Source: https://www.prontoprofessionista.it/articoli/la-responsabilit-genitoriale-e-i-diritti-e-doveri-del-figlio.html
Timestamp: 2019-03-19 14:53:21+00:00
Document Index: 53349145

Matched Legal Cases: ['art. 315', 'art. 315', 'art. 317', 'art. 315', 'art. 336', 'art. 315', 'art. 318', 'art. 316', 'art. 316', 'art. 320', 'art. 320', 'art. 320', 'art. 321', 'art. 322', 'art. 323', 'art. 324', 'art. 980', 'art. 326', 'art. 330', 'art. 333', 'art. 332', 'art. 334']

La responsabilità genitoriale e i diritti e doveri del figlio | ProntoProfessionista.it
La Legge n. 219/2012 e il relativo decreto delegato attuativo (D.lgs. n. 154/2013) disciplinano la filiazione e la responsabilità dei genitori. I principi che possono dirsi fondamentali della materia, richiamati dagli artt. 315 e 315-bis c.c. ed introdotti dalla L. n. 219/2012 sono due: il primo, contempla l’identità dello stato giuridico di «tutti» i figli. E’ stata, quindi, abolita ogni differenza legale tra i figli, nati dentro o fuori del matrimonio. Il secondo stabilisce che il figlio ha il diritto di essere mantenuto, educato, istruito e assistito moralmente dai genitori, nel rispetto delle sue capacità, inclinazioni e aspirazioni (art. 315-bis, comma 1, cod. civ.). La norma dispone che il figlio ha diritto di crescere nell’ambito della famiglia e di mantenere rapporti significativi con i parenti (art. 315-bis, comma 2, cod. civ.): sono principi, quello del diritto del minore alla famiglia e quello della rilevanza anche dei rapporti con i parenti, ricorrenti nella legislazione più recente (si pensi alle enunciazioni in tal senso nell’ambito disciplina dell’affido condiviso e dell’adozione), e che rispecchiano valori proclamati anche dalle dichiarazioni e carte internazionali sui diritti dei minori.
L’ art. 317-bis c.c. appresta una specifica tutela all’interesse degli ascendenti ad intrattenere rapporti significativi (e, dunque, non limitati a sporadiche e brevi visite) con i nipoti minorenni. Ancora, il comma 3 dell’art. 315-bis c.c. colloca tra i principi di ordine generale, poi spesso richiamato in sede di disciplina di singole fattispecie, quello del c.d. «ascolto del minore»: il minore che abbia compiuto i dodici anni, e anche quello di età inferiore se capace di discernimento, ha diritto di essere sentito su tutte le questioni e nell’ambito di tutte le procedure nelle quali debbano essere adottati provvedimenti che lo riguardano.
In particolare, l’art. 336-bis cod. civ., introdotto dal D.lgs. n. 154/2013, stabilisce, in attuazione di principi affermati sia dalla Corte di Cassazione e da Corti sovranazionali (quali la Corte di Giustizia della UE) che il minore ha diritto di essere ascoltato dal giudice nell’ambito di tutti i procedimenti nei quali devono essere adottati provvedimenti che lo riguardino. L’ascolto deve essere disposto nei riguardi del minore che abbia compiuto i dodici anni, o anche di età inferiore se capace di discernimento, e se ne può prescindere, con provvedimento motivato, soltanto se sia in contrasto con l’interesse del minore stesso o manifestamente superfluo. L’ascolto deve avvenire con particolari cautele, anche con l’ausilio di esperti; i genitori, i difensori delle parti e il pubblico ministero sono ammessi a partecipare all’ascolto se autorizzati dal giudice. A loro volta i figli devono rispettare i genitori (la riforma del 1975 ha eliminato il dovere di onorarli) e devono anch’essi contribuire al mantenimento della famiglia fin quando convivono con essa e, naturalmente, in proporzione «alle proprie sostanze e al proprio reddito» (art. 315-bis, ultimo comma, c.c.). Il figlio inoltre non può abbandonare la casa dei genitori sino alla maggiore età o all’emancipazione (art. 318 cod. civ.): qualora si allontani senza permesso, i genitori possono richiamarlo, eventualmente ricorrendo al giudice tutelare.
I genitori stabiliscono, di comune accordo, la residenza abituale della prole. In caso di contrasti, purché si tratti di questioni di particolare importanza (ad es.: gli studi da far seguire al figlio), ciascuno dei genitori può ricorrere senza formalità al giudice, il quale, sentiti i genitori, ed anche il figlio, suggerisce le determinazioni più utili nell’interesse del figlio e della unità familiare. Se però il contrasto permane il giudice attribuisce il potere di decisione a quello dei genitori che, nel singolo caso, ritiene il più idoneo a curare l’interesse del figlio (art. 316, comma 3, c.c.).
Per l’esercizio della responsabilità genitoriale è, ovviamente, indispensabile che sia venuto ad esistenza un rapporto di filiazione giuridicamente rilevante: pertanto, nel caso di figli nati fuori del matrimonio, se uno solo dei genitori ha riconosciuto il figlio, a lui spetta in via esclusiva l’esercizio delle relative prerogative e funzioni; se il figlio è stato riconosciuto da entrambi, la responsabilità genitoriale dovrà essere esercitata di comune accordo.
Se uno dei genitori è lontano, incapace o impedito, la responsabilità genitoriale è esercitata da solo dall’altro genitore (ferme le disposizioni previste per il caso di crisi o dissoluzione della coppia genitoriale).
In ogni caso, il genitore che non esercita la responsabilità vigila sull’istruzione, sull’educazione e sulle condizioni di vita del figlio.
I genitori devono adempiere i loro obblighi nei confronti dei figli «in proporzione delle rispettive sostanze» e ciascuno secondo la sua capacità di lavoro professionale o casalingo (art. 316-bis c.c.).
Se i genitori non hanno mezzi sufficienti, sono tenuti gli ascendenti, i quali non devono provvedere direttamente ai bisogni dei nipoti, ma devono fornire ai genitori i mezzi a tal fine necessari. Insomma, gli ascendenti non si sostituiscono nelle funzioni dei genitori quanto al mantenimento della prole, ma devono sovvenire economicamente i genitori stessi. Qualora uno dei coniugi non contribuisca adeguatamente al soddisfacimento dei bisogni familiari, il tribunale può imporre che una quota dei redditi del coniuge inadempiente sia versata direttamente all’altro coniuge o a chi provvede al mantenimento dei figli.
I genitori rappresentano i figli minori in tutti gli atti civili e ne amministrano i beni.
Gli atti di ordinaria amministrazione possono essere compiuti disgiuntamente da ciascun genitore (art. 320, comma 1, c.c.), salvo, in caso di disaccordo, l’intervento del giudice nei limiti già illustrati. Gli atti di straordinaria amministrazione (es.: alienazione dei beni del figlio; costituzione di garanzie reali su tali beni; accettazioni di eredità o donazioni) possono essere compiuti solo per necessità od utilità evidente del figlio, previa autorizzazione del giudice tutelare (art. 320, comma 3 c.c.).
Se sorge conflitto di interessi patrimoniali tra i figli soggetti ad una comune responsabilità genitoriale (per es. divisione di un cespite ereditario tra i figli) o tra essi e i genitori (per es.: i genitori intendono vendere un cespite in comproprietà tra essi ed i figli), il giudice tutelare nomina ai figli un curatore speciale (art. 320, ultimo comma c.c.). Se il conflitto sorge tra i figli ed uno solo dei genitori, la rappresentanza dei figli viene attribuita esclusivamente all’altro (norma discutibile, perché presuppone che in caso di conflitto il genitore che conserva la rappresentanza dei figli sappia essere sempre realmente imparziale).
In tutti i casi in cui i genitori non possono o non vogliono compiere atti di interesse del figlio eccedenti l’ordinaria amministrazione, il giudice, su richiesta del figlio stesso, del pubblico ministero o di uno dei parenti che vi abbia interesse, può nominare al figlio, sentiti i genitori, un curatore speciale, autorizzandolo al compimento di tali atti (art. 321 c.c.).
Gli atti eventualmente compiuti senza l’osservanza delle norme che si sono esposte possono essere annullati su istanza dei genitori o del figlio o dei suoi eredi o aventi causa (art. 322 c.c.).
I genitori non possono in nessun caso acquistare beni o diritti dei minori soggetti alla loro responsabilità genitoriale: anche in tal caso l’atto è annullabile (art. 323 c.c.).
Ai genitori spetta l’usufrutto legale sui beni del figlio minore, tranne quelli specificamente esclusi dall’art. 324 cod. civ. I frutti dei beni del minore devono essere destinati dai genitori al mantenimento della famiglia e all’istruzione ed educazione dei figli. L’usufrutto legale, a differenza di quello ordinario (art. 980 cod. civ.), non può essere alienato, né costituito in garanzia, né sottoposto ad azione esecutiva da parte dei creditori dei genitori (art. 326 cod. civ.).
Il giudice può pronunciare la decadenza dalla responsabilità quando il genitore viola o trascura i doveri ad essa inerenti o abusa dei relativi poteri con grave pregiudizio del figlio e può anche, per gravi motivi, ordinare l’allontanamento del figlio dalla residenza familiare, ovvero l’allontanamento del genitore o del convivente responsabile dei maltrattamenti o abusi (art. 330 c.c.). Qualora invece gli abusi e i maltrattamenti non siano così gravi da determinare la decadenza dalla responsabilità, il giudice può adottare i provvedimenti opportuni e, anche in tal caso, ordinare l’allontanamento dalla casa familiare del figlio o del responsabile dei maltrattamenti (art. 333 c.c.).
Il genitore che sia stato dichiarato decaduto può essere reintegrato nella responsabilità genitoriale, quando siano cessate le ragioni che avevano portato alla decadenza (art. 332 c.c.).
Quando il patrimonio del minore è male amministrato, il tribunale può stabilire le condizioni a cui i genitori devono attenersi nell’amministrazione; può rimuovere dall’amministrazione stessa uno di essi o entrambi, sostituendoli con un curatore, o privarli, in tutto o in parte, dell’usufrutto legale (art. 334 cod. civ.).
La dichiarazione giudiziale della paternità e della maternità e prova della filiazione