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Timestamp: 2019-08-25 04:54:49+00:00
Document Index: 150052295

Matched Legal Cases: ['art. 148', 'art. 2195', 'art.67', 'sentenza ', 'art. 52', 'art. 61', 'art. 3', 'art. 30', 'art. 12', 'art. 2', 'art. 90', 'art. 25']

Può una palestra farsi pubblicità?
10/07/2014 di Guido Martinelli
Ogni tanto, a fare la professione, ti capita di sentirti chiedere le cose più strane. A me, oggi, una associazione sportiva dilettantistica mia cliente, che gestisce un centro sportivo, mi ha chiesto: “ma io come posso fare pubblicità alla mia attività?”. Di istinto avrei voluto rispondere che si sarebbe dovuta rivolgere ad un esperto di comunicazione, non essendo ancora io un tuttologo. Poi mi sono ricordato che proprio le modalità di comunicazione verso l’esterno stanno diventando presupposto, innesco di accertamenti da parte dell’Agenzia delle Entrate e mi sono chiesto come rispondere. Ciò anche al fine di evitare che una campagna associativa male impostata possa essere causa di dispiaceri in caso di verifica.
Le conseguenze, sotto il profilo fiscale, delle modalità di comunicazione tra un gestore “profit” di un centro sportivo e uno “non profit” (o meglio non commerciale) sono date proprio dagli obiettivi che queste campagne comunicazionali si propongono. Se entrambi i soggetti si rivolgono al medesimo “mercato” vendendo la stessa tipologia di servizi alla collettività indifferenziata, alla generalità dei richiedenti non vi è dubbio che la conseguenza sarà lo svolgimento, per entrambi, di una attività c.d. commerciale con il conseguente assoggettamento ad imposte sui redditi e ad iva del relativo corrispettivo.
Quindi il proporre, da parte di associazioni sportive campagne di abbonamento per accessi periodici al centro, l’iscrizione a corsi, magari con tariffazione diversa a seconda delle fasce orarie o giornaliere o sulla base del tipo di corso prescelto, senza il dover verificare la sussistenza di alcun requisito preliminare di accesso (pertanto io che leggo il messaggio pubblicitario non devo verificare se possiedo o meno le condizioni presupposte per partecipare a quel tipo di attività e iscrivermi alla palestra che mi interessa) produce come conseguenza che ci si pone in regime di libera concorrenza con le imprese “profit”; non vi è dubbio, in tal caso, che la conseguenza non potrà che essere quella di dover operare con le medesime regole e, quindi, con assoggettamento ad imposizione diretta e indiretta dei corrispettivi specifici a tal fine riscossi.
In cosa si deve differenziare, quindi, la campagna di comunicazione della nostra associazione che voglia continuare, invece, l’opera di defiscalizzazione di detti corrispettivi.
Non dovrà essere una promozione di vendita servizi quanto una campagna tesa all’incremento della base associativa.
Le più importanti organizzazione di charity che operano in Italia inviano alle loro mailing list delle richiesta di adesione, di associazione al loro ente. “Diventa nostro socio e così potrai o farai..” Questa deve diventare la convinta politica di comunicazione del nostro soggetto non profit: io non voglio fare vendita ma aumentare il numero dei miei associati, delle persone che condividono le mie finalità. A tali persone, poi (ma solo in ordine temporale successivo) offro la possibilità, a pagamento, di partecipare all’attività svolta, tra cui quella di gestione di un centro sportivo e la partecipazione ai corsi di attività motoria che vengono disputati all’interno. Questo è il messaggio che deve emergere.
Quindi deve essere chiaro, sin dal primo contatto (medesima filosofia dovrà essere imposta anche al sito internet del centro), che il soggetto che per qualsivoglia motivo non voglia associarsi, è consapevole che non potrà frequentare quello specifico impianto sportivo.
Ne deriva che l’ammissione a socio (con relativo perfezionamento del vincolo mediante accettazione della proposta), non solo nella forma ma anche nella sostanza, è condizione preliminare presupposta e necessaria per poter poi non assoggettare ad imposizione la quota che viene così versata.
Attenzione, pertanto, a quelle clausole statutarie che prevedono che l’ammissione a socio non si perfezioni fino alla accettazione della proposta da parte del consiglio direttivo. Questo significa che fino a quando ciò non avverrà, le quote eventualmente versate non potranno godere di alcuna agevolazione fiscale.
Si ricorda che l’art. 148 del Tuir equipara agli associati i tesserati per la medesima organizzazione sportiva nazionale o territoriale di riferimento.
Pertanto, nel caso in cui non si voglia/possa associare, l’agevolazione fiscale mantiene la sua ragione d’essere in presenza di tesseramento, perfezionato anche in questo caso, alla Federazione sportiva nazionale o all’ente di promozione sportiva a cui il centro aderisca.
Come si vede il come si fa pubblicità e in favore di cosa la si fa costituisce spartiacque per il godimento legittimo o meno della defiscalizzazione del corrispettivo.
Una concezione della comunicazione in termini di impresa, di servizi o di abbonamenti da vendere, inevitabilmente porta a considerare l’attività tra quelle commerciali rientranti all’interno della fattispecie di cui all’art. 2195 del codice civile.
E’ certo che dopo 30 anni di avvocatura non avrei mai pensato di dovermi occupare anche di campagne di comunicazione ….
Una modesta proposta sul lavoro sportivo dilettantistico
06/06/2014 di Guido Martinelli
Il Ministero del Lavoro e delle politiche sociali, con la sua ormai nota circolare del 21 febbraio scorso, aveva ravvisato “l’opportunità di farsi promotore, d’intesa con l’Inps, di iniziative di carattere normativo, volte ad una graduale introduzione di forme di tutela previdenziale a favore dei soggetti che, nell’ambito delle associazioni e società sportive dilettantistiche riconosciute dal Coni, dalle Federazioni sportive nazionali nonché dagli enti di promozione sportiva, svolgono attività sportiva dilettantistica nonché attività amministrativo – gestionale non professionale ex art.67 comma 1 lett. m) ultimo periodo del Tuir”.
La gradualità si è già scontrata con la realtà dei processi in corso che, nella ormai generalità dei casi, appaiono statuire l’esistenza di un rapporto di lavoro soggetto a contribuzione (sarei lieto di venire a sapere dell’esistenza, da un anno a questa parte, di sentenza che abbiano respinto le pretese contributive a fronte di prestazioni di istruttori sportivi).
Ritenuto necessario, quindi, dare certezze ai soggetti organizzatori di attività sportive quanto prima, approfittando del momento apparentemente favorevole (abbiamo in rampa di lancio legislativo sia i decreti applicativi della legge delega fiscal che la legge delega sul terzo settore), provo a sottoporre all’opinione di tutti una modesta proposta che nasce da alcuni approfondimenti svolti con il centro studi fiscalità e diritto dello sport di Bologna.
Il punto di partenza appare essere quello del ritorno, sotto il profilo concettuale, alla disciplina esistente fino all’entrata in vigore della legge 342/00 la quale ha eliminato ogni limite all’ammontare dei compensi sportivi qualificati come redditi diversi. Ossia, superate le varie soglie di defiscalizzazione, il compenso perde ogni tipo di agevolazione fiscale ma mantiene la sua natura di “reddito diverso”.
Durante il vigore della vecchia legge 80/86 e della successiva L. 133/99 (testo originale pre -emendamento) esisteva un limite di defiscalizzazione (per ultimo dieci milioni di lire) al superamento del quale scattavano tutti gli obblighi fiscali connessi ad un inquadramento come collaborazione coordinata e continuativa (ossia reddito parificato a quello di lavoro subordinato) con conseguente disciplina non solo sotto il profilo fiscale ma anche previdenziale e assicurativo .
La fattispecie che si propone mantiene i medesimi presupposti.
Una soglia di esenzione, di “non reddito” previa adeguata modifica all’art. 52 del Tuir pari a euro 8.000 (con un lieve incremento rispetto all’attuale di 7.500 ma nella soglia coperta dalla detrazione per lavoro dipendente) e, perla parte eccedente, un inquadramento come reddito parificato a quello di lavoro subordinato di cui all’art. 61 comma 3 d.lgs. 276/2003.
Non concorrendo i compensi sino a ottomila euro a formare reddito la base imponibile ai fini della contribuzione previdenziale coinciderebbe con quella fiscale. Al superamento della soglia scatterebbe anche l’obbligo di iscrizione alla Gestione separata Inps, di versamento dei premi all’Inail (per parasubordinazione, con conseguente riduzione dei costi assicurativi connessi al tesseramento sportivo) e di ottemperamento a tutti gli adempimenti disposti dalla normativa generale per le co.co.co.
A livello di contribuzione Inps (Gestione separata cococo, non spettacolo) si applicherebbe sull’imponibile l’aliquota piena per tutti i soggetti privi di altra copertura previdenziale obbligatoria e non pensionati e quella ridotta per tutti i soggetti già iscritti ad altre forme di previdenza obbligatoria o già titolari di pensione.
La disciplina dei premi sarebbe estromessa dal regime attuale per ipotizzare un ritorno al regime, oggi abrogato, che era previsto dall’art. 3 della legge 80/86, ossia l’applicazione della ritenuta a rivalsa facoltativa prevista dall’art. 30 comma due d.p.r. 600/73 con una franchigia da quantificare. All’epoca era pari a centomila lire.
Dovrebbe essere introdotta una sanatoria per tutte le operazioni sui compensi effettuate fino alla data di entrata in vigore di questo nuovo provvedimento (facendo decadere anche gli accertamenti in essere anche se portati da sentenze passate in giudicato) e dovrebbe essere previsto un meccanismo di certificazione “gratuito” sulla legittimità di questi accordi.
Sia pure con un costo non trascurabile per il movimento sportivo (ma comunque inferiore agli inquadramenti previsti dagli attuali accertamenti nella gestione spettacolo) la proposta potrebbe offrire certezze al soggetto gestore ed un minimo di tutele al lavoratore, tutele oggi del tutto assenti nel rapporto sportivo dilettantistico.
E’ vero che avremmo un coinvolgimento anche degli atleti, oggi esclusi dalla attuale campagna di accertamenti ma, forse, anche per loro una maggiore tutela non guasterebbe. Tutela, del resto, che era già loro riconosciuta dalla disciplina vigente prima della entrata in vigore della legge 342/00.
La crisi delle discipline sportive di squadra
26/05/2014 di Guido Martinelli
La conclusione delle attività agonistiche ha portato, come accade spesso in questo periodo, all’attenzione della cronaca le situazioni di disequilibrio economico – finanziario del mondo dello sport in generale e di quello degli sport di squadra in particolare. Una importante società italiana di calcio non ammessa alla disputa delle coppe europee, una di basket che sta correndo il rischio, per fenomeni di doping amministrativo, che gli siano revocati i numerosi scudetti vinti negli ultimi anni, una società calabrese, portabandiera della pallavolo del sud, che sede i propri diritti sportivi a Milano. E questo appare solo la punta dell’iceberg. La stampa specializzata giornalmente dà notizia di altri club, anche in altre discipline sportive, in reale o presunta crisi finanziaria. Cosa sta succedendo?
Il legislatore, come è noto, aveva distinto l’attività sportiva professionistica da quella dilettantistica, in origine, sotto il prof ilo dell’onerosità, e dando agli organismi sportivi (Federazioni sportive) una funzione di controllo e denuncia (vedi art. 12 e 13 della legge 91/81) sulle attività, anche di carattere economico, poste in essere dalle società professionistiche”.
In realtà questa distinzione presto perse la connotazione economica in quanto il fenomeno del “dilettantismo retribuito” divenne sempre più vasto tant’è che da oltre un decennio nessuno sport di squadra attiva un settore professionistico. La ragione è presto verificabile e individuabile andando a vedere, ad esempio, sul sito dell’associazione calciatori le tabelle “lordo/netto” ivi riportate per le attività professionistiche e per quelle dilettantistiche.
Su un compenso netto per l’atleta di 21.000 euro (ed è un peccato che le tabelle per le attività dilettantistica non prevedano compensi maggiori, ormai abituali in molte realtà, che potrebbero dare risultati maggiormente significativi), il costo per la società dilettantistica è pari a euro 25.822, per quella professionistica 30.500. Il differenziale è dato prevalentemente da oneri previdenziali assenti nel primo caso e presenti nel secondo.
Aumentando il compenso la forbice si allarga di conseguenza Pertanto il passaggio al professionismo, unica soluzione che potrebbe dare risposte certe stabilite per legge (anche se da riformare) significherebbe, anche sulla fascia inferiore del range dei compensi, un incremento di circa il 20% dei costi. In una fase di recessione economica, un aumento di tale misura appare difficilmente compatibile con il sistema. La strada, pertanto, del professionismo, almeno per come oggi attualmente disciplinato sembrerebbe preclusa. Molti bilanci di società sportive dilettantistiche di vertice trovano il loro equilibrio iscrivendo allo stato patrimoniale due valori: il diritto sportivo alla disputa di un determinato campionato e la titolarità dei diritti sulle prestazioni sportive degli atleti.
Sul primo valore il Coni già nel 2006 aveva invitato le Federazioni ad adottare regolamenti che escludessero ogni valutazione patrimoniale di detto diritto. Il recepimento di questa indicazione non appare ancora attuato ma la condivisa presa di posizione del massimo ente sportivo italiano dovrebbe, almeno prudenzialmente, spingere le società ad azzerare, ove presente, questo indicatore.
Per quanto riguarda il c.d. cartellino va detto che dopo l’abrogazione da parte del Coni del vincolo a tempo indeterminato, molte Federazioni rispettarono il disposto ma inserirono, comunque (e mantengono inseriti) parametri di svincolo che garantiscono un ritorno patrimoniale alla società di precedente tesseramento. Ma, sotto questo prof ilo, appare illuminante leggere quanto Claudio Coccia, giurista e grande dirigente sportivo, scriveva oltre venticinque anni fa: “oltre che giuridicamente improponibile, questa classificazione è anche economicamente erronea. I giocatori non sono beni fungibili, il loro valore patrimoniale è quindi del tutto aleatorio e come tale non finanziariamente valutabile. Alea soggettiva ed oggettiva. Soggettiva perché continuare a giocare o smettere è facoltà discrezionale del giocatore stesso, dipendente anche da cause estranee alla sua volontà, così come il suo valore tecnico non può essere correlato con sicurezza a nessun indice statistico basato nè sull’età né sul rendimento precedente…. L’alea è altresì oggettiva perché non basta avere la possibilità di cedere un giocatore per poter realizzare un prezzo corrispondente all’ipotetico valore di mercato. Non basta perché occorre trovare la società che abbia la volontà ed i mezzi per acquistarlo, avere l’adesione del giocatore al trasferimento, poter riscuotere quanto pattuito…. la provvisorietà che ne deriva è una costante da cui non può prescindersi. In specie, se ai costi di acquisto si aggiunga che lo pseudo “capitale-giocatori” occorre anche a garantire l’accumulo dei disavanzi delle gestioni annuali”.
E’ chiaro che se venissero meno in bilancio, come dovrebbero per i motivi sopra esposti, tali valori emergerebbe la necessità di ricapitalizzare molti dei club che attualmente fanno attività.
Il sistema macroeconomico degli sport di squadra si è retto, finora, ovviamente con le dovute e debite eccezioni, in gran parte su una economia di “carta” che ha visto spesso valorizzare cespiti di dubbia esigibilità.
Questo ha prodotto un’attività “drogata” che ha costretto, almeno nel dilettantismo, ad avere lavoratori privi di garanzie e società molto deboli sotto il prof ilo patrimoniale, in sintesi “si è privilegiato il conto economico allo stato patrimoniale”.
E’ chiaro che, a questo punto, anche le regole dello sport dilettantistico dovranno essere adeguate per affrontare tale realtà.
Potrà bastare? Lo escludo: le motivazioni della recessione non sono solo giuridiche od economiche, sono etiche. E’ cambiato lo sport, non necessariamente in peggio ma è sicuramente una cosa diversa da quella che era anche solo dieci anni fa. Pertanto credo che la strada sia una sola, il recupero dei “valori” dello sport, magari nuovi ma valori; l’attività si fa se si può fare e non solo perché “serve farla”, non si può continuare solo per pagare i debiti dell’anno prima, gli atleti devono capire che ventimila euro netti l’anno, spesso snobbati, sono non il salario di ingresso nel mondo del lavoro (come nel loro caso) ma di uscita prima del pensionamento per milioni di nostri connazionali. Le regole devono essere fatte e rispettate “prima”. Troppe volte le abbiamo adattate alle esigenze e le conseguenze sono quelle sopra descritte.
Della serie recuperiamo la “diligenza del buon padre di famiglia” il buon senso e la ragione. E non chiamiamo serie A o prime divisioni quelle che in realtà sono la terza serie delle proprie discipline. Sono solo operazioni di facciata che producono aumenti dei costi di cui il sistema sport, in questo momento, non ne sente proprio la necessità.
Linee guida per una riforma del terzo setore
22/05/2014 di Guido Martinelli
Il Governo ha reso pubblico un documento, recante “linee guida per una riforma del terzo settore” e ha invitato a trasmettere, dal 13 maggio al 13 giugno, alla Presidenza del consiglio dei Ministri, all’indirizzo mail a tal fine dedicato (terzosettorelavoltabuona@lavoro.gov.it) le osservazioni dei “cittadini” con l’obiettivo di raccogliere suggerimenti per la predisposizione di un disegno di legge delega che dovrebbe essere approvato dal Consiglio dei Ministri il prossimo 27 giugno.
Non vi è dubbio che il documento “dante causa” costituisce, come lo ha definito un quotidiano specializzato, un ottimo piano industriale per il non profit.
Sotto questo profilo il contenuto del documento e le finalità non possono che essere salutate con assoluto favore. La circostanza (che si evince dal punto 22) che si è disponibili a mettere in discussione l’abbinamento ente non profit = ente non commerciale, contemplando la possibilità che, mantenendo una fiscalità di vantaggio per tali enti si possa fare anche attività di impresa, ci riempie di soddisfazione perchè è concetto per noi vitale per lo sviluppo ulteriore del settore.
La contestuale previsione dell’ampliamento delle materie di particolare rilievo sociale che definiscono l’attività di impresa sociale prevista al punto 10 va, appunto, nella medesima direzione (non si può fare a meno di rilevare come, all’art. 2 del d.lgs. 155 del 2006, norma che disciplina tale materia sotto l’aspetto civilistico, manchino, ad esempio, i servizi sportivi).
Analogamente deve essere vista con favore la semplificazione delle procedure per il riconoscimento della personalità giuridica. Sapere che si possono costituire società a responsabilità limitata semplificata con capitale sociale irrisorio e seguire l’iter che gli enti locali richiedono per il riconoscimento della personalità giuridica di una associazione è chiara dimostrazione della necessità di una rivisitazione di questa disciplina.
Ciò premesso qualche riserva sul metodo appare evidente.
Il primo punto prevede la riforma del primo libro del codice civile. Corre l’obbligo ricordare che già il 31 marzo 2011, su proposta del Ministro della giustizia, Alfano, e del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, Sacconi, fu approvato dal Consiglio dei Ministri un disegno di legge che delegava il Governo a riformare il Titolo II del Libro I del Codice Civile in materia di disciplina delle fondazioni, delle associazioni e dei comitati, in attuazione del principio di sussidiarietà di cui all’articolo 118, comma quarto, della Costituzione. Disegno di legge che non venne mai approvato dal Parlamento.
Esattamente quanto si ripropone tre anni dopo. Avremo miglior fortuna? Cosa potrà portare di nuovo, che non sia ammantato di populismo, la consultazione per la redazione di un testo per il quale, in passato, fu formata addirittura una commissione di giuristi presieduta dal Prof. Rescigno?
Probabilmente partire da quel testo per apportare eventuali modifiche o integrazioni avrebbe “semplificato” il percorso legislativo del nuovo provvedimento.
Il punto 5 prevede la redazione di un testo unico del terzo settore al fine di coordinare la disciplina civilistica, le singole leggi speciali e la disciplina fiscale. Si ricorda che attualmente abbiamo 8 discipline di settore: volontariato, promozione sociale, cooperazione sociale, impresa sociale, associazione e società sportive dilettantistiche, Onlus, organizzazioni non governative per gli aiuti ai paesi in via di sviluppo, grandi enti lirici. Riusciremo a coordinare il tutto in due mesi?
Il mondo degli enti non-profit è composto da una pluralità di organizzazioni, la cui diversità per regolamentazione, organizzazione, natura della finalità perseguita, induce a considerare tale fenomeno non unitario.
Negli anni ’90, si è assistito, infatti, a continui interventi legislativi, che hanno regolato in modo compiuto e analitico figure specifiche di enti collettivi senza scopo di lucro. Si segnalano diverse norme: la legge quadro sulle organizzazioni di volontariato (Legge 266/1991); la legge sulle cooperative sociali (Legge 381/1991); la legge sulle associazioni sportive dilettantistiche (art. 90 l- 289/02); la legge sulle organizzazioni non governative (Legge 49/1987); la legge quadro sulle associazioni di promozione sociale (Legge 383/2000). Da non dimenticare il D.Lgs. n. 460/1997, che ha introdotto la categoria delle Onlus.
In più diventa difficile in un quadro congiunturale come quello che stiamo vivendo ora. Ma consentitemi di concludere con una piccolissima proposta che chiunque di Voi condivida può inviare all’indirizzo indicato.
Il comma secondo dell’art. 25 della legge 133/99 (novellato dalla legge 342/00) prevede una norma di difficilissima interpretazione: ” Per le associazioni sportive dilettantistiche, comprese quelle non riconosciute dal CONI o dalle Federazioni sportive nazionali purchè riconosciute da enti di promozione sportiva, che si avvalgono dell’opzione di cui all’articolo 1 della legge 16 dicembre 1991, n. 398, e successive modificazioni, non concorrono a formare il reddito imponibile, per un numero di eventi complessivamente non superiore a due per anno e per un importo non superiore al limite annuo complessivo …….”.
Quanto sarebbe più semplice abrogare questa norma ed elevare da 250.000 a 300.000 il volume d’affari della legge 398/91.
Ne sarebbero contenti sia le società sportive che l’erario che su questo maggiore importo, rispetto ad oggi, riscuoterebbe il tributo. Pensiamoci.
07/05/2014 di Guido Martinelli
Tutto il sistema era costruito, indipendentemente dalla finalità lucrativa, attorno allo svolgimento di attività economiche estranea alla logica di impresa.
Pertanto la distinzione ai fini fiscali non era data dalla finalità lucrativa o meno ma dallo svolgimento o meno di attività di impresa o come comunemente definite commerciali. Le agevolazioni fiscali derivavano, pertanto, dalla circostanza che il soggetto non svolgesse attività concorrenziale con i soggetti commerciali e che, essendo finanziati in maniera importante con risorse pubbliche, il basso livello di imposizione giustificasse anche un minor esborso contributivo a carico delle pubbliche amministrazioni.