Source: https://www.laleggepertutti.it/273424_diritto-del-padre-di-vedere-i-figli
Timestamp: 2019-07-18 08:26:46+00:00
Document Index: 94523114

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Diritto del padre di vedere i figli
Come funziona l’affidamento (condiviso, esclusivo) in caso di separazione tra marito e moglie o conviventi; come funziona il collocamento dei figli e come vengono stabiliti gli incontri.
Con la separazione della coppia (sia che si tratti di marito e moglie che di conviventi), il padre mantiene il diritto a vedere i figli con regolarità e frequenza (seppur non giornaliera). È un diritto, ma anche un dovere: l’uomo, al pari della donna, deve partecipare alla vita e alla crescita del bambino, non potendo scegliere di allontanarsi. Egli non ha solo un dovere di natura economica (ossia prestare il mantenimento fino all’indipendenza economica del ragazzo) ma anche materiale e morale. Diversamente, una volta divenuto maggiorenne, il discendente può citarlo per danni. A monte di tutto ciò, infatti, c’è il diritto di ogni figlio alla cosiddetta “bigenitorialità” [1] ossia a conservare un rapporto costante, pacifico e sereno sia col padre che con la madre, senza che uno dei due possa interferire nelle relazioni con l’altro. La madre che allontana il figlio dal padre, screditandolo o svilendo l’importanza della sua figura, o che non fa di tutto per rimuove le resistenze del figlio alla frequentazione dell’altro genitore può subire, nei casi più gravi, la revoca dell’affidamento condiviso. È questo l’orientamento della giurisprudenza. Vediamo, più nel dettaglio, come funziona il diritto del padre di vedere i figli.
1 Accordo sulle visite del padre
2 Affidamento condiviso dei figli e collocamento presso la madre
3 Che fare se la madre non fa vedere i figli al padre
4 Vietati i trasferimenti
Accordo sulle visite del padre
Quando i genitori si separano è auspicabile che trovino un accordo quantomeno sui giorni e orari di visita del figlio.
La regola impone che il figlio vada a vivere con uno dei due e che l’altro possa vederlo a giorni alterni, tenendolo con sé il pomeriggio fino all’orario di cena (la mattina è dedicata chiaramente alla scuola). Anche i weekend seguono la stessa sorte: il sabato con uno dei due genitori, la domenica con l’altro, per poi invertirsi nel weekend successivo. Durante le feste comandate e le ferie estive si rispetta un calendario paritetico: il 50% con ciascuno dei due.
Nulla toglie, tuttavia, che i due genitori trovino accordi differenti, fermo restando che una sostanziale esclusione o dispensa dalle visite è vietata per legge. La frequentazione del figlio, come detto, è un dovere nei confronti di quest’ultimo prima ancora che un diritto.
Se i genitori non trovano un accordo sarà il giudice a decidere. Ad esso si può quindi rivolgere tanto la coppia sposata quanto quella di fatto. I doveri sui figli restano gli stessi con o senza matrimonio.
Il tribunale deciderà l’affidamento e il collocamento. Si tratta di due concetti differenti.
Affidamento condiviso dei figli e collocamento presso la madre
Per comprendere come funziona il diritto di visita del padre sui figli è bene prima spiegare cos’è l’affidamento e cosa invece la collocazione. Si tratta di due concetti completamente diversi che tuttavia vengono spesso confusi e usati indistintamente. Solo all’esito di una corretta interpretazione di tale terminologia giuridica potremo parlare del diritto del padre di vedere i figli.
L’affidamento è un concetto giuridico: si tratta del potere/dovere dei genitori di prendere le decisioni più importanti per quanto attiene alla vita dei figli, la loro istruzione, la crescita, il mantenimento, l’educazione. Questo potere deve essere condiviso: tutte le decisioni vanno prese di comune accordo. È il cosiddetto affidamento condiviso che è attualmente la regola. In caso di contrasti, i genitori possono ricorrere al giudice il quale cerca una soluzione pacifica o, per le decisioni più importanti, adotta quella più consona agli interessi del minore.
L’affidamento condiviso comporta quindi che entrambi i genitori abbiano uguali diritti e doveri sui figli.
Quando uno dei due genitori viene ritenuto non adatto a gestire i figli, pericoloso o incapace, il giudice dispone il cosiddetto affidamento esclusivo a favore di uno solo dei coniugi. Ciò avviene nelle situazioni di maggiore gravità come quella di un soggetto abitualmente dedito all’uso di alcol o di droghe oppure condannato per crimini particolarmente violenti o maltrattamenti familiari.
Concetto completamente diverso è la collocazione, ossia la scelta del luogo in cui i figli andranno materialmente a vivere e a risiedere. La collocazione viene quasi sempre fatta in favore della madre: c’è una preferenza della donna che non è un fatto statistico ma un vero e proprio principio stabilito dalla Cassazione. La mamma è considerata, ancora al giorno d’oggi, più adatta a gestire le esigenze dei bambini in tenera età o comunque fino all’età della scuola dell’obbligo.
Il fatto che il figlio vada a vivere dalla madre, come anticipato, non pregiudica il diritto del padre di vederlo con cadenze prestabilite, concordate (anche di volta in volta) dai genitori o fissate dal tribunale.
Che fare se la madre non fa vedere i figli al padre
La madre che ottiene il collocamento dei figli presso di sé deve fare di tutto per favorire le visite di questi ultimi con il papà nel loro stesso interesse, per una crescita completa e psicologicamente stabile. Questo significa che non può parlare male del padre in presenza dei bambini, non può criticarlo ma al contrario deve sempre preservare la sua immagine in modo che i figli possano continuare ad amarlo.
Dinanzi alla riluttanza di questi ultimi di partecipare agli incontri, la madre deve farsi parte attiva e diligente per rimuovere ogni ostacolo, non potendo assecondare volontà contrarie, salvo vi sia il rischio di traumi.
Emarginare l’ex dalla vita del figlio, screditarlo in sua presenza fino a instillargli un sentimento di odio e rifiuto, boicottarne le visite sono soltanto alcuni dei comportamenti che pregiudicano la serenità della prole e dimostrano l’inidoneità del genitore “manipolatore” a occuparsene. In questi casi viene violato il diritto alla bigenitorialità, ossia a conservare rapporti equilibrati e continuativi con entrambi i genitori, inclusi i parenti di ogni ramo [2].
È facile, in questi casi, cadere sindrome da alienazione parentale (Pas), da alcuni ritenuta una patologia scientificamente accertabile (l’opinione però non è condivisa). Al di là di ciò, quando il genitore collocatario si comporta in modo da emarginare e neutralizzare l’altra figura genitoriale può perdere il collocamento o, nei casi più gravi, l’affidamento condiviso. Ciò, purché vengano accertate – con consulenze psicologiche, relazioni dei servizi sociali, testimonianze, presunzioni [3] e, soprattutto, mediante l’audizione del minore – l’idoneità dell’affidatario a preservare la bigenitorialità e, al contempo, l’inidoneità dell’altro.
Tra le condotte alienanti frequenti, quella del genitore che denigri l’ex tanto da indurre il bambino a opporsi agli incontri sia con l’altro genitore sia con i nonni di parte “avversa” [4] o che gli impedisca di esprimere in modo autentico i propri bisogni affettivi, privando il minore del contatto con l’altro [5]. A contare sono sia le condotte poste in essere con malafede o con semplice colpa, incuria, indifferenza.
Per avere l’affidamento condiviso bisogna essere in grado di preservare la continuità delle relazioni tra i figli e l’altro genitore.
Per difendere il proprio diritto di vedere i figli, il padre può rivolgersi al tribunale e chiedere una modifica del provvedimento di affidamento e/o di collocamento dei figli in danno della madre. Il giudice può così mutare l’affidamento da condiviso in esclusivo, previo accertamento della veridicità delle azioni alienanti.
In più il Codice civile prevede delle vere e proprie sanzioni [6]: ammonimento; condanna al risarcimento del danno in favore della creatura in qualche modo “programmata” (alterata nella sfera affettiva) o del genitore alienato; pagamento di una sanzione amministrativa pecuniaria alla Cassa delle ammende da 75 a 5 mila euro.
La condanna al pagamento di una somma di denaro, prevista dall’articolo 709 ter Cpc per il genitore responsabile di gravi inadempienze e di atti che portino pregiudizio al minore o ostacolino il corretto svolgimento delle modalità dell’affido è facoltativa ma non esige l’accertamento del danno sul minore [7].
Nell’individuare l’interesse morale e materiale della prole occorre vagliare la capacità dei genitori di educarla e crescerla rispettando, anche successivamente alla disgregazione familiare, il principio di bigenitorialità intesa come presenza di entrambi nella quotidianità del figlio per garantirgli stabili consuetudini di vita [8].
Vietati i trasferimenti
La madre che si trasferisce in un’altra città senza il consenso dell’altro genitore o senza l’autorizzazione del giudice, impedendo così al padre di vedere i figli o rendendone più difficile la frequentazione, può essere denunciata per sottrazione di incapace [9].
[2] Cass. sent. n. 22744/2017.
[3] Tribunale di Aosta, sentenza 103/2018
[4] Tribunale di Cosenza, sentenza 2044/2017
[5] Tribunale per i minorenni di Brescia, decreto 26 luglio 2018; Cass. sent. n. 21215/2017.
[6] Art. 709 ter cod. civ.
[7] Cass. ord. n. 16980/18
[8] Cass. ord. n. 22744/2017.
[9] Trib. Bari sent n. 288/2018.
Corte di Cassazione, Sezione 6 1 civile Ordinanza 28 settembre 2017, n. 22744
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. CRISTIANO Magda – Presidente Dott. BISOGNI Giacinto – Consigliere
Dott. MERCOLINO Guido – Consigliere Dott. TERRUSI Francesco – rel. Consigliere Dott. FALABLLLA Massimo – Consigliere ha pronunciato la seguente:
(OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende; – ricorrente –
(OMISSIS), PUBBLICO MINISTERO PRESSO LA PROCURA GENERALE DELLA REPUBBLICA DI ROMA;
avverso la sentenza n. 971/2016 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI, depositata il 07/03/2016;
udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non partecipata del 19/07/2017 dal Consigliere Dott. FRANCESCO TERRUSI. RILEVATO IN FATTO
la corte d’appello di Napoli, per quanto ancora di interesse in questa sede, rigettava l’appello di (OMISSIS) avverso la sentenza di primo grado nella parte in cui, definendo il giudizio di separazione personale della stessa (OMISSIS) dal coniuge (OMISSIS), aveva affidato i figli minori a entrambi i genitori, con residenza privilegiata presso la madre, e regolato il diritto-dovere di frequentazione del padre coi figli mediante incontri protetti e monitorati dai competenti servizi sociali;
la corte d’appello rigettava il gravame facendo leva su quanto emerso sia dall’ascolto dei minori sia dalle c.t.u., compresa quella svolta in separata sede (dinanzi al tribunale per i minorenni): evidenziava che sui ragazzi, e soprattutto sul figlio (OMISSIS), erano state riscontrate manifestazioni di allarme e diffusa percezione di pericolo nel rapporto col padre, pericolo di fatto inesistente, e una evidente labilita’ emotiva tale da rimandare a manifestazioni isteriche a tipo di sindrome di alterazione parentale (PAS); cio’ a fronte di un rapporto di dipendenza e di attaccamento simbiotico dei figli alla madre;
la corte territoriale ricostruiva poi i profili di personalita’ di entrambi i genitori, escludendo una loro assoluta inidoneita’ alla funzione parentale ma evidenziando che lo stato dei loro negativi rapporti personali aveva avuto pessimi riflessi sull’esercizio della comune responsabilita’ genitoriale; esprimeva infine il convincimento che il padre doveva assumersi le proprie responsabilita’ nell’ambito dell’affidamento condiviso e che la madre aveva l’obbligo morale e giuridico di rendere possibile tale condivisione, senza perseverare in condotte contrarie alla funzione materna; donde, nella prospettiva di migliorare il rapporto tra i minori e il padre, concludeva nel senso di mantenere ferma la previsione di incontri protetti e monitorati nell’ambito del predetto regime; per la cassazione della sentenza, la (OMISSIS) ha proposto ricorso affidato a tre motivi;
(OMISSIS) ha resistito con controricorso; entrambe le parti hanno depositato una memoria. CONSIDERATO IN DIRITTO
col primo motivo si deduce la violazione e falsa applicazione degli articoli 9 e 12 della convenzione di New York del 20-111989, in quanto la corte d’appello sarebbe incorsa nella totale ablazione della volonta’ manifestata dai minori (di 15 e 16 anni), facendo propri gli accertamenti peritali intesi a concludere per l’esistenza della PAS; in particolare la corte del merito avrebbe omesso di verificare il fondamento scientifico di una tal consulenza, caratterizzata da devianza dalla scienza medica ufficiale;
col terzo motivo infine ci si duole della illogicita’ e della contraddittorieta’ della motivazione in ordine al governo delle spese processuali, nonche’ della falsa applicazione del Decreto Ministeriale 10 marzo 2014, articolo 5;
il primo motivo e’ inammissibile in quanto basato su una lettura distorta dell’impugnata sentenza;
per quanto menzionando l’ipotesi della PAS come emersa dalle c.t.u., la corte partenopea ha dato conto di tutti gli elementi posti a base delle prescelte modalita’ di affidamento, ritenendo codeste modalita’ funzionali al ripristino, per quanto nella prudenziale ottica degli incontri protetti, di relazioni fisiologiche tra il padre e i figli;
in particolare l’impugnata sentenza, motivatamente esaminando i profili di idoneita’ dei coniugi allo svolgimento delle funzioni genitoriali, ha fatto corretta applicazione del principio per cui, in tema di affidamento di figli minori, tra i requisiti di idoneita’ genitoriale rileva anche la capacita’ di preservare la continuita’ delle relazioni parentali con l’altro genitore, a tutela del diritto del figlio alla bigenitorialita’ e alla crescita equilibrata e serena (v. Cass. n. 6919-16);
questa Corte da tempo va ripetendo che, in tema di affidamento dei figli minori, il giudizio prognostico che il giudice, nell’esclusivo interesse morale e materiale della prole, deve operare circa le capacita’ dei genitori di crescere ed educare il figlio nella nuova situazione determinata dalla disgregazione dell’unione, va formulato tenendo conto, in base a elementi concreti, del modo in cui i genitori hanno precedentemente svolto i propri compiti, delle rispettive capacita’ di relazione affettiva, attenzione, comprensione, educazione e disponibilita’ a un assiduo rapporto, nonche’ della personalita’ del genitore, delle sue consuetudini di vita e dell’ambiente sociale e familiare che e’ in grado di offrire al minore, “fermo restando, in ogni caso, il rispetto del principio della bigenitorialita’, da intendersi quale presenza comune dei genitori nella vita del figlio, idonea a garantirgli una stabile consuetudine di vita e salde relazioni affettive con entrambi, i quali hanno il dovere di cooperare nella sua assistenza, educazione ed istruzione” (v. Cass. n. 18817-15);
l’impugnata sentenza e’ conforme alla citata giurisprudenza e nelle condizioni date non e’ pertinente insistere sul profilo della PAS, giacche’ la ratio decidendi prescinde dal giudizio astratto sulla validita’ o invalidita’ scientifica della sindrome suddetta;
il secondo motivo e’ inammissibile, essendo la sentenza soggetta all’articolo 360 c.p.c., n. 5, come modificato dal Decreto Legge n. 83 del 2012 (v. Cass. Sez. U n. 8053-14): e i fatti storici rilevanti ai fini della decisione relativa alle modalita’ di affidamento sono stati presi in considerazione;
il terzo motivo e’ manifestamente infondato nel presupposto della condanna alle spese, giacche’ la corte territoriale ha giustamente ravvisato l’integrale soccombenza della (OMISSIS) nel giudizio di appello, stante la natura condizionata dell’impugnazione incidentale del coniuge;
e’ invece manifestamente fondato nella censura afferente il quantum;
riferendo il computo al valore della causa siccome indeterminabile ( Decreto Ministeriale n. 10 marzo 2014, articolo 5, commi 5 e 6), i minimi tabellari supponevano la riduzione percentuale degli importi indicati;
il computo esatto e’ quello indicato dalla ricorrente (Euro 980,00 per fase di studio; eurO 675,00 per fase introduttiva; Euro 2.030,00 per fase di trattazione ed Euro 1.630,00 per fase decisionale), e in aderenza a esso la Corte, definendo il giudizio ai sensi dell’articolo 384 c.p.c., puo’ provvedere direttamente all’esito della cassazione del corrispondente capo della decisione impugnata;
in considerazione dell’esito finale della lite sussistono le condizioni per compensare interamente le spese del giudizio di legittimita’. P.Q.M.
ALIENAZIONE GENITORIALE – STRUMENTO PROCESSUALE UTILIZZATO DAL GENITORE ALIENANTE – CONDANNA EX ART. 96 COMMA III C.C. – SUSSISTE (art. 337-ter c.c.)
Il termine alienazione genitoriale – se non altro per la prevalente e più accreditata dottrina scientifica e per la migliore giurisprudenza – non integra una nozione di patologia clinicamente accertabile, bensì un insieme di comportamenti posti in essere dal genitore collocatario per emarginare e neutralizzare l’altra figura genitoriale; condotte che non abbisognano dell’elemento psicologico del dolo essendo sufficiente la colpa o la radice anche patologia delle condotte medesime. In caso di azione infondata posta in essere dal genitore che abbia attuato comportamenti alienanti, si impone una pronuncia di condanna ex art. 96 comma II c.p.c., registrandosi un grave abuso dello strumento processuale. In particolare, l’azione promossa dalla madre, la quale proponga ricorso contro il padre, per questioni relative ai figli, e risulti poi essere l’autrice di comportamenti alienanti, è da ritenere processualmente viziata da colpa grave e come tale meritevole di sanzione ex art. 96 comma III c.p.c.
Tra le parti è già stato pronunciato, da questo Tribunale, in data … 2014, decreto giudiziale che ha regolato l’esercizio della responsabilità genitoriale (provvedimento pronunciato su ricorso congiunto degli stessi genitori), con riguardo alla figlia minore …, nata il … 2009, fuori da matrimonio. Con l’atto introduttivo del procedimento, la ricorrente segala che, dopo la pronuncia del decreto giudiziale, sarebbero insorte problematiche serie concernenti i rapporti tra il padre e la figlia minore: in particolare, il disinteresse del padre e la conseguente reazione della figlia minore. Secondo la prospettazione attorea, il padre, comunque, si sarebbe rivolto in modo autonomo ai Servizi Sociali. Il resistente si è costituito chiedendo il rigetto del ricorso e insistendo per una presa in carico dei Servizi Sociali di zona per consentire l’effettivo esercizio del diritto di visita. Su decreto interlocutorio di questo Ufficio, il Servizio Sociale ha svolto una prima indagine, ricca di elementi utili per il procedimento; soprattutto ha precisato che, nelle more del processo, era bene mantenere fermo il collocamento di (FIGLIA) presso la madre somministrando alla minore, però, al contempo, una valutazione neuropsichiatrica per un problema emerso a livello logopedico. Il Servizio ha ascoltato la bambina la quale è apparsa del tutto contraria ad avere frequentazioni con il padre ma a cagione dell’idea di essere da questi portata via dalla madre. Con decreto del … dicembre 2015, il Tribunale di Milano ha affidato la minore al Comune di .., limitando la responsabilità genitoriale delle parti e disponendo ulteriori accertamenti; il cennato decreto è stato impugnato da (MADRE) davanti alla Corte di Appello di Milano. Il giudice Superiore, con decreto del…. 2016, depositato in data …2016, ha dichiarato inammissibile il reclamo e condannato la parte reclamante alle spese del processo, liquidate in euro 1.200. Con decreto del … 2016, il Tribunale di Milano ha quindi disposto procedersi a Consulenza tecnica d’Ufficio, su sollecito della madre, delegando per l’incombente la dr.ssa … La consulente ha depositato l’elaborato peritale in data … .. 2016. Si dà atto che la minore è stata ascoltata, nel corso del processo, in via indiretta dai Servizi Sociali ma poi, soprattutto, dalla CTU, con delega precipua al riguardo conferita dal Collegio; la consulente ha proceduto anche a esame diretto della bambina; la tenera età ha sconsigliato l’ascolto diretto in Tribunale.
Il Collegio ritiene la causa matura per la decisione soprattutto alla luce dei rilievi svolti dalla consulente, con esame peritale che, per gli snodi seguiti e la cura degli accertamenti svolti, merita di essere posta a fondamento della decisione. E’ opportuno muovere dai rilievi svolti sulla bambina atteso che, secondo una delle prospettazioni attoree, uno dei motivi del rifiuto paterno sarebbe un trauma infantile. Ciò è stato invero smentito dalla indagine. In particolare, all’esito dei TEST «non emergono elementi che facciano pensare ad una traumatizzazione acuta o cronica della bambina …..». I test, in particolare, «rivelano una rigidità della bambina rispetto ai sentimenti ostili verso il padre, ma essi non sembrano affondare le radici in una reazione post-traumatica. Essa si manifesta al test di Rorschach prevalentemente attraverso la ri-esperienza dell’evento stressante, nonché l’iperattivazione fisica e psicologica, che tipicamente si evince da un protocollo “ingolfato” dall’incursione di elementi ansiosi (assenti nel protocollo di FIGLIA) su di un funzionamento altrimenti efficace (che non è il suo caso, considerato il disturbo del pensiero e il marcato evitamento); gli individui prevalentemente connotati da condotte di evitamento emozionale e/o situazionale (il caso di FIGLIA), invece, forniscono di frequente protocolli evasivi, difesi e limitati (non il caso di FIGLIA, il cui protocollo, nonostante l’evitamento, è comunque ricco di risposte e non appare difeso dal punto di vista dei contenuti)». Rilevante è anche la conclusione peritale ove si afferma che «FIGLIA non mostra vissuti traumatici riferiti al paterno, tanto che nella rappresentazione messa in mostra con l’utilizzo dei personaggi, la figura del padre può essere con tranquillità messa in scena nella quotidianità di una vita famigliare». Tuttavia, «diverso è quando deve parlare di suo padre». Al riguardo, la consulente sottolinea che «FIGLIA nel riportare questi fatti aderisce in maniera totale alla versione materna, finendo per distorcere anche il dato reale. La bambina assume come proprio il pensiero materno dicotomico, dove sul padre viene esternalizzata ogni colpa, escludendo la madre da ogni responsività. Certamente questa modalità di pensiero, nella rigidità operativa di rendere l’altro l’unico attore responsabile, è attinente al mondo dell’infanzia funzionale nella lettura infantile delle vicende emotivamente più coinvolgenti. Appare però preoccupante che questa sia l’unica lettura prospettabile alla bambina dalla madre che, nel tentativo di sottrarsi alla implicazione personale nel fallimento del progetto di coppia, rappresenti il padre come unico protagonista. A sostegno di questa prospettiva, vengono attribuite al padre modalità comportamentali solo riferibili alla categoria dell’aggressività, nel tentativo di renderlo inammissibile agli occhi di una figlia piccola». La situazione attuale di FIGLIA può ricondursi anche alla attuale situazione della madre la quale, all’esito degli accertamenti, è emerso accusare «un deficit di mentalizzazione e una distorta lettura della realtà». La consulente, al riguardo, ha anche evidenziato come questi aspetti siano emersi pure nel corso della indagine, avendo riscontrato contraddizioni, incongruenze e aporie nei racconti della MADRE. Quanto al padre della bambina questi mostra di avere sufficienti capacità introspettive e di avere una sufficiente coscienza e comprensione di se stesso ma appare fortemente stressato dall’intera vicenda e manifesta, dunque, anche a tratti umore depresso. La CTU, ad esempio, racconta che in uno dei colloqui il padre ha avuto una manifestazione di sofferenza con pianto, particolarmente forte e disperato. In definitiva, nel PADRE si osservano: «sufficienti, se pure modeste, risorse; un pensiero concreto e pratico, semplice, e tuttavia privo di scivolamenti; uno stress e un sovraccarico evidenti; una scarsa modulazione emotiva, per cui talvolta è sopraffatto dalle emozioni e non sa contenersi; un umore molto deflesso; un atteggiamento pessimista, attendista, spesso passivo e querulo; dei probabili aspetti di dipendenza irrisolti, che lo portano a un eccessivo bisogno della rassicurazione e della conferma altrui». Questi aspetti, seppur limitanti, non configurano però una condizione clinica (v. pag. 31 della CTU) e l’interesse del PADRE per la figlia appare «profondo, affettivo ed autentico». All’esito degli accertamenti, la consulente rappresenta le conclusioni che seguono.
FIGLIA è una bambina sofferente …. (OMISSIS) il suo pensiero rigidamente negativo sul padre appare distorto e non direttamente fondato sull’autonoma esperienza che la bambina ha avuto di lui. ….. Si è riscontrata nella signora MADRE una durevole condizione di interesse clinico, caratterizzata da una dispercezione della realtà e da un rilevante deficit di mentalizzazione. Tale condizione si accompagna a: una lettura distorta della relazione con il signor PADRE e degli accadimenti vissuti con lui; l’incapacità di trasmettere alla figlia un’immagine realistica e non distorta del padre; l’incapacità della signora di fornire alla figlia un rispecchiamento adeguato, all’interno del quale crescere ed assumere un’identità propria e un pensiero corretto su se stessa e sugli altri. Nel signor PADRE si sono osservate alcune limitazioni e fragilità personali, che tuttavia non assumono rilevanza clinica. (OMISSIS)
Causa centrale del rifiuto della bambina e dell’immagine rigidamente negativa che FIGLIA ha del padre è la madre, che, consciamente o inconsciamente, ha inevitabilmente e costantemente trasmesso alla figlia i propri distorti convincimenti negativi, paurosi e pericolosi sulla figura paterna. Va purtroppo riferito che la situazione esaminata è complessa, preoccupante e grave. (OMISSIS)
Viene richiesto, come noto, alla CTU di individuare oltre alla causa che muove il rifiuto di FIGLIA nei confronti del padre lo strumento necessario per rimuovere tale causa.
La scrivente ritiene (anche in seguito a precedenti esperienze di consulenza tecnica con famiglie dove i figli rifiutano uno dei genitori), che: se e finchè la madre non darà il suo avallo, FIGLIA non potrà costruire una relazione buona e fiduciosa con il padre. Va ribadito al riguardo che, se pure la signora MADRE “collabora”, nel senso che accompagna la figlia allo spazio neutro, fino all’ultimo colloquio di CTU si è mostrata convinta che FIGLIA nulla abbia da guadagnare dal rapporto col padre. Nel padre la madre vede solo negatività e non sa trovare nessun aspetto positivo o buono.
Ritengo, nell’interesse di FIGLIA, di suggerire che: Sia mantenuto l’affido all’Ente e il costante monitoraggio del servizio affidatario. Sia mantenuto se pure provvisoriamente e sub iudice il collocamento presso la madre. . (OMISSIS). Se la situazione, nonostante gli interventi attuati sarà in stallo e non mostrerà una evoluzione positiva, ovvero: visite libere del padre lettura realistica di FIGLIA della figura paterna progressiva presa di coscienza della madre rispetto alle proprie personali difficoltà ed ai propri distorti convincimenti sul padre di FIGLIA un ancoraggio terapeutico di FIGLIA forte e stabilizzato potrà in futuro (a mio avviso almeno un anno) consentire di prendere in considerazione un diverso collocamento di FIGLIA. Se un diverso collocamento dovesse apparire necessario, potrà a mio avviso essere ipotizzato presso il padre oppure in termini di affido etero familiare (famiglia affidataria professionale). Un collocamento dal padre richiederebbe infatti: almeno un parziale recupero e una parziale bonifica della relazione padre figlia; un diverso pensiero di FIGLIA sulla figura del padre; ma anche la reale e concreta disponibilità e possibilità del padre di farsi carico della bambina nella quotidianità. (OMISSIS)
Alla luce dei dati sin qui emersi, appare palesemente smentita e finanche frutto di una patologica distorsione della realtà, la tesi della madre per cui il rifiuto di FIGLIA del padre sarebbe l’effetto di un trauma infantile o comunque di una causa “paterna”. Al contrario, di fatto, la relazione tra figlia e papà è stata inficiata da comportamenti alienanti del genitore collocatario: come noto, il termine alienazione genitoriale – se non altro per la prevalente e più accreditata dottrina scientifica e per la migliore giurisprudenza – non integra una nozione di patologia clinicamente accertabile, bensì un insieme di comportamenti posti in essere dal genitore collocatario per emarginare e neutralizzare l’altra figura genitoriale; condotte che non abbisognano dell’elemento psicologico del dolo essendo sufficiente la colpa o la radice anche patologia delle condotte medesime. Nel caso di specie, la consulente ha chiaramente accertato che la madre denigra la figura paterna e addirittura esclude che la figlia dal padre possa trarre alcun vantaggio o elemento positivo. I comportamenti della madre hanno causato uno stato di forte stress nel padre e anche una situazione di pericolosa vulnerabilità in FIGLIA, che si trova sull’orlo di una declinazione patologica della propria condizione di bambina travolta dal conflitto. Al lume di questi dati, occorre interrogarsi circa gli strumenti di intervento del Tribunale. Certamente è necessario disporre l’affidamento della minore al Comune di residenza, come già disposto in corso di causa: la madre è genitore prevalente nel collocamento che non è in grado di garantire l’accesso del padre; in presenza di comportamenti alienanti, si rende inevitabile il limite ex art. 333 c.c.; d’altro canto, un affido esclusivo al padre non è oggi predicabile perché questi accusa una fragilità emotiva su cui deve intervenire e, inoltre, la bambina al momento non ha superato la condizione di disagio in cui versa e per la quale lo rifiuta. Si affida dunque FIGLIA al Comune di attuale residenza. L’affido al Comune e non alla madre si stima necessario anche perché la madre tende ad assumere da sola ogni decisione per FIGLIA, come è emerso all’udienza del 10 dicembre 2015, allorché la MADRE ha comunicato di avere trasferito unilateralmente la bambina da … … (Comune che aveva ricevuto delega giudiziale dal tribunale) a .., in via … Al momento, il collocamento di FIGLIA va tuttavia mantenuto dalla madre: la CTU ha spiegato le ragioni per cui non è possibile, già ora, un diverso luogo di vita della minore; tuttavia, questo collocamento va inteso in senso provvisorio e come fondato sulla possibilità per la madre di recuperare le proprie problematiche anche seguendo i suggerimenti e le prescrizioni di cui al dispositivo. In difetto, l’ente affidatario dovrà, a quel punto, come extrema ratio, occuparsi di collocare in ambiente protetto la bambina, con modalità graduali: prima con un collocamento diurno e poi integrale. Quanto alla figura del padre, nel preminente interesse di FIGLIA, devono essere ampliati da subito e in modo significativo gli incontri protetti con il medesimo, prevedendo visite a cadenza settimanale e, progressivamente, uscite accompagnate, incontri a casa in presenza dell’educatore, quindi spazi liberi periodicamente monitorati. Ove possibile, devono essere organizzati, progressivamente, uscite in autonomia e spazi liberi. Ove la madre dovesse ostacolate questi incontri, il Servizio ne darà atto immediatamente alla Procura della Repubblica, ordinaria, per le competenze ex art. 331 c.p.p. e minorile, per le competenze ex artt. 330, 333 c.c. La bambina deve essere immediatamente accompagnata in un supporto terapeutico. Se la situazione, nonostante gli interventi attuati sarà in stallo e non mostrerà una evoluzione positiva, ovvero: visite libere del padre, lettura realistica di FIGLIA della figura paterna, progressiva presa di coscienza della madre rispetto alle proprie personali difficoltà ed ai propri distorti convincimenti sul padre di FIGLIA, l’Ente a questo punto dovrà prendere in considerazione un diverso collocamento della bambina, depositando apposita relazione al PM Minorile e, nel frattempo, dovrà procedere a valutare il prevalente collocamento presso il padre o in regime di affido etero familiare (famiglia affidataria professionale).
Il Collegio stima necessario precisare quanto segue: la madre, precisando le conclusioni, ha chiesto affidarsi la minore al Comune; ossia quanto il tribunale di Milano aveva già deciso con decreto interlocutorio; lo stesso decreto che proprio la MADRE ha reclamato dinanzi alla Corte di Appello con istanza dichiarata inammissibile.
Occorre procedere a prescrizioni. Come noto, la Suprema Corte di Cassazione – in un (al momento isolato) precedente, ha stimato inefficaci e non ammissibili le prescrizioni rivolte ai genitori. I giudici di merito, tuttavia, non hanno condiviso questa linea interpretativa (Trib. Roma, 13 novembre 2015, rel. Galterio; Trib. Milano, sez. IX civ, sentenza 15 luglio 2015, Pres. Servetti, est. Rosa Muscio) e questo Collegio aderisce a tale diversa lettura. Infatti, non si può non evidenziare in termini generali come la libertà personale di autodeterminazione e di scelta circa la sua salute dell’individuo che è anche genitore, diritto certamente di rango costituzionale, incontra pur sempre un limite nel diritto del minore ad un percorso di sana crescita, diritto che trova anch’esso copertura sia a livello costituzionale interno sia a livello delle convenzioni comunitarie e internazionali e che è compito del Tribunale in ogni caso assicurare attraverso provvedimenti incidenti sull’esercizio e/o sulla titolarità della responsabilità genitoriale. Ciò nella misura in cui interventi di supporto anche di tipo terapeutico che potrebbero consentire, se seguiti, ad un o ad entrambi i genitori di superare le proprie fragilità e criticità personali – che inevitabilmente si riflettono sulla capacità genitoriale – e di conservare integra la propria responsabilità genitoriale, non vengano invece posti in essere da uno o da entrambi i genitori con un inevitabile sicuro pregiudizio per il percorso evolutivo del minore. In altri termini un invito giudiziale rivolto ai genitori che, per quanto rimesso alla libertà di scelta dell’adulto genitore, è pur sempre in funzione della tutela dell’interesse e dell’equilibrio psicofisico del figlio minore, può avere delle conseguenze per il genitore non responsabile, tutte le volte in cui le sue libere legittime scelte si traducano in comportamenti pregiudizievoli per il figlio, come si ricava inequivocabilmente dalle disposizioni di cui all’art. 337ter c.c e 333 c.c.
Si dà atto che per il cambio di casa della MADRE, va revocata l’assegnazione della precedente abitazione ex art. 337-sexies c.c. Questa revoca avviene per una scelta unilaterale dell’avente diritto la quale, dunque, deve aver valutato la sostenibilità economica di questa decisione: nel resto, le condizioni patrimoniali dei genitori non sono mutate e dunque non si giustifica un cambio del regime economico, germinato da un patto dei genitori, omologato dal tribunale di Milano.
Alla luce di tutte le considerazioni espresse può essere definito il ricorso come da dispositivo. Il ricorso presentato da MADRE, ex art. 709-ter c.p.c., per sentir condannare il padre alle sanzioni quivi previste è risultato essere non solo palesemente infondato ma finanche imprudente: infatti, la causa della crisi dei rapporti genitoriali è da intravedersi in comportamenti materni e non paterni. La madre che proponga ricorso contro il padre, per questioni relative ai figli, e risulti poi essere l’autrice di comportamenti alienanti, propone una azione che è da ritenere processualmente viziata da colpa grave e come tale meritevole di sanzione ex art. 96 comma III c.p.c. L’art. 96 comma III c.p.c. risponde ad una funzione sanzionatoria delle condotte di quanti, abusando del proprio diritto di azione e di difesa, si servano dello strumento processuale a fini dilatori, contribuendo così ad aggravare il volume (già di per sé notoriamente eccessivo) del contenzioso e, conseguentemente, ad ostacolare la ragionevole durata dei processi pendenti. Depongono in questo senso, oltre ai lavori preparatori della novella, significativi elementi lessicali. La norma fa, infatti, riferimento alla condanna al «pagamento di una somma», segnando così una netta differenza terminologica rispetto al «risarcimento dei danni», oggetto della condanna di cui ai primi due commi dell’art. 96 cod. proc. civ. Ancorché inserita all’interno del predetto art. 96, la condanna di cui all’aggiunto suo terzo comma è testualmente (e sistematicamente), inoltre, collegata al contenuto della «pronuncia sulle spese di cui all’articolo 91»; e la sua adottabilità «anche d’ufficio» la sottrae all’impulso di parte e ne conferma, ulteriormente, la finalizzazione alla tutela di un interesse che trascende (o non è, comunque, esclusivamente) quello della parte stessa, e si colora di connotati innegabilmente pubblicistici. Ne consegue che l’art. 96 comma III c.p.c. istituisce una ipotesi di condanna di natura sanzionatoria e officiosa prevista dall’art. 96 comma 3 c.p.c. per l’offesa arrecata alla giurisdizione (Corte Cost., sentenza 23 giugno 2016 n. 152, Pres. Grossi, est. Morelli). Nel caso di specie, si registra invero anche un danno in capo al padre: lo stress che accusa è legato alla privazione del rapporto con FIGLIA. La madre va quindi condannata alle spese del processo e a una somma di egual misura, da quantificarsi sul valore delle spese di lite, secondo un orientamento ormai collaudato di giurisprudenza e pure seguito in Cassazione: questi importi appaiono del tutto congrui
in ragione anche delle attività processuali svolte. Ai fini della liquidazione, il valore delle cause di separazione, divorzio, 316 comma IV c.c., e tutte le altre avente natura contenziosa e vertenti su questioni di diritto di famiglia, si considerano di valore non determinabile e, dunque, si stimano di valore non inferiore a euro 26.000,00 e non superiore a euro 260.000,00 (art. 5, comma VI). Nel caso in esame, il valore viene determinato applicando l’importo più basso tra quelli applicabili (26.000,00-52.000). Fase studio: 1.620,00; fase introduttiva: 1.147,00; fase istruttoria: 1.720,00; fase decisionale: 2.767,00. Tenuto conto, poi, della natura della lite (rapporti genitoriali), la somma complessiva viene ridotta del 50%. Le spese vengono quindi liquidate in euro 3.627,00 oltre accessori. La parte attrice viene condannata per responsabilità processuale aggravata ai sensi dell’art. 96 c.p.c. alla somma di euro 3.627. Valga considerare che è stata finanche la ricorrente a invocare la CTU per presunti traumi della minore legati alla infanzia con il padre: quanto essere emerso del tutto non veritiero e frutto di un esame distorto della realtà da parte della madre. Si conferma la liquidazione della CTU come da decreto del 21 dicembre 2016. Le ulteriori spese per TEST (v. istanza della CTU del 30 gennaio 2017) vengono poste a carico solidale delle parti. La consulenza, infatti, è strumento disposto nell’interesse di entrambi i genitori. Le questioni appena vagliate esauriscono la vicenda sottoposta al Collegio, essendo stati toccati tutti gli aspetti rilevanti per la definizione del procedimento; gli argomenti di doglianza non espressamente esaminati sono stati dal Collegio ritenuti non rilevanti ai fini della decisione e comunque inidonei a condurre a una conclusione di segno diverso
Letto e applicato l’art. 337-quinquies c. c.,
a modifica delle condizioni di cui al decreto del Tribunale di Milano del 20 maggio 2014,
in applicazione dell’art. 333 cod. civ.,
FIGLIA .., nata in data …., residente in …, in via … al Comune di …, con limitazione della responsabilità genitoriale quanto alle decisioni di maggior interesse .. relative all’istruzione, alla salute e alla residenza del minore, con facoltà per l’Ente Affidatario di delegare, di assumere tutte le relative decisioni, sentiti i genitori, con conseguenti oneri economici a loro carico in misura pari al 50%. L’ente affidatario informerà, immediatamente e tempestivamente, l’istituto scolastico della minore e i sanitari che risultano averne cura, del fatto che i genitori – e in particolare la madre – non godono del potere decisionale sui settori oggetto di limitazione, se non per scelte di ordinaria amministrazione.
che l’Ente Affidatario mantenga, allo stato, la minore collocata presso la madre, anche ai fini della residenza anagrafica attivando, tuttavia, immediatamente un monitoraggio per verificare che il collocamento qui disposto risponda, in prosieguo, all’interesse preminente della bambina e provvedendo, in caso di necessità, a trasmettere segnalazione alla Procura per la Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni di Milano nell’ipotesi in cui si renda opportuna una diversa soluzione, ad esempio per un collocamento presso il padre, in regime etero-familiare o in ambiente protetto; in ogni caso,
l’Ente Affidatario di regolamentare la frequentazione tra il padre e la figlia. In particolare, nel preminente interesse di FIGLIA, devono essere ampliati da subito e in modo significativo gli incontri protetti con il padre, prevedendo visite a cadenza settimanale e, progressivamente, uscite
accompagnate, incontri a casa in presenza dell’educatore, quindi spazi liberi periodicamente monitorati. ….. Ove la madre dovesse ostacolate questi incontri, l’Ente affidatario ne dia atto immediatamente alla Procura della Repubblica, ordinaria, per le competenze ex art. 331 c.p.p. e al PM minorile, per le competenze ex artt. 330, 333 c.c. AVVISA sin da ora l’Ente per quanto a seguire. Se la situazione, nonostante gli interventi attuati sarà in stallo e non mostrerà una evoluzione positiva, ovvero: visite libere del padre, lettura realistica di FIGLIA della figura paterna, progressiva presa di coscienza della madre rispetto alle proprie personali difficoltà ed ai propri distorti convincimenti sul padre di FIGLIA, l’Ente a questo punto prenda in considerazione un diverso collocamento della bambina, depositando apposita relazione al PM Minorile e, nel frattempo, proceda a valutare il prevalente collocamento presso il padre o in regime di affido etero familiare (famiglia affidataria professionale).
l’Ente Affidatario, per il tramite dei suoi Servizi Sociali e in collaborazione con i Servizi Specialistici della Asl, ciascuno per la parte di rispettiva competenza, di avviare gli interventi di supporto socio-educativo e di supporto psicologico/psichiatrico per FIGLIA per il tempo ritenuto necessario nel solo interesse della prole. La bambina deve essere immediatamente accompagnata in un supporto terapeutico.
l’Ente Affidatario, per il tramite dei suoi Servizi Sociali e in collaborazione con i Servizi Specialistici della Asl, ciascuno per la parte di sua competenza, di avviare interventi di supporto alla genitorialità e interventi di supporto psicologico/psichiatrico per la madre e per il padre per il tempo ritenuto necessario nel solo interesse del minore. I Servizi stenderanno apposita relazione al fine di accertare se la madre abbia o non seguito i suggerimenti dati per l’interesse di FIGLIA e nell’interesse di FIGLIA: in caso di persistente omissione della madre, configurando questa condotta un rischio per la bambina, ne sia data immediata segnalazione alla Procura della Repubblica presso il TM di Milano, nonché al giudice tutelare per la vigilanza ex art. 337 c.c.
l’Ente Affidatario di svolgere un’attenta attività di monitoraggio sul nucleo familiare e sulla situazione dei minori segnalando in ogni caso immediatamente alla Procura della Repubblica presso il Tribunale dei Minori eventuali situazioni di grave pregiudizio per i minori.
ad entrambi i genitori di attenersi, nell’esclusivo interesse dei FIGLIA, alle statuizioni del presente provvedimento e di prestare la massima collaborazione agli operatori dei Servizi Sociali dell’Ente Affidatario e agli operatori dei Servizi Specialistici della ASL e di attenersi alle prescrizioni ed indicazioni degli stessi; in particolare, invita .. MADRE ad attenersi alle indicazioni della consulente tecnica d’ufficio consentendo a un percorso di sostegno e cura, nei termini che saranno proposti dall’Ente affidatario, nell’esclusivo interesse di FIGLIA.
alla scuola frequentata da FIGLIA …, di assumere decisioni solo ed esclusivamente sulla base delle indicazioni dell’ente affidatario e di fornire ogni informazioni sulla bambina, ad entrambi i genitori, sia il padre che la madre; la Scuola, sotto responsabilità in caso di violaziome, è informata del fatto che la madre non ha facoltà di assumere, da sola, scelte per la propria figlia.
l’assegnazione della casa familiare sita in …, via …, alla MADRE ex art. 337-sexies c.c.
nel resto, il decreto del tribunale di Milano, quanto alle questioni economiche (mantenimento, divisione delle spese extra).
.. MADRE alle spese del processo, liquidate in favore di … PADRE in complessivi euro 3.627,00 oltre accessori di Legge e rimborso come da Tariffa in misura pari al 15%
.. MADRE, per responsabilità processuale aggravata, alla sanzione di euro 3.627,00 liquidata ex art. 96 comma III c.p.c. in favore di .. PADRE
In favore della CTU dr.ssa …, le spese documentate pari ad euro 700,00 che pone a carico delle parti in solido, con conferma pure del decreto di liquidazione emerso in corso di causa.
Tribunale Cosenza, Sezione 2 civile Sentenza 18 ottobre 2017, n. 2044
Il Tribunale di Cosenza, sezione seconda civile, riunito in camera di consiglio, nelle persone dei sigg. magistrati:
– dott.ssa Rosangela Viteritti Presidente
– dott. Andrea Palma Giudice rel.
– dott.ssa Filomena De Sanzo Giudice
nella causa civile iscritta al (…) dell’anno (…) trattenuta in decisione all’udienza dell’8.6.17 con assegnazione dei termini ex art. 190 c.p.c. per il deposito delle memorie conclusive, vertente
Oggetto: cessazione degli effetti civili del matrimonio. Conclusioni: come in atti.
L’ausiliare del Tribunale, all’esito delle accurate indagini espletate, è pervenuto alla conclusione che si sia in presenza di un caso di “alienazione parentale molto grave”, essendo l’atteggiamento di rifiuto di (…) in confronto della madre imputabile ad ingerenze e manipolazioni provenienti dal padre e dal contesto familiare paterno nel quale il minore è ormai stabilmente inserito da qualche anno.
L’incapacità di un approccio critico di (…) rispetto al padre è stata evidenziata anche dal consulente di parte del (…) il quale, in sede di osservazioni alla relazione del consulente d’ufficio, ha definito “molto disfunzionale”, “invischiante”, il rapporto tra questi e il figlio, in quanto caratterizzato da
una “eccessiva vicinanza emotiva” che rende il minore “acritico” nei confronti del genitore. La presenza di profili di disfunzionalità nel rapporto padre-figlio era, del resto, già emersa nel corso delle indagini peritali espletate nell’ambito del procedimento ex art. 709 ter c.p.c. promosso dal (…) all’esito delle quali il ctu, aveva evidenziato la vicinanza emotiva, “quasi simbiotica”, tra (…) e il padre, propenso a rispondere in modo “indifferenziato” alle richieste del figlio (cfr. relazione datata (…).
L’incapacità del (…) di promuovere l'”accesso” dell’altro genitore, già dimostrata dalla ristrettezza degli spazi che negli ultimi anni sono stati riservati alla (…) e, anzi, la sua ostinazione nella direzione opposta sono ulteriormente confermate proprio dalla richiesta in esame, che, in quanto non supportata da valide motivazioni circa l’inidoneità genitoriale della resistente, altro non esprime che una ferma determinazione verso il definitivo consolidamento del processo di emarginazione della figura materna.
Va parimenti esclusa la strada dell’affidamento condiviso, che non ha sin qui prodotto risultati positivi, data l’incapacità dei genitori di gestire il
conflitto personale con modalità idonee a preservare l’equilibrio psichico del figlio, e che non si ritiene possa consentire il superamento delle descritte criticità, tenuto pure conto del rapporto di forza tra le parti, assolutamente sbilanciato a favore del (…) anche a causa dell’atteggiamento tendenzialmente passivo e arrendevole della (…).
Dunque, la (…) terrà con sé il minore a week-end alternati, dal termine dell’orario scolastico del venerdì ((…)) alle ore (…) del lunedì. Nelle restanti settimane, lo terrà con sé dalle ore (…) della domenica sino alle del (…) lunedì.
Sempre ai sensi dell’art. 709 ter c.p.c., il (…) deve essere inoltre ammonito ad astenersi dal tenere condotte ostative delle frequentazioni madre- figlio.
– rigetta la domanda di assegno divorzile; – compensa le spese processuali;
Così deciso in Cosenza nella camera di consiglio dell’11 ottobre 2017. Depositata in Cancelleria il 18 ottobre 2017.
Corte di Cassazione, Sezione 1 civile Ordinanza 27 giugno 2018, n. 16980
Dott. LAMORGESE Antonio Pietro – rel. Consigliere Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere
(OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avv. (OMISSIS), rappresentato e difeso dall’avvocato (OMISSIS), giusta procura speciale per Notaio Dott.ssa (OMISSIS) di Lamezia Terme – Rep. n. 1039 del 28.10.2016;
(OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avv. (OMISSIS), rappresentata e difesa dall’avv. (OMISSIS), giusta procura in calce al controricorso;
avverso la sentenza n. 1310/2016 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE, depositata il 12/08/2016;
udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del 13/04/2018 dal Cons. Dott. LAMORGESE ANTONIO PIETRO. FATTI DI CAUSA
La Corte d’appello di Firenze, con sentenza del 12 agosto 2016, ha rigettato il gravame di (OMISSIS) avverso l’impugnata sentenza che aveva pronunciato la separazione personale dal coniuge (OMISSIS), disposto l’affido condiviso della figlia minore (OMISSIS) (nata nel (OMISSIS)) con domicilio prevalente presso la madre e previsto un articolato regime di frequentazione con il padre; inoltre aveva imposto a (OMISSIS) un contributo di mantenimento per la figlia, di Euro 2000,00 mensili, oltre al 70% delle spese straordinarie, e un assegno di mantenimento per la moglie, di Euro 4500,00 mensili; lo aveva condannato a pagare la sanzione amministrativa di Euro 3000,00, a favore della Cassa delle Ammende, a norma dell’articolo 709 ter c.p.c., essendo (OMISSIS) gia’ stato ammonito dal giudice senza esito.
Avverso questa sentenza (OMISSIS) ha proposto ricorso per cassazione, cui si e’ opposta la (OMISSIS). RAGIONI DELLA DECISIONE
I primi quattro motivi di ricorso riguardano la domanda di addebito della separazione. Il ricorrente ha denunciato omesso esame delle relazioni extraconiugali della (OMISSIS), violazione e falsa applicazione dell’articolo 151 c.c., comma 2, e articolo 2730 c.c., per non avere ammesso la prova orale che avrebbe dimostrato la violazione grave dell’obbligo di fedelta’ da parte della moglie e l’insorgere in capo ad essa dell’onere di provare i fatti volti ad elidere il nesso di causalita’ tra tale violazione e l’intollerabilita’ della convivenza; per avere dato rilievo a circostanze irrilevanti, come la mancata reazione giudiziaria immediata alla scoperta dell’infedelta’ della moglie, e travisato il significato di una email da lui inviata alla (OMISSIS).
I motivi in esame sono infondati nella parte in cui sostengono che il coniuge che voglia fare addebitare la separazione all’altro coniuge sia tenuto soltanto a dimostrare l’infedelta’ di quest’ultimo, essendo onere del coniuge che resiste alla domanda di addebito dimostrare l’insussistenza del nesso di causalita’ tra l’infedelta’ e la intollerabilita’ della convivenza. Nella giurisprudenza di questa Corte, tuttavia, e’ acquisito il diverso principio secondo cui grava sulla parte che richieda, per l’inosservanza dell’obbligo di fedelta’, l’addebito della separazione all’altro coniuge l’onere di provare la relativa condotta e la sua efficacia causale nel rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza, mentre e’ onere di chi eccepisce l’inefficacia dei fatti posti a fondamento della domanda, e quindi dell’infedelta’ nella determinazione dell’intollerabilita’ della convivenza, provare le circostanze su cui l’eccezione si fonda, vale a dire l’anteriorita’ della crisi matrimoniale all’accertata infedelta’ (Cass. n. 3923/2018). I motivi sono inammissibili nella parte in cui criticano l’apprezzamento circa la responsabilita’ di uno o di entrambi i coniugi nel determinarsi della intollerabilita’ della convivenza, che non puo’ essere censurato in sede di legittimita’, essendo istituzionalmente riservato al giudice di merito (Cass. n. 18074/2014). La sentenza impugnata ha ritenuto che (OMISSIS), richiedente l’addebito, non avesse provato ne’ le infedelta’ della (OMISSIS) ne’ il relativo nesso di causalita’ con la crisi matrimoniale. In particolare, la Corte ha ritenuto che la prova testimoniale richiesta da (OMISSIS) fosse intrinsecamente inadeguata e incoerente con alcune circostanze che rivelavano la sintonia esistente tra i coniugi successivamente al novembre 2009, quando egli assume di essere venuto a conoscenza dell’infedelta’ della moglie, e che l’intollerablita’ della convivenza fosse piuttosto riferibile presumibilmente ad una relazione extraconiugale dello (OMISSIS), in coerenza con il contenuto di una email dell’aprile 2010 da cui emergeva che era proprio lui a volersi allontanare dalla moglie per sue ragioni personali.
Il quinto, sesto e settimo motivo riguardano la determinazione dell’assegno di mantenimento in favore dell’ (OMISSIS). Il ricorrente ha denunciato omesso esame del proprio stato di disoccupazione, per avere la sentenza impugnata erroneamente ritenuto inammissibile la sua produzione documentale, pertinente e aggiornata, solo perche’ redatta in lingua inglese (quinto motivo); omesso esame della capacita’ professionale della moglie, non avendo la Corte considerato che quella di lavorare part-time era stata una scelta personale della moglie, la quale ben poteva lavorare full-time e cosi’ incrementare i suoi redditi, avendo una piena capacita’ lavorativa (sesto motivo); omesso esame del fatto della nascita di una seconda figlia, avendo la Corte di merito dato rilievo alla non dimostrata capacita’ reddituale della sua nuova compagna (settimo motivo).
I suddetti motivi sono inammissibili. La Corte ha considerato l’elevato tenore di vita dei coniugi, realizzato grazie alle notevoli disponibilita’ economiche del marito, operatore finanziario molto attivo a (OMISSIS), titolare di redditi cospicui superiori a quelli dichiarati e documentati, di un vasto patrimonio mobiliare e immobiliare – il cui accertamento era stato reso complicato dalla reticenza manifestata da (OMISSIS) a fornire le informazioni e la documentazione richiestegli dal c.t.u. -, a fronte della situazione economica e patrimoniale della moglie, la quale percepiva un reddito lavorativo modesto, pochi beni mobili registrati e pochi risparmi. Si tratta di apprezzamenti di fatto compiuti dai giudici di merito, astrattamente censurabili nei ristretti limiti di cui al novellato articolo 360 c.p.c., n. 5, quando la motivazione sia del tutto mancata o radicalmente carente o si sia estrinsecata in argomentazioni inidonee a rivelare la ratio decidendi (Cass., sez. un., n. 8053/2014), ipotesi che non ricorrono nella specie.
Con l’ottavo motivo e’ denunciata violazione e falsa applicazione della L. n. 898 del 1970, articolo 4, comma 15, per avere respinto l’istanza di rinnovazione della c.t.u. espletata in primo grado, avendo i giudici di merito valutato come generico e quindi inammissibile il motivo di appello di (OMISSIS), a norma di una disposizione, come l’articolo 342 c.p.c., che non sarebbe applicabile ad un procedimento camerale come quello in materia.
Il motivo e’ inammissibile perche’ non coglie la ratio decidendi, avendo la Corte di merito rilevato che il c.t.u. non era stato in grado di fornire una risposta esaustiva al quesito proposto (di accertare le condizioni reddituali e patrimoniali di (OMISSIS)) a causa della sua scarsa collaborazione nel fornire la necessaria documentazione, cio’ rendendo irrilevante la questione di diritto esposta nel motivo.
Con il nono motivo il ricorrente ha denunciato violazione e falsa applicazione dell’articolo 709 ter c.p.c., avendo la Corte di merito confermato la sanzione amministrativa di Euro 3000,00 a favore della Cassa delle Ammende, applicata dal primo giudice automaticamente per la violazione delle prescrizioni date dal giudice nel calendario delle visite alla figlia, di volta in volta in vigore nel corso del giudizio, sebbene fosse stato accertato che la minore non aveva subito alcun pregiudizio, non essendovi stata compromissione della sua crescita, serena e regolare, mentre la norma consentirebbe l’applicazione delle sanzioni ivi previste soltanto in presenza di accertati pregiudizi per il minore.
Il motivo e’ infondato. Esso si basa sull’assunto che la condanna al pagamento della sanzione amministrativa pecuniaria, a norma dell’articolo 709 ter c.p.c., comma 2, n. 4, sia consentita soltanto in presenza di accertati pregiudizi al minore, derivanti dal comportamento del genitore, che nella specie i giudici di merito avevano escluso. Questa tesi non e’ condivisibile. E’ la stessa norma ad attribuire al giudice la facolta’ di applicare una o piu’ tra le misure previste dall’articolo 709 c.p.c. nei confronti del genitore responsabile di gravi inadempienze o di atti “che comunque arrechino pregiudizio al minore od ostacolino il corretto svolgimento delle modalita’ dell’affidamento”, laddove l’uso della congiunzione disgiuntiva “od” evidenzia che avere ostacolato il corretto svolgimento delle prescrizioni giudiziali relative alle modalita’ di affidamento dei figli e’ un fatto che giustifica di per se’ l’applicazione di una o piu’ tra le misure previste, pure in mancanza di un pregiudizio in concreto accertato a carico del minore. Questa interpretazione e’ coerente con la funzione deterrente e sanzionatoria delle misure previste dall’articolo 709 c.p.c. e, in particolare, di quella consistente nella condanna al pagamento di una sanzione amministrativa pecuniaria.
La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente alle spese, liquidate in Euro 4600,00, di cui Euro 200,00 per esborsi.
Tribunale Aosta, civile Sentenza 30 marzo 2018, n. 103
dott. Eugenio GRAMOLA – Presidente
dott. Anna BONFILIO – Giudice Relatore
dott. Paolo DE PAOLA – Giudice
nella causa civile di I Grado iscritta al n. r.g. 1514/2015 promossa da:
(…) (C.F. (…)), con il patrocinio dell’avv. SA.GI. e dell’avv. LA.TA. ((…)) VIA (…) 11024 CHATILLON, elettivamente domiciliato in VIA (…) 11100 AOSTA presso il difensore avv. SA.GI.
(…) (C.F. (…)), con il patrocinio dell’avv. RA.PA., elettivamente domiciliato in Via (…) 11100 AOSTA presso il difensore avv. RA.PA. CONVENUTO/I
P.M. (C.F. (…)), C/O PROCURA DELLA REPUBBLICA DI AOSTA
Con ricorso depositato in data 17.11.2015 il sig. (…), premesso di aver contratto matrimonio con rito civile a Pont St. Martin in data 9.04.2006 con la sig.ra (…), in regime di separazione dei beni, e di avere avuto dall’unione due figli, (…), nato il (…), e (…), nato il (…), riferiva intervenuta tra i coniugi separazione personale, pronunciata con sentenza di questo Tribunale in data 29.01.2014, con la quale si era disposto, a conferma di provvedimenti già provvisoriamente assunti in corso di causa, l’affidamento dei figli al Servizio sociale territorialmente presso l’USL Valle d’Aosta per la prosecuzione del loro collocamento presso le strutture di accoglienza ove erano stati già inseriti od in altre adeguate, dettandosi opportune disposizioni per la disciplina dei loro rapporti con i genitori, dandosi altresì mandato all’Ente affidatario di continuare ad assicurare ai minori ed ai genitori i sostegno psicologici ed educativi già avviati; con detto provvedimento si era altresì revocata l’assegnazione della casa coniugale già disposta in favore della sig.ra (…), ponendosi a carico dell’esponente l’obbligo di corrispondere un contributo mensile di Euro 450,00 per il mantenimento della moglie ed a carico di entrambi i coniugi l’obbligo di pagare le spese straordinarie per i figli nella misura del 70% per il sig. (…) e del 30% della moglie.
Riferiva altresì l’esponente che, avendo egli richiesto, dopo due anni dall’inserimento dei figli in ambito eterofamiliare, il loro collocamento presso di sé, anche in considerazione del percorso di sostegno alla genitorialità positivamente intrapreso e, soprattutto della condizione di disagio dei minori, il Tribunale aveva quindi disposto, con ordinanza in data 14.05.2015, in parziale modifica delle condizioni di separazione, una disciplina adeguata dei rapporti fra i minori ed i genitori, tale da favorire una loro più ampia permanenza nel contesto familiare paterno e da promuovere, ove possibile, il prossimo collocamento di (…) presso il padre.
L’esponente chiedeva quindi dichiararsi lo scioglimento del matrimonio, non essendo mai maturata una riconciliazione fra i coniugi, sollecitando altresì una revisione del regime di affidamento dei figli, ed in specie di (…), stante il grave disagio manifestato dal minore in ambito comunitario, con crisi oppositive tali da imporre terapie di contenimento. Chiedeva in specie l’affidamento dei figli a sé, con conseguente assegnazione in suo favore della casa familiare in comunione tra i coniugi, con adeguata disciplina dei loro rapporti con la madre e degli obblighi di mantenimento dei genitori; con vittoria delle spese del giudizio.
Si costituiva nel giudizio la sig.ra (…), non opponendosi alla domanda principale attorea per la declaratoria di scioglimento del matrimonio , ma contestando ogni avversa deduzione e doglianza, opponendosi all’affido dei minori al padre, rappresentando altresì la volontà già manifestata dal primogenito, (…), prossimo al compimento della maggiore età, di rientrare nel contesto familiare materno, chiedendo perciò porsi a carico del padre l’obbligo di corrispondere per il ragazzo un contributo mensile di Euro 400,00 e di pagare il 50% delle spese straordinarie. Assumeva peraltro che il disagio crescente manifestato da (…) nel contesto comunitario di vita fosse precipuamente connesso alle modalità di frequentazione del padre, tali da esporre il ragazzo, nella permanenza presso l’abitazione del padre, ad episodi reiterati di aggressione del genitore verso la madre, nel contesto relazionale conflittuale ed inquietante tuttora persistente tra i genitori. Chiedeva pertanto disporsi il collocamento di (…) presso di sé, con conseguente assegnazione in suo favore della casa coniugale, con adeguata disciplina dei rapporti fra il ragazzo ed il padre, ponendosi a carico del ricorrente l’obbligo di concorrere al mantenimento dei figli con un contributo mensile di Euro 400,00 per ciascuno di loro, con equo riparto tra i genitori delle spese scolastiche, mediche e ludico-sportive; con vittoria delle spese del giudizio.
In esito all’udienza presidenziale del 17.03.2016, acquisite previe informazioni dall’Ente affidatario dei minori, il Presidente, esperito senza esito un tentativo di conciliazione fra le parti e preso atto che, raggiunta la maggiore età, il figlio (…) era già rientrato presso la madre, non avendo peraltro raggiunto un’indipendenza economica dai genitori, disponeva l’assegnazione della casa coniugale alla sig.ra (…), ponendo a carico del ricorrente l’obbligo di corrispondere un contributo mensile di Euro 250,00 per (…) e di pagare il 50% delle spese straordinarie documentate per il ragazzo, provvedendo infine per la prosecuzione del giudizio in sede contenziosa.
Il Giudice Istruttore, sentite ampiamente le parti in merito alla loro situazione personale e familiare di vita ed ai loro rapporti con i figli, acquisite adeguate informazioni dal Servizio sociale presso l’Ente affidatario di (…), disponeva promuoversi un percorso di riavvicinamento del minore ai genitori, dapprima nella prospettiva auspicata dal sig. (…) di un rientro di (…) presso il padre, ed in seguito, tenuto conto del rinnovato impegno dimostrato anche dalla sig.ra (…) nel ruolo genitoriale, disponendo valutarsi la situazione familiare della resistente, anche nella convivenza con il suo nuovo compagno, tenuto conto delle problematiche evolutive e comportamentali specifiche di (…).
Ammesse parzialmente le prove orali dedotte dalle parti, il Giudice Istruttore provvedeva quindi all’esame testimoniale del nuovo compagno della sig.ra (…), (…), e del figlio maggiore delle parti, (…).
Preso atto quindi del crescente disagio manifestato da (…) nel contesto comunitario di accoglienza, il G.I. acquisiva presso i Servizi competenti ampie informazioni in merito e provvedeva all’esame diretto del minore. Sentite nuovamente le parti in contraddittorio fra loro in merito alle soluzioni prospettabili per il reinserimento di (…) in ambito familiare, acquisito infine il parere del P.M. sulle prospettive di collocamento del minore, con ordinanza in data 24.07.2017, disponeva che (…) restasse affidato al Servizio sociale territorialmente competente presso l’USL Valle d’Aosta, dando mandato all’Ente di promuovere il tempestivo reinserimento del ragazzo presso l’abitazione materna nei giorni feriali dal lunedì al venerdì all’uscita da scuola e presso l’abitazione patema dal venerdì al termine delle lezioni scolastiche, sino al lunedì mattina al rientro a scuola. Stante il collocamento alternato del ragazzo presso l’uno e l’altro genitore, disponeva altresì la revoca dell’assegnazione della casa familiare alla sig.ra (…), mandando comunque l’Ente affidatario del minore di seguitare ad assicurare ampi interventi educativi e psicologici alle parti, di promuovere l’attivazione di un servizio di assistenza educativa in ambito domiciliare presso l’abitazione della madre e di verificare la possibilità di un futuro ampliamento dei tempi di permanenza del ragazzo presso il padre.
Preso atto infine delle informative trasmesse dall’Ente affidatario sulla evoluzione della situazione familiare e relazionale delle parti e del figlio (…), il G.I. invitava le parti alla precisazione delle conclusioni, che venivano dapprima formulate all’udienza del 26.10.2017.
Rilevato quindi, dal tenore degli assunti riferiti concordemente dalle parti nelle memorie difensive di replica depositate, che le parti avevano
raggiunto infine un accordo per la scioglimento della comunione sull’immobile già adibito ad abitazione familiare, il G.I. disponeva la remissione della causa in istruttoria per consentire ai sigg.ri (…) e (…) di dare atto dell’accordo dispositivo raggiunto, rinunciando quindi alla domanda pure formulata per l’assegnazione della casa familiare.
Richiamate le conclusioni già in precedenza formulate, le parti rinunciavano al deposito di ulteriori memorie difensive. Sentito quindi nuovamente in P.M. intervenuto, la causa perviene infine in decisione dinanzi al Tribunale in composizione collegiale.
Rileva anzitutto il Tribunale, in merito alla domanda concordemente formulata da entrambe le parti, per la pronuncia di scioglimento del matrimonio che, decorso ormai oltre un quadriennio dalla sentenza di separazione personale dei coniugi, allorché già la loro convivenza era da tempo ormai risolta, non essendo mai maturata alcuna riconciliazione fra le parti, sussistono certamente i presupposti per l’accoglimento dell’istanza in esame, risultando evidente che la comunione spirituale e materiale tra i coniugi sia ormai radicalmente compromessa.
Deve peraltro rilevarsi, a fronte delle reiterate istanze istruttorie delle parti, come, da un lato, i rilievi e le valutazioni esposte dal G.I. nel provvedimento istruttorio in data 13.04.2017 meritino in effetti di essere pienamente condivise dal Collegio. Correttamente si è infatti esclusa l’ammissibilità della prova orale attorea in merito agli episodi di grave disagio comportamentale evidenziati da (…) nel contesto di vita comunitario ove è rimasto inserito sino al luglio 2017 e sugli interventi educativi contenitivi opportunamente svolti in tali circostanze dal sig. (…), come pure la prova orale dedotta su circostanze analoghe dalla controparte, anche in merito ad interventi educativi pure posti in essere dalla sig.ra (…) per contenere e rasserenare (…). Trattasi infatti cui circostanze su cui hanno ampiamente riferito nel giudizio i Servizi psico-sociali presso l’Ente affidatario, anche sulla base di osservazioni e valutazioni condotte da Operatori psico-sociali competenti, laddove le informative richieste ai testi nei rispettivi capitolati di prova delle parti implicano certamente inevitabili valutazioni e giudizi comunque inibiti in sede testimoniale.
Parimenti, il Collegio condivide pienamente la valutazione esposta dal G.I. del ritenere superflua l’indagine peritale invocata dapprima della parte convenuta ed infine sollecitata dalla stessa parte attrice, come ribadita anche in sede di precisazione delle conclusioni, per la valutazione delle capacità genitoriali delle parti e dei bisogni specifici di (…) e l’individuazione conseguente del regime più adeguato per l’affido del minore e la disciplina dei suoi rapporti con i genitori. Rileva infatti il Tribunale che, da un lato, il quadro di personalità delle parti e le loro capacità genitoriali sono già state oggetto di ampia osservazione e valutazione, nel quadro della dinamica relazionale patologica da tempo emersa nel loro rapporto, anche per i riflessi dalla stessa spiegati sulla disponibilità di ciascuno all’ascolto ed alla comprensione dei bisogni più autentici dei figli, nel contesto dei plurimi e prolungati interventi di diagnosi, monitoraggio e sostegno da anni attuati dagli Operatori competenti presso il Servizio psico-sociale competente dell’Ente affidatario, dapprima nell’ambito del giudizio di separazione tra le parti e quindi nel corso del presente procedimento divorzile. Deve peraltro evidenziarsi, anche ai fini di una corretta valutazione delle risultanze emerse dagli ampi interventi di monitoraggio e diagnosi condotti dal predetto Servizio, nonché di una revisione critica delle determinazioni già assunte in sede provvisoria dal G.I. in corso di causa, che, da un lato, tutte le informazioni e le valutazioni psico-diagnostiche raccolte in quella sede, poiché condotte sulla base di attenta a prolungata osservazione anche da parte di Operatori specializzati in materia psicologica, meritano perciò solo puntuale disamina e considerazione da parte del Collegio, laddove, tuttavia, le conseguenti proposte operative prospettate, involgendo direttamente l’ambito decisionale rimesso invece alla competenza esclusiva del Tribunale, non possono perciò solo recepirsi acriticamente, dovendosi semmai apprezzare quali meri suggerimenti e proposte che il Collegio potrebbe comunque disattendere motivatamente ove ritenesse di addivenire a diverse determinazioni sulla base di un diverso apprezzamento delle premesse diagnostiche e dei dati obiettivi raccolti dal Servizio stesso.
Risulta infatti che già nel gennaio 2014 il sig. (…) aveva sollecitato il reinserimento di entrambi i figli nel suo contesto familiare di vita, chiedendo altresì l’assegnazione a sé della casa familiare.
Nondimeno, dall’istruttoria svolta nell’ambito del conseguente giudizio per la modifica delle condizioni di separazione, era chiaramente emerso – come rilevato dal Tribunale nel contesto dell’ordinanza emessa in data 14.04.2015 ex art. 701 c.p.c. – che, a fronte della maggior disponibilità dimostrata dal sig. (…) nel sottoporsi al percorso di sostegno psico-pedagogico offertogli per una crescita nel ruolo genitoriale, l’odierno ricorrente continuava comunque a manifestare un’evidente difficoltà nella comprensione dei reali bisogni e delle potenzialità dei figli, esitando nel contempo a maturare un progetto di vita adeguato nella prospettiva di un reinserimento dei minori nel suo contesto familiare di vita. Nel provvedimento richiamato il Tribunale dava in effetti atto che “il sig. (…)” aveva saputo “accogliere ed utilizzare con maggiore disponibilità e costanza di impegno il supporto psicoterapico offertogli, riuscendo a maturare un più ampio e consapevole investimento nel ruolo educativo ed affettivo verso i figli”, rilevando tuttavia come egli continuasse in effetti “ad evidenziare gravi difficoltà nel discernimento e nella comprensione del loro vissuto in relazione alle figure genitoriali ed al conflitto, persistente ed insuperato, tra le figure genitoriali”, non riuscendo a “superare l’atteggiamento di conflittualità e risentita rivalità da lungo tempo manifestato verso la moglie” ( v. provvedimento richiamato in data 14.04.2015, pag. 2 ).
Peraltro all’epoca il sig. (…) sembrava consapevole della difficoltà di gestire un ruolo genitoriale pregnante verso i figli proseguendo l’attività di autotrasportatore in precedenza svolta alle dipendenze di terzi e quindi abbandonata anche per motivi di salute, versando tuttavia in una situazione di precarietà lavorativa ed abitativa che non consentiva perciò neppure di sperimentare un reinserimento dei figli presso il padre. Il Tribunale aveva quindi disposto un percorso di intervento che, nella conferma dell’affidamento dei minori al Servizio sociale territorialmente competente presso l’USL Valle d’Aosta, promuovesse comunque, sussistendone le condizioni, il reinserimento in tempi contenuti di (…) e (…)
presso il padre.
E, tuttavia, dalle relazioni sociali pervenute quindi al Tribunale dall’Ente affidatario, già nella fase presidenziale del presente giudizio e quindi nel corso della causa, che, se da un lato la situazione di aspra conflittualità fra le parti, alimentata dalla disputa mai sedata per la disponibilità della casa familiare in comunione, è rimasta immutata anche allorché decorso ormai un lasso significativo di tempo dalla separazione, acuendosi anche con episodi di aperta aggressività anche fisica fra il sig. (…) ed il nuovo compagno della moglie, dall’altro l’atteggiamento dei figli delle parti è divenuto piuttosto ambivalente verso il padre. Da un lato infatti il primogenito (…) , al compimento della maggiore età, ha maturato la scelta di rientrare stabilmente nel contesto familiare materno, giungendo infine a respingere e rifiutare alcun contatto personale con il padre. Dall’altro (…) ha manifestato reiterate resistenze in vista dei rientri programmati presso il padre nei fine settimana, alternando momenti di buona disponibilità ad altri di reticenza e rifiuto verso le attività ed i programmi propostigli dal padre.
Pure a fronte di tali problematiche relazionali gli Operatori sociali hanno continuato quindi a prospettare al Tribunale l’opportunità di promuovere un programma di rientro, almeno temporaneo e sperimentale, di (…) presso il padre, individuato comunque come figura genitoriale più disponibile ad una rivalutazione critica del suo comportamento genitoriale e ad un maggiore impegno per rispondere ai bisogni educativi e relazionali del minore, pur evidenziando, tuttavia, in vista di “un percorso di affido” di (…) “al padre da realizzare durante il periodo estivo” 2016, come tale progetto fosse comunque “incompatibile con l’attuale situazione abitativa dei genitori che sollecita e rinforza la relazione patologica e altamente conflittuale nella quale i due ex – coniugi sono ancora molto invischiati” ( v. relazione del SS in atti in data 3.03.2016 ). Risultava infatti che, mentre la sig.ra (…) continuava ad occupare stabilmente la casa familiare in comunione, il sig. (…) si era frattanto stabilito in altro immobile in comproprietà tra le parti a brevissima distanza dal primo , risultando perciò frequenti i contatti anche occasionali fra i coniugi, sovente alimentati da reazioni di reciproca aggressività almeno verbale.
Peraltro già nei primi mesi del 2016 il sig. (…), disattendendo le sollecitazioni del Tribunale e degli Operatori presso l’Ente affidatario del minore, ha continuato, da un lato, a prospettare una confusa progettualità in vista dell’accoglimento di (…) presso di sé, avviando autonomamente un’attività di autotrasportatore che, pur consentendogli di uscire dallo stato di precarietà economica in cui versava, comportava – e tuttora comporta – impegni lavorativi difficilmente compatibili con lo svolgimento dei compiti quotidiani connessi al collocamento del figlio nel contesto paterno di vita, soprattutto in considerazione dei bisogni educativi ed affettivi specifici del ragazzo; dall’altro ha iniziato a manifestare un atteggiamento di rifiuto verso i sostegni offertigli per una crescita maturativa nel ruolo genitoriale, trascendendo, anche in occasione di udienze giudiziali, in reazioni impulsive clamorose ( v. la reazione impulsiva manifestata all’esito dell’udienza presidenziale del 2.02.2016, con atteggiamenti aggressivi verso il compagno della moglie e con brusche telefonate agli operatori sociali; v. anche il brusco allontanamento del sig. (…) dall’udienza del 6.06.2016 dinanzi al G.I. ). A fronte dell’involuzione negativa della condotta collaborativa in precedenza dimostrata dall’odierno ricorrente è emerso peraltro con chiara evidenza, anche dalla valutazione psico-diagnostica del quadro emotivo ed affettivo di (…), come i disturbi evolutivi e comportamentali del ragazzo, sovente caratterizzati anche da crisi oppositive ed aggressive verso le figure adulte di riferimento e verso i pari, a fronte del quadro intellettivo adeguato evidenziato dal minore, trovino piuttosto causa nel grave disagio subito nel contesto familiare di vita, anche in conseguenza della frequente esposizione al clima di aspra conflittualità e reciproca squalifica da tempo emerso e mai superato tra le figure genitoriali.
Conseguentemente si è rilevato perciò con crescente consapevolezza, sia da parte degli Operatori sociali sia da parte del G.I., come una prospettiva di reinserimento di (…) nel contesto di vita paterno non potesse comunque prescindere dalla risoluzione del conflitto in essere tra i genitori per la contesa della casa familiare, individuata quasi simbolicamente come elemento catalizzante della loro rivalità per l’affermazione ed il riconoscimento nel ruolo genitoriale. Ed infatti il protrarsi della disputa ha sempre rischiato di mascherare dietro strumentali iniziative genitoriali per l’avvicinamento dei figli a sé intenti solo egoistici di appropriazione del domicilio coniugale per finalità opportunistiche ovvero obiettivi di squalifica reciproca e propositi vendicativi tra i coniugi, rischiando nel contempo di esporre i figli ad un clima insostenibile di reciproca aggressività fra i genitori, ancor più pericolosi e temibili a seguito del trasferimento del sig. (…), dall’abitazione in locazione di cui disponeva ad Aosta, presso l’immobile in comunione tra i coniugi ed in precario stato manutentivo sito nelle vicinanze della stessa residenza familiare.
Pur sollecitate apertamente, anche in sede giudiziale, a risolvere i contrasti insorti per il godimento della casa familiare, ancor più in pendenza di un giudizio di divisione tra le parti, i sigg.ri (…) e (…) non hanno dimostrato, tuttavia, alcuna disponibilità e volontà di risolvere il conflitto, alimentandolo piuttosto con reciproche provocazioni e recriminazioni.
Peraltro, a fronte del crescente disinvestimento del sig. (…) nel percorso pure in precedenza positivamente avviato per una consapevole maturazione nel ruolo genitoriale, la sig.ra (…), pur mantenendo un atteggiamento di insofferenza verso gli Operatori, faticando ad addivenire ad una revisione critica del suo comportamento nel ruolo genitoriale, ha comunque gradualmente dimostrato maggior impegno e disponibilità nel percorso di sostegno psico-pedagogico offertole, mantenendo maggiore assiduità e regolarità nei rapporti pure assistiti con (…) ed accettando di essere guidata ad un approfondimento del suo rapporto educativo con il minore, carico di affettività , ma sovente povero di contenuti e spesso artificiosamente animato con il coinvolgimento di altre persone (v. relazioni sociali in atti pervenute l’1.07.2016 ed il 28.09.2016).
E’ emerso peraltro nel corso del giudizio un crescente disagio di (…) nella permanenza nel contesto comunitario di accoglienza – ove pure in
precedenza aveva trovato, insieme al fratello, uno spazio di serenità e sostegno prezioso per il recupero di un miglior equilibrio psico – comportamentale – reso preoccupante a seguito dei reiterati episodi di aggressività ed oppositività registrati sin dal 2016 ed ancor più dallo stato di ritiro relazionale infine evidenziato dal minore nell’anno seguente.
E, dunque, a fronte della situazione complessiva sin qui evidenziata, il Tribunale ritiene che opportunamente il G.I., sentite le parti e lo stesso (…), preso atto dell’assoluta urgenza di promuovere il reinserimento del minore in ambito familiare per consentirgli di superare l’atteggiamento di passività ed estraniamento da ultimo maturato in ambito comunitario, non ravvisando comunque i presupposti per l’affido e lo stabile collocamento del ragazzo presso l’uno o l’altro genitore, in carenza di alcuna reale progettualità delle parti per l’accoglienza del minore, preso atto dei bisogni psico – effettivi, relazionali ed educativi di (…) e delle pur limitate potenzialità comunque dimostrate tanto dal sig. (…) quanto dalla sig.ra (…), abbia infine disposto che il minore restasse affidato al Servizio sociale territorialmente competente per essere collocato alternativamente presso l’abitazione materna nei giorni feriali e presso quella paterna nei fine settimana, dall’uscita da scuola al venerdì sino al rientro alle lezioni al lunedì mattina. Nel contesto dell’ampio e motivato provvedimento reso in via provvisoria nel giudizio in data 24.07.2017 il G.I. ha infatti evidenziato le carenze ed i limiti di ciascuna delle parti nel pur rinnovato impegno nel ruolo genitoriale, la gravità delle ripercussioni comunque connesse alla persistente conflittualità tra le parti – anche per la disputa sulla casa familiare – sul fragile equilibrio affettivo e psicologico di (…), gravemente preoccupato infatti che il suo rientro in ambito familiare potesse alimentare nuovamente tale conflitto, l’inadeguatezza del progetto organizzativo proposto dal sig. (…) in vista del collocamento prevalente di (…) presso di lui.
Il G.I. ha peraltro correlativamente evidenziato come la soluzione adottata, per il collocamento alternato del minore presso l’uno e l’altro genitore, potesse in concreto consentire di valorizzare in massimo grado le potenzialità comunque dimostrate dalle parti nella gestione del loro rapporto con il figlio, permettendo a ciascuno di occuparsi direttamente di (…) nei momenti di maggior disponibilità, anche in considerazione dei rispettivi impegni lavorativi, offrendo al ragazzo contributi comunque indispensabili per guidarlo al superamento del disagio manifestato in ambito comunitario.
Ed infatti il collocamento del ragazzo presso la madre per l’intera settimana lavorativa consente a (…) di beneficiare di un sostegno affettivo caldo e rassicurante comunque importante e gratificante anche per consentirgli di affrontare con maggior serenità gli impegni scolastici e formativi, mentre la permanenza del giovane nel fine settimana presso il padre consente al sig. (…), che nei giorni feriali è comunque impegnato nel lavoro fino a sera, di guidare e sostenere il figlio anche nel percorso formativo e comunque di sperimentare con lui anche momenti di condivisione in attività che possano rispondere ai bisogni relazionali e ricreativi di (…) ( non è senza rilievo che già in passato il sig. (…) abbia accompagnato il figlio in piscina, a sciare od in gite).
Emerge del resto dalle informative pervenute in atti a seguito del provvedimento richiamato che il rientro di (…) in ambito familiare con le modalità dettate dal G.I. ha consentito al ragazzo di recuperare, pur dopo un primo periodo di grande difficoltà, nell’inserimento nel nuovo contesto scolastico, un sano investimento nel percorso formativo avviato con la frequenza di un corso professionale a Ch., mantenendo peraltro rapporti regolari con il padre secondo il regime disposto in via provvisoria, né si sono da ultimo registrati episodi di aperta conflittualità tra le parti.
Emergono piuttosto due elementi di preoccupazione, da un lato in considerazione del disagio emotivo manifestato da (…), anche in ambito scolastico, al venerdì, nell’approssimarsi del termine delle lezioni, ed al lunedì mattina al rientro a scuola, dall’altro in relazione al persistente atteggiamento di squalifica apertamente e pervicacemente manifestato dalla sig.ra (…) verso il padre del minore, anche in presenza del figlio.
Tali aspetti di criticità potrebbero peraltro risultare interconnessi, giacché l’atteggiamento materno di denigrazione del sig. (…) può certo determinare anche in (…), ben consapevole dei giudizi della madre, sovente espressi anche in sua presenza, una diffidenza e comunque un’indisponibilità affettiva al contatto personale con il padre che potrebbe in futuro risultare gravemente pregiudizievole per il ragazzo, giacché l’apporto affettivo ed educativo paterno nei suoi confronti è risultato già in passato sovente prezioso per consentire al minore di superare momenti anche gravi di reattività ed oppositività verso i quali la sig.ra (…) si è dimostrata spesso disarmata.
Ritiene perciò il Tribunale che, ove gli atteggiamenti denigratori della madre permangano in futuro, anche a fronte degli ausili educativi offertile per la gestione del suo rapporto con (…), dovrà perciò solo rivalutarsi la capacità genitoriale della sig.ra (…), laddove, tuttavia, non è dato in alcun modo ravvisarsi, almeno al presente, un comportamento materno di allontanamento del minore dal padre, poiché risulta che le visite paterne hanno avuto regolare evoluzione, con la corretta collaborazione della sig.ra (…).
Nondimeno sembra opportuno sottolineare, in coerenza con gli assunti affermati in materia dalla Suprema Corte, che “in tema di affidamento di figli minori, qualora un genitore denunci comportamenti dell’altro genitore, affidatario o collocatario, di allontanamento morale e materiale del figlio da sé, indicati come significativi di una sindrome di alienazione parentale (PAS), ai fini della modifica delle modalità di affidamento, il giudice di merito è tenuto ad accertare la veridicità del fatto dei suddetti comportamenti, utilizzando i comuni mezzi di prova, tipici e specifici della materia, incluse le presunzioni, ed a motivare adeguatamente, a prescindere dal giudizio astratto sulla validità o invalidità scientifica della suddetta patologia, tenuto conto che tra i requisiti di idoneità genitoriale rileva anche la capacità di preservare la continuità delle relazioni parentali con l’altro genitore, a tutela del diritto del figlio alla bigenitorialità e alla crescita equilibrata e serena”, al di là di egoistiche considerazioni di rivalsa
sull’altro genitore” (Cass. Civ. Sez. 1, Sentenza n. 6919 del 08/04/2016).
Peraltro, proprio nella prospettiva ravvisata indispensabile di preservare e promuovere la presenza della figura paterna nella vita del minore, favorendone l’intervento secondo modalità adeguate a potenziarne gli apporti più positivi in funzione dei bisogni specifici del minore riguardato, il Tribunale ritiene debba trovare accoglimento la richiesta del ricorrente di consentire al figlio di trascorre anche periodi di vacanza e festività con il padre, in alternanza con l’altro genitore, e che, proprio a tutela dell’effettività e della continuità del rapporto fra il minore ed il padre non possa consentirsi invece alla sig.ra (…) di tenere con sé (…) anche per un fine settimana al mese.
Rileva peraltro il Tribunale, proprio in considerazione dell’accordo nelle more maturato dalle parti ai fini dello scioglimento della comunione sull’immobile già adibito a residenza familiare, con impegno della sig.ra (…) a trasferire al sig. (…) la sua quota di proprietà sul bene, che la risoluzione dell’aspro conflitto a lungo alimentato dalle parti nella disputa per il godimento del bene in questione dovrebbe consentire loro di maturare un maggior distacco personale ed evitare occasioni comunque pericolose di forzata frequentazione, laddove al fine la gestione dei rapporti con il figlio (…) in reciproca autonomia, con la regolamentazione dei momenti di passaggio del ragazzo dall’uno all’altro genitore in ambito scolastico , risulta a tal fine soluzione imprescindibile per evitare ogni pericoloso coinvolgimento del minore stesso in episodi di diretta conflittualità tra i genitori.
In tale assetto le sollecitazioni innanzi formulate nei riguardi della sig.ra (…) perché preservi nel rapporto con (…) non soltanto la regolarità delle visite paterne del minore al padre, ma, anche ed ancor più, la stessa dignità della figura del genitore, dimostrando di saper così prescindere dal suo vissuto e dai suoi sentimenti personali verso l’ex-coniuge a tutela del benessere psico-affettivo del figlio, meritano di essere ribadite con l’auspicio che il nuovo assetto abitativo delle parti possa favorire gli equilibri auspicati dal Tribunale, ad evitare di dover rivalutare criticamente l’assetto che si viene oggi a confermare per il collocamento del minore.
Il Tribunale ritiene peraltro indispensabile confermare l’incarico già assegnato all’Ente affidatario di (…) dal G.I., nel contesto del provvedimento richiamato in data 24.07.2017, perché mantenga un’assidua vigilanza sulla situazione familiare delle parti, continuando ad assicurare un servizio di assistenza educativa in ambito “domiciliare in favore della sig.ra (…), al fine di stimolarla e sostenerla nella gestione del ruolo genitoriale verso il figlio con modalità meglio adeguate ai bisogni del ragazzo e con assunzione di un ruolo anche normativo nei suoi confronti, sollecitandola nel contempo ad osservare con puntuale regolarità la disciplina dettata per le visite paterne a (…), astenendosi dall’assumere in alcun modo comportamenti denigratori, accusatori o comunque negativi verso la figura paterna, almeno nel rapporto con il figlio.
Venendo quindi alla disamina della domanda formulata dalla resistente perché sia imposto a carico del sig. (…) un obbligo di concorso economico al mantenimento di entrambi i figli, preliminare alla disamina comparativa della situazione economica, patrimoniale e lavorativa delle parti, pare imprescindibile una considerazione specifica della posizione del figlio maggiorenne (…).
E’ emerso infatti, in esito alla deposizione resa dal giovane in sede testimoniale con toni emotivamente tesi e sofferti, che egli ha maturato, in esito al pesante vissuto riportato dalla frattura familiare sofferta ed in rapporto alla condotta anche violenta ed aggressiva assunta dal padre verso la madre, quale accertata già da questo Tribunale ai fini dell’addebito della separazione tra le parti al sig. (…), la determinazione di interrompere ogni contatto personale con il padre. Tale risoluzione, motivatamente esposta e consapevolmente assunta dal giovane nella sfera personalissima delle sue relazioni familiari, non pare certamente sindacabile o censurabile dal Tribunale, né potrebbe essere allegata ed invocata – come pure sembra pretendere l’odierno ricorrente – quale motivo per esonerare il genitore escluso dalla relazione con il figlio dagli obblighi comunque conseguenti alla responsabilità genitoriale, anche laddove la ripresa dei rapporti fra il ragazzo ed il padre possa, come allega il sig. (…), consentirgli di reperire un’occupazione lavorativa, anche nell’impresa di autotrasporti avviata dal padre.
Risulta del resto che il giovane, appena ventenne, ha frequentato positivamente almeno due corsi di formazione professionale, impegnandosi in diversi stages, e si attiva con diligenza nella ricerca di un’occupazione lavorativa. Non essendo neppure contestato che egli non abbia comunque maturato un’indipendenza economica dai genitori, non vi è dubbio perciò che sussista nei suoi confronti l’obbligo di entrambe le parti di provvedere alle sue esigenze di vita, ciascuna secondo le sue capacità economiche, patrimoniali e lavorative.
E, dunque, in merito alla situazione lavorativa e reddituale delle parti, pure a fronte della scarna e risalente documentazione prodotta dalle parti in relazione ai rispettivi redditi (v. in atti dichiarazioni fiscali dei redditi per gli anni 2011, 2012 e 2013) emergono comunque dalle risultanze processuali elementi adeguati per consentire una valutazione comparativa attendibile.
Risulta infatti dalle stesse allegazioni delle parti in sede presidenziale che il sig. (…), in epoca successiva a quella cui si riferisce la documentazione fiscale versata in atti, ha avviato un’attività autonoma come autotrasportatore, ancora in fase di avviamento all’atto dell’introduzione del giudizio, ma proseguita positivamente in seguito, tanto che lo stesso ricorrente, in vista del possibile affidamento di (…) a sé, ha ripetutamente assicurato di poter gestire l’attività secondo modalità adeguate all’impegno genitoriale verso il figlio, pur non dando atto quindi di aver effettivamente ridotto il suo orario lavorativo per riservare più ampi spazi di rapporto con il figlio anche nei giorni feriali della settimana. Deve perciò ritenersi, a fronte dell’inerzia probatoria del ricorrente nel documentare la sua situazione reddituale attuale in correlazione al suo nuovo impegno lavorativo, che egli tragga comunque dall’impresa avviata redditi adeguati a consentirgli un tenore di vita di sufficiente benessere, disponendo ormai anche
dell’immobile già destinato a residenza familiare in proprietà esclusiva, non risultando – per quanto allegato e documentato – che egli abbia al fine assunto finanziamenti od abbia corrisposto corrispettivo alcuno alla moglie.
Per contro la sig.ra (…), che già in sede presidenziale aveva dichiarato di svolgere lavori precari di pulizie, con un compenso medio mensile di circa Euro 500/600,00, ha precisato in seguito di svolgere attività lavorativa alle dipendenze della Ma., impegnandosi nella stagione invernale in lavori a termine presso alberghi e nella parte restante dell’anno in lavori saltuari di pulizie. Anche negli anni passati, cui si riferisce la documentazione fiscale prodotta in atti, ella ha peraltro sempre esposto redditi assai modesti, risultando aver lavorato solo una parte dell’anno.
Considerato, dunque, che il figlio maggiorenne, ma non indipendente, (…), per sua scelta vive stabilmente con la madre e che, in forza dei provvedimenti provvisori in vigore, che si vengono in questa sede a confermare, anche (…) vive per l’intera settimana feriale presso l’abitazione materna, non vi è dubbio che sussistano in specie i presupposti per l’imposizione di un obbligo contributivo a carico del sig. (…) quale concorso alle esigenze complessive di vita dei figli.
Tenuto conto della circostanza riferita dalla stessa resistente, che ha dichiarato di volersi stabilire presso l’abitazione ristrutturata dal nuovo compagno, non risultando perciò gravata da oneri locativi per il reperimento di una nuova abitazione adeguata ad accogliere anche i figli, avuto riguardo al contributo già imposto al sig. (…) per il concorso al mantenimento di (…), considerato altresì che, nel regime che si viene a confermare, (…) avrà comunque spazi significativi di permanenza presso il padre, sembra congruo determinare in Euro 250,00 per ciascuno dei figli il contributo paterno alle esigenze di vita dei minori, ponendosi altresì a carico del sig. (…) l’obbligo di pagare il 50% delle spese straordinarie per i figli, mediche, scolastiche, ludico – formative e ricreative, purché congruamente documentate e ritenute pertinenti ed utili dall’Ente affidatario in relazione al minore (…) o comunque obiettivamente funzionali agli interessi preminenti dei figli ed in specie di (…), senza che occorra perciò previo accordo tra le parti, salvo che si tratti di esborsi del tutto incompatibili con la situazione finanziaria complessiva dell’obbligato od in caso di previo, tempestivo ed esplicito dissenso motivato del padre (cfr. Cass. Civ. Sez. 6-1, Ordinanza n. 16175 del 30/07/2015; Cass. Civ. Sez. 6 – 1, Ordinanza n. 2467 del 08/02/2016).
Stante la parziale reciproca soccombenza delle parti nel giudizio, comunque necessario ai fini della pronuncia di scioglimento del matrimonio tra le parti e funzionale alla tutela dell’interesse preminente dei figli, si ravvisano in specie i presupposti per l’integrale compensazione tra le parti delle spese del giudizio.
definitivamente pronunciando, ogni altra istanza ed eccezione disattesa o assorbita, così dispone:
lo scioglimento del matrimonio contratto in Pont Saint Martin in data 9.04.2006 tra:
(…), nato ad A. il (…) e (…), nata ad I. il (…)
Matrimonio iscritto nei registri dell’Ufficio di Stato Civile del Comune di Pont Saint Martin al n. 2, parte I, anno 2006; MANDA
alla Cancelleria di questo Tribunale di provvedere, al passaggio in giudicato della presente sentenza, alle prescritte comunicazioni all’Ufficiale dello Stato Civile del Comune di Pont Saint Martin per le annotazioni e le ulteriori incombenze di cui al D.P.R. n. 396 del 2000 e successive modificazioni sull’ordinamento civile;
che il minore (…) resti affidato al Servizio Sociale territorialmente competente presso l’USL Valle d’Aosta, perché provveda a mantenerne il collocamento presso l’abitazione materna dal lunedì al venerdì all’uscita da scuola – ovvero dalle ore 9.00 del lunedì al venerdì all’ora di rientro del sig. (…) dal lavoro in periodo non scolastico – e presso l’abitazione paterna dal venerdì all’uscita da scuola sino al rientro del ragazzo alle lezioni il lunedì mattina – ovvero dal rientro del sig. (…) da lavoro al venerdì sino al lunedì mattina alle ore 9.00, ed inoltre presso l’abitazione dell’altro genitore per metà delle vacanze natalizie, ad anni alterni dal 23 al 30 dicembre o dal 31 dicembre al 6 gennaio, e pasquali, nonché per almeno tre settimane, anche non consecutive, nel periodo estivo, in periodi da concordarsi entro il 31 maggio di ogni anno in collaborazione con l’Ente affidatario del minore;
l’Ente affidatario di mantenere un’assidua vigilanza sulla situazione familiare delle parti, continuando ad assicurare ampi interventi educativi e
pedagogici in favore di ciascuna delle parti, nonché l’attivazione di un servizio di assistenza educativa in ambito domiciliare presso l’abitazione materna del minore, con le finalità di cui in motivazione;
del sig. (…) l’obbligo di corrispondere mensilmente alla sig.ra (…), quale concorso al mantenimento dei figli (…) e (…), un contributo di Euro 250,00 per ciascuno dei due ragazzi, da versarsi in via anticipata nei primi dieci giorni di ogni mese e da rivalutarsi annualmente in applicazione degli indici Istat del costo della vita, nonché di pagare il 50% delle spese straordinarie per i figli, mediche scolastiche, ludico-formative e ricreative, purché congruamente documentate e ritenute pertinenti ed utili dall’Ente affidatario in relazione al minore (…) o comunque obiettivamente funzionali agli interessi preminenti dei figli ed in specie di (…), senza che occorra perciò previo accordo tra le parti, salvo che si tratti di esborsi del tutto incompatibili con la situazione finanziaria complessiva dell’obbligato od in caso di previo, tempestivo ed esplicito dissenso motivato del padre;
dell’accordo intervenuto tra le parti, come da verbale di udienza in data 22.02.2018, per lo scioglimento della comunione in relazione agli immobili già adibiti a residenza familiare e della conseguente rinuncia delle parti all’assegnazione di detta abitazione, dichiara non luogo a provvedere in merito;
integralmente tra le parti le spese del presente giudizio.
Manda la Cancelleria per la comunicazione del presente provvedimento al Servizio sociale territorialmente competente presso l’USL Valle d’Aosta. Così deciso in Aosta il 15 marzo 2018.
Corte di Cassazione, Sezione 6 1 civile Ordinanza 17 novembre 2017, n. 27358
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. CRISTIANO Magda – Presidente Dott. SCALDAFERRI Andrea – Consigliere Dott. VALITUTTI Antonio – rel. Consigliere Dott. TERRUSI Francesco – Consigliere Dott. NAZZICONE Loredana – Consigliere ha pronunciato la seguente:
sul ricorso iscritto al nr. 6256-2017 proposto da:
(OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA LIBERIANA, 17, presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che lo rappresenta e difende; – ricorrente –
per regolamento di competenza avverso l’ordinanza n. 6753/2016 del TRIBUNALE di FOGGIA, depositata l’01/02/2017;
udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non partecipata del 03/10/2017 dal Consigliere Dott. ANTONIO VALITUTTI;
lette le conclusioni scritte del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale CERONI Francesca, che chiede alla Corte di Cassazione, riunita in camera di consiglio, di accogliere il regolamento di competenza in premessa indicato e dichiarare la competenza per territorio del tribunale di Foggia, con le determinazioni di legge.
(OMISSIS) ha impugnato con regolamento di competenza l’ordinanza in data 31 gennaio 2017, comunicata il 2 febbraio 2017, con la quale il Tribunale di Foggia ha declinato la propria competenza per territorio ad adottare i provvedimenti ex articolo 709 ter c.p.c., relativi al diritto di visita del ricorrente al figlio minore (OMISSIS), per essere competente il Tribunale di Larino;
l’intimata (OMISSIS) non ha svolto attivita’ difensiva;
il Procuratore Generale ha chiesto che la Corte dichiari la competenza territoriale del Tribunale di Foggia. RITENUTO
il procedimento riguardante i provvedimenti da adottarsi dal giudice con riferimento ai figli minori, si instauri nel luogo di residenza abituale del minore, da identificarsi in quello in cui costui ha consolidato, consolida o potra’ consolidare una rete di affetti e relazioni, tali da assicurare un armonico sviluppo psicofisico;
a tal fine, non assumano, pertanto, rilievo decisivo la mera residenza anagrafica del minore o eventuali suoi trasferimenti contingenti o temporanei, atteso che, nella individuazione in concreto del luogo di abituale dimora non puo’ farsi riferimento a dati meramente quantitativi, rappresentati dalla prossimita’ temporale del trasferimento di residenza e dalla maggiore durata del soggiorno in altra citta’, essendo, invece, necessaria una prognosi sulla probabilita’ che la “nuova” dimora diventi l’effettivo e stabile centro d’interessi del minore, ovvero resti su un piano di verosimile precarieta’ o sia un mero espediente per sottrarsi alla disciplina della competenza territoriale (Cass. 04/12/2012, n. 21750);
di conseguenza, nei casi di recente trasferimento, occorra – oltre ad una valutazione probabilistica circa il fatto che la nuova dimora diventi l’effettivo, stabile e duraturo centro di affetti e di interessi del minore – l’accertamento che il cambiamento della sede non rappresenti un mero espediente per sottrarlo alla vicinanza dell’altro genitore o alla disciplina generale sulla competenza territoriale (Cass. 20/10/2015, n. 21285);
nel caso di specie, l’ordinanza de qua ha fondato la ritenuta competenza del Tribunale di Larino esclusivamente sui certificati anagrafici di residenza della (OMISSIS) e del minore (OMISSIS) in (OMISSIS), localita’ nella quale i medesimi si sarebbero trasferiti il 28 luglio 2016, ossia nell’imminenza del deposito, da parte di (OMISSIS), del ricorso ex articolo 709 ter c.p.c., avvenuto il 5 settembre 2016;
dall’impugnata ordinanza non si evince, per contro, riferimento alcuno ad elementi di prova in atti circa il fatto che il trasferimento di residenza sia stato motivato da esigenze lavorative della (OMISSIS), o che il minore sia stato effettivamente iscritto all’asilo in (OMISSIS), sicche’ possa ritenersi dimostrato che detto trasferimento e’ definitivo -con la conseguenza che la “nuova” dimora diventera’ l’effettivo e stabile centro d’interessi del minore – e non abbia invece costituito un modo per sottrarre il piccolo (OMISSIS) alla vicinanza dell’altro genitore o per eludere la disciplina generale sulla competenza territoriale;
per le ragioni su esposte, il primo motivo di ricorso debba essere accolto, assorbito il secondo (illegittimita’ dell’ordinanza per violazione di regole processuali), e debba essere, di conseguenza, dichiarata la competenza territoriale del Tribunale di Foggia, cui il procedimento va rimesso e che provvedera’ anche alla liquidazione delle spese del presente regolamento, ai sensi dell’articolo 385 c.p.c., comma 2;
dagli atti il processo risulti esente, sicche’ non si applica il Decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, articolo 13, comma 1 quater.
Accoglie il primo motivo di ricorso, assorbito il secondo; cassa l’ordinanza impugnata e dichiara la competenza territoriale del Tribunale di Foggia, cui rimette il procedimento, demandandogli di provvedere anche alla liquidazione delle spese di questo regolamento. Dispone che in caso di