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Timestamp: 2018-07-16 08:22:37+00:00
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Report Giuridico n. 28 - 2018 /
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"Report Giuridico" 25/06/2018, pubblicato da jurismind.it,
VALIDA LA NOTIFICA ANCHE SE MANCA LA “CONSEGNA” DELLA PEC PERCHE’ LA CASELLA E’ PIENA: la Cassazione, con sentenza n. 12451/2018, ritorna sulla problematica, forse non più di tanto rara, relativa alla mancata consegna della posta elettronica certificata. Per i supremi giudici l’importante è che vi sia la ricevuta di accettazione da parte del provider, dopo di che, se la consegna non può essere effettuata perché la casella del cliente è “piena” tale aspetto non può andare a danno di chi effettua la notifica. Fondamentalmente si tratta di una sorta di “sanzione processuale indiretta” rivolta nei confronti di chi aveva il dovere di mantenere funzionante la casella di posta certificata, il che può avvenire o svuotandola periodicamente dalle mail più vecchie, oppure sottoscrivendo, a pagamento, un c.d. “upgrade”, comprando, sostanzialmente più spazio. La sentenza della Cassazione non è soddisfacente in quanto pare creare il presupposto per trattamenti giudici differenziati: la notifica, infatti, sarà valida nella fattispecie esaminata, mentre non lo sarà se effettuata ad una pec scaduta, cioè non rinnovata. Ma anche in questo caso sempre di non curanza si tratta.
LE DONAZIONI SONO SEMPRE UNA QUESTIONE DELICATA: una sentenza della Corte di Cassazione (n. 13133/2016), ripresa da uno studio del notariato, (studio 29-2017/T) ritorna sulla delicata tematica delle donazioni indirette. Il caso tipico può essere quello rappresentato dall’acquisto di un immobile da parte del figlio con il denaro fornito dai genitori. La particolarità della fattispecie esaminata risiede nel fatto che nel rogito notarile non viene data alcuna menzione di ciò, apparendo, sotto tal profilo neutro. Le problematiche che possono sorgere da una simile impostazioni possono essere diverse, anche fiscali (il figlio rischierà un accertamento sintetico, sempre “smontabile” ovviamente), ma anche altri aspetti, più propriamente civilistici, possono venire in rilievo: si tratta o no di donazione? La conclusione della Cassazione e dei notai è in senso affermativo: per configurare una liberalità indiretta può, all’uopo, soccorrere, quando ciò si rende opportuno, anche un atto successivo in cui si acclari “l’intervento donativo” del terzo.
A CARICO DELLE BANCHE L’ONERE DI PRODURRE GLI ESTRATTI CONTO: se, durante un contenzioso bancario, viene dichiarata la nullità della pattuizione degli interessi passivi maturati a carico di un correntista, spetta all’istituto di credito dar prova dell’esatto e diverso saldo di conto corrente passivo, producendo, propedeuticamente, nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, tutti gli estratti conto relativi al rapporto contesto, sin dal suo inizio. Si tratta di una rigorosa ma giusta presa di posizione della Cassazione, (sentenza n. 15148/2018), mediante la quale i supremi giudici hanno stabilito che tale obbligo di produzione va ben oltre il termine decennale previsto dalle norme per la conservazione delle scritture contabili, (artt. 2220 c.c. e 119 Tub).
NESSUN CONTRIBUTO UNIFICATO PER LA NEGOZIAZIONE ASSISTITA: il Ministero della Giustizia, con circolare n. 121894 del 14/06/2018, ha precisato che non deve essere versato il contributo unificato per la fase avanti il presidente del tribunale nell’ambito di un procedimento di negoziazione assistita, (D.L. 132/2014). Il caso tipico può essere quello avente ad oggetto la separazione o divorzio fra coniugi, così come la relativa modifica delle condizioni. Nell’ipotesi in cui il pubblico ministero rifiuti l’autorizzazione dell’accordo, gli atti vengono trasmessi al presidente del tribunale, il quale dovrà provvedere senza ritardo. Oltre a non essere dovuto il contributo unificato, nemmeno è necessario versare l’imposta di bollo, così come effettuare l’iscrizione a ruolo, non dovendosi neppure pagare i diritti di copia, (Circolare Ministero della Giustizia del 29/07/2015).
LA PROCURA NON E’ OBBLIGATA A RICERCARE I BENI DA SEQUESTRARE DIRETTAMENTE: il tema del sequestro preventivo per equivalente, finalizzato alla successiva confisca, è uno dei più dibattuti in ambito penal tributario. Da ultimo la Cassazione, con sentenza n. 25663/2018, ribadisce il fatto che gli inquirenti possono disporre il sequestro preventivo per equivalente, accontentandosi di una sommaria indagine sui cespiti patrimoniali dell’indagato; spetterà a quest’ultimo indicare al PM quali debbano, invece, essere i beni che possono formare oggetto di sequestro diretto. Si sta parlando, ovviamente, di beni formanti oggetto del profitto del reato. Ora, in ambito tributario è abbastanza ovvio che le risorse economiche risultanti dall’evasione fanno perdere velocemente le loro tracce, essendo, quindi, ben difficile individuare i beni, in tale ipotesi, formanti il prezzo o profitto del reato (sequestrabili direttamente, appunto). E’ proprio da tale evanescenza che trae giustificazione il sequestro preventivo per equivalente: se non si trova il profitto del reato si sequestra altro per pari importo. Ciò nonostante appare auspicabile, vista l’invasività del provvedimento cautelare, specie se ha ad oggetto cespiti aziendali, che la ricognizione degli inquirenti debba essere, in goni caso, la più precisa e prudente possibile.
L’ENTE RIMANE RESPONSABILE ANCHE SE L’IMPUTATO PATTEGGIA: la Cassazione, con sentenza n. 49056/201, si è espressa in tema di responsabilità amministrativa degli Enti, di cui al D.lgs 231/01, in virtù della quale, pur non potendo essi delinquere, (essendo tale possibilità solo ascrivibile agli esseri umani), possono, comunque, essere condannati al pagamento di una sanzione amministrativa, (di solito di ammontare non trascurabile), se si sono avvantaggiati del profitto del reato, commesso nell’esercizio delle proprie funzioni, da un loro amministratore, dipendente o collaboratore, ecc. A tal proposito, la Suprema Corte ha precisato che tale responsabilità, (al pagamento della sanzione amministrativa), permarrebbe in capo all’ente o società, nonostante il procedimento penale aperto a carico di chi ha commesso il reato, (come detto, socio, amministratore, dipendente, ecc.) si sia chiuso per scelte di tipo processuale, come l’adesione a riti alternativi. Per escludere tale responsabilità amministrativa, in buona sostanza, occorre provare che l’ente non si sia avvantaggiato da un punto di vista economico dell’operato del socio o collaboratore, oppure che questi sia stato assolto nel procedimento penale.
L’EVASORE RIMANE IN CARCERE ANCHE SE GLI SONO STATI SEQUESTRATI GLI IMMOBILI: così ha stabilito la Corte di Cassazione, con sentenza n. 28515/2018, mediante la quale i giudici hanno precisato che l’applicazione di misure reali cautelari, quali il sequestro di immobili, conti correnti e siti internet, approntati dall’indagato al fine di frodare il fisco, non impedisce l’adozione a suo carico di ulteriori provvedimenti cautelari di tipo personale, quali la custodia in carcere, soprattutto nel caso emerga dagli atti che la persona soggetta a tali restrizioni abbia particolare dimestichezza nell’architettare manovre fraudolente, che potrebbe sempre ripetere, nonostante il sequestro di beni subito.
AZIENDE CONFISCATE E SOSTEGNO AI POSTI DI LAVORO: il Governo ha approvato un importante Decreto Legislativo, (n. 78/2018), avente ad oggetto misure di sostegno al lavoro nelle aziende sequestrate alla criminalità organizzata e non solo (si pensi ai sequestri d’azienda per gravi reati fiscali, ad esempio). Si tratta di una misura tesa a rendere applicabili, a favore dei dipendenti di queste imprese, soggette, al fine di favorirne la continuità, ad una amministrazione giudiziaria, tutta una serie di benefici (ammortizzatori sociali) che di per se non sarebbero contemplabili, in ragione della situazione di irregolarità che spesso caratterizza i rapporti di lavoro ad esse facenti capo. Oltre a prevedere la concessione della “cassa integrazione in deroga” e della indennità mensile di disoccupazione (Naspi), sono stabilite particolari deroghe in ordine alla regolarità del DURC e nell’applicazione di eventuali sanzioni derivanti dalla violazione di norme giuslavoristiche.
NON SI PUO’ ESSERE PRESIDENTI DI SE STESSI: almeno per il diritto commerciale, ovviamente. Una interessante sentenza del Tribunale dell’Unione europea, (cause T-133 e T-136/16), anche se ha ad oggetto una causa in materia bancaria, enuclea un principio, che potremmo definire generale, e che è opportuno ricordare: non si può essere dipendenti di se stessi, oppure dirigenti di se stessi. Il caso tipico è rappresentato dall’amministratore di una società che assume se stesso, oppure, come nella vertenza richiamata, il fatto di ricoprire contemporaneamente la carica di presidente del consiglio di amministrazione e quella di dirigente della stessa società. Perciò, quando, da un punto di vista professionale, occorre assumere delle decisioni che attengono all’organigramma aziendale, è bene evitare tali commistioni di ruoli. La ratio giuridica sottostante è la seguente: pur essendo astrattamente possibile configurare una duplicità di incarichi a favore del medesimo ente societario, ne discenderebbe, con quasi assoluta certezza, una costante situazione di potenziale “conflitto di interessi”.
STARTUP INNOVATIVE E PROCEDURE CONCORSUALI: fra i vari “benefici” previsti a favore delle startup innovative rientra anche il fatto di non essere assoggettabili alle ordinarie procedure concorsuali. Ad esse si applicano solo le diverse ed ulteriori procedure previste dalla Legge 3/2012 ed aventi ad oggetto la composizione della crisi da sovraindebitamento e la liquidazione del patrimonio del debitore. Occorre però stare attenti a quando, in concreto, si verifichi l’eventuale situazione di dissesto, in quanto se entro cinque anni dalla costituzione la società perde i requisiti, in concomitanza dell’insorgere dell’insolvenza, troveranno in ogni applicazione le ordinarie procedure concorsuali, (Tribunale di Udine, sentenza n. 25/2018).
I LIMITI DELLA GUARDIA DI FINANZA NELLE VERIFICHE INFORMATICHE: nell’attuale scenario informatizzato quasi tutti i contribuenti utilizzano, per l’archiviazione ed utilizzo dei propri dati, sistemi digitali, sia residenti sul pc che on line, quali cluod, ad esempio.
La recente circolare n. 01/2018 della Guardia di Finanza fa il punto della situazione su questa delicata materia, fornendo indicazioni importanti ai propri reparti operativi e, di riflesso, ai contribuenti.
1) la ricerca dei dati da estrarre non deve impedire od ostacolare l’attività del contribuente;
2) l’estrazione va effettuata con estrema cautela onde impedire la perdita di dati;
3) occorre l’autorizzazione della Procura della Repubblica quando negli archivi vi sono dati privati del contribuente oppure quando le mail sono contrassegnate come non lette oppure per le cui informazioni venga eccepito il segreto professionale.
Di particolare importanza, poi, è la verifica delle condizioni legittimanti il SEQUESTRO dell’apparato informatico: oltre a necessitare l’autorizzazione della Procura della Repubblica, occorre anche la sussistenza di gravi e fondati indizi circa la sussistenza di una situazione di grave evasione fiscale. Scenario, quest’ultimo, che può sussistere a fronte dell’emergere di ipotesi penalmente rilevanti, di cui alle fattispecie disciplinate dal D.Lgs 74/2000.
SPETTA AL CONTRIBUENTE PROVARE LA RATEAZIONE: e lo deve fare in modo rigoroso. Secondo la Commissione Tributaria Provinciale di Pisa, (sentenza n. 240/18), il contribuente che voglia provare, nel corso del giudizio, l’ottenuta rateazione nei confronti di Agenzia Riscossione, non può limitarsi, ad esempio, a produrre le quietanze di pagamento delle relative rate, ma deve, bensì, depositare copia della domanda di rateazione a suo tempo presentata all’esattore. E’ ovvio che per poter trarre un giudizio su questa vicenda occorrerebbe contestualizzarla nello specifico, però, in generale, si può dire che l’onere probatorio, a carico del contribuente, specie in materia riscossiva, dovrebbe essere valutato con maggiore larghezza rispetto all’ente impositore / esattore. Nel caso di specie si può concludere che la rateazione si deve ritenere perfezionata, come procedimento, non con la presentazione della relativa istanza ma con il successivo provvedimento di accoglimento, tal per cui, per coerenza logica, nemmeno la domanda di rateazione, secondo la severa impostazione dei giudici, potrebbe, a rigore, ritenersi sufficiente allo scopo. Di converso, invece, la quietanza di riscossione, ben evidenzia nei codici di rapporto ivi indicati, (l’indicazione della cartella e del provvedimento), seppur in nuce, l’ottenuta rateazione.
ROTTAMAZIONE BIS, INGORGO DI SCADENZE: il 20 giugno, appena trascorso, Agenzia Riscossione doveva inviare ai contribuenti che hanno presentato, entro il 15 maggio 2018, le istanze di definizione agevolata dei carichi in riscossione, il relativo provvedimento di ammissione. Il sovrapporsi di questa seconda “sanatoria” con la prima, crea un ingorgo di scadenze a fronte delle quali è facile per il contribuente commettere errori, soprattutto avuto riguardo ai termini di versamento, con la grave conseguenza della decadenza dai benefici. Per la rottamazione delle cartelle notificate dal 01/01/2017, sino al 30/09/2017, se la domanda è ammessa, il pagamento può essere effettuato in un’unica soluzione, oppure in massimo di 5 rate, di cui la prima scadente il 31/07/2018 e l’ultima il 28/02/2019. Per la definizione dei ruoli notificati, invece, dal 01/01/2000, sino al 31/12/2016, la definizione può avvenire con il pagamento in un massimo di 3 rate, di cui le prime due, pari al 40% del totale cadauna, scadenti, rispettivamente, il prossimo 31/10/2018 e 30/11/2018, mentre il residuo 20% scadente il 28/02/2019. Ovvio che sulle scelte dei contribuenti influirà notevolmente il futuro, ed a quanto pare imminente, provvedimento del Governo, definito “pace fiscale”, il quale dovrebbe prevedere ulteriori drastici abbattimenti delle somme dovute.
INDAGINI FINANZIARIE? NON SERVE UNA MOTIVAZIONE SPECIFICA: la pensa in questo modo la Corte di Cassazione, che con sentenza n. 8266/2018 accoglie il ricorso dell’Agenzia delle Entrate. In buona sostanza, il principio che viene ribadito è il seguente: rientra fra i poteri d’indagine dell’amministrazione finanziaria quello di verificare i conti correnti del contribuente, senza che sussistano gravi indizi di evasione. Ad onor del vero, i principi generali, anche di derivazione europea, che “disciplinano” l’azione dell’amministrazione finanziaria nei confronti del contribuente, danno il giusto peso al “criterio della proporzionalità”, secondo il quale l’adozione di uno strumento d’indagine particolarmente invasivo ed oneroso per il contribuente deve essere proporzionato alle concrete esigenze d’indagine ed al collegato interesse perseguito. Inoltre, sino a partire dall’inizio degli anni ’90, con l’introduzione della Legge 241/1990, (legge sul procedimento amministrativo), e, poi, successivamente, nello specifico in campo tributario, a partire dall’inizio degli anni 2000, con l’approvazione della fondamentale Legge 212/2000, (statuto dei diritti del contribuente), oggi non può essere messa in dubbio la necessità che gli atti autorizzativi delle indagini fiscali debbano recare chiaramente le ragioni della verifica, motivando nel caso specifico le ragioni della verifica, senza il ricorso ad asettiche formule stereotipate, come, invece, spesso avviene.
SCHEDA CARBURANTI: PROROGA IN VISTA (CON LIMITI): il Governo, prendendo atto del prevedibilmente ovvio, e cioè del fatto che tantissimi, se non tutti, distributori di carburante non sono ancora pronti ad affrontare l’epocale rivoluzione delle scheda carburante elettronica, sta approntando un provvedimento di proroga della scadenza del 2 luglio. Dalle notizie che circolano, però, appare probabile che, nonostante il rinvio, le modalità di pagamento del carburante, da parte di imprese e professionisti, al fine di poter scaricare l’iva ed i relativi costi, dovrà avvenire con sistemi tracciabili, come carte di credito, assegni, bancomat, ecc. Se questa sarà il contenuto effettivo del prossimo provvedimento del Governo, si potrà continuare a compilare la scheda carburante cartacea sino a fine 2018.
LE NOVITA’ PER I FORFETARI: il nuovo Esecutivo è intenzionato ad introdurre modifiche al regime fiscale dei forfetari confermando, da un lato, l’imposta super agevolata del 5%, sostitutiva di Irpef, Iva ed Irap, prevedendo, altresì, il raddoppio dei limiti di fatturato, attualmente vigenti, per l’accesso a tali “agevolazioni”. E’ opportuno ricordare che il regime forfetario prevede tutta una serie di semplificazioni contabili, che vanno dalla emissione di fatture senza iva, alla non applicazione delle ritenute d’acconto, limitandosi il contribuente a conservare semplicemente le fatture passive. La tassazione avverrà, come del resto oggi, applicando l’aliquota del 5% ad un reddito determinato da un abbattimento percentuale dei ricavi, variabile da settore a settore, al fine di tenere conto, seppur in modo forfetizzato, dei costi sopportati per l’esercizio dell’attività. Sul fronte accertamenti, inoltre, è previsto il non assoggettamento ai controlli da studi di settore.
TRE INTERESSANTI AGEVOLAZIONI: il mondo delle agevolazioni (finanziarie, fiscali, ecc) costituisce un microcosmo, nel quale è difficile districarsi, anche perché in Italia manca, a cominciare dalle Istituzioni, un approccio sistematico alla materia, con una conseguente mancanza di informazione nei confronti della platea dei possibili fruitori.
Senza alcuna pretesa di completezza, di seguito, indico 3 agevolazioni di prossima scadenza:
- BONUS CLUTURA: per i 18 enni, sarà rifinanziato anche per il 2018;
- TAX CREDIT PER LIBRERIE: domande entro il 30/9;
- BONUS PUBBLICITA’: anche sul web, domande dal 15 luglio e non oltre il 15 ottobre 2018.
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Il report è curato da Mauro Franchi
Per chiarimenti puoi scrivere a: avv.franchi@studiomaurofranchi.it
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