Source: http://www.studio2ps.it/portal/node/31
Timestamp: 2018-12-13 03:57:42+00:00
Document Index: 68834034

Matched Legal Cases: ['art. 594', 'art. 595', 'art. 595', 'art. 594', 'art. 595', 'art. 595']

La diffamazione su Facebook: novità giurisprudenziali e mezzi di prova | Palmerini Parlati Sena & Partners
La diffamazione su Facebook: novità giurisprudenziali e mezzi di prova
I social network, proprio per la loro natura intrinseca di veicolo di informazioni tra più soggetti, sono un potenziale viatico anche per le offese all’altrui onore o reputazione.
Quando tali comportamenti integrano fattispecie di reato sanzionabili penalmente? E quali sono gli elementi probatori necessari all’accertamento del comportamento illecito?
Prima di tutto, occorre sgombrare il campo dal dubbio se l’offesa su un social network rientri nell’ambito del reato di ingiuria (art. 594 c.p.) o in quello di diffamazione (art. 595 c.p.) e, in tale secondo caso, di diffamazione aggravata ex art. 595 co. 3° c.p..
La precisazione non è di poco conto, atteso che il reato di ingiuria è stato depenalizzato a decorrere dal 6 febbraio 2016 e, attualmente, solo l’ingiuria compiuta in presenza di altre persone è considerata un illecito (ancorché soltanto sul piano civile, pertanto suscettibile di condanna al risarcimento del danno subito ma mai di una sanzione penale).
La distinzione tra le due ipotesi, semplicissima nella “realtà fisica”, diventa ben più fumosa nella realtà virtuale dei social network.
Andiamo alla lettura delle norme penali.
Il reato di ingiuria, in passato previsto dall’art. 594 c.p. (oggi abrogato), prevedeva una sanzione le offese recate “all’onore o al decoro di una persona “presente” ”.
La diffamazione, al contrario, tuttora punisce “chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente” (e pertanto in sua assenza) “comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione”.
È la presenza o meno della persona offesa, dunque, l’elemento distintivo tra le due fattispecie; il che complica alquanto la valutazione dell’elemento oggettivo in un contesto come quello dei social network, in cui la presenza, gioco forza, non può essere altro se non “virtuale” e mai fisica.
(da questo punto di vista, è il caso di precisare che la diffamazione tramite Facebook si realizza sia nel caso in cui le parole offensive vengano inserite negli spazi pubblici (bacheca o commenti) sia nel caso in cui le stesse vengano inviate tramite messaggi privati purché indirizzati ad almeno due persone”).
Ad avviso di chi scrive, la giurisprudenza non ha ancora trovato un assetto sufficientemente quadrato e uniforme nell’adattare le ipotesi di reato previste nel 1942 alla realtà del 21° secolo, in cui le relazioni sociali e le comunicazioni sono mutate con il mutare dei media utilizzati.
Ai fini di accertare, caso per caso, se il soggetto offeso sia da ritenersi “presente” o “non presente” in una conversazione svoltasi su Facebook, un parametro utile di valutazione è certamente quello di verificare se la persona offesa sia inclusa tra gli “amici” di chi scrive o, comunque, se sia in grado di accedere liberamente alla bacheca di chi ha postato le affermazioni oltraggiose (per continuare l’esemplificazione, aver taggato la persona offesa in un tweet diffamatorio farebbe configurare una ipotesi di ingiuria, non farlo integrerebbe il reato di diffamazione).
Un’ulteriore difficoltà, come detto, ha poi incontrato la giurisprudenza nello stabilire se Facebook e i social network in generale possano o meno venire inseriti nei c.d. “mezzi di pubblicità” menzionati dal terzo comma dell’art. 595 c.p. che disciplina l’ipotesi di diffamazione aggravata: “se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a cinquecentosedici euro”.
La risposta, a giudizio della più recente pronuncia in materia della Corte di Cassazione (Cass. Pen., Sez. V, 1 marzo 2016 n. 8328), è da ritenersi affermativa.
Ha affermato infatti la Suprema Corte che “anche la diffusione di un messaggio con le modalità consentite dall’utilizzo per questo di una bacheca Facebook, ha potenzialmente la capacità di raggiungere un numero indeterminato di persone, sia perché, per comune esperienza, bacheche di tal natura racchiudono un numero apprezzabile di persone (senza le quali la bacheca Facebook non avrebbe senso) sia perché l’utilizzo di Facebook integra una delle modalità con le quali gruppi di soggetti socializzano le rispettive esperienze di vita, valorizzando in primo luogo il rapporto interpersonale, che, proprio per il mezzo utilizzato, assume il profilo di del rapporto interpersonale allargato ad un gruppo indeterminato di aderenti al fine di una costante socializzazione.”
Poiché Facebook costituisce una vera e propria “piazza virtuale”, dunque, “la condotta di postare un commento sulla bacheca di Facebook realizza la pubblicizzazione e la diffusione di esso, per la idoneità del mezzo utilizzato a determinare la circolazione del commento tra un gruppo di persone, comunque, apprezzabile per composizione numerica […] se offensivo tale commento, la relativa condotta rientra nella tipizzazione codicistica descritta dall’art. 595 c.p., comma 3”.
Devono, pertanto, ritenersi superate quelle perplessità in passato manifestate dalla giurisprudenza di fronte alla considerazione che, di norma, le informazioni postate da un soggetto su Facebook restano per lo più visibili alla sola cerchia di “amici” del soggetto medesimo; la Corte di Cassazione ha infatti sciolto il dubbio nell’evidenziare come il numero dei potenziali lettori del messaggio su una bacheca di Facebook, ancorché non infinito, è comunque da ritenersi “apprezzabile” ai fini della maggior sanzionabilità del comportamento.
Il discorso attinente le violazioni di diritto su Facebook e su tutti i social network, resta in ogni caso molto esteso e, con esso, di soluzione parimenti complessa rimane quello circa la formazione di prove di tali violazioni che possano ritenersi valide ai fini processuali, non essendo tuttora compiutamente regolamentato debitamente il valore probatorio dei contenuti digitali.
In altre parole, una stampa o uno screenshot della pagina web possono essere considerati prova valida del comportamento lesivo?
La risposta deve essere negativa, poiché una semplice stampa non assicura in modo incontrovertibile che il contenuto riproduca ciò che è effettivamente online e l’immagine potrebbe essere stata manipolata.
La Corte di Cassazione ha chiarito infatti che, ai fini probatori, non basta produrre la mera stampa della pagina web, ma è necessario depositare copia autenticata della stessa. Per cui, la copia conforme della pagina web potrà essere eseguita da un notaio; nel caso di fatti con rilevanza penale, questa estrazione dovrebbe essere effettuata dalla Polizia Giudiziaria.
Ciò non toglie, in ogni caso, che anche la semplice stampa di uno screenshot, ancorché priva di per sé di valore probatorio, possiede una valenza indiziaria di cui il Giudice può comunque tener conto e che, supportata da altri elementi probatori quali ad esempio delle prove testimoniali, può in ogni caso condurre ad una condanna anche in sede penale.
Massima cautela, dunque, nel commentare ed inviare messaggi sui social network: contrariamente a ciò che l’intuito porta taluni a credere, anche sul piano giuridico un luogo virtuale come Facebook non è affatto da considerarsi una sorta di “casa propria”, in cui è dato di esternare ciò che si vuole e come lo si vuole, ma assomiglia molto di più ad una piazza, nell’ambito della quale i comportamenti dovranno essere sempre commisurati alle regole del vivere sociale; d’altronde, in caso contrario probabilmente non verrebbero chiamati “social”.
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