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Timestamp: 2020-08-06 07:28:58+00:00
Document Index: 30247618

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Sentenza Cassazione Civile n. 31148 del 03/12/2018 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 31148 del 03/12/2018
Cassazione civile sez. lav., 03/12/2018, (ud. 26/06/2018, dep. 03/12/2018), n.31148
sul ricorso 19975/2013 proposto da:
UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI CASSINO – (OMISSIS), in persona del legale
GENERALE DELLO STATO, presso i cui Uffici domicilia in ROMA, VIA DEI
V.R., elettivamente domiciliata in ROMA, V.LE DELLE
MASTROIANNI, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato
LETIZIA CIUFFARELLA giusta delega in atti;
avverso la sentenza n. 2675/2012 della CORTE D’APPELLO di ROMA,
depositata il 28/08/2012 r.g.n. 658/2008;
26/06/2018 dal Consigliere Dott. ALFONSINA DE FELICE;
SERVELLO Gianfranco, che ha concluso per inammissibilità in
La Corte d’Appello di Roma ha confermato la sentenza di primo grado, che aveva dichiarato il diritto di V.R., transitata per effetto di mobilità dal CNR all’Università degli Studi di Cassino nell’ottobre 1999, a percepire, fino all’ottobre 2004 l’assegno ad personam non riassorbibile nell’importo pari alla differenza tra il trattamento economico precedentemente goduto presso l’Ente di provenienza e quello spettante presso l’Ateneo di destinazione, comprendendo in detto assegno personale l’indennità di ente – nella duplice istituzione di indennità annuale e mensile – così come contemplata dal contratto collettivo per il personale degli Enti di ricerca e sperimentazione, considerata quale emolumento retributivo corrisposto in modo fisso e continuativo e non legato al raggiungimento di specifici risultati o obiettivi ovvero a particolari modalità di svolgimento della prestazione lavorativa.
Avverso tale sentenza interpone ricorso per cassazione l’Università degli Studi di Cassino, affidando le sue ragioni a un unico motivo, cui resiste con tempestivo controricorso V.R..
Con l’unico motivo di ricorso, formulato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, l’Università ricorrente contesta alla Corte d’Appello di aver violato le norme contrattuali relative al comparto degli Enti di ricerca e sperimentazione, le quali prevedono la cd. indennità di Ente (art. 44 CCNL 1994/1997 e art. 71 CCNL 19982001), atteso che queste non attribuirebbero all’istituto, inteso nel suo complesso, quel carattere di stabilità che ne rappresenta il presupposto indefettibile per la sua computabilità nella base di calcolo della cd. indennità ad personam. Parte ricorrente esclude, conseguentemente, che l’indennità di ente mensile entri a far parte della retribuzione base, atteso che questa, a differenza dall’indennità annuale, grava su fondi destinati a misure d’incentivazione, ed è costituita da un importo variabile, la cui entità non può essere esattamente calcolata a priori, dipendendo, per un verso dagli esiti della contrattazione decentrata, per altro verso dalla disponibilità di fondi necessari a coprirne i relativi costi.
Questa Corte si è già pronunciata riguardo alla natura dell’indennità di ente mensile, con riferimento alla inclusione di essa nella base di calcolo di diversa voce retributiva (indennità di buonuscita), affermando che, a differenza dell’indennità annuale di ente, rappresentando, nella previsione contrattuale, un emolumento legato al raggiungimento di specifici risultati o obiettivi, o a particolari modalità di svolgimento della prestazione lavorativa, la stessa non costituisce una voce fissa della retribuzione, bensì un emolumento il cui importo varia all’esito della contrattazione decentrata e alla capienza del fondo destinato a coprirne i costi (Cass. n. 8146 del 2018; n. 18790/2015; n. 10431/2014).
La sentenza impugnata è censurata nella parte in cui afferma: “…Deve ritenersi che del tutto correttamente il Tribunale ha riconosciuto il diritto all’inclusione nell’assegno ad personam spettante all’odierna appellata, dell’indennità di ente già percepita presso l’amministrazione di provenienza in quanto trattasi incontestatamente di emolumento retributivo corrisposto in modo fisso e continuativo e non legato al raggiungimento di specifici risultati o obiettivi ovvero a particolari modalità di svolgimento della prestazione lavorativa” (p. 2), senza aver operato alcun distinguo tra l’indennità annuale di ente (inclusa) e indennità mensile di ente (esclusa).
La motivazione della Corte d’Appello, contemplando l’indennità mensile di ente nella base di calcolo dell’assegno ad personam spettante alla dipendente trasferita in seguito a mobilità volontaria, ha, però, disatteso la disposizione di cui alla L. n. 266 del 2005, art. unico, comma 226, che, intervenendo sulla L. n. 537 del 1993, art. 3, commi 57 e 58, con cui veniva istituito l’assegno personale non riassorbibile, ha sancito che alla sua determinazione dovesse concorrere “il trattamento fisso e continuativo, con esclusione della retribuzione di risultato e di altre voci retributive comunque collegate al raggiungimento di specifici risultati o obiettivi”.
Ne consegue che va data in questa sede continuità all’orientamento di questa Corte, escludendo che l’indennità “mensile” di Ente, costituisca una voce da computarsi ai fini del calcolo di voci retributive, qual’è l’indennità personale prevista per i trasferimenti tra enti, che il legislatore ha voluto composte esclusivamente da indennità fisse e non legate al raggiungimento di specifici risultati e obiettivi o a particolari modalità di svolgimento della prestazione lavorativa (cfr. ancora, Cass. n. 17362 del 2018; Cass. n. 24978 del 2016; n. 19470 del 2015).
In definitiva, essendo la censura fondata, il ricorso va accolto. La sentenza impugnata va cassata, e la causa rinviata alla Corte d’Appello di Roma in diversa composizione, cui è demandato di provvedere anche in merito alle spese del giudizio di legittimità.
Tenuto conto dell’accoglimento del ricorso, si dà atto che non sussistono i presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, previsto dal
D.P.R. 30 maggio, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (legge di stabilità 2013).
La Corte accoglie il ricorso. Cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte d’Appello di Roma in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche in merito alle spese del giudizio di legittimità.
Così deciso in Roma, nella Pubblica Udienza, il 26 giugno 2018.