Source: https://canestrinilex.com/risorse/omessa-diagnosi-quando-e-reato-cass-2438418/
Timestamp: 2019-09-15 16:13:22+00:00
Document Index: 26985779

Matched Legal Cases: ['art. 3', 'art. 590', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 6', 'art. 590', 'art. 2', 'art. 6', 'art. 590', 'sentenza ']

Per poter valutare la responsabilità penale sotto il profilo dell'omessa diagnosi, deve essere accertato il profilo della natura colposa della condotta del medico (ivi compreso l’accertamento del grado dell’eventuale colpa), sia sotto il profilo della sua rispondenza o meno ai criteri riconducibili alle buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica, sia sotto il profilo della portata salvifica che il comportamento eventualmente alternativo e ritenuto doveroso avrebbe avuto, attraverso un giudizio fondato su criteri di elevata probabilità logica e non su mere basi probabilistico-statistiche.
Il rapporto di causalità tra omissione ed evento non può ritenersi sussistente sulla base del solo coefficiente di probabilità statistica, ma deve essere verificato alla stregua di un giudizio di elevata probabilità logica, che, a sua volta, deve essere fondato, oltre che su un ragionamento deduttivo basato sulle generalizzazioni scientifiche, anche su un giudizio di tipo induttivo circa il ruolo salvifico della condotta omessa, elaborato sull’analisi della caratterizzazione del fatto storico e focalizzato sulle particolarità del caso concreto.
Pres. Piccialli – est. Pavich
Per meglio comprendere i termini del giudizio, giova precisare che la Co. era stata sottoposta, il (omissis) , presso la casa di cura S., a un intervento chirurgico di plastica di laparatocele e revisione della cicatrice in seguito a pregressa isterectomia ombelico-pubica, intervento cui aveva preso parte il dott. M. ; e che dall’addebito a lui inizialmente mosso in cooperazione colposa con altri medici, con riferimento a detto intervento chirurgico - e segnatamente alla circostanza, non confermata nel giudizio, che in tale occasione sarebbe stata procurata alla paziente una perforazione intestinale -, il M. era stato prosciolto già in primo grado. Tale decisione è divenuta definitiva.
Tale profilo di colpa viene qualificato dalla Corte territoriale come imprudenza (non come negligenza, né tanto meno come imperizia).
Nella parte finale della motivazione viene poi esclusa la rilevanza, nel caso di specie, dell’osservanza delle linee-guida (o delle buone pratiche) che, secondo la difesa, non sarebbero state disattese dal M. nella sua condotta; e viene altresì esclusa l’applicabilità al caso di specie della lex mitior, costituita dall’art. 3 della legge Balduzzi (n. 189/2002) ed eventualmente dall’art. 590-sexies cod.pen. introdotto dalla legge n. 24/2017 (legge Gelli-Bianco).
3. In stretta correlazione con quanto si è appena detto, deve registrarsi una sostanziale elusione, da parte della Corte distrettuale (ma, a ben vedere, anche da parte del Tribunale nella sentenza di primo grado), di alcuni temi di fondamentale importanza ai fini dell’individuazione della condotta colposa nell’ambito dell’esercizio della professione sanitaria: ci si riferisce
all’omessa considerazione della riconducibilità o meno della condotta del dott. M. alle buone pratiche clinico-assistenziali (ed in specie alla qualificazione come tali dei criteri di 'vigile attesa' accreditati dalla prevalente lettura scientifica);
alla riferibilità della condotta dell’imputato (che si assume colposa) ad imprudenza piuttosto che a negligenza o imperizia; ed infine
al grado della colpa.
Temi, questi, che alla stregua dello ius superveniens non potevano essere liquidati come irrilevanti, ma dovevano essere convenientemente affrontati.
4. Quanto alla conformità o meno della condotta del dott. M. alle best practices, la Corte di merito ha energicamente affermato, nell’impugnata sentenza, che era preciso dovere del sanitario pervenire a una diagnosi e considerare una diagnosi differenziale, e la violazione di tale dovere ha costituito un’abdicazione alla sua funzione di medico, e ciò non avrebbe nulla a che vedere con le linee guida o con le buone prassi, ma solo con la logica.
Il problema, però, è che, per poter verificare se la condotta dell’imputato (che il Collegio d’appello giudica 'imprudente', si vedrà con quali implicazioni) sia stata penalmente rilevante, non può prescindersi da una verifica della conformità o della non conformità di tale condotta alle suddette regole della medicina, in quanto evocate da disposizioni di legge (l’art. 3 della legge 189/2012 e l’art. 6 della legge 24/2017, introduttivo del nuovo art. 590-sexies cod.pen.) che, pur entrate in vigore in epoca successiva alla commissione del reato ascritto al dott. M. , erano più favorevoli (almeno per quanto concerne la disciplina recata dalla legge 189/2012) e, perciò, potenzialmente idonee a scriminarne (o a renderne non punibile) l’operato, in base ai criteri generali stabiliti dall’art. 2 cod.pen..
In dottrina, come noto, alcuni Autori hanno cercato di dare una definizione chiara e netta delle tre nozioni (negligenza, imprudenza, imperizia).
In termini affatto generali e necessariamente imprecisi, si tende ad ascrivere alla categoria dell’imperizia il comportamento del soggetto inosservante delle regole cautelari perché 'inesperto', soprattutto sul piano esecutivo; alla categoria della negligenza il comportamento del soggetto inosservante per non avere fatto ciò che era doveroso fare; alla categoria dell’imprudenza il comportamento del soggetto inosservante per avere fatto ciò che era doveroso non fare. Ma, a fronte di tali tentativi, diversi Autori riconoscono e mettono in luce la sussistenza di margini talora evanescenti, quando non di (almeno parziali) sovrapposizioni, tra le tre nozioni appena richiamate.
Con l’entrata in vigore della legge Gelli-Bianco, il parametro dell’imperizia ha assunto, come si è visto, maggior rilievo. Dopo una travagliata vicenda interpretativa, la questione della corretta interpretazione da dare al citato art. 6 della legge 24/2017 (introduttivo dell’art. 590-sexies cod.pen.) è stata devoluta alle Sezioni Unite, le quali, con sentenza resa il 21 dicembre scorso (Sez. U, n. 8770 del 21/12/2017, ric. Mariotti), hanno affermato il seguente principio di diritto:
'L’esercente la professione sanitaria risponde, a titolo di colpa, per morte o lesioni personali derivanti dall’esercizio di attività medico-chirurgica: