Source: https://refoitalia.wordpress.com/2009/11/19/in-india-lomosessualita-non-e-piu-reato/
Timestamp: 2017-10-17 05:59:26+00:00
Document Index: 93117756

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 377', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 21', 'art. 15', 'sentenza ']

In India l’omosessualità non è più reato | R.E.F.O. - Rete Evangelica Fede e Omosessualità
In India l’omosessualità non è più reato
Grandi festeggiamenti in India per la depenalizzazione dell’omosessualità ad opera della Corte Suprema. Dal 20 luglio essere omosessuale in India non comporterà più il carcere. Aperta la strada al riconoscimento delle unioni omosessuali.
L’India è un subcontinente immerso nelle contraddizioni: la povertà è ampiamente diffusa ma le nuove tecnologie trovano nel Paese un mercato affamato di nuovi prodotti; la società è rigidamente divisa in caste, i neonati di sesso femminile vengono ancora uccisi alla nascita, nelle campagne le donne più libere e indipendenti sono considerate streghe e per questo punite, ma l’India ha eletto un Presidente donna; i matrimoni sono combinati dalle famiglie e le donne non hanno voce in capitolo dato che il loro ruolo è di essere buone mogli e madri, e d’altra parte Presidente della Camera Bassa in Parlamento è donna: Meira Kumar; le lesbiche si suicidano perchè le rispettive famiglie rendono loro la vita insostenibile, altre volte invece si sposano e lottano per ottenere il riconoscimento legale delle loro unioni.
In questo contesto anche l’omosessualità ha una doppia faccia.
Mentre è condannata dalla maggioranza della popolazione, dalle forze politiche al Governo e dalle Chiese che esercitano la loro influenza su politica e coscienze, mentre gli omosessuali che non appartengono alle classi più elevate e non vivono nelle città sono costretti a una doppia vita tra matrimoni combinati e relazioni segrete, lo scorso 1 luglio l’Alta corte di Delhi ha sentenziato che l’omosessualità non può essere penalmente sanzionata, e che in osservanza della Costituzione gli omosessuali non posssono subire discriminazioni, aprendo così la strada a un possibile riconoscimento legale delle coppie omosessuali.
La depenalizzazione dell’omosessualità, è stata confermata dalla Corte Suprema dell’India il 19 luglio 2009 e perciò estesa a tutto il Paese.
La sentenza fa tornare l’India indietro di 150 anni, ma a quanto pare a volte si deve guardare al passato per proseguire nel futuro.
A quando cioè l’omosessualità non era considerata una devianza da punire, ma il dibattito dei bramini sul tema era aperto e vivace.
Gli antichi testi sacri indù infatti non condannano esplicitamente i rapporti sessuali tra persone dello stesso sesso, presentando anzi come protagonisti personaggi che oggi definiremmo omosessuali, transessuali e lesbiche (l’eroe Bhagiratha è figlio di due donne).
L’art. 377 del Codice Penale indiano che sanzionava l’omosessualità maschile con la detenzione fino a 10 anni o addirittura l’ergastolo nei casi considerati più gravi, fu introdotto nel 1861, frutto avvelenato del colonialismo inglese.
E siccome le culture si influenzano, con buona pace dei tutori delle tradizioni, la sessuofobia vittoriana ha portato a una condanna dell’omosessualità anche da parte degli esponenti religiosi indiani, che hanno visto nei piaceri sessuali non più uno strumento di elevazione spirituale, ma l’attaccamento ai beni terreni, un ostacolo quindi al raggiungimento del nirvana.
Con l’indipendenza dal Regno Unito l’India ha mantenuto quasi invariate le strutture importate dagli Inglesi, tra cui l’omofobia, la cui estirpazione ha assunto anzi un carattere patriottico essendo da allora considerata non solo una devianza, un reato, ma anche un vizio importato dall’Occidente, una contaminazione che comporterebbe la decadenza della civiltà indiana.
Questo fino alla sentenza dell’Alta Corte di Delhi che ha riconosciuto come la Costituzione indiana vieti ogni discriminazione, sentenza ora estesa in tutta l’India grazie alla decisone della Corte Suprema indiana. E già le prime voci parlano di un Parlamento a questo punto costretto a emanare una legge sul riconoscimento delle unioni omosessuali.
Ci piace pensare che questo sia uno dei risultati della proposta di depenalizzazione universale dell’omosessualità avanzata dalla Sottosegretaria ai Diritti Umani del Governo francese Rama Yade lo scorso dicembre all’assemblea dell’ ONU.
Per quanto riguarda la società indiana invece i motivi di giubilo non sono poi tanti, dato che l’omosessualità è ancora vista con sospetto e disprezzo dalla maggior parte della popolazione, in perenne lotta con povertà e ignoranza, condizioni che nutrono i pregiudizi, aggrappandosi alle tradizioni, tra cui quella dei matrimoni combinati dalla famiglia e dove il volere degli sposi, specie se donne non è tenuto in nessuna conto.
Anche Bollywood, orgoglio indiano, fa propaganda a favore della famiglia tradizionalista, di uno stile di vita tradizionale, fondato sull’eterosessualità e sul patriarcato.
L’articolo 377 del Codice Penale Indiano, ora dichiarato incostituzionale perchè viola i “diritti fondamentali” garantiti dal dettato costituzionale all’art. 21, il diritto di uguaglianza stabilito dall’articolo 14 e il divieto di discriminazione sancito dall’art. 15, così recitava:
“Chiunque, anche volontariamente, abbia rapporti carnali contro l’ordine della natura di ogni uomo, donna o animale, dovrà essere punito col carcere a vita o per un periodo di tempo diverso al termine del quale lo stesso può essere esteso per altri dieci anni e sarà inoltre comminata una sanzione pecuniaria… La penetrazione è sufficiente per costituire un rapporto carnale e rappresentare u reato secondo quanto descritto dall’Articolo di Legge” ( “Whoever voluntarily has carnal intercourse against the order of nature with any man, woman or animal, shall be punished with imprisonment for life, or with imprisonment of either description for a term which may extend to ten years, and shall also be liable to fine” ). Tale articolo puniva a rigore la sola omosessualità maschile, con la dicitura “contro natura” intendendosi solo la sodomia, e quindi apparentemente le lesbiche godevano di una posizione di favore, tipica di chi, non contando nulla, non viene minimamente preso in considerazione.
In realtà le lesbiche sono doppiamente discriminate: in quanto omosessuali ma prima ancora in quanto donne.
Il ruolo della donna nella società indiana è subordinato a quello maschile, le donne, anche quelle privilegiate che hanno una cultura universitaria, devono essere innanzitutto mogli devote e buone madri, pena la loro stessa vita.
Nascere donna in India può essere ancora una disgrazia: le neonate nate nelle campagne vengono uccise dalle stesse levatrici su richiesta dei genitori, i feti di sesso femmilnile vengono abortiti nelle cliniche private nelle città; in una società dove i matrimoni sono combiati non solo le donne non hanno diritto di scelta, ma rischiano gravi violenze e anche la morte (fatta passare come incidente domestico) se la dote offerta dai genitori non soddisfa le richieste del marito.
Le lesbiche subiscono tutte le discriminazioni delle donne eterosessuali, quelle proprie degli omosessuali che sono considerati troppo spesso anormali o portatori dei vizi della decadente società occidentale ma su di loro ricade un’ulteriore colpa: sono donne che si ribellano al ruolo proprio, “naturale” del genere a cui appartengono, sono donne che non dedicano la loro vita ad un uomo, ai figli, alla famiglia, sono donne che non stanno al loro posto, che non fanno le donne.
Questo le condanna spesso alla violenza della famiglia e della società, fino a scegliere il suicidio, come nel caso salito all’onore delle cronache del maggio del 2008 in cui due donne di 38 e 40 anni, dopo essere state costrette a matrimoni tradizionali con mariti loro imposti dalle rispettive famiglie, esasperate dalle continue vessazioni, si sono cosparse di cherosene e date fuoco.
Se nate in paesi di campagna l’unica possibilità di sopravvivenza può essere la fuga in grandi città più tolleranti come Delhi o Mumbay (Bombay), dove esistono help-line, gruppi di supporto e sono diffuse riviste lesbiche e femministe.
Talvolta vi sono però storie felici, come quella di Jaya Verma e Tanuja Chauhan, la prima coppia lesbica a sposarsi, nel maggio del 2001 nella piccola città di Ambikapur con rito indù; o di Raju e Mala che si sono sposate sempre con rito indù a Mumbay nel 2005, e ora sono intenzionate a chiedere il riconoscimento legale del loro legame.
La sentenza della Corte Suprema dell’India, in linea con le decisioni degli Stati più moderni e tolleranti (non è il caso di dire occidentali) potrà spianare la strada ad una maggiore visibilità e vivibilità anche delle donne lesbiche meno abbienti e delle coppie omosessuali, affinchè un domani le storie a lieto fine di Jaya e Verma e di Tanuja e Chauhan non siano solo delle coraggiose eccezioni, ma la norma per un Paese che sta emergendo sempre più rapidamente in ambito internazionale.
Sarah per Globales
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