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Timestamp: 2020-08-09 03:02:12+00:00
Document Index: 33454212

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 3', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art.155', 'sentenza ', 'sentenza ']

Avv. Federico Vaccaro » Aree di Competenza
La separazione dei coniugi è disciplinata sia dalle norme contenute nel codice civile (artt. 150 e ss.) e di procedura civile, che da norme speciali.
Con la separazione, i coniugi intraprendono il primo passo, al fine di porre fine al rapporto giuridico instauratosi con il matrimonio. Ma sarà solo con la sentenza di divorzio che cesserà definitivamente il vincolo matrimoniale e le parti perderanno lo status di coniuge.
Oggi la separazione può essere chiesta da ciascuno dei coniugi per qualsiasi motivo che renda intollerabile la prosecuzione della vita coniugale, indipendentemente dalla colpa di uno dei due coniugi.
Tra la separazione ed il divorzio devono intercorrere almeno tre anni, che decorrono dalla data di comparizione dei coniugi separandi dinnanzi al Tribunale. Affinché decorrano i tre anni previsti dalla legge, è quindi necessario che si verifichi una situazione di separazione instaurata nelle forme previste dalla legge e cioè mediante ricorso al Tribunale. Una separazione di fatto, consistente semplicemente nella cessazione della convivenza, non produce effetti sul piano giuridico e non è idonea a far decorrere il termine di tre anni per la richiesta di divorzio.
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Trascorsi tre anni dal giorno della separazione è possibile avviare le procedure per ottenere il divorzio. La procedura di divorzio (che può essere congiunto o giudiziale), si instaura con la presentazione di un ricorso al Tribunale per la cessazione degli effetti civili del matrimonio.
Domanda di divorzio congiunto.
Seguendo questa modalità la domanda per divorziare viene presentata in modo congiunto da entrambi i coniugi, nel caso siano concordi circa gli effetti che produrrà il divorzio. In questo caso è permessa l’assistenza di un unico legale. Il Tribunale competente sarà quello in cui i coniugi avevano l’ultima residenza in comune, oppure dove risiede attualmente uno dei due. Per il divorzio congiunto è comunque prevista ed obbligatoria l’assistenza di un legale a seguito dell’introduzione del “Decreto Competitività” emanato nel 2005.
Per la procedura di divorzio congiunto è sufficiente lo svolgimento di una sola udienza. La Legge richiede che i coniugi compaiano personalmente in Tribunale per essere ascoltati. Nel colloquio si verifica che la comunione spirituale e materiale non possa essere più mantenuta o ricostituita. In Camera di Consiglio si valuta che il contenuto del ricorso sia conforme alla normativa vigente, si verifica l’esistenza di uno o più requisiti previsti nell’art. 3 L. 898/70, e si emette quindi la sentenza di divorzio (o meglio sentenza di dichiarazione di cessazione degli effetti civili del matrimonio).
Domanda di divorzio giudiziale.
Nel caso non ci sia l’accordo sul divorzio, uno dei due coniugi deve rivolgersi ad un legale, che procederà con la presentazione del ricorso.
ll divorzio giudiziale si svolge invece davanti al Presidente del Tribunale, che ha il compito di tentare la conciliazione tra i coniugi, che devono essere entrambi presenti con il proprio avvocato difensore.
Se la conciliazione da parte del Presidente non va a buon fine, egli procederà con l’emanazione di un’ordinanza in cui vengono indicati i provvedimenti provvisori ed urgenti da applicare nell’interesse sia dei due coniugi che dei figli (ad esempio: assegno di mantenimento, regolamentazione del diritto di visita), generalmente facendo proprie le condizioni stabilite in sede di separazione, ma è libero di disporre diversamente. Inoltre il Presidente può ascoltare i figli anche se hanno un’età inferiore ai 12 anni, purché siano “capaci di discernimento” (L.54/06 art.155-sexies). Nella stessa ordinanza il Presidente del Tribunale nominerà un Giudice Istruttore, incaricato di seguire la causa di separazione e fisserà anche la data dell’udienza di comparizione e trattazione davanti a quest’ultimo. Il procedimento di divorzio proseguirà poi con il rito ordinario.
Alla conclusione del procedimento contenzioso il giudice emetterà la sentenza di divorzio (o meglio sentenza di dichiarazione di cessazione degli effetti civili del matrimonio).
Accade spesso che il viaggio-vacanza, divenuto nella nostra società un evento quasi imprescindibile per ridurre i forti carichi di stress subiti dalla vita quotidiana, si trasformi in un vero e proprio incubo.
In questi casi, con il verificarsi dei presupposti individuati dalla giurisprudenza, è sussiste il diritto di chi subisce un danno al risarcimento. Quali sono dunque i rimedi a disposizione di chi ritenga di aver subito un pregiudizio in conseguenza delle inefficienze o della mancanza di professionalità dell’agente di viaggio, del tour operator, del vettore o delle strutture ricettive alle quali ci siamo affidati? La legge prevede che l’organizzatore di viaggi risponda di qualunque pregiudizio causato al viaggiatore dall’inadempimento totale o parziale dei suoi obblighi di organizzazione quali risultano dal contratto.
Al di la dei tecnicismi questo vuole dire che il viaggiatore ha il diritto di essere risarcito sia dei danni patrimoniali che non patrimoniali subiti in seguito all’inadempimento dell’organizzatore.
La recente giurisprudenza, particolarmente attenta alla tutela del consumatore, ha allargato la protezione di tale soggetto debole, delineandone, spesso i limiti o addirittura creando la relativa disciplina del risarcimento del danno da “vacanza rovinata”.
Sempre più spesso, soprattutto nel periodo di crisi attuale, l’Agenzia delle Entrate-Riscossione notifica provvedimenti esecutivi a cittadini che non sono stati in grado di pagare quanto richiesto dall’Amministrazione Finanziaria, dall’INPS e degli enti pubblici territoriali (Comuni, Regioni e Province): si tratta di iscrizioni ipotecarie, pignoramenti sui conti correnti, fermi amministrativi di veicoli.
Ma i suddetti atti esecutivi sono sempre legittimi? È possibile difendersi dai loro effetti?
La risposta ovviamente non può essere univoca, dipende dai singoli casi; spesso però sono carenti i presupposti dei suddetti provvedimenti oppure è viziato il procedimento che li disciplina, con gravissimo pregiudizio dei diritti e dell’integrità patrimoniale dei cittadini.
Infatti i poteri attribuiti dalla legge al Concessionario per la Riscossione sono enormi in quanto permettono di incidere direttamente nella sfera giuridica del contribuente; gli atti emessi dall’Agenzia delle Entrate-Riscossione sono direttamente esecutivi: non è necessario cioè rivolgersi ad un giudice per potersi rivalere sul patrimonio del debitore.
Ma i suddetti poteri, giustificati dalla natura pubblicistica dei crediti da riscuotere, devono essere contemperati da regole rigidissime a tutela dei contribuenti, onde evitare abusi; il primo presupposto è l’esistenza di un debito certo ed esigibile.
Spesso il tributo non è dovuto ed anche la cartella di pagamento spesso non raggiunge il destinatario che quindi non ha contezza dell’esistenza del debito; addirittura spesso non viene notificato neanche il provvedimento esecutivo con il risultato che il contribuente viene a sapere dalla banca dell’esistenza di un’ipoteca su un immobile posto a garanzia di un mutuo.
Ma come difendersi da tutto ciò?
La prima cosa da fare è verificare se gli enti impositori (Agenzia delle Entrate, Comuni, etc.) ed Agenzia delle Entrate-Riscossione hanno rispettato la normativa di legge in materia e se il procedimento di notifica delle cartelle di pagamento e degli atti esecutivi è stato attuato correttamente; in caso contrario è possibile proporre ricorso presso le Commissioni Tributarie per contestare la debenza del tributo o anche per soli vizi formali, come irregolarità nelle notifiche ed eventuale decorso dei termini di decadenza per l’accertamento e l’iscrizione a ruolo.
È di fondamentale importanza attivarsi quanto prima: i suddetti procedimenti dinanzi alle Commissioni Tributarie hanno termini perentori per cui eventuali ritardi potrebbero compromettere in modo irreparabile le possibilità di successo.