Source: https://www.olir.it/focus/stefano-montesano-la-chiesa-cattolica-e-il-governo-la-bilateralita-tra-leale-collaborazione-ed-emergenza/
Timestamp: 2020-08-07 03:27:43+00:00
Document Index: 13891183

Matched Legal Cases: ['art. 7', 'art. 117', 'art. 7', 'art. 117', 'art. 19', 'art. 32', 'art. 19', 'art. 2', 'art. 32', 'art. 2', 'art. 19', 'art. 32', 'art. 4']

Stefano Montesano, La Chiesa Cattolica e il Governo: la bilateralità tra "leale collaborazione" ed emergenza - Olir
Stefano Montesano, La Chiesa Cattolica e il Governo: la bilateralità tra “leale collaborazione” ed emergenza
Il 26 Aprile, il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha illustrato, in diretta televisiva, i provvedimenti più importanti che sono entrati in vigore a partire dal 4 maggio. Tali provvedimenti, contenuti in un DPCM – fonte che oramai sembra aver preso il sopravvento operativo rispetto ad altre e ben più legittime fonti – rientrano nella programmazione governativa concernente la c.d. “Fase 2”. Questa fase, nella comunicazione politica e mediatica che l’ha accompagnata, può essere identificata come quella in cui si prospetta e si organizza una prima condizione generale di convivenza tra i cittadini (e non solo) che, a vario titolo, iniziano nuovamente a lavorare e a poter uscire per incontrare gli affetti familiari, e la presenza del virus che, lungi dall’essersi definitivamente ritirato, sembra tuttavia essersi assestato su catene di diffusione e di contagio più ridimensionate, grazie, verosimilmente, alle misure adottate a partire dal DPCM datato 11 Marzo (“lockdown”).
A partire dal 4 maggio è dunque consentito spostarsi liberamente all’interno del territorio comunale, mentre si mantiene l’autocertificazione per gli spostamenti tra comuni diversi e il divieto di spostamenti tra le Regioni, se non per le comprovate esigenze già note.
Fin qui nulla di inaspettato, rispetto a quanto già si prospettava su diverse testate giornalistiche circa gli spostamenti e la ripresa di alcune attività produttive. Di “inaspettato”, probabilmente, c’è la reazione dei Vescovi italiani alle misure previste dal DPCM relativamente alle libertà di praticare il culto, una reazione che si è formalizzata in un breve ma durissimo comunicato, nel quale si sono mosse accuse, non tanto velate, all’organo esecutivo, di non aver rispettato quanto pattuito in sede di interlocuzione istituzionale. A seguito del comunicato della CEI, è stata pubblicata una nota di Palazzo Chigi che ha chiarito come si stesse procedendo per la determinazione di un protocollo volto a rendere possibile la celebrazione delle Messe, sulla base del rispetto delle misure di sicurezza anti-contagio.
Proprio la sospensione della celebrazione delle Messe, nel periodo di lockdown, è (e, verosimilmente, resta) stata la scelta più sofferta da parte della CEI e per il mondo cattolico. La CEI, peraltro, almeno fino alla manifestazione di dissenso accennata, aveva seguito pedissequamente i dettami normativi (governativi) varati per fronteggiare l’emergenza pandemica, confermando il principio di <<sana e reciproca collaborazione>>, necessario, in questo frangente storico, per la salute dell’individuo e della collettività.
Tale collaborazione, però, ha trovato un suo primo momento critico proprio in occasione del 26 aprile, data di presentazione del DPCM, le cui misure previste per l’esercizio delle libertà di culto sono state mal accettate dalla Conferenza Episcopale Italiana.
Nell’ultimo DPCM approvato, relativamente all’apertura dei luoghi di culto, si confermano le misure già adottate in precedenza dal Governo e ribadite, in termini di chiarimento, nella nota del 27 marzo e nella risposta (sezione FAQ) del 15 aprile: permane, quindi, la possibilità di aprire i luoghi di culto a condizione che vengano adottate misure organizzative tali da evitare assembramenti di persone, tenendo conto delle dimensioni e delle caratteristiche dei luoghi e che sia garantito il distanziamento di almeno un metro tra i fedeli frequentanti il luogo di culto. Si confermano, inoltre, le sospensioni delle cerimonie civili e religiose, secondo quanto già stabilito dal DPCM dell’8 marzo. La novità più rilevante e in certo senso già (pre)annunciata da entrambe le parti, riguarda la celebrazione dei funerali che, a partire dal 4 maggio, possono essere (nuovamente) celebrati, ma con le seguenti limitazioni: la presenza dei soli congiunti, entro un numero massimo di 15 persone, l’adozione delle misure di distanziamento di almeno un metro tra persone, l’utilizzo obbligatorio dei dispositivi di protezione individuali per le vie respiratorie (mascherina) e la preferibilità dei luoghi esterni, rispetto quelli interni, per la celebrazione del rito funebre.
In sostanza, è la cautela ad aver caratterizzato – si aggiunge, opportunamente – il pensare e l’agire governativo. Scelte, dunque, di estrema importanza e delicatezza, che si proiettano come un’equilibrata sintesi tra le diverse esigenze in campo: da un lato, infatti, la costituzione di una task force per la “Fase 2”, con il compito di elaborare e proporre misure necessarie per fronteggiare l’emergenza e favorire la ripresa graduale nei diversi settori delle attività sociali, economiche e produttive, ha innestato il processo di programmazione per la ripresa del Paese; dall’altro lato, la valutazione circa la sostenibilità e l’impatto delle misure suddette con l’attuale situazione epidemiologica e con i rischi sanitari ad essa connessa, sulla quale pesa, inevitabilmente, il parere del CTS. E non par dubbio che anche per la valutazione specificamente riferibile alle attività di culto, sia stata tenuta in debita considerazione la potenziale causalità contagiante dovuta all’aggregazione tipica della celebrazioni liturgiche, potenzialità che ha determinato la scelta di mantenere il divieto di celebrare le Messe con il concorso del popolo.
La permanenza del divieto in questione, anche nel DPCM del 26 aprile, è stata recepita con particolare stupore e con una non trascurabile durezza da parte della CEI. Il comunicato, inoltre, presenta una certa irritualità, sia formale che sostanziale, una sorta di “botta e risposta” immediata a cui raramente si è assistito pur nelle complesse dinamiche relazionali che, sia storicamente che “politicamente”, hanno caratterizzato il rapporto tra i due ordini.
Prova ne è il fatto che in apertura del Comunicato, viene riportato un passaggio dell’intervista che il Ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, ha rilasciato al quotidiano “Avvenire” il 23 aprile, intervista nella quale la titolare del Viminale dichiarava come erano allo studio del Governo nuove misure per consentire il più ampio esercizio della libertà di culto. Secondo i Vescovi, le considerazioni testé riportate, erano da ricondursi (anche) alla continua disponibilità al confronto tra la stessa CEI – tramite la Segreteria generale – il Ministero e la stessa Presidenza del Consiglio. Tale interlocuzione, ha portato, come noto, sia all’accettazione delle misure limitative della libertà di culto, per senso di responsabilità (v. nota CEI del 9 Marzo) sia, negli ultimi tempi, alla richiesta di introdurre significative attenuazioni ai divieti imposti relativamente all’esercizio dell’azione pastorale da parte della stessa Chiesa. Nonostante le settimane di negoziato che avrebbero dovuto portare – stando a quanto si percepisce “tra le righe” del comunicato – ad una rimodulazione dei divieti imposti, il DPCM varato avrebbe escluso arbitrariamente, a detta dei Vescovi, la possibilità di celebrare le Messe con il concorso del popolo. Ma vi è di più. In base a quanto si legge nel comunicato, la Conferenza “richiama” sia la Presidenza del Consiglio, sia il CTS a distinguere la (loro, specifica) responsabilità politico-sanitaria, rispetto a quella propria della Chiesa di organizzare la vita della comunità cristiana, sempre nel rispetto delle misure disposte, ma nella pienezza della propria autonomia. Per concludere, si afferma l’intenzione di non accettare la compromissione del libero esercizio del culto e, contestualmente, si rivendica l’impegno, da parte delle istituzioni ecclesiali, verso i poveri, un impegno che trae origine proprio a partire dalla vita sacramentale, sorgente prima della stessa fede cristiana.
Il comunicato, piuttosto breve, contiene tuttavia una serie di affermazioni meritevoli di attenzione.
In primis, le dichiarazioni del Ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, rilasciate su “Avvenire”. I Vescovi richiamano un passaggio dell’intervista, nella quale il Ministro si limita ad affermare che (I) il parziale miglioramento del quadro sanitario, avrebbe consentito al Governo di studiare nuove misure per consentire il più ampio esercizio della libertà di culto e che (II) vi era l’esigenza di tornare a celebrare nuovamente i riti funebri, pur nel rispetto delle misure del distanziamento tra i partecipanti (stretti congiunti), seguendo le modalità dell’Autorità Ecclesiastica. Nelle affermazioni del Ministro, non si è scorta alcuna formale ed espressa apertura alla celebrazione delle Messe; al contrario, sui funerali, si è palesata l’intenzione di riprenderne le celebrazioni, secondo modalità da concordare con la stessa Chiesa. Su altri aspetti relativi all’esercizio (generale) della libertà di culto, si è proceduto con la dovuta cautela. E d’altronde, non si può certamente accusare il Governo di non aver mosso passi in avanti in questo senso: le stesse FAQ del 15 aprile, precedute dalla nota del 27 marzo, hanno consentito ai fedeli di poter raggiungere i luoghi di culto, anche al di fuori delle ipotesi tassative previste nel modello di autocertificazione: si tratta, a tutti gli effetti, di una vera e propria eccezione al divieto normativo. Ciò parrebbe confliggere con chi ritiene che vi sia un atteggiamento, da parte delle istituzioni governative, che non tiene conto delle esigenze spirituali dei fedeli e/o che reputi la Chiesa non del tutto affidabile nell’applicazione di tutte le misure di sicurezza nei propri luoghi di culto. Tuttavia, si è dell’idea che la presentazione del DPCM da parte del Premier Giuseppe Conte – a dire il vero sovraccarica di raccomandazioni formali, non del tutto coerenti, più che di puntualizzazioni sostanziali – avrebbe potuto (rectius: dovuto) avere una considerazione diversa per la parte di cui si tratta. Si ritiene, infatti, che un’eventuale annuncio, in sede di presentazione, volto a manifestare l’intenzione, da parte dell’esecutivo, di predisporre un protocollo contenente le misure di sicurezza da applicarsi nei luoghi di culto per rendere possibile la celebrazione delle Messe con il concorso del popolo – come dichiarato con una nota da Palazzo Chigi dopo il comunicato CEI – avrebbe, probabilmente, attutito l’impatto politico e mediatico – in senso lato – e lo stesso “scontro” diplomatico con la CEI.
Uno scontro che prende decisa forma e consistenza nei passaggi in cui si accusa il Governo di aver agito arbitrariamente nella scelta di escludere che le Messe possano essere celebrate (nuovamente) con il concorso del popolo. Eppure non di arbitrarietà di tratta. La decisione di non prevedere la celebrazione delle Messe con il concorso del popolo, può essere discussa tanto nel merito quanto nel metodo. Sul punto, il Cardinale Angelo Bagnasco, ha dichiarato che vi è stata una “disparità di trattamento inaccettabile”, valutazione emersa sulla base di un’inusuale e, a mio avviso, fuorviante, comparazione tra i musei e le chiese. Vero è, come diceva Marcel Gauchet, che chiese e musei sono i custodi delle nostre eredità storiche e spirituali; ma sembra azzardato accostare o, peggio, fare coincidere, i luoghi anzidetti. La cautela che ha caratterizzato le valutazioni del CTS, fatte proprie dal Governo, appare fondata. La chiesa è frequentata da una moltitudine di persone e, in particolar modo, da persone anziane o, comunque, con fasce d’età tendenzialmente più a rischio se esposte al contagio, rispetto ad altri luoghi e/o spazi oggetto di intervento normante. In questo senso, può essere spiegata la prudenza, ragionata e non arbitraria, con la quale si sono adottate delle decisioni che, per quanto sofferte e persino discutibili, appaiono in linea con i criteri utilizzati per la riprogrammazione della “Fase 2”. Non di arbitrarietà, quindi, si tratta, quantomeno nel merito. E’ dubbio, altresì, che si possa trattare di arbitrarietà anche per quello che riguarda il metodo. Tralasciando le criticità sistemiche riconducibili all’(ab)uso della decretazione governativa e di quella del Presidente del Consiglio in particolare – messa in evidenza anche dalla Presidente della Consulta, Marta Cartabia, la quale ha richiamato le istituzioni a seguire, pur in tempi di emergenze, la Costituzione quale unica bussola di orientamento dell’agire politico-normativo – si discute se a venir compromesso è quel principio di bilateralità pattizia che plasma le prospettive relazionali tra Stato e Chiesa Cattolica. La costituzionalizzazione del principio pattizio comporta, evidentemente, un impegno delle istituzioni statali alla conservazione della disciplina contenuta nell’Accordo. Tale orientamento, seguito anche dalla Corte Costituzionale (a partire dalla sent. 31/1971) implicherebbe, dunque, un impegno da parte del Governo al rispetto degli accordi stipulati, anche se non (più) in base a quanto disposto dall’art. 7 Cost., bensì in virtù degli obblighi di cui all’art. 117 Cost. Si è sostenuto, a tal riguardo, che le norme dell’Accordo, non godendo più dell’automatica copertura dell’art. 7 – come per il vecchio concordato – ma, invece, dell’art. 117, fa ritenere che i Nuovi Accordi del 1984, come “tutte le fonti sub-costituzionali o interposte non debbono contrastare (non con i principi supremi, tra i quali comunque si annovera il diritto alla vita con la tutela della salute, ma) con ogni singola norma costituzionale”. In questo senso, si stabilisce un bilanciamento assiologico identificabile tra di diritti come previsti dall’art. 19 Cost. e quelli di cui all’art. 32 Cost., senza che possa farvi ingresso alcuna norma dell’Accordo del 1984 (Colaianni).
Ed ancora, si è affermato come le stesse limitazioni inerenti la libertà di culto avrebbero ad oggetto la sola libertà dei fedeli (libertas fidelium) e non anche la libertà della confessione cattolica di esercitare la propria missione pastorale (libertas ecclesiae) (Colaianni). La distinzione storico-concettuale tra le due libertà è degna di rilevanza, soprattutto nelle vicende oggetto di riflessione. I diritti soggettivi esercitabili dagli individui, trovano proprio nella libertà dalla religione e nella religione, la loro affermazione più efficace, una libertà singolarmente intesa, che risponde ai canoni della libertà in senso “moderno”. La libertà delle confessioni, invece, ha un suo precipuo retroterra storico-valoriale, più aderente a quella fisionomia “storicamente risalente” della stessa libertà e, per tale ragione, funzionalmente meno connessa rispetto al soggettivismo tipico della prima. Tuttavia, tale distinzione, pur utile sul piano storico e concettuale, trova un risvolto pratico decisamente meno netto, dato che appare fuor di dubbio, a parere di chi scrive, che la libertà dei fedeli sia inevitabilmente influenzabile dal grado di intensità inter-relazionale tra gli ordini (religiosi e statali) coinvolti: esempio paradigmatico, la condizione delle confessioni religiose senza intesa. Ciò costituisce (ancora oggi) una grave anomalia, un vulnus al micro-sistema costituzionale informante la materia de quo, che si è sostanziato in politiche a sfondo “istituzionalistico”, in virtù delle quali la promozione della religiosità è avvenuta (rectius: avviene) in forma diretta per le organizzazioni confessionali e solo di riflesso per i fedeli. Ma proprio questo “riflesso”, induce a ritenere che una compressione – ancorché legittima – dell’una risulta in grado di influire sull’esercizio, pieno ed effettivo, dell’altra.
Ciò non conduce a legittimare, però, una riconsiderazione di quanto affermato in precedenza. L’art. 19 Cost. è norma che esprime uno dei diritti inviolabili (art. 2 Cost.) per l’uomo in quanto tale. Una sua limitazione può trovare ragione giustificatrice in altri valori costituzionali meritevoli di tutela, quale, appunto, l’art. 32 Cost. Il ruolo dell’Accordo, in questo senso, riguarda direttamente il rapporto tra la Chiesa e lo Stato e si riflette, ma per via indiretta, sul cittadino-fedele. In relazione a quest’aspetto, l’esercizio pubblico del culto e il ministero pastorale di cui all’art. 2 dell’Accordo, pur se non compromesso nella sua manifestazione identitaria, appare decisamente compresso nella sua manifestazione comunitaria. Quest’ultima, intesa come koinonia, implica la presenza di un tessuto relazionale in cui incidono, significativamente, tanto la Chiesa quanto lo Stato. Quo vadis?
E’ indubbio, che la distinzione degli ordini, corollario del principio supremo di laicità rimanga la bussola di riferimento. E un tale principio, caratterizzante persino la forma di Stato repubblicana, non può non spiegare i suoi effetti soprattutto in tempi di profonde incertezze politico-relazionali tra le due entità.
La stessa Presidente della Corte Costituzionale, come sopra rilevato, ha ricordato che non esiste “un diritto speciale per i tempi eccezionali” e che la bussola principale a cui affidarsi per orientarsi nelle scelte politico-legislative resta la Carta costituzionale.
Centrale, allora, dev’essere la Costituzione, non (solo) l’Accordo del 1984. La lettura degli artt. 7, co. I e 8, co. II Cost., torna ad essere determinante nella valutazione delle rivendicazioni riferibili ai due ordini; e lo è a partire proprio dai limiti reali di rilevanza dell’autonomia delle Confessioni nei confronti dello Stato. Il tema centrale, infatti, sembra essere proprio questo. Non vi è dubbio che la norma fondamentale in materia di libertà religiosa sia l’art. 19 Cost. , norma che, proprio per la sua struttura normante e per la valenza onnicomprensiva delle diverse concezioni fideistiche, etiche e filosofiche, si pone – in combinato disposto con gli artt. 2 e 3 Cost. – come norma-base dell’ordinamento giuridico e nella tutela dei diritti promananti dalla libertà di culto. Ciò non equivale a sminuire il peso specifico che gli artt. 7 (co. I) e 8 (co. II) Cost. assumono nel reticolato delle fonti in materia, poiché la valenza storico-politica e l’idoneità a produrre diritto, delineano, ancora oggi, il principale raccordo di regolamentazione giuridica del rapporto tra istituzioni statali ed entità e rappresentanze confessionali e/o religiose; un raccordo a cui gli “ordini” coinvolti sono obbligati a dar seguito in virtù del principio pacta sunt servanda.
In una fase storica come quella attuale, però, il significato valoriale e simbolico, di ciò che è giuridicamente (in senso tecnico) assumibile, valido, applicabile, eseguibile, rischia di vanificare i connotati collaborativi tipici del rapporto tra le due autorità. Ed allora, sarebbe auspicabile inseguire un approccio di tipo “meta giuridico”, funzionale (proprio) ad una più efficace sintesi dei tratti politici e giuridici che caratterizzano l’identità del rapporto Stato-Chiesa: la “leale collaborazione”.
È quest’ultima che dev’essere considerata come “corsia preferenziale” non solo nell’ambito della composizione dei conflitti tra i poteri dello (e nello) Stato, ma anche tra quest’ultimo e i gruppi religiosi (tutti): ciò si riflette direttamente su una diversa considerazione del principio di bilateralità pattizia da intendere come “tecnica di composizione dei conflitti” o, meglio ancora, come (necessaria e opportuna) modalità di “governance dei conflitti” (Fuccillo), ispirata da una laicità si inclusiva e, allo stesso tempo, garante dell’imparzialità e dell’equidistanza da tutte le confessioni religiose. Ed allora, nella complessa opera di bilanciamento dei valori in campo, occorrerebbe, prima di tutto, valutare proprio il “campo” nel quale le rivendicazioni delle confessioni trovano approdo. Quelle della CEI, nello specifico, sono apparse ben al di sotto della soglia di ricevibilità, soprattutto perché manifestate mediante un linguaggio poco consono ad una costruttiva interlocuzione bilaterale. “Esigere” e “arbitrariamente”, sono termini clamorosamente inopportuni, nella forma quanto nella sostanza. Il DPCM del 26 aprile, infatti, prevede norme che perseguono il fine di rivitalizzare gli spazi e le relazioni individuali; e in merito a questo aspetto, è stato notato come, proprio nel Decreto governativo da poco approvato, il termine “individuale” compare ben trentadue volte, a dimostrazione del fatto che l’esigenza principale da parte del Governo, sia quella di evitare potenziali assembramenti, poiché difficili da gestire e da controllare, soprattutto in una fase generale di aperture che, seppur timide, rappresentano, comunque, delle novità importanti e tendenzialmente in grado di stimolare la risalita della curva dei contagi (A. Ferrari).
La stessa bilateralità, allora, necessita di una riconsiderazione costituzionale, tale da assumersi come strumento di attuazione del pluralismo religioso e della solidarietà sociale, due valori che, soprattutto in questa fase storica, appaiono intrecciati alla stessa (sofferente) socialità umana. Bilateralità, quindi, non come riconoscimento di un’interlocuzione privilegiata e/o di riguardo, bensì come impegno generale politico ed istituzionale, da innervarsi come principio funzionale all’affermazione del disegno costituzionale in materia di promozione e di salvaguardia della religiosità. Una (diversa) metabolizzazione nel senso anzidetto della bilateralità, imporrebbe di leggere la dinamica dei rapporti nella pienezza del dato costituzionale, riconoscendo, in senso effettivo, una distinta autonomia tra gli ordini, ma soltanto nella prospettiva costituzionale indicata. E d’altronde, proprio su questo aspetto, autorevole dottrina non ha mancato di chiarire come sebbene l’autonomia confessionale venga in rilievo come un valore garantito e tutelato dalla Costituzione, le estrinsecazioni dei poteri di supremazia statale potranno giungere a vedere la prevalenza di questo ordine sull’autonomia della Confessioni, quando lo Stato e solo esso concorra a specificare e/o concretizzare altri e diversi valori costituzionali, meritevoli di tutela al pari della stessa autonomia (Berlingò). E l’art. 32 Cost., come noto, specifica un valore di natura fondamentale poiché la salute, come e più del lavoro, consente all’uomo di concorrere al progresso materiale e spirituale del Paese (art. 4, co. II, Cost.) e di esercitare i diritti e le libertà affermati nel quadro normativo italiano ed euro-comunitario e connessi alla natura umana dell’individuo.
“L’ora più buia è sempre quella che precede il sorgere del sole”. Scriveva così Paulo Coelho, a testimoniare il fatto che dopo il buio che disorienta, la luce del giorno torna a schiarire, anche le idee. E così è stato. All’indomani dello scontro diplomatico, infatti, ci ha pensato Papa Francesco a ribadire la posizione della Chiesa: prudenza e obbedienza alle disposizioni affinché la pandemia non torni. Una posizione che appare stridere fortemente con la rivendicazione episcopale e che ribadisce il senso dello stare al mondo del cristiano in questo tempo di difficile convivenza socio-comunitaria. Ed allora, ripartire da queste parole non può che portare ad un clima più leale verso le istituzioni e alla conferma di quel senso di “enorme responsabilità” di cui la CEI si è fatta promotrice fin dagli albori della pandemia, per consentire a fedeli (e non) di inverare spazi e luoghi destinati alla realizzazione delle diverse individualità. “Responsabilità” e “leale collaborazione”, allora, da intendere come leitmotiv del metodo relazionale non soltanto tra la Chiesa Cattolica e lo Stato, ma anche tra quest’ultimo e i gruppi e/o le confessioni tutte che, fino ad oggi, pur nella rivendicazione della propria autonomia di azione nell’ambito delle rispettive comunità, hanno agito nel rispetto di quanto previsto dalla normativa vigente.
La “soddisfazione” espressa dal Cardinale Bassetti, Presidente della CEI, all’indomani della definizione di un Protocollo tra la stessa CEI e il Governo volto a rendere possibile la celebrazione delle Messe con la presenza di fedeli, tenendo conto dell’andamento epidemiologico nelle prossime settimane, è il segnale che la strada maestra rimane la stessa. I ringraziamenti rivolti alla Presidenza del Consiglio e al CTS ma, soprattutto, l’invito a “non abbassare la guardia” e a stigmatizzare dannose “fughe in avanti”, rappresentano una linea “politica” più coerente con l’idea di chiesa bergogliana che, quotidianamente, si manifesta nelle riflessioni di Papa Francesco. Insomma, ben altri toni, più congeniali a quella che, fino ad ora, è stata una leale e responsabile collaborazione per la salvaguardia della salute dell’uomo e del Paese. E proprio la “ritrovata” collaborazione, ha portato all’approvazione definitiva del Protocollo (summenzionato) concernente le misure necessarie al contenimento dell’emergenza epidemiologica da CoViD-19 per la ripresa delle celebrazioni liturgiche, con il popolo, a partire dal 18 maggio. Il Protocollo, predisposto dalla CEI e firmato dal Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, dal Ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese e dallo stesso Segretario della CEI, Card. Gualtiero Bassetti, è stato approvato dal CTS per la parte concernente le misure igienico-sanitarie da adottare nel luogo di culto durante la varie fasi delle celebrazioni. Un segnale che, con tutta evidenza, testimonia la riuscita della “leale collaborazione” tanto nel metodo, quanto nel merito e consente ai cittadini-fedeli di ritrovare gli spazi, i luoghi e le circostanze ove si pratica, individualmente e collettivamente il culto, ambienti famigliari che, soprattutto in questa fase storica, possono contribuire ad affrontare in modo migliore l’uscita dalla fase emergenziale nella quale anche la libertà religiosa ha sperimentato forme nuove, più personali e meno assembleari dei riti religiosi.
Il metodo della negoziazione, che ha risolto le diffidenze e le resistenze da parte della Chiesa cattolica, dovrebbe trovare moduli simili anche con le confessioni diverse, fino a comprenderci le confessioni senza intesa.
In definitiva, la lettura “emergenziale” dei diritti obbliga il giurista a rivedere, sotto la lente dei valori costituzionali in gioco, la legittimità delle scelte politico-governative in relazione al contesto. L’abnorme ricorso, da parte del Presidente del Consiglio, alle fonti emergenziali (ordinanze) per regolamentare la vita dei cittadini, con conseguente rimodulazione dei diritti di cui gli stessi sono titolari, è un evidente segnale che la vigilanza sulla compressione dei diritti passa, innanzitutto, dal sistema delle fonti che, proprio nelle discipline ecclesiasticistiche, trova una complessità ulteriore data dalla costante dialettica tra il definibile e il non definibile, oltre che dalla imprescindibile autonomia dei soggetti coinvolti.
In questo senso, l’emergenzialità tradotta in termini giuridici, incontra il limite assoluto nell’ingiustificato arretramento delle garanzie costituzionali, le quali si nutrono del costante e reciproco bilanciamento tra le diverse componenti assiologiche di cui ne sono diretta espressione . L’emergenza in sé, nei suoi (soli) connotati fattuali, non può costituire la ragione ultima e decisiva per legittimare un indirizzo generale di riducibilità dei diritti e delle libertà, tanto più se l’indirizzo in questione si traduce, concretamente, in provvedimenti normativi emanati in deroga (parziale) al principio di legalità sostanziale. Occorre, in sostanza, ridefinire i connotati dell’emergenza dal punto di vista normativo (e valoriale) nell’ambito della Carta, in modo che i processi di riduzione e di espansione dei diritti – compreso quello di esercitare liberamente il culto – possano esprimersi nel solco della piena legittimità costituzionale, tanto dal punto di vista procedurale che da quello sostanziale.
Stefano Montesano, Assegnista di ricerca in Diritto Ecclesiastico presso l’Università degli Studi “Magna Græcia” di Catanzaro
stefano.montesano@unicz.it
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Il Cardinale Bagnasco: “Musei aperti e messe vietate, è una disparità di trattamento inaccettabile, in Il Fatto Quotidiano, 27 aprile 2020
Cartabia: la Costituzione una bussola nell’emergenza. Non c’è diritto speciale per tempi eccezionali, in la Repubblica, 28 aprile 2020
Coronavirus. Messe con il popolo al via entro fine mese, definito protocollo, in Avvenire, 2 maggio 2020;
Riccardi, Il Governo spegne la vita spirituale, intervista pubblicata su Huffington Post, 27 aprile 2020