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Timestamp: 2018-03-22 08:02:36+00:00
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SENTENZA. Distinzione tra uccellagione e generica cattura di uccelli
La distinzione tra uccellagione e generica cattura di uccelli non risiede nell'uccisione degli uccelli, ma nell'impiego di qualsiasi impianto, mezzo e metodo di cattura o di soppressione, in massa o non selettiva o che possa portare localmente all'estinzione di una specie
1. M. T. ricorre per cassazione impugnando la sentenza indicata in epigrafe con la quale la Corte di appello di Palermo ha confermato la sentenza con la quale il tribunale di Termini Imerese lo ha condannato alla pena, condizionalmente sospesa, di mesi quattro di arresto ed euro 150,00 di ammenda, oltre che al pagamento delle spese processuali.
Al ricorrente è stato contestato, unitamente a G. F. nel frattempo deceduto, il reato (capo a) di cui agli artt. 110 e 727, comma 2, del codice penale perché, in concorso fra loro, detenevano animali in condizioni incompatibili con la loro natura e produttive di sofferenze, nello specifico n. 3 cardellini costretti in gabbie di piccole dimensioni collocate all'interno di una borsa chiusa riposta nel vano bagagli dell'autovettura nonché del reato (capo b) di cui agli articoli 110 del codice penale e 30 lettera e) Legge n. 157 del 1992, perché, in concorso fra loro, esercitavano l'uccellagione catturando esemplari di cardellini con l'uso di due gabbie, due reti in nylon, quattro bastoni con laccio posto ad una estremità, una spoletta artigianale ed una corda ed ancora del reato (capo c) di cui agli articoli 110 del codice penale e 4 legge 110 del 1975, perché, in concorso fra loro e senza giustificato motivo, portavano fuori dalla propria abitazione o delle appartenenze di essa n. due coltelli a serramanico con 7 e 6 cm di lama. In Ventimiglia di Sicilia, il 28 marzo 2012.
Osserva che la condotta posta in essere (cattura di esemplari di cardellini con l'uso di due gabbie, due reti in nylon, quattro bastoni con laccio posto ad un'estremità, una spoletta artigianale ed una corda) esclude l'ipotesi di reato dell'uccellagione, posto che nel caso in esame andava contestata la fattispecie di minore entità che si configura nella mera cattura di uccelli. Ciò alla luce dell'attrezzatura rinvenuta in sede di perquisizione ed indicata nel capo d'accusa. Perché si configuri il reato di uccellagione assumono fondamentale importanza, secondo l'assunto del ricorrente, i mezzi, le modalità e gli strumenti utilizzati per la cattura dei volatili, con riferimento particolare all'uso di specifiche reti che per le loro caratteristiche consentono la cattura in massa di uccelli. L'uso di reti diverse di dimensioni più contenute rientra invece nell'ipotesi dell'esercizio della caccia con mezzi vietati, ovvero dell'attività della semplice cattura di uccelli, sanzionata dall'art. 30, primo comma, lettera h), della legge 157 del 1992.
Conclude, pertanto, chiedendo l'assoluzione con riferimento al reato di cui al capo b) dell'imputazione.
E' pacifico infatti che la legge 11 febbraio 1992, n. 157 distingue tra uccellagione e cattura di uccelli, nei cui confronti la caccia non è consentita, all'art. 30 lett. e), h). I due menzionati termini non trovano, però, una definizione precisa. A tal fine occorre fare riferimento alle direttive comunitarie (79/409/CEE del Consiglio del 2 aprile 1979; 85/411/CEE della Commissione del 3 25 luglio 1985; 91/244/CEE della Commissione del marzo 1991) alle convenzioni internazionali (Convenzione di Parigi del 18 ottobre 1950, resa esecutiva con legge 24 novembre 1978, n. 812; Convenzione di Berna del 19 settembre 1979, resa esecutiva con legge 5 agosto 1981, n. 503). La distinzione tra uccellagione e generica cattura di uccelli non risiede nell'uccisione degli uccelli, ma nell'impiego di qualsiasi impianto, mezzo e metodo di cattura o di soppressione, in massa o non selettiva o che possa portare localmente all'estinzione di una specie (Sez. 3, n. 2423 del 20/02/1997, Carlesso, Rv. 207635).
3. Tuttavia, nulla consegue dalla riqualificazione dell'imputazione, neppure sotto il profilo del trattamento sanzionatorio (unica ragione che sostiene il concreto interesse al ricorso), perché la pena inflitta al ricorrente per tutti i reati in ordine ai quali egli ha riportato condanna è stata già determinata, pur considerando il più grave reato di uccellagione invece che di caccia con uso di mezzi vietati, in misura inferiore ad ogni possibile minimo edittale, dovendosi considerare che tra i reati contestati quello più grave va identificato nell'articolo 4 della legge 14 aprile 1975, n. 110 che prevede la pena dell'arresto da sei mesi a due anni e l'ammenda da 1000 a euro 10.000, laddove il ricorrente ha riportato una condanna alla pena di quattro mesi di arresto ed euro 150 di ammenda.
Infatti, in tema di impugnazioni, il divieto di "reformatio in peius" così come esclude che, nel caso di impugnazione del solo imputato, il giudice dell'impugnazione possa rideterminare, in danno dell'imputato stesso, la pena già in precedenza commisurata al di sotto dei minimi edittali, sia pure nel caso in cui pronunci sentenza assolutoria per uno dei reati contestati o proceda alla derubricazione di uno di essi, allo stesso modo il divieto di "reformatio in peius" non è infranto dal giudice dell'impugnazione che, nel pronunciare sentenza parzialmente assolutoria per uno dei reati in continuazione o derubricando uno di essi, non provvede a ridurre la pena complessiva per aver il precedente giudice determinato la pena base in misura inferiore al minimo edittale, ciò in quanto l'obbligo imposto dall'art. 597, comma quarto, cod. proc. pen. presuppone che la pena da ridurre sia stata determinata in maniera legale, ovvero in misura eguale o superiore al minimo edittale (Sez. 3, n. 39882 del 03/10/2007, Costanzo, Rv. 238009).
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