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Timestamp: 2017-09-25 04:20:16+00:00
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(OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso l’avvocato (OMISSIS), che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS), giusta procura in calce al ricorso e procura speciale alle liti;
(OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso l’avvocato (OMISSIS), rappresentata e difesa dall’avvocato (OMISSIS), giusta procura a margine della comparsa di costituzione di nuovo difensore;
Con verbale omologato il 10.01.2013 i coniugi Sigg.ri (OMISSIS) e (OMISSIS) si separavano consensualmente, dinanzi al Tribunale di Vasto, stabilendo per i due figli, nati l’uno il (OMISSIS) e l’altra il (OMISSIS), l’affidamento condiviso con collocamento paritario presso le diverse abitazioni in cui all’epoca ciascuno di loro risiedeva in (OMISSIS).
Con decreto del 5.08.2015 il medesimo Tribunale di Vasto, anche all’esito della disposta CTU, respingeva la domanda (in data 21.03.2014) con la quale, in modifica delle convenute condizioni di affidamento condiviso dei due figli, la (OMISSIS) aveva chiesto il loro collocamento presso di se’: accoglieva, invece, la contrapposta domanda di collocamento dei bambini presso di lui, formulata dal (OMISSIS).
Con decreto n. 914 del 27.10-3.11.2015 la Corte di appello di L’Aquila, in accoglimento nei precisati limiti del reclamo della (OMISSIS), disponeva il collocamento prevalente dei figli presso di lei. privilegiandola rispetto al nutrito in ragione dell’eta’ dei bambini.
La Corte territoriale premetteva che in primo grado la (OMISSIS) aveva fatto presente che col provvedimento di separazione si era stabilito che i due figli della coppia sarebbero stati collocati in maniera paritaria presso i genitori, secondo un articolato calendario. Aveva dedotto che il frenetico pendolarismo non favoriva la serenita’ dei bambini, ed aveva percio’ chiesto che fossero collocati prevalentemente presso di lei. A sua volta il (OMISSIS) aveva chiesto il collocamento dei bambini presso di se’ e a tale fine aveva fatto presente che la moglie (avendo nelle more vinto il concorso per l’accesso alla Magistratura) aveva scelto la sede lontanissima di (OMISSIS), andando a vivere a (OMISSIS). All’esito il Tribunale aveva rilevato che la nuova situazione abitativa dei coniugi rendeva inattuabile il regime di collocazione paritaria concordato con la separazione: e sulla scorta di una c.t.u. aveva individuato nel (OMISSIS) il genitore presso il quale era piu’ opportuno collocare in via prevalente i bambini.
Col reclamo, dunque, la (OMISSIS) aveva in primo luogo infondatamente eccepito per piu’ profili la nullita’ della decisione. Andava subito esclusa la dedotta nullita’ della c.t.u., posto che la mancanza d’imparzialita’ del c.t.u. era stata gia’ condivisibilmente esclusa dal Tribunale, investito della sua ricusazione; il consulente ben poteva redigere i verbali in un secondo momento, o non redigerli affatto: tutte le sedute nelle quali erano stati sentiti soggetti a vario titolo interessati al processo erano state registrate, per cui la reclamante era in condizione di verificare la rispondenza dello scritto a quanto accaduto nel corso della seduta; l’esperto aveva concordato coi consulenti di parte le modalita’ con le quali avrebbe ascoltato i terzi; il c.t.u. ben poteva acquisire nuovi documenti, nel contraddittorio delle parti, cosi’ com’era avvenuto nel caso di specie (tant’era che la reclamante non aveva indicato quale documento fosse stato acquisito abusivamente), specialmente in un procedimento di volontaria giurisdizione, contraddistinto da una particolare snellezza e duttilita’ delle forme. e sostanzialmente privo di scansioni temporali che determinassero la decadenza della parte dalla prova; il verbale redatto dal c.t.u. era atto del pubblico ufficiale, fornito di fede privilegiata, e la veridicita’ del suo contenuto avrebbe dovuto essere contestata con la querela di falso.
Da ultimo, e definitivamente, la reclamante si era limitata ad affermare che il verbale (per essere stato redatto a distanza di tempo) avrebbe potuto avere un contenuto che non rispondeva alle dichiarazioni rese dai soggetti sentiti dall’esperto, ma non si era spinta ad affermare che cio’ fosse effettivamente avvenuto ne’ quale diverso contenuto le conversazioni avessero avuto (contenuto che, per quanto detto, era agevolmente evincibile dalle fonoregistrazioni); ne’, da ultimo, aveva indicato quale incidenza la dedotta diversita’ avrebbe sortito sulle conclusioni a cui l’esperto era poi pervenuto.
Sicche’ la doglianza risultava inammissibile – per difetto di specificita’ – prima ancora che infondata nel merito.
Allo stesso modo andava esclusa la nullita’ della decisione per non essere stati ascoltati i bambini: il primo Giudice aveva condivisibilmente rimesso l’inerente compito al c.t.u., soggetto che era dotato della necessaria sensibilita’ e degli indispensabili strumenti tecnici e culturali.
Inoltre occorreva considerare che si trattava di fanciulli in tenerissima eta’ (tre e cinque anni rispettivamente), come tali sforniti di adeguata maturita’ e discernimento, sui quali l’audizione da parte del collegio avrebbe sortito effetti potenzialmente devastanti, una volta che fossero stati chiamati ad individuare il genitore col quale d’ora in avanti avrebbero voluto abitare stabilmente, scelta che. in una mente immatura, sottendeva quella del genitore piu’ amato.
Venendo, finalmente, al merito della questione, e quindi all’individuazione del genitore presso il quale fosse piu’ opportuno collocare i bambini in via prevalente. la scelta doveva prescindere dalla ricerca del soggetto che avesse per primo, o con maggiore intensita’, violato gli accordi ripassati tra i coniugi al momento della separazione; e dovesse invece appuntarsi sulla ricerca della soluzione che avesse meglio privilegiato il futuro benessere morale e materiale dei piccoli e la loro serena maturazione psicologica.
Ed ai fini qui considerati gli elementi di giudizio offerti dal processo non potevano far ritenere che la (OMISSIS) fosse sfornita di adeguate capacita’ genitoriali, educative e di accudimento, cosi’ da dover superare il criterio che privilegiava la madre, ogni volta che si trattasse d’individuare il genitore col quale figli in cui (prescolare o) scolare dovessero convivere in via prevalente.
Era vero che la (OMISSIS), in primo grado, aveva ricusato praticamente tutti i soggetti coinvolti nel processo con poteri decisionali, cosi’ mostrando una totale mancanza di fiducia nel prossimo, prima ancora che nell’onesta’ intellettuale e nelle capacita’ tecniche del c.t.u. e dei Giudici. Comportamento che, peraltro, induceva particolare sorpresa quando promanava, come nella specie, da un soggetto che si apprestava a svolgere quelle stesse funzioni: e che aveva sicuramente acuito le divergenze tra i coniugi, dilatato i tempi del processo, posto ai Giudici questioni “ulteriori – e marginali rispetto alla vera materia del contendere, probabilmente inducendo nei Giudici il convincimento che ella non fosse dotata di sufficiente equilibrio e di adeguata fiducia ed apertura verso il prossimo, per cui avrebbe potuto pregiudicare la sana crescita psico-fisica dei figli.
Allo stesso modo. la scelta materna di una sede di lavoro lontana non poteva essere attribuita, semplicisticamente, alla volonta’ di separare il padre dai figli, o di rendere al primo piu’ difficoltosa la frequentazione dei bambini; si spiegava, invece, in ragione della possibilita’ di andare a vivere a (OMISSIS), dove risiedeva la sorella con i suoi figli, cosi da poter fruire del suo aiuto, essere introdotta nel suo giro di amicizie, e consentire che i cuginetti crescessero assieme.
Da ultimo, ma di particolare rilievo, era la circostanza che anche il c.t.u. avesse dato atto del possesso, in capo alla (OMISSIS) – e per la verita’ anche in capo al (OMISSIS) – di adeguate capacita’ genitoriali, essendo risultati entrambi in grado di sviluppare una buona relazione coi figli, di accompagnarne i processi di sviluppo e di socializzazione, di tutelarli ed accudirli.
Quanto all’altro argomento utilizzato dal primo Giudice (di non compromettere il radicamento dei bambini sul territorio) occorreva considerare che il (OMISSIS) (magistrato ordinario inquirente ed all’epoca della domanda di revisione in servizio presso la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Vasto) era stato nelle more trasferito alla Procura presso il Tribunale di Chieti, per cui quel radicamento sembrava destinato ad interrompersi in ogni caso.
Non senza considerare che i minori non risultavano avere parenti in Vasto (i nonni paterni risultano risiedere in (OMISSIS), anche se si recavano a (OMISSIS) con una certa assiduita’, per stare coi nipoti) e che alla loro eta’ era estremamente agevole e naturale farsi nuovi amici, sia nell’ambito scolastico che in quello sportivo.
In conclusione, non sussistevano ragioni per derogare al criterio di scelta ordinariamente seguito, che vedeva i bambini in eta’ scolare collocati in via prevalente con la madre, anche quando, come nella specie, il padre avesse dimostrato eccellenti capacita’ genitoriali.
Quanto al diritto-dovere del padre di tenerli con se’, in mancanza di diversi accordi di volta in volta presi dai coniugi, andava sostanzialmente recepito il condiviso calendario proposto dalla (OMISSIS).
Per il resto, avrebbe dovuto trovare applicazione la proposta contenuta nelle conclusioni del reclamo, con esclusione, per la (OMISSIS), della facolta’ di opporre divieti, odi ostacolare in qualsiasi modo il diritto del marito a stare coi figli, che aveva facolta’ di portare con se’ anche all’estero e con la correlata esortazione, rivolta ad entrambi, a mostrare reciproca e l’attiva collaborazione, a ricercare soluzioni condivise nelle scelte significative per la crescita e l’educazione dei figli, a fare in modo di presentare positivamente la figura dell’altro coniuge. in vista del superiore interesse dei bambini a superare la separazione nella maniera meno traumatica possibile.
Da ultimo, restava da esaminare la richiesta della reclamante, di vedersi attribuito un assegno di mantenimento di Euro 600 per se’, ed un ulteriore assegno di Euro 900, quale contributo al mantenimento dei due figli.
Quanto al primo, occorreva respingere la domanda della moglie di assegno per se’. Quanto all’assegno dovuto per i figli, tenuto conto della loro ancor tenera eta’, e delle inerenti, ridotte, esigenze, andava condivisa la determinazione dell’ammontare (Euro 150 per ciascun figlio, da rivalutare periodicamente) attuata dal Tribunale col provvedimento impugnato; a tale somma andavano poi aggiunte, naturalmente, le spese mediche e quelle straordinarie (da concordare tra i coniugi, se non indispensabili o indifferibili), in ragione di 1/2 ciascuno.
Avverso questo decreto il (OMISSIS) ha proposto ricorso per cassazione affidato a quattro articolati motivi. illustrato da memoria e notificato al PG % il giudice a quo ed alla (OMISSIS) che ha resistito con controricorso.
1) “Violazione dell’articolo 337 ter c.c., in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Violazione e falsa applicazione dell’articolo 360 c.p.c., n. 5, per contrasto irriducibile fra affermazioni tra loro inconciliabili.
Violazione degli articoli 115, 116 e 132 c.p.c., in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Violazione dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per omessa considerazione di un fatto materiale decisivo (la firma apposta sulle istanze di ricusazione)”.
– la decisione e’ sostenuta da motivazione meramente apparente, di sole sette righe;
– applicando il criterio presuntivo della c.d. Maternal preference si e’ in concreto conculcato l’interesse morale e materiale dei figli e percio’ violato l’articolo 337 ter c.c..
– la motivazione del decreto presenta tratti di illogicita’ ed irrimediabile contraddittorieta’: in particolare alle pagine 9, 10 e 11 vengono svolte affermazioni antitetiche e non congruenti;
– la scelta della (OMISSIS) di trasferirsi a (OMISSIS) soddisfaceva soltanto le sue esigenze e non quelle dei figli;
– inconferente e’ il richiamo alla sentenza di legittimita’ n. 9633/2015 che involgeva il trasferimento di residenza di una madre gia’ collocataria in via esclusiva della prole;
– e’ mancata la valutazione della capacita’ genitoriale materna.
2) “Violazione dell’articolo 360 c.p.c., n. 5, per totalmente omessa valutazione degli esiti della CTU disposta nel corso del procedimento di primo grado.
Violazione degli articoli 115, 116 e 132 c.p.c., in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3”.
Il ricorrente assume l’assenza di qualsiasi riferimento alla consulenza tecnica d’ufficio d’indole deducente e percipiente ed agli emersi dati di fatto che avevano indotto il Tribunale al collocamento prevalente dei figli presso di lui. Ribadisce pure che e’ stato trascurato il merito peritale, ignorata la circostanza di fatto decisiva dell’inadeguatezza genitoriale della (OMISSIS), taciute le sue caratteristiche personologiche e la relativa incidenza sul benessere dei figli e sul loro diritto alla bigenitorialita’: ignorato il pregiudizio arrecato al diritto di accesso paterno e la pregressa individuazione di lui quale collocatario dei figli, travisata l’informazione probatoria, resa una motivazione apparente e con deficit di ragionevolezza soprattutto in rapporto all’interesse del figlio (OMISSIS) ed alle sue esigenze anche di mantenimento dell’habitat e di cure, il tutto in tesi accampando un’inesistente regola di esperienza.
3) “Violazione dell’articolo 115 c.p.c., in relazione all’articolo 360 c.p.c., n. 5;
Violazione dell’articolo 132 c.p.c., in relazione all’articolo 360 c.p.c., n. 3.
Violazione dell’articolo 360 c.p.c., n. 5, per omessa valutazione di un fatto decisivo costituito dalla permanenza a Vasto del padre”.
4) “Violazione dell’articolo 360 c.p.c., n. 5, per omessa valutazione di un fatto decisivo (omessa valutazione della permanenza a (OMISSIS) della residenza e della dimora del padre)”. Il ricorrente sostiene che i giudici del reclamo solo ipotizzando lo stabilimento della sua nuova residenza in (OMISSIS), ove nel frattempo aveva ottenuto il trasferimento di sede lavorativa, hanno svalutato la conservazione da parte dei suoi figli dell’habitat e delle consuetudini e relazioni di vita, valorizzata invece in primo grado ai fini della collocazione presso di lui.
In tutte le varie articolazioni i motivi dedotti dal (OMISSIS), assoggettabili ad esame unitario, sono insuscettibili di favorevole sorte.
L’instaurato procedimento. esperibile a norma degli articoli 337 ter e quinquies c.c., nonche’ articolo 711 c.p.c., comma 5, e articolo 710 c.p.c., ha involto, per come evidenziato, la modifica delle condizioni della separazione consensuale intervenuta tra le parti nel 2013 e segnatamente la revisione del pregresso, specifico accordo sul collocamento paritario dei due figli presso le diverse abitazioni dei genitori, all’epoca ubicate nella stessa citta’, ed ora in diversa regione ed a notevole distanza chilometrica l’una dall’altra. Tale procedura segue le regole dei provvedimenti camerati contenziosi ed il decreto di cui si discute, emesso all’esito del reclamo proposto ai sensi dell’articolo 739 c.p.c., e’ suscettibile di ricorso per cassazione ai sensi dell’articolo 111 Cost., comma 7, e articolo 360 c.p.c., comma 4; puo’, dunque, involgere i vizi elencati nel primo comma di questa disposizione, e percio’ anche quello previsto dal n. 5), ma nel relativo innovato testo, attualmente vigente e nella specie applicabile ratione temporis (in tema cfr Cass. n. 18817 del 2015).
Il fatto poi che non si controverta anche sullo stabilito regime di affidamento condiviso, non attinto dalle contrapposte domande di modifica, rende quanto meno non condivisibile il rilievo del (OMISSIS) di non pertinenza della sentenza di legittimita’ n. 9633 del 2015 richiamata nel decreto e che invece sostanzialmente pertiene a temi analoghi ai controversi; al riguardo anzi vanno condivisi e ribaditi i principi riaffermati in quel precedente, secondo cui stabilimento e trasferimento della propria residenza e sede lavorativa costituiscono oggetto di libera e non conculcabile opzione dell’individuo, espressione di diritti fondamentali di rango costituzionale, e secondo cui il coniuge separato che intenda trasferire la sua residenza lontano da quella dell’altro coniuge non perde per cio’ l’idoneita’ ad avere in affidamento i figli minori o ad esserne collocatario, sicche’ il giudice, ove il primo aspetto non sia in discussione, come nel caso, deve esclusivamente valutare se sia piu’ funzionale all’interesse della prole il collocamento presso l’uno o l’altro dei genitori, per quanto cio’ ineluttabilmente incida in negativo sulla quotidianita’ dei rapporti con il genitore non affidatario. Anche alla luce di tali regole, l’impugnata decisione appare non confliggere con il dettato normativo, oltre che puntualmente e logicamente motivata, dunque non viziata nemmeno da motivazione apparente. La Corte del reclamo ha diffusamente e plausibilmente spiegato le ragioni, giustamente scevre da intenti e profili colpevolistici, per le quali ha privilegiato il collocamento dei due minori in tenera eta’ presso la madre, in cio’ realmente perseguendo il primario interesse morale e materiale dei bambini, pur doverosamente e contestualmente armonizzato coi fondamentali diritti individuali, esercitabili ed esercitati da ciascuno dei genitori. In tale prospettiva, espressamente e chiaramente richiamando anche il contenuto e l’esito delle indagini tecniche d’ufficio gia’ svolte dal Tribunale, che evidentemente non contraddicevano dedizioni affettive ed accudimenti materni – peraltro solo genericamente smentiti dalla controparte -, e’ stato non solo plausibilmente valorizzato il criterio della c.d. Maternal preference, la cui teorica valenza scientifica il ricorrente non ha tempestivamente contestato, ma e’ stata anche esclusa legittimamente, argomentatamente e del pari comprensibilmente l’incapacita’ genitoriale materna, inquadrando la vicenda e le condotte della (OMISSIS) nell’emerso e delicato contesto famigliare e professionale, che peraltro avrebbe pure consentito ad entrambi i coniugi, e non solo alla (OMISSIS), di perseguire riavvicinamenti, tramite rinnovate scelte di sedi lavorative, invece da ambo le parti mancate. D’altra parte nell’impugnato decreto non appare essere stato nemmeno tralasciato di considerare che tra i requisiti di idoneita’ genitoriale rileva anche la capacita di preservare la continuita’ delle relazioni parentali con l’altro genitore, a tutela del diritto della prole alla bigenitorialita’ ed alla crescita equilibrata e serena. La Corte del reclamo ha infatti pure reputato assenti dati sintomatici per quel profilo apprezzabili in senso sfavorevole alla (OMISSIS); al riguardo non ha mancato di considerare. come gia’ detto, la scelta di sede lavorativa nonche’ di esaminare anche le sue condotte processuali, sostanzialmente e plausibilmente recependole per non decisamente significative in senso negativo, ma solo passibili di mere, soggettive perplessita’ ed illazioni sulla sua personalita’, una volta ricondotte a percepiti timori materni a fronte pure dell’elevata conflittualita’ all’epoca espressa dalla coppia ed inquadrate in coerente strategia difensiva, concordata o comunque non impedita dal suo difensore.
Per il resto le censure che il ricorrente propone si risolvono in rilievi critici o non decisivi, anche perche’ si incentrano su valutazioni piuttosto che sui fatti storici che le fondano, o smentiti dal tenore del provvedimento o generici, assiomatici e privi di autosufficienza, essenzialmente appuntati sull’iter argomentativo dell’impugnata pronuncia, come tali inammissibili, anche considerando i richiamati limiti che la nuova formulazione dell’articolo 360 c.p.c., n. 5, nella specie applicabile ratione temporis, pone alla deduzione in questa sede di tale tipologia di vizi (in tema cfr Cass. SU n. 8053 del 2014; Cass. nn. 5133, 7983, 12928 e 13911 del 2014).
La natura dei rapporti controversi e le peculiarita’ della vicenda, unitamente al rilievo che il giudizio, inerendo essenzialmente al regime di affidamento e collocamento della prole, si pone in funzione del suo oggettivo, fondamentale interesse, preminente e prevalente rispetto ai contrapposti intenti e difese di ciascuno dei coniugi, legittimano la compensazione per intero delle spese di legittimita’.
Con ricorso depositato in data 4 novembre 2009 la signora (OMISSIS) chiedeva che il Tribunale di Milano pronunciasse la separazione personale dal marito (OMISSIS), con il quale era coniugata dal (OMISSIS). Venivano chiesti: la separazione personale con addebito al marito, nonche’ l’assegnazione della casa coniugale e un assegno di mantenimento pari a tre milioni e seicentomila Euro mensili.
Il convenuto, costituitosi, contestava la fondatezza della domanda di addebito, che proponeva a sua volta in via riconvenzionale nei confronti della moglie; eccepiva altresi’ la carenza dei presupposti per l’assegnazione della casa coniugale, in quanto i tre figli nati dal matrimonio erano ormai maggiorenni ed autosufficienti sul piano economico, nonche’ la disponibilita’, in capo alla moglie, di risorse patrimoniali tali da escludere un contributo per il proprio mantenimento.
Nell’adottare i provvedimenti previsti dall’articolo 708 c.p.c., il Presidente, attesa la permanenza della ricorrente nella casa coniugale in assenza dei presupposti per l’assegnazione, ritenuta la carenza del potere di fissare un termine per il relativo rilascio, determinava in Euro 50.000 mensili il contributo dovuto fino al rilascio dell’abitazione, e in un milione di Euro l’assegno per il periodo successivo.
Successivamente, avendo le parti rinunciato alle reciproche domande di addebito, ed essendosi ritenuta la causa matura per la decisione, con sentenza depositata in data 27 dicembre 2012, il Tribunale adito dichiarava la separazione personale dei coniugi, ponendo a carico del marito, a titolo di contributo per il mantenimento della (OMISSIS), un assegno mensile di tre milioni di Euro, con decorrenza dalla data dell’udienza presidenziale.
Con la sentenza indicata in epigrafe la Corte di appello di Milano, in parziale accoglimento del gravame proposto dal (OMISSIS), ha determinato l’assegno di mantenimento in favore della (OMISSIS) in Euro cinquantamila mensili con decorrenza dalla domanda fino al settembre del 2010, ed in due milioni di Euro mensili per il periodo successivo, ponendo a carico dell’appellante le spese processuali, compensate, nel resto, nella misura di due terzi.
La Corte distrettuale ha disatteso preliminarmente l’eccezione dell’appellante fondata su un’interpretazione costituzionalmente orientata dell’articolo 156 c.c., nel senso che l’assegno di mantenimento, in considerazione della posizione preminente assegnata alla dignita’ del lavoro nella Costituzione, inconciliabile con l’acquisizione di posizioni economiche immeritate, non potrebbe superare una determinata soglia; ha ritenuto poi manifestamente infondata l’eccezione di illegittimita’ costituzionale di detta norma, sollevata in riferimento agli articoli 1, 4, 36 e 38 Cost., affermando che un bilanciamento dei valori del lavoro e della famiglia non esclude che, in caso di separazione giudiziale, la misura dell’assegno di mantenimento sia stabilita non con riferimento a una determinata attivita’ lavorativa, bensi’ in maniera tale da consentire al coniuge privo di adeguati redditi propri di mantenere, considerate le capacita’ dell’obbligato, un tenore di vita tendenzialmente analogo a quello goduto nel periodo di convivenza matrimoniale.
Passando all’esame del merito alla luce delle contestazioni mosse dall’appellante alla sentenza di primo grado, si e’ osservato che non risultava corrispondente al vero che il Tribunale non avesse tenuto conto della posizione reddituale della (OMISSIS) quale socia unica delle societa’ ” (OMISSIS)” e ” (OMISSIS)”, proprietarie di cespiti in (OMISSIS): il giudice di prime cure, all’esito della valutazione comparata delle situazioni patrimoniali e reddituali di entrambi i coniugi, pur non escludendo che i beni dell’appellata producessero un reddito annuo di un milione e 400.000,00 Euro e pur considerando l’entita’ del patrimonio della moglie, aveva correttamente constatato una rilevante disparita’ fra i redditi e i patrimoni dei due coniugi. Sotto tale profilo sono state richiamate le classifiche FORBES, che collocavano, sia pure in maniera differenziata fra le varie annualita’, il (OMISSIS) fra gli uomini piu’ ricchi del mondo, con un patrimonio di vari miliardi di dollari, essendo per altro proprietario di numerose ville prestigiose e usufruendo di un reddito medio annuo, sulla base delle ultime dichiarazioni fiscali, pari a 53 milioni di Euro.
La Corte di appello ha inoltre evidenziato che lo stesso appellante, nel corso del giudizio di primo grado, aveva ammesso, a fronte delle deduzioni istruttorie della controparte, di aver garantito alla moglie un tenore di vita assolutamente al di fuori di ogni norma, mettendole a disposizione, nella villa di (OMISSIS), adibita a casa coniugale, un maggiordomo e una segretaria personale, cuochi, autisti, cameriere e guardarobiere, nonche’ versandole ogni mese, solo come “argent de poche”, la somma di Euro cinquantamila.
Sulla base di tali dati, pur in assenza della determinazione dell’esatto ammontare dei relativi importi, la Corte territoriale ha confermato il giudizio di inadeguatezza dei mezzi di cui disponeva la (OMISSIS) al fine di conseguire il tenore di vita tenuto durante la convivenza coniugale, con conseguente diritto, tenuto conto delle evidenziate disponibilita’ del coniuge, all’assegno di mantenimento.
Passando all’esame delle doglianze relative alla quantificazione del contributo, la Corte di appello le ha condivise in parte, considerando che, essendo uno dei temi centrali della controversia la perdita per la moglie del godimento della casa coniugale, costituita dalla villa (OMISSIS) di (OMISSIS), la stessa non aveva allegato le circostanze inerenti all’abitazione da lei prescelta dopo il rilascio di detta villa, ne’ poteva ritenersi che l’assegno dovesse essere commisurato alle ingenti spese sostenute per la gestione di tale casa coniugale, anche perche’ la stessa era funzionale al soddisfacimento delle esigenze di un’intera famiglia, e non della sola (OMISSIS).
Sotto tale profilo, la somma determinata dal Tribunale appariva eccessiva: la Corte di appello ha quindi ritenuto congruo – considerati, da un lato, l’elevatissimo tenore di vita goduto durante la convivenza matrimoniale e, dall’altro, la lunga durata del rapporto matrimoniale e il contributo morale e affettivo reso dalla moglie all’intera famiglia, la dedizione alla cura della prole, nonche’ l’impossibilita’ per l’appellata di riprendere l’attivita’ di attrice abbandonata, con il consenso del coniuge, molti anni prima – un assegno di due milioni di Euro mensili, che certamente il (OMISSIS), cosi’ come nel periodo anteriore alla separazione, era in grado di versare.
La corresponsione dell’assegno nell’indicata misura e’ stata fatta decorrere, in riforma della decisione di primo grado, dal settembre dell’anno 2010, in coincidenza con la cessazione del godimento della casa coniugale, rimanendo ferma, per il periodo anteriore, la somma determinata all’esito dell’udienza presidenziale.
Per la cassazione di tale decisione (OMISSIS) propone ricorso, affidato a tre motivi, cui la parte intimata resiste con controricorso. Sono state depositate memorie da ambedue le parti, ai sensi dell’articolo 378 c.p.c..
Con il primo motivo, si denuncia omesso esame di un fatto controverso e decisivo per il giudizio, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5, con riferimento alla ritenuta incapacita’ della moglie di produrre reddito sulla base dell’attivita’ di attrice, senza considerare l’effettiva attivita’ imprenditoriale attualmente svolta dalla stessa.
La natura ancipite della censura impone una distinta disamina dei profili in essa prospettati. Appare in ogni caso opportuno premettere che l’applicabilita’, ratione temporis, dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nella formulazione introdotta dal Decreto Legge 22 giugno 2012, n. 83, articolo 54, convertito in legge, con modificazioni, dalla L. 7 agosto 2012, n. 134, articolo 1, comma 1, che ha ridotto al “minimo costituzionale” il sindacato di legittimita’ sulla motivazione, nel senso gia’ chiarito da questa Corte (Cass., Sez. U, 7 aprile 2014, n. 8053), secondo cui la lacunosita’ e la contraddittorieta’ della motivazione possono essere censurate solo quando il vizio sia talmente grave da ridondare in una sostanziale omissione, riduce i margini del sindacato di legittimita’, limitato alla verifica dell’esame del “fatto controverso” da parte del giudice del merito.
2.1.1. La riformulazione dell’articolo 360 c.p.c., n. 5 – secondo cui e’ deducibile esclusivamente l’”omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che e’ stato oggetto di discussione tra le parti” – deve essere interpretata come riduzione al minimo costituzionale del sindacato sulla motivazione in sede di giudizio di legittimita’, per cui l’anomalia motivazionale denunciabile in sede di legittimita’ e’ solo quella che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante e attiene all’esistenza della motivazione in se’, come risulta dal testo della sentenza e prescindendo dal confronto con le risultanze processuali, e si esaurisce, con esclusione di alcuna rilevanza del difetto di sufficienza, nella mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico, nella motivazione apparente, nel contrasto irriducibile fra affermazioni inconciliabili, nella motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile.
Prescindendo, per ora, dagli ulteriori aspetti inerenti alla ricostruzione dei termini fattuali della vicenda, investiti dai motivi di ricorso che saranno appresso esaminati, va osservato che, sia pure rapportato a una vicenda che, per l’eccezionale rilevanza della consistenza patrimoniale e reddituale dell’obbligato, non trova alcun riscontro, quanto meno sotto il profilo quantitativo, nelle controversie in materia di separazione personale dei coniugi che emergono dalla quotidiana esperienza giurisprudenziale, l’orientamento consolidato di questa Corte in merito all’interpretazione dell’articolo 156 c.c., comma 1, risulta correttamente applicato nella decisione in esame. Tale norma dispone che “il giudice, pronunziando la separazione, stabilisce a vantaggio del coniuge cui non sia addebitabile la separazione il diritto di ricevere dall’altro coniuge quanto e’ necessario al suo mantenimento, qualora egli non abbia adeguati redditi propri”.
Tanto premesso, non puo’ omettersi di evidenziare che, in relazione alla censura in esame, lo stesso ricorrente non ha in alcun modo dedotto, ai sensi dell’articolo 360 c.c., comma 1, n. 3, la violazione o la falsa applicazione della suddetta norma, avendo al contrario prospettato, in termini non dissimili da quelli gia’ indicati nel corso del giudizio di merito, la eccezione di illegittimita’ costituzionale dell’articolo 156 c.c.. Tale disposizione, consentendo al coniuge beneficiario dell’assegno di percepire somme superiori a qualsiasi lavoratore, cosi’ eccedendo la possibilita’ di godere di un’esistenza libera e dignitosa (articolo 36 Cost.), si porrebbe in maniera irrazionale in contrasto con il principio solidaristico sancito dalla Carta costituzionale, privilegiando uno status sociale e cosi’ consentendo al coniuge beneficiario di sottrarsi, per altro percependo, senza espletare alcuna attivita’, somme eccedenti la possibilita’ di mantenere un’esistenza libera e dignitosa, al dovere di contribuire al progresso sociale per il tramite della propria attivita’ lavorativa. Inoltre, ponendosi gli obblighi sanciti da detta norma solo a carico del coniuge onerato, risulterebbe violato il principio di uguaglianza.
Con il secondo mezzo si deduce l’omesso esame, evidentemente ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5, del peggioramento delle condizioni economiche e reddituali del ricorrente; sotto il medesimo profilo si denuncia la violazione dell’articolo 156 c.c., comma 2, , richiamandosi l’orientamento secondo cui nel corso del giudizio di separazione rilevano le evoluzioni della situazione reddituale dei coniugi, onde adeguare la pronuncia, eventualmente stabilendo una misura dell’assegno diversa per determinati periodi, ai presupposti inerenti alla determinazione della misura dell’assegno.
La terza censura, con la quale si deduce l’errore del calcolo della media dei redditi dell’appellante, per non essersi considerata la natura straordinaria degli elevati profitti conseguiti nell’anno 2006, con conseguente deduzione della violazione di cui all’articolo 112 c.p.c., presenta evidenti profili di inammissibilita’, per non aver colto la complessiva ratio decidendi della decisione impugnata, fondata non soltanto sulla posizione reddituale dell’appellante, gia’ di per se’ estremamente rilevante, considerato anche il giudizio di inattendibilita’ in merito al reddito piu’ recente, ma, soprattutto, sulla consistenza patrimoniale del ricorrente, che, con varie oscillazioni, lo collocava nel periodo considerato – fra gli uomini piu’ ricchi del mondo, tenuto conto delle partecipazioni azionarie e della proprieta’ di prestigiose ville.
In definitiva, in disparte la contestazione in apicibus della norma contenuta nell’articolo 145 c.c., il ricorso non appare meritevole di accoglimento, avendo ad oggetto un decisione sostanzialmente incentrata sulla determinazione in concreto dell’assegno di mantenimento, che si fonda sostanzialmente sulla valutazione di circostanze che, avuto anche riguardo alle evidenziate limitazioni concernenti la deducibilita’ in questa sede del vizio di motivazione, e’ affidata all’apprezzamento del giudice del merito.
Le spese relative al presente giudizio di legittimita’ seguono la soccombenza, e si liquidano come in dispositivo.
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