Source: http://learningsources.altervista.org/Unione_Europea.htm
Timestamp: 2017-08-18 06:47:31+00:00
Document Index: 58197061

Matched Legal Cases: ['art. 235', 'art. 102', 'art. 2', 'art. 103', 'art. 103', 'art. 100', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 13', 'art. 3', 'art. 1']

❍ Quali sono i fattori che sono alla base del processo di integrazione europea?
❍ Si deve parlare di "Comunità Europea'` o di `'Unione Europea"?
❍ Quali sono i trattati e gli accordi su cui si basa la attuale Unione Europea? Quali passi avanti ha fatto fare ciascuno di essi all'integrazione europea?
❍ Come si coordinano tra loro Trattato CE, Atto Unico Europeo e Trattato di Maastricht?
❍ Che rapporti vi sono tra CECA, EURATOM. CE, UE? Esistono ancora le tre comunità CECA, EURATOM, CE?
❍ Quali sono le novità introdotte dall’Atto Unico Europeo?
❍ Quali sono le novità introdotte dal Trattato di Maastricht?
❍ Cosa si intende per "Unione Europea"? Che differenza c'è rispetto a "Comunità Europea"? Cosa sono i "Tre pilastri" dell'Unione Europea?
❍ Quali sono i poteri del Parlamento Europeo?
❍ Che differenza c’è tra “Consiglio delle Comunità Europee”, “Consiglio Europeo” e “Consiglio d’Europa”?
❍ Come si coordinano tra loro le competenze della Comunità e quelle dei singoli stati? Cosa si intende per "principio di sussidiarietà"? Cosa si intende per "principio di collaborazione"? Cosa si intende per "principio di proporzionalità"? Cosa sono i "poteri impliciti" di cui parla l'art. 235 del Trattato della Comunità Europea?
❍ Quali sono gli obiettivi della PESC?
❍ Quali sono le procedure attraverso cui si attua la PESC?
❍ Quali sono gli obiettivi della cooperazione in materia di giustizia e di affari interni?
❍ Quali sono le procedure della cooperazione in materia di giustizia e affari interni?
❍ Come funzionava il sistema monetario europeo (SME)? Esiste ancora?
❍ Quali sono le tappe dell’Unione Economica e Monetaria?
❍ Cosa sono i ”criteri di convergenza” stabiliti dal trattato di Maastricht per l’ingresso di uno stato nell’unione economica e monetaria?
❍ I “criteri di convergenza” avranno un ruolo importante anche dopo la creazione della Unione Economica e Monetaria?
❍ L’Italia rientra nei “criteri di convergenza”?
❍ Che differenza c’è tra “area di libero scambio”, “Unione doganale”, “Mercato unico” e “Unione economica e monetaria”?
❍ Quali sono le libertà su cui si basa il Mercato Unico?
❍ Quali sono i principi in materia di libertà di concorrenza?
❍ Cosa sono i Regolamenti della Comunità Europea? In cosa si differenziano dalle Direttive della Comunità Europea?
❍ Qual è il procedimento di approvazione dei regolamenti e delle direttive?
❍ Cosa si intende per “principio della preminenza del diritto comunitario”?
❍ Quali sono le principali politiche della Comunità Europea?
❍ Cos’è la “cittadinanza europea”?
❍ Le norme comunitarie dei trattati prevalgono sulla Costituzione italiana? Le norme comunitarie dei regolamenti emanate in base ai trattati prevalgono sulla Costituzione italiana?
❍ Quali sono i principali organi della Unione Europea?
❍ Quali sono le fonti di finanziamento della Unione Europea? Come avviene al riscossione?
❍ Cosa vuol dire che un regolamento è “direttamente applicabile” in ciascuno degli stati membri?
❍ Quali sono gli aspetti positivi della moneta unica?
❍ Quali sono gli aspetti negativi della moneta unica?
● Crisi degli stati nazionali
L’idea di stato nazionale deriva dalla fusione dei concetti di stato e nazione, che nel linguaggio corrente sono identificati, mentre nel linguaggio dei giuristi e dei politologi sono tenuti ben distinti.
L'idea di stato sovrano nasce tra la fine del medioevo e il 1600.
L'idea di nazione nasce dalla fine del Settecento, a partire dalla Rivoluzione Francese, e prosegue nell`Ottocento, come reazione al razionalismo e cosmopolitismo illuministici. Si basa sulla convinzione che esistano elementi comuni a un gruppo di persone, che identificano tale gruppo rendendolo diverso dagli altn: lingua, religione, storia, usi, costumi, tolclore, tradizione, cultura, territorio.
Nel corso dell'Ottocento ci si spinge ad affermare che ogni nazione avrebbe un territorio naturale, dei confini naturali: le Alpi per L'Italia, il Reno tra Francia e Germania, i Pirenei tra Francia e Spagna ecc. Si arriva alla fine ad affermare la comlmità di sangue: ogni nazione sarebbe una comunità di sangue, con una precisa identità razziale, e quindi ogni comunità dovrebbe essere etnicamente pura e incontaminata.
Da qui le aberrazioni razziste dell'Europa nella prima metà del nostro secolo. Tra l'inizio del 1800 e i primi decenni del 1900, allo sfaldamento dei grandi imperi, nasce la maggior parte degli attuali stati nazionali.
Oggi il modello dello stato nazionale è in crisi. La rivoluzione industriale l'aumento delle capacita produttive e l'enorme sviluppo dei mezzi di trasporto hanno portato ad un allargamento degli scambi e dei mercati, generando un fenomeno nuovo: la interdipendenza. Ogni paese che si avvia verso la rivoluzione industriale aumenta progressivamente la sua dipendenza dal mercato mondiale da cui deve importare ciò che non ha e verso cui deve esportare ciò che possiede in eccedenza.
La rivoluzione industriale si accompagna ad uno sviluppo sino ad allora ignoto dei mezzi di comunicazione e di informazione: telefono, radiocomunicazioni, telematica. Il mondo diventa sempre più piccolo, fino a potersi definire un "villaggio globale", vale a dire un mondo interdipendente, dove i problemi diventano sempre più problemi sovranazionali e internazionali.
In una società umana interdipendente, se uno stato fa delle scelte, queste producono effetti nel resto del mondo: ad esempio le decisioni sul tasso di sconto prese dalla Bundesbank, la banca centrale tedesca, producono effetti che si risentono in tutto il resto del mondo; come pure le crisi delle borse di New York e Tokio. La disoccupazione giovanile europea ha origine nel basso costo del lavoro che il sud est asiatico offre alla industria occidentale. Il taglio della foresta amazzonica e in genere l'inquinamento locale ha ripercussioni mondiali. Se una centrale nucleare esplode ne risulta inquinata tutta la terra. Anche il sottosviluppo è un fatto che non può più essere ignorato dai paesi ricchi, perché provoca grandiosi flussi migratori, con la conseguenza che gli abitanti di tali paesi debbono convivere con individui appartenenti a culture e nazioni radicalmente diversi dalla propria.
Come conseguenza di tutti questi cambiamenti uno stato nazionale diventa incapace di risolvere problemi diventati ormai più grandi di lui: di dimensione continentale o mondiale. Un esempio è l’inquinamento, nei cui confronti uno stato è impotente: l'Italia può emanare leggi che proibiscano l’uso dell’energia nucleare, ma a pochi chilometri dal suo confine la Francia costruisce enormi reattori nucleari. La crisi dello stato nazionale si manifesta con tutta la sua evidenza con la seconda guerra mondiale, quando anche i vincitori, come Inghilterra e Francia, debbono constatare di essere stati sconfitti sul piano storico: i veri vincitori sono le superpotenze, Russia e Stati Uniti, che si spartiscono l'Europa secondo "zone di influenza”: l'Europa, divisa in piccoli stati nazionali. ha ormai perso la sua egemonia.
● Danni e rischi del nazionalismo e del protezionismo
Nazionalismo e protezionismo sono alla radice di quel tipo di sviluppo basato sul confronto e conflitto tra stati, il cui sbocco inevitabile è sempre stato la guerra, che ha funestato l'Europa degli stati dal 1648, data del Trattato di Westfalia, alla seconda guerra mondiale. La pace, che è condizione di progresso, non può essere durevolmente assicurata se i paesi si rinchiudono in un isolamento che ostacola la circolazione delle idee, delle persone i commerci e favorisce le visioni ristrette ed egoistiche.
● Contrastare lo strapotere economico degli Stati Uniti e del Giappone e rilanciare l’Europa
E’ preferibile ormai parlare di "Unione Europea" invece che "Comunità Europea". La “Comunità Europea" è infatti uno dei tre “pilastri” della Unione Europea previsti dal Trattato di Maastricht, anche se è vero che la completa Unione Europea, politica oltre che monetaria, prevista dal Trattato di Maastricht, è ben lontana dall'essere completamente realizzata. Specie in campo politico.
I trattati su cui si basa l'Unione Europea sono:
● Trattato CECA (entrato in vigore nel 1952)
● Trattato CEE (entrato in vigore nel 1958)
● Trattato EURATOM (entrato in vigore nel 1958)
● Atto Unico Europeo (firmato nel 198ó ed entrato in vigore nel 1987)
● Trattato di Maastricht (firmato nel 1992, entrato in vigore nel 1993, dopo la ratifica dei singoli parlamenti nazionali)
● Trattato di Amsterdam (firmato nel 1997 ed entrato in vigore nel 1999)
Sia l'Atto Unico Europeo che il Trattato di Maastricht contengono, accanto ad alcuni articoli che rimangono fuori del trattato CE, articoli che hanno modificato i trattati CE. CECA ed EURATOM.
Si può quindi dire che, a parte un piccolo numero di articoli che, non essendo di carattere strettamente economico non sono potuti entrare nei trattati già esistenti, gli altri articoli si sono trasfusi nei trattati gia esistenti.
Le tre comunità CECA, CE ed EURATOM continuano ad esistere, ma hanno organi comuni: la Commissione, il Consiglio dei Ministri e la Corte di Giustizia si riuniscono volta per volta come organi CE o come organi CECA o come organi EURATOM, che rimangono comunque tre comunità tuttora distinte, con trattati e obiettivi differenti.
● Valorizzazione del ruolo del Consiglio Europeo come centro di cooperazione politica per l’attuazione di nuovi passi avanti nell’integrazione europea oltre la cooperazione economica prevista nei trattati CECA, CEE ed EURATOM. Il Consiglio Europeo non è un organo della Comunità, ma opera mantenendosi in contatto col Parlamento e la Commissione.
Per la prima volta si parla di “cooperazione politica”, che dovrebbe portare a trasformare le Comunità economiche europee in “Unione Europea”
● Introduzione del voto a maggioranza, anziché all’unanimità, nel Consiglio dei Ministri, in alcune limitate materie
● Rilancio dell’idea di mercato comune e previsione di un mercato interno senza frontiere entro il primo Gennaio 1993
● Rafforzamento della politica sociale CEE ed introduzione di nuove politiche
● Il Trattato allarga ancora di più gli obiettivi e le politiche della CEE (cultura, sanità pubblica, protezione dei consumatori, ricerca e sviluppo tecnologico, ambiente ecc.)
● Il Trattato introduce, in alcune materie, della procedura di “codecisione” e di quella di “cooperazione” che attribuiscono un notevole ruolo al Parlamento Europeo nella emanazione dei regolamenti comunitari rispetto alla procedura normale, detta di “consultazione”
● Il Trattato stabilisce le tappe dell’Unione economica e monetaria, che realizzerà la moneta unica
● Il Trattato getta le basi per gli altri due “pilastri” (come vengono detti in gergo giornalistico) della Unione Europea: la PESC (“Politica europea di sicurezza comune”) che rappresenta una collaborazione nel settore della difesa, e la “Politica di cooperazione nel campo della giustizia e degli affari interni” (polizia e giustizia). Con la PESC e la cooperazione nel campo della giustizia e degli affari interni l’Unione Europea disporrà delle funzioni che tipicamente competono agli stati sovrani: la moneta, la difesa e la giustizia
● Il Trattato stabilisce i principi essenziali della “cittadinanza europea”
L'art. A del Trattato di Maastricht stabilisce che l'Unione Europea "è fondata sulle Comunità europee, integrate dalle politiche e forme di cooperazione instaurate dal presente trattato"
Le "politiche e forme di cooperazione" cui si allude sono:
● Politica estera e sicurezza comune
● Cooperazione in materia di giustizia e di affari interni.
L'art. A del Trattato ha fatto entrare nell'uso giornalistico l'espressione che parla di "tre pilastri" della UE:
● La organizzazione e le forme di collaborazione create dai trattati CEE, CECA, EURATOM, estesa dal Trattato di Maastricht fino a comprendere l'Unione Economica e Monetaria.
● La politica estera e di sicurezza comune (PESC)
● La cooperazione in materia di giustizia e di affari interni
L'espressione "Comunità Europea" si usa per denominare il primo pilastro, che riguarda gli aspetti economici della unificazione. Il secondo e il terzo pilastro sono invece i due elementi della nascente unione politica. A rigor di termini, per designare l'intera estensione della realtà europea, dovrebbe usarsi il termine "Unione Europea". Tuttavia è ancora frequente l'uso di "Comunità Europea" per indicare in realtà l'Unione.
La politica estera e di sicurezza comune e la cooperazione giudiziaria e sugli affari interni sono nettamente distinte dalle politiche comunitarie indicate nel Trattato CE (politica agricola, politica sociale, ecc.) Esse non sono state inserite in tale trattato, bensì Trattato di Maastricht, perché si attuano con una procedura diversa. Rimane infatti ai singoli stati membri adottare le decisioni in materia. Questa nuova formula per l'adozione di decisioni, che non utilizza le deliberazioni del Consiglio, ma accordi intergovernativi, è il risultato di un faticoso compromesso tra gli stati membri federalisti e gli altri stati che preferivano invece una maggiore cooperazione intergovernativa. Il Trattato però esclude che i meccanismi e le procedure comunitarie possano applicarsi al secondo e terzo "pilastro" ed esclude che sulle attività riguardanti queste materie possa aversi competenza della Corte di giustizia. Il che vuol dire che queste forme di cooperazione sono affidate ad accordi che gli stati volontariamente stipulano al di fuori delle procedure della Comunità Europea.
Si parla, a questo proposito, del principio del "doppio binario", già introdotto dall'Atto Unico Europeo: la cooperazione economica procede lungo il binario delle procedure comunitarie, con il consiglio che delibera in maniera vincolante su proposta della Commissione; la cooperazione politica procede invece per la via degli accordi intergovernativi.
Tuttavia, rispetto all'Atto Unico, si è cercato per quanto possibile di realizzare quello che il Trattato chiama un "quadro istituzionale comune": le stesse istituzioni utilizzate per governare la Comunità Europea (Consiglio della Comunità, Commissione, Parlamento) sono utilizzate (sia pure in modo diverso) per realizzare la cooperazione intergovernativa. Il Consiglio delle Comunità è utilizzato come sede di incontro dei governi per la PESC e la cooperazione sulla giustizia, al di fuori delle procedure di voto della Comunità (l'art. J.2 dice che "gli stati membri si coordinano e si concertano in sede di Consiglio delle Comunità"), e il Parlamento e la Commissione sono coinvolti, come mediatori, nel processo attraverso cui si perviene agli accordi intergovernativi.
Viene inoltre stabilito un collegamento del Consiglio europeo stesso con il Parlamento europeo (accanto a quello già esistente con la Commissione) attraverso la presentazione di relazioni periodiche scritte ed orali.
Oltre ad avere una competenza esclusiva per le materie estranee alla Comunità, cioè politica estera, politica si sicurezza comune, cooperazione nel settore della giustizia e degli affari interni (i cosiddetti secondo e terzo pilastro), il Consiglio, nel settore di competenze comunitarie anteriormente escluso, si vede oggi riconoscere talune specifiche attribuzioni.
In particolare ad esempio nel campo della politica economica, l'art. 102 A del Trattato CE. stabilisce che "gli stati membri attuano la loro politica economica allo scopo di contribuire alla realizzazione degli obiettivi della Comunità definiti all'art. 2 e nel contesto degli indirizzi di massima di cui all'art. 103, paragrafo 2", e l'art. 103 paragrafo 2 stabilisce che "il Consiglio, deliberando a maggioranza qualificata, su raccomandazione della Commissione elabora un progetto di indirizzi di massima per le politiche economiche degli stati membri e della comunità e ne riferisce le risultanze al Consiglio Europeo. Il Consiglio Europeo, deliberando sulla base di detta relazione del consiglio, dibatte delle conclusioni in merito agli indirizzi di massima per le politiche economiche degli stati membri e della comunità. Sulla base di dette conclusioni, il Consiglio deliberando a maggioranza qualificata, adotta una raccomandazione che definisce i suddetti indirizzi di massima. Il consiglio informa il Parlamento europeo in merito a tale raccomandazione".
Le decisioni del Consiglio Europeo, proprio ad evitare interferenze con la struttura comunitaria, non assumono mai la veste di atti tipici, bensì quella di "comunicati finali" (atti propri delle conferenze intergovernative), di "risoluzioni e "dichiarazioni", queste ultime aventi carattere più solenne e limitate a circostanze eccezionali (Dichiarazione sulla identità europea di Copenaghen del 1973 e sulla Unione Europea di Stoccarda del 1983).
Una dichiarazione allegata al trattato precisa infatti che la presidenza del consiglio europeo invita i ministri degli affari economici e delle finanze a partecipare alle sessioni del consiglio quando quest'ultimo tratta di problemi relativi all'unione economica e monetaria.
Il Consiglio Europeo, che non è un organo della Comunità, diviene il motore di tale cooperazione politica, in quanto stabilisce sia "gli orientamenti generali della PESC" (art. J.3 Trattato di Maastricht), sia "gli orientamenti politici generali" dell'Unione (art. D Trattato di Maastricht).
In sintesi la struttura dell'Unione Europea si può così riassumere: al vertice il Consiglio Europeo, con competenze esclusive nelle materie oggetto di cooperazione fra gli stati e competenze di indirizzo generale su tutta l'attività dell'Unione, ivi compreso il settore comunitario; quindi le istituzioni comunitarie: Parlamento europeo e Commissione che, oltre alle competenze specifiche nell'ambito della Comunità, partecipano anche al settore della cooperazione fra Stati, ed infine le altre istituzioni della Comunità e in particolare il Consiglio dei Ministri, affiancato dal Comitato dei rappresentanti permanenti (COREPER), la Corte di Giustizia affiancata dal Tribunale di I grado e la Corte dei Conti. Alle Istituzioni così indicate si aggiungono due organi consultivi: il Comitato economico e Sociale ed il Comitato delle Regione. La struttura è completata dalla Banca Europea degli Investimenti, da sempre presente in ambito comunitario; dal Sistema Europeo di Banche Centrali (SEBC), dalla Banca Centrale Europea (BCE) e dall'Istituto Monetario Europeo (IME); strutture queste create con il Trattato di Maastricht nell'ambito della unione economica e monetaria.
Il Parlamento Europeo non può emanare norme o altre prescrizioni giuridiche (es. provvedimenti o decisioni) vincolanti ed obbligatorie, tranne quelle del proprio regolamento interno.
Può emanare atti chiamati genericamente "deliberazioni", che non hanno potere vincolante: mozioni, risoluzioni ecc. Inoltre ha poteri di controllo e scioglimento.
Partecipa, con la consultazione, la cooperazione e la codecisione, al processo per l'adozione degli atti comunitari da parte del Consiglio delle Comunità.
Ha un potere di iniziativa: a maggioranza dei suoi membri può chiedere alla Commissione di presentare adeguate proposte sulle questioni per le quali reputa necessaria l'elaborazione di un atto della Comunità ai fini dell'attuazione del Trattato CE.
● Il Consiglio delle Comunità Europee, detto anche "Consiglio dei Ministri" è composto da un ministro per ciascun stato membro (a seconda dell'argomento in discussione), ed è l'organo legislativo delle Comunità.
● Il "Consiglio Europeo", istituito nel dicembre 1974 ed istituzionalizzato dall'Atto Unico, è la riunione semestrale dei capi di stato e di governo e del Presidente della Commissione delle Comunità, assistiti dai rispettivi ministri degli esteri e da un vicepresidente della commissione, non è un organo delle Comunità Europee, ma un organo della cooperazione politica prevista, accanto all'attività delle Comunità, dall'Atto Unico Europeo e dal Trattato di Maastricht. Ha poi un'altra importantissima funzione: "dà all'Unione l'impulso necessario al suo sviluppo e ne definisce gli orientamenti politici generali" (art. C Trattato di Maastricht). Il Consiglio Europeo, non è una conferenza intergovernativa né una istituzione della Comunità Europea. Non si può ritenere una istituzione della Comunità, ma dell'Unione. Potrebbe essere definito "organo" dell'Unione.
● Il "Consiglio d'Europa" è una organizzazione internazionale diversa dalle Comunità Europee, istituita a Londra il 5 maggio 1949 da dieci stati europei, tra cui l'Italia. La sua sede è Strasburgo. Gli obiettivi sono: la promozione della democrazia pluralista, la protezione dei diritti dell'uomo e lo sviluppo del diritto internazionale in molteplici settori. Attualmente sono membri del consiglio d'Europa 26 stati, tra cui la Repubblica ceca e l'Ungheria. L'organizzazione svolge la propria attività promuovendo la discussione di questioni di interesse comune e la stipulazione di convenzioni. Fra queste le più importanti sono state la carta sociale europea e la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali.
Nel sistema dei trattati non esistono norme generali, identiche per tutti i settori di azione della UE, sulla ripartizione di competenze tra l’Unione e i singoli stati, né a tal fine sono utili le norme relative alle singole istituzioni.
Occorre invece riferirsi alle disposizioni dei Trattati che per ciascun settore (libera circolazione, agricoltura, trasporti ecc), indicano gli obiettivi da perseguire, i poteri a tal fine attribuiti, l'organo o gli organi competenti e le condizioni e modalità d'azione.
Le competenze possono essere pertanto assai diverse da un settore all'altro; particolarmente ampie, ad esempio, per l'eliminazione degli ostacoli alla libera circolazione delle merci, specie nel periodo transitorio; essenzialmente limitate al coordinamento delle legislazioni nazionali, come si verifica nell'ambito del diritto di stabilimento o della politica sociale; praticamente limitate ad una attività di gestione in settori già concretamente disciplinati dal Trattato, com'è il caso della politica di concorrenza.
A volte poi la formulazione ampia ed imprecisa utilizzata, apre la strada ad una potenzialità quasi illimitata di competenze. In tal senso ad esempio i poteri in materia di riavvicinamento delle disposizioni legislative regolamentari e amministrative degli stati membri che hanno un'incidenza diretta sullo stabilimento e sul funzionamento del mercato comune" (art. 100)
Vi sono aree di esclusiva competenza della Comunità, nelle quali tutti i poteri sono ormai passati agli organi comunitari: tra le altre, la politica agricola, la politica commerciale delle tariffe doganali verso i paesi extra-UE, la politica monetaria (con l'attuazione dell'UEM), la politica carbo-siderurgica, la gestione del mercato unico
Vi sono invece numerose materie che non sono riservate alla esclusiva competenza degli organi della Comunità. Si pensi alla politica ambientale, alla politica sociale, alla politica della ricerca scientifica, ecc.
L'art. 3B del Trattato della Comunità Europea stabilisce che in tal caso si applica il "principio di sussidiarietà" per stabilire il limite delle competenze comunitarie e di quelle statali: "La Comunità agisce nei limiti delle competenze che le sono conferite e degli obiettivi che le sono assegnati dal presente trattato. Nei settori che non sono di sua esclusiva competenza la Comunità interviene, secondo il principio della sussidiarietà, soltanto se e nella misura in cui gli obiettivi dell'azione prevista non possono essere sufficientemente realizzati dagli stati membri e possono dunque, a motivo delle dimensioni o degli effetti dell'azione in questione, essere realizzati meglio a livello comunitario. L'azione della Comunità non va al di là di quanto necessario per il raggiungimento degli obiettivi del presente trattato".
Anche l'articolo B, comma 2 del Trattato di Maastricht, stabilisce che "Gli obiettivi dell'Unione saranno perseguiti conformemente alle disposizioni del presente trattato, alle condizioni e secondo il ritmo ivi fissati, nel rispetto del principio di sussidiarietà definito all'art. 3B del trattato che istituisce la Comunità Europea".
Ma il principio di sussidiarietà è stato anche utilizzato per disegnare con precisione le competenze della Comunità nei vari settori, e sarà utilizzato per stabilire la ripartizione dei compiti all’interno dell’Unione politica che si sta costituendo (secondo e terzo pilastro dell’Unione Europea).
L’applicazione del principio di sussidiarietà comporterà che in certi settori sarà riconosciuta una esclusiva competenza del singolo stato.
In altri settori, invece, vi sarà una “competenza concorrente” della Comunità insieme con quella dei singoli stati, e l’azinoe della Comunità si può coordinare con quella degli stati nel modo più vario: al livello più basso, potrà consistere ad esempio nella fissazione di regole minime in taluni settori, mentre gli stati possono adottare misure di protezione più ampie, oppure in semplici azioni di incoraggiamento delle politiche di cui gli stati rimangono i principali responsabili.
L'art. J.1 secondo comma del trattato di Maastricht indica, come obiettivi: la salvaguardia dei valori comuni, degli interessi fondamentali e dell'indipendenza dell'Unione, il rafforzamento della sicurezza dell'Unione e dei suoi Stati membri, il mantenimento della pace ed il rafforzamento della sicurezza internazionale, conformemente ai principi dello Statuto delle Nazioni Unite, nonché ai principi dell'Atto finale di Helsinki e agli obiettivi della Carta di Parigi, la promozione della cooperazione internazionale, lo sviluppo e il rafforzamento della democrazia e dello Stato di diritto nonché il rispetto dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali.
La politica estera e di sicurezza comune comprende tutte le questioni relative alla sicurezza dell'Unione europea, ivi compresa la definizione a termine di una politica di difesa comune, che potrebbe successivamente condurre ad una difesa comune. L'UEO giocherà un ruolo importante nella difesa comune, come organo esecutivo delle decisioni e delle azioni dell'Unione (art. J.4 comma 2)
In base all'art. J.1 comma 3, l'Unione instaura "una collaborazione sistematica tra gli stati membri per la condotta della loro politica". Tale collaborazione, detta anche "cooperazione politica" si attua a livello intergovernativo, ed utilizza gli organi delle Comunità solo come sede di dibattito e di deliberazione.
Il principio della cooperazione intergovernativa in materia di politica estera era già stato introdotto dall'Atto Unico Europeo. Ma, mentre l'Atto Unico nulla disponeva circa le forme della collaborazione intergovernativa, il Trattato di Maastricht stabilisce (art. J.3) che il Consiglio europeo definisce gli orientamenti generali della PESC, e il Consiglio delle Comunità Europee funge da luogo di consultazione e informazione reciproca (art. J.2); la consultazione ha luogo prima che i governi assumano posizioni definitive. Ogni governo è invitato comunque a tenere conto delle posizioni degli altri governi.
Sempre in sede di Consiglio delle Comunità, gli stati possono stabilire una posizione comune o adottare una azione comune, qualora lo ritengano necessario.
E' il Consiglio dei Ministri che, in base agli orientamenti del Consiglio Europeo, stabilisce quando sia necessaria una posizione comune, precisandone la portata, gli obiettivi, i mezzi, le procedure e le condizioni di attuazione.
Lo stesso consiglio, decidendo all'unanimità, può indicare le questioni per le quali le decisioni possono essere prese a maggioranza qualificata.
Gli stati, una volta accordatisi, assicurano la conformità delle loro politiche nazionali con le posizioni comuni e coordinano le loro azioni nell'ambito delle organizzazioni internazionali nelle quali difendono le posizioni comuni.
La Commissione partecipa alla cooperazione, principalmente con la sua presenza in sede di Consiglio Europeo e di Consiglio dei Ministri.
Il Parlamento è informato e a sua volta informa delle sue posizioni i governi.
I direttori politici si riuniscono regolarmente nell'ambito del Comitato Politico allo scopo di dare il necessario impulso, di mantenere la continuità della cooperazione politica europea e di preparare la discussione tra i ministri. Le competenze del Comitato politico si intrecciano in modo poco chiaro con quelle del COREPER.
In una dichiarazione allegata a Maastricht gli stati membri si impegnano a coordinare meglio la azione dei due comitati. In base all'art. J.5, la presidenza della cooperazione politica europea viene assunta da quello degli stati che esercita la presidenza del Consiglio delle Comunità Europee (la presidenza è tenuta a rotazione, per un semestre da ciascuno stato).
La Presidenza è responsabile dell'attuazione delle azioni comuni. Una posizione comune determina un atteggiamento comune nelle istituzioni internazionali e nelle conferenze internazionali
Le azioni comuni riguardano le questioni "che presentano importanti interessi in comune". Nell'ambito dei lavori preparatori, quattro settori sono stati individuati in particolare: il processo di realizzazione della OSCE; la politica di disarmo e del controllo degli armamenti; la non proliferazione nucleare; il controllo del trasferimento della tecnologia militare verso i paesi terzi e l'esportazione delle armi. Successivamente, il consiglio europeo di Lisbona del giugno 1992, ha anche individuato nel Maghreb, nel medio oriente, nell'Europa dell'est e nell'ex Unione Sovietica le zone geografiche che possono costituire oggetto di azioni comuni dell'unione. Il consiglio del 20 ottobre 1993 riunito a Bruxelles ha confermato le precedenti aree geografiche, inserendovi altresì il Sud Africa e l'ex Yugoslavia. Per il Sud Africa, l'Unione è chiamata ad attuare un quadro di cooperazione tale da consolidare le basi economiche e sociali della transizione verso una società multirazziale; per l'ex Yugoslavia si ribadisce l'esigenza di favorire una soluzione negoziata e durevole del conflitto, lo svolgimento delle attività umanitarie e l'applicazione di un piano di pace quando sarà accettato dalle parti.
In base all'art. K.1, la cooperazione riguarderà le più importanti attività di polizia e la giustizia civile e penale:
● la politica di asilo
● Le norme che disciplinano l'attraversamento delle frontiere esterne degli stati membri da parte delle persone e i relativi controlli
● La politica di immigrazione
● La lotta contro la tossicodipendenza
● La lotta contro la frode su scala internazionale
● La cooperazione giudiziaria in materia civile e penale
● La cooperazione doganale
● La lotta al terrorismo e la criminalità internazionale
L'azione degli stati avverrà nel rispetto della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, firmato a Roma il 4 novembre 1950 e della convenzione relativa allo status dei rifugiati del 28 luglio 1951.
Esattamente come nel caso della PESC, "gli stati membri si informano e si consultano reciprocamente, in seno al Consiglio, per coordinare la loro azione" (art. K.3 comma 1)
In aggiunta, essi realizzano una collaborazione permanente e uno scambio di informazioni tra le loro amministrazioni preposte all'ordine e alla sicurezza pubblica.
La cooperazione può condurre ad adottare posizioni comuni ed azioni comuni, che vengono decise dal Consiglio delle Comunità.
In seno al consiglio, le procedure di decisione di azioni e posizioni comuni prevedono un diritto di iniziativa diverso in base alle materie; soltanto gli stati, ad esempio, e non la Commissione, possono proporre al consiglio azioni relative alla cooperazione giudiziaria penale, alla cooperazione doganale ed a quella fra le polizie; per le altre materie, invece , l'iniziativa è riconosciuta anche alla commissione, e, per quanto attiene poi alle procedure per le delibere all'unanimità o a maggioranza qualificata, le disposizioni sono analoghe a quelle già esaminate in materia di politica estera e di sicurezza comune.
Il Consiglio ha la possibilità di procedere alla conclusione di convenzioni internazionali di cui raccomanderà l'adozione agli stati membri secondo le rispettive norme costituzionali. Un comitato di coordinamento composto da alti funzionari agevola l'espletamento delle funzioni del Consiglio.
Nel 1978, al summit di Brema, tutti i paesi appartenenti alla Comunità, ad eccezione della Gran Bretagna (che aderì nel 1990) aderirono ad un accordo che prevedeva tassi di cambio fissi. Questo accordo fu definito “Sistema Monetario Europeo” (SME).
Lo SME cessa di avere vigore per i paesi che entrano nel gruppo della moneta unica.
Nascerà un nuovo sistema di cambio (SME2) per regolare i rapporti tra l’Euro e le valute dei paesi dell’Unione Europea non partecipanti all’unificazione monetaria (per libera decisione o perché non ancora in regola con i parametri); ciò è finalizzato a impedire la possibilità di svalutazioni competitive da parte di questi ultimi; lo SME2 assume particolare importanza anche in relazione alla politica di allargamento dell’Unione Europea a nuovi paesi non ancora in grado di rispettare i parametri necessari per la partecipazione all’Unione Monetaria.
L’Euro è entrato ufficialmente in vigore il 1° Gennaio 1999 come moneta di conto (detta anche scritturale), ossia concepita in termini puramente contabili (i nuovi prestiti pubblici, per esempio, vengono emessi in euro, i regolamenti tra le banche vengono denominati in euro ecc.) ,a non circolante concretamente tra i paesi dell’Unione Europea.
Ciò avverrà soltanto a partire dal 1° Gennaio 2002. Le altre valute manterranno il loro valore legale sino al 31 marzo dello stesso anno, periodo giudicato necessario (e sufficiente) per il completamento del “cambio della guardia” e anche per consentire alle popolazioni coinvolte in questo importante evento di abituarsi alla nuova moneta.
Dal 1° Aprile 2002 l’Euro sarà l’unica moneta circolante fra i paesi che l’avranno adottata e la moneta di riferimento dell’Unione Europea.
I criteri di convergenza fissati a Maastricht prevedevano che tutti i paesi dovessero raggiungere, entro la fine del 1997, i seguenti risultati:
● Un tasso di inflazione non superiore dell’1,5% rispetto alla media dei tre paesi dell’Unione che avessero fatto registrare, nel corso dell’anno precedente, i più bassi tassi di inflazione (o, come anche si è detto, la migliore performance in termini di stabilità monetaria)
● Un tasso di interesse a lungo termine non superiore del 2% rispetto alla media dei tassi di interesse relativi ai tre paesi dell’Unione con la migliore performance in termini di stabilità monetaria accertata nel corso dell’anno precedente
● Una condizione di permanenza della valuta nel Sistema Monetario Europeo (SME) da almeno due anni senza svalutazioni
● Un rapporto tra il disavanzo pubblico annuale e il Prodotto Interno Lordo (deficit/PIL) non superiore al 3%
● Una rapporto tra il debito pubblico e il Prodotto Interno Lordo (debito/PIL) non superiore al 60%
Quest’ultimo criterio, particolarmente difficoltoso da realizzare per alcuni paesi (in particolare il Belgio e l’Italia) a causa dell’ingente indebitamento pubblico accumulatosi nel corso degli ultimi decenni, non era prescrittivi come i precedenti. Una clausola specifica dell’accordo (cosiddetta clausola di salvaguardia), infatti, prevedeva che un paese fosse considerato “in linea” con i parametri di stabilizzazione della propria economia qualora, pur non avendo raggiunto la percentuale stabilita nell’accordo (il 60% del PIL), il volume del debito pubblico avesse comunque manifestato una tendenza alla riduzione “in misura sufficiente”, avvicinandosi “al valore di riferimento con ritmo adeguato”, in armonia con le strategie di intervento attivate dalle autorità monetarie e governative del paese per risanare i conti pubblici.
Passato l'esame di ammissione, alcuni criteri stabiliti a Maastricht terminano la loro funzione "selettiva". Per esempio, viene meno il requisito della stabilità dei cambi semplicemente perché nell'Unione spariscono i cambi. Anche i tassi si livelleranno in tutti i paesi, in quanto vi sarà libertà di circolazione dei capitali. Infine, se i prezzi di un paese aumenteranno più di quelli di un altro paese, le sue imprese diventeranno non competitive e si scatenerà una disoccupazione che costringerà ad allineare l'inflazione con quella degli altri paesi. Rimarranno importanti, quindi, solo i parametri finanziari: deficit pubblico e debito pubblico.
Va anzitutto notato che il criterio del rapporto debito/PIL inferiore al 60%, particolarmente difficoltoso da realizzare per alcuni paesi (in particolare il Belgio e l’Italia) a causa dell’ingente indebitamento pubblico accumulatosi nel corso degli ultimi decenni, non era prescrittivo come i precedenti. Una clausola specifica dell’accordo (cosiddetta clausola di salvaguardia), infatti, prevedeva che un paese fosse considerato “in linea” con i parametri di stabilizzazione della propria economia qualora, pur non avendo raggiunto la percentuale stabilita nell’accordo (il 60% del PIL), il volume del debito pubblico avesse comunque manifestato una tendenza alla riduzione “in misura sufficiente”, avvicinandosi “al valore di riferimento con ritmo adeguato”, in armonia con le strategie di intervento attivate dalle autorità monetarie e governative del paese per risanare i conti pubblici.
Alla fine del 1997, dei quindici paesi aderenti all’Unione Europea soltanto uno – la Grecia – non era riuscito a centrare l’obiettivo della convergenza ed è stato, quindi, escluso dalla moneta unica. Altre tre paesi – il Regno Unito, la Danimarca e la Svezia – per distinte ragioni hanno deciso di non entrare nell’area dell’Euro pur avendo raggiunto nel frattempo un soddisfacente livello di stabilizzazione delle rispettive economie.
Per quanto riguarda l’Italia, va osservato che il processo di risanamento dei conti pubblici ha comportato sacrifici non indifferenti. Al momento in cui è stato sottoscritto l’impegno alla costruzione dell’Unione Economica e Monetaria l’Italia aveva un tasso di inflazione più che doppio rispetto a gran parte degli altri partner europei, e un differenziale analogo con riferimento al tasso di interesse a lungo termine. Inoltre, la lira era stata costretta a uscire dal sistema monetario europeo e si era fortemente svalutata. Le finanze pubbliche, infine, erano del tutto “fuori norma”: il rapporto deficit/PIL era al 13% circa e il rapporto debito/PIL superava ampiamente il 120%.
Nel volgere di pochi anni l’Italia ha posto in essere politiche economiche fortemente restrittive, orientate soprattutto al contenimento dei salari, attraverso una severa politica dei redditi, e alla riduzione e riqualificazione della spesa pubblica (specie di quella sociale, che tra tutte ha maggiori possibilità di essere “compressa” in tempi brevi). Non sono però mancate manovre orientate sulle entrate (va richiamata, a questo riguardo, l’istituzione di una imposizione straordinaria definita “contributo straordinario per l’Europa”). Ciò ha prodotto il duplice notevole risultato di portare il deficit di bilancio al di sotto del limite fissato dal Trattato, e di invertire l’ormai storica tendenza del debito pubblico a crescere.
● Un'area di libero scambio è caratterizzata unicamente dalla eliminazione delle barriere al passaggio delle merci. Ciascuno stato dell'area mantiene, nei confronti dei paesi che non ne fanno parte, i rapporti commerciali e doganali che meglio crede.
● Una unione doganale ha in più, una tariffa doganale comune. Con essa gli stati membri perdono la possibilità di modificare a loro piacimento i dazi doganali e trasferiscono tale compito ad un organismo comune.
● Un "Mercato unico" realizza non solo la libertà di merci, ma anche quella di tutti i fattori di produzione, inclusi persone, servizi e capitali, e si basa sulla armonizzazione della legislazione commerciale e fiscale.
● Una "Unione Economica e Monetaria" costituisce un mercato unico con una moneta comune e una politica monetaria comune. I singoli stati rimangono liberi di attuare politiche di bilancio autonome ma non indipendenti, bensì coordinate. La legislazione di diritto civile, di diritto tributario e di diritto commerciale e le norme tecniche dovrebbero, a termine, diventare uniformi e non solo armonizzate.
L’art. 13 dell’Atto Unico Europeo stabilisce che venga realizzato, a partire dal 1993, un unico grande mercato in Europa, inteso come “uno spazio senza frontiere interne, nel quale è assicurata la libera circolazione delle merci, delle persone, dei servizi e dei capitali”
L'art. 3 del trattato C.E. stabilisce che "l'azione della comunità comporta fra l'altro, l'istituzione di un regime inteso a garantire che la concorrenza non sia falsata nel mercato comune".
Nei sistemi economici ispirati all'economia 'di mercato', per conseguire i migliori risultati, le decisioni inerenti agli equilibri fra domanda ed offerta debbono essere adottate liberamente da produttori e consumatori In tale contesto, l'elemento essenziale è costituito dalla libertà di concorrenza che permette ai consumatori di godere di un'ampia scelta di prodotti differenti per qualità e prezzi ed alle imprese di utilizzare al meglio le loro capacità produttive per ridurre i costi e migliorare i prodotti.
L'equilibrio fra due posizioni apparentemente antitetiche - il consumatore che aspira al prodotto migliore con il costo più basso ed il produttore che aspira invece al maggior ricavo - è il risultato del corretto funzionamento di una economia di mercato guidata da adeguate regole sulla libertà di concorrenza. Questo ideale equilibrio è naturalmente contrastato dall'azione delle imprese che tendono con ogni meccanismo alla realizzazione di un maggiore profitto e dall'azione degli stati che direttamente o indirettamente, e spesso in una visione protezionistica del proprio mercato o con strumenti distorti di politica industriale, ostacolano lo svolgimento del libero gioco delle concorrenza.
Obiettivo del diritto comunitario è pertanto la fissazione di principi e di successive norme di attuazione volte ad eliminare gli ostacoli alla libera concorrenza posti in essere dalle imprese e dagli stati.
Le disposizioni comunitarie intese alla realizzazione di un mercato interno europeo non si occupano degli aspetti puramente nazionali della concorrenza e quindi i due sistemi normativi - quello nazionale e quello comunitario - possono agevolmente convivere perseguendo obiettivi conformi, ma in ambiti diversi.
L'Italia, come noto, è rimasta per anni priva di una legislazione in materia. Dopo reiterati e infruttuosi tentativi è stata adottata la legge 10 ottobre 1990 n. 287, largamente ispirata ai principi del trattato, nel cui art. 1, utilizzandosi espressioni tipiche del trattato, espressamente si prevede che essa si applica "alle intese, agli abusi di posizione dominante ed alla concentrazione di imprese".
❍ Cosa sono i Regolamenti della Unione Europea? In cosa si differenziano dalle Direttive della Unione Europea?
I regolamenti sono atti normativi dotati di portata generale: si applicano automaticamente in tutti gli stati membri e hanno efficacia diretta e immediata. Sono quindi obbligatori per tutti i cittadini dell’Unione ed entrano a far parte dell’ordinamento giuridico di ciascun paese membro, senza bisogno che essi vengano recepiti da una legge nazionale. Si tratta di una eccezione di ampia portata rispetto alle regole del diritto internazionale. Infatti di norma le decisioni degli organismi internazionali vincolano gli stati, ma non obbligano direttamente i cittadini, finché il loro contenuto non è stato riprodotto in una legge dello stato stesso.
Poiché i regolamenti comunitari hanno la stessa efficacia delle leggi interne, quale rapporto si stabilisce tra queste due fonti del diritto? Il problema è stato risolto nel trattato istitutivo: nelle materie di competenza dell’Unione Europea i regolamenti prevalgono sulle leggi interne dei singoli stati membri. Ciò significa che se il Parlamento italiano approva una legge in contrasto con un regolamento comunitario, il giudice italiano è tenuto a disapplicare la disposizione della legge italiana e a tener conto soltanto delle norme contenute nel regolamento.
I regolamenti dell’Unione Europea sono quindi fonti del diritto italiano e più precisamente fonti primarie a competenza speciale. Quest’ultima espressione significa che nelle materie affidate alla competenza dell’Unione Europea i regolamenti europei prevalgono, come abbiamo visto, sulle leggi, che sono invece fonti a competenza generale.
Le direttive sono atti normativi che vincolano gli stati membri a cui si rivolgono: esse fissano i risultati da raggiungere, ma lasciano agli stati la scelta delle forme e dei mezzi da adottare. Si tratta quindi di atti normativi indirizzati agli stati e non direttamente ai cittadini (non sono fonti del diritto interno dei singoli stati). Gli stati a cui la direttiva è rivolta sono tenuti a emanare propri atti normativi che si adeguino al contenuto della direttiva stessa. Lo strumento della direttiva viene usato principalmente per realizzare l’armonizzazione delle legislazioni nazionali, che è uno degli obiettivi fondamentali dell’Ue. In questi casi, anziché procedere essa stessa a emanare norme uniformi per tutti i paesi (come potrebbe fare con un regolamento) l’Ue preferisce emanare una direttiva, lasciando ai singoli stati il compito di adattare di conseguenza la propria legislazione nazionale.
I regolamenti e le direttive sono approvati dal Consiglio dei Ministri (che ha potere legislativo). Il processo legislativo si mette in moto per iniziativa della Commissione che predispone un testo di regolamento o di direttiva e lo presenta al consiglio, il quale, dopo averlo discusso, lo invia a sua volta al Parlamento europeo.
A questo punto sono previste diverse procedure, spesso molto complicate, che vanno applicate a seconda della materia regolata dall’atto normativo:
● Secondo la procedura di consultazione, che è quella tradizionale, il parere del Parlamento non è vincolante e quindi il consiglio può non tener conto del parere ricevuto
● Secondo le procedure della cooperazione e della codecisione (introdotte rispettivamente dall’atto unico europeo e dal trattato di Maastricht) il parlamento può approvare modifiche ai testi di regolamento o di direttiva che gli vengono sottoposti e il consiglio dei ministri non può respingerle se non all’unanimità. In caso di disaccordo tra parlamento e consiglio può intervenire un comitato di conciliazione che stabilisca una posizione comune ai due organi.
Una volta approvati dal consiglio, i regolamenti e le direttive sono pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale delle Comunità europee. Anche la Gazzetta Ufficiale italiana ne riporta il testo in appositi fascicoli periodici.
Si intende che le norme dei trattati e le norme dei regolamenti della Comunità, emanati in base ai trattati, hanno forza superiore a quella delle leggi ordinarie del Parlamento: la norma comunitaria abroga la norma di legge ordinaria, ma non è da essa abrogabile. Una norma di legge ordinaria in contrasto con una norma comunitaria deve essere disapplicata dal giudice italiano.
● Politica del mercato unico
Vedi più avanti su questa politica
● Politica agricola comune (PAC)
Si tratta della politica più antica della Comunità e di maggior peso economico (assorbe da sola i due terzi del bilancio della Comunità). Lo scopo della politica agricola è quello di garantire gli approvvigionamenti e di correggere gli squilibri presenti nelle agricolture dei singoli paesi. Il suostrumento principale è il fondo europeo agricolo di orientamento e garanzia (FEOGA), mediante il quale la Comunità provvede a ritirare le eccedenze di prodotti agricoli, pagandone il prezzo agli agricoltori ed evitando un eccessivo ribasso dei prezzi.
● Politica sociale
Sotto questo titolo sono ricompresse le misure dirette a correggere gli squilibri che esistono tra diverse regioni europee e a favorire lo sviluppo delle regioni più povere, la riconversione delle aree industriali in declino, la crescita dei psoti di lavoro ecc. Tale politica è stata introdotta dall’Atto Unico Europeo del 1987 e ha assunto un’importanza crescente dnegli ultimi anni. In pratica la UE finanzia quei progetti elaborati dalle singole regioni che rientrino in uno dei cinque obiettivi:
● Promuovere lo sviluppo delle regioni in ritardo di sviluppo
● Promuovere la riconversione di aree gravemente colpite dal declino industriale
● Lotta contro la disoccupazione di lunga durata
● Facilitare l’inserimento professionale dei giovani
● Promuovere la modernizzazione dell’agricoltura e lo sviluppo delle zone rurali
A questo fine la UE ha destinato uan quota rilevante del proprio bilancio ai fondi strutturali (il Fondo Europeo di sviluppo regionale e il Fondo sociale europeo) che servono a finanziare tali interventi. Un numero crescente di opere pubbliche (in Italia come negli altri paesi europei) è attualmente realizzato con il contributo dell’Unione europea attraverso l’impiego di tali fondi strutturali
Con l’istituzione della cittadinanza dell’Unione sono stati riconosciuti ai cittadini degli stati membri precisi diritti civili e politici. Tra i principali ricordiamo:
● Libertà di circolazione e soggiorno in tutto il territorio dell’Unione
● Diritto di elettorato attivo e passivo alle elezioni comunali nello stato membro di residenza
● Anche per le elezioni del parlamento europeo i cittadini dell’Unione possono esercitare il diritto di elettorato attivo e passivo nello stato membro in cui risiedono.
La corte di giustizia delle comunità europee ha sempre affermato la preminenza delle norme comunitarie nei confronti delle costituzioni nazionali
La posizione della Corte Costituzionale italiana non è del tutto chiara. Essa ha dichiarato che non ha competenza per dichiarare l’incostituzionalità dei regolamenti non essendo questi norme interne dell’ordinamento giuridico italiano. Tuttavia, dalle sue sentenze pare di capire che la Corte Costituzionale interverrebbe nel caso di violazione dei principi fondamentali della Costituzione (ad es. in materia di diritti umani)
● Consiglio dei Ministri
E’ il massimo organo dell’Unione Europea. Esercita il potere legislativo; ha infatti l’ultima parola sull’approvazione delle “leggi” dell’Unione: i regolamenti e le direttive.
E’ formato dai ministri dei governi degli stati membri. Non è un organo permanente. Si riunisce secondo le necessità con la partecipazione dei ministri dei singoli governi competenti per le questioni che sono di volta in volta in discussione.
La presidenza del Consiglio è tenuta a rotazione per un periodo di 6 mesi, da ciascun paese dell’Unione
Il Consiglio non è politicamente responsabile di fronte al Parlamento europeo (da cui non può ricevere la sfiducia) né di fronte a qualsiasi altro organismo europeo. I singoli ministri che prendono parte dalle riunioni del consiglio continuano a rispondere delle loro scelte esclusivamente di fronte ai rispettivi parlamenti nazionali
Per le materie più importanti , direttive e regolamenti debbono avere l’approvazione di tutti gli stati membri (unanimità), mentre per le altre è sufficiente la maggioranza. Per il calcolo della maggioranza i singoli stati non dispongono di un voto a testa ma di un numero di voti proporzionale alla loro dimensione . I 4 paesi maggiori (Germania, Francia, Italia e gran Bretagna) dispongono di 10 voti ciascuno, la Spagna 8, il Belgio 5 e così via
● Consiglio Europeo
E’ formato dai capi di stato o di governo degli stati membri, nonché dal presidente della commissione. Si riunisce almeno due volte l’anno nel territorio del paese che ha la presidenza di turno.
Per lungo tempo incontri di questo genere sono stati tenuti informalmente, perché non erano previsti dal trattato istitutivo della Comunità. Sono stati poi istituzionalizzati dall’Atto Unico Europeo e più esplicitamente dal trattato di Maastricht secondo cui “il Consiglio Europeo dà all’Unione l’impulso necessario al suo sviluppo e ne definisce gli orientamenti politici generali”.
Il consiglio europeo non ha tuttavia competenze formali: non ha potere legislativo (che spetta al consiglio dei ministri) e non può prendere alcuna decisione giuridicamente vincolante per l’Unione. Ma gli indirizzi che scaturiscono dalle riunioni del consiglio europeo hanno un’enorme importanza pratica: essi orientano l’attività di tutti gli organi comunitari
● Commissione delle Comunità Europee
Svolge funzioni simili a quelle dei governi degli stati nazionali: preparar le deliberazioni del consiglio e dirige gli apparati amministrativi dell’Unione; dispone cioè del potere esecutivo.
E’ un organo permanente formato da 20 commissari. I commissari sono designati di comune accordo dagli stati membri su proposta dei singoli governi nazionali. I cinque maggiori stati membri (Germania, Francia, Italia, Gran Bretagna e Spagna) hanno il diritto di proporre due commissari ciascuno. Gli altri paesi ne propongono uno. Una volta designata, al commissione si presenta al parlamento europeo da cui deve ottenere l’approvazione. L’attività della commissione è posta sotto il controllo del parlamento che può darle la sfiducia e costringerla alle dimissioni.
Resta in carica 5 anni. Viene nominata subito dopo le elezioni del parlamento e decade al momento delle elezioni successive.
I commissari non hanno il compito di rappresentare gli interessi dei paesi a cui appartengono e non dipendono dai propri governi, ma devono agire collegialmente in base agli interessi dell’Unione nel suo complesso. Ogni commissario si occupa di un settore di attività (in analogia con i ministri nei governi nazionali).
Il presidente della commissione ha funzioni simili a quella del capo del governo nei singoli stati
La commissione ha due compiti principali:
· Ha potere di iniziativa rispetto al consiglio dei ministri; ossia prepara le proposte di regolamento o di direttiva da sottoporre alla deliberazione del consiglio
· Cura l’esecuzione delle decisioni del consiglio, assicurandosi che le norme del trattato e i terolamenti siano rispettati dagli stati membri. A questo fine può denunciare gli stati membri alla Corte di Giustizia
La commissione ha un proprio apparato burocratico, formato dai cosiddetti “burocrati” o “burocrati europei”. Ha sede a Bruxelles in Belgio, dove si trovano gli uffici cenTrali dell’Unione Europea
● Parlamento europeo
Viene eletto a suffragio universale (dal 1979) ogni 5 anni dai cittadini di tutti i paesi dell?unione. Ha sede a Strasburgo, in Francia. E’ formato da 6256 deputati. Il numero di deputati che viene eletto da ciascun paese è fissato in modo da tener conto della diversa dimensione di ognuno, ma anche in maniera da garantire ai paesi più piccoli una rappresentanza sufficiente. Ogni paese elegge i propri deputati secondo i suoi sistemi elettorali.
Ha poteri molto ridotti, essenzialmente di tipo consultivo:
· Partecipazione alla funzione legislativa
pur non avendo il potere di fare le leggi il parlamento collabora con il consiglio dei ministri alla formulazione dei regolamenti e delle direttive in modo più o meno intenso a seconda che riapplichino la procedura di consultazione (il parlamento dà solo un parere non vincolante al consiglio dei ministri) o di cooperazione o codecisione (in cui le scelte del parlamento acquistano un peso maggiore).
Il Parlamento ha potere deliberativo sulle spese facoltative dell’Ue e può respingerne il bilancio
· Controllo del potere esecutivo
Il Parlamento approva la commissione, una volta che essa è stata designata dai governi nazionali, e può darle la sfiducia, costringendola alle dimissioni
● Corte di Giustizia
Il controllo giurisdizionale sull’osservanza dei trattati e degli atti normativi dell’Unione europea è svolto dalla Corte di giustizia, con sede a Lussemburgo, che è formata da 15 giudici designati di comune accordo dai governi, per una durata di 6 anni
La corte ha il compito di risolvere le controversie che insorgono tra gli stati membri oppure tra soggetti privati in merito all’applicazione del trattato istitutivo e del diritto comunitario. A essa può rivolgersi la commissione quando ritenga che uno stato non rispetti gli impegni comunitari. Le sentenze della Corte possono ordinare allo stato inadempiente di provvedere ad adeguare la propria legislazione al diritto comunitario
● Prelievi agricoli Sono prelievi sui prodotti agricoli extra UE nel quadro della PAC, nonché contributi e altri diritti previsti nel quadro dell'organizzazione comune dei mercati nel settore d dello zucchero.
● Dazi doganali.
● Imposta sul valore aggiunto. Ottenute mediante l'applicazione di un tasso che non può superare l'1% su una base imponibile detrerminata in modo uniforme per gli stati membri secondo norme comunitarie. Con le decisioni adottate nel vertice europeo di Edimburgo, il tasso di prelievo per l'IVA sarà ridotto progressivamente dall'1,4% all'1% per tappe uguali nel periodo 1995-1999
● Prelievi e prestiti della CECA.
● Contributi degli stati secondo la decisione del 24 giugno 1988 Stabilisce che oltre ai prelievi agricoli ed ai dazi doganali costituiscono risorse proprie della Comunità le entrate provenienti da: a) dall'applicazione di una aliquota uniforme, valida per tutti gli stati membri, sull'imponibile IVA determinato in modo uniforme per gli stati membri secondo regole comunitarie; tuttavia l'imponibile di uno stato membro da prendere in considerazione non può superare il 55% del PNL; b) dall'applicazione di un'aliquota, determinata nel quadro della procedura del bilancio e tenuto conto delle altre entrate, riferite alla somma dei PNL di tutti gli stati membri, stabilita secondo norme comunitarie che sono oggetto di una direttiva emanata dal consiglio. Per i paesi il cui PNL per abitante è inferiore al 90% della media comunitaria, l'indice da prendere in relazione per l'applicazione della terza risorsa è limitato, a partire dal 1995, al 50% del prodotto nazionale lordo dello stato in questione in sostituzione dell'attuale 55%: anche questa modifica sarà posta in esecuzione graduale dal 1995 al 1999
● Altre entrate. Provenienti da altri contributi, che sono istituiti nell'ambito di una politica comune, conformemente alle disposizioni del Trattato che istituisce la Cee e del trattato che istituisce l'Euratom
La riscossione continua ad essere affidata alle autorità nazionali.
Vuol dire che per la norma del regolamento non si applica pa procedura che invece è necessaria per dare valore di legge alle norme di un trattato internazionale. La norma comunitaria del regolamento deve essere immediatamente considerata dal giudice e dal cittadino italiano norma di diritto italiano
Le fasi per la introduzione della norma di un trattato internazionale (che riapplicano ancora a tutti gli accordi intergovernativi e ai trattati relativi all’Unione Europea) sono invece:
· Stipulazione, ad opera dei rappresentanti diplomatici (organi del ministero degli esteri e, nei casi più importanti, ministri e primi ministri
· Ratifica da parte del Presidente della Repubblica (per i trattati più importanti occorre che il Presidente sia autorizzato con legge del Parlamento)
· Ordine di esecuzione che dà efficacia nell’ordinamento italiano (con decreto del Presidente o nella legge di autorizzazione)
● L'Euro potrebbe diventare una nuova moneta mondiale in competizione col dollaro
Nel commercio internazionale molte transazioni vengono effettuate privilegiando determinate valute. Attualmente esse sono il dollaro statunitense e lo yen giapponese. Queste valute vengono utilizzate come mezzo di pagamento universalmente accettato e come riserva di valore (come l'oro) perché gli operatori economici ed i governi ritengono estremamente improbabile una loro improvvisa, rapida e consistente svalutazione. Questo giudizio è a sua volta la conseguenza, oltre che della serietà della guida politica e quindi delle politiche economiche adottate, soprattutto della solidità economica dei paesi, ritenuti capaci di produrre con continuità beni e servizi a prezzi competitivi. Ognuno di essi costituisce un vasto mercato al quale si rifornisce la domanda internazionale, e sono al riparo sia dai rischi di inflazione sia da crisi economiche tali da costringerli a svalutare le loro monete. Questa situazione (che rende impossibili gli attacchi speculativi, per i motivi appena esaminati) presenta, per chi ne è il soggetto, tre straordinari vantaggi:
· Tassi di interesse contenuti, a causa dell'afflusso da tutto il mondo id capitali in cerca di investimenti sicuri
· Possibilità di risolvere le difficoltà di bilancio stampando moneta senza che essa is svaluti, perché è molto grande la quantità complessiva già in circolazione (sia per le dimensioni economiche dello stato, sia perché essa viene utilizzata come mezzo di pagamento e riserva di valore in tutto il mondo) e quindi la quantità aggiuntiva rappresenterebbe comunque e soltanto una piccola e ininfluente frazione dello stock complessivo;
· Scomparsa del problema del deficit commerciale: anche l'eventuale eccedenza delle importazioni viene pagata stampando moneta. A partire dalla seconda guerra mondiale il dollaro americano è stato una moneta chiave per le riserve delle banche centrali del mondo intero. La ragione non stava nel fatto che l'america possiede l'arsenale nucleare più grande, ma perché il prodotto nazionale lordo americano si colloca tra un quarto e un quinto di quello mondiale. Nessun altro singolo paese può competere: ad esempio, il prodotto nazionale lordo del Giappone costituisce solo un decimo di quello globale, ed è anche calato nel corso degli anni novanta. Ma se gli undici paesi europei che hanno dato vita alla moneta unica vengono visti come una sola nazione allora il confronto in termini di area, popolazione e produzione è diverso. E' possibile allora che un giorno l'euro possa costituire una valida moneta di riserva capace di competere con il dollaro. Non sarebbe una tragedia per l'america, né un colpo mortale per Wall Street.
● Riduzione sensibile dei prezzi dei prodotti
Con la moneta unica crolla l'ultimo ostacolo alla circolazione delle merci: l'instabilità dei cambi e i costi di transazione tra importatori ed esportatori. I consumatori dovrebbero perciò avere a disposizione una maggiore scelta di prodotti simili, provenienti dalle varie parti della Unione Europea.
● Le autorità italiane saranno costrette ad una politica economica più rigorosa ed efficace
Private della possibilità di ricorrere alle spese in disavanzo per stimolare l'economia, le autorità italiane saranno costrette, per stimolare lo sviluppo, a seguire vie più rigorose e più valide, come lo stimolo agli investimenti, l'efficienza della amministrazione, le infrastrutture per le imprese e simili. Il risanamento già attuato e gli impegni ulteriori hanno ottenuto il risultato di farci apparire più affidabili agli occhi degli investitori esteri, e ha permesso di diminuire gli interessi che questi esigevano sui prestiti pubblici. La spesa per interessi rappresenta la componente prevalente se non esclusiva del disavanzo pubblico. La fiducia dei mercati ha consentito di diminuire tale spesa e quindi il disavanzo.
L'Europa è un pungolo che costringe i nostri governanti a tenere dei comportamenti corretti e rigorosi che altrimenti non sarebbero in grado di tenere. Fornisce anche loro la giustificazione, agli occhi degli elettori, per provvedimenti impopolari che altrimenti costerebbero loro la rielezione. Come dice l'ex cancelliere tedesco Helmut Schmidt, "per 40 anni l'Europa ha funzionato come un pungolo per imporre comportamenti virtuosi che la classe politica italiana, da sola, non riesce a seguire".
● Maggiore competitività commerciale del "made in Europe"
I prodotti che l'Ue potrà vendere fra qualche anno godranno, grazie alla valuta unica, di prezzi più competitivi di quanto non avviene oggi. Ma già oggi produttori e distributori di molti beni devono immettere sul mercato europeo solo prodotti di cui siano in grado di garantire la sicurezza. Ciò vale per i prodotti di grande consumo, ma anche per quelli specifici. Norme molto precise in materia di etichettatura impongono di visualizzare immediatamente le caratteristiche principali dei prodotti e sette simboli impongono di informare sulle sostanze pericolose (dai detersivi ai solventi alle sostanze infiammabili o esplosive). Nello spazio più dinamico con una sola moneta , le imprese potranno scegliere un ambiente istituzionale e un'offerta di servizi pubblici diversi da quelli della nazione di appartenenza e svolgere un'influenza politica sulle tensioni tra territorio e istituzioni statali.
● Incentivo ad una maggiore efficienza dello Stato
Con la libertà di stabilimento, se l'amministrazione pubblica di uno stato e le infrastrutture che uno Stato offre sono inefficienti, le imprese si sposteranno in altri stati, costringendo così gli stati inefficienti a migliorare la propria efficienza. Anche i sistemi fiscali diverranno più efficienti e gli sprechi pubblici diminuiranno. Sprechi pubblici e inefficienza fiscale vorrebbero infatti dire una maggiore tassazione, che spingerebbe le imprese a lasciare il paese.
● Risparmi amministrativi
I risparmi amministrativi realizzati dalle imprese olandesi grazie alla scomparsa delle frontiere interne dell'Unione raggiungono un valore di 538.000 fiorini l'anno. Le imprese non debbono più utilizzare impiegati e risorse materiali per occuparsi delle formalità del passaggio dalle frontiere.
● La moneta unica darà un potente impulso all'abbattimento degli ostacoli che ancora rimangono al commercio tra i paesi dell'Unione, e il volume di scambi crescerà.
Il Commissario responsabile del Mercato interno Mario Monti riferisce che, sino a oggi, quanto fatto per l'abbattimento di barriere alla circolazione di merci e di servizi ha fatto registrare una crescita del 20-30% negli scambi comunitari, un calo dell'inflazione dell'1-1,5%, una crescita del Pil dell'1-1,5%, un'esplosione di investimenti dai paesi extracomunitari e infine la creazione di 900.000 posti di lavoro. Tra gli ostacoli che la moneta unica abbatterà vi sono quelli legati ai cambi: una impresa che acquista frequentemente all'estero non solo doveva svolgere un gran numero di operazioni amministrative, ma doveva anche tener conto delle oscillazioni dei cambi e doveva compiere altre operazioni per trovare la valuta estera necessaria. Tutto questo ostacolava il commercio.
● Turisti, lavoratori e studenti, potranno circolare in Europa molto più facilmente
Non saranno ostacolati dalla diversità delle monete e dalla necessità del cambio. In uno studio della Commissione europea si riporta una storiella. Un signore parte dall'Italia con in tasca un milione di lire e attraversa tutti e 15 i paesi dell'Unione. Ogni volta che varca una frontiera cambia i propri soldi nella moneta locale. Al termine del viaggio ed effettuato l'ultimo cambio per ritornare in possesso di lire italiane, ecco la sorpresa: pur non avendo fatto alcun acquisto, quel signore si ritroverà in tasca non più il milione iniziale ma soltanto 500.000 lire. Soltanto per aver pagato almeno una quindicina di volte le commissioni bancarie e aver subito le oscillazioni quotidiane delle varie monete di cui di è via via trovato in possesso.
● Maggiore trasparenza nei prezzi e maggiore concorrenza tra produttori
Se oggi uno stesso prodotto può avere anche prezzi molto diversi in differenti aree europee, con la valuta unica il diverso costo sarà più evidente, quindi si dovrebbe creare, soprattutto nelle zone di frontiera, una rapida armonizzazione.
● Calo dei tassi di interesse
Come si è detto, l'euro, diventando una moneta di pagamento internazionale, consentirà un calo dei tassi di interesse a cui importanza per qualsiasi paese è notevole. Questa importanza viene ulteriormente dimostrata da un raffronto con gli Stati Uniti. Se un governo è costretto a mantenere tassi d interesse elevati per evitare fughe di capitali e attacchi speculativi, devia il flusso del risparmio verso le obbligazioni, e in particolare verso i tranquilli investimenti in titoli di stato, sottraendo alle attività produttive la linfa vitale del capitale di rischio (si ricordi che l'acquisto, da parte degli investitori, delle azioni di nuova emissione di un'impresa, equivale, per quell'impresa, ad un finanziamento a costo zero: Le imprese sono pertanto costrette a sostenere elevati costi di finanziamento, che incidono sulla competitività del prodotto. E' esattamente ciò che accade in Europa: nell'ottobre 1996 la commissione europea ha pubblicato un rapporto sulla competitività, dal quale risulta tra l'altro che nel vecchio continente si guadagna di più investendo in titoli pubblici a lungo termine piuttosto che nell'industria. Cento lire investite in titoli di stato ne fruttano in media 8, nell'industria 7. Invece negli stati uniti 100 dollari ne fruttano 7 se investiti in titoli pubblici a lungo termine, e ben 15 (mediamente) se investiti nell'industria. Ciò significa che negli Usa il profitto medio delle imprese quotate in borsa è pari ad oltre il doppi del rendimento dei titoli pubblici a lungo termine, mentre in Europa si guadagna l'un per cento in più investendo in titoli pubblici anziché in un'impresa. Si tratta di una situazione paradossale: di solito il maggior guadagno va a chi è disposto a rischiare di più; in Europa invece, a causa dei pesanti deficit pubblici e ai conseguenti pressanti bisogni di credito dei governi, chi rischia nell'investimento azionario è svantaggiato rispetto a chi sceglie il pacifico godimento delle cedole dei titoli di stato. Inoltre il denaro investito nell'industria crea molti più posti di lavoro di quello prestato allo stato: i minori tassi di interesse negli Usa sono una delle cause della minore disoccupazione. Una delle principali conseguenze del controllo dei deficit e dei debiti pubblici imposto dalla moneta unica, e del generale calo e i tassi di interesse che ne segue, consiste proprio nell'indirizzar verso l'investimento azionario una quota maggiore di risparmio, riducendo i costi di finanziamento delle imprese. La maggior parte degli economisti italiani ritiene che in Italia i tassi di interesse, in seguito all'unificazione monetaria, potranno scendere di almeno due o tre punti percentuali: per lo stato italiano, che è fortemente indebitato, ciò significherebbe una riduzione della spesa per interessi dell'ordine di almeno 50.000 miliardi all'anno, mentre le imprese pagherebbero circa 16.000 miliardi di interessi in meno alle banche per i prestiti ottenuti; ne risulterebbe complessivamente, un enorme risparmio di risorse, da destinare alla ricerca scientifica, all'istruzione, agli investimenti, e alla riduzione del prelievo fiscale sulle imprese (si ricorda che complessivamente il carico fiscale e contributivo sui redditi di impresa è in Italia il più elevato del mondo
● Accrescimento del ruolo dell'Unione europea, nel sistema monetario internazionale
A seguito dell'unificazione monetaria, l'Unione Europea può diventare un attore principale nel sistema di regolazione del sistema monetario internazionale e potrà avere voce in capitolo nella determinazione della politica monetaria internazionale, specie quella riguardante il dollaro. In tal modo è probabile che americani, europei e giapponesi adotteranno politiche monetarie e del tasso di cambio più cooperative, volte a cercare soluzioni comuni piuttosto che unilaterali, ai problemi monetari internazionali.
● Fine del predominio del marco
Oggi i paesi europei sono costretti, anche contro le esigenze delle proprie economie, a seguire la Germania quando adotta politiche monetarie restrittive per attirare capitali (in pratica alza i tassi di interesse per attirare investimenti nella ex Germania est). La banca centrale europea sarà invece diretta da un consiglio in cui vale il principio "un paese, un voto", epr cui si può ragionevolmente pensare che gli interessi dei partner della Germania verranno adeguatamente presi in considerazione.
● Eliminazione del rischio di cambio
Uno dei maggiori vantaggi della moneta unica deriverà dall'annullarsi del rischio di svalutazione del cambio tra i paesi aderenti all'unione monetaria. Ciò comporta: Tutto questo genererà una ulteriore spinta alla generale diminuzione dei tassi di interesse: infatti una parte delle differenze tra i tassi di interesse derivava dai diversi rischi di svalutazione. Garanzia per gli imprenditori di non incorrere in perdite legate al cambio nei rapporti commerciali tra i paesi aderenti alla moneta unica
● Eliminazione delle svalutazioni competitive
L'Unione monetaria impedirà ai paesi aderenti di utilizzare lo strumento delle svalutazioni competitive, che generalmente si concludono con effetti recessivi per tutti
● Eliminazione dei costi di transazione
L'eliminazione delle operazioni di cambio tra le valute comunitarie annulla i costi di transazione, con un risparmio, per le imprese e per gli individui, valutabile tra lo 0,3 e lo 0,4 per cento del pil comunitario
● Stabilità dei mercati finanziari
La Creazione di una nuova grande area valutaria darà maggiore stabilità ai mercati obbligazionari e azionari dei paesi dell'Unione europea; infatti il ridotto rischio di svalutazione dell'euro e le conseguenti minori oscillazioni dei tassi di interesse ridurranno gli spostamenti di capitali a scopo speculativo, consentendo una maggiore tutela del risparmi da improvvise e sensibili variazioni delle quotazioni.
● Ricerca della massima efficienza
L'impossibilità di favorire le esportazioni con la svalutazione del cambio, costringerà gli imprenditori a ricercare la massima efficienza - per ridurre i costi di produzione e quindi i prezzi - e a curare il miglioramento della qualità del prodotto e la sua costante innovazione.
● Responsabilizzazione dei governi
L'unificazione monetaria imporrà un comportamento responsabile ai governi; questi sono sempre inclini a non affrontare i problemi, aggirandoli nel breve periodo con politiche inflazionistiche e di svalutazione del cambio, vantaggiose dal punto di vista del consenso elettorale immediato, ma che nel medio-lungo periodo intaccano la solidità e la competitività del sistema economico nazionale. Inoltre lo statuto della banca centrale europea è praticamente una copia di quello, severissimo, della Bundesbank tedesca, e ciò dovrebbe allontanare dalle economie dell'unione europea ogni rischio di inflazione. Infine, il vincolo posto al disavanzo e al debito pubblico costringerà anche i governi a combattere seriamente l'evasione fiscale, e a ridurre gli sprechi e l'inefficienza della pubblica amministrazione.
● Garanzia per le generazioni future
I vincoli al debito pubblico garantiranno le generazioni future dal dover sopportare eccessivi sacrifici, che diverrebbero necessari per rimborsare i debiti contratti dalle generazioni precedenti con le politiche di spesa facile
● Freno alle rivendicazioni salariali
Le rivendicazioni sindacali saranno costrette a restare compatibili con il mantenimento della concorrenzialità internazionale di ciascun sistema produttivo nazionale; questo perché i sindacati sanno di non poter più contare né su politiche di bilancio espansive della spesa pubblica, né su manovre del cambio a difesa dell'occupazione. Inoltre i vincoli derivanti dalla partecipazione all'unione monetaria renderanno improbabili le contrattazioni a tre (sindacati, imprenditori, governo), che determinano aumenti dei salari e dei benefici sociali a spese della finanza pubblica, non collegati alla crescita della produttività.
● Vantaggi per l'economia internazionale
Se esistesse un'autentica moneta europea, i partecipanti agli scambi internazionali godrebbero di un'alternativa effettiva al dollaro come strumento di liquidità internazionale. Sembra assai probabile che sarebbero incentivati ad adottare lo strumento che offrisse maggiori garanzie di stabilità, minori rischi di cambio. Le autorità europee e americane ei sforzerebbero di impedire la cacciata dal mercato internazionale della propria moneta, che conseguirebbe ad una sua pronunciata instabilità. La stabilità dell'intero sistema di pagamenti verrebbe accresciuta, con beneficio per il sistema monetario internazionale e per tutti i partecipanti agli scambi internazionali.
● Vantaggi già incassati
Derivano dalle politiche di risanamento dei bilanci pubblici avviate da alcuni governi europei, che difficilmente sarebbero state approvate in assenza del progetto di unificazione monetaria
● All'interno dell'Europa gli spostamenti di lavoratori sono troppo limitati per garantire una bassa disoccupazione e una bassa inflazione
Paul Samuelson, premio Nobel per l'economia, rileva che "il miracolo americano è che quando la West Virginia è in recessione e la California in crescita, gli americani si spostano in lungo e in largo per il paese. Questa mobilità, da sola, fornisce equilibrio al sistema con un alto tasso di occupazione e una inflazione limitata. Teoricamente, questo può avvenire anche nel Vecchio continente: i disoccupati italiani possono già spostarsi liberamente in Europa verso migliori opportunità di impiego. Ma di fatto in Europa, diversamente dall'America, il linguaggio e la cultura cambiano già a 50 chilometri dal luogo di nascita e sono poche le persone disposte a spostarsi all'interno del continente come fanno gli americani". Se in uno stato americano c'è carenza di manodopera, i salari rimangono stabili e non si scatena la spirale salari-prezzi-salari, perché altri lavoratori arrivano subito dagli stati dove la disoccupazione è alta. Mentre in America si parla una sola lingua, in Europa le barriere linguistiche sono formidabili. Per potersi spostare da un capo all'altro dell'Unione Europea un lavoratore dovrebbe conoscere non meno di due-tre lingue.
● Le politiche deflazionistiche troppo prolungate e vigorose, attuate per poter entrare e rimanere nell'euro, possono danneggiare l'economia dell'Italia e di altri paesi.
Le manovre di politica economica adottate in Italia sin dai primi anni Novanta hanno assunto la duplice finalità di contenere la crescita del disavanzo e del debito pubblico e di adeguare il sistema ai parametri di convergenza stabiliti dal Trattato. L'improvvisa accelerazione del processo di adattamento alle regole di Maastricht, se da un lato ha spinto verso politiche di risanamento comunque necessarie per il Paese, dall'altro ha rischiato di generare effetti inaspettati e sacrifici maggiori di quelli inizialmente previsti. Lo sforzo italiano di aderire dal 1999 all'Unione Monetaria porta con sé il rischio di entrare a far parte di un sistema omogeneo ed efficiente nei propri meccanismi finanziari e monetari, con costi particolarmente elevati in termini di crescita economica e sociale (disoccupazione), almeno nel breve periodo. Tali problemi non riguardano solo l'Italia. Anche paesi come il Belgio, la Spagna, il Portogallo e l'Irlanda, che ora si trovano costretti a rimediare in poco tempo le conseguenze di una gestione non rigorosa delle proprie finanze, rischiano di pagare alti costi sociali (disoccupazione) ed economici. La pressione fiscale necessaria per il risanamento dei conti pubblici in tempi brevi ha già raggiunto livelli record e minaccia il benessere soprattutto delle classi a reddito fisso.
● I paesi con le condizioni finanziarie più solide sono preoccupati dal pericolo che l'Italia non riesca a mantenere la sua convergenza.
Questi paesi dubitano che l'Italia riesca a mantenere una convergenza necessaria a rimanere nell'ambito della moneta unica. Non solo perché le sue finanze sono fragili, ma anche perché vi è una grande instabilità politica, che sconcerta e disorienta i governanti. Kohl nel 1992 parlava di Europa con Giuliano Amato; nel 1993 parlava con Ciampi; nel 1994 parlava con Berlusconi; nel 1995 parlava con Dini; nel 1996 parlava con Prodi...
● Se l’Europa imboccherà la strada della competizione economica con i paesi extraeuropei le condizioni del lavoratori peggioreranno
Nel resto del mondo oneri sociali e fiscali sulle imprese sono molto più bassi. Il mercato del lavoro è più flessibile. Se i paesi europei si incammineranno per questa strada, il ceto medio rischia di veder peggiorata la propria situazione, sia come reddito, sia come sicurezza di lavoro. Già paesi come Irlanda e Inghilterra hanno abbassato le imposte sulle società e diminuito gli oneri sociali. Ma questo vuol dire che il fisco è obbligato a rivolgersi ai lavoratori del ceto medio, e ad introdurre l'imposta sul patrimonio. Vuole anche dire che (per la diminuzione degli oneri sociali) le pensioni pubbliche saranno sempre più modeste e i lavoratori si dovranno pagare le pensioni private. Vuole anche dire (se il mercato del lavoro diventerà più flessibile) che i lavoratori non potranno più avere un posto fisso, ma dovranno accontentarsi di lavori temporanei della durata di tre-cinque anni. Tutto questo peggiorerà la situazione dei ceti medi.
● La Unione Monetaria si è fatta troppo presto
Esistono ancora seri ritardi del mercato unico, che potranno avere gravissimi effetti sulla tenuta della moneta unica, e d'altra parte gli organi della comunità non hanno i poteri e l'autorità di imporre ai singoli stati il superamento di questi ostacoli. Solo alcuni esempi per comprendere il problema. Nella fiscalità, il regime comune dell'Iva ancora non esiste,m la doppia tassazione è un problema in discussione. Ma se non verrà eliminata, all'avvio dell'euro ci troveremo gli investimenti tassati diversamente a seconda degli stati. Gli stati approvano ogni anno 450 nuovi regolamenti tecnici, rendendo vano lo sforzo di armonizzazione della Commissione.
● Il vincolo di riduzione del debito pubblico sotto il 60% imporrà delle politiche di bilancio restrittive per almeno cinque (ma probabilmente dieci) anni, scatenando recessione e disoccupazione.
Sebbene il rapporto disavanzo/Pil sia sceso sotto il 3%, il rapporto debito pubblico/Pil è sceso nell'ultimo anno solo di un punto percentuale: il debito pubblico rappresenta il 124% del Pil italiano. Per scendere al 60% sarà necessario contenere le spese pubbliche mantenendo sistematicamente il tasso di crescita del disavanzo al disotto del tasso di crescita del Pil. Lo stato non potrà quindi che diminuire le spese pubbliche e questo, per il meccanismo del (de)moltiplicatore keynesiano, aumenterà la disoccupazione, che già oggi è del 12%. Diversi economisti ritengono che protrarre per dieci anni una simile cura sia insostenibile a meno di non aumentare l'export e la produzione. Ma nel 1997 il Pil è cresciuto di poco più dell'1% e le speranze di produzione e occupazione non sembrano molto fondate.
● L'Euro si pone in diretta competizione con il dollaro come moneta internazionale. Gli stati uniti potrebbero preparare pesanti ritorsioni.
Fino ad oggi gli Stati Uniti si sono avvantaggiati del fatto che il dollaro era accettato come moneta di pagamento internazionale. In conseguenza di questo, unici tra tutti i paesi del mondo, essi hanno sinora potuto pagare le proprie importazioni direttamente in dollari, senza doverle cambiare nella moneta del paese da cui acquistavano, e questo ha loro consentito di non doversi preoccupare della bilancia commerciale (che infatti è in passivo da vent'anni) e di fare notevoli investimenti all'estero, dove con il dollaro possono acquistare imprese e partecipazioni in società. Se l'Euro fosse accettato come moneta rivale, essi si troverebbero costretti a rinunciare almeno in parte a questi privilegi. Potrebbe derivarne una guerra finanziaria dagli esiti difficilmente prevedibili.
● L'Euro in realtà non farà diminuire i tassi di interesse italiani.
Se il nostro debito pubblico si manterrà elevato, il governo sarà costretto ad alzare i tassi di interesse su tale debito per attirare la quantità di capitali necessari, e di conseguenza anche le imprese si troveranno, come sempre, di fronte a tassi di interesse elevati.
● Ci attende un decennio di litigi tra i paesi europei, che potrebbe, invece che rafforzare la coesione tra di loro, avere l'effetto opposto.
Tutti gli stati dell'Unione dovrebbero prepararsi a un decennio di litigi ad altissima intensità. I distinguo sul rispetto dei criteri e poi la multe enormi che dovranno pagarsi dal 1999 per la loro violazione porteranno ad alimentare attriti dimenticati da decenni.
● Le disparità salariali tra le varie zone della Unione potrebbero scatenare rivendicazioni sindacali con conseguente inflazione da costi.
● Le sanzioni Ue agli stati che non si uniformano ai parametri sono troppo pesanti.
● Secondo molti economisti le norme del patto di stabilità sarebbero eccessivamente severe, e potrebbero costituire un serio freno per l'economia e per l'occupazione nei paesi dell'Unione perché renderebbero impossibili politiche di bilancio espansive a fini anticongiunturali.
● Fine della possibilità per un singolo paese (es. Italia) di svalutare la moneta nazionale per tutelare l'occupazione con una politica espansiva.
● Fine della possibilità per un singolo paese in crisi economica (es. l'Italia) di abbassare i tassi di interesse per favorire la ripresa economica.
● Fine della possibilità per un singolo paese in crisi (es. l'Italia) di fare politiche monetarie espansive aumentando la quantità di moneta in circolazione.
● Limite per un singolo paese in crisi (es. l'Italia) della possibilità di politiche di bilancio espansive. Una politica di bilancio espansiva finanziata con debito pubblico farebbe superare al disavanzo il tetto del 3% e costringerebbe il paese ad uscire dalla Unione Europea.
● Il Trattato di Maastricht non prevede parametri legati al livello dell'occupazione
Questo fa temere a certuni che le politiche di controllo della finanza pubblica e dell'inflazione saranno portate avanti anche a costo di scatenare una grave disoccupazione, visto che gli stati (specie quelli più forti, come la Germania) non hanno voluto assumere impegni precisi su questo punto.
● Eccessiva riduzione della tutela salariale e giuridica dei lavoratori.
L'impossibilità di stimolare l'occupazione attraverso la svalutazione del cambio e la realizzazione di politiche economiche espansive imporrà una drastica deregolamentazione del mercato del lavoro ed un sensibile calo dei salari.
● Rigidità dei parametri di Maastricht.
Molti sostengono la necessità di utilizzare i parametri con maggiore elasticità, per ridurre i sacrifici che essi comportano. In particolare si dovrebbe valutare non solo il debito di uno stato ma anche il patrimonio di cui esso dispone; si dovrebbero considerare, nel porre limiti al disavanzo, le necessità di interventi in periodo di crisi; il limite al disavanzo non dovrebbe impedire gli investimenti necessari per assicurare produttività alla pubblica amministrazione; si dovrebbe valutare il disavanzo in termini reali (ossia al netto dell'inflazione) e non in termini nominali.
● Le politiche deflazionistiche che la BCE attuerà per garantire la stabilità dell'Euro potranno facilmente scatenare la stagnazione e la protesta sociale.
Per tutelarsi contro i rischi di speculazione contro l'euro (che avverrebbe se tale moneta si mostrasse debole e si prevedesse una sua svalutazione) e per convincere i paesi extra-Ue a servirsi dell'euro come moneta internazionale le autorità monetarie europee dovranno seguire una rigorosissima politica di stabilità monetaria, tenendo estremamente bassa l'inflazione con politiche restrittive, le quali andranno a deprimere l'economia. In tali condizioni, l'Europa rischia di diventare, invece che un'area di sviluppo e benessere, un'enorme area di recessione percorsa da ondate di malcontento popolare che potrebbero facilmente rovesciare i governi di oggi, favorevoli all'Europa, e far andare al potere governi di estrema destra o di estrema sinistra che si oppongono, per ragioni differenti (quelli di sinistra per tutelare i lavoratori; quelli di destra per ragioni nazionalistiche) all'Europa.
● I risparmiatori dei paesi come la Germania, convertirebbero i risparmi che essi avevano in una moneta forte nell'Euro, che è una moneta messa a rischio dalla inflazione che potrebbe essere scatenata da paesi come l'Italia.
● Si sono unificate le politiche monetarie, ma non si sono unificate le politiche di bilancio
Ciascuno stato potrebbe attuare politiche di bilancio che mettono in pericolo l'unione monetaria. Si pensi al caso in cui l'Italia espanda le sue spese pubbliche: questo creerebbe inflazione all'interno della Unione Europea. Ma non basta: nel tentativo di finanziare le sue spese pubbliche l'Italia potrebbe aumentare i tassi di interesse sulle obbligazioni del tesoro e costringere tutti gli altri paesi ad innalzare i tassi per trattenere i capitali in cerca di investimento.
● All'interno di una Europa senza barriere protezionistiche ciascuno stato si dovrà specializzare solo nelle produzioni in cui è più abile: infatti la concorrenza spazzerà via le imprese nazionali meno favorite in un dato stato. Questo avrà come conseguenza che quando tali imprese entreranno in crisi, ai cittadini di uno stato non resterà che emigrare.