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Timestamp: 2018-07-21 03:50:43+00:00
Document Index: 94363110

Matched Legal Cases: ['art. 13', 'art. 31', 'sentenza ', 'art. 6', 'art. 13', 'sentenza ', 'art. 13', 'art. 13', 'art. 13', 'art. 21', 'sentenza ', 'art. 1176', 'art. 31', 'art. 13']

La Cassazione si pronuncia sulla nozione di operatore qualificato del regolamento Consob - Studio Legale Tidona e Associati
17 febbraio 2010 | By Studio In Diritto bancario
CASSAZIONE CIVILE, Sez. I, 26 maggio 2009, n. 12138 – Pres. Vitrone – Rel. Schirò – A. s.p.a. (avv.ti Gentile, Samorì) c. I.S. s.p.a. (avv.ti Geremia, Scozia)
La direttiva n. 39/2004 prevede che “qualunque riduzione della protezione prevista dalle norme standard di comportamento delle imprese è considerata valida solo se dopo aver effettuato una valutazione adeguata della competenza, dell’esperienza e delle conoscenze del cliente l’impresa di investimento possa ragionevolmente ritenere, tenuto conto della natura delle operazioni o dei servizi previsti, che il cliente è in grado di adottare le proprie decisioni in materia di investimenti e di comprendere i rischi che assume” (sezione II.1 dell’allegato II alla direttiva n. 39/2004). Sempre in questa sede la direttiva stabilisce inoltre che “nel corso della predetta valutazione, dovrebbero essere soddisfatti almeno due dei seguenti criteri: – il cliente ha effettuato operazioni di dimensioni significati sul mercato in questione con una frequenza media di 10 operazioni al trimestre nei quattro trimestri precedenti; – il valore del portafoglio di strumenti finanziari del cliente, inclusi i depositi in contante e gli strumenti finanziari, deve superare 500.000 EUR; – il cliente lavora o ha lavorato nel settore finanziario per almeno un anno in una posizione professionale che presupponga la conoscenza delle operazioni o dei servizi proposti”.
La direttiva n. 39/2004 fissa anche la procedura che i clienti devono seguire per essere trattati come professionali: “i clienti definiti in precedenza possono rinunciare alle protezioni previste dalle norme di comportamento solo una volta espletata la procedura seguente: – i clienti devono comunicare per iscritto all’impresa di investimento che desiderano essere trattati come clienti professionali, a titolo generale o rispetto ad un particolare servizio o operazione di investimento o tipo di operazione o prodotto; – l’impresa di investimento deve avvertire i clienti, in una comunicazione scritta e chiara, di quali sono le protezioni e i diritti di indennizzo che potrebbero perdere; – i clienti devono dichiarare per iscritto, in un documento separato dal contratto, di essere a conoscenza delle conseguenze derivanti dalla perdita di tali protezioni” (sezione II.2 dell’allegato II alla direttiva n. 39/2004).
Per completezza di esposizione si è appena illustrato l’assetto legislativo e regolamentare attualmente vigente in materia di operatore qualificato. Nel caso deciso dalla Corte di cassazione in commento le disposizioni di riferimento sono però diverse, più antiche e – nel frattempo – abrogate. In particolare il regolamento n. 16190/2007 ha abrogato e sostituito il precedente regolamento n. 11522/1998. Nel caso affrontato dalla Corte di cassazione, poi, viene data applicazione a un regolamento ancora più vecchio: si tratta del reg. n. 5387/1991. Bisogna peraltro dire che i contenuti di questo regolamento in relazione alla nozione di operatore qualificato sono simili a quelli del reg. n. 11522/1998, più recente regolamento su cui si basa il grosso del contenzioso degli ultimi anni[3]. L’art. 13 del reg. n. 5387/1991 prevedeva che per operatore qualificato si intendesse anche “ogni società o persona giuridica in possesso di una specifica competenza ed esperienza in materia di operazioni in valori mobiliari espressamente dichiarata per iscritto”. L’art. 31 del successivo reg. n. 11522/1998 si riferiva a “ogni società o persona giuridica in possesso di una specifica competenza ed esperienza in materia di operazioni in strumenti finanziari espressamente dichiarata per iscritto”. L’unica differenza consiste nella sostituzione dell’espressione “valori mobiliari” con quella di “strumenti finanziari”[4]. Per il resto la disciplina è uguale. È dunque lecito assumere che la sentenza della Corte di cassazione in commento, per quanto riferentesi al più antico regolamento n. 5387/1991, “farà giurisprudenza” anche in riferimento al più recente regolamento n. 11522/1998.
Bisogna partire dall’osservazione che, negli ultimi anni, numerose società hanno concluso contratti derivati con intermediari finanziari. Quando tali contratti producono eccessive perdite potenziali, le imprese interessate cercano di correre ai ripari. L’immediata conclusione del contratto impone di pagare il differenziale dovuto e ciò significa, per le società, trasformare la perdita da potenziale a reale. Per evitare questo risultato insoddisfacente, normalmente – in una prima fase – i contratti vengono rinegoziati con l’assistenza dello stesso intermediario. Spesso però la conclusione di un nuovo contratto non fa venir meno le perdite. Talvolta si assiste a un succedersi di contratti derivati, ognuno dei quali va a sostituire il precedente. Quando però l’onere finanziario diventa intollerabile, capita con una certa frequenza che le società – sfiduciate nei confronti dell’intermediario – si rivolgano all’autorità giudiziaria. L’obiettivo è quello di prospettare una qualche manchevolezza da parte della banca, al fine di far valere uno dei rimedi riconosciuti dall’ordinamento e – così – di azzerare o quantomeno ridurre le perdite.
Un punto che merita di essere sottolineato è che il regolamento Consob richiede la sussistenza di competenza e di esperienza, ma non specifica in capo a chi. Viene allora da chiedersi se debba essere la società in sé a disporre di competenza ed esperienza oppure se debbano esserlo le persone fisiche che operano – a qualche titolo – in seno alla medesima. L’esperienza può – forse – essere imputata giuridicamente alla stessa società, quando è direttamente la società ad avere posto in essere operazioni in strumenti finanziari. Lo stesso mi pare non possa dirsi del parametro della conoscenza. È difficile affermare che una società è competente in strumenti finanziari, poiché la conoscenza tende a essere legata alle persone fisiche che la possiedono (il signor Tizio piuttosto che Caio, che svolge una certa funzione in seno alla società). Vi sarebbe allora preliminarmente da stabilire quali persone possono ritenersi competenti ed esperte della materia ai fini della disposizione in commento. Ad esempio: solo gli amministratori della società oppure possono bastare anche i dipendenti della stessa oppure, addirittura, si potrà riferire alla società una competenza che fa capo a consulenti esterni? Il regolamento purtroppo non offre elementi per rispondere a questa domanda.
Al riguardo bisogna però evidenziare che il regolamento richiede una competenza e un’esperienza “specifiche”[6]. E questo requisito si potrebbe interpretare come necessità che competenza ed esperienza mostrino un certo livello di profondità. La legge – del resto – richiede non un’esperienza qualsiasi, bensì un’esperienza “professionale” (cfr. il testo dell’art. 6, comma 2, TUF).
L’art. 13 reg. n. 5387/1998 richiede la sussistenza sia di competenza sia di esperienza per essere ritenuto operatore qualificato (conoscenza “ed” esperienza sta scritto nel regolamento). Quando anche una sola di queste due circostanze non è riscontrabile nel caso di specie, non vi è operatore qualificato, il soggetto viene considerato “debole” dall’ordinamento e – dunque – si applicano tutte le norme di comportamento previste dal regolamento Consob.
Non mi pare invece che sia condivisibile l’affermazione della Corte di cassazione nella sentenza in commento secondo cui funzione ulteriore della forma scritta è quella di “svincolare l’intermediario dall’obbligo generalizzato di compiere uno specifico accertamento di fatto sul punto”. Diversamente da quanto afferma la Cassazione deve esserci una corrispondenza fra quanto affermato nella dichiarazione e la realtà delle cose. Si è già evidenziato sopra come il regolamento richieda il “possesso” di conoscenza ed esperienza, in assenza delle quali non vi può essere operatore qualificato. Esistono, inoltre, disposizioni varie – distribuite fra il TUF e il codice civile – che impongono all’intermediario finanziario di porre in essere adeguati accertamenti. Semmai la questione centrale è quella di capire fino a che punto si debba spingere la diligenza della banca. Sempre con riferimento a questa materia, l’ulteriore affermazione della Corte di cassazione secondo cui “nella disposizione in esame… non è previsto a carico dell’intermediario alcun onere di riscontro della veridicità della dichiarazione” è sì corretta, ma omette di evidenziare come esistano altre norme che possono essere interpretate nel senso della sussistenza di un tale onere. Su tali disposizioni, distribuite fra il TUF e il codice civile, ci si soffermerà nella parte finale di questa nota.
Il vero problema è che mancano, nell’art. 13 reg. n. 5387/1991, i parametri oggettivi cui commisurare le conoscenze ed esperienze della società. Quando si può dire che una persona conosce le ed è esperto nelle operazioni in strumenti finanziari? Qual è il livello minimo di conoscenze ed esperienze richiesto per far assurgere un determinato soggetto a operatore qualificato? Per dare maggiore certezza del diritto sarebbe stato opportuno indicare, nella disposizione del regolamento in esame, quali sono gli elementi – oggettivamente riscontrabili – che fanno affermare che la società è in possesso di specifiche competenze ed esperienze. Alla luce del tenore letterale dell’art. 13 reg. n. 5387/1991 bisogna però prendere atto che, attesa l’assenza di precisi parametri di riferimento nella norma, sussiste l’effettivo rischio che la dichiarazione riguardante il possesso di competenze ed esperienze cessi di certificare un “fatto” (accertabile e provabile dalle parti) per scadere all’espressione di un semplice “giudizio” (o, con altra terminologia, “opinione”)[8]. Si arriva pertanto alla amara conclusione che la dichiarazione di essere operatore qualificato non solo non è una “dichiarazione di volontà” (e questo è fuori di dubbio), ma non è nemmeno una “dichiarazione di scienza”. Si tratta della mera esposizione di un giudizio (od opinione) personale, di una valutazione delle proprie capacità del tutto arbitraria e discrezionale.
L’errore in cui incorre parte della giurisprudenza è di non tenere presente che, nel nostro ordinamento, esiste una precisa gerarchia delle fonti. Il giudice deve anzitutto orientarsi a quello che le disposizioni di legge (e non le norme di regolamento) prescrivono. In altre parole, anche qualora dovesse operare l’art. 13 reg. n. 5387/1991 (e dunque non si applicasse parte del regolamento), non verrebbe per ciò meno l’applicazione delle disposizioni di legge e – conseguentemente – degli obblighi degli intermediari finanziari che risultano direttamente dal testo legislativo.
Questa disposizione stabilisce, fra le altre cose, che – nella prestazione dei servizi e delle attività d’investimento e accessori – i soggetti abilitati devono “acquisire le informazioni necessarie dai clienti e operare in modo che essi siano sempre adeguatamente informati” (art. 21, comma 1, lett. b, TUF). La legge esige dunque che l’intermediario finanziario acquisisca le informazioni necessarie dai clienti e poi fornisca a essi informazioni. I doveri informativi dell’intermediario risultanti direttamente dalla legge investono: 1) anzitutto il significato e le conseguenze della dichiarazione di essere operatore qualificato; 2) e poi le caratteristiche (in particolare i rischi) degli strumenti finanziari che vengono venduti. Ci soffermeremo, qui di seguito, solo sul primo aspetto, in quanto maggiormente rilevante rispetto alla sentenza in commento.
È necessario inoltre richiamare l’art. 1176, comma 2, c.c., secondo cui “nell’adempimento delle obbligazioni inerenti all’esercizio di un’attività professionale, la diligenza deve valutarsi con riguardo alla natura dell’attività esercitata”. È indubbio che questa disposizione si applichi anche all’intermediario finanziario. Vi è allora da chiedersi se si possa qualificare come diligente il comportamento di una banca che, senza spiegazione alcuna, fa sottoscrivere al rappresentante legale di una società una dichiarazione atta a farla assurgere – in difformità dalla realtà delle cose – a operatore qualificato. La risposta a questo quesito deve essere negativa.
Il combinato disposto delle diverse disposizioni che si sono elencate, contenute in parte nel TUF e in parte nel codice civile, impone all’intermediario finanziario quantomeno di accertare – in via preliminare – se il cliente sia o meno in possesso di competenza ed esperienza in materia di operazioni in strumenti finanziari. Si noti, fra l’altro, che in alcuni casi l’assenza di tali competenze ed esperienze è certamente nota alla banca: si tratta dell’ipotesi in cui la società ha rapporti di lunga durata con l’intermediario. Il caso tipico è quello di una impresa piccola che si affida da anni alla filiale locale di una banca per la gestione di tutte (o quasi) le sue pratiche di natura finanziaria. Il funzionario che conosce bene la situazione in cui versa la società nonché le competenze ed esperienze di chi vi lavora non può ignorare tali circostanze e far sottoscrivere al rappresentante legale, a propria autotutela, una certificazione di cui conosce la sostanziale non corrispondenza a verità. Se lo fa lo stesso, viola le disposizioni di legge che si sono elencate.
[4] Nel prosieguo di questa nota – per comodità di esposizione – si farà prevalente uso dell’espressione di “strumenti finanziari” di cui all’art. 31 reg. n. 11522/1998, anche se la Corte di cassazione dà applicazione all’art. 13 reg. n. 5387/1991 che parla di “valori mobiliari”.