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Timestamp: 2015-05-22 19:03:38+00:00
Document Index: 154455220

Matched Legal Cases: ['art. 180', 'art. 183', 'art. 183', 'art. 183', 'art. 268', 'art. 268', 'art. 105', 'art. 268', 'art. 48', 'art. 187', 'sentenza ', 'art. 105', 'art. 102', 'art. 268', 'art. 105', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 268', 'art. 268', 'art. 105']

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1. Fase introduttiva ed udienza ex art. 180 c.p.c. - 2. Fissazione delle udienze e rinvii per trattative - 3. Adempimenti connessi alla fissazione dell’udienza di trattazione prevista dall’art. 183 c.p.c. - 4. Memorie ex art. 183 cod. proc. civ. - 5. Proposte sugli adempimenti relativi alle istanze istruttorie ed alla loro ammissione - 6. Spunti problematici di dottrina e giurisprudenza ai fini dell’individuazione di una prassi uniforme - 6.1. Proposizione di domande da parte di uno dei convenuti nei confronti di altro convenuto - 6.2. Rilevabilit� o meno d’ufficio della tardivit� della “domanda nuova” e conseguente irrilevanza o meno della c.d. accettazione del contraddittorio sulla domanda nuova ad opera della controparte. - 6.3. Chiamata in causa del terzo da parte dell’attore ai sensi dell’art. 183, comma 4, c.p.c. - 6.3.1. La questione della rilevabilit� d’ufficio delle preclusioni - 6.3.2. La costituzione del terzochiamato. I poteri del terzo e delle parti originarie - 6.4. Intervento volontario del terzo - Applicazione dell’art. 268 c.p.c.	01.01.2003
6.4. Intervento volontario del terzo – Applicazione dell’art. 268 c.p.c.
L’art. 105 c.p.c. consente che uno o più soggetti possano entrare, spontaneamente, in un processo - nel suo primo grado - già in corso, assumendo, per questo semplice fatto, la qualità di parte. Per intervenire efficacemente in causa, il terzo deve esssere portatore di un interesse giuridico, correlato ad una determinata situazione di fatto. Da ciò deriva che l’interveniente è titolare di un rapporto processuale autonomo rispetto a quello sul quale si innesta. Con il suo intervento, il terzo allarga l’oggetto del processo, a meno che non abbia preso l’iniziativa al mero fine di sostenere le ragioni di una delle parti, come previsto dal 2° comma (c.d. intervento adesivo dipendente). Inoltre, crea un litisconsorzio, in quanto l’intervento è consentito non a chiunque, ma solo a chi proponga una domanda connessa con l’originaria per l’oggetto o per il titolo. Ma fino a quale momento del cammino processuale il terzo può validamente intervenire? L’art. 268 c.p.c., 1° comma, prevede che l’intervento possa “aver luogo fino a che non vengano precisate le conclusioni.” Questa disposizione appare invero molto netta ed inequivocabile: non è possibile intervenire dopo l’udienza di precisazione delle conclusioni. Peraltro, può darsi il caso che - nei limiti stabiliti dall’art. 48 ord. giud. - il collegio rimetta la causa al giudice istruttore, ex art. 187, 4° comma, nonché in ogni caso, quando sia necessario un supplemento di istruttoria. Da valutare una possibilità di intervento in tali casi anche in relazione ad un’eventuale sentenza non definitiva già emessa. Un’ultima precisazione: l’intervento si dovrebbe ritenere inammissibile durante il periodo di sospensione od interruzione, per ovvi motivi di corretta gestione dell’iter processuale.
I problemi sorgono con l’analisi del secondo comma della disposizione in esame. In esso infatti si concentra la sostanza e la potenzialità dell’intervento, giacché l’interveniente “non può compiere atti che al momento dell’intervento non sono più consentiti ad alcuna altra parte”, con la limitazione a tale regola data dal fatto che egli intervenga “per l’integrazione necessaria del contraddittorio.” Dunque: una delle prime decadenze che si incontrano nel nostro processo civile è data dalla possibilità di proporre domande riconvenzionali. Ponendo come termine ultimo il momento della precisazione delle conclusioni, egli non potrà certo proporre alcuna domanda riconvenzionale, in quanto potere precluso a tutte le altre parti. Potrà, ovviamente, introdurre una domanda nuova, in quanto il primo comma dell’art. 105 c.p.c. prevede, come elemento connaturato all’intervento, proprio lo scopo di far valere un diritto in giudizio. Avrà il potere di avanzare tutte le richieste istruttorie necessarie per giustificare la fondatezza del suo diritto (LIEBMAN, Manuale, II, 66; SATTA-PUNZI, Diritto, 384). Nessuna preclusione può essere individuata per chi interviene per l’integrazione del contraddittorio necessario ex art. 102 c.p.c. (PROTO PISANI, La nuova disciplina, 259).
La giurisprudenza di merito, sul punto, appare ancora molto incerta, mancando di coordinare la disposizione dell’art. 268 con quella dell’art. 105 c.p.c.: in tal senso, illuminante è la sentenza del Tribunale di Roma del 17 febbraio 1998 che afferma, semplicisticamente, che “scaduto il termine per la tempestiva costituzione del convenuto, il terzo può spiegare soltanto intervento adesivo dipendente, cioè caratterizzato dall’assenza di domande giudiziali.” Una tale pronuncia parrebbe non trovare alcuna giustificazione nell’impianto processuale relativo all’intervento del terzo. Nella nota a detta sentenza in Giust. Civ., 1999, I, 3471, possiamo trovare alcuni interessanti spunti per elaborare una precisa teoria sul punto.
Anche il Tribunale di Milano del 29 ottobre 1998 ed il successivo Tribunale di Torino del 7 giugno 2000 seguono la tesi del Tribunale di Roma testè citata.
La giurisprudenza di legittimità appare invece più attenta, se è vero che Cass. 14 maggio 1999, n. 4771, stabilisce che “la formulazione della domanda costituisce l’essenza stessa dell’intervento principale, sicché la preclusione sancita dall’art. 268 c.p.c. non si estende all’attività assertiva del volontario interveniente nei cui confronti non opera il divieto di proporre domande nuove che vincola le parti originarie.”
Questa pronuncia dichiara possibile la proposizione di una domanda fino al momento della precisazione delle conclusioni, senza tuttavia che tale domanda possa essere seguita da eventuale attività istruttoria: la sentenza, infatti, si limita a consentire l’attività “assertiva” dell’interveniente.
Se, dunque, sussistono queste macroscopiche differenze tra la giurisprudenza di legittimità e quella di merito, come sopra si è brevemente indicato, ciò significa che il coordinamento tra le due disposizioni dell’art. 268 e dell’art. 105 c.p.c. è foriero di equivoci ed applicazioni notevolmente difformi.
Peraltro, qualora si volesse proporre un indirizzo da seguire, si potrebbe ritenere che la decisione sopra richiamata della Corte di Cassazione sia indicativa di un compromesso da seguire nell’interpretazione sistematica delle norme sull’intervento del terzo: possibilità di proporre una domanda fino alla precisazione delle conclusioni, ma sempre che essa non comporti attività istruttoria - la Corte di legittimità parla di attività assertiva - per impedire un uso distorto dello strumento a fini dilatori.