Source: https://sconfinamento.wordpress.com/author/ggiovannetti/
Timestamp: 2017-08-18 10:34:04+00:00
Document Index: 63176843

Matched Legal Cases: ['art. 9', 'art. 12', 'art. 12', 'art. 12', 'art. 1', 'art. 36', 'art. 36', 'art. 12', 'art. 36', 'art. 36', 'art. 36', 'art. 44']

ggiovannetti | direfarebaciare
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Festa del paesaggio o festa al paesaggio? Passati cinque anni, ecco nuovamente riproporre l’edificazione di due palazzine proprio lì, dalle parti di via Langosco nell’Ortaglia del trecentesco complesso monastico di Santa Clara a Pavia. Nell’antico monastero dovrebbe trasferirsi la biblioteca comunale, ma il progetto va a rilento.
Non si ferma invece la speculazione e per gli orti delle Clarisse il destino pareva segnato, dopo il benestare della Conferenza comunale dei servizi il 14 dicembre 2010, dopo quello della Commissione Paesaggio il 17 luglio 2012, e dopo l’approvazione dello Schema di Convenzione proposto da Delta spa, proprietaria dell’area, da parte della Giunta comunale il 16 ottobre 2012, quando sindaco era ancora Alessandro Cattaneo. Due palazzine, dodici appartamenti in una delle poche “aree verdi” residue nel centro storico cittadino.
Il dovuto rispetto allo storico luogo di per sé sarebbe potuto bastare, ma a certo pavesume è chiedere troppo; non di meno poteva bastare lo sfumato ricordo di quell’analogo intendimento fermato, nel 1996, dall’allora commissario prefettizio Domenico Gorgoglione. Ma a ribadire che l’area è inedificabile concorrono anzitutto le norme; norme disattese quel tanto che è servito a favorire un illecito; illecito al solito avallato da certificazioni comunali d’azzonamento assai confuse (quella del 9 luglio 2010 reca la temeraria firma dell’architetto Moro, il plurindagato dirigente all’Urbanistica).
Sì, dalle parti delle Clarisse si va riproponendo un illecito clamoroso poiché nella realtà, dal punto di vista urbanistico, l’area è interamente disciplinata da norme che decretano il centro storico quale monumento «unitario e inscindibile» (le aree di impianto storico sono classificate di categoria “A”, come recita il decreto ministeriale 1444/68); dunque verde e parchi urbani pubblici e privati non sono né frazionabili né tanto meno edificabili, «e devono essere mantenuti a verde», in particolare le aree e i giardini di evidente pertinenza storica, e tali sono le Ortaglie di Santa Clara.
Proprietà e Comune di centrodestra orchestrarono di avvalersi della perequazione (è l’acquisizione di aree da parte del Comune in cambio della possibilità per il privato di edificarne una modesta percentuale): io Comune ti autorizzo a fare business nel centro storico in cambio… di 3.390,30 metri quadri di terreno agricolo al quartiere Sora, lontana periferia cittadina, terreno di cui Delta condivide la proprietà con la Immobiliare Nuova srl di Carmine Napolitano (488 mq sono di Delta e 2.902,30 di Napolitano: aree agricole in proprietà a due società immobiliari? Sarà…) Peccato che – seconda violazione – la cessione “gratuita” di altre aree sia consentita solo «in zona avente la medesima destinazione». Peccato che la stessa Giunta comunale nella sua deliberazione del 16 ottobre 2012 ammetta che l’area da acquisire si trovi in zona agricola, peraltro immodificabile. Ma chi ha congegnato una tale buffa?
L’azzonamento dell’Ortaglia a “F” (attrezzature generali pubbliche) invece di “A” (centro storico) pare l’avesse suggerito un inventivo notaio pavese, lui stesso tra i fautori di quell’altro illecito urbanistico del Green Campus al Cravino. Un suggerimento subito accolto dall’allora sindaco Alessandro Cattaneo, lì con loro a fare la festa al paesaggio.
L’esposto di Italia Nostra alla Procura di Pavia
Pubblichiamo la versione integrale dell’esposto di Achille Montroni e di Paolo Ferloni (Italia Nostra) alla Procura della Repubblica contro il progetto di due palazzine da edificare sui suoli a parco dell’antica ortaglia del convento di Santa Clara, nel centro storico.
I sottoscritti dr. Achille Mortoni, Presidente della Sezione di Pavia dell’ Associazione Italia Nostra ONLUS, nato a Viadana (MN) il 5 ottobre 1941, residente in Pavia, Viale […];
prof. Paolo Ferloni, socio della Sezione di Pavia dell’Associazione Italia Nostra ONLUS, nato a Como il 2 settembre 1943, residente in Pavia, […];
di depositare il presente esposto e di intervenire nella susseguente istruttoria penale in sostituzione del Comune di Pavia ai sensi dell’ art. 9 co. 1 D.Lgs. 267/2000, in quanto cittadini iscritti nelle liste elettorali del Comune di Pavia, intendendo, in sostituzione del Comune se inerte, in caso di rinvio a giudizio di uno o più dei soggetti infra indicati, costituirsi parte civile e chiedere il risarcimento dei danni morali e materiali arrecati al Comune di Pavia dai reati ravvisabili nei fatti esposti in seguito.
PREMESSE DI FATTO
Il 17 aprile 2012 la Società Delta S.p.A. con sede in Binasco (PV) ha presentato il progetto definitivo per la realizzazione di un complesso residenziale costituito da due palazzine, comprendenti 12 appartamenti oltre a una torre di cerniera per i collegamenti verticali di uso condominiale.
Il complesso dovrebbe sorgere in un’area ricoperta interamente da vegetazione spontanea compresa nel centro storico di Pavia tra Via Langosco e viale Gorizia, la quale fino alla seconda metà del 1700 era l’ortaglia del convento delle Clarisse, ora appartenente al Comune di Pavia.
L’area è destinata nel Piano Regolatore Generale vigente a verde e parco pubblico urbano.
Il predetto progetto, prima di essere approvato definitivamente, fu esaminato il 14 dicembre 2010 dalla Conferenza dei Servizi comunale e poi dalla Commissione Paesaggio nelle sedute del 31 maggio; 20 giugno; 5 luglio; 17 luglio 2012, data in cui fu approvato col voto favorevole di quattro componenti e quello contrario dell’ arch. Chiolini.
L’autorizzazione paesaggistica fu rilasciata il 27 settembre 2012.
La Giunta Comunale il 16 ottobre 2012 approvò la bozza della Convenzione da annettere al permesso di costruire, che quanto prima il Dirigente competente intende rilasciare. L’illegittimità del progetto è clamorosa e inescusabile per i motivi seguenti.
1 – L’area in questione è compresa nel centro storico che il P.R.G. vigente include all’art. 12 N.T.A. tra le aree di impianto storico. Era in antico l’ ortaglia del convento delle Clarisse ed è destinata nel P. R. G. vigente a parco urbano. Il comma 24 dell’art. 12 citato prescrive: «Le aree di impianto storico sono classificate di categoria A secondo il D.M. 1444/68 e di recupero ai sensi della legge 457/68».
Il comma 12 dell’art. 12 citato prescrive che le aree a giardino o a parco di pertinenza degli edifici siano essi pubblici o privati e appartenenti agli edifici dei gruppi 1 (monumenti) 2 (di pregio architettonico) «sono inedificabili e devono essere mantenute a verde, senza alterazione dell’impianto arboreo, se di pregio»; «gli interventi devono essere finalizzati al mantenimento dell’ immagine storicamente consolidata».
All’art. 1 comma 39 le N.T.A. definiscono «Pertinenza storica: area di pertinenza di edificio di particolare interesse storico, entro la quale la sistemazione del suolo e i manufatti esistenti risultano parte architettonicamente integrata dell’edificio stesso». Il convento delle Clarisse appartenente al Comune situato in Via Langosco è contiguo a «una vasta area verde che corrisponde agli originari giardini ed orti di pertinenza del monastero» ben rappresentati in numerose mappe antiche, ad esempio nella mappa di Mattheus Merian (Frankfurt 1640), nella famosa mappa del canonico Ottavio Ballada (Pavia, 1654) e nella mappa dell’ultimo catasto austriaco (Pavia, 1855-1858).
Il convento è monumento nazionale e pertanto è incluso nel P.R.G. in vigore tra gli edifici del gruppo 1. Ne segue che l’ortaglia è una pertinenza storica del fabbricato monumentale quindi per mantenerne l’ immagine storicamente consolidata non può essere edificata, indipendentemente dalla classificazione operata dal P.R.G.
2 – L’ ortaglia del monastero di Santa Chiara costituisce uno standard destinato a parco pubblico. Nondimeno non può essere classificata come zona F, come pretende il notaio Trotta subito accontentato dal Comune.
Il centro storico costituisce la zona omogenea A, unitaria e inscindibile, che non può essere allegramente frazionata in tante piccole zone secondo la destinazione delle aree. Il centro storico comprende non solo residenze, ma anche parchi urbani, scuole, università, officine artigianali che peraltro non costituiscono zone classificabili F o D. Pertanto la normativa prevista dalle N.T.A. all’art. 36bis per le «aree destinate a parchi e verde attrezzato non individuate in scheda normativa e classificate a servizi secondo il Decreto interministeriale 2 aprile 1944 / 1968», cioè F, non è affatto applicabile alla zona A, quale che sia la destinazione delle aree interne al centro storico.
Né in contrario si può invocare l’ art. 36bis co. 12 delle N.T.A. che recita: «Nelle zone omogenee di tipo F collocate all’interno del perimetro dell’ area di impianto storico, per eventuali trasformazioni o nuove costruzioni che risultino ammissibili, l’ altezza massima non può superare l’ altezza degli edifici circostanti di carattere storico- artistico».
È codesta una norma priva di relatum e pertanto inapplicabile per due motivi:
a) all’interno dell’area di impianto storico non esistono zone omogenee di tipo F;
b) nell’ortaglia delle Clarisse non risultano ammissibili né edificazioni né trasformazioni, perché l’area è destinata a parco pubblico inedificabile come prescrive l’ art. 12 co. 12 N.T.A.
3 – Peraltro ammesso ma non concesso che le norme dettate per le zone omogenee F si possano applicare anche alla zona A, il progetto violerebbe macroscopicamente proprio l’ art. 36bis in due punti essenziali:
a) il progetto prevede la cessione gratuita di un’area in zona agricola in violazione dell’art. 36bis co. 5 che consente solo «la cessione di altre aree in altra zona aventi la medesima destinazione». Non è quindi ammissibile la compensazione perequativa con trasferimento di parte dell’area (destinata a parco urbano compreso in zona A) in zona agricola. È da rilevare che sia il dr. Panighi nella Conferenza dei Servizi sia la Giunta nella deliberazione 16 ottobre 2012 ammettono che l’area da cedere è in zona agricola;
b) l’aumento della superficie lorda di pavimento (SLP) dell’edificio progettato in misura di 1/3 della SLP di edifici esistenti è ammissibile solo «in presenza di edifici esistenti e da demolire» come inequivocabilmente prescrive l’ art. 36bis co. 2 e ribadisce il comma 10. Risulta proprio dalla Relazione del progettista che l’ edificio di riferimento, che è stato utilizzato per aumentarne di 1/3 la superficie utile, fu demolito nel 2007, dunque non esiste più da anni. La Relazione a pag. 3 recita: «Nel dicembre 2007 sono stati demoliti i capannoni pericolanti in cui la S.L.P. era pari a 2664 mq. Attualmente l’ area si configura come un unico spazio libero posto a una quota di 66,20 m.»
Si chiede quindi che la S.V., tenuto conto dell’importanza storica dell’area e del monumento contiguo appartenente al Comune proceda penalmente per abuso d’ufficio e – in caso d’ inizio della costruzione – per inosservanza delle norme e prescrizioni previste dal PRG vigente (art. 44 co. 1 lett. a DPR 6.6.2001 n. 380) contro i responsabili del fatto impedendo che i reati vengano portati a conseguenze ulteriori con danni irreparabili all’ aspetto della città storica.
Gli scriventi chiedono di essere informati dell’eventuale richiesta di archiviazione intendendo proporre opposizione.
Dichiarano di opporsi all’emissione di decreto penale. Nominano come difensore nel procedimento penale l’Avv. Francesco Maurici.
Il ponte della Stecca
Sulla “Provincia Pavese” del 3 gennaio leggo che «La convenzione da 300mila euro tra la Provincia ed Eucentre, per il monitoraggio dei ponti della provincia di Pavia, è finita sul tavolo del magistrato. Un cittadino che abita nei pressi del ponte della Becca ha presentato un esposto in procura per chiedere che il magistrato faccia luce su alcune presunte anomalie». Sbagliato: la denuncia di quel «cittadino» risale a più di un anno fa e riguarda taluni onerosi esborsi provinciali – rivelatisi poco utili – per il ripristino del malandato ponte della Becca (più recentemente, la Procura ha ricevuto una integrazione al precedente esposto); e dunque questa notizia è data, diciamo, con un certo ritardo.
Leggo altresì che l’ing. Gian Michele Calvi risulta indagato per falso e truffa (a denunciare era stato quel «cittadino») proprio in riferimento a ciò che in ambienti forensi da qualche tempo viene ironicamente chiamato, e chissà perché, il ponte della Stecca. Sul quotidiano locale leggo altresì che nulla ormai lega o legherebbe l’ingegnere a Eucentre, poiché il Calvi (oberato dai guai giudiziari, a L’Aquila e a Pavia) «da mesi non ha più alcun incarico nella fondazione».
Su “L’Espresso” del 4 settembre 2016 (stesso gruppo editoriale della “Provincia Pavese”), a pagina 32 leggo infine che la Fondazione Eucentre (Eucentre, e non il Calvi) è da tempo in stretti rapporti con la ditta Alga (ricordate gli isolatori fuori norma di l’Aquila? Ricordate gli infruttuosi interventi di Alga al ponte della Becca o Stecca?) e che, anzi, «la società è tra i finanziatori della fondazione di Calvi». Ma dai… (G. G.)
Altri soldi all’indagato
La Provincia di Pavia e il suo presidente Vittorio Poma elargiscono altri 300mila euro all’Eucentre «guidato dall’ingegner Calvi […] per tenere costantemente monitorato lo stato di salute di tutti i ponti del territorio». Speriamo sia solo omonimia, poiché un tale Gian Michele Calvi, ingegnere, fautore di Eucentre, risulta attualmente indagato per falso e truffa aggravata (artt. 479 e 640 cpp.) proprio a seguito dei lavori per «somma urgenza» al ponte della Becca o della mucca (da mungere) in anni che vanno dal 2010 (amministrazione Poma; sì, lo stesso Poma) al 2013 (amministrazione Bosone); interventi costati sino ad ora più di 8 milioni di euro in pubblico denaro, senza peraltro risolvere il problema. (G. G.)
Ponti sicuri, 300mila euro a Eucentre
di Stefania Prato *
Convenzione tra la Provincia e il centro ricerche guidato dall’ingegner Calvi: circa 300 le strutture che saranno monitorate.
Una convenzione tra Provincia ed Eucentre per tenere costantemente monitorato lo stato di salute di tutti i ponti del territorio. Una spesa di 300mila euro per il controllo di 300 infrastrutture: 6 i ponti che hanno una lunghezza compresa tra gli 800 e i 1.200 metri, 164 quelli con una lunghezza tra i 20 e i 350 metri e 130 le infrastrutture di dimensioni più piccole, quelle che al massimo raggiungono i 20 metri. Strutture su corsi d’acqua importanti come Po, Ticino, Sesia, Agogna, Terdoppio, Olona e su torrenti come Versa, Staffora, Coppa. Che verranno tenute sotto controllo dai tecnici di Eucentre, di cui è fondatore Gian Michele Calvi, che si occupa di ricerca nel campo della riduzione del rischio, soprattutto sismico. Ed è proprio per prevenire eventuali rischi naturali che il presidente della Provincia Vittorio Poma ha deciso di stanziare risorse per un monitoraggio di 6 mesi. Analisi che serviranno a costruire una banca dati utile per conoscere le criticità, stilare l’elenco delle priorità e chiedere risorse. Studi approfonditi sulla capacità portante, sullo stato di degrado e sulla situazione di eventuale pericolo legata a ciascun ponte. «Dati strumentali per realizzare progetti mirati ed interventi specifici, su basi razionali fondate». Perché la maggior parte di questi ponti è stata costruita a metà del secolo scorso e ora «necessita di consistenti lavori di manutenzione per evitare il pericolo di collassi strutturali». A scattare la fotografia delle condizioni di salute delle infrastrutture provinciali sarà quindi Eucentre. A cui spetterà il compito di «verificare i materiali di costruzione, capire quali siano i massimi livelli di peso sopportabili e quale la consistenza strutturale». «Una ricerca sistematica anche per comprendere l’origine di alcune problematiche – chiarisce il presidente -. Il territorio provinciale accoglie una rete capillare ed estesa di opere infrastrutturali che negli anni avrebbe richiesto trasferimenti destinati alla manutenzione ordinaria e straordinaria di gran lunga superiori a quelli effettivamente previsti nei bilanci. Quarant’anni di progressive riduzioni delle risorse destinate alla manutenzione, il naturale invecchiamento di strutture che oggi hanno certamente superato il periodo di vita utile, il trasferimento della maggior parte del patrimonio Anas alla Provincia hanno portato ad una situazione di potenziale prossimo collasso». Eppure tutti questi ponti, anche quelli più piccoli, «hanno assunto una sempre più forte valenza strategica per il sistema socio-economico territoriale e la loro chiusura sarebbe insostenibile». Insomma, dice Poma, «ci sono valutazioni che non si possono più differire, anche per predisporre piani di intervento sulla base di priorità fondate e delle risorse disponibili». «Si è dato vita ad un accordo innovativo, perché sottoscritto tra due soggetti pubblici – sottolinea il presidente. L’ultimi rilievi effettuati dall’ufficio tecnico della Provincia aveva rilevato numerose criticità e per alcuni ponti si è riscontrato un significativo peggioramento. Da qui la necessità di interventi di messa in sicurezza».
* “La Provincia Pavese”, 30 dicembre 2016
Borgarello ha cancellato il mega market
Il nuovo Pgt scrive definitivamente la parola «fine» al progetto del centro commerciale. L’amministrazione Lamberti mette in atto la promessa fatta in campagna elettorale e cancella il contestato megamarket dal piano che disegna il futuro urbanistico del territorio. Piano portato in Consiglio e approvato dalla maggioranza. Nessun cambio di rotta da parte di sindaco e giunta, nonostante il conto da 30milioni e mezzo di euro presentato da Progetto commerciale, la società che intende realizzare l’intervento. Non si è fatto intimorire questo piccolo centro di circa 2.700 abitanti che invece ha lanciato la sua sfida, quella di sopravvivere senza gli introiti milionari promessi dall’insediamento e di puntare tutto su consumo di suolo zero e valorizzazione del patrimonio paesaggistico ed edilizio esistente. Restituiti quindi all’agricoltura 38 ettari di terreno, con una diminuzione del consumo di suolo di quasi il 96%, rispetto al Pgt precedente. Eliminata la destinazione commerciale ai 217mila metri quadri che il vecchio piano concedeva al market e che torneranno agricoli. Cancellate o ridotte le lottizzazioni previste nel piano del 2009 che prevedeva un aumento della superficie urbanizzata del 49%, contro una media provinciale del 14%. Insomma, dice il sindaco Nicola Lamberti, si punta tutto su un nuovo modello di sviluppo del territorio, con l’agricoltura che viene riconosciuta come «una componente fondamentale, perché in grado di produrre servizi, generare lavoro e produrre benefici per l’ambiente». E con quel patrimonio storico, costituito da Villa Mezzabarba, il Naviglio, il Parco Visconteo e il Barco Certosa, che non domanda altro che venire valorizzato per fare da traino al rilancio economico. Eliminare il megamarket, sostiene il primo cittadino, è da considerare «un atto di generosità verso gli abitanti di Borgarello e non solo». «La parte sud di Pavia si trova a sostenere una quantità di traffico già inaccettabile e destinata a peggiorare con il nuovo centro commerciale – chiarisce Lamberti -. Le ripercussioni sulla salute pubblica sarebbero inevitabili, perché non dimentichiamo che la nostra provincia è la seconda in Italia per morti per inquinamento ed è per questo che spetta alle amministrazioni il compito di disegnare strategie a lungo termine, ponendo in atto scelte coraggiose per il futuro dei nostri figli. Scelte che vanno contro ad immediati interessi economici anche per le casse municipali». Ecco quindi l’incremento della mobilità dolce con un’ampia rete di percorsi ciclopedonali, il potenziamento dei servizi, il rispetto dei corridoi ecologici e naturali per salvaguardare flora e fauna, il recupero del patrimonio edilizio esistente, «con l’obiettivo di incrementarne il valore», precisa il sindaco che dà il via libera anche a politiche di «miglioramento dell’efficienza energetica». E chiarisce: «I futuri fabbisogni possono essere soddisfatti dal comparto residenziale che si sta realizzando a sud di via Berlinguer. L’offerta già programmata di circa 200 vani è in grado di rispondere alla domanda stimata». Sono stati invece confermati, ma ridimensionati, 3 ambiti di trasformazione, destinati all’ampliamento di attrezzature pubbliche esistenti su una superficie di 1,5 ettari, che rappresenta circa il 2% dell’attuale superficie comunale urbanizzata. Questi alcuni dei punti fondamentali del nuovo Piano di governo condiviso dal vicesindaco Laura Baronchelli e da tutto il gruppo di Progetto civico. «L’obiettivo è quello di ricostruire e tramandare un paesaggio che rischiava di essere disintegrato dalle lottizzazioni del vecchio Pgt. E di costituire un esempio virtuoso per i centri vicini- sottolinea Baronchelli -. Ci rendiamo conto che queste scelte siano una goccia nel mare delle scelte urbanistiche degli altri Comuni, ma la speranza è che possano prevalere strategie a lungo termine che tengano conto del bene della collettività. Si sta portando avanti un’idea di futuro del territorio, in modo coerente con il nostro programma». Il nuovo Pgt diventa così la pietra tombale del progetto del mega market, presentato per la prima volta una decina di anni fa dalla società bergamasca che al Comune ha fatto richiesta danni per 30milioni e mezzo di euro, somma lievitata proprio dopo la delibera consiliare che modificava il Piano di governo. «Su quel progetto – aveva detto Marco Meloni, coordinatore territoriale di Progetto commerciale – era stato investito denaro, con significative aspettative economiche».
* “La Provincia Pavese”, 29 dicembre 2016
Pasolini e il passaggio di proprietà del “Corriere della Sera”
Ceta senza paraocchi
Chiediamo al Parlamento europeo di bocciarlo!
Tempo fa si è proposto su queste colonne un interrogativo: Cosa è il CETA? E serve agli europei? (Direfarebaciare, luogo di sconfinamenti, 1° ottobre 2016) e ci si chiedeva, in caso di non ratifica del trattato da parte degli stati membri, e di sola approvazione da parte della Commissione: perché tanta fretta di applicarlo?
Nel frattempo, ben consapevoli del fatto che l’acronimo CETA (per Comprehensive Economic and Trade Agreement) e il contenuto stesso del trattato sono pressoché ignorati dagli italiani, popolazione, autorità e governanti compresi, abbiamo cercato di capirne qualcosa di più, stimolati anche dai fatti avvenuti in Belgio in Ottobre. In quel piovoso e felice Paese (in cui la divisione tra valloni e fiamminghi è meno evidente ma più incancrenita di quella, si fa per dire, tra Trentino e Alto Adige) il 14 ottobre il senato della Vallonia aveva votato contro la firma del CETA, bloccando così la ratifica del trattato da parte del Governo belga.
In Belgio la Vallonia è regione minoritaria, con circa 3 milioni e mezzo di abitanti di lingua francese e tedesca, più poveri dei maggioritari fiamminghi. Ma forse sono più svegli, se i cittadini ed i parlamentari valloni si sono accorti dei guai che l’accordo potrebbe portare agli europei, e in particolare alle minoranze regionali. Come nella favola di Andersen Gli abiti nuovi dell’imperatore c’è un bambino che grida: «L’imperatore è nudo», perché nudo lo vede coi propri occhi, così il senato della Vallonia aveva votato fuori dal coro conformista dei fiamminghi e dei governi europei con paraocchi, tutti accecati come quello italiano.
Dopo la figuraccia internazionale fatta fare dal Belgio alla Commissione europea e al presidente Junker, nei giorni seguenti si scatenò una corsa di tutti i poteri forti belgi ed europei a pressioni d’ogni sorta per far recedere la Vallonia dal suo voto contrario. Trattative convulse con la delegazione canadese produssero un testo che Commissione e governi hanno definito più accettabile, sicché il senato vallone il 28 Ottobre a maggioranza ha dato parere favorevole, con i voti contrari dei Verdi, e domenica 30 ottobre il canadese Trudeau poteva firmare con Junker il testo finale del CETA, che entra in vigore provvisoriamente per un periodo di due anni. Invece di ringraziare la Vallonia per aver espresso il suo sincero disaccordo contro un trattato dannoso, i governi europei si sono allineati, ciascuno con i doverosi paraocchi, alla linea della Commissione.
Si è già osservato che secondo la Commissione il CETA darebbe una serie di benefici all’Europa, come dice il sito http://ec.europa.eu/trade/policy/in-focus/ceta/index_it.htm, in cui sono appiccicate poche frasi di rito per spiegare i vantaggi commerciali che ne avrebbero gli europei e i posti di lavoro in Europa. Dunque i parlamentari europei a Strasburgo sarebbero fortemente incoraggiati a votare a favore del trattato.
Nel tentativo di capire se si tratti di frottole o illusioni, ci si è imbattuti in internet in utili materiali, consistenti in interviste con rozze invettive di tale Donald Trump, all’epoca candidato presidente dato per perdente, contro i trattati internazionali quali il NAFTA, il TPP e il TTIP riguardanti gli USA (ma non il CETA: gli Stati Uniti infatti non c’entrano formalmente col CETA). D’altro lato si è trovato un approfondito studio economico, ricco di tabelle e grafici, pubblicato in rete nel Settembre scorso (ultima versione del 19 ottobre 2016) da Pierre Kohler e Servaas Storm, studiosi americani di una Università privata, la Tufts University di Medford nel Massachusets, dal titolo appunto “C.E.T.A. without blinders”, al quale si rimanda il lettore privo di pregiudizi, attento e curioso, sul sito http://www.ase.tufts.edu/gdae/Pubs/wp/16-03CETA.pdf.
Si troverà in quello studio una corretta considerazione del tutto generale su quanti e quali effetti possa consentire la liberalizzazione dei commerci sul benessere interno statico di un Paese in condizioni di pieno impiego, effetti che risultano così piccoli da essere quasi trascurabili, tanto da essere definiti il “piccolo segreto sporco” da Paul Krugman, premio Nobel per l’economia nel 2008.
Alla validità di questa critica che inficia ogni accordo internazionale basato sulla liberalizzazione globale dei commerci tra Paesi sviluppati che godano di felici condizioni di piena occupazione (e non è certo il caso di numerosi Paesi europei, tra cui l’Italia) si aggiunge la considerazione che di paraocchi si sono dotati gli autori dei rapporti elaborati per conto della Commissione, i quali dovevano argomentare l’utilità del CETA sia sotto il profilo economico sia per dimostrare il supposto incremento di posti di lavoro che esso avrebbe promosso.
Invece lo scenario e il modello di simulazione da oggi al 2023, proposto dai due autori citati nei grafici di figura 4 a pag. 28 del loro rapporto, dimostra che il CETA produrrà una diminuzione della proporzione del reddito da lavoro in percentuale del PIL sia per gli stati membri europei, Italia compresa, sia per il Canada, mentre molto modesta – ironia della sorte – sarebbe la dercrescita del Regno Unito, dove però la maggioranza al referendum del 23 giugno scorso ha deciso di uscire dall’Unione economica europea. Quindi il CETA sarà dannoso sia per l’Europa, sia per il Canada: cioè stupido.
I risultati negativi dello studio citato sono del resto in accordo con le esperienze precedenti di vari trattati di libero commercio tra cui – per non andar lontano – il NAFTA in vigore dal 1994 tra Canada, USA e Messico, contro il quale si è scagliato in recenti interviste Donald Trump. Forse senza valide ragioni, se si calcolano i vantaggi ottenuti da imprese statunitensi che hanno stabilito fabbriche in Messico, dove la manodopera percepisce salari più bassi. Ma con qualche ragione se si pensa che quelle delocalizzazioni hanno lasciato disoccupati molti cittadini degli Stati Uniti, che si sono impoveriti.
Cioè si vede che la “liberalizzazione” regionale dei commerci ha prodotto effetti esattamente contrari a quanto la retorica dei promotori prometteva: incremento di disuguaglianze, stagnazione dei salari, crescita di disoccupazione, diminuzione della capacità di negoziazione colletttiva dei lavoratori, a fronte di un solo beneficio principale, l’aumento di redditi delle élites dirigenti.
Si capisce bene allora a cosa servirà in Europa e in Italia il CETA. La conclusione senza paraocchi dice che servirà a configurare quella contro-lotta di classe dei ricchi contro i poveri che, come acutamente osservava Luciano Gallino, sociologo, scrittore e professore emerito dell’università di Torino scomparso nel Novembre 2015, le classi dominanti nel mondo hanno deciso di sferrare contro le classi subalterne per recuperare i privilegi persi in Europa con le lotte operaie e contadine dal dopoguerra fino agli anni Ottanta.
Noi cittadini possiamo dunque chiedere ai nostri parlamentari europei di bocciarlo, se per avventura vogliono davvero rappresentare non gli interessi di qualche lobby finanziaria o bancaria o di alcuni dirigenti industriali soltanto, ma quelli degli elettori e dell’intero Paese.
Basta Pasolini
Cosa sanno i ragazzi d’oggi del suo pensiero politico? Conoscono le sue ancora attuali requisitorie corsare e luterane sul divenire di questo nostro Paese?
Cosa sanno sui mandanti e gli esecutori materiali di piazza Fontana a Milano nel 1969 (17 morti e 88 feriti), di piazza della Loggia a Brescia nel 1974 (8 morti e 102 feriti), del treno Italicus nel 1974 (12 morti e 48 feriti), del Rapido 904 nel 1984 (16 morti e 267 feriti)? Cosa sanno della bomba alla stazione di Bologna nel 1980 (85 morti e 200 feriti)?
La risposta è oggi nelle carte processuali di valenti magistrati che, a partire dalle singole stragi, nonostante i depistaggi hanno saputo ipotizzare un unico disegno eversivo, collegando poi il livello operativo degli esecutori a quello organizzativo e strategico dei mandanti nelle istituzioni.
Davvero, a fronte di tutto questo, la sovranità appartiene al popolo, come recita l’articolo 1 della nostra Costituzione? Davvero tutti i partiti hanno sempre potuto concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale, come leggiamo all’articolo 49? E l’ordinamento delle Forze armate? si è sempre informato allo spirito democratico della Repubblica, come vorrebbe l’articolo 52?
Pasolini afferma di credere nella politica, nei princìpi “formali” della democrazia, nel Parlamento e nei partiti; e senza indugi attacca il nuovo Potere (con la maiuscola) dalla prima pagina del maggiore quotidiano della borghesia italiana, mostrandosi intuitivo giornalista d’inchiesta e valente politologo capace di vedere le profondità. Cosa può aver percepito o saputo sui burattinai massoni e di Stato che, frantumando ogni barriera tra politica e criminalità, in forma occulta hanno governato la drammatica stagione dello stragismo? lo scrive, anzi, lo grida in alcuni tra i suoi ultimi corrosivi articoli per il “Corriere della Sera”, e in particolare nell’ormai famoso articolo Cos’è questo golpe, quello che comincia con “Io so”:
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari. Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
(“Corriere della Sera”, 14 novembre 1974)
Tutto vero, tutto scritto nel 1974, ben prima che le tessere di questo orribile mosaico trovassero una loro collocazione giudiziaria. Per farsi un’idea sintetica della situazione, già allora poteva bastare Pasolini.
La politica di avvicinamento al Pci perseguita da Aldo Moro suscitava fiero allarme sia nei settori più reazionari dell’imprenditoria e dell’apparato statale sia nel partito armato Brigate rosse: una prospettiva che lo stesso Moro pagherà con la vita.
Ma, scrive il capo della P2 Licio Gelli nello Schema R (Schema di massima per un risanamento generale del Paese, dell’agosto 1975), «occorre fare presto» poiché «la formale accettazione della via parlamentare quale unico modo per giungere al potere» se collegata alla «grave crisi economica finanziaria in corso» e alla «conseguente esasperazione di conflitti politici e sociali» può favorire la crescita elettorale delle forze di sinistra, acquisendo elettori tra i ceti medi prima ostili, poiché «il Pci ha dimostrato di saper abbattere le barriere psicologiche e le preclusioni politiche» cristallizzate nell’accordo di Yalta del febbraio 1945. Anzi, per la P2 il voto alle Regionali del 15-16 giugno 1975 (con il 33,46 per cento, +5,60, il Pci aveva quasi raggiunto la Dc, scesa al 35,27, -2,46) già raffigura l’inquietante volontà o, meglio, il pericolo «di un reale e radicale rinnovamento»: un mutamento del senso comune misurabile anche con la vittoria dei “no” ovvero del “sì al divorzio” (nel referendum del 12 maggio 1974), nonostante Dc e Vaticano.
Occorre quindi fare presto, ma senza impaludamenti golpisti; pur presa in esame in ambito Nato, l’idea di un colpo di Stato venne infine scartata dagli inglesi del Western European Department (Wed) del Foreign Office, che la ritenevano avventurosa e controproducente. Lo si legge in questo loro documento:
Vi sono immense difficoltà pratiche per portare a compimento questo tipo di operazione. Vista la situazione italiana, è estremamente improbabile che una operazione coperta rimanga segreta a lungo. La sua rivelazione può danneggiare gli interessi dell’Occidente e aiutare il Pci a giustificare in maniera più decisa il controllo sulla macchina del governo. Inoltre la pubblica opinione dei Paesi occidentali potrebbe prenderla male col risultato di creare tensioni all’interno della Nato, soprattutto fra Usa e alleati europei, nel caso gli americani assumano il comando dell’iniziativa. […] Anche se l’intervento esterno servisse a rimuovere il Pci dal potere, la situazione politica rimarrebbe instabile, rafforzando così l’influenza comunista e quella dell’Urss sul lungo periodo.
(Il golpe inglese, “la Repubblica”, 13 gennaio 2008)
Pareva al momento prematura anche «la possibile variante di una neoformazione di destra la quale permetta il recupero e lo scongelamento dei due milioni di voti moderati affluiti al Msi fra il 1971 e il 1972», scriverà Gelli in un suo Memorandum sulla situazione politica italiana (venne sequestrato a Maria Grazia Gelli nel luglio 1982) poiché «siffatta variante andrebbe fortemente colorita di antifascismo». Inutile qui sottolineare la simmetria con la nascita nel 1994 di Alleanza nazionale, il nuovo partito di destra guidato dal formattatore del Msi Gianfranco Fini. A rimorchio dell’ex delfino del fascistissimo Almirante troviamo Publio Fiori (tessera P2 n. 1878) e Gustavo Selva (tessera P2 1814).
E balza subito all’occhio anche l’analogia tra il piduista Piano di rinascita democratica (di caratura ben superiore alle approssimative analisi sociopolitiche dei documenti che lo precedono) e la realtà odierna: al capitolo Procedimenti (paragrafo 1d) la P2 fra l’altro invita a perorare la «nascita di due movimenti: l’uno sulla sinistra (a cavallo fra Psi-Psdi-Pri-Liberali di sinistra e Dc di sinistra), e l’altro sulla destra (a cavallo fra Dc conservatori, liberali e democratici della Destra nazionale)».
Occorre fare presto, e per Gelli «l’unica alternativa valida per la lotta al comunismo resta la Dc», il partito dei notabili e delle clientele che Pasolini vuole invece mandare a metaforico processo nei suoi dibattuti editoriali sul “Corriere della Sera”. Dunque occorre fare presto, poiché riorganizzare un partito che somma correnti più litigiose dei polli di Renzo è lavoro di anni e i Cosacchi, stando a Gelli, sono al confine.
Metafora o realtà? Che la tanto brandita invasione sovietica fosse da tempo un pretestuoso artificio lo conferma assai autorevolmente proprio il capo di Gladio generale Gerardo Serravalle: «lo scenario del Patto di Varsavia» osserva il generale, semmai «prevedeva l’apertura di sorpresa di profondi corridoi nel territorio della Germania federale» e dunque «sembra realistico pensare che l’Italia non potesse costituire obbiettivo strategico di una guerra limitata. Escludendo per puri motivi di buon senso un attacco da parte dell’Austria e della Jugoslavia, nelle valutazioni dello Stato Maggiore del Patto il nostro fronte era considerato secondario con obbiettivi del tutto sussidiari e sempre nel contesto di eventi bellici di respiro globale». Un’opinione condivisa dagli ambienti Nato. Nel suo libro Gladio (Edizioni Associate, 1991), Serravalle ricorda anche la scarsa attitudine delle forze armate sovietiche a muoversi combattendo in montagna, e dunque «il vero ostacolo non sarebbe stato di natura politica ma ambientale»: entrando dal Brennero o da Tarvisio, «le possibilità di manovra, con i carri uno dietro l’altro in fila» sarebbero state pressoché nulle. (pp. 64-65)
La penna che verga il Piano è forse di Francesco Cosentino (tessera P2 n. 1608), giovane segretario particolare di Enrico De Nicola dal 1946 al 1947, poi nominato segretario generale della Camera dei deputati. Per Roberto Calvi (banchiere legato da temerari rapporti con il bancarottiere Michele Sindona e il Vaticano, tessera P2 n. 1624), questo alto funzionario dello Stato era il numero due della Loggia P2: subito dopo Andreotti, prima di Ortolani e Gelli.
Cosentino lo si riconosce nelle fotografie scattate a Palazzo Giustiniani il 27 dicembre 1947: è quel giovane tra Alcide De Gasperi, Enrico De Nicola e Umberto Terracini alla solenne firma di quella Costituzione che il piduista Piano di Rinascita avrebbe voluto riscrivere. Quasi a dire, ha scritto Sandra Bonsanti, «che la Repubblica italiana nacque già insidiata dall’interno, da subito».
Comincia nel 1975 quella presa o pretesa del potere con altri mezzi e apparenze che vedrà capifila ancora uomini della P2, e fra loro Silvio Berlusconi, confratello dal 1978. Lo ha recentemente confermato Ezio Cartotto (ex fedelissimo del Cavaliere) retrodatando il progetto di Forza Italia proprio al 1975-76: «dopo l’eventuale golpe», racconta Cartotto, «il potere sarebbe passato nelle mani di un governo di transizione. Un esecutivo non interamente militare, ma con una forte presenza di generali. Sarebbero state varate le necessarie modifiche costituzionali. Dopodiché, dopo un paio d’anni, si sarebbe tornati alla democrazia» con la formazione di comitati, equivalenti ai Clubs berlusconiani del 1994 (Maria Elena Scandaliato e Andrea Sceresini, Cartotto: «nel 1976 Berlusconi aveva fondato i comitati “genitori” di Forza Italia», “Il Fatto Quotidiano”, 21 febbraio 2013). Della «necessità di costituire un nuovo assetto strutturale del partito articolato in clubs territoriali e settoriali», al solito ha già scritto Gelli nel suo Memorandum.
Il 21 marzo 1975 nasce anche Fininvest, la telegenica fabbrica del consenso e del potere, controllata da Servizio Italia e Società Azionaria Fiduciaria, che tre anni dopo avvierà il noto impero televisivo nel segno del coevo Piano di rinascita democratica.
Entrambe le controllanti appartengono alla costellazione di Bnl Holding, banca assai generosa con Cmc (la fittizia società commerciale che ha dato copertura alla Cia in Italia) e con Eugenio Cefis; banca sotto controllo piduista: piduisti il direttore generale Alberto Ferrari (tessera P2 n. 1625), il responsabile dei Servizio titoli e Borsa Mario Diana (n. 1644), il direttore centrale delle filiali Bruno Lipari (n. 1919), il direttore centrale per gli affari generali Gustavo De Bac (n. 1889). Piduista anche il direttore generale di Servizio Italia Gianfranco Graziadei (n. 1912) nonché, notoriamente, Silvio Berlusconi (n. 1816).
Le fiduciarie Bnl Servizio Italia e Società Azionaria Fiduciaria ricorrono anche nelle speculazioni immobiliari romane con al centro il Vaticano, proprietario di circa un quarto dell’intero patrimonio fondiario. Nel gennaio 1977, cioè vent’anni dopo il famoso articolo di Manlio Cancogni sulle trame immobiliari vaticane (Capitale corrotta uguale nazione infetta, “l’Espresso”, 11 dicembre 1955) l’illecito mercimonio fu argomento di una altrettanto ben fatta inchiesta di Paolo Ojetti sul settimanale “Europeo”, la cui pubblicazione causò l’immediato siluramento del direttore Gianluigi Melega da parte dell’editore piduista Rizzoli (Paolo Ojetti, Vaticano Spa, “l’Europeo”, 7 e 21 gennaio 1977): si venne a sapere di “pie” istituzioni trasformate in sedi bancarie, alberghi o centri commerciali e direzionali (anche il palazzo in cui, a un prezzo irrisorio, Rizzoli pensava di trasferire la sede romana della casa editrice). Insomma, se ne mutava la destinazione d’uso senza versare il dovuto o dichiarare le plusvalenze.
Nel piano piduista, una particolare attenzione è dunque riservata ai media. Il Piano di rinascita prefigura la dissoluzione «della Rai-tv in nome della libertà di antenna […] in modo da controllare la pubblica opinione media nel vivo del Paese». Dispone anche l’acquisizione di «alcuni settimanali di battaglia» e «almeno 2-3 elementi per ciascun quotidiano o periodico» ai quali «dovrà essere affidato il compito di “simpatizzare” per gli esponenti politici» prescelti.
Come affondare il coltello nel burro, e infatti nell’elenco degli iscritti alla P2 sequestrato nel 1981 ci sono 22 giornalisti, da sommare ad 8 direttori di testata, 7 funzionari della Rai-tv e qualche editore.
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Martedì 13 dicembre alle ore 17, presso la Biblioteca universitaria di Pavia (palazzo Centrale di corso Strada Nuova 65), si terrà la presentazione de Il castello, nuovo “libro di San Siro” di Mino Milani. L’autore ne parlerà con Cristina Scalabrini e Beppe Benvenuto. Intanto si legga questa bella recensione al romanzo, a firma di Tino Cobianchi.
È uscito il nuovo e attesissimo “libro di San Siro” di Mino Milani. Grazie alla gentilezza dell’autore abbiamo potuto leggere in anteprima Il castello e con piacere lo presentiamo. Non volendo privare i lettori di scoprire in che modo il commissario Ferrari riesce a ritrovare armi rubate nel vicino Regno di Sardegna mentre è sulle tracce di un pericoloso evaso, anziché accennare alla trama, facciamo conoscere i vari protagonisti che dividono la scena con l’indiscusso mattatore Melchiorre Ferrari, il fidato Steiner («ragazzo sei la mia consolazione»), Ziller, Rovati e Rovida.
Questa scelta non è solo un semplice escamotage, ma si presta bene perché ne Il Castello forse in più che in altri libri “di San Siro”, lo scrittore ritaglia un ruolo non solo di comparsa a diversi personaggi. Il primo a entrare in scena è Ireneo Lanati, noto come Balnéger che «aveva cominciato a mettersi nei pasticci da ragazzino, passando velocemente dai furtarelli ai furti, per fatalmente giungere alla rapina, senza con ciò trascurare truffe, frodi, imbrogli, pestaggi a pagamento e via dicendo»; in procinto di essere giustiziato riesce a scappare «evadendo alla maniera classica, segando cioè le sbarre della finestra con una lima».
Una parte importante è svolta da Cesare Lombroso, qui studente all’Università e non ancora famoso psichiatra e antropologo criminale. Milani gli affida il compito di far conoscere in nuce le sue teorie («il crimine è una malattia con cui si nasce: lo si porta scritto in viso») a uno sbigottito Ferrari. Inizialmente perplesso dalle innovative idee del brillante assistente di Pratner e uscito «da quella sorta di strano incantesimo», il commissario ne intuisce la validità e, a modo suo, le utilizza. Mariani Pietro detto Marianètu è invece il contadino che a sua insaputa e per un’ossessione, «qualcuno grida di notte e non lo lascia dormire», offre a Ferrari il filo per risolvere i misteri (e i guai) che incontrerà visitando il castello «e tutto quanto di triste sta attorno» appena fuori Pavia dove si scorge che «il Ticino laggiù in fondo appariva d’un cilestrino vago e insignificante».
Un ruolo non secondario lo svolge Angelo Bassini, noto «mazziniano, garibaldino, reduce di guerra» e amico di Ferrari; le sue preziose informazioni aiutano il commissario a fare chiarezza sul contrabbando di armi che alimenta le fobie mazziniane del barone Ziller e preoccupa il governo di Torino che «aveva mandato in missione il Commissario superiore Molinatti» a Pavia.
La parte di prima donna è di Teresina, mascolina e affascinate nipote del barcaiolo Balestra, «ragazza di poco più di vent’anni, bella anzi prorompente, dai capelli color del grano maturo, dagli occhi neri» che affascina non solo il buon Ferrari ma anche il compassato Lombroso e i questurini messi sulle tracce di «quella sorta di inno alla giovinezza».
Enrico Trespi è un misterioso possidente bresciano esperto in armi; la sua spregiudicatezza e audacia darà molto filo da torcere al commissario Ferrari costringendolo persino a trascorrere una notte all’addiaccio, mentre il suo fascino colpirà il cuore di Teresina.
Il filo rosso che lega indizi, intuizioni e personaggi (se ne incontreranno altri in veste di preti, secondini, contadini, vetturini, fabbri e barcaioli) è magistralmente intrecciato e narrato da Mino Milani. Attraverso i monologhi notturni del commissario corroborati dall’immancabile bicchiere di cognac, lo scrittore compone l’intricato puzzle con il quale Ferrari porta a termine le sue faticose e movimentate indagini al castello, riuscendo altresì, e il lettore scoprirà come, ad anteporre le ragioni del cuore a quelle di Stato.
Il libro è arricchito da pregevoli descrizioni che rappresentano il vero e proprio valore aggiunto del romanzo. Ne citiamo un frammento che, con un tocco di poesia, coglie e descrive bene la filosofia, lo stile e il modo di essere del commissario Ferrari: «Seguirono lunghi temporali agostani, e gli usignoli smisero le loro melodie più presto del solito, né le ripresero se non quando il cielo tornò azzurro e limpido, ma di quel colore magico e languido che preludeva all’autunno. Quella era la stagione prediletta da Ferrari. Non s’era mai curato di pensarci su bene, ma in fondo avrebbe voluto che l’autunno durasse tutto l’anno. Quando poteva, se ne andava zoppicando lentamente per le stradine silenti e in ombra per buona parte del giorno … non c’era bisogno di correre a cercare le cose necessarie: se dovevano venire, sarebbero venute. Di ciò era certo. Vero o no, che malgrado fosse zoppo, lui arrivava dappertutto?».
Legittimo godimento bis!
Più di dieci anni sono passati dal 25-26 giugno 2006, quando col referendum si respinse la legge di riforma costituzionale fatta approvare dal Governo Berlusconi nel novembre 2005. Votarono oltre 26 milioni di cittadini, cioè il 52,46%, anche se per un referendum costituzionale non è richiesto un quorum; soltanto in Lombardia e Veneto il Sì raggiunse la maggioranza, ma complessivamente il 61,29% dei votanti rispose No, contro il 38,71% di Sì. Qualcuno l’avrà forse dimenticato…
Più di cinque anni sono passati dal 12-13 giugno 2011, quando il referendum dei quattro quesiti: Sì all’acqua pubblica ed ai servizi pubblici locali con rilevanza economica, no all’energia elettronucleare, no al “legittimo impedimento” per le massime autorità dello Stato fu votato da 27.277.276 di donne e uomini, cioè dal 54,8% degli elettori, che vollero esercitare la propria sovranità di cittadini contro il tradizionale scetticismo di chi andava dubitando che si potesse avere il quorum, cioè superare il limite del 50%.
Chi si riconobbe in quel risultato e nel “legittimo godimento” ironico di Marco Travaglio, assaporato a livello locale e nazionale, si rallegrò per il metodo, cioè per il buon uso dell’istituto stesso del referendum, in cui pochi dei politici di professione e di lungo corso credono. Si osservò che gli elettori rigettarono così l’ideologia berlusconiana dell’uomo solo e privilegiato, dell’eletto che si sente al di sopra di tutti, non criticabile e non perseguibile. Gli dissero: sei uno come noi.
La casta sconfitta ha fatto di tutto per riguadagnare potere in vari modi: cercando di privatizzare dove possibile la gestione pubblica dell’acqua, continuando a mettere assieme governi impresentabili e ad eleggere un Parlamento-zerbino con una legge elettorale truffaldina.
Non fa meraviglia che un simile Parlamento dall’aprile 2014 abbia digerito e approvato – a fatica – una riforma costituzionale motivata superficialmente, scritta male, illeggibile, inutilizzabile. Ha inoltre approvato tutti i regali fatti alla destra da Matteo Renzi, finto capo di centro-sinistra: la serie di leggi pensate e proposte apposta per danneggiare i lavoratori, i giovani, la scuola pubblica, i beni comuni, la natura, e favorire spese militari, dirigenze bancarie, condoni, evasori fiscali, sprechi, esportazioni illecite, grandi opere inutili con pretesti di semplificazione amministrativa e di disciplina europea.
Solo sette mesi sono passati dal 17 aprile scorso, quando il 31,2% degli elettori andò a votare al referendum contro le trivellazioni: quorum non raggiunto, referendum definito fallito da Renzi e da giornali e televisioni al seguito. Definito così da lorsignori perché nessuno poteva sapere quanto fosse serio e quanto era costato il lavoro scientifico, tecnico e politico sotteso a quel risultato. Un grave dubbio sull’intelligenza politica del capo del Governo apparve evidente quando il 18 aprile egli dichiarò di aver vinto: non teneva in nessun conto i 13.334.764 voti contrari alle trivellazioni, li censurava, non immaginava di ritrovarseli tutti trasformati in No al referendum costituzionale.
Pochi minuti, una mezz’ora, erano passati dalla chiusura dei seggi il 4 dicembre scorso, quando dalle prime Sezioni scrutinate – oltre che dai sondaggi convergenti – fu ben chiaro che il popolo sovrano in larga maggioranza non ha visto ragioni valide per votare Sì al quesito referendario, sia pure ben presentato ed agghindato, ed ha sommato alle cause di rifiuto della politica energetica e ambientale del Governo, già espresse nel voto del 17 aprile, il rigetto di tutte le finzioni e manovre arroganti e autoritarie del Governo Renzi: vere o presunte, palesi o segrete. Spiace per tutti coloro che nel Pd si sono turati il naso per disciplina di partito; per chi ha dimenticato la sconfitta del referendum berlusconiano del 2006; per chi ha scambiato centro-sinistra per centro-destra; per chi ha creduto in un cambiamento della politica nazionale senza accorgersi né capire che era il solito teatrino manovrato da burattinai nascosti altrove. Quanti gli illusi? Non pochi: 13.432.208 Sì contro i 19.419.507 che hanno visto e smascherato la presa in giro.
Due articoli de “il manifesto” del 7 dicembre spiegano bene la situazione: Le cause sociali del No a Renzi, di Roberto Ciccarelli, che analizza alcuni punti significativi del Rapporto ISTAT 2015 in relazione con il voto negativo della gente, in particolare dei giovani e del Sud; e Il ceffone del popolo sovrano, di Massimo Villone, «ancora capace di un grande ceffone collettivo, cui fa da contorno quello della Borsa che sale e dello spread che scende».
E “il Fatto Quotidiano” del 6 dicembre ha giustamente intitolato la prima pagina La Costituzione batte Renzi 59 a 41, per sottolineare che un capo del Governo deve servire e attuare la Costituzione, non stravolgerla per scopi di parte.
Dunque è un legittimo godimento, quello popolare, proprio come nel 2011. Felicemente superata la parziale delusione del mancato quorum per il referendum contro le trivellazioni, e ribaditi con allegria i No del 2006, quando non era ancora arrivata la crisi a mordere le economie dei Paesi europei ora in affanno nella globalizzazione.
Da parte nostra, prepariamoci a seppellire sotto una grande risata o uno sgangherato sghignazzo chi fra qualche anno vorrà proporre altre sconsiderate o squilibrate riforme costituzionali.
Nel frattempo, diamoci da fare: cerchiamo di far funzionare bene la Costituzione così com’è, CNEL compreso. Senza sprechi né danni alle istituzioni e all’erario, se possibile.
E in conclusione ripetiamo: legittimo godimento bis!
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