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Timestamp: 2020-05-27 12:35:11+00:00
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Quando lo shopping rovina il matrimonio…
A causa di tale motivo, il marito aveva chiesto l’addebito della separazione alla moglie, la quale, soccombente in grado di appello, decideva di proporre ricorso per cassazione.
Nel corso del giudizio di merito era emerso come la moglie si fosse resa protagonista di svariati episodi di furti di denaro nei confronti di familiari e terzi al fine di consentirle acquisti “particolarmente frequenti e fuori misura di beni mobili”.
I Giudici di legittimità hanno confermato la sentenza d’appello, innanzitutto nella parte in cui era stato accertato come la condotta del coniuge comportasse la violazione dei doveri matrimoniali.
D’altro canto, la moglie sosteneva come tale comportamento non le fosse addebitabile, proprio a causa della diagnosi da shopping compulsivo.
Come noto, infatti, sono due i requisiti che si richiedono per l’addebito della separazione: una condotta lesiva dei doveri coniugali e la sua imputabilità al soggetto agente.
Sul punto, tuttavia, la Suprema Corte non ha condiviso la tesi difensiva, ritenendo sufficiente quanto precisato dal CTU nel proprio elaborato.
Questi, infatti, aveva rilevato come la perizianda si fosse presentata “lucida ed orientata nei parametri spazio temporali nei confronti delle persone e delle cose, disponibile al colloquio, curata nell’aspetto e nell’abbigliamento, adeguata nel comportamento, ed ha risposto con attenzione e concentrazione, mentre la memoria rimaneva perfettamente integra. Continua il giudice a quo, precisando che la M. era perfettamente conscia della sua patologia e lo stesso CTU ha escluso un’incapacità di intendere e di volere, sussistendo soltanto un impulso compulsivo all’acquisto, sicuro disturbo della personalità che tuttavia, anche in base all’andamento pregresso, si poteva ritenere “ciclico””.
Sentenza 23 settembre – 18 novembre 2013, n. 25843
(Presidente Carnevale – Relatore Dogliotti)
In un procedimento di separazione giudiziale tra M.P. e P.E. , il Tribunale di Pisa, con sentenza in data 17/11/2007, rigettava la richiesta di addebito reciprocamente proposta dalle parti, e condannava il P. a corrispondere alla moglie assegno di mantenimento per l’importo di Euro 2.000,00 mensili.
Resiste, con controricorso, il P.
Con il secondo, falsa applicazione degli artt. 151, 156, 143, 1362 c.c., in ordine alla asserita violazione dei doveri matrimoniali e ai presupposti dell’addebito nella separazione, sostenendosi che la sicura assenza di imputabilità alla ricorrente stessa del predetto comportamento, doveva necessariamente escludere la pronuncia di addebito. Con il terzo, violazione dell’art. 91 c.p.c., quanto al regime delle spese processuali.
Si può consentire con l’affermazione della ricorrente, per cui la domanda di addebito implica l’imputabilità al coniuge del comportamento lesivo dei doveri coniugali (tra le altre, Cass. n. 14042 del 2008). È pure necessaria la sussistenza di un rapporto di causalità tra il comportamento lesivo e la sussistenza dell’elemento dell’intollerabilità della convivenza: tale profilo, non è, nella specie, oggetto di censura.
Ammette bensì la Corte di Appello che, al test di Rorscharch la M. manifestava una nevrosi caratteriale repressa che ha indotto il consulente, sulla base del pregresso comportamento, a formulare una diagnosi di “shopping compulsivo”, caratterizzato da un impulso irrefrenabile ed immediato ad acquistare e da una tensione crescente, alleviata soltanto acquistando appunto beni mobili. Aggiunge la sentenza, richiamando le osservazioni del consulente, che la M. si è presentata davanti al CTU, lucida ed orientata nei parametri spazio temporali nei confronti delle persone e delle cose, disponibile al colloquio, curata nell’aspetto e nell’abbigliamento, adeguata nel comportamento, ed ha risposto con attenzione e concentrazione, mentre la memoria rimaneva perfettamente integra. Continua il giudice a quo, precisando che la M. era perfettamente conscia della sua patologia e lo stesso CTU ha escluso un’incapacità di intendere e di volere, sussistendo soltanto un impulso compulsivo all’acquisto, sicuro disturbo della personalità che tuttavia, anche in base all’andamento pregresso, si poteva ritenere “ciclico”.
In tale contesto, le osservazioni della ricorrente circa errori di fatto della sentenza, peraltro soltanto affermati (ad esempio, si contesta l’affermazione della sentenza stessa, per cui la M. non si sarebbe sottoposta a cure mediche), presentano una valenza del tutto marginale. È bensì vero che questa Corte (Cass. S.U. n. 9163 del 2005) ha affermato che nelle cause di imputabilità potrebbero rientrare pure nevrosi, psicopatie, disturbi della personalità, ma, nella specie, evidentemente, il disturbo mentale, pur presente nella M., secondo le risultanze della consulenza, come richiamate dal giudice a quo, non escludeva la sua imputabilità.
Affermata dunque la piena imputabilità della ricorrente, sicuramente i comportamenti riscontrati, pacificamenti sussistenti (furti di denaro ai familiari ed ai terzi, acquisti particolarmente frequenti e fuori misura di beni mobili), configurano violazione dei doveri matrimoniali ai sensi dell’art. 143 c.c..
Quanto al nesso di causalità con l’intollerabilità della convivenza, la M., in modo del tutto apodittico e generico sostiene che i predetti comportamenti si situavano lontano nel tempo, e non in prossimità della separazione: la ricorrente non fornisce specificazioni né riscontri probatori. Limitatamente a tale aspetto, il ricorso presenta profili di non autosufficienza, e dunque di inammissibilità.
Va pertanto confermata la pronuncia di addebito, con conseguente esclusione dell’assegno di mantenimento per la M.
Quanto al terzo motivo proposto, è appena il caso di precisare che, correttamente, la sentenza impugnata ha posto integralmente le spese del giudizio del primo e del secondo grado a carico dell’odierna ricorrente, in relazione alla sua soccombenza. Vanno rigettati, in quanto infondati, i motivi proposti, e, conclusivamente, il ricorso. Le spese seguono la soccombenza, anche per il presente giudizio di legittimità.
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