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Timestamp: 2020-08-07 04:32:19+00:00
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Sentenza Cassazione Civile n. 9560 del 13/04/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9560 del 13/04/2017
Cassazione civile, sez. I, 13/04/2017, (ud. 13/10/2016, dep.13/04/2017), n. 9560
sul ricorso 22622-2013 proposto da:
B.A., (c.f. (OMISSIS)), nella qualità di erede di
BO.AL., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA TARO 35, presso
l’avvocato CLAUDIO MAZZONI, che lo rappresenta e difende, giusta
B.F., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA R. CAVERNI
16, presso l’avvocato ROBERTO GIANSANTE, che lo rappresenta e
difende unitamente all’avvocato GIAMBATTISTA RANDO, giusta procura a
avverso la sentenza n. 1542/2012 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,
13/10/2016 dal Consigliere Dott. MASSIMO FALABELLA;
udito, per il ricorrente, l’Avvocato E. PARINI, con delega, che si
con atto di citazione notificato il 13 aprile 2006, B.F. conveniva in giudizio avanti al Tribunale di Padova bo.al. e gli eredi di Bo.Al. ( B.A., B.M. e R.L.) per sentir dichiarare la risoluzione del contratto parasociale del 3 novembre 1998, e ciò in ragione degli inadempimenti imputabili ad Al. e ad bo.al.; con la citazione era altresì domandato di condannare i convenuti, in via tra di loro solidale, al pagamento della somma di Euro 258.228,45, salvo altra, oltre interessi legali dal 9 febbraio 2000; tale somma – va qui aggiunto – era corrispondente alla penale di Lire 500.000.000 convenuta tra le parti per l’ipotesi di inadempimento alle obbligazioni contratte col suddetto patto parasociale. La controversia si incentrava sulla pattuzione che abilitava i contraenti a nominare un nuovo amministratore in caso di cessazione dalla carica da parte di quello precedentemente designato. Era accaduto, in particolare, che B.F. avesse rassegnato le proprie dimissioni e che allo stesso fosse stato precluso di indicare un nuovo amministratore: ciò sulla base del rilievo per cui tale facoltà era pattiziamene prevista per i soli casi di decesso e di revoca.
Il giudizio di primo grado, nel corso del quale veniva dichiarata l’estinzione parziale della causa tra l’attore e i convenuti al. e B.M. (a seguito di rinuncia ed accettazione da parte degli interessati), si concludeva con la condanna di ciascuno dei rimanenti convenuti – B.A. e R.L. – al pagamento della somma di Euro 86.075,15, oltre interessi legali dal 9 febbraio 2000.
Era proposto appello da parte di B.A.. La Corte di appello di Venezia, nella resistenza di B.F., pronunciava in data 2 luglio 2012 sentenza di parziale riforma della pronuncia gravata, con cui era disposto che gli interessi legali sulla quota capitale dovuta dall’appellante decorressero dal 14 aprile 2006. Per il resto la Corte di merito confermava la decisione di primo grado.
Contro tale pronuncia ricorre per cassazione B.A. facendo valere quattro motivi di impugnazione illustrati da memoria. B.F. ha depositato controricorso, mentre R.L., pure intimata, non ha svolto attività difensiva nella presente sede.
Con il primo – motivo è denunciata violazione dell’art. 112 c.p.c.. Rileva il ricorrente che la Corte territoriale aveva ritenuto inammissibili le domande e le eccezioni contenute nella memoria con la quale si era costituito il suo nuovo procuratore: in merito, il giudice distrettuale aveva osservato come a seguito della notificazione dell’istanza di fissazione di udienza – secondo la disciplina del rito societario – tutte le parti incorrano in decadenza, sicchè non hanno più il potere processuale di proporre nuove eccezioni, precisare o modificare le domande ed eccezioni già svolte, formulare ulteriori istanze istruttorie e depositare nuovi documenti. Osserva nondimeno parte istante che fin dall’atto di costituzione in primo grado aveva domandato rigettarsi tutte le domande proposte da controparte in quanto infondate in fatto e in diritto e che, in tal modo, era legittimata ad esplicitare, nel corso del giudizio, quali fossero i motivi per i quali le avverse domande dovessero essere respinte.
Il motivo va disatteso per due concorrenti ordini di ragioni.
Anzitutto, esso è carente di autosufficienza, in quanto non riproduce i contenuti della memoria di costituzione del nuovo difensore di B.A., in cui le nuove eccezioni sarebbero state proposte, nè la comparsa di risposta, rispetto alla quale andrebbe valutata la novità dei temi introdotti: tale evenienza preclude a questa Corte di valutare l’oggetto della censura. Va osservato, in merito, che l’esercizio del potere di diretto esame degli atti del giudizio di merito, riconosciuto al giudice di legittimità ove sia denunciato un error in procedendo, presuppone che la parte, nel rispetto del principio di autosufficienza, riporti, nel ricorso stesso, gli elementi ed i riferimenti atti ad individuare, nei suoi termini esatti e non genericamente, il vizio processuale, onde consentire alla Corte di effettuare, senza compiere generali verifiche degli atti, il controllo del corretto svolgersi dell’iter processuale (Cass. 30 settembre 2015, n. 19410). In particolare, perchè possa utilmente dedursi in sede di legittimità un vizio di omessa pronuncia, è necessario che la domanda o l’eccezione sia stata “riportata puntualmente, nei suoi esatti termini, nel ricorso per cassazione”, per il principio dell’autosufficienza, con l’indicazione specifica, altresì, dell’atto difensivo o del verbale di udienza nei quali l’una o l’altra è stata proposta (Cass. S.U. 28 luglio 2005, n. 15781; Cass. 4 marzo 2013, n. 5344). Non soddisfa pertanto la nominata condizione una esposizione riassuntiva dell’atto che è interessato alla questione processuale sollevata (Cass. 8 giugno 2016, n. 11738; Cass. 4 luglio 2014, n. 15367; Cass. 19 marzo 2007, n. 6361) e, tanto meno, una sommaria indicazione delle eccezioni che si assumono essere state sollevate e che sono materia della censura di omessa pronuncia.
Inoltre – e comunque – non è dato di ravvisare una fattispecie riconducibile alla previsione dell’art. 112 c.p.c.. Si desume infatti dalla sentenza che la Corte di appello abbia preso in considerazione le eccezioni e deduzioni menzionate dall’odierno ricorrente, anche se poi le ha giudicate inammissibili per la loro tardività. E’ incontestabile, dunque, che sulle predette eccezioni la Corte distrettuale abbia deciso, seppure in rito.
Il secondo mezzo censura la sentenza per la violazione dell’art. 1365 c.c. in relazione all’art. 5 del patto parasociale. Il ricorrente, con il secondo motivo di appello, aveva lamentato che per il Tribunale l’ipotesi di dimissioni dell’amministratore fosse ricompresa nel patto parasociale: soluzione, questa, che non poteva essere condivisa, dal momento che l’accordo menzionava le sole fattispecie della revoca e del decesso. La conclusione cui erano approdati i giudici di merito contrasta contrastavà con il tenore letterale della intercorsa pattuizione: del resto, i contraenti avevano inteso disciplinare quelle sole ipotesi di cessazione dalla carica che fossero il frutto di accadimenti indipendenti dalla volontà del singolo amministratore. In ciò – ad avviso del ricorrente – doveva ravvisarsi una violazione della norma ermeneutica di cui all’art. 1365 c.c..
La Corte di Venezia, con riferimento alla controversa interpretazione del patto parasociale, ha osservato che dalla lettura della clausola si ricavava che i soci avessero inteso assecondare l’esigenza di conservare la gestione e l’amministrazione della società all’interno dei rispettivi gruppi familiari, facenti capo, rispettivamente, a F., al. e ad Bo.Al.. Lo stesso giudice del gravame ha poi ritenuto non decisivo il fatto che il patto parasociale menzionasse le sole ipotesi della revoca o del decesso, e non anche quella delle dimissioni. Ha aggiunto, in proposito, che “con il patto parasociale, le parti intendevano assicurarsi in ogni caso che tre componenti del consiglio di amministrazione fossero, ciascuno, espressione dei tre, gruppi familiari (…) a prescindere dalle concrete circostanze che potessero portare all’avvicendamento delle persone fisiche che quella carica ricoprivano o cessavano di ricoprire”.
Sicchè – ha concluso – “al di là della enumerazione, da ritenersi pertanto, meramente esemplificativa, e non già tassativa, delle ipotesi di cessazione dalla carica di quei membri, è certo che la proporzione tra i gruppi familiari andava, nelle chiare intenzioni dei paciscenti, sempre e comunque rispettata”, onde “la circostanza che un componente del c.d.a. possa esser venuto meno a seguito di dimissioni volontarie non comporta per ciò solo il venir meno di quell’esigenza che, invece, va in ogni caso rispettata à termini di contratto”.
Il ricorrente lamenta la violazione dell’art. 1365 c.c., ma il processo interpretativo seguito dalla Corte lagunare appare rispondente a quanto prescritto dalla citata norma, la quale dispone che ove in un contratto sia espresso un caso al fine di spiegare un patto, “non si presumono esclusi i casi non espressi, ai quali, secondo ragione, può estendersi lo stesso patto”. L’art. 1365 c.c. consente infatti l’interpretazione estensiva di clausole contrattuali in quanto prevede l’ipotesi dell’inadeguatezza per difetto dell’espressione letterale rispetto alla volontà delle parti, tradottasi in un contenuto carente rispetto – all’intenzione: in applicazione – della norma, l’esclusione da tali clausole dei casi non espressamente previsti va attuata, tenendo presenti le conseguenze normali volute dalle parti stesse con la elencazione esemplificativa dei casi menzionati, onde verificare se sia possibile ricomprendere nella previsione contrattuale ipotesi non contemplate nell’esemplificazione: e nel compimento di tale operazione ermeneutica il giudice deve attenersi al criterio di ragionevolezza imposto dalla medesima norma (cfr. Cass. 20 gennaio 1983, n. 539). Nella fattispecie in esame, l’estensione della disciplina pattizia all’ipotesi delle dimissioni dell’amministratore è stata operata dal giudice di appello sulla scorta di un idoneo criterio logico, che valorizza il senso del patto parasociale di cui qui si dibatte: patto con cui – come precisato dalla Corte distrettuale – le parti intesero assicurare un equilibrio, in seno all’organo gestorio, in funzione dell’esigenza di assicurare una precisa espressione rappresentativa ai gruppi familiari facenti rispettivamente capo a Al., al. e B.F.. Appare pertanto sicuramente ragionevole la conclusione cui è pervenuta la Corte di merito: il dover essere, cioè, tale equilibrio conservato a prescindere dalla specifica, natura dei fattimi rilevanti giuridicamente (decesso, revoca, dimissioni, e via dicendo) che avessero determinato, per i singoli soggetti chiamati a ricoprire la carica di componenti del consiglio di amministrazione, il venir meno di tale loro qualità.
L’attività ermeneutica spesa dalla Corte di Venezia con riguardo alla disposizione negoziale di cui trattasi appare, pertanto, immune dai vizi denunciati. E’ risaputo, del resto, che la censura vertente sulla violazione dei canoni interpretativi (al pari di quella basata sul vizio di motivazione) non può risolversi in una critica del risultato interpretativo, raggiunto dal giudice, che si sostanzi nella mera contrapposizione di una differente interpretazione (Cass. 16 febbraio 2007, n. 3644; Cass. 25 ottobre 2006, n. 22899; Cass. 13 dicembre 2006, n. 26690; Cass. 2 maggio 2006, n. 10131: il principio è del tutto pacifico ed è costantemente richiamato da questa S.C., pure in pronunce non massimate in tal senso: cfr. da ultimo Cass. 6 ottobre 2016, n. 20039). E va pure rammentato che, per sottrarsi al sindacato di legittimità, l’interpretazione data dal giudice di merito ad un contratto non deve essere l’unica interpretazione possibile,- o la migliore in astratto, ma una delle possibili, e plausibili, interpretazioni (Cass. 17 marzo 2014, n. 6125; Cass. 25 settembre 2012, n. 16254, Cass. 20 novembre 2009, n. 24539).
Con il terzo motivo è denunciata violazione dell’art. 112 c.p.c. in relazione agli artt. 2697 e 752 c.c.. Rileva il ricorrente che parte attrice aveva chiesto fin dall’inizio del giudizio di primo grado il pagamento dell’intera penale, in solido con gli altri due eredi: pertanto tale domanda risultava per ciò solo infondata. Poggiava poi su una mera astrazione l’assunto, fatto proprio dal Tribunale e dalla Corte di appello, secondo cui la quota ereditaria di pertinenza del ricorrente fosse pari a un terzo del totale. Avendo l’attore richiesto espressamente la condanna al pagamento dell’intero, i giudici di merito non avrebbero potuto, d’ufficio, fissare in diversa misura la quota spettante a ciascuno dei convenuti.
Anzitutto i giudici di merito, nel ripartire pro quota il debito rispetto al quale era stata richiesta una condanna solidale dei convenuti, non sono incorsi in alcuna ultrapetizione, dal momento che essi hanno semplicemente adeguato la pronuncia alla regola di diritto posta dall’art. 754 c.c., secondo cui gli eredi sono tenuti al pagamento dei debiti e dei pesi ereditari personalmente, in proporzione della loro quota ereditaria. La pronuncia resa non si colloca, – del resto, oltre i limiti della domanda iniziale (che era diretta a una condanna dell’odierno ricorrente per l’intero), ma piuttosto costituisce statuizione meno ampia, in punto di quantum, rispetto a quella richiesta nei confronti di B.A. con la citazione introduttiva del giudizio. Proprio in applicazione di tale criterio questa Corte ha ritenuto, in passato, di escludere il vizio di ultrapetizione nel caso in cui il giudice, di fronte alla domanda di affermazione della responsabilità di due soggetti in via solidale, abbia dichiarato questi ultimi responsabili in via concorrente e in misura diversa tra loro (Cass. 6 novembre 1986, n. 6495).
Quanto all’individuazione della quota di pertinenza dell’odierno ricorrente, essa si è basata su di un accertamento di fatto compiuto dal giudice del merito, come tale insindacabile nella presente sede. Va pure osservato, sul punto, che il ricorrente finisce per prospettare la questione in termini che non sono giuridicamente coretti: infatti, l’erede evocato in giudizio ha l’onere di indicare la quota del debito di cui egli deve rispondere e, nel caso in cui non alleghi alcunchè al riguardo, è consentito al creditore di richiedere l’intero (Cass. 31 marzo 2015, n. 6431; Cass. 12 luglio 200., n. 15592; Cass. 5 agosto 1997, n. 7216). Risulta quindi mal posta la questione relativa all’accertamento della quota ereditaria, visto che competeva allo stesso ricorrente chiarirne la consistenza, pena la sua condanna al pagamento integrale della somma portata dal titolo. Ed è del tutto ovvio, in tale prospettiva, che l’erede che rimanga silente, così come non può dolersi della condanna al pagamento dell’intero, a maggior ragione non può lagnarsi della pronuncia che lo condanni al pagamento di una somma inferiore, come nella specie è avvenuto.
Il quarto mezzo è rubricato come violazione dell’art. 91 c.p.c.. L’istante si duole che le spese processuali siano state liquidate assumendo, come parametro di riferimento, l’intero importo della penale (laddove, invece, lo stesso B.A. era stato condannato al pagamento di un terzo di tale somma). D’altro canto – aggiunge il ricorrente – l’accoglimento del quarto motivo di appello precludeva alla Corte di merito di riversare l’intero importo delle spese su di lui.
Nemmeno tali censure colgono nel segno.
Il primo assunto si – connota per la sua assoluta genericità: è ben noto, al contrario, che in sede di ricorso per cassazione l determinazione, del giudice di merito, relativa alla liquidazione delle spese processuali può essere censurata solo attraverso la specificazione delle voci in ordine alle quali lo stesso giudice sarebbe incorso in errore (Cass. 20 maggio 2016, n. 10409; Cass. 27 ottobre 2005, n. 20904). Più in particolare, per l’ammissibilità della censura, è necessario che nel ricorso per cassazione siano specificati i singoli conteggi contestati e le corrispondenti voci della tariffa professionale violate, al fine di consentire alla Corte il controllo di legittimità, senza dover espletare una inammissibile indagini sugli atti di causa (Cass. 29 ottobre 2014, n. 22983; Cass. 10 ottobre 2003, n. 15172).
La seconda doglianza è infine chiaramente destituita di fondamento, in quanto il ricorrente pretende di ricavare il criterio di regolamentazione delle spese processuali dalla pronuncia sui singoli motivi di gravame e non dall’esito complessivo della controversia. Nel caso in esame, la Corte di merito, pur riconoscendo che gli interessi legali dovessero essere accordati all’attore con una decorrenza diversa rispetto a quella riconosciuta dal Tribunale, ha ritenuto, in considerazione della “marginalità del motivo accolto”, di riversare me spese processuali su B.A.. Soluzione, questa, del tutto corretta: infatti, in tema di spese processuali, la soccombenza deve essere stabilita in base ad un criterio unitario e globale, tanto che viola il principio di cui all’art. 91 c.p.c. il giudice di appello che ritenga la parte come soccombente per effetto della riduzione della somma accordatale in primo grado (Cass. 19 agosto 2013, n. 19158).
A B.F. spetta il rimborso delle spese processuali, in forza del principio di soccombenza.
rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento, in favore del controricorrente B.F., delle spese processuali, liquidate in 5.200,00, di cui 200,00 per esborsi, oltre rimborso spese generali nella misura del 15% e oneri di legge; si dà atto che parte ricorrente è tenuta a procedere, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, al versamento dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 13 ottobre 2016.