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Timestamp: 2018-03-21 12:26:47+00:00
Document Index: 88730874

Matched Legal Cases: ['art. 660', 'art. 660', 'art. 605', 'sentenza ', 'art. 605', 'art. 52', 'art. 52', 'art. 52', 'art. 52', 'art. 52', 'art. 52', 'art. 1', 'art. 52', 'art. 52', 'art. 52', 'art. 1']

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Avvocato penalista - Le Associazioni di tipo mafioso, anche straniere, ovvero il reato previsto e punito dall'Articolo 416 bis del Codice Penale.
L'Articolo 416 bis del Codice Penale, intitolato alle Associazioni di tipo mafioso, anche straniere, prevede e stabilisce che:
Se le attività economiche di cui gli associati intendono assumere o mantenere il controllo sono finanziate in tutto o in parte con il prezzo, il prodotto, o il profittodi delitti, le pene stabilite nei commi precedenti sono aumentate da un terzo alla metà.
Le disposizioni del presente articolo si applicano anche alla camorra e alle altre associazioni, comunque localmente denominate anche straniere, che valendosi della forza intimidatrice del vincolo associativo perseguono scopi corrispondenti a quelli delle associazioni di tipo mafioso.
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Etichette: Diritto penale.
Avvocato penalista - La Associazione per delinquere ovvero il reato previsto e punito dall'Art. 416 del Codice Penale.
L'Articolo 416 del Codice Penale, intitolato alla Associazione per delinquere, prevede e stabilisce che:
Se l'associazione è diretta a commettere taluno dei delitti previsti dagli articoli 600 bis, 600 ter, 600 quater, 600 quater 1, 600 quinquies, 609 bis, quando il fatto è commesso in danno di un minore di anni diciotto, 609 quater, 609 quinquies, 609 octies, quando il fatto è commesso in danno di un minore di anni diciotto, e 609 undecies, si applica la reclusione da quattro a otto anni nei casi previsti dal primo comma e la reclusione da due a sei anni nei casi previsti dal secondo comma.
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Avvocato penalista - Ai fini del reato di cui all'Art. 660 del Codice Penale (Molestie o disturbo alle persone), anche Facebook va considerato come luogo aperto al pubblico.
"" In tema di molestie: Facebook va considerato “luogo aperto al pubblico”.
Presidente Chieffi, Relatore Di Tommasi.
Con la pronuncia che si segnala, depositata il 12 settembre 2014, i giudici della Prima Sezione della Corte di Cassazione hanno affermato che, ai fini della configurabilità del reato di cui all’art. 660 c.p. (molestie o disturbo alle persone), va considerato luogo aperto al pubblico la piattaforma sociale Facebook, quale luogo “virtuale” aperto all’accesso di chiunque utilizzi la rete.
Con riferimento alla fattispecie di reato in questione (secondo cui «chiunque, in un luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero col mezzo del telefono, per petulanza o per altro biasimevole motivo, reca a taluno molestia o disturbo è punito con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda fino a euro 516») la Corte ha ritenuto «innegabile che la piattaforma sociale Facebook (disponibile in oltre 70 lingue, che già nel 2008 contava più di 100 milioni di utenti) rappresenti una sorta di piazza immateriale che consente un numero indeterminato di accessi e visioni, rese possibili da una evoluzione scientifica che il Legislatore non era arrivato ad immaginare».
Secondo i giudici della Cassazione si tratterebbe di un’interpretazione estensiva «che la lettera della legge non impedisce di escludere dalla nozione di luogo e che, a fronte della rivoluzione portata alle forme di aggregazione e alle tradizionali nozioni di comunità sociale, la sua ratio impone, anzi, di considerare».
In conclusione, a prescindere dalla assimilabilità della comunicazione telematica alla comunicazione telefonica (l’altra modalità di realizzazione delle molestie) integra la contravvenzione di cui all’art. 660 c.p. l’invio di messaggi molesti, “postati” sulla pagina pubblica di Facebook della persona offesa.
http://www.giurisprudenzapenale.com/2014/09/12/in-tema-di-molestie-facebook-va-considerato-luogo-aperto-al-pubblico/ ""
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Avvocato penalista - Esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza alle persone e Sequestro di persona; la Cassazione rimarca il rapporto tra i due reati.
"" Sul rapporto tra esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza alle persone e sequestro di persona.
Cassazione Penale, Sez. V, 7 agosto 2014 (ud. 18 aprile 2014), n. 35076.
Presidente Marasca, Relatore Micheli, P.G. Delehaye.
Con la pronuncia che si segnala i giudici della quinta sezione penale della Corte di Cassazione sono tornati a pronunciarsi in ordine al rapporto intercorrente tra le fattispecie di reato di cui agli artt. 393 c.p. (esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza alle persone) e 605 c.p. (sequestro di persona).
L’imputato, condannato in appello per esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza alla persona e sequestro di persona, proponeva ricorso per Cassazione richiamandosi a quella giurisprudenza secondo cui sarebbe consentito ravvisare un concorso formale tra i reati de quibus solo qualora la limitazione della libertà abbia avuto una propria rilevanza ed autonomia, e ciò potrebbe accadere soltanto qualora la presunta condotta di sequestro di persona risulti estranea e comunque non indispensabile alla soddisfazione del preteso diritto che si intenda, pur arbitrariamente, esercitare.
In caso contrario – osservava la difesa – si perverrebbe a compiere di fatto una duplicazione condannatoria, conferendo rilievo ai fini del sequestro alle medesime forme di coazione già valutate come elemento costitutivo della ragion fattasi.
La Corte ha ritenuto il motivo infondato escludendo di poter ravvisare un rapporto di specialità fra le norme di cui agli artt. 393 e 605 cod. pen., essenzialmente ragionando intorno al fatto che l’elemento costitutivo della privazione della libertà personale – da intendersi come impedimento alla libertà di locomozione – risulta estranea alla fattispecie astratta di esercizio arbitrario delle proprie ragioni (per realizzare la quale si richiedono genericamente condotte violente, od anche semplicemente di minaccia), mentre è elemento costitutivo del delitto di sequestro di persona.
Inoltre, come è noto, ai fini della configurabilità del reato previsto dall'art. 605 cod. pen., lo scopo avuto di mira dal soggetto attivo non ha alcun rilievo: il che comporta che l’avere agito al fine di esercitare un preteso diritto non vale ad escludere il dolo del sequestro di persona (si tratta, infatti, di reato punito a titolo di dolo generico), ove la condotta posta in essere sia stata strumentale a precludere la libertà di movimento della vittima, quale evento oggetto di rappresentazione e volizione da parte del reo.
In definitiva, ricorrendo i presupposti di entrambi i reati, un sequestro di persona ben può concorrere con un addebito di ragion fattasi.
Secondo la Corte di Cassazione, meritano quindi di essere ribaditi e condivisi i principi affermati dalla giurisprudenza di legittimità nella sentenza Rovere (Cass. Pen., Sez. 5, n. 9731 del 03/02/2009, Rovere, Rv 243020) – pronuncia peraltro richiamata già dalla Corte di Appello – secondo cui «il reato di sequestro di persona può concorrere con quello di esercizio arbitrario delle proprie ragioni quando l’agente sia mosso dal fine di esercitare un preteso diritto e commetta il primo per eseguire il secondo».
A conclusione del ragionamento i giudici richiamano la giurisprudenza in tema di sequestro di persona secondo cui la privazione della libertà non necessariamente deve avere carattere di assolutezza, «essendo sufficiente anche una relativa impossibilità di recuperare la propria libertà di scelta e di movimento: nè alcun rilievo assume, da una parte, la maggior o minore durata della limitazione, purché questa si protragga per un tempo giuridicamente apprezzabile, e, dall'altra parte, la circostanza che il sequestrato non faccia alcun tentativo per riacquistare la propria libertà di movimento, non recuperabile con immediatezza, agevolmente e senza rischi.
Il reato, infatti, è configurabile anche quando il soggetto passivo riesca a riappropriarsi della propria libertà, dopo una privazione giuridicamente apprezzabile che segna il momento consumativo del sequestro»(Cass., Sez. 5, n. 5443 del 15/11/1999, Pinco, Rv 215253).
Ciò è appunto quel che si è verificato nella fattispecie concreta, con la vittima certamente costretta e bloccata contro il muro per alcuni minuti, quindi accompagnata dabbasso dall'imputato che si teneva sempre stretto a lui, come chiaramente percepito dalla titolare del bar dove i due soggetti si recarono: perciò, il particolare che l’avvocato non intese rivolgersi a qualche passante, o sollecitare in modo più plateale l’arrivo delle forze dell’ordine, ben può spiegarsi con la perdurante coercizione cui egli si trovava ancora sottoposto.
Del resto – si legge nelle motivazioni – già in alcune pronunce si è sostenuto che un tempo di venti minuti sia più che sufficiente per intendere perfezionato un sequestro di persona sul piano dell’elemento materiale (v. Cass., Sez. 1, n. 18186 dell’08/04/2009, Lombardo); ma, come avvertito, l’importante non è pervenire ad una quantificazione minima, bensì trovarsi dinanzi a un dato temporale comunque apprezzabile: «per la sussistenza dell’elemento materiale del delitto di sequestro di persona previsto dall'art. 605 cod. pen., è sufficiente che vi sia stata in concreto una limitazione della libertà fisica della persona, tale da privarlo della capacità di spostarsi da un luogo all'altro, a nulla rilevando la durata dello stato di privazione della libertà, che può essere limitato ad un tempo anche breve» (Cass., Sez. 5, n. 43713 del 22/11/2002, Malatesta, Rv 223503, vicenda nella quale la vittima del reato era stata legata, per poi liberarsi da sola nel giro di pochi minuti).
http://www.giurisprudenzapenale.com/2014/08/30/sul-rapporto-tra-esercizio-arbitrario-delle-proprie-ragioni-con-violenza-alle-persone-e-sequestro-di-persona/ ""
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Avvocato penalista - La legittima difesa domiciliare.
"" In tema di legittima difesa domiciliare – Cass. Pen. 28802/2014.
Cassazione Penale, Sez. I, 3 luglio 2014 (ud. 25 febbraio 2014), n. 28802.
Presidente Cortese, Relatore La Posta, P.G. Gialanella.
Pronunciandosi su una vicenda analoga ad uno dei casi di scuola più abusati dalla manualistica (quello del proprietario di casa che spara al ladro per impedire il furto della propria autovettura), la prima sezione penale della Corte di Cassazione, con la pronuncia numero 28802, ha preso posizione in ordine alla natura giuridica della cd. legittima difesa domiciliare di cui all’art. 52 commi 2 e 3 c.p. schierandosi a favore dell’orientamento giurisprudenziale secondo cui si avrebbe a che fare con un’ipotesi speciale di legittima difesa e non con una scriminante autonoma.
Ben note le conseguenze derivanti dalla adesione al primo o al secondo orientamento: aderendo, infatti, all’orientamento che considera la legittima difesa domiciliare un’ipotesi speciale di legittima difesa, ai fini della sua configurabilità dovranno sussistere (oltre ai requisiti di cui ai commi 2 e 3 dell’art. 52 c.p.) anche i requisiti di cui al comma 1, con la conseguenza che il giudice dovrà sempre accertare la sussistenza del pericolo attuale, dell’offesa ingiusta e della inevitabilità della reazione difensiva.
1. Questi, in breve, i fatti: intorno alle ore 02.00 della notte ignoti si erano introdotti nell’abitazione del l’imputato e si erano portati al primo piano ove erano situate le camere da letto.
Entrato in funzione il sistema di allarme, l’imputato aveva notato nel soggiorno una persona che teneva in una mano una torcia con la quale lo aveva abbagliato e nell’altra un oggetto non individuato; rientrato nella camera da letto aveva preso il fucile da caccia, regolarmente denunziato, si era portato sul balcone che da sul retro della casa dal quale aveva notato una persona che si stava impossessando della sua autovettura Mercedes; quindi aveva esploso un primo colpo di fucile – colpendo al petto la persona che alla guida dell’auto si stava dirigendo verso il cancello – poi si era portato su un altro balcone ed aveva esploso un altro colpo di fucile, come confermato dal rinvenimento dei due bossoli vuoti sui due diversi balconi.
In secondo grado la Corte di assise di appello di Brescia riformava parzialmente la decisione con la quale il Gup del Tribunale di Bergamo, all’esito del giudizio abbreviato, lo aveva condannato per omicidio volontario, riducendo la pena allo stesso inflitta ad anni sei, mesi due e giorni venti di reclusione.
Proponeva ricorso l’imputato sostenendo che ai fini dell’applicabilità della disposizione sulla legittima difesa domiciliare non sarebbe richiesto che sia in corso un’aggressione personale o ai beni, ma che sussista semplicemente un pericolo di aggressione, ossia una situazione nella quale non è esclusa la possibilità dell’aggressione, ovvero è semplicemente possibile ed è, quindi, giustificata la reazione.
2. La Corte di Cassazione ha aderito alla tesi – già sostenuta in giurisprudenza – secondo cui quella di cui all’art. 52 c. 2 e 3 sarebbe una ipotesi speciale della normale legittima difesa (di cui all’art. 52 c. 1) e, alla luce della ricostruzione delle condotte operata dai giudici di merito (secondo la quale, dopo essere entrati in casa, i malviventi si erano allontanati, dandosi alla fuga con l’autovettura del ricorrente che ha sparato nel momento in cui il pericolo di aggressione non era più attuale), ha ritenuto il motivo infondato.
Ad avviso della Corte, i giudici di merito hanno fatto corretta applicazione dei principi affermati dalla giurisprudenza con riferimento alla configurabilità della scriminante della legittima difesa domiciliare, nel senso che le modifiche apportate all’art. 52 c.p. dalla L. n. 59 del 2006, hanno riguardato solo il concetto di proporzionalità, fermi restando i presupposti dell’attualità dell’offesa e della inevitabilità dell’uso delle armi come mezzo di difesa della propria o dell’altrui incolumità; di conseguenza, la reazione a difesa dei beni è legittima solo quando non vi sia desistenza e sussista un pericolo attuale per l’incolumità fisica dell’aggredito o di altri (Sez. 1, n. 16677 del 08/03/2007, Grimoli, rv. 236502; Sez. 1, n. 23221 del 27/05/2010, Grande, rv. 247571).
Al momento in cui il ricorrente ha usato l’arma per sparare – scrivono i giudici – non vi era alcun pericolo di aggressione, posto che i malviventi si stavano allontanando rubando l’autovettura: non vi era alcuna aggressione in atto nei confronti dell’imputato o dei suoi familiari; inoltre – continua la Corte – per sua stessa ammissione, il ricorrente aveva preso il fucile per spaventare i ladri e, recatosi sul balcone, aveva visto che stavano prendendo la sua autovettura e si stavano allontanando; pertanto, dall’interno del balcone aveva sparato in direzione del parabrezza il colpo rivelatosi mortale.
La Corte di appello, quindi, ha dato conto del fatto che allorchè l’imputato sparò, l’unico bene effettivamente aggredito era l’autovettura di cui voleva impedire il furto, mentre i ladri a bordo dell’auto stavano fuggendo e ogni aggressione doveva ritenersi ormai esaurita.
Secondo la Corte, anche il presupposto dell’assoluta necessità della reazione – anch’esso richiesto ai fini della sussistenza della legittima difesa (sia quella domiciliare sia quella ordinaria) – è stato escluso dalla Corte territoriale laddove ha sottolineato che il ricorrente, accortosi che i ladri stavano fuggendo a bordo della propria auto, invece di porre in atto la reazione estrema effettivamente realizzata, sparando ad altezza d’uomo a poco più di tre metri di distanza, avrebbe potuto porre in essere una condotta meno dannosa, quale l’esplosione di un colpo in aria a scopo intimidatorio o l’esplosione di un colpo indirizzato alle ruote dell’auto, ugualmente idonea a mettere in fuga i malviventi, compresi quelli eventualmente rimasti all’interno dell’abitazione.
Al contrario, l’imputato ha scelto volontariamente di sparare al parabrezza dell’auto dal quale era chiaramente visibile – tenuto conto dell’illuminazione del faro che gli permetteva di vedere chiaramente la sagoma del guidatore – la persona che era alla guida.
3. In senso conforme v. Cass. pen. Sez. I, 21-02-2007, n. 12466 (rv. 236217) secondo cui la causa di giustificazione prevista dall’art. 52, comma secondo, cod. pen., così come mod. dall’art. 1 L. 13 febbraio 2006 n. 59, non consente un’indiscriminata reazione nei confronti del soggetto che si introduca fraudolentemente nella propria dimora, ma presuppone un attacco, nell’ambiente domestico, alla propria o altrui incolumità, o quanto meno un pericolo di aggressione; Cass. pen. Sez. I Sent., 08-03-2007, n. 16677 (rv. 236502) secondo cui in tema di legittima difesa, le modifiche apportate dalla legge 13 febbraio 2006, n. 59 all’art. 52 cod. pen., hanno riguardato solo il concetto di proporzionalità, fermi restando i presupposti dell’attualità dell’offesa e della inevitabilità dell’uso delle armi come mezzo di difesa della propria o dell’altrui incolumità; di conseguenza, la reazione a difesa dei beni è legittima solo quando non vi sia desistenza ed anzi sussista un pericolo attuale per l’incolumità fisica dell’aggredito o di altri; Cass. pen. Sez. I, 27-05-2010, n. 23221 (rv. 247571) secondo cui in tema di legittima difesa, le modifiche apportate dalla legge 13 febbraio 2006, n. 59 all’art. 52 cod. pen. hanno riguardato solo il concetto di proporzionalità, al dichiarato scopo di rafforzare il diritto di autotutela in un privato domicilio o in un luogo ad esso equiparato, fermi restando i presupposti dell’attualità dell’offesa e della inevitabilità dell’uso dell’arma come mezzo di difesa della propria o dell’altrui incolumità; Cass. pen. Sez. IV, 14-11-2013, n. 691 (rv. 257884) secondo cui la causa di giustificazione prevista dall’art. 52, comma secondo, cod. pen., così come modificato dall’art. 1 della legge 13 febbraio 2006, n. 59, non consente un’indiscriminata reazione nei confronti del soggetto che si introduca fraudolentemente nella dimora altrui ma presuppone un pericolo attuale per l’incolumità fisica dell’aggredito o di altri.
http://www.giurisprudenzapenale.com/2014/08/01/in-tema-di-legittima-difesa-domiciliare-cass-pen-288022014/ ""
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