Source: http://www.costituzionalismo.it/aggiornamento.asp?id=491
Timestamp: 2019-12-12 19:27:35+00:00
Document Index: 86168881

Matched Legal Cases: ['art. 139', 'art. 139', 'art. 139', 'art. 139', 'art. 139', 'art. 1', 'art. 139']

Potrebbe una riforma volta a introdurre l’elezione diretta del Capo dello Stato violare l’art. 139 della Costituzione? Se trovasse seguito la pulsione berlusconiana – da ultimo ribadita in occasione del raduno PDL a Piazza San Giovanni il 20 marzo - la risposta è sì.
L’art. 139 ci dice che la forma repubblicana non è suscettibile di revisione costituzionale. La formula esclude che l’Italia possa avere un monarca in senso proprio. Sappiamo che deve esserci un presidente della Repubblica. Ma non ogni figura di Presidente della Repubblica soddisfa il parametro di cui all’art. 139 della Costituzione.
Il costituzionalista ritiene che la “forma repubblicana” sinteticamente richiami i connotati fondamentali del sistema democratico. Non è certo la repubblica dei cesari, o quella francese del 1804 che con senatoconsulto attribuiva ai discendenti maschi di Napoleone la successione ereditaria nella carica di imperatore. Per la Costituzione italiana vigente la “forma repubblicana” è nelle garanzie di eguaglianza, di libertà, di diritti antichi e nuovi, nella rappresentanza e nella partecipazione democratica, nei pesi e contrappesi di un sistema equilibrato, nei limiti posti a un potere cui non si consente di diventare arbitrio. È la “forma” della Repubblica disegnata dalla Carta.
Quindi la domanda diventa: quale figura di presidente è conforme all’art. 139? E in particolare, l’investitura popolare diretta garantisce ex se siffatta conformità? La risposta è che la figura di un capo dello stato non può essere valutata solo per il momento dell’investitura, o per i poteri di cui è titolare. Che un presidente eletto direttamente sia coerente con la “forma repubblicana” di cui all’art. 139 dipende anche dall’architettura costituzionale nel suo complesso.
Per questo è importante capire il più recente credo politico e costituzionale recitato da Berlusconi in Piazza S. Giovanni. Attacchi, invettive, promesse palingenetiche, dai pubblici ministeri, alle tasse, alla sinistra. Amore e odio, concetti che fino a ieri avremmo ritenuto geneticamente estranei alla politica. Ma la chiave di lettura fondamentale è il leader, immerso nell’aura del massimo consenso popolare, e - in parallelo – titolare del massimo potere istituzionale. Un monismo politico e istituzionale che non tollera temperamenti.
Probabilmente, assistiamo in questi difficili anni al formarsi della nuova costituzione materiale del paese. Quella di un tempo esprimeva un modello di democrazia rappresentativa fondato sulle assemblee elettive e sui partiti, ampiamente condiviso nei valori essenziali, tra cui anzitutto quelli della parte I della Costituzione. In quella che nasce vediamo le forme organizzate della politica dissolversi nel leaderismo e nel personalismo esasperato, i valori condivisi frantumarsi in un bipolarismo coatto e di trincea. Vediamo la rappresentatività delle assemblee elettive cancellata da soglie, premi di maggioranza, degrado neo-notabilare, perdita di peso politico e istituzionale. Vediamo la partecipazione democratica restringersi al momento del mandato a governare. Il sistema di checks and balances diventa inefficace, di fronte alla primazia di esecutivi investiti direttamente col voto popolare. Mentre cede drammaticamente proprio il tessuto valoriale della parte I della Costituzione.
La “forma repubblicana” è già in grave sofferenza. All’investitura popolare maggioritaria si attribuisce un carattere assoluto e assorbente, che va molto al di là delle “forme” e dei “limiti” della Costituzione, richiamati nell’art. 1 per l’esercizio della sovranità. Sono attaccati gli organi neutrali e di garanzia, come la corte costituzionale e lo stesso capo dello Stato. È sotto forte pressione la magistratura autonoma e indipendente. Si comprime la voce del dissenso. Questa è la reale architettura costituzionale del paese, oggi, rispetto alla quale va valutata l’ipotesi di introdurre l’elezione diretta del presidente.
Non si può sostenere che l’elezione diretta non risponde in principio ai canoni della democrazia. Risponde, ad esempio, il presidenzialismo classico sul modello statunitense. Ma in quel modello la natura democratica della presidenza non è garantita tanto dall’investitura popolare, quanto dalla forza del congresso che al presidente istituzionalmente si contrappone. Lo dimostra quel che è accaduto con la riforma del sistema sanitario voluta da Obama. Qualunque cosa si pensi dell’esito, non v’è dubbio che proprio la difficile nascita della riforma dimostra la buona salute del sistema politico e istituzionale. Paradossalmente, maggiore la difficoltà, migliore la salute del sistema che sa risolverla attraverso un confronto democratico.
Ma Berlusconi non pensa a un presidenzialismo classico sul modello statunitense, che comunque manterrebbe il sistema italiano nell’alveo delle democrazie avanzate. Piuttosto, vorrebbe l’elezione diretta del capo dello stato coeteris paribus, rimanendo il resto uguale a quel che oggi è. Con la sola eccezione dei poteri dello stesso capo dello Stato, da adeguare al peso dell’investitura diretta. Ricordiamo ancora l’invettiva di Berlusconi nell’aula della Camera il 27 maggio 1998 contro il semipresidenzialismo debole partorito dalla Bicamerale D’Alema. Quel che piace a Berlusconi potrebbe solo favorire l’ulteriore degenerazione verso un cesarismo populista. Un’evoluzione nel senso delle peggiori esperienze sudamericane, del tutto incompatibile con l’art. 139 della Costituzione.
Per questo, idee chiare. Se mai se ne discuterà seriamente, non servirà a nulla avviare una confusa trattativa per limare marginalmente i poteri del capo dello stato. Perseguire la riduzione del danno è esattamente l’errore che si è fatto fin qui, alla fine rendendo vincente il progetto politico-istituzionale della destra. Piuttosto, bisognerà mantenere fermo il punto che un presidente eletto direttamente rende indispensabile un forte sistema di checks and balances.
Oggi, l’obiettivo primario di un riformatore democratico non è favorire senza intelligenza il decisionismo di esecutivi onnipotenti e intoccabili. Al contrario, è costruire contropoteri efficaci. O, ancor meglio, indicare in alternativa il percorso per un pieno recupero della “forma repubblicana” che i costituenti avevano bene disegnato, e i loro discendenti non hanno saputo difendere.