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Timestamp: 2019-11-15 15:19:44+00:00
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Bruno Caccia, un servitore dello Stato | Roero Terra Ritrovata
di Piermario Demichelis
Il presente articolo è parte di un più ampio lavoro di ricerca sulla figura del giudice Bruno Caccia, contenuto nella tesi di Laurea “Il caso Caccia e la mafia al Nord” di Piermario Demichelis (Torino, 1995).
Bruno Caccia nacque il 16 novembre 1917 a Cuneo, dove il padre era presidente del Tribunale, in una famiglia originaria di Ceresole d’Alba e avente una tradizione in Magistratura risalente ai primi dell’Ottocento (preceduta dalla settecentesca vocazione notarile). Una tradizione che aveva avuto il suo esponente più illustre in Giuseppe Caccia, Procuratore Generale della Cassazione.
La Parrocchiale di Ceresole d’Alba in un disegno di Vittorio Caccia.
Compì gli studi a Cuneo fino al Ginnasio e, seguendo gli spostamenti del padre magistrato, li proseguì a La Spezia, conseguendo la maturità ad Asti con un’eccellente valutazione. Iscrittosi alla facoltà di Giurisprudenza, ottenne la laurea magna cum laude nel 1939 con l’illustre professor Allara, laureandosi l’anno successivo anche in Scienze Politiche.
Nel 1941 sostenne e vinse il concorso per entrare in Magistratura, giungendo alla Procura di Torino dapprima come Uditore, poi come Sostituto Procuratore. A Torino rimase fino al 1964, quando passò ad Aosta come Procuratore della Repubblica. Nel 1967 tornò a Torino come Sostituto alla Procura Generale e, nel 1980, andò a presiedere la Procura della Repubblica in sostituzione del dottor La Marca.
Nel 1953 aveva sposato la professoressa Carla Ferrari: dalla coppia nasceranno tre figli, Guido, Paola e Cristina.
Caccia promosse e seguì molte importanti inchieste. Passiamo brevemente in rassegna quelle salienti.
Nel 1973 sostenne l’accusa nel processo d’appello per l’omicidio a scopo di rapina dell’orefice Giuseppe Baudino. Nel 1974 si occupò, scegliendo il dottor Gian Carlo Caselli come Giudice Istruttore, del rapimento del magistrato genovese Mario Sossi. Come Procuratore Capo, promosse l’inchiesta sullo scandalo delle tangenti delle giunte di sinistra del comune di Torino e seguì l’affaire degli oli minerali che aveva coinvolto petrolieri, funzionari ed esponenti di punta del mondo politico e delle forze dell’ordine. Rivestì un ruolo di primo piano anche nella lotta al terrorismo: sotto la sua guida la Procura torinese debellò le colonne cittadine delle Brigate rosse e di Prima linea, con la collaborazione dei primi grandi pentiti del terrorismo, Patrizio Peci e Roberto Sandalo. Ridimensionata l’emergenza terroristica, intensificò gli sforzi della Procura nella lotta ai traffici di droga e alla criminalità organizzata torinese, ambiente in cui maturerà la decisione del suo assassinio.
La sera del 26 giugno 1983, verso le 23.15, venne ucciso. Il magistrato era uscito dalla sua abitazione di via Sommacampagna 9 per portare a spasso il cane. Era senza scorta e, all’altezza del numero civico 15 della stessa via, venne raggiunto da una Fiat 128 verde con almeno due uomini a bordo: l’autista arrestò bruscamente la marcia e dal finestrino esplose alcuni colpi di pistola contro il giudice; poi un altro componente del commando scese dall’auto e sparò da distanza ravvicinata, colpendo Caccia al capo con un’altra pistola. Il Procuratore venne immediatamente soccorso e trasportato al Pronto Soccorso dell’ospedale Molinette, ma quando vi giunse non c’era più nulla da fare per salvarlo.
Il 29 giugno si svolsero i funerali alla presenza del Presidente della Repubblica Sandro Pertini, che dopo la breve cerimonia si trattenne a Torino passeggiando per il centro come dimostrazione della inflessibilità dello Stato e della determinazione a tornare alla normalità dopo gli “anni di piombo”.
Dieci minuti dopo l’agguato giunse la prima rivendicazione, a nome delle Brigate rosse, fatta attraverso un cittadino sollecitato a telefonare alla Stampa di Torino. A queste ne seguirono altre tre, una alla sede milanese della Rai e due alle redazioni del Corriere della Sera e al Giornale d’Italia. Le motivazioni addotte nelle telefonate erano quelle classiche dell’armamentario terrorista, come la volontà di colpire un “servitore dello Stato”, insieme a quella di vendicare l’arresto, giovedì 23 giugno, del brigatista Pietro Vanzi a Roma.
Queste attribuzioni, unitamente alla concomitanza dei processi nelle aule bunker del carcere delle Vallette alle colonne torinesi di Brigate rosse e Prima linea, nonché alla circostanza che si trattasse di una giornata elettorale di rinnovo delle Camere, indirizzarono decisamente le indagini verso il terrorismo di sinistra, contro il quale Caccia si era battuto con felici intuizioni e ottimi risultati. Nella notte vennero subito perquisite le celle delle carceri alla ricerca di qualche documento – di preparazione o di effettiva rivendicazione – che confermasse i sospetti, ma inutilmente.
La salma intanto fu ricomposta in un’aula del Tribunale e la camera ardente fu meta della visita di colleghi, autorità e molti cittadini. Il giudice scomparso venne commemorato martedì 28 giugno prima dell’udienza a Prima linea e si attese invano una rivendicazione o quanto meno una reazione da parte dei terroristi. Il 29 giugno si svolsero i funerali alla presenza del Presidente della Repubblica Sandro Pertini, che dopo la breve cerimonia si trattenne a Torino passeggiando per il centro come dimostrazione della inflessibilità dello Stato e della determinazione a tornare alla normalità dopo gli “anni di piombo”.
Un segnale arrivò dalle aule bunker delle Vallette il 6 luglio: l’esponente di Prima linea Nicola Solimano negò che a uccidere Caccia fosse stata una qualche organizzazione terroristica e fece risalire l’agguato a una «guerra tra bande che si contendono il paese». Cinque giorni dopo furono le Brigate rosse a smentire, sempre dalle Vallette, un omicidio che non avrebbero avuto difficoltà a dichiarare come opera loro.
Le indagini continuarono dunque in diverse direzioni. Solo un anno dopo, però, a partire dal luglio 1984, alcuni componenti del clan dei Catanesi cominciarono a collaborare e a ricostruire l’organigramma dei due principali gruppi criminali di Torino, i Catanesi, per l’appunto, e i Calabresi. Da queste collaborazioni emersero i primi elementi concreti sulla matrice dell’omicidio Caccia.
La fonte più importante delle indagini sull’omicidio Caccia e sul conseguente processo è costituita dalle dichiarazioni di Francesco Miano, capo del clan dei Catanesi. Già collaboratore, in carcere, dei servizi segreti per indagini sui rapporti tra mafie e terrorismo, venne contattato per avere informazioni sull’omicidio, visto il suo ascendente sugli altri detenuti. Munito di un registratore, Miano precisò fin da subito di voler precostituire prove per dimostrare la propria innocenza nel delitto Caccia, e di volere in seguito parlare con un magistrato. Dopo la collaborazione con i servizi, decise di collaborare pienamente anche con i giudici che indagavano su anni di criminalità organizzata a Torino e in Piemonte. Riferì pertanto che uno dei suoi interlocutori era stato Domenico Belfiore, e che durante i colloqui con il boss dei Calabresi aveva acquisito la convinzione e la prova che fosse stato questi, insieme al suo gruppo, a organizzare e a portare a termine l’omicidio del Procuratore Capo. Gli argomenti di conversazione che facevano convergere su Belfiore la responsabilità dell’agguato erano vari. Riguardo al movente, per Belfiore Caccia aveva la colpa di «infilarsi in tutti i discorsi della Procura e di avere tenuto un atteggiamento di estremo rigore». La causa scatenante sarebbe stata la vicenda della detenzione di Placido Barresi, cognato di Belfiore, con un’accusa di omicidio rivelatasi poi infondata. Miano riferì di aver tentato di conoscere da Belfiore il nome degli esecutori materiali dell’agguato. Ma Belfiore aveva opposto un rifiuto di fronte ai tentativi ripetuti, dicendo a Miano che avrebbe «dovuto essere riconoscente solo a lui».
La lapide in via Sommacampagna a Torino, dove fu ucciso il magistrato. ( Foto Dario Ferro)
Sulla scorta degli elementi raccolti, soprattutto delle dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia, in particolare quelle di Miano, e delle registrazioni effettuate dallo stesso nel Centro clinico del carcere torinese, il 26 febbraio 1987 la Procura della Repubblica di Milano emise un ordine di cattura nei confronti di quattro elementi appartenenti al clan dei Calabresi ritenuti componenti del vertice direttivo del clan: Domenico Belfiore, Placido Barresi, Mario Ursini e Gianfranco Gonella.
Lunedì 8 maggio 1989, davanti alla prima Corte d’Assise di Milano, iniziò il processo nei confronti dei primi due per l’omicidio del Procuratore della Repubblica e il 16 giugno la Corte emise la sentenza con la quale condannava Domenico Belfiore alla pena dell’ergastolo, al pagamento delle spese processuali e al risarcimento delle parti civili, mentre Placido Barresi venne assolto per insufficienza di prove. Fu immediatamente richiesto l’appello.
Il secondo grado del processo si celebrò dal 15 al 25 maggio 1990 dinanzi alla Prima Corte d’Assise d’Appello di Milano, presieduta dal dottor Renato Cavazzoni. Nella prima udienza la Corte dispose il rinnovo parziale del dibattimento. Il 25 maggio la Corte entrò in camera di consiglio e al termine emise la sentenza che confermava la condanna all’ergastolo di Belfiore, stabilendo l’assoluzione di Barresi con formula ampia. Quanto al movente del delitto, la Corte si rifece a quanto sostenuto in primo grado, evidenziando la situazione criminale e giudiziaria della Torino dei primi anni Ottanta, da quando, il 6 febbraio 1980, il dottor Caccia si era insediato nella sua carica che aveva ricoperto con intransigenza e rigore, rendendosi, a differenza di alcuni suoi colleghi, inavvicinabile per accomodamenti. La sentenza del primo processo d’Appello venne depositata l’11 ottobre 1990 e subito Domenico Belfiore propose ricorso alla Cassazione.
Il ricorso venne dibattuto dalla Prima Sezione Penale della Corte Suprema di Cassazione, presieduta nell’occasione dal dottor Stanislao Sibilia, il 9 aprile 1991. La Corte, al termine dell’udienza durante la quale le parti civili e il Sostituto Procuratore generale avevano chiesto il rigetto del ricorso, lo accolse e annullò la sentenza di secondo grado, rinviandola a un’altra sezione della Corte d’Assise d’Appello di Milano.
Il rilievo più importante fatto dalla Cassazione riguardava la causale dell’omicidio. Per la Corte, dalla motivazione della sentenza «non sembra desumibile alcun dato storico di certezza, anche perché rigore morale e incorruttibilità di un magistrato costituiscono appannaggio comune a chiunque faccia parte dell’ordine giudiziario – o almeno alla stragrande maggioranza –, e non viene indicato alcun elemento da cui si ricavi una rilevante differenza di professionalità o qualità rispetto ai predecessori nello stesso incarico di Procuratore della Repubblica di Torino o degli altri magistrati dello stesso ufficio».
L’omicidio Caccia tornò per la quarta volta davanti ai giudici il 18 febbraio 1992. Il secondo processo d’Appello si svolse davanti alla seconda Corte d’Assise d’Appello di Milano presieduta dal dottor Giacomo Martino. Dopo dieci giorni la Corte si pronunciò per la conferma della condanna all’ergastolo comminata a Domenico Belfiore in primo e secondo grado. La sentenza venne depositata il 17 marzo 1992 e contro di essa proposero ricorso in Cassazione Domenico Belfiore e la sua difesa. Il ricorso venne esaminato il 23 settembre dello stesso anno dalla Seconda Sezione Penale della Corte di Cassazione, che lo rigettò. Da quel momento divenne definitiva per Belfiore la condanna alla pena dell’ergastolo.
Quello del Procuratore Caccia è stato un omicidio di stampo mafioso fin dalle sue modalità di preparazione e di esecuzione, nonostante le varie piste seguite dagli inquirenti. I motivi vanno ricercati per prima cosa nella posizione funzionale del dottor Caccia, da lui occupata con impegno e rigore, dalla quale controllava e orientava tutta l’attività inquirente e repressiva della Procura. Questa immagine seria e severa preoccupava molto i delinquenti in generale ma i Calabresi in particolare, che impostavano molto della loro forza su un rapporto privilegiato con alcuni giudici.
Il nuovo Palazzo di Giustizia di Torino, intitolato alla memoria di Bruno Caccia.
Quello del Procuratore Caccia è stato un omicidio di stampo mafioso fin dalle sue modalità di preparazione e di esecuzione, nonostante le varie piste seguite dagli inquirenti. Per ciò che riguarda l’analisi della causale del delitto, si nota che per le indagini e per tutti i gradi di giudizio il movente non è unico. I motivi vanno quindi ricercati per prima cosa nella posizione funzionale del dottor Caccia, da lui occupata con impegno e rigore, dalla quale controllava e orientava tutta l’attività inquirente e repressiva della Procura. Questa immagine seria e severa preoccupava molto i delinquenti in generale ma i Calabresi in particolare, che impostavano molto della loro forza su un rapporto privilegiato con alcuni giudici. Con Caccia i Calabresi si crearono, specialmente il capo Belfiore, la «convinzione di avere di fronte un ostacolo imponente», un persecutore accanito del clan.
Secondo il rilievo fatto dalla Cassazione, questo non sarebbe motivo sufficiente per l’uccisione di un magistrato, perché la sua posizione è destinata comunque a essere occupata da un altro che svolga con altrettanta solerzia il proprio dovere. Al di là della veridicità o meno dell’affermazione per cui il rigore morale è appannaggio della stragrande maggioranza dei giudici, vi è il fatto che Caccia era percepito come fastidio, ostacolo contingente, e per questo andava eliminato: «Peggio di Caccia per noi non c’era nessuno», ricorda un collaboratore di giustizia citando un discorso di Belfiore sulla necessità di rimuovere al più presto tale ostacolo.
La percezione della particolarità del modo di interpretare la propria funzione di magistrato da parte di Caccia era purtroppo confermata a Belfiore dall’esistenza di altri giudici “disponibili”, con i quali aveva intrattenuto stretti rapporti. «È il suo rigore verso le supposte compiacenze altrui che rende esplosiva la miscela della paura e del rancore, che rende “utile” il delitto». Un movente che rafforza l’intenzione omicida è la vicenda relativa alla detenzione di Barresi intesa come persecuzione dell’intero clan e ingiustizia insopportabile per il cognato. Per Belfiore si trattava di un coinvolgimento emotivo e personale molto intenso, reso più acuto dal rancore per l’idea di aver subito un grave torto. «Un motivo in più», nella visione semplice ma efficace del capo dei catanesi, Francesco Miano.
Esistono però motivazioni forse più importanti della vicenda Barresi: «Il fatto è che l’attività della Procura insidiava direttamente nel portafogli l’attività dei Calabresi, coinvolgendo anche personalmente Domenico Belfiore», dal momento che fin dal 1981 si indagò sulle attività economiche del capo. Grande era la preoccupazione del boss per i possibili sviluppi giudiziari di vicende antecedenti l’arrivo di Caccia a Torino. L’attività di Caccia era dunque sentita come una minaccia ai propri interessi anche e soprattutto per le indagini disposte dal procuratore sulle attività economiche legali del clan, vitali per il riciclaggio e la “pulizia” del denaro proveniente da traffici illeciti.
Insomma, Caccia venne ucciso il 26 giugno 1983 perché era un ostacolo grave, concreto, preciso e puntuale all’attività di un clan di tipo mafioso, ma è un fatto che, come disse l’allora giudice istruttore di Torino, Gian Carlo Caselli, «non c’è dubbio che chi ha ucciso Bruno Caccia ha reso un consistente servizio a uno spettro molto ampio di criminalità».
Le dichiarazioni riportate nell’articolo sono tratte da alcune sentenze del processo a carico degli imputati per l’assassinio del procuratore Caccia. In particolare le sentenze riprese sono:
PRIMA CORTE D’ASSISE DI MILANO: Sentenza nella causa penale a carico di Belfiore Domenico + 1, 16 giugno 1989.
PRIMA CORTE D’ASSISE D’APPELLO DI MILANO: Sentenza nella causa del pubblico ministero contro Belfiore Domenico + 1, 25 maggio 1990.
PRIMA SEZIONE PENALE DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE: Sentenza sul ricorso proposto da Belfiore Domenico, 9 aprile 1991.
SECONDA CORTE D’ASSISE D’APPELLO DI MILANO: Sentenza nella causa del pubblico ministero contro Belfiore Domenico, 28 febbraio 1991.
PRIMA CORTE D’ASSISE DI TORINO: Le vicende dell’associazione a delinquere dei “cursoti” o “clan dei catanesi”, in Sentenza penale del 5 novembre 1988, pp. 2901 – 2938.
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