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Timestamp: 2020-08-12 20:52:07+00:00
Document Index: 48305212

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 10', 'sentenza ']

Il Commercialista in Rete: Iva
Iva, unica soluzione o prima rata.
I contribuenti che hanno deciso per la dichiarazione Iva in forma autonoma hanno tempo fino a lunedì 16 marzo per pagare il saldo Iva 2014, al netto di interessi.
L’appuntamento è categorico per tutti i contribuenti che si avvalgono della dichiarazione annuale sganciata da Unico, “opzionale” per chi invece presenta la dichiarazione unificata. In quest’ultimo caso, infatti, è possibile rinviare il saldo alla stessa scadenza prevista per il pagamento delle imposte risultanti da Unico (16 giugno ovvero 16 luglio con la maggiorazione dello 0,40%), con applicazione della maggiorazione dello 0,40% per ogni mese o frazione di mese successivo al 16 marzo.
L’importo da versare per il saldo annuale è quello risultante dal modello Iva 2015 presentato per il periodo d’imposta 2014. Il versamento non va effettuato se l’importo dovuto è pari o inferiore a 10,33 euro (10 euro, per effetto dell’arrotondamento).
La scadenza riguarda imprenditori, artigiani e commercianti, agenti e rappresentanti di commercio, lavoratori autonomi, titolari di partita Iva iscritti o meno all’albo professionale, società, enti pubblici e privati, istituti di credito, intermediari finanziari.
Per effettuare il pagamento, va utilizzato il modello F24 telematico, con indicazione del codice tributo 6099 (versamento Iva sulla base della dichiarazione annuale).
Il versamento può avvenire in un’unica soluzione o in maniera frazionata.
In quest’ultimo caso, il numero massimo di rate consentite è nove, dal momento che il pagamento deve comunque concludersi entro il mese di novembre. La prima scade il 16 marzo, per le altre il termine è fissato al giorno 16 di ciascuno dei mesi successivi. L’importo di queste ultime deve essere maggiorato degli interessi nella misura dello 0,33% mensile; ciò significa che la seconda rata va aumentata dello 0,33%, la terza dello 0,66%, la quarta dello 0,99%, e così via.
I contribuenti che hanno deciso per la dichiarazione Iva in forma autonoma hanno tempo fino a lunedì 16 marzo per pagare il saldo Iva 2014, ...
Pacchetto Iva: contro le frodi, reverse charge e split payment.
Reverse charge esteso ad altri settori (commi 629-633)
Con lo split payment, le PA versano l'Iva direttamente all'erario (commi 629-633)
Dichiarazione Iva in forma autonoma, entro febbraio A partire dal 2016 (anno d'imposta 2015) cambieranno modalità e termini di presentazione della dichiarazione Iva annuale (comma 641). Il modello relativo all'imposta sul valore aggiunto non viaggerà più in maniera unificata assieme alla dichiarazione dei redditi, quindi all'interno di Unico, ma dovrà essere presentato in forma autonoma. Cambierà anche la scadenza del termine di presentazione, anticipata dal 30 settembre all'ultimo giorno del mese di febbraio. Conseguentemente, verrà meno l'attuale obbligo di presentare, entro lo stesso mese di febbraio, la comunicazione dati Iva, ossia il modello necessario al calcolo delle "risorse proprie" che ciascun Stato membro deve versare al bilancio dell'Unione europea. Nel 2015, pertanto, per quella comunicazione, si tratterà dell'ultima volta. Poi, l'uscita di scena.
Nella Stabilità 2015 (legge 190/2014), in ambito Iva, non solo misure per prevenire fenomeni fraudolenti. Tra le altre disposizioni: l'a...
La contribuente ha proposto ricorso per cassazione, lamentando, tra l’altro:
violazione e falsa applicazione dell’articolo 19, Dpr 633/1972 e dell’articolo 2697 cc (articolo 360 cpc, comma 1, n. 3) poiché, a suo parere, la Commissione tributaria regionale avrebbe errato nel ritenere che l’Iva assolta in relazione alle fatture concernenti acquisti di beni destinati a omaggi fosse indetraibile, nonostante l’inerenza di detti acquisti all’attività di impresa fosse desumibile dalla stessa natura dei beni acquistati, in relazione al contesto in cui si inseriva l’attività della società
violazione e falsa applicazione degli articoli 2, comma 3, lettera a), 19 e 26, Dpr n. 633/1972, dell’articolo 2967 cc e dell’articolo 115 cpc (articolo 360, comma 1, n. 3), in quanto il giudice di appello aveva confermato la legittimità degli atti impositivi, nella parte in cui l’ufficio aveva qualificato come mere cessioni di denaro a titolo di liberalità o come somme corrisposte a titolo risarcitorio, come tali al di fuori del campo di applicazione dell’Iva, pagamenti che erano da considerarsi, invece, corrispettivi per servizi resi dai clienti, oppure sconti o abbuoni per merce difforme, deteriorata o invendibile, in conformità agli accordi contrattuali
insufficiente motivazione della sentenza di secondo grado (articolo 360, comma 1, n. 5 cpc), fondata sulla mancanza di prova in ordine alla pattuizione di sconti.
La Corte, respingendo i primi due motivi di ricorso e rinviando per il terzo alla Commissione regionale, ha affermato che “si tratta – com’è del tutto evidente - di rilievi mossi in ordine a detrazioni operate in relazione ad attività del tutto differenti, implicanti indagini diverse, e che avrebbero, di conseguenza, richiesto, in sede giurisdizionale, un percorso motivazionale differenziato per ciascuna di esse”.
La sentenza di legittimità fornisce chiarimenti in relazione allo specifico regime Iva da adottare per:
omaggi: l’Iva assolta in relazione alle fatture concernenti acquisti di beni destinati a omaggi è indetraibile in quanto l’inerenza di detti acquisti all’attività di impresa non può essere desunta dalla “natura” (orologi, piante di agrumi, argenteria eccetera) dei beni acquistati (proprio perché tali beni possono essere elargiti a chiunque, per le ragioni più diverse), e “in relazione al contesto imprenditoriale” in cui si inseriva l’attività della contribuente, senza indicare i destinatari degli omaggi e i motivi per i quali gli acquisti di tali oggetti dovevano considerarsi inerenti all’attività imprenditoriale esercitata dalla società. E, in tema di onere della prova, nella fattispecie sottoposta al suo esame, la Corte ha ribadito (Cassazione, sentenze 3518/2006, 16730/2007, 2362/2013, 16653/2013) il principio secondo cui la prova dell’inerenza delle spese, ai fini della detrazione Iva relativa, cade a carico del contribuente
sconti o abbuoni per merce non conforme o deteriorata: l’Iva è indetraibile. Poiché le censure della società, piuttosto che alla ricognizione o all’esatta applicazione di una disposizione normativa a fatti incontrovertibilmente accertati dal giudice, o pacifici tra le parti, tendevano alla ricostruzione di alcuni profili del fatto controverso attraverso l’esame e la valutazione delle risultanze di causa precluse al giudice di legittimità, i pagamenti rimanevano cessioni di denaro a titolo di liberalità o somme corrisposte a titolo risarcitorio (di conseguenza, al di fuori del campo di applicazione dell’Iva)
premi di fine anno o di fedeltà: al riguardo la Corte ha richiamato la distinzione operata dalla propria giurisprudenza (sentenze 5006/2007, 6475/2007, 5208/2012, 13312/203 e 17021/2014) tra gli sconti o abbuoni praticati ai clienti e i premi di fine anno o di fedeltà.
A tale riguardo, è stato chiarito che l’articolo 26, comma 2, Dpr 633/72, nell’attribuire al cedente del bene o al prestatore del servizio il diritto di portare in detrazione l’Iva, registrando la corrispondente variazione d’imposta quando l’operazione commerciale per la quale sia stata emessa fattura veda ridotto il suo ammontare in conseguenza di abbuoni o sconti commerciali contrattualmente previsti, pone due condizioni: che venga praticato dal contribuente uno sconto sul prezzo di vendita; che la riduzione del corrispettivo al cliente sia frutto di un accordo, sia esso documentale, verbale e anche successivo, non operando la norma alcuna distinzione. Con la precisazione che, invece, non può procedersi a detrazione d’imposta quando nelle riduzioni operate è ravvisabile la natura di premio di fine anno (e cioè un contributo autonomo riconosciuto indistintamente a fine esercizio al cliente al raggiungimento di un determinato fatturato o comunque per incentivarlo a futuri acquisti) piuttosto che di sconto (e cioè una componente che incide direttamente sul prezzo della merce compravenduta o del servizio scambiato, riducendone l’ammontare dovuto per le singole operazioni compiute).
Il giudice del rinvio, in relazione agli sconti o abbuoni, dovrà verificare la sussistenza dei presupposti per la detrazione; per i premi fedeltà o di fine anno, invece, dovrà escludere completamente l’esercizio del diritto di detrazione.
In materia Iva, è indebita la detrazione d’imposta relativa a fatture per omaggi, per sconti o abbuoni dovuti a merce deteriorata e per prem...
Una persona vorrebbe darmi una mano per ricambiare degli aiuti(umani) che io gli ho dato.
Lui possiede una società con la quale ha diritto con una dichiarazione di intento ad acquistare o importare beni e servizi senza applicazione dell'imposta sul valore aggiunto.
Mi dice che potrebbe farmi acquistare in Italia un auto senza iva.Venendo con me in concessionario e facendo tutto il movimento nello stesso momento.Quindi io firmerei l'acquisto dell'auto e nello stesso momento lui userebbe questa possibilità che ha per togliere appunto l'iva.
Mi domando:ma io,essendo un privato,non avendo nemmeno partita iva,lo posso fare o incorrero' in qualche sanzione?
Mi sta prendendo in giro secondo voi?
Una persona vorrebbe darmi una mano per ricambiare degli aiuti(umani) che io gli ho dato. Lui possiede una società con la quale ha diritto ...
Corte Ue: sui libri il peso dell’Iva dipende e non è uguale per tutti.
Causa C-219/13
La controversia vede protagonisti una società finlandese operante nel campo dell’editoria e l’Amministrazione fiscale nazionale. La società ...
Etichette: Iva, Vendita libri
Corte Ue: ok a detrazione Iva per il Comune, ma a certe condizioni.
La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull’interpretazione dell’articolo 5 della sesta direttiva Iva ed è stata presentata nell’ambito di una controversia che oppone un Comune olandese all’Amministrazione finanziaria locale, in ordine al diritto alla detrazione dell’Iva versata a monte dal Comune per i costi di costruzione di un nuovo edificio comunale.
La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull’interpretazione dell’articolo 5 della sesta direttiva Iva ed è stata presentata nell’ambito...
alle lunedì, settembre 15, 2014
Norme Ue e nazionali: sì al cumulo anche in caso di guadagno insperato.
Uno Stato membro non può vietare a un soggetto passivo Iva di avvalersi dell’effetto diretto di una disposizione comunitaria, con la motivazione che l’applicazione cumulata di tale disposizione con la normativa nazionale, inerente un’altra operazione e relativa agli stessi beni, conduca a un risultato fiscale complessivo che le disposizioni, qualora applicate separatamente, non produrrebbero né perseguirebbero.
Ciò è quanto chiarito dalla Corte di giustizia con la sentenza C‑589/12 del 3 settembre 2014.
L’operazione, oggetto di attenzione da parte dei giudici comunitari, riguarda la vendita a rate di veicoli a motore con riserva di proprietà, la cui attività è soggetta a Iva nella misura ordinaria. Nell’ipotesi di inadempimento dell’acquirente, la società venditrice riprende in possesso i beni e procede alla vendita all’asta, il cui ricavato viene imputato a titolo di saldo delle rate non corrisposte dall’acquirente.
Le disposizioni comunitarie prevedono, alle condizioni individuate dagli Stati membri, la riduzione della base imponibile in ipotesi di annullamento, recesso, risoluzione, non pagamento totale o parziale o di riduzione di prezzo intervenuto dopo che l’operazione è stata effettuata. In caso di mancato pagamento totale o parziale è, tuttavia, consentito agli Stati di derogare tale principio (articolo 11, parte C, della sesta direttiva 77/388/Cee del Consiglio, del 17 maggio 1977).
La direttiva in questione è stata recepita da parte del Regno Unito, la cui normativa prevede due diverse ipotesi di riduzione della base imponibile, ovvero, la riduzione del corrispettivo e il riconoscimento di un credito irrecuperabile.
L’applicazione congiunta delle disposizioni, secondo il Governo Uk, consentirebbe al contribuente di realizzare un “guadagno insperato”, derivante dalla circostanza che le disposizioni comunitarie consentono la riduzione della base imponibile, per le rate non versate, mentre, le norme nazionali consentono sostanzialmente la mancata tassazione della vendita all’asta del veicolo, non qualificata come fornitura di beni o prestazione di servizi.
È, quindi, chiesto alla Corte, da parte del giudice del rinvio, se sia consentito avvalersi contemporaneamente delle disposizioni comunitarie, per una operazione, e di quelle nazionali per un’altra, visto che entrambe le operazioni riguardano gli stessi beni e che l’applicazione congiunta delle due disposizioni consente di realizzare un risultato fiscale diverso da quello che avrebbe prodotto o perseguito l’applicazione separata delle stesse disposizioni.
Secondo la costante giurisprudenza della Corte, ogni soggetto può avvalersi delle disposizioni di una direttiva dinanzi ai giudici nazionali e nei confronti di uno Stato che non l’abbia recepite o che l’abbia recepite in maniera non corretta, purché tali disposizioni siano incondizionate e sufficientemente precise (cfr sentenza Almos Agrárkülkereskedelmi, C‑337/13).
In proposito, una disposizione può definirsi incondizionata qualora in essa è riscontrabile un obbligo non soggetto ad alcuna condizione o non subordinato all’emanazione di nessun atto. Nel merito, le disposizioni relative all’articolo 11, parte C, paragrafo 1, primo comma, della sesta direttiva 77/388/Cee, prevedono il dovere, per gli Stati membri, di procedere a una riduzione della base imponibile nei limiti e alle condizioni dagli stessi fissate. La discrezione riconosciuta agli Stati attiene, invece, esclusivamente, alle misure che consentono di stabilire l’importo della riduzione, ciò, tuttavia, non fa venir meno il carattere preciso e incondizionato dell’obbligo di ammettere la riduzione della base imponibile.
Nel merito, principio fondamentale contenuto nella sesta direttiva è quello secondo cui la base imponibile deve essere costituita dall’effettivo corrispettivo percepito dal soggetto passivo e, in tal senso, il diritto a ottenere una riduzione della base imponibile, nell’ipotesi di insolvenza del cliente, rappresenta un principio fondamentale che vige anche nel caso di contratto di vendita a rate di un veicolo. La circostanza, poi, che successivamente venga versata un’ulteriore somma da parte di un terzo nell’ambito di un’altra operazione (nel caso concreto, la vendita all’asta del veicolo restituito dall’acquirente) non fa venir meno l’effetto diretto realizzato dalle disposizioni comunitarie.
Il diritto a ottenere tale riduzione non si perde neanche nell’ipotesi in cui, sulla base del diritto nazionale, la seconda operazione realizzata, ovvero la vendita all’asta del veicolo, non venga considerata una fornitura di beni o una prestazione di servizi. Secondo la giurisprudenza costante della Corte, infatti, qualora lo Stato membro non abbia adottato, entro i termini, i provvedimenti di attuazione imposti da una direttiva, non può opporre ai singoli soggetti l’inadempimento, da parte sua, degli obblighi da essa derivanti.
Di conseguenza, la questione posta, ovvero se il diritto nazionale sia (o meno) conforme alle disposizioni comunitarie, non risulta rilevante al fine di determinare se un soggetto passivo sia legittimato ad avvalersi dei diritti riconosciuti da tale disposizione comunitaria.
Per quanto riguarda, invece, il carattere abusivo delle operazioni, evidenziato dal governo del Regno Unito, la Corte ricorda che tale circostanza si verifica nelle ipotesi in cui, nonostante l’applicazione formale delle condizioni previste dalle disposizioni, venga realizzato un vantaggio fiscale non perseguito dalle disposizioni stesse e quando da elementi oggettivi risulti che lo scopo essenziale delle operazioni sia diretto proprio all’ottenimento del predetto vantaggio fiscale.
Ma, non spetta ai giudici comunitari verificare tali circostanze: questo rientra nella competenza del giudice nazionale. Ciò nonostante, la Corte, per guidare il giudice nazionale nella sua interpretazione, ricorda, con riferimento al “guadagno insperato”, che un soggetto passivo può legittimamente scegliere tra le diverse operazioni la forma di conduzione degli affari che gli consenta di poter limitare la propria contribuzione fiscale.
Uno Stato membro non può vietare a un soggetto passivo Iva di avvalersi dell’effetto diretto di una disposizione comunitaria, con la motivaz...
alle lunedì, settembre 08, 2014
Risotti pronti, Iva al 4%.
Dopo il benestare dell'Agenzia delle Dogane, l'Agenzia delle Entrate conferma che, come il riso, anche i preparati per risotti scontano l’aliquota Iva agevolata del 4%. Il motivo risiede nella preponderante percentuale di riso in grani presente in tali preparati, percentuale, che si attesta nella maggior parte dei casi sopra l’80% e comunque mai sotto il 45%. Pertanto, pur con l’aggiunta di ulteriori ingredienti e condimenti, in tali preparazioni la sostanza principale resta il riso, il quale non subisce modifiche sostanziali. E' quanto precisato dalle Entrate nella Risoluzione n. 72/E del 24 luglio.
Dopo il benestare dell'Agenzia delle Dogane, l'Agenzia delle Entrate conferma che, come il riso, anche i preparati per risotti scont...
alle lunedì, luglio 28, 2014
Il recupero impossibile di beni non è equiparabile a cessione.
La domanda di pronuncia pregiudiziale, sottoposta ai giudici comunitari, verte sull’interpretazione della direttiva 2006/112/CE sull’Iva. La domanda è stata presentata nell’ambito di una controversia che oppone una società all’Amministrazione fiscale rumena in ordine al pagamento dell’Iva sui beni dati in locazione nell’ambito di un contratto di leasing finanziario, ma risultati mancanti a seguito della loro omessa restituzione alla società locatrice.
In particolar modo, l’articolo 16 della direttiva prevede che sia assimilato ad una cessione di beni a titolo oneroso il prelievo di un bene dalla propria impresa da parte di un soggetto passivo il quale lo destina ad uso privato o all’uso del suo personale, lo trasferisce a titolo gratuito o più in generale, lo destina a fini estranei alla sua impresa, quando tale bene o gli elementi che lo compongono hanno dato diritto alla detrazione totale o parziale dell’Iva.
I protagonisti del contenzioso
Con riferimento al caso di specie, una società attiva nel settore del leasing acquista da diversi fornitori autovetture per le quali detrae integralmente l’Iva pagata a monte.
Contestualmente, la società stipula contratti di leasing finanziario, aventi ad oggetto le autovetture acquistate, con persone fisiche o giuridiche che, per tutta la durata del contratto, hanno qualità di utilizzatori, mentre proprietaria di tali vetture resta la società.
In seguito ad inadempimenti o ritardi nei pagamenti, la società ha risolto alcuni contratti di leasing stipulati con utilizzatori inadempienti. In base a quanto stabilito nei contratti, gli utilizzatori erano tenuti, entro tre giorni dalla data di risoluzione del contratto, a restituire alla società il bene oggetto del contratto.
Alcuni utilizzatori si sono rifiutati di restituire i beni oggetto del contratto, beni che non è stato possibile recuperare entro i termini previsti. Pertanto, non avendo ricevuto pagamenti per i contratti risolti, la società non ha più emesso fatture relative a tali contratti e non ha più riscosso l’Iva corrispondente. L’Amministrazione fiscale rumena ha contestato alla società il mancato pagamento dell’Iva, per la violazione delle disposizione di diritto interno relative alla cessione, alla riscossione del tributo e all’emissione per tali cessioni, di fatture a proprio nome.
La vicenda è approdata dinanzi alla competente autorità giurisdizionale, che ha sottoposto al vaglio pregiudiziale della Corte Ue la seguente questione: se possa essere considerata cessione a titolo oneroso ai sensi dell’articolo 16 della direttiva Iva il caso di beni oggetto di un contratto di leasing finanziario che, a seguito della risoluzione del contratto per colpa dell’utilizzatore non sono stati recuperati dalla società di leasing presso l’utilizzatore del bene, benchè la società di leasing abbia avviato le procedure legali per il recupero dei beni e dopo la risoluzione la società di leasing non abbia più incassato alcun importo relativo all’utilizzo dei beni.
Il giudice ‘a quo’ ha chiesto alla Corte Ue se le disposizioni della direttiva Iva debbano essere interpretate nel senso che l’impossibilità, per una società di leasing di recuperare dall’utilizzatore i beni oggetto di un contratto di leasing finanziario a seguito della risoluzione del contratto per colpa dell’utilizzatore, nonostante le azioni intraprese da tale società per il recupero dei beni in parola e nonostante l’assenza di qualsiasi corrispettivo a seguito di tale risoluzione, possa essere assimilata ad una cessione di beni effettuata a titolo oneroso.
L’articolo 16 della direttiva Iva assimila alcune operazioni, per le quali il soggetto passivo non percepisce alcun corrispettivo, a cessioni di beni effettuate a titolo oneroso, soggette ad Iva. In base ad una consolidata giurisprudenza, la finalità di detta disposizione è di garantire la parità di trattamento tra il soggetto passivo che prelevi un bene per proprie esigenze private o per quelle del proprio personale e dall’altro il consumatore finale che si procuri un bene dello stesso tipo.
Per conseguire tale obiettivo, l’articolo 16 della direttiva Iva assimila ad una cessione di beni a titolo oneroso il prelievo di un bene dalla propria impresa da parte di un soggetto passivo il quale lo destina al proprio uso privato o all’uso del suo personale, lo trasferisce a titolo gratuito o lo destina a fini estranei a quelli della sua impresa, quando tale bene o gli elementi che lo compongono hanno dato diritto ad una detrazione totale o parziale dell’Iva.
L’analisi nel caso specifico
Il caso di specie, tuttavia, non è riconducibile ad alcuna di tali ipotesi. Innanzitutto, tali beni non possono essere considerati destinati all’uso privato del soggetto passivo o a quello del suo personale, atteso che detti beni non si trovano in loro possesso.
Inoltre, la circostanza che l’utilizzatore resti in possesso di tali beni senza corrispondere un corrispettivo è dovuta al presunto comportamento colpevole di quest’ultimo, e non ad un trasferimento a titolo gratuito di tali beni all’utilizzatore da parte del locatore. Infine, gli stessi beni non possono essere considerati destinati a fini estranei all’impresa del soggetto passivo, poiché la loro locazione e la loro messa a disposizione da parte del locatore rappresentano la sostanza dell’attività economica del locatore.
La circostanza che questi non riesca a recuperare tali beni dopo la risoluzione del contratto di leasing non significa che li abbia destinati a fini estranei alla sua impresa.
Da ciò deriva che l’impossibilità, per una società di leasing, di recuperare beni oggetto di un contratto di leasing in seguito alla risoluzione di tale contratto, non può essere assimilata ad una cessione di beni a titolo oneroso ai sensi dell’articolo 16 della direttiva Iva.
Tutto ciò premesso, la Corte UE perviene alla conclusione che le disposizioni della direttiva Iva devono essere interpretate nel senso che l’impossibilità per una società di leasing di recuperare dall’utilizzatore i beni oggetto di un contratto di leasing a seguito della risoluzione del contratto per colpa dell’utilizzatore, nonostante le azioni intraprese da tale società per il recupero dei beni in parola e nonostante l’assenza di qualsiasi corrispettivo a seguito di tale risoluzione, non possa essere assimilata ad una cessione di beni effettuata a titolo oneroso.
La domanda di pronuncia pregiudiziale, sottoposta ai giudici comunitari, verte sull’interpretazione della direttiva 2006/112/CE sull’Iva. La...
alle mercoledì, luglio 23, 2014
Prestazioni degli operatori socio-sanitari.
Le prestazioni effettuate dalle figure degli operatori socio-sanitari sono esenti ai fini Iva?
Le prestazioni effettuate dalle figure degli operatori socio-sanitari sono esenti ai fini Iva? Sono esenti dall'imposta le prestazioni...
Etichette: Iva, Prestazioni sanitarie
Detrazione IVA legittima anche con prezzi fuori mercato.
La Corte di Cassazione con Sentenza n. 12502 del 4 giugno 2014 ha affermato che è legittima la detrazione IVA anche se i prezzi praticati dall’impresa sono fuori mercato. Al contrario, l'Amministrazione finanziaria può sindacare i costi esposti in bilancio dalle imprese e negare, in virtù dell’elusione fiscale, la deduzione dalle imposte sui redditi.
La legittimità delle detrazioni IVA, per parte sua, derivava dalla riconosciuta inerenza dei costi dei servizi acquisiti.
Il sistema comune dell’IVA è perciò volto a garantire la neutralità dell’imposizione fiscale per tutte le attività, a prescindere dallo scopo o dai risultati di esse, purché siano appunto assoggettabili al tributo, prevedendosi un’interruzione di detto esonero generale allorché il bene o servizio venga reso al consumatore finale.
La Corte di Cassazione con Sentenza n. 12502 del 4 giugno 2014 ha affermato che è legittima la detrazione IVA anche se i prezzi praticati da...
Escursioni a terra e film a bordo: il giro è turistico e vuole l’Iva.
Il trasporto dei passeggeri per brevi crociere a bordo della motonave di una società non consente a quest’ultima di beneficiare dell’esenzione Iva per i proventi incassati, in quanto il servizio prestato comprende anche prestazioni accessorie turistico-ricreative, sia in navigazione sia a terra.
Lo ha chiarito la Cassazione, con ordinanza 12599 del 4 giugno 2014.
Con avviso di accertamento notificato a una società in accomandita semplice, l’ufficio ha recuperato a tassazione l’Iva per l’anno 2004, avendo riscontrato l’indebita applicazione dell’esenzione d’imposta per le attività di trasporto passeggeri svolte dalla società a mezzo della propria motonave, in assenza delle autorizzazioni amministrative richieste per la configurabilità di un servizio di trasporto di linea (circostanza confermata dalle locali Capitanerie di porto) o anche “non di linea” (e cioè con una funzione supplementare integrativa, effettuato a richiesta dei trasportati, in modo non continuativo o periodico, su itinerari e secondo orari stabiliti di volta in volta – legge 21/1992).
L’avviso traeva origine da un processo verbale di constatazione della Gdf, del quale recepiva le conclusioni e vi rinviava quanto alla documentazione raccolta: dichiarazione del titolare della società indirizzata ad autorità locali, nella quale l’attività veniva ricondotta al “trasporto passeggeri per fini turistici”; fatture passive emesse da varie agenzie di viaggio dalle quali risultava che la provvigione, riconosciuta alla contribuente per le commissioni attive relative alla prenotazione delle mini crociere, era collegata ai voucher dei clienti; depliant che pubblicizzavano l’itinerario turistico oltre alla possibilità di effettuare, per gruppi organizzati, prenotazioni presso varie agenzie di viaggio.
La società ha impugnato l’atto sostenendo, invece, di svolgere un servizio di trasporto pubblico urbano (articolo 1, del Dlgs 28/2001, attuativo della direttiva 1999/35/Ce), esente da Iva (ex articolo 10, n. 14, Dpr 633/1972), viste la regolarità e la frequenza quotidiana del trasporto (gli orari, inoltre, erano portati a conoscenza degli utenti e dell’Autorità marittima anche con pubblicazione su un proprio sito internet), assicurate a prescindere dal numero di passeggeri.
Altalenante l’esito del giudizio nei gradi di merito.
Mentre la Commissione provinciale ha ritenuto dimostrate la asserzioni della società e ha annullato l’avviso di accertamento, i giudici di appello aditi dall’Agenzia delle Entrate hanno evidenziato che un servizio di trasporto è Iva esente se è di pubblica utilità e, cioè, se può essere ritenuto essenziale a garantire il diritto dei cittadini alla mobilità sulla base di un riconoscimento delle autorità preposte (Cassazione, ordinanza 6484/2014) e se la successiva assegnazione del servizio viene effettuata secondo procedure concorsuali volte a garantire il miglior rapporto qualità-sicurezza-prezzo del servizio stesso.
In particolare, la Ctr ha ritenuto che, nella fattispecie esaminata, poiché il trasporto era destinato a soddisfare esigenze diverse, non sussistevano i presupposti di esenzione d’imposta. Ciò in quanto dalla documentazione in atti risultava che la motonave gestita dalla contribuente era dotata di infrastrutture accessorie, tipicamente turistico-ricreative, quali il servizio di ristorazione e bar, e che l’offerta di trasporto pubblicizzata presentava i viaggi come brevi crociere, durante le quali erano previste diverse attività (visite a terra delle varie isole dell’arcipelago toscano anche con presenza di guide turistiche, esibizione di metodi di pesca, vasca idromassaggio).
La società ha proposto ricorso per cassazione, deducendo la violazione della legge 21/1992, in quanto l’attività svolta doveva essere ricondotta al trasporto urbano per acqua e, a tale riguardo, l’assenza di autorizzazione allo svolgimento di tale attività non poteva pregiudicare il diritto all’esenzione.
La Corte, con l’ordinanza in esame, ha respinto il ricorso e ha affermato che “… la CTR, oltre a rassegnare l’esigenza di un’autorizzazione al trasporto per fruire dell’agevolazione disciplinata dal D.P.R. n. 633 del 1972, art. 10, n. 14…, ha espressamente accertato la natura tipicamente turistico ricreativa delle attività svolte dalla società contribuente ritenendo che tale finalità, correlata allo svolgimento di vere e proprie brevi crociere, non era compatibile con la ratio posta a base dell’esenzione…”.
I giudici di piazza Cavour, nella fattispecie sottoposta al loro vaglio, hanno escluso l’esenzione Iva dei corrispettivi incassati dalla società per tre ragioni: l’attività in concreto svolta non era sussumibile tra quelle esentate dal legislatore; non si limitava al mero trasporto, ma comprendeva anche attività ulteriori e ricreative; non era stata preceduta dal rilascio di autorizzazioni né l’assegnazione del servizio aveva seguito i principi di concorsualità.
L’articolo 10, comma 1, n. 14, del Dpr 633/1972, nella versione vigente all’epoca dei fatti e regolata dall’articolo 2, lettera b), del Dl 328/1997, stabiliva l’esenzione dall’imposta per le prestazioni di trasporto urbano di persone effettuate mediante veicoli da piazza o altri mezzi di trasporto abilitati a eseguire servizi di trasporto marittimo, lacuale, fluviale e lagunare, precisando che sono considerati urbani i trasporti effettuati nel territorio di un comune o tra comuni non distanti tra loro oltre cinquanta chilometri.
La prestazione resa dalla società, quindi, non costituendo un mero servizio di trasporto e soddisfacendo esigenze diverse rispetto al bisogno primario della mobilità dei passeggeri, non rientrava nell’ambito applicativo della disposizione.
La contribuente, infatti, non si obbligava semplicemente a trasferire, verso corrispettivo, i propri clienti da un luogo a un altro (come previsto nella nozione civilistica di contratto di trasporto, ex articolo 1678 e seguenti, cc), ma si impegnava a offrire e a fornire un servizio diverso e più articolato presso luoghi di particolare interesse turistico con “prestazioni accessorie sia in navigazione che a terra, come proiezioni di filmati per bambini, illustrazioni audio foniche del paesaggio, servizio di bus navetta dai camping al porto d’imbarco, intrattenimenti a bordo” (sentenza impugnata, Ctr della Toscana, sezione distaccata di Livorno, n. 11/23/13, del 29/1/2013).
Non solo. La Corte ha concluso per la non esenzione Iva dei compensi incassati ritenendo che ulteriori motivi per confermare la decisone di secondo grado potevano rinvenirsi sia nella circostanza che le attività svolte dalle autorità pubbliche erano relative solo all’idoneità e alla sicurezza dei mezzi e non anche all’indicazione di interventi con metodi pubblici selettivi per garantire l’efficienza, la regolarità e la continuità dei collegamenti (in tal senso, risoluzione 117/2003), sia nel fatto che, come rilevato dal giudice di appello, sotto il profilo formale, il servizio non era stato assegnato secondo le regole della concorsualità.
Il trasporto dei passeggeri per brevi crociere a bordo della motonave di una società non consente a quest’ultima di beneficiare dell’esenzio...
Quesito: automazione cancello.
devo sostituire i bracci motorizzati del cancello perchè sono entrambi guasti, che iva mi spetta sul lavoro totale facendoli cambiare da una ditta specializzata? C'è chi mi dice che essendo una riparazione mi spetta il 10%.Se così fosse lo faccio fare ad una ditta, altrimenti se l'iva è al 22% me li potrei cambiare da solo.
devo sostituire i bracci motorizzati del cancello perchè sono entrambi guasti, che iva mi spetta sul lavoro totale facendoli cambiare da una...
alle venerdì, aprile 04, 2014
Corte Ue: pagano l’Iva i viaggi organizzati extra territorio Ue.
La questione di fatto nasce dal ricorso presentato da un gruppo societario al quale appartengono società la cui attività principale è costituita dall’organizzazione di viaggi turistici. In particolare, l’assunto a fondamento delle richieste del soggetto passivo è che i viaggi organizzati al di fuori del territorio dell’Unione non debbano essere assoggettati ad imposta sul valore aggiunto. A tal proposito viene contestata una normativa nazionale che prima dell’emanazione della direttiva comunitaria di specie preveda l’assoggettamento ad Iva delle operazione connesse all’organizzazione di viaggi turistici extra territorio comunitario. Ecco che allora veniva presentata richiesta di rimborso dell’Iva assolta su tali operazioni. Dalla diatriba interpretativa che vedeva contrapporsi da una parte le società ricorrenti e, dall’altra l’amministrazione finanziaria la quale affermava la legittimità della controversa normativa nazionale, il giudice nazionale decideva di sospendere il procedimento e di proporre le questioni pregiudiziali ai togati europei.
Con le questioni pregiudiziali i giudici europei sono chiamati a stabilire se le disposizioni delle direttive sull’Iva, ostino o meno all’introduzione da parte dello Stato membro, in pendenza del termine di trasposizione della sesta direttiva Iva, alla modifica della legislazione vigente al fine di assoggettare ad Iva i viaggi effettuati fuori dall’Unione. E’ compatibile col diritto comunitario una normativa nazionale che esenta dall’Iva le prestazioni di servizi delle agenzie di viaggio in quanto assimilate ad attività di intermediazione? La possibilità, per i paesi membri, di assoggettare o meno ad imposizione i servizi relativi a viaggi extra unione costituisce violazione dei principi fondamentali dell’Unione europea? Viola il principio della neutralità fiscale lo Stato che concede l’esenzione esclusivamente per i viaggi e non anche per le attività di intermediazione?
Il punto focale della questione è quella di stabilire se a partire dal primo dicembre 1977, data di entrata in vigore della sesta direttiva Iva, prima della quale le prestazione di servizi delle agenzie di viaggio erano esenti, tali prestazioni rientrassero, invece, tra le operazioni imponibili, in considerazione della cd. “clausola di standstill”, di cui all’articolo 28 paragrafo 3, sesta direttiva Iva. Dal combinato disposto degli articoli 18 e 15 della sesta direttiva comunitaria si evince come il legislatore dell’Unione abbia concesso la facoltà di derogare all’obbligo di esentare le prestazione di cui al procedimento principale. Ma come emerso anche da costante giurisprudenza, gli stessi Stati membri non possono adottare disposizioni che possano compromettere in maniera irreversibile il raggiungimento delle finalità prescritte dalle direttive stesse. Quanto alla direttiva di cui al procedimento principale, sottolineano i giudici europei, non si è in condizioni di poter affermare una siffatta grave deviazione dal raggiungimento degli scopi della direttiva stessa. Ne consegue come l’assoggettamento ad imposta sul valore aggiunto delle prestazioni di servizi legate alle operazioni di organizzazione viaggi è compatibile con la disciplina comunitaria seppur nella sua fase di trasposizione.
La direttiva 77/388/CEE e la direttiva 2006/112/UE di cui rispettivamente agli articoli 28, paragrafo 3, e 370 non ostano ad una normativa nazionale che, in pendenza del termine di trasposizione della stessa direttiva 77/388, assoggetti ad imposta sul valore aggiunto i viaggi effettuati al di fuori del territorio comunitario a condizione che, come prescrive l’articolo 309, suddetti viaggi fossero gia assoggettati ad imposta al momento di attuazione della direttiva 77/388. Ecco che allora, aggiungono i giudici della ottava sezione della Corte, rispettate tali condizioni non si palesa alcuna violazione non solo delle richiamate direttive, ma anche dei principi quali uguaglianza, proporzionalità e neutralità fiscale.
La questione di fatto nasce dal ricorso presentato da un gruppo societario al quale appartengono società la cui attività principale è costit...
Iva “indipendente”: subito in cassa per versare il saldo senza interessi.
Lunedì 17 marzo è l’ultimo giorno utile per pagare il saldo Iva (prima o unica rata) relativo al 2013, al netto di interessi (il termine naturale sarebbe stato il 16, ma quest’anno è domenica).
La scadenza, inderogabilmente impressa nel memorandum di tutti i contribuenti che presentano la dichiarazione annuale sganciata da Unico, segue regole sostanzialmente immutate rispetto all’appuntamento dell’anno precedente.
Inoltre, ricordiamo che, entro la stessa data, gli operatori possono sistemare le fatture emesse e i corrispettivi annotati erroneamente con la vecchia aliquota del 21%, anziché con quella nuova del 22%, in vigore dall’1 ottobre scorso, effettuando la variazione in aumento e versando la maggiore imposta, aumentata degli interessi eventualmente dovuti, senza applicazione di sanzioni.
Un’opportunità ufficializzata con la circolare 32/2013, nella quale è stato precisato che, “qualora nella fase di prima applicazione ragioni di ordine tecnico impediscano di adeguare in modo rapido i software per la fatturazione e i misuratori fiscali, gli operatori potranno regolarizzare le fatture eventualmente emesse e i corrispettivi annotati in modo non corretto …” – senza sanzioni – “… entro i seguenti termini:
per i contribuenti con periodo di liquidazione mensile entro la data di versamento dell’acconto Iva (27 dicembre) in relazione alle fatture emesse per i mesi di ottobre e novembre ed entro la data di liquidazione annuale (16 marzo) per le fatture emesse nel mese di dicembre
per i contribuenti con liquidazione trimestrale, entro i termini di liquidazione annuale, per le fatture emesse nell’ultimo trimestre”.
Ma torniamo alla nostra scadenza, categorica per tutti coloro che presentano la dichiarazione annuale Iva in forma autonoma, opzionale per chi, essendo invece tenuto alla dichiarazione unificata, può differire il pagamento maggiorandolo, a titolo di interesse, dello 0,40% per ogni mese o frazione di mese successivo al 16 marzo. Avvalersi di tale facoltà, vuol dire comunque mettersi in regola con il Fisco entro il termine previsto per il versamento delle imposte da Unico.
Il pagamento di lunedì non va effettuato se la somma risultante dalla dichiarazione annuale è minima, precisamente non superiore a 10,33 euro. Sopra tale soglia, al contribuente è offerta la possibilità sia di versare l’importo in un’unica soluzione sia di rateizzarlo in quote mensili, di pari ammontare, da corrispondere entro il sedici di ciascun mese successivo a quello di pagamento della prima rata e maggiorate degli interessi nella misura dello 0,33% mensile. Il versamento va comunque completato entro il mese di novembre dell’anno di presentazione della dichiarazione.
Il mancato rispetto del termine del 17 marzo potrà essere sanato solo mediante ravvedimento operoso, cioè riparando volontariamente alla dimenticanza.
Con dichiarazione autonoma, il contribuente può:
versare in un’unica soluzione entro il 17 marzo
rateizzare, maggiorando dello 0,33% mensile l’importo di ciascuna rata successiva alla prima.
In presenza di dichiarazione annuale “incorporata” in Unico, al debitore è consentito:
versare in un’unica soluzione entro la scadenza per i versamenti di Unico con la maggiorazione dello 0,40% per ogni mese o frazione di mese successivo al 16 marzo (scadenza naturale)
rateizzare dalla data di pagamento delle somme dovute in base al modello Unico, maggiorando prima l’importo da versare dello 0,40% per ogni mese o frazione di mese successivo al 16 marzo e, quindi, aumentando dello 0,33% mensile l’importo di ogni rata successiva alla prima.
Quanto e come versare
L’importo si calcola sottraendo l’imposta assolta sulle fatture d’acquisto da quella dovuta sulle fatture di vendita, emergente dai registri Iva 2013, al netto delle somme già versate nel corso dell’anno in occasione delle liquidazioni periodiche.
Una volta determinato, il saldo Iva si paga utilizzando l’F24: la modalità è solo quella telematica, il codice tributo da indicare è il 6099.
In caso di opzione per la rateizzazione, nell’apposita colonna della delega di pagamento unificato è necessario indicare il numero specifico della rata che si sta versando e quello complessivo delle quote. Ad esempio, se si è scelto di pagare in sei rate, l’indicazione da riportare per identificare la prima sarà “0106”. Gli interessi, invece, viaggiano separatamente; per individuarli, vanno esposti nell’F24 con il codice tributo “1668”.
Quando e come rimediare
In generale, l’omesso versamento, anche di una sola rata, sconta una sanzione pari al 30% dell’imposta non pagata. È possibile, comunque, alleviare la pena correndo ai ripari volontariamente, cioè attraverso il ravvedimento operoso (articolo 13, Dlgs 472/1997).
In pratica, chi regolarizza il mancato versamento in spontaneità, pagando l’imposta e gli interessi (calcolati giornalmente al tasso legale, fissato all’1% a partire dall’1 gennaio 2014), si “aggiudica” una sanzione ridotta a:
uno 0,2% giornaliero del tributo, se il ravvedimento è “sprint”, cioè se si regolano i conti entro i primi 14 giorni successivi alla scadenza
un decimo (3% del tributo), se la violazione è sanata entro trenta giorni
un ottavo (3,75% del tributo), se l’infrazione è regolarizzata oltre i trenta giorni, ma entro il termine di scadenza per la presentazione della dichiarazione annuale relativa al periodo d’imposta in cui è stata commessa, cioè entro settembre 2015.
Non può ravvedersi, invece, il contribuente al quale viene formalmente contestata la violazione o che ha conoscenza dell’inizio di accessi, ispezioni, verifiche o altre attività di accertamento. Anche in questo caso, però, è possibile ottenere uno sconto sulla sanzione, se la regolarizzazione avviene entro trenta giorni dal ricevimento della comunicazione di irregolarità (10% dell’imposta dovuta).
Gli importi richiesti con la comunicazione possono essere dilazionati (articolo 3-bis, Dlgs 462/1997), in un massimo di:
sei rate trimestrali, se il debito è fino a 5mila euro
venti rate trimestrali, se il debito supera i 5mila euro.
Le rate possono essere anche di importo decrescente.
Attenzione, se si omette di versare un’Iva superiore a 50mila euro (dovuta sulla base della dichiarazione annuale) e se tale comportamento si protrae fino al termine per il versamento dell’acconto relativo al periodo di imposta successivo (29 dicembre 2014), scatta la sanzione penale, che prevede la reclusione da sei mesi a due anni.
Lunedì 17 marzo è l’ultimo giorno utile per pagare il saldo Iva (prima o unica rata) relativo al 2013, al netto di interessi (il termine nat...
alle lunedì, marzo 17, 2014
Corte Ue: sui servizi di trasporto aliquota Iva ordinaria o ridotta?
La pronuncia pregiudiziale è stata resa dai giudici sovranazionali nell’ambito di due controversie insorte tra due società tedesche e l’Amministrazione fiscale nazionale in merito all’applicazione di un’aliquota Iva differente al trasporto a mezzo taxi e a quello con autoveicolo da noleggio con conducente.
La protagonista della prima controversia
La prima protagonista del contenzioso comunitario è una società a responsabilità limitata di diritto tedesco, titolare di un’autorizzazione per il trasporto mediante autoveicoli da noleggio. Nel corso del 2006 e 2007, la società provvedeva al trasporto di malati per conto di casse di malattia, come da contratto stipulato tra le parti. A seguito di una verifica fiscale, l’Amministrazione finanziaria tedesca, contestava alla società l’applicazione dell’aliquota Iva ridotta ai servizi resi su base contrattuale alla cassa di malattia.
La società proponeva quindi ricorso dinanzi al giudice competente, che rigettava lo stesso, concludendo che la ricorrente svolgeva un servizio che non aveva le caratteristiche essenziali del trasporto pubblico e per tal ragione non era legittimata ad applicare l’aliquota ridotta per le prestazioni di trasporto di cui trattasi.
Il ricorso per cassazione e il giudice di rinvio
La società proponeva ricorso per cassazione. Il giudice del rinvio si interroga se la disposizione nazionale sia compatibile con il principio di neutralità fiscale quale interpretato dalla Corte. Da un lato, il giudice a quo ritiene che, dal punto di vista del consumatore, tanto i taxi quanto gli autoveicoli da noleggio con conducente servano al trasporto di persone, il che indurrebbe a ritenere che si tratti di prestazioni comparabili. D’altro canto, sussistono, a parere del giudice medesimo, differenze sostanziali tra le due modalità di trasporto di persone, con riguardo alle rispettive condizioni di esecuzione, anche nel caso di specifico accordo concluso tra un’impresa di taxi e grandi clienti, per quanto attiene, in particolare, alla fissazione del prezzo delle corse, all’obbligo di servizio e all’obbligo di trasporto, differenze che potrebbero escludere una violazione di tale principio.
Ciò premesso, il giudice nazionale ha deciso di sospendere il procedimento e di sottoporre alla Corte le seguenti questioni pregiudiziali:
se il combinato disposto dell’articolo 12, paragrafo 3, lettera a), terzo comma, e dell’allegato H, categoria 5, della sesta direttiva e l’articolo 98, paragrafo 1, e dell’allegato III, punto 5, della direttiva IVA, tenuto conto del principio di neutralità, ostino a una normativa nazionale che prevede per il trasporto locale di persone a mezzo taxi l’aliquota IVA ridotta, mentre per il trasporto locale di passeggeri con cosiddette autovetture da noleggio vige l’aliquota di imposta ordinaria.
se ai fini della risposta alla prima questione rilevi la circostanza che le corse vengono effettuate sulla base di accordi specifici con c.d. grandi clienti a condizioni pressoché identiche da imprese di taxi o altre autovetture pubbliche a motore e da imprese di autonoleggio.
La protagonista della seconda controversia
La seconda impresa di diritto tedesco opera, invece, nel settore di autonoleggio con conducente. Il catalogo dei servizi comprende il trasporto di persone, di malati su posti a sedere, di pazienti con necessità di dialisi, scolastico, un servizio di corriere e di trasporto di merci, il trasferimento verso alberghi ed aeroporti, visite turistiche della città e l’organizzazione di trasferimenti da un luogo ad un altro. Nelle proprie dichiarazioni Iva per gli esercizi relativi agli anni dal 2003 al 2006, l’impresa applicava al fatturato proveniente dall’attività di autonoleggio con conducente, per i tragitti non eccedenti i 50 chilometri ovvero all’interno della città, l’aliquota Iva ridotta del 7%.
La posizione del Fisco nazionale
L’Amministrazione finanziaria accertava per le dichiarazioni presentate, una maggiorazione dell’aliquota Iva da ridotta a ordinaria, vale a dire quella del 16%. L’impresa proponeva quindi ricorso dinanzi al giudice competente che, sostanzialmente, respingeva la domanda in quanto l’impresa non rispondeva ai requisiti ai fini dell’applicazione dell’aliquota ridotta, che la normativa limitava alle imprese di taxi.
Il ricorso per cassazione e il rinvio alla Corte Ue
Contro tale decisione, era proposto ricorso per cassazione e in questa fase l’organo competente a fronte degli stessi dubbi di compatibilità tra la normativa nazionale e il principio di neutralità fiscale ha deciso di sospendere il procedimento e di sottoporre alla Corte la seguente questione pregiudiziale:
Se il combinato disposto dell’articolo 12, paragrafo 3, lettera a), terzo comma, e dell’allegato H, categoria 5, della sesta direttiva, tenuto conto del principio di neutralità, osti a una normativa nazionale che prevede per il trasporto locale di persone a mezzo taxi l’aliquota IVA ridotta, mentre per il trasporto locale di passeggeri con cosiddette autovetture a noleggio vige l’aliquota di imposta ordinaria.
Per quanto concerne il diritto dell’Unione, l’articolo 2, punto 1, della sesta direttiva dispone che sono soggette all’Iva le cessioni di beni e le prestazioni di servizi, effettuate a titolo oneroso all’interno del paese da un soggetto passivo che agisce in quanto tale. L’articolo 12, paragrafo 3, lettera a), primo e terzo comma, della direttiva medesima stabilisce che l’aliquota ordinaria dell’Iva è fissata da ciascuno Stato membro in una percentuale della base imponibile che è identica per le forniture di beni e per le prestazioni di servizi.
Gli Stati membri possono applicare una o due aliquote ridotte e fissare le stesse in una percentuale della base imponibile che non può essere inferiore al 5%. L’allegato H della direttiva, intitolato «Elenco delle forniture di beni e delle prestazioni di servizi suscettibili di essere soggette ad aliquote ridotte dell’IVA», stabilisce che gli Stati membri possono far ricorso alla nomenclatura combinata per delimitare con precisione la categoria in questione.
L’allegato III della direttiva IVA, include al punto 5, nell’elenco delle cessioni di beni e delle prestazioni di servizi assoggettabili alle aliquote ridotte di cui all’articolo 98 della direttiva medesima: «trasporto di persone e dei rispettivi bagagli al seguito».
Secondo la normativa tedesca, l’imposta applicata a ogni operazione imponibile ammontava al 16% per gli anni dal 2003 al 2006 ed al 19% per l’anno 2007. L’aliquota ridotta del 7% è prevista per le operazioni di trasporto di persone per ferrovia, per filobus, per autoveicolo nell’ambito del trasporto di linea autorizzato, per taxi e per carrozza, nell’ambito di un comune e per i tragitti che non eccedono i 50 chilometri.
La normativa dello Stato membro chiarisce che il trasporto in taxi e in autoveicolo da noleggio rappresentano forme differenti di servizio occasionale. Il trasporto in taxi è il trasporto di persone per mezzo di autoveicoli che l’imprenditore tiene a disposizione in spazi autorizzati dall’amministrazione e con i quali effettua corse verso una destinazione fissata dal cliente. L’Amministrazione locale è autorizzata a inquadrare, per mezzo di ordinanza, gli obblighi di servizio, le regole applicabili alle stazioni di taxi nonché le specifiche caratteristiche di esecuzione del servizio.
Il trasporto con autoveicolo da noleggio è, invece, il trasporto di persone per mezzo di autoveicoli noleggiati unicamente e interamente ai soli fini del trasporto e con i quali l’imprenditore effettua corse la cui finalità, la cui destinazione ed il cui svolgimento sono determinati dal noleggiatario e che non ricadono nel trasporto a mezzo taxi.
Il ragionamento degli eurogiudici
Chiamata a pronunciarsi sulla questione se l’articolo 12, paragrafo 3, lettera a), terzo comma, della sesta direttiva, nel combinato disposto con l’allegato H, categoria 5, della medesima, e l’articolo 98, paragrafi 1 e 2, della direttiva Iva, nel combinato disposto con l’allegato III, punto 5, della medesima, nonché il principio di neutralità fiscale ostino a che due tipi di servizi di trasporto urbano di persone, vale a dire, da un lato, a mezzo taxi e, dall’altro, in autoveicolo da noleggio con conducente, siano soggetti a due aliquote Iva distinte, l’una ridotta, l’altra ordinaria, la Corte ha stabilito quanto segue. Riguardo all’articolo 12, paragrafo 3, lettera a), terzo comma, della sesta direttiva nel testo di tale disposizione nulla impone che sia interpretata nel senso che l’aliquota ridotta si applichi soltanto qualora riguardi tutti gli aspetti di una categoria di prestazioni indicata nell’allegato H della direttiva stessa, di modo che un’applicazione selettiva dell’aliquota ridotta non può essere esclusa, a condizione che essa non comporti alcun rischio di distorsione della concorrenza.
Ne consegue che l’esercizio della facoltà di procedere a un’applicazione selettiva dell’aliquota IVA ridotta, riconosciuta agli Stati membri, è soggetta alla duplice condizione, da un lato, di isolare dalla categoria di prestazioni interessate, ai fini dell’applicazione dell’aliquota ridotta, soltanto elementi concreti e specifici e, dall’altro, di rispettare il principio di neutralità fiscale. Tali condizioni sono volte a garantire che gli Stati membri utilizzino tale facoltà soltanto in circostanze che assicurino l’applicazione semplice e corretta dell’aliquota ridotta prescelta nonché la prevenzione di frodi, elusioni e abusi eventuali.
Attività di trasporto urbano e prestazione di servizi
L’attività di trasporto urbano di persone a mezzo taxi potrebbe essere considerata quale prestazione di servizi di per sé individuabile, separatamente dalle altre prestazioni della categoria de qua, vale a dire il trasporto di persone e dei rispettivi bagagli al seguito. Tale attività potrebbe, conseguentemente, costituire un aspetto specifico e concreto di tale categoria. Spetta tuttavia al giudice nazionale verificare, alla luce della normativa nazionale e delle circostanze di fatto sottoposte al suo esame, se tale ipotesi ricorra nel contesto delle controversie principali.
Secondo consolidata giurisprudenza, il principio di neutralità fiscale osta, in particolare, a che merci o prestazioni di servizi simili, che si trovano quindi in concorrenza fra loro, siano trattate in modo diverso ai fini dell’Iva. Per determinare se due prestazioni di servizi siano simili ai sensi di tale giurisprudenza, occorre tener conto principalmente del punto di vista del consumatore medio, evitando distinzioni artificiose, basate su differenze trascurabili.
Due prestazioni di servizi sono quindi simili quando presentano proprietà analoghe e rispondono alle stesse esigenze del consumatore, in base ad un criterio di comparabilità dell’uso, e quando le differenze esistenti non influiscono significativamente sulla decisione del consumatore medio di optare per l’una o l’altra di tali prestazioni.
Il giudice a quo sottolinea, parimenti, la sussistenza di differenze tra i due tipi di trasporto quanto all’accettazione, alla trasmissione e all’esecuzione delle richieste di trasporto nonché per quanto attiene alla messa a disposizione delle vetture ed alla pubblicità. A parere del giudice stesso, tali differenze, singolarmente considerate o combinate le une con le altre, sono idonee ad evitare qualsiasi confusione tra il trasporto in taxi e quello in autoveicolo da noleggio con conducente.
Differenze di tal genere riguardo ai requisiti giuridici cui sono subordinati i due tipi di trasporto de quo, laddove sussistano – ciò che spetta al giudice nazionale verificare – possono far sorgere, agli occhi dell’utente medio, una differenza tra tali tipi di trasporto, ove ognuno di essi è idoneo a rispondere ad esigenze distinte per quanto lo riguarda e, conseguentemente, ad influire in modo determinante sulla sua decisione di optare per l’uno o l’altro tipo di trasporto, cosicché il principio di neutralità fiscale non osterebbe all’assoggettamento ad un trattamento fiscale differenziato.
La Corte, inoltre, è chiamata a pronunciarsi nel caso in cui le imprese di taxi e le imprese di autonoleggio con conducente sono tenute a fornire le proprie prestazioni in base ad una convenzione particolare che si applica indistintamente alle singole imprese ed in condizioni pressoché identiche.
Dagli atti sottoposti alla Corte emerge che la tariffa di trasporto è fissata nella convenzione e che essa si applica indistintamente alle due categorie di trasporto. Le imprese di taxi non sarebbero quindi soggette, nell’ambito di tale convenzione, ai requisiti giuridici ad esse incombenti al di fuori della convenzione stessa. Qualora tali circostanze risultassero confermate, le attività dovrebbero essere quindi considerate analoghe, dal punto di vista dell’utente medio.
Secondo i giudici comunitari, sulla base del principio di neutralità fiscale, le disposizioni comunitarie devono essere interpretate nel senso che è contrario al diritto Ue che due tipi di servizi di trasporto urbano di persone e dei rispettivi bagagli al seguito (taxi e noleggio con conducente), siano assoggettati ad aliquote Iva distinte, laddove, in virtù di una convenzione specifica applicabile indistintamente alle imprese di taxi ed alle imprese di autonoleggio con conducente ad essa aderenti, il trasporto di persone a mezzo taxi non costituisca un aspetto concreto e specifico del trasporto di persone e dei rispettivi bagagli al seguito e tale attività, realizzata nell’ambito della convenzione medesima, risulti analoga, dal punto di vista dell’utente medio, all’attività di trasporto urbano di persone in autoveicolo da noleggio con conducente.
La pronuncia pregiudiziale è stata resa dai giudici sovranazionali nell’ambito di due controversie insorte tra due società tedesche e l’Ammi...
Etichette: Aliquote, Iva
Quesito: aliquota iva montaggio smontaggio ponteggi.
si chiede se l'attivita' di montaggio smontaggio ponteggi con fornitura del ponteggio si puo' considerare non soggetto ad iva ( reverse charge) non facendo pagare il noleggio .OPPURE LA RISOLUZIONE 187/2007
obbliga l'applicazione dell'iva ???
si chiede se l'attivita' di montaggio smontaggio ponteggi con fornitura del ponteggio si puo' considerare non soggetto ad iva (...
Etichette: Aliquote, Iva, Quesiti
alle martedì, febbraio 04, 2014
Quesito: compilazione 730. Casa in affitto.