Source: https://www.imprenditorieimprese.org/le-idee
Timestamp: 2020-04-07 10:02:19+00:00
Document Index: 74032289

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 7', 'art. 3', 'art. 39', 'art. 36', 'art. 36', 'art. 2099', 'art. 1', 'art. 7', 'art. 36', 'art. 7', 'art. 1', 'art. 41', 'art.43', 'art.42', 'art. 5']

LE IDEE | imprenditorieimprese
13 maggio 2015 di Eufranio Massi
Con la sentenza n. 51 del 26 marzo 2015, la Corte Costituzionale è intervenuta su un problema che, da un punto di vista operativo, aveva creato alcune criticità nei rapporti tra il Ministero del Lavoro ed alcune associazioni di categoria: mi riferisco all’art. 7, comma 4, del D.L. n. 248/2007, convertito, con modificazioni, nella legge n. 31/2008, il quale stabilisce che “fino alla completa attuazione della normativa in materia di socio lavoratore di società cooperative, in presenza di una pluralità di contratti collettivi della medesima categoria, le società cooperative che svolgono attività ricomprese nell’ambito di applicazione di quei contratti di categoria, applicano ai propri soci lavoratori, ai sensi dell’art. 3, comma 1, della legge n. 142/2001, i trattamenti economici complessivi non inferiori a quelli dettati dai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni datoriali e sindacali comparativamente più rappresentative a livello nazionale nella categoria”.
La doglianza sollevata dal Tribunale di Lucca riguardava una presunta violazione dell’art. 39 della Costituzione in quanto nell’imporre al giudice di applicare al socio lavoratore di una società cooperativa un trattamento retributivo non inferiore a quello previsto dai contratti collettivi di settore stipulati dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative, pur in presenza di una pluralità di fonti collettive, in assenza di una previa valutazione ex art. 36 della Costituzione, del contratto collettivo applicato dalla società cooperativa, vi sarebbe stata una indebita estensione dell’efficacia erga omnes dei contratti collettivi stipulati da alcune associazioni sindacali.
La questione, sotto l’aspetto prettamente operativo, ha interessato gli organi di vigilanza del Ministero del Lavoro e la stessa Amministrazione centrale, più volte censurati da datori di lavoro e associazioni che, nel settore, hanno fatto riferimento al contratto UNCI – Confsal, piuttosto che a quello sottoscritto da AGCI, Confcooperative, Legacoop – CGIL, CISL e UIL.
La norma oggetto di impugnativa trae origine da un protocollo ministeriale del 2007 nel quale l’Esecutivo aveva preso l’impegno di contrastare, in un settore particolarmente a rischio, che accordi sottoscritti da associazioni di non accertata rappresentatività, andassero a ledere la nozione di retribuzione sufficiente ex art. 36 Cost., secondo l’interpretazione fornita dalla giurisprudenza in collegamento con l’art. 2099 c.c. .
Il Dicastero del Lavoro, sulla base delle previsioni contenute nella disposizione oggetto di censura, ha provveduto, negli anni, ad una intensa attività ispettiva nel settore della cooperazione, provvedendo, in moltissimi casi, ad emanare diffide accertative per crediti patrimoniali ex D.L.vo n. 124/2004, sulla scorta del fatto che in molte imprese cooperative non venivano rispettati i parametri retributivi previsti dalla contrattazione collettiva sottoscritta dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative sul piano nazionale.
La risposta della Consulta è stata, a mio avviso, ampia ed esaustiva partendo dal fatto che la norma impugnata si inserisce in un contesto normativo che trova la propria origine fondante nella legge n. 142/2001 ove il Legislatore si è posto l’obiettivo di tutelare, sulla scorta di indirizzi giurisprudenziali e dottrinari, nella forma più ampia possibile, i soci che, oltre quello associativo, hanno sottoscritto con l’impresa anche un ulteriore rapporto di natura subordinata (art. 1, comma 3).
L’art. 7, comma 4, della legge n. 31/2008, non ha, assolutamente, afferma la Corte, l’obiettivo di assicurare una efficacia erga omnes al contratto collettivo sottoscritto dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, ma richiama soltanto (nel rispetto della libertà sindacale tutelata dalla nostra Carta fondamentale), attraverso il recepimento dei trattamenti economici applicati alla maggior parte dei soci lavoratori interessati, quello definire la proporzionalità e la sufficienza del trattamento economico da corrispondere secondo la previsione dell’art. 36 della Costituzione, pur nella provvisorietà (indefinita) dell’art. 7 che fa riferimento “alla completa attuazione delle normativa in materia di socio lavoratore di società cooperative”.
Ciò che il Legislatore ha voluto, giustamente, evitare sono state forme di “dumping economico” con competizioni salariali al ribasso in un settore a forte rischio di elusione per la problematicità delle operazioni di alcune prestazioni lavorative e per la “marginalità sociale” di molti prestatori di lavoro (soggetti extra comunitari o scarsamente professionalizzati) i quali, sovente, quasi a loro insaputa, sono associati all’impresa.
Fin qui la Consulta ma, a mio avviso, la decisione adottata non può che riverberare i propri effetti anche in situazioni lavoristiche contigue e correlate e non soltanto in quelle che, riferite all’attività di vigilanza, richiama la nota della Direzione Generale per l’Attività Ispettiva n. 7068 del 28 aprile 2015.
Il pensiero corre all’art. 1, comma 1175, della legge n. 296/2006, ma anche ai chiarimenti amministrativi intervenuti, ad esempio, con le circolari INPS n. 51/2008 e n. 17/2015.
La norma appena citata stabilisce che i benefici normativi e contributivi previsti in materia di lavoro e legislazione sociale sono subordinati, da parte dei datori di lavoro, al possesso della regolarità contributiva e degli altri obblighi di legge ed “ il rispetto degli accordi e contratti collettivi nazionali nonché di quelli regionali, territoriali od aziendali, laddove sottoscritti, stipulati dalle organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale”.
La domanda che mi pongo è questa: ha senso far riferimento, pur nel rispetto della libertà di associazione, a contratti collettivi sottoscritti da sigle che, sul piano “ponderale”, pesano meno di altre, quando la norma e i chiarimenti amministrativi in base ai quali avvengono, in un secondo momento, gli accertamenti finalizzati al riconoscimento di esoneri ed agevolazioni, postulano il rispetto di quelli che sono maggioritari?
La mia risposta è negativa anche alla luce dei corposi benefici previsti dalla legge di stabilità per l’anno 2015 che prevede un massimo di 8.060 euro all’anno per i tre anni successivi all’assunzione di quei rapporti instaurati nel corso del corrente anno: cosa succederebbe se, in sede di controllo, fosse accertato che il trattamento economico e normativo riconosciuto (la legge parla di “rispetto” ed il Dicastero del Lavoro ha escluso soltanto la parte obbligatoria del contratto collettivo) non è quello previsto dagli accordi richiamati dal Legislatore e sottolineati dall’INPS ogni qual volta si parla di esoneri, agevolazioni ed incentivi dei quali l’Istituto è l’organo erogatore?
LA POSIZIONE DELLE REGIONI SUI CONTRATTI DI RETE
Confermato l’aumento del numero di contratti di rete registrati e le Regioni, fin da subito, hanno puntato con determinazione su tale misura nella convinzione che rappresentasse uno strumento importante per lo sviluppo delle PMI.
Il Rapporto sulle reti di impresa presentato nel 2014 ha dato conto della consistenza degli interventi messi in campo: 77 i bandi regionali emanati, con stanziamenti complessivi pari a 1,28 miliardi di euro, che hanno finanziato ben 496 richieste di agevolazione presentate da aggregazioni di imprese costituite tramite contratto di rete, per un totale di 2.305 imprese sostenute. Ciò significa che circa il 40% dei contratti di rete risulta beneficiario di un contributo regionale per un valore complessivo di 92 milioni di euro, a fronte di 202 milioni di investimenti attivabili.
Gli interventi a favore delle reti riguardano:
il sostegno ai processi di integrazione tra le imprese, allo scopo di supportare la riorganizzazione delle filiere,
l’efficienza produttiva,
la competitività sui mercati nazionali e internazionali
A beneficiare di tali strumenti sono state soprattutto le Pmi “destinatarie di ben l’87% degli interventi attivati”.
La logica del contratto di rete è quella ‘vincente’ per accrescere la competitività e l’innovazione delle imprese soprattutto in un sistema produttivo, come quello italiano, caratterizzato da un’eccessiva frammentazione della struttura dimensionale delle imprese.
Vanno evidenziate tuttavia alcune “criticità”.
Prima di tutto l’esigenza di superare l’esclusiva dimensione regionale degli interventi a favore delle reti di impresa, a fronte della sovraregionalità di molte di esse che puntano sulle eccellenze dei territori.
Poi la necessità di una maggiore omogeneizzazione dei bandi regionali sostenendo e valorizzando maggiormente lo sforzo degli imprenditori che lavorano in rete e inserendo sistematicamente le reti d'impresa tra i beneficiari dei bandi regionali.
Infine il bisogno di una maggiore coerenza degli interventi nazionali e regionali, evitando sovrapposizioni e facendo massa critica sulle risorse. A questo riguardo si potrebbe esplorare la possibilità di “costituire un Fondo Nazionale (o altro meccanismo Interregionale) che integri il singolo finanziamento regionale allo scopo di supportare le imprese in rete che non possono beneficiarne, pur rispettando i requisiti di idoneità previsti dal bando, a causa della mancanza di sede nel territorio della Regione che lo ha emesso. Oppure, in alternativa al fondo si potrebbero favorire accordi bilaterali o multilaterali tra Regioni, per l’emanazione di bandi che sostengano la collaborazione tra le imprese di diversi territori aggregati in rete.
LA POSIZIONE DELLE REGIONI SULLA REVISIONE DELL’APPRENDISTATO
La Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, nella riunione del 23 aprile, ha confermato il parere favorevole sul decreto legislativo relativo alle tipologie contrattuali e alla revisione della disciplina delle mansioni, in attuazione delle norme previste per l’apprendistato dalla Legge 183/2014.
La posizione delle regioni è aggiornata rispetto ad un documento già approvato il 25 marzo e valuta il nuovo testo, certificato dalla Ragioneria, che presenta delle modifiche rispetto al testo precedente e accoglie importanti emendamenti proposti dalle Regioni.
La Conferenza delle Regioni ha preso posizione sul Decreto relativo alle tipologie contrattuali e alla revisione della disciplina delle mansioni (L. 183/2014) per l’apprendistato.
In un documento approvato il 25 marzo le Regioni danno un parere sostanzialmente favorevole sul decreto, ma evidenziano “criticità di merito e di metodo” e formulano alcune osservazioni chiedendone il recepimento nel testo definitivo.
Fra le criticità di merito rientra l’esigenza di “mantenere la possibilità di conseguire il diploma di scuola secondaria superiore attraverso l'apprendistato di primo livello. Secondo le regioni va poi rafforzata “la semplificazione procedurale del contratto di apprendistato di primo e di terzo livello, sia per il datore di lavoro sia per l'istituzione formativa che accoglie l'apprendista”. Infine la Conferenza delle Regioni chiede “una indicazione a livello nazionale di attribuzione dei crediti formativi […]al fine di evitare modalità di attuazione fortemente differenziate sul territorio”.
La proposta delle regioni contiene poi in allegato anche “un'ipotesi di adattamento del testo”.
Il testo integrale è stato pubblicato nella sezione “Conferenze” del sito www.regioni.it. Di seguito si riporta il documento (senza l’ipotesi di adattamento del testo) .
Posizione sullo schema di decreto legislativo recante il testo organico delle tipologie contrattuali e la revisione della disciplina delle mansioni, in attuazione della legge 10 dicembre2014, n.183- Capo V-apprendistato (approvato in Consiglio dei ministri il 20 febbraio 2015)
Le Regioni e le Province Autonome, nella riflessione condotta sul rapporto “La buona scuola”, hanno posto particolare attenzione al rafforzamento della relazione tra scuola e lavoro.
Nel documento, inviato al Presidente del Consiglio il 17 ottobre 2014, si legge, infatti: "Abbiamo necessità che il nostro sistema di istruzione, formazione e del mercato del lavoro diventi sempre più efficiente, che porti un numero sempre maggiore di giovani ad uno sviluppo sempre più elevato di conoscenze e competenze. L'obiettivo è elevare i risultati complessivi del sistema. Nei Paesi europei dove è minore la differenza tra il tasso di disoccupazione generale e quello della disoccupazione giovanile - Germania, Olanda, Austria, Danimarca - vi è un rapporto stretto e organico tra sistema scolastico - formativo e sistema produttivo. L'incontro con il mondo del lavoro è dinamico e continuo e la collaborazione tra scuole e imprese avviene nel corso del percorso educativo, ma anche fin dalla progettazione degli interventi, con analisi di previsione nel medio periodo delle competenze necessarie all'ingresso in un mondo del lavoro come quello attuale altamente specializzato e complesso ... ... " ( cfr. "per un contributo al dibattito su La buona scuola" - Conferenza delle Regioni e Province Autonome). Nello specifico, per quanto attiene l'istituto dell'apprendistato, nel documento di dettaglio consegnato, a dicembre 2014, al Ministro Giannini, veniva segnalato, tra l'altro, quanto segue:
Per valorizzare l'apprendistato di primo e terzo livello si propone:
di introdurre elementi di flessibilità nella retribuzione, allineando i trattamenti retributivi alla componente lavorativa/formativa, in una logica di proporzionalità tra formazione e salario;
di introdurre forme di sgravio retributivo ulteriori e più consistenti a favore dei datori di lavoro che vogliano assumere lavoratori mediante contratto di apprendistato
di procedere ad una semplificazione degli adempimenti e delle procedure di attuazione.
di rivedere la disciplina in materia, ai fini di una maggiore compattezza e gestibilità della stessa costituendo una tipologia unica di apprendistato finalizzato al conseguimento della qualifica, diploma professionale e/o diploma di scuola secondaria superiore.
Introduzione di incentivi alle assunzioni in apprendistato che, oltre a differenziarsi a seconda della natura a tempo pieno o parziale del contratto, siano proporzionali alla durata dello stesso. Al fine di evitare che siano incentivate solo le assunzioni di studenti in procinto di conseguire il titolo di studio (ossia di coloro che devono partecipare solo all'ultimo anno di corso) sarebbe opportuno prevedere incentivi più elevati per le assunzioni che intervengono agli inizi dei percorsi di studio di terzo livello e quindi prefigurano contratti di apprendistato di più lunga durata.
necessità di procedere alla revisione del repertorio di Istruzione e Formazione professionale attraverso l'ampliamento delle qualifiche e dei diplomi di riferimento a livello nazionale
necessità di diffondere le buone prassi attivate in alcune regioni: fra esse si annoverano le esperienze che collocano la formazione in alcune parti dell'anno (ad es: learning week attivati in Regione Veneto; sistema a blocchi della Provincia di Bolzano; formazione a distanza secondo le modalità attivate in Regione Liguria)
necessità di diffondere modalità attuative standard che prevedano l'integrazione tra erogazione di formazione a costi standard - erogazione di incentivo al lavoratore (nei casi in cui non vi sia una contrattazione che riduce i costi retributivi) - erogazione di sgravi all'impresa; il modello potrebbe essere diffuso mediante Garanzia Giovani e consolidato attraverso i finanziamenti del POR FSE 2014-20
Molti degli elementi segnalati per l'apprendistato di primo e terzo livello sono stati recepiti nell'articolato di cui al Capo V dello schema di decreto legislativo recante il testo organico delle tipologie contrattuali e la revisione della disciplina delle mansioni, in attuazione della legge 10 dicembre 2014, n. 183 (approvato in cm il 20 febbraio u.s.).Per questo motivo, si esprime parere favorevole pur evidenziando alcune criticità di merito e di metodo che si riportano di seguito, chiedendone l'accoglimento nel testo.
Per quanto riguarda il metodo si evidenzia che:
la normativa vigente prevede, sulla materia in argomento, competenze concorrenti tra Stato e Regioni e Province Autonome. In coerenza occorre attivare un confronto in Conferenza Stato Regioni;
si suggerisce di definire da subito, senza il rinvio ad un successivo decreto, gli strumenti che rendano maggiormente attrattivo per le imprese il ricorso al contrato di apprendistato, come gli incentivi, chiarendone l'interazione con il nuovo contratto a tutele crescenti e un aumento degli sgravi contributivi per l'apprendistato di 1° e 3° livello, a fronte dei maggiori oneri formativi.
Per quanto riguarda il merito si evidenzia l'importanza di:
Mantenere la possibilità di conseguire il diploma di scuola secondaria superiore attraverso l'apprendistato di primo livello, in un'ottica di sviluppo organico dei sistemi formativi, nel rispetto delle normative regionali già operanti sui territori. Ciò anche in considerazione dei livelli EQF cui sono agganciati i titoli conseguibili con tale livello di apprendistato. Il tutto va inserito nell'ottica della costruzione del sistema duale, garantendo in primo luogo. la "portabilità" del contratto all'interno di un sistema a sviluppo verticale;
Prevedere l'avvio degli apprendistati di 1° e 3° livello in concomitanza con il calendario ordinario delle attività gestite dai sistemi di Istruzione, Formazione e dell'Università;
Chiarire il rapporto dell'apprendistato di primo livello rivolto ai minori con le normative poste a loro tutela che limitano la possibilità di operare all'interno del contesto lavorativo, disincentivando le imprese all'assunzione dei minori stessi;
Rafforzare la semplificazione procedurale del contratto di apprendistato di primo e di terzo livello, sia per il datore di lavoro sia per l'istituzione formativa che accoglie l'apprendista. A questo proposito si suggerisce di eliminare il protocollo di cui all' art. 41 comma 6, da stipulare tra istituzione formativa cui lo studente è iscritto e il datore di lavoro. In alternativa, si chiede di prevedere l'intesa della Conferenza Stato-Regioni sul Protocollo stesso, in sostituzione del previsto parere;
Prevedere una indicazione a livello nazionale di attribuzione dei crediti formativi di cui all'art.43 comma 2, previsti nel numero massimo di 60, al fine di evitare modalità di attuazione fortemente differenziate sul territorio.
Contributi a favore dei Consorzi per l’internazionalizzazione: rendicontazione anno 2013
Per sostenere l'internazionalizzazione del sistema produttivo italiano il Ministero mette a disposizione delle imprese, con particolare attenzione alle PMI, agevolazioni finanziarie a valere su fondi pubblici, la cui gestione è affidata alla Simest Spa.
Con D.M. 21 dicembre 2012, sono state ridefinite le linee di intervento a valere sul Fondo 394/81, in attuazione dell’art.42 della legge n.134/2012
Finanziamento agevolato dei crediti all'esportazione - D.Lgs 143/98 Capo II - Il finanziamento consente alle imprese esportatrici italiane di offrire agli acquirenti esteri dilazioni di pagamento – credito fornitore e credito acquirente) a condizioni e tassi di interesse competitivi, in linea con quelli offerti da concorrenti di Paesi OCSE (Accordo Consensus)
Fondi di Venture Capital - Legge n. 84/2001 art. 5, comma 2 lettera c (gestito da SIMEST Spa) e lettera g (gestito da FINEST Spa
Programmi finanziari Comunitari:
Programmi o fondi comunitari di sostegno, intervento, associazione o di altro tipo posti in essere dalla Comunità europea
IPA II - Programma di assistenza pre-adesione
Ulteriori informazioni e approfondimenti sono reperibili all’indirizzo del sito MISE:
http://www.mise.gov.it/index.php/it/incentivi/commercio-internazionale
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IL XV RAPPORTO ISFOL SUI
E’ disponibile on line il XV Rapporto sulla Formazione Continua, relativo al 2013-14. I Fondi Interprofessionali si confermano lo strumento più rilevante a cui ricorrono lavoratori ed imprese per la formazione. L’incremento di adesioni è del 9,5% per quanto riguarda le imprese e del 7,3% per i relativi dipendenti. Si tratta di uno degli aumenti più significativi degli ultimi anni, a dimostrazione di come sia ancora forte la capacità di attrazione del sistema dei Fondi, in concomitanza della contemporanea “debolezza” del canale regionale.
Nel 2014 ormai il 69% delle imprese private potenziali hanno aderito ai fondi interprofessionali (in termini assoluti sono oltre 920 mila), che corrispondono all’83% dei lavoratori privati (ossia oltre 9,6 milioni). Significativa la crescita delle adesioni nel Mezzogiorno, ove non a caso per la formazione continua le Regioni destinano sempre meno risorse, fenomeno più accentuato rispetto ad altre aree del Paese.
Dal punto di vista dei contenuti, prevale la formazione legata alla manutenzione delle competenze di settore o trasversale, mentre fatica ad avere maggiore spazio quella proattiva, connessa all’innovazione.
Nel Rapporto si evidenzia come a seguito della crisi vi siano stati significativi mutamenti nella governance dei sistemi regionali di offerta formativa, tesi a ottimizzare la penuria di risorse e in alcuni casi a concentrarla su specifici segmenti, anche con lo scopo di operare integrazioni tra i diversi livelli di governance e tra organismi operativi, sia pubblici che privati. In questa direzione proseguono, seppure a rilento, le sperimentazioni di integrazione tra Regioni e Fondi Interprofessionali, finalizzate a finanziare con risorse congiunte piani di formazione caratterizzati da una vision di sistema che mette insieme target eterogenei.
Analizzando l’andamento del contributo finanziario dello 0,30% si rileva che una parte rilevante di risorse normalmente destinate al supporto della formazione di imprese e lavoratori è stato destinato alle indennità per i lavoratori in cassa integrazione in deroga o in mobilità in deroga. Il fenomeno ha assunto una dimensione notevole nel 2013: il 42% circa (328 milioni di euro dei circa 800 disponibili) delle risorse è stato destinato alle misure a contrasto della crisi. Tale percentuale non aveva mai superato il 20% a partire dal 2009.
CHE COSA E' L'ECOAP
La domanda sempre crescente di migliori condizioni ambientali ha portato a una maggiore offerta di tecniche, prodotti e servizi ambientalmente sostenibili, sia nei Paesi industrializzati che in quelli in via di sviluppo. Il primo impulso importante dell’Europa a promuovere l’ecoinnovazione è stato il Piano di azione per le tecnologie ambientali (ETAP).
Adottato nel 2004, il Piano era incentrato sullo sviluppo e sull’impiego di tecnologie ambientalmente sostenibili.
Il suo obiettivo era risolvere il problema delle barriere finanziarie, economiche e istituzionali che ostacolano lo sviluppo di tali tecnologie e incoraggiare la loro adozione da parte del mercato.
Questo settore oggi vanta un fatturato stimato nell’ordine di 227 miliardi di Euro, ovvero circa il 2,2% del prodotto interno lordo dell’UE, superando le industrie aerospaziali e farmaceutiche europee, e impiega direttamente 3,4 milioni di persone. Quasi la metà delle imprese europee operanti nei settori manifatturiero, agricolo e dei servizi idrici e alimentari si sono recentemente innovate in maniera eco-sostenibile.
Sono evidenti le potenzialità dell’ecoinnovazione nella creazione di nuove opportunità imprenditoriali, occupazione e crescita in Europa.
Il Piano di azione per l’ecoinnovazione (ECOAP), adottato dalla Commissione Europea nel dicembre 2011, si basa sulla preziosa esperienza maturata finora, in particolare nella promozione dello sviluppo e dell’adozione dell’ecoinnovazione in tutta Europa.
L’EcoAP porterà l’Europa a promuovere, anche oltre i propri confini, non soltanto le tecnologie ambientalmente sostenibili ma un’ampia gamma di processi, prodotti e servizi ecoinnovativi.
La Strategia Europa 2020 traccerà il percorso dell’economia europea per i prossimi dieci anni. Incentrata sulla "crescita intelligente, sostenibile e inclusiva", questa strategia intende agevolare la transizione verso un’economia efficiente sotto il profilo delle risorse e delle basse emissioni di carbonio.
Tra le sue iniziative prioritarie si ricorda l’Unione dell’innovazione che mira a trasformare le idee innovative in prodotti e servizi in grado di creare crescita e occupazione.
L’EcoAP, nato nel contesto dell’"Iniziativa Faro Unione dell’Innovazione", mira a dimostrare il ruolo della politica ambientale come fattore di crescita economica. Esso inoltre integra le azioni di altre tre iniziative faro:
Una Politica industriale integrata per l’era della globalizzazione;
Un’Agenda per nuove competenze e per l’occupazione.
Considerate nell’insieme, esse contribuiranno a fare dell’ecoinnovazione un elemento prioritario tra le azioni dell’UE volte a ridurre la pressione sull’ambiente, colmare il divario tra innovazione e mercato e aumentare le opportunità per la creazione di lavori "verdi".
Gli obiettivi che il Piano di azione per l’ecoinnovazione (EcoAP) si prefigge sono un’ampia serie di iniziative per accelerare l’adozione dell’ecoinnovazione da parte del mercato.
Le sue 7 azioni prioritarie si concentrano sulla domanda e sull’offerta di prodotti, processi e servizi ecoinnovativi, sulla ricerca, sull’industria e sugli strumenti politici, normativi e finanziari per realizzarle.
Utilizzo delle politiche e delle normative in materia ambientale per promuovere l’ecoinnovazione
Sostegno a progetti di prima applicazione commerciale per introdurre nel mercato l’ecoinnovazione
Sviluppo di norme e obiettivi di prestazione per beni, processi e servizi, al fine di ridurre l’impronta ecologica e mobilitare strumenti finanziari e servizi di sostegno alle Piccole e Medie Imprese eco-innovative
Finanziamenti e servizi di sostegno alle PMI
Promozione dell’eco-innovazione nell’ambito della cooperazione internazionale
Sostegno allo sviluppo di competenze e posti di lavoro "verdi"
Promozione dell’ecoinnovazione attraverso i partenariati europei