Source: http://www.tidona.com/pubblicazioni/20171020.htm
Timestamp: 2018-02-22 01:00:43+00:00
Document Index: 146875106

Matched Legal Cases: ['art. 117', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 23', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 119', 'art. 119', 'sentenza ', 'art. 119', 'sentenza ', 'art. 2220', 'art. 117']

Studio Legale Tidona - Le conseguenze processuali della mancata consegna della copia del contratto bancario
Le conseguenze processuali della mancata consegna della copia del contratto bancario
Per la citazione: TIDONA M., Magistra Banca e Finanza <www.magistra.it>, 2017, 20 ottobre
L’art. 117 TUB 117 dispone che: “1. I contratti sono redatti per iscritto e un esemplare è consegnato ai clienti”. [1]
In merito alla mancata consegna della copia del contratto al cliente, nel caso in cui il contratto sia comunque stato prodotto in giudizio, la giurisprudenza è concorde nel ritenere che l’inadempimento da parte della banca non abbia effetti sulla validità del contratto, che rimane intatta, ma eventualmente sul solo piano risarcitorio, ove sia dimostrato un danno in concreto.
Cassazione Civile, sez. I, sent. n. 21600 del 20 settembre 2013:
“In tema di intermediazione finanziaria, è irrilevante, ai fini della prova dell'errore invocato dal cliente sulla natura o sull'oggetto del contratto, l'inosservanza, da parte della banca, del dovere di consegnare la copia della documentazione contrattuale, incidendo il menzionato vizio sul momento genetico del rapporto e riguardando, invece, l'adempimento del suddetto dovere la fase successiva alla formazione del contratto”.
Tribunale di Milano, sez. VI, con sentenza del 15 giugno 2005:
“La mancata consegna al cliente, al momento della sottoscrizione, delle copie di un contratto (…) non configura una ipotesi di nullità del contratto stesso ma semmai di inadempimento, la cui gravità deve essere valutata alla stregua delle conseguenze pregiudizievoli che ne sono eventualmente derivate”.
Tribunale di Torino, sentenza del 26 maggio 2010:
“Non è motivo di nullità la mancata consegna al cliente di una copia del contratto quadro, posto che la consegna è semplicemente un onere che l'intermediario è tenuto ad assolvere in caso di richiesta da parte dell'investitore”.
Tali conclusioni sono condivisibili anche considerando che la prova da parte della banca della consegna del documento originario è improba e sarebbe ingiusto onerare la stessa di provare una tale circostanza, ove sia meramente contestata dal cliente, senza alcuna dimostrazione di un concreto danno.
In soccorso della banca può solo ipotizzarsi - come spesso è nella prassi dei contratti bancari - la previsione in contratto di una espressa dichiarazione del cliente che una copia, debitamente sottoscritta dalla banca, è stata contestualmente consegnata, raggiungendosi in questo caso la prova della consegna (al cliente, a questo punto, l’arduo onere di dimostrare il contrario).
Così la giurisprudenza sul punto:
Cassazione Civile, sez. VI, sent. n. 17740 del 7 settembre 2015:
“La previsione di forma scritta contenuta nell'art. 23 d.lg. n. 58/1998 (TUF) è soddisfatta dalla sottoscrizione del contratto da parte del solo investitore, allorché la copia prodotta in giudizio dal cliente rechi la dicitura «un esemplare del presente contratto ci è stato da voi consegnato». L'obbligo di forma scritta è altresì rispettato quando, alla sottoscrizione del contratto da parte del solo investitore, abbiano fatto seguito, anche alternativamente, la produzione in giudizio di copia del contratto da parte della banca, oppure la manifestazione di volontà della medesima di avvalersi del contratto stesso, risultante da plurimi atti posti in essere nel corso del rapporto (ad es. comunicazione degli estratti conto)”.
Tribunale di Firenze, sentenza del 1° ottobre 2014:
“È esclusa la nullità del contratto-quadro per mancanza di forma scritta allorquando nel contratto predisposto per iscritto dalla banca e firmato solo dal cliente viene espressamente indicato che una copia del contratto è stata consegnata al cliente stesso”.
In merito alla conservazione del contratto da parte della banca il Tribunale di Ravenna, con sentenza del 6 giugno 2012 - di cui si criticherà la conclusione a breve -, ha ritenuto che la banca sia obbligata alla conservazione del contratto soltanto per dieci anni (ex art. 119 TUB) e successivamente non è consentito al giudice pronunziare l’inesistenza del contratto.
Così ha motivato il giudice:
“a) È onere del cliente che agisce in giudizio per la ripetizione di interessi anatocistici illegittimamente addebitati dedurre e fornire la prova dell’esistenza di un formale contratto di apertura di credito che possa confortare la tesi secondo cui i singoli accrediti operati in corso di rapporto non costituiscono pagamenti, ma semplici rimesse ripristinatorie della disponibilità, al fine di sostenere la decorrenza del termine di prescrizione decennale dalla chiusura del rapporto, anziché dalla data di ciascuna rimessa, secondo l’orientamento precisato da Cass., sez. un., n. 24481/2010.
b) L’omessa contestazione per anni, la chiusura del conto corrente mediante giroconto del saldo scoperto su un altro conto corrente bancario ed il lunghissimo tempo trascorso legittimano a ritenere che il cliente abbia sostanzialmente rinunciato a contestare l’applicazione di interessi ultralegali, potendo tale rinuncia desumersi da un comportamento concludente che, interpretato alla luce dei principi di buona fede e correttezza di cui agli artt. 1175 e 1375 cod. civ., manifesti, in quanto incompatibile con l’intenzione di avvalersi del diritto, la volontà di rinunciare;
c) La mancata produzione, ad opera delle parti, dell’originario contratto di conto corrente bancario (risalente, nel caso di specie al lontano 1977) non può di per sé costituire motivo sufficiente per concludere che sia mancata una preventiva pattuizione per iscritto di interessi ultralegali, considerato che la banca non era tenuta a conservare oltre i 10 anni tale documento, soprattutto dopo che il predetto conto corrente era stato estinto (nel 2003) e non rivenendosi un principio in base al quale la banca sarebbe tenuta ad una conservazione illimitata delle scritture contabili contrattuali e degli estratti conto che non sono stati a suo tempo neppure oggetto di contestazione, con la conseguenza che il mancato assolvimento dell’onere della prova non può che ricadere su parte attrice”.
La tesi del tribunale ravennate non è sicuramente condivisibile. Ai contratti bancari non si applica l’art. 119 TUB, che è relativo espressamente a “copia della documentazione inerente a singole operazioni poste in essere negli ultimi dieci anni”.
Il contratto bancario è in onere di conservazione (e produzione) da parte della banca sino a che siano spirati i termini prescrizionali, propri o del cliente, relativi all’esercizio di un diritto (e quindi dieci anni dalla conclusione del rapporto, sempre che non vi siano state, medio tempore, interruzioni del decorso della prescrizione).
Corretta invece la decisione della Corte di Appello di Milano, sez. I civ. (Est. Dott.ssa Carla Romana Raineri), che con la sentenza n. 1796 del 2012, ha affermato che la banca è obbligata alla conservazione del contratto senza alcun limite temporale, non essendo applicabile al contratto quanto invece disposto all’art. 119 TUB per la mera documentazione bancaria (estratti conto):
“Nel caso di specie, prima dell'instaurazione del giudizio di primo grado, la parte attrice ne aveva invano richiesto copia alla Banca, sicché la mancata produzione in giudizio del contratto di conto corrente bancario non può, invero, essere addebitata alla società attuale appellante.
Né, al riguardo, può essere condivisa l'affermazione, che parrebbe leggersi nella sentenza impugnata, secondo la quale l'Istituto di credito allora convenuto non sarebbe stato tenuto alla conservazione del contratto di conto corrente bancario de quo in quanto stipulato in una data “che supera il limite temporale di obbligo della tenuta delle scritture” e ciò in quanto:
a) il limite temporale di cui trattasi si applica solo alla richiesta di rilascio di copia della documentazione contabile, che anche secondo il disposto dell'art. 2220 c.c. deve essere conservata per dieci anni dalla data dell'ultima registrazione;
b) il contratto di conto corrente bancario non costituisce documentazione contabile, bensì, ai sensi dell'art. 117 commi 1° e 3° TUB costituisce la prova scritta richiesta ad substantiam ed a pena di nullità dell'esistenza del rapporto di conto corrente bancario e deve indicare il tasso di interesse ed ogni altro prezzo o condizioni praticati.
In difetto di prova scritta in ordine all'esistenza del contratto di conto corrente bancario e, quindi, delle pattuizioni intercorse tra le parti, la Banca non avrebbe alcun titolo per addebitare alla società correntista somma alcuna, sia a titolo di interessi convenzionali eccedenti il tasso legale, sia a titolo di commissioni di massimo scoperto e spese per le operazioni effettuate.
Infatti, il contratto di conto corrente bancario, per sua stessa natura, costituisce la fonte della disciplina dei rapporti obbligatori tra le parti e, come tale, non può essere distrutto decorso il termine di dieci anni dalla sua sottoscrizione, qualora i diritti da esso nascenti non si siano prescritti".
[1] Art. 117 (Contratti), Decreto legislativo n. 385 del 1° settembre 1993 (Testo Unico Bancario): “1. I contratti sono redatti per iscritto e un esemplare è consegnato ai clienti. 2. Il CICR può prevedere che, per motivate ragioni tecniche, particolari contratti possano essere stipulati in altra forma. 3. Nel caso di inosservanza della forma prescritta il contratto è nullo. 4. I contratti indicano il tasso d'interesse e ogni altro prezzo e condizione praticati, inclusi, per i contratti di credito, gli eventuali maggiori oneri in caso di mora. 5. Omissis. 6. Sono nulle e si considerano non apposte le clausole contrattuali di rinvio agli usi per la determinazione dei tassi di interesse e di ogni altro prezzo e condizione praticati nonché quelle che prevedono tassi, prezzi e condizioni più sfavorevoli per i clienti di quelli pubblicizzati. 7. In caso di inosservanza del comma 4 e nelle ipotesi di nullità indicate nel comma 5, si applicano: a) il tasso nominale minimo e quello massimo, rispettivamente per le operazioni attive e per quelle passive, dei buoni ordinari del tesoro annuali o di altri titoli similari eventualmente indicati dal Ministro dell'economia e delle finanze, emessi nei dodici mesi precedenti la conclusione del contratto o, se più favorevoli per il cliente, emessi nei dodici mesi precedenti lo svolgimento dell'operazione. b) gli altri prezzi e condizioni pubblicizzati per le corrispondenti categorie di operazioni e servizi al momento della conclusione del contratto o, se più favorevoli per il cliente, al momento in cui l'operazione è effettuata o il servizio viene reso; in mancanza di pubblicità nulla è dovuto. 8. La Banca d'Italia può prescrivere che determinati contratti, individuati attraverso una particolare denominazione o sulla base di specifici criteri qualificativi, abbiano un contenuto tipico determinato. I contratti difformi sono nulli. Resta ferma la responsabilità della banca o dell'intermediario finanziario per la violazione delle prescrizioni della Banca d'Italia”.