Source: http://dirittiefrontiere.blogspot.com/2014/10/respingimento-dalla-frontiera.html
Timestamp: 2018-02-20 21:30:43+00:00
Document Index: 90400508

Matched Legal Cases: ['art. 3', 'art. 4', 'art. 10', 'art. 2', 'art. 3', 'sentenza ']

Diritti e Frontiere: Respingimento dalla frontiera aeroportuale di Fiumicino verso la Turchia. Una giovane donna malata sta per essere deportata dalla Turchia in Siria. Le autorità italiane rilascino subito un visto di ingresso per motivi umanitari.
Respingimento dalla frontiera aeroportuale di Fiumicino verso la Turchia. Una giovane donna malata sta per essere deportata dalla Turchia in Siria. Le autorità italiane rilascino subito un visto di ingresso per motivi umanitari.
Una di quelle storie che si apprendono a brani, attraverso voci concitate al telefono, interrotti dalla continua ricerca di una associazione capace di impedire l'ennesima deportazione, di un avvocato che possa fare almeno ricorso contro il respingimento, di qualcuno che possa fare applicare la legge, semplicemente ammettendo, chi ne avrebbe diritto, ad una normale procedura di asilo.
Una di quelle storie che mozzano il fiato, come quando si apprende che una imbarcazione si è ribaltata e che i migranti, anche donne e bambini sono annegati in mare. Anche in questo caso una persona è "annegata" nel mare della disumanità , è quasi scomparsa nel nulla, un nulla, un "annientamento" voluto da chi neppure ha avuto un brandello di attenzione per la dignità umana o almeno di rispetto per la legge e per le Convenzioni internazionali.
Erano giunti a Roma Fiumicino con un volo dalla Turchia, due giovani siriani, lei una ragazza di appena diciotto anni gravemente malata per un tumore maligno. Si erano imbarcati verso l'Italia, in aereo in Turchia, con documenti falsi, come sono costretti a fare oggi molti siriani, dopo che il passaggio dall' Egitto e dalla Libia è diventato troppo pericoloso, per gli arresti che possono diventare veri e propri sequestri di persona e per la corruzione dilagante. Dopo che il Mediterraneo, solo nell'ultimo mese, ha stroncato oltre mille vite umane, il doppio delle vittime registrate nei primi sei mesi dell'anno.
La coppia di siriani , assieme ad altri connazionali, erano arrivati a Fiumicino aeroporto il pomeriggio di lunedì 6 ottobre scorso, quando si erano appena chiuse le commemorazioni per la strage del 3 ottobre 2013, a Lampedusa, dove tutte le autorità hanno esibito le loro buone intenzioni per nascondere le cattive prassi che stanno ulteriormente inasprendo in queste ultime settimane.
Subito dopo lo sbarco dall'aereo, nella zona dei controlli di frontiera di POLARIA erano stati scoperti, separati, mentre gli uomini subivano un trattamento assai pesante, con spintoni e botte per imporre la identificazione, come sarebbe confermato da alcune telefonate, questa giovane donna veniva separata a forza dal marito e rinchiusa a digiuno per un giorno in un locale della polizia nella zona transiti, per essere reimbarcata il giorno successivo, martedì 7 ottobre, su un volo diretto in Turchia. Il marito veniva invece arrestato, non si sa con quale accusa, ma dopo alcune ore, quando la moglie era già ripartita, veniva rimesso in libertà. Arrivava nelle stesse ore a Roma un parente che aveva già in corso la procedura per il riconoscimento dello status di rifugiato, in un paese del nordeuropa, e si attivava una rete di solidarietà che però fino a questo momento non è riuscita a sapere neppure dove si trova la donna deportata dalla polizia italiana in Turchia. Secondo le ultime notizie sembrerebbe che le autorita' turche stiano tentando di trasferire la donna in Libano.
Dalle prime notizie frammentarie giunte in Italia, attraverso i parenti, sembrava addirittura che le autorità turche, volessero rimpatriare in Siria questa donna che in quel paese correrebbe rischi mortali. Ma anche se la trasferissero in Libano, nelle condizioni in cui si trova si troverebbe esposta al rischio della vita. L' Italia e la Turchia sono direttamente responsabili dei trattamenti inumani e degradanti inflitti a questa donna.
Tutti, anche le organizzazioni umanitarie più grosse, sembrano impotenti ed incapaci di impedire che il principio di non refoulement ( non respingimento), solennemente affermato dalla Convenzione di Ginevra e ribadito dalle Direttive dell'Unione Europea e dalla normativa nazionale, venga violato ancora una volta. Nei giorni che precedono l'avvio dell'operazione congiunta UE "Mos Maiorum", si è già verificata una intensificazione dei controlli di polizia anche ai danni di persone che sono chiaramente identificabili come profughi di guerra proveniendo dalla Siria o dall'Eritrea, con identificazioni forzate e prelievo violento delle impronte digitali, che si traducono spesso in percosse ed in limitazioni arbitrarie della libertà personale.
http://blerilleshi.wordpress.com/2014/10/08/operation-mos-maiorum-european-crackdown-on-undocumented-migrants/
L'Italia si sta rendendo responsabile di diffuse violazioni del divieto di trattamenti inumani o degradanti affermato dall'art. 3 della Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti dell'Uomo.
Dopo avere violato per anni il divieto di respingimenti collettivi, sancito dall'art. 4 del Quarto protocollo allegato alla CEDU, dai porti dell'Adriatico ( Ancona e Venezia) verso la Grecia, si continuano ad esegure respingimenti collettivi anche dall'aeroporto di Comiso, in Sicilia, verso il Cairo, rimpatriando giovani egiziani appena sbarcati dalle navi della missione "militare-umanitaria" Mare Nostrum. Adesso riprendono anche i respingimenti senza identificazione individuale, e senza la possibilità di formalizzare una richiesta di asilo, da Fiumicino aeroporto, verso la Turchia, paese che non garantisce il principio di non- refoulement, come questo caso, ed altri simili in passato, dimostrano ampiamente. La polizia italiana si avvale anche di un comodo pretesto perchè, siccome molti dei profughi che arrivano in Italia non intendono presentare una richiesta di asilo in Italia, li tratta come semplici "clandestini", anche quando è evidente che sono persone che, a seguito del respingimento, potrebbeo correre seri rischi per la vita e l'incolumità personale. Alla fine, quando si arriva a fare una indagine, la risposta della polizia è sempre la stessa: "nessuno dei respinti ha fatto una richiesta di asilo". Perchè nessuno vuole restare bloccato, in condizioni spesso indegne di accoglienza, in Italia oltre un anno e mezzo, che costituisce il tempo medio per il riconoscimento di uno status di protezione.
Chiediamo a tutti i parlamentari di svolgere atti ispettivi urgenti sul comportamento delle autorità di polizia nell'aeroporto di Fiumicino, ed in altri aereoporti, come quello di Malpensa a Milano, dal quale negli anni scorsi sono stati effettuati voli di rimpatrio, senza identificazione individuale, senza alcuna possibilità di chiedere asilo, senza alcuna garanzia di difesa. Una violazione clatante del decreto legislativo 25 del 2008 che sottare all'autorità di polizia qualunque discrezionalità nella prima valutazione della volontà di una persona che manifesta l'intenzione di chiedere protezione internazionale ( asilo, o protezione sussidiaria), e che avrebbe almeno diritto ad ottenere la protezione umanitaria in considerazione del paese dal quale è partita e della situazione di violenza generalizzata nella quale versa. Non si possono addurre gli accordi bilaterali di riammissione, come quelli che intercorrono tra Italia e Turchia, per eludere il rispetto degli obblighi fissati, con un rango gerarchico sicuramente superiore, dalle Convenzioni internazionali e dalle direttive dell'Unione Europea, oltre che dalle norme interne e dall'art. 10 della nostra Carta Costituzionale.
Le organizzazioni umanitarie che operano a livello internazionale dovranno garantire la salvezza di questa donna respinta ieri, illegalmente, dalla frontiera aeroportuale di Roma Fiumicino, ovunque si trovi, in Turchia, in Siria, in Giordania, in Libano, e operare nella direzione di un suo ricongiungimento con il marito che è rimasto in Italia e con il cugino che gode già di uno status legale di protezione in un paese del norderuropa. La riconsegna al vettore aereo che ha fatto arrivare in Italia una persona, seppure con documenti falsi, non può prevalere sul diritto di qualunque profugo di presentare una richiesta di asilo. Una richiesta che la polizia di frontiera può solo formalizzare e che deve essere trasmessa alla competente Commissione territoriale, che è l'unica autorità competente ad esprimersi sulla fondatezza dell'istanza, con una decisione contro la quale peraltro è possibile esperire i ricorsi giurisdizionali previsti dalla normativa vigente.
Il ministero dell'interno si deve assumere la responsabilità di quanto successo, e probabilmente continua a succedere, al valico aeroportuale di Fiumicino aeroporto, e vorremmo sapere anche se il "merito" dell'operazione dei respingimento debba essere attribuito anche ad agenti FRONTEX che probabilmente sono impiegati in questo come in altri aeroporti. Magari, di queste prassi di polizia, si potrebbe chiedere cosa ne pensa alla Corte di Giustizia dell'Unione Europea o alla Corte Europea dei diritti dell'Uomo. I ricorsi possono essere presentati anche dai parenti delle vittime delle violazioni delle Convenzioni da parte delle autorità statali. Secondo la costante giurisprudenza della Corte Europea dei diritti dell'uomo, la violazione del divieto di trattamenti inumani o degradanti si può riscontrare anche nel caso in cui una persona venga respinta, in violazione dell'Art. 3 CEDU, verso paesi terzi ( in questo caso la Turchia) ove sussiste un effettivo rischio di essere respinti in altri paesi (in questo caso la Siria) nei quali si potrebbe essere sottoposti a tortura o trattamenti inumani e degradanti (protezione indiretta o par ricochet). Un principio di diritto, oltre che un imperativo morale, che le autorità italiane di frontiera, a Fiumicino Aeroporto, hanno ignorato.
Devono cessare immediatamente i trattamenti violenti che le forze di polizia imfliggo sempre più spesso ai migarnti, anche subito dopo lo sbarco in Italia, comportamenti violenti che in qualche caso sono riferiti anche a bordo delle navi di Mare Nostrum durante le attività di preidentificazione e di indagine, e che si stanno moltiplicando negli uffici di frontiera della polizia italiana allo scopo di prelevare le impronte digitali. Le ferite e gli ematomi che molti migranti recano evidentemente sul corpo non vengono inflitti soltanto dai "cattivi" scafisti, come si vuole fare credere all'opinione pubblica, ma sono spesso conseguenza di pestaggi veri e propri tra gruppi di migranti o da parte delle forze dell'ordine presenti a bordo. Pestaggi che però vengono riferiti a bassa voce, perchè tutti temono ritorsioni e soprattutto perchè non si vuole rimanere bloccati in Italia, intrappolati nelle maglie di un processo penale, magari anche con una accusa di calunnia addosso, quando si deve raggiungere al più presto un altro paese europeo e mettere in sicurezza i parenti che ancora non sono riusciti a mettersi in salvo.
Dopo mesi di relativa tolleranza da parte delle autorità di polizia nei confronti dei profughi siriani ed eritrei, anche a fronte della non obbligatorietà del prelievo immediato delle impronte digitali, per effetto dei termini elastici consentiti dalle vigenti direttive europee e dal Regolamento Dublino per il rilievo delle impronte digitali, le nuove prassi, probabilmente "imposte" ad Alfano dal nuovo corso dell'Unione Europea dopo l'avanzata delle destre xenofobe e populiste alle elezioni di maggio, si stanno traducendo in pratiche assai differenziate, a macchia di leopardo su tutto il territorio nazionale, persino nei centri di accoglienza e nei dormitori, dove la polizia talvolta non effettua controlli, ed altre volte si presenta all'improvviso, senza alcuna possibilità di una mediazione efficace, per prelevare anche con la forza le impronte digitali.
http://lacittanuova.milano.corriere.it/2014/10/08/blitz-della-polizia-al-dormitorio-per-schedare-i-profughi/#.VDV48_YmDMo.facebook
Da Bruxelles è giunto un monito chiaro: se l'Italia vuole più sostegno economico per le attività di controllo e salvataggio alle frontiere marittime, con l'ipotesi, che si sta affacciando in questi ultimi giorni, di un proseguimento di Mare Nostrum, che sarebbe solo "affiancato" e non "sostituito" da Frontex Plus con l'operazione TRITON, la polizia italiana dovrà usare il pugno di ferro per schedare, identificare attraverso le impronte digitali e bloccare in Italia i profughi che arivano dal Nord-africa e più recentemente dalla Turchia e dall'Egitto, in modo da ridurre drasticamente i cosiddetti "movimenti secondari" verso i paesi del nordeuropa. Una politica che non potrà che incerementare i guadagni dei cd. scafisti di terra , e che renderà sempre più pericolose le rotte seguite dai migranti, con rischi di dispersione e di clandestinizzazione che potrebbero avere effetti devastanti sui percorsi di integrazione, sempre più a rischio, e sulla pacifica convivenza all'interno degli stati europei.
L’art. 2 del Testo Unico sull’immigrazione riconosce allo straniero presente nel territorio - anche se irregolare - i diritti fondamentali riconosciuti dalla Costituzione italiana, dai trattati e dalle convenzioni internazionali che sono stati sottoscritti dall’Italia. In particolare, va richiamato il diritto fondamentale sancito dalla Convenzione europea a salvaguardia dei diritti dell’uomo (CEDU)2 che all’art. 3 vieta i trattamenti inumani e degradanti.
La politica dei respingimenti e della detenzione o della emarginazione produce insicurezza, sono anni che si potrebbe fare esperienza degli errori commessi in questo campo, ed invece si insiste su politiche di esclusione che lacerano irreversibilmente il corpo sociale, perchè comunque migranti e profughi arriveranno quali che siano i controlli di frontiera e le sanzioni per l'ingresso irregolare. Basti considerare da quali paesi partono, e le macerie e le morti che si lasciano alle spalle. Per mesi si è blaterato sulla funzione "attrattiva" che avrebbero avuto le navi della missione Mare Nostrum nel canale di Sicilia, senza considerare i "fattori di spinta" , e quello che succedeva nei paesi di transito, come la Libia, per la colpevole inerzia dei paesi occidentali. Le scelte politiche di sbarramento successive a questo dibattito, concretizzatesi nelle decisioni dei governi europei e del Consiglio dell'Unione Europea, hanno solo prodotto un aumento esponenziale dei morti e dei dispersi in mare.
Quanto successo ieri alla frontiera aeroportuale di Fiumicino rende ancora più urgente l'apertura di canali umanitari, e la necessità di un sollecito rilascio dei visti per ricongiungimento familiare o per motivi umanitari, come la grave malattia della donna avrebbe comunque imposto ed impone ancora oggi. Un impegno che il ministero degli esteri italiano non può eludere e che deve tradursi nell'immediato rilascio di un visto di ingresso ad una persona, una persona gravemente malata peraltro, che a Fiumicino ha subito un abuso tanto grave da parte della polizia italiana e che adesso per effetto di questo abuso si trovain Turchia esposta ad un grave pericolo di vita o al rischio di subire trattamenti inumani o degradanti.
http://www.europeanrights.eu/public/commenti/estratto_parisi_rinoldi.pdf
In Francia almeno, sugli abusi compiuti dalla polizia nel trattenimento amministrativo nelle zone aeroportuali di transito è intervenuta la Corte di Cassazione.
Zones d'attente : la Cour de Cassation censure l'acharnement du ministère de l'intérieur à occulter les entraves à l’accès aux droits des étrangers
L’Anafé vient de gagner une bataille contre le ministère de l’intérieur qui a tout fait pour faire annuler le constat d’un huissier sur les nombreux obstacles entravant l'accès aux avocats en zone d’attente de l’aéroport de Roissy.
En septembre 2011, l’Anafé avait décidé de mettre en place - de manière expérimentale - une permanence d'avocats bénévoles1 dans la plus grande zone d’attente de France, celle de Roissy. Informé par l’Anafé de cette démarche, le ministère affirmait en réponse que « lorsqu'un étranger en formule la demande, l'Administration ne met aucune entrave à l'accès de l'avocat en zone d'attente où il peut s'entretenir avec les étrangers dans les locaux dévolus à cet effet ».
L’expérimentation visait en fait à prouver la nécessité et l’urgence d’une réelle assistance juridique pour les étrangers non autorisés à entrer en France, et ce dès leur placement en zone d’attente. L'administration l’avait manifestement mal perçue et n'a eu de cesse de tenter d'entraver son bon fonctionnement.
Pour faire constater les difficultés rencontrées tant par les étrangers maintenus que par les avocats « de permanence », l’Anafé a saisi en urgence le juge judiciaire afin qu’un huissier soit désigné. Parce que le constat de ce dernier ne lui était pas favorable, le ministère de l'intérieur a voulu le faire annuler en assignant l’Anafé en justice. Le prétexte ? L’association aurait dû saisir le juge administratif pour que soit désigné un huissier.
Le juge des référés s'est prononcé en faveur de l'Anafé le 4 janvier 2012 mais la Cour d’appel a donné raison au ministère le 15 novembre 2012.
La Cour de Cassation, alors saisie par L’Anafé, vient de rendre un arrêt en faveur des arguments de l’association, considérant que le juge judiciaire était compétent pour procéder à une telle désignation d'huissier.
Si l’Anafé se félicite de cette décision de principe, elle réaffirme sa revendication selon laquelle le gouvernement doit mettre en place sans délai une permanence gratuite d’avocats en zone d’attente, complémentaire de l'intervention de l’Anafé et de celle des avocats rémunérés par leurs clients, afin de garantir aux personnes maintenues aux frontières françaises une assistance juridique effective à tout moment de la procédure.
Arrêt de la Cour de Cassation du 1er octobre 2014 et constat d'huissier du 29 septembre 2011
Rapport de l’Anafé publié en décembre 2011, « Des avocats aux frontières ! - Bilan de la « permanence d'avocats » organisée dans la zone d'attente de Roissy du 26 septembre au 2 octobre 2011 ».
In Italia, sui respingimenti in frontiera, la giurisprudenza copre gli abusi del governo. E dopo l'esecuzione immediata del respingimento non è possibile neppure proporre ricorsi. Hanno persino archiviato l'esposto penale per i respingimenti collettivi in Libia, ordinati nel 2009 da Maroni, mentre poi la Corte Europea dei diritti dell'Uomo su questi stessi casi, ha condannato l'Italia nel febbraio del 2012, tre anni dopo, con la sentenza sul caso Hirsi Jama/ Italia. Una lezione che evidentemente non è servita.