose debbono provenire da delitto, qui basta che provengano da un reato qualsiasi. Oltre alla provenienza da reato si esige che si abbia motivo di sospettare di detta provenienza. A tal fine il legislatore ha precisato le fonti da cui il sospetto puÃ² nascere, e precisamente:
La qualitÃ della cosa;
Lâ€™apprezzamento dello stato di sospetto Ã¨ rimesso allâ€™apprezzamento discrezionale del magistrato, il quale dovrÃ tenere conto di tutte le circostanze del caso. Sussistendo i presupposti indicati, la fattispecie materiale della contravvenzione resta integrata se lâ€™agente acquista o riceve tali cose, o si adopera per farle acquistare o ricevere senza averne prima accertata la legittima provenienza.
Quanto allâ€™elemento soggettivo, dalla norma incriminatrice risulta che per lâ€™esistenza della contravvenzione occorre: la volontÃ di acquistare o di ricevere la cosa; lâ€™inadempimento dellâ€™obbligo di accertare la provenienza legittima della cosa medesima. Da ciÃ² deriva il carattere essenzialmente colposo della contravvenzione di incauto acquisto.
COMMERCIO ABUSIVO DI COSE PREZIOSE (E DI COSE ANTICHE O USATE) (art. 705 e 706). Per il primo articolo viene punito â€œchiunque, senza la licenza dellâ€™AutoritÃ o senza osservare le prescrizioni della legge, fabbrica o pone in commercio cose preziose, o compie su di esse operazioni di mediazione o esercita altre simili industrie, arti o attivitÃ â€. Il secondo articolo, ora abrogato dallâ€™art. 13 della legge n. 480 del â€™94, contemplava il caso di colui che â€œesercita il commercio di cose antiche o usate, senza averne prima fatta dichiarazione allâ€™AutoritÃ , quando la legge lo richiede, o senza osservare le prescrizioni di leggeâ€.
POSSESSO INGIUSTIFICATO DI CHIAVI ALTERATE O DI GRIMALDELLI (art. 707) E POSSESSO INGIUSTIFICATO DI VALORI (art. 708). La prima contravvenzione consiste nel fatto dellâ€™individuo che, â€œessendo stato condannato per delitti da fine lucro, o per contravvenzioni concernenti la prevenzione dei delitti contro il patrimonio, Ã¨ colto in possesso di chiavi alterate o contraffatte, ovvero di chiavi genuine o di strumenti atti ad aprire o a forzare serrature, dei quali non giustifichi lâ€™attuale destinazioneâ€. Il secondo reato ricorre quando taluno â€œtrovandosi nelle condizioni personali indicate nellâ€™art. precedente Ã¨ colto in possesso di denaro o di altri oggetti di valore, o di altre cose non confacenti al suo stato, e dei quali non giustifichi la provenienzaâ€. Si tratta di due reati di mero sospetto.
La giurisprudenza della Cassazione fu a lungo propensa ad escludere lâ€™assorbimento della contravvenzione in parola nel delitto del furto. Tuttavia, le decisioni piÃ¹ recenti tendono ad asserire lâ€™assorbimento nel delitto di furto ogni qual volta il possesso degli strumenti di scasso o delle chiavi alterate duri soltanto per il tempo necessario alla realizzazione di quello e a ravvisare invece una situazione di concorso quando tale possesso si protragga oltre alla consumazione del delitto e per un tempo apprezzabile.
VENDITA O CONSEGNA DI CHIAVI O GRIMALDELLI A PERSONA SCONOSCIUTA (art. 710) E APERTURA ARBITRARIA DI LUOGHI OD OGGETTI (art. 711). Risponde della prima contravvenzione â€œchiunque fabbrica chiavi di qualsiasi specie, su richiesta di persona diversa dal proprietario o possessore del luogo o dellâ€™oggetto a cui le chiavi sono destinate, o da un incaricato di essi, ovvero, esercitando il mestiere di fabbro, chiavaiuolo o un altro simile mestiere, consegna o vende a chicchessia grimaldelli o altri strumenti atti ad aprire o a forzare serratureâ€. Lâ€™altra contravvenzione consiste nel fatto di colui che, â€œesercitando il mestiere di fabbro o di chiavaiuolo, ovvero un altro simile mestiere, apre serrature o altri congegni analoghi apposti a difesa di un luogo o di un oggetto, su domanda di chi non sia da lui conosciuto come proprietario o possessore del luogo o dellâ€™oggetto, o come un loro incaricatoâ€.
OMESSA DENUNCIA DI COSE PROVENIENTI DA DELITTO (art. 709). Commette questa contravvenzione â€œchiunque, avendo ricevuto denaro o acquistato o comunque avuto cose provenienti da delitto, senza conoscerne la provenienza, omette, dopo averla conosciuta, di darne immediato avviso allâ€™AutoritÃ â€.
Lâ€™articolo 649 contiene alcune importanti disposizioni che riguardano in genere i delitti contro il patrimonio. Tale articolo, nella prima parte stabilisce che non Ã¨ punibile chi ha commesso uno di tali delitti in danno:
Di un ascendente o discendente o un affine in linea retta, ovvero dallâ€™adottante o dallâ€™adottato;
Il secondo comma dellâ€™articolo dispone che i delitti in parola sono punibili a querela della persona offesa, quando siano commessi a danno:
Del fratello o della sorella che non convivano con lâ€™autore del fatto;
Dello zio o del nipote o dellâ€™affine in secondo grado convivente con lâ€™autore stesso.
Lâ€™ultimo comma contiene una limitazione alle esposte disposizioni, stabilendo che esse non si applicano ai delitti previsti dagli articoli 628, 629 e 630 e ad ogni altro delitto contro il patrimonio che sia stato commesso con violenza alle persone (sia fisica che morale).
La ratio dello speciale trattamento stabilito dal codice per i reati patrimoniali che sono commessi nellâ€™ambito della famiglia va ravvisata nel fatto che lâ€™intimitÃ delle relazioni parentali conferisce a quelle azioni un carattere diverso dallâ€™ordinario, mentre la punibilitÃ o la perseguibilitÃ dâ€™ufficio potrebbero recare grave turbamento alle relazioni anzidette o nuocere all’onore della famiglia.