Source: http://studiolegaleriva.it/public/genitori-figli
Timestamp: 2019-01-18 16:23:23+00:00
Document Index: 4876282

Matched Legal Cases: ['art. 30', 'art. 12', 'art. 2031', 'art. 317', 'art. 148', 'art. 261', 'art. 148', 'art. 148', 'art. 148', 'art. 147', 'art. 30', 'art. 34', 'art. 731', 'art. 34', 'art. 571', 'art. 571', 'art. 571', 'sentenza ', 'art. 155', 'art. 6', 'art. 155', 'art. 6', 'art. 30', 'art. 147', 'art. 330', 'art. 570', 'art. 155', 'art. 612', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 388', 'art. 388', 'art. 388', 'art. 388', 'art. 155', 'art. 388', 'art. 32', 'art. 2043', 'art. 483', 'art. 483', 'art. 2043']

Rapporti tra genitori e figli, illecito civile e responsabilità - Studio Legale Riva
RAPPORTI TRA GENITORI E FIGLI,
ILLECITO CIVILE E RESPONSABILITA'
La rivoluzione giurisprudenziale degli ultimi anni alla luce del danno esistenziale
[Il presente saggio costituisce la trascrizione di parte dell'intervento al convegno "Amore e Diritto" tenutosi a Ferrara il 19 giugno 2006. Per più compiute argomentazioni si rimanda a Giuseppe Cassano, Rapporti familiari responsabilità civile e danno esistenziale. Il risarcimento del danno non patrimoniale all'interno della famiglia, Cedam 2006]
4. La responsabilità del genitore non affidatario per mancato esercizio del diritto - dovere di visita
7. La responsabilità da procreazione.
L'individuazione codicistica dei doveri "mantenere, istruire ed educare"- ripresa in maniera puntuale- dalla formulazione dell'art. 30 Cost., si ritiene vada integrata con il dato normativo contenuto nell'art. 12 della L. n. 184/1983, in cui alla triade viene anteposta "l'assistenza morale", locuzione significante una relazione rispettosa della persona del minore, ricca di interscambi di natura affettiva e del sostegno necessario per una crescita sana ed equilibrata (Fraccon).
2. I doveri dei genitori.
Il genitore affidatario il quale continui a provvedere direttamente ed integralmente al mantenimento dei figli divenuti maggiorenni e non ancora economicamente autosufficienti resta legittimato non solo ad ottenere "iure proprio", e non già " capite filiorum", il rimborso di quanto da lui anticipato a titolo di contributo dovuto dall'altro genitore, ma anche a pretendere detto contributo per il mantenimento futuro dei figli stessi
(Cass. civ., sez. I, 16.2.01, n. 2289);
Il coniuge che abbia integralmente adempiuto l'obbligo di mantenimento dei figli, pure per la quota facente carico all'altro coniuge, è legittimato ad agire "iure proprio" nei confronti di quest'ultimo per il rimborso di detta quota, anche per il periodo anteriore alla domanda, atteso che l'obbligo di mantenimento dei figli sorge per effetto della filiazione e che nell'indicato comportamento del genitore adempiente è ravvisabile un caso di gestione di affari, produttiva a carico dell'altro genitore degli effetti di cui all'art. 2031 cod. civ.
(Cass. civ., sez. I, 4.9.99, n. 9386);
(Cass. civ., sez. I, 5.12.96, n. 10849).
Il riconoscimento del figlio naturale comporta l'assunzione di tutti i diritti e doveri propri della procreazione legittima, ivi compreso l'obbligo di mantenimento, che, per il suo carattere essenzialmente patrimoniale, esula dallo stretto contenuto della potestà genitoriale, e in relazione al quale, pertanto, non rileva, come, invece, avviene con riguardo a quest'ultima, a norma dell'art. 317 bis cod. civ., la circostanza che i genitori siano o no conviventi, incombendo detto obbligo su entrambi, in quanto nascente dal fatto stesso della procreazione. Ne consegue che, nell'ipotesi in cui al mantenimento abbia provveduto, integralmente o comunque al di là delle proprie sostanze, uno soltanto dei genitori, a lui spetta il diritto di agire in regresso, per il recupero della quota del genitore inadempiente, secondo le regole generali del rapporto tra condebitori solidali, come si desume, in particolare, dall'art. 148 cod. civ., richiamato dall'art. 261 cod. civ., che prevede l'azione giudiziaria contro il genitore inadempiente, e senza, pertanto, che sia configurabile un caso di gestione di affari altrui. L'obbligo in esame, non avendo natura alimentare, e decorrendo dalla nascita, dalla stessa data deve essere rimborsato "pro quota"
(Cass. civ., sez. I, 22.11.00, n. 15063).
L'obbligo dei genitori di concorrere tra loro al mantenimento dei figli secondo le regole dell'art. 148 cod. civ. non cessa, "ipso facto", con il raggiungimento della maggiore età da parte di questi ultimi, ma perdura, immutato, finché il genitore interessato alla declaratoria della cessazione dell'obbligo stesso non dia la prova che il figlio ha raggiunto l'indipendenza economica, ovvero che il mancato svolgimento di un'attività economica dipende da un atteggiamento di inerzia ovvero di rifiuto ingiustificato dello stesso, il cui accertamento non può che ispirarsi a criteri di relatività, in quanto necessariamente ancorato alle aspirazioni, al percorso scolastico, universitario e post - universitario del soggetto ed alla situazione attuale del mercato del lavoro, con specifico riguardo al settore nel quale il soggetto abbia indirizzato la propria formazione e la propria specializzazione. Deve, pertanto, in via generale escludersi che siano ravvisabili profili di colpa nella condotta del figlio che rifiuti una sistemazione lavorativa non adeguata rispetto a quella cui la sua specifica preparazione, le sue attitudini ed i suoi effettivi interessi siano rivolti, quanto meno nei limiti temporali in cui dette aspirazioni abbiano una ragionevole possibilità di essere realizzate, e sempre che tale atteggiamento di rifiuto sia compatibile con le condizioni economiche della famiglia
(Cass. civ., sez. I, 3.4.02, n. 4765);
L'obbligo dei genitori di concorrere tra loro al mantenimento dei figli secondo le regole dell'art. 148 cod. civ. non cessa, "ipso facto", con il raggiungimento della maggiore età da parte di questi ultimi, ma perdura, immutato, finché il genitore interessato alla declaratoria della cessazione dell'obbligo stesso non dia la prova che il figlio ha raggiunto l'indipendenza economica, ovvero è stato posto nelle concrete condizioni per poter essere economicamente autosufficiente, senza trarne utilmente profitto per sua colpa o per sua (discutibile) scelta. (Nella specie, è stato escluso la persistenza dell'obbligo di mantenimento di un figlio trentacinquenne - e convivente con la madre - a carico del padre separato per essere il figlio stesso ben lontano dal conseguimento della laurea in medicina nonostante risultasse iscritto presso tale facoltà da quindici anni, e senza che il suo comportamento potesse in qualche modo derivare o risentire della presenza paterna, essendo trascorso un periodo pressoché equivalente a quello necessario per l'utile completamento dell'intero corso di studi da quando il padre aveva cessato di convivere con moglie e figli)
(Cass. civ., sez. I, 30.8.99, n. 9109);
L'obbligo di mantenere il figlio non cessa automaticamente con il raggiungimento della maggiore età, ma si protrae, qualora questi, senza sua colpa, divenuto maggiorenne, sia tuttavia ancora dipendente dai genitori. Ne consegue che, in tale ipotesi, il coniuge separato o divorziato, già affidatario è legittimato, iure proprio (ed in via concorrente con la diversa legittimazione del figlio, che trova fondamento nella titolarità, in capo a quest'ultimo, del diritto al mantenimento), ad ottenere dall'altro coniuge un contributo per il mantenimento del figlio maggiorenne
(Cass. civ., sez. I, 18.2.99, n. 1353);
Anche in caso di separazione personale tra coniugi, l'obbligo dei genitori di concorrere tra loro, secondo le regole di cui all'art. 148 cod. civ., al mantenimento dei figli non cessa automaticamente con il raggiungimento, da parte di questi, della maggiore età, ma persiste finché il figlio stesso non abbia raggiunto l'indipendenza economica (o sia stato avviato ad attività lavorativa con concreta prospettiva di indipendenza economica), ovvero finché non sia provato che, posto nelle concrete condizioni per poter addivenire alla autosufficienza economica, egli non ne abbia, poi, tratto profitto per sua colpa. Non può ritenersi, peraltro, idonea ad esonerare il genitore non convivente dall'obbligo di mantenimento la profferta di una qualsiasi occasione di lavoro eventualmente rifiutata dal figlio, dovendo essa risultare, per converso, del tutto idonea rispetto alle concrete e ragionevoli aspettative del giovane, sì da far ritenere il suo eventuale rifiuto privo di qualsivoglia, accettabile giustificazione (principio affermato dalla S.C. in relazione al rifiuto - ritenuto, nella specie, legittimo, contrariamente a quanto stabilito dal giudice di merito - opposto dal figlio ventenne di genitori separati ad una offerta di ingaggio per un anno, e per la somma di ottocentomila lire mensili più vitto ed alloggio, ricevuto da una società di pallacanestro. La corte di legittimità, nel cassare la sentenza, ha, ancora, osservato che, in essa, mancava ogni valutazione tanto in ordine alla precarietà dell'offerta quanto alla ragionevolezza delle aspirazioni del giovane, che vi aveva rinunciato per non sacrificare l'anno scolastico - V liceo scientifico - da lui frequentato)
(Cass. civ., sez. I, 7. 5.98, n. 4616);
Poiché l'obbligo di mantenimento a carico dei genitori permane fino al momento in cui il figlio maggiorenne abbia raggiunto una propria indipendenza economica, sussiste la legittimazione processuale del genitore (in via alternativa con quella del figlio maggiorenne) ad ottenere - "iure proprio" - dall'altro coniuge, nel giudizio di separazione personale, un contributo per il mantenimento del figlio maggiorenne con esso convivente il quale non sia ancora in grado di procurarsi autonomi mezzi di sostentamento
(Trib. Cagliari, 11.3.97).
Potranno trovare, inoltre, applicazione, le limitazioni della potestà previste negli artt. 330 e 333 c.c., e potrà anche giungersi alla dichiarazione dello stato di adottabilità se dovesse emergere la condizione di abbandono- morale e materiale- del minore, da parte di entrambi i genitori..
Nell'elencazione contenuta nell'art. 147 c.c., al dovere di mantenimento seguono i doveri di istruzione e di educazione della prole. La Costituzione riconosce e tutela un diritto all'istruzione non soltanto in relazione al rapporto tra genitori e figli (art. 30, comma 1, Cost.), ma anche con riguardo a quello tra minore e istituzioni esterne alla famiglia (art. 34 Cost.).
In particolare, per quanto attiene ai genitori, si evidenzia come la responsabilità per l'istruzione deid figli fino ai quattordici anni venga sanzionata dall'art. 731 c.p., che punisce chiunque, rivestito di autorità o incaricato della vigilanza sopra un minore, ometta senza giusto motivo di impartirgli o di fargli impartire l'istruzione elementare (da estendersi anche a quella media alla luce dell'art. 34 Cost.) (Moro).
Con riguardo ai bambini il termine "correzione" va assunto come sinonimo di educazione, con riferimento ai connotati intrinsecamente conformativi di ogni processo educativo. In ogni caso non può ritenersi tale l'uso della violenza finalizzato a scopi educativi: ciò sia per il primato che l'ordinamento attribuisce alla dignità della persona, anche del minore, ormai soggetto titolare di diritti e non più, come in passato, semplice oggetto di protezione (se non addirittura di disposizione) da parte degli adulti; sia perché non può perseguirsi,quale meta educativa, un risultato di armonico sviluppo di personalità, sensibile ai valori di pace, di tolleranza, di connivenza utilizzando un mezzo violento che tali fini contraddice. Ne consegue che l'eccesso di mezzi di correzione violenti non rientra nella fattispecie dell'art. 571 cod. pen. (abuso di mezzi di correzione) giacché intanto è ipotizzabile un abuso (punibile in maniera attenuata) in quanto sia lecito l'uso
(Cass. pen., sez.VI, 16.5.96).
3. Atti illeciti commessi dai genitori nei confronti dei figli e responsabilità civile.
I figli venivano trattati non alla stregua di soggetti di diritto, bensì come componenti di un gruppo che si autodisciplinava e, in definitiva, soggetti all'autorità paterna (Fracco*n).
Integra il reato di cui all'art. 571 cod. pen. l'uso della violenza nei rapporti educativi come mezzo di correzione e disciplina, comunque non consentito, qualora dal fatto derivi il pericolo di una malattia del corpo e della mente o una lesione o la morte
(Cass. pen., sez. VI, 29.11.90);
Lo jus corrigendi attribuito ai genitori non può mai giustificare condotte che sovente provocano anche gravi lesioni ai malcapitati ragazzi e che, comunque, non hanno una positiva valenza educativa
(Cass. pen., sez. V, 7224/2000);
L'abuso dei mezzi di correzione può commettersi trasmodando nell'impiego di un mezzo lecito. Perciò anche un solo schiaffo, quando sia vibrato con tale violenza da cagionare pericolo di malattia è sufficiente a far avverare l'ipotesi criminosa dall'art. 571 c.p.
(Cass. pen., sez. I, n. 11935/1966).
Poiché l'articolo 2043 c.c., correlato agli articoli 2 ss. Costituzione, va necessariamente esteso fino a ricomprendere il risarcimento non solo dei danni in senso stretto patrimoniali ma di tutti i danni che almeno potenzialmente ostacolano le attività realizzatrici della persona umana, la lesione di diritti di rilevanza costituzionale va incontro alla sanzione risarcitoria per il fatto in sé della lesione (danno evento) indipendentemente dalle eventuali ricadute patrimoniali che la stessa possa comportare (danno conseguenza). (Nella specie, in applicazione di tale principio la S.C. ha confermato la decisione di merito che aveva riconosciuto il diritto al risarcimento del danno, liquidato in via equitativa, del figlio naturale in conseguenza della condotta del genitore, tale riconosciuto a seguito di dichiarazione giudiziale, che per anni aveva ostinatamente rifiutato di corrispondere al figlio i mezzi di sussistenza con conseguente "lesione in sé" di fondamentali diritti della persona inerenti alla qualità di figlio e di minore)
(Cass. civ., sez. I, 7.6.00, n. 7713).
Costituisce un fatto illecito che obbliga al risarcimento dei danni, il comportamento del padre che si rifiuta di riconoscere il figlio e si rende inadempiente agli obblighi alimentari imposti dal tribunale. Pertanto, il figlio ha diritto al risarcimento del danno morale subito quale conseguenza del reato di violazione degli obblighi familiari; ed ha altresì diritto al risarcimento del danno legato alla totale assenza della figura paterna, considerato l'obbligo, di rango costituzionale, che incombe sul genitore di occuparsi, non solo economicamente, della prole e di educarla
(Trib. Venezia 30.6.04).
A tutt'oggi, dunque, quand'anche si assuma che raggiunta la maggiore età F. goda o possa godere di relativa autonomia patrimoniale, in effetti secondo l'esito della istruttoria abbandonata l'università lavora come cameriera, il L. continua, malgrado il detto esistente titolo giudiziale, a consumare il reato, non avendo, in fatto, adempiuto all'adempimento dell'obbligo per circa vent'anni
(Trib. Venezia, 30.6.2004).
In ordine alla liquidazione dei danni la sentenza ha previsto che :
Ciò premesso, tenuto conto della durata dell'inadempimento, della assenza di ragionevole motivazione alcuna, della detta intensità del dolo, il Tribunale, anche in via equitativa, liquida il danno morale in commento nella somma, espressa in valori attualizzati e comprensiva degli interessi compensativi maturati, di Euro 80.000,00.
Quasi paradossalmente, d'altra parte, proprio l'esistenza di congrue figure sostitutive, i nonni e l'attuale marito della attrice, poi, e naturalmente l'impegno ed il coraggio della stessa madre, hanno posto l'interessata nella condizione di crescere secondo un percorso sostanzialmente regolare, con una regolare evoluzione.
Sostanzialmente di afferma che la mancanza di un padre, del vero padre, non rende la condizione della figlia assimilabile alla posizione di chi abbia goduto della presenza fattiva, costruttiva ed affettuosa del genitore naturale.
La sanzione penale che lo tipicizza e punisce ne è ulteriore riprova
Il danno non patrimoniale sofferto da F. è interamente assorbito ovvero coincide con il liquidato danno morale?
Quale che sia il percorso da scegliere, rileva, piuttosto, in tema, un altro decisivo e non più confutabile approdo della stessa giurisprudenza di legittimità: quello per il quale l'ingiustizia del danno, salvo il criterio di imputazione della condotta, sia esso schiettamente colposo o meno, giammai va strettamente riferito alla natura della situazione legittimante (e che si assume illecitamente compressa aut violata). Ecco allora gli estremi per una ennesima pericolosa involuzione (da altro punto di vista argomentativo, ecco i presupposti per un passo indietro rispetto all'approdo predetto)
Lamenta, dunque, la privazione assoluta di un padre, quello vero, reiterata e consumatasi negli anni, sino alla maggiore età e, a ben vedere, perdurante
Quanto al resto, ma per ogni altra valutazione per così dire storica, si fa espresso rinvio alla c.t.u. e alla relativa anamnesi aut colloquio, la perizianda vive con serenità, oggi, un proprio autonomo rapporto affettivo
Il convenuto, a quanto è dato di conoscere in causa, una volta rifiutata la paternità, per ragioni che, si ribadisce, non hanno rilievo, si è creato una famiglia e una professionalità: la circostanza aggrava, per così dire, la valutazione della di lui condotta dal punto di vista della percezione negativa che della stessa ha avuto l'attrice, con quanto ne consegue in punto intensità dell'immotivata dolorosa privazione di un apporto che la Costituzione le garantiva (le avrebbe dovuto garantire)
In conclusione possiamo, quindi affermare che il genitore sarà tenuto al risarcimento del danno non per la violazione in sè dei doveri genitoriali, ma piuttosto qualora, violando i propri obblighi nei confronti dei figli, abbia inciso negativamente sul corretto sviluppo della loro personalità.
4. La responsabilità del genitore non affidatario per mancato esercizio del diritto - dovere di visita.
Una particolare ipotesi di responsabilità a carico del genitore può ravvisarsi nell'ipotesi in cui questi, non essendo affidatario della prole, ometta di esercitare il c.d. diritto di visita, che costituisce lo strumento giuridico attraverso il quale garantire la sussistenza del rapporto tra i figli e il genitori non affidatario.
Tale diritto non è espressamente previsto dal legislatore, ma va desunto dalle espressioni contenute nell'art. 155, comma 2, c.c., e nell'art. 6, comma 3, della L. n. 898/70 che attribuiscono al giudice il compito di stabilire le modalità di esercizio dei diritti del genitore non affidatario nei rapporti con i figli.
In materia di affidamento dei figli minori il giudice della separazione e del divorzio deve attenersi al criterio fondamentale - posto, per la separazione, dal legislatore della riforma del diritto di famiglia, nell'art. 155 comma primo cod. civ. (che ha esplicitamente codificato un principio costantemente adottato in precedenza dalla giurisprudenza e dalla dottrina), e, per il divorzio, dall'art. 6 della legge n. 898/70 - rappresentato dall'esclusivo interesse morale e materiale della prole, privilegiando quel genitore che appaia il più idoneo a ridurre al massimo - nei limiti consentiti da una situazione comunque traumatizzante - i danni derivati dalla disgregazione del nucleo familiare e ad assicurare il migliore sviluppo possibile della personalità del minore. In tale prospettiva consegue, da un lato, che la stessa posizione del genitore affidatario si configuri piuttosto che come un "diritto", come un "munus", e che la stessa regolamentazione del c.d. "diritto di visita" del genitore non affidatario debba far conto del profilo per cui un tal "diritto" si configuri esso stesso come uno strumento in forma affievolita o ridotta per l'esercizio del fondamentale "diritto - dovere" di entrambi i genitori, di mantenere, istruire ed educare i figli, il quale trova riconoscimento costituzionale nell'art. 30, comma primo della Costituzione, e viene posto, dall'art. 147 cod. civ., fra gli effetti del matrimonio
(Cass. civ., sez. I, 19.4.02, n. 5714 );
In tema di separazione personale dei coniugi, il diritto del genitore non affidatario a mantenere vivo il rapporto affettivo con i figli, interessandosi anche della loro educazione e istruzione, essendo sempre finalizzato e subordinato al perseguimento dell'interesse dei minori, può essere legittimamente disciplinato dal giudice della separazione in modo da non recare pregiudizio alla salute psicofisica dei minori medesimi, anche prevedendo particolari cautele e restrizioni agli incontri, ovvero arrivando perfino a sospenderli del tutto se necessario
(Cass. civ, sez. I, 17.1.96, n. 364).
Il coniuge separato ha, quindi, diritto di vedersi assicurata una sufficiente possibilità di rapporti con il figlio affidato all'altro coniuge, al fine di essere in grado di guadagnarsi l'affetto ed il rispetto del figlio stesso. Trattasi, però, di un diritto che, sia in dottrina (De Filippis) che in giurisprudenza (Cass. n. 6446/80) è ritenuto non illimitato, in quanto il giudice può disconoscerlo e, quindi, escluderlo, qualora ricorrano gravi e comprovate ragioni di incompatibilità del suo esercizio con la salute psico-fisica del minore.
Il diritto del coniuge separato di vedersi assicurata una sufficiente possibilità di rapporti con il figlio minore affidato all'altro coniuge. ed anche al fine di essere in grado di guadagnarsi l'affetto ed il rispetto del figlio stesso, ha carattere non assoluto, atteso che resta subordinato ai preminenti interessi morali e materiali del minore, sicché può essere limitato od anche disconosciuto dal giudice, ove ricorrano gravi e comprovate ragioni d'incompatibilità del suo esercizio con la salute psico-fisica del minore stesso
(Cass. civ., sez. I, 13.12.80, n. 6446; Cass. civ., sez. I, 9.7.89, n. 3249).
Il diritto di visita del genitore non affidatario, dunque, resta subordinato sempre al principio basilare in tema di affidamento che è l'interesse morale e materiale della prole.
La Suprema Corte, in passato, ha individuato nella esasperata conflittualità dei coniugi, emersa in sede di separazione, la causa di una possibile esclusione e/o limitazione del diritto di visita da parte del genitore non affidatario, poiché gli incontri ripetuti e frequenti del minore con quest'ultimo potrebbero pregiudicare il suo sano sviluppo fisico e mentale.
In tema di provvedimenti riguardanti la prole di genitori separati, il diritto del coniuge non affidatario di vedersi assicurata una sufficiente possibilità di rapporti con il figlio (cosiddetto diritto di visita), in correlazione della sua potestà di controllarne l'educazione ed istruzione, se non può essere negato per considerazioni di tipo sanzionatorio attinenti alla responsabilità della separazione, né per mere valutazioni di opportunità relative al coniuge affidatario, è suscettibile di esclusione o limitazione alla stregua dei preminenti interessi del minore, alla cui tutela i suddetti provvedimenti devono essere essenzialmente rivolti, come nel caso nel quale i frequenti incontri del minore stesso con il genitore non affidatario, indipendentemente da un comportamento censurabile di quest'ultimo, possano implicare pregiudizio al suo sviluppo fisico e psichico (nella specie, in considerazione di una esasperata conflittualità esistente fra i coniugi)
(Cass. civ., sez. I, 9.5.85, n. 2882).
La giurisprudenza ha inoltre avuto modo di affermare che il diritto di visita, anche se deve essere necessariamente subordinato al criterio guida del preminente interesse del minore, non può, tuttavia, essere escluso, se non in presenza di gravi e comprovati motivi:
In tema di separazione personale dei coniugi, il diritto del genitore non affidatario dei figli a vedersi assicurata una sufficiente possibilità di rapporti con i minori affidati all'altro coniuge, per quanto non abbia carattere assoluto, essendo subordinato ai preminenti interessi dei minori, nondimeno non può essere del tutto escluso per un periodo più o meno lungo di tempo se non in presenza di gravi motivi, che non possano essere ricondotti unicamente alla pregressa condotta del genitore, occorrendo invece a tal fine aver riguardo anche e soprattutto all'impatto psicologico sui minori delle vicende dalle quali si fa derivare la sospensione del diritto di visita ed al conseguente pregiudizio psico-fisico per questi ultimi
(Cass. civ., sez.I, 12.7.94, n. 6548);
(Cass. civ., sez.I, 17.1.96, n. 364).
La visita del genitore affidatario, inoltre, non deve essere inteso soltanto alla stregua di un diritto, ma deve configurarsi anche come un dovere, il cui mancato esercizio può essere comportare la decadenza dalla potestà parentale,ai sensi dell'art. 330 c.c., e integrare gli estremi del reato di cui all'art. 570 c.p.(violazione degli obblighi di assistenza familiare).
L'esercizio della c.d. visita del non affidatario non è solo facoltà ma anche dovere, da inquadrare tra le posizioni dei componenti la famiglia e nella solidarietà che deve legarli nel gruppo, anche se i genitori siano separati o divorziati..il dovere dell'affidatario verso il figlio è un obbligo verso l'altro genitore, espressione della solidarietà negli oneri per i figli
(Cass.civ., sez. I, 8.2.00, n. 1365);
Nell'ipotesi di separazione personale dei coniugi (o di divorzio), il genitore non affidatario della prole, oltre che il diritto, ha, al tempo stesso, il dovere/obbligo, categorico e primario, di visitare i figli e permanere con essi anche nei periodi, di regola coincidenti con le vacanze e con le festività, nei quali i figli stessi hanno il diritto di permanere con il genitore non affidatario per un, più o meno lungo, lasso continuativo di tempo
(Trib. Catania, 2.7.91).
Tutto ciò, però, non implica che si dia luogo ad un obbligo coercibile, sia perché nessun rimedio giudiziario è previsto per il caso di non attuazione (il genitore affidatario non può rivolgersi al giudice, come invece il medesimo art. 155 c.c. prevede, al terzo comma, che possa fare il non affidatario), sia perché non appare percorribile, data la natura dell'obbligo e del provvedimento che lo prevede, la via del ricorso all' art. 612 c.p.c. (esecuzione forzata di obblighi di fare) (De Filippis).
Partendo, dunque, dalla considerazione che il c. d. diritto di visita è configurato anche come dovere per il genitore non affidatario, da svolgere nell'interesse della prole, il mancato adempimento dello stesso può comportare, in primis, una responsabilità nei confronti dei figli, e poi dare luogo anche ad una responsabilità nei confronti del coniuge affidatario, in quanto "espressione della solidarietà negli oneri per i figli" (Cass. civ., n. 1365/00).
È stato infatti riconosciuto un risarcimento del danno patrimoniale a favore del genitore affidatario di una figlia disabile, a titolo di rimborso per le spese sostenute per l'assistenza della stessa nei giorni in cui il genitore non affidatario avrebbe dovuto tenerla presso di sé (Cass. n. 1365/00).
Per quanto attiene, invece, alla responsabilità del genitore non affidatario, assenteista, nei confronti del figlio, è necessario che questi abbia subito un danno consistente per esempio nella lesione della sua serenità personale, o in un pregiudizio allo sviluppo della sua personalità ecc. Insomma si dovrà verificare che tale comportamento abbia inciso in maniera negativa sul corretto sviluppo della personalità del figlio (Facci).
Ovviamente non sarà possibile imputare al genitore non affidatario nessuna responsabilità qualora esista un rifiuto insuperabile da parte del figlio, ad intrattenere rapporti col genitore stesso. In tale ipotesi si potrà giungere anche ad una sospensione del diritto-dovere di visita a tempo indeterminato, proprio per salvaguardare l'interesse del minore ad una crescita serena ed equilibrata.
In tema di provvedimenti relativi alla prole, conseguenti alla dichiarazione di cessazione degli effetti civili del matrimonio, ed anche in base ai principi sanciti dalla Convenzione di New York del 20 novembre 1989, ratificata con legge n. 176 del 1991, la circostanza che un figlio minore, divenuto ormai adolescente e perfettamente consapevole dei propri sentimenti e delle loro motivazioni, provi nei confronti del genitore non affidatario sentimenti di avversione o, addirittura, di ripulsa - a tal punto radicati da doversi escludere che possano essere rapidamente e facilmente rimossi, nonostante il supporto di strutture sociali e psicopedagogiche - costituisce fatto idoneo a giustificare anche la totale sospensione degli incontri tra il minore stesso ed il coniuge non affidatario. Tale sospensione può essere disposta indipendentemente dalle eventuali responsabilità di ciascuno dei genitori rispetto all'atteggiamento del figlio ed indipendentemente anche dalla fondatezza delle motivazioni addotte da quest'ultimo per giustificare detti sentimenti, dei quali vanno solo valutate la profondità e l'intensità, al fine di prevedere se disporre il prosieguo degli incontri con il genitore avversato potrebbe portare ad un superamento senza gravi traumi psichici della sua animosità iniziale ovvero ad una dannosa radicalizzazione della stessa
(Cass. civ., sez. I, 15.1.98, n. 317).
La sentenza su citata, si è visto, non esclude il ricorso al supporto di strutture sociali e psicopedagogiche, per superare la situazione di ostilità del minore, ma conclude affermando che, se essa non è facilmente rimuovibile, deve portare alla sospensione della facoltà di visita, a prescindere dal fatto che l'animosità sia stata determinata da comportamenti negativi del genitore.
Parte della dottrina (De Filippis, Casaburi), ritiene che la conclusione raggiunta dalla sentenza non possa essere elevata a principio generale, ma possa eventualmente essere valida soltanto per singoli casi. Resta, infatti nella convinzione che il rapporto tra figlio e genitore sia di fondamentale importanza per lo sviluppo psichico dell'adolescente e che assecondare la volontà del ragazzo di non frequentare il genitore può solo formalmente realizzare l'interesse dello stesso, ma lo nega invece da un punto di vista sostanziale. Ciò a maggior ragione se il coniuge non affidatario non abbia avuto comportamenti negativi e non sia una persona la cui personalità o stile di vita possano esercitare conseguenze negative sul minore.
Nello stesso periodo anche la Corte Europea dei diritti dell'uomo affermava:
Anche se il genitore separato, divorziato, o, comunque, non convivente più con il partner e non affidatario della prole ha il diritto/dovere di visitarla, di permanere con essa e di mantenere costanti rapporti parentali, l'esercizio di tale diritto/dovere può essere, anche a tempo indeterminato, sospeso qualora la prole, a prescindere dai meriti o dai demeriti del genitore non affidatario, manifesti, nei confronti di quest'ultimo, anche in virtù dell'influenza esercitata da persone che la circondano, radicati, costanti sentimenti di rifiuto e di ripulsa, dovendosi riconoscere al diritto del minore alla serenità personale e familiare ed all'integrale suo benessere psicologico poziorità assoluta
(Corte eur. dir. uomo, 21.10.98).
Risultano ispirate al principio del rispetto della personalità del minore anche due pronunce del Tribunale catanese:
Nel decidere in ordine alle modalità di esercizio del diritto di visita del genitore, non affidatario, il giudice della separazione deve tenere conto della volontà della prole adolescente (nella specie, di quindici e tredici anni), per cui, qualora essa abbia manifestato il rifiuto di incontrare il padre in giorni ed in orari prestabiliti, allegando di non voler subire l'ossessionante, continuo recriminare paterno contro la madre, il giudice non deve coartare la volontà della prole, ma deve disporre che gli incontri con il genitore non affidatario avvengano una volta al mese, ma nel giorno liberamente scelto dalla prole stessa
(Trib. Catania 17.4.96 );
Qualora in un procedimento di separazione personale tra coniugi ravvisata l'opportunità di affidare al padre la figlia minore, ormai adolescente, sia necessario regolare il diritto di visita della madre, il giudice non può prescindere dalla particolare situazione psicologica della minore, il cui rapporto con la genitrice sia talmente difficile e conflittuale, fino all'esasperazione, da indurre la minore a rifiutare gli incontri con la madre secondo modalità preordinate dal giudice e controllate dagli operatori sociali; allo scopo, pertanto, di evitare la radicalizzazione, forse irreversibile, di tale stato d'animo e di favorire, anzi, il recupero del rapporto parentale, nel rispetto della volontà della minore, va disposto che i suoi incontri con la madre avvengano, ma con le modalità prescelte solo dalla stessa minore
(Trib. Catania 6.12.95).
5. La responsabilità del genitore affidatario che ostacola i rapporti con l'altro genitore.
La responsabilità di un genitore nei confronti del figlio può sussistere anche nell'ipotesi in cui impedisca, ostacoli o comunque non agevoli i rapporti dello stesso con l'altro genitore, perpetrando il più delle volte la fattispecie di mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice, prevista e punita dall'art. 388, comma 2, c.p.
. integra il reato di cui all'art. 388 c.p. il comportamento del coniuge che non osservi i provvedimenti dati dal giudice di primo grado in tema di affidamento dei figli minori.
(Cass. pen., sez. V, 16.3.00, n. 4730);
Pur dovendosi ritenere che, di regola, la semplice inattività non possa costituire la condotta "elusiva" dei provvedimenti del giudice in materia di affidamento di minori, prevista come reato dall'art. 388 comma 2 c.p., deve tuttavia riconoscersi la configurabilità di tale reato quando, richiedendosi da parte del soggetto tenuto all'osservanza degli obblighi ingiunti con taluno dei suddetti provvedimenti una certa attività collaborativa, questa venga ingiustificatamente negata. (Nella specie, in applicazione di tale principio, la S.C. dopo aver posto in luce il "ruolo centrale che assume il genitore affidatario nel favorire gli incontri dei figli minori con l'altro genitore", ha affermato che: "Il rifiuto di fatto opposto dal genitore affidatario alla richiesta - verbale o scritta - dell'altro genitore di esercitare il diritto di visita dei figli concreta l'elusione del provvedimento giurisdizionale che regolamenta tale rapporto, proprio perché l'atteggiamento omissivo dell'obbligato finisce con il riflettersi negativamente sulla psicologia dei minori, indotti così a contrastare essi stessi gli incontri col genitore non affidatario perché non sensibilizzati ed educati al rapporto con costui dall'altro genitore")
(Cass. pen., sez. VI, 18.11.99, n. 2925);
Ai fini della sussistenza del delitto di dolosa mancata esecuzione di un provvedimento del giudice che concerna l'affidamento di minori, la condotta cosiddetta "elusiva" deve essere intesa come comprensiva di qualsiasi comportamento positivo o negativo, che non esige nè scaltrezza di sorta o subdole modalità nè richiede che la pretesa di attuazione dell'ordine del giudice debba essere avanzata nei modi e nelle forme della minacciata esecuzione degli ordini di fare, secondo il rito processuale civile, bastando anche il semplice rifiuto del soggetto obbligato alla istanza verbale o scritta del privato interessato
Cass. pen., sez. VI, 8.5.96, n. 6042);
Ai fini della configurabilità del reato di cui all'art. 388 cpv. c.p. il termine "elude" va inteso in senso lato, comprensivo di qualsiasi comportamento - positivo o negativo - ad evitare l'esecuzione del provvedimento del giudice civile. (Nella specie, si è ritenuta sussistente la condotta tipica nel fatto del genitore che abbia portato i figli minori, da affidare alla madre per tre mesi, nell'abitazione del proprio fratello anziché in quella di lei, ed abbia subordinato la consegna alla volontà dei figli e al trasferimento della moglie nella propria abitazione)
(Cass. pen. sez. VI, 4.6.90);
In tema di mancata esecuzione di un provvedimento del giudice civile concernente l'affidamento di un figlio minore, qualora il genitore affidatario, pur obbligato a consentire l'esercizio del diritto di visita da parte dell'altro genitore secondo le prescrizioni stabilite dal giudice, viene a trovarsi in una concreta situazione di difficoltà determinata dalla resistenza del minore, ed essendo egli nello stesso tempo tenuto a garantire la crescita serena ed equilibrata del minore a norma dell'art. 155 comma 3 c.c., ha in ogni momento il diritto-dovere di assicurare massima tutela all'interesse preminente del minore, ove tale interesse, per la naturale fluidità di ogni situazione umana, non sia potuto essere tempestivamente stato portato alla valutazione del giudice civile. Ne consegue che, ai fini della sussistenza del dolo, occorre stabilire da parte del giudice penale se il genitore affidatario, nell'impedire al genitore non affidatario il diritto di visita ricusato dal minore, sia stato eventualmente mosso dalla necessità di tutelare l'interesse morale e materiale del minore medesimo, soggetto di diritti e non mero oggetto di finalità esecutive perseguite da altri
(Cass. pen., sez. VI, 16.3.99, n. 7077).
In un caso di qualche anno fa il Tribunale di Roma si è trovato ad esaminare il caso di una madre divorziata, cui era stata affidato il figlio, che sistematicamente e senza giustificate ragioni impediva all'altro genitore di intrattenere rapporti con il minore, contravvenendo, quindi alle specifiche disposizioni dettate dal giudice e in sede di separazione e in sede di divorzio.
Il genitore non affidatario, quindi, vista la situazione, si rivolgeva al Tribunale romano chiedendo la condanna della ex moglie al risarcimento del danno biologico e morale sia suo che del figlio minore, poiché il comportamento della donna aveva inciso "sulle loro proiezioni di vita, sul loro inserimento sociale, sulla tutela e conservazione della famiglia, sui loro rapporti affettivi, sui rapporti socio-culturali, sulle loro condizioni fisio-psichiche".
Il giudice investito ha ravvisato, pertanto, nel comportamento della moglie gli estremi del reato di "Mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice", previsto all'art. 388 c.p., e ha riconosciuto al padre, ostacolato nel rapporto col figlio, il diritto al risarcimento del danno morale e del danno alla salute fisio-psichica (in realtà più che di danno biologico si tratta di danno esistenziale):
.laddove egli non possa, incolpevolmente assolvere i predetti suoi importanti doveri verso il proprio figlio, né soddisfare il suo diritto di conoscerlo, di frequentarlo e di educarlo, in ragione e in proporzione anche del proprio senso di responsabilità e del proprio prolungato, ma vano, impegno posto in essere per il soddisfacimento di setto diritto-dovere: circostanze tutte, queste, accertate nel caso di specie.
Sicchè nella fattispecie è certamente ravvisabile e risarcibile- a mente degli artt. 2043, 2057 e 2059 c.c, in relazione all'art. 32 Cost.-il danno permanete biologico, oltre che morale, cagionato dalla P.R. alla persona del B.A., la cui esistenza ontologica, in termini di subito pregiudizio alle sue preesistenti condizioni fisio-psichiche, è provata in re ipsa
e va comunque presunta ai sensi degli artt. 2727 e 2729 c.c., trattandosi di danno emergente che deriva dai prolungati turbamenti neuro-psichici, dal dolore, dalle ansie e dalla logorante angoscia in lui prodottisi per non aver potuto assolvere, non per la sua volontà, agli stringenti doveri verso il figlio, né soddisfare i suoi legittimi diritti di padre, con pregiudizievoli riflessi anche sulla propria vita di relazione (nei rapporti parentali, speciali, ricreativi ecc.),menomazioni tutte fortemente incidenti sulla salute fisio-psichica d un individuo anche in proiezione futura e, perciò, di concreta e permanente rilevanza biologica, per le quali, quindi, può essere fatta valere l'aspettativa riparatrice
(Trib. Roma, 13.6.00).
Il risarcimento nei confronti del figlio, invece, riconosciuto in astratto, veniva negato in concreto, per difetto di legitimatio ad processum (Trib. Roma, 13.6.00).
Più recente, invece, è una pronuncia del Tribunale di Monza la quale ha evidenziato come la compromissione sofferta dalla madre, nella sfera dei rapporti affettivi con il figlio minore (affidato al padre), attraverso l'interruzione di ogni apprezzabile relazione per un periodo di dieci anni - dovuto al comportamento del padre che non ha mai dato un reale contributo positivo all'evoluzione della relazione del figlio con la madre-, integri una lesione di un diritto personale costituzionalmente garantito, e rappresenti quindi un fatto costitutivo del diritto al risarcimento dei danni non patrimoniali, sotto l'aspetto sia del danno morale soggettivo (patema d'animo), sia dell'ulteriore pregiudizio derivante dalla privazione delle positività derivanti dal rapporto parentale.
Il genitore non affidatario che venga meno al fondamentale dovere, morale e giuridico, di non ostacolare, ma anzi di favorire la partecipazione dell'altro genitore alla crescita ed alla vita affettiva del figlio, è responsabile per il grave pregiudizio arrecato al diritto personale del genitore non affidatario alla piena realizzazione del rapporto parentale ( nel caso di specie, l'organo giudicante ha condannato il genitore ostacolante a risarcire, a titolo di danno morale ed esistenziale, al genitore non affidatario la somma di E. 50.000,00)
(Trib. Monza, 5.11.04);
Ha diritto al risarcimento del danno il genitore non affidatario che non aveva potuto esercitare per lungo tempo il diritto di visita al figlio per effetto, oltre che di problemi personali dello stesso non affidatario, delle condotta ostruzionistica del genitore affidatario
(Trib. Monza, 5.11.04).
In particolare, dunque, il Tribunale di Monza, con tale pronuncia- che costituisce una delle prime decisioni che riconoscono la risarcibilità del danno non patrimoniale sofferto dal genitore non affidatario per gli ostacoli frapposti all'esercizio del diritto di visita da parte dell'altro genitore- ha riconosciuto in capo alla madre il diritto ad essere risarcita in relazione ai turbamenti prolungati, al dolore, alle ansie prodottisi in lei per non avere potuto assolvere - non per sua volontà - agli stringenti doveri verso il figlio, né soddisfare i suoi legittimi diritti di madre a partecipare alla crescita ed alla vita affettiva del figlio (Ramaccioni).
6. Responsabilità da riconoscimento non veritiero di paternità. Il disconoscimento della paternità.
Può sussistere responsabilità extracontrattuale, ex art. 2043 c.c., del genitore nei confronti della prole, anche nell'ipotesi in cui venga accertato che sia stato fatto un riconoscimento non veritiero di figlio naturale. Tale fatto, oltre che integrare gli estremi del reato contemplato all'art. 483 c.p (Falsità ideologica commessa da privato in atto pubblico), può comportare anche una lesione, un pregiudizio al figlio che, credendo- fino a quel momento - di essere realmente figlio di quel genitore, scopra all'improvviso che c'è una discrasia tra la situazione reale e quella legale.
Un caso di tal specie è stato analizzato dal Tribunale di Torino nel 1992, il quale, dopo aver accertato la nullità del riconoscimento della figlia naturale, per difetto di veridicità, e aver riscontrato l'esistenza degli estremi del reato di cui all'art. 483 c.p., aveva condannato il padre, autore del falso riconoscimento, al risarcimento del danno in favore della figlia allora dodicenne, per i pregiudizi alla stessa arrecati.
Nel giudizio promosso dal preteso padre per la declaratoria di nullità, per difetto di veridicità, del riconoscimento di figlio naturale, deve considerarsi ammissibile e può nel merito essere accolta la domanda, del curatore speciale del minore, diretta ad ottenere il risarcimento del danno non patrimoniale causato al minore dal riconoscimento falso, danno psicofisico e di carattere anche sociale inevitabilmente inferto; il danno non patrimoniale è risarcibile perché il falso riconoscimento integra il reato di falso ideologico
(Trib. Torino, 31.3.92).
Il Tribunale evidenziava come, dalla situazione prospettata, la minore avrebbe subito un notevole pregiudizio psico-fisico, consistente nella difficoltà a reinserirsi col nuovo cognome nell'ambiente sociale e scolastico, nelle notevoli sofferenze che le sarebbero derivate dai commenti dei terzi sul suo conto e sulla sua vicenda e nel grave dolore nello scoprire all'improvviso la nuova realtà.
Maggiore è, infatti l'età della persona interessata, e più gravi saranno i danni da lei subiti, in quanto persona in grado di rendersi pienamente conto della situazione circostante e di quanto accaduto alla sua vita.
Nel caso in esame l'impugnazione del riconoscimento da parte del falso padre era avvenuto a distanza di molti anni sia dal riconoscimento stesso che dalla rottura dei rapporti affettivi con la madre della bambina. Senza dubbio, secondo l'opinione del giudice torinese, questo ha contribuito ad aumentare le ripercussioni negative della vicenda sulla sfera personale della bambina.
Anche il disconoscimento di paternità, che provoca la perdita dello status di figlio legittimo, può essere causa di grave pregiudizio- soprattutto di carattere non patrimoniale- sia per il minore che per il figlio ormai adulto.
Comunque, in ogni caso, il termine abbastanza ristretto per la proposizione della domanda (ad eccezione dell'ipotesi in cui la stessa venga proposta dal figlio stesso entro un anno dal raggiungimento della maggiore età o dal momento in cui venga a conoscenza dei fatti che rendono ammissibile il disconoscimento), dovrebbe comportare una riduzione dei pregiudizi subiti.
Il dibattito su questa problematica si è sviluppato nel nostro paese nei primi anni '50, sulla scia di una pronuncia del Tribunale di Piacenza che riconobbe ad una donna, venuta al mondo con lue congenita, il diritto al risarcimento del danno ex art. 2043 c.c. nei confronti dei genitori (Trib. Piacenza 31.7.1950).
La questione, poi, non è stata riaffrontata nel merito dalla Corte d'Appello di Bologna poiché, avendo il Tribunale di Piacenza dichiarato solidalmente responsabili entrambi i genitori, è stata negata alla madre la legittimazione ad agire per i danni quale rappresentante legale della figlia, ritenendosi necessaria la nomina di un curatore speciale (App. Bologna, 7.6.1951).
In ogni caso numerose sono state le voci di critica che si sono sollevate in merito alla pronuncia (Carnelutti, Rescigno).
Si riteneva essenzialmente che esistessero degli ostacoli a ravvisare l'esistenza di una responsabilità: in primis si dubitava dell'esistenza di un danno, data la possibilià di curare la malattia e la non apprezzabile diminuzione di rendimento lavorativo del leutico, ma la difficoltà maggiore per la configurabilità dell'esistenza di una responsabilità è stata individuata nell'impossibilità di configurare una lesione alla salute, ossia un bene della vita, costituzionalmente tutelato, in capo ad un soggetto non ancora vivente, essendo stata l'infezione, nella fattispecie, contestuale al concepimento (Patti).
Altra parte della dottrina, pur se minoritaria (Rescigno), osservava, invece, che "se l'illecito e la conseguenza dannosa possono essere separati nel tempo, non è necessario che il soggetto passivo già esista nel momento in cui l'atto è compiuto, così come non si richiede che tuttora esista l'autore dell'illecito nel momento in cui il danno si produce. Una conferma viene tratta dalla risarcibilità del danno morale per un'ingiuria subita prima del nascere. Si pensi al caso del nascituro che venga ingiuriato come bastardo: si potrebbe dire che, mancando il soggetto manca l'opinione della propria onorabilità e la volontà di tutelarla. Ma la nozione oggettiva di onore consente di risarcire il danno che il soggetto subisce affacciandosi alla vita ed entrando nella società.