Source: http://www.altrodiritto.unifi.it/ricerche/law-ways/parrini/cap2.htm
Timestamp: 2015-07-07 06:45:22+00:00
Document Index: 22826537

Matched Legal Cases: ['art. 16', 'art. 380', 'art. 51', 'art. 416', 'art. 380', 'art. 111', 'art. 6', 'art. 13', 'art. 5', 'art. 12', 'art. 16', 'art. 16', 'sentenza ', 'art. 8', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 168', 'art. 51', 'art. 10', 'art. 2', 'art. 13', 'art. 6', 'art. 17', 'art. 12', 'art. 51', 'art. 10', 'art. 3', 'art. 17', 'art. 9', 'art. 2', 'art. 13', 'art. 6', 'art. 13', 'art. 6', 'art. 13', 'art. 17', 'art. 16', 'art. 416', 'art. 11', 'art. 371', 'art. 371', 'art. 51', 'art. 13', 'art. 16', 'art. 118', 'art. 16', 'sentenza ', 'art. 9', 'art. 16', 'sentenza ', 'art. 16', 'art. 13', 'art. 6', 'art. 14', 'art. 17', 'art. 16', 'art. 14', 'art. 16', 'art. 18', 'art. 16', 'art. 12']

La collaborazione processuale nell'ordinamento italiano: prima e dopo la legge 45/01
Home / Ricerche / La legislazione penale e la sua applicazione / Collaboratori e testimoni di giustizia /
1. Linee guida e indicazioni generali sulla "nuova disciplina" per collaboratori e testimoni di giustizia
Il nuovo testo sui collaboratori di giustizia ha avuto un iter parlamentare particolarmente lungo e travagliato, visto che la sua data di presentazione risale all'11 marzo 1997 e quella della sua emanazione al 13 febbraio 2001. Il legislatore del 2001 sceglie, per la riscrittura della legge sui collaboratori di giustizia, la tecnica della interpolazione (1): interviene, infatti, sulla legge 82/91, con integrazioni, modifiche e innesti, svelando così la volontà di aggiornare, coordinare e risistemare le norme preesistenti, riportando rigore in un settore dell'ordinamento caratterizzato da una notevole complessità applicativa.
La riforma aveva, altresì lo scopo, di porre fine alla impostazione, legata alla decretazione d'urgenza, che aveva caratterizzato la materia sin dal momento della introduzione della disciplina ed alle conseguenti distorsioni che si erano verificate. In realtà, dalla prima stesura al testo definitivo, sono stati introdotti numerosi emendamenti che ne hanno modificato le rigide finalità selettive per l'accesso alle misure di protezione, facendo salvo però l'originario spirito di maggior rigore in relazione alle condizioni di fruibilità dei benefici medesimi, ed ai criteri di concessione e di revoca degli stessi.
E' stato cambiato il titolo e ampliato l'oggetto della legge, aggiungendo alla protezione oltre al trattamento sanzionatorio dei collaboratori, anche la figura dei testimoni di giustizia, fino ad allora equiparata ai primi; infatti il titolo della legge reca: "Modifica della disciplina della protezione e del trattamento sanzionatorio di coloro che collaborano con la giustizia nonché disposizioni a favore delle persone che prestano testimonianza".
Il completamento della disciplina è stato affidato alla emanazione di una molteplice serie di decreti ministeriali, sebbene dall'entrata in vigore della legge abbiano visto la luce solo due di essi (2).
Con le nuove previsioni legislative, da un lato si è voluto introdurre il principio in base al quale solo a seguito di una collaborazione tempestiva e genuina, l'interessato può conseguire l'accesso alle misure di protezione e la concessione di attenuanti; dall'altro si è operato sul versante dei benefici penitenziari, conseguibili solo dopo aver espiato una parte "significativa" di pena (art. 16 nonies comma quarto).
Altre linee portanti della riforma possono rintracciarsi nella previsione di un limite tassativo (180 giorni) entro il quale il collaboratore deve rivelare tutti i fatti di cui è a conoscenza; nella redazione di un verbale illustrativo; nella riduzione delle fattispecie di reato per le quali si può applicare la disciplina premiale; la confisca del patrimonio del pentito; la reclusione, in vista della raccolta delle deposizioni, in apposite sezioni degli istituti penitenziari per favorire, da un lato, il reinserimento sociale ed evitare, dall'altro, possibili concertazioni fra i collaboratori.
La legge 45/2001 ha l'intento di intervenire sulla normativa previgente secondo alcune direttrici che mirano, da un lato, ad una più rigorosa selezione dei collaboratori di giustizia, e dall'altro, a garantire un livello maggiore di genuinità e di attendibilità delle dichiarazioni da essi rilasciate.
La genuinità della collaborazione viene perseguita attraverso la previsione delle seguenti misure: l'isolamento del collaboratore fino a quando non abbia riferito tutto ciò che sa; l'obbligo di enumerare, entro il rigido termine di sei mesi, fatti, reati, circostanze, persone oggetto delle sue dichiarazioni collaborative; la previsione della revoca delle misure tutorie e assistenziali accordate al collaboratore "indegno" e della revisione dei processi nei quali siano state concesse riduzioni di pena conseguenti ad una falsa, incompleta o reticente collaborazione.
Quanto alla necessaria diminuzione del numero dei collaboratori di giustizia e alla introduzione di un criterio di proporzione tra la rilevanza delle dichiarazioni ed il livello da approntare a favore dei collaboratori, il legislatore del 2001 ha introdotto nuove norme che, da un lato, restringono il quadro normativo di riferimento per la collaborazione premiata, dall'altro, hanno l'intento di scoraggiare "collaborazioni facili" aumentando, per così dire, il prezzo da pagare per acquisire lo status di collaboratore. A questo proposito alcuni autori, tra cui ad esempio Maddalena, hanno definito l'intento della legge non solo restrittivo, ma di fatto disincentivante, intento che "affiora (3) persino nel complesso di norme dedicate ai contenuti delle misure di protezione, all'adozione dei provvedimenti provvisori, alla revoca e alla modifica delle misure".
Tra le norme meramente restrittive rientra quella che stabilisce che i fatti criminosi in relazione ai quali è sollecitata e favorita la collaborazione sono, oltre a quelli diretti alla eversione dell'ordine democratico, non più (come prevedeva la legge previgente) quelli per cui è obbligatorio l'arresto in flagranza ai sensi dell'art. 380 c.p.p., ma quelli di cui all'art. 51 comma 3-bis c.p.p. : quelli di cui agli artt. 630 c.p. (sequestro di persona a scopo di estorsione), 416-bis c.p. (associazione di tipo mafioso) e quelli commessi avvalendosi delle condizioni ex art. 416-bis c.p., ovvero allo scopo di agevolare l'attività mafiosa, 74 T.U. 309/90 (associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope), 291 quater T.U. 43/73 (associazione per delinquere finalizzata al contrabbando di tabacchi lavorati esteri), 600 c.p. (riduzione in schiavitù), 601 c.p. (tratta e commercio di schiavi) e infine 602 c.p. (alienazione e acquisto di schiavi). Così, ad esempio, resta esclusa la possibilità per chi fornisce collaborazione circa delitti come la rapina o l'estorsione, anche aggravate, ma non caratterizzate da metodo mafioso, di fruire sia della protezione sia dei benefici, sanzionatori e penitenziari, previsti dalla nuova legge sui collaboratori di giustizia.
Con la sostituzione dell'elenco dei reati in ordine ai quali può valere la collaborazione, si ha una considerevole riduzione delle collaborazioni e ovviamente anche dei relativi programmi di protezione e dei benefici in senso lato che l'ordinamento prevede a favore di quei soggetti che accettano di collaborare con l'autorità giudiziaria o di polizia.
Nella legge previgente c'era il richiamo all'art. 380 c.p.p.: veniva prevista, in questo modo, la possibilità di beneficiare delle misure premiali per tutti gli autori di un'ampia e variegata categoria di reati. La giustificazione di tale scelta, secondo Bernasconi, risiedeva nella volontà del legislatore "di dilatare (4) a dismisura il parco delle fattispecie di reato per le quali l'ordinamento gradirebbe una condotta collaborativa".
Dunque, tale scelta sarebbe stata dettata dall'interesse, da parte dell'ordinamento, di una risoluzione veloce e snella anche di quei processi che hanno ad oggetto reati di modesta gravità, che suscitano minor allarme sociale rispetto ai delitti di mafia.
Le misure di protezione possono, anche oggi come per il passato, essere revocate o modificate con riferimento alla gravità, intensità ed effettività del pericolo al quale sono esposti i collaboratori, tenendo naturalmente conto anche della fase in cui il procedimento si trova. Si può, inoltre, procedere a revoca o modifica della misura per motivi "disciplinari", vale a dire in conseguenza del mancato rispetto da parte del collaboratore degli impegni assunti all'atto dell'inserimento nel sistema tutorio. La revoca, ovviamente, può conseguire alla commissione di reati segno del reinserimento del soggetto nel circuito criminale. Vengono poi presi in considerazione quei comportamenti tenuti dal collaboratore che rendono eccessivamente gravoso, ovvero superfluo, il compito del servizio centrale di protezione (5) e infine vanno considerati l'esplicita rinuncia ad avvalersi delle misure di protezione ed il rifiuto di sottoporsi al contraddittorio in sede dibattimentale.
Nel disegno di legge interministeriale (6), approvato dal consiglio dei ministri il 28 febbraio 1997 era stato previsto che l'ammissione ai benefici ed alle misure di protezione conseguisse solo a quei comportamenti collaborativi ritenuti indispensabili per lo svolgimento del processo o per una efficace attività di prevenzione criminale. L'indispensabilità della collaborazione veniva individuata sulla base dell'ampiezza, dell'originalità, dell'attendibilità e della novità delle dichiarazioni e si configurava in maniera differente a seconda che riguardasse solo il momento del procedimento penale o anche il versante investigativo. All'indispensabilità della collaborazione dovevano accompagnarsi la sua "tempestività" e la sua "genuinità".
A seguito della discussione parlamentare, l'impostazione originaria della norma è stata notevolmente stemperata anche perché avrebbe reso impossibile il controllo dibattimentale sulla valenza e sullo spessore della collaborazione, oltre alla attendibilità delle dichiarazioni si richiede che esse presentino, anche in modo disgiunto, il carattere di completezza e/o di novità. Sul punto Spataro (7) ha sottolineato l'ambiguità del requisito della novità, poiché esso, se preso alla lettera, finirebbe per sminuire le collaborazioni successive, le quali al contrario, spesso, sono di vitale utilità nelle indagini relative a reati associativi. Inoltre tale requisito sarebbe inconciliabile con il principio elaborato dalla giurisprudenza della cosiddetta "convergenza del molteplice". Ed in effetti si può osservare che la collaborazione successiva, da un punto di vista cronologico, può essere più insidiosa per le organizzazioni criminali di quella proveniente dal primo pentito. D'altronde, la pluralità di chiamate in correità è molto rilevante anche alla luce delle modifiche apportate all'art. 111 della Costituzione con l'introduzione delle regole del giusto processo e a quelle introdotte dalla "legge Carotti" (legge 16 dicembre 1999, n. 479) che ha spostato alla fase del giudizio il momento culminante dell'intero procedimento penale.
La legge 45/2001 prevede che non ogni tipo di collaborazione dia accesso al massimo grado di tutela ed assistenza, vale a dire all'ammissione al programma speciale di protezione. Viene quindi introdotto un duplice livello di tutela, in quanto accanto al già esistente programma speciale, vengono previste le cosiddette misure ordinarie rafforzate, consistenti "nella predisposizione di misure di tutela da eseguire a cura degli organi di polizia territorialmente competenti" nonché nella "predisposizione di accorgimenti tecnici di sicurezza" nella "adozione delle misure necessarie per i trasferimenti in comuni diversi da quelli di residenza, dalla previsione di interventi contingenti finalizzati ad agevolare il reinserimento sociale nonché dal ricorso, nel rispetto delle norme dell'ordinamento penitenziario, a modalità particolari di custodia in istituti ovvero di esecuzione di traduzioni e piantonamenti" (art. 6 della legge 45/2001, che modifica l'art. 13, comma quarto della legge 82/91); questo anche allo scopo di ridurre il ricorso a detto programma e dunque a durevoli trattamenti di sostegno socio-economico. A dire il vero, secondo Fumo (8), il confine tra le due categorie di misure di tutela non è neppure in astratto ben delineato, anche perché per la concreta determinazione dei contenuti, il legislatore rinvia ad un regolamento di esecuzione da emanare. Occorre specificare che alla differenziazione formale dei vari tipi di misure di protezione viene collegata anche una rilevante differenza sostanziale: è infatti precisato che solo il programma di protezione prevede una forma di assistenza continuativa e prolungata, laddove invece le misure di protezione diverse dal programma consistono in servizi di tutela temporanea per il pentito ed i suoi familiari, cui possono anche accompagnarsi interventi di sostegno economico, ma contingenti ed indirizzati al reinserimento sociale del collaboratore.
Accanto a tali innovazioni, volte ad una più rigorosa "selezione" per gli aspiranti collaboratori e ad una più mirata ed economica gestione delle loro posizioni, sono state introdotte alcune norme con le quali si vorrebbe conseguire un effetto di deterrenza nei confronti di coloro che intendessero collaborare solo in vista dei vantaggi previsti dalla legge.
In primis viene prevista l'impossibilità che la revoca della custodia cautelare o la sua sostituzione con altra misura meno afflittiva siano disposte per il solo fatto della intervenuta collaborazione: infatti tale possibilità per il giudice viene esplicitamente condizionata alla insussistenza di elementi da cui possa essere desunta l'attualità di collegamenti del collaboratore con la criminalità organizzata. Anche l'iter per la concessione è più complesso: deve essere acquisito il parere del procuratore generale o del procuratore nazionale antimafia. Si tratta, ha osservato Giordano (9), "non di un ampliamento improprio del procuratore nazionale antimafia, ma di una utilizzazione coerente di tale struttura di servizio, dal momento che essa, in definitiva, non fa altro che mettere a disposizione del giudice il suo patrimonio conoscitivo, che non è detto coincida col patrimonio conoscitivo del pubblico ministero del procedimento".
Non è poi più consentita la detenzione extracarceraria: essa è accessibile solo quando il giudice concede i benefici già previsti dall'ordinamento penitenziario, ovvero revoca il provvedimento custodiale preesistente, mentre è espressamente previsto che il collaboratore, se detenuto, deve essere ristretto in apposite sezioni degli istituti penitenziari, secondo modalità trattamentali differenziate e, comunque, tali da rendere impossibili comportamenti anche solo in astratto interpretabili come condotte di concertazione delle dichiarazioni o come preparazione delle stesse.
Nella legislazione previgente, al contrario, era previsto che, per motivi di sicurezza, gravi ed urgenti, il procuratore della repubblica o il giudice, potessero autorizzare la polizia giudiziaria a custodire i fermati o gli arrestati in strutture diverse dal carcere, per il tempo necessario alla definizione dello speciale programma di protezione. La legge 45/2001 ha abrogato la norma che prevedeva tale possibilità, unitamente a quella che consentiva al procuratore della repubblica su richiesta del capo della polizia e, se trattatasi di reati di mafia, di intesa col procuratore nazionale antimafia, di autorizzare, per lo stesso lasso di tempo e per la medesima finalità, la custodia dei collaboratori in espiazione di pena in luoghi diversi dagli istituti penitenziari.
La fruizione dei benefici penitenziari (10), compatibili con lo status di collaboratore, è subordinata alla espiazione di almeno un quarto della pena inflitta al collaboratore e se si tratta di persona condannata all'ergastolo di almeno dieci anni.
Inoltre la nuova normativa prevede con chiarezza la possibilità di gravi, futuri svantaggi per il collaboratore di giustizia o per il soggetto che aspiri a conseguire tale status. L'art. 5 infatti, modificando l'art. 12 della vecchia legge, prescrive l'acquisizione dei patrimoni dei collaboratori. Sul punto, la novella del 2001 non brilla per limpidezza: è certamente pacifico che sia obbligatoria la cessione allo Stato degli immobili e dei beni mobili, frutto di attività illecite, nonché dei liquidi riconducibili alla medesima fonte. Ciò che non risulta molto chiaro, e ad una prima lettura della norma si potrebbe dare questo significato, è se il pentito debba spogliarsi di tutti i suoi averi e, quindi, anche quelli accumulati legittimamente. Tale interpretazione è da scartare poiché, oltre ad essere in contrasto con riconoscibili direttrici costituzionali, da una lettura integrata del testo in esame si desume che il collaboratore può avere dei beni personali, nel momento in cui viene previsto che lo Stato gli offre un'assistenza economica qualora non possa provvedere da sé al suo sostentamento (e dunque con mezzi finanziari che egli abbia legittimamente conservato).
L'altro obiettivo (11) perseguito dalla legge 45/2001, abbiamo detto è quello di garantire la genuinità della collaborazione e si traduce in una serie di norme attraverso le quali si vuole scongiurare il rischio delle cosiddette "dichiarazioni a rate" e quello di "contaminazione" tra fonti di prova. Dunque si chiede al collaboratore di dire "ciò che sa" entro un periodo di tempo prefissato e questo per impedire eventuali strumentalizzazioni o condotte ricattatorie; in seconda battuta si interviene su di un piano latu sensu sanzionatorio, prevedendo la possibilità di revocare, tanto i benefici penitenziari eventualmente concessi, quanto le misure tutorie ed assistenziali applicate, quanto infine, attraverso la revisione di cui all'art. 16 septies della legge 82/91, di rivedere le sentenze, anche se passate in giudicato, con le quali sono stati applicati al collaboratore significativi sconti di pena.
Per quanto riguarda la tempestività e la concentrazione delle dichiarazioni collaborative, al collaboratore viene richiesto di riferire tutto quello che è a sua conoscenza sui fatti in relazione ai quali rende o intende rendere interrogatorio; deve poi riferire notizie utili anche per la cattura dei suoi complici ed avversari e sui maggiori eventi criminali di cui è a conoscenza; inoltre, come già detto, deve indicare i beni a lui appartenenti, anche per interposta persona, nonché quelli del suo clan e infine deve conferire il denaro e gli altri beni mobili.
Tutte queste notizie devono confluire nel verbale illustrativo dei contenuti della collaborazione, ma "l'impegno alla dichiarazione" assunto dal collaboratore è ovviamente molto più ampio: egli è tenuto a non sottrarsi ad interrogatori ed esami, e a non rifiutare la partecipazione ad altri atti di indagine, ma la collaborazione non si esaurisce neppure in questo, infatti la legge 45/2001 pretende che egli attesti formalmente, a conclusione delle sue dichiarazioni, di non essere a conoscenza di "notizie ed informazioni processualmente utilizzabili su altri fatti e situazioni", anche non collegabili o non connessi a quelli per cui è imputato, pena la revoca delle speciali misure di protezione.
Speculare (12) all'obbligo di "dire" è, per il collaboratore, quello di "tacere", cioè quello di non rilasciare dichiarazioni sui fatti oggetto della collaborazione a soggetti diversi dalla autorità giudiziaria, dall'autorità di polizia e dal suo avvocato.
Poiché da un unico procedimento possono scaturire più dibattimenti, la legge 45/2001 non avrebbe potuto prevedere che il verbale illustrativo dei contenuti della collaborazione fosse allocato in un predeterminato fascicolo processuale; esso sarà inserito in un "apposito fascicolo tenuto dal procuratore della repubblica, cui le dichiarazioni sono state rese" (art. 16 quater comma terzo) e quest'ultime saranno inserite nei vari fascicoli del p.m. relativi ai diversi dibattimenti, cui si riferiscono. Dunque, come è stato osservato da Giordano (13) "c'è una matrice unica: il verbale che consacra i termini ed i modi della collaborazione, che ha una funzione documentativa; e uno o vari estratti che svolgono, invece, una funzione vettoriale dell'atto come prova dei procedimenti". Infatti la nuova legge prevede che, se il pentito interviene come imputato di reato connesso o collegato, si deve disporre, a seguito di eventuale richiesta di parte, l'acquisizione al fascicolo del p.m. del verbale illustrativo, per la parte che concerne gli imputati di quel procedimento.
Ma la legge modificatrice della n. 82/91 prevede, come più volte premesso, tempi più rigidi e severi: il verbale illustrativo va scritto e sottoscritto entro sei mesi dalla manifestazione della volontà collaborativa; perciò le dichiarazioni rese successivamente, se non sono riferibili a fatti o soggetti riportati nel predetto verbale, sono inutilizzabili erga alios. E questo non è l'unico effetto negativo: anche i provvedimenti tutori, i benefici penitenziari e le attenuanti conseguenti alla prestata collaborazione non possono essere accordati e se concessi vanno revocati, se il verbale illustrativo dei contenuti della collaborazione non è stato approntato nei termini o se risulterà non veritiera la dichiarazione che il pentito è tenuto a rilasciare di non essere in possesso di altre notizie.
Condividiamo quindi, ancora una volta, l'opinione di Giordano (14) il quale ha affermato che la redazione di tale verbale "non è un adempimento meramente formale, ma è generativo del diritto premiale ad usufruire delle misure di protezione. La sua redazione entro i termini è il presupposto da cui scaturisce tale diritto, mentre il decorso del termine senza la redazione del verbale impone la revoca delle speciali misure di protezione: il collaboratore potrà beneficiare eventualmente delle sole misure di protezione ordinarie...non poteva essere altrimenti, una volta che il legislatore ha accolto la visione contrattualistica della collaborazione".
Per quanto riguarda la revoca delle misure di protezione e la cosiddetta revisione della sentenza contenente le attenuanti derivanti dalla collaborazione, la nuova legge recepisce sostanzialmente la precedente normativa; non viene però più fatta menzione dell'obbligo della commissione, prima di procedere alla revoca, di chiedere il parere dell'organo che, a suo tempo, propose l'ammissione alle misure tutorie.
Per quanto attiene alla revisione, già prevista dall'art. 8 della legge 203/91, essa come per il passato è conseguenza della accertata falsità o reticenza delle dichiarazioni. Se ciò avviene prima della irrevocabilità della sentenza, gli atti vanno trasmessi al p.m. presso il giudice che ha pronunziato la sentenza stessa, ovvero, a seconda dei casi, del giudice competente sulla impugnazione. Ma la revisione può essere disposta anche per un'altra ipotesi: quando, entro dieci anni dal passaggio in giudicato della sentenza che ha applicato le attenuanti, il soggetto commetta gravi reati, sintomatici del non avvenuto distacco dall'ambiente criminogeno dal quale proveniva. Questo istituto funge come una sorta di condizione risolutiva della sentenza penale in conseguenza della violazione di obblighi che, altrimenti, rimarrebbero senza sanzione sul piano processuale, ovvero, nell'altro caso, di una condizione sospensiva della pena che può determinare la revoca della stessa per effetto della successiva commissione di reati, che, realizzando l'inadempimento degli impegni, rende immeritevole il collaboratore delle attenuanti ottenute nel giudizio, analogamente al meccanismo previsto nell'art. 168 c.p. per la sospensione condizionale della pena.
Quanto poi alla separazione del momento tutorio da quello premiale, il legislatore persegue tale obiettivo svincolando l'ammissione al programma di protezione (che ormai ha solo finalità di sicurezza), dall'eventuale concessione di benefici penitenziari. Invero, prima della legge 45/2001, i benefici in deroga ai principi dell'ordinamento penitenziario potevano essere accordati solo se il pentito permaneva all'interno del programma speciale di protezione. Era dunque il perdurare della esposizione a pericolo a fondare l'assunzione, non meno che la proroga, dei benefici, con indesiderabili effetti di commistione tra finalità premiali ed esigenze di sicurezza. Viceversa nel nuovo sistema è possibile la concessione di benefici penitenziari a prescindere dalla esistenza e dal perdurare delle misure tutorie.
Una delle novità più importanti introdotte dalla legge 45/2001 è la previsione di norme ad hoc per la protezione dei testimoni di giustizia, fino ad allora equiparati ai collaboratori; infatti ci si è resi conto che assoggettare gli incolpevoli testimoni di fatti delittuosi allo stesso regime di vita dei pentiti e subordinare la loro protezione alle medesime, restrittive condizioni previste per quelli era assolutamente iniquo ed anche impopolare da un punto di vista politico. Una disciplina specifica per i testimoni si era resa necessaria anche per le particolari carenze applicative ed operative del servizio centrale di protezione. Per porre fine a questa cattiva gestione di tali soggetti, la nuova legge, oltre a prevedere che della gestione dei testimoni dovrà occuparsi un'autonoma sezione del servizio centrale di protezione, non prevede neppure il limite derivante dal riferimento all'art. 51 comma 3-bis c.p.p. Dunque i testimoni potranno essere ammessi alle speciali misure di protezione indipendentemente dal reato in ordine al quale rilasciano dichiarazioni, purchè ricorra la situazione di pericolo; inoltre non sono richiesti, per accordare la protezione, i requisiti della completezza o novità delle dichiarazioni.
2. Il sistema di protezione: organi, ruoli e competenze
Numerosi sono i soggetti che intervengono nel "procedimento della protezione" dei collaboratori di giustizia, e riteniamo opportuno delineare compiti e funzioni dei vari organi partendo dalla normativa del 1991 e mettendo in luce le novità apportate con la legge del 2001.
Il Ministro dell'Interno ha il compito di predisporre e rendere funzionali le strutture di protezione e quello di rendere conto, in sede politica, della gestione dei collaboratori di giustizia e degli organi cui è demandato tale compito. Per rispondere a questa finalità, ogni sei mesi presenta una relazione (15) al Parlamento sui programmi di protezione, sulla loro efficacia e sulle modalità generali di applicazione.
In base al comma 2 dell'art. 10 della legge 82/91, come modificato dall'art. 2 della legge 45/2001, il Ministro dell'Interno, con decreto emanato di concerto con il Ministro della Giustizia e sentiti i ministri interessati (essenzialmente quelli della Difesa e delle Finanze), nomina la commissione centrale per la definizione e l'applicazione delle speciali misure di protezione e designa il sottosegretario che la presiede. Tra il Ministro dell'Interno e quello di Giustizia vi è una reciproca interferenza (16), dal momento che entrambi, spesso, agiscono "di concerto" con l'altro; tuttavia non v'è dubbio che nel sistema si protezione dei collaboratori ruolo preminente spetta al vertice della struttura politico-amministrativa cui compete sovrintendere all'ordine pubblico ed alla pubblica sicurezza.
Anche l'altra fondamentale struttura del sistema, il servizio centrale di protezione, è istituita con decreto del Ministro dell'Interno che, di concerto con quello del Tesoro, ne stabilisce dotazione di personale e di mezzi.
Inoltre il Ministro dell'Interno, di concerto con quello della Giustizia emana decreto che assicuri al collaborante e agli altri soggetti sottoposti a protezione la conservazione del posto di lavoro, ovvero che permetta di ottenere il trasferimento del rapporto di impiego in altra sede (art. 13 comma 8, come modificato dall'art. 6). Si tratta di una previsione normativa rispondente ad una duplice finalità: garantire la non desocializzazione di tali soggetti e assicurare agli stessi un adeguato reddito, con la conseguente diminuzione dell'impegno economico che il sistema deve sopportare per il mantenimento, l'assistenza e la protezione dei collaboratori. In maniera analoga il ministro è tenuto a provvedere purché siano messe a punto misure di assistenza e reinserimento sociale rivolte ai minori compresi nelle speciali misure di protezione. Tali finalità sono perseguite anche con il cambiamento delle generalità del collaboratore o dei suoi familiari, cui si fa luogo a seguito di decreto del Ministro dell'Interno emanato di concerto con quello di Giustizia.
L'art. 17bis della legge 82/91 prevede, poi, il compito del Ministro dell'Interno di emanare uno o più decreti per precisare i contenuti e le modalità di attuazione delle speciali misure di protezione, anche di quelle da applicare in via provvisoria, nonché i criteri che la commissione centrale dovrà seguire nella preliminare attività istruttoria, nella concreta formulazione e nella applicazione delle misure di protezione deliberate.
Il Ministro della Giustizia di concerto con quello degli Interni emana il decreto col quale devono essere stabiliti i presupposti e le modalità di applicazione delle norme sul trattamento penitenziario alle persone ammesse alle speciali misure di protezione.
Per quanto riguarda l'acquisizione del denaro, dei beni e delle altre utilità, che gli aspiranti collaboratori si impegnano a trasferire allo Stato (art. 12 comma 2 lettera e), compete ancora al Ministro dell'Interno, di concerto, questa volta, con quello della Giustizia e con quelli del Bilancio, Finanze e Difesa, di emanare decreto per disciplinare concretamente le modalità di versamento e trasferimento delle predette ricchezze. Quanto alle sostanze acquisite, spetta ancora a lui disciplinarne la destinazione.
La legge prevede poi che parte dei beni confiscati sia destinata a soddisfare le esigenze connesse alle speciali misure di protezione, nonché a far fronte alle elargizioni previste dalla legge 20-10-90 n. 302 a favore delle vittime del terrorismo e della criminalità organizzata. A tale forma parziale di autofinanziamento del sistema della protezione provvede sempre il Ministro dell'Interno con decreto, emanato di concerto con quello della Giustizia, nel quale viene stabilita e determinata la quota di beni confiscati da destinare agli scopi sopra indicati.
Come abbiamo già avuto modo di sottolineare, quando abbiamo trattato delle competenze del Ministro dell'Interno nell'ambito del sistema di protezione dei collaboratori di giustizia, esiste una relazione di stretta reciprocità tra il Ministro della Giustizia e quello dell'Interno nel senso che gli atti vengono emanati dall'uno di concerto con l'altro, o viceversa. Infatti al ministro della Giustizia (17) compete emanare, di concerto con il Ministro dell'Interno, il decreto che stabilisce presupposti e modalità di applicazione delle norme sul trattamento penitenziario relativamente alle persone ammesse alle speciali misure di protezione ed a quelle che risultano tenere o aver tenuto condotte di collaborazione con riferimento ai reati commessi per finalità di terrorismo o tra quelli ricompresi all'art. 51 comma 3bis c.p.p.
E ancora, il Ministro degli Interni, ai sensi del comma 2 dell'art. 10 della legge 82/91, come modificato dall'art. 3 della legge 45/2001, di concerto con il Ministro della Giustizia nomina la commissione centrale ed emana il decreto che deve garantire al collaboratore la conservazione del posto di lavoro ovvero il trasferimento ad altra sede o ufficio.
Analogamente provvede per la definizione di specifiche misure di assistenza e reinserimento sociale per i minori compresi nelle speciali misure di protezione e per il cambiamento delle generalità del collaboratore; ai sensi dell'art. 17bis della legge 82/91 collabora con il Ministro dell'Interno, che, sentito il comitato nazionale dell'ordine e della pubblica sicurezza e la commissione centrale per la definizione e l'applicazione delle speciali misure di protezione, emana uno o più decreti per precisare i contenuti e le modalità di attuazione delle misure stesse, nonché per definire i criteri che la commissione deve applicare nella fase istruttoria e per la formulazione e l'applicazione delle misure.
Il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (DAP)
Il dipartimento (18) dell'amministrazione penitenziaria afferisce al ministero della giustizia, attualmente è articolato in numerosi uffici, le cui competenze vanno dalla gestione amministrativa dei detenuti a quella del personale, dalla programmazione ed attuazione del trattamento penitenziario, alla assicurazione della assistenza sanitaria in carcere.
Nei confronti dei collaboratori che si trovano in stato di detenzione, il dipartimento è tenuto, così come previsto dal comma 2 dell'art. 9 della legge 82/91, come modificato dall'art. 2 della legge 45/2001, ad approntare ordinarie misure di protezione per i detenuti; solo nel caso in cui tali misure ordinarie non siano sufficienti, la commissione centrale disporrà l'applicazione delle misure speciali. Anche a tale scopo, il DAP, ai sensi del comma 2 dell'art. 13 della legge 82/91, come modificato dall'art. 6 della legge 45/2001, fornisce, su richiesta della commissione, notizie sulle misure di protezione e tutela già adottate e rilascia ogni ulteriore elemento eventualmente occorrente per definire la gravità e l'attualità del pericolo in relazione alle caratteristiche delle condotte di collaborazione.
Una volta formulata la proposta da parte del procuratore della repubblica o dal capo della polizia, il DAP provvede, in applicazione di quanto disposto dal comma 13 dell'art. 13 della legge 82/91, come modificato dall'art. 6 della legge 45/2001, ad allocare i soggetti detenuti in istituti o sezioni d'istituto che garantiscano le specifiche esigenze di sicurezza. Ma anche prima della formulazione della proposta di ammissione alle speciali misure di protezione, il procuratore della repubblica può chiedere, ed il dipartimento è tenuto ad adottare, misure adeguate a garantire la incolumità del soggetto e la riservatezza della notizia relativa all'avvio della collaborazione; è infatti previsto che quando il pubblico ministero abbia raccolto o si accinga a raccogliere il verbale illustrativo dei contenuti della collaborazione, la custodia del detenuto debba essere assicurata con modalità che non lascino filtrare la notizia della collaborazione in itinere.
E' prevista anche una particolare modulazione del trattamento penitenziario, il quale dovrà essere programmato in modo da evitare l'eventualità che il soggetto possa avere contatti con altri collaboranti e comunque in modo che sia scongiurato il rischio di compromissione della genuinità delle dichiarazioni che il collaboratore sta per rendere. Dunque spetta sempre al DAP garantire che il soggetto non tenga una corrispondenza epistolare, telegrafica o telefonica con altri collaboranti.
Lo stato di isolamento del collaboratore deve durare non meno di 180 giorni, che è il termine previsto per la redazione del verbale illustrativo dei contenuti della collaborazione; ovviamente nel caso in cui siffatto verbale venga redatto in un periodo più breve, il detenuto può essere riammesso in anticipo alla vita comune, previa autorizzazione del pubblico ministero competente. Quindi si appalesa uno stretto contatto tra la direzione dell'istituto di reclusione che "ospita" il collaboratore e l'ufficio del pubblico ministero, al quale in prima istanza verrà chiesto di comunicare la data in cui il soggetto ha formalmente manifestato la volontà di collaborare.
Solo l'autorità giudiziaria potrà autorizzare deroghe a tale rigido regime e solo per finalità connesse ad esigenze di protezione, ovvero quando ricorrano gravi esigenze relative alla vita dei familiari del collaborante.
Il capo della polizia ha il potere di avanzare autonomamente la proposta di ammissione alle misure speciali d protezione, previa acquisizione del procuratore della repubblica. Nel caso in cui sia stato proponente, il capo della polizia potrà essere ascoltato dalla commissione centrale, quando quest'ultima ritenga necessaria una sua audizione per valutare meglio l'an e il quomodo della misura da emanare, ed inoltre potrà essere consultato dalla commissione, che si appresti a valutare l'opportunità di un aumento dell'assegno di mantenimento.
Ma la competenza più importante di questo organo è il coordinamento dei rapporti tra i prefetti e tra le autorità di sicurezza nella attuazione delle speciali misure, non adottate mediante speciale programma (19).
Altro ruolo fondamentale che compete al capo della polizia è quello di far fronte ad urgentissime situazioni, nelle quali occorra immediatamente attivare meccanismi di protezione nei confronti di soggetti che abbiano appena iniziato la collaborazione o che si accingano a collaborare. E' infatti previsto all'art. 13 comma 1 della legge 82/91 che, su richiesta della autorità provinciale di pubblica sicurezza, quando si versi in situazioni di eccezionale urgenza (20), il capo della polizia possa autorizzare il richiedente (quindi il prefetto) ad avvalersi di specifici stanziamenti previsti dall'art. 17.
In base a quanto previsto dal regolamento tuttora vigente (D.M. 687/94), il capo della polizia, prima di adottare il suo provvedimento, acquisisce il parere del procuratore nazionale antimafia.
Il pubblico ministero (21) svolge un ruolo fondamentale nel procedimento di protezione, in quanto, da un lato, è l'organo propulsore del procedimento stesso, dall'altro, esprime parere preventivo alla assunzione di provvedimenti giurisdizionali, inoltre ha anche funzioni consultive della autorità amministrativa e ancora ha l'obbligo di intervenire, promuovendo il processo di revisione, quando accerta che le dichiarazioni rilasciate dal collaboratore erano false o non spontanee.
Il pubblico ministero nelle vesti di procuratore della repubblica
Il procuratore della repubblica, il cui ufficio procede, ovvero ha proceduto in caso di collaborazione avvenuta in dibattimento, sui fatti narrati dal collaboratore, avanza (22) alla commissione centrale la proposta per l'ammissione alle speciali misure di protezione.
La proposta di ammissione allo speciale programma di protezione deve contenere l'indicazione delle persone esposte a pericolo, del motivo da cui scaturisce il pericolo ed una valutazione sulla attualità e gravità dello stesso. Inoltre devono essere indicati i principali fatti criminosi sui quali il soggetto sta rendendo dichiarazioni, nonché notizie relative al suo inserimento ed al suo ruolo nel clan di appartenenza. Ed infine deve anche chiarire perché ritiene attendibili le dichiarazioni ricevute, evidenziando gli elementi di riscontro.
In tema di reati di mafia, la legge prevede che, se più procure procedono ad indagini collegate, la proposta deve essere formulata da uno degli uffici procedenti, "di intesa con gli altri"; essa inoltre deve essere obbligatoriamente comunicata al procuratore nazionale antimafia, il quale ha anche il compito di sciogliere l'eventuale contrasto tra procure, in caso di mancata intesa (23).
Quando viceversa si proceda per reati espressione di criminalità terroristico-eversiva, il procuratore della repubblica formula la proposta di intesa con il procuratore generale competente (24).
Accanto a questa ipotesi in cui il procuratore della repubblica è obbligato a richiedere, a seconda dei casi, il parere del procuratore nazionale antimafia o "l'intesa" del procuratore generale, la legge prevede un'ipotesi in cui il pubblico ministero procedente possa rivolgersi a questi organi per ottenerne maggiori elementi volti a sostenere la proposta di ammissione alle misure speciali. Il procuratore della repubblica ha infatti la facoltà di richiedere tali pareri anche se egli non debba coordinarsi con altri organi inquirenti perché non si trova di fronte ad indagini collegate. Il parere verrà richiesto quando il pubblico ministero ritenga che gli organi "superiori" dispongano di informazioni utili per la deliberazione della commissione centrale.
Vediamo adesso di chiarire il rapporto tra la proposta di ammissione alle speciali misure di protezione e redazione del verbale illustrativo dei contenuti della collaborazione.
Spetta al procuratore della repubblica il gravoso compito di procedere, entro il tassativo termine di 180 giorni da quello in cui il soggetto ha manifestato la volontà di collaborare, alla redazione del verbale illustrativo (art. 16quater). Egli cura poi che, per estratto, il verbale sia presente anche nel fascicolo del pubblico ministero (quello previsto dall'art. 416 comma 2 c.p.p.) ed anche, con omissis, in più fascicoli, se dalle dichiarazioni del collaboratore scaturiranno più procedimenti.
La legge non prevede che la proposta di ammissione debba essere corredata del verbale illustrativo dei contenuti della collaborazione; difatti ai sensi del comma 7 dell'art. 11, la proposta deve contenere "le notizie e gli elementi utili per le valutazioni sulla gravità ed attualità del pericolo". Tuttavia, come abbiamo già ricordato, sulla base del regolamento di esecuzione D.M. 687/94, il proponente deve indicare anche "i principali fatti criminosi sui quali il collaboratore sta rendendo dichiarazione ed i motivi per i quali tali dichiarazioni sono ritenuti attendibili ed importanti per le indagini e per il giudizio". Questo però non significa che alla commissione centrale debba essere trasmesso, unitamente alla proposta di ammissione alle speciali misure di protezione, il verbale illustrativo; fermo l'obbligo di fornire notizie circa il contenuto delle dichiarazioni collaborative. Da tutto ciò ne consegue che la concessione delle misure speciali può precedere la sottoscrizione del verbale illustrativo dei contenuti della collaborazione.
Al procuratore nazionale antimafia (25) la legge affida sia compiti di coordinamento che di consulenza, in coerenza con quelle che sono le sue tipiche funzioni, come delineate dall'art. 371bis c.p.p.
Il procuratore nazionale antimafia (26) deve essere informato se una procura, nell'ambito di indagini collegate ex art. 371 c.p.p., per reati ex art. 51 comma 3bis c.p.p., avanza di intesa con le altre proposta di ammissione alle speciali misure di protezione (27).
Nel caso in cui le procure procedenti non abbiano raggiunto l'intesa in ordine alla proposta, il procuratore nazionale antimafia è tenuto a risolvere il contrasto.
Anche nel caso in cui non siano in corso indagini collegate, i procuratori della repubblica proponenti hanno la possibilità di richiedere il previo parere della procura nazionale, sul presupposto che tale organo, proprio in virtù dei suoi poteri di cognizione e coordinamento, possa comunque essere in possesso di informazione utili per la deliberazione della commissione centrale. E proprio allo scopo di acquisire tale genere di informazioni, il procuratore nazionale può richiedere alle autorità giudiziari procedenti notizie, informazioni ed atti in relazione ad indagini o giudizi connessi o collegati alle condotte di collaborazione.
Inoltre per i reati di sua competenza è tenuto a fornire notizie al presidente della commissione centrale per la definizione e per l'applicazione delle speciali misure di protezione.
Così come il procuratore della repubblica proponente, anche il procuratore nazionale antimafia può essere convocato e consultato, nel caso abbia formulato parere circa la proposta di ammissione alle speciali misure, dalla commissione centrale, che anche tramite tali contributi, potrà valutare a pieno la sussistenza dei presupposti per l'applicazione delle speciali misure e per la scelta in concreto di quelle più idonee. Allo stesso modo egli potrà essere consultato dal predetto organo decisore, nel caso sia stata avanzata richiesta di aumento dell'assegno di mantenimento (comma 6 dell'art. 13).
La nuova legge (28), poi, affida al procuratore nazionale antimafia anche il compito di esprimere parere preventivo con riferimento ai provvedimenti sullo status libertatis del collaboratore. Tale funzione, nella legge previgente spettava al procuratore della repubblica, ma poiché veniva ritenuto troppo "vicino" al collaboratore della giustizia, si è voluta conferire ad un organo che si presuppone meno condizionato da una logica di scambio con il pentito e maggiormente in grado, anche per l'ampiezza di conoscenza che spazia su tutto il territorio nazionale, di effettuare valutazioni comparative.
Lo stesso deve essere sentito dal giudice investito della richiesta di revoca della misura cautelare o di sua sostituzione con altra meno affittiva.
La medesima funzione gli viene attribuita in tema di benefici penitenziari (29)(art. 16nonies), infatti è tenuto a formulare proposte o fornire parere agli organi giudiziari della sorveglianza quando questi devono decidere in ordine alla concessione di benefici penitenziari ai collaboratori condannati per reati di mafia. La proposta o il parere dovranno essere adeguatamente corredate di ogni utile informazione circa le caratteristiche della collaborazione prestata; dovranno contenere l'apprezzamento della pericolosità sociale del condannato e la valutazione della condotta tenuta, con particolare riferimento al comportamento processuale del soggetto.
A richiesta del tribunale o del magistrato sorveglianza, sarà allegata anche copia del verbale illustrativo dei contenuti della collaborazione e nel caso in cui il soggetto in questione sia persona sottoposta alle speciali misure di protezione, il procuratore nazionale dovrà fornire alla autorità giudiziaria di sorveglianza anche copia del relativo provvedimento emesso dalla commissione centrale.
Nel caso in cui il procuratore della repubblica (30) proceda per fatti di criminalità terroristica-eversiva, il procuratore generale presso la corte di appello (individuato ai sensi dell'art. 118bis disp. att. c.p.p.) avanza la proposta di ammissione del collaboratore alle speciali misure di protezione "di intesa" con il predetto organo procedente. Si ritiene che tale formulazione sia impropria e che l'intesa riguardi gli altri procuratori della repubblica eventualmente interessati e coinvolti nelle indagini, mentre al procuratore generale (non diversamente di quanto accade al procuratore nazionale antimafia per i reati di mafia) spetti un mero compito di coordinamento e supervisione. Se non fosse così, non si capirebbe chi avrebbe il compito di coordinare e di risolvere eventuali contrasti.
Così come il procuratore nazionale antimafia per i reati di mafia, il procuratore generale, per quanto attiene ai reati terroristici, è tenuto a fornire notizie al presidente della commissione centrale, nel caso in cui quest'ultimo ritenga che la proposta sarebbe dovuta essere stata avanzata dal procuratore della repubblica di intesa con altre procure e accerti che ciò non sia avvenuto. Dal canto suo il procuratore generale presso la corte d'appello se ritiene che effettivamente il comportamento omissivo si sia verificato, ne informa il procuratore generale presso la Cassazione, per il promovimento dell'azione disciplinare.
Allo scopo di esercitare il suo compito di consulenza e coordinamento, il procuratore generale può acquisire dalle autorità procedenti copie di atti, notizie ed informazioni in relazioni ad indagini o giudizi connessi o collegati alle condotte di collaborazione. Tali poteri gli sono conferiti nel caso in cui la proposta di ammissione sia stata formulata d'intesa, nel caso in cui la proposta provenga dal capo della polizia, e ancora quando il procuratore della repubblica abbia richiesto il suo parere, pur non trovandosi di fronte ad indagini collegate e quindi di proposta da formularsi di intesa, infine quando il presidente della commissione centrale ritenga che il procuratore della repubblica abbia omesso di formulare la proposta di intesa e richieda, pertanto, il parere del procuratore generale.
La legge 45/2001 ha voluto attribuire funzioni di filtro al procuratore generale presso la corte d'appello contro le "scarcerazioni facili" ed i benefici penitenziari concessi affrettatamente. Infatti a tal fine, è previsto che il giudice che si appresti ad esaminare una proposta di revoca di una misura cautelare emessa nei confronti di un collaboratore di giustizia inquisito per fatti di terrorismo, o una proposta di sostituzione con una meno affittiva è tenuto ad acquisire il parere del procuratore generale (art. 16octies); è inoltre previsto che il procuratore formuli proposte o fornisca pareri in vista della concessione a tali collaboratori dei benefici penitenziari, comunicando ogni utile informazione sulle caratteristiche della collaborazione prestata ed eventualmente allegando (se il tribunale o il magistrato di sorveglianza lo richiedano) copia del verbale illustrativo dei contenuti della collaborazione (il cui originale è custodito dal procuratore della repubblica) e se, si tratta di persona sottoposta a speciali misure di protezione, copia del relativo provvedimento di concessione di tale misura (che si farà trasmettere dalla commissione centrale). La proposta o il parere del procuratore generale devono contenere la valutazione della condotta e della pericolosità sociale del condannato; dovrà essere precisato se il suddetto si è mai rifiutato di sottoporsi ad interrogatorio, esame o altro atto di indagine e comunicati gli elementi sintomatici dell'avvenuto ravvedimento, mentre particolare rilievo dovrà avere l'attestazione circa l'eventuale permanenza dei collegamenti con la criminalità eversiva.
Altra competenza del procuratore generale presso la corte d'appello è l'obbligo, che egli ha, di richiedere la revisione (31) della sentenza con la quale sono state immeritatamente applicate al pentito le circostanze attenuanti che il codice penale o le leggi speciali prevedono per la collaborazione prestata in relazione ai delitti ex art. 9 comma 2 (art. 16septies). Questa, appena descritta, è una competenza funzionale esclusiva che la legge riserva al procuratore generale, tanto con riferimento ai reati di matrice mafioso-camorristica, quanto a quelli di natura politico-eversiva. Infatti la legge prevede che se sono state applicate queste attenuanti per effetto di dichiarazioni false o reticenti, la sentenza deve essere sottoposta a tale riesame. Allo stesso modo si deve procedere nel caso in cui colui che ha beneficiato delle attenuanti conseguenti alla collaborazione commetta, entro dieci anni dal passaggio in giudicato della sentenza, un delitto per il quale è obbligatorio l'arresto in flagranza, sempre che tale reato sia indicativo della permanenza del soggetto nel circuito criminale. Peraltro, quando il procuratore generale richiede la revisione, nella ipotesi in cui il pentito abbia ottenuto benefici penitenziari, quale conseguenza della sua collaborazione, egli è tenuto a comunicare la sua richiesta al tribunale ed al magistrato di sorveglianza, competenti ai fini dei provvedimenti concessivi di benefici penitenziari ex comma 7 art. 16nonies.
Infine, ai sensi del comma 6 dell'art. 13 della legge 82/91, come modificato dall'art. 6 della legge 45/2001, il procuratore generale presso la corte d'appello può essere convocato e consultato dalla commissione se essa intenda esaminare la richiesta di aumento dell'assegno di mantenimento concesso al collaboratore di giustizia che abbia riferito su reati di matrice terroristico-eversivo.
Il prefetto è il dominus della protezione al di fuori del programma speciale. A tale scopo egli agisce sotto il diretto coordinamento del capo della polizia (art. 14) per l'attuazione delle misure speciali di protezione che saranno "disegnate" dai regolamenti che l'autorità amministrativa, ai sensi dell'art. 17bis è tenuta ad emanare.
Il prefetto ha inoltre un rapporto diretto con il capo della polizia anche quando lo sollecita per assumere misure urgentissime di protezione (32).
Anche il giudice (33) del dibattimento, il G.I.P., il G.U.P., il magistrato e il tribunale di sorveglianza intervengono, seppur marginalmente, nel procedimento di protezione, anche se la nuova legge ha attribuito a tali organi un maggior raggio d'azione.
Ai sensi dell'art. 16quinqies della legge 82/91, introdotto dall'art. 14 della legge 45/2001, il giudice deve, anche d'ufficio, accertare l'avvenuta redazione del verbale illustrativo dei contenuti della collaborazione entro il termine previsto di 180 giorni da quello in cui fu manifestata la volontà di collaborare. Tale accertamento è indispensabile ai fini della concessione delle attenuanti conseguenti alla collaborazione, le quali, tuttavia, possono essere applicate anche se la collaborazione si sia manifestata nel corso del dibattimento. In questo caso, la redazione del verbale illustrativo seguirà, e non precederà, la collaborazione, ma, occorre sempre rispettare il termine (34) dei 180 giorni.
Inoltre la nuova legge consente alla parte chiamata in causa dal pentito di verificare se e quando l'accusa nei suoi confronti sia comparsa nelle dichiarazioni che il collaborante ha rilasciato in fase di indagini preliminare. Questo controllo, ovviamente, viene effettuato dal giudice, che è organo terzo del processo: egli, nel caso debba essere esaminato un collaboratore come testimone o imputato in un procedimento commesso, ovvero di un reato collegato a quello per il quale si procede, dispone (art. 16sexies) su richiesta di parte, l'acquisizione al fascicolo del pubblico ministero del verbale illustrativo dei contenuti della collaborazione, limitatamente alle parti che concernono la responsabilità degli imputati nel processo sottoposto alla sua cognizione.
Sempre a richiesta di parte, è disposta l'acquisizione, per estratto, di copia del registro tenuto dal direttore del carcere, registro relativo ai colloqui investigativi, nonché di copia, sempre per estratto, del registro di cui al comma 3 art. 18bis dell'ordinamento penitenziario.
Lo scopo è il medesimo: consentire il controllo dibattimentale della genesi della collaborazione e verificare se il collaboratore possa essere stato condizionato da contatti sospetti, avuti prima della redazione del verbale illustrativo.
Altra acquisizione che avviene, ad opera del giudice, su richiesta di parte è quella relativa all'eventuale provvedimento con il quale è stato aumentato l'assegno di mantenimento, nonché quello contenente l'indicazione delle spese sostenute per le persone sottoposte a speciale programma di protezione.
La nuova legge ristringe il potere dell'organo giudicante di assumere decisioni in ordine allo status libertatis del collaboratore, questo non nel senso che egli incontri limitazioni prima sconosciute nella decisione sull'an, ma nel senso che ora gli è assegnato un iter obbligato per giungere correttamente alla decisione stessa. Infatti, l'art. 16octies prevede che, per i collaboratori di giustizia, la revoca della custodia cautelare o la sua sostituzione, possa essere disposta dal giudice solo dopo che abbia sentito il procuratore nazionale antimafia (se si tratta di reati di mafia) o il procuratore generale presso la corte d'appello competente (per i reati terroristici) in ordine alla eventuale sussistenza di elementi dai quali sia desumibile l'attualità di collegamenti con la criminalità mafioso-camorristica o politico-eversiva. Ma questo non è sufficiente, poiché il giudice è tenuto ad accertare che il collaboratore abbia rispettato le prescrizioni contenute all'art. 12 della legge 82/91.
La legge prevede che i benefici penitenziari della liberazione condizionale, dei permessi premio e delle misure alternative al carcere possano essere concessi dalla magistratura o dal tribunale di sorveglianza solo su proposta del procuratore generale, se il soggetto ha prestato collaborazione con riferimento a reati terroristici, o dal procuratore nazionale antimafia, se la collaborazione è stata fornita con riferimento a reati di criminalità organizzata di tipo mafioso. Nel caso in cui la proposta non provenga da tali organi, l'autorità giudiziaria competente a decidere è comunque tenuto ad acquisirne il parere (35). Il tribunale o il magistrato di sorveglianza, acquisiti proposta o parere del procuratore generale presso la corte d'appello o del procuratore nazionale antimafia, se ritengono che i soggetti abbiano tenuto condotta di collaborazione cui la legge ricollega la concessione delle relative attenuanti e se ritengono sussistenti i presupposti per l'applicazione dei benefici penitenziari sopra ricordati, possono adottare i relativi provvedimenti, anche in deroga alle disposizioni circa i limiti di pena previsti per tali istituti. Tuttavia la de