Source: https://veronicascaletta.it/
Timestamp: 2020-08-11 21:18:50+00:00
Document Index: 39554830

Matched Legal Cases: ['art. 590', 'art. 589', 'art. 4', 'art. 1', 'art. 1218', 'art. 1463', 'art. 27', 'art. 28', 'art. 37', 'art. 28', 'art. 1703', 'art. 1', 'art. 28', 'art. 28', 'art. 1463', 'art. 41', 'art. 28', 'art. 28', 'art. 33', 'art. 33', 'art. 33']

Veronica Scaletta -
L’estate è alle porte, la voglia di vacanza è enorme e le preoccupazioni legate ai problemi della sicurezza, altrettanto.
In che misura alberghi e strutture ricettive devono garantire la nostra sicurezza durante un soggiorno di vacanza? E se succede qualcosa, legato alla sfera del contagio da Coronavirus, chi ne risponde?
Ho rivolto la domanda alla collega penalista Avv. Anna Scaroina, che ringrazio per la disponibilità e competenza, per saperne di più e fare chiarezza.
“La diffusione pandemica del COVID-19 alla quale abbiamo assistito negli ultimi mesi ha stravolto le nostre quotidiane abitudini e libertà, e presumibilmente ne apporterà significative modifiche.
Lentamente si può ipotizzare un ritorno ad una “nuova normalità” anche per ciò che concerne la possibilità di recarsi in strutture ricettive di villeggiatura, sempre nel rispetto dei provvedimenti che verranno emanati dal Governo con specifico riferimento a tali ambiti.
Però non poche sono le preoccupazioni che si dovranno affrontare nel recarsi in una struttura alberghiera o di accoglienza; preoccupazioni sia per il viaggiatore che per i gestori che ricevono gli ospiti, e che devono garantire il rispetto di tutte quelle misure di prevenzione dal contagio che, in diversi settori e con molteplici provvedimenti, sono state emanate nel corso di questi mesi.
Viaggiatori e operatori turistici si stanno già chiedendo come sarà possibile far convivere il desiderio di vacanza con la legittima preoccupazione sull’andamento della curva dei contagi nei prossimi mesi e, soprattutto, sui potenziali rischi di infezione.
L’OMS ha emanato in data 31.03.20 il documento “Operational considerations for COVID-19 management in the accomodation sector” nell’ambito del quale fornisce precise indicazioni per la gestione dell’attività ricettiva: dall’accoglienza in reception, alla pulizia e sanificazione degli ambienti, dalla gestione del personale sino alle indicazioni da seguire in presenza di persone contagiate.
Trattandosi di Linee Guida esse non hanno un’efficacia vincolante al pari di una legge statale o di un provvedimento regionale, ma rappresentano certo un indirizzo importante per consentire la riapertura delle strutture ricettive nel massimo rispetto dei parametri di sicurezza individuati come necessari per ridurre al minimo il rischio di contagio, nonchè per indirizzare le specifiche fonti statali di settore – che si auspica saranno di prossima emanazione – e le Linee Guida che le associazioni di categoria intenderanno adottare per la gestione delle attività di propria di competenza (es. Federalberghi).
Nasce quindi spontanea la domanda: nel caso in cui un ospite si rechi in villeggiatura presso una struttura alberghiera e contragga il COVID-19 sussiste una responsabilità penale in capo al titolare della struttura stessa?
Questo è un quesito che presenta numerosi risvolti giuridici e che non è di facile soluzione, attesa l’incidenza di vari fattori che possono comportare la responsabilità penale dell’albergatore.
Eventuali violazioni della normativa prevista per limitare il contagio da COVID-19 che abbiano determinato l’insorgenza della malattia potrebbero, in linea teorica, comportare una responsabilità penale del titolare dell’attività per il reato di lesione personale colposa ex art. 590 c.p. o, in caso di decesso, per omicidio colposo ex art. 589 c.p.
Per configurare una responsabilità penale colposa occorre però in prima battuta individuare il soggetto che è titolare della c.d. “posizione di garanzia”, cioè titolare di uno specifico obbligo di evitare un dato evento (lesione o morte) in quanto unica figura che ha le possibilità e le capacità (anche economiche) per ridurre al minimo l’esposizione allo specifico rischio.
Nell’ambito dell’attività alberghiera (come in quelle di bed&breakfast, villaggi vacanze o qualsiasi altra struttura ricettiva) sussiste poi – come in tutte le altre attività in cui siano presenti dipendenti – una figura che è quella del “datore di lavoro” che ai sensi del D. Lgs. 81/08 (Testo Unico in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro) è il soggetto garante della salute e sicurezza di tutti i propri dipendenti durante lo svolgimento delle loro mansioni e nei luoghi di lavoro che dallo stesso dipendono.
Al pari dei dipendenti, il datore di lavoro ha l’obbligo di garantire altresì la sicurezza dei soggetti terzi (quali ad esempio gli ospiti) che si trovino ad entrare nei luoghi sottoposti al suo controllo ed alla sua attività.
Ne consegue che potrebbe, sempre in linea teorica, sussistere una responsabilità del datore di lavoro nel caso in cui un ospite contragga il COVID-19 all’interno della propria struttura ricettiva.
Ciò però è configurabile solo laddove:
a) il datore di lavoro non abbia correttamente valutato il rischio di contagio (o lo abbia valutato non adeguatamente) e non abbia conseguentemente adottato tutte le misure di prevenzione e riduzione al minimo del rischio.
Tali misure oggi vengono individuate da specifici protocolli che si richiamano alle disposizioni generali e speciali dettate dal D. Lgs. 81/08, in tema di sicurezza dei dipendenti ma che valgono, come detto, per tutti i soggetti anche non dipendenti che entrino nei luoghi che sottostanno alla disponibilità giuridica del datore di lavoro.
Il principale supporto oggi è rappresentato dall’Allegato 6 al D.P.C.M. 26.04.2020 recante “Protocollo condiviso di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus Covid-19 negli ambienti di lavoro fra il Governo e le Parti sociali”. Sono poi state elaborate, o sono in corso di elaborazione, specifiche Linee Guida di settore che, pur non essendo vincolanti, rappresentano di fatto un valido contributo per la predisposizione delle attività necessarie a ridurre le possibilità di infezione nonché, a posteriori, un elemento a favore dell’assenza di colpa in capo al possibile responsabile che avrebbe così messo in atto – laddove applicate le Linee Guida – le azioni preventive ad oggi conosciute per evitare l’evento dannoso.
b) Sussista la prova che l’insorgenza del virus sia avvenuta proprio all’interno della struttura ricettiva e sia stata causata dalla mancata adozione delle misure di prevenzione. Tale elemento rappresenta una prova davvero ardua da raggiungere: se è pur vero che un ospite ha alloggiato presso una struttura ricettiva, come si può dimostrare che il contagio non sia avvenuto durante il tempo che l’ospite ha trascorso in spiaggia, piuttosto che al ristorante, piuttosto che in altro luogo pubblico frequentato durante la vacanza? Risulta difficile credere che una persona sia rimasta chiusa in albergo per tutto il tempo della vacanza.
Queste circostanze rendono quindi piuttosto difficile riconoscere un profilo di responsabilità penale colposa in capo all’albergatore, quantomeno sotto il profilo della prova.
Ne consegue pertanto che sarebbe opportuno – per ridurre il rischio di contagio il più possibile e per poter pensare di riuscire a vivere una vacanza con la sufficiente tranquillità psicologica di non mettere a repentaglio la vita propria e dei propri cari – effettuare una ponderata valutazione preventiva sulla scelta della struttura turistica di destinazione.
Sarebbe auspicabile che le stesse strutture fornissero una sorta di dichiarazione, ovviamente comprovata da adeguata documentazione, non di assenza di rischio, ma di osservanza e adesione ai protocolli e alle raccomandazioni oggi emanate e adottate anche dalle associazioni di categoria”.
Grazie all’Avv. Anna Scaroina per le preziose indicazioni, che ci invitano a scegliere strutture che garantiscano il più possibile il rispetto di protocolli di sicurezza.
E voi, avete scelto la vostra meta per le vacanze? Sceglierete di andare in albergo?
Il 6 maggio 2020, sono state pubblicate, sul sito del Garante per la protezione dei dati personali italiano, molte ed interessanti risposte alle più frequenti domande sul tema emergenza sanitaria e protezione dati personali.
Il Garante si concentra su cinque contesti principali: sanitario, enti locali, lavoro pubblico e privato, scuola, sperimentazioni cliniche e ricerca medica.
Per ciascuno degli ambiti descritti, il Garante individua alcuni temi principali e, con risposte a domande precise, fornisce molte importanti indicazioni. Vediamone alcune.
Il Garante chiarisce, ad esempio, che i dentisti, come tutti i professionisti sanitari, possono raccogliere, nell’ambito dell’attività di cura dei propri pazienti, le informazioni che ritengono necessarie, comprese quelle legate alla presenza di sintomi da Covid 19.
Inoltre, qualunque soggetto pubblico o privato non può diffondere i dati di persone per le quali sia stato accertato il contagio da Covid 19, questo in quanto le norme che vietano la diffusione dei dati relativi alla salute, non sono derogate dalla normativa d’urgenza.
Contesto enti locali
In questa sezione, il Garante fornisce utili risposte, con riferimento al trattamento dei dati di persone, in stato di difficoltà, che beneficiano di contributi economici o di altri tipi di servizi assistenziali.
È consentito che nell’ambito delle attività di controllo, la Polizia locale possa consultare gli elenchi delle persone sottoposte alla misura di isolamento domiciliare.
Contesto lavoro pubblico e privato
Nelle sue FAQ il Garante precisa che la rilevazione in tempo reale della temperatura corporea, presso il luogo di lavoro, quando è associata all’identità dell’interessato, costituisce un trattamento di dati personali.
In base alle norme del GDPR (art. 4, par. 1, 2) non è ammessa la registrazione del dato relativo alla temperatura corporea rilevata, ma nel rispetto del principio di “minimizzazione” è consentita la registrazione della sola circostanza del superamento della soglia stabilita dalla legge.
Con riferimento ai clienti, anche qualora la temperatura risulti superiore alla soglia indicata nelle disposizioni emergenziali non è, di regola, necessario registrare il dato relativo al motivo del diniego di accesso.
Un paragrafo delle FAQ del Garante è dedicato alla centralità, in questo contesto, della figura del medico competente, che può eseguire visite straordinarie, anche con finalità preventiva.
Contesto scuola
Molti di noi sono oggi alle prese con la didattica a distanza dei propri figli.
Il Garante precisa che le scuole non devono acquisire il consenso di alunni, genitori ed insegnati, per attivare questa modalità di insegnamento, perché la scuola agisce nell’ambito delle proprie finalità istituzionali. La scuola deve però rendere le necessarie informative.
A questo link è possibile leggere tutte le indicazioni che il Garante aveva già fornito, con il provvedimento del 26 marzo 2020, in merito alla didattica a distanza.
Contesto sperimentazioni cliniche e ricerca medica.
Molto interessanti le indicazioni del Garante, relative al trattamento dati da parte degli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico (IRCCS) in ambito emergenziale.
Questo il link alle FAQ del Garante, una lettura che sarà di grande interesse per molti.
Segnalo anche, sul tema, un bell’articolo dell’Avv. Mauro Alovisio, pubblicato su dirittoegiustizia.it, che si concentra sulla protezione dei dati personali negli ambienti di lavoro al tempo del Coronavirus. Potete leggerlo qui.
Chiuso per virus. Tra le misure adottate per contenere la diffusione del Covid 19, una tra le più importanti riguarda la chiusura di alcune attività commerciali e di servizi.
L’art. 1 del Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, emanato l’11 marzo 2020, ha infatti disposto la chiusura, fino al 25 marzo 2020 di attività commerciali al dettaglio (ad eccezione di quelle relative alla vendita di generi alimentari e di prima necessità), servizi di ristorazione (bar, pub, ristoranti, gelaterie, pasticcerie), servizi alla persona (parrucchieri, barbieri, estetisti).
Il successivo DPCM 22 marzo 2020 ha poi disposto la chiusura delle attività produttive industriali e commerciali (ad esclusione di quelle già indicate nel precedente decreto) fino al 3 aprile 2020 e, ancora, il DPCM del 1° aprile 2020 ha prorogato le misure di chiusura fino al 13 aprile 2020.
La conseguenza pratica dei provvedimenti a cui abbiamo accennato, è che per un mese, dal 12 marzo al 13 aprile 2020 (fatte salve eventuali ulteriori proroghe) migliaia di bar, ristoranti, negozi di abbigliamento o di fiori, centri estetici e spa e moltissime altre attività, terranno le serrande abbassate, non lavoreranno (fatto salvo il ricorso allo smart working, dove possibile) e non incasseranno.
In molti quindi mi hanno chiesto: il negozio è chiuso e non per colpa mia, devo pagare lo stesso l’affitto? E’ la legge che mi impone la chiusura!
In proposito, ho sentito diverse opinioni.
Alcuni sottolineano che il codice civile stabilisce che in caso di impossibilità a fruire della prestazione da parte di uno dei contraenti, per causa non imputabile al debitore, ai sensi dell’art. 1218 c.c., l’obbligazione debba considerarsi estinta ex art. 1463 e 1256 c.c., con conseguente risoluzione del contratto.
Il contratto si risolve, l’immobile viene liberato e nessuno dovrà più pagare il canone di locazione.
Ma come!! Mica posso svuotare il negozio! E poi come faccio?
Infatti… questa non è la soluzione corretta a mio avviso (almeno in questo caso e a meno che non vi siano motivi per recedere dal contratto di locazione chiudere il negozio).
Altri ritengono che laddove l’impossibilità a fruire della prestazione sia temporanea – come in questo periodo – il contratto dovrebbe ritenersi non definitivamente risolto, ma solo momentaneamente sospeso, con esonero di entrambe le parti dall’adempimento delle rispettive prestazioni
Ok, il negoziante tiene il negozio chiuso, ma l’immobile è occupato, ci sono le sue cose dentro, le sue attrezzature, io proprietario dell’immobile non potrei comunque utilizzarlo, durante il periodo di “sospensione”, quindi il locatore continua ad essere obbligato alla sua prestazione e deve pagare l’affitto. È corretto?
Neppure questa è, secondo me, la soluzione corretta.
Che succede, quindi? Ritengo che anche un semplice ragionamento di buon senso – oltre che giuridico – ci possa portare a concludere che poiché è vero che il negoziante non può tenere aperta la sua attività, ma il negozio è comunque occupato dalle sue attrezzature (e quindi utilizzato in qualche modo) il contratto prosegue in maniera attiva ed operativa ed il canone di locazione deve essere pagato.
Il medesimo ragionamento ci fa però anche comprendere che per un commerciante o un professionista potrebbe diventare molto oneroso, se non impossibile, pagare il canone di locazione in un periodo in cui i guadagni sono azzerati.
Inoltre, il nostro commerciante aveva a suo tempo preso in locazione quel negozio per esercitare la sua attività, ma se una legge oggi glielo impedisce, potrebbe venire meno quella che in termine giuridico si definisce la “causa” di un contratto. Che senso avrebbe, quindi, pagare per qualcosa che non mi dà l’utilità che avevo previsto?
Si potrebbe a questo punto ipotizzare, venuta meno la “causa” del mio contratto di locazione, una riduzione concordata del canone, in ragione di questa circostanza.
Rispondere, quindi, non è semplice.
D’altra parte, il fatto che un’attività commerciale o professionale subisca gravi ripercussioni a causa dei provvedimenti di chiusura imposti dal governo, tali da costringere un’attività alla chiusura, questo fatto potrebbe essere addirittura considerato un “grave motivo di recesso” ai sensi dell’art. 27 della Legge 392/1978 (quella sulle locazioni).
Chi, invece, ha stipulato un contratto di coworking per l’utilizzo di una postazione in uno studio o di una singola stanza, potrebbe magari proporre al titolare del contratto una riduzione del canone, in ragione del fatto che, non utilizzando la postazione (o la stanza), per un certo periodo i consumi di riscaldamento, luce, acqua, pulizie, saranno azzerati da parte dell’utilizzatore e questa soluzione potrebbe quindi essere giustificata.
Per concludere, ripeto che rispondere alla domanda iniziale non è semplice ed andrà quindi valutato ogni singolo caso nella sua specificità.
Consideriamo, infine, che prossimo decreto che sarà emanato dal Governo, probabilmente entro Pasqua, dovrebbe prevedere un bonus affitti, che potrebbe prevedere un credito d’imposta per il proprietario dell’immobile.
Ricevuto il bonus, il proprietario dell’immobile potrebbe successivamente detrarre il valore del bonus dal canone di locazione, consentendo al locatore di pagare un importo più basso.
E tu? Hai dovuto interrompere la tua attività lavorativa in questo periodo? Hai trovato una buona soluzione per gestire il pagamento del canone?
Fino al 3 aprile 2020 #iorestoacasa, ormai lo sappiamo.
Viaggi, soggiorni e pacchetti turistici, così come le gite scolastiche, sono da considerarsi annullati.
Ok, ma chi mi rimborsa?
L’art. 28 del D.L. 9/2020 prevede, in più punti, che il rimborso dei titoli di viaggio o dei pacchetti turistici/viaggi di istruzione possa essere eseguito in contanti o tramite un voucher di pari importo, da utilizzare entro un anno dall’emissione.
Nonostante le numerose interpretazioni messe in campo, penso che il tenore letterale della norma non lasci spazio a dubbi, circa il fatto che la scelta del metodo di rimborso da utilizzare sia rimessa al vettore/t.o. (il vettore, entro 15 giorni dalla comunicazione … procede al rimborso del corrispettivo o… ovvero all’emissione di un voucher).
Veniamo ai tempi.
Il D.L. 9/2020 è, innanzitutto, un decreto legge.
Ciò vuol dire che entro 60 giorni dalla sua emissione dovrà essere convertito in legge (pena la sua decadenza) e potrà essere convertito tal quale o con modifiche.
In secondo luogo, occorre considerare che questo decreto è stato emanato al fine di stabilire “Misure urgenti di sostegno per famiglie, lavoratori e imprese connesse all’emergenza epidemiologica da Covid-19”.
All’art. 37, pertanto, l’articolo di chiusura, non troviamo un periodo di “vigenza” – come in molti dei decreti emessi in questo periodo – ma solo la data della sua entrata in vigore.
Dobbiamo quindi intendere che, mentre per l’effetto dei DPCM 8 marzo e 9 marzo 2020, le restrizioni alla circolazione delle persone (quindi le restrizioni ai viaggi) sono state disposte fino al 3 aprile 2020, le norme relative ai rimborsi non sono state dettate per lo stesso periodo, ma per un periodo più esteso.
Pertanto, il limite temporale di applicazione della norma va ricercato nel comma 2 dell’art. 28 del D.L.9/2020, che recita:
“2. I soggetti di cui al comma 1 comunicano al vettore il ricorrere di una delle situazioni di cui al medesimo comma 1 (…). Tale comunicazione e’ effettuata entro trenta giorni decorrenti:
a) dalla cessazione delle situazioni di cui al comma 1, lettere da a) a d) = permanenza domiciliare, residenza in zona rossa, soggetti positivi, viaggi da o per zone interessate dal contagio, come individuate dal DL 23 febbraio 2020;
c) dalla data prevista per la partenza, nell’ipotesi di cui al comma 1, lettera f)” = partenza verso Stati esteri dove sia impedito o vietato lo sbarco.
Quindi, poiché la cessazione del motivo che impedisce il viaggio (ovvero la malattia, l’obbligo di dimora nella zona rossa, i provvedimenti di Stati esteri che impediscano di raggiungere la destinazione, ecc…) può verificarsi anche oltre il 3 aprile 2020, è comunque entro 30 giorni dalla cessazione dell’impedimento che il viaggiatore deve fare la sua comunicazione al vettore/t.o. e sarà entro 15 giorni dalla comunicazione che il vettore / t.o. dovrà eseguire il rimborso o emettere il voucher.
Le norme qui interpretate valgono quindi con riferimento a voli aerei, viaggi in treno, pacchetti turistici e viaggi di istruzione.
Ma, nel caso in cui il pacchetto o il titolo di viaggio sia stato acquisto con l’intermediazione di un’agenzia, l’agenzia è tenuta alla restituzione di quanto incassato a titolo di compenso per la propria prestazione di intermediazione? Le fee di agenzia vanno restituite?
Io credo di no. La prestazione dell’intermediario di viaggio è stata ricondotta dalla giurisprudenza all’ipotesi del mandato con rappresentanza (art. 1703 c.c. e ss.), sicché gli effetti dell’acquisto del pacchetto di viaggio si verificano direttamente in capo all’acquirente (il cliente).
Incombono di conseguenza sull’intermediario gli obblighi tipici del mandatario, rispondendo unicamente della violazione delle obbligazioni nascenti dal mandato (Cass., 28 novembre 2002, n. 16868; Trib. Torino, 8 ottobre 2007), quali ad esempio l’errata compilazione del biglietto, il mancato acquisto del pacchetto prescelto, la mancata previsione di una tempistica adeguata in ipotesi di acquisto di voli in coincidenza, ecc.
Quindi, il mandatario (l’agenzia) ha concluso il suo compito (verso il viaggiatore) nel momento in cui il cliente ha firmato il contratto ed ha pagato il saldo prezzo, che l’agente avrà inviato al t.o.
Se poi il cliente non potrà fruire della prestazione acquistata (pacchetto o viaggio) o se ad esempio il pacchetto non sarà conforme a quanto promesso (e magari si presenteranno i profili della vacanza rovinata) non sarà certo l’agenzia – mandataria a doverne rispondere e ciò, sia in virtù del meccanismo legato al rapporto di mandato e sia in virtù di quanto disposto dal Codice del Turismo, che ben distingue le responsabilità dell’agenzia intermediaria da quelle del t.o.
Dovendo quindi restituire le somme spese per il pacchetto o il volo non fruito a causa dell’emergenza Covid, il viaggiatore potrà ottenere la restituzione di quanto pagato per il servizio di cui non ha goduto (pacchetto o viaggio), ma non certo quanto speso per l’attività dell’agenzia (le fee) che invece ha svolto e già portato a termine il suo mandato, consistente nell’acquisto del pacchetto o del titolo di viaggio per conto del cliente.
E le assicurazioni? Circa questi prodotti (assicurazione medico bagaglio e annullamento, in primo luogo), poiché si tratta di contratti “funzionali” al pacchetto turistico – ovvero sono stati stipulati solo perché è stato acquistato il pacchetto turistico a cui si riferiscono, credo che debbano essere rimborsati, nel caso, anche tramite voucher.
Contratti / Turismo
Facciamo il punto della situazione su annullamenti di viaggi e pacchetti turistici e sui relativi rimborsi, nel periodo di emergenza Covid-19. Oggi è il 24 marzo 2020.
Nel mio ultimo articolo (del 27 febbraio) consideravamo l’annullamento dei viaggi di istruzione (disposto dal d.l. 6/2020, art. 1, lettera f, in un primo momento fino al 15 marzo 2020) e ci muovevamo in un contesto in cui erano stati emanati – in Italia – un decreto legge (il D.L. 6/2020) e due DPCM (23 febbraio 2020 e 25 febbraio 2020), adottati al fine di prendere misure per il contenimento del contagio sostanzialmente in alcune regioni del nord Italia (fatto salvo l’annullamento dei viaggi di istruzione su tutto il territorio nazionale).
Oggi, 24 marzo 2020, a quasi un mese di distanza, la situazione è purtroppo profondamente cambiata.
Si sono susseguiti ben altri nove provvedimenti tra decreti legge e DPCM (esclusi i provvedimenti emessi dalle singole Regioni e Ministeri) e la situazione oggi, in materia di turismo e mobilità, è che fino al 3 aprile 2020 occorre evitare ogni spostamento in entrata ed in uscita dai propri luoghi di residenza, fatti salvi improrogabili motivi di salute o lavoro.
Viaggi di istruzione e pacchetti turistici, in partenza fino al 3 aprile 2020, devono quindi essere annullati e singoli trasferimenti (volo aereo o viaggio ferroviario o marittimo da luogo a luogo) sono consentiti solo per comprovati ed indifferibili motivi di lavoro o salute.
Bene. Cosa succede quindi se, ad esempio, avevo tempo fa acquistato un weekend romantico a Venezia (volo + hotel + serata in gondola = pacchetto turistico) dal 25 al 27 marzo 2020, oppure mio figlio sarebbe dovuto partire in gita scolastica per Parigi (volo + soggiorno + visite guidate = pacchetto turistico) dal 29 marzo al 3 aprile 2020 o, ancora, se avessi acquistato anche un biglietto aereo a/r per Roma, per andare a trovare un’amica domenica 22 marzo 2020? Cosa succede se abito in zona rossa e non posso partire per il viaggio di nozze? E se posso partire, ma la mia destinazione non mi permette l’ingresso?
In tutti i casi sopra descritti ed in alcuni altri, posso/devo annullare il mio viaggio e posso ottenere il rimborso della somma spesa.
In che modo? L’art. 28 del d.l. 9/2020 ha stabilito che i soggetti indicati dal medesimo art. 28 che non possono fruire di servizi e pacchetti turistici hanno diritto al rimborso di quanto speso per l’acquisto del servizio pacchetto, applicandosi l’art. 1463 c.c. (sopravvenuta impossibilità della prestazione) o, per i pacchetti, l’art. 41 commi 4 e 6 del Codice del Turismo (recesso per impossibilità di fruire del pacchetto).
Ai sensi dell’art. 28 del d.l. 9/2020 sono da rimborsare i biglietti aerei, ferroviari, marittimi, per trasporto su acque interne o terrestre (comma 1) ed i pacchetti turistici (comma 5), esclusivamente ai seguenti soggetti:
– persone in quarantena e persone in permanenza domiciliare fiduciaria con sorveglianza attiva, con riguardo ai contratti di trasporto da eseguirsi nel medesimo periodo di quarantena o permanenza domiciliare;
– persone residenti o domiciliate nelle cosiddetto “zone rosse” come individuate dalla legge, con riguardo ai contratti di trasporto da eseguirsi nel periodo di efficacia dei decreti;
– persone positive al Covid-19 con riguardo ai contratti di trasporto da eseguirsi nel medesimo periodo di permanenza, quarantena o ricovero;
– persone che hanno programmato soggiorni o viaggi con partenza o arrivo nelle aree interessate dal contagio come individuate dalla legge, con riguardo ai contratti di trasporto da eseguirsi nel periodo di efficacia dei decreti;
– persone che hanno programmato la partecipazione a concorsi pubblici o procedure di selezione pubblica, a manifestazioni o iniziative di qualsiasi natura, a eventi e a ogni forma di riunione in luogo pubblico o privato, anche di carattere culturale, ludico, sportivo e religioso, anche se svolti in luoghi chiusi aperti al pubblico, annullati, sospesi o rinviati dalle autorita’ competenti in attuazione dei provvedimenti adottati, con riguardo ai contratti di trasporto da eseguirsi nel periodo di efficacia dei predetti provvedimenti;
– persone che hanno acquistato titoli di viaggio aventi come destinazione Stati esteri, dove sia impedito o vietato lo sbarco, l’approdo o l’arrivo in ragione della situazione emergenziale epidemiologica da COVID-19 (e quindi non ove vi sia il “rischio” di quarantena).
Credo che le sei categorie individuate sopra debbano ritenersi ampliate, nel senso che, poiché in seguito ai DPCM 8 e 9 marzo 2020 è stato disposto di evitare ogni spostamento delle persone fisiche in entrata ed in uscita dal proprio comune ed all’interno dello stesso solo per comprovate esigenze, a questo punto tutto il territorio nazionale deve essere considerato come un “zona rossa”.
Conseguentemente, le norme sui rimborsi devono ritenersi valide per tutti coloro che risiedono sul territorio nazionale.
Solo i soggetti sopra indicati possono recedere senza penali dai contratti di pacchetto turistico da eseguirsi nei periodi di ricovero, di quarantena con sorveglianza attiva, di permanenza domiciliare fiduciaria con sorveglianza attiva ovvero di durata dell’emergenza epidemiologica da COVID-19 nelle aree interessate dal contagio come individuate dalla legge.
Le disposizioni relative ai rimborsi si applicano anche ai viaggi di istruzione interessati dagli annullamenti, come previsto dai commi 6, 7 e 9 del medesimo art. 28.
In che modo saranno rimborsate le somme spese per viaggi e pacchetti? Ed in che tempi? Lo vedremo nel prossimo articolo. A presto!
Cosa vuol dire pacchetto turistico?
Come consulente di un’associazione che si occupa di turismo, mi trovo spesso a rispondere ad una domanda “di base”, che ancora però pone molti dubbi agli operatori ed ai consumatori.
Che cosa è un pacchetto turistico?
Ovvio, mi si chiede una risposta “giuridica”, perché l’immagine di un volo per Ibiza e di una sdraio sotto l’ombrellone, salta subito in mente evocando il famoso “pacchetto”.
La risposta che cerchiamo ci viene data dal Codice del Turismo – D.Lgs. 79/2011 (che è stato riformato nel 2018 ed è entrato in vigore nella sua nuova formulazione il 1° luglio 2018).
L’art. 33 del Codice del turismo, è dedicato alle definizioni.
Il comma primo, lettera a) definisce i servizi turistici, che sono i “tasselli” che, variamente combinati, compongono i pacchetti turistici (o i servizi turistici collegati).
Sono servizi turistici: il trasporto di passeggeri; l’alloggio; il noleggio auto; ogni altro servizio turistico minore.
Si intende per trasporto di passeggeri tutta la categoria di trasporti, che normalmente possono essere forniti nell’ambito di un pacchetto turistico. Ad esempio il trasporto aereo, ferroviario, in autobus.
L’alloggio che viene considerato quale servizio turistico, in grado di comporre un elemento del pacchetto turistico, è quello costituito dal soggiorno in albergo, case vacanza, appartamenti in affitto, ecc.
I soggiorni venduti ai fini di corsi di lingua di lungo periodo (pensiamo ad esempio alle vacanze studio), non possono invece essere considerati un servizio turistico ai fini della composizione di un pacchetto.
Il noleggio di auto o altri veicoli a motore (tutti i veicoli a motore ad eccezione di trattori agricoli, quadricicli e veicoli cingolati) nonché di motocicli che richiedono la patente di guida cat. A, è espressamente indicato quale uno degli elementi in grado di comporre un pacchetto turistico.
Possono contribuire alla formazione di un pacchetto turistico (e vedremo in seguito in che modo e misura) anche i servizi turistici minori come biglietti di concerti, biglietti di ingresso ai musei, ingresso in SPA e centri benessere, sky-pass, ingresso ai parchi di divertimento, ecc.
La norma esclude inoltre che possano essere considerati elementi in grado di contribuire alla formazione del pacchetto turistico, i servizi finanziari (ad esempio i finanziamenti sottoscritti per l’acquisto dei viaggi più costosi), o assicurativi (ad esempio le assicurazioni per l’annullamento o medico bagaglio).
Definiti i servizi turistici, l’art. 33 del Codice del Turismo dà la definizione di pacchetto turistico.
É necessario che siano combinati:
ALMENO due tipi di servizi turistici come definiti al punto a) ovvero trasporto, alloggio, noleggio o servizi minori
Ai fini dello stesso viaggio o della stessa vacanza
E si deve verificare ALMENO una delle seguenti condizioni:
In caso di conclusione di un CONTRATTO UNICO, la combinazione dei servizi da parte di un unico professionista
In caso di conclusione di CONTRATTI DISTINTI, l’acquisto presso un unico punto vendita, o l’offerta ad un prezzo globale o la pubblicizzazione sotto la denominazione “pacchetto”, o la vendita tramite pacchetti Smart Box, o, in caso di vendita on line, l’acquisto dei singoli elementi presso professionisti distinti dove il nome del viaggiatore e gli estremi del pagamento, sono trasmessi dal primo professionista a quello successivo entro le 24 ore dalla conferma della prima prenotazione.
Questo ultimo esempio è relativo alle vendite on line attraverso le piattaforme, come Booking, Expedia, dove ad esempio al viaggiatore che ha concluso l’acquisto di un primo servizio con l’alloggio o il volo aereo, viene data la possibilità di acquistare un secondo servizio come ad esempio il noleggio auto, presso un altro operatore a cui entro le 24 ore, è la stessa piattaforma che trasferisce i dati del consumatore.
Il contratto di pacchetto turistico (lettera d), come vedremo in seguito, è quello relativo alla vendita dell’intero pacchetto o in caso di conclusione di contratti distinti l’insieme di questi contratti.
Il contratto per la vendita del pacchetto turistico deve contenere elementi ben precisi che sono indicati negli artt. 34 e seguenti del Codice del turismo e che vedremo.
La lettera f) del comma 1 dell’art. 33 del Codice del turismo, definisce la nuova categoria dei servizi turistici collegati, che hanno generato innumerevoli discussioni tra gli addetti al settore turistico, ma di cui oggi non parliamo.
Il prodotto “viaggio a Parigi” composto da: volo aereo più soggiorno in albergo più noleggio di autovettura per le escursioni, venduto al prezzo complessivo di 1.000 €, sarà certamente un pacchetto turistico.
Treno + noleggio auto? E’ un pacchetto.
Volo + biglietto del museo? Dipende.
Se un viaggiatore si reca in agenzia ed acquista un volo aereo Roma / Venezia al prezzo di 200€ ed un biglietto d’ingresso per un museo del valore di 20€, il nostro agente di viaggio avrà venduto due servizi turistici singoli, perché, per la costruzione di un pacchetto composto da alloggio o noleggio o trasporto con un “servizio minore”, il valore di quest’ultimo deve essere almeno il 25% del totale del pacchetto.
E’ importate, soprattutto per gli operatori del settore, sapere se il prodotto che si sta vendendo è un pacchetto turistico, oppure no, perché può cambiare, in base alla risposta, la responsabilità dell’operatore per il risarcimento del danno da vacanza rovinata, ad esempio, o l’assistenza del turista in viaggio.
E tu avevi capito bene la definizione di pacchetto turistico? Ti è più chiara adesso?
Mediazione, qualcosa di diverso
Conosci le procedure di ADR? Si definiscono procedure di Alternative Dispute Resolution (ovvero di risoluzione alternativa delle controversie), tutte quelle procedure – semplifico al massimo – che consentono di provare a risolvere una controversia, in modo “alternativo”, senza ricorrere allo strumento contenzioso, ovvero al Tribunale o al Giudice di Pace.
Il principale di questi strumenti (ma ce ne sono molti, di cui parleremo) è la mediazione civile e commerciale.
Come funziona? In poche parole, la procedura è gestita da un Organismo di mediazione, che deve essere autorizzato dal Ministero della Giustizia. Qui l’elenco degli organismi accreditati.
Si presenta la domanda contenente l’oggetto della controversia ed i dati della parte da invitare e, entro breve tempo, si viene convocati davanti ad un mediatore professionista (qui l’elenco dei mediatori accreditati) che, fissando una serie di incontri presso l’organismo, aiuta le parti (assistite dai loro avvocati) a lavorare sul problema che li ha portati lì, per trovare una soluzione che ponga fine al litigio,
Semplifichiamo ancora: con la mediazione, puoi provare a risolvere un litigio, senza fare una causa… bello, no?
Ehi, ma allora ci proveranno tutti! I Tribunali saranno vuoti!
Purtroppo, la mediazione, che potrebbe essere un efficace mezzo per ridurre il numero delle cause (troppe, in Italia), cresce nella nostra cultura a ritmi lentissimi, tanto è vero che, per diffonderla, la legge italiana ne ha imposto l’utilizzo per alcune materie prima di poter accedere al Tribunale (condominio; diritti reali; divisione; successioni ereditarie; patti di famiglia; locazione; comodato; affitto di aziende; risarcimento del danno derivante da responsabilità medica e sanitaria; risarcimento del danno derivante da diffamazione con il mezzo della stampa o con altro mezzo di pubblicità; contratti assicurativi, bancari e finanziari).
Come dire: prima di litigare davanti al Giudice, almeno provateci!
Ormai da molti anni, accompagno i miei clienti nelle procedure di mediazione (come avvocato difensore), ma da altrettanti anni svolgo il ruolo di mediatore professionista presso un organismo accreditato della mia città.
Questa esperienza mi ha consentito di vivere la mediazione da due punti di vista e di fare alcune osservazioni.
Una in particolare. L’obiezione che viene, spesso, avanzata al mediatore dagli avvocati (scettici sull’utilità dello strumento) che accompagnano le parti in mediazione è: “Ma, scusi, secondo lei, se ci fosse stata la possibilità di trovare un accordo tra i nostri clienti, non l’avremmo trovato noi avvocati?”
No, da mediatore, secondo me no. Ed il motivo è semplice e sta nel fatto che il mediatore, proprio perché è un terzo imparziale ed esterno alla controversia, si pone in una posizione privilegiata, per aiutare le parti a costruire e ad inventare un accordo.
Nel corso degli incontri separati che può avere con ciascuna delle parti, il mediatore può assumere informazioni che le parti non racconterebbero mai direttamente alla controparte, ma che sono importanti per capire le ragioni più profonde del conflitto e comprendere che la soluzione a volte sta dove in apparenza nessuno l’avrebbe cercata.
Quello del mediatore è un lavoro faticoso e bellissimo, di pazienza e costruzione, ma diverso dal pur importantissimo lavoro di ricerca di un accordo che ogni avvocato fa, prima di portare il suo cliente in Tribunale. Ed è diverso, perché sono diversi gli strumenti, il contesto, il ruolo, quindi perché non potrebbe essere diverso anche il risultato di questo lavoro?
Quindi, ancora una volta, mi sento di dire che vale sempre la pena provare, seriamente, a trovare un accordo in mediazione.
E tu hai mai utilizzato lo strumento della mediazione? Che esperienza hai avuto?