Source: https://www.sunia.it/sentenze-della-settimana/sentenze-della-settimana-29-febbraio-6-marzo-2016/
Timestamp: 2020-01-21 13:54:15+00:00
Document Index: 176611954

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INFILTRAZIONI E SUPERCONDOMINIO
Sez. II civ., sent. n. 1739,
Con atto 15.2.1993 la società S. convenne davanti al Tribunale di Imperia il condominio di via (omissis) per sentirlo condannare all’esecuzione dei lavori e al risarcimento dei danni da infiltrazioni d’acqua verificatesi nell’appartamento di sua proprietà e provenienti dal soprastante lastrico solare dell’edificio condominiale. Il convenuto si oppose alla domanda deducendo il difetto di legittimazione passiva, perché la ditta costruttrice (omissis) si era riservata la proprietà del lastrico solare. Chiamò pertanto in garanzia la predetta ditta e, personalmente, il suo legale rappresentante C.V. il quale, costituitosi nel giudizio, aderì alla tesi difensiva dell’attrice.
Con la sentenza n. 738 il Tribunale accolse la domanda della S. e condannò il condominio al risarcimento dei danni in favore della società nella misura di euro 6.610,65 oltre accessori nonché al pagamento delle spese legali in favore delle altre parti in causa. La Corte d’Appello di Genova, adita dal condominio soccombente, ha confermato la decisione con sentenza del 22.3-1.4.2010, rilevando innanzitutto che l’eccezione di difetto di legittimazione passiva del condominio era nuova perché introdotta per la prima volta in appello e che comunque andava richiamato quanto statuito con altra sentenza, resa tra le stesse parti e con altro oggetto. Ha osservato inoltre:
– che non poteva ravvisarsi la responsabilità dell’impresa appaltatrice perché la perizia asseverata aveva ravvisato la causa delle infiltrazioni nella guaina impermeabilizzante posizionata sul tetto da molti anni;
– che comunque il condominio committente doveva ritenersi responsabile sia per la scelta dell’impresa sia per avere omesso di vigilare sul bene comune dopo l’esecuzione dei lavori;
– che il tetto era di proprietà condominiale;
– che la S. poteva legittimamente domandare anche i danni verificatisi anteriormente all’acquisto dell’immobile, essendo l’obbligazione risarcitoria correlata alla cosa, con l’unico limite di un eventuale risarcimento ottenuto dal precedente proprietario, il che non è avvenuto;
– che la prova dei danni si fondava sulla perizia, in cui erano state analizzate le varie altre cause di infiltrazioni;
– che la questione della ripartizione dei costi tra tutti i condòmini era inammissibile perché introdotta per la prima volta in appello e comunque attiene ai rapporti tra i condòmini;
– che l’individuazione del condominio come responsabile dei danni escludeva la responsabilità a titolo di garanzia della ditta costruttrice (omissis) e del suo socio accomandatario C.V..
Avverso la sentenza il condominio propone ricorso per Cassazione sulla base di sette motivi. Resiste con controricorso la S.. Il condominio ha depositato documenti e memoria. Con comparsa depositata il 9.12.2015 sono intervenuti gli eredi di C.V.
1. Venendo all’esame del primo motivo, va rilevato che con tale censura il condominio deduce nullità del primo capo di sentenza. Violazione e falsa applicazione degli artt. 184 e 345 comma 2 del previgente codice di procedura civile. Omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa documenti prodotti in giudizio e mancata ammissione di prova orale relativi a un punto decisivo per il giudizio. Violazione e falsa applicazione degli artt. 2697 ne 2909 cc. Sostiene il ricorrente che la Corte d’Appello ha errato nel ritenere inammissibile, perché proposta per la prima volta in appello, l’eccezione di difetto di legittimazione fondata sul rilievo dell’esistenza di un supercondominio e, conseguentemente, della legittimazione del condominio delle Palazzine D ed E, dal cui lastrico provenivano le infiltrazioni. Procede comunque ad illustrare l’eccezione, criticando altresì la sentenza laddove ha richiamato, per rigettarla, un’altra pronuncia (sentenza 1066/09 resa “tra le stesse parti e con altro oggetto, che ha deciso la questione sollevata”). Rileva che agli atti non vi è traccia di tale sentenza e che quindi di essa non può tenersi alcun conto. In ogni caso, rileva che l’asserito dispositivo non ha neppure un contenuto precettivo.
2 Il secondo motivo denuncia nullità del terzo capo della sentenza impugnata. Omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su fatti e punti decisivi prospettati dalle parti (proprietà del lastrico solare e responsabilità per i danni da infiltrazioni provenienti dal lastrico solare medesimo). Violazione degli artt. 1117, 1123, 1126, 1218 e 1138 cc. Ancora, violazione e falsa applicazione degli artt. 1123, 1126, 1218, 1292 e 2051 cc. Osserva in proposito che la Corte non aveva considerato che il titolo (regolamento di condominio, art. 5 e clausole contenute nei singoli atti di vendita) attribuivano la proprietà esclusiva dei lastrici alla ditta costruttrice, per cui risultava superata la presunzione di cui all’art. 1117 cc. Critica inoltre la sentenza per avere escluso la responsabilità dell’appaltatore.
3 il terzo motivo denuncia nullità del settimo capo della sentenza impugnata. Violazione e falsa applicazione degli artt. 1123, 1126, 1218 e 1372 cc nonché 106 comma 2 cpc. Rimprovera alla Corte d’Appello di avere errato nel ritenere la responsabilità del condominio. Omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia. Ripropone la questione della garanzia da parte della ditta costruttrice e dell’accomandatario C.V. in caso di condanna del condominio, in considerazione dell’art. 5 del regolamento di condominio
4. Il quarto motivo denuncia nullità del secondo capo della sentenza impugnata. Violazione degli artt. 1655, 2043 e 2049 cc. Omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su fatti e punti decisivi prospettati dalle parti (responsabilità della ditta appaltatrice dei lavori di riparazione del lastrico solare). La Corte d’Appello avrebbe errato nell’escludere la responsabilità esclusiva della ditta appaltatrice dei lavori per danni a terzi.
5. Il quinto motivo denuncia nullità del quinto capo della sentenza impugnata. Violazione degli artt. 1123 e 1126 cc. Omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su fatti e punti decisivi con particolare riferimento ai documenti prodotti dal condominio (difetto di legittimazione attiva della S.). La Corte avrebbe ignorato principi elementari di diritto nel riconoscere alla S. il risarcimento anche per i danni verificatisi prima dell’acquisto dell’immobile, trattandosi di obbligazione propter rem, collegata, sia dal lato attivo che passivo, alla titolarità del diritto reale.
6 Il sesto motivo denuncia nullità del sesto capo della sentenza impugnata. Violazione e falsa applicazione degli artt. 184 e 345 comma 2 del previgente codice di procedura civile. Violazione degli artt. 1123, 1126 e 1292 cc. Osserva in proposito che la Corte avrebbe dovuto ritenere ammissibile in appello l’eccezione sulla detrazione dall’indennizzo della quota a carico della società SERIM, anch’essa condomina, atteso che nel caso di specie non trovava applicazione il regime delle preclusioni introdotto con la novella del 2000, trattandosi di giudizio iniziato nel 1993. 7 Col settimo ed ultimo motivo il Condominio ricorrente denuncia infine nullità del quinto capo della sentenza. Violazione e falsa applicazione dell’art. 1117 cc. Omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su fatto e questione decisivi prospettati dal Condominio Generale. In via di ulteriore subordine, rimprovera alla Corte di Appello di avere totalmente ignorato l’eccezione formulata nel quinto motivo di appello (con cui si deduceva l’insussistenza del diritto al risarcimento per i danni riguardanti “il vano sbarco ascensore”, parte comune dell’edificio.
Il primo motivo di ricorso è fondato sotto il profilo della violazione dell’art. 345 cpc. Innanzitutto, va richiamato il principio, più volte affermato da questa Corte, secondo cui ai fini dell’ammissibilità del ricorso per cassazione, non costituisce condizione necessaria la corretta menzione dell’ipotesi appropriata, tra quelle in cui è consentito adire il giudice di legittimità, purché si faccia valere un vizio della decisione astrattamente idoneo a inficiare la pronuncia (cfr. tra le varie, Sez. 2, Sentenza n. 1370 del 21/01/2013 Rv. 624977; Sez. U, Sentenza n. 17931 del 24/07/2013 Rv. 627268; Sez. l, Sentenza n. 24553 del 31/10/2013 Rv. 628248). Si rivela pertanto infondato il rilievo della contro-ricorrente S. secondo cui il ricorso sarebbe inammissibile per mancata indicazione del relativo fondamento ex art. 360 cpc: risulta infatti ben chiara, dalla formulazione dei motivi, la deduzione della violazione di norme di diritto e del vizio di omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione, cioè di ipotesi espressamente previste nell’art. 360 ai nn. 3 e 5. Ciò premesso, è pacifico che il giudizio era pendente alla data del 30.4.1995 (essendo stato introdotto con atto del 15.2.1993): pertanto, ad esso non si applica la novella del 1990 nella parte in cui ha modificato, tra l’altro, il testo dell’art. 345 cpc (v. la disposizione transitoria di cui all’art. 90 della legge n. 353/1990).
Considerato che ai sensi dell’art. 345 comma 2 cpc nella previgente formulazione – applicabile alla fattispecie – era consentito alle parti di proporre “nuove eccezioni” in appello, la Corte di merito avrebbe dovuto esaminare l’eccezione, certamente nuova, relativa appunto al difetto di legittimazione passiva del supercondominio, fondata sull’esistenza di quattro autonomi condomini e, per quanto interessa, sulla legittimazione del condominio delle Palazzine D ed E dal cui lastrico solare provenivano le lamentate infiltrazioni. L’errore di diritto in cui è incorsa la Corte d’Appello è evidente (e consiste nell’avere applicato le rigide preclusioni in appello introdotte con la riforma del 1990 in una causa regolata invece dal vecchio rito, particolare che deve essere evidentemente sfuggito). Né può ritenersi esaustiva l’ulteriore ratio decidendiutilizzata dalla Corte d’Appello, cioè il richiamo ad altra sentenza 1066/99 resa tra le stesse parti e con altro oggetto, che ha deciso la questione sollevata: infatti, la Corte genovese non solo non chiarisce minimamente quale fosse il thema decidendi in quell’altro giudizio e in che modo fosse stata decisa la questione, ma non precisa neppure se si trattasse di sentenza passata in giudicato. Si rende pertanto necessaria, in accoglimento del motivo, la cassazione della sentenza impugnata, con rinvio ad altra sezione della Corte d’Appello di Genova che esaminerà la questione sulla scorta della documentazione prodotta ed esaminerà l’ammissibilità delle richieste istruttorie verificando altresì – nell’esercizio del potere di interpretazione del contenuto degli atti di parte – se la linea difensiva del condominio nel giudizio di primo grado abbia comportato l’eventuale rinunzia a detta eccezione (come eccepito dalla contro ricorrente società.
Resta logicamente assorbito l’esame di tutte le altre censure.
accoglie il primo motivo e dichiara assorbiti i restanti; cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia, anche per le spese, ad altra sezione della Corte d’Appello di Genova.
RESPONSABILITA’ PENALE PER DECESSO CAUSATO DA MONOSSIDO
Sez. IV pen., sent. n. 4451,
ud. 7.7.2015
1. Con l’impugnata sentenza la Corte d’Appello di Milano ha confermato la sentenza del Tribunale di Milano del 22 ottobre 2013 appellata da C.F.. Quest’ultima era stata tratta a giudizio e condannata alla pena ritenuta di giustizia (oltre che al risarcimento del danno in favore delle parti civili) per rispondere dei reati di cui agli artt. 589 e 590 cod. pen., in qualità di proprietaria locatrice dell’immobile ad uso di civile abitazione sito in Milano, piazza …, perché per colpa consistita in negligenza, imprudenza, imperizia, inosservanza di norme tecniche in materia di sicurezza e di manutenzione degli impianti domestici e delle apparecchiature alimentate a gas, dell’art. 1575 del codice civile, artt. 1-3-5 l. n. 1083/1971, d.P.R. 218/98, in relazione allo scaldabagno collocato nel locale soggiorno/cucina dell’alloggio alimentato a gas metano, marca … a camera aperta, non impedendo che lo stesso fosse utilizzato seppure vetusto o malfunzionante, inserito su sistema fumario non adeguato, non dando seguito ad un invito dell’amministratore condominiale di adeguamento dell’impianto con eliminazione delle difformità emerse dalla videoispezione risalente al 2000 effettuata dalla ditta …, cagionava la morte di S.A. e L.K. per effetto di intossicazione da monossido di carbonio sprigionatosi dall’apparecchiatura e cagionava lesioni per intossicazione da monossido di carbonio ai condomini o inquilini degli alloggi adiacenti o soprastanti.
2. Avverso tale decisione ricorre a mezzo del difensore di fiducia la C.F. deducendo sotto più profili mancanza e/o illogicità di motivazione.
3. La vicenda di cui è causa concerne le gravissime conseguenze per alcuni letali subite dagli abitanti dello stabile sito in Milano piazza … la mattina del 2 ottobre 2010. I giudici di merito – premesso che la posizione di garanzia della C.F. derivava dal disposto dell’art. 1575 cod. civ., secondo cui il locatore deve consegnare al conduttore la cosa locata in buono stato di manutenzione e mantenerla in stato da servire all’uso convenuto, hanno concordemente ritenuto la responsabilità dell’odierna ricorrente, pacificamente proprietaria e locatrice dell’immobile in cui era presente l’apparecchiatura da cui era derivata l’intossicazione da monossido di carbonio, con riferimento all’addebito concernente le deficienze e la vetustà dell’apparecchiatura.
In particolare tutti i motivi di gravame si incentrano sulla tesi che l’occlusione della canna fumaria – non addebitabile alla C.F. – sarebbe stata la causa esclusiva della produzione dell’evento. In buona sostanza, secondo la tesi difensiva, l’occlusione del condotto fumario sarebbe stata la causa esclusiva della produzione di monossido di carbonio, anche nel caso di un’apparecchiatura perfettamente mantenuta efficiente.
Contrariamente all’assunto prospettato, la Corte territoriale ha espressamente preso in considerazione tale prospettazione, richiamando sul punto quanto affermato dal primo giudice secondo cui la riferita occlusione della canna fumaria che pure ha contribuito in maniera sensibile alla produzione dell’evento, non avrebbe potuto cagionarlo se lo scaldabagno non avesse, a monte, esalato monossido di carbonio in percentuali così elevate da saturare l’aria nel giro di poche decine di minuti, come hanno ampiamente dimostrato le prove tecniche effettuate dai consulenti prima e dopo la sommaria pulizia dell’apparecchio.
Orbene, come è stato più volte affermato da questa Corte, quando le sentenze di primo e secondo grado concordino nell’analisi e nella valutazione degli elementi di prova posti a fondamento delle rispettive decisioni, la struttura motivazionale della sentenza di appello si salda con quella precedente per formare un unico complessivo corpo argomentativo, sicché è possibile, sulla base della motivazione della sentenza di primo grado colmare eventuali lacune della sentenza di appello.
È stato altresì posto in rilievo nella sentenza impugnata, sulla base delle risultanze peritali, come solo la presenza di una situazione altamente pericolosa (derivante dalla assoluta inefficienza dell’apparecchiatura) avesse fatto sì che si verificasse l’incidente mortale, parimenti rimarcando che ove le minime necessarie verifiche fossero state effettuate, la non rispondenza dell’apparecchio agli standard di sicurezza ne avrebbe per ciò solo imposto la rimozione, con ciò scongiurando con grado di probabilità prossimo alla certezza il verificarsi degli eventi.
Non si è pertanto assolutamente in presenza del vizio di motivazione denunciato, essendo – contrariamente a quanto sostenuto – espressamente presa in considerazione la doglianza difensiva.
Va peraltro osservato che come precisato da questa Corte (cfr. ex plurimis Sez. 2, n. 1405 del 10/12/2013), in sede di legittimità non è comunque censurabile la sentenza, per il suo silenzio su una specifica deduzione prospettata col gravame, quando questa risulta disattesa dalla motivazione complessivamente considerata, essendo sufficiente, per escludere la ricorrenza del vizio previsto dall’art. 606, comma primo, lett. e), cod. proc. pen., che la sentenza evidenzi una ricostruzione dei fatti che conduca alla reiezione della prospettazione difensiva implicitamente e senza lasciare spazio ad una valida alternativa.
Nella specie il dedotto vizio di motivazione fa altresì riferimento alla circostanza che mai la C.F. avrebbe sostenuto che essa dovesse andare esente da responsabilità per essere la canna fumaria di proprietà condominiale. È evidente l’assoluta pretestuosità di tale impostazione ove solo si consideri che l’elemento fondante della impostazione difensiva – come già riferito – è proprio quello di non essere comunque responsabile dell’ostruzione, il che impone logicamente – anche se non espressamente evocata – la responsabilità di altri soggetti, quali appunto il condominio.
Va peraltro in proposito osservato che, secondo la condivisibile giurisprudenza di questa Corte, che si è pronunciata sul punto, (cfr. Cass., Sez. 4, Sent. n. 43078 del 28.04.2005), allorquando l’obbligo di impedire l’evento ricade su più persone che debbano intervenire o intervengano in tempi diversi, il nesso di causalità tra la condotta omissiva o commissiva del titolare di una posizione di garanzia non viene meno per effetto del successivo mancato intervento da parte di un altro soggetto parimenti destinatario dell’obbligo di impedire l’evento, configurandosi, in tale ipotesi, un concorso di cause ai sensi dell’art. 41 c.p., comma 1. In questa ipotesi la mancata eliminazione di una situazione di pericolo (derivante da fatto omissivo o commissivo dell’agente) ad opera di terzi, non è una distinta causa sopravvenuta da sola sufficiente a determinare l’evento, ma una causa/condizione negativa grazie alla quale la prima continua ad essere efficace.
4. Il ricorso va pertanto rigettato. Ne consegue ex art. 616 cod. proc. pen. la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonché alle spese sostenute dalle parti civili liquidate come da dispositivo.
rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonché alla rifusione delle spese sostenute per questo giudizio di cassazione da … e … liquidate in euro 3000, oltre accessori secondo legge, nonché da … in proprio e da … liquidate in euro 3500 oltre accessori secondo legge, nonché da … e … liquidate in euro 3000 oltre accessori secondo legge..