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Timestamp: 2020-05-30 13:51:50+00:00
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La sentenza della Corte Costituzionale 29/2002 sui mutui usurari | Studio Legale Tidona e Associati | Diritto Bancario e Finanziario
16 Settembre 2002 In Diritto bancario
La sentenza della Corte Costituzionale 29/2002 sui mutui usurari
Di Alessandro Oliverio, Curatore di Bancalex
1.1 LE TAPPE DELLA VICENDA: LA LEGGE 108/96
La Corte Costituzionale con la sentenza del 14 febbraio 2002 n. 29, ha cercato di porre ordine e chiarezza nell’annosa vicenda dei mutui usurari accesi prima dell’entrata in vigore della legge sulla riforma del reato di usura n. 108/96.
All’impostazione tradizionale del reato, dove il bene giuridico protetto era individuato nella tutela del soggetto passivo, si è sostituito un sistema oggettivo, che prescinde da situazioni di indigenza e da condotte volte all’approfittamento dello stato di bisogno. Oggi, per poter integrare gli estremi dell’art. 644 c.p. è sufficiente che l’interesse pattuito tra le parti sia superiore al tasso soglia determinato in sede amministrativa con periodicità trimestrale.
I problemi sono sorti dal momento che il legislatore non ha previsto un regime transitorio per i rapporti di credito sorti prima dell’entrata in vigore della legge 108/96, ma ancora pendenti.
Qual è infatti la disciplina applicabile a quei contratti, in particolar modo i mutui, il cui tasso d’interesse pattuito, all’origine lecito, sia in seguito alla riforma divenuto superiore al tasso soglia?
1.2 LA POSIZIONE DELLA CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha in diverse sentenze[1] ritenuto applicabile la disciplina della legge 108/96 anche ai mutui pregressi il 7 marzo 1996 ma non ancora estinti, introducendo il concetto di usurarietà sopravvenuta. Secondo la Corte, infatti, momento consumativo dell’illecito va individuato nella riscossione degli interessi e non quello della stipula del contratto, come si evince anche dall’’art. 644 ter c.p. in base al quale la prescrizione del reato di usura decorre dal giorno dell’ultima riscossione sia degli interessi che del capitale.
Seguendo questa impostazione, importanti conseguenze discendono sul piano civilistico: l’art. 1815, secondo comma c.c. prevede, infatti, che nei contratti di mutuo, se sono convenuti interessi usurari, la clausola è nulla e non sono dovuti interessi, dando così origine al mutuo gratuito.
1.3 IL DECRETO SALVA BANCHE E LA LEGGE 24/2001
Se a tutti i mutui contratti prima del 1996, i quali avevano pattuito tassi di interesse che in seguito alla riforma sono divenuti usurari, si applicasse l’art. 1815,2 c.c. e fossero quindi gratuiti, con l’aggiunta della ripetizione di quanto versato in eccedenza dai mutuatari, i costi che dovrebbero affrontare gli istituti di credito sarebbe tale da pregiudicare la stabilità del sistema bancario[2].
Puntuale vi è stato, quindi, l’intervento politico con un decreto legge (il c.d. d.lg. salva banche n. 394/2000) poi convertito in legge (24/2001), volto a mediare tra i diversi ed opposti interessi in ballo.
Nell’art. 1, comma 1 della legge in questione si legge che ai fini dell’applicazione dell’art. 644 c.p. e dell’art. 1815, secondo comma c.c. si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, indipendentemente dal loro pagamento.
Il legislatore, quindi, con norma di interpretazione autentica, ritiene penalmente irrilevanti gli interessi superiori al tasso soglia dei mutui stipulati ante 1996, rendendo di conseguenza inapplicabile la sanzione di nullità prevista dall’art. 1815, secondo comma c.c.
Momento consumativo del reato non è come ritiene la Corte di Cassazione la riscossione degli interessi, bensì la conclusione del contratto.
Il legislatore ha inoltre previsto a favore dei consumatori che hanno stipulato un mutuo a tasso fisso acceso prima dell’aprile 1997, altrimenti troppo penalizzati, un tasso di sostituzione in considerazione dell’eccezionale caduta dei tassi di interesse verificatasi in Europa e in Italia nel biennio 1998-1999. La sostituzione non ha efficacia novativa, non comporta spese a carico del mutuatario e si applica alle rate che scadono successivamente al 2 gennaio 2001[3].
Contro il decreto salva banche sono state mosse critiche da più parti non soltanto per la scelta politica fatta dal governo, volta secondo le varie associazioni dei consumatori a favorire oltre modo le banche a discapito degli interessi dei cittadini, ma anche per profili d’incostituzionalità del provvedimento. Infatti prima ancora che il decreto 394/2000 fosse stato convertito in legge, il Tribunale di Benevento ha, con ordinanza, sollevato questione di legittimità costituzionale dello stesso[4]. Oltre a queste ne sono seguite altre da parte dello stesso Tribunale di Benevento[5], di Taranto[6] e di Trento[7] che rimettono dinanzi alla Corte Costituzionale ulteriori e diversi profili d’illegittimità.
2.1 L’ART. 1, COMMA 1 ED IL PRINCIPIO COSTITUZIONALE DI UGUAGLIANZA (continua)
L’art. 1, comma 1 del decreto 394/2000 (poi convertito nell’art. 1, comma 1 della legge di conversione) è considerato dai giudici a quo lesivo del principio di uguaglianza ex art. 3 Cost. perché prevedendo quale tempus commissi delicti il momento della conclusione del contratto, e non la riscossione del capitale e degli interessi, provocherebbe un’irragionevole disparità di trattamento nei confronti di coloro che hanno contratto mutui prima dell’entrata in vigore della legge 108/96, e che non possono, quindi, avvalersi delle relative disposizioni e far valere la nullità delle clausole con le quali sono stati convenuti interessi che superano il tasso soglia.
Sarebbe, inoltre, riservato un ingiustificato e irragionevole trattamento di favore alle banche perché verrebbero sanati comportamenti altrimenti usurari ed in contrasto con la ratio della stessa legge 108/96, la quale, invece, fu introdotta proprio per tutelare il contraente debole in considerazione della particolarità del rapporto caratterizzato da condizioni economiche fisse e prestabilite al momento della definizione del contratto.
A queste censure gli istituti di credito hanno replicato affermando che il decreto salva-banche si pone come norma di interpretazione autentica e come tale ha ricondotto a ragionevolezza l’interpretazione dell’art. 1, comma 1 che sancisce la nullità delle clausole con le quali siano convenuti interessi usurari, chiarendo che la pattuizione è nulla solo se il tasso di interesse convenuto sia superiore al tasso soglia al momento della conclusione della pattuizione e non quando tale limite sia superato nel corso del rapporto per effetto di successive oscillazioni del tasso soglia.
In aggiunta ai profili di contrasto finora esaminati vi è un’ulteriore lesione del principio di uguaglianza per la irragionevole disparità di trattamento che l’art. 1 del decreto realizzerebbe tra i contraenti di mutui a tasso fisso stipulati prima dell’entrata in vigore della legge 108/96 – che si vedrebbero negati i rimedi di tutela negoziale di cui agli artt. 1339 e 1815 c.c. – ed i contraenti di rapporti di credito diversi da quelli interessati dalla sanatoria governativa (per es. le aperture di credito in conto corrente), i quali potrebbero continuare a giovarsi della normativa antiusura. Con un trattamento, dunque, irragionevolmente deteriore proprio per quella tipologia di relazioni – i mutui a tasso fisso – più direttamente interessata allo strumento di tutela del contraente debole offerto dalla legge antiusura.
2.2 (segue) L’ART. 1, COMMA 2
Ai mutui a tasso fisso stipulati anteriormente all’entrata in vigore del decreto salva banche si applicherebbe la disciplina dettata dell’art. 1, comma 2 dello stesso decreto, con la conseguente sostituzione del tasso pattuito con quello indicato al comma 3 dello stesso articolo. Tale sostituzione, peraltro, in quanto limitata alle rate che scadono successivamente al 2 gennaio 2001, comporterebbe che per il periodo intercorrente tra l’entrata in vigore della legge n. 108/96 e la suddetta data del 2 gennaio 2001 il debitore sarebbe tenuto a corrispondere gli interessi nella misura pattuita, ancorché eccedente il cd. tasso soglia.
Si verificherebbe in tal modo, ad avviso delle parti remittenti il ricorso, una ingiustificata disparità di trattamento tra il cliente e banca con trattamento di favore nei confronti di quest’ultima in danno di coloro che abbiano contratto mutui a tasso fisso prima del 1996 e che – per il periodo intercorrente tra l’entrata in vigore della legge n. 108/96 ed il 31 dicembre 2000 – non possano giovarsi del tasso di sostituzione.
2.3 IL DECRETO SALVA-BANCHE QUALE NORMA DI INTERPRETAZIONE AUTENTICA
L’interpretazione autentica è quel tipo di attività ermeneutica posta in essere dallo stesso legislatore il quale chiarisce una volta per tutte il senso da dare alla norma oggetto di interpretazione. Sia la dottrina sia la giurisprudenza affermano che per poter esservi interpretazione autentica, la norma deve avere un tenore letterale incerto e dar luogo ad interpretazioni contrastanti. La Corte Costituzionale sul punto ha affermato che il legislatore può sempre riformare la disciplina vigente, modificando la legge anteriore; non può però, dirsi che faccia ugualmente buon uso della sua potestà, il legislatore che si sostituisca al potere cui è riservato il compito istituzionale di interpretare la legge, dichiarandone mediante altra legge l’autentico significato con valore obbligatorio per tutti e, quindi, vincolante anche per il giudice, quando non ricorrano quei casi in cui la legge riveli gravi ed insuperabili anfibologie o abbia dato luogo a contrastanti applicazioni, specie in sede giurisprudenziale[8].
Fra le censure mosse al decreto 394/2000 vi è proprio quello di porsi non tanto come norma di interpretazione autentica ma piuttosto di vera e propria disposizione innovativa perché l’interpretazione della legge 108/96 era pacificamente accolta in giurisprudenza mentre ora con l’escludere la rilevanza penale della ricezione degli interessi divenuti usurari, per il superamento del tasso soglia successivamente alla pattuizione, avrebbe in realtà abrogato quanto previsto dalla suddetta legge.
2.4 LA TUTELA DEL RISPARMIO
Fra le altre censure mosse al decreto 394/2000, vi sarebbe la sua presunta violazione dell’art. 47 Cost. perché questo provvedimento non tutelerebbe il piccolo risparmiatore né tantomeno incoraggerebbe l’accesso al credito e alla proprietà dell’abitazione. Gli istituti di credito hanno replicato a questo punto affermando che la scelta del governo non solo non si pone in contrasto con il dettato costituzionale ma anzi favorisce il mercato stesso perché ha evitato la scomparsa dei mutui a tasso fisso, più graditi a coloro che dispongono di redditi costanti.
3. LA SENTENZA DELLA CORTE COSTITUZIONALE
La Consulta ha giudicato costituzionalmente legittimo l’art. 1, comma 1 del decreto salva banche e della relativa legge di conversione perché la nroma nel precisare che le sanzioni penali e civili ex artt. 644 c.p. e 1815 c.c. trovano applicazione con riguardo alle sole ipotesi di pattuizioni originariamente usurari, impone – tra le tante astrattamente possibili – un’interpretazione chiara e lineare delle suddette norme codicistiche, come modificate dalla legge n. 108/96, che non è soltanto pienamente compatibile con il tenore e la ratio della suddetta legge ma è altresì del tutto coerente con il generale principio di ragionevolezza. La Corte, quindi, non è intervenuta direttamente sulla questione del tempus commissi delicti, se questo debba essere considerato la conclusione del contratto ovvero la riscossione del capitale e degli interessi, ma ha ugualmente avallato la posizione del Governo. Inoltre, si legge nella sentenza, è erroneo ritenere che l’interpretazione autentica sia legittima solo in presenza di un contrasto di giurisprudenza o di incertezza nell’applicazione del diritto. Il legislatore può, quindi, adottare norme che precisino il significato di precedenti disposizioni legislative anche al fine di imporre l’interpretazione che egli ritenga corretta a condizione solo che l’interpretazione non collida con il generale principio di ragionevolezza[9].
È stato, invece, ritenuto parzialmente illegittimo l’art. 1, comma 2 nella parte in cui prevede che il tasso di sostituzione si applichi alle rate che scadono successivamente al 2 gennaio 2001. Il differimento dell’operatività del tasso di sostituzione si rivela, infatti, privo di ragionevolezza, così da porsi in contrasto con l’art. 3 Cost. Nella norma in questione è stata inserita una specifica e puntuale indicazione delle ragioni dell’intervento d’urgenza del Governo sui contratti a mutuo fisso in corso. Ragioni incentrate sulla constatazione “dell’eccezionale caduta dei tassi di interesse avvenuta in Europa e in Italia nel biennio 1998-1999, avente natura strutturale”.
La norma risulta, dunque, dettata dall’urgente necessità di ricondurre ad equità in maniera generalizzata i contratti di mutuo a tasso fisso. In relazione a siffatta ratio, se non può certo ritenersi costituzionalmente imposta una efficacia retroattiva della norma censurata, risulta manifestamente irragionevole la scelta di differirne, di pochissimi giorni, l’efficacia all’evidente scopo di escludere che la norma possa trovare applicazione anche riguardo alle rate in scadenza tra il 31 dicembre 2000, giorno di entrata in vigore del decreto legge, ed il 2 gennaio 2001. In tal modo, il legislatore, anziché eliminare, ha finito per protrarre, relativamente alle rate di mutuo in scadenza nel periodo indicato, quella situazione di eccessiva onerosità e, quindi, di sostanziale iniquità per i mutuatari.
Va, pertanto, dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’art. 1, comma 2 del decreto legge 394/2000 convertito, con modificazioni, in legge 24/2001, nella parte in cui dispone che la sostituzione prevista nello stesso comma si applichi alle rate che scadono successivamente al 2 gennaio 2001 piuttosto che a quelle con scadenza dal giorno stesso dell’entrata in vigore del decreto legge.
4. LA LETTERA DI RIMBORSO
A seguito della sentenza della Corte Costituzionale chi aveva rate semestrali o trimestrali di mutui in scadenza al dicembre 2000 ha ora diritto a essere rimborsato delle somme in più pagate alle banche per quel periodo.
Si riporta il testo della raccomandata da inviare all’istituto di credito per ottenere il rimborso relativo all’ultima rata del 2000[10].
OGGETTO: Richiesta restituzione interessi su rata di muto percepita al 31 dicembre 2000, relativi al contratto di mutuo del __/___/____, per originarie lire ___.___.___.___, per atto del Notaio _________________________________.
Il/La sottoscritto/a ________________________________________, nato/a a _____________________________ il __/____/_____,
– che la Corte Costituzionale, ad un anno dalla emanazione della c.d. legge salvabanche (Legge 24 del 2001), ha dichiarato la parziale illegittimità costituzionale della suddetta legge, decidendo che i tassi di sostituzione dei vecchi mutui a tasso fisso con i nuovi e più bassi tassi, rispettivamente dell’8 per cento se prima casa fino a 150 milioni di lire, del 9,96 per cento per tutti gli altri importi, stabiliti dalla norma, dovevano decorrere dal 31 dicembre 2000 e non già dal 3 gennaio 2001;
– che la sentenza della Consulta produce il diritto ad essere rimborsati anche degli interessi usurari pagati sull’ultima rata di mutuo corrisposta per il 2000;
– che l’esponente ha corrisposto la rata in scadenza a fine dicembre 2000, senza beneficiare del c.d. tasso di sostituzione rispettivamente dell’8 e del 9,96 per cento previsto dalla legge n. 24 del 2001;
pertanto, con la presente,
il Vs. Istituto Bancario al rispetto della legge e della sentenza della Corte Costituzionale, provvedendo alla restituzione degli interessi illegittimamente percepiti, mediante le seguenti modalità: a) accredito sul conto corrente c/o Voi; b) compensazione sulla prossima rata di mutuo in scadenza; c) invio di assegno circolare non trasferibile al domicilio del mittente.
Lì _____________/_________/2002
[1] Sentenze nn. 1126/2000, 5286/2000, 14899/2000
[2] I costi sono stati stimati in circa 1.500 miliardi delle vecchie lire
[3] Il tasso di sostituzione è stato fissato per l’8% per i mutui prima casa fino a 150 milioni delle vecchie lire;
9.96% invece è il tasso per gli altri mutui contratti dalle famiglie e dalle imprese
[4] Ordinanza del 30 dicembre 2000, iscritta al n.153 del registro delle ordinanze del 2001
[5] Ordinanza del 4 maggio 2001, iscritta al n. 587 del registro delle ordinanze 2001
[6] Ordinanza del 27 giugno 2001, iscritta al n. 703 del registro delle ordinanze 2001
[7] Ordinanza del 18 marzo 2001, iscritta al n. 369 del registro delle ordinanze 2001
[8] Sentenza n. 187/81
[9] Cfr., da ultimo, le sentenze nn. 229/1999 e 525/2000
[10] Fonte Adusbef
Brevi note sui c.d. "mutui usurari". Il d.l. 394/00 e la sentenza n. 14899/00 della Corte di Cassazione 3 Febbraio 2001