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Timestamp: 2018-05-23 08:48:46+00:00
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Accordo Governo Italiano – Alibaba
mercoledì, 07 settembre 2016 da Admin
Il Ministero delle Politiche Agricole e Forestali ha precisato che, grazie a questo accordo,” l’Italia è l’unico Paese al mondo ad aver garantito ai prodotti DOP e IGP la stessa tutela che hanno i brand commerciali sulla piattaforma dell’e-commerce. L’alleanza con Alibaba per contrastare la contraffazione è iniziata lo scorso anno e i numeri sono impressionanti: è stata impedita la vendita mensile di 99mila tonnellate di falso parmigiano, 10 volte più della produzione autentica, e di 13 milioni di bottiglie di Prosecco che non arrivavano dal Veneto. Una tutela che con questo accordo viene estesa dalla piattaforma b2b, accessibile solo alle aziende, a quella 2bc, dando garanzia ai 430 milioni di utenti della rete di siti di Alibaba che potranno acquistare vero Made in Italy.”
Per quanto riguarda la repressione dei fenomeni di falso, il comunicato del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali informa che: “per individuare i falsi il Ministero delle politiche agricole ha costituito una task force operativa dell’Ispettorato repressione frodi che quotidianamente cerca i prodotti contraffatti e li segnala ad Alibaba. Entro 3 giorni le inserzioni vengono rimosse e i venditori informati che stanno usurpando le indicazioni geografiche italiane”.
lunedì, 18 luglio 2016 da Admin
Classi merceologiche diverse e confondibilità dei marchi.
Quando depositiamo una domanda di marchio indichiamo i prodotti e servizi che intendiamo proteggere come appartenenti a una o più classi merceologiche, in base alla classifica di Nizza.
Attualmente la classifica di Nizza si compone di 34 classi (1-34) per i prodotti e di 11 classi per i servizi (35-45).
È importante ricordare che tale classificazione è utile a fini amministrativi e che la circostanza che prodotti (o servizi) siano inclusi nella stessa classe merceologica non costituisce necessariamente un indice della loro somiglianza. Allo stesso modo, la circostanza che prodotti (o servizi) siano inclusi in classi merceologiche diverse non implica necessariamente il riconoscimento di una loro diversità.
Tale principio è stato ribadito anche dalla Commissione dei Ricorsi nella sentenza numero 14/14 (ricorso n.7339), che ha rigettato una domanda di marchio nella classe 43 (ristorazione, alimentazione; alloggi temporanei), giudicata confondibile con un marchio anteriore nella classe 39 che contraddistingueva servizi portuali (trasporto imballaggio e deposito di merci, organizzazione di viaggi).
La Commissione dei Ricorsi ha contestato l’affermazione dell’Esaminatore secondo cui nessuna somiglianza sarebbe ravvisabile tra i servizi della classe 43 e quelli della 39. Al contrario, la Commissione dei Ricorsi ha affermato che: “Attraverso un’interpretazione evolutiva delle categorie merceologiche e dei servizi, altrimenti bloccate nella loro fissità originaria, le attività afferenti all’esercizio portuale, per come esse oggi si sono evolute e sviluppate nella realtà da tutti percepita, non solo non escludono ma normalmente comprendono anche le varie attività di ristorazione, esercitate in tante e diverse forme (il self-service; le trattorie o i ristoranti; i bar ristoro, i club con servizi di ristorazione, i pub, ecc.). Non può, pertanto, ritenersi esclusa la confondibilità in ragione di una diversità solo formale delle categorie, per le quali viene chiesta la registrazione, senza compiere un’analisi che faccia riferimento alle vicende storico-evolutive delle attività e dei servizi portuali, quali si sono manifestate in questi ultimi decenni della vita economico-sociale dell’Occidente”.
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La Cassazione (Sezione I, 25 maggio 2016 n.10826) ha recentemente avuto modo di pronunciarsi sull’ipotesi di cessione di un marchio patronimico, costituito dal nome di uno stilista, e sulla possibilità che lo stilista utilizzi, dopo la cessione, nuovi marchi che, pur composti anche da altre parole, siano costituiti anche dal suo nome.
La questione principale è sintetizzabile nei seguenti termini: può uno stilista famoso, dopo aver ceduto i propri marchi costituiti dal suo nome, usare nuovi marchi che contengano anch’essi il suo nome?
Nel caso che ha dato origine alla pronuncia in esame il nuovo marchio utilizzato dallo stilista era costituito non solo dal suo cognome, ma anche dal prenome (assente nei marchi ceduti), in aggiunta ad altre componenti verbali (LOVE THERAPY by ELIO FIORUCCI).
Il Tribunale di Milano aveva riconosciuto la contraffazione dei marchi ceduti (nei quali era presente il nome “FIORUCCI”) da parte del marchio “LOVE THERAPY by ELIO FIORUCCI”.
La Corte di Appello di Milano, invece, aveva ritenuto che “il diritto personalissimo al nome (garantito dall’art.22 della Costituzione e art.6 c.c. nonché dalla CEDU) sarebbe rimasto integro, quand’anche avesse riguardato la cessione dei diritti economici del suo sfruttamento, sicchè sarebbe stato impossibile leggere nelle righe di quel patto una sorta di “clausola perpetua di non concorrenza”. La Cassazione puntualizza che in una sua precedente sentenza (n.29879 del 2011) aveva avuto modo di enunciare il principio secondo cui “l’utilizzazione commerciale del nome patronimico deve essere conforme ai principi della correttezza professionale e, quindi, non può avvenire in funzione di marchio, cioè distintiva, ma solo descrittiva, in ciò risolvendosi la preclusione normativa per il titolare del marchio di vietare ai terzi l’uso nell’attività economica del loro nome; ne consegue che sussiste la contraffazione quando il marchio accusato contenga il patronimico protetto, pur se accompagnato da altri elementi”. La Cassazione, inoltre, rileva che il marchio patronimico “ha generale valenza di marchio forte e per questa sola ragione il suo inserimento in altro marchio o altra ragione sociale non può considerarsi né legittimo né lecito, salvo che l’uso da parte del terzo del proprio nome (che collida con un anteriore marchio registrato altrui) sia giustificato dalla sussistenza di una reale esigenza descrittiva inerente all’attività, ai prodotti o ai servizi del terzo”.
La Cassazione, pertanto, cassa la sentenza impugnata e dispone un nuovo giudizio di merito che tenga conto dei seguenti principi di diritto:
“Un segno distintivo costituito da un certo nome anagrafico e validamente registrato come marchio denominativo, non può di regola essere adottato, in settori merceologici identici o affini, come marchio (oltre che come denominazione sociale), salvo il suo impiego limitato secondo il principio di correttezza professionale, neppure dalla persona che legittimamente porti quel nome, atteso che il diritto al nome trova, se non una vera e propria elisione, una sicura compressione nell’ambito dell’attività economica e commerciale, ove esso sia divenuto oggetto di registrazione, prima, e di notorietà poi, ad opera dello stesso creativo che poi l’abbia ceduto ad altri”;
“L’inserimento, nel marchio, di un patronimico coincidente con il nome della persona che in precedenza l’abbia incluso in un marchio registrato, divenuto celebre, e poi l’abbia ceduto a terzi, non è conforme alla correttezza professionale se non sia giustificato, in un ambito strettamente delimitato, dalla sussistenza di una reale esigenza descrittiva inerente all’attività, ai prodotti o ai servizi offerti dalla persona che ha certo il diritto di svolgere una propria attività economica ed intellettuale o creativa ma senza trasformare la stessa in un’attività parallela a quella per la quale il marchio anteriore sia non solo stato registrato ma abbia anche svolto una rilevante sua funzione distintiva”.
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lunedì, 30 maggio 2016 da Admin
La tutela dei segreti commerciali
mercoledì, 11 maggio 2016 da Admin
Con un comunicato del 14 aprile 2016 il Parlamento Europeo ha annunciato l’approvazione della direttiva UE n.2013/042 per La tutela dei segreti commerciali.
Esiste una categoria piuttosto ampia di informazioni che, pur non possedendo i requisiti per essere tutelate tramite i tradizionali strumenti di proprietà intellettuale (brevetti di invenzione, modelli, diritti di autore) costituiscono, tuttavia, una importante risorsa economica per le imprese: si pensi, ad esempio, ai risultati delle ricerche e ai processi di sviluppo.
Lo scopo della direttiva è rendere omogenea in ambito UE la difesa dei segreti commerciali anche allo scopo di rendere più forte l’Unione Europea nei confronti dei Paesi terzi.
Secondo la definizione data dalla direttiva, segreti commerciali sono le informazioni caratterizzate dai seguenti requisiti:
sono state sottoposte, da parte della persona che lecitamente le controlla, a misure adeguate a mantenerle segrete nel caso in questione.
La direttiva prevede la possibilità che le autorità giudiziarie degli Stati membri possano adottare, se richieste, misure provvisorie e cautelari.
Nel caso una decisione giudiziaria abbia accertato l’acquisizione, l’utilizzo o la divulgazione illeciti di un segreto commerciale, la direttiva prevede che le competenti autorità giudiziarie possano, su richiesta dell’attore, ordinare quanto segue nei confronti dell’autore della violazione (articolo 11 della direttiva):
il divieto di produrre, offrire, commercializzare o utilizzare merci costituenti violazione oppure importare, esportare o immagazzinare merci costituenti violazioni per perseguire tali fini;
l’adozione delle opportune misure correttive per quanto riguarda le merci costituenti violazione.
Per quanto riguarda il risarcimento del danno, la direttiva (articolo 13) impone di tenere conto di tutti i fattori pertinenti, quali “le conseguenze economiche negative, compreso il lucro cessante subito dalla parte lesa, i benefici realizzati illecitamente dall’autore della violazione e, ove opportuno, elementi diversi dai fattori economici, quali ad esempio il pregiudizio morale causato al detentore del segreto commerciale dall’acquisizione, divulgazione o utilizzo illeciti del segreto commerciale. Le competenti autorità giudiziarie, tuttavia, possono anche, ove opportuno, stabilire come risarcimento una somma forfettaria in base ad elementi quali, per lo meno, l’importo dei diritti che sarebbero stati dovuti qualora l’autore della violazione avesse richiesto l’autorizzazione per l’uso del segreto commerciale in questione”.
Valore delle merci contraffatte
L’EUIPO e l’OCSE hanno elaborato e reso pubblica una relazione sul Valore delle merci contraffatte nel commercio mondiale (https://euipo.europa.eu/ohimportal/it/web/observatory/news/-/action/view/2895070).
Dalla relazione emerge che nell’Unione Europea i prodotti contraffatti rappresentano il 5% delle importazioni totali.
Il falso d’autore è reato
mercoledì, 13 aprile 2016 da Admin
Il falso d’autore è reato, la vendita di prodotti recanti marchi contraffatti e riportanti la dicitura “falso d’autore” costituisce reato ai sensi dell’articolo 474 del codice penale
Ciò che la legge intende tutelare è la pubblica fede, cioè l’affidamento che i cittadini ripongono nel sistema dei marchi e dei segni distintivi e nella loro circolazione. La Cassazione (sentenza n.28423 del 27 aprile 2012) ha avuto modo di precisare che per commettere il reato “non è necessaria la realizzazione di una situazione tale da indurre il cliente in errore sulla genuinità del prodotto; al contrario, in presenza di una contraffazione, i reati sono configurabili anche se il compratore sia stato messo a conoscenza dallo stesso venditore della non autenticità del marchio”.
Inequivocabile quanto si legge nella sentenza della Cassazione n.15080 del 12 gennaio 2012: “va qui ribadito che l’apposizione della dicitura “falsi d’Autore” su prodotti industriali recanti marchi contraffatti non esclude l’integrazione del reato di cui all’art.474 del codice penale (Cass.pen., sez.5, 25.09.2008, n.40556 con riferimento all’apposizione della diversa dicitura “fac simile”); infatti il reato in esame configura una fattispecie di pericolo contro la fede pubblica per la cui integrazione è sufficiente anche la sola attitudine alla falsificazione ad ingenerare confusione, con riferimento non solo al momento dell’acquisto, ma anche a quello della successiva utilizzazione del prodotto contraddistinto dal marchio contraffatto, Di qui consegue che non può parlarsi di reato impossibile là dove la contraffazione sia grossolana o anche ove le condizioni di vendita – per il prezzo praticato, il luogo di esposizione, le caratteristiche personali del venditore – siano tali da escludere la possibilità ragionevole che i clienti vengano tratti in inganno”.
Lo stesso principio vale anche nel caso di vendita di prodotti recanti marchi chiaramente falsi: anche questa ipotesi costituisce reato ai sensi dell’articolo 474 del codice penale.
La giurisprudenza riconosce che il reato si configura anche quando la contraffazione è grossolana. A questo proposito la Corte di Cassazione (sentenza n.14090 dell’8 aprile 2015) afferma che il reato si configura anche quando “la falsità della merce venduta si presenta in modo chiaro ed evidente, proprio in ragione del fatto che l’apposizione del marchio è strumentale a garantire la leale circolazione delle merci sul mercato economico”.
martedì, 12 aprile 2016 da Admin
Italia primo Paese per DOP IGP STG
Secondo i dati diffusi nel mese di marzo dall’ISTAT (http://www.istat.it/it/archivio/183618) e aggiornati al 31 dicembre 2014, l’Italia si conferma al primo posto tra i Paesi dell’Unione Europea come numero di riconoscimento di DOP (Denominazione di origine protetta), IGP (Indicazione geografica protetta) e STG (Specialità tradizionali garantite) rilasciati dalla U.E., con 269 prodotti agroalimentari di qualità (8 in più rispetto al 2013).
DOP IGP STG. L’Istat osserva quanto segue:
Le regioni che hanno avuto un più alto numero di riconoscimenti sono l’Emilia Romagna e il Veneto, mentre i settori più premiati sono quelli degli ortofrutticoli e cereali, seguiti da formaggi, oli extravergine di oliva e preparazioni di carni.
Le specialità Dop e Igp riconosciute dall’Ue sono ampiamente diffuse sul territorio. Alcune regioni sono particolarmente ricche di Dop e Igp; in Emilia Romagna e Veneto i prodotti riconosciuti sono rispettivamente 41 e 36. Nel Nord spiccano anche Lombardia e Piemonte con 31 e 21 specialità mentre Liguria e Valle d’Aosta dispongono rispettivamente di soli tre e quattro riconoscimenti.
Nel Centro la maggiore consistenza di denominazioni si rileva in Toscana e Lazio, entrambe con 26 specialità. Nel Mezzogiorno le regioni con più riconoscimenti sono la Sicilia con 29 prodotti e la Campania con 22, seguono Calabria e Puglia, rispettivamente, con 17 e 16 prodotti.
I prodotti Dop italiani riconosciuti dalla UE sono 161, le Igp 106, le Stg sono 2 (mozzarella e pizza napoletana).
Sono 13 i settori che hanno ottenuto riconoscimenti: Carni Fresche; Preparazioni di carni; Formaggi; Altri prodotti di origine animale; Ortofrutticoli e cereali; Oli extravergine di oliva; Aceti diversi dagli aceti di vino; Prodotti di panetteria; Spezie; Oli essenziali; Prodotti ittici; Sale e Paste alimentari.
Rispetto al 2013, gli allevamenti si riducono dell’1,3%, mentre la superficie investita aumenta dello 0,4%.
Purtroppo i dati evidenziano anche che nel 2014 le nuove entrate di operatori sono inferiori alle uscite rispetto all’anno precedente.
Pane toscano come DOP
martedì, 29 marzo 2016 da Admin
Nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea del 4 marzo 2016 è stato pubblicato il regolamento di esecuzione n.2016/303, recante iscrizione del PANE TOSCANO come DOP (denominazioni di origine protette).
Nel 2013 il Regno Unito e il Belgio si erano opposti al riconoscimento della DOP in quanto avevano affermato che PANE TOSCANO deve ritenersi un nome generico.
Le argomentazioni dei due Stati opponenti sono sintetizzabili come segue: il frumento raccolto in Toscana non avrebbe nulla di diverso da quello coltivato nel resto del Paese; le operazioni di lavorazione del frumento volte ad ottenere la farina sarebbero in tutto simili a quelle effettuate in Italia e in Europa; la denominazione “pane toscano” sarebbe comunemente usata in tutta la Toscana per vari tipi di pane, alcuni non prodotti secondo il processo descritto nella domanda di registrazione della DOP; in Italia la dicitura “pane toscano” sarebbe usata come sinonimo di pane senza sale.
Nonostante le opposizioni, la richiesta di registrazione del nome Pane toscano come DOP è stata accolta.
Nell’accettare la richiesta di registrazione la Commissione ha specificato, innanzi tutto, che “il nome da registrare si riferisce al prodotto “pane” e non alla farina o al frumento. E’ dunque sul prodotto “pane” che occorre concentrarsi per verificare se esso possiede la qualità o le caratteristiche dovute essenzialmente o esclusivamente a un particolare ambiente geografico e ai suoi fattori naturali e umani”.
La Commissione ha ritenuto che le caratteristiche del prodotto fossero precisamente indicate nel disciplinare di produzione, cioè “la serbevolezza, il profumo di nocciola tostata, il sapore “sciocco”, cioè senza sale, della mollica, la crosta croccante e la mollica dall’alveolatura irregolare di color bianco, bianco-avorio, il valore nutrizionale elevato e l’alta digeribilità legata all’uso di un mix di diverse varietà di frumento con bassi valori di glutine e con l’apporto nutritivo della farina contenente naturalmente germe di grano (diversamente dall’uso orami generalizzato di aggiunta di germe di grano durante la lavorazione) nonché alla storica assenza di sale tra gli ingredienti.”
Tali caratteristiche del prodotto sono state imputate ai “fattori umani e naturali che caratterizzano l’ambiente geografico della zona geografica delimitata”.
Con riferimento alla contestazione secondo la quale in Italia PANE TOSCANO sarebbe sinonimo di pane senza sale, la Commissione ha osservato che tale asserzione non è suffragata da alcun elemento di prova. Allo stesso modo, la Commissione ha rilevato che “l’asserzione secondo cui la denominazione proposta è comunemente utilizzata in tutta la Toscana per vari tipi di pane, presumibilmente non prodotti secondo il processo descritto nella domanda, è priva di fondamento. Il fatto che una denominazione per la quale è stata presentata una domanda di registrazione risulti essere utilizzata con riferimento a prodotti non contemplati dalle norme incluse nel disciplinare di produzione proposto non impedisce la registrazione di tale denominazione. Lo scopo della registrazione può essere legittimamente l’armonizzazione dei metodi di produzione del prodotto commercializzato con un determinato nome”.
La Commissione, pertanto, ha ritenuto di registrare la denominazione Pane toscano come DOP.