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Matched Legal Cases: ['art. 120', 'art. 25', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 335', 'art. 120', 'art. 25', 'sentenza ', 'art. 1283', 'art. 1422']

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Sulla decorrenza del termine di prescrizione
Messaggio da rolieg » mer gen 12, 2011 6:53 am
Sulla decorrenza del termine di prescrizione dell'azione di ripetizone dell'indebito nel contratto di credito bancario
LEX24 - Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, Num. 5 del 01/09/2010, pag. 4
Il correntista di una banca che intende far dichiarare la nullità della clausola che prevede interessi anatocistici e ripetere quanto indebitamente pagato ha dieci anni di tempo dalla chiusura del conto. Le Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione si sono pronunciate nel senso per cui "il termine di prescrizione decennale cui l' azione di ripetizione è soggetta decorre, qualora i versamenti eseguiti dal correntista in pendenza del rapporto abbiano avuto solo funzione rispristinatoria della provvista, dalla data in cui è stato estinto il saldo di chiusura del conto in cui gli interessi non dovuti sono stati registrati.
Corte di Cassazione – Sezioni Unite Civili - Sentenza 2 dicembre 2010, n. 24418
(Presidente: Michele De Luca – Estensore: Renato Rordorf )
Contratto Conto Corrente Bancario – Chiusura – Interessi Tasso Extralegale – Capitalizzazione – Annuale - Trimestrale – Clausola – Nullità – Indebito Restituzione Prescrizione – Termine – Decorso – Saldo di chiusura - Estinzione
Le Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione affermano che se, dopo la conclusione di un contratto di apertura di credito bancario regolato in conto corrente, il correntista agisce per far dichiarare la nullità della clausola che prevede la corresponsione di interessi anatocistici e per la ripetizione di quanto pagato indebitamente a questo titolo, il termine di prescrizione decennale cui tale azione di ripetizione è soggetta decorre, qualora i versamenti eseguiti dal correntista in pendenza del rapporto abbiano avuto solo funzione ripristinatoria della provvista, dalla data in cui è stato estinto il saldo di chiusura del conto in cui gli interessi non dovuti sono stati registrati.
I rapporti di conto corrente sui quali verte la causa in commento risultavano essersi svolti ed essere stati chiusi in data precedente all'entrata in vigore del D.Lgs. n. 342 del 1999, con cui è stato modificato l'art. 120 del D.Lgs. n. 385 del 1993 - Testo unico bancario -. Ad essi non era quindi applicabile la disciplina dettata, in attuazione della richiamata normativa, dalla delibera emessa il 9 febbraio 2000 dal Comitato interministeriale per il credito ed il risparmio – Cicr -. Conseguentemente anche per effetto della declaratoria di incostituzionalità dell'art. 25, terzo comma, del D.Lgs. n. 342/99, pronunciata dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 425 del 2000, la disciplina cui occorreva fare riferimento era esclusivamente quella antecedente al 22 aprile 2000 - data di entrata in vigore della delibera del Cicr -.
In conformità pertanto all'orientamento delle stesse Sezioni Unite della Corte di Cassazione, secondo cui la legittimità della capitalizzazione trimestrale degli interessi a debito del correntista bancario va esclusa anche con riguardo al periodo anteriore alle decisioni con le quali solvens; pretesa che è soggetta a prescrizione solo a partire dal momento in cui si può affermare che essa sia venuta ad esistenza. Un versamento eseguito dal cliente su un conto il cui passivo non abbia superato il limite dell'affidamento concesso dalla banca con l'apertura di credito non ha né lo scopo né l'effetto di soddisfare la pretesa della banca medesima di vedersi restituire le somme date a mutuo - credito che, in quel momento, non sarebbe scaduto né esigibile -, bensì quello di riespandere la misura dell'affidamento utilizzabile nuovamente in futuro dal correntista. Non è, dunque, un pagamento, perché non soddisfa il creditore ma amplia - o ripristina - la facoltà d'indebitamento del correntista; e la circostanza che, in quel momento, il saldo passivo del conto sia influenzato da interessi illegittimamente fin lì computati si traduce in un'indebita limitazione di tale facoltà di maggior indebitamento, ma non nel pagamento anticipato di interessi.
Di pagamento potrà dunque parlarsi soltanto dopo che, conclusosi il rapporto di apertura di credito in conto corrente, la banca abbia esatto dal correntista la restituzione del saldo finale, nel computo del quale risultino compresi interessi non dovuti e, perciò, da restituire se corrisposti dal cliente all'atto della chiusura del conto.
La fattispecie in commento prende le mosse dal caso del Signor X che, con atto notificato il 21 giugno 2001, aveva citato in giudizio dinanzi al Tribunale civile di Lecce la Banca Y . Questi riferiva di avere corrisposto un versamento alla banca, in seguito alla chiusura di alcuni rapporti di conto corrente intrattenuti con la medesima tra il 1995 ed il 1998, di un importo comprensivo di interessi computati ad un tasso extralegale e capitalizzati trimestralmente per l'intera durata dei suddetti rapporti. Il Signor X aveva chiesto quindi che, previa declaratoria di nullità della clausola contrattuale inerente agli interessi menzionati, la banca Y convenuta fosse condannata a restituire quanto indebitamente percepito a tale titolo. La Banca XXX aveva da parte sua contestato la fondatezza della pretesa dell'attore eccependo la prescrizione del diritto azionato.
Il Tribunale aveva accolto in parte le domande del Sig. X ed aveva condannato l'istituto di credito alla restituzione dell'importo di 113.571,08 euro. La Corte d'Appello di Lecce, chiamata a pronunciarsi sui contrapposti gravami delle parti, con sentenza non definitiva resa pubblica il 19 febbraio 2009, aveva accolto parzialmente la sola impugnazione principale, in quanto aveva ritenuto che fosse stata validamente pattuita la corresponsione di interessi ad un tasso extralegale. I giudici di seconde cure avevano confermato invece la declaratoria di nullità della clausola di capitalizzazione trimestrale dei medesimi interessi, escludendo di potervi validamente sostituire un meccanismo di capitalizzazione annuale, ed avevano ribadito il rigetto dell'eccezione di prescrizione con cui l'istituto di credito aveva inteso paralizzare l'azione di ripetizione d'indebito proposta dal correntista. Avverso tale pronuncia la Banca Y aveva avanzato ricorso per cassazione, prospettando due motivi di censura mentre il Signor X si era difeso con controricorso ed aveva proposto un ricorso incidentale, articolato in due motivi ed illustrato poi anche con memoria, al quale la banca aveva replicato, a propria volta, con un controricorso del pari illustrato da successiva memoria. La particolare importanza delle questioni sollevate aveva indotto ad investirne le Sezioni Unite civili ed i ricorsi proposti avverso la medesima sentenza venivano preliminarmente riuniti, ex art. 335 c.p.c.. I due motivi del ricorso principale, entrambi volti a denunciare errori di diritto e vizi di motivazione dell'impugnata sentenza, investivano, rispettivamente, due distinte questioni: a) se l'azione di ripetizione d'indebito proposta dal cliente di una banca, il quale lamenti la nullità della clausola di capitalizzazione trimestrale degli interessi maturati su un'apertura di credito in conto corrente e chieda perciò la restituzione di quanto a tale titolo corrisposto alla banca, si prescriva a partire dalla data di chiusura del conto o, partitamente, da quando è stato annotato in conto ciascun addebito per interessi; b) se, accertata la nullità dell'anzidetta clausola di capitalizzazione trimestrale, gli interessi debbano essere computati con capitalizzazione annuale o senza capitalizzazione alcuna.
Il ricorso incidentale concerneva invece la misura del tasso di interessi da applicare nel rapporto bancario in esame. E' opportuno riferire che i rapporti di conto corrente dei quali nella causa si discute risultavano essersi svolti ed essere stati chiusi in data precedente all'entrata in vigore del D.Lgs. n. 342 del 1999, con cui è stato modificato l'art. 120 del D.Lgs. n. 385 del 1993 - Testo unico bancario -. Ad essi non era quindi applicabile la disciplina dettata, in attuazione della richiamata normativa, dalla delibera emessa il 9 febbraio 2000 dal Comitato interministeriale per il credito ed il risparmio – Cicr -. Conseguentemente anche per effetto della declaratoria di incostituzionalità dell'art. 25, terzo comma, del D.Lgs. n. 342/99, pronunciata dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 425 del 2000, la disciplina cui occorreva fare riferimento era esclusivamente quella antecedente al 22 aprile 2000 - data di entrata in vigore della delibera del Cicr -.
In conformità pertanto all'orientamento delle stesse Sezioni Unite della Corte di Cassazione, secondo cui la legittimità della capitalizzazione trimestrale degli interessi a debito del correntista bancario va esclusa anche con riguardo al periodo anteriore alle decisioni con le quali la Corte ha accertato l'inesistenza di un uso normativo idoneo a derogare al precetto dell'art. 1283 c.c., la Suprema Corte ha affermato la nullità della clausola di capitalizzazione trimestrale degli interessi a carico del cliente ed il diritto dello stesso alla ripetizione di quanto indebitamente versato a titolo di interessi illegittimamente addebitati dalla banca. La Corte è stata altresì investita della questione di dichiarare se all'accoglimento di tale pretesa possa contrapporsi, ed in che termini, la prescrizione del diritto. La Suprema Corte ha osservato che, se l'azione di nullità è imprescrittibile, altrettanto non può sostenersi - come previsto dall'art. 1422 c.c. - per le conseguenti azioni restitutorie; da ciò pertanto la necessità di individuare esattamente il dies a quo del termine di prescrizione decennale applicabile alla condictio indebiti.
La pregressa giurisprudenza della Corte aveva già affermato che il termine di prescrizione decennale per il reclamo delle somme trattenute indebitamente dalla banca a titolo di interessi su di una apertura di credito in conto corrente decorra dalla chiusura definitiva del rapporto, trattandosi di un contratto unitario che dà luogo ad unico rapporto giuridico, anche se articolato in una pluralità di atti esecutivi; sicché è solo con la chiusura del conto che si stabiliscono definitivamente i crediti e i debiti delle parti tra loro. La Corte ha quindi affermato che debba condividersi il rilievo formulato dalla banca nel procedimento de quo secondo cui l'unitarietà del rapporto giuridico derivante dal contratto di conto corrente bancario non è, di per sé solo, l'unico e decisivo elemento al fine di individuare nella chiusura del conto il momento da cui debba decorrere il termine di prescrizione del diritto alla ripetizione di indebito che, in caso di poste non legittimamente iscritte nel conto medesimo, eventualmente spetti al correntista nei confronti della banca.
Le Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione hanno affermato che ogniqualvolta un rapporto di durata implichi prestazioni in denaro ripetute o scaglionate nel tempo - come ad esempio, nella corresponsione dei canoni di locazione o del prezzo nella somministrazione periodica di cose - l'unitarietà del rapporto contrattuale ed il fatto che esso sia destinato a protrarsi nel futuro non impedisce di qualificare indebito ciascun singolo pagamento non dovuto, se ciò dipenda dalla nullità del titolo giustificativo dell'esborso, sin dal momento in cui il pagamento medesimo abbia avuto luogo; ed è sempre da quel momento che sorge dunque il diritto del solvens alla ripetizione e che la relativa prescrizione inizia a decorrere. Nonostante tale rilievo, la Corte ha osservato che perché possa sorgere il diritto alla ripetizione di un pagamento indebitamento eseguito, tale pagamento deve esistere ed essere ben individuabile, e cioè debba essersi manifestato con l'esecuzione di una prestazione da parte di un soggetto - il solvens -, con conseguente spostamento patrimoniale in favore di altro soggetto - l'accipiens -.
E tale pagamento si potrà definire indebito quando non abbia una idonea causa giustificativa; da ciò conseguendone il diritto alla ripetizione. La Corte ha affermato quindi che può sostenersi il decorso del termine di prescrizione del diritto alla ripetizione solamente da quando sia intervenuto un atto giuridico, definibile come pagamento, che l'attore del processo sostenga essere stato indebitamente eseguito. E ciò parimenti deve essere affermato nel caso in cui il pagamento sia dichiarato indebito in conseguenza dell'accertata nullità del negozio giuridico in esecuzione al quale sia stato effettuato.
L'annotazione in conto di ogni singola posta di interessi illegittimamente addebitati dalla banca al correntista comporta infatti un incremento del debito del correntista, o una riduzione del credito di cui egli ancora dispone, ma in nessun modo si risolve in un pagamento, nei termini sopra indicati, perché non vi corrisponde alcuna attività solutoria del correntista in favore della banca. Sin dal momento dell'annotazione, avvedutosi dell'illegittimità dell'addebito in conto, il correntista potrà naturalmente agire per far dichiarare la nullità del titolo su cui quel addebito si basa e, di conseguenza, ottenere una rettifica in suo favore delle risultanze del conto stesso. E potrà farlo, se il conto accede ad un'apertura di credito bancario, allo scopo di recuperare una maggiore disponibilità di credito entro i limiti del fido concessogli...