Source: https://www.tuttoambiente.it/sentenze-premium/rifiuti/?s_item=747d3443e319a22747fbb873e8b2f9f2
Timestamp: 2020-05-30 06:09:24+00:00
Document Index: 55937008

Matched Legal Cases: ['art. 256', 'sentenza ', 'art. 62', 'sentenza ', 'art. 256', 'sentenza ', 'art. 183', 'sentenza ', 'art. 616']

Cass. Pen. Sez. VII 12/05/2020 n. Ord. n. 14628 - Discarica non autorizzata: non è richiesta una durata temporale prefissata - Tuttoambiente.it
Discarica non autorizzata: non è richiesta una durata temporale prefissata
n. Ord. n. 14628
Non è richiesta una durata temporale predefinita ai fini della condotta delittuosa di cui all’art. 256, terzo comma del D.L.vo 152/2006, essendo soltanto necessario che l'attività di abbandono dei rifiuti non si configuri come meramente occasionale, ma sia invece reiterata nel tempo e dunque idonea a trasformare lo spazio occupato in un ricettacolo con tendenziale carattere di definitività.
Con la sentenza in epigrafe indicata la Corte di Appello di Palermo ha integralmente confermato la pronuncia resa all'esito del primo grado di giudizio dal Tribunale di Agrigento che ha condannato L. E. alla pena di sei mesi di arresto e C 3.500,00 di ammenda ritenendolo responsabile del reato di cui agli artt. 256, terzo comma d. lgs. 152/2006 e 13 d. lgs. 209/2013 perché senza autorizzazione gestiva una discarica in cui venivano rinvenuti vari rifiuti speciali, ed effettuava le operazioni di trattamento dei veicoli fuori uso e di loro componenti anche in violazione delle prescrizioni contenute nell'art. 62 del medesimo decreto.
Avverso tale sentenza l'imputato ha proposto ricorso per cassazione articolando un unico motivo con il quale lamenta l'illogicità della motivazione e la inosservanza ed erronea applicazione della legge sostenendo che in tanto è configurabile una discarica abusiva in quanto l'accumulo dei rifiuti all'interno di una determinata area sia ripetuto nel tempo, si componga di materiali eterogenei abbandonati in modo definitivo e vi sia degrado quanto meno tendenziale dello stato dei luoghi. Deduce che al contrario nella fattispecie mancava la prova dell'elemento temporale, ovverosia l'esistenza della discarica da oltre un anno, essendosi la Corte di Appello limitata a recepire la conclusione meramente congetturale tratta dal perito che pure precisava l'impossibilità di determinare l'epoca della collocazione in assenza di un registro di carico e scarico, laddove dall'espletata istruttoria era chiaramente emersa la temporaneità del deposito dei rifiuti, provata da una serie di fatture emesse dall'imputato concernenti la vendita di diversi oggetti presenti in tale area. Sostiene pertanto che in difetto dei presupposti caratterizzanti ex lege la discarica abusiva, il contestato raggruppamento di rifiuti doveva essere qualificato come deposito temporaneo, attività questa non richiedente alcuna preventiva autorizzazione
Il ricorso, compendiandosi in censure di natura esclusivamente fattuale peraltro introduttive di questioni ma devolute innanzi ai giudici del gravame, deve essere dichiarato inammissibile. Deve essere preliminarmente chiarito che la discarica abusiva di cui all'art. 256 comma terzo d. Igs. 152/2006 si configura come accumulo di rifiuti in quantità considerevole sulla medesima area realizzato per effetto di una condotta ripetuta con conseguente degrado anche solo tendenziale dello stato dei luoghi (Sez. 3, n. 47501 del 13/11/2013, Caminotto, Rv. 257996): caratteri questi che la sentenza impugnata ha ben delineato con riferimento alla fattispecie concreta, evidenziando la eterogeneità dei materiali raccolti, la loro stessa tipologia essendo ivi compresi tanto rifiuti di natura non pericolosa quanto pericolosa, alcuni raggruppati per genere, altri ammassati alla rinfusa, la loro entità in relazione all'estensione della superficie occupata, ed il complessivo stato di degrado del luogo. La questione dell'elemento temporale, su cui si appuntano le contestazioni difensive, è comunque manifestamente infondata. Non è infatti richiesta una durata temporale predefinita ai fini della condotta delittuosa in contestazione, essendo soltanto necessario che l'attività di abbandono dei rifiuti non si configuri come meramente occasionale, ma sia invece reiterata nel tempo e dunque idonea a trasformare lo spazio occupato in un ricettacolo con tendenziale carattere di definitività, così come accertato dai giudici palermitani. Sul punto la Corte territoriale, pur dando atto dell'impossibilità di determinare con precisione l'epoca di collocazione dei rifiuti, perviene ciò nondimeno attraverso la relazione tecnica del funzionario competente avvalorata dalle ulteriori risultanze probatorie alla conclusione che la raccolta dei rifiuti fosse risalente nel tempo, escludendone il carattere di "temporaneità" asserito dall'imputato.
La durata di un anno menzionata dalla difesa è invece riferita alla sola ipotesi, non ricorrente nel caso di specie, in cui il raggruppamento dei rifiuti effettuato nel luogo in cui sono stati prodotti e derivati dallo stesso processo produttivo sia stato originariamente realizzato sotto forma di deposito temporaneo, funzionale cioè al loro successivo smaltimento, nel qual caso vi è il divieto incondizionato di permanenza dei rifiuti nel sito di deposito per un periodo superiore all'anno ovvero, nel caso in cui gli stessi superino il volume dei 30 mc. al trimestre (Sez. 3, n. 50129 del 28/06/2018 - dep. 07/11/2018, Rv. 273965), decorso il quale l'accumulo dei rifiuti da deposito si trasforma in discarica.
La configurabilità di un deposito temporaneo fatta valere per la prima volta dalla difesa con il presente procedimento e dunque già di per sé inammissibile in ragione della novità della censura, è in ogni caso manifestamente infondata ove si consideri che occorrono a tal fine gli specifici requisiti richiesti dall'art. 183 bb) d. Igs. 152/2006, gravando sull'imputato, trattandosi di un regime giuridico più favorevole rispetto alla disciplina ordinaria, il relativo onere probatorio (Sez. 3, n. 29084 del 14/05/2015 - dep. 08/07/2015, Favazzo e altro, Rv. 264121). Tenuto conto della sentenza del 13.6.2000 n.186 della Corte Costituzionale e rilevato che, nella fattispecie, non sussistono elementi per ritenere che "la parte abbia proposto il ricorso senza versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità" all'esito del ricorso consegue, a norma dell'art. 616 cod. proc. pen., l'onere delle spese del procedimento, nonché quello del versamento di una somma, in favore della Cassa delle Ammende, equitativamente fissata come in dispositivo