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Timestamp: 2020-08-15 14:51:11+00:00
Document Index: 67807108

Matched Legal Cases: ['art. 2086', 'art. 12', 'art. 13', 'art. 2086', 'art. 14', 'art. 2086', 'art. 16', 'art. 18', 'art. 19', 'art. 20', 'art. 21', 'art. 24', 'art. 375', 'art. 2086']

Gli strumenti di allerta nel Nuovo Codice della Crisi di Impresa di Paolo Borrelli – Avvocato – Prof24
Gli strumenti di allerta nel Nuovo Codice della Crisi di Impresa di Paolo Borrelli – Avvocato
Data articolo Aprile 4, 2020
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Gli strumenti di allerta.
Costituiscono strumenti di allerta gli obblighi di segnalazione posti a carico di determinate categorie di soggetti finalizzati, unitamente agli obblighi organizzativi posti a carico dell’imprenditore dal codice civile (art. 2086 c.c.), alla tempestiva rilevazione degli indizi di crisi dell’impresa ed alla sollecita adozione delle misure più idonee alla sua composizione (al fine di accelerare al massimo, il salvataggio dell’impresa, laddove possibile oppure la sua fuoriuscita dal Sistema).
Questa è la definizione stessa contenuta nel Decreto Legislativo del 12 gennaio 2019, n. 14, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 14 febbraio 2019 e che entrerà in vigore il 14 agosto 2020, che ha dato vita al Codice della Crisi d’Impresa.
Andrà così in “pensione” la vecchia Legge Fallimentare del 1942 che, nonostante sia nata in un periodo molto delicato per la storia del Nostro Paese, è stata in grado di sostenerne l’economia, con qualche riforma, per quasi ottant’anni.
Solo negli ultimi anni le molteplici modifiche normative intervenute proprio in materia di strumenti di composizione della crisi, hanno progressivamente eroso la sistematicità dell’intero impianto del 1942.
Il Regio Decreto Legge, n. 267 era impiantato sulla graduazione dei creditori in: creditori chirografari, creditori prelatizi e creditori di massa, con la previsione di due requisiti: il c.d. requisito soggettivo, e quello oggettivo. Pertanto colui che esercitava un’attività imprenditoriale commerciale (requisito soggettivo) e che si trova in stato di insolvenza (requisito oggettivo) poteva essere dichiarato fallito.
Il Codice della Crisi di Impresa conserva la tipologia e la struttura delle procedure di insolvenza esistenti ma introduce, per la prima volta nel nostro ordinamento, il concetto di “procedura di allerta” sul presupposto che l’emersione anticipata della crisi d’impresa possa aiutare il mercato nel suo complesso.
A parere di chi scrive, si sono perse molte occasioni nell’adozione del nuovo codice della crisi d’impresa per fare scelte innovative e volte ad accelerare il sistema. Ad esempio, resta debole nel nuovo impianto normativo, pur se introdotta, la valutazione sulle postergrazione del credito erariale in caso di mancata segnalazione.
Prendiamo confidenza con gli altri concetti ed i termini inseriti dalla Nuova Norma.
I soggetti (art. 12 del Codice della Crisi D’Impresa).
La norma individua espressamente i soggetti esclusi e tra quelli, inclusi, assoggettati alle nuove norme, vi sono, finalmente, anche gli imprenditori agricoli e le imprese di piccole dimensioni.
Gli strumenti di allerta si applicano ai debitori che svolgono attività imprenditoriale, escluse le grandi imprese, i gruppi di imprese di rilevante dimensione, le società con azioni quotate in mercati regolamentati, o diffuse fra il pubblico in misura rilevante secondo i criteri stabiliti dal Regolamento della Consob concernente la disciplina degli emittenti.
Sono altresì escluse dall’applicazione degli strumenti di allerta:
a) le banche, le società capogruppo di banche e le società componenti il gruppo bancario;
b) gli intermediari finanziari iscritti nell’albo di cui all’articolo 106 del decreto legislativo 1° settembre 1993, n.385;
c) gli istituti di moneta elettronica e gli istituti di pagamento;
d) le società di intermediazione mobiliare, le società di gestione del risparmio, le società di investimento a capitale variabile e fisso, le società capogruppo di società di intermediazione mobiliare e le società componenti il gruppo;
e) i fondi comuni di investimento, le succursali di imprese di investimento e di gestori esteri di fondi di investimento alternativi; i depositari centrali;
f) le fondazioni bancarie di cui al decreto legislativo 17 maggio 1999, n. 153;
g) la Cassa depositi e prestiti di cui al decreto-legge 30 settembre 2003, n. 269, convertito con modificazioni dalla legge 24 novembre 2003, n. 326;
h) i fondi pensione;
i) le imprese di assicurazione e riassicurazione di cui al codice delle assicurazioni private, di cui al decreto legislativo 7 settembre 2005, n. 209;
l) le società fiduciarie.
Insomma, restano sostanzialmente fermi principi già propri del sistema escludendo quei soggetti che sono già sottoposti a controlli “rafforzati”.
Gli indicatori della crisi (art. 13 del Codice della Crisi D’Impresa).
Costituiscono indicatori di crisi gli squilibri di carattere reddituale, patrimoniale o finanziario, rapportati alle specifiche caratteristiche dell’impresa e dell’attività imprenditoriale svolta dal debitore, tenuto conto della data di costituzione e di inizio dell’attività.
Gli indicatori della crisi dovranno essere rilevati attraverso appositi indici che diano evidenza della sostenibilità dei debiti per almeno i sei mesi successivi e delle prospettive di continuità aziendale per l’esercizio in corso o, quando la durata residua dell’esercizio al momento della valutazione è inferiore a sei mesi, per i sei mesi successivi.
Sono indici significativi oltre a quanto detto in precedenza, quelli che misurano:
la sostenibilità degli oneri dell’indebitamento con i flussi di cassa che l’impresa e’ in grado di generare;
l’adeguatezza dei mezzi propri rispetto a quelli di terzi;
i ritardi nei pagamenti reiterati e significativi.
Spetterà al Consiglio nazionale dei dottori commercialisti ed esperti contabili, tenuto conto delle migliori prassi nazionali ed internazionali, elaborare con cadenza almeno triennale, in riferimento ad ogni tipologia di attività economica, gli indici che, valutati unitariamente, fanno ragionevolmente presumere la sussistenza di uno stato di crisi dell’impresa.
Consiglio nazionale che già è all’opera con apposita tavolo di lavoro e con l’Informativa n.45/2019 del 15 maggio 2019, il CNDCEC ha sottoscritto un protocollo d’intesa per elaborare gli indicatori della crisi d’impresa con una società che ha già realizzato un importante studio per il Ministero Della Giustizia.
E’ stata realizzata un’analisi empirica su tutti i bilanci depositati dalle società di capitali, finalizzata a dare evidenza quantitativa del numero di imprese che potrebbero essere coinvolte in procedure di allerta.
In tale analisi è stato ritenuto significativo completare l’analisi utilizzando un indice di liquidità primaria ossia il current ratio, al fine di valutare la solvibilità aziendale.
La ricerca ha individuato dei valori soglia al di sotto dei quali si entra in default. Tali soglie sono state determinate analizzando i bilanci relativi esercizi 2016 e 20017 di ben 936.999 imprese.
Emerge che sarebbero segnalate ben 516 mila società.
Con percentuali elevatissime per le società fino a 500.000 euro di fatturato, dove l’utilizzo di soglie di allerta uniformi può alimentare i falsi positivi che sembrano fortemente penalizzate dall’introduzione di questa norma, e anche dell’adeguamento alle modifiche codicistiche intervenute (adeguato assetto organizzativo ex art. 2086 c.c.)
La segnalazione (art. 14 e 15 del Codice della Crisi D’Impresa).
La segnalazione dello stato di crisi assume rilievo fondamentale nel nuovo percorso.
Abbiamo due tipi di soggetti tenuti alla segnalazione, che sono:
Gli organi di controllo societari, il revisore contabile e la società di revisione;
L’Agenzia delle entrate, l’Istituto nazionale della previdenza sociale e l’agente della riscossione.
La segnalazione deve essere motivata, fatta per iscritto, a mezzo posta elettronica certificata o comunque con mezzi che assicurino la prova dell’avvenuta ricezione.
Essa deve contenere la fissazione di un congruo termine, non superiore a trenta giorni, entro il quale l’organo amministrativo deve riferire in ordine alle soluzioni individuate e alle iniziative intraprese.
In caso di omessa o inadeguata risposta, ovvero di mancata adozione nei successivi sessanta giorni delle misure ritenute necessarie per superare lo stato di crisi, i soggetti tenuti alla segnalazione informano senza indugio l’OCRI, fornendo ogni elemento utile per le relative determinazioni, anche in deroga al disposto dell’articolo 2407, primo comma, del codice civile quanto all’obbligo di segretezza.
I soggetti tenuti alla segnalazione hanno l’obbligo, ciascuno nell’ambito delle proprie funzioni, di verificare che l’organo amministrativo valuti costantemente, assumendo le conseguenti idonee iniziative, se l’assetto organizzativo dell’impresa è adeguato, se sussiste l’equilibrio economico finanziario e quale e’ il prevedibile andamento della gestione, nonché di segnalare immediatamente allo stesso organo amministrativo l’esistenza di fondati indizi della crisi.
Nasce quindi per la prima volta l’obbligo per l’impresa di garantire un adeguato assetto organizzativo.
Obbligo inserito nell’art. 2086, comma secondo del codice civile e che introduce nell’ordinamento un concetto, congresso, innovativo ma certamente quasi impossibile da adottare per le piccole imprese, in mancanza di un tessuto imprenditoriale pronto a riceverlo.
Sono altresì previsti degli specifici importi che impongono ai soggetti di natura pubblicistica di procedere obbligatoriamente alla segnalazione, pena la perdita della prelazione ovvero del diritto agli aggi di riscossione.
OCRI – OCC (art. 16 e 17 del Codice della Crisi D’Impresa).
L’OCRI è organismo di composizione della crisi d’impresa, ha il compito di ricevere le segnalazioni di allerta e gestire la fase dell’allerta e, per le imprese diverse dalle imprese minori, la fase della composizione assistita della crisi che invece è gestita dall’OCC.
Gli Organismi di composizione assistita della crisi (OCRI) sono costituiti presso ciascuna Camera di commercio, industria, artigianato ed agricoltura ed ad essi è affidato il compito di:
ricevere le segnalazioni sui fondati indizi di crisi dell’impresa, così come comunicati dagli organi di controllo societario o dai creditori pubblici qualificati (Agenzia delle Entrate; INPS; Agente per la riscossione);
gestire la fase di allerta per tutte le imprese;
assistere l’imprenditore, su sua istanza, nel procedimento di composizione assistita della crisi per le imprese diverse da quelle minori (o imprese «sotto soglia»).
La competenza territoriale dell’OCRI è determinata sulla base della sede legale dell’impresa.
L’organismo opera tramite il referente, individuato nel segretario generale della camera di commercio, industria, artigianato e agricoltura, o un suo delegato.
L’OCRI nomina un Collegio composto da almeno tre esperti:
a) uno designato dal presidente della sezione specializzata in materia di impresa del tribunale avuto riguardo al luogo in cui si trova la sede dell’impresa, o da un suo delegato;
b) uno designato dal presidente della camera di commercio, industria, artigianato e agricoltura o da un suo delegato;
c) uno appartenente all’associazione rappresentativa del settore di riferimento del debitore, individuato dal referente, sentito il debitore, tra quelli iscritti nell’elenco trasmesso annualmente all’organismo dalle associazioni imprenditoriali di categoria; l’elenco contiene un congruo numero di esperti.
I soggetti che ne fanno parte devono essere dotati di adeguata professionalità e comunque tra i soggetti iscritti scelti tra quelli iscritti nell’Albo dei soggetti incaricati dall’autorità giudiziaria delle funzioni di gestione e di controllo nelle procedure di cui al codice della crisi e dell’insolvenza (avere almeno 4 procedure negli ultimi 4 anni e/o partecipare a specifici corsi di formazione).
Il debitore (art. 18 del Codice della Crisi D’Impresa).
Il debitore è soggetto a specifici obblighi normativi.
Esso deve essere sentito all’avvio della procedura.
Entro quindici giorni lavorativi dalla ricezione della segnalazione o dell’istanza del debitore, l’OCRI convoca il debitore nonché, quando si tratta di società dotata di organi di controllo, i componenti di questi ultimi, per l’audizione in via riservata e confidenziale.
Quindi per l’OCRI vi è l’obbligo di sentire il debitore e dovrà tener conto degli elementi da questo forniti nonché dei dati e delle informazioni assunte.
Se ritiene che non sussista la crisi o che si tratti di imprenditore al quale non si applicano gli strumenti di allerta, dispone l’archiviazione delle segnalazioni ricevute.
Viene inoltre prevista una clausola di salvaguardia per gli imprenditori che hanno crediti nei confronti di pubbliche amministrazioni ovvero di crediti di imposta.
Il collegio dispone in ogni caso l’archiviazione quando l’organo di controllo societario, se esistente o, in sua mancanza, un professionista indipendente, attesta l’esistenza di crediti di imposta o di altri crediti verso pubbliche amministrazioni per i quali sono decorsi novanta giorni dalla messa in mora, per un ammontare complessivo che, portato in compensazione con i debiti, determina il mancato superamento delle soglie di cui all’articolo 15, comma 2, lettere a), b) e c).
Se invece il collegio nominato dall’OCRI rileva l’esistenza della crisi, individua con il debitore le possibili misure per porvi rimedio e fissa il termine entro il quale il debitore deve riferire sulla loro attuazione, avvisando gli autori della segnalazione.
La composizione della Crisi (art. 19 del Codice della Crisi D’Impresa).
Su istanza del debitore, formulata anche all’esito dell’audizione, il Collegio fissa un termine non superiore a tre mesi, prorogabile fino ad un massimo di ulteriori tre mesi solo in caso di positivi riscontri delle trattative, per la ricerca di una soluzione concordata della crisi dell’impresa, incaricando un relatore di seguire le trattative.
Il collegio procede nel più breve tempo possibile ad acquisire dal debitore, o su sua richiesta a predisporre, anche mediante suddivisione dei compiti tra i suoi componenti sulla base delle diverse competenze e professionalità, una relazione aggiornata sulla situazione patrimoniale, economica e finanziaria dell’impresa, nonché un elenco dei creditori e dei titolari di diritti reali o personali, con indicazione dei rispettivi crediti e delle eventuali cause di prelazione.
Quando il debitore dichiara che intende presentare domanda di omologazione di accordi di ristrutturazione dei debiti o di apertura del concordato preventivo, il collegio procede, su richiesta del debitore, ad attestare la veridicità dei dati aziendali.
L’accordo con i creditori deve avere forma scritta, è depositato presso l’organismo e non è estendibile a soggetti diversi da coloro che lo hanno sottoscritto.
L’accordo produce gli stessi effetti degli accordi che danno esecuzione al piano attestato di risanamento e, su richiesta del debitore e con il consenso dei creditori interessati, viene iscritto nel registro delle imprese.
Misure protettive (art. 20 del CCI).
Sul punto si deve porre grande attenzione.
Dopo l’audizione, il debitore che ha presentato istanza per la soluzione concordata della crisi può chiedere alla sezione specializzata in materia di imprese avuto riguardo al luogo in cui si trova la sede dell’impresa, le misure protettive necessarie per condurre a termine le trattative in corso.
Il Tribunale può sentire i soggetti che abbiano effettuato la segnalazione o il presidente del Collegio.
La durata iniziale delle misure protettive non può essere superiore a tre mesi e può essere prorogata anche più volte, su istanza del debitore, fino al termine massimo sei mesi e solo a condizione che siano stati compiuti progressi significativi nelle trattative tali da rendere probabile il raggiungimento dell’accordo.
Non è previsto alcun automatic stay.
Durante il procedimento di composizione assistita della crisi e fino alla sua conclusione, il debitore può chiedere al giudice competente che siano disposti:
il differimento degli obblighi previsti dagli articoli 2446, secondo e terzo comma, 2447, 2482-bis, quarto, quinto e sesto comma e 2482-ter del codice civile,
la non operatività della causa di scioglimento della società per riduzione o perdita del capitale sociale di cui agli articoli 2484, primo comma, n. 4), e 2545-duodecies del codice civile.
Le misure protettive possono essere revocate in ogni momento, anche d’ufficio, se risultano commessi atti di frode nei confronti dei creditori o se il collegio segnala al giudice competente che non è possibile addivenire a una soluzione concordata della crisi o che non vi sono significativi progressi nell’attuazione delle misure adottate per superare la crisi.
Conclusione del procedimento (art. 21 del CCI).
Se allo scadere del termine di sei mesi non e’ stato concluso un accordo con i creditori coinvolti e permane una situazione di crisi, il collegio, invita il debitore a presentare domanda di accesso ad una delle procedure previste dall’articolo 37 del CCI nel termine di trenta giorni (concordato e liquidazione giudiziale).
Chiaramente l’OCRI deve dare comunicazione della conclusione negativa del procedimento di composizione assistita della crisi.
Gli atti relativi al procedimento e i documenti prodotti o acquisiti nel corso dello stesso possono essere utilizzati unicamente nell’ambito della procedura di liquidazione giudiziale o di un procedimento penale.
Misure premiali (art. 24 e 25 del CCI).
Il debitore per accedere alle misure premiali deve proporre domanda di accesso ad una delle procedure regolate di composizione della crisi non oltre il termine di sei mesi, a decorrere da quando si verifica, alternativamente:
c) il superamento, nell’ultimo bilancio approvato, o comunque per oltre tre mesi, degli indici elaborati ai sensi dell’articolo 13, commi 2 e 3.
All’imprenditore che ha presentato all’OCRI istanza tempestiva e che ne ha seguito in buona fede le indicazioni, ovvero ha proposto tempestivamente ai sensi del medesimo articolo domanda di accesso a una delle procedure regolatrici della crisi o dell’insolvenza che non sia stata in seguito dichiarata inammissibile, sono riconosciuti i seguenti benefici, cumulabili tra loro:
b) le sanzioni tributarie per le quali è prevista l’applicazione in misura ridotta in caso di pagamento entro un determinato termine dalla comunicazione dell’ufficio che le irroga sono ridotte alla misura minima se il termine per il pagamento scade dopo la presentazione dell’istanza di cui all’articolo 19, comma 1, o della domanda di accesso ad una procedura di regolazione della crisi o dell’insolvenza;
d) la proroga del termine fissato dal giudice ai sensi dell’articolo 44 per il deposito della proposta di concordato preventivo o dell’accordo di ristrutturazione dei debiti è pari al doppio di quella che ordinariamente il giudice può concedere, se l’organismo di composizione della crisi non ha dato notizia di insolvenza al pubblico ministero ai sensi dell’articolo 22;
e) la proposta di concordato preventivo in continuità aziendale concorrente con quella da lui presentata non è ammissibile se il professionista incaricato attesta che la proposta del debitore assicura il soddisfacimento dei creditori chirografari in misura non inferiore al 20% dell’ammontare complessivo dei crediti.
Sono previsti altresì benefici di natura penale.
La lettura delle norme in commento ci permette di individuare alcuni punti di grave criticità della nuova normativa.
La procedura di allerta introduce un procedimento complesso con tempi ed obblighi stringenti e misure premiali molto deboli.
La nomina del Collegio apre diverse problematiche.
La prima preoccupazione che appare è questa: ce la faranno i Collegi a soddisfare le richieste che interverranno nei primi mesi dall’entrata in vigore dalla norma?
Le modalità individuate sono idonee e sufficienti a garantire che i Collegi che si formeranno saranno in grado di adempiere a quanto richiesto nei brevissimi termini concessi?
I Collegi avranno qualifiche e competenze necessarie, ma soprattuto avranno a disposizione tempo utile per portare avanti le trattative con i creditori?
Il set informativo previsto dalla norma ed acquisito nell’audizione del debitore sarà sufficiente?
Cosa accadrà se il debitore non fornirà tutte le informazioni necessarie a predisporre e comprendere se la società versa effettivamente in stato di crisi?
Perché il debitore non ha l’obbligo di essere assistito da un professionista che può aiutarlo nella predisposizione della documentazione necessaria?
Dovrebbe procedere da solo ad attuare le misure indicate dal Collegio?
La mancanza di qualsiasi automatismo sospensivo potrebbe aggravare ancora di più le posizioni ed affaticare il procedimento?
Si pongono al lettore alcune riflessioni.
Certamente la nuova norma ha avuto l’accortezza di individuare dei criteri di competenza per i soggetti che devono far parte dei Collegi.
Tale previsione, però, incontra un altro limite.
Vengono esclusi dal novero dei professionisti specializzati gli advisors che nel corso degli anni non hanno lavorato con i Tribunali (tenuto conto che il requisito è di avere quattro procedure concorsuali con nomina da parte del Tribunale).
In realtà la richiesta di velocità richiesta al Collegio è una competenza più vicina a quella di un advisor legale o finanziario che ad un Curatore.
Sono questi i professionisti il cui lavoro più si avvicina a quello che dovrebbe fare il Collegio.
L’aver infatti gestito un fallimento non garantisce nessuna competenza in tema di trattative con i creditori, in particolare quelli qualificati come le Banche e che appare il cardine essenziale di questa nuova procedura.
La grossa preoccupazione è che di fatto questi Collegi difficilmente potranno proporre una effettivo programma di risanamento nel breve termine a disposizione.
Poi quanti saranno i colleghi che saranno di fatto investiti in questo percorso?
Si stima che ci sono oltre 500.000 aziende che potranno andare in segnalazione soltanto nel primo anno di vigenza della norma.
Saranno sufficienti i Curatori Fallimentari? e se non lo sono i soggetti che avranno partecipato ai corsi di formazione saranno sufficientemente preparati?
Inoltre, la competenza del Tribunale delle Imprese potrebbe aggravare le modalità di accesso alla procedura, tenuto conto che si tratta di Tribunali non abituati a tale tipo di attività e non presenti in tutte le circoscrizioni territoriali.
Insomma, il nuovo CCI impone agli imprenditori ed ai professionisti un cambiamento di mentalità che in alcuni territori richiederà anni.
La previsione di imporre alle aziende l’adozione di un modello organizzativo, su attività spesso gestite su base familiare, non sarà facile ed oggi il livello di conoscenza appare insufficiente a far si che il ceto imprenditoriale acquisisca tale illuminato modo di pensare.
Gli studi commissionati dal Ministero di Giustizia fanno emergere che l’individuazione di indici predeterminati possa pesare moltissimo sulle imprese di piccole dimensioni; le stesse che difficilmente potranno prevedere un adeguato assetto organizzativo.
Ed infatti l’art. 375 del D.Lgs. 14/2019, ha già introdotto e messo in vigore dal 16 marzo 2019, ha il secondo comma dell’art. 2086 c.c.: “L’imprenditore, che operi in forma societaria o collettiva, ha il dovere di istituire un assetto organizzativo, amministrativo e contabile adeguato alla natura e alle dimensioni dell’impresa, anche in funzione della rilevazione tempestiva della crisi dell’impresa e della perdita della continuità aziendale, nonché di attivarsi senza indugio per l’adozione e l’attuazione di uno degli strumenti previsti dall’ordinamento per il superamento della crisi e il recupero della continuità aziendale”.
Ora è evidente che, l’introduzione di tale norma, pur se condivisibile, avrebbe dovuto trovare dei correttivi per le imprese di piccole dimensioni. Si pensi solo alle conseguenze che la mancata adozione di inadeguato assetto organizzativo potrà avere in sede di contestazione dei reati di bancarotta, in particolare in tutte le ipotesi di “fallimento” oggi “liquidazione giudiziale” delle piccole imprese.
Ed anche se l’obbligo civilistico sugli adeguati assetti organizzativi, amministrativi e contabili riguarda soltanto i soggetti societari è evidente che i soggetti coinvolti sono principalmente piccole società dove molto spesso è impossibile pensare, anche per i costi professionali connessi, ad un assetto organizzativo.
Interessantissimi sono gli sviluppi informatici per la creazione di sistemi di rilevazione della crisi di impresa attraverso app e/o vere e proprie piattaforme informatiche.
Probabilmente gli stessi programmi di contabilità dovranno esser “upgradati” con gli indici di crisi così rilevando immediatamente la presenza di segnali critici, così facilitando per le piccole impresela costruzione di un assetto organizzativo adeguato e funzionale alle necessità dei piccoli e medi imprenditori.
In mancanza di soluzioni intermedie ed economiche, come queste, è evidente che per le imprese di piccole dimensioni la costruzioni di un assetto organizzativo, è un onere insostenibile.
Resta infine la delusione per la scarsità e difficoltà di avere accesso ai sistemi premiali e la mancanza di una vera e propria politica di postergazione del creditore erariale in una fase così delicata della vita dell’impresa.
Con la riforma del diritto fallimentare, il legislatore avrebbe potuto introdurre con maggiore decisione delle misure premiali, vere, tali da incidere anche parzialmente sulla falcidiabilità dei tributi, e del regime prelatizio di tali crediti.
Infatti, si sarebbe potuto prevedere un collegamento tra i modelli predittivi della crisi d’impresa, volti ad individuare correttamente (e per tempo) l’aumento della probabilità di insolvenza ed un regime premiale vero, attraverso la previsione di una “rottamazione tributaria” ovvero con un regime di postergazione dei crediti erariali.
Una scelta di questo tipo potrebbe garantire la sopravvivenza di imprese in crisi e quindi garantire all’erario un maggior gettito complessivo. Infatti ogni volta che non si salva una impresa, non si salva un contribuente, con un danno per l’intero sistema economico.
Un sistema premiale di maggiore forza potrebbe essere una scelta di vera politica economica senza porsi in contrasto con il principio della indisponibilità della pretesa tributaria, laddove tale principio venisse ricondotto a caratteri e valutazioni di buon senso partendo dal presupposto che tale concetto non può estraniarsi dalla considerazione che l’idoneità soggettiva a pagare il tributo non può prescindere dalla disponibilità dei relativi mezzi economici.
È, infatti, questa disposizione, il nucleo essenziale di ogni presupposto di imposta.
La riduzione del debito fiscale collegata alla precoce emersione della crisi aziendale potrebbe, infatti, condurre ad una minore necessità di falcidia del debito fiscale in una successiva fase concorsuale, con un vantaggio per l’intera collettività.
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