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Timestamp: 2017-06-27 00:08:11+00:00
Document Index: 27367479

Matched Legal Cases: ['art. 1227', 'art. 41', 'art. 1176', 'art. 1218', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 1218', 'art. 2236', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2236', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1176', 'art. 1218', 'art. 2697', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 1218', 'art. 2236', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

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LUCA: ERA NATO CON UNA GRAVE MALFORMAZIONE, DOVUTA A ERRORE MEDICO
PASSATI TRE ANNI DI VISITE E ACCERTAMENTI E DISCUSSIONE CON L’ASSICURAZIONE FU RISARCITO
SANDRA AVEVA AVUTO A SEGUITO DI INFORTUNIO SUL LAVORO INTERVENTO ALLA SPALLA E PER ERRORE MEDICO NON MUOVEVA PIU’ LA MANO
SIAMO RIUSCITI AD AVERE IL RISARCIMENTO
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DANNO AL NEONATO NEL PARTO: Encefalopatia Ipossico Ischemica o Asfissia Neonatale. L’Encefalopatia Ipossico Ischemica (Asfissia Neonatale) si verifica a causa di una mancanza di ossigeno nell’encefalo del feto. Nella sua tragicità, si tratta di una lesione evitabile, causata da errori od omissioni commesse dal personale medico: come gli errori od il ritardo nell’esecuzione del parto cesareo quando si verificano emergenze ostetriche come:
prolasso del cordone ombelicale (durante il quale è interrotto o diminuito il flusso di ossigeno nell’encefalo del bambino)
distacco della placenta (quando la placenta si separa dalla parete uterina)
Diverse sono le cause che, al momento del travaglio e del parto, possono indurre una encefalopatia ipossico-ischemica;le lesioni derivanti da malposizionamento del cordone ombelicale (che può presentarsi prolassato o avvolto attorno al collo del nascituro), da alterazioni placentari (placenta previa, distacco placentare, insufficienza placentare), da alterazioni dell’utero organiche e/o funzionali (rottura, tachisistolia uterina), da alterazioni della pressione sanguigna fetale, da errori di monitoraggio fetale, da traumi od emorragie intrapartuum, da macrosomia e/o da malposizionamento del feto (sproporzione cefalo-pelvica, presentazione podalica, ecc.), da ritardata esecuzione del taglio cesareo quando necessario e indifferibile, da mancata diagnosi di fattori di rischio nel feto o nella madre.
Per ottenere il risarcimento la persona danneggiata deve dimostrare il nesso eziologico intercorrente tra la condotta negligente tenuta dal medico rispetto al danno subito, che deve essere per l’appunto conseguenza immediata e diretta dell’errore sanitario, mentre è compito della struttura e/o del medico dare la prova contraria dimostrando che il loro intervento non ha aggravato le condizioni del paziente ovvero non ha cagionato delle nuove patologie.  Tuttavia, prima di intentare una qualsiasi azione risarcitoria è doveroso valutare la sussistenza requisiti di carattere sanitario concernenti l’errore medico in senso stretto, ma anche requisiti di diritto  quali ad esempio eventuali prescrizioni del diritto, documentazione medica, etc.
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In tema di responsabilità civile, qualora la produzione di un evento dannoso, quale una gravissima patologia neonatale (concretatasi, nella specie, in una invalidità permanente al 100 per cento), possa apparire riconducibile, sotto il profilo eziologico, alla concomitanza della condotta del sanitario e del fattore naturale rappresentato dalla pregressa situazione patologica del danneggiato (la quale non sia legata all'anzidetta condotta da un nesso di dipendenza causale), il giudice deve accertare, sul piano della causalità materiale (rettamente intesa come relazione tra la condotta e l'evento di danno, alla stregua di quanto disposto dall'art. 1227, primo comma, cod. civ.), l'efficienza eziologica della condotta rispetto all'evento in applicazione della regola di cui all'art. 41 cod. pen. (a mente della quale il concorso di cause preesistenti, simultanee o sopravvenute, anche se indipendenti dall'azione del colpevole, non esclude il rapporto di causalità fra l'azione e l'omissione e l'evento), così da ascrivere l'evento di danno interamente all'autore della condotta illecita, per poi procedere, eventualmente anche con criteri equitativi, alla valutazione della diversa efficienza delle varie concause sul piano della causalità giuridica (rettamente intesa come relazione tra l'evento di danno e le singole conseguenze dannose risarcibili all'esito prodottesi) onde ascrivere all'autore della condotta, responsabile "tout court" sul piano della causalità materiale, un obbligo risarcitorio che non comprenda anche le conseguenze dannose non riconducibili eziologicamente all'evento di danno, bensì determinate dal fortuito, come tale da reputarsi la pregressa situazione patologica del danneggiato che, a sua volta, non sia eziologicamente riconducibile a negligenza, imprudenza ed imperizia del sanitario.
La dottrina è orientata nel senso che, qualora la condotta colposa posta in essere dal singolo medico si sovrapponga a quella di altri sanitari, il precetto concreto di diligenza a cui attenersi nel caso concreto dovrà far riferimento al cd “principio di affidamento”, in base al quale ogni soggetto non dovrà ritenersi obbligato a delineare il proprio comportamento in funzione del rischio di condotte colpose altrui, atteso che potrà sempre fare affidamento sul fatto che gli altri soggetti agiscano nell’osservanza delle leges artis  (M.Mantovani, IL principio di affidamento nella teoria del reato colposo, Milano, 1997)
Il medico - in qualità di parte contraente - deve comportarsi secondo buona fede.
Nel contratto di prestazione di opera intellettuale, quale è l'attività medica, le obbligazioni assunte dal professionista sono, a seconda della teoria accettata, obbligazioni di mezzi [7] oppure di risultato .
Nella obbligazione di mezzi trova applicazione la norma di cui all'art. 1176 c.c. [9], per cui il debitore deve provare che il suo comportamento sia stato diligente; mentre nella ipotesi della obbligazione di risultato si applica l'art. 1218 c.c. [10] con la conseguenza che la diligenza adoperata dal debitore è irrilevante ai fini della esclusione della responsabilità circa i risultati raggiunti.
La natura della responsabilità del medico nei confronti del paziente è ancora controversa in giurisprudenza anche se esiste una prevalenza della tesi favorevole a ricondurre tale tipologia di obbligazione a quella di mezzi . Di conseguenza il medico, ai fini della obbligazione assunta, risponderebbe della adeguatezza o meno del proprio comportamento professionale e non dei risultati raggiunti.
Dica la corte se la sentenza della corte di appello di Venezia sia incorsa nella violazione degli artt. 1176, 1218, 2697 c.c. in relazione all'art. 360 n. 3 c.p.c. non individuando, in merito alle gravissime lesioni di cui soffre N.M., l'evento imprevedibile (e non superabile con la diligenza ordinaria) che ha cagionato le lesioni stesse, incombendo al medico (rectius alla struttura sanitaria, anche per l'art. 1218 c.c.) fornire la prova della particolare difficoltà della prestazione e perché solo in quest'ultima circostanza si potrebbe esonerare il medico da responsabilità ex art. 2236 c.c. Il motivo è fondato.
Questa Corte, anche a sezioni unite, ha, difatti, avuto modo di precisare, in ordine al riparto degli onera probandi nel sottosistema della responsabilità sanitaria civile(Cass. ss.uu. 577/08), che in tema di responsabilità contrattuale della struttura sanitaria e di responsabilità professionale da contatto sociale del medico, ai fini del riparto dell'onere probatorio l'attore, paziente danneggiato, deve limitarsi a provare l'esistenza del contratto (o il contatto sociale) e l'insorgenza o l'aggravamento della patologia ed allegare l'inadempimento del debitore, astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato, rimanendo a carico del debitore dimostrare o che tale inadempimento non vi è stato ovvero che, pur esistendo, esso non è stato eziologicamente rilevante.
La corte veneziana non si è, all'evidenza, attenuta, nella sua decisione, a tali parametri probatori, anche all'esito dell'improprio riferimento alla (sia pur eventuale) responsabilità del sanitario per interventi di speciale difficoltà (tematica mai dibattuta in prime cure, e del tutto esorbitante dal thema decidendum, atteso che un parto rientra, ipso facto, nel novero degli interventi routinari, con le conseguenze probatorie che ne derivano), onde, sul punto, la sentenza deve essere cassata.
Con il secondo motivo si denuncia omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio.
Il motivo, articolato in 6 sub-motivi, è in gran parte inammissibile a causa della mancata esposizione della sintesi del fatto decisivo lamentato come fonte del denunciato vizio motivazionale.  Esso risulta, viceversa, risulta fondato nella parte in cui può ritenersi esente da tale vizio procedurale.
Alla scure della inammissibilità sono destinati i submotivi uno (ff. 28-30), due (ff. 30-31), quattro (ff. 33-34), sei, tutti privi - all'esito di una pur analitica e particolareggiata esposizione di fatti e circostanze di cui ancor oggi si predica la decisiva rilevanza ai fini del decidere - del necessario momento di sintesi espositiva idonea a sottoporre alla corte la questione del difetto motivazionale sub specie della sua omissione, insufficienza, contraddittorietà.
Ammissibili e fondati sono, di converso, i sub-motivi terzo (ff. 31-33) e quinto (ff. 34-35), il primo volto a lamentare l'omesso esame, da parte della corte territoriale, della circostanza del rifiuto di consegna, da parte dell'ospedale, degli originali delle cartelle cliniche al CTU (omissione sicuramente rilevante, alla luce di quanto affermato dalla giurisprudenza di questa corte a far data dalla sentenza 11488/04), il secondo condivisibilmente predicativo di una sostanziale omissione di motivazione della sentenza impugnata, sotto il profilo della sua mera apparenza, in ordine alla (altrettanto rilevante) circostanza costituita dalle dichiarazioni rese in continenti dalla Dott.essa Me.
Entrambe le censure, di carattere puntuale e specifico, risultano, sotto il profilo della relativa ammissibilità, sufficientemente enucleate ed evidenziate in seno al ricorso sì come funzionali alla rilevazione di un vizio motivazionale idoneo a condurre alla cassazione della sentenza impugnata.  Il ricorso è pertanto accolto nei limiti di cui alla motivazione che precede, con conseguente cassazione della sentenza impugnata e rinvio del procedimento alla corte di appello di Trieste
che in tema di responsabilità contrattuale della struttura sanitaria e di responsabilità professionale da contatto sociale del medico, ai fini del riparto dell'onere probatorio l'attore, paziente danneggiato, deve limitarsi a provare l'esistenza del contratto (o il contatto sociale) e l'insorgenza o l'aggravamento della patologia ed allegare l'inadempimento del debitore, astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato, rimanendo a carico del debitore dimostrare o che tale inadempimento non vi è stato ovvero che, pur esistendo, esso non è stato eziologicamente rilevante.
Il motivo, articolato in 6 sub-motivi, è in gran parte inammissibile a causa della mancata esposizione della sintesi del fatto decisivo lamentato come fonte del denunciato vizio motivazionale.
Esso risulta, viceversa, risulta fondato nella parte in cui può ritenersi esente da tale vizio procedurale. Alla scure della inammissibilità sono destinati i submotivi uno (ff. 28-30), due (ff. 30-31), quattro (ff. 33-34), sei, tutti privi - all'esito di una pur analitica e particolareggiata esposizione di fatti e circostanze di cui ancor oggi si predica la decisiva rilevanza ai fini del decidere - del necessario momento di sintesi espositiva idonea a sottoporre alla corte la questione del difetto motivazionale sub specie della sua omissione, insufficienza, contraddittorietà.
Ammissibili e fondati sono, di converso, i sub-motivi terzo (ff. 31-33) e quinto (ff. 34-35), il primo volto a lamentare l'omesso esame, da parte della corte territoriale, della circostanza del rifiuto di consegna, da parte dell'ospedale, degli originali delle cartelle cliniche al CTU (omissione sicuramente rilevante, alla luce di quanto affermato dalla giurisprudenza di questa corte a far data dalla sentenza 11488/04), il secondo c
Sentenza 29 settembre – 11 novembre 2011, n. 23562  (Presidente Musso – Relatore Travaglino)
A.M. e A.T., in proprio e in rappresentanza del figlio minore N., convennero in giudizio, dinanzi al tribunale di Verona, l'ospedale civile di XXXXX (cui sarebbe poi succeduto in giudizio la gestione liquidatoria della Usl territorialmente competente), il primario del reparto di ginecologia, M.S., i ginecologi R.B. e T.B. e, infine, la primaria del reparto di neonatologia, Ma.Va. , chiedendone la condanna in solido al risarcimento dei danni subiti, in proprio e dal proprio figliolo, in conseguenza della condotta colposa tenuta dai sanitari in occasione del parto, condotta dalla quale erano derivati gravissimi danni al minore.  Il giudice di primo grado respinse la domanda. La corte di appello di Venezia, investita del gravame proposto dai coniugi M., lo rigettò a sua volta, opinando:  Che la ragionata accettazione, da parte del giudice di primo grado, dei risultati della CTU comportava l'implicito disattendimento delle argomentazioni e dei rilievi esposti dai consulenti di parte, senza necessità di specifica e analitica confutazione;  Che l'individuazione della causa delle lesioni non rilevava, ai fini della decisione, non essendo riconducibile, nel caso concreto, a specifica responsabilità dei medici convenuti;  Che, in particolare, non era stato chiesto al CTU di individuare, dopo 16 anni, la causa delle patologie da cui M.N. risultava affetto, quale che ne fosse la derivazione causale, bensì di accertare se le predette patologie fossero astrattamente riferibili al momento del parto e all'assistenza del neonato immediatamente dopo la nascita, e se fossero nel caso di specie derivate da un comportamento negligente o imperito dei medici e da carenze organizzative della struttura ospedaliera;  Che la condivisione, nella pratica professionale del CTU, di determinate metodologie applicate durante e dopo il parto non ne pregiudicavano né l'imparzialità né l'attendibilità delle conclusioni;  Che, quanto all'onere della prova, incombeva al paziente dimostrare 1) che le concrete modalità di esecuzione dell'intervento medico-sanitario differivano, nel caso in esame, da quelle comunemente ritenute idonee; 2) il nesso di causalità tra quelle condotte e il danno lamentato, sia che le prime implicassero la soluzione di problemi tecnici di particolare difficoltà - e in tal caso al professionista che avesse invocato il più discreto grado di colpa di cui all'art. 2236 c.c. incombeva l'onere di provare la complessità dell'intervento - sia che si trattasse di un intervento di routine;  Che gli appellanti, a confutazione della ricostruzione dei fatti, non avevano indicato quali azioni od omissioni avessero in concreto differito dalla corretta pratica da applicare nel caso specifico, né avevano censurato le ragioni sviluppate in sentenza per giustificare l'interruzione del monitoraggio cardiotocografico durante la fase espulsiva del parto, l'esclusione del ricorso al parto cesareo, l'omessa convocazione, già durante il parto, del neonatologo per un eventuale intervento di aspirazione delle vie aeree del neonato (attesa la probabile ingestione di liquido amniotico), l'esclusione che, tra le patologie del nascituro, vi fossero i segni tipici dell'asfissia neonatale;  Che la mancata risposta del CTU a tutti i quesiti sottopostigli (descrizione delle lesioni, quantificazione del danno e valutazione di congruità delle spese mediche) era giustificata dalla natura condizionata dei quesiti stessi, che postulavano il previo accertamento di una responsabilità (in concreto esclusa in perizia) dei convenuti;  Che il rilievo di omessa segnalazione, da parte dell'ausiliario del giudice, del rifiuto dell'Ospedale di consegnargli la documentazione clinica in originale - nonché l'omesso esame della documentazione trasmessagli dagli appellanti su sua richiesta, perché erroneamente ritenuta superflua - doveva essere disatteso, poiché il CTU poté esaminare tutta la documentazione in copia, mentre la conformità delle copie agli originali era comunque verificabile dai difensori e dai consulenti di parte;
Che la mancata assunzione, sempre da parte del perito, di ogni utile informazione relativa al consenso informato doveva dirsi irrilevante, non essendo stato specificato dagli appellanti le concrete ripercussione di tale, eventuale carenza;  Che nessun significato confessorio né confermativo della responsabilità dei convenuti poteva essere attribuito alla dichiarazione resa nell'immediatezza del parto dalla Dott.ssa Ma., che ebbe a dichiarare, una volta giunta in loco, di "essere arrivata quando ormai era troppo tardi";
Che i riferimenti contenuti nella cartella clinica in ordine alla sofferenza neonatale ovvero fetale erano stati motivatamente esclusi dal primo giudice;  Che l'incapacità del CTU di fornire spiegazioni all'evento di danno, attesa l'assoluta normalità del parto, se non ipotizzando uno "stato infettivo" maturato durante la gravidanza - al contrario mai rilevato - non comportava ipso facto, necessariamente e univocamente, la responsabilità dei convenuti, da individuarsi in concreto, nel caso specifico, e non "a contrario" dal mancato riscontro di eventuali eziologie antecedenti e alternative, che - secondo la testuale affermazione della corte di appello - "può essere esso stesso eventualmente colpevole".  La sentenza è stata impugnata dai coniugi M. con ricorso per cassazione articolato in 2 motivi (il secondo dei quali composto di sei sub-motivi).  Resistono con controricorso la Gestione liquidatoria della ex USL XX in persona del liquidatore pro tempore e Ma.Gi.
Il ricorso è fondato nei limiti di cui si dirà. Con il primo motivo, si denuncia violazione e/o falsa applicazione delle norme sulla diligenza dell'adempimento (ex art. 1176 II comma c.c.) sulla responsabilità del debitore (ex art. 1218 c.c.) e sull'onere della prova (ex art. 2697 c.c.) in relazione all'art. 360 n. 3 c.p.c. Il motivo si conclude con il seguente quesito di diritto: Dica la corte se la sentenza della corte di appello di Venezia sia incorsa nella violazione degli artt. 1176, 1218, 2697 c.c. in relazione all'art. 360 n. 3 c.p.c. non individuando, in merito alle gravissime lesioni di cui soffre N.M., l'evento imprevedibile (e non superabile con la diligenza ordinaria) che ha cagionato le lesioni stesse, incombendo al medico (rectius alla struttura sanitaria, anche per l'art. 1218 c.c.) fornire la prova della particolare difficoltà della prestazione e perché solo in quest'ultima circostanza si potrebbe esonerare il medico da responsabilità ex art. 2236 c.c. Il motivo è fondato.  Questa Corte, anche a sezioni unite, ha, difatti, avuto modo di precisare, in ordine al riparto degli onera probandi nel sottosistema della responsabilità sanitaria civile(Cass. ss.uu. 577/08), che in tema di responsabilità contrattuale della struttura sanitaria e di responsabilità professionale da contatto sociale del medico, ai fini del riparto dell'onere probatorio l'attore, paziente danneggiato, deve limitarsi a provare l'esistenza del contratto (o il contatto sociale) e l'insorgenza o l'aggravamento della patologia ed allegare l'inadempimento del debitore, astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato, rimanendo a carico del debitore dimostrare o che tale inadempimento non vi è stato ovvero che, pur esistendo, esso non è stato eziologicamente rilevante. La corte veneziana non si è, all'evidenza, attenuta, nella sua decisione, a tali parametri probatori, anche all'esito dell'improprio riferimento alla (sia pur eventuale) responsabilità del sanitario per interventi di speciale difficoltà (tematica mai dibattuta in prime cure, e del tutto esorbitante dal thema decidendum, atteso che un parto rientra, ipso facto, nel novero degli interventi routinari, con le conseguenze probatorie che ne derivano), onde, sul punto, la sentenza deve essere cassata.  Con il secondo motivo si denuncia omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio.  Il motivo, articolato in 6 sub-motivi, è in gran parte inammissibile a causa della mancata esposizione della sintesi del fatto decisivo lamentato come fonte del denunciato vizio motivazionale.  Esso risulta, viceversa, risulta fondato nella parte in cui può ritenersi esente da tale vizio procedurale. Alla scure della inammissibilità sono destinati i submotivi uno (ff. 28-30), due (ff. 30-31), quattro (ff. 33-34), sei, tutti privi - all'esito di una pur analitica e particolareggiata esposizione di fatti e circostanze di cui ancor oggi si predica la decisiva rilevanza ai fini del decidere - del necessario momento di sintesi espositiva idonea a sottoporre alla corte la questione del difetto motivazionale sub specie della sua omissione, insufficienza, contraddittorietà.  Ammissibili e fondati sono, di converso, i sub-motivi terzo (ff. 31-33) e quinto (ff. 34-35), il primo volto a lamentare l'omesso esame, da parte della corte territoriale, della circostanza del rifiuto di consegna, da parte dell'ospedale, degli originali delle cartelle cliniche al CTU (omissione sicuramente rilevante, alla luce di quanto affermato dalla giurisprudenza di questa corte a far data dalla sentenza 11488/04), il secondo condivisibilmente predicativo di una sostanziale omissione di motivazione della sentenza impugnata, sotto il profilo della sua mera apparenza, in ordine alla (altrettanto rilevante) circostanza costituita dalle dichiarazioni rese in continenti dalla Dott.essa Me.  Entrambe le censure, di carattere puntuale e specifico, risultano, sotto il profilo della relativa ammissibilità, sufficientemente enucleate ed evidenziate in seno al ricorso sì come funzionali alla rilevazione di un vizio motivazionale idoneo a condurre alla cassazione della sentenza impugnata.  Il ricorso è pertanto accolto nei limiti di cui alla motivazione che precede, con conseguente cassazione della sentenza impugnata e rinvio del procedimento alla corte di appello di Trieste.  La disciplina delle spese del giudizio di legittimità è parimenti rimessa, alle determinazioni del giudice del rinvio.
La corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese del giudizio di cassazione, alla corte di appello di Trieste.
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