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Timestamp: 2020-05-29 04:25:19+00:00
Document Index: 67229663

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Sentenza Cassazione Civile n. 31030 del 27/11/2019 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 31030 del 27/11/2019
Cassazione civile sez. un., 27/11/2019, (ud. 05/11/2019, dep. 27/11/2019), n.31030
O.P., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DELLA PINETA
SACCHETTI 229/I, presso lo studio dell’avvocato DIEGO GIANNOLA, che
AZIENDA UNITA’ SANITARIA LOCALE N. (OMISSIS) TERAMO, in persona del
ROMA, VIA LEONARDO GREPPI 77, presso lo studio dell’avvocato ANTONIO
RUGGERO BIANCHI, rappresentata e difesa dall’avvocato PIETRO
REFERZA;
per modifica del decreto presidenziale n. 11160/2019 del Primo
Presidente della CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, depositato il
23/4/2019;
05/11/2019 dal Consigliere Dott. ADRIANA DORONZO;
udito l’Avvocato Antonio Ruggero Bianchi per delega dell’avvocato
Pietro Referza.
1.- Con sentenza pubblicata in data 29/12/2017, n. 31228, le Sezioni Unite di questa Corte hanno dichiarato inammissibile il ricorso per cassazione proposto, per motivi inerenti alla giurisdizione, da O.P. contro la sentenza del Consiglio di Stato del 13/4/2016, n. 1472, resa nel contraddittorio con l’Azienda Unità Sanitaria Locale n. (OMISSIS) di Teramo (d’ora in avanti solo AUSL), e ha condannato la ricorrente al pagamento delle spese del procedimento, liquidate in Euro 5000,00 per compensi e Euro 200,00 per esborsi, oltre al rimborso spese forfettarie nella misura del 15% e altri accessori di legge.
2.- Contro la sentenza, la O. ha proposto ricorso per revocazione (iscritto al numero di R. G. 20340 del 2018), censurando il capo relativo alle spese; al ricorso ha tuttavia rinunciato con atto notificato alla controparte in data 11/2/2019.
3.- La Ausl non ha aderito alla rinuncia e, nella pendenza del termine per l’udienza di discussione, con decreto pubblicato in data 23/4/2019, n. 11160, il Primo Presidente ha dichiarato l’estinzione del processo ai sensi dell’art. 391 c.p.c., comma 1, come modificato da ultimo dal D.L. 31 agosto 2016, n. 168, art. 1-bis, comma 1, lett. i), n. 1, convertito con modificazioni nella L. 25 ottobre 2016, n. 197; ha quindi condannato la O. al pagamento delle spese, liquidate in Euro 1000,00 per compensi e Euro 200,00 per esborsi.
4.- Con istanza notificata alla controparte in data 2/5/2019 la O. ha chiesto, ai sensi dell’art. 391 c.p.c., comma 3, la fissazione dell’udienza.
5.- La AUSL ha resistito al ricorso con memoria difensiva, chiedendo il rigetto dell’istanza e la condanna della ricorrente al pagamento di una somma equitativamente determinata ai sensi dell’art. 96 c.p.c., comma 3.
6.- In prossimità della pubblica udienza, la O. ha depositato memoria.
1.- Con l’istanza ex art. 391 c.p.c., comma 3, la ricorrente pone due questioni.
1.2.- La ricorrente assume che l’identità dell’oggetto dei due giudizi e delle difese spiegate dalla AUSL di Teramo, avrebbe dovuto comportare, in sede di estinzione dei processi, la liquidazione di un unico onorario, oppure una sua forte riduzione, ai sensi del D.M. n. 55 del 2014, art. 4, commi 2 e 4.
2.- Con la seconda questione, la ricorrente prospetta la erroneità della sua condanna al pagamento, in favore della AUSL, di Euro 200,00 per esborsi, in mancanza di idonea documentazione.
3.- In via preliminare, deve darsi atto che l’ambito della cognizione devoluta a questa Corte è limitato alla pronuncia sulle spese, ferma restando l’estinzione del processo: le parti, infatti, nulla deducono sul merito del provvedimento di estinzione, vale a dire sulla correttezza dei presupposti in base ai quali il Presidente ha assunto il proprio provvedimento (cfr. Cass. Sez.Un., 23/9/2014,n. 19980).
4.- La prima censura è infondata.
4.1.- La norma che viene in rilievo è il D.M. 10 marzo 2014, n. 55, art. 4 (Regolamento recante la determinazione dei parametri per la liquidazione dei compensi per la professione forense ai sensi della L. 31 dicembre 2012, n. 247, art. 13, comma 6).
Esso, nella parte che qui interessa (comma 2), così dispone: “Quando in una causa l’avvocato assiste più soggetti aventi la stessa posizione processuale, il compenso unico può di regola essere aumentato per ogni soggetto oltre il primo nella misura del 20% fino ad un massimo di 10 soggetti, e del 5% per ogni soggetto oltre i primi 10, fino ad un massimo di 20. La disposizione di cui al periodo precedente si applica quando più cause vengano riunite, dal momento dell’avvenuta riunione e nel caso in cui l’avvocato assista un solo soggetto contro più soggetti.”.
L’art. 4, comma 2, ricalca la lettera del precedente D.M. 8 aprile 2004, n. 127, art. 5, comma 4, e, prima ancora, del D.M. 5 ottobre 1994, art. 5.
4.2.- Le sentenze di questa Corte che si sono espresse sull’interpretazione delle norme citate hanno affermato che presupposto necessario affinchè possa liquidarsi un unico onorario, aumentato in misura percentuale in ragione del numero delle parti assistite o del numero delle controparti, è che vi sia un unico processo o più processi che, benchè separatamente introdotti, siano stati successivamente riuniti (Cass. 20/9/2017, n. 21829).
Diversamente, nel caso in cui l’avvocato assista la stessa parte in una pluralità di cause, che, pur se aventi ad oggetto identiche questioni di fatto e di diritto, non siano state riunite, la liquidazione degli onorari deve essere effettuata separatamente, in relazione a ciascun procedimento: deve, cioè, escludersi che l’onorario relativo alla seconda causa (ed a quelle eventualmente successive) possa essere determinato nella misura del 20% di quello già liquidato per la prima di esse che sia stata definita, o nella quale il giudice abbia casualmente provveduto ad emettere il primo provvedimento di liquidazione.
4.3.- Le pronunce di segno contrario (Cass. 26/8/2015, n. 17147, seguita da Cass. 27/8/2015, n. 17215, e da Cass. 30/10/2017, n. 25803, quest’ultime due rese in casi di più parti difese dallo stesso avvocato con distinti atti ma in uno stesso processo, sicchè si versa proprio nell’ipotesi attualmente disciplinata dall’art. 4, comma 2) non appaiono persuasive, al cospetto del chiaro tenore letterale della norma e di un’interpretazione che tenga conto dell’evoluzione storica delle disposizioni.
Entrambi questi criteri convergono nel senso di delimitare l’ambito applicativo della norma al solo caso in cui l’avvocato assicuri la difesa di più parti (o, al caso simmetrico, in cui la difesa riguardi un solo soggetto contro più soggetti) all’interno dell’unica causa o di più cause riunite.
4.4.- In primo luogo, viene in rilievo l’incipit della norma, che prevede il compenso unico quando l’assistenza dell’avvocato è prestata a più soggetti “in una causa”, espressione quest’ultima che non può che essere intesa come “uno stesso processo”; in secondo luogo, assume valore determinante il riferimento alla riunione delle cause, quale momento a partire dal quale è consentita la liquidazione unitaria (“La disposizione… si applica quando più cause vengono riunite, dal momento dell’avvenuta riunione…”), desumendosi in tal modo, a contrario, che prima della riunione, ci saranno tanti compensi quante sono le parti assistite o quanti sono i soggetti contro cui la stessa parte è difesa.
L’attuale testo della norma, che riproduce in modo pressochè identico la lettera del precedente D.M. 8 aprile 2004, n. 127, art. 5, comma 4, e, prima, del D.M. 5 ottobre 1994, art. 5, si pone in modo innovativo rispetto al precedente omologo delle tariffe approvate con D.M. 24 novembre 1990, n. 392 (art. 5, comma 4).
Quest’ultima norma, infatti, prevedeva la parcella unica, con aumento percentuale per ogni parte, “nei casi di assistenza e difesa di più parti aventi la stessa posizione processuale, anche se non interviene riunione di cause”: l’eliminazione di questo inciso nei DD.MM. successivi e la sua sostituzione con una frase di segno opposto sono chiari indici della volontà normativa di riconoscere il compenso unico solo in caso di riunione e dal momento in cui essa è disposta.
In tal senso, si è già espressa questa Corte in numerose seppur risalenti pronunce (cfr. Cass. 6/12/2002, n. 17354; Cass. 15/04/1999, n. 3758; Cass. 16/7/1997, n. 6482), a cui queste Sezioni Unite intendono dare continuità.
4.6.- Non soccorre a sostenere la tesi della ricorrente la lettera del comma 4 dello stesso art. 4, a norma del quale “nell’ipotesi in cui, ferma l’identità di posizione processuale dei vari soggetti, la prestazione professionale nei confronti di questi non comporta l’esame di specifiche distinte questioni di fatto e di diritto, il compenso altrimenti liquidabile per l’assistenza di un solo soggetto è di regola ridotto del 30%”.
Come si desume dalla formulazione della norma, il potere di riduzione del compenso spettante al professionista che abbia assistito più soggetti aventi identica posizione processuale ha natura discrezionale, sicchè il suo mancato esercizio non è sindacabile in sede di legittimità (Cass. 10/1/2017, n. 269; nello stesso senso, Cass. 18/04/2005, n. 8084, in motivazione; Cass. 03/07/2003, n. 10532).
4.7.- Per la stessa ragione, non è censurabile il provvedimento nella parte in cui non sono state compensate le spese di lite, perchè, la compensazione in tutto o in parte delle spese di lite rientra nel potere discrezionale del giudice, e ciò sia nell’ipotesi di soccombenza reciproca, sia nell’ipotesi di concorso con altri giusti motivi, e non è pertanto sindacabile in cassazione (ex plurimis, cfr. Cass. 23/11/2017, n. 27871, ed ivi ampi richiami).
4.8.- Il motivo di ricorso, nella sua complessiva articolazione, deve pertanto essere rigettato, dovendosi affermare in questa sede che il D.M. n. 55 del 2014, art. 4, comma 2, che prevede la liquidazione di un unico compenso nel caso in cui l’avvocato assista più soggetti aventi la stessa posizione processuale o una sola parte contro più soggetti, con possibilità di un suo aumento percentuale per ogni soggetto oltre il primo, presuppone, secondo la formula della norma in esame, le ipotesi dell’unicità della causa o di una pluralità di cause riunite e non è pertanto operante nella diversa ipotesi di assistenza e difesa di più persone aventi la stessa posizione processuale, o di un unico soggetto contro più soggetti, in procedimenti separatamente promossi e non riuniti, ancorchè aventi ad oggetto le medesime questioni di fatto e di diritto.
5.- Anche la seconda censura è infondata.
Il D.M. n. 55 del 2014, art. 2 prevede che all’avvocato spetti), oltre al compenso, il rimborso delle spese documentate e di una somma per rimborso spese forfettarie, di regola, nella misura del 15% del compenso totale.
Spese documentate sono tutte quelle rese necessarie dal processo, come il contributo unificato, le marche da bollo necessarie durante il procedimento, i compensi versati al consulente di parte, e tutti gli esborsi per i quali è previsto un documento specifico che ne attesti l’esborso e l’ammontare.
5.1.- Diverso è il rimborso c.d. forfetario delle spese generali, che costituisce una componente necessaria delle spese giudiziali, la cui misura è predeterminata dalla legge, e che spetta automaticamente al difensore, anche in assenza di allegazione specifica e di apposita istanza, da ritenersi implicita nella domanda di condanna al pagamento degli onorari giudiziali che incombe sulla parte soccombente (Cass. 30/05/2018, n. 13693, ed ivi ulteriori richiami; da ultimo, Cass. 04/04/2019, n. 9385).
5.2.- Vi sono tuttavia altre spese, diverse tanto da quelle generali quanto da quelle documentate, che sfuggono ad precisa elencazione ma che di fatto sono sostenute dal professionista nello svolgimento del singolo incarico (si pensi ad esempio, agli esborsi per gli spostamenti necessari per raggiungere l’ufficio giudiziario in occasione delle udienze o degli adempimenti di cancelleria, diversi dalle spese di viaggio e trasferta indicate nel D.M. n. 55 del 2014, art. 27, ai costi per fotocopie, per l’invio di mail o per comunicazioni telefoniche inerenti al processo e sostenute al di fuori dello studio): per esse, in ragione della loro variabilità e scarsa rilevanza economica, nonchè per l’assenza di documenti fiscali che ne attestino l’esborso, sarebbe oltremodo difficile chiedere uno specifico rimborso. L’impossibilità o la rilevante difficoltà di provare il preciso ammontare di tali costi, unita alla considerazione della loro effettiva ricorrenza secondo l’id quod plerumque accidit, conduce ad una loro liquidazione equitativa, che nella specie risulta adeguata e congrua, trattandosi di procedimento dinanzi al giudice di legittimità.
6.-Quanto alla liquidazione dei compensi compiuta nel decreto presidenziale di estinzione, essa è congrua rispetto all’attività svolta e, contrariamente a quanto opina la AUSL nella sua memoria difensiva, rispettosa dei valori minimi della tariffa professionale, ove si consideri, da un lato, che il valore della controversia deve essere determinato – in ossequio al principio generale di proporzionalità ed adeguatezza degli onorari di avvocato nell’opera professionale effettivamente prestata – sulla base del disputatum (che, nella specie, è dato dall’importo delle spese liquidate da questa Corte nella sentenza oggetto di revocazione, ossia Euro 5000,00 per compensi e Euro 200,00 per esborsi: cfr. sul criterio di determinazione del valore della controversia, Cass. 23/11/2017, n. 27871, Cass. 12/06/2015, n. 12227), e che, dall’altro, nessun compenso spetta per la fase decisionale relativa al giudizio di revocazione, essendo la rinuncia intervenuta prima dell’udienza di discussione.
Non si ritiene, invece, che sussistono i presupposti per la condanna della O. ai sensi dell’art. 96 c.p.c., comma 3.
La responsabilità aggravata ai sensi dell’art. 96 c.p.c., comma 3, a differenza di quella di cui ai primi due commi della medesima norma, pur non richiedendo la domanda di parte nè la prova del danno, esige in ogni caso, sul piano soggettivo, la mala fede o la colpa grave della parte soccombente, sussistente nell’ipotesi di violazione del grado minimo di diligenza che consente di avvertire facilmente l’infondatezza o l’inammissibilità della propria domanda, non essendo sufficiente la mera infondatezza, anche manifesta, delle tesi prospettate; peraltro, sia la mala fede che la colpa grave devono coinvolgere l’esercizio dell’azione processuale nel suo complesso, cosicchè possa considerarsi meritevole di sanzione l’abuso dello strumento processuale in sè, anche a prescindere dal danno procurato alla controparte e da una sua richiesta, come nel caso di pretestuosità dell’azione per contrarietà al diritto vivente ed alla giurisprudenza consolidata, ovvero per la manifesta inconsistenza giuridica o la palese e strumentale infondatezza dei motivi di impugnazione (Cass. Sez.Un. 20/04/2018, n. 9912; Cass. 18/1/2010 n. 654; Cass. Sez. Un. 11/12/2007 n. 25831).
Nel caso in esame, non si ritiene che sussistano queste condizioni, in presenza di un indirizzo giurisprudenziale non del tutto univoco sull’interpretazione dell’art. 4.
Poichè il procedimento in esame non è un’impugnazione, ma si risolve solo nella richiesta di trattazione del ricorso in pubblica udienza (in tal senso, Cass. Sez.Un. 19980/2014, cit.), esso non è soggetto all’applicazione del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater.