Source: https://iusletter.com/archivio/assegno-divorzile-escluso-caso-inerzia-nella-ricerca-un-lavoro/
Timestamp: 2019-09-16 04:18:23+00:00
Document Index: 55657302

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Assegno divorzile, escluso se c'è inerzia nella ricerca di lavoro
Assegno divorzile, escluso in caso di inerzia nella ricerca di un lavoro
Con la pronuncia dell’8 gennaio scorso, il Tribunale di Treviso ha dato seguito al recente orientamento giurisprudenziale sull’assegno divorzile, escludendone la corresponsione nel caso in cui il richiedente sia colpevolmente inerte nella ricerca di un’occupazione, nonostante la giovane età e il possesso di un titolo di studio spendibile nel mercato del lavoro.
Il Giudice trevigiano si è soffermato a lungo sull’evoluzione giurisprudenziale della funzione riconosciuta dall’assegno divorzile, previsto dalla legge n. 898/1970 la quale, all’art. 5 co. 6, dispone che con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, può disporre l’obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno, in tutti i casi in cui quest’ultimo non abbia mezzi adeguati al proprio sostentamento o comunque non possa procurarseli per ragioni oggettive.
Il precedente orientamento giurisprudenziale – consolidato ed osservato per quasi vent’anni – si limitava a riconoscere all’assegno divorzile una funzione meramente assistenziale, imponendo al coniuge economicamente più forte di assicurare all’altro la conservazione di un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio.
L’interpretazione dell’articolo 5 co. 6 è stata profondamente modificata dalla sentenza della Corte di Cassazione del 10 maggio 2017, n. 11504: la Suprema Corte ha ritenuto che la presenza di mezzi di sostentazione adeguati o la possibilità di procurarseli comporti la negazione del diritto all’assegno divorzile. Poiché con il divorzio si attua uno scioglimento definitivo del vincolo matrimoniale, si sarebbe dovuto accertare il raggiungimento dell’indipendenza economica del richiedente, al quale non doveva essere riconosciuto il diritto se economicamente indipendente o effettivamente in grado di esserlo. In questo modo, seppur da una differente prospettiva, veniva ribadita e confermata la funzione assistenziale dell’assegno divorzile. A mutare, tuttavia, era il parametro di riferimento: non più il tenore di vita matrimoniale, ma l’autosufficienza economica del richiedente.
Stante la difficoltà ad individuare in concreto il limite economico oltre il quale il richiedente non poteva più dirsi autosufficiente, parte della giurisprudenza successiva si era discostata dalla pronuncia del 2017, continuando ad ancorare l’esistenza e l’ammontare dell’assegno al precedente parametro del tenore di vita dei coniugi. Altra parte della giurisprudenza aveva invece cercato di declinare il nuovo criterio dell’autosufficienza attraverso vari escamotages pratici (valutando, ad esempio, il reddito medio percepito nella zona di provenienza del richiedente, la presenza di eventuali impedimenti fisici al lavoro, la solerzia del richiedente nella ricerca di un’occupazione).
Con la sentenza del 2018 le Sezioni Unite hanno posto fine all’annosa questione, riconoscendo all’assegno divorzile una funzione sia assistenziale che compensativa che perequativa, da realizzarsi attraverso la piena valorizzazione del tenore letterale dell’art. 5 co. 6 della l. 898/1970.
Il Giudice, nel valutare la sussistenza e la quantificazione del diritto in esame, deve quindi tener conto non soltanto del raggiungimento di un grado di autonomia economica tale da garantire l’autosufficienza, secondo un parametro astratto ma, in concreto, di un livello reddituale adeguato al contributo fornito nella realizzazione della vita familiare, in particolare tenendo conto delle aspettative professionali ed economiche eventualmente sacrificate, in considerazione della durata del matrimonio e dell’età del richiedente. Il giudizio di adeguatezza ha, pertanto, anche un contenuto prognostico riguardante la concreta possibilità di recuperare il pregiudizio professionale ed economico derivante dall’assunzione di un impegno diverso.
Il Tribunale di Treviso, adito dal coniuge al fine di veder dichiarato lo scioglimento del vincolo matrimoniale e l’accertamento di non dover corrispondere alcun assegno divorzile alla moglie argentina, in ragione della giovane età di quest’ultima, del titolo di studi posseduto (laurea in commercio estero) e della circostanza che la stessa si era volontariamente licenziata dal proprio posto di lavoro, ha dato piena applicazione dei principi summenzionati, graduandoli e plasmandoli sulla fattispecie concreta.
In primo luogo, il Giudice trevigiano ha effettuato un’analisi preliminare sulla sussistenza o meno di un divario economico tra i coniugi, riconosciuta come chiaramente esistente nel caso di specie.
Tuttavia, il Collegio ha rilevato come, seppur la decisione della moglie di seguire il marito in Italia fosse riconducibile ad una scelta comune tra i coniugi, non vi era alcuna prova che fosse stata condivisa anche la decisione della stessa di dimettersi dalle attività lavorative in cui era impiegata. Inoltre, sulla base della considerazione della giovane età della richiedente e del titolo di studio posseduto, la Corte ha ritenuto possibile un futuro reinserimento lavorativo di quest’ultima.
Pertanto, essendo ravvisabile nella richiedente un’inerzia colpevole nel reperire un’occupazione (non smentita dall’invio occasionale di curricula), unita all’assunzione volontaria del rischio da parte sua di trasferirsi in Italia e alla mancanza di un apprezzabile sacrificio durante la vita coniugale che abbia contribuito alla formazione o all’aumento del patrimonio del ricorrente, il Tribunale ha negato il riconoscimento dell’assegno divorzile, il quale si sarebbe sostanziato in una illegittima rendita di posizione a favore della moglie.
Per un ulteriore approfondimento, il tema è stato trattato anche in “Assegno divorzile: sulla strada per una nuova equità“.
Tribunale di Treviso, sentenza dell’8 gennaio 2019