Source: http://www.scfitalia.it/news/the-pirate-bay-viola-diritti-dautore.kl
Timestamp: 2017-11-24 20:24:02+00:00
Document Index: 29335112

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Pirate Bay: sentenza Corte Giustizua UE
The Pirate Bay viola i diritti d’autore
I colossi del web (Facebook, Google, YouTube…) hanno finora collaborato contro la pirateria limitandosi a eliminare dalle piattaforme i contenuti illegali che vengono loro segnalati (responsabilità indiretta).
Secondo gli esperti dell'industria del copyright dopo la recente sentenza della Corte di Giustizia Ue, questi intermediari non potranno più considerarsi “neutrali” rispetto ai contenuti caricati dagli utenti e saranno chiamati a una responsabilità più diretta.
Nella sentenza che si è occupata del sito di file sharing svedese, la Corte Ue precisa che:
la messa a disposizione e la gestione di una piattaforma di condivisione online di opere protette possono costituire una violazione del diritto d'autore anche se le opere sono messe online da utenti della piattaforma di condivisione
per pubblicare musica o video protetti sulle piattaforme web è necessaria l'autorizzazione dei titolari dei diritti perché siamo in presenza di "comunicazione al pubblico" ai sensi dell’art. 3, par. 1, della direttiva 2001/29/CE
gli amministratori di The Pirate Bay erano consapevoli che la piattaforma offriva accesso e indicizzava opere pubblicate senza l'autorizzazione dei titolari di diritti e incassavano gli introiti pubblicitari generati dalla piattaforma.
Abbiamo chiesto a Enzo Mazza, Presidente di SCF, di rispondere ad alcune domande per capire la portata di questa storica sentenza.
La sentenza “Pirate Bay” è rivoluzionaria. Può spiegarci perché?
La corte di Giustizia stabilisce per la prima volta che anche se le opere illecite sono messe online da utenti di una piattaforma di condivisione, i suoi amministratori svolgono un ruolo imprescindibile nella messa a disposizione di tali opere e come tale violano il copyright.
I giudici attribuiscono importanza al fatto che i mediatori non si limitano a ospitare i contenuti pubblicati dagli utenti, ma li organizzano, filtrano e indicizzano. Condivide questo approccio?
Certamente, originariamente l’esenzione di responsabilità, il cosiddetto “safe harbour” fu concepito per tutelare gli intermediari passivi, ovvero soggetti che trasmettevano solo dati, come le telecomunicazioni che attraverso i cavi connettevano gli utenti senza intervenire. Oggi le piattaforme sono soggetti attivi e queste eccezioni di responsabilità non devono più potersi applicare anche a loro.
La riforma del copyright in discussione a livello europeo avrà lo stesso spirito innovatore di questa sentenza?
La proposta della Commissione, ora all’esame dal Parlamento va in questa direzione e ci auguriamo che la sentenza sia di stimolo a chiarire il ruolo degli intermediari.
Cosa farebbe per arginare la crescente disparità tra quello che le piattaforme di upload, come YouTube, generano dall’utilizzo della musica e i ricavi che tornano a coloro che lavorano e investono per la creazione di quei contenuti?
Anche qui modificando legislativamente, come si sta cercando di fare, il ruolo delle piattaforme che offrono contenuti. YouTube ormai svolge la stessa attività di Spotify o Deezer, ma gode di una posizione giuridica diversa. E’ un paradosso che va risolto. Lo stesso tipo di servizio, ovvero streaming musicale on demand deve sottostare a regole identiche.