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Timestamp: 2020-04-07 17:22:57+00:00
Document Index: 43297414

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 2', 'art. 6', 'art. 1102', 'art. 1102', 'art. 1102', 'sentenza ']

Giurisprudenza di merito - Numero 4-2005, August 2005 - Archivio delle locazioni e del condominio - Libri e Riviste - VLEX 461899
Pagine: 435-461
@CORTE DI APPELLO DI TRENTO Sez. II, 15 marzo 2005, n. 40. Pres. Nuzzi - Est. Platania - Catano (avv.ti Adorno e Andermarcher) c. Ministero della Giustizia e Presidenza del Consiglio dei Ministri (Avv. distr. Stato).
Esecuzione forzata - Consegna o rilascio - Provvedimento di rilascio - Sfratto per finita locazione - Eccessiva attesa dell'esecuzione dello sfratto - Danni (patrimoniali e non) subiti dal locatoreLegge Pinto - Azione di ristoro ex art. 2 legge cit. - Durata ragionevole - Individuazione.
In tema di domanda di ristoro ex lege n. 89/ 2001, proposta in relazione ai danni (patrimoniali e non) subiti dal locatore per l'eccessiva attesa dell'esecuzione di un provvedimento di rilascio per finita locazione, può considerarsi come ragionevole - tenuto conto della necessità di contemperare le contrapposte esigenze di proprietario e conduttore - un tempo di circa un anno per l'esecuzione dello sfratto. (L. 24 marzo 2001, n. 89, art. 2) (1).
(1) Sull'argomento (per quanto non con specifico riferimento alla quantificazione della c.d. «durata ragionevole» del processo) si vedano Cass., 26 febbraio 2004, n. 3873, in Giust. civ. 2004, I, 1457 con nota di IZZO; Cass., 22 ottobre 2002, n. 14885, in Foro it., 2003, I, 837 e Cass., 20 settembre 2002, n. 13768, in Giust. civ. 2002, I, 3063. Nel merito, App. Perugia, 16 luglio 2001, in questa Rivista 2002, 53.
(Omissis). - Premesso che la ricorrente è proprietaria di un immobile sito in Venezia. già dato in locazione a Fernanda Cretich per il quale, su istanza dell'allora proprietaria, era stato emesso l'11 dicembre 1986 provvedimento di finita locazione; che l'esecuzione dello sfratto è stata posticipata in parte, per la mancata disponibilità di forza pubblica ed in seguito per l'applicazione di alcuni provvedimenti legislativi; che il provvedimento di sfratto è stato eseguito solo il 12 luglio 2004 anche se l'immobile è stato liberato solo il 30 ottobre 2004; rilevato che la domanda è stata tempestivamente proposta; rilevato altresì che parte ricorrente ha convenuto, oltreché il Ministero della Giustizia, anche la Presidenza del Consiglio dei Ministri; che la domanda di ristoro è stata proposta dichiaratamente in relazione ai danni non patrimoniali subiti per l'attesa dell'esecuzione dello sfratto; che è stata avanzata, altresì, domanda con riferimento ai danni patrimoniali costituiti dalle spese legali collegate all'eccessivamente lunga procedura; rilevato che l'Avvocatura dello dello Stato ha eccepito la carenza di legittimazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri trattandosi di vertenza instaurata innanzi all'Autorità giudiziaria ordinaria; considerato che, come peraltro correttamente osservato dall'Avvocatura, il tempo da considerare è solo quello successivo all'acquisto dell'immobile da parte della ricorrente; che pertanto, considerato che può essere ritenuto ragionevole un tempo di circa un anno per l'esecuzione di uno sfratto per finita locazione, tenuto conto delle necessità di contemperare le esigenze del proprietario con quelle del locatario, può ritenersi non ragionevole il tempo successivo all'ottobre 1989; che quindi il processo è durato oltre il termine ragionevole per quindici anni: che è nota a questa Corte la posizione della Cassazione reiteratamente affermata in merito all'applicabilità della legge n. 89/2001 anche alle ipotesi in cui il ritardo nell'esecuzione dei provvedimenti di sfratto dipenda dall'applicazione di leggi o di scelte di tipo amministrativo non dipendenti dall'Autorità giudiziaria; che sebbene la posizione assunta dalla Cassazione non appaia a questa Corte totalmente condivisibile, in ragione del fatto che nelle varie e ripetute fattispecie sottoposte al suo esame ciò che effettivamente risulta violato dalla ritardata esecuzione dei provvedimenti di sfratto, determinata da esigenze pubbliche di fare fronte a gravissime carenze abitative di determinate località ed alla necessità, sempre di interesse pubblico, di consentire a soggetti non abbienti, comunque di godere del bene primario e costituzionalmente protetto dell'abitazione, non è il diritto alla ragionevole durata del processo (oggetto unico della legge n. 89/2001 che ha infatti tutelato il diritto dei cittadini ai sensi dell'art. 6, paragrafo 1 della Convenzione dei diritti dell'Uomo) ma il diritto di proprietà tutelato da altra parte della Convenzione (ma non oggetto di considerazione da parte delle legge n. 89/2001) che non consente che il cittadino ne sia privato, anche temporaneamente senza indennizzo; che, tuttavia, il consolidamento dell'indirizzo giurisprudenziale impone di prestare ossequio alle decisioni della Corte di cassazione organo unico deputato alla nomofilachia; che nella specie il danno patrimoniale è lamentato solo in relazione ai costi legali che sarebbero stati sopportati in relazione all'eccessiva durata del procedimento; che sebbene questo danno non sia stato provato con rigore, è possibile, in relazione al numerosi vani accessi verificatisi negli anni, determinare in modo equi-Page 436tativo questi maggiori esborsi nella somma di euro 1.000; che il danno non patrimoniale è possibile risarcirlo, secondo i parametri applicabili in euro 1.000 per anno; che dunque deve essere riconosciuta alla ricorrente la somma complessiva di euro 16.000; che invece va dichiarata la carenza di legittimazione passiva della Presidenza del Consiglio dei Ministri poiché la legittimazione passiva compete al solo Ministero della Giustizia atteso che la parte si lamenta della eccessiva durata di un processo ordinario; che alla soccombenza segue la condanna alle spese liquidate come in dispositivo tenuto conto della tabella VII. (Omissis).
@CORTE DI APPELLO DI FIRENZE Sez. II, 2 marzo 2005, n. 449. Pres. Lucentini - Est. Cappelli - Bonechi (avv.ti Montini e Scala) c. Macherelli I. ed altri (avv.ti Magni e Gattai).
Parti comuni dell'edificio condominiale - Muri - Perimetrali - Conduttore di locale ad uso commerciale - Apposizione di insegna pubblicitaria - Assenza di ostacoli nel regolamento condominiale e nel contratto di affitto - Abuso della cosa comune - Configurabilità - Esclusione a condizione che vengano rispettati i limiti posti dall'art. 1102 c.c.
In assenza di ostacoli derivanti dal regolamento condominiale o dal contratto di locazione, non configura abuso della cosa comune (a condizione che non contrasti con i limiti posti dall'art. 1102 c.c.) l'apposizione - da parte del conduttore - di insegne atte a pubblicizzare l'attività commerciale svolta nell'immobile locatogli, effettuata sui muri perimetrali dell'edificio non corrispondenti alla proprietà del singolo condomino. (C.c., art. 1102) (1).
(1) Il principio di cui alla massima costituisce ormai ius receptum. In tale senso, si rinvia alle citate Cass., 3 febbraio 1998, n. 1046, in Rass. loc. e cond. 1998, 273 con nota di GUIDA e Cass. 24 ottobre 1986, n. 6229, in Riv. giur. ed. 1987, I, 179. Nel merito, cfr. Trib. Brescia, 26 aprile 1994, in questa Rivista 1995, 161.
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO. - Con ricorso dell'8 giugno 2001 Leonello, Gabriella e Massimo Macherelli, premesso di essere proprietari di un fabbricato posto in Prato, via Strozzi, esponevano che Luciano Bonechi, conduttore fin dal 1964 di uno dei due fondi commerciali posti al piano terreno sulla facciata principale dell'immobile, ove esercitava l'attività di istruttore di scuola guida, aveva applicato, sovrastante la porta d'accesso al fondo, un'insegna a forma di tenda, in alluminio e «tessuto» plastico.
Assumevano che il conduttore, in base al contratto, non aveva alcun diritto di utilizzare, a proprio beneficio, porzioni della facciata, rilevando inoltre che la tenda era rumorosa in caso di pioggia, pericolosa in quanto facile appiglio per eventuali tentativi di intrusione negli appartamenti e del tutto dissonante, per colore e forma, con l'insieme architettonico dell'edificio, sottoposto a integrale rifacimento, in modo da riacquistare il suo originale decoro e stile della fine degli anni 1940. Chiedevano, di conseguenza, la condanna del conduttore a rimuovere la predetta insegna.
Con sentenza n. 385/2003 del 16 gennaio 2003, l'adito tribunale accoglieva la domanda, ritenendo la descritta condotta tenuta dal conduttore atta a configurare un inadempimento delle obbligazioni derivanti dal contratto.
Con ricorso depositato il 16 luglio 2003, ha proposto appello il Bonechi, rilevando l'assenza nell'accordo scritto di qualsiasi riferimento a insegne pubblicitarie, se non a quella verticale «a bandiera», peraltro eliminata, mentre non si poteva negare al conduttore, al pari del proprio dante causa, il diritto di godere liberamente le parti comuni dell'edificio, tra cui la facciata. Chiede, inoltre, la condanna di controparte alla restituzione di quanto già corrisposto in forza della impugnata sentenza. Resistono i locatori.
MOTIVI DELLA DECISIONE. 1. - Elemento basilare della locazione di un immobile, sia esso ad uso abitativo o ad uso diverso, è il trasferimento del godimento al conduttore, il quale è, quindi, legittimato a titolo locatizio, a trarre dall'immobile tutte quelle utilità che prima erano peculiari del locatore, senza distinzione tra le utilità...