Source: https://www.fiscomania.com/2017/07/transfer-pricing-guida-disciplina/
Timestamp: 2017-12-11 13:03:28+00:00
Document Index: 169945454

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 9', 'art. 9', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 74', 'sentenza ', 'art. 110', 'art. 9', 'sentenza ', 'art. 76', 'art. 76', 'sentenza ', 'art. 9']

Transfer Pricing: guida alla disciplina fiscale - Fiscomania
Le imprese, nell’ottica di sfruttare i sistemi fiscali dei vari Paesi per ottenere il maggior risparmio di imposta possibile, utilizzano pratiche di Transfer Pricing che hanno lo scopo di spostare reddito tra un Paese ed un altro attraverso l’applicazione nelle operazioni infragruppo di corrispettivi più elevati o più bassi di quelli che sarebbero fissati tra imprese indipendenti. Le pratiche di Transfer Pricing sono frequentemente attuate attraverso lo spostamento di reddito in Paesi a bassa fiscalità, tuttavia può anche accadere di assistere al fenomeno contrario. Questo avviene qualora l’impresa residente nel Paese ad alta fiscalità possieda consistenti crediti di imposta derivanti da perdite pregresse. In una simile circostanza lo spostamento in un paese dalla fiscalità non particolarmente favorevole ha comunque il vantaggio di consentire all’impresa di compensare le proprie perdite derivanti dal maggior reddito, ottenuto con la manipolazione dei prezzi di scambio infragruppo, con i propri crediti pregressi altrimenti non utilizzabili. In questo contributo andremo ad analizzare la disciplina dei prezzi di trasferimento tra imprese infragruppo.
In ragione di ciò appare da subito evidente che realizzare reddito in un Paese piuttosto che in un altro può avere una forte incidenza sul carico fiscale e quindi sulla produttività di un gruppo. Le imprese multinazionali che possono produrre reddito in più Paesi sono pertanto portate a scegliere quelli che prevedono sistemi fiscali meno gravosi.
In quest’ottica di sfruttare i sistemi fiscali dei vari Stati per ottenere il maggior risparmio di imposta possibile si delinea il fenomeno del Transfer Pricing che ha lo scopo di spostare reddito tra un Paese ed un altro attraverso l’applicazione nelle operazioni infragruppo di corrispettivi più elevati o più bassi di quelli che sarebbero fissati tra imprese indipendenti.
Le pratiche di Transfer Pricing sono più frequentemente attuate attraverso lo spostamento di reddito in Paesi a bassa fiscalità, tuttavia può anche accadere di assistere al fenomeno contrario. Questo avviene qualora l’impresa residente nel Paese ad alta fiscalità possieda consistenti crediti di imposta derivanti da perdite pregresse. In una simile circostanza lo spostamento in un paese dalla fiscalità non particolarmente favorevole ha comunque il vantaggio di consentire all’impresa di compensare le proprie perdite derivanti dal maggior reddito, ottenuto con la manipolazione dei prezzi di scambio infragruppo, con i propri crediti pregressi altrimenti non utilizzabili.
La tendenza delle imprese multinazionali a strutturare l’attività di business tenendo in considerazione la variabile fiscale, sfruttando quando è possibile anche le distorsioni del sistema, non deve sorprendere. Lo stesso OCSE ha messo in evidenza come le imprese siano incentivate a spostare funzioni, rischi e assests in Paesi caratterizzati da una fiscalità di vantaggio e come il Transfer Pricing sia uno dei maggiori pericoli della fiscalità internazionale.
Le Amministrazioni finanziarie a causa di un simile fenomeno rischiano, infatti, di perdere la propria potestà impositiva su determinati redditi in ragione di operazioni infragruppo opportunamente concepite. Considerata la pericolosità del fenomeno per le casse erariali e la sempre maggiore globalizzazione dei mercati nel corso dell’ultimo decennio, nel nostro ordinamento si è registrato un notevole incremento degli accertamenti da parte delle Amministrazioni finanziarie e delle controversie in materia di Transfer Pricing.
Nonostante il numero crescente di procedimenti che hanno per oggetto le transazioni infragruppo non esiste tuttavia un orientamento giurisprudenziale consolidato in grado di ricostruire tutti i vari aspetti inerenti la disciplina di queste operazioni.
Nel presente contributo, dopo aver esaminato il requisito del controllo necessario per l’applicazione della normativa in tema di Transfer Pricing, si effettuerà una breve analisi della disciplina riguardante i prezzi di trasferimento tra imprese appartenenti ad un gruppo al fine di ridurre il carico fiscale.
Transfer Pricing e requisito del controllo
Il prezzo della rivendita
Il costo maggiorato
Le royalties infragruppo
Il caso delle spese di regia
I finanziamenti infragruppo infruttiferi
La natura della normativa sul Transfer Pricing
La documentazione nel Transfer Pricing
Il Trasfer pricing è un fenomeno che coinvolge operazioni internazionali poste in essere tra due o più imprese facenti capo allo stesso soggetto economico, ma domiciliate fiscalmente in Paesi diversi, aventi il fine di minimizzare il prelievo fiscale a livello di gruppo attraverso l’alterazione strumentale dei prezzi di scambio.
La disciplina italiana del Transfer Pricing è contenuta nell’articolo 110, comma 7, del DPR n. 917/86 che in larga parte ricalca quanto stabilito dall’articolo 9 del Modello OCSE.
La normativa italiana prevede in particolare che
“I componenti del reddito derivanti da operazioni con società non residenti nel territorio dello Stato, che direttamente o indirettamente controllano l’impresa, ne sono controllate o sono controllate dalla stessa società che controlla l’impresa, sono valutati in base al valore normale dei beni ceduti, dei servizi prestati e dei beni e servizi ricevuti, determinato a norma del comma 2, se ne deriva aumento del reddito; la stessa disposizione si applica anche se ne deriva una diminuzione del reddito, ma soltanto in esecuzione degli accordi conclusi con le autorità competenti degli Stati esteri a seguito delle speciali “procedure amichevoli” previste dalle convenzioni internazionali contro le doppie imposizioni sui redditi. La presente disposizione si applica anche per i beni ceduti e i servizi prestati da società non residenti nel territorio dello Stato per conto delle quali l’impresa esplica attività di vendita e collocamento di materie prime o merci o di fabbricazione o lavorazione di prodotti“
Ai sensi di questa disposizione le operazioni tra imprese associate, di cui una non residente nel nostro Paese, si considerano sempre effettuate al valore normale e non al prezzo concordato tra le parti. Fondamentale per l’applicazione della disciplina in esame è il fatto che l’operazione sia posta in essere tra imprese in rapporto di controllo.
Nonostante la necessarietà di un siffatto rapporto né la norma interna né la norma contenuta nel Modello OCSE forniscono una definizione di questo concetto. In un primo momento è stata presa a riferimento la nozione civilistica di controllo di cui all’articolo 2359, comma 1 del c.c., tuttavia, in relazione ai fini perseguiti dal legislatore fiscale – che ben divergono da quelli del legislatore civilistico – il controllo di cui trattasi doveva, infatti, essere contrassegnato da esigenze di elasticità e trovare collocazione in un contesto che tenesse conto del fatto che le variazioni di prezzo nelle transazioni commerciali trovano spesso il loro presupposto fondamentale nell’influenza di un’impresa sulle decisioni imprenditoriali di un’altra.
Per questo motivo appare preferibile optare per una nozione di controllo affiancata dall’articolo 2359 del codice civile e suscettibile di abbracciare ogni forma di controllo ivi compresa quella caratterizzata dalla presenza di una direzione unitaria o da vincoli legati alla comunanza degli amministratori.
Del resto lo stesso articolo 110, comma 7, del DPR n. 917/86, non richiamando l’articolo 2359 del c.c., evidenzia la volontà del legislatore di non vincolare la nozione di controllo fiscale a quella civilistica. Nonostante si ritenga più corretta la nozione di controllo appena descritta va segnalato che la giurisprudenza di merito in alcune pronunce ha ricondotto la nozione di controllo a quella sancita dal codice civile. Vedasi la sentenza della CTP di Alessandria n. 1416/1995 e la sentenza della CTP di Gorizia n. 83/2013 che richiamano la nozione di controlli del 2359 del codice civile.
Ai fini dell’individuazione del valore normale delle operazioni intercorse tra imprese facenti capo allo stesso gruppo è lo stesso articolo 110, comma 7, del DPR n. 917/86 che rimanda al precedente comma 2, il quale a sua volta richiama quanto disposto dall’articolo 9 del DPR n. 917/86.
Questa disposizione, al comma 3, prevede che per valore normale si debba intendere:
“il prezzo o corrispettivo mediamente praticato per i beni e i servizi della stessa specie o similari, in condizioni di libera concorrenza e al medesimo stadio di commercializzazione, nel tempo e nel luogo in cui i beni o servizi sono stati acquisiti o prestati, e, in mancanza, nel tempo e nel luogo più prossimi. Per la determinazione del valore normale si fa riferimento, in quanto possibile, ai listini o alle tariffe del soggetto che ha fornito i beni o i servizi e, in mancanza, alle mercuriali e ai listini delle camere di commercio e alle tariffe professionali, tenendo conto degli sconti d’uso. Per i beni e i servizi soggetti a disciplina dei prezzi si fa riferimento ai provvedimenti in vigore“
I criteri previsti si riassumono pertanto nell’individuazione del prezzo che sarebbe stato pattuito in un regime di libera concorrenza (tra imprese indipendenti con riferimento ad operazioni similari, Cassazione n. 24005/2013, secondo cui dalla disposizione ex art. 9, relativa al valore normale, deve trarsi un principio generale, in base al quale l’amministrazione è tenuta a valutare, ai fini fiscali, le varie prestazioni che costituiscono le componenti attivi e passive del reddito secondo il valore di mercato).
Il principio di libera concorrenza è stato ribadito dalla Suprema Corte con le sentenze 19 ottobre 2012, n. 17953 e 27 febbraio 2013, n. 4927, le quali hanno statuito che “l’art. 9, 3° comma, qui rilevante, definisce il modello legale stabilendo in proposito che per valore normale si intende il prezzo o corrispettivo mediamente praticato per i beni e servizi della stessa specie o similari, in condizioni di libera concorrenza e al medesimo stadio di commercializzazione, nel tempo e nel luogo in cui i beni o servizi sono stati acquisiti o prestati, e, in mancanza, nel tempo e nel luogo più prossimi“.
Questo metodo si dovrebbe basare in via principale, e soprattutto qualora ciò sia possibile, sui listini o sulle tariffe del soggetto che ha fornito i beni o i servizi, ed in via subordinata – in caso di mancanza o inattendibilità di tali elementi – alle mercuriali e ai listini delle camere di commercio e alle tariffe professionali, tenendo conto degli sconti d’uso. Solo in via sussidiaria potrà farsi riferimento al prezzo o corrispettivo mediamente praticato per i beni o i servizi della stessa specie o similari in condizioni di libera concorrenza e al medesimo stadio di commercializzazione, nel tempo e nel luogo in cui i beni o servizi sono stati acquisiti o prestati.
Va tuttavia segnalato che l’applicazione di un metodo del confronto prezzi «esterno» basato solamente sul mercato di provenienza del bene rischierebbe di non tenere conto di alcuni fattori importanti, primo fra tutti, il principio della domanda e dell’offerta che fa lievitare il valore di un bene o di un servizio nei mercati dove questo è difficilmente reperibile e lo fa diminuire in caso di eccesso di domanda.
La stessa Amministrazione finanziaria con la C.M. n. 32/1980, ha indicato come la destinazione dei beni sia un elemento che non può che influenzare notevolmente il prezzo di cessione dei beni in quanto il cedente tiene conto del livello dei prezzi esistente sul mercato del destinatario, della concorrenza ivi esistente, dei costi di distribuzione.
Deve essere tuttavia sottolineato che non sempre il metodo del confronto risulta applicabile alle operazioni sottoposte a verifica. Si pensi al caso in cui i beni o servizi non siano comparabili con altri o quando gli scambi non avvengano al medesimo stato di commercializzazione. In questi casi è ammesso il ricorso ad altri criteri elaborati dall’OCSE come alternativa al confronto dei prezzi.
Il primo di questi è il metodo del prezzo di rivendita. In base a tale criterio il valore normale si considera corrispondente al prezzo di rivendita al consumatore finale o ad un’impresa indipendente diminuito del margine utile lordo mediamente ricavato dagli operatori del settore di riferimento.
In altre parole, questo metodo si fonda “sull’analisi del prezzo a cui il bene acquistato dall’impresa cessionaria del gruppo viene successivamente da questa ceduto ad un soggetto indipendente, diminuito del margine lordo necessario a coprire i costi commerciali da essa sostenuti e a garantirle un congruo utile“.
Un secondo metodo alternativo a quello del confronto dei prezzi è il criterio del costo maggiorato con il quale si determina il valore normale dei beni tenendo conto del costo effettivo di questi e dei servizi impiegati per la loro produzione, con l’aggiunta di un adeguato margine di utile. Quest’ultimo, dovrà essere calcolato confrontando il margine utile della transazione in verifica con quello generalmente ricavato dall’impresa quando vende prodotti similari sullo stesso mercato a soggetti terzi.
Nel caso in cui non vi siano vendite a terzi il margine di utile sarà invece pari a quello ricavato da imprese indipendenti impegnate in vendite similari. Qualora non vi siano neppure vendite similari tra terzi indipendenti il margine utile sarà calcolato comparando le funzioni esercitate dal produttore con quelle esercitate da terzi.
Un ulteriore criterio utilizzato per calcolare il valore medio dell’operazione è il metodo della ripartizione dell’utile, il quale tende a determinare il valore di mercato dell’operazione cercando di determinare il valore globale complessivo dell’utile che le imprese associate avrebbero ottenuto se fossero state indipendenti, tenendo conto delle funzioni svolte e dei rischi assunti da ciascuna.
Nel presente paragrafo sono stati indicati i principali metodi per individuare il valore di mercato di beni e servizi che hanno formato oggetto di operazioni tra imprese associate. Deve essere tuttavia sottolineato che nulla vieta l’applicazione di ulteriori metodi per la determinazione di questo valore, qualora questi per le loro peculiarità siano più consoni al caso di specie.
Si è detto che a fronte di diversi metodi per calcolare i prezzi di mercato delle operazioni infragruppo è opportuno scegliere il metodo più congeniale al caso di specie, dando preferenza, se possibile, al metodo del confronto prezzi, occorre a questo punto valutare le conseguenze derivanti dall’utilizzo da parte dell’ufficio di un metodo ritenuto dal giudice tributario come non consono alla fattispecie concreta.
Non di rado le imprese associate usufruiscono di brevetti, marchi, know how, della casa madre al fine di poter operare sul mercato. Riuscire a qualificare quale sia la remunerazione che questa debba ricevere a fronte della concessione di questi beni non è però un’operazione semplice. Le royalties hanno infatti ad oggetto beni unici e pertanto difficilmente paragonabili ad altri.
La circolare in questione ha infatti statuito che in relazione alla difficoltà di enucleare criteri analitici di determinazione del valore normale delle transazioni aventi ad oggetto beni immateriali, considerata l’esigenza di certezza per il contribuente e la necessità di un rapido accertamento per l’amministrazione, si ritiene opportuna la predeterminazione di “valori normali” da ritenere congrui, in linea di massima e fermo restando quanto detto sopra, alle seguenti condizioni:
I dettami della circolare 22 settembre 1980, n. 32 e in particolare le condizioni che permettono di attribuire alle royalties un prezzo maggiore di quello base (2% del fatturato) hanno trovato sovente applicazione nella giurisprudenza soprattutto di merito.
Con l’ordinanza n. 4927/2013 la Suprema Corte ha, infatti, affermato che “È legittimo l’avviso di accertamento per indebita deduzione di costi pari alla differenza tra la percentuale del 30% corrisposta dalla società contribuente, come da contratto, a titolo di “royalties” alla casa madre americana, e quella del 7% dei compensi, ritenuta il valore normale delle “royalties” stesse quando risulti accertato che la determinazione della “royalty” nella percentuale del 7%, operata con l’accertamento, era conforme alle prescrizioni ministeriali dettate con la circolare n. 32 del 1980, che espressamente richiama le specifiche direttive OCSE in materia di prezzi di trasferimento, era sorretta da una “valida ed efficace” indagine svolta dall’Ufficio impositore ed era giustificata dalla finalità elusiva dell’operazione e dall’evidente convenienza fiscale derivante dalla cospicua differenza di tassazione tra i due Stati coinvolti”.
Deve pertanto essere visto con favore l’inciso finale della sentenza appena indicata che sottolinea come l’applicazione delle indicazioni contenute nella circolare n. 32 del 1980 debba essere sempre sorretto da una valida ed efficace indagine dell’ufficio. Questa dovrà essere dettagliata nonché basata anche sui principi più aggiornati forniti dall’OCSE.
Queste funzioni necessitano però di essere remunerate dalle imprese associate che ne beneficiano, il che non è sempre facile. Tra queste spese che sono chiamate comunemente di regia rientrano, infatti, non solo costi la cui ripartizione tra le imprese associate è determinabile in base ai vantaggi specifici che ciascuna società riceve, ma anche costi relativi ad attività svolte in modo accentrato che riversano in generale i loro effetti positivi su tutte le consociate.
Questa rigida presa di posizione è stata però ben presto abbandonata dalla Corte di Cassazione, la quale nella sentenza n. 10062/2000, ha affermato che “In tema di valutazione del reddito d’impresa, in ipotesi di impresa cosiddetta “capogruppo”, il concetto di inerenza dei costi e degli oneri (art. 74 DPR n. 597/73) deve essere riferito non ai ricavi, bensì all’oggetto dell’impresa, per il che del tutto legittima si rivela la scelta di una società capogruppo estera di attribuire ad una propria organizzazione stabile in Italia una quota di costi (siano essi generali od operativi) da essa sopportati, anche se a quei costi non corrispondano ricavi realizzati dall’organizzazione stabile in questione”.
In materia di Transfer Pricing di particolare rilievo è la questione inerente la possibilità per i gruppi multinazionali di concedere alle proprie controllate finanziamenti improduttivi di interessi, senza che questa operazione sia necessariamente ritenuta antieconomica e quindi effettuata in violazione della normativa sui prezzi di trasferimento.
Il tema è stato affrontato di recente dalla Suprema Corte nella sentenza n. 27087/2014, la quale ha affermato che “La stipula di un finanziamento non oneroso, erogato dalla società controllante a favore delle controllate, con obbligo della mutuataria di restituzione del tantundem, riconducibile allo schema del mutuo a titolo gratuito, non subisce limitazioni per il fatto che la controllante, residente nello Stato, e le società residenti in altro Paese membro od in Paesi terzi, appartengano al medesimo gruppo societario, realizzando quindi un’operazione infragruppo transfrontaliera, non contrastando la gratuità dell’operazione, che esclude la pattuizione di interessi corrispettivi dovuti alla mutuataria, con la previsione dell’art. 110, 7° comma, DPR n. 917 del 1986 in base alla quale, a prescindere dal corrispettivo convenuto dalle parti ovvero nel caso in cui detto corrispettivo non sia stato dalle parti predeterminato nel quantum, il bene o servizio, rispettivamente ceduto o prestato, deve essere valutato secondo il criterio del valore normale stabilito dall’art. 9, 3° comma, del t.u.i.r., giacché l’applicazione della norma tributaria è subordinata dalla legge alla duplice condizione che dall’operazione negoziale infragruppo derivino per la società contribuente componenti, positivi o negativi, reddituali e che dall’applicazione del criterio del valore normale derivi un aumento del reddito imponibile. Tali condizioni non risultano integrate nella concessione del mutuo feneratizio, essendo estranea a tale schema negoziale la stessa prestazione, avente ad oggetto la corresponsione di interessi, costituente il necessario termine di comparazione rispetto al valore normale“.
Sul punto, in particolare, i giudici di legittimità nella sentenza indicata hanno chiarito che «tra società e socio può essere convenuto un mutuo anche a titolo gratuito ossia senza interesse, non potendo per ciò stesso essere riguardata sotto il profilo fiscale tale pattuizione necessariamente come condotta irrazionale od anomala sul piano della logica economica, non potendo escludersi che il mutuante a titolo gratuito abbia un proprio e coincidente interesse all’utilizzo che delle somme farà il mutuatario».
Si è visto in precedenza come le controversie in materia di Transfer Pricing possono coinvolgere diversi aspetti inerenti sia questioni di diritto come il presupposto soggettivo di applicazione dell’articolo 110, comma 7 del DPR n. 917/86 sia questioni di fatto come la determinazione del valore di mercato, occorre a questo punto verificare su chi ricada l’onere probatorio di questi elementi.
Resta intesto che in materia di Transfer Pricing valgano i principi generali del diritto tributario, essendo pertanto l’Amministrazione finanziaria a dover provare la ricorrenza dei requisiti per applicare l’articolo 110, comma 7 del DPR n. 917/86, nonché lo scostamento tra il corrispettivo pattuito tra le parti correlate e il valore normale dei beni o dei servizi trasferiti.
Sebbene il risparmio di imposta sia tendenzialmente la motivazione principale che spinge un’impresa multinazionale ad alterare i prezzi infragruppo, l’applicazione delle disposizioni sul Transfer Pricing pertanto prescinde dal fatto che la base imponibile del gruppo sia dirottata su Paesi caratterizzati da una bassa fiscalità.
In ragione di ciò non si vedono elementi che ostano a considerare questa norma come avente natura sostanziale. La disciplina italiana, infatti, come negli altri Paesi, prescinde dalla dimostrazione di una più elevata fiscalità nazionale. Se si vuole, la disciplina in parola rappresenta una difesa più avanzata di quella direttamente repressiva della elusione. Elusione che, per tale ragione, non occorre dimostrare. E questo, appunto, perché la disciplina di che trattasi è rivolta a reprimere il fenomeno economico in sé. Difatti, tra gli elementi costitutivi della fattispecie repressiva del Transfer Pricing di cui all’art. 76, comma 5 del DPR n. 917/86, non si rinviene quello della maggiore fiscalità nazionale. Non occorre, si ripete, provare la elusione.
Dopo aver trattato l’argomento inerente l’onere della prova nel Transfer Pricing è opportuno soffermarsi brevemente sulla disciplina italiana degli oneri documentali di questo fenomeno.
La norma fondamentale in materia è l’articolo 26 del D.L. n. 78/2010, il quale prevede che in materia di prezzi di trasferimento le sanzioni previste dall’articolo 1, comma 2, del D.Lgs. n. 471/1997, non possono essere applicate qualora il contribuente consegni all’ente verificatore una documentazione idonea al riscontro della conformità al valore normale dei prezzi infragruppo praticati.
La possibilità per l’Amministrazione finanziaria di sindacare la congruità dei valori nelle operazioni infragruppo non riguarda non riguarda solo le operazioni che avvengono tra società residenti in Italia e imprese estere, ma anche di quelle che sono poste in essere tra società aventi tutte la residenza nel nostro ordinamento (c.d Transfer Pricing interno).
L’impossibilità di applicare tale normativa alle operazioni tra imprese residenti è stata riconosciuta anche dalla stessa Amministrazione finanziaria con la Circolare n. 53/E/1999, la quale dopo aver evidenziato che le società controllanti o collegate, con sede nei territori del Centro-Nord, tendono a cedere merci o beni immateriali alle controllate o consociate aventi sede nel Mezzogiorno ad un prezzo inferiore al valore normale così come definito dall’articolo 9 del DPR n. 917/86, ha statuito che «Questi comportamenti non possono, allo stato della legislazione, essere perseguiti ai sensi dell’art. 76, 5° comma, del t.u.i.r. che, come noto, attiene alle operazioni poste in essere con società non residenti».
In caso di Transfer Pricing meramente domestico la giurisprudenza è pertanto chiara nell’escludere la possibilità di procedere ad una modifica dei costi e dei ricavi delle operazioni infragruppo a norma dell’articolo 110, comma 7, del DPR n. 917/86
Nel contesto si segnala la sentenza della Cassazione n. 23551/2012, che si è espressa in maniera diametralmente opposta all’orientamento maggioritario affermando che «Il criterio del “valore normale”, di cui all’art. 9, 3° comma, del DPR n. 917/76, non è utilizzabile per determinare i ricavi derivanti da cessioni di beni avvenute tra società del medesimo gruppo tutte aventi sede in Italia: sia perché quel criterio è dettato dalla legge solo per le cessioni tra una società nazionale ed una estera, sia perché il suddetto criterio, facendo riferimento ai listini del cedente ed agli “sconti d’uso”, presuppone che la cessione sia avvenuta in regime di libera concorrenza, verso soggetti estranei al gruppo di appartenenza del cedente».
Sebbene l’esclusione dell’utilizzo del criterio del valore normale nei casi di Transfer Pricing interno possa sembrare collidere con i criteri di economicità, che debbono guidare la corretta governance societaria di qualsiasi impresa, si ritiene che l’assenza di una disposizione ad hoc sul Transfer Pricing interno deve far ritenere che la differenza tra prezzo praticato e quello di mercato in una simile fattispecie sia tollerata dal legislatore.
Per quanto riguarda la possibile rilevanza penale del Transfer Pricing nelle operazioni infragruppo si devono tenere presenti principalmente le tre norme del D.Lgs. n. 74/2000, articoli 2, 3 e 4, che possono essere applicate dai verificatori in caso di prezzi di trasferimento non corretti.
Il reato in esame è pertanto contraddistinto all’utilizzo di artifici che si concretizzano nella predisposizione di documentazione attestante il compimento di operazioni inesistenti. Lo stesso non può quindi rilevare in materia di Transfer Pricing dove l’elemento fraudolento è assente. La violazione posta in essere consiste, infatti, in un mero scostamento tra il valore normale e il prezzo effettivamente pagato nel contesto di operazioni realmente compiute.
Rilevanza penale non si riscontra neanche con riferimento all’articolo 3 del D.Lgs. n. 74/2000, il quale punisce chi al fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto, sulla base di una falsa rappresentazione nelle scritture contabili obbligatorie e avvalendosi di mezzi fraudolenti idonei ad ostacolarne l’accertamento, indichi in una delle dichiarazioni annuali relative a dette imposte elementi attivi per un ammontare inferiore a quello effettivo od elementi passivi fittizi.
In conclusione nonostante si ritenga che le mere valutazioni estimative tipiche del Transfer Pricing non debbano avere rilevanza penale non si può escludere che per i motivi indicati alla fine di questo paragrafo la Cassazione inizi a considerarle punibili in base all’articolo 4 D.Lgs. n. 74/2000.
Convenzioni	2017-07-07