Source: https://www.diritto.it/organo-sede-sentenze/tar/puglia/
Timestamp: 2020-07-12 13:40:38+00:00
Document Index: 80244296

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 22', 'art. 60', 'art.12', 'art.23', 'art.17', 'art. 51', 'art. 6', 'art. 123', 'art. 1', 'art. 6', 'art. 53', 'art. 53', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 353', 'art. 21', 'art. 31', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 193', 'art. 193', 'art. 194', 'art. 97', 'art. 7', 'art. 273', 'art. 97', 'art. 9', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 43']

Tar Puglia – III sez. – sentenza n. 28 del 13-01-2020
Il diritto dell’Unione riconosce, pertanto, la sussistenza di un principio del contraddittorio di carattere endoprocedimentale, da far valere al di fuori del diritto di difesa nel processo giurisdizionale e da intendere nel senso che “ ogni qualvolta l’Amministrazione si proponga di adottare nei confronti di un soggetto un atto ad esso lesivo, i destinatari di decisioni che incidono sensibilmente sui loro interessi devono essere messi in condizione di manifestare utilmente il loro punto di vista in merito agli elementi sui quali l’Amministrazione intende fondare la sua decisione
Tar Puglia – Bari – sez. II – sentenza n. 1289 dell’11-12-2017
Tar Puglia – Bari – sez. III- sentenza n. 1109 del 30-10-2017
Non può ritenersi formato il silenzio-rifiuto sull’istanza di accesso agli atti qualora l’amministrazione, il giorno successivo alla presentazione dell’istanza, vi abbia dato riscontro, attraverso apposita comunicazione via Pec (T.A.R. Puglia-Lecce, 25/3/2015, n. 1010)
Il Caso: la ricorrente chiede all’INPS di poter effettuare l’accesso agli atti relativi alla prima liquidazione della propria pensione. Decorsi 30 giorni, termine assegnato all’INPS per rispondere all’istanza, la ricorrente, ai sensi dell’ Art. 22, L. 241/1990 ha adito il Tribunale locale per ottenere copia degli atti richiesti. L’INPS asserisce di aver risposto all’istanza tramite PEC (utilizzando dunque lo stesso mezzo comunicativo utilizzato dall’istante) comunicando la documentazione richiesta era reperibile presso gli Uffici dell’istituto.
Pertanto, il T.A.R. Puglia non ritiene essersi formato il silenzio-rifiuto sull’istanza di accesso agli atti. In quanto, l’amministrazione, il giorno successivo alla presentazione dell’istanza, vi abbia dato riscontro, attraverso apposita comunicazione via Pec.
La ricorrente ha chiesto all’INPS di estrarre copia in carta libera del Modello T08 di prima liquidazione della propria pensione.
Decorso il termine di trenta giorni assegnato all’INPS per riscontrare l’istanza, sul presupposto della perdurante l’inerzia dell’ente di previdenza, con il ricorso in epigrafe ha adito l’intestato Tribunale per ottenere ai sensi dell’art. 22 e ss. della L. n. 241 del 1990 copia degli atti richiesti.
A sostegno del gravame deduce la violazione e falsa applicazione degli articoli 22 e ss. della legge 241 del 1990 e dell’articolo 97 della Costituzione.
Si è costituito l’INPS deducendo di aver risposto in data 30 ottobre 2014, ovvero il giorno successivo alla presentazione dell’istanza, al difensore della ricorrente via PEC (utilizzando dunque lo stesso mezzo comunicativo utilizzato dall’istante) partecipandogli che avrebbe potuto accedere alla documentazione richiesta recandosi presso gli Uffici dell’istituto.
Per la decisione del ricorso veniva fissata la Camera di Consiglio del 18 dicembre 2014.
Il ricorso va respinto per l’assorbente ragione che, in base a quanto risulta dagli atti di causa, dopo solo un giorno dal ricevimento dell’istanza, l’ente di previdenza ha risposto alla richiesta di accesso formulata dell’interessata tramite il proprio legale consentendo al procuratore dell’istante di prendere visione ed estrarre copia della documentazione richiesta (cfr e-mail del 30 ottobre con cui la Responsabile di Agenzia fissa al legale della parte ricorrente un appuntamento presso gli Uffici dell’istituto per il giorno 3 novembre 2014):
facoltà poi non esercitata dall’interessato.
Il silenzio-rigetto lamentato dalla parte ricorrente non si è dunque affatto formato, avendo anzi l’Inps espressamente consentito alla parte interessata di estrarre copia della documentazione richiesta.
Le ragioni sopra esposte impongono il rigetto del ricorso. Le spese di lite seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia Lecce – Sezione Seconda definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo rigetta.
Condanna la ricorrente al pagamento delle spese di lite, quantificate in complessivi € 200, oltre *** e Cpa come per legge.
La Commissione lo boccia ed il TAR ordina la ricorrezione degli elaborati, non essendo la valutazione di inidoneità motivata
N. 02514/2013 REG.PROV.COLL.
N. 01242/2013 REG.RIC.
ex art. 60 cod. proc. amm.; sul ricorso proposto da: ***
dei provvedimenti con cui la Sottocommissione per gli Esami di Avvocato presso la Corte d’Appello di Catania per la sessione 2012, ha valutato insufficienti tutti e tre gli elaborati del ricorrente, determinando, di conseguenza, la sua inidoneità a sostenere le prove orali;
nonché di ogni altro atto connesso, collegato, consequenziale e, in particolare, del verbale del 7/3/13 della Sottocommissione presso la Corte di Appello di Catania, nel quale sono riportate le operazioni di correzione degli elaborati del ricorrente.
Visti gli atti di costituzione in giudizio di: Sottocommissione Esami Avvocato presso Corte Appello di Catania, Ministero della Giustizia e Commissione Esami Avvocato Corte Appello Lecce;
Relatore nella camera di consiglio del giorno 9 ottobre 2013 la dott.ssa ************* e uditi per le parti i difensori ***********, ***************;
Il dott. ***** ha partecipato alla sessione di esami 2012 per l’abilitazione all’esercizio della professione forense presso la Corte di Appello di Lecce, sostenendo le prove scritte (la cui correzione è stata effettuata dalla IV Sottocommissione istituita presso la Corte di Appello di Catania).
Non essendo il suo nominativo incluso tra gli ammessi a sostenere la prova orale, e a seguito di accesso agli atti, il ricorrente ha appreso di aver riportato il giudizio complessivo di 50 nelle tre prove scritte.
In particolare, sono stati giudicati insufficienti i compiti relativi alla redazione del parere di diritto civile (20/50), del parere di diritto penale (15/50), dell’atto giudiziario in materia di diritto civile (15/50) .
Avverso il giudizio riportato è stato proposto il presente ricorso, a sostegno del quale sono dedotte le seguenti censure:
– violazione del giusto procedimento – in particolare, artt.3 e 12 L. 241/1990 e art.12 DPR n.487/1994 – eccesso di potere per carenza assoluta di motivazione e per contrasto con gli artt.3 e 97 Cost. – violazione e/o falsa applicazione dell’art.23 comma 3 RD n.37/1934 – manifesta irrazionalità e illogicità del provvedimento – difetto di istruttoria e travisamento dei fatti.
– Violazione artt. 21 e 22 R.D. 1578/1933 e art.17 bis R.D. 37/1934.
– Violazione dell’autovincolo – violazione e falsa applicazione dei criteri fissati dalla Commissione centrale presso il Ministero della Giustizia per la valutazione dell’esame di Stato e per l’abilitazione all’esercizio della professione forense sessione 2012 – eccesso di potere per irrazionalità e contraddittorietà manifeste.
È assorbente la censura con cui il ricorrente contesta i giudizi negativi, in quanto privi di motivazione.
La Commissione Centrale presso il Ministero della Giustizia ha predisposto in data 6/12/2012 i criteri per la valutazione degli elaborati scritti, fissando la necessità della corrispondenza a una serie di parametri (“correttezza della forma grammaticale, sintattica ed ortografica e padronanza del lessico italiano e giuridico”; “chiarezza, pertinenza e completezza espositiva, capacità di sintesi, logicità e rigore metodologico delle argomentazioni ed intuizione giuridica”; ecc.).
Nella seduta del 7/3/2013 (in cui si è stata effettuata la correzione dei compiti del ricorrente), la IV Sottocommissione presso la Corte d’Appello di Catania – dopo aver richiamato i criteri di valutazione della Commissione Centrale, recepiti dai Presidenti della Commissioni presso la Corte di Appello di Catania con verbale del 12/1/2013 – ha deliberato <<di esprimere, nell’eventualità di non ammissione, motivazione dei soli voti negativi facendo riferimento ai criteri stabiliti dalla Commissione Centrale>>.
Ciò posto, l’indirizzo giurisprudenziale che considera sufficiente l’espressione del voto, da parte della commissione esaminatrice per l’abilitazione alla professione di avvocato (cfr. Corte Costituzionale, 30 gennaio 2009 n. 20 e 8 giugno 2011 n. 175), non esclude la necessità di esternare la motivazione dei giudizi negativi, allorquando la stessa Commissione si sia autodeterminata in tal senso.
Si impone in questo caso il rispetto della regola che la P.A. si è data e che costituisce un autovincolo al proprio operato, occorrendo pertanto dar conto, attraverso la motivazione, delle ragioni che hanno condotto la Commissione a ritenere insufficiente il compito svolto, a garanzia della possibilità del candidato (a cui è rivolta la regola fissata) di conoscere le valutazioni operate e di poterle sottoporre al sindacato giurisdizionale, esercitando compiutamente il diritto di difesa.
Per le suesposte ragioni, sono dunque illegittimi e vanno conseguentemente annullati i giudizi negativi assegnati agli elaborati del ricorrente.
In tal senso, va ordinato che si proceda al nuovo esame degli elaborati del ricorrente considerati insufficienti, ad opera di una diversa Sottocommissione presso la Corte di Appello di Catania.
a) annulla i giudizi negativi impugnati;
b) dispone che si proceda a nuovo esame degli elaborati del ricorrente ad opera di diversa Sottocommissione presso la Corte d’Appello di Catania;
Così deciso in Lecce nella camera di consiglio del giorno 9 ottobre 2013 con l’intervento dei magistrati:
Nomina degli Assessori comunali e diritto al rispetto delle quote rosa (TAR Puglia, Lecce, n. 2420/2013)
sul ricorso numero di registro generale 1423 del 2009, proposto da: (omissis), rappresentati e difesi dall’avv. ******************, con domicilio eletto presso ****************** in Lecce, via Augusto Imperatore, 16;
Comune di Maruggio, rappresentato e difeso dall’avv. ***********************, con domicilio eletto presso *********************** in Lecce, via 95 ************, 9;
dei Decreti 27 giugno 2009 tutti aventi il prot. nn. 7653 con cui il Sindaco del Comune di Maruggio ha nominato gli Assessori facenti parte della Giunta Comunale, nonché di ogni altro atto presupposto, connesso e/o consequenziale ed in particolare della deliberazione 27 giugno 2009 n. 24 con cui il Consiglio Comunale di Maruggio ha preso atto dell’elenco della Giunta;
Relatore nell’udienza pubblica del giorno 20 novembre 2013 la dott.ssa **************** e uditi l’avv. ******************, per i ricorrenti, e l’avv. ****************, in sostituzione dell’avv. prof. ***********************., per il comune di Maruggio;
I ricorrenti, nella qualità di consigliere di parità regionale e di consiglieri comunali, hanno impugnato il decreto del Sindaco del comune di Maruggio, con cui sono stati nominati gli assessori facenti parte della giunta comunale, per i seguenti motivi: violazione artt. 1 e 53 dello statuto comunale; violazione art. 51 Cost. e art. 6 d.lgs. 267/2000; carenza assoluta di motivazione; eccesso di potere.
Deducono i ricorrenti: che lo Statuto impone un vincolo cogente al fine di assicurare un’adeguata rappresentanza femminile all’interno dell’organo esecutivo; che il Sindaco ha l’onere di porre in essere tutte le attività utili e necessarie perché l’organo esecutivo sia composto da persone appartenenti ad ambo i sessi.
Il Comune, con controricorso del 20 ottobre 2009, ha eccepito la carenza di legittimazione attiva dei consiglieri comunali e ha controdedotto nel merito.
Con ordinanza n. 792/2009, questa Sezione ha accordato la richiesta misura cautelare.
A seguito di ciò, il Sindaco, con decreto del 25 novembre 2009, ha integrato la composizione della Giunta con la presenza di un componente di sesso femminile.
Le parti hanno depositato ulteriori memorie e, in particolare, i ricorrenti, con memoria del 19 ottobre 2013, hanno dichiarato la permanenza del loro interesse al ricorso
Nella pubblica udienza del 20 novembre 2013 il ricorso è stato trattenuto in decisione.
Infondate sono anzitutto le eccezioni di difetto di legittimazione attiva.
Per quanto riguarda la legittimazione, la presenza tra i ricorrenti della Consigliera di Parità Regionale effettiva e della Consigliera di Parità Regionale supplente appare ampiamente sufficiente a configurare una posizione sostanziale giuridicamente degna di tutela.
Com’è noto, la questione oggetto del presente giudizio è stata più volte presa in esame dalla Corte costituzionale la quale, ultimamente, pur se attraverso un obiter dictum, ha affrontato la problematica dell’equilibrata presenza di entrambi i sessi negli esecutivi regionali.
In particolare la Corte – nel decidere un conflitto di attribuzione promosso dalla regione Campania nei confronti del Presidente del Consiglio dei ministri per far dichiarare l’incompetenza dello Stato, e per esso dei suoi organi giurisdizionali, ad annullare il decreto assessorile con il quale era stata nominata una sola donna nell’esecutivo della regione Campania – ha affermato che “gli spazi della discrezionalità politica trovano i loro confini nei principi di natura giuridica posti dall’ordinamento, tanto a livello costituzionale quanto a livello legislativo … Nella misura in cui l’ambito di estensione del potere discrezionale, anche quello amplissimo che connota un’azione di governo, è circoscritto da vincoli posti da norme giuridiche che ne segnano i confini o ne indirizzano l’esercizio, il rispetto di tali vincoli costituisce un requisito di legittimità e di validità dell’atto, sindacabile nelle sedi appropriate. Nel caso portato all’esame della Corte, il legislatore regionale della Campania, nell’esercizio della’autonomia politica ad esso accordata dall’art. 123 della Costituzione, ha ritenuto di dover delimitare il libero apprezzamento del Presidente della Giunta regionale, nella scelta degli assessori, stabilendo alcuni vincoli di carattere generale, in sede di elaborazione dello Statuto” (Corte cost., 5 aprile 2012, n. 81).
La Corte ha, quindi, ribadito il principio, già espresso anche con le precedenti sentenze, secondo cui il legislatore, ai fini della tutela delle pari opportunità, o quote rosa, si limita a predisporre i mezzi per il conseguimento del risultato senza precostituirlo direttamente.
In sostanza, come ritenuto anche da parte della dottrina, il principio di riequilibrio tra i sessi nella rappresentanza politica è il frutto della veicolazione operata dallo statuto dell’ente locale, e non è una diretta conseguenza prodotta dalla disciplina costituzionale.
Tale impostazione è stata, poi, corretta dall’art. 1 della legge n. 215 del 2012 che ha modificato la formulazione dell’art. 6, terzo comma, del d.lgs. n. 267/2000 e imposto la modifica degli statuti.
Poste queste premesse, lo Statuto comunale prevede all’art. 53, che “il viceSindaco e gli assessori sono nominati dal Sindaco fra i Consiglieri comunali e fra i cittadini non facenti parte del Consiglio in possesso dei requisiti di candidabilità, compatibilità ed eleggibilità alla carica di Consigliere, assicurando condizioni di pari opportunità fra uomini e donne con la presenza di entrambi i sessi nella composizione della Giunta”.
In sostanza, questa norma è immediatamente precettiva proprio perché dispone e predetermina un vincolo specifico in ordine alla composizione degli organi di governo comunale.
La norma è chiara: all’atto di nomina dell’assessore occorre rispettare un ben preciso principio, immediatamente precettivo e il mancato rispetto di tale principio comporta l’illegittimità della nomina.
Per quanto riguarda il fatto che il Sindaco aveva proposto l’incarico di assessore alle due consigliere comunali elette nel seno della maggioranza e che queste abbiano rifiutato, è da rilevare che questa Sezione ha precisato che “al fine di contemperare gli opposti interessi, in caso di assenza di donne all’interno della maggioranza consiliare il Sindaco non può ritenersi obbligato ad individuare assessori di sesso femminile al di fuori della maggioranza consiliare oppure al di fuori della compagine consiliare, ma neppure può ritenersi tout court esonerato dall’obbligo di nomina di assessori di sesso femminile, occorrendo invece che egli svolga un minimum di indagini conoscitive, tese ad individuare, all’interno della società civile (e beninteso nel solo bacino territoriale di riferimento del Comune, non potendo dirsi obbligato a spingersi oltre), personalità femminili in possesso di quelle qualità – doti professionali, nonché condivisione dei valori etico-politici propri della maggioranza uscita vittoriosa alle elezioni – necessarie per ricoprire l’incarico di componente la giunta municipale” (sent. 289/2013).
Nella specie, il dovere del sindaco assume maggiore intensità ( in relazione al bacino territoriale del Comune) in forza della precisa formulazione dell’art. 53 dello Statuto.
In sostanza, la mancata accettazione delle due consigliere comunali facenti parte della maggioranza non esonerava il Sindaco dall’ assicurare la presenza di una donna nella giunta.
Così deciso in Lecce nella camera di consiglio del giorno 20 novembre 2013
Appalti pubblici – Provvedimenti emessi sulla base di atti configuranti commissione di reato – Nullità – Va esclusa – Annullabilità – Va affermata – Ragioni (TAR Puglia, Bari, n. 1612/2013)
sul ricorso numero di registro generale 894 del 2013, proposto da **********, rappresentato e difeso dagli avv.ti **************, ***************** e **********************, con domicilio eletto in Bari, via Amendola n. 166/5;
Regione Puglia, rappresentata e difesa dall’avv. *******************, con domicilio eletto in Bari, via De Rossi, 16;
Consiglio Regionale della Regione Puglia,
Commissione giudicatrice del concorso di progettazione;
Studio Valle Progettazioni capogruppo del R.T.P. con Pro.Sal Progettazioni Salentine S.r.l., Studio Tecnico Sylos Labini, ****************************, rappresentato e difeso dall’avv. ***************, con domicilio eletto in Bari, via Pasquale Fiore, 14;
Debar S.p.A., mandataria A.T.I. con ******************** e *************, rappresentata e difesa dall’avv. *****************, con domicilio eletto in Bari, viale Quinto Ennio, 33;
Pro.Sal Progettazioni Salentine S.r.l., Studio Tecnico Sylos Labini, ****************************, rappresentati e difesi dall’avv. ***********************, con domicilio eletto presso l’avv. ****************** in Bari, piazza ***************, 41/A;
per la declaratoria d’illegittimità del silenzio
serbato dalla Regione Puglia sulle istanze in autotutela del 7.2.2013 e 16.3.2013, volte all’annullamento:
a) dell’esito della gara indetta dalla Regione Puglia nel dicembre 2012;
b) di tutte le procedure che assumono a presupposto l’esito della predetta gara, tra cui, in particolare:
– la deliberazione di G.R. n. 904 del giorno 11.6.2003, nella parte in cui autorizza il conferimento dell’incarico di redazione della progettazione definitiva ed esecutiva (e della direzione lavori, misurazione e contabilità, coordinamento della sicurezza in fase di esecuzione dei lavori) al R.T.P. primo classificato nel concorso di progettazione preliminare;
– la conseguente convenzione in data I.8.2003;
– la delibera di .G.R. n. 2125 del 9.12.2003 di approvazione del progetto definitivo;
– la delibera di .G.R. n. 1418 del 29.7.2008, di approvazione del bando per l’aggiudicazione dei lavori;
– la delibera di .G.R. n. 1645 del 15.9.2009 di adeguamento del progetto esecutivo alla normativa antisismica e la determina dirigenziale n. 185 del 10.3.2010 di approvazione del progetto esecutivo;
– la delibera di .G.R. n. 449 del 23.2.2010 di approvazione della nuova spesa elevata a € 87.166.000,00 e di riavvio della procedura di affidamento;
– la D.D. n. 331 del giorno 8.4.2010 d’indizione della procedura aperta per l’affidamento dei lavori di realizzazione della nuova sede del Consiglio regionale di Bari e del conseguente bando di gara pubblicato nella GUCE del 20.4.2010;
– la determina dirigenziale n. 0619 del 2.8.2011 di aggiudicazione definitiva ed il conseguente contratto stipulato con l’appaltatore di data non conosciuta;
e, incidentalmente ed ove occorra, per la declaratoria di nullità:
– dei verbali del 4, 5, 11, 12, 29 aprile 2003 ed infine del 6 giugno 2003;
– della conseguente e vincolata deliberazione n. 904 del giorno 11.6.2003.
Visti gli atti di costituzione in giudizio della Regione Puglia, dello Studio Valle Progettazioni, della Pro.Sal Progettazioni Salentine S.r.l., dello Studio Tecnico Sylos Labini e di ****************************, anche in proprio, della Debar S.p.A., mandataria nella A.T.I. con ******************** e *************;
Relatore nella camera di consiglio del giorno 14 novembre 2013 il cons. **************** e uditi per le parti i difensori, avv. **********************, avv. *******************, avv. ***************, avv. ***************** e avv. **********, su delega dell’avv. ***********************;
L’ing. ********** ha partecipato al concorso di progettazione della nuova sede del Consiglio regionale e degli uffici regionali, indetto dalla Regione Puglia con determinazione n. 521 del 16 dicembre 2002.
All’esito della gara si è classificato al primo posto il R.T.P. con mandatario lo Studio Valle, al secondo posto il R.T.P. con capogruppo la Favero & Milan Ingegneria S.r.l., al terzo posto il R.T.P. con mandatario lo Studio Vitone & Associati e, infine, lo stesso ing. C. (al quarto posto).
Con deliberazione della Giunta regionale 11 giugno 2003 n. 904 e con atto rep. n. 006401 del 1° agosto 2003 si formalizzava la convenzione tra la Regione Puglia e il raggruppamento Studio Valle Progettazioni per la redazione del progetto definitivo ed esecutivo, per la direzione dei lavori e per il coordinamento della sicurezza.
Con deliberazione della Giunta regionale n. 2125 del 9 dicembre 2003 veniva approvato il progetto definitivo della nuova sede del Consiglio regionale predisposto dall’aggiudicatario.
L’ing. **********, con ricorso n. 1470/2003 R.G., integrato da successivi motivi aggiunti, impugnava gli atti del concorso.
Con sentenza n. 5411/2004, la Sezione Prima di questo TAR accoglieva il ricorso solo limitatamente alle censure riferite all’omessa esclusione dalla gara dei progetti presentati dai R.T.P. secondo e terzo classificati; veniva invece ritenuto infondato il motivo relativo alle modalità del confronto a coppie.
La sentenza di primo grado veniva confermata con decisione n. 458/2007 dal Consiglio di Stato, Sez. V, il quale respingeva altresì la richiesta di revocazione con la successiva decisione 19 aprile 2010 n. 2184.
Interessata poi l’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici, quest’ultima, all’esito di un procedimento ispettivo, archiviava la pratica (nota della Direzione generale vigilanza lavori 23 febbraio 2011 n. 22.367).
Nel frattempo, venivano iniziate indagini sulla procedura, nei confronti dei componenti della commissione giudicatrice, del coordinatore del gruppo tecnico regionale e di un rappresentante del raggruppamento vincitore del suddetto concorso di progettazione, i quali, alla fine del 2007, venivano rinviati a giudizio per i reati di falso e turbativa d’asta.
Con sentenza depositata il 24 novembre 2008 il G.U.P. del Tribunale di Bari assolveva i componenti della commissione giudicatrice; con sentenza depositata il 30 maggio 2011, la Corte d’appello di Bari confermava le statuizioni d’insussistenza dei reati di falso ideologico e turbativa d’asta ascritti ai componenti della commissione ed assolveva, inoltre, il rappresentante del R.T.P. aggiudicatario.
Con sentenza n. 6240/2013, depositata il 7 febbraio 2013, la Corte di cassazione, V Sezione penale, dichiarava definitivamente l’estinzione di tutti i reati in contestazione, per avvenuto decorso del termine di prescrizione, ma annullava la sentenza di appello ai soli effetti civili, con rinvio al giudice civile competente per valore in grado di appello.
A questi fini, in particolare, da un lato, riteneva che “non vi è dubbio alcuno che il risultato dell’identico punteggio per tutti gli elaborati risultati non vincitori… rappresentava la prova più eloquente che il confronto a coppie non era stato effettuato” e che quindi “l’attestazione del compimento di operazione procedurale valutativa in realtà non compiuta integrava, pacificamente, falso ideologico”; dall’altro, affermava: “il riscontro positivo di palesi anomalie procedurali avrebbe dovuto, ovviamente, condizionare il giudizio in ordine anche all’imputazione di cui al capo B), in relazione al quale i giudici di merito sono anche incorsi in macroscopico errore di giudizio nel ritenere necessario, ai fini della configurazione del reato di cui all’art. 353 cod. pen., il dolo specifico, ove invece per la fattispecie delittuose in questione è sufficiente il dolo generico, consistente nella mera coscienza e volontà di turbare o impedire il regolare svolgimento della gara”.
L’ing. **********, sul presupposto della propria collocazione al secondo posto nella graduatoria (in esito al giudizio amministrativo), reputando, per tale motivo, di avere un evidente interesse strumentale alla riedizione procedimentale per l’individuazione del progetto preliminare, aveva presentato istanza alla Regione Puglia, già con nota del 7 febbraio 2013, “affinché, in autotutela, venissero assunte tutte le iniziative idonee ad evitare che la “Nuova Sede della Regione Puglia” fosse realizzata sulla base di un progetto selezionato all’esito di una procedura frutto di illecito penale”; conosciute le motivazioni della Cassazione poi (in data 16 marzo 2013) ha inoltrato una nuova richiesta di analogo tenore, seguita dalla nota del 27 maggio 2013, a cui l’Amministrazione non ha dato riscontro.
Pertanto ha notificato ricorso con cui si chiede (pagina 9)
“a) l’accertamento giudiziale dell’illegittimità del silenzio sino ad ora serbato dall’amministrazione regionale sull’adozione di un atto vincolato”;
b) occorrendo, in via incidentale, la dichiarazione di nullità ex articolo 21 septies della l. n. 241/1990 di provvedimenti e procedure” [in epigrafe elencati] “che integrano gli estremi (o costituiscono frutto) di reati ormai accertati”.
Si sono costituiti la Regione Puglia, il R.T.P. con capogruppo lo Studio Valle Progettazioni, la PRO.SAL Progettazioni salentine s.r.l. con lo Studio tecnico Sylos Labini e ****************** associati, anche in proprio, e la Debar S.p.A., mandataria A.T.I. con ******************** e *************, i quali, sotto vari profili, hanno eccepito l’inammissibilità del ricorso e comunque sostenuto la sua infondatezza.
Sulle conclusioni delle parti la causa è stata riservata per la decisione alla camera di consiglio del 14 novembre 2013.
B.1. In estrema sintesi, il ricorrente mira ad ottenere una pronuncia che accerti non solo la violazione dell’obbligo di provvedere (da parte della Regione Puglia) sulla sua istanza tesa a promuovere l’esercizio dell’autotutela sugli atti del concorso di progettazione della nuova sede del Consiglio regionale, indetto dalla Regione Puglia con determinazione n. 521 del 16 dicembre 2002, ma anche la fondatezza della pretesa a vedere annullati gli esiti della medesima gara.
È noto che, secondo un consolidato orientamento giurisprudenziale, il provvedimento di autoannullamento (oggi legislativamente previsto dall’articolo 21-nonies della legge 7 agosto 1990 n. 241) è manifestazione di un potere tipicamente discrezionale che l’amministrazione non ha alcun obbligo di attivare; in ogni caso, deve essere valutata la sussistenza o meno di un interesse pubblico che giustifichi la rimozione dell’atto, valutazione della quale solo la stessa amministrazione è titolare, mentre l’attività non può ritenersi dovuta nel caso di una situazione già definita con provvedimento inoppugnabile, con la conseguenza che, una volta che il privato, o per aver esaurito i mezzi di impugnazione che l’ordinamento gli garantisce, o per aver lasciato trascorrere senza attivarsi il termine previsto a pena di decadenza, si trovi di fronte ad un provvedimento inoppugnabile, a fronte del quale può solo sollecitare l’esercizio del potere da parte dell’autorità, che non ha alcun obbligo di rispondere all’istanza di riesame.
Non è possibile dunque fare ricorso alla procedura del silenzio-rifiuto allo scopo di provocare l’autotutela; in altri termini, la richiesta dei privati in tal senso costituisce una mera denuncia con funzione sollecitatoria, ma non fa sorgere in capo all’amministrazione destinataria alcun obbligo di provvedere (da ultimo, ex plurimis, Cons. Stato, Sez. IV, 22 gennaio 2013, n. 355; 24 settembre 2013, n. 4714; Sez. V, 3 maggio 2012, n. 2549; Sez. VI, 9 luglio 2013, n. 3634).
Per evitare l’esito d’inammissibilità che tale giurisprudenza ineluttabilmente comporta, l’ing. C. sostiene la diversità ontologica della fattispecie in esame, nella quale, essendo alcuni atti della procedura penalmente illeciti e perciò nulli, l’esercizio dell’autotutela diverrebbe per tale ragione vincolato e dovrebbe sfociare (se si è ben intesa la tesi attorea) in una sorta di atto nella sostanza meramente declaratorio di tale radicale invalidità.
B2. Questi argomenti sono invero inseriti in un quadro processuale dal senso non del tutto inequivoco, considerato che nel ricorso viene domandata “occorrendo, in via incidentale, la dichiarazione di nullità ex art. 21 septies della l. n. 241/1990 di provvedimenti e procedure”, mentre, nella memoria di replica depositata il 2 novembre 2013 (pagina 3), si afferma che “non è stata formulata una domanda di invalidità”, avendo l’istante invece “c) (…) sollecitato, per quanto occorra, l’esercizio del potere giudiziario ex art. 31, comma 4, c.p.a., di rilevare d’ufficio la nullità degli atti che attengono alla valutazione dei progetti preliminari presentati in gara e della conseguente e vincolata approvazione della graduatoria”.
Le controparti, anche con riferimento a tale aspetto della causa, hanno sollevato una serie di eccezioni d’inammissibilità, con riguardo sia al cumulo delle domande sia alle condizioni dell’azione (e, in particolare, all’interesse a ricorrere, definito, nell’atto introduttivo del giudizio, a pagina 8, come “strumentale alla riedizione procedimentale per l’individuazione del progetto preliminare”). Esse hanno evidenziato peraltro che non solo sono stati consegnati i progetti definitivo ed esecutivo (con validazione di quest’ultimo), ma anche che, dopo l’adeguamento del progetto esecutivo al D.M. 14 gennaio 2008, i lavori sono stati appaltati nel 2011 all’associazione temporanea d’imprese ************ – ******************** – Monsud S.p.A., che la consegna definitiva del cantiere è avvenuta in data 21 marzo 2012, che è stata eseguita la bonifica dell’area dagli ordigni bellici, che sono state realizzate le fondazioni in cemento armato e che è in fase di completamento il primo impalcato a copertura del piano interrato, il tutto per una liquidazione (a seguito dei primi quattro stati di avanzamento lavori) in favore della menzionata A.T.I. di oltre 10 milioni di euro.
Tale situazione, unita alla circostanza che già la sentenza n. 6240/2013 della V Sezione penale della Corte di cassazione costituisce specifica tappa per ottenere eventualmente il soddisfacimento della pretesa risarcitoria, indurrebbe invero a dubitare della stessa sussistenza di un concreto interesse ad agire, ex articolo 100 del codice di procedura civile, ovvero della necessità di ricorrere al giudice (anche quello amministrativo), per evitare una lesione attuale della propria sfera giuridica, produttiva di danno.
B.3. Non occorre però occuparsi di tali eccezioni, che coinvolgono istituti, come l’accertamento incidentale e la declaratoria – in specie officio iudicis – della nullità, non affrontate compiutamente dalla giurisprudenza e dalla dottrina, con riguardo al codice del processo amministrativo, risultando evidente in ogni caso l’inammissibilità del ricorso.
Gli argomenti sviluppati dal ricorrente in effetti rappresentano un discorso dialettico, di cui però il deducente non riesce a dimostrare la premessa, ovvero che gli atti di gara, essendo stato accertato che essi (almeno in parte) sono stati emanati sulla base di comportamenti costituenti reato, siano affetti da radicale invalidità (e non solo da mera illegittimità che lascerebbe inalterata l’ampia sfera di discrezionalità riservata all’amministrazione in sede di autotutela).
La questione è stata recentemente affrontata dal Consiglio di Stato, Sez. VI, con la sentenza 31 ottobre 2013 n. 5266, seppure in una materia non identica (quella edilizia, in cui sono presenti anche differenti meccanismi di controllo e di sanzione).
Tale decisione ha chiarito, innanzitutto, che una sentenza penale la quale si limiti a dichiarare l’intervenuta estinzione per prescrizione del reato contestato, procedendo ad esaminare i fatti ai soli fini di cui all’articolo 578 del codice di procedura penale (secondo il quale, in caso di costituzione di parte civile, il giudice di appello e la Corte di cassazione, nel dichiarare il reato estinto per amnistia o per prescrizione, decidono sull’impugnazione ai soli effetti delle disposizioni e dei capi della sentenza che concernono gli interessi civili), non integra un accertamento definitivo in sede penale sulla responsabilità degli imputati. Essa perciò non equivale ad una sentenza irrevocabile di condanna pronunciata a seguito del dibattimento alla quale (ai sensi dell’articolo 651 del codice di procedura penale) riconoscere, nell’ambito del giudizio amministrativo, efficacia di giudicato in ordine all’illiceità penale del fatto commesso e all’affermazione che l’imputato lo ha commesso. Una tale pronuncia (della Cassazione) dunque non fa stato, ai sensi degli articoli 651 e 654, 578 del codice di procedura penale, con particolare riguardo all’avvenuto accertamento (con “sentenza irrevocabile di condanna pronunciata in seguito a dibattimento”) in ordine alla sussistenza del fatto materiale, alla sua qualificazione in termini di illecito e all’imputazione soggettiva della condotta sottostante.
Perciò, caduto tale principale presupposto logico-giuridico posto a fondamento dell’intero iter argomentativo (ossia l’esistenza di un giudicato penale in ordine all’illiceità dei comportamenti a fondamento dell’esito della gara), ne restano travolte le conseguenze che il deducente ne trae nel ricorso in esame, in termini di radicale nullità degli atti del concorso di progettazione, nonché in termini di doverosità dell’azione amministrativa.
La sentenza della Sezione VI ha poi comunque escluso, in generale, che i provvedimenti siano affetti da nullità, quando e perché la loro emanazione sia legata ad una condotta costituente un reato.
Richiamando la decisione dell’Adunanza Plenaria n. 3 del 1976, il Consiglio ha ribadito “il principio secondo cui è affetto da annullabilità (e non da nullità) il provvedimento amministrativo (per sua natura autoritativo) che sia stato rilasciato sulla base di un atto la cui emanazione abbia comportato alla commissione di un reato”, osservando che anche un atto illegittimo di tal fatta è pur sempre riferibile all’amministrazione (pur potendo non determinare la responsabilità di questa), che la disapplicabilità degli atti illegittimi incide sull’esito del processo penale, ma non comporta di per sé conseguenze sugli effetti dell’atto disapplicato, e che comunque la denunciata nullità non trova riscontro nella disciplina di cui all’articolo 21 septies della legge n. 241/1990.
Non vi è ragione di discostarsi da tali conclusioni, che smentiscono in modo compiuto l’assunto dell’ing. **********, così riconducendo la fattispecie in esame alla casistica cui si è fatto dianzi cenno, al punto B.1.
Si deve solo precisare al proposito che quanto affermato dal Consiglio di Stato con riferimento all’articolo 578 del codice di procedura penale non può che valere viepiù per l’articolo 576 (di cui fa applicazione la sentenza n. 6240/2013 della Corte di cassazione). Tale ultima norma (“La parte civile può proporre impugnazione…, ai soli effetti della responsabilità civile, contro la sentenza di proscioglimento pronunciata nel giudizio”) infatti presuppone addirittura il proscioglimento, al contrario dell’articolo 578, che riguarda invece l’impugnazione di una condanna, anche generica, alle restituzioni o al risarcimento dei danni cagionati dal reato, nei confronti dell’imputato.
In conclusione, il ricorso va dichiarato inammissibile, con compensazione integrale delle spese di giudizio, giustificata dalla novità e complessità delle questioni coinvolte.
il Tribunale amministrativo regionale per la Puglia (Sezione Seconda), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo dichiara inammissibile.
Così deciso in Bari nella camera di consiglio del giorno 14 novembre 2013
Legittimazione attiva dei consiglieri comunali (TAR Puglia, Lecce, n. 2388/2013)
Sul ricorso n. 320 del 2013, proposto da:
– **********, rappresentato e difeso dall’Avv. **************, con domicilio eletto presso lo studio dell’Avv. ***********************, in Lecce alla via 95° Rgt. FanteR. 9;
– il Comune di Racale, rappresentato e difeso dagli ******************** e ****************, con domicilio eletto presso lo studio del primo, in Lecce alla via Garibaldi 43;
– **********;
– della delibera del Consiglio Comunale di Racale n. 51 del 30 novembre 2012 e dei relativi allegati;
– di ogni atto connesso, presupposto e/o consequenziale e, segnatamente, della delibera di C.C. n. 43 del 2012 di approvazione del bilancio di previsione 2012 e dei relativi allegati;
Visto l’atto di costituzione in giudizio del Comune di Racale.
Relatore all’udienza pubblica del 16 ottobre 2013 il Cons. ************ e uditi gli Avv.ti Vantaggiato -in sostituzione dell’Avv. *******- e Meneleo -in sostituzione dell’Avv. Quinto.
1.- L’Avv. R., consigliere comunale del Comune di Racale, impugna la delibera n. 51 del 30 novembre 2012 con la quale lo stesso Consiglio approvava la variazione del bilancio di previsione per il 2012 e dava atto “dell’espletamento degli adempimenti prescritti dall’art. 193 del d.lgs. 267/2000 per quanto concerne la salvaguardia degli equilibri di bilancio […] e la ricognizione sullo stato di attuazione dei programmi” (art. 193 d.lgs. n. 267 del 2000: <<1. Gli enti locali rispettano durante la gestione e nelle variazioni di bilancio il pareggio finanziario e tutti gli equilibri stabiliti in bilancio per la copertura delle spese correnti e per il finanziamento degli investimenti, secondo le norme contabili recate dal presente testo unico.
2. Con periodicità stabilita dal regolamento di contabilità dell’ente locale, e comunque almeno una volta entro il 30 settembre di ciascun anno, l’organo consiliare provvede con delibera ad effettuare la ricognizione sullo stato di attuazione dei programmi. In tale sede l’organo consiliare dà atto del permanere degli equilibri generali di bilancio o, in caso di accertamento negativo, adotta contestualmente i provvedimenti necessari per il ripiano degli eventuali debiti di cui all’art. 194, per il ripiano dell’eventuale disavanzo di amministrazione risultante dal rendiconto approvato e, qualora i dati della gestione finanziaria facciano prevedere un disavanzo, di amministrazione o di gestione, per squilibrio della gestione di competenza ovvero della gestione dei residui, adotta le misure necessarie a ripristinare il pareggio. […]>>).
2.- Vengono formulati, in specie, i seguenti motivi di censura:
a) Violazione art. 97 Costituzione. Violazione dell’art. 7 del Regolamento sul funzionamento del C.C.. Violazione del r.d. n. 148 del 1915 e dell’art. 273, comma 6, d.lgs. n. 267 del 2000. Violazione dei principi del giusto procedimento e di correttezza dell’azione amministrativa.
b) Violazione dell’art. 97 Costituzione. Falsa ed erronea interpretazione dell’art. 9, comma 1, d.l. n. 174 del 1912. Violazione degli artt. 239, 222 e 78 del T.U.E.L.. Violazione del principio di trasparenza. Eccesso di potere. Superficialità dell’azione amministrativa. Carenza di motivazione. Perplessità. Illogicità dell’azione amministrativa. Sviamento.
3.- Tanto premesso in fatto, rileva il Collegio che il ricorso è in parte inammissibile e in parte infondato, per le ragioni e nei sensi che di seguito si esporranno.
4.- Con riguardo, anzitutto, al tema della legittimazione a ricorrere, deve osservarsi come, “secondo un consolidato orientamento giurisprudenziale, dal quale non vi è alcun motivo per discostarsi, i consiglieri comunali, in quanto tali, non sono legittimati ad agire contro l’Amministrazione di appartenenza, dato che il giudizio amministrativo non è di regola aperto alle controversie tra organi o componenti di organi dello stesso ente, ma è diretto a risolvere controversie intersoggettive.
Pertanto, l’impugnativa di singoli consiglieri può ipotizzarsi soltanto allorché vengano in rilievo atti incidenti in via diretta sul diritto all’ufficio dei medesimi e, quindi, su un diritto spettante alla persona investita della carica di consigliere, dovendosi escludere che ogni violazione di forma o di sostanza nell’adozione di una deliberazione, che di per sé può produrre un atto illegittimo impugnabile dai soggetti diretti destinatari o direttamente lesi dal medesimo, si traduca in una automatica lesione dello jus ad officium (cfr. ex multis Consiglio di Stato, IV, 2 ottobre 2012, n. 5184; id., V 15 dicembre 2005 n. 7122).
In particolare, si ritiene che vi sia legittimazione al ricorso solo quando i vizi dedotti attengano ai seguenti profili: a) erronee modalità di convocazione dell’organo consiliare; b) violazione dell’ordine del giorno, c) inosservanza del deposito della documentazione necessaria per poter liberamente e consapevolmente deliberare; d) più in generale, preclusione in tutto o in parte dell’esercizio delle funzioni relative all’incarico rivestito. […]” (T.a.r. Lombardia Milano, II, 1 luglio 2013, n. 1683)
In definitiva, la legittimazione dei consiglieri comunali all’impugnazione delle deliberazioni dell’organismo collegiale del quale fanno parte è ravvisabile soltanto ove le stesse investano direttamente la sfera giuridica del ricorrente, negandogli l’esercizio delle prerogative correlate all’ufficio pubblico di cui sia titolare: per quanto appena scritto debbono dunque reputarsi inammissibili le censure esposte al punto 2) dell’atto di gravame [prima enunciate sub b)], in quanto tese a introdurre contestazioni riguardanti i contenuti della variazione di bilancio e dei relativi equilibri e, dunque, questioni estranee al tema dello jus ad officium e della lesione delle prerogative riconosciute ai consiglieri, che, appunto, rigorosamente delimita la legittimazione attiva (cfr. T.a.r. Molise, I, 17 settembre 2013, n. 540; T.a.r. Puglia Lecce, I, 9 maggio 2013, n. 1025; T.a.r. Lazio Roma, II, 18 gennaio 2011, n. 403; Consiglio di Stato, I, 4 agosto 2011, n. 2467).
5.- Con riguardo, invece, agli ulteriori motivi di ricorso, va rilevato che l’Avv. R. deduce, in definitiva, la violazione del termine previsto dall’art. 7 del “Regolamento per il funzionamento del Consiglio Comunale”, essendo stati gli atti relativi alla delibera in argomento posti nella disponibilità dei consiglieri comunali quattro -e non cinque, come previsto per “gli argomenti concernenti il bilancio di previsione [e] il conto consuntivo”; art. 7 cit.- giorni prima della seduta di consiglio.
5.1 Sul punto, il Collegio osserva che:
– l’Avv. R. era membro della II Commissione consiliare, la quale, competente in materia, veniva convocata per il giorno 26 novembre 2012 proprio per occuparsi della “variazione di bilancio e conservazione degli equilibri di bilancio di previsione 2012” (v. nota del Presidente ***************** prot. n. 0014878 del 23 novembre 2012);
– tale nota era lo stesso 23 novembre notificata all’Avv. R. (a mani del figlio);
– sin da tale data, e dunque nel rispetto del termine dei cinque giorni dalla seduta di Consiglio fissata per il 30 novembre successivo, l’Avv. R. avrebbe potuto, reso formalmente edotto della prossima discussione delle questioni in oggetto e nella sua veste di consigliere comunale, regolarmente accedere agli atti de quibus (“In base all’art. 43 d.lgs. 18 agosto 2000 n. 267 i consiglieri comunali, ivi inclusi ovviamente quelli di minoranza, hanno un diritto di accesso incondizionato […] a tutti gli atti che possano essere ‘utili’ all’espletamento del loro mandato, anche al fine di permettere di valutare con piena cognizione la correttezza e l’efficacia dell’operato dell’amministrazione, nonché per esprimere un voto consapevole sulle questioni di competenza del Consiglio e per promuovere, anche nell’ambito del Consiglio stesso, le iniziative che spettano ai singoli rappresentanti del corpo elettorale locale”; T.a.r. Campania Salerno, II, 4 giugno 2013, n. 1234; Consiglio di Stato, IV, 12 febbraio 2013, n. 846): in questa prospettiva, dunque, ritenuto che la normativa in materia tuteli il sostanziale diritto dei consiglieri a un consapevole esercizio del proprio munus e che, nel caso in esame, nessuna effettiva lesione alle prerogative dell’Avv. R. sia, per quanto appena scritto, effettivamente ravvisabile, il motivo di ricorso dev’essere in definitiva rigettato.
6.- Sulla base di quanto fin qui esposto il ricorso va in parte dichiarato inammissibile e in parte respinto.
7.- Sussistono giusti motivi, per la particolarità delle questioni trattate, per compensare tra le parti le spese di questo giudizio.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia, Sezione Seconda di Lecce, definitivamente pronunciando sul ricorso n. 320 del 2013 indicato in epigrafe, in parte lo dichiara inammissibile e in parte lo respinge.
Così deciso in Lecce, nella camera di consiglio del 16 ottobre 2013