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Timestamp: 2020-03-29 03:28:05+00:00
Document Index: 79574989

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 51', 'art. 360', 'art. 32', 'art. 51', 'art. 348', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 32', 'art. 32', 'art. 38', 'art. 39', 'art. 32', 'art. 32', 'art. 51']

Sentenza Cassazione Civile n. 12831 del 22/05/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12831 del 22/05/2017
Cassazione civile, sez. VI, 22/05/2017, (ud. 05/04/2017, dep.22/05/2017), n. 12831
sul ricorso 9954-2016 proposto da:
LA DENAIDE SRL UNIPERSONALE, in persona del legale rappresentante pro
CORTE DI CASSAZIONE, rappresentata e difesa dall’Avvocato DIEGO
GALLUZZI;
avverso la sentenza n. 3903/24/2015 della COMMISSIONE TRIBUTARIA
regionale di PALERMO, depositata il 17/09/2015;
partecipata del 05/04/2017 dal Consigliere Dott. ENRICO MANZON;
Con sentenza in data 17 giugno 2015 la Commissione tributaria regionale della Sicilia respingeva l’appello proposto da La Denaide srl unipersonale avverso la sentenza n. 374/1/12 della Commissione tributaria provinciale di Agrigento che ne aveva respinto il ricorso contro l’avviso di accertamento IRAP, IRES, IVA 2007. La CTR osservava in particolare che la pretesa fiscale era fondata sulla presunzione legale relativa di cui al D.P.R. n. 600 del 1973, artt. 32, e D.P.R. n. 633 del 1972, art. 51, rispetto alla quale la società contribuente non aveva assolto il proprio onere contro probatorio, rilevando peraltro che il divieto di doppia presunzione vale per le presunzioni semplici, nel rapporto tra loro, e non nel rapporto tra una presunzione legale, quale quella in oggetto, ed una presunzione semplice.
Con il primo motivo – ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, – la ricorrente lamenta omesso esame di fatti decisivi controversi, poichè la CTR non ha preso in esame, non avendolo peraltro fatto nemmeno il primo giudice, le questioni di fatto inerenti la stagionalità dell’attività d’impresa esercitata (gestione lido marino) e la relativa annualità di produzione reddituale, essendo essa decisiva al fine di vincere la presunzione legale fondante l’atto impositivo impugnato.
Nel caso di specie si tratta di una “doppia conforme”, in quanto i due giudici del merito hanno appunto uniformemente statuito circa la presuzione juris tantum del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, e D.P.R. n. 633 del 1972, art. 51, anche con riguardo alle controdeduzioni/controprove allegate/prodotte dalla società verificata.
Ciò posto va anzitutto richiamato il principio di diritto che “Con la proposizione del ricorso per Cassazione, il ricorrente non può rimettere in discussione, contrapponendone uno difforme, l’apprezzamento in fatto dei giudici del merito, tratto dall’analisi degli elementi di valutazione disponibili ed in sè coerente; l’apprezzamento dei fatti e delle prove, infatti, è sottratto al sindacato di legittimità, dal momento che nell’ambito di detto sindacato, non è conferito il potere di riesaminare e valutare il merito della causa, ma solo quello di controllare, sotto il profilo logico formale e della correttezza giuridica, l’esame e la valutazione fatta dal giudice di merito, cui resta riservato di individuare le fonti del proprio convincimento e, all’uopo, di valutare le prove, controllarne attendibilità e concludenza e scegliere, tra le risultanze probatorie, quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione” (Sez. 6 – 5, Ordinanza n. 7921 del 2011).
In secondo luogo, e conclusivamente sulla censura in esame, vi è poi da affermare che la stessa non è proponibile in virtù della preclusione processuale prevista dall’art. 348 ter c.p.c., commi 5 e 4.
Con il secondo motivo – ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, – la società ricorrente si duole di violazione di plurime disposizioni legislative, articolando la censura in più profili.
Il primo vizio di legittimità della sentenza impugnata viene individuato nella omessa indicazione specifica e qualificazione giuridica della tipologia accertativa oggetto della controversia, sostenendosi che ciò sia necessario in quanto non sufficiente la base normativa data dal D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32.
A sostegno della propria tesi giuridica la ricorrente cita un precedente di questa Corte secondo il quale “In tema di accertamento delle imposte nei redditi, la presunzione “iuris tantum” stabilita nel D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, commi 1 e 2, secondo la quale i movimenti bancari effettuati su conti correnti bancari intestati al contribuente sono a lui imputabili, opera esclusivamente ai fini della determinazione del “quantum debeatur”, e non anche ai fini dell’individuazione delle condizioni che legittimano l’accertamento, il quale deve trovare la sua giustificazione in altre norme (per i redditi d’impresa, l’art. 38 medesimo D.P.R.). Ne consegue che se il soggetto accertato è una lavoratrice indipendente, non può esserle attribuita la qualità di lavoratore autonomo o di imprenditore sulla esclusiva base della disponibilità di conti correnti bancari senza dimostrare anche la legittimità dell’accertamento a suo carico” (Sez. 5, Sentenza n. 23852 del 11/11/2009, Rv. 610858 – 01).
A ben vedere infatti la tipologia accertativa in questione non può che essere quella di cui al D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, lett. d), disposizione rispetto alla quale l’art. 32 stesso D.P.R., ha evidente natura “strumentale” relativamente alla prova della pretesa fiscale/fissazione del dovuto.
In ordine alle questioni poste con questa parte del secondo motivo, il giudice di appello ha invero rilevato che la scrittura che per la ricorrente documenta la provenienza del denaro affluito sul conto societario (mutuo da parente) non può ritenersi sufficiente in assenza di una prova stringente circa l’attuazione concreta del contratto; ha poi anche correttamente osservato che non può applicarsi nel caso di specie il divieto della “doppia presunzione”, essendo quella derivante dal D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, D.P.R. n. 633 del 1972, art. 51, di natura legale (in questo senso, vedi Sez. 5, Sentenza n. 17953 del 24/07/2013, Rv. 628824 – 01).