Source: http://astratto.info/capitolo-i-lo-svolgimento-del-processo.html?page=2
Timestamp: 2020-02-22 21:13:50+00:00
Document Index: 72153382

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Le censure riguardanti le propalazioni di Gaspare Mutolo
Nel riassumere le dichiarazioni di Gaspare Mutolo, il Tribunale rilevava che questi, già condannato con sentenza irrevocabile della Corte di Assise di Palermo del 16 dicembre 1987 nel c.d. processo maxi-uno, perchè ritenuto responsabile dei reati di associazione per delinquere, associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti e di detenzione a fini di spaccio di tali sostanze, era risultato appartenere alla famiglia mafiosa di Partanna -Mondello, cui egli stesso aveva riferito di essere stato affiliato nel 1973 e nel cui ambito era stato “uomo di fiducia” di Rosario Riccobono, già capo-mandamento e componente della “commissione provinciale”, organo posto al vertice di “Cosa Nostra”.
Il Mutolo aveva riferito che, intorno al 1975 "Cosa Nostra", rappresentata al suo massimo vertice dal c.d. triumvirato Bontade -Riina - Badalamenti, era fermamente decisa ad evitare che le Forze dell'Ordine inoltrassero all’Autorità Giudiziaria denunce aventi ad oggetto esclusivamente il reato di associazione per delinquere, causa di gravissimi danni per gli uomini d'onore, esposti a continui arresti per qualunque fatto delittuoso di una certa gravità che si potesse verificare nel loro territorio. Per raggiungere il comune obiettivo si erano, però, delineate, all'interno dell'organizzazione criminale, due diverse strategie: la prima, propugnata da Bontade e Badalamenti, volta a tentare l’ammorbidimento, e cioè l'assoggettamento alle esigenze di "Cosa Nostra", degli uomini dello Stato più pericolosi per la mafia e, solo nel caso di soggetti irriducibili, alla loro eliminazione fisica; la seconda, caldeggiata dal Riina, mirata alla soppressione dei più temibili avversari.
In tale cornice erano stati individuati tre obiettivi in Giuliano, De Luca e Contrada, all'epoca ai vertici della Questura di Palermo e dunque considerati soggetti responsabili della trasmissione all'Autorità Giudiziaria dei predetti rapporti di denuncia.
Lo stesso Mutolo, quindi, insieme a Salvatore Micalizzi, “uomo d’onore” della famiglia di Pallavicino, era stato incaricato di controllare i loro spostamenti ed abitudini in attesa di stabilire la strategia da adottare nei loro confronti, per tenersi pronti ad eventuali azioni "drastiche".
Da Angelo Graziano, costruttore ed "uomo d'onore" della famiglia mafiosa del Borgo vecchio - ma a quel tempo, a detta del collaborante, non ancora all'attenzione degli inquirenti - e da Giuseppe Galatolo, "uomo d'onore" dell'Acquasanta, si era appreso che Contrada frequentava con una certa assiduità un appartamento nella via Guido Jung, che lo stesso Graziano, con modalità non precisate, aveva affermato di avergli "messo a disposizione".
Lo stesso Contrada, in un'occasione, approssimativamente intorno alla fine del 1975, dopo alcuni appostamenti era stato visto dal collaborante e dal Micalizzi, intorno alle h. 17,30, fare ingresso con una autovettura nel posteggio posto sul retro dell’edificio indicato dal Graziano, ubicato al civico 12 della via Jung, senza l’assistenza di uomini di scorta.
Nel maggio del 1976 il Mutolo era stato tratto in arresto e, nel corso della sua detenzione, non aveva più avuto modo di apprendere notizie sul conto di Contrada. Uscito dal carcere, tra febbraio e maggio 1981 aveva manifestato al Riccobono la sua preoccupazione di potersi imbattere in qualche controllo di Polizia, circolando in città con autovetture di grossa cilindrata, ed in tale circostanza aveva appreso dallo stesso Riccobono che non vi era motivo di preoccupazione, perché avrebbe potuto contare sull’odierno imputato.
Più specificamente, Riccobono gli aveva raccontato che per ben tre volte, nel corso della sua latitanza, mentre risiedeva in appartamenti siti nella zona tra la via Don Orione, la via Guido Jung e la via Ammiraglio Rizzo, a Palermo, in un'epoca che il collaborante ha collocato tra il 1977 ed il 1979-80, Bruno Contrada, per il tramite dell'avv. Cristoforo Fileccia (che peraltro era difensore di Salvatore Inzerillo ma non del Riccobono, con il quale, però, al pari di altri latitanti o ricercati, manteneva contatti a scopo informativo), lo aveva tempestivamente avvisato in ordine ad imminenti operazioni di polizia. Presso lo studio dell’avv. Fileccia, inoltre, in una occasione, lo stesso Riccobono aveva incontrato Contrada per conoscere il nome del confidente autore delle “soffiate” che lo avevano costretto a tali spostamenti, nome non rivelato dal funzionario di Polizia all’evidente fine di tutelare il suo informatore.
Il Riccobono (circostanza confermatagli anche da Salvatore Micalizzi) gli aveva, inoltre, svelato che i primi contatti con l’imputato erano stati instaurati non da lui, ma da Stefano Bontate. Quest’ultimo, appartenendo a quella componente di “Cosa Nostra” che privilegiava la strategia dell’“avvicinamento” dei personaggi “scomodi”, li aveva stabiliti attraverso due soggetti: il conte Arturo Cassina, uno degli imprenditori più importanti di Palermo, già in rapporti con lo stesso Bontate perché, secondo quanto constava al Mutolo, ne aveva chiesto la protezione dopo il sequestro del figlio (avvenuto il 16 agosto 1972), ed il dott. Pietro Purpi, dirigente del I° distretto di Polizia, sito nella via Roma.
Tali iniziali, “amichevoli contatti” di Contrada con Bontate si erano successivamente estesi al Riccobono ed anche ad altri soggetti appartenenti a “Cosa Nostra” tra i quali Salvatore Inzerillo, “Totò” Scaglione, Michele Greco e Salvatore Riina.
A questo riguardo, il Mutolo aveva precisato che quando una persona “importante” si mette “a disposizione di Cosa Nostra”, non può limitare i suoi favori ad una specifica figura di spicco del sodalizio, ma, piuttosto, resta gradualmente asservito all’intera organizzazione criminale ed opera a suo complessivo vantaggio.
Il Mutolo, oltre alle tre segnalazioni di imminenti operazioni di polizia, aveva menzionato quattro ulteriori episodi, relativi a favori da parte di Contrada, ovvero tali da denotare la positiva considerazione che ne avevano il Riccobono o i suoi sodali.
I) In particolare, durante le festività del Natale 1981, mentre si facevano i conti relativi ai proventi dell’associazione, il Riccobono, aveva detto ad esso collaborante che era necessario detrarre la somma di 15 milioni di lire, già utilizzata per acquistare un’autovettura Alfa Romeo da destinare ad una amante di Contrada.
II) Autorizzato dal magistrato di sorveglianza agli inizi del 1981, mentre era detenuto a Teramo, a recarsi a Palermo per i funerali della madre, in occasione delle esequie,esso Mutolo era stato avvicinato dal cugino Gaetano Siragusa, imprenditore edile, il quale gli aveva esternato le sue preoccupazioni, derivanti dalle telefonate minatorie con cui gli era stato intimato di non mettere piede nella zona di Pallavicino. Il Siragusa gli aveva confidato che tali minacce lo avevano costretto ad abbandonare, senza ricevere alcuna contropartita in denaro, il progetto già realizzato per la costruzione di un palazzo nella via Ammiraglio Cagni, dove aveva già realizzato un altro fabbricato in società con lui stesso e con Salvatore Micalizzi, società sciolta durante la costruzione, nel 1975.
Egli , quindi, lo aveva rassicurato dicendogli che si sarebbe occupato di chiarire la faccenda.
Successivamente, parlando dell’accaduto con il Riccobono, aveva appreso da lui che il cugino aveva rivelato in via confidenziale all’odierno imputato di essere vittima di pressioni estorsive da parte della mafia di Pallavicino; che per questa ragione aveva rischiato di essere ucciso, in quanto Contrada, a sua volta, aveva riferito l’informazione allo stesso Riccobono; che soltanto “per rispetto“ nei confronti di esso Mutolo il Siragusa aveva avuto salva la vita, ma gli era stato comunque impedito di proseguire la propria attività imprenditoriale nella zona.
Egli, allora (sempre il Mutolo) aveva insistito per sapere dal cugino se la circostanza delle denunce confidenziali a Contrada fosse vera, ricevendone nette smentite. Solo a seguito della precisa contestazione che “si sapeva con precisione” che l’incontro tra i due si era verificato all’interno del Palazzo di Giustizia (particolare rivelatogli dal Riccobono nel corso di un successivo colloquio), il Siragusa aveva fatto delle parziali ammissioni in ordine ad un suo possibile incontro con il funzionario di Polizia all’interno del Palazzo di Giustizia per un non meglio specificato scopo lecito; ammissioni tardive e necessitate che avevano fatto capire che il fatto era realmente accaduto.
III) Il collaborante aveva altresì riferito di avere subito, nell’anno 1982, da parte della Squadra Mobile di Palermo, presso la propria abitazione, una perquisizione che per poco non aveva portato alla scoperta di un grosso carico di eroina, conservato all’interno della sua autovettura in un garage. Atteso il grave rischio corso in quell’occasione, commentando successivamente l’accaduto con alcuni esponenti di “Cosa Nostra”, ed in particolare con coloro che, con lui, erano interessati a quel traffico di stupefacenti (aveva indicato con certezza Gaetano Carollo, Greco detto “Scarpa”, Salvatore Micalizzi, Vincenzo Galatolo e “Pino” Savoca), si era lamentato del fatto che Contrada non avesse avvisato per quella perquisizione. In tale frangente aveva appreso che nessun rimprovero poteva essere mosso all’imputato, perché il responsabile di quell’operazione non era lui bensì il dott. Cassarà o qualche altro funzionario non “raggiungibile” da parte dell’organizzazione criminale (pag. 534 della sentenza di primo grado).
IV) Lo stesso Mutolo, inoltre, aveva dichiarato che Antonino Porcelli, detenuto con lui presso il carcere di Palermo, reduce da un’udienza in Tribunale in cui aveva reso la propria deposizione Vincenzo De Caro (cognato di esso collaborante), parlando con tono concitato attraverso le finestre delle rispettive celle (che si affacciavano nel medesimo cortile interno), gli aveva detto che lo stesso De Caro stava accusando tutti i mafiosi di essere delatori della Polizia. Il Porcelli, nell’occasione, aveva rimarcato che egli doveva ben sapere che i rapporti con Contrada non erano da confidente a poliziotto, ma si traducevano in favori per l’organizzazione.
Così riassunti gli episodi di rilievo, il Tribunale ha valutato l’attendibilità intrinseca del Mutolo, sottolineando, tra l’altro, che nel dissociarsi da “Cosa Nostra”, egli aveva certamente aggravato la propria posizione processuale confessando numerosi omicidi per i quali non era neppure indagato. Si è soffermato, quindi, sulla genesi e sulla tempistica delle dichiarazioni concernenti la posizione di Contrada.
Queste erano state verbalizzate per la prima volta il 23 ottobre 1992 davanti a magistrati della Procura di Palermo, ma il nome dell’imputato come soggetto colluso con la mafia era già stato fatto il 16 dicembre 1991 al dr. Giovanni Falcone, all’epoca Direttore Generale AA.PP. presso il Ministero di Grazia e Giustizia, cui il collaboratore aveva chiesto un colloquio nella casa penale di Spoleto, ove si trovava detenuto. Il dr. Falcone aveva aderito alla richiesta, trasferendosi in quella sede carceraria in compagna di un collega, il dott. Giannicola Sinisi, anch’egli in servizio al Ministero, ma, non appena il Mutolo aveva fatto i nomi del dr. Contrada e del magistrato dr. Signorino come soggetti collusi con la mafia, si era affrettato a chiarire che i suoi compiti non gli consentivano di procedere alla formazione di un verbale, e gli aveva suggerito di contattare il Direttore della D.I.A., dr. De Gennaro (tale circostanza è stata confermata in sede di esame dibattimentale dallo stesso dr Sinisi; la visita al carcere di Spoleto è comprovata dai documenti acquisiti presso la Direzione Generale degli Affari Penali del Ministero di Grazia e Giustizia, segnatamente da una riservata personale, inviata il 17/12/1991 al Capo di Gabinetto di quel Ministero, a firma di magistrati Falcone e Sinisi, con la quale si comunicava l’avvenuto incontro con il detenuto Gaspare Mutolo e si evidenziava l’opportunità di segnalarne il caso all’Amministrazione Penitenziaria, pur trattandosi di soggetto allo stato non collaboratore di giustizia, per eventuali problemi attinenti alla sua sicurezza personale nell’ambiente carcerario).
Analoga rivelazione informale era stata fatta al dr. Paolo Borsellino poco prima che questi fosse ucciso (il 19 luglio 1992) in un attentato mafioso, come emerso dalle testimonianze del tenente dei C.C. Carmelo Canale, stretto collaboratore del magistrato, e del dr. Angelo Sinesio, già in servizio presso l’Ufficio dell’Alto Commissario a Roma tra il Gennaio 1990 ed il Dicembre del 1992, successivamente passato nei ruoli del S.I.S.De.
Quest’ultimo era stato un involontario tramite della notizia stessa, datagli in occasione dei funerali del magistrato dalla dr.ssa Alessandra Camassa, in passato sostituto procuratore a Marsala, e dallo stesso tenente Canale, e l’aveva comunicata al dr.. Antonino De Luca, che riteneva soggetto assolutamente affidabile, al solo fine di “metterlo in guardia” nei confronti del suo collega Contrada (lo stesso teste Sinesio aveva riferito di avere appreso successivamente, con serio disappunto, dallo stesso De Luca che questi aveva provveduto ad informare tempestivamente il diretto interessato).
Passando, quindi, alla verifica della attendibilità estrinseca delle dichiarazioni del Mutolo, il Tribunale osservava, tra l’altro, che le conoscenze del collaborante, in parte dirette ed in parte indirette, erano risultate di particolare precisione e spessore probatorio, ed ogni caso aventi ad oggetto una varietà di episodi specifici o di situazioni verificati con esiti complessivamente positivi.
In questa direzione, la frequentazione di uno stabile sito in via Guido Jung n. 12, e cioè la medesima strada in cui Rosario Riccobono aveva posto uno dei suoi principali centri di interesse ed aveva, al civico n. 1, una delle sue più assidue residenze, era stata ammessa dall’imputato e confermata dal teste Vito Lazzara, portiere dello stabile al n. 12.
Contrada, in particolare, aveva riferito di avere avuto la disponibilità di due piccoli appartamenti, agli interni 38 e 39 (successivamente numerati come 39 e 40) grazie alla sua amicizia con gli inquilini (e segnatamente con il magistrato dott. Domenico Signorino ed il medico dott. Camillo Albeggiani per l’appartamento all’interno 38, e il con il dott. Renato Di Falco per l’appartamento all’interno 39).
La “latitanza piuttosto tranquilla" che il Riccobono vi conduceva, riferita anche dai collaboranti Marino Mannoia, Pirrone e Buscetta, costituiva ulteriore indicatore di attendibilità del dichiarante. Militava, poi, in questa direzione anche la comprovata possibilità per l’imputato di conoscere le notizie concernenti le ricerche del Riccobono, sia in ragione del proprio incarico sia per gli assidui contatti mantenuti con molti funzionari addetti alla Squadra Mobile, della quale era stato dirigente dal 1° Settembre del 1973 al 20 Ottobre del 1976, per esserlo nuovamente, in via interinale, tra 24 Luglio 1979 ed il 1° Febbraio 1980.
Parimenti riscontrato, a giudizio del Tribunale, era stata la narrazione della vicenda delle intimidazioni all'imprenditore edile Gaetano Siragusa, sulla base:
delle indagini eseguite dalla D.I.A in ordine alla società di fatto tra il Siragusa e tale Salvatore La Mantia, dichiarata fallita tra la fine del 1978 ed il 1979 con sentenza del Tribunale di Palermo;
della documentazione allegata in atti;
delle stesse, parziali ammissioni emerse dalla deposizione del Siragusa.
Da tutti questi elementi il Tribunale inferiva che nel 1981 i rapporti tra Riccobono e Contrada erano pienamente instaurati.
Quel Giudice, inoltre, sempre in tema di riscontri alle dichiarazioni del Mutolo, a proposito della estensione dei “favori” a Michele Greco e Salvatore Riina, richiamava le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Giuseppe Marchese. Quest’ultimo,fonte totalmente autonoma dal Riccobono, aveva narrato che il Contrada aveva fatto pervenire suo tramite al Riina, all’epoca latitante in una villa in località Borgo Molara, la notizia di qualche possibile perquisizione in quei luoghi e ne aveva, quindi, favorito la fuga. Il Marchese aveva collocato il fatto agli inizi del 1981, epoca perfettamente compatibile con quella della rivelazioni fatte al Mutolo dal Riccobono.
Inoltre, quanto ai “favoritismi” nei confronti di Totuccio Inzerillo, il Tribunale anticipava la disamina delle risultanze probatorie successivamente rassegnate nel paragrafo riguardante la “vicenda Gentile”, occasionata da una perquisizione domiciliare nei confronti dello stesso Inzerillo.
Per quanto concerne, invece, l'episodio dell'acquisto di una autovettura Alfa Romeo da destinare ad una donna di Contrada, quel giudice, pur non essendo pervenuto alla identificazione della beneficiaria del dono, riteneva di rinvenire elementi se non di riscontro (attesa la genericità della propalazione) quantomeno di concordanza con il racconto del Mutolo, quali l'individuazione di un concessionario Alfa Romeo a Palermo, Calogero Adamo, in stretti rapporti con Stefano Bontade e Rosario Riccobono e in buoni rapporti anche con l'imputato; l’avere avuto l’imputato delle frequentazioni femminili; l'effettuazione di acquisti di autovetture Alfa Romeo presso il suddetto concessionario da parte di donne legate a Contrada da rapporti personali non plausibilmente minimizzati dall’imputato.
Infine, il Tribunale disattendeva la tesi difensiva secondo cui il Mutolo sarebbe stato animato da intenti vendicativi verso Contrada per lo strenuo impegno investigativo da questi speso nei suoi personali confronti e nei riguardi dello stesso Riccobono a seguito dell’omicidio dell’agente di P.S. Gaetano Cappiello, commesso il 2 luglio 1975 nel contesto della repressione di un tentativo di estorsione ai danni dell’industriale Angelo Randazzo.
Disattendeva, parimenti, la tesi che lo stesso Riccobono avesse millantato rapporti collusivi con l’imputato, sul rilievo, tra l’altro, che questi aveva attribuito non a sé, ma al Bontate, l’instaurazione degli iniziali contatti con Contrada, e che non avrebbe avuto – considerazione, questa, di carattere generale –una plausibile ragione di mentire ad uno dei suoi uomini più fidati.
Le censure riguardanti le dichiarazioni di Gaspare Mutolo (pagine da 236 a 575 della sentenza appellata) articolate nel Volume IV, capitolo V e nel Volume V, capitolo V dell’Atto di impugnazione, sono state sviluppate più diffusamente nei Motivi nuovi: segnatamente, il volume 4 è dedicato al tema dell’acquisto di una autovettura Alfa Romeo per una presunta amante del Contrada; il volume 5 al tema dell’asserito e non meglio precisato interessamento del costruttore Angelo Graziano nel procurare a Contrada l’appartamento di via Jung n. 12; il volume 6 al ruolo di tramite tra il Contrada e Riccobono attribuito, nelle propalazioni del collaborante, all’avv. Cristoforo Fileccia; il volume 7 alla vicenda Siragusa; il volume 16 ai rapporti tra Contrada e l’imprenditore Arturo Cassina.
I difensori appellanti muovono da una sottolineatura che tende a ridimensionare, preliminarmente, il contributo del Mutolo, e cioè che che le sue accuse avrebbero esclusivamente natura di chiamata di correo re delato di Rosario Riccobono (pag. 5 Volume IV, capitolo V dell’Atto di impugnazione :<< Tutto dalla voce, ormai spenta, del Riccobono: rapporti, favori e protezione a Riccobono o ad altri mafiosi, rapporti con Bontate tramite Cassina e Purpi, Ordine Equestre del Santo Sepolcro indicato come loggia massonica, notizie su operazioni di polizia, arresti, perquisizioni, ecc., dazione di danaro per acquisto autovettura, appartamento di via Jung, tentativo di estorsione subito da Siragusa Gaetano, intervento dell’avvocato Fileccia, ecc. ecc., tutto “de relato” con preclusione assoluta di una qualsivoglia conferma o smentita della “fonte”, perché estinta).
Orbene, è appena il caso di ricordare - senza dover ripetere questa notazione per le indicazioni di analoga natura degli collaboranti - che la chiamata di correo non perde la sua valenza probatoria soltanto perché indiretta, in quanto sia la struttura del reato associativo, sia quella del concorso di persone, non necessariamente implicano la diretta e contemporanea nozione dell’apporto di ciascun partecipe o di ciascun concorrente.
Il Tribunale, piuttosto, ha usato ogni possibile cautela nel verificare l'esistenza e l'attendibilità della fonte primigenia (Riccobono).
In particolare, l’ipotesi che il Riccobono avesse mentito al Mutolo, anche per mera millanteria (il collaborante Buscetta, come si vedrà appresso, ha ben spiegato quale sarebbe stata l’inanità e la pericolosità di una millanteria di tal fatta) è stata esclusa, tra le altre ragioni, per il << peculiare rapporto di amicizia tra i due>> (pagine 254, 527, 528 della sentenza appellata). Lo stesso Mutolo ha spiegato che, nel corso della loro comune latitanza, egli, il Riccobono e le le rispettive famiglie avevano abitato assieme - suggello, questo, di intimità di estrema pregnanza in un ambiente, come quello mafioso, riservato ed attento a preservare l’intimità domestica della cerchia familiare - a Palermo nella zona di via Ammiraglio Rizzo e nelle borgate di Passo di Rigano ed a Villa Grazia, ed anche in territorio di Cinisi (cfr. pagine 541 e segg. della sentenza appellata).
Peraltro, non tutto il narrato del collaborante si inquadra nello schema della chiamata di correo de relato: alcuni segmenti di esso, infatti, costituiscono frutto di percezioni dirette di fatti storici puntualmente valorizzati in prime cure come riscontri.
Viene, così, in considerazione l’allentamento delle cautele usate dal Riccobono prima del maggio 1976, epoca dell’arresto del Mutolo, constatato dal collaborante nei primi mesi del 1981, allorquando egli aveva avuto modo di tornare a Palermo (il primo permesso da detenuto nel carcere di Teramo, ottenuto per la malattia della madre, morta poco dopo, rimonta al febbraio 1981).
Segnatamente, si rileva a pag. 438 della sentenza appellata1: <>.
E’ in tale contesto che va inquadrata la contemporanea frequentazione della via Jung - traversa della Via Ammiraglio Rizzo - da parte del Riccobono e dell’odierno imputato.
Nel riferire, infatti, all’udienza del 19 settembre 1995 circa gli esiti delle indagini sulla ricerca di eventuali riscontri alle dichiarazioni del Mutolo, il teste Luigi Bruno, del Centro operativo D.I.A. di Palermo, ha precisato che con atto in notar Giuseppe Maniscalco del 20 aprile 1978, rep. n. 68560, Paolo Vitamia, cognato di Rosario Riccobono, nella qualità di amministratore unico della MAGIS S.r.L. acquistò l’appartamento al sesto piano dello stabile al n.°1 di via Jung ed un box al piano terra.
E’ certo, alla stregua di molteplici fonti testimoniali e documentali, che quell’appartamento venne abitato alla fine degli anni settanta del novecento e sino al 1980 dal Riccobono, come è certa la assiduità della sua presenza nella via Jung.
Nella sentenza appellata, infatti, è stato evidenziato che <
> (pag. 448).
Il teste Mariano Campanella, portiere dello stabile sito al civico n. 7, escusso nel primo dibattimento di appello all’udienza del 17 dicembre 1998, ha riferito di avere notato più volte Rosario Riccobono che, da lui conosciuto intorno al 1977 come don Carmelo Fricano, soggiornava in un appartamento sito nell’adiacente stabile al civico n. 1 abitato dalla moglie e dalle figlie e passeggiava, anche di mattina, in strada.
La presenza di “don Carmelo”, del resto, risultato essere Rosario Riccobono, e, per periodi continuativi, dei suoi familiari, è stata ammessa, con qualche reticenza, anche dal teste Francesco La Rocca, marito di Maria Tagliareni, portiera dello stabile al n. 1 (pagine 87-89, 94-95, 110-111 trascrizione udienza 14 aprile 2000) e dalla stessa Tagliareni (ibidem, pagine 123 e segg.), la quale ha precisato che il nucleo familiare aveva definitivamente lasciato l’appartamento dopo un’irruzione condotta nello stabile il 30 aprile 1980 dalla Polizia, con l’ausilio del Vigili del Fuoco2.
Anche il collaborante Francesco Marino Mannoia, come si vedrà appresso, durante l’esame cui è stato sottoposto nel primo dibattimento di appello, pur perseverando nel non ricordare il nome della traversa della via Ammiraglio Rizzo nella quale si trovava l’abitazione di Rosario Riccobono, ne ha fornito le esatte coordinate, precisando che << vi erano dei magazzini, sotto vi era un macellaio, vi erano dei box posteggio macchine>>.
Analoghe indicazioni ha offerto il collaboratore di giustizia Francesco Onorato, anch’egli escusso nel primo dibattimento di appello.
L’Onorato, infatti, pur individuando erroneamente, come residenza del Riccobono, un appartamento del palazzo al n° 7 di via Guido Jung (e non dell’adiacente stabile al n° 1), ha riferito che il predetto disponeva di una macelleria, e dei box sottostanti ( il piano scantinato dei due stabili è risultato essere unico), dove erano state ricavate delle celle frigorifere, ed ha soggiunto che, negli anni 1978-1979 la macelleria ed i box, come anche il retrobottega del vicino bar “Bignè” erano utilizzati come luoghi di incontri tra mafiosi: <<Sì, venivano Stefano Bontade, venivano Salvatore Inzerillo, venivano Salvatore Di Maio, venivano i Galatolo erano o lì, venivano pure, venivano Nino Badalamenti (…) Di solito si spostavano nella macelleria, oppure sotto i box, se erano in tanti, a volte erano in dieci, otto che dovevano parlare e scendevano lì sotto al box della macelleria dove c'era fatto una cella frigorifera là sotto alla macelleria, oppure il dietro bottega del bar bignè, oppure là davanti stesso, dietro i camion, dietro sopra il marciapiede, passeggiavano e parlavano tranquillamente>> (pagine 12-13-63-64 trascrizione udienza 19 gennaio 1999).
Ora, dalle relazioni (acquisite al fascicolo del dibattimento, sul consenso delle parti, all’udienza del 23 settembre 1999) del teste Luigi Bruno e dalle dichiarazioni dallo stesso rese alle udienze dell’undici marzo 1999 e del 18 marzo 1999 circa le indagini condotte per la ricerca dei riscontri alle dichiarazioni dell’Onorato, è emerso che Paolo Vitamia, cognato di Rosario Riccobono, nella qualità di amministratore unico della MAGIS S.r.L. oltre all’appartamento al sesto piano dello stabile al n.°1 di via Jung con pertinente box al piano terra, acquistò con separato atto (in notar Giuseppe Maniscalco del 20 aprile 1978, rep. n. 68561) anche un magazzino facente parte dell’edificio al n° 7 e cinque locali, contigui tra loro, al piano scantinato. Nel magazzino, sino alla fine del 1979, vi era una macelleria, come confermato da tale Salvatore Scarpello, che, nel prendere in consegna quel locale, affittato per adibirlo ad un negozio di abbigliamento, vi aveva trovato i ganci da macellaio, i rivestimenti in marmo alle pareti ed un bancone frigorifero.
In sostanza, nella medesima strada che aveva costituito un centro degli affetti e degli interessi di Rosario Riccobono, Contrada si era recato, nello stabile al civico n° 12 <<non una volta, spesso, tante volte>>, come da lui stesso affermato nel corso delle dichiarazioni spontanee rese nel primo dibattimento di appello all’udienza dell’undici marzo 19993.
Né ha pregio l’osservazione, sviluppata alle pagine 16 delle “Brevi note in replica alla requisitoria del 30 marzo 2001 del Procuratore Generale”, depositate il 2 maggio 2001 nel primo dibattimento di appello, secondo cui la rispettiva posizione dei palazzi ai civici n ° 1 e n° 7 ed al civico n° 12 della via Guido Jung e dei loro ingressi non implicava una frequentazione, da parte dell’imputato, della parte di quella strada in cui spadroneggiava Rosario Riccobono.
Come riferito dal teste Luigi Bruno, all’udienza 18 marzo 1999, la distanza gli stabili era di duecento-trecento trecento metri (cfr. pag. 48 della trascrizione). Il Riccobono, inoltre, era perfettamente al corrente della presenza dell’imputato, dato che, alla fine del 1975, su suo incarico, questi era stato osservato e pedinato da Gaspare Mutolo e da Salvatore Micalizzi perché considerato un possibile obiettivo di “Cosa Nostra”, temuto per la sua tenace attività di Polizia Giudiziaria4.
Alle considerazioni sin qui svolte va aggiunta una ulteriore notazione, fatta dal Procuratore Generale in questo dibattimento di rinvio all’udienza del 9 giugno 2005, alla cui stregua assume ancora maggior forza dimostrativa il riscontro costituito dalla assidua presenza del Riccobono nella via Jung, frequentata anche dall’imputato nel medesimo torno di tempo.
All’udienza del 7 giugno 1994, infatti, in sede di controesame, nel rispondere alle domande riguardanti il suo passato criminale il Mutolo ha narrato della soppressione di tale Felice Gugliemo (pagine 108 e 109 della trascrizione), spiegando di averlo personalmente ucciso, una sera, perché la mattina dello stesso giorno questi aveva visto la moglie di Rosario Riccobono in uno dei luoghi in cui il capomafia si spostava a cagione della sua latitanza, e cioè una casa in località Villagrazia.
Si temeva, infatti, che il Guglielmo potesse riferire tale circostanza alla Polizia o a mafiosi ostili allo stesso Riccobono: