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Timestamp: 2020-04-06 13:25:37+00:00
Document Index: 182151059

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Sentenza Cassazione Civile n. 3472 del 09/02/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3472 del 09/02/2017
Cassazione civile, sez. lav., 09/02/2017, (ud. 22/11/2016, dep.09/02/2017), n. 3472
sul ricorso 19606/2014 proposto da:
BRICOCENTER ITALIA S.R.L. c.f. (OMISSIS), in persona del legale
DI RIPETTA 142, presso lo studio (STUDIO LEGALE DELFINO E ASSOCIATI,
WILLKIE FARR & GALLAGHER LLP) degli avvocati GIANLUCA CATTANI,
ANNARITA AMMIRATI, che la rappresentano e difendono, giusta delega
F.G., C.F. (OMISSIS), domiciliato in ROMA PIAZZA CAVOUR
rappresentato e difeso dall’avvocato ENRICO FORNASARI, giusta delega
avverso la sentenza n. 930/2013 della CORTE D’APPELLO di MILANO,
depositata il 03/02/2014 R.G.N. 1172/2012;
udito l’Avvocato COLELLI FRANCESCA per delega verbale Avvocato
AMMIRATI ANNARITA;
udito l’Avvocato AVERSA MARIA per delega verbale Avvocato FORNASARI
Con sentenza n. 930/2013, depositata il 3 febbraio 2014, la Corte di appello di Milano, in riforma della sentenza del Tribunale di Milano, dichiarava illegittimo, con le pronunce conseguenti, il licenziamento per giusta causa intimato da Bricocenter Italia s.r.l. a F.G. per avere il dipendente, il (OMISSIS), prelevato dal magazzino del punto vendita, cui era addetto, un ripiano di mobile sfuso (e cioè privo di codice a barre) e per averlo portato fuori del negozio senza procurare che, come da prassi, detto articolo fosse dotato di una referenza provvisoria e senza pagare alcun corrispettivo.
La Corte osservava, a sostegno della propria decisione, come dovesse escludersi, nella specie, la sussistenza di una irrimediabile lesione del vincolo fiduciario, tenuto conto che il bene era destinato alla discarica, secondo quanto accertato, e che il F., nell’arco di un rapporto di lavoro ultraventennale, non era stato mai destinatario di contestazioni disciplinari.
Ha proposto ricorso per la cassazione della sentenza la società con due motivi; il F. ha resistito con controricorso, illustrato da memoria.
Con il primo motivo, deducendo violazione e falsa applicazione degli artt. 1175, 1375, 2104, 2105 e 2106 c.c., della L. n. 183 del 2010 , art. 30 e di varie disposizioni del CCNL per il Terziario, la società ricorrente censura la sentenza impugnata per avere la Corte di appello erroneamente ritenuto che l’inadempimento posto in essere dal lavoratore non fosse idoneo a ledere in modo grave e definitivo la fiducia che il datore di lavoro ripone nel proprio dipendente.
Con il secondo motivo la ricorrente, deducendo violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c., artt. 1453 e 2041 c.c., censura la sentenza per avere la Corte di appello omesso di pronunciarsi sulla domanda, proposta in via subordinata, di accertamento dell’aliunde perceptum e di conseguente riduzione del risarcimento liquidato al lavoratore.
Quanto al primo motivo, si richiama l’orientamento consolidato di questa Corte, secondo il quale “in tema di verifica giudiziale della correttezza del procedimento disciplinare, il giudizio di proporzionalità tra violazione contestata e provvedimento adottato si sostanzia nella valutazione della gravità dell’inadempimento del lavoratore e dell’adeguatezza della sanzione, tutte questioni di merito che ove risolte dal giudice di appello con apprezzamento in fatto adeguatamente giustificato con motivazione esauriente e completa, si sottraggono al riesame in sede di legittimità” (Cass. n. 24349/2006). Conformi, fra le altre: n. 7948/2011; n. 8293/2012.
Nella specie, il giudice di merito ha escluso l’esistenza di un nesso di proporzionalità tra i fatti addebitati e la sanzione irrogata sulla base di un’articolata considerazione della concreta fattispecie, nei suoi profili oggettivi e soggettivi, attribuendo preminente rilievo alla circostanza che il bene fosse stato destinato alla discarica, così che era da escludere la configurabilità, in capo al lavoratore incolpato, di un dolo di appropriazione, e al fatto che il F., in un rapporto di lavoro di durata ultraventennale, non fosse mai risultato destinatario di alcuna contestazione disciplinare, notando sul punto come – a fronte del consolidarsi, proporzionale a tale durata, dell’elemento fiduciario – l’inadempimento del lavoratore, per giustificare l’estrema misura del licenziamento, dovesse rivestire il tratto di una seria e irrimediabile gravità.
Ora, tale motivazione, anche a voler trascurare la rubrica del motivo (contenente il solo richiamo al vizio di cui all’art. 360, n. 3, in relazione a varie norme di diritto e di contratto collettivo), non risulta oggetto di rituale censura, posto che la società, denunciando la sentenza impugnata come “parziale, lacunosa, contraddittoria ed illogica” per avere “completamente omesso di esaminare fatti di rilevanza dirimente ai fini della decisione” invece puntualmente analizzati dal giudice di primo grado (così il ricorso a pag. 17, primo capoverso), non si è conformata al modello legale del nuovo vizio “motivazionale” quale riformulato dall’art. 54 del D.L. 22 giugno 2012, n. 83, convertito nella L. 7 agosto 2012, n. 134, e ciò pur in presenza di decisione di secondo grado depositata il 3 febbraio 2014 e, pertanto, in epoca successiva all’entrata in vigore della novella legislativa (11 settembre 2012).
Il secondo motivo è palesemente inammissibile: (a) sia perchè “l’omessa pronunzia da parte del giudice di merito integra un difetto di attività che deve essere fatto valere dinanzi alla Corte di cassazione attraverso la deduzione del relativo error in procedendo e della violazione dell’art. 112 c.p.c., non già con la denuncia della violazione di una norma di diritto sostanziale o del vizio di motivazione ex art. 360 c.p.c., n. 5, giacchè queste ultime censure presuppongono che il giudice del merito abbia preso in esame la questione oggetto di doglianza e l’abbia risolta in modo giuridicamente scorretto ovvero senza giustificare o non giustificando adeguatamente la decisione resa”: Cass. n. 329/2016 (ord.); (b) sia per difetto di “autosufficienza”, non essendo indicato nel ricorso il luogo in cui la questione dell’aliunde perceptum fu sollevata nei gradi di merito.
la Corte rigetta il ricorso; condanna la società ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, liquidate in Euro 100,00 per esborsi e in Euro 4.000,00 per compensi professionali, oltre rimborso spese generali al 15% e accessori di legge. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.