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Timestamp: 2019-09-19 08:11:57+00:00
Document Index: 40325874

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Art. 155 codice civile - Provvedimenti riguardo ai figli - Brocardi.it
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Articolo 155 Codice civile
Dispositivo dell'art. 155 Codice civile
In caso di separazione, riguardo ai figli, si applicano le disposizioni contenute nel Capo II del titolo IX (1) .
(1) La legge 8 febbraio 2006 n. 54, recante "Disposizioni in materia di separazione dei genitori e affidamento condiviso dei figli", ha ridisciplinato ex novo l'art. 155 del c.c., ed ha introdotto nel codice gli artt. da art. 155 bis del c.c. a art. 155 sexies del c.c., fissando obiettivi e criteri ai quali il giudice deve attenersi nell'adozione dei provvedimenti relativi ai figli.
Spiegazione dell'art. 155 Codice civile
Il d.lgs. 28 dicembre 2013, n. 154 ha modificato l'articolo in esame, che precedentemente recitava:
"Anche in caso di separazione personale dei genitori il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale.
Per realizzare la finalità indicata dal primo comma, il giudice che pronuncia la separazione personale dei coniugi adotta i provvedimenti relativi alla prole con esclusivo riferimento all'interesse morale e materiale di essa. Valuta prioritariamente la possibilità che i figli minori restino affidati a entrambi i genitori oppure stabilisce a quale di essi i figli sono affidati, determina i tempi e le modalità della loro presenza presso ciascun genitore, fissando altresì la misura e il modo con cui ciascuno di essi deve contribuire al mantenimento, alla cura, all'istruzione e all'educazione dei figli. Prende atto, se non contrari all'interesse dei figli, degli accordi intervenuti tra i genitori. Adotta ogni altro provvedimento relativo alla prole (2).
La potestà genitoriale (3) è esercitata da entrambi i genitori. Le decisioni di maggiore interesse per i figli relative all'istruzione, all'educazione e alla salute sono assunte di comune accordo tenendo conto delle capacità, dell'inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli. In caso di disaccordo la decisione è rimessa al giudice. Limitatamente alle decisioni su questioni di ordinaria amministrazione, il giudice può stabilire che i genitori esercitino la potestà separatamente.
Salvo accordi diversi liberamente sottoscritti dalle parti, ciascuno dei genitori provvede al mantenimento dei figli (4) in misura proporzionale al proprio reddito; il giudice stabilisce, ove necessario, la corresponsione di un assegno periodico al fine di realizzare il principio di proporzionalità, da determinare considerando:
Ove le informazioni di carattere economico fornite dai genitori non risultino sufficientemente documentate, il giudice dispone un accertamento della polizia tributaria sui redditi e sui beni oggetto della contestazione, anche se intestati a soggetti diversi (5)"
Note alle precedente formulazione:
(2) Emerge già dal primo comma il leit motiv della riforma, improntata al criterio della bigenitorialità quale elemento essenziale per la corretta formazione dei figli. E sarà nell'interesse esclusivo degli stessi che il giudice adotterà la misure opportune, dovendo preferire - qualora possibile - un affidamento ad entrambi i coniugi, ossia condiviso (e facendo comunque conservare rapporti significativi con i parenti e gli ascendenti di ciascun ramo).
(3) Le decisioni di maggior interesse verranno quindi condivise tra i genitori, residuando in capo al giudice un potere di decisione nel caso di inerzia o disaccordo.
Per quanto concerne l'assegnazione della casa familiare, dovrà tenersi conto dell'interesse dei figli, ma l'assegnazione comporta un diritto di godimento che cessa -su ricorso dell'altro coniuge- qualora l'assegnatario non vi abiti, contragga un nuovo matrimonio o semplicemente anche conviva more uxorio.
(4) Viene dettato il criterio della proporzionalità nel mantenimento dei figli, che subirà l'eventuale adeguamento nel caso intervengano le più disparate circostanze, quali (esemplificativamente): la differenza di tenore pre-separazione e le esigenze attuali, la durata del periodo di permanenza presso ciascun genitore, la disponibilità economica concreta di ciascun genitore, la precarietà o meno del lavoro da essi svolto. L'assegno periodico potrà essere versato, inoltre, anche in favore dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente.
(5) Le disposizioni in esame troveranno applicazione anche nel caso di scioglimento, cessazione degli effetti civili o di nullità del matrimonio, nonché per i procedimenti relativi ai figli di genitori non coniugati, e nel caso in cui il decreto di omologazione dei patti di separazione consensuale o la sentenza di separazione giudiziale (come anche per lo scioglimento o annullamento del matrimonio) fossero stati già emessi alla data di entrata in vigore della L. 54/2006 (e quindi dall'1 marzo 2006, giorno della data di pubblicazione in G.U.).
106 Nel disciplinare il provvedimento che deve prendere il tribunale, quando pronunci la separazione, nei riguardi dei figli (art. 155 del c.c.), è sembrato necessario porre una norma, che mancava nel progetto, per garantire l'educazione dei figli stessi nel caso in cui uno dei genitori non sia di razza ariana. Si è stabilito cioè che i minori, considerati di razza ariana, salvò gravi motivi, debbono essere affidati al genitore di razza ariana. Nell'ultimo comma dell'art. 155 era stato suggerito che fosse esplicitamente rilevato che il padre e la madre conservano il diritto di vigilare la educazione dei figli, anche quando questi sono collocati in un istituto di educazione. Ma la disposizione, in conformità al codice del 1865, prevede espressamente soltanto l'ipotesi dell'affidamento a una terza persona, perché, nel caso di un istituto di educazione, la possibilità di vigilanza da parte di entrambi i genitori è garentita normalmente dall'ordinato svolgimento del servizio dell'istituto.
Massime relative all'art. 155 Codice civile
Cass. civ. n. 5108/2012
In tema di separazione personale, la mera conflittualità tra i coniugi, che spesso connota i procedimenti separatizi, non preclude il ricorso al regime preferenziale dell'affidamento condiviso solo se si mantenga nei limiti di un tollerabile disagio per la prole, mentre assume connotati ostativi alla relativa applicazione, ove si esprima in forme atte ad alterare e a porre in serio pericolo l'equilibrio e lo sviluppo psico-fisico dei figli, e, dunque, tali da pregiudicare il loro interesse.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 5108 del 29 marzo 2012)
Cass. civ. n. 1777/2012
Il grave conflitto fra i genitori non è, di per sé solo, idoneo ad escludere l'affidamento condiviso, che il legislatore ha mostrato di ritenere il regime ordinario. (Nella specie, la consulenza tecnica espletata aveva concluso, pur in presenza di difficoltà di relazione, per l'affidamento ad entrambi i genitori).
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 1777 del 8 febbraio 2012)
Cass. civ. n. 6339/2011
In sede di modifica delle condizioni di separazione personale dei coniugi, rientra nei poteri ufficiosi del giudice rimodulare i periodi in cui il genitore può tenere presso di sé il figlio di cui è disposto l'affidamento condiviso, in relazione alla nuova situazione determinatasi. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto non viziato da extrapetizione il provvedimento della corte di merito che, in sede di reclamo avverso il provvedimento di modifica delle condizioni della separazione, aveva confermato l'affido condiviso della figlia minore e che, tenuto conto dell'intervenuto trasferimento per motivi di lavoro della madre, aveva disposto il collocamento presso quest'ultima, nella sua nuova residenza, della predetta, rimodulando, in relazione alla nuova situazione determinatasi, il regime di incontri della minore con il padre, congruamente motivando al riguardo).
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 6339 del 21 marzo 2011)
Cass. civ. n. 26587/2009
La regola dell'affidamento condiviso dei figli ad entrambi i genitori, prevista dall'art. 155 c.c. con riferimento alla separazione personale dei coniugi, ed applicabile anche nei casi di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio, in virtù del richiamo operato dall'art. 4, comma 2, della L. 8 febbraio 2006, n. 54, è derogabile solo ove la sua applicazione risulti "pregiudizievole per l'interesse del minore", come nel caso in cui il genitore non affidatario si sia reso totalmente inadempiente all'obbligo di corrispondere l'assegno di mantenimento in favore dei figli minori ed abbia esercitato in modo discontinuo il suo diritto di visita, in quanto tali comportamenti sono sintomatici della sua inidoneità ad affrontare quelle maggiori responsabilità che l'affido condiviso comporta anche a carico del genitore con il quale il figlio non coabiti stabilmente.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 26587 del 17 dicembre 2009)
In tema di giurisdizione sui provvedimenti "de potestate", il trasferimento all'estero o il mancato rientro in Italia di minori figli di genitori separati non è qualificabile come illecita sottrazione all'altro genitore, allorché l'allontanamento avvenga ad opera dell'affidatario, con la conseguenza che in tale ipotesi è inapplicabile la Convenzione dell'Aja del 25 ottobre 1980 sugli effetti civili della sottrazione internazionale di minori, resa esecutiva in Italia con la L. n. 64 del 1994; tuttavia, qualora la mobilità internazionale e la mutabilità della residenza abituale sia stata convenzionalmente esclusa dai coniugi nelle condizioni di separazione, trova applicazione l'art. 10 del Regolamento CE n. 2201 del 27 novembre 2003, con la conseguenza che competente a decidere della responsabilità genitoriale resta il giudice della pregressa residenza abituale, finché non sia decorso un anno da quando chi aveva diritto a chiedere il ripristino del diritto di visita o il rientro ha avuto conoscenza del cambio di residenza.
Cass. civ. n. 22081/2009
L'art. 1, comma primo, della L. 8 febbraio 2006, n. 64, che ha novellato l'art. 155 c.c., nel prevedere il diritto dei minori, figli di coniugi separati, di conservare rapporti significativi con gli ascendenti ed i parenti di ciascun ramo genitoriale, affida al giudice un elemento ulteriore di indagine e di valutazione nella scelta e nell'articolazione di provvedimenti da adottare in tema di affidamento, nella prospettiva di una rafforzata tutela del diritto ad una crescita serena ed equilibrata, ma non incide sulla natura e sull'oggetto dei giudizi di separazione e di divorzio e sulle posizioni e i diritti delle parti in essi coinvolti, e non consente pertanto di ravvisare diritti relativi all'oggetto o dipendenti dal titolo dedotto nel processo che possano legittimare un intervento dei nonni o di altri familiari, ai sensi dell'art. 105 c.p.c., ovvero un interesse degli stessi a sostenere le ragioni di una delle parti, idoneo a fondare un intervento "ad adiuvandum", ai sensi dell'art. 105, comma secondo, c.p.c.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 22081 del 16 ottobre 2009)
Cass. civ. n. 2182/2009
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 2182 del 28 gennaio 2009)
Cass. civ. n. 1607/2007
La determinazione del contributo che per legge grava su ciascun coniuge per il mantenimento, l'educazione e l'istruzione della prole non si fonda, a differenza di quanto avviene nella determinazione dell'assegno spettante al coniuge separato o divorziato, su una rigida comparazione della situazione patrimoniale di ciascun coniuge. Pertanto, le maggiori potenzialità economiche del genitore affidatario (nella specie titolare di redditi da lavoro dipendente ed autonomo e di risparmi suscettibili di essere investiti nell'acquisto di una nuova abitazione) concorrono a garantire al minore un migliore soddisfacimento delle sue esigenze di vita, ma non comportano una proporzionale diminuzione del contributo posto a carico dell'altro genitore.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 1607 del 24 gennaio 2007)
Cass. civ. n. 18187/2006
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 18187 del 18 agosto 2006)
Cass. civ. n. 14840/2006
In materia di affidamento dei figli minori, il giudice della separazione e del divorzio deve attenersi al criterio fondamentale - posto, per la separazione, nell'art. 155, primo comma, c.c. e, per il divorzio, dall'art. 6 della legge 1 dicembre 1970, n. 898, rappresentato dall'esclusivo interesse morale e materiale della prole, privilegiando quel genitore che appaia il più idoneo a ridurre al massimo - i danni derivati dalla disgregazione del nucleo familiare e ad assicurare il migliore sviluppo della personalità del minore. L'individuazione di tale genitore deve essere fatta sulla base di un giudizio prognostico circa la capacità del padre o della madre di crescere ed educare il figlio nella nuova situazione di genitore singolo, giudizio che, ancorandosi ad elementi concreti, potrà fondarsi sulle modalità con cui il medesimo ha svolto in passato il proprio ruolo, con particolare riguardo alla sua capacità di relazione affettiva, di attenzione, di comprensione, di educazione, di disponibilità ad un assiduo rapporto, nonché sull'apprezzamento della personalità del genitore, delle sue consuetudini di vita e dell'ambiente che è in grado di offrire al minore. La questione dell'affidamento della prole è rimessa alla valutazione discrezionale del giudice di merito, il quale deve avere come parametro di riferimento l'interesse del minore e, ove dia sufficientemente conto delle ragioni della decisione adottata, esprime un apprezzamento di fatto non suscettibile di censura in sede di legittimità. (Nella specie, la Corte ha tassato con rinvio, la sentenza d'appello, la quale aveva ritenuto di dover affidare la figlia minore alla madre facendo leva, soprattutto, sul fatto che «il cristiano - e il marito e la moglie con la scelta del matrimonio religioso avevano esplicitato alla società di esserlo - conosceva le ultime parole del Cristo e sapeva che non era dato al cristiano togliere la madre al figlio né il figlio alla madre», laddove la sentenza di primo grado - ancorata alle risultanze di una consulenza tecnica collegiale - aveva disposto l'affidamento alla zia paterna ed al di lei coniuge e l'allontanamento dalla madre, la quale - mossa esclusivamente dal desiderio di soddisfare il suo istinto distruttivo della figura paterna-maschile- aveva determinato l'esaurimento di tutti i meccanismi difensivi fisiologici della bambina, con il rischio di scivolamento dallo stato premorboso ad uno stato psicotico di difficile o impossibile remissione).
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 14840 del 27 giugno 2006)
Cass. civ. n. 10119/2006
In materia di assegno di mantenimento per il figlio, poiché si verte in tema di conservazione del contenuto reale del credito fatto valere con la domanda originaria, deve ammettersi la possibilità, per il genitore istante, di chiedere un adeguamento del relativo ammontare, alla stregua della svalutazione monetaria o del sopravvento di altre circostanze, verificatesi nelle more del giudizio, in particolare relative alle mutate condizioni economiche dell'obbligato ovvero alle accresciute esigenze del figlio. Ne deriva che la proposizione, in primo grado o in appello, di simili istanze o eccezioni non ricade sotto il divieto di ius novorum né con riguardo al giudizio di primo grado (art. 183, quarto comma, c.p.c.), né con riguardo al giudizio di appello (art. 345, primo comma, c.p.c.).
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 10119 del 2 maggio 2006)
Cass. civ. n. 4203/2006
Il dovere di mantenere, istruire ed educare la prole, secondo il precetto di cui all'art. 147 c.c., impone ai genitori, anche in caso di separazione, di far fronte ad una molteplicità di esigenze dei figli, certamente non riconducibili al solo obbligo alimentare, ma inevitabilmente estese all'aspetto abitativo, scolastico, sportivo, sanitario, sociale, alla assistenza morale e materiale, alla opportuna predisposizione – fin quando la loro età lo richieda – di una stabile organizzazione domestica, adeguata a rispondere a tutte le necessità di cura e di educazione, sempre che su tale obbligo incida la eventuale prestazione di assistenza di tipo coniugale da parte del convivente more uxorio del coniuge affidatario, la quale può assumere rilievo solo per escluderne oppure ridurne lo stato di bisogno, e, quindi, al fine di valutare la esistenza e la consistenza del diritto all'assegno di mantenimento. Ne consegue che la circostanza che il coniuge affidatario utilizzi quale abitazione un appartamento condotto in locazione dal proprio convivente non assume rilievo al fine di ridurre la portata dell'obbligo di contribuire al mantenimento del figlio minore posto a carico del coniuge non affidatario, il quale non può giovarsi di eventuali condizioni di favore esistenti fra il coniuge affidatario ed il convivente (o terzi), tenuto anche conto della precarietà di tale eventuale rapporto favorevole, privo, com'è, di tutela giuridica.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 4203 del 24 febbraio 2006)
Cass. civ. n. 3747/2006
In tema di separazione personale tra coniugi, l'obbligo di mantenimento dei figli minori (ovvero maggiorenni non autosufficienti) può essere legittimamente adempiuto dai genitori mediante un accordo che, in sede di separazione personale o di divorzio, attribuisca direttamente – o impegni il promittente ad attribuire – la proprietà di beni mobili o immobili ai figli, senza che tale accordo (formalmente rientrante nelle previsioni, rispettivamente, degli artt. 155, 158, 711 c.c. e 4 e 6 della legge n. 898 del 1970, e sostanzialmente costituente applicazione della regula iuris di cui all'art. 1322 c.c., attesa la indiscutibile meritevolezza di tutela degli interessi perseguiti) integri gli estremi della liberalità donativa, ma assolvendo esso, di converso, ad una funzione solutorio-compensativa dell'obbligo di mantenimento. Esso, comporta l'immediata e definitiva acquisizione al patrimonio dei figli della proprietà dei beni che i genitori abbiano loro attribuito o si siano impegnati ad attribuire, di talché, in questa seconda ipotesi, il correlativo obbligo, suscettibile di esecuzione in forma specifica ex art. 2932 c.c., è senz'altro trasmissibile agli eredi del promittente, trovando titolo non già nella prestazione di mantenimento – che, nei limiti costituiti dal valore dei beni attribuiti o da attribuire, risulta ormai convenzionalmente liquidata in via definitiva, – ma nell'accordo che l'ha estinta.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 3747 del 21 febbraio 2006)
Cass. civ. n. 1202/2006
Anche in sede di separazione tra i coniugi, il giudice può affidare il figlio ad entrambi i genitori congiuntamente, trovando applicazione l'art. 6 della legge sul divorzio (1 dicembre 1970, n. 898, come sostituito dall'art. 11 della legge 6 marzo 1987, n. 74), il quale, appunto, dispone che il tribunale, pronunciando lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, provvede in ordine alla prole, con esclusivo riferimento all'interesse morale e materiale di essa, e, ove lo ritenga utile all'interesse del minore, pub disporne l'affidamento congiunto. In questo contesto, il disporre l'affidamento congiunto, anziché quello esclusivo, è questione rimessa alla valutazione discrezionale del giudice di merito, il quale deve avere come parametro normativo di riferimento l'interesse del minore medesimo e, ove dia sufficientemente conto delle ragioni della decisione adottata, esprime un apprezzamento di fatto non suscettibile di riesame in sede di legittimità.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 1202 del 20 gennaio 2006)
Cass. civ. n. 10197/2005
In sede di separazione personale tra coniugi, al fine di determinare l'ammontare dell'assegno di mantenimento dovuto per i figli nati in costanza di matrimonio, il giudice non può trascurare di considerare, nel valutare la capacità patrimoniale del genitore, anche gli obblighi di natura economica che incombono per legge sul medesimo genitore per il mantenimento di altro figlio, nato fuori dal matrimonio.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 10197 del 16 maggio 2005)
Cass. civ. n. 2088/2005
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 2088 del 2 febbraio 2005)
In materia di separazione e di divorzio, l'assegnazione della casa familiare, malgrado abbia anche riflessi economici, particolarmente valorizzati dall'art. 6, sesto comma, della legge n. 898 del 1970 (come sostituito dall'art. 11 della legge n. 74 del 1987), risulta finalizzata alla esclusiva tutela della prole e dell'interesse di questa a permanere nell'ambiente domestico in cui è cresciuta, non potendo essere disposta, a mo' di componente degli assegni rispettivamente previsti dagli artt. 156 c.c. e 5 della legge n. 898 del 1970, allo scopo di sopperire alle esigenze economiche del coniuge più debole, a garanzia delle quali sono destinati unicamente gli assegni sopra indicati, onde la concessione del beneficio in parola resta subordinata all'imprescindibile presupposto dell'affidamento di figli minori o della convivenza con figli maggiorenni ed economicamente non autosufficienti, laddove, nell'ipotesi in cui l'alloggio de quo appartenga in proprietà ad uno solo dei coniugi e manchino figli in possesso dei requisiti anzidetti, il titolo di proprietà vantato da quest'ultimo preclude ogni eventuale assegnazione dell'immobile all'altro, rendendo poi ridondante e superflua ogni e qualsivoglia pronuncia di assegnazione in favore del coniuge proprietario.
Cass. civ. n. 6074/2004
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 6074 del 26 marzo 2004)
Cass. civ. n. 270/2004
Nel giudizio di separazione e divorzio, i provvedimenti necessari alla tutela degli interessi morali e materiali della prole, tra i quali rientrano anche quelli di attribuzione e determinazione di un assegno di mantenimento a carico del genitore non affidatario, possono essere adottati d'ufficio, essendo rivolti a soddisfare esigenze e finalità pubblicistiche sottratte all'iniziativa e alla disponibilità delle parti.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 270 del 13 gennaio 2004)
Cass. civ. n. 661/2003
Nell'ipotesi in cui l'alloggio coniugale appartenga in proprietà ad uno solo dei coniugi e manchino figli minori affidati all'altro coniuge o comunque figli con quest'ultimo conviventi (se maggiorenni ed economicamente non autosufficienti), il titolo di proprietà vantato dal coniuge, se preclude ogni eventuale assegnazione dell'alloggio all'altro coniuge, rende altresì ridondante e superflua ogni e qualsivoglia pronuncia di assegnazione dell'alloggio medesimo in favore del coniuge proprietario.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 661 del 17 gennaio 2003)
Cass. civ. n. 5714/2002
In materia di affidamento dei figli minori il giudice della separazione e del divorzio deve attenersi al criterio fondamentale — posto per la separazione, dal legislatore della riforma del diritto di famiglia, nell'art. 155 comma primo c.c. (che ha esplicitamente codificato un principio costantemente adottato in precedenza dalla giurisprudenza e dalla dottrina), e, per il divorzio, dall'art. 6 della legge n. 898/1970 — rappresentato dall'esclusivo interesse morale e materiale della prole, privilegiando quel genitore che appaia il più idoneo a ridurre al massimo — nei limiti consentiti da una situazione comunque traumatizzante — i danni derivati dalla disgregazione del nucleo familiare e ad assicurare il migliore sviluppo possibile della personalità del minore. In tale prospettiva consegue, da un lato, che la stessa posizione del genitore affidatario si configuri piuttosto che come un «diritto», come un munus, e che la stessa regolamentazione del c.d. «diritto di visita» del genitore non affidatario debba far conto del profilo per cui un tale «diritto» si configuri esso stesso come uno strumento in forma affievolita o ridotta per l'esercizio del fondamentale «diritto-dovere» di entrambi i genitori, di mantenere, istruire ed educare i figli, il quale trova riconoscimento costituzionale nell'art. 30, comma 1 della Costituzione, e viene posto, dall'art. 147 c.c., fra gli effetti del matrimonio.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 5714 del 19 aprile 2002)
Cass. civ. n. 299/2002
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 299 del 11 gennaio 2002)
Cass. civ. n. 12136/2001
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 12136 del 28 settembre 2001)
Cass. civ. n. 566/2001
In tema di separazione personale dei coniugi, deve ritenersi che, in mancanza di diverse disposizioni, il contributo al mantenimento dei figli minori, determinato in una somma fissa mensile in favore del genitore affidatario, non costituisca il mero rimborso delle spese sostenute dal suddetto affidatario nel mese corrispondente, bensì la rata mensile di un assegno annuale determinato, tenendo conto di ogni altra circostanza emergente dal contesto, in funzione delle esigenze della prole rapportate all'anno; ne consegue che il genitore non affidatario non può ritenersi sollevato dall'obbligo di corresponsione dell'assegno per il tempo in cui i figli, in relazione alle modalità di visita disposte dal giudice, si trovino presso di lui ed egli provveda pertanto, in modo esclusivo, al loro mantenimento.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 566 del 17 gennaio 2001)
Cass. civ. n. 15065/2000
A seguito della separazione o del divorzio, la prole ha diritto ad un mantenimento tale da garantirle un tenore di vita corrispondente alle risorse economiche della famiglia ed analogo, per quanto possibile, a quello goduto in precedenza; il solo cambiamento della condizione familiare dei genitori tenuto all'assegno, per la formazione di una nuova famiglia, e le sue accresciute responsabilità non legittimano di per sé una diminuzione del contributo per il mantenimento dei figli nati in precedenza, poiché la costituzione di un nuovo nucleo familiare è espressione di una scelta e non di una necessità e lascia inalterata la consistenza degli obblighi nei confronti della prole (nella specie, la S.C. ha cassato con rinvio la sentenza d'appello che aveva diminuito l'assegno fissato in primo grado per aver il padre contratto nuovo matrimonio, da cui era nato un bambino, con donna disoccupata).
L'art. 6, comma nono, L. n. 898 del 1970, come l'art. 155, comma settimo c.c. in materia di separazione, disponendo che i provvedimenti relativi all'affidamento dei figli ed al contributo per il loro mantenimento «possono essere diversi rispetto alle domande delle parti o al loro accordo, ed emessi dopo l'assunzione di mezzi di prova dedotti dalle parti o disposti d'ufficio dal giudice», opera una deroga alle regole generali sull'onere della prova, attribuendo al giudice poteri istruttori di ufficio per finalità di natura pubblicistica, con la conseguenza che le domande delle parti non possono essere respinte sotto il profilo della mancata dimostrazione degli assunti sui quali si fondano e che i provvedimenti da emettere devono essere ancorati ad una adeguata verifica delle condizioni patrimoniali dei genitori e delle esigenze di vita dei figli esperibile anche di ufficio (nella specie, la S.C. ha cassato con rinvio la sentenza del giudice d'appello che aveva ritenuto superate le esigenze prospettate dalla madre nel richiedere l'aumento dell'assegno per il figlio per aver il padre dichiarato, che questi non frequentava più la piscina, non era più iscritto a un istituto privato e non necessitava più di baby sitter, in assenza di una specifica contestazione della madre).
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 15065 del 22 novembre 2000)
Cass. civ. n. 14360/2000
A seguito della separazione tra coniugi, la potestà sui figli rimane ad essi comune, l'esercizio esclusivo della medesima è attribuito all'affidatario, che deve attenersi alle condizioni fissate dal giudice, e le decisioni di maggior interesse (tra cui la scelta della scuola) devono essere adottate da entrambi i genitori, in mancanza di accordo, compete al giudice ordinario ai sensi dell'articolo 155, comma terzo, c.c., accertare la congruità rispetto all'interesse del minore della decisione assunta dall'affidatario, avvalendosi a tal fine dei poteri ufficiosi di cui all'articolo 155, comma settimo, c.c. e integrando all'occorrenza le condizioni della separazione; benché la norma attribuisca il potere d'iniziativa al genitore non affidatario, analogo potere spetta anche all'affidatario il quale, in presenza di contrasto con l'altro coniuge, anziché decidere può chiedere direttamente al giudice di adottare i provvedimenti necessari.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 14360 del 3 novembre 2000)
Cass. civ. n. 8417/2000
Al procedimento di revisione del contributo di mantenimento dei figli è applicabile la disciplina sulla sospensione dei termini processuali nel periodo feriale, in quanto il diritto dei figli al mantenimento da parte dei genitori, anche dopo la separazione od il divorzio, previsto rispettivamente dagli artt. 155 c.c. e 6 della legge 1 dicembre 1970, n. 898, non ha assolutamente natura alimentare (artt. 433 ss. c.c.) né ad essa assimilabile.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 8417 del 21 giugno 2000)
Cass. civ. n. 8235/2000
Il diritto di percepire gli assegni di mantenimento riconosciuti, in sede di separazione, da sentenze passate in giudicato o, come nella specie, da verbali di separazione consensuale omologata può essere modificato, ovvero estinguersi del tutto; solo attraverso la procedura prevista dall'art. 710 c.p.c: (oltre che per accordo tra le parti), con la conseguenza che la raggiunta maggiore età del figlio (minore all'epoca della separazione) e la raggiunta autosufficienza economica del medesimo non sono, di per sè, condizioni sufficienti a legittimare, ipso facto, la mancata corresponsione dell'assegno.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 8235 del 16 giugno 2000)
Cass. civ. n. 6706/2000
L'assegnazione della casa familiare al coniuge affidatario risponde all'esigenza di tutela degli interessi dei figli, con particolare riferimento alla conservazione del loro habitat domestico inteso come centro della vita e degli affetti dei medesimi, con la conseguenza che detta assegnazione non ha più ragion d'essere soltanto se, per vicende sopravvenute, la casa non sia più idonea a svolgere tale, essenziale funzione.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 6706 del 23 maggio 2000)
Cass. civ. n. 2210/2000
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 2210 del 28 febbraio 2000)
Cass. civ. n. 5262/1999
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 5262 del 29 maggio 1999)
Cass. civ. n. 9606/1998
In tema di provvedimenti connessi all'affidamento dei figli in sede di separazione personale dei coniugi, la mancanza di un'espressa previsione di legge non è sufficiente a precludere, al giudice, di riconoscere e regolamentare le facoltà di incontro e frequentazione dei nonni con i minori, nè a conferire a tale possibilità carattere solo "residuale" presupponente il ricorso di gravissimi motivi. Infatti non possono ritenersi privi di tutela vincoli che affondano le loro radici nella tradizione familiare la quale trova il suo riconoscimento anche nella Costituzione (art. 29 Cost.), laddove, invece, anche un tal tipo di provvedimenti deve risultare sempre e solo ispirato al precipuo interesse del minore.
Lo stato di tossicodipendenza del genitore non affidatario non può rivelarsi - di per sé - ostativo al riconoscimento - al medesimo - del diritto di tenere con sé il minore in tempi stabiliti, non potendosi per ciò solo negare, al genitore non affidatario, di conservare e rafforzare i rapporti affettivi con il figlio, nonché di seguire - al tempo stesso - la sua crescita, la sua educazione e la sua vita, qualora risulti accertata l'utilità di tali rapporti per il minore medesimo.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 9606 del 25 settembre 1998)
Cass. civ. n. 9028/1998
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 9028 del 11 settembre 1998)
Cass. civ. n. 2392/1998
Il dovere di mantenimento del figlio maggiorenne, gravante sul genitore (tanto separato quanto divorziato) non convivente sotto forma di obbligo di corresponsione di un assegno ex art. 156 c.c., (recte: 155 c.c. - N.d.R.) cessa all'atto del conseguimento, da parte figlio, di uno status di autosufficienza economica consistente nella percezione di un reddito corrispondente alla professionalità acquisita in relazione alle normali e concrete condizioni di mercato (non rilevando, all'uopo, il tenore di vita da lui condotto in costanza di matrimonio o durante la separazione dei genitori), poiché il fondamento del diritto del coniuge convivente a percepire l'assegno de quo risiede, oltre che nell'elemento oggettivo della convivenza (che lascia presumere il perdurare dell'onere del mantenimento), nel dovere di assicurare un'istruzione ed una formazione professionale rapportate alle capacità del figlio (oltreché alle condizioni economiche e sociali dei genitori), onde consentirgli una propria autonomia economica, dovere che cessa, pertanto, con l'inizio dell'attività lavorativa da parte di quegli.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 2392 del 4 marzo 1998)
Cass. civ. n. 11025/1997
Il dovere di mantenere, istruire ed educare la prole, secondo il precetto di cui all'art. 147 c.c., impone ai genitori, anche in caso di separazione, di far fronte ad una molteplicità di esigenze dei figli, certamente non riconducibili al solo obbligo alimentare, ma inevitabilmente estese all'aspetto abitativo, scolastico, sportivo, sanitario, sociale, alla assistenza morale e materiale, alla opportuna predisposizione – fin quando la loro età lo richieda – di una stabile organizzazione domestica, adeguata a rispondere a tutte le necessità di cura e di educazione, mentre il parametro di riferimento, ai fini della corretta determinazione del rispettivo concorso negli oneri finanziari è costituito, giusto disposto dell'art. 148, non soltanto dalle «rispettive sostanze», ma anche dalla rispettiva capacità di lavoro, professionale o casalingo, di ciascun coniuge, con espressa valorizzazione non soltanto delle risorse economiche individuali, ma anche delle accertate potenzialità reddituali. Ne deriva che la fissazione, da parte del giudice di merito, di una somma (nella specie, cinquecentomila lire mensili) quale contributo per il mantenimento di un figlio minore (nella specie, dell'età di nove anni) può legittimamente venir correlata non tanto alla quantificazione delle entrate derivanti dall'attività professionale svolta dal genitore non convivente, quanto piuttosto ad una valutazione complessiva del minimo essenziale per la vita e la crescita di un bambino dell'età suindicata.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 11025 del 8 novembre 1997)
Cass. civ. n. 9339/1997
La soluzione del contrasto fra i genitori, in ordine alla scelta od al mutamento del nome del figlio minore, è affidata, in pendenza di causa di separazione personale al giudice della separazione stessa, ai sensi dell'art. 155 terzo comma c.c., le cui disposizioni prevalgono, nel corso di detta causa, sulla regola generale della devoluzione al tribunale per i minorenni delle questioni di particolare importanza che insorgano nell'esercizio della potestà genitoriale (artt. 316 c.c. e 38 disp. att. c.c.).
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 9339 del 20 settembre 1997)
Cass. civ. n. 2993/1997
Nello stabilire l'ammontare dell'assegno di mantenimento dei figli minori in favore del coniuge (separato o divorziato) affidatario – assegno che ha lo scopo di assicurare ai figli, per quanto possibile, anche in regime di separazione, un tenore di vita proporzionato alle possibilità economiche della famiglia – il giudice deve tenere presente non le sole esigenze di mantenimento e di istruzione del minore, ma altresì il reddito dei genitori, ancorché in relazione alle maggiori spese derivanti a ciascuno di essi dalla separazione.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 2993 del 7 aprile 1997)
Cass. civ. n. 10813/1996
In tema di separazione personale dei coniugi, l'ordine al terzo di versare direttamente agli aventi diritto parte delle somme di denaro periodicamente dovute all'obbligato può estendersi anche all'assegno in favore di figli minori, nonostante l'art. 156 c.c. richiami il precedente art. 155 solo nel quarto comma (dove è prevista l'imposizione di idonee garanzie reali e personali), in quanto l'assegno a favore del coniuge affidatario è di regola comprensivo sia delle somme dovute a titolo di mantenimento del coniuge privo di adeguati redditi propri, sia di quelle dovute a titolo di contributo nel mantenimento della prole, e, quand'anche consista solo in quest'ultimo contributo, rappresenta pur sempre un credito dell'altro coniuge e la sua corresponsione da parte dell'obbligato si inserisce, necessariamente, nella disciplina dei rapporti patrimoniali tra coniugi, salva restando la destinazione delle relative somme.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 10813 del 4 dicembre 1996)
Cass. civ. n. 10268/1996
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 10268 del 21 novembre 1996)
Cass. civ. n. 7644/1995
Ai fini della determinazione dell'assegno di mantenimento a favore del figlio minore le buone risorse economiche dell'obbligato hanno rilievo non soltanto nel rapporto proporzionale col contributo dovuto dall'altro genitore, ma anche in funzione diretta di un più ampio soddisfacimento delle esigenze del figlio, posto che i bisogni, le abitudini, le legittime aspirazioni di questo, e in genere le sue prospettive di vita, non potranno non risentire del livello economico-sociale in cui si colloca la figura del genitore.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 7644 del 13 luglio 1995)
Cass. civ. n. 2728/1995
Le condizioni per l'affidamento ed il mantenimento della prole, a seguito di nullità del matrimonio concordatario pronunciata dal tribunale ecclesiastico e delibata in Italia, sono disciplinate dall'art. 155 c.c., atteso che l'art. 18 della legge 27 maggio 1929, n. 847 - tuttora in vigore, anche a seguito dell'accordo del 18 febbraio 1984 di modifica del Concordato Lateranense - dichiara applicabili le norme sul matrimonio putativo del codice civile anche nei casi in cui venga resa esecutiva la sentenza che dichiari la nullità del matrimonio celebrato davanti al ministro del culto cattolico. Detto richiamo, peraltro, comporta l'applicabilità non solo della disciplina sostanziale, ma anche di quella processuale ad essa sottesa e quindi anche la possibilità di ricorrere alle disposizioni sulla revisione delle condizioni della separazione contenute nel codice di rito negli articoli 710 e seguenti, a nulla rilevando, poi, che in occasione dell'eventuale giudizio di separazione, non sia stato adottato alcun provvedimento circa il mantenimento della prole.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 2728 del 9 marzo 1995)
Cass. civ. n. 706/1995
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 706 del 21 gennaio 1995)
Cass. civ. n. 6548/1994
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 6548 del 12 luglio 1994)
Cass. civ. n. 3363/1993
In tema di separazione personale dei coniugi, l'obbligo della corresponsione dell'assegno per il mantenimento di un minore (art. 155 c.c.) non può essere subordinato al rispetto delle prescrizioni relative alla visita del figlio al genitore non affidatario ed ai soggiorni presso quest'ultimo, atteso che la corresponsione dell'assegno e la regolamentazione degli incontri costituiscono strumenti per la realizzazione di diritti indisponibili del minore, ben distinti tra di loro, e che, pur se la regolamentazione degli incontri soddisfa al tempo stesso anche il diritto (e dovere) del genitore non affidatario di vedere ed avere con sé il figlio, per contribuire alla sua educazione ed istruzione (secondo comma, art. 155 cit.), tuttavia l'esercizio del diritto del genitore è comunque subordinato alla tutela del diritto del figlio, tanto da poter essere escluso o limitato in presenza di un pregiudizio per il minore. Ne consegue che, nel caso in cui il genitore non affidatario sia privato, a causa di un comportamento anche colpevole del genitore affidatario, della possibilità di incontrare il minore (nella specie, residente all'estero), egli non può sospendere l'erogazione dell'assegno per il figlio, nemmeno quando l'assegno sia diretto ad assicurare esigenze di vita del minore superiori a quelle minime, ma ad un mantenimento tale da garantirgli un tenore di vita corrispondente alle possibilità economiche della famiglia ed analogo, per quanto possibile, al tenore di vita goduto dallo stesso minore prima della separazione dei genitori.
L'assegno a favore del minore, fissato in via temporanea nella fase presidenziale del procedimento di separazione personale dei coniugi – ed eventualmente modificato dal giudice istruttore o dal collegio nel corso del giudizio – è diretto al soddisfacimento delle esigenze di mantenimento del minore durante il procedimento di separazione. Pertanto, è esclusa la ripetibilità, anche in parte, delle somme erogate prima della pronuncia definitiva sul punto, dovendosi presumersi che il genitore affidatario le abbia utilizzate tutte per il mantenimento del minore, come era suo dovere.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 3363 del 22 marzo 1993)
Cass. civ. n. 4936/1991
L'affidamento alternato dei figli minori, che è espressamente previsto per il divorzio dall'art. 6 secondo comma della L. 1 dicembre 1970, n. 898 (nel testo introdotto dall'art. 11 della L. 6 marzo 1987, n. 74), e che può essere disposto anche dal giudice della separazione, in applicazione analogica di detta norma, deve rispondere all'interesse dei figli medesimi, anche in relazione alla loro età. Pertanto, nel caso in cui uno dei genitori appartenga ad una minoranza etnica o linguistica, l'esigenza di conservarne i relativi valori non può di per sé giustificare l'affidamento alternato del figlio, occorrendo fare preminente riferimento alla necessità di assicurargli un equilibrato sviluppo.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 4936 del 4 maggio 1991)
Cass. civ. n. 2817/1991
In materia di affidamento di figli di genitori separati — nella quale il giudice deve attenersi al criterio fondamentale, posto dall'art. 155, comma primo, c.c., dell'interesse esclusivo della prole, privilegiando quel genitore che appare il più idoneo a ridurre al massimo i danni derivanti dalla crisi della famiglia e ad assicurare il miglior sviluppo possibile della personalità del minore — la circostanza che uno dei genitori risieda o intenda trasferirsi all'estero, pur se comporta una più attenta e delicata valutazione di tale interesse, non vale a modificare il quadro normativo di riferimento, non sussistendo alcuna disposizione che vieti o comunque limiti l'affidamento dei figli ai genitori residenti all'estero, ed essendo anzi costituzionalmente garantito al cittadino il diritto di uscire dal territorio della Repubblica (art. 16, ultimo comma, Cost.).
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 2817 del 16 marzo 1991)
Cass. civ. n. 12212/1990
L'assegno dovuto al coniuge separato o divorziato, per il mantenimento dei figli ad esso affidati, non può subire riduzioni o detrazioni in relazione ad altre elargizioni del coniuge obbligato in favore dei figli medesimi, ove queste risultino effettuate per spirito di liberalità per soddisfare esigenze ulteriori rispetto a quelle poste a base del predetto assegno, sicché restino ricollegabili ad un titolo diverso.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 12212 del 29 dicembre 1990)
Cass. civ. n. 8582/1990
Nel giudizio di separazione personale tra coniugi, i provvedimenti necessari alla tutela materiale e morale dei figli, riguardanti anche l'imposizione, quantificazione e decorrenza di un assegno per il loro mantenimento, debbono adottarsi di ufficio, ai sensi dell'art. 155 c.c., in quanto rivolti a soddisfare esigenze e finalità pubblicistiche sottratte alla disponibilità delle parti, e tenendo altresì conto, in ordine a detto mantenimento, che il relativo debito, discendente dal rapporto genitoriale, viene meno con l'adempimento dell'obbligato, non per il solo fatto che altri vi abbia provveduto.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 8582 del 23 agosto 1990)
Cass. civ. n. 8109/1990
Con i provvedimenti riguardanti il figlio minore, il giudice della separazione dei coniugi deve assicurare, in difetto di specifiche situazioni ostative, il mantenimento dei rapporti fra il figlio medesimo ed il genitore non affidatario, nei limiti compatibili con la frattura del nucleo familiare, tenuto conto che l'equilibrato sviluppo della prole, cui devono tendere detti provvedimenti, abbisogna, di regola, dell'apporto di entrambi i genitori.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 8109 del 9 agosto 1990)
Cass. civ. n. 5135/1989
(Cassazione civile, Sez. Unite, sentenza n. 5135 del 27 novembre 1989)
Cass. civ. n. 3249/1989
Il diritto del coniuge separato di vedersi assicurata una sufficiente possibilità di rapporti con il figlio minore affidato all'altro coniuge — in relazione al disposto dell'art. 155, terzo comma, nuovo testo, c.c., ed anche al fine di essere in grado di guadagnarsi l'affetto ed il rispetto del figlio stesso — non ha carattere assoluto, ma resta viceversa subordinato ai preminenti interessi morali e materiali del minore, sicché ben può essere limitato od anche disconosciuto dal giudice, ove ricorrano gravi e comprovate ragioni di incompatibilità del suo esercizio con la salute psico-fisica del minore stesso.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 3249 del 9 luglio 1989)
Cass. civ. n. 6786/1988
Il dovere di contribuire al mantenimento dei figli, posto a carico di uno dei coniugi separati, con l'obbligo di versare all'altro coniuge, affidatario della prole, un assegno mensile, deve ritenersi assolto quando l'obbligato provveda in modo esclusivo al mantenimento degli stessi figli, nel tempo in cui è autorizzato a tenerli presso di sé, sicché, per il relativo periodo, egli non è tenuto a versare detto assegno.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 6786 del 13 dicembre 1988)
Cass. civ. n. 2043/1988
Il contributo di mantenimento cui il coniuge non affidatario è tenuto a favore dei figli in caso di separazione o di divorzio non è governato né dal principio di disponibilità né dal principio della domanda, presupposti dell'ordinario processo civile, essendo il giudice titolare al riguardo di un potere - dovere improntato a difesa di un superiore interesse dello Stato alla tutela e alla cura dei minori. Nell'esercizio di tale potere, pertanto, il giudice non ha bisogno di domanda, né è vincolato dagli accordi fra i coniugi, sia per la determinazione dell'assegno, sia per la sua eventuale indicizzazione, potendo procedere d'ufficio alla sua rivalutazione anche in appello.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 2043 del 26 febbraio 1988)
Cass. civ. n. 3060/1986
Il principio statuito dall'art. 155 (richiamato dall'art. 317) c.c. – per cui le decisioni di maggior importanza per il minore devono essere adottate da parte di entrambi i genitori (ancorché separati o divorziati), con correlativo intervento del giudice minorile in caso di loro disaccordo – trova limite nell'ipotesi in cui sia «diversamente stabilito», come nel caso in cui, per determinati aspetti o momenti della vita del minore (nella specie vacanze all'estero con uno dei genitori) sia stata preventivamente dettata una certa disciplina dal giudice dello scioglimento del matrimonio, nell'ambito dei «provvedimenti relativi alla prole» che egli può adottare, ex art. 6 della L. 1970, n. 898.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 3060 del 7 gennaio 1986)
Cass. civ. n. 6063/1985
Nel procedimento di separazione giudiziale dei coniugi, l'affidamento dei figli minori si sottrae sia alla volontà dei genitori, sia alle scelte dei figli medesimi (i quali non hanno veste di litisconsorti e non abbisognano delle nomina di un curatore speciale), e viene demandato alle decisioni del giudice del merito, il quale, in relazione alla finalità di tutelare in via preminente il loro interesse, ha la facoltà di assumere anche di ufficio mezzi di prova, nonché quella di sentirli direttamente, anche senza la presenza dei genitori, se ciò ritenga necessario od opportuno.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 6063 del 4 dicembre 1985)
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relative all'articolo 155 Codice civile
Norma di riferimento: Articolo 155 Codice civile - Provvedimenti riguardo ai figli | Quesito Q201514337
giovedì 08/10/2015 - Puglia
“Nel 1987 il Sig.Tizio e la Sig.ra Caia con i genitori di un unico figlio nato nel 1984, si separavano consensualmente.
Il Sig.Tizio, per soddisfare le esigenze di carattere ordinario nel concorso al mantenimento del figlio minore, avrebbe corrisposto a Caia un importo di L. 3600000 annuali.
In data 1/01 la Sig.ra Caia fa richiesta di divorzio. Il tribunale condannava Tizio al versamento in favore di Caia di un assegno per concorso al mantenimento del figlio minore pari a L. 650000 mensili, oltre all'adeguamento ISTAT annuale ed al 50% delle spese straordinarie documentate.
Avverso tale decisione Tizio proponeva appello chiedendo la modifica del contenuto della sentenza con la motivazione che “per spese straordinarie addebitabili a lui nella misura del 50%, dovevano intendersi solo le spese mediche”.
La Corte di Appello riteneva l’appello infondato e quindi rigettato, confermando quanto stabilito in primo grado e condannando Tizio al pagamento delle spese processuali in favore di Caia.
V’è da aggiungere che dai tempi della sentenza (anno 2001) sino ad oggi, Tizio ha sempre aggirato il contenuto della sentenza, ignorandola per ciò che concerne la partecipazione alle spese mediche (quali acquisto mensile di lenti a contatto e preparati galenici contro la calvizie) che rappresentano buona parte delle spese straordinarie del figlio. Lo stipendio lordo percepito da Tizio era all'epoca di L. 63000000 contro il reddito complessivo lordo percepito da Caia di L. 46000000.
Nel 2006 il Sig. Tizio decise di versare l’importo stabilito dal tribunale direttamente al figlio su di un conto corrente preesistente a lui cointestato, la cui liquidità attualmente è di € 17000. Da subito Tizio, mediante lettura dell’estratto conto, chiedeva spiegazioni sulle spese effettuate dal figlio, ritenendole spesse volte eccessive e pretendendo che il figlio si rivolgesse alla madre per effettuare alcuni acquisti, in modo da non intaccare i soldi del conto corrente. Il ragazzo per evitare continue discussioni si rivolgeva di frequente alla madre, la quale si faceva carico di alcuni acquisti anche per non ricorrere alle vie legali che avrebbero significato ulteriori sacrifici economici.
La situazione si complicò ulteriormente nel 2011, anno in cui Caia eredita dal padre 3 immobili.
Da questo momento ad oggi Tizio, oltre a sindacare sulle spese del figlio tramite estratto conto e a non concorrere alle spese mediche dello stesso, ha ritenuto che i presupposti fattuali su cui poggiavano le sentenze in primo e secondo grado fossero cambiati per le seguenti motivazioni:
1) Alla data della sentenza questi percepiva un reddito annuale lordo di L. 63000000 contro gli attuali € 1900 mensili netti attualmente percepiti quale pensionato dal 2007. Nel frattempo il reddito complessivo lordo annuale di Caia è aumentato dai L. 46000000 annui del 2001 ai € 51000 attuali.
2) A seguito dell’eredità percepita, Caia ha venduto un immobile e acquistato un altro intestandolo al figlio ( tale immobile è attualmente in affitto e la rendita annuale dello stesso è di € 7800 annuali, rilevando tuttavia che l’inquilino è moroso). Dunque il figlio attualmente percepisce un reddito in quanto proprietario di un immobile.
Citando alcune sentenze non meglio precisate, egli ritiene che anche il coniuge affidatario-convivente debba corrispondere al ragazzo un importo fisso che a suo avviso dovrebbe ammontare ad almeno € 200 mensili.
La sua intenzione è quella di chiedere in via giudiziale la revisione dell’assegno qualora l’ex moglie Caia non contribuisca con i 200 € mensili sopra citati, poiché ritiene che il figlio sia quasi totalmente a suo carico e perché non vuole che quel tesoretto di € 17000 del conto corrente venga intaccato.
La posizione di Caia è assai distante: questa è appunto affidataria e convivente del ragazzo provvedendo a tutte le spese relative a vitto e alloggio. Non solo: oltre ad aver acquistato a favore del figlio un appartamento intestandoglielo, ha provveduto autonomamente e a favore del figlio all'acquisto di un’auto del valore di € 15000 e di un posto auto per il parcheggio della stessa di € 11000. Non ritiene fondate le pretese avanzate da Tizio, sostenendo anzi che non sia giusto versare al ragazzo l’intero importo stabilito giuridicamente (attualmente circa € 395 mensili), dal momento che parte di esso dovrebbe essere a lei destinato per assolvere alle spese ordinarie. Inoltre, come da sentenza, chiede che l’ex coniuge ottemperi agli obblighi relativi alle spese mediche, da lui sempre ignorate. Ritiene inoltre che le continue ingerenze di Tizio sulle spese del figlio (laureato con merito ma ancora in cerca di un’occupazione) attraverso lettura dell’estratto conto siano fuori luogo, poiché sostiene che questi non possa sindacare su un importo che è tenuto a versare obbligatoriamente in quanto stabilito in sede giudiziale.
Qual’ è la Vostra posizione in merito?”
Consulenza legale i 13/10/2015
La situazione descritta sottende diverse questioni, che si vanno ad affrontare separatamente.
Quanto al pagamento diretto del mantenimento al figlio, mediante versamento in conto corrente cointestato con il padre, si rileva che è stato abrogato l'art. 155 quinquies del c.c. il quale stabiliva "Il giudice, valutate le circostanze, può disporre in favore dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente il pagamento di un assegno periodico. Tale assegno, salvo diversa determinazione del giudice, è versato direttamente all'avente diritto".
Nel caso di specie, le condizioni del divorzio sono ancora quelle del 2001, in cui il giudice ha stabilito che il versamento del mantenimento per il figlio vada fatto alla madre convivente.
Pertanto, appare corretto che il padre, fino a che il figlio non ottenga una diversa pronuncia dal giudice, continui a versare il mantenimento del figlio (oggi 395 € mensili) alla madre.
Sul punto, la giurisprudenza comunque ritiene che il versamento diretto al figlio sia possibile solo se questi ne fa domanda.
La Corte di Cassazione ha sostenuto che "Sia il figlio maggiorenne non economicamente autosufficiente, sia il genitore con cui viva sono legittimati iure proprio a pretendere quanto dovuto dall'altro genitore per il mantenimento del figlio stesso; quest'ultimo, in quanto titolare del diritto al mantenimento, il genitore convivente in quanto titolare del diritto a ricevere il contributo dell'altro genitore (...) alle spese necessarie per tale mantenimento, cui egli materialmente provvede; e si tratta di due diritti autonomi, ancorchè concorrenti, non già del medesimo diritto attribuito a più persone”; di conseguenza, “giammai, dunque, potrebbe disporsi il versamento diretto in favore del figlio in mancanza della domanda del medesimo, cioè dell'avente diritto” (Cass. civ., sez. I, 11.11.2013 n. 25300).
Per quanto riguarda il controllo sulle spese effettuate dal figlio, non può in generale dirsi che il padre non abbia diritto a verificare come venga speso l'importo versato per il mantenimento del figlio. Tuttavia, la sua ingerenza, se ingiustificata ed atta solamente a creare attrito con il figlio e con la ex moglie, è un comportamento censurabile.
Altra questione concerne il dovere della madre di partecipare alle spese del figlio anche se convivente. Se il figlio risulta ancora economicamente non autosufficiente (valutazione lasciata al giudice), la collocazione presso uno dei genitori, il quale provvede con proprie risorse al mantenimento del figlio, oltre al 50% delle spese straordinarie - come da sentenza di divorzio - appare situazione del tutto regolare. Non si ravvisa ragione per imporre alla madre una contribuzione fissa di euro 200, in quanto il giudice che ha disposto (o il futuro giudice che modificherà le condizioni del divorzio su richiesta del marito) il mantenimento a carico del marito avrà tenuto conto della situazione patrimoniale di entrambi i coniugi, prevedendo appunto che il genitore non convivente contribuisca con una certa cifra in quanto l'altro genitore, convivente, sostiene l'altra parte di mantenimento. La quantificazione dell'assegno a carico del marito è necessaria per ovvie esigenze logistiche (egli deve fare un vero e proprio pagamento in denaro mensile), mentre per quanto concerne la madre, non è necessario determinare una "cifra", poiché ella è tenuta a mantenere il figlio per il residuo non sostenuto dal padre, mediante pagamenti effettuati durante la vita di tutti i giorni (es. acquisto di cibo e vestiario, pagamento bollette utenze domestiche, ...).
Resta un diritto del padre far rivalutare la situazione economica del figlio, ormai trentenne, al fine di chiedere una riduzione dell'assegno di mantenimento da lui dovuto.
Infine, per quanto concerne le spese mediche il cui pagamento è stato omesso nel corso degli anni, si segnala che la più recente giurisprudenza, superando i contrari argomenti del passato, quali la mancanza di predeterminazione e la non liquidità del credito derivante dalla contribuzione alle spese straordinarie, ritiene oggi che la sentenza di divorzio costituisca titolo esecutivo anche per le spese straordinarie mediche, quando il genitore che le ha interamente anticipate dimostri e documenti gli esborsi indicati nel titolo e la relativa entità.
Il genitore debitore può essere destinatario diretto di un precetto sulla base della sentenza di divorzio, salvo naturalmente potersi opporre all'esecuzione per motivi di merito (ad es. perché ritiene le spese mediche documentate inutili, superflue o esorbitanti). Le spese straordinarie si prescrivono generalmente in cinque anni dall'omesso pagamento, se non sono stati posti in essere nel frattempo atti interruttivi (ad es. una raccomandata a.r.).
Affidamento dei figli nella separazione e nel...
Categorie: Affidamento prole
L'affidamento dei figli nella separazione e nel...
L'affidamento dei figli nella separazione e nel divorzio
Categorie: Affidamento prole, Affidamento prole
L’affido condiviso ha costituito un serio tentativo di conciliare la libertà di porre fine ad un rapporto ormai esaurito con il diritto dei figli di non perdere il doppio e concreto riferimento genitoriale. Prima del 2006, i figli erano solo apparentemente tutelati dal principio secondo cui essi dovevano essere tenuti “fuori” dalla vicenda separativa o divorzile. In realtà, ciò consentiva di ignorarli e lasciava spazio, nel processo, unicamente alle... (continua)
Provvedimenti riguardo ai figli vol.1
Il commento curato dal Prof. Salvatore Patti e dalla Prof.ssa Liliana Rossi Carleo affronta in modo sistematico le importanti innovazioni in materia di affidamento dei figli che la legge n. 54 del 2006 ha introdotto nel tessuto codicistico delle relazioni familiari in materia di separazione personale dei coniugi (art. 155 bis - sexies c.c.), dettando una disciplina unitaria destinata a regolamentare i rapporti genitori - figli in ogni ipotesi di crisi del rapporto genitorio. L'opera tiene... (continua)
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