Source: https://evelinasantangelo.it/interne/rif.php?la=1&st=&id=233&SID
Timestamp: 2018-09-20 20:19:35+00:00
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Sono libera di dire: ora devono pagare (da «il Fatto Quotidiano» domenica 10 luglio 2011) - Evelina Santangelo: Riflessioni
La sentenza d’Appello del tribunale civile di Milano è arrivata. La Finivest dovrà pagare alla Cir di De Benedetti un risarcimento di circa 560 milioni di euro. Una sentenza che conferma ancora una volta quanto abbia pesato la corruzione del giudice Metta nell’acquisizione indebita del gruppo Monsadori-Espresso da parte di Berlusconi.. Insomma, se Cesare Previti nel 1991 non avesse comprato il verdetto del giudice Vittorio Metta, De Benedetti avrebbe probabilmente mantenuto il controllo del gruppo e la storia dell’editoria degli ultimi venti anni sarebbe stata differente.
«Neppure un euro è dovuto», è stata la risposta sprezzante di Marina Berlusconi, che si è detta «sgomenta» dinanzi a quello che ha definito «l’ennesimo scandaloso episodio di una forsennata aggressione», «una sconfitta per la giustizia».
Ben strana idea di giustizia quella secondo cui si possono corrompere giudici per acquisire indebitamente il controllo di un’azienda; si può gettare discredito nel modo più meschino (gli strani calzini turchesi) su un giudice (Raimondo Mesiano) che non ha fatto altro che il suo doveroso mestiere di giudice – emettendo quella sentenza di primo grado che condannava già Berlusconi a un risarcimento di 750 milioni di euro. Ben strana idea di stato di diritto quella secondo cui si può prima ottenere una sospensiva dell’immediata esecutorietà della sentenza di primo grado (i famosi 750 milioni di risarcimento giustappunto) in attesa dell’Appello e, quando la sentenza d’Appello sta per arrivare, servirsi del potere politico, la fatidica «volontà popolare», per ritagliarsi l’ennesima norma su misura nel tentativo di tornare a non pagare un risarcimento che qualsiasi cittadino che perda una causa civile sarebbe chiamato a onorare. Ben strana idea di rappresentanza politica della «volontà popolare» quella secondo cui si possono raggirare i cittadini e la loro volontà, così, nel modo più subdolo, inserendo una tale norma salva Fininvest tra le pieghe più nascoste di una manovra «aspra e dura» che non si cura affatto delle tasche di nessuno (o quasi) tranne che di quelle del premier-imprenditore, l’unico degno di essere salvato, a quanto pare, in un paese in crisi.
«Spero non accada che i lavoratori di qualche impresa, in crisi perché colpita da una sentenza provvisoria esecutiva, si debbano ricordare di questa vergognosa montatura», si leggeva nel testo del comunicato con cui il premier Berlusconi qualche giorno fa, colto in castagna, ritirava la norma salva Finivest dalla finanziaria.
Ma i «lavoratori» si salvano solo in uno stato di diritto, dove la legge è uguale per tutti, dove chi si appropria indebitamente di beni altrui paga quel che è dovuto. E quel che è dovuto, piaccia o no, lo può solo stabilire un tribunale i cui giudici non siano stati comprati.
Sento già le voci dei «liberi servi» che mi accuseranno di «sputare nel piatto dove mangio» o quantomeno di scarsa riconoscenza nei confronti della proprietà di un gruppo cui fa parte anche la casa editrice per cui pubblico e con cui collaboro. Beh, o si è liberi o si è servi. Ed lascia, sì, «sgomenti» pensare che qualcuno abbia perso di vista in cosa consista la libertà, che è anche e soprattutto libertà di giudizio, anzi, un dovere (di giudizio e di critica), quando si profilano fatti così gravi in cui al reato si unisce l’arroganza del potere.