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Timestamp: 2019-07-16 01:57:07+00:00
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Il reato di maltrattamenti in famiglia non implica necessariamente la violenza sessuale | Studio Legale Parenti
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Corte di Cassazione, sentenza n. 5315 del 04.02.2015
E’ violazione di domicilio se il marito, pur se inizialmente introdottosi nell’abitazione della ex moglie con il consenso di questa, vi rimanga, nonostante poi la donna lo abbia ripetutamente intimato ad allontanarsi.
La rilevanza penale della condotta non è esclusa, se i fatti sono stati principalmente ricostruiti in base alle dichiarazioni della “persona offesa”.
E’ quanto affermato dalla Corte di Cassazione con la sentenza in oggetto, con cui è stato rigettato il ricorso dell’imputato avverso la pronuncia di condanna per il reato di violazione di domicilio.
Quest’ultimo censurava, in particolar modo, la ricostruzione e la valutazione dei fatti di reato, effettuata quasi esclusivamente in base alle dichiarazioni rese dalla ex moglie, e dunque, a suo dire, in modo tale da inficiare la ragionevolezza della decisione impugnata.
Invero, la Cassazione, nella sentenza in esame, ha stabilito come le dichiarazioni rese dalla “persona offesa” dal reato, non siano affatto dotate di “affidabilità ridotta”.
Necessitano in ogni caso di un controllo circa le capacità percettive e mnemoniche del dichiarante e circa la corrispondenza al vero dei fatti dichiarati, desumibile dalla linearità logica della esposizione; controllo che nella fattispecie, è stato effettuato in maniera esaustiva.
Sarebbe dunque emerso, dalle testimonianza della ex moglie, così come anche confermata dal carabiniere, che il marito, pur se introdottosi nell’abitazione con il consenso della donna, vi sarebbe poi rimasto contro la sua volontà.
A detta della Suprema Corte, la condotta integra pienamente la fattispecie della violazione di domicilio, essendosi il marito allontanato dalla suddetta abitazione solo a seguito dell’intervento coercitivo della polizia.
Corte di Cassazione, SS.UU., sentenza n. 4909 del 2.2.2015
L’impossibilità assoluta a comparire da parte del difensore per un impegno professionale in altro procedimento, può costituire, a determinate condizioni, un “impedimento legittimo”, anche ai fini
del congelamento dei termini di prescrizione di un reato.
E’ quanto stabilito dalla Corte di Cassazione, Sezioni Unite Penali, con sentenza n. 4909 depositata il 2 febbraio 2015, in parziale annullamento della pronuncia impugnata.
La vicenda in questione, riguarda una richiesta di improcedibilità per il reato di diffamazione, per intervenuta prescrizione dello stesso.
La Corte d’Appello escludeva, dapprima, che fosse maturato il termine di prescrizione, in quanto i numerosi rinvii richiesti ed ottenuti dalla difesa dell’imputato, lo avevano fatto slittare di ben sette mesi.
Eccepiva tuttavia, il ricorrente, come tale slittamento dovesse essere piuttosto ridotto a soli 147 giorni, poiché alcuni degli ottenuti rinvii erano dovuti a legittimo impedimento della difesa, costretta a presenziare ad altri procedimenti.
Si è pertanto prospettato dinnanzi alle Sezioni Unite penali, il seguente quesito: “Se ai fini della sospensione del corso della prescrizione del reato, il contemporaneo impegno professionale del difensore in altro procedimento, possa integrare un caso di “impedimento”, con conseguente congelamento del termine fino ad un massimo di sessanta giorni dalla sua cessazione”.
La Cassazione ha risposto affermativamente, specificando tuttavia che, affinché l’impedimento del difensore possa considerarsi legittimo ex art. 420 ter, comma 5, devono ricorrere alcune condizioni, da valutarsi da parte del giudice del rinvio.
Innanzitutto il difensore è tenuto a prospettare tempestivamente l’impedimento, appena conosciuta la contemporaneità dei diversi impegni.
Deve inoltre indicare specificatamente le ragioni che rendono essenziale l’espletamento della sua funzione in un diverso processo e rappresentare l’assenza, in detto procedimento, di altro difensore che possa validamente difendere l’imputato, nonché l’impossibilità di avvalersi di un sostituto ai sensi dell’art. 102 c.p.p., sia nel processo a cui intende partecipare, sia a quello di cui chiede il rinvio.
Corte di Cassazione, sentenza n. 3789 del 27.01.2015
E’ quanto affermato dalla Corte di Cassazione, IV sezione penale, con sentenza n. 3789 depositata il 27 gennaio 2015, rigettando il ricorso di un’azienda che commercializzava scarpe recanti la dicitura “made in Italy”.
Le stesse venivano infatti progettate e prodotte in Italia, fatta eccezione per l’ultima parte della lavorazione, ovvero l’assemblaggio e cucitura dei pezzi, la quale veniva affidata ad altra società avente sede in Romania.
Ha affermato la Cassazione con la pronuncia in esame, come in tal caso debba considerarsi vietata l’etichettatura “made in Italy” nel prodotto in questione, in quanto tale da indurre in errore circa l’effettiva origine, provenienza e qualità dello stesso.
L’acquirente, infatti, sarebbe in tal modo portato a ritenere che la scarpa sia stata interamente concepita e fabbricata in Italia.
Eppure la fase di lavorazione compiuta all’estero – a detta della Cassazione – non è un segmento del ciclo produttivo di trascurabile rilievo, poiché, trattandosi di cucitura ed assemblaggio, è volta a conferire robustezza e stabilità alla scarpa e pertanto, a garantirne la qualità quale requisito essenziale per il compratore.
Corte di Cassazione, sentenza n. 2502 del 21.01.2015
Il reato di maltrattamenti in famiglia non implica necessariamente quello di violenza sessuale, non essendo quest’ultimo il naturale sbocco del primo.
E’ quanto ha sostenuto la Suprema Corte con la senenza in oggetto, con cui è stata riformata la pronuncia della Corte d’Appello limitatamente alla condanna dell’imputato per il reato di violenza sessuale.
Nel caso di specie, secondo la Cassazione, le dichiarazioni rese dalla moglie, persona offesa, circa le vessazioni subite dal marito ed integranti il reato di maltrattamenti, hanno effettivamente trovato un riscontro nelle numerose e convergenti dichiarazioni testimoniali nonché nelle certificazioni mediche.
La stessa cosa non può dirsi, tuttavia, per quanto concerne la condotta integrante la violenza sessuale.
La Corte d’Appello – a detta della Cassazione – ha errato nel postulare, pur in assenza di un concreto supporto argomentativo, che il naturale sbocco dei maltrattamenti in famiglia sia necessariamente la violenza sessuale ai danni di taluno dei componenti del nucleo familiare.
Non può infatti presumersi l’esistenza di un reato, per il solo fatto che ne è stato commesso un altro, per di più neppure legato al precedente da un apprezzabile vincolo di progressione criminosa.
I reati in questione, tra l’altro, hanno modalità di condotta non necessariamente interferenti ed interessi tutelati non coincidenti tra loro.
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