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Timestamp: 2020-04-06 00:05:40+00:00
Document Index: 33323371

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LA SENTENZA N. 2785 DEL CONSIGLIO DI STATO DEL 29/5/2014 Studio Legale Comini
IL TERMINE DI 120 GIORNI DALLA NOTIFICA DEL TITOLO ESECUTIVO RICONOSCIUTO ALLE AMMINISTRAZIONI PER PROCEDERE AL PAGAMENTO DELLE SOMME RISULTATI DA PROVVEDIMENTI GIURSDIZIONALI NON PUO’ ESSERE APPLICATO IN VIA ANALOGICA AL GIUDIZIO DI OTTEMPERANZA : LA SENTENZA N. 2785 DEL CONSIGLIO DI STATO DEL 29/5/2014
Con la sentenza n. 2785 del 29/5/2014 la IV Sezione del Consiglio di Stato ha finalmente messo un freno all’applicazione analogica al giudizio di ottemperanza dell’art. 14 comma del D.L. 669/1996, norma prevista in materia di esecuzione forzata nei confronti della P.A.
La decisione è stata emessa a seguito di appello promosso dal Ministero della Giustizia che, dopo aver corrisposto a parte appellata quanto dovutole in forza di un decreto ex legge Pinto (oggetto di giudizio di ottemperanza), ha impugnato la sentenza del Tribunale amministrativo, che lo aveva condannato alle spese del giudizio, ritenendo che il ricorso per ottemperanzaavrebbe dovuto essere dichiarato inammissibile per violazione dell’art. 14 del D.l: n. 669/1996; secondo l’appellante, infatti, nel giudizio di ottemperanza detta norma avrebbe trovato applicazione analogica, con la conseguenza che il ricorso introduttivo avrebbe dovuto essere preceduto dalla notificazione del titolo esecutivo presso la sede dell’amministrazione debitrice e dal decorso del termine dilatorio di centoventi giorni.
I giudici di Palazzo Spada hanno ritenuto l’appello del Ministero infondato rilevando che “l’art. 14 comma 1° D. L. n. 669/96 prevede che “le amministrazioni dello Stato e gli enti pubblici non economici completano le procedure per l’esecuzione dei provvedimenti giurisdizionali e dei lodi arbitrali aventi efficacia esecutiva e comportanti l’obbligo di pagamento di somme di danaro entro il termine di centoventi giorni dalla notificazione del titolo esecutivo. Prima di tale termine il creditore non ha diritto di procedere ad esecuzione forzata nè alla notifica di atto di precetto”.
La norma in esame, avente ad oggetto la previsione di un termine dilatorio per la proposizione dell’azione esecutiva nei confronti degli enti pubblici non economici, concerne le sole fattispecie di esecuzione forzata disciplinate dal codice di procedura civile come si evince dall’inequivoco riferimento, ivi contenuto, all’“esecuzione forzata” e all’“atto di precetto”.
Non risulta invero possibile l’estensione per analogia dell’art. 14 D.L. n. 669/96 al giudizio di ottemperanza che si svolge davanti al Giudice Amministrativo.
Infatti, la “ratio” del divieto previsto dalla disposizione in esame deve essere individuata nell’esigenza di accordare alle amministrazioni statali e agli enti pubblici non economici, attraverso il differimento dell’esecuzione, uno “spatiumadimplendi” per la preparazione dei mezzi finanziari occorrenti al pagamento dei crediti azionati al fine di evitare la paralisi dell’attività amministrativa derivante dai ripetuti pignoramenti di fondi, contemperando in tal modo l’interesse del singolo alla realizzazione del suo diritto con quello, generale, ad una ordinata gestione delle risorse finanziarie pubbliche (così Corte Cost., n. 142/98).
Ciò posto, non vi è ragione per estendere l’ambito applicativo dell’art. 14 D.L. n. 669/96 anche al giudizio di ottemperanza le cui peculiarità procedimentali di per sé garantiscono la finalità perseguita dalla norma in questione.
In particolare nel giudizio di ottemperanza l’esigenza di un’ordinata gestione delle finanze pubbliche è salvaguardata:
a) dalla previa messa in mora, prevista dall’art. 90 R.D. n. 642/07, mediante atto giudiziario notificato contenente un termine dilatorio di almeno trenta giorni (maggiore rispetto a quello di dieci giorni previsto per il precetto dall’art. 480 c.p.c.);
b) dalla successiva comunicazione del ricorso, da parte della Segreteria del Giudice, all’Amministrazione inadempiente, ai sensi dell’art. 91 del R.D. n. 642/07, per le eventuali osservazioni che possono essere depositate entro venti giorni dalla ricevuta comunicazione;
c) dall’inesistenza di un atto equivalente al pignoramento idoneo a sottrarre immediatamente, per effetto del vincolo ad esso connesso, beni o denaro dalla disponibilità dell’amministrazione;
d) dal fatto che solitamente la sentenza che conclude il giudizio di ottemperanza assegna all’amministrazione un ulteriore termine per provvedere scaduto il quale interviene, in via sostitutiva, un commissario ad acta.
A ciò si aggiunga che, anche da un punto di vista formale, l’estensione analogica dell’art. 14 D.L. n. 669/96 appare preclusa, in virtù dell’art. 14 delle preleggi (che sancisce l’inapplicabilità delle leggi eccezionali “oltre i casi e i tempi in esse considerati”), dalla sua natura di norma derogatoria del principio generale di responsabilità del debitore per l’adempimento delle sue obbligazioni previsto dall’art. 2740 c.c. (per la natura di principio generale della responsabilità del debitore cfr. Cass. civ., sez. lav., 8 ottobre 1996 n. 8789).
La sentenza sopra richiamata ha l’indubbio pregio di aver evidenziato che un’applicazione analogica della normativa di cui all’art. 14 D.L. n. 669/96 ad un contesto nel quale non emergono effettive esigenze di tutela della P.A. (posto che con l’instaurazione del giudizio di ottemperanza non viene a costituirsi alcun vincolo pignoratizio sui beni dell’amministrazione) non trova alcuna ragion d’essere e che, in ogni caso, la natura derogativa delle disposizioni in questione rispetto al principio generale di cui all’art. 2740 c.c. (responsabilità del debitore per l’adempimento delle sue obbligazioni) non consente una sua estensione analogica (in ossequio a quanto stabilito dall’art. 14 delle preleggi).
Ad ulteriore commento, conoscendo bene la vertenza anche in fatto (dal momento che l’Avv. Comini ha assistito parte appellata nel giudizio), si evidenzia che nel caso di specie era davvero difficile ravvisare una lesione dell’interesse della P.A..
L’appellata, infatti:
– aveva ottenuto l’equa riparazione per l’eccessiva durata di un procedimento che si era protratto per più di vent’anni;
– dopo aver ottenuto il decreto ex Legge Pinto aveva tentato invano di ottenere soddisfazione al proprio buon diritto per ulterioridue anni;
– stante il perpetrarsi dell’inadempimento della P.A., era stata costretta ad attivarsi presso il competente T.A.R. Toscana per l’ottemperanza (con ulteriore aggravio di spese).
Infine, in pendenza del giudizio di ottemperanza, il Ministero aveva finalmente corrisposto quanto dovutole, salvo poi promuovere appello avverso la sentenza per ottenere una mera revisione in punto di spese, sulla scorta dell’applicazione analogica (invero inammissibile) di una norma prevista in materia di esecuzione contro la P.A..
Non si può, pertanto, che esprimere soddisfazione non solo per l’esito della lite, ma per l’importante principio che trova espressione nella sentenza del Consiglio di Stato, che si auspica possa precludere, in futuro, l’esacerbamento di situazioni in cui la soddisfazione del diritto del creditore risulta già, ingiustamente, difficoltosa.
Ultimo aggiornamento (Lunedì 18 Agosto 2014 10:44)