Source: http://questionegiustizia.it/articolo/reddito-di-cittadinanza-assistenza-alla-poverta-o-governo-penale-dei-poveri-_06-06-2019.php
Timestamp: 2019-10-17 15:06:46+00:00
Document Index: 39148682

Matched Legal Cases: ['art. 7', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 7', 'art. 416', 'art. 7', 'art. 7', 'sentenza ', 'art. 7', 'art. 296', 'sentenza ', 'art. 656', 'sentenza ']

QUESTIONE GIUSTIZIA - Reddito di cittadinanza: assistenza alla povertà o governo penale dei poveri?
Il Governo di centrosinistra aveva risposto a questa indeclinabile necessità sociale con il Rei (il Reddito di inclusione di cui al d.lgs 15 settembre 2017, n. 147). Il Governo 5Stelle-Lega con il RDC (il Reddito di cittadinanza introdotto con il dl del 28 gennaio 2019, n. 4 conv. con modificazioni dalla legge del 28 marzo 2019, n. 26). Si tratta, in entrambi i casi, di modelli molto lontani dall’idea del “reddito di cittadinanza” strictu sensu che è invece una misura universalistica ed indirizzata a garantire il cd. ius existentiae: perciò non una misura contro la povertà ma una misura individuale, erogabile a tutti, a prescindere dalla prova dei mezzi. Pur avendo ampliato di molto l’entità delle somme impiegate e la platea dei potenziali fruitori il Reddito di cittadinanza (RDC), di cui alla legge n. 26 del 2019, appare ispirato a quello che con un ossimoro si potrebbe definire l’universalismo selettivo che mira ad un equilibrio tra esigenze contrapposte: tutelare per tempi adeguati i più poveri e stimolarne le responsabilità.
Al secondo comma, l’art. 7 punisce l'omessa comunicazione delle variazioni del reddito o del patrimonio, anche se provenienti da attività irregolari, nonché di altre informazioni dovute e rilevanti, ai fini della revoca o della riduzione del beneficio entro i termini di cui all'articolo 3, commi 8, ultimo periodo, 9 e 11. In questo caso la condotta è punita con la reclusione da uno a tre anni.
Questo reato meno grave presuppone il godimento e la legittima concessione del beneficio - anche in ordine alla misura − in base a documenti e requisiti regolari. E punisce soltanto le omissioni di informazioni in corso di godimento e che incidono quindi sulle condizioni di mantenimento del beneficio; anche soltanto in relazione al quantum.
Va sottolineato inoltre che la norma punisce anche soltanto il ritardo nella comunicazione; posto che sanziona con la stessa pena non solo l’omissione ma anche aver effettuato la comunicazione in violazione dei termini (previsti dall'art. 3, commi 8, ultimo periodo, 9 e 11).
Qui c’è da registrare un evidente difetto di coordinamento tra decreto legge e legge, perché il comma 8, ultimo periodo, dell’art. 3, introdotto dalla legge di conversione recita: «L'avvio dell'attività di lavoro dipendente è comunque comunicato dal lavoratore all'Inps secondo modalità definite dall'Istituto, che mette l'informazione a disposizione delle piattaforme di cui all'articolo 6, comma 1», senza tuttavia prevedere alcun preciso termine; salvo che non si sostenga la tesi che sul punto la norma penale abbia voluto fare riferimento alle modalità stabilite dall’Inps, ma con insuperabili problemi di tassatività e di legalità trattandosi di elementi della fattispecie penale.
Anzitutto l’art. 7, comma 3, prevede la immediata revoca con efficacia retroattiva in caso di condanna definitiva o di patteggiamento per i reati previsti dal medesimo comma (ovvero per i reati di cui ai commi 1 e 2 e ma anche per tutti quelli previsti dagli artt. 270-bis, 280, 289-bis, 416-bis, 416-ter, 422 e 640-bis cp nonché per i delitti commessi avvalendosi delle condizioni previste dal predetto art. 416-bis ovvero al fine di agevolare l'attività delle associazioni previste dallo stesso articolo). La revoca non consegue però di diritto come effetto penale della condanna dovendo essere disposta dall’Inps. Negli stessi casi inoltre la legge prevede pure che il beneficiario sia tenuto alla restituzione di quanto indebitamente percepito.
E poi prevista al quarto comma un’altra ipotesi di revoca immediata del beneficio con efficacia retroattiva disposta in sede amministrativa nel caso in cui, dice la norma, «si accerti la non corrispondenza al vero delle dichiarazioni e delle informazioni poste a fondamento dell'istanza ovvero l'omessa successiva comunicazione di qualsiasi intervenuta variazione del reddito, del patrimonio e della composizione del nucleo familiare dell'istante». Si tratta sempre di una revoca immediata adottata dall’Inps, non condizionata all’esistenza del reato (e quindi a prescindere dalla pendenza di un processo e dal dolo), ma soltanto all’accertamento dell’illecito consistente nel mendacio o nell’omissione. È sufficiente quindi che esista il comportamento oggettivo descritto dalla norma; e tuttavia deve pur sempre trattarsi di una falsità o di una omissione che abbia riflessi sul diritto o sulla misura del reddito di cittadinanza.
Un punto oscuro è poi quello dell’art. 7, comma 10, secondo cui l’indebito relativo al RDC dovrà essere recuperato dall’Inps «nelle modalità di cui all'articolo 38, comma 3, del decreto-legge n. 78 del 2010, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 122 del 2010, al netto delle spese di recupero», il quale però prevede soltanto l’irrogazione di una ulteriore sanzione da 500 a 5000 euro; ebbene tale richiamo andrà chiarito anche per via normativa, dal momento che sarebbe privo di qualsiasi base logica punire più volte lo stesso comportamento.
In sede di conversione è stato aggiunto l'art. 7-ter che commina la sospensione del beneficio in caso di condanna o applicazione di misura cautelare personale.
La misura, ovviamente temporanea, (destinata ad essere sostituita dalla revoca definitiva o dalla sua stessa revoca all’esito del giudizio penale definitivo) opera nei confronti del beneficiario o del richiedente cui sia stata applicata una misura cautelare personale, anche adottata a seguito di convalida dell'arresto o del fermo, nonché del condannato con sentenza non definitiva per taluno dei delitti indicati all'art. 7, comma 3. (La medesima sospensione si applica anche nei confronti del beneficiario o del richiedente dichiarato latitante ai sensi dell'art. 296 cpp o che si è sottratto volontariamente all'esecuzione della pena).
Ai sensi del secondo comma, i provvedimenti di sospensione sono adottati con effetto non retroattivo dal giudice penale che ha emesso la misura cautelare, ovvero dal giudice che ha emesso la sentenza di condanna non definitiva, ovvero dal giudice che ha dichiarato la latitanza, ovvero dal giudice dell'esecuzione su richiesta del pubblico ministero che ha emesso l'ordine di esecuzione ex art. 656 cpp al quale il condannato si è volontariamente sottratto.
Allo scopo, nel primo atto cui è presente l'indagato o l'imputato l'autorità giudiziaria lo invita a dichiarare se gode del beneficio del RDC. I pubblici ministeri o i giudici delle indagini preliminari devono perciò integrare la propria modulistica adeguandola al nuovo adempimento.
Trattandosi di misura temporanea, la sospensione del beneficio può essere a sua volta revocata dall'autorità giudiziaria che l'ha disposta, quando vengano a mancare, anche per motivi sopravvenuti, le condizioni che l'hanno determinata.
Venuta meno la sospensione l’erogazione non viene ripristinata automaticamente, ma occorre una nuova domanda all’Inps, allegando ad essa la copia del provvedimento giudiziario di revoca della sospensione della prestazione. Il diritto al ripristino dell'erogazione decorre però ex nunc dalla data di presentazione della nuova domanda e della prescritta documentazione all'ente previdenziale, e non ha quindi effetto retroattivo sugli importi maturati durante il periodo di sospensione.
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