Source: https://www.diritto.it/lungo-le-tracce-della-paternita/
Timestamp: 2018-07-21 19:29:13+00:00
Document Index: 43585657

Matched Legal Cases: ['art. 316', 'art. 237', 'art. 30', 'art. 31', 'art. 30', 'art. 29', 'art. 30', 'art. 31', 'art. 1176', 'art. 5', 'art. 1']

Abstract: L’Autrice, attraverso suggestioni letterarie e riferimenti normativi, propone un percorso di lettura del senso vero dell’essere padri, quale diritto relazionale dei figli.
Mentre in passato esisteva il padre-padrone, oggi frequentemente si fa fatica a dare un’identità precisa al padre. Si può tentare di tracciarla leggendo alcuni brani e interpretandoli in senso giuridico.
«Il padre è la memoria della propria origine. Perderlo significa anche bloccare il cammino e il senso del proprio destino» (cardinale Angelo Scola). Il padre è (o dovrebbe essere) il punto di origine e di riferimento della vita del figlio. Questo anche il senso del cognome paterno (seppure si stia aprendo la possibilità di mettere il cognome materno anche in Italia) e della previsione legislativa dell’art. 316 comma 4 del codice civile (abrogata solo col decreto legislativo 28 dicembre 2013 n. 154 “Revisione delle disposizioni vigenti in materia di filiazione, a norma dell’articolo 2 della legge 10 dicembre 2012, n. 219”): “Se sussiste un incombente pericolo di un grave pregiudizio per il figlio, il padre può adottare i provvedimenti urgenti ed indifferibili”. L’evento peggiore non è perdere fisicamente il padre, ma perderlo (o non averlo mai avuto) come presenza accanto a sé. A proposito del cognome paterno, il decreto legislativo 154/2013 ha abrogato la parte dell’art. 237 cod. civ. “Fatti costitutivi del possesso di stato” in cui si diceva: “che la persona abbia sempre portato il cognome del padre che essa pretende di avere”. Il “cognome”, nome che tiene insieme una famiglia, non conta se non si vivono reali relazioni familiari che siano elemento di identità personale, familiare e sociale; è questo il senso della lettura congiunta degli artt. 7 e 8 della Convenzione Internazionale dei diritti sull’Infanzia in cui si stabilisce il diritto del fanciullo a conoscere i propri genitori ed essere da essi accudito e il diritto a conservare la propria identità, nome e relazioni familiari.
«Spesso è la stessa figura del padre a essere in crisi. E, nell’attuale modello più “affettivo” che “normativo” di famiglia, la figura vincente sembra essere quella della madre, che lavora e governa la casa. Ma è possibile essere madri ed essere figli, se il padre è latitante o ha smarrito l’identità? In altri termini: che cosa si perde, perdendo il padre? Perdere la memoria della propria origine significa anche bloccare il cammino e il senso del proprio destino» (card. Angelo Scola). Il Costituente ha prima disciplinato la “ricerca della paternità” (art. 30 comma 4 Costituzione) e poi la “protezione della maternità” (art. 31 comma 2 Costituzione). Non vi può essere maternità senza paternità. E la paternità prima ancora di essere “cercata e riconosciuta” giuridicamente deve essere cercata e riconosciuta dall’uomo e dalla donna nella coppia. Così anche se dovesse rompersi la coppia, coniugale o convivente, dovrebbe continuare quella genitoriale.
«Troppo spesso, là dove dovrebbe esserci il quotidiano scambio di amore in cui il padre consegna al figlio una visione della vita che il figlio sarà chiamato a verificare, facendola sua o rifiutandola, troviamo invece l’incertezza e l’assenza» (card. Angelo Scola). Il Costituente ha parlato di paternità nell’art. 30 della nostra Costituzione, che è l’articolo centrale della triade dedicata alla famiglia ed è l’articolo in cui si parla dei figli, proprio per sottolineare la centralità della paternità a differenza dell’immaginario collettivo in cui ha avuto un posto centrale quasi sempre ed esclusivamente la maternità. Si tenga conto che la parola femminile “patria” deriva dal termine maschile latino “pater”, padre, ed è usata due volte nella nostra Costituzione, negli articoli 52 e 59, con la P maiuscola. Il padre deve essere, pertanto, per i figli quello che è la Patria per i cittadini.
«I ragazzi e i giovani ai quali, quando il loro disagio esplode in forme irrazionali e violente, i mass-media dedicano fiumi di parole tanto scandalizzate quanto impotenti, hanno bisogno di vivere relazioni buone di paternità. In famiglia come a scuola, o negli spazi della convivenza sociale, devono poter contare su adulti impegnati in prima persona con il vero, il bello e il bene, che propongono» (card. Angelo Scola). Unità familiare (art. 29 Costituzione), paternità (art. 30 Costituzione), maternità (art. 31 Costituzione): siano veramente tali. Questi i primi cardini della vita e del benessere dei bambini e le precipue responsabilità degli adulti.
«È in verità, il tramonto del padre a segnare profondamente il nostro presente; ed è esso la causa della fatica di tanti giovanissimi ad assumere un giusto posto nel mondo. Infatti siamo passati dall’epoca della contestazione dei padri – il Sessantotto – alla fase attuale della confusione dei padri con i figli, nella quale domina un sistema economico e culturale che, in nome di una giovinezza eterna e di un narcisismo eccessivo, spinge gli adulti all’immediato consumo di ogni desiderio e ad annullare la loro essenziale differenza rispetto ai giovani. In tal modo, però, gli adulti abdicano alla funzione del “padre”, che è quella della responsabilità e della testimonianza» (don Armando Matteo, esperto di problematiche giovanili). Nell’art. 1176 comma 1 del codice civile si stabilisce: “Nell’adempiere l’obbligazione il debitore deve usare la diligenza del buon padre di famiglia”. L’uomo torni ad adempiere i propri obblighi all’interno della famiglia con la diligenza del buon padre di famiglia e soprattutto la donna, che gli sta accanto, gli consenta di farlo, ricordando che ogni scelta – soprattutto educativa – comporta, oltre alla responsabilità endofamiliare (all’interno della famiglia), anche la responsabilità esofamiliare (al di fuori della famiglia).
«Guai alle figlie femmine dei padri senza amore: il loro è il destino delle maleamate» (la scrittrice Francesca Melandri).
«[…] la devo proteggere come solo io che sono il padre posso e devo fare, la porterò a ballare […] d’estate, per far vedere a tutti i giovani quanto è vigile e attento suo padre che non lascerà mai che la ingiurino» (Francesca Melandri).
La bambina si prepara a diventare donna non solo specchiandosi nella madre, ma anche attraverso gli occhi di suo padre: è soprattutto lui che le deve dare “rispetto”, “protezione assoluta”, “parità di trattamento”, “formazione educativa”, “sostegno positivo” (mutuando le locuzioni degli articoli 1, 2, 4, 5 e 7 della Carta dei diritti della bambina del 1997). Così si realizza anche l’educazione sessuale e sentimentale nella famiglia e, attraverso la famiglia, si educa anche la società. Una bambina che vive un percorso identitario sereno con l’altro sesso sarà maggiormente riconosciuta e rispettata come donna, soggetto di relazioni e di sentimenti, e non come femmina e oggetto.
«Però le ragazze della tua età hanno bisogno anche di un papà e, se tu lo vuoi, potrei un po’ esserlo io, una specie diciamo, fare quello che ti consiglia, ti consola, magari pure ti sgrida se sbagli. Soprattutto, che ti protegge» (Francesca Melandri). Potrebbe essere questa la definizione di padre: colui che consiglia, consola, sgrida se si sbaglia, protegge i figli e l’intera famiglia. Dare la vita e quanto necessario nella vita. Potrebbe essere questo il significato odierno e profondo di quello “ius vitae necisque” (letteralmente “diritto di vita e di morte”) che il diritto romano attribuiva al pater familias. Etimologicamente il padre è “colui che protegge, nutre, mantiene, sostiene la famiglia”; nel caso non adempia a ciò porta allo sfacelo la famiglia.
«[…] l’unico uomo che mi abbia fatto sentire a casa. Colui che non è stato mio padre, ma quasi» (Francesca Melandri). “Casa” è il significato dell’osco “faam” da cui deriva famiglia. Molte famiglie si disgregano quando il padre non vive la dimensione della domesticità e della convivialità (perché preso dal lavoro, dallo sport o da altro) e quando non vi contribuisce a costruirla nella quotidianità. È della salvaguardia di questa dimensione familiare che si tiene conto, in caso di separazione dei coniugi, nell’affidamento condiviso e nell’assegnazione della casa familiare.
«[…] sono tanti i modi in cui un padre può non essere lì, ma qualcuno è peggio degli altri» (Francesca Melandri). Ci sono varie forme di assenza del padre: dal padre detenuto al padre anaffettivo, dal padre mammo al padre ostacolato nel rapporto con i figli, le famiglie monogenitoriali (perché la mamma è vedova o mai coniugata), le famiglie omogenitoriali. Un’assenza legislativamente prevista è la scarsa rilevanza della figura paterna in caso di aborto (art. 5 L. 22 maggio 1978 n. 194 “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”). La legislazione recente cerca di agevolare la presenza paterna, per esempio con la concessione di congedi parentali anche ai padri per assistere i figli (decreto legislativo 119/2011). Dell’assenza del padre (tranne nei casi di morte) rispondono tanto la madre quanto il padre, infatti già nella legge istitutiva dei consultori familiari, legge 405 del 29 luglio 1975, si parla di “maternità e paternità responsabile” (art. 1), usando l’aggettivo singolare “responsabile” per evidenziare che la responsabilità è unica e comune, che la maternità e la paternità sono da esercitare distintamente e al tempo stesso congiuntamente.
La paternità, prima sconosciuta agli stessi padri, oggi ostacolata da molte madri che, così facendo, tanto madri non sono. Tanti padri sono ridotti in condizioni da essere annoverati tra i “nuovi poveri”. La famiglia ha bisogno della paternità, la società quale famiglia di famiglie ha bisogno della paternità. La paternità, come ogni altro “diritto relazionale”, non è un diritto dell’adulto ma del bambino.
«Voglio che tu sia un padre vero per mio figlio. Se non puoi, me ne prenderò cura da sola e farò in modo che lui cresca in modo diverso» (dal film “La parte degli angeli”). Non è sufficiente che un padre sia padre, ma è necessario che sia un padre vero. Questo dipende anche dalla donna che gli è compagna, che lo deve trattare così dal concepimento all’eventuale separazione/divorzio e non ridurlo solo come colui che deve versare l’assegno di mantenimento o tenere i figli durante i fine settimana.
La vera esigenza odierna è quella di un padre “vero” (etimologicamente da “credere, scegliere, volere”) che viva la paternità accanto e nel confronto con la maternità: questa è la genitorialità che non ha bisogno di essere definita bigenitorialità o cogenitorialità.
Angelo Scola, “Tradizione e paternità”, Messaggero di Sant’Antonio n. 9/2011, p. 17
Armando Matteo, “Giovani e… Telemaco”, Messaggero di Sant’Antonio n. 7/2013, p. 16
Francesca Melandri, “Eva dorme”, Mondadori, 2010