Source: http://legaliassociati.it/rivista_giuridica.php
Timestamp: 2018-10-23 08:12:57+00:00
Document Index: 171214617

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 119', 'art. 142', 'art. 908', 'art. 913', 'art. 908', 'art. 737', 'art. 433', 'art.1815', 'art.1815', 'art.1282', 'art.1284', 'art. 68', 'art. 69', 'art. 659', 'art. 1134', 'art. 1129', 'art.1129', 'art. 1587', 'art. 2473', 'art. 3', 'sentenza ', 'art.1490', 'art.1669', 'art. 1669', 'art. 99', 'art. 90', 'art. 22', 'art. 581', 'art. 540', 'art. 36', 'art. 2225', 'art.1123', 'art. 1120', 'art. 1069', 'art. 84', 'sentenza ', 'art. 2112', 'art. 844', 'art. 890', 'art. 2051', 'sentenza ', 'art. 26', 'art. 557', 'art. 2535', 'art. 844', 'art.659', 'art. 844', 'art. 659', 'art. 2043', 'art. 2052', 'art. 590', 'art. 660', 'art. 1117', 'sentenza ', 'art.5', 'sentenza ', 'art. 612', 'art. 2087', 'sentenza ', 'art. 1137', 'art. 892', 'art.844', 'art.659', 'art. 2280', 'art. 2633', 'art. 1725', 'art. 31', 'art. 2280', 'art. 2280', 'art. 2272', 'art. 2289', 'art. 2949', 'art. 2935', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 582', 'sentenza ', 'art. 72', 'art. 2598']

Le nostre pubblicazioni in materia di:
Codice della Strada e circolazione veicoli
In Italia, il panorama industriale è prevalentemente costituito da imprese di medie e piccole dimensioni. Proprio in virtù di tale considerazione, da tempo si è ravvisata la necessità di favorire forme di aggregazione di imprese che possano maggiormente competere sui mercati nazionali ed internazionali. Tra le forme di aggregazione di imprese di maggior rilievo vi è senz’altro, il contratto di rete, introdotto dall’articolo 3, comma 4 ter del D.L. 10 febbraio 2009 n. 5. La rete di imprese è un contratto che consente alle imprese di mettere in comune delle attività e delle risorse, allo scopo di migliorarne il funzionamento e la capacità produttiva, nell’ottica di rafforzare la competitività dell’attività imprenditoriale. Con il contratto di rete, più imprese scelgono di adottare una forma di coordinamento impegnandosi, con modalità predefinite in un comune programma, a cooperare scambiandosi informazioni e prestazioni di natura industriale, commerciale o tecnologica od anche ad esercitare, in comune, una o più attività nelle quali sono specializzati. Di recente il D.L. 179/12, convertito in legge con la L. 221/12, ha innovato la disciplina normativa, consentendo la costituzione di reti di imprese con soggettività giuridica, purché il relativo contatto costitutivo sia stipulato in forma di atto pubblico, di scrittura privata autenticata ovvero per atto firmato digitalmente e sempre che venga effettuata l’iscrizione nella sezione ordinaria del registro delle imprese nella cui circoscrizione è stabilita la sua sede. Tale formalità pubblicitaria è elemento costitutivo della fattispecie negoziale ed in caso di sua omissione il negozio non produce effetti tra le parti e non è opponibile ai terzi. L’acquisizione della soggettività giuridica, pur non corrispondendo ad una piena personalità giuridica, comporta che l’organo comune possa agire in rappresentanza della rete, mentre, in assenza di detta soggettività, la rappresentanza permane in capo agli imprenditori, anche individuali, partecipanti al contratto. Inoltre, nell’ipotesi in cui il contratto si doti di fondo patrimoniale e di organo rappresentativo, la responsabilità patrimoniale per le obbligazioni assunte dall’organo comune per l’attuazione del programma di rete è limitata al fondo comune e va redatta annualmente la situazione patrimoniale osservando, in quanto compatibili, le disposizioni relative al bilancio delle società per azioni. Al fine di incentivare la costituzione di tali forme di aggregazioni, con la nuova disciplina normativa è stato disposto l’inserimento delle reti d’impresa tra le forme di aggregazione ammesse alla partecipazione delle gare pubbliche d’appalto. La legge prevede altresì una serie di benefici fiscali tra cui un regime di sospensione di imposta sugli utili dell’esercizio accantonati ad apposita riserva e destinanti alla realizzazione degli investimenti previsti dal programma comune di rete, purchè lo stesso sia preventivamente approvato dagli organismi abilitati.
Avv. Andrea Noseda - Avv. Giuseppe Del Campo
SANZIONI PER ORMEGGIO NON CONSENTITO
Occorre premettere che, per norma generale, sui laghi l'ormeggio è libero e consentito salvo che nei tratti di battigia sussiste apposito divieto. I verbali di contestazione, pertanto, dovrebbero senz'altro dichiararsi illegittimi e conseguentemente essere annullati qualora venisse accertato che le imbarcazioni, al contrario di quanto attestato dagli agenti, non si trovavano in una zona di divieto. Tuttavia, poiché quanto attestato dagli agenti accertatori nella loro qualità di pubblici ufficiali è coperto da pubblica fede, per superare detta affermazione e poter provare la diversa collocazione delle barche, il lettore dovrebbe, non solo impugnare la multa nel termine di sessanta giorni dalla relativa contestazione (ovvero dalla sua notificazione in caso di mancata contestazione immediata), ma dovrebbe altresì proporre querela di falso, ovvero quel procedimento specificatamente volto a confutare la veridicità di fatti attestati da un pubblico ufficiale nell'esercizio delle proprie funzioni. La querela di falso si propone con il patrocinio obbligatorio di un legale, in via incidentale, nel corso di un giudizio già iniziato o, indipendentemente dallo stesso, con azione autonoma. La prova del fatto contrario rispetto a quello attestato può essere fornita anche per testimoni. Il rigetto della domanda può comportare la condanna del querelante al pagamento di un'ulteriore sanzione pecuniaria.
Avv. Andrea noseda - Avv. Sergio Lazzarini - Avv. Giuseppe Del Campo
FONDO CASSA CONDOMINIALE PER INQUILINI MOROSI
Con la sentenza n.9148/08 le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, risolvendo un precedente contrasto giurisprudenziale, hanno stabilito che le obbligazioni assunte dal condominio sono governate dal principio della parziarietà e non della solidarietà; ne deriva che il singolo condomino risponde solo nei limiti della rispettiva quota e non per l'intero debito. Alla luce di tale pronuncia, deve pertanto considerarsi illegittima la decisione unilaterale dell'amministratore di istituire un fondo cassa allo scopo di sopperire temporaneamente la morosità di un condomino, dal momento che una simile imposizione sarebbe lesiva del principio di parziarietà nelle obbligazioni condominiali. Ciò non toglie che tale fondo ben potrebbe essere costituito per volontà dell'assemblea condominiale che, come spesso avviene nella prassi, potrebbe legittimamente deliberare all'unanimità in tal senso. Si deve tuttavia rilevare come sul punto la giurisprudenza di merito successiva alla pronuncia delle Sezioni Unite abbia nuovamente mutato orientamento stabilendo che le obbligazioni assunte dal condominio abbiano natura solidale (ogni condomino, quindi, sarebbe tenuto a rispondere per l'intero debito): accogliendo un simile orientamento, si dovrebbe pertanto concludere per la legittimità della costituzione del fondo cassa da parte dell'amministratore.
Avv. Andrea Noseda - Avv. Riccardo Guido
La materia è regolata dalla Deliberazione della Giunta Regionale Lombarda n. VIII / 8745 dell'anno 2008 che ha introdotto, a partire dal 1 luglio 2010, l'obbligo di dotazione dell'attestato di certificazione energetica per tutti gli immobili concessi in locazione (ivi compresi quelli facenti parte di aziende affittate). Il punto 9.2 - lettera g) della predetta Delibera ha altresì specificato che l'onere di acquisizione della certificazione energetica si applica a tutti i contratti di locazione 'nuovi o rinnovati'. Ne consegue che, nel caso in esame, il lettore dovrà munirsi dell'attestato di certificazione e consegnarne copia conforme al conduttore all'atto del rinnovo, anche tacito, del contratto di locazione.
Avv. Andrea Noseda - Avv. Flavio Piovan
DIRITTO DEL FALLITO ALLA CHIUSURA DEL FALLIMENTO
Va innanzi tutto detto che il fallito ha diritto di visionare ed estrarre, anche mediante un professionista di fiducia, i documenti e gli atti presenti nel fascicolo relativo al fallimento presente nella cancelleria del Tribunale di competenza. In tal modo il lettore potrebbe verificare quali ragioni impediscano la chiusura del fallimento dopo tanti anni. Se poi, a seguito della predetta verifica, risulti la sussistenza dei presupposti per la chiusura del fallimento, il debitore potrà proporre al Tribunale la relativa istanza ai sensi dell'art. 119 Legge Fallimentare. Il fallito vanta infatti un diritto soggettivo alla chiusura della procedura e a ottenere la conseguente cessazione degli effetti del fallimento sul suo patrimonio e il venir meno delle incapacità personali. Con la chiusura del fallimento o comunque entro l'anno dalla stessa il socio fallito potrà poi avviare la procedura di esdebitazione, ad esito della quale il Tribunale, qualora accerti la sussistenza dei presupposti elencati dall'art. 142 Legge Fallimentare, potrà dichiarare l'inesigibilità dei crediti concorsuali non soddisfatti integralmente. Avv. Andrea Noseda - Avv. Giuseppe Del Campo
VENDITA LOCALI CONDOMINIALI
Per la vendita di una parte comune, qualunque essa sia e fatta salva una diversa disposizione del regolamento di condominio, ad oggi è sempre necessaria l'unanimità dei consensi. Tuttavia ciò potrebbe mutare in futuro poiché è all'esame del Parlamento la riforma della materia che disciplina il condominio. In particolare la riforma in via di approvazione contiene, tra l'altro, una norma che di fatto permetterà di cedere parti comuni condominiali in seguito all'assunzione di delibere adottate con la maggioranza degli intervenuti in assemblea che rappresentino almeno i due terzi dei millesimi. Allo stato il Senato, dopo aver approvato il testo del disegno di legge di riforma del condominio, in data 27 gennaio 2011 lo ha trasmesso alla Camera dei Deputati, ove il 31 gennaio 2011 il progetto di legge è stato assegnato alla Commissione Giustizia (in sede referente) che attualmente lo sta esaminando. Avv. Andrea Noseda - Avv. Luca Filipponi
SCOLO ACQUA DAI BALCONI SOVRASTANTI
La materia è regolata dai regolamenti comunali e dalle norme del Codice Civile; ai sensi dell'art. 908 di detto codice, infatti, "il proprietario deve costruire i tetti in maniera che le acque piovane scolino nel suo terreno e non può farle cadere nel fondo del vicino". Ancora, ai sensi dell'art. 913 "il fondo inferiore è soggetto a ricevere le acque che dal fondo più elevato scolano naturalmente, senza che sia intervenuta l'opera dell'uomo". La Giurisprudenza ha chiarito che la lettura di tali norme deve far ricomprendere nel termine "tetti" anche ogni altro genere di copertura (tra i quali ovviamente anche i balconi), nonché considerare per "acque piovane" anche quelle causate da attività umane. "Poiché, ai sensi degli art. 908 e 913 c.c., salvo diverse ed espresse previsioni convenzionali, il fondo inferiore non può essere assoggettato allo scolo delle acque di qualsiasi genere, diverse da quelle che defluiscono dal fondo superiore secondo l'assetto naturale dei luoghi, lo stillicidio sia delle acque piovane sia, a maggior ragione, di quelle provenienti dall'esercizio di attività umane può essere legittimamente esercitato soltanto se trovi rispondenza specifica in un titolo costitutivo di servitù "ad hoc" (Cass. 7576/07)". Ne deriva che in assenza di una specifica servitù, se il problema non può essere risolto con l'intervento dell'amministratore, al lettore non resterà che adire la competente autorità giudiziaria al fine di ottenere la cessazione dell'illegittima condotta. Avv. Andrea Noseda - Dott. Lino Davide Tiburzi
DONAZIONI E SUCCESSIONE
In base all'art. 737 c.c., che disciplina l'istituto della "collazione", i figli legittimi che concorrono alla successione devono conferire ai coeredi tutto ciò che hanno ricevuto dal defunto per donazione direttamente o indirettamente salvo che il defunto non li abbia da ciò dispensati. In base a tale disposizione, pertanto, anche i beni donati concorrono a formare l'asse ereditario sul quale verranno formate le quote di spettanza degli eredi e che dovrà essere oggetto di divisione tra gli stessi, ciò salvo che il defunto abbia con atto espresso o con comportamento tacito manifestato di voler dispensare da ciò i beneficiari delle donazioni. In tale ultimo caso, le somme donate non dovranno essere conferite ai coeredi, i quali tuttavia, in caso di lesione della propria quota di legittima (ovvero la parte di eredità che spetta di diritto ai cosidetti eredi legittimi) potranno sempre proporre azione di riduzione per ottenerne la proporzionale reintegrazione. Nel caso proposto, pertanto, le donazioni effettuate a favore dei due figli presteranno una specifica rilevanza nella determinazione dei diritti successori o perché dovranno essere oggetto di collazione concorrendo così a formare l'asse ereditario oggetto di futura divisione tra i coeredi, o, in caso di dispensa, perché dovranno essere valutate ai fini della determinazione della quota di legittima alla quale avrà diritto il marito della lettrice. Avv. Andrea Noseda - Avv. Giuseppe Del Campo
L'assistenza dei figli ai genitori oltre che un obbligo morale costituisce altresì un obbligo giuridico che trova fonte e disciplina dall'art. 433 c.c. in materia di prestazioni alimentari. Tuttavia in base a tale norma il diritto di richiedere gli alimenti spetta unicamente al soggetto che si trova in stato di bisogno, il quale a tal fine può chiedere al giudice di determinare la sussistenza, la misura del corrispondente obbligo ed eventualmente la ripartizione tra i più coobligati. Ne discende che, in mancanza di una formale richiesta del beneficiario (il genitore anziano), le prestazioni alimentari erogate in favore dello stesso costituiscono meri atti di liberalità, insuscettibili di ripetizione. Pertanto, nel caso esposto dal lettore, solo su apposita domanda del genitore anziano o eventualmente del suo tutore nominato, potrebbe essere imposto anche al fratello che vi rifiuta di partecipare alla contribuzione alimentare. Avv. Andrea Noseda - Avv. Giuseppe Del Campo
INTERESSI BANCARI E INTERESSI USURARI
La legge del 7 marzo 1996 n.108 ha introdotto nel nostro ordinamento una regolamentazione civilistica dell'usura. In particolare l'articolo 2 della citata legge ha, per la prima volta, previsto una tipizzazione dei tassi usurari fissando i cosiddetti tassi soglia, ovvero i tassi oltre ai quali l'interesse diviene oggettivamente usuraio. I tassi soglia vengono fissati trimestralmente con decreto del Ministero del Tesoro che individua i tassi medi praticati sul mercato per ciascuna categoria di operazioni omogenee elencate nel medesimo decreto. In proposito, ai sensi del citato articolo di legge, nel calcolo del tasso effettivo globale medio, vengono computate commissioni, remunerazioni a qualsiasi titolo e le spese, escluse quelle per tasse ed imposte, collegate all'erogazione del credito. Per quanto attiene invece la commissione di massimo scoperto, sulla scorta delle indicazioni emanate dalla Banca d'Italia, questa voce non viene computata ai fini del calcolo del tasso medio. Tuttavia secondo l'orientamento giurisprudenziale oramai divenuto dominante nella determinazione del tasso di interesse occorre invece tenere conto, ove il rapporto finanziario rilevante sia con un istituto di credito, di tutti gli oneri imposti all'utente in connessione con l'utilizzazione del credito, e quindi anche della commissione di massimo scoperto, che è costo indiscutibilmente legato all'erogazione del credito. In concreto quindi per verificare se un determinato istituto di credito stia applicando o meno tassi usurari occorre aggiungere ai normali tassi applicati anche quello previsto per la commissione di massimo scoperto. Se la somma di tali voci supera il tasso medio (di soglia) per oltre la metà si avranno interessi usurari. Le conseguenze dell'usurarietà del tasso sono previste dall'articolo 4 della legge n. 108 del 1996, il cui articolo ha modificato l'art.1815 del codice civile, comma secondo, stabilendo che qualora siano convenuti interessi usurari la clausola è nulla e non è dovuto alcun interesse. In particolare, per quanto riguarda l'art.1815 del codice civile, si rileva come, benché la norma si riferisca solo al contratto di mutuo, l'opinione prevalente in giurisprudenza sia che essa si applichi in generale a tutte le concessioni di denaro in godimento, vista l'analogia della fattispecie. Tale previsione rappresenta una deroga al principio generale della normale produttività degli interessi delle obbligazioni pecuniarie (ex art.1282 del codice civile) e conferma il suo carattere sanzionatorio, allo scopo di costituire un deterrente per l'istituto di credito dalla fissazione degli interessi usurari. Normalmente la misura degli interessi è fissata dalla legge. Le parti possono convenire un interesse superiore, ma devono farlo, ex art.1284 del codice civile, con atto scritto. Se gli interessi maggiori a quelli legali non sono pattuiti per iscritto, sono dovuti solo quelli della misura legale. Perché siano pattuiti, occorre che vi sia un documento nel quale appaiano le firme di entrambi i contraenti (nel caso di specie, il cliente e l'istituto di credito). Poiché il Ministero del Tesoro individua con decreto i tassi medi praticati sul mercato per ciascuna categoria di operazioni omogenee elencate nel medesimo decreto, nell'esame dei tassi applicati dagli istituti di credito occorre distinguere i vari contratti di finanziamento. Infatti per ogni contratto (apertura di credito in conto corrente, scoperti senza affidamento, anticipi sconti commerciali, factoring, crediti personali, altri finanziamenti alle famiglie, prestiti contro cessione del quinto dello stipendio e delle pensioni, leasing - autoveicoli e aeronavale, immobile, strumentale ', credito finalizzato all'acquisto rateale, credito revolving, mutui con garanzia ipotecaria a tasso fisso e variabile) sono previsti tassi usurari differenti. Se si ravvisasse il superamento dei tassi soglia il correntista di una banca potrebbe presentare una denuncia ' querela nei confronti dell'istituto di credito per il reato di usura previsto e punito dall'articolo 644 del codice penale e dall'altro agire nei confronti dell'istituto di credito per far valere la nullità delle clausole che prevedono interessi usurari e di conseguenza non pagare alcuna somma a titoli di interessi.
Avv. Andrea Noseda - Avv. Luca Filipponi
MILLESIMI GARAGES
La tabella millesimale è il prospetto dei dati numerici espressi in millesimi che rappresentano, per ogni unità immobiliare, la quota di comproprietà delle parti comuni e la quota di spesa per le parti e i servizi comuni. L'art. 68 delle disposizioni di attuazione del Codice Civile stabilisce che, per determinare la misura della contribuzione, il regolamento di condominio "deve precisare il valore proporzionale di ciascun piano o ciascuna porzione di piano spettante in proprietà esclusiva ai singoli condomini. I valori dei piani o delle porzioni di piano, ragguagliati a quello dell'intero edificio, devono essere espressi in millesimi in apposita tabella allegata al regolamento di condominio". I garages sono da considerare superfici accessorie ed esclusive, assimilate a veri e propri vani, e pertanto rientrano nel calcolo dei millesimi. A nulla conta il fatto che tali locali non siano riscaldati o che non siano attraversati dai tubi di riscaldamento.
In merito al caso proposto dal lettore, ai sensi del seguente art. 69 "i valori proporzionali " possono essere riveduti o modificati, anche nell'interesse di un solo condominio, nei seguenti casi: 1)quando risulta che sono conseguenza di errore; 2) quando, per le mutate condizioni di una parte dell'edificio, è notevolmente alterato il rapporto originario...". Alla luce di quest'ultima norma, qualora le tabelle dovessero essere affette da un errore poiché alcune parti dell'edificio non son state considerate, ben si potrà richiederne la correzione.
CONDOMINIO CON CANE CHE DISTURBA
La legge garantisce ad ogni cittadino il diritto di godere della tranquillità della propria abitazione. L'articolo 844 del codice civile vieta infatti l'immissione nella proprietà altrui di rumori che superino il limite della normale tollerabilità (soglia questa fissata in un apposito piano di zona acustico comunale). Ove ciò avvenisse, il soggetto danneggiato da tale turbativa sarebbe legittimato ad agire giudizialmente per impedire la continuazione della condotta illecita ed ottenere il risarcimento dei danni patiti. Peraltro, il disturbo del riposo delle persone integra anche un reato punito dall'art. 659 del codice penale, su querela della persona offesa, con l'arresto fino a tre mesi o con l'ammenda fino a �?�.309,00. Nel caso di specie, la condotta del tutto negligente del vicino potrà pertanto essere oggetto di tali accertamenti giudiziali. Tuttavia, ove il condominio fosse dotato di un amministratore e di un regolamento (nel quale spesso sono indicate le modalità con le quali poter tenere animali all'interno del condominio), sembrerebbe preferibile, prima di promuovere un giudizio, informare della problematica l'amministratore stesso, il quale potrà invitare il possessore del cane ad adottare le misure idonee a contenere il disturbo arrecato agli altri condomini.
CONSERVAZIONE PARTI COMUNI CONDOMINIO
Ogni condomino può anticipare le spese per la conservazione delle parti comuni, anche se non vi sia stata specifica autorizzazione dell'amministratore o dell'assemblea, ed egli ha diritto al rimborso nel caso in cui tali spese siano state sostenute per interventi con carattere di urgenza.
Per avere diritto al rimborso della spesa affrontata per conservare la cosa comune senza autorizzazione dell'amministratore o dell'assemblea, il condomino che vi ha provveduto deve dimostrare che ne sussisteva l'urgenza, ossia la necessità di eseguirla senza ritardo.
L'art. 1134 del codice civile che prevede tale facoltà, deve essere inteso in maniera abbastanza elastica alla luce della giurisprudenza prevalente, tanto è che è possibile farvi rientrare qualsiasi spesa che appaia non differibile al fine di evitare un possibile danneggiamento alla cosa comune.
Alla luce di quanto sin qui detto, appare corretto sostenere che le spese anticipate da un condomino per il rifacimento del tetto siano da considerare urgenti ed indifferibili, e pertanto rimborsabili dagli altri condomini nella misura prevista dalle tabelle millesimali.
Avv. Andrea Noseda - Avv. Nicola Gugliucci
FIDEIUSSIONE A GARANZIA DEL CONTRATTO DI LOCAZIONE
Al fine di cautelarsi da usi impropri dei beni locati e per indurre il conduttore a prestare le attenzioni necessarie per la cura e conservazione degli stessi, nonché, nella prassi (sebbene in deroga alle disposizioni di legge), per cautelarsi da eventuali mancati pagamenti degli ultimi mesi di locazione, il proprietario può inserire nel contratto di locazione una clausola concernente il versamento di una cauzione.
Ai sensi dell'art. n.11 Legge n.392/1978, tale cauzione non può eccedere tre mensilità del canone contrattualmente stabilito.Ulteriormente, soprattutto negli ultimi anni, ha preso sempre maggior piede la consuetudine di richiedere al conduttore la stipula di un'annessa fideiussione a garanzia del contratto di locazione, sia in sostituzione del deposito cauzionale sia a garanzia del pagamento dei canoni mensili. Di tutta evidenza che in casi del genere, se da un lato accrescono le sicurezze per il locatore, aumentano anche i costi in capo al conduttore, rendendo meno appetibile l'immobile.
Avv. Andrea Noseda - Dott. Lino Davide Tiburzi
PIGNORAMENTO IN SVIZZERA
Il riconoscimento e l'esecuzione in Svizzera di decisioni straniere relative a contributi di mantenimento sono regolati da due diversi trattati multilaterali, entrambi ratificati anche dall'Italia: la Convenzione dell'Aia del 2 ottobre 1973, concernente il riconoscimento e l'esecuzione delle decisioni in materia di obblighi alimentari, e la Convenzione di Lugano del 16 settembre 1988, sul riconoscimento delle decisioni in materia civile e commerciale. Sulla base di tali accordi internazionali si può oggi affermare che in Svizzera può essere data esecuzione ad un ordine giudiziale di pagamento pronunciato in Italia, purché sussistano alcuni presupposti fondamentali.
In particolare, l'ordine di pagamento deve essere stato pronunciato dall'autorità giudiziaria competente (è considerato tale il giudice dello Stato di cui debitore o creditore siano cittadini o nel quale gli stessi abbiano dimora abituale) e non deve essere stato impugnato con un ricorso ordinario nello Stato d'origine.
In presenza di tali presupposti l'ordine di pagamento emesso dal giudice italiano potrà quindi essere riconosciuto ed eseguito in Svizzera, anche trattenendo parte dello stipendio dovuto al debitore, a condizione che la pronuncia italiana non sia contraria all'ordine pubblico svizzero e non vi sia litispendenza o contrasto con una precedente decisione emessa da un'autorità giudiziaria di tale paese.
DISTANZE ANTENNE
Per rispondere adeguatamente al quesito posto occorrerebbe valutare se nel caso concreto l'antenna in esame sia in tutto e per tutto assimilabile ad una costruzione, secondo una definizione normativamente orientata, ovvero se la stessa possegga o meno i caratteri della stabilità e dell'inamovibilità. Nel caso avesse tali caratteristiche, come presumibile vista la sua altezza notevole, l'antenna sarebbe soggetta ai limiti previsti dal codice civile in materia di distanze tra costruzioni (3 metri) e di quelli eventualmente previsti dai regolamenti locali anche per le distanze delle costruzioni dal confine. L'eventuale mancato rispetto di tali prescrizioni conferirebbe al lettore il diritto di chiedere la rimozione o l'arretramento dell'antenna. Quanto invece al possibile carattere nocivo delle emissioni prodotte dall'antenna, il lettore potrà chiedere l'intervento dell'ARPA affinchè provveda alla misurazione del campo elettromagnetico generato. Se lo stesso supera le soglie di legge, il lettore avrà senz'altro diritto di pretendere la rimozione o l'arretramento dell'antenna a cura e spese del vicino.
DETRAZIONI LAVORATORI FRONTALIERI
Come noto la Legge prevede la possibilità per ogni contribuente di beneficiare di due detrazioni Irpef tra loro non cumulabili: del 36% sulle spese di ristrutturazione della casa di abitazione, da suddividersi in dieci anni, e del 55% sui costi di riqualificazione energetica dell'immobile. Nella prima agevolazione rientrano le opere di manutenzione straordinaria, le misure finalizzate a prevenire atti illeciti (si pensi all'acquisto di porte blindate) e le opere di manutenzione ordinaria delle sole parti comuni degli edifici condominiali. Potranno invece essere detratti del 55% i costi per la sostituzione di finestre, infissi, pavimenti, impianti di riscaldamento nonché per l'acquisto di pannelli solari. Allo stato, posto che i lavoratori frontalieri sono sottoposti ad un particolare regime di trattamento fiscale che prevede la tassazione nel paese straniero ove viene prestata l'attività lavorativa, non è prevista l'applicabilità delle speciali detrazioni fiscali a favore di costoro.
Avv. Carlo Noseda - Avv. Andrea Noseda
SANZIONE OMESSA NOMINA AMMINISTRATORE
La figura dell'amministratore condominiale è prevista nel nostro ordinamento dal Codice Civile e la sua nomina è stabilita ai sensi del primo comma dell'art. 1129 del medesimo codice, "quando i condomini sono più di quattro, l'assemblea nomina un amministratore. Se l'assemblea non provvede, la nomina è fatta dall'autorità giudiziaria, su ricorso di uno o più condomini".
In base al citato art.1129 c.c., e data la reticenza dell'assemblea condominiale, ogni singolo condomino, può agire personalmente per far si che venga nominato l'amministratore. La procedura è piuttosto semplice e può essere intrapresa anche personalmente mediante il deposito presso il Tribunale territorialmente competente, di un idoneo ricorso.
Ciononostante, alla prima parte della suddetta norma non è correlata alcuna sanzione, né amministrativa né di altro genere, per cui, nell'inerzia delle parti (per esempio se vi è accordo tra tutti i condomini) è plausibile che non venga nominato alcun amministratore.
Le "disavventure" temute dal lettore potrebbero essere quelle derivanti dalla non sempre facile amministrazione congiunta del condominio.
CONDUTTORE NON PAGA CANONI DI LOCAZIONE
AI sensi dell'art. 1587 del Codice Civile, "il conduttore (l'inquilino) deve: 1) prendere in consegna la cosa (affittata) e osservare la diligenza del buon padre di famiglia nel servirsene per l'uso determinato nel contratto o per l'uso che può altrimenti presumersi dalle circostanze; 2) dare il corrispettivo nei termini convenuti".
Generalmente quindi, nel momento in cui il conduttore ha la libera disponibilità dell'immobile locato, ha il conseguente obbligo di corrisponderne il relativo canone; secondo un consolidato orientamento giurisprudenziale, infatti, "in tema di locazione al conduttore non è consentito di astenersi dal versare il canone, ovvero di ridurlo unilateralmente, nel caso in cui si verifichi una riduzione o una diminuzione nel godimento del bene, e ciò anche quando si assume che tale evento sia ricollegabile al fatto del locatore. La sospensione totale o parziale dell'adempimento dell'obbligazione del conduttore è, difatti, legittima soltanto qualora venga completamente a mancare la controprestazione da parte del locatore, costituendo altrimenti un'alterazione del sinallagma contrattuale che determina uno squilibrio tra le prestazioni delle parti. Inoltre, secondo il principio "inadimplenti non est adimplendum", la sospensione della controprestazione è legittima solo se conforme a lealtà e buona fede" Cassazione Civile, n. 24799/2008.
CONSULTAZIONE LIBRI CONTABILI E RECESSO DEL SOCIO DI UNA S.R.L.
Deve innanzi tutto premettersi che è diritto di ogni socio di s.r.l. consultare, anche a mezzo di un professionista delegato, i libri sociali e i documenti relativi all'amministrazione della società e avere notizia dagli amministratori sullo svolgimento degli affari sociali. E' naturalmente diritto del socio avere altresì copia dei bilanci e dello statuto, ma va precisato che gli stessi sono pubblici e pertanto consultabili anche presso ogni camera di commercio. In caso di rifiuto degli amministratori il socio potrebbe rivolgersi al Giudice per ottenere anche in via cautelare il relativo ordine di esibizione. Ottenere tali documenti e informazioni si rivelerebbe fondamentale per il lettore al fine di verificare la corretta e buona amministrazione della società anche in relazione alla mancata distribuzione o all'accantonamento di eventuali utili e di conseguenza l'esistenza di diritti o interessi lesi. L'analisi dello statuto sarebbe fondamentale anche al fine di verificare in quali casi il socio possa esercitare il recesso dalla società. Tale facoltà peraltro è generalmente limitata alle ipotesi assai restrittive specificatamente previste dall'art. 2473 c.c., il quale altresì prevede che, se la società è a tempo indeterminato, il recesso possa essere esercitato in qualsiasi momento. In caso di recesso, al socio spetterebbe la liquidazione della relativa quota secondo il valore di mercato acquisito nel dato momento. L'altra alternativa per fuoriuscire dalla società sarebbe la cessione a terzi delle quote possedute. Risponde infatti al vero che le stesse non possano essere acquistate dalla società stessa. Peraltro generalmente lo statuto per il caso di trasferimento di quota prevede il diritto di prelazione degli altri soci. In ultima analisi, deve considerarsi che la falsa rappresentazione sulle conseguenze dell'acquisizione delle quote societarie potrebbe configurare un'ipotesi di errore essenziale sempre che, trattandosi di errore di diritto, lo stesso sia stata l'unica o la principale ragione del contratto. La dimostrazione, peraltro assai ardua, di tale vizio del consenso porterebbe all'annullamento del contratto sociale rispetto alla partecipazione acquisita dal lettore, legittimando lo stesso a pretendere il rimborso del conferimento versato.
GUIDA DI UN'AUTO SVIZZERA IN ITALIA
La possibilità di utilizzare in Italia un'auto straniera trova disciplina tanto nella Convenzione di New York del 1954, cui l'Italia ha aderito con legge di ratifica n. 1163/1957, quanto nel D.P.R. n. 43/1973 (Testo Unico delle leggi in materia doganale): norme queste che, nel disciplinare l'importazione temporanea di veicoli, consentono al soggetto residente all'estero di introdurre liberamente nel territorio dello Stato la propria auto con esenzione dai diritti doganali, purché ciò avvenga solo per utilizzo privato e per un periodo di tempo limitato (non più di sei mesi per ogni anno solare). Si tratta di limiti di legge oggi inapplicabili ai veicoli immatricolati in paesi comunitari, stante la libera circolazione di beni e persone all'interno dell'Unione Europea, ma che ancora devono considerarsi efficaci con riferimento alle auto con targa extracomunitaria (e quindi anche a quelle svizzere). È bene precisare che l'utilizzo del veicolo è consentito esclusivamente al proprietario o ad altra persona dallo stesso debitamente autorizzata, purché anch'essa residente all'estero. Rimane pertanto escluso dalla medesima possibilità il cittadino residente in Italia, il quale non è legittimato ad utilizzare, su delega del proprietario, un'auto extracomunitaria in regime di importazione temporanea (salvo il caso limite, desumibile dal Testo Unico sulle tasse automobilistiche del 1953, della presenza, a bordo del veicolo, del proprietario o di un suo parente entro il 3° grado). Tuttavia, il secondo comma dell'articolo 11 della Convenzione di New York attribuisce alle autorità doganali del paese di importazione il potere insindacabile di autorizzare alla guida anche il soggetto ivi residente. In mancanza di una simile autorizzazione, un cittadino italiano non può pertanto guidare in Italia un'auto svizzera. Tale condotta in passato integrava in ogni caso il delitto di contrabbando, punito con la multa di importo pari da due a dieci volte i diritti di confine, oltre al sequestro e alla confisca del veicolo. Oggi tale reato è stato parzialmente depenalizzato dal D.lgs n.507/99: se l'ammontare dei diritti di confine dovuti non supera il limite di €.3.999,96, è considerato illecito amministrativo ed è punito con le medesime sanzioni dall'autorità doganale.
Quando ad una stessa persona sono chiamati a succedere più individui, sui beni che formano l'asse ereditario si realizza una comunione, in forza della quale ogni erede ha il diritto di godere, in ragione della propria quota, dei beni stessi. Ai sensi dell'articolo 1102 del codice civile, ogni partecipante alla comunione può servirsi della cosa comune purché non impedisca agli altri di farne parimenti uso: ogni coerede avrebbe pertanto il potenziale diritto di vivere nella casa lasciata dal defunto. Nella fattispecie in esame la soluzione potrebbe essere quella di richiedere un contributo (equivalente alla quota del 50 % del canone di locazione) in favore dell'erede che non gode del bene per il periodo di uso esclusivo. La legge prevede anche la possibilità di dividere la comunione ereditaria con apposita azione giudiziale ai sensi dell'articolo 1111 del codice civile: in tal modo ogni erede otterrebbe la titolarità esclusiva, e con essa il pieno godimento, di una parte del bene corrispondente alla propria quota. Ciò è però possibile solo se la casa è materialmente divisibile in più parti: ove così non fosse, la stessa dovrebbe essere venduta all'asta per poi dividerne il ricavato tra gli eredi. Una alternativa è quella di vendere la propria quota del bene alla sorella coerede, la quale sullo stesso vanta un diritto di prelazione.
OBBLIGO REGISTRAZIONE R.E.C.
Con l'art. 3 del D.L. 223/2006 è venuta meno per gli esercenti attività di somministrazione di bevande e alimenti l'obbligo di iscrizione al R.E.C., Registro esercenti il Commercio. Ai fini dell'apertura o del subingresso in tale attività è tuttavia necessario aver preventivamente ottenuto l'apposita autorizzazione. La stessa è rilasciata dal Comune subordinatamente alla verifica del possesso da parte del titolare o legale rappresentante dell'impresa o di un suo delegato di taluni requisiti cosiddetti di onorabilità e altri cosiddetti di professionalità. Ritengo che, quantomeno per i requisiti di natura professionale a vantarne il possesso deve essere il soggetto effettivamente preposto all'esercizio dell'attività e che quest'ultimo, pertanto, seppure non debba essere obbligatoriamente sempre presente all'interno dei locali, nemmeno possa essere persona del tutto estranea rispetto all'esercizio commerciale titolare dell'autorizzazione. Per la verifica dell'effettiva sussistenza dei requisiti e il permanere del possesso in capo al titolare dell'autorizzazione è competente la Camera di Commercio e pertanto alla stessa dovrà essere rivolta un'eventuale segnalazione di irregolarità. L'accertamento di violazioni delle leggi che disciplinano l'esercizio dell'attività di somministrazione di bevande e alimenti o della mancanza dei requisiti necessari per l'ottenimento della relativa autorizzazione può comportare, a seconda dei casi, la sospensione o la revoca dell'autorizzazione stessa e l'applicazione di sanzioni pecuniarie.
DIFFICOLTA' RECUPERO SPETTANZE RETRIBUTIVE
Le difficoltà riscontrate dall'organizzazione sindacale nel recupero dei crediti potrebbero derivare dalla condotta elusiva dei datori di lavoro. Infatti, in settori come quello dei servizi di pulizia (ove l'attività viene solitamente svolta nell'ambito di appalti in favore di terzi committenti) il lavoratore può trovarsi esposto a reiterati mutamenti del soggetto datore di lavoro, connessi all'avvicendamento tra enti appaltatori. Non è purtroppo raro che aziende poco corrette, una volta conclusosi l'appalto, cessino di operare sul territorio e si rendano di fatto irreperibili per i creditori. In casi del genere, un significativo mezzo di tutela per i crediti dei lavoratori è offerto dalla "Legge Biagi" (D.Lgs. n. 276 / 03) la quale dispone che il committente imprenditore (nella fattispecie il beneficiario dei servizi) è obbligato in solido con l'appaltatore (l'impresa di pulizie) a corrispondere ai dipendenti di quest'ultimo, entro il limite di due anni dalla cessazione dell'appalto, i trattamenti retributivi e contributivi maturati. Per la tutela del Vostro credito, sarà pertanto necessario valutare nello specifico le opportune iniziative con l'aiuto di un legale
CANCELLAZIONE IPOTECA VOLONTARIA - MUTUO
La legge n. 40/07 di conversione del cosiddetto "Decreto Bersani" ha previsto una modalità semplificata per la cancellazione dell'ipoteca volontaria iscritta a seguito di concessione di mutuo.
Estintasi l'obbligazione derivante dal mutuo la banca deve rilasciare al debitore la quietanza attestante la data di estinzione del proprio credito e trasmettere all'ufficio del territorio, entro 30 giorni, la relativa comunicazione. Tutto ciò senza alcun onere per il mutuatario.
A seguito di tale comunicazione il conservatore dei registri immobiliari provvederà alle necessarie annotazioni per la cancellazione dell'ipoteca.
Occorre precisare che le citate comunicazioni non richiedono l'autentica notarile.
Si osserva che non è prevista alcuna sanzione specifica a carico del creditore che non osservi i sopra citati obblighi di comunicazione; in caso di ingiustificato ritardo o omissione la Banca può tuttavia essere chiamata al risarcimento dei danni arrecati dall'ingiustificata permanenza dell'ipoteca.
Ai sensi dell'articolo 193 del codice della strada, i veicoli a motore senza guida di rotaie non possono essere posti in circolazione senza copertura assicurativa, pena l'applicazione di una sanzione pecuniaria da €.779,00 ad €.3.119,00 (ridotta ad un quarto se la copertura sia resa operativa entro 15 giorni dalla scadenza, o se entro il termine di 30 giorni dalla contestazione il proprietario del veicolo provveda, previa autorizzazione dell'organo accertatore, alla demolizione dello stesso). È altresì disposto il sequestro del veicolo: l'organo che ha accertato la violazione ordina infatti che la circolazione sia fatta immediatamente cessare e che il veicolo stesso sia prelevato, trasportato e depositato in luogo non soggetto a pubblico passaggio (e solo in casi eccezionali concordato con il trasgressore). Preciso infine che, a norma del quarto comma del predetto articolo, il veicolo viene restituito al proprietario qualora questi dia prova di aver pagato la sanzione pecuniaria in misura ridotta, corrisponda il premio assicurativo per almeno sei mesi e garantisca il pagamento delle spese di prelievo, trasporto e custodia del veicolo sottoposto a sequestro. Nel caso di specie, pertanto, da un punto di vista giuridico la condotta della polizia locale non è stata dettata da discrezionalità, ma dall'applicazione rigorosa delle norme di legge.
La condotta illecita descritta dal lettore integra il reato di furto di energia elettrica. Tale furto si configura come reato ai danni del lettore se l'allacciamento è avvenuto dopo il contatore, poiché è in quel momento che avviene l'impossessamento dell'energia da parte dello stesso. Si tratterebbe in tal caso di furto aggravato in quanto avvenuto mediante introduzione nell'altrui abitazione o nelle pertinenze della stessa. In caso contrario, se l'allacciamento è avvenuto prima del contatore, la sottrazione è avvenuta ai danni della società di distribuzione, ma ai danni del lettore sarebbe senz'altro configurabile quanto meno il reato di violazione di domicilio, in conseguenza dell'illegittima introduzione nel terreno di sua esclusiva proprietà.
Anche se in generale deve ritenersi legittima l'azione di autotutela, qualora sia proporzionata e adeguata ad eliminare le conseguenze lesive di una condotta illecita, appare consigliabile e opportuno che il lettore, piuttosto che staccare direttamente l'allacciamento abusivo, chieda l'intervento delle forze dell'ordine perché constatino direttamente l'illecito e ne identifichino con certezza il suo autore e il soggetto offeso.
Tutti coloro che occupano o detengono a vario titolo (proprietà, affitto, comodato, usufrutto) locali ubicati nel territorio del Comune di Como, a qualsiasi uso destinati (abitazioni, studi, laboratori, negozi), sono tenuti al pagamento della tassa sui rifiuti solidi urbani (cosiddetta TARSU). Nel Comune di Como gli importi dovuti, tuttavia, non vengono calcolati sulla base della diversa quantità di rifiuti concretamente prodotta da ogni cittadino, ma quantificati in ragione di parametri certi, quali la metratura calpestabile dei locali occupati e l'uso cui gli stessi sono destinati. Peraltro, in alcuni casi particolari, espressamente previsti dall'Amministrazione comunale, è possibile ottenere una riduzione, nella misura di 1/3, di tale imposta. Beneficio concesso esclusivamente nelle ipotesi di abitazioni con un unico occupante, o che siano destinate ad uso stagionale o discontinuo, e ai cittadini che risiedono all'estero per oltre sei mesi all'anno. Nulla invece viene previsto nel caso in cui un soggetto produca rifiuti in minime quantità. Pertanto, sebbene lo stile di vita del lettore sia indiscutibilmente lodevole quanto a rispetto dell'ambiente, non è tuttavia tale da poter giustificare la riduzione della tassa comunale in esame.
SUCCESSIONE DI UN IMMOBILE E USUCAPIONE
Presumo che tutti gli eredi degli originari comproprietari dell'immobile abbiano acquisito un diritto di proprietà pro quota a motivo delle norme sull'acquisto della proprietà per ragione di successione legittima.
Il lettore non potrà quindi cedere il diritto di proprietà se non in riferimento alla rispettiva quota e previa procedura di divisione dell'immobile.
Nel caso in cui ricorrano le condizioni previste dagli articoli 1158 e seguenti del codice civile (ed in particolare il possesso ultraventennale), il lettore potrà tuttavia agire in giudizio al fine di far accertare dal Tribunale che la madre aveva acquisito la proprietà dell'intero immobile per usucapione.
Tale azione dovrà svolgersi nel contraddittorio con i parenti che dovranno quindi essere citati in giudizio.
Accertato giudizialmente che la madre era divenuta esclusiva titolare del diritto di proprietà, si potrà trascrivere la relativa sentenza nei registri immobiliari. Il lettore potrà quindi acquisire la proprietà esclusiva dell'intero fabbricato per diritto di eredità.
ACCERTAMENTO TRIBUTARIO E RISARCIMENTO DELLE SPESE SOSTENUTE
Il legislatore ha elaborato una serie di istituti deflattivi che permettono di prevenire liti in materia tributaria. Tra di essi rientra il potere di "autotutela" esercitato dalla Pubblica Amministrazione (per esempio, dall'Agenzia delle Entrate) per correggere un proprio atto illegittimo o infondato senza dover attendere una decisione giudiziale. In sostanza, quando l'Agenzia delle Entrate rileva, d'ufficio o su istanza del contribuente, che in un atto da essa emanato sia contenuto un errore, l'Ufficio territoriale emittente può provvedere all'annullamento o alla correzione dello stesso. L'annullamento in autotutela di un atto comporta certamente la nullità degli atti ad esso consequenziali, e l'obbligo, per l'Agenzia, di restituire le somme ingiustamente riscosse, ma non anche quello di rimborsare al contribuente le spese da questo volontariamente affrontate per la redazione dell'istanza di annullamento. L'Agenzia delle Entrate non sarà pertanto tenuta a corrispondere al lettore quanto dallo stesso versato al proprio commercialista. Ciò non impedisce tuttavia al privato di agire autonomamente in giudizio per il risarcimento dei danni patiti: ipotesi non consigliabile nel caso di specie, alla luce dell'esiguità del danno subito rispetto ai superiori costi dell'eventuale giudizio.
TRASFORMAZIONE DI UNA SOCIETA' DI CAPITALI IN UNA SOCIETA' DI PERSONE
La trasformazione di una società di capitali in una società di persone è disciplinata dall'articolo 2500 sexies del codice civile.
Con tale operazione i creditori sociali giungono ad avere una garanzia patrimoniale rafforzata, costituita non solo dal capitale sociale ma anche dal patrimonio di una parte dei soci (gli accomandatari). Tale trasformazione è preclusa in determinate circostanze (si pensi alla società a responsabilità limitata con socio unico o alla società in liquidazione).
Per pervenire alla trasformazione gli amministratori debbono predisporre una relazione che illustri le motivazioni e gli effetti della trasformazione; la relazione deve essere depositata presso la sede sociale durante i 30 giorni che precedono l'assemblea convocata per deliberare la trasformazione.
Salva diversa clausola statutaria, la delibera di trasformazione deve essere assunta con la maggioranza propria delle modifiche dall'atto costitutivo, ma è comunque prescritto il consenso di tutti i soci che assumono responsabilità illimitata. I soci assenti o dissenzienti hanno diritto al recesso.
Successivamente alla delibera, la trasformazione deve essere iscritta nel registro delle imprese ed è da tale momento che tale modifica statutaria è opponibile a terzi. Tale incombente verrà assolto dal notaio che ha rogato l'atto di trasformazione.
Ove il notaio rilevi la sussistenza di condizioni ostative alla iscrizione nel registro delle imprese dovrà comunicare tali circostanze all'organo amministrativo, il quale potrà convocare l'assemblea dei soci per le opportune rettifiche ovvero - laddove sia in disaccordo con il notaio rogante - potrà ricorrere al tribunale per l'omologazione cosiddetta "eventuale".
Nel caso indicato dal lettore, evidentemente, il Tribunale ha rilevato motivi ostativi alla trasformazione della s.r.l. in s.a.s. ovvero l'inosservanza della procedura sopra descritta.
Contro il decreto del Tribunale è ammesso il reclamo entro 10 giorni dalla comunicazione del provvedimento.
Nel caso in cui tale termine sia spirato, la trasformazione potrà avvenire solo mediante nuova delibera che rispetti la procedura sopra descritta ovvero che elimini le circostanze ostative individuate dal Tribunale.
VIZI IMMOBILE E RISARCIMENTO DEL DANNO
L'art.1490 c.c. impone al venditore l'obbligo di garantire che il bene venduto sia esente da vizi. Ove ciò avvenisse, l'acquirente avrebbe diritto di agire, oltre che per la risoluzione del contratto o per la riduzione del prezzo, anche per il risarcimento dei danni patiti, e quindi per il rimborso delle spese necessarie all'eliminazione di detti vizi. È bene tuttavia precisare che sull'acquirente grava l'onere di denunciare tempestivamente la presenza degli stessi (entro 8 giorni dalla scoperta) e di agire in giudizio entro il termine di un anno dalla consegna del bene. Il lettore pertanto, a distanza di quattro anni dall'acquisto, non potrebbe più pretendere dall'immobiliare il ristoro dei costi di sostituzione della canna fumaria, che rimarrebbero a suo esclusivo carico. Di contro, ove la venditrice avesse provveduto anche alla ristrutturazione dell'immobile, sarebbero applicabili al caso di specie le norme dettate in tema di appalto. Se così fosse, il lettore ben potrebbe avvalersi nei confronti dell'immobiliare dell'azione di garanzia decennale prevista dall'art.1669 c.c. nel caso in cui l'immobile presenti gravi difetti (concetto questo che la Cassazione ha esteso ai vizi della canna fumaria) e ottenere così il risarcimento dei danni.
RESPONSABILITA' DEL COSTRUTTORE PER VIZI E DIFFORMITA'
La responsabilità del costruttore è disciplinata dagli articoli 1667 o 1669 del Codice Civile, a seconda che l'opera sia affetta da meri vizi e difformità, oppure da difetti così gravi da limitarne sostanzialmente l'utilizzabilità. Il caso di specie sembrerebbe rientrare proprio in questo secondo ambito, poiché trattasi di cedimento strutturale dell'edificio.
Ai sensi dell'art. 1669, sussiste la responsabilità del costruttore nei dieci anni successivi al compimento dell'opera purché il committente abbia provveduto a denunciare i difetti entro un anno dalla scoperta degli stessi (cosa non necessaria ove vi sia riconoscimento da parte del costruttore). Preciso altresì che il lettore, a pena di decadenza, dovrà agire nei confronti del costruttore entro il termine di un anno dalla denuncia.
Il legale di fiducia ha dato indubbiamente un consiglio corretto invitando ad effettuare una perizia giurata per il tramite del Tribunale, poiché un simile accertamento, tecnicamente chiamato accertamento tecnico preventivo, costituisce elemento di prova in un'ipotizzabile controversia giudiziaria. I costi relativi alla perizia saranno certamente a carico del lettore in un primo momento, ma in caso di esito positivo della controversia, verrebbero sostenuti dal costruttore soccombente.
RISTRUTTURAZIONE - NOMINA COORDINATORE SICUREZZA
La materia ' già regolata dalla legge 494 del 1996 ' è stata oggetto negli ultimi anni di una cospicua revisione normativa, con l'entrata in vigore del decreto legislativo 81/2008 (il "Testo Unico per la sicurezza sul lavoro") il quale è stato da ultimo modificato con il correttivo del decreto legislativo 106/2009 dello scorso agosto.
Da tali norme è dato evincere che il committente o il responsabile dei lavori sono tenuti alla notifica preliminare di avvio del cantiere all'indirizzo della Direzione provinciale del lavoro e alla A.s.l. nel caso in cui siano presenti più imprese esecutrici e nei casi in cui vi sia un'unica impresa la cui presunta entità di lavoro comporti un numero non inferiore di 200 uomini giorno (art. 99 d.lgs. 81/2008).
La nomina del coordinatore della sicurezza in fase di esecuzione è necessaria quando sul cantiere vi sia la presenza di più imprese anche non contemporaneamente (art. 90 comma 4 t.u. 81/2008).
Quanto alla nomina del coordinatore della sicurezza in fase di esecuzione è necessaria quando sul cantiere vi sia la presenza di più imprese anche non contemporaneamente laddove l'entità dei lavori sia superiore ad € 100.000.
Avv. Andrea Noseda - Avv. Davide Brambilla
REQUISITI ESERCIZIO ATTIVITA' COMMERCIALE
Il D.Lgs. 114/1998, ai fini dell'esercizio dell'attività commerciale, richiede la sussistenza sia di requisiti di carattere soggettivo (che debbono cioè essere posseduti da colui che intende esercitare l'attività) che di natura oggettiva. Appartengono a tale ultima categoria: la conformità dell'immobile alla normativa igienico-sanitaria (ASL) e di sicurezza, ma anche la legittimità dell'immobile sotto il profilo urbanistico derivante dalla sua realizzazione sulla base di idoneo titolo edilizio o dalla sua regolarizzazione/legittimazione mediante sanatoria o condono, la compatibilità della destinazione d'uso prevista negli strumenti urbanistici e nella diversa normativa urbanistica applicabile con quella commerciale. Pertanto, se come sembra di poter ricavare dal testo del quesito, il locale adibito a bagno viola le norme igienico/urbanistiche e non è stato oggetto di regolare concessione edilizia, il relativo utilizzo e l'esercizio stesso dell'attività commerciale sarà illegittimo e per tale ragione l'esercente potrà essere soggetto sia alle sanzioni amministrative di carattere commerciale previste dall'art. 22 del D.Lgs. 114/1998, di ordine pecuniario e nei casi più gravi interdittivo, sino alla sospensione e revoca dell'autorizzazione all'esercizio dell'attività, che di quelle specifiche di natura urbanistica.
SUCCESSIONE TRA PIU' EREDI
In mancanza di testamento, la legge riconosce al coniuge e ai parenti sino al sesto grado il diritto di succedere al defunto, subentrando così nel patrimonio di quest'ultimo (cosiddetta successione legittima). Pertanto, in assenza di un'espressa volontà testamentaria, è la legge a stabilire le quote di ripartizione dell'asse ereditario. In particolare, l'art. 581 c.c. dispone che il coniuge ha diritto alla metà dell'eredità, se alla successione concorre un solo figlio, e ad un terzo se i figli sono più di uno. Nel caso in esame, la moglie avrà pertanto diritto ad un terzo del patrimonio del marito, mentre ai figli spetteranno i restanti due terzi. Ne deriva che la lettrice acquisirà la quota di 1/6 del terreno (del quale è già proprietaria per la metà), oltre ad un terzo della casa coniugale (ai due figli spetteranno le rimanenti quote: un terzo del terreno e due terzi della casa). È bene infine precisare che la moglie, nonostante sia divenuta proprietaria della casa coniugale per una quota inferiore rispetto a quella posseduta dai figli del defunto, manterrà comunque, ai sensi dell'art. 540 c.c., il pieno diritto di abitare nella stessa e di utilizzare i mobili che la corredano (se di proprietà del defunto). Quanto alla prima moglie, ove questa abbia ottenuto un assegno alimentare in sede di divorzio e si trovi in stato di bisogno, potrà ottenere un assegno a carico dell'eredità, sempre che non sia passata a nuove nozze.
AGEVOLAZIONI ACQUISTO "PRIMA CASA"
Acquistando un edificio da adibire a "prima casa" si ha diritto al pagamento dell'imposta di registro agevolata (3 %) e delle imposte ipotecarie e catastali in misura fissa (ora di 168 euro ciascuna).Se l'immobile è acquistato dal costruttore si paga l'iva ridotta al 4 % oltre alle imposte di registro, ipotecarie e catastali in misura fissa.
Condizioni per l'applicazione di tali beneficio sono, che l'immobile sia ubicato nel comune di residenza, ovvero in quello ove si dichiari di voler stabilire la residenza entro 18 mesi, che si dichiari di non essere titolare di altri diritti di proprietà immobiliare nel territorio del comune ove è situato l'immobile, che si dichiari di non essere titolare di proprietà immobiliare acquistata con le agevolazioni prima casa.
Ulteriore condizione dell'agevolazione è che l'immobile non sia venduto per almeno cinque anni, pena il pagamento della differenza fra l'imposta ordinaria e quella ridotta, l'applicazione di una soprattassa del 30 % su tale differenza e degli interessi di mora.
Se la vendita avviene entro tale periodo non si perde l'agevolazione allorquando si riacquista entro un anno un altro immobile da adibire ad abitazione principale.
Venendo al quesito del lettore si osserva che il ministero delle finanze, con risoluzione n. 44/e del 16 marzo 2004, ha precisato che nel caso di acquisto di terreni non si applica il regime di favore previsto per la "prima casa". Ciò in quanto l'articolo 1 della tariffa, parte prima, del Testo unico dell'imposta di registro, espressamente stabilisce l'applicazione dell'aliquota del 3% "... se il trasferimento ha per oggetto case di abitazione...".
Tuttavia non si decade dall'agevolazione già precedentemente fruita, nel caso in cui sul terreno acquistato venga realizzato, entro un anno dalla vendita, un immobile utilizzabile come abitazione principale.
Per non incorrere nella decadenza dal beneficio c.d. "prima casa", non è sufficiente l'acquisto entro un anno del terreno, richiedendosi che entro l'anno dall'alienazione venga ad esistenza il fabbricato destinato ad abitazione principale.
Non è necessario che il fabbricato sia ultimato: è sufficiente che lo stesso acquisti rilevanza dal punto di vista urbanistico; deve quindi esistere almeno un rustico comprensivo delle mura perimetrali; inoltre dovrà essere occupato a fini abitativi entro tempi ragionevoli (risoluzione 192/E/2003).
COMPENSO MAESTRA DI DANZA
Ai sensi dell'art. 36 della Costituzione, il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla qualità e quantità di lavoro prodotto e alla luce di questa previsione, anche alla maestra di danza spetta sicuramente una retribuzione. La quantificazione delle spettanze può essere fatta solo dopo aver stabilito che genere di rapporto è intercorso tra le parti. Se, come pare dalla lettura del quesito, il rapporto è stato autonomo, il corrispettivo dovrà essere determinato, ai sensi dell'art. 2225 del Codice Civile, secondo le tariffe professionali o gli usi, e in mancanza verrà stabilito dal giudice.
In ogni caso spetta al lavoratore dimostrare l'opera prestata al fine di ottenere la corresponsione delle relative spettanze economiche.
CRITERI RIPARTIZIONE SPESE DONDOMINIALI
In assenza di un diverso accordo tra le parti, è l'art.1123 c.c. ad individuare due diversi criteri di ripartizione delle spese condominiali, a seconda della diversa natura delle stesse. Se necessarie alla conservazione delle parti comuni devono essere addebitate in proporzione alla quota millesimale di proprietà spettante a ciascun condomino; se invece si riferiscono a beni destinati a servire i condomini in misura diversa, devono essere ripartite in proporzione all'uso che ciascuno di essi può farne. Il lettore, pertanto, sarà tenuto a partecipare, in proporzione alle proprie quote millesimali di proprietà, alle spese necessarie al mantenimento delle parti comuni dell'intero complesso condominiale (e così, ad esempio, alle spese per la conservazione delle facciate di entrambe le palazzine). Di contro, l'amministratore non potrà pretendere dal lettore il pagamento delle spese relative alla conservazione di beni condominiali dallo stesso non utilizzati, poiché presenti nella palazzina non abitata: in tal senso, sembrerebbe illegittima la richiesta di pagamento delle spese di manutenzione dell'ascensore (sempre che, ovviamente, questo non porti anche al piano cantina).
INNOVAZIONI - COSTRUZIONE ASCENSORE E BARRIERE ARCHITETTONICHE
La costruzione di un ascensore rientra certamente tra le opere che la legge qualifica come 'innovazioni�?�, per la cui realizzazione è necessario, ai sensi dell'art. 1120 del codice civile, il voto favorevole dell'assemblea condominiale, la quale deve deliberare con la maggioranza dei partecipanti che rappresenti almeno i 2/3 del valore dell'edificio.
Le disposizioni normative speciali volte all'eliminazione delle 'barriere architettoniche�?� prevedono che il quorum di cui sopra sia ridotto laddove all'interno del condominio vi sia un disabile: è sufficiente il voto favorevole della maggioranza degli intervenuti che rappresenti la sola metà del valore dell'edificio.
Nel caso in cui il condominio rifiuti di assumere le deliberazioni che hanno per oggetto le innovazioni dirette ad eliminare le barriere architettoniche, i portatori di handicap, ovvero chi ne esercita la tutela o la potestà, possono installare, a proprie spese, meccanismi servoscala nonché strutture mobili e facilmente rimovibili e possono anche modificare l'ampiezza delle porte d'accesso, al fine di rendere più agevole l'accesso agli edifici, agli ascensori e alle rampe dei garage.
Negli ultimi anni alcuni tribunali hanno ritenuto di permettere al disabile anche la costruzione di un ascensore, stabilendo altresì che se altri condomini intendono farne uso debbono contribuire proporzionalmente alle relative spese.
RIPARTIZIONE SPESE SERVITU'
Nel caso in cui la strada sia gravata da una servitù di passo in favore dei fondi frontisti, la legge stabilisce che il proprietario del fondo dominante sia obbligato a contribuire alle spese per la conservazione e manutenzione del fondo servente gravato da servitù di passaggio. La ripartizione delle spese dovrà avvenire secondo quanto previsto nell'atto di costituzione della servitù e, in mancanza, in proporzione dei rispettivi vantaggi, secondo il criterio stabilito dall'art. 1069 c.c.; in ossequio a tale criterio, la concreta determinazione della quota di contribuzione potrà essere determinata sulle più diverse regole empiriche, quale il raffronto proporzionale fra le dimensioni delle proprietà, quelle gravate da servitù da un lato e i fondi dominanti dall'altro. Nel caso prospettato, i proprietari frontisti dovranno senza dubbio contribuire alla spese per la manutenzione e conservazione della strada nella misura di quanto stabilito nella convenzione con il precedente proprietario, se con la stessa veniva altresì costituita o regolamentata la servitù di passo, altrimenti, in proporzione del vantaggio che ne ricavano o potrebbero ricavare dall'utilizzo della strada.
Avv. Andrea Noseda ' Avv. Giuseppe Del Campo
COGNOME MATERNO AL FIGLIO
La legge italiana, ancora legata ad una concezione patriarcale della famiglia, dispone che il figlio, salvo rare eccezioni (si pensi al figlio naturale riconosciuto dalla madre), debba assumere solo il cognome del padre. L'art. 84 d.p.r. 396/2000 riconosce tuttavia la possibilità di aggiungere anche il cognome materno, purché vi siano motivate ragioni, quali ad esempio la notorietà e l'importanza storica della famiglia cui il cognome stesso è collegato (principio questo che ha peraltro trovato conferma nella sentenza n.2572/04 del Consiglio di Stato). È pertanto facoltà dei genitori avanzare richiesta in tal senso, mediante apposita istanza motivata rivolta al Ministero dell'Interno e presentata alla Prefettura della Provincia in cui i richiedenti hanno la residenza. È infine doveroso evidenziare che già nel 2006 la Corte Costituzionale aveva auspicato un intervento innovativo del legislatore (ad oggi tuttavia ancora atteso) che garantisse ai genitori il diritto di attribuire al proprio figlio il cognome materno, solo o congiunto a quello paterno, senza la necessità di dover addurre specifiche motivazioni. Si attendono quindi importanti novità normative, volte ad adeguare la legislazione interna alle direttive già dettate in tal senso in ambito comunitario.
DETRAZIONI SPESE DI RISTRUTTURAZIONE
I benefici previsti dalla legge per fruire della detrazione sulle spese di ristrutturazione dell'immobile nella misura del 36% sono destinati a tutti coloro che sono assoggettati all'imposta sul reddito delle persone fisiche.
La legge prevede che possano beneficiare dell'agevolazione i proprietari degli immobili ed anche coloro che sono titolari di diritti reali sugli immobili oggetto degli interventi e che ne sostengono le relative spese: si tratta del titolare dei diritti di usufrutto, uso, abitazione o superficie, di chi occupa l'immobile a titolo di locazione o comodato.
E' inoltre previsto che abbia diritto alla detrazione anche il familiare convivente del possessore o detentore dell'immobile, purché le spese siano da questi sostenute, le fatture e i bonifici siano a lui intestati e purché la condizione di convivente sussista al momento dell'avvio dei lavori. Evidentemente è sulla scorta di tale norma di legge che la detrazione sulle spese non è stata concessa nel caso indicato dal lettore.
Benché non agevole, mi pare tuttavia si possa agire in giudizio sostenendo che la norma debba essere interpretata estensivamente, riconoscendo la detrazione a colui che ha effettivamente sostenuto le spese, a prescindere dalla formale intestazione delle fatture fiscali emesse nei confronti del coniuge a carico e senza reddito.
LOCAZIONE - MALFUNZIONAMENTO IMPIANTO DI RISCALDAMENTO
Al locatore compete l'obbligo di consegnare e conservare l'immobile in buono stato di manutenzione ed in istato da servire all'uso convenuto. Il locatore deve altresì eseguire tutte le riparazioni necessarie al mantenimento del bene in buono stato locativo. Il rifiuto di sostituire i caloriferi malfunzionanti ed in generale il cattivo stato di manutenzione dell'immobile configura senz'altro l'inadempimento del proprietario per il mancato rispetto degli obblighi prescritti dalle norme di legge in tema di locazione. Pertanto, si potrà senz'altro pretendere dal locatore l'adozione degli accorgimenti necessari a garantire al conduttore il pieno ed effettivo godimento dell'immobile, se del caso rivolgendosi al giudice competente per ottenere, in alternativa alla condanna all'adempimento, la risoluzione del contratto, la riduzione del canone di locazione e il risarcimento dei danni, eventualmente anche quelli alla salute, patiti. In tema di procedimento, il giudizio dovrebbe essere introdotto con ricorso e il rito applicabile sarebbe quello locatizio, senz'altro più celere di quello ordinario.
AFFITTO DEL RAMO D'AZIENDA E T.F.R.
La normativa di riferimento è l'art. 2112 del Codice Civile, poiché l'affitto d'azienda è da considerarsi ricompreso all'interno del più generico trasferimento d'azienda.
Ai sensi del primo e secondo comma del suddetto articolo, in caso di trasferimento d'azienda, il rapporto di lavoro in essere tra il dipendente e l'originario datore di lavoro, continua con il cessionario (vale a dire la società subentrante) ed il lavoratore conserva tutti i diritti maturati e preesistenti. Inoltre, il cedente ed il cessionario sono obbligati, in solido, per tutti i crediti che il lavoratore aveva al tempo del trasferimento. Anche il T.F.R. rientra tra questi crediti e per tale ragione il dipendente, in caso di cessazione del rapporto, può richiedere la corresponsione del T.F.R. sia all'originario datore di lavoro (fino alla data di trasferimento), sia alla società subentrante (fino all'ultimo giorno di lavoro).
Ciononostante, è prassi consolidata quella di prevedere esplicitamente nel contratto di trasferimento d'azienda, unitamente alla necessaria procedura sindacale, la responsabilità dell'uno piuttosto che dell'altro soggetto in merito alle quote di T.F.R. maturate dai dipendenti prima del trasferimento. È quindi possibile che solo il datore di lavoro originario sia gravato del debito relativo al T.F.R. preesistente al trasferimento, e in quel caso il dipendente lo può richiedere solo a quest'ultimo ovvero, come nel caso di specie, al fallimento.
Anche nel caso di prosecuzione del rapporto di lavoro è possibile chiedere l'ammissione al passivo del fallimento maturato sino alla data di affitto di azienda anche se il T.F.R. non sarà esigibile sino alla cessazione del rapporto.
Per fortuna sono ormai fatti notori la cancerosità delle fibre d'amianto e le conseguenze dannose che le stesse provocano all'organismo umano. Non sussiste tuttavia un obbligo generale di rimozione dei manufatti in amianto, ma solo un obbligo di segnalazione della loro presenza alla ASL locali, che devono procedere al relativo censimento.
L'obbligo di rimozione potrebbe invece sussistere laddove il manufatto in amianto possa essere per lo stato in cui si trova fonte di rischio per la salute, ciò in virtù di quanto disposto dalle norme del Testo Unico dell'Ambiente e da quelle del codice civile. Innanzi tutto, infatti, il proprietario del fondo confinante potrebbe agire ex art. 844 c.c. contro il rischio di immissioni nocive da amianto o, ai sensi dell'art. 890 c.c., perché sia imposto il rispetto di una distanza adeguata a preservare la salubrità del proprio fondo. Chiunque potrebbe invece agire in giudizio a tutela del proprio diritto alla salute, diritto costituzionalmente riconosciuto, per obbligare il proprietario del manufatto ad adottare le cautele opportune a scongiurare il verificarsi di danni. Ai sensi dell'art. 2051 c.c. è civilmente responsabile di tali danni il proprietario del manufatto e chi ne è obbligato alla materiale custodia, salva, solamente per quest'ultimo, l'onerosa prova del caso fortuito.
CONTRARRE MATRIMONIO IN SVIZZERA
Gli adempimenti burocratici richiesti per la celebrazione del matrimonio in Svizzera sono molto simili a quelli richiesti per la celebrazione in Italia. E' del resto nota la maggior celerità e organizzazione degli uffici amministrativi svizzeri. Detto ciò, in Svizzera il matrimonio civile viene celebrato presso l'Ufficio Anagrafe; il matrimonio religioso può essere celebrato solo successivamente al matrimonio civile. Occorre che l'Ufficiale rilasci ai futuri coniugi l'autorizzazione alla celebrazione del matrimonio. A tal fine è essenziale la produzione di taluni documenti attestanti l'assenza di impedimenti al matrimonio: certificato di residenza; certificato di nascita con indicazione paternità e maternità; passaporto o certificazione di cittadinanza; documentazione di stato civile; certificato di stato civile libero, sentenza di divorzio o certificato di morte del precedente coniuge. La data di rilascio dei documenti deve essere inferiore ai sei mesi.
Dopo aver ottenuto dall'ufficio anagrafe l'autorizzazione al matrimonio, dovrete firmare una promessa di matrimonio, assieme o separatamente. Vi sarà concesso un periodo per celebrare il matrimonio di tre mesi a partire dalla concessione dell'autorizzazione. Trascorso tale periodo, dovrete ripetere la procedura.
PIANO CASA E DETRAZIONI FISCALI
Il cosiddetto "Piano casa" progettato dal Governo e disciplinato nel dettaglio da leggi regionali ammette ' relativamente alla Lombardia - quattro distinte tipologie di intervento ammesse e agevolate: il recupero e riutilizzo di volumetrie abbandonate o sottoutilizzate; l'ampliamento fino al 20% , e comunque non superiore a 300 metri cubi, del volume complessivo di edifici mono e bifamiliari o di edifici trifamiliari con volumetria fino a 1.000 metri cubi; la demolizione e ricostruzione di edifici residenziali e produttivi, con bonus volumetrico sino al 30% del volume preesistente, aumentabile al 35% in presenza di adeguate dotazioni di verde, cioè una dotazione arborea che copra almeno il 25% del lotto; la riqualificazione di quartieri di edilizia residenziale pubblica.
Le leggi Finanziarie del 2008 hanno prorogato fino a tutto il 2011 il cosiddetto "bonus ristrutturazioni", ovvero la possibilità di detrarre dalle imposte sui redditi il 36% delle spese sostenute per la ristrutturazione della casa. Il tetto massimo di spesa consentito per calcolare l'agevolazione e' di 48.000 euro all'anno per ogni edificio in modo autonomo.
Benché la problematica sia ancora oggetto di incertezze, si può affermare che le detrazioni del 36% previste per il recupero del patrimonio edilizio sono escluse relativamente a «nuove costruzioni», tra le quali vanno ricompresi gli ampliamenti.
Nel caso di demolizione e ricostruzione di un edificio effettuata con le modalità del "Piano casa", si può beneficiare delle detrazioni fiscali solo se la ricostruzione è «fedele»: in caso di ricostruzione con ampliamento, si può avere la detrazione solo sulla parte di ricostruzione identica all'edificio demolito non già sulla nuova parte.
Il sistema di contabilizzazione con ripartitori di consumo sulle unità radianti offre i vantaggi di un impianto centralizzato e contemporaneamente lascia la libertà di scegliere la temperatura e gli orari che più soddisfano le esigenze del singolo utente. Oltre ad una quota fissa stabilita dall'assemblea condominiale (compresa tra il 20% e il 50%), ogni condomino pagherà pertanto solo il calore che avrà realmente consumato. Nel caso di specie, la volontà dell'assemblea condominiale di ripartire le spese di riscaldamento per il 50% (e non più per il 70%) in base alla lettura dei singoli ripartitori e per il 50% in base ai millesimi, sebbene riduca la possibilità individuale di risparmio energetico sopra descritte, appare del tutto legittima, poiché contenuta nei limiti fissati dalla normativa UNI 10200/2005. Per deliberare sulla contabilizzazione del calore e sul riparto dei relativi oneri l'assemblea di condominio decide a maggioranza, in deroga agli articoli 1120 e 1136 del codice civile (Legge 9.1.2001 n.10 art. 26).
SUCCESSIONI E QUOTA DI LEGITTIMA
In tema di successione ereditaria, la legge tutela alcuni soggetti specificatamente individuati in considerazione dello stretto rapporto di parentela con il de cuius: coniuge, figli ed ascendenti, i cosiddetti "legittimari", garantendo loro una quota minima di partecipazione alla successione, la "legittima" appunto. Il diritto alla legittima conferisce all'erede la facoltà di agire con un'azione denominata di riduzione contro gli altri eredi, i legatari e donatari al fine di integrare la propria quota, se del caso anche "riducendo" proporzionalmente le donazioni effettuate in vita dal de cuius. In verità, pertanto, non esiste una soluzione soddisfacente e sicura allo scopo che si è prefissato, in quanto anche un'eventuale donazione dell'immobile o eventualmente dell'importo ricavato dalla sua vendita potrebbe essere resa inefficace da una successiva azione degli altri aventi diritto. Si precisa oltretutto che anche un'eventuale adesione alla donazione da parte di sua moglie e di suo figlio non muterebbe tale stato di fatto, posto che a norma dell'art. 557 c.c. è precluso ai legittimari di rinunciare alla reintegrazione della legittima sino a quando il de cuius si trova in vita.
DIRITTO DEL BAMBINO A FREQUENTARE I NONNI
Secondo l'univoca opinione della giurisprudenza non esiste un diritto dei nonni a vedere e frequentare i propri nipoti. Esiste invece un diritto del bambino a mantenere e coltivare costanti rapporti con tutti i membri della propria famiglia, laddove tali rapporti si rivelino opportuni o proficui per la sua formazione e la sua crescita. A rilevare pertanto è solo l'interesse del bambino.
In mancanza di elementi eccezionali che inducano a sconsigliare la frequentazione dei nonni, la sussistenza di un interesse del bambino dovrà senz'altro presumersi. E' pertanto possibile rivolgersi alla competente autorità giudiziaria domandando che venga riconosciuto l'interesse dei nipoti a frequentare con costanza i propri nonni e che, di conseguenza, siano forniti precisi dettami per il raggiungimento di tale scopo ad onta di qualsiasi volontà contraria dei genitori. Nella fattispecie prospettata competente a decidere è il Tribunale per i Minori, che si potrà adire presentando formale ricorso.
RECESSO SOCIO COOPERATORE
L'articolo 2532 del codice civile prevede che il socio cooperatore abbia diritto di recedere dalla società nei casi previsti dalla legge e dall'atto costitutivo.
La dichiarazione di recesso deve essere comunicata con raccomandata alla società e gli amministratori sono tenuti ad esaminarla entro sessanta giorni.
Nel caso in cui non sussistano i presupposti del recesso, gli amministratori devono darne immediata comunicazione al socio, che entro sessanta giorni dal ricevimento della comunicazione può proporre opposizione innanzi il Tribunale.
Laddove la legge o l'atto costitutivo non preveda diversamente il recesso ha effetto con la chiusura dell'esercizio in corso, se comunicato tre mesi prima dalla scadenza e in caso contrario con la chiusura dell'esercizio successivo.
Al recesso del socio deve conseguire il rimborso delle azioni da questi detenute (art. 2535 codice civile). Il rimborso delle azioni ha luogo sulla base dei valori patrimoniali espressi dal bilancio.
Il pagamento della "liquidazione" deve essere fatto entro sei mesi dall'approvazione del bilancio.
L'atto costitutivo può prevedere che, per la frazione della quota o le azioni assegnate al socio, la liquidazione o il rimborso, unitamente agli interessi legali, possa essere corrisposto in più rate entro un termine massimo di cinque anni.
La comunicazione inviata alla Polizia municipale di Arezzo dovrebbe di per sé essere già sufficiente ad ottenere l'annullamento delle multe e lo sgravio delle relative sanzioni illegittimamente elevate a carico del lettore. Ove ciò non avvenisse, sarà necessario proporre ricorso avanti al Giudice di Pace territorialmente competente (indicato in calce al verbale notificato) entro 60 giorni dalla notifica del provvedimento. Nel caso di specie tale termine scadrà quindi il prossimo 18 gennaio 2010. Tuttavia, tenuto conto delle spese che dovrebbero essere sostenute in caso di proposizione del predetto ricorso (il relativo giudizio verrebbe infatti trattato ad Arezzo!), ritengo consigliabile sollecitare nuovamente la Polizia municipale, al fine di ottenere dalla stessa l'immediato annullamento. Preciso infine che, ove le multe non venissero annullate e il lettore non proponesse tempestivamente il ricorso, verrà notificata allo stesso una cartella esattoriale emessa da Equitalia Esatri: sarà comunque possibile, anche in quella circostanza, riproporre istanza di annullamento alla Polizia municipale e ottenere lo sgravio della cartella.
CANE CHE ABBAIA, IMMISSIONI
L'art. 844 c.c. considera illecita l'immissione nella proprietà altrui di rumori, ove questi superino la soglia della normale tollerabilità. La condotta dei vicini di casa appare pertanto del tutto illegittima e, come tale, suscettibile di accertamento giudiziale di responsabilità da parte del Giudice di Pace, competente in maniera esclusiva in ordine a tali controversie. Per documentare l'intensità dei rumori provenienti dal fondo del vicino ci si potrà avvalere della consulenza tecnica dell'ARPA (Agenzia Regionale per la Protezione dell'Ambiente), la quale effettuerà le relative misurazioni con sofisticati rilevatori acustici. Ove da tale accertamento dovesse risultare il superamento dei limiti consentiti (imposti dal piano acustico di zona), il Giudice potrà imporre al proprietario del cane le misure ritenute necessarie alla soluzione della problematica. Si consideri infine che il disturbo delle persone integra anche un reato penale, punito dall'art.659 c.p. con l'ammenda sino ad €309,00 o con l'arresto sino a tre mesi. In tale caso del procedimento si occuperà il Tribunale previa querela da parte dell'interessato.
Le norme principali che disciplinano l'accensione e l'uso delle centrali termiche sono la legge 10 del 9 gennaio 1991 e il D.P.R. 412 del 26 agosto 1993 e successive modifiche.
Tutti i Comuni italiani sono compresi in una delle sei zone climatiche individuate in base alla temperatura media registrata durante l'anno.
La città di Como è compresa nella zona "E", per la quale gli impianti di riscaldamento possono essere accesi per un massimo di 14 ore al giorno, dalla data del 15 ottobre alla data del 15 aprile, salvo che non intervengano provvedimenti di deroga del Sindaco per comprovate necessità.
Durante il periodo in cui è in funzione l'impianto di climatizzazione invernale, la media aritmetica delle temperature dell'aria dei singoli ambienti degli edifici destinati ad abitazione, non deve superare i 20 °C (con 2° di tolleranza). Anche per tale valore le autorità comunali, possono concedere deroghe motivate al limite massimo.
Non mi risulta che possa essere imposta una temperatura minima obbligatoria per i locali confinanti con altre utenze.
Quanto alla distribuzione dei costi diversi da quelli legati al consumo di energia da parte di ogni singolo condomino, le spese di gestione e manutenzione della caldaia saranno imputate ad ogni condomino in base alla ripartizione millesimale, prescindendo dai valori di consumo.
CANTO DEL GALLO, IMMISSIONI
La legge garantisce ad ogni cittadino il diritto di godere a pieno della tranquillità della propria abitazione. In tal senso, l'art. 844 c.c. considera illecita l'immissione di rumori nella proprietà altrui, ove questi superino la soglia della normale tollerabilità. Nel caso in esame, la condotta del vicino appare certamente contraria alle disposizioni di legge. Il lettore potrà pertanto rivolgersi al Giudice di Pace, organo competente in ordine a tali controversie, il quale imporrà al proprietario degli animali le misure ritenute idonee a porre fine alla problematica. Ricordo poi che il predetto comportamento integra altresì il reato di disturbo del riposo delle persone, punito dall'art. 659 c.p. con l'ammenda sino ad €.300,00 o con l'arresto sino a tre mesi. Ove lo volesse, il lettore potrebbe pertanto querelare il proprio vicino e chiedere di procedere penalmente nei suoi confronti. Quanto infine alla distanza del pollaio dal confine, preciso che la stessa (non inferiore ai tre metri o la diversa normativa comunale) dovrà essere misurata a partire dal recinto: quest'ultimo è infatti parte integrante del pollaio, con carattere di stabilità e saldamente infisso al suolo e, quindi, deve essere già considerato "costruzione". Ne consegue che anche l'edificazione del pollaio deve essere autorizzata degli enti proposti.
RISARCIMENTO DEL DANNO PER PERDITE IDRICHE
Il locatore dell'immobile è tenuto a consegnare al conduttore la cosa locata in buono stato di manutenzione ed è altresì tenuto a man tenerla in stato da servire all'uso convenuto, così come previsto dall'articolo 1575 del codice civile.
E' utile ricordare altresì il principio espresso dall'articolo 1576 del codice civile laddove si stabilisce che il locatore è tenuto anche ad eseguire tute le riparazioni necessarie alla cosa, con eccezione di quelle di "piccola manutenzione" che sono a carico del conduttore.
In ogni caso, allorquando la vetustà della cosa da cui derivi il cattivo stato dei suoi impianti (stato che quindi non trova causa nel difetto di manutenzione ordinaria) cagionino danno al conduttore, questi ha pieno diritto ad ottenere il risarcimento di tutti i danni patiti.
Il decreto ingiuntivo è "l'ordine" dato dal giudice al debitore di adempiere l'obbligazione assunta nei confronti del creditore (nel caso di specie, il pagamento di una somma di denaro) entro un determinato periodo di tempo, normalmente di 40 giorni, entro i quali il debitore può proporre opposizione. Trascorso tale termine, il decreto diventa esecutivo e il creditore può procedere dapprima alla notifica del cosiddetto precetto, vale a dire un'ulteriore intimazione ad adempiere, ed in seguito al pignoramento dei beni del debitore.
Nel caso proposto dal lettore, essendo ampiamente trascorso il termine di 40 giorni, senza che il debitore abbia proposto opposizione, il creditore potrà richiedere al giudice che ha emesso il provvedimento, che il decreto venga reso esecutivo e successivamente avrà titolo per procedere con l'esecuzione forzata.
E' importante ricordare che, qualora il creditore non agisca entro il termine decennale decorrente dalla data di emissione del decreto, il proprio credito si prescriverà irrimediabilmente.
STRADA DI ACCESSO CARRAIO
Neminem ledere, dicevano i romani. Il proprietario del fondo attiguo è tenuto ad evitare che i suoi clienti, utilizzatori dell'area privata destinata a parcheggio per il pubblico esercizio non arrechino danni alla rete di confine di proprietà del condominio.
Per questa ragione, qualora il condominio volesse ottenere la sistemazione della rete, ovvero un equo indennizzo, potrà rivolgersi all'autorità giudiziaria svolgendo azione di risarcimento dei danni nei confronti del medesimo vicino ex art. 2043 c.c..
Qualora il valore dei danni cagionati sia inferiore a 5.000,00 Euro, dovrà ricorrere al Giudice di Pace, viceversa, per un valore superiore a detta soglia, dovrà far riferimento al Tribunale territorialmente competente.
LESIONE DELLA QUOTA DI LEGITTIMA
Se il testamento del padre indica la madre quale erede dell'intero patrimonio, allora si configura certamente una lesione della "legittima", ovvero di quella quota minima di eredità spettante per legge al coniuge, ai figli e, in mancanza, agli ascendenti del defunto. Tali quote - ai fratelli complessivamente la metà del patrimonio del de cuius, mentre un quarto alla madre - spettano di diritto, al di là di ogni diversa volontà eventualmente espressa dal testatore, il quale avrebbe potuto liberamente disporre solo per il rimanente quarto. Si potrà quindi chiedere la reintegrazione della quota di eredità, anche tramite il riconoscimento di un diritto di comproprietà sugli immobili, proponendo avanti il competente Tribunale la cosiddetta azione di riduzione. E' tuttavia necessario non siano ancora trascorsi dieci anni dal momento in cui la madre ha accettato l'eredità; in caso contrario il diritto all'azione si sarebbe prescritto. Infine, se il lettore non è in alcuna parte proprietario dell'immobile, nemmeno è obbligato a pagare le relative tasse e potrà eventualmente pretendere la restituzione degli importi già pagati.
MUTAMENTO DESTINAZIONE D'USO DI UN IMMOBILE
Secondo una consolidata interpretazione della Corte di Cassazione (Sezioni Unite n. 943/1999, nonché Cassazione n. 17694/2007) le clausole limitative dei diritti dei singoli condomini - tra le quali la stessa giurisprudenza individua il mutamento della destinazione d'uso di un'unità immobiliare - hanno natura contrattuale. Ne consegue che l'apposizione o la modifica di tali clausole debbono essere deliberate all'unanimità dei condomini. Nel difetto di tale unanimità la delibera è nulla.
Tale vizio radicale della delibera può essere fatto valere in ogni tempo dal condomino (addirittura anche da chi prestò il proprio consenso), il quale può pretendere la revoca - anche giudiziale - della delibera medesima.
Oltre all'azione giudiziale volta ad ottenere la declaratoria di nullità, il lettore potrà altresì sollecitare l'amministratore e l'assemblea al rispetto del diritto di ogni condomino di fruire in modo eguale delle parti comuni: in particolare potrà richiedere che approntata una specifica disciplina relativa all'uso di posti auto per impedire che, di fatto, gli stessi vengano impiegati esclusivamente per il servizio dello studio professionale.
Nell'inerzia degli organi del condominio il lettore potrà rivolgersi all'autorità giudiziaria.
MANCANZA ALLACCIAMENTI
Se il rogito non dispone diversamente, si deve presumere che con la sottoscrizione del contratto la proprietà del bene venga trasferita con tutte le utilità inerenti. Pertanto, la mancanza degli allacciamenti necessari a garantire l'effettiva abitabilità dell'immobile integra senz'altro un inadempimento delle obbligazioni poste a carico del venditore e rileva quale fonte di responsabilità contrattuale di quest'ultimo. L'acquirente, in tal caso, previa tempestiva (entro 8 giorni dalla scoperta) denuncia del vizio riscontrato, avrà diritto ad ottenere l'adempimento dell'obbligazione da parte del venditore - nel qual caso l'ultimazione degli allacciamenti - o la riduzione del prezzo di vendita, oltre al risarcimento di tutti i danni derivanti dall'impedimento a disporre del bene venduto e, in caso il ritardo si protragga per un tempo tale da far venir meno l'interesse all'acquisto, potrà anche chiedere la risoluzione del contratto di vendita. Quanto verbalmente garantito dal venditore in sede di stipula del rogito in ordine all'ultimazione in pochi giorni degli allacciamenti potrà eventualmente rilevare in Vostro favore in caso quest'ultimo eccepisca la Vostra pregressa conoscenza del difetto dell'immobile o il decorso del termine per la relativa denuncia.
RESPONSABILITA' DANNI CAGIONATI DA ANIMALI
Il fatto è idoneo a configurare tanto una responsabilità civile per il risarcimento di tutti i danni patiti a favore del danneggiato quanto una responsabilità penale nel caso in cui siano conseguite lesioni personali.
La materia è disciplinata dall'art. 2052 del codice civile secondo cui "Il proprietario di un animale o chi se ne serve per il tempo in cui lo ha in uso, è responsabile dei danni cagionati dall'animale, sia che fosse sotto la sua custodia, sia che fosse smarrito o fuggito, salvo che provi il caso fortuito".
La giurisprudenza ha riconosciuto il caso fortuito, quale circostanza che esclude la responsabilità del proprietario, anche nel fatto del terzo danneggiato il quale in modo negligente si sia esposto al rischio di essere morso vanificando in tal modo le valide cautele approntate dal proprietario. In ogni caso la normale mansuetudine dell'animale non è circostanza sufficiente ad escludere la responsabilità civile.
I rischi economici connessi all'azione civile intentata dal danneggiato possono essere ridotti se non annullati mediante una congrua polizza assicurativa.
Quanto alla responsabilità penale, il reato ravvisabile è quello di lesioni personali colpose (art. 590 c.p.); la gravità della pena è commisurata alla gravità delle lesioni. Sussisterà responsabilità penale quando verrà provato che il proprietario ha violato le ordinarie regole di prudenza e diligenza nella custodia dell'animale. Si consideri tuttavia che l'autorità giudiziaria procederà per il reato di lesioni personali colpose solo in presenza di una valida e tempestiva querela da parte del danneggiato.
Nel febbraio 2009 il legislatore ha introdotto nel sistema penale il nuovo reato di "Atti persecutori", il cosiddetto reato di "stalking".
La norma punisce gravemente (con la reclusione da sei mesi a 4 anni) chi reiteratamente abbia minacciato o molestato la propria vittima ed abbia per questo cagionato ansia, paura o un fondato timore per l'incolumità personale.
Nelle intenzioni del legislatore tale reato è finalizzato soprattutto alla tutela di fronte alle reiterate persecuzioni perpetrate nei confronti di persone legate in precedenza da un vincolo sentimentale: la sussistenza di tale vincolo costituisce un aggravante.
Dal quesito deduco che non sussistono le condizioni per l'applicazione del reato di atti persecutori.
Ritengo invece che sia invocabile l'applicazione del reato contravvenzionale di "Molestie e disturbo alle persone" previsto dall'art. 660 c.p.
Laddove il cliente del negozio non smettesse la propria condotta a seguito di un formale invito e la lettrice decidesse di sporgere querela, il molestatore sarà costretto a subire un procedimento penale all'esito del quale sarà condannato all'arresto sino a sei mesi o a un'ammenda.
MANUTENZIONE TERRAZZA A LIVELLO
Dalla lettura del quesito deduco che il balcone dal quale filtra acqua piovana è in realtà una "terrazza a livello" ossia una superficie scoperta posta al sommo di alcuni vani e nel contempo sullo stesso piano di altri, destinata soprattutto a dare un affaccio e ulteriori comodità all'appartamento cui è collegata e del quale rappresenta una proiezione verso l'esterno.
La giurisprudenza ha equiparato tale manufatto immobiliare al lastrico solare o al tetto, inteso quale parte comune dell'edificio condominiale, ai sensi dell'art. 1117 codice civile, ai fini della ripartizione delle relative spese di riparazione o ricostruzione, soltanto quando assolve anche all'essenziale ed imprescindibile funzione di copertura dell'edificio stesso (Tribunale di Milano, 20 maggio 2002). In tema di condominio negli edifici, le spese di manutenzione, riparazione e ricostruzione delle terrazze, anche a livello, equiparate ai lastrici solari, sono disciplinate dall'articolo 1126 del codice civile che ne prevede la ripartizione in ragione di un terzo a carico del condomino che abbia l'uso esclusivo, restando gli altri due terzi della stessa spesa a carico dei proprietari dei piani o porzioni di piano sottostanti, ai quali il lastrico o la terrazza servano da copertura.
Di fronte al rifiuto di intervento da parte del condomino proprietario del terrazzo, sussistendo un danno derivante dalla percolazione d'acqua, non resterà che agire in giudizio per obbligarlo a sopportare l'esecuzione dei lavori, all'imputazione di un terzo delle relative spese e ottenere il risarcimento dei danni patiti. Quanto infine alla problematica relativa all'assicurazione sul fabbricato, si precisa che la stipula di quest'ultima, sebbene utile, non è imposta dalla legge.
L'ordinamento italiano, mediante l'istituto del gratuito patrocinio, garantisce ai cittadini meno abbienti il diritto di tutelare giudizialmente i propri interessi a spese dello Stato. A norma del D.P.R. n.115/2002, sono ammessi a tale beneficio solo i titolari di un reddito annuo imponibile ai fini IRPEF non superiore ad €.9.723,84 (limite oggi innalzato ad €.10.628,16 sulla base delle variazioni dei prezzi accertate dall'ISTAT). Ove il reddito della lettrice fosse inferiore a tale importo, la stessa potrà quindi presentare in Tribunale apposita istanza e, una volta ammessa al gratuito patrocinio, nominare un difensore, scegliendolo tra gli iscritti negli speciali elenchi degli avvocati a ciò abilitati. Quanto alla seconda problematica, sembrerebbe di capire che entrambi i coniugi siano debitori solidali nei confronti di un istituto di credito: ove così fosse, nel caso di mancato versamento delle rate da parte del marito, l'ente potrà pretendere l'intera somma dalla moglie, salvo il diritto per quest'ultima di rivalersi sul marito inadempiente. A tal fine, la copia autentica della sentenza di separazione costituisce già titolo esecutivo idoneo al recupero giudiziale di tali somme.
MUTUO PER IL PAGAMENTO DI LAVORI CONDOMINIALI
In generale, per il pagamento dei medesimi lavori afferenti l'edificio condominiale è senz'altro possibile per i condomini decidere di contrarre, invece che un unico mutuo a carico del Condominio, più mutui individuali a carico delle singole famiglie. Tuttavia, tale soluzione non mi sembra di alcuna convenienza ed anzi mi appare più dispendiosa, se non altro perché comporterebbe una moltiplicazione dei costi a carico dei singoli condomini sia a livello di interessi sulle rate del mutuo che di relative spese accessorie.
Anche con riferimento alla possibilità di godere delle detrazioni fiscali previste per il risparmio energetico in relazione ai costi dei lavori di rifacimento del tetto, non mi pare vi sia alcuna convenienza nell'apertura di più mutui. tale beneficio, ricorrendone i presupposti, spetta ad ogni contribuente nella misura del 55% delle spese sostenute per i lavori. Tra le sei famiglie la quota di ripartizione delle spese non muterebbe affatto se invece che un unico mutuo a carico del Condominio, se ne contraessero sei, uno per ogni condomino ed evidentemente allo stesso modo nemmeno muterebbe l'importo della detrazione.
I.C.I. E INFEDELE DICHIARAZIONE
L'Ici, imposta comunale sugli immobili, è stata istituita con decreto legislativo n. 504 del 1992 e deve essere pagata dai proprietari di fabbricati, aree edificabili e terreni agricoli situati nel territorio dello Stato; dai titolari di diritti reali di godimento (usufrutto, uso, abitazione, enfiteusi e superficie) sugli immobili sopra elencati; dai locatari in caso di locazione finanziaria (leasing); dai concessionari di aree demaniali.
In data 21 maggio 2008, il consiglio dei ministri ha approvato con decreto l'abolizione dell'Ici sulla prima casa.
Il taglio è entrato in vigore dal primo acconto del giugno 2008 e riguarda anche le pertinenze dell'abitazione principale (garage, cantina, box auto, ecc.).
Esclusi dallo sgravio sono le abitazioni di lusso, le ville e i castelli.
Qualora l'Ici 2008 sull'abitazione principale e sulle sue pertinenze fosse stata già pagata, è necessario presentare una richiesta di rimborso al Comune. In base alla normativa Ici, il contribuente deve chiedere all'Ufficio tributi del Comune il rimborso dell'imposta comunale versata e non dovuta entro 5 anni dalla data del versamento dell'imposta o dal momento in cui è stato accertato il diritto alla sua restituzione.
Nel caso dei lettori, l'imposta ICI è relativa all'anno 2004 ed è quindi antecedente all'abolizione del maggio 2008. L'imposta è quindi dovuta. Posto che la contestazione di infedele dichiarazione si è ripetuta negli anni è opportuno verificare la correttezza della stima operata dal comune e dei versamenti effettuati sulla scorta della legge istitutiva dell'imposta e delle aliquote comunali; ciò al fine di contestare l'addebito ovvero di rettificare i pagamenti effettuati per evitare ulteriori aggravi.
MANCATO PAGAMENTO SPESE CONDOMINIALI E SFRATTO
Il mancato pagamento delle spese condominiali legittima certamente l'intimazione di sfratto per morosità a carico del conduttore. Ed infatti, ai sensi dell'art.5 della legge n.392/78 (disciplina delle locazioni di immobili urbani), l'omesso pagamento degli oneri accessori costituisce motivo di risoluzione del contratto di locazione, ove le somme non versate superino un importo pari a due mensilità di canone. Pertanto, nel caso di specie, essendo la morosità superiore a cinque mensilità, il lettore potrà senza dubbio procedere ad intimare lo sfratto a carico dell'inquilino, citando quest'ultimo a comparire avanti al Tribunale territorialmente competente. Sarà altresì possibile richiedere non solo il rilascio dell'immobile, ma anche l'emissione, da parte del Giudice, di un'ingiunzione di pagamento a carico dello stesso conduttore per una somma pari alla morosità, oltre agli interessi maturati e alle spese legali.
VIZI NON CONOSCIUTI
In caso il bene venduto presenti vizi non conosciuti, non facilmente riconoscibili o, se anche riconoscibili, espressamente negati dal venditore, contro di questi l'acquirente potrà far valere la specifica garanzia per vizi e difetti del bene venduto. Quindi, indipendentemente dalla possibilità di nominare un amministratore per la gestione della problematica condominiale, lei, individualmente in quanto acquirente, potrà, in forza di tale istituto giuridico, pretendere dal venditore la risoluzione del contratto di vendita, o, in alternativa, la riduzione del prezzo pagato, oltre all'eventuale risarcimento dei danni. Tale azione presuppone tuttavia la denuncia dei vizi al venditore, denuncia, per la quale non sono previste particolari forme (può bastare anche una telefonata), ma che è sempre preferibile effettuare tramite raccomandata con ricevuta di ritorno quantomeno per avere la prova della sua tempestività. l'effettuazione della denuncia oltre i termini perentori previsti dal codice ' otto giorni dalla scoperta ' comporta, infatti, per l'acquirente la decadenza dal diritto di far valere la garanzia, salvo che non si dimostri che il venditore ha occultato la presenza dei vizi. Ma perché tale occultamento si configuri occorre un condotta dolosa del venditore diversa e ulteriore rispetto alla semplice negazione dei difetti.
Secondo la sentenza della Corte di Cassazione sezione tributaria dell'ottobre 2008 n. 25902 le detrazioni concesse per l'abitazione principale ' agevolazioni di cui abbiamo già accennato in precedenti numeri della rubrica - possono coinvolgere più appartamenti sia pure ubicati su piani differenti.
Più precisamente, secondo la Corte, ai fini delle agevolazioni ICI per l'abitazione principale, non è rilevante il numero delle unità catastali che lo compongono, ma la prova dell'effettiva utilizzazione ad abitazione principale dell'immobile complessivamente considerato, in quanto il termine di «abitazione principale» non risulta necessariamente legato al fatto di «unità immobiliare iscritta o che deve essere iscritta nel catasto dei fabbricati» limitato a una sola unità come identificata catastalmente, ma dall'uso specifico dell'immobile ne complesso considerato.
Secondo la Corte tale principio è applicabile anche alle agevolazioni previste dalla legge per l'acquisto della prima casa.
Il lettore potrà quindi avvalersi dell'esonero al pagamento dell'i.c.i. laddove documenti le circostanze sopra descritte al proprio comune di residenza.
MATRIMONIO E SEPARAZIONE DEI BENI
Il regime della separazione dei beni trova la sua disciplina nell'articolo 215 del codice civile. Allorché al momento della celebrazione del matrimonio o successivamente (attraverso atto pubblico o scrittura privata autenticata) i coniugi decidano di convenire tale regime patrimoniale, ciascuno di essi manterrà la titolarità esclusiva dei beni acquistati in costanza di matrimonio. Nel caso indicato dalla lettrice, nel corso del rapporto coniugale i coniugi hanno optato per il regime della separazione patrimoniale, per poi acquistare ciascuno una quota del 50% del diritto di proprietà relativo al medesimo immobile.
Al momento del decesso di uno dei coniugi tale quota del 50% dell'intera proprietà cadrà in successione come qualsiasi altro bene di proprietà esclusiva del coniuge in regime di separazione dei beni. In tal caso ' in difetto di diversa disposizione testamentaria - si dovrà quindi fare applicazione dell'articolo 581 del codice civile secondo il quale al coniuge superstite toccherà il terzo dell'intero patrimonio, così come un terzo ciascuno sarà devoluto ai due figli.
Da quanto rappresentato, le condotte moleste della sua vicina sembrerebbero configurarne la responsabilità quantomeno per i reati di minaccia e ingiuria; lei ben potrà presentare denuncia querela avanti le competenti Autorità Giudiziarie , nonché agire anche in sede civile al fine di ottenere la condanna alla cessazione di tali condotte e per poter ottenere un giusto risarcimento.
Se poi le molestie da lei lamentate dovessero essere reiterate nel tempo e tali da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l'incolumità propria o di un prossimo congiunto ovvero da costringerla ad alterare le proprie abitudini di vita, sarebbe configurabile il reato di atti persecutori (cosiddetto stalking) annoverato all'art. 612bis del Cod.Pen. La nuova norma prevede la comminazione di sanzioni ben più pesanti, financo la reclusione da 6 mesi a 4 anni, e la possibilità per la parte offesa, di richiedere che il Questore "ammonisca" preventivamente il presunto persecutore al fine di far cessare la condotta illecita. Resta salvo, anche in questo caso, il diritto ad un equo risarcimento.
Il medico è tenuto a prescrivere farmaci per indicazioni terapeutiche specificamente autorizzate dal Ministero della Sanità e riportate nel foglietto illustrativo dei farmaci - il "bugiardino". La prescrizione di farmaci al di fuori di tali indicazioni è definita "off label" ed è attività in assoluto non vietata dalla legge, che tuttavia la sottopone a dei limiti rigorosi. A norma della cosiddetta legge "Di Bella", il medico può prescrivere farmaci off label, solo in casi singoli, dopo aver acquisito lo specifico consenso del paziente, dopo averlo informato dei possibili rischi, se l'efficacia del farmaco è attestata da studi scientifici e se non esistono sul mercato altri farmaci per la specifica patologia. Il mancato rispetto di tali limiti costituisce un'ipotesi di responsabilità professionale del medico, che potrà essere obbligato al relativo risarcimento in caso di danno accertato. Si potrà parlare di danno sia in caso di assenza di miglioramenti che in ipotesi di peggioramento; sempre se tali conseguenze non si sarebbero comunque verificate con l'utilizzo della farmacologia indicata per la specifica patologia. Secondo taluni la prescrizione di farmaci off label è attività pericolosa: in caso di danno, la colpa del medico è presunta e il professionista se ne sottrae soltanto provando di aver adottato tutte le misure idonee.
SOLLEVAMENTO PESI LAVORATORE SUBORDINATO
Al fine di meglio inquadrare la questione, sarebbe necessario conoscere il CCNL applicato al rapporto di lavoro. Il sollevamento di campioni e lo spostamento di espositori non sono in sé e per sé mansioni illegittime. Tuttavia, nel caso in cui il peso dei suddetti oggetti risulti eccessivo, anche in proporzione alle possibilità fisiche dell'operatore, quest'ultimo ben può richiedere un ausilio.
Qualora il sollevamento di pesi arrechi problemi fisici, come è nel caso in esame, la dipendente può richiedere al proprio datore di lavoro di essere sottoposta ad una visita del medico aziendale. Se a seguito dalla visita il medico rilevi che per particolari ragioni fisico'mediche sia da evitare il sollevamento di pesi, il datore di lavoro è tenuto a dispensare il proprio dipendente da questo genere di mansioni. Gli eventuali danni cagionati alla salute del dipendente, qualora connessi alle mansioni svolte, possono essere imputati al datore di lavoro ex art. 2087 Cod. Civ. con relativo onere di risarcimento in capo a quest'ultimo (Cfr. Cassazione civile , sez. lav., 17 maggio 2006, n. 11523).
Il decreto legislativo 81/2008, testo unico sulla sicurezza sul lavoro, pone dei limiti di carico massimo sollevabile da parte di un operatore. Un allegato indica un carico massimo consentito di kg 25 per gli uomini e di kg 15 per le donne.
SCIOGLIMENTO SUPERCONDOMINIO E NOMINA AMMINISTRATORI
La nomina di due amministratori, uno per palazzina, è possibile previa delibera di scioglimento dell'unico condominio. L'articolo 61 delle disposizioni attuative del codice civile dispone che, quando il condominio è composto da più edifici, si può sciogliere il condominio medesimo a mezzo di delibera dell'assemblea dei comproprietari, con il quorum della maggioranza degli intervenuti cui è riconducibile almeno la metà dei millesimi di valore dell'edificio.
All'esito ciascuna palazzina sarà autonoma; dovrà quindi provvedere alla nomina di un proprio amministratore.
Nel caso segnalato dal lettore ' in considerazione dell'esistenza di beni accessori quali un giardino comune e di un unico impianto di riscaldamento - sarà però necessario costituire anche un "supercondominio" tra le due palazzine; la relativa assemblea, composta da tutti i comproprietari delle due palazzine sarà periodicamente chiamata a deliberare in ordine all'amministrazione di tali beni oltre che alla nomina di un "super amministratore" che potrà tuttavia coincidere con uno degli amministratori delle singole palazzina.
Se lo scioglimento del condominio è quindi possibile, resta da valutare attentamente la convenienza, anche economica, di tale scelta.
SPESE CONDOMINIALI E RIVALSA
Il quesito trova la sua soluzione nella recente sentenza della Corte di Cassazione n. 747 del gennaio 2009 secondo la quale quando, nell'approvazione del rendiconto consuntivo, l'assemblea condominiale abbia approvato la ripartizione di una spesa secondo un erroneo calcolo (e non già facendo consapevole applicazione di una norma diversa da quella applicabile) tale delibera è annullabile e come tale deve essere impugnata entro il termine di 30 giorni previsto dall'art. 1137 del codice civile.
Nel caso specifico le delibere che hanno erroneamente ripartito le spese condominiali di riscaldamento non sono state tempestivamente impugnate da uno dei condomini costretti al maggiore esborso e non possono pertanto essere oggetto di revisione giudiziale.
Il condomino che è rimasto avvantaggiato non può quindi essere costretto ad alcun pagamento supplementare.
Rimane la possibilità di agire per il risarcimento dei danni nei confronti degli amministratori negligenti. Per tale responsabilità vi è tuttavia il termine di prescrizione di 5 anni, sicché l'amministratore che abbia eccepito la prescrizione non risponderà degli errori precedenti al quinquennio.
PIANTUMAZIONE E NORME DI LEGGE IN MATERIA DI DISTANZE DAL CONFINE
L'art. 892 del codice civile prescrive le distanze minime che debbono essere osservate per la piantumazione dal confine. Le piante d'alto fusto debbono distare almeno tre metri; gli alberi di non alto fusto (di altezza inferiore a 3 metri) possono essere apposti ad una distanza non inferiore al metro e mezzo; le siepi possono essere apposte alla distanza di mezzo metro.
I regolamenti comunali - reperibili presso il municipio - possono derogare a tali distanze. Le distanze sono validamente derogate anche laddove sia intervenuto un precedente accordo o per usucapione.
Nel caso esposto dal lettore, se gli alberi sono stati piantati a distanza minore di 3 metri dal confine, è suo diritto di ottenere l'estirpazione delle piante. Nel caso in cui le piante siano siepi cresciute a dismisura (accade spesso alla siepe di lauro) se ne potrà chiedere il taglio. Competente per tale richiesta è il Giudice di pace.
Nel diverso caso in cui le piante siano invece site all'interno della proprietà condominale ove si trova l'appartamento, non potranno trovare applicazione le norme relative alle distanze dal confine.
In tale caso le piante potranno essere recise in tutto o in parte per delibera condominiale o per provvedimento del Giudice solo nel caso in cui rappresentino un pericolo per persone e cose.
IMMISSIONI DI FUMI E RUMORI
L'art.844 c.c. considera illecita l'immissione nella proprietà altrui di fumi e di rumori ove questa superi la soglia della "normale tollerabilità". Limite questo fissato da norme amministrative con riferimento alle particolari caratteristiche dei luoghi (tali soglie sono più elevate nelle aree industriali, per diventare più rigorose in quelle residenziali). Per valutare se le immissioni siano o meno legittime ci si può rivolgere alle istituzioni comunali, che si avvalgono della consulenza tecnica dell'ARPA (Agenzia Regionale per la Protezione dell'Ambiente). Ove venga accertato il superamento dei limiti imposti dal piano di zona, non solo il Comune potrà imporre al responsabile l'adeguamento ai valori legali, ma sarà altresì possibile adire l'Autorità Giudiziaria per impedire la continuazione di tale condotta illecita. Si consideri peraltro che il disturbo delle persone integra anche un reato penale, punito dall'art.659 c.p. con l'ammenda sino ad €309,00 o con l'arresto sino a tre mesi. Nel caso di specie, si dovrà inoltre valutare l'eventuale impatto negativo dell'impianto sul decoro dell'immobile: in tal caso l'assemblea condominiale potrà deliberarne la disinstallazione.
TETTO COMUNE E SUDDIVISIONE SPESE
In mancanza di specifica disposizione nell'atto di divisione, la proprietà del tetto dell'immobile resta in comunione indivisa tra i fratelli.
Secondo le norme che regolano la comunione, la conservazione dell'immobile spetta a tutti i comproprietari, che sono obbligati a concorrere al pagamento delle relative spese in proporzione delle rispettive quote, mentre il comproprietario che abbia anticipato le spese ha diritto al rimborso.
Tale disciplina di legge non è tuttavia inderogabile e gli accordi delle parti possono regolare diversamente i rapporti.
Così, ogni onere relativo alla conservazione del tetto spetterà ad uno solo dei fratelli, se gli stessi hanno in tal modo stabilito con l'atto di divisione.
In via di principio, nulla vieterebbe che anche per la straordinaria manutenzione si stabilisse convenzionalmente l'obbligo di uno solo dei comproprietari, ritengo tuttavia che, in mancanza di precisazioni, per "manutenzione" debbano intendersi le sole opere di conservazione con esclusione degli atti eccedenti l'ordinaria manutenzione, in relazione ai quali, pertanto, sia nei poteri di decisione che negli obblighi di contribuzione, dovranno concorrere entrambi i fratelli, secondo le norme che regolano la comunione di beni.
DICHIARAZIONE DI SUCCESSIONE DEGLI EREDI
Il Testo Unico sulle Successioni prevede che gli eredi siano tenuti a presentare una dichiarazione di successione all'Agenzia delle Entrate entro il termine di 12 mesi dalla data di apertura della successione, corrispondente in genere alla data di morte.
L'obbligo sussiste se l'asse ereditario ha valore superiore ad €25.822,84 o se sussistono diritti su beni immobili.
Prima della dichiarazione di successione gli eredi debbono provvedere al pagamento delle imposte ipotecaria e catastale sul valore degli immobili: l'importo da versare a titolo di imposta ipotecaria è pari al 2% del valore degli immobili; l'imposta catastale è pari all'1% di detto valore (con un minimo di € 168).
Nel caso in cui la dichiarazione di successione e il relativo versamento delle imposte ipotecaria e catastale avvengano dopo il termine previsto di 12 mesi, sono previste delle sanzioni, oltre all'imputazione degli interessi.
Si consideri che oltre alle imposte ipotecarie e catastali relative agli immobili caduti in successione, a decorrere dal 3 ottobre 2006 è previsto l'obbligo per gli eredi di corrispondere un'imposta di successione che ha valore diverso a seconda del grado di parentela (per i figli l'imposta è pari al 4% sul valore dell'eredità spettante a ciascuno, con una franchigia pari ad € 1.000.000). Anche per il ritardato pagamento di tali imposte sono previste sanzioni, oltre agli interessi.
RESPONSABILITA' PER ABBANDONO DI RIFIUTI - ETERNIT -
Secondo il testo unico dell'ambiente, risponde dell'abbandono e deposito di rifiuti sul suolo, oltre all'autore di tale abbandono, anche il proprietario del suolo stesso a cui la violazione sia imputabile a titolo di dolo o colpa. In tal caso, oltretutto, per colpa deve intendersi anche la mancata adozione delle cautele e degli accorgimenti idonei che l'ordinaria diligenza avrebbe suggerito ai fini di un efficace custodia della proprietà. L'accertamento della responsabilità per abbandono abusivo comporta per il proprietario colpevole l'onere di concorrere con l'autore della violazione alle spese di recupero, rimozione e smaltimento dei rifiuti rinvenuti.
La disciplina non cambia se oggetto del ritrovamento sono lastre di eternit, se non per l'obbligo in tal caso di servirsi di imprese specializzate munite di apposita autorizzazione e di adottare particolari tecniche per la messa in sicurezza e la rimozione del materiale cancerogeno.
Un'ulteriore e concorrente responsabilità potrebbe inoltre ricadere in capo sul proprietario per gli eventuali danni cagionati dal materiale rinvenuto, responsabilità che trattandosi di bene comunque sottoposto alla sua custodia è esclusa solamente dal caso fortuito, ovvero da un evento del tutto imprevedibile ed eccezionale.
SOCIETA' DI PERSONE - MORTE DEL SOCIO - LIQUIDAZIONE - DIRITTO EREDI - REVOCA LIQUIDATORE - PRESCRIZIONE
Il caso di morte del socio nella società di persone viene regolato dagli artt. 2284 - 2289 c.c., che prescrivono l'obbligo dei soci superstiti di liquidare in favore degli eredi il valore della quota del de cuius, sempre che non preferiscano sciogliere la società o continuarla con gli eredi.
Va precisato che la società, anche se composta solamente da due soci, non si estingue automaticamente a causa della morte di uno di questi, in quanto al socio superstite rimane la facoltà di ricostituire la pluralità entro sei mesi dal venir meno della stessa.
Per l'esatta configurazione del diritto spettante agli eredi si deve avere riguardo al tempo in cui è sopraggiunta la morte del socio.
A seconda del momento nel quale tale evento va a collocarsi nella vita della società, possono individuarsi tre distinte ipotesi:
1. se l'evento morte si colloca, quando era già stata avviata la fase di liquidazione allora gli eredi subentrano nella medesima posizione del socio e nel suo diritto a partecipare con pieni poteri a detta fase e ad ottenere una quota di liquidazione all'atto dell'approvazione del bilancio finale (Trib. Milano, 02 giugno 1994).
In tal caso dovrà tenersi conto che la procedura di liquidazione del patrimonio sociale nelle società di persone è regolata dagli artt. 2275 e ss. c.c..
Il ricorso a tale procedura è facoltativo, potendo i soci concordare nell'atto costitutivo, ma anche in un momento successivo, una diversa modalità di estinzione della società o chiedere al Giudice la definizione dei reciproci rapporti di dare avere (Cass. civ. , sez. I, 29 maggio 2003 n. 8599).
Quanto alla possibilità di demandare al giudice la ripartizione del patrimonio attivo della società, anch'essa, secondo la giurisprudenza, presuppone un'istanza congiunta di tutti i soci (Cass. civ. 20 dicembre 1985, n. 6525)
Il procedimento formale di liquidazione - quello prescelto dai soci - prevede che la ripartizione delle poste attive avvenga solamente una volta estinti i debiti della società o accantonate le somme necessarie a tale scopo (art. 2280 c.c.). Il mancato rispetto di tale procedura espone il liquidatore a responsabilità anche penale per il reato previsto dall'art. 2633 c.c..
La scelta della procedura formale di liquidazione non è comunque irreversibile, così come non lo è la nomina del liquidatore.
L'incarico al liquidatore può infatti essere in ogni momento revocato, anche in assenza di giusta causa, su decisione adottata dai soci all'unanimità. La determinazione della revoca non abbisogna oltretutto di particolari formalità, conseguendo al semplice accordo, comunque manifestato.
Sebbene in questo caso non influisca in alcun modo sulla validità della revoca, la mancanza di giusta causa potrebbe tuttavia legittimare la domanda risarcitoria del liquidatore nei confronti dei soci secondo le norme che regolano l'estinzione del mandato (art. 1725 c.c.).
Mancando l'unanimità dei consensi, la revoca del liquidatore può essere disposta dal Giudice per giusta causa, anche su domanda del singolo socio (o dei suoi eredi).
Pur non essendovi un'opinione univoca della giurisprudenza di merito (cfr. Trib. Bari, 27 marzo 2006; in senso contrario, Trib. Piacenza, 22 aprile 2004), il procedimento applicabile dovrebbe essere quello camerale plurilaterale nel rito societario come regolato dagli artt. 30 e ss. D.lgs.5/03, che prevede quale rimedio cautelare tipico quello disciplinato dall'art. 31.
Il socio superstite e tutti gli eredi del socio defunto sarebbero ai fini di detto giudizio litisconsorti necessari.
La giusta causa che giustifica la revoca del liquidatore è rappresentata da un evento o comportamento che integri una grave violazione dei doveri inerenti al mandato e faccia temere ulteriori irregolarità pregiudizievoli per i soci e per gli scopi del procedimento.
E' pertanto da ritenere giusta causa di revoca del liquidatore, in quanto integrante violazione del mandato assunto anche nell'interesse dei singoli soci, l'immotivato rifiuto dello stesso di procedere all'immediata ripartizione del patrimonio attivo, in quanto non vi osti il divieto sancito dagli artt. 2280 c.c. e 2633 c.c..
Ciò vale a maggior ragione se tale rifiuto consegua ad una esplicita richiesta avanzata congiuntamente da tutti gli aventi diritto.
Disposta la revoca dell'attuale liquidatore, il socio e gli eredi, oltre che naturalmente accordarsi sulla nomina di un nuovo liquidatore o chiedere che sia il Presidente del Tribunale a nominarlo, potranno unanimemente concordare una diversa modalità di estinzione della società e di liquidazione del patrimonio.
E' tuttavia discusso se con tale accordo si possa anche stabilire la ripartizione del patrimonio sociale e la liquidazione delle poste anticipatamente rispetto alla estinzione dei debiti della società o l'accantonamento delle necessarie somme, così derogando al disposto dell'art. 2280 c.c. ovvero se, nonostante la mancata nomina di un liquidatore, i soci debbano comunque provvedere agli adempimenti stabiliti dalla citata norma.
La Cassazione si è sempre univocamente e costantemente espressa nel senso della piena derogabilità, anche in considerazione del fatto che i creditori di società di persone sarebbero comunque tutelati dalla responsabilità illimitata dei soci e dalle azioni di responsabilità eventualmente esperibili anche a danno degli stessi (Cass. civ. 27 gennaio 1992, n. 860).
Le più recenti sentenze della giurisprudenza di merito, come buona parte della dottrina, hanno tuttavia messo in discussione tale principio, giungendo a sancire la nullità della convenzione con la quale i soci avevano concordato la ripartizione di beni della società, senza che venissero preliminarmente assolti gli incombenti prescritti dall'art. 2280 c.c. (cfr. Trib. Milano, 02 settembre 2003)
Una volta revocato il liquidatore, potrebbe essere concordato con il socio superstite l'accantonamento (immissione in un conto corrente o libretto bancario) di una somma sufficiente a soddisfare le pretese di creditori contestati e procedere contestualmente alla liquidazione parziale del residuo importo patrimoniale.
2. se tuttavia il decesso è avvenuto prima che sia intervenuta la decisione dei soci di porre in liquidazione la società ed il socio superstite, invece che liquidare il valore della quota di partecipazione spettante al socio in favore dei suoi eredi, abbia entro i sei mesi successivi deciso lo scioglimento della società, gli eredi avranno anche in questo caso diritto ad una quota di liquidazione, ma è assai dubbio, se non deve addirittura essere escluso (in questo senso l'orientamento di gran lunga maggioritario cfr. Cass. civ., sez. II, 19 aprile 2001; cfr. contra Corte appello torino, 10 novembre 1993) che gli stessi possano anche partecipare a detta fase con gli stessi poteri spettanti al socio superstite (vedi sopra).
Se si accordasse credito all'orientamento concorde della giurisprudenza (a mio parere assai discutibile), non resterebbe quindi agli eredi che attendere inerti la definitiva liquidazione delle poste attive da parte del liquidatore nominato, spettando infatti solamente al socio superstite il diritto potestativo di revocare lo stesso e di nominare un sostituto (Trib. Milano 26 ottobre 2002).
In limine, qualora se ne ravvisassero i presupposti gli eredi potrebbero sempre agire nei confronti della società contestando l'inesatta determinazione della quota al fine liquidata, o eventualmente nei confronti del liquidatore per il risarcimento dei danni dovuti a responsabilità dello stesso nell'attività di amministrazione del patrimonio sociale.
3. se, infine, lo scioglimento sia avvenuto ex art. 2272 n. 4 c.c., allo scadere dei sei mesi dalla morte del socio, quale automatica conseguenza del venir meno della pluralità dei soci, gli eredi potranno pretendere alla stregua di qualsiasi altro creditore sociale il pagamento del valore della quota di partecipazione spettante al de cuius al momento del decesso, ma non avranno alcun diritto sulla quota di liquidazione e di conseguenza non potranno esercitare i poteri spettati unicamente ai soci in relazione a tale fase.
In questo caso, gli eredi ben potranno avanzare la propria pretesa di liquidazione del dovuto direttamente nei confronti della società (Cass. sez. Un., 26 aprile 2000 n. 291), pretesa già divenuta attuale ed esigibile decorso il termine di sei mesi dal decesso del socio, secondo quanto previsto dall'art. 2289 c.c..
Nel calcolo della quota di partecipazione esigibile dagli eredi, diversamente che per la quota di liquidazione, non dovrebbero computarsi gli utili e le perdite maturati successivamente alla morte del socio. il valore del diritto degli eredi sarebbe ovvero rappresentato dal valore che la quota societaria del de cuius posseva al momento dell sua morte, comprensivo del valore di avviamento.
Il diritto degli eredi di pretendere la liquidazione della quota di partecipazione del socio defunto si prescrive in cinque anni, in quanto diritto derivante da rapporto sociale ex art. 2949 c.c. (Corte App. Milano 29 gennaio 1999; ma non mancano decisioni discordi: Trib. Monza, 2 giugno 1989, secondo cui sarebbe illogico calcolare un termine di prescrizione differente da quello decennale previsto per l'accettazione dell'eredità).
Il momento dal quale comincia a decorrere detto termine è differente a seconda del caso considerato perchè diverge il momento in cui il diritto diviene esigibile ex art. 2935 c.c.: sia nella prima che nella seconda ipotesi (morte durante liquidazione e decisione del socio superstite di sciogliere la società intervenuta entro i sei mesi dalla morte) il termine comincerà a decorrere dall'approvazione del bilancio finale di liquidazione; nell'ultima ipotesi considerata (scioglimento della società dopo decorsi sei mesi dalla morte del socio) a far tempo invece dal scadenza dei sei mesi successivi al decesso del de cuius.
FALLIMENTO E CREDITI DELL'IMPRESA ARTIGIANA: IL PRIVILEGIO EX ART. 2751 BIS, N.5 C.C.
FIORI A MANO ARMATA
A soli due mesi dall'entrata in vigore del D.L. 11/09 le cronache riportano, a Piacenza, a Torino, ma anche nel comasco, i primi casi in Italia di arresto per "stalking".
E già, perché tra le possibili conseguenze dell'introduzione nel Codice Penale del nuovo articolo 612 bis, rubricato "atti persecutori", vi è anche per il presunto molestatore l'arresto in flagranza di reato.
Il fatto non sarebbe così straordinario se non fosse che in questo caso il pericoloso delinquente, reso inoffensivo ed "assicurato alla giustizia", anzichè di un coltello, di una pistola o di chissà qual'altra arma letale, potrebbe essere trovato armato di un mazzo di fiori e che con il loro provvidenziale intervento le forze dell'ordine potrebbero trarre in salvo l'ipotetica vittima, non già dai barbari intenti di un'omicida, ma dai ripetuti profluvi amorosi di un spasimante troppo invadente.
Secondo l'indagine Istat condotta nel 2007, tra le pratiche che più frequentemente lamentano le vittime di stalking figurano anche: "richieste di appuntamenti e regali indesiderati", mentre, secondo l'O.N.S. (Osservatorio Nazionale Stalking) tra i cinque profili dello stalker descritti dagli esperti di psicologia criminale vi è anche "il corteggiatore incompetente".
Ebbene, da oggi i Don Giovanni da strapazzo di tutta Italia sono chiamati ad affinare le proprie tecniche di corteggiamento o a demordere dai propri desideri di conquista e tutti i Ciullo D'Alcamo e i Pietro Aretino dovranno rassegnarsi ad abbandonare le lusinghe sfrontate ed irriverenti per educarsi ai più eleganti modi dell'"amor cortese" se non vogliono correre il rischio di ricevere, insieme ad un due di picche, anche un ammonimento del questore.
Una precisa scelta legislativa quella di riferirsi a nozioni estremamente elastiche e indeterminate come quelle di molestia o di alterazione delle abitudini di vita.
Tale scelta ha l'indubbio pregio di consentire la perseguibilità anche di quelle condotte che, pur in apparenza neutre, per il fatto di essere reiterate assumono un indubbio carattere lesivo a danno di chi le subisce, potrebbe tuttavia creare anche non pochi imbarazzi in fase di applicazione concreta.
Il rischio è quello di restringere eccessivamente le maglie della giustizia penale ricomprendendo casi privi di effettivo disvalore sociale.
Occorre evitare che alle reiterate minacce e molestie di chi agisce con la consapevolezza di infliggere alla vittima turbamenti ed afflizioni, possano di fatto e di diritto essere assimilate condotte, che, se pure indesiderate, si rivelino anche sostanzialmente innocue, in quanto poste in essere con la sola intenzione di compiacere chi è destinato a riceverle.
Ebbene, a meno di una sempre possibile revisione del Decreto Legge in sede di conversione, sarà demandato alla giurisprudenza di delineare con criteri oggettivi gli incerti confini di applicazione della norma.
Per intanto il nostro "corteggiatore incompetente", colto con i fiori nel sacco, potrà se del caso difendersi giurando di non aver avuto intenzione e di non avere nemmeno immaginato, obnubilato com'era dai fumi dell'amore, di recare nocumento o molestia all'amata.
Il reato di atti persecutori presuppone infatti il dolo dell'autore, ovvero la consapevolezza di commettere l'azione delittuosa, dolo che, nei cosiddetti reati di evento, deve necessariamente ricomprendere anche la rappresentazione dell'evento, appunto, quale conseguenza diretta dell'azione.
L'autore deve cioè aver la cognizione che la condotta reiterata provochi, o quantomeno sia idonea a provocare (c.d. dolo eventuale), nel soggetto che la subisce un perdurante e grave stato d'ansia e di paura, ovvero sia tale da ingenerare un fondato timore per l'incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita.
Mancando per una qualsiasi ragione tale rappresentazione, e, d'altronde si sa, l'amore rende ciechi, mancherebbe anche il presupposto soggettivo per l'applicazione della sanzione penale.
E forse in questo caso si giungerà infine a dire che amor excusat.
IRRILEVANZA PENALE DELLA CONDOTTA DEL MEDICO CHE OPERI IN ASSENZA DI VALIDO CONSENSO DEL PAZIENTE
Cassazione penale, Sezioni Unite,
sentenza 21.01.2009 n. 2437
"Ove il medico sottoponga il paziente ad un trattamento chirurgico diverso da quello in relazione al quale era stato prestato il consenso informato, e tale intervento, eseguito nel rispetto dei protocolli e delle leges artis, si sia concluso con esito fausto, nel senso che dall'intervento stesso è derivato un apprezzabile miglioramento delle condizioni di salute, in riferimento anche alle eventuali alternative ipotizzabili, e senza che vi fossero indicazioni contrarie da parte del paziente medesimo, tale condotta è priva di rilevanza penale."
Ciò è quanto hanno statuito le Sezioni Unite della Corte di Cassazione Penale, che pur riconoscendo che la sottoposizione del paziente a trattamento sanitario, senza il preventivo e valido consenso di quest'ultimo, costituisce una violazione di diritti di rilevanza costituzionale, hanno ciò non di meno escluso che tale condotta assuma rilevanza sul piano penale, non potendo configurarsi in riferimento alla stessa né il reato di violenza privata, non potendo l'omessa attività informativa costituire una costrizione della volontà inespressa del soggetto, né quello di lesioni personali colpose, dovendosi escludere, nel caso di esito positivo dell'intervento, la ricorrenza di una malattia nel corpo o nella mente.
La questione trattata dalla sentenza del 21.01.2009 n. 2437 della Cassazione penale, Sezioni Unite, investe il problema della rilevanza penale della condotta del medico che, in mancanza di valido consenso, abbia sottoposto il paziente ad un trattamento chirurgico, pure eseguito nel rispetto dei protocolli e delle leges artis e conclusosi con esito pienamente soddisfacente.
La pronuncia è di particolare interesse, innanzi tutto perché tocca un tema estremamente attuale qual'è quello del consenso del paziente al trattamento sanitario e della responsabilità medica in generale, in secondo luogo perché, nell'ambito di tale delicato contesto risolve un annoso dibattito fra opposti orientamenti giurisprudenziali e dottrinali che tocca temi di stretta rilevanza costituzionale, quali il diritto alla vita, alla salute, alla libertà e all'autodeterminazione, in terzo luogo, perchè opera uno "screaning" delle figure di reato sotto le quali, "storicamente", sono state inquadrate le fattispecie classiche di responsabilità medica: il reato di lesioni personali e quello di violenza privata.
L'assoluta rilevanza dei principi espressi è inoltre garantita dalla particolare autorevolezza dell'organo giudiziario che li ha sanciti: le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, a cui è per legge devoluta la risoluzione dei conflitti tra giudicati delle sezioni semplici e la decisione su questioni coinvolgenti i "massimi" interessi.
E difatti nel corso degli ultimi vent'anni la Cassazione, si era espressa su questioni sostanzialmente analoghe, giungendo a conclusioni per molti versi opposte.
In particolare vengono in luce opposti orientamenti giurisprudenziali in riferimento a due specifiche problematiche: la prima riguarda la valenza assunta dal consenso informato in relazione alla particolare natura della prestazione medica; la seconda la possibilità di inquadrare l'illecito in una delle fattispecie di reato previste e disciplinate dal codice penale.
Le Sezioni Unite rendono innanzi tutto conto di tali contrasti ripercorrendo e riesaminando le tesi giuridiche che hanno dato vita alle opposte pronunce.
Secondo una prima tesi, sino ad oggi maggioritaria, il consenso informato veniva inteso come presupposto indefettibile per la liceità di qualsiasi trattamento medico, mentre la possibilità di intervenire senza preventivo consenso del paziente doveva ritenersi un'ipotesi strettamente limitata ai soli casi dello stato di necessità o di trattamento sanitario obbligatorio.
Altra giurisprudenza sulla base del presupposto contrario della necessità e obbligatorietà del trattamento medico, pur non negando il ruolo decisivo assunto dalla volontà del paziente, ne relegava l'efficacia preclusiva alla sola ipotesi dell'espressione di un chiaro e legittimo dissenso, con la conseguenza di escludere la responsabilità del medico che fosse intervenuto con correttezza e secondo le leges artis, pure in assenza di un espresso consenso.
Le Sezioni Unite prendono posizione nell'ambito di tale dibattito, coniugando al meglio gli opposti orientamenti.
Afferma la Corte che, sebbene sia certo che il consenso del paziente non opera a livello di scriminante dell'attività medica, che è invece attività di per sé pienamente legittima, eziologicamente orientata al perseguimento di interessi garantiti dalla Costituzione, neppure vi è dubbio che proprio dalla Costituzione ed in specie dal suo articolo 32, che difatti sancisce il divieto di trattamenti sanitari obbligatori fuori dai casi consentiti e che configura il diritto alla salute non come dovere bensì come libertà di curarsi, discende che ogni trattamento sanitario presuppone la libera, piena e consapevole volontà della persona che a quel trattamento viene sottoposta.
Tale principio ha da ultimo trovato pieno riconoscimento da parte della Corte Costituzionale (sentenza n. 438 del 2008) che ha altresì avuto modo di precisare che "il consenso informato, inteso quale espressione della consapevole adesione al trattamento sanitario proposto dal medico, si configura quale vero e proprio diritto della persona e trova fondamento nei principi espressi nell'art. 2 della costituzione."
Nessun dubbio pertanto sulla contrarietà alla legge della condotta del medico che abbia sottoposto a trattamento sanitario il paziente, senza preventivamente accertarsi del suo libero e pieno consenso.
Tuttavia, la Corte, a buon diritto ritiene che tanto non basti a riconoscere a tale condotta rilevanza anche penale.
Occorrerebbe a tal fine poter inquadrare l'illecito in una fattispecie di reato tra quelle previste dal nostro ordinamento, posto oltretutto che il principio di legalità esclude la punibilità in riferimento a fatti che non siano previsti dalla legge come reato, vietando altresì qualsiasi genere di applicazione per via analogica delle figure delittuose già esistenti.
E l'inquadramento in una delle fattispecie di reato previste dal codice penale era in effetti l'oggetto del secondo dei due contrasti giurisprudenziali che le Sezioni Unite erano chiamate a risolvere.
Tra la tesi che voleva configurabile il reato di lesioni colpose e quella che viceversa riteneva integrata la fattispecie di violenza privata, la Corte ha tuttavia ritenuto doversi optare per la diversa soluzione dell'irrilevanza penale della condotta del medico, quando, come nel caso considerato, dall'intervento, affrontato in assenza di espresso consenso del paziente, ma pure in assenza di un suo espresso rifiuto, sia scaturito un apprezzabile miglioramento delle condizioni di salute del soggetto.
La conclusione, almeno a parere di chi scrive, appare pienamente condivisibile sul piano del risultato pratico raggiunto.
Basti pensare che, seguendo il principio accolto dalla riformata sentenza di merito, nella fattispecie concreta dalla stessa considerata, il medico che nel corso dell'operazione chirurgica si era accorto della necessità di un intervento diverso da quello per il quale aveva ricevuto il consenso del paziente, per non incorrere in responsabilità, avrebbe dovuto sospendere l'operazione, suturare le incisioni, attendere il risveglio del paziente per potere poi raccogliere un nuovo consenso e solo successivamente eseguire il diverso intervento chirurgico, anziché, come logicamente ha fatto, effettuare immediatamente l'operazione che sapeva essere la più opportuna per il paziente.
Le conclusioni della sentenza destano invece più d'una perplessità sul piano della motivazione giuridica.
Secondo la Corte, configurare nella fattispecie il reato di violenza privata significherebbe accettare un'impossibile coincidenza tra azione violenta, nella fattispecie integrata dall'intervento chirurgico, e evento lesivo, l'atto che il paziente sarebbe stato costretto a tollerare, ad opinione dei Giudici, corrispondente al medesimo intervento.
Tuttavia, appare quanto meno discutibile il presupposto sul quale tale conclusione si fonda, ovvero che nella fattispecie in esame si versi in ipotesi di violenza diretta connotata dall'aggressione fisica.
Sarebbe forse più congruo ritenere che l'aggressione fisica configurata dall'intervento, sia piuttosto l'effetto di una coazione di natura volitiva, che abbia preceduto, anche eziologicamente, l'azione lesiva e che pertanto non deve con la stessa potersi identificare.
E allora, semmai, appare maggiormente confacente l'opinione anch'essa successivamente espressa dalla stessa Corte, secondo la quale nel caso del chirurgo che si discosti dall'intervento precedentemente concordato, il trattamento effettuato senza il consenso del paziente integra senz'altro un abuso della sua condizione di incapacità e una limitazione della sua libertà di autodeterminazione, ma non costituisce di certo una costrizione della sua volontà, proprio perché non può dirsi sussistente un effettivo contrasto tra le volontà del soggetto passivo e di quello attivo.
La fattispecie ovvero difetterebbe del requisito oggettivo della violenza necessario per la configurabilità del reato di violenza privata.
Ma le Sezioni Unite escludono altresì che la condotta tenuta dal medico nel caso in esame integri il diverso reato di lesioni colpose.
Anche in questo caso secondo la Corte a mancare sarebbe l'elemento oggettivo del reato.
Non sarebbe in particolare possibile rinvenire una malattia del corpo o nella mente quale effetto dell'intervento medico.
La Corte infatti prima mostra di aderire ai principi già espressi in alcune precedenti pronunce della Cassazione, nelle quali veniva chiarito come il concetto di malattia ex art. 582 c.p. presupponesse necessariamente una limitazione della funzionalità corporea del soggetto, non essendo pertanto sufficiente una mera lesione anatomica; quindi sulla base di tale presupposto, conclude che "ove l'intervento chirurgico sia stato eseguito lege artis, e cioè come indicato in sede scientifica per contrastare una patologia ed abbia raggiunto positivamente tale effetto, dall'atto così eseguito non potrà dirsi derivata una malattia, giacchè l'atto, pur se anatomicamente lesivo, non soltanto non ha provocato - nel quadro generale della salute del paziente - una diminuzione funzionale, ma è valso a risolvere la patologia di cui lo stesso era affetto."
Sul punto la conclusione della Corte appare ineccepibile.
Ma l'esame della sentenza lascia il campo anche ad una serie di ulteriori considerazioni.
Quale corollario dei principi sopra esposti, deve ritenersi che la condotta del medico avrà sicura rilevanza penale, configurando il reato di violenza privata, allorquando il trattamento sanitario sia stato imposto contro la volontà contraria manifestata dal paziente, e che, viceversa, si verserà in ipotesi di lesioni personali colpose, qualora, pur non essendoci un espresso dissenso, nemmeno sia stato prestato un valido consenso del paziente all'intervento, e tale intervento si sia poi concluso con un esito non positivo, non avendo procurato alcun sensibile miglioramento delle condizioni di salute del soggetto.
Un secondo corollario, peraltro coerentemente esposto anche all'interno della sentenza, è che se pure la condotta medica considerata non ha rilevanza sul piano penale, potrà ciò non di meno rilevare su altri piani.
Il trattamento sanitario, anche in caso di esito fausto, se effettuato in mancanza di valido consenso del paziente, rimane certamente un comportamento contra ius, costituendo un'illegittima limitazione della libertà di autodeterminazione del soggetto, e potrà per ciò stesso rilevare come inadempimento contrattuale ai fini di un'ipotetica azione risarcitoria sia nei confronti del medico che dell'istituto ospedaliero.
DIFFUSIONE IN PUBBLICO DI MUSICA
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L'assolvimento dei diritti alla SIAE (e quindi agli autori delle opere dell'ingegno) non esonera pertanto dal pagamento dei compensi dovuti in base alla stessa legge ai soggetti produttori e artisti-esecutori di tali opere.
Occorre quindi pagare tali compensi ai produttori e artisti-esecutori per l'uso dei fonogrammi.
SCF è un consorzio che raggruppa le associazioni sindacali maggiormente rappresentative di fonografici in Italia (circa 260 imprese discografiche) a cui è stato conferito mandato di raccogliere i suddetti compensi.
Nella sostanza quindi, provvedendo al pagamento verso la SCF, si pagano i diritti per l'utilizzo dei fonogrammi ai soli fonografici rappresentati da tale consorzio.
Dalla lettura del sito intenet, risulta che SCF rappresenta la gran parte dell'industria discografica italiana e dunque il pagamento dei compensi a tale consorzio non esclude l'ipotesi (direi peraltro remota) che un fonografico reclami il pagamento di propri compensi perchè non rappresentato da tale consorzio.
Per eliminare tale dubbio, è peraltro sufficiente assicurarsi che la musica diffusa sia quella di fonografici consoriziati a SCF.
Avv. Andrea Noseda- Avv. Maria Riva
LO STORNO DEI DIPENDENTI E LA CONCORRENZA SLEALE
Secondo la costante giurisprudenza
- "lo storno dei dipendenti, mediante il quale l'imprenditore tende ad assicurarsi le prestazioni lavorative di un dipendente di un'impresa concorrente, non costituisce attività di concorrenza sleale, ma espressione del principio della libera circolazione del lavoro, ove non sia stato attuato con uno specifico scopo di danneggiare l'altrui azienda" (Cass. Civ. Sez. I 03.08.87, n. 6682);
- "lo storno dei dipendenti non costituisce, pertanto, di per sè, attività di concorrenza sleale, a meno che non sia stato attuato con l'intenzione di danneggiare l'altrui azienda [...] "(Cass. Civ. Sez. I 20.06.96, n. 5718).
Pare quindi evidente che, affinchè lo storno dei dipendenti possa essere qualificato come atto di concorrenza sleale ai sensi dell'art. 2598 c.c., è necessario fornire la prova del cosiddetto "animus nocendi", ovvero provare tale specifica intenzione di danneggiare l'azienda concorrente.
Ora, secondo l'orientamento giurisprudenziale maggioritario, tale animus "deve ritenersi sussistente tutte le volte che lo storno è posto in essere con modalità tali da non potersi giustificare alla luce dei principi di correttezza professionale" (Cass. n. 5718/96, nello stesso senso anche Cass. Civ. Sez. I 03.07.96, n. 6079; Cass. Civ. Sez. I 25.07.96, n. 6712), avendo specifico riguardo:
- alla quantità dei soggetti stornati;
- alla posizione che i dipendenti stornati rivestivano nell'impresa originaria (Corte App. Milano, 21.01.97): nello specifico si tratta di valutare se tali dipendenti occupassero o meno posti chiave nell'impresa originaria e se fossero o meno elementi indispensabili o utili al buon andamento di tale azienda;
- ai metodi usati per convincere tali lavoratori a passare alla dipendenze altrui: nello specifico si tratta di valutare se l'impresa concorrente abbia utilizzato metodi maliziosi, consistenti in attività adescatrice o altri mezzi sleali, subdoli, o scorretti. Si precisa, infatti, che lo storno è considerato lecito qualora sia effettuato con i mezzi che normalmente muovono il mercato del lavoro, come miglioramenti retributivi, prospettive di carriera, condizioni di lavoro più favorevoli ecc.
Sulla base di tali presupposti, pare evidente che il discrimine tra storno consentito (inteso come espressione della libera circolazione del lavoro e della libertà di iniziativa economica) e storno illecito (inteso come espressione della concorrenza sleale) è il "normale pregiudizio che ogni imprenditore può comunque derivare dalla perdita di dipendenti che scelgano di lavorare presso altra impresa" (Cass. n. 5718/96, in tal senso anche Cass. n. 6712/96).