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Timestamp: 2019-11-19 03:04:47+00:00
Document Index: 46329382

Matched Legal Cases: ['art. 75', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 7']

Memorie di Galatina (12)
Martedì 25 Dicembre 2012 09:24
[Mezzosecolo di storia meridionalistica e d'Italia, Mario Congedo Editore, Galatina 1998, pp. 73-80]
Conservazione e moderatismo dei parlamentari galatinesi e salentini nell'Assemblea Costituente
La dottrina giuridica italiana, durante i primi decenni della nostra unità nazionale, ha sempre conservato i principii della vecchia scuola costituzionale che si richiamano, da un lato, a quelli del diritto romano e, dall'altro, ai principii sanciti dalle rivoluzioni borghesi. Durante il fascismo, invece, la dottrina giuridica si è venuta staccando da quelle prerogative costituzionali ed ha riconosciuto e collocato la sovranità non nel popolo, ma soltanto nello Stato. Nell'Assemblea Costituente che avvia un processo politico nuovo dopo la caduta del fascismo, si registra la presenza di un gruppo di parlamentari moderati e conservatori, che mirano a mantenere tutti gli elementi strutturali di continuità dello Stato autoritario.
La circoscrizione elettorale Lecce-Brindisi-Taranto, ed in essa Galatina, ha avuto un ruolo di prim'ordine, e noi ci proponiamo di documentarlo.
Chi per ragione di età è stato testimone, ricorda bene che i comizi di preparazione per eleggere l'Assemblea Costituente sono stati una rivendicazione di disimpegno democratico.
A Galatina il dibattito politico, i comizi in piazza o nel teatro Tartaro o nel teatro Lillo hanno mirato a garantire la futura Costituzione non come sviluppo della vita sociale verso nuovi traguardi di eguaglianza reale e di libertà sostanziale, ma come un compromesso atto a sua volta a garantire una sorta di diritto di resistenza dei ceti sociali più forti, anche se minoritari, ai processi evolutivi di un regime democratico.
1. I capitalisti di Dio
Intermediari di questo disegno sono stati gli avvocati Luigi Fedele e Giuseppe Galluccio di Galatina, a cui all'occorrenza hanno dato una mano con i loro artifizi oratorii gli avvocati Pasquale Memmo, Nicola Nacucchi, Oronzo Massari e Michele Di Pietro di Lecce.
Al lettore non sfugga la costante invarianza della loro qualifica professionale. L'avvocato meridionale, che nella storia del Sud è stato sempre l'intermediario tra il ceto rurale e lo Stato, nel 1946, quando si è trattato di porre per la prima volta nella storia della nostra nazione su basi democratiche il rapporto tra società e Stato, è divenuto elemento di supporto della classe dominante, per attestare su basi dottrinarie, politiche e giuridiche il disegno di gruppi di potere interessati a sovrapporre al contenuto reale della Costituzione, la loro influenza riduttiva di ogni evoluzione democratica, e per annullare la portata unificante ed i valori specifici del futuro patto costituzionale.
Nel 1946 in Italia, per volontà ed azione popolare, crollata la tirannia fascista, sono state riconquistate le libertà politiche, ma è mancata nei gruppi minoritari e nel ceto intellettuale la fiducia che un profondo processo di rinnovamento potesse svolgersi, pur senza abbandonare il terreno della legalità democratica.
All'origine di questo disegno politico c'è una deformazione di ordine storico. C'era in quel momento una democrazia da attuare a coronamento della conquista della libertà politica già in atto, mentre i gruppi moderati e conservatori mirando esclusivamente a consolidare il loro potere, resistono alle aspirazioni ed alle azioni del proletariato tra l'indifferenza del ceto intellettuale.
Il 2 giugno 1946 si è votato, oltre che per eleggere l'Assemblea Costituente, anche per scegliere mediante referendum tra Monarchia e Repubblica. Candidato per la circoscrizione Lecce-Brindisi-Taranto per l'Unione Democratica Nazionale è Luigi Vallone, primo Sindaco democraticamente eletto a Galatina dopo la caduta del fascismo. L'Unione Democratica nazionale è stata una specie di comitato politico organizzato in area nazionale sulla base di personalità marcate e di gruppi (i maligni -che spesso non sbagliano- le hanno chiamate clientele) che si sono raccolti intorno a loro.
Luigi Vallone, figlio di Antonio Vallone, parlamentare repubblicano antigiolittiano in più di una legislatura prefascista, nell'alternativa Monarchia-Repubblica si schiera per l'ordinamento monarchico, venendo così meno ad una tradizione familiare consolidata nel collegio Maglie-Galatina, ed in tutta la Puglia.
Luigi Vallone giunge dunque all'Assemblea Costituente sulle ali della tradizione paterna. Antonio Vallone, il padre, lungo una dignitosa e prestigiosa vita parlamentare tra la fine del secolo XIX ed il primo quarto del secolo XX, ha riconosciuto il diritto di sciopero, ha postulato la municipalizzazione delle aree fabbricabili ed ha difeso la libertà religiosa e quella della scuola, spendendo la sua vita "per la tutela delle libertà civili e laiche delle popolazioni, umiliate ed offese da secolare servaggio".
Il figlio, venendo meno ad una tradizione familiare consolidata nel collegio Maglie-Galatina, ed in tutta la Puglia, resta tuttavia fedele a certi valori fondamentali della vita, come il rispetto dei meriti altrui, la rettitudine, il senso civico e la solidarietà tra gli amici. La prima guerra mondiale ed il fascismo, ed ancor più la seconda guerra mondiale, hanno profondamente trasformato la struttura della società salentina dando preponderanza ai gruppi capitalistici più organizzati e più forti. Luigi Vallone mediante abili prerogative imprenditoriali nel campo dell'agricoltura ed in quello bancario, all'interno di questi gruppi, ha raggiunto una posizione di primo piano, con particolari legami coi maggiori organismi finanziari della provincia. L'uomo gestisce questa sua posizione senza avvilire, mortificare o deprimere i ceti borghesi intermedi, e tuttavia mette in sua balìa in forma clientelare, secondo l'antica tradizione meridionale, imprese piccole e medie di Galatina e del circondario. La genesi della sua elezione a deputato è tutta qui. All'Assemblea Costituente egli si pone all'ombra dell'on. Giuseppe Grassi, esponente nel Salento della borghesia prefascista che, tra le opposizioni al fascismo, ha rappresentato il troncone dell'opposizione liberale che non ha rotto la legalità ed i limiti posti dalla legge fascista, e neanche ha accettato di porsi su un terreno illegale di attività clandestina.
In quegli anni a Luigi Vallone e al gruppo dirigente che lo ha fiancheggiato, è sfuggito che nella costruzione di una solida e non effimera base consensuale di massa, con radici durature nella società, l'istituzione dell'ordinamento repubblicano si è posta come punto di partenza primario per la ricostruzione del paese, per l'estirpazione delle radici economiche e sociali del fascismo, e per l'attuazione di un nuovo ordinamento costituzionale, in quanto la Repubblica è il regime nel quale il popolo è veramente sovrano, e la sovranità del popolo si manifesta in tutta la vita dello Stato.
Schierandosi nell'Unione Democratica Nazionale, il gruppo dirigente che sta intorno a Luigi Vallone non ha compreso che nei tempi nuovi sempre più si accentua il distacco da un tipo di organizzazione politica fondata su gruppi raccolti intorno a personalità di spicco, e si va invece verso un modello organizzativo nel quale i grandi partiti, costituiti sulla base di idee, di programmi e di disciplina, diventano la forza fondamentale della nazione perché, per dirla con Togliatti, "i partiti sono la democrazia che si organizza".
Alla vigilia dell'Assemblea Costituente il moderatismo si consolida e si allarga attraverso uno schieramento che prende corpo nella lista della Democrazia Cristiana. Galatina e il suo comprensorio concorrono in gran parte a questo processo mediante la candidatura del galatinese Beniamino De Maria e del colonnello Benegiamo di Cutrofiano, entrambi esponenti della borghesia cattolica salentina. Altri elementi di rilievo della lista democristiana sono gli avvocati Pietro Lecciso di Lecce, Antonio Gabrieli di Calimera, Benedetto Leuzzi di Nardò, ed il professore Giuseppe Codacci-Pisanelli di Tricase, altro transfuga della tradizione familiare liberale, risalente a Giuseppe Pisanelli, autore del codice civile del Regno d'Italia come corpus giuridico liberale ed antiborbonico. Ben presto questi nomi si riveleranno promotori e pionieri di un processo di integrazione e di inserimento della borghesia cattolica nel blocco agrario della borghesia del Salento, sulla base di scelte comuni, di comuni interessi e di un'assidua collaborazione che a loro è valsa la qualifica di capitalisti di Dio, che non si sa se definire indicativa di una prassi politica ovvero degenerativa di un costume politico e sociale. Questi uomini hanno espresso capacità e modi di aggregazione sociale senza fini di rinnovamento, ma certamente col proposito di sostituire, dopo la caduta del fascismo, nella gestione del potere, la classe dirigente liberale prefascista. Perciò è accaduto che l'osmosi fra cattolici e la borghesia laica nel Salento sul piano economico e finanziario ha preparato e sostenuto l'accordo sul piano politico, fino al punto che l'ideologia ruralistica e piccolo-proprietaria del movimento cattolico di fatto è stata subordinata alla politica dell'inserimento e della partecipazione allo sviluppo capitalistico.
2. Dall'epurazione al dibattito costituente
Eppure proprio da Galatina è venuto in quegli anni, non solamente a tutto il Salento, ma a tutta la Puglia, un segnale di esigenza rinnovatrice destinata a caratterizzarsi in primo luogo come collaborazione di governo dei tre partiti nazionali e popolari (democristiano, socialista e comunista), e quindi a proiettarsi come prima autentica sintesi di unità nazionale. Alludiamo all'opera dell'avvocato Carlo Mauro all'epoca della Consulta nel 1945, nella sua qualità di Alto Commissario per l'epurazione fascista in Puglia.
L'opera di Carlo Mauro in tutta la regione interviene in un momento in cui la democrazia postfascista incomincia la propria esistenza come nuova forma di vita politica di tutti gli Italiani. Quest'opera si svolge quale atto di clemenza, di maggiore o minore larghezza, e quale manifestazione di forza e non di debolezza del nuovo regime di libertà, a beneficio non del fascismo, bensì degli uomini verso i quali il perdono quasi sempre è arra di riscatto. L'avvovato Mauro ha trovato allora una formula con la quale ha anticipato il decreto di larga amnistia elaborato e presentato nel 1946 da Togliatti nella sua qualità di ministro Guardasigilli, e discusso ed approvato nel luglio dello stesso anno, essendo ministro di Grazia e Giustizia ancora un comunista, l'on. Fausto Gullo.
Per quella formula si sono puniti ed epurati solamente tutti coloro che hanno ricoperto elevate cariche di responsabilità civile o politica, o comandanti militari, o coloro che hanno commesso reati particolarmente gravi ed a scopo di lucro, tanto che in tutto il Salento tra procedure istruite e condanne di epurazione, a contarle tutte, bastano le dita di una sola mano.
Esempio più pertinente di volontà di collaborazione e di avvicinamento di punti di vista diversi non c'è stato, e non avrebbe potuto esserci, sicché a Galatina e nel Salento, la rottura con i partiti popolari di sinistra ha significato, da parte dei moderati, volontà di conservare i segni di rispettabilità borghese e sforzo di contenere l'accesso a condizioni di vita migliori ed ad una più degna riconoscibilità sociale di quei ceti.
Il gruppo dirigente cattolico e liberale alla vigilia dell'Assemblea Costituente, per tutte le ragioni anzidette, non ha compreso che prima o poi il limite della particolarità si risolve in limite di vita e di valore, perché viene il momento in cui la logica del particolare muove all'odio ed alla lotta. L'ideale democratico si è colorato perciò dell'ideale borghese, per il quale l'individuo vale come realtà fuori dal suo rapporto concreto con la società, nel senso che accanto alla parità di diritto c'è la disparità di fatto delle singole personalità, e l'uguaglianza è formale, mentre la disuguaglianza è sostanziale.
Con questa carica ideologica vanno il 2 giugno 1946 all'Assemblea Costituente i galatinesi Luigi Vallone e Beniamino De Maria, l'uno nella lista dell'Unione Democratica Nazionale e l'altro nella lista della Democrazia Cristiana, ed oltre ad essi vengono eletti nella circoscrizione Lecce-Brindisi-Taranto, tra gli altri, sempre nell'Unione Democratica Nazionale Giuseppe Grassi, ex deputato giolittiano del collegio prefascista di Manduria e Luigi Vallone, e per la Democrazia Cristiana Pietro Leccisi, Antonio Gabrieli e Giuseppe Codacci-Pisanelli in forza dell'elettorato della provincia leccese.
Occorre ora verificare se l'opera di questi parlamentari, o per lo meno di alcuni di essi, abbia svolto in quella Assemblea, la funzione frenante che abbiamo sopra indicato.
Per quanto concerne l'ordinamento delle regioni, il dibattito parlamentare fissa un decentramento regionale non solo amministrativo, cioè burocratico, ma politico, democratico ed in parte anche legislativo che nella storia d'Italia, così come si è venuta svolgendo, è l'unico idoneo a svecchiare la struttura sociale e territoriale della penisola, e dall'altra può centralizzare tre sommi beni che agli Italiani sono sempre mancati: la libertà ed il rispetto della sovranità popolare, l'unità politica e morale della nazione, ed il progresso sociale legato all'avvento di una nuova classe dirigente.
Questi fini sfuggono agli onorevoli De Maria, Codacci-Pisanelli e Dominedò, che nella seduta n. 277 del 29 ottobre 1947, discutendosi la parte dell'ordinamento regionale riguardante l'elenco delle regioni e dei rispettivi capoluoghi, parte che era stata precedentemente accantonata, presentano un ordine del giorno tendente a rinviare alla legge il compito di determinare il numero delle regioni, il loro nome, le rispettive determinazioni territoriali ed i capoluoghi, proposta che appare chiaramente in contraddizione con tutto il lavoro svolto dalla Costituente fino a quel momento, in quanto il rinvio significherebbe, di fatto, differire l'organizzazione dell'ordinamento regionale e quindi ritardare l'inizio del rinnovamento civile e politico della nazione.
Altre remore legislative si possono rinvenire nell'azione dell'on. Giuseppe Grassi. Egli ha svolto un ruolo di primo piano alla Costituente come Guardasigilli, ma soprattutto nella sua qualità di esperto di diritto costituzionale come docente di tale disciplina nelle Università di Bari e di Roma. Tutta la sua opera legislativa peraltro appare convalidata dai suffragi dell'on. Luigi Vallone, del quale non si registrano iniziative parlamentari individuali, fatta eccezione di una interrogazione al Ministro dell'Agricoltura in occasione di un conflitto sindacale tra concessionari di tabacco ed operaie tabacchine.
Nella seduta n. 302 del 24 novembre 1947, discutendosi l'art. 75 della Costituzione, si dibatte la questione del ripristino della giurìa popolare, cioè di una delle principali conquiste delle rivoluzioni democratiche. L'on. Coppi, democristiano, propone che della questione non si parli, rinviandola alla legge penale. L'on. Grassi si associa alla proposta, che tuttavia non viene accolta; contemporaneamente, viene respinta la proposta comunista che la giurìa sia obbligatoria in tutti i processi di natura politica.
Giuseppe Grassi ha professato dottrina liberale, la quale sancisce che in tutti i casi in cui si tratta di processo politico, il quale comporti una condanna alla riduzione della libertà personale per un lungo periodo di tempo, il cittadino abbia diritto di essere giudicato da una giurìa popolare, e perciò non porre questo diritto sullo stesso piano su cui si pone il diritto di libertà di parola, di organizzazione e di stampa, significa disconoscere il ruolo perspicuo della giuria popolare medesima, specialmente di fronte alla vecchia autorità dello Stato assoluto, e dimenticare che la giuria popolare è stato un organismo che, in determinati periodi, ha fermato l'azione repressiva del potere esecutivo.
Tuttavia è verso la fine dei lavori della Costituente che emerge il limite della dottrina liberale dell'on. Grassi, allorché viene posto in atto un vero e proprio tentativo dittatoriale.
Secondo l'istituto della prorogatio, la Costituente non deve cessare di esistere fino al momento in cui vengono eletti Camera e Senato. Quali sarebbero stati, nel frattempo, i poteri dell'Assemblea? Qui si apre un conflitto tra i democristiani che tendono a non dare nessun potere all'Assemblea medesima, ed i comunisti che invece chiedono il diritto di autoconvocazione, ed anche quello di discutere, eventualmente, una mozione di sfiducia.
Il relativo dibattito si svolge nella seduta n. 330 del 12 dicembre 1947, ed i suoi protagonisti sono da una parte l'on. Togliatti e dall'altra l'on. Grassi, due spadaccini che combattono con armi ben affilate, anche se da parte liberale si registra qualche colpo a vuoto, laddove si pretende che, dal momento in cui l'Assemblea Costituente viene sciolta sino al momento in cui vengono elette le nuove Camere, il governo non possa essere rovesciato. Per l'opposizione questo significa semplicemente ammettere l'esistenza di un governo assoluto. Un regime analogo, in cui cioè non si poteva rovesciare il governo, si è avuto al tempo della Consulta, i cui voti, peraltro, sono stati soltanto consultivi, senza dire che allora il governo è stato costituito sulla base di una rappresentanza paritetica di tutti i grandi partiti, rappresentanza proporzionale che nessuno dei partiti, che in quel momento formavano l'esecutivo, è disposto a ricostituire. Stando così le cose, è il governo che decide se l'assemblea debba essere convocata, senza che per di più essa abbia il diritto di esprimere la sua fiducia o sfiducia al governo.
Al momento della sua replica l'on. Grassi separa la propria funzione di membro dell'Assemblea da quella di Ministro Guardasigilli. Ed in questo sdoppiamento già si avverte l'eco di tempi remoti, allorché i governi hanno governato in modo paternalistico, indicando l'intenzione di fare o di non fare certe cose, ma eludendo i problemi in sede costituzionale stricto sensu; tanto che nella replica che stiamo esaminando noi non siamo riusciti a rinvenire una sola ragione giuridica valida ed idonea a giustificare l'opportunità di scrivere in un testo legislativo, che sia impossibile, anche in caso di autoconvocazione, che l'Assemblea neghi la fiducia al governo.
Il dibattito si conclude con l'accettazione della proposta che la questione sia decisa soltanto dopo che viene resa nota la convocazione dei comizi elettorali.
Non si perda di vista che il dibattito costituente, fondamento della nostra Repubblica, è passato attraverso la rottura dell'unità nazionale consumata da De Gasperi il 31 maggio 1947 col suo quarto ministero, mediante l'esclusione dei rappresentanti dei partiti di sinistra e la partecipazione dei soli democristiani, liberali ed indipendenti. Si aggiunga, a proposito del voto sull'art. 7 della Costituzione, per il quale, com'è noto, i comunisti hanno votato a favore del richiamo, che in Commissione invece hanno respinto, dei Patti Lateranensi nel testo costituzionale, che lo stesso De Gasperi in un discorso irritato e chiuso ha fatto chiaramente capire che, ove l'art. 7 venisse respinto, la Democrazia Cristiana avrebbe chiesto di sottoporre a referendum la Costituzione, il che allora avrebbe significato, in sostanza, riaprire la questione monarchica.
Proprio il voto favorevole all'art. 7 di Luigi Vallone (e dell'on. Grassi) e di Beniamino De Maria a noi pare un segno eloquente del ricostituirsi sotto altre spoglie, ma sempre nella continuità rispetto all'epoca precedente, del blocco clerico-moderato conservatore a Galatina. Esso merita pertanto un discorso a parte.
3. Un Concordato antioperaio e anticontadino
Vogliamo intanto ricordare che quando i Patti Lateranensi sono stipulati, il fascismo è al potere già da sette anni. Il Vaticano ha sconfessato nel giugno-luglio 1923 Luigi Sturzo ed ha liquidato il Partito Popolare antifascista come unico ostacolo che ha impedito fra Stato e Chiesa la collaborazione, volta a vanificare la minaccia della rivoluzione proletaria e bolscevica. La collaborazione tra le due autorità è possibile, secondo la gerarchia ecclesiastica, soltanto se si salda la scissione latente nella borghesia italiana tra l'ala massonica, che ha invano preteso di mobilitare le masse per mezzo dell'unità ideologica, politica ed organica del Risorgimento e della "terza Italia", e la frangia della borghesia rurale, la quale, di contro alla minaccia offensiva del proletariato, vede fallire anch'essa il suo piano, allorché cerca un compromesso col vecchio mondo della Chiesa e della reazione ed organizza la massa dei contadini per contrapporla allo Stato liberale. Le due frazioni borghesi, che non sono state capaci di fare la riforma nelle campagne o non hanno voluto farla, si saldano nel fascismo proprio mentre l'Azione cattolica, dopo la liquidazione del Partito Popolare antifascista, diventa il vero partito della Chiesa. Allora al vertice si possono stipulare i Patti Lateranensi dal momento che la Chiesa, secondo un testo di Diritto delle Decretali, non stipula mai convenzioni solenni, se non con quei governi che non sono costretti a chiedere l'approvazione di un corpo rappresentativo. Questa norma è così puntualmente rispettata, che Hitler, il quale sale al potere in Germania ai primi del 1933, stipula nel luglio dello stesso anno il Concordato con la Chiesa, in virtù del quale viene liquidato il partito di Centro, e la rappresentanza dei cattolici passa così al nazionalsocialismo.
4. Un voto conservatore
Il voto favorevole di Luigi Vallone e di Giuseppe Grassi all'art. 7 (si rammenti che questa opposizione si distingue dall'altra, pur essa di ispirazione liberale, che fa capo a Benedetto Croce, la quale si esprime sul piano legale proprio in occasione dell'approvazione dei Patti Lateranensi nel 1929 col voto contrario del filosofo napoletano che nel 1947 si astenne) nasce da una concezione dello Stato che nel Mezzogiorno ha sempre significato la personificazione dell'arbitrio e della sopraffazione, il gendarme che fa buona guardia all'impunità del più forte, e soprattutto lo strumento del ceto agrario da considerare al proprio esclusivo servizio. I parlamentari eletti a Galatina hanno ignorato la dottrina della prima generazione meridionalista (Franchetti, Sonnino e Villari), e poi anche quella della seconda generazione con la tesi di Giustino Fortunato (l'arretratezza meridionale nasce dalla mancata soluzione della questione demaniale), di Francesco Saverio Nitti (tra le due Italie è molto grave la sperequazione tributaria), ed infine di Antonio De Viti De Marco e di Antonio Vallone (il ripristino del libero scambio, aprendo alle esportazioni agricole del Sud i mercati esteri, favorirebbe nel Mezzogiorno la formazione di capitali di cui esso manca ed avvierebbe così il processo di industrializzazione già fiorente nel Nord). E si tace della tesi di Gaetano Salvenini e di Guido Dorso e di Gramsci. In mancanza di questa analisi la borghesia umanistica e quella terriera del Sud, di cui Giuseppe Grassi e Luigi Vallone sono stati cospicui rappresentanti, pur di non essere respinte ai margini della vita meridionale, sono state indotte a considerare il Mezzogiorno come un tutto economico organicamente sottomesso al regime capitalistico. E così l'art. 7, col voto favorevole di Grassi e Vallone, anche se infrange una norma giuridica (La Costituzione è l'atto di una sola sovranità, quella popolare, mentre nel primo comma dell'articolo Stato e Chiesa si affermano tutti e due sovrani), vanifica d'altra parte ogni materia di divisione e di contrasto con il Vaticano. Non dimentichiamo che lo Stato della Chiesa, per poter contare ancora come Stato tra Stati protagonisti di storia, si è dovuto appoggiare al fascismo e trasformarsi in potenza del denaro, del commercio e della finanza, in una parola in potenza capitalistica con proprie banche, proprie missioni, propri giornali e strutture ed organizzazioni. Luigi Vallone col suo voto ha contribuito, per sua parte, a consolidare la conservazione dell'ordine sociale, senza rendersi conto che, in virtù dei Patti Lateranensi, la Chiesa ha dovuto ammettere come dirigenti nelle sue organizzazioni elementi graditi al regime fascista, e gli operai ed i contadini non solamente sono stati impediti di fare dell'antifascismo, ma sono stati oppressi e mandati al Tribunale Speciale.
Per sua parte Giuseppe Grassi nel giugno del 1947, ad appena tre mesi dall'approvazione dell'art. 7 che resta inserito nella Costituzione che egli controfirmerà allo scadere di quell'anno come Guardasigilli, prospetta proprio in tale sua qualità in una intervista al "Giornale d'Italia" l'abrogazione delle leggi antifasciste ed un indulto per tutti i criminali della repubblica di Salò.
5. Un voto confessionale
Più difficile riesce analizzare il voto favorevole dell'on. De Maria, in quanto più complessa appare da parte dei cattolici l'interpretazione della realtà del Mezzogiorno in quel momento storico. L'uomo nasce da genitori cattolici che hanno vissuto coerentemente la loro vita religiosa e si sono deliberatamente estraniati dalla vita pubblica per restare fedeli alla Chiesa, in realtà alla Santa Sede in quanto organismo politico. Con questo spirito i De Maria hanno mantenuto il contatto col clero locale che, a differenza di quello dell'Italia Settentrionale, non ha educato i cattolici a liberare i piccoli contadini ed i piccoli proprietari dall'oppressione degli usurai mediante le istituzioni delle casse rurali che, imponendo a ciascun socio una moralità irreprensibile, si sono trasformate in uno strumento di miglioramento religioso delle popolazioni agricole. Al contrario, il clero galatinese, e più in generale il clero salentino, non ha conosciuto la povertà, l'ingiustizia e lo sfruttamento, perché ha applicato nell'amministrazione del patrimonio terriero dei singoli benefici ecclesiastici la tattica del lasciaterreno, cioè ha sfruttato il fondo fino al limite della possibilità, senza spendervi un centesimo, ed ha salvato contemporaneamente, da un punto di vista formale, il proprio prestigio religioso al cospetto del popolo, mediante l'apparente distacco dai beni terreni. Dietro questo clero i De Maria hanno stretto legami con le vecchie classi egemoniche di Galatina e del Salento subito dopo la liberazione, quando il potere ecclesiastico e il potere politico dei cattolici salentini si sono saldati attraverso il mondo della finanza, specialmente per mezzo della Banca Piccolo Credito Salentino, diretta dal ragionier Fiocca, non a caso segretario provinciale della Democrazia Cristiana nel 1948 e grande elettore di De Maria sin dai tempi dell'Assemblea Costituente.
Fino ad allora De Maria è stato un intellettuale che si è mosso fra regole imperiose che fissano una gerarchia, un ordinamento sacro del mondo che impone, al di là ed al di fuori della ragione, cioè ab extrinseco, sottomissione all'auctoritas. Nell'uomo matura una concezione secondo cui la società civile è puramente storica e contingente, ma non necessaria, e lo Stato è soltanto la Chiesa, ed è universale e soprannaturale. La concezione medievale della società e dello Stato è così mantenuta in pieno. Gli emarginati, i popolani, i plebei, lungi dall'irraggiare auctoritas, sono l'estremo livello che chiude in basso il mondo umano. Perciò al momento di esprimere il voto a favore dell'art. 7, sfugge a De Maria lo spirito filosofico che dopo il ventennio fascista comincia ad arricchire la cultura popolare cattolica. Il parlamentare galatinese in quel periodo fa parte insieme con Dossetti, Fanfani, La Pira della comunità del Porcellino, una specie di comitato ristretto della sinistra clericale, dove De Maria ha collaborato ad un inatteso risveglio di ideali religiosi promosso da La Pira. Costui conclude il discorso all'Assemblea Costituente sull'art. 7 con un inno alla Vergine ed una preghiera, e Francesco Saverio Nitti osserva che ciò non è mai accaduto prima in alcuna assemblea politica d'Italia. Tuttavia, quando Dossetti dichiara di non condividere una posizione preconcetta contro il comunismo, De Maria abbandona il sodalizio comunitario del Porcellino. Incomincia così la fase involutiva dell'uomo che, attraverso uno spostamento rapsodico fra le correnti democristiane, in trent'anni di vita parlamentare, approda al sindacato di Palazzo Orsini.
Per quanto riguarda i riflessi di quel voto da parte dei parlamentari galatinesi , osserviamo che sin da quegli anni si è venuta instaurando a Galatina una condizione di subalternità tra la cultura cattolica e la cultura laica, che ha messo in crisi la tradizione laica, progressista e democratica di Galatina. Nel momento in cui la cultura laica ha accettato l'alleanza con il movimento cattolico e con le sue organizzazioni (l'unanime voto in favore dell'art. 7 ne è l'esempio più clamoroso), essa ha dato via libera alla confessionalizzazione della nostra vita pubblica ed è divenuta il garante politico del clericalesimo come forma di gestione del potere cittadino.
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