Source: https://francescosecli.com/2015/06/26/collaborazioni-associazione-in-partecipazione-e-mansioni-la-circolare-esplicativa-dei-consulenti-del-lavoro/
Timestamp: 2019-05-24 11:19:36+00:00
Document Index: 46424

Matched Legal Cases: ['art. 52', 'art. 2', 'art. 2094', 'art. 2', 'art. 2094', 'art. 2', 'art. 2094', 'art. 76', 'art. 2', 'art. 79', 'art. 2', 'art. 90', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 2113', 'art. 55', 'art. 1', 'art. 2552', 'art. 3', 'art. 2103', 'art. 2113', 'art. 2013', 'art. 2113', 'art. 2013', 'art. 3', 'art. 6', 'art. 13', 'art. 2']

Collaborazioni, associazione in partecipazione e mansioni: la circolare esplicativa dei Consulenti del Lavoro – FRANCESCO SECLÌ
E’ stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 144 del 24 giugno 2015 il decreto legislativo 15 giugno 2015, n. 81, in vigore dal 25 giugno 2015, recante la disciplina organica dei contratti di lavoro e la revisione della normativa in tema di mansioni, a norma dell’articolo 1, comma 7, della legge 10 dicembre 2014 n. 183. Le disposizioni innovano su diversi aspetti dei contratti di lavoro e della disciplina delle mansioni di cui al 2103 del codice civile. Con la circolare n. 13 del 25 giugno 2015, la Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro inizia l’esame tecnico delle norme al fine di fornire ai consulenti del lavoro un primo indirizzo interpretativo concentrando questo primo intervento sulle nuove collaborazioni, delle associazioni in partecipazione e delle mansioni.
LE NUOVE TUTELE PER LE COLLABORAZIONI
Il decreto prevede (art. 52) che la disciplina del lavoro a progetto (artt. da 61 a 69-bis del D.Lgs. n. 276/2003) resta vigente esclusivamente per la regolazione dei contratti già in atto alla data di entrata in vigore del decreto stesso.
Il contratto a progetto prorogato o il nuovo contratto di collaborazione effettuato nel corso del 2015, qualora si estendessero oltre il 1° gennaio 2016, dovranno rispettare anche i requisiti indicati nell’art. 2, comma 1 del decreto (oltre a quelli dell’art. 2094 del c.c.), per non incorrere nell’applicazione della disciplina del lavoro subordinato.
La nuova disposizione contenuta nell’art. 2, comma 1 del decretospecifica e conferma la nozione di lavoro subordinato contenuta nell’art. 2094 c.c., enucleando gli elementi sintomatici più significativi che marcano la differenza tra le due tipologie negoziali (senza ovviamente intaccare la rilevanza del potere direttivo e di controllo come requisiti essenziali del lavoro subordinato).
La nuova tutela stabilita dall’art. 2 trova applicazione anche alle forme di collaborazione svolte da titolari di partita Iva fermo restando le esclusioni di cui si dirà più avanti.
Possono essere ragionevolmente escluse dalla nuova disciplina quelle collaborazioni che per le loro caratteristiche risultano estranee (sotto un profilo sostanziale e non solo formale) alla organizzazione aziendale. Resta fermo che queste ultime collaborazioni autonome per essere considerate legittime devono rispettare anche i tradizionali requisiti previsti dall’art. 2094 del c.c.
Le parti del rapporto potranno richiedere alle commissioni di certificazione (art. 76 del D.Lgs. n. 276/2003) che venga certificata l’assenza dei requisiti dell’art. 2, comma 1, del decreto ed in particolare la mancata ingerenza sui tempi e sul luogo di lavoro da parte del committente (oltre, eventualmente, al carattere non personale e non continuativo delle prestazioni). In tal caso, scatteranno gli effetti tipici della certificazione, tra i quali l’impossibilità per i terzi (Enti) di contestare direttamente la qualificazione del rapporto (art. 79 e 80 del D.Lgs. n. 276/2003).
La riconduzione al lavoro subordinato della collaborazione “organizzata” è esclusa soltanto in quattro ipotesi (art. 2, comma 2, del decreto):
le collaborazioni per le quali gli accordi collettivi nazionali stipulati da associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale prevedono discipline specifiche riguardanti il trattamento economico e normativo, in ragione delle particolari esigenze produttive ed organizzative del relativo settore. Questa disposizione sembra assumere anche carattere ricognitivo qualora siano già presenti contratti collettivi che abbiano le caratteristiche richieste dalla disposizione;
le collaborazioni prestate nell’esercizio di professioni intellettuali per le quali è necessaria l’iscrizione in appositi albi professionali (dunque le professioni ordinistiche);
le prestazioni di lavoro rese a fini istituzionali in favore delle associazioni e società sportive dilettantistiche affiliate alle federazioni sportive nazionali, alle discipline sportive associate e agli enti di promozione sportiva riconosciuti dal C.O.N.I. come individuati e disciplinati dall’art. 90 della legge 27 dicembre 2002, n. 289.
Inoltre, fino al 1° gennaio 2017 – ed in attesa del riordino della disciplina del lavoro alle dipendenze della pubblica amministrazione – la riconduzione al lavoro subordinato prevista dall’art. 2, comma 1, del decreto non troverà applicazione nei confronti delle pubbliche amministrazioni; fino a quella data, pertanto, le amministrazioni potranno continuare a stipulare collaborazioni coordinate e continuative secondo le norme o disposizioni di prassi vigenti (che non prevedono l’applicazione della disciplina del lavoro a progetto). Dal 1° gennaio 2017, invece, sarà fatto divieto alle pubbliche amministrazioni di stipulare i contratti di collaborazione di cui all’art. 2, comma 1, del decreto, il che imporrà alle stesse amministrazioni di mettere al bando ogni forma di collaborazione non caratterizzata da modalità realmente autonome delle prestazioni di lavoro (anche per evitare la responsabilità dei dirigenti pubblici che le hanno autorizzate).
che i lavoratori interessati alle assunzioni sottoscrivano, con riferimento a tutte le possibili pretese riguardanti la qualificazione del pregresso rapporto di lavoro, atti di conciliazione in una delle sedi di cui all’art. 2113, comma 4, del codice civile, o avanti alle commissioni di certificazione;
L’art. 55 del decreto ha poi abrogato anche l’art. 1, comma 30, della legge n. 92/2012. La norma prevedeva che i rapporti di associazione in partecipazione con apporto di lavoro instaurati o attuati senza che vi fosse un’effettiva partecipazione dell’associato agli utili dell’impresa o dell’affare, ovvero senza consegna del rendiconto previsto dall’art. 2552 del codice civile, si presumevano, salva prova contraria, rapporti di lavoro subordinato a tempo indeterminato. La predetta presunzione si applicava, altresì, qualora l’apporto di lavoro non presentasse i requisiti di cui all’articolo 69-bis, comma 2, lettera a), del D.Lgs. n. 276/2003 (disciplina anch’essa ormai abrogata).
La disciplina delle mansioni è stata rivoluzionata dall’art. 3 del decreto, che ha modificato in modo sostanziale l’art. 2103 del codice civile.
Come è noto, tale disposizione prevedeva che il prestatore di lavoro dovesse essere adibito alle mansioni per le quali era stato assunto o a quelle corrispondenti alla categoria superiore successivamente acquisita ovvero alle mansioni “equivalenti alle ultime effettivamente svolte”. Inoltre, nel caso di assegnazione a mansioni superiori per il periodo indicato dai contratti collettivi (in ogni caso non superiore a 3 mesi) il lavoratore aveva diritto al trattamento corrispondente all’attività svolta e l’assegnazione diveniva definitiva, tranne che nell’ipotesi di sostituzione di un lavoratore con diritto alla conservazione del posto.
Nello specifico, la giurisprudenza in passato con riferimento all’art. 2113 c.c. è giunta ad affermare che “il divieto di modificazione in peius opera anche quando al lavoratore, nella formale equivalenza delle precedenti e delle nuove mansioni, siano assegnate di fatto mansioni sostanzialmente inferiori sicché nell’indagine circa tale equivalenza non è sufficiente il riferimento in astratto al livello di categoria ma è necessario accertare che le nuove mansioni siano aderenti alla specifica competenza del dipendente, salvaguardandone il livello professionale acquisito e garantendo lo svolgimento e l’accrescimento delle sue capacità professionali” (Cassazione, sent. n. 13281 del 31 maggio 2010).
Pertanto, la giurisprudenza non si accontentava di una semplice indagine circa l’equivalenza formale delle mansioni muovendo da una valorizzazione sostanziale del concetto in esame, giungeva a valutare anche il corredo professionale del dipendente, rilevando l’illegittimità della modifica delle mansioni tutte quelle volte in cui il datore di lavoro impegnava il dipendente in attività che, pur essendo in astratto ascrivibili al livello di inquadramento delineato dal contratto collettivo, di fatto erano idonee a compromettere la professionalità acquisita, nonché lo svolgimento e l’accrescimento delle capacità professionali del dipendente (Cassazione, sent. n. 4989 del 4 marzo 2014).
Il nuovo art. 2013 c.c. ha stabilito, invece, che il lavoratore deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti all’inquadramento superiore che abbia successivamente acquisito, “ovvero a mansioni riconducibili allo stesso livello e categoria legale di inquadramento delle ultime effettivamente svolte”.
Pertanto, il concetto di equivalenza professionale – che prima era riferito al patrimonio professionale del dipendente, a prescindere dal livello contrattuale e legale di inquadramento – ora è invece rimesso proprio alla disciplina del contratto collettivo, essendo consentito il mutamento delle mansioni del lavoratore tra quelle indicate nello stesso livello di inquadramento del CCNL.
Con specifico riferimento al presupposto delle variazione degli assetti organizzativi, sembra possibile sostenere, mutuando un orientamento relativo al licenziamento individuale per giustificato motivo oggettivo, che quest’ultimo sarà considerato sussistente ad esempio quando la variazione venga realizzata con lo scopo di una più economica gestione dell’impresa, e “decisa dall’imprenditore non semplicemente per un incremento del profitto, ma per far fronte a sfavorevoli situazioni, non meramente contingenti, influenti in modo decisivo sulla normale attività produttiva ed imponenti un’effettiva necessità di riduzione dei costi” (Cassazione, sent. n. 23222 del 17 ottobre 2010).
volte a compensare l’esposizione del lavoratore ad un certo rischio (Cass. n. 11021/2000);
relative al maggior disagio connesso allo svolgimento delle prestazioni lavorative in particolare circostanze di modo, di tempo e di luogo (Cass. n. 5721/1999);
Il decreto ha stabilito, inoltre, che nelle sedi di cui all’art. 2113 c.c., quarto comma, o avanti alle commissioni di certificazione, possono essere stipulati accordi individuali di modifica delle mansioni, della categoria legale, del livello di inquadramento e della retribuzione. Dunque gli accordi in questione – a differenza del demansionamento unilaterale autorizzato dal nuovo art. 2013 c.c. – consentono la riduzione del livello di inquadramento e della retribuzione del lavoratore; affinché siano validi, però, essi devono essere stipulati nell’interesse del lavoratore alla conservazione dell’occupazione, all’acquisizione di una diversa professionalità o al miglioramento delle condizioni di vita.
Infine, il comma 2 dell’art. 3 del decreto ha abrogato l’art. 6 della legge n. 190 del 1985, relativo alla categoria dei c.d. quadri intermedi. Tale norma prevedeva che “In deroga a quanto previsto dal primo comma dell’articolo 2103 del codice civile, come modificato dall’art. 13 della legge 20 maggio 1970, n. 300, l’assegnazione del lavoratore alle mansioni superiori di cui all’art. 2 della presente legge ovvero a mansioni dirigenziali, che non sia avvenuta in sostituzione di lavoratori assenti con diritto alla conservazione del posto, diviene definitiva quando si sia protratta per il periodo di tre mesi o per quello superiore fissato dai contratti collettivi”.
Consulenti del Lavoro – Circolare N. 13/2015
FONTE: http://bit.ly/1BQOHjZ
Contrassegnato da tag ASSOCIAZIONE IN PARTECIPAZIONE, COLLABORAZIONI, Jobs Act, MANSIONI
Previous postSocietà di persone e contabilità ordinaria: obbligo o scelta?
Next postLavoro part-time: scompaiono le tre tipologie