Source: https://www.laleggepertutti.it/136722_il-creditore-puo-rifiutare-il-pagamento-con-assegno
Timestamp: 2019-04-26 00:51:27+00:00
Document Index: 94126974

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Il creditore può rifiutare il pagamento con assegno?
Pagamento con assegno bancario al posto del denaro contante o del bonifico: è legittimo solo se il contratto non prevede una particolare modalità di versamento del prezzo.
Il creditore può rifiutare il pagamento del prezzo di vendita di un bene effettuato tramite assegno bancario: questo perché la consegna di detto titolo non garantisce la sua sicura copertura. Non è, infatti, detto che in banca vi sia la provvista sufficiente a coprire il pagamento e nulla può garantire il creditore se non tentare materialmente di incassarlo. Con il rischio che quest’ultimo, dopo aver portato l’assegno in banca, potrebbe vedersi rifiutare il pagamento solo dopo svariati giorni e, anzi, essere tenuto anche a pagare le spese di protesto. Proprio per questo, secondo una sentenza della Cassazione [1], il creditore non è tenuto ad accettare l’assegno consegnatogli dal debitore (sempre che non sia diversamente stabilito in contratto) e ritenere quest’ultimo in difetto, ossia inadempiente. Con la conseguente possibilità di agire nei suoi confronti per la risoluzione del contratto. Ma procediamo con ordine.
Immaginiamo di dover pagare il prezzo per l’acquisto di un bene eventualmente anche a rate (ad esempio un’automobile, l’arredo per la casa, la cucina, ecc.) o il canone mensile di affitto di un appartamento o qualsiasi altro oggetto comprato con un regolare contratto. Se non ci siamo accordati con il venditore o il padrone di casa sulle modalità con cui deve essere eseguito il versamento periodico della somma, questa – a norma del codice civile [2] – va materialmente «portata» al domicilio del creditore. Si tratta, come è facile intuire, di una norma ormai superata dai moderni mezzi di pagamento che consentono di versare il denaro anche tramite strumenti telematici: si pensi al bonifico online.
Di fatto il denaro contante è stato ormai superato da altri sistemi di pagamento altrettanto celeri e sicuri, che garantiscono il sicuro trasferimento dei soldi dalle mani del debitore a quelle del creditore.
Pertanto, ad oggi, sono ritenuti equivalenti al denaro contante i pagamenti con bonifico, bonifico online, carta di credito o carta di debito (bancomat). L’utilizzo di tali strumenti non legittima (salvo giustificato motivo che deve essere opportunamente provato) un rifiuto del creditore all’accettazione del pagamento mediante tali forme.
Invece, l’assegno bancario, secondo la Corte di Cassazione, non costituisce un mezzo di pagamento di sicura copertura. Alla fine esso non è che un ordine alla propria banca di pagare un terzo, ma fa salva la presenza della provvista sul conto. Che, se assente, non comporta alcun pagamento. Di conseguenza, in tale ipotesi, il creditore può rifiutare di accettare il pagamento con assegno ed, eventualmente, fare causa alla controparte per inadempimento.
Diverso è il discorso in caso di pagamento con assegno circolare che il creditore non potrà invece rifiutare. Questo perché, a differenza dell’assegno bancario, esso è sicuramente coperto, avendo il debitore depositato in anticipo in banca la somma dovuta al creditore, per poter farsi rilasciare il predetto titolo.
Il rifiuto del creditore di ricevere la consegna dell’assegno circolare (o altro titolo certo e sicuro) costituisce un comportamento contrario a buona fede.
[1] Cass. sent. n. 20643/14 del 30.09.2014.
[2] Art. 1277 e 1182 cod. civ.
Cass. sent. n. 20643/14 del 30.09.2014.
– E’ impugnata la sentenza della Corte d’appello di Catanzaro, depositata il 9 novembre 2012, che ha confermato la sentenza del Tribunale di Castrovillari, di rigetto della domanda proposta da L. F.G. e L. nei confronti di M.G. S..
1.1. – Nel 2000 le sorelle L.F. avevano agito per la declaratoria di risoluzione del contratto preliminare di compravendita di immobile stipulato l’11 marzo 2000 con il sig. M., con riconoscimento del diritto a trattenere le somme ricevute a titolo di penale.
Le attrici riferivano di essersi obbligate a vendere al convenuto l’immobile sito in (OMISSIS), distinto al N.C.E.U. alla partita 4983, fl. 58, part. 144, sub. 3 T) per l’importo di lire 80 milioni, da corrispondersi per lire 10 milioni alla sottoscrizione del preliminare e per il residuo alla stipula del rogito, che avrebbe dovuto avvenire entro il 15 maggio 2000.
1.2. – Il convenuto aveva dedotto che la mancata stipula era addebitabile alle attrici, le quali avevano rifiutato il pagamento del prezzo e non avevano dichiarato che l’immobile era gravato da ipoteca, circostanza quest’ultima che aveva impedito a M. di ottenere un mutuo ed che aveva reso necessaria la proroga per la redazione dell’atto notarile. In via riconvenzionale il convenuto M. aveva chiesto sentenza che tenesse luogo del consenso non prestato, con condanna delle attrici al pagamento della penale prevista in contratto, pari a 20 milioni di lire.
1.3. – Il Tribunale aveva rigettato la domanda delle attrici e accolto la domanda riconvenzionale, disponendo il trasferimento dell’immobile, previo versamento del residuo prezzo pari a L. 53 milioni.
– Con la sentenza oggetto dell’odierno ricorso, la Corte d’appello confermava la sentenza di primo grado, osservando che il punto centrale della decisione era costituito dalla valutazione del comportamento tenuto dalle parti in occasione della stipula fissata per il 30 giugno 2000, in riferimento alla quale ciascuna parte imputava all’altra l’inadempimento.
2.1. – La valutazione cui era pervenuto il Tribunale era condivisibile, posto che nè nel contratto preliminare dell’11 marzo 2000, nè nella successiva scrittura integrativa era prevista una precisa modalità di pagamento del prezzo, e le attrici avevano già accettato, alla firma del preliminare, un assegno di L. 4 milioni non sottoscritto dal convenuto.
Si doveva ritenere, pertanto, che nel caso di specie vi fosse un accordo, seppur tacito, che consentiva di derogare al principio, di carattere dispositivo, fissato dall’art. 1227 c.c., nè erano emerse ragioni per dubitare dell’insolvenza del convenuto, il quale aveva anche tentato di mantenere fede agli obblighi, chiedendo un nuovo incontro dal notaio per la stipula, che le attrici avevano rifiutato.
– Per la cassazione della sentenza d’appello hanno proposto ricorso L.F.G. e L., sulla base di tre motivi.
– Il ricorso è fondato e va accolto nei limiti di seguito indicati.
1.1. – Con il primo motivo di ricorso è dedotta violazione e falsa applicazione degli artt. 1218 – 1375 c.c..
Si contesta la valutazione compiuta dalla Corte d’appello in ordine al comportamento delle parti, e specificamente del rifiuto opposto dalle promittenti venditrici alla stipula come contrario a buona fede.
1.2. – Con il secondo motivo è dedotta violazione e falsa applicazione degli artt. 1258, 1453 e 1454 c.c..
Si contesta la valutazione espressa dalla Corte d’appello in ordine alla natura del termine del 30 giugno 2000 per la stipula del contratto definitivo, considerato non essenziale.
1.3. – Con il terzo motivo è dedotta violazione e falsa applicazione degli artt. 1218 e 1277 c.c..
Si contesta la valutazione con cui la Corte d’appello ha ritenuto ingiustificato il rifiuto alla stipula, opposto dalle promittenti venditrici, a fronte del pagamento del residuo prezzo con assegni bancari. In particolare, è censurata l’affermazione che vi fosse tra le parti un tacito accordo sul punto, atteso che le promittenti venditrici avevano accettato, in sede di stipula del contratto preliminare, un assegno bancario di L. 4 milioni.
– Le doglianze, che possono essere esaminate congiuntamente per l’evidente connessione, sono fondate.
2.1. – Secondo la giurisprudenza di questa Corte, nelle obbligazioni pecuniarie il debitore ha facoltà di pagare, a sua scelta, in moneta avente corso legale nello Stato o mediante assegno circolare, e mentre nel primo caso il creditore non può rifiutare il pagamento, può farlo nel secondo caso, ma solo per giustificato motivo (ex plurimi a, Cass., Sez. U., sentenza n. 26617 del 2007).
Questa Corte ha anche avuto modo di precisare che, in mancanza di alcuna previsione negoziale al riguardo, in tema di obbligazioni monetarie, non possono che trovare applicazione l’art. 1277 c.c., e art. 1182 c.c., comma 3, dal cui combinato disposto deriva che i relativi debiti vanno pagati, alla loro scadenza, in moneta avente corso legale, presso il domicilio del creditore.
Si tratta di regole che hanno trovato temperamento nella giurisprudenza di legittimità, che ha ritenuto equipollenti del danaro contante eventuali titoli di credito (in particolare assegni circolari, di valore equivalente e di sicura copertura (Cass., sez. 2A, sentenza n. 27520 del 2008).
Più di recente si è ritenuto, in applicazione del principio solidaristico, declinato nella correttezza e buona fede dei contraenti, che il rifiuto del creditore di accettare i mezzi di pagamento “diversi”, quale appunto l’assegno bancario, deve trovare una ragionevole giustificazione (Cass., Sez. U., sentenza n. 13658 del 2010).
2.2. – Ciò detto, rimane il dato oggettivo che l’assegno bancario non costituisce mezzo di pagamento di sicura copertura, e ciò non è senza conseguenze sul piano della giustificazione del rifiuto del creditore di accettare il pagamento a mezzo di assegno bancario.
– Nel caso in esame, la Corte d’appello ha ritenuto di ravvisare un rifiuto ingiustificato, sussumibile in comportamento contrario alla buona fede, nella scelta delle promittenti venditrici di non accettare il pagamento a mezzo di assegni bancari di L. 35 milioni, quale residuo prezzo della compravendita, sul duplice rilievo: che non era stata contrattualmente prevista una specifica modalità di pagamento del prezzo dell’immobile, e le promittenti venditrici avevano già accettato, al momento della firma del contratto preliminare, un assegno di lire 4 milioni sottoscritto dal promissario acquirente. Ciò significava, secondo la Corte d’appello, che le attrici avevano acconsentito a derogare al principio, di carattere dispositivo, fissato dall’art. 1227 c.c..
Non sussistevano inoltre, secondo la Corte distrettuale, ragioni per dubitare della solvibilità del promissario acquirente, il quale aveva poi tentato di tenere fede agli obblighi, chiedendo un nuovo appuntamento dal notaio per la stipula, che però le attrici avevano rifiutato.
3.1. – Entrambi gli argomenti utilizzati dalla Corte d’appello risultano non condivisibili.
3.1.1. – Quanto al primo argomento, va osservato che, in mancanza di specifiche pattuizioni circa le modalità di pagamento del prezzo, come nella specie, deve trovare applicazione il principio fissato dall’art. 1227 c.c., e ciò impone di verificare con rigore l’esistenza di un accordo tacito, desumibile dal comportamento delle parti, che consenta di ritenere derogato il suddetto principio.
Contrariamente a quanto affermato dalla Corte distrettuale, tale accordo non è ravvisabile nella circostanza che alla firma del contratto preliminare le promittenti venditrici abbiano accettato un assegno di L. 4 milioni.
La diversità del contesto – in un caso firma del preliminare, nell’altro cessione definitiva dell’immobile; la differenza consistente di importo – in un caso lire 4 milioni, nell’altro lire 35 milioni; la diversità dei titoli – nel primo caso l’assegno di 4 milioni era a firma del convenuto, nel secondo caso a firma di terzi e con traenza su istituto di credito non presente nel territorio, costituiscono elementi che vanno nella direzione opposta alla decisione.
Da un lato, dunque, non sussisteva alcun accordo tacito che imponesse alle attrici di accettare il pagamento a mezzo di assegni bancari, e, dall’altro lato, il rifiuto delle stesse trovava giustificazione nella incertezza circa la provenienza dei titoli e nella difficoltà di verificarne la copertura.
3.1.2. – Quanto al secondo argomento esposto dalla Corte d’appello – secondo cui non v’era ragione di dubitare della solvibilità del convenuto posto che questi si era subito adoperato per un nuovo appuntamento dal notaio finalizzato alla stipula -, va osservato che si tratta di valutazione meramente presuntiva, giacchè non vi sono elementi per ritenere che, qualora le attrici avessero acconsentito a stipulare in data successiva al 30 giugno 2000, il convenuto avrebbe pagato in contanti o con assegni circolari.
– Rimane assorbita la censura riguardante la natura del termine del 30 giugno 2000 per la stipula del contratto definitivo, dovendosi peraltro osservare che la stessa sentenza d’appello da atto che tale data era stata pattuita e individuata quale “secondo termine improrogabile”.
– Il ricorso va dunque accolto con riferimento alla valutazione del comportamento tenuto dalle promittenti venditrici in sede di stipula del contratto definitivo.
– Le spese del presente giudizio saranno regolate dal giudice di rinvio, individuato come in dispositivo.
La Corte accoglie il ricorso per quanto di ragione, cassa e rinvia, anche per le spese del presente giudizio, ad altra sezione della Corte d’appello di Catanzaro.
Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 17 giugno 2014.