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Timestamp: 2020-01-23 00:21:06+00:00
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Governo Italiano | Emilio Quintieri
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Lascia un commento Posted on 10/05/2015 Antigone Onlus, Camera dei Deputati, Camere Penali, Carceri, Consiglio d'Europa, Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, Giustizia, Radicali, Senato della Repubblica, Senza categoria, Stupefacenti, Tortura
Carceri, i Radicali Italiani scrivono al Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa
Dopo la sentenza Torreggiani, la Corte di Strasburgo ci ha chiesto di fare passi avanti. ecco cosa manca. Riportiamo il documento inviato dai Radicali italiani al Comitato dei Ministri dei Consiglio d’Europa riguardo all’incompiuta attuazione da parte dello Stato italiano delle prescrizione imposte dalla Corte europea in seguito alla sentenza Torreggiani sul sovraffollamento delle carceri. Tali informazioni sono messe a disposizione in virtù dell’articolo 9 comma 2 del Regolamento del Comitato dei Ministri per la sorveglianza dell’esecuzione delle sentenze e dei termini di conciliazione amichevoli.
Come noto con la sentenza resa dalla Corte europea dei Diritti dell’uomo nel caso Torreggiani, i giudici di Strasburgo, con la procedura della sentenza pilota, hanno accertato il carattere strutturale della violazione dell’articolo 3 della Convenzione da parte dello Stato Italiano a causa dello strutturale sovraffollamento carcerario e perciò hanno impartito una serie di raccomandazioni ed ordini che si possono sintetizzare così. Primo: adottare misure legislative volte a ridurre il sovraffollamento strutturale e perciò a rispettare il precetto di cui all’articolo 3 della Convenzione europea.
Secondo: istituire un ricorso o un insieme di ricorsi interni effettivi idonei a prevenire i trattamenti inumani e degradanti e ad offrire una riparazione adeguata e sufficiente in caso di sovraffollamento carcerario, e ciò conformemente ai principi della Convenzione come stabiliti nella giurisprudenza della Corte. Codesto Comitato, chiamato a sorvegliare l’esecuzione delle sentenza della Corte Edu da parte degli Stati aderenti alla Cedu, nel corso del mese di maggio del 2014, decorso l’anno di tempo (dal momento in cui la sentenza è divenuta definitiva) concesso dalla Corte al fine di apprestare i rimedi voluti dai giudici di Strasburgo, ha preso atto degli interventi legislativi adottati dallo Stato Italiano per far fronte alle censure della Corte e ha rinviato di un ulteriore anno la propria valutazione definitiva, al fine di verificare l’effettività dei rimedi e più in generale l’impatto che la nuova normativa ha avuto per la risoluzione dei problemi accertati. Per il tramite delle presenti note, il Movimento Politico Radicali Italiani intende evidenziare quanto segue.
Sovraffollamento e rispetto della Convenzione europea
Lo Stato Italiano lo scorso anno ha presentato a Codesto Comitato una serie di provvedimenti legislativi, adottati o in via di adozione, finalizzati a ridurre il numero delle persone detenute. Sul punto v’è da evidenziare che se per un verso è vero che il numero complessivo della popolazione detenuta è diminuito nel corso dell’ultimo anno, per altro verso è altresì vero che il sovraffollamento carcerario persiste a tutt’oggi, attesa la capienza complessiva degli Istituti presenti sul territorio nazionale, come attestato dai dati forniti dal Ministero della Giustizia. In particolare si evidenzia come per ben 58 Istituti penitenziari si registri ad oggi ancora un sovraffollamento strutturale tra il 130% e il 200% rispetto alla capienza regolamentare degli Istituti. Il dato che precede, tra l’altro, evidenzia come sia a tutt’oggi l’intero sistema carcerario ad essere strutturalmente inadeguato a sostenere il numero della popolazione penitenziaria, residuando sacche di sovraffollamento complessivamente coinvolgenti migliaia di detenuti.
I meriti? Sono della Consulta più che del governo
Ad onore del vero occorre evidenziare come il più incisivo effetto, in termini di calo della popolazione penitenziaria, sia dovuto non all’azione di Governo e legislativa dello Stato Italiano, bensì alla dichiarazione di incostituzionalità dell’articolo 73 della legge 309 del 1990 (la cosiddetta legge Fini-Giovanardi) in materia di sostanze stupefacenti, da parte della Corte Costituzionale italiana.
Difatti il sistema precedente, dichiarato incostituzionale, equiparava – quanto alle pene edittali relative al traffico e/o alla cessione – le droghe pesanti (per esempio eroina e cocaina) a quelle leggere (hashish e marijuana) assegnando per la cessione di tutte le sostanze stupefacenti le stesse pene edittali minime e massime che andavano dai 6 ai 20 anni di reclusione. A seguito della sentenza della Corte Costituzionale numero 32 del 25.02.2014, le pene riguardanti i reati legati alle sostanze stupefacenti leggere sono passate a minimi e massimi edittali racchiusi fra i 2 e i 6 anni. Per effetto, poi, di altre decisioni della Suprema Corte di Cassazione che hanno imposto la rideterminazione della pena per le condanne relative alla cessione di sostanze stupefacenti leggere si è avuto, secondo i dati forniti dal Dap per il 2014, il più ingente calo della popolazione detenuta dall’emanazione dell’indulto del 2006: 8.913 detenuti in meno.
V’è infine da evidenziare come al calo degli indici di sovraffollamento non corrisponda affatto il rispetto del precetto di cui all’articolo 3 della Cedu. La Corte Edu, quanto all’osservanza del precetto di cui all’articolo 3 Cedu, ha più volte evidenziato il necessario rispetto di un requisito minimo consistente nella disponibilità in cella, per la persona privata della libertà, di almeno 3 mq al netto dello spazio occupato dal mobilio (letti, tavolini, ecc.).
La Corte ha chiarito che al di sotto di questo spazio minimo vitale v’è sempre la violazione dell’art. 3 Cedu, senza che vi sia la necessità di andare ad indagare altri parametri. La Corte ha però specificato che qualora lo spazio vitale garantito in detenzione sia superiore ai 3 mq – soprattutto per i casi in cui questo spazio sia comunque inferiore ai 7 mq individuati dal Comitato Europeo per la prevenzione della Tortura e dei Trattamenti Inumani e degradanti come superficie minima da garantire ad ogni persona ristretta – è necessario andare ad indagare altri fattori quali l’aria a disposizione, la luce, le condizioni igieniche della cella, le condizioni di igiene garantite al detenuto, ecc.
Ebbene, nonostante le carceri italiane non garantiscano affatto condizioni igieniche sanitarie decenti e più in generale condizioni di vivibilità appena degne per un essere umano, lo Stato Italiano sul punto è stato totalmente inerte. La circostanza appare assai grave in considerazione del fatto che lo Stato Italiano pur con la popolazione attuale complessivamente detenuta, non può garantire e non garantisce affatto almeno 7 mq per detenuto, cosicché assumono un particolare rilievo gli altri parametri individuati dalla Corte Edu che vengono però semplicemente ignorati dallo Stato Italiano, con l’effetto di determinare la persistente strutturale violazione dell’articolo 3 Cedu attraverso l’esecuzione di pene e misure cautelari tecnicamente “illegali”.
Un riscontro di quanto sopra evidenziato lo si desume dai dati sui suicidi in carcere che, in percentuale alla popolazione detenuta sono addirittura aumentati, se è vero, com’è vero, che nel 2013 sono stati 49, 44 nel 2014 e 15 nei primi 4 mesi del 2015. Riportando questi dati in termini percentuali rispetto al numero complessivo della popolazione penitenziaria si ricava un aumento dei suicidi (in carcere il numero dei suicidi è, in proporzione, venti volte superiore ai suicidi di soggetti liberi): nel 2013, 49 suicidi su una presenza media di 65.070 detenuti equivalgono ad 1 suicidio ogni 1.328 detenuti; nel 2014, 44 suicidi su una presenza media di 57.029 detenuti equivalgono ad 1 suicidio ogni 1.296 detenuti; nel 2015, 15 suicidi nei primi 4 mesi (45 nell’anno se si mantiene il macabro trend) su una presenza media di 53.998 detenuti equivalgono ad 1 suicidio ogni 1.199 detenuti. Probabilmente se il Legislatore Italiano avesse seriamente dato seguito alla sentenza Torreggiani, oltreché al messaggio formale alle Camere indirizzato l’8 ottobre 2013, ai sensi dell’articolo 87 della Costituzione, dall’allora Presidente della Repubblica on. Giorgio Napolitano, ad oggi la situazione sarebbe molto diversa.
In ordine ai rimedi preventivi
Lo Stato Italiano per far fronte alle censure sul punto della Corte Edu ha introdotto l’articolo 35 bis dell’ordinamento penitenziario, titolato “Reclamo giurisdizionale”. La censura della Corte nasceva proprio dalla constatazione dell’assenza nell’ordinamento italiano di uno strumento che permettesse al detenuto di denunciare le condizioni inumane e degradanti vissute nell’attualità nel corso della detenzione.
Occorre ricordare che lo Stato Italiano nell’ambito dell’istruttoria del caso Torreggiani, con memorie ad hoc, aveva garantito alla Corte l’esistenza nel sistema di un rimedio interno che, a giudizio dello Stato Italiano, permetteva già al detenuto di denunciare le condizioni inumane e degradanti vissute nell’attualità nel corso della detenzione. Tale rimedio era, secondo lo Stato Italiano, da individuarsi nell’articolo 35 dell’ordinamento penitenziario, titolato diritto al reclamo.
La Corte, con la sentenza Torreggiani, non accettò la prospettazione del Governo sulla base della constatata ineffettività del rimedio, incapace di porre termine ad una detenzione in atto inumana e degradante, attesa la mancata esecuzione da parte del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria degli ordini impartiti dall’Autorità Giudiziaria competente (magistrato di sorveglianza) ad esaminare il reclamo. Sennonché, occorre evidenziare la circostanza per la quale l’ineffettività del precedente rimedio dipendeva non già dalla volontà del Dap di non eseguire gli ordini impartiti dal magistrato di sorveglianza volti a far cessare la detenzione inumana e degradante, bensì dalla impossibilità, in fatto, atteso il sovraffollamento strutturale, di garantire una detenzione rispettosa del precetto di cui all’articolo 3 Cedu. In altri termini appare evidente come l’effettività del rimedio giurisdizionale dipende dalla possibilità materiale che il sistema penitenziario, amministrato dal Dap, ha di dare risposte positive rispetto all’ordine impartito dal magistrato”.
Per tutto quanto già evidenziato nel paragrafo che precede e relativo al persistente dato di sovraffollamento strutturale e alla strutturale incapacità del sistema penitenziario italiano di garantire l’esecuzione di pene e misure cautelari in carcere in linea con il dettato di cui all’articolo 3 Cedu, anche il rimedio introdotto con l’articolo 35 bis dell’ordinamento penitenziario, indipendentemente dal fatto che sia stato qualificato come rimedio giurisdizionale, si caratterizza a tutt’oggi per essere un rimedio incapace di garantire e prevenire trattamenti inumani e degradanti e perciò per essere un rimedio non effettivo.
In ordine ai rimedi risarcitori
Lo Stato Italiano per far fronte alle censure sul punto della Corte Edu ha introdotto l’articolo 35 ter dell’ordinamento penitenziario, titolato “Rimedi risarcitori conseguenti alla violazione dell’articolo 3 della Cedu”. La censura della Corte nasceva proprio dalla constatazione dell’assenza nell’ordinamento italiano di uno strumento che permettesse al detenuto di essere risarcito per essere stato e/o essere sottoposto ad una detenzione in violazione dell’articolo 3 Cedu. Anche per tale strumento con la presente si denuncia la incontrovertibile ineffettività del rimedio, in particolar modo per i soggetti detenuti.
Secondo il dettato dell’articolo 35 ter dell’Ordinamento Penitenziario, in estrema sintesi: a) la persona sottoposta nell’attualità alla detenzione dovrebbe attivare il rimedio davanti al magistrato di sorveglianza; b) la persona non più in stato di detenzione dovrebbe rivolgersi al Tribunale Civile. Indipendentemente dal merito del provvedimento legislativo – a forte sospetto di incostituzionalità nel momento in cui va a pre-determinare l’entità del risarcimento nella misura di 8 euro al giorno, per tutti ed indipendentemente da una valutazione da compiersi per ciascun caso – ciò che in questa sede va sottolineato è la totale disapplicazione dell’istituto da parte della quasi totalità dei magistrati di sorveglianza.
Ad oggi, difatti, i dati forniti dall’Unione delle Camere Penali Italiane (l’organismo rappresentativo a livello nazionale degli avvocati penalisti italiani), elaborati sulla base dei dati localmente forniti dai Presidenti e dai Referenti delle Camere Penali territoriali dislocate su tutto il territorio nazionale, evidenziano il radicale fallimento del nuovo strumento. L’indagine elaborata dall’Ucpi sulle istanze depositate al 27 novembre 2014, è lapidaria: istanze iscritte 18.104, definite 7.351, pendenti 10.753. Delle definite ne sono state dichiarate inammissibili 6.395 (87%) ed accolte solo 87 (1,2%). Ciò in totale spregio delle chiare prescrizioni fornite dalla Corte Edu con la sentenza pilota Torreggiani, che aveva intimato allo Stato Italiano di apprestare rimedi risarcitori effettivi, rapidi ed efficaci.
Perché il decreto sugli “8 euro” non viene applicato
Quanto sopra, in particolar modo il clamoroso dato sulla inammissibilità dell’87% dei ricorsi, è maturato sulla base di un orientamento interpretativo sin da subito sposato dalla grande maggioranza dei magistrati di sorveglianza, che trova la sua origine in un pessimo drafting normativo. Vero è, in ogni caso, che tra più possibili interpretazioni della norma di cui al nuovo articolo 35 ter, la magistratura di sorveglianza, in modo compatto, ha scelto l’interpretazione meno garantista dei diritti dei detenuti e perciò meno in linea con quanto richiesto dalla Corte Edu. Sul punto sono state depositate due interrogazioni parlamentari, una dal Vice Presidente della Camera on. Roberto Giachetti, della maggioranza di Governo, ed un’altra dall’on. Saverio Romano, dell’opposizione.
In entrambe le interrogazioni i parlamentari interroganti hanno chiesto al Governo di intervenire con una interpretazione autentica della norma, ma il Governo, rispondendo all’atto parlamentare dell’on. Romano, per mezzo del Vice Ministro della Giustizia Enrico Costa, si è riservato di farlo in seguito.
In realtà dalla risposta del Governo si evince quale sia il maggior problema del nuovo istituto, problema espresso formalmente anche dal Conams (Coordinamento Nazionale Magistrati di Sorveglianza) con una nota inviata al Ministro della Giustizia già nel Novembre 2014.
Nella nota, i magistrati evidenziano di non essere affatto attrezzati per poter far fronte alle nuove competenze denunciando che “a causa delle incertezze e lacune del testo normativo, dei gravi contrasti giurisprudenziali, della complessità delle istruttorie e della assoluta inadeguatezza delle risorse e dei mezzi di cui dispongono gli Uffici di sorveglianza preposti, è facile prevedere che sarà molto esiguo il numero dei casi decisi e risolti secondo gli standard prescritti dalla Giustizia europea in termini di effettività, rapidità ed efficacia dei rimedi accordati”. Sono parole pesantissime poiché provengono dagli stessi soggetti chiamati nell’ordinamento Italiano ad assicurare gli standard pretesi dalla Corte Edu con la sentenza pilota Torreggiani.
Alla luce di tutto quanto sopra, pertanto, appare evidente come lo sforzo compiuto dallo Stato Italiano per far fronte ai richiami della Corte Edu, e compendiatosi nei provvedimenti legislativi presentati dal Governo lo scorso anno anche a Codesto Comitato – deputato a sorvegliare sulla corretta esecuzione delle sentenze della Corte di Strasburgo da parte degli Stati contraenti – sia risultato ad un anno di distanza del tutto inadeguato, incapace di garantire preventivamente il rispetto dell’articolo 3 Cedu, oltreché di garantire un adeguato, effettivo e rapido ristoro dei danni patiti dalle decine di migliaia di detenuti che ingiustamente sono stati sottoposti a pene, misure e trattamenti inumani e degradanti. Tanto si mette a disposizione di Codesto Comitato per le determinazioni che lo stesso vorrà assumere in relazione alle proprie competenze istituzionali.
*Documento preparato in collaborazione con Giuseppe Rossodivita, Segretario del Comitato radicale per la Giustizia “Piero Calamandrei”
Rita Bernardini, Segretaria di Radicali Italiani
Il Garantista, 8 maggio 2015
Intervista all’Avv. Giuseppe Rossodivita, Segretario del Comitato Radicale “Piero Calamandrei”
Carceri Comitato dei Ministri Consiglio d'Europa Corte Europea dei Diritti dell'Uomo detenuti Giuseppe Rossodivita Governo Italiano Il Garantista On. Rita Bernardini Radicali Italiani
Lascia un commento Posted on 08/04/2015 Antigone Onlus, Camera dei Deputati, Camere Penali, Giustizia, Ospedali Psichiatrici Giudiziari, Radicali, Senato della Repubblica, Senza categoria
Rems, Camere Penali : il Governo intervenga subito in tutte le Regioni inadempienti
Apprendiamo che la Giunta Regionale toscana, dopo tanti tentennamenti, ha infine deciso di destinare gli internati toscani dell’Opg di Montelupo Fiorentino alla Casa Circondariale Mario Gozzini di Firenze che, per l’occasione, attraverso apposita operazione di maquillage, dovrebbe parzialmente trasformarsi in Rems a vigilanza rafforzata.
Avevamo denunciato nei giorni scorsi il fatto che l’Opg toscano, sebbene cancellato per legge, fosse ancora in piena attività e fosse evidentemente destinato a sopravvivere chissà per quanto tempo, vista l’incapacità della Regione di individuare soluzioni adeguate per la realizzazione delle strutture alternative previste dalla legge, miseramente documentata dalle plurime e variegate ipotesi formulate nell’arco di oltre tre anni e sempre rapidamente accantonate.
Tuttavia la scelta operata rappresenta il peggiore epilogo che potesse immaginarsi.
Ci si chiede come possa una Rems, che dovrebbe essere una struttura sanitaria e non penitenziaria, un luogo di cura e di assistenza e non di detenzione, come vuole la legge, essere ospitata dalla sezione di un carcere; come si possa immaginare di dare attuazione ad una legge che, con enorme progresso di civiltà, sancisce la chiusura degli Opg, trasferendo in malati in un carcere.
Il caso, inoltre, rappresenta un ulteriore campanello di allarme se si considera che già la Lombardia aveva deciso di trasformare in Rems a vigilanza rafforzata l’Opg di Castiglione delle Stiviere, con un’operazione che assomiglia molto ad un cambio di etichetta, e che il Piemonte e la Liguria avevano deciso di destinare i propri malati a quella struttura.
Non vorremmo – ma abbiamo motivo di temerlo – che una riforma di portata storica, grazie a scelte di questo tipo, si trasformasse in un’operazione gattopardesca.
Sono molte le Regioni che non sono pronte a rispettare il dettato normativo, nonostante il lunghissimo tempo avuto a disposizione. Gravissime inadempienze sulla pelle di persone che, invece, avrebbero bisogno di maggiori attenzioni, perché alle loro problematiche spesso si aggiunge l’abbandono da parte delle famiglie.
Chiediamo dunque al Governo di non ratificare la decisione della Regione Toscana, d’intervenire immediatamente in tutte le Regioni inadempienti e di nominare un commissario ad acta, come previsto dalla legge, per procedere rapidamente all’individuazione di soluzioni alternative per i malati di quelle regioni in cui non sono state ancora approntate soluzioni idonee, auspicabilmente rivalutando anche quelle che non sono in linea con l’ispirazione del percorso riformatore culminato nella Legge 81/2014.
La Giunta dell’Unione delle Camere Penali
http://www.camerepenali.it, 8 aprile 2015
Commissario ad acta Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria Governo Italiano Internati Legge 81/2014 Ministero della Giustizia Ospedali Psichiatrici Giudiziari Regioni Rems
Lascia un commento Posted on 01/11/2014 Camera dei Deputati, Camere Penali, Carceri, Giustizia, Ospedali Psichiatrici Giudiziari, Radicali, Senato della Repubblica, Senza categoria, Tortura
Camere Penali : Il Governo rispetti il termine per la chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari
“Ancora una volta sono rimasti tristemente inascoltati gli alti richiami rivolti sia dal Presidente della Repubblica e, solo alcuni giorni fa, dal Santo Padre, i quali auspicavano che si procedesse nel più breve tempo possibile alla chiusura degli Opg, luoghi in cui la reclusione è una forma di tortura e dove gli internati si trovano a scontare veri e propri ergastoli bianchi”.
L’Unione delle Camere Penali protesta per l’ulteriore rinvio della chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari e chiede al governo di assicurare il rispetto della scadenza del 31 marzo 2015. Il caso nasce dopo che in una relazione i ministri della Salute e della Giustizia hanno definito “irrealistico” il rispetto del termine per l'”impossibilità” che le Regioni concludano in tempo utile l’opera di riconversione delle strutture con la realizzazione delle Rems (residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza).
Di fatto, rilevano i penalisti, il Governo “ammette che poco o nulla in questi mesi è stato fatto dalle Regioni per realizzare le nuove strutture che garantissero ai malati psichiatrici una degenza nel pieno rispetto della loro dignità”. L’Ucpi chiede perciò all’esecutivo non solo di riferire sulle “attività di controllo ed impulso svolte nei riguardi delle Regioni in questi mesi, in attuazione di quanto previsto dalla risoluzione delle Commissione Igiene e sanità del Senato”, ma anche a “provvedere, in applicazione di quanto statuito dall’art. 120 della Costituzione, in via sostitutiva, al superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari, al fine di assicurare il rispetto della scadenza del 31 marzo 2015”. Perché “la tutela della salute e della dignità umana non possono e non debbono essere vittime degli inammissibili ed ingiustificabili ritardi della politica”.
Carceri Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria Governo Italiano Internati Magistratura Ministero della Giustizia Ospedali Psichiatrici Giudiziari Senato della Repubblica
Lascia un commento Posted on 27/10/2014 Camera dei Deputati, Carceri, Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, Giustizia, Magistratura, Polizia Penitenziaria, Radicali, Senato della Repubblica, Senza categoria, Tortura
Magistrati che sbagliano e celle-loculi… in un anno quasi nulla è cambiato
Innocenti dietro le sbarre, rinchiusi per un errore dei giudici. I primi spesso orfani di risarcimento dopo l’ingiustizia subita. I secondi impuniti nella maggior parte dei casi, malgrado la vittoria di un referendum che chiedeva fossero considerati direttamente responsabili dei loro sbagli. E comunque tutti, vittime del sistema giudiziario e “sicuri” colpevoli, costretti a subire la stessa barbara sorte in carceri sovraffollate, in celle che assomigliano a loculi.
Era il quadro che abbiamo dipinto oltre un anno fa sulle colonne de “Il Tempo”. Sono trascorsi tredici mesi. Poco o nulla è cambiato. Il ddl sulla Giustizia che contiene una nuova normativa sulla responsabilità civile dei magistrati è fermo in Senato e può contare sulla strenua opposizione di Anm (l’associazione delle toghe) e Csm (il loro organo di autogoverno). E le patrie galere? Sono sempre strapiene, anche se un po’ meno.
In realtà il ddl non prevede che sia diretta, ma solo che la rivalsa dello Stato sui magistrati che hanno sbagliato passi da un terzo alla metà. Inoltre stabilisce che venga eliminato il “filtro” in base al quale lo Stato deve affidare ai giudici l’ammissibilità della richiesta di rimborso per errore giudiziario o per ingiusta detenzione. Nel 2013 scrivemmo che, negli ultimi 22 anni, oltre 22 mila persone avevano avuto un rimborso per questo. Ma, considerando che le domande rigettate si aggiravano su due terzi del totale, si arrivava per difetto a circa 50 mila, 50 mila innocenti in galera, appunto. Il tutto per una spesa pubblica di circa 600 milioni di euro.
Facendo un paragone fra l’anno scorso e quello in corso, sembrerebbe che i giudici sbaglino meno. Se, infatti, nel 2013 i risarcimenti per le ingiuste detenzioni erano stati 1368 e per gli errori giudiziari 25, nei primi dieci mesi del 2014 siamo a 431 ingiuste detenzioni e a 9 errori (fonte il sito “Errorigiudiziari.com). La spesa è stata rispettivamente di 37 e di 16 milioni di euro. Ma la statistica inganna, come insegna Trilussa. E anche in questo caso la parola magica è “ammissibilità”: dal ministero dell’Economia spiegano che la spending review ha colpito anche in questo settore e che la Cassazione è oggi di manica molto più stretta nel valutare l’ammissibilità della domanda di risarcimento. Non ci sono meno errori, ci sono meno soldi per le vittime degli errori e più richieste gettate nel cestino.
Il 28 maggio è scaduto l'”ultimatum” della Corte europea dei diritti dell’uomo, che ci ha condannato per le condizioni disumane delle prigioni. Noi siamo corsi ai ripari con provvedimenti come il decreto “svuota carceri”, il perfezionamento di accordi e procedure per l’espulsione degli stranieri in cella, il ripristino della vecchia legge sulla droga, le misure alternative. E siamo stati promossi. Per ora. Ma non del tutto a ragione. Al 31 luglio 2013 dietro le sbarre c’erano 64.873 persone su una capienza regolamentare di circa 47.459. Il 30 settembre i detenuti erano 54.195 su 49.347 posti. Ma i radicali, da sempre impegnati sul fronte carceri, spiegano che dalla capienza regolamentare bisogna sottrarre 6.000 unità a causa di sezioni chiuse, inagibili o inutilizzate. Quindi arriviamo a 43mila posti.
Insomma, se dodici mesi orsono, prima della verifica Ue, eravamo fuorilegge per 17.414 detenuti in più, adesso lo siamo “solo” per 4.848. Una bella consolazione. Ma non basta. Grazie alla possibilità che i carcerati hanno di uscire dalla cella oltre che per la classica ora d’aria e a causa dello scarso numero dei sorveglianti, sono aumentate le aggressioni agli agenti della penitenziaria: per il sindacato Sappe, del 70 per cento da quando c’è questa “vigilanza dinamica”. E sono aumentati i suicidi degli agenti, che sono già 10 contro gli 8 di tutto il 2013. Quelli dei detenuti sono scesi ma soprattutto per il calo della popolazione carceraria. E anche lo sfruttamento dei 2000 “braccialetti elettronici”, prima non impiegati, non ha risolto il problema, poiché per il Sappe ne occorrerebbero almeno il triplo.
Il vicepresidente della Camera Roberto Giachetti il 14 ottobre ha rivolto al Governo un’interrogazione con cui segnalava che “alcuni magistrati di sorveglianza” stanno “rigettando” le richieste di risarcimento dei detenuti ristretti in condizioni che violavano l’articolo 3 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, quello utilizzata dalla Corte Ue per bacchettarci.
Anche in questo caso, il motivo è “una ritenuta inammissibilità dei reclami” per le detenzioni pregresse” o quelle che “si protraggono in diversi istituti”. Insomma, il detenuto deve sperare che la richiesta arrivi al magistrato prima del suo trasferimento in un’altra prigione e, nel secondo caso, dovrebbe adire al giudice civile”.
Cosa, quest’ultima, praticamente impossibile nelle sue condizioni. Giachetti, poi, fa notare che la Corte non faceva solo riferimento allo spazio a disposizione dei carcerati, ma anche alla “possibilità di usare i servizi igienici in modo riservato, l’aerazione disponibile, l’accesso alla luce naturale e all’aria, la qualità del riscaldamento e il rispetto delle esigenze sanitarie di base”. Un altro punto, infine, è se la superficie “vitale” (3 metri quadri) debba o meno comprendere gli arredi. E il Governo che ha risposto? Non ha risposto.
Il Tempo, 27 ottobre 2014
Carceri Convenzione Europea Diritti Umani Corte Europea dei Diritti dell'Uomo detenuti Governo Italiano Il Tempo Interrogazione Parlamentare Magistratura Maurizio Gallo On. Roberto Giachetti Radicali Italiani Responsabilità Civile dei Magistrati Sovraffolamento