Source: http://www.osservatoriomigrantibasilicata.it/2011/06/18/243/
Timestamp: 2020-02-19 18:59:58+00:00
Document Index: 56218922

Matched Legal Cases: ['art. 3', 'art. 13', 'art. 2', 'art. 13', 'art. 10', 'art. 21', 'art. 14', 'art. 23', 'art. 20', 'art.10', 'sentenza ', 'art. 13', 'art.21', 'art. 13', 'sentenza ', 'art. 13', 'art. 13', 'art. 3', 'art. 20', 'art. 20', 'art. 14', 'art. 24', 'art. 21']

18 Giugno 2011 Senza categoriaAfrica, CIE, CIE Palazzo S.Gervasio, clandestini, espulsione, inchiesta, Lampedusa, Leggi e Regolamenti, Maroni, migranti, rimpatrioosservatoriomb
Con una circolare a firma del Ministro dell’Interno, (prot. n. 1305 del 01.04.2011) inerente l’accesso ai “centri per immigrati”, di fronte al “massiccio afflusso di immigrati dal nord-africa” si prevede, “fino a nuova disposizione”, l’ingresso “alle strutture di cui alla circolare n.1305 del 2007”, dunque i centri di detenzione amministrativa (allora denominati CPT, oggi ridefiniti CIE), e ai centri di accoglienza variamente denominati (CARA, CID, CSPA), “esclusivamente” a soggetti pubblici (ad esempio organismi internazionali quali Oim, Cri, Amnesty International, Caritas) “al fine di non intralciare le attività loro rivolte”. Di fatto è stata cancellata la circolare “Amato” n. 1305 del 2007, uno dei pochi risultati della Commissione d'inchiesta De Mistura sui centri di detenzione amministrativa. Dopo le numerose irregolarità rilevate nei vari centri ispezionati, documentate anche nelle denunce delle associazioni antirazziste e nei reportage di Fabrizio Gatti, finto immigrato nel vecchio CPT di Lampedusa ( aeroporto), il governo del tempo aveva in qualche modo aperto l'accesso ai centri anche ai giornalisti. La stessa commissione De Mistura aveva ribadito in particolare anche l'esigenza di un rigoroso rispetto dei diritti di informazione legale e di difesa, soprattutto nel caso dei cd. respingimenti differiti disposti dal Questore.
Dopo quattro anni si è tornati indietro al tempo della impenetrabilità dei centri di detenzione per stranieri, e oggi come allora si moltiplicano ovunque le proteste, gli atti di autolesionismo, le violenze sugli immigrati entrati irregolarmente e trattenuti per settimane senza alcun titolo, con la scusa dell'identificazione in corso, un espediente che permette di bloccare in un limbo, che può durare anche un mese, persone che avrebbero quanto meno diritto ad un provvedimento da potere almeno impugnare. Sempre che non siano costretti alla fuga, come è successo alla maggior parte dei tunisini ginti a Lampedusa nei mesi scorsi. Anche per sfuggire il rischio che qualche compiacente console non ne consenta il rimpatrio sommario in violazione di tutte le norme internazionali che vietano i rimpatri collettivi. Sulla base della circolare 1305 del 2011, a partire dai primi giorni di aprile, le prefetture hanno negato l’accesso a tutti gli altri soggetti non espressamente menzionati, e questo divieto è stato opposto non soltanto nei CIE, come quello di Roma Ponte Galeria, ma anche in alcuni CARA ( Centri di accoglienza per richiedenti asilo come il centro Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto a Crotone, il centro di Salina Grande di Trapani e il CARA di Brindisi.
Anche l'accesso ai potenziali richiedenti asilo come i migranti “subsahariani” provenienti dalla Libia è diventato più difficile, malgrado la circolare riconosca agli enti di tutela convenzionati con il ministero dell'interno il diritto di visita.A Pozzallo ( Ragusa ) è dal 30 maggio al 5 giugno è stato negato l'accesso in un capannone, che funge come luogo di prima identificazione, agli operatori dell'ACNUR che pure hanno una convenzione con il Ministero dell'interno proprio per fornire assistenza ed informazioni ai migranti richiedenti asilo subito dopo lo sbarco, nell'ambito del progetto Presidium. All'interno della struttura, sita in zona portuale, rimangono ammassate da oltre una settimana centinaia di persone provenienti dalla Libia, in prevalenza subsahariani, e tra questi, sembrerebbe diversi minori non accompagnati. I trasferimenti verso altre strutture sono cominciati con grave ritardo e procedono a rilento. Un comportamento quello delle forze di polizia che hanno “isolato” questi migranti subito dopo lo sbarco, che configura peraltro trattamenti inumani e degradanti, vietati dall'art. 3 della Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti dell'uomo, un abuso che non si può giustificare né con la solita scusa del rispetto della privacy delle persone, che semmai andrebbe loro garantita proprio nei confronti della condizione di promiscuità prodotta dalle autorità amministrative, né con le indagini di polizia in corso, che non possono durare per settimane con l'isolamento delle vittime e non certo dei colpevoli.
La circolare ministeriale del primo aprile è stata utilizzata anche per limitare l'esercizio effettivo dei diritti di difesa. Agli avvocati che chiedevano di entrare nei centri di detenzione amministrativa, variamente denominati, e persino nei CARA, proprio sulla base della recente circolare, è stata richiesta una specifica autorizzazione, prima dal Prefetto, poi addirittura dal ministero dell'interno, come è successo a Lampedusa nel CSPA di Contrada Imbriacola, il 4 giugno scorso.Alcuni migranti che aveva conferito mandato al difensore di fiducia sono stati rimpatriati senza potere neppure presentare ricorsi, ed è bastato ritardare fino all'ultimo l'emissione dei provvedimenti di respingimento differito con accompagnamento forzato, impedire ogni contatto con l'esterno, e preparare in tutta fretta il volo charter di rimpatrio e, fino a quando le autorità dei paesi “riceventi” hanno assecondato questo giochino, tutto è filato liscio. Non sempre però, perché la fretta gioca brutti scherzi e in diverse occasioni voli che erano pronti a decollare dall'Italia verso la Tunisia sono stati bloccati o sono partiti mezzi vuoti per il venir meno della collaborazione delle autorità tunisine o per errori nelle procedure sommarie di identificazione. La tensione nei CIE e nei vari centri equiparati è così montata fino alle stelle di fronte alla “roulette russa” dei rimpatri.
2. Da centri di accoglienza a centri di detenzione, basta un decreto ministeriale o un provvedimento di polizia per modificare lo status dei luoghi e delle persone che vi sono trattenute.
I CARA attualmente operativi secondo i dati diffusi dal ministero dell'interno sono:
· Trapani, Salina Grande – 310 posti
· Trapani Castelvetrano – 121 posti CDA+CARA
Il trattenimento presso un centro di permanenza temporanea e assistenza è una misura che incide sulla libertà personale dello straniero. Tale libertà, tutelata nel nostro ordinamento dall'art. 13 della Costituzione, è un diritto fondamentale della persona umana, riconosciuto, dall'art. 2 comma 1 del T.U., anche allo straniero "comunque presente nel territorio dello Stato", sia esso regolare, irregolare o clandestino.
Per armonizzare il dettato legislativo della legge 40 con l'art. 13, comma secondo della Costituzione, il legislatore ha previsto, con successivi interventi, indotti anche da importanti pronunce della Corte Costituzionale, un meccanismo di convalida da parte dell'autorità giudiziaria per la misura del trattenimento disposta dal questore.
Nessun trattenimento amministrativo a carico di migranti irregolari può essere disposto per motivi diversi da quelli previsti dalla legge. Il Regolamento di attuazione n.394/1999 detta regole minime da rispettare in tutti i casi di trattenimento, sia che questo segua ad un provvedimento di espulsione che ad un provvedimento di respingimento differito adottato dal questore ai sensi dell'art. 10 comma 2 del Testo Unico n. 286 del 1998.
L'art. 21, comma 4, dello stesso Regolamento di attuazioneprevede che "il trattenimento dello straniero può avvenire unicamente presso i centri di permanenza temporanea individuati ai sensi dell'art. 14, comma 1, del test unico, o presso i luoghi di cura in cui lo stesso è ricoverato per urgenti necessità di soccorso sanitario";
Il Regolamento di attuazione n.394 del 1999 assume grande importanza anche perché consente di individuare i cd. CPSA, come quello di Lampedusa, a Contrada Imbriacola, quei centri che secondo l'art. 23 sono destinati appunto alle “Attività di prima assistenza e soccorso”). Secondo il Regolamento dunque:
Si deve ricordare tuttavia che se i provvedimenti di respingimento differito vengono disposti ed eseguiti nell'arco di 48-96 ore dal momento dell'inizio del trattenimento, ma secondo le Questure solo dalla data del decreto di respingimento, lo straniero è privato del tutto di diritti di difesa, anche se è stato trattenuto per un mese in un regime di totale limitazione della libertà personale, come sta accadendo in questo ultimo periodo nel CPSA dell'isola di Lampedusa ed in altri centri di accoglienza/detenzione ubicati in varie parti d'Italia.
L'art. 20, comma 5 del Regolamento di attuazione precisa a tale riguardo che "lo svolgimento della procedura di convalida del trattenimento non può essere motivo del ritardo dell'esecuzione del respingimento".Lo straniero “respinto” sembra dunque godere di minori garanzie rispetto a quello che, per essersi trattenuto sul territorio in posizione irregolare o clandestina, è invece soggetto a un provvedimento di espulsione. Ed anche questo è il motivo per il quale le Questure adottano provvedimenti di respingimento differito, operando con una vasta discrezionalità anche in casi nei quali potrebbe emettersi un provvedimento di espulsione. Per lo straniero fermato all'ingresso o subito dopo aver varcato illegalmente il confine, il trattenimento può non arrivare fino alla fase di convalida da parte dell'autorità giudiziaria: nel caso in cui gli ostacoli all'accompagnamento coattivo alla frontiera siano rimossi, entro i brevi termini previsti per il controllo giurisdizionale e lo straniero “respinto” può essere rimpatriato senza che alcun giudice sia chiamato a convalidare la sua, pur breve, privazione della libertà personale. Una prassi che appare fornire una chiave di applicazione dell'art.10 comma 2 del T.U. sull'immigrazione, in materia di respingimento differito, totalmente in contrasto con quanto affermato dalla sentenza n.105 del 2001 da parte della Corte Costituzionale, secondo la quale tutte le diverse ipotesi di accompagnamento forzato in frontiera, siccome provvedimenti amministrativi che limitano la libertà personale, devono essere soggetti alla convalida del giudice, nei ristretti termini temporali dettati dall'art. 13 della Costituzione.
Appare singolare come il comma 3 della norma faccia riferimento solo al provvedimento di espulsione, e non anche al provvedimento di respingimento differito, come se in caso di respingimento differito l'immigrato non avesse diritto ad essere assistito da un difensore di fiducia, un assurdo giuridico che corrisponde alla prassi delle forze di polizia nel trattenimento amministrativo senza titolo delle persone nei centri di detenzione, un aspetto del quale sarebbe bene interessare al più presto la Corte Costituzionale e la Corte Europea dei diritti dell'Uomo, e dopo l'entrata in vigore della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea, anche la Corte di giustizia di Lussemburgo.
6. La limitazione del diritto di visita e di cronaca per impedire la proposizione di ricorsi tempestivi alla luce della direttiva “rimpatri” 2008/115/CE.
Nell'ultimo mese si è negato l'ingresso ad avvocati nominati dai migranti nel centro di transito di Porto Empedocle e nel centro di primo soccorso ed accoglienza di Lampedusa, richiedendo in questo ultimo caso una speciale autorizzazione da parte del Ministero dell'interno, autorizzazione che è giunta in ritardo dopo una giornata di attesa e non ha permesso l'audizione di tutti i migranti che avevano nominato un avvocato di fiducia. Fatti inequivocabili, come la pretesa di subordinare l'attività dell'avvocato ad una autorizzazione del Prefetto o addirittura del Ministro, e gravi omissioni che adesso potrebbero innescare proteste che andranno addebitate soltanto a chi ha impedito un effettivo esercizio dei diritti di difesa.
La circolare n.1305 del primo aprile 2011 costituisce un grave atto di esercizio arbitrario della potestà amministrativa che nella parte motiva fa riferimento a non meglio precisate esigenze di “non creare intralci” alle attività svolte all'interno delle strutture dove vengono trattenuti anche immigrati che non hanno mai ricevuto la notifica di alcun provvedimento amministrativo, magari settimane dopo il loro ingresso nel territorio nazionale. Si assiste così al dispiegarsi di una vastissima discrezionalità amministrativa in una materia che riguarda diritti soggettivi perfetti e principi costituzionali cogenti che le autorità non possono incidere fino al loro sostanziale svuotamento. Anche l'espressione “fino a nuova disposizione” accentua il carattere discrezionale della circolare, e il rischio che la sua prolungata applicazione possa ledere diritti fondamentali dei migranti e la libertà di informazione comunque garantita dall'art.21 della Costituzione. Ed è ancora più grave che questa circolare venga frapposta al tempestivo accesso degli avvocati muniti di regolare procura nei centri dove vengono trattenute persone il cui stato giuridico è ancora incerto, affidato alle mutevoli determinazioni dell'autorità amministrativa.
Un aspetto particolarmente grave, che si salda al mancato riconoscimento dei diritti di difesa, riguarda le procedure di identificazione dei migranti dopo gli sbarchi a Lampedusa ed i successivi trasferimenti in altri centri italiani. La maggior parte di coloro che vengono trasferiti per essere poi trattenuti nei centri di detenzione amministrativa, variamente denominati, non risulta in possesso di un documento e non ha ricevuto la notifica di alcun provvedimento. Alcuni sono soltanto in possesso di un foglio compilato al momento del loro arrivo in Italia, a Lampedusa o Pantelleria, basato sulle loro stesse dichiarazioni. Tuttavia nei provvedimenti amministrativi notificati agli interessati, quando finalmente tali provvedimenti vengono adottati, non risulta che siano successivamente svolte attività di verifica da parte delle Questure presso le autorità consolari competenti. In sostanza, quindi, il trattenimento e poi la proroga del trattenimento avvengono con la giustificazione che non si è avuto il tempo di svolgere l'attività di identificazione, un'attività che però non risultava mai iniziata e della quale spesso non risulta alcuna traccia. Probabilmente è proprio su questi fatti che si vuole impedire il corretto esercizio del diritto di difesa che potrebbe mettere in evidenza, al pari dell'esercizio del diritto di cronaca da parte dei giornalisti, prassi amministrative che non appaiono rispettose né delle norme interne e comunitario, né della dignità della persona.
In base all’art. 13 della direttiva 2008/115/CE, che adesso Maroni vorrebbe “sterilizzare” forse anche con le sue circolari, in modo da superare le “criticità” derivanti dalla sentenza di condanna dell’Italia da parte della Corte di Giustizia del 28 aprile scorso, “al cittadino di un paese terzo interessato sono concessi mezzi di ricorso effettivo avverso le decisioni connesse al rimpatrio di cui all’articolo 12, paragrafo 1, o per chiederne la revisione dinanzi ad un’autorità giudiziaria o amministrativa competente o a un organo competente composto da membri imparziali che offrono garanzie di indipendenza.Ai sensi del secondo comma dell’art. 13 della Direttiva, l’autorità o l’organo menzionati al paragrafo 1 hanno la facoltà di rivedere le decisioni connesse al rimpatrio di cui all’articolo 12, paragrafo 1, compresa la possibilità di sospenderne temporaneamente l’esecuzione, a meno che la sospensione temporanea sia già applicabile ai sensi del diritto interno”. In particolare, con una previsione cogente che nessuna circolare o ordinanza ministeriale potrebbe derogare,” il cittadino di un paese terzo interessato ha la facoltà di farsi consigliare e rappresentare da un legale e, ove necessario, di avvalersi di un’assistenza linguistica”.
L'11 maggio 2011 il Presidente della commissione diritti umani del Senato, Pietro Marcenaro, e il senatore Sergio Divina si sono recati in visita al Centro di identificazione ed espulsione di Santa Maria Capua a Vetere e a Castel Volturno. Era presente anche la senatrice Anna Maria Carloni. Giunta in mattinata alla ex-caserma "Andolfato", sede del CIE, la delegazione è stata accolta dal Vice Prefetto vicario di Caserta, dottor Armogida, insieme a Giuseppe Papillo, responsabile della Croce rossa italiana (C.R.I.), ente gestore del centro, ad alcuni dirigenti della Polizia di Stato (responsabili insieme ad altre Forze dell'Ordine, della sicurezza all'interno del centro).
Secondo le informazioni assunte dalla delegazione entrata nel CIET di Santa Maria Capua Vetere, gli avvocati hanno partecipato alle udienze per la convalida dei provvedimenti di trattenimento, solo a partire dalla data del 21 aprile, giorno il quale il centro di accoglienza è stato trasformato in un Centro di identificazione ed espulsione temporaneo, in base all'Ordinanza del Presidente del Consiglio dei ministri n.5833, rispetto ai quali hanno avuto scarsissime possibilità di incidere essendo risultato subito chiaro dalle parole del giudice che la convalida sarebbe avvenuta per tutti gli immigrati trattenuti nella struttura dal 18 aprile, dopo esservi stati trasferiti da Lampedusa con la nave traghetto Excelsior, un viaggio durato una settimana in condizioni chiaramente detentive, con una forzatura evidente sul termine di 48 ore richiesto dalla legge e dall'art. 13 della Costituzione per la convalida dei provvedimenti amministrativi limitativi della libertà personale. Sarebbe importante che la Corte di Cassazione, presso la quale si sono impugnate le convalide dei trattenimenti fuori termine e delle relative proroghe, annullasse le convalide di questo tipo di trattenimenti amministrativi o sollevasse almeno una questione pregiudiziale davanti alla Corte di Giustizia, per verificare lo scarto tra il comportamento delle autorità di polizia italiane ed il disposto già vincolante, nelle parti in cui la Direttiva contiene disposizioni sufficientemente “chiare, precise e circostanziate”, in materia di allontanamento forzato e di trattenimento amministrativo.
Si è già ricordato come il provvedimento con cui il questore dispone il trattenimento dello straniero presso un centro di permanenza temporanea e assistenza debbaessere comunicato all'interessato unitamente al provvedimento di espulsione o di respingimento. La comunicazione, effettuata mediante consegna a mani proprie o notificazione dei provvedimenti, deve avvenire con modalità tali da assicurare la riservatezza del contenuto degli atti (art. 3, comma 3 Regolamento di attuazione). Se lo straniero non comprende la lingua italiana, detti provvedimenti devono essere tradotti in una lingua a lui comprensibile e ove ciò non sia possibile, in una lingua scelta tra l'inglese, il francese o lo spagnolo a seconda della preferenza indicata dall'interessato. La traduzione può non essere letterale e contenere solo una sintesi del contenuto degli atti. Poiché raramente sono fornite traduzioni dei provvedimenti in lingua araba, albanese o rumena, le comunicazioni degli atti agli stranieri avvengono per lo più nelle tre lingue europee che la legge indica in via subordinata.
Con la medesima comunicazione lo straniero è informato del diritto di essere assistito nel procedimento di convalida del decreto di trattenimento da un difensore di fiducia, con ammissione, ricorrendone le condizioni, al gratuito patrocinio a spese dello Stato. Allo straniero è dato altresì avviso che in mancanza di un difensore di fiducia, sarà assistito da un difensore d'ufficio, e che le comunicazioni dei successivi provvedimenti giurisdizionali saranno effettuate con avviso di cancelleria al difensore nominato o a quello incaricato d'ufficio (art. 20 comma 2 Regolamento di attuazione). Se nel verbale di notifica del decreto di trattenimento non risulta la facoltà di nominare un difensore di fiducia che assista lo straniero nel procedimento di convalida, o tale avviso non è stato tradotto in una lingua conosciuta all'espulso o in una delle tre lingue europee che la legge indica in via subordinata, il giudice, nel procedimento in camera di consiglio, non può convalidare la misura del trattenimento emessa dal questore.
· la manifesta inammissibilità della censura rivolta nei confronti dell'art. 20 del Regolamento "trattandosi di disposizione contenuta in un atto privo del requisito della forza di legge";
· la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 14 comma 3 del T.U. sollevata in riferimento all'art. 24 della Costituzione.
Secondo la Corte nel procedimento di convalida del trattenimento l'effettività del diritto di difesa non è compromessa, "potendo comunque lo straniero, fin dall'inizio del trattenimento nel centro, ricevere visitatori provenienti dall'esterno e in particolare il difensore che abbia eventualmente scelto ed essendogli altresì garantita libertà di corrispondenza, anche telefonica (art. 21, commi 1 e 3, del D.P.R. n. 394 del 1999)".
I gravi ritardi frapposti all'accesso degli avvocati nell'accesso ai centri di detenzione amministrativa, effetto della recente circolare del primo aprile 2011 rischiano adesso di vanificare anche questi importanti riconoscimenti dei diritti di difesa dei migranti irregolari, come dei richiedenti asilo denegati, sottoposti alle procedure di allontanamento forzato. Ancora più grave la situazione derivante dalla blindatura dei centri, che rende sempre più difficile, per non dire impossibile, la nomina di un avvocato di fiducia, a meno che non ci sia un parente o altre persone che dall'esterno creino un contatto tra gli immigrati rinchiusi nei centri e recentemente privati anche dei telefoni cellulari, prima pacificamente consentiti.
Per queste ragioni, proprio nel momento nel quale vengono impediti gli accessi per tutti coloro che non accettano di convenzionarsi con il ministero dell'interno, e la direttiva ministeriale n. 1305 del 1 aprile 2011 viene utilizzata per limitare i più elementari diritti di difesa, spetta alle organizzazioni non governative, in collegamento con le reti già esistenti di avvocati impegnati a fianco delle associazioni antirazziste, costruire una rete diffusa sul territorio in modo di garantire un monitoraggio continuo, raccogliere la documentazione, diffondere le informazioni su quanto accade e ricorrere a tutti gli strumenti legali interni ed internazionali per denunciare quanto sta avvenendo nelle strutture dove si realizzano forme diverse di limitazione della libertà personale a carico degli immigrati irregolari, che non possono essere comunque sottratti al rispetto delle garanzie di difesa e procedurali riconosciute dagli articolo 3, 13, 24 e 113 della Costituzione, oltre che dalle Direttive comunitarie e dai principi cogenti di Diritto internazionale .
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