Source: https://www.mosaicodipace.it/mosaico/a/32008.html
Timestamp: 2019-11-22 10:10:58+00:00
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Quel maledetto luglio a Genova
Con sentenza d’appello, si chiude il triste capitolo delle violenze gratuite a Genova contro i manifestanti al G8.
Dovremmo domandarci quale è la notizia più grave: la condanna in appello a pene pesanti di altissimi dirigenti di polizia, o la “piena fiducia” loro ribadita dal governo in carica (e avallata dal silenzio dell’opposizione e dei media)? È difficile scegliere. Di certo, la combinazione delle due notizie ha avuto un effetto dirompente sulla credibilità dei vertici dei nostri apparati di sicurezza e sul significato corrente di concetti come senso dello Stato, lealtà istituzionale, tutela dei diritti costituzionali. La sentenza d’appello per la sanguinosa perquisizione della scuola Diaz a Genova, il 21 luglio 2001 durante le manifestazioni contro il G8, è di quelle che lasciano il segno. Ventisette funzionari e dirigenti di polizia condannati, compresi gli altissimi dirigenti Francesco Gratteri, Giovanni Luperi, Gilberto Caldarozzi, rispettivamente capi dell’Anticrimine, dell’Aisi (il servizio segreto civile), dello Sco (il coordinamento nazionale delle squadre mobili), in pratica il gotha della polizia di Stato. E poi vicequestori, capi di squadra mobile, funzionari. Non ci sono precedenti del genere. Le pene sono state pesanti: per limitarsi ai “pezzi da novanta”, Gratteri e Luperi hanno avuto quattro anni di reclusione, Caldarozzi tre anni e otto mesi, con l’aggiunta dell’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni. In pratica, se la Cassazione confermerà la sentenza d’appello, questi dirigenti dovranno lasciare per cinque anni non solo gli incarichi odierni ma la pubblica amministrazione. Le condanne sono gravi ma non sorprendono chi conosce i fatti. La perquisizione alla scuola Diaz è stata un disastro sotto tutti i profili: pestaggi ingiustificati, decine di persone all’ospedale (un paio hanno rischiato seriamente di morire), arresti eseguiti sulla base di una clamorosa costruzione di prove false (due bombe molotov portate nella scuola dagli stessi agenti) e poi una serie di menzogne per “giustificare” alla meglio un’operazione sciagurata. La Corte d’Appello ha dato forma giudiziaria a una verità storica già acquisita, correggendo la sentenza di primo grado che aveva concesso l’assoluzione alla catena di comando, quindi ai maggiori dirigenti imputati, pur accettando la ricostruzione dei pubblici ministeri Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini. I media, per pigrizia, hanno parlato di “ribaltamento”, ma è il giudizio di primo grado che aveva “ribaltato” il principio per cui le responsabilità partono dall’alto e non dal basso.
Comunque sia, il vertice della polizia italiana ha subìto una grave e compromettente condanna penale, che si somma a un giudizio storico già infamante: il blitz alla scuola Diaz è una macchia ormai indelebile nella storia recente delle nostre forze dell’ordine. In altri Paesi, le dimissioni dei dirigenti condannati sarebbero state immediate, e nelle democrazie più mature sarebbero arrivate già all’indomani del blitz o al momento del rinvio a giudizio. Laddove il senso delle istituzioni è davvero radicato nell’etica pubblica condivisa, sarebbe impossibile occupare ruoli dirigenziali nella polizia essendo imputati in un processo dovuto a fatti storici così gravi. In Italia si è arrivati, addirittura, a promuovere i massimi dirigenti imputati, con un triplice effetto: mandare un messaggio di impunità a chi lavora in polizia; mostrare ai cittadini che certe carriere valgono più dei diritti costituzionali e della credibilità democratica delle forze di sicurezza; esercitare un’enorme pressione sui magistrati inquirenti e i giudici impegnati nel processo. La reazione delle istituzioni alla condanna d’appello ha reso ancora più grave il quadro. Il ministro dell’Interno e il suo sottosegretario si sono affrettati a ribadire che tutti i condannati restano ai loro posti e che i massimi dirigenti godono della piena fiducia del governo. L’opposizione parlamentare ha taciuto, avallando questa posizione. Il sistema dei media ha fatto altrettanto, con pochissime eccezioni: fra i quotidiani, solo Liberazione, Manifesto e Secolo XIX hanno parlato di sospensione dei dirigenti in attesa della sentenza definitiva. I giudici di Cassazione si troveranno una pistola puntata alla tempia: dovranno valutare gli atti del processo sotto il profilo puramente formale, ma avvertiranno un’enorme pressione istituzionale. Tutto il sistema politico si aspetta che la sentenza d’appello sia corretta o cancellata: il sottosegretario Alfredo Mantovano si è detto “ragionevolmente sicuro” che questo sarà l’esito del giudizio. Il governo non prepara alcuna successione ai dirigenti condannati: è difficile immaginare una forma di pressione più forte.
In definitiva, ciò che desta scandalo è che un tribunale osi infliggere condanne a dirigenti di polizia protetti dal potere politico. Stupisce che il procuratore generale, nel processo di appello, esprima sdegno per una “perquisizione” che nessuno ha tuttavia l’ardire di difendere: tutti concordano – anche i condannati, anche il ministro e il sottosegretario – che il 21 luglio 2001 alla Diaz furono pestate senza motivo decine di persone, poi arrestate sulla base di prove false; non esistono versioni alternative dei fatti. Si tenta, invece, di fare apparire normale che alcuni dei massimi dirigenti di polizia, dopo avere partecipato a un’operazione del genere, abbiano ottenuto promozioni e ora siano confermati a dispetto di una grave condanna in tribunale. Stiamo assistendo, in breve, a un capovolgimento dell’etica democratica, a un’umiliazione del principio di cittadinanza e anche alla mortificazione di quegli agenti delle forze dell’ordine – rimasti però troppo silenti – che credono in una “polizia democratica” orientata alla prevenzione. Paradossalmente, le sentenze dei due principali processi contro le forze dell’ordine seguite a Genova G8, rischiano di spingere verso un’ulteriore involuzione autoritaria della nostra “democrazia reale”. Le 27 condanne per la Diaz e le 44 inflitte per gli abusi nella caserma di Bolzaneto hanno confermato le denunce di decine e decine di cittadini picchiati, torturati, arrestati illegalmente: la magistratura ha quindi svolto la sua funzione di controllo, ma il potere esecutivo e quello legislativo si stanno muovendo nella direzione opposta a quella indicata dalla logica democratica. Non solo i dirigenti vengono confermati e nessuno pensa di chiedere scusa alle vittime degli abusi e alla cittadinanza, ma il governo respinge anche la richiesta delle Nazioni Unite di introdurre nell’ordinamento il reato di tortura, nonostante gli orrori di Bolzaneto, altri casi inquietanti degli ultimi mesi e l’impegno ad approvare una legge ad hoc preso dall’Italia a livello internazionale nel lontano 1988. Non si vogliono norme stringenti, né strumenti di controllo: l’idea è che le forze di sicurezza debbano restare al riparo da ogni verifica. Il principio di trasparenza viene rifiutato esplicitamente. Eppure le violenze di Genova 2001 e le condanne di oggi dovrebbero consigliare a un parlamento responsabile la rapida approvazione di alcune leggi di riforma, a garanzia dei cittadini e delle stesse forze dell’ordine: avremmo forte bisogno di un Garante nazionale delle persone detenute, di una legge che obblighi gli agenti a indossare sulle divise un codice che li renda identificabili, di nuovi percorsi di formazione per chi lavora nelle forze dell’ordine, di regole di reclutamento che non passino – come ora avviene – per il servizio militare volontario.
L’inerzia, il silenzio, la propensione al servilismo, l’idea che certi poteri siano intangibili, stanno minando la relazione di fiducia fra cittadini e forze dell’ordine: si teorizza l’autosufficienza del rapporto fra potere esecutivo e vertici di sicurezza, con gli attuali dirigenti stretti in un abbraccio assai compromettente con i leader politici del momento. Quel che è più grave, si sta ipotecando la qualità presente e futura del nostro sistema democratico. Genova G8 è stato davvero un punto di svolta e la lotta condotta in questi anni fra la gente e nei tribunali per affermare la priorità dei diritti civili e politici, rischia d’essere vanificata, nonostante l’esito inequivocabile dei processi.