Source: https://www.laleggepertutti.it/154620_se-sono-invalido-lazienda-puo-adibirmi-a-mansioni-incompatibili
Timestamp: 2019-01-21 06:49:42+00:00
Document Index: 107078691

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Se sono invalido l'azienda può adibirmi a mansioni incompatibili?
Se sono invalido l’azienda può adibirmi a mansioni incompatibili?
Il datore di lavoro, consapevole dello stato di salute precario del dipendente, non può adibirlo a mansioni che non può svolgere.
L’azienda deve sempre proteggere la sicurezza e la salute psicofisica dei propri dipendenti. Questo significa che chi ha una particolare disabilità o invalidità non può essere obbligato a svolgere mansioni incompatibili con le sue condizioni di salute. Se così fosse, il lavoratore può opporsi e chiedere che tale impossibilità venga accertata attraverso la sorveglianza sanitaria. Se il medico dell’azienda rileva l’incompatibilità tra la malattia del dipendente e le attività che gli sono state delegate, il datore non può licenziarlo in caso di suo rifiuto a svolgere dette mansioni. È quanto chiarito dalla Cassazione con una sentenza pubblicata ieri [1].
Per comprendere l’importante principio ricorriamo a un esempio.
Immaginiamo una lavoratrice che venga assunta per svolgere determinate mansioni, ma che, nel corso del tempo, venga assegnata a mansioni diverse e non compatibili con le sue già precarie condizioni di salute. In un primo momento sopporta, ma dopo è costretta a mettersi in malattia. In questo frangente, tanto il medico di base quanto quello fiscale attestano la patologia di cui è affetta. Finito però il periodo di riposo a casa, la dipendente ritorna sul posto e fa presente al capo del personale di non poter più svolgere le mansioni da ultimo assegnatele poiché divenute ormai insostenibili e incompatibili con la malattia. Per dimostrare ciò la donna chiede una visita del medico competente. L’azienda però le nega la visita, sostenendo che le sue mansioni non sono soggette alla «sorveglianza sanitaria obbligatoria». La lavoratrice, per tutta risposta si rifiuta di riprendere il suo vecchio posto e, considerata la sua assenza “ingiustificata”, l’azienda la licenza.
Chi ha ragione tra i due? La lavoratrice che vorrebbe essere visitata affinché venga accertata l’incompatibilità delle mansioni con la sua patologia? Oppure l’azienda che applica alla lettera la legge sulla sorveglianza sanitaria obbligatoria, legge che indica esplicitamente quali sono i lavoratori a cui va fatto il controllo medico in azienda? La risposta è stata fornita dalla Suprema Corte.
Il dipendente ha diritto di chiedere l’accertamento della compatibilità delle mansioni con il proprio stato di salute
La Cassazione ricorda che la legge [2] sancisce che il datore di lavoro non può chiedere al disabile una prestazione non compatibile con le sue minorazioni; pertanto, quest’ultimo ha il diritto di chiedere che venga accertata la compatibilità delle mansioni a lui affidate con le proprie condizioni di salute.
Anche il diritto comunitario [3] stabilisce che il datore di lavoro deve prendere le misure necessarie per la protezione della sicurezza e della salute dei lavoratori, comprese le attività di prevenzione dei rischi professionali, evitandoli e garantendo un maggior livello di protezione della sicurezza e della salute dei lavoratori.
Dunque, nel caso in esame, la dipendente con stato di disabilità o invalidità ha tutto il diritto a pretendere la visita medica aziendale: se questa si conclude con un giudizio di incompatibilità, il datore dovrà scegliere per il lavoratore mansioni meno gravose.
A favore del dipendente milita anche la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità [4] che vieta le discriminazioni sul lavoro in base alla disabilità e promuove il pieno inserimento nel lavoro di persone affette da disabilità.
[1] Cass. sent. n. 6771/17 del 15.03.2017.
[2] Art. 10, co. 2 e 3, l. n. 69/99.
[3] Direttiva UE n. 391/89, Art. 6, co. 1.
[4] Ratificata dall’Italia con l. n. 18/2009: art. 25 e 27.
Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 14 dicembre 2016 – 15 marzo 2017, n. 6771
2.- Con il secondo motivo la ricorrente denuncia la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 41, commi 1 e 2 lett. c), nonché 25 (che tuttavia non viene sviluppato nel motivo) del d.lgs n. 81 /08, laddove la corte territoriale ritenne non obbligatoria la sorveglianza sanitaria e la visita medica richiesta dalla ricorrente (pur avendo la stessa evidenziato specifici rischi alla sua salute), oltre ad omesso esame di fatti decisivi discussi tra le parti (e cioè che la ricorrente aveva più volte segnalato alla società DMM la natura delle sue affezioni e le conseguenti limitazioni psicofisiche, l’usura lavorativa legata alle mansioni effettivamente assegnatele, differenti da quelle iniziali assegnatele e da quelle oggetto del collocamento mirato ed anche contrarie alle prescrizioni sanitarie, tali da averle causato un aggravamento delle condizioni di salute). Lamenta che la sentenza impugnata confuse le disposizioni di cui al comma 1, lett.a) e quelle di cui al comma 2, lett. e-ter) dell’art. 41 e quelle di cui all’art. 25 del d.lgs n. 81/08; ritenne erroneamente che la richiesta di visita medica da parte della lavoratrice non comportasse un obbligo da parte del medico competente, e del datore di lavoro, di disporre la relativa sorveglianza sanitaria preventiva alla riammissione in servizio. In particolare, la pronuncia impugnata aveva applicato erroneamente l’art. 41, comma 1, e comma 2, lett. c) d.lgs. n. 81/2008. Ed infatti, anche ammesso che l’attività della ricorrente rientrasse nella fascia cd. “verde” (in tesi non soggetta alla sorveglianza sanitaria di cui ai commi 1 e 2, lett. e-ter), lo stesso art. 41 dispone la obbligatorietà della sorveglianza sanitaria (e della visita) qualora vi sia correlazione (da valutarsi ad opera dei medico competente) tra la richiesta della lavoratrice e le sue condizioni di salute (rischio di peggioramento sanitario), ovvero con gli specifici rischi professionali.
La sentenza impugnata ha ritenuto che tali disposizioni siano applicabili solo nel caso in cui il lavoratore sia soggetto a sorveglianza sanitaria (cui è intitolato il detto art. 41), che sussiste, per quanto qui interessa, qualora il medico incaricato la ritenga correlata a specifici rischi lavorativi (art. 41, comma 1, lett.b) connessi ad attività particolari, elencate dalla Corte di merito (pagg. 5 e 6 sentenza), tra cui a suo avviso non rientravano le mansioni di imballaggio di accessori in metallo (secondo l’accertamento della corte distrettuale: “inserimento di minuteria metallica in apposite buste”), come ritenuto dal sanitario (attestazione del 26.4.11).
Deve allora considerarsi che la sentenza impugnata ha violato le disposizioni di cui alla terza e quinta censura, e cioè l’art. 10 della L. n. 68/99 (comma 2, secondo cui il datore di lavoro non può chiedere al disabile una prestazione non compatibile con le sue minorazioni, e comma 3, secondo cui il disabile può chiedere che venga accertata la compatibilità delle mansioni a lui affidate con il proprio stato di salute), oltre che gli artt. 2087 c.c. e 32 Cost., ed inoltrefa Direttiva Europea n. 391/89, il cui art. 6, comma 1, stabilisce che il datore di lavoro prende le misure necessarie per la protezione della sicurezza e della salute dei lavoratori, comprese le attività di prevenzione dei rischi professionali; evitando i rischi e garantendo un miglior livello di protezione della sicurezza e della salute dei lavoratori.