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Timestamp: 2020-03-31 14:02:49+00:00
Document Index: 108408390

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 2901', 'sentenza ', 'art. 342', 'sentenza ', 'art. 366', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 385', 'art. 96', 'art. 385']

Sentenza Cassazione Civile n. 13168 del 25/05/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13168 del 25/05/2017
Cassazione civile, sez. III, 25/05/2017, (ud. 20/04/2017, dep.25/05/2017), n. 13168
sul ricorso 1152-2015 proposto da:
O.G., O.F., O.M., elettivamente
domiciliati in ROMA, VIA RENATO MAINARDI 30, presso lo studio
dell’avvocato RINALDO VICARI, rappresentati e difesi dall’avvocato
MAURO BONI giusta procura speciale in calce al ricorso;
ANDREA FORCIERI giusta procura speciale a margine del controricorso;
avverso la sentenza n. 685/2014 della CORTE D’APPELLO di GENOVA,
20/04/2017 dal Presidente Dott. SERGIO DI AMATO;
Sostituto Procuratore generale SGROI CARMELO, che ha chiesto il
A.R. conveniva in giudizio O.F. unitamente ai suoi figli O.M. e O.G., per la revoca, ex art. 2901 cod. civ., della donazione di un immobile perfezionata nel 2004 da parte del padre in favore dei suddetti figli.
Il tribunale della Spezia accoglieva la domanda mentre la Corte di appello di Genova, adita dai convenuti in prime cure, dichiarava inammissibile il gravame per carenza di specificità dei motivi d’impugnazione.
Avverso quest’ultima sentenza ricorrono per cassazione O.F., O.M. e O.G. affidandosi a un unico motivo di ricorso.
Il procuratore generale ha depositato requisitoria scritta. I ricorrenti hanno depositato memoria.
1. Con l’unico motivo di ricorso si prospetta la violazione e falsa applicazione dell’art. 342 cod. proc. civ. nella formulazione “ratione temporis” applicabile, antecedente alla novella apportata con D.L. 22 giugno 2012, n. 83, convertito con modificazioni dalla L. 7 agosto 2012, n. 134.
I ricorrenti riportano in copia, nel corpo del ricorso, l’atto di appello notificato il 9 novembre 2009, unitamente alle successive comparse conclusionali e di replica. Evidenziano che, con l’atto in parola, ripresero difese già svolte in primo grado, declinando quindi le ragioni d’impugnazione. In particolare, si trattava dei motivi inerenti alla sopravvenuta compensazione estintiva del credito fatto valere dal revocante, attestati da una sentenza anch’essa riportata in copia nel corpo del medesimo ricorso; alla mancata produzione dell’atto di donazione aggredito con conseguente impossibilità di comprendere l’eventuale pregiudizio arrecato; e all’insussistenza della consapevolezza e volontà di determinare il danno stesso, anche atteso che l’immobile coinvolto era stato trasferito in funzione dell’intervenuto subentro dei figli dell’ A. nell’attività artigianale cui era strumentale.
Secondo la giurisprudenza di legittimità che qui va ribadita, la tecnica di redazione mediante integrale riproduzione di una serie di documenti si traduce in un’esposizione dei fatti non sommaria, in violazione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3, e comporta un mascheramento dei dati effettivamente rilevanti, tanto da risolversi in un difetto di autosufficienza, sicchè è sanzionabile con l’inammissibilità, a meno che il coacervo dei documenti integralmente riprodotti, essendo facilmente individuabile e isolabile, possa essere separato ed espunto dall’atto processuale, la cui autosufficienza, una volta resi conformi al principio di sinteticità il contenuto e le dimensioni globali, dovrà essere valutata in base agli ordinari criteri e in relazione ai singoli motivi (Cass., 18/09/2015, n. 18363).
I ricorrenti assemblano al ricorso le copie fotostatiche di quattro documenti, l’atto di appello, le memorie conclusionali anche in replica, e la sentenza di merito da cui emergerebbe la compensazione.
Al netto delle parti in cui si richiamano precedenti giurisprudenziali, i ricorrenti, in uno alle copie assemblate, indicano in primo luogo, genericamente, che con l’appello si era contestata la sussistenza dei presupposti per la domanda revocatoria mai delineati negli specifici contenuti.
In secondo luogo, si espone che era stata allegata l’estinzione, per compensazione, del credito sotteso alla domanda di revoca, senza aver neppure illustrato di quale credito della controparte si sarebbe esattamente trattato ovvero in che termini si sarebbe estinto. Infatti, pur indicandosi in ricorso, come nell’atto di appello, che si trattava del credito dell’ A. di cui alla sentenza n. 118 del 2003 del Tribunale della Spezia, dalla lettura del provvedimento assemblato a supporto dell’allegata compensazione emerge che era un credito maggiore del controcredito di O.F., tale riconosciuto anche nella memoria di replica assemblata.
In terzo luogo i ricorrenti evidenziano l’allegazione della mancata produzione dell’atto di donazione, senza però circostanziare adeguatamente il contenuto dello stesso, così da far comprendere compiutamente la fattispecie che aveva originato la domanda revocatoria e, di conseguenza, le contrapposte posizioni delle parti rispetto all’atto in questione alla luce della considerazione fattane, in termini di fatto pacifico, nella sentenza gravata.
3. Ritiene inoltre questa Corte che proporre ricorsi per cassazione dai contenuti così distanti dal diritto vivente e dai precetti del codice di rito, come pacificamente interpretati, costituisca di per sè indice di mala fede o colpa grave del ricorrente.
Non è coerente con la prima, perchè non considera la “ratio” deflattiva dell’art. 385 c.p.c., comma 4, quando come nel caso applicabile “ratione temporis”, ovvero, attualmente, dell’art. 96 cod. proc. civ., che per contro va tanto più valorizzata, quanto più appare cresciuto a dismisura il numero dei ricorsi per cassazione ove si sostengono tesi palesemente incongrue.
Deve pertanto concludersi per la condanna dei ricorrenti in solido, d’ufficio, al pagamento, in favore della controparte, in aggiunta alle spese di lite, d’una somma equitativamente determinata in base al valore della controversia, fissata in Euro 1.000,00.
4. Spese secondo soccombenza.
La Corte dichiara inammissibile il ricorso, e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali liquidate in Euro 4.100,00, oltre a Euro 200,00 per esborsi, oltre al 15% per spese generali, oltre accessori di legge.
Condanna inoltre i ricorrenti in solido, ex art. 385 cod. proc. civ., comma 4 al pagamento della somma di Euro 1.000,00 in favore del controricorrente.