Source: https://giurisprudenzaamministrativa.com/2018/06/21/permesso-di-soggiorno-non-puo-essere-revocato-per-una-condanna-per-impiego-di-lavoratori-stranieri-privi-di-titolo-di-soggiorno/
Timestamp: 2020-03-29 12:24:39+00:00
Document Index: 5019864

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 9', 'art. 4', 'art. 12', 'art. 22', 'art. 22', 'art. 12', 'art. 4', 'art. 12']

Permesso di soggiorno: non può essere revocato per una condanna per impiego di lavoratori stranieri privi di titolo di soggiorno. – Giurisprudenza amministrativa
Il Tar Lombardia, sez. Brescia, con la sentenza n. 580/2018 ha affermato che il reato di impiego di lavoratori stranieri irregolari non rientra tra i reati ostativi al rilascio del permesso di soggiorno ai sensi del T. U. Immigrazione.
N. 00580/2018 REG.PROV.COLL.
N. 00445/2018 REG.RIC.
sul ricorso numero di registro generale 445 del 2018, proposto da
Jiannan Hu, rappresentato e difeso dall’avvocato Francesca Lisa Ferraro, con domicilio digitale come da PEC da Registri di Giustizia e domicilio eletto presso lo studio Argia Feroldi in Brescia, via Pastrengo, 11;
Ministero dell’Interno, Questura di Bergamo, in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentati e difesi dall’Avvocatura Distrettuale Stato, domiciliata ex lege in Brescia, via S. Caterina, 6;
del decreto di revoca del permesso di soggiorno e di diniego di rilascio di altro titolo di soggiorno
Visti gli atti di costituzione in giudizio di Ministero dell’Interno e di Questura di Bergamo;
Relatore nella camera di consiglio del giorno 13 giugno 2018 la dott.ssa Alessandra Farina e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
Il ricorrente, cittadino cinese, in Italia dal 2007, ha conseguito il permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo.
In occasione della richiesta di aggiornamento del titolo di soggiorno – in conseguenza del trasferimento della propria attività quale lavoratore autonomo in Comune di Treviolo (BG) – il ricorrente si vedeva opposto il provvedimento impugnato, con il quale è stata disposta la revoca del titolo di soggiorno, senza la concessione di altro titolo ordinario, in ragione dell’esistenza a carico dello straniero di una condanna, irrevocabile il 3.3.2016, a mesi sei di reclusione e 6.667,00 € di multa, irrogata dal Tribunale di Prato, in quanto colpevole del reato di “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”.
Ritenuto, in applicazione del combinato disposto di cui all’art. 9 e all’art. 4 del D.lgs. 286/98, che l’intervenuta condanna per un reato ostativo, come previsto espressamente dal Legislatore, alla permanenza dello straniero sul territorio nazionale, sia presupposto per il diniego del titolo di soggiorno, costituendo atto vincolato, da cui l’omissione della comunicazione ai sensi degli artt. 7 e 8 della L. 241/90, l’amministrazione disponeva la revoca del permesso di soggiorno e contestualmente denegava il rilascio di altro titolo utile per la permanenza sul territorio nazionale.
Avverso il provvedimento impugnato parte istante ha dedotto una serie articolata di doglianze, le quali possono essere così sinteticamente riassunte: trattandosi di un provvedimento di revoca di un precedente atto amministrativo dovevano essere osservati i principi del contrarius actus, tra cui il rispetto della garanzie di partecipazione.
L’osservanza di tali principi avrebbe consentito al ricorrente di chiarire la propria posizione con specifico riguardo alla condanna subita, la quale non afferisce al reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, disciplinato dall’art. 12, comma 1 e seguenti del TUI, bensì alla diversa fattispecie disciplinata dall’art. 22, comma 12 TUI, in quanto reo di aver occupato presso la propria ditta due connazionali privi di permesso di soggiorno.
La diversa fattispecie delittuosa non rientra fra quelle ostative al rilascio del titolo di soggiorno e non comporta l’obbligo di espulsione: di conseguenza, l’amministrazione è incorsa nella violazione della normativa richiamata nel provvedimento impugnato, violazione che sarebbe stata evitata laddove il ricorrente fosse stato posto nella condizione di chiarire la propria posizione.
Al contempo, non è stata ponderata la situazione lavorativa e familiare del ricorrente, radicato da tempo sul territorio nazionale con la propria famiglia e svolgente regolare attività lavorativa.
L’amministrazione intimata si è costituita in giudizio, rilevando, quanto alle motivazioni del provvedimento di revoca, che il reato ascritto al ricorrente induce a ritenere che lo stesso sia comunque integrato in una organizzazione dedita a favorire l’ingresso clandestino di lavoratori stranieri, prospettando, nella relazione allegata alla memoria di costituzione, la rilavata insufficienza dei redditi dichiarati con riferimento all’attività quale lavoratore autonomo svolta dal ricorrente (profilo, tuttavia, non evidenziato nel provvedimento impugnato), salvo anticipare, in considerazione dei legami familiari e del radicamento nel territorio, la possibilità del rilascio di un permesso di soggiorno ordinario.
Ritiene il Collegio che il ricorso sia meritevole di accoglimento, stante la fondatezza delle censure dedotte da parte ricorrente in relazione ai presupposti che hanno determinato l’amministrazione a disporre la revoca del permesso di soggiorno per lungo soggiornanti, così come esposti nel provvedimento impugnato.
Invero, come documentato dalla stessa difesa resistente, il ricorrente ha subito una condanna per il reato di cui all’art. 22, comma 12 TUI, fattispecie delittuosa che punisce il datore di lavoro che occupa alle proprie dipendenze lavoratori stranieri privi del permesso di soggiorno.
Diversa è la fattispecie individuata dall’art. 12, comma 1 del medesimo TUI, la quale persegue il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, punendo, salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, in violazione delle disposizioni del testo unico, promuove, dirige, organizza, finanzia o effettua il trasporto di stranieri nel territorio dello Stato ovvero compie altri atti diretti a procurarne illegalmente l’ingresso nel territorio dello Stato, ovvero di altro Stato del quale la persona non è cittadina o non ha titolo di residenza permanente.
Orbene, considerato che, al di là di quelle che allo stato sono mere supposizioni riportate nella nota della Questura circa il coinvolgimento del ricorrente in organizzazioni finalizzate all’ingresso clandestino di stranieri, il ricorrente non è stato condannato per un reato ostativo compreso fra quelli individuati dal comma 3 dell’art. 4 D.lgs. 286/98 (nei quali certamente rientra la diversa fattispecie di cui all’art. 12, comma 1), ne consegue che la disposta revoca del permesso di soggiorno a durata illimitata risulta fondata su presupposti errati (cfr. TAR Campania, NA, VI, n. 121/2010).
Restano in ogni caso impregiudicati i poteri dell’amministrazione al fine della valutazione della situazione reddituale e lavorativa del ricorrente, nonché della pericolosità sociale dello stesso, sia al fine del mantenimento del titolo di soggiorno a durata illimitata sia con riferimento alla possibilità del rilascio di un titolo ordinario, come peraltro anticipato nelle difese.
Il ricorso va quindi accolto con conseguente annullamento del provvedimento impugnato.
Le spese possono essere equamente compensate fra le parti.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia sezione staccata di Brescia (Sezione Seconda), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie e per l’effetto annulla il provvedimento impugnato.
Così deciso in Brescia nella camera di consiglio del giorno 13 giugno 2018 con l’intervento dei magistrati:
Scritto il 21 giugno 2018 20 giugno 2018 Autore Giurisprudenza amministrativaCategorie Permesso di soggiornoTag Condanna,Condanna impiego stranieri irregolari,Condanna penale,D. Lgs. 286/1998,Diniego,Immigrazione,Ministero dell'Interno,Permesso di soggiorno,Questura,Reati ostativi,Reato,Reato non ostativo,Revoca,Revoca permesso di soggiorno,T.U. Immigrazione,TAR Brescia
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