Source: https://www.tuttoambiente.it/sentenze-premium/responsabilita-ambientali/?s_item=44ac09ac6a149136a4102ee4b4103ae6
Timestamp: 2019-04-20 08:12:39+00:00
Document Index: 40867020

Matched Legal Cases: ['art. 19', 'art. 416', 'art. 640', 'art. 19', 'Cass. Sez. ', 'sentenza ']

Cass. Pen. Sez. III 28/05/2018 n. 23896 - Qual è il profitto confiscabile nell’ambito di un contratto a prestazioni corrispettive? - Tuttoambiente.it
n. 23896
In tema di responsabilità da reato degli enti collettivi, il profitto del reato oggetto della confisca fino a concorrenza dell'illecito profitto, di cui all'art. 19 del D.L.vo 231/2001 si identifica con il vantaggio economico apportato dalla commissione dal reato presupposto. Tuttavia, nell’ipotesi di un contratto a prestazioni corrispettive, occorre differenziare il vantaggio economico derivante direttamente dal reato (profitto confiscabile) e l'utilità eventualmente conseguita dal danneggiato in ragione dell'esecuzione da parte dell'ente delle prestazioni che il contratto gli impone (profitto non confiscabile). Non possono, quindi, essere aggrediti i vantaggi eventualmente conseguiti in conseguenza di prestazioni lecite svolte nell'ambito del contratto, cioè pari all’utilità di cui si sia giovata la controparte.
Il Tribunale di Perugia, con ordinanza del 28.11.2017 ha accolto l'appello proposto nell'interesse di G. SpA di riduzione del sequestro preventivo per equivalente finalizzato, ai sensi degli artt. 53 e 19 d.lgs. 231\2001, alla confisca fino a concorrenza dell'illecito profitto, indicato nel provvedimento del 22.11.2016 del Giudice per le indagini preliminari del medesimo Tribunale in complessivi euro 20.947.683,64, profitto derivante da reato di truffa aggravata a danno di enti pubblici commesso nell'interesse ed a vantaggio della G. s.p.a. dai propri dipendenti, sul presupposto dell'accertato fumus , nei confronti della società, dell'illecito amministrativo di cui agli artt. 1, 5, 6, 7, 24 commi 1 e 2, 24-ter comma 2, 25-undecies comma 1, lett. a) e comma 2, lett. b) n. 1 e lett. f) d.lgs. 231\2001 in relazione ai reati di cui agli artt. 81 cod. pen. 256, comma 1, lett. a) e 260 d.lgs. 152\06, art. 416, comma 1 e 2, 452-bis, 640 commi 1 e 2 cod. pen. (reato commessi in Perugia, dal 2010 a ottobre 2015).
Per l'effetto ha ridotto il sequestro alla minor somma di C 663.751,50 detraendo, sul presupposto che una parte della attività svolta da G. abbia realmente giovato ai Comuni, i c.d. costi vivi sostenuti per eseguire i contratti di gestione, calcolati sulla scorta di quanto indicato negli atti di adesione (di G. , G. e T.) intervenuti con l'Agenzia delle Entrate dove sono stati indicati i costi, rappresentati dal fatturato ricevuto da G. , considerati indeducibili con la conseguenza che i restanti costi sostenuti da G. e T. in relazione alle prestazioni fatturate da G. dovevano essere considerati deducibili e quindi effettivi. Costi indeducibili che ammontano ad C 663.751,50 con l' effetto che solo quanto pagato a G. per le suddette prestazioni doveva considerarsi profitto ingiusto dell'ipotizzato reato di truffa.
1.Violazione di legge in relazione all'individuazione del profitto assoggettabile a sequestro preventivo a fini di confisca.
Premesso che è pacifico che nel reato in contratto è possibile enucleare aspetti leciti del relativo rapporto, rileva che nel caso in esame si tratta di prestazioni in toto illecite (quale è stata l'attività di smaltimento dei rifiuti) con la conseguenza che il costo relativo a detta prestazione non potrà mai essere considerato costo scorporabile, perché intrinsecamente illecito o comunque concerne le attività strumentali e/o correlative rispetto al reato presupposto. Considerato che presupposto per la non confiscabilità è che il profitto consegua ad una seppur parziale effettive corretta esecuzione delle prestazioni svolte in favore della controparte, rileva che nel caso in esame l'unica attività che può al limite qualificarsi lecita è quella prodromica alla prestazione di smaltimento ovvero la mera attività di raccolta e di trasporto in loco dei rifiuti. Evidenzia che il profitto è stato quantificato dal giudice delle indagini preliminari nel provvedimento genetico sulla base delle risultanze emerse dalle complessive ed esaustive indagini in maniera assolutamente coerente con l'indicato indirizzo giurisprudenziale;
2.violazione di legge per mancanza, incoerenza e irragionevolezza della motivazione laddove il tribunale ha determinato il profitto del reato di truffa aggravata sulla base delle valutazioni espresse dall'Agenzia delle entrate in sede di accertamento di violazioni tributarie, in un contesto non solo extra penale, ma addirittura riferibile al differente reato di emissione di fatture per operazioni inesistenti. Sottolinea che l'accertamento con adesione richiamato non ha alcuna attinenza con il profitto contestato nel presente procedimento, posto a base del sequestro preventivo. Rileva anche che il tribunale ha determinato il profitto del reato sulla base di una valutazione induttiva effettuata dall'Agenzia delle entrate senza in alcun modo motivare le ragioni per cui tale valutazione potesse prevalere sull'articolato ragionamento del giudice per le indagini preliminari. Lamenta che l'ammontare dei profitti è stato ricavato enucleando dal contratto le operazioni di compostaggio e biostabilizzazione che in realtà non sono mai state effettuate, o sono state effettuate in maniera del tutto illecita, tale da compromettere l'intero processo di trattamento dei rifiuti.
Depositava memoria con la quale chiedeva l'inammissibilità o il rigetto del ricorso.
Il sequestro preventivo di valori è stato disposto dal GIP fino alla concorrenza della somma di euro 20.947.683,64, corrispondente all'ipotizzato profitto del reato di cui all'art. 640 co 1 e 2 c.p. compiuto da personaggi di vertice della G. Spa, cui risulta contestato l'illecito amministrativo agli artt. 1, 5, 6, 7, 24 commi 1 e 2, 24-ter comma 2, 25-undecies comma 1, lett. a) e comma 2, lett. b) n. 1 e lett. f) d.lgs. 231\2001.
Il Tribunale del Riesame con il provvedimento impugnato ha ridotto il sequestro alla minor somma di C 663.751,50 sul presupposto che una parte della attività svolta da G. abbia realmente giovato ai Comuni.
Sussistono, perciò, ipotesi in cui l'applicazione del principio relativo all'individuazione del profitto del reato può subire una deroga o un ridimensionamento. V'è, quindi, l'esigenza di differenziare, sulla base di specifici e puntuali accertamenti, il vantaggio economico derivante direttamente dal reato (profitto confiscabile) e il corrispettivo incamerato per una prestazione lecita eseguita in favore della controparte, pur nell'ambito di un affare che trova la sua genesi nell'illecito (profitto non confiscabile). Le Sezioni Unite hanno in particolare chiarito che il profitto deve essere "concretamente determinato al netto dell'effettiva utilità eventualmente conseguita dal danneggiato, nell'ambito del rapporto sinallagmatico con l'ente", evidenziando come lo stesso art. 19, impedisca l'assoggettamento a confisca della parte del profitto che può essere restituita al danneggiato. I principi espressi dalle Sezioni Unite sono stati successivamente ribaditi da questa Corte (Cass. Sez. 6 del 17/06/2010, n. 35748, P.M. e Impregilo S.p.A. Rv.247914).
Come indicato da questa Corte nella sentenza n. n. 9988 del 2015 Rv. 262794 il punto fermo da cui occorre prendere le mosse è che, nella commisurazione del valore della "utilità conseguita dal danneggiato", non si può in alcun modo tenere conto del margine di guadagno per l'ente, dell'utile d'impresa che - almeno fisiologicamente - compone il corrispettivo pagato per la prestazione: tenuto conto della ratio dell'istituto, ispirata al principio secondo il quale crimen non lucrat, non è invero ammissibile che la persona giuridica chiamata a rispondere della responsabilità amministrativa possa trarre un qualunque vantaggio economico, un lucro, dall'agire illecito. Ne discende che l’utilitas non può essere commisurata al prezzo indicato nel contratto, in ipotesi viziato dall'attività illecita, nè al valore di mercato della prestazione ivi prevista, in quanto di necessità inglobanti anche un margine di guadagno per l'ente, un utile d'impresa, unquid pluris rispetto al valore "nudo" della prestazione, che non può essere riconosciuto per le ragioni sopra esplicitate.
Tutto ciò premesso pur dovendosi riconoscere la correttezza dell'impostazione di fondo del ragionamento seguito dal Tribunale del riesame - laddove ha ridotto il profitto confiscabile in considerazione dell'utilitas tratta dalla controparte - errato si appalesa però il criterio di calcolo seguito perché i giudici di merito non solo hanno provveduto allo scorporo dei c.d. costi vivi su basi meramente presuntive rifacendosi agli atti di adesione (di G. , G. e T.), intervenuti con l'Agenzia delle Entrate in sede di accertamento di violazioni tributarie, in un contesto riferibile a reati di emissione di fatture per operazioni inesistenti, dove erano stati indicati costi dalle parti considerati indeducibili ai fini fiscali (costi relativi a prestazioni fatturate da G. , ma non eseguite) con la conseguenza di ritenere induttivamente deducibili e quindi effettivi tutti gli altri, ma non ha neppure tenuto in considerazione il fatto che le operazioni di compostaggio e biostabilizzazione risulterebbero non essere state effettuate, o essere state effettuate in maniera del tutto illecita, tale da compromettere l'intero processo di trattamento dei rifiuti.