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Timestamp: 2020-04-06 09:13:01+00:00
Document Index: 127594840

Matched Legal Cases: ['art. 77', 'art. 111', 'art. 27', 'art. 29', 'art. 29', 'art. 29', 'art. 29', 'art. 35', 'art. 35', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 35', 'art. 35', 'art. 146', 'art. 29', 'art. 29', 'art. 29']

IL RESPONSABILE CIVILE E LE FORME ALTERNATIVE DI DEFINIZIONE NEL PROCESSO PENALE AVANTI AL GIUDICE DI PACE. A cura di Piero Tomaselli. Nuova Temi Ciociara, Anno XV – Numero 29 • 2017 | Nuova temi Ciociara
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IL RESPONSABILE CIVILE E LE FORME ALTERNATIVE DI DEFINIZIONE NEL PROCESSO PENALE AVANTI AL GIUDICE DI PACE. A cura di Piero Tomaselli. Nuova Temi Ciociara, Anno XV – Numero 29 • 2017
2 gennaio 2018 2 gennaio 2018 / nuovatemiciociara
Il responsabile civile agisce nel rapporto processuale come parte della causa civile connessa con il processo penale. Il responsabile civile diventa parte nel procedimento penale in seguito alla citazione su istanza o della parte civile o dell’imputato ovvero in seguito a intervento volontario o nell’ipotesi di assoluta urgenza ex art. 77, comma quarto, c.p.p.2 su istanza del P.M.. In ragione della connessione, anzi del cumulo, dei due rapporti – quello penale e quello civile – il responsabile civile deve considerare e coltivare il ruolo fondamentale delle forme di definizione alternative nel processo penale avanti al Giudice di Pace, avendo specifico riguardo:
– all’attività conciliativa disciplinata nel quarto e nel quinto comma dell’articolo 29 del D. Lgs. n. 274 del 2000;
– all’estinzione del reato per condotte riparatorie disciplinata dall’articolo 35 del Lgs. n. 274 del 2000.
La questione viene in risalto soprattutto nell’ambito delle lesioni lievissime e lievi conseguenti alla violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale. La necessità di valorizzazione delle forme di definizione alternative nel processo penale avanti al Giudice di Pace si riscontra soprattutto in seguito all’introduzione della fattispecie relativa alle lesioni gravi e gravissime3, commesse con violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale, quale autonoma figura di reato, perseguibili d’ufficio ed attribuite alla cognizione del Tribunale in composizione monocratica.
Infatti, restando di competenza del Giudice di Pace le lesioni lievi e lievissime, cagionate con violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale, perseguibili a querela di parte, il ruolo di composizione degli interessi in conflitto attribuito al Magistrato onorario può essere assolto in maniera più agevole e con maggiore incisività, promuovendo la conciliazione dell’imputato con la persona offesa dal reato. In tale contesto, sempre con riferimento alla R.C.A., è interesse del responsabile civile, di regola una Compagnia di Assicurazioni, procedere alla tutela del proprio assicurato, imputato, attraverso l’applicazione di quelle norme che consentono una definizione alternativa del processo penale – evitando la condanna penale del garantito e, comunque, per liberarsi dell’obbligazione risarcitoria.
L’attività conciliativa.
Il modello elaborato dal Legislatore per l’attività conciliativa presuppone che, nel corso del procedimento penale, il Giudice di Pace debba favorire, per quanto possibile, la conciliazione tra le parti. Cioè deve sempre procedere al tentativo di conciliazione, che assume natura di attività doverosa, la cui omissione – tuttavia – tra le parti presenti non dà luogo ad alcuna nullità. Esaurita, quindi, la fase relativa alla costituzione delle parti e delle questioni preliminari il Giudice, qualora il reato sia perseguibile a querela, promuove la conciliazione tra l’imputato e la persona offesa.
Il legislatore ha inteso valorizzare la funzione conciliativa, insita nella natura e nella vocazione propria di tale figura di Magistrato Onorario, con un ruolo attivo ed articolato prevedendo che il Giudice:
(a) possa rinviare l’udienza per un periodo non superiore a due mesi per favorire la conciliazione;
(b) ove occorra, possa avvalersi ad adiuvandum dell’attività di mediazione nei centri e strutture pubbliche o private presenti sul territorio (soggetti esterni al processo).
La facoltà di rinviare l’udienza entro un termine contenuto di due mesi, al fine di evitare istanze dilatorie, è finalizzata a consentire quel contatto tra le parti affinché, attraverso l’ausilio dei rispettivi difensori, raggiungano una soluzione stragiudiziale della controversia civilistica sottostante alla vicenda penale. Si ritiene pacificamente che il suddetto termine abbia natura ordinatoria la cui inosservanza non comporta alcuna conseguenza di carattere processuale, salvo il rispetto del principio della ragionevole durata del processo, di cui all’art. 111, secondo comma, Cost.. Peraltro, la dilatazione della fase di mediazione oltre i due mesi può apparire opportuna, anche perché consente alle parti di riflettere compiutamente sulle proposte formulate, favorendo definizioni del procedimento che passino attraverso la verifica dell’assenza di un perdurante interesse della persona offesa all’accertamento delle responsabilità penali e precludano sin dalle prime battute lo svolgimento di sterili attività processuali destinate a concludersi, comunque, con un esito di improcedibilità dell’azione penale o di estinzione del reato. L’utilizzo di organismi di mediazione pubblici e privati, nel caso dei sinistri R.C.A., fa oggi riferimento agli enti accreditati presso il Ministero della Giustizia. Sennonché, da un lato, l’attività di mediazione al di fuori del circuito processuale è costosa, vista con estrema diffidenza dalle parti, e non sempre proficua per l’effettiva composizione della controversia, incidendo negativamente sulla spontaneità conciliativa dei soggetti interessati; dall’altro, andrebbe a sminuire il ruolo e la funzione tipica del Giudice di Pace la cui specifica preparazione professionale – sia in materia civile sia in materia penale – è incentrata sul pieno utilizzo delle tecniche conciliative. Quindi, è lo stesso Giudice di Pace penale a dover ricoprire il ruolo di soggetto terzo alla ricerca di soluzioni compositive degli opposti interessi, poiché il doppio ruolo rivestito contribuisce a farne un mediatore particolarmente autorevole; egli deve non solo responsabilizzare l’imputato nella ricostituzione dell’ordine violato, ma anche stimolare la persona offesa a comprendere quali siano i concreti margini per ottenere l’effettiva riparazione.
In questo contesto conciliativo, il ruolo del responsabile civile – con specifico riferimento alla Compagnia di Assicurazione nell’ambito della R.C.A. – si sovrappone fino a sostituirsi a quello dell’imputato. Tale onere di surroga è possibile, come si vedrà, anche in ipotesi di condotta riparatoria e non solo nell’ambito dell’attività conciliativa. Venendo ora ad esaminare gli aspetti pratici si può osservare che la praticabilità del tentativo di conciliazione presuppone innanzitutto la presenza e la disponibilità dei soggetti interessati (imputato, responsabile civile e persona offesa). In primo luogo, la mancata comparizione dell’imputato non può essere assicurata coattivamente ma, come accennato, può essere surrogata dal responsabile civile. In secondo luogo, la presenza della persona offesa è generalmente garantita dal fatto che di norma, in seguito alla querela, assume anche la veste di testimone; mentre nel caso di udienza instaurata a seguito di ricorso immediato è indotta a comparire dai meccanismi sanzionatori previsti dagli articoli 28 e 30 del D. Lgs. n. 274 del 2000. In terzo luogo, anche nell’ipotesi di assenza dell’offeso e dell’imputato, al Giudice di Pace è consentito non solo rinviare l’udienza, ma procedere anche attraverso prassi informali incentrate su un’attività informativa rivolta ai difensori sull’essenzialità della presenza delle parti per raggiungere un accordo diretto alla composizione della lite. In ogni caso, al di là del ruolo del responsabile civile, appare ovvio che il tentativo di mediazione postuli anche la disponibilità dell’autore del reato e della vittima alla conciliazione, cosicché ne deriva l’impossibilità di farvi luogo ove la situazione di conflittualità, in concreto determinatesi tra le parti, appaia ontologicamente inconciliabile con qualsiasi forma di negoziazione. Tuttavia, in ambito R.C.A. non si ravvisano di norma questioni inconciliabili, essendo il compito del Giudice di Pace quello di far comprendere alla persona offesa quale sia in concreto il danno subito e la sua riparazione. Infatti, in ipotesi di lesioni conseguenti a sinistri R.C.A. viene troppo spesso ad affievolirsi il fondamentale ruolo dell’avvocato di filtro delle rivendicazioni avanzate dai propri clienti, assistendosi al fenomeno inverso: nell’opzione per il giudizio penale anche la lesione lieve o lievissima diviene una preziosa occasione per tentare di conseguire risarcimenti insperati in sede civile, soprattutto in seguito alla introduzione del Decreto Legge n. 1 del 2012, convertito nella Legge n. 27 del 20124. Purtroppo, almeno con riferimento alla materia del danno biologico da micropermanente, si assiste ad atti di costituzione di parte civile redatti senza alcuna descrizione delle lesioni subite dalla persona offesa o in seguito a prognosi risibili anche di un solo giorno (per una lividura, per un graffio, per un ginocchio sbucciato, per un bernoccolo) e con l’indicazione di somme per migliaia di Euro a titolo di risarcimento, senza l’indicazione nemmeno di una tabella entro cui collocare la pretesa risarcitoria, come già osservato dalla migliore dottrina. Perciò, il ruolo di negoziazione del Giudice di Pace dovrà essere anche quello di ridimensionare le aspettative del danneggiato.
La funzione di stimolo e di ricerca della soluzione compositiva dei contrastanti interessi, attraverso l’individuazione di adeguate ipotesi, può fondarsi su plurimi ed atipici momenti in cui il Magistrato deve cercare il contatto tra le parti ed i rispettivi difensori. L’attività mediativa non deve essere ostacolata dal ridotto visus, che porta il Giudice di Pace ad ignorare gli atti di indagine ed a non disporre del fascicolo per il dibattimento di cui all’articolo 431 c.p.p., che viene formato dopo l’apertura del dibattimento ai sensi dell’art. 27, comma settimo, D. Lgs. n. 274 del 2000. Infatti, il Giudice di Pace può procedere con gli ordinari strumenti previsti per mediare i conflitti. Nulla vieta al Magistrato di convocare le parti in “camera di consiglio” o – secondo la dr.ssa Paola Primicerj – in “separata sede” rispetto all’aula penale, per ascoltare le loro richieste e valutarle, sia singolarmente sia alla presenza degli altri soggetti processuali, come risulta anche dalla prassi seguita presso il Giudice di Pace di Cassino. Il Giudice può contattare separatamente sia la persona offesa sia l’imputato ed il responsabile civile per illustrare la natura e la finalità del procedimento di conciliazione, il carattere confidenziale dello stesso, i possibili esiti processuali che ne conseguono qualora emerga una disponibilità alla conciliazione. In questa fase preliminare può assumere, in via informale, notizie sui fatti oggetto del giudizio e sugli elementi di prova.
Una volta avuto un quadro chiaro dei fatti e delle rispettive posizioni e dopo aver operato una sintesi, il Giudice di Pace può fissare un incontro congiunto tra le parti coinvolte nel conflitto, per negoziare la soluzione compositiva idonea al caso concreto. Così, per esempio, in ambito di lesioni conseguenti a un sinistro stradale, il Giudice di Pace può individuare, dalle informazioni liberamente assunte dai soggetti processuali, la percentuale del concorso di colpa e la durata ed entità delle lesioni patite dalla persona offesa, anche sollecitando le parti allo svolgimento di una visita medico-legale collegiale tra professionisti di rispettiva fiducia, in quanto detti elementi risultano essenziali per poter determinare in maniera concreta il quantum debeatur e svolgere appieno il ruolo conciliativo. Certamente più complessa appare la nomina officiosa di un consulente medico- legale per la valutazione delle lesioni patite dalla persona offesa, anche ai fini della liquidazione del compenso al perito. Tale attività informale viene implicitamente considerata dal Legislatore che nell’ultimo periodo del comma quarto dell’art. 29 del D. Lgs. n. 274 del 2000 stabilisce che “le dichiarazioni rese dalle parti nel corso dell’attività di conciliazione non possono essere in alcun modo utilizzate ai fini della deliberazione”.
Il solo confine degli interventi conciliativi del Giudice di Pace è rappresentato:
(a) dalla libertà di autodeterminazione delle parti;
(b) dal dovere di non manifestare indebitamente il proprio convincimento sui fatti oggetto dell’imputazione. L’attività conciliativa, così svolta, NON si trasforma nel simulacro del dibattimento penale, poiché la mediazione e la negoziazione – previste dall’art. 29, comma quarto, del D. Lgs. n. 274 del 2000 – trovano il loro presupposto nella risoluzione delle questioni civilistiche, che risultano pregiudiziali rispetto all’accertamento della responsabilità penale. Perciò, la conoscenza delle dichiarazioni rese informalmente nel corso della procedura di mediazione e degli eventuali atti di indagine, in caso di esito negativo del tentativo di conciliazione, non determinano il rischio concreto di compromissione della neutralità valutativa del Giudice di Pace sul merito della res iudicanda, perché diversi sono i presupposti valutativi. Quando l’esito dell’attività conciliativa coincida con la composizione del conflitto interpersonale, il Giudice di Pace terrà conto del contenuto dell’accordo nell’esercizio delle proprie funzioni e redigerà il processo verbale attestante la remissione di querela o la rinuncia al ricorso di cui all’articolo 21 e la relativa accettazione, come previsto dall’art. 29, comma quinto, del D. Lgs. n. 274 del 2000. Tuttavia, accade talora che, nonostante l’approfondita opera di mediazione del Giudice di Pace, la persona offesa non ritenga conveniente aderire alla proposta avanzata. Ad esempio, perché il consulente medico-legale di parte abbia concluso indicando l’esistenza di una invalidità permanente in misura che non trova riscontro in alcuno dei barémes medico legali; ovvero, perché il proprio avvocato non ritenga il compenso offertogli adeguato al pregio dell’attività prestata. In queste ipotesi di apparente impasse, il responsabile civile può utilizzare l’attività conciliativa – svolta dal Giudice di Pace ai sensi dell’art. 29, comma quarto, del D. Lgs. n. 274 del 2000 e non andata a buon fine – procedendo con un’offerta banco iudicis, al fine di ottenere l’estinzione del reato conseguente a condotte riparatorie, prevista dall’art. 35 del D. Lgs. n. 274 del 2000.
L’estinzione del reato conseguente a condotte riparatorie.
L’art. 35 del D. Lgs. n. 274 del 2000 prevede che:
Il giudice di pace, sentite le parti e l’eventuale persona offesa, dichiara con sentenza estinto il reato, enunciandone la causa nel dispositivo, quando l’imputato dimostra di aver proceduto, prima dell’udienza di comparizione, alla riparazione del danno cagionato dal reato, mediante le restituzioni o il risarcimento, e di aver eliminato le conseguenze dannose o pericolose del reato.
Il giudice di pace pronuncia la sentenza di estinzione del reato di cui al comma 1, solo se ritiene le attività risarcitorie e riparatorie idonee a soddisfare le esigenze di riprovazione del reato e quelle di prevenzione.
Il giudice di pace può disporre la sospensione del processo, per un periodo non superiore a tre mesi, se l’imputato chiede nell’udienza di comparizione di poter provvedere agli adempimenti di cui al comma 1 e dimostri di non averlo potuto fare in precedenza; in tal caso, il giudice può imporre specifiche prescrizioni.
Con l’ordinanza di sospensione, il giudice incarica un ufficiale di polizia giudiziaria o un operatore di servizio sociale dell’ente locale di verificare l’effettivo svolgimento delle attività risarcitorie e riparatorie, fissando nuova udienza ad una data successiva al termine del periodo di sospensione.
Qualora accerti che le attività risarcitorie o riparatorie abbiano avuto esecuzione, il giudice, sentite le parti e l’eventuale persona offesa, dichiara con sentenza estinto il reato enunciandone la causa nel dispositivo.
Quando non provvede ai sensi dei commi 1 e 5, il giudice dispone la prosecuzione del procedimento.
È necessario preliminarmente verificare come operi in concreto l’estinzione del reato per condotta riparatoria e quale sia il ruolo del responsabile civile nell’applicazione della suddetta norma. Secondo la giurisprudenza di legittimità «L’estinzione del reato ai sensi dell’art. 35 d.lgs. n. 274/2000 opera anche nell’ipotesi di risarcimento danni a seguito di pagamento da parte della compagnia di assicurazione» (Cassazione penale, sez. IV, 12 aprile 2013, n. 30212. Nello stesso senso, Cassazione penale, sez. IV, 11 novembre 2010, n. 112 in Arch. giur. circol. e sinistri 2011, 3, 207 nonché in Riv. Pen. 2011, 3, 293). L’assicurazione per i danni cagionati dalla circolazione stradale ha, infatti, carattere di obbligatorietà e sarebbe insensato pretendere che una persona proceda ad un risarcimento personale in presenza di un contratto di assicurazione sulla cui base, in concreto, sia avvenuto un risarcimento integrale dei danni cagionati (Cassazione penale, sez. IV, 1 agosto 2016, n. 33620). Come già descritto per l’attività conciliativa, anche con riferimento all’estinzione del reato per condotta riparatoria, il responsabile civile si sostituisce all’imputato, mettendo in atto quelle attività necessarie alla riparazione del danno conseguente al reato. Sennonché la sola monetizzazione del danno non è idonea toutcourt all’applicazione della norma e l’imputato dovrà comunque dare prova di aver eliminato le conseguenze dannose o pericolose del reato, per consentire al Giudicante di dichiarare ritualmente l’estinzione del reato. Infatti, è necessario che il Giudice di Pace ritenga che tali attività riparatorie risultino in concreto idonee a soddisfare le esigenze di riprovazione del reato e quelle di prevenzione, in modo da assicurare comunque una valenza retributiva e di prevenzione speciale all’intervento giurisdizionale dinanzi a condotte di un certo grado di gravità e di pericolosità. In questa ipotesi potrà apparire sufficiente una dichiarazione dell’imputato diretta a dimostrare sincero pentimento per quanto accaduto, anche se – avendo riguardo preminente all’ambito R.C.A. – la monetizzazione del danno appare lo scopo primario, pressoché esclusivo, della vittima ed il risarcimento versato dal responsabile civile è da solo idoneo anche ad eliminare le conseguenze dannose o pericolose, tenuto conto anche della natura colposa del reato. In pratica, come già detto per l’attività conciliativa, anche nell’ambito della condotta riparatoria, con riferimento alle lesioni conseguenti alla violazione di norme sulla circolazione stradale, i profili civilistici hanno necessariamente un aspetto preminente.
Infatti, la Corte di cassazione è stata chiara nello statuire che: «In tema di procedimento penale per lesioni colpose trattato davanti al giudice di pace, è onere del giudice compiere ogni possibile indagine al fine di individuare la percentuale del concorso di colpa e la durata ed entità delle lesioni patite dalla persona offesa, in quanto detti elementi risultano essenziali per la statuizione relativa all’applicazione nei confronti dell’imputato della causa di non punibilità prevista dall’art. 35 del D.Lgs. n. 274 del 2000» (Cassazione penale, sez. IV, 22 ottobre 2013, n. 1506). Tale indagine sulla percentuale del concorso di colpa e sulla durata ed entità delle lesioni patite può, però, comportare dei problemi pratici. Infatti, la causa estintiva del reato non potrebbe operare oltre l’udienza di comparizione salvo il provvedimento, con cui il Giudice dispone la sospensione del processo, per consentire all’imputato, che ne abbia fatto richiesta, di porre in essere le condotte riparatore. Ma anche in seguito alla sospensione del procedimento, l’efficacia estintiva della riparazione acquisirebbe un suo significato sistematico solo se diretta ad evitare la celebrazione del processo. In alternativa, il Giudice di Pace si troverebbe a svolgere l’intero processo per poi concluderlo comunque con un esito di improcedibilità dell’azione penale e di estinzione del reato. È pur vero che l’imputato-querelato può ottenere il proscioglimento con formula di non doversi procedere anche dopo l’udienza di comparizione ma, in tal caso, solo tramite remissione della querela da parte della persona offesa, che presuppone un accordo tra le parti. Perciò, soprattutto nella fase del processo sospeso è onere del Giudice guidare i soggetti processuali in contrasto a trovare una soluzione condivisa, che tuttavia può anche essere imposta. Si ritiene, infatti, che il Giudice di Pace abbia il potere di sindacare la congruità delle attività risarcitorie e, oltre che assegnare un termine per l’adempimento, possa altresì impartire prescrizioni finalizzate all’eliminazione delle cause del reato. Qualora il Magistrato ritenga che l’attività dell’imputato e, per esso, del responsabile civile appaia congrua NON dovrà ottenere il consenso della persona offesa, che deve solo essere sentita in merito (Cass. pen., sez. V, 21 aprile 2006, n. 22323) e la cui opposizione non rileva (Cass. pen., S.U., 31 luglio 2015, n. 33864). Sempre ai fini della declaratoria di estinzione del reato per l’intervenuta riparazione del danno, non è necessario che l’imputato abbia provveduto alla refusione delle spese eventualmente sostenute dalla persona offesa (Cassazione penale, sez. V, 7 marzo 2013, n. 21012) ed il Giudice di Pace dovrà esprimere il suo giudizio di congruità solo con riferimento alla sorte. Nella pratica possono accadere diverse situazioni particolari. Si riassumono le due ipotesi più frequenti.
(a) La persona offesa ha transatto direttamente con la propria Compagnia di Assicurazioni, in regime di indennizzo diretto, ovvero con la Compagnia di Assicurazioni dell’imputato il danno alla persona conseguito ad un sinistro auto senza che il querelato ne venga reso edotto. Pur tuttavia, nonostante il ristoro economico conseguito, la persona offesa non ha inteso dover rimettere la querela, anche nel tentativo di ottenere un maggior lucro.
In tale ipotesi, è onere del responsabile civile, entro l’udienza di comparizione, produrre la quietanza a saldo del danno riportato dalla persona offesa. Restando di competenza del Giudice di Pace le lesioni lievi e lievissime, cagionate con violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale, la situazione più frequente sarà la liquidazione del danno in regime di indennizzo diretto, cosicché il responsabile civile, come Compagnia che garantisce l’imputato, dovrà far verificare il così detto “flusso card” come debitrice e richiedere alla consorella documentazione inerente la liquidazione del danno e l’accettazione da parte della persona offesa.
La suddetta attività potrà essere svolta anche dal difensore dell’imputato attraverso le indagini difensive o attraverso l’accesso agli atti previsto nell’art. 146 del codice delle assicurazioni private.
In ogni caso, costituirebbe una buona pratica processuale quella di interpellare sempre la persona offesa in merito ad un eventuale risarcimento conseguito prima dell’apertura del dibattimento, anche se non considerato satisfattivo.
Nell’ipotesi descritta, pur dovendo richiedere all’imputato un “atto di contrizione” ai fini della corretta applicazione della norma, appare evidente che il Giudice di Pace debba procedere con una pronuncia di estinzione del reato per condotta riparatoria, anche per contrastare condotte processuali non corrette e comunque con finalità speculative.
(b) La persona offesa, per il danno da lesioni conseguito ad un sinistro auto, ha ricevuto direttamente dalla propria Compagnia di Assicurazioni, in regime di indennizzo diretto, ovvero dalla Compagnia di Assicurazioni dell’imputato un’offerta non considerata congrua. Anche in questo caso, è onere del responsabile civile, entro l’udienza di comparizione, produrre la documentazione attestante l’offerta reale. Nell’ipotesi descritta, il Giudice di Pace può procedere con una pronuncia di estinzione del reato solamente se, alla luce dei fatti descritti nel capo di imputazione o nel ricorso diretto, sia possibile esprimere un giudizio di congruità dell’offerta stragiudiziale svolta.Per esempio, a fronte di una prognosi di pochissimi giorni per una contusione anche il Giudice di Pace penale può far ricorso al notorio ed alle massime di esperienza, ritenendo come una contusione lieve guarisca senza postumi e comparando il quantum ricevuto solo con i giorni di invalidità. Più complesso, invece, apparirebbe una valutazione sulla congruità dell’offerta stragiudiziale a fronte di diagnosi più complesse (per esempio, una frattura).
Così, la soluzione alternativa non può essere trovata nella pronuncia di estinzione del reato, ma deve essere trovata nello svolgimento dell’attività conciliativa di cui all’art. 29, comma quarto, del D. Lgs. n. 274 del 2000.
– Brevi considerazioni finali.
Come detto, la norma che prevede l’estinzione del reato per condotta riparatoria è sicuramente all’avanguardia, rispetto ad un sistema processuale che prediligeva la punizione del reo, ma ha un ridotto valore pratico se non applicata con larghezza di vedute e benevolenza verso il reo, cioè anche superando la barriera preclusiva dell’udienza di comparizione, concedendo la sospensione del processo richiesta dall’imputato senza troppo indagare sulle cause. Lo strumento dell’attività conciliativa di cui all’art. 29, comma quarto, del D. Lgs. n. 274 del 2000, invece, grazie alla sua estrema flessibilità, consente al Giudice di mettere realmente in contatto i soggetti processuali, così da impartire prescrizioni meditative ed ottenere concrete possibilità di accordo. Pertanto, sopratutto in ambito di lesioni conseguenti a sinistri auto, anche al fine di consentire al responsabile civile di adempiere agli obblighi che gli sono propri, è certamente auspicabile un modulo processuale che proceda preliminarmente allo svolgimento dell’attività conciliativa di cui all’art. 29, comma quarto, del D. Lgs. n. 274 del 2000 per assolvere quella funzione di individuare una modalità innovativa di risoluzione dei conflitti.
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GIURISPRUDENZA – TRASFERIMENTO IMMOBILIARE E REGOLARITÀ URBANISTICA IN SEDE DI SEPARAZIONE CONSENSUALE E DIVORZIO CONGIUNTO. A cura di Fabrizio Perna, in Nuova Temi Ciociara, Anno XV – Numero 29 • 2017. →