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Timestamp: 2019-07-15 23:10:46+00:00
Document Index: 113294621

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 26', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 26', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 43', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2051', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Tribunale di Roma - Sezione XIII - sentenza del 24 novembre 2010
Condanna in solido a carico di due aziende sanitarie per i danni conseguenti al decesso di un uomo causato dal colpevole ritardato dell' intervento chirurgico.
Il paziente era stato ricoverato presso una seconda struttura in una situazione in cui risultava già accertata l'esistenza di una ostruzione al reflusso delle vie biliari con ecografia effettuata nella prima struttura, situazione nota o che doveva essere tale essendo i sanitari tenuti ad informarsi sulla cartella clinica pregressa.
Tribunale di Pesaro - Sezione Lavoro - sentenza n. 417/2010
Legge Brunetta: automatismi dubbi sulle fasce di merito
Il tribunale del lavoro di Pesaro ha ribaltato l'orientamento consolidato dai tribunali di Torino, Salerno e Trieste sulla data di entrata in vigore della riforma Brunetta per le relazioni sindacali. Con la sentenza 417/2010 si evidenzia l'immediata operatività dell'articolo 5 del DLgs 165/2001 e, quindi, la necessaria concertazione con le organizzazioni sindacali prima dell'adozione di nuove disposizioni organizzative di lavoro deve intendersi sostituita di diritto con la nuova previsione che stabilisce unicamente la previa comunicazione.
Tribunale di Milano - Sezione Lavoro - sentenza del 22 ottobre 2010
Può sussistere un interesse del dirigente medico alla valutazione giudiziale della presunta violazione del codice di comportamento quale atto formale utilizzabile in sede di valutazione periodica del personale con qualifica dirigenziale.
Nella valutazione circa la legittimità dell'atto in questione è necessario sottolineare come trovino applicazione i principi propri delle sanzioni disciplinari strettamente intese: in caso di contestazione da parte del dipendente, grava sul datore di lavoro l'onere di provare la sussistenza del fatti oggetto di contestazione.
Tribunale di Bari - Sezione II - sentenza n. 3135/2010
Perché il difetto di informazione produca conseguenze risarcitorie in capo al medico, occorre domandarsi se l'adempimento da parte del medico dei suoi doveri informativi avrebbe prodotto l'effetto della non esecuzione dell'intervento chirurgico dal quale, senza colpa di alcuno, lo stato patologico è poi derivato.
In altri termini, poiché l'intervento chirurgico non sarebbe stato eseguito solo se il paziente lo avesse rifiutato, per ravvisare la sussistenza di nesso causale tra lesione del diritto all'autodeterminazione del paziente (realizzatosi mediante l'omessa informazione da parte del medico) e lesione della salute per le pure incolpevoli conseguenze negative dell'intervento, deve potersi affermare che il paziente avrebbe rifiutato l'intervento ove fosse stato compiutamente informato, giacché altrimenti la condotta positiva omessa dal medico (informazione, ai fini dell'acquisizione di un consapevole consenso) non avrebbe comunque evitato l'evento (lesione della salute).
Tribunale di Napoli - sentenza n. 21479/2010
Utilizzo di intranet sul posto di lavoro
Sull’utilizzo della posta elettronica aziendale da parte dei lavoratori e' intervenuto il Giudice del Lavoro del Tribunale di Napoli, con la sentenza n. 21479 del 18 ottobre 2010, che si e' pronunciato a seguito di un'azione giudiziale intentata da un sindacalista che si era visto comminare una sanzione disciplinare per aver inviato documentazione sindacale, durante l’orario di lavoro e attraverso l'intranet aziendale, a circa 150 colleghi.La suddetta sentenza, in pratica, stabilisce che deve riconoscersi nella diffusione - a mezzo posta elettronica - di un volantino sindacale la diretta espressione del diritto sancito dall’art. 26 dello Statuto dei Lavoratori che prevede per il lavoratore/sindacalista la prerogativa di “raccogliere contributi e di svolgere opera di proselitismo per le loro Organizzazioni all’interno dei luoghi di lavoro, senza pregiudizio del normale svolgimento dell’attività aziendale”.Inoltre, il dispositivo della sentenza – confermando il diritto al cd. volantinaggio all’interno dei luoghi di lavoro – stabilisce la legittimita' della diffusione di documentazione sindacale attraverso l’uso della posta elettronica, costituendo quest’ultima una modalita' sostanzialmente equivalente a quella della consegna materiale dei documenti. Ancora, nella fattispecie e' stato sentenziato che l’inoltro dei documenti sindacali, a mezzo posta elettronica aziendale durante l’orario di lavoro, non costituisce alcun pregiudizio all’andamento dell’attivita' aziendale posto che “e' notorio che l’inoltro di un documento predefinito (nel caso, un volantino predisposto da una Organizzazione Sindacale nazionale) ad un numero anch’esso predeterminato di destinatari (i cui indirizzi sono tutti già predefiniti) puo' richiedere solo pochi secondi al mittente della comunicazione elettronica”.
Sull’utilizzo della posta elettronica aziendale da parte dei lavoratori e' intervenuto il Giudice del Lavoro del Tribunale di Napoli, con la sentenza n. 21479 del 18 ottobre 2010, che si e' pronunciato a seguito di un'azione giudiziale intentata da un sindacalista che si era visto comminare una sanzione disciplinare per aver inviato documentazione sindacale, durante l’orario di lavoro e attraverso l'intranet aziendale, a circa 150 colleghi.
La suddetta sentenza, in pratica, stabilisce che deve riconoscersi nella diffusione - a mezzo posta elettronica - di un volantino sindacale la diretta espressione del diritto sancito dall’art. 26 dello Statuto dei Lavoratori che prevede per il lavoratore/sindacalista la prerogativa di “raccogliere contributi e di svolgere opera di proselitismo per le loro Organizzazioni all’interno dei luoghi di lavoro, senza pregiudizio del normale svolgimento dell’attività aziendale”.
Inoltre, il dispositivo della sentenza – confermando il diritto al cd. volantinaggio all’interno dei luoghi di lavoro – stabilisce la legittimita' della diffusione di documentazione sindacale attraverso l’uso della posta elettronica, costituendo quest’ultima una modalita' sostanzialmente equivalente a quella della consegna materiale dei documenti. Ancora, nella fattispecie e' stato sentenziato che l’inoltro dei documenti sindacali, a mezzo posta elettronica aziendale durante l’orario di lavoro, non costituisce alcun pregiudizio all’andamento dell’attivita' aziendale posto che “e' notorio che l’inoltro di un documento predefinito (nel caso, un volantino predisposto da una Organizzazione Sindacale nazionale) ad un numero anch’esso predeterminato di destinatari (i cui indirizzi sono tutti già predefiniti) puo' richiedere solo pochi secondi al mittente della comunicazione elettronica”.
Tribunale di Cassino - Sezione Lavoro - sentenza del 20 settembre 2010
Risarcimento danno per mancato conferimento di incarico dirigenziale
Va affermato il diritto del ricorrente, dirigente medico di I° livello, in servizio presso l'Azienda Usl, a svolgere funzioni e competenze di natura dirigenziale, nell'ambito di un incarico dirigenziale "di natura professionale" confacente alla propria posizione di dirigente sanitario con anzianità di servizio superiore al quinquennio. Ne consegue pertanto che in accoglimento del ricorso deve ordinarsi all'Azienda sanitaria di conferire allo stesso funzioni e competenze di natura dirigenziale, attraverso l'attribuzione di un incarico dirigenziale di natura professionale.
Tribunale di Avezzano - sentenza del 18 agosto 2010
Solo il rispetto delle legis artis evita la responsabilità penale del medico
È innegabile che le imprescindibili statuizioni espresse in riferimento al rapporto di causalità materiale nei reati omissivi impropri si prestano ad operare anche sul piano della causalità della colpa, vale a dire in relazione a quel nesso normativo che deve sussistere tra la violazione del dovere oggettivo di diligenza e l'evento concretamente verificatosi affinché detto evento possa essere imputato a colpa del soggetto. È necessario, quindi, che anche nell'accertamento del quid pluris che caratterizza questo particolare rapporto di causalità tra la condotta colposa e l'evento, normativamente richiesto dall'art. 43 c.p., si verifichi che l'inosservanza della regola precauzionale di condotta, qualunque ne sia la fonte, costituisca - con elevata probabilità logica ed alta credibilità razionale, in termini di rassicurante certezza processuale - proprio la causa dell'evento concretamente verificatosi.
Ed infatti, sul terreno della responsabilità colposa, l'evento rappresenta proprio quella concretizzazione del rischio che la norma precauzionale di condotta violata tendeva a prevenire. L'evento lesivo cagionato deve appartenere al tipo di quelli che la norma di condotta mirava a prevenire. Il giudizio prognostico va condotto ex ante ed in concreto, rapportato cioè a come era presumibile che si svolgessero i fatti al momento della condotta attiva od omissiva, ponendosi nella situazione concreta in cui essa ebbe modo di atteggiarsi.
Tribunale di Roma - Sezione XIII - sentenza del 12 giugno 2010
Tribunale di S. Maria C.V. - sentenza n. 4226/2010
Un dirigente medico espletava la propria attività presso una unità operativa di salute mentale in qualità di responsabile di struttura complessa; l'incarico era stato conferito dall'Azienda mediante atti formali e su posto vacante. Per l'attività in questione il sanitario non aveva ricevuto il corrispondente trattamento economico.
In accoglimento della richiesta avanzata dal dirigente medico in ordine alle differenze retributive, il tribunale ha sottolineato che, risultando documentata oltre la sussistenza di un atto formale della ASL anche la sostanziale vacanza del posto, essendosi la sostituzione protratta oltre il periodo di 60 giorni, emergeva chiara la volontà dell'Azienda sanitaria di utilizzare l'opera del dipendente in mansioni superiori in ragione delle specifiche esigenze rilevanti per l'interesse pubblico.
Tribunale di Pisa - sentenza del 21 maggio 2010
Quando l'infermiere non ha l'obbligo di iscriversi all'albo
In seguito ad un controllo dei N.A.S. presso una casa di cura, emergeva che l'imputata, che prestava in detta struttura la propria opera professionale, quale infermiera, non risultava iscritta al relativo albo professionale provinciale.
Ha osservato il Tribunale che non poteva ritenersi integrata la fattispecie dell'esercizio abusivo di una professione, in quanto può affermarsi che l'obbligo di iscrizione all'albo professionale è previsto solo per coloro che esercitano liberamente la loro attività professionale mediante contratti d'opera conclusi direttamente con il pubblico dei clienti, e non anche per coloro che prestano la propria attività all'interno di una struttura sanitaria, pubblica o privata che sia. In quest'ultima ipotesi l'unico requisito richiesto è il possesso del titolo abilitante a svolgere quella determinata attività professionale.
Tribunale di Pordenone - sentenza del 16 aprile 2010
Una paziente ricorreva alla autorità giudiziaria esponendo che nel corso di un ricovero presso un reparto ospedaliero di Ostetricia e Ginecologia, pur avendo richiesto al personale di non rivelare ai propri familiari e conoscenti lo stato di ex tossicodipendente in terapia con metadone, durante una visita da parte di una sorella le veniva chiesto in presenza di quest'ultima dalla caposala quando voleva che le portasse il metadone.
Il Tribunale ha condannato l'Azienda ospedaliera al risarcimento del danno in considerazione del fatto che, nel caso specifico, si era in presenza di comunicazione di dati non solo al di fuori delle ipotesi consentite dal Codice della privacy, ma addirittura in presenza di un espresso divieto della donna.
Lo stesso codice della privacy impone l'adozione di misure minime di sicurezza per prevenire durante i colloqui l'indebita conoscenza da parte di terzi di informazioni idonee a rivelare lo stato di salute e ad evitare che le prestazioni sanitarie avvengano in situazioni di promiscuità derivanti dalle modalità o dai locali prescelti. Dette condotte sono sanzionate anche dal codice deontologico medico e degli infermieri.
Tribunale di Catanzaro - Sezione II - sentenza del 13 aprile 2010
Sottrazione test d'ingresso alla facoltà di Medicina
La vicenda trae origine dalla sottrazione dei test di ammissione alla facoltà di Medicina - corso di laurea a numero chiuso - e alla loro cessione agli studenti disposti a pagare ingenti somme di denaro per ottenerle.
Il tribunale pur decidendo per la sostituzione della misura cautelare degli arresti domiciliari con l'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria, ha evidenziato la gravità dei fatti affermando che la stessa adesione ad un contesto plurisoggettivo e, in particolare, ad un gruppo che ha dimostrato di essere impegnato stabilmente e sistematicamente nell'opera di discredito delle professionalità e dell'eccellenza, consentendo l'ingresso nel mondo universitario di soggetti privi dei requisiti non solo culturali ma anche morali, sistematicamente proteso all'affermazione dell'idea truffaldina secondo la quale la possibilità di ingresso nel mondo lavorativo è affidata esclusivamente alle "conoscenze", rectius alla raccomandazione, vera piaga della società moderna, capace di creare fenomeni di clientelarismo, comporta di per sé il pericolo di reiterazione di condotte analoghe.
Tribunale di Napoli - Sezione Lavoro - sentenza del 9 aprile 2010
Il riposo compensativo non riduce l'orario settimanale
La reperibilità comporta il parziale sacrificio del diritto al riposo settimanale, pertanto, le parti hanno previsto come elemento compensativo di tale ulteriore compromissione il diritto al "riposo compensativo senza riduzione del debito orario". Tale norma (ed in particolare l'espressione "senza riduzione del debito orario settimanale") va intesa nel senso che il godimento del riposo compensativo deve realizzarsi senza alcuna riduzione dell'orario di lavoro settimanale complessivo ovvero attraverso il recupero delle ore di lavoro non effettuate nel giorno di riposo compensativo nelle altre giornate della stessa settimana (attraverso una diversa articolazione della prestazione giornaliera).
Resta da considerare se l'inadempimento del datore di lavoro, presupposto del diritto al risarcimento del danno, possa essere ravvisato nel non avere predisposto, d'imperio, appositi turni di lavoro atti a garantire il godimento del riposo senza riduzione del debito orario.
La rimodulazione dell'orario settimanale, venendo ad incidere sui contenuti del contratto di lavoro, non può realizzarsi senza l'accordo delle parti.
La norma contrattuale collettiva non prevede, infatti, i criteri per procedere alla diversa distribuzione dell'orario settimanale, che non possono ritenersi rimessi alle determinazioni unilaterali del datore di lavoro, cui il lavoratore potrebbe legittimamente opporsi perché modificative dell'oggetto del contratto.
Appare dunque ragionevole ritenere che il godimento del riposo compensativo, comportante a sua volta il disagio del prolungamento dell'orario giornaliero nei giorni diversi da quello di riposo compensativo, vada subordinato ad un'iniziativa del lavoratore, cui deve essere rimessa la scelta sulla convenienza della conservazione o rimodulazione dell'orario settimanale.
In mancanza dell'inadempimento all'obbligo di cooperazione a carico della azienda, per consentire la effettiva fruizione del riposo compensativo, deve escludersi il risarcimento.
Tribunale di Roma - IV Sezione - Ordinanza del 26 marzo 2010
Risoluzione del rapporto di lavoro: confermata l'ordinanza del 5 gennaio
Con l'ordinanza del 26 marzo 2010, il tribunale di Roma ha respinto il reclamo promosso dall'Azienda S.Camillo Forlanini, avverso l'ordinanza del 5 gennaio che aveva sospeso l'efficacia del recesso intimato ad alcuni dirigenti medici ex comma 11 dell'articolo 72 legge 133/2008 (cosidetta rottamazione).
Se è pur vero che tale norma attribuisce al datore di lavoro (Azienda), il potere di recesso, e che il provvedimento di recesso è formalmente giustificato da un processo di riorganizzazione e di ristrutturazione che avrebbe investito i reparti cui i medici reclamanti erano addetti, è tuttavia onere probatorio del datore di lavoro provare le ragione a base del recesso, cosa che nel caso di specie non è avvenuto. Pertanto, non avendo la parte resistente provato la effettiva sussistenza del presupposto sulla base del quale l'Azienda Ospedaliera S.Camillo ha esercitato la facoltà riconosciuta dall'articolo 72 della legge 3008, così come novellata dal comma 35novies dell'articolo 17 della legge 102/2009, il reclamo è stato rigettato con relativa condanna alle spese dell'Azienda.
Tribunale di Milano - Quinta sezione - sentenza n. 3527/2010
Assicurazione: operatività della clausola claims made
Una compagnia assicuratrice veniva chiamata a garantire la Azienda Sanitaria per una richiesta di risarcimento avanzata allorquando la polizza non era più operativa, ma relativamente ad un fatto avvenuto durante il periodo di vigenza del contratto.
Il giudice ha escluso che l'azienda sanitaria potesse ritenersi efficacemente coperta da garanzia assicurativa.
Il tribunale di Milano ha ritenuto che la clausola claims made c.d. pura, di per sé non sia vessatoria, perché non limitativa della responsabilità.
Infatti, nel regime ordinario (contratto c.d. loss occurrence), l'assicurato copre la propria responsabilità in relazione ai rischi che si verificano durante il periodo di efficacia della polizza, ma può far valere tale copertura assicurativa (relativa al fatto commesso durante il periodo di efficacia della polizza, di solito annuale) fino al termine di prescrizione del diritto del terzo di proporre una richiesta di risarcimento danni.
In presenza della clausola claims made c.d. pura, invece, l'assicurazione copre le richieste di risarcimento del danno pervenute all'assicurato nel periodo (di regola annuale) di efficacia della polizza, ma relativamente a tutti i rischi (dedotti in polizza) verificatisi nel decennio precedente, cioè fino al momento in cui esso assicurato potrà ritualmente eccepire la prescrizione del diritto del danneggiato di chiedere il risarcimento del danno.
Tribunale di Benevento - sentenza del 20 gennaio 2010
Responsabilità dell'ospedale per i danni provocati ai pedoni
L'Ospedale risarcisce il danno provocato al pedone colpito al labbro superiore della sbarra elettrica posta all'ingresso.
Il tribunale ha affermato che la sbarra posta all'ingresso della struttura ospedaliera è certamente bene in custodia dell'Ente; pertanto il fondamento normativo della pretesa risarcitoria fatta valere dal danneggiato deve essere rinvenuto nell'art. 2051 del codice civile.
La responsabilità del custode ha natura oggettiva: il danneggiato deve fornire la prova del nesso causale tra la cosa in custodia e l'evento lesivo, nonché l'esistenza del rapporto di custodia mentre il custode deve dimostrare il caso fortuito, identificabile in un elemento estraneo che per la sua imprevedibilità ed eccezionalità sia idoneo ad interrompere il nesso di causalità.
Tribunale di Bari - Sezione III - sentenza del 12 gennaio 2010
Borse 1983/91: risarcite due annualità
Applicandosi in concreto il principio della prescrizione decennale della pretesa risarcitoria avanzata dai medici che senza alcun compenso hanno frequentato una scuola di specializzazione, inquadrandosi la fattispecie quale inadempimento di una obbligazione ex lege di natura indennitaria, riconducibile come tale all'area della responsabilità contrattuale, il Tribunale di Bari ha condannato il MIUR e l'Università al risarcimento del danno subito dal sanitario.
Pur essendo stata contestata la prescrizione del diritto, il medico aveva provato di averla interrotta seppure tardivamente in relazione ad alcune annualità, da ciò il riconoscimento di un risarcimento parziale di circa ventiduemila euro.
Tribunale di Perugia - Sezione II - sentenza dell’11 gennaio 2010
Specializzandi: il blocco dell’incremento annuale è in contrasto col principio
Alcuni medici convenivano in giudizio l'Università degli Studi e la Repubblica Italiana deducendo l'illegittimità, per contrasto con le Direttive CE relative al trattamento economico dei medici specializzandi, dei provvedimenti normativi che avevano "congelato" l'incremento annuale della borsa di studio nella misura del tasso programmato di inflazione, in tal modo contravvenendo al precetto di garantire agli stessi una adeguata remunerazione e, conseguentemente, chiedevano la condanna della Università degli Studi a corrispondere ai medesimi l'importo pari alla differenza tra quanto effettivamente percepito e quanto avrebbe dovuto invece essere corrisposto qualora la borsa di studio fosse stata incrementata annualmente.
Allo stesso modo, deducendo l'illegittimità delle norme che avevano "congelato" il diritto alla rideterminazione triennale prevista in funzione del miglioramento tabellare minimo di cui alla contrattazione collettiva relativa al personale medico dipendente del SSN, chiedevano il riconoscimento della differenza tra l'importo della borsa di studio quale sarebbe risultato ove rideterminato triennalmente e quello effettivamente corrisposto.
Deve ritenersi che quantomeno la previsione relativa all'incremento annuale, in quanto intesa ad assorbire gli effetti negativi della svalutazione monetaria e del conseguente depauperamento del potere di acquisto della moneta, costituisca elemento imprescindibile integrante il concetto di adeguata remunerazione, con la conseguenza che il "blocco" del detto incremento annuale sicuramente si pone in contrasto con il principio di adeguata remunerazione.
Tribunale di Roma - Sezione XII - sentenza del 7 gennaio 2010
Il titolare di una cattedra di chirurgia oncologica aveva inviato una lettera alla Direzione sanitaria dell'Azienda Ospedaliera e per conoscenza alla Procura della Repubblica denunciando l'interruzione del servizio ospedaliero per mancanza di disponibilità delle sale operatorie in conseguenza di un ordine di servizio del responsabile del servizio di anestesia.
A seguito di tale denuncia, la procura della repubblica apriva un procedimento penale nei confronti del responsabile del servizio di anestesia, che si concludeva con l'archiviazione.
Il responsabile del servizio di anestesia ottenuta l'archiviazione del procedimento penale agiva contro l'autore della lettera per ottenere il risarcimento dei danni provocati assumendo che l'introduzione di tale procedimento penale aveva ingiustamente causato danni alla reputazione, alla vita di relazione ed alla salute di cui chiedeva al responsabile il risarcimento.
Ovviamente la valutazione positiva dell'ordinamento viene meno in presenza di interventi privati deliberatamente dannosi, integranti gli estremi del reato di calunnia.
Tribunale di Roma - Ordinanza del 5 gennaio 2010
Risoluzione del rapporto di lavoro ai sensi della legge 102/2009
Il comma 35novies dell'articolo 17 della legge 102 del 2009 (che ripristina la risoluzione del rapporto di lavoro al raggiungimento dei quarantanni di contribuzione), è costituzionalmente illegittimo. Esso viene a violare, in nome di esigenze di contenimento della spesa pubblica, la particolare protezione riservata a livello costituzionale ai diritti inviolabili della persona quali quelli derivanti dal rapporto di lavoro, ponendosi anche in aperto contrasto con la direttiva comunitaria 2000/78/CE che stabilisce il generale principio della parità di trattamento in materia di occupazione e condizioni di lavoro.
Nella fattispecie particolare, l'Azienda che ha adottato tale norma, inviando il preavviso di risoluzione del rapporto di lavoro, l'ha applicata illegittimamente, in primo luogo perchè la comunicazione di preavviso di risoluzione del rapporto di lavoro non era stata preceduta da una delibera a monte che lo autorizzasse, ed in secondo luogo perchè l'Azienda aveva fatto uso della facoltà concessa dal legislatore al di fuori dei limiti che disciplinano l'esercizio della discrezionalità amministrativa ed in particolare non tenendo conto delle indicazioni che erano state fornite da vari soggetti istituzionali.