Source: http://astratto.info/tribunale-di-verona.html?page=3
Timestamp: 2020-02-16 22:14:39+00:00
Document Index: 16643273

Matched Legal Cases: ['art. 3', 'art. 3', 'art. 1', 'art. 633', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 1', 'art. 163', 'art. 544']

L. 4 L’incitamento a commettere atti di discriminazione
L. 4 L’incitamento a commettere atti di discriminazione.
L’uso del verbo “incitare”, pur diverso da quello solitamente usato in casi analoghi (= istigare), esprime l’idea di “mettere in movimento” un pensiero che, altrimenti, non esisterebbe in quanto tale ovvero esisterebbe in maniera diversa.
Sì incita taluno quando lo si incoraggia ad agire ovvero ad agire meglio o diversamente ovvero a desistere. In questo senso, dunque, il verbo “incitare” é sinonimo di “pungolare”, “sospingere”, “spronare”, “stimolare”.
L’incitamento, secondo la dottrina e la giurisprudenza, non é così propriamente sinonimo di istigazione. L’incitamento indica qualcosa di diverso e di più tenue rispetto all’istigazione; indica, peraltro, qualcosa di diverso e di più penetrante rispetto all’apologia. Se l’istigazione significa spingere, stimolare, spronare qualcuno a fare qualcosa, e l’apologia significa espressione di un proprio pensiero in adesione a quello di un altro che si esalta enormemente e che, peraltro, non viene in alcun modo alterato nella sua essenza dal pensiero proprio, l’incitamento non stimola né sprona all’azione ma alla formazione di un certo tipo di pensiero dal quale poi, nell’intenzione di chi stimola e sprona, ci si auspica discenda un certo tipo di condotta.
L’incitamento alla discriminazione razziale e la partecipazione ad associazioni che abbiano come scopo tale incitamento, integra il reato di cui all’art. 3 della legge n. 654/1975 non solo se compiuto in danno di italiani, ma anche se compiuto a danno di stranieri: la norma penale vieta, infatti, gli, atti di incitamento all’odio razziale indipendentemente dall’appartenenza a uno Stato straniero delle persone discriminate, e ciò in esecuzione della Convenzione di New York del 17 marzo 1966, resa esecutiva in Italia con la legge n. 654 citata.
Non rileva assolutamente, ai fini dell’integrazione della fattispecie di che trattasi, che l’incitamento sia stato accolto da colui al quale era rivolto. Ciò che unicamente rileva ai fini della norma in contestazione é che l’incitamento sia idoneo ad influire sul pensiero altrui nel senso di essere capace di formare in altri un determinato schema mentale da cui possa discendere un certo tipo di condotta, quella condotta che primariamente lede il bene giuridico tutelato dalla norma di che trattasi (la dignità umana) mettendo in pericolo la tranquillità e la sicurezza (ordine pubblico).
Nel caso di specie risulta integrata anche l’ipotesi dell’incitamento, non tanto e non solo con riguardo al pensiero dei cittadini spronati ad agire in un certo modo (sottoscrivendo la petizione popolare), ma soprattutto con riguardo al pensiero dei pubblici amministratori di Verona, ossia a coloro che reggono le sorti amministrative della collettività e che, per ragioni politiche, sono sensibili alle opinioni espresse dalla collettività amministrata. Da questo punto di vista, dunque, la condotta contestata agli imputati sotto il profilo dell’incitamento appare subdolamente posta in essere nei confronti dell’amministrazione, atteso che - seppure é vero che il pubblico amministratore deve amministrare la comunità secondo principi di democrazia, civiltà e pluralismo - é indubbia l’influenza sul politico amministratore di una “massa di pensieri” espressi in una certa direzione da un considerevole numero di consociati, e ciò quand’anche questa “massa di pensieri” sia negativa nei confronti di una parte della stessa popolazione amministrata (di etnia zingara, italiana e/o straniera, formalmente residente o non in Verona) e, quindi, non sia propriamente conforme ai dettati di civiltà, democrazia e pluralismo ai quali si ispira la legislazione vigente.
Si tratta di reato a dolo specifico. La fattispecie che sanziona la discriminazione commessa per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi, siccome delineata dall’art. 3, comma 1, della legge 13 ottobre 1975, n. 654, come modificato dall’art. 1 del d.l. 26 aprile 1993, n. 122, configura un delitto a dolo specifico: l’agente opera con coscienza e volontà di offendere la dignità della vittima in considerazione di fattori razziali, etnici, nazionali o religiosi. Il pensiero e la condotta in sé discriminatori, rispettivamente, si diffonde e si tiene proprio perché si possa percepire il pregiudizio, il dispregio, l’odio che si nutre per l’Altro. L’illiceità del fatto risiede proprio in questo, nella specificità della colpevolezza che esplicita di per sé la condotta discriminatoria.
Non si ravvisa nella condotta contestata agli imputati l’ipotesi di un legittimo diritto di critica nei confronti degli zingari abusivamente stanziati sul territorio del Comune di Verona in zone non classificate come campi nomadi regolari ai sensi della l.r. n. 54/1989. La protesta attuata dagli esponenti della Lega Nord veronese per il ripristino della assunta legalità violata é stata, invero, accompagnata da atti palesemente esulanti dall’ambito del lecitamente consentito: esiste, invero, stretto collegamento tra la protesta di discriminazione etnica resa pubblica con le scritte (volantini, manifesti, titolo della petizione popolare) e la contestuale raccolta di firme finalizzate a dare contezza agli organi politici dell’amministrazione comunale del dissenso dei cittadini firmatari della petizione popolare in ordine alla presenza di zingari nella città di Verona e, quindi, a persuadere l’amministrazione comunale a cacciare di fatto tutti gli zingari dal territorio scaligero.
Non può essere dato ingresso ad un giudizio di liceità di una critica ovvero di un pensiero manifestato in dispregio alla dignità umana, diritto che preesiste alla Costituzione: il rispetto della dignità umana costituisce l’essenza di uno Stato democratico, e sul principio di tale rispetto si fondano tutti gli altri diritti fondamentali.
La libertà di critica e di manifestazione del pensiero é una libertà che é lecitamente esercitatile nel limite del rispetto della dignità umana, atteso che si tratta proprio di libertà finalizzate allo sviluppo e alla più completa realizzazione della personalità umana. Indipendentemente, dunque, dalla circostanza che la propria opinione (anche di critica) sia di maggioranza o di minoranza, essa deve comunque essere un’opinione espressa nell’assoluto rispetto della dignità umana dell’interlocutore, individuale o collettivo. Questo concetto é quello che più corrisponde ai principi contenuti nei Trattati internazionali, non da ultimo nella Costituzione europea firmata a Roma a fine del 2004, la quale stabilisce che “Nessuna disposizione della presente Carta deve essere interpretata nel senso di comportare il diritto di esercitare un’attività o compiere un atto che miri a distruggere i diritti o la libertà riconosciuti nella presente Carta o ad imporre a tali diritti e libertà limitazioni più ampie di quelle previste nella presente Carta”. La Costituzione europea, dunque, riproduce quanto già la Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo espressamente statuiva facendo divieto a chiunque di “compiere un atto mirante alla distruzione dei diritti o delle libertà riconosciuti nella presente Carta”.
Il senso di tali principi é, dunque, chiarissimo: da una parte si afferma l’assoluto principio del rispetto, in campo politico, economico, sociale e culturale o in ogni altro settore della vita pubblica, della dignità umana a prescindere dalla razza, dal colore, dall’ascendenza, dall’origine nazionale o etnica; dall’altra si riconosce la libertà di pensiero e di critica nel limite imprescindibile del rispetto dei principi sanciti in tema di dignità umana. La Corte europea ha più volte affermato che non si può abusare dell’esercizio di un diritto, nel caso di specie dell’esercizio del diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero, al fine di offendere altri diritti fondamentali, principalmente quello superiore della dignità dell’uomo.
Si tratta di un principio che era stato affermato solennemente anche nel corso della II^ Conferenza Mondiale della lotta contro il razzismo, tenutasi a Ginevra nel 1983: per eliminare il razzismo occorre combatterlo nella sua fase preliminare, in quella fase cioè che si manifesta sotto la forma della diffusione del pensiero, a prescindere dal come il pensiero é diffuso e dall’intensità della diffusione, da quella più blanda dell’espressione del pensiero a quella più incisiva che si concretizza nell’incitamento.
Non é illecito avere pregiudizi in sé, nemmeno se tali pregiudizi sono di tipo razziale, etnico, nazionale, religioso. E’ illecito se, e solo se, il pregiudizio in sé razziale, etnico, nazionale, religioso si trasforma da pensiero intimo del singolo uomo a pensiero che l’uomo (singolo o in gruppo) diffonde in qualunque modo argomentando la superiorità della propria razza, etnia o nazione o compiendo o incitando a compiere atti di discriminazione per ragioni di razza, etnia, nazione, religione. Poiché l’uomo sa dire cose che non pensa e sa pensare cose che non dice, va da sé che la verità o la falsità di ciò che si pensa non sempre è la verità o la falsità di ciò che si dice.
E dunque: é vero ciò che gli imputati hanno fatto credere di essere nel settembre 2001 o é vero ciò che oggi essi dicono di sé “ora per allora”?
Il giudizio deve essere formulato ex ante con riguardo al cd. pensato. E non vi é chi non veda come esternare il pensiero con frasi come “via (tutti) gli zingari dalla città”, “cacciamo gli zingari” e altre proposizioni universali simili, sia un modo di manifestazione non consentito e non tutelabile in quanto evidenzia nei fatti un pensato in sé chiaramente preconcetto.
Si é liberi di formulare ipotesi, ma si deve essere consci del fatto che a quelle ipotesi deve seguire un controllo empirico mediante deduzione dall’esperienza dei fatti, siccome espressi secondo i termini delle asserzioni di base. Si é, così, liberi di pensare in sé che gli zingari siano tutti dei ladri, ma si deve accettare consapevolmente che, ove esternato, quello stesso pensiero diviene di per sé oggetto di critica sulla base di fatti empirici: e basta l’asserzione di base che, secondo esperienza, anche un solo zingaro. non sia un ladro perché sia negata validità alla proposizione universale, quand’anche questa sia stata affermata secondo protocolli osservativi di matrice neopositivistica, di per sé accettati ed accettabili solo per accordo convenzionale nell’ambito di una comunità particolare e non anche al di fuori di un accordo generalizzato.
Ogni scelta é espressione di volontà, e non esiste discriminazione di sorta se non come conseguenza di una libera scelta di foro interno che, in quanto consciamente estrinsecata in un comportamento, fa parlare di volontà di colui che l’ha operata. E così é l’atto di scelta, quale atto di volontà, a fondare la valutazione della discriminazione umana come libera preferenza dell’esserci in modo lecito ovvero illecito rispetto al dettato normativo.
Si può, dunque, pensare liberamente secondo propria volontà, ma si deve ricordare che non é essenziale per “esserci” in una società civile il comportarsi come si vuole, ma “come si deve secondo la norma di legge”. E la legge vieta e sanziona che si possa umiliare un proprio simile per il solo fatto che egli sia quello che é, che egli sia tale e quale é, ossia che egli esista essenzialmente in quanto essere umano con le proprie qualità, le proprie caratteristiche, le proprie idee, le proprie inclinazioni.
Orbene, oggi si sostiene la tesi secondo la quale gli imputati volevano semplicemente ripristinare la legalità che essi assumevano violata a seguito della condotta degli zingari che avevano occupato aree pubbliche (demaniali o patrimoniali) del Comune di Verona diverse da quella di Forte Azzano. Ma é anche possibile che gli imputati avessero, al tempo delle condotte in contestazione, fatto credere ai cittadini di Verona che l’intenzione del partito Lega Nord veronese fosse quella di cacciare o fare cacciare (dalla giunta comunale pro-tempore) tutti gli zingari dalla città.
Secondo la dottrina della “cassatio”, allorquando gli imputati affermano oggi che essi stavano mentendo in passato dicendo quello che a loro carico viene provato dal tenore letterale delle parole usate nei manifesti, nei volantini e nei testi delle interviste alla stampa e della conferenza pubblica di presentazione dell’iniziativa di petizione popolare, essi in realtà non dicono alcunché di particolare: la valutazione e il giudizio della proposizione “E’ vero o é falso che gli imputati volevano cacciare o fare cacciare tutti gli zingari dalla città di Verona” non possono essere presi in considerazione nell’analisi della proposizione stessa. Ma l’analisi va presa in considerazione nella valutazione e nel giudizio. Tale modo di procedere presuppone l’implicazione di una sorta di gerarchia del linguaggio che, in relazione a tipi di proposizioni come quelle anzidette, non esiste affatto.
Allora: Quale delle due tesi va accolta, quella dell’accusa o quella della difesa ?
Il Collegio ritiene, a tale fine, che non possa essere omesso il richiamo al radicale distinguo esistente tra i vari tipi di proposizioni (vocali, scritte, mentali) e che, nel caso che qui ci occupa, il dato testuale delle parole usate (ad es. “Sabato 15 settembre firma anche tu per mandare via gli zingari da Verona”, “Per la sicurezza della cittadinanza, via gli zingari da casa nostra, sgombero immediato”, “i nomadi Sinti devono essere allontanati dal territorio comunale, l’unica soluzione é un’ordinanza definitiva di allontanamento”) chiarisce, al di là di ogni ragionevole dubbio, il senso effettivo del pensato, sicché fare passare oggi per “battaglia per il ripristino della legalità” ciò che é stata, per il tipo di parole e per i toni usati, solo propaganda di partito non corrisponde al dato di fatto. Ogni altra interpretazione sarebbe sfalsamento della realtà.
E’, dunque, falso che gli imputati abbiano mentito facendo credere di avere voluto cacciare o fare cacciare tutti gli zingari dalla città di Verona. E’, invece, vero il contrario: nel caso di specie gli imputati, diffondendo “tout court” pensieri fondati su idee di superiorità e di odio razziale, hanno incitato a commettere atti di discriminazione per ragioni razziali ed etniche nei modi indicati in imputazione. Va notato, a tale proposito, che eventuali condotte illecite, sotto il profilo della norma di cui all’art. 633 c.p. ovvero di altre norme penali, andavano e vanno denunciate in relazione a singoli soggetti in ossequio alla personalità della responsabilità penale.
Da quanto sopra discende che, nell’ideologia propagandata dagli imputati siccome evincibile dai fatti a loro contestati, non può indiscutibilmente negarsi che il discorso sull’“Altro” oscilli tra etnopluralismo, differenzialismo culturale e xenofobia esplicita. Per come é emerso, invero, gli imputati hanno propugnato una visione del mondo differenzialista: il pensiero che essi hanno diffuso si fonda sull’idea secondo la quale il diritto da conquistare e difendere non é quello alla uguaglianza ma quello alla differenza. La parola d’ordine da rispettare e fare rispettare é, pertanto, incentrata essenzialmente sulla stigmatizzazione dell’ibridazione, sull’appello mixofobico al rifiuto del mescolamento (cd. meticciato), sulla necessità di difesa attiva nei confronti di altre culture, percepite come nemico.
Il differenzialismo culturale é stato usato in chiave metapolitica come risposta al potere culturale dominante e tramite questa ideologia gli imputati hanno auspicato l’attuazione dell’idea di separazione come condizione per la salvaguardia delle singole identità etniche, in particolare dell’identità veneta veronese. Vero é che il differenzialismo culturale non vuole dire peraltro esprimere, al contrario del razzismo biologico, un giudizio di valore sulle superiorità di un popolo o di un’etnia su altri. Vero é, peraltro, che il differenzialismo politico rifiuta l’etichetta di teoria razzista che, invece, le é propriamente attribuita da politologi, filosofi, sociologi e storici: tale ideologia é, invero, razzista di per sé, dal momento che essa può essere usata come forma di travestimento tattico del razzismo inegualitario mediante una sua riformulazione più socialmente accettabile. Stabilendo l’irriducibilità delle culture e l’imperativo alla loro separazione, il differenzialismo si traduce di fatto in un meccanismo di chiusura sociale e di esclusione dell’“Altro”.
Il messaggio lanciato dagli imputati attraverso la diffusione del loro pensiero é stato quello di esaltazione, in linea generale, dell’identità etnico-culturale dei popoli o delle varie leghe popolari, concepiti, nelle singole ramificazioni locali, come vere e proprie unità di lingua e di tradizioni, unici veri collanti della classe popolare piuttosto che di uno Stato-nazione.
L’idea propagandata é stata, dunque, quella del populismo che rivendica la propria identità culturale a tutti i costi, anche quando i costi sono quelli che si impongono all’“Altro” solo in ragione della sua posizione di estraneo al gruppo, proprio perché “Altro”. Tale idea non può che essere letta se non, da una parte, in chiave essenzialista come dedizione assoluta dell’individuo alla collettività leghista, e, dall’altra, in termini esclusivistici come attitudine all’affermazione del cd. endogruppo e all’emarginazione di chi a questo sia estraneo.
Gli imputati hanno certamente commesso un errore, un errore consistito nell’avere tenuto una condotta vietata dalla legge penale: 1) hanno diffuso, tramite l’iniziativa della pubblica raccolta di firme sotto forma di petizione popolare indirizzata all’amministrazione del Comune di Verona, idee fondate sulla superiorità e sull’odio razziale ed etnico nell’accezione dei termini sopra specificati; 2) hanno anche incitato con la medesima condotta i pubblici amministratori Veronesi competenti a commettere atti di discriminazione per motivi razziali ed etnici.
A costituire un concreto turbamento, mediante la richiesta ai cittadini di un’adesione in forma diffusa all’iniziativa discriminatoria da loro patrocinata, alla coesistenza pacifica dei vari gruppi etnici nel contesto sociale veronese al quale il messaggio era indirizzato, é stato il tenore letterale del testo dei volantini, dei manifesti pubblicitari, delle interviste alla stampa e della conferenza di presentazione dell’iniziativa di petizione pubblica.
Pertanto, l’assunto di conclusione del giudizio collegiale si fonda essenzialmente sul richiamo all’art. 2 Cost. come norma che sancisce il valore assoluto della persona umana. Si tratta di una norma a carattere precettivo e non programmatico, sicché ogni proiezione della persona nella realtà sociale è suscettibile di assurgere a rango di diritto soggettivo perfetto con la conseguente configurabilità di una tutela risarcitoria in caso di lesione. Nel caso di specie ogni zingaro Sinto, in quanto persona, ha diritto di vivere e di, stabilirsi, di circolare e di permanere nel Comune ove risulta anagraficamente iscritto, al pari di ogni altro cittadino veronese. Soprattutto nel comune di residenza l’essere umano ha diritto di esplicitare tutto quello che costituisce la sua quotidianità (scuola, lavoro, mantenimento di relazioni affettive e sociali), ossia di mantenere tutti quei vincoli che costituiscono l’oggetto di un diritto soggettivo perfetto a mente dell’art. 2 Cost. Ebbene, tali diritti sono stati certamente posti in pericolo dalla campagna di raccolta di firme preordinata alla cacciata degli zingari dalla città, e non al ripristino della legalità violata. Con la condotta loro contestata gli imputati hanno lanciato un messaggio chiarissimo agli zingari della comunità Sinta, facendoli sentire stranieri nella città cui essi appartengono a pieno titolo quali residenti regolarmente iscritti all’anagrafe.
L’istruttoria dibattimentale ha, dunque, messo in luce due dati: da una parte, la campagna di raccolta delle firme preordinata alla cacciata di un gruppo genericamente individuato e, dall’altra, il turbamento dell’animo degli appartenenti al gruppo Sinti, concretizzatosi in un sentimento di paura, di preoccupazione, di ansia per la sorte loro e dei loro figli. L’azione criminosa é stata ampliamente pubblicizzata con conferenze stampa e con manifesti affissi in tutta la città di Verona e, per come ha ricordato il teste Fior, anche fuori dalla città di Verona, in particolare nel comune di Villafranca.
La lettura delle dichiarazioni rese dall’imputato Flavio Tosi alla stampa (vds. articoli sul giornale L’Arena del 2 agosto 2001, 11 agosto 2001, 8 settembre 2001, 15 e 16 settembre 2001) é sufficiente per negare l’attendibilità della tesi difensiva che vuole ricondurre l’iniziativa della raccolta delle firme “Via gli zingari da casa nostra” - e le modalità di pubblicità di tale iniziativa - ad una battaglia politica, sostenuta dal partito Lega Nord veronese, per il ripristino della legalità violata in nome di esigenze di esclusivo carattere economico e sociale.
I toni e le parole usate nella campagna di raccolta delle firme non sono giustificati dalla scriminante relativa all’esercizio del diritto di critica, poiché questo non é stato legittimamente attuato: il messaggio “Firma anche tu per mandare via gli zingari” era, invero, rivolto all’intera cittadinanza ed ampliamente trasmodava il limite dell’assoluta correttezza del linguaggio che ogni manifestazione del pensiero deve rispettare quando coinvolge la dignità dell’altro uomo. E se di critica politica si ritiene che si sia trattato, allora giova ricordare che la giurisprudenza di legittimità é orientata ad imporre, pur nella possibile maggiore asprezza dei toni e delle espressioni, l’assoluto rispetto dei limiti di verità e di interesse sociale. Le parole scritte sui manifesti affissi sui muri della città, inneggianti all’allontanamento definitivo degli zingari, hanno indignato molti cittadini veronesi che hanno ritenuto di rivolgersi alle istituzioni per fare interrompere quella campagna di raccolta delle firme reputandola manifestamente razzista. E non va sottaciuto che la Verona che si é indignata é una Verona variegata dal punto di vista di colore politico: sono stati escussi testi, indicati dalle parti civili, che non sono accomunati ideologicamente o per formazione culturale, ma che si sono tutti sentiti ugualmente indignati per i toni della campagna di raccolta delle firme, siccome pubblicizzata ed attuata dagli imputati con le modalità loro addebitate.
L’istruttoria dibattimentale ha così fornito ampiamente la prova dell’esistenza del reato contestato agli imputati anche nella sua dimensione soggettiva. La campagna di raccolta delle firme, per le modalità, per i toni e per le spiegazioni che l’hanno accompagnata, é stata una campagna oggettivamente razzista: sono state usate argomentazioni generalizzanti relative alla correlazione tra episodi di criminalità e di degrado sociale e l’intera indistinta etnia Sinta, in tale modo avendo favorito la rappresentazione degli zingari come profezia sociale compiutamente realizzata sul versante della negatività. La consulenza tecnica ha spiegato che il pregiudizio atavico contro gli zingari, che l’opinione pubblica spesso permette o accetta - così provocando azioni repressive contro questo o quel membro dell’etnia -, é un pregiudizio etnico chiaramente discriminatorio.
P. Il trattamento sanzionatorio e le statuizioni civilistiche. […].
Visti gli artt. 533-535 c.p.p. dichiara gli imputati […] colpevoli del reato loro ascritto e, concesse le attenuanti generiche, li condanna alla pena di mesi sei di reclusione ciascuno, oltre al pagamento in solido delle spese processuali. Visto l’art. 1 bis d.l. 26.4.1993, n. 122, convertito nella legge 25.6.1993, n. 205 applica a tutti gli imputati la sanzione accessoria del divieto di partecipare, in qualsiasi forma, ad attività di propaganda elettorale per le elezioni politiche o amministrative per un periodo di anni tre. Visto l’art. 163 c.p. ordina la sospensione condizionale dell’esecuzione della pena principale e della pena accessoria per tutti gli imputati per la durata di anni cinque sotto le comminatorie di legge. Visti gli artt. 538 e segg. c.p.p. condanna gli imputati a risarcire alle parti civili costituite il danno morale che si liquida definitivamente in complessivi euro diecimila in favore dell’Opera Nazionale Nomadi e in euro cinquemila ciascuno in favore di […]; condanna infine gli imputati a rifondere alle parti civili le spese di costituzione e di difesa, che si liquidano complessivamente in euro 4.000,00 per ciascun difensore; Visto l’art. 544, comma 3 c.p.p.; fissa il termine di giorni novanta per il deposito della motivazione.
public -> Corte di Appello di Venezia, sez