Source: https://www.laleggepertutti.it/112131_lusufrutto
Timestamp: 2018-04-23 06:03:09+00:00
Document Index: 17345204

Matched Legal Cases: ['art. 979', 'art. 42', 'art. 698', 'art. 796', 'art. 678', 'art. 795', 'art. 995', 'art. 324', 'art. 821', 'art. 984', 'art. 821', 'art. 2810', 'art. 999', 'art. 999', 'art. 999', 'art. 988', 'art. 990', 'art. 981', 'art. 981', 'art. 1005', 'art. 1004', 'sentenza ', 'art. 2561', 'art. 2557', 'art. 1010']

Professionisti L’usufrutto
Professionisti Pubblicato il 19 febbraio 2016
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Quanto dura l’usufrutto, l’oggetto e i modi di acquisto, diritti dell’usufruttuario; obblighi dell’usufruttuario e del proprietario. Estinzione dell’usufrutto. Tutela dell’usufrutto.
1 Nozione dell’usufrutto
2 Durata dell’usufrutto
3 L’oggetto dell’usufrutto. Il «quasi-usufrutto»
4 Modi di acquisto dell’usufrutto
6 Obblighi dell’usufruttuario
7 Obblighi del proprietario
8 Estinzione dell’usufrutto
9 Tutela dell’usufrutto
10 L’usufrutto di azienda
11 L’usufrutto di eredità
Nozione dell’usufrutto
L’usufrutto è il diritto riconosciuto all’usufruttuario di godere e disporre della cosa altrui, traendo da essa tutte le utilità che può dare (compresi i frutti che essa produce), con l’obbligo di non mutarne la destinazione economica (artt. 981, 984).
La situazione del proprietario del bene gravato da usufrutto, al quale è sottratto il potere di usare il bene e di farne propri i frutti, è detta nuda proprietà.
L’usufrutto, a differenza degli altri diritti reali, è caratterizzato dalla necessaria temporaneità; ai sensi dell’art. 979, infatti, non può eccedere in nessun caso la vita dell’usufruttuario, se si tratta di persona fisica oppure i trenta anni se si tratta di persona giuridica. È, questa, una conseguenza della funzione prettamente personalistica dell’istituto; inoltre, poiché l’usufrutto priva il proprietario della facoltà di godimento del bene (che costituisce l’espressione più concreta del diritto di proprietà), una protrazione in perpetuo di esso svuoterebbe di contenuto il diritto di proprietà e sarebbe contraria al principio della funzione sociale sancito dall’art. 42 Cost. Di conseguenza:
— l’usufrutto è intrasmissibile agli eredi;
— in caso di cessione dell’usufrutto, il diritto si estingue alla morte del cedente (primo usufruttuario);
— è vietato il legato di usufrutto successivo (art. 698) con il quale venga disposto che, alla morte del legatario primo usufruttuario, l’usufrutto passi ad altri soggetti;
— analogamente, l’art. 796 non consente al donante di riservare l’usufrutto dei beni donati a suo vantaggio e, dopo di lui, ad altri soggetti, in ordine successivo.
È, invece, ammesso l’usufrutto congiuntivo (art. 678) in cui il godimento del diritto alla morte di ognuno passa ad altri chiamati, le cui quote si accrescono; tale accrescimento si concentra nella persona che sopravvive: solo alla morte dell’ultimo usufruttuario, l’usufrutto si estingue.
Pure si ritiene ammissibile un usufrutto successivo costituito per atto inter vivos ed a titolo oneroso (per la donazione cfr. art. 795) (GAZZONI, BIGLIAZZI-GERI).
L’oggetto dell’usufrutto. Il «quasi-usufrutto»
Oggetto dell’usufrutto possono essere beni mobili o immobili, crediti, titoli di credito, aziende, universalità e beni immateriali (ad es., usufrutto del diritto d’autore). In linea generale, però, deve trattarsi di beni infungibili e inconsumabili, stante l’obbligo per l’usufruttuario di restituire lo stesso bene alla fine dell’usufrutto.
L’art. 995 prevede, comunque, anche la possibilità di un usufrutto avente ad oggetto cose consumabili: a tale forma particolare va il nome di quasi-usufrutto, perché non presenta i caratteri propri dell’usufrutto.
Nel quasi-usufrutto, infatti, i beni consumabili (quae ipso usu consumuntur) che ne formano oggetto devono necessariamente passare in proprietà dell’usufruttuario affinché questi ne possa godere. Da ciò derivano notevoli differenze nella disciplina dell’istituto:
— quanto all’obbligo di restituzione, non essendo possibile una restituzione in natura dei beni — poiché, per poterne godere, l’usufruttuario ha dovuto consumarli (una somma di danaro, ad esempio, si deve spendere) — la legge pone a carico del quasi-usufruttuario solo l’obbligo di pagare, all’estinzione del diritto, il valore di essi sulla base della stima convenuta o, in mancanza, il valore al tempo dell’estinzione, ovvero di restituire altrettanti beni della stessa specie e quantità di quelli ricevuti (tantundem eiusdem generis et qualitatis);
— quanto al godimento, non si sostanzia soltanto nel possesso dei beni, ma comporta il passaggio in proprietà dei beni al quasi-usufruttuario.
Le caratteristiche suddette fanno dubitare che la qualifica della figura in termini di usufrutto sia tecnicamente corretta. Tra l’altro, la legge non pone a carico del quasi-usufruttuario il limite del rispetto della destinazione economica del bene, che costituisce, invece, elemento essenziale della disciplina dell’usufrutto. La posizione del quasi-usufruttuario è analoga a quella del mutuatario e si è ritenuta applicabile la relativa disciplina (BIGLIAZZI-GERI).
Da non confondere col quasi-usufrutto è l’usufrutto avente ad oggetto beni deteriorabili. Beni deteriorabili sono quelli che, pur se con l’uso continuato subiscono una diminuzione nel loro valore economico, sono suscettibili di essere usati più volte e, perciò, sono inconsumabili (es.: l’uso di un abito comporta necessariamente il suo logorio e deterioramento, ma non certo la sua distruzione).
L’usufruttuario di cose deteriorabili ha diritto di servirsene secondo l’uso al quale sono destinate e alla fine è soltanto tenuto a restituirle nello stato in cui si trovano.
L’usufrutto si costituisce:
— per legge, quando la legge stessa ne determina la costituzione in capo a un determinato soggetto (usufrutto legale); ciò avviene, ad es., nel caso di cui all’art. 324 (usufrutto legale dei genitori sui beni dei figli).
A seguito dell’entrata in vigore della L. 151/1975 (riforma del diritto di famiglia), che ha abolito l’usufrutto legale del coniuge superstite in sede successoria (che rappresentava il caso più rilevante di usufrutto ex lege) e il diritto del marito sui beni dotali (caso, questo, discusso di usufrutto ex lege), l’unico caso di usufrutto legale previsto dal nostro ordinamento sembrerebbe quello dell’usufrutto dei genitori sui beni del figlio minore.
In realtà, si tratta di una figura sui generis che non sembra possa qualificarsi in termini di usufrutto, in quanto i frutti percepiti sono vincolati ad una precisa destinazione, quale il mantenimento della famiglia e l’educazione dei figli (GAZZONI);
— per contratto: i contratti costitutivi di usufrutto richiedono, a pena di nullità, la forma scritta e sono soggetti a trascrizione;
— per testamento, si tratta in questo caso di un’attribuzione a titolo particolare (legato ad effetti reali);
— per usucapione.
— il diritto di conseguire il possesso della cosa (salvo gli obblighi di inventario e di cauzione di cui diremo): egli, cioè, può mettersi in relazione immediata con la cosa per servirsene, amministrarla e farne propri i frutti, senza che sia necessaria la collaborazione del nudo proprietario o di altri soggetti.
Per BIGLIAZZI-GERI non esiste nell’usufrutto un’autonoma facoltà di possedere: esso per sua natura, presuppone una relazione materiale con il bene che si traduce nella sua utilizzazione e nello sfruttamento. Pertanto, non è necessario individuare una facoltà di possesso che legittimi il compimento di atti che già costituiscono il contenuto del diritto di usufrutto (si può dire che il possesso coincide con l’esercizio dell’usufrutto);
— il diritto di far suoi i frutti (naturali e civili) della cosa, per tutta la durata dell’usufrutto.
Per quanto riguarda l’acquisto dei frutti trova applicazione l’art. 821 per cui i frutti naturali si acquistano con la separazione, mentre i frutti civili si acquistano giorno per giorno. Tuttavia, se il proprietario e l’usufruttuario si succedono nel godimento della cosa entro l’anno agrario o nel corso di un periodo produttivo di maggior durata, l’insieme di tutti i frutti si ripartisce fra l’uno e l’altro in proporzione della durata del rispettivo diritto nel periodo stesso (così, in pratica, se l’usufruttuario ha goduto il bene per 1/3 dell’anno agrario ed il proprietario per gli altri 2/3, al primo andrà un terzo dei frutti ed al secondo andranno gli altri 2/3, e così via) (art. 984).
La ragione giustificatrice della norma è nel voler evitare l’ingiusta distribuzione che si verificherebbe se si applicasse la regola generale di cui all’art. 821: in tal caso uno dei due soggetti percepirebbe tutti i frutti, anche se a produrli ha concorso pure l’altro;
— il diritto di cedere il proprio usufrutto per un certo tempo o per tutta la sua durata. Egli, comunque, non ne può disporre mortis causa (l’usufrutto si estingue, infatti, con la morte dell’usufruttuario);
— il potere di concedere ipoteca sull’usufrutto (art. 2810, n. 2);
— il diritto di locare il bene.
Per evitare possibili frodi, il legislatore ha tuttavia sancito che le locazioni (concluse dall’usufruttuario) ancora in corso, alla data della cessazione dell’usufrutto, purché risultino da atto pubblico o da scrittura privata avente data certa anteriore all’estinzione, continuano per la durata stabilita, ma non oltre il quinquennio successivo all’estinzione dell’usufrutto (art. 999, co. 1). Se, poi, l’usufrutto si estingue per scadenza del termine le locazioni non durano oltre l’anno, o, in caso di fondi rustici, per il tempo necessario al raccolto principale (art. 999, co. 2).
Un esempio del caso previsto dal co. 1° dell’art. 999 è il seguente: Tizio costituisce diritto di usufrutto per la durata di venti anni a favore di Caio relativamente ad un villino di sua proprietà; trascorsi dieci anni dalla costituzione di usufrutto, Caio concede in locazione detto villino a Sempronio per la durata di nove anni. Se dopo un anno dalla stipula del contratto di locazione Caio muore, la locazione non può durare oltre il quinquennio dalla cessazione dell’usufrutto.
Un esempio del caso previsto dal co. 2, invece, è il seguente: Tizio costituisce un usufrutto ventennale su un villino di sua proprietà a favore di Caio; trascorsi quindici anni dalla costituzione dell’usufrutto, Caio concede in locazione detto villino a Sempronio per la durata di nove anni. Scaduto il termine di durata dell’usufrutto, la locazione non dura se non per l’anno in corso al tempo in cui cessa l’usufrutto;
— il diritto a un’indennità per i miglioramenti apportati al fondo, che sussistano alla data della cessazione, nella misura della minor somma tra l’importo della spesa e il risultato utile conseguito. Gli è anche riconosciuto uno ius tollendi, il diritto, cioè, di portar via, alla cessazione dell’usufrutto, quelle addizioni la cui rimozione non muti la destinazione economica del bene, a meno che il proprietario decida di ritenerle corrispondendo una congrua indennità;
— nessun diritto ha l’usufruttuario sul tesoro che si scopra durante l’usufrutto (salve le ragioni che gli possono competere come ritrovatore) (art. 988) e sugli alberi di alto fusto divelti, spezzati o periti accidentalmente: tali alberi spettano al proprietario (art. 990).
Egli, infine, non può costituire servitù passive sul fondo.
La legge prevede, a carico dell’usufruttuario, una serie di obblighi. In particolare, egli deve:
— rispettare la destinazione economica della cosa (art. 981, co. 1).
È discusso se il concetto di destinazione economica sia da intendere in senso oggettivo (cioè come funzione economica che il bene è obiettivamente capace di svolgere), ovvero in senso soggettivo (e cioè come destinazione data al bene, fino a quel momento, dal proprietario). Dottrina e giurisprudenza tradizionalmente accettano la concezione soggettiva. Pertanto se il proprietario aveva in precedenza destinato il suo fondo a giardino e su tale fondo costituisca poi un usufrutto a vantaggio di un soggetto, l’usufruttuario non potrà trasformare, senza il consenso del nudo proprietario, il fondo in vigneto, anche se tale trasformazione meglio risponde ad esigenze di ordine economico e sociale. Tuttavia, la dottrina più recente (BIGLIAZZI-GERI) ritiene opportuno il ricorso ad un tipo di valutazione meno rigoroso, ed anche certa giurisprudenza sembra essersi distaccata da una mera interpretazione letterale della norma (art. 981), giungendo a valutazioni di tipo elastico;
— restituire la cosa al termine dell’usufrutto;
— fare a sue spese l’inventario dei beni e prestare idonea cauzione per prendere possesso della cosa;
— nell’esercizio del suo diritto, usare la diligenza del buon padre di famiglia;
— sostenere le spese e gli oneri relativi alla custodia, all’amministrazione ed alla manutenzione ordinaria del bene;
— pagare le imposte, i canoni, le rendite fondiarie e gli altri pesi annuali che gravano sulla cosa;
— denunciare al proprietario le usurpazioni commesse da terzi sul fondo e sopportare, insieme al proprietario e in proporzione al proprio interesse, le spese delle liti che riguardano sia la proprietà che l’usufrutto.
Si è ritenuto (BIGLIAZZI-GERI) che non si possa parlare di obblighi o, comunque, di doveri in senso proprio: le situazioni sopra considerate costituiscono dei limiti interni all’esercizio del diritto, segnando i confini dei poteri dell’usufruttuario e, in questo modo, la estensione del diritto.
In costanza del diritto di usufrutto il proprietario deve:
— curare le riparazioni straordinarie del bene previste dall’art. 1005, salvo il diritto di pretendere dall’usufruttuario gli interessi delle somme spese; tuttavia, nell’ipotesi in cui le riparazioni straordinarie siano state rese necessarie dall’inadempimento degli obblighi di ordinaria manutenzione, esse sono a carico dell’usufruttuario (art. 1004, co. 2);
— far fronte a tutti quei carichi a carattere non annuale posti sulla proprietà (es.: contributi straordinari di miglioria);
— concorrere, con l’usufruttuario, alle spese di lite che riguardano contemporaneamente proprietà e usufrutto.
— morte dell’usufruttuario, se persona fisica, oppure col decorso di trent’anni se è una persona giuridica;
— prescrizione, a seguito di non uso ventennale;
— consolidazione, cioè riunione nella stessa persona della titolarità dell’usufrutto e della proprietà. Tale riunione può avvenire, ad es., per usucapione. Infatti, l’usufruttuario è, nel rapporto con il nudo proprietario, un mero detentore del bene, con la conseguenza che egli può usucapirne la proprietà ponendo in essere un atto di interversione del possesso, ossia esteriorizzato in maniera inequivocabile e riconoscibile, vale a dire attraverso un’attività durevole, contrastante e incompatibile con il possesso altrui (Cass. 355/2011);
— totale perimento del bene: se però il perimento è dovuto a fatto del terzo, l’usufrutto si trasferisce sull’indennità da questi pagata al proprietario;
— abuso del diritto da parte dell’usufruttuario; per abuso deve intendersi una grave mancanza dell’usufruttuario ai suoi doveri come, per es., aver lasciato deperire un bene per le mancate operazioni di ordinaria manutenzione. L’abuso, però, deve essere dichiarato con sentenza costitutiva dal giudice cui è rimessa la valutazione del caso.
Secondo una parte della dottrina (GAZZONI, BIGLIAZZI-GERI), il cd. abuso del diritto costituisce un’ipotesi di decadenza, ossia una misura avente la natura di sanzione e diretta a tutelare l’interesse del proprietario;
— rinuncia dell’usufruttuario;
— scadenza del termine, eventualmente indicato nel titolo costitutivo.
Tutela dell’usufrutto
L’usufruttuario non ha azioni specifiche a tutela del suo diritto, ma può far ricorso alle azioni comuni, e precisamente:
— le azioni possessorie, di spoglio e di manutenzione (circoscritte, naturalmente, all’affermazione di un possesso corrispondente al contenuto del diritto di usufrutto), in quanto egli è possessore del bene;
— l’azione di rivendica dell’usufrutto (vindicatio ususfructus) contro chiunque contesti, direttamente o indirettamente, la sua titolarità del diritto;
— l’azione negatoria contro chiunque vanti sulla cosa diritti pregiudizievoli dell’usufrutto;
— l’azione di mero accertamento del suo diritto;
— le azioni di nunciazione (denuncia di nuova opera e denunzia di danno temuto).
L’usufrutto di azienda
Il codice disciplina in modo particolare l’usufrutto di azienda (art. 2561). L’usufruttuario deve esercitare l’azienda sotto la ditta che la contraddistingue, e deve gestirla senza modificarne la destinazione e in modo da conservare l’efficacia dell’organizzazione e degli impianti e le normali dotazioni di scorte. A carico del (nudo) proprietario dell’azienda è posto il divieto di concorrenza nei confronti dell’usufruttuario (art. 2557, co. 4).
L’usufruttuario subentra nei contratti, stipulati per l’esercizio dell’azienda, che non abbiano carattere personale; ma il terzo contraente può (entro 3 mesi dalla notizia della costituzione dell’usufrutto) recedere dal contratto se sussiste una giusta causa (salva la responsabilità verso di lui del costituente dell’usufrutto).
È tuttavia assai discutibile che la figura in esame, nonostante la denominazione, costituisca effettivamente un caso di usufrutto giacché essa non si esaurisce in un complesso di cose, ma comprende anche rapporti e diritti che non possono essere oggetto di usufrutto. Si riconosce, pertanto, come una figura peculiare «priva del connotato della realità, che mutua dall’usufrutto ordinario taluni caratteri principali» (BIGLIAZZI-GERI).
L’usufrutto di eredità
L’usufrutto di eredità (art. 1010) non è considerato dalla legge come usufrutto di universum ius, bensì si risolve nell’usufrutto sui singoli elementi che costituiscono l’asse ereditario. Secondo MESSINEO, esso si intende costituito al netto, ossia dedotti i debiti e i pesi ereditari. Si ricordi, infine, che l’usufruttuario dell’eredità non è erede, bensì legatario.
bruno filomena ha detto:
Salve posseggo una propietà al 50% con mia sorella ,e questa casa a l’usufrutto all 1000×1000 a mia madre,ora mia madre 85 enne per problemi di salute e in una casa di riposo ,ed io e mia sorella vorremmo vendere la propietà ma mia madre non vuole saperne ,c’e un modo per poterci riapriopiare della nostra abitazione senza dover aspettare il suo decesso ? grazie mille per la risposta