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Timestamp: 2019-09-22 09:54:38+00:00
Document Index: 53272252

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 10', 'art. 27', 'art. 10', 'art. 2', 'art. 32', 'sentenza ']

CONSIGLIO DI STATO - 20 maggio 2019 - AmbienteDiritto.it
Giurisprudenza: Giurisprudenza Sentenze per esteso massime | Categoria: Diritto urbanistico - edilizia Numero: 3208 | Data di udienza: 9 Aprile 2019
Data di udienza: 9 Aprile 2019
Estensore: Sabbato
CONSIGLIO DI STATO, Sez. 2^ – 20 maggio 2019, n. 3208
DIRITTO URBANISTICO – EDILIZIA – Intervento di demolizione e successiva ricostruzione – Criterio discretivo tra intervento di demolizione e ricostruzione qualificabile come ristrutturazione e nuova costruzione.
Un intervento di demolizione e successiva ricostruzione può essere qualificato come di ristrutturazione edilizia solo laddove vi sia una certa continuità tra la nuova opera e quella precedente alla demolizione. Il criterio discretivo tra l’intervento di “demolizione e ricostruzione” e la “nuova costruzione” è costituito proprio, nel primo caso, dall’assenza di variazioni del volume, dell’altezza o della sagoma dell’edificio, per cui, in assenza di tali indefettibili e precise condizioni si deve parlare di intervento equiparabile a “nuova costruzione”, da assoggettarsi alle regole proprie della corrispondente attività edilizia. Tali criteri hanno un ancora maggiore pregio interpretativo a seguito dell’ampliamento della categoria della demolizione e ricostruzione operata dal d.lgs. n. 301 del 2002 in quanto proprio perché non vi è più il limite della ‘fedele ricostruzione’ si richiede la conservazione delle caratteristiche fondamentali dell’edificio preesistente nel senso che debbono essere presenti gli elementi fondamentali, in particolare per i volumi, per cui la ristrutturazione edilizia, per essere tale e non finire per coincidere con la nuova costruzione, deve conservare le caratteristiche fondamentali dell’edificio preesistente e la successiva ricostruzione dell’edificio deve riprodurre le precedenti linee fondamentali quanto a sagoma, superfici e volumi (cfr. Cons. Stato, sez. V, 9 agosto 2018, n. 4880).
(Conferma T.a.r. Lombardia, Milano, n. 3939/2009) – Pres. Greco, Est. Sabbato – Di Napoli (avv.ti Vaiano e Romano) c. Comune di Seregno (avv.ti Manzi e Bertacco)
CONSIGLIO DI STATO, Sez. 2^ - 20 maggio 2019, n. 3208
N. 03208/2019REG.PROV.COLL.
N. 08165/2009 REG.RIC.
il Comune di Seregno, in persona del Sindaco in carica pro tempore, rappresentato e difeso dagli avvocati Andrea Manzi e Paolo Bertacco, elettivamente domiciliato presso lo studio del primo in Roma, via Federico Confalonieri, 5,
della sentenza del T.a.r. per la Lombardia, sede di Milano, Sezione II, n. 3939 del 9 giugno 2009, resa inter partes, concernente diniego di condono edilizio e conseguente ordinanza di ingiunzione alla demolizione.
Relatore nell’udienza pubblica del giorno 9 aprile 2019 il consigliere Giovanni Sabbato e uditi, per le parti rispettivamente rappresentate, gli avvocati M. Pozzi, su delega dell’avv. Vaiano, e A. Manzi;
– nei riguardi del diniego della domanda di condono, avanzata in data 10 dicembre 2004:
– nei riguardi dell’ordinanza di demolizione, oltre all’illegittimità derivata dalle predette censure:
– ha respinto il ricorso ed i motivi aggiunti, reputando infondate tutte le censure articolate;
– ha condannato il ricorrente alla rifusione delle spese di lite (€ 2.000,00 oltre IVA e CPA).
– non ricorre la fattispecie dell’ampliamento in quanto del “rustico preesistente, demolito per intero, è stato conservato solo un muro (se non qualche mattone) incorporato nella nuova muratura, neppure riconoscibile nella sua fisicità in quanto ‘imbottito’ (si assume) con nuovi mattoni tagliati a misura per aumentarne lo spessore”;
– “nel silenzio del Comune il titolo in sanatoria si forma solo al decorso di 24 mesi dal 31 ottobre 2005, con la conseguenza che il diniego di condono, emesso tempestivamente il 30 maggio 2007, ha precluso la formazione del titolo tacito”;
– “la confutazione delle deduzioni del ricorrente sta nella motivazione del diniego”;
– “Poiché la sanzione va commisurata all’abuso commesso, l’estensione dell’immobile da acquisire deve essere parametrata alla nuova costruzione, a prescindere dalla preesistenza”.
5. Avverso tale pronuncia il signor Di Napoli ha interposto appello, notificato il 5 ottobre 2009 e depositato il 15 ottobre 2009, lamentando, attraverso quattro motivi di gravame (pagine 6 – 17) con i quali ha criticamente reiterato i motivi di primo grado, quanto di seguito sintetizzato:
I) il Tribunale non si sarebbe avveduto che – in base all’art. 10, comma 1, lettera c), del T.U. Edilizia e all’art. 27, comma 1, lettera d), della legge regionale n. 12 del 2005 – ben può esserci ampliamento con parziale demolizione dell’esistente al fine di consentire l’inserimento della parte ampliata;
8.1. Infondato è il primo mezzo, reiterativo del primo motivo del ricorso originario (pagina 4), in quanto le opere edilizie realizzate, contrariamente a quanto descritto nella domanda di condono, non risultano qualificabili in termini di ampliamento essendo stato interamente demolito il manufatto preesistente; di questo infatti, all’esito dei lavori, è residuato soltanto un modesto lacerto del muro perimetrale privo di consistenza architettonica e strutturale. Non si tratta quindi di una demolizione soltanto parziale, come afferma l’appellante, bensì di una demolizione che ha interessato la struttura preesistente nella sua interezza così da impedire la configurabilità dell’intervento di ampliamento descritto nella domanda di sanatoria. Né può darsi rilevanza, come assume l’appellante, al fatto che una parte dei mattoni sia stata “riciclata” ai fini della nuova edificazione attraverso il loro posizionamento all’interno dei muri perimetrali, in quanto, come correttamente osservato dal giudice di prime cure, tale preesistenza non solo non ha autonoma dignità strutturale, valendo soltanto come massa di inerti riutilizzati, ma è privo di ogni impatto estetico.
8.1.2. L’appellante, nel motivo in esame, affida i propri rilievi ad un’ulteriore osservazione che impinge nella qualificazione giuridica dell’intervento realizzato, riconducibile, secondo le sue prospettazioni, alla fattispecie di cui all’art. 10 del d.P.R. n. 380 del 2001, laddove annovera tra gli interventi edilizi anche quelli di ristrutturazione c.d. pesante, che portano alla realizzazione di un organismo edilizio diverso dal preesistente. Tale intervento, tuttavia, anche nella sua versione cosiddetta “pesante”, è da intendere come un intervento di recupero, che nel caso di specie non si configura dal momento che, come sopra precisato, il manufatto preesistente risulta interamente demolito.A sua volta il concetto stesso di ampliamento non può prescindere dalla permanenza in situ di una parte del manufatto preesistente nella sua consistenza edilizia originaria, nel caso di specie insussistente. Infatti un intervento di demolizione e successiva ricostruzione può essere qualificato come di ristrutturazione edilizia solo laddove vi sia una certa continuità tra la nuova opera e quella precedente alla demolizione. Il criterio discretivo tra l’intervento di “demolizione e ricostruzione” e la “nuova costruzione” è costituito proprio, nel primo caso, dall’assenza di variazioni del volume, dell’altezza o della sagoma dell’edificio, per cui, in assenza di tali indefettibili e precise condizioni si deve parlare di intervento equiparabile a “nuova costruzione”, da assoggettarsi alle regole proprie della corrispondente attività edilizia. Tali criteri hanno un ancora maggiore pregio interpretativo a seguito dell’ampliamento della categoria della demolizione e ricostruzione operata dal d.lgs. n. 301 del 2002 in quanto “proprio perché non vi è più il limite della ‘fedele ricostruzione’ si richiede la conservazione delle caratteristiche fondamentali dell’edificio preesistente nel senso che debbono essere presenti gli elementi fondamentali, in particolare per i volumi” per cui “la ristrutturazione edilizia, per essere tale e non finire per coincidere con la nuova costruzione, debba conservare le caratteristiche fondamentali dell’edificio preesistente e la successiva ricostruzione dell’edificio debba riprodurre le precedenti linee fondamentali quanto a sagoma, superfici e volumi” (cfr. Cons. Stato, sez. V, 9 agosto 2018, n. 4880).
Nel caso di specie, tale conformità con il preesistente non sussiste e pertanto emergono i presupposti per ritenere le opere de quibus non suscettibili di sanatoria, avuto riguardo a quanto statuito dall’art. 2 della legge Regione Lombardia n. 31 del 2004, che, nell’introdurre una disciplina più restrittiva rispetto all’art. 32 del D.L. n. 269 del 2003, consente la sanabilità degli “ampliamenti entro
i limiti massimi del 20 per cento della volumetria della costruzione originaria o, in alternativa, di 500 metri cubi”ed esclude, invece, dal condono “le opere abusive relative a nuove costruzioni, residenziali e non, qualora realizzate in assenza del titolo abilitativo edilizio e non conformi agli strumenti urbanistici generali vigenti alla data di entrata in vigore della presente legge”. La natura dell’intervento quale opera di “nuova costruzione” invece che di ampliamento, come afferma parte appellante, comporta quindi che esso non è riconducibile all’alveo applicativo del condono come regolato dalla disciplina regionale, promulgata a seguito della sentenza della Corte costituzionale n. 196 del 2004.
Peraltro, come correttamente rilevato dal Tribunale, le osservazioni presentate dall’appellante avverso l’ordinanza di demolizione riproponevano sostanzialmente argomenti già confutati dall’Amministrazione con il diniego di condono, osservazioni che, quindi, non hanno imposto all’Amministrazione di ripercorrere anche nella (consequenziale) ordinanza di demolizione quanto già controdedotto nel precedente diniego. Dagli atti di causa è peraltro dato rilevare che, a seguito del diniego di condono del 30 maggio 2007, il Comune di Seregno ha comunicato al signor Luigi Di Napoli l’avviso di avvio procedimentale del 28 maggio 2008, a seguito del quale questi ha fatto pervenire, in data 1° luglio 2008, le sue controdeduzioni a proposito delle quali l’Amministrazione, nel corpo dell’ingiunzione a demolire, evidenzia che “quanto osservato non trova riscontro negli atti d’ufficio e nella documentazionedepositata presso questa Amministrazione”. Da tale sia pur sintetica locuzione si evince che l’Amministrazione si è soffermata sul contributo partecipativo reso dal destinatario del provvedimento demolitorio.
8.4. Infondato è anche il quarto mezzo, atteso che non emerge quanto prospettato dal ricorrente nel senso della natura soltanto ampliativa delle opere, avendo esse comportato, come sopra osservato, la integrale demolizione del manufatto preesistente.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 9 aprile 2019 con l’intervento dei magistrati: