Source: https://it.scribd.com/document/31299976/System-of-National-Accounts-and-Moneyflows
Timestamp: 2020-02-17 06:23:29+00:00
Document Index: 92590976

Matched Legal Cases: ['§ 2', '§ 3', '§ 4', '§ 5', '§ 1', '§ 1', '§ 1', '§ 4', '§ 2', '§ 2']

Indice 1. Prologo: i contenuti del lavoro 2. Il System of National Accounts delle Nazioni Unite [1947] 2.1. La scansione temporale dei sistemi di contabilità nazionale 2.2. Teoria e politica economica nel System of National Accounts [1947] 2.3. Dai Conti Nazionali ai Conti Finanziari? 3. La pluralità degli schemi finanziari negli anni ‘50–60 4. I Moneyflows di Morris Copeland [1952] 5. Alcune prime conclusioni Indicazioni bibliografiche Riassunto Nel secondo dopoguerra, al processo di accentramento presso le istituzioni sovranazionali della costruzione dei sistemi di contabilità macroeconomica si è affiancata la separazione delle “competenze” tra le Nazioni Unite (Conti Nazionali) e il Fondo Monetario Internazionale (Conti Finanziari, Bilancia dei pagamenti e Statistiche della Finanza pubblica). I Conti Nazionali e i Conti Finanziari si sviluppano su binari separati sino alla “terza generazione” dello SNA (SNA 1968). Da quel momento, le discrepanze nei saldi quantitativi del conto della formazione del capitale reale e del conto finanziario spingono verso la piena integrazione delle due strutture. L’orientamento prioritario è stato quello di cercare le ragioni statistiche e operative che contribuiscono a “spiegare” le origini della divaricazione. Con questo lavoro intendiamo legare le motivazioni statistico–operative con quelle di teoria e di politica economica che segnarono la costruzione del “primo” SNA di Richard Stone nel 1947 e dei moneyflows di Morris Copeland nel 1952.
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Le ragioni teoriche della discrasia
tra conti nazionali e conti finanziari
LE RAGIONI TEORICHE DELLA DISCRASIA TRA CONTI NAZIONALI
E CONTI FINANZIARI
Il System of National Accounts delle Nazioni Unite 1947 e i Moneyflows di Morris
Copeland 1952
1. Prologo: i contenuti del lavoro
2. Il System of National Accounts delle Nazioni Unite [1947]
2.1. La scansione temporale dei sistemi di contabilità nazionale
2.2. Teoria e politica economica nel System of National Accounts
2.3. Dai Conti Nazionali ai Conti Finanziari?
3. La pluralità degli schemi finanziari negli anni ‘50–60
4. I Moneyflows di Morris Copeland [1952]
5. Alcune prime conclusioni
Nel secondo dopoguerra, al processo di accentramento presso le istituzioni sovranazionali
della costruzione dei sistemi di contabilità macroeconomica si è affiancata la separazione delle
“competenze” tra le Nazioni Unite (Conti Nazionali) e il Fondo Monetario Internazionale
(Conti Finanziari, Bilancia dei pagamenti e Statistiche della Finanza pubblica). I Conti Nazio-
nali e i Conti Finanziari si sviluppano su binari separati sino alla “terza generazione” dello
SNA (SNA 1968). Da quel momento, le discrepanze nei saldi quantitativi del conto della for-
mazione del capitale reale e del conto finanziario spingono verso la piena integrazione delle
due strutture. L’orientamento prioritario è stato quello di cercare le ragioni statistiche e opera-
tive che contribuiscono a “spiegare” le origini della divaricazione. Con questo lavoro inten-
diamo legare le motivazioni statistico–operative con quelle di teoria e di politica economica
che segnarono la costruzione del “primo” SNA di Richard Stone nel 1947 e dei moneyflows di
Morris Copeland nel 1952.
1. Prologo: i contenuti del lavoro1
I problemi sollevati dal tentativo di raccordare il sistema dei Conti Nazionali (CN)
con il sistema dei Conti Finanziari (CF) sono parte della storia della contabilità ma-
croeconomica del secondo dopoguerra: “quando alla metà degli anni ’50 fu ricono-
sciuto che i flow of funds potevano essere utili per la politica economica, ci fu un
grande movimento affinché questi conti fossero integrati con i CN” (Kenessey 1994,
p. 60; anche R. Ruggles 1993)2.
Per date definizioni contabili, le discrepanze quantitative che emergono tra i saldi
del conto della formazione del capitale reale e del conto finanziario a livello di setto-
re istituzionale (Giannone 1961, Dorrance 1966, Ercolani e Cotula 1969, R. Ruggles
e N. Ruggles 1970)3 rientrano nei problemi di attendibilità che la costruzione statisti-
ca dell’informazione pone quando viene collocata in un modello generale. Van Eijk
ricorda che “non c’è nessuna ragione per attendersi che i dati ottenuti a stadi diversi
di raccolta delle informazioni statistiche entrino perfettamente nei conti e nelle
equazioni dei modelli economici”. Questo perché “l’informazione di base è una col-
lazione di statistiche incompleta ed eterogenea su aspetti diversi del processo eco-
nomico; [statistiche] elaborate per scopi diversi e non con la finalità di costruire dei
blocchi consistenti di un affresco complessivo; [statistiche] basate su dati incompleti
e spesso non accurati, forniti da imprese private e da unità pubbliche non sempre
capaci o desiderose di raccogliere informazioni precise” (van Eijk 1993, pp. 143–
144). In questo ambito rientrano gli errori di stima dovuti alla presenza di aree
diverse di evasione fiscale. E’ infatti plausibile che l’area di evasione sia maggiore
Questo scritto costituisce una rielaborazione del rapporto di ricerca redatto nel maggio 2000
per il Gruppo di lavoro CNR costituito tra l’Istituto della Contabilità Nazionale (ISCONA), la
Banca d’Italia e l’Istat su “L’integrazione tra i conti finanziari e quelli non finanziari”, coordi-
nato dal prof. Antonino Giannone (Università degli studi di Roma) e dalla dott.sa Maria Grazia
Marchese (Banca d’Italia). Una precedente stesura è stata commentata con l’usuale attenzione
dai proff. Riccardo Fiorito e Mario Tonveronachi, che ringraziamo per gli utili suggerimenti. Il
prof. Gaetano Esposito dell’Iscona ha seguito fattivamente con stimoli e consigli gli sviluppi di
Anche se inizialmente fu ritenuto non utile procedere lungo la strada dell’integrazione. Ad es.
Yanovsky 1965, pp. 352–353.
Ci riferiamo, rispettivamente, al saldo tra risparmio e investimento in beni capitali e al saldo
tra le variazioni delle attività finanziarie e delle passività finanziarie. L’eccesso (il deficit) del
risparmio sull’investimento in teoria dovrebbe coincidere con l’accreditamento
(l’indebitamento) verso gli altri settori.
di evasione fiscale. E’ infatti plausibile che l’area di evasione sia maggiore per i flus-
si di spesa e di reddito e minore per gli stocks reali e finanziari.
Accanto alle motivazioni statistiche, le discrepanze tra i saldi che “chiudono” i
CN e “aprono” i CF sono da attribuire ancora alle differenze nella struttura dei siste-
mi stessi:
¾ nelle definizioni teoriche delle categorie contabili,
¾ nei criteri di settorizzazione delle unità,
¾ nell’ampiezza del fenomeno rilevato,
¾ nel timing della registrazione delle transazioni,
¾ nei criteri di valutazione delle grandezze4.
Le ragioni delle discrepanze quantitative tra i saldi dei due sistemi contabili sono
attribuite per solito a ragioni statistiche e tecnico–operative. Questa linea trascura di
evidenziare che le differenze negli aspetti tecnico–operativi – dei CN e dei CF – sono
l’esito delle scelte teoriche e degli obiettivi di analisi che hanno accompagnato la de-
finizione dei sistemi di contabilità macroeconomica tra le due guerre mondiali e la
loro implementazione nel secondo dopoguerra5.
A questo proposito centriamo l’attenzione sui due propotipi che alla fine degli an-
ni ’40 hanno segnato l’avvio della divaricazione tra CN e CF (Yanovsky 1965, p.
352). Ci riferiamo alla prima generazione del System of National Accounts delle Na-
zioni Unite (SNA 1947) e ai Moneyflows di Morris Copeland (1952). Dal primo di-
scenderanno le tre successive generazioni dello SNA (1953, 1968, 1993) e le due edi-
zioni del Sistema europeo dei conti economici integrati (SEC 1970, 1995); dal se-
In questa sede diamo per noti gli aspetti statistici e tecnico–operativi menzionati. Per indica-
zioni puntuali, rinviamo ai lavori del citato gruppo di lavoro CNR – Iscona, su “L’integrazione
tra i conti finanziari e quelli non finanziari”: Di Giacinto e Massaro 1999, Rettaroli 1999, e
Scafuri 1999.
Il tema è reso complicato dal fatto che “i concetti [contabili] sono parzialmente basati su
compromessi, che sono sempre difficili da comprendere per gli outsiders [in quanto i manuali
non documentano con chiarezza i metodi di compilazione]”. Ancora, l’istituzionalizzazione
sovranazionale dei CN (e dei concetti utilizzati) ha ridotto lo spazio per l’interazione con la
teoria economica (Bos 1995, pp. 5-6).
condo le “Statistiche monetarie e bancarie” del Fondo Monetario Internazionale (es.
IMF 1984)6.
La ragione sottesa a questa scelta sta nel fatto che nel secondo dopoguerra sono
stati netti il processo di istituzionalizzazione sovranazionale e la partizione delle
competenze tra Nazioni Unite (Conti Nazionali) e Fondo Monetario Internazionale
(Conti Finanziari, Bilancia dei pagamenti, Statistiche della finanza pubblica) (es.
IMF 1991, pp. XIII–XVII).
¾ nel § 2 trattiamo dei referenti teorici e dello SNA delle Nazioni Unite del
1947. In questo ambito poniamo in evidenza l’inesistenza di un legame con-
cettuale che va dalla costruzione dei CN a quella dei CF;
¾ nel § 3 evidenziamo – a fronte della pluralità degli schemi di CF delineati ne-
gli anni ‘50–60 – l’interesse per l’impostazione sottesa ai moneyflows di Mor-
ris Copeland del 1952, ritenuti fondamento dei CF;
¾ nel § 4 individuiamo gli effetti dell’impostazione teorica di Copeland sulla
struttura contabile dei moneyflows;
¾ nel § 5 svolgiamo qualche considerazione a mo’ di conclusione.
2. Il System of National Accounts delle Nazioni Unite [1947]: l’influenza degli
obiettivi di analisi e dei referenti teorici sulle definizioni e sui criteri di valuta-
zione e registrazione
Per alcune indicazioni su continuità e mutamento nei quattro SNA rinviamo a Bos 1993; per
il manuale IMF 1984 rinviamo a Landell–Mills 1986, Dublin 1991, e Saunders 1991.
Le discrepanze quantitative che emergono ex-post tra i saldi del conto della for-
mazione del capitale reale e del conto finanziario sono conseguenza di più determi-
nanti. Accanto alle motivazioni statistiche e tecnico–operative (§ 1), in questa parte
centriamo l’attenzione sulle differenze nelle definizioni delle grandezze, dei settori, e
dei criteri di rilevazione, da attribuire alla diversità dei quadri teorici e degli obiettivi
di analisi sottesi ai sistemi dei CN e dei CF.
La storia della contabilità macroeconomica mostra una graduazione cronologica
che va dallo sviluppo dei CN e delle Interdipendenze Settoriali, negli anni ‘30–40 di
questo secolo, ai CF e agli Stati Patrimoniali negli anni ‘50–60 (es., Studenski 1958,
Yanovsky 1965, Kenessey 1994). Tale scansione non implica, come vedremo nei
prossimi paragrafi, l’incidenza delle definizioni dei CN sui successivi schemi conta-
bili e quindi sui CF. In particolare, perché essa si fonda sui momenti storici in cui so-
no stati implementati i diversi sistemi, che non sono sempre concomitanti con quelli
della riflessione teorica.
2.2. Teoria e politica economica nel System of National Accounts [1947]
Per quanto attiene ai CN, la combinazione tra keynesismo fiscale, crisi del ’29 e
conflitto mondiale spiega tanto la suddivisione delle unità produttive tra imprese e pub-
blica amministrazione che la definizione della produzione dal lato della domanda ag-
gregata. Il riferimento alla Pubblica amministrazione e la partizione della produzione tra
l’utilizzo privato e pubblico, da un lato, e tra consumo e formazione del capitale,
dall’altro, erano funzionali alla gestione delle politiche keynesiane e alla pianificazione
dello sforzo bellico7. Ricordiamo How to Pay for the War di John M. Keynes del 1940
e il primo “White Paper” sulla finanza pubblica britannica (1941)8. Per converso, nella
Meno rilevanti sono state le influenze sui CN delle considerazioni legate al benessere: “in draf-
ting the United Nations Manuals Guidelines, the welfare-oriented approach to national accoun-
ting has lost the battle with the Keynesian eritage” (Bos 1993, p. 84). Peraltro, la centralità
dell’attribuzione al pensiero keynesiamo ha oscurato il contributo di altre ragioni teoriche. Tra
queste ricordiamo il vecchio istituzionalismo americano degli anni ‘20-30 (Della Torre 1992 e
La bibliografia in argomento è molto ampia: Ruggles e Ruggles 1970, pp. 8–9; Bos 1992, pp.
12-13; van Eijk 1993, pp. 141–142, Tinbergen 1993, pp. 13–14.
costruzione dei CN condotta negli anni ‘20–30 sulla “sponda americana
dell’Atlantico” (Rostow 1990) non vi è spazio né per la definizione della produzione
lato domanda aggregata, né per un ruolo dell’operatore pubblico.
Secondo la definizione di produzione dei CN, gran parte delle unità pubbliche non
dovrebbero essere annoverate tra quelle produttive in quanto non producono beni e
servizi di mercato. L’inclusione nella sfera della produzione dei servizi ceduti gra-
tuitamente dalle unità pubbliche è riconducibile a considerazioni legate al benessere
(es. Kuznets 1941, pp. 31 ss.), ma è il risultato prioritario della rilevanza attribuita
all’operatore che gestisce la politica fiscale e di bilancio 9. Già nella prima generazio-
ne dello SNA, l’implementazione del conto acceso all’operatore pubblico era posta in
relazione con le finalità di politica economica (SNA 1947, p. 38)10.
La formulazione dei CN nei termini delle usuali componenti della domanda ag-
gregata nasce con il keynesismo. In effetti, nonostante la disponibilità degli approcci
del prodotto, del reddito e della spesa finale, le stime negli USA degli anni ‘30 se-
guono linee indipendenti dalla relazione keynesiana (Y = C+I+G), privilegiando i
primi due approcci11. Quest’orientamento viene spiegato dalle difficoltà di costruzio-
ne delle componenti della domanda aggregata (e ancor prima della partizione tra uti-
lizzi intermedi e finali della produzione)12. Certo è solo con la rivoluzione keynesiana
che questi problemi informativi vengono portati a soluzione (ad es., van Eijk 1993,
pp. 140–142).
Cfr. il dibattito sull’inclusione della Pubblica amministrazione tra Kuznets, Hicks, ecc. sulla
rivista Economica nel 1940.
In verità, in quell’ambito era consigliata la costruzione di un operatore più ampio, inclusivo
delle imprese pubbliche: “the most topical perhaps is the fact that public-authority enterpri-
ses, being more subject to social control than private enterprises, may be more readily used,
through the timing of their capital formation, to help to stabilize the general level of activity”
(SNA 1947). E’ forse il caso di aggiungere che pur essendo i CN volti verso un target keyne-
siano, i livelli di occupazione e della forza-lavoro non sono considerati né nello SNA 1968, né
nell’ultima edizione del 1993. Un riferimento (piuttosto “aperto”) è presente nel SEC 1995
(Bos 1995, p. 9).
Cfr. Della Torre 1993 e i lavori di Carson 1975, Patinkin 1976, e R. Ruggles 1993, ivi citati.
Su queste difficoltà rinviamo a R. Ruggles 1993, pp. 237–238, e, con maggiori approfondi-
menti, a Patinkin 1976, pp. 243 ss.
Connesso alla definizione del prodotto dal lato della domanda finale vi è
l’introduzione, sempre da parte di Keynes, della valutazione del reddito ai prezzi di
mercato, accanto a quella tradizionale al costo dei fattori, “con la finalità di stabilire
una più stretta relazione tra il reddito nazionale e le diverse componenti della spesa”
(Bos 1992, p. 12).
Sempre in relazione alle radici keynesiane della definizione del prodotto nei termini
delle componenti della domanda finale va menzionato l’inserimento della spesa per
consumi di beni durevoli (nella loro interezza). La scelta poteva essere funzionale alla
misurazione del benessere, ma in tal caso sarebbe stato appropriato inserire nei consumi
la quota usufruita nel periodo corrente, non l’intero valore del bene (Bos 1995, p. 9).
La struttura dei CN ruota intorno al concetto di produzione. Da tale concetto seguo-
no le dimensioni della produzione, del reddito e della spesa, e la partizione tra beni in-
termedi e finali, e tra beni capitali e di consumo13. Le ragioni di teoria e di politica eco-
nomica sopra menzionate condussero a una definizione di produzione consistente con le
grandezze della finanza pubblica e con l’utilizzo delle risorse produttive legate allo
sforzo bellico e all’occupazione della forza lavoro14. Di conseguenza, il processo pro-
duttivo fu delimitato ai beni e ai servizi di nuova produzione, predisposti dall’uomo,
aventi valore di mercato (SNA 1947)15.
I fattori teorici e di politica economica menzionati hanno influito anche sui criteri di
rilevazione, registrazione e valutazione delle grandezze. La centralità della produzione
corrente ha comportato l’irrilevanza nei CN delle transazioni di beni derivati da passati
Ovviamente, il concetto di produzione condiziona anche la dimensione dello stock del capi-
tale reale, essendo quest’ultimo la stratificazione dei flussi netti dell’investimento (da ultimo,
Jona Lasinio 2000).
Le finalità informative legate alla finanza di guerra portarono a una definizione della produ-
zione al lordo dell’ammortamento dei beni capitali. In quanto: 1. era rilevante l’investimento
lordo in beni capitali come utilizzo della nuova produzione; 2. era poco significativa la dimen-
sione dell’ammortamento poiché il ripristino dei capitali usurati poteva essere rinviato alla fine
del conflitto (Bos 1992, p. 12n).
Con alcune rilevanti eccezioni: ad es., gli autoconsumi di derrate agricole. A questo proposito,
giova rammentare che questa “eccezione” al criterio generale è stata spiegata, nel secondo dopo-
guerra, prevalentemente richiamando ragioni di confronto interspaziale e intertemporale. Nel
momento della pianificazione della guerra la ragione era quella di stimare con maggiore precisio-
ne la produzione dell’economia e l’utilizzo di questa da parte delle famiglie (Kuznets 1945).
processi produttivi16. Per il criterio di registrazione delle transazioni, è ancora rilevante
il concetto di produzione, nel senso che tra il momento in cui la transazione è effettuata
(principio di competenza) e quello in cui è regolata (principio di cassa) si è optato per il
primo criterio.
La stratificazione cronologica della costruzione dei sistemi di contabilità macro-
economica (i CN negli anni ’30–40, i CF negli anni ’50–60) può condurre all’idea
che lo sviluppo dei CF sia avvenuto entro il quadro teorico keynesiano e con le fina-
lità di politica economica sopra richiamati17: “[i conti del reddito e della spesa] come
parent accounts dei flow–of–funds”(Ruggles e Ruggles 1970, ch. 6). Tuttavia, se que-
sta spiegazione fosse esaustiva non ci dovrebbero essere differenze significative nelle
definizioni delle grandezze, nelle linee di settorizzazione, nei criteri di registrazione e
di valutazione adottati dai due sistemi. Quindi, le discrepanze tra sfera reale e sfera
finanziaria dovrebbero ridursi alle sole ragioni statistiche (§ 1).
Nella realtà, la riflessione sui CF non è stata né successiva alla costruzione dei CN,
né riconducibile all’approccio keynesiano, né con le medesime finalità di politica eco-
nomica (Della Torre 1984, pp. 93–94). Nella parte introduttiva allo SNA 1953, Ri-
chard Stone evidenziava che i filoni di ricerca nel campo dell’informazione macro-
economica (conti nazionali, tabelle I-O, conti finanziari, stati patrimoniali) si erano
mossi “in forme distinte e solo parzialmente collegate” (SNA 1953, p. 1). In effetti,
il Report on Banking Statistics, redatto dall’omonimo sottocomitato delle Nazioni
Unite nel 1947 (United Nations 1947), è privo di qualsiasi collegamento logico e
contabile con il sistema dei CN, predisposto nello stesso anno da altro sottocomitato
(SNA 1947).
Se non per la produzione corrente che tali transazioni attivano. Ad es., servizi di intermedia-
zione, commerciali, di trasporto, ecc.
Successivamente è plausibile che ci sia stata una revisione delle grandezze contabili e dei criteri
dei CF nell’alveo dei CN (come avanzato, ad es., nella survey di Cohen 1972). Anzi, questo raf-
forza l’ipotesi di esistenza di differenze nei momenti di costruzione dei due sistemi contabili.
I moneyflows di Morris Copeland 1952 seguono la costruzione dei CN, ma la rifles-
sione teorica che ne costituisce il fondamento è molto anteriore. La pubblicazione del
1952 è preceduta da lavori preparatori – ad es., Tracing Moneyflows through the United
States Economy, 1947 – e si collega con il memorandum di analisi monetaria di Wesley
Mitchell del 1944 (The Flow of Payments. A Preliminary Survey of Concepts and Da-
ta), con il Progetto di ricerca sul sistema finanziario americano del NBER del 1937, e,
ancor prima, con lo studio condotto nel 1929 presso la Federal Reserve dallo stesso
Copeland sull’equazione degli scambi di Irving Fisher (Taylor 1991, p. 95; Della Torre
1993; Kenessey 1994, p. 59).
Tale letteratura è indipendente dalla riflessione keynesiana (Della Torre 1984, pp.
14–5). Quello che è importante a questo punto dell’esposizione è avere mostrato la scis-
sione esistente tra gli obiettivi di analisi e gli approcci teorici alla base della costruzione
dei CN e dei CF.
3. La pluralità di schemi finanziari negli anni ‘50–60
Nel secondo dopoguerra, la penetrazione del keynesismo all’interno delle istituzioni
economiche e politiche portò alla standardizzazione sovranazionale dei CN (Kenessey
1994). Diversamente, all’inizio degli anni ’60 l’elaborazione del sistema dei CF era an-
cora tutta da concepire. Ciò dipendeva dalla debolezza del substrato teorico dei CF, che
si traduceva in una varietà di schemi contabili senza un convincente apparato teorico di
“qualsiasi rassegna sul sistema della bilancia dei pagamenti o dei conti
del reddito e della spesa … rileverebbe nette similarità tra le diverse ana-
lisi. Esse sono fondate [rispettivamente] … sul manuale della bilancia dei
pagamenti del Fondo Monetario Internazionale e sul System of National
Accounts delle Nazioni Unite. Queste similarità riflettono molto più di una
conformità burocratica internazionale. Il manuale del Fondo è un diretto
discendente delle esplorazioni statistiche di Jacob Viner, H.D. White, e
J.H. Williams, che furono concepite per analizzare i postulati teorici di
F.W. Taussig. [Peraltro,] questi concetti si legavano con le relazioni teori-
che fondamentali di Keynes, sottese ai conti del reddito e della spesa …
[La] teoria finanziaria non ha avuto la sintesi di Taussig o la rivoluzione
keynesiana che avrebbe fornito lo schema di riferimento richiesto per una
presentazione soddisfacente delle statistiche finanziarie. [La controversia
che fece seguito alla pubblicazione del Rapporto Radcliffe sulle modalità
operative del sistema monetario inglese (1959)] mostra che gli economisti
hanno un ampio ventaglio di visioni sul meccanismo operativo del sistema
finanziario, e, di conseguenza, … sul modo di descrivere queste operazio-
ni” (Dorrance 1966, pp. 198–200).
Per quanto detto, nella prima parte degli anni ’60 non si disponeva di “un” sistema
dei CF, ma si assisteva “a una proliferazione di schemi di contabilità finanziaria in
cerca di teoria” (Meiselman 1967). A titolo indicativo, rammentiamo che Dorrance
(1966, pp. 200–203) raggruppava tali schemi in una serie di filoni principali: 1. gli Stati
Patrimoniali: il Social Framework di J.R. Hicks del 1942, i lavori di R.W. Goldsmith,
R. Lipsey e M. Mendelson del 1963, ecc.; 2. i flow-of-funds: il memorandum di W.C.
Mitchell del 1944, i Moneyflows di M. Copeland del 1952, i flussi di fondi della Fede-
ral Reserve americana; 3. lo schema d’analisi monetaria dell’OECD (di R. Triffin); e
In aggiunta, ricordiamo che la costruzione dei CF è avvenuta inizialmente ad opera
delle banche centrali, per finalità di politica monetaria e di supervisione bancaria e cre-
ditizia, con una particolare attenzione per gli aspetti istituzionali dei sistemi finanziari,
che non ha agevolato il processo di standardizzazione e di integrazione (Ercolani e Co-
tula 1969).
Senza richiamare di nuovo gli aspetti definitori e le regole di registrazione (§ 1),
già nelle modalità di integrazione della sfera reale con quella finanziaria possiamo
notare tali influenze. Come è largamente noto:
“una delle più ovvie estensioni dei conti del reddito e della spesa … è
stata quella di misurare il surplus o il deficit finanziario di ciascun set-
tore e le singole transazioni finanziarie che hanno prodotto quel totale.
… Per tutti i settori, il risparmio meno l’investimento è eguale al saldo
finanziario. Analogamente, per tutti i settori i prestiti e gli acquisti di
attività finanziarie meno l’indebitamento e le vendite delle attività fi-
nanziarie sono eguali allo stesso saldo” (Dorrance 1966, p. 203)18.
Dobbiamo, tuttavia, ricordare che il collegamento tra conto della formazione del
capitale reale (risparmio e investimento) e conto finanziario (variazione delle attività
e passività finanziarie) è soltanto uno dei possibili. E’ evidente che un sistema dei
CF, costruito partendo ad es. dai moneyflows di Copeland, comportando
un’accentuazione sull’intero complesso delle transazioni monetizzate dell’economia,
implica un aggancio diverso tra le due sfere. Quindi sull’intero corpo della spesa e
dell’entrata, non solo sul risparmio e l’investimento reale (§ 4). Analogamente, fissa-
re l’attenzione sugli Stati Patrimoniali comporta altre modalità di integrazione, entro
una gerarchia che va dagli equilibri del portafoglio reale–finanziario alle relazioni di
flusso (es. Cutilli e Gnesutta 1973).
Come è facile intuire, gli schemi finanziari richiamati da Dorrance rispondevano
a esigenze specifiche e, pertanto, si fondavano su strutture contabili diverse. Per tale
ragione, riteniamo produttivo esaminare i Moneyflows di Morris Copeland19, perché è
tradizione riferire gli schemi di CF adottati dalla Federal Reserve americana e dal
Fondo Monetario Internazionale a quel referente teorico (es. Imf 1991, Taylor 1991)
e perché già in quella fase temporale è evidente un orientamento diverso dei CF ri-
spetto a quello dei CN.
4. I Money–flows di Morris Copeland [1952]
Come abbiamo nel § 2, l’opera di Morris Copeland [A Study of Moneyflows in the
United States, 1952] fu preceduta da lavori preparatori. Tra questi di particolare inte-
resse è Social Accounting for Moneyflows, 1949.
Copeland 1949 (pp. 9–15) evidenzia due aspetti: 1. il legame con l’analisi del ci-
clo di Wesley C. Mitchell e del NBER sviluppata negli anni ‘20–30 (es. Dorfman
1959, vol. 5; Della Torre 1993); 2. l’impostazione metodologica pragmatica, fondata
Anche Giannone 1961: “il conto più adatto per assolvere la funzione di giuntura tra CN e
CF è il conto del capitale” (p. 52).
Sul processo che portò, nel corso della prima parte degli anni ’50, dai moneyflows di Co-
peland ai flow-of-funds della Federal Reserve rinviamo a Taylor 1991, pp. 101–103.
sulla misurazione quantitativa e avulsa da riferimenti teorici non fondati empirica-
mente (es. Dawson 1991).
Il punto 1 rende esplicito – come anticipato nel § 2 – che i referenti teorici dei
Moneyflows sono pre–Keynesiani. In aggiunta (punto 2), la finalità della costruzione
di Moneyflows è quella di trarre elementi empirici per una teorizzazione delle forme
di influenza delle variabili monetarie sul ciclo:
“the study in which I have been angaged aims to provide measures of
moneyflows that will answer questions such as these: When total pur-
chases of national product increase, where does the money come from to
finance them? When purchases of national product decline, what beco-
mes of the money that is not spent? Is it hoarded, or what? Who has and
exercises discretion to increase or decrease expenditures on national
product?” (Copeland 1949, p. 7).
All’interno dei flussi monetari, un ruolo discrezionale è assegnato alle istituzioni
monetarie (sistema bancario e “U.S. monetary funds”) come allocatori dei flussi mo-
netari tra operatori (“discretion modifiers”), caratterizzati da diversità nei compor-
tamenti reali e finanziari (Copeland 1952, capp. 12–13):
“Banks do not create a financial source of money for anyone, and they
do not initiate inflation. But they do partecipate very extensively in the
moneyflows that pass through financial channels from one nonbanksec-
tor to another. In fact, it seems fair to say that banks are the channels
for a substantial part of financial moneyflows. For this reason banks
can do a great deal to facilitate the process of expansion of total mo-
neyflows and to aggravate the process of contraction. Statistical meau-
sures of bank partecipation in financial moneyflows can be derived from
the “statement of payments and balances”. If it proves feasible to com-
pile these measures …, the informational basis for our credit policy
should be very materially strengthened” (Copeland 1949, pp. 13–15).
Il ruolo attribuito alle istituzioni monetarie si fonda sull’ipotesi che gli operatori
non siano tra di loro omogenei per quanto attiene ai comportamenti reali e finanziari:
“A transactor’s discretion to increase his ordinary expenditures will be
limited by various factors including the size of his balance and his credit
standing. The individual transactor has more or less discretion not only
to expand his ordinary expenditures but also to contract them and add
to his net loanfund balance receivable. Cyclical expansions in the total
moneyflows in the economy are brought about when some transactors
dishoard their loanfund balances and expand their ordinary expenditu-
res. Let us call transactors who initiate expansion “bulls”. The money
required by “bulls” to finance their cash deficits is always and neces-
sarily advanced or returned to them by others […]. The process by
which a general contraction is initiated is somewhat analogous […].
Some transactors exercise their discretion to curtail ordinary expenditu-
res and add to their net loanfund balances receivable, to stint and
hoard. We call such transactors “bears”. In addition to bulls and bears
there are many transactors who are relatively passive. They just follow
the leader. They are called “sheep” (Copeland 1949, pp. 14–15).
Inoltre, “la composizione e l’importanza relativa di queste tre classi di operatori
cambia da un periodo all’altro. Un operatore può essere “bull” in un periodo,
“sheep” in un altro, e “bear” in un altro ancora”.
L’idea di Copeland è che la costruzione continuativa dei moneyflows avrebbe con-
sentito di individuare, con un buon grado di confidenza, i settori che promuovono
l’espansione o la contrazione dell’attività economica, e quelli relativamente passivi.
Questo quadro teorico, pur nella sinteticità della nostra esposizione, permette di
cogliere le ragioni che spiegano la strutturazione contabile dei Moneyflows, e che so-
no alla base delle difficoltà di integrazione con le grandezze reali dei CN. Tali diffi-
coltà erano per Copeland del tutto evidenti, essendo i due sistemi fondati su due di-
versi “punti di vista”:
“the national income and product accounts present one perspective on
our economy, a consolidated report on the operations of productive en-
terprises on an accrual and imputation basis. The statements of
payments and balances give quite a different perspective, a set of com-
bined sector statements of moneyflows and loanfunds” (Copeland 1949,
Discutiamo qui di seguito alcuni aspetti contabili e criteri di rilevazione che di-
scendono da quel quadro teorico.
¾ le grandezze reali e il raccordo con quelle finanziarie
Gli aggregati interamente monetizzati sono distinti in due tipologie 20:
Anticipiamo che la tabella 1.1 di Copeland 1949, cui facciamo riferimento, è riferita
all’operatore Famiglie.
1. i flussi monetari di origine reale [“total ordinary recepits – all non financial
sources of money”: redditi primari percepiti e trasferimenti ricevuti (table
1.1, part one, righe A ÷ L = M); “total ordinary expenditures”: spesa per con-
sumi, trasferimenti in uscita, ecc. (tab. 1.1, righe Q ÷ Z = a)];
2. i flussi monetari netti ottenuti tramite il finanziamento o disponibili per finan-
ziare altri settori [“net funds obtained through financing” e “net funds advan-
ced to finance others” (tab. 1.1, rispettivamente righe N e b)]. Nel caso dell
Famiglie, il saldo tra i flussi monetari in entrata e in uscita dovuti a ragioni
reali è positivo (tranne l’anno 1938) e quindi esso identifica le risorse finan-
ziarie nette trasferite dalle Famiglie agli altri settori (tab. 1.1, riga b).
Il saldo suddetto costituisce il raccordo tra la sfera reale e la sfera finanziaria:
“chiude” la sezione monetaria e “apre” la sezione finanziaria della tabella (Part one,
riga b (o riga N); Part two, riga p).
Come è evidente, già a questo livello di esposizione, sono presenti differenze nette
con i CN e con i fondamenti teorici e di politica economica che ne sono alla base. Nei
CN il raccordo tra le due sfere avviene a livello del conto della formazione del capi-
tale reale (saldo tra risparmio e investimento in beni capitali); nei moneyflows il le-
game è dato dal saldo tra i flussi monetari in entrata e quelli in uscita. Ne deriva una
differenza cruciale: nei CN la variabile teorica rilevante è la spesa per investimenti in
“nuovi” beni capitali; nei moneyflows è la spesa monetaria totale.
¾ transazioni monetizzate vs. imputazioni; principio di cassa vs. principio di com-
petenza
La centralità dei flussi monetizzati implica, come dato fondativo dei moneyflows,
la considerazione del totale delle transazioni in moneta (comprese quelle relative alla
compravendita di beni di seconda mano)21 e l’esclusione delle transazioni imputate.
Per quanto riguarda il timing della registrazione, viene privilegiato il principio di cas-
sa a fronte del principio di competenza dei CN (Copeland 1949, pp. 9, 17–18).
La definizione di produzione dei CN implicava la mancata rilevazione delle transazioni
aventi per oggetto lo scambio di beni di seconda mano (in quanto esito di precedenti processi
¾ bilanci consolidati vs. bilanci combinati
I CN vertono sulla separazione tra sfera della produzione e sfera della distribuzio-
ne (con il consolidamento delle unità produttive). Di conseguenza, i sistemi più sem-
plici non prevedono un’articolazione per settori (se non la partizione dell’economia
nazionale dal resto del mondo e delle unità produttive tra imprese e Pubblica ammini-
strazione). Viceversa, i moneyflows sono costruiti su più settori, perché si ritiene che
la dinamica ciclica sia legata alle decisioni di spesa degli operatori (bulls, bears,
sheep) e che questa sia condizionata dalla distribuzione di potere d’acquisto condotta
dagli intermediari creditizi.
Per evidenziare la distribuzione del potere d’acquisto condotto dagli intermediari
è buona regola non consolidare le transazioni finanziarie anche all’interno dello stes-
so settore, costruendo invece bilanci “combinati” (mantenendo in evidenza dette
transazioni). Tecnicamente, si tratta di forme di registrazione su basi lorde (Copeland
1949, pp. 17–18). Non a caso, il totale dei flussi monetari dei settori considerati da
Copeland è più di tre volte il prodotto nazionale lordo.
Come è evidente da queste scarne considerazioni derivate da “alcuni” elementi
della struttura di base dei moneyflows, esistono ragioni di teoria e di politica econo-
mica che spiegano le differenze negli aspetti tecnico–operativi dei due sistemi di
contabilità macroeconomica. La divaricazione nei saldi dei CN e dei CF è da ascri-
versi anche alle loro differenze di origini.
Questo paper costituisce un “esercizio” di storia del pensiero economico e della
contabilità macroeconomica, circoscritto a un momento specifico ma significativo
che segna l’emergere della divaricazione tra CN e CF. E’ noto che l’opportunità
dell’integrazione tra i due sistemi diventa palese con la costruzione dello SNA
produttivi). Nello SNA 1993 e nel SEC 1995 è stata introdotta la voce relativa agli scambi di
oggetti valore.
196822. Questo corre il rischio, da un lato, di disperdere la memoria storica e,
dall’altro, di esaurire la trattazione alle pur decisive ragioni statistiche e tecnico–ope-
rative. Questo contributo, a nostro giudizio, ha il merito di riproporre al centro della
riflessione i temi di teoria e di politica economica.
Certo è che il paper è limitato nei suoi contenuti e dal lato temporale (essendo fo-
calizzato sullo SNA 1947 e i moneyflows 195223) e dal lato dell’esplorazione dei le-
gami tra referenti teorici e contenuti contabili (fornendo in questa versione alcune
prime indicazioni). Lo sviluppo successivo di questo lavoro è pertanto in quelle due
“It gradually became apparent that all of those economic accounting systems should be in-
tegrated into a single framework and that the 1953 United Nations SNA was not sufficiently
comprehensive in its scope to serve as such a framework” (R. Ruggles 1993, p. 244).
Di particolare interesse è, da quest’angolazione, l’analisi del processo che gradualmente
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Table 1.1 Statement of Payments and Balances for Households
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