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Timestamp: 2020-07-07 13:48:11+00:00
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Sentenza Cassazione Civile n. 24536 del 05/10/2018 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24536 del 05/10/2018
Cassazione civile sez. III, 05/10/2018, (ud. 12/04/2018, dep. 05/10/2018), n.24536
sul ricorso 25669/2016 proposto da:
SC SERVIZI FINANZIARI SRL, in persona del legale rappresentante
Signora S.P., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA
CALABRIA 56, presso lo studio dell’avvocato ARISTIDE ZAMPAGLIONE,
IG GROUP SRL, in persona del legale rappresentante p.t.
G.M.R., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA LUIGI LUCIANI 1,
presso lo studio dell’avvocato DANIELE MANCA BITTI, che la
rappresenta e difende unitamente agli avvocati PIERGIORGIO MERLO,
ANDREA MINA giusta procura speciale a margine del controricorso;
avverso la sentenza n. 662/2016 della CORTE D’APPELLO di BRESCIA,
12/04/2018 dal Consigliere Dott. PASQUALE GIANNITI.
1. La Corte di Appello di Brescia con sentenza 5/7/2016 ha dichiarato inammissibile, per assoluta genericità, l’appello che era stato proposto dalla società Servizi Finanziari s.r.l. avverso la sentenza 23/9/2015 con la quale il Tribunale di Brescia aveva dichiarato la risoluzione per inadempimento – ad opera della suddetta società, quale conduttrice dell’immobile per cui era processo (sito in (OMISSIS)) – del contratto di locazione ad uso abitativo, stipulato con la società IG Group, condannando la Servizi Finanziari al rilascio dell’immobile libero da persone e cose, entro il termine di giorni 30, nonchè a corrispondere alla società IG Group, a titolo di canoni di locazione ed indennità di occupazione, la somma di Euro 410.188,90 oltre maggiorazione contrattuale ed interessi, nonchè il canone che sarebbe maturato dal 24/9/2015 alla data del rilascio e a corrispondere la somma di Euro 1520 a titolo di rimborso della tassa di registro.
Nel 2011 la IG Group (già G. Finanziaria srl e, ancor prima, Financial Company s.r.l.) aveva notificato alla Servizi Finanziari intimazione di sfratto per morosità chiedendo la immediata restituzione dell’unità immobiliare (oggetto di un contratto di locazione ad uso abitativo concluso tra le parti in data 3/3/2004).
La Servizi Finanziari, costituitasi, si era opposta alla convalida dello sfratto ed aveva prodotto documentazione volta ad evidenziare delle anomalie nel rapporto locatizio (precisamente il pagamento di un canone di locazione annuo, pari ad Euro 76 mila oltre iva, di gran lunga superiore a quello di mercato, pari ad Euro 41.136 annui, secondo il ctu nominato in primo grado), nonchè l’esistenza di un collegamento negoziale tra il contratto di locazione ed un preteso impegno verbale, intercorso tra le parti, di cessione in suo favore dell’immobile condotto in locazione. Aveva eccepito che il contratto – apparentemente di locazione – simulava in realtà un preliminare di vendita, sussumibile nell’atipica formula contrattuale del rent to buy e di essersi decisa a sospendere il pagamento dei canoni, ritenendo non grave tale condotta.
Il Giudice di primo grado aveva rigettato la richiesta di convalida, essendo l’opposizione fondata su prova scritta, disponendo il mutamento di rito.
La Servizi Finanziari, oltre a ribadire quanto già dedotto nella comparsa di costituzione, aveva rilevato l’anomalia della stipula di un contratto di locazione ad uso abitativo tra due soggetti commerciali, con durata di 4 anni, e con la previsione di interessi in caso di mora (ancorati agli interessi contenuti nel contratto di mutuo che la IG Group aveva acceso con il Banco di Brescia).
Sulla base di tali premesse la società aveva chiesto accertarsi l’esatto ammontare del canone di locazione (essendo indeterminato quello riportato nel contratto) secondo il valore effettivo ed aveva avanzato domanda di restituzione dell’indebito per le somme versate in eccesso (previa compensazione con quanto effettivamente dovuto una volta ridotto ad equità il canone).
La IG Group, nel costituirsi, aveva chiesto la risoluzione per inadempimento del contratto di locazione e di condanna alla corresponsione dei canoni non pagati; ed aveva eccepito l’inammissibilità della domanda di simulazione del contratto, come pure delle domande di ripetizione.
Il Giudice di primo grado, espletata l’istruttoria, ha emesso la sentenza sopra richiamata.
2. Avverso la sentenza della Corte di Appello propone ricorso la società Servizi Finanziari, articolando due motivi di ricorso.
2.1. Con il primo motivo, la società ricorrente denuncia, in relazione all’art. 360, comma 1, nn. 3 e 5, violazione e falsa applicazione dell’art. 2909 c.c. e art. 324 c.p.c., nonchè omesso esame di questioni dedotte in appello.
Si duole che la Corte d’Appello – essendosi formato il giudicato in ordine alla pronuncia di risoluzione del contratto di locazione, stante la inefficace specifica censura in ordine a tale parte della pronuncia di primo grado – ha applicato erroneamente il principio per cui il giudicato copre dedotto e deducibile, ritenendo non esaminabili altri profili di impugnazione (accertamento dell’entità del canone e in particolare se lo stesso fosse equivalente alle rate di mutuo fondiario, che era stato stipulato tra la IG e il Banco di Brescia il 17/10/2003; accertamento del diritto della società di ottenere, in ripetizione o a titolo di indebito arricchimento, le somme versate in esubero; ammissione alla prosecuzione della prova orale, ammessa e poi revocata in primo grado). Deduce che il giudicato sostanziale, esterno o interno, si forma sui capi della sentenza non impugnati, concernenti questioni indipendenti da quelle investite dai motivi di gravame, che siano state oggetto di contrasto tra le parti ed abbiano trovato la loro soluzione nella sentenza impugnata; ma non si forma su questioni, quali quelle sopra menzionate, che costituiscano enunciazioni puramente incidentali, nonchè su considerazioni prive di relazione causale con quanto abbia formato oggetto della decisione. Al riguardo, formula il seguente quesito: se il giudicato sostanziale si forma anche sui capi della sentenza concernenti questioni indipendenti da quelle soggette al giudicato e se la domanda di ingiustificato arricchimento e di ripetizione di indebito possono essere ritenute diverse e autonome rispetto alla domanda di risoluzione di inadempimento.
2.2. Con il secondo motivo, denuncia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 4 e 5, violazione dell’art. 112 e omesso esame della richiesta di indennizzo, della richiesta di ingiustificato arricchimento e della richiesta istruttoria volta ad ottenere la prosecuzione della prova (che pure erano state proposte in uno alla richiesta di rideterminazione del reale canone di locazione).
Si duole che la Corte di Appello non si è pronunciata sui motivi di appello, concernenti la domanda di ripetizione di indebito e la domanda di arricchimento ingiustificato, limitandosi sostanzialmente ad una generica conferma della sentenza di primo grado. Formula al riguardo il seguente quesito: se il giudice di appello incorre nella violazione dell’art. 112 c.p.c., allorchè non si pronunci su una autonoma domanda, che era stata respinta in primo grado e riproposta in appello, anche nel caso in cui nel dispositivo confermi integralmente, anche se genericamente, le statuizioni contenute nella sentenza di primo grado.
3. Resiste con controricorso e con successiva memoria ex art. 378 c.p.c., la IG Group srl, che eccepisce preliminarmente l’improcedibilità e l’inammissibilità del ricorso, del quale chiede comunque il rigetto.
1. Il ricorso è improcedibile e, comunque, inammissibile.
A norma dell’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 2, il ricorrente, ai fini della procedibilità del ricorso, deve depositare copia autentica della sentenza impugnata corredata di relata di notificazione.
E la giurisprudenza di legittimità ha già avuto modo più volte di precisare che, in tema di ricorso per cassazione, qualora la notificazione della sentenza impugnata sia stata eseguita con modalità telematiche – come per l’appunto si verifica nella specie per soddisfare l’onere di deposito della copia autentica della decisione con la relazione di notificazione, il difensore del ricorrente, destinatario della suddetta notifica, deve estrarre copia cartacea del messaggio di posta elettronica certificata pervenutogli e dei suoi allegati (relazione di notifica e provvedimento impugnato), attestare con propria sottoscrizione autografa la conformità agli originali digitali della copia formata su supporto analogico, ai sensi della L. n. 53 del 1994, art. 9, commi 1 bis e 1 ter e depositare nei termini quest’ultima presso la cancelleria della S.C., mentre non è necessario provvedere anche al deposito di copia autenticata della sentenza estratta dal fascicolo informatico. (Sez. 6, Ordinanza n. 30765 del 22/12/2017, Rv. 647029-01).
Nel caso di specie la società ricorrente ha sì correttamente notificato il ricorso con modalità telematiche (depositando attestazione di conformità della copia cartacea all’originale in formato elettronico del ricorso, della procura, della relativa relata di notifica con messaggi PEC di avvenuta accettazione e di avvenuta consegna della notifica medesima), ma, quanto alla sentenza della Corte territoriale, risulta ex actis aver depositato copia cartacea della sentenza, con relativa attestazione di conformità all’originale, e la documentazione attestante la notifica a mezzo PEC della sentenza stessa (relata e messaggio PEC), ma senza la relativa attestazione di conformità, come pur era suo onere fare.
Occorre ribadire che, come per l’appunto precisato dalla Sez. 6 (nella composizione di cui al paragrafo 41.2. delle tabelle di questa Corte) nella sopra richiamata ordinanza, è necessaria l’autenticazione del messaggio p.e.c., perchè solo da detto messaggio si evince giorno e ora in cui si è perfezionata la notifica per il destinatario; ed è altresì necessaria l’autenticazione dei suoi due allegati (sentenza impugnata autenticata dall’avvocato che ha provveduto alla notifica e relazione della notificazione a mezzo PEC), in quanto soltanto così si adempie a quanto previsto dall’art. 369 c.p.c., laddove richiede, a pena d’improcedibilità, il deposito di “copia autentica della sentenza o della decisione impugnata con la relazione di notificazione, se questa è avvenuta”.
Donde la improcedibilità del ricorso.
3 I ricorso, oltre che improcedibile, è anche inammissibile.
E’ jus receptum nella giurisprudenza di questa Corte che il ricorso per cassazione deve contenere in sè tutti gli elementi necessari ad individuare le ragioni per cui si chiede la cassazione della sentenza di merito, senza la necessità di accedere a fonti esterne allo stesso ricorso e, quindi, ad elementi o atti attinenti al pregresso giudizio di merito, sicchè il ricorrente ha l’onere di indicarne specificamente, a pena di inammissibilità, oltre al luogo in cui ne è avvenuta la produzione, gli atti processuali ed i documenti su cui il ricorso è fondato mediante la riproduzione diretta del contenuto che sorregge la censura oppure attraverso la riproduzione indiretta di esso con specificazione della parte del documento cui corrisponde l’indiretta riproduzione. Ed è stato precisato da questa Sezione (cfr. Ordinanza n. 22303 del 04/09/2008, Rv. 604828-01) che “il ricorrente per cassazione, il quale intenda dolersi dell’omessa od erronea valutazione di un documento da parte del giudice di merito, ha il duplice onere imposto dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 – di produrlo agli atti e di indicarne il contenuto. Il primo onere va adempiuto indicando esattamente nel ricorso in quale fase processuale ed in quale fascicolo di parte si trovi il documento in questione; il secondo deve essere adempiuto trascrivendo o riassumendo nel ricorso il contenuto del documento. La violazione anche di uno soltanto di tali oneri rende il ricorso inammissibile”.
A tale principio di diritto non si adegua il ricorrente che nell’atto introduttivo del presente giudizio non offre una chiara e completa visione dell’oggetto dell’impugnazione, dello svolgimento del processo e delle posizioni assunte in esso dalle parti; non indica in quale sede processuale siano stati prodotti e in quale fascicolo si trovano i documenti, posti a fondamento del ricorso; non evidenzia il contenuto di detti documenti, trascrivendolo o riassumendolo nei suoi esatti termini, al fine di consentire al giudice di legittimità di valutare la fondatezza del motivo, senza dover procedere all’esame dei fascicoli d’ufficio o di parte (che peraltro non produce); non produce la sentenza di primo grado e non trascrive le parti della sentenza impugnata; non indica con precisione le norme che denuncia come violate.
4. Dalla improcedibilità e comunque inammissibilità del ricorso consegue che la società ricorrente deve essere condannata al pagamento, in favore della controparte, delle spese processuali, relative al presente giudizio di legittimità, spese che liquida in Euro 8000, per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200 ed agli accessori di legge.
Sussistono infine i presupposti per la condanna della società ricorrente al pagamento dell’importo, dovuto per legge ed indicato in dispositivo.
La Corte dichiara improcedibile il ricorso e condanna la società ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, spese che liquida in Euro 8000, per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200 ed agli accessori di legge.
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della società ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale a norma del citato art. 13, comma 1-bis.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 12 aprile 2018.