Source: http://dirittiefrontiere.blogspot.com/2015/04/le-commissioni-territoriali-alzano.html
Timestamp: 2017-06-28 15:48:12+00:00
Document Index: 180596559

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 3', 'art. 5', 'art.\n34', 'art. 32', 'sentenza ']

Diritti e Frontiere: Le commissioni territoriali alzano nuove frontiere ed aumentano i dinieghi di istanze presentate da migranti che provengono da "zone interne sicure". Sicure per chi?
Le commissioni territoriali alzano nuove frontiere ed aumentano i dinieghi di istanze presentate da migranti che provengono da "zone interne sicure". Sicure per chi?
Molti richiedenti asilo provenienti dall'Africa subsahariana ( in particolare dal Gambia, dalla Nigeria, dal Mali , dal Sudan, dalla Guinea) , ma anche da oriente, dal Pakistan e dal Bangladesh, stanno ricevendo in questi giorni dinieghi pronunciati dalle Commissioni territoriali competenti a decidere sulle istanze di protezione. L'Italia, seppure con un numero più basso di richieste di asilo rispetto ad altri paesi europei della stessa grandezza, aveva uno dei tassi più elevati di riconoscimento da parte dell Commissioni territoriali ( circa il 60%) tra asilo, protezione sussidiaria ed umanitaria.
Non certo per una particolare benevolenza ma per la particolare composizione degli sbarchi e per le storie personali di chi era costretto a fuggire dal proprio paese e ad attraversare la Libia per tentare poi la partenza verso l'Europa. Adesso , sebbene manchino statistiche aggiornate, il numero dei diniegni si sta moltiplicando ed in molte Commissioni quella percentuale si sta invertendo e non riguarda più gli accoglimenti ma i dinieghi. Questa inversione di tendenza si rileva anche dall'incremento del contenzioso e dalle sentenze dei giudici che annullano un numero crescente di dinieghi. Ma si scopre soprattutto quando si vanno ad approfondire le ragioni delle proteste che stanno squassando il già fragile sistema di accoglienza italiano. Un sistema che ha confinato per più di un anno persone, senza fornire adeguate informazioni, e che adesso respinge e condanna alla clandestinità.
Si tratta nella maggior parte dei casi di persone che sono arrivati nei mesi dello scoso anno ( e del 2013) nei quali si è verificato il massimo numero di sbarchi durante l'operazione Mare Nostrum, Sono persone che stavano in molti casi da anni in Libia, o che vi transitavano per fuggire dittature e conflitti interni nel proprio paese, e che a causa dell'aggravamento della crisi in Libia hanno dovuto abbandonare tutto, anche le poche risorse di cui disponevano, per pagarsi il passaggio e salvare la vita.
Sono quelle stesse persone per le quali si erano chiesti corridoi umanitari che non sono stati mai concessi. Sono persone che hanno subito abusi di ogni genere in Libia e che hanno visto morire i loro compagni di viaggio a terra, o in mare. Sono persone che non possono fare rientro nel paese di origine, per la situazione generalizzata di grave pericolo derivante da regimi dittatoriali o da conflitti interni, o per motivi legati alla loro condizione personale rispetto alle autorità ed ai gruppi dominati nel paese di origine. E se non ci sono dittature e guerre ci sono malattie terribili come l'ebola, di cui nessuno parla più. Per molti richiedenti asilo denegati un rientro in patria potrebbe equivalere ad una condanna a morte. Fermiamo i respingimenti in mare, fermiamo anche i respingimenti nel mare della burocrazia italiana, nelle commissioni territoriali.
http://www.benessereblog.it/post/116624/ebola-virus
Sono persone alle quali in queste settimane le Commissioni territoriali stanno infliggendo una valanga di dinieghi. Dopo audizioni che durano ore e che diventano quasi come interrogatori di polizia. Sono persone che sono arrivate in Commissione a sostenere le audizioni senza alcuna preparazione o informazione legale, dopo mesi, o anni di abbandono in centri di mala accoglienza dove non non hanno rovato quei consulenti ai quali avrebbero avuto diritto per legge. Sono quelle persone che oggi vengono sballottate da un centro ad un altro e che quando protestano diventano immediatamente un problema di ordine pubblico da risolvere con l'intervento della polizia e con le denunce. Sono persone che non hanno i mezzi per presentare ricorso e che non trovano avvocati nelle condizionni di avvalersi del patrocinio a spese dello stato. Oppure finiscono vittima di avvoltoi, di intermediari e di commercianti di documenti falsi. Sono quelle persone che devono attendere due anni per ottenere una sentenza da un giudice. Per quei pochi che ottengono giustizia in un'aula di tribunale, molti altri rimangono con un provvedimento di diniego in mano, fuori dal sistema di accoglienza, senza permesso di soggiorno e sono costretti alla clandestinità, vittime predestinate di ogni sorta di sfruttamento.
Una questione di portata nazionale, le denunce si moltiplicano http://www.noimondotv.eu/protezione-internazionale-negata-che-cosa-fare/
Oltre ai pochi casi che i giudici risolvono, ma talvolta occorre arrivare alla Corte di Cassazione, è sempre più urgente un provvedimento del governo che riconosca la protezione umanitaria, senza passare al vaglio delle commissioni territoriali, a tutti coloro che sono stati o sono costretti a fuggire dalla Libia. Per vedere la situazione reale nei paesi dai quali provengono i richiedenti asilo denegati basta consultare i siti www.refworld.org
http://www.refworld.org/docid/519f519a18.html
http://www.refworld.org/country/PAK.html
La posizione dell'UNHCR sul Mali, e occorre guardare al tempo nel quale le persone sono state costrette a fuggire, non soltanto a quello che si assume essere oggi la situazione nel paese di origine.
http://www.unhcr.it/sites/53a161110b80eeaac7000002/assets/53a164270b80eeaac700013a/Posizione_UNHCR_sui_Rimpatri_in_Mali_2014.pdf
e questo oggi sarebbe il Mali paese ritenuto sicuro tanto da potere effettuare rimpatri forzati e negare il diritto alla protezione...
http://www.nigrizia.it/notizia/la-partita-dove-chi-perde-e-solo-il-popolo-maliano
Vogliano vedere cosa succede davvero in Nigeria ?
ma per le Commissioni territoriali, in molti casi, i rimpatri sarebbero possibili, poi intervengono i giudici ed annullano, ma la giurisprudenza, e la questione, rimangono molto controverse
http://www.meltingpot.org/La-protezione-sussidiaria-va-riconosciuta-al-cittadino.html#.VSpZMFIcRsc
Meglio consultare i rapporti di Amnesty International o di Human Rights Watch.
Sono materiali che i giudici possono utilizzare per integrare il principio di prova fornito dalle dichiarazioni dei richiedenti asilo. Non si comprende perchè le Commissioni territoriali non devono tenere conto di quanto deciso dai giudici, e parliamo non solo dei giudici di Tribunale, ma dei giudici della Corte di Cassazione. E, soprattutto, l'Italia non ha mai adottato una normativa che attribuisca rilievo alla cd. "zona interna sicura", che costituisce un motivo di diniego ricorrente per quelle persone che in caso di rimpatrio dovrebbero andare a vivere proprio in queste " zone sicure" o ne sarebbero originari.
http://www.stranieriinitalia.it/briguglio/immigrazione-e-asilo/2014/ottobre/rapp-lasciatecientrare-cl-2.pdf
Secondo la Corte di Cassazione: «Il nuovo
sistema di protezione internazionale dello straniero, instaurato dalle
Direttive Ce 2004/83 e 2005/85, così come recepite nei d.lg. 19 novembre 2007
n. 251 e 28 gennaio 2008 n. 25,
ha introdotto una nuova misura tipica, la protezione
sussidiaria, che può essere riconosciuta anche quando sussista il rischio
effettivo di essere sottoposto a pena di morte, tortura o trattamenti inumani e
degradanti. (art. 3 Cedu). Ne consegue che il positivo riscontro di tali
condizioni non costituisce più una condizione idonea soltanto al rilascio del
permesso di natura umanitaria, già previsto nell'art. 5, comma 6, e 19, comma
1, d.lg. n. 286 del 1998, ma dà diritto ad un titolo di soggiorno stabile,
triennale ed alla fruizione di un ampio quadro di diritti e facoltà (accesso al
lavoro, allo studio, alle prestazioni sanitarie). Tuttavia, tale coincidenza di
requisiti, pur essendo riconosciuta espressamente dalla previsione della
convertibilità, al momento dell'entrata in vigore della nuova normativa, dei
permessi umanitari preesistenti in protezione sussidiaria, ai sensi dell'art.
34 del d.lg. n. 251 del 2007, non esclude, nell'attuale sistema delle misure di
protezione internazionale, la tutela residuale costituita dal rilascio di
permessi sostenuti da ragioni umanitarie o diverse da quelle proprie della
protezione sussidiaria o correlate a condizioni temporali limitate e
circoscritte, come previsto dall'art. 32, comma 3, del d.lg. n. 25 del 2008, ai
sensi del quale le Commissioni territoriali, quando ritengano sussistenti gravi
motivi umanitari (evidentemente inidonei ad integrare le condizioni necessarie
per la protezione sussidiaria) devono trasmettere gli atti al Questore per
l'eventuale rilascio del permesso di soggiorno.» (Cass.civ., sez. VI, 18.2.11, n. 4139).
Corte di Cassazione con ordinanza n. 563/13, sesta sezione civile, depositata
il 10 gennaio 2013 ha
definitivamente riformato gli indirizzi più restrittivi adottati dalle
Commissioni territoriali e dai giudici che vi si conformavano in materia di
diritto di asilo. Con la conseguenza che le autorità nazionali devono accertare,
anche sulla base di istruttorie ufficiose, l’esistenza di condizioni che
possano giustificare la concessione della protezione sussidiaria o il rilascio
di un permesso umanitario. La vicenda arrivata alla Cassazione ha preso il via
da un ricorso di una cittadina nigeriana che aveva presentato una richiesta di
protezione internazionale. L’istanza era stata respinta dalla Commissione
territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale di Gorizia e
la stessa Corte di appello non aveva accolto le richieste della donna.
L’accertamento – ha precisato la Cassazione – era indispensabile proprio
tenendo conto della situazione di violenza diffusa nel Paese e delle
persecuzioni provocate dall’appartenenza religiosa. Secondo la Corte di Cassazione, sezione IV Civile,
sentenza del 10 luglio 2014, n. 15781,il riconoscimento del diritto ad ottenere lo status
di rifugiato, o la protezione sussidiaria, non può essere escluso, nel nostro
ordinamento, in virtù della ragionevole possibilità del richiedente di
trasferirsi in altra zona del territorio del paese d’origine.
Si trattava del caso di un cittadino senegalese che aveva fatto
ricorso al Tribunale di Napoli avverso il diniego di riconoscimento della
protezione internazionale da parte della competente Commissione territoriale.
Il Tribunale aveva respinto il ricorso e la Corte della stessa città aveva poi,
a sua volta, respinto l’appello del
soccombente. La Corte di Appello di Napoli, premesso che l’appellante
richiedeva protezione in quanto temeva la vendetta dei secessionisti della
regione senegalese di Casamance, in cui viveva, i quali avevano già sterminato
la sua famiglia perché suo padre aveva collaborato con le autorità governative,
ha osservato che, anche ammettendo che l’appellante avesse raccontato la
verità, lo status di rifugiato non poteva essergli riconosciuto sia perché (a)
i fatti di persecuzione allegati erano risalenti nel tempo, essendo stata la
sua famiglia sterminata nel 1997, allorché egli, appena undicenne, era riuscito
a fuggire dal proprio paese riparando prima in Gambia, poi in Libia e infine,
nel 2011, in Italia; sia perché (b) l’appellante ben avrebbe potuto sottrarsi
alla persecuzione trasferendosi in altra zona del Senegal. Per questa seconda
ragione non poteva essergli riconosciuta neppure la protezione sussidiaria. Secondo la
Corte di Cassazione invece,” il