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Timestamp: 2018-03-22 09:58:13+00:00
Document Index: 71479088

Matched Legal Cases: ['art. 49', 'art. 2195', 'art. 4', 'art. 2195', 'art. 49', 'art. 49', 'art. 49', 'art. 49', 'art. 49', 'art. 2195', 'art. 2195']

“Commenti&Analisi” M.Rossetti: Il caso Fendac
Numero 140, pag. 38 del 14/6/2003
L’analisi/Il caso Fendac
Le Imprese Del Terziario Sono In Prevalenza Tipiche Imprese Industriali
La Cida (Confederazione italiana dirigenti di azienda) venne costituita nell’ottobre 1946 tra la Fndai (Federazione nazionale dirigenti aziende industriali), poi denominatasi Federmanager, la Federdirigenticredito (Federazione nazionale personale direttivo aziende di credito e finanziarie), la Fendac (Federazione nazionale dirigenti aziende commerciali), poi qualificatasi Federazione nazionale dirigenti aziende commerciali, servizi e ausiliarie, la Fidia (Federazione italiana dirigenti imprese assicuratrici), la Fnda (Federazione nazionale dirigenti dell’agricoltura), la Federdirigenti funzione pubblica (Federazione nazionale dirigenti funzione pubblica).
La costituzione della Confederazione attuava il Patto associativo confederale dell’agosto 1945 intervenuto tra le predette organizzazioni, nell’ambito delle quali la Fndai era qualificata come Federazione rappresentativa dei dirigenti dell’industria e la Fendac come Federazione rappresentativa dei dirigenti del commercio, essendosi espressamente e specificamente riconosciuto nel Patto che l’attività delle singole associazioni avrebbe potuto trarre dalla collaborazione con le altre incremento e rafforzamento ´per quanto attiene al campo di rispettiva, specifica competenza’.
Laddove è evidente e incontrovertibile che, nell’associarsi tra loro, le sunnominate Federazioni ritennero di dover affermare e sancire che il vincolo associativo non avrebbe, comunque, dovuto inficiare gli ambiti di rispettiva, specifica competenza: vale a dire industria, credito, commercio, assicurazioni, agricoltura, funzione pubblica.
Questa netta e chiara ripartizione di rispettive, specifiche competenze rappresentative, la cui osservanza integrava e integra uno specifico obbligo contrattuale tra le parti, derivante dal Patto associativo, non è mai stata messa sostanzialmente in discussione fino all’entrata in vigore della legge n. 88/89, di ristrutturazione dell’Inps e dell’Inail, che, all’art. 49, ha dettato nuove norme per la classificazione dei datori di lavoro ai fini assistenziali e previdenziali.
L’intento era quello di porre fine a un contenzioso giudiziario insorto fra talune imprese e l’Inps circa l’iscrizione dei dirigenti di dette imprese all’Inpdai piuttosto che allo stesso Inps, sostenendo quest’ultimo la tesi secondo cui, ai fini della qualificazione dell’attività svolta dall’impresa, si dovesse dare prevalenza, anziché alla natura oggettiva di tale attività come definita dal codice civile (art. 2195), agli artt. 33 e 34 del Testo unico sugli assegni familiari del 1955 che operavano la distinzione tra industria e commercio sulla base della misura del contributo dovuto per detti assegni.
L’Inps, inoltre, a sostegno della propria tesi, affermava che l’inquadramento di un’impresa nel settore commercio, ai sensi dei citati artt. 33 e 34, si sarebbe dovuto automaticamente estendere anche ai dirigenti, a onta del fatto che l’art. 4 della legge n. 44/73, regolante l’Inpdai, prevedesse l’obbligo di iscrizione al medesimo Inpdai dei dirigenti di imprese esercenti attività industriale ai sensi dell’art. 2195 cc.
Quasi tutti i giudizi, sia di merito sia di legittimità, definitisi prima dell’entrata in vigore dell’art. 49 della legge n. 88/89 avevano visto soccombente l’Inps, avendo, più e più volte, la competente Magistratura avuto modo di ribadire la fondamentale distinzione esistente nel nostro ordinamento tra industria, da intendersi quale attività di produzione di beni e servizi, e commercio, da intendersi quale attività di intermediazione e scambio di tali beni e servizi, dovendosi, altresì, intendere, quale produzione, non solo la manipolazione e trasformazione di elementi materiali preesistenti, bensì anche la creazione di un risultato nuovo, integrante nuova ricchezza e nuova utilità atte a soddisfare particolari bisogni.
Nonostante tutto ciò, il legislatore dell’epoca (1989) operò un vero e proprio colpo di mano, a favore dell’Inps e contro l’Inpdai, introducendo, ai fini assistenziali e previdenziali, una nuova classificazione delle imprese che, mutuando impropriamente l’espressione ´terziario’ dalla letteratura economica, la quale, peraltro, aveva ben messo in luce come il terziario fosse, in realtà, un fenomeno scaturente, in gran parte, da processi di esternalizzazione delle industrie, stravolse le nozioni di industria e commercio proprie del nostro ordinamento, letteralmente inventandosi un nuovo settore di inquadramento comprendente, oltre che il commercio, i servizi anche finanziari e, d’altronde, lasciando, in maniera del tutto irrazionale e contraddittoria, nel settore industria tipici servizi, quali i trasporti, le comunicazioni, lo spettacolo.
A riprova dell’illogicità e dell’incoerenza della nuova normativa e, comunque, del fatto, sopra rilevato, che il così detto ´terziario’ altro non era e non è, in larga misura, se non il frutto di esternalizzazioni di attività di servizio da imprese, in netta prevalenza, industriali, l’Inps, con circolare 5 maggio 1994, n. 134, avente significativamente a oggetto ´Inquadramento delle imprese facenti parte di gruppi industriali’, constatato che, non di rado, le imprese industriali razionalizzano le proprie strutture decentrando attività ad apposite strutture aziendali giuridicamente costituite, stabilì che, in questo caso, tali strutture debbono seguire l’inquadramento previdenziale delle imprese ´madri’ e non quello, ove diverso, proprio che sarebbe a esse attribuibile ai sensi dell’art. 49 della legge n. 88/89.
Che detto art. 49 fosse una pessima disciplina, fatta apposta e su misura a favore di un ente previdenziale a scapito di un altro e che, per giunta, fino alla confluenza dell’Inpdai nell’Inps, non è neppure servita allo scopo, essendo continuate, anche dopo la sua entrata in vigore, le controversie giudiziarie alle quali, nelle intenzioni, avrebbe dovuto mettere fine, lo si ricava anche dalle illuminanti parole che il presidente della Cida dell’epoca, dr. Carrozza, pronunciò in un suo comunicato stampa del 19 maggio 1994, allorché dichiarò: ´Sul piano più squisitamente giuridico sembra inconcepibile che sia stata ritenuta prevalente una improvvisata disciplina emanata da uno degli ultimi governi della prima repubblica rispetto a quella ben più meditata e solida contenuta nel codice civile’.
´A questo punto’, proseguiva l’allora presidente, dr. Carrozza, ´non rimane alla Cida che spingere con forza per ottenere dal nuovo governo un immediato intervento che, lungi dal proseguire sulla via delle frammentazioni, favorisca l’unificazione della dirigenza nell’Inpdai opportunamente allargato a tutti i settori pubblici e privati’.
Oggi lo stesso dr. Carrozza, non più presidente della Cida, tornato esponente di spicco della Fendac, con riferimento alla confluenza dell’Inpdai nell’Inps, sostiene (intervista del dicembre 2002 a Il Giornale del Dirigente, organo di stampa della Fendac) che: ´Era una soluzione scritta da anni nelle cose: gli unici che facevano finta di non accorgersene erano i gestori dell’Inpdai, e cioè Confindustria e Federazione dirigenti industriali’.
Laddove, a parte l’odierna, involontariamente paradossale autoinclusione retroattiva tra coloro i quali, qualche anno or sono, ´facevano finta di non accorgersi’ dell’ineluttabilità della confluenza dell’Inpdai nell’Inps, quel che rileva maggiormente, per quanto dirò in seguito, è il riconoscimento, di certo non sospetto, del fatto che, ai fini della qualificazione dell’attività di impresa, ciò che conta è ´la meditata e solida disciplina del codice civile’.
Ne consegue, pertanto, alla luce di tutto quanto precede, che la Fendac, approfittando di una ´improvvisata disciplina’ di legge, ha inteso, in specie dal 1989 a oggi, portare avanti una campagna per invadere il campo della rappresentanza, sul piano sindacale e contrattuale, della dirigenza dell’industria, mentre, fino al 1989, gli sconfinamenti o i tentativi di sconfinamento avevano avuto caratteristiche ed entità molto più contenute e marginali, al punto che la Fndai-Federmanager le aveva sempre, in qualche modo, tollerate nel nome di comprensibili rapporti tra federazioni appartenenti a un’unica confederazione.
Tolleranza male intesa e male interpretata che, invece di indurre la Fendac a rivedere e moderare le proprie posizioni contrarie all’osservanza delle rispettive, specifiche competenze, l’ha resa ancora più aggressiva e fiduciosa in una ´soluzione finale’ del problema a proprio, esclusivo vantaggio e a buon mercato.
Solo che, questa volta, il fermo e deciso contrasto della Federmanager e la stessa confluenza dell’Inpdai nell’Inps hanno fatto emergere l’equivoco su cui la Fendac ha tentato di costruire, in specie, lo si ripete, dal 1989 a oggi, il castello della sua pretesa e del suo proposito di scippare alla medesima Federmanager una cospicua fetta della rappresentanza categoriale.
L’equivoco di cui trattasi consiste nel credere e nell’aver dato a credere che la rappresentanza sindacale e l’applicazione della contrattazione collettiva nazionale di lavoro siano una conseguenza e un effetto diretto, immediato e automatico dell’inquadramento previdenziale delle imprese: cosa smentita, nel passato e nel presente, sia prima sia dopo l’entrata in vigore dell’art. 49 della legge n. 88/89.
Sia prima, in quanto, nonostante la copiosa giurisprudenza che, all’epoca, dando torto all’Inps, inquadrava nell’Inpdai i dirigenti di talune imprese produttrici di servizi, la Fndai-Federmanager non avanzò mai la pretesa di assumere la rappresentanza di tali dirigenti né di far applicare loro la contrattazione collettiva nazionale di lavoro per l’industria, ove si fosse applicata quella del commercio stipulata dalla Fendac; né quest’ultima, per coerenza con la tesi da essa stessa sostenuta, rinunciò a detta rappresentanza.
Sia dopo, in quanto la giurisprudenza, di merito, di legittimità e, financo, costituzionale, ha costantemente sancito che, al di fuori degli stretti ambiti assistenziali e previdenziali, ai fini della qualificazione dell’attività di impresa, non operano i criteri di cui all’art. 49 della legge n. 88/89, bensì quelli generali dell’ordinamento di cui all’art. 2195 cc.
Dunque, non era vero prima del 1989 e non è diventato vero dopo che l’inquadramento assistenziale e previdenziale delle imprese determini l’ambito di rappresentanza sindacale e contrattuale dei dirigenti di tali imprese, mentre era ed è vero che le federazioni associate alla Cida avevano e hanno l’obbligo statutario di osservare i rispettivi, specifici ambiti rappresentativi, così come determinabili e determinati, dal 1945 a oggi, unicamente e immutabilmente secondo i principi e le regole generali del nostro ordinamento di cui all’art. 2195 cc.