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Timestamp: 2019-04-19 12:47:12+00:00
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Home Corte di Cassazione Cassazione civile 2018 Società appartenenti a un medesimo gruppo ed obbligo di repechage
Corte di Cassazione, sezione lavoro, Sentenza 13 novembre 2018, n. 29179.
Sentenza 13 novembre 2018, n. 29179
Data udienza 10 luglio 2018
Il collegamento economico-funzionale tra imprese gestite da società appartenenti a un medesimo gruppo non comporta il venir meno dell’autonomia delle singole società, dotate di personalità giuridica distinta e alle quali, quindi, continuano a far capo i rapporti di lavoro del personale in servizio presso le diverse imprese. Pertanto, dall’esclusione della configurabilità di un unico centro d’imputazione di rapporti di lavoro discende l’insussistenza di un obbligo di repêchage in capo alle altre società del gruppo.
sul ricorso 14530-2016 proposto da:
(OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS), giusta delega in atti;
(OMISSIS) LTD, ITALY BRANCH OFFICE, in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio ( (OMISSIS)), rappresentata e difesa dagli avvocati (OMISSIS), giusta delega in atti;
avverso la sentenza n. 1269/2015 della CORTE D’APPELLO di MILANO, depositata il 02/02/2016 R.G.N. 956/2013;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 10/07/2018 dal Consigliere Dott. ADRIANO PIERGIOVANNI PATTI;
Con sentenza in data 2 febbraio 2016, la Corte d’appello di Milano rigettava l’appello proposto da (OMISSIS) avverso la sentenza di primo grado, che ne aveva respinto le domande di accertamento della natura discriminatoria (o, in subordine, di illegittimita’ in difetto di giustificato motivo oggettivo) del licenziamento intimatogli dalla datrice (OMISSIS) LTD Italy Branch Office in data 11 ottobre 2011 con le conseguenti condanne reintegratoria e risarcitoria, in applicazione della L. n. 300 del 1970, articolo 18 nel testo vigente ratione temporis.
Preliminarmente disattesa, per infondatezza, l’eccezione di inammissibilita’ dell’appello per difformita’ dai canoni prescritti dall’articolo 434 c.p.c., comma 1, invece rispettati, la Corte territoriale riteneva, come gia’ il Tribunale, l’effettiva sussistenza delle ragioni di oggettiva giustificazione del licenziamento (chiusura dell’unita’ operativa Audio, cui era addetto il lavoratore, per accentramento dell’attivita’ del settore in alcuni laboratori del gruppo negli U.S.A.), l’insufficiente allegazione del lavoratore ai fini dell’obbligo datoriale di repechage, con ininfluenza di alcune successive assunzioni di personale con pregressa esperienza specifica e la correttezza dei criteri di scelta osservati, rispondenti al criterio di buona fede.
Essa escludeva poi la prova dell’efficacia determinativa in via esclusiva (integrante la natura discriminatoria del licenziamento) dei problemi di salute del lavoratore.
Con atto notificato il 8 giugno 2016, il lavoratore ricorreva per cassazione con quattro motivi, cui la societa’ resisteva con controricorso; entrambe le parti comunicavano memoria ai sensi dell’articolo 378 c.p.c.
1. Con il primo motivo, il ricorrente deduce violazione o falsa applicazione della L. n. 604 del 1966, articoli 3 e 5 articoli 1175, 1375, 2697 e 2729 c.c., per erronea attribuzione al lavoratore dell’onere di allegazione delle circostanze riguardanti l’obbligo di repechage, non assolto dal datore di lavoro per la ritenuta genericita’ della suddetta allegazione, peraltro sufficiente anche in considerazione delle ampie e articolate dimensioni aziendali della societa’ datrice.
2. Con il secondo, il ricorrente deduce violazione o falsa applicazione della L. n. 604 del 1966, articoli 3 e 5, articoli 1175, 1375, 2697 e 2729 c.c., per mancata offerta datoriale di una posizione lavorativa alternativa, anche in mansioni inferiori, tenuto conto dell’interesse primario del lavoratore alla conservazione del posto, al fine di evitare l’extrema ratio del licenziamento.
3. Con il terzo, il ricorrente deduce violazione o falsa applicazione della L. n. 604 del 1966, articoli 3 e 5, articoli 1175, 1375, 2697, 2729 c.c., per difetto di allegazione e prova, a carico datoriale, dell’impossibilita’ di collocazione del lavoratore in riferimento a tutte le sedi aziendali, anche all’estero, in assenza di alcun rifiuto del dipendente, che aveva anzi accettato la possibilita’ di prestare la propria attivita’ anche all’estero, secondo l’espressa previsione contenuta nel contratto di assunzione.
4. Con il quarto, il ricorrente deduce violazione degli articoli 132, 115 e 116 c.p.c., articolo 118 disp. att. c.p.c. come error in procedendo, per nullita’ della sentenza sotto il profilo della motivazione apparente, e comunque insufficiente, in relazione al mancato assolvimento dell’obbligo di repechage, per la ravvisata genericita’ di allegazione del lavoratore, neppure di essa onerato, pure contraddittoria la sua acquisita disponibilita’ al trasferimento in qualunque altra sede con la mancata prova della possibilita’ datoriale di farlo.
5. Il primo (violazione o falsa applicazione della L. n. 604 del 1966, articoli 3 e 5 articoli 1175, 1375, 2697 e 2729 c.c., per erronea attribuzione al lavoratore dell’onere di allegazione delle circostanze riguardanti l’obbligo di repechage), il terzo (violazione o falsa applicazione della L. n. 604 del 1966, articoli 3 e 5 articoli 1175, 1375, 2697 e 2729 c.c., per difetto di allegazione e prova, a carico datoriale, dell’impossibilita’ di collocazione del lavoratore in riferimento a tutte le sedi aziendali, anche estere) e il quarto motivo (violazione degli articoli 132, 115 e 116 c.p.c., articolo 118 disp. att. c.p.c. come error in procedendo, per nullita’ della sentenza sotto il profilo della motivazione apparente in relazione al mancato assolvimento dell’obbligo di repechage) sono congiuntamente esaminabili, in quanto strettamente connessi per la comune convergenza nella censura alla violazione dell’obbligo di repechage.
5.1. Essi sono infondati.
5.2. Al di la’ di alcune affermazioni in ordine alla carenza di allegazione del lavoratore in ordine alle circostanze riguardanti l’assoluzione dell’obbligo datoriale di repechage (in particolare, ai primi tre capoversi di pg. 8 e al terz’ultimo di pg. 9 della sentenza), in effetti contrastanti con il piu’ recente insegnamento di questa Corte (secondo cui il datore di lavoro e’ onerato, non soltanto dell’onere probatorio, ma anche di allegazione della possibilita’ di ricollocazione nell’impresa del lavoratore: Cass. 22 marzo 2016, n. 5592; Cass. 13 giugno 2016, n. 12101; Cass. 15 gennaio 2017, n. 160; Cass. 20 ottobre 2017, n. 24882; Cass. 23 maggio 2018, n. 12794), la Corte territoriale, cosi’ come il Tribunale (“la societa’ ha assolto pienamente ad un onere probatorio, quale quello relativo alla impossibilita’ di repechage del lavoratore, per quanto nel ricorso introduttivo del giudizio la circostanza sia genericamente dedotta senza alcuna specifica indicazione di quale avrebbe potuto essere un settore… ove il ricorrente avrebbe potuto essere utilmente ricollocato”: cosi’ a pg. 8 della sentenza di primo grado, nell’estratto trascritto al penultimo capoverso di pg. 14 del controricorso), ha accertato in fatto l’impossibilita’ di ricollocazione del lavoratore nei posti disponibili (cosi’ al primo capoverso di pg. 10 della sentenza). E cio’ in esito ad un critico e argomentato scrutinio delle risultanze istruttorie, tanto della prova orale esperita (con particolare riguardo alle deposizioni dei testi (OMISSIS) ed (OMISSIS), rispettivamente al terz’ultimo capoverso di pg. 7 e al penultimo di pg. 10 della sentenza: valutate come “dichiarazioni attendibili, concordi e coerenti, rese da soggetti particolarmente qualificati nell’ambito Maxim e ben a conoscenza quindi della riorganizzazione operata”, al penultimo capoverso di pg. 7 della sentenza), tanto della documentazione relativa ad assunzioni di personale dotato di esperienza e competenze specifiche del nuovo settore introdotto a seguito della riorganizzazione, nel quale non era utilmente ricollocabile (OMISSIS) (mail 8 marzo 2011 e tabella riepilogativa di tutti i dipendenti Italia, numerati sub 13 e 5quater, scrutinati dal quarto capoverso di pg. 8 al secondo di pg. 9 della sentenza).
La Corte meneghina ha quindi operato (per le ragioni esposte dal penultimo capoverso di pg. 9 all’ultimo di pg. 10 della sentenza) una valutazione in corretta applicazione dei principi regolanti la riorganizzazione imprenditoriale secondo la modulazione, non gia’ di soppressione tout court della posizione lavorativa, ma piuttosto di riduzione di personale in una porzione dell’ambito organizzativo, come appunto nel caso di specie. Ed essa impone (al contrario della diversa ipotesi di soppressione di posizione lavorativa: Cass. 7 giugno 2017, n. 14178) una comparazione tra lavoratori di pari livello, interessati dalla riduzione ed occupati in posizione di piena fungibilita’ (Cass. 21 dicembre 2016, n. 26467; Cass. 14 giugno 2007 n. 13876; Cass. 3 aprile 2006, n. 7752), nel rispetto del principio di correttezza e buona fede nell’individuazione del dipendente da licenziare (Cass. 13 ottobre 2015, n. 20508; Cass. 11 giugno 2004 n. 11124).
In esito ad essa, la Corte e’ approdata alla conclusione di una “scelta della societa’… effettuata secondo criteri improntati a razionalita’ e rispettosi dei canoni di correttezza e buona fede” (cosi’ al primo periodo di pg. 11 della sentenza).
5.3. Ne’ si puo’ ritenere, quanto alla censura di omessa verifica della possibilita’ di collocazione del lavoratore in una sede estera, la sufficienza del richiamo ad una generica previsione del contratto di lavoro (nell’estratto trascritto sub nota 5 a pg. 12 del ricorso): non gia’ sul piano della rituale allegazione (come affermato dalla Corte territoriale al gia’ citato terz’ultimo comma di pg. 9 della sentenza), ma dell’estensione dell’obbligo di ricollocazione nell’ambito del gruppo di imprese, quale quello multinazionale di appartenenza della datrice (OMISSIS) LTD Italy Branch Office. E cio’ in particolare risulta dal riferimento, nella lettera di licenziamento, alla “chiusura dell’unita’ operativa Audio all’interno della… societa'” per “accentrare l’attivita’ di tale settore verso alcuni laboratori del Gruppo negli Stati Uniti d’America” (cosi’ al primo periodo di pg. 7 della sentenza).
5.4. E’ noto che per la sua configurabilita’ (come ultimamente ribadito da Cass. 26 maggio 2017, n. 13379) non sia sufficiente che ricorra soltanto un collegamento economico-funzionale tra imprese gestite da societa’ appartenenti a un medesimo gruppo (non comportante il venir meno dell’autonomia delle singole societa’, dotate di personalita’ giuridica distinta e alle quali continuano a far capo i rapporti di lavoro del personale in servizio presso le diverse imprese, preclusivo della configurabilita’ di un unico centro d’imputazione di rapporti diverso dalle singole societa’: Cass. 24 settembre 2010, n. 20231), occorrendo appunto un tale centro di imputazione del rapporto di lavoro.
Ed esso ricorre ogni volta che vi sia una simulazione o una preordinazione in frode alla legge del frazionamento di un’unica attivita’ fra i vari soggetti del collegamento economico – funzionale e cio’ venga accertato in modo adeguato, attraverso l’esame delle attivita’ di ciascuna delle imprese gestite formalmente da quei soggetti, che deve rivelare l’esistenza dei seguenti requisiti: a) unicita’ della struttura organizzativa e produttiva; b) integrazione tra le attivita’ esercitate dalle varie imprese del gruppo e il correlativo interesse comune; c) coordinamento tecnico e amministrativo – finanziario tale da individuare un unico soggetto direttivo che faccia confluire le diverse attivita’ delle singole imprese verso uno scopo comune; d) utilizzazione contemporanea della prestazione lavorativa da parte delle varie societa’ titolari delle distinte imprese, nel senso che la stessa sia svolta in modo indifferenziato e contemporaneamente in favore dei vari imprenditori. E si tratta di una valutazione di fatto rimessa al giudice di merito e sindacabile in sede di legittimita’ solo per vizi di motivazione (Cass. 20 dicembre 2016, n. 26346; Cass. 11 novembre 2014, n. 23995; Cass. 16 gennaio 2014, n. 798; Cass. 12 febbraio 2013, n. 3482; Cass. 7 settembre 2007, n. 18843; Cass. 15 maggio 2006, n. 11107).
5.5. Appare poi evidente l’insussistenza dei vizi denunciati come errores in procedendo, non attingendo la critica e argomentata motivazione della sentenza il carattere dell’apparenza, comportante la sua nullita’ in violazione dell’articolo 132 c.p.c., comma 1, n. 4, qualora non dia conto della ragione giuridica o fattuale che renda comprensibile e giustifichi la decisione (Cass. 14 ottobre 2015, n. 20648; Cass. 23 marzo 2017, n. 7402).
6. Il secondo motivo, relativo a violazione o falsa applicazione della L. n. 604 del 1966, articoli 3 e 5, articolo 1175, 1375, 2697 e 2729 c.c., per mancata offerta datoriale di una posizione lavorativa alternativa, anche in mansioni inferiori, e’ inammissibile.
6.1. Esso prospetta, infatti, una questione nuova, per la prima volta dedotta in sede di legittimita’ (Cass. 9 luglio 2013, n. 17041; Cass. 25 ottobre 2017, n. 25319; Cass. 17 gennaio 2018, n. 907).
7. Dalle superiori argomentazioni discende coerente il rigetto del ricorso e la regolazione delle spese del giudizio di legittimita’ secondo il regime di soccombenza.
rigetta il ricorso e condanna il lavoratore alla rifusione, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio, che liquida in Euro 200,00 per esborsi e Euro 5.000,00 per compensi professionali, oltre rimborso per spese generali 15% e accessori di legge.
Ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, articolo 13, comma 1 quater, da’ atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso articolo 13, comma 1 bis.
Il giudice tributario non può escludere, nel caso di presunti reati...
renatodisa - 27 Agosto 2018