Source: http://orizzonte48.blogspot.com/2013/01/lattivita-bancaria-secondo-leuropa.html
Timestamp: 2017-01-18 01:35:07+00:00
Document Index: 137575290

Matched Legal Cases: ['art. 8', 'art. 47', 'art. 41', 'art.139', 'art.11', 'art. 47', 'art.3', 'art. 47', 'art. 47', 'art.36', 'art. 53', 'art. 47', 'art. 42', 'art.3', 'art.3', 'art.41', 'art.21', 'art.123']

Orizzonte48: L'ATTIVITA' BANCARIA "SECONDO L'EUROPA". L’INSOSTENIBILE INADEGUATEZZA DELLA REGOLAMENTAZIONE “PRUDENZIALE”.
L'ATTIVITA' BANCARIA "SECONDO L'EUROPA". L’INSOSTENIBILE INADEGUATEZZA DELLA REGOLAMENTAZIONE “PRUDENZIALE”.
L'interessantissimo tema dell'attività bancaria, nella sua, si potrebbe dire, "tragica" attualità, è trattato in questo post inviatoci cortesemente da Hulk, che pubblichiamo con grande piacere. Le osservazioni da lui svolte sono "illuminanti" e di per sè chiarificatrici del "perchè" lo sbilanciamento dell'assetto sociale ed economico europeo a favore dei soggetti "finanziari" sia un costo crescente e insostenibile non solo per le "tasche" di cittadini e imprese, nonchè per i conti pubblici caricati di "salvataggi", ma proprio per la stessa democrazia.
Al contributo di Hulk, segue, come complemento di un inquietante scenario, un breve saggio di Sofia sulla Costituzione economica e sul "risparmio" in Costituzione, che amplia il discorso su come la "sterilizzazione" del germe della democrazia abbia ormai superato ogni ragionevole livello di guardia.
Ringraziamo entrambi, e facciamo nostre le osservazioni che ci consegnano, come "armi per una democrazia" costituzionale da ritrovare. Al più presto.
1. Il cambio di paradigma in materia di regolamentazione bancaria, richiesto dall’Europa per realizzare la libera circolazione dei capitali, parte da lontano e risale all’affermazione del carattere d'impresa dell'attività bancaria a discapito dell'interesse pubblico, proclamato nella legge bancaria del '36.
Con la prima direttiva comunitaria in materia bancaria (CE n. 780/77), recepita tramite il DPR 350/85, è stato introdotto nell’ordinamento interno il principio del libero accesso all’attività bancaria. La seconda direttiva ( CE n. 646/89), poi, ha realizzato il coordinamento delle disposizione legislative nazionali. Unitamente alla prima diede vita ad una vera e propria “legge bancaria comunitaria”, che ha portato, in Italia, al Testo Unico Bancario del ’93 (d.lgs. 385/93). Questo punto di svolta segnò il passaggio dalla cd. vigilanza cd. “strutturale”, volta a perseguire l’obiettivo della stabilità del sistema attraverso la preventiva valutazione del bisogno economico del mercato, a quella “prudenziale” fondata, essenzialmente, sulla valutazione dell’adeguatezza del patrimonio bancario a presidio dei “rischi d’impresa”.
In nome della Concorrenza è stata fortemente limitata la discrezionalità tecnica della Banca d'Italia. La potestà di normazione secondaria del regolatore nazionale è stata ridotta alla mera ricezione, via Commissione Europea e Comitato di Basilea, delle metodologie di misurazione dei rischi, ad elevato grado di astrazione, elaborate dagli stessi operatori internazionali nominalmente sottoposti al controllo della vigilanza bancaria.
Allo stato attuale, le crisi finanziarie che si sono succedute nell’ultimo trentennio, con maggiore frequenza e intensità rispetto al passato, e con costi crescenti a carico dei bilanci pubblici per ripianamento delle perdite, impongono una riflessione critica anche sulla praticabilità di un modello di controllo basato sulla centralità del Patrimonio e sull’omogeneità del modello imprenditoriale di banca universale adottato (ma anche imposto “ope legis”) dagli operatori.
Le difficoltà incontrate dalle Autorità di vigilanza nel far osservare i principi della corretta gestione creditizia, non potranno essere superate – neanche in improbabili contesti sovranazionali – fintanto che non verrà messo in discussione l’approccio “prudenziale”, eccessivamente rispettoso delle prerogative degli operatori di mercato (e molto meno di quelle di depositanti e contribuenti). L’eccessiva confidenza nella capacità degli operatori di valutare autonomamente i rischi contrasta con la stessa ragione dell’intervento regolamentare pubblico quella di limitare il “moral hazard” del banchiere, cioè la particolare tentazione, connaturata all’attività, di appropriarsi tout court delle risorse affidate dai risparmiatori omettendo di effettuare la dovuta selezione degli impieghi in una ideale logica di funzionalità del sistema.
Nel sistema della legge del ’36 l’interesse pubblico posto sull’attività bancaria costituiva un efficace argine per il “moral hazard” che nessuna possibile misura del patrimonio bancario, pur sempre una frazione della massa dei depositi, può rimpiazzare.
Il patrimonio di una banca, qualunque sia la forma giuridica, è essenzialmente un patrimonio di relazioni (in teoria una banca potrebbe operare con patrimonio negativo), quelle buone portano buoni frutti, quelle pericolose portano alla crisi. Il conto di quest’ultime è portato ai contribuenti.Nel sistema delineato dalle normative comunitarie, prima con il recepimento di Basilea 1 e poi con Basilea 2, gli strumenti d'intervento posti a disposizione delle Autorità di vigilanza non si sono dimostrati efficaci a prevenire le crisi. Un’ulteriore complicazione al mercato del credito, derivata da Basilea 2, è la prociclicità, che porta gli operatori a restringere le erogazioni nelle fasi discendenti del ciclo economico per “risparmiare” capitale.Le linee di riforma stabilite da Basilea 3, dichiaratamente nate per porre rimedio alle falle che hanno prodotto la crisi del 2007-2008[1], si pongono in sostanziale continuità con lo schema già accennato, tanto che alcuni specialisti parlano di occasione mancata (o falsa panacea)[2], apportando, di nuovo, solo sistemi di ripartizione delle perdite dell'attività bancaria, per particolari categorie di finanziatori (bail in). Non risulta modificato, anche in prospettiva, l’impianto regolamentare, deputato ad assicurare il controllo sulle banche alle quali è pacificamente riconosciuto, per i motivi sopra accennati, il carattere di impresa “speciale”, tanto da meritare una specifica attenzione pubblica.In tali condizioni, di “controllo volontaristico”, nella pratica, una banca resta stabile fintanto che il “prelievo alla fonte”, ovvero il “frutto” del moral hazard, operato dai poteri decisori interni è sopportabile della generale massa dei clienti depositanti e prenditori ordinari. Detto "prelievo" si estrinseca nell’acquisizione di attivi bancari "farlocchi", tanto le classiche concessioni di credito predestinate a trasformarsi in sofferenze, quanto i più moderni prodotti della finanza innovativa (derivati et similia) di incerto valore che, tuttavia godono di favorevoli ponderazioni (quotazioni cd. 'mark to fantasy').
Nel sistema “prudenziale” non vi è modo per la vigilanza bancaria di contrastare la formazione delle perdite preordinate ex-ante, nonostante la continua iperfetazione della normativa secondaria, restando solo la decisione di ritiro della “licenza” bancaria quando il “prelievo” osservato non è più sopportabile dalla generica clientela della banca. Peraltro, la possibilità di applicare questa “punizione”, che interviene, per definizione, solo quando i danni sono già stati prodotti, è in pratica possibile solo per gli intermediari di minori dimensioni, non per quelli di rilevanza sistemica. Qualche voce critica sulla ridondanza della strumentario utilizzato dalla vigilanza “prudenziale” si è levata di recente dallo stesso ambiente delle banche centrali[3]
Quanto detto induce una riflessione critica sullo stesso concetto di “politica creditizia”. Nella pratica bancaria si dovrebbe scindere il senso fra 'politica' a favore dei predetti soggetti vicini ai decisori e 'attività creditizia' verso gli altri soggetti prenditori di fondi. In genere, le perdite derivanti da questa seconda categoria di clienti sono del tutto sopportabili dalla gestione bancaria.Gli affidamenti della prima categoria, in genere di grandi dimensioni per grandi banche, non dovrebbero essere nella disponibilità di decisori privati tout court, ma riservate ad articolazioni della Politica d'intervento pubblico in economia, come avveniva in passato tramite istituti di credito speciale. Poiché, se “prelievo” vi deve essere, ovvero accettazione di un elevato rischio d’insuccesso, ebbene, che abbia almeno una ricaduta positiva nel sistema economico.Quanto argomentato sottende l’opportunità della riapertura di un dibattito sulle modalità con le quali perseguire efficacemente le finalità dell'intervento pubblico nel settore bancario, nell’attuale scenario di crisi, riammettendo l’opportunità del’intervento diretto dello Stato, via nazionalizzazione (tanto più opportuno se si considerano 'garanzie' statali già concesse alla BCE ex art. 8 del D.L. n. 201/2011 “Salva Italia”).
Per di più, le banche pubbliche non hanno bisogno di "capitale" ex-ante a presidio dei rischiperché forniscono sicurezza. Tramite il loro modo di operare "regolamentato" contribuiscono a 'calmierare' anche i rischi sistemici.
Queste considerazioni inducono a riflettere anche su come il sistema disegnato dalla legge bancaria del ’36 si è dimostrato più performante sotto il punto di vista della tutela del risparmio richiamata nell’art. 47 della Costituzione, rimasto compresso dal sovrappeso attribuito all’art. 41 (primo comma), per ossequio formale al principio della concorrenza introdotto via normative europee!
Quando, poi, in dottrina, la struttura dell’industria bancaria è stata associata ad un oligopolio naturale, peraltro favorito dalla stessa legislazione che ha elevato le barriere all’ingresso accrescendo la complessità delle norme e dei requisiti organizzativi anche per i piccoli operatori.
[1] http://www.bancaditalia.it/vigilanza/basilea3
[2] http://ideas.repec.org/s/mul/jqmthn.html Autore: Sergio Sorrentino
[3] Cfr Andrew Haldane – The dog and the frisbee (www.bis.org/review/r120905a.pdf) , per il quale i parametri di valutazione del rischio dovrebbero essere piuttosto grezzi e di facile comprensione.
2. La Costituzione italiana (mod. by gentile aut.ne dell'autrice :-)), attribuisce allo Stato specifiche finalità - delineate nei primi quattro articoli della Cost.- e conseguenti strumenti (che possono individuarsi nella c.d. Costituzione economica) che hanno l’intento di orientare l’iniziativa privata verso “fini sociali” per renderla funzionale ai fondamentali diritti della persona e delle comunità. Dal che ne consegue che tali strumenti non possono essere utilizzati in maniera indiscriminata e al di fuori del perseguimento del fine citato.
Il primo di questi strumenti è il riconoscimento del diritto di proprietà e di iniziativa economica, purché però l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali, ovvero purché l’iniziativa privata possa svolgersi in modo da non essere in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana (articolo 41). E ancora: lo Stato può limitare il diritto di proprietà per “renderla accessibile a tutti” (articolo 42); per erogare servizi pubblici essenziali e fronteggiare “situazioni di monopolio” (articolo 43); al “fine di conseguire il razionale sfruttamento del suolo e di stabilire equi rapporti sociali” (articolo 44). Altro strumento riguarda il controllo del credito. Lo Stato favorisce la formazione di risparmio attraverso la stabilità monetaria (articolo 47) e finanziaria (articolo 81). E tuttavia si riserva di esercitare un controllo sul credito (articolo 47) in modo da assicurare una distribuzione funzionale e geografica degli investimenti. Si riserva cioè un ruolo nella formazione e allocazione del risparmio nazionale. Non la considera una funzione esclusiva del mercato: “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito” (articolo 47).
Nell’ambito di queste norme, quindi, la tutela dei diritti sociali assume un ineliminabile e caratterizzante significato programmatico, mentre la legittimazione degli strumenti di intervento pubblico non può mai oltrepassare la soglia della violazione dei diritti fondamentali, cui queste norme sono, per necessità dettata dalla scala di valori delineata dagli art.139 e 1-12 Cost., inscindibilmente legate. E strumenti voluti dall’Europa, ma contrastanti coi principi fondamentali della Costituzione sono da respingere, ove non ne sia possibile il ragionevole “bilanciamento” (come sostiene la stessa Corte costituzionale tedesca e pure quella francese), proprio in base al “corretto” intendimento dell’art.11 Cost.
Con la firma dei Trattati di Maastricht (1992) e Amsterdam (1997), è stata delineata una “costituzione economica europea”, che è stata recepita dall’ordinamento italiano, mediante legge parlamentare di ratifica, senza un esplicito e diretto atto popolare o fonte di esplicita revisione costituzionale, soggetta al limite dei principi fondamentali che danno forma alla Repubblica democratica del lavoro (di cui parlano i padri costituenti). Anche per questa ragione gli interpreti hanno molto discusso sulla compatibilità delle due costituzioni e dei rispettivi principi informatori.
Ebbene dagli approfondimenti dottrinari (non solo di giuristi, ma anche di economisti) emerge che le due costituzioni se pure sembrerebbero perseguire finalità sociali compatibili e complementari, in una visione peraltro contraddetta dal modo in cui, in concreto sono stati interpretati i trattati, certamente sono in contrasto quanto ai mezzi.
La Costituzione italiana così come la costituzione europea giustifica ampiamente l’intervento pubblico in economia, solo che la seconda introduce regole e vincoli di gran lunga più stringenti (si pensi al principio di “un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza” che impedisce alle autorità politiche di adottare dazi, premi o altri strumenti distorsivi della concorrenza; al principio della stabilità monetaria e finanziaria, che impone al Sistema europeo di banche centrali di perseguire l’obiettivo prioritario della stabilità dei prezzi e vieta ai governi nazionali di accumulare deficit e debiti pubblici superiori a certi limiti quantitativi; al “principio di sussidiarietà”, che suggerisce alla Comunità di intervenire soltanto se e nella misura in cui gli obiettivi dell’azione prevista non possono essere sufficientemente realizzati dagli Stati membri).
Invece la nostra Costituzione:
a) non recepisce il principio della concorrenza. Natalino Irti afferma che “la Costituzione italiana di certo non accoglie né il modello dell’economia di mercato né il generale principio della concorrenza” (Irti N. - L’ordine giuridico del mercato, Roma-Bari, Laterza 1998, pag. 18).
La Costituzione italiana considera la tutela del mercato una condizione necessaria ma non sufficiente e giustifica il ricorso a politiche economiche PUBBLICHE attive, che possono includere misure protezionistiche, premi all’industria nazionale, discriminazioni fiscali, svalutazioni competitive e quanto altro (escluse dalla costituzione europea).
b) la Costituzione italiana originaria (fonte prevalente anche sulle successive “revisioni” costituzionali”, comunque non adottate) non recepiva il principio di sussidiarietà.
Scrive Quadrio Curzio: “È bene rammentare che nella Costituzione 1948 esso era, a nostro avviso, assente e che in Italia un ampio interesse politico per il principio di sussidiarietà è relativamente recente ed è principalmente dovuto a due eventi: l’Unione europea e l’istanza federalista italiana” (Quadrio Curzio A., Verso una Costituzione poco europea, in il Mulino, 1997, n. 374, pag. 1105).
c) quanto al principio della stabilità monetaria e finanziaria, gli articoli 47 e 81 potrebbero impegnare lo Stato italiano (governo e parlamento) a perseguire la stabilità monetaria e finanziaria, innanzitutto per tutelare il risparmio nazionale, ma non mancano differenze significative. La costituzione europea, anche se in realtà i trattati avrebbero una portata più articolata di quella oggi "imposta" a forza di diktat della trojka, impegna il Sistema europeo di banche centrali a perseguire l’obiettivo prioritario della stabilità dei prezzi, fissa limiti quantitativi per deficit e debiti pubblici degli Stati membri, mentre nella costituzione italiana non vi è alcun riferimento in proposito e non pone limiti quantitativi o vincoli stringenti.
Nonostante ciò, in ragione del fatto che lo richiede l’Europa, la politica italiana prende sempre più le distanze dai principi costituzionali come su delineati facendone un uso distorto, ad uso e consumo della necessità di rispettare il pareggio di bilancio e delle politiche di controllo dei prezzi richieste dall’UE.
Ne è un esempio l’art. 47 della Cost. che attiene alla tutela del risparmio.
Tale articolo non pone regole di comportamento vincolanti, non disciplina procedure e non organizza istituti, ma, allo stesso tempo, appartiene a quella categoria di norme dedicata all’organizzazione dell’economia, che non formula meri principi morali, auspici e valori politici “generici”. Si tratta di una norma programmatica, cioè cogente nelle finalità enunciate come coessenziali e irrinunciabili, e che si riempie di significato in connessione con l’art.3, comma 2, Cost., cioè con l’uguaglianza sostanziale e il programma di azione della Repubblica per rimuovere gli ostacoli che impediscono a “tutti” di partecipare alla vita sociale, economica e politica del paese. E’ dunque una di quelle norme programmatiche che, se lasciano alla legge ordinaria, con una certa discrezionalità di scelte, l’organizzazione delle materie considerate (nel caso di specie l’organizzazione della tutela del risparmio e del controllo del credito), non di meno pone degli obiettivi INDECLINABILI, IRRINUNCIABILI, PROPRIO PERCHE’ ESPRIMONO NEL CAMPO ECONOMICO-SOCIALE IL PRINCIPIO FONDAMENTALE DELL’ART.3. I due valori espressi dall’art. 47 sono, da un lato, l’incoraggiamento e la tutela del risparmio (quello che si forma presso le famiglie, quale parte del reddito non consumato) e, per il risparmio popolare, la sua destinazione alla proprietà della casa, alla proprietà diretta coltivatrice, all’investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese; dall’altro lato la disciplina, il coordinamento ed il controllo del credito (che nel suo significato più esteso dovrebbe comprendere tutte le forme di investimento finanziario, anche partecipativo e di rischio come le azioni ed i titoli di credito partecipativi, ma che nell’eccezione costituzionale di cui all’art. 47 sembra riferirsi solo al credito come esercizio dell’attività creditizia per cui la norma attiene solo agli operatori professionali che intermediano il risparmio raccolto).
La tutela del risparmio in quanto tale, come valore economicamente e socialmente rilevante, sta a significare che non solo uno dei precisi compiti della “Repubblica” è di difendere come valore in sè la moneta, che è l’elemento in cui si traduce la liquidità, ma anche il reddito cioè il flusso di ricchezza che dà orgine alla stessa formazione del risparmio.
Il risparmio può essere difeso solo se contemporaneamente si difende il valore, MA PRIMA ANCORA, IL “RUOLO” ECONOMICO E SOCIALE della moneta, cioè se si controlla opportunamente l’intero ciclo finanziario della formazione del risparmio “incoraggiata”, perché essenziale ad un sistema economico fondato su UN PROGRAMMA ECONOMICO DI AVVICENDAMENTO DELLE CLASSI SOCIALI NELLA PROPRIETA’, NEL SENSO DI CONSENTIRNE E PROMUOVERNE L’ACCESSO A “TUTTI”, anche, ma non solo, attraverso l’investimento attraverso le imprese bancarie.
Ciò anche per il fatto che non si tratta di un valore costituzionale isolato e da perseguire astrattamente, ma è la sintesi della costituzionalizzazione di una serie poteri concatenati che in maniera dinamica dovrebbe concorrere a fare della circolazione dei valori monetari un elemento cardine della costituzione economica. Le connessioni con altre norme costituzionali rilevanti sono facilmente deducibili: il principio della retribuzione sufficiente per una esistenza dignitosa di cui all’art.36, presuppone una capacità di acquisto della moneta tendenzialmente costante ma, quindi, implica anche l’adeguamento delle retribuzioni alle variazioni del tasso di inflazione; l’art. 53, nel collegare i prelievi di ricchezza alla capacità contributiva e al criterio di progressività, presuppone che venga corretto il fenomeno dell’inflazione (c.d. fiscal drag) che agendo come prelievo generalizzato non risulta collegato alla capacità contributiva ed al criterio della progressività. Il 2° comma dell’art. 47 prevede un particolare favor per la trasformazione del risparmio popolare nella titolarità di alcuni particolari beni e lo schema, così come emerse anche dai lavori preparatori, aveva un duplice scopo:
1) tutelare il risparmio, appunto, popolare, che, per la misura limitata e l’ampiezza dell’arco temporale di formazione, è più esposto non solo al fenomeno negativo dell’inflazione, ma alla stessa “debolezza” della posizione dei lavoratori, rispetto ai detentori del capitale, nel garantirsi una fonte di reddito e quindi di risparmio. Il risparmio popolare dovrà così derivare da reddito da lavoro subordinato, artigianale, professionale e in genere da qualsiasi altra fonte che per sua natura non possa che determinare un surplus monetario limitato ed a lenta formazione. MA ANZITUTTO, LA REPUBBLICA GARANTISCE CHE LA POSSIBILITA’ STESSA DEL RISPARMIO CI SIA, NON CHE IL RISPARMIO NAZIONALE DIVENGA ADDIRITTURA NEGATIVO COME IMPLICA IL FISCAL COMPACT;
2) permettere l’anticipata trasformazione del risparmio monetario “popolare” nella proprietà individuale di beni ritenuti socialmente ed economicamente rilevanti; la norma si riconnette al II comma dell’art. 42 che impone alla legge di dettar norme idonee a rendere la proprietà privata “accessibile a tutti” ed è la traduzione normativa di una delle ideologie politico sociali che hanno concorso alla elaborazione della Carta Costituzionale. Cioè, arrivare, ed è questo secondo Mortati, Sandulli e Rodotà, il programma insito nella norma chiave dell’art.3, comma 2, Cost., a creare un tessuto sociale di “titolarità” proprietà individuali di beni particolarmente significativi al fine di determinare le caratteristiche della costituzione economica. Ma questo è esattamente ciò che, una volta provocato col vincolo della moneta unica, l’indebitamento estero privato “strutturale”, i creditori tedeschi (in testa) ci vogliono sottrarre.
Questi gli assunti su cui si sarebbe dovuta basare la legislazione di dettaglio ed in particolare la regolamentazione bancaria che invece, al fine di realizzare la libera circolazione di capitali in un’ottica di concorrenza richiesta dall’Europa ha finito per determinare effetti distorsivi sul sistema di tutela del risparmio e conseguentemente anche sul sistema di incentivazione e tutela della proprietà privata. Effetti distorsivi che, nell’attuale fase, giungono, a velocità crescente, a negare del tutto la stessa possibilità della proprietà diffusa e a porre in vuote parole il dettato costituzionale.
Giorgio D.M.4 gennaio 2013 23:10"La Costituzione italiana nel perseguimento di una “economia sociale di mercato”"La Costituzione italiana persegue una "economia sociale di mercato"?C'è da qualche parte in essa una formulazione di questo tipo?RispondiEliminaRisposteQuarantotto4 gennaio 2013 23:48No in effetti non c'è. La definizione nasce da una formula definitoria "di moda": che valore giuridico possa avere, lo possiamo dedurre dai trattati UE che in realtà parlano (art.3, par.3,TUE), di "economia sociale di mercato" aggiungendovi "fortemente competitiva" (!), anche se poi dice che mira "alla piena occupazione e al progresso sociale". Ossimori e dicotomie su cui poi è PURE MANCATO IL "BILANCIAMENTO".Dunque non è desumibile dalla nostra Costituzione: la norma chiave, al riguardo rimane l'art.41. Che parla di "libera iniziativa" mai in "contrasto con l'utilità sociale" e con "la sicurezza, la libertà e la dignità umana". Questo è il vero quadro: ma il succo del discorso svolto da Sofia è in linea con queste corrette clausole generali costituzionali. Al di là di singoli termini "descrittvi-riassuntivi" che possiamo pure perdonarle, quando la sostanza è rispettata, no :-)? EliminaGiorgio D.M.5 gennaio 2013 12:52Certamente :), figuriamoci, era una mia curiosità... Eliminamauropoggi5 gennaio 2013 17:42... però, se posso permettermi, quell'"economia sociale di mercato perseguita dalla Costituzione Italiana" andrebbe corretto. Mi sembra fuorviante, proprio perché tutto il resto del discorso di Sofia - che ringrazio per la qualità del contributo - è ineccepibile. EliminaQuarantotto5 gennaio 2013 18:10Lo so, ma più che chiarirlo e ringraziarla per aver speso del tempo a scrivere il contributo, non mi sentirei di fare. Abbiamo detto che è una piccola inconscia concessione a una (sciagurata) moda che seguono i costituzionalisti contemporanei (la ragazza è una studiosa e si documenta anche su questi testi :-): questo non ne fa una complice, proprio per la sostanza del discorso. Alla censura diretta di chi mi fa il piacere di scrivere un post non vorrei arrivare :-). Forse lo vorrà fare lei stessa. Proverò a chiederglielo OK?Eliminamauropoggi6 gennaio 2013 19:11Per carità, non parlavo di censura! Il mio grazie a Sofia per il contributo non era affatto di circostanza ma convinto, e il suggerimento era rivolto a lei in quanto unica titolata, poiché autrice, a recepirlo SE LO RITIENE.Mi scuso se è sembrata un'esortazione rivolta a te, caro 48, non era questo lo spirito.Mi scuso anche per essere ritornato su un punto che nel contesto dell'articolo era tutto sommato trascurabile; ammetto che nei confronti dell'espressione "economia sociale di mercato" ho sempre una reazione negativa di tipo pavloviano. EliminaQuarantotto6 gennaio 2013 21:15caro Mauro: fatto "aggiornamento" e problema risolto :-)EliminaRispondisconsolata5 gennaio 2013 09:44caro 48, ricordo però che la riconduzione dell'attività bancaria a "semplice" attività d'impresa fu salutata con sollievo unanime poichè contribuiva a liberare le banche dall'occupazione "militare" della politica che tanti guasti aveva fatto (il cui conto comunque al contribuente veniva portato). Non sono affatto sicura, quindi, che si stava meglio prima. Quanto alla Costituzione, è vero che nella sostanza certo non si disegna un'economia sfrenatamente liberista e concorrenziale (e, peraltro, quando mai i capitalisti sono veramente liberisti e concorrenziali?) ma pur tuttavia ritengo che occorra avviare una riflessione anche su altre parti del sacro testo, quali p.es. quell'art. che dice che i parlamentari rappresentano la nazione e quello in cui si dice che la P.A. deve essere organizzata in modo da assicurarne buon andamento e imparzialità. E qui mi chiedo, senza alcuna mania di complottismo, che ci fa Enrico Letta nel Bildeberg e nella Trilateral? che ci fanno in simili "forum" esponenti delle istituzioni e incaricati di funzioni pubbliche? Non dovrebbero essere come la moglie di Cesare? che ci facciano giornalizti come la Gruber da il senso a certe interviste (ieri sera 8 e mezzo), cos' come la partecipazione di certi professori da un senso all'espressione "tradimento dei chierici"...RispondiEliminaRisposteQuarantotto5 gennaio 2013 10:32Sconsolata, francamente il tuo commento è un pochino contraddittorio e molto "atecnico". Forse è il primo post che leggi?L'attività bancaria "prima" delle riforme che hanno reso le banche "generaliste" superando la legge del 36 che separava commerciali e "d'investimento" (merchant) era infinitamente più sicura per il risparmiatore e strutturalmente orientata a sostenere l'economia reale privata. Certo c'erano influenze poitiche nel concedere il credito. Ma nulla in confronto al blocco di "reciproco" controllo tra poche grandi imprese "amiche" (delle fondazioni controllanti) e sistema bancario attuale, comunque potenzialmente orientato agli impieghi speculativi.Quanto al resto delle citate disposizioni costituzionali, magari hai letto qualcosa su "la repubblica" o il "corsera"? No, perchè a me francamente sfugge sia la ratio sia la finalità, sia la stessa esigenza delle modifiche (in quale senso poi?) che genericamente proponi. Te lo dico per il tuo "bene": quelli che partono dal voler fare una riflessione (id est: incidere, mutare, "riformare") sulla Costituzione senza spiegare bene, in un quadro sistematico, storico e macroeconomico, quali siano le esigenze di interesse generale che dovrebbero necessariamente perseguire, hanno sempre fatto danni "irreversibili". Leggiti il post sulla corruzione e il fogno e come abbia "felicemente" inciso il nuovo Titolo V...Infine, la Gruber e Letta: qui, e nei blog che svolgono funzione di informazione "reale" (cioè non legata a "manipolazione e fogno"), facciamo proprio che non siano "rilevanti", una sicurezza di banalità priva di altro significato che non sia il potere delle oligarchie. Ci penserà un enorme ondata di rigetto popolare a espelllerli dalla scena politica. E se ciò non avverrà...la Costituzione sarà bella che morta e noi una colonia tedescaEliminaRispondisconsolata5 gennaio 2013 12:40No, 48, non è il primo post che leggo, anche se a volte trovo difficile seguirvi e magari posso fraintendere qualcosa. La mia vuole essere solo una riflessione (amara) sul fatto che quando, a suo tempo, si parlò di banca-impresa, si intendeva parlare di più concorrenza e di meno politica e lo si fece in quanto la prima mancava completamente e la seconda era ovunque (e prosperavano gli oligopoli, si tosavano i clienti, si costruivano carriere, naturalmente tutto sempre a spese dei contribuenti, come insegnano, ma solo per esempio, i fallimenti Carical e Banco Napoli, che non sono morti perchè hanno fatto merchant banking, ma perchè hanno erogato crediti "politici", accumulando un insostenibile carico di sofferenze, come si dice, e di perdite). Si sperava, insomma, che la concorrenza e l'indipendenza dalla politica fossero un passo verso la meritocrazia (per usare un termine di moda) in tutti i sensi. Poi è andata come è andata, anche se, riflettendo adesso estemporaneamente, mi verrebbe da notare che il processo di privatizzazione proprietaria è rimasto quanto meno incompiuto: basti pensare al ruolo che la politica esercita nelle Fondazioni che tu citavi (che hanno legami di controllo con le grandi banche) e al caso Monte Paschi (la banca politica per eccellenza nonchè quella beneficiata dai più ampi aiuti di Stato). A margine, notavo anche che la concorrenza non è mai stata veramente un must per i capitalisti che l'apprezzano si a parole, ma sempre nel cortile degli altri. Quanto alla Costituzione, non ne proponevo una modifica (per quanto mi piacerebbe fosse più esplicita in tema di conflitti di interesse e di influenze "esterne" all'interesse nazionale), anzi, intendevo notarne l'ennesima disapplicazione, particolarmente grave in quella parte che vorrebbe garantire il buon andamento e l'imparzialità della PA (cui seguirebbe l'altra regola ampiamente disattesa dell'accesso per concorso pubblico) e l'indipendenza del Parlamento nella cura dell'interesse della collettività (naturalmente diversamente declinato a seconda delle libere e indipendenti opinioni di ogni parlamentare). Se, come io ritengo, può essere importante che lo Stato si appropri o riappropri di più ampio ruolo nell'economia (p.es), credo che proprio su questa parte ci sia molto da lavorare. In questo senso, escludo possa essere compatibile con l'indipendenza di ogni pubblico funzionario (in senso lato) l'appartenenza a consorterie varie (ecco perchè le mie considerazioni erano del tutto scevre di teorie complottiste varie: non interessano in quanto tali neanche a me), che possono andar bene ed essere utili solo per uomini che devono fare affari e non per chi deve svolgere un pubblico servizio. Non so se sono riuscita ad esprimere il mio pensiero...sono sconsolata proprio perchè temo (e magari, so) che il migliore dei mondi non è possibile. RispondiEliminaRisposteQuarantotto5 gennaio 2013 13:40Beh, vedi in questa UE, ogni mossa in nome della concorrenza è, invece, mirata a favorire gli oligopoli e i cartelli finanziari intoccabili (il post in fondo a questo rinvia). Quindi se prima avevi un cartello "pubblico", sottoposto pur sempre a controllo pubblico (corte dei conti e governo che doveva rendere conto in parlamento), oggi hai mega-azionisti privati di controllo che non devono rendere conto altro che a se stessi (perchè i controlli Basilea vanno a finire così) e che possono favorire esclusivamente, e impunemente, gli interessi dei grandi gruppi economici a cui sono legati a doppio filo. Insomma, il sistema pubblico è migliorabile, ma la sua totale abrogazione è contraria alla Costituzione e lede "sicuramente" gli interessi del risparmio che la Repubblica dovrebbe tutelare.Sulla p.a., buon andamento e imparzialità, ne riparleremo: ma intanto se n'è parlato in "la corruzione e il fogno", illustrando i meccanismi di smontaggio di ogni traccia di gestione nel pubblico interesse. Se ti va di rileggerlo con un occhio anche al post "http://orizzonte48.blogspot.it/2012/12/alcuni-punti-fermi-ipotesi-frattalica-e.html", magari ne riparliamo con riflessioni che, vedrai, sarano qui comunque approfonditeEliminaRispondisconsolata5 gennaio 2013 13:29Un'ultima cosa...solo per tentare di essere tecnici. La separazione fra banche d'affari e banche ordinarie nasce fondamentalmente per distinguere attività (l'operatività in partecipazioni, in titoli,etc..) che possono essere svolte mettendo a rischio esclusivamente fondi propri (rimettendoci il proprio capitale, in soldoni, se va male,senza che nessuno si turbi salvo chi ha perso i soldi che ha investito) e quelle altre attività (il credito all'economia reale) per il quale si impiegano anche i soldi dei risparmiatori (e qui il capitale c'entra poco, è appunto solo un piccolo e simbolico ombrello). In caso di default di queste ultime (e solo in questi casi, per l'utilità sociale che si annetteva alla capacità di queste banche di mobilitare risorse degli operatori in surplus verso gli operatori in deficit...) scattavano vari meccanismi che a vario titolo potevano presupporre l'intervento dei contribuenti. Il venir meno di questa separazione - che adesso si pensa di reintrodurre - ha fatto si che i soldi dei contribuenti venissero utilizzati per salvare banche che facevano appunto tutto, quindi a prescindere dal fatto che si trattasse di attività con una utilità sociale (quale si ritiene essere l'intermediazione creditizia tradizionale). Quindi il problema non è che la separatezza rende meno probabile il fallimento (anzi, se vogliamo essere precisi, i fallimenti attuali sempre dall'economia reale sono nati, perchè i debitori dei mutui subprime non hanno pagato), il problema è che la separatezza consente di distinguere (o aiuta a distinguere)dove è il caso che il contribuente intervenga e dove...ce ne possiamo infischiare. Se Basilea 3 ha comunque ampliato la platea dei privati chiamati a rimetterci in caso di perdita...bene ha fatto, solo che è poco. Ho cercato di riassumere un pò semplicisticamente questioni complesse, che mettono in gioco tante variabili che non devono essere date per scontate (p.es. è lecito che alle banche, sia pure "normali", venga consentito l'uso del risparmio dei cittadini così?), sperando di aprire un confronto anche su questi aspetti.RispondiEliminaRisposteQuarantotto5 gennaio 2013 14:03D'ccordissimo. Su questi punti, per la verità ti tranquillizzo: il pubblico "di nicchia" che frequenta questo sito, è ben a conoscenza di qesti aspetti e il post di Hulk (e di Sofia) serve essenzialmente a fare il punto in modo da avere basi scientifiche e normative precise, attendibili, come raramente sono esposte (ovunque e "in buona fede").Detto questo, sì i mutui sub-prime erano per le case dei poveri, ma in realtà furono erogati per il deliberato disegno di sostenere una situazione sociale "esplosiva" a seguito delle megaspese di guerra intraprese da Bush. E si pensò di scaricare il rischio di questa manovra di "sedazione" degli underdogs sui contribuenti comuni proprio mediante l'emissione di complessi derivati ad essi legati come sottostante. Quindi, giammai una banca commerciale tradizionale avrebbe potuto fare un'operazione del genere: la vicenda conferma, anzi, il permanente e lesivo conflitto di interessi intrinseco alle banche post abrogazione del Glass-Steagall (e da noi post legge Amato). Insomma, si era di fronte aun disegno in cui lo Stato non figurava, gli "scommetittori" speuclativi ci hanno guadagnato con improbabili trading, i risaprmiatori ci hanno rimesso con i "piazzisti" del sistema bancario a spingere sugli OTC e tutti i contribuenti ci hanno rimesso coi successivi salvataggi...per essere poi accusati di vivere alle spalle dello Stato legittimando ulteriori smantellamenti del welfare.E..oh, le banche tedesche, nel possesso di questi junks bonds sono in prima fila, tutt'ora, tanto che spingono per rimpolpare bilanci farlocchi e disastrati, per realizzare il patrimonio sottostante al debito pubblico degli ignari "piigs". La correlazione è evidentissimacfr, da un blog "amico"; http://icebergfinanza.finanza.com/2012/06/20/achtung-deutsche-bank-privatizzazionen/EliminaRispondisil-viar5 gennaio 2013 14:02Anche questo post sulle banche ci fa capire come "disegnino" ad arte la "complessità" per far sì che tutto sia esclusivamente "cosa loro", che hanno costruito tutto il sistema per essere "too big to fail" e far pagare a noi i loro "fallimenti" cioè il fatto di aver prima ben lucrato a nostro danno in combutta con le grandi imprese, poi quando non riescono più a farlo ci presentano il conto.D'altra parte cos'è se non un enorme trasferimento di ricchezza a nostro danno il pagamento degli interessi sul debito causato dal divorzio Tesoro/Banca d'Italia?E' possibile difendersi in qualche modo? Si potrebbe costituire ad esempio una "banca dei cittadini" che agisca nel senso indicato dalla nostra Costituzione? Una banca che operi esclusivamente nel nostro Paese, detenuta dai cittadini/correntisti, senza "fini di lucro", che tuteli il risparmio popolare e che possa sostenere famiglie e piccole imprese.Visto che ci sono gli "esperti" vorrei sapere se si può fare come fatto in USA da Occupy Wall Street che ha creato banche cooperative attraverso una rete di migliaia di associati.Ma come hanno anche fatto i nostri bisnonni a fine '800 primi '900 quando sono nate le Società di Mutuo Soccorso e il primo movimento cooperativo. Che all'epoca e anche nel secondo dopoguerra oltre a salvaguardare le condizioni di vita dei lavoratori e dei ceti popolari diffondeva conoscenza e sosteneva le idee di giustizia e libertà e di lotta per i diritti. D'altra parte pare che ci vogliano rimandare in quell'epoca.Noi non abbiamo "ingenti capitali", ma siamo tanti, potremmo "associarci" per iniziare un percorso di "resistenza" sui vari temi, trattati qui su questo blog, anche per questioni molto concrete e pratiche, che riguardano i nostri diritti e la nostra vita, avendo come riferimento i valori ed il dettato della nostra Costituzione.RispondiEliminaRisposteQuarantotto5 gennaio 2013 14:12La giriamo a Hulk (batti un colpo :-)...) e ci pensiamo seriamente. Ma bisogna essere in "tanti-tanti" e quindi diffondere l'idea nelle masse ancora narcotizzate dai media (che parlano solo di Monti e di quanto ci avrebbe "salvato"...)Ragassi, sveglia, il "futuro" è nelle nostre mani...che possono diventare tante, "mani grandi, senza fine" in un "attimo" di libertà "senza fine".Mi abbandono al lirismo, tanto è sempre meglio di questa contabilità allucinogena imperante, come dice il Poggio (di cui avrete presto "novità narranti"!)EliminaHulk5 gennaio 2013 18:17Eccomi, aspettavo la ...trasformazione.Innanzitutto un saluto a tutti gli amici del blog, che seguo fin dagli inizi, e un ringraziamento all'autore, che mi ha anche dato l'opportunità di mettere in condivisione alcune mie idee.Cara sil-viar, come ti è già stato accennato nel post sottostante, la raccolta e l'impiego del risparmio a livello di comunità locali, idealmente a favore dell'economia reale, è lo scopo dichiarato delle banche di credito cooperativo, costituite come società cooperative.Esse ereditano, in Italia, l'esperienza delle Casse Rurali e Artigiane, le quali erano sottoposte, nel previgente sistema, ad un regime di regolamentazione speciale (TUCRA), godendo di rilevanti agevolazioni anche fiscali. Con l'avvento del testo unico bancario del '93 il "regime speciale" per queste banche è stato notevolmente attenuato (sono state appunto chiamate "banche") e anche le agevolazioni fiscali nel tempo sono state alquanto limitate.Purtroppo, anche le piccole BCC tendono, nelle comunità locali, a replicare le caratteristiche di "circuito chiuso" di potere proprio delle banche maggiori, con alcuni "soci forti" che si elevano su una compagine in genere inconsapevole.La soluzione possibile è favorire la realizzazione della "democrazia interna", ma informarsi, anche da parte dei soci, costa tempo e ...fatica.Purtroppo, l'evoluzione della legislazione bancaria non è stata poi di molto aiuto a questa categoria di banche, che si è vista gravata di oneri crescenti parificabili a quelli delle banche maggiori, elevando progressivamente - nello stesso tempo - le barriere all'entrata di nuovi soggetti (costituite non tanto dal capitale iniziale necessario ma, soprattutto, dal reperimento delle costose conoscenze richieste dalla conduzione dell'attività bancaria).La conseguenza è stata la rapida e progressiva riduzione del numero di questo tipo di operatori, conseguenza, a mio avviso, anche del modello di governance indifferenziato imposto dal legislatore, oltre chUltime notiziee degli "appetiti" dei "soci forti".La materia richiederebbe, per la sua importanza, un intervento ad hoc, anche perché è mia opinione che il pluralismo bancario (di tipologia e numerosità) sia un argine allo strapotere degli oligopoli (sistema al quale l'industria tende "naturalmente").EliminaRispondisconsolata5 gennaio 2013 15:55La questione, Sil-viar, credo si possa riassumere nel noto contrasto fra l'essere e il dover essere: in teoria magari il comunismo era il miglior sistema socio-economico del mondo mentre il capitalismo, con la sua enfasi sul profitto e l'interesse personale, il peggiore e tuttavia il secondo ci ha (aveva) arricchiti mentre il primo sappiamo come è andata. E d'altronde anche la democrazia, diceva Churchill, è il peggior sistema al mondo però non ne hanno ancora inventato uno migliore...quanto al modello di banche che tu proponi, appunto in Italia ci sono le c.d. Banche di credito cooperativo, di cui credo Hulk sappia qualcosa... In queste banche, che sono espressione delle comunità locali, non hanno fini di lucro, sono agevolate anche nella costituzione e, per certi versi (in teoria) nelle regole operative (in cambio, dovrebbero operare prevalentemente con i soci), si creano fenomeni distorsivi altrettanto potenti, tali da renderle fra le istituzioni più fragili dell'intero sistema ( e lo dimostra il numero dei fallimenti che, più o meno, in silenzio si consumano...). La verità, mi pare si possa concludere così, è che la natura umana fa sempre la differenza, a prescindere dai sistemi adottati. Resta sempre l'esigenza di una vigilanza bancaria efficace e su questo io sono perfettamente d'accordo con "il cane ed il fresbee"...Non è andando dietro a sosfisticati sistemi di risk management che si controlla una banca (da chiunque sia posseduta e comunque essa sia organizzata), ma imponendo limiti e divieti a certi tipi di attività ovvero, il che è lo stasso, lasciando che di certi tipi di attività risponda esclusivamente chi ha deciso di investirvi capitale. Quanto al caso dei mutui subprime, non entro nel merito sul perchè le banche abbiano deciso di finanziare a massa chi probabilmente non poteva restituire (Vladimiro Giacchè, da ultimo, fa un'analisi secondo me molto bella anche sul punto in Titanic Europa), quello che è certo è che è mancata la Vigilanza su queste banche, la quale, al di là di tutti i tecnicismi (requisiti sul rischio di credito, piuttosto che sui rischi di mercato etc...) avrebbe potuto ben conoscere - con gli ordinari strumenti di analisi - che si stava erogando credito destinato a divantare sofferenza... (pensate un pò, un mutuo che già si definiva subprime!!!). In definitiva, e prima ancora che si formassero e quindi moltiplicassero i junk bonds, la cosa poteva essere fermata. Se ciò non è accaduto, è stato per precisa volontà politica...e chi la fa la politica se non il governo (in questo caso americano) e, quindi, il popolo?Comunque io sono con voi...RispondiEliminaRisposteQuarantotto5 gennaio 2013 16:11La riposta alla tua osservazione, spetta a Sil-viar. Ma mi pare che la tua obiezione sulle "antiche" cooperative di credito pecchi un pò di "genericità": anche il sindacato ha uno scopo sociale di forte tutela democratica del lavoro, ma forze politico-economiche prevalenti lo hanno deviato di fatto dalla sua funzione. Ma proprio per la sua "istituzionalizzazione", cioè assimilazione sociologica agli assetti che la classe dominante tende a cristallizzare mediante cooptazione di ciò che non le è inizialmente conforme. Ciò vale anche per il credito cooperativo: esso rende molto poco l'idea del nuovo movimento di "autogestione" del risparmio che si potrebbe inaugurare. Fuori dai partiti oggi esistenti, dai giochi condotti persino da una vigilanza bancaria eterodiretta dal cartello delle banche "maggiori" e dalle dinamiche delle politiche locali parcellizzate per bande...Suvvia, non facciamo a priori del pessimismo antropologico legato alla italianità, atteggiamento di diretta derivazione dalla vulgata, colpevolizzante e interessata, del potere oligarchico a trazione ideologica bundesbank-monetarista :-)Eliminasconsolata5 gennaio 2013 16:22ma no, 48, io non ne faccio un problema di italianità (tant'è che critico in primo luogo il governo americano...). Dico che è un problema di governance (e, quindi, in primo luogo, di uomini), come si usa dalle mie parti... Comunque, sono riuscita ad usare il pulsante "rispondi", il che mi ha reso molto felice!(nel mio piccolo).EliminaQuarantotto5 gennaio 2013 16:31Ma fermo restando che il governo identificato col popolo (the constituency), rispetto agli USA non è praticamente proponibile, ciò vale specie per le amministrazioni repubblicane (espressione di elites della business community) e questo perchè la finanza, direttamente o indirettamente, e anche in europa, controlla rigidamente l'informazione e il finanziamento elettorale.Quindi la governance o la lasciamo alle elites che controllano i media; o ce la riprendiamo, finchè non avranno completamente smontato la Costituzione del 48, dal basso. Tertium non datur....e lasciamogli pure fare le "loro" elezioni mediatizzate...per ora. Tanto non duran minga, trust me...e non sarà ovviamente una cup of tea, ma almeno un pò di democrazia si recupera. Quanta ce ne meriteremo se saremo pronti e "attivi", non "proni"EliminaSconsolata5 gennaio 2013 17:34E che ne facciamo dei media nella recuperata democrazia? La questione penso sia quella di educare la gente a farne un uso consapevole e quindi...istruzione istruzione e ancora istruzione (sarà un caso o la scuola pubblica e da sempre il campo di elezione di interventi riformatori?) quanto al credito cooperativo, io forse sarò stata generica, ma i fallimenti sono terribilmente concreti e tutti dipendono da come vengono gestiti questi piccoli organismi ....magari,se può interessare,si può tentare un'analisi più specifica.EliminaQuarantotto5 gennaio 2013 18:04Sconsy carissima,su ogni argomento mi replichi come se non avessi detto nulla. Decisamente non mi so spiegare. Non solo ho indicato i problemi "generali" (piuttosto pesantucci) che hanno condotto ai fallimenti nel credito cooperativo, non solo ho fornito il parallelismo socio-politico col sindacato, non solo ho indicato come i sub-prime siano stati un problema non di politica di governo ma di finanza che si impadronisce delle istituzioni (di governo), in modo diretto o indiretto (si tratta di un "concerto" di azioni extraistituzionale, in USA come in UE e il post di kthrhcds lo spiega molto bene), ma, poi, i media sono delle imprese: è chiaro che occorre regolarne la proprietà per attuare l'art.21 Cost.Come pure occorre reintrodurre un livello di finanziamento pubblico dell'istruzione secondaria e universitaria che non lasci in mano a consorterie di poteri forti gli orientamenti formativi.Ma siamo qui per propugnare questo, per cooperare nel formulare delle idee e soluzioni che servano da guida per un domani che dobbiamo sperare di poter "costruire" migliore...EliminaSconsolata5 gennaio 2013 18:35Ma 48 perché litigare? Non mi pareva di rispondenti senza averti letto....a meno che non vuoi intendere che non ti capisco. La cosa può essere, ma spero non su ogni argomento e credo non con riguardo alle generali ragioni del fallimento dl credito cooperativo, che tu hai riassunto: infatti io mi riferivo ad una analisi specifica...magari in vista della banca dei cittadini di cui si scriveva prima. Quanto ai media e alla finanza al potere.....resta il fatto che è la democrazia che si deve rendere effettiva e l'unico vero sistema che mi viene in mente, purtroppo valevole nel lungo termine quando saremo tutti morti, e' garantire una vera istruzione di massa e di base . Ma, a meno che io continui a non capire, non mi sembra che siamo su posizioni distanti, fatta eccezione per il mio pessimismo cosmico....EliminaQuarantotto5 gennaio 2013 18:43Comunque, a ben vedere la tua risposta, se ti senti di illustrarci, nella "filosofia" di scenrio economico del blog, di illustrarci tu, con un'analisi più specifica i problemi del credito cooperativo nel contesto del sistema bancario italiano, beh...è tutto di guadagnato. Sarebbe un contributo prezioso di expertise per arrivare, un domani, a muoversi in modo corretto e quantomeno capire se ci siano ostacoli (sostanziali) insormontabili...Per scrivere su questo blog basta inviare mail con file allegato (doc., possibily) a sil-viar@virgilio.it.:-)EliminaQuarantotto5 gennaio 2013 18:50Come vedi nessun litigio, nessun contrasto: ti avevo già risposto in senso "costruttivo" e dialogante, perchè non intendevo tacciarti di altro che di ciò che ammetti tu stessa :-) Un certo eccessivo pessimismo...che ammetterai non solo non serve a partire "bene" in qualsiasi azione di ricostruzione democratica, me neppure a vivere bene quel che precede il momento in cui...saremo tutti morti :-)...)Quindi se vuoi esprimere il tuo punto di vista specifico su qualche materia, come vedi, non sarai censurata ma anzi pubblicata. OK?EliminaSconsolata5 gennaio 2013 20:00Aarargh, 48 lo temevo....e magari lo volevo, ma a parte che non sum digna, Domine, sono in temporaneissima libera uscita da vincoli esterni di non poco momento (terribili bimbi urlanti e temibile ufficio soffocante) e chissà quando e se potrò tornare a scrivere qualcosa che abbia un senso compiuto, su questo blog o su altri....non a caso e' la prima volta che lo faccio, pur riuscendo a rubare un po' di tempo per leggervi (si tratta della mia privatissima oasi). Comunque mi piace molto questo blog e ti sono grata per l'impegno che ci metti.EliminaHulk5 gennaio 2013 20:35Benvenuta!(anche se decidessi di cambiare nick:)Eliminasconsolata5 gennaio 2013 21:50Caro Hulk, chissà se posso dire che è grazie a te se sono qui? sul nick hai ragione, ma non ho molta fantasia e ho tirato fuori il primo stato d'animo che mi è venuto, pensando alla distanza fra ciò che è e ciò che mi piacerebbe che fosse (non dico più ciò che dovrebbe essere...)EliminaRispondiElmoamf5 gennaio 2013 21:09Mi permetto una domanda rispetto alla proposta per una nuova riformulazione degli istituti di credito bancario lanciata da Sil-viar.Potrebbe essere un inizio quello di prendere come modelli d'esempio i seguenti:1) Microcredito2) Banca dei poveri3) Banca EticaLa pongo naturalmente come una domanda da quella posizione di penalmente ignorante nel qual mi trovo.Un saluto,Elmoamf Massimo PagliaRispondiEliminaHulk6 gennaio 2013 10:14Quella lanciata da Sil-viar è la riproposizione di uno strumento (le società di mutuo soccorso) sperimentato positivamente in passato, in un clima politico comunque favorevole a questo tipo di iniziative.Oggi, questa tensione ideale sopravvive nel movimento cooperativo, anche se le applicazioni pratiche dei principi cooperativistici lasciano alquanto a desiderare. Ci sarebbe bisogno di una vigorosa sterzata, che non può che avvenire sotto la benedizione del legislatore e in un clima politico tornato favorevole.Per questo stiamo qui a parlarne.In generale, l'attività bancaria è molto antica (forse la più vecchia del mondo, vedi il "Gurtz" citato da Bagnai) ed è difficile pensare a innovazioni decisive provenienti solo "dal basso". Certo, se in grado di mobilitare importanti flussi di capitale avrebbero effetti sul sistema. Ma, più la dimensione del fenomeno si allarga più si tenderebbe a ricadere nei vizi (rischi) di fondo dell'attività. Ogni "entità", alla lunga, tende ad assomigliare al mondo in cui vive.Questo vuol dire che è velleitario immaginare o proporre soluzioni definitive, ma, al punto in cui siamo ridotti, non si può fare che meglio ...sempre che si riesca a ristabilire la giusta scala dei valori costituzionali (breve ot, non a caso le teorie hayekiane che ci propinano da tre decenni prescindono dai giudizi di valore, per es., vedi qui http://www.eco.unibs.it/~palermo/PDF/5-mercato-globale.pdf).In breve:1) il microcredito potrebbe essere utile in via di principio ma solo in una società molto arretrata economicamente (speriamo di non arrivarci);2) la banca dei poveri non ha senso perché chi non ha i mezzi necessari al sostentamento non ha merito creditizio. In una società equa, economicamente sviluppata, è compito dello Stato "rimuovere" le situazioni di povertà, anche creando occasioni di lavoro e di redistribuzione delle risorse;3) la "banca etica" ...che si intende? possiamo arrivare ad una divisione fra banche etiche e banche non etiche? sono "soluzioni improvvisate" derivanti dalla percezione di un non corretto operare degli operatori creditizi e di un'insufficiente forza dei controlli sul sistema (vedi titolo post).RispondiEliminaRisposteQuarantotto6 gennaio 2013 10:43E c'hai ragione, c'hai. Il modello "possibile" è quello di Occupy Wall Street: connettere, grazie alla rete, talmente tante persone, coinvolgerle comunque con tutti i mezzi anche al di fuori della rete, e raccogliere un capitale significativo. Avendo nel contempo trovato, in questo sub-strato sociale di "nuove istanze di democrazia", anche le risorse professionali per costituire una governance di tipo nuovo e realmente e costantemente collegata col movimento culturale da cui si raccoglie il capitale.Bisogna essere in tanti e raggiungere tanti. E avere gente appassionata e capace che gestice l'iniziativa...EliminaQuarantotto6 gennaio 2013 10:46Ovviamente, qui e ora "si comincia" a parlarne. Per verificare in primissima approssimazione la realizzabilità: un centro associativo comune può essere, con pazienza, creato, per iniziare uno studio di fattibilità (quanto a risorse umane-professionali acquisibili e capacità di diffondere il "messaggio")EliminaRispondisil-viar6 gennaio 2013 13:37@ sconsolataFrancamente non ti capisco. Riguardo il primo commento. Parti da comunismo/capitalismo (?), fai tutta una tirata sulle banche coop attuali che manco nomino (a parte quelle di OWS) e finisci dicendo che governo=popolo (?).Credimi, il mio modo di pensare è diverso rispetto al tuo e a quelli che sono i tuoi pregiudizi.Qual è il problema? Il primo movimento cooperativo? Le SMS? Che nascono dopo i moti del '48 e si affermano nell'ultimo quarto di secolo (19°) come forme di autotutela dei lavoratori e dei ceti popolari, e che citavo come strumenti utilizzati più di un secolo fa per rispondere a dei bisogni che si ripresentano oggi, forse non nel solito modo, ma bisognerebbe chiedere ai greci della fame, quella vera, e dell'impossibilità di curarsi. Magari puoi andare a dirglielo "che la natura umana fa sempre la differenza, a prescindere dai sistemi adottati".E non so quanto manchi a noi, visto che ci hanno indirizzati sulla strada della Grecia.@HulkMi dispiace non essermi fatta capire. Non volevo proporre nessun modello, e non mi pare di averlo fatto, ho solo citato degli esempi lontani nel tempo (1800) e nello spazio (USA) che credevo potessero servire per comprendere meglio quello che intendevo proporre. Visto che qui ci sono gli “esperti” in materia che sanno cosa e come si può fare.Ho citato le banche - cooperative - di Occupy Wall Street come risposta popolare alle big banks. Inoltre in Svezia c'è la Jak Bank, che è una "cooperativa" che raccoglie il risparmio e presta tra i 65.000 soci, senza interessi (a parte il recupero delle spese), ma non ho capito se è una vera banca o una sorta di MAG. Ma entrambe le esperienze dimostrano che si può aggregare diversa gente. Scrivo: “Si potrebbe costituire una "banca dei cittadini" che agisca nel senso indicato dalla nostra Costituzione? Una banca che operi esclusivamente nel nostro Paese, detenuta dai cittadini/correntisti, senza "fini di lucro", che tuteli il risparmio popolare e che possa sostenere famiglie e piccole imprese.“ Cioè:1 (auto)gestire la banca nel senso indicato dalla Costituzione: raccolta risparmio ecc.2 offrire un'alternativa ai grandi gruppi bancari.3 dare supporto a famiglie e piccole imprese.4 banca senza interessi (a parte recuperare i costi di gestione).5 banca nazionale.Non solo, avevo proposto di creare una associazione infatti scrivo: “Noi non abbiamo "ingenti capitali", ma siamo tanti, potremmo "associarci" per iniziare un percorso di "resistenza" sui vari temi, trattati qui su questo blog, anche per questioni molto concrete e pratiche, che riguardano i nostri diritti e la nostra vita, avendo come riferimento i valori ed il dettato della nostra Costituzione.“ Che può servire ad aggregare le persone verso la costituzione di una banca (se questo fosse possibile, ma sembra che gli esperti dicano di no), ma anche per le altre proposte.RispondiEliminaRisposteQuarantotto6 gennaio 2013 16:37La dialettica è l'anima delle nuove idee "nella" democrazia. Confrontarsi, se si vuole "costruire" permette di comprendersi meglio. E di arrivare a focalizzare il fattibile e il "non". Grazie Silvia per la tua passione civileEliminaHulk6 gennaio 2013 17:57@sil-viarNon sei tu che non ti sei fatta capire. Sono io che ho trascurato di rispondere almeno alla parte della domanda che hai evidenziato nuovamente.Mi accorgo adesso che è dovuto alla mia diversa prospettiva nel vedere il problema, dalla quale non mi sono spostato (diciamo, per semplicità top-down versus bottom-up).Lo spirito del post parte dalla constatazione di un “fallimento” della regolamentazione dal punto di vista della tutela dei valori costituzionali e si propone di avviare una discussione su possibili forme d’intervento pubblico dall’alto (supponendo che nel “dopo” il governo sia “amico ai cittadini”), che includono anche forme di proprietà pubblica di alcune banche grandi in crisi (anche solo per un tempo determinato, non ho idee definitive sul punto), allo scopo di separare la sorte della clientela da quella dei “fruitori” dei benefici dell’attività bancaria (la “governance” e il loro circondario), limitando in tal modo il danno ai comuni cittadini-contribuenti (anche se non a tutti i “risparmiatori”).Questo non esclude che “iniziative dal basso” di auto-organizzazione della gestione del risparmio siano del tutto meritorie e suscettibili di ottenere un parziale successo. Anche 48 ha colto questa mia apertura al fenomeno auto-gestito sul modello delle iniziative di Occupy Wall Street. E’ un modo di contrastare il sistema “dall’interno”, allo stato attuale, che non riuscirebbe a riequilibrare, nel breve periodo, il rapporto con i grandi player (che godono pure del sostegno governativo).L’esperienza storica dimostra che l’avvio a soluzione della crisi del ’29 è stato reso possibile dal “New Deal” roosveltiano, cioè da un cambio deciso di prospettiva. Questa crisi, almeno in Europa, non è da meno di quella degli anni ’30.Sarà comunque necessaria una presa di coscienza della gravità della situazione da una più larga parte dei cittadini. Cioè, a mio avviso, è necessario che la soluzione sia “politica”; forse la via della comprensione politica è anche più breve di quella “bancaria” (si fa prima a capire di avere la pancia vuota che a intendere la validità di una partecipazione a cooperative di credito).Purtroppo le questioni in gioco sono molto complesse e vanno affrontate nello spirito che ci accomuna del rispetto dei valori fondamentali della Carta Costituzionale. Per il resto, le soluzioni seguiranno e il dibattito è solo agli inizi. Tanti veri “esperti”e accademici usciranno dopo allo scoperto.EliminaRispondimauropoggi7 gennaio 2013 09:02"...che includono anche forme di proprietà pubblica di alcune banche grandi in crisi (anche solo per un tempo determinato, non ho idee definitive sul punto...)".Vorrei capire meglio questo punto. Se le grandi banche sono "too big to fail", secondo me la conseguenza logica dovrebbe essere la nazionalizzazione permanente, a meno che non si accetti il principio della privatizzazione degli utili e socializzazione delle perdite.Dove sbaglio?RispondiEliminaRisposteQuarantotto7 gennaio 2013 09:19Ottimo punto, davvero.Non mi pare che sbagli: ad es; lo Stato federale tedesco, a seguito dei salvataggi per i subprime, e per tradizione, ha una partecipazione complessiva al 40% nel sistema bancario....cioè è in pratica il maggior azionista (in media e in molti istituti rilevanti). Più in generale si entra e si esce dal capitale di una società se si fanno operazioni con plusvalenze. Si si correggge un andamento di sistema, la plusvalenza non è in conto capitale, ma nell'incremento dell'interesse generale perseguito (e conforme a Costituzione). Quindi ha senso se è un intervento (ri)strutturante.D'altra parte, permanendo la sgiagurata moneta unica, ciò consentirebbe di fruire della finanziabilità da parte della BCE consentita per gli istituti di credito (ancorchè) pubblici, espressamente prevista dall'art.123 Trattato....E infatti si guardano bene dal farla, perchè spiazzerebbe (rivoltandogliela contro) la linea Merkel-Weidmann EliminaHulk7 gennaio 2013 09:39Nessuno sbaglio Mauro. Sono solo discorsi incompleti, per questo ho aggiungo "non ho idee definitive sul punto". Di certo una quota non piccola del sistema dovrebbe restare in mano pubblica, ma a quale livello e, soprattutto, che dimensione di "impresa-banca" dovrebbe essere consensita è un affascinante campo d'indagine.In ogni caso, mi sento di affermare che, dopo la "cura" ri-strutturante, nel "mercato" non dovrebbero più esistere operatori TBTF privati, proprio per interrompere il giochino privatizzazione utili-socializzazione perdite.EliminaRispondisil-viar8 gennaio 2013 22:26Visto che spulciavo wikileaks ho trovato questo Draghi 2006 http://www.cablegatesearch.net/cable.php?id=06ROME1686che già si raccomanda su pensioni riforma lavoro e non solo:"¶3. Governor Draghi highlighted several issues on which the Bank of Italy had not provided leadership in the past, including rationalized public spending, competitiveness, labor market issues, service-sector liberalization, legal system reform, and education. "L'ambasciatore USA nota:"¶10. Almost unique among industrial world central banks, the BOI is a private institution with a Board of Governors and stockholders."RispondiEliminaRisposteQuarantotto8 gennaio 2013 23:24Questa me la segno...fa il paio col Bruegel brief di Monti dello stesso anno: già sapevano che ci sarebbe stata la crisi...nel 2008-2009, e pure quale cura applicare. Sono bravissimi, no?Eliminasil-viar9 gennaio 2013 10:17Una signora, conosciuta in spiaggia, nell'estate 2005 o 2006, mentre parlavamo di come erano aumentati tutti i prezzi, mi disse che un analista che lavorava alla borsa di Londra le aveva consigliato di tenersi i soldi e non comprare casa (in Italia) fino a dopo il 2010/2015 (e stare in affitto) perché sarebbe arrivata una bomba che avrebbe fatto dimezzare i prezzi delle case, che la crisi già si vedeva in USA, ma i suoi indicatori dicevano che sarebbe stata travolta l'€uropa... e in Italia i prezzi delle case sarebbero scesi a valori ante euro... Lei era preoccupata, gli aveva chiesto cosa dovevano fare, e lui gli aveva detto cambiare continente... o tenersi i soldi in valute diverse non €.Eliminamauropoggi10 gennaio 2013 20:32" ...He targeted reform of labor rules, the pension system, and capital markets".Quello che allora era "politicamente improponibile" con Monti è diventato "politicamente inevitabile", come nella miglior tradizione della shock economy.Eliminasil-viar11 gennaio 2013 00:50Ma più che altro provvedere alla leadership (tr. guida, comando) su: razionalizzazione della spesa pubblica, "competitività"?, mercato del lavoro??, liberalizzazione del settore dei servizi??, riforma del sistema giuridico???, e istruzione??? (oltre a riforma del lavoro?? e pensioni??)Una banca "privata"????...più chiaro di così!Inoltre: "Competition" he said, "is the best agent of social justice in an economy and in a society such as Italy's..." "Draghi said that Italy needed to develop supplemental pension schemes and significantly raise the average retirement age.""...In calling for the development of capital markets, Draghi emphasized the importance of pension and investment funds as key suppliers of capital."Da leggere tutto: "il" programma di governo.Eliminamauropoggi11 gennaio 2013 08:47Infatti, Silvia. Il documento è agghiacciate e meriterebbe una diffusione capillare, con traduzione e sottolineature dei passaggi più significativi, magari chiosati.A me sembra una dichiarazione di guerra, e la domanda che mi faccio è: che probabilità avevano di vincerla allora, prima che la crisi esplodesse? E quanto la stanno vincendo ora, grazie alla crisi? Eliminamauropoggi11 gennaio 2013 11:33Chiedo scusa, sono indietro di un paio di post e vedo solo ora che l'argomento è stato già ripreso da 48 qui:http://orizzonte48.blogspot.it/2013/01/costituzioni-democratiche-e.htmlEliminaRispondiHulk24 gennaio 2013 12:46"Le ricerche più recenti evidenziano che le banche di proprietà pubblica possono erogare credito a condizioni più favorevoli e soprattutto in un’ottica di più lungo periodo, servendo così meglio il territorio in cui operano, e senza lasciarsi condizionare da tentazioni di tipo più o meno smaccatamente speculativo."Così l'economicsta Brancaccio nella recente intervista pubblicata su vari blog.«MPS è solo la punta dell’iceberg. Una nuova crisi bancaria è alle porte dell’Europa».RispondiEliminaAggiungi commentoCarica altro...