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Timestamp: 2019-10-15 23:38:00+00:00
Document Index: 152037659

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 17', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 29', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 21', 'art. 22', 'art. 22']

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L’avanzo di amministrazione, in quanto risultato di amministrazione positivo, è unico e, quindi, è assolutamente incompatibile con un piano pluriennale di riequilibrio, che presuppone, al contrario, passività scaglionate nel tempo. È quanto si legge nella sentenza n. 105 (relatore Aldo Carosi), con cui la Corte costituzionale ha dichiarato inammissibile per difetto di rilevanza una questione sollevata dalla Corte dei conti, sezione di controllo Regione siciliana. Nella decisione, la Consulta ha sottolineato la contraddizione intrinseca dell’articolo 5, comma 11-septies, della legge n. 244 del 2016, là dove prevede la facoltà di deliberare il nuovo piano di riequilibrio finanziario pluriennale degli enti locali che abbiano conseguito un miglioramento dell'avanzo di amministrazione.
La Corte ha dichiarato incostituzionale l’art. 17 della legge della Provincia autonoma di Trento 29 dicembre 2017, n. 18 (Legge di stabilità provinciale 2018) promuove un incentivo all’esodo dal lavoro del personale a tempo indeterminato, che si dimette dal servizio in via anticipata rispetto al termine per il conseguimento del diritto alla pensione, al fine di favorire il ricambio generazionale dell’organico della Provincia autonoma, di quello degli enti strumentali pubblici, degli enti locali e delle aziende pubbliche di servizi alla persona.
La Corte Costituzionale torna sul contenuto della sentenza 51/2019 depositata venerdì scorso e relativa alla disciplina delle comunicazioni di inesigibilità che chi gestisce le entrate pubbliche deve rendere agli enti creditori. Lo fa con una nota dell’Ufficio stampa a seguito dell’articolo pubblicato sul Sole 24 Ore di domenica, in cui si prospettavano ricadute su stralci automatici (per i debiti fino a mille euro) e rottamazione delle cartelle 2000-2006 in carico alle società scorporate da Equitalia
Corte Costituzionale. Incentivi all'esodo, Regioni e Province autonome cedono il passo alla contrattazione collettiva
Le Regioni e le Province autonome non possono adottare misure di incentivazione per la cessazione dal servizio anticipata rispetto al termine per il conseguimento della pensione. Ciò vale anche se si tratta di norme programmatiche e non immediatamente applicative e finalizzate a favorire il ricambio generazionale. Il lavoro pubblico contrattualizzato è, infatti, riconducibile all'ordinamento civile (articolo 117, comma 2, lettera l), materia cioè di competenza statale.
La Corte ha ulteriormente affermato che non si può escludere che «singoli profili della disciplina della conferenza di servizi siano riconducibili alla competenza legislativa statale in materia di determinazione dei livelli essenziali» (sentenza n. 246 del 2018), coerentemente con quanto disposto dal citato art. 29, comma 2-quater, della legge n. 241 del 1990. legislatore regionale – escludendo dalla conferenza la valutazione dell’organo politico inscindibilmente legata alla determinazione da assumere, in quanto quest’ultima “presuppone o implica” la prima – si pone in una logica che, lungi dal potenziare o sviluppare il disegno di semplificazione e accelerazione definito dal legislatore statale, finisce con il vanificare il senso stesso della conferenza e l’efficacia della sua determinazione conclusiva. In base alla previsione regionale contestata, infatti, la decisione dell’organo di indirizzo politico mantiene la sua autonomia e può arrivare a stravolgere, dall’esterno, l’esito della conferenza, giacché le valutazioni espresse da detto organo (siano esse assunte prima o dopo lo svolgimento della conferenza) prevalgono su quelle degli altri partecipanti. Così disponendo, il legislatore lombardo assegna alla decisione dell’organo di indirizzo politico (estrapolata dalla conferenza di servizi) un valore diverso e maggiore rispetto a quello delle valutazioni espresse dalle altre amministrazioni competenti.
La Corte dichiara illegittime le norme impugnate: Artt. 6, c. 1°, 2° e 6°; 7, c. 6°, 7°, 8°, lett. c), e 9°; e 8, c. 2°, della legge della Regione Abruzzo 04/09/2017, n. 5 in relazione ai procedimenti relativi all'avvio, svolgimento, trasformazione e cessazione di attività economiche, nonché per l'installazione, attivazione, esercizio e sicurezza degli impianti e agibilità degli edifici funzionali alle attività economiche. La sentenza riguarda tra le altre cose la Comunicazione unica regionale, l’Amministrazione unica, il ruolo e le funzioni SUAP e il Sistema integrato dei controlli.
La Consulta ha dichiarato l’illegittimità costituzionale degli Artt. 4, c. 4°, 5, c. 2°, e 7 della legge della Regione Abruzzo 01/08/2017, n. 40 in materia di Edilizia e urbanistica relativamente alle disposizioni per il recupero del patrimonio edilizio esistente, alle destinazioni d'uso e al contenimento dell'uso del suolo, ai requisiti tecnici degli interventi di recupero. Si contesta la previsione che il recupero di vani e locali sia ammesso anche in deroga ai limiti e alle prescrizioni edilizie degli strumenti urbanistici ed edilizi comunali vigenti, ovvero in assenza dei medesimi.
La natura erariale della tassa automobilistica preclude alla Regione la possibilità di introdurre una disciplina delle esenzioni più restrittiva della legge statale, trattandosi di materia attribuita allo Stato dall'articolo 117, comma 2, lettera e), della Costituzione, questo è il principio contenuto nella sentenza n. 209/2018 della Corte costituzionale. Con questa pronuncia, che dà continuità all'indirizzo della giurisprudenza costituzionale in materia di tasse automobilistiche (sentenze 296, 297 e 311 del 2003).
Corte Costituzionale – Elezioni degli euro parlamentari
Il Consiglio di Stato, sezione quinta, ha sollevato questioni di legittimità costituzionale dell’art. 21, primo comma, numeri 1-bis) e 2), e dell’art. 22 della legge 24 gennaio 1979, n. 18 (Elezione dei membri del Parlamento europeo spettanti all’Italia), Il primo dei due articoli stabilisce, per quanto qui interessa, che l’Ufficio elettorale nazionale: «1-bis) individua le liste che abbiano conseguito sul piano nazionale almeno il 4 per cento dei voti validi espressi; 2) procede al riparto dei seggi tra le liste di cui al numero 1-bis) in base alla cifra elettorale nazionale di ciascuna lista». L’art. 22 dispone che «[l]’ufficio elettorale circoscrizionale, ricevute da parte dell’Ufficio elettorale nazionale le comunicazioni di cui al penultimo comma del precedente articolo, proclama eletti i candidati, nei limiti dei seggi ai quali ciascuna lista ha diritto, seguendo la graduatoria prevista al numero 4) dell’articolo 20».Più precisamente, il rimettente contesta la previsione della soglia di sbarramento del 4 per cento fissata per l’accesso al riparto proporzionale dei seggi nelle elezioni dei membri del Parlamento europeo spettanti all’Italia. La questione è infondata. Il legislatore gode di un’ampia discrezionalità nella scelta del sistema elettorale a condizione che il suo esercizio non si traduca nell’adozione di una disciplina manifestamente irragionevole (ex plurimis, sentenze n. 35 del 2017, n. 193 del 2015, n. 275 e n. 1 del 2014, n. 271 del 2010, ordinanza n. 260 del 2002).