Source: http://anclsu.com/quesiti/1993/lavoro-intermittente-imprese-alimentari-artigiane-con-punto-vendita.html
Timestamp: 2018-06-22 16:34:30+00:00
Document Index: 41977820

Matched Legal Cases: ['art. 13', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 13', 'art. 51', 'art. 1']

Lavoro intermittente imprese alimentari artigiane con punto vendita
11 aprile 2018 - ALIMENTARI ARTIGIANI - CCNL applicato:ALIMENTARI ARTIGIANI
In merito all’applicabilità del contratto di lavoro intermittente nei casi previsti dal R.D. 2657/23 si pone il seguente quesito:
Preso atto del parere negativo scaturito dall’Interpello 1/2018 MLPS -
"Si ritiene che il tenore letterale utilizzato al punto 5 in esame non consente di estendere la nozione di “esercizi pubblici in genere” anche alle imprese artigiane alimentari non operanti nel settore dei pubblici esercizi."
Si chiede se , in riferimento al punto 14 del regio decreto citato, sia possibile assumere personale con contratto intermittente con la qualifica di commesso di negozio o addetto alle vendite (nelle città con meno di 50 mila abitanti….) per le sole attività di vendita (quindi al banco) per le imprese artigiane alimentari che contestualmente alla produzione curano la vendita dei prodotti con un locale di vendita attiguo, ma distinto, dai locali di produzione.
Per meglio dettagliare si espongono i seguenti esempi:
Gastronomia o pizzeria al taglio, pasta all’uovo, pasticceria, con locali di produzione distinti e locali per vendita,per i quali deve comunque essere fatta la pratica suap al comune di competenza
In riferimento alle imprese alimentari artigiane si ritiene possibile applicare il contratto di lavoro intermittente, in riferimento al punto 14 del regio decreto, per il solo personale addetto alla sola attività di vendita nei locali ben distinti da quelli riservati alla produzione.
Per poter fornire un’adeguata risposta al quesito formulato, bisogna fare alcune premesse in relazione alle caratteristiche dell’attività produttiva nonché al quadro normativo e contrattuale sotteso alla fattispecie in esame.
Dalla descrizione della situazione di fatto, si evince che l’attività produttiva si occupa di produzione di prodotti artigianali e di una sua potenziale somministrazione al pubblico. Sembrerebbe quindi che l’azienda, anche in virtù del contratto collettivo che applica (CCNL alimentari-artigiani), sia un’impresa artigiana.
L’art. 13, comma 1 del d.lgs. n. 81/2015 prevede che “i casi di utilizzo del lavoro intermittente sono individuati con decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali” o dalla contrattazione collettiva. Nell’attesa che questo decreto venisse emanato, il Ministero del Lavoro ha più volte chiarito che restano ancora in vigore le disposizioni del Regio Decreto n. 2657/1923. Il Regio Decreto indica una serie di mansioni in relazione a determinate attività produttive nell’ambito delle quali è possibile fare ricorso alla tipologia contrattuale flessibile.
Al numero 5 dell’art. 1 del Regio Decreto sono indicate le seguenti attività: “camerieri, personale di servizio e di cucina negli alberghi, trattorie, esercizi pubblici in genere, carrozze - letto, carrozze ristoranti e piroscali”. Ciò vuol dire che il lavoratore con mansioni di cameriere o di personale addetto alla cucina che presti la propria attività in favore di alberghi, trattorie, pubblici esercizi in genere, carrozze – letto, carrozze – ristoranti e piroscali, può essere assunto con contratto di lavoro intermittente. Deve quindi sussistere un requisito soggettivo (la mansione indicata dal Regio Decreto) ed uno oggettivo (l’attività produttiva indicata dal Regio Decreto) al verificarsi dei quali è possibile ricorrere alla tipologia contrattuale considerata. Questa lettura trova riscontro in una recente risposta del Ministero del Lavoro all’interpello n. 1/2018, a parere del quale è possibile “stipulare un contratto di lavoro intermittente qualora ricorrano le due condizioni indicate al citato punto 5: una di tipo soggettivo e una di tipo oggettivo. In tal senso e? necessario che i lavoratori siano impiegati come camerieri o personale di servizio e di cucina e che l’attività sia resa nelle strutture espressamente richiamate”.
Il Ministero del Lavoro precisa anche che “si ritiene che il tenore letterale utilizzato al punto 5 in esame non consente di estendere la nozione di “esercizi pubblici in genere” anche alle imprese artigiane alimentari non operanti nel settore dei pubblici esercizi”. Infatti, il Consiglio Nazionale dell’Ordine, promotore dell’interpello, aveva chiesto al Ministero del Lavoro di capire “se le attività di ristorazione senza somministrazione non operanti nel settore dei pubblici esercizi, bensì in quello delle imprese alimentari artigiane, quali pizzerie al taglio, rosticcerie, etc., possano rientrare tra le attività indicate al punto n. 5 della tabella allegata al Regio Decreto n. 2657/1923”. La risposta del Ministero è negativa poiché le imprese artigiane, se non rientranti nella categoria degli esercizi pubblici in genere, non possono ricorrere all’utilizzo della tipologia contrattuale per le mansioni indicate al n. 5 del Regio Decreto del 1923.
Tuttavia, si chiede se sia possibile per un’impresa artigiana del settore alimentare fare ricorso al lavoro intermittente per le mansioni di cui al n. 14 dell’art. 1 del Regio Decreto del 1923 (“Commessi di negozio nelle citta? con meno di cinquantamila abitanti”). La risposta non può che essere affermativa giacché il Regio Decreto non specifica di quale tipologia di attività di vendita debba trattarsi ma fa un generico riferimento al “negozio”; quindi qualsiasi punto vendita, fermo restando il limite oggettivo posto in relazione al numero di abitanti, può avvalersi della tipologia contrattuale.
Occorre, però, far presente che l’impresa in questione, anziché applicare al dipendente il contratto collettivo delle imprese artigiane alimentari, ben potrebbe far ricorso, nel solo caso del dipendente a chiamata addetto alla vendita, all’applicazione del CCNL per i dipendenti del settore del commercio.
Inoltre, sarebbe sempre possibile per l’impresa stipulare un contratto collettivo aziendale nell’ambito del quale negoziare la disciplina del lavoro a chiamata (cfr. art. 13, comma 1, e art. 51 d.lgs. n. 81/2015) per le mansioni considerate (nel quesito si fa riferimento all’attività di “commesso di negozio o addetto alle vendite”). Queste mansioni sono già disciplinate dal CCNL applicato dall’impresa; il contratto collettivo aziendale dovrebbe introdurre in relazione a queste la possibilità di stipulare contratti di lavoro intermittente.
In conclusione, sembrerebbe possibile per l’impresa in questione, tenuto conto di tutte le osservazioni sopra formulate, stipulare un contratto di lavoro intermittente ai sensi dell’art. 1, n. 14 del Regio Decreto n. 2657/1923.