Source: http://danilorota.blogspot.com/2013/05/
Timestamp: 2018-02-18 21:53:21+00:00
Document Index: 81223527

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 9', 'art. 9', 'sentenza ']

Fermate il mondo: maggio 2013
L'altroieri, accogliendo un'idea proposta dai lettori, il sito internet de "il Fatto Quotidiano" ha aperto un blog riservato a tutti gli abbonati del giornale e ai sostenitori del sito web, i quali potranno inviare i propri scritti. Quelli giudicati più interessanti dal direttore del sito Peter Gomez e dalla redazione verranno pubblicati.
Essendo io (orgogliosamente) abbonato al "Fatto" da prima che uscisse in edicola, ho subito inviato alcuni post tratti dal mio blog personale.
Ebbene, oggi ne hanno pubblicato uno, da me scritto nel novembre scorso.
E' il mio secondo scritto che viene pubblicato sul fattoquotidiano.it (ne ho già parlato tre mesi fa).
Sono sempre più emozionato e orgoglioso.
Insomma, super soddisFatto.
Pubblicato da Danilo Rota a 21:21 Nessun commento:
Quella che segue è la storia di due donne: una è sottoposta a intervento di aborto farmacologico, l'altra è in servizio di guardia medica.
E' la notte tra il 24 e il 25 maggio 2007, quando nel reparto di ostetricia e ginecologia del presidio ospedaliero di San Vito al Tagliamento (Pordenone) viene eseguito l'aborto, indotto per via farmacologica. Successivamente, inizia la fase espulsiva (il secondamento), durante la quale i possibili rischi di emorragia sorti preoccupano l'ostetrica, che richiede l'intervento alla dottoressa di guardia. Questa però si rifiuta categoricamente di visitare e assistere la paziente, in quanto obiettrice di coscienza. Mette subito in chiaro che non si sarebbe mai occupata dell'aborto terapeutico della paziente, rifiutandosi persino di entrare in sala parto.
- 1 anno di interdizione dall'esercizio della professione medica;
Sia il Tribunale di Pordenone (sentenza del 6 novembre 2009), sia la Corte d'appello di Trieste (sentenza del 21 dicembre 2012), sia infine la Cassazione (sezione VI penale, sentenza 2 aprile 2013, n.14979) hanno stabilito che la dottoressa non potesse invocare il diritto di obiezione di coscienza. Infatti secondo l'art. 9 della legge 194/78, l'obiezione di coscienza esonera il medico solo dal "compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l'interruzione della gravidanza, e non dall'assistenza antecedente e conseguente all'intervento".
Pertanto il medico non può invocare l'obiezione di coscienza nè per l'assistenza precedente, nè per quella successiva all'intervento abortivo, quest'ultima particolarmente utile per evitare possibili rischi per le condizioni cliniche e di salute della donna. Deve, pertanto, intervenire: il medico obiettore ha il diritto di rifiutare di determinare l'aborto (chirurgicamente o farmacologicamente), ma non quello di omettere di prestare assistenza prima o dopo i fatti causativi dell'aborto, poichè deve comunque assicurare la tutela della salute e della vita della donna, anche nel corso dell'intervento di interruzione della gravidanza.
Insomma, il diritto di obiezione di coscienza non esonera il medico dall'intervenire durante l'intero procedimento di interruzione di gravidanza, poichè tale diritto trova il suo limite nella tutela della salute della donna. Ciò è dimostrato dal fatto che sempre l'art. 9 della legge 194/78 esclude il ricorso all'obiezione di coscienza quando l'intervento del medico sia "indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo". In tal caso, l'intervento del medico obiettore riguarda sì la fase "specificamente diretta a interrompere la gravidanza", ma il diritto dell'obiettore affievolisce - fino a scomparire - di fronte al diritto della donna in imminente pericolo a ricevere le cure per tutelare la propria vita e la propria salute.
Nella vicenda sopra descritta, la dottoressa si è invece rifiutata di prestare la più volte richiesta assistenza alla donna quando questa si trovava in una fase successiva all'intervento abortivo (precedentemente eseguito da un altro medico), quindi non in una fase "diretta a determinare l'interruzione della gravidanza". Motivo per cui il fatto che la paziente non si trovasse in imminente pericolo di vita non giustifica il comportamento della dottoressa.
Peraltro, essendosi trattato di aborto farmacologico, la guardia medica avrebbe potuto invocare l'esonero da obiezione di coscienza solo durante la predisposizione e la somministrazione dei farmaci abortivi (ovvero "le procedure e attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l'interruzione"); per il resto - cioè per tutte le fasi conseguenti all'intervento - la dottoressa era obbligata a intervenire per assicurare cura e assistenza alla paziente.
La dottoressa non solo ha agito con dolo (fin dalla sua entrata in servizio di guardia medica ha precisato che non si sarebbe mai occupata dell’interruzione terapeutica di gravidanza della paziente, anche dopo gli ordini del primario e del direttore amministrativo), ma in malafede. Infatti ella possiede quelle competenze professionali necessarie per rendere impensabile la buona fede o l'ignoranza della legge n. 194/78, che conosce di certo, se non altro perchè ha scelto di esercitare un diritto (l'obiezione di coscienza) previsto proprio da quella legge e perchè ha continuato - senza giustificazione alcuna - a rifiutare di assistere la paziente nonostante le richieste e le spiegazioni a lei esposte dal primario e dal direttore amministrativo.
In fondo, se un medico esercita il diritto di obiezione di coscienza, si deve presupporre sia pienamente consapevole dei limiti entro cui possa esercitarlo. Almeno in teoria.
Ecco perchè le parole messe nero su bianco dalla Cassazione nella sentenza sopra citata dovrebbero essere scolpite in tutti gli ospedali italiani, fungendo da ammonimento per tutti quei medici e infermieri che - da veri fanatici religiosi - invocano a sproposito l'obiezione di coscienza, violando la legge e i diritti delle donne:
“In sostanza, la legge tutela il diritto di obiezione entro lo stretto limite delle attività mediche dirette all’interruzione della gravidanza, esaurite le quali il medico obiettore non può opporre alcun rifiuto dal prestare assistenza alla donna. D'altra parte, il diritto all'aborto è stato riconosciuto come ricompreso nella sfera di autodeterminazione della donna e se l'obiettore di coscienza può legittimamente rifiutarsi di intervenire nel rendere concreto tale diritto, tuttavia non può rifiutarsi di intervenire per garantire il diritto alla salute della donna, non solo nella fase conseguente all'intervento di interruzione della gravidanza, ma in tutti i casi in cui vi sia un imminente pericolo di vita”.
Pubblicato da Danilo Rota a 19:41 2 commenti:
Etichette: Aborto, Diritti, Salute
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