Source: https://www.eutekne.info/Sezioni/Sezione_fisco.aspx?IDSezione=5
Timestamp: 2020-08-08 09:12:42+00:00
Document Index: 150562808

Matched Legal Cases: ['art. 16', 'art. 86', 'art. 87', 'art. 86', 'art. 88', 'art. 1223', 'art. 88', 'art. 86', 'art. 87', 'art. 88', 'art. 101', 'sentenza ', 'art. 78', 'art. 173', 'art. 26', 'art. 1', 'art. 19', 'art. 182', 'art. 67', 'art. 101', 'sentenza ', 'art. 110', 'art. 213', 'art. 26', 'art. 27', 'art. 101', 'art. 14', 'art. 119', 'art. 8', 'art. 119', 'art. 7', 'art. 3', 'art. 7', 'art. 3', '§ 5', 'sentenza ', 'art. 7', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 12', 'art. 13', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 12', 'art. 175', 'art. 177', 'art. 10', 'art. 75', 'art. 73', 'art. 1', 'art. 25', '§ 5', 'art. 1', 'art. 10', 'art. 12']

Il DL “Agosto” approvato ieri dal Consiglio dei Ministri “salvo intese tecniche”, in base all’ultima bozza circolata in serata, dovrebbe prevedere, al ricorrere di determinati requisiti, la proroga al 30 aprile 2021 del termine di versamento della seconda o unica rata dell’acconto delle imposte sui redditi e dell’IRAP, dovuto per il periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2019 (si tratta del 2020, per i soggetti “solari”). Destinatari del differimento sarebbero soltanto ...
Il fornitore/cessionario della detrazione derivante dagli interventi di recupero edilizio di cui alla lett. h) dell’art. 16-bis del TUIR, a fronte di spese sostenute nel 2019, può ulteriormente cedere il credito d’imposta nell’anno 2020. È quanto ...
Con la risposta n. 254, pubblicata ieri, l’Agenzia delle Entrate interviene sul trattamento fiscale delle somme ricevute da una società di capitali a titolo di risarcimento in relazione alla perdita derivante dalla mancata vendita di un pacchetto azionario a un’altra società. In particolare, le azioni sono poi state vendute dalla società a un’altra controparte a un prezzo inferiore e, dopo una fase contenziosa, è stato stipulato un accordo di transazione con il mancato acquirente che prevede la corresponsione di una somma a saldo e stralcio di ogni e qualunque pretesa e credito vantati nei suoi confronti. Ci si interroga, quindi, se il provento realizzato possa applicare il regime fiscale previsto per le plusvalenze patrimoniali di cui all’art. 86 del TUIR e, ricorrendone i presupposti, dell’esenzione del 95% della disciplina sulla participation exemption ex art. 87 del TUIR. Secondo il menzionato art. 86 del TUIR le plusvalenze dei beni relativi all’impresa, diversi da quelli produttivi di ricavi, concorrono a formare il reddito “se sono realizzate mediante il risarcimento, anche in forma assicurativa, per la perdita o il danneggiamento dei beni”. Questa disposizione viene confrontata con quanto stabilito dall’art. 88, comma 3, lett. a) del TUIR, il quale ricomprende tra le sopravvenienze attive “a) le indennità conseguite a titolo di risarcimento, anche in forma assicurativa, di danni diversi da quelli considerati alla lettera f) del comma 1 dell’articolo 85 e alla lettera b) del comma 1 dell’articolo 86”. Sul tema, la ris. Agenzia delle Entrate 13 luglio 2009 n. 184 era intervenuta stabilendo che il riconoscimento di un corrispettivo aggiuntivo del prezzo originario pattuito per la cessione di una partecipazione può configurare una semplice integrazione di prezzo che “dovrebbe seguire” il regime fiscale della cessione della partecipazione. Riguardo al caso in esame, invece, l’Agenzia delle Entrate osserva che l’art. 1223 c.c. dispone che il risarcimento del danno sia dovuto per la perdita subita e il mancato guadagno subito dal creditore quando tali circostanze sono una conseguenza “immediata e diretta” dell’inadempimento o del ritardo nell’adempimento. Pertanto, il risarcimento presuppone che sussista un nesso eziologico tra inadempimento e danno, che si concretizza nella perdita subita (c.d. “danno emergente”) e/o nel mancato guadagno (c.d. “lucro cessante”). In altri termini, la perdita o il danneggiamento, quali fonte di risarcimento ai fini del suo trattamento fiscale come plusvalenza, sono fattispecie astratte difficilmente configurabili in concreto, quando hanno ad oggetto beni patrimoniali immateriali, quali le azioni. Ad avviso dell’Agenzia delle Entrate, nella fattispecie in esame, la transazione conclusa tra le parti processuali possiede una natura “latu sensu” risarcitoria, configurandosi la causa contrattuale nella definizione di una lite giudiziaria, attraverso reciproche concessioni. Inoltre, nel caso di specie la somma percepita dalla società ha il fine di ristorare un danno diverso dalla perdita di valore delle azioni. Ne consegue che non si è in presenza di alcuna perdita o danneggiamento delle partecipazioni, in quanto le medesime sono state vendute nelle more del contenzioso realizzando un prezzo inferiore rispetto a quello originario a causa dell’andamento negativo della società partecipata. Muovendo da queste considerazioni, si conclude che il conseguimento della somma nell’ambito dell’accordo transattivo, volta a risarcire l’originario inadempimento contrattuale, costituisce sopravvenienza attiva imponibile ai sensi dell’art. 88, comma 3, lett. a) del TUIR, risarcendo un danno diverso da quello considerato dalla disciplina delle plusvalenze (art. 86, comma 1, lett. b) del TUIR). Non può quindi nemmeno essere applicato il regime della participation exemption ex art. 87 del TUIR, proprio perché non si verifica una plusvalenza relativa a una partecipazione. [CATENACCIO] Con riferimento al caso di specie, l’Agenzia delle Entrate applica un’impostazione analoga al trattamento fiscale delle somme corrisposte in virtù di clausole di garanzia (anche se in questo caso le parti risultano invertite, in quanto è il venditore che corrisponde il risarcimento). Generalmente, dette clausole di garanzia non costituiscono integrazioni di prezzo bensì indennizzi connessi a obbligazioni accessorie, assunte dal venditore, relative al manifestarsi di circostanze (o di eventi) non afferenti la qualità del bene oggetto della compravendita (ossia le partecipazioni). Applicando questa impostazione, le suddette somme rilevano, anche sul piano fiscale, come indennizzi e le somme corrisposte costituiscono:
- per l’acquirente, una sopravvenienza attiva tassabile ex art. 88 comma 3 lett. a) del TUIR, e
- per il venditore, una sopravvenienza passiva deducibile integralmente ex art. 101 comma 4 del TUIR.
La Corte di Giustizia, con sentenza del 16 luglio 2020, resa nella causa C-97/19, si è pronunciata in materia di revisione su istanza di parte, chiarendo come tale istituto abbia l’obiettivo di far coincidere i dati emergenti dalla dichiarazione doganale con la situazione reale: alla luce di tale finalità, oggetto della revisione può essere anche l’esistenza di un rapporto di rappresentanza indiretta, non evidenziato al momento della presentazione della dichiarazione. Nella fattispecie sottoposta all’esame dei giudici europei, una società controllata, titolare di un certificato d’importazione per zucchero di canna, ha conferito mandato alla propria controllante per l’effettuazione delle relative operazioni doganali. La società controllante ha proceduto all’importazione dello zucchero a dazio ridotto, fornendo alla dogana copia della procura rilasciata dalla controllata, ma senza dichiarare di agire in rappresentanza indiretta della stessa. Successivamente, la controllante ha chiesto all’Ufficio doganale la revisione della dichiarazione doganale presentata, al fine di rendere evidente la circostanza di aver agito in rappresentanza indiretta della dichiarante. Le Autorità doganali (rumene) hanno respinto l’istanza, asserendo che l’indicazione della persona del dichiarante in una dichiarazione doganale, trattandosi di un atto procedurale volontario, non potrebbe essere inesatta o incompleta, ragion per cui non sarebbe possibile modificarla successivamente. Al riguardo, la Corte di Giustizia ha ricordato come l’art. 78 del Reg. Cee 2913/1992 (attuale art. 173 del Reg. Ue 952/2013) preveda una procedura che consente alle autorità doganali, su istanza di parte, di procedere alla revisione della dichiarazione doganale successivamente allo svincolo delle merci. Qualora tale revisione riveli che le disposizioni che disciplinano il regime doganale di cui trattasi sono state applicate in base a elementi inesatti o incompleti, le autorità adottano i provvedimenti necessari a regolarizzare la situazione, tenendo in considerazione i nuovi elementi di cui dispongono, al fine di ottenere la coincidenza tra la procedura doganale e la situazione reale. Tra tali elementi ben può rientrare l’esistenza di un rapporto di rappresentanza indiretta tra il dichiarante e il soggetto che ha conferito la procura. La normativa, infatti, non distingue tra errori od omissioni rettificabili e altri che non lo siano, dal momento che i termini “elementi inesatti o incompleti” devono essere interpretati nel senso di ricomprendere sia errori od omissioni materiali che errori di interpretazione del diritto applicabile. Nessuna disposizione, in particolare, vieta che elementi della dichiarazione in dogana – quali le informazioni riguardanti la persona del dichiarante e, nello specifico, l’esistenza di un rapporto di rappresentanza indiretta – possano essere modificati in forza di una revisione su istanza di parte. Nella fattispecie sottoposta al giudizio della Corte, inoltre, non è ravvisabile l’ipotesi di modifica delle informazioni relative alla natura o alle caratteristiche delle merci, in presenza della quale le autorità doganali possono rifiutare di procedere alla revisione, qualora gli elementi da verificare necessitino di un controllo fisico e, in seguito alla concessione dello svincolo delle merci, le stesse non possano più essere presentate: nel caso in esame, infatti, il mandatario era in grado, anche dopo lo svincolo delle merci, di presentare la procura conferitagli. [CATENACCIO] Né potrebbe ravvisarsi un rischio di frode, dal momento che la modifica di una dichiarazione diretta volta a evidenziare la sussistenza di un rapporto di rappresentanza indiretta, al fine di consentire alla rappresentata di beneficiare di una tariffa preferenziale all’importazione, non conferisce alcun indebito vantaggio alla stessa, attribuendole, esclusivamente, un beneficio cui avrebbe avuto diritto qualora la società controllante avesse dichiarato in dogana di agire per conto della propria controllata. Alla luce di tali argomentazioni, i giudici europei hanno concluso che le autorità doganali possono dare un seguito favorevole a una domanda di revisione di una dichiarazione in dogana diretta a palesare l’esistenza di un rapporto di rappresentanza indiretta tra, da un lato, un mandatario che ha, per errore, indicato di agire esclusivamente a suo nome e per proprio conto, sebbene disponesse di una procura rilasciata dal titolare del certificato d’importazione, e, dall’altro, il mandante per conto del quale la dichiarazione è stata effettuata.
Tra le diverse misure nella bozza del c.d. decreto “agosto”, che in base a quanto annunciato ieri dal Ministro dell’Economia Gualtieri dovrebbe arrivare oggi sul tavolo del Consiglio dei Ministri, si registra la nuova disciplina dell’art. 26 del DPR 633/72, che si connota per garantire una maggiore certezza circa il momento di emissione delle note di variazione nelle ipotesi di procedure concorsuali e con ciò, probabilmente, ponendo fine agli annosi dibattiti sul tema. Con un decisivo mutamento di indirizzo, la modifica interverrebbe ispirandosi – per certi versi – a quanto introdotto, per breve periodo (dal 1° gennaio al 31 dicembre 2016), dall’art. 1 comma 126 della L. n. 208/2015 (legge di stabilità 2016). Per effetto dell’intervento legislativo, la disciplina delle note di variazione nelle ipotesi di procedure concorsuali, espunta dal comma 2, sarebbe inserita nel nuovo comma 4, in base al quale il diritto del cedente/prestatore di portare in detrazione (art. 19 del DPR 633/72) l’IVA corrispondente alla variazione (di cui al comma 2) troverebbe applicazione anche in caso di mancato pagamento del corrispettivo, in tutto o in parte, ad opera del cessionario/committente, in primo luogo, “a partire dalla data in cui quest’ultimo è assoggettato a una procedura concorsuale” o dalla data del decreto che omologa un adr (art. 182-bis del RD 267/42; cfr. circ. Agenzia delle Entrate n. 31/2014), o da quella di pubblicazione nel Registro delle imprese di un piano attestato (art. 67 comma 3 lett. d) del RD 267/42). A tali fini, in base al nuovo comma 11 (con previsione in linea con quanto disposto, per altre ragioni, dall’art. 101 comma 5 del TUIR), il debitore si considererebbe assoggettato alla procedura dalla data della sentenza dichiarativa del fallimento o del provvedimento che ordina la LCA o del decreto di ammissione alla procedura di concordato preventivo o del decreto che dispone la procedura di amministrazione straordinaria. In base al modificato comma 5 secondo periodo, inoltre, nel caso di procedure concorsuali di cui al comma 4 lett. a), l’obbligo di registrazione della variazione per il cessionario non troverebbe applicazione. Per comprendere l’impatto della novità legislativa – che in questa sede si condivide – si ricorda che il momento di emissione della nota di variazione è oggetto di interpretazioni opposte: l’una maggioritaria, verso la quale da sempre si attesta la prassi amministrativa, che lo ricollega alla “definitiva infruttuosità” della procedura; l’altra minoritaria, invece, che lo anticipa alla “ragionevole certezza” che il credito non potrà essere incassato (cfr. C.T. Prov. di Vicenza n. 145/2/2019, Corte Ue causa C-246/16, Norma di comportamento AIDC n. 192/2015 ). L’infruttuosità della procedura, secondo l’Agenzia delle Entrate, nell’ipotesi di fallimento, sussiste alla scadenza del termine per le osservazioni al piano di riparto (art. 110 del RD 267/42), ovvero, in assenza del piano, alla scadenza del termine per il reclamo al decreto di chiusura (ex multis, circ. Min. Finanze n. 77/2000, risposte Agenzia Entrate nn. 33/2020 e 192/2020, circ. Agenzia delle Entrate n. 8/2017 e Cass. n. 1541/2014). Con riferimento al concordato preventivo, ai fini dell’infruttuosità, occorre aver riguardo, oltre al decreto di omologazione definitivo, anche al momento in cui il debitore adempie agli obblighi assunti in sede di concordato, poiché, fino a questa data, è possibile la risoluzione del concordato e l’apertura del fallimento. In caso di liquidazione coatta amministrativa, invece, è necessario il decorso dei termini ex art. 213 L. fall. L’intervento legislativo si pone apertamente in senso contrario alla prassi amministrativa e recepisce una soluzione che ricollega la variazione al momento in cui il debitore (cessionario/committente) è “assoggettato” alla procedura, ossia alla sua apertura. La modifica verrebbe dotata anche di efficacia “retroattiva”, trovando applicazione alle procedure in corso, con ciò confermando l’intentio legis di dirimere le controversie sul tema. L’art. 26 comma 4 lett. a) e comma 5, secondo periodo del DPR 633/72, nel testo risultante dalle modifiche, infatti, si applicherebbe anche alle procedure concorsuali in corso alla data di entrata in vigore della norma. Il comma 4 legittima la variazione di cui al comma 2 – oltreché nell’ipotesi di procedure esecutive individuali infruttuose (lett. b) – “in ogni caso quando il credito sia di modesta entità e sia decorso un periodo di sei mesi dalla scadenza di pagamento del credito stesso”. A tal fine, il credito si considera di modesta entità quando ammonta a un importo non superiore a 5.000 euro per le imprese di più rilevante dimensione (art. 27 comma 10 del DL 185/2008 conv. L. 2/2009) e non superiore a 2.500 euro per le altre imprese. Anche sotto tale profilo la nuova disciplina, quindi, è allineata all’art. 101 comma 5 del TUIR (circ. Assonime n. 5/2016). In base al nuovo comma 6, infine, nel caso in cui, successivamente agli eventi di cui al comma 4, il corrispettivo sia pagato, in tutto o in parte, si applicherebbe la disposizione di cui al comma 1. In tal caso, il cessionario o committente che abbia assolto all’obbligo di registrazione cui al comma 5 avrebbe diritto di portare in detrazione l’IVA corrispondente alla variazione in aumento.
7 agosto 2020 / Antonio NICOTRA
Dopo il decreto “Asseverazioni”, con il decreto “Requisiti” il Ministero dello Sviluppo economico definisce i requisiti tecnici che devono soddisfare gli interventi di riqualificazione energetica degli edifici che beneficiano delle detrazioni fiscali ai sensi dell’art. 14 comma 3-ter del DL 63/2013. Il decreto definisce altresì i requisiti per i lavori che fruiscono del c.d. “bonus facciate” e per quegli interventi che consentono di ottenere il superbonus nella misura del 110% come previsto dall’art. 119 del DL 34/2020 convertito e stabilisce i massimali di costo specifici per ogni singola tipologia di intervento (si veda “In arrivo le regole di asseverazione per il superbonus” del 20 luglio 2020). Superbonus che, lo si ricorda, consiste in una detrazione del 110% per specifici interventi di riqualificazione energetica, riduzione del rischio sismico, installazione di impianti fotovoltaici e installazione di colonnine per la ricarica di veicoli elettrici, nel caso le spese siano sostenute dal 1° luglio 2020 al 31 dicembre 2021. Dopo aver dettagliatamente elencato gli interventi che possono ottenere l’ecobonus (anche nella versione superbonus), il decreto precisa entro quali limiti massimi di detrazione o di spesa si devono applicare le relative aliquote e in quante quote annuali le detrazioni devono essere ripartite. Rimane fermo che l’ammontare massimo delle detrazioni fiscali o della spesa massima ammissibili è calcolato sulla base di massimali di costo specifici per ogni singola tipologia di intervento, tenendo sempre presente che, nel caso in cui gli interventi agevolati siano una mera prosecuzione di interventi iniziati in anni precedenti sullo stesso immobile, ai fini del computo del limite massimo della detrazione si deve tenere conto anche delle detrazioni fruite negli anni precedenti. [CATENACCIO] Per beneficiare delle detrazioni per la riqualificazione energetica i contribuenti devono:
- depositare in Comune, nei casi previsti, la relazione tecnica di cui all’art. 8 comma 1 del DLgs. 192/2005 o un provvedimento regionale equivalente (la relazione tecnica è obbligatoria per beneficiare del superbonus di cui all’art. 119 del DL 34/2020);
- ai fini del 110% e dell’opzione per la cessione/sconto della detrazione acquisire l’asseverazione del tecnico abilitato che attesti la congruenza dei costi massimi unitari e la rispondenza dell’intervento ai pertinenti requisiti richiesti (si veda “Firmato il decreto «Asseverazioni» per il superbonus” del 6 agosto 2020);
- in relazione a determinati interventi, acquisire l’attestato di prestazione energetica (APE);
- acquisire, se previsto, la certificazione del fornitore delle valvole termostatiche a bassa inerzia termica;
- effettuare il pagamento delle spese mediante bonifico agevolato (se la spesa è sostenuta da una persona fisica e salvo si opti per la cessione della detrazione o per lo sconto sul corrispettivo) dal quale risulti il numero e la data della fattura, la causale del versamento, il codice fiscale del beneficiario della detrazione e il numero di partita IVA, ovvero il codice fiscale del beneficiario del bonifico;
- conservare le fatture e le ricevute dei bonifici;
- trasmettere la comunicazione all’ENEA entro 90 giorni dalla fine dei lavori (comprensiva dell’asseverazione dei tecnici ove gli interventi lo richiedano).
L’art. 7-bis del DLgs. 241/97 punisce con una sanzione da 516 euro a 5.164 euro l’omessa o tardiva trasmissione telematica delle dichiarazioni ad opera degli intermediari abilitati ai sensi dell’art. 3 comma 3 del DPR 322/98. Se, invece, l’intermediario invia la dichiarazione con un ritardo massimo di 30 giorni, la sanzione irrogabile va da 258 euro a 2.582 euro (art. 7 comma 4-bis del DLgs. 472/97). Può però accadere che l’intermediario riceva l’incarico a termini ormai decaduti. In questo frangente, ovviamente non è passibile di sanzione. Tuttavia, bisogna considerare l’art. 3 comma 7-ter del DPR 322/98, secondo cui le dichiarazioni consegnate agli intermediari oltre il termine contemplato per la presentazione in via telematica sono inviate entro un mese dalla data contenuta nell’impegno di trasmissione. Secondo le Entrate, in questa ipotesi all’intermediario non sono irrogate sanzioni, a condizione che l’invio avvenga entro un mese dall’accettazione dell’incarico (circ. Agenzia delle Entrate 19 febbraio 2008 n. 11, § 5.4 e 11). In breve, secondo tale interpretazione, se l’intermediario accetta un incarico conferito dopo la scadenza, la sanzione viene irrogata se la dichiarazione è inoltrata decorso un mese dall’accettazione. Della questione si è occupata, di recente, la Corte di Cassazione con la sentenza n. 15751 dello scorso 23 luglio. Innanzitutto, è stato affermato che la trasmissione telematica della dichiarazione “comporta una presunzione di identità tra i dati risultanti all’esito della trasmissione all’anagrafe tributaria e quelli presenti nel modello cartaceo sottoscritto dal contribuente”. Oltre a ciò, ed è questo il punto che più interessa ai nostri fini, “contrariamente a quanto ritenuto dal Giudice di appello, era onere della professionista incaricata della trasmissione telematica fornire la prova del conferimento del secondo incarico da parte dei clienti, facendo fede sino a prova contraria il dato inserito nel modello trasmesso”. Quanto esposto induce ad affermare che, se il professionista non è sanzionato automaticamente in quanto può dimostrare di aver ricevuto l’incarico tardivamente, non bisogna mai dimenticare che, in assenza di una prova contraria, vale la data di conferimento dell’incarico indicata nel frontespizio della dichiarazione. È necessario che l’intermediario fornisca una vera prova, anche di matrice presuntiva, inerente al conferimento dell’incarico, tale da superare il diverso dato emergente dal frontespizio della dichiarazione. [CATENACCIO] A titolo esemplificativo, quale giustificazione del ritardo, l’intermediario non può limitarsi a sostenere che i documenti relativi alla dichiarazione sono a lui stati consegnati dal contribuente in ritardo (C.T. Prov. Milano 26 gennaio 2016 n. 672/23/16). Rammentiamo che l’art. 7-bis del DLgs. 241/97 introduce una responsabilità sanzionatoria esclusiva dell’intermediario, che si aggiunge a quella del contribuente. Il contribuente, infatti, rimane soggetto alle sanzioni dal 120% al 240% dell’imposta o delle ritenute non versate di cui agli artt. 1, 2 e 5 del DLgs. 471/97. Peraltro, come successo nella specie, le dichiarazioni non si considerano omesse se presentate nei novanta giorni successivi alla scadenza.
Nel computo del limite di reddito complessivo entro il quale è possibile richiedere l’erogazione di risarcimenti al Fondo indennizzo risparmiatori (FIR), disciplinato dall’art. 1 commi 493-507 della L. 145/2018 (legge di bilancio 2019), concorrono anche i redditi d’impresa o lavoro autonomo assoggettati all’imposta sostitutiva del regime forfetario (ex L. 190/2014). È questo il chiarimento reso dalla risposta a interpello n. 250, diffusa ieri. In particolare, ai sensi del comma 502-bis del citato articolo, hanno diritto all’erogazione, da parte del FIR, di un indennizzo forfetario determinato in base alla norma i risparmiatori persone fisiche, imprenditori individuali, anche agricoli, coltivatori diretti, in possesso delle azioni e delle obbligazioni subordinate delle banche poste in liquidazione coatta amministrativa dopo il 16 novembre 2015 e prima del 1° gennaio 2018, a causa delle numerose violazioni degli obblighi di informazione, diligenza, correttezza, buona fede oggettiva e trasparenza. Gli indennizzi spettano anche ai loro successori mortis causa o al coniuge, al convivente more uxorio o di fatto (secondo quanto previsto dalla legge sulle unioni civili), ai parenti entro il secondo grado, in possesso di tali strumenti finanziari. Tra l’altro, la corresponsione del risarcimento è condizionata al possesso di un reddito complessivo, ai fini IRPEF, inferiore a 35.000 euro nell’anno 2018, al netto di eventuali prestazioni di previdenza complementare erogate sotto forma di rendita. Ai soli fini della verifica del rispetto di tale limite reddituale, alla formazione del reddito complessivo devono concorrere anche i redditi soggetti all’imposta sostitutiva del regime forfetario. Infatti, l’art. 1 comma 75 della L. 190/2014 (come sostituito dall’art. 1 comma 692 lett. g) della L. 160/2019, legge di bilancio 2020) prevede che, quando le vigenti disposizioni fanno riferimento, per il riconoscimento della spettanza o per la determinazione di deduzioni, detrazioni o benefici di qualsiasi titolo, anche di natura non tributaria, al possesso di requisiti reddituali, si tiene comunque conto anche del reddito assoggettato al regime forfetario. La versione previgente della norma, invece, disponeva che il reddito dell’attività soggetta al regime forfetario:
- rilevasse ai fini del riconoscimento delle detrazioni per carichi di famiglia di cui all’art. 12 comma 2 del TUIR;
- non rilevasse ai fini del riconoscimento delle detrazioni di cui all’art. 13 del TUIR. Le conclusioni dell’Agenzia suscitano qualche perplessità laddove attribuiscono, di fatto, valenza retroattiva alla modifica della L. 160/2019, che, in quanto in vigore dal 1° gennaio 2020, in assenza di una specifica norma di decorrenza, dovrebbe applicarsi dal periodo d’imposta in corso a tale data e, dunque, di fatto, dal 2020. Il caso oggetto di interpello attiene, invece, al 2018, con riferimento al quale avrebbe dovuto farsi riferimento alla “vecchia” formulazione dell’art. 1 comma 75 della L. 190/2014, che nulla disponeva in ordine ad agevolazioni differenti dalle detrazioni d’imposta. Diversamente, ad avviso dell’Amministrazione finanziaria, “a prescindere dalla innovata formulazione del (...) comma 75, già l’articolo 1, comma 502-bis [della L. 145/2018, ndr] faceva riferimento al «reddito complessivo del risparmiatore ai fini dell’imposta sul reddito delle persone fisiche» che include anche i redditi d’impresa o di attività professionali svolte dall’istante”. A ben vedere, però, laddove assoggettati a un’imposta sostitutiva (come nell’ipotesi del regime forfetario), i redditi d’impresa o lavoro autonomo non scontano l’IRPEF, ma una sua imposta sostitutiva, e, dunque, non concorrono alla formazione della sua base imponibile (vale a dire, del relativo reddito complessivo). Per contro, se le cose stessero come sostiene l’Agenzia, la modifica dell’art. 1 comma 75 della L. 190/2014 ad opera della legge di bilancio 2020 si rivelerebbe, di fatto, superflua. In altre parole, per considerare applicabile la nuova versione dell’art. 1 comma 75 della L. 190/2014 anche al 2018, l’art. 1 comma 692 lett. g) della L. 160/2019 avrebbe dovuto espressamente qualificarsi come norma di interpretazione autentica, evenienza che dal dato normativo non si evince. Peraltro, già nella ris. n. 69/2019, in modo altrettanto opinabile, l’Agenzia era andata oltre la norma allora vigente, affermando che, ai fini della comparazione del reddito più elevato richiesta dall’art. 12 comma 1 lett. c) del TUIR per stabilire quale genitore possa fruire della detrazione per figli a carico per l’intero importo, rileva il reddito assoggettato all’imposta sostitutiva del regime forfetario, al lordo dei contributi previdenziali (si veda “Per i forfetari senza altri redditi IRPEF niente detrazione per i figli a carico” del 23 luglio 2019).
Il DL ribattezzato decreto “agosto”, che dopo l’intesa trovata ieri sulla proroga del blocco dei licenziamenti dovrebbe essere esaminato oggi dal Consiglio dei Ministri, è l’occasione per disporre subito la proroga dei versamenti delle imposte risultanti dalle dichiarazioni dei redditi in scadenza il prossimo 20 agosto o introdurre, quanto meno, un meccanismo di esclusione dalle sanzioni per chi regolarizza, entro il 31 ottobre 2020, tutti i versamenti dovuti dallo scorso mese di marzo, anche relativamente ai principali tributi erariali come l’IVA, l’IRAP e le imposte d’atto e non oggetto di sospensione. Ieri il Consiglio nazionale dei commercialisti, che nei mesi scorsi ha chiesto più volte al Governo il rinvio dei versamenti al 30 settembre, fino all’annuncio di uno sciopero per metà settembre (si veda “A settembre nuovo sciopero dei commercialisti” del 22 luglio), è tornato sulla questione, sollecitando di spostare, almeno al 30 settembre, anche le scadenze delle istanze relative sia al contributo a fondo perduto per chi ha il domicilio fiscale o la sede operativa nel territorio dei Comuni colpiti da eventi calamitosi, sia al bonus sanificazione in scadenza, rispettivamente, il 13 agosto e il 7 settembre. “Con il decreto «agosto» in rampa di lancio, ci si appresta a mettere in campo ulteriori 25 miliardi di risorse che vanno ad aggiungersi ai circa 80 miliardi dei precedenti decreti sull’emergenza, per un totale che supera i 100 miliardi di euro – ha commentato il Presidente del CNDCEC, Massimo Miani –. Con tali risorse aggiuntive, è necessario che il Governo trovi spazio per disporre la proroga dei versamenti che chiediamo da tempo. Il meccanismo potrebbe essere poi completato con la previsione di una sanzione del 4%, riducibile avvalendosi del ravvedimento operoso, per i versamenti effettuati fino al 31 dicembre 2020”. I commercialisti hanno quindi ribadito “l’assoluta necessità degli interventi”, soprattutto per le enormi difficoltà che i contribuenti stanno incontrando per far fronte alle scadenze ordinarie che, a partire da quelle relative al mese di giugno, non sono state più sospese e devono essere quindi puntualmente rispettate come per i versamenti di IVA, ritenute, contributi previdenziali e premi assicurativi. [CATENACCIO] Un altro motivo per cui l’intervento è ritenuto “doveroso”, spiega ancora Miani, è “l’impossibilità di rispettare i tempi concessi a causa della mole incessante di adempimenti straordinari introdotti in questi mesi dal Governo per avere accesso alle diverse misure di sostegno disposte per contrastare l’emergenza e che stanno mettendo a dura prova non solo i contribuenti, ma anche i commercialisti che li assistono”. Solo tenendo conto degli ultimi adempimenti in ordine di tempo, i commercialisti sono infatti ancora alle prese “con le istanze per la richiesta del contributo a fondo perduto o con le comunicazioni relative al credito d’imposta per la sanificazione e l’acquisto di dispositivi di protezione”. Anche su questi ultimi due adempimenti per i commercialisti i tempi si stanno rivelando insufficienti. “A una settimana dalla scadenza per il contributo a fondo perduto – prosegue il Presidente del CNDCEC – non si è ancora avuta alcuna certezza sui soggetti ammessi a fruire del beneficio, non essendo stata resa nota una lista ufficiale dei Comuni colpiti da eventi calamitosi i cui stati di emergenza erano in atto alla data del 31 gennaio 2020, esponendo i contribuenti che dovessero presentare indebitamente l’istanza al rischio di conseguenze penali o, comunque, di pesanti sanzioni di carattere amministrativo fino al triplo del beneficio conseguito”. La conseguenza logica, per i commercialisti, è uno slittamento anche di queste ultime due scadenze, “per consentire ai commercialisti di svolgere la propria attività con la dovuta diligenza professionale in un quadro di certezza normativa e interpretativa, come è doveroso che sia”.
Nessun abuso del diritto si rinviene nel caso in cui due o più società effettuino, a favore di una medesima società conferitaria newco, conferimenti di partecipazioni per i quali si rende applicabile il regime di “realizzo controllato” ai sensi dell’art. 175 del TUIR, cui segue la scissione totale asimmetrica della società conferitaria a favore di società beneficiarie partecipate ciascuna al 100% da una delle società conferenti. Questo principio risulta confermato dalla risposta a interpello Agenzia Entrate 6 agosto 2020 n. 248, che ha affrontato il caso di due società, riconducibili a due distinte compagini sociali di tipo familiare, che possiedono il 50% ciascuna di una decina di società operanti nel settore immobiliare. Stante la diversa visione prospettica di iniziativa imprenditoriale, le due famiglie socie delle rispettive società decidono di separare i propri destini mediante:
- il conferimento delle partecipazioni al 50%, da ciascuna possedute nella decina di società immobiliari, a favore di una società conferitaria newco che diviene pertanto proprietaria del 100% delle partecipazioni in dette società e che risulta a sua volta partecipata al 50% da entrambe le società conferenti;
- la successiva scissione totale asimmetrica della società conferitaria a favore di due beneficiarie newco, ciascuna partecipata al 100% da una delle due società conferenti, tra le quali vengono così suddivise le partecipazioni totalitarie nelle sottostanti società immobiliari, con una ripartizione tra le due finalizzata a realizzare un equilibrio patrimoniale che renda non necessario procedere a conguagli in denaro. La risposta dell’Agenzia delle Entrate n. 248/2020 conclude che “le operazioni prospettate di conferimento di partecipazioni e successiva scissione societaria non comportino il conseguimento di alcun vantaggio fiscale indebito, non ravvisandosi alcun contrasto con la ratio di disposizioni fiscali o con i principi dell’ordinamento tributario”. Una conclusione cui l’Agenzia delle Entrate perviene tanto con riguardo alle imposte sui redditi, quanto con riguardo alle imposte d’atto. La natura diametralmente opposta di queste conclusioni, rispetto a quanto affermato dall’Agenzia delle Entrate in occasione della risposta a interpello 8 ottobre 2018 n. 30, concernente un caso di scambio di partecipazioni mediante conferimento in regime di “realizzo controllato” ex art. 177 comma 2 del TUIR e successiva scissione totalitaria asimmetrica della società conferitaria a favore di beneficiarie newco partecipate ciascuna al 100% da uno dei soci conferenti, non deve stupire ed è anzi condivisibile, pur nella similarità degli schemi operativi adottati. Nel caso affrontato dalla risposta n. 30/2018, più persone fisiche conferivano a una medesima conferitaria partecipazioni possedute in un’unica società scambiata, ottenendo il regime di “realizzo controllato” non in forza delle caratteristiche del singolo conferimento da ciascuno effettuato, ma in forza dell’effetto acquisito del controllo in capo alla società conferitaria determinato dall’insieme dei conferimenti contestuali; dopodiché, con la scissione totale asimmetrica della società conferitaria, si ri-suddividevano, nelle proporzioni originariamente conferite, la partecipazione nella società scambiata. Nel caso affrontato dalla risposta n. 248/2020, più società conferiscono a una medesima conferitaria una pluralità di partecipazioni, ottenendo il regime di “realizzo controllato” in forza delle caratteristiche del singolo conferimento da ciascuna effettuato (e a prescindere dunque dall’effetto di “concentrazione” delle partecipazioni in capo alla società conferitaria); dopodiché, con la scissione totale asimmetrica della società conferitaria, si suddividono le partecipazioni nelle società scambiate non nelle proporzioni originariamente conferite (50% e 50% in ciascuna scambiata), ma attribuendo il 100%, formatosi in capo alla conferitaria, all’una o all’altra beneficiaria. Nel caso affrontato dalla risposta n. 248/2020 manca dunque l’artificiosità giuridica di pervenire al medesimo risultato cui si sarebbe potuti giungere procedendo direttamente a “conferimenti plurimi”, mediante il più complesso schema “conferimenti plurimi – scissione totale asimmetrica”. Quell’artificiosità che viceversa nel caso affrontato dalla risposta n. 30/2018 sussisteva e che solo il riconoscimento della sussistenza di “valide ragioni extrafiscali non marginali” (da valutare caso per caso) può neutralizzare, rispetto alla sussistenza di un abuso del diritto ex art. 10-bis della L. 212/2000.
Con il principio di diritto n. 12, reso noto nella giornata di ieri, l’Agenzia delle Entrate ha precisato che qualsiasi banca, a mezzo dei propri organi subentrati ai commissari, è tenuta alla presentazione della dichiarazione dei redditi relativa all’esercizio in corso al momento di inizio dell’amministrazione straordinaria – prorogato a ogni effetto di legge fino al termine della procedura stessa – entro un mese dall’approvazione del bilancio da parte della Banca d’Italia. Il DLgs. 385/93 (Testo unico bancario o TUB) contempla specifiche previsioni per la crisi delle banche e dei relativi gruppi. In materia di amministrazione straordinaria, in particolare, l’art. 75 del DLgs. 385/93, rubricato “Adempimenti finali”, stabilisce, al comma 1, che i commissari straordinari e il comitato di sorveglianza, a intervalli periodici stabiliti all’atto della nomina o successivamente nonché al termine delle loro funzioni, redigono separati rapporti sull’attività svolta e li trasmettono alla Banca d’Italia. Quest’ultima cura che della chiusura dell’amministrazione straordinaria sia data notizia mediante avviso da pubblicarsi nella Gazzetta Ufficiale. Al comma 2 della medesima norma, inoltre, è stabilito che la chiusura dell’esercizio in corso all’inizio dell’amministrazione straordinaria è protratta a ogni effetto di legge fino al termine della procedura. I commissari redigono il bilancio che viene presentato per l’approvazione alla Banca d’Italia entro quattro mesi dalla chiusura dell’amministrazione straordinaria e pubblicato nei modi di legge. L’esercizio cui si riferisce il bilancio redatto dai commissari costituisce un unico periodo d’imposta. Entro un mese dall’approvazione della Banca d’Italia, gli organi subentrati ai commissari presentano la dichiarazione dei redditi relativa a detto periodo secondo le disposizioni tributarie vigenti. A norma del comma 3, i commissari, prima della cessazione delle loro funzioni, provvedono perché siano ricostituiti gli organi dell’amministrazione ordinaria. Gli organi subentranti prendono in consegna l’azienda dai commissari secondo le modalità previste dall’art. 73 comma 1 del DLgs. 385/93. Per l’Agenzia delle Entrate, mediante tale norma il legislatore ha dettato una peculiare previsione che deroga non solo a quanto disposto in generale per gli altri contribuenti, ma anche per i soggetti (diversi dalle banche) che vivono situazioni di crisi che li hanno condotti in “amministrazione straordinaria” di cui al DLgs. 270/99 e al DL 134/2008 conv. L. 39/2004 (cfr. ris. Agenzia delle Entrate n. 64/2011). [CATENACCIO] Conseguentemente, qualsiasi banca, a mezzo dei propri organi subentrati ai commissari, deve presentare la dichiarazione dei redditi relativa all’esercizio in corso al momento di inizio dell’amministrazione straordinaria – prorogato a ogni effetto di legge fino al termine della procedura – entro un mese dall’approvazione del bilancio da parte della Banca d’Italia.
Il principio del legittimo affidamento, trovando origine nei principi affermati dagli artt. 3, 23, 53 e 97 Cost., espressamente richiamati dall’art. 1 del medesimo statuto, è da considerarsi immanente in tutti i rapporti di diritto pubblico e ...
Il documento di ricerca pubblicato ieri da CNDCEC e FNC esamina la spettanza del contributo a fondo perduto per i contribuenti aventi il domicilio fiscale o la sede operativa nel territorio di Comuni colpiti da eventi calamitosi (sismi, alluvioni o altri eventi naturali avversi), fornendo utili suggerimenti operativi in merito all’individuazione dei Comuni interessati dalle delibere emergenziali. Ai sensi dell’art. 25 comma 4 del DL 34/2020, il contributo a fondo perduto spetta in assenza del requisito del calo del fatturato per i “soggetti che, a far data dall’insorgenza dell’evento calamitoso, hanno il domicilio fiscale o la sede operativa nel territorio di comuni colpiti dai predetti eventi i cui stati di emergenza erano ancora in atto alla data di dichiarazione dello stato di emergenza COVID-19”. In tale circostanza, in presenza degli altri requisiti previsti dalla norma, la norma riconosce, in ogni caso, un contributo minimo che è pari a 1.000 euro per le persone fisiche e 2.000 euro per i soggetti diversi dalle persone fisiche. Per individuare i Comuni colpiti da eventi calamitosi per cui al 31 gennaio 2020 (data di dichiarazione dello stato di emergenza COVID-19) era ancora in atto lo stato d’emergenza correlato ai predetti eventi, la circ. Agenzia delle Entrate n. 15/2020 rinvia alla lista dei Comuni contenuta nelle istruzioni per compilare l’istanza per il riconoscimento del contributo, precisando che la stessa ha carattere indicativo e non esaustivo. Al fine di definire quali Comuni siano interessati dalla deroga è necessario individuare per ciascuna Regione e per ciascun singolo Comune se per quel territorio al 31 gennaio 2020 era in essere uno stato d’emergenza. In particolare, sulla base anche di quanto affermato dalla circ. dell’Agenzia n. 22/2020 (§ 5.2), occorre verificare la simultanea sussistenza dei seguenti elementi:
- che il domicilio fiscale o la sede operativa dell’istante sia collocato nel territorio di Comuni colpiti da un evento calamitoso per il quale sia stato dichiarato lo stato di emergenza (requisito territoriale);
- che il menzionato stato di emergenza fosse ancora in atto alla data di dichiarazione dello stato di emergenza COVID-19 ovvero al 31 gennaio 2020 (requisito amministrativo);
- che il domicilio fiscale o la sede operativa dell’istante fosse stabilito in tali luoghi, a far data dall’insorgenza dell’originario evento calamitoso (requisito temporale). Alla luce del quadro normativo esposto nel documento di ricerca in commento (cfr. artt. 7 e 24, comma 1 del DLgs. n. 1/2018), viene affermato che occorre fare riferimento ai provvedimenti dei commissari delegati che, oltre a indicare i criteri e le modalità attuative per far fronte alle emergenze, individuano anche i Comuni colpiti dagli eventi calamitosi in esame. Tra i territori con uno stato di emergenza in atto alla data del 31 gennaio 2020, rientrano i Comuni colpiti dagli eventi meteorologici verificatisi nei giorni 19 e 22 ottobre 2019 nel territorio della Provincia di Alessandria per i quali con delibera del Consiglio dei Ministri 14 novembre 2019 è stato dichiarato lo stato di emergenza per la durata di 12 mesi. Detto stato di emergenza, a causa di ulteriori eccezionali eventi meteorologici verificatisi nel mese di novembre 2019, con delibera del Consiglio dei Ministri 2 dicembre 2019, è stato poi esteso ai territori colpiti delle Regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Marche, Piemonte, Puglia, Toscana e Veneto. Viene tra l’altro rilevato che il Commissario delegato per la Regione Piemonte, con le ordinanze del 17 gennaio 2020 n. 1/A18.000/615-622 e del 20 maggio 2020 n. 5/A18.000/615-622, ha individuato un elenco dei Comuni colpiti dai suddetti eventi alluvionali del 19-22 ottobre 2019 e 21-25 novembre 2019, tra cui rientra anche il Comune di Torino. Nei citati provvedimenti è specificato che detti Comuni sono individuati ai fini della sospensione dei mutui relativi a edifici distrutti o resi inagibili dai predetti eventi. Sebbene tale elencazione sia stata predisposta per la sospensione dei mutui, si può ragionevolmente ritenere che la stessa possa assumere validità per l’individuazione dei Comuni calamitati ai fini dell’accesso al contributo a fondo perduto. Il documento di ricerca analizza anche altre ordinanze, tra cui quelle delle Regioni Sicilia (in cui rilevano ai fini in esame, ad esempio, i Comuni della Provincia di Trapani) e Veneto (in cui rilevano, ad esempio, i Comuni delle Province di Padova, Rovigo, Treviso e Verona). Nonostante nel documento non vengano affrontati i profili sanzionatori, in assenza di un’elencazione esaustiva da parte dell’Agenzia e considerate le oggettive condizioni di incertezza per i contribuenti nell’individuazione dei comuni calamitati, non dovrebbero essere applicabili sanzioni. Il presidente dell’UNGDCEC De Lise auspica inoltre una proroga del termine di presentazione dell’istanza per il contributo (13 agosto), affermando che “Professionisti e contribuenti sono lasciati, ancora una volta, nella più totale incertezza. Ma soprattutto: se è vero che lo Stato non ha idea di quali Comuni siano interessati, ne consegue inequivocabilmente che non può avere idea nemmeno di quanti contribuenti chiederanno il contributo in questione”.
Il principio del legittimo affidamento, trovando origine nei principi affermati dagli artt. 3, 23, 53 e 97 Cost., espressamente richiamati dall’art. 1 del medesimo statuto, è da considerarsi immanente in tutti i rapporti di diritto pubblico e costituisce uno dei fondamenti dello Stato di diritto (ex multis, Cass. 6 ottobre 2006 n. 21513 e 13 maggio 2009 n. 10982) Esso è stato reso esplicito in materia tributaria dall’art. 10, comma 2 dello Statuto dei diritti del contribuente e la sua applicazione comporta l’esclusione dell’applicazione delle sanzioni e degli interessi moratori qualora il contribuente si sia uniformato a indicazioni contenute in atti dell’Amministrazione finanziaria, ancorché successivamente modificate, oppure il suo comportamento risulti posto in essere a seguito di fatti direttamente conseguenti a ritardi, omissioni o errori dell’Amministrazione stessa. Costituisce una situazione tutelabile quella caratterizzata da: un’attività dell’Amministrazione finanziaria idonea a determinare una situazione di apparente legittimità e coerenza dell’attività stessa in senso favorevole al contribuente, la conformazione in buona fede alla condotta suggerita e, infine, una situazione normativa astrattamente idonea a normare la fattispecie (per tutte, Cass. 10 dicembre 2002 n. 17576). Nel corso degli anni si è rafforzato un orientamento che tende a delimitare l’ambito di applicazione del principio del legittimo affidamento. È stata più volte affermata, ad esempio, l’esclusione degli aspetti sanzionatori, risarcitori e accessori conseguenti all’inadempimento colpevole dell’obbligazione tributaria, ma la non incidenza sulla debenza del tributo, che prescinde del tutto dalle intenzioni manifestate dalle parti del rapporto fiscale, dipendendo esclusivamente dall’obiettiva realizzazione dei presupposti impositivi (Cass. 25 marzo 2015 n. 5934 e 9 gennaio 2019, n. 370). Recentemente la giurisprudenza ha aggiunto un ulteriore tassello escludendo l’applicabilità del legittimo affidamento in materia condonale. In particolare, il contribuente non può essere ammesso al condono di debiti tributari in forza di errate informazioni degli uffici finanziari, in quanto ciò dilaterebbe la portata della norma clemenziale oltre i limiti fissati dalla legge: in caso contrario, vi sarebbe il riconoscimento di un beneficio contra legem (Cass. 2 luglio 2020 n. 13535). Interessante la vicenda sullo sfondo: un contribuente aveva ottenuto dall’Agente della riscossione un elenco di debiti iscritti a ruolo che figuravano come condonabili ai sensi della L. 289/2002. La conseguente domanda di condono veniva respinta poiché vi era indicato un ruolo non condonabile in quanto consegnato al concessionario il 10 dicembre 2001, oltre il termine di cui all’art. 12, comma 2-ter della L. 289/2002. Mentre nei primi due gradi di giudizio erano state accolte le doglianze della parte privata, la Suprema Corte opta per un orientamento più restrittivo. [CATENACCIO] I giudici di legittimità ribadiscono che le norme che danno rilevanza all’errore scusabile siano da riferirsi esclusivamente agli istituti di carattere sanzionatorio. L’errore scusabile non può essere, invece, invocato laddove si tratti di un presunto errore circa il contenuto della norma concernente la scadenza di termine decadenziale per poter poter accedere al condono.