Source: http://dariostevanato.blogspot.com/2016/
Timestamp: 2018-06-22 05:04:25+00:00
Document Index: 55755781

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 81', 'sentenza ', 'art. 81', 'sentenza ', 'art. 38']

Dario Stevanato: 2016
La recente sentenza della Corte Costituzionale 16 dicembre 2016 n. 275 è stata da molti accolta con giubilo, come riaffermazione di diritti fondamentali (allo studio, alla salute, etc.) da garantire a qualunque costo, non già subordinatamente alle disponibilità finanziarie dello Stato, e all’equilibrio del bilancio.
Un’opinione pubblica sempre più propensa a credere alle virtù taumaturgiche della spesa in deficit e all’inesistenza di limiti razionali all’espansione del debito pubblico spiega l’emergere di rivendicazioni “ sovraniste” (in primis con riguardo alla moneta) e l’insofferenza nei confronti di politiche di controllo della spesa: da qui appunto il favorevole accoglimento della sentenza n. 275/2016, di cui si è da molti enfatizzato un passaggio (“...la pretesa violazione dell’art. 81 Cost. è frutto di una visione non corretta del concetto di equilibrio del bilancio... È la garanzia dei diritti incomprimibili ad incidere sul bilancio, e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione”), senza tuttavia averne compreso il senso complessivo.
E’ evidente che la Corte non poteva accogliere l’obiezione della regione interessata, che opponeva il principio dell’equilibrio del bilancio per giustificare la norma denunciata: questo principio, infatti, se così inteso consentirebbe di eludere qualsivoglia impegno finanziario dello Stato, ancorché già assunto e frutto di programmazione. Ma da ciò non deriva una svalutazione del principio medesimo, quanto l’importante riaffermazione di un sindacato costituzionale sulle scelte legislative di spesa, nella misura in cui queste appaiano irrazionali, irragionevoli, contraddittorie, etc. Se è certamente appannaggio del decisore politico e degli organi legislativi stabilire le priorità nell'allocazione delle risorse, queste scelte devono comunque essere giustificabili razionalmente, e sindacabili attraverso una verifica del corretto uso della discrezionalità nella ponderazione dei diversi interessi ed esigenze sottesi al bilancio pubblico.
E non risponde a questi canoni di ragionevolezza una disposizione che, dopo aver sancito l’impegno finanziario a coprire una certa quota delle spese necessarie a garantire dei diritti fondamentali, lo eluda subordinandolo alla presenza di risorse finanziarie che potrebbero non sussistere soltanto perché impiegate per altri capitoli di spesa non parimenti connessi a diritti fondamentali (“...Nel caso in esame, il rapporto di causalità tra allocazione di bilancio e pregiudizio per la fruizione di diritti incomprimibili avviene attraverso la combinazione tra la norma impugnata e la genericità della posta finanziaria del bilancio di previsione, nella quale convivono in modo indifferenziato diverse tipologie di oneri, la cui copertura è rimessa al mero arbitrio del compilatore del bilancio e delle autorizzazioni in corso d’anno”).
La sentenza n. 275, più che indicare il carattere recessivo dell’art. 81 sull’equilibrio dei conti, prescrive insomma una elementare regola di razionalità nella formazione dei bilanci pubblici e delle scelte di spesa, da graduare secondo ordini di priorità ragionevoli e controllabili dall’esterno, in un contesto che resta di ineliminabile scarsità delle risorse (“...condizionare il finanziamento del 50% delle spese già quantificate… a generiche ed indefinite previsioni di bilancio realizza una situazione di aleatorietà ed incertezza, dipendente da scelte finanziarie che la Regione può svolgere con semplici operazioni numeriche, senza alcun onere di motivazione in ordine alla scala di valori che con le risorse del bilancio stesso si intende sorreggere”).
Sotto questo profilo si tratta di una pronuncia che denota maggiore consapevolezza ed equilibrio rispetto a quelli dimostrati dalla Corte in altre occasioni, come quando la stessa ha conculcato il diritto dei privati a una giusta imposizione, negando la restituzione di imposte percepite illegittimamente sul rilievo che in tal modo si sarebbe alterato il pareggio del bilancio (sentenza n. 10 del 2015): è evidente, al contrario, che se determinati diritti fondamentali vanno garantiti, l’equilibrio del bilancio dovrà essere raggiunto secondo altre modalità (ad esempio evitando spese meno necessarie, o deliberando nuove imposte), non già negando quei diritti.
Peccato che un confronto del genere abbia assai poco senso, per una lunga serie di ragioni: anzitutto, se esiste certamente una qualche relazione tendenziale tra (ammontare dei) redditi correnti e patrimoni posseduti, non si può certo confrontare, in modo tanto grossolano, una determinata categoria di cespiti patrimoniali aventi un certo valore (le autovetture), con i redditi dichiarati.
Il patrimonio (in questo caso la parte investita nell’acquisto di autovetture) dipende infatti da molteplici fattori, nel cui ambito è difficile sceverare la quota attribuibile a redditi evasi. Può infatti trattarsi di beni acquistati attingendo a disponibilità patrimoniali preesistenti, a smobilizzi patrimoniali, a eredità e donazioni, a prestiti e finanziamenti contratti per l’acquisto del bene (si pensi ai leasing sulle autovetture). E i differenziali tra Regioni possono dipendere quindi dalla diversa mappatura dei patrimoni preesistenti (anziché dei redditi), nonché da una diversa propensione verso l’acquisto di determinati beni durevoli di consumo.
Un secondo ordine di ragioni attiene al carattere sottoinclusivo delle dichiarazioni Irpef, in cui, del tutto legalmente, non figurano moltissimi redditi da capitale (interessi, dividendi e plusvalenze su partecipazioni non qualificate, etc.), i redditi effettivi determinati catastalmente, le cedolari secche immobiliari, e così via.
E ancora, anche nelle norme sull’accertamento tributario è stata recepita la regola di comune esperienza secondo cui un certo incremento patrimoniale (come quello per l’acquisto dell’autovettura) si considera in prima battuta finanziato - salva prova contraria da parte del contribuente - con redditi prodotti lungo un arco pluriennale: la previgente norma sull’accertamento sintetico, in base alla spesa (art. 38 Dpr 600/1973), presumeva ad esempio che l’incremento patrimoniale si fosse formato con i redditi degli ultimi cinque anni. Applicando questa regola, sancita per agevolare gli Uffici finanziari nella spalmatura a ritroso delle spese per incrementi patrimoniali, Fubini avrebbe dovuto considerare il numero di dichiarazioni superiori a 20, non già a 120 mila euro, e si sarebbe subito accorto del vicolo cieco in cui conduce la sua inchiesta.