Source: https://www.notaiogennarofiordiliso.it/studio/interpretazione-del-negozio-giuridico/
Timestamp: 2020-05-29 12:17:58+00:00
Document Index: 114012659

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'e contrario', 'e contrario', 'art.2645', 'art. 1367', 'sentenza ', 'art. 2645', 'art. 1322', 'art. 2645', 'art. 2645', 'sentenza ', 'art. 2645', 'art. 1322', 'sentenza ', 'sentenza ']

Le nuove frontiere dell’interpretazione
L’oggetto di questa relazione, inserita nel contesto di più ampio respiro del convegno di questa giornata, tenterà di affrontare, in breve sintesi, alcuni aspetti particolari del tema, da angolazioni per alcuni versi innovative, per altri non eccessivamente approfondite.
L’ interpretazione del negozio giuridico sempre più, oggi, per orientamento unanime di dottrina e giurisprudenza, deve svolgere una “funzione propulsiva nell’avvicinare la prassi giuridica alla realtà socio-economica, realtà sempre più complessa e multiespressionale”; parafrasando una bellissima espressione del collega Maurizio d’Errico (all’epoca Presidente del Consiglio Nazionale del Notariato) potremmo definirlo: “il percorso di una idea”.
La valenza ermeneutica di ogni ricerca, di ogni analisi deve essere sempre incentrata sulla “sua fruibilità in termini operativi”. L’incisività dell’interpretazione si misura in termini pratici come “attività di utilità sociale” al di fuori ed oltre gli sterili schematismi dogmatici.
È una “operazione culturale” che ha cambiato in senso evolutivo la metodologia interpretativa che è passata da un inquadramento statico, rappresentato dalla “schematizzazione delle categorie”, ad un inquadramento dinamico: la gradualità sulle specifiche situazioni idonee alla regolarizzazione degli accordi rappresenta il centro interpretativo della fattispecie. Il legislatore fissa la “disciplina applicabile” svalutando le categorie come “modelli ordinanti”.
È principio oramai ampiamente consolidato che l’interpretazione in generale, e del negozio giuridico in particolare, come inquadramento sistematico, non può prescindere dalla fattispecie concreta cui si riferisce, esemplificandosi, pertanto, in maniera diversa, altrimenti si realizzerebbe uno svuotamento della “funzione propria”, un inutile esercizio mentale.
Non è, quindi, sufficiente a ricomprendere una interpretazione estensiva del negozio giuridico il solo articolato contenuto nel Libro IV, Titolo II, capo IV del codice civile, ex. artt.1362 e ss. Anche perché il negozio giuridico va studiato nel suo insieme nella manifestazione di tre fasi esplicative fondamentali:
La genesi: formazione e manifestazione della volontà;
Gli effetti: produzione e creazione (o risoluzione) di rapporti giuridici;
L’aspetto patologico: analisi del negozio affetto da anomalie e/o asimmetrie giuridiche.
Il tutto ovviamente prende spunto anche da una rivalutazione/rafforzamento del principio generale della “autonomia contrattuale delle parti” che, sempre più, nella dinamica operativa degli scambi economico – commerciali, diventa perno centrale della negoziazione, purché rispetti i principi generali della legalità: quindi l’interpretazione dell’atto si finalizza nel più ampio rispetto e valorizzazione dell’autonomia contrattuale, autonomia che, oggi più che mai, si espande per ricomprendere e soddisfare le nuove esigenze di negoziazione imposte dalla globalizzazione degli scambi e dalla ricchezza di offerta dei mercati.
Già una bellissima sentenza della Cassazione dell’ 8 maggio 2015 n. 9425, letta nei suoi principi ispiratori, esaltava la libera interpretazione di un negozio giuridico quando non è manifestamente contrario a norme imperative, ordine pubblico, buon costume, quando non è manifestamente contrario a dottrina e giurisprudenza unanime, fungendo da apripista a questo nuovo approccio metodologico.
L’interpretazione del negozio giuridico, pertanto, al di là dell’approfondimento letterale della norma e della allocazione sistematica del disposto legislativo, in questa ottica propulsiva, va ulteriormente sorretta da tre presidi ermeneutici, a lungo trascurati e di recente ampiamente rivalutati, che assumono un ruolo fondamentale nell’apertura di queste nuove “frontiere interpretative”:
In questa prospettiva la relazione toccherà in rapida progressione varie fattispecie giuridiche, che saranno esaminate esclusivamente per evidenziare il corretto approccio interpretativo della dottrina più recente, prescindendo assolutamente da un ulteriore approfondimento tecnico – giuridico delle stesse: la pluralità di fattispecie come esemplificazione metodologica.
La rilevanza dello scopo (motivo)
Sempre più nell’approccio sistematico alla interpretazione del negozio giuridico diventa rilevante il motivo/lo scopo come manifestazione concreta del vero interesse alla formazione della volontà delle parti rispetto alla causa tipica/causa propria del contratto, che, invece, serve alla connotazione giuridica dello stesso.
L’interprete deve comprendere quali interessi reali spingono le parti alla formazione di un nuovo rapporto giuridico per valutare l’impatto e la portata di questi interessi sulla fattispecie concreta.
Esemplificando, la cessione del credito ha come causa negoziale (clausola propria del negozio giuridico) il trasferimento della titolarità del credito dal cedente al cessionario, alla base del quale esistono, o possono esistere, le motivazioni più disparate che addirittura in alcuni casi ne condizionano la forma, altro elemento essenziale, come nell’ipotesi in cui fosse effettuata “donandi causa”.
A voler rendere più concreta questa prima riflessione, possiamo rifarci con maggior convinzione, alla formazione dei “patrimoni destinati-separati” (vedi trust, fondo patrimoniale, vincolo di destinazione ex art.2645-ter cod.civ. – oggetto, per altro, di ulteriore approfondimento). La causa tipica di questi contratti è espressamente prevista dal legislatore e gli effetti che producono sono di estrema rilevanza non solo giuridica perché nel creare un “patrimonio autonomo” e nel legittimarlo nella sua destinazione, l’interprete deve bilanciarsi tra due principi fondamentali del nostro diritto:
La tutela dei terzi e dei creditori.
Sempre più vediamo, nell’uso corrente, come molti pronunciati della Suprema Corte “annientano/cancellano” questi negozi giuridici a causa tipica (quindi formalmente e strutturalmente validi) in funzione di uno “scopo elusivo” realizzato dalle parti.
Ricordo che in un convegno di studio organizzato a Napoli qualche anno fa, si evidenziò, con notevole supporto statistico, che oramai abbastanza scarsa era l’attuazione/applicazione pratica di queste fattispecie giuridiche, rispetto alle aspettative; nonostante la complessità della articolazione, la novità normativa di questi istituti, l’elevato contributo interpretativo della dottrina, la valenza sociale delle stesse, proprio perché lo scopo – l’intento, realmente voluto dalle parti, di questi atti andava oltre la causa tipica per sfociare spesso in negozi palesemente elusivi realizzati non a tutela di interessi propri legittimi, ma a danno dei diritti dei terzi in buona fede: l’interesse reale delle parti (il motivo – scopo) deviava e distorceva la finalizzazione causale e la funzione sociale propria del negozio.
Così come è principio oramai ampiamente acclarato in dottrina e giurisprudenza che una corretta interpretazione del negozio giuridico, come inquadramento sistematico, non può prescindere dalla “fattispecie concreta” cui si riferisce.
L’inquadramento schematico astratto non regge più rispetto alle moderne esigenze di un modello sociale evoluto; è sul caso specifico che si ritaglia, si misura e, quindi, si interpreta l’atto, armonizzando i principi generali nella loro corretta e possibile “flessibilità”.
Pensiamo, per esempio, al principio base del nostro ordinamento della “conservazione del negozio giuridico” e vediamo come questo principio, di portata generale, di valenza assoluta si articola in maniera diversa e con diversa intensità se il giurista è chiamato ad interpretare, per esempio, un atto mortis causa o un atto inter vivos:
Nell’ambito di una disamina di un atto mortis causa si esalta al massimo il principio di conservazione (favor testamenti). Basti pensare all’articolo 607 cod. civ. (conversione da testamento segreto in testamento olografo) o alle disposizioni condizionali, a termine e modali di cui agli artt. 633 del cod. civ.;
Laddove in ambito inter vivos il principio, pur esistendo, è molto più attenuato o, comunque, meno incisivo, ponendo il nostro legislatore paletti non valicabili per lo studioso; tant’è che l’art. 1367 cod. civ. individua categoricamente un presupposto: “nel dubbio”.
Tutto ciò ha una sua valenza logico – empirica ancor prima che giuridica, focalizzata su di un aspetto fondamentale che deve porsi l’interprete: la ripetibilità o meno dell’atto.
Il testamento, che produce effetti al/dal momento dell’ apertura della successione, e cioè dal verificarsi dell’evento naturale della morte del testatore, sicuramente non è un atto ripetibile, non essendoci più l’autore (il dominus) dell’atto.
Gli atti inter vivos, oltre al principio interpretativo della conservazione, sono “sanabili” dalle parti stesse mediante espressioni di volontà che si possono manifestare successivamente, per es. con la ratifica, con la convalida, con la ripetizione di consenso; quindi soccorre un ulteriore presidio volontario idoneo al conseguimento degli effetti.
Mentre nei primi gli effetti voluti dal soggetto disponente nei casi “limite” possono essere conseguiti solo in virtù “di una interpretazione benevola = favor testamenti”, e cioè mantenendo in vita per quanto possibile il negozio giuridico per rispettare la volontà del suo autore, nei secondi le parti possono raggiungere gli effetti voluti, ma posti in essere in maniera “giuridicamente non corretta” con un nuovo “negozio giuridico” che elimina o consente di superare gli aspetti patologici del primo atto.
Un’ attenta analisi dei cosiddetti “lavori preparatori” (tanto disattesi di questi tempi per le tecniche operative usate o, meglio, abusate dal legislatore: D.L., D. Lgs.) è, spesso, indispensabile per una corretta interpretazione di particolari normati legislativi.
È nei lavori preparatori che emerge la volontà, lo scopo del legislatore nel promulgare una legge, nel modificare, aggiungere, eliminare un articolo del codice; è là che l’interprete ritrova quello che potremmo definire “il senso – il perchè di una legge”.
Soprattutto nelle fattispecie complesse che abbracciano vari campi del diritto o hanno una “consecutio temporis” diversa o hanno un marcato senso/animus socio-politico, la lettura dei lavori preparatori ci supporta indispensabilmente nell’interpretazione “appropiata” del negozio giuridico che si inserisce all’interno di queste fattispecie variamente articolate, ci consente una analisi – e quindi una interpretazione – del lessico usato dal legislatore in maniera pertinente.
Valga qui, per tutte, citare a titolo esemplificativo il complesso normato riguardante fattispecie come:
– il nuovo diritto di famiglia (legge 19/5/75 n. 151),
– la famosa legge 47/85 (norma in materia di controllo dell’attività urbanistico-edilizia), con tutte le modificazioni ed integrazioni succedutesi a cascata,
– il nuovo diritto societario (riforma organica della disciplina delle società di capitali e cooperative D.Lgs. 17/01/2003 n.6).
E nello spirito di questa relazione ci soffermiamo brevemente per alcune riflessioni, esplicative dell’argomento in oggetto, sull’impianto della edilizia economica e popolare, che nel suo organico articolato riguarda:
Pianificazione del territorio con destinazione a edilizia economica e
Riduzione dei costi degli oneri concessori (Bucalossi) per specifiche finalizzazioni.
Mai come in questo caso l’approfondimento dei lavori preparatori ci sorregge per una lettura omogenea e coerente del dettato legislativo che abbraccia, in varie successioni temporali, tanto il diritto civile quanto il diritto amministrativo.
La volontà del legislatore, in funzione chiaramente sociale, parte da un presupposto, o meglio vuole raggiungere un obiettivo che va oltre una armonica logistica di pianificazione territoriale: assicurare la casa a costi ridotti ed a determinate categorie di persone meno abbienti, abbinando requisiti oggettivi (tipologia dell’abitazione) a requisiti soggettivi (soggetti che possono usufruire di determinate agevolazioni).
Ciò si evince molto chiaramente dai lavori preparatori.
Se le finalità del disposto normativo nel loro insieme centrano un obiettivo principe con funzione sociale, l’intero apparato ovviamente non può fungere da “schermo” ad operazioni immobiliari altamente speculative che, partendo da una “base agevolata”, rappresentata sia dai costi imposti per l’assegnazione – acquisizione del suolo che dalla riduzione degli oneri concessori, sfociano poi nel “libero mercato immobiliare”, ampliando a dismisura ed in maniera scorretta gli utili economici imprenditoriali.
Ecco, allora, che andando nel particolare riusciamo a comprendere la “genesi” e la “forza” di quel prezzo massimo imposto dal legislatore nei casi di vendita o di rivendita o di locazione di “questi immobili”, riusciamo a valutare in tutta la sua portata quella nota sentenza della Cassazione a Sezioni Unite n. 18135/2015 che espressamente recita: “dal testo del comma 49-bis emerge con chiarezza che il vincolo, quindi, non è soppresso automaticamente a seguito del divieto di alienare ma, in assenza di convenzioni ad hoc, segue il bene nei successivi passaggi a titolo di onere reale con efficacia indefinita ed è, quindi, opponibile anche ai subacquirenti”.
Netto riaffiora, in questo pronunciato giurisprudenziale, il condizionamento dell’intento del legislatore, che orienta l’interpretazione della Suprema Corte: il prezzo massimo viene definito e causalizzato come onere reale, con tutti gli effetti che tale qualificazione comporta e che coincidono esattamente con l’intento voluto dal legislatore.
La funzione dei patrimoni destinati
Per dare un filo conduttore a questa sintetica relazione sull’interpretazione dei negozi giuridici, proviamo a soffermarci brevemente sul mondo dei patrimoni destinati, per misurarci alla fine sul vincolo di destinazione ex testamento. Qui l’attenzione dell’interprete è ai massimi livelli e si esalta proprio, come accennato in premessa, sulla finalizzazione in termini pratici della prassi giuridica letta in chiave socialmente utile.
La destinazione dei beni ad uno scopo è un atto organizzativo dei beni, che fonda la propria radice sulla “funzionalizzazione ad uno scopo” in alternativa ad un sistema improntato sul “soggetto-persona fisica”, alla “aggregazione di beni diversi dall’uomo” (M. Bianca).
L’approfondimento storico e cronologico ci evidenzia come dal profilo di “staticità” della dote e dei fondi di previdenza si è passato ad un profilo “dinamico” come il fondo patrimoniale che consente una evoluzione da sostanziale inalienabilità ad alienabilità sotto determinate condizioni.
L’articolazione dei “patrimoni destinati – separati” si può sviluppare in tre ambiti concettualmente e sistematicamente diversi:
Mortis causa: negozio testamentario
Inter vivos: contratto
Commerciale: patrimoni destinati ad uno specifico affare in ambito societario (Art. 2447-bis cod. civ.).
Con specifico riferimento ai vincoli di destinazione ex art. 2645-ter cod. civ., nessun dubbio interpretativo si è posto per la sua “costruzione” con atto inter vivos ed anche in ambito societario, preso atto dell’espresso disposto normativo.
Perplessità esistevano in ambito successorio, dove l’inquadramento era molto discusso ed inizialmente non condiviso dalla dottrina prevalente e dalla giurisprudenza.
L’analisi parte da questi capisaldi ermeneutici:
l’atteggiamento interpretativo evolutivo dei contenuti possibili di una disposizione testamentaria;
i profili esclusivamente “attributivi” idonei a regolarizzare interessi per il tempo successivo alla morte;
la successione dinamica dei beni ereditari;
le disposizioni testamentarie volte alla pianificazione post mortem di alcune attività;
il background dottrinale stimolato ad una interpretazione più ampia di contenuti delle disposizioni testamentarie nell’ottica dell’attuazione di un programma successorio.
collocazione della norma in tema di trascrivibilità dell’atto;
il riferimento all’art. 1322 cod. civ. presuppone assolutamente una configurazione strutturale del vincolo di destinazione in ambito inter vivos (Tribunale di Roma 21/02/2013);
l’art. 2645-ter cod.civ., in quanto norma speciale (deroga al principio generale della responsabilità patrimoniale), non è suscettibile di una interpretazione estensiva/analogica oltre i limiti tracciati dalla norma (Tribunale di Roma 18/05/2013)”;
il testamento (rectius il contenuto del testamento) non può mai subire un controllo in termini di socialità (interesse meritevole di tutela), ma solo in termini di liceità (BONILINI).
Sicuramente queste riflessioni dubitative hanno un solido fondamento teorico, difficilmente superabile con i vecchi schemi interpretativi che marcano in maniera netta e poco flessibile le opzioni giuridiche offerte allo studioso.
La fattispecie come norma di categoria giuridica
Ma a ben vedere la dottrina più avanzata (U. La Porta, G. Petrelli, M. Bianca) acutamente rileva, a livello interpretativo, come la disposizione di cui all’art. 2645-ter cod. civ. non sia “norma di fattispecie” ma una norma introduttiva di “categoria giuridica”: cambia l’ottica di lettura delle norme.
A ben vedere dal dato legislativo non emerge una struttura giuridica definita, bensì la compatibilità di un determinato effetto giuridico (separazione- segregazione del patrimonio) con il nostro ordinamento. Effetto che si può conseguire con qualsiasi atto idoneo alla finalità di destinazione allo scopo.
Non siamo nell’ambito di una interpretazione estensiva/analogica discutibile (come sosteneva la citata sentenza del Tribunale di Roma del 18/05/2013); ma nell’ambito di una nuova metodologia interpretativa in grado di valorizzare il respiro generale della “destinazione vincolata”, dando alla previsione normativa ogni significato che sia compatibile con il sistema (C. Romano).
Su questa ricostruzione che legittima il testamento come possibile fonte di un vincolo di destinazione non abbiamo ancora un valido supporto giurisprudenziale.
Ciò non toglie che l’analisi non può prescindere da un evolutivo atteggiamento interpretativo culturale e giuridico in ordine ai contenuti possibili e/o leciti di una scheda testamentaria.
Per anni il pensiero dominante di dottrina e giurisprudenza ha riconosciuto all’atto di ultima volontà profili esclusivamente “attributivi” ex artt. 587 e 588 cod. civ., connotati da una forte tipicità delle disposizioni stesse. Oggi l’orientamento della più avanzata dottrina riconosce alla autonomia testamentaria “ambiti di maggiore ampiezza”: idoneità a dettare/regolare una disciplina di interessi per il tempo successivo alla morte (successione dinamica dei beni).
Ma per poter valutare la possibilità di inserire un vincolo di destinazione ex art. 2645-ter cod. civ. in una scheda testamentaria, come acutamente osserva il collega Carmine Romano, bisogna, altresì, tener presente quel “microsistema disciplinare di cui al II Libro del cod. civ. dotato di coerenza sistematica propria basata, in parte, su principi diversi da quelli vigenti in materia contrattuale (ambito inter vivos) e, per quanto attiene ai vincoli di destinazione, nello specifico segmento della pubblicità (trascrizione)”.
A rendere più complessa la ricostruzione sistematica de qua subentra l’analisi del giudizio di meritevolezza; meritevolezza che deve connotare in maniera assoluta il vincolo di destinazione.
la destinazione deve mirare alla realizzazione di interessi meritevoli di tutela secondo l’ordinamento giuridico; questo è l’inquadramento nell’ambito dell’autonomia contrattuale ex art. 1322, II co., cod. civ.;
la liceità del negozio non può rappresentare la meritevolezza dello stesso, ma ne costituisce il presupposto logico ancor prima che giuridico;
la meritevolezza si incentra su di un rapporto relazionale, una valutazione comparativa tra:
l’interesse sacrificato dei creditori generali del disponente e
l’interesse realizzato con l’atto di destinazione.
Ecco allora che, nel gestire questo rapporto relazionale, ci sovvengono sia l’elemento soggettivo delle persone beneficiarie del vincolo di destinazione che la “proporzionalità” stessa della destinazione.
La destinazione imposta a determinati beni (con tutti gli effetti che si realizzano in base alla segregazione) è meritevole di tutela quando esiste una oggettiva proporzionalità-corrispondenza tra:
il valore dei beni destinati;
il bisogno concreto del beneficiario;
– l’importo dei beni per il perseguimento dello scopo.
È di tutta evidenza che i vecchi schemi interpretativi non avrebbero mai avuto il respiro e l’ampiezza per poter giungere a determinate conclusioni che ci consentono di funzionalizzare la lettura di un negozio giuridico in termini di “utilità operativa” a favore, anche, del generale interesse economico del “sistema paese”.
Indiscutibilmente il giudizio di meritevolezza introduce ulteriori elementi di “soggettivazione interpretativa” così ampi che rendono, come sintesi finale di questa relazione, inevitabile il ricorso ai presidi ermeneutici innanzi citati i quali, armonicamente assemblati, ci consentono di aprire nuove e più pertinenti frontiere interpretative del negozio giuridico, in aderenza con una realtà complessa ed articolata assolutamente non comprensibile e non riconducibile ad un rigido schematismo giuridico che, da solo, inevitabilmente tralascerebbe aspetti di grande rilevanza ed utilità sociale: su questa linea l’impegno innovativo del giurista – interprete assume un ruolo di fondamentale importanza.
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