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Timestamp: 2019-08-22 19:47:59+00:00
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La lettura della Cassazione sulle operazioni soggettivamente inesistenti | Commercialista Telematico
La lettura della Cassazione sulle operazioni soggettivamente inesistenti
quali gli indicatori per determinare che una fattura è soggettivamente inesistente? Quali mezzi può utilizzare il contribuente per provare la veridicità delle fatture?
La contestazione dell’operazione imponibile soggettivamente inesistente deve essere superata con la dimostrazione, attraverso precisi riscontri, da part del cessionario, della propria qualità rispetto all’altruità della fatturazione, non essendo decisive a tale fine lo strumento del pagamento o l’intervenuta consegna.
E’ questala massima della sentenza n. 8132 dell’11 aprile 2011 (ud. del 3 giugno 2010) della Corte di Cassazione.
La vicenda processuale trae origine dal processo verbale di constatazione (PVC) redatto dalla Guardia di finanza a carico della C.M. srl, secondo il quale essa avrebbe partecipato, insieme ad altre aziende sparse sul territorio nazionale, ad un’associazione criminale dedita alla frode fiscale tramite l’introduzione di metallo prezioso (argento) nel territorio nazionale e l’utilizzo di fatture false a fronte di operazioni commerciali esistenti, allo scopo di fruire falsamente di esenzioni e di rimborsi insussistenti, cosicchè la Società ed i suoi soci sono ritenuti, ciascuno in concorso, responsabili di presentazione di dichiarazione IVA con dati inesatti e conseguente indebita detrazione dell’IVA per £ 18.476.543.000.
Il ricorso del Contribuente è respinto dalla C.T.P., ritenendo che le fatture d’acquisto della Società si riferiscono ad operazioni inesistenti.
L’appello del Contribuente è stato, invece, accolto dalla C.T.R. con la sentenza ora impugnata per cassazione.
I giudici prendono le mosse da una recente sentenza della stessa Corte – n. 17378/2009 -, che ha efficacemente sintetizzato il vigente stato normativo.
L’emissione della fattura da parte di un soggetto diverso da quello che ha effettuato la cessione o la prestazione non è riconducibile alla fattispecie, prevista dall’art. 41, c. 3, del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, dell’emissione di fattura recante indicazioni incomplete od inesatte, nè a quella, prevista dall’art. 21, c. 2, n. 1, del medesimo D.P.R., di omissione dell’indicazione dei soggetti tra cui è effettuata l’operazione, ma va qualificata come fatturazione di un’operazione soggettivamente inesistente, per la quale deve essere versata la relativa imposta, ai sensi dell’art. 21 cit., non essendo consentita la detrazione di fatture emesse da chi non è stato controparte ne rapporto riguardante l’operazione fatturata (Cass. n. 5719/2007).
In particolare, osserva la Corte, “la nozione di fattura soggettivamente inesistente presuppone, da un lato, l’effettività dell’acquisto dei beni entrati nella disponibilità patrimoniale dell’impresa utilizzabile delle fatture e, dall’altro, la simulazione soggettiva, ossia la provenienza della merce da ditta diversa da quella figurante sulle fatture medesima circostanza quest’ultima non indifferente ai fini dell’IVA, dal momento che la qualità del venditore può incidere sulla misura dell’aliquota e, per conseguenza, sull’entità dell’imposta che l’acquirente può legittimamente detrarre (Cass. n. 29467 del 2008)”.
Resta fermo che “qualora, l’Amministrazione fornisca validi elementi di prova per affermare che alcune fatture sono state emesse per operazioni inesistenti, è onere del contribuente dimostrare l’effettiva esistenza delle operazioni, tenendo presente, tuttavia, che l’Amministrazione non può limitarsi ad una generale ed apodittica non accettazione della documentazione del contribuente, essendo suo onere quello di indicare specificamente gli elementi, anche indiziali, sui quali si basa la contestazione ed il giudice di merito deve prendere in considerazione tali elementi, senza limitarsi a dichiarare che essi esistono e sono tali da dimostrare la falsità delle fatture (Cass. n. 21953/2007)”.
Più specificamente, “qualora l’Amministrazione contesti al contribuente l’indebita detrazione di fatture, in quanto relative ad operazioni inesistenti, e fornisca attendibili riscontri indiziari sulla inesistenza delle operazioni fatturate, è onere del contribuente dimostrare la fonte legittima della detrazione o del costo altrimenti indebiti; nell’ipotesi di operazioni soggettivamente inesistenti, il diritto alla detrazione dell’imposta versata in rivalsa al soggetto, diverso dal cedente – prestatore, che ha, tuttavia, emesso la fattura, non sorge immancabilmente, per il solo fatto dell’avvenuta corresponsione di imposta ivi formalmente indicata, ma richiede altresì, che il committente – cessionario, il quale invochi la detrazione, fornisca, sul proprio stato soggettivo in ordine all’altruità della fatturazione, riscontri precisi, non esaurientisi nella prova dell’avvenuta consegna della merce e del pagamento della stessa nonchè dell’IVA riportata sulla fattura emessa dal terzo, trattandosi di circostanze non decisive, rispetto al thema probandum, in rapporto alle peculiarità del meccanismo dell’IVA e dei relativi, possibili, abusi (Cass. n. 1950/2007)”.
Rileva, ancora, la Corte, che “l’orientamento giurisprudenziale sopra riportato va peraltro letto in coordinazione con la giurisprudenza della Corte di Giustizia CE… Nello specifico la Corte di Giustizia (sent. C – 439/04; conf. Sent. C -354/03) ha affermato che…, il diritto a deduzione previsto dal citato art. 17 della Sesta Direttiva costituisce parte integrante del meccanismo dell’Iva e, in linea di principio, non può essere soggetto a limitazioni, essendo inteso a sgravare l’imprenditore dall’onere dell’Iva dovuta o pagata nell’esercizio della sua attività economica, in applicazione del principio della c.d. neutralità dell’imposta;- ai fini del diritto del soggetto passivo alla deduzione è irrilevante (sempre per il principio di neutralità dell’imposta) se l’Iva dovuta per le operazioni precedenti o successive sia stata versata o meno all’Erario; – il principio di neutralità dell’imposta non consente una distinzione generale tra le operazioni lecite e le operazioni illecite, nel senso che il diritto alla deduzione va in assoluto escluso per queste ultime, essendo necessario considerare la posizione assunta dall’operatore che richiede la deduzione; in particolare, l’imprenditore che abbia adottato tutte le misure che si possono ragionevolmente richiedere al fine di assicurarsi che l’operazione posta in essere non faccia parte di una frode, deve poter fare affidamento sulla liceità dell’operazione senza rischiare di perdere il proprio diritto alla deduzione dell’Iva pagata a monte; – ne consegue che, nel caso di operazioni soggettivamente inesistenti, il committente – cessionario conserva il diritto alla deduzione dell’imposta pagata qualora dalle circostanze del caso risulti che egli non sapeva e non poteva sapere di partecipare con il proprio acquisto ad una operazione che si iscriveva in una frode all’imposta”.
Osserva la Corte che, nel caso di specie, “il Giudice d’appello ha indicato i fatti di causa solo genericamente e altrettanto genericamente ha indicati i mezzi di prova, negando addirittura erroneamente che le presunzioni abbiano la natura di prova, e si è limitato alla formulazione degli atti di giudizio finale statico sugli uni e sugli altri, trascurando la specificazione dei fatti e la descrizione sia delle attività di accertamento sia delle attività di giudizio, la motivazione della sua sentenza è strutturalmente lacunosa. Per di più, le lacune sono così numerose e così gravi che la motivazione è, non solo insufficiente, ma addirittura apparente e, quindi, sostanzialmente inesistente, perchè non si comprende nè quali siano gli oggetti dell’attività di conoscenza nè quali siano i comportamenti cognitivi assunti (attività di scienza e attività di giudizio)”.
Per agevolare il compito del giudice di merito, che sarà chiamato nuovamente a pronunciarsi, la Cassazione precisa che andranno accertati, quali siano “gli elementi volti a dimostrare l’ignoranza del contribuente“.
Sul piano processuale “il soggetto, sul quale grava l’onere di conoscere, in tanto si sottrae alla conseguenza dell’inadempimento del suo vincolo, in quanto dimostri almeno uno di questi due fatti: a) di non essersi trovato nella situazione giuridica oggettiva di conoscibilità dell’oggetto della conoscenza da acquisire; b) che, nonostante il possesso della capacità cognitiva adeguata all’attività professionale svolta in occasione dell’operazione contestata e nonostante la sua esplicazione volta ad adottare un comportamento cognitivo idoneo, egli non è stato in grado di abbandonare lo stato di ignoranza del carattere fraudolento delle operazioni degli altri soggetti collegati all’operazione”.
La sentenza che si annota – molto precisa e articolata – va sulla scia del recente pronunciamento – n. 1364 del 21.1.2011 (ud. Del 3.6.2010) -, con cui la Corte di Cassazione aveva già confermato il proprio orientamento in materia di fatture soggettivamente false.
Ma in più, nella sentenza sotto osservazione la Corte fissa i principi dell’ignoranza incolpevole: o dimostra la non conoscibilità ovvero lo stato di ignoranza.