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Timestamp: 2020-04-08 18:43:38+00:00
Document Index: 60537592

Matched Legal Cases: ['art. 41', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 360', 'art. 13', 'art. 10', 'art. 54', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 360', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 360', 'art. 41', 'art. 13', 'art. 10', 'art. 13', 'art. 1', 'art. 13']

Infortuni sul lavoro e malattie professionali: ribadito il principio dell'equivalenza delle condizioni - La Previdenza - Quotidiano di informazione giuridica
Infortuni sul lavoro e malattie professionali: ribadito il principio dell'equivalenza delle condizioni
Cassazione civile sez. lav. 31.10.2018, n. 27952
La pronuncia in commento conferma l’orientamento - già consolidatosi in sede penale - che applica anche alla materia degli infortuni sul lavoro e alle malattie professionali il principio di equivalenza delle concause enunciato dall’art. 41 c.p.. Deve quindi riconoscersi efficienza causale (ossia concausa, in senso giuridico, dell’evento) a qualsiasi comportamento imputabile al soggetto che si ponga come precedente nella verificazione della serie di accadimenti culminanti con l’evento addebitato e, quindi, “ad ogni antecedente che abbia contribuito, anche in maniera indiretta e remota” alla sua produzione. L’esclusione del nesso eziologico richiesto dalla legge si produce, infatti, solo “se possa essere con certezza ravvisato l’intervento di un fattore estraneo all’attività lavorativa che sia di per sé sufficiente a produrre l’infermità tanto da far degradare altre evenienze a semplici occasioni”.
Rapporto causale che andrà ulteriormente affermato, nelle fattispecie omissive, non solo con riferimento al verificarsi dell’evento prodottosi ma anche “in relazione alla natura e ai tempi dell’offesa”. Sussiste tale rapporto sia nei casi in cui sia provato che l’intervento doveroso omesso “avrebbe evitato il prodursi dell’evento in concreto verificatosi o ne avrebbe cagionato uno di intensità lesiva inferiore” sia quando venga “provato che l’evento si sarebbe verificato in tempi significativamente (non minuti od ore) più lontani” nonché in presenza di una “condotta colposa […] ricollegabile ad un’accelerazione dei tempi di latenza di una malattia provocata da altra causa (o che non sia possibile ricollegare eziologicamente alla condotta in questione)”.
Nel caso in esame, la Suprema Corte ha confermato la sentenza di appello che aveva accertato che la riduzione dell’intensità nell’esposizione del lavoratore alle polveri di amianto avrebbe evitato o ritardato l’insorgenza della patologia mortale.
(Marco Dami - Direttore editoriale LaPrevidenza.it)
4. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione la Cantoni ITC, affidato a due motivi, illustrati da successiva memoria, cui hanno resistito con controricorso gli eredi della sig.ra A., assistiti unicamente dagli avvocati Luca Pizzigoni e Enrico Ivella, risultando l'avv. Pierluigi Boiocchi cancellato dall'Albo.
1. Col primo motivo di ricorso la società ha censurato la sentenza, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, relativo alla efficacia e idoneità delle misure di prevenzione omesse (mascherine e impianti aerazione) ad impedire o ritardare, con elevato grado di probabilità, l'insorgere della malattia.
2. Col secondo motivo la società ha dedotto, ai sensi dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 38 del 2000, art. 13, in relazione al D.P.R. n. 1124 del 1965, art. 10, comma 1, per avere la Corte riconosciuto il diritto al risarcimento del danno non patrimoniale nonostante l'esonero normativamente previsto.
4. Deve premettersi che al ricorso in esame è applicabile, ai sensi del D.L. n. 83 del 2012, art. 54, comma 1, lett. b), convertito con modificazioni in L. n. 134 del 2012, la nuova formulazione dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, in quanto la sentenza d'appello è stata pubblicata in epoca successiva al 12.9.2912.
5. In base al nuovo testo dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, è denunciabile per cassazione solo il vizio di "omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti".
6. Al riguardo, le Sezioni Unite di questa Corte (sentenza n. 8053 del 2014) hanno precisato come, per effetto della novella, il sindacato di legittimità sulla motivazione debba intendersi limitato al minimo costituzionale, con la conseguenza che l'anomalia motivazionale denunciabile in sede di legittimità è solo quella che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante e attiene all'esistenza della motivazione in sè, come risulta dal testo della sentenza e prescindendo dal confronto con le risultanze processuali, e si esaurisce, con esclusione di qualsiasi rilievo del difetto di "sufficienza", nella "mancanza assoluta di motivi sotto l'aspetto materiale e grafico", nella "motivazione apparente", nel "contrasto irriducibile fra affermazioni inconciliabili", nella "motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile".
7. Secondo l'orientamento espresso dalle Sezioni Unite, e dalle successive pronunce conformi (cfr. Cass., 27325 del 2017; Cass., n. 9749 del 2016), l'omesso esame deve riguardare un fatto, inteso nella sua accezione storico- fenomenica, principale (ossia costitutivo, impeditivo, estintivo o modificativo del diritto azionato) o secondario (cioè dedotto in funzione probatoria), la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali e che abbia carattere decisivo. Non solo quindi la censura non può investire argomenti o profili giuridici, ma il riferimento al fatto secondario non implica che possa denunciarsi, ai sensi dell'art. 360 c.p.pc., comma 1, n. 5, anche l'omesso esame di determinati elementi probatori.
10. Non solo la censura mossa col primo motivo di ricorso è estranea allo schema legale del nuovo testo dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, ma gli argomenti adoperati dalla Corte d'appello risultano conformi ai principi consolidati nella giurisprudenza di legittimità secondo cui nella materia degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali trova diretta applicazione la regola contenuta nell'art. 41 c.p.c.. Ciò comporta che il rapporto causale tra evento e danno è governato dal principio dell'equivalenza delle condizioni, secondo il quale va riconosciuta l'efficienza causale ad ogni antecedente che abbia contribuito, anche in maniera indiretta e remota, alla produzione dell'evento, mentre solamente se possa essere con certezza ravvisato l'intervento di un fattore estraneo all'attività lavorativa, che sia per sè sufficiente a produrre l'infermità tanto da far degradare altre evenienze a semplici occasioni, deve escludersi l'esistenza del nesso eziologico richiesto dalla legge (cfr. Cass. n. 23990 del 2014; Cass. n. 15107 del 2005; Cass. n. 8033 del 2002).
11. Con particolare riferimento ai profili oggetto di censura, questa Corte, in sede penale, ha affermato che "il rapporto causale, sia nella causalità commissiva che in quella omissiva, va riferito non solo al verificarsi dell'evento prodottosi ma anche in relazione alla natura e ai tempi dell'offesa nel senso che dovrà riconoscersi il rapporto in questione non solo nei casi in cui sia provato che l'intervento doveroso omesso (o quello corretto in luogo di quello compiuto nella causalità commissiva) avrebbe evitato il prodursi dell'evento in concreto verificatosi, o ne avrebbe cagionato uno di intensità lesiva inferiore, ma altresì nei casi in cui sia provato che l'evento si sarebbe verificato in tempi significativamente (non minuti od ore) più lontani ovvero ancora quando, alla condotta colposa omissiva o commissiva, sia ricollegabile un'accelerazione dei tempi di latenza di una malattia provocata da altra causa (o che non sia possibile ricollegare eziologicamente alla condotta in questione)", (Cass. pen. n. 988 dell'11.7.02/14.1.03, in motivazione). Si è aggiunto che, in questi casi, "non v'è quindi dubbio che una morte avvenuta in un giorno successivo sia un fatto diverso, dal punto di vista naturalistico prima ancora che giuridico".
14. Si è al riguardo precisato come "Le somme eventualmente versate dall'Inail a titolo di indennizzo ex D.Lgs. n. 38 del 2000, art. 13 non possono considerarsi integralmente satisfattive del diritto al risarcimento del danno biologico in capo al soggetto infortunato o ammalato, sicchè, a fronte di una domanda del lavoratore che chieda al datore di lavoro il risarcimento dei danni connessi all'espletamento dell'attività lavorativa (nella specie, per demansionamento), il giudice adito, una volta accertato l'inadempimento, dovrà verificare se, in relazione all'evento lesivo, ricorrano le condizioni soggettive ed oggettive per la tutela obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali stabilite dal D.P.R. n. 1124 del 1965, ed in tal caso, potrà procedere, anche di ufficio, alla verifica dell'applicabilità dell'art. 10 del decreto citato, ossia all'individuazione dei danni richiesti che non siano riconducibili alla copertura assicurativa (cd. "danni complementari"), da risarcire secondo le comuni regole della responsabilità civile; ove siano dedotte in fatto dal lavoratore anche circostanze integranti gli estremi di un reato perseguibile di ufficio, potrà pervenire alla determinazione dell'eventuale danno differenziale, valutando il complessivo valore monetario del danno civilistico secondo i criteri comuni, con le indispensabili personalizzazioni, dal quale detrarre quanto indennizzabile dall'Inail, in base ai parametri legali, in relazione alle medesime componenti del danno, distinguendo, altresì, tra danno patrimoniale e danno non patrimoniale, ed a tale ultimo accertamento procederà pure dove non sia specificata la superiorità del danno civilistico in confronto all'indennizzo, ed anche se l'Istituto non abbia in concreto provveduto all'indennizzo stesso", (Cass. n. 9166 del 2017).
Ai sensi delD.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, introdotto dallaL. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del cit. art. 13, comma 1 bis.
LaPrevidenza.it, 04/02/2019