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Timestamp: 2017-04-26 00:15:41+00:00
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Caso Ruta, blog e libertà di espressione: la legge del 1948 ha fatto il suo tempo
La bella notizia che la Corte di Cassazione ha annullato la sentenza di condanna di Carlo Ruta per "stampa clandestina" perché "il fatto non sussiste, mi è arrivata mentre mi trovavo negli Stati Uniti per una riunione del consiglio direttivo della Online News Association (qui l'ultimo pezzo su questo blog). Ho provato a spiegare agli amici e colleghi americani di che si trattava e perché fosse tanto importante in Italia: mi hanno ascoltato con affettuosa partecipazione e totale incomprensione, era come parlare del problema della lotte per le investiture a un consiglio di aborigeni australiani.
Dovremo leggere e studiare con attenzione le motivazioni della sentenza, perchécertevolte le "vittorie" pratiche, possono essere inficiate da questioni di principio. Rallegriamoci, insomma, per l'assoluzione di Carlo Ruta, ma vedo in giro troppo ottimismo - tutto o in gran parte centrato sulla soddisfazione di veder in qualche modo riconosciuta la "diversità" dei blog (o di altre piattaforme digitali) dalla "stampa". Paradossalmente questo è esattamente quanto vanno sostenendo i sostenitori della "alterità" della stampa e del giornalismo tradizionale rispetto all'ecosistema della informazione digitale. Non è così, lo sappiamo, viviamo in un mondo grigio e dai confini labili, ristabilirli - in un senso o in un altro - è insieme inutile agli effetti pratici e dannosissimo sul piano dei principi di democrazia. Tanto per capirci: io non ho particolarmente gioito quando qualche tempo fa la Corte di cassazione stabilì che i siti dei giornali non sono "stampa" e quindi non sono soggetti alla legge sulla stampa: un paradosso comprensibile sul piano formale del diritto (se per applicare i principi della Legge sulla Stampa del 1948 anche alla televisione fu necessaria una legge ad hoc - spiegarono i giudici - altrettanto dovrebbe farsi per il web), ma evidentemente privo di senso comune.
E' sempre più necessario affrontare alla radice il problema, evitare di infilarsi in improbabili progetti di riforma dell'Ordine dei giornalisti o - peggio - di nuove leggi di regolamentazione della informazione sul web (v. il cosiddetto diritto di rettifica, ecc.) e andare invece - come qui si è già sostenuto - alla abolizione sic et simpliciter della Legge sulla Stampa del 1948, considerando la "stampa" nel mondo digitale semplicemente l'espressione pubblica delle opinioni e delle informazioni fornite dai cittadini. Magari con un referendum?
I materiali sul tema proposti in questo blog nel passato.
Pubblicato in Media e tecnologia 5 commenti » lunedì, 16 aprile 2012
Rassegne stampa online, o come alcune centinaia di fotocopie diventano simbolo di giornalismo del futuro
La richiesta degli editori italiani a vari soggetti istituzionali di non pubblicare più online le rassegne stampa cui sono abbonati ha suscitato nei giorni scorsi un ampio e appassionato dibattito nel quale, tuttavia, mi sembra che a volte siano stati usati argomenti non pertinenti sulla base di informazioni non complete. Credo utile un punto della situazione, con un doppio avvertimento in nome della trasparenza:
il titolare di questo blog ha marginalmente partecipato nei mesi scorsi alla discussione di questi argomenti in ambito editoriale;
ciò che qui si scrive è tuttavia frutto della sua personale convinzione e non intende rappresentare in alcun modo posizioni di alcuna testata, azienda o organizzazione.
Ecco le riflessioni.
Pubblicato in Media e tecnologia 10 commenti » martedì, 10 aprile 2012
Libertà di espressione e professione giornalistica: risponde il presidente dell'Ordine del FriuliVG
Il presidente dell'Ordine dei Giornalisti del Friuli Venezia Giulia, Piero Villotta, ha cortesemente risposto in un commento al mio post sul problema della difesa della "professione giornalistica" e dei suoi presunti "abusi", che prendeva spunto dalla sua denuncia della webtv di Pordenone Pnbox. Ripropongo il commento di Villotta in un post a sé, per la sua rilevanza.
Ampiamente citato, anche con parziale riproposizione della testimonianza rilasciata il 4 aprile 2012 davanti al tribunale di Pordenone, ritengo opportuno intervenire su questa tua pagina che per quel che vedo ha il pregio di ricercare la completezza informativa. Perciò voglio contribuire anch’io da presidente dell’ordine regionale del FVG.
Innanzitutto va detto che ho provocato l’intervento della magistratura non per avversione a Vanin o alla sua televisione, ma per sapere come comportarmi in futuro. Tant’è che l’ordine non si è nemmeno costituito parte civile. Al momento la legge stabilisce chiaramente che se uno stampa un bollettino parrocchiale periodico anche in sole 100 copie per riproporre l’omelia del parroco e annunciare la festa del patrono ” deve” , dico deve ,essere iscritto in tribunale e avere un giornalista come direttore responsabile. Per una struttura informativa via web che dà notizie in continuazione ed ha un pubblico potenziale vastissimo non serve niente . Finora avevamo ritenuto che, per analogia, si potesse applicare all’informazione via web la normativa della stampa come si fa da sempre con le radio e le televisioni pena l’assoluta incoerenza della normativa e quindi l’impossibilità di applicarla.
Una sentenza della corte costituzionale ha stabilito la legittimità costituzionale della legge sulla stampa e sull’ordine motivando che si tratta di presidi a tutela dell’utente più che della categoria.
Per il resto sono a disposizione per qualsiasi confronto anche pubbico. Ti saluto e ti auguro Buonapasqua.
Ringrazio vivamente Villotta per la replica e per il garbato tono della stessa. Solo due notazioni:
Egli sottolinea che la sua azione non è stata determinata da avversione verso Pnbox o il suo iniziatore, ma che essa è stata in qualche misura obbligata dalla natura stessa della legislazione che regola il giornalismo in Italia e dal ruolo dello stesso Villotta di presidente dell'Ordine del Friuli Venezia Giulia. Non ho alcun problema a crederlo ed è proprio questo il problema, come ho cercato di argomentare. E' il sistema ad essere sbagliato e paradossalmente iniquo. Un sistema che, perciò, non può essere "riformato", ma deve semplicemente essere superato.
In questo contesto le differenze tra giornalisti e "blogger" semplicemente non sono più distinguibili (io che sono, un giornalista che blogga?) o utili. E' utile distinguere tra buona e cattiva informazione, tra informazione verificata e informazione non verificata. Su questo, e non da oggi, sono pronto a fare battaglie culturali anche dure, ma la Storia e la prassi quotidiane delle testate "professionali" sono lì a dimostrarci che la differenza non la fa in questo campo la qualifica giuridica dei soggetti, ma la qualità di ciò che producono. Battaglia culturale, ho detto, non giuridica: qualunque "tribunale della verità" sarebbe più dannoso delle cattive notizie "non verificate" che si pubblicano.
Aggiornamento 16 luglio 2012: Francesco Vanin è stato assolto dall'accusa di esercizio abusivo della professione.
Pubblicato in Media e tecnologia Un commento » venerdì, 6 aprile 2012
Diritto all'oblio, archivi, correzioni e giornalismo: Cassazione chiede aggiornamento continuo
Ci risiamo: i presunti "archivi digitali" dei giornali creano problemi alla gente e la magistratura cerca di applicare al mondo digitale regole che non si possono applicare. L'ultima storia è uscita l'altro giorno (ma la ho conosciuta oggi grazie a un intervento di Luca Tremolada): la Corte di Cassazione ha sentenziato che un giornale che rende accessibili i pezzi di archivio mediante un motore di ricerca deve predisporre “un sistema idoneo a segnalare la sussistenza di un seguito e di uno sviluppo della notizia, e quale esso sia stato”, un sistema cioè di continuo aggiornamento della cronaca (qui la notizia AGI ripresa dal sito di Franco Abruzzo)
Messa così è, ovviamente, una sciocchezza, ma il problema non è inesistente (ne avevamo parlato, per esempio, qui: Giornalismo web, forse è il momento di reinventare il concetto di passato), e pone problemi sia per quanto riguarda le questioni legali, sia per quanto riguarda le questioni deontologiche. Vale la pena perciò di raccontare il merito di questa specifica vicenda.
C'è un politico che nel 1993 viene arrestato per corruzione e poi prosciolto. Sul sito del Corriere della Sera, nota l'interessato, era tuttavia ancora possibile leggere la notizia dell'arresto nel 2010 , senza tuttavia alcun aggiornamento sul proscioglimento. Chiede al Garante della privacy di bloccare "i dati personali", il Garante rifiuta; si rivolge al Tribunale, il Tribunale rifiuta; si rivolge in Cassazione che ora ordina al Tribunale di riesaminare la vicenda, stabilendo che
deve riconoscersi al soggetto cui pertengono i dati personali oggetto di trattamento ivi contenuti il diritto all’oblio, e cioè al relativo controllo a tutela della propria immagine sociale, che anche quando trattasi di notizia vera, e ‘fortiori’ se di cronaca, può tradursi nella pretesa alla contestualizzazione e aggiornamento dei medesimi e se del caso, avuto riguardo alla finalità della conservazione nell’archivio e all’interesse che la sottende, financo alla relativa cancellazione.
E' ovvio che non si può pensare che il "diritto all'oblio" significhi la possibilità di riscrivere o addirittura cancellare la storia. Altrettanto ovvio che non ci possano essere meccanismi né automatici, né redazionali per aggiornare l'intero corpo di informazioni dell'archivio storico del giornale (che cosa, poi, potrebbe essere considerato aggiornamento necessario e che cosa no?). Non è possibile, specialmente, se - secondo la cultura giuridica italiana - andiamo in cerca di norme e di meccanismi assoluti. Men che meno è accettabile che un giudice stabilisca una "data di scadenza" entro la quale una notizia di cronaca (pur vera e completa) perderebbe la sua utilità sociale e quindi il suo diritto a rimanere pubblicata (come è accaduto in una sentenza del Tribunale di Ortona)
E' tuttavia evidente che nel mondo digitale le notizie "storiche" hanno lo stesso peso e la stessa accessibilità delle notizie "attuali", a differenza delle notizie conservate negli archivi cartacei accessibili di fatto solo a ricercatori e studiosi, e quindi continuano a produrre effetti sociali come fossero pubblicate oggi. Questa oggettiva novità e i problemi ad essa connessi vanno risolti su due piani: l'accessibilità degli archivi e la responsabilità redazionale.
Accessibilità degli archivi. Si è già fatto notare (e Luca Tremolada lo ricorda nel suo commento video alla sentenza) che tra cancellazione di una notizia da un archivio e accessibilità ad essa come qualunque notizia "attuale" ci può essere una via di mezzo. Qualora in casi estremamente limitati e in seguito a procedure certe, si decidesse di limitare l'accessibilità di un elemento informativo (articolo, video, foto, ecc.), sarebbe possibile impedire che questo sia indicizzato dai motori di ricerca generalisti come Google, pur rimanendo accessibile a chi faccia una ricerca specifica nel motore di ricerca del sito. La Storia sarebbe protetta, limitando i danni di una impropria "attualizzazione" delle informazioni storiche.
Responsabilità redazionale. A prescindere da qualunque norma o legge esterne, i giornalisti devono porsi in modo assai più stringente che in passato il problema del cosiddetto "aggiornamento" delle informazioni e/o della loro correzione. La stampa in genere non è mai stata particolarmente attenta in questo senso. E' possibile prendere alcuni provvedimenti strutturali in modo che le informazioni su una persona in un sito siano comunque aggregate e quindi contestualizzate con il racconto degli eventi precedenti o successivi (es.: con i cosiddetti topic), ma meccanismi di questo genere operano solo se una informazione aggiornata è già presente nel database. Cosa può fare la redazione a questo proposito?
Prima di tutto creare un'atmosfera di maggiore consapevolezza circa la necessità di seguire alcune storie più attentamente e con maggior costanza, poi stabilire linee guida e meccanismi per "correggere" o aggiornare gli elementi informativi già pubblicati. Per esempio si potrebbe adottare il sistema del New York Times (e di molte altre testate straniere) che corregge il testo, dove necessario, ma esplicita con una nota in fondo all'articolo che c'è stata una correzione e che cosa ha riguardato. Se serve un aggiornamento, nel caso che non sia opportuno scrivere un pezzo a parte (per esempio perché la vicenda è ormai superata da tempo nell'attenzione pubblica), si può procedere analogamente, aggiungendo in coda al pezzo originale - in modo visibilmente distinto - l'elemento informativo supplementare.
Certo procedure di questo genere non risolvono i problemi "di principio" generali, ma probabilmente risolverebbero nei fatti il 90 per cento o più dei problemi che siano sollevati in buona fede. Il politico in questione, per esempio, avrebbe potuto rimanere soddisfatto da un paragrafo aggiunto in coda al pezzo di cronaca sul suo arresto che desse conto del suo proscioglimento. Per maggiore chiarezza ed onestà, potrebbe essere possibile aggiungere qualche riga subito prima dell'inizio del testo con le quali si avverte che alcune informazioni contenute nel pezzo sono superate da un aggiornamento pubblicato in coda.
Aggiornamento 7 aprile: Guido Scorza, in un commento su Wired, sembra spingere il ragionamento nella stessa direzione, affermando:
Occorre (...) escludere un obbligo generale ed assoluto di aggiornamento e stabilire che, chi vi ha interesse e titolo, può chiedere, al gestore di un sito, di integrare le notizie pubblicate in passato con uno o più link relativi a contenuti che raccontano di eventuali successivi sviluppi della vicenda. Solo l’eventuale rifiuto di provvedervi, dovrebbe poter dar luogo a responsabilità da parte del gestore del sito.
Pubblicato in Media e tecnologia 5 commenti » mercoledì, 4 aprile 2012
Libertà di espressione e professione giornalistica possono essere in contrasto?
Due vicende degli ultimi giorni hanno drammaticamente rilanciato la questione del sistema italiano che regola per legge la professione giornalistica e hanno messo in chiara evidenza un insopportabile paradosso politico: difendere la "professione giornalistica" come prevista e regolata dall'Ordine può entrare in contrasto con la difesa della libertà di espressione.
Il primo caso è quello della webtv di Pordenone Pnbox e del suo direttore Francesco Vanin citati in giudizio per "esercizio abusivo" della professione giornalistica dalla Procura della Repubblica, sulla base di una denuncia del 2010 da parte dell'Ordine dei giornalisti del Friuli Venezia Giulia. La storia (che non abbiamo trovato nel sito dell'Ordine, neppure andando indietro negli anni) è stata raccontata da Guido Scorza e ripresa, tra gli altri, dal Fatto Quotidiano.
Il secondo (qui il racconto dal Fatto Quotidiano) parte dalla scrittrice Michela Murgia che sul suo blog ha denunciato un tentativo di "intimidazione" da parte dell'Ordine dei giornalisti della Sardegna, che ha minacciato una denuncia per - di nuovo - "esercizio abusivo della professione" se gli allievi di un laboratorio di giornalismo da lei diretto scriveranno qualcosa su una testata, o per "stampa clandestina" se saranno ospitati sul suo blog.
Non ho nessuna intenzione di entrare nel merito delle questioni perché il problema è generale, è il concetto stesso che ci possa essere un "esercizio abusivo" della professione giornalistica che è, di tutta evidenza, improponibile e in oggettivo contrasto con il diritto garantito dall'articolo 21 della Costituzione che garantisce a tutti, non solo ai giornalisti di esprimersi liberamente in pubblico. Alcuni cercano di spiegare come occorra distinguere tra "attività giornalistica" (lecita a chiunque) e "professione giornalistica" (consentita solo agli iscritti all'Ordine), dove ciò che distingue la "professione" dalla "attività": sarebbe la sua natura di lavoro "retribuito e continuativo". La la Procura di Pordenone nel Caso Vanin lo accusa invece di svolgere "attività giornalistica non occasionale diffondendo gratuitamente notizie".
A difesa della propria posizione il presidente dell'Ordine della Sardegna ha precisato di aver suggerito a Michela Murgia di registrare regolaremente una testata online, secondo quanto prevede la Legge sulla Stampa del 1948. Peccato che, quando qualcuno come il giornalista Sergio Maistrello ci prova, sbatte contro la pratica impossibilità di farlo, perché la legge e le norme rendono di fatto impossibile registrare una testata online che sia ospitata su server all'estero o di piccoli fornitori italiani.
Una dimostrazione ulteriore di come entrare nel merito giuridico delle singole controversie sia pericoloso, così come ritengo pericoloso anche se comprensibile il tentativo da parte dei nuovi attori non "professionali" della informazione in rete di definire uno spazio "non giornalistico" dove non si applichino la Legge sulla Stampa del 1948 e quella del 1963 che istituì l'Ordine dei giornalisti. Siamo nel mondo digitale e qualunque tentativo di stabilire confini e distinzioni rischia di fare danni maggiori dei problemi che potrebbe teoricamente risolvere, fornendo armi pericolosissime a legislatori e magistrati ossessionati dal controllo e poco consapevoli delle realtà dell'universo digitale.
Occorre semplicemente cancellare un sistema che era sbagliato quando fu concepito ed è folle al giorno d'oggi. Anche perché è un sistema costruito per autoalimentarsi. Leggete i ragionamenti con i quali il presidente dell'Ordine dei Giornalisti del Friuli Venezia Giulia Pietro Villotta spiega al Fatto il suo comportamento nel caso Pnbox (mie le evidenziature):
“Esiste una zona grigia tra l’articolo 21 della Costituzione e la legge sulla stampa, dentro la quale rientrano blog e piattaforme online. Anche chi pubblica i video su YouTube fa divulgazione”. E se lo fa regolarmente, secondo l’ordine, è passibile di segnalazione, anche se tratta di “questioni aperte su cui deciderà il legislatore”. Per Villotta “tutto dipende dalla periodicità. Il nostro esposto è a tutela della categoria e dell’ordine. Se viene a meno la garanzia della legge sulla stampa siamo nella giungla”. Il citizen journalism è la ‘concorrenza sleale’ da condannare? “No. Ma se le piattaforme online, dalle web tv ai blog, fanno informazione continuativa, allora noi tuteliamo la categoria”.
E' tutto perfettamente logico: l'azione è a tutela della "categoria", e dell' "ordine" che detta categoria rappresenta. La libertà di espresssione, la democrazia, la costituzione non c'entrano, anzi - nel caso specifico - creano dei problemi alla "categoria" e al suo "ordine". Aggiungo: creano inevitabilmente problemi, la contraddizione è nei fatti.
Si invoca da anni l'abolizione dell'ordine, che non andrà da nessuna parte. Solo marginalmente più realistico e più radicale è la abolizione (non la riforma) della Legge sulla Stampa. La legge sulla stampa stabiliva il contesto per l'esercizio di una liberta generale, la libertà di esprimersi in pubblico, in un momento storico dove questa era oggettivamente limitata dalle possibilità di produzione e di diffusione dei prodotti. Oggi che chiunque può produrre e diffondere prodotti "editoriali", essa non ha semplicemente più senso. Cominciamo da quella e poi il resto verrà di conseguenza. Quello che al presidente dell'Ordine dei Giornalisti del Friuli Venezia Giulia appare una "giungla" si chiama semplicemente libertà.
Aggiornamento/1: non mi ero accorto della bella intervista rilasciata a Linkiesta da Francesco Vanin, che spiega come funziona la sua inziativa e si difende - logicamente - spiegando che lui non è un giornalista ma un imprenditore. Il problema è che la libertà riguarda tutti, non solo gli imprenditori.
Aggiornamento/2: qui la cronaca della prima udienza del caso Vanin, fatta da Sergio Maistrello. Si noti:
Villotta ha riconosciuto l’esistenza di una zona grigia professionale, favorita dalle nuove tecnologie, che i giornalisti per primi desiderano sapere come regolare: «Non possiamo avere figli e figliastri, persone che pur facendo la stessa cosa sono regolati in modi diversi», ha dichiarato, (...) «A differenza degli Stati Uniti, dove la Costituzione esclude espressamente ogni regolazione, in Italia una legge sulla stampa l’abbiamo, per quanto datata, e siamo tenuti a rispettarla»
Appunto, ha ragione il collega Villotta, solo che non trae tutte le conseguenze da quello che afferma. La conseguenza non può essere di mettere il bavaglio, ma di autorizzare tutti. Cioè l'abolizione della Legge sulla Stampa.
Pubblicato in Media e tecnologia 6 commenti » giovedì, 3 novembre 2011
Censura preventiva: 6.000 siti oscurati in Italia, 1.500 per diffamazione, copyright, contraffazione
Censura, non c'è altro modo di chiamarla. Alessandro Longo ha scoperto e rivelato oggi all'interno di un articolo su Repubblica (dietro paywall, ma ne parla sommariamente anche nel suo blog) la dimensione di un fenomento che sapevo esistere, ma non in questa misura: sono seimila i siti che autorità di varia natura hanno ordinato di oscurare.
Fulvio Sarzana, avvocato deelle associazioni dei provider italiani (Aiip e Assoprovider), ha rivelato che in 900 casi si tratta di siti oscurati per reati di pedopornografia e 3.500 sono siti di giochi e scommesse. Il resto, cioè 1.500 siti, sono stati oscurati perché accusati di violare il diritto d'autore, perché aiutano la contraffazione o - ancor più clamoroso - perché hanno contenuti diffamatori. I siti, si badi, sono sequestrati preventivamente, prima di una eventuale condanna penale, per evitare la reiterazione del reato del quale sono accusati.
Che questo sia concepibile in un Paese dove si afferma che la stampa non è soggetta ad autorizzazione la dice lunga sul clima politico e giuridico che prevale in questo Paese. E se pensate che questa logica riguardi solo i siti web (perché poi "solo"?) dovete ricredervi, negli anni scorsi ci sono stati casi di blocco della pubblicazione di giornali e di trasmissioni radiofoniche, oltre che di siti di forze politiche. Si dirà che si tratta di casi estremi e marginali? Certo, ma è ai margini che si difendono i principi per tutti.
Pubblicato in Media e tecnologia 3 commenti » venerdì, 16 settembre 2011
Social network e libertà: uccisi, sventrati, appesi a un ponte perché usavano Twitter contro le mafie messicane
I cadaveri di due persone sono stati trovati martedì appesi sotto un cavalcavia della città messicana Nuevo Laredo, accanto ai corpi sventrati e orrendamente mutilati c'era un cartello: "Ecco che succede a chi pubblica roba strana su Internet. State attenti, vi pigliamo". Sono stati uccisi dalla mafia locale, dai narcos, perché cercavano di superare l'autocensura dei media locali, segnalando via twitter ed altri social network scontri a fuoco o altri atti violenti nella regione al confine con gli Stati Uniti.
La stampa locale - come le autorità pubbliche - è da tempo sotto schiaffo, almeno cinque giornalisti sono stati uccisi solo quest'anno, senza contare gli innumerevoli casi di violenza e minaccia. Per questo i cittadini cercano di utilizzare gli strumenti di internet e, specialmente, i social network. Un altro caso, drammatico, di come l'universo digitale, cioè l'universo disintermediato sia elemento di libertà dove la libertà è conculcata. Vale in Messico quello che vale altrove: se la mafia è contro, i bravi cittadini sanno da che parte stare -- e in questo caso, non c'è dubbio, la mafia è contro Twitter, è contro la rete. E per questo uccide.
Via Knight Center for Journalism in the Americas, che cita un articolo del Christian Science Monitor e uno - terribile - della CNN:
Pubblicato in Media e tecnologia 3 commenti » giovedì, 26 maggio 2011
Ruta ricondannato in appello: aboliamo la legge sulla stampa
Dunque ci risiamo e poiché si tratta di sentenza d'appelo la cosa è ancora più grave: tre anni dopo la decisione del tribunale di Modica di condannare Carlo Ruta per "stampa clandestina", la Corte d'appello di Catania ha confermato la sentenza (qui la notizia sul blog di Pino Bruno). La vicenda riguarda un blog di Ruta sulla mafia, che aveva subito diversi tentativi di repressione per poi finire nelle maglie di una serie di paradossi giuridici che si fa ogni mese che passa più assurda e più pericolosa per la libertà di tutti.
Il paradosso più evidente è che una persona nota e che non si nascondeva è stata condannata per aver scritto e pubblicato delle cose "clandestinamente": egli era talmente noto che è stato perseguito e condannato. Il problema è che per l'ordinamento giuridico italiano è "clandestino" quell'organo di stampa che viene pubblicato senza che sia stati registrati in tribunale la testata, il nome del direttore (che deve risultare iscritto all'Ordine dei giornalisti) e dell'editore. E' cioè "clandestino" ai sensi della legge sulla stampa del 1948 che - in un universo totalmente diverso - richiedeva la registrazione per avere la certezza dei responsabili di fronte ad eventuali violazioni di legge.
Il problema è che richiedere a ogni blog e a ogni sito web di registrarsi ai sensi della legge sulla stampa è idiota, prima ancora che impossibile (che succede se Carlo Ruta o qualcun altro crea un blog su un server negli Stati Uniti?), ma potrebbe avere effetti devastanti sulla libertà di espressione dei cittadini italiani.
Di fronte a questo genere di problemi la risposta dei blogger e degli attivisti della rete è di sottolineare la differenza tra siti di informazione "professionali" e siti di informazione "non professionali". Che è, d'altra parte, la line adottata dalla difesa di Ruta. Questo (altro paradosso) è in totale consonanza con la sentenza della Corte di cassazione (di nuovo: paradossale) secondo la quale non è possibile applicare la legge del 1948 a niente altro che non sia la "stampa" in senso stretto (inchiostro su carta), tant'è che per estenderne l'applicazione a radio e tv fu necessario varare un'altra legge.
Il rischio - come si è visto nei mesi scorsi in diverse occasioni in Parlamento - è che il legislatore prenda sul serio tutto questo e stabilisca, appunto, che per pubblicare sul web occorra una "registrazione".
Ho sostenuto in precedenza e ripetutamente che quella di riproporre una distinzione giuridica tra "giornalismo", "stampa" e altre forme di informazione in rete è sbagliato, per quanto dettato dalla giusta preoccupazione di salvare la possibilità per chiunque di pubblicare quel che gli aggrada (si, ripeto: possibilità per chiunque di pubblicare quel che gli aggrada, questo dice l'art. 21 della Costituzione). Occorre invece riconoscere che siamo parte di un continuum informativo dove è facile distiguere le attività e i soggetti a fondo scala (è comunicazione privata la mia telefonata alla fidanzata, è comunicazione pubblica il telegiornale), ma dove è impossibile definire l'immensa area di grigi che popola la terra di mezzo.
Forse - nel caso in specie - sarebbe opportuno semplicemente cassare la legge sulla stampa del 1948, che semplicemente non è più applicabile alla realtà attuale a meno di rinunciare alle libertà costituzionali e di instaurare una qualche forma di controllo "cinese" anche sull'universo digitale. So che sembra anatema, ma non è con i pannicelli caldi che risolveremo le contraddizioni radicali che l'universo digitale ha aperto nel tessuto intellettuale e giuridico.
Pubblicato in Media e tecnologia Un commento » giovedì, 12 maggio 2011
Giornalismo web, forse è ora di reinventare il concetto di passato
Il tempo, signora mia, non è più quello di un tempo.
Ah il bel tempo di una volta, quando il passato era passato, il presente un fuggevole attimo e il futuro qualcosa da temere o in cui sperare. Quando dire "ieri" e "domani" era sufficiente perché era chiaro che stavamo parlando "oggi". E invece... da quando abbiamo cominciato a esplorare e ad abitare l'universo digitale, tutte queste belle certezze non ci sono più, sulla Rete e in particolare sul web viviamo un eterno presente. Il che è bello e genera nuovi modi di essere e di comunicare, ma per molte ragioni questo blog propone di "reinventare" il tempo - o almeno di reinventare il "passato".
Partiamo da due esempi di natura assai diversa, che hanno però in comune il problema dell'archivio, cioè il problema del passato.
Se l'archivio ricorda "troppo" o "troppo a lungo"
Una recente sentenza del Tribunale di Ortona (Chieti) a marzo ha condannato il giornale online abruzzese PrimaDiNoi.it per non aver cancellato dal proprio archivio un articolo come richiesto dalle due persone delle quali l'articolo parlava
le due persone in questione erano state coinvolte in un'inchiesta penale e poi ne erano uscite in seguito ad archiviazione
il giornale aveva pubblicato un pezzo di cronaca e lo aveva poi regolarmente aggiornato con l'esito dell'indagine
gli interessati sostenevano che grazie ai motori di ricerca quel pezzo continuava a essere consultabile e in questo modo risultava lesivo di "immagine, decoro e riservatezza"
il giornale - che non aveva scritto nulla di falso e che, addirittura, aveva pubblicato gli aggiornamenti sulla stessa pagina web del testo originario - si era rifiutato
di qui la condanna del giudice, che si rifà alla legge sulla riservatezza dei dati personali ("privacy") per sostenere che "il trattamento dei dati personali può avvenire per un periodo di tempo non superiore a quello necessario agli scopi per i quali i dati sono stati raccolti e trattati"
lo stesso magistrato pertanto afferma una sorta di "scadenza" degli articoli giornalistici, definisce cioè il "sufficiente tempo" perché le notizie possano "soddisfare gli interessi pubblici sottesi al diritto di cronaca giornalistica, informare la collettività, creare opinioni, stimolare dibatitti, suggerire rimedi". Poiché questo tempo ella considera scaduto ordina la cancellazione e il pagamento dei danni
il magistrato consente tuttavia "la conservazione di una copia cartacea" per l'archivio, a somiglianza di quanto avviene per i giornali stampati.
E' solo un episodio particolarmene clamoroso (e pericoloso) tra molti analoghi. Da diversi anni infatti cresce in Italia la tendenza a chiedere, esigere o addirittura a ordinare la rimozione di articoli pubblicati online. In alcuni casi sono i singoli interessati attraverso i loro avvocati, in altri la magistratura (anche solo quella inquirente) a titolo provvisorio in attesa di una deliberazione, in altri ancora - come questo - a seguito di sentenza. Possono essere episodi di reale o presunta diffamazione o anche solo di esercizio di quel "diritto all'oblio" che si fa facendo strada in maniera un po' confusa nella coscienza politica e giuridica europea. Il risultato netto - in tutti i casi e a prescindere dalla loro fondatezza - è che qualcuno chiede, esige, ordina e alla fine ottiene di riscrivere la storia: quell'elemento di cronaca non sarà più disponibile, leggibile, citabile, discutibile.
Ovvio che la costruzione di un archivio di carta per un sito web è privo di senso, visto che un "articolo" non è definito solo da un testo scritto, ma anche dalle foto o dai video che lo accompagnano e - fondamentale! - dai collegamenti ipertestuali che esso suggerisce.
D'altra parte non si può neppure sostenere che non esista un problema per i cittadini: via Google è possibile accedere a materiali che portano una data di quattro, dieci o 40 anni fa alla stessa stregua di quelli prodotti ieri od oggi. Sostanzialmente in rete non esistono più "archivi" in senso stretto, tutto ciò che è pubblicato ha efficacia allo stesso modo e alla stessa stregua che sia stato pubblicato "oggi", "ieri" o "tanto tempo fa". La rete è, in un certo senso, il luogo dell'eterno presente.
Se l'archivio sparisce con la testata
Quasi nello stesso periodo nel quale il giudice di Ortona pubblicava la sua sentenza, due testate online per le quali il titolare di questo blog ha speso molte energie in diverse vesti negli ultimi dieci anni sono praticamente spariti dal web. E con essi tutti i materiali che era stato prodotto. In un caso si tratta di un sito strettamente giornalistico, in un altro di un sito informativo didattico: il primo ha semplicemente cessato di esistere, il secondo è stato radicalmente trasformato cessando sostanzialmente di linkare i materiali delle precedenti versioni statiche.
E' uno dei paradossi dell'universo digitale: il web è "per sempre" - ma solo finché c'è. Nel primo caso crea i problemi di cui sopra, nel secondo rende impossibile la ricostruzione storica. Per cui ci troviamo nella bizzarra situazione di poter andare in una biblioteca o in un'emeroteca a consultare la Gazzetta di Mantova del 7 gennaio 1689 (o guardarla direttamente online), ma di non poter studiare alcuni dei più importanti materiali giornalistici creati negli ultimi 15 anni in tutto il mondo.
Ne avevamo già parlato in termini teorici oltre sei anni fa, all'inizio di questo blog (Online è per sempre. O forse no, Online è per sempre/2) e in termini pratici due anni orsono (Habeas Corpus digitale per CNNitalia) ricordando il caso di un importante sito d'informazione totalmente estintosi.
Modesta proposta: reinventare il "passato" nel web
Partiamo dal concetto di "archivio". Nell'era pre-digitale in archivio finivano le pubblicazioni (o gli atti, nel caso di un ufficio) che non erano più "correnti", cioè non erano più attuali, ma che si pensava potesse essere necessario consultare in futuro. Così la legge italiana prevedeva l'obbligo per gli editori di consegnare due copie di ogni libro stampato alla Biblioteca nazionale ecc. Nell'era digitale qualcuno ha utilmente pensato di digitalizzare gli archivi analogici esistenti (vedi la Biblioteca comunale di Mantova per la Gazzetta citata sopra o il più recente archivio storico della Stampa), ma nessuno sembra essersi posto il problema di creare un archivio dei materiali digitali propriamente detto. Tanto sono sempre lì, no? Si saranno detti. E invece - come abbiamo visto - non è vero. E se è vero questo a volte crea anche dei problemi.
Occorre pertanto immaginare prima di tutto un luogo dove sia possibile "archiviare" i contenuti dei siti che non esistono più, quelli proprio chiusi. Potrebbe essere una sezione in un sito dell'editore o in un sito corrente di una testata sorella o "cugina". Potrebbe essere un programma bibliotecario, non saprei, ma è evidente che l'esigenza c'è. Si tratterà, naturalmente, di identificare con chiarezza che si tratta di materiale di una testata o comunque di un sito che non è più aggiornato, che è insomma roba antica non corrente.
La reintroduzione del concetto di "archivio" digitale in senso proprio potrebbe inoltre aiutare a risolvere parte dei problemi come quelli sollevati dal Tribunale di Ortona: l'elemento "incriminato" (articolo, video, quel che sia) resterebbe ovviamente dove sta, con tutti i suoi link sia in uscita sia in entrata, continuerebbe cioè a fare parte integrante del World Wide Web, ma potrebbe essere sottratto alla indicizzazione dei motori di ricerca - cosa che si può fare inserendo una semplice riga di codice nella pagina. Il testo sarebbe perciò ancora raggiungibile, ma ricercabile solo dall'interno del sito stesso.
Al di là degli interventi d'autorità, non sarebbe impossibile pensare (forse anche per ragioni commerciali ) che un sito d'informazioni definisca unilateralmente tre "stadi temporali" delle notizie: le notizie "attuali", liberamente raggiungibili anche dai motori di ricerca; le notizie "d'archivio recente", sottratte alla indicizzazione dei motori di ricerca, tranne quelli interni; le notizie dello "archivio storico", nuovamente raggiungibili con ogni strumento.
Sono proposte, se ne può discutere, magari si trovano altre soluzioni. Ma attenzione a non nasconderci i problemi, facendo riferimento non alla realtà com'è, ma a come "dovrebbe essere".
Pubblicato in Media e tecnologia 2 commenti » mercoledì, 19 gennaio 2011
OT/I libri all'indice nel Veneto: non tutto è "censura" - c'è anche di peggio
Questo blog esprime solitamente opinioni molto nette, ma cerca di farlo sempre con uno stile il più possibile pacato. Ma ci sono dei momenti nei quali viene voglia di gridare e questo è uno di quei momenti, per cui ecco il mio "urlo".
Ho indicato nel titolo che si tratta di un argomento "off topic", perché tecnicamente non si occupa di giornali, giornalisti, o giornalismo. Ma in realtà è perfettamente "in argomento", visto che parla di libertà. Della libertà di espressione e della libertà della cultura. Mi riferisco alla vicenda - in questi giorni passata in sesto, settimo od ottavo piano nelle notizie nazionali - relativa all'intenzione rivelata qualche giorno fa dall'assessore alla Cultura della provincia di Venezia Raffaele Speranzon di escludere dalle biblioteche della provincia i libri degli scrittori che nel 2004 firmarono un appello in favore di Cesare Battisti. Pur smentito dalla presidente della provincia ("Un'iniziativa a titolo personale e non espressa nel suo ruolo istituzionale"), ha continuano a straparlare sostenendo di aver voluto solo "aprire un dibattito". Ma oggi l'assessore all'Istruzione della Regione Veneto, Elena Donazzan , ha rilanciato:
«Nei prossimi giorni invierò a tutti gli istituti superiori del Veneto una lettera in cui esorterò insegnanti e bibliotecari a non diffondere tra i ragazzi i libri di questi autori. Sono diseducativi ». E a chi grida alla censura, la Donazzan replica serafica: «La chiamassero come vogliono. Di sicuro è una censura morale. Nessun obbligo, beninteso, ma un indirizzo politico: voglio evitare che i ragazzi vengano a contatto con le idee di chi difende a spada tratta un furfante, un delinquente, un assassino conclamato».
Tutti stregati dalla telenovela di serie C politico-maialotica di questi giorni, sembra che questa vicenda sia passata in secondo piano, se non fosse per alcuni articoli nelle pagine "culturali" di alcuni quotidiani e per l'acceso dibattito che si svolge nella comunità letteraria online, in particolare sul blog Lipperatura di Loredana Lipperini. Ma io credo che queste cose debbano uscire dal dibattito "culturale", non riguardano i letterati, sono questioni di rilevanza direttamente politica. Vorrei vedere questa gente sulle prime pagine dei giornali e la vorrei vedere "presa sul serio", cioè non solo attaccata o criticata o svillaneggiata. Vorrei che ci si turasse il naso e si tornasse a spiegare a tutti perché queste cose sono semplicemente indicibili.
In particolare mi piacerebbe spiegare che l'assessore Donazzan ha paradossalmente ragione: questa non sarebbe censura, sarebbe una cosa diversa, altrettanto e forse anche più grave. Vorrei spiegare che, oltretutto, non è possibile.
La "censura" è l'azione di un potere di scegliere o proibire la lettura (ci capiamo: la parte per il tutto) di libri di contenuto ritenuto "pericoloso". Può essere pericoloso per l'anima (fai peccato, evito che tu finisca all'inferno); può essere pericoloso per la "stabilità sociale", per il governo, il regime, il re, o chiunque pensi in questo modo di guidare le coscienze. Certo nella Storia intere bibliografie sono state cancellate per via dell'autore, ma sostanzialmente si trattava dell'automatica trasposizione della supposta pericolosità delle azioni e delle idee di quell'autore nei contenuti dei suoi libri.
Nel caso in specie non c'è neppure questo. Nell'assessore Speranzon era implicito, nella sua compagna di partito Donazzan è esplicito: è un "indirizzo politico". Cioè l'assessore all'Istruzione della Regione Veneto crede sia pensabile che le scuole pubbliche italiane si ispirino a un "indirizzo politico". E questo purtroppo al buon senso comune può sembrare ragionevole - se non viene spiegato. Se non si spiega, senza stancarsi ripetendolo a ogni generazione e più volte in ogni generazione che, no, "indirizzi politici" - in questo senso - le scuole pubbliche non possono e non devono riceverne. Che esiste una cosa che si chiama "libertà di insegnamento". Che anche solo immaginare il contrario in democrazia è addirittura ridicolo: e se alle prossime elezioni vince il centrosinistra cambia "l'indirizzo politico" delle scuole del Veneto? Funziona - naturalmente - molto bene nelle dittature, dove questo pericolo non c'è. Appunto.
Naturalmente l'assessore Donazzan lo sa benissimo, tant'è che si affretta a dire che la sua indicazione non sarà "obbligatoria". Per la semplice ragione che non potrebbe renderla tale neanche volendo, neppure se un sondaggio dimostrasse che il 95% dei cittadini del Veneto è d'accordo. Semplicemente la legge non lo permette.
E allora perché dice queste follie l'assessore Donazzan, perché si propone l'improponibile l'assessore Speranzon? Perché sanno o semplicemente intuiscono che dire l'indicibile, esprimere le fobie o le pulsioni profonde aiuta a portarle in superficie, cioè a cambiare poco a poco - ma sempre più velocemente di quanto non si pensi - la cultura vera, quella che informa la vita e le relazioni delle persone.
Per questo vanno presi sul serio, vanno discussi, vanno messi in mora. Senza paura del gioco pericoloso di chi è pronto a rivoltare la frittata accusando gli altri di essere "amici dei terroristi". La mia opinione sul caso Battisti credo di non averla mai espressa pubblicamente e non intendo renderla pubblica ora. Battisti non c'entra niente qui, come non c'entra e non deve entrarci la qualità dei libri: che censurato sia Pennac o che sia Pinco Pallo il problema è esattamente lo stesso. C'entra la civiltà e c'entra il criterio di realtà che qualche volta dobbiamo far valere anche nel dibattito politico.
Scusate. Domani magari torniamo a parlare di giornalismo :-)
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