Source: https://canestrinilex.com/risorse/coppia-non-sposata-e-non-convivente-e-famiglia-cass-34519/
Timestamp: 2020-04-06 14:11:06+00:00
Document Index: 45480419

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 609', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 591', 'art. 572', 'sentenza ']

7 Gennaio 2019, Cassazione penale
Per esserci "famiglia" di fatto vanno analizzati natura e intensità del vincolo, che, pur non richiedendo di una stabile convivenza fisica, sussiste quando via sia un progetto di vita basato sulla reciproca assistenza morale e materiale.
Se è vero che la coabitazione è l’elemento di norma rivelatore, secondo l’id quod plerumque accidit, il rapporto di solidarietà e protezione che lega due o più persone che formano un consorzio familiare, non può solo essere la condivisione della stessa abitazione il parametro che consente di individuare la convivenza more uxorio al cui ambito è stata estesa la tutela già apprestata dal legislatore penale alla famiglia fondata sul matrimonio.
Non è sufficiente la protratta durata del rapporto, né la nascita di una figlia ad imprimere ad una relazione sentimentale fra soggetti non conviventi la connotazione di unione improntata alle caratteristiche proprie di un legame familiare che costituisce il presupposto applicativo del reato di maltrattamenti in famiglia in assenza di convivenza.
In tema di valutazione della prova testimoniale, l’ambivalenza dei sentimenti provati dalla persona offesa nei confronti dell’imputato non rende di per sé inattendibile la narrazione delle violenze e delle afflizioni subite, imponendo solo una maggiore prudenza nell’analisi delle dichiarazioni in seno al contesto degli elementi conoscitivi a disposizione del giudice.
sez. III Penale, sentenza 27 novembre 2018 – 7 gennaio 2019, n. 345
1.1.Per quanto concerne il delitto di cui all’art. 609 bis c.p. le censure proposte appaiono, indipendentemente dalla qualificazione giuridica loro conferita dal ricorrente, volte a contestare l’apparato motivazionale della sentenza impugnata.
Esse tuttavia, lungi dal denunciare un errore logico del percorso argomentativo seguito dalla Corte di merito, si risolvono nella pedissequa riproposizione delle medesime doglianze articolate con i motivi di appello senza confrontarsi con le ragioni puntualmente esposte dalla sentenza impugnata per le quali sono state disattese.
Secondo il consolidato e condivisibile orientamento di questa Corte la mancanza di specificità del motivo nel ricorso per cassazione, infatti, deve essere apprezzata non solo per la sua genericità, come indeterminatezza, ma anche per la mancanza di correlazione tra le ragioni argomentate della decisione impugnata e quelle poste a fondamento dell’impugnazione, la quale non potendo ignorare le esplicitazioni del giudice censurato, cade nel vizio di mancanza di specificità, conducente, a norma dell’art. 591 c.p.p., comma 1, lett. c), all’inammissibilità perché diretta a sollecitare una rivalutazione del merito, preclusa in sede di legittimità. (Sez. 4, n.256 del 18.9.1997 - 13.1.1998, Rv. 210157; Sez. 5, n.1193 del 27.1.2005 25.3.2005, Rv. 231708; Sez. 6, n. 34521 del 27 giugno - 8 agosto 2013, Rv. 256133).
Ciò premesso, mentre la ricostruzione dell’accaduto patrocinata dalla difesa in ordine alle connotazioni violente e minacciose della condotta dell’agente è platealmente smentita dalla dinamica ricostruita dalla Corte veneziana, secondo la quale le percosse inflitte alla donna, legata per i polsi e con la minaccia di un coltello nel soggiorno della di lei abitazione risultano essere state precedute da analoghe condotte minacciose, anch’esse poste in essere con un coltello, sia pure più piccolo, e di sopraffazione fisica con cui l’imputato in camera da letto ha costretto la vittima piangente a spogliarsi e a subire un rapporto sessuale, i contaddittori comportamenti tenuti dalla p.o. nel post factum per avere costei dapprima denunciato il compagno, poi ritirato la denuncia ed infine inviatogli una lettera nel tentativo di fargli comprendere le aberranti connotazioni della sua condotta non solo sul piano strettamente fisico, ma altresì su quello affettivo in quanto disvelatrice di un malcelato desiderio di possesso e di dominio incondizionato, sono stati, invece, puntualmente esaminati dai giudici di appello che evidenzia come l’ambivalenza dei sentimenti provati dalla donna, comunque infatuata dall’imputato e consapevole dei legami derivanti dalla nascita della bambina, abbia determinato il susseguirsi di un turbinio di emozioni, per un verso protese a cercar giustizia nell’obiettivo di affrancarsi da un rapporto umiliante e violento, e dall’altro chine sul passato, nel tentativo di recuperare un rapporto con quello che era il suo compagno e comunque il padre di sua figlia e nel contestuale timore delle sue reazioni stanti le pressioni in tal senso ricevute dall’imputato.
Il vaglio di attendibilità della vittima, condotto con attenta ed approfondita analisi dai giudici di merito, non risulta scalfito dall’ambiguità dei sentimenti provati da costei, riconducibili a quella che risponde ad una dipendenza affettiva quanto mai comune nei rapporti sentimentali, che invece viene ricondotta, nel caso di specie, alla genuinità delle sue dichiarazioni, avvalorata, quanto all’assenza di intenti ritorsivi, dal rifiuto del risarcimento in denaro offertole dall’uomo e dalla scelta processuale di non costituirsi parte civile. Del resto è stato già affermato da questa Corte che in tema di valutazione della prova testimoniale, l’ambivalenza dei sentimenti provati dalla persona offesa nei confronti dell’imputato non rende di per sé inattendibile la narrazione delle violenze e delle afflizioni subite, imponendo solo una maggiore prudenza nell’analisi delle dichiarazioni in seno al contesto degli elementi conoscitivi a disposizione del giudice (Sez. 6, n. 31309 del 13/05/2015 - dep. 17/07/2015, S, Rv. 264334).
Se è vero che la coabitazione è l’elemento di norma rivelatore, secondo l’id quod plerumque accidit, il rapporto di solidarietà e protezione che lega due o più persone che formano un consorzio familiare, è altrettanto pacifico che non può essere la condivisione della stessa abitazione il parametro che consente di individuare la convivenza more uxorio al cui ambito è stata estesa la tutela già apprestata dal legislatore penale alla famiglia fondata sul matrimonio (emblematico in tal senso è il mutamento della rubrica del reato di cui all’art. 572 c.p. da "maltrattamenti in famiglia" in "maltrattamenti contro familiari e conviventi" apportato dalla novella n.172 del 2012 conseguente alla ratifica della Convenzione di Lanzarote del 2007), risiedendo per contro il nucleo caratterizzante il rapporto familiare di fatto nella natura e nell’intensità del vincolo, che - secondo il costante e condiviso indirizzo di legittimità - ben può essere desunto, anche in assenza di una stabile convivenza fisica, dalla messa in atto di un progetto di vita basato sulla reciproca assistenza morale e materiale (Sez. 6, n. 22915 del 7/5/2013, 1, Rv, 255628; Sez. 6, n. 50333 del 12/06/2013 - dep. 13/12/2013, L., Rv. 258644; Sez. 6, n. 25498 del 20/04/2017 - dep. 22/05/2017, S, Rv. 270673).
Ma se il dato comune che ha portato ad estendere la tutela penale anche ai coniugi separati o ai genitori di prole nata fuori dal matrimonio è comunque costituito dalla preesistenza di un rapporto nascente dal matrimonio o da una convivenza more uxorio, la peculiarità della fattispecie in esame è insita, invece, nella mancanza ab origine di un rapporto di stabile convivenza.
La stessa Corte distrettuale da atto, nel delineare i rapporti tra l’imputato e la vittima, del fatto che ognuno dei due, malgrado la relazione sentimentale tra loro intercorrente da lunga data, vivesse per proprio conto definendo la frequentazione della casa della p.o. da parte dell’uomo, sia pure "costante", ma "saltuaria".
Nella frettolosa risposta resa in tali termini alle censure svolte dalla difesa con i motivi di appello, completata con il richiamo al precedente di questa Corte n. 25498/2017, sopra citata, che invece riguarda il diverso caso di una cessata convivenza more uxorio tra due genitori di un figlio naturale, si annida il vulnus della sentenza impugnata.
Non soltanto nessuna indagine risulta essere stata compiuta in relazione ai rapporti del padre con la bambina nata nel 2015 (ovverosia appena quattro mesi prima del perfezionamento dei reati di violenza sessuale e lesioni di cui al presente procedimento) al fine di verificare se la sua nascita fosse una conseguenza non voluta della relazione piuttosto che l’effetto di un progetto responsabile mirato a generare, allevare ed educare la prole, finalità su cui la condizione di tossicodipendenza dei genitori così come l’essere la minore oggetto di attenzione da parte dei Servizi Sociali solleva il dubbio, ma neppure nessuna disamina viene ivi effettuata in ordine alla natura della relazione intercorrente tra l’imputato e la vittima, volta cioè a verificare se si trattasse di un’unione, ancorché non accompagnata dalla convivenza, comunque caratterizzata dall’affidamento e solidarietà reciproci, o al contrario configurasse un rapporto che, seppur consuetudinario in ragione della durata nel tempo - unico elemento che risulta essere stato accertato -, fosse improntato a precarietà ed estemporaneità.
L’ossimoro utilizzato dalla Corte territoriale che definisce la frequentazione dei due "saltuaria ma costante" non spiega, stante l’intrinseca contraddittorietà tra i due epiteti, se la frequentazione implicasse una ripetitività metodica ed un’assidua cadenza tale da lasciar presumere che l’uno dei due partner contasse sull’assistenza morale e materiale dell’altro malgrado la distanza, o si trattasse invece di incontri saltuari ed intermittenti finalizzati alla condivisione del solo tempo trascorso insieme.
Né a tale laconica motivazione sul punto supplisce la pronuncia di primo grado, da cui si evince soltanto che trattavasi di un rapporto affettivo tra due soggetti dediti entrambi al consumo di sostanze stupefacenti, iniziato 2011, la cui convivenza non era continua vivendo l’A. a Trento e soggiornando nella casa della compagna per periodi variabili, "da qualche giorno a qualche settimana", senza neppure indicare con quale ripetitività, lasciando perciò aperti gli interrogativi oggetto della doglianza svolta con l’atto di appello.