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Timestamp: 2019-05-23 07:10:59+00:00
Document Index: 111780633

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 540', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 540', 'sentenza ', 'art. 96', 'art. 1226', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 48', 'sentenza ', 'art. 540', 'art. 540', 'art. 43', 'art. 540', 'art. 540', 'art. 91']

Corte di Cassazione, sezione II, sentenza 12 giugno 2014, n. 13407. Il diritto reale di abitazione, riservato per legge al coniuge superstite (art. 540 cod. civ., comma 2), ha ad oggetto la casa coniugale, ossia l'immobile che in concreto era adibito a residenza familiare. Poiché, dunque, l'oggetto del diritto di abitazione mortis causa coincide con la casa adibita a residenza familiare, esso si identifica con l'immobile in cui i coniugi - secondo la loro determinazione convenzionale, assunta in base alle esigenze di entrambi- vivevano insieme stabilmente, organizzandovi la vita domestica del gruppo familiare. In caso di separazione personale dei coniugi e di cessazione della convivenza, l'impossibilità di individuare una casa adibita a residenza familiare fa venire meno il presupposto oggettivo richiesto ai fini dell'attribuzione dei diritti in parola. Se, infatti, per le ragioni esposte, il diritto di abitazione (e il correlato diritto d'uso sui mobili) in favore del coniuge superstite può avere ad oggetto esclusivamente l'immobile concretamente utilizzato prima della morte del "de cuius" come residenza familiare, è evidente che l'applicabilità della norma in esame è condizionata all'effettiva esistenza, al momento dell'apertura della successione, di una casa adibita ad abitazione familiare; evenienza che non ricorre allorché, a seguito della separazione personale, sia cessato lo stato di convivenza tra i coniugi. - Renato D'Isa
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Corte di Cassazione, sezione II, sentenza 12 giugno 2014, n. 13407. Il diritto reale di abitazione, riservato per legge al coniuge superstite (art. 540 cod. civ., comma 2), ha ad oggetto la casa coniugale, ossia l'immobile che in concreto era adibito a residenza familiare. Poiché, dunque, l'oggetto del diritto di abitazione mortis causa coincide con la casa adibita a residenza familiare, esso si identifica con l'immobile in cui i coniugi – secondo la loro determinazione convenzionale, assunta in base alle esigenze di entrambi- vivevano insieme stabilmente, organizzandovi la vita domestica del gruppo familiare. In caso di separazione personale dei coniugi e di cessazione della convivenza, l'impossibilità di individuare una casa adibita a residenza familiare fa venire meno il presupposto oggettivo richiesto ai fini dell'attribuzione dei diritti in parola. Se, infatti, per le ragioni esposte, il diritto di abitazione (e il correlato diritto d'uso sui mobili) in favore del coniuge superstite può avere ad oggetto esclusivamente l'immobile concretamente utilizzato prima della morte del "de cuius" come residenza familiare, è evidente che l'applicabilità della norma in esame è condizionata all'effettiva esistenza, al momento dell'apertura della successione, di una casa adibita ad abitazione familiare; evenienza che non ricorre allorché, a seguito della separazione personale, sia cessato lo stato di convivenza tra i coniugi.
sentenza 12 giugno 2014, n. 13407
Con atto di citazione notificato il 28-7-1993 R.M.L. , quale erede con beneficio di inventario del marito Co.An. , da cui si era separata consensualmente nel 1988, conveniva dinanzi al Tribunale di Marsala L.P.G. , C.A. , P.G. e P.R. , gli ultimi due quali eredi di C.M. , esponendo che con due atti pubblici del 4-2-1991 il de cuius, per vanificare i diritti successori della moglie, aveva apparentemente trasferito a L.P.G. e C.A. , a titolo oneroso, ma in realtà gratuitamente, un fabbricato in nuda proprietà ed alcuni appezzamenti di terreno, e con atto in data 2-8-1991 aveva venduto simulatamene alla nipote C.M. un ulteriore immobile. L’attrice chiedeva, conseguentemente, previo sequestro dei beni in questione, la dichiarazione di nullità ed inefficacia dei predetti rogiti, e l’affermazione del suo diritto alla porzione di sua pertinenza.
L.P.G. e C.A. si costituivano contestando la fondatezza della domanda e chiedendo la condanna della R. al risarcimento dei danni, ai sensi dell’art. 96 cpc e dell’art. 1226 c.c..
Nel corso del giudizio l’attrice dichiarava di rinunciare alla domanda nei confronti degli eredi di C.M. , essendo intercorsa tra le parti una transazione.
A seguito di gravame proposto dalla R. , con sentenza in data 19-2-2008 la Corte di Appello di Palermo riformava parzialmente la decisione di primo grado, escludendo la condanna dell’attrice al risarcimento dei danni, ma confermando il rigetto delle sue domande.
Con sentenza in data 21-8-2002 la Corte di Appello di Palermo, pronunciando in sede di rinvio, in riforma della sentenza di primo grado, dichiarava che l’atto pubblico di vendita per notaio Marino del 4-2-1991 rep. 87180 dissimulava una donazione disposta da Co.An. in favore di C.A. e L.P.G. , nullo per difetto di forma, per violazione dell’art. 48 della legge n. 89/1913; dichiarava che l’atto pubblico di cessione onerosa per notaio Marino del 4-2-1991 rep. N. 87179 dissimulava un contratto di donazione disposta da Co.An. in favore di C.A. e L.P.G. ; disponeva reintegrarsi la quota di legittima spettante all’attrice sull’eredità relitta di Co.An. , deceduto il 3-4-1993, mediante l’attribuzione in favore della stessa dei beni elencati nel dispositivo e con condanna dei convenuti, in solido, al pagamento in favore della R. della somma di Euro 12.968,04. La Corte territoriale, al contrario, disattendeva le censure mosse dall’appellante avverso il capo della sentenza di primo grado che aveva negato alla R. il diritto di abitazione ex art. 540 c.c. sulla casa già adibita ad abitazione coniugale e il diritto d’uso sui relativi mobili.
1) Con il primo motivo la ricorrente principale lamenta la violazione degli artt. 540 primo comma, 548 primo comma e 560 c.c., 157 e 158 c.c., 707. 708 e 711 c.c., nonché la mancanza e contraddittorietà della motivazione. Sostiene che, contrariamente a quanto ritenuto dal giudice di appello, alla R. , quale coniuge separata senza addebito, spettava il diritto di abitazione sulla casa già adibita a casa coniugale e nella quale il de cuius aveva continuato ad abitare fino alla morte, non rilevando, in contrario, il fatto che, a seguito della separazione, l’attrice si fosse trasferita altrove.
E invero, le espressioni usate dall’art. 540, comma secondo, cit. (“…diritti di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e di uso sui mobili che la corredano….”) non lasciano al riguardo spazi a dubbi interpretativi. Il diritto de quo (introdotto con la riforma di cui alla legge 19 maggio 1975 n.151), che spetta per legge al coniuge superstite ex lege, sorge chiaramente in esclusivo riferimento alla casa che dai coniugi era stata adibita a residenza familiare (dove il concetto di residenza, di cui all’art. 43, comma secondo, c.c., richiama la effettività della dimora abituale nella casa coniugale). Il contenuto del diritto in discorso viene poi completato dal diritto di uso sui mobili che corredano la casa coniugale, dove il corredare sta univocamente a significare che si riferisce alla destinazione in atto dei mobili di arredamento (Cass. 27-2-1998 n. 2159).
La formulazione di tale ultima norma lascerebbe intendere, a una prima lettura, che anche in favore del coniuge separato senza addebito debbano riconoscersi i diritti di abitazione e di uso di cui al secondo comma dell’art. 540 c.c..
Nella specie, la Corte di Appello ha accertato, con apprezzamento in fatto non sindacabile in sede di legittimità, che, al momento del decesso di Co.An. , la R. non occupava più la casa a suo tempo adibita ad abitazione familiare, avendo trasferito altrove la propria residenza da alcuni anni, nell’ambito di accordi miranti a pervenire ad una separazione consensuale.
2) Con il secondo motivo la ricorrente denuncia la violazione degli artt. 99 e 112 cpc, nonché la mancanza di motivazione, in ordine alla richiesta di sommatoria tra i valori corrispondenti alla quota di legittima ad essa spettante e quelli afferenti il legato ex lege di cui all’art. 540 secondo comma c.c..
3) Con il terzo motivo la ricorrente si duole della violazione dell’art. 91 cpc, in relazione alla disposta compensazione delle spese nella misura di 1/4, in ragione della ritenuta soccombenza dell’attrice sul diritto di abitazione. Deduce che, una volta riconosciuto il diritto di abitazione della R. , le spese devono essere poste integralmente a carico dei convenuti.
Corte di Cassazione, sezione VI, ordinanza 20 maggio 2014, n. 11018....
renatodisa - 26 Maggio 2014