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Timestamp: 2019-03-24 09:05:47+00:00
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Diffusione online delle sentenze e protezione dei dati personali | Giovanni Crescella
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Diffusione online delle sentenze e protezione dei dati personali
La pubblicazione online di una sentenza costituisce una violazione della privacy?
A norma dell’art. 52, comma 7, DLgs n. 196 del 30/6/2003 (Codice in materia di protezione dei dati personali), «è ammessa la diffusione in ogni forma del contenuto anche integrale di sentenze e di altri provvedimenti giurisdizionali».
Tale norma deve ritenersi tuttora vigente, in quanto non abrogata dal recente DLgs n. 101 del 10/8/2018 (Disposizioni per l’adeguamento della normativa nazionale alle disposizioni del Regolamento UE 2016/679 – GDPR).
Vi sono dei casi in cui non è ammesso diffondere il contenuto integrale delle sentenze e degli altri provvedimenti giurisdizionali.
Le eccezioni sono le seguenti:
la cancelleria o la segreteria dell’ufficio giudiziario ha apposto uno specifico avvertimento sull’atto («In caso di diffusione omettere le generalità e gli altri dati identificativi di….» – cfr art. 52, comma 3, DLgs n. 196 del 30/6/2003);
sull’atto non è presente alcun avvertimento, ma affronta delle questioni particolarmente delicate (atti di violenza sessuale, situazioni che coinvolgono minori, questioni relative ai rapporti di famiglia o allo stato delle persone – art. 52, comma 5, DLgs n. 196 del 30/6/2003).
L’avvertimento indicato nell’ipotesi sub 1 può essere apposto sull’atto
sia su istanza dell’interessato, «depositata nella cancelleria o segreteria dell’ufficio che procede prima che sia definito il relativo grado di giudizio» (cfr art. 52, comma 1, DLgs n. 196 del 30/6/2003),
sia per iniziativa dell’Autorità Giudiziaria procedente, per la «tutela dei diritti o della dignità degli interessati» (art. 52, comma 2, DLgs n. 196 del 30/6/2003).
Anonimizzazione dei provvedimenti giurisdizionali
Quando ricorre una delle eccezioni sopra indicate sarà possibile diffondere la sentenze e gli altri provvedimenti giurisdizionali, ma sarà necessario oscurare o rimuovere da tali atti le generalità dei soggetti coinvolti e ogni altro dato idoneo a identificarli (c.d. anonimizzazione dei provvedimenti giurisdizionali).
Le linee guida del Garante per la Protezione dei Dati Personali
Il Garante, nel dettare le linee guida in materia di trattamento di dati personali nella riproduzione di provvedimenti giurisdizionali per finalità di informazione giuridica (Gazzetta Ufficiale n. 2 del 4 gennaio 2011), enuncia la ratio che sta alla base della regola sopra riportata:
«La diffusione dei provvedimenti giurisdizionali costituisce fonte preziosa per lo studio e l’accrescimento della cultura giuridica e strumento indispensabile di controllo da parte dei cittadini dell’esercizio del potere giurisdizionale».
Nel contempo, il Garante fornisce un prezioso contributo nel chiarire le modalità concrete attraverso le quali vanno adottate le cautele previste dal cit. art. 52, DLgs n. 196 del 30/6/2003.
Con nota n. 1778014, in data 3/1/2011, il Garante sintetizza dette linee guida come segue:
«Devono essere oscurati, sempre e in ogni caso, i dati dei minori e delle parti nei procedimenti che hanno ad oggetto i rapporti di famiglia e lo stato delle persone (ad es. controversie in materia di matrimonio, filiazione, adozione, abusi familiari, richieste di rettificazione di sesso), anche quando il giudizio si riferisca ad aspetti patrimoniali o economici. Devono, inoltre, essere omessi i dati relativi ad altre persone dai quali si possa desumere, anche indirettamente, l’identità dei soggetti tutelati. I dati vanno oscurati non solo nei provvedimenti riprodotti per esteso, ma anche in quelli diffusi sotto forma di massima o nell’ambito di un elenco.
Non spetta all’ufficio giudiziario, ma a chi riceve la copia dei provvedimenti con l’annotazione che dispone l ́oscuramento delle generalità, provvedere in tal senso ove intenda riprodurli o diffonderli, anche sotto forma di massima, per finalità di informazione giuridica».
Più sopra si è evidenziato che l’Autorità Giudiziaria, nel pronunciare la sentenza o nell’emettere il provvedimento, può disporre che venga apposto sull’atto il seguente avvertimento: «In caso di diffusione omettere le generalità e gli altri dati identificativi di….» (cfr art. 52, comma 2, DLgs n. 196 del 30/6/2003).
L’esercizio di tale potere, come accennato, è finalizzato alla «tutela dei diritti o della dignità degli interessati» (cfr sempre art. 52, comma 2, DLgs n. 196 del 30/6/2003).
Ciò detto, laddove sussistano in concreto tali esigenze («tutela dei diritti o della dignità degli interessati»), ci si chiede se l’Autorità Giudiziaria “possa” o “debba” adottare la misura di cui sopra.
Si pensi, ad esempio, all’ipotesi in cui in una sentenza vengano trattate questioni relative alla salute di una parte coinvolta.
Benché tale ipotesi non rientri strettamente tra le eccezioni previste dall’art. 52, comma 5, DLgs n. 196 del 30/6/2003 (atti di violenza sessuale, situazioni che coinvolgono minori, questioni relative a rapporti di famiglia o allo stato delle persone), è evidente che la diffusione della sentenza o del provvedimento potrebbe ledere i diritti o la dignità dell’interessato.
Al riguardo, la Corte di Cassazione, con sentenza n. 10512 del 20/5/2015, focalizza l’attenzione sul punto di equilibrio esistente
tra l’esigenza di «pubblicazione dei provvedimenti giurisdizionali, a scopo di informativa giuridica»,
e i diritti di «rilevanza costituzionale» dell’individuo.
Ad esito di tale valutazione, la Corte di Cassazione, nella sentenza menzionata dichiara «illecita la diffusione delle generalità del ricorrente, con riferimento ad un provvedimento giurisdizionale, ove si indicava il suo stato di salute e le sue invalidità».
A sommesso avviso dello scrivente, per quanto sia apprezzabile il ragionamento della Suprema Corte nel caso riportato, è pur vero che la parte coinvolta in un procedimento giudiziario ha comunque la facoltà e l’onere di presentare l’istanza ex art. 52, comma 1, DLgs n. 196 del 30/6/2003.
Se detta istanza non viene presentata tempestivamente, dovrebbe presumersi che la parte coinvolta non abbia interesse all’anonimizzazione della sentenza o del provvedimento.
Conseguentemente, la misura di anonimizzazione d’iniziativa dell’Autorità Giudiziaria dovrebbe essere intesa come un presidio di carattere sussidiario in presenza di casi particolari.
Del resto, come afferma l’Autorità Garante per la Protezione dei Dati Personali (cfr nota n. 3506270 del 3/11/2014):
«La sentenza è pubblica: in primo luogo perché è emessa nel nome del popolo; come nel nome del popolo – recita l ́art. 101 Cost.- è amministrata la giustizia. Ed è pubblica perché conclude un processo la cui “pubblicità” si è storicamente affermata in funzione di garanzia del cittadino, rispetto alla tradizionale segretezza (e quindi insindacabilità) del potere esercitato con l’istruttoria giudiziale. In un senso diverso, la sentenza (quella di legittimità soprattutto) è pubblica perché afferma dei principi che costituiscono un patrimonio giuridico collettivo, cui ciascuno deve poter attingere».
Scritto il Ottobre 7, 2018 Febbraio 1, 2019 Autore Giovanni CrescellaCategorie Trattamento dei dati personaliTag Compliance, GDPR, Minori, Privacy
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