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Timestamp: 2018-08-21 09:35:45+00:00
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Donne lavoratrici e l’articolo 572 del codice penale - Ius in itinere
di Tayla Jolanda Mirò D'Aniello · 10 febbraio 2018
Se nel passato, l’idea della donna lavoratrice rappresentava un’utopia, oggi il numero di donne che lavora ha raggiunto percentuali elevatissime. A confermarlo è una recentissima analisi effettuata dall’ISTAT, nel giugno del 2017, secondo cui risultano occupate oltre il 48,8 per cento di donne ed è d’obbligo sottolineare che in Italia non si ottenevano risultati così elevati fin dal 1977. [1]
Malgrado suddetti risultati, sono ancora presenti forti pregiudizi nei confronti delle donne lavoratrici. Si è ancora legati alla figura della donna quale madre-moglie di famiglia, “matrona” della casa. Difatti se le percentuali sopra indicate rappresentano una rilevante conquista per l’Italia, tuttavia quest’ultima occupa solamente la penultima posizione nella classifica riguardo il tasso occupazionale per la donna, rispetto ai restanti paesi dell’Europa che presentano percentuali ben più alte.
Retaggio del passato e di una società patriarcale vuole ancora la donna a casa a badare i figli, lontana da ogni contesto lavorativo. Si registra una recente sentenza della Corte di Cassazione[2], inerente a dei maltrattamenti in famiglia, subiti da una donna in “carriera” a causa dello stile di vita condotto e per l’eccessivo tempo dedicato all’attività lavorativa. Nel caso in esame, il marito cagionava alla suddetta, continue pressioni psicologiche e fisiche, provocandole ferite per impedirle di raggiungere la sede lavorativa, ostacolandone il regolare svolgimento del suo lavoro. Per giustificare le sue azioni, il marito imputa alla moglie di essere venuta meno agli impegni domestici a lei spettanti e di aver trascurato il proprio nucleo familiare, inoltre continua il marito, che per l’intera durata della vita matrimoniali episodi di violenza sono stati rarissimi, venendo a mancare l’elemento dell’abitualità, che come esposto dal Tribunale di Ivrea, costituisce elemento cardine ai fini della realizzazione del reato di maltrattamenti contro familiari o conviventi disciplinato dall’articolo 572 del codice penale che recita:
Il Tribunale di Ivrea nella sentenza n. 714 del 2016[3], evidenzia come per realizzarsi il reato di cui sopra è necessario che le percosse e/o violenze siano conseguenza di più eventi protrattasi nel tempo e che non siano riconducibili ad una singola circostanza. Il concetto di maltrattamenti di cui all’art. 572 c.p. presuppone
“una condotta abituale, che si estrinseca in più atti lesivi, realizzati in tempi successivi, dell’integrità, della libertà, dell’onore, del decoro del soggetto passivo o più semplicementein atti di disprezzo, di umiliazione, di asservimento che offendono la dignità della vittima
restando esclusi dalla fattispecie di cui all’art. 572 c.p.,
“atti episodici, pur lesivi dei diritti fondamentali della persona, ma non riconducibili nell’ambito della descritta cornice unitaria, perché traggono origine da situazioni contingenti e particolari che sempre possono verificarsi nei rapporti interpersonali di una convivenza familiare, che conservano eventualmente, se ne ricorrono i presupposti, la propria autonomia come delitti contro la persona, già di per sé sanzionati dall’ordinamento giuridico”. [4]
Situazione realizzata nel caso in esame, difatti dalle indagini effettuate è emerso che le violenze subite dalla moglie si erano presentate anche precedentemente, costringendo la donna ad abbandonare il “tetto familiare” cercando rifugio dai parenti, concretizzandosi quindi i presupposti richiesti dalla norma, ossia l’abitualità delle lesioni cagionate. Motivo per cui la Corte di Cassazione conferma la sentenza emanata dalla Corte di appello, che condanna il marito che perseguita la moglie in carriera per maltrattamenti in famiglia disciplinato dall’ articolo 572 del codice penale.
La sentenza su menzionata, rappresenta una forma di tutela per la donna che sceglie di intraprendere una professione, sottolineando la possibilità della stessa, di poter svolgere liberamente il proprio lavoro, senza il timore di eventuali ripercussioni. Si spera quindi che ben presto si estinguano i molteplici preconcetti ancora esistenti per la donna lavoratrice, evitando qualsiasi forma di discriminazione, così come esposto nella Costituzione italiana all’articolo 37 che disciplina:
“La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore».”
[1] http://www.ilsole24ore.com
[2] http://www.sentenze-cassazione.com (Cass. Pen. Sez. VI sentenza n. 49997/2017)
[3]www.laleggepertutti.it
[4]https://www.brocardi.it (Cass. Pen. Sez. VI sentenza n. 45037/2010)
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