Source: http://businessandtax.it/passaggio_tassa_rifiuti_solidi_urbani_alla_tariffa_igiene_ambientale.htm
Timestamp: 2018-07-23 17:18:05+00:00
Document Index: 161295365

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 1', 'art. 4', 'art. 31', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 33', 'art. 49', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 33', 'art. 49', 'art. 11', 'art. 61', 'art. 31', 'art. 65', 'art. 3', 'art. 65', 'art. 65', 'art. 33', 'art. 49', 'art. 49', 'art. 49', 'art. 31', 'art. 1', 'art. 23', 'art. 49', 'sentenza ', 'art. 49', 'art. 2', 'art. 12', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 2', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 23', 'art. 102', 'art. 3', 'art. 19', 'art. 19', 'art. 7', 'art. 49', 'art. 49', 'art. 65', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 2']

Il passaggio dalla Tassa sui rifiuti solidi urbani alla Tariffa di Igiene Ambientale
Il D.P.R. 27 aprile 1999, n. 158. (S.O. n. 107/L alla Gazz. Uff. n. 129 del 4 giugno 1999) Regolamento recante norme per la elaborazione del metodo normalizzato per definire la tariffa del servizio di gestione del ciclo dei rifiuti urbani ha introdotto, tra l’altro, il seguente articolo:
1. Gli enti locali sono tenuti a raggiungere la piena copertura dei costi del servizio di gestione dei rifiuti urbani attraverso la tariffa entro la fine della fase di transizione della durata massima così articolata:
a) sette anni (1) per i comuni che abbiano raggiunto nell'anno 1999 un grado di copertura dei costi superiore all'85%;
b) sette anni (2) per i comuni che abbiano raggiunto un grado di copertura dei costi tra il 55 e l'85%;
c) otto anni per i comuni che abbiano raggiunto un grado di copertura dei costi inferiore al 55%;
d) otto anni per i comuni che abbiano un numero di abitanti fino a 5000, qualunque sia il grado di copertura dei costi raggiunto nel 1999. [I comuni con popolazione inferiore a 5000 abitanti che abbiano già raggiunto la copertura integrale dei costi di gestione del servizio, fermo restando il mantenimento dei livelli di copertura conseguiti, potranno raggiungere gli obiettivi di regolazione tariffaria contemplati nel presente decreto nel termine di cinque anni dalla data di entrata in vigore del sistema tariffario.] (3)
(1) Le parole "sette anni" sono state così sostituite alle precedenti "sei anni" dall'art. 1, comma 134, L. 23 dicembre 2005, n. 266, in vigore dal 1° gennaio 2006.
- le parole "sei anni" erano state sostituite alle precedenti "cinque anni" dall'art. 1, comma 523, L. 30 dicembre 2004, n. 311, in vigore dal 1° gennaio 2005;
- le parole "cinque anni" erano state sostituite alle precedenti "quattro anni" dall'art. 4, comma 116, L. 24 dicembre 2003, n. 350, in vigore dal 1° gennaio 2004;
- le parole "quattro anni" erano state sostituite alle originarie "tre anni" dall'art. 31, comma 21, L. 27 dicembre 2002, n. 289, in vigore dal 1° gennaio 2003.
(2) Le parole "sette anni" sono state così sostituite alle precedenti "sei anni" dall'art. 1, comma 134, L. 23 dicembre 2005, n. 266, in vigore dal 1° gennaio 2006.
In precedenza le parole "sei anni" erano state sostituite alle precedenti "cinque anni" dall'art. 1, comma 523, L. 30 dicembre 2004, n. 311, in vigore dal 1° gennaio 2005.
(3) Il periodo da "I comuni" fino a "sistema tariffario." è stato abrogato dall'art. 33, comma 6, L. 23 dicembre 1999, n. 488, in vigore dal 1° gennaio 2000.
Come è facile ben capire, la normativa è quanto mai in fase di formazione e di attuazione.
Evoluzione legislativa delle proroghe
Il passaggio "a regime" dalla tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani (Tarsu) alla Tariffa di igiene ambientale (Tia) è dunque scandito da continue proroghe.
Difatti, la prima decisione di abolire la Tarsu è stata sancita dall'art. 49, comma 1, del D.Lgs. 5 febbraio 1997, n. 22 (cosiddetto "Decreto Ronchi") che, nel prevedere la istituzione della Tariffa (comma 2), ha fissato la data “fatidica” al 31 dicembre 1998.
Tale scadenza è stata poi prorogata al 1° gennaio 2000 dal comma 28 dell'art. 1 della L. 9 dicembre 1988, n. 426 (Nuovi interventi in campo ambientale).
Ma neanche questa volta il legislatore era riuscito a rispettare il suo disegno riformatore (cfr. art. 1, comma 1, della L. 22 febbraio 1994, n. 146 e art. 1, comma 1, della L. 6 febbraio 1996, n. 52), giacché il comma 1 dell'art. 33 della L. n. 488 del 1999 (Finanziaria 2000), nel novellare la vigente disposizione contemplata nel citato comma 1 dell'art. 49 del D.Lgs. n. 22 del 1997, ha sostanzialmente stabilito che la Tarsu è abolita a decorrere dai termini previsti dal regime transitorio, disciplinato dal comma 1 dell'art. 11 del D.P.R. n. 158 del 1999, entro i quali i comuni impositori "devono provvedere alla integrale copertura dei costi del servizio di gestione dei rifiuti urbani attraverso la tariffa" (cfr. circolari. n. 247/E del 29 dicembre 1999, in allegato a "il fisco" n. 1/2000, pag. 371; e n. 25/E del 17 febbraio 2000, in "il fisco" n. 9/2000, pag. 2449).
Nell'ambito dell'attuale regime di tassazione (Tarsu) non è invece prevista la totale copertura dei costi, dovendo gli enti impositori provvedere a coprire solamente le spese relative alla gestione del servizio, secondo il dettato dell'art. 61 del D.Lgs. n. 507 del 1993 (cfr. Corte di Cassazione, Sezione tributaria, sentenze n. 13848 del 23 luglio 2004 e n. 19149 del 15 dicembre 2003).
Peraltro, come ebbe modo di puntualizzare il Ministero delle Finanze nella circolare n. 111/E del 21 maggio 1999 (in "il fisco" n. 23/1999, pag. 7784), il rinvio al 1° gennaio 2000 del termine per l'introduzione della Tariffa ha comportato l'operatività anche per il 1999 della normativa sulla Tarsu. E quindi, spiega lo stesso Ministero, per effetto del disposto di cui al comma 7 dell'art. 31 della L. 23 dicembre 1998, n. 448 (Finanziaria 1999), il prelievo è continuato a essere commisurato in base ai criteri tradizionali (uso e superficie) già adottati fino al 1998 ovvero, qualora non sia stato già provveduto, può essere determinato facoltativamente in base a uno dei due metodi indicati nel comma 1 dell'art. 65 del D.Lgs. 15 novembre 1993, n. 507, come modificato dalla lettera e) del comma 68 dell'art. 3 della L. 28 dicembre 1995, n. 549 (Finanziaria 1996), riguardanti, rispettivamente, la commisurazione della tassa alla specifica produttività quantitativa e qualitativa di rifiuti per tipologia di attività con elaborazione di appositi coefficienti (comma 2 del medesimo art. 65) o alla produzione di rifiuti effettivamente conferiti al servizio pubblico (cfr. circolare n. 40/E del 17 febbraio 1996, in banca dati "il fiscovideo"). Metodo, quest' ultimo, che presuppone l'organizzazione di adeguate modalità di rilevazione dei rifiuti, potendo essere basato solo in misura marginale e cautelativa sulla presunzione della produzione minima di rifiuti.
Pertanto, come ha già precisato il Ministero delle Finanze nella citata circolare n. 25/E del 17 febbraio 2000, in attuazione delle disposizioni stabilite dal citato art. 65 del D.Lgs. n. 507 del 1993 [cfr. Corte di Cassazione, Sezione tributaria, sentenze n. 15639 del 12 agosto 2004 , n. 11176 dell'11 giugno 2004, e n. 18549 del 4 dicembre 2003 (in "il fisco" n. 5/2004, fascicolo n. 1, pag. 729)], la Tariffa della tassa (TS) è determinata dal prodotto del costo medio generale netto per unità di superficie (Cmg) per il coefficiente o indice di produttività specifica dei rifiuti (Ips) nonché per il coefficiente o indice di qualità specifica dei rifiuti di ogni singola attività o utilizzazione (Iqs) secondo la seguente formula: TS = Cmg x Ips x Iqs.
Applicazione della Tariffa in via sperimentale.
Per effetto del comma 2 dell'art. 33 della L. n. 488 del 1999, che ha introdotto nell'art. 49 del D.Lgs. n. 22 del 1997 il comma 1-bis, è stata blindata la possibilità per i comuni di attivare il sistema tariffario in via sperimentale, anche prima del termine previsto per l'entrata in vigore della Tariffa Ronchi.
Come osservato dal Ministero delle finanze nella citata circolare n. 111/E del 21 maggio 1999, l'introduzione anticipata della Tariffa a titolo sperimentale per il 1999 è possibile solamente nel caso in cui sussistano le condizioni sostanziali contemplate nel citato D.Lgs. n. 22 del 1997 e precisamente nelle seguenti disposizioni:
- artt. 21, comma 1, e 23, riguardanti l'organizzazione dell'ambito territoriale ottimale per la gestione unitaria dei rifiuti urbani e assimilati;
- art. 49, commi 7, 8 e 10, concernenti la necessaria operatività della tariffa base o di riferimento e dell'attivazione del contributo del Consorzio nazionale degli imballaggi (Conai) ai comuni che attuano la relativa raccolta differenziata.
La facoltà di sperimentazione anticipata, già prevista dal comma 16 dell'art. 49 dello stesso D.Lgs. n. 22 del 1997, ha poi trovato conferma nella disposizione di cui al secondo periodo del comma 7 dell'art. 31 della L. n. 448 del 1998 (cfr. art. 1, comma 7, del D.L. 27 dicembre 2000, n. 392 del 2000 convertito, con modificazioni, dalla L. 28 febbraio 2001, n. 26), la quale non consente, come peraltro avvalorato anche dal Ministero delle finanze, l'adozione di una qualsiasi Tariffa, ma soltanto di quella prevista dal D.Lgs. n. 22 del 1997 in quanto, trattandosi di prestazione patrimoniale imposta (e, come tale, sottoposta alla riserva di legge, ai sensi dell'art. 23 della Costituzione), non è possibile prescindere dai criteri e condizioni sanciti dall'art. 49 del medesimo D.Lgs. n. 22 del 1997 quale unica alternativa alla Tarsu [cfr. Agenzia delle Entrate, risoluzioni n. 95/E del 27 luglio 2004 (in "il fisco" n. 32/2004, fascicolo n. 2, pag. 5008) e n. 73/E del 18 maggio 2004 (in "il fisco" n. 23/2004, fascicolo n. 2, pag. 3612)]; Corte di Cassazione, Sezione tributaria, sentenze n. 5257 del 15 marzo 2004, in "il fisco" n. 24/2004, fascicolo n. 1, pag. 3737, e n. 289 del 13 gennaio 2004).
Profili di diritto tributario
Con la sentenza n. 4895, depositata l'8 marzo 2006 , le Sezioni Unite della Cassazione hanno affermato sussistere la giurisdizione delle Commissioni tributarie in ordine alle controversie in materia di Tia (tariffa di igiene ambientale, introdotta, con abolizione della precedente Tarsu dall'art. 49 del cosiddetto "decreto Ronchi", D. Lgs. 5 febbraio 1997, n. 22).
Rispetto a tale tariffa, così come rispetto ad analoghe prestazioni richieste in relazione a determinati servizi pubblici generalmente di competenza dell'ente locale (ad esempio, canone di depurazione delle acque reflue) si era effettivamente prospettata in termini problematici la questione di giurisdizione, questione originata, da un lato, dall'ampliamento della giurisdizione tributaria attuato con la novella dell'art. 2 del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546 (per effetto dell'art. 12, comma 2, della L. 28 dicembre 2001, n. 448 e quindi dell'art. 3-bis del D.L. 30 settembre 2005, n. 203, inserito dalla legge di conversione 2 dicembre 2005, n. 248) e, dall'altro, dal processo economico e normativo volto alla trasformazione del regime di alcune prestazioni dovute dal privato in relazione a servizi pubblici prestati dall'ente locale, anche tramite società di diritto comune.
Il problema è collegato al progressivo fenomeno di "privatizzazione" o "esternalizzazione" dei servizi pubblici e deriva dal fatto che, pur a fronte di un cambiamento nominale di definizione e di soggetto gestore, la sostanza del rapporto sottostante non appare mutata rispetto a quella precedente i.
In simili casi, infatti, la prestazione pecuniaria richiesta al privato mira ad assicurare l'instaurazione e la organizzazione di un servizio pubblico, oltre che la sua gestione, e ciò a prescindere dalla domanda del privato utente, potendo, quindi, risultare la prestazione dovuta anche indipendentemente dalla concreta esistenza e funzionalità del servizio.
Già nella giurisprudenza di merito si era evidenziato come la Tia configurasse una vera e propria tassa, e non una tariffa in senso tecnico, trovando la sua fonte non nella volontà negoziale delle parti ma nella stessa legge e non postulando alcun rapporto sinallagmatico fra prestazione e controprestazione, andando il corrispettivo a finanziare tutto il costo del servizio erogato alla collettività, e non solo quello eventualmente fruito dall'utente.
Questo principio scaturisce dalla sentenza della Comm. trib. prov. di Venezia, Sez. V, sent. 15 marzo 2004, n. 5 (in "il fisco" n. 16/2004, fascicolo n. 1, pag. 2491): "Sussiste una tassa e non una tariffa quando fonte dell'obbligazione fra le parti non è la volontà contrattuale, ma la legge. Quindi ha natura di tassa la Tariffa di igiene ambientale (Tia) che ha sostituito la Tassa smaltimento rifiuti solidi (Tarsu) in quanto non esiste un rapporto sinallagmatico tra la prestazione del gestore e controprestazione del contribuente, né un rapporto qualsiasi di tipo contrattuale e nemmeno di semplice adesione. Il servizio deve essere erogato e l'importo della tariffa, in tal modo impropriamente definita, deve riguardare tutto il costo del servizio erogato alla collettività" (massima a cura della redazione della Rivista "il fisco"). Per opposto orientamento invece (cfr. Comm. trib. prov. di Caserta, Sez. X, sent. 31 marzo 2004, n. 53, in "il fisco" n. 21/2004, fascicolo n. 1, pag. 3274) "Il corrispettivo che il privato deve corrispondere a titolo di Tariffa di igiene ambientale (Tia) in luogo della soppressa tassa per lo smaltimento rifiuti solidi (Tarsu), ha natura privatistica e pertanto le relative controversie non rientrano nella giurisdizione delle Commissioni tributarie" (massima a cura della redazione della Rivista "il fisco").
L'importanza della questione, suscettibile di coinvolgere un numero significativo di controversie, aveva indotto la Sezione tributaria della Cassazione a rimettere alle Sezioni Unite la soluzione del problema (ord. n. 13082 del 15 aprile-17 giugno 2005, in banca dati "il fiscovideo").
Nel frattempo il legislatore, con l'art. 3-bis, comma, 1 lettera b), del D.L. n. 203/2005, ha aggiunto al comma 2 dell'art. 2 del D.Lgs. n. 546/1992 la precisazione che "Appartengono alla giurisdizione tributaria anche le controversie relative alla debenza del canone per l'occupazione di spazi ed aree pubbliche previsto dall'articolo 63 del decreto legislativo 15 dicembre 1997, n. 446, e successive modificazioni, e del canone per lo scarico e la depurazione delle acque reflue e per lo smaltimento dei rifiuti urbani, nonché le controversie attinenti l'imposta o il canone comunale sulla pubblicità e il diritto sulle pubbliche affissioni".
Il riferimento lessicale operato dal legislatore al tradizionale concetto tributario di "canone" proprio del precedente regime, ovvero ad un termine diverso da quello di "tariffa", che, invece, denota ora questo tipo di prestazioni e che potrebbe connotare un diverso regime sostanziale delle stesse, lasciava tuttavia permanere ancora dubbi sulla effettiva natura delle tariffe in questione e sulla conseguente loro assoggettabilità alla giurisdizione tributaria.
Ora la Suprema Corte, nella pur scarna motivazione della sentenza n. 4895/2006, ha ritenuto che la nuova norma superi ogni precedente incertezza, riconducendo le controversie concernenti queste materie nell'ambito della giurisdizione tributaria ii.
Seconda la sentenza in questione risulta infatti irrilevante l'impiego del termine "canone" in luogo di quello di "tariffa", posto che tale ultima definizione è presente nel sistema ed è compatibile con la materia tributaria in senso stretto riscontrandosi, ad esempio, in materia di Iva o di imposta di registro (sul punto il ricorrente aveva, invece, eccepito che la tariffa introdotta dal decreto Ronchi non costituiva un tributo, ma solo una prestazione inquadrabile fra quelle previste dall'art. 23 della Costituzione e che, risultando la stessa soggetta ad Iva, essa avrebbe comunque perso ogni connotato tributario).
Peraltro i "canoni" considerati dalla nuova norma attengono tutti - per la Corte - ad entrate che in precedenza rivestivano indiscussa natura tributaria, non trovando riscontro l'argomento contrario.
Tale ultima considerazione, per quanto esplicitato nella limitata motivazione della sentenza, varrebbe altresì ad escludere i dubbi di illegittimità costituzionale (espressamente sollevati nel ricorso deciso dalla Corte) sotto il profilo della violazione dell'art. 102 e della VI disposizione transitoria della Costituzione, che vincola l'attribuzione di materie alla giurisdizione speciale delle Commissioni tributarie alla natura tributaria delle materie stesse.
Occorre peraltro osservare come le Sezioni Unite della Cassazione con la precedente ordinanza n. 2888 del 10 febbraio 2006 (in "il fisco" n. 12/2006, fascicolo n. 1, pag. 1865) (6) avessero espressamente rilevato che la tendenza espansiva dell'ambito della giurisdizione tributaria, il cui più recente intervento è dato proprio dall'art. 3-bis introdotto dalla L. n. 248/2005, "non incontra precisi limiti costituzionali", salvo quello della ragionevolezza, risultando tale giurisdizione "estesa dal legislatore, per ragioni di connessione in senso ampio, a materie estranee alle imposte e tributi".
Con l'ordinanza n. 94, depositata il 10 marzo 2006, la Corte Costituzionale ha tuttavia nuovamente ribadito che la verifica della conformità a costituzione delle norme incidenti sull'estensione della giurisdizione tributaria deve essere fatta "valorizzando la natura tributaria del rapporto, cui deve ritenersi imprescindibilmente collegata la giurisdizione del giudice tributario".
L'implicito riconoscimento della natura tributaria delle controversie contemplate dalla recente novella legislativa, ritenuto significativo dall'ultima pronuncia delle Sezioni Unite, ai fini della loro legittima attribuzione alla giurisdizione speciale delle Commissioni tributarie, pone tuttavia una serie di ulteriori problemi di coerenza rispetto al sistema del contenzioso, come, ad esempio, l'individuazione dell'atto impugnabile.
Normalmente, infatti, tali tariffe vengono semplicemente richieste mediante invio di normale fattura o bolletta, fuori da tutti quei tipici requisiti che caratterizzano gli atti impositivi e liquidatori di natura tributaria considerati dalla disciplina del contenzioso posta dal D.Lgs. n. 546/1992, mentre in altri casi il gestore del servizio interloquisce variamente con il contribuente, inviando, ad esempio, il semplice bollettino postale precompilato con l'importo da pagare o una comunicazione con semplice lettera dell'invito a pagare un certo importo.
Peraltro la stessa Corte Costituzionale ha precisato che la mancanza di una specifica previsione nell'elencazione tassativa degli atti oggetto di ricorso non può impedire all'interprete di ritenere impugnabile davanti alle Commissioni tributarie un atto ( nel caso di specie una fatturaiii) quando, in considerazione dello scopo che riveste e degli effetti che produce - i quali siano quelli propri di ogni atto di accertamento - sia in sostanza assimilabile ad uno di essi, non potendosi "minimamente dubitare che tutti gli atti che hanno la comune finalità dell'accertamento della sussistenza e dell'entità del debito tributario siano equivalenti, qualunque sia la denominazione data ad essi dal legislatore", sicché questi, in quanto "suscettibili di produrre una lesione diretta ed immediata della situazione soggettiva del contribuente, sono immediatamente impugnabili dinanzi ai giudici tributari"iv.
Nella prospettiva della estensione generale della giurisdizione tributaria - per effetto delle recenti modifiche legislative - a tutte le controversie aventi tale natura, la Cassazione aveva anche affermato che "la riforma del 2001 ha necessariamente comportato una modifica dell'art. 19 del D.Lgs. n. 546/1992", e ciò in quanto "l'aver consentito l'accesso al contenzioso tributario in ogni controversia avente ad oggetto tributi comporta la possibilità per il contribuente di rivolgersi al giudice tributario ogni qual volta l'Amministrazione manifesti la convinzione che il rapporto tributario debba essere regolato in termini che il contribuente ritenga di contestare" v.
Una chiusura del sistema inerente agli atti impugnabili, sotto il profilo di una concreta possibilità di tutela del contribuente, può comunque rinvenirsi nella previsione del comma 2 dell'art. 19, che, in base ad una ragionevole interpretazione estensiva, dovrebbe imporre in tutti gli atti suscettibili di autonoma impugnazione l'indicazione della Commissione tributaria alla quale proporre ricorso e del relativo termine.
La mancata o errata indicazione di tali elementi, non consentendo all'atto di raggiungere in concreto una delle sue funzioni essenzialivi, dovrebbe configurarsi come impeditiva del perfezionamento dello stesso ai fini della sua autonoma impugnabilità, con conseguente possibilità di successiva contestazione.
Ciò tanto più che costituisce diritto del contribuente, espressamente riconosciuto dall'art. 7, comma 1, lettera c), della L. 27 luglio 2000, n. 212 (Statuto dei diritti del contribuente), il fatto che debbano essere tassativamente indicati negli atti dell'Amministrazione finanziaria e dei concessionari della riscossione le modalità, il termine e l'organo giurisdizionale cui è possibile ricorrere in caso di atti impugnabili.vii
Nel caso in cui l'accertamento e la riscossione siano affidati dall'ente locale ad un concessionario, la Cassazione ha ritenuto che il potere di accertamento del tributo spetti direttamente allo stesso concessionario, e non all'ente locale, talché risulta talché risulta legittimo l'avviso di accertamento emesso dal concessionarioviii.
L'art. 49 del novellato D.Lgs. n. 22 del 1997 ha dunque disegnato per la tariffa una struttura binomia, in sostituzione della Tarsu modellata su una struttura monomia. Infatti, per esplicita previsione del suo comma 4, la Tariffa "è composta da una quota determinata in relazione alle componenti essenziali del costo del servizio, riferite in particolare agli investimenti per le opere e dai relativi ammortamenti, e da una quota rapportata alle quantità di rifiuti conferiti, al servizio fornito, e all'entità dei costi di gestione, in modo che sia assicurata la copertura integrale dei costi di investimento e di esercizio".
Per definire le componenti dei costi e la Tariffa di riferimento, il comma 5 dello stesso art. 49 ha previsto l'elaborazione di un metodo normalizzato che è regolamentato dal citato D.P.R. n. 158 del 1999.
Per determinare la Tariffa l'ente impositore deve essenzialmente analizzare la natura delle diverse voci di costo, al fine di raggruppare distintamente la componente fissa e quella variabile.
Particolari difficoltà sorgono poi per la quantificazione della quota variabile della Tariffa stessa, specialmente per quanto concerne gli aspetti quantitativo e qualitativo dei rifiuti, per la cui misurazione, come già rilevato dalla dottrina, si dovrà inevitabilmente ricorrere a sistemi presuntivi, così come attualmente previsti per la Tarsu dall'art. 65 del D.Lgs. n. 507 del 1993, ma non ancora attuati (!)ix.
Queste in sostanza, perlomeno ad avviso di chi scrive, le vere ragioni per le quali non è possibile far debuttare "a regime" il sistema tariffario. Sono ancora troppi i dubbi che meritano risposte chiare e convincenti.
Se poi in tale scenario si aggiunge che l'applicazione in via sperimentale della Tariffa, oltre ad evidenziare un conto piuttosto salato per i cittadini-contribuenti (cfr. "Il Sole-24 Ore" del 29 settembre 2003 e del 3 novembre 2004), ha già dato luogo a questioni tributarie non sottovalutabili come, ad esempio, il trattamento ai fini dell'Iva e la disciplina del contenzioso (cfr. Agenzia delle Entrate, risoluzione n. 25/E del 5 febbraio 2003, in "il fisco" n. 7/2003, fascicolo n. 2, pag. 1048; Commissione tributaria regionale del Veneto, Sezione XXXIII, sentenza n. 105 del 14 novembre 2002; Commissione tributaria provinciale di Caserta, Sezione X, sentenza n. 53 del 31 marzo 2004; Commissione tributaria provinciale di Venezia, Sezione II, sentenza n. 13 del 23 marzo 2004; Sezione V, sentenza n. 5 del 15 marzo 2004), le prospettive per il futuro (applicazione "a regime") non sono certamente rosee.
Ma la vera novità è l'imminente debutto di una nuova tariffa sui rifiuti che, come si dirà, è stata concepita da un'altra normativa e che in definitiva prenderà il posto della Tarsu e della Tia. È il caso, quindi, di rievocare il detto proverbiale secondo cui c'è sempre chi trae vantaggio dal disaccordo altruix.
Un commento finale : “In genere, il servizio smaltimento rifiuti meno funziona e più lo si paga” commenta il vice segretario generale di “Cittadinanzattiva”, Giustino Trincia. “Da Tarsu a Tia, per le tasche dei cittadini il risultato è quasi sempre un aumento delle spese, come dimostra il fatto che in un anno in circa 1/3 dei capoluoghi di provincia le tariffe sono aumentate oltre il tasso di inflazione. Sarà molto difficile per i rispettivi amministratori pubblici di città come Teramo, Palermo e Catania, spiegare ai propri cittadini perché gli aumenti siano stati, rispettivamente, dell’84%, del 75% e del 37,5%. Questa indagine, al di là di qualche buona notizia sulle situazioni di eccellenza, fornisce una ulteriore conferma della crisi delle classi dirigente del Paese che trova concrete esemplificazioni oltre che sugli aumenti dei costi e sul clamoroso ritardo con cui a dieci anni di distanza dal Decreto Ronchi del 1997 solo il 41% dei comuni capoluogo di provincia ha adottato la Tariffa d’igiene ambientale (Tia) (mentre il 59% è rimasto fermo alla Tarsu), ma anche, ed in conclusione, sulla grave carenza d’informazione e di trasparenza verso le popolazioni sul come è gestito, organizzato e calcolati i suoi costi effettivixi il servizio di raccolta e smaltimento rifiuti in Italia.
In conclusione, non ci sarebbe stato bisogno dei recenti avvenimenti in Campania, per comprendere come tutto l’argomento sui rifiuti sia imprescindibile da una chiara, giusta ed efficiente risoluzione legislativa e tributaria.
i Alberto Rossi (in "il fisco" n. 14 del 3 aprile 2006, pag. 1-2100)
ii Significativamente l'art. 3-bis, comma 1, lettera a), del D.L. n. 203/2005 inserisce al comma 1 dell'art. 2 del D.Lgs. n. 546/1992 dopo le parole "tributi di ogni genere e specie" le parole "comunque denominati".
Nella prospettiva di una generale devoluzione alla giurisdizione tributaria di tutte le controversie in materia di tributi, per la conclusione che "ogni tributo, anche di nuova istituzione, rientrerà automaticamente nella giurisdizione tributaria, senza necessità di espresse disposizioni al riguardo", vd. circolare dell'Agenzia delle Entrate n. 10/E del 13 marzo 2006 (in "il fisco" n. 13/2006, fascicolo n. 2, pag. 1974).
iii Nel senso che "la fattura con cui l'ente gestore del servizio raccolta rifiuti richiede al contribuente quanto dovuto a titolo di Tariffa di igiene ambientale (Tia) è impugnabile avanti alle Commissioni Tributarie" vd. Comm. trib. prov. di Venezia n. 5 del 15 marzo 2004, citata.
iv In termini Corte Costituzionale n. 313 del 6 dicembre 1985 (in "il fisco" n. 11/1985, pag. 1539). Analogamente vd. Cass., SS.UU., 26 marzo 1999, n. 185 (in "il fisco" n. 24/1999, pag. 8078), nonché Cass., SS.UU., 18 maggio 2000, n. 361. Secondo Cass., SS.UU., 3 febbraio 1986, n. 661, oggetto della previsione di impugnazione nella disciplina del contenzioso è "ogni atto che sia diretto alla determinazione della sussistenza o della misura dell'obbligazione tributaria".
v Così Cass., SS.UU., 10 agosto 2005, n. 16776 (in "il fisco" n. 37/2005, fascicolo n. 1, pag. 5862).
vi Sulla possibilità che il mancato raggiungimento dello scopo di provocatio ad opponendum determini l'interesse del contribuente a negare l'eventuale contestata intempestività del suo ricorso cfr. Cass., Sez. trib., 3 settembre 2001, n. 11354 (in "il fisco" n. 6/2002, fascicolo n. 1, pag. 886).
vii Pur affermandosi che "la mancanza, nell'avviso di rettifica della dichiarazione d'imposta, del termine per impugnare e della Commissione competente a decidere sull'eventuale ricorso non determina alcun vizio dell'accertamento e, conseguentemente, alcuna nullità dell'atto", si è tuttavia riconosciuto che tale omissione o errata indicazione può "risultare ostativa alla decorrenza del termine per impugnare", cfr., per tutte, Cass., Sez. trib., 15 marzo 2002, n. 3865 (in banca dati "il fiscovideo"); analogamente, nell'escludere ogni nullità ma riconoscendo l'incidenza dell'errore od omissione sulla decorrenza del termine per impugnare, vd. Cass., SS.UU., 11 marzo 2004, n. 5040.
viii Cass., 5 agosto 2004, n. 15079 (in banca dati "il fiscovideo").
ix Antonio Piccolo (in "il fisco" n. 13 del 27 marzo 2006, pag. 1-1956)
x Antonio Piccolo (in "il fisco" n. 4 del 24 gennaio 2005, pag. 1-507).
xi Fonte: Cittadinanzattiva – Osservatorio prezzi&tariffe, 2007