Source: http://www.alcei.it/?p=103
Timestamp: 2017-11-22 07:29:27+00:00
Document Index: 97266318

Matched Legal Cases: ['art. 7', 'art.6', 'art.6', 'art. 1', 'art.2', 'art. 1', 'art.15', 'art.21', 'art.2']

Documento del 18 settembre 2005 | ALCEI
Pacchetto sicurezza e repressione dei diritti civili.
Un documento di approfondimento
del comunicato 18 settembre 2005
con il pretesto del terrorismo.
e nella loro applicazione.
Come ALCEI aveva evidenziato nel comunicato del 18 settembre 2005 â€“ â€œRepressione dei diritti civili con il pretesto del terrorismoâ€, il â€œpacchetto Pisanuâ€ emanato sullâ€™onda emotiva provocata dallâ€™attentato terroristico alla metropolitana di Londra ha poco a che vedere con la prevenzione del terrorismo e molto con lâ€™ennesimo â€œgiro di viteâ€ a danno delle libertÃ civili di cittadini e imprese.
Questo documento â€“ che completa il comunicato del 18 settembre 2005 â€“ ne riprende i temi e ne approfondisce gli aspetti normativi, evidenziando come il â€œpacchetto Pisanuâ€ sia afflitto da imprecisioni giuridiche, scarsa consapevolezza tecnico-informatica e ridondanze procedurali che, paradossalmente, rendono piÃ¹ complesso il lavoro degli investigatori e non aumentano la sicurezza del paese.
Venendo al merito della questione Ã¨ possibile affermare che il meccanismo applicativo del â€œpacchetto sicurezzaâ€ ruota attorno a due cardini:
–	lâ€™imposizione dellâ€™obbligo di conservazione dei dati di traffico â€œcircostanzialiâ€
–	lâ€™estensione spropositata di obblighi e controlli di â€œpolizia amministrativaâ€ anche alle associazioni e ai comitati – fenomeni associativi impropriamente definiti â€œcircoli privatiâ€ â€“ in modo da rendere praticamente applicabile lâ€™obbligo di licenza anche ai singoli cittadini.
Cominciamo da questo secondo argomento: dal punto di vista dei soggetti destinatari dellâ€™obbligo di conservazione e di messa a disposizione dei dati di traffico Ã¨ abbastanza chiaro che lâ€™art. 7 c. I DL 144/05 convertito in legge dalla L.155/05 si applica agli esercenti attivitÃ commerciali nel settore delle telecomunicazioni (e dunque: internet point, call center, internet cafÃ©).
I problemi sorgono, invece, con lâ€™estensione degli obblighi ai â€œcircoli privati di qualsiasi specieâ€, â€œentitÃ â€ che non rientrano fra i soggetti di diritto. Il codice civile, infatti, individua agli articoli da 36 a 42 delle realtÃ – associazioni non riconosciute e comitati â€“ che pur non avendo personalitÃ giuridica sono comunque, seppur con le note limitazioni, soggetti di diritto. Dunque, dove il decreto Pisanu parla di â€œcircoli privatiâ€ si dovrebbe leggere, piÃ¹ correttamente, â€œassociazioni non riconosciuteâ€ o, appunto, â€œcomitatiâ€; con le paradossali conseguenze che si evidenziano nelle prossime righe.
Unâ€™associazione non riconosciuta â€“ dice il codice civile – nasce senza bisogno di particolari formalitÃ , per il solo fatto che due o piÃ¹ persone decidano di operare per il raggiungimento di un obiettivo. Ne deriva quindi che qualsiasi tipo di associazione non riconosciuta â€“ anche quelle parrocchiali o sportive â€“ che per qualsiasi ragione dovessero consentire ai propri aderenti lâ€™uso di un computer collegato allâ€™internet dovrebbero richiedere la licenza al questore e accettare che â€“ senza mandato del magistrato â€“ la polizia possa accedere al domicilio privato adibito a â€œsedeâ€ per eseguire â€œcontrolli amministrativiâ€.
Si tratta, evidentemente, di una limitazione irragionevole, ingiustificata e pericolosissima della libertÃ di associazione e della inviolabilitÃ del domicilio. Il decreto Pisanu non collega la licenza di polizia â€“ come nel caso della licenza amministrativa per la somministrazione di alimenti e bevande nei â€œcircoli privatiâ€ â€“ al particolare scopo associativo e alla particolare modalitÃ con la quale questo scopo viene perseguito (e anche se questo facesse, nel caso dellâ€™internet, ci sarebbe comunque da discutere). Ma limita indiscriminatamente la libertÃ di qualsiasi cittadino che si collega allâ€™internet tanto da spingere a domandarsi se quella del â€œterrorismoâ€ non sia altro che una â€œscusaâ€â€¦
Veniamo ora alla questione â€œdata-retentionâ€. Anche qui le norme sono scritte in modo confuso e impreciso, lasciando spazio a interpretazioni differenti rispetto alla tipologia dei dati da conservare e ai servizi di cui si dovrebbero conservare le attivitÃ .
Va premesso che la data-retention Ã¨ una soluzione culturalmente sbagliata e inefficiente dal punto di vista delle indagini perchÃ© trasmette agli investigatori una falsa sensazione di sicurezza ma non consente di rintracciare soggetti criminali adeguatamente motivati e tecnicamente preparati (cioÃ¨ i piÃ¹ pericolosi). La realtÃ â€“ come pure dice quasi â€œvergognandosiâ€ il decreto Pisanu â€“ Ã¨ che i dati cosÃ¬ conservati servono anche per le indagini che non riguardano i terroristi (non si puÃ² interpretare diversamente quella parte dellâ€™art.6 comma I che recita: â€œi dati del trafficoâ€¦possono essere utilizzati esclusivamente per le finalita’ del presente decreto-legge, salvo l’esercizio dell’azione penale per i reati comunque perseguibili.â€).
Dunque, benchÃ© ci sia un ovvio, diffuso â€“ e identificato – interesse a sostenere che lâ€™obbligo di conservazione dei dati si applichi estensivamente a qualsiasi â€œservizio di comunicazione elettronicaâ€, in realtÃ questo non Ã¨ vero.
Eâ€™ infatti possibile affermare che i â€œdati circostanzialiâ€ da conservare obbligatoriamente sono soltanto quelli relativi ai servizi di comunicazione (e-mail, chat, instant-messaging), mentre restano fuori dalla â€œretentionâ€ quelli relativi alla consultazione passiva di risorse (navigazione e lettura di newsgroup) o di pubblicazione di contenuti (ftp).
Si giunge a questa conclusione considerando che l’art.6 della L.155/05 impone la data retention per “dati del traffico telefonico o telematico, anche se non soggetti a fatturazione, e gli stessi, esclusi comunque i contenuti delle comunicazioni, e limitatamente alle informazioni che consentono la tracciabilitÃ degli accessi”. Questa interpretazione Ã¨ confermata dal successivo decreto ministeriale 16 agosto 2005, il cui art. 1 dice chiaramente che gli obblighi valgono per “i titolari o gestori di un esercizio pubblico o di un circolo privato di qualsiasi specie nel quale sono poste a disposizione del pubblico, dei clienti o dei soci, apparecchi terminali utilizzabili per le comunicazioni, anche telematiche.â€ Ribadisce il concetto lâ€™art.2 del decreto (Monitoraggio delle attivitÃ ) che fa nuovamente riferimento alla â€œcomunicazioneâ€ come oggetto degli obblighi di retention. Si legge infatti nella norma: â€I soggetti di cui allâ€™art. 1 adottano le misure necessarie a memorizzare e mantenere i dati relativi alla data ed ora della comunicazione e alla tipologia del servizio utilizzato, abbinabili univocamente al terminale utilizzato dallâ€™utente, esclusi comunque i contenuti delle comunicazioni.â€.
Quindi il concetto Ã¨ che andrebbero conservati solo i dati di quella tipologia di traffico che rientra nella categoria “comunicazione”, cioÃ¨ â€“ per semplificare â€“ tutto ciÃ² che Ã¨ protetto dallâ€™art.15 della Costituzione; mentre sarebbero esclusi tutti quei servizi â€“ come la pubblicazione di file o la diffusione/messa a disposizione di contenuti – che rientrano nellâ€™art.21 Cost.
Prendiamo atto con soddisfazione, invece, che lâ€™art.2 del DM 16 agosto 2005 recepisce finalmente â€“ seppur in piccola parte â€“ la necessitÃ di conservare i dati garantendone la non alterabilitÃ e la non accessibilitÃ a terzi non autorizzati. Da anni ALCEI si batte perchÃ© i tribunali riconoscano la dignitÃ di â€œprovaâ€ processuale solo a dati e log di sistema generati, manipolati e custoditi con adeguate cautele e non a qualsiasi file di testo, magari stampato su un normale foglio di carta. Con lâ€™entrata in vigore di questa norma, invece, si registra un primo, piccolo ma significativo cambio di rotta. Eâ€™ evidente, infatti, che ben difficilmente i dati circostanziali di traffico potranno avere un valore probatorio se non saranno conservati seguendo almeno le minime indicazioni del decreto ministeriale. Ben altro ci sarebbe da fare per realizzare compiutamente il sistema processuale della â€œprova informaticaâ€, ma quantomeno cominciano a esserci delle norme che vanno nella direzione giusta.
Eâ€™, viceversa, grave il presupposto politico-giuridico su cui si basa il pacchetto Pisanu e che tramite lâ€™eliminazione dellâ€™anonimato, porterÃ alla messa al bando â€“ o al sostanziale ridimensionamento â€“ dellâ€™utilizzo di sistemi crittografici.
Fin dalla sua costituzione, risalente al 1994, ALCEI si Ã¨ fatta portatrice di un approccio sullâ€™anonimato che, successivamente, Ã¨ stato definito â€œanonimato protettoâ€ (una formula per la quale il provider â€“ e solo il provider â€“ si fa garante della reale identitÃ dellâ€™abbonato e che comunicherÃ alla magistratura solo in caso di commissione di atti illeciti). Ma il pacchetto Pisanu sposa un approccio ciecamente repressivo che non tiene conto della decennale elaborazione giuridica sul tema e implica di fatto, la potenziale messa al bando di tutti quei servizi (anonymous remailer, anonymous surfing, ma anche VPN) che si basano sulla crittografia forte e che costituiscono, oltre che uno strumento per la tutela delle libertÃ civili, un importante componente per la protezione delle infrastrutture critiche di un paese.
Il pacchetto Pisanu potrebbe essere interpretato nel senso di vietare quei servizi che non consentono la conservazione dei dati circostanziali di traffico o che ne producono di inutili: ne conseguirebbe la messa fuori legge anche degli strumenti che consentono di realizzare il risultato e dunque, in ultima analisi, della crittografia.
Non sarebbe certo una novitÃ , visto che si tentÃ² senza successo il â€œcolpo di manoâ€ giÃ con il famigerato â€œdecreto Urbaniâ€ sul peer-to-peer (vedi http://www.alcei.org/index.php/archives/4). Ma ora â€“ a differenza di allora â€“ il Parlamento Ã¨ riuscito a muovere il primo passo verso quello che sembra un obiettivo â€œsegnatoâ€: la sostanziale limitazione dei diritti civili nella societÃ dell’informazione.
This entry was posted in Comunicati, Libertà di parola e censura on 18/9/2005 by site admin.
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