Source: http://legrandj.eu/article/il_grigio_non_va_piu_di_moda
Timestamp: 2017-11-18 12:05:23+00:00
Document Index: 371121

Matched Legal Cases: ['art. 42', 'art. 639', 'art. 635', 'art. 639', 'art. 416', 'art. 27']

Il grigio non va più di moda | Le Grand Jeu
Qualche mese fa, abbiamo deciso di aprire il blog di Le Grand Jeu a dei contributi scritti da persone esterne alla nostra struttura. Il nostro primo "ospite" è Manuel Dellamotta, un neo-laureato in legge con cui siamo spesso in contatto. Il titolo della sua tesi è "Dai Graffiti alla Street Art: tra valorizzazione socio-culturale e repressione penale". Difficile non chiedergli di condivedere con il nostro pubblico alcuni punti forti del suo lavoro.
Sono tanti i kids – così la critica d’arte Francesca Alinovi (1949-1983) chiamava i writers – che hanno varcato negli ultimi anni le porte dei nostri tribunali. Eppure, i giuristi hanno partecipato poco o nulla ai numerosi dibattiti sul fenomeno del graffitismo. Questo articolo, che è tratto dalla mia tesi di laurea in giurisprudenza discussa in marzo scorso presso l’Università di Ferrara, vuole contribuire al cambiamento di rotta annunciato da alcuni studiosi anglosassoni, Alison Young in testa.
Il diritto nasce per regolare delle fattispecie reali, dopo avere osservato la loro intima natura e gli interessi che vi gravitano attorno. Il diritto cerca soluzioni, ma queste necessitano uno studio preliminare del contesto in cui ogni fenomeno trova origine al fine di adottare le risposte più efficienti. Eppure, quando si trova di fronte a un muro dipinto, sia che si tratti di un tag vandalico o di un vero e proprio intervento artistico, il sistema giuridico reagisce con una foga repressiva noncurante del substrato storico-culturale nascosto dietro questi interventi e si rivela incapace di operare una distinzione tra la parte vandalica e la parte artistica di questo fenomeno.
Quali considerazioni può dunque avanzare un giurista che decida di interessarsi a questo tema? Innanzitutto, bisogna ricordare che l’arte urbana in generis rappresenta una delle più lampanti concretizzazioni moderne di quelle libertà espressive garantite dalla Costituzione (si pensi agli articoli 21 e 33 Cost. che tutelano, rispettivamente, la libertà d’espressione e la libertà artistica). Allo stesso tempo, data l’altruità dei supporti solitamente utilizzati per lasciare libero sfogo alla bomboletta, non bisogna dimenticare che questa forma espressiva attacca frontalmente le sicurezze di un sistema fondato sul dogma della proprietà privata (art. 42 Cost.). La Corte Costituzionale ha affrontato questo dilemma in tempi non sospetti (Corte Cost., 1972, n. 105), anche prima della comparsa del fenomeno del Writing, valutando che il fatto che « tutti abbiano diritto di manifestare il proprio pensiero con ogni mezzo, non può significare che tutti debbano avere, in fatto, la materiale disponibilità di tutti i possibili mezzi di diffusione, ma vuol dire, più realisticamente, che a tutti la legge deve garantire la giuridica possibilità di accedervi, con le modalità ed entro i limiti resi eventualmente necessari dalle peculiari caratteristiche dei singoli mezzi o dalla esigenza di assicurare l’armonica coesistenza del pari diritto di ciascuno o dalla tutela di altri interessi costituzionalmente apprezzabili ». Il diritto stabilisce quindi teoricamente che lo Stato deve garantire i bisogni espressivi dei cittadini, salvaguardando al tempo stesso i diritti altrui. Si tratta di indicazioni che dovrebbero incitare le amministrazioni a concedere maggiori spazi ai writers e a incentivare la realizzazione di opere autorizzate e capaci di riqualificare il territorio urbano, ma che trovano raramente applicazione sia a livello locale che nazionale.
Da cosa dipende questa situazione di stallo, che non fa tesoro di quelle efficaci e dissuasive esperienze amministrative (su tutte, il progetto Murarte a Torino) che si sono sostituite ai classici strumenti repressivi?
Negli ultimi anni, molti sociologi si sono interessati a queste dinamiche per capire perché lo Stato reprime con durezza questi soggetti “devianti”, nonostante i tassi di criminalità dei Paesi occidentali – che per il sociologo Zygmunt Bauman sono tra i più sicuri mai esistiti nella storia – siano oggi molto bassi. I loro studi hanno evidenziato l’apparizione di una paura generalizzata per il concetto di devianza e per quegli individui – senzatetto, lavavetri, immigrati, tossicodipendenti – che non rispettano lo stile di vita della classe media. In un contesto del genere, il tema della sicurezza urbana diventa un cavallo di battaglia politico e lo strumento ideale per ottenere consensi alle elezioni.
Henry Chalfant, Skeme's Crime in the city
Gli studi del criminologo statunitense Jeff Ferrell hanno dimostrato come questo quadro generale diventi veramente interessante se applicato al Writing (Crimes of Style, 1996). Ferrell definisce i graffiti dei “crimini di stile” e associa questo fenomeno al disprezzo manifestato dai writers nei confronti delle strutture autoritarie moderne e dell’importanza del concetto della proprietà privata nella società contemporanea. I writers vedono, immaginano e realizzano un’alternativa a una “estetica dell’autorità” che impone un’idea generale di come un muro, una strada e un quartiere dovrebbero essere. Contestano quelle logiche per cui è preferibile che un muro resti grigio, se lo Stato o il proprietario non autorizzano il writer a dipingerlo.
La percezione sociale del Writing è però mutata nel corso del tempo, influenzando a sua volta l’approccio giuridico a questi temi e generando un incomprensibile e schizofrenico balletto di dati contrastanti. Da un lato, in alcune città italiane aumentano i progetti volti alla valorizzazione di queste forme espressive. Dall’altro, dalla metà degli anni ’90, lo Stato sembra avere trovato nel Writing un capro espiatorio ideale, sul quale far confluire quelle tensioni generate dall’ansia securitaria della nostra società. Si è così assistito al progressivo aumento delle circostanze aggravanti e delle cornici punitive relative agli articoli 639 c.p. (deturpamento e imbrattamento di cose altrui, laddove il danno sia legato alla forma esteriore e al valore estetico del bene colpito) e 635 c.p. (danneggiamento, laddove invece la condotta comprometta la sostanza e l’utilizzabilità del bene), che vengono generalmente invocati per reprimere le azioni dei writers.
La legge 8 ottobre 1997 n. 352 è stata emanata durante la seconda metà degli anni ’90, a seguito dell’acuirsi di alcune derive vandaliche tra i writers italiani. In anni più recenti, la legge 15 luglio 2009 n. 94 – il cosiddetto “pacchetto sicurezza” – ha introdotto un ulteriore giro di vite nella lotta ai fenomeni devianti. Per quel che riguarda il Writing, la novità più importante riguarda il modello di procedibilità ai fini del perseguimento di un reato (art. 639 c.p.) che, se perpetrato su un qualsiasi bene immobile – periferico, centrale, di pregio o privo di concreto valore – o su un qualsiasi mezzo di trasporto pubblico o privato, prevede non più la querela da parte del legittimo proprietario del bene come presupposto per l’instaurazione del giudizio, bensì una procedibilità d’ufficio da parte del Pubblico Ministero. Insomma, se la riforma del 1997 è stata varata in un contesto di particolare aggressività visiva da parte dei writers, la riforma del 2009 moltiplica invece le circostanze aggravanti in un contesto sociale e commerciale che tende a valorizzare questa cultura urbana.
Tuttavia, l’analisi della teoria giuridica può rivelarsi un esercizio fine a se stesso, se non si considerano le concrete dinamiche che il diritto segue all’interno delle aule giudiziarie italiane. Il diritto “vive” oltre i codici e il Writing genera in tal senso confusione e orientamenti giurisprudenziali ambivalenti.
Gli autori di un whole car che ricoprono finestrini, segni identificativi e scadenze di manutenzione di una carrozza, rendono inservibile un treno e perciò devono essere condannati per danneggiamento (art. 635 c.p.)? Oppure il treno può ancora prestare il proprio servizio per cui, al limite, si tratta di imbrattamento (art. 639 c.p.)? A Treviso due sezioni differenti del medesimo Tribunale hanno adottato decisioni diametralmente opposte in relazione a condotte sostanzialmente simili, riconoscendo in un caso del 2011 il reato più grave di danneggiamento, mentre la stessa imputazione non è stata riconosciuta da un giudice trevigiano in una situazione del tutto analoga nel 2012. A Milano, alla prima storica e piena assoluzione di un writer grazie al riconoscimento da parte del giudice della volontà di abbellire un muro cittadino trasandato (un orientamento confermato in un altro recentissimo caso riguardante il writer Manu Invisible), è seguita l’equiparazione di una crew cittadina ad un’associazione a delinquere (art. 416 c.p.) finalizzata alla commissione del reato di deturpamento e imbrattamento: un fatto inedito anche a livello internazionale. Un’incriminazione di non poco conto, vista la giovane età degli imputati e la portata rieducativa discutibile di una condanna in grado di incidere sulla crescita personale degli stessi. Non dimentichiamo che la figura dell’associazione a delinquere è spesso connessa, nell’immaginario collettivo, a crimini ben più gravi e suscitanti una generalizzata riprovazione morale.
Il muro dipinto da Manu Invisibile per celebrare la sua assoluzione
Alla luce di quanto detto finora, esistono quindi in Italia tre diverse valutazione di uno stesso fenomeno:
1) l’entusiasmo di una parte dell’opinione pubblica, del mercato dell’arte e di alcuni brand commerciali;
2) una legislazione che si rifiuta di regolare una fattispecie reale, dopo averne osservato l’intima natura e averne accertato il valore di cultura urbana;
3) una giurisprudenza che deve mediare tra queste posizioni opposte.
Quale soluzione è dunque auspicabile? Sarebbe innanzitutto ragionevole rimodulare il sistema sanzionatorio attuale, nel rispetto della congenita natura dello strumento penale quale extrema ratio cui ricorrere quale ultima spiaggia per fare fronte a reali problemi destanti un giustificato allarme sociale. In questo senso, una sanzione penale non carceraria potrebbe essere lo strumento ideale con cui colpire condotte che ledano beni d’incommensurabile valore storico-artistico, anche perché queste azioni sono giudicate severamente anche da individui interni alla cultura del Writing. Negli altri casi, laddove le superfici siano prive di tale valore e in virtù del fatto che tale pratica è particolarmente diffusa tra adolescenti e post-adolescenti e possiede innegabili potenzialità artistiche e riqualificanti il tessuto urbano, un ricorso a strumenti alternativi di natura civilistica o amministrativa sarebbe maggiormente rispettoso del principio di proporzionalità e delle finalità rieducative assegnate alla pena dall’art. 27 Cost.
Ma la certezza delle sanzioni per i trasgressori assume un’apprezzabile e razionale efficacia solo laddove agli stessi venga offerta la possibilità di intraprendere canali alternativi che permettano di indirizzare le proprie energie creative in modo da non disperderle nei meandri dell’illegalità, tramite la concessione di spazi e una semplificazione burocratica per potervi accedere. Ecco la vera alternativa che potrebbe, se non eliminare, almeno ridurre l’horror pleni generato dai graffiti vandalici e permettere alla nostrà società di garantire ai propri cittadini quelle libertà espressive iscritte nella Costituzione Italiana.
Manuel Dellamotta, Ferrara, 25 aprile 2014
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