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Timestamp: 2020-04-09 15:28:52+00:00
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Sentenza Cassazione Civile n. 2685 del 04/02/2011 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2685 del 04/02/2011
Cassazione civile sez. trib., 04/02/2011, (ud. 15/06/2010, dep. 04/02/2011), n.2685
Dott. D’ALONZO Michele – Consigliere –
Dott. PARMEGGIANI Carlo – Consigliere –
Dott. SCARANO Luigi Alessandro – rel. Consigliere –
elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12 presso
l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope
S.A.;
avverso la sentenza n. 303/2005 della COMM. TRIB. REG. di ROMA,
depositata il 30/01/2006;
15/06/2010 dal Consigliere Dott. LUIGI ALESSANDRO SCARANO;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. DE
NUNZIO Wladimiro, che ha concluso per il rigetto.
Con sentenza n. 303/26/05 del 30/1/2006 la Commissione Tributaria Regionale del Lazio rigettava il gravame interposto dall’Agenzia delle entrate di Viterbo nei confronti della pronunzia della Commissione Tributaria Provinciale di Viterbo di parziale accoglimento dell’opposizione spiegata dalla contribuente sig.ra S.A. nei confronti dell’avviso di accertamento emesso a titolo di I.V.A. per l’anno d’imposta 1995.
Avverso la suindicata decisione del giudice dell’appello l’Agenzia delle entrate propone ora ricorso per cassazione, affidato ad unico complesso motivo.
L’intimata non ha svolto attività difensiva.
Con unico motivo la ricorrente denunzia violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 633 del 1972, artt. 51, 55, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3; nonchè omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione su punto decisivo della controversia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.
Si duole che il giudice dell’appello non abbia ritenuto di trarre “dalla convivenza tra l’intestatario del conto e la contribuente …
alcuna prova presuntiva di imputabilità delle movimentazioni all’attività della contribuente”.
Lamenta che “nel caso in esame la riferibilità delle movimentazioni finanziarie operate sul conto intestato al convivente della contribuente ad operazioni economiche svolte nell’esercizio dell’attività è presuntivamente desumibile dalla mancanza di qualsivoglia plausibile giustificazione”.
Si duole che il giudice dell’appello non abbia attribuito alle “cospicue movimentazioni ingiustificate riscontrate sul conto del convivente” il valore di “presunzioni gravi, precise e concordanti” nell’accertamento induttivo de quo.
Il motivo è in parte inammissibile e in parte infondato.
Come questa Corte ha già avuto più volte modo di affermare i motivi posti a fondamento dell’invocata cassazione della decisione impugnata debbono avere i caratteri della specificità, della completezza, e della riferibilità alla decisione stessa, con – fra l’altro – l’esposizione di argomentazioni intelligibili ed esaurienti ad illustrazione delle dedotte violazioni di norme o principi di diritto, essendo inammissibile il motivo nel quale non venga precisato in qual modo e sotto quale profilo (se per contrasto con la norma indicata, o con l’interpretazione della stessa fornita dalla giurisprudenza di legittimità o dalla prevalente dottrina) abbia avuto luogo la violazione nella quale si assume essere incorsa la pronuncia di merito.
Sebbene l’esposizione sommaria dei fatti di causa non deve necessariamente costituire una premessa a sè stante ed autonoma rispetto ai motivi di impugnazione, è tuttavia indispensabile, per soddisfare la prescrizione di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3, che il ricorso, almeno nella parte destinata alla esposizione dei motivi, offra, sia pure in modo sommario, una cognizione sufficientemente chiara e completa dei fatti che hanno originato la controversia, nonchè delle vicende del processo e della posizione dei soggetti che vi hanno partecipato, in modo che tali elementi possano essere conosciuti soltanto mediante il ricorso, senza necessità di attingere ad altre fonti, ivi compresi i propri scritti difensivi del giudizio di merito, la sentenza impugnata ed il ricorso per cassazione (v. Cass., 23/7/2004, n. 13830; Cass., 17/4/2000, n. 4937; Cass., 22/5/1999, n. 4998).
E cioè indispensabile che dal solo contesto del ricorso sia possibile desumere una conoscenza del “fatto”, sostanziale e processuale, sufficiente per bene intendere il significato e la portata delle critiche rivolte alla pronuncia del giudice a quo (v.
Cass., 4/6/1999, n. 5492).
Allorquando con quest’ultimo viene come nella specie in particolare denunziato il vizio di violazione e falsa applicazione di norme di diritto non è infatti sufficiente una doglianza meramente apodittica e non seguita da alcuna dimostrazione, la stessa non consentendo alla Corte di legittimità di orientarsi fra le argomentazioni in base alle quali la pronunzia impugnata è fatta oggetto di censura (v.
Cass., 18/4/2006, n. 8932; Cass., 15/2/2003, n. 2312; Cass., 21/8/1997, n. 7851).
Orbene, i suindicati principi risultano invero non osservati dall’odierna ricorrente.
Già sotto l’assorbente profilo dell’autosufficienza, va posto in rilievo come la medesima faccia richiamo ad atti e documenti del giudizio di merito (es., all’avviso di accertamento impugnato, al “p.v.c. della G. di F. n. 5181 del 2001”, alle “nuove contestazioni” formulate, alle “movimentazioni bancarie riscontrate sul conto corrente cointestato alla contribuente ed al proprio convivente, Sig. B.R., e su un altro conto corrente intestato unicamente al Sig. B.”, ai “versamenti non giustificati”, ai “prelevamenti non giustificati”, ai “costi … riconosciuti nel precedente p.v.c. del 2000”, alla sentenza di prime cure, all’atto di appello) di cui lamenta la mancata o erronea valutazione, limitandosi a meramente rinviare agli atti del giudizio di merito, senza invero debitamente riprodurli nel ricorso.
Senza sottacersi, in ogni caso, da un canto che la doglianza formulata dalla ricorrente non coglie invero la ratio decidendi, da ravvisarsi nel rilievo che “le risultanze bancarie in capo al B.R., convivente con la S., non sono state ritenute afferenti all’attività della ricorrente per la sola circostanza della convivenza”. E, da altro canto, che a sostegno del denunziato vizio di motivazione non risulta dalla ricorrente speso invero argomento alcuno.
Emerge evidente, a tale stregua, come lungi dal denunziare vizi della sentenza gravata rilevanti sotto i ricordati profili, le deduzioni della medesima, oltre a risultare formulate secondo un modello difforme da quello delineato all’art. 366 c.p.c., n. 4, si risolvono in realtà nella mera doglianza circa l’asseritamente erronea attribuzione da parte del giudice del merito agli elementi valutati di un valore ed un significato difformi dalle sue aspettative (v.
Cass., 20/10/2005, n. 20322), e nell’inammissibile pretesa di una lettura dell’asserto probatorio diversa da quella nel caso operata dai giudici di merito (cfr., da ultimo, Cass., 18/4/2006, n. 8932).
Per tale via, infatti, come si è sopra osservato, lungi dal censurare la sentenza per uno dei tassativi motivi indicati nell’art. 360 c.p.c, la ricorrente in realtà sollecita, contra ius e cercando di superare i limiti istituzionali del giudizio di legittimità, un nuovo giudizio di merito, in contrasto con il fermo principio di questa Corte secondo cui il giudizio di legittimità non è un giudizio di merito di terzo grado nel quale possano sottoporsi alla attenzione dei giudici della Corte di cassazione elementi di fatto già considerati dai giudici del merito, al fine di pervenire ad un diverso apprezzamento dei medesimi (cfr. Cass., 14/3/2006, n. 5443).
All’inammissibilità ed infondatezza dei motivi consegue il rigetto del ricorso.
Non è peraltro a farsi luogo a pronunzia in ordine alle spese del giudizio di cassazione, non avendo l’intimato svolto attività difensiva.
Così deciso in Roma, il 15 giugno 2010.
Depositato in Cancelleria il 4 febbraio 2011