Source: http://trovalegge.it/cronaca/56-emilio-fede-condannato-per-concorso-in-bancarotta-nel-fallimento-mora
Timestamp: 2020-04-09 13:25:45+00:00
Document Index: 61653885

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Emilio Fede condannato per concorso in bancarotta nel fallimento Mora
Il collegio giudicante del Tribunale di Milano, con sentenza del 12 giugno 2017, ha condannato Emilio Fede a tre anni e mezzo di reclusione per concorso in bancarotta nell’ambito del fallimento della società Lele Mora, e per aver distratto a suo favore la somma di 1,1 milioni di euro stanziata per il salvataggio della società. Alla reclusione, segue la condanna al risarcimento della somma integrale a favore della curatela fallimentare.
Ascesa e declino di un vip
Milano, ricca e operosa capitale del jet-set, è il posto ideale per chi aspiri a sfondare nello show-business. Ogni anno approdano dalle più remote parti d’Italia nugoli di aspiranti attrici, modelle, attori e persone disposte a tutto pur di apparire in tv.
Arrivano con il book fotografico sottobraccio, qualche particina insignificante alle spalle, e prima di mettersi in fila ai casting di uno dei tanti studi televisivi o fotografici, si mettono in contatto con l’unico soggetto che può aiutarli, un agente.
Colui che consiglia se cambiare colore dei capelli, scegliere un nome d’arte, insistere con la recitazione o chiudere il sogno in un cassetto, che accompagna i propri clienti alle feste per presentarli ai produttori cinematografici, ai fotografi, agli stilisti. Un aiuto indispensabile, un angelo custode.
L'agente dei VIP
Questo deve aver rappresentato Lele Mora per le centinaia, forse più, di ragazzi che venivano inseriti negli archivi della LM Management, la sua società di talent scouting.
Una società dove sono transitati alcuni dei nomi più noti al grande pubblico affezionato ai programmi di intrattenimento.
Tra i nomi che sono comparsi sui contratti stipulati dalla LM Management, Simona Ventura, Christian De Sica, Sabrina Ferilli, Valeria Marini.
L'amicizia tra Emilio Fede e Lele Mora
Uno degli amici più intimi di Lele Mora è Emilio Fede, notissimo giornalista televisivo, che si lascia immortalare con disinvoltura seduto ai divani delle feste più ambite mentre conversa brillantemente con altri personaggi dello spettacolo.
La società LM Management entra in crisi nel 2010. Molti degli artisti che l’ex parrucchiere veneto rappresenta hanno ormai trovato la loro strada e grazie al successo si sono trovati un proprio agente personale.
Altri, che non hanno le carte in regola per sfondare in tv, pur di far parlare di sé non temono di creare scandalo, appannando l’immagine della società.
La crisi della società come pretesto per ottenere il prestito
Già insieme nel mirino delle inchieste milanesi per favoreggiamento della prostituzione nello scandalo cd. “Ruby”, Lele Mora confida al suo amico Emilio Fede la preoccupazione per le sorti economiche della LM Management, grazie alla quale avevano condiviso tante serate e tanti servizi di cronaca rosa.
La società presenta un debito di milioni di euro, impossibile immaginare di ricorrere al credito bancario per poterla salvare, anche perché i beni del manager sono già stati sequestrati a causa delle altre inchieste. A chi rivolgersi per ottenere un prestito e guadagnare così del tempo, magari scongiurando una fine che sembra imminente?
Silvio Berlusconi concede un prestito di 2,8 milioni di euro
In soccorso del talent scout entra Emilio Fede, che vanta amicizie potentissime di lunga data. La più potente, la più antica, è quella con l’ex premier Silvio Berlusconi.
Durante una cena organizzata nella tenuta di Arcore, Emilio Fede che si è presentato in compagnia dell’amico Lele Mora avvicina Silvio Berlusconi e gli rappresenta la crisi economica della società, gli parla del fallimento, gli dice che con una certa somma ogni difficoltà si sarebbe potuta risolvere.
Silvio Berlusconi preleva dal proprio conto la somma di 2,8 milioni di euro ed incarica il suo ragioniere di fiducia di consegnarla a Lele Mora, in quello che successivamente avrebbe definito un gesto di generosità essendo consapevole che nessuno gliel’avrebbe mai più restituita.
Emilio Fede trattiene 1,1 milioni di euro e la LM Management fallisce
Con una somma così importante, le casse esangui della società potrebbero trovare un po’ di respiro, e il fallimento che viene minacciato a più riprese dai creditori, potrebbe essere evitato.
Il condizionale è quanto mai d’obbligo perché la somma è troppo alta per non fare gola ai due amici, che decidono di sacrificare la LM Management sugli altari del denaro, spartendosi quasi a metà il prestito di Silvio Berlusconi. Ad Emilio Fede toccano in sorte 1,1 milioni di euro, il resto va a Lele Mora.
Un’amicizia, quella tra Lele Mora ed Emilio Fede, destinata a lasciare il segno nelle cronache e negli archivi del Tribunale di Milano. Insieme alle feste e sulle copertine dei rotocalchi, insieme nelle aule di giustizia.
Dall’inchiesta alla sentenza
Nell’ambito dell’inchiesta sul fallimento della LM Management, dichiarato nell’aprile del 2011, durante la quale il titolare Lele Mora ha chiesto e ottenuto il patteggiamento, Emilio Fede viene rinviato a giudizio con l’accusa di concorso in bancarotta per aver distratto parte della somma destinata a salvare la società dal fallimento.
Il processo si è concluso nel 2017 con la sentenza del Tribunale di Milano che ha condannato l’ex giornalista.
Le tesi dell’accusa e della difesa
Il Pubblico Ministero contesta all’imputato di aver trattenuto per sé la somma di un milione e 110 mila euro, parte dei quali versati in un conto acceso presso una banca svizzera, sottraendoli allo scopo per il quale erano stati richiesti, ossia la composizione della grave situazione debitoria della LM Management.
Chiede quindi la condanna dell’imputato alla pena di anni tre di reclusione per aver distratto la somma finanziata dal fallimento riconoscendogli le attenuanti generiche.
Costituitasi parte civile, la curatela fallimentare Dario Mora in persona del proprio legale chiede che il collegio riconosca la liquidazione dell’intera somma distratta e, in subordine, una provvisionale di 660 mila euro.
La difesa dell’imputato chiedendo l’assoluzione ha contestato integralmente le accuse sulla base del tenore delle testimonianze, che avrebbero provato l’estraneità dell’imputato ai fatti contestati.
Il Tribunale di Milano accoglie la richiesta del PM
Il Tribunale di Milano non ha ritenuto provata l’innocenza dell’imputato ed ha condannato Emilio Fede alla pena della reclusione di anni tre e mesi sei con l’accusa di concorso nel reato di bancarotta, già contestato a Mora in un separato processo.
I giudici hanno invece ritenuto fondata la ricostruzione del Pubblico Ministero che, muovendo dalle indagini condotte dalla Procura milanese, aveva dimostrato come, una volta percepito il prestito di 2 milioni e 750 mila euro versato in più tranche, Emilio Fede ne avesse trattenuti per sé oltre un milione.
"Capricci inutili" per il Pubblico Ministero
Emilio Fede avrebbe addotto a giustificazione della somma la necessità di vedersi ricompensata l’azione intermediatrice nei confronti dell’ex premier.
Il Pubblico Ministero ha ritenuto invece che la decisione di trattenere parte della somma fosse quella di finanziare “capricci inutili”.
A fondamento della decisione, anche la lunga istruttoria espletata davanti ai magistrati, nell’ambito della quale la testimonianza più significativa è stata quella resa da Silvio Berlusconi, colui che ha concesso in prestito la somma.
Sentito sulle circostanze del reato, egli ha riferito di aver concesso la somma a titolo di prestito infruttifero in tre diverse tranche nel corso del 2010.
La testimonianza di Silvio Berlusconi
Lo scopo dichiarato della dazione era quello di contribuire a risolvere lo stato di difficoltà delle aziende intestate a Mora.
Tuttavia, pur non avendo avuto più contatti diretti con Emilio Fede, aveva presto appreso che parte dei soldi oggetto del prestito erano confluiti sul conto dell’imputato e si era reso conto che sarebbe stato impossibile riavere la somma concessa in prestito poiché, la villa in Sardegna di proprietà Mora che questi si era impegnato a vendere per saldare il prestito nel frattempo era stata sequestrata insieme agli altri immobili per via dei procedimenti giudiziari aperti a suo carico e comunque era intervenuto il fallimento della società che tale somma avrebbe dovuto saldare.
Il concorso in bancarotta fraudolenta
Il Tribunale di Milano condanna così Emilio Fede ai sensi dell’art. 110 codice penale per concorso nel reato di bancarotta fraudolenta, previsto dall’art. 216 del R.D. n. 267 del 16.3.1942 con il quale viene punito l’imprenditore o la società fallita che volontariamente arrechi pregiudizio ai creditori del fallimento, tra l’altro, distraendo somme di denaro destinate ad essi.
Relazione con la normativa di settore fallimentare
Il concorso di persone nel reato, in ambito fallimentare, è disciplinato ai sensi dell’art. 110 codice penale, quando il concorrente non riveste alcuna qualifica speciale ed agisca così come un semplice extraneus.
È comunque necessario che vi sia la condotta tipica dell’intraneus ossia il soggetto fallito, la consapevolezza di tale qualifica altrui nel concorrente, la coscienza di concorrere nella condotta dell’intraneus.
È tipicamente il caso del commercialista o dell’avvocato che, pur senza preventivo accordo con il cliente sulle azioni da compiere, ideino e programmino gli atti di distrazione proponendoli al fallito. In presenza di particolari qualifiche del concorrente, ovvero quella di amministratore, direttore generale, sindaco o liquidatore della società dichiarata fallita, l’art. 223 L.F. prevede una specifica ipotesi di bancarotta impropria, essendo posta in essere da soggetto diverso dal fallito, come reato proprio, essendo commesso solo da chi riveste una particolare qualifica.
È comunque prevista l’ipotesi di concorso da parte dell’extraneus anche nella condotta tipizzata dall’art. 223 L.F.
Altri casi giudiziari
Emilio Fede è stato al centro di altre vicende giudiziarie oltre a quella appena conclusasi con la condanna in primo grado per concorso in bancarotta fraudolenta. La Corte di Cassazione nel 2015 annulla con rinvio la sentenza della Corte di Appello di Milano che condannava Emilio Fede per induzione e favoreggiamento della prostituzione nel processo cd. “Ruby ter”, mentre tre giorni dopo la sentenza in esame, il Tribunale di Milano ha nuovamente riconosciuto colpevole Emilio Fede condannandolo alla reclusione nel cd. “Caso Mediaset” per associazione a delinquere finalizzata alla diffamazione: avrebbe diffuso fotomontaggi a luci rosse ai giornali a scopo di ricattare soggetti che siedono ai vertici della compagnia Mediaset.