Source: https://www.commercialistatelematico.com/articoli/2009/07/processo-tributario-inasprimento-degli-effetti-della-soccombenza-chi-perde-paga.html
Timestamp: 2018-04-26 18:46:25+00:00
Document Index: 112565443

Matched Legal Cases: ['art. 15', 'art. 24', 'art. 15', 'sentenza ', 'art. 91', 'art. 91', 'art. 75', 'art. 96', 'art. 96', 'art. 91', 'art. 1', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 100', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Processo tributario - inasprimento degli effetti della soccombenza: chi perde paga!
Con l’art. 15 del Decreto Legislativo 31 dicembre 1992, n. 546, le spese processuali sono state disciplinate secondo il principio della soccombenza (1), in virtù del quale la parte che risulta interamente vittoriosa nel processo ha diritto al rimborso delle spese del giudizio. La ratio del principio della soccombenza risiede nella necessità di assicurare una completa tutela della parte risultata in toto vittoriosa la quale, dunque, non può essere condannata, nemmeno per una minima quota, al pagamento delle spese stesse.
La condanna alle spese di soccombenza attua il principio costituzionale del diritto alla difesa (art. 24 Cost.); infatti, l’art. 15, comma 1, del D. Lgs. N. 546/92 dispone che la parte soccombente è condannata a rimborsare le spese del giudizio che sono liquidate con la sentenza. L’individuazione della parte soccombente, ai fini della condanna alle spese, deve essere eseguita in considerazione dell’esito finale della controversia, sulla base di una valutazione globale ed unitaria, senza che possa assumere rilievo l’esito di una particolare fase processuale (Cass. 25 marzo 2002 n. 4201; Cass. 14 dicembre 2000 n. 15787).
Presupposto della condanna alle spese di lite è che la parte a favore della quale sono attribuite le abbia realmente sostenute per lo svolgimento dell’attività difensiva, connessa alla sua partecipazione in giudizio. La condanna alle spese deve essere contenuta nella sentenza o, comunque, nel provvedimento giudiziale che definisce un determinato grado del giudizio. La statuizione sulle spese, in forza del disposto dell’art. 91 c.p.c. ha natura accessoria e consequenziale alla condanna della parte soccombente al rimborso, di conseguenza, anche in mancanza di una specifica domanda in tal senso delle parti, deve essere pronunciata dal giudice d’ufficio, sulla base degli atti di causa ai sensi dell’art. 91 cit. dunque, anche in assenza del deposito di apposita nota spese da parte del difensore, ex art. 75 delle disposizioni di attuazione del c.p.c, la Commissione tributaria dovrà pronunciarsi sul punto (Cass. 9 febbraio 2000, n. 1440; Cass. 6 dicembre 1986 n. 7248), restando, altrimenti, la pronuncia affetta dal vizio di omessa pronuncia, emendabile soltanto a seguito di gravame. E’ inficiata dal vizio di omessa pronuncia, anche la mancanza di ogni statuizione in riferimento alle spese in difetto di una esplicita rinuncia della parte risultata poi vittoriosa (Cass. 7 dicembre 1999 n. 13724; Cass. 10 ottobre 1997 n. 9859, Cass. 13 giugno 1994 n. 5720).
Inasprimento degli effetti della soccombenza nel processo tributario per effetto della riforma del processo civile
E’ stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 140 (supplemento ordinario n. 95/L) del 19 giugno 2009, la legge 18 giugno 2009, n. 69, contente anche la riforma del processo civile.
La L. 18 giugno 2009, n. 69 prevede rilevanti modifiche al c.p.c., con l’introduzione di nuovi istituti e la radicale modifica di quelli esistenti. La novella introduce modifiche su tutto il corpo del codice di rito e, per alcuni aspetti, presenta elementi di rottura con la tradizione sinora seguita dagli operatori del diritto: è sufficiente menzionare l’introduzione della «testimonianza scritta» o l’ingresso dell’istituto della «translatio iudicii tra le giurisdizioni» (recente approdo interpretativo delle Sezioni Unite e della Consulta).
In tema di pronuncia sulle spese viene aggiunto un nuovo comma all’art. 96 c.p.c (2), introducendo la possibilità che il giudice, anche d’ufficio, condanni il soccombente al pagamento, a favore della controparte, di una somma, equitativamente determinata, di importo non più definito dalla legge (a differenza del precedente testo) (e ciò anche al di fuori dei casi non solo di temerarietà, ma anche di colpa grave della parte) La domanda di condanna al risarcimento del danno per “lite temeraria”, per avere la controparte agito o resistito con dolo o colpa grave, presuppone la prova sia dell’elemento soggettivo (dolo o colpa grave) sia dell’elemento oggettivo (entità del danno). Ne consegue che, ove dagli atti del processo non risultino elementi obbiettivi dai quali desumere la concreta esistenza di un danno, nulla potrà essere liquidato a tale titolo, neppure ricorrendo a criteri equitativi.
Il nuovo art. 96 c.p.c. prevede, invece, il potere del giudice, quando pronuncia sulle spese ai sensi dell’art. 91 c.p.c. (ossia quando liquida le spese in danno della parte soccombente), di condannare quest’ultima, anche d’ufficio, al pagamento a favore della controparte di una somma equitativamente determinata, somma che deve considerarsi una vera e propria “pena privata”, istituto finora sconosciuto al nostro ordinamento. Trattasi di una forma punitiva prevista per sanzionare il soccombente. La parte soccombente potrà essere condannata anche nel caso in cui abbia tenuto un comportamento processuale conforme alle regole ma abbia avuto solo il torto di perdere la causa.
I medesimi principi (rafforzamento delle c.d. sanzioni processuali, in funzione della più incisiva valutazione del comportamento delle parti durante il processo) sono alla base della modifica dell’articolo 96 del codice, che disciplina la c.d. responsabilità processuale aggravata.
La modifica introduce uno strumento assimilabile alla pena privata, laddove è previsto che la condanna del soccombente al pagamento di una somma di denaro ulteriore rispetto alle spese di lite consegua ipso facto all’accertamento della condotta illecita.
Resta ferma la possibilità, per la parte danneggiata dal comportamento processuale scorretto del suo avversario, di domandare la liquidazione del danno subito.
La modifica introdotta all’articolo 96 del cpc si applicherà ai giudizi instaurati dopo la data della sua entrata in vigore (4 luglio 2009).
Tale riforma” sugli effetti della soccombenza interessa, in virtù dell’espresso rinvio operato dall’art. 1, comma 2, D.Lgs. n. 546/92, anche il processo tributario.
Infatti, il comma 2 dell’art. 1 del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546 sancisce che “I giudici tributari applicano le norme del presente decreto e, per quanto da esse non disposto e con esse compatibili, le norme del codice di procedura civile”
(1) La soccombenza è generalmente definita un presupposto dell’azione di impugnativa. Senz’altro essa comprende in sé quello che si chiama interesse ad impugnare. Per individuare la soccombenza in un processo (e quindi accertare l’esistenza dell’interesse ad impugnare necessario per impugnare una sentenza) si distingue generalmente tra soccombenza formale e soccombenza sostanziale. Si avrà la prima quando una domanda o un capo di domanda o un’eccezione non è accolta o è accolta solo in parte o è stata accolta una domanda della controparte. La definizione materiale della soccombenza si fonda invece sugli effetti della decisione pronunciata e sulla loro attitudine a pregiudicare la parte. La giurisprudenza è costante nell’affermare che la soccombenza si deve considerare in senso pratico, ossia in relazione ad un pregiudizio concreto ed attuale(Cassazione 18 agosto 1998, n° 8148: <<La soccombenza che determina l’interesse ad impugnare deve essere valutata non soltanto alla stregua del dispositivo della sentenza, ma anche tenendo conto delle enunciazioni contenute nella motivazione che siano suscettibili di passare in giudicato in quanto presupposti logici necessari della decisione>>. L’interesse all’impugnazione di una sentenza deve essere valutato in relazione all’utilità concreta che da un eventuale accoglimento del gravame possa derivare alla parte proponente, con la conseguente esclusione del mero interesse astratto ad una più corretta soluzione di una questione giuridica, non avente riflessi pratici. Secondo l’insegnamento della Corte di Cassazione, il principio di cui all’art. 100 c. p. c., secondo cui per proporre una domanda o per resistere ad essa è necessario avervi interesse, si applica anche al giudizio di impugnazione, con riferimento al quale l’interesse si desume unicamente dall’utilità giuridica connessa, per l’impugnante, all’eventuale accoglimento del gravame, alla luce della sua sostanziale soccombenza nel precedente giudizio, intesa come effetto pregiudizievole derivante dalle statuizioni, idonee a passare in giudicato, contenute nella sentenza impugnata(cd. soccombenza in senso sostanziale o pratico) , e non gia come mera divergenza o discrepanza tra quelle statuizioni e le conclusioni chieste dallo stesso impugnante(cd. soccombenza formale). Per Turchi, i poteri delle parti nel processo tributario Giappichelli 2003 pag. 435, la soccombenza va valutata in senso pratico, poiché occorre aver riguardo alle conseguenze sfavorevoli derivanti dalla statuizione del giudice; pertanto il contribuente può avere interesse ad impugnare la sentenza di declaratoria della cessata materia del contendere e l’ufficio può avere interesse nei giudizi di rimborso ad impugnare la sentenza che abbia dichiarato inammissibile il ricorso del contribuente.
(2) 96. Responsabilità aggravata
Se risulta che la parte soccombente ha agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave, il giudice, su istanza dell’altra parte, la condanna, oltre che alle spese, al risarcimento dei danni, che liquida, anche d’ufficio, nella sentenza. Il giudice che accerta l’inesistenza del diritto per cui è stato eseguito un provvedimento cautelare, o trascritta domanda giudiziale o iscritta ipoteca giudiziale, oppure iniziata o compiuta l’esecuzione forzata, su istanza della parte danneggiata condanna al risarcimento dei danni l’attore o il creditore procedente, che ha agito senza la normale prudenza. La liquidazione dei danni è fatta a norma del comma precedente norma del comma precedente. In ogni caso, quando pronuncia sulle spese ai sensi dell’articolo 91, il giudice, anche d’ufficio, può altresì condannare la parte soccombente al pagamento, a favore della controparte, di una somma equitativamente determinata.