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Timestamp: 2020-04-03 23:55:08+00:00
Document Index: 166040255

Matched Legal Cases: ['art. 9', 'art. 351', 'sentenza ', 'art. 425', 'sentenza ', 'art. 270', 'art. 480', 'art. 479', 'art. 480', 'art. 479', 'art. 380', 'art. 479', 'art. 476', 'art. 476', 'art. 479', 'art. 9', 'art. 351', 'sentenza ', 'art. 606', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 270', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 270']

﻿ AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA INTERCETTAZIONI TELEFONICHE UTILIZZO PROVA ACQUISIZIONE
da Avv. Sergio Armaroli | Gen 15, 2020 | avvocato difesa penale, avvocato penale bologna Sergio Armaroli, AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA FORLI RAVENNA CESENA, bancarotta fraudolenta- bancarotta documentale.- ricorsi cassazione per condanna bancarotta, Consulenza Legale, News | 0 commenti
non sussistesse una connessione oggettiva, probatoria e finalistica e non si potesse parlare di medesimo procedimento, mentre le attività investigative svolte nel procedimento n. 1208/11 RGNR avevano consentito di rilevare l’esistenza di un’associazione per delinquere che coinvolgeva pubblici ufficiali, politici e imprenditori e che condizionava l’aggiudicazione di appalti nella provincia di Pistoia compiendo numerosi reati contro la pubblica amministrazione; le indagini consentivano di accertare, oltre ai reati fine dell’associazione (corruzione e turbata libertà degli incanti), una serie numerosa di altri reati contro la pubblica amministrazione (abuso di ufficio) o di reati di falso in atto pubblico e, con riferimento alle ipotesi di reato complessivamente emerse nell’ambito del procedimento n. 1208/11 RGNR, sono stati operati vari stralci legati ad esigenze investigative, o processuali; in ogni caso, i reati contestati ai capi B) e C) si pongono nel medesimo filone investigativo del procedimento nel cui ambito venivano disposte le intercettazioni telefoniche;
-con il terzo motivo, il vizio derivante dalla mancata considerazione di una prova decisiva, nonché l’erronea applicazione della legge penale, nella parte in cui il G.u.p. ha escluso l’utilizzabilità delle intercettazioni telefoniche per il capo di imputazione E); in particolare, il G.u.p. ha evidenziato che il fatto non avrebbe potuto essere ricondotto all’ipotesi del commercio di cui al comma 7 dell’art. 9 L. 376/2000, in assenza di una sia pure minima struttura/organizzazione, in applicazione dei principi affermati dalla giurisprudenza di legittimità, senza considerare che nel fascicolo di indagine erano presenti le trascrizioni di alcune conversazioni telefoniche (sia pure non collazionate o riepilogate in annotazione di polizia giudiziaria), attestanti in modo chiaro che non era la prima volta che il C. avanzava tali richieste al P. e, dunque, il carattere continuativo dell’attività, oltre a quella elementare organizzazione che consente di configurare il delitto in questione; in ogni caso, la circostanza che le conversazioni intercettate siano state lette ai conversanti per sollecitarne la memoria non produce alcun effetto invalidante sulle dichiarazioni rese, atteso che l’accennata lettura, non era finalizzata a dare la prova del fatto di reato, ma soltanto a sollecitare il ricordo degli interlocutori, i quali, nel riferire ciò che personalmente dissero o udirono, diventano fonte di sommarie informazioni testimoniali, disciplinate dall’art. 351 cod.proc. pen., che costituiscono autonomo mezzo di prova, legittimamente utilizzabile per la ricostruzione del fatto contestato (Sez. VI, 22/10/2013, n. 44896); nel caso di specie, nel verbale di sommarie informazioni rese da C.G. in data 30.1.2014 vengono lette al testimone conversazioni telefoniche (riportate nel verbale) e lo stesso conferma il contenuto delle telefonate, ne riconosce gli interlocutori e ne spiega il significato, sicché in tal modo il contenuto delle conversazioni, confermato e spiegato dal teste, diventa parte delle dichiarazioni del testimone e, quindi, in tal modo utilizzabile; dalle conversazioni lette al C. , già di per sé risulta la disponibilità del P. a procurare la sostanza dopante al predetto e la possibilità di avvalersi di altre persone (la moglie e altra persona di sesso maschile non identificata) per ottenere tali sostanze, come risulta evidente che non si tratti della prima volta in cui il C. chiede tali sostanze, né della prima volta in cui il P. tratta queste sostanze ed a nulla rileva, invece, il fatto che il C. abbia negato di aver acquistato le sostanze dal P. , circostanza che non era stata fatta oggetto specifico della imputazione
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Con sentenza in data 30.9.2014 il G.U.P. del Tribunale di Pistoia dichiarava il non luogo a procedere, ai sensi dell’art. 425 c.p.p., nei confronti di P.R. , in ordine al reato a lui ascritto al capo B), per non avere commesso il fatto ed ai reati a lui ascritti ai capi C) ed E) perché il fatto non sussiste, nonché nei confronti di D.C.V. per il reato a lui ascritto al capo B), perché il fatto non costituisce reato ed al reato di cui al capo C), perché il fatto non sussiste.
Avverso la predetta sentenza il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Pistoia ha proposto ricorso per cassazione affidato a cinque motivi, con i quali lamenta:
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Manifestamente infondato si presenta il secondo motivo di ricorso del P.M., con il quale viene censurata la declaratoria di inutilizzabilità dei risultati delle intercettazioni, ai sensi del primo comma dell’art. 270 c.p.p., in relazione al delitto di falso ideologico in atto pubblico di cui al capo B), trattandosi di ipotesi di reato per la quale è obbligatorio l’arresto e non potendo configurarsi la più lieve ipotesi di reato di cui all’art. 480 c.p., come pare aver implicitamente ritenuto il G.u.p. Ed invero, senza voler affrontare la tematica della configurabilità nella fattispecie dell’ipotesi di reato di cui all’art. 479 c.p., ovvero di quella di cui all’art. 480 c.p., appare sufficiente e decisivo, a dimostrazione della completa infondatezza del motivo in questione, evidenziare come per il delitto di cui all’art. 479 c.p., non è consentito l’arresto obbligatorio in flagranza, né ai sensi del primo comma dell’art. 380 c.p.p., in ragione dei limiti di pena edittali in tale norma contemplati (ai fini dell’arresto obbligatorio, i reati per i quali esso è consentito devono avere, infatti, la pena della reclusione non inferiore nel minimo a cinque anni e nel massimo a venti anni, laddove il reato di cui all’art. 479 c.p., nel richiamare, quanto alle pene, l’art. 476 c.p.p., contempla, anche a voler considerare l’ipotesi più grave di cui all’art. 476/2 c.p., la pena della reclusione da tre a dieci anni), né ai sensi del secondo comma, che impone l’arresto in flagranza, al di fuori dei limiti edittali di pena di cui al primo comma, per determinati reati, non essendo ricompreso il delitto di cui all’art. 479 c.p.p. nell’elencazione di tale norma.
Infondato si presenta, altresì, il terzo motivo di ricorso, in merito alla contestazione di cui al capo E). Ed invero, anche con riguardo a tale imputazione vanno richiamate le valutazioni in tema di inutilizzabilità dei risultati delle intercettazioni svolte al punto 1, sicché la dedotta mancata valutazione del G.u.p. del contenuto di alcune conversazioni trascritte contenute nel fascicolo di indagine, non esclude, comunque, l’inutilizzabilità anche di esse. Appare, pertanto, superfluo valutare in questa sede la ricorrenza o meno dei presupposti per la configurabilità del reato di cui al comma 7 dell’art. 9 L. 376/2000, ravvisabili, secondo la giurisprudenza di questa Corte, nell’attività di intermediazione clandestina nella circolazione di sostanze dopanti, purché svolta in forma continuativa e con il supporto di una pur elementare organizzazione (Cassazione penale, sez. III, 23/10/2013, n. 46246). La deduzione del P.M., secondo la quale si ravviserebbero, comunque, nella fattispecie in esame i predetti presupposti enunciati dalla giurisprudenza di legittimità, anche senza considerare il contenuto, inutilizzabile delle conversazioni oggetto di intercettazione, essendo state tali conversazioni lette al C. in sede di sommarie informazioni per sollecitarne la memoria, divenendo così fonte di sommarie informazioni testimoniali, disciplinate dall’art. 351 cod.proc. pen., potendo il medesimo risultato essere ottenuto con altro diverso mezzo di prova previsto dall’ordinamento (Sez. VI, 22/10/2013, n. 44896)- resta superata da quanto evidenziato nel provvedimento impugnato, secondo cui il C. ha negato decisamente ed a più riprese di avere mai ricevuto dette sostanze dall’imputato. Si presenta all’uopo connotata da vizio argomentativo l’affermazione contenuta in ricorso, secondo cui a nulla rileverebbe la negazione del C. , non avendo la cessione al predetto costituito oggetto specifico della imputazione, atteso che non si presenta logico ritenere, sulla base delle dichiarazioni del C. la sussistenza di una organizzazione, senza considerare, tuttavia, nel contempo, il dato che nessuna cessione è avvenuta da parte del P. in favore del predetto.
Manifestamente infondato si presenta pure il quinto motivo di ricorso, circa la riferibilità al P. della condotta di falso di cui al capo B), sotto il versante dell’elemento soggettivo. Va subito detto che il P. M. sviluppa in proposito, pressocchè esclusivamente, censure in fatto, inammissibili in questa sede, atteso che il controllo del giudice di legittimità sulla motivazione della sentenza di non luogo a procedere, ex art. 606, comma primo, lett. d) ed e) non può avere per oggetto gli elementi acquisiti dal Pubblico Ministero, ma solo la giustificazione adottata dal giudice nel valutarli e, quindi, la riconoscibilità del criterio prognostico adottato nella valutazione d’insieme degli elementi acquisiti dal P.M. (Sez. V, 13/02/2008, n. 14253).
Va accolto il quarto motivo di ricorso, in relazione al capo C), con il quale il P.M. lamenta l’erronea valutazione in diritto operata dal G.u.p., secondo cui-prescindendo dalla utilizzabilità o meno dei risultati delle intercettazioni -il rilascio dell’autorizzazione temporanea alla guida non avrebbe, comunque, prodotto un ingiusto vantaggio patrimoniale direttamente discendente dall’atto, determinando, dunque, l’insussistenza di un elemento del reato in contestazione. Il G.u.p., in proposito, come correttamente rilevato dal P.M., non pare aver tenuto conto dei più recenti principi affermati da questa Corte, secondo cui in tema di abuso d’ufficio, il requisito del vantaggio patrimoniale va riferito al complesso dei rapporti giuridici a carattere patrimoniale e, pertanto, sussiste non solo quando l’abuso sia volto a procurare beni materiali, ma anche quando sia volto a creare un accrescimento della situazione giuridica soggettiva a favore di colui nel cui interesse l’atto è stato posto in essere (Sez. 6, n. 43302 del 27/10/2009, Rv. 244945;Sez. 6, n. 12370 del 30/01/2013 Rv. 256004).
In definitiva, la sentenza impugnata va annullata limitatamente al delitto di abuso di ufficio con rinvio al Tribunale di Pistoia per nuovo esame; il ricorso va rigettato nel resto.
annulla la sentenza impugnata limitatamente al delitto di abuso di ufficio con rinvio al Tribunale di Pistoia per nuovo esame. Rigetto nel resto.
In tema di associazioni sovversive, l’ordine democratico cui la norma incriminatrice (art. 270 c.p.) fa riferimento è esclusivamente quello dello Stato italiano.
Per la configurabilità del reato di associazione sovversiva, necessita che più persone concorrano a formare una struttura organizzata che realizzi una entità formalmente distinta dai singoli partecipanti e che sia in concreto idonea a perseguire uno specifico programma di azioni violente, non necessariamente terroristiche, al fine di sovvertire l’ordinamento costituzionale. È richiesto, quindi, il solo vincolo associativo riferito ad un programma indefinito di reati avente come scopo quello di sovvertimento e non si esige né un numero determinato di adepti, né la consistenza di mezzi idonei alla realizzazione dei fini, né un concreto pericolo per lo Stato, essendo tale pericolo presunto dalla legge in via assoluta proprio per il fatto stesso della costituzione, anche se l’organizzazione può essere rudimentale. (In applicazione di tale principio è stata annullata la sentenza del giudice di merito che aveva fondato il giudizio di colpevolezza degli imputati per il reato di associazione sovversiva esclusivamente sulla base di una sentenza che aveva affermato la responsabilità dei componenti di Avanguardia Nazionale per ricostituzione del partito fascista).
Il reato associativo è ben distinto da quello specifico commesso in attuazione del programma delinquenziale indeterminato e generico che forma l’oggetto del sodalizio criminale ed il riferimento del reato specifico all’associazione delinquenziale della quale l’imputato sia indiziato di far parte, pur con ruolo dirigenziale, non implica per ciò stesso l’attribuzione alla sua responsabilità del reato specifico, qualora non sussistano prove di tale sua responsabilità, diverse da quella di appartenenza all’associazione (fattispecie in tema di associazione sovversiva).
I delitti previsti dagli artt. 270 e 270 bis c.p., non concretano né un elemento costitutivo né una circostanza aggravante della banda armata, con la quale, invece, sussiste un legame di fine a mezzo e non di specie a genere. Ne consegue che, qualora anche il reato – fine venga realizzato, si ha concorso formale, essendo inapplicabili sia la disposizione sul reato complesso, sia il principio di specialità.
Per la compressione del diritto di manifestazione del pensiero e della critica non può genericamente essere invocata la tutela di un interesse di rilievo costituzionale, quale l’obbligo della fedeltà alle leggi che tutelano la disciplina militare, ma è necessario che la condotta vietata presenti anche un contenuto immediatamente offensivo per il bene tutelato. (Alla luce di questo principio la corte ha annullato senza rinvio perché il fatto non sussiste la sentenza di merito di condanna per il reato di istigazione dei militari a disertare poiché tale invito era condizionato ad una evenienza ipotetica e, quindi, non attuale).
Nei reati associativi la figura dell’organizzazione si identifica in colui che, anche in fasi successive alla formazione dell’associazione, svolge attività essenziali per assicurarne l’efficienza. Il partecipe invece non ha un ruolo qualificato da funzioni essenziali per il sodalizio, connotato da autonomia decisionale. La sua prestazione è di regola non essenziale, fungibile ma è sempre prestata all’associazione con continuità e consapevolezza. Rientra di regola tra i partecipi quello che all’interno dell’associazione viene definito «irregolare» o «contatto», salvo che non si tratti di «contatto» puramente ideologico, privo di vincoli con l’associazione, che fornisca prestazioni esclusivamente al singolo e non all’associazione.
Le ipotesi delittuose di cui all’art. 270 c.p., per quanto create in un momento storico diverso dall’attuale al fine di tutelare lo stato autoritario nei suoi rapporti con le associazioni politiche e non politiche preesistenti alla sua nascita, si inseriscono, per la forza espansiva contenuta nella norma, nel tessuto democratico e pluralistico del nuovo assetto costituzionale.
(Cass. pen. n. 11603/1985
ATTENZIONE ATTENZIONE:COMPORTAMENTI STALKING, ELEMENTI, RICOSTRUZIONE, AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA INTERESSANTE SENTENZA CHE ARGOMENTA CIRCA COMPORTAMETI DI UN EX AMANTE CHE COSTITUISCONO STALKING