Source: http://www.puntosicuro.it/sicurezza-sul-lavoro-C-1/tipologie-di-rischio-C-5/rischio-psicosociale-stress-C-35/rischi-psicosociali-le-sentenze-significative-su-stress-mobbing-AR-14333/
Timestamp: 2016-09-01 05:37:28+00:00
Document Index: 101776243

Matched Legal Cases: ['art. 32', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art.\n2087', 'art. 2043', 'art.\n2087', 'art. 2087', 'art. 2043', 'art. 2087', 'art. 2087', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2087']

10 novembre 2014 - Cat: Rischio psicosociale e stress
Roma, 11 Nov – Poiché è solo dal
primo decennio del nuovo secolo che sono entrate in vigore, nell’ordinamento
comunitario e in quello nazionale, alcune norme che tracciano espressamente la tematica dei rischi psicosociali, è
utile cominciare ad analizzare anche l’evoluzione della dimensione giuridica
relativamente a questi temi.
Per parlarne - continuando la
nostra strategia comunicativa come media
europea 2014-2015 dedicata ai rischi psicosociali - ci soffermiamo su un
In “Normativa in materia di rischi psicosociali e sua genesi in rapporto
alle figure di danno biologico e di danno esistenziale”, a cura di Claudio
Venturato (Camera dei Deputati, Roma), si sottolinea che la giurisprudenza
italiana, “nell’affrontare la problematica
delle patologie psicosociali e nell’elaborarne i primi abbozzi definitori
sul piano del diritto, non si è affatto limitata agli spunti offerti in tal
senso dalla realtà lavorativa”. Al contrario “è stato nell’ambito del
ripensamento sulla portata applicativa e su un inizio di attuazione più ampia
di alcuni fondamentali principi costituzionali, come il diritto alla salute – art. 32 della Costituzione (Cost.) –, fino ad
allora solo parzialmente operanti, che si è aperto lo spazio necessario
affinché il danno alla salute rappresentato dalle patologie definibili come psicosociali
trovasse una copertura”. La configurazione del diritto alla salute come
“diritto soggettivo ha costituito il varco attraverso cui la giurisprudenza
civilistica ha stabilito, in via interpretativa, la risarcibilità del danno
arrecato alla salute come conseguenza di atti compiuti in violazione di tale
Riguardo all’intervento, che vi
invitiamo a visionare integralmente, ci soffermiamo su quanto contenuto a
proposito dei casi giurisprudenziali
relativi allo stress e al mobbing.
Vengono infatti riportate alcune
“significative formulazioni contenute in varie sentenze, che si sono occupate
di casi relativi sia ad ambiti extralavorativi che lavorativi”, particolarmente
rilevanti per la problematica
L’autore segnala che lo spazio risarcitorio conquistato negli
ultimi anni dai fenomeni, come lo stress e il mobbing, si inserisce “nella
vicenda della risarcibilità del danno
alla salute, anche in conseguenza dei confini non troppo definiti sul piano
giuridico di queste figure. Soprattutto mancano tuttora precise definizioni
legislative sia dello stress che del mobbing. In questo senso lo stress, in
particolare, può conseguire ad una illimitata varietà di eventi e vicende della
vita, sia lavorativa che non lavorativa”. E la giurisprudenza si è trovata di
fronte all’incombenza di cercare di delineare i tratti salienti e i limiti
della nuova figura risarcitoria. Questa, pur essendo sempre considerata come
specificazione del generico danno alla salute, oscilla però tra le qualificazioni
di danno biologico e di danno esistenziale, che si presentano
nelle sentenze in modo piuttosto promiscuo”.
Un primo caso, rappresentativo
della nozione di stress in ambito
familiare, è costituito da Tribunale di
Monza, 15 gennaio 2007.
In questa causa “la madre aveva
citato il padre naturale chiedendo il risarcimento, oltre che dei danni
patrimoniali per il mantenimento del figlio, anche del danno non patrimoniale
da stress per aver dovuto allevare il figlio da sola, affrontando la
riprovazione sociale della sua situazione. Il Trib. di Monza non giudicò
sufficientemente provato quest’ultimo profilo di danno, ma ne ammise in linea
di principio la possibile ricorrenza”. Su questo tema viene presentato anche un
caso di stress “parentale” (decesso
di un congiunto in un incidente stradale) oggetto di una sentenza del Trib. Mantova del 19 giugno 2004. Ci soffermiamo tuttavia su un
caso di danno da stress per immissioni
elettromagnetiche riconosciuto dal Trib. Brindisi in una sentenza del 17 agosto 2004. Il caso riguardava
“l’installazione di un impianto di telefonia mobile sopra un edificio abitativo
in una città della provincia e verteva su un provvedimento cautelare di
sospensione dell’installazione in attesa del giudizio di merito. Il Tribunale
accoglie il reclamo e ordina di non installare e di non attivare l’impianto.
Tra le motivazioni della sentenza si legge: ‘Ne discende che, in presenza di un pericolo anche solo potenziale per
la salute umana, il principio di precauzione deve comportare una anticipazione
della tutela, volta a prevenire l’insorgenza di possibili patologie a breve o a
lungo termine, e deve altresì evitare l’insorgenza di diffusi stati di ansia e
di stress emotivo per coloro che abitano o vivono in prossimità di una sorgente
che emetta onde elettromagnetiche ad alta frequenza (è noto, del resto, che la
salute umana non si identifica con la sola assenza di malattie, ma con uno
stato di benessere fisico, psichico e mentale)’”. Inoltre un caso di danno esistenziale, “con un
apprezzabile sforzo definitorio della fattispecie”, è rappresentato dalla
sentenza Trib. Locri del 6 ottobre 2000, n. 462: ‘…Le possibili voci riconducibili a simili categorie sono decisamente
ampie, e si incentrano nella lesione della sfera ontologico-esistenziale, senza
interessare aspetti medico-legali, pur se talune figure possono presentare una
duplice valenza … pertanto, e con un’elencazione non esaustiva, sono
riconducibili a manifestazioni di “mobbing”, trasmissione di malattie, discriminazioni
razziali, sessuali o religiose, uccisione di animali significativi per
l’individuo, sequestro di persona, costrizione alla prostituzione, violazione
del diritto alla riservatezza, induzione o agevolazione del consumo di droga,
abusi sessuali, furto o danneggiamento di oggetti particolarmente cari, plagio
da parte di sette o santoni, molestie sul lavoro, ingiustizie e vessazioni in
ambito scolastico/universitario, abbandono di persone incapaci, ecc.”.
L’autore indica che in parallelo
a questa estensione della tutela da
lesioni di tipo psicosociale ai più diversi ambiti della vita civile, “le medesime
nozioni di stress e di mobbing si affermano anche nella giurisprudenza relativa agli ambiti lavorativi”. Anche se un po’ sfalsata nei
tempi “si è dunque verificata un’evoluzione giurisprudenziale che ha creato uno
spazio risarcitorio specifico per il diritto alla salute dei lavoratori”. E
tale spazio risarcitorio “ha fatto leva sull’esistenza di una norma speciale,
che tutela specificamente la salute (oltre che la sicurezza) dei lavoratori, l’ art.
2087 cc” che fa riferimento all’obbligo del
l’imprenditore di adottare le
misure che sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità
morale dei prestatori di lavoro. Tale articolo del codice civile
“è una norma fondamentale, organicamente inserita nella disciplina legale del
contratto di lavoro”. L’inadempimento “genera quindi una responsabilità
contrattuale del datore di lavoro verso il lavoratore”.
Se dunque la responsabilità
derivante dall’art. 2043 cc (relativo al generico risarcimento per fatto
illecito) è di natura extracontrattuale, “è opinione prevalente che quella
derivante dall’art.
2087 cc sia di natura contrattuale. Ai fini
della sussistenza di quest’ultima occorre dimostrare, oltre all’esistenza di un
rapporto contrattuale, l’inadempimento ad una o più obbligazioni derivanti dal
contratto, il danno, il rapporto di causalità tra inadempimento e danno”. In questo senso il lavoratore che ha subito un danno alla
salute “ha a disposizione ambedue i tipi
di azione risarcitoria, ex artt. 2043 e 2059 (responsabilità
extracontrattuale) ed ex art. 2087 (responsabilità contrattuale). La
responsabilità contrattuale: a) si prescrive in dieci anni; b) esime il
lavoratore dal dimostrare la colpa del danneggiante; c) rende applicabile lo
speciale rito del lavoro. Però rende risarcibili solo i danni prevedibili al
momento della stipula del contratto, a meno che il fatto dannoso non
costituisca reato. Viceversa, la responsabilità extracontrattuale ex art. 2043
si prescrive in soli cinque anni, ma rende risarcibili anche danni non
patrimoniali diversi da reati, ed eventualmente diversi dallo stesso danno alla
Fatte queste premesse l’autore
riporta qualche caso significativo di
tutela giudiziale del diritto alla salute in ambito lavorativo, con
particolare focalizzazione su casi riconducibili alla problematica
nell’interpretazione data dalla giurisprudenza, “l’obbligo del datore di lavoro
non si limita ad un ruolo attivo, come potrebbe apparire dal tenore
letterale dell’art. 2087 cc, ma include l’obbligo ad astenersi da
comportamenti il cui effetto possa essere quello di arrecare pregiudizio ai
beni tutelati, l’integrità fisica e la personalità morale del lavoratore.
Perciò, in particolare, da quei comportamenti commissivi od omissivi da cui può
trarre origine un rischio (o addirittura un danno) di natura psicosociale”.
Un esempio è dato da Cass. 17 luglio 1995, n. 7768: dall’art. 2087 cc deve essere immediatamente
ricavato un dato letterale essenziale, consistente nell’espressa previsione
dell’obbligo del datore di lavoro di ‘tutelare l’integrità psico-fisica e la
personalità morale dei prestatori di lavoro’. E poiché tale obbligo (di
indubbia natura contrattuale) può essere violato da un comportamento sia
commissivo che omissivo, è certo che sul datore di lavoro incombe il dovere di
adottare tutte le misure che sono atte a conservare i suddetti diritti dei
lavoratori, ma anche ad astenersi da quei comportamenti che possono far sorgere
o favorire la lesione dei medesimi diritti …. E – continua l’intervento –
“numerose sono state le applicazioni di tale principio significative sul piano
psicosociale”.
Riprendiamo ad esempio
(nell’intervento gli esempi sono diversi) una sentenza relativa al tema di stress lavoro-correlato derivante
da superlavoro. La sentenza della Cass. 5-2-2000, n. 1307, secondo cui: L’accettazione da parte del lavoratore di un
lavoro straordinario continuativo, ancorché contenuto nel c.d. ‘monte ore
contrattuale massimo’, o la rinuncia ad un periodo feriale effettivamente
rigenerativo dell’impegno lavorativo non possono esimere il datore di lavoro
dall’adottare tutte le misure idonee a tutelare l’integrità psicofisica del
lavoratore, comprese quelle intese ad evitare eccessività di impegno da parte
di un soggetto che è in condizioni di subordinazione socioeconomica.
Si riporta poi un caso “opposto”,
ma paradossalmente convergente, di stress lavoro-correlato derivante da
inattività forzata imposta al lavoratore (Trib.
Civitavecchia, 8-7-2004). Veniamo infine a qualche esempio
significativo relativo alla problematica
del mobbing, ricordando che anche il danno da mobbing, come il
danno da stress, è concepito come danno alla salute.
Un interessante caso di preteso
mobbing, sebbene non confermato dal giudice, è rappresentato da Trib. Udine, 17 ottobre 2006, “riferito
all’abitudine di un datore di lavoro di sfogare sulle dipendenti la sua
frustrazione per l’andamento non positivo dell’impresa: Va precisato come nel caso in esame non sia a parlarsi propriamente di
mobbing aziendale, il quale ricorre nell’ipotesi in cui il lavoratore sia
sottoposto a vessazioni, umiliazioni e indebite pressioni psicologiche
continuative dirette a costringerlo ad abbandonare il posto di lavoro o ad
accettare trasferimenti o demansionamenti; nella fattispecie il … intendeva
invece, quantomeno in via prevalente, ottenere il diverso risultato di
incrementare l’efficienza delle dipendenti, sfogando il proprio disappunto
quando costoro non pervenivano ai risultati da lui auspicati. Riportiamo per concludere un
passo significativo di Cass.
6 marzo 2006, n. 4774: Il mobbing si
realizza con una condotta sistematica e protratta nel tempo, che concreta, per
le sue caratteristiche vessatorie, una lesione dell’integrità fisica e della
personalità morale del prestatore di lavoro, garantite dall’art. 2087 cc; tale
illecito, che rappresenta una violazione dell’obbligo di sicurezza posto da
questa norma generale a carico del datore di lavoro, si può realizzare con
comportamenti materiali o provvedimenti del datore di lavoro indipendentemente
dall’inadempimento di specifici obblighi contrattuali previsti dalla disciplina
del rapporto di lavoro subordinato. La sussistenza della lesione del bene
protetto e delle sue conseguenze dannose deve essere verificata considerando
l’idoneità offensiva della condotta del datore di lavoro, che può essere
dimostrata, per la sistematicità e durata dell’azione nel tempo, dalle sue
caratteristiche oggettive di persecuzione e discriminazione, risultanti
specialmente da una connotazione emulativa e pretestuosa, anche in assenza di
una violazione di specifiche norme di tutela del lavoratore subordinato.