Source: https://canestrinilex.com/risorse/detenere-fumetti-pedoporno-e-reato-cass/
Timestamp: 2019-03-21 07:26:02+00:00
Document Index: 171794976

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 600', 'sentenza ', 'art. 600', 'art. 4', 'art. 600', 'art. 600', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

sez. III Penale, sentenza 13 gennaio – 9 maggio 2017, n. 22265
1. Con sentenza dell’11 marzo 2014, il G.I.P. del Tribunale di Brescia aveva condannato Z.B. , all’esito di giudizio abbreviato, alla pena di otto mesi di reclusione ed Euro 2.000,00 di multa (pena sospesa), ritenendolo responsabile del reato di cui all’art. 600 quater i c.p., perché, utilizzando il programma emule, consapevolmente, si procurava e deteneva circa 95.000 immagini di pornografia virtuale, realizzate utilizzando immagini raffiguranti soggetti minori degli anni 18, con l’aggravante di aver detenuto un’ingente quantità di materiale pedo-pornografico, fatto commesso in (omissis) . Nella sentenza veniva dato atto del rinvenimento nelle unità di memoria del computer dell’imputato di numerosissimi files (valutati quale quantitativo ingente) contenenti - come il giudice di primo grado aveva ritenuto dimostrato dalla consulenza tecnica in atti - immagini di pornografia virtuale (nella foggia di disegni o rappresentazioni fumettistiche) che ritraevano "soggetti chiaramente minorenni (molti di loro in tenera età) intenti a subire pratiche ed atti sessuali che si dimostrano, in svariati casi, abiette e raccapriccianti (vi si ritraggono bambine denudate con le mani legate da lacci che le trattengono mentre vengono costrette a compiere od a subire penetrazioni ed altri atti sessuali)".
1. Il ricorso è fondato. Va premesso che la nozione di pedopornografia è stata introdotta nel codice penale in adempimento degli obblighi contenuti in strumenti internazionali ratificati dall’Italia, in primis con la legge L. 3 agosto 1998 n. 269, "Norme contro lo sfruttamento della prostituzione, della pornografia, del turismo sessuale in danno dei minori, quali nuove forme di riduzione in schiavitù" che ha inserito le fattispecie degli artt. 600 ter e 600 quater c.p. nella sezione I del codice penale, tra i reati contro la personalità individuale. Successivamente con la legge 6 febbraio 2006, n.38, recante disposizioni in materia di lotta contro lo sfruttamento sessuale dei bambini e la pedopornografia anche a mezzo internet, in attuazione di quanto previsto dalla decisione quadro 2004/68/GAI del Consiglio dell’Unione europea del 22 dicembre 2003, relativa alla lotta contro lo sfruttamento sessuale dei bambini e la pornografia infantile, sostituita in seguito dalla Direttiva 2011/92/UE del 13 dicembre 2011, le disposizioni sono state modificate ed è stato inserito anche il reato di cui il presente ricorso si occupa.
3. Ciò in quanto tale nozione doveva essere rinvenuta nel contenuto del Protocollo Opzionale alla Convenzione sui diritti dell’infanzia, sulla vendita dei bambini, la prostituzione e la pornografia rappresentante bambini, stipulato a New York il 6 settembre 2000, e ratificato dall’Italia con L. 11 marzo 2002, n. 46, laddove si intendeva per pornografia minorile "qualsiasi rappresentazione, con qualsiasi mezzo, di un bambino dedito ad attività sessuali esplicite, concrete o simulate, o qualsiasi rappresentazione degli organi sessuali a fini soprattutto sessuali", definizione che era stata del resto ribadita nella decisione quadro del Consiglio dell’Unione Europea n. 2004/68/GAI, relativa alla lotta contro lo sfruttamento sessuale dei bambini e la pornografia infantile, secondo la quale si intendeva per "bambino" una persona d’età inferiore ai diciotto anni, e per "pornografia infantile" un materiale che ritrae o rappresenta visivamente: 1) "un bambino reale implicato o coinvolto in una condotta sessualmente esplicita, fra cui l’esibizione lasciva dei genitali o dell’area pubica"; 2) "una persona reale che sembra essere un bambino, implicata o coinvolta nella suddetta condotta"; 3) "immagini realistiche di un bambino inesistente implicato o coinvolto nella suddetta condotta" Entrambe le definizioni quindi sottolineavano due elementi essenziali della pornografia: la rappresentazione di una figura umana e l’atteggiamento sessuale della figura rappresentata.
6. Va rilevato, innanzitutto che l’art. 600 quater.1 è stato introdotto nel codice penale con l’art. 4 della menzionata legge n.38 del 2006, in completamento del quadro di tutela penale contro la pedopornografia costituito dalle disposizioni incriminatrici di cui agli artt. 600 ter (pornografia minorile) e 600 quater (detenzione di materiale pedopornografico), quadro di penalizzazione che si estende perciò alla c.d. pedo-pornografia virtuale, della quale viene formulata la seguente definizione: "Le disposizioni di cui agli articoli 600 ter e 600 quater si applicano anche quando il materiale pornografico rappresenta immagini virtuali realizzate utilizzando immagini di minori degli anni diciotto o parti di esse, ma la pena è diminuita di un terzo. Per immagini virtuali si intendono immagini realizzate con tecniche di elaborazione grafica non associate in tutto o in parte a situazioni reali, la cui qualità di rappresentazione fa apparire come vere situazioni non reali".
7. Sviluppando un’interpretazione omnicomprensiva della fattispecie imposta dallo strumento giuridico internazionale dapprima, e poi da quello europeo, è stata data alle fattispecie incriminatrici delle condotte di pedopornografia un’ampia interpretazione. Infatti si è ritenuto che il bene protetto non debba essere considerato necessariamente, ed in via esclusiva, la libertà sessuale del soggetto minore di età concretamente rappresentato e, quindi, individuato (seppure non necessariamente identificato con le generalità), da qualificare quale persona offesa; si è invece inclusa nella nozione di persona offesa dai reati in questione "i bambini e/o le bambine", da intendersi quale categoria di persone destinatarie della tutela rafforzata della intimità sessuale, incluso il rispetto delle diverse fasi del loro sviluppo fisico e psicologico, da intendere come comprensivo dello sviluppo della loro sessualità.
8. Pertanto è stata ritenuta superflua qualunque verifica circa il fatto che la condotta di rappresentazione pedopornografica avesse offeso i minori specificamente coinvolti nella rappresentazione, ossia risultasse concretamente diretta a "danneggiare" la loro libertà sessuale o personalità, ovvero che vi fosse stato un pericolo concreto per la personalità e sviluppo del minore rappresentato, essendo stata considerata dal legislatore la diffusione e la detenzione del materiale rappresentativo di minori implicati in attività a carattere sessuale - purché qualificato dal giudice di merito pedopornografico considerate condotte concretamente pericolose per i minori, in quanto volte a diffondere ed alimentare l’attrazione per manifestazioni di sessualità rivolte al coinvolgimento di minori, ossia di persone che, a cagione della loro minore età, non hanno - non solo per il nostro ordinamento, ma per la comunità internazionale, quella maturità psicologica necessaria ad esprimere un valido consenso né alle attività sessuali in esse rappresentate ed ancor meno a tali rappresentazioni.
9. Non risulta quindi corretto interpretare la disposizione sulla pedopornografia virtuale - come nella parte motiva della decisione qui impugnata - nel senso che quando la pedopornografia venga realizzata senza l’utilizzazione di "minori reali" non sussisterebbe alcun concreto pericolo per la personalità e lo sviluppo del "minore", atteso che, come sopra evidenziato, il bene giuridico tutelato non è costituito unicamente dalla libertà sessuale del bambino le cui sembianze siano state impresse nella fotografia o siano state riprese nel filmato (e quindi non vi sarebbe stata alcuna offesa, costituita dal concreto pericolo per lo sviluppo della personalità individuale di quel minore implicato nell’attività sessuale rappresentata). Quello specifico minorenne, infatti, è vittima di reati ben più gravi, che ledono addirittura, anziché mettere solo in pericolo, tali beni giuridici: reati posti in essere mediante la c.d. "fisicità" dell’attività sessuale svolta in tali rappresentazioni, dei quali le immagini od i filmati costituiscono una semplice documentazione aggiuntiva, prodotta dal suo autore non già per un inconscio desiderio di fornire una prova confessoria delle proprie malefatte, ma, per l’appunto, per alimentare la propria e/o l’altrui soddisfazione nel mostrare la preda minorenne dell’attività sessuale, ovvero nel rappresentare la possibilità di porre in essere tale attività, quasi fosse una "normale" estrinsecazione delle pulsioni sessuali degli adulti.
11. La fattispecie oggetto del caso in esame (l’art. 600 quater 1 c.p.) ha reso ancor più evidente l’allontanamento del delitto in oggetto da ogni stretta correlazione con una determinata persona offesa, già evidenziata in precedenza in riferimento al concetto di materiale pornografico. Ma certamente tale disposizione deve essere interpretata anche tenendo conto della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla criminalità informatica, fatta a Budapest il 23 novembre 2001, ratificata dall’Italia con la legge 18 marzo 2008, n. 48, contenente norme di adeguamento interno, che non ha apportato alcuna modifica alla fattispecie incriminatrice in esame, proprio perché la criminalizzazione già vigente della condotta di pedopornografia virtuale è stata valutata dal legislatore italiano "in compliance" con gli obblighi di incriminazione imposti dalla sottoscrizione dello strumento giuridico internazionale.
12. Proprio nel Rapporto esplicativo della Cyber Crime Convention è stata sottolineata la necessità di imporre agli Stati la criminalizzazione del possesso e distribuzione di immagini "realistiche", ossia che rappresentino un minore impegnato in atteggiamenti sessuali espliciti, in quanto tali immagini possono essere utilizzate per sedurre dei soggetti minori od invitarli a partecipare ad attività sessuali. Inoltre è stata anche chiarita la ragione della severità con la quale deve essere perseguita ogni condotta di "pedopornografia telematica" in considerazione dell’incremento dell’uso dello scambio di files e del commercio elettronico ("It is widely believed that such materia and on-linepractices, such as the exchange of ídeas, fantasies and advice among paedophiles, play a role in supporting, encouraging or facilitatíng sexual offences against children". In particolare al punto 101 del rapporto esplicativo viene chiarito il significato del termine "materiale pedopornografico" che può comprendere in alternativa: a) la rappresentazione di un abuso sessuale di un minore reale, ovvero b) l’immagine pornografica rappresentante una persona che appaia essere un minore impegnato in attività sessuali esplicite, ovvero c) le immagini che, sebbene realistiche non coinvolgono un minore realmente impegnato in attività sessuali esplicite. Tale ultimo scenario include immagini che sono alterate, come "such as morphed images of natura persons", od anche generate per intero dal computer. L’interesse tutelato nelle tre situazioni è diverso: nella prima, si tratta di protezione contro l’abuso di minore; nelle seconda e terza, il focus afferisce più direttamente alla protezione contro un comportamento che, seppure non abbia necessariamente offeso uno specifico minore (quello riprodotto nel materiale pedopornografico, che potrebbe anche essere "non reale") potrebbe essere usato "to encourage or seduce children into participating in such acts, and hence form part of a subculture favouring child abuse".
13. Dalla lettura degli strumenti internazionali vincolanti per l’Italia e da quanto indicato nella disposizione in esame, risulta perciò evidente che la pedopornografia virtuale è realizzata senza impiegare di bambini reali - a prescindere da un rudimentale od avanzato impiego di fotomontaggi in fotografie o filmati - utilizzando la tecnologia digitale per lo sviluppo di immagini, tratte sia da soggetti reali - riprodotti con sviluppo in cartoon od immagini digitali (a mò di caricatura o di creazione di figure digitali in grado di suggerire la reale esistenza di persone che possano assomigliare ad esse) ed altresì diffondendo ovvero "scaricando" tali prodotti video od immagine, attraverso il web, sul proprio hardware od altro supporto informatico idoneo a contenere dati. La nozione di immagine del minore impegnato in attività sessuali comprende quindi non solo la riproduzione reale dello stesso in una situazione di "fisicità pornografica", ma anche disegni, pitture, e tutto ciò che sia idoneo a dare allo spettatore l’idea che l’oggetto della rappresentazione pornografica sia un minore. Si tratta, dunque, di riproduzioni artificiali, che, sebbene realistiche, sono il puro frutto della tecnologia grafica e della fantasia sessuale dell’autore.
14. Non è sostenibile che si possa avere effettiva lesività della condotta solo se le immagini virtuali siano state create utilizzando altre immagini concernenti situazioni reali. D’altra parte nel comma 1 il legislatore ha fatto riferimento all’uso di immagini di minori senza specificare il carattere "reale" ossia riproduttivo di una situazione reale, delle stesse. Seguendo tale indirizzo interpretativo si dovrebbe criminalizzare unicamente la documentazione fotografica o video di atti sessuali commessi su minorenne o alla presenza dello stesso, per i quali esistono già le fattispecie di cui agli artt. 600 ter e quater c.p. prima menzionati.
16. Di conseguenza, qualunque interpretazione volta ad escludere la rilevanza penale delle condotte di detenzione (ed ancor più di diffusione) di tale materiale in forza della considerazione che non risultino rappresentati soggetti "realmente esistenti", risulta, nella sostanza, interpretazione abrogatrice e contra legem della stessa fattispecie penale, che ha equiparato la pedopornografia virtuale, alla pedopornografia su supporto cartaceo. Il momento discriminante non sta, quindi, nella elaborazione sofisticata di immagini di carattere tridimensionale, ma nel fatto che l’elaborazione grafica effettuata, evochi la rappresentazione di situazioni reali, ossia di atteggiamenti sessuali che offrono lo svolgimento di attività sessuali nelle quali i bambini sono ridotti al rango di meri oggetti sessuali, di giocattoli sessuali con i quali e sui quali, compiere atti a valenza sessuale.
17. Per tale ragione non si può allora escludere l’applicabilità dell’art. 600 quateri c.p. alle rappresentazioni fumettistiche, dal momento che vi possono essere - come sembra emergere dalla lettura della sentenza di condanna di primo grado nel caso di specie - anche nei fumetti - soprattutto quando tali comics siano ottenute con tecnologia digitale di alta qualità - immagini la cui qualità di rappresentazione faccia apparire come vere situazioni, ed attività sessuali implicanti minori, che non hanno avuto alcuna corrispondenza con fatti della realtà. Questo deve essere infatti, a parere di questo Collegio, il significato da attribuire alla nozione di immagine virtuale pedopornografica, di cui al comma 2 della disposizione: la qualità di rappresentazione deve essere tale da far apparire come accadute o realizzabili nella realtà e quindi "vere", ovvero verosimili, situazioni non reali, ossia frutto di immaginazione di attività sessuali coinvolgenti bambini/e.
18. In sintesi: è contrario alla disposizione del codice penale escludere la sussistenza del fatto ascritto, come deciso con la sentenza impugnata, solo perché le immagini ed i filmati contenuti nei files in sequestro rappresentavano soggetti minori "di fantasia", ritenendo per ciò solo esclusa ogni riferibilità, seppure apparente, ad una situazione rappresentativa di accadimenti reali, pertanto la sentenza deve essere annullata con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Brescia per nuovo giudizio.