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Timestamp: 2019-10-22 11:31:11+00:00
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Convinzioni etico-religiose e principio di laicità* Convinzioni etico-religiose e principio di laicità*
Convinzioni etico-religiose e principio di laicità*
Di Adelmo Manna e Andrea De Lia - 19 settembre 2019
Sommario. 1. Introduzione: il “caso Cappato”. – 2. La sentenza della Corte costituzionale sul “caso Tarantini”. 3. Il favoreggiamento della prostituzione: la sua endemica indeterminatezza ed il rimedio offerto dal principio di offensività. – 4. Conclusioni.
Introduzione: il “caso Cappato”.
Il principio di laicità, che è ricavabile da varie disposizioni che compongono la Carta costituzionale, connota l’ordinamento giuridico italiano e segna il netto superamento delle diverse concezioni che invece caratterizzavano gli Stati preunitari, tra i quali, in particolare, quello Pontificio[1].
Il suddetto principio, in particolare, e volendo semplificare, può essere inteso come espressione dell’indipendenza dello Stato dalle c.d. “verità religiose” e comporta, come suo precipitato, il riconoscimento della libertà di culto ma, per quel che qui più interessa, lo svincolo della morale pubblica e del buon costume dai dogmi della “fede”. Ciò nonostante, il principio di laicità in Italia si è costantemente contrapposto alle convinzioni etico-religiose provenienti soprattutto dal Vaticano.
Tra i “terreni di conflitto” tra Stato e Chiesa si possono indicare allora evidentemente le questioni oggetto di due recenti pronunce della Corte costituzionale: una attinente al c.d. “caso Cappato”, e l’altra al c.d. “caso Tarantini”, nel quale la Consulta ha rigettato la questione di legittimità delle figure di reclutamento e favoreggiamento della prostituzione, con riferimento al caso delle c.d. “escort”.
Iniziando dalla prima pronuncia, si tratta della ben nota vicenda del “DJ Fabo”, che in una situazione patologica di tetraplegia e cecità, ed avendo già deciso, sua sponte, di recarsi in una clinica svizzera per praticare l’aiuto al suicidio, si è fatto accompagnare dal radicale Marco Cappato per poter mettere in pratica la sua ultima volontà.
L’attivista, subito dopo, si è autodenunciato all’Autorità giudiziaria di Milano, che archiviata l’ipotesi dell’istigazione al suicidio, ha dichiarato non manifestamente infondata e non irrilevante rispetto al procedimento in corso la questione di legittimità della figura di aiuto al suicidio[2].
Più precisamente, con l’ordinanza di rimessione della Corte d’assise di Milano del 14 febbraio 2018, è stata sollevata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 580 c.p. tanto in ragione della criminalizzazione di condotte prive di efficacia determinante o rafforzativa dell’altrui proposito, quanto della cornice edittale.
La Corte costituzionale, con un’ordinanza invero “atipica”, in quanto concretizzantesi in un momentaneo non liquet, ha dunque rinviato la questione al Parlamento perché entro il 24 settembre 2019 intervenga a disciplinare la materia[3]. Nell’ordinanza stessa, però, la Corte costituzionale ha avuto cura di fornire importanti suggerimenti al legislatore, così mostrando una posizione, secondo alcuni interpreti, decisamente orientata all’accoglimento della questione sollevata in via incidentale[4].
Sebbene il Parlamento non abbia ancora dato seguito all’invito rivolto dalla Consulta, nella pur imminente scadenza del termine assegnato, il futuro esito del giudizio non è però scontato, tanto è vero che potrebbe a questo punto profilarsi una sorta di “terza via”, rappresentata da un ulteriore rinvio alle Camere, tenendo conto del frattempo mutato assetto della maggioranza parlamentare, anche se, l’evenienza di un ennesimo rinvio, non appare soluzione ben inteso auspicabile, anche a causa dell’urgenza di una soluzione della vexata quaestio.
Ciò che tuttavia occorre rilevare in questa sede è il recente intervento del Presidente della CEI, divulgato attraverso i mezzi di comunicazione di massa, che sostanzia in effetti una sorta di “appello” al Parlamento, e con il quale si è recisamente negato il c.d. “diritto a morire”, ribadendosi che il bene della vita rappresenterebbe un dono divino, ed in quanto tale non disponibile dall’uomo, anche se in condizioni-limite quali quelle in cui versava lo stesso DJ-Fabo[5].
La sentenza della Corte costituzionale sul “caso Tarantini”.
Con la sentenza n. 141 del 6 marzo 2019[6], la Corte costituzionale ha invece rigettato per infondatezza le questioni di legittimità costituzionale delle fattispecie di reclutamento e favoreggiamento della prostituzione, disciplinate dall’art. 3 comma 1 nn. 4 e 8 della l. 20 febbraio 1958, n. 75 (c.d. “legge Merlin”), sollevate dalla Corte d’appello di Bari, a differenza della Corte d’appello di Milano che, invece, in una vicenda “parallela”, aveva ritenuto di non dover proporre alcuna questione di legittimità[7].
L’orientamento della Corte costituzionale si è basato, in questo caso, essenzialmente, su due capisaldi; il primo riguarda la negazione della libertà di autodeterminazione delle ”sex workers”, anche delle c.d. escort (giacché il caso esaminato dalla Corte territoriale aveva ad oggetto proprio tali soggetti), in quanto la Corte ha ritenuto che l’esercizio della prostituzione, anche se effettuato con modalità “imprenditoriali”, non potrebbe mai dirsi effettivamente libero, in quanto condizionato sia da fattori endogeni, che esogeni.
Già su questo rilievo è possibile allora manifestare notevoli riserve, in quanto, a ben considerare, qualunque comportamento umano è la sommatoria, “algebrica” e non “aritmetica”, di fattori interni ed esterni[8], senza che ciò autorizzi ad escludere che residui in capo ad ogni soggetto una “quota” di libertà del volere[9]; insomma, l’argomento utilizzato dalla Corte costituzionale è sfociato nella discutibile reductio ad unum di fenomenologie assai complesse e diversificate.
La Corte costituzionale, inoltre (ed è questo il secondo caposaldo della pronuncia), ha spostato l’asse della questione sul parametro dell’art. 41 comma 2 Cost.: il ragionamento si basa sul fatto che nel caso delle escort, che sarebbero imprenditrici del proprio corpo (dal che la sottoposizione a tassazione dell’attività di meretricio), opererebbe il limite alla libertà di iniziativa economico-privata sancito dalla disposizione da ultimo richiamata, segnato dall’esigenza del rispetto della dignità umana.
Questo, a ben riflettere, costituisce il vero argomento fondante il rigetto, perché qui evidentemente la Corte ha totalmente scavalcato la problematica relativa alla distinzione tra dignità oggettiva e soggettiva[10], analizzando le proiezioni del mercimonio del sesso nell’ambito dei rapporti economico-sociali, e della necessità di rispetto del valore della dignità umana, prescindendo dunque da qualsivoglia valutazione a carattere individualizzante.
In argomento, la Consulta ha dunque ritenuto che l’esercizio dell’attività di prostituzione, seppur libero ed organizzato in forme “para-imprenditoriali”, costituisca un vulnus al bene costituzionalmente tutelato a cui si è fatto riferimento, ma, evidentemente, facendo prevalere una ben precisa impostazione ideologica, che non corrisponde affatto a quella espressa dalla maggioranza popolare che, invece, come emerge dai dati statistici, sembrerebbe addirittura favorevole alla riapertura delle c.d. “case chiuse”.
Orbene, pur volendosi prendere le distanze dalla prospettiva di un ritorno ad un passato che ledeva fortemente la dignità della donna, non si può neppure negare che la legge Merlin abbia di fatto alimentato nel tempo l’emarginazione sociale delle prostitute e soprattutto la prostituzione da strada, che rappresenta per l’appunto la forma di esercizio del meretricio più soggetto a sfruttamento ed a pericolose interferenze da parte della criminalità organizzata (anche transnazionale), tanto da suggerire il passaggio al modello c.d. “regolamentare”, e soprattutto l’apertura a forme di associazione cooperativa tra le prostitute, attingendo alle esperienze e ai modelli di altri Paesi, soprattutto del nord-Europa.
In altri termini: il fenomeno della prostituzione è assai variegato, e non autorizza la deriva panpenalistica promanante dall’impianto della legge Merlin, e pur a fronte di una pluralità di concezioni morali circa l’attività di vendita del proprio corpo ed il rapporto di essa con la dignità umana, la Corte costituzionale ha sposato una concezione dell’impresa sessuale più a “tinte religiose” piuttosto che di tipo laico e secolare.
Del resto Papa Francesco ha in più occasioni stigmatizzato pubblicamente e condannato moralmente il fenomeno della prostituzione perché contraria alla religione cattolica; e ciò, invero, non sulla base del principio eretto dalla dottrina cattolica in base al quale la sessualità sarebbe finalizzata esclusivamente alla procreazione, bensì proprio perché la vendita del proprio corpo è stata ritenuta anche dal Santo Padre attività contraria alla dignità della persona[11].
Se quindi si pongono in rapporto la posizione assunta dalle più alte gerarchie cattoliche nel “caso Cappato” ed in quello “Tarantini” con l’incertezza mostrata dal Parlamento rispetto alla modifica della disciplina penalistica dell’aiuto al suicidio e con la soluzione sposata dalla Consulta sul tema della prostituzione, se ne trae l’impressione di una forte influenza dei principi di matrice cattolica su questioni di notevole importanza giuridico-sociale.
Il favoreggiamento della prostituzione: la sua endemica indeterminatezza ed il rimedio offerto dal principio di offensività.
Uno dei problemi più annosi e preoccupanti che erano stati posti all’attenzione della Corte costituzionale con l’ordinanza di rimessione della Corte d’appello di Bari nel “caso Tarantini” era quello dell’indeterminatezza della condotta di favoreggiamento della prostituzione, che è stata oggetto di vari e vani tentativi definitori da parte della giurisprudenza, tanto che parecchi anni addietro addirittura si era manifestato presso alcuni Uffici giudiziari un orientamento assai severo, in base al quale il reato de quo avrebbe potuto materializzarsi anche nella condotta del “cliente” che dopo aver consumato il rapporto sessuale con la prostituta l’avesse ricondotta con la sua auto sul “luogo di lavoro”.
La conseguenza era anche quella del sequestro dell’auto di proprietà del “cliente”, in quanto quest’ultima era considerata strumento per l’esecuzione del delitto, e soprattutto quella del dramma personale degli indagati, che ha condotto talora anche al suicidio[12].
Sebbene, allora, si sia al cospetto di un’esegesi ormai superata da convincenti espressioni della giurisprudenza di legittimità, ciò non impedisce affatto il riproporsi di nuove “aberrazioni applicative”, proprio a causa della praticamente totale carenza di confini della figura criminosa in disamina. Trattavasi quindi di una questione di notevole rilevanza anche pratica, ma la Corte costituzionale ha ritenuto di risolverla attraverso il ricorso al principio di offensività[13].
Orbene, è ben noto che la Corte costituzionale, come dimostra la paradigmatica sentenza n. 333 del 1991[14], abbia sposato una concezione “debole” dell’offensività stessa, relegandola sostanzialmente ad una funzione ancillare al principio di ragionevolezza, e che il principio di offensività, rappresentando un assai flebile monito per il legislatore, abbia spazi operativi soprattutto come criterio interpretativo.
Sulla base di tale premessa, allora, il richiamo operato dalla Consulta in subiecta materia del principio di offensività come canone ermeneutico sembra rivelarsi veramente di scarso ausilio per l’interprete, aprendo anzi inevitabilmente ad una ancor più larga discrezionalità dell’organo giudiziario e soprattutto alla sua “concezione del mondo”, in quanto il giudice stesso dovrà, caso per caso, verificare se la condotta che si assume di favoreggiamento della prostituzione incida o no sulla dignità umana, quale bene giuridico sotteso all’art. 41 comma 2 Cost.
Sicché la forte matrice ideologica che connota la pronuncia si risolve, in effetti, nell’attribuzione alla magistratura ordinaria del potere di definire il precetto penale, e quindi in una soluzione che collide irreparabilmente con il principio di stretta legalità e più in genere con le esigenze del garantismo penale, che rimane “perplesso” di fronte al modello del c.d. “judge-made law”, e al concetto di giurisprudenza-fonte (o “giuscreativa”).
Da quanto sopra rilevato emerge, soprattutto in relazione al “caso Tarantini” (perché in ordine al “caso Cappato” si deve attendere l’iniziativa del Parlamento o, in difetto, l’ulteriore ed imminente intervento della Corte costituzionale) che la pronuncia di rigetto della Consulta non sia stata determinata soltanto dal “classico” horror vacui, che in genere frena come ben noto gli interventi demolitori della Corte costituzionale medesima, soprattutto in rapporto al diritto penale sostantivo, bensì anche dal timore di una conseguente “legittimazione” non solo giuridica, ma pure etico-sociale, della vendita del proprio corpo, sebbene esercitata in forma d’impresa.
Ciò però significa far prevalere una determinata concezione etico-religiosa rispetto al principio di laicità[15], che infatti di per sé non può non comportare l’esistenza di una pluralità, anche antitetica, di “concezioni del mondo”[16], che, proprio in rapporto all’impianto costituzionale, dovrebbero essere “tollerate” se non addirittura alimentate[17], dovendosi rifuggire da gerarchizzazioni fondate su interpretazioni che, specie in ambiti controversi, ambiscano ad identificare il … “sano sentimento” del Popolo Italiano[18].
* L’editoriale che sarà pubblicato sul Fascicolo n.3/2019 è frutto della riflessione comune degli Autori. In ogni caso, i paragrafi 1-2 sono da attribuire a Manna, mentre i paragrafi 3-4 a De Lia.
[1] Sul tema, cfr. l’interessante, recente monografia di Asor Rosa, Machiavelli e l’Italia – resoconto di una disfatta, Torino, 2019.
[2] In ordine a tali figure delittuose sia consentito, anche per ulteriori riferimenti bibliografici, il rinvio a Manna, Artt. 579-580 – Omicidio del consenziente ed istigazione o aiuto al suicidio: l’eutanasia, in ID. (a cura di), Reati contro la persona, Torino, 2007, 40 ss.
[3] Corte cost., ord. 24 ottobre 2018, n. 207: in argomento, da ultimo, ed esaurientemente vd. Donini, Il caso Fabo/Cappato fra diritto di non curarsi, diritto a trattamenti terminali e diritto di morire. L’opzione non penalistica della Corte costituzionale di fronte ad una trilogia inevitabile, in Giur. Cost., 2018, 2855 ss; Canestrari, I tormenti del corpo e le ferite dell’anima: la richiesta di assistenza a morire e l’aiuto al suicidio, 14 marzo 2019, in www.penalecontemporaneo.it.
[4] In tale direzione si sono sviluppate le relazioni di G. D’Alessandro e C. Cupelli nel recente Convegno organizzato dalla Camera Penale, e svoltosi il 13 settembre 2019 a Roma, dal titolo “Aiuto al suicidio e rilievo costituzionale della dignità nella morte: la disobbedienza civile di Marco Cappato in attesa della Consulta”.
[5] Sul tema vd, l’articolo di E. Martini, Cappato: “Aiuto al suicidio, la CEI contro la Consulta. E i politici seguono, 17 settembre 2019, in www.ilmanifesto.it.
[6] In Guida al dir., 17 agosto 2019, nn. 35-36, 40 ss., con nota di Natalini, Lettura sociologica del fenomeno di stampo moralistico, in ibid. 50 ss nonché, volendo, De Lia, Le figure di reclutamento e favoreggiamento della prostituzione al banco di prova della Consulta. Un primo commento alla sentenza della Corte costituzionale n. 141/2019, 20 giugno 2019, in www.forumcostituzionale.it; in argomento vd. anche, in precedenza, Cadoppi, L’incostituzionalità di alcune ipotesi della legge Merlin ed i rimedi interpretativi ipotizzabili, 26 marzo 2018, in www.penalecontemporaneo.it.
[7] Vd. Corte d’appello di Milano, Sez. IV, 7 maggio 2018, n. 3176, reperibile in www.giurisprudenzapenale.com.
[8] Secondo la c.d. “teoria del campo”, di Kurt Lewin, Teoria dinamica della personalità (a cura di Petter), rist. Firenze, 1975 (prima ed. New York, 1935), spec. 183 ss; sia consentito sul punto il rinvio anche a Manna, L’imputabilità ed i nuovi modelli di sanzione – Dalle “finzioni giuridiche” alla “terapia sociale”, Torino, 1997, spec. 10 ss.
[9] Cfr. sul punto, con particolare riguardo alle neuroscienze, che infatti tranne le posizioni più estreme non negano la libertà del volere, in particolare Ronco, Sviluppi delle neuroscienze e libertà del volere: un commiato o una riscoperta, in ID., Scritta patavini, II, Torino, 2017, 1709 ss.
[10] Su cui Cadoppi, Dignità, prostituzione e diritto penale, 16 gennaio 2019, in www.archiviopenale.it; nonché Lasalvia, Libero sì, ma non a pagamento. Legge Merlin, sesso e diritto penale, 11 marzo 2019, ibid.; De Lia, “Nessun aiuto a Bocca di Rosa”: il monito della Cassazione ed il punto sulla rilevanza penale degli annunci “A.A.A.” agli effetti della legge Merlin, in Cass. Pen., 2018, 326 ss; nonché, volendo, anche Manna, La legge Merlin e i diritti fondamentali della persona: la rilevanza penale della condotta di favoreggiamento, in Cadoppi (a cura di), Prostituzione e diritto penale. Problemi e prospettive, Roma, 2014, 316 ss.
[11] Vd. la prefazione al libro di Bonaiuto, Donne crocifisse. La vergogna della tratta raccontata dalla strada, Soveria Mannelli, 2019.
[12] Sia consentito sul punto il rinvio a MANNA, La legge Merlin, loc. ult. cit.
[13] Sul principio in oggetto cfr. per tutti MANES, Il principio di offensività nel diritto penale, Torino, 2005.
[14] Da ultimo in argomento, sia consentito il rinvio a De Lia, “Ossi di seppia?”. Appunti sul principio di offensività, 11 luglio 2019, in www.archiviopenale.it.
[15] Sul tema del rapporto tra principio di laicità dello Stato e diritto penale cfr. Paliero, Laicità penale alla sfida del “secolo delle paure”, in Riv. It. Dir. Proc. Pen., 2016, 1154 ss; Pulitanò, Laicità e diritto penale, ibid., 2006, 55 ss.
[16] In argomento vd. anche Esser, Precomprensione e scelta del metodo nel processo di individuazione del diritto: fondamenti di razionalità nella prassi decisionale del giudice, Napoli, 1986.
[17] Su questi temi vd. anche DOGLIANI, Relativismo morale, relativismo costituzionale, principio di laicità e “scommessa pascaliana” della ragione giuridica, in Giust. Cost., 2008, 577 ss.
[18] Sull’influenza delle credenze religiose sul problema dell’eutanasia, vd. di recente CORRIAS P., I padroni della morte, in La Repubblica, 16 settembre 2019, 22.
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