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Timestamp: 2019-12-06 05:45:19+00:00
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sul ricorso 22524/2007 proposto da:
avverso la sentenza n. 361/2007 della CORTE D'APPELLO di L'AQUILA, depositata il 12/04/2007 r.g.n. 560/06;
Con sentenza depositata il 12.4.07 la Corte d'appello di L'Aquila rigettava il gravame contro la sentenza n. 18/06 del Tribunale di Chieti che aveva rigettato la domanda di (Omissis) intesa ad ottenere la condanna dell'INAIL a corrisponderle una rendita nella misura del 16% per rachipatia professionale, malattia derivante dalle mansioni di assistenza personale dei pazienti da lei svolte come ausiliari a presso (Omissis).
Per la cassazione di tale sentenza ricorre la (Omissis) affidandosi a due motivi.
1- Con il primo motivo si lamenta violazione e falsa applicazione del Decreto del Presidente della Repubblica n. 1124 del 1965, articolo 3, articoli 112, 420, 434, 437 c.p.c. e articolo 41 c.p. e vizi della motivazione laddove l'impugnata sentenza ha acriticamente recepito la c.t.u., che ha negato nesso causale fra mansioni e patologia ed esposizione a rischio della ricorrente, senza neppure ammettere prova testimoniale o nuova c.t.u. volta a dimostrare che nell'espletare le proprie mansioni la ricorrente doveva sollevare ammalati, con conseguente sforzo a carico del rachide, il che appartiene alla categoria del notorio, anche alla luce della circolare n. 25/2004 dello stesso INAIL; quanto al protrarsi delle mansioni de quibus (accertato in 20 mesi dalla Corte territoriale), obietta la ricorrente essere un tempo sufficiente ad indurre l'insorgere della malattia.
Il motivo è da disattendersi perchè, in sostanza, sollecita soltanto una nuova lettura delle risultanze probatorie e, in particolare, delle consulenze tecniche espletate nei due gradi di giudizio, operazione preclusa in sede di legittimità.
Al di fuori di tale ambito la censura anzidetta costituisce mero dissenso diagnostico non attinente a vizi del processo logico formale, che si traduce, quindi, in una inammissibile critica del convincimento del giudice (giurisprudenza consolidata: v. da ultimo Cass. n. 26558/11; Cass. 29.4.09 n. 9988 e 3.4.08 n. 8654).
Quanto al diniego di nuova c.t.u., per ormai consolidata giurisprudenza (cfr., ex aliis, Cass. 17.12,2010 n. 25569), cui va data continuità, la decisione - anche solo implicita - di non disporre una nuova indagine non è sindacabile in sede di legittimità qualora gli elementi di convincimento per disattendere la richiesta di rinnovazione della consulenza formulata da una delle parti siano stati tratti dalle risultanze probatorie già acquisite e ritenute esaurienti dal giudice con valutazione immune da vizi logici e giuridici, come - appunto - avvenuto nel caso per cui è processo.
Infine, circa la mancata escussione dei testi indicati in ricorso, basti preliminarmente osservare che si tratta di censura nuova perchè non fatta valere nei motivi d'appello.
2- Con il secondo motivo si deduce violazione e falsa applicazione dell'articolo 91 c.p.c. e articolo 152 disp att. c.p.c., nella parte in cui la gravata pronuncia ha condannato alle spese la ricorrente in base al nuovo disposto di tale ultima norma come modificato dal Decreto Legge 30 settembre 2003, n. 269, articolo 42, comma 11, convertito, con modificazioni, in Legge 24 novembre 2003, n. 326, nonostante che si trattasse di novella legislativa entrata in vigore soltanto pochi giorni prima del deposito dell'atto introduttivo di lite (8.10.03): a tal fine la (Omissis) allega al ricorso per cassazione, ora per allora, apposite dichiarazioni sostitutive di certificazione reddituale.
Il motivo è infondato: una volta entrata in vigore la nuova formulazione della norma era onere della parte provvedere al deposito della dichiarazione de qua, senza che al giudice siano consentiti margini per un'applicazione solo discrezionale della nuova disciplina.
Nè il deposito omesso nei gradi di merito può essere ora eseguito in sede di legittimità, noto essendo che ex articolo 372 c.p.c., innanzi a questa S.C. possono depositarsi atti o documenti non prodotti nei gradi precedenti solo se riguardanti (e non è questo il caso) la nullità della sentenza impugnata e l'inammissibilità del ricorso o del controricorso.
rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente a pagare le spese del giudizio di legittimità, liquidate in euro 40,00 per esborsi ed euro 2.600,00 per compensi professionali, oltre accessori come per legge.