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Timestamp: 2019-02-15 23:00:31+00:00
Document Index: 161516208

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 2103', 'art. 2103', 'art. 2103', 'sentenza ', 'art. 2110', 'art. 2110', 'art. 2110', 'art. 1463', 'art. 1']

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Appuntamento con il contratto
Un quadro normativo flessibile e moderno
* * * * * * * * * I BILANCI DELL BANCHE DROGATI DALLE BORSE MA L’ITALIA E’ PIU’ SOLIDA
* * * * * * * * * PREVIDENZA COMPLEMENTARE ancora non ci siamo
* * * * * * * * * Sanità, 5 milioni di italiani più poveri per curarsi e andrà ancora peggio dopo i tagli della Finanziaria alle Regioni!
Più poveri in Piemonte e Molise
13 miliardi in due anni
I nostri portafogli svuotati da farmaci, dentisti e specialisti Medicine da record
I denti li curano i ricchi
* * * * * * * * * Consulenti finanziari: l’Albo doveva partire a inizio 2010, invece il DL 30/12/2009 n° 194 ha posticipato al 31/12/2010 la sua creazione.
* * * * * * * * * L’incidente in pausa pranzo non ottiene risarcimento
S entenze della Cassazione e … Notizie I n pillole
LA FORMALE EQUIVALENZA FRA LE NUOVE E LE PRECEDENTI MANSIONI NON ESCLUDE LA DEQUALIFICAZIONE
I LAVORATORI CHE SI ASSENTANO PER MALATTIA DURANTE UNO SCIOPERO HANNO DIRITTO ALLA RETRIBUZIONE
CONSERVAZIONE DEL POSTO DI LAVORO PER CHI SIA DIVENUTO DISABILE PER INFORTUNIO O MALATTIA PROFESSIONALE
LUSO AZIENDALE E FONTE DI UN OBBLIGO UNILATERALE DI CARATTERE COLLETTIVO
ANCHE IL DANNO FUTURO E RISARCIBILE
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Sarà un autunno caldo
vista l’esigenza delle Banche di intensificare l’azione sul fronte del contenimento dei costi in previsione di margini di redditività modesti per il sistemacreditizio e “sofferenze” in salita
da Abi news maggio 2010
Il dialogo per il rinnovo del Contratto collettivo nazionale di settore, in scadenza a dicembre 2010, sarà l’occasione più concreta per analizzare eventuali modifiche degli assetti normativi e retributivi, così come possibili strumenti giuridici da utilizzare in termini di occupazione, flessibilità e competitività.
Passaggio fondamentale per la realizzazione di soluzioni equilibrate resta la sperimentata volontà delle parti di mantenere relazioni sindacali collaborative basate sulla ricerca del consenso, al passo con l’evoluzione organizzativa e dimensionale delle imprese.
Turn over equilibrato
Tra i primi obiettivi, la necessità di un turn over equilibrato con la conseguente modernizzazione delle competenze. Su questo fronte, banche all’avanguardia con il ricorso
strutturale allo strumento dell’apprendistato
che, secondo i dati più recenti, impegna già il 2,4% dei bancari. Per l’occupazione giovanile si può fare di più aprendo un confronto sul tema.
Alle innovazioni delle politiche “in entrata” corrispondono quelle “in uscita” gestite dalle banche in condizioni di equilibrio sociale e senza oneri per la collettività.
Ciò grazie agli interventi del Fondo di solidarietà di settore che, interamente finanziato dal sistema bancario, ha interessato almeno 30.000 lavoratori.
Adeguare ai tempi la gestione delle risorse umane significa poter contare su un quadro normativo chiaro, flessibile, moderno evitando l’eccessiva rigidità delle regole che può penalizzare i lavoratori e le imprese (GiS)
I BILANCI DELL BANCHE DROGATI DALLE BORSE MA L’ITALIA E’ PIU’ SOLIDA
Nonostante il riscatto avvenuto nel 2009sul fronte dei profitti, la ripresa dell’industria bancaria internazionale resta fragile, drogata dalla spinta dell’attività di trading che è per sua natura esposta ai rovesci delle Borse. L’avvertimento è contenuto nell’ultima edizione dello studio che R&S Mediobanca dedica alle maggiori banche commerciali internazionali (62 tra Europa, Stati Uniti e Giappone).
Ulteriore fonte di preoccupazione è poi la debolezza dell’economia reale: nel 2009 le svalutazioni sui crediti sono salite del 19,6% rispetto alla media pre-crisi(1999-2007). Dal documento emerge tuttavia che le banche hano imparato una lezione dalla crisi: fare meno ricorso alla finanza spinta. Nel 2009 infatti la mole dei derivati si è dimezzata sia in Europa (-47%) che negli Usa (-48%) e in Italia è scesa del 24,8 per cento.
Le banche italiane, proprio perché meno inclini alla finanza “estrema” e più concentrate sull’attività tradizionale, dovrebbero comunque avere una migliore tenuta. Le banche italiane sono poi le paladine degli impieghi del vecchio continente: 63,7% sul totale attivo, contro il 44% medio dei big europei, malgrado anche l’Italia abbia due realtà a vocazione internazionale come Unicredit (60,8%) e Intesa Sanpaolo (59.9%). A dominare la classifica made in Italy sono però le popolari con Ubi Banca (80,1%), Bper (76.3%), Bipiemme (74.2%) e il Banco Popolare (70.3%), quindi il Monte dei Paschi (al 67,8%). La nota dolente per l’intero sistema bancario europeo è però che nel 2009 un quarto dei ricavi è andato in fumo per effetto soprattutto delle perdite su crediti: nell’esercizio sono ammontate infatti al 28,1% su un totale dei ricavi pari a 438.774 milioni di euro. In linea col vecchio continente, l’Italia che ha registrato un rapporto svalutazioni su ricavi al 25,1%. La crisi ha poi radicalmente cambiato la classifica dei big in base agli attivi: in Europa al vertice c’è ora la francese Bnp Paribas, complice l’acquisto di Fortis, mentre Bank of America è diventata la prima banca degli Usa scavalcando Ip-Morgan. Restando negli Stati Uniti, dai calcoli di Mediobanca è emerso poi a sorpresa che l’amministrazione Obama ha avuto un ritorno di circa 26 miliardi di dollari in termini di introiti dal piano di emergenza con cui ha puntellato il proprio sistema bancario: in particolare 13,5 miliardi sono stati a titolo di dividendo e il resto da vendita di azioni o Warrant delle banche sussidiate. Voce fuori dal coro resta invece la Cina che proprio nel 2008 ha visto le proprie banche snobbare la crisi internazionale e archiviare l’anno con una crescita dell’utile netto del 32.4% contro un risultato ponderato delle banche Usa, Ue e Giappone negativo del 21,9 per cento.
Il giornale 8 giugno 2010
da MF 16 giugno 2010
La Previdenza complementare ha recuperato gran parte delle perdite registrate nel 2008
FONDI PENSIONE ANCORA DIETRO IL Tfr
Ma nel biennio solo i prodotti chiusi hanno un bilancio positivo, sempre inferiore alla rivalutazione del trattamento di fine rapporto. Adesioni al palo e Covip chiede di integrare gli statali
Sanità, 5 milioni di italiani più poveri per curarsi
e andrà ancora peggio dopo i tagli della Finanziaria alle Regioni!
Da City 16 giugno 2010
rapporto Ceis
Nel 2009 in oltre 2,6 milioni di famiglie almeno un componente ha dovuto rinunciare a sostenere spese sanitarie troppo costore
La spesa sanitaria non coperta dal servizio pubblico fa saltare il biancio familiare. Secondo il VII rapporto Ceis Sanità 2009, dellUniversità Tor Vergata di Roma, nel 2009 sono stati 5 milioni gli italiani che hanno avuto problemi nell’accedere alle cure. Poi: un milione quelli che si sono indabitati molto per spese sanitarie o sociali; 3 milioni i cittadini che sono stati costretti a sostenere spese sanitarie molto elevate rispetto ai propri redditi. E c’è anche chi, di fronte all’evidenza, desiste: in oltre 2,6 milioni di famiglie almeno un componente ha dovuto rinunciare a sostenere spese sanitarie per il peso economico che avrebbero comportato.
Non è uniforme, la mappa dei poveri della salute. I picchi di maggiore impoverimento si registrano in Piemonte, Molise e Liguria; mentre sono più sereni, e soddisfatti, i cittadini di Campania, Marche e Puglia. Tra le spese che provocano maggiori danni agli scarni bilanci, ci sono quelle legate a casi di non autosufficienza. Il 94% degli assistiti in residenze socio-sanitarie per anziani non più autosufficienti e il 90% degli assistiti in residenze sanitarie assistenziali (Rsa) partecipa infatti di tasca propria alle spese della struttura.
Nel prossimo futuro, secondo il Ceis, le Regioni potrebbero essere costrette a reperire, con nuove tasse, ticket o tagli alle prestazioni, circa 6 miliardi per il 2010 e 7 miliardi nel 2011. Lo scopo: coprire la spesa sanitaria del Ssn che dovrebbe assestarsi sui 116,5 miliardi del 2010 e sui 121 nel 2011. Il rischio è che aumenti la disomogeneità tra le regioni: con le risorse distribuite in base all’età della popolazione, per ogni abitante del Trentino Alto Adige vengono erogati 2119 euro. A un campano ne tocca 1638.
I nostri portafogli svuotati
da farmaci, dentisti e specialisti
Medicine da record
Il 70% della spese sostenute dagli italiani è rappresentato dagli acquisti in farmacia. Seguono visite specialistiche e denti.
Ogni gita in farmacia, un salasso. Sono proprio i farmaci, con il loro 70% a pesare di più sulla spesa sanitaria degli italiani non coperta dal sistema sanitario nazionale: lo dicono i dati del rapporto Sanità 2009 del Ceis dell’università di Tor Vergata. Le visite specialistiche pesano per il 10,2%, le cure dentistiche per il 7,4. Spesso anche le analisi si pagano privatamente (6,4%), e pure gli apparecchi hanno la loro incidenza sulla spesa generale (3,8%). Infine, una fetta di spesa, anche se inferiore, va per sostenere le cure della disabilità (1%) e le spese ospedaliere (0,3%).
Ad essere impoverite non sono solo le famiglie degli strati economici più bassi, ma anche quelle di ceto medio. Però il tipo di impegno economico nel campo della medicina tende a cambiare con il crescere del reddito. Più si è ricchi, meno si spende per i farmaci e più invece si spende per visite specialistiche e cure odontoiatriche: vale soprattutto per i single o le coppie senza figli.
Amore di mamma e papà
Le coppie con figli invece tendono a procrastinare la spesa sanitaria per se stessi o affrontarla solo se non porta all’impoverimento, preferendo spendere per i propri figli. Un comportamento protettivo verso i bambini che rischia però di danneggiare la salute dei genitori.
Consulenti finanziari:
l’Albo doveva partire a inizio 2010, invece il DL 30/12/2009 n° 194 ha posticipato al 31/12/2010 la sua creazione.
Riportiamo un articolo di Affari e Finanza ( 14 dicembre 2009) sui contenuti e sulle finalità dell’Albo.
………Omissis……. Una novità importante per i risparmiatori italiani e soprattutto per i detentori di grandi patrimoni, che tradizionalmente sono più disposti a pagare per ricevere un servizio di consulenza di qualità. L’albo consentirà, infatti, di fare chiarezza sulle professionalità dei consulenti indipendenti, che non vengono retribuiti dalla casa madre in base ai prodotti collocati (come avviene per i promotori finanziari), ma con una parcella legata esclusivamente ai consigli offerti. Un rapporto diretto tra risparmiatore e professionista, quindi, che tende a scongiurare casi di “consulenza interessata”. Già oggi sono presenti sul mercato diverse sim di consulenza indipendente; con l’avvio dell’albo la stessa possibilità sarà offerta alle persone fisiche.La Consob ha messo una prima volta in consultazione la bozza del regolamento di attuazione degli articoli 18 bis e 18 ter del decreto legislativo n. 58 del 1998, con scadenza il 18 novembre scorso. In sostanza si tratta del testo che serve a regolamentare l’attività dei consulenti in linea con le disposizioni del Testo Unico sulla Finanza. Raccolti i suggerimenti giunti da associazioni, analisti e singoli cittadini, la Consob ha avviato una nuova consultazione, fissando come ultima scadenza per i nuovi interventi il 4 dicembre.Passata anche questa data, si attende ormai solo che la Consob pubblichi la versione definitiva del regolamento. Una volta definita la figura professionale del consulente finanziario indipendente, non resterà che attendere un decreto del ministero dello Sviluppo Economico, chiamato a identificare l’organismo di gestione e controllo dell’albo.
Nafop, l’Associazione Italiana dei Consulenti Finanziari indipendenti e delle Società di Consulenza Finanziaria Indipendente, promuove i passaggi fin qui compiuti. “Siamo vicini alla svolta”, commenta il presidente Cesare Armellini. “Da parte della Consob è stato mostrato grande interesse per una definizione di tutti gli aspetti ancora in ballo”. Le osservazioni presentate da Nafop si soffermano principalmente su tre aspetti: il regolamento deve tener conto della personalizzazione propria dell’attività di consulenza, modulando gli obblighi di comunicazione e rendiconto in base alle caratteristiche del risparmiatore; la possibilità, per il consulente, di personalizzare i tempi, le modalità ed i luoghi in cui prestare la propria attività; un impianto sanzionatorio graduato in base alla gravità del danno e all’eventuale presenza di dolo nell’azione del professionista. Attualmente, infatti, nel quadro regolamentare è prevista la radiazione anche per chi commetta pure errori materiali.
L’incidente in pausa pranzo non ottiene risarcimento
Il lavoratore che si fa male in pausa pranzo, durante il tragitto di ritorno dal suo domicilio – dove si era recato per andare a mangiare – non ha diritto al risarcimento. La sezione Lavoro della Cassazione, con la sentenza n. 11150, ribadisce e precisa i principi espressi dalla giurisprudenza in materia di "infortunio in itinere".
Secondo il ricorrente la necessità di spostarsi e consumare il pasto nella propria casa era dettata esclusivamente da esigenze di dieta e, inoltre, al momento del sinistro doveva essere considerato in servizio effettivo poiché l'intervallo rientrava nelle normali ore lavorative.
Regime alimentare particolare e rischio elettivo, sono dunque gli elementi centrali di questa causa di lavoro che i giudici esaminano per decidere se per l'incidente risponde l'Inail, con relativo indenizzo, o il lavoratore.
Prima di tutto non risulta e non è stato dimostrato, in sede di giudizio, che ci fosse un accordo aziendale che assimilava al tempo di lavoro la pausa concessa dal datore in corrispondenza dell'ora di pranzo.
Manca anche la documentazione che accerta la necessità di seguire un dieta specifica: le particolari esigenze dietetiche o la ricongiunzione con il nucleo familiare sono circostanze che vanno sempre suffragate da prove concrete.Inoltre, la scelta di recarsi a casa, in un spazio temporale breve, a notevole distanza dal luogo di servizio, con un mezzo condotto da altri, non addetto al trasporto professionale di persone e con modalità di guida poco in linea con le norme del Codice della strada, come la percorrenza della strada ad alta velocità, ha sicuramente aggravato la possibilità che si verificasse un incidente, tanto da escludere il richiesto «nesso casuale».Il rischio elettivo, unico limite alla copertura assicurativa di qualsiasi infortunio, in quanto ne esclude l'essenziale requisito della «occasione di lavoro», quando si riferisce all'infortunio in itinere, assume una nozione molto più ampia rispetto a quelli che si verificano nel corso dell'attività lavorativa vera e propria. Esso infatti comprende comportamenti del lavoratore infortunato di per sé non abnormi, ma semplicemente contrari a norme di legge o di comune prudenza.Pertanto la violazione di norme fondamentali del Codice della strada può integrare, secondo la valutazione del collegio, un «aggravamento del rischio tutelato talmente esorbitante dalle finalità di sicurezza da escludere la stessa in radice». Da “Il Sole 24 Ore” del 17/05/10
Luglio Agosto 2010
S entenze della Cassazione e … Notizie In pillole
da Legge e Giustizia
LA FORMALE EQUIVALENZA FRA LE NUOVE E LE PRECEDENTI MANSIONI NON ESCLUDE LA DEQUALIFICAZIONE - In base all'art. 2103 cod. civ. (Cassazione Sezione Lavoro n. 13281 del 31 maggio 2010, Pres. Vidiri, Rel. Picone).
E' correttamente motivata la decisione del giudice di merito che ha ritenuto sussistere la dequalificazione nel caso di un laureato in informatica che, assunto come analista-programmatore di VI livello (c.c.n.l. metalmeccanici), venga successivamente adibito, in magazzino, a mansioni di tipo amministrativo consistenti nell'inserimento nel sistema informativo dei dati relativi al carico e allo scarico delle merci. In precedenza, invece, presso l'ufficio elaborazione dati e poi presso l'ufficio acquisti, il lavoratore aveva curato lo sviluppo di programmi per la gestione degli acquisti dei materiali e si era occupato degli aspetti informatici relativi alla pianificazione e alla produzione. La norma inderogabile di cui all'art. 2103 cod. civ. è intesa a salvaguardare il diritto del lavoratore alla utilizzazione, al perfezionamento e all'accrescimento del proprio corredo di nozioni di esperienza e di perizia acquisite nella fase pregressa del rapporto e ad impedire conseguentemente che le nuove mansioni determinino una perdita delle potenzialità professionali acquisite o affinate sino al quel momento, o che, per altro verso, comportino una sottoutilizzazione del patrimonio professionale del lavoratore, dovendosi avere riguardo non solo alla natura intrinseca delle attività esplicate dal lavoratore ma anche al grado di autonomia e discrezionalità nel loro esercizio, nonché alla posizione del dipendente nel contesto dell'organizzazione aziendale del lavoro; in siffatta ottica, una violazione della lettera e della ratio dell'art. 2103 cod. civ. può quindi ipotizzarsi, in considerazione degli interessi sostanziali tutelati dal legislatore, anche allorquando si sia in presenza di una modifica qualitativa delle mansioni assegnate al lavoratore; detta modifica può infatti determinare in concreto un progressivo depauperamento del bagaglio culturale del dipendente e una perdita di quelle conoscenze ed esperienze richieste dal tipo di lavoro svolto, che finiscono per tradursi, in ultima analisi, in un graduale appannamento della propria professionalità ed in una sua più difficile futura utilizzazione. Pertanto il divieto di modificazione in peius opera anche quando al lavoratore, nella formale equivalenza delle precedenti e delle nuove mansioni, siano assegnate di fatto mansioni sostanzialmente inferiori sicché nell'indagine circa tale equivalenza non è sufficiente il riferimento in astratto al livello di categoria ma è necessario accertare che le nuove mansioni siano aderenti alla specifica competenza del dipendente, salvaguardandone il livello professionale acquisito e garantendo lo svolgimento e l'accrescimento delle sue capacità professionali.
I LAVORATORI CHE SI ASSENTANO PER MALATTIA DURANTE UNO SCIOPERO HANNO DIRITTO ALLA RETRIBUZIONE - Anche se l'azienda è costretta all'inattività (Cassazione Sezione Lavoro n. 13256 del 31 maggio 2010, Pres. Vidiri, Rel. Stile).
Durante un prolungato periodo di scioperi, fra il marzo e l'ottobre 2000, presso la Witc Specialties Italia S.p.A., con conseguente paralisi dell'attività aziendale, quattro lavoratori si sono assentati per malattia, tre per un giorno e il quarto per tre giorni. L'azienda ha loro trattenuto la retribuzione per questi giorni, in quanto li ha considerati partecipanti allo sciopero. Essi hanno chiesto al Tribunale di Larino di dichiarare illegittime le trattenute sostenendo di essersi assentati per malattia e non per partecipazione allo sciopero. L'azienda si è difesa sostenendo che a causa degli scioperi, accompagnati da azioni di picchettaggio, essa si era trovata nella totale impossibilità di utilizzare il personale dipendente, onde si era verificata una sospensione del rapporto lavorativo. Il Tribunale ha accolto le domande, condannando l'azienda al pagamento delle somme trattenute. Questa decisione è stata confermata, in grado di appello, dalla Corte di Campobasso che ha osservato, tra l'altro, che i lavoratori non avevano manifestato la loro adesione allo sciopero. L'azienda ha proposto ricorso per cassazione, censurando la decisione della Corte di Campobasso per vizi di motivazione e violazione di legge.
La Suprema Corte (Sezione Lavoro n. 13256 del 31 maggio 2010, Pres. Vidiri, Rel. Stile) ha rigettato il ricorso. La Corte ha ricordato che alcune sue precedenti decisioni (n. 1256/91 ed altre) avevano escluso il diritto del lavoratore assente per malattia alla retribuzione in situazioni di impossibilità del datore di lavoro a ricevere la prestazione, ma ha ritenuto più persuasivo l'orientamento espresso dalla sentenza 9 aprile 1998 n. 3691 secondo cui nell'ipotesi in cui il datore di lavoro si trovi nell'impossibilità di ricevere la prestazione lavorativa per causa a lui non imputabile (nella specie, per l'adesione ad uno sciopero da parte della stragrande maggioranza del personale dipendente e la conseguente inutilizzabilità del personale residuo non scioperante), il diritto alla retribuzione non viene meno per quei lavoratori il cui rapporto di lavoro si già sospeso per malattia ai sensi dell'art. 2110 cod. civ. atteso che la speciale disciplina dettata per ragioni di carattere sociale dall'art. 2110 cod. civ. investe in via esclusiva il rapporto tra datore di lavoro e singolo lavoratore, e su di essa non possono pertanto incidere le ragioni che, nel medesimo periodo di sospensione del rapporto, rendano impossibile la prestazione di altri dipendenti in servizio, senza che, peraltro, possa in tal modo configurarsi una violazione del principio di parità di trattamento, posto che detto principio non può essere validamente invocato al fine di eliminare un regime differenziale voluto a tutela di particolari condizioni già ritenute meritevoli di un trattamento privilegiato. Da tutto ciò consegue - ha affermato la Corte - che gli attuali resistenti, per la concomitante loro assenza dal lavoro in coincidenza con l'astensione, per sciopero, degli altri dipendenti della società ricorrente, stante la già evidenziata non collegabilità - ai fini che qui rilevano - del rapporto lavorativo dei primi con quello dei secondi, non potevano come correttamente ha osservato il Giudice di appello essere privati della retribuzione, nel momento in cui, impossibilitati a rendere la prestazione per motivi di salute, non avevano comunque manifestato l'intenzione di aderire allo sciopero, dovendo, in applicazione, appunto, del disposto dell'art. 2110 cod. civ., essere loro attribuita la retribuzione, proprio perché, nella valutazione di evidenti ragioni di contenuto sociale, la peculiare natura dell'impedimento dei lavoratori deve portare a derogare l'impostazione normativa dell'art. 1463 cod. civ.. In questa prospettiva - ha rilevato la Corte - nessuna valenza, in senso contrario, può assumere la coincidenza tra l'insorgenza della malattia dei lavoratori e le giornate delle astensioni dal lavoro degli altri dipendenti per sciopero, atteso che non può parlarsi, come pretenderebbe la società ricorrente, di unicità di sospensione del rapporto di lavoro sia per i lavoratori "sani" che per quelli "malati", e ciò perché la non collegabilità tra i diversi rapporti dei predetti comporta che la sospensione per effetto dalla malattia del lavoratore non si aggiunge a quella concernente il rapporto dei lavoratori "sani", tanto da determinare un mutamento del titolo legittimante la sospensione stessa, bensì si concretizza in modo autonomo e distinto, come se l'impedimento a rendere la prestazione lavorativa per effetto della malattia fosse insorto in un giorno di normale espletamento dell'attività aziendale
CONSERVAZIONE DEL POSTO DI LAVORO PER CHI SIA DIVENUTO DISABILE PER INFORTUNIO O MALATTIA PROFESSIONALE - In base alla legge n. 68 del 12 marzo 1999 (Cassazione Sezione Lavoro n. 13164 del 28 maggio 2010, Pres. Vidiri, Rel. Monaci).
Il settimo comma dell'art. 1 della legge 12 marzo 1999, n. 68, dispone che "i datori di lavoro, pubblici e privati, sono tenuti a garantire la conservazione del posto di lavoro a quei soggetti che, non essendo disabili al momento dell'assunzione, abbiano acquisito per infortunio sul lavoro o malattia professionale eventuali disabilità"; il precedente primo comma dello stesso articolo precisa, al punto a) che la legge si applica, tra le altre, "alle persone in età lavorativa affette da minorazioni fisiche, psichiche o sensoriali e ai portatori di handicap intellettivo, che comportino una riduzione della capacità lavorativa superiore al 45 per cento accertata dalle competenti commissioni per il riconoscimento dell'invalidità civile in conformità alla tabella indicativa delle percentuali di invalidità per minorazioni e malattie invalidanti".
La tutela prevista dalla legge presuppone il riconoscimento al lavoratore, da parte dell'apposita commissione, di una percentuale di invalidità civile superiore al 45%
L'USO AZIENDALE E' FONTE DI UN OBBLIGO UNILATERALE DI CARATTERE COLLETTIVO - L'accertamento della sua esistenza è rimesso al giudice di merito (Cassazione Sezione Lavoro n. 8240 del 7 aprile 2010, Pres. De Luca, Rel. Balletti).
L'esistenza di un uso aziendale, quale fonte di un obbligo unilaterale di carattere collettivo che agisce sul piano dei rapporti individuali con la stessa efficacia di un contratto collettivo aziendale, deve essere accertata dal giudice di merito la cui valutazione è incensurabile in sede di legittimità se non per violazione di criteri legali di ermeneutica contrattuale e per vizi di motivazione. Esso richiede il protrarsi nel tempo di comportamenti che abbiano carattere generale in quanto applicati nei confronti di tutti i dipendenti dell'azienda con lo stesso contenuto, e non è escluso da eventuali differenziazioni, giustificate dalla diversità delle mansioni o delle qualifiche, purché tali differenziazioni abbiano chiarezza nella loro soggettiva estensione e non siano fondate su eventi pressoché unici costituenti negazione dell'uso.
ANCHE IL DANNO FUTURO E' RISARCIBILE - A condizione che sussista un elevato grado di probabilità (Cassazione Sezione Lavoro n. 10016 del 27 aprile 2010, Pres. Vidiri, Rel. Meliadò).
In tema di risarcimento del danno, quale conseguenza del fatto illecito altrui, è pur sempre necessaria la dimostrazione, da parte del danneggiato, non solo della potenzialità lesiva del fatto altrui, ma anche che tale fatto sia stato causa di un danno concreto. Con la conseguenza che è suscettibile di risarcimento anche il danno futuro, ma a condizione che sussista un elevato grado di probabilità che esso si verifichi secondo un criterio di regolarità (id quod plerumque accidit), rimesso al prudente apprezzamento del giudice di merito, alla luce di tutte le circostanze rilevanti nella fattispecie.