Source: http://www.ristretti.it/areestudio/lavoro/ricerche/storia.htm
Timestamp: 2018-01-22 06:10:08+00:00
Document Index: 25691258

Matched Legal Cases: ['art. 4', 'art. 27', 'art. 20', 'art. 20', 'art. 145', 'art. 22', 'art. 22', 'sentenza ']

Il lavoro nella riforma del sistema penitenziario
L’art. 4 della Costituzione, garantisce, valorizza e promuove il lavoro, riconoscendo la piena libertà d’accesso e di scelta delle attività lavorative o delle professioni e al tempo stesso il diritto all’astensione da qualsiasi interferenza nella scelta, nel modo d’esercizio e nello svolgimento delle medesime.
La Costituzione Italiana esplicitamente stabilisce, all’art. 27, che la pena irrogata ad un condannato deve tendere essenzialmente ai fini rieducativi.Uno strumento indispensabile per raggiungere questo scopo è senza dubbio il lavoro.
L’art. 20, comma 2 dell’Ordinamento Penitenziario precisa che il lavoro penitenziario non ha carattere afflittivo ed è remunerato. Il quinto comma della norma dispone inoltre che l’organizzazione ed i metodi del lavoro penitenziario devono riflettere quelli del lavoro nella società libera, al fine di far acquisire ai detenuti una preparazione professionale adeguata, per agevolarne l’inserimento sociale.
Ecco perché il lavoro, indipendentemente dalla sua importanza intrinseca per ciascun individuo, acquista una particolare valenza in rapporto al mondo della detenzione.
Norma fondamentale dell’Ordinamento Penitenziario in ordine al problema "lavoro" è l’art. 20, il quale dispone esplicitamente che "Negli Istituti Penitenziari devono essere favorite in ogni modo la destinazione dei detenuti e degli internati al lavoro e la loro partecipazione a corsi di formazione professionale.
Le attività lavorative all’esterno della Struttura Penitenziaria, sono previste dall’Ordinamento Penitenziario. Le ipotesi secondo le quali il detenuto ha la possibilità di svolgere una regolare attività lavorativa presso imprese esterne al Carcere sono:
Lavoro all’esterno
Il lavoro penitenziario nasce storicamente in funzione strettamente punitiva. Sia il codice penale del 1889, sia il regolamento penitenziario del 1931, consideravano, in effetti, il lavoro un elemento della pena, vale a dire una mera modalità di esecuzione della stessa. L’articolo 1 del regolamento penitenziario del 1931 prevedeva, infatti: "In ogni stabilimento carcerario le pene si scontano con l’obbligo del lavoro".
Secondo l’approccio tradizionale, il lavoro è parte integrante della pena e, traendo origine da un obbligo legale, non può configurarsi quale rapporto di lavoro subordinato. Non gli è pertanto applicabile la legislazione dettata per quest’ultimo, poiché l’assenza di natura contrattuale è tale da giustificare un trattamento diverso (e peggiorativo) del detenuto lavoratore. Parallelamente, il lavoro penitenziario è considerato un valido antidoto all’ozio. Si afferma, infatti, che, tra le finalità attribuite alla pena, il lavoro ha un valore intrinsecamente educativo poiché "fa perdere ogni abitudine di pigrizia, così facile a radicarsi in carcere, sostituendo all’inerzia il movimento, e dona all’individuo, se non il gusto, per lo meno la nozione della regolarità e dell’ordine".
Con riguardo alla costituzione del rapporto, va anzitutto rilevato che per i condannati e i sottoposti alle misure di sicurezza della casa di lavoro e della colonia agricola il lavoro è considerato "obbligatorio". I condannati e gli internati sono titolari di un’aspettativa ed un lavoro adeguato alle loro attitudini ed ai loro desideri, che tenga altresì conto delle attività svolte in precedenza e da svolgere dopo la dimissione. Tuttavia in mancanza di un lavoro rispondente a tali criteri, "sono tenuti a svolgere un’altra attività lavorativa tra quelle organizzate nell’istituto". Ancora, il volontario inadempimento di obblighi lavorativi è punito con l’applicazione di sanzioni disciplinari. E, infine, il mancato svolgimento della prestazione lavorativa ha importanti riflessi sulla condizione del condannato o dell’internato, perché il "costante impegno nel lavoro" concretizza la regolare condotta che conduce alla remissione del debito; ai detenuti ed agli internati che si sono distinti per "particolare impegno nello svolgimento del lavoro" sono concesse ricompense; l’attività lavorativa è uno degli elementi determinanti per ammettere il condannato e internato al regime di semilibertà.
Sotto altro profilo, la prestazione del lavoro sembra essere considerata alla stregua di un premio dal quale si può essere esclusi, sia all’atto dell’assegnazione al lavoro che nel corso del rapporto, sulla base di un giudizio, dato dall’amministrazione penitenziaria, sul comportamento del detenuto o internato. L’affermazione dell’obbligatorietà del lavoro non è invece correlata al riconoscimento, in connessione con l’articolo 4 della Costituzione, del diritto al lavoro. Infatti, alla formula contenuta nel disegno di legge originario, del 1972, secondo la quale, ai fini del trattamento rieducativo, è assicurato il lavoro al condannato e all’internato, è stato aggiunto l’inciso "salvo casi di impossibilità".
Ai detenuti e agli internati ammessi al lavoro presso imprese esterne sono riconosciuti i medesimi diritti spettanti ai lavoratori liberi, con i limiti derivanti dagli obblighi relativi alla misura privativa di libertà.
Si registra, pertanto, una disparità di trattamento tra i lavoratori avviati presso aziende esterne pubbliche o private e quelli che lavorano nello stabilimento carcerario.
La stessa disposizione è prevista per i lavoratori in regime di semilibertà.
È stato, invece, introdotto l’obbligo, per le direzioni degli istituti, di organizzare e gestire direttamente il lavoro all’interno o all’esterno degli istituti stessi sulla base delle direttive impartite dall’amministrazione penitenziaria. Questo compito può essere svolto anche in collaborazione con imprese pubbliche che possono fornire personale tecnico, attrezzature e materie prime. Con ciò non si ricade nell’ipotesi di intermediazione poiché di queste prestazioni l’amministrazione "tiene conto al fine di determinare le incidenze sui costi e il conseguente prezzo dei prodotti", a conferma che l’organizzazione e il rischio del lavoro fanno capo all’amministrazione medesima.
In materia retributiva, l’ordinamento penitenziario stabilisce che il lavoro penitenziario è remunerato. Non si afferma dunque che il lavoratore ha "diritto" ad una retribuzione in proporzione alla quantità e qualità del suo lavoro, ma si riproduce l’art. 145 c.p., secondo il quale "ai condannati è corrisposta una remunerazione per il lavoro prestato", che a sua volta riecheggia la "gratificazione" prevista dal soppresso regolamento carcerario del 1891.
Che non si tratti di retribuzione vera e propria, ma piuttosto di un "compenso", cioè di un’attribuzione patrimoniale non coordinata alla prestazione di lavoro, è confermato dall’ammontare per essa previsto.
L’equiparazione tra lavoro carcerario e lavoro libero avrebbe comportato per le prestazioni lavorative nelle carceri una retribuzione che rispettasse i minimi salariali previsti dai contratti collettivi applicati alle corrispondenti categorie di lavoratori liberi. Al contrario, l’art. 22, 1° comma, Ord. Penit., dispone che "le mercedi per ciascuna categoria di lavoratori in relazione alla quantità e qualità del lavoro effettivamente prestato, all’organizzazione e al tipo di lavoro del detenuto sono equamente stabilite in misura non inferiore ai due terzi delle tariffe sindacali...". Anche se a seguito di questa disposizione è possibile che si venga ad un’equiparazione retributiva, resta il fatto che la retribuzione del lavoratore libero che presti la medesima attività è, quasi sempre, superiore. E tale differenza è sottoposta ad ulteriori deterioramenti: la retribuzione è soggetta a un complesso di trattenute e prelievi: spese di mantenimento, risarcimento del danno alle vittime del reato, rimborso delle spese del procedimento ed eventuale risarcimento per danno "arrecato alle cose mobili dell’amministrazione".
In giurisprudenza è stata più volte sollevata, in riferimento agli articoli 3 e 36 della Costituzione, una questione di legittimità costituzionale dell’art. 22 della legge n° 354/1975, nella parte in cui consente che le retribuzioni dei detenuti lavoratori siano stabilite in misura inferiore fino ad un terzo rispetto a quelle dei lavoratori liberi. La Corte Costituzionale, con sentenza 13 dicembre 1998, n° 1087, ha ritenuto la questione non fondata.
La riforma del 1975, quindi, non realizza una totale equiparazione normativa del lavoro penitenziario al lavoro libero, nonostante l’affermazione, senza dubbio innovatrice, che l’uno deve riflettere l’altro quanto all’organizzazione e ai metodi.