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Timestamp: 2019-11-14 09:48:43+00:00
Document Index: 169862176

Matched Legal Cases: ['art. 295', 'art. 3', 'art. 9', 'art. 3', 'art. 6', 'art. 103', 'art. 1', 'art. 295', 'art. 293', 'art. 295', 'art. 295', 'art. 169', 'sentenza ', 'art. 295', 'art. 165', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 295', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 185']

Art. 295 codice di procedura penale - Verbale di vane ricerche - Brocardi.it
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Articolo 295 Codice di procedura penale
Dispositivo dell'art. 295 Codice di procedura penale
1. Se la persona nei cui confronti la misura è disposta non viene rintracciata e non è possibile procedere nei modi previsti dall'articolo 293, l'ufficiale o l'agente redige ugualmente il verbale, indicando specificamente le indagini svolte, e lo trasmette senza ritardo al giudice che ha emesso l'ordinanza [292].
2. Il giudice, se ritiene le ricerche esaurienti, dichiara, nei casi previsti dall'articolo 296, lo stato di latitanza(1).
3. Al fine di agevolare le ricerche del latitante, il giudice o il pubblico ministero, nei limiti e con le modalità previste dagli articoli 266 e 267, può disporre l'intercettazione di conversazioni o comunicazioni telefoniche e di altre forme di telecomunicazione. Si applicano, ove possibile, le disposizioni degli articoli 268, 268 bis, 268 ter, 268 quater, 269 e 270(2).
3-bis. Fermo quanto disposto nel comma 3 del presente articolo e nel comma 5 dell'articolo 103, il giudice o il pubblico ministero può disporre l'intercettazione di comunicazioni tra presenti quando si tratta di agevolare le ricerche di un latitante in relazione a uno dei delitti previsti dall'articolo 51 comma 3-bis nonché dall'articolo 407, comma 2, lettera a), n. 4(3).
3-ter. Nei giudizi davanti alla Corte d'assise, ai fini di quanto previsto dai commi 3 e 3-bis, in luogo del giudice provvede il presidente della Corte(4).
(1) Trattasi di presupposto necessario, tuttavia non sufficiente, per l'emanazione del decreto di latitanza.
(2) Comma modificato dall'art. 3, D. Lgs. 29/12/2017, n. 216 con decorrenza dal 26/01/2018 ed applicazione alle operazioni di intercettazione relative a provvedimenti autorizzativi emessi dopo il 31 marzo 2019.
Il D. Lgs. 29 dicembre 2017, n. 216, come modificato dalla L. 30 dicembre 2018, n. 145, ha disposto (con l'art. 9, comma 1) che "Le disposizioni di cui agli articoli 2, 3 4, 5 e 7 si applicano alle operazioni di intercettazione relative a provvedimenti autorizzativi emessi dopo il 31 luglio 2019".
(3) Tale comma è stato introdotto dall'art. 3.bis, del D.L. 8 giugno 1992 n. 306 e poi modificato dall' art. 6, del D.L. 18 ottobre 2001, n. 374. In precedenza prevedeva:"3 bis. Fermo quanto disposto nel comma 3 del presente articolo e nel comma 5 dell'art. 103 il giudice o il pubblico ministero puo` disporre l'intercettazione di comunicazioni tra presenti quando si tratta di agevolare le ricerche di un latitante in relazione a uno dei delitti previsti dall'articolo 51, comma 3.bis."
(4) L'ultimo comma è stato aggiunto dall’art. 1, della l. 14 febbraio 2006, n. 56.
La norma in esame definisce i presupposti per l'emissione del decreto di latitanza, al fine di garantire che effettivamente il mancato rinvenimento del soggetto dipende della volontaria sottrazione all'esecuzione della misura da parte dello stesso.
Spiegazione dell'art. 295 Codice di procedura penale
La norma in commento concerne la latitanza della persona da sottoporre a misure cautelari.
Difatti, qualora la persona in oggetto non venga reperita e non sia possibile procede alla notifica ai sensi dell'art. 293, l'ufficiale notificante redige il verbale di vane ricerche.
Il giudice, una volta ritenute esaurienti le ricerche espletate, dichiara lo stato di latitanza, il quale tuttavia non impedisce ulteriori ricerche.
Difatti, al fine di agevolare le ricerche stesse, il giudice o il pubblico ministero possono disporre le intercettazioni, da svolgersi nei limiti ed alle condizioni di cui agli articoli 266 e 267, sia telefoniche che tra presenti (ma solo nei casi di cui all'articolo 51 comma 3 bis).
Difatti, al fine di agevolare le ricerche del latitante, il giudice o il pubblico ministero, nei limiti e con le modalità previste dagli articoli 266 e 267, può disporre l'intercettazione di conversazioni o comunicazioni telefoniche e di altre forme di telecomunicazione.
Da ultimo, si prevede che nei giudizi davanti alla Corte d'assise, ai fini di quanto previsto dai commi 3 e 3-bis, in luogo del giudice provvede il presidente della Corte.
Massime relative all'art. 295 Codice di procedura penale
Ai fini della dichiarazione di latitanza, tenuto conto delle differenze che non rendono compatibili tale condizione con quella della irreperibilità, le ricerche effettuate dalla polizia giudiziaria ai sensi dell'art. 295 c.p.p. - pur dovendo essere tali da risultare esaustive al duplice scopo di consentire al giudice di valutare l'impossibilità di procedere alla esecuzione della misura per il mancato rintraccio dell'imputato e la volontaria sottrazione di quest'ultimo alla esecuzione della misura emessa nei suoi confronti - non devono necessariamente comprendere quelle nei luoghi specificati dal codice di rito ai fini della dichiarazione di irreperibilità e, di conseguenza, neanche le ricerche all'estero quando ricorrano le condizioni previste dall'art. 169, comma quarto, dello stesso codice.
Cass. pen. n. 6679/2012
(Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 6679 del 20 febbraio 2012)
Cass. pen. n. 5932/2012
Non sussiste la nullità del decreto di latitanza qualora le ricerche dell'imputato straniero senza fissa dimora siano state eseguite nel luogo dell'ultima dimora conosciuta, considerato che l'art. 295 cod. proc. pen. non prevede, ai fini dell'esecuzione della misura coercitiva, specifiche prescrizioni per le ricerche da eseguirsi a cura della polizia giudiziaria, la quale non è vincolata all'osservanza dei criteri dettati dall'art. 165 cod. proc. pen. in tema di irreperibilità, fermo restando che il giudizio sulla idoneità delle ricerche svolte compete al giudice chiamato ad emettere il decreto di latitanza. Ne consegue che, proprio in virtù della libertà di scelta nell'individuazione dei luoghi in cui ricercare l'imputato (o l'indagato), non può essere certamente censurato, neppure sotto il profilo logico, il tentativo di ottenere notizie sul suo conto nel luogo in cui da ultimo abbia abitato. Inoltre, in tal caso, neppure è esigibile un'attività di ricerca dell'imputato nello Stato d'origine, in assenza di qualsiasi indicazione non solo sulla località in cui possa trovarsi, ma finanche sulla stessa ipotesi di un suo rimpatrio.
(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 5932 del 15 febbraio 2012)
Cass. pen. n. 15410/2010
L'accertata assenza del ricercato del territorio dello Stato è, di per sé, circostanza sufficiente per la dichiarazione della latitanza, che cessa soltanto con l'arresto e non anche con la giuridica possibilità di eseguire notificazioni all'estero in base a indicazioni circa il luogo di residenza del destinatario latitante.
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 15410 del 22 aprile 2010)
Cass. pen. n. 25511/2007
In tema di intercettazioni di comunicazioni o conversazioni disposte al fine di agevolare la ricerca del latitante, le operazioni di captazione, anche nell'ipotesi di cui all'art. 295 comma terzo c.p.p., devono esser effettuate attraverso gli impianti in dotazione alla competente Procura della Repubblica: ne consegue che l'autorizzazione all'utilizzo di apparecchiature esterne deve essere sorretta da adeguata motivazione circa l'inidoneità degli apparati dell'ufficio della Procura, e che la violazione di tale obbligo di motivazione comporta l'inutilizzabilità dell'esito delle operazioni captative.
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 25511 del 4 luglio 2007)
Cass. pen. n. 663/2000
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 663 del 19 gennaio 2000)
Cass. pen. n. 4888/1999
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 4888 del 16 settembre 1999)
Cass. pen. n. 565/1999
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 565 del 5 marzo 1999)
Cass. pen. n. 7098/1997
La fuga all'estero dopo la commissione di un reato, in previsione dell'emissione di mandato o ordine di cattura, si risolve, dopo che il provvedimento restrittivo sia stato emesso, in un volontario sottrarsi all'esecuzione dello stesso e attribuisce la qualifica di latitante. Tale condizione permane (in caso di sopravvenuta impossibilità di farla cessare a causa di arresto da parte dello Stato di rifugio, anche se questo sia avvenuto per fatti inerenti al procedimento che ha dato luogo al provvedimento sulla libertà personale e se sia noto il luogo di detenzione) fino a quando l'imputato non venga, all'esito della procedura di estradizione, consegnato all'autorità italiana.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 7098 del 18 luglio 1997)
L'ordinanza impositiva di una misura cautelare integra un provvedimento del tutto autonomo rispetto al procedimento in cui sia stata eventualmente inserita. Con la conseguenza che, l'eventuale nullità di quest'ultimo — mancando il presupposto della dipendenza previsto dall'art. 185 c.p. per la comunicabilità del vizio anche agli atti successivi a quello invalido — non si riflette sull'ordinanza in esame. Un principio, quello ora ricordato, che enunciato con riguardo ai rapporti fra il procedimento di convalida dell'arresto e l'ordinanza impositiva di una misura cautelare, è da ritenere applicabile, per la sua portata generale, anche al caso in cui la richiesta della misura sia stata formulata nel corso del procedimento diretto al rinvio a giudizio dell'imputato. (Nella fattispecie, la Corte ha precisato che la denunciata nullità derivante dall'addotta mancata notifica all'imputato della data dell'udienza preliminare, non si estende all'ordinanza impositiva della cautela).