Source: http://movimentoperlagiustizia.org/csm/notizie/123-news-csm-n-38-del-2-gennaio-2004.html
Timestamp: 2017-10-23 17:08:50+00:00
Document Index: 3081274

Matched Legal Cases: ['art.46', 'art.76', 'art.3', 'art.18', 'art.19', 'art.32', 'art.66', 'art.54', 'art.58', 'art.69', 'art.108', 'art.37', 'art.23']

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NEWS CSM n. 38 del 2 gennaio 2004
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CSM NEWS n. 38 del 2 gennaio 2004. Numero interamente dedicato alla nuova circolare sulle tabelle Nuova pagina 1
1. LA CIRCOLARE SULLE TABELLE DEGLI UFFICI GIUDIZIARI PER IL BIENNIO 2004/2005.
2.LA DESTINAZIONE AL TRIBUNALE DEL P.M. INFRACIRCONDARIALE
3. L'UTILIZZAZIONE DEI G.O.T.
4. IL LIMITE DI PERMANENZA DECENNALE
5. LA DISCIPLINA DELLA DIREZIONE DISTRETTUALE ANTIMAFIA
6. ALTRI INTERVENTI MODIFICATIVI
1.LA CIRCOLARE SULLE TABELLE DEGLI UFFICI GIUDIZIARI PER IL BIENNIO 2004/2005
Il Consiglio ha approvato la nuova circolare sulle tabelle di organizzazione degli uffici giudiziari per il biennio 2004/2005 (relatori Tenaglia ed Arbasino).
La decisione è stata adottata nell'ultima seduta di plenum dell'anno ed all'esito di un lavoro di commissione che è stato particolarmente laborioso e serrato per consentire la approvazione in tempo utile della proposta; l'obiettivo, raggiunto, era quello di un tempestivo avvio delle procedure di formazione dei progetti organizzativi dei singoli uffici
Anche i lavori di plenum sono stati assai complessi: la decisione finale è stata unanime sulla gran parte della circolare ed il nostro voto favorevole è stato determinato dalla condivisione generale delle linee guida del provvedimento, in alcune sue parti positivamente innovativo, modificato da una serie di emendamenti da noi proposti ed approvati dal plenum.
Va detto però che altri nostri emendamenti (alcuni in settori di estremo rilievo) non sono stati condivisi, per cui abbiamo chiesto la votazione separata sul capo X (Direzione Distrettuale Antimafia) e per questa parte ci siamo astenuti unitamente ai colleghi di MD per le ragioni che spiegheremo in seguito.
I tempi di elaborazione sono stati ristrettissimi (si consideri che la 7^ Commissione ha provveduto nel contempo anche ad esaminare numerosissimi progetti organizzativi del biennio in corso ancora pendenti per consentire una formazione degli elenchi degli uffici "ammessi" alla procedura semplificata il più possibile completa) e ciò ha determinato una compressione del dibattito forse eccessiva in relazione alla complessità di taluno degli argomenti trattati e, più in generale, della filosofia della materia tabellare e della relativa politica consiliare. Il nostro intendimento, alla luce dell'esperienza vissuta, è quello di avviare con congruo anticipo la rivisitazione di singoli settori della circolare, anche attraverso l'apertura di singole pratiche che possono arricchire il dibattito in previsione delle prossime scadenze.
Certo, nostro desiderio sarebbe stato quello di "riscrivere" la circolare con criteri nuovi, con precetti ispirati a maggiore concretezza ed a maggiore considerazione delle esigenze di funzionalità degli uffici, così come del resto richiesto dalla stragrande maggioranza dei dirigenti degli uffici giudiziari nel corso di incontri appositamente organizzati presso il Consiglio.
In altri termini con precetti meno burocratici e più essenziali, seguendo una filosofia di lavoro che approfondisse lo studio delle più appropriate scelte organizzative e le armonizzasse con innovazioni nel campo della formazione e di quello della valutazione di professionalità, contribuendo a disegnare una (o più) strade di formazione dei magistrati nei primi anni di carriera e, quindi, di successiva destinazione a settori specialistici.
E' difatti sul tema della specializzazione che si sono incentrate le principali discussioni in plenum, confermando ancora una volta l'esistenza di due concezioni estremamente diverse a tale riguardo, secondo filosofie capaci di influenzare non solo scelte organizzative, ma anche ordinamentali, di progressione in carriera, di conferimento di incarichi apicali.
Se la circolare presenta significative innovazioni (come la previsione di sezioni dibattimentali specializzate anche in ambito penale), al contempo registra indicazioni contraddittorie, dirette ad ostacolare il processo di specializzazione che a nostro avviso si pone come ineludibile.
Riteniamo, al riguardo, che sarebbe utile, con il contributo dei colleghi del Movimento, cominciare a pensare ad un progetto innovativo da proporre per la prossima circolare.
C'è comunque da apprezzare, a nostro modo di vedere, il primo tentativo di snellire una procedura, come quella tabellare, che ha nel ritardo di esame dei progetti organizzativi degli uffici uno dei suoi principali elementi negativi.
La previsione di una procedura semplificata per tutti i casi in cui le proposte tabellari confermino nelle linee essenziali il precedente assetto organizzativo approvato dal Consiglio lascia sperare che si possano finalmente ridurre i tempi di definizione di un procedimento che impone di converso celerità e sicuri elementi di riferimento.
La discussione di plenum ha riguardato, in particolare, alcuni punti molto importanti, esaminati separatamente.
Sulla destinazione del p.m. trasferito al tribunale della stessa sede non sono stati approvati gli emendamenti proposti dai consiglieri Di Federico e Schietroma che tendevano a restringere in modo assolutamente inaccettabile (non foss'altro per i devastanti effetti organizzativi conseguenti) la collocazione al penale.
Secondo la proposta anzidetta la destinazione al penale nei tribunali organizzati con più sezioni penali, secondo criteri di specializzazione in materia diversa da quella trattata dal PM, veniva subordinata alla inesistenza di vacanze nel settore civile: si sarebbe quindi dovuta prevedere da parte dei proponenti (ma la proposta non si curava di armonizzare al principio la disciplina dei trasferimenti interni) una prelazione assoluta del p.m.trasferito per il posto di civile vacante senza alcuna considerazione non solo delle aspettative di altri magistrati piu' qualificati a coprire quel posto secondo gli ordinari criteri di valutazione ma anche delle stesse esigenze di funzionalità dell'ufficio.
L'abolizione poi della clausola derogatoria al divieto di assegnazione (per un biennio) al penale avrebbe comportato situazioni organizzative ingestibili soprattutto in tribunali medio piccoli alla presenza di una elevata concentrazione di altre limitazioni. Si pensi ai limiti di utilizzo in funzioni monocratiche per gli uditori all'atto della assunzione delle funzioni e per i magistrati con meno di tre anni di funzioni giudiziarie, ai limiti di destinazione alle funzioni g.i.p./g.u.p., al limite decennale ed alle eventuali situazioni di incompatibilità che possono essere rimosse.
A favore della proposta di maggioranza hanno votato tutti i togati e di quella di minoranza tutti i laici del Polo con il cons. Schietroma.
Si è così definito un passaggio molto delicato non solo della circolare ma anche del problema ordinamentale della magistratura, che ha determinato le note prese di posizione veicolate anche sulle varie mailing-lsit.
Siamo consapevoli che probabilmente la soluzione adottata dal Consiglio non risolve tutti i problemi (si pensi ad esempio al regime in ogni caso "preferenziale" concesso ai p.m. destinati al settore civile indipendentemente dalla loro anzianità di servizio), ma altre soluzioni non sono apparsi compatibili con i tempi richiesti dalla circolare.
In ogni caso il regime dei trasferimenti diretto a considerare l'ambito specialistico del p.m. al fine di eludere situazioni di incompatibilità e la clausola di salvezza che consente in ogni caso la destinazione al settore penale del p.m. in caso di prevalenti esigenze di servizio del Tribunale inducono a ritenere che sia stato raggiunto un positivo punto di equilibrio da parte del Consiglio su un tema su cui forse sarebbe stato opportuno un intervento pregresso, e comunque ancora lontano dalla "netta distinzione delle funzioni" su cui si incentra l'odierna discussione parlamentare.
Sulla disciplina dell'utilizzo dei GOT vi è stato ampio dibattito, in specie sul punto relativo alla possibilità di impiego degli stessi in materia di immigrazione. Già in commissione si erano affrontate due diverse tesi: a quella che riteneva non potesse essere affidata a giudici onorari una delicata materia con riflessi sulla libertà personale di soggetti "deboli", si contrapponeva quella che, evidenziando la diversa natura e complessità tra provvedimenti cautelari personali regolati dal cpp e quelli propri della disciplina in materia di immigrazione, riteneva fosse possibile attribuire ai GOT la sola procedura di "convalida". Il testo approvato in commissione nasceva da una soluzione di compromesso tra le due posizioni e prevedeva la esclusione della materia dell'immigrazione tra quelle per le quali era consentito utilizzare i GOT con funzioni supplenti facendo salva la possibilità di utilizzo "esclusivamente in casi eccezionali e sempreche non sia possibile provvedere altrimenti mediante supplenze od applicazioni ovvero anche mediante il ricorso alle tabelle infradistrettuali o ai magistrati distrettuali".
In plenum è stato proposto un emendamento del consigliere Marini che tendeva alla soppressione della clausola sopra testualmente riportata mentre il cons. Meliadò ha proposto emendamento tendente a consentire l'utilizzo dei GOT come supplenti limitatamente ai provvedimenti di convalida.
L'esito della votazione ha portato all'approvazione di questo secondo emendamento con 10 voti a favore (tra cui Arbasino e Fici) ed 8 contrari (tra cui Aghina) mentre il primo è stato respinto avendo riportato 9 voti a favore (tra cui Aghina) e 9 contrari (tra cui Fici).
Il nostro voto è stato differenziato in considerazione sia delle diversità di opinioni sul tema, sia per la difficoltà di recuperare un punto di equilibrio che era stato raggiunto in commissione ma che gli emendamenti proposti avevano frantumato..
Va comunque chiarito, per evitare equivoci e consentire una corretta valutazione della scelta operata dal Consiglio, che (diversamente da quanto comunicato su altra lista) non è stato in ogni caso previsto un "generalizzato" uso dei GOT per le convalide. Come è stato già esposto nel precedente notiziario ai GOT sono stati attribuiti alcuni compiti di "collaborazione" che implicano la possibilità di trattare determinate materie ed anche compiti di "supplenza" dei giudici ordinari. L'emendamento Meliadò si riferiva non già all'ambito delle funzioni di "collaborazione" ma bensì alla esclusione della materia della immigrazione da quelle per le quali era consentito l'utilizzo dei GOT in supplenza di giudici ordinari in funzioni monocratiche. Dalla sua approvazione discende quindi che, limitatamente alle convalide, è ora consentito il loro utilizzo con funzioni di supplenza e quindi, ovviamente, il loro utilizzo è condizionato alla sussistenza dei presupposti della medesima, dovendo essere destinati in via ordinaria alla trattazione della materia i giudici ordinari.
Sul limite di permanenza decennale la proposta di maggioranza, che pur espressamente riteneva non estensibile alla Cassazione la relativa disciplina (con cio' modificando l'orientamento emerso nell'esame delle tabelle 2002/2003), si fondava sulla integrale conservazione per tutti gli altri uffici del limite con alcuni "aggiustamenti" (proroga di un biennio nel caso di attribuzione di funzioni semidirettive e destinazione alla stessa sede e stessa materia, deroga al limite per le sezioni distaccate nel caso vi sia la destinazione alla sezione di almeno quattro magistrati e sia possibile la destinazione a settore diverso) ed ha raccolto il consenso di quasi tutto il consiglio.
Respinto un emendamento del cons. Schietroma diretto a ridurre ad otto anni il limite di permanenza dei magistrati nelle sezioni fallimentari (9 voti a favore: MI, laici del Polo, Schietroma e Berlinguer), il dibattito si è incentrato sulla nostra proposta di minoranza, diretta ad eliminare il limite di permanenza decennale, con eccezione di materie "sensibili" quali la materia fallimentare, quella societaria, delle esecuzioni immobiliari, del riesame e del g.i.p./g.u.p., oltre che per le sezioni distaccate.
Nonostante un ampio ed animato dibattito, dove si sono confrontate due opposte filosofie dirette a favorire ovvero ad ostacolare la specializzazione in nome di un generalismo che riteniamo non in armonia con esigenze di efficienza del servizio e di organizzazione degli uffici, la nostra proposta di minoranza ha raccolto solo sette voti (a fronte di 15 contrari).
Non vi sono stati però interventi che hanno dato risposta agli interrogativi che avevamo posto (ed in particolare Arbasino nella sua relazione introduttiva), ed abbiamo anche notato un certo fastidio nell'esaminare una proposta che aveva tra l'altro recepito (oltre che la profonda convinzione dei proponenti) anche le istanze critiche nei confronti dell'ultradecennalità che erano state formulate nel corso degli incontri coi dirigenti degli uffici dai Presidenti di numerosi uffici giudiziari, sempre più ostacolati nella predisposizione della struttura organizzativa da un numero crescente di "ultradecennali".
Altre considerazioni più "estreme", come quella che abbiamo ascoltato nel dibattito, per cui "la specializzazione è un pericolo che porta alla separazione delle carriere…", le offriamo alla valutazione dei colleghi.
Riportiamo il testo dell'intervento in plenum di Arbasino sull'argomento, che sintetizza la volontà di affrontare un problema su cui a nostro avviso non si è al passo con i tempi, e che comporta la necessità per molti colleghi di trasferirsi anche in uffici giudiziari diversi, sacrificando competenze e approfondimenti, senza apprezzabili vantaggi per un sistema giudiziario che voglia essere autenticamente "servizio" per i cittadini:
Il limite di permanenza ultradecennale nel medesimo posto tabellarmente occupato è stato posto dalla normazione secondaria del Consiglio, pur in una prospettiva volta a rafforzare la specializzazione, con la finalità di determinare una necessaria acquisizione di esperienze professionali con lo svolgimento di funzioni diverse e di impedire che il prolungato esercizio delle stesse funzioni potesse determinare l'insorgere di fenomeni di eccessiva personalizzazione nello svolgimento delle funzioni, caduta di impegno ed il radicarsi di situazioni idonee a pregiudicare il corretto esercizio delle funzioni stesse (quindi una sorta di incompatibilità ambientale che si fonda su una presunzione assoluta che non ammette prova contraria).
Tale scelta aveva determinato in alcuni forti perplessità e si era osservato che la previsione di limiti inderogabili di permanenza nella medesima funzione si poneva in contrasto con la valorizzazione della specializzazione che rappresentava l'unica via per garantire la prevedibilità delle decisioni e cio' conformemente all'indirizzo dello stesso legislatore che tendeva alla formazione di strutture organizzative specializzate quali la magistratura del lavoro, minorile, di sorveglianza, la stessa DDA, o sezioni specializzate di tribunale. Si è anche osservato che la previsione di limiti inderogabili di permanenza nella medesima funzione non poteva costituire un alibi per il mancato funzionamento dei meccanismi di controllo interni sulla deontologia e professionalità.
Le perplessità che alcuni avevano in allora manifestato si sono rivelate, nel tempo, fondate in quanto non solo non si hanno riscontri positivi sul sistema in termini di miglioramento della sua efficienza complessiva, ma la generalizzata estensione del limite e le difficoltà di attuazione concreta della norma hanno creato gravi conseguenze sull'assetto organizzativo degli uffici costringendo i dirigenti ad interventi non sempre funzionali e cio' anche perché, in concreto, il regime derogatorio, pur possibile per alcuni settori, non ha trovato attuazione vuoi per la oggettiva genericità dei criteri di normazione secondaria, vuoi per la difficoltà concreta di adeguate motivazioni, vuoi per la rigidità con la quale la attuazione del principio è stata interpretata dallo stesso Consiglio.
In occasione della riunione dei dirigenti degli uffici giudiziari del luglio scorso, organizzata proprio in funzione della elaborazione della presente circolare, puo' dirsi essere stata unanime la segnalazione delle gravi difficoltà incontrate e cio' soprattutto da parte dei dirigenti delle Corti di Appello e degli uffici giudiziari medio-piccoli i quali hanno evidenziato come la forzosa rotazione abbia determinato rilevanti problemi organizzativi nel gestire la mobilità interna, rilevanti incidenze sulla efficienza del servizio per la dispersione di preziose specializzazioni, gravi difficoltà da parte dei magistrati interessati ,costretti a mutare settore, nell'operare in modo proficuo e tempestivo nel nuovo settore o comunque nella nuova materia.
Per converso non è dato riscontrare concreti vantaggi atteso che non sembra che la forzosa rotazione possa di per sé accrescere la professionalità e la forzosa e privilegiata mobilità comporta riflessi nell'assetto organizzativo e nell'atmosfera dell'ufficio incidendo su aspettative di altri magistrati.
A cio' si aggiunga che il potere di organizzazione del dirigente l'ufficio risente di una progressivamente accentuatasi serie di limitazioni ognuna delle quali, in se considerata, ha fondate ragioni di operare ma che nel loro complesso irretiscono le scelte e condizionano la adeguatezza, in termini di efficienza, degli assetti organizzativi. Ci si intende riferire ai limiti all'utilizzo degli uditori, ai limiti di destinazione alle funzioni GIP/GUP, ai limiti relativi alla destinazione di magistrato proveniente dalla procura della stessa sede, ai limiti derivanti dalla esigenza di evitare situazioni di incompatibilità e, infine, al limite di permanenza ultradecennale.
Sussiste poi una intrinseca contraddittorietà nelle ragioni a fondamento della imposizione del limite in quanto la incentivazione della mobilità interna finalizzata all'arricchimento delle esperienza professionali richiederebbe di essere inserita in un piu' ampio e globale progetto di formazione professionale relativo alla intera carriera del magistrato che preveda semmai una più accentuata e ragionata rotazione, con termini di permanenza anche piu' brevi nella prima fase della carriera e quindi, col conseguimento della qualifica di consigliere di corte di appello, una accentuazione della specializzazione. Chiedo venga spiegato quale giovamento possa ricavare dalla forzosa mobilità la professionalità di un consigliere di corte di appello che ha svolto sempre attività nel settore civile specializzandosi magari in determinate materie e che si vede costretto a trasmigrare al penale e chiedo di sapere quale giovamento ricavi dalla trasmigrazione la funzionalità dell'ufficio. Del tutto diversa è l' altra esigenza di impedire le "incrostazioni" e la caduta di motivazioni derivanti dal prolungato esercizio delle funzioni nello stesso posto. Se tale locuzione si riferisce all'effetto negativo del radicarsi di situazioni afferenti determinate procedure la ragione puo' anche essere condivisa ma la specificità dei casi non giustifica l'estensione a tutte le funzioni svolte dal magistrato. Se la locuzione si riferisce alla personalizzazione della interpretazione ed applicazione dei precetti va rilevato che tale profilo attiene unicamente alla professionalità del magistrato ed è indimostrato che, in concreto, da cio' derivino disfunzioni: se le stesse riguardano casi singoli vanno, come tali, rimosse senza però alcun pregiudizio per gli assetti organizzativi di uffici giudiziari nei quali tali fenomeni non si verificano.
Alla luce delle considerazioni svolte appare necessaria una graduale rivisitazione della materia e, allo stato, và abolito il limite assoluto e generalizzato mentre può ritenersi utile conservare limiti riferiti alla trattazione di determinate materie e cio' per ragioni specifiche e tra loro distinte.
Nel settore civile di primo grado la trattazione della materia fallimentare, societaria e delle esecuzioni immobiliari comporta l'adozione di procedure riguardanti rilevanti interessi ed implicanti rapporti con numerosi soggetti collaboratori del magistrato la cui radicazione e stabilizzazione appare da evitarsi.
Nel settore penale la materia interessante l'attività delle indagini preliminari (e quindi la attività GIP/GUP) e del riesame dei provvedimenti cautelari personali incide sulla fase delle indagini preliminari e la rotazione garantisce un ricambio di esperienza e professionalità che appare corrispondere alle diffuse esigenze di massima attenzione e trasparenze in simili delicate funzioni. Il limite, per quanto riguarda i GIP/GUP, è peraltro destinato a scomparire a seguito della legge 479/99.
L'attività presso sede distaccata è connotata dalla ristrettezza della sede e dal un numero ridottissimo di magistrati ivi operanti : trattandosi di una articolazione del tribunale, la esigenza di rotazione (considerate anche le limitate competenze attribuite) appare giustificata sia da esigenze di arricchimento professionale sia dall' inevitabile crearsi nel piccolo centro di situazioni non favorevoli al miglior funzionamento del servizio giustizia.
A distanza di dieci anni dalla legge istitutiva delle D.D.A. il Consiglio Superiore della Magistratura ha rielaborato la prima circolare del 1993 in materia, con contestuale suo inserimento organico (al capitolo X) nella circolare generale sulla formazione delle tabelle per il biennio 2004-2005.
Si trattava, nello specifico, di disciplinare anche aspetti nuovi e non ancora regolamentati, emersi nella loro rilevanza e problematicità, soprattutto negli ultimi mesi, all'interno della più grande delle DDA, quella di Palermo, che è bene ricordare opera in quella difficilissima realtà distrettuale ove alligna da decenni (anzi …. purtroppo da oltre un secolo e, secondo studi storici e sociologici, da epoca ancora più remota) l'organizzazione mafiosa denominata Cosa Nostra, le cui caratteristiche hanno indotto il legislatore a realizzare le strutture ordinamentali di cui ci occupiamo. Se, pertanto, è vero che la specifica realtà palermitana non può costituire il modello unico di riferimento è anche vero che le esigenze di contrasto al crimine organizzato di quella realtà non devono mai essere disconosciute.
Come anticipato, con riferimento a tale capitolo della circolare abbiamo chiesto il voto separato e ci siamo, quindi, astenuti, unitamente ai colleghi di MD, non condividendo l'assoluta chiusura della maggioranza consiliare su taluni aspetti della materia da noi ritenuti particolarmente rilevanti.
Gli aspetti nuovi che il Consiglio ha dovuto affrontare sono stati essenzialmente quelli del ruolo degli aggiunti all'interno delle D.D.A., delle loro modalità di accesso e di eventuali limiti temporali di permanenza; nonché quello dell'eventuale reingresso nella struttura di quei magistrati fuoriusciti per decorso del periodo massimo di permanenza.
Si tratta di quei punti che, in occasione della decisione sul programma organizzativo della DDA di Palermo, avevamo evidenziato come lacunosi nella normazione secondaria e che, a nostro avviso già allora, avrebbero richiesto un intervento normativo che la maggioranza del Consiglio non aveva ritenuto di adottare e che ancora purtroppo, a nostro giudizio, ha pesantemente condizionato anche la decisione in esame.
Registriamo comunque che su alcuni di essi (come la necessità di concorsi separati per aggiunti e sostituti, la necessità di disciplinare il reingresso dopo l'esaurimento del periodo massimo ovvero dopo un periodo di destinazione ad altre funzioni) non si è potuto far a meno di registrare le carenze normative e quindi prevederne la disciplina.
Riteniamo che le soluzioni adottate dalla maggioranza del Consiglio (specifici emendamenti di Fici su tali questioni sono stati bocciati da maggioranze più o meno estese) siano in larga parte inadeguate e denotino, a nostro avviso (ma evidentemente possiamo anche essere in errore), una ridotta comprensione della pericolosità, complessità e rilevanza del fenomeno criminale che le Direzioni Distrettuali Antimafia sono chiamate a fronteggiare.
Riservandoci un più articolato intervento per meglio spiegare le nostre posizioni, ci pare opportuno ricordare che le rappresentanze consiliari del Movimento sono state in passato contrarie ai limiti di permanenza all'interno della D.D.A., stabilite per i sostituti (praeter legem, se non anche addirittura contra legem) dal Consiglio fin dal 1993. Coerentemente e per profonda convinzione i nostri rappresentanti hanno vanamente osteggiato, nel corso della pregressa consiliatura, l'estensione della regola consiliare del limite dei tre bienni (più uno), scritta per i sostituti, all'aggiunto delegato al coordinamento dal Procuratore.
Ancora coerentemente, con la stessa convinzione e con una solitudine mitigata dalla condivisione di alcune nostre posizioni da parte dei colleghi di MD, abbiamo cercato nella primavera scorsa, in occasione delle delibere che hanno riguardato nello specifico la D.D.A. di Palermo ed in questa vicenda, relativa all'approvazione della nuova circolare sulle tabelle, di ostacolare l'estensione tout court o, comunque, almeno di temperare il limite dei tre bienni (più uno) agli aggiunti che vengono stabilmente inseriti all'interno della DDA. E' stato tutto vano, restando così del tutto isolato l'emendamento (Fici) di escludere ogni limite per gli aggiunti ed essendo rimaste, comunque, soccombenti le proposte di minoranza (Marini: per un "tetto" di dodici anni, Aghina: per un limite di dieci) di consentire agli aggiunti, destinati senza soluzione di continuità alla stessa D.D.A. alla quale appartenevano come sostituti, una presenza temporalmente più ampia per meglio valorizzarne la specifica esperienza acquisita,
Abbiamo vanamente cercato di far considerare che, per contrastare un fenomeno criminale radicato nel territorio almeno da decenni e, quindi, per un'adeguata valutazione di storie criminali complesse, fra loro intrecciate, indissolubilmente legate a pregresse vicende (guerre fra famiglie o consorterie criminali, alleanze, tradimenti, faide, collaborazioni, stragi, protezioni a vari livelli), fosse indispensabile non programmare una ineludibile menomazione delle conoscenze attraverso la previsione di un turn over non previsto (ed a nostro giudizio neppure consentito) dalla legge. E, tuttavia, poiché si era ritenuto che le esigenze sottese alla previsione del limite dei tre bienni (più uno) previsto per i sostituti fossero prevalenti a quelle garantite da una loro tendenziale stabilizzazione, abbiamo vanamente cercato di dimostrare che per gli aggiunti, che hanno il compito di collaborare con il procuratore distrettuale, nell'attività di coordinamento, la pregressa esperienza fosse un valore indispensabile e non anche (incredibile a dirsi) un disvalore. E' stato tutto assolutamente vano.
Inutilmente abbiamo a tale proposito sottolineato la contraddittorietà dell'intervenuta approvazione in circolare di analogo provvedimento per il settore giudicante (l'art.46 consente l'elevazione a dodici anni del limite decennale di permanenza nel medesimo posto in caso di conferimento di funzioni semidirettive), trovando tutto il resto del Consiglio tetragono sull'esigenza di non consentire deroghe di qualsiasi natura al limite di otto anni fissato per la D.D.A.
Anche nella individuazione dei compiti riservati agli aggiunti si è assistito, ancora una volta, ad un blocco della maggioranza sulla nozione di "coordinamento" che sarebbe esclusivamente riservato al Procuratore Distrettuale e non frazionabile.
Inutile spiegare che l'attribuzione all'aggiunto di compiti di coordinamento del gruppo di lavoro operante all'interno della D.D.A. non intaccava il potere di coordinamento della D.D.A., ma semmai rappresentava una forma di collaborazione col Procuratore Distrettuale all'interno della struttura, dovendosi altresì riconoscere all'aggiunto non solo poteri di coordinamento del gruppo ma anche generali poteri di collaborazione col Procuratore nella complessiva attività della DDA.
In sostanza, secondo noi, agli aggiunti inseriti in D.D.A. andavano attribuiti gli stessi poteri previsti per gli aggiunti operanti all'interno della procura ordinaria dal punto 66.1 della stessa circolare: la soluzione adottata dalla maggioranza, che pure in buona misura si rifà ai criteri del punto 66.1, non ha voluto riconoscere le funzioni di coordinamento e di collaborazione col Procuratore nella direzione della D.D.A., attribuendo agli aggiunti compiti di collaborazione col Procuratore ai soli fini della direzione e del coordinamento delle indagini nelle unità di lavoro in cui è articolata la DDA.
Ci si limita, in particolare, nella verifica della puntuale esecuzione, nell'ambito dell'unità nella quale sono inseriti, delle direttive impartite dal Procuratore distrettuale per il coordinamento delle investigazioni e l'impiego della polizia giudiziaria, nonché la completezza e la tempestività dell'informazione reciproca sull'andamento delle indagini tra i magistrati addetti alla D.D.A., provvedendo, a tal fine, a segnalare al Procuratore distrettuale eventuali disfunzioni e inconvenienti per l'adozione degli opportuni provvedimenti.
Ci è sembrata una soluzione che, per un verso, mortifica, ancora una volta, il ruolo degli aggiunti inseriti in D.D.A. e, per altro verso, ne "ingessa" le funzioni impedendo al Procuratore distrettuale (e non solo a quello di Palermo….) di impiegare l'aggiunto con l'elasticità richiesta dalle diverse realtà criminali che le singole D.D.A. debbono affrontare.
Difficilmente comprensibile anche, a fronte della riconosciuta possibilità di "recupero" in D.D.A. dopo tre anni dalla scadenza di magistrati particolarmente esperti, l'equivoca previsione del decorso di tale termine dal 1 gennaio 2004 (art.76.7).
In conclusione ci chiediamo se analoga scarsa considerazione per le esigenze sottese alla specifica professionalità richiesta dalla legge per coloro i quali vengono designati a far parte delle D.D.A. avrebbe condizionato in egual misura le scelte del Consiglio negli anni dolorosi della stagione del terrorismo e ci chiediamo, altresì, se analoga fiducia nella rotazione obbligatoria (dei sostituti e degli aggiunti) e nei severissimi limiti ad una loro utilizzazione in violazione delle prescrizioni consiliari (prescrizioni quanto meno praeter legem) sarebbe ostensibile in un prossimo (speriamo inesistente) futuro contrassegnato dall'espandersi del terrorismo internazionale.
Ci chiediamo, in altri termini, se a fronte di gravi esigenze di tutela della collettività, interna ed internazionale, potrebbero essere riproposti argomenti ed obiezioni che pur avrebbero dovuto - adesso - essere valutati anche con riferimento alla pericolosità del fenomeno mafioso. Abbiamo, invece, sentito sostenere che tutti i colleghi hanno diritto ad accedere alla D.D.A., così disvelando una ragione prevalentemente corporativa che non avrebbe dovuto avere diritto di cittadinanza in una questione così rilevante.
Va dato atto come nel corso dell'esame della proposta di circolare siamo intervenuti con una serie di emendamenti che sono stati recepiti dalla commissione e poi dal plenum.
Le principali proposte accolte hanno riguardato:
- l'eliminazione del riferimento cronologico "a partire da quelli più risalenti nel tempo" quale criterio guida indifferenziato prioritario per l'elaborazione del programma di definizione dei procedimenti da parte del capo dell'ufficio (Fici); cui è poi subentrata su proposta del cons. Meliadò una migliore definizione delle priorità di trattazione dei procedimenti civili recepita all'art.3 lett.b);
- la determinazione dell'organico delle sezioni distaccate di Tribunale sulla base di un'indicazione comparata della ripartizione del carico di lavoro attribuito ai magistrati destinati alla sede principale (art.18.4), per contrastare la prassi che vede tradizionalmente sacrificato l'organico delle sede distaccate (Aghina);
- l'esclusione della concentrazione dei processi di criminalità organizzata in capo a solo alcune sezioni penali dibattimentali (art.19.3), (Aghina);
- la riduzione della percentuale massima di esenzione del carico di lavoro per i presidenti di sezione, portata da due terzi degli affari ordinari assegnati ai magistrati della sezione alla metà (art.32.8), con analoga proporzione per i procuratori aggiunti (art.66.2) (Aghina);
- l'obbligo di espressa motivazione per qualsiasi deroga ai criteri predeterminati di assegnazione degli affari (art.54) (Aghina);
- la previsione tabellare, negli uffici di Procura di più ampie dimensioni, di gruppi di lavoro destinati alla trattazione della materia di competenza del giudice di pace penale (art.58.1), con inserimento specifico di vice-procuratori onorari (art.69.2) (Aghina);
- l'esclusione degli uditori con funzioni dal novero dei soggetti destinati ad applicazione endodistrettuale (art.108.1), per salvaguardare lo svolgimento del periodo di uditorato con funzioni (Aghina).
Respinte invece le proposte (sempre di Aghina) dirette ad una più dettagliata ed uniforme previsione dei criteri di valutazione degli aspiranti nei concorsi interni (art.37.1), e quella diretta ad un aumento percentuale degli organici delle sezioni GIP/GUP (art.23.3), riequilibrando il rapporto con i magistrati in organico presso la Procura della Repubblica e rispetto al Tribunale, portandolo rispettivamente da un minimo di un terzo a due quinti e da un minimo di un decimo ad un ottavo.
In particolare quest'ultima richiesta (votata solo da Aghina, Arbasino, Fici, Meliadò e Primicerio), ci appariva del tutto coerente con la premessa della norma che, dopo aver correttamente riconosciuto l'ampliamento delle attività dei g.i.p. e del g.u.p. in conseguenza delle riforme procedurali, non ne trae alcuna conseguenza operativa, lasciando immutato il rapporto con gli organici degli altri uffici, sovente rivelatosi inadeguato a far fronte all'aumento del carico di lavoro.