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Timestamp: 2017-09-25 00:59:03+00:00
Document Index: 20177048

Matched Legal Cases: ['art. 575', 'art. 579', 'art. 580', 'sentenza ', 'art.1', 'art.7']

Bellocchio annuncia il film “Bella addormentata” su Eluana Englaro. Riflessione su “fine-vita” e testamento biologico. | Fatto & Diritto
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Bellocchio annuncia il film “Bella addormentata” su Eluana Englaro. Riflessione su “fine-vita” e testamento biologico.
Ad oltre un anno e mezzo dalla morte di Eluana Englaro, il regista Marco Bellocchio ospite della serata “La vita: istruzioni per l’uso” alla Festa democratica nazionale di Pesaro annuncia che a breve inizierà le riprese di “Bella addormentata”, un film sugli ultimi sei giorni della vita di Eluana Englaro. Dal suo arrivo alla clinica “Quiete” di Udine il 3 febbraio 2009, alla sua morte, avvenuta il 9 febbraio, dopo che un provvedimento della Corte d’Appello di Milano affermò il diritto all’interruzione dell’alimentazione e idratazione forzata con la quale Eluana veniva tenuta in vita dopo 17 anni di stato vegetativo. Il regista, che il 9 settembre riceverà a Venezia il Leone d’oro alla carriera, spiega che non sarà un film di denuncia ma di riflessione legata ad un tema così delicato come il rapporto tra vita e fine-vita. Un tema facilmente strumentalizzabile da opposte fazioni ideologiche e che, invece, andrebbe trattato con il massimo dell’equilibrio e del rispetto per le emozioni in gioco nei singoli casi concreti.
Il padre di Eluana, Beppino, che ha portato avanti per lunghi mesi la sua battaglia per rivendicare il diritto al fine-vita, racconta di aver parlato con Bellocchio e dargli la sua piena fiducia.
Dopo la morte di Eluana, il padre Beppino Englaro ed altre 13 persone tra medici, anestesisti ed infermieri, erano stati iscritti nel registro degli indagati dalla Procura di Udine per omicidio volontario. Nei confronti di Beppino Englaro e degli altri indagati era stato ipotizzato il reato di omicidio volontario in concorso. La Procura della Repubblica aveva chiesto l’archiviazione dopo il deposito, il 16 novembre scorso, di una perizia sull’attività encefalica di Eluana eseguita dai neurologi Fabrizio Tagliavini di Milano e Raffaele De Caro di Padova, nella quale si evidenziava che la condizione ”era coerente con lo stato vegetativo persistente” in cui la donna si trovava dopo l’incidente automobilistico avuto nel 1992 e che ”i danni neuropatologici osservati erano anatomicamente irreversibili”.
Il Gip del Tribunale di Udine aveva accolto la richiesta di archiviazione della Procura ed emesso decreto di archiviazione del procedimento per infondatezza della notizia di reato.
Questa vicenda, che ora il regista Marchio Bellocchio si appresta a rileggere con il suo film, ha posto all’attenzione dell’opinione pubblica la questione dell’eutanasia, ovvero del diritto ad una fine della vita realizzata in modo indolore. Il termine greco “eutanasia” significa infatti “dolce morte”. Sul punto si riscontrano considerazioni diverse e legate alla cultura individuale di riferimento. Da una parte vi è chi, aderendo ad una impostazione tendenzialmente laica del diritto alla vita, considera la morte una “scelta di vita” non solo da rispettare ma anche, se richiesto, da agevolare mediante la possibilità di accedere a metodi “indolori”, e dall’altra un’impostazione cattolica che considera la vita non come un diritto dell’individuo al quale, quindi, non può essere riconosciuta alcuna libera scelta su come terminarla.
Come sempre accade la normativa di riferimento rappresenta il punto di incontro e di mediazione tra queste opposte visioni, in relazione ai costumi sociali del momento storico a cui si riferisce .
In Italia l’eutanasia non è disciplinata in maniera autonoma dalla legge, ma deve intendersi come vietata. Applicare la “dolce morte” ad una persona è assimilabile all’omicidio volontario, che l’art. 575 codice penale punisce con la pena non inferiore a 21 anni, così come era stato inizialmente ipotizzato dalla Procura di Udine a cariche di Beppino Englaro e dei medici coinvolti. Se invece si dovesse dimostrare che vi era il consenso della “vittima” si tratterebbe pur sempre di omicidio del consenziente, che l’art. 579 punisce con una pena da 6 a 15 anni di reclusione.
Il codice penale prende invece in considerazione l’ipotesi del suicidio, ovviamente non punibile (neppure nelle forme del tentativo) trattandosi di scelta del tutto privata, ma punendo con l’art. 580 l’istigazione o l’agevolazione al suicidio (pena da 5 a 12 anni). Tra i principali paesi europei, l’eutanasia è disciplinata solo in Olanda, mentre in Svizzera è consentito il suicidio assistito attraverso l’opera di un’associazione privata che si chiama “Dignitas” cui molte persone si rivolgono per evitare i divieti previsti nei rispettivi paesi di origine.
Il rifiuto della cura, invece, anche in Italia non è assimilabile ad un suicidio, ma rientra nei diritti della persona, come insegna il caso Welby.
Il problema, come invece emerso nel caso Englaro, sorge quando l’interruzione di ogni forma di trattamento medico o di supporto deve avvenire nei confronti di un soggetto in totale stato di incoscienza.Teoricamente il medico dovrebbe comunque proseguire le cure in assenza di una consapevole espressione della volontà del paziente, entro il limite del c.d. accanimento terapeutico. Quando si raggiunge tale limite non è facile stabilirlo. Spetta al buon senso del medico e dei familiari, o ad una sentenza come invece affermato dal caso Englaro.
Per anni si è discusso in Italia di come stabilire preventivamente dei limiti al diritto alla cura, normando il cd. “testamento biologico”. La ratio di tale istituto sarebbe consentire a chiunque di disporre del proprio trattamento terapeutico qualora si venisse a trovare in stato di incoscienza, ad esempio escludendo preventivamente il ricorso all’alimentazione forzata.
Ma il 12 luglio 2011 la Camera ha approvato il DDL sul “testamento biologico”, che per il varo definitivo dovrà tornare al Senato. I punti principali sono due: le dichiarazioni anticipate di trattamento (DAT) non vincolano i sanitari e viene esclusa la possibilità di sospendere nutrizione e idratazione, tranne che nei casi terminali. Inoltre, i DAT sono applicabili solo se il paziente ha un’accertata assenza di attività cerebrale. L’art.1 del DDL è una sorta di dichiarazione di intenti, che puntualizza in maniera inequivocabile quale siano i principi informatori del DDL che, appunto, “riconosce e tutela la vita umana, quale diritto inviolabile e indisponibile, garantito anche nella fase terminale dell’esistenza e nell’ipotesi in cui la persona non sia più in grado di intendere e di volere, fino alla morte accertata nei modi di legge”, e vieta esplicitamente “ogni forma di eutanasia e ogni forma di assistenza o di aiuto al suicidio, considerando l’attività medica e quella di assistenza alle persone esclusivamente finalizzate alla tutela della vita e della salute nonchè all’alleviamento della sofferenza”.
L’articolo 3 è il punto focale del DDL, in quanto definisce i limiti e le modalità delle dichiarazioni anticipate di trattamento, dove il dichiarante “esprime orientamenti e informazioni utili per il medico, circa l’attivazione di trattamenti terapeutici purchè in conformità a quanto prescritto dalla presente legge”. La legge stabilisce, di fatto, che il paziente possa dichiarare esplicitamente quali trattamenti ricevere, ma non possa invece indicare quelli ai quali non intende essere sottoposto. La norma ribadisce, poi, che alimentazione e idratazione “devono essere mantenute fino al termine della vita, ad eccezione del caso in cui le medesime risultino non più efficaci nel fornire al paziente i fattori nutrizionali necessari alle funzioni fisiologiche essenziali del corpo. Esse non possono formare oggetto di dichiarazione anticipata di trattamento”. Si ricorrerà ai DAT, inoltre, solo per soggetto che sia “nell’incapacità permanente di comprendere le informazioni circa il trattamento sanitario e le sue conseguenze per accertata assenza di attività cerebrale integrativa cortico-sottocorticale e, pertanto, non può assumere decisioni che lo riguardano”.
Altro elemento cruciale della legge, che ha suscitato le principali polemiche dei laici che avrebbero voluto una legge diversa e più coraggiosa, è l’art.7 del DDL che statuisce che il biotestamento non sarà vincolante per il medico: “Gli orientamenti espressi dal soggetto nella sua dichiarazione anticipata di trattamento – si legge infatti nel testo – sono presi in considerazione dal medico curante che, sentito il fiduciario, annota nella cartella clinica le motivazioni per le quali ritiene di seguirle o meno”.
Ma il DDL che, come detto deve tornare al Senato per la sua definitiva approvazione, è di nuovo arenato incagliato com’è il Paese tra problemi di politica economica al momento preponderanti.
Non ci resta, dunque, che aspettare il film di Marco Bellocchio per provare a riflettere in maniera autonoma e libera su questi delicatissimi temi.
Posted in Cultura&Spettacoli | Tagged addormentata, Bella, Bellocchio, Beppino, biologico, Eluana, Englaro, eutanasia, fine, testamento, vita, welby
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Giulio 5 settembre 2011 at 17:47 | Permalink
Caro Tommaso, come ben sai io sono tra coloro che pur non essendo radicale con Gianni ed altri amici da tempi non sospetti abbiamo cercato di parlare di testamento biologico che giudico sacrosanto e nel quale all’inizio avevamo anche inserito la donazione degli organi. Ma lo spirito generale delle richieste che allora si facevano avevano come fondamento i diritti dell’uomo e i loro limiti nell’applicabilità. Oggi le problematiche si sono estese a coloro che dovrebbero adempiere alle richieste di applicazione di quei diritti inseriti nel testamento biologico e questo sta creando problematiche di coscienza che in tutti i casi a mio avviso non si possono e non si devono normare ma si deve lasciare a ognuno la possibilità di scegliere . Beppe Englaro ha fatto una scelta che io rispetto , ma altresi’ rispetto la scelta della famiglia giacobini che da 18 anni si alterna al capezzale del figlio ( unico) e che spera in un miracolo della scienza o di chicchessia per poterlo riabbracciare. Io mi auguro solo di non dovermi mai trovare nella posizione delle famiglie englaro o giacobini ma tutte le volte che mi sono soffermato a pensarci sono arrivato alla conclusione che seguirei l’esempio dei Giacobini.
tommaso.rossi 5 settembre 2011 at 18:18 | Permalink
Grazie Giulio per l’intervento davvero stimolante. L’argomento è delicatissimo e del tutto personale. Il mio tentativo è stato solo quello di spiegare meglio “le regole”, nella speranza di aiutare ciascuno a crearsi una propria opinione, come sempre cerchiamo di fare. Ed ogni opinione, come tu ci ricordi, potrebbe essere sempre modificabile in questioni di tal genere qualora ci dovessero toccare personalmente. Questo lo dico con il massimo dell’onestà intellettuale. T.R.