Source: https://cadutisullavoro.blogspot.com/2013/05/
Timestamp: 2019-07-23 10:47:11+00:00
Document Index: 22649671

Matched Legal Cases: ['art. 29', 'art. 30', 'art. 6', 'art. 29', 'art. 30', 'art. 2', 'art. 9', 'art. 18', 'art. 28', 'art. 28', 'art. 18', 'art. 1', 'art. 117', 'art. 32', 'art. 15', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 9', 'art. 28', 'sentenza ']

Osservatorio Indipendente morti per infortuni sul lavoro : maggio 2013
A rischio la vita di milioni di lavoratori in caso di scosse di terremoto come quelle che si sono verificate in Emilia un anno fa
Milioni di lavoratori sono a rischio in tutto il Paese in caso di terremoto. Il terremoto in Emilia dell’anno scorso ha messo in luce l’inadeguatezza dei capannoni costruiti prima delle norme antisismiche del 2005. Purtroppo da quelle due scosse che hanno ucciso tanti lavoratori non hanno sensibilizzato nessuno. Al di fuori delle zone colpite non si sta facendo niente per mettere in sicurezza i capannoni industriali. La politica è insensibile ma sta ai cittadini e ai lavoratori farsi sentire per far verificare se la strutture dove lavorano rispettano le norme antisismiche. Qui sotto l’articolo dell’Espresso che solleva questo problema. Con stima Carlo Soricelli curatore dell’Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro.http://cadutisullavoro.blogspot.com http://espresso.repubblica.it/lista/cronaca Emilia, la vergogna un anno dopo di Michele Azzu A 12 mesi dal terremoto costato la vita a 24 persone, l'adeguamento di sicurezza dei capannoni è stato fatto solo nelle zone già colpite. Tutto intorno le strutture rimangono a rischio crollo. (29 maggio 2013) L'anno scorso è successo di notte e nel fine settimana - spiega Carlo Soricelli, osservatorio morti sul lavoro - Se succedesse nelle zone industriali del Veneto, attorno Milano, o appena fuori Bologna? Di giorno, e in una giornata lavorativa? Sarebbe una carneficina. A chi un anno fa ha vissuto il terremoto in Emilia Romagna capita ancora di sentire le scosse la mattina, al risveglio. Era il 29 maggio 2012, ore 9 del mattino: il terremoto colpì la bassa modenese uccidendo venti persone. Di queste, 13 morirono sotto i capannoni industriali: la Meta, la Haemotronics, la Bbg, la Sheril Williams. Nove giorni prima c'era stata la scossa nel ferrarese, con quattro morti sotto i capannoni della Ceramica Sant'Agostino, dell'Ursa e della Tecopress. Ventiquattro morti totali, diciassette solo nei prefabbricati industriali. Se a molti ancora sembra di sentirle quelle scosse, l'allarme non è mai stato ascoltato. «L'adeguamento sismico dei capannoni, quello reso obbligatorio con la legge regionale 122 e il decreto legge 74, vale solo per le zone colpite», spiega Andrea Bergonzoni, ingegnere civile impegnato nella ricostruzione. «Fuori dal cratere sismico, a Bologna, questo tipo di capannoni sono quasi la totalità ed è un dato eclatante». La pensa allo stesso modo Carlo Soricelli, dell'Osservatorio di Bologna sulle morti sul lavoro. «Quei capannoni sono identici in tutta Italia. Ci sono milioni di lavoratori a rischio e non ne parla nessuno». L'allarme esiste, ma pochi ne sono a conoscenza. Come spiega Fabrizio Gatti nella sua inchiesta per L'Espresso, dopo aver contattato le prefetture di mezza Italia: «Praticamente nessuno, alla pari degli abitanti di queste città, è consapevole del rischio». Non c'è consapevolezza neanche nell'epicentro del dramma emiliano, appunto i capannoni. «Sono i prefabbricati il problema», per Tomaso Trombetti, professore di ingegneria strutturale all'Università di Bologna, incaricato dalla Procura di Modena di svolgere le perizie sui crolli del 29 maggio. Così, mentre ora la ricostruzione a Modena e Ferrara ha reso quelle zone più sicure, è sul resto d'Italia che si dovrebbe intervenire. Continua Soricelli: «Quei capannoni sono gli stessi del Veneto, della Lombardia e del resto d'Italia. Sono tutti a rischio». LA RICOSTRUZIONE. I numeri sulla ricostruzione dei capannoni, e sulle agibilità, non ci sono. I dati del primo screening della Protezione Civile, infatti, risalente all'agosto 2012, parlano di attività produttive solo in relazione agli esercizi commerciali degli edifici civili, ovvero i negozi. E nello stato di emergenza gli imprenditori hanno dovuto fare da soli, affidandosi ai tecnici abilitati per ottenere l'agibilità provvisoria. Queste "agibilità provvisorie" devono essere certificate nuovamente entro il prossimo 8 giugno. Un anno fa eravamo andati sui luoghi dei capannoni crollati, e non era rimasto in piedi nulla. «Oggi nel ferrarese un buon 70 o 80 per cento delle fabbriche è ripartito, e senza i rimborsi della Regione, la procedura è appena iniziata», spiega Mauro Cavazzini della Filctem Cgil, che ha lavorato alla Ceramica Sant'Agostino. In quella fabbrica, dove morirono Nicola Cavicchi e Leonardo Ansaloni, il magazzino crollato è rimasto come un anno fa. Le altre aree invece sono ripartite con delle tensostrutture: «Sono degli stand in pvc che hanno adottato tante aziende. L'Ursa di Bondeno, dove morì Tarik Naouch, non è mai stata ricostruita». «La cassa integrazione per sisma scadeva a giugno», spiega Erminio Veronesi, responsabile Cgil della zona nord Modenese, quella di Mirandola e San Felice sul Panaro, la più colpita dalle scosse del 29 maggio «Ma è stata appena rinnovata per altre tredici settimane». Su 40mila lavoratori in cassa integrazione per sisma, all'indomani del terremoto, oggi ne rimangono 2mila. «Nel modenese sono ripartite il 90 per cento delle fabbriche». Il problema vero sono i contenziosi assicurativi: «Le aziende piccole hanno già iniziato le procedure di rimborso per la ricostruzione. Ma quelle più grandi aspettano i contenziosi con le assicurazioni, il rimborso della Regione è al netto dell'assicurazione». Veronesi lamenta inoltre la difficoltà delle procedure per accedere ai rimborsi: «Si fa fatica a capire dove finisce la regola e dove inizia la burocrazia deleteria». INTANTO ANCHE OGGI REGISTRIAMO ALTRI DUE MORTI SUI LUOGHI DI LAVORO. A IMPERIA E A MATERA
Anche oggi 3 morti sui LUOGHI DI LAVORO una sequenza incredibile. Dall'inizio del mese sono morti 56 lavoratori
Terni E' morto un operaio di 33 anni questa mattina in un incidente sul lavoro in un'azienda di Narni scalo. Secondo le prime informazioni, la vittima era dipendente di una ditta esterna per la rimozione di lastre di Eternit e sarebbe caduto battendo violentemente la testa. Sulla dinamica dell'incidente sta svolgendo accertamenti l'Asl, insieme a carabinieri e 118. Dagli accertamenti è poi emerso che il giovane indossava regolarmente le misure di protezione prescritte. Resta ancora da chiarire ancora l'esatta dinamica della tragedia. Com'è possibile che indossasse le regolari protezioni se è caduto a terra battendo la testa? Forlì Cesena 28 maggio 2013 E' morto F.F un agricoltore forlivese di 76 anni schiacciato dal trattore., agricoltore si ribalta col trattore ed + morto schiacciato.Purtroppo tutti i nostri appelli per far dotare i trattori di protezioni e cinture di protezione che impediscono al guidatore di essere sbalzato fuori sono da anni risultati vani. Praticamente sta morendo quasi un agricoltore al giorno travolto dal "mostro" che chiamiamo trattore. Da oggi lo chiameremo "il killer".
Pubblicato da Carlo Soricelli a 10:54 1 commento:
Terribile morte per infortuni sul lavoro di un operaio sardo
28 maggio Olbia Tempio. E' morto Antonello Cusseddu operaio di una ditta di compostaggio a Tempio. Cusseddu è rimasto ucciso questo pomeriggio mentre stava lavorando, è rimasto impigliato nel nastro trasportatore che gli ha staccato un braccio. Il povero operaio è rimasto appeso ad alcuni metri di altezza, è stato subito soccorso, ma è morto a causa della grave perdita di sangue. L'operaio era sposato ed era padre di due figli di 14 e 10 anni. Sul posto sono intervenuti i carabinieri e il magistrato di turno. La salma dell'operaio è stata trasferita a Sassari, dove sarà eseguita l'autopsia
Si fanno sempre seminari,incontri, corsi,ma non si arriva mai al nocciolo del problema
sono incredibili questi seminari, non tengono mai conto di realtà come la nostra, diventata punto di riferimento nazionale su queste tragedie che colpiscono oltre 1000 lavoratori ogni anno. Realtà che monitora i morti sul lavoro dall'ormai lontano 1° gennaio 2008. Parlano sempre "tra di loro" senza sapere mai com'è veramente la realtà, almeno per quanto riguarda i morti sul lavoro che sono mediamente il 25/30% in più di quelli monitorati dalle statistiche ufficiali. E la cosa ben più grave è che questi interventi, come la distribuzione a pioggia delle risorse, non aiutano minimamente ad attenuare il fenomeno che ci vede primi in questo triste primato in Europa, anche la Regione Emilia Romagna, da quando è iniziato il monitoraggio delle vittime è sempre al vertice di questa triste classifica, ma mai nonostante le continue mail mandate ai vari assessorati e alla segreteria della Presidenza della regione, si sono degnati di rispondere o di contestare i dati veramente poco edificanti inerenti alle morti sui LUOGHI DI LAVORO di questa regione. Poi ci si meraviglia dell'astensione e della politica così distante dai cittadini. I cittadini e i volontari come noi, che dedicano come volontari il loro tempo libero per sensibilizzare verso queste tragedie meritano rispetto e considerazione. Carlo Soricelli A Bologna, il 27 maggio 2013, si è svolto il 42° Seminario del Programma Interdisciplinare di Ricerca Organization and Well-being, “Contro le ‘danze immobili’ sulla prevenzione nei luoghi di lavoro”, in collaborazione con Inchiesta, CGIL Emilia Romagna, Dipartimento di Scienze Aziendali dell’Università di Bologna. Interventi di: Vittorio Capecchi (Direttore di Inchiesta), Giovanni Rulli (Medicina del lavoro), Paolo Pascucci e Franco Focareta (Diritto del lavoro), Michela Marchiori e Francesco M. Barbini (Teoria dell’organizzazione), Gino Rubini e Andrea Caselli (CGIL Emilia Romagna), coordinazione di Bruno Maggi (Programma Organization and Well-being, Università di Bologna e Ferrara ). Il Programma Interdisciplinare di Ricerca Organization and Well-being realizza da trent’anni prevenzione primaria con attività di analisi di situazioni di lavoro, di progettazione ergonomica, di formazione, e promuove studi, pubblicazioni e dibattiti scientifici (www.taoprograms.org). Premessa “Il numero degli infortuni sul lavoro è in calo”, “scendono gli incidenti mortali”, comunica l’INAIL da qualche anno, senza confrontare i dati degli incidenti con i dati riguardanti l’occupazione e il tempo di lavoro, cioè l’effettiva esposizione ai rischi. La notizia del decremento degli incidenti nei luoghi di lavoro, in particolare gli incidenti mortali, è ripresa di solito con enfasi dai mezzi di comunicazione, e ha come ovvia conseguenza molteplici rassicurazioni, di cui è invece assai opportuno diffidare. Porta, infatti, a credere che la prevenzione sia migliorata. E che ciò dipenderebbe da una serie di fatti tra loro connessi: l’adeguatezza e l’efficacia delle norme vigenti in tema di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro, la validità delle “buone pratiche” raccomandate dall’ISPELS e poi dall’INAIL, il comportamento appropriato delle imprese, la fondatezza scientifica dell’approccio alla prevenzione comunemente diffuso e sostenuto dalle discipline del lavoro, e così via. Purtroppo tutto ciò non corrisponde a verità. La tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro non è affatto migliorata. Le norme vigenti sono peggiori delle precedenti e in genere non sono nemmeno rispettate; le pratiche raccomandate e l’approccio che viene proposto allontanano, di fatto, da una reale prevenzione. E anzitutto non è vero che l’incidenza degli infortuni sia effettivamente in diminuzione. L’incidenza degli infortuni Vediamo a confronto alcuni dati. Gli incidenti mortali – secondo l’INAIL – sono stati in media: 3,03 al giorno nel 2007; 3,06 nel 2008; 2,87 nel 2009; 2,68 nel 2010; 2,43 nel 2011; 2,38 nel 2012. Ma non va dimenticato che gli incidenti di cui parla l’INAIL sono esclusivamente quelli ufficialmente dichiarati a questo istituto e riguardanti i lavoratori a esso iscritti per l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni. Numerose categorie di lavoratori regolarmente occupati non sono considerate. L’occupazione complessiva è costantemente calata negli stessi anni: secondo i dati ISTAT, nel 2008 sono registrati 128.000 occupati in meno rispetto all’anno precedente, nel 2009 altri 204.000 occupati in meno; la tendenza non varia sino al quarto trimestre 2012, quando il numero degli occupati diminuisce di altre 148.000 unità rispetto a un anno prima. La flessione è particolarmente sensibile nell’industria, e tra i dipendenti a carattere permanente; nel 2012 si arresta inoltre la crescita dei dipendenti a termine. Secondo l’INPS le richieste di disoccupazione nei primi 11 mesi del 2012 sono state 1.285.299, con un aumento del 14,49% rispetto allo stesso periodo del 2011. Contemporaneamente la richiesta di cassa integrazione è aumentata a dismisura: +300% nel 2009 rispetto al 2008; un ulteriore +60% nel 2010; l’INPS attesta che nel 2010 le ore di cassa integrazione sono state quasi 1.200 milioni, 973 milioni nel 2011, 1.090 milioni nel 2012. Le ore lavorate totali sono, per queste ragioni, notevolmente diminuite. Una rilevazione dell’ISTAT pone in evidenza che, accanto alla diminuzione di posti di lavoro, va considerata la riduzione delle ore di lavoro degli occupati: nel secondo trimestre del 2012, ogni lavoratore dipendente ha lavorato un numero di ore in meno pari al 2,6% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, e nell’industria la flessione è stata del 3,2%. Anche in assenza di elaborazioni accurate, che sappiano tener conto congiuntamente delle variabili enumerate, appare evidente che è diminuita l’effettiva esposizione ai rischi. Ciò in generale, e in particolare nell’industria, dove di solito si verificano gli incidenti più gravi. E’ in questo quadro che occorre collocare la valutazione dei dati dell’INAIL sugli infortuni. E chi volesse persistere nel trarre da essi conforto sulla tutela della salute e della sicurezza, dovrebbe contestualmente giustificare il costante aumento delle malattie professionali, attestato dalla stessa fonte INAIL. Rispetto al 2007, le malattie professionali dichiarate hanno fatto registrare nel 2008 un incremento del 4%, nel 2009 del 20%, nel 2010 del 46%, nel 2011 del 60%. Sin qui, inoltre, si tratta di lavoro regolare. Gli incidenti nel lavoro irregolare non compaiono. Ma non si può non tenerne conto in una valutazione esauriente, solo perché non se ne ha ufficiale notizia. Anche sull’entità del lavoro irregolare si hanno soltanto stime, tuttavia sufficientemente impressionanti. Una stima dell’ISTAT indica per il 2010 due milioni e seicentomila lavoratori “in nero”, molti dei quali svolgono più di un lavoro irregolare, per cui le “unità di lavoro in nero”, secondo il linguaggio usato dall’ISTAT, sarebbero nel 2010 circa tre milioni. Secondo stime dell’Eurispes, già nel 2007 più di un terzo dei lavoratori dipendenti esercitava un secondo lavoro “in nero”, cui si doveva aggiungere il contributo di circa due milioni di pensionati e di circa seicentomila immigrati con permesso di soggiorno. Il lavoro degli immigrati irregolari sfugge anche a queste stime, peraltro sempre prudenti, poiché necessariamente basate su analisi indirette. Quanti sono gli incidenti, e le malattie professionali, nel lavoro irregolare, ove si può presumere che vi sia ancor minore tutela della salute e della sicurezza che nel lavoro regolare? Quanti sono, complessivamente, gli incidenti sul lavoro, quanti in più rispetto ai soli incidenti dichiarati? Infine, si dovrebbero includere nel calcolo i casi di suicidi indotti sia dalla perdita dell’occupazione sia dall’insostenibilità delle sue condizioni. Se si guarda con attenzione all’incidenza dei danni occorsi alla salute dei lavoratori, cominciando dai più gravi e con esiti letali, non si può affermare che negli ultimi anni si sia ridotta, assai probabilmente si è invece accresciuta. Le pratiche correnti Invece di coltivare rassicurazioni sulla tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro, occorre chiedersi perché non migliora, ma semmai peggiora. Cominciamo dalle pratiche correnti. Come si comportano le imprese? Le grandi imprese, spesso multinazionali, attuano in larga misura scelte di delocalizzazione di parti delle proprie attività. Secondo l’ISTAT il 29,3% delle grandi imprese, e l’11% delle medie imprese, realizza attività all’estero. Nel settore industriale l’incidenza della delocalizzazione di attività all’estero da parte delle grandi imprese è di circa il 32%, per le medie imprese ammonta all’11,3%. La delocalizzazione è solitamente diretta verso paesi caratterizzati da livelli salariali più bassi, ma anche da sistemi legislativi e di controllo meno stringenti in materia di sicurezza sociale, orari di lavoro, tutela delle libertà sindacali, e di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. In gran parte riguarda lavori gravosi e maggiormente soggetti a rischi. Per quanto riguarda le attività svolte sul territorio nazionale, le grandi imprese sono propense a calcolare per le possibili ammende e per le difese legali voci di spesa inferiori a quanto richiederebbe il rispetto delle norme. Le piccole e medie imprese possono fare affidamento sulla bassissima probabilità di controlli. Nelle varie regioni si calcola la presenza di un ispettore del lavoro ogni circa 1.500 – 2.000 imprese: ogni impresa può essere sottoposta a ispezione in media una sola volta nell’arco di un numero considerevole di anni. Le stesse norme vigenti, peraltro, concedono alle imprese ampie discrezionalità nella tutela della salute e della sicurezza. I datori di lavoro che occupano fino a 50 lavoratori possono avvalersi delle “procedure standardizzate” di valutazione dei rischi elaborate dalla Commissione consultiva permanente. In attesa di tali procedure, e comunque dal 2008 a fine giugno 2012, i datori di lavoro che occupavano fino a 10 lavoratori hanno potuto “autocertificare l’effettuazione della valutazione dei rischi”. Ciò ha disposto l’art. 29, ai commi 5 e 6, del d.lgs.81/2008, il “testo unico” vigente in tema di “tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro”. L’art. 30 dello stesso decreto esime da responsabilità persone giuridiche, società e associazioni (secondo il d.lgs. 231/2001) che adottano un “modello di organizzazione e di gestione” che implica l’adempimento degli obblighi giuridici riguardanti la salute e la sicurezza. Sono ritenuti conformi ai requisiti (comma 5) i modelli che seguono le linee guida UNI-INAIL “per un sistema di gestione della salute e della sicurezza sul lavoro” del 2001, o il British Standard OHSAS 18001:2007. Ulteriori “modelli” possono essere indicati dalla Commissione consultiva permanente. E’ opportuno tradurre il linguaggio involuto e nello stesso tempo impreciso del legislatore. Le procedure non possono non essere standard, e i “modelli di organizzazione e di gestione” non sono altro che insiemi di procedure. Le disposizioni citate dicono, in sostanza, che ove siano disposte (adottate e attuate) determinate procedure, si ritengono assolti gli obblighi riguardanti la salute e la sicurezza. Altra cosa, tuttavia, è lo svolgimento di attività effettivamente corrispondenti ai dettati delle procedure: tale coincidenza non si verifica mai, come dimostrano biblioteche intere di ricerche sul lavoro (evidentemente ignote al legislatore). Peraltro numerose valutazioni critiche di campo giuslavoristico riguardano principalmente la ridondanza del testo legislativo e la sua tendenza a voler risolvere i problemi della prevenzione tramite procedure e certificazioni. La “Commissione consultiva permanente per la salute e sicurezza sul lavoro” è istituita in base all’art. 6 del d.lgs. 81/2008. E’ composta di rappresentanti di vari Ministeri e della Presidenza del Consiglio dei Ministri, delle regioni e delle province autonome, delle organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro. Ha tra i suoi rilevanti compiti: elaborare le procedure di valutazione dei rischi di cui all’art. 29; indicare i modelli di organizzazione e gestione di cui all’art. 30; esaminare l’applicazione della normativa sulla salute e la sicurezza; validare le “buone prassi” in materia; redigere annualmente una relazione sullo stato di applicazione delle norme. Le “buone prassi” sono “soluzioni procedurali” elaborate principalmente dall’ISPELS (confluito nell’INAIL nel 2010), cui si affiancano le “linee guida” per l’applicazione delle norme e in particolare per la valutazione dei rischi, indicate dagli stessi istituti. Si tratta di percorsi standard, che il d.lgs. 81/2008 richiama espressamente all’art. 2, c. 1, lettere v e z, e all’art. 9, c. 2, lettere i e l. Il riconoscimento legislativo, e la fonte istituzionale di tali insiemi di procedure, inducono senza dubbio a ritenere assolti gli obblighi di legge da parte delle imprese che vi fanno riferimento. Ciò, per inciso, rischia di indebolire, se non vanificare, il ricco dibattito sull’interpretazione delle norme che dovrebbero assicurare la tutela della salute e della sicurezza. Tutto è demandato all’adozione di procedure. Ma perfino le procedure possono essere aggirate, o quanto meno liberamente interpretate. E ciò sembra permesso per disposizione legislativa, in quanto in tal senso si possono interpretare i possibili effetti dell’art. 18, c. 1 del d.lgs. 106/2009 che modifica l’art. 28, c. 2 del d.lgs.81/2008. L’art. 28 del decreto 81/2008 prescrive la valutazione dei rischi, e una relazione su tale valutazione in cui devono essere “specificati i criteri adottati”. Quest’obbligo era previsto anche dal d.lgs. 626/94, abrogato dall’attuale “testo unico”, ed era stato interpretato nel senso che si dovesse trattare di “criteri oggettivi”, con particolare riferimento agli orientamenti dell’unità di medicina e igiene del lavoro della Comunità europea: doveva trattarsi in qualche modo di una oggettività scientificamente fondata. Ma il d.lgs. 106/2009 – che modifica quasi ogni articolo del decreto dell’anno precedente nella prevalente se non unica direzione di riduzione delle responsabilità e degli obblighi del datore di lavoro e di attenuazione delle sanzioni previste – recita all’art. 18 che “la scelta dei criteri è rimessa al datore di lavoro”. Ogni oggettività è perduta. Il datore di lavoro è libero di decidere in merito alla valutazione dei rischi che gli compete, attestandone egli stesso la validità. Ci si può chiedere – a fronte delle pratiche prescritte, suggerite, concesse, dal d.lgs. 81/2008 (e successive modificazioni) – quale possa essere il contenuto della relazione annuale della Commissione consultiva permanente sullo “stato di applicazione delle norme”. La Commissione, di cui fanno parte dieci rappresentanti dei lavoratori, prende atto dei vari percorsi procedurali e attesta di avervi contribuito. Ciò appare dalla relazione dell’anno 2012, pubblicata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri l’11 aprile 2013. La Commissione si è riunita in media ogni quarantacinque giorni, per produrre “procedure standardizzate”, indicare “modelli di gestione”, validare “buone prassi”… In tal senso certifica che sono state applicate (per quanto le compete?) le norme. Nulla dice sull’applicazione delle norme, o delle stesse procedure, nei luoghi di lavoro. E’ arduo sostenere che sia stata così realizzata la tutela della salute e della sicurezza. Gli approcci La tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro è l’obiettivo del d.lgs. 81/2008: così appare nella sua intitolazione e come afferma nell’art. 1, “in conformità con l’art. 117 della Costituzione” e “nel rispetto delle normative comunitarie”. Una valutazione esauriente dell’adeguatezza del “testo unico” alla realizzazione dell’obiettivo atteso, o almeno per cercare di perseguirlo, deve prendere in esame l’approccio che indica, e la concezione di prevenzione che esso presuppone. In tal modo si può verificare, da un lato, la congruenza delle scelte di proceduralizzazione, e dall’altro lato, se sono rispettate le normative comunitarie, nonché la Costituzione, che all’art. 32 pone la tutela della salute come diritto fondamentale. Le “linee guida” proposte dall’ISPELS e in seguito recepite dall’INAIL rappresentano un indicatore privilegiato dell’approccio indicato dal legislatore. E la loro rilevanza è già stata sottolineata, sia in quanto esse ispirano i vari percorsi procedurali, sia in quanto guidano le prassi effettive (nei casi in cui le imprese non si sottraggono in toto alle prescrizioni). Il documento di base, riguardante la “valutazione per il controllo dei rischi”, elaborato nel 1966 (in seguito alla promulgazione del d.lgs. 626/94) e successivamente aggiornato, esprime nel modo più chiaro come viene intesa la prevenzione. In breve, la valutazione deve preliminarmente identificare i rischi esistenti nelle situazioni di lavoro, per poi procedere alla stima della gravità e della probabilità dei loro effetti, e infine porre in atto le misure per farvi fronte. La prevenzione presupposta riguarda indubitabilmente le conseguenze dei rischi, non la loro insorgenza. E’ la prevenzione che il tradizionale linguaggio biomedico chiama “secondaria”, in quanto rivolta a evitare l’accadimento del danno, o addirittura “terziaria”, se diretta a fronteggiare il danno già riscontrato. Questa concezione di prevenzione non appariva pienamente compatibile con quanto previsto (benché con ambiguità e contraddizioni) dal d.lgs. 626/94, ma è perfettamente adatta all’approccio promosso dal d.lgs. 81/2008. In esso le “misure generali di tutela” (art. 15) iniziano con la valutazione dei rischi, non v’è alcuna traccia di prescrizione di evitare i rischi; la valutazione, poi, è limitata ai “rischi presenti” dall’articolo dedicato alle definizioni (art. 2, q). E la eventuale ricerca di un’idea migliore di prevenzione nella definizione contenuta nell’art. 2, lettera n, no può ignorare che quando il decreto parla di rischi (ad es. agli art. 9, 18, 25, 26, 28, 32, 34, 36, 41, 44) si riferisce solo a “rischi presenti”, o “esistenti”, all’”esposizione ai rischi”, alla “gestione dei rischi”. Ecco l’enunciato chiave: gestione del rischio (risk management). Il d.lgs. 81/2008 non è diretto alla prevenzione dei rischi, ma alla loro gestione. Perciò la scelta della proceduralizzazione è perfettamente congruente. Il d.lgs. 626/94 non faceva cenno alla gestione del rischio. Il mutamento d’approccio operato dal “testo unico” è gravido di conseguenze. E assume una particolare rilevanza per quanto riguarda i cosiddetti “rischi psicosociali”, tra cui emblematico è il rischio di stress. Il riferimento esplicito allo stress da parte del legislatore del 2008 (art. 28, c. 1) è stato accolto positivamente e anche con enfasi da molte parti, senza osservare che il termine usato è linguisticamente insostenibile e privo di significato specifico. Ma soprattutto non si riflette su ciò che la gestione dei “rischi psicosociali” implica. Il termine (che è sembrato innovativo, e quindi si è largamente e acriticamente diffuso) è “stress lavoro-correlato”. Il legislatore è stato probabilmente influenzato dalla distinzione tra “affezioni correlate con il lavoro” (da work related diseases) e le tradizionalmente trattate affezioni derivanti da agenti fisici e chimici (occupational diseases): una proposta avanzata negli anni 1980 dall’allora direttore della Clinica del lavoro dell’Università di Milano, e ripresa nell’ambito della disciplina, nel lodevole intento di contrastare l’uso di “affezioni (e danni, e rischi) psicosociali”. Da un lato, l’enunciato “stress lavoro-correlato” in italiano corretto non regge, e d’altro lato non ha alcun senso particolare, poiché si sta parlando di stress nel lavoro. Queste osservazioni non sono irrilevanti: pongono in evidenza la scarsa considerazione, da parte del legislatore del 2008, delle conseguenze che derivano da un riferimento approssimativo a un tema importante e complesso. Non si può parlare genericamente di “rischi collegati allo stress”, e demandare a procedure la loro identificazione e valutazione. Lo stress non è un “danno”, è una sindrome psico-neuro-endocrina complessa che può essere attivata da stimoli della più varia natura, e che può avere le più varie ripercussioni nell’organismo. Il rapporto tra stimolo e stress, e tra stress ed esiti patologici è un rapporto di possibilità, non di probabilità come la medicina è solita attribuire (peraltro discutibilmente) ai nessi tra agenti fisici o chimici e loro esiti. Ciò che può attivare la sindrome di stress va identificato nella configurazione della situazione di lavoro. Si è diffusa invece l’interpretazione dello stress come “squilibrio tra la percezione che una persona ha delle costrizioni impostegli dal suo ambiente e la percezione che essa ha delle risorse di cui dispone per fronteggiarle”. Questa definizione si trova nelle “linee guida” dell’ISPELS, in conformità con l’Accordo Europeo del 2004 sullo stress al lavoro. L’approccio indicato è la “gestione” di tale rischio “psicosociale” secondo gli standard proposti da Health and Safety Executive, istituzione del Regno Unito per la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro. Le “linee guida” (in Italia e negli altri paesi europei) ostentano l’appoggio di una “vasta produzione scientifica”, ma in realtà hanno un unico e identico riferimento: una definizione psicologica dello stress come derivante da una “valutazione cognitiva” del soggetto coinvolto. Il che, per conseguenza, implica la “gestione del rischio” in capo al soggetto stesso. Tutti i rischi vanno indagati alla fonte, cioè nella configurazione della situazione di lavoro, per poterli prevenire. Ma ciò assume particolare importanza per l’assurda categoria dei “rischi psicosociali”. La proposta di tale categoria residuale di rischi (ormai condivisa dalle discipline, dalle istituzioni, dalle norme di legge) non è altro che il risultato di un’incapacità di interpretare i nessi tra condizioni della situazione di lavoro e ricadute sulla salute dei lavoratori che non sono riconducibili a una semplice spiegazione di rapporti di causa-effetto, propria dell’interpretazione tradizionale – orientata da criteri di predeterminazione tecnica ed economica – dei danni di origine fisica o chimica. Le conseguenze sono gravi: invece di analizzare le scelte di progettazione e strutturazione della situazione di lavoro che sono all’origine dei rischi, l’approccio alla “gestione” sposta l’attenzione sui rischi già presenti ove si tratti di agenti nocivi fisici o chimici, e direttamente sui lavoratori nel caso di rischi (denominati per insipienza) “psicosociali”. I risultati, evidenti, sono la permanenza di tassi intollerabili di infortuni e l’aumento delle malattie professionali, le politiche di assistenza dei soggetti di fronte ai rischi, le pratiche di wellness, con cui si cerca di curare i lavoratori, o più semplicemente di aiutarli a fronteggiare situazioni di lavoro che non si sa – o non si vuole – modificare. Il “vero paziente” Il “vero paziente” è il lavoro, come ha indicato Luigi Devoto il 20 novembre 1902, nell’atto costitutivo della medicina del lavoro come disciplina autonoma. E quindi la prevenzione – nel suo senso compiuto – deve essere perseguita nel lavoro: prevenire i rischi significa evitare che si manifestino, combatterli alla fonte, nelle scelte che configurano le situazioni di lavoro. Ricusare ciò significa anzitutto discostarsi dal senso comune, per il quale ogni sorta di rischio in una situazione di lavoro non può aver origine che dalle scelte che la progettano e la pongono in essere. Significa inoltre disattendere le prescrizioni della direttiva del Consiglio europeo adottata il 12 giugno 1989 per promuovere la salute e la sicurezza nel lavoro, e indirizzata agli Stati membri affinché fosse recepita nei rispettivi ordinamenti e attuata. La direttiva 89/391/CEE, detta “direttiva quadro”, prescrive la prevenzione intesa come primaria, cioè rivolta a evitare i rischi e a combatterli alla radice, prima che si manifestino nei luoghi di lavoro; generale, cioè riguardante l’intera situazione di lavoro; programmata, cioè concepita anticipatamente e in termini generali; integrata nella concezione delle situazioni di lavoro. Tale indirizzo implica un obbligo di analisi del lavoro, una valutazione generale ed esaustiva, con il pieno coinvolgimento dei lavoratori, fondata oggettivamente su criteri documentati, di forma iterativa, rivolta al miglioramento continuo delle condizioni di lavoro. Queste prescrizioni erano state recepite, anche se non integralmente e correttamente, dal d.lgs. 626/94, che ha trasposto (in ritardo) la direttiva europea nell’ordinamento italiano, ma sono totalmente disattese dal d.lgs. 81/2008 attualmente in vigore. La Corte di Giustizia dell’Unione Europea già aveva condannato l’Italia per alcuni scostamenti del d.lgs. 626/94 dalla direttiva comunitaria (C.G.U.E., sez. V, 15 novembre 2001, c. 49/00). Attualmente, l’Italia rischia un nuovo deferimento alla Corte di Giustizia, in seguito a una procedura di infrazione (n. 2010/4227) avviata dalla Commissione europea nel 2010, in particolare per violazione della direttiva per quanto riguarda la responsabilità del datore di lavoro in caso di delega e subdelega di alcuni dei suoi obblighi concernenti la salute e la sicurezza, e i termini impartiti per la redazione dei documenti concernenti la valutazione dei rischi per una nuova impresa o per modifiche sostanziali apportate in un’impresa esistente. Va notato, tuttavia, che tale procedura di infrazione è stata stimolata da una iniziativa autonoma e individuale – lodevolissima – di un operaio metalmeccanico fiorentino (Marco Bazzoni), rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, e che riguarda solo punti specifici della normativa in vigore. Ci si può chiedere perché non vi sia stata sinora alcuna iniziativa istituzionale, anzitutto da parte del sindacato, e riguardante l’impianto generale del d.lgs. 81/2008. In sintesi L’incidenza degli infortuni sul lavoro, in particolare gli incidenti mortali, non è diminuita negli ultimi anni, come apparirebbe dai dati dell’INAIL, che si riferiscono unicamente agli incidenti dichiarati e concernenti i lavoratori iscritti per l’assicurazione obbligatoria a questo istituto. Occorre tener conto del calo costante dell’occupazione, e dell’aumento abnorme della cassa integrazione, cioè della rilevante diminuzione delle ore lavorate, e quindi dell’effettiva esposizione ai rischi. Occorre poi tener conto del lavoro irregolare, del lavoro “in nero” di quote consistenti di lavoratori dipendenti, di pensionati, di immigrati con permesso di soggiorno, nonché del lavoro degli immigrati irregolari. Non si può affermare che l’incidenza degli infortuni sul lavoro si sia ridotta, assai probabilmente si è invece accresciuta. Come si è accresciuta l’incidenza delle malattie professionali. Ci si deve allora chiedere perché la tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro non migliora, ma semmai peggiora. Per quanto riguarda le pratiche correnti si può anzitutto osservare che le imprese tendono a sfuggire agli obblighi di legge, delocalizzando attività gravose e maggiormente esposte a rischi, preferendo pagare le ammende piuttosto che rispettare i dettati normativi, fidando nella scarsissima probabilità di controlli ispettivi. Le stesse norme vigenti, peraltro, concedono alle imprese ampie discrezionalità nella tutela della salute e della sicurezza, prevedendo procedure di vario genere, in particolare le procedure di valutazione dei rischi contenute nelle “linee guida” elaborate dall’ISPELS e riprese dall’INAIL, che, se adottate, assolvono dagli obblighi prescritti. A ciò si aggiunge la possibilità per il datore di lavoro di scegliere i criteri per la valutazione dei rischi, una scelta autonoma che può incidere sulla stessa attuazione delle procedure e tradursi in una sorta di autocertificazione. Le pratiche basate sulla proceduralizzazione sono peraltro congruenti con l’approccio espressamente indicato dalle norme vigenti. Si tratta di un indirizzo volto, nel migliore dei casi, alle conseguenze dei rischi, non a evitare che vengano in essere nella situazione di lavoro. Ciò appare con piena evidenza nelle “linee guida”, e ancor prima nel testo del d.lgs. 81/2008, che fa riferimento esclusivamente a rischi esistenti, e alla “gestione dei rischi”. In realtà le norme vigenti non sono dirette alla prevenzione dei rischi, ma alla loro gestione. Le gravi conseguenze che ne derivano hanno particolare importanza per quanto riguarda i cosiddetti “rischi psicosociali”. Invece di ricercare l’origine dei rischi nelle scelte di progettazione e strutturazione della situazione di lavoro che li possono attivare, l’approccio alla “gestione” sposta l’attenzione sui rischi già presenti ove si tratti di agenti nocivi fisici o chimici, e direttamente sui lavoratori nel caso di rischi assurdamente denominati “psicosociali”. Il caso dello stress al lavoro è il più significativo e rilevante. La prevenzione – nel suo senso compiuto – deve essere perseguita nel lavoro, nelle scelte di progettazione e configurazione delle situazioni di lavoro. Ciò è quanto suggerisce il senso comune, e quanto ha prescritto la direttiva del Consiglio europeo adottata il 12 giugno 1989 per promuovere la salute e la sicurezza nel lavoro. Essa, imprecisamente recepita dal d.lgs. 626/94, appare totalmente disattesa dal d.lgs. 81/2008. Il “testo unico” ora vigente non promuove, di fatto, la tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro. C’è da dubitare che rispetti il dettato costituzionale. E di fronte all’inadeguatezza delle norme, alle pratiche elusive delle imprese, alle pratiche raccomandate che allontanano da una reale prevenzione, ai morti e agli infortunati quotidiani, si assiste a un pervasivo immobilismo.
Pubblicato da Carlo Soricelli a 00:17 9 commenti:
Milano 27 maggio 2013 E' morto un operaio albanese di 33 anni per il crollo dell'impalcatura su cui lavorava. La tragedia a Cernusco sul Naviglio. La vittima stava ristrutturando una casa in una via poco lontano dal centro della città ed era al lavoro su un'impalcatura: all'improvviso in mattinata il crollo della struttura e il povero giovane è precipitato a terra, rimanedo ucciso sul colpo. Gli agenti della Polizia locale di Cernusco sul Naviglio stanno cercando di ricostruire quello che è accaduto. Savona 27 maggio 2013 E'morto marco Vallarino di 44 anni dopo essere caduto da 15 metri d'altezza da gru nel porto di Vado Ligure al Terminal cokerie . Sconosciute la e cause che gli hanno fatto perdere l'equilibrio, è possibile anche che sia stato un malore Non è chiaro se a fargli perdere l’equilibrio sia stato un malore oppure un fatto accidentale. Purtroppo apprendiamo da Organi di Stampa che non sono a norma la scaletta e il carroponte del pontile San Raffaele del terminal rinfuse Italia spa di Vado Ligure. Lo hanno accertato gli ispettori dell’Asl a conclusione dell’accurato sopralluogo effettuato dopo il tragico volo mortale nel quale ha perso la vita Marco Vallarino, 44 anni. Secondo gli inquirenti, infatti, mancherebbero le necessarie ringhiere e strutture in grado di mettere in sicurezza gli operai chiamati alla manuntenzione del carro ponte anche in caso di malore.http://www.ilsecoloxix.it/p/savona/2013/05/29/AP8qOEdF-tragedia_scaletta_legge.shtml
Un tecnico italiano è morto in angola, si tratta di Luca Monferone originario di Belluno ma residente nel bresciano, e due agricoltori di cui uno schiacciato da una lastra di metallo che stava spostando in Piemonte e un altro schiacciato dal trattore in Toscana, si è aggiunto un agricoltore sempre a causa, anche se indirittamente del trattore, in Piemonte e un pensionato di 81 anni che lavorava ancora in edilizia in Umbria....In tanti non sono considerate morti sul lavoro. Noi consideriamo morti sul lavoro tutte le persone che muoiono mentre lavorano, indipendentemente dall'età e dalla posizione assicurativa
E' morto un edile di 43 anni in provincia di Cremona
Cremona, 23 maggio 2013 E' morto M.B un edile di 43 anni in un cantiere del Consorzio di Bonifica Navarolo dove si stavano posando delle canaline. Sembra che la vittima sia stata travolta da un cumulo di terra. Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco, un’ambulanza, un’automedica e l’elisoccorso di Bergamo, ma tutti i tentativi di salvarlo sono risultati vani. Le indagini sono condotte dai carabinieri di Rivarolo del Re.
Pubblicato da Carlo Soricelli a 01:54 Nessun commento:
E' morto a soli 21 anni Stefano Consoli schiacciato da una lastra di marmo
17 mag BRESCIA E' morto Stefano Consoli a soli 21 anni. Consoli è morto oggi pomeriggio a Torbole Casaglia, nel bresciano. Il povero giovane stava lavorando nella ditta di famiglia, la Consoli marmi, di cui era titolare, quando è rimasto schiacciato da una lastra di marmo, rimanendo ucciso sul colpo. Gli uomini del 118 non hanno potuto fare altro che constatarne la morte. Sul posto anche i carabinieri, al lavoro per ricostruire l'esatta dinamica dell'incidente.
dramma a Vittoria, Ragusa. Muratore disoccupato si dà fuoco perchè gli avevano messo la casa all'asta per 26 mila euro. Adesso è gravissimo. Feriti anche la moglie e due agenti. A 64 anni un muratore non dovrebbe essere disoccupato ma pensionato già da molti anni. E per 26.000 euro non si mette all'asta una casa. Siamo alla barbarie! Condivido in pieno. Carlo Soricelli
Catania 13 maggio 2013 E' morto Giuseppe Egitto di 72 anni mentre lavorava su un'impalcatura all'interno di un cine-teatro in ristrutturazione a Paternò. L'anziano edile è morto dopo essere precipitato da un'altezza di circa 5 metri. Per lo sfortunato operaio non c’è stato assolutamente nulla da fare: i traumi, soprattutto quello cranico l'hanno ucciso sul colpo. L'allarme è stato lanciato dall'altro operaio che si trovava con lui con Egitto. Sul luogo della disgrazia si sono portati i carabinieri della compagnia di Paternò che adesso indagano sull’accaduto. E gli inquirenti vogliono anche accertare che i lavori erano in regola con le normative vigenti. SASSARI, 13 maggio 2013 E' morto Antonio Sara agricoltore di 68 anni. Sara è morto come tantissimi altri negli ultimi 30 giorni schiacciato dal trattore che guidava. Il mezzo si è ribaltato durante una manovra in un terreno in forte pendenza, come purtroppo capita molto spesso in un territorio collinare come quello italiano. I medici del 118, giunti da Sassari, hanno anche tentato di rianimare l'agricoltore. Anche ieri nelle campagne di Domusnovas nel cagliaritano era morto un altro agricoltore, Ennio Carta, di 85, finito col trattore in un canale. Il trattore un autentico "mostro" che uccide centinaia di agricoltori ogni anno. Sono stati 25 i morti causati dal trattore dall'inizio di aprile. Un autentica carneficina che lascia indifferenti la politica e il parlamento.
Modena 10 maggio 2013 E' morto Leopoldo caselli artigiano di 60 anni a Pavullo. Caselli è caduto da un ponteggio da un'altezza di circa 8 metri circa otto metri dopo aver perso l'equilibrio mentre stava ripristinando le balconate di una casa. Gravemente ferito è morto alle 22 all'ospedale Maggiore di Bologna dove era stato ricoverato con gravissime lesioni. Disperati i tentativi di strapparlo alla morte. All'ospedale è stato subito tentato un delicatissimo intervento chirurgico, ma ma purtroppo senza nessun risultato. Sul posto gli esperti di medicina del lavoro e i carabinieri per i rilievi di legge. Cremona 11 maggio 2013 E' morto Vincenzo Grazioli agricoltore di 72 anni. La tragedia a Soncino in una Cascina di proprietà dei fratelli Grazioli. Stando ad una prima ricostruzione effettuata dai carabinieri di Soncino e dai colleghi dell’Ispettorato del Lavoro, Grazioli stava riparando una botte per lo spandimento dei liquami con un flessibile ma probabilmente all'interno si era formata una sacca di metano che è esploso a acausa delle scintille provocate dall'attrezzo. Come una bomba la botte è eslosa colpendo violentemente l'agricoltre alla testa uccidendolo sul colpo.
In sicurezza sul lavoro foto di Domenico Bertuccelli
Una strage di lavoratori in soli due giorni, sono 17 i lavoratori morti in soli 2 giorni, oltre ai 7 morti di Genova e i due dispersi, sono morti in diversi parti d'Italia altri 8 lavoratori, nell'industria, nei servizi, in altri porti, in agricoltura. Ma quello che impressiona è la nostra politica ( di qualsiasi colore) che sembra ignorare completamente queste tragedie, non affrontando seriamente questi problemi che non dovrebbero farli dormire la notte. Si parla di diarie dai nuovi venuti (ma Grillo aveva messo come prioritario il problema delle morti sul lavoro, recitando anche una poesia su queste tragedie?). Il PDL che si preoccupa solo dei problemi giudiziari di Berlusconi, il PD impegnato a come autodistruggersi meglio e pensando solo all'assetto del partito e agli interessi politici personali dei dirigenti. Nel frattempo continuano a morire tantissimi lavoratori. Noi dal 2008 monitoriamo e continuiamo a tempestare di mail la politica e i media, ma è un lavoro inutile, si parla con un muro di gomma, basterebbe poco, un pò d'interesse del parlamento con leggi semplici, poco costose e mirate per dimezzare il numero di morti e portarli allo stesso numero degli altri paesi europei. E i cittadini sono ben consapevoli di questo, ogni giorno si collegano al sito dell'Osservatorio a centinaia, guardano le nostre statistiche non "taroccate" e si commuovono per tutte queste vittime, ma la nostra classe dirigente NO, regna il silenzio più assoluto e si indignano solo quando ci sono casi come quelli di Genova, mentre sono loro i principali responsabili disinteressandosi del problema. Sono oltre mille ogni anno quelli che perdono la vita per pochi euro al mese. Ma il lavoro e i lavoratori non interessano più a nessuno e chi lavora è trattato da "utile idiota", che viene ricordato solo quando ci sono le elezioni. E' ora di cominciare una vera rivoluzione civile che parta dal basso e che rimetta al centro della politica il lavoro dipendente, che non ha più rappresentanza politica. Carlo Soricelli curatore dell'Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro htttp://cadutisullavoro.blogspot.com Un omaggio a queste ultime vittime Daniele Frantantonio Michele Robazza Davide Morella Maurizio Potenza Sergio Basso Marco De Candusso Giuseppe Tusa Gianni Jacoviello (disperso) Francesco Cetrola (disperso) Andrea Casagrande Giuseppe Mastrullo Ruci Nouruz Fernando Belli Piergiuseppe Zanesi Massimo Vianello Giovanni Cornacchia Daniele Basili
Sono 6 i morti di questa giornata che segue la tragedia di Genova. Altre due vittime, oltre quelle di Genova il giorno 8
Alessandria 9 maggio 2013 E' morti un operaio albanese di 45 anni. La vittima stava lavorando allo smantellamento di una linea elettrica che avrebbe dovuto essere in disuso. Invece c'era ancora la corrente a 380 volt. Quando l'operaio ha toccato il cavo è stato colpito da una scarica elettrica che lo ha ucciso sul colpo. La tragedia è avvenuta questa mattina a Tassarolo, nel Novese, nei pressi del villaggio Sant'Ambrogio. Sono accorsi carabinieri, 118 e personale dello Spresal per verificare le condizioni che hanno provocato la tragedia . Gorizia 9 maggio E' morto Giovanni Cornacchia di 52 anni. Cornacchia era un manovratore e lavorava nel porto di Monfalcone: per cause in via d'accertamneto è stato investito da un vagone dopo essere scivolato. Inutili i soccorsi dei sanitari del 118. Cornacchia sarebbe morto sul colpo. Sul posto per i rilievi, oltre ai carabinieri, sono intervenuti anche i vigili del fuoco. Chieti 9 maggio 2013 E' morto Fernando belli di Belli, 55 anni. Belli è morto in un incidente dentro lo stabilimento della Neos Italia, azienda che produce profilati e membrane plastiche per il settore igienico-sanitario. La vittima stava lavorando insieme a un collega a una pressa che, al momento di rimuovere un pezzo che si era incastrato si è ribaltata schiacciandolo uccidendolo sul colpo. Accertamenti sono in corso da parte dei carabinieri mentre la Procura della Repubblica di Chieti ha disposto l'autopsia. Venezia 9 maggio 2013. E' morto Massimo Vianello nella notte tra mercoledì e giovedì guidando un motoscafo che si è schiantato contro le fondamenta di un canale. Ignote le cause dello schianto e le cause che gli hanno fatto perdere il controllo del mezzo. Cremona 9 maggio E' morto Giuseppe Zanesi un elettricista di 53 anni. Zanesi è caduto da una scala, ha battuto la testa uccidendolo. Era al lavoro in un'azienda vicino a Formigara. VITERBO E' morto daniele Basili agricoltore di 30 anni schiacciato dal trattore, un mostro che uccide centinaia di agricoltori ogni anno. Basile è morto ieri sera a Farnese, nel'Alto Viterbese, mentre era al lavoro su un mezzo agricolo. La vittima ha perso il controllo del trattore mentre stava lavorando nel suo terreno; il mezzo si è ribaltato ed è rimasto schiacciato.
Foggia, 8 mag. E' morto Giuseppe Mastrullo un agricoltore di 49 anni,. Mastrullo stava lavorando con il trattore in un'azienda agricola quando il mezzo e' uscito fuori strada ribaltandosi e schiacciandolo. La tragedia nel pomeriggio nelle campagne di Cerignola. A dare l'allarme altri agricoltori che hanno chiamato il 118 e i carabinieri ma i medici dell'unita' di soccorso non hanno potuto far altro che constatare la morte. Sul posto anche un ispettore dello Spesal, il Servizio di prevenzione infortuni sul luogo di lavoro. Treviso 8 maggio E' morto Andrea Casagrande un pensionato di 76 anni. La tragedia a Tarzo cadendo dal tetto di un capannone industriale che stava controllando. Casagrande era salito sul tetto dell’edificio di sua proprietà, affittato a tre aziende, per controllare le grondaie, quando, per cause da accertare, ha perso l’equilibrio ed è caduto.Inutili i soccorsi dei medici del Suem 118. Sull’episodio indagano i carabinieri di Cison di Valmarino. Le foto sono di Domenico Bertuccelli
Pubblicato da Carlo Soricelli a 22:05 Nessun commento:
Sono morti Gerardo Zanettin in provincia di Pordenone e Stefano Guzzetti di 51 anni a Cantù in provincia di Como
Pordenone 7 maggio 2013 E' morto Gerardo Zanettin di 66 anni. La tragedia sul lavoro a San Quirino, Un altro lavoratore è rimasto gravemente ferito nell'infortunio. Per cause in corso di accertamento Zanettin titolare di un'azienda che produce tetti e un suo dipendente, mentre caricavano una parete per una casa prefabbricata su un furgone, sono stati investiti dal pesante manufatto. Zanattin che ha subito uno schiacciamento toracico ed e' stato trasferito in elicottero nel reparto di rianimazione dell'ospedale di Pordenone, ma è morto poco dopo. Anche il dipendente di 51 anni, ha subito contusioni e fratture ed e' stato trasferito all'ospedale di Pordenone anche se non sembra in pericolo di vita. Como 7 maggio 2013 E' morto Stefano Guzzetti un operaio di 51 anni in un infortunio sul lavoro a Cantu'. La vittima, dipendente di un'azienda che fornisce legname ai mobilifici, e' stato travolto da una cassa di tranciati durante le operazioni di carico e scarico da un camion. Nonostante i soccorsi arrivati con l'elicottero, per l'operaio non c'e' stato nulla da fare. La procura e la ASL di Como hanno avviato un'inchiesta.
E' morto gaetano Vinciguerra coinvolto in un infortunio sul lavoro il 22 aprile scorso
Catania 5 maggio 2013 E' morto Gaetano Vinciguerra di 47 anni dopo 14 giorno dall'infortunio sul lavoro che lo aveva colpito il 22 aprile scorso: era caduto da diversi metri mentre riparava palo della luce. quel giorno nella caduta aveva riportato un grave trauma cranico e toracico. Ricoverato all’ospedale Cannizzaro di Catania, è deceduto il 5 maggio dopo molta sofferenza.
Piacenza 3 maggio 2013 E' morto Feliciano Dioni un agricoltore di 75 anni. dioni ha perso la vita a causa del trattore che si è ribaltato in un fondo agricolo in località Fontanile, nel comune di Besenzone. Sembra che Dioni fosse alla guida del suo trattore per eseguire alcuni lavori quando il mezzo è uscito di strada ribaltandosi. Schiacciato dal peso del trattore è morto sul colpo a causa dei gravi traumi riportati. Foggia 4 maggio 2013 E' morto Giuseppe Silvestre di 78 anni. Silvestre con Dioni sono le vittime sacrificali di questa classe dirigente, soprattutto politica che non è capace di porre fine a queste carneficine che ogni anno si verificano a causa dei trattori senza cercare di porre rimedio con leggi adeguate. Negli ultimi 30 giorni sono morti 22 agricoltori schiacciati dal trattore, una vera vergogna perchè basterebbe poco per salvare tante vite. Basterebbe solo dotare dei mezzi di "gabbie" che non permettono agli agricoltori che li guidano di essere sbalzati fuori e di venire travolti. In questo caso sul posto sono giunte due squadre dei vigili del fuoco provenienti da Lucera e da Foggia muniti di autogru per sollevare il trattore e liberare il corpo del l'anziano.
Benevento 2 maggio 2013 E' morto Alfonso I di soli 26 anni a Limatola, Sant'Agata dei Goti. Alfonso è stato colpito violentemente alla schiena da una braccio meccanico utilizzato per reggere e spostare le attrezzature ed è morto per le gravi ferite. La tragedia nel pomeriggio in un’officina di Limatola specializzata nella riparazione ed assemblaggio di locomotori e vagoni ferroviari. Inutile, purtroppo, i soccorsi. Sul posto i carabinieri e il medico legale.
A volte basterebbe davvero poco per evitare i rischi Nelle due foto si possono vedere tre operai che stanno scaricando su un camion dei materiali edili a mezzo di carrucola. Nei due terrazzini sottostanti vi sono delle persone. In una foto si vede una signora che sta parlando con l'operaio al piano di sopra e stava protestando perché stavano effettuando i lavori senza aver avvisato nessuno e dunque che era pericoloso. Il giovane l'ha mandata a quel paese senza tanti complimenti. Nell'altra foto si vede invece che al primo piano proprio alla verticale dello scarico, si trova una signora con una ragazzina e un bambino in braccio. Naturalmente si continua a far scendere il secchio pieno di detriti senza alcun avviso. N
Morti sui luoghi di lavoro nei primi 4 mesi del 2013
Report Morti sul lavoro 1 gennaio 2013-1 maggio 2013 Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro (Aggiornamento) Nei primi 5 mesi del 2013 sono morti sui luoghi di lavoro 149 lavoratori, più di 300 se si aggiungono i decessi sulle strade e in itinere. Alla stessa data nel 2012 erano morti 160 lavoratori, si registra un calo del 6,9% . La causa principale di questo lieve decremento è da imputare alla crisi che ha determinato un aumento drammatico di disoccupati e cassaintegrati. Teniamo a precisare che l'Osservatorio considera morti sul lavoro tutti i lavoratori indipendentemente dalla loro posizione assicurativa che spesso addirittura non esiste (lavoro nero). Alcune percentuali sul totale dei decessi: 33,3% in edilizia, 31% in agricoltura, due terzi delle vittime nel settore agricolo nel mese di aprile, quasi tutti schiacciati dal trattore, l’ultimo il 28 aprile in provincia di Roma; 17,5% nei servizi, 6,5% nell’autotrasporto, 5,5% nell’industria. Poi ci sono i lavoratori morti sulle strade e in itinere considerati a tutti gli effetti morti per infortuni sul lavoro ma per i quali non esiste nessuna normativa di protezione o che ne analizzi le cause. Moltissimi sono annoverati tra i morti per incidente stradale, ma in realtà gran parte di questi sono lavoratori che si spostano sulle strade e autostrade, dal sud al nord o viceversa e spesso nascondono lavoro nero che è impossibile riuscire a quantificare complessivamente. I cittadini hanno una visione sbagliata del fenomeno che è molto più esteso di quello che si percepisce affidandosi ai media tradizionali. Si ha la percezione che a morire siano soprattutto operai nelle fabbriche mentre sono “solo” il 5,5% dall’inizio dell’anno, nel 2012 furono il 7% del totale e per la stragrande maggioranza nelle micro aziende dove il sindacato e la prevenzione non esistono. Lo Stato spende milioni di euro per corsi sulla sicurezza che a nostro giudizio non servono a niente, se non a riempire le tasche di chi li organizza e non hanno una vera utilità per chi dovrebbe essere sensibilizzato e istruito su questo tema visto che non vengono coinvolte le categorie che hanno più vittime. Agli agricoltori che muoiono per il 33% sul totale, dei quali un terzo schiacciati dal trattore che non ha nessuna protezione, cosa viene offerto in termini di conoscenze, aiuti per migliorare i mezzi e prevenzione? E per gli edili che muoiono con le stesse percentuali in piccolissime aziende, che cadono dall’alto o travolti dai mezzi che guidano loro stessi o i loro colleghi, o dal materiale che stanno manovrando, cosa si fa? Che conoscenze si danno e cosa si fa per rendere più sicuro il lavoro a persone che spesso non conoscono neppure l’italiano e lavorano in nero per 10 o 12 ore al giorno svolgendo attività faticose e poco sicure? Per non parlare del fatto che grazie alle nuove normative volute dalla Fornero e da Monti si deve lavorare fino a quasi 70 anni, età in cui spesso non si ha un perfetto stato di salute, i riflessi sono lenti e nel caso di lavori così pericolosi e faticosi si tratta di componenti micidiali, non a caso i morti sui luoghi di lavoro ultrasessantenni sono numerosissimi. Risulta molto frustrante dover fare tutti gli anni le stesse osservazioni e vedere i dati delle solite statistiche considerate “ufficiali” che ti dicono che i morti sono molto meno numerosi di quelli monitorati dall’Osservatorio. Questo cosa significa? In realtà con la scusa della diminuzione si fanno anche minori controlli e si risparmia risorse sulla Sicurezza. Come abbiamo già avuto modo di dire le statistiche ufficiali a nostro parere sono fuorvianti perchè accorpano morti sui luoghi di lavoro e decessi sulle strade e in itinere che sono un’altra cosa. L‘assicurazione INAIL in itinere è sacrosanta, ma come si fa a non differenziare quantitativamente e qualitativamente gli interventi da mettere in atto se non distingui la morte di chi cade da un tetto o sotto un macchinario dal morto per incidente automobilistico? Occorre sapere chiaramente come intervenire se si vuol salvaguardare la vita di chi lavora. La formazione sulla sicurezza si fa solo per le cosiddette categorie “forti” che hanno sindacati che le tutelano e riescono ad imporla, mentre si lasciano allo sbando i poveri diavoli, i meno tutelati, quelli che lavorano in nero o in grigio o in piccole aziende. Pensiamo sia intollerabile che un paese come il nostro che ha 60 milioni di abitanti conti il triplo dei morti sui luoghi di lavoro degli altri grandi paesi europei. Per i lavoratori che operano all’aperto quali edili, agricoltori, autotrasportatori e per tutti quelli che utilizzano un mezzo per andare a lavorare si consiglia di visitare il sito di previsioni del tempo http://prevenzionemeteo.blogspot.it/ dove oltre alle previsioni del tempo si può valutare il fattore rischio infortuni sul lavoro legato alle condizioni atmosferiche. Se si fosse prestato attenzione all’allarme da noi lanciato con decine di mail all’inizio di aprile nei quali si metteva in guardia sui fattori di rischio per chi opera all'aperto forse non ci sarebbero stati 45 decessi dal 9 negli ultimi 20 giorni. Carlo Soricelli http://cadutisullavoro.blogspot.com
Pubblicato da Carlo Soricelli a 23:11 1 commento:
Marco Bazzoni, un vero paladino dei lavoratori ci ha inviato questa mail piena d'indignazione che volentieri pubblichiamo
Qualcuno ne vuole parlare di questa vergogna? O quantomeno la politica e sindacati vogliono fare qualcosa perchè si sblocchi questa situazione che definire VERGOGNOSA è poco??? Una vedova ed un figlio invalido, che devono campare con 290 euro al mese, di pensione di invalidità del figlio, che per la morte del padre non ha visto un euro. Saluti. Marco Bazzoni-Operaio metalmeccanico e Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza-Firenze Il marito è morto a causa di un incidente sul lavoro nel 1992. Da 21 anni la vedova e il figlio attendono un risarcimento danni nonostante una sentenza passata in giudicato. Questa mattina Giuseppina Cardinale e il figlio Salvatore La Corte hanno manifestato davanti l’agenzia nazionale dei beni confiscati in via Vannantò, per chiedere giustizia. Giuseppe La Corte è morto per un infortunio sul lavoro avvenuto nel cantiere della Co.Gi srl. “Società – spiega l’avvocato Irene Carta Cerrella – che apparteneva a Vincenzo Piazza il cui patrimonio è stato definitivamente confiscato nel 2010 . La società era stata condannata da una sentenza, passata in giudicato nel 2010, a risarcire 500 mila euro alla famiglia dell’operaio. “Era arrivata anche una proposta transattiva per 150 mila euro nel luglio del 2011, – aggiunge l’avvocato – proveniente dall’amministrazione giudiziaria con invito a comunicare le coordinate bancarie. Nonostante i soldi messi da parte dal curatore fallimentare la moglie e il figlio non hanno ricevuto alcunché”. Oggi a Roma si riunirà la commissione per decidere se approvare o meno la proposta transattiva.
25 GLI AGRICOLTORI MORTI NEL MESE DI APRILE E QUASI TUTTI SCHIACCIATI DAL TRATTORE
Cosenza 30 aprile E' morto Luigi Malescio, agricoltore di 40 anni. Malescia è morto schiacciato dal trattore, una strage infinita di questi mostri che il parlamento non prende in considerazione. Basta poco, fare mettere delle barre laterali in modo che il guidatore non venga sbalzato fuori. La tragedia in una campagna di Acquaformosa il trattore sarebbe finito in una scarpata schiacciandolo. Sono 25 gli agricoltori morti nel mese di aprile e quasi tutti schiacciati dal trattore. BASTA, IL PARLAMENTO SI DEVE OCCUPARE DI QUESTE TRAGEDIE.