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Timestamp: 2018-06-18 13:19:47+00:00
Document Index: 87288838

Matched Legal Cases: ['art. 22', 'art. 24', 'art. 38', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 22', 'art. 24', 'art. 14', 'art. 295', 'art. 2697', 'art. 2697', 'art. 116', 'art. 2094', 'sentenza ', 'art. 2116', 'art. 13', 'art. 1']

CORTE DI CASSAZIONE - Ordinanza 26 luglio 2017, n. 18606 - Cancellazione dagli elenchi anagrafici di un bracciante per insussistenza del rapporto di lavoro - Reiscrizione - Studio Cerbone
CORTE DI CASSAZIONE – Ordinanza 26 luglio 2017, n. 18606 – Cancellazione dagli elenchi anagrafici di un bracciante per insussistenza del rapporto di lavoro – Reiscrizione
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CORTE DI CASSAZIONE – Ordinanza 26 luglio 2017, n. 18606
Bracciante agricolo – Cancellazione dagli elenchi anagrafici – Insussistenza del rapporto di lavoro – Reiscrizione
– la Corte di appello di Catania ha respinto l’impugnazione di N.Z., bracciante agricolo, intesa ad ottenere la reiscrizione negli elenchi anagrafici per l’anno 2007, a seguito di cancellazione disposta dall’I.N.P.S. sul presupposto dell’insussistenza del denunciato rapporto di lavoro alle dipendenze della società cooperativa “M. e P.”; ha innanzitutto ritenuto la Corte territoriale che il ricorrente non fosse incorso nella decadenza di cui all’art. 22 del D.L. n. 7 del 1970 convertito nella legge n. 83/1970 (norma abrogata dall’art. 24 del D.L. n. 112/2008 e ripristinata dall’art. 38, co. 4, del D.L. n. 98/2011, convertito in L. n. 111/2011 solo con decorrenza dall’entrata in vigore del decreto);
quanto al merito ha evidenziato che le emergenze dell’istruttoria svolta non fossero state tali da contrastare le risultanze degli accertamenti ispettivi circa la fittizietà del rapporto formalmente denunciato come subordinato;
– avverso la sentenza ricorre per cassazione N. Z., affidandosi a sei motivi;
– con i motivi del ricorso principale è denunciata la violazione e falsa applicazione degli artt. 2700, 2727 e 2729 cod. civ., degli artt. 115 e 116 cod. proc. civ., degli artt. 2697 e 2698 cod. civ., in relazione alla valenza attribuita al verbale ispettivo, all’operata inversione dell’onere della prova, nonché degli artt. 2094, 2104, 2381 e 2521 cod. civ., art. 1, co. 3, della L. n. 142/2001 ed ancora degli artt. 115 e 116 cod. proc. civ. in relazione alla riduttiva attribuzione al solo sig. F. A. della qualifica e dei poteri del datore di lavoro, spettanti invece alla cooperativa ed alla complessiva valutazione delle dichiarazioni rese dal predetto, agli artt. 115, 116 e 246 cod. proc. civ. in relazione al giudizio di non credibilità delle deposizioni testimoniali ed infine degli artt. 2116 cod. civ. e 115 e 116 cod. proc. civ. riguardo all’aprioristica affermazione della fittizietà dei rapporti con la cooperativa;
– con in ricorso incidentale condizionato l’I.N.P.S. denuncia la falsa applicazione dell’art. 22 del D.L. n. 7/70, convertito nella legge n. 83/70, contestando la ritenuta abrogazione ad opera dell’art. 24 del decreto legge n. 112/08, a far data dal centottantesimo giorno successivo alla sua entrata in vigore del 25.6.2008 ed evidenziando la salvezza della suddetta norma per effetto dell’art. 14, co. 7, della L. n. 246/2005;
– è stato, altresì, affermato che il giudizio intentato dal lavoratore per ottenere la reiscrizione e/o una determinata prestazione non ha natura impugnatoria del provvedimento di cancellazione né presenta carattere pregiudiziale, al punto che nella controversia avente ad oggetto l’attribuzione di una qualche prestazione previdenziale lo status di bracciante agricolo può essere accertato incidenter tantum, sempre con onere della prova a carico del lavoratore e senza obbligo di sospensione ex art. 295 cod. proc. civ., in pendenza di distinta controversia per la reiscrizione nell’elenco (cfr. Cass. 23 dicembre 2011, n. 28716; Cass. 12 giugno 2000, n. 7995);
– nel caso in esame la Corte territoriale ha fatto corretta applicazione degli indicati principi verificando se fosse stata fornita dal ricorrente la prova dell’esistenza, della durata e della natura onerosa del rapporto di lavoro dedotto a fondamento del diritto all’iscrizione e, a tal fine, effettuando una comparazione di tutti i contrapposti elementi acquisiti alla causa e sottoposti al proprio prudente apprezzamento (e così valorizzando, rispetto a quanto affermato dai testi di parte ricorrente, le dichiarazioni rese agli ispettori dell’I.N.P.S. da F.A. e G.A. e le circostanze oggettive evidenziate dai medesimi ispettori ed in particolare quella che F. A. effettivamente risultava aver prestato per l’anno 2007 attività lavorativa presso altra azienda agricola e quella del mancato pagamento della contribuzione da parte della “M. e P.” per gli operai denunciati dall’anno 2002 al 2007);
– quanto alla doglianza relativa all’attribuita rilevanza al verbale ispettivo (che, come è noto, “fa piena prova, fino a querela di falso, con riguardo ai fatti attestati dal pubblico ufficiale come avvenuti in sua presenza e conosciuti senza alcun margine di apprezzamento o da lui compiuti, nonché alla provenienza del documento dallo stesso pubblico ufficiale ed alle dichiarazioni delle parti, mentre la fede privilegiata non si estende agli apprezzamenti ed alle valutazioni del verbalizzante né ai fatti di cui i pubblici ufficiali hanno avuto notizia da altre persone, ovvero ai fatti della cui verità si siano convinti in virtù di presunzioni o di personali considerazioni logiche” – cfr. ex multis Cass. 27 ottobre 2008, n. 25842 -), non sussiste la denunciata violazione di legge atteso che tale documento non è stato acriticamente recepito dalla Corte territoriale. Quest’ultima non ha affatto escluso la possibilità che le risultanze del verbale ispettivo potessero essere contrastate con altri esiti istruttori raccolti in corso di causa ed anzi ha verificato la fondatezza delle discordanze e contraddizioni riscontrate dagli ispettori proprio alla luce delle ulteriori emergenze processuali;
– anche la dedotta violazione degli artt. 115 e 116 cod. proc. civ., dell’art. 2697 cod. civ. è mal posta sol che si consideri che una violazione o falsa applicazione di norme di legge, sostanziale o processuale, non può dipendere o essere in qualche modo dimostrata dall’erronea valutazione del materiale probatorio. Al contrario, un’autonoma questione di malgoverno degli artt. 115 e 116 cod. proc. civ. e dell’art. 2697 cod. civ. può porsi solo allorché il ricorrente alleghi che il giudice di merito: – abbia posto a base della decisione prove non dedotte dalle parti ovvero disposte d’ufficio al di fuori o al di là dei limiti in cui ciò è consentito dalla legge; – abbia fatto ricorso alla propria scienza privata ovvero ritenuto necessitanti di prova fatti dati per pacifici; – abbia disatteso, valutandole secondo il suo prudente apprezzamento, delle prove legali, ovvero abbia considerato come facenti piena prova, recependoli senza apprezzamento critico, elementi di prova che invece siano soggetti a valutazione; – abbia invertito gli oneri probatori. E poiché, in realtà, nessuna di tali situazioni è rappresentata nei rilievi anzi detti, le relative doglianze sono mal poste. Nella specie, la violazione delle norme denunciate è tratta, in maniera incongrua e apodittica, dal mero confronto con le conclusioni cui è pervenuto il giudice di merito. Di tal che la stessa – ad onta dei richiami normativi in essi contenuti – si risolve nel sollecitare una generale rivisitazione del materiale di causa e nel chiederne un nuovo apprezzamento nel merito, operazione non consentita in sede di legittimità neppure sotto forma di denuncia di vizio di motivazione;
– si aggiunga in ogni caso che, a nonna dell’art. 116 cod. proc. civ., rientra nel potere discrezionale – come tale insindacabile – del giudice di merito individuare le fonti del proprio convincimento, apprezzare all’uopo le prove, controllarne l’attendibilità, l’affidabilità e la concludenza e scegliere, tra le varie risultanze istruttorie, quelle ritenute idonee e rilevanti, con l’unico limite di supportare con congrua e logica motivazione l’accertamento eseguito (v., ex aliis, Cass. 11 giugno 1998, n. 5802; Cass. 4 febbraio 2004, n. 2090; Cass. 25 gennaio 2006, n. 1380);
– quanto, poi, alla dedotta violazione dell’art. 2094 cod. civ. in relazione alla ritenuta insussistenza di un rapporto di lavoro subordinato sulla base di una erronea ricognizione del materiale probatorio va ricordato che la denunciata violazione di legge postula l’erronea sussunzione della fattispecie concreta in quella astratta regolata dalla disposizione di legge, mediante specificazione delle affermazioni in diritto contenute nella sentenza impugnata che motivatamente si assumano in contrasto con le norme regolatrici della fattispecie e con l’interpretazione delle stesse fornita dalla giurisprudenza di legittimità o dalla prevalente dottrina: così da prospettare criticamente una valutazione comparativa fra opposte soluzioni, non risultando altrimenti consentito alla Corte regolatrice di adempiere al proprio compito istituzionale di verifica del fondamento della violazione denunziata (v. Cass. 31 maggio 2006, n. 12984; Cass. 28 febbraio 2012, n. 3010; Cass. 26 giugno 2013, n. 16038);
– peraltro, la qualificazione giuridica del rapporto di lavoro è censurabile in sede di legittimità soltanto limitatamente alla scelta dei parametri normativi di individuazione della natura subordinata o autonoma del rapporto, mentre l’accertamento degli elementi, che rivelino l’effettiva presenza del parametro stesso nel caso concreto attraverso la valutazione delle risultanze processuali e che sono idonei a ricondurre le prestazioni ad uno dei modelli, costituisce apprezzamento di fatto che, se immune da vizi giuridici e adeguatamente motivato, resta residente insindacabile in Cassazione (v. Cass. 27 luglio 2007, n. 16681; Cass. 23 giugno 2014, n. 14160);
– eguale ragionamento va svolto con riguardo alla denunciata violazione dell’art. 2116 cod. civ. atteso che parte ricorrente pretende di far derivare la stessa da un accertamento in fatto svolto dalla Corte territoriale che ha considerato, il mancato adempimento degli obblighi contributivi, uno degli elementi a sostegno della ricostruita insussistenza di un rapporto di lavoro subordinato; – la proposta va, pertanto, condivisa e il ricorso principale va rigettato (con assorbimento dell’incidentale condizionato proposto dall’I.N.P.S.);
– va dato atto dell’applicabilità dell’art. 13, co. 1 quater, d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, nel testo introdotto dall’art. 1, co. 17, legge 24 dicembre 2012, n. 228;
Rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento, in favore dell’I.N.P.S., delle spese processuali che liquida in euro 200,00 per esborsi ed euro 1.800,00 per compensi professionali, oltre accessori come per legge e rimborso forfetario in misura del 15%.