Source: http://www.edscuola.eu/wordpress/?p=110003
Timestamp: 2019-05-21 06:42:26+00:00
Document Index: 74560360

Matched Legal Cases: ['art. 16', 'art. 11', 'art 15', 'art.3', 'art 7', 'art. 3', 'art. 12']

La presente per richiedere chiarimenti e delucidazioni in merito ai criteri corretti per la non ammissione all’esame di alunno con disabilita’ L.104/92 comma 3.
1. E’ presente un totale e completo accordo di tutto il Consiglio di Classe e del DS in merito alla non ammissione per consentire la ripetizione della classe terza della Scuola Sec.I grado.
2. Totale e completo accordo da parte della famiglia dell’alunno sempre a tale proposito espresso nel gruppo integrato.
3. Parere favorevole sempre espresso a verbale nei gruppi integrati dell’associazione che ha in cura il percorso riabilitativo dell’alunno. Parere espresso dal Dottore di riferimento e responsabile dell’associazione.
Il problema e’ sorto in merito alla procedura corretta da seguire da parte della Scuola.
Quesito 1. E’ possibile, viste tutte le premesse sopra, non ammettere all’esame di terza l’alunno in sede di scrutinio con tutte le votazioni piu’ che sufficienti? Pertanto addurre a motivazione solo il mancato raggiungimento di obiettivi in riferimento al PEI relativi all’autonomia personale (es. mancata consapevolezza del pericolo ecc.) all’asse affettivo-relazionale, sociale, ?
Il Consiglio di Classe sembra essere attualmente su questa linea, citata nel quesito 1: non ammettere all’esame lasciando tutte le valutazioni sufficienti ed addurre motivazioni solo riconducibili al PEI relative agli assi di cui sopra. Relazionando anche in merito al parere favorevole della famiglia e dei medici espresso nel Gruppo integrato per la non ammissione all’esame.
Quesito 2 Il mio dubbio come docente di sostegno e’ se questo sia davvero possibile e se si’ in base a quali riferimenti normativi?
Quesito 3 Se si procede in tale modo l’USR puo’ in seguito procedere e dichiarare non idonea la ripetizione della classe terza? E chiedere alla scuola di proseguire nella Sec.II grado dove e’attualmente preiscritto l’alunno? Se cosi’ fosse la famiglia potrebbe davvero ricorrerere per restare in terza media.
Quesito 4 In sede di scrutinio con voto di consiglio e’ possibile cambiare alcune valutazioni (una o piu’ discipline : in base ai criteri di ammissione all’esame votati dal nostro Collegio dei docenti) ed inserire alcuni 5 (insufficienze). Il CDC puo’ esprimere una sola insufficienza per non ammettere all’esame? E sempre citare l’accordo con famiglia e equipe medica?
Qual e’ la procedura corretta in base al D.lsg 62/2017 e successive note? Gentilmente quali sono i precisi riferimenti normativi riguardanti la non ammissione all’esame di alunno con disabilita’ con comma 3 ?
Si vorrebbero evitare eventuali ricorsi successivi con un dispendio di tempo, risorse, energia da parte della famiglia con la quale la scuola ha lavorato in rete in modo positivo e sereno sempre.
Esattamente vorrei una delucidazione chiara e precisa anche come insegnante di sostegno sulla documentazione da produrre (ovviamente PEI, verbali GLHO, PDF, relazione finale) e su quale sia la procedura corretta in sede di scrutinio.
Si precisa che la responsabilità unica della “ammissione” o della “non ammissione” di un alunno alla classe successiva o agli esami di Stato è in capo esclusivamente al Consiglio di classe, anche se questi dovesse attivarsi per raccogliere “pareri” che non solo non possono essere richiesti, ma non sono vincolanti e non possono costituire presupposto formalmente valido per le decisioni assunte (che sono e restano solo dei docenti del Consiglio di classe).La valutazione dell’alunno con disabilità, nella scuola secondaria di primo grado, è riferita al PEI che, come stabilisce l’art. 16, comma 2, della legge n.104/92, deve essere formulato sulla base delle effettive capacità dell’alunno e non dei programmi ministeriali; pertanto, a fronte di evidenti progressi rispetto ai livelli iniziali di apprendimento, egli deve essere promosso alla classe successiva. Nel caso esposto, questo aspetto appare ben puntualizzato: lo studente ha conseguito valutazioni più che positive, dimostrando di aver raggiunto gli obiettivi del suo PEI e, di conseguenza, deve essere ammesso, essendo in classe terza, all’esame di Stato conclusivo del primo ciclo di istruzione. Se come Consiglio di Classe, per impedirne la promozione, pensate di modificare i voti in sede di scrutinio, sappiate che con tale azione commettereste un falso in atto pubblico. Si tratta di un illecito grave, che non trova giustificazione neppure se sostenuto, come lei scrive, da persone terze, non appartenenti al Consiglio di classe. Dovete quindi ammettere lo studente all’esame di Stato. Anche nel caso in cui lo studente dovesse non presentarsi all’esame di Stato, dovete tener presente quanto stabilito dall’art. 11 del D.lgs. 62/17: a coloro che non si presentano all’esame di Stato deve essere rilasciato un Attestato coi crediti formativi e quindi ammesso alla frequenza della secondaria di secondo grado. Nel caso in cui pensaste di non ammettere comunque lo studente, dovete assumervi la responsabilità di questa decisione senza alterare le valutazioni (che sono riportate in strumenti formali come i registri, e quindi non modificabili) e senza giustificare tale scelta celandovi dietro suggerimenti di altri. In sintesi la corretta procedura da seguire è di promuovere lo studente, ammettendolo all’esame di Stato, proprio perché egli ha raggiunto positivamente gli obiettivi fissati, come risulta dai documenti ufficiali prodotti dal Consiglio di Classe.
Sono un’insegnante di sostegno di un istituto di istruzione superiore. Avrei bisogno di chiarimenti in merito all’esame finale di uno studente H che per tutti e 5 gli anni ha seguito una programmazione differenziata non riconducibile agli obiettivi minimi. Io ho cominciato a seguirlo solo quest’anno. Si è deciso insieme alla famiglia di fargli sostenere il solo esame orale che verterà sulle esperienze di alternanza scuola lavoro, che ha effettivamente svolto nel corso dell’anno. Ora ci si pone il problema della valutazione e quindi della predisposizione di una griglia di valutazione ad hoc. Io pensavo, su suggerimento di altri insegnanti di sostegno con maggiore esperienza, di calcolare il massimo della valutazione dell’orale in 60esimi, essendo il valore massimo dei crediti scolastici pari a 40. Secondo lei può andare bene?
Altra domanda: i crediti scolastici vengono calcolati in base alla media dei voti del 3, 4 e 5 anno scolastico. Mi è venuto però il dubbio che il ragazzo in questione nel corso degli anni passati non sia stato sempre valutato in tutte le materie perchè, essendo un H grave, è difficile valutarlo a volte. Qualche insegnante dice di non avere elementi… Qualora manchi qualche valutazione, la media si calcola solo sulle materie valutate? Poi qualche insegnante di sostegno ritiene che gli studenti che seguono una differenziata vanno valutati sempre e comunque su tutte le discipline: non si può non valutare. È vero?
Per gli studenti con disabilità, indipendentemente dalla gravità, la valutazione, per il suo carattere formativo ed educativo e per l’azione di stimolo che esercita nei confronti dello stesso alunno, “deve sempre e comunque aver luogo”. Il Consiglio di classe, sulla scorta del PEI, esamina gli elementi di giudizio che ciascun docente, incaricato su posto disciplinare, fornisce in merito ai livelli di apprendimento raggiunti (anche attraverso attività di integrazione e di sostegno), verificando i risultati complessivi rispetto agli obiettivi riportati nel PEI stesso (OM 90/2001). Forse attribuire 60 punti per una sola prova può essere eccessivo; sulla base dei crediti formativi documentati, e considerato il percorso triennale (tenga presente che lo studente non può essere penalizzato perché nei precedenti anni il Consiglio di classe ha omesso di esprimere una o più valutazioni!), con riferimento a quanto effettivamente presente nella documentazione dello studente, potreste assegnare da 20 a 25 punti per il colloquio e da 35 a 40 punti per il credito scolastico. Potreste eventualmente valutare i 5 punti che la Commissione può attribuire per l’impegno profuso nel percorso scolastico (punteggio riconosciuto agli studenti meritevoli).
Sono un insegnante di scuola primaria. Vorrei porre un quesito sulla sostituzione di colleghi assenti. Quando si assenta un insegnante e in altra classe sono presenti due colleghi uno su posto comune e uno su posto di sostegno, il collega su posto comune può essere chiamato a svolgere la supplenza?
Nessun docente che sia in orario dovrebbe essere distolto dal suo incarico, così come affermano le Linee Guida del 4 agosto 2009 (“La presenza nella scuola dell’insegnante assegnato alle attività di sostegno si concreta quindi, nei limiti delle disposizioni di legge e degli accordi contrattuali in materia, attraverso la sua funzione di coordinamento della rete delle attività previste per l’effettivo raggiungimento dell’integrazione”). Quindi il docente di sostegno non può essere utilizzato per supplire il collega che supplisce un altro insegnante assente. La situazione deve riguardare solo il primo giorno di assenza, perché a partire dal secondo il Dirigente scolastico è tenuto a nominare un supplente.
Sono un insegnante di sostegno in una scuola secondaria di secondo grado. Un paio di anni addietro, ho seguito un Suo seminario di aggiornamento sulla Normativa riferita agli alunni diversamente abili, che hanno sempre seguito una programmazione differenziata, con particolare attenzione agli esami di stato. In quella occasione, mi sembra si sia ribadito, che un ragazzo diversamente abile che segue da sempre una programmazione differenziata (L. 104, comma 1 e 3), non possa in nessun caso non promosso agli Esami di Stato. La pregherei tanto se mi potrebbe venire in aiuto, chiarendomi in dettaglio questa mia lacuna, indicandomi anche la relativa Normativa di riferimento.
L’alunno con PEI differenziato non deve raggiungere gli obiettivi dei programmi ministeriali, ma quelli indicati nel suo PEI; gli obiettivi contenuti nel PEI, peraltro, possono essere adattati alle sue capacità in ogni momento. Pertanto, siccome lo studente raggiungerà sicuramente gli obiettivi che sono stati descritti nel suo PEI, egli non può essere bocciato e deve quindi ricevere l’attestato. La norma è l’art 15 dell’O.M. n. 90/01, che prevede il rilascio dell’attestato agli alunni per i quali è stato adottato un PEI differenziato.
Sono la mamma di un ragazzo autistico che ha l. 104 art.3 comma 3. Quest’ anno è iscritto al 5 anno dell’ istituto agrario. Per motivi di salute ( crisi comportamentali , enuresi e varia sintomatologia su cui si stanno effettuando accertamenti) da inizio marzo ha frequentato la scuola solo per tre giorni. Chiedo alla scuola di poterlo bocciare e fargli ripetere questo ultimo anno per poter raggiungere gli obiettivi del PEI , considerato che è sempre stato motivato alla frequenza scolastica e che aveva iniziato l’ anno scolastico in modo brillante mentre adesso ha perso tutte le routine e non c’è stato modo di prepararlo alla fine del percorso scolastico. La Npi dell’ Asl ha espresso parere positivo. L’ insegnante di sostegno chiede come impostare la relazione perché il consiglio di classe si esprima con parere positivo alla bocciatura.
È sufficiente dimostrare che l’alunno non ha frequentato per motivi di salute e che non è stato possibile al Consiglio di classe valutare i suoi apprendimenti, come stabilito dall’art 7 comma 14 del DPR n. 122/09.
Sono un’insegnante di sostegno da più di dieci anni, specializzata e a tempo ind. In questi ultimi quattro anni ho lavorato con un bambino affetto da ADHD al quale però è stato sempre possibile seguire la programmazione di classe fin dall’inizio. Ho sempre redatto il PEI e ho combattutto per quattro anni con le mie colleghe per far capire loro che il bambino deve essere valutato pensando ai suoi limiti e ai suoi grandi passi in avanti. Il mio lavoro per i primi tre anni è stato quello di sedermi ad un lato della classe e fare silenzio. Non ho potuto mai partecipare ad una lezione e non ho mai potuto programmare attività diverse per il bambino. Sono anche musicoterapeuta e ho provato per due anni di seguito a chiedere alle mie colleghe di permettermi di fare musica, facendo uno scambio (la collega mi avrebbe coperto per un’ora) e io avrei insegnato ai bambini musica, mantenendo un’integrazione del bambino con la classe. Loro mi hanno risposto che io sono importante solo qualora il bambino scoppi e non si riesca a contenere, cosa che in quattro anni ancora non è mai successo. Negli ultimi due anni mi sto specializzando in un Modello musicoterapico di terapia non-verbale Benenzon e a maggio diventerò tecnico. Grazie a quello modello sono riuscita a comunicare con il bambino in maniera differente. In classe, non essendomi permesso di dire una parola, ho lavorato sulla comunicazione non-verbale che ha affinato in lui moltissimo la sua sensibilità. Ho lavorato in sordina, però questo tipo di lavoro frustrante mi ha stancata. Ho lavorato su me stessa e sulla mia pazienza, non sono mai stata irrispettosa nei confronti dei miei colleghi ma quest’anno ho avuto la possibilità di chiedere il passaggio dal Sostegno alla scuola curricolare e ho fatto domanda. Mi sto documentando sulla legislazione scritta a tutela (diritti e doveri) della figura dell’insegnante di sostegno, ma finora non ho trovato molti articoli attendibili. Avrei intenzione, dopo il mio passaggio, di continuare a lavorare per il Sostegno, cercando di aiutare a far risalire questa figura che sta diventando essa stessa elemento di disabilità nelle Scuole. Si parla nella legislazione di integrazione della disabilità sia di alunni con legge 104 che alunni BES e DSA, ma dell’integrazione dell’insegnante di Sostegno non se ne parla (almeno io ancora non sono riuscita a trovare nulla). Siamo figure preziose, sia con la specializzazione che senza (la formazione è importante, ma se deve creare figure sterili allora è meglio la passione per questo lavoro), il nostro lavoro scende nelle difficoltà, risveglia in noi nuove strategie di risoluzione dei problemi e ogni giorno non seguiamo una programmazione fissa perché con bambini con disturbo del comportamento c’è continuamente imprevedibilità. Quello che non viene minimamente menzionato è che spesso diventiamo sostegno dei nostri colleghi, diventiamo mediatori tra loro e il bambino. Eppure la nostra integrazione rimane misera e vige questa forma di gerarchia che rasenta alle volte una vera e propria forma di bullismo, se non addirittura di mobbing. Nel novembre dell’anno scorso è capitato che il bambino fosse assente per malattia e io in classe vengo completamente buttata fuori, perché la mia collega si rivolge a me dicendomi “se hai qualcosa da fare vai pure, tanto qui io non ho bisogno, tanto …..non c’è”. Sono andata dalla referente di plesso a chiederle se potevo essere utile, vista l’assenza dell’alunno e lei mi ha risposto “prima ho visto quella bambina che stava poco bene, forse deve vomitare, vai ad accompagnarla in bagno” e poi mi ha riso in faccia…. Angherie di questo genere dovrebbero essere eliminate in un ambiente che si elegge a voler essere formatore di essere umani che saranno la nuova generazione. Perciò vorrei tanto chiedervi se avete dei siti da indicarmi che possano fare più luce su questa questione perché non vanno bene le cose così. Ho provato a parlare con altre colleghe di sostegno, non specializzate e mi hanno confidato la loro frustrazione e la loro sensazione di nullità in classe e questa continua sensazione (che alla fine è realtà) di essere cacciate dalla loro classe e di non poter mettere bocca altro che per il bambino che seguono. Quando ho provato a chiedere loro se volessero partecipare a raccogliere delle testimonianze per provare a cambiare le sorti, mi hanno risposto ” non vedo l’ora di fare il passaggio…allora sì che farò quello che voglio con la mia classe e poi se capiterà un’insegnante di sostegno la butterò fuori come hanno fatto con me”. Ho letto, nei siti finora visti, molte volte la parola “contitolarità” ma dov’è? Molti mi hanno detto che rischio di fare una battaglia contro i mulini a vento, invece io penso che forse in tutta Italia esisteranno dei Movimenti che stanno lavorando per salvare questa figura professionale così poco riconosciuta. Vorrei proprio lavorare insieme a questi gruppi per favorire il sostegno.
Il docente per le attività di sostegno è assegnato alla classe in cui è iscritto un alunno con disabilità. È una figura che, professionalmente, ha gli stessi compiti e le stesse competenze dei colleghi, così come stabilito e fissato nel Contratto collettivo nazionale di lavoro. Fra i compiti dei docenti vi è quello di favorire il processo di integrazione di “tutti gli alunni della classe” (tutti, non uno soltanto, altrimenti viene meno il senso stesso della scelta inclusiva della scuola italiana), garantendo a ciascun alunno il successo formativo; per questo, tutti gli insegnanti, tanto quello/i incaricato/i su posto di sostegno quanto quelli incaricati su posto disciplinare o su posto comune, devono lavorare con unitarietà d’intenti fra loro e in sinergia con la famiglia e con i servizi, predisponendo, insieme, i documenti previsti (dal profilo dinamico funzionale all’annuale piano educativo individualizzato). Il docente che lavora da solo, che predispone PEI da solo, che esclude dalle sue scelte quelle dei colleghi, difficilmente può favorire l’attuarsi del processo inclusivo. È necessario, infatti, dialogare insieme e, sempre insieme, creare le condizioni migliori, a vantaggio di tutti gli alunni della classe, mediando e collaborando. E qui entrano in gioco la professionalità del docente specializzato e le sue competenze, non solo psico-pedagogico-didattiche e tecnologiche, come prevede il contratto, ma anche empatiche, oltre a quelle che riguardano la capacità di lavorare in team. Abbiamo letto attentamente quanto da lei scritto e vorremmo soffermarci su un episodio da lei riportato. Quando uno dei colleghi invita il docente di sostegno a uscire dall’aula, perché l’alunno con disabilità è assente, e il docente interpellato acconsente, allora si creano le condizioni di mancata collaborazione, fermo restando che viene meno anche l’impegno contrattuale: il docente è in servizio, in base al suo orario, nella classe alla quale è stato assegnato, salvo diverse disposizioni del capo d’Istituto. Ma se lo stesso docente di sostegno percepisce la sua inutilità, in che modo il collega può riconoscergli una professionalità che neppure egli avverte?Se il docente di sostegno resta fermo al margine della classe e non prova ad entrare in relazione con gli alunni e con i colleghi, in che modo pensa di promuovere l’inclusione? Egli stesso fornisce di sé l’idea dell’insegnante “riservato a un solo alunno”. Sappiamo che non è facile, sappiamo che nella scuola le difficoltà talora sembrano impossibili da affrontare, ma siamo anche consapevoli che una professionalità competente, frutto di una formazione teorica in costante dialogo con l’esperienza quotidiana, costituisca uno dei fondamentali presupposti affinché l’inclusione “degli alunni e delle alunne” si realizzi.
Purtroppo al termine delle iscrizioni, tenendo conto delle precedenze dovute alle stesse, ci siamo ritrovati con questa situazione: Scuola Primaria 85 alunni iscritti 8 dei quali in situazione di gravità (art. 3 c.3 della L. 104). Il Ds, a nostro parere correttamente ha chiesto l’autorizzazione di cinque classi. Il competente USP ha autorizzato invece solo quattro di esse sulla base delle seguenti considerazioni: non più di 20 alunni in classi con alunni disabili, per cui 3 alunni disabili in due classi da 20, due alunni nella terza classe e i 25 alunni residui a formare la quarta prima. E’ corretto . Forse da un punto di vista matematico, ma gestire 3 alunni disabili gravi, con riconosciuti problemi comportamentali, con incroci di docenti di sostegno e educatori, forse lo sarà un pò meno. Si può far qualcosa?
Il DPR 81/2009, in effetti, stabilisce che le classi in cui sono iscritti alunni con disabilità siano costituite da non più di 20 alunni, con la possibilità di un aumento, in percentuale, pari al 10% (22 alunni massimo); quella stessa norma ha abrogato il numero di alunni con disabilità per classe, consentendo l’iscrizione, nella stessa, di più alunni con disabilità. Se l’UST ha autorizzato solamente quattro classi, a fronte delle cinque richieste, in ciascuna classe vanno inseriti due alunni con disabilità, dato che, come avete specificato, sono otto in totale gli alunni iscritti. La possibilità di vedere assegnata una classe in più potrebbe determinarsi unicamente a fronte di un ricorso inoltrato dai genitori degli alunni delle classi prime (possibilmente tutti, non solamente i genitori degli alunni con disabilità).
Sono la mamma di una bambina con sdd che frequenta la scuola primaria, Nel plesso era stata adibita una piccola stanza per lei e un altro bambino in alcuni momenti in cui l’inclusione non era possibile, ora questa stanza è stata adibita ad altro. Mi chiedevo se esiste una legge che dà diritto ai bambini con difficoltà all’interno del plesso di una stanza per le loro esigenze.
Quanto da lei descritto si configura come una “classe differenziale di fatto”, ossia quel tipo di organizzazione che è stata abolita dalla legge 517 del 1977. Anche le Linee Guida del MIUR, emanate il 4 agosto 2009, sottolineano che sono contrarie alle disposizioni della legge 104/92 “la costituzione di laboratori che accolgano più alunni con disabilità per quote orarie anche minime e per prolungati e reiterati periodi dell’anno scolastico” (si possono definire laboratori, attività integrate, individualizzate, cioè possono essere chiamate con nomi differenti, ma nella sostanza trattasi di attività riservate solo a più alunni con disabilità, ossia quella “classi differenziali” che, come già detto, la norma ha abolito). Se gli insegnanti ritengono che per l’alunno siano necessari interventi individualizzati, questi devono verificarsi nel rapporto 1:1 (docente – alunno) oppure possono essere organizzate anche attività in piccolo gruppo (gruppo costituito da alunni della stessa classe con capacità differenti, che viene definito “gruppo eterogeneo”). Pertanto le suggeriamo di far presente quanto sopra scritto tanto ai docenti quanto al Dirigente, in modo che situazioni come quella da lei descritta, contrarie alla normativa sull’integrazione scolastica, non abbiano più a verificarsi.
Vorrei sapere se la normativa scolastica italiana si è espressa in riferimento alla presenza in classi di scuola superiore di alunni disabili adulti con disabilità intellettiva di grado moderato che abbiano deciso di intraprendere un percorso di riabilitazione e rieducazione sfruttando l’unico canale presente nel proprio territorio, appunto la scuola.
Il provveditorato potrebbe sospendere la permanenza nella classe ordinaria e giornaliera, pretendendo di spostare l’alunno disabile al serale in virtù della sua età?
Ci sono riferimenti giuridici in materia?
Il percorso quinquennale di scuola secondaria di secondo grado si conclude, in media, dopo il compimento del diciottesimo anno di età. Pertanto, se lo studente si è iscritto alla Prima Classe della scuola secondaria di secondo grado, iscrizione effettuata prima del compimento del diciottesimo anno di età, egli ha diritto di concludere il percorso diurno, fino alla classe quinta, esattamente come i suoi compagni. Se invece si tratta di acquisizione di un secondo diploma, allora lo studente deve frequentare il corso serale o comunque il corso per adulti. Analogamente nel caso in cui gli studi siano stati interrotti ed ora, trascorsi alcuni anni, egli desidera riprenderli: in questo caso l’unica possibilità legale è quella dei corsi per adulti, in genere erogati in orario serale.
Sono insegnante di sostegno dell’infanzia, vorrei sapere se è possibile la permanenza nella scuola dell’Infanzia di un bambino autistico con ritardo cognitivo medio-grave per 2 anni scolastici.
Non può essere una diagnosi la motivazione che induce a decidere del futuro di un bambino, né, come afferma la legge 104/92, la condizione di disabilità (art. 12). Peraltro la norma fissa l’obbligo scolastico al compimento del sesto anno di età: vincolo che comprende tutti i bambini e le bambine, siano esse con disabilità o senza. Il trattenimento alla scuola dell’infanzia, limitato ad un anno scolastico e non oltre, è da considerarsi quale condizione eccezionale e viene autorizzato dal dirigente scolastico in via straordinaria, valutando attentamente situazioni motivate e adeguatamente documentate. Appare evidente che la sua richiesta non trova legittimazione dal punto di vista normativo, come del resto non trova fondamenta in motivazioni pedagogiche e, ancor meno, culturali.