Source: https://www.diritto.it/responsabilita-medica-alla-luce-della-riforma/
Timestamp: 2020-07-07 05:02:31+00:00
Document Index: 81127198

Matched Legal Cases: ['art. 590', 'art. 1218', 'art. 1228', 'art. 1228', 'art. 1218', 'sentenza ', 'art. 2043', 'art. 3', 'art. 2043', 'art. 7', 'art. 2043', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 7', 'art. 2043', 'art. 10', 'art. 2043', 'art. 2043', 'art. 10', 'art. 10', 'art. 9', 'art. 12', 'art. 10', 'art. 7', 'art. 3', 'art. 1917', 'art. 1917', 'art. 7', 'art. 139', 'art. 13', 'art. 12', 'art. 2909', 'sentenza ', 'art. 8', 'art. 696', 'art. 696', 'art. 696', 'art. 183', 'art. 183', 'art. 15', 'art. 8', 'art. 696', 'art. 53', 'art. 2', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 590', 'art. 43', 'sentenza ', 'art. 590', 'Cass. Sez. ', 'art, 2043', 'sentenza ', 'Cass. Sez. ', 'sentenza ', 'art. 102', 'art. 24', 'art.696']

È una scelta del legislatore – che si presume consapevole – di prevedere in relazione alla colpa per imperizia nell’esercizio della professione sanitaria un trattamento diverso e più favorevole rispetto alla colpa per negligenza o per imprudenza. Non è questa la sede allora di occuparsi funditus di tale scelta, nell’ottica del rispetto dell’articolo 3 della Costituzione [potrebbe in vero dubitarsi della coerenza di una scelta di non punibilità dell’imperizia grave e invece della persistente punibilità di una negligenza “lieve”], per difetto di rilevanza nel caso di specie. Ciò che qui basta ai fini della presente vicenda processuale è la ricostruzione del testo e della finalità della nuova legge e la conseguente applicabilità del novum giacchè si discute di colpa per imperizia. Alla luce delle considerazioni svolte deve affermarsi il seguente principio di diritto: «Il secondo comma dell’art. 590-sexies cod. pen. articolo introdotto dalla legge 8 marzo 2017, n. 24 (c.d. legge Gelli-Bianco), prevede una causa di non punibilità dell’esercente la professione sanitaria operante, ricorrendo le condizioni previste dalla disposizione normativa (rispetto delle linee guida o, in mancanza, delle buone pratiche clinico-assistenziali, adeguate alla specificità del caso), nel solo caso di imperizia, indipendentemente dal grado della colpa, essendo compatibile il rispetto delle linee guide e delle buone pratiche con la condotta imperita nell’applicazione delle stesse”[17].
In concreto, con la Legge Gelli-Bianco si è tentato di attenuare il giudizio sulla colpa medica tramite l’inserimento di una causa di esclusione della punibilità per la sola imperizia e facendone dipendere l’operatività al rispetto, da parte dell’esercente la professione sanitaria, delle raccomandazioni di cui alle linee guide e pubblicate in base alla stessa Legge n. 24 o, in difetto di queste, delle buone pratiche clinico assistenziali, in ogni caso adeguate al caso concreto. Ciò che si vuole è evitare che il sanitario operi nella persistente preoccupazione di ingiuste rivalse, sostenendo il fenomeno della c.d. medicina difensiva, e di assecondare, piuttosto, la indispensabile tranquillità operativa[18].
Ma qual è il contratto che lega il paziente con la struttura? Prima si sosteneva il contratto di opera intellettuale[19], ora invece il contratto atipico c.d. di spedalità[20] ovverosia quello in forza del quale la struttura sanitaria è tenuta a fornire al paziente una prestazione complessa, di assistenza sanitaria, che va dalla messa a disposizione di spazi veri e propri (il posto letto, la struttura di pronto soccorso), alla garanzia di tempestività d’azione e dunque di personale sufficiente e tecnicamente efficiente, all’utilizzo di macchinari in linea con la tecnologia che un determinato momento storico è in grado di fornire. Questo è quindi composto di una serie di prestazioni sia di natura sanitaria che altre accessorie, non ultime quelle connaturate all’aspetto “alberghiero” (ad es. alloggio nella struttura garantito nel caso di operazione). Tale impostazione è stata poi sempre confermata da giurisprudenza e dottrina[21].
Ne consegue che la responsabilità della casa di cura (o dell’ente) nei confronti del paziente ha natura contrattuale, e può conseguire, ai sensi dell’art. 1218 c.c., all’inadempimento delle obbligazioni direttamente a suo carico, nonché, ai sensi dell’art. 1228 c.c., all’inadempimento della prestazione medico-professionale svolta direttamente dal sanitario, quale suo ausiliario necessario pur in assenza di un rapporto di lavoro subordinato comunque sussistendo un collegamento tra la prestazione da costui effettuata e la sua organizzazione aziendale, non rilevando in contrario al riguardo la circostanza che il sanitario risulti essere anche “di fiducia” dello stesso paziente, o comunque dal medesimo scelto[22] – attenzione però, ciò non vale se è legato da rapporto contrattuale col paziente, nel qual caso la responsabilità della struttura è esclusa (si pensi al ginecologo libero professionista autonomo che operi nella struttura con un paziente con cui è legato da contratto). Al fine di poter invocare l’art. 1228 c.c. tuttavia era prima necessario che il medico curante operasse all’interno della struttura (anche a prescindere da un rapporto di subordinazione), data la palese esistenza di un collegamento funzionale tra la struttura e la prestazione del medico.
L’inquadramento sistematico è immutato anche dopo la Legge Balduzzi: la responsabilità della casa di cura (o dell’ente) può conseguire, ai sensi dell’art. 1218 c.c., all’inadempimento della prestazione medico-professionale svolta direttamente dal sanitario, quale suo ausiliario necessario pur in assenza di un rapporto di lavoro subordinato[23].
Tra il medico e il paziente, infatti, ancorché non sia stato stipulato alcun contratto, ricorre comunque un rapporto giuridico particolare che non può essere ricondotto all’articolo 2043 c.c. Quest’ultima norma, infatti, disciplina i casi in cui tra il soggetto danneggiante e danneggiato non esiste alcun rapporto, se non un generico dovere di neminem laedere; si tratta in sostanza di un rapporto tra sconosciuti, ove uno dei due ha danneggiato l’altro. Il medico e il paziente invece, ancorché il medico sia un dipendente ospedaliero, non possono essere trattati come due sconosciuti; in particolare il medico “non è un quisque de populo” (esattamente in questi termini si esprime la Cassazione al punto 4.2 delle motivazioni) tenuto all’obbligo di non danneggiare l’altro, al pari di qualsiasi altro soggetto dell’ordinamento; al contrario, costui è obbligato in virtù di precise disposizioni di legge, nonché in virtù del contratto stipulato con l’azienda ospedaliera, a tutelare la salute del paziente e ad operare affinché avvenga la guarigione[24].
Assoggettare il rapporto privato all’articolo 1218 e quello pubblico all’articolo 2043 significherebbe trattare in modo diverso realtà praticamente identiche. Tale sentenza può definirsi rivoluzionaria, perché introduce profonde innovazioni alla teoria generale delle obbligazioni come era delineata in modo classico da manualistica e giurisprudenza a partire dal 1942 e: i) introduce nel nostro ordinamento la figura del rapporto contrattuale di fatto, fino al 1999 sconosciuta alla giurisprudenza e ignorata dalla dottrina maggioritaria; ii) rompe il confine tra responsabilità contrattuale ed extracontrattuale facendo passare nell’area contrattuale figure che prima erano ricondotte nell’area dell’art. 2043 c.c. Si trattava, invero, di teoria ormai entrata a far parte del “diritto vivente”[25], e consacrata, a livello giurisprudenziale, anche dopo la prima pronuncia nel 1999, in due sentenze del 2008, entrambe a Sezioni Unite[26].
Si vennero così a formare due opposti orientamenti sul punto: secondo il primo, e maggiormente accreditato, la L. Balduzzi non effettuava una scelta sulla natura della responsabilità civile, ma era solo intenzionata a far salvo il risarcimento del danno anche in caso di esimente penale[27]; il secondo mirava invece a far ritenere che la responsabilità del medico venisse ricondotta a quella extracontrattuale, sostenendo che la ratio di tale assunto era quella di alleggerire l’onere probatorio per il medico e di far gravare sul paziente l’onere di dimostrare giudizialmente l’elemento soggettivo di imputazione della responsabilità[28]. In conclusione, l’art. 3 della L. Balduzzi, poneva evidenti problemi interpretativi, per la scarsa precisione e chiarezza del riferimento alla responsabilità extracontrattuale ex art. 2043 c.c.
Prima di rispondere a queste domande però dobbiamo prestare attenzione a quanto anche sostenuto da molti secondo i quali con questa riforma nulla è cambiato e che quindi il medico (strutturato) risponderebbe (ancora, come prima) per responsabilità contrattuale alla luce della previsione dell’art. 7 Legge Gelli-Bianco secondo cui “L’esercente la professione sanitaria di cui ai commi 1 e 2 risponde del proprio operato ai sensi dell’art. 2043 c.c., salvo che abbia agito nell’adempimento di obbligazione contrattuale assunta con il paziente”: quest’ultimo inciso comporterebbe (secondo questi) che il giudice possa rilevare che in realtà ci sia stato un contatto sociale; secondo altri (tesi maggioritaria e più da condividere) no, in quanto ci si riferisce a quel caso specifico in cui il medico si riporta alla struttura (si veda il ginecologo dell’esempio che si faceva prima); inoltre, condividendo la prima tesi, ci si schiererebbe contro la finalità della legge (sgravio responsabilità in capo al medico) e si consideri ulteriormente che sarebbe troppo facile dire che c’è un contatto sociale: si veda la sentenza della Corte di Cassazione n. 19670/2016 dalla quale può ricavarsi che, ad esempio, in tema di attività medico-chirurgica, anche il “contatto sociale” meramente fortuito ed informale, intercorso tra medico e paziente, è idoneo a far scattare i presidi della responsabilità contrattuale.
Dunque, si possono fare valere entrambe le responsabilità contrattuale ed extracontrattuale? Si, ma per ciò che concerne la responsabilità contrattuale della struttura, il regime è immutato: il paziente ha il solo l’onere di dedurre qualificate inadempienze, in tesi idonee a porsi come causa o concausa del danno; il debitore convenuto di dimostrare o che nessun rimprovero possa essergli mosso, o che un suo inesatto adempimento non ha avuto alcuna incidenza causale[29]. Ma la prova del nesso causale è comunque necessaria in entrambe le tipologie[30] tenendo conto che in ambito contrattuale può essere presuntivo: è sufficiente che le cure “si inseriscano nella serie causale”[31].
Salvo posizioni minoritarie[32], la scelta delle Sezioni Unite operata con la sentenza n. 577/2008 appena richiamata, ha ricevuto ampia critica da parte della dottrina, che ha sia sottolineato come la presunzione in punto di nesso causale non permetta di distinguere il piano della colpa da quello effettivamente eziologico[33], sia ha ritenuto tale soluzione non conforme al principio di vicinanza della prova[34], poiché capace di rappresentare una responsabilità a carattere oggettivo per il singolo professionista e per la struttura sanitaria[35].
Appare molto appropriato poi qui riportare una massima, per fare un confronto con quanto riportato sempre recentemente dalla Cassazione e quanto oggi invece si andrà ad applicare: in caso di prestazione professionale medico-chirurgica di “routine”, spetta al professionista superare la presunzione che le complicanze siano state determinate dalla sua responsabilità, dimostrando che siano state, invece, prodotte da un evento imprevisto ed imprevedibile secondo la diligenza qualificata in base alle conoscenze tecnico-scientifiche del momento[36]: perché questa massima non potrebbe più applicarsi oggi nei confronti dei medici (per le strutture si)? Perché c’era il contatto sociale (e di conseguenza il medico, rispondendo per responsabilità contrattuale, si scontrava con una responsabilità presunta).
Fino ad ora abbiamo visto il punto di vista del paziente. Ci rendiamo conto che vi è un diverso rischio di esposizione risarcitoria del medico: se il paziente agisce solo contro la struttura e la sua assicurazione rileva esclusivamente la colpa grave e limiti risarcitori in sede di rivalsa; se il paziente agisce anche contro il medico questo risponde anche per colpa lieve e assenza di limiti risarcitori (si veda l’art. 7 comma 3 in combinato disposto all’art. 2043 c.c.), però c’è l’obbligo assicurativo di cui al primo comma dell’art. 10 per la struttura in relazione alla responsabilità ex art. 2043 del medico dipendente: quest’ultimo punto non è semplice da individuare per via del fatto che la legge (come troppo spesso ormai avviene) è scritta male: all’ultimo periodo troviamo infatti che “Le strutture di cui al primo periodo – sanitarie e sociosanitarie pubbliche e private – stipulano, altresì, polizze assicurative o adottano altre analoghe misure per la copertura della responsabilità civile verso terzi degli esercenti le professioni sanitarie anche ai sensi e per gli effetti delle disposizioni di cui al comma 3 dell’articolo 7 – responsabilità ex art. 2043 del sanitario –, fermo restando quanto previsto dall’articolo 9 – azione di rivalsa –”.
Dunque la posizione delle strutture si presenta oggi pesante, quella del medico si è alleggerita e non poco (perché risponde per dolo o colpa grave verso la struttura e l’assicurazione con il limite quantitativo; in via amministrativa stessa cosa ed oltre come detto al secondo punto di cui sopra; verso il paziente senza limiti, ma è comunque assicurato dalla struttura): rischio impresa; deve assicurare i suoi dipendenti per “fatti loro” e deve assicurare se stessa (art. 10, comma 1); e può rivalersi ma solo per colpa grave o dolo e fino al triplo […]. Ciò vale anche se si tiene poi conto che, in virtù del terzo comma dell’art. 10, il sanitario ha l’obbligo di stipulare un’adeguata polizza assicurativa per la responsabilità civile per colpa grave, con oneri a proprio carico, per garantire efficacia sia all’azione di rivalsa che all’azione di responsabilità amministrativa di cui all’art. 9, sia all’azione di rivalsa da parte dell’impresa assicurativa prevista dall’art. 12. Hanno obbligo di assicurazione, per via del secondo comma dell’art. 10, anche i professionisti sanitari che svolgono la loro attività al di fuori delle strutture sanitarie per l’adempimento della propria obbligazione assunta con il paziente ai sensi dell’art. 7, comma 3, L. Gelli: ma è il caso di precisare che questo obbligo di assicurazione per i liberi professionisti sanitari non è ancora operante in quanto non è stato ancora emanato il regolamento governativo riguardante procedure e requisiti minimi dei contratti assicurativi in oggetto previsto dall’art. 3, L. n. 189/2012[37].
Circa gli obblighi assicurativi per le strutture e per gli esercenti, gli artt. 10 e 11 sono anche dedicati alla disciplina del contenuto della copertura assicurativa e alla estensione della stessa secondo lo schema delle clausole claims made con la quale i contraenti, nell’ambito della loro autonomia contrattuale, pattuiscono una nozione di fatto diversa da quella espressamente chiarita dall’art. 1917, comma 1, c.c., riferendosi, non già semplicemente al fatto causativo di responsabilità verso terzi, bensì al momento della richiesta di risarcimento avanzata dal terzo danneggiato nei confronti dell’assicurato[38]: con la clausola claims made (letteralmente “a richiesta fatta”), assicuratore e assicurato pervengono ad una definizione convenzionale della nozione di sinistro rilevante ai fini dell’art. 1917, comma 1, c.c. che è fatta coincidere con la richiesta di risarcimento del danno avanzata dal terzo e non più, dunque, col comportamento del danneggiante-assicurato generativo della responsabilità.
Tornando più da vicino alla responsabilità sanitaria, quindi, se il paziente agisce sia contro la struttura che contro il sanitario potremmo avere comunque, in virtù del regime del doppio binario di responsabilità (contrattuale a carico delle strutture pubbliche o private e dei medici liberi professionisti; extracontrattuale per l’esercente la professione sanitaria nell’ambito di una struttura sanitaria, purché non abbia agito nell’adempimento di un’obbligazione contrattuale assunta con il paziente) e soprattutto per effetto del diverso regime probatorio nei due giudizi, due esiti processuali: accoglimento della domanda contro la struttura ospedaliera e rigetto di quella nei confronti del sanitario.
Circa il quantum risarcitorio, l’ art. 7, comma 4, prevede che il danno conseguente all’attività della struttura sanitaria o sociosanitaria, pubblica o privata, e dell’esercente la professione sanitaria è risarcito sulla base delle tabelle di cui agli artt. 138[39] e 139 del Codice delle Assicurazioni private. Tra le scelte già oggetto della Legge Balduzzi e riproposte dalla Legge Gelli vi è quindi il richiamo alle tabelle per il risarcimento del danno, di cui agli artt. 138 e 139 del Codice delle Assicurazioni private di cui al D. Lgs. 209/2005, di matrice ministeriale che, dunque, si applicano anche per la liquidazione del danno derivante da responsabilità sanitaria.
In sostanza, stante che gli allegati A e B altro non sono che la riproduzione delle tabelle del Tribunale di Milano, oggi applicate solo a seguito dell’intervento giurisprudenziale, ben può dirsi che, grazie al detto Disegno di Legge, se approvato, dette tabelle diventeranno legge[40]. Ciò non solo per sinistri stradali o per casi di malasanità, ma per tutti i tipi di danno non patrimoniale. Salva la perdurante applicazione della tabella cui all’art. 139 per le sole micropermanenti da sinistri stradali e da errore sanitario. I vantaggi sono enormi. Sia in termini di certezza del diritto, sia in punto alla parità di trattamento – in questo limbo nel quale ognuno liberamente emette(va) la sua prognosi. Vantaggi che si traducono anche nella più agevole transazione, o comunque nella più agevole decisione della causa.
Si tratta di una limitazione riferita soltanto all’entità risarcitoria prevista come a carico del sanitario? Dunque nella quantificazione del danno si deve tenere conto del grado della colpa: questa norma è molto particolare, basti ricordare gli artt. 1223 e 1227 c.c. (norme cardine della liquidazione del danno) che richiedono di tenere conto del comportamento del danneggiato, e non del danneggiante: il danno non lo posso ridurre solo perché il medico è “un po meno in colpa”; è giusto dunque ridurre il danno quando quel danno sia comunque cagionato? Sarebbe anche una rivoluzione culturale in ambito civile; forse questo discorso può valere di più in ambito penale: infatti si ricordi che “Quanto più la vicenda risulti problematica, oscura, equivoca o segnata dall’impellenza, tanto maggiore dovrà essere la propensione a considerare lieve l’addebito nei confronti del terapeuta che, pur essendosi uniformato ad una accreditata direttiva, non sia stato in grado di produrre un trattamento adeguato e abbia determinato la negativa evoluzione della patologia”[41].
In sede di rivalsa acquista poi una rilevanza non di poco conto l’art. 13 Legge Gelli-Bianco, il quale prevede espressamente che “Le strutture sanitarie e sociosanitarie di cui all’articolo 7, comma 1, e le imprese di assicurazione che prestano la copertura assicurativa nei confronti dei soggetti di cui all’articolo 10, commi 1 e 2, comunicano all’esercente la professione sanitaria l’instaurazione del giudizio promosso nei loro confronti dal danneggiato, entro dieci giorni – sessanta con la modifica al testo legislativo di cui al DDL Lorenzin sulla riforma degli Ordini professionali e le sperimentazioni cliniche[42] – dalla ricezione della notifica dell’atto introduttivo, mediante posta elettronica certificata o lettera raccomandata con avviso di ricevimento contenente copia dell’atto introduttivo del giudizio. Le strutture sanitarie e sociosanitarie e le imprese di assicurazione entro dieci – sessanta anche qui – giorni comunicano all’esercente la professione sanitaria, mediante posta elettronica certificata o lettera raccomandata con avviso di ricevimento, l’avvio di trattative stragiudiziali con il danneggiato, con invito a prendervi parte.
L’omissione, la tardività o l’incompletezza delle comunicazioni di cui al presente comma preclude l’ammissibilità delle azioni di rivalsa o di responsabilità amministrativa di cui all’articolo 9”, ciò perché il medico potrebbe decidere di intervenire nel processo ma senza dimenticare a tal riguardo la regola del litisconsorzio necessario[43] previsto dall’art. 12, comma 4, della stessa legge, soprattutto agli effetti del principio di cui all’art. 2909 c.c. in base al quale “L’accertamento contenuto nella sentenza passata in giudicato, fa stato a ogni effetto tra le parti, i loro eredi o aventi causa”. Ma come è possibile conoscere qual è la compagnia assicurativa della struttura? Hanno obbligo di pubblicazione di questo dato; e come faccio a sapere la compagnia di assicurazione dell’esercente? Obbligo non espressamente previsto ma se non si considerasse obbligato a comunicarlo è chiaro che verrebbe svuotato il senso della norma.
Prima di instaurare un giudizio in materia sanitaria è necessario (è quindi condizione di procedibilità, non di proponibilità)[44], per ridurre il fenomeno della medicina difensiva ed il contenzioso, espletare un tentativo di conciliazione (si veda l’art. 8, Legge Gelli-Bianco), è fatta comunque salva la possibilità di esperire il procedimento di mediazione[45] (non della negoziazione). È curioso segnalare che l’alternativa della mediazione è stata inserita alla fine del processo legislativo di riforma.
Si potrebbe credere che il legislatore ha inserito la previsione della mediazione a seguito di pressioni da parte degli organismi di mediazione; o, volendo dargli credito, sostenere che questo istituto sia più utile anche in altri casi che non richiedono l’espletamento di un ATP con intervento del consulente tecnico (vedi i casi di consenso informato). Questo tentativo di conciliazione avviene dunque tramite uno strumento già previsto dall’art. 696 bis c.p.c. (ma questo potrebbe portare ad ammettere tanti ricorsi ex art. 696 bis che molti giudici ritengono invece inammissibili: ci si chiede quindi quale effetto deflattivo si ha nella pratica, anche se pare ormai giurisprudenza consolidata che il rigetto in rito per improcedibilità dovrebbe sopraggiungere nel solo caso in cui non sia mai stato depositato il ricorso ex art. 696 bis c.p.c.[46]).
Venendo poi al rilievo della improcedibilità della domanda a causa del mancato esperimento dell’ATP, come in materia di mediazione, anche per questo l’improcedibilità deve essere eccepita dal convenuto oppure rilevata d’ufficio dal giudice, a pena di decadenza, non oltre la prima udienza. Deve ritenersi che il rilievo officioso sia obbligatorio e non facoltativo poiché la disposizione prescrive che l’improcedibilità “deve essere […] rilevata d’ufficio”, e non quindi evitabile anche qualora vi fosse istanza di tutte le parti che devono almeno tentare la via della conciliazione, e che esso sia da compiere quando il giudice pone alle parti le questioni rilevabili d’ufficio ex art. 183, comma quarto, c.p.c., e dunque prima della concessione dei termini ex art. 183 comma 6, c.p.c.
Riguardo alla scelta del consulente rileva innanzitutto che deve nominarsi un collegio (non più un singolo, perché si ricordi che prima si è sempre avuto il compito di nominare unicamente uno specialista ovvero un medico legale, ma ora invece si ha l’obbligo di nominarli entrambi)[47]: secondo l’art. 15 Legge Gelli-Bianco dunque nei procedimenti civili e penali aventi ad oggetto la responsabilità sanitaria l’autorità giudiziaria affida l’espletamento della consulenza tecnica e della perizia a un medico specializzato in medicina legale e a uno o più specialisti nella disciplina che abbiano specifica e pratica conoscenza di quanto oggetto del procedimento, avendo cura che i soggetti da nominare, scelti tra gli iscritti negli albi di cui ai commi 2 e 3, non siano in posizione di conflitto di interessi nello specifico procedimento o in altri connessi e che i consulenti tecnici d’ufficio da nominare nell’ambito del procedimento di cui all’art. 8, comma 1 (conciliazione di cui all’art. 696 bis c.p.c.), siano in possesso di adeguate e comprovate competenze nell’ambito della conciliazione acquisite anche mediante specifici percorsi formativi (si deve però mettere in condizione il giudice di sapere di queste comprovazioni); l’incarico è conferito al collegio e, nella determinazione del compenso globale, non si applica l’aumento del 40 percento (invece nei casi ordinari, quando si fa riferimento ad un collegio, regolarmente questo aumento spetta) per ciascuno degli altri componenti del collegio previsto dall’art. 53 T.U. n. 115/2002 (si badi che si hanno difficoltà a trovare medici che accettino l’incarico, anche perché è difficile che si mettano “contro” la struttura o la assicurazione).
Il comma 7 dello stesso articolo prevede che tale Fondo opera in tre casi, facendo comunque salvo il diritto di regresso nei confronti del responsabile del sinistro: i) quando il danno risulti di importo superiore rispetto ai massimali di polizza stipulati dalla struttura sanitaria o sociosanitaria pubblica o privata ovvero dell’esercente la professione sanitaria; ii) quando la struttura o l’esercente risultino assicurati presso una compagnia di assicurazione che si trovi in stato di insolvenza o di liquidazione coatta amministrativa o vi venga posta successivamente; iii) quando la struttura o l’esercente la professione sanitaria siano sprovvisti di copertura assicurativa per recesso dell’assicurazione o per sopravvenuta inesistenza o cancellazione dall’albo di questa. Novità particolare deve essere riconosciuta al punto i) in quanto una analoga previsione, importantissima ai fini dell’effettività della piena tutela risarcitoria, non è prevista neanche per il Fondo delle vittime della strada: il Fondo in commento interviene quindi anche in presenza di copertura assicurativa[48].
Un apposito regolamento del Ministro della Salute, come previsto dal comma 2, dovrà disciplinare in dettaglio anche la misura e le modalità di versamento del contributo e le forme di intervento del fondo.
[1] Art. 11, comma 1, disp. prel. c.c.: “La legge non dispone che per l’avvenire: essa non ha effetto retroattivo”.
[2] Si veda l’art. 2, comma 4, c.p. secondo cui “Se la legge del tempo in cui fu commesso il reato e le posteriori sono diverse, si applica quella le cui disposizioni sono più favorevoli al reo, salvo che sia stata pronunciata sentenza irrevocabile”.
[3] Fonte Commissione parlamentare d’inchiesta sugli errori sanitari e dati aggiornati al 2015.
[4] Basti leggere la Relazione del 7 Novembre 2011 del Consiglio regionale della Calabria dove è espresso “Il Difensore civico fu istituito con la Legge Regionale 16 gennaio 1985, n. 4 portante il titolo “Istituzione del difensore civico presso la Regione Calabria”. Tuttavia la nostra Regione, pur avendo previsto tale figura istituzionale, non ha mai provveduto alla relativa nomina”.
[5] Cass. Civ., Sez. III, sentenza del 7 ottobre 2013, n. 22822.
[6] M. L. Missiaggia, La responsabilità sanitaria, guida operativa alla riforma Gelli (L. 8 marzo 2017, n. 24), LaTribuna, p. 14.
[7] Cass. Pen., Sez. IV, sentenza del 29 ottobre 2015, n. 4468.
[8] Cass. Pen., Sez. IV, sentenza del 22 novembre 2013, n. 46753.
[9] Piras, Imperitia sine culpa non datur. A proposito del nuovo art. 590 sexies c.p., in www.penalecontemporaneo.it, 1 marzo 2017; Poli, Il ddl Gelli-Bianco: verso un’ennesima occasione persa di adeguamento della responsabilità penale del medico ai principi costituzionali?, ibidem, 20 febbraio 2017.
[10] Camaiani, Legge Gelli-Bianco: i nuovi confini della colpa per imperizia, in http://www.salvisjuribus.it.
[11] Art. 1225 c.c.:”Se l’inadempimento o il ritardo non dipende da dolo del debitore, il risarcimento è limitato al danno che poteva prevedersi nel tempo in cui è sorta l’obbligazione”.
[12] R. De Matteis, La responsabilità medica. Un sottosistema della responsabilità civile, 1995, Torino.
[13] sul concetto di “imperizia perita” cfr. Todeschini, Approvata la nuova legge sulla responsabilità medica: cosa cambia rispetto alla “Balduzzi”, in Quotidiano giuridico, Ipsoa, 1 marzo 2017.
[14] Vedi art. 43 c.p.
[15] Stefania Tirella, La riforma Gelli è legge. Ecco come cambia la responsabilità medica, in Cammino diritto, 28 febbraio 2017.
[16] Caletti-Mattheudakis, Una prima lettura della legge Gelli-Banco nella prospettiva del diritto penale, in Dir. pen. cont., 9 marzo 2017.
[17] Cass. Pen. Sez. IV, sentenza del 19 ottobre 2017, n. 50078.
[18] Valeria Zeppilli, in Responsabilità medica: la Cassazione chiarisce la portata dell’art. 590-sexies c.p., www.studiocataldi.it.
[19] si veda che già dagli anni ’70 la Cassazione considerava appunto che “la responsabilità di un ente ospedaliero… è di natura contrattuale, poiché l’ente, obbligandosi ad eseguire le prestazioni, ha concluso col paziente un contratto d’opera intellettuale” (Cass. Sez. III, n. 6141 del 21 dicembre 1978).
[20] Tra le tante si veda Cass. 26 gennaio 2006, n. 1698, in Danno e resp., 2006, 953 ss., con le puntuali annotazioni di R. Breda, Responsabilità del medico e della struttura sanitaria.
[21] Cass., SS.UU., 1° luglio 2002, n. 9556, in Nuova giur. civ. comm., 2003, 689 ss., con nota di L. Favilli, La risarcibilità del danno morale da lesioni del congiunto: l’intervento dirimente delle Sezioni Unite. Cass., SS.UU., 11 gennaio 2008, n. 577, in Danno e resp., 2008, 788-792, con nota di G. Vinciguerra, Nuovi assetti della responsabilità medica.
[22] Cass. Civ., sentenze nn. 13066/04; 571/05; 2042/05; 1698/06; 23918/06; 13953/07.
[23] Cass. Civ., Sez. III, n. 18610 del 22 settembre 2015.
[24] Sulla impossibilità di qualificare comunque come contratto ogni fattispecie invocando la responsabilità ex articolo 1218 c.c., pur considerando che è altresì vero che lo schema normativo di cui all’art, 2043 c.c. rappresenta un “vestito” estremamente corto per il professionista sanitario cfr. L. Viola, La nuova responsabilità sanitaria (L. 8.3.2017, n. 24, Disposizioni in materia di sicurezza delle cure e della persona assistita, nonché in materia di responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie, in G.U. 17.3.2017, n. 64), Centro Studi Diritto Avanzato Edizioni, Milano, 2017).
[25] Mengoni, Il diritto vivente come categoria ermeneutica, in Ermeneutica e dogmatica giuridica, Milano, 1996; Id., voce “Diritto vivente”, in Dig., disc. priv., sez. civ., VI, Torino, 1990, p. 445 e ss. e già Zagrebelski, La dottrina costituzionale del diritto vivente, in Giur. cost., 1986, I, p. 1148.
[26] Cass. n. 577/2008; Cass. n. 581/2008. Per un’articolata ricostruzione v. Santise, La responsabilità medica tra contatto sociale e responsabilità del “passante” e del “nessuno”. L’incidenza della legge n. 189/2012, in Coordinate ermeneutiche di diritto civile, Torino, 2015, p. 115 e ss.
[27] Cass. Civ., sentenza del 17 aprile 2014, n. 8940; R. Breda, Tutela della salute, responsabilità e scelte legislative: un primo approccio alla riforma tra novità conferme e problematiche interpretative nella prospettiva civilistica, in La valutazione della colpa medica e la sua tutela assicurativa, 2012, 79; Trib. Brindisi 18 luglio 2014, in www.ilcaso.it; Trib. Perugia 3 marzo 2014, in Sistema Leggi d’Italia; Trib. Monza 23 febbraio 2016, in Sistema Leggi d’Italia.
[28] C. Guerriero, Il disegno di legge Gelli cambia i connotati della responsabilità medica, in www.iurisprudentia.it, 1, nota 2; G. Buffone, L’equilibrio precario della responsabilità medica sotto il pendolo di Foucault introdotto dalla legge 189/0212, in La valutazione della colpa medica e la sua tutela assicurativa, San Marino, 2012, 22 ss.
[29] Cass. Sez. III, n. 15993 del 21 luglio 2011.
[30] Cass. Civ., Sez. III, n. 975 del 16 gennaio 2009.
[31] Cass. Civ., Sez. III, n. 20904 del 12 settembre 2013.
[32] F. Busoni, L’onere della prova nella responsabilità del professionista, Milano, 2011, 97 ss. e 133 ss.
[33] R. De Matteis, op. cit., 2008, 620 ss. In senso parzialmente difforme E. Serani, Le cure inutili e la responsabilità del medico: quando la speranza è fonte di danno, in Riv. it. med. leg., 2011, 1693 ss.
[34] M. Gazzara, op. cit., 1011.
[35] A. Nicolussi, op. cit., 871 ss.
[36] Cass. Civ., Sez. III, n. 12516 del 17 giugno 2016.
[37] M. L. Missiaggia, La responsabilità sanitaria, Guida operativa alla riforma Gelli (L. 8 marzo 2017, n. 24), LaTribuna.
[38] Cfr. ex multis, Cass. Civ., Sez. III, 22 marzo 2013, 7273.
[39] Ove è previsto che“Con decreto del Presidente della Repubblica, previa deliberazione del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro della salute, di concerto con il Ministro dello sviluppo economico, con il Ministro del lavoro e delle politiche sociali e con il Ministro della giustizia, si provvede alla predisposizione di una specifica tabella unica su tutto il territorio della Repubblica”.
[40] D. Seminara, Danno non patrimoniale: primo SI’ alle nuove tabelle. Il ddl approda in Senato, www.studioseminara.it.
[41] Cass. Pen., Sez. IV, sentenza del 16 gennaio 2013, n. 16237.
[42] In effetti potrebbe benissimo osservarsi come il termine di dieci giorni sia eccessivamente breve, soprattutto se rapportato alla finalità della stessa comunicazione. Vedi C. Chiappinelli, A. Iadecola, in Guida alle nuove norme sulle responsabilità sanitarie, Commento alla legge 8 marzo 2017, n. 24, G. Carpani, G. Fares (a cura di), p. 217 e ss.
[43] Si veda anche l’art. 102 c.p.c.:“Se la decisione non può pronunciarsi che in confronto di più parti, queste debbono agire o essere convenute nello stesso processo. Se questo è promosso da alcune o contro alcune soltanto di esse, il giudice ordina l’integrazione del contraddittorio in un termine perentorio da lui stabilito”.
[44] U. Corea, I profili processuali della nuova legge sulla responsabilità medica: note a prima lettura, http://www.judicium.it
[45] Sulla legittimità costituzionale di tali condizioni di procedibilità, qualora si ritenne l’esistenza di un contrasto con l’art. 24 cost., si vedano Corte cost. sentenze nn. 214/1974; 568/1989; 276/2000; 29/2001 e, per ulteriori riferimenti B. Capponi, A. Storto, Commento agli artt. 24, 25 e 111 cost., in Codice di procedura civile commentato, diretto da C. Consolo, Ipsoa, Milano, 2013, p. 13 e ss.
[46] A. Arseni, ATP a fini conciliativi ex art.696 Bis c.p.c.: ammissibilità ed efficacia probatoria (Trib. Napoli 5.12.16 ed altre), www.personaedanno.it.
[47] Secondo Olivieri, Prime impressioni sui profili processuali della responsabilità sanitaria, www.judicium.it , 20 giugno 2017, la previsione non sembra inderogabile, non essendo stabilita alcuna nullità, e potendo il giudice, quantomeno nei casi meno complessi, nominare un solo perito.
[48] M. L. Missiaggia, in La responsabilità sanitaria, guida operativa alla riforma Gelli (L. 8 marzo 2017, n. 24), LaTribuna, p. 50.
di Muia' Pier Paolo 29 maggio 2020
di Concas Alessandra 4 luglio 2020