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Timestamp: 2019-11-17 10:24:49+00:00
Document Index: 183767555

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Videosorveglianza nei luoghi di lavoro e diritto alla privacy dei lavoratori: la sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo - Studio SAS
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Videosorveglianza nei luoghi di lavoro e diritto alla privacy dei lavoratori: la sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo
Il 17 ottobre 2019 la Grande Camera della Corte di Strasburgo si è pronunciata in ordine ai ricorsi n. 1874/13 e n. 8567/13 promossi da cinque dipendenti di un supermercato spagnolo licenziati per essere stati sorpresi, dalle telecamere nascoste installate all’interno dei locali, a sottrarre merce.
Nel caso di specie, il direttore di un supermercato, rilevato ammanchi di magazzino per circa 82 mila euro, aveva provveduto all’installazione, senza preventiva autorizzazione sindacale o delle autorità, di telecamere a circuito chiuso, sia visibili (alle uscite) che nascoste (puntate sulle casse nella quali si sospettavano gli illeciti). Le videoriprese evidenziarono una serie di furti da parte del personale cui seguirono i relativi licenziamenti per motivi disciplinari.
Ebbene, nonostante i tribunali nazionali avessero ritenuto legittimi i licenziamenti, cinque dei dipendenti allontanati, decisero di ricorrere alla Cedu lamentando la violazione dell’art. 8 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo sul diritto al rispetto della vita privata e familiare.
I giudici della Corte Europea, investiti dell’analisi della fattispecie, hanno posto l’accento sul principio di proporzionalità che deve sorreggere la corretta installazione delle telecamere negli ambienti di lavoro.
La Grande Camera della Corte di Strasburgo ha ritenuto che i giudici nazionali, chiamati a decidere la legittimità dei licenziamenti hanno «attentamente bilanciato» i diritti dei dipendenti sospettati di furto e quelli del datore di lavoro, effettuando un esame approfondito delle ragioni della videosorveglianza. La mancata preventiva notifica della sorveglianza, nonostante prevista dalle norme interne nazionali, è da ritenersi giustificata dal «ragionevole sospetto» dall’entità della perdita economica subita dal supermercato a causa dei furti.
Per la Cedu, dunque, il livello di privacy che un dipendente può legittimamente attendersi dipende infatti anche dalla posizione delle telecamere: molto elevato in luoghi privati (servizi igienici o guardaroba), dove vi è un divieto assoluto di videosorveglianza, elevato in spazi di lavoro ristretti (uffici), dove può essere giustificato, inferiore, negli spazi di lavoro visibili o accessibili ai colleghi o al pubblico in generale.
Nel caso di specie, l’intrusione nella privacy dei ricorrenti era stata di grado lieve sia per la sua breve durata sia per la scarsa estensione dell’area sorvegliata, nessuna violazione dell’art. 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo è stata ravvisata.
Ne deriva il principio secondo cui un datore di lavoro può installare delle telecamere nascoste senza avvertire i lavoratori qualora abbia fondati sospetti che i dipendenti lo stiano derubando e che le perdite subite siano ingenti.
A questo proposito appare interessante la dichiarazione del Granate Privacy che con nota del 17.10.2019 ha affermato: “La sentenza della Grande Camera della Corte di Strasburgo se da una parte giustifica, nel caso di specie, le telecamere nascoste, dall’altra conferma però il principio di proporzionalità come requisito essenziale di legittimazione dei controlli in ambito lavorativo. L’installazione di telecamere nascoste sul luogo di lavoro è stata infatti ritenuta ammissibile dalla Corte solo perché, nel caso che le era stato sottoposto, ricorrevano determinati presupposti: vi erano fondati e ragionevoli sospetti di furti commessi dai lavoratori ai danni del patrimonio aziendale, l’area oggetto di ripresa (peraltro aperta al pubblico) era alquanto circoscritta, le videocamere erano state in funzione per un periodo temporale limitato, non era possibile ricorrere a mezzi alternativi e le immagini captate erano state utilizzate soltanto a fini di prova dei furti commessi. La videosorveglianza occulta è, dunque, ammessa solo in quanto extrema ratio, a fronte di “gravi illeciti” e con modalità spazio-temporali tali da limitare al massimo l’incidenza del controllo sul lavoratore. Non può dunque diventare una prassi ordinaria. Il requisito essenziale perché i controlli sul lavoro, anche quelli difensivi, siano legittimi resta dunque, per la Corte, la loro rigorosa proporzionalità e non eccedenza: capisaldi della disciplina di protezione dati la cui “funzione sociale” si conferma, anche sotto questo profilo, sempre più centrale perché capace di coniugare dignità e iniziativa economica, libertà e tecnica, garanzie e doveri”.
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