Source: https://www.ordinepsicologilazio.it/blog/psicologia-diversamente-abile/nuovo-isee-comunita-virtuale-disabili-famiglie/
Timestamp: 2019-12-15 21:35:43+00:00
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Disabili e familiari costruiscono una comunità virtuale molto attiva sul fronte dell'autotutela. Che supporto può offrire loro la psicologia?
Disabili e caregiver familiari costruiscono una comunità virtuale che sovverte una norma ingiusta. La psicologia di comunità saprà raccogliere questa lezione?
Proprio mentre scriviamo alla Camera dei Deputati è in atto la discussione circa la mozione che richiede l’applicazione della sentenza del Consiglio di Stato che ha dichiarato illegittime le nuove disposizioni per il calcolo dell’ISEE (Indicatore della Situazione Economica Equivalente) relativamente alla parte nella quale vengono equiparate la pensione d’invalidità, l’indennità di accompagnamento e tutti gli altri contributi economici assistenziali, alle comuni fonti di reddito (Clicca qui per visionare la sentenza).
Una misura ritenuta iniqua in quanto questi contributi economici hanno la funzione di compensare le difficoltà derivanti dalla condizione di disabilità d’inserimento lavorativo e di integrazione sociale: non sono fonti di reddito che possono accrescere la ricchezza di chi ne è titolare, ma una modalità assistenziale che lo Stato ha adottato per aiutare le persone con disabilità e le loro famiglie a superare le barriere architettoniche, culturali, sociali ed economiche che quest’ultime si trovano a dover fronteggiare nella vita di tutti i giorni.
Inserendo queste forme di sostegno economico nel calcolo dell’ISEE, l’indice di molte famiglie si è alzato indebitamente facendo loro superare le soglie per l’accesso a vari servizi socio-sanitari quali l’inserimento nei centri diurni, i presidi sanitari, ecc.
Il tutto concretizzandosi in un impoverimento delle persone con disabilità e delle loro famiglie che si sono trovate a dover pagare servizi essenziali o, per chi non ha potuto permetterselo, a dovervi rinunciare con un grave peggioramento della qualità della vita e della salute psicofisica.
Ma come si è arrivati alla bocciatura del nuovo ISEE?
La situazione attuale non è l’esito di un conflitto tra pezzi disorganici dello Stato, bensì è il risultato intenzionale dell’azione consapevole e determinata di centinaia di famiglie.
Iniziate nei primi mesi del 2013 le consultazioni per la stesura del DPCM, da subito si costituì un movimento, tramite i social network, di critica e di contro-informazione.
Culmine di questa attività frenetica e appassionata fu la manifestazione svoltasi il 31 luglio 2013 a Montecitorio, con la quale si riuscì ad attrarre l’attenzione mediatica sulla questione e scongiurare l’approvazione nel silenzio e nella distrazione dei mesi estivi. In questo modo il Governo si trovò costretto a continuare le consultazioni, apportare modifiche e procrastinare l’emanazione del Decreto che arrivò solo nel dicembre dello stesso anno.
Primo grande e tangibile risultato di un movimento caratterizzato da grande determinazione e che darà prova inequivocabile della sua forza riuscendo ad istruire un ricorso collettivo al TAR del Lazio raccogliendo documentazione, testimonianze e fondi per le spese legali dalle centinaia di famiglie dislocate in tutta Italia.
Ricorso collettivo che è stato ritenuto legittimo dal Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio con sentenza Sez. I, n. 2459/2015. Storia recente sono la richiesta di sospensiva della sentenza del TAR da parte del Governo al Consiglio di Stato, respinta da quest’ultimo e, successivamente, il ricorso presentato a propria volta dal Governo al Consiglio di Stato avverso la sentenza del TAR. Ricorso che, come detto all’inizio, è stato respinto stabilendo definitivamente l’illegittimità dell’art. 4 del DPCM 5 dicembre 2013 n. 159.
Attualmente si è in attesa che il Governo dia direttive all’INPS per applicare effettivamente il nuovo ISEE modificato secondo quanto stabilito dalla sentenza del Consiglio di Stato ed è già partita un’iniziativa per mettere a disposizione dei cittadini interessati un modello di lettera da inviare all’INPS per sollecitare l’applicazione della sentenza.
La straordinarietà di questo movimento è da individuare nella capacità dei promotori di mettere tempestivamente (ancora prima della sua emanazione) in discussione una legge dello Stato nonostante la sua stesura avesse coinvolto anche associazioni a tutela delle persone con disabilità, le quali diedero parere fondamentalmente positivo e fornirono rassicurazioni circa la bontà della norma.
Riuscire con lucidità a prefigurare le ricadute economico-sociali delle misure che si intendevano varare nella quasi assoluta controtendenza rispetto all’opinione generale non era affatto scontato ed è stato possibile grazie alle intuizioni dei promotori, al confronto e all’incoraggiamento reciproco.
La particolarità della vicenda è legata anche al fatto che questa opposizione autorganizzata è stata costruita fra le mille difficoltà quotidiane dettate dalla condizione di disabilità, che in alcuni casi determina enormi problematiche di incontro in presenza. Riuscire a sostenersi emotivamente, scambiare idee e svolgere le mansioni organizzative quasi totalmente tramite il web o telefonicamente fornisce il metro di giudizio di una vicenda che ha visto, al di là della retorica sulla società liquida, la costruzione di una comunità estremamente solida, capace di sovvertire l’esito di un procedimento legislativo che sembrava dovesse avere una conclusione scontata.
Va inoltre sottolineato come la collaborazione stessa all’iniziativa ha avuto un valore parzialmente terapeutico (o comunque di prevenzione) rispetto alle ricadute psicologiche delle difficoltà legate alla disabilità e del loro aggravarsi per effetto della legge che si voleva introdurre, grazie alla possibilità di riconoscersi nell’esperienza altrui, rintracciare una speranza di riscatto e ripristinare il locus of control interno.
La vicenda di questo movimento spontaneo, fondato sulla volontà di giustizia delle persone disabili e che si è avvalso della competenza tecnica dei promotori del ricorso e del supporto legale di cultori della materia giuridica, offre agli psicologi la possibilità di riscoprire le origine della psicologia di comunità.
Nata negli ’70 negli Stati Uniti e sviluppatasi sul finire del ‘900 in Europa ed in Italia come disciplina per l’agevolazione della partecipazione ai processi sociali al di fuori e parallelamente ai setting psicoterapeutici, essa può essere oggi riscoperta ed attualizzata contribuendo alla sistematizzazione e valorizzazione delle esperienze di cittadinanza attiva che si vanno moltiplicando nel particolare periodo storico che stiamo vivendo.
Il supporto che la psicologia può dare a queste forme di auto-tutela ed organizzazione è molteplice e riguarda:
Il potenziamento del senso di autostima ed autoefficacia
La consapevolizzazione dei diritti e la legittimità della difesa
L’elaborazione della rabbia per l’ingiustizia subita e la canalizzazione in forme costruttive di rivendicazione, evitando che essa venga indirizzata verso persone che condividono la stessa sorte e/o forme analoghe di discriminazione
Agevolazione di sostegno ed incoraggiamento fra pari
Incremento e regolazione della partecipazione, aiutando ad individuare il ruolo più adatto alle caratteristiche di ognuno, rendendo l’organizzazione più efficiente ed evitando sovrapposizioni di ruoli o dispersione di risorse importanti
Oggi ci troviamo nella condizione di rinnovare il ruolo della psicologia all’interno della nostra società adeguando l’intervento ai nuovi contesti sociali delle persone e quindi prevedendo interventi anche attraverso i social network e i vari canali di comunicazione telematica. Se da una parte le relazioni in presenza sono qualitativamente migliori e più soddisfacenti, non si può non riconoscere come il web costituisca in alcune situazioni, come quella specifica, un surrogato importante che consente comunque la partecipazione e l’interazione in condizioni di estrema difficoltà. I social network consentono alle persone più in difficoltà di uscire dall’isolamento assoluto e ai professionisti di raggiungere persone che altrimenti rimarrebbero prive di ogni supporto.
Queste sono due importanti sfide che si pongono di fronte alla psicologia che si propone di diventare una disciplina centrale in una società come la nostra che si riscopre essere in un fermento sociale intenso come da anni non accadeva e che è in continuo e tumultuoso mutamento.
AA.VV., Empowerment sociale. Il futuro della solidarietà: modelli di psicologia di comunità, 1999, Franco Angeli.
http://stop-al-nuovo-isee.blogspot.it/
https://www.facebook.com/Coordinamento-Nazionale-Famiglie-di-Disabili-Gravi-e-Gravissimi-113097735445756/?fref=ts
Yair Amichai-Hamburgera et al., E-empowerment: Empowerment by the Internet, in Computers in Human Behavior, Volume 24, Issue 5, September 2008, Pages 1776–1789
Photo credits: Patrick Batard (https://www.flickr.com/photos/patrick-batard/4566803634/)
La psicologia e la realtà della disabilità vengono spesso vissuti come mondi distanti e incompatibili tra loro: nel senso comune lo stereotipo classico è che le problematiche delle persone diversamente abili siano solo di tipo pratico, medico, “reali” e che la psicologia non abbia alcuna rilevanza nella qualità della vita se non per un conforto e sostegno nei momenti di tristezza fine a se stesso. Nel Blog, attraverso gli spunti forniti dall’attualità, vengono trattate tematiche relative all’Empowerment, alla Resilienza e alle strategie di Coping cercando di comunicare come agendo su queste leve psicologiche è possibile fare la differenza tra il subire la disabilità in una posizione rivendicativa/assistenziale e l’agire proattivamente per guadagnare un posto nella società di inclusione e interazione vitale.