Source: https://www.ilcalcioillustrato.it/la-tutela-della-reputazione-in-ambito-federale-parte-ii/
Timestamp: 2020-01-22 07:31:50+00:00
Document Index: 129988148

Matched Legal Cases: ['art. 5', 'art. 23', 'art. 23', 'art. 23', 'art. 595', 'sentenza ', 'art. 5']

La tutela della reputazione in ambito federale (parte II) – Il Calcio Illustrato
mercoledì 22 Gennaio 2020 / 8:31 am
La tutela della reputazione in ambito federale (parte II)
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Appare utile, riprendendo l’argomento affrontato nel numero precedente, verificare come gli Organi di Giustizia federale abbiano concretamente applicato l’art. 5 del Codice di Giustizia Sportiva. Particolare attenzione è stata riservata alla reale portata “lesiva” delle dichiarazioni ed al “mezzo” utilizzato. Così, ad esempio, dopo che un calciatore, nel corso di una trasmissione televisiva subito dopo il termine della gara aveva affermato che l’arbitro della stessa “è uno scarso”, a confutare le ragioni dello stesso calciatore che si era appellato all’esercizio del diritto di critica ed all’attenuante che non solo le dichiarazioni erano state rese nell’immediatezza della gara ma che, comunque, potevano ritenersi solo valutazioni di natura tecnica sull’operato del direttore di gara, la Commissione Disciplinare Nazionale ha osservato che le espressioni utilizzate “non possono essere interpretate come esercizio del diritto di critica: esse, invero, più che investire l’operato dell’arbitro nella gara in oggetto, sembrano riguardare, oltre ogni ragionevole dubbio, proprio la persona dell’arbitro, reiteratamente definito scarso, che non conosce le regole, che non capisce nulla” (Commissione Disciplinare Nazionale, C.U. n. 44/CDN, 12.12.2008). Analogamente, è stato meritevole di essere sanzionato il comportamento di un calciatore, capitano di una squadra iscritta al campionato di serie A, che all’indomani di una gara aveva testualmente parlato di “aiutini” affermando che “…gli errori, insomma, ci stanno, ma quando però sono tutti dalla stessa parte un po’ ti fa pensare…”. Nell’occasione, infatti, l’organo disciplinare ha sottolineato come le dichiarazioni “non lasciano dubbi sulla volontà del calciatore di denunciare l’esistenza di un atteggiamento, quanto meno da parte della classe arbitrale, tendente a favorire la squadra […], al di là dei suoi meriti sportivi (che il calciatore non nega) nello svolgimento delle gare e, conseguentemente, di denunciare la non regolarità dello stesso campionato” (Commissione Disciplinare Nazionale, C.U. n. 52/CDN, 27.1.2009). Sull’esigenza, nell’atto di deferimento da parte della Procura Federale, di riportare le esatte espressioni ritenute meritevoli di essere sanzionate ai sensi della norma in commento si è pronunciato l’organo disciplinare. In particolare, in relazione al deferimento di un ex Presidente di una Società, la Commissione Disciplinare Nazionale ha osservato che il deferimento non poteva accogliersi in quanto “nella parte motiva del deferimento non vi è però alcun accenno alle espressioni e o ai rilievi che pubblicamente il […] avrebbe formulato nei confronti dei tesserati indicati e neppure alle occasioni in cui tali rilievi o giudizi sarebbero stati proferiti…” (Commissione Disciplinare Nazionale, C.U. n. 55/CDN, 27.1.2009). Di un certo interesse la decisione adottata nei confronti di un (noto) Presidente di una Società di serie A che, prendendo spunto da un episodio sfavorevole alla propria squadra, aveva sostenuto da un lato la necessità, condivisa da molti, di fornire agli arbitri strumenti tecnologici al fine di evitare possibili errori umani e, al contempo, aveva adombrato il sospetto che potesse essersi instaurato un certo comportamento da parte degli arbitri tale da penalizzare, con decisioni sbagliate, la propria squadra. Nella circostanza l’organo disciplinare ha sostenuto che con le sue affermazioni il deferito aveva “certamente travalicato i limiti del diritto di critica, insinuando dubbi sulla regolarità del campionato ed addirittura sulla credibilità dell’intero <<sistema>> calcistico” ma nella determinazione delle sanzioni si doveva tener conto “anche dell’inserimento delle stesse in un più ampio contesto riguardante la necessità di introdurre strumenti tecnologici che garantiscano maggiore certezza alle valutazioni arbitrali, il che ne attenua la gravità” (Commissione Disciplinare Nazionale, C.U. n. 79/ CDN, 23.4.2010). Nei confronti del medesimo Presidente, inoltre, successivamente la norma è stata applicata per dichiarazioni lesive nei confronti del Presidente e dei Dirigenti del CONI, nonché del prestigio, della reputazione e dell’onorabilità dell’istituzione medesima nel suo complesso (Commissione Disciplinare Nazionale, C.U. n. 11/CDN, 2.8.2011). Analogamente, è stato ritenuto sanzionabile, sia pure nella misura stabilita ai sensi dell’art. 23 del Codice di Giustizia Sportiva, il comportamento di un noto allenatore che nel corso di una conferenza stampa aveva formulato giudizi e rilievi lesivi della reputazione degli Organi di giustizia sportiva, “adombrando dubbi sulla correttezza dell’operato dell’Ufficio della Procura Federale e sulla imparzialità delle decisioni rese dagli Organi giudicanti” (Commissione Disciplinare Nazionale, C.U. n. 37/CDN, 7.11.20129.
Un caso particolare, conclusosi sempre con l’applicazione di sanzioni determinate a seguito di istanza di patteggiamento ex art. 23 Codice di Giustizia Sportiva, è stato affrontato dalla Commissione Disciplinare per dichiarazioni lesive effettuate proprio innanzi all’organo disciplinare. Nella fattispecie, infatti, i deferiti, nell’ambito di un giudizio innanzi alla stessa Commissione Disciplinare avevano pronunciato le seguenti frasi “Questa sera avete legalizzato l’illecito sportivo. Non è possibile quello che sta emergendo questa sera. Il risanamento parte da Voi, dalla FIGC, Vi dovreste vergognare. Dovete cominciare Voi, Federazione Italiana Giuoco Calcio, vergognatevi”. Dette dichiarazione, infatti, sono state considerate “rese in pubblico” ed in contrasto anche con l’obbligo di lealtà e correttezza (Commissione Disciplinare Nazionale, C.U. n. 37/CDN, 7.11.2012).
Sempre in relazione a dichiarazioni lesive appare meritevole di essere ricordata la sanzione, sempre a seguito di istanza di patteggiamento ex art. 23 del Codice di Giustizia Sportiva, inflitta ad un allenatore dalla Commissione Disciplinare del Settore Tecnico. Nella fattispecie, infatti, oltre alla squalifica ed un’ammenda, al soggetto in questione è stata aggiunta la prescrizione “di affermare con convinzione, fermezza e serietà in tutte le interviste televisive su reti nazionali pre e post gara o comunque con altri mezzi idonei, di credere fermamente nel rispetto dei valori sportivi e della funzione di unificazione sociale del calcio; ciò per almeno sette gare effettuate di campionato una volta scontata la squalifica suddetta” (Commissione Disciplinare Settore Tecnico, C.U. n. 122, 19.12.2012).
Interessante la decisione assunta, proprio di recente, con particolare riferimento ad un contenuto pubblicato su “Facebook” in relazione ad un arbitro di una gara di calcio a 5. Nella circostanza è stato affermato, a proposito delle dichiarazioni da parte del tesserato che “….consideratone il tenore, il contenuto, il contesto in cui sono state utilizzate, lo strumento di diffusione e le finalità perseguite (indipendentemente da un intento doloso del loro autore) sfociano obiettivamente – tenuto conto del sentimento medio percepito dalla collettività, quale criterio valutativo della condotta applicata secondo equità – in una vera e propria denigrazione dell’operato dell’arbitro di gara, ovvero potenzialmente in grado di arrecare pregiudizio alla dignità della persona e dell’istituzione dalla stessa rappresentata. Non sono persuasive, sul punto, le argomentazioni difensive svolte dai deferiti. Il diritto (legittimo) di critica non può scadere in espressioni e commenti denigratori, il cui contenuto ecceda i confini di una leale critica, tali cioè che l’ordinamento civile, prima ancora che quello sportivo, ovvero il sentimento comune avverte in quel determinato momento storico come offensivi e indecorosi per l’istituzione cui sono indirizzati. Tanto più, quando queste dichiarazioni sono rilasciate da soggetti tesserati che ricoprono, altresì, ruoli istituzionali primari all’intero dell’ordinamento sportivo e che, con la propria condotta, dovrebbero anche essere veicolo di valori positivi e costruttivi, specie per i più giovani che si avvicinano al mondo dello sport…..” (cfr. Tribunale Federale Nazionale, Sezione Disciplinare, C.V. n. 39/TFN dell’8.2.2018).
A tale proposito, tenuto conto della diffusione sempre maggiore di tali strumenti di comunicazione, appare utile ricordare come, proprio in relazione alla natura “pubblica” dei social network, il Garante per la privacy abbia pubblicato una sorta di guida finalizzata all’uso di tali strumenti, i quali danno l’impressione di costituire uno spazio personale o di piccola comunità. Tuttavia, come ha precisato lo stesso Garante “si tratta di un falso senso di intimità che può spingere gli utenti a esporre troppo la propria vita privata, a rivelare informazioni strettamente personali, provocando effetti collaterali” (cfr. Garante per la protezione dei dati personali, Social privacy. Come tutelarsi nell’era dei social network, doc. web n. 31400059 del 2014). Del resto, anche la giurisprudenza si è ormai orientata, proprio in relazione alla natura pubblica dei social network, ad equiparare tali strumenti agli ordinari mezzi di comunicazione in tema di diffamazione. La Suprema Corte di Cassazione, infatti, ha ritenuto diffamatorie, con applicazione dell’art. 595 del codice penale, alcune affermazioni pubblicate su di un profilo Facebook (cfr. Corte di Cassazione, I sez. penale, sentenza 16.4.2014 n. 16172).
La diffusione di tali strumenti, pertanto, ha “costretto” anche gli Organi di Giustizia Sportiva, e prim’ancora la Procura Federale, ad esaminare la portata, e la conseguente punibilità, di dichiarazioni o affermazioni pubblicate sui social network da parte di tesserati.
In taluni casi, ad esempio, da parte dei deferiti si è contestata la natura pubblica del mezzo e, comunque, la possibilità di attribuire con certezza la paternità delle dichiarazioni ritenute lesive. Sul punto, merita di essere segnalata, anche per l’analisi tecnica del funzionamento dei social, una decisione della Commissione Disciplinare Nazionale, che a proposito di un deferimento della Procura Federale di un tesserato circa dichiarazioni pubblicate sul proprio profilo Facebook ha affermato “ E’ notorio che gli utenti di facebook fruiscono del così detto <<tagging>>, modalità che consente di copiare messaggi e foto pubblicati in bacheca e nel profilo altrui, sottraendo di fatto questo materiale alla disponibilità dell’autore e rendendone incontrollata la diffusione”. Tuttavia, a confutazione delle tesi difensive del soggetto deferito, la stessa Commissione Disciplinare ha osservato che, nella fattispecie “il numero dei commenti postati alla comunicazione in esame, come emerge dal documento prodotto dai deferiti, esclude peraltro <<ex se>> quel carattere di riservatezza che connota una conversazione privata tra due soggetti”(cfr. Commissione Disciplinare Nazionale, C.U. n. 92/CDN, 27.6.2014).
Anche Twitter, inoltre, è stato oggetto di intervento da parte degli Organi di Giustizia.
Per un commento decisamente offensivo pubblicato sul proprio profilo, un allenatore ed ex calciatore professionista, dopo essere stato per tale motivo deferito dalla Procura Federale, ha patteggiato una sanzione disciplinare, alla quale si è aggiunta, per responsabilità oggettiva, una ammenda a carico della Società di appartenenza (cfr. Commissione Disciplinare Settore Tecnico, C.U. n. 322, 10.7.2013). Per la particolarità, infine, merita di essere segnalata, sempre in tema di dichiarazioni lesive, la sanzione, anche se ridotta in sede di Appello, inflitta al Presidente di una Società professionistica che aveva attribuito, con intento certamente denigratorio, una diversa nazionalità ad un Dirigente di un’altra Società professionistica. Nella fattispecie, il Tribunale Federale Nazionale, evidenziando l’intento denigratorio nell’invocare una certa provenienza etnica, ha sanzionato il deferito in questione affermando che “l’espressione <<filippino>> sottintende chiaramente non solo un riferimento razziale ma anche il richiamo a ruoli sociali subalterni svolti da lavoratori di tale nazionalità” (cfr. Tribunale Federale Nazionale, C.U. n. 24/TFN , 15.12.2014).
In conclusione, può dunque affermarsi che con l’art. 5 del Codice di Giustizia Sportiva il legislatore federale ha tentato di porre un argine ai tanti comportamenti che i tesserati, pongono in essere con dichiarazioni, commenti, affermazioni di vario genere che in molti casi, ben lungi dal rappresentare una espressione delle proprie idee e anche dei propri interessi, appaiono volti esclusivamente a minare la credibilità dell’istituzione sportiva e la regolarità delle competizioni.