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Timestamp: 2020-08-09 07:52:36+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 9', 'art. 38', 'art. 9', 'art. 5', 'art. 38', 'art. 38', 'art. 5', 'sentenza ', 'sentenza ']

Reversibilità e assegno divorzile - Sentenza 24/09/2018 | Avvocato a Bologna
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2 Motivi del Ricorso I
3 Motivi del Ricorso II
4 Motivi del Ricorso III
5 Diritto I
6 Diritto II
7 Diritto III
8 Diritto IV
All’ex non spetta la pensione di reversibilità se ha ricevuto l’assegno divorzile in un’unica soluzione. Lo afferma la sentenza 24/09/2018 n. 22434 della Cassazione Civile, riportata nel seguito.
3. C.A. ha proposto ricorso per cassazione avverso la decisione della Corte di appello di Messina affidato a cinque motivi con i quali ha dedotto la violazione da parte della sentenza impugnata della L. n. 898 del 1970, artt. 5, 9 e 9 bis per avere disatteso la natura previdenziale del suo diritto a una quota della pensione di reversibilità e ha eccepito l’incostituzionalità della L. n. 898 del 1970, art. 9 se interpretata alla stregua della decisione impugnata.
Motivi del Ricorso I
7. In questa prospettiva però, secondo la ricorrente, non solo si confonde la natura delle due prestazioni (che è assistenziale per l’assegno di divorzio e previdenziale per l’assegno di reversibilità) ma si finisce anche per considerare, erroneamente, riaperto e modificato, dall’attribuzione al coniuge divorziato del diritto alla pensione di reversibilità, l’assetto degli interessi realizzato con a corresponsione una tantum. Con quest’ultima si è adempiuto a una prestazione dipendente dal riconoscimento della titolarità del diritto all’assegno mentre l’attribuzione del diritto alla pensione di reversibilità è sì una conseguenza di tale riconoscimento ma non una modifica, non consentita, delle condizioni del divorzio. Né può dirsi che l’attribuzione della pensione di reversibilità all’ex coniuge presuppone una situazione attuale di dipendenza economica. Sulla base dell’art. 38 Cost., che prevede l’attribuzione dei trattamenti previdenziali secondo una valutazione generale e astratta dello stato di bisogno, deve ritenersi che il requisito della titolarità dell’assegno altro non è se non l’attestazione della qualità di coniuge economicamente debole, vissuta nel matrimonio ormai sciolto, con la conseguenza che negare il riconoscimento al concorso sulla pensione di reversibilità significa negare al coniuge divorziato economicamente debole i suoi diritti previdenziali. Secondo la ricorrente, la titolarità dell’assegno di cui alla L. n. 898 del 1970, art. 9, comma 3, va intesa come accertamento del diritto all’assegno a prescindere dalle modalità della sua corresponsione che ben possono consistere in una dazione in unica soluzione o periodica. La disposizione di cui alla L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 9, secondo cui la corresponsione in una unica soluzione dell’assegno preclude la proponibilità di ogni successiva domanda di contenuto economico, non si riferisce alla pensione di reversibilità, prestazione che grava sull’ente previdenziale e non costituisce affatto una continuazione dell’assegno divorzile di cui non condivide affatto la natura assistenziale.
Motivi del Ricorso II
Motivi del Ricorso III
11. Con il quinto motivo si ripropone, subordinatamente all’ipotesi di rigetto dei precedenti motivi, la questione di costituzionalità delle disposizioni che regolano l’accesso del coniuge divorziato alla pensione di reversibilità, in relazione agli artt. 3 e 27 Cost., (rectius 37) e art. 38 Cost. Ritiene la ricorrente che la discriminazione fra corresponsione periodica e in unica soluzione dell’assegno divorzile costituisce una irragionevole e arbitraria esclusione, in danno del coniuge che opti per la seconda modalità, del diritto a fruire di una prestazione di natura esclusivamente previdenziale che costituisce attuazione della garanzia di cui all’art. 38 Cost. e prescinde del tutto dalla regolazione degli interessi propria dell’assegno divorzile.
12. Si difende con controricorso P.M.S.
Diritto I
Diritto III
31. In questo senso è sicuramente pertinente il riferimento della giurisprudenza lavoristica alla L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 8. La corresponsione dell’assegno in unica soluzione preclude la proponibilità di qualsiasi successiva domanda di contenuto economico da parte del coniuge beneficiario dell’assegno una tantum senza che ciò equivalga a negare il carattere autonomo e di natura previdenziale del diritto dell’ex coniuge al concorso sulla pensione di reversibilità. Significa invece prendere atto che il diritto all’assegno divorzile è stato definitivamente soddisfatto e che non esiste alla morte dell’ex coniuge una situazione di contribuzione economica periodica e attuale che viene a mancare. Difetta pertanto il requisito funzionale del trattamento di reversibilità che è dato dal presupposto solidaristico finalizzato alla continuazione del sostegno economico in favore dell’ex coniuge. L’assegno di reversibilità non costituisce la mera continuazione post mortem dell’assegno di divorzio ma si giustifica con le stesse ragioni che giustificavano il sostegno economico all’ex coniuge, mediante la corresponsione dell’assegno divorzile; mentre il quantum, in caso di concorso con il diritto del coniuge superstite, sarà modulato sulla base della verifica giudiziale diretta ad accertare gli elementi che conducono a una ripartizione equa fra gli aventi diritto.
Diritto IV
33. Con riguardo alla questione di legittimità costituzionale prospettata in via subordinata dalla ricorrente, va sottolineato, per rimarcarne la manifesta infondatezza, che, anche nella giurisprudenza costituzionale si ravvisa una sostanziale continuità interpretativa dalla fine degli anni 1990. E’ infatti ricorrente il riferimento al presupposto solidaristico dell’istituto della reversibilità e alla sua finalità di sovvenire alla situazione di difficoltà economica che deriva dalla morte dell’ex coniuge. Questi, con il suo contributo economico, provvedeva infatti ad eliminare o comunque ad attutire la condizione di dipendenza economica dell’ex coniuge e comunque a soddisfare quell’esigenza di solidarietà post-coniugale che giustifica l’imposizione di un assegno divorzile. Significativo è il richiamo operato di recente dalla sentenza n. 174 del 2016 della Corte Costituzionale al “fondamento solidaristico della pensione di reversibilità, che ne determina la finalità previdenziale”. La sentenza riconferma la validità della “configurazione della pensione di reversibilità come forma di tutela previdenziale e strumento per il perseguimento dell’interesse della collettività alla liberazione di ogni cittadino dal bisogno ed alla garanzia di quelle minime condizioni economiche e sociali che consentono l’effettivo godimento dei diritti civili e politici”. La Corte Costituzionale richiama inoltre la propria giurisprudenza sulla “pensione di reversibilità quale prestazione che mira a tutelare la continuità del sostentamento e a prevenire lo stato di bisogno che può derivare dalla morte del coniuge” (sentenze nn. 18 del 12 febbraio 1998, 926 dell’8 luglio 1988 e 777 del 22 giugno 1988) e sul “perdurare del vincolo di solidarietà coniugale, che proietta la sua forza cogente anche nel tempo successivo alla morte” (sentenze nn. 419 del 27 ottobre 1999 e 70 dell’11 marzo 1999). Una continuità giurisprudenziale, questa, che rende pienamente compatibile con le disposizioni degli artt. 3, 37 e 38 Cost. l’interpretazione che considera la titolarità dell’assegno come titolarità attuale, mediante la concreta corresponsione di una contribuzione periodica sino al momento della morte dell’ex coniuge obbligato.
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