Source: http://www.dirittoamministrazioni.it/espropriazioni-per-p-u/giurisprudenza/item/868-new-vincolo-cimiteriale.html
Timestamp: 2019-03-26 06:28:16+00:00
Document Index: 154840526

Matched Legal Cases: ['art. 338', 'art. 338', 'art. 338', 'art. 338', 'art. 338', 'art. 338', 'art. 338', 'art. 7', 'art. 48', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 338', 'art. 338', 'art. 2643', 'art. 338']

CONSIGLIO DI STATO, SEZ. VI – Sentenza 15 ottobre 2018 n. 5911 sul carattere del vincolo cimiteriale di 200 metri previsto dall’art. 338 del TULS e sulle limitate deroghe consentite dalla norma, con particolare riferimento all’aumento della volumetria del 10 per cento.
1. Il vincolo cimiteriale previsto dall’art. 338 del regio-decreto 27 luglio 1934, n. 1265 (Testo unico delle leggi sanitarie) determina una situazione di inedificabilità ex lege e integra una limitazione legale della proprietà a carattere assoluto, direttamente incidente sul valore del bene e non suscettibile di deroghe di fatto, tale da configurare in maniera obbiettiva e rispetto alla totalità dei soggetti il regime di appartenenza di una pluralità indifferenziata di immobili che si trovino in un particolare rapporto di vicinanza o contiguità con i suddetti beni pubblici; il vincolo ha carattere assoluto e non consente in alcun modo l’allocazione sia di edifici, sia di opere incompatibili con il vincolo medesimo, in considerazione dei molteplici interessi pubblici che la fascia di rispetto intende tutelare, quali le esigenze di natura igienico sanitaria, la salvaguardia della peculiare sacralità che connota i luoghi destinati alla inumazione e alla sepoltura, il mantenimento di un’area di possibile espansione della cinta cimiteriale.
2. Il vincolo cimiteriale previsto dall’art. 338 del regio-decreto 27 luglio 1934, n. 1265, d’indole conformativa, è sganciato dalle esigenze immediate della pianificazione urbanistica, nel senso che esso si impone di per sé, con efficacia diretta, indipendentemente da qualsiasi recepimento in strumenti urbanistici, i quali non sono idonei, proprio per la loro natura, ad incidere sulla sua esistenza o sui suoi limiti; la situazione di inedificabilità prodotta dal vincolo è suscettibile di venire rimossa solo in ipotesi eccezionali e comunque solo per considerazioni di interesse pubblico, in presenza delle condizioni specificate nell’art. 338, quinto comma.
3. Il procedimento attivabile dai singoli proprietari all’interno della zona di rispetto è soltanto quello finalizzato agli interventi di cui al settimo comma dell’art. 338, settimo comma (recupero o cambio di destinazione d’uso di edificazioni preesistenti); mentre resta attivabile nel solo interesse pubblico, come valutato dal legislatore nell’elencazione, al quinto comma, delle opere ammissibili ai fini della riduzione, la procedura di riduzione della fascia inedificabile.
4. L’ultimo comma dell’art. 338 del regio-decreto 27 luglio 1934, n. 1265 (sostituito dall’articolo 28, comma 1, lettera b), della legge 1 agosto 2002, n. 166), nel prevedere che all’interno della zona di rispetto per gli edifici esistenti sono consentiti interventi di recupero ovvero interventi funzionali all’utilizzo dell’edificio stesso, tra cui l’ampliamento nella percentuale massima del 10 per cento, ricollega il limite percentuale della facoltà di ampliamento all’edificio nel suo complesso. Tuttavia, per evitare facili elusioni della suddetta prescrizione – segnatamente: in caso di proprietà divisa, ove fosse consentito a ciascun proprietario di realizzare sulla singola unità abitativa l’incremento percentuale assoluto, si otterrebbe il risultato o di ammettere, in relazione all’edificio, complessivamente considerato, un ampliamento eccedente la percentuale ammessa, ovvero di privare gli altri proprietari di analoga facoltà – deve ritenersi che il singolo condomino sia legittimato a chiedere l’ampliamento volumetrico nei soli limiti percentuali calcolati in relazione alle dimensioni della propria unità immobiliare.
N. 05911/2018REG.PROV.COLL.
N. 03321/2012 REG.RIC.
ARMANDO MANNUCCI, rappresentato e difeso dall’avvocato Luigi Cocchi, con domicilio eletto presso lo studio dell’avvocato Giovanni Corbyons in Roma, via Maria Cristina, n. 2;
COMUNE DI GENOVA, in persona del Sindaco pro tempore, rappresentato e difeso dagli avvocati Gabriele Pafundi e Aurelio Domenico Masuelli, con domicilio eletto presso lo studio dell’avvocato Gabriele Pafundi in Roma, viale Giulio Cesare, n. 14a/4;
Relatore nell’udienza smaltimento del giorno 25 settembre 2018 il Cons. Dario Simeoli e uditi per le parti gli avvocati Giovanni Corbyons, in dichiarata delega dell’avvocato Luigi Cocchi, e Gabriele Pafundi;
1.– L’odierno appellante, signor Armando Mannucci, premette che:
– in data 21 luglio 2000, acquistava dal signor Roberto Brutto un’unità immobiliare, sita in via S. Ilario n. 102 / B, posta su due piani e facente parte di un maggior edificio contraddistinto al civico n. 104 della stessa via;
– il precedente proprietario, signor Brutto Roberto, impugnava il cennato provvedimento di reiezione
1.– Il signor Armando Mannucci impugnava il provvedimento da ultimo citato, ponendo a fondamento dell’impugnativa i seguenti motivi: la violazione degli artt. 31, 32, 33, della legge n. 47 del 1985, in relazione all’art. 338 del t.u.l.s., e all’art. 7 della legge n. 1497 del 1939; la violazione dell’art. 48 norme tecniche di attuazione del PTCP; l’eccesso di potere sotto vali profili (per falsità dei presupposti, travisamento, difetto di istruttoria e di motivazione, illogicità e contraddittorietà).
2.– Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Liguria, con sentenza n. 1938 del 2011:
3. Avverso la sentenza del T.a.r. ha promosso appello il signor Armando Mannucci, chiedendone la riforma.
Contesta altresì: il parere della SCEI in relazione al manufatto in legno, ritenendo che lo stesso non si trova in una posizione percepibile all’estero e non può costituire elemento comportante alcun impatto visivo con riguardo alle visuali esterne; nonché l’assunto dell’Amministrazione secondo cui la veranda costituirebbe un elemento di contrasto formale architettonico e tipologico con riferimento all’edificio originario e all’ambito paesistico.
Aggiunge che l’opera in esame sarebbe compatibile anche con il regime normativo della zona PTCP IS-CE in cui l’edificio è ricompreso.
4. Il Comune di Genova si è costituito in giudizio, chiedendo che l’appello venga dichiarato inammissibile o comunque respinto.
5. All’udienza del 25 settembre 2018, la causa è stata discussa e trattenuta per la decisione.
2. Va innanzitutto considerato che l’ordine demolitorio trova autonomo fondamento giuridico nella norma speciale che prescrive il vincolo c.d. “cimiteriale”.
3.– L’art. 338 del regio-decreto 27 luglio 1934, n. 1265 (Approvazione del testo unico delle leggi sanitarie), prevede che:
«I cimiteri devono essere collocati alla distanza di almeno 200 metri dal centro abitato. È vietato costruire intorno ai cimiteri nuovi edifici entro il raggio di 200 metri dal perimetro dell’impianto cimiteriale, quale risultante dagli strumenti urbanistici vigenti nel comune o, in difetto di essi, comunque quale esistente in fatto, salve le deroghe ed eccezioni previste dalla legge.
All’interno della zona di rispetto per gli edifici esistenti sono consentiti interventi di recupero ovvero interventi funzionali all’utilizzo dell’edificio stesso, tra cui l’ampliamento nella percentuale massima del 10 per cento e i cambi di destinazione d’uso, oltre a quelli previsti dalle lettere a), b), c) e d) del primo comma dell’articolo 31 della legge 5 agosto 1978, n. 457» (comma quest’ultimo così sostituito dall’articolo 28, comma 1, lettera b), della legge 1 agosto 2002, n. 166).
3.1.– La consolidata giurisprudenza di questo Consiglio è nel senso che:
4.– Su questa premessa ricostruttiva, la doglianza del ricorrente, secondo cui il limite della percentuale di ampliamento (prescritta dall’ultimo comma dell’art. 338 del t.u.l.s.) dovrebbe essere riferita all’intero edifico e non già alla singola unità abitativa, non può essere accolta, sia pure con le seguenti precisazioni rispetto a quanto affermato dal giudice di prime cure.
Restano, tuttavia, salve le ipotesi (nessuna delle quali ricorrenti nel caso in esame) in cui: l’istanza sia proposta congiuntamente da tutti i proprietari, con progetto relativo all’intero immobile; ovvero, il singolo condomino corredi la propria istanza con un atto d’obbligo degli altri comproprietari (si osserva che l’atto d’obbligo, tradizionalmente qualificato in termini di servitù obbligatoria, dovrebbe oggi integrare la fattispecie, ora prevista dall’art. 2643, n. 2-bis, c.c., di contratto che trasferisce o modifica i «diritti edificatori comunque denominati, previsti da normative statali o regionali, ovvero da strumenti di pianificazione territoriale»).
5.– Con altro motivo, l’appellante lamenta che l’Amministrazione non avrebbe assolto l’onere di provare il superamento del limite volumetrico percentuale.
5.1.– Sono necessari alcuni spunti preliminari.
5.2.– Nel caso in esame, l’amministrazione comunale ha prodotto in giudizio gli atti con i quali i competenti uffici hanno dato conto del fatto che l’abuso realizzato supera il limite percentuale indicato dall’art. 338 del t.ul.s. (cfr. doc. n. 5).
L’appellante - nonostante che la dimensione degli abusi realizzati non riguardi un “fatto” nella disponibilità esclusiva dell’Amministrazione (il cui assunto, anzi, si basa in larga parte sulla documentazione tecnica prodotta dall’istante) - non ha fornito alcun principio di prova a supporto delle proprie contrarie affermazioni.
6. Le spese del secondo grado di giudizio possono compensarsi atteso il carattere risalente della controversia.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Sesta), definitivamente pronunciando sull’appello, come in epigrafe proposto, lo respinge. Compensa interamente le spese di lite tra le parti.