Source: http://www.studiolegalesigmarfrattarelli.it/oltre-al-mobbing-esiste-anche-lo-straining/
Timestamp: 2019-02-17 05:21:05+00:00
Document Index: 118761281

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art.2051']

Mobbing e straining | Studio Legale Avv. Sigmar Frattarelli
Oltre al mobbing esiste anche lo straining
Il lavoratore vittima di vessazioni e atti ostili da parte dei suoi colleghi nella consapevolezza del datore di lavoro
Accanto alla fattispecie del mobbing, la più recente giurisprudenza ha introdotto il concetto di straining, qualificato come “una situazione di stress forzato sul posto di lavoro, in cui la vittima subisce almeno un effetto negativo nell’ambiente lavorativo, azione che, oltre ad essere stressante, è caratterizzata anche da una durata costante. La vittima è, rispetto alla persona che attua lo straining, in persistente inferiorità. Lo straining viene attuato appositamente contro una o più persone, ma sempre in maniera discriminante”.
La prima sentenza di merito ad avere illustrato i contorni della fattispecie è stata emessa dal Tribunale di Bergamo (sentenza n.286/2005); in tale sentenza il giudice del lavoro ha precisato che in ipotesi di straining, a differenza del mobbing, i comportamenti vessatori da parte del datore di lavoro non presentano i caratteri della frequenza e della ripetitività, potendosi concretizzare anche in una sola azione ostile nei confronti del lavoratore.
Invero, assumono rilevanza quelle situazioni lavorative particolarmente “stressanti”, quali, ad esempio, episodi di dequalificazione e/o isolamento professionale, che generano nel destinatario una forma di pressione superiore a quella connaturata alla natura stessa del lavoro svolto ed alle normali interazioni organizzative.
Nel 2013 è intervenuta in materia di straining anche la Corte di Cassazione con sentenza del 03.07.2013 n.28603, accogliendo il ricorso di un dipendente di banca, il quale era stato relegato a lavorare in un “vero e proprio sgabuzzino, spoglio e sporco, con mansioni dequalificanti, meramente esecutive e ripetitive”.
La sentenza in questione ha avuto il pregio di fornire la esatta qualificazione giuridica dello straining, in passato impropriamente identificato alla stregua del più complesso mobbing, del quale, invece, è da considerarsi un forma peculiare ed attenuata.
Infatti, mentre gli elementi costitutivi del mobbing sono necessariamente la sistematicità, la frequenza e la regolarità delle vessazioni, nello straining il lavoratore è destinatario di sporadiche azioni ostili e vessatorie, provenienti dai superiori gerarchici o anche soltanto da colleghi di pari grado, che finiscono per cagionare gli stessi danni del mobbing (disturbo post-traumatico da stress) che si ripercuotono negativamente sulla qualità della vita del lavoratore.
Assai esplicativa è la recente sentenza del Tribunale di Aosta (01.10.14) nella quale il giudice del lavoro ha recepito proprio la qualificazione giuridica dello straining, statuendo che “se il datore di lavoro non impedisce che alcuni dipendenti prendano di mira un loro collega, attraverso condotte persecutorie e volgari consistenti nell’insultarlo ripetutamente e nell’isolarlo dal resto del team, e da ciò deriva una situazione di malattia psichica che porta il dipendente al licenziamento per superamento del periodo di comporto, costui ha diritto al risarcimento dei danni e alla reintegrazione nel posto di lavoro”.
Al centro della vicenda vi è stata una donna che era stata assunta come commessa presso un grande negozio di abbigliamento, la quale si era ritrovata, suo malgrado, a ad operare in un ambiente di lavoro caratterizzato da dispetti, invidia e antipatie reciproche tra dipendenti ed era diventata vittima di insulti quotidiani, condotte persecutorie grossolane e volgari da parte degli altri colleghi e isolamento.
Tali condotte erano fatti conosciuti dal datore di lavoro in quanto il capo area della donna era presente nel negozio 2 o 3 volte a settimana e tra i suoi compiti vi era anche quello di curare i rapporti tra il personale.
Il giudice in primo luogo ha precisato che la persecuzione subita dalla lavoratrice è qualificabile come straining e non come mobbing; infatti, sussiste il primo quando vi è una «situazione di stress forzato sul posto di lavoro caratterizzata anche da una durata costante», nonché discriminante e che colloca la vittima in posizione di inferiorità; si configura, invece, il mobbing quando gli stessi comportamenti sono «dolosamente orchestrati dal datore di lavoro».
Tuttavia, non ci sono sostanziali differenze per la vittima se il datore di lavoro è comunque a conoscenza dei fatti e ciononostante non si adopera per far cessare i comportamenti scorretti.
In secondo luogo, il giudice ha riconosciuto proprio nello straining la causa della malattia da stress sofferta dalla donna, ordinando quindi all’azienda la sua reintegrazione nel posto di lavoro in quanto il licenziamento è avvenuto in seguito ad una condotta illegittima del datore di lavoro o, comunque, ad esso addebitabile.
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BUCHE E INSIDIE STRADALI: QUANDO SPETTA IL RISARCIMENTO
Pubblicato il Febbraio 4, 2019 da Sigmar Frattarelli
Un’ipotesi molto frequente di sinistro stradale è senza dubbio quella relativa alle lesioni provocate da cadute di pedoni e ciclisti, e ai danneggiamenti di automobili e di altri mezzi di locomozione sul manto stradale sconnesso per omessa o cattiva manutenzione. Una buca sul manto stradale, una macchia d’olio, un dissesto in un marciapiede, o comunque un pericolo non segnalato, sono tra i tanti possibili rischi a cui l’utente della strada può andare incontro. Anche lo Studio Legale dell’Avv. Sigmar Frattarelli più volte ha affrontato tali contenziosi nelle aule giudiziarie (vedi di recente il caso segnalato sull’articolo di stampa). Da premettere al riguardo che non tutte le anomalie della strada possono dare diritto al risarcimento per eventuali danni subiti. Il principio cardine in tema di responsabilità è quello sancito dall’art.2051 cod. civ. per cui la Pubblica Amministrazione (Comune, Provincia, Stato), in quanto custode della rete stradale, è responsabile dei danni arrecati da quest’ultima, salvo che provi il caso fortuito. Questo significa che la Pubblica Amministrazione, per il semplice fatto di avere un potere dispositivo effettivo sulle strade (controllo, manutenzione e intervento) è tenuta a risarcire i danni. Essa potrà esimersi dalla responsabilità solo se dimostri che sia intervenuto un fattore causale estraneo del tutto eccezionale ed imprevedibile. Sul danneggiato incombe comunque un preciso onere probatorio, ovvero egli deve dimostrare che l’evento dannoso si è verificato e che esso è stato causato proprio dall’anomalia della strada, dovendo con ciò provare che l’evento si è prodotto come conseguenza anormale della particolare condizione, potenzialmente lesiva della cosa. È necessario, quindi, che il danneggiato dimostri la pericolosità della cosa in custodia: non basta la presenza di una buca sulla strada per aver diritto al risarcimento del danno, ma occorre dimostrare l’attitudine della buca a produrre il danno in ragione della sua intrinseca pericolosità, ovvero della sua “insidiosità”; ecco perché in tali casi si parla di “insidia” o “trabocchetto”, in quanto occorre dimostrare che esso non era prevedibile né evitabile con l’uso dell’ordinaria diligenza. In particolare, affinchè una buca o una anomalia possa definirsi una insidia occorre che sussista il carattere oggettivo della non visibilità del pericolo (paradossalmente una buca molto grande potrebbe essere meno pericolosa dato che più visibile di una di dimensioni più contenute) e l’elemento soggettivo della sua imprevedibilità e, quindi, dell’impossibilità di avvistarlo tempestivamente per poterlo evitare. Più la situazione di pericolo è suscettibile di essere prevista e superata “attraverso l’adozione di normali cautele da parte del danneggiato”, più il comportamento della vittima incide nella verificazione del danno, fino ad escludere del tutto la responsabilità della Pubblica Amministrazione. La Corte di Cassazione, ad esempio, ha negato il risarcimento del danno per la caduta in una buca ad una donna che ogni mattina uscendo di casa a piedi percorreva sempre lo stesso tratto di strada e, quindi, era perfettamente a conoscenza che in quel punto vi era una buca (da evitare) sul manto stradale.​Va detto, pertanto, che anche nell’ipotesi di danno da insidia stradale, la valutazione del comportamento del danneggiato è di imprescindibile rilevanza, potendo tale comportamento, se ritenuto colposo, escludere del tutto la responsabilità dell’ente pubblico preposto alla custodia e manutenzione della strada, o quantomeno fondare un concorso di colpa del danneggiato stesso. Sulla risarcibilità incide, di conseguenza, anche la condotta del danneggiato e il suo eventuale comportamento imprudente o negligente. Sulla scorta di tali principi, è stato più volte statuito dai giudici che se la buca è molto grande essa è anche sufficientemente visibile con maggiore possibilità per l’utente della strada di evitarla, con conseguente diniego di ogni risarcimento, mentre, al contrario, sono quasi sempre accolte le richieste di risarcimento in caso di buche occulte e insidiose (si pensi ad una buca coperta dall’acqua oppure dalle foglie). La stessa esclusione di responsabilità molto spesso è emersa in casi in cui vi erano sul posto luce e visibilità sufficienti per accorgersi della buca, oppure allorquando il danneggiato conosceva la strada e i pericoli presenti su di essa, o ancora quando la strada era in condizioni di palese dissesto e l’automobilista aveva scelto ugualmente di percorrerla a proprio rischio e pericolo. Da ricordare poi che l’ente gestore della strada è responsabile anche per gli elementi esterni alla carreggiata in quanto “la custodia esercitata dal proprietario o dal gestore della strada non è limitata alla sola carreggiata ma si estende anche agli elementi accessori o pertinenze. Questo significa che se anche il danneggiato ha violato le regole del codice della strada, l’amministrazione è responsabile del danno se risulta che la presenza di un’adeguata barriera avrebbe potuto opporsi all’urto da parte del mezzo ed evitare l’infortunio” (su tali basi è stato risarcito il conducente di un’autovettura che era uscito dalla carreggiata precipitando dentro una buca, a margine della stessa, che tuttavia non era né segnalata né protetta). Da ultimo, un consiglio pratico: in caso di danni causati da buche e insidie stradali è molto importante chiedere l’immediato intervento delle autorità (polizia municipale, polizia stradale, carabinieri), far rilevare sul posto le condizioni della strada, far verbalizzare nell’immediatezza del fatto l’esistenza della buca, dell’insidia o trabocchetto, scattare se possibile fotografie dei luoghi prima che vengano ripristinati dal Comune o dall’ente gestore della strada, e annotare (se presenti) le generalità dei testimoni oculari dell’accaduto.
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