Source: https://aiic.net/page/3393
Timestamp: 2020-07-06 23:18:42+00:00
Document Index: 12385179

Matched Legal Cases: ['art. 79', 'art. 96', 'art. 105', 'art. 105', 'art. 126', 'art. 143', 'art. 51', 'art. 13', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 75', 'art. 4', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 77', 'de lege ferenda', 'art. 4', 'art. 50', 'art. 51', 'art. 51', 'art. 3']

Riferimenti alle attività dell’interprete nel diritto internazionale umanitario
Lo status giuridico dell’interprete nell’ambito della condotta delle ostilità
La condizione giuridica dell’interprete in caso di cattura
La figura dell’interprete impegnato in contesti post-conflittuali
Recenti problematiche connesse allo svolgimento dell’attività di interpretariato: l’eventuale obbligo per l’interprete di testimoniare dinanzi a tribunali penali internazionali
Conclusioni. La possibilità di ulteriori azioni per rimarcare le tutele spettanti agli interpreti operanti in zone conflittuali e il confronto, in tale ottica, con altre categorie assimilabili, come il giornalista
Sebbene gli interpreti che prestano servizio in situazioni di conflittualità siano considerati una figura minore rispetto ad altre presenti nei contesti bellici è indubbio che essi svolgono una serie di rilevanti funzioni in questi teatri.
Da un lato, in presenza di conflitti armati internazionali, l’indispensabile attività di intermediazione linguistica condotta da soggetti competenti è espressamente richiamata nelle stesse Convenzioni di Ginevra, che in rilevanti disposizioni richiedono la presenza di individui qualificati adibiti a funzioni di interprete onde garantire alle persone protette dai suddetti Trattati un adeguato godimento delle tutele ivi previste. Dall’altro l’interprete rappresenta un necessario ausilio rispetto a soggetti e istituzioni presenti nel teatro conflittuale che sono chiamati a sviluppare attività di interesse comune sia per le collettività locali sia, in senso più ampio, per la Comunità internazionale. Si pensi, in proposito, alla necessità di ricorrere ad interpreti per facilitare le attività (a) delle organiszazioni internazionali presenti nell’area in compiti di assistenza alla popolazione civile, (b) delle organiszazioni non governative impegnate in simili compiti, (c) dei giornalisti operanti in aree di conflitto, chiamati a documentare le vicende e a sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale sulla critica situazione presente nell’area.
Questi fondamentali compiti dell’interprete, tra l’altro, si estendono non solo nell’ambito di situazioni prettamente conflittuali, ma, in maniera forse anche più rilevante, in contesti post-conflittuali e di peace-building.
Di conseguenza, onde fornire un quadro normativo esaustivo circa lo status giuridico dell’interprete, occorrerà porre attenzione non solo al diritto internazionale umanitario, ma anche ad altri ambiti del diritto internazionale, dato che il quadro normativo di riferimento muta ovviamente a seconda del diverso contesto nel quale opera l’interprete.
Da un lato, tuttavia, se dall’esame della realtà fattuale è facilmente comprensibile il rilievo di questi operatori negli scenari conflittuali o post-conflittuali, quello che emerge dall’analisi circa lo status giuridico dell’interprete è indubbiamente la scarsa autonomia giuridica di questa figura rispetto ad altre categorie presenti nella disciplina. La ricerca della tutela normativa da accordarsi alla figura dell’interprete avviene sempre per via deduttiva, tramite la collocazione di questi soggetti nell’ambito di pertinenti nozioni e categorie normative già esistenti. La figura dell’interprete, in sostanza, non emerge con uno specifico rilievo nominale nella disciplina, a differenza, ad esempio, di quanto rilevabile con riferimento ad un’analoga figura, quella del giornalista, che come noto trova un’esplicita e autonoma collocazione in apposite norme delle Convenzioni di Ginevra e del Primo protocollo addizionale (art. 79) [1], tanto da attrarre un particolare interesse in dottrina e nella stessa prassi internazionale, con l’adozione di numerosi strumenti volti a rimarcare l’esigenza di fornire una specifica tutela per le persone che svolgono attività giornalistica.
L’assenza di uno specifico rilievo per l’interprete emerge anche dall’analisi di quei documenti internazionali in cui, sebbene si sottolineino le esigenze di tutela per i giornalisti e gli esponenti dei media impegnati in aree di conflitto, non si rinvengono espliciti e chiari riferimenti all’ancillare figura dell’interprete, nonostante che, nella realtà degli scenari conflittuali, eventuali attacchi diretti contro questi soggetti fanno in molti casi registrare contemporanee perdite fra i giornalisti e gli individui preposti a funzioni di intermediazione linguistica. Una esemplificazione della scarsa attenzione rispetto alla peculiare figura dell’interprete ci è ad esempio fornita dalla recente risoluzione 1738 del 23 dicembre 2006 del Consiglio di Sicurezza, in cui l’organismo onusiano esprime una profonda preoccupazione per gli attacchi ai soggetti impegnati nella documentazione dei conflitti armati. Anche in questo documento difetta un richiamo esplicito alle attività svolte dagli interpreti, dato che un riferimento a questa figura deve ricavarsi in via implicita dai passaggi in cui il Consiglio condanna “the frequency of acts of violence in many parts of the world against journalists, media professionals and associated personnel in armed conflict, in particular deliberate attacks in violation of international humanitarian law”. Anche se ovviamente il testo della risoluzione non modifica in alcun modo il quadro giuridico pertinente che andremo ad analizzare, data la sua natura meramente esortativa volta a sensibilizzare la Comunità internazionale rispetto alle tematiche in oggetto, è evidente che un riferimento esplicito alle attività svolte dagli interpreti, eventualmente ricompresi nella promiscua categoria degli “associated personnel”, avrebbe quanto meno permesso di enfatizzare in modo più adeguato le specifiche esigenze di tutela degli individui che svolgono attività di interpretariato in situazioni conflittuali e che, molto spesso, si trovano in una difficile situazione, specie nei confronti delle comunità locali, stante le accuse di parzialità, collaborazionismo, spionaggio, con gli attori internazionali presenti nell’area.
Lo scarsa considerazione devota allo status giuridico dei soggetti impegnati in attività di interpretariato in zone conflittuali è altresì testimoniata dal fatto che, al momento, nessuno studio dottrinale è stato rivolto a questo specifico tema, a differenza, ad esempio, dell’abbondante dibattito dedicato a figure in parte analoghe, almeno dal punto di vista giuridico, come i corrispondenti di guerra e i giornalisti operanti in aree conflittuali. Come noto, rispetto agli appartenenti a queste ultime categorie si può notare un costante interesse scientifico e diplomatico volto a favorire e rafforzare la necessaria tutela giuridica, come esemplificato, ad esempio,: (a) dall’attenzione devota alla tutela di queste figure da parte di alcuni Stati in occasione della 30a conferenza internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna rossa del 2007, tramite apposite dichiarazioni [2]; (b) dalle attività ad hoc promosse da rilevanti organiszazioni non governative specificatamente interessate a questo tema, volte tra l’altro a proporre ulteriori trattati internazionali dedicati alla tutela dei giornalisti presenti in aree conflittuali [3]; (c) da un costante dibattito dottrinale, quale quello promosso dall’Istitut de droit international, associazione che comprende alcuni dei più eminenti giuristi internazionali, che ha dato vita ad un apposito gruppo di lavoro sul tema dello “international status, rights and duties of duly accredited journalists in times of armed conflict”.
Queste attività, però, appaiono espressamente limitate al ruolo dei giornalisti e degli operatori dei media nelle aree di conflitto, dato che non dedicano nessuna attenzione rispetto a figure complementari, come quella dell’interprete, che sono nondimeno ancillari e indispensabili per lo svolgimento di quella attività, ovvero la documentazione dei conflitti armati, che appare, ai promotori delle suddette iniziative, così rilevante da necessitare l’approfondimento e lo sviluppo di ulteriori standard normativi.
Questa limitata attenzione rispetto alla figura dell’interprete operante in zone di conflitto non significa, però, che questi individui siano collocabili in una sorta di vuoto giuridico, ovvero che essi siano avulsi da qualsiasi protezione giuridica internazionale. Al contrario, nel presente elaborato si potrà evidenziare come essi possano pienamente collocarsi nell’ambito di pertinenti ed esistenti norme e nozioni giuridiche, potendosi altresì evidenziare i possibili elementi di problematicità che le loro attività pongono rispetto alla disciplina del diritto internazionale umanitario e, in situazioni post-conflittuali, del diritto internazionale.
Infine una specifica attenzione potrà essere dedicata a temi correlati, che possono avere uno specifico rilievo per le attività degli interpreti impegnati in zone conflittuali. Basti pensare, ad esempio, all’eventuale obbligo di testimonianza dinanzi a tribunali penali internazionali per le informazioni acquisite da interpreti in aree di conflitto. È evidente che rispetto a questa ipotesi emergono evidenti elementi di contrasto fra doveri deontologici, esigenze di giustizia e la necessità di non esporre gli interpreti, specie quelli locali, agli evidenti rischi per la loro incolumità personale rispetto a tale dovere di testimonianza.
Nelle conclusioni si potranno così sviluppare delle riflessioni sulla figura dell’interprete e sulla sua tutela nell’ambito del diritto internazionale, anche alla luce dell’eventuale necessità di predisporre apposite iniziative in materia volte a favorirne una più puntuale tutela.
2. Riferimenti alle attività di interpretariato nel diritto internazionale umanitario.
In primo luogo le norme di DIU riconoscono l’utilità della figura dell’interprete quale operatore necessario per il corretto funzionamento di alcuni meccanismi di garanzia previsti nella disciplina. Questo è il caso dei richiami alla presenza di un interprete, talora ulteriormente qualificato come “competent” o “qualified interpreter”, che sono presenti nella III e nella IV Convenzione di Ginevra del 1949.
In particolare nella III CG l’art. 96 [4] e l’art. 105 [5] delineano il diritto per i prigionieri di guerra, che sono coinvolti in procedimenti disciplinari o penali da parte della Potenza catturante, a disporre di un interprete nell’ambito dei predetti giudizi. Norme simili si rinvengono nella IV Convenzione di Ginevra, negli artt. 72 [6] e 123 [7], con riferimento alla tutela dei civili che, in mano ad un altro Stato in situazioni di occupazione militare o di internamento, si trovino coinvolti quali parti passive in procedimenti penali o disciplinari ad opera di dette autorità detentrici. Anche in tale caso si prevede il diritto per queste persone protette a disporre di un “qualified interpreter”.
Queste norme sono quindi volte a garantire il diritto al giusto processo verso le persone protette dalle Convenzioni di Ginevra. Tra l’altro, l’assoluta rilevanza di tale diritto è altresì ribadita anche nel recente studio del Comitato internazionale della Croce Rossa relativo al Customary International Humanitarian Law (2005) che, fra le varie garanzie rilevate, alla Rule 100, sottolinea la natura consuetudinaria del dovere di garantire un interprete alle persone protette eventualmente coinvolte in procedimenti penali o disciplinari, richiamando in tale senso anche le simili norme che nel tempo si sono sviluppate in materia di procedimenti contro stranieri nell’ambito dei trattati sui diritti umani.
Tra l’altro, questo servizio, essendo ovviamente funzionale rispetto ai supremi interessi di difesa per le persone coinvolte, trova una particolare qualificazione nelle stesse norme di rilievo e nel relativo Commentario. In tale testo elaborato dal Comitato internazionale della Croce Rossa, con riferimento all’art. 105 della III Convenzione di Ginevra, come poi ripreso anche nelle altre norme richiamate, si specifica che: “The right of an accused prisoner of war to have the services of a competent interpreter "if he deems necessary" automatically results from the rights of defence if the language currently used in the detaining country is unfamiliar or unknown to the prisoner of war. In this connection, it should be noted that it is for the prisoner himself to judge whether he needs an interpreter. The word "competent" denotes an interpreter who not only knows the two necessary languages -- that of the prisoner of war and that of the detaining country -- but also is familiar with legal terminology and accustomed to acting as an interpreter during judicial proceedings. This interpreter must be supplied by the Detaining Power; if the prisoner of war prefers to have the services of one of his fellow-prisoners with the necessary qualifications, he may do so, provided that the person appointed also enjoys the confidence of the court”.
Come si denota dal Commentario, questo diritto può dirsi soddisfatto solo se la persona incaricata di tale servizio ha le necessarie capacità professionali per svolgere tale attività, qualificazione che altresì impone di possedere un adeguato bagaglio lessicale idoneo a sviluppare la sua attività con specifico riferimento a un procedimento giudiziario. Una simile figura deve essere fornita dalla Potenza detentrice o, in alternativa, per ovvi motivi di fiducia, potrà essere scelta fra i commilitoni catturati. Tuttavia, anche in quest’ultimo caso, il criterio qualitativo dell’interprete “competente” dovrà essere nondimeno soddisfatto, così confermando come lo standard fissato dalla Convenzione sia particolarmente elevato.
Infine le norme delle Convenzioni di Ginevra prevedono l’utilizzo dell’interprete anche per le attività di ausilio alla Potenza Protettrice, cioè uno Stato terzo alle ostilità che nei conflitti armati internazionali può essere utilizzato con funzioni di controllo sul rispetto del DIU. Anche in questo caso l’art. 126 della III CG [8] e l’art. 143 [9] della IV CG prevedono che i componenti della missione della Potenza protettrice negli Stati interessati al conflitto potranno avvalersi di interpreti nelle loro attività di monitoraggio della situazione, che possono ad esempio comprendere la visita presso campi di prigionia o di internamento.
In tale caso, però, l’utilizzo di interpreti è visto come una extrema ratio, data la preferenza, espressa chiaramente nel Commentario, per un non ricorso a tale figura. Difatti l’incentivazione a non utilizzare la figura dell’interprete nello svolgimento delle attività richieste alla Potenza protettrice è motivata sulla base della necessità che vi sia un contatto diretto e non mediato dei membri della delegazione internazionale con le persone protette, onde evitare timori da parte delle persone intervistate circa la confidenzialità delle informazioni fornite. Pertanto, sebbene sia a carico delle Potenze detentrici fornire questi interpreti, il Commentario è netto nell’affermare la preferenza per un eventuale utilizzo di personale facente parte della stessa delegazione internazionale ovvero fornito dal CICR, anche onde evitare che questi soggetti vengano percepiti quali potenziali confidenti della Potenza detentrice [10].
Quindi già dall’esame di queste sintetiche norme emergono due aspetti che sembrano permeare anche il dibattito connesso a questo seminario. Da un lato un’esigenza di affidabilità, in termini strettamente tecnici, dei servizi resi dagli interpreti, dato il richiamo alla necessità di disporre di soggetti che hanno capacità linguistiche particolarmente qualificate, con in specie la padronanza del linguaggio giuridico. Dall’altro, l’ulteriore preoccupazione che emerge da queste norme è la possibile natura ambigua, orientata verso una parte al conflitto, dei soggetti impegnati in attività di interpretariato, con la possibilità di sfruttare la loro posizione di intermediari linguistici per finalità terze, non commendevoli, come ad esempio il riportare giudizi negativi eventualmente espressi verso la Potenza detentrice da parte di prigionieri o internati.
Se queste sono le uniche norme di diritto internazionale umanitario che direttamente attengono alla funzione di interpretariato in presenza di situazioni conflittuali, occorre adesso delineare lo status giuridico degli individui che svolgono questa mansione in presenza di conflitti armati. In proposito occorre chiarire la loro posizione giuridica: (a) nell’ambito della condotta delle ostilità, ovvero se questi soggetti sono protetti oppure meno da attacchi diretti da parte dei belligeranti; (b) in merito alle ipotesi in cui questi individui vengano catturati.
3. Lo status giuridico dell’interprete nell’ambito della condotta delle ostilità
Per quanto concerne la condotta delle ostilità il punto principale da chiarire è lo status giuridico delle persone che svolgono funzioni di interpretariato, sia che esse agiscano per conto di una parte al conflitto, sia che esse cooperino per enti o individui terzi a questo, come organiszazioni internazionali, esponenti dei media o delle organiszazioni non governative.
Per quanto concerne la prima ipotesi occorre comprendere se gli interpreti che operano per conto di una parte al conflitto possano considerarsi dei combattenti, e quindi legittimi oggetto della violenza bellica, oppure dei civili, ovvero individui protetti da attacchi diretti e dagli effetti negativi delle ostilità. Le due categorie sono mutualmente escludibili, quindi i soggetti che non rientrano nella nozione di combattente sono di conseguenza dei civili [11]. In proposito è necessario distinguere fra i vari scenari conflittuali, ovvero conflitti armati internazionali o non internazionali.
Nei conflitti armati internazionali la nozione di combattente si può ricavare da diverse norme pattizie e, in sostanza, essa equivale a quello di membro delle forze armate di uno Stato parte al conflitto. L’interprete, ovviamente, è escluso da questa categorizzazione, fatta salva la marginale ipotesi in cui egli sia membro delle Forze armate di uno Stato, dato che queste, al loro interno, possono nondimeno prevedere apposite figure dedicate a questa attività.
Ugualmente, nei conflitti armati non internazionali, sebbene difetti una nozione di combattente, recentemente sta emergendo la nozione di “fighter”, ovvero quei soggetti che, nell’ambito di gruppi armati non statali, sono distinti dalla nozione di civile e possono quindi essere permanente oggetto di attacco. Tuttavia, per soddisfare questa nozione occorre che l’individuo sia costantemente coinvolto in attività di carattere bellico (“continuous combat function”). Ovviamente, appare difficile caratterizzare l’attività di interprete in tale modo, data l’estraneità allo svolgimento di funzioni prettamente belliche.
Di conseguenza, in prima battuta, sembra possibile sostenere che gli interpreti, anche se agiscono per conto di una parte al conflitto, devono considerarsi inclusi nell’ambito della nozione di appartenente alla popolazione civile e, quindi, titolari di protezione da attacchi diretti, ovvero protetti dagli effetti delle ostilità [12].
Uniche incertezze che potrebbero porsi circa l’attività di interpretariato concerne l’ipotesi in cui un civile, in tale caso un interprete, conduce delle attività che si caratterizzano quale “partecipazione diretta alle ostilità”, ex art. 51.3 del I Protocollo Addizionale [13] o art. 13 del II Protocollo Addizionale. Infatti, ove il civile svolga talune attività di fondamentale ausilio per una delle Parti al conflitto, particolarmente utili nella condotta delle ostilità, l’importante conseguenza che potrebbe aversi per il civile è la perdita di immunità dagli attacchi diretti, con la conseguenza che il civile potrebbe essere assoggettato alla violenza bellica della controparte al conflitto.
Negli ultimi anni si è sviluppato un acceso dibattito circa la nozione di “partecipazione diretta alle ostilità” che ha condotto il Comitato internazionale della Croce Rossa all’elaborazione di un documento [14] di chiarificazione in materia che identifica una serie di criteri utili a identificare talune attività come rientranti in questo ambito (es. atti violenti contro una parte al conflitto; attività di sorveglianza di individui catturati; compiti di intelligence tattica, con ad esempio l’individuazione di targets, ecc.). Tuttavia, le attività proprie dell’interprete, che implica un contatto diretto fra due parti ai fini di una mediazione e facilitazione linguistica, difficilmente appaiono caratterizzarsi quale partecipazione diretta alle ostilità, mentre un discorso in parte diverso potrebbe porsi per attività più connesse a funzioni di intelligence tattica, come la traduzione di messaggi criptati o cifrati o delle comunicazioni militari della controparte. In questo caso, infatti, siamo dinanzi ad attività più propriamente di natura militare, che possono determinare un evidente vantaggio per la Parte che usufruisce di questi servizi di traduzione, con conseguente perdita di immunità per il civile che le va a porre in essere, ma ovviamente siamo di fronte a scenari che non rientrano propriamente nelle classiche attività dell’interprete.
In secondo luogo, certamente, l’ipotesi di qualificare l’interprete quale partecipante direttamente alle ostilità è totalmente da escludersi nei casi in cui egli presti i suoi servizi non per una Parte al conflitto, ma per altri attori presenti nel teatro operativo, come operatori di organiszazioni internazionali, di organiszazioni non governative, esponenti dei media internazionali, ecc. Sicuramente, in questi contesti, la corretta qualificazione giuridica è quella di civile e non si vedono possibilità per escludere la perdita di protezione da attacchi diretti.
Quindi, quale primo elemento, va sottolineato che la figura dell’interprete trova una specifica tutela nell’ambito del diritto internazionale umanitario, dato che esso, con riferimento alla condotta delle ostilità, nei conflitti armati sia internazionali sia non internazionali, è inquadrabile nella nozione di civile, ed è quindi protetto dagli effetti delle ostilità. Inoltre, le attività che esso pone in essere difficilmente appaiono comportare una perdita della sua immunità da attacchi diretti.
Ovviamente, quando l’interprete, specie nell’ambito dello svolgimento delle sue funzioni, è presente nello scenario conflittuale, egli può essere indirettamente vittima della violenza bellica. Questo può accadere, ad esempio, in ragione della sua vicinanza rispetto a legittimi obiettivi militari (personale delle forze armate, beni di natura militare, come installazioni militari, caserme, ecc.), ma ovviamente queste eventuali perdite o pregiudizi fisici, con riferimento a individui che vanno ad inquadrarsi come civili, dovranno conformarsi ai consueti limiti giuridici della proporzionalità, ecc. Queste azioni, eventualmente, una volta soddisfatti tali ulteriori criteri, potranno anche essere legittime nell’ottica complessiva del diritto internazionale umanitario, anche se ovviamente causano rilevanti effetti negativi per gli interpreti che le vanno a subire.
4. La condizione giuridica dell’interprete in caso di cattura
Se le norme sopra richiamate avevano la funzione di definire lo status dell’interprete nel diritto internazionale umanitario in relazione alla condotta delle ostilità, occorre analizzare le norme relative alla disciplina dell’interprete che viene catturato nel corso di conflitti armati.
Iniziando questa disamina nell’ambito di conflitti armati internazionali, il primo punto che si pone concerne la cattura di interpreti che svolgevano le loro funzioni al servizio di uno Stato parte al conflitto armato, ove questi individui vengano catturati in prossimità della zona di operazioni.
In questa ipotesi l’interprete potrebbe farsi rientrare in una particolare categoria prevista nella III Convenzione di Ginevra, all’art. 4.A.(4), secondo cui “Prisoners of war, in the sense of the present Convention, are persons belonging to one of the following categories, who have fallen into the power of the enemy: …(4) Person who accompany the armed forces without actually being members thereof, such as civilian members of military aircraft crews, war correspondents, supply contractors, members of labour units or of services responsible for the welfare of the armed forces, provided that they have received authorization from the armed forces which they accompany, who shall provide them for that purpose with an identity card similar to the annexed model”.
Questa particolare ipotesi, che riprende precedenti codificazioni in materia, tende ad attribuire la qualifica di prigioniero di guerra a individui che, pur essendo civili nell’ottica della conduzione delle ostilità, possono trovarsi ad essere catturati, in specie in presenza di operazioni sul terreno, in ragione delle loro attività di supporto rispetto ad uno Stato parte al conflitto, che li portano ad operare in prossimità delle linee nemiche.
La ratio di questa norma, presente fin dalle Convenzioni dell’Aja del 1899, è quella di garantire un più certo status giuridico al personale civile di supporto delle Forze armate di uno Stato. Difatti questo personale civile, pur non facendo parte della compagine militare dello Stato, si trova a svolgere le sue funzioni di ausilio in stretto contatto con le Forze armate statali, così da esporre gli individui incaricati di queste funzioni al rischio di cattura nell’ambito della condotta delle operazioni belliche. In tale caso, sebbene i soggetti così impegnati siano da qualificarsi come civili, tali da ricadere, nelle successive codificazioni, nell’ambito protettivo della IV Convenzione di Ginevra, non va dimenticato come nel 1899 il complesso sistema di tutela previsto per i civili, di cui appunto alla IV CG del 1949, non era stato ancora sviluppato, con la conseguenza di dovere ricercare, per via pattizia, un’estensione a questi individui dello status attribuito ai prigionieri di guerra onde essere sicuri di poter garantire una particolare tutela a questi soggetti.
L’eventuale possibilità di includere individui che svolgono funzioni di interprete per conto di uno Stato in un conflitto armato internazionale in tale peculiare categoria sembra ammissibile, anche in ragione della natura non esaustiva delle attività richiamate in tale norma. Come confermato dal Commento all’art. 4.A(4): “The list given is only by way of indication, however, and the text could therefore cover other categories of persons or services who might be called upon, in similar conditions, to follow the armed forces during any future conflict” [15]. Di conseguenza, sebbene l’attività di interpretariato non sia espressamente richiamata, data la sua natura questa potrebbe agevolmente includersi in tale ambito.
Unica condizione richiesta per poter reclamare tale peculiare status è che il soggetto agisca con l’autorizzazione dello Stato per cui svolge le sue attività, e questo necessario legame è altresì testimoniato dalla concessione, da parte dello Stato interessato, di un apposito documento che attesti che la persona è qualificabile come una “persona che accompagna le Forze armate senza esserne parte”. Questo documento riconoscitivo viene emesso dagli Stati secondo il modello previsto nell’Annesso IV.A della III Convenzione di Ginevra, ricorrendo quindi alla cd. “identity card for a person who accompany the armed forces”. Tuttavia va rimarcato che il mancato possesso, al momento della cattura, di questo documento non esclude la possibilità per l’individuo di reclamare questo particolare status. Difatti l’esibizione di questa speciale carta identificativa ha funzione probatoria e non è condizione necessaria per l’ottenimento di tale garanzia, come era invece previsto nel sistema antecedente, ovvero nella Convenzione di Ginevra del 1929 sui prigionieri di guerra. Anche ove l’individuo catturato non sia in quel momento in possesso di tale carta identificativa egli potrà altresì reclamare tale status, anche se ovviamente sarà più difficile per questo soggetto ottenere questa specifica tutela. Ovviamente, conseguenza dell’ottenimento dello status di prigioniero di guerra non è solo la possibilità di beneficiare delle garanzie di cui alla III CG, ma anche la possibilità di essere detenuti dall’altro Stato fino al termine delle ostilità.
Al di là di questa particolare ipotesi, ove ad esempio lo Stato che ricorre all’interprete non abbia utilizzato questa possibilità, rimane inalterata la natura di membro della popolazione civile per l’interprete. Quindi, una volta catturato, l’interprete dovrà godere delle garanzie previste nella IV Convenzione di Ginevra, come eventualmente integrate dalle disposizioni di cui al I Protocollo Addizionale, purché egli sia qualificabile come “persona protetta”.
In proposito occorre procedere ad una rilevante puntualizzazione. Difatti, per godere dello status di “persona protetta” ai sensi della IV Convenzione di Ginevra non si deve essere cittadini dello Stato che procede alla cattura. A norma dell’art. 4 della IV Convenzione di Ginevra, che definisce la portata applicativa ratione personae del Trattato,: “Persons protected by the Convention are those who, at a given moment and in any manner whatsoever, find themselves, in case of a conflict or occupation, in the hands of a Party to the conflict or Occupying Power of which they are not nationals”. Questo dato può avere rilevanti conseguenze nell’ipotesi in cui uno Stato parte al conflitto venga ad avvalersi di interpreti locali, ovvero cittadini dell’altro Stato con il quale sono in corso le operazioni belliche. In tale caso questi soggetti, una volta catturati, non rientrerebbero nell’ambito delle norme protettive della IV Convenzione di Ginevra e potrebbero godere, solamente, delle tutele sancite all’art. 75 del I Protocollo addizionale, che assume una funzione di norma di chiusura del sistema, volta a tutelare le “persons who are in the power of a Party to the conflict and who do not benefit from more favourable treatment under the Conventions or under this Protocol” e, eventualmente, delle pertinenti disposizioni in materia di diritti umani.
Nell’ambito di conflitti armati non internazionali, come noto, difetta la nozione di prigioniero di guerra e quindi il ragionamento espresso in merito alla valenza dell’art. 4.A(4) della III Convenzione di Ginevra non ha ovviamente pertinenza. Tuttavia, anche in tale caso l’interprete che agisce per conto di una delle parti al conflitto, ovvero le forze armate governative o i gruppi armati organiszati non statali, o anche per altri soggetti operanti nell’area, come giornalisti, organiszazioni governative o non governative, ecc., e che viene catturato da una delle parti al conflitto (governo legittimo o gruppi non governativi) godrà delle tutele espresse nelle rilevanti disposizioni previste per i soggetti che non prendono parte attiva alle ostilità. Queste garanzie sono espresse in specie nell’art. 3 comune alle Convenzioni di Ginevra del 1949, nel II Protocollo addizionale, ove pertinente, e nelle numerose norme consuetudinarie ormai sviluppate in materia. Queste norme, in sostanza, garantiscono un minimo di tutele alle persone catturate in mano ad una delle parti al conflitto, volte a rafforzare il fulcro dell’art. 3 comune alle Convenzioni del 1949 [16] che è ispirato all’applicazione di principi di umanità verso questi soggetti, compresi ovviamente gli interpreti catturati, dato che ad esempio fa divieto di tortura o atti inumani o degradanti, privazioni arbitrarie della vita, oltraggi alla dignità personale, ecc.
5. La figura dell’interprete impegnato in contesti post-conflittuali
Se le norme precedenti tendevano a delineare lo status dell’interprete nell’ipotesi in cui tali soggetti si vengano a trovare coinvolti in un conflitto armato, di natura internazionale o non internazionale, un ulteriore elemento di interesse riguarda l’ipotesi in cui l’interprete sia coinvolto in una situazione post-conflittuale, ovvero in Stati impegnati in difficili processi di peace-building in cui sono usualmente coinvolte organiszazioni internazionali o coalizioni di Stati ad hoc tramite apposite missioni internazionali incaricate di svolgere funzioni di mantenimento della pace e di ricostruzione. In queste ipotesi, sebbene queste operazioni si sviluppano usualmente in Stati in cui in precedenza si erano registrati conflitti armai internazionali o non internazionali, la missione internazionale viene in molti casi dispiegata quando queste ostilità sono orami terminate, con la conseguenza che il diritto internazionale umanitario cessa di avere pertinenza. Pertanto, sebbene il diritto internazionale umanitario non sia più rilevante onde definire lo status degli interpreti impegnati in questi teatri, ciò non significa che altre norme del diritto internazionale non possano venire in rilievo.
In primo luogo si può avere l’ipotesi in cui questi soggetti vengano impiegati presso organiszazioni internazionali presenti nell’area e, in proposito, si potrebbe ipotizzare l’estensione a questi interpreti dei privilegi comunemente riconosciuti ai funzionari internazionali dell’organiszazione in oggetto. Tuttavia, non sempre è facile attribuire a questi soggetti lo status proprio degli appartenenti all’organiszazione, come ad esempio quello di funzionario internazionale, in ragione del carattere episodico e non strutturato delle collaborazioni che si sviluppano con l’organiszazione, specie ove ci dobbiamo confrontare con facilitatori linguistici locali e non con personale strutturalmente inserito nell’apparato burocratico dell’organiszazione internazionale.
Tuttavia, ulteriori punti di riferimento, quanto al loro status, possono ricavarsi da altri strumenti internazionali, in particolare i cd. SOFA (status of force agreement), ovvero trattati che definiscono la condizione giuridica del personale impiegato a sostegno di una missione internazionale. In tali trattati, che in parte differiscono per quanto concerne il loro contenuto rispetto alle singole realtà operative, si possono identificare alcune previsioni che possono essere di rilievo per l’interprete, dato che i soggetti ivi impegnati, specie ove assunti fra la popolazione locale, possono in astratto farsi rientrare in una categoria che comunemente è regolamentata in questi strumenti, ovvero il cd. “locally recruited personnel”.
Questo è ad esempio il caso del SOFA Modello delle Nazioni Unite del 9 ottobre 1990 (UN Doc. A/45/594), atto a rappresentare il SOFA standard che lo Stato territoriale in cui è dispiegata una missione delle Nazioni Unite deve concludere con l’Organiszazione per permettere un corretto svolgimento dell’operazione. In tale documento, dopo aver richiamato al par. 22 che le Nazioni Unite “may recruit locally such personnel as it require”, si prevedono tutta una serie di norme volte a conferire particolari privilegi a questo personale. In particolare, ex par. 28 del SOFA, al personale locale si estendono tutta una serie di privilegi previsti nella sezione 18, lett. a, b, c della Convenzione sui privilegi e immunità delle Nazioni Unite del 1946. Il riferimento è quindi alla sottrazione dalla giurisdizione locale degli atti commessi da tale personale nello svolgimento di funzioni ufficiali e alla concessione di particolari esenzioni dalla tassazione nazionale.
Per facilitare lo svolgimento delle loro funzioni al personale locale è altresì attribuito un apposito documento identificativo da parte delle autorità della missione delle Nazioni Unite, in cui si forniscono alcune basilari informazioni di tipo anagrafico e in merito alla funzione esercitata, che dovrà essere mostrato alle autorità locali ai fini dell’identificazione. In quanto afferenti alla missione, il personale locale è altresì assoggettato alle possibili restrizioni cui incorrono gli altri membri della missione, dato che, ad esempio, ex par. 40, spetta ai comandi della missione garantire la disciplina e l’ordine fra i componenti, compreso il personale locale, anche per il tramite del ricorso alla polizia militare alle dirette dipendenze della Forza.
I vantaggi a poter essere inquadrati come personale locale connesso alla missione delle Nazioni Unite appaiono evidenti in relazione alla sottrazione di questi individui dalla giurisdizione locale per le attività ufficiali. Questo privilegio è espressamente ribadito al par. 46 del SOFA, dove si stabilisce che “All members of the United nations peace-keeping operation including locally recruited personnel shall be immune from legal process in respect of words spoken or written and all acts performed by them in their official capacity”. Tra l’altro, e questo elemento è particolarmente rilevate per il personale locale, la stessa norma stabilisce una sua estensione temporale anche al di là del termine della missione, così da garantire a questo personale una protezione anche una volta cessate le loro funzioni rispetto alla missione, dato che si prevede che “Such immunity shall continue even after they cease to be members of or employed by the United Nations peace-keeping operations and after the expiration of the other provisions of the present Agreement”. Inoltre, un’immunità di carattere funzionale dalla giurisdizione locale per le controversie di carattere civilistico è concessa, ex par. 48, per le controversie connesse allo svolgimento di attività ufficiali per conto della missione.
Simili norme si rinvengono anche in SOFA connessi ad altre missioni internazionali estranee al sistema ONU dove altresì si prevede che al personale locale impiegato presso la forza multinazionale lo Stato territoriale dovrà garantire (a) un’immunità dalla giurisdizione, sia di carattere penale che civile, per gli atti riconducibili alle funzioni ufficiali svolte presso il contingente, l’esenzione (b) dagli obblighi connessi al servizio militare e (c) dalla tassazione sugli stipendi ed emolumenti corrisposti, in loro favore, dalla forza internazionale.
In tale senso si possono richiamare molteplici trattati internazionali come, ad esempio, il SOFA regolante le missioni IFOR/SFOR in Bosnia Erzegovina e in Croazia (vedi il par. 16 dei SOFA predisposti con la Bosnia e la Croazia); il par. IX.4 del SOFA regolante la Forza Multinazionale di Protezione dispiegata in Albania nel 1997; la sezione 4 par. 14 dello Annex A al Military Techicnal Agreement predisposto per la missione ISAF in Afghanistan, ecc. In questi strumenti il riferimento normativo è sempre al “personale locale” reclutato per la missione, che può ovviamente includere anche i soggetti impegnati ufficialmente in attività di traduzione per conto della missione e dei contingenti internazionali ivi operanti, anche se è ipotizzabile che talora sia difficile reclamare simili privilegi ove il rapporto di lavoro fra le parti non appaia adeguatamente strutturato.
L’eventuale sottrazione dell’interprete così qualificato dalla giurisdizione dello Stato nel cui territorio opera non significa però un’assoluta esclusione della responsabilità penale per questi individui. Da un lato si è visto come queste norme tendono a limitare tale privilegio solo in un’ottica di immunità funzionale, riferita agli atti connessi allo svolgimento delle funzioni preposte, ovvero in un’accezione che appare piuttosto limitata rispetto alle possibili fattispecie che possono coinvolgere gli interpreti e che tende a differenziarsi in modo sensibile rispetto ai privilegi concessi ad altri membri del contingente internazionale, come in specie gli appartenenti alla compagine militare rispetto ai quali si riconosce un’immunità dalla giurisdizione penale di tipo assoluto, riferita a qualsiasi fattispecie criminosa questi possano avere commesso, in servizio o al di fuori dalle mansioni assegnate.
Dall’altro queste norme non escludono che la giurisdizione possa essere esercitata da altri Stati, diverso da quello nel cui territorio si svolgono le attività in oggetto. In base alle varie legislazioni nazionali si possono verificare diverse ipotesi in base alle quali gli operatori al servizio di questi contingenti internazionali possono essere assoggettati alla giurisdizione di uno Stato. Una prima ipotesi è l’eventuale applicazione del principio di personalità passiva, che attrae nella giurisdizione di uno Stato eventuali fatti criminosi commessi contro propri cittadini, indipendentemente dalla nazionalità dell’autore del crimine o dal luogo nel quale questo è stato commesso. Una seconda possibilità è quella di fondare l’azione penale sulla base di apposite normative che estendono la giurisdizione di uno Stato, specie con riferimento a reati di tipo militare, al personale civile che lavora per le proprie forze armate, indipendentemente dalla sua nazionalità. Su quest’ultima base, ad esempio, eventuali fattispecie criminose commesse da interpreti operanti per un contingente internazionale possono dare vita a procedimenti penali contro questi soggetti, come ad esempio è successo recentemente in relazione all’aggressione operata da Alaa “Alex” Mohammad Ali [17], un interprete con doppia cittadinanza irakena e canadese operante con il contingente statunitense, contro un altro lavoratore. Sulla base delle modifiche operate dal Congresso nel 2007 allo Uniform Code of Military Justice, al fine di sottoporre i contractors “serving with or accompanying an armed force in the field” alla giurisdizione dei tribunali militari statunitensi è stato ad esempio possibile instaurare un procedimento penale contro il suddetto interprete, fino ad arrivare alla sua condanna a cinque mesi di reclusione.
6. Recenti problematiche connesse allo svolgimento dell’attività di interpretariato: l’eventuale obbligo per l’interprete di testimoniare dinanzi a tribunali penali internazionali
Un ulteriore problema che potrebbe affrontare l’interprete impegnato in zone di guerra concerne l’eventuale dovere di testimoniare presso quei tribunali penali internazionali che si interessano ai crimini internazionali commessi nell’area in cui egli opera (crimini di guerra, crimini contro l’umanità, genocidio). Difatti, per la sensibile attività svolta dall’interprete, questo soggetto potrebbe trovarsi ad essere testimone di fattispecie penalmente rilevanti, con la conseguente possibilità di essere successivamente chiamato a rendere obbligatoria testimonianza per attività connesse allo svolgimento delle sue funzioni da parte, ad esempio, di un tribunale penale internazionale che indaga sulle fattispecie criminose avvenute nell’area di pertinenza.
Questa eventuale richiesta può infatti provenire da un tribunale penale internazionale, che in base al suo Statuto dispone del potere di imporre la testimonianza a individui ritenuti utili per le indagini [18], tramite delle richieste di testimonianza subpoena, ovvero degli ordini di comparizione obbligatoria di testimoni che, ove non rispettati, possono comportare l’apertura di procedimenti penali contro questi testimoni recalcitranti ad opera delle autorità locali o da parte degli stessi tribunali penali internazionali (vedi ad es. l’art. 77 delle Rules of procedures and evidences del Tribunale penale internazionale per la ex Iugoslavia). Tra l’altro questi procedimenti dinanzi ai tribunali penali internazionali possono svolgersi anche in contumacia del testimone e, in virtù del sistema di cooperazione giudiziaria degli Stati con queste Istituzioni, è facile immaginare la possibilità di sanzioni penali contro i soggetti condannati.
Tale possibile richiesta di comparizione, rivolta agli interpreti, pone evidenti problemi di deontologia professionale e di difficile equilibrio fra la necessità di garantire una sicurezza per l’interprete presente nell’area del conflitto, la cui figura potrebbe ancora di più essere messa a repentaglio una volta che le parti al conflitto identifichino questi individui come possibili scomodi testimoni dei crimini che si vanno a commettere, e le esigenze della giustizia. Proprio per tutelare le varie esigenze in causa, nella prassi internazionale di questi Tribunali si sono sviluppate con il tempo peculiari privilegi per talune categorie professionali, che possono essere esentate da questo obbligo di testimoniare, data la preponderanza delle funzioni svolte rispetto all’esigenza di disporre delle informazioni che possono essere utili in materia.
In proposito può essere utile richiamare la prassi del Tribunale penale internazionale per la ex-Iugoslavia, dato che questa Istituzione si è maggiormente interessata a questo tema. Sebbene il Tribunale si sia principalmente occupato di altre ipotesi concernenti presenze internazionali sul terreno, come i delegati del CICR, i giornalisti, ecc., è possibile trarre da questo orientamento utili elementi per definire la posizione dell’interprete rispetto a simili fattispecie.
Una prima ipotesi riguarda i soggetti direttamente coinvolti nel processo internazionale, operanti presso il Tribunale internazionale. In proposito, oltre al classico privilegio riconosciuto anche in questo ambito alle comunicazioni fra avvocato e cliente, assolutamente rilevante è la posizione espressa dal Tribunale penale internazionale per la ex-Iugoslavia nel caso Delalic (1997), in cui la difesa aveva avanzato una richiesta di comparizione subpoena rispetto ad un interprete impiegato presso il Tribunale. In tale caso, dinanzi alla richiesta di obbligare questo interprete a testimoniare, il Tribunale ha rifiutato una simile pretesa affermando che “It is also an important consideration in the administration of justice to insulate the interpreter or other functionaries of the International Tribunal from constant apprehension of the possibility of being personally involved in the arena of the conflict, on either side, in respect of matters arising from the discharge of their duties” [19]. Come si vede queste espressioni appaiono particolarmente rilevanti specie perchè ben qualificano l’esigenza di non sottoporre a indebite pressioni l’interprete impegnato nello svolgimento delle sue funzioni ufficiali, stante la necessità di garantirgli la necessaria serenità nello svolgimento dei compiti assegnati.
Tuttavia, l’ipotesi riportata concerne espressamente il lavoro di un interprete che agisce quale funzionario del Tribunale penale internazionale, mentre in parte diversa potrebbe porsi la problematica in merito a interpreti impegnati nell’area del conflitto che sviluppano la loro attività non per conto di simili Istituzioni internazionali, ma per altri soggetti o enti.
In proposito, come detto, si può ricordare che il Tribunale ha riconosciuto a diverse categorie di individui presenti nell’area di conflitto il privilegio dall’esenzione dall’obbligo di testimonianza, ritenendo di prioritario interesse garantire una protezione la più ampia possibile a tali categorie di soggetti, che altrimenti, se venissero assoggettati all’obbligo di testimonianza, vedrebbero messe a repentaglio le loro funzioni e la loro incolumità. È evidente che una parte al conflitto impegnata nella commissione di crimini internazionali potrebbe facilmente concludere per considerare questi soggetti quali possibili scomodi testimoni rispetto alle atrocità che vanno a commettere, con un evidente decremento della sicurezza per gli individui interessati. Ad esempio, in questa ottica, il privilegio dall’obbligo di testimonianza è stato attribuito ai funzionari del Comitato internazionale della Croce Rossa e una particolare discussione si è svolta con merito ai giornalisti impegnati in contesti bellici.
Questa ultima ipotesi è particolarmente rilevante perché i principi giuridici elaborati in materia dal Tribunale penale per la ex Iugoslavia sono stati discussi in merito al caso Randal [20], che vedeva un rilevante coinvolgimento nella vicenda di un interprete locale assoldato dal suddetto giornalista. Randal, all’epoca corrispondente per il Washington Post aveva intervistato nel febbraio 1993 Radoslav Brdjanin, esponente della Republika Srpska, per il tramite di un interprete locale, dato che il giornalista non conosceva il serbo-croato. In tale articolo erano attribuite a Brdjanin espressioni che indicavano sentimenti di aperta ostilità verso i musulmani bosniaci, dato che si reclamava l’esodo dei non Serbi dalla Bosnia al fine “to create an ethnically clean space trhough voluntary movement” (Washington Post, 11/2/1993). Il Procuratore, nel 2001, nell’ambito del procedimento contro Brdjanin per genocidio, crimini contro l’umanità e di guerra voleva ammettere l’articolo come prova contro l’imputato, ma, a tale fine, la difesa reclamava il diritto di contro-interrogare l’autore dell’articolo per valutare la fondatezza di questo testo. Il Tribunale, dinanzi a tale richiesta, richiedeva a Randal di confermare l’accuratezza delle frasi attribuite a Brdjanin e a tale fine provvide ad emettere un ordine di comparizione per il giornalista.
Randal, tuttavia, contestava tale richiesta richiamando sia un presunto diritto per i giornalisti a godere di un privilegio dall’obbligo di testimonianza sia la sua materiale impossibilità a fornire una testimonianza di valore circa la richiesta avanzata dal Tribunale, ovvero l’accuratezza delle affermazioni attribuite all’imputato, dato che il giornalista, nella conduzione dell’intervista, si era dovuto avvalere di un interprete locale.
Nel caso, se la Trial Chamber rifiutava di riconoscere un simile privilegio, la Camera di appello ha definitivamente ammesso la richiesta del giornalista, sviluppando una serie di astratti criteri giuridici onde decidere circa l’opportunità di obbligare un giornalista impegnato in zona di guerra a testimoniare. In tali casi, occorre infatti bilanciare l’esigenza a disporre di tutte le fonti di prova disponibili con l’interesse pubblico connesso alle attività dei corrispondenti da scenari conflittuali, stante il riconosciuto “public watchdog role” per i giornalisti impegnati questi contesti. Per la Camera di appello occorre quindi soddisfare due criteri, prima di dover imporre simili obblighi di testimonianza: “First the petitioning part must demonstrate that the evidence sought is of direct and important value in determining a core issue in the case. Second, it must demonstrate that the evidence cannot be obtained elsewhere”. Nel caso di specie la Camera riconobbe la non soddisfazione di tali criteri, specie in considerazione del fatto che Randal, non parlando serbo-croato, aveva dovuto avvalersi dell’ausilio di un interprete. Di conseguenza, i giudici sottolineavano che la sua testimonianza non sarebbe stata di “direct and important value to determining a core issue in the case”, dati, in sostanza, la sua impossibilità a fornire utili informazioni circa il contenuto puntuale delle frasi che si assumevano essere state pronunciate dall’imputato, sulla base della traduzione effettuata dall’interprete locale.
Di conseguenza, questo caso può fornire alcuni spunti di riflessione circa il ruolo degli interpreti in aree conflittuali, anche al fine di porsi interrogativi circa simili problematiche che potrebbero rilevarsi rispetto a queste figure. Da un lato il caso Randal attesta che neanche con riferimento ai giornalisti, che indubbiamente rivestono una posizione peculiare fra gli attori presenti sul terreno, si può ammettere un incondizionato privilegio di non testimonianza dinanzi ai tribunali penali internazionali.
Dall’altro, sebbene sia passato sottotraccia questo aspetto, il punto centrale sottostante alla richiesta dell’accusa di citare come testimone il giornalista atteneva principalmente all’accuratezza del servizio di traduzione di cui disponeva Randal, perché oggetto principale di discussione non era tanto l’accertamento delle circostanze in cui si era svolta l’intervista, per verificare eventuali elementi di incongruenza, ma il contenuto stesso del testo infine prodotto, che derivava inevitabilmente dall’attività posta in essere dall’interprete. Sarebbe stato ovviamente interessante se nel caso di specie fosse stato coinvolto anche l’unico attore in grado di fornire un’adeguata rappresentazione della realtà, ovvero l’interprete utilizzato nell’intervista contestata, ad esempio per verificare le sue capacità linguistiche, ma è ovvio come questo esame poteva risultare fallace, dato che queste possono essere cambiate a distanza di oltre dieci anni dagli eventi.
Secondariamente, anche l’interprete in oggetto, se chiamato a testimoniare, avrebbe potuto sollevare simili obiezioni, reclamando un privilegio dalla testimonianza. Anche se appare difficile speculare sull’eventuale esito di questa ipotetica vicenda, si comprende bene come i termini della questione non siano esattamente uguali rispetto alla posizione reclamata dal Randal. Difatti, a vantaggio di un privilegio per l’interprete dall’obbligo di testimonianza si potrebbe invocare la natura strumentale delle attività dell’interprete rispetto all’attività giornalistica svolta in area di conflitto, ovvero un interesse considerato dalla Camera di appello suscettibile di tutela. Se l’attività giornalistica merita, seppur ponderata con altre esigenze, una simile tutela, allora anche attività ad essa connessa, in tale caso un servizio di traduzione, dovrebbe essere inglobata in tale ambito, così da determinare un’estensione del privilegio dalla testimonianza non solo al giornalista, ma anche all’interprete utilizzato.
Inoltre, si potrebbero fare valere ulteriori interessi in gioco, come la necessità di garantire l’incolumità degli interpreti in aree di conflitto che, specie se rappresentati da esponenti della popolazione locale, potrebbero più facilmente essere oggetto di minacce e attentati alla propria incolumità se si sviluppasse una tendenza da parte dei tribunali penali internazionali favorevole ad un necessario obbligo di testimonianza rispetto a vicende che li vedono coinvolti per le loro attività. Dall’altro, in un difficile bilanciamento, si pone l’ulteriore criterio da soddisfare, più volte espresso dalla Camera di appello nel caso Randal, di garantire l’accesso a elementi di prova determinanti, che potrebbero essere stati acquisiti, dall’interprete come dal giornalista, nello svolgimento delle loro attività nell’area e che potrebbero determinare il superamento delle altre esigenze, così da imporre un obbligo di testimonianza.
Tra l’altro, l’incertezza circa questi temi è confermata dallo Statuto della Corte penale internazionale, come si evince dalla norma di riferimento, la Rule 73(2) delle Rules of Procedure and Evidence della Corte che attiene alle comunicazioni “in the context of a class of professional or other confidential relationship”, che saranno considerate di natura privilegiata e quindi non soggette all’obbligo di testimonianza e diffusione. La Regola 73 (2) delinea una serie di criteri funzionali [21] a definire se in merito a queste tipologie di relazioni professionali può valere un simile privilegio e, inoltre, fornisce alcune esemplificazioni di tali ipotesi, pur caratterizzandole quali non esclusive e, soprattutto, assoggettate al soddisfacimento dei predetti requisiti. Quello che è rilevante notare è che al par. 3 si delineano alcuni esempi [22] delle fattispecie che possono venire in rilievo e, in proposito, si richiamano i casi delle attività svolte dai delegati del CICR, di relazioni professionali esistenti fra un paziente e un medico, psichiatra o psicologo, fra un difensore e l’imputato, delle attività del personale religioso, mentre nell’ambito delle negoziazioni diplomatiche, dinanzi al tema dei giornalisti presenti in area di conflitto non si raggiunse un accordo, tanto da lasciare alla determinazione di ogni singolo caso la risoluzione della problematica [23].
Tuttavia, in sede di negoziati, o successivamente, non sembra essersi posta nessuna specifica attenzione rispetto all’ipotesi degli interpreti coinvolti in queste situazioni che, invece, a nostro avviso meriterebbero un’approfondita analisi, data in specie la loro funzione strumentale rispetto alle attività svolte da alcuni soggetti per i quali si riconosce un simile privilegio, come ad esempio i delegati del CICR. In materia è probabilmente corretto affermare che anche all’interprete, specie ove questi svolga mansioni ufficiali connesse alle funzioni sviluppate da categorie professionali coperte da un simile privilegio, dovrebbe estendersi tale vantaggio, stante l’assorbimento strumentale delle funzioni svolte dal mediatore linguistico nella sfera di interesse delle attività per le quali si riconosce questo vantaggio.
7. Conclusioni. La possibilità di ulteriori azioni per rimarcare le tutele spettanti agli interpreti operanti in zone conflittuali e il confronto, in tale ottica, con altre categorie assimilabili, come il giornalista.
L’analisi effettuata ha permesso di confermare come lo status dell’interprete nell’ambito del diritto internazionale umanitario e, più in generale, nel diritto internazionale non può certamente considerarsi quale non regolato dalla pertinente disciplina, con la conseguenza di lasciare i soggetti impegnati in queste attività in una sorta di vuoto normativo, con evidenti riflessi negativi per quanto concerne la loro protezione.
Al contrario, si è potuto rilevare come un insieme di norme tendano a definire in maniera astrattamente soddisfacente la condizione giuridica dell’interprete impegnato in aree conflittuali o post-conflittuali. Tuttavia, al dato normativo, deve affiancarsi anche un’analisi sulla percezione di queste figure nei contesti in oggetto, che sicuramente oltrepassa l’elemento di valutazione giuridica, e che sembra dimostrare, almeno dalla lettura delle informazioni fornite ai fini di questo seminario, una situazione di incertezza e precarietà, specie per quanto concerne le esigenze di protezione, per gli individui impegnati in attività di interpretariato. Questi soggetti, specie se locali, in molti casi vengono a scontrarsi con sentimenti di ostilità, in ragione del loro contributo fornito rispetto alle presenze straniere nel territorio, e di invidia, specie per i vantaggi economici sottesi a questa funzione, espressi dalle comunità locali. Ovviamente queste percezioni, unite al continuo contatto degli interpreti con gli elementi stranieri presenti nel territorio, compresa la loro vicinanza lavorativa rispetto a veri e propri obiettivi militari, aumentano i rischi per l’incolumità dei soggetti coinvolti in queste attività, con evidenti rischi di ritorsioni anche in periodi successivi rispetto allo svolgimento delle attività lavorative. Tale situazione di precarietà nella tutela delle persone coinvolte in queste mansioni può altresì determinare l’insorgere di esigenze di protezione per questi individui, con la possibilità, una volta abbandonato il loro paese, di potere beneficiare delle garanzie di cui alla Convenzione di Ginevra del 1951 sullo status di rifugiato o degli strumenti complementari, come l’istituto della protezione sussidiaria offerto alle vittime di violenza generalizzata durante conflitti armati, recentemente codificato nell’ordinamento degli Stati dell’UE e poi recepito nelle legislazioni interne dei vari Stati. Ovviamente, la possibilità di godere di tali istituti di protezione è normalmente subordinata alla necessità per il soggetto di raggiungere fisicamente lo Stato nel quale si vuole ottenere protezione e richiede altresì il soddisfacimento delle condizioni giuridiche standard atte a dimostrare la situazione di persecuzione o di violenza cui può andare incontro il richiedente protezione nello Stato di cittadinanza.
Dinanzi a questi scenari, occorre quindi interrogarsi sia sulla necessità di sviluppare ulteriori attività di sensibilizzazione in materia sia sull’opportunità di ipotizzare ulteriori strumenti giuridici in materia onde rafforzare, de lege ferenda, la tutela dell’interprete in aree di conflitto.
In proposito, alcuni suggerimenti potrebbero effettuarsi sulla scorta della tutela accordata nel diritto internazionale umanitario alla figura del giornalista presente in area di conflitto. Va ricordato che a questi soggetti, al di là di espressi richiami normativi nella disciplina, non si attribuisce uno status giuridico diverso rispetto a quello proprio dell’interprete, ovvero quello di appartenente alla popolazione civile e, eventualmente, per i corrispondenti di guerra accreditati, quello di prigioniero di guerra, secondo i termini del già richiamato art. 4.A.(4) della III Convenzione di Ginevra. Tuttavia, rispetto alla categoria dei giornalisti impegnati in aree conflittuali, numerose sono attualmente le riflessioni svolte in materia onde rafforzarne la tutela, tanto che, ad esempio, si è arrivati a ipotizzare un ulteriore distinto status giuridico per questi operatori, come quello già riconosciuto nel diritto internazionale umanitario ad altre categorie (personale sanitario o religioso), con anche la creazione di uno specifico segno protettivo tramite un apposito trattato internazionale.
Un’ipotesi di lavoro potrebbe quindi essere quella di facilitare l’inserimento della figura dell’interprete in questi nuovi strumenti di protezione, che attualmente non prevedono in modo chiaro l’applicazione di questi futuri trattati anche agli interpreti operanti in zone conflittuali [24]. Tuttavia, è evidente come anche questa possibilità, oltre a scontrarsi con evidenti dubbi circa la reale capacità di trasporre in testi normativi vincolanti queste speculazioni portate avanti da ONG data la necessità di raggiungere un consenso fra gli Stati in materia, non sembrano garantire una particolare e omnicomprensiva tutela per gli interpreti operanti in aree di conflitto armato. Difatti, è ovvio come anche l’allargamento ratione personae dell’ambito applicativo di questi ipotizzabili strumenti, finirebbe per fornire una tutela solo a talune categorie di interpreti, ovvero quelli che prestano i loro servizi in vantaggio di giornalisti presenti in zona di guerra, lasciando esclusi la vasta categoria degli operatori che invece svolgono le medesime mansioni, pur nella stessa area territoriale, per conto di altri soggetti o istituzioni internazionali. È quindi palese la scarsa razionalità di una simile soluzione.
Di conseguenza, sebbene anche le suddette ipotesi non siano da escludersi a priori, è evidente che ciò che è primariamente necessario sviluppare onde garantire una migliore tutela per gli interpreti in zona di conflitto è un’azione di pressione volta alla riaffermazione delle garanzie giuridiche già esistenti nella disciplina, per il tramite di un’opportuna diffusione di questi standard normativi e un’adeguata sensibilizzazione nei teatri operativi, volta a riaffermare la natura neutra delle attività svolte dall’interprete rispetto alle parti al conflitto. A tale fine è forse opportuno procedere ad un’azione sinergica rispetto ad altre iniziative esistenti connesse a questo tema, ad esempio quelle sviluppate con riferimento alla protezione dei giornalisti, al fine di portare all’attenzione della Comunità internazionale le esigenze di tutela dei soggetti terzi rispetto alle ostilità operanti nei teatri conflittuali, compresi i soggetti impegnati in attività di interpretariato, così da cercare un primo esplicito riconoscimento nominale circa le esigenze di protezione degli interpreti in questi contesti.
Varie sono le organiszazioni internazionali che potrebbero essere coinvolte, quale forum di discussione, in questo processo, dalle Nazioni Unite, al Consiglio d’Europa, all’Unione europea, al Comitato internazionale della Croce rossa, anche grazie ad un’attività di lobbying presso i vari Stati chiamati poi ad agire presso le pertinenti organiszazioni internazionali, onde arrivare alla predisposizione di un documento internazionale in materia, come una risoluzione da parte degli organi assembleari di queste Istituzioni, che pur non modificando il quadro normativo pertinente, data la natura non vincolante degli atti provenienti da tali consessi, permetterebbe di raggiungere l’auspicato scopo di sensibilizzazione rispetto alle attività svolte dagli interpreti in aree conflittuali.
[2] Si vedano in tale senso le proposte avanzate in tale sede dalla Germania (www.icrc.org).
[3] Si veda l’attività della organiszazione non governativa Press Emblem Campaign, che ha elaborato una apposita Draft proposal for an International Convention to strengthen the protection of journalists in armed conflicts and other situations including civil unrest and targeted killings (vedi www.pressemblem.ch).
[4] Art 96. Acts which constitute offences against discipline shall be investigated immediately. Without prejudice to the competence of courts and superior military authorities, disciplinary punishment may be ordered only by an officer having disciplinary powers in his capacity as camp commander, or by a responsible officer who replaces him or to whom he has delegated his disciplinary powers. In no case may such powers be delegated to a prisoner of war or be exercised by a prisoner of war. Before any disciplinary award is pronounced, the accused shall be given precise information regarding the offences of which he is accused, and given an opportunity of explaining his conduct and of defending himself. He shall be permitted, in particular, to call witnesses and to have recourse, if necessary, to the services of a qualified interpreter. The decision shall be announced to the accused prisoner of war and to the prisoners' representative.
[5] Art 105. The prisoner of war shall be entitled to assistance by one of his prisoner comrades, to defence by a qualified advocate or counsel of his own choice, to the calling of witnesses and, if he deems necessary, to the services of a competent interpreter.
[10] Vedi Pictet (ed.). The Geneva Conventions of 12 August 1949: Commentary, Vol. III, Geneva, 1960: “It has already been stated how desirable it is that delegates should know the language of the prisoners of war they are visiting; recourse to interpreters, although authorized here, must therefore be avoided as much as possible. If it cannot be avoided, the Detaining Power must, on request, supply the delegates with the necessary interpreters. This service is, indeed, one of the facilities which the Detaining Power is bound to give to delegates under Article 8, paragraph 2. It would be preferable, however, for the interpreters themselves to form part of the staff of the Protecting Power or the International Committee of the Red Cross in order to avoid any suspicion of tendentious interpreting. It will also be possible to choose them from among the prisoners themselves”.
[11] Vedi l’art. 50 del I Protocollo addizionale “1. A civilian is any person who does not belong to one of the categories of persons referred to in Article 4 A (1), (2), (3) and (6) of the Third Convention and in Article 43 of this Protocol. In case of doubt whether a person is a civilian, that person shall be considered to be a civilian”.
[12] Vedi l’art. 51.1 del I Protocollo addizionale: “1. The civilian population and individual civilians shall enjoy general protection against dangers arising from military operations”.
[13] Vedi l’art. 51.3 del I Protocollo addizionale “Civilians shall enjoy the protection afforded by this Section, unless and for such time as they take a direct part in hostilities”.
[14] Vedi Interpretative Guidance on the Notion of Direct Participation in Hostilities under International Humanitarian Law, in International Review of the Red Cross, 2008, 991 ss.
[15] Vedi Pictet (ed.). The Geneva Conventions of 12 August 1949: Commentary, Vol. III, Geneva, 1960, pp. 42-43.
[16] L’art. 3 comune alle Convenzioni di Ginevra del 1949 stabilisce: “In the case of armed conflict not of an international character occurring in the territory of one of the High Contracting Parties, each Party to the conflict shall be bound to apply, as a minimum, the following provisions:
[17] Su questo caso, particolarmente rilevante perché era la prima vicenda coinvolgente un civile dinanzi a tribunali militari dopo le recenti modifiche alla legislazione statunitense, vedi ad esempio: www.militarytimes.com/news/2008/06/ap_contractor_courtmartial_062208/
[18] Si vedano gli Statuti dei Tribunali penali internazionali per la Ex-Iugoslavia e per il Ruanda e le rispettive regole 54 e 98 delle Rules of Procedures and Evidences dei due Tribunali.
[19] Vedi ICTY, Delalic and Others, Decision on the Motion Ex Parte by the Defence of zdrvko Mucic concernine the Issue of a Subpoena to an Interpreter, 8 Luglio 1997, parr. 18-20.
[20] Vedi ICTY, Brdjanin and Talic, Decision on Interlocutory Appeal, 11 Dicembre 2002.
[21] Vedi Rule 73 (2): “…communications made in the context of a class of professional or other confidential relationships shall be regarded as privileged, and consequently not subject to disclosure, under the same terms as in
sub-rules 1 (a) and 1 (b) if a Chamber decides in respect of that class that: (a) Communications occurring within that class of relationship are made in the course of a confidential relationship producing a reasonable expectation of privacy and non-disclosure; (b) Confidentiality is essential to the nature and type of relationship between the person and the confidant; and (c) Recognition of the privilege would further the objectives of the Statute and the Rules”.
[22] Vedi Rule 73 (3): “In making a decision under sub-rule 2, the Court shall give particular regard to recognising as privileged those communications made in the context of the professional relationship between a person and his or her medical doctor, psychiatrist, psychologist or counsellor, in particular those related to or involving victims, or between a person and a member of a religious clergy; and in the latter case, the Court shall recognise as privileged those communications made in the context of a sacred confession where it is an integral part of the practice of that religion”. Per i privilegi accordati al personale del CICR vedi i parr. 4-6.
[23] Vedi in materia Lee (ed.), The International Criminal Court. Elements of Crimes and Rules of Procedure and Evidence, 2001, 360.
[24] Ad esempio l’attuale proposta di Convenzione promossa dalla ONG Press Emblem Campaign prevede: “the term of "journalist" in this Convention covers all civilians who work as reporters, correspondents, photographers, cameramen, graphic artists, and their assistants in the fields of the print media, radio, film, television and the electronic media (Internet), who carry out their activities on a regular basis, full time or part time, whatever their nationality, gender and religion”.
Bozza. Non citare o diffondere senza l’autorizzazione dell’autore.
Giulio BARTOLINI. "Principi generali del diritto internazionale umanitario". aiic.net March 9, 2010. Accessed July 7, 2020. <http://aiic.net/p/3393>.