Source: http://www.slideshare.net/avanzisrl/social-impact-bond
Timestamp: 2015-05-29 21:47:06+00:00
Document Index: 78195012

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 20', 'art. 27', 'art. 62', 'art. 107']

I Social Impact Bond. Quaderno di approfondimento Fondazione Cariplo/…
by Stefania 3082 views
2014 SROI Banca Etica by Family Audit
Il Quaderno analizza criticamente il Social Impact Bond (SIB), uno strumento che ha suscitato un grande interesse nel dibattito tra gli addetti ai lavori perché consente di finanziare innovazioni
Il Quaderno analizza criticamente il Social Impact Bond (SIB), uno strumento che ha suscitato un grande interesse nel dibattito tra gli addetti ai lavori perché consente di finanziare innovazioni nelle modalità con cui sono affrontati alcuni problemi sociali, ponendo un’enfasi particolare sull’efficacia nel raggiungere i risultati. Come spesso accade per le innovazioni estere, in Italia i SIB hanno trovato un’accoglienza entusiastica e molte proposte di adozione senza che però si siano adeguatamente prese in considerazione le implicazioni connesse al loro utilizzo nel contesto italiano.
at Kairos o.d.v.
, Membro della Commissione Comunale dei Prezzi
La finanza al servizio
La finanza al servizio dell’innovazione sociale?
Rapporto di ricerca a cura di:
Collana “Quaderni dell’Osser vatorio” n. 11 Anno 2013
Questo quaderno é scaricabile dal sito w w w.fondazionecariplo.it/osser vatorio
I Social Impact Bond is licensed under a Creative Commons Attribuzione
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doi: 10.4460/2013quaderno11
In Copertina, detenuti al lavoro nel laboratorio di pelletteria, Casa Circondariale di Vigevano
Obiettivi della ricerca Struttura del documento Metodologia, obiettivi, follow-up	6
1. I SOCIAL IMPACT BOND - SIB	8
1.1 Che cosa sono e come funzionano	1.2 Condizioni necessarie e criticità	1.3 La ripartizione del rischio 1.4 Metodologie di valutazione dei risultati 1.5 Mappatura dei SIB	2. CASI STUDIO	2.1 SIB Peterborough, UK 2.2 SIB New York City 2.3 Alcuni casi di Pay for Result in Gran Bretagna	3. I SIB NEL CONTESTO ITALIANO	3.1 Quale ruolo per la finanza privata nei servizi sociali?	3.2 Profili giuridici 3.3 Questioni aperte	3.4 Un caso interessante: le cooperative sociali di tipo B della Provincia
di Brescia 4. CONSIDERAZIONI FINALI 4.1 Le opportunità 4.2 Le criticità e le aree di miglioramento	4.3 Quale ruolo per una fondazione di origine bancaria?	4.4 Raccomandazioni per gli altri attori coinvolti	APPENDICE 1	Finanza privata per il Terzo settore	8
Le persone in esecuzione penale avviate al lavoro presso l’istituto di Busto Arsizio
nell’ambito del progetto “Dolci Libertà”
Questo lavoro restituisce i risultati di una riflessione sul possibile ruolo di alcuni
strumenti finanziari finalizzati a sostenere la diffusione di politiche di welfare
innovative1. Il tema è complesso per diversi ordini di motivi, nel senso che:
11si inserisce all’interno di un contesto in forte evoluzione, soprattutto con
riferimento ai ruoli dei diversi attori operanti, a vario titolo, nel sociale (istituzioni pubbliche, enti privati nonprofit, imprese più o meno sociali);
11tratta questioni di forte sensibilità politica, tra cui quella del ruolo dello Stato
nell’erogazione dei servizi sociali e dei livelli di qualità degli stessi;
11presuppone che vi sia chiarezza sul concetto di “valore sociale”, che invece
rimane per molti versi ambiguo.
Il rapporto parte da un argomento specifico per arrivare a suggerire una chiave
di interpretazione di alcuni fenomeni in atto. Analizza criticamente uno strumento che ha suscitato un grande interesse nel dibattito tra gli addetti ai lavori,
il Social Impact Bond (SIB), e, sulla base di una valutazione delle opportunità e
dei rischi che la sua applicazione comporta, formula delle considerazioni anche
di carattere generale sul possibile ruolo della finanza privata nelle fasi di disegno e di applicazione di politiche pubbliche.
In partenza, sono stati assunti due elementi: da un lato, la consapevolezza che
l’attuale sistema delle politiche pubbliche nel campo del welfare richiede profonde riforme, principalmente, ma non solo, per ragioni di ordine economico;
dall’altro, la volontà di non subire acriticamente il fascino di strumenti innovativi solo perché tali. Tradizionalmente, l’intervento degli operatori dei servizi
di welfare si è basato su modelli piuttosto semplici – in grande misura fondati,
direttamente o indirettamente, sul finanziamento pubblico. Negli ultimi anni, il
mondo della finanza ha iniziato a guardare a quello del sociale con crescente
attenzione, proponendo servizi via via più sofisticati. In questi casi occorre però
evitare che l’attenzione posta alle architetture finanziarie finisca col far perdere di vista la qualità dell’intervento sottostante, cioè il progetto sociale di cui
lo strumento finanziario è a servizio o, peggio, nasconda le conseguenze, anche
politiche, derivanti dall’applicazione estensiva di questi meccanismi.
Negli ultimi mesi, in particolare, sta suscitando molto interesse lo strumento
dei Social Impact Bond (SIB), ma tale interesse non sembra essere fondato su
una valutazione attenta delle implicazioni connesse al suo effettivo utilizzo,
in particolare nel contesto italiano. Questo documento cerca di approfondire
maggiormente il fenomeno, prestando particolare attenzione:
5	Questo rapporto è stato redatto da Davide Dal Maso, Davide Zanoni e Matteo Boccia di 6
1	Avanzi - Sostenibilità per Azioni (www.avanzi.org). Gli autori ringraziano per le interviste
concesse:
Jane Newman, Social Finance Ltd International Director.
Andrea Phillips, Executive Director, Urban Investment Group, Goldman Sachs.
Massimo Bordignon, Università Cattolica.
Marco Ratti, Banca Prossima.
Roberto Randazzo, studio legale R&P.
Elisa Chiaf, Università di Brescia.
Gli errori e le eventuali imprecisioni sono esclusiva responsabilità degli autori.
11agli aspetti definitori, in modo da chiarire le ambiguità terminologiche che
continuano ad alimentare una certa confusione concettuale;
11agli aspetti giuridici, con l’obiettivo di investigare sia i profili privatistici (rap-
porto tra le parti coinvolte nelle diverse fasi di vita di un SIB) sia quelli pubblicistici (compatibilità con le regole di finanza locale e i vincoli del Patto di
11alla valutazione dei costi connessi allo svolgimento delle varie fasi, anche
attraverso una valutazione critica della possibilità di ridurli in una situazione
post-sperimentale;
11all’individuazione di una soglia dimensionale ottimale per ridurre entro termini accettabili il peso relativo dei costi fissi e perseguire i benefici delle
economie di scala e di scopo;
Lampada della vetreria
artigianale “Il passo” nel
11alla misurazione degli impatti sociali degli interventi finanziati, soprattutto
con riferimento alla questione dell’orizzonte temporale entro cui confinare
l’attività di valutazione.
Il rapporto è suddiviso in quattro sezioni:
11la prima descrive le caratteristiche del SIB, dal punto di vista giuridico,
finanziario e operativo e propone una mappatura delle iniziative realizzate
o in essere;
11la seconda approfondisce due casi di studio, allo scopo di investigare alcuni
elementi di particolare criticità, come le metodologie di valutazione dell’impatto sociale degli interventi finanziati;
11la terza analizza alcune implicazioni collegate all’applicazione dello strumento nel contesto italiano;
11la quarta, infine, propone delle considerazioni in ordine al ruolo della finanza
privata rispetto allo sviluppo di un sistema di offerta plurale di servizi sociali
e formula dei suggerimenti rivolti agli operatori e ai decisori politici.
Metodologia, obiettivi, follow-up
L’attività di ricerca è stata realizzata attraverso:
11l’analisi della letteratura scientifica;
11l’analisi della documentazione pubblica;
11lo studio di casi;
11alcune interviste ad attori chiave.
Il rapporto ha come obiettivo principale quello di offrire alla Fondazione gli
strumenti e le informazioni necessarie a comprendere se e sotto quali condizioni il SIB possa essere uno strumento efficace ed efficiente per sostenere il
costo e i rischi della fase di diffusione (scalabilità) di politiche innovative nel
campo del welfare.
1. I SOCIAL IMPACT BOND - SIB
1	I Social Impact Bond - SIB
1.1 Che cosa sono e come funzionano
Il SIB è configurabile come una partnership tra diversi attori, sancita da contratti bilaterali e finalizzata a raccogliere capitali privati per promuovere politiche pubbliche innovative. Gli elementi essenziali del modello sono:
▪▪ un programma di interventi in campo sociale in grado di generare un impatto
sociale (outcome) e un risparmio di spesa pubblica;
▪▪ un prestito/finanziamento con restituzione del capitale e remunerazione
solo in caso di successo del programma.
Il SIB, al pari di altre forme contrattuali del tipo “pagamento a fronte di risultati” (in inglese, Pay for Results (da cui l’acronimo PfR) o Pay for Success (PfS)
negli Stati Uniti), è un meccanismo di finanziamento in cui il rendimento per
l’investitore è determinato dagli impatti positivi generati da una certa attività
sociale. Il SIB non è quindi un titolo obbligazionario (bond) in senso stretto, non
essendo il suo modello finanziario e il profilo dei flussi da esso generati riconducibile a quello di una obbligazione standard (plain vanilla), con una remunerazione fissa (cedola) e la restituzione certa (salvo fallimento dell’emittente)
del valore nominale del capitale prestato a scadenza. Il rendimento del SIB è
infatti variabile come il prezzo di un’azione, che cambia (almeno in linea teorica)
in base alla performance conseguita dall’impresa. In questo caso la remunerazione è legata ai risultati dell’attività finanziata in termini di valore creato per
Il SIB è uno strumento finanziario sofisticato, al pari dei derivati; a differenza
di quelli normalmente circolanti nei mercati finanziari, non nasce per favorire
la speculazione, ma per promuovere l’innovazione sociale e renderla maggiormente scalabile. La complessità dello strumento in questo caso non è legata
ad algoritmi incomprensibili che rendono il successo o l’insuccesso di un investimento assai difficile da prevedere; ciò che rende complesso il SIB è la rete
di relazioni tra gli attori che prendono parte al processo. Questi sono infatti
legati da una partnership, riconosciuta anche sotto il profilo contrattuale, in cui
alla variabile “rischio finanziario” di un investimento tradizionale si aggiunge
la variabile “fiducia” tra i partner che prendono parte al gioco. L’investitore
crede nelle capacità di un certo fornitore di servizi sociali di raggiungere un
certo risultato; la Pubblica Amministrazione (PA) crede che il servizio innovativo abbia un valore anche in termini economici; tutti gli attori confidano nelle
validità e certezza delle rilevazioni statistiche - effettuate da una parte terza
indipendente - necessarie a misurare la performance del servizio; infine tutti gli
attori hanno fiducia nelle controparti per il rispetto degli obblighi contrattuali.
Non solo, il cuore di questo strumento, che, proseguendo il confronto con uno
strumento derivato, ne costituirebbe l’attività sottostante, è rappresentato
dall’andamento di un’attività nel campo dell’innovazione sociale: l’investitore non scommette più sull’andamento aleatorio di un certo valore (azione,
valuta,..), ma sulla capacità di una attività di generare valore sociale ed economico. Un valore reale, non finanziario, un impatto positivo certo per la comunità
di riferimento, per la PA e per i beneficiari diretti del servizio sociale che viene
Figura 1 - Struttura del Social Impact Bond
pattuito —
I due casi di SIB analizzati in questo studio non prevedono neanche l’emissione
di titoli obbligazionari da parte di società intermediarie, ma contemplano prestiti o conferimenti di capitale regolati da contratti tra le parti. In particolare,
in un caso si tratta di un prestito (loan) a scadenza 4 anni concesso a un intermediario con restituzione del valore nominale solo in caso di successo del programma e di una remunerazione variabile; nell’altro caso, è stato creato un veicolo societario, una Limited Partnership, per natura giuridica assimilabile a una
società in accomandita semplice, partecipata da tutti gli investitori coinvolti. La
struttura standard di un SIB è composta da cinque portatori di interesse legati
tra loro da contratti bilaterali di durata pluriennale (Figura 1):
▪▪ una Pubblica Amministrazione (comunale, regionale, nazionale);
▪▪ dei fornitori del servizio (tipicamente, organizzazioni nonprofit);
▪▪ degli investitori sociali;
▪▪ un intermediario specializzato;
▪▪ un valutatore indipendente (Independent assessor) che misura il risultato
finale (performance) e certifica il raggiungimento dell’obiettivo.
Alla base di un’operazione di questo tipo vi è la necessità di affrontare un problema sociale con azioni preventive, difficili da realizzare per una PA a causa
della scarsità di risorse e dell’avversione al rischio. Per soddisfare la domanda
più o meno latente di questi servizi preventivi e innovativi, si possono mobilitare
alcuni operatori specializzati del Terzo settore. Si tratta di imprese sociali e
organizzazioni nonprofit in grado di dimostrare una comprovata esperienza nel
Rappresentazione teatrale dalla Cooperativa Sociale Estia nel Carcere di Bollate
settore; più precisamente, devono essere nelle condizioni di provare con dati e
rilevazioni statistiche affidabili l’efficacia dell’intervento proposto su un determinato gruppo di beneficiari.
La PA interessata a migliorare il proprio servizio e a ridurne i costi, può verificare le potenzialità di questi interventi preventivi come modalità alternative
di welfare e stimare il risparmio che ne conseguirebbe se implementati a una
certa scala. L’idea è che servizi preventivi possano essere più efficaci e più efficienti rispetto a programmi di cura tradizionali, fondati solitamente su interventi realizzati solo ex-post in risposta a un’emergenza o disagio sociale, e che
il conseguente risparmio di risorse possa essere la leva per allineare gli interessi di investitori, amministrazione, intermediario e fornitore del servizio.
L’intermediario svolge il ruolo di promotore del SIB presso la PA e gli altri attori,
cercando di facilitare un processo delicato di creazione di relazioni e fiducia.
Se esistono le condizioni economiche e di fattibilità, l’amministrazione sigla un
contratto con l’intermediario per lo sviluppo del SIB, la ricerca degli investitori,
la selezione dei fornitori, la gestione e il monitoraggio continuo dell’attività.
Il contratto tra PA e intermediario prevede un pagamento condizionato al raggiungimento di obiettivi ben precisi, stabiliti in fase di definizione del progetto.
Se il programma finanziato non raggiunge l’obiettivo - espresso in termini di
beneficio sociale, monetizzabile grazie alla minore domanda di servizi sociali
ex-post che ne consegue - l’amministrazione non è tenuta a sostenere alcun
costo. In caso contrario, cede all’intermediario una percentuale dei costi evitati
grazie alla riduzione della spesa pubblica determinata dal programma.
Data l’importanza della valutazione dell’efficacia del servizio preventivo per
il funzionamento del meccanismo nel suo complesso, tale attività di verifica
viene affidata a una parte terza. Questa, coordinandosi con l’intermediario, ma
facendo affidamento sulla propria professionalità e indipendenza, definisce il
sistema di monitoraggio e di misurazione della performance finale. La PA trattiene una parte dei risparmi e, oltre al pagamento pattuito nel contratto, versa
un premio (success fee) all’intermediario e al fornitore del servizio, entrambi
proporzionali al risultato (e quindi al risparmio) conseguito.
L’intermediario ha l’obiettivo di raccogliere presso gli investitori i finanziamenti
necessari ad avviare il programma di attività previste dal SIB. Non trattandosi di
una vera e propria emissione di un titolo obbligazionario da parte della società
stessa, l’intermediario può ricorrere alla negoziazione diretta del prestito o
creare un veicolo societario costituito ad hoc e sottoscritto da investitori sociali
e investitori d’impatto (impact investor)2.
Se il programma ha successo, ovvero viene certificato il raggiungimento
dell’obiettivo minimo sancito contrattualmente, il capitale prestato viene restituito e, in base ai risultati, il valore del rendimento sul capitale può variare fino
al tetto massimo prefissato. Il rischio di perdere il capitale versato è dunque
determinato dalla performance del servizio, il rendimento dell’investimento è
legato al valore creato per i beneficiari del programma e alla società nel suo
complesso. Il capitale raccolto presso gli investitori viene impiegato dai fornitori di servizi sociali per implementare il programma e, in parte, viene utilizzato
per le spese di gestione e di valutazione a carico dell’intermediario. Il fornitore di servizi che implementa il servizio non è tenuto a sostenere alcun costo
aggiuntivo nel caso in cui l’intervento preventivo non raggiunga i risultati attesi.
In pratica, assume un’obbligazione di mezzi e non di risultato.
Dato che il finanziamento è concesso in anticipo, l’organizzazione che presta il
servizio non deve anticipare capitale proprio. Vedremo meglio come questo sia
uno dei punti di forza del meccanismo SIB, in quanto consente di scegliere gli
operatori non in base alla capacità di raccogliere fondi, ma in funzione dell’efficacia operativa. Inoltre, per contenere il rischio di finanziare programmi inefficaci, o peggio organizzazioni orientate da scopi opportunistici, il finanziamento
viene erogato in diverse rate, man mano che si rende necessario prestare
fondi per coprire i costi di implementazione. Un ulteriore meccanismo disciplinante per le nonprofit che erogano il servizio è il monitoraggio continuo da
parte dell’intermediario che ha il potere contrattuale per richiedere aggiustamenti nel programma se le misurazioni, effettuate in itinere con il supporto del
valutatore, mostrassero il fallimento nel conseguire gli obiettivi intermedi e, al
limite, di sollevare il fornitore del servizio dall’incarico.
1.2 Condizioni necessarie e criticità
Il SIB è uno strumento ad alto potenziale, in quanto può garantire il finanziamento di programmi innovativi di prevenzione che al momento non vengono
implementati dalle PA per mancanza di fondi o per avversione al rischio. Il trasferimento del rischio di insuccesso all’investitore privato permette al settore
pubblico di non esporsi e di non compromettere il rapporto con i contribuenti per
un uso non efficiente della spesa pubblica. In questo modo, le amministrazioni
possono garantirsi la possibilità di sperimentare interventi innovativi rispetto
alle tradizionali strategie di intervento, senza assumersi direttamente il rischio
di fallimento. Inoltre, il meccanismo di rendicontazione e verifica statistica da
5	2	Si definiscono Impact investor alcuni investitori istituzionali con un profilo particolare: sono
interessati in primo luogo all’impatto sociale, non ricercano un rendimento finanziario elevato, hanno una prospettiva di investimento di lungo periodo e hanno una forte propensione al rischio (Appendice 1).
parte di un soggetto terzo e indipendente, garantisce la massima trasparenza
riguardo gli impieghi delle risorse dei contribuenti.
Tuttavia, esistono alcune condizioni necessarie e alcune criticità che possono
limitarne le potenzialità e nel peggiore dei casi rendere il meccanismo inattuabile.
All’origine di una partnership di SIB deve esistere nel promotore (il settore pubblico o l’intermediario o un fornitore del servizio) una conoscenza approfondita del contesto e della problematica sociale su cui intervenire. Questa è una
risorsa essenziale che nella maggior parte dei casi non esiste e quando esiste
è difficilmente accessibile e fruibile, in quanto distribuita tra diversi attori non
in contatto tra loro. Il SIB deve fondarsi sulla costruzione di una rete solida di
attori che limiti le asimmetrie informative e faciliti l’investimento in attività di
L’analisi approfondita del settore e della problematica di cui sopra deve rilevare
l’esistenza di attori del Terzo settore (imprese sociali e organizzazioni nonprofit) sufficientemente strutturati e con esperienza nell’erogazione di interventi
preventivi e servizi innovativi. Tali programmi devono essere efficaci e avere
uno storico di almeno 3-5 anni documentato con il maggior numero possibile
La definizione di un programma di intervento deve essere accompagnata da
una chiara identificazione della popolazione target, sufficientemente ampia
per generare risultati significativi. La selezione del gruppo di beneficiari deve
essere compatibile anche con la metodologia da utilizzare per valutare i risultati. In ogni caso deve esistere un sistema affidabile di misurazione dei risultati
conseguiti, presupposto essenziale del contratto tra PA e intermediario e, più
in generale, garanzia dell’obiettività della valutazione del programma per tutti
Un’ulteriore condizione alla realizzazione di un SIB è l’esistenza di PA determinate ad affrontare problematiche sociali con strumenti innovativi e con un
orientamento programmatico di lungo periodo, non vincolato al ciclo politico.
Queste PA devono poi essere anche in grado di misurare i costi dei servizi già
esistenti, che possono essere abbattuti dall’implementazione di interventi preventivi, di stimare quindi il valore economico degli obiettivi da raggiungere,
ovvero il risparmio di costi determinato dagli interventi e, infine, di valutare la
liquidabilità e la tempistica di questi risparmi, in modo da liberare le risorse
per ripagare l’intermediario e far fronte al contratto siglato.
In alcuni casi esistono dei costi fissi nella spesa pubblica per determinati servizi
che non possono essere abbattuti, almeno non entro una certa scala dimensionale dell’intervento. Questo rende più difficile liberare risorse per la PA. Allo
stesso modo ci possono essere dei ritardi temporali tra il conseguimento dei
risultati attesi e il risparmio stimato per la spesa evitata: anche in questo caso
la PA deve avere a disposizione altre risorse per far fronte tempestivamente ai
pagamenti dovuti all’intermediario.
Da ultimo, è da considerare il caso in cui la riduzione dei costi non vada a beneficio diretto della PA che ha firmato il contratto, ma di un’altra amministrazione
o agenzia pubblica - per cui risulta necessario siglare degli accordi preventivi
di ripartizione dei benefici generati e dei costi a essi associati.
Il costo totale del servizio fornito dalle imprese sociali o organizzazioni nonprofit deve risultare inferiore al risparmio che la PA ottiene dalla riduzione della
spesa per programmi esistenti. Questo margine di valore è essenziale per il
funzionamento stesso del meccanismo, che fa leva proprio sul risparmio creato da servizi più efficienti di quelli esistenti.
Possiamo dire che la torta da spartire tra tutti gli attori del contratto SIB deriva
proprio da questa marginalità: se non esiste questo scarto, l’investitore non
ottiene un rendimento sull’investimento, l’intermediario e il fornitore non ottengono un bonus, l’amministrazione non ha interesse ad avviare il programma.
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Da questa osservazione emerge una delle criticità più importanti dello strumento: i costi di transazione e di implementazione sono più alti rispetto a un
affidamento diretto pubblico-privato per la realizzazione del servizio. Non solo,
più gli interventi sono complessi e incerti, più alto è il rischio dell’operazione,
più alto il rendimento richiesto dagli investitori, e di conseguenza più alto il costo
complessivo del meccanismo di finanziamento. Per questo, un’altra condizione
necessaria è l’esistenza di investitori che almeno in una prima fase siano più
interessati al valore sociale che al rendimento finanziario tout court.
1.3 La ripartizione del rischio
Un profilo che merita un approfondimento è quello della ripartizione del rischio.
Per come il meccanismo è normalmente disegnato, il rischio è tutto allocato
in capo agli investitori: la PA non deve sostenere elevati costi iniziali (a parte
quelli, interni, di istruttoria e di gestione della negoziazione con i vari attori) e
ha come unico onere quello di immobilizzare, per il periodo corrispondente alla
durata del progetto, le somme per eventualmente ripagare il SIB; i fornitori dei
servizi sociali vengono pagati per le prestazioni rese anche se non raggiungono
l’obiettivo; i valutatori vengono pagati comunque per le loro prestazioni professionali; anche l’intermediario o la società di scopo trattiene le commissioni
a copertura dei propri costi prelevandole direttamente dal capitale raccolto
presso gli investitori.
Quindi, gli unici soggetti che rischiano davvero sono, appunto, gli investitori. I
quali investitori, peraltro, sono i soggetti meno coinvolti nell’operatività e meno
dotati di poteri di influenza sulle scelte degli altri attori. L’unico diritto che possono vantare è quello a una periodica informazione sull’andamento del progetto. Tutto il sistema si regge, in sintesi, sulla leva reputazionale, che spinge
tutti gli attori del processo a operare con la massima diligenza e professionalità al fine di ottenere i risultati attesi ed evitare un fallimento i cui effetti
negativi andrebbero ben oltre la perdita finanziaria da parte degli investitori.
Nondimeno, poiché è immaginabile che la forza dell’elemento reputazionale
possa affievolirsi col tempo, è opportuno pensare, una volta superata la fase di
progettazione pilota e stabilizzata la formula a regime, anche a delle clausole
di tipo legale per tutelare la posizione degli investitori.
Laboratorio di capoeira realizzato presso il carcere di Como dalla Coop. Sociale “Questa generazione”, ACLI Como
Questa criticità è confermata dal fatto che nei casi studio analizzati esistono
delle garanzie a copertura dell’investimento, prestate da fondazioni o fondi
pubblici che hanno stanziato un ammontare di risorse a fondo perduto. In questo modo la natura stessa dello strumento SIB viene del tutto stravolta: non si
tratta dunque di uno strumento “win-win” che garantisce un vantaggio a tutte le
parti coinvolte, ma di un meccanismo di leva finanziaria che si rende possibile
solo in presenza di un fondo di garanzia. In questo caso, il soggetto che effettua
la donazione o stanzia dei capitali senza pretenderne la restituzione registra
una perdita economica. La questione più interessante è dunque capire se lo
strumento può comunque funzionare in assenza di garanzie sull’investimento e
se il livello di rischio per gli investitori può essere abbassato in qualche modo.
Seguendo questo ragionamento, la ripartizione del rischio o, meglio, dei rischi
del modello dovrebbe essere più equa, coinvolgendo maggiormente gli investitori nelle attività di controllo e aumentando gli incentivi al risultato per i fornitori del servizio e gli intermediari che nella configurazione attuale non corrono
alcun rischio. In particolare:
11il rischio di fallimento del programma è dovuto al modello di intervento
che può risultare non adatto al contesto di riferimento: l’intermediario è il
soggetto che dovrebbe farsi carico del rischio di aver proposto alla PA un
modello di intervento rivelatosi non idoneo ed efficace nel contesto di riferimento (questo rischio è al momento in capo agli investitori; l’intermediario
può avere un bonus per il successo senza subire perdite in caso di insuccesso
del programma);
11il rischio di implementazione è dovuto all’incapacità dei fornitori di gestire
al meglio gli interventi: i fornitori devono farsi carico almeno in parte del
rischio di insuccesso, ovvero di non raggiungere i risultati. È vero che l’intermediario ha la responsabilità ultima del programma e della selezione dei
fornitori, ma per l’efficienza del modello è necessario che questi ultimi ricevano un bonus dall’intermediario in caso di successo e subiscano una perdita
(minore copertura dei costi, perdite di altra natura…) in caso di insuccesso.
Naturalmente, questo aspetto è piuttosto critico, soprattutto per le organizzazioni nonprofit, ma è necessario, per il funzionamento del meccanismo nel
suo complesso, che ogni attore sia responsabile delle attività sulle quali è
coinvolto. Si può immaginare un meccanismo di allineamento e condivisione
di una parte del rischio da parte del fornitore del servizio, che comunque non
preveda la copertura totale dei costi a prescindere dai risultati ottenuti;
11il rischio di intermediazione si corre in assenza di un operatore specializ-
zato con forti competenze multidisciplinari, capitale sociale e forti relazioni
con il mondo del Terzo settore: l’intermediario deve convincere le parti con
cui sigla i contratti principali (PA, investitori) delle buone possibilità di esito
positivo dell’operazione e può ricevere un bonus in caso di successo. Anche
in caso di insuccesso l’intermediario è tutelato, in quanto non è tenuto a
restituire il capitale prestato agli investitori e dunque non copre il rischio
legato a proprie inefficienze;
11il rischio politico si presenta nel caso di incapacità dell’amministrazione di
far fronte ai pagamenti dovuti per il successo dell’iniziativa: la PA non ha
una responsabilità diretta sull’implementazione del programma e non può
condizionare il risultato finale, dunque è giusto che non si faccia carico di
ulteriori rischi oltre a quello politico;
11il rischio finanziario dell’operazione, in assenza di coperture o garanzie,
ricade interamente sugli investitori. In queste condizioni difficilmente un
investitore, se pur con un profilo sociale, sarebbe disposto a partecipare
all’operazione. Alcune correzioni sembrano quindi necessarie per rendere
meno gravoso l’eventuale danno patrimoniale a carico dell’investitore: un
maggiore controllo sulle attività di valutazione in itinere della performance
e la possibilità di sostituire in corso d’opera i fornitori, al momento delegata
all’intermediario, e la partecipazione alle perdite in caso di fallimento del
programma sia dell’intermediario che dei fornitori.
1.4 Metodologie di valutazione dei risultati
La misurazione dell’impatto sociale creato e, più specificamente, dei risultati
ottenuti da un trattamento o servizio per una categoria di persone, è certamente
l’elemento essenziale nei meccanismi di finanziamento SIB e PfR. Infatti, solo
a partire da questo valore si può stimare il costo evitato per il settore pubblico
e determinare la redditività dello strumento. I passaggi fondamentali nel percorso di valutazione sono essenzialmente tre:
11la selezione di un gruppo di trattamento all’interno di una popolazione obiettivo;
11la misurazione dei risultati ottenuti sul gruppo di trattamento (metodo di
11la stima del valore economico in termini monetari (modello finanziario).
Il problema sociale su cui si vuole intervenire identifica una popolazione obiettivo all’interno della quale si può selezionare con opportuni criteri un gruppo
di trattamento al quale fornire il servizio di supporto o assistenza oggetto del
SIB. La selezione del gruppo di trattamento si può basare su dati e caratteristiche individuali, opportunamente raccolte, ma in ogni caso deve soddisfare il
criterio di prevalenza, ovvero contenere un alto numero di individui che presentano il problema/problemi oggetto dell’intervento. La numerosità del gruppo
di trattamento è l’esito di un trade off tra significatività dell’intervento e costi
di erogazione del servizio. Il pagamento per il risultato viene effettuato solo se
quest’ultimo è statisticamente significativo, cioè se è di dimensione sufficientemente ampia da poter dire che è determinato dall’intervento. Ma l’aumento
della numerosità del gruppo trattato comporta un aumento del finanziamento
necessario all’erogazione del servizio. Per effettuare la migliore selezione possibile del gruppo di trattamento, devono essere disponibili tutte le informazioni
rilevanti sulla popolazione obiettivo, organizzate per indicatori rappresentativi
delle caratteristiche individuali (o familiari nel caso di trattamento rivolto ai
problemi familiari) che meglio descrivono la situazione di disagio sociale. Un
problema di cui tenere conto nella selezione del gruppo di trattamento è quello
che viene definito come “cherry picking” ovvero il rischio che vengano selezionati solo gli individui più facili da aiutare condizionando in questo modo la performance effettiva del programma.
La scelta di un’adeguata numerosità non è, tuttavia, condizione sufficiente per
rilevare correttamente l’esistenza di nessi causali. Un secondo elemento indispensabile per ottenere tale risultato è rappresentato dalla scelta del metodo
Tale scelta è condotta a partire dall‘identificazione del risultato che si pensa
di conseguire implementando il trattamento su un determinato gruppo di individui. In alcuni casi la complessità dell’intervento e del problema sociale che
si intende affrontare richiede una valutazione più ampia e la selezione di più
impatti da misurare. Inoltre, i risultati devono essere quantificabili. La definizione della metodologia più appropriata per un determinato programma, così
come la costruzione di un contratto SIB, implica un lavoro di progettazione ad
hoc che deve comunque tenere conto di alcune condizioni necessarie. Il risultato
deve infatti: (i) portare a un miglioramento nelle condizioni di vita del gruppo
target altrimenti non conseguibile (addizionalità); (ii) essere misurabile tramite
indicatori sufficientemente rappresentativi; iii) tradursi in una riduzione dei
costi in capo al settore pubblico.
Verificare l’addizionalità dell’intervento significa misurare rigorosamente i suoi
risultati. A questo obiettivo rispondono le tecniche di valutazione controfattuale
che si basano sul confronto dei risultati ottenuti sulla popolazione trattata con
quanto si registra su un’altra popolazione, selezionata in modo da approssimare ciò che sarebbe successo in assenza dell’intervento. Per poter dire qualcosa sulla sua efficacia è infatti necessario isolare i cambiamenti causati dallo
specifico intervento tra tutti quelli che, in un determinato lasso di tempo, si sono
verificati nel gruppo o nel territorio oggetto dell’intervento (dinamica spontanea). Il secondo problema cui occorre ovviare è quello riguardante i beneficiari
dell’intervento che, se non fossero selezionati casualmente tra la popolazione
generale (selection bias), potrebbero inficiare la stima degli effetti. Per ovviare
a questo problema, in letteratura sono stati sviluppati diversi approcci, frequentemente utilizzati nelle scienze sociali per l’analisi dell’efficacia di politiche pubbliche e/o trattamenti sociali o terapeutici innovativi, riconducibili
essenzialmente a tre principali categorie metodologiche3:
11metodi sperimentali, che prevedono il confronto con un gruppo di controllo;
11metodi quasi-sperimentali, che realizzano il confronto con un gruppo statistico;
11metodi non sperimentali, in cui il confronto è fatto in riferimento a una baseline storica o prevista.
5	3	Vedi Appendice 2 - Metodi controfattuali.
Come emerge dall’analisi contenuta in Appendice, le tre metodologie presentano diversi gradi di affidabilità dei risultati, complessità tecnica e fattibilità
I metodi sperimentali che prevedono la costruzione di un gruppo di trattamento
e uno di controllo sono molto affidabili e rigorosi da un punto di vista analitico,
visto che i risultati vengono misurati in modo oggettivo su un gruppo di controllo reale. Tuttavia questi metodi necessitano di banche dati affidabili, che
difficilmente sono a disposizione delle PA, e di processi di misurazione costosi;
inoltre possono insorgere problemi di significatività statistica nella ripartizione
dei gruppi (qualora la numerosità della popolazione non sia sufficiente), così
come problemi politici nei criteri di selezione dei soggetti che riceveranno il
I metodi quasi-sperimentali prevedono la creazione di un gruppo di controllo
statistico aggregando dati di soggetti simili per caratteristiche al gruppo di
trattamento. In questo modo si evitano i problemi di natura tecnica (statistica)
e politica nella ripartizione dei gruppi, ma non si ha la stessa affidabilità nei
risultati dei metodi sperimentali; inoltre anche la costruzione di un gruppo statistico necessita di database a livello nazionale che per molte categorie di beneficiari non sono disponibili (es. famiglie).
Infine, i metodi non sperimentali si basano sul confronto con dati storici o previsti relativi agli stessi beneficiari o altri soggetti prima di ricevere l’intervento,
piuttosto che con gruppi di controllo che non riceveranno l’intervento. Il metodo
di confronto con baseline storica necessita comunque di banche dati accurate,
come i metodi statistici di creazione di un gruppo di controllo, ma non ha lo
stesso grado di rigore analitico e affidabilità. Nel caso di confronto su basi individuali con una previsione di quanto potrà accadere in assenza di intervento, il
grado di rigore e affidabilità si riduce ancora di più in ragione della forte componente soggettiva. Queste valutazioni si basano infatti su giudizi e previsioni di
esperti che valutano caso per caso i beneficiari, confrontando le loro previsioni
con i risultati del trattamento. Inoltre la valutazione non è una vera e propria
misurazione di impatto, in quanto è riferita a indicatori non quantificabili oggettivamente (es. livelli di rischio di problemi psichici).
La stima del valore economico dell’impatto generato dal trattamento è molto
complessa e frutto di opportune elaborazioni da effettuare all’interno dell’amministrazione committente. Si deve stimare in primo luogo il costo sociale del
problema ovvero la spesa pubblica che viene sostenuta per finanziare programmi tradizionali di sostegno a determinati individui o famiglie interessate.
Tale spesa calcolata su base pro capite deve essere ricollegabile ai risultati del
trattamento. Se, per esempio, si tratta di un programma per ridurre il numero
di carcerati, si andrà a considerare il costo di detenzione annuo per carcerato.
Il valore può essere stimato grazie a statistiche dell’amministrazione o a elaborazioni ad hoc e dovrà comunque essere negoziato tra le parti. Questo è il
“costo” di riferimento che viene poi moltiplicato per il valore dell’indicatore di
risultato, nel nostro esempio il numero di carcerazioni evitate, ovvero il valore
economico che verrà pagato dalla PA in caso di raggiungimento dell’obiettivo
1.5 Mappatura dei SIB
I presunti vantaggi che possono derivare all’attore pubblico da questa tipologia
di strumenti finanziari, sia in termini di costi evitati che di benefici generati
alla collettività, hanno sollevato l’interesse di molti governi e amministrazioni,
soprattutto nel Regno Unito. In questo Paese, non solo è stato progettato e
sperimentato il primo SIB (sul quale ci si soffermerà a lungo nella successiva
sezione), ma alcuni Ministeri (Giustizia e Interno) e Dipartimenti (Lavoro e Pensioni, Comunità Locali, Affari sociali) stanno sperimentando diversi strumenti
di finanziamento per servizi sociali innovativi basati sul principio del “pagamento a fronte di risultati” (PfR). Alcuni di essi sono in fase avanzata di sperimentazione, altri ancora in fase di sviluppo, ma certo è che negli ultimi mesi
sono stati avviati almeno 12 nuovi progetti di SIB o programmi di PfR. L’avvio di
queste progettualità è certamente dovuto al ruolo di promozione svolto da un
intermediario specializzato quale Social Finance Ltd.4, ma si inserisce anche in
un contesto che vede con grande favore l’innovazione sociale e le nuove forme
di sostegno al Terzo settore. Basti pensare che il governo britannico ha richiesto e ottenuto in sede europea una deroga alla normativa sugli aiuti di stato
per lo stanziamento di un finanziamento di ben £400 mln, finalizzato alla capitalizzazione della Big Society Capital. Tale istituzione è stata da molti commentatori d’oltre Manica definita come la banca di investimento del Terzo settore,
essendo la sua missione quella di investire in imprese sociali, istituzioni benefiche e organizzazioni di volontariato che incontrano difficoltà nel reperire sul
mercato finanziamenti a condizioni accessibili.
L’iniziativa è stata ufficialmente lanciata dal Primo Ministro del Regno Unito,
con l’obiettivo dichiarato di sviluppare l’intermediazione finanziaria nel settore
sociale, così da far fronte, grazie alle risorse finanziarie e al forte impegno di
carattere istituzionale, ai fallimenti di mercato che si registrano in questo segmento della domanda di capitali e che determinano un massiccio fenomeno di
razionamento. Big Society Capital si propone infatti di erogare una serie di servizi finanziari alle organizzazioni del settore sociale, di raccogliere risorse per
realizzare maggiori investimenti nel settore e di supportare le organizzazioni
nel conseguimento di una maggiore solidità e stabilità finanziaria. La copertura
finanziaria dell’operazione verrà assicurata dal prelievo dei conti dormienti
presso banche e istituti di credito, rimasti inattivi per almeno 15 anni.
Sulla scia dei risultati conseguiti nelle prime sperimentazioni nel Regno Unito,
in particolare il SIB del carcere di Peterborough, anche alcune amministrazioni negli Stati Uniti hanno deciso di lanciare dei progetti pilota. Ci riferiamo in
particolare al SIB della città di New York, anch’esso avviato per ridurre il tasso
di recidiva di giovani detenuti, e ai due programmi PfS nello Stato del Massachusetts, lanciati in collaborazione con Third Sector Capital Partners e rivolti ai
senza tetto e ai giovani per ridurne il tasso di criminalità.
Anche in Australia, lo Stato del New South Wales ha promosso nel novembre 2010 uno studio di fattibilità in partnership con il Centre for Social Impact
5	4	Social Finance Ltd. è un’organizzazione inglese che sviluppa prodotti finanziari per le imprese sociali contribuendo all’investimento sociale nel Terzo settore (http://www.socialfinance.org.uk).
Le coltivazioni florovivaistiche di Cascina Bollate presso la Casa di Reclusione di
- un gruppo di ricerca che coinvolge tre diversi atenei del paese - e con Young
Foundation per l’emissione sperimentale di SIBs, definiti Social Service Bonds. Il
processo ha portato a un’emissione da $25 milioni nel marzo del 2011, suddivisa in tre tranche per iniziative di prevenzione in aree depresse e con alto tasso
di criminalità minorile, per il supporto di famiglie a rischio povertà ed emarginazione sociale e, infine, per servizi a persone con disabilità.
Nel complesso, i progetti in cantiere o già operativi sono meno di venti (compresi contratti PfR) con un investimento teorico di circa €120 milioni. In verità,
allo stato attuale, esistono solo due SIB già operativi, il SIB di Peterborough e il
SIB della Città di New York, entrambi rivolti alla riduzione dei tassi di recidiva
degli ex detenuti.
I temi e le problematiche sociali che sono state trattate in queste sperimentazioni non sono molti: oltre alla riduzione della detenzione per reati minori e
della recidiva, soprattutto per i giovani, sono stati valutati progetti per il supporto alle famiglie disagiate, per la formazione professionale e l’inserimento
lavorativo di giovani disoccupati, per l’offerta di abitazioni ai senza tetto e,
infine, per il sostegno a famiglie con figli in affidamento (vedi tabella 1.1 per una
mappatura completa).
In Europa continentale, il SIB non sembra avere convinto ancora amministrazioni, intermediari e investitori, anche se l’interesse e l’impegno politico verso
il tema dell’imprenditoria sociale e del suo finanziamento si è rivelato, nelle
intenzioni e negli atti, considerevole.
In particolare, la Commissione Europea ha promosso alcune iniziative rilevanti. La prima, fa riferimento alla Social Business Initiative, mediante la quale
ha deciso di porre in cima alla sua agenda il tema dell’imprenditoria sociale,
in quanto strumento efficace per lottare contro il disagio e l’esclusione sociale
e per promuovere la competitività, a livello internazionale, del modello europeo di economia di mercato socialmente inclusiva. In tale ottica, il legislatore
europeo ha varato un piano di azione per rimuovere le barriere allo sviluppo
del business sociale: ampliando l’accesso alle fonti di finanziamento, aumentandola visibilità e il livello di legittimità, agendo anche sulla normativa per gli
acquisti della PA per favorire la partecipazione di imprese a finalità sociali (for
Youth unemployment SIB
Programme - PfR
of Hammersmith and
Fulham; Leicestershire
County Council; Westminster City Council
Essex Social Impact Bond UK
(vulnerable young people)
Social Impact Bond e PfR
Society, Cabinet Office
A4e Insight, per definizione delle metriche e
Department for Work &
DWP’s Innovation Fund
Social Finance UK Ltd
Supporto a 380 giovani
vulnerabili e famiglie
£ 3,1
allontanati dai
d’origine e affidati
(obiettivo 100
recidiva (almeno
del 7,5%)
Risultato (outcome)
18 contratti d’area
Servizi individuali per
2 programmi di forma£7
zione e corsi professionali
Adviza; Teens and Toddlers
(2500 ragazzi. 14-15 anni)
4 Contratti PfR per sup£ 40
porto a famiglie disagiate
Riabilitazione giovani
(Confronto baseline storica – IIPs)
Operativo Confronto gruppo statistico
matching (PSM)
Operativo Confronto baseline stimata
Tabella 1.1 - Mappa dei SIB e PfR operativi e in fase di sviluppo
for Children Bond
(retail SIB)
Foster Care in Manchester
Elderly Care in Cornwall
Rough Sleeping Social
New York City SIB
New York City, Department of Corrections
Cornwall (Age UK and
Improving care)
Allia; Social Finance UK
detenuti a Rikers Island
Assistenza per senza tetto £ 5
(lavoro e dimora) - 800
Thames Reach; St. Mungo
The Multi-systemic Treat- n.d.
ment Foster Care project
Supporto alle famiglie e ai
giovani in affidamento
Servizi per anziani e
minimo fisso pari
alla restituzione
Più un rendimento
variabile legato al
successo del SIB
Strumento di investimento £ 1
misto retail.
Ogni £1,000 investite £780
vengono prestate a Places
for People Homes (social
Le restanti £200 investite
nel SIB Essex County
Circa £20 sono management fees
Baseline storica
Operativo Confronto baseline storica
Tabella 1.1 - (Continua) Mappa dei SIB e PfR operativi e in fase di sviluppo
Fonte: Avanzi
Financing -PfS
backed by Westpac
Social Finance; Mission
Supporto a 550 famiglie
per ridurre il numero di
giorni che i bambini passano in affidamento
Riabilitazione 500 giovani
detenuti recidivi
Ridurre spesa
pubblica sanitaria
e per emergenza
Ridurre recidiva e
migliorare istruzione e occupazione giovanile
Senza tetto (Massachusetts Housing and Shelter
(New profit Inc. - Roca
profit e non), e perfezionare la regolamentazione del settore. Dal lato dell’offerta, invece, la Commissione ha agito sia a livello normativo che finanziario.
E’ stato istituito uno speciale quadro regolatorio e un sistema di certificazione
e accreditamento per i fondi di venture capital sociali europei, così da rendere
più facile sia la raccolta di risorse che l’attività di investimento nelle imprese
sociali, anche in ottica transnazionale.
Per quanto concerne l’impegno finanziario, la Commissione ha deciso di istituire un fondo, denominato European Social Investment and Entrepreneurship Fund
(ESIEF), con una dotazione di €90 milioni, che operi come fondo di fondi e consenta pertanto di capitalizzare, con l’intervento anche di investitori privati, un
numero compreso tra i 13 e i 15 fondi in tutta Europa, specializzati nel finanziamento delle fasi di start up, sviluppo e crescita di imprese sociali. Intuendo
le potenzialità insite in questo nuovo approccio all’investimento, i governi del
mondo anglosassone e la Commissione Europea stanno assumendo un ruolo
di leadership nella fase di costruzione dell’infrastruttura di un mercato per il
capitale a supporto delle iniziative sociali, agendo sia dal punto di vista normativo, sia promuovendo meccanismi per stimolare l’engagement nel settore di
capitali privati.
Laboratorio di capoeira realizzato presso il carcere di Como dalla Coop. Sociale
“Questa generazione”, ACLI Como
2	Casi studio
In questa sezione, analizzeremo in dettaglio due casi, quello di Peterborough e
di New York City che, al momento, rappresentano le uniche esperienze di SIB
già operativi. Per ciascun caso studio viene presentata una scheda introduttiva
sulla natura dell’operazione oggetto di finanziamento, l’analisi dei suoi aspetti
più rilevanti: gli attori che partecipano al “contratto”, il modello finanziario e il
risultato sul quale si misurano il successo o l’insuccesso del programma.
In una terza scheda si riportano alcuni approfondimenti sulle metodologie di
misurazione adottate nel Regno Unito per testare alcuni contratti PfR.
2.1 SIB Peterborough, UK
Il SIB del carcere di Peterborough nel Cambridgeshire (UK), lanciato dal Ministero della Giustizia inglese in collaborazione con Social Finance Ltd nel Settembre 2010, ha l’obiettivo di finanziare con £5 milioni un programma di interventi per detenuti condannati a una pena inferiore ai 12 mesi. Il SIB nasce come
risposta al problema della recidiva, particolarmente significativo per questo
gruppo di detenuti: circa il 60% dei condannati a pene inferiori a un anno, commettono infatti un nuovo reato entro 12 mesi dal rilascio.
Attori coinvolti (stakeholder)
11beneficiari (popolazione target del programma): uomini che sono maggiorenni al momento della sentenza (che deve essere inferiore ai 12 mesi) detenuti o rilasciati dopo aver scontato il periodo di detenzione;
11Pubblica amministrazione: Ministry of Justice; Big Lottery Fund;
11fornitori del servizio: St. Giles Trust, Ormiston Children and Families Trust,
YMCA e SOVA;
11investitori sociali: Charities/Fondazioni (Barrow Cadbury Trust, Esmée Fair-
bairn Foundation, Friends Provident Foundation, The Henry Smith Charity,
Johansson Family Foundation, LankellyChase Foundation, The Monument Trust,
Panahpur, Paul Hamlyn Foundation, Tudor Trust);
11intermediario specializzato: Social Finance Ltd;
11valutatori interni del SIB: RAND Europe (valutatore indipendente); Meganexus
(raccolta dati);
11valutatori indipendenti che misurano il risultato finale: QinetiQ5 e University
Social Finance è il soggetto che ha progettato e sviluppato il primo SIB, in circa
18 mesi, e che ha indotto il Ministero della Giustizia a sostenere nuovi programmi di riabilitazione per detenuti, proponendo un modello di finanziamento
privo di rischi e senza esborso preventivo di risorse pubbliche.
Per gestire i contratti tra le parti, Social Finance ha creato un veicolo societario
(Social Impact Partnership – Limited Partnership), per natura giuridica assimilabile a una società in accomandita semplice, partecipata da 17 investitori.
5 5 QinetiQ è azienda leader in servizi tecnologici (http://www.qinetiq.com).
I progetti di reinserimento sociale attraverso il lavoro penitenziario sono supportati dall’impegno del personale di Polizia Penitenziaria
Questa società ha siglato quattro contratti con altri stakeholder, in particolare:
11un contratto con il Ministro della Giustizia che stabilisce la struttura generale
del meccanismo, gli obiettivi, la metodologia di misurazione dei risultati;
11un contratto con gli investitori, previo accordo con il Ministero, che definisce
l’entità dell’investimento;
11un contratto con Big Lottery Fund che sancisce la struttura di pagamento in
caso di successo del programma;
11un contratto con i fornitori del servizio.
In qualità di intermediario del SIB, Social Impact Partnership è responsabile
verso il Ministero e gli investitori del buon esito dell’operazione e controlla
l’operato dei fornitori dei servizi.
I servizi del programma One* Service6 sono prestati a detenuti o rilasciati
maschi del carcere di Peterborough condannati a una detenzione inferiore ai 12
mesi. I fornitori che implementano il programma sono quattro organizzazioni
che agiscono a diversi livelli: St. Giles Trust, Ormiston Children and Families Trust,
YMCA e SOVA.
St. Giles Trust e Ormiston Children and Families Trust concentrano l’attenzione
sulle necessità immediate di un detenuto e della sua famiglia prima e dopo il
rilascio. Tra queste possono esserci la disponibilità di un’abitazione, di risorse,
di servizi medici, di corsi di formazione, di un’occupazione e di un supporto alla
famiglia in generale. Dopo questi interventi che non durano in media meno di
quattro mesi, SOVA (Supporting Others through Volunteer Action) e YMCA intervengono prestando lavoro volontario per il supporto individuale nei mesi successivi.
5	6	ONE service è il programma di interventi finanziato dal SIB di Peterborough che fornisce
supporto individuale ai detenuti prima e dopo il rilascio per prevenire casi di recidiva e
soddisfare i loro bisogni primari. http://www.onesib.org/.
Gli investitori sociali, in particolare fondazioni e charities, si sono impegnati a
versare £5 milioni a favore dell’intermediario Social Impact Partnership Lp per
finanziare l’operatività del programma One* Service per sei anni.
BIG Lottery Fund7 ha siglato un contratto con Social Impact Partnership per definire le modalità di pagamento della remunerazione e di restituzione del capitale prestato agli investitori in caso di successo del programma. In linea teorica
questo pagamento è in capo alla PA, ovvero il Ministero, e dovrebbe rientrare
nella contrattazione con l’intermediario per la definizione dei risultati e dei
metodi di misurazione. Da quanto emerso nelle interviste agli attori coinvolti, il
BIG Lottery Fund parteciperà al pagamento dovuto dal Ministero in caso di successo, grazie allo stanziamento di fondi per sostenere l’intera operazione.
Il risultato finale del programma verrà valutato da due independent assesor,
QinetiQ e University of Leicester, che avranno il compito di misurare l’efficacia
dell’intervento nel corso degli anni in termini di riduzione della recidiva. I valutatori sono stati selezionati con una gara d’appalto e hanno ricevuto un incarico
dal Ministero. Nel deal è entrata anche una società privata, la Peterborough
Prison Management Limited, già incaricata della gestione del carcere con il Ministero della Giustizia, che ha siglato un nuovo contratto per consentire l’operatività del SIB nello stesso carcere.
Il gruppo di detenuti del carcere soggetti all’intervento, per l’intera durata del
SIB (6 anni) sarà suddiviso in 3 sottogruppi da 1.000 unità ciascuno. A seconda
dei tempi di rilascio dei detenuti, si immagina di completare l’intervento su ciascun gruppo ogni due anni. I detenuti selezionati devono essere uomini maggiorenni al momento della sentenza (inferiore ai 12 mesi) detenuti e/o rilasciati
dopo aver scontato il periodo di detenzione. Un detenuto con queste caratteristiche viene selezionato nel gruppo di trattamento anche se non viene coinvolto
nel programma di intervento, per evitare la scelta arbitraria da parte del fornitore del servizio dei casi più “facili” da trattare.
L’obiettivo del SIB è la riduzione della recidiva, in particolare il risultato che
viene misurato è il numero di condanne comminate nei 12 mesi successivi al
rilascio per un nuovo reato commesso da chi è uscito dal carcere nei precedenti
12 mesi. Per misurare l’efficacia degli interventi, la performance dei tre gruppi
di trattamento viene confrontata con quella di gruppi di controllo costruiti statisticamente a partire dai dati sulla popolazione target in altri carceri (detenuti
per 12 mesi appena rilasciati). Una metodologia alternativa che avrebbe potuto
essere impiegata è il confronto con un gruppo di controllo reale, randomised
control trial (RCT): in tal caso il gruppo di trattamento e di controllo sarebbero
stati creati in modo casuale dalla popolazione target (con caratteristiche note).
Questa tecnica avrebbe restituito una misura anche più affidabile dell’efficacia
dell’intervento. Nel caso di Peterborough si è però rinunciato a questo metodo,
che avrebbe implicato l’esclusione a priori di un gruppo di detenuti, per motivi
etici e politici.
5	7	L’investimento in operazioni SIB da parte del Big Lottery Fund è parte del programma
“Replication and Innovation funding programme” (Big Lottery Fund, 2010).
Il metodo statistico usato per selezionare i gruppi di controllo è il propensity
score-matching (PSM)8. A partire da un dataset di osservazioni relative alle caratteristiche dei detenuti nelle carceri inglesi (i.e. età, nazionalità, tipo di reato,
durata, data di rilascio, numero di reati, etc...)9, viene costruito un modello logit
per stimare la probabilità di ogni detenuto di essere beneficiario del trattamento. Ogni detenuto del gruppo di trattamento di Peterborough viene dunque
associato a un gruppo di controllo costituito dai dieci detenuti in altre carceri
più simili per caratteristiche osservabili e quindi con il punteggio più vicino in
termini di probabilità di essere a loro volta beneficiari. Il risultato è misurato
come differenza tra il numero medio di condanne (recidive) nel gruppo di controllo nazionale e nel gruppo di trattamento di Peterborough, che si presume
sia inferiore alla fine del programma.
Il modello prevede che se il risultato (numero di condanne recidive) si riduce
del 10% (rispetto al gruppo di controllo) in almeno uno dei gruppi di trattamento
oppure del 7,5% in media nei tre a fine periodo, il Ministro si impegna a pagare
un valore fisso pattuito per ogni condanna evitata (risultato misurato come differenza). A titolo di esempio, se a fine trattamento il rapporto tra condanne e
detenuti è pari al 18% nel gruppo di controllo e all’8% nel gruppo di trattamento
n°1, la differenza nel risultato è pari al 10%. L’obiettivo è raggiunto e per determinare il pagamento si calcola il numero di condanne evitate (10% di 1.000) e
si moltiplica per il valore fisso pattuito. Tale valore deriva dalla negoziazione
tra Ministero e Social Finance e tiene conto del costo stimato per detenuto e del
tasso di rendimento atteso dagli investitori. Se dopo due anni il gruppo n°1 raggiunge la numerosità di 1.000 detenuti rilasciati, si può immaginare una prima
tranche di pagamento solo dopo 3 o 4 anni dall’investimento.
2.2 SIB New York City
Nel corso dell’estate 2012, la città di New York e la banca d’affari Goldman
Sachs hanno annunciato il primo SIB americano, ispirato al modello adottato
nel carcere di Peterborough. Il SIB finanzia un programma di intervento sui
giovani, denominato ABLE (Adolescent Behavioral Learning Experience), che ha
l’obiettivo di ridurre il tasso di recidiva tra gli adolescenti già detenuti nel carcere di Rikers Island.
11beneficiari (popolazione target del programma): Adolescenti di 15-18 anni
detenuti nel carcere di Rikers island o appena rilasciati;
11Pubblica amministrazione: New York City - Department of Corrections;
11fornitori del servizio: Osborne Association; Friends of Island Academy;
11investitori sociali: Goldman Sachs;
5	8	Dettagli del modello impiegato in Appendice 2 – Metodi controfattuali.
9	Analisi statistica descrittiva dei dati provenienti dal Police National Computer.
11fondazioni e donatori: Bloomberg Philanthropies, altre due fondazioni10 per la
copertura dei costi di intermediazione e valutazione di MDRC;
11intermediario specializzato: MDRC
11valutazione interna: MDRC
11valutatore indipendente che misura il risultato finale: Vera Institute of Justice
L’amministrazione carceraria della città di New York (DOC-Department of Corrections) ha deciso di intervenire per ridurre il tasso di recidiva tra gli adolescenti: quasi il 50% dei giovani che lasciano il DOC di New York ritornano in
carcere entro un anno. Per farlo ha siglato un contratto SIB, nella forma di un
prestito (loan), che permette di finanziare il programma (ABLE) rivolto ai giovani carcerati.
Il soggetto che gestisce l’implementazione del programma è l’intermediario
MDRC, un’organizzazione di New York che si occupa di politiche sociali. Tale
organizzazione è responsabile verso l’amministrazione e gli investitori del
buon esito dell’operazione e controlla l’operato dei due fornitori dei servizi
per i giovani: Osborne Association e Friends of Island Academy. I servizi del programma ABLE prevedono attività di formazione durante l’orario scolastico e
attività ricreative per mettere in pratica quanto appreso durante il lavoro in
classe. Questo dovrebbe incrementare le capacità dei giovani sia nel percorso
di studi sia nella successiva ricerca di un impiego, allontanando il rischio di
nuovi comportamenti criminali.
Goldman Sachs si è impegnata a finanziare con capitale di debito l’implementazione del programma, offrendo un prestito di $9,6 milioni all’intermediario
MDRC per sostenere l’operatività delle due associazioni per quattro anni. Ma
Bloomberg Philanthropies (fondazione del sindaco Bloomberg) ha concesso a
MDRC un ammontare di $7,2 milioni a fondo perduto (grant) che verrà tenuto
come fondo di garanzia a copertura parziale del prestito di Goldman Sachs.
Anche in caso di successo dell’intervento, i fondi rimarranno a disposizione di
MDRC per supportare futuri investimenti a elevato impatto sociale nella città
Inoltre, i costi di valutazione interna e intermediazione, stimati (fonte: Goldman
Sachs) in circa $600-700.000, sono coperti con risorse aggiuntive stanziate da
altri investitori filantropici. In pratica l’operazione, per com’è stata disegnata,
non è in grado di sostenere (almeno non in fase di avvio) i propri costi di strutturazione, valutazione e gestione, che quindi devono trovare altra copertura. Se
si considera che ci dovrebbero essere altri costi nascosti da parte di MDRC, il
rischio che si arrivi a una incidenza del 10% (circa $1 milione) dei costi di transazione sul totale dell’importo dell’operazione è molto alto.
Il risultato finale del programma verrà valutato da un valutatore esterno e indipendente, il Vera Institute of Justice, che avrà il compito di misurare l’efficacia dell’intervento nel corso degli anni in termini di riduzione della recidiva.
5	Non sono stati comunicati dettagli e nominativi di questi investitori.
Tabella 2.1 - Struttura di pagamento del SIB di New York
giorni in carcere
Pagamento a MDRC ($)
amministrazione ($)*
≥16,0%
≥13,0%
≥12,5%
≥12,0%
≥11,0%
≥10,0% (target)
Nota: (*) Risparmio stimato dei costi al netto del pagamento del programma.
Fonte: Dati di progetto SIB New York
Quest’ultimo ha siglato un contratto direttamente con l’amministrazione di
New York per evitare problemi di conflitti di interesse nel caso di un rapporto
contrattuale tra valutato (MDRC) e valutatore.
La popolazione target del programma ABLE è composta da tutti gli adolescenti
che entrano in carcere a 16-18 anni e che hanno un’alta probabilità di commettere nuovi reati negli anni dopo il rilascio. Gli interventi di formazione e training
vengono prestati in carcere e nella comunità dopo il rilascio con l’obiettivo di
aumentare le capacità di autocontrollo, di soluzione dei problemi e di autostima. Il programma è rivolto annualmente a 3.000 adolescenti che verranno
aiutati per 4 anni. Il budget stanziato per gli interventi è di $2,4 milioni all’anno.
Il risultato finale sulla base del quale verrà decretato il successo dell’iniziativa,
è la riduzione del tasso di recidiva, misurato dal numero di giorni di carcere
evitati: l’obiettivo concordato è una riduzione di almeno il 10%.
Il metodo per valutare l’efficacia del programma è il confronto con un gruppo di
controllo costruito su base storica, prendendo come riferimento i dati relativi ai
giovani nella medesima fascia di età della popolazione target incarcerati negli
ultimi 5 anni. La baseline storica così costruita, viene controllata per fattori (sia
endogeni che di selezione) in modo da avere un termine di paragone “simile”
al gruppo di trattamento e depurare l’effetto marginale dell’intervento dagli
effetti di altre variabili esogene. Il tasso di recidiva della baseline viene paragonato a quello della popolazione trattata, che viene monitorata per 2 anni dopo il
rilascio (e il trattamento). La valutazione interna della performance verrà effettuata direttamente da MDRC durante lo svolgimento del programma, senza
alcuna possibilità da parte dell’investitore di avere un monitoraggio diretto.
Il modello di SIB della Città di New York prevede due contratti principali.
Il primo contratto è siglato tra MDRC e l’amministrazione carceraria della città
di New York per l’affidamento dell’incarico di implementazione del programma
ABLE. Il contratto prevede che in caso di mancato raggiungimento del risultato
atteso, e relativo risparmio dei costi, l’amministrazione non sia tenuta a sostenere le spese operative. In questo modo il rischio di insuccesso del programma
non è in capo alla PA che lo trasferisce su altri attori. Nel caso in cui il risultato
sia migliore dell’obiettivo pattuito, l’amministrazione è tenuta a pagare a MDRC
un ammontare crescente in proporzione al risparmio dei costi generato (vedi
tabella 2.1).
Al raggiungimento ipotetico del target (10%), l’amministrazione è tenuta a pagare
$9,6 milioni all’intermediario, con un risparmio stimato dei costi, al netto del
pagamento, superiore a $1 milione. Questi importi non includono le spese di
intermediazione di MDRC che sono coperte dal contributo di due fondazioni.
Orto biologico realizzato presso il carcere di Como dal Consorzio Solco Como
Il secondo contratto è stipulato tra MDRC e Goldman Sachs. Si tratta di un prestito di importo pari a $9,6 milioni. Se il tasso di recidiva a seguito del progetto
si riduce almeno del 10%, MDRC riceve $9,6 milioni che restituisce a Goldman
Sachs (non trattiene una percentuale di intermediazione perché i suoi costi
sono coperti da contributi a fondo perduto). Per l’investitore, il target rappresenta il punto di ritorno dell’investimento (break even). Se il risultato è superiore, realizza anche un ritorno sul capitale prestato. L’investitore non riceve
alcun pagamento da parte di MDRC se il risultato è inferiore al 10%.
Il rischio finanziario di fallimento del programma dunque è in capo al finanziatore privato. Tuttavia il SIB di New York presenta una caratteristica che lo
allontana dal modello standard. Esiste infatti un fondo di garanzia pari a $7,2
milioni, stanziato dalla fondazione Bloomberg Philanthropies, di cui MDRC può
disporre nel caso di insuccesso del programma. In tal caso altre due fondazioni copriranno i costi di intermediazione di MDRC. Tali fondi risultano a fondo
perduto e rappresentano una garanzia a copertura del finanziamento di GS. E’
chiaro che l’esistenza di questo fondo altera la natura del SIB: Goldman Sachs
rischia di perdere solo parte del finanziamento concesso. In ogni caso, rispetto
a un finanziamento diretto del programma da parte del Bloomberg Philanthropies, il meccanismo del SIB rappresenta uno stimolo all’impiego efficiente delle
risorse e, soprattutto in caso di successo, lascia intatto il fondo di garanzia da
poter impiegare per il sostegno ad altri programmi per la città.
2.3 Alcuni casi di Pay for Result in Gran Bretagna
Nel corso del 2012, il Cabinet Office (Social Investment and Finance team) ha condotto uno studio di fattibilità per valutare le potenzialità di strumenti PfR e SIB
per affrontare i problemi delle famiglie disagiate in quattro comunità locali
(Westminster City Council, Birmingham City Council, Leicestershire County Council
e the London Borough of Hammersmith and Fulham). La definizione della popolazione target si è basata su dati esistenti a livello locale, dati storici sulle famiglie che partecipano a programmi di sostegno e dati nazionali, in particolare
quelli tratti dalla ricerca del National Centre for Social Research (NatCen) per il
I risultati di questo rapporto sono il riferimento principale alla metodologia
utilizzata nei progetti pilota delle quattro autorità locali e descrivono la performance di 20 Intensive Intervention Projects (IIP) per ragazzi giovani (8-19 anni)
tra Aprile 2009 e Gennaio 2011- valore di £13 milioni . Il gruppo di trattamento
è stato selezionato da una popolazione target di 1.836 giovani, ed è composto di
790 unità che hanno terminato o preso parte a un IIP per almeno otto mesi. La
popolazione è stata individuata grazie alle segnalazioni di agenzie quali Youth
Offending Service (YOS) e Youth Offending Team (YOT), scuole e servizi sociali.
L’obiettivo del programma di IIP è il miglioramento delle condizioni dei giovani
rispetto a quattro categorie di problemi: formazione e occupazione, comportamento criminale e anti-sociale, famiglia, salute. Per ciascuna di queste categorie sono stati individuati degli indicatori (11 in totale) che misurano il comportamento dei giovani (in termini di problemi di alcol, di droga, attività criminale,
abusi familiari, etc..). Il risultato del programma viene valutato mediante il
confronto tra la situazione individuale di ciascun ragazzo prima e dopo il trattamento. Il risultato è raggiunto in una delle quattro aree se l’indicatore non
rileva più un determinato comportamento e fattore di rischio. Il successo è
“completo” se tutti gli indicatori critici indicano un miglioramento, “parziale” se
il miglioramento riguarda uno solo degli indicatori di comportamento.
Il metodo di valutazione è basato sul parere soggettivo dello staff che realizza
delle diagnosi accurate e individuali, grazie all’uso di liste di controllo, dando
vita a un archivio dati (Intensive Intervention Information System - IIIS) con tutte
le informazioni sui soggetti coinvolti. L’impatto è dunque misurato in modo soggettivo con un approccio che non prevede la creazione e il confronto con un
gruppo di controllo di giovani con le stesse caratteristiche non interessati dal
Il Work Programme è un contratto di welfare-to-work lanciato in tutto il Regno
Unito nel giugno del 2011 che fornisce supporto a disoccupati di lungo termine
o persone che hanno comunque perso il lavoro da tempo. Lo schema PfR è
strutturato in 18 contratti d’area con 40 providers di servizi individuali per l’inserimento lavorativo: lo schema di pagamento prevede una tariffa di partenza
per ogni beneficiario, un pagamento per ogni posto di lavoro ottenuto e, infine,
dei pagamenti periodici (fino a 52 settimane) per il mantenimento del lavoro.
Questo sistema crea un forte incentivo a risultati sostenibili nel lungo periodo
e spinge i fornitori a continuare il supporto alle persone perché mantengano il
Il programma è universale, non rivolto a singoli gruppi di individui ma esteso
a tutta la popolazione in cerca di impiego con un sussidio di disoccupazione
(out-of-work income-replacement benefit). I beneficiari che hanno queste caratteristiche possono chiedere volontariamente di partecipare al programma o
possono essere coinvolti tramite i centri lavoro. I dati relativi al servizio fornito
dall’operatore A4E indicano un gruppo di 115 mila individui in cerca di lavoro
che hanno partecipato al programma nel primo anno.
Il risultato del programma è il numero di posti di lavoro ottenuti dai disoccupati
beneficiari dell’intervento. I primi dati di A4E indicano che solo 4.000 beneficiari, ovvero il 3,5%, hanno ottenuto un lavoro stabile nel primo anno di attività.
Questo risultato è inferiore al valore atteso dal Department for Work and Pension (DWP) che ha stimato pari al 5,5% il valore soglia per considerare l’intervento efficace. Il 5,5% era il valore atteso di nuova occupazione in assenza del
programma, basato sulle previsioni di crescita economica fornite da Office for
Budget Responsibility per il 2010 e 2011 che si sono poi rivelate errate. Il punto
è capire se la performance inferiore alle attese sia dovuta alla scarsa efficacia
del programma o ad altri fattori congiunturali: i posti di lavoro possono non
essere aumentati come ci si attendeva per difficoltà oggettive dovute alla crisi,
anche se il fornitore ha fornito tutto il supporto necessario a favorire il processo di inserimento.
Il meccanismo di pagamento non è tuttavia basato sulla differenza di performance rispetto alla baseline prevista, ma sul numero di nuovi posti di lavoro
conseguiti in termini assoluti. Il risultato e il pagamento è stato comunque condizionato negativamente dall’andamento economico ma sarebbe stato ulteriormente penalizzato dal confronto con una previsione errata come quella definita
dalla baseline . Questo caso evidenza i limiti di alcuni approcci metodologici,
soprattutto quando non si valutano attentamente i rischi e le variabili di contesto che possono condizionare la performance del programma.
Borse del laboratorio sartoriale della Casa Circondariale di Vigevano
3. I SIB NEL CONTESTO ITALIANO
3	I SIB nel contesto italiano
3.1 Quale ruolo per la finanza privata nei servizi sociali?
Modello prodotto nella
vetreria artigianale “Il
passo” attiva presso il
È opinione diffusa che il sistema di welfare e, in generale, il sistema dei servizi
pubblici che si è progressivamente consolidato nelle ultime decadi non possa
essere mantenuto nelle medesime condizioni. Negli anni ’70, in particolare,
sono cresciuti gli ambiti di intervento dello Stato, nelle sue varie articolazioni,
nella vita dei cittadini, dalla salute, all’assistenza, alla previdenza, alla cultura,
all’istruzione e via dicendo. Questa presenza si è espressa in termini di servizi
erogati sia in forma diretta da parte della PA sia in forma indiretta, attraverso
l’outsourcing a soggetti privati. Sommando le due modalità, la spesa complessiva ha raggiunto nel tempo livelli assai elevati. Le dinamiche sociali da un
lato (in particolare, la componente demografica), quelle di mercato dall’altro
(l’aumento delle aspettative da parte dei cittadini) hanno finito col confliggere
con la situazione economica e finanziaria dei bilanci pubblici, che, in misura
via via crescente, hanno evidenziato limiti di sostenibilità. Il circolo “virtuoso”
che si era innestato nel periodo del boom economico del dopoguerra e che si è
mantenuto per i decenni immediatamente successivi (forte crescita economica,
sostanziale flessibilità dei bilanci pubblici, equilibrio nella composizione delle
coorti demografiche) aveva consentito un livello di spesa pubblica generoso.
Oggi molte di queste condizioni sono venute meno: il debito pubblico ha raggiunto livelli tali da non permettere politiche di deficit sistematico; la globalizzazione ha reso più dura la competizione nei mercati internazionali; l’invecchiamento della popolazione ha modificato la geografia dei bisogni.
In misura diversa, in tutti i Paesi europei si è andata perciò consolidando una
tendenza che va nella direzione di una riduzione del ruolo degli Stati in ordine
alla copertura dei bisogni di servizi sociali in senso lato. Non è questa la sede
per approfondire questo tema, complesso e delicato, né di esprimere valutazioni di merito – che attengono a una sfera squisitamente politica. Senza assumere che questa strada sia l’unica o la migliore possibile, occorre prendere
atto di una circostanza oggettiva, e cioè che tutti i governi europei stanno definendo o realizzando un’agenda che implica la ricerca di soluzioni innovative11.
L’esternalizzazione di alcune categorie di servizi a soggetti privati, intrapresa
con sempre maggiore intensità a partire dagli anni ’80, ha prodotto delle importanti efficienze gestionali (soprattutto riducendo alcuni costi fissi per la PA) e
ha parzialmente riconfigurato il sistema di offerta, ma ha mantenuto in capo
allo Stato la quasi totalità dell’onere economico.
Tentativi, più o meno strutturati, di coinvolgere organizzazioni diverse dalla PA
nella realizzazione delle politiche pubbliche hanno suscitato una viva curiosità
sotto il profilo della teoria politica, ma non sembrano aver davvero spostato i
termini della questione. Nel Regno Unito, in particolare, il governo conservatore attualmente in carica ha fortemente insistito sulla proposta della cosiddetta Big Society, che prevede una maggior responsabilizzazione delle comunità locali nella soddisfazione delle aspettative dei cittadini in termini di servizi
5	11	Il 27 novembre 2012, a proposito del sistema sanitario nazionale, il presidente del Consiglio dei ministri, Mario Monti, ha affermato: «Abbiamo la consapevolezza di vivere un
momento difficile: la crisi ha colpito tutti e ha impartito lezioni a tutti. […]. Il campo medico
non è un’eccezione, le proiezioni di crescita economica e quelle di invecchiamento della
popolazione mostrano che la sostenibilità dei sistemi sanitari, incluso il nostro servizio
sanitario nazionale, di cui andiamo fieri, potrebbe non essere garantita se non ci saranno
nuove modalità di finanziamento e di organizzazione dei servizi e delle prestazioni.
Tabella 3.1 - La spesa sociale per settori d’intervento: un confronto Italia-Europa
(% sulla spesa sociale totale)
Famiglia/infanzia
Politiche abitative / Esclusione sociale
Fonte: Eurostat-Esspros.
(la Big Society Capital, di cui si è detto sopra, è un elemento importante di questo
È sicuramente presto per svolgere una valutazione compiuta di questo esperimento, ma l’analisi delle iniziative realizzate e dei risultati finora prodotti sembra suggerire un’interpretazione ancora prudente circa l’opportunità di prenderlo ad esempio. Nella realtà dei fatti, all’oggettiva riduzione dei trasferimenti
dello Stato alle articolazioni locali della PA ha corrisposto un generale abbassamento dei livelli di servizio. La creatività della politica locale e della società
civile organizzata ha portato all’elaborazione di progetti di un certo interesse,
ma ancora incapaci di produrre risultati apprezzabili. Nel 2011, in Italia, lo
Stato ha speso €349,7 miliardi12, pari al 22,1% del prodotto interno lordo, per
garantire servizi di welfare (nel 2001 la spesa sociale era di €234,1 miliardi,
pari al 20,9% del PIL). Si tratta evidentemente di cifre cui nessun soggetto privato si può anche lontanamente avvicinare. I dati più recenti sulla composizione della spesa sociale mostrano che il 60,7% è destinato alla previdenza,
il 26,4% alla sanità, il 5,9% all’assistenza ai disabili, il 4,7% alla famiglia, 1,9%
alla disoccupazione, e infine lo 0,3% alla lotta all’esclusione sociale (Tabella
3.1). La spesa sociale media dei Paesi europei non è molto diversa (nel 2011, si
attestava mediamente attorno al 20% del PIL), anche se la composizione varia
abbastanza significativamente: la spesa previdenziale italiana è significativamente superiore alla media europea, mentre le spese per le altre voci sono
leggermente o significativamente più basse della stessa.
In sintesi, nessuno sembra ancora aver trovato una formula che possa rappresentare non tanto un’alternativa a quella attuale (che non sarebbe realistica né,
probabilmente, sensata), quanto perlomeno un credibile complemento. Questo
non significa, tuttavia, che non si possano realizzare degli spazi significativi
di sussidiarietà, lasciati alla libera iniziativa dei mercati o dei quasi-mercati.
La situazione attuale del nostro Paese dimostra, in realtà, che esiste un forte
dinamismo e che è possibile incanalare l’azione di diversi operatori privati
verso un’azione di supporto efficace del ruolo pubblico. Ci riferiamo, nello specifico, al cosiddetto “privato sociale” – un mondo variegato che opera attraverso
5	Eurostat, Government finance statistics, Summary tables,1/2012.
un’ampia pluralità di modelli organizzativi e di business: si va dal volontariato
informale, al volontariato organizzato, alle imprese sociali. Le forme giuridiche
utilizzate sono quelle tipiche del nonprofit (associazioni, fondazioni e comitati
da un lato e, quando la dimensione imprenditoriale è più significativa, cooperative). In generale, al di là del ruolo che possono giocare le donazioni, le fonti di
ricavo largamente prevalenti sono rappresentate dal pagamento di servizi da
parte della Pubblica amministrazione; la quota di ricavi da “domanda pagante”
privata, ancorché crescente, rimane minoritaria.
Esistono peraltro degli ambiti in cui la collaborazione tra PA e soggetti del
privato sociale ha portato a risultati di eccellenza. L’housing sociale è forse
l’esempio migliore, che costituisce indubbiamente un caso di buona pratica a
3.2 Profili giuridici
Assumendo quindi che abbia senso occuparsi di come integrare il ruolo di operatori del privato sociale con quello dello Stato nell’erogazione di servizi sociali,
occorre ritornare alla questione delle risorse e alla possibilità di mobilitare
anche capitali privati. Essi, come abbiamo visto, non rappresentano un’alternativa sistemica al meccanismo attuale basato sulla fiscalità; tuttavia, possono
svolgere una funzione di complemento e di sostegno in talune situazioni specifiche. Uno di questi potrebbe essere quello della sperimentazione di pratiche
innovative nel campo della prevenzione del disagio sociale, terreno su cui, a
oggi, la PA italiana non è riuscita a esprimere politiche particolarmente avanzate. Ed è proprio questo l’ambito in cui si sono concentrati i progetti sostenuti
attraverso i SIB. Torniamo quindi al punto da cui siamo partiti, cioè l’utilità e la
praticabilità di uno specifico strumento (nel nostro caso, il SIB), all’interno di
un quadro evolutivo.
Ci concentriamo ora sulle questioni legate alla sua applicabilità all’interno del
sistema di regole che vige nel nostro Paese. Riepilogando: nonostante il nome
bond richiami il concetto di obbligazione, dal punto di vista giuridico il SIB non
è un’obbligazione. Tecnicamente, infatti, le obbligazioni sono titoli che danno
diritto a chi le acquista alla restituzione del capitale e alla corresponsione di
una cedola; circostanze, entrambe, che non sussistono nel caso del SIB, il cui
meccanismo prevede una forte aleatorietà sia sulla quota capitale sia su quella
Il motivo per cui non è conveniente procedere all’emissione di un titolo obbligazionario vero e proprio da parte della società di scopo o dell’intermediario
stesso non è tanto legato ad aspetti tecnico-finanziari (in realtà, se essa avesse
le caratteristiche patrimoniali richieste, potrebbe effettivamente farlo), quanto
alla natura dei rapporti tra le parti coinvolte nell’operazione.
Il SIB è configurabile come un contratto atipico, che lega tra loro una pluralità
di parti a obbligazioni reciproche parziarie. Meglio, come un insieme di contratti distinti tra loro, che si richiamano vicendevolmente e i cui contenuti rappresentano condizioni reciproche, così come è stato sperimentato nell’esperienza inglese.
Il numero e la natura dei soggetti coinvolti nell’operazione possono variare a
seconda della sua complessità e del tipo di organizzazione attraverso cui la
Pubblica amministrazione, in particolare, opera13. In generale, tuttavia, è possibile affermare che gli attori il cui ruolo è necessario sono:
1.	la società di scopo;
2.	la pubblica amministrazione;
3.	il/i fornitore/i dei servizi [sociali];
4.	gli investitori;
5.	il valutatore indipendente.
A propria volta, la società di scopo (1) può essere il risultato di un accordo tra
più parti, nel qual caso occorre aggiungere alla lista dei contratti anche quello
che poi risulta nell’atto costitutivo. In termini contrattuali, le relazioni sono
disciplinate da una serie di accordi paralleli come specificato in tabella 3.2.
Lavoratori inseriti in una cooperativa sociale di tipo b dello sportello mestieri di
3.3 Questioni aperte
I problemi che si pongono nel momento in cui si immagini la realizzazione di un
SIB in Italia possono essere articolati in due categorie: da un lato, questioni di
ordine giuridico, legate ai vincoli del sistema normativo; dall’altro, questioni di
ordine organizzativo e culturale, tipiche del contesto sociale, politico e istituzionale del nostro Paese.
3.3.1 La normativa sugli appalti pubblici
Il rapporto contrattuale più importante dal punto di vista sostanziale, nel senso
che è quello sul quale si regge tutta l’architettura contrattuale, è quello che
lega la società di scopo con la Pubblica amministrazione titolare delle competenze relative all’ambito sociale in cui l’operazione si colloca.
5	13	Nel più volte citato caso del SIB del carcere di Peterborough, per esempio, la parte pubblica è rappresentata dal Ministero della Giustizia, ma nel deal è entrata anche una società privata incaricata della gestione del carcere (la Peterborough Prison Management
Limited). In quel caso, poi, è entrato in gioco anche il Big Lottery Fund, con un ruolo di
finanziatore, ma in una posizione diversa rispetto agli altri investitori.
Tabella 3.2 - Accordi contrattuali bilaterali
(appalto atipico) obiettivo
da raggiungere e strumenti di misurazione del
La PA potrebbe dover a
propria volta negoziare
e formalizzare accordi
specifici con altre amministrazioni (per esempio,
per la copertura finanziaria)
(mutuo) condizioni ecoIl finanziamento può
nomiche e finanziarie del avvenire in più tranche (a
Fornitore/i di servizi (appalto) erogazione del Data la natura fiduciaria
servizio teso alla genera- del rapporto, dovrebbe
zione dell’impatto sociale essere esclusa la possipositivo
bilità del subappalto
(appalto o c. d’opera)
verifica dell’effettiva
(output) e degli effetti
(outcome) attesi
Formalmente, ci troviamo di fronte a un appalto, cioè a un contratto (regolato
dagli articoli 1566 e seguenti del codice civile), in cui una parte (appaltatore)
assume, con organizzazione dei mezzi necessari e con gestione a proprio
rischio, l’obbligazione di compiere in favore di un’altra (committente o appaltante) un’opera o un servizio. Nel caso in cui il committente sia una PA, si applica
una disciplina specifica, che nell’ordinamento italiano, è contenuta nel Decreto
legislativo 12 aprile 2006, n. 163, il cosiddetto Codice degli Appalti. Il principio generale contenuto in questo provvedimento prevede che l’affidamento
dei servizi debba “garantire la qualità delle prestazioni e svolgersi nel rispetto
dei principi di economicità, efficacia, tempestività e correttezza; l’affidamento
deve altresì rispettare i principi di libera concorrenza, parità di trattamento,
non discriminazione, trasparenza, proporzionalità, nonché quello di pubblicità
con le modalità indicate nel presente codice”.
Un primo ordine di problemi che rileva laddove si intenda realizzare un’operazione di SIB in Italia è legato all’individuazione del fornitore di servizi da parte
della PA. Infatti, data la natura innovativa dello strumento, non si può dire che
esista un mercato maturo cui la PA si possa rivolgere, facendo riferimento a
standard di servizio consolidati. La scelta della controparte e la disciplina del
rapporto, quindi, difficilmente possono seguire le procedure normali. Viene da
ritenere che l’elevato grado di sperimentalità richieda un meccanismo di affidamento ad hoc. Tuttavia, non è scontato che questa situazione di eccezionalità
possa configurare un’esclusione della disciplina sopra citata. Il Codice prevede
infatti che le regole generali possano non essere applicate solo per una serie di
contratti tassativamente individuati nel Titolo II della Parte Prima del decreto
(e negli allegati ivi richiamati). A ben vedere, è possibile sostenere che servizi
come quelli che si realizzano nell’ambito di un SIB possano essere fatti rien-
trare tra i “servizi sanitari e sociali” di cui all’allegato II B14, esclusi dall’art. 20
In ogni caso, laddove non si ritenesse sostenibile l’esclusione dal campo di
applicazione della disciplina, lo stesso Codice (art. 27) prevede che “L’affidamento dei contratti pubblici aventi a oggetto lavori, servizi e forniture, esclusi,
in tutto o in parte, dall’ambito di applicazione oggettiva del presente codice,
avviene nel rispetto dei principi di economicità, efficacia, imparzialità, parità
di trattamento, trasparenza, proporzionalità. L’affidamento deve essere preceduto da invito ad almeno cinque concorrenti, se compatibile con l’oggetto
del contratto. […]” Naturalmente, l’applicabilità o meno della disciplina degli
appalti pubblici non è, di per sé, una condizione ostativa ai fini della realizzazione di un’operazione di SIB. È di tutta evidenza, tuttavia, che, nel caso positivo,
la renderebbe più complessa: immaginare una procedura di selezione per un
servizio che non è mai stato realizzato prima, infatti, rappresenta un ostacolo
di non poco conto. È possibile, inoltre, che il grado di specificità del servizio
produca una selezione estrema dei soggetti potenzialmente concorrenti, per
cui si dovrebbe applicare una procedura farraginosa e complessa per selezionare un operatore che, per le sue caratteristiche quasi uniche, poteva ben più
facilmente essere individuato fin da subito.
Peraltro, la difficoltà nell’applicazione delle regole sugli appalti pubblici (la cui
fonte è, lo ricordiamo, nel diritto comunitario) è stata riscontrata anche nel
caso inglese: il Ministero della Giustizia ha infine ritenuto di dover fare un’eccezione alla regola, pur non escludendo che, in teoria, una procedura di selezione
competitiva avrebbe potuto portare a ottenere migliori condizioni economiche
(Ministry of Justice, 2011).
Queste vischiosità del sistema devono essere imputate alla novità dello strumento e quindi alla sopravvenuta necessità di adattare la normativa a una fattispecie i cui contorni non sono ancora del tutto definiti. È immaginabile che,
qualora le future sperimentazioni dovessero produrre risultati positivi, si individuerà una procedura amministrativa in grado di risolvere le varie questioni
3.3.2 La disciplina della finanza pubblica
L’elemento più complesso da gestire nella progettazione di un SIB italiano
è però collegato al sistema di regole che presiede la spesa pubblica. Il SIB,
infatti, prevede in capo alla PA un’obbligazione incerta sia nell’an sia, in qualche
misura, nel quantum. La PA, cioè, dovrebbe prendere impegni oggi per il futuro
e il cui importo è collegato a variabili non definibili all’atto dell’assunzione.
Un primo ordine di problemi è proprio legato alla definizione del contratto: la
relazione tra la PA e la società di scopo è, di fatto, un derivato, essendo l’attività effettivamente svolta dal fornitore di servizi il “sottostante”. In quanto tale,
è precluso alla PA in forza dell’art. 62, legge 133/2008, secondo la formulazione contenuta nella Finanziaria 2009 (legge 203/2008). In realtà, sulla natura
di contratto derivato si può discutere e riteniamo possa essere formulata una
5	In particolare: “servizi sanitari e di assistenza sociale – CPV 85000000-9”.
disciplina dei rapporti tra le parti tali da configurare una relazione compatibile
con il diritto delle PA.
Detenuti al lavoro presso le serre di floricoltura della Cooperativa Cascina Bollate
Un secondo ostacolo è poi rappresentato dalle regole contabili in materia di
finanza pubblica: infatti, nel momento in cui la PA decide l’accantonamento a
bilancio di una somma a copertura di determinate spese, assume l’obbligo a
pagare. La giurisprudenza della Corte dei Conti stabilisce che l’atto di impegno
serve a disporre l’imputazione della spesa al capitolo di bilancio ad hoc, e ha
l’effetto di costituire un vincolo concreto di destinazione della somma impegnata, la quale non potrà essere utilizzata per destinazioni diverse da quella
prevista. È assodato che la PA possa assumere impegni di spesa per servizi la
cui esecuzione si protragga per più esercizi, quindi superando il vincolo, tutto
politico, della legislatura o della consigliatura. La somma stanziata diventa
indisponibile (e quindi rimane destinata allo scopo) se il vincolo cui è collegata
è perfezionato, cioè se deriva da obbligazioni completamente definite, com’è nel
caso di un contratto valido. Successivamente, con la liquidazione, la PA determina l’esatto ammontare della spesa o del debito e contestualmente individua
l’esatto creditore.
Nel caso inglese, l’impegno di spesa da parte del Ministero della Giustizia è
stato registrato contabilmente come sopravvenienza passiva (contingent liability); solo al verificarsi delle condizioni individuate, tale accantonamento si è
trasformato in un costo liquidabile, con conseguente aggiustamento delle scritture contabili. La PA italiana, analogamente, dovrebbe quindi prevedere l’impegno di spesa più alto (la corresponsione delle quota capitale e degli eventuali
bonus in caso di overperformance), salvo poi trovarsi con una sopravvenienza
attiva nel caso in cui l’esperimento sociale (il sottostante del prodotto finanziario derivato) non abbia successo e quindi il SIB non debba essere ripagato.
La disciplina dei meccanismi di spesa introdotti dal Patto di stabilità ha però
reso più difficile per le PA l’assunzione di obblighi a medio termine. In teoria, le
spese per investimenti non sono impedite. Tuttavia, il nuovo sistema ammette
le spese solo nella misura in cui siano stati rispettati dalla PA in questione una
serie di altri parametri tesi a mantenere l’equilibrio complessivo del bilancio
pubblico. Inoltre, le leggi finanziarie degli ultimi anni e la cosiddetta spending
review hanno, da un lato, progressivamente ridotto, in termini assoluti, i trasferimenti alle amministrazioni centrali e periferiche nonché agli enti locali; ma,
soprattutto, hanno reso più incerto l’effettivo ammontare delle risorse disponi-
bili. In questo contesto, certamente le PA sono più riluttanti ad assumere obbligazioni per periodi medio-lunghi e, in generale, a promuovere l’innovazione.
3.3.3 Complessità del sistema di accordi tra gli attori
Un ulteriore ordine di problemi è collegato alla complessità dell’architettura
contrattuale e ai costi conseguenti. Anche se, nel caso inglese, l’idea è stata
concepita e la proposta è stata messa a punto da un fornitore esterno, non
v’è dubbio sul fatto che la PA abbia dovuto investire risorse significative per
fare la propria parte. Il “tempo uomo”, anche se non rileva ai fini del bilancio
della PA come una voce di spesa aggiuntiva, rappresenta ovviamente un costo
che, in tempi di risorse scarse, deve essere attentamente valutato ex ante per
essere certi che sia sostenibile. Gli organici della PA non sono, generalmente
parlando, ridondanti. E le competenze che questo tipo di operazione richiede
si ritrovano, quando vi sono, in capo a figure con un elevato grado di esperienza, che sono evidentemente le più costose e spesso contese su più ambiti.
La loro allocazione a un progetto innovativo, con un elevato livello di rischio,
non è quindi scontata nel contesto attuale. Non si tratta di un ostacolo legale,
quanto piuttosto organizzativo, che non può essere sottovalutato. Né è immaginabile che la PA si limiti ad aderire a una proposta che arriva dall’esterno senza
un investimento di impegno diretto o possa esternalizzare completamente la
tutela dei propri interessi a un terzo, sia pure meritevole di fiducia.
3.3.4 Vischiosità dei meccanismi nel mercato
Una criticità di ordine generale è rappresentata dalle modalità di lavoro delle
PA italiane. Al di là dei non rari casi di eccellenza, all’interno dei quali sono
possibili sperimentazioni di qualità, mediamente l’approccio è poco propenso
all’innovazione. Un atteggiamento orientato al rispetto delle regole formali più
che alla soluzione dei problemi rappresenta indubbiamente un ostacolo alla
ricerca e al cambiamento.
Le PA sono spesso poco propense alla collaborazione e alla condivisione di
obiettivi e responsabilità. La regionalizzazione delle politiche sociali e, in
generale, il sempre maggiore grado di autonomia delle amministrazioni locali
hanno talvolta creato dei sistemi che non comunicano tra di loro. Le informazioni di cui ciascuna PA dispone non sono facilmente integrabili tra loro a causa
delle differenze delle metodologie con cui sono state raccolte ed elaborate. In
particolare, la scarsa qualità dei dati disponibili rende difficile l’elaborazione
di misure credibili, per esempio, riferite al costo dei servizi e agli eventuali
risparmi che potrebbero derivare dagli interventi. Se le regole di contabilità
pubblica attraverso cui vengono classificate le varie voci di costo sono lontane
dalle logiche di una contabilità industriale, i costi marginali e quindi i margini di
efficientamento sono difficilmente valutabili.
Questi e altri fattori simili non rappresentano, in quanto tali, un impedimento
formale alla sperimentazione di un SIB; ma costituiscono evidentemente delle
circostanze non favorevoli, di cui sarebbe sbagliato non tener conto in una
valutazione oggettiva di realizzabilità. Questo grado di incertezza complessivo rende quindi elevato il rischio che una soluzione formalmente precaria
non regga alla valutazione di un giudice amministrativo che venisse sollecitato
a pronunciarsi da una qualsiasi parte che lamentasse la violazione di un suo
interesse legittimo. Peraltro, anche dal lato dell’offerta dei servizi sociali non
si registra un’entusiastica tensione verso l’innovazione: una parte consistente
del Terzo settore italiano appare ancora molto legato a modelli tradizionali,
evidentemente più rassicuranti dal punto di vista dei contenuti delle attività e
dei rischi connessi alla loro remunerazione. L’idea di meccanismi di pagamento
legati ai risultati sembra piuttosto lontana dalle aspirazioni degli operatori del
privato sociale, cui è richiesto evidentemente un salto di qualità nel modo in cui
i servizi vengono progettati ed erogati.
Manufatti in terracotta prodotti nel laboratorio della Casa di Reclusione di Bollate
3.3.5 L’offerta di capitale
Abbiamo finora dato per scontato che, messo in opera il meccanismo, vi sarebbero stati degli investitori disposti a sostenerlo. Ma quali potrebbero essere
i soggetti interessati a e capaci di farlo? Appare fortemente improbabile che
essi possano essere trovati nel cosiddetto mercato retail, cioè quello delle
famiglie. Ciò non tanto perché non si trovino tra gli italiani dei cittadini disposti
a rischiare una parte del proprio patrimonio per un investimento con finalità
sociali (anzi, qualora l’intervento da finanziare fosse fortemente connesso con
la dimensione locale, sarebbe probabile la mobilitazione di un forte interesse),
quanto perché il costo del collocamento finirebbe con l’incidere eccessivamente sui costi, già molto alti, che gravano sull’operazione. Per avvicinarsi a
un obiettivo minimale di efficienza finanziaria, occorre perciò immaginare che
il capitale debba essere conferito da un numero relativamente limitato di soggetti, con un’alta propensione al rischio e una dichiarata vocazione sociale. Il
che riduce drammaticamente le dimensioni del mercato, di fatto rappresentato dalle fondazioni di origine bancaria, tra gli investitori istituzionali, e dagli
high net worth individuals (HNWI)15 , tra i privati. Fondi pensione, assicurazioni,
imprese (soprattutto se quotate), difficilmente potrebbero sottoscrivere titoli
simili a quelli di cui stiamo parlando senza assumersi il rischio che venga loro
contestata la violazione dei doveri fiduciari nei confronti dei loro stakeholder
5	15	Tale locuzione è comunemente usata nel mondo della finanza (in particolare nel private banking) e del lusso per indicare le persone che possiedono un alto patrimonio netto.
Anche se non esiste una chiara definizione, vengono tipicamente racchiusi in questa definizione quelle persone il cui patrimonio “globale netto personale, immobile di residenza
escluso” eccede il milione di dollari secondo la definizione di Cap Gemini-Merril Lynch.
di riferimento (beneficiari o azionisti che siano). L’obiettivo sociale dell’investimento può compensare il livello di rischio finanziario solo in presenza di una
esplicita natura sociale dei fini che caratterizzano l’organizzazione.
Data questa premessa, l’effettivo successo di un’operazione di raccolta di capitali non può essere data per scontata.
3.4 Un caso interessante: le cooperative sociali di tipo B della Provincia
Un caso positivo in Italia, ovvero un contesto in cui si potrebbe avviare una sperimentazione per l’esistenza di dati affidabili, è l’esperienza operativa delle
coop B di inserimento lavorativo per soggetti svantaggiati. L’Università di Brescia ha infatti sviluppato un modello di valutazione economica (VALO.R.IS) che
monetizza i costi e i benefici dell’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati (Chiaf, 2010). Tale metodologia confronta quali costi e benefici derivano
alla PA dall’esistenza di coop sociali di tipo B e dall’inserimento lavorativo di
soggetti svantaggiati nelle stesse. La stima dei benefici prevista dal modello
parte dall’ipotesi limite che tali soggetti possano essere collocati al lavoro solo
attraverso le cooperative sociali e questo tende probabilmente a sovrastimare
gli effetti positivi, oltre al fatto che non è apparentemente previsto alcun costo
Benefici per la P.A
11gettito IVA da attività degli svantaggiati;
11gettito IRPEF degli svantaggiati;
11mancata assistenza socio-sanitaria;
11mancato versamento pensione I.C.;
11mancato sostegno minimo vitale;
11costi per la PA;
11contributi erogati alla coop;
11esenzioni fiscali ONLUS;
11esenzione oneri contributivi svantaggiati.
Il modello è stato sviluppato in 6 mesi e applicato a 29 cooperative di tipo B
nella Provincia di Brescia per l’anno 2010 (il calcolo per il 2011 è attualmente
in corso). Le 29 imprese corrispondono al 27,35% del totale cooperative sociali
di tipo B bresciane iscritte all’albo regionale al 31/12/2010. In totale, sono stati
analizzati 746 casi di soggetti svantaggiati, inseriti nel corso del 2010 nelle suddette imprese. Tra essi:
11410 persone con invalidità;
1190 persone con disagio psichiatrico;
11119 persone con problemi di dipendenze;
1113 persone in misure alternative al carcere;
118 minori in età lavorativa con disagio sociale;
11106 soggetti con un generico disagio sociale non certificato.
Escludendo questi ultimi, si tratta del 59% del tot. svantaggiati inseriti nelle
coop sociali di tipo B bresciane e del 15% delle persone con svantaggio inserite nelle coop sociali di tipo B lombarde. I risultati dell’analisi quantitativa
mostrano che nel 2010 le coop di tipo B hanno creato un valore economico per
la PA di circa €3,1milioni. Tale valore, suddiviso per i 746 soggetti inseriti, dà un
valore annuo medio, per singolo soggetto inserito, di €4.209, calcolato anche
per singola tipologia di disagio:
11con invalidità è di €4.689;
11con disagio psichiatrico è €5.346;
11con problemi di dipendenze è €3.034;
11in misure alternative al carcere è €9.918;
11in minore età, con disagio sociale è €1.281;
11con disagio sociale non certificato è €5.931.
La cooperazione di inserimento lavorativo ha generato un risparmio economico
(stimato) a favore della P.A.:
11di €5,2 milioni in tutta la provincia di Brescia;
11di €20,8 milioni in Regione Lombardia.
Tali valori sono proiezioni della media ottenuta dalle 29 imprese analizzate, ma
la significatività del dato deriva dalla rappresentatività del campione, soprattutto a livello provinciale. Il risparmio generato dall’inserimento lavorativo di
soggetti in carcere o in misure alternative al carcere è di assoluto rilievo (anche
a causa dell’elevato costo giornaliero delle carceri). Nonostante ciò, tra le tipologie di svantaggio inserite in cooperativa sociale in Lombardia, la classe dei
detenuti rappresenta solo il 7% (senza considerare che, oltre al risparmio economico, vi è il valore sociale della reintegrazione nella società, non contabilizzato nel modello).
Da parte della PA, è interessante valutare quanta parte dei costi che essa
sostiene sono legati a contributi e quanti al particolare regime fiscale che
caratterizza la cooperazione di inserimento lavorativo:
11i contributi considerati sono solo quelli di natura pubblica, e rappresentano
il 18% dell’ammontare totale dei “costi” che la cooperazione genera alla PA.
Si ricorda che questi contributi non sono “costanti”, possono riguardare specifiche progettualità e verificarsi solo in determinate annualità;
11per il restante 82% si tratta di defiscalizzazione di cui beneficia la cooperazione sociale di inserimento lavorativo. Il 62% di tale defiscalizzazione
riguarda i contributi e gli oneri sociali dei lavoratori svantaggiati.
Il modello potrebbe essere facilmente applicato ad altre coop di tipo B e alle
coop di tipo A, se pur esistano dei problemi legati alla valutazione del costo dei
dipendenti delle coop versus il costo dei dipendenti pubblici in termini di beneficio collettivo.
Coltivazioni florovivaistiche di Cascina Bollate presso la Casa di Reclusione di
4	Considerazioni finali
Detenuti al lavoro presso le coltivazioni della Cooperativa Cascina Bollate
Dalla ricerca emerge un quadro di grande complessità. In estrema sintesi, si
può concludere che la realizzazione di un SIB è un esercizio non impossibile né
inutile; ma, per riuscire nell’intento e ricavare risultati non altrimenti raggiungibili in modo più efficiente, è necessario il verificarsi di numerose condizioni
(prima, durante e dopo la progettazione), cosa obiettivamente non facile.
Sarebbe tuttavia errato formulare un giudizio negativo sullo strumento solo
perché di difficile realizzazione. La complessità è anche un elemento di ricchezza che, se gestito, può produrre un importante valore aggiunto. Per esempio, la numerosità degli attori coinvolti rende ovviamente più complicata la
gestione dei rapporti sia nella fase di preparazione sia in quella di esecuzione
e di rendicontazione; ma, per converso, questa circostanza offre l’opportunità
per costruire nuove relazioni, rafforzare legami e, in ultima analisi, produrre
Quindi, riteniamo che allo studio possa seguire una sperimentazione, che consenta di affrontare concretamente le situazioni qui solo teoricamente tratteggiate, di risolvere i problemi e di verificare i vantaggi effettivi. Troppe situazioni
richiedono infatti di essere provate nella realtà per potervi ricavare delle conclusioni definitive.
4.1 Le opportunità
Il SIB rappresenta un tentativo di grande valore di percorrere nuove strade
nella vasta area della collaborazione tra soggetti pubblici e privati nell’erogazione di servizi sociali. Le opportunità più interessanti che le sperimentazioni
finora realizzate sembrano aver messo in luce sono:
1.	il SIB consente alla PA di realizzare progetti di innovazione sociale senza
assumere eccessivi rischi finanziari. È vero che lo Stato è, tra tutti i soggetti
operanti sul mercato, quello che ha la possibilità di accedere al mercato dei
capitali alle condizioni più favorevoli. Quindi, in teoria, qualsiasi soluzione
finanziaria che preveda l’acquisizione di capitali da parte di altri investitori è
subottimale. Il vantaggio del SIB non è tanto nell’efficienza finanziaria complessiva dell’operazione, quanto nel fatto che chi ne trae il maggior vantaggio, la PA, non corre il rischio dell’insuccesso. Il SIB, infatti, lo trasferisce
sugli investitori privati. La PA ha un esborso solo nel caso di successo, che
è determinato dal risparmio di spesa per la PA stessa. In sintesi, si tratta di
uno strumento che rende possibile la realizzazione di politiche sociali preventive che altrimenti non verrebbero prese in considerazione;
2.	il meccanismo di remunerazione degli investitori previsto dal SIB impone
una rigorosa metodologia di misurazione dei risultati. Questa circostanza:
a.	può incidere sull’approccio dei fornitori di servizi e degli intermediari,
che sono fortemente incentivati al raggiungimento degli obiettivi. Tutto
questo si può tradurre in un significativo miglioramento dell’efficacia
degli interventi sociali;
b.	stimola gli operatori sociali a un approccio al progetto orientato all’innovazione e all’efficienza, che può portare a una selezione del sistema
di offerta basata su fattori competitivi;
c.	garantisce un sistema più trasparente nell’utilizzo delle risorse pubbliche, ancorato a misurazioni chiare e tendenzialmente oggettive e verificabili;
3.	il coinvolgimento degli investitori privati:
a.	stimola l’innovazione anche nel campo finanziario, incrementando la
gamma di strumenti a disposizione;
b.	rende possibile un ruolo attivo anche da parte di soggetti tradizionalmente estranei al perseguimento di fini sociali, aumentando la partecipazione e la condivisione di obiettivi di interesse pubblico;
c.	fa entrare nel gioco nuove risorse aggiuntive rispetto a quelle altrimenti
disponibili, consentendo un effetto di leva;
4.	la complessità del meccanismo, che richiede l’intervento sinergico di diversi
attori coordinati tra loro, produce un aumento del capitale sociale, misurato
in termini di densità delle relazioni e di qualità dei legami fiduciari che li
4.2 Le criticità e le aree di miglioramento
Il SIB, per il modo in cui è stato concepito e realizzato nei casi analizzati, rimane
uno strumento largamente perfettibile. In particolare:
1.	i costi di transazione sono ancora molto elevati. Certamente, il fatto che
si tratti di una sperimentazione con caratteristiche di forte innovatività ha
comportato, nei due casi già avviati, un investimento iniziale assai elevato.
Questa giustificazione lascia presumere che, una volta stabilizzata la prassi,
l’avvio del processo risulterà più facile. Tuttavia, a causa della complessità
intrinseca dello strumento, è probabile che i costi rimarranno comunque
piuttosto alti. Resta da capire se avranno un’incidenza tale da inficiarne
l’equilibrio generale;
2.	il rischio non è distribuito in modo equo, nel senso che è allocato esclusivamente sugli investitori finanziari. La società veicolo e i fornitori di servizi
sociali, di fatto, non corrono rischi in caso di insuccesso, se non sul piano
reputazionale. Proprio questa concentrazione di rischio in capo agli investitori ha reso necessario l’intervento di ulteriori soggetti con un ruolo di prestatori ultimi di garanzia, la cui presenza tuttavia finisce col rendere meno
credibile la natura di strumento di mercato dello schema;
3.	a fronte di un rischio elevato, gli investitori hanno un potere assai limitato.
Possono scegliere se aderire o meno all’offerta, ma, una volta sottoscritto il
contratto, non hanno un formale diritto di voce sulla gestione del progetto;
4.	i fondi di garanzia potrebbero avere una funzione più efficace se fossero utilizzati nella forma di fondo rotativo e fossero quindi messi a disposizione di
diversi progetti in sequenza, cosa che consentirebbe di realizzare un effetto
4.3 Quale ruolo per una fondazione di origine bancaria?
La Fondazione Cariplo, e più in generale tutti i soggetti della stessa natura,
potrebbe intervenire in diverse fasi del processo, mettendo a frutto alcuni asset
specifici di cui dispone. Più precisamente, potrebbe:
1.	valorizzare le esperienze e le competenze come attore attivo nel campo dei
progetti sociali. Una Fondazione conosce i problemi, gli operatori, le dinamiche tipiche che si realizzano quando si agisce in questo territorio. Potrebbe
perciò aiutare la PA nella gestione del progetto di SIB, dall’individuazione
delle aree di intervento, alla valutazione dei programmi proposti e dei soggetti fornitori di servizio, alla definizione delle metodologie di valutazione e
così via. In sintesi, potrebbe agire come consulente di sistema;
2.	utilizzare il proprio patrimonio e quindi agire come investitore istituzionale
socialmente orientato. Questo ruolo, a sua volta, può essere declinato in due
a.	di investitore in senso proprio, sottoscrivendo quote più o meno ampie
del SIB;
b.	di assicuratore del rischio di altri investitori, attraverso la capitalizzazione di un fondo di garanzia.
Pur non escludendosi vicendevolmente, queste tre funzioni difficilmente potrebbero essere svolte contemporaneamente – perlomeno nell’ambito di un medesimo programma di SIB. Dovendo dare un’indicazione di preferenza, riteniamo
che l’ultimo dei ruoli identificati (quello di garante) sia forse quello più consono
alla natura di una Fondazione e più utile allo sviluppo dello strumento. Infatti,
è ragionevole immaginare che esista un certo numero di investitori “sociali”
che sarebbero disposti a sostenere un SIB se il loro rischio fosse, almeno in
parte, coperto da un fondo di garanzia. Con una dotazione che protegga gli investitori nella misura, per esempio, del 50%, la Fondazione potrebbe realizzare
un effetto di leva finanziaria importante, mobilitando risorse molto maggiori
di quelle che potrebbe mettere a disposizione direttamente. Inoltre, considerato che l’accesso al fondo di garanzia potrebbe non essere necessario (anzi,
dovrebbe, visto che si presume che i progetti vengano scelti con raziocinio), si
potrebbe realizzare un meccanismo di rotazione che consenta, con la medesima dotazione, di facilitare la realizzazione di successive operazioni.
4.4 Raccomandazioni per gli altri attori coinvolti
Abbiamo visto che, perché il SIB possa essere realizzato con successo, occorre
il contemporaneo verificarsi di numerose condizioni, che dipendono da soggetti
diversi. Occorre, in altre parole, che si metta in campo uno spirito collaborativo.
Le raccomandazioni in questo senso possono andare in due direzioni:
1.	in termini generali, possono essere formulati degli auspici – forse un po’
banali e tuttavia importanti:
a.	nei confronti della PA, perché si dimostri sempre più attenta all’innovazione e concretizzi questa attenzione con un approccio flessibile, collaborativo e trasparente e realmente orientato alla soluzione dei problemi reali;
b.	nei confronti degli operatori del Terzo settore, perché non si arrocchino
nei territori conosciuti del sistema degli appalti della PA e tentino qualche sortita in quelli, meno rassicuranti, dei meccanismi di pagamento a
fronte di risultati, proponendo progetti sfidanti e innovativi;
c.	nei confronti degli operatori finanziari, perché mettano a disposizione
strumenti e competenze al servizio di cause sociali, contenendo la pur
legittima spinta alla massimizzazione dei profitti generati dai margini;
Abiti da cerimonia della
presso gli istituti di San
Vittore e Bollate
2.	in termini più specifici, sembrano particolarmente utili taluni interventi:
a.	la rimozione dei vincoli dettati dal patto di stabilità per progetti di innovazione sociale finalizzati all’ottenimento di risparmi per la PA;
b.	l’introduzione di un sistema fiscale di vantaggio per gli investitori sociali
che abbiano ricavato degli utili generati dal successo del SIB;
c.	la mappatura di interventi innovativi nel campo della fornitura di servizi
sociali che possano essere terreno fertile per la creazione di un SIB
d.	l’applicazione in contesti diversi di metodologie per la raccolta di dati e
per la misurazione dei risultati ottenuti da determinati programmi. Tale
attività può essere favorita nell’ambito del Terzo settore, a prescindere
dagli obiettivi di creazione o meno di un SIB, in quanto migliora la capacità di relazione con la Pubblica amministrazione, favorisce l’efficienza
operativa e aumenta la capacità di attrarre capitali di natura privata.
Finanza privata per il Terzo settore
La debolezza dei modelli di business si riflette anche sul grado di sofisticatezza
degli strumenti finanziari utilizzati. Poiché il tema oggetto di indagine nel presente rapporto rimane quello degli strumenti finanziari, vale la pena di approfondire i bisogni che gli operatori del sociale esprimono e l’adeguatezza delle
risposte fornite dalle istituzioni finanziarie. La vigente normativa in tema di
organizzazioni che a vario titolo vengono incluse nell’ambito del Terzo settore
pone precisi vincoli alle modalità di reperimento di capitali, sia a titolo di rischio
che a titolo di debito.
Nel primo caso, oltre ai limiti per le organizzazioni che per forma giuridica
non possono prevedere la ripartizione del capitale, a tutti soggetti regolati
dalla legge sulle Onlus (incluse le cooperative sociali) o dal D.lgs. 155 del 2006
sull’impresa sociale16 è fatto divieto di distribuire, anche in modo indiretto, utili
o avanzi di gestione, comunque denominati. Tale prescrizione è penalizzante
soprattutto per cooperative17 e imprese sociali che svolgono attività commerciali e che potrebbero offrire partecipazioni (quote o azioni) al capitale della
società. Nel secondo caso, ovvero per l’emissione di titoli di debito, vi sono
minori limitazioni di tipo giuridico (in particolare la loro remunerazione non
viola il divieto della distribuzione degli utili per le imprese e cooperative sociali),
anche se si deve notare che gli strumenti al momento esistenti hanno delle
caratteristiche tali da renderne complessa l’emissione.
I titoli obbligazionari possono essere emessi dalle cooperative e dalle imprese
sociali ex lege, compatibilmente con le norme che disciplinano la fattispecie
dalla Spa o Srl a seconda dello status giuridico dell’emittente. La normativa
fissa nel doppio del capitale sociale l’importo massimo finanziabile mediante
l’emissione di titoli obbligazionari, limite in verità derogabile nel caso in cui
si verifichino una serie di fattispecie, come ad esempio che l’ulteriore emissione, oltre il limite previsto, sia a beneficio di investitori qualificati soggetti a
vigilanza prudenziale o vi sia una garanzia ipotecaria sull’emissione. Tali titoli
possono essere collocati solo a investitori professionali e, in caso di successiva
circolazione, l’investitore qualificato che li trasferisce risponde della solvenza
della società nei confronti degli acquirenti che non siano investitori professionali o soci della società medesima. Infine, la legge indica anche dei limiti alla
remunerazione massima riconoscibile su tali strumenti, fissandola per le cooperative in uno spread massimo del 4,5% rispetto al tasso di interesse massimo
garantito dai buoni postali fruttiferi, in caso di sottoscrizione da parte di soci
cooperatori, e del 5% rispetto al tasso ufficiale di riferimento per le imprese
5	D. Lgs. n. 460 del 4 dicembre 1997 “Riordino della disciplina tributaria degli enti non com- 6
16	merciali e delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale” e D. Lgs. 24 marzo 2006
n.155, “Disciplina dell’impresa sociale, a norma della legge 13 giugno 2005, n. 118”.
17	Grazie alle novità introdotte dalla riforma del diritto societario, anche le cooperative hanno
la facoltà di ricorrere all’emissione di strumenti finanziari: l’articolo 2526 cc sancisce che
“l’atto costitutivo può prevedere l’emissione di strumenti finanziari secondo la disciplina
prevista per le società per azioni e stabilisce i diritti di amministrazione e patrimoniali attribuiti ai loro possessori e le eventuali condizioni per il trasferimento di tali strumenti”.
Linea di borse e zaini econcompatibili prodotti da Ecolab, attiva presso San Vittore
In linea teorica dunque questi titoli possono essere strumenti di finanziamento
anche per il Terzo settore. Tuttavia il prestito obbligazionario può essere impiegato solo nei casi di imprese mature, con garanzie patrimoniali, che abbiano
consolidato il proprio business a valenza sociale e che siano in grado di garantire il pagamento di interessi e il rimborso del capitale ricevuto. Al momento,
questa tipologia di emissione obbligazionaria è pressoché inesistente, data la
scarsa diffusione di soggetti aventi le caratteristiche indicate. Restano anche
molti dubbi circa il potenziale futuro di mercato almeno per due ragioni:
11inadeguatezza dello strumento finanziario per il tipo di imprese;
11incompatibilità della scala dimensionale con l’istituito dell’impresa sociale
(è difficile che un’impresa di medie dimensioni in grado di emettere un bond
si trasformi in impresa sociale senza scopo di lucro).
Tutte le altre categorie di organizzazioni nonprofit (diverse dalle società e dalle
cooperative) devono ricorrere a strumenti di finanziamento alternativi, alcuni
dei quali purtroppo stentano a prendere piede, altri non sono ancora stati messi
Un tipo di strumento di debito che è stato pensato appositamente per il finanziamento di enti nonprofit è il c.d. titolo di solidarietà18, un valore mobiliare
caratterizzato dal fatto che i fondi raccolti mediante emissione e offerta al pubblico devono essere destinati obbligatoriamente ed esclusivamente al finanziamento di Onlus. Sono titoli a tasso fisso non convertibili che possono essere
emessi esclusivamente da banche o intermediari finanziari iscritti nell’elenco
speciale previsto dall’art. 107 del Testo Unico Bancario. Purtroppo questi titoli
non hanno risposto alle esigenze di finanziamento del settore nonprofit poiché
a oggi non sono mai stati realizzati.
Le limitate possibilità di accesso al mercato dei capitali si riflettono dunque
nel ricorso prevalente all’indebitamento verso i propri soci o verso istituti di
credito tradizionali. Tuttavia, come più volte osservato, tanto da esponenti del
mondo bancario, quanto del Terzo settore, sebbene con motivazioni diverse e
spesso contrastanti, l’accesso al credito da parte di organizzazioni nonprofit è
5	Istituiti dal decreto legislativo n.460/1997.
talvolta più teorico che fattuale. Numerose sono le ragioni di tale difficoltà. In
primis, non si può non fare menzione dei problemi di asimmetria informativa
che caratterizzano il rapporto tra Terzo settore e banche, ancora più accentuato
rispetto a quelli associati a qualunque rapporto creditizio verso il mondo for
profit, data la lontananza di linguaggi, vedute e competenze. In secondo luogo,
le metodologie di valutazione e i criteri seguiti nel processo di istruttoria di fido
si sono mostrati spesso inadeguati a valutare e cogliere pienamente la capacità
di credito e di rimborso di questa tipologia di organizzazioni. Infine, il rapporto
si è ancor più complicato con l’entrata in vigore degli accordi di Basilea 3 che
hanno modificato i requisiti patrimoniali per ciascun affidamento legandoli al
rischio specifico. La banca in caso di prestito a una nonprofit deve accantonare
un patrimonio di vigilanza superiore, dato che quest’ultima presenta un livello
di rischio mediamente più alto di un’impresa commerciale.
Le difficoltà che il sistema bancario tradizionale, a meno della marginale
eccezione (in Italia) delle BCC, mostra nel relazionarsi con il Terzo settore, ha
portato alla nascita di operatori di credito specializzati, in grado di valutare
meglio l’affidabilità delle organizzazioni nonprofit. Questo aspetto richiede la
definizione di strumenti ad hoc che permettano e facilitino l’accesso al credito
delle organizzazioni nonprofit e delle imprese sociali. Questi istituti di credito
specializzati, innovando strumenti e approcci, sfruttando economie di specializzazione e un’elevata conoscenza del settore per l’abbattimento dei costi di
istruttoria, sono riusciti a dare una risposta, sebbene ancora insufficiente, alle
difficoltà sopra rappresentate.
Gli spunti più interessanti nella definizione di nuove soluzioni per apportare
maggiori risorse private a supporto di iniziative a finalità sociale sono legati
all’emergere della pratica di investimento denominata Impact Investing. Secondo
la definizione del GIIN19, organizzazione che, sorta per iniziativa di circa 40 fondazioni filantropiche, oggi riunisce i principali operatori del mercato, si tratta di
“investments intended to create positive impact beyond financial returns”, ovvero
di investimenti volti a creare un impatto positivo oltre al rendimento finanziario.
La definizione puntualizza dei cambiamenti di logica e approcci importanti.
Innanzitutto, si tratta di investimenti, ovvero di trasferimento temporaneo
di risorse, che però necessitano di essere restituite con un congruo livello
di remunerazione. Inoltre, viene esplicitato che il fine ultimo è la creazione,
volontaria e intenzionale di impatto sociale, relegato a effetto secondario per
altre strategie di investimento20. In sostanza tale pratica si è sviluppata sulla
scia di una nuova filosofia di investimento, che sostituisce all’obiettivo di massimizzazione dei rendimenti finanziari una più complessa e articolata funzione
obiettivo. Nello specifico, chi investe secondo tale approccio lo fa perseguendo
un doppio dividendo, derivante dal fine di coniugare rendimento finanziario e
impatto sociale e/o ambientale, che risulti tangibile e misurabile.
5	Global Impact Investing Network.
19	20	Si pensi ad esempio agli investimenti sostenibili e responsabili (SRI secondo l’acronimo
inglese), che interpretano l’attenzione alle aree sociali, ambientali e di governo societario
(ESG) come un fattore in grado di individuare delle sacche (evitando rischi e cogliendo
opportunità) di redditività non catturate dalla classica analisi fondamentale.
L’interesse verso questo nuovo modo di intendere l’investimento finanziario è
cresciuto allorquando si è consolidata la consapevolezza sulla possibilità di
finanziare modelli di social business che, oltre a creare valore sociale e ambientale, fossero scalabili e sostenibili (e talvolta molto profittevoli) dal punto di
vista economico-finanziario. Nello specifico, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, imprenditori sociali hanno dimostrato come, a fronte di margini unitari
contenuti - in virtù dei prezzi volutamente bassi per ragioni di equità nell’accesso - è possibile servire i mercati BoP 21, realizzando un interessante livello
di profitti grazie ai volumi di vendita molto elevati. Proprio in questa tendenza
verso il soddisfacimento di bisogni primari di fasce della popolazione più fragili, gli osservatori del settore vedono una delle sue linee di evoluzione.
A oggi non esistono ancora dati certi sulle dimensioni del fenomeno: le principali analisi condotte in merito stimano il potenziale di crescita del mercato nei
prossimi 5 anni tra i 500 e i 1.000 miliardi di dollari (Monitor Institute, 2009; JP
Morgan Global Research, 2010). Il settore è ancora lontano dall’aver costruito meccanismi di intermediazione e architetture standard efficienti e mostra
ancora altissimi tassi di sperimentazione. Ne consegue che quasi ogni operazione risulta sostanzialmente unica o presenta numerose specificità, la
gestione delle quali fa notevolmente lievitare i costi di progettazione e, di conseguenza, di transazione. In tale arena operano soggetti abbastanza diversi,
sia sul lato dell’offerta sia della domanda di capitali, accomunati tuttavia dalla
visione dell’attività di investimento come strumentale al conseguimento di un
Dal lato dell’offerta di capitale, una prima macro caratterizzazione può essere
definita sulla base della scala di priorità.
Si possono infatti individuare investitori financial first, i quali, pur desiderosi di
conseguire un impatto sociale, subordinano questo fine al conseguimento di
rendimenti finanziari che siano almeno competitivi rispetto a quelli garantiti sui
mercati tradizionali. Tra questa tipologia di investitori, protagonisti principali
sono alcuni grandi gruppi bancari commerciali, istituzioni finanziare internazionali per lo sviluppo (ad esempio l’IFC22) e alcuni investitori istituzionali, in
particolare fondi sovrani, fondi pensione e i fondi di investimento di social venture capital.
Gli investitori impact first, attribuiscono invece priorità all’impatto sociale conseguito, essendo a tal fine disposti anche a sacrificare parte dei rendimenti
finanziari conseguibili mediante impieghi alternativi. In questo gruppo di investitori hanno un ruolo predominante fondazioni di erogazione, family trust/
office, HNWI e venture philanthropist.
Dal lato della domanda di capitale, vengono finanziate secondo questo approccio cooperative, micro, piccole e medie imprese, start up innovative molto scalabili e social business, principalmente nel Sud del mondo, ma non solo. Le
organizzazioni oggetto di investimento sono selezionate indipendentemente
dalla forma e dallo status giuridico, ma esclusivamente sulla base del poten-
5	Acronimo inglese per Base of the Pyramid.
22	International Finance Corporation, World Bank Group.
ziale di generare impatto sociale. Dovendo comunque garantire la restituzione
del capitale (e la sua remunerazione), generalmente si tratta di organizzazioni
imprenditoriali che sfruttano meccanismi di mercato per vendere beni/erogare
servizi, secondo modalità molto efficienti ed efficaci, a fasce di popolazione in
condizioni di povertà e/o emarginazione, che non avrebbero avuto la possibilità
di accedere a quei beni/servizi se venduti secondo modalità diverse.
L’aspetto più interessante di queste pratiche è rappresentato dalla pluralità
di strumenti messi in campo per soddisfare esigenze finanziarie di diverso
tipo. Quello dell’Impact Investing si presenta più come una strategia-filosofia
di investimento che come una asset class a se stante. Volendo di conseguenza
delineare una sintetica panoramica delle classi di attivo in cui a oggi questo
approccio è stato sperimentato, ritroviamo una ampia gamma di strumenti, dai
fondi di private equity e venture capital, al capitale di debito, a strumenti ibridi
di mezzanino, alle garanzie finanziarie sino ai prestiti commerciali e agli strumenti monetari per la gestione della liquidità. Proprio tale ampiezza di attivi
interessati spiega l’estrema eterogeneità, pocanzi richiamata, di soggetti attivi
nel mercato. Questo stesso fattore abilita la possibilità di strutturare le operazioni in modo molto circostanziato, ritagliando la durata, la forma tecnica e
l’architettura del rapporto di finanziamento sulla base di specifiche esigenze
dell’organizzazione e della fase del suo ciclo di vita. Si riporta in Tabella A.1 uno
specchietto di sintesi delle principali forme di finanziamento impiegate.
Nonostante l’interesse che questa nuova filosofia di investimento sembra
riscuotere tra una ampia gamma di investitori, sembra tuttavia lecito sottolinearne alcuni limiti. In particolare, le criticità che l’Impact Investing presenta sono
ascrivibili principalmente a tre dimensioni.
In primis, anche a causa dello stadio piuttosto ancestrale nello sviluppo dell’approccio (e in particolare dell’intera infrastruttura di mercato), il settore sembra particolarmente debole da un punto di vista della misurazione dell’impatto
generato. In una primissima fase, quasi pionieristica, la generazione di effetti
positivi sul contesto sociale su cui si andava ad agire era più frutto di assunzioni
(se non presunzioni) ex ante, che un risultato effettivamente misurato ex post.
È questo ad esempio il caso degli investimenti nelle istituzioni di microfinanza
(IMF) operanti nel Sud del mondo, per i quali, per molto tempo, la possibilità di
dare accesso al credito a individui alle soglie dell’emarginazione (sia finanziaria
che sociale) veniva di per sé considerato un investimento ad alto impatto.
A causa di queste premesse, non si riteneva quindi necessario misurare le conseguenze sociali, ambientali ed economiche di tale pratica sul contesto sociale
di riferimento. Molti osservatori individuano in questa scarsissima attenzione
alla misurazione dei risultati la ragione fondamentale che ha portato ad alcune
pericolose derive del settore, quali elevatissimi tassi di indebitamento della
clientela delle IMF e nefaste conseguenze ambientali delle attività finanziate,
che per lungo tempo sono state sottostimate. Oggi si assiste a una presa di
coscienza dell’assoluta esigenza di monitorare con attenzione e continuità le
conseguenze prodotte da questa tipologia di investimenti sul contesto sociale sul
quale vanno a insistere. Tuttavia, come individuato nel corso della trattazione,
le metodologie attualmente impiegate, anche negli esperimenti più all’avanguardia, risultano molto complesse, mediamente di difficile comprensione per
gli investitori e in ogni caso molto onerose in termini di tempo e risorse neces-
(3-7anni)
Pagamenti: interessi
Pagamenti: dividendi
Pagamenti: nessuno
Restituzione: dipende
Capitale Ibrido
Implicazioni per il beneficiario
Imprese sociali ex lege
Possibili beneficiari del Terzo settore
▪▪ Strumento finanziario non costoso
▪▪ Assetto proprietario invariato
▪▪ Condivisione del rischio con l’investitore
▪▪ Grande flessibilità
▪▪ Il pagamento di interessi annui richiede flussi di cassa certi
▪▪ Diluizione della proprietà se convertito in azioni della società
▪▪ Restituzione del capitale dovuta
▪▪ Partecipazione ai profitti per l’investitore sociale
▪▪ Diluizione della proprietà
▪▪ Gli investitori sociali hanno diritto di voto e/o controllo
▪▪ Partecipazione al profitto di impresa per gli investitori
▪▪ Impatto potenziale sulla cultura dell’impresa
▪▪ Ampi diritti per i prestatori di capitale in caso di default
▪▪ Elevata flessibilità nell’uso del capitale
ness a basso rischio
Imprese a finalità sociale
▪▪ Il pagamento di interessi sul debito richiede un modello di busi- Imprese a finalità sociale
▪▪ In genere da impiegare per progetti
▪▪ Alto costo di fundraising
▪▪ Bassa flessibilità di impiego
Fonte: adattamento da Achleitner, Spiess-Knafl et al. [2011]
Durata: breve termine
Restituzione: nessuno
Tabella A.1 - Principali forme di finanziamento
sarie. Se ne deduce che moltissimo resta ancora da fare per poter dare effettività (riscontrabile e quindi misurabile) all’obiettivo di generazione volontaria
di impatto, che costituisce il principio fondante dell’approccio.
Riprendendo l’appena citato caso nel segmento della microfinanza, è possibile
evidenziare un ulteriore nodo critico per lo sviluppo, ovvero la reputazione e la
credibilità futura di questa strategia di investimento. È infatti lecito chiedersi
se la massiccia presenza nel settore di operatori e istituzioni finanziarie marcatamente commerciali, non possa far propendere nel breve-medio periodo
verso una soluzione del trade off potenziale tra rendimento e impatto a tutto
favore del primo. Nel settore della microfinanza si riscontra un preoccupante
correlazione tra l’ingresso nel settore di operatori finanziari “tradizionali” e la
dinamica crescente dei tassi di indebitamento delle famiglie servite. L’approccio decisamente orientato al profitto potrebbe di fatto snaturare il principio
della volontà di conseguire un impatto o quanto meno piegarlo, come in altri
approcci all’investimento più istituzionalizzati, all’obiettivo della redditività
del capitale investito. Il rischio è che quello dell’impatto si trasformi, in una
totale deriva, più in una leva di marketing che in un effettivo doppio dividendo.
Infine non si può non notare come, rapportato allo specifico contesto italiano,
questo approccio, applicato al settore del sociale, presenta notevoli ostacoli
formali e culturali. Nel nostro Paese infatti, tanto il quadro regolatorio, quanto
la storia, la tradizione e la cultura inerenti il Terzo settore, pongono dei seri
limiti all’Impact Investing. Da un punto di vista meramente formale, il fatto che
l’investimento si sostanzi nell’ingresso del capitale sociale e richieda una
remunerazione, si scontra con il vincolo di non distribuzione degli utili, che
sancisce l’impossibilità per le organizzazioni del Terzo settore di distribuire
una qualunque forma di rendimento ai propri soci/associati. Anche quando
una certa remunerazione è ammessa ex lege, come nella fattispecie della
forma cooperativa e dell’impresa sociale, altri meccanismi peculiari della
fattispecie giuridica, come il voto capitario, la clausola di mero gradimento e
in generale tutte le procedure che rendono difficile sia l’entrata che l’uscita
dalla compagine sociale, rendono l’investimento non praticabile.
Questo ostacolo formale diventa sostanziale se si considera che per storia,
tradizioni e cultura, il Terzo settore italiano è certamente il primo protagonista non pubblico nel dare risposta ai bisogni sociali emergenti. Diversamente
da altri contesti, caratterizzati dalla presenza di imprenditori sociali for profit
o low profit, in Italia le organizzazioni che presidiano queste aree di fallimento
del mercato sono essenzialmente tutte realtà giuridicamente nonprofit. Questo significa che escludendo questo settore dal lato della domanda di capitali,
l’Impact Investing fallirebbe nell’allocare capitali proprio alle organizzazioni
più bisognose e più orientate alla generazione di un impatto sociale.
Afferiscono alla prima categoria tutti quegli approcci che, per la ricostruzione del dato controfattuale (non osservabile per definizione), nell’ambito
del disegno sperimentale identificano in maniera distinta due gruppi di individui che costituiranno la popolazione di riferimento per il test. Uno, quello di
trattamento, cui verrà applicato l’intervento oggetto di sperimentazione e un
altro, il gruppo di controllo, al quale invece lo stesso non verrà somministrato.
L’idea fondamentale del metodo sperimentale scaturisce dalla procedura per
la sperimentazione clinica utilizzata per testare l’efficacia di farmaci e/o tecniche cliniche nuovi. Questa prevede che un certo numero di pazienti, affetti
da una certa patologia che ci si prefigge di curare, venga casualmente suddiviso, all’atto stesso della somministrazione, in due gruppi mediante sorteggio:
a un primo gruppo (“sperimentale”) viene somministrato il farmaco, all’altro
(“di controllo”) una sostanza inerte, il cosiddetto placebo. Il gruppo di controllo
serve a riprodurre la situazione controfattuale: il decorso della patologia che
si osserva tra i membri del gruppo di controllo approssima nella costruzione
sperimentale il decorso che la patologia avrebbe avuto tra i membri del gruppo
sperimentale, qualora essi non avessero ricevuto il farmaco. Una differenza
statisticamente significativa in senso favorevole tra il decorso osservato per il
gruppo sperimentale e quello osservato per il gruppo di controllo indica che il
farmaco è, in media, efficace.
La tecnica appena descritta viene definita Randomised Control Trial (RCT), per
rimarcare come l’assoluta casualità nell’assegnazione di uno degli individui
coinvolti nella sperimentazione all’uno piuttosto che all’altro gruppo costituisca il fattore metodologico essenziale per garantire significatività e validità
delle differenze osservate sulle variabili di risultato tra i due gruppi. Se applicata a un campione sufficientemente grande, la randomizzazione produce
infatti due gruppi statisticamente equivalenti sia nelle caratteristiche osservabili che nelle caratteristiche non osservabili. Ciò rende il gruppo di controllo la
ricostruzione più affidabile della situazione controfattuale.
Tuttavia la RCT non è l’unica soluzione per l’identificazione, tra gli individui
coinvolti nel programma, di un sottoinsieme, il gruppo di controllo appunto,
da utilizzare come oggetto di rilevazione per la ricostruzione del dato controfattuale. Sempre nell’ambito dei metodi sperimentali troviamo infatti anche la
tecnica denominata Temporal Control Trial (TCT), che ben si presta a essere utilizzata in programmi di intervento organizzati per cicli successivi, a ognuno dei
quali un gruppo di individui diversi viene sottoposto al trattamento sperimentale. In questo caso infatti, invece di definire una suddivisione netta dei partecipanti in due gruppi distinti, viene sfruttato il fattore tempo per ricostruire il
dato controfattuale. Nello specifico, individuato il primo gruppo da sottoporre
al trattamento, si confronterà il valore assunto dalla variabile di outcome dopo
l’intervento con quello rilevato per il secondo gruppo che prenderà parte al
programma, ma prima che venga a esso applicato l’intervento sperimentale.
Oltre al fattore temporale anche quello geografico è stato utilizzato in letteratura come parametro di ricostruzione del controfattuale. In particolare, con la
tecnica definita Geographic Control Trial (GCT) la divisione tra gruppo di tratta-
mento e di controllo non avviene per separazione temporale, bensì geografica,
individuando una regione in cui somministrare l’intervento e altre come aree di
controllo, ove gli individui coinvolti nel programma sono componenti del gruppo
Il maggior pregio dei metodi sperimentali è senza dubbio la robustezza e il
rigore analitico, dato che, adottando un meccanismo di controllo fisico (ovvero
un gruppo di controllo costituito da individui ben identificati) garantisce la possibilità di misurare e comparare in modo oggettivo i risultati del trattamento,
offrendo una soluzione molto efficace al problema di dover dimostrare l’addizionalità degli effetti dell’intervento. La prevalenza di certe caratteristiche in
un campione omogeneo e la randomizzazione nell’applicazione del trattamento
danno una certa confidenza sul fatto che ogni differenza statisticamente rilevante nella variabile di outcome misurata tra i due gruppi, sia ragionevolmente
riconducibile all’intervento sperimentale.
realizzato presso il carcere di Como dalla Coop.
Sociale “Questa generazione”, ACLI Como
Tuttavia affinché le considerazioni appena addotte siano valide è necessario
disporre di una notevole mole di informazioni, essere certi che i dati raccolti
siano affidabili e di buona qualità e che la dimensione della popolazione di individui complessivamente interessata dal programma sperimentale sia sufficientemente ampia (e la prevalenza molto alta). Inoltre, per ottenere stime corrette,
è indispensabile che gruppo sperimentale e gruppo di controllo restino tali per
l’intera durata dell’esperimento. Quindi, soprattutto per l’adozione della tecnica RCT, si pongono due ordini di criticità metodologiche che possono inficiare
la rigorosità delle conclusioni. Da un lato il problema della non partecipazione,
o partecipazione incompleta, da parte di coloro che sono stati assegnati al
gruppo di controllo (il cosiddetto problema dei no-show, quelli che non si presentano, e dei drop-out, cioè quelli che abbandonano). Dall’altro il problema dei
cross-over, cioè quegli individui assegnati al gruppo di controllo che riescono a
usufruire ugualmente del servizio. Questi fenomeni sono definiti con il termine
di non-compliance with the assignment, non ottemperanza all’assegnazione, e
sono la principale fonte di distorsione delle stime. La rilevanza delle criticità
poste alla correttezza metodologica dalla non ottemperanza all’assegnazione
dipende dal fatto che, tanto i casi di no-show quanto quelli di cross-over, implicano una violazione dell’assunzione di assegnazione casuale del trattamento,
che costituisce il nodo cardine della metodologia e della sua robustezza statistica. Il problema principale è infatti che la non-compliance non è casuale,
bensì frutto di scelte consapevoli da parte degli individui sottoposti a randomizzazione. Questo comporta che, nel caso in cui i due fenomeni di cui sopra
assumano dimensioni rilevanti, il semplice confronto dei risultati osservati tra
il gruppo di trattamento e quello di controllo sarà distorto (selection bias), e
deve pertanto essere considerato e corretto con tecniche econometriche ad
hoc. La quantità di dati necessari e queste potenziali distorsioni, introducono
elementi di complessità che devono essere necessariamente affrontati, con un
dispendio in termini di tempo e risorse economiche.
Infine, per concludere sugli svantaggi dei metodi sperimentali, che rimangono
comunque la migliore tecnica di valutazione oggi disponibile, non si può non
accennare ai grossi problemi di ordine etico e politico che soprattutto gli esperimenti RCT comportano, fondandosi sulla esplicita e volontaria esclusione di
una parte della popolazione di riferimento dalla possibilità di accedere a un
trattamento sperimentale potenzialmente benefico. Proprio per questa caratteristica procedurale di fondo, per altro, l’applicabilità del metodo sperimen59
Servizi di digitalizzazione forniti da GSP, presso la Casa di reclusione di Opera
tale è limitata alle politiche non universali, cioè quelle a copertura parziale. Va
comunque osservato che, tra tutte le possibili forme di razionamento del servizio, il caso rimane ampiamente quella più equa. Tutti gli interventi universali
(quali l’istruzione elementare, gli interventi di tutela ambientale, le regole sulla
circolazione stradale), non si prestano per definizione all’individuazione di un
gruppo di controllo e quindi alla randomizzazione. Sul fronte teorico la scarsa
generalizzabilità delle stime è forse il limite più importante del metodo sperimentale. Se infatti la randomizzazione è necessaria per garantire la validità
interna delle stime, cioè il fatto che esse riflettano realmente il contributo netto
dell’intervento, la sperimentazione mostra limiti maggiori sul lato della validità
esterna, cioè quello della loro generalizzabilità. In particolare, gli effetti stimati
su scala ridotta (tipica della sperimentazione) non tengono conto dei vincoli di
tipo macroeconomico che non possono essere trascurati quando l’intervento
viene applicato su larga scala.
Metodi quasi-sperimentali
Una possibile strategia alternativa rispetto alla costruzione di un gruppo di controllo reale è definirne uno in modo sintetico, ricostruendo un gruppo di controllo statistico. In questi casi, il controfattuale può essere ricostruito soltanto
postulando degli assunti non testabili, la cui stringenza diminuisce, entro certi
limiti, all’aumentare dei dati a disposizione. Per la ricostruzione del controfattuale infatti, i metodi quasi-sperimentali utilizzano quelli che nel linguaggio tecnico sono definiti dati osservazionali (observational data), derivati dalla
osservazione del corso naturale degli eventi e contrapposti ai dati sperimentali,
campionati nell’ambito di un programma per la ricostruzione, in ambiente controllato, dello stesso evento che si vuole analizzare. In estrema sintesi, invece
di individuare un gruppo di soggetti che fisicamente costituiscano il campione
di osservazione rispetto al quale parametrare quanto misurato per il gruppo
di trattamento, si individua, all’interno di un nutrito database, un sottoinsieme
di “casi” che risulti il più simile possibile, rispetto a caratteristiche ritenute
importanti, all’insieme degli individui trattati. La costruzione del campione
statistico da usare come riferimento è dunque il frutto di un processo di selezione condotto sulla base di una serie di caratteristiche ritenute importanti
ai fini sia della sperimentazione che della individuazione del gruppo di trattamento. Queste caratteristiche devono essere oggettivamente misurabili (o
almeno approssimabili) mediante variabili osservabili, che quindi costituisco il
principale driver per individuare tra la mole di dati a disposizione, un sottoin-
sieme di casi che presentino, per queste stesse variabili, valori molto prossimi
al campione di trattamento (selection on observables). La casualità garantita
negli approcci sperimentali dalla randomizzazione del trattamento, imprescindibile per non ingenerare problemi di selezione distorta del campione, viene
qui replicata in quanto l’assegnazione al trattamento, basta su variabili osservabili (X), è casuale, così permettendo di correggere la distorsione dovuta alla
selezione. In gergo si parla di condizione di common support, che postula che
individui con gli stessi valori delle variabili X abbiano la stessa probabilità positiva di essere partecipanti e non partecipanti.
La possibilità di poter tener conto, ovvero controllare endogenamente nel
modello statistico di stima, di numerose e molteplici variabili in grado di condizionare il risultato che si vuole misurare costituisce il principale vantaggio di
tutte le tecniche riconducibili all’approccio quasi-sperimentale. In questo modo
infatti, da un lato è possibile evitare il problema delle variabili omesse, soprattutto in riferimento alle variabili che descrivono il contesto macro-economico
e sociale, che, se non introdotte nel modello, rendono le stime dell’effetto
del trattamento sul risultato distorte. Dall’altro, viene garantita la possibilità
di correggere internamente il modello (al momento della sua stima) rispetto
ai potenziali errori di selezione di cui si è parlato in precedenza e che invece,
negli approcci sperimentali, devono essere corretti ad hoc. Se, ad esempio, ci
si rendesse conto ex-post di aver selezionato un campione di trattamento particolarmente motivato rispetto alla partecipazione al programma e quindi non
rappresentativo dell’intera popolazione, è possibile inserire questa caratteristica nel processo di selezione del controllo statistico, così da annullare la
Anche la famiglia dei metodi quasi-sperimentali conta molteplici e diversi tecniche che si differenziano per livello di sofisticatezza econometrica e robustezza
analitica. Tra queste le più conosciute sono: la differenza nelle differenze,
l’analisi di regressione, il matching statistico, il confronto attorno al punto di
discontinuità, l’utilizzo di variabili strumentali e le serie storiche interrotte.
La tecnica Difference in Differences (DID) misura l’effetto di un trattamento
mediante una doppia differenza, di cui una nel tempo (pre e post intervento)
e una tra soggetti (destinatari e non destinatari). L’idea è di confrontare il
valore medio assunto dalla variabile di risultato tra il gruppo di trattamento
e un gruppo di controllo statistico per determinare se esiste una differenza
statisticamente significativa attribuibile al trattamento. Tuttavia, nulla garantisce che non sussistano differenze nella composizione dei due diversi campioni
statistici, ovvero che sussista un errore di selezione significativo che rende i
due gruppi non direttamente confrontabili. Questa distorsione può essere corretta se è possibile ottenere dati sulla variabile risultato per entrambi i gruppi
in almeno due periodi. Sottraendo la differenza tra i due gruppi misurata in
un periodo precedente si elimina la parte di distorsione legata alle differenti
caratteristiche tra i due gruppi che non si modificano nel tempo, isolando così
l’effetto differenziale direttamente imputabile al trattamento. Se ciò che differenzia destinatari e non destinatari non cambia nel tempo, il metodo della
differenza nelle differenze elimina la distorsione da selezione e produce stime
corrette dell’effetto dell’intervento.
Nella sua forma più semplice la tecnica può essere usata potendo fare affidamento soltanto su dati aggregati della variabile risultato, senza la necessità di
introdurre variabili di controllo o di disporre di dati individuali. Se si dispone, in
almeno due periodi, del valore medio del risultato sia per i destinatari sia per i
non destinatari dell’intervento, questo metodo consente di stimare l’effetto di
un intervento senza grosse difficoltà tecniche. Tuttavia, la qualità delle stime
dipende dalla numerosità dei campioni dai quali sono stati tratti le statistiche
aggregate e, più in generale, questa tecnica non offre livelli di robustezza comparabili a metodologie più rigorose.
In assenza di dati pre-intervento è possibile utilizzare un modello di regressione lineare multipla, in cui si includono come variabili di controllo quelle che
nel linguaggio tecnico sono detti fattori di confondimento. Queste sono le variabili che influiscono sia sulla selezione al trattamento sia sulla variabile risultato
e che, se ignorate, inficiano le stime dell’impatto. Il modello permette così di
confrontare trattati e non trattati a parità di condizioni, dove la parità è garantita dalle variabili di controllo incluse. In generale, vale il criterio secondo cui
quante più variabili, tra quelle che influenzano il processo di selezione, è possibile includere nella regressione, tanto più le stime saranno attendibili. Tuttavia
l’assunto non testabile che sta alla base di questo modello è che non esistano
altre variabili, escluse quelle a disposizione, che influenzano sia l’assegnazione
al trattamento sia la variabile su cui si misura l’effetto della politica.
La tecnica del Propensity score matching (PSM) consiste nell’effettuare un
abbinamento statistico che permette di creare un gruppo di controllo ex-post,
individuando, in una baseline più vasta, i soggetti non trattati più simili, nelle
caratteristiche osservabili, ai trattati. Una volta selezionato il gruppo di controllo, l’effetto del trattamento è semplicemente la differenza tra le medie
della variabile risultato nel gruppo dei trattati e nel gruppo dei non trattati
abbinati. Nell’abbinamento il gruppo di controllo è formato dopo il trattamento
ed è basato su tecniche statistiche che garantiscono il bilanciamento tra i due
gruppi rispetto alle loro caratteristiche osservabili. Esistono una serie di algoritmi diversi di matching che si differenziano per la metodologia adottata, per
la numerosità di variabili di selezione contemplabili, e anche per la dimensione
e numerosità dell’unità di controllo alla quale ciascuna delle osservazioni del
gruppo di trattamento viene comparata. Solitamente, in letteratura si tende
a prediligere algoritmi del tipo uno a molti, ovvero che tendono a individuare
nel gruppo dei non trattati un insieme di osservazioni, nello specifico quelle
che mostrano il propensity score più simile al singolo individuo del gruppo di
La tecnica del confronto sul punto di discontinuità (Regression discontinuity design, RDD) è particolarmente indicata in quei casi in cui l’esposizione al
trattamento è determinata dalla posizione del singolo individuo rispetto a una
soglia, stabilita con riferimento a una caratteristica osservabile. La tecnica
consiste nel confrontare gli effetti dei trattati e dei non trattati, adeguatamente
identificati in un apposito intorno della soglia di ammissibilità al trattamento,
che rappresenta dunque il punto di discontinuità. Quando si confrontano gli
individui marginali, cioè quelli situati subito sotto e subito sopra la soglia, si ha
una situazione simile alla randomizzazione, per cui l’effetto del trattamento è
identificato confrontando i risultati ottenuti dagli “ultimi ammessi” e dai “primi
esclusi”, senza incorrere nella distorsione da selezione. Tuttavia la corrispondenza perfetta tra i due gruppi individuati in prossimità del punto di disconti-
Attività di assemblaggio presso la casa di Reclusione di Milano Opera
nuità è fortemente dipendente dalla numerosità dei gruppi di riferimento: se
per costituire due gruppi sufficientemente numerosi ci si allontana troppo dalla
soglia, le ipotesi sulla loro equivalenza risultano compromesse.
La tecnica delle serie storiche interrotte (Interrupted time series analysis) consiste in una diversa declinazione della stessa logica alla base del confronto sul
punto di discontinuità: se nel caso precedente la discontinuità era data da una
soglia di ammissione che discriminava tra due diversi gruppi di individui (trattati e non trattati), nelle serie storiche interrotte la discontinuità è di carattere
temporale. La tecnica ben si presta infatti nel misurare l’effetto di politiche
e interventi che vengono introdotte, per una certa popolazione, da un preciso
istante temporale in poi. Pertanto, in questo scenario il controfattuale è costituito dalla stessa popolazione che poi verrà esposta al trattamento, ma in un
periodo temporale a esso precedente.
Infine, l’utilizzo di variabili strumentali (Instrumental variables, IV) ben si presta
in situazioni in cui l’assunto della selezione sulle osservabili delle tecniche di
matching non è valido. Questo si verifica nei casi in cui un fattore esterno, pur
non avendo alcun effetto diretto sulla variabile risultato, influenza fortemente
il processo di selezione, condizionando le scelte degli individui coinvolti. Con
l’introduzione di queste variabili di controllo, si riesce quindi a isolare l’effetto
differenziale dei fattori esterni sulla variabile risultato, depurandolo invece
dall’effetto di altre variabili non osservabili.
Indipendentemente dalla particolare tecnica adottata, si può in ogni caso dire
che i metodi quasi-sperimentali offrono numerosi vantaggi rispetto alle tecniche sperimentali. Innanzitutto, sollevano da qualunque questione di carattere etico e politico di selezione dei partecipanti. Inoltre, grazie alla selezione
sulle osservabili, la metodologia consente da un lato di ricostruire una buona
approssimazione del controfattuale, individuando un gruppo (statistico) di controllo quanto più simile a quello di trattamento e che sia di dimensioni tali da
garantire anche un’ottima affidabilità metodologica e statistica. Ovviamente
questo implica l’esigenza di dover disporre di una notevole mole di dati di buona
qualità e, di conseguenza, l’esistenza di adeguati strumenti e procedure per la
raccolta di informazioni su larga scala, punto questo molto critico per certe
agenzie pubbliche, soprattutto in Italia.
Metodi non sperimentali
Per chiudere la panoramica sulle famiglie di metodologie per l’analisi controfattuale, i metodi non sperimentali individuano in una baseline storica il
riferimento rispetto al quale comparare i risultati misurati nel gruppo di
trattamento. Tale baseline, costruita appunto su dati storici, può essere individuata in un campione della popolazione appartenente all’area geografica
di estrazione del gruppo di trattamento. Altre volte invece, come baseline
vengono presi i dati storici relativi agli stessi membri del gruppo di trattamento che ne descrivono la situazione (in termini di variabile obiettivo) prima
che venissero coinvolti nel programma. Ultima possibilità è considerare
come controfattuale la previsione fatta da esperti, basata sulle informazioni
desunte mediante intervista, su come sarebbe evoluta la variabile risultato
se gli individui non avessero preso parte al trattamento. Tra tutti gli approcci
sino a qui descritti questo è certamente quello meno sofisticato e dal minor
livello di robustezza metodologica. Questo soprattutto nell’ultima fattispecie,
che mostra una totale assenza di indipendenza e oggettività nella valutazione
dell’impatto, a causa dell’assoluta soggettività delle previsioni degli esperti
usate come controfattuale.
11	Jane Newman, Social Finance Ltd International Director.
11	Andrea Phillips, Executive Director, Urban Investment Group, Goldman
11Massimo Bordignon, Università Cattolica.
11Marco Ratti, Banca Prossima.
11Roberto Randazzo, studio legale R&P.
11Elisa Chiaf, Università di Brescia.
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5	Le immagini che accompagnano questo lavoro sono riferite a progetti realizzati da organizza- 6
zioni lombarde che operano nel terzo settore in collaborazione con l’Amministrazione Penitenziaria per favorire il reinserimento sociale di persone detenute nei penitenziari lombardi.
Tali attività, scelte per l’analogia con quelle svolte nell’ambito dei principali SIB descritti nel
quaderno, danno attuazione al dettato costituzionale che prevede la rieducazione e la risocializzazione del condannato “attraverso l’istruzione, il lavoro, la religione, le attività culturali,
ricreative e sportive e agevolando opportuni contatti con il mondo esterno”.
Si ringraziano gli enti che hanno gentilmente fornito le immagini:
PRAP, Ministero della Giustizia, Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria Provveditorato Regionale per la Lombardia: Progetto: Agenzia per la Promozione del Lavoro Penitenziario “ArticoloVentisette;
Consorzio Solco Como;
Associazione Caritas Diocesana di Vigevano;
Associazione Carcere e Territorio di Bergamo.
Nella Collana QUADERNI DELL’OSSERVATORIO	sono stati pubblicati i
seguenti titoli, scaricabili sul sito www.fondazionecariplo/osservatorio.
Quaderno N.1 - Periferie, cultura e inclusione sociale
Quaderno N.2 - Il valore potenziale dei lasciti alle istituzioni di beneficenza
Quaderno N.3 - Stranieri si nasce...e si rimane?
Quaderno N.4 - Oltre la famiglia: strumenti per l’autonomia dei disabili
Quaderno N.5 - L’educazione finanziaria per i giovani
Quaderno N.6 - Ricerca scientifica in ambito biomedico
Quaderno N.7 - Servizi per l’infanzia
Quaderno N.8 - Assicurazione per persone con disabilità e loro famiglie
Quaderno N.9 - Progetti e politiche per la mobilità urbana sostenibile
Quaderno N.10 - Le organizzazioni culturali di fronte alla crisi
Quaderno N.11 - I Social Impact Bond
doi: 10.4 460/2013quaderno11
Stefania 3,082
2014 SROI Banca Etica Family Audit
Obiettivi e metodi di valutazione della ricerca. Alcune note