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Timestamp: 2020-08-05 08:59:29+00:00
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Sentenza Cassazione Civile n. 9415 del 12/04/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9415 del 12/04/2017
Cassazione civile, sez. I, 12/04/2017, (ud. 11/01/2017, dep.12/04/2017), n. 9415
P.A., elettivamente domiciliata in Roma, Via degli Scipioni
n. 132, presso l’avvocato Morganti Pietro, che la rappresenta e
C.A., elettivamente domiciliato in Roma, Via Ugo De
Carolis n. 181, presso l’avvocato Dell’aiuto Gianni che la
rappresenta e difende, giusta procura in calce al controricorso e
n.132, presso l’avvocato Morganti Pietro, che la rappresenta e
difende, giusta procura a margine del ricorso principale;
avverso la sentenza n. 6011/2013 della CORTE D’APPELLO di ROMA,
11/01/2017 dal cons. TERRUSI FRANCESCO;
udito, per la ricorrente, l’Avvocato PIETRO MORGANTI che ha chiesto
FRANCESCO ANTONIO RUSSO, con delega orale dell’avv. Dell’Aiuto,
discute solo sull’istanza di ricusazione e si oppone alla
discussione nel merito e chiede un rinvio;
Luigi, che ha concluso per l’inammissibilità dell’istanza di
ricusazione; nel merito, per il rigetto di entrambi i ricorsi.
1. Nell’anno 1995 C.A., unico figlio di C.M. e P.A., convenne i genitori dinanzi al tribunale di Roma chiedendo che fosse riconosciuto il suo diritto al mantenimento o, in subordine, a un assegno alimentare. Chiese inoltre il risarcimento dei danni per esser stato allontanato dalla casa familiare e per il comportamento ostile manifestato dai genitori nei suoi confronti.
L’adito tribunale accolse la domanda attinente all’assegno alimentare, che quantificò in Lire 600.000 mensili (di cui Lire 400.000 a carico del padre) con decorrenza dal luglio 1998. La sentenza venne impugnata in via principale dall’attore e in via incidentale dai convenuti, e la corte d’appello di Roma, deceduto nel frattempo C.M., con sentenza in data 20-2-2002 determinò l’ammontare dell’assegno in Lire 500.000, ponendolo a carico della P..
2. La sentenza d’appello fu cassata da questa Corte, con rinvio, in accoglimento del ricorso incidentale della P., attesa la inosservanza dell’art. 438 c.c. visto che gli alimenti possono essere chiesti solo da chi versa in stato di bisogno e non è in grado di provvedere al proprio mantenimento. Sicchè dovendosi valutare, in ordine all’an della corresponsione, i suddetti necessari presupposti, la Corte ritenne che il giudice d’appello non avesse tenuto conto del secondo di essi.
3. Riassunta la causa in sede di rinvio, la corte d’appello di Roma, nuovamente pronunciando, accoglieva parzialmente il gravame del C. avverso la sentenza del tribunale di Roma e P.A. alla corresponsione dell’assegno alimentare mensile di Euro 300,00, così incrementando, a partire dal dicembre 1999, l’assegno riconosciuto in primo grado; rigettava l’appello incidentale della P. medesima e compensava le spese processuali.
In sintesi la corte d’appello riteneva provato, alla luce della complessiva vicenda di vita del C., il presupposto del diritto alla prestazione alimentare, attesa la situazione di bisogno del predetto, non obiettivamente contestata, e stante l’impossibilità di provvedere altrimenti al proprio mantenimento. Ciò in considerazione delle infruttuose e pur comprovate: (1) disponibilità a tenere lezioni di violino e a svolgere attività di attacchinaggio; (2) iscrizione all’ufficio di collocamento; (3) richiesta, dopo la cessazione del servizio militare come ufficiale di complemento, di essere richiamato in servizio; (4) partecipazione a un concorso bandito dal ministero della Giustizia.
4. Avverso la sentenza, pubblicata 1’11-11-2013 e non notificata, la P. ha proposto un nuovo ricorso per cassazione affidato a quattro motivi.
1. Col primo motivo del ricorso principale, la P. denunzia la violazione e falsa applicazione dell’art. 384 c.p.c. e 2909 c.c. per avere la corte d’appello stravolto il principio di diritto enunciato dalla sentenza di cassazione. Sostiene che la cassazione era avvenuta in ragione della eclatante contraddizione della sentenza in quella sede impugnata, che aveva riconosciuto l’assegno alimentare nonostante l’attribuzione al figlio della responsabilità e volontarietà del mancato conseguimento di un’autonomia economica. L’accertamento che il mancato raggiungimento di una indipendenza economica del C. fosse dipeso da colpa, per non essersi egli posto nelle condizioni di conseguire un titolo di studio e di procurarsi un reddito, era stato già fatto dal giudice di primo grado e, in base alla sentenza di cassazione, avrebbe dovuto esser considerato coperto da giudicato. Donde l’impugnata sentenza avrebbe violato sia il principio di diritto sia il giudicato interno.
Col secondo motivo, il ricorrente denunzia invece la violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. e l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione della sentenza, avendo la corte d’appello dato rilievo a una serie di circostanze, arbitrariamente interpretate, che, quanto meno per il profilo attinente ai problemi psicologici e ai disturbi di natura psichiatrica, nemmeno il beneficiario aveva dedotto a fondamento della domanda.
Col terzo mezzo, sono ancora dedotte la violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. e l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione della sentenza, in ordine alla valutazione della capacità economica di essa ricorrente.
Col quarto motivo, infine, la ricorrente denunzia la violazione e falsa applicazione degli artt. 91 e 92 c.p.c. e l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione della sentenza, quanto alla statuizione in materia di spese processuali.
2. I primi tre motivi del ricorso principale, da esaminare unitariamente perchè tra loro connessi, sono infondati, e tanto determina l’assorbimento del quarto motivo.
Il ricorso incidentale venne accolto per la riscontrata non osservanza dell’art. 438 c.c., e quindi per l’errore di diritto allora commesso dal giudice d’appello per aver ritenuto sussistenti i presupposti dell’ assegno alimentare attesa “la incontestata inattività e la conseguente mancata produzione di un reddito che comportano la condizione di bisogno dell’istante e quindi l’obbligo alimentare del genitore superstite”.
Al riguardo la cassazione fu pronunciata anche per la contraddittorietà della motivazione della sentenza sul punto della ritenuta sussistenza di un diritto agli alimenti, giacchè la duplice affermazione, da un lato, di condivisibilità della considerazione del primo giudice sulla insussistenza di un diritto dell’appellante al mantenimento, poichè l’età e le sue potenzialità lavorative inducevano ad attribuirgli la responsabilità del mancato espletamento di un’attività lavorativa, e, dall’altro, di esistenza dello stato di bisogno desunto dall’inattività del medesimo, non consentivano di individuare l’effettiva ratio decidendi.
Deve invece osservarsi che tutte le critiche dalla ricorrente, veicolate a mezzo dei riferimenti agli artt. 115 e 116 c.p.c., attengono alla valutazione degli elementi di prova, mentre va ribadito che la violazione dell’art. 115 può essere dedotta come vizio di legittimità solo denunciando che, al di fuori del caso di esplicita declaratoria di non doversi osservare la regola contenuta nella norma, il giudice si è determinato in base a prove non introdotte dalle parti e disposte di sua iniziativa, fuori dei poteri officiosi riconosciutigli. Non anche la violazione è ravvisabile ove invece si affermi – come nella sostanza la ricorrente afferma – che il giudice, nel valutare le prove proposte dalle parti, ha attribuito maggior forza di convincimento a alcune piuttosto che ad altre (v. tra le più recenti Cass. n. 11892-16).
Lo stesso vale per la supposta violazione dell’art. 116 c.p.c., confinata all’ipotesi – qui non dedotta – in cui il giudice di merito abbia disatteso l’afferente principio in difetto di una deroga normativa, ovvero, all’opposto, abbia valutato secondo prudente apprezzamento una prova soggetta a un diverso regime.
6. Nè un sindacato sull’apprezzamento delle prove non legali è esercitabile da questa Corte suprema secondo il paradigma dell’art. 360 c.p.c., n. 5, atteso che la norma, nel testo che rileva rispetto alle sentenze pubblicate dopo il D.L. n. 83 del 2012, conv. in L. n. 134 del 2012, attribuisce significato al solo omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e che presenti carattere decisivo per il giudizio (v. Cass. Sez. U n. 8053-14).
Può osservarsi che, col primo motivo di tale ricorso, è stata dedotta la nullità della sentenza derivante dal difetto di costituzione del giudice (art. 51 e 158 c.p.c.), in quanto il collegio, nella prima udienza di precisazione delle conclusioni, tenutasi in data 31-5-2011, era stato presieduto da un magistrato (dr. Pandolfi) astenutosi. Si deduce inoltre che la ulteriore udienza del 20-12-2011 era stata afflitta da vizi di verbalizzazione, essendo stato il verbale sottoscritto dal magistrato astenuto, estraneo al collegio.
8. Il secondo motivo del ricorso incidentale, col quale si deduce la violazione degli artt. 147, 438 e 440 c.c. nella parte afferente la valutazione di adeguatezza dell’assegno alimentare, è inammissibile, giacchè la critica sostanzia un sindacato di fatto.
9. Egualmente inammissibile è il terzo motivo, col quale è stata dedotta l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione della sentenza in ordine alle condizioni personali del ricorrente e alla condotta da egli serbata nei confronti dei genitori: manca infatti del tutto l’indicazione del fatto storico controverso, e la sentenza è soggetta al nuovo art. 360 c.p.c., n. 5.
10. Il quarto motivo, che denunzia il difetto di corrispondenza tra chiesto e pronunciato (art. 112 c.p.c.) per non avere la corte d’appello adeguatamente risposto sulle questioni concernenti l’esistenza di una transazione intercorsa tra le parti e sulla domanda di risarcimento dei danni da pregressi inadempimenti dei genitori è in parte inammissibile e in parte infondato.
La doglianza relativa alla domanda di danni è infondata, avendo la corte d’appello reso la pronuncia mercè il rigetto della relativa pretesa.
Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per ciascun ricorso.
Deciso in Roma, nella camera di consiglio della sezione prima civile, il 11 gennaio 2017.