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Timestamp: 2019-10-19 04:13:13+00:00
Document Index: 66030350

Matched Legal Cases: ['art 628', 'Cass. Sez. ', 'art. 625', 'art. 625', 'art. 625', 'art. 618']

﻿ Il furto: delitto previsto e punito dagli artt. 624 e 625 del codice penale - Avvocato Penalista Bologna Il furto: delitto previsto e punito dagli artt. 624 e 625 del codice penale
I giudici di legittimità hanno sostenuto che per potersi configurare il reato di rapina impropria ex art 628 c.p. è necessaria la sussistenza di un rapporto di immediatezza tra la sottrazione e la violenza usata per assicurarsi l´impunità (Cass. sez. 5, n. 12597 del 30/11/2016 – dep. 15/03/2017, P.G. in proc. Migliaccio, Rv. 269477). Gli stessi hanno chiarito inoltre che la violenza o la minaccia possono realizzarsi anche in luogo diverso, pertanto non è richiesta la contestualità temporale tra sottrazione e l´uso della violenza o minaccia, purchè sia accertata “l´unitarietà dell´azione” (Cass. Sez. 2, n. 43764 del 04/10/2013 – dep. 25/10/2013, Mitrovic e altri, Rv. 257310).
In linea generale, secondo la consolidata interpretazione della giurisprudenza di legittimità, l’espressione “mezzo fraudolento”, contenuta nell’art. 625 c.p., n. 2, è usata con riguardo a ogni attività fraudolenta o insidiosa, che soverchi o sorprenda la contraria volontà del detentore della cosa. In esso rientra, quindi, ogni operazione straordinaria, improntata ad astuzia o scaltrezza, diretta a eludere le cautele e a rendere vani gli accorgimenti predisposti dal soggetto passivo a difesa delle proprie cose. Da questo punto si vista, si è sostenuto che l’aggravante del “mezzo fraudolento” deve necessariamente rappresentare un elemento “in più rispetto all’attività necessaria per operare la sottrazione e l’impossessamento. In tale solco si collocano le pronunce secondo cui, consumandosi il delitto di furto con l’impossessamento della cosa da parte dell’agente e con il correlativo spossessamelo del derubato, nel caso in cui taluno, dopo aver prelevato un determinato oggetto dai banchi di un supermercato ove si pratichi il sistema del c.d. self-service, l’abbia nascosto sulla propria persona, il reato deve ritenersi realizzato con il fatto stesso dell’occultamento. Nella predetta ipotesi, l’occultamento non costituisce un “mezzo fraudolento“, nel senso dell’art. 625 c.p., n. 2, cioè un malizioso accorgimento adottato dall’agente per sorprendere e soverchiare la contraria volontà del soggetto passivo, poichè nella circostanza indicata esso rappresenta il mezzo più semplice per la consumazione del reato, salvo le ipotesi di predisposizione di particolari accorgimenti quali il doppio fondo di una borsa o un indumento da portare sotto i normali indumenti ed esclusivamente destinato a nascondere la refurtiva. In conclusione, l’occultamento del bene rubato, costituendo una normale e concreta modalità del furto, non integra l’aggravante del mezzo fraudolento.
Il secondo indirizzo interpretativo venutosi consolidando nella giurisprudenza di legittimità, invita il giudice del merito al compimento di un accertamento in concreto della fattispecie condotta al suo esame. In particolare, si è sostenuto che nel caso di furto di merci esposte sugli appositi banchi nei supermercati ove è praticata la vendita col sistema del self-service, l’aggravante eventualmente configurabile è quella del mezzo fraudolento, il quale può essere ravvisato (in base ad un accertamento compiuto dal giudice in concreto) nell’accorgimento malizioso adottato dall’agente per sorprendere e soverchiare la contraria volontà del soggetto passivo; in particolare, nel modo di occultamento della merce all’uscita dal reparto o nelle dichiarazioni menzognere rese al personale addetto al controllo ed alla cassa per evitare il pagamento della merce stessa. Le più esplicite rappresentazioni di tale più rigoroso indirizzo interpretativo si rinvengono nelle pronunce che hanno riconosciuto la sussistenza dell’aggravante, del mezzo fraudolento in un caso di sottrazione di merce presa dai banchi del supermercato, allorquando, nascosta detta merce, altri articoli erano stati presentati alla cassa per il pagamento: tale condotta, infatti, è stata giudicata tale da integrare di per sè una modalità diretta a eludere la vigilanza e a trarre in inganno il preposto al controllo.
– In linea generale, secondo la consolidata interpretazione della giurisprudenza di legittimità, l’espressione ‘mezzo fraudolento’, contenuta nell’art. 625 c.p., n. 2, è usata con riguardo a ogni attività fraudolenta o insidiosa, che soverchi o sorprenda la contraria volontà del detentore della cosa. In esso rientra – quindi – ogni operazione straordinaria, improntata ad astuzia o scaltrezza, diretta a eludere le cautele e a rendere vani gli accorgimenti predisposti dal soggetto passivo a difesa delle proprie cose (Cass., Sez. 2, n. 7840/1990, Rv. 187873; Cass., Sez. 2, n. 1982/1981, Rv.
Il secondo indirizzo interpretativo venutosi consolidando nella giurisprudenza di legittimità, prende le mosse dalle prime pronunce che, hi termini critici, invitano il giudice del merito al compimento di un accertamento in concreto della fattispecie condotta al suo esame.
L’evidenziato contrasto interpretativo appare, ad avviso di questo Collegio, tale da giustificare la rimessione del ricorso alle Sezioni Unite penali ai fini della relativa decisione nei termini all’inizio precisati, a norma dell’art. 618 c.p.p..
Di seguito, ritiene questo collegio che anche il secondo motivo d’impugnazione proposto dalla ricorrente – immediatamente connesso alla risoluzione del primo motivo, stante la relativa natura pregiudiziale ai fini della verifica della subordinazione della procedibilità del reato alla querela della persona offesa – impone una rimessione del ricorso alle Sezioni Unite di questa Corte, stante il ravvisato contrasto giurisprudenziale sul punto riassumibile nei seguenti termini:
Con riguardo alla questione così prospettata, vale evidenziare come, secondo un primo indirizzo interpretativo, si è sostenuto che il direttore e il commesso di un centro commerciale sono legittimati in proprio a proporre querela per il furto commesso in un supermercato appartenente a detto centro, in quanto persone offese dal reato; qualità che spetta, in simile evenienza, non solo al titolare di diritti reali, ma anche ai soggetti responsabili dei beni posti in vendita. Nel caso di specie, la querela era stata proposta dalla commessa, responsabile della permanenza del supermercato in cui era stato consumato il reato nel centro commerciale (Cass., Sez. 4, n. 37932/2010, Rv. 248451; Cass., Sez. 5, n. 22860/2003, Rv. 224831).
– Sulla base di un contrapposto indirizzo interpretativo, si è viceversa affermato che non sussiste la legittimazione del direttore di un esercizio commerciale a proporre querela, a meno che egli non provi la qualità di legale rappresentante della società con il potere di spenderne il nome anche sul piano processuale (Cass., Sez. 2, n. 37214/2006, Rv. 235105), e che, in ipotesi di furto ai danni di un esercizio commerciale, il legale rappresentante della società deve indicare nel verbale di denunzia alla polizia giudiziaria la propria specifica qualità, non essendo sufficiente, perchè la richiesta di procedere penalmente abbia valore di querela, che egli si definisca direttore dell’esercizio commerciale (Cass., Sez. 4, n. 15370/2005, Rv. 231547. Contro, nel senso che la querela priva dell’enunciazione formale della fonte dei poteri di rappresentanza conferiti al legale rappresentante della persona giuridica non è nulla, in quanto la sua inefficacia consegue solo alla mancanza di un effettivo rapporto fra il querelante e l’ente, Cass., Sez. 2, n. 39839/2012, Rv. 253442).