Source: http://www.ipinitalia.com/internet/
Timestamp: 2013-05-25 19:48:50+00:00
Document Index: 32920637

Matched Legal Cases: ['art. 16', 'art. 15', 'art. 16', 'art. 16', 'art. 14', 'sentenza ', 'art. 13', 'art. 15', 'art. 15', 'art. 17', 'art. 17']

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Banche dati: la Corte di Giustizia chiarisce che cos'è " reimpiego " Lasciato il Novembre 20, 2012 by Elisabetta Ferraro
Email	Email	Il Tribunale di Pinerolo "assolve" GoogleSuggest.
Lasciato il Maggio 23, 2012 by Luca Pellicciari
Dopo aver constatato che, inserendo il proprio nome e cognome nella barra del motore di ricerca Google, il software di completamento automatico GoogleSuggest o Google Autocomplete suggeriva di includere nella ricerca i termini “arrestato” ed “indagato”, X agiva in via cautelare innanzi al Tribunale di Pinerolo nei confronti di Google, chiedendo che a questa fosse ordinato di eliminare l’associazione tra termini, ritenuta diffamatoria. Secondo X si trattava infatti di un suggerimento contrario al vero, non essendo X stato mai arrestato o indagato, e lesivo della reputazione personale e professionale di X. Il Tribunale ha però escluso la responsabilità di Google e conseguentemente rigettato le richieste cautelari di X, rilevando che le modalità di funzionamento del sistema Google Autocomplete portano ad escludere un’attività illecita da parte di Google. In particolare, poiché l’associazione tra termini avviene in base ad un algoritmo che tiene conto delle rilevazioni statistiche di quali siano le ricerche più comunemente effettuate dagli utenti, secondo il Tribunale l’associazione dei termini “indagato” o “arrestato” al nome di X una volta che questo venga inserito nella stringa di ricerca equivarrebbe a “rendere noto che un certo numero di fruitori di internet si interroghi sul fatto se il ricorrente sia o meno stato coinvolto in vicende penali e voglia verificare se nel web vi siano informazioni in proposito … il fatto può paragonarsi ad una mera diffusione, senza secondi o maliziosi fini, di una notizia avente il menzionato contenuto”. Non ravvisando alcun carattere diffamatorio o illecito in detto contenuto, con ordinanza in data 2 maggio 2012 il Tribunale di Pinerolo ha escluso che la fattispecie possa rientrare nei casi in cui all’Internet Service Provider può essere ordinata la rimozione ex art. 16 d lgs. 70/2003. Si tratta di una motivazione che è destinata a far discutere. Il nodo da sciogliere è infatti se l’associazione tra termini suggerita a mezzo del software Autocomplete combinando informazioni tra loro diverse e separate, lasciate da utenti terzi, possa essere qualificato come semplice hosting di contenuti, o se piuttosto questo non sia un vero e proprio servizio aggiuntivo che Google – agendo come content provider e non come semplice hosting – fornisce ai propri utenti mettendoli nelle condizioni di effettuare ricerche più veloci, mirate ed efficaci. In quest’ultimo caso – e a prescindere dall’effettiva portata diffamatoria dei termini “arrestato” e “indagato” (comunque inesistente, secondo il Tribunale) – si dovrebbe escludere che il suggerimento dell’associazione a termini offensivi possa essere scriminato in quanto semplice “cronaca” delle ricerche effettuate da altri utenti. Di questo avviso sembra essere il Tribunale di Milano, che nel decidere un caso praticamente identico a quello in questione, già commentato sul nostro blog (qui), ha rigettato il reclamo proposto da Google, ritenendo che “l’associazione tra il nome del ricorrente e le parole “truffa” e “truffatore” è opera del software messo a punto appositamente adottato da Google per ottimizzare l’accesso alla sua banca dati operando con modalità descritte e … prescelte per consentirne l’operatività allo scopo voluto (quello appunto di agevolare l’utilizzo del motore di ricerca Google) .. non può che conseguirne la diretta addebitabilità alla società”. Mi sembra si possa dire che siamo di fronte ad un netto contrasto giurisprudenziale. Restiamo in attesa di ulteriori sviluppi. Tags:
Email	Email	Il diritto d'autore sui murales del writer KAYONE
Lasciato il Dicembre 02, 2011 by Luca Pellicciari
Con ricorso depositato nell’estate del 2011 innanzi al Tribunale di Milano – Sezione specializzata in proprietà intellettuale, KayOne (al secolo, Marco Mantovani, il writer milanese passato in breve tempo dai murales e graffiti di strada alle gallerie e alla patina delle riviste d’arte contemporanea) ha agito in via cautelare nei confronti del writer concorrente Nicola Leonetti, reo di avere pubblicato sul suo blog “Arteblog Italia Leonettinicola” immagini di opere realizzate da KayOne senza l’attribuzione dell’effettiva paternità, nonché una serie di oltre 80 opere realizzate dallo stesso Leonetti che – secondo quanto prospettato da KayOne – costituivano un plagio delle sue opere, in quanto presentavano gli elementi caratterizzanti ed il linguaggio pittorico che da sempre contraddistinguono lo stile e le opere di KayOne. Investito della questione (nell’ambito della quale Nicola Leonetti non si è nemmeno difeso, rimanendo contumace) il giudice ha rilevato che è stata fornita la prova del fatto che le opere di KayOne sono state proposte sul blog del concorrente senza attribuzione di paternità e che ciò – unitamente al fatto che lo stesso Leonetti si definiva nel proprio blog “artista, writer e giocoliere del colore” è comportamento idoneo a ingenerare nei visitatori del blog la convinzione che si tratti di opere di Leonetti, con conseguente violazione dei diritti d’autore sulle opere di KayOne. Per quanto riguarda le oltre 80 opere sospettate di plagio, il giudice ha operato un confronto diretto tra dette opere e le opere realizzate da Kay One e ha rilevato nelle opere di Leonetti un intento meramente riproduttivo. Le stesse presentano infatti “gli elementi stilistici che possono ritenersi propri della personalità artistica di KayOne, quali il costante utilizzo del colore bianco e grigio, delle lettere a “stencil”, di retini, trasparenze, figure di rombi, linee appuntite, di spruzzi ad andamento circolare, il tutto caratterizzato da sgocciolature e schizzi che richiamano uno stile di pittura energico e dinamico che ne rivela la sostanziale impulsività”. Ciò a prescindere dalle differenze che pur caratterizzano le opere di Leonetti, ritenute tuttavia insufficienti al fine di escludere la violazione, in quanto prive di un autonomo valore creativo. Sulla valutazione del giudice ha peraltro giocato un ruolo determinante la condotta concretamente tenuta da Leonetti, consistita nell’esporre le sue opere e le opere di KayOne nello stesso spazio web “senza menzionare il nome dell’autore e dunque di fatto attribuendo a sé la paternità delle stesse” e proponendo foto del laboratorio di KayOne, nonché di una tela dello stesso artista esposta in occasione di una rassegna artistica e che tradiscono l’intento di effettuare una costante e pedante riproduzione. Il giudice ha pertanto disposto la rimozione delle immagini contestate dal blog del resistente, il sequestro delle opere realizzate da Leonetti in violazione dei diritti d'autore di KayOne e la pubblicazione dell'ordinanza su una rivsta specializzata del settore. Tags:
Kayone; tribunale; milano; blog; Leonetti; diritto d'autore; copyright
Email	Email	RTI v. Videobb: ancora sulla responsabilità dell'ISP Lasciato il Novembre 22, 2011 by Daniela Ampollini
Con ordinanza del 20 ottobre 2011 il Tribunale di Roma ha deciso l’ennesimo caso promosso da RTI a tutela dei diritti di utilizzazione e sfruttamento economico sui propri programmi televisivi nei confronti di internet service providers. In particolare, RTI ha depositato ricorso cautelare con cui chiedeva di ordinare alla VBBCOM Limited di rimuovere dal portale internet (www.videobb.com) dalla stessa gestito numerosi contenuti audiovisivi che riproducevano programmi RTI (in particolare “Squadra Antimafia 3 Palermo oggi” e “RIS Roma 2”). Il giudizio cautelare è stato instaurato anche nei confronti della società Choopa LLC, gestore del server su cui è ospitato il portale Videobb . Il Tribunale di Roma ha accolto la domanda nei confronti del gestore del portale VBB, motivando che lo stesso - riservandosi ogni diritto di sfruttamento commerciale dei contenuti caricati dai singoli utenti e intervenendo con operazioni tecniche di organizzazione e selezione di detti contenuti finalizzate ad una migliore fruizione da parte degli utenti, non possa qualificarsi come semplice hosting provider e quindi non possa beneficiare dell’esenzione di responsabilità prevista dagli artt. 12 – 14 della direttiva 2000/31 e 14 – 16 del d. lgs. 70/03, né dell’esenzione dall’obbligo generale di sorveglianza di cui all’art. 15 della direttiva 2000/31 e 17 del d. lgs. 70/03. La domanda non è stata tuttavia accolta nei confronti di Choopa, il gestore del server. Il giudice – adottando la precedente impostazione già adottata dal Tribunale di Roma secondo cui, nonostante l’esenzione prevista dall’art. 16 del d. lgs. 70/2003, l’hosting provider deve comunque ritenersi responsabile qualora esso "non abbia prontamente ottemperato all’ordine dell’autorità giudiziaria od amministrativa di impedire l’accesso alle informazioni illecite oppure nell’ipotesi in cui esso, consapevole del carattere illecito o pregiudizievole per un terzo del contenuto di un servizio di cui assicura l’accesso alla rete, non abbia provveduto ad informarne l’autorità competente” - ha tuttavia rilevato che RTI non ha provveduto ad informare Choopa con una diffida dettagliata e che pertanto, non essendo stata messa al corrente, Choopa non può essere ritenuta responsabile. Ha altresì rilevato che, a seguito della presentazione del ricorso e dell’indicazione da parte di RTI degli effettivi indirizzi URL che riconducevano ai contenuti ritenuti illeciti, Choopa ha provveduto alla loro rimozione, concludendo per “l’inesistenza nel caso di specie di una condotta effettivamente rilevante sotto il profilo della responsabilità civile”. Ne consegue il rigetto della domanda di inibitoria nei confronti di Choopa. E' interessante notare che il giudice, nel motivare il rigetto, ha altresì precisato che “né, d’altra parte, appare concedibile nei confronti di un soggetto ritenuto non responsabile un provvedimento inibitorio destinato a prevenire possibili condotte illecite altrui non ancora realizzate, non essendo esigibile nei confronti di Choopa, in quanto hosting provider passivo, l’esercizio di un controllo preventivo in riferimento a tutti e a ciascuno dei contenuti che fossero ospitati sui siti dei propri server”. Sembra dunque risolto il profilo di criticità che avevamo già sollevato nei confronti di precedenti già decisi dai tribunali italiani, circa il fatto che i provvedimenti di inibitoria di volta in volta adottati – nella parte in cui inibivano la prosecuzione e ripetizione dell’illecito – avrebbero imposto all’hosting provider di verificare il proprio server rispetto alla presenza di contenuti illeciti che potessero esservi caricati in futuro da utenti del servizio, in contrasto con l’esenzione da responsabilità e da obbligo di sorveglianza previsti dalla legge. Siamo quindi finalmente arrivati al nocciolo della questione, e cioè quale sia la corretta definizione di service provider ai fini dell'esenzione di responsabilità prevista dalla legge. Secondo la più recente giurisprudenza sembrerebbe bastare una qualche attività orgnaizzativa dei contenuti foprniti da terzi per essere eslcusi dall'esenzione.
Videobb; RTI; ISP; service provider
Email	Email	Sentenza gemella a Milano per Yahoo, dopo il caso Libero
Lasciato il Settembre 19, 2011 by Daniela Ampollini
Yahoo; RTI; Internet Service Provider; Tribunale di Milano
Email	Email	Mediaset vince contro Yahoo a Milano
Lasciato il Settembre 16, 2011 by Daniela Ampollini
Continua la saga delle cause per violazione di diritto d'autore contro Internet Service Providers (ISP), o comunque soggetti che si definiscono tali, rispetto alla pubblicazione di contenuti audio-video. E' uscita ieri sulla stampa (vedi ad esempio qui) la notizia di un'altra recentissima vittoria del gruppo Mediaset - RTI nei confronti di Yahoo, davanti al Tribunale di Milano. Non ho ancora visto il testo del provvedimento e quindi non posso fare commenti approfonditi. Solo mi sembra di poter dire che, anche alla luce del recente provvedimento del Tribunale di Roma nel caso About Elly (vedi post qui), il Tribunale di Milano sia davvero la venue più adatta per i titolari dei diritti e, al tempo stesso, quella più pericolosa per gli ISP. Spero di poter commentare presto le motivazioni della decisione.
Yahoo; RTI; Mediaset; Internet Service Provider; Tribunale di Milano;
Email	Email	Yahoo vince il reclamo su About Elly
Lasciato il Agosto 30, 2011 by Daniela Ampollini
E’ dell’11 luglio scorso la decisione con cui il Collegio della Sezione specializzata in materia di proprietà industriale ed intellettuale del Tribunale di Roma ha riformato la decisione del G.D. che in prime cure aveva concesso la richiesta di inibitoria nei confronti di Yahoo in riferimento alla pubblicazione illecita del film o di brani del film About Elly. Si veda il precedente post qui. In sostanza, il Collegio ha ritenuto che la ricorrente PFA Films non avesse fornito la prova della violazione, ovverosia avesse omesso di indicare (e documentare) quali fossero esattamente gli URL collegati al contenuto pretesamente illecito, notando che tale “genericità” della contestazione fosse stata sollevata da Yahoo in propria difesa non solo nel corso del giudizio, ma anche in risposta alla diffida stragiudiziale inviata da PFA Films prima di adire il Tribunale di Roma. Sembrerebbe dunque che il Collegio abbia risolto una delle maggiori criticità dei noti precedenti romani (fra tutti il caso RTI contro Google, su cui sempre qui), confermando cioè che, in ottemperanza al principio per cui l’Internet Service Provider non soggiace ad un obbligo di sorveglianza circa i contenuti immessi dagli utenti, la contestazione generica non può avere l’effetto di determinare l’obbligo del “take down”. Ed è abbastanza immediata l’ulteriore conclusione che, se la contestazione deve essere specifica e cioè fare riferimento a specifici URL sui quali l’ISP possa intervenire, non sarà giustificabile un'inibitoria pro-futuro, come quella data ad esempio nei confronti di Google nel caso contro RTI. Qualcuno potrebbe sentire in ciò un richiamo a quanto detto dalla Corte di Giustizia nel recente caso EBay (vedi post qui) se non fosse che la decisione del collegio romano è precedente a quella della Corte UE. In ogni caso, come ho già notato, tutto si supera, a detta almeno del Tribunale di Milano, affermando che il soggetto in questione (in quel caso si trattava di IOL e del portale www.libero.it - vedi post qui), non è in realtà un Internet Service Provider, ma un Content Provider e che, pertanto, l’esenzione di responsabilità prevista dalla legge non si applica, né ha più senso parlare dell’esistenza o meno di un obbligo di sorveglianza poiché il Content Provider ha la responsabilità diretta dell’inserimento dei contenuti online. Forse dopo questa ultima decisione romana i titolari dei diritti inizieranno a spostare i contenziosi da Roma a Milano. Di sicuro non è finita qui.
Yahoo; Google; RTI; About Elly; Service Provider; caching; Tribunale di Roma; Ebay
Email	Email	Il Tribunale di Milano su Google Suggest
Lasciato il Luglio 04, 2011 by Daniela Ampollini
Il Tribunale di Milano si è recentemente pronunciato in un altro caso in materia di responsabilità dell’Internet Service Provider nei confronti di Google (vedi anche i precedenti post qui e qui) . Si tratta di un’ordinanza collegiale del 24 marzo scorso che ha deciso in sede di reclamo un procedimento cautelare instaurato da un imprenditore del settore finanziario che lamentava il fatto che, nell’effettuare una ricerca digitando il nome della propria impresa, il sistema “Google Suggest” associava al nome stesso, le parole “truffa” o “truffatore”. Chiedeva pertanto riconoscersi la responsabilità di Google e l’emissione nei confronti di questa di un ordine di rimozione dell’associazione ritenuta lesiva. “Google Suggest” è quel sistema che, all’inserimento di uno o più termini nella barra di ricerca, determina l’apertura di una “tendina” sottostante alla barra contenente una lista di possibili completamenti della ricerca (cioè altre parole o parti di parola), suggerendo all’utente lo svolgimento di una ricerca più mirata, migliorandone la precisione e le chance di successo. Google ha invano sostenuto l’assenza di responsabilità sottolineando il fatto che la funzionalità del servizio “Suggest” è data da un software che opera secondo un algoritmo matematico procedente su basi puramente statistiche ed automatiche, aventi come riferimento le ricerche maggiormente effettuate dagli utenti. In altre parole, “Google Suggest” propone all’utente di restringere la ricerca a contenuti già cercati da altri con simili termini di ricerca. Non vi è quindi alcun preventivo intervento di Google sui suggerimenti forniti, né vi è in realtà un vero contenuto illecito, tanto che Google ha in specifico sollevato che l’attività in questione non rientrerebbe in alcuna delle ipotesi di cui all’art. 16 del D. Lgs. n. 70/2003, con la conseguenza che Google non sarebbe stata obbligata ad eliminare il preteso contenuto illecito su segnalazione del ricorrente (rimozione che, infatti, non era avvenuta, nonostante la diffida). Il Tribunale ha invece ritenuto che i motori di ricerca sono vere e proprie raccolte di dati, informazioni, opere, consultabili attraverso parole chiave che, come tali, sono definibili come “hosting provider”, cioè soggetti che ospitano contenuti gestiti e forniti da altri sui propri server. Anche i motori di ricerca vanno pertanto riferiti agli artt. 12 - 15 della direttiva 2000/31/CE, cosicché, nel caso specifico, Google non è responsabile solo a condizione che non sia a conoscenza che l’attività sia illecita o non sia al corrente di fatti o circostanze in base ai quali l’illiceità è apparente o, non appena al corrente di tali fatti, non agisca immediatamente per ritirare le informazioni o per rendere impossibile l’accesso (art. 14). A Google è pertanto stato ordinato di rimuovere dal software “Suggest” l’associazione tra il nome del ricorrente e le parole “truffa” e “truffatore”. Anche il Tribunale di Roma ha già detto che i motori di ricerca sarebbero “hosting provider”, ma definire la lista fornita da “Google Suggest” come “contenuto” (suscettibile di essere illecito) potrebbe non convincere tutti.
Goggle; Google Suggest; Tribunale di Milano; truffa: truffatore
Email	Email	Altra vittoria di RTI, questa volta contro Libero e davanti al Tribunale di Milano
Lasciato il Giugno 21, 2011 by Daniela Ampollini
Dopo il noto caso contro Youtube/Google di cui si è già molto parlato e la più recente decisione nel caso PFA Films contro Yahoo (vedi anche il precedente post qui), entrambi decisi dal Tribunale di Roma, anche il Tribunale di Milano si pronuncia a favore del titolare dei diritti con una sentenza pubblicata lo scorso 17 giugno nel caso RTI contro Italia On Line S.r.l. (IOL), proprietaria del portale www.libero.it. Il caso è particolarmente interessante poiché affronta la questione da una prospettiva diversa rispetto a quella utilizzata dai giudici romani nei due casi precedenti e, a mio avviso, ancora più pericolosa per le piattaforme che consentono la pubblicazione di contenuti caricati dagli utenti. I precedenti romani avevano in sostanza affrontato il problema dal punto di vista della corretta interpretazione degli artt. 16 e 17 d.lgs. 70/03 che, in sintesi, escludono che l’Internet Service Provider (ISP) abbia un obbligo generale di sorveglianza rispetto al contenuto immesso dagli utenti, prevedendo però che lo stesso, non appena a conoscenza dell’illiceità di detto contenuto, agisca immediatamente per rimuovere le informazioni o per disabilitarne l'accesso; ove ciò non avvenga l’ISP sarà ritenuto responsabile. I giudici romani avevano in particolare ritenuto che anche una diffida “generica” (cioè non necessariamente riferita agli specifici URL di tutti i contenuti contestati) fosse idonea a determinare l’obbligo di rimozione da parte dell’ISP. Si erano poi adottati provvedimenti di inibitoria che vietavano l’ulteriore pubblicazione delle opere in questione (il programma televisivo Il Grande Fratello ed il film About Elly) o di loro brani, così imponendo in sostanza un obbligo di sorveglianza agli ISP sulle future attività dei propri utenti, obbligo espressamente escluso dalle norme sopra citate. E qui stava secondo molti la debolezza di tali decisioni, che peraltro evidenziava una profonda inadeguatezza del sistema (vedi un altro post sul punto qui). Il Tribunale di Milano ha però ora adottato (anche) una linea diversa: secondo i giudici milanesi, IOL non sarebbe un semplice ISP e quindi ad essa non si applicherebbe quanto stabilito dagli artt. 16 e 17 d.lgs. 70/03. IOL sarebbe invece un vero e proprio content provider, visto che: i contenuti immessi dagli utenti sono associati a messaggi pubblicitari i cui proventi concorrono a finanziare l’attività di IOL (ed agli inserzionisti IOL propone un servizio che consente di visualizzare i messaggi pubblicitari in relazione agli specifici contenuti propri dei video immessi dagli utenti tramite l’utilizzazione di parole-chiavi comuni); la regolamentazione contrattuale proposta da IOL agli utenti prevede la concessione a IOL, tra l’altro, di licenza di utilizzare, riprodurre, adattare, pubblicare, distribuire, riprodurre i contenuti; IOL ha predisposto un servizio (visibile come link sotto ogni video pubblicato) che consente al visitatore di segnalare l’eventuale illiceità del contenuto, ciò che indicherebbe che IOL si sia assunta direttamente un onere di controllo in apparente contrasto con la semplice attività di ISP; IOL fornisce il servizio aggiuntivo di “video correlati” consistente nella visualizzazione – non ricercata dal visitatore, ma offerta all’utente in via automatica – di altri video che risultano correlati a quello prescelto dall’utente, ciò che presuppone una specifica indicizzazione dei contenuti che ne amplifica ulteriormente la visibilità; infine, la relazione tecnica di RTI avrebbe dimostrato la presenza di un numero non irrilevante di filmati tratti da suoi programmi televisivi immessi sul portale IOL dalla stessa redazione di libero.it. Pertanto, secondo il Tribunale, “Italia On Line S.r.l. quale soggetto che fornisce (quantomeno) un hosting attivo, in quanto organizza e seleziona il materiale trasmesso dagli utenti (…) e ne arricchisce e completa la fruizione, tanto da poter ritenere l’attività del prestatore del servizio – ancorché eseguita mediante l’ausilio di software - come rivolta alla gestione complessiva dei contenuti originari che risultano selezionati, arricchiti, organizzati mediante prestazione di servizi ulteriori in vista di uno sfruttamento commerciale che pare travalicare la mera remunerazione del servizio offerto, tanto da offrire al visitatore un prodotto che per la sua complessità ed organicità ha come sola base di partenza i contenuti trasmessi dagli utenti e fornisce invece ai visitatori un vero e proprio prodotto audiovisivo dotato di una sua specifica individualità ed autonomia”. Credo non sia difficile prevedere che prima o poi si andrà in Corte di Giustizia su questo punto.
Tribunale di Milano; Libero; IOL; diritto d'autore; ISP; Internet Service Provider
Email	Email	In USA verso una stretta alla pirateria online
Lasciato il Giugno 18, 2011 by Daniela Ampollini
Key4biz riporta la notizia di una proposta di legge statunitense volta a perseguire duramente la pirateria online di contenuti. Pare che essa preveda tra l’altro la definizione come reato grave dello streaming illegale di video a scopi commerciali, punibile fino a 5 anni di prigione se riguarda almeno dieci opere protette da copyright in un periodo di 180 giorni. Non mi è chiaro dalla notizia (cercherò di verificare meglio nei prossimi giorni) come tali disposizioni, , ove approvate, colpirebbero e, in particolare, se colpirebbero i siti web accusati di offrire contenuti illegali, le persone che fanno l’uploading o il downloading di video su e da questi siti, oppure le persone che si limitano a fruire dei contenuti tramite streaming. Questa proposta ci riporta agli ormai noti casi italiani seguiti dal tribunale di Roma che hanno riguardato tra gli altri Google e Yahoo (vedi un mio precedente post qui) e sarà interessante seguirne la strada. E' probabile che avrà influenze anche da noi. D’altra parte, già il Digital Millennium Copyright Act aveva notevolmente influenzato la nostra direttiva 2001/29/CE, ed anche da noi – ed i casi romani sopra citati ne sono la dimostrazione - si sono ben manifestati i segnali del fatto che le norme contenute in questi provvedimenti legislativi (ormai “vecchi” di più di dieci anni) non sembrano totalmente idonee ad affrontare la realtà di oggi quando si tratta di circolazione di contenuti audiovisivi nella rete.
Diritto d'autore; pirateria online; google; yahoo; key4biz; Digital Millennium Copyright Act
Email	Email	Yahoo e la responsabilità del service provider
Lasciato il Maggio 04, 2011 by Daniela Ampollini
Con ordinanza del 22 marzo 2011 il Tribunale di Roma ha emesso un provvedimento di inibitoria nei confronti di Yahoo con un interessante decisione in materia di responsabilità del caching provider, ovvero il service provider che trasmette su una rete di comunicazione informazioni che, fornite da un destinatario del servizio, vengono temporaneamente memorizzate dal provider (servizi di motori di ricerca quali Yahoo e Google). In breve, PFA Films S.r.l. ha agito in via cautelare nei confronti di Google Italy s.r.l., Microsoft s.r.l., Yahoo Italia s.r.l. chiedendo che venisse loro ordinato di rimuovere dai propri servers una serie di link che riconducevano a file audiovisivi non autorizzati, nonché che gli stessi venissero inibiti dal proseguire nelle violazioni. Nelle more del giudizio l’azione veniva circoscritta nei soli confronti di Yahoo (essendo accertata la carenza di legittimazione passiva delel altre parti ). In particolare, da una ricerca effettuata mediante il servizio di motore di ricerca Yahoo, emergeva la presenza di links a siti pirata dai quali era possibile visionare in streaming o scaricare in modalità download il film “About Elly” senza autorizzazione della ricorrente PFA Films, titolare dei diritti sull’opera. Il giudice qualificava l’attività svolta da Yahoo attraverso il relativo motore di ricerca quale attività di memorizzazione temporanea delle informazioni (chaching ai sensi dell’art. 13 della Direttiva 2000/31 e dell’art. 15 del D. lgs n. 70 del 2003, di attuazione della predetta) e rilevava che, ai sensi dell’art. 15 della Direttiva e 17 del Decreto, “nella prestazione dei servizi di cui agli artt. 14, 15 e 16, il prestatore non è assoggettato ad un obbligo generale di sorveglianza sulle informazioni che trasmette o memorizza, ne ad un obbligo generale di ricercare attivamente fatti o circostanze che indichino la presenza di attività illecite”. Non potendosi richiedere a Yahoo un controllo generale sull’eventuale presenza di contenuti illeciti, in linea generale la stessa non poteva considerarsi responsabile di contributory infringement. Ciò in quanto siffatta attività avrebbe comportato costi eccessivi a carico dell’impresa, che avrebbero finito per pesare sullo stesso consumatore. Rilevava tuttavia il giudice come lo stesso Decreto preveda un bilanciamento tra l’ interesse del prestatore di servizi e la tutela degli interessi protetti dalle norme in materia di illecito, essendo previsto ai commi 2 e 3 dell’art. 17 del Decreto l’obbligo per i provider di informazione verso l’autorità giudiziaria per il caso in cui il provider venga a conoscenza di presunte attività o informazioni illecite. Sulla scorta di detto bilanciamento di interessi, il giudice rilevava che l’esonero dall’obbligo di un controllo sulla presenza di contenuti illeciti ed il conseguente esonero da responsabilità del provider non potesse applicarsi all’ipotesi di informazioni e/o contenuti illeciti specificamente individuati, di cui il provider fosse venuto o fosse stato messo a conoscenza. Il giudice rilevava che questa impostazione era in linea con la giurisprudenza comunitaria, in particolare C236/08 e C238/08, che avevano chiarito come l’esenzione da responsabilità si applicasse “salvo che, essendo venuto a conoscenza della natura illecita di tali dati o di attività, egli [il provider] abbia omesso di prontamente rimuovere tali dati o disabilitare l’accesso agli stessi”. Sulla scorta di tale giurisprudenza e poiché risultava provato in atti che Yahoo fosse stata messa a conoscenza dei contenuti illeciti in violazione dei diritti di PFA Films (sulla base di lettera di diffida inviata dalla ricorrente) senza attivarsi per la rimozione dei contenuti illeciti, il giudice ha quindi inibito Yahoo! Italia s.r.l. dal proseguire o ripetere la violazione dei diritti della PFA Films S.r.l. sul film “About Elly” mediante il collegamento a mezzo dell’omonimo motore di ricerca ai siti non autorizzati riproducenti in tutto o in parte l’opera. Seppure asseritamente in linea con gli ultimi sviluppi giurisprudenziali (non solo comunitari ma anche nazionali, si veda ordinanza Trib. Roma 16 dicembre 2009 che ha deciso in via cautelare la querelle tra RTI e Youtube rigurdante la presenza, sul noto sito di video sharing, di filmati che riproducevano spezzoni della trasmissione “Il Grande Fratello”), il provvedimento emesso dal Tribunale di Roma lascia qualche perplessità. Il giudice non si è infatti limitato ad ordinare a Yahoo la rimozione dei contenuti illeciti, ma ha adottato un dispositivo che inibisce Yahoo dalla prosecuzione dell’illecito. Analogo dispositivo era stato adottato dal Tribunale di Roma nel decidere la querelle tra Youtube e RTI, richiamata sopra. Così facendo, si può pensare che a Yahoo sia dunque imposto di verificare il proprio server rispetto alla presenza di contenuti illeciti che possano in futuro esservi caricati da utenti del servizio, così facendosi carico di quell’obbligo generale di sorveglianza sulla presenza di contenuti illeciti da cui dovrebbe essere esentata ai sensi dell’art. 17 del Decreto e 15 della Direttiva. Tags:
Yahoo; Google; RTI; About Elly; Service Provider; caching; Tribunale di Roma