Source: http://www.geronimados.com/2011/12/
Timestamp: 2018-11-16 11:48:07+00:00
Document Index: 130760968

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 380', 'sentenza ', 'art. 844', 'art. 844', 'art. 844', 'art. 844', 'art. 844', 'art. 1227', 'sentenza ', 'art. 844', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 29', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 39', 'art. 29', 'art. 29', 'sentenza ', 'art. 29', 'sentenza ', 'art. 16', 'art. 22', 'sentenza ', 'art. 22', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1780', 'art. 1176', 'art. 366', 'sentenza ', 'art. 1789', 'art. 1176', 'art. 1780', 'art. 366', 'art. 335', 'art. 1780', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

GERONIMADOS: dicembre 2011
Ascensore troppo rumoroso – crea rumori molesti che devono essere eliminati. Il condominio ne risponde.
Corte di Cassazione Sez. Sesta Civ. - Sent. del 14.012.2011, n. 26898
A seguito di ricorso proposta da O.I nei confronti del Condominio (…), ad oggetto della sentenza n. 1753 della Corte d’Appello di Torino del 4/29-12-2009, il consigliere designato per l’esame preliminare depositava la relazione ex art. 380 bis C.p.c. del 7.6.11, che di seguito si trascrive.
Il relatore, letti gli atti relativi al ricorso di cui sopra, premesso che con la sentenza impugnata la corte torinese, in totale riforma della decisione di primo grado, che aveva accolto la domanda ex art. 844 c.c. della condomina O. condannando il condominio all’esecuzione di lavori diretti a contenere la rumorosità dell’impianto dell’ ascensore ed al risarcimento dei danni, ha invece rigettato la domanda stessa, ritenendo alla fattispecie non direttamente applicabili i criteri fissati dalle norme contenute nei D.P.C.M. del 14.11.97 e del 5.12.1997, e nel contempo, pur assumendo quale parametro comparativo il livello di rumorosità massima fissato nel secondo dei suddetti decreti, ha tuttavia escluso la sussistenza in concreto dell’intollerabilità dei rumori prodotti dal suddetto impianto, segnatamente nelle fasi di apertura e chiusura delle porte e nelle ore notturne;
ritenuto che il ricorso deduce nell’unico motivo “violazione dell’art. 844 c.c., insufficienza e/o contraddittorietà della motivazione, ove risulti provato il perfezionamento della relativa notificazione, sia da accogliere per palese fondatezza, poiché la corte di merito, pur avendo dato atto, come aveva fatto il primo giudice sulla scorta degli accertamenti tecnici compiuti, che il livello di rumorosità, misurato secondo i criteri tecnici fissati dalla citata recente normativa per i nuovi impianti, superava i limiti di accettabilità, da una parte ha ritenuto tali norme non direttamente applicabili alla controversia, in quanto sopravvenute alla
costruzione del fabbricato ed all’installazione dell’ascensore, e dall’ altra, convenendo di dover comunque assumere quali parametri valutativi ai fini della tollerabilità i livelli in esse contenuti, ha tuttavia concluso che il superamento di “soli 0,8 Db (A)” di quello massimo fissato nel secondo dei sopra citati D.P.C.M, non fosse di per sé sufficiente ad integrare l’intollerabilità dei rumori lamentati, anche in considerazione delle circostanze che gli stessi erano discontinui e rari in periodo notturno, che l’attrice era risultata essere un soggetto particolarmente sensibile ai rumori ed avrebbe dovuto valutare, all’epoca dell’acquisto dell’appartamento, le condizioni acustiche dell’impianto e delle mura dell’immobile; ritenuto che tali argomentazioni si pongono in palese contrasto con i principi, ormai costanti nella giurisprudenza di questa Corte, secondo cui il contenimento delle emissioni di qualsiasi genere, entro i livelli massimi fissati dalle normative di tutela ambientale e nell’interesse della collettività, non costituisce circostanza sufficiente ad escludere in concreto l’intollerabilità delle correlative immissioni ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 844 c.c. mentre, per converso, il superamento i detti livelli, da assumersi quali criteri minimali di partenza ai fini del giudizio di tollerabilità o meno, deve ritenersi senz’altro illecito (tra le altre v.Cass. nn. 939/Il,5564/10,14186/06); considerato pertanto che la diretta ed immediata esposizione, in ragione della vicinanza alle fonti di emissione acustica ove queste siano superiori a quelle normativamente fissate a tutela indifferenziata della collettività giustifica in ogni caso il vicino a chiedere la tutela inibitoria e
risarcitoria; rilevato che, nel caso di specie, il giudice di merito, pur avendo dato atto che l’impianto de quo continuava a funzionare producendo rumori che, seppure alla stregua di normativa sopravvenuta alla costruzione dell’immobile e dell’impianto, erano da presumersi nocivi per la salute umana, alla cui salvaguardia dette norme sono essenzialmente finalizzate e la cui tutela, costituzionalmente garantita, costituisce comunque criterio direttivo preminente nel bilanciamento, ai fini dell’art. 844 c.c. degli opposti interessi (v.Cass. nn.5564/10,811/06);
sicché non poteva costringesi la odierna ricorrente, sol perché “particolarmente sensibile “, a continuare a tollerare immissioni che, seppur discontinue, erano da presumersi dannose (si pensi alle conseguenze di improvvisi risvegli notturni, anche per persone in normali condizioni di salute psico-fisica;
considerato, infine, che la circostanza secondo cui la ricorrente si sarebbe opposta a
composizioni della controversia, comportanti lavori di insonorizzazione delle pareti dei muri prossimi all’impianto, non sia di per sé sufficiente e far ritenere insussistente la responsabilità ex art. 844 c.c., quanto meno ante causam, del condominio tanto più che non è chiaro se ed in quale misura dette opere avrebbero riguardato strutture condominiali e/o di proprietà della ricorrente, potendo al più rilevare ai fini di un’ eventuale attenuazione, ex art. 1227 c.c., della
responsabilità risarcitoria; sulla scorta delle suesposte considerazioni, il relatore propone l’accoglimento del ricorso e la conseguente cassazione con rinvio della sentenza impugnata. Tanto premesso, il collegio, vista la memoria adesiva di parte ricorrente e dato atto della documentata regolare instaurazione del contraddittorio;
sentito in camera di consiglio il difensore del resistente condominio, costituitosi con procura autenticata; viste le conclusioni del P.G. conformi alla relazione;
ritenuto di condividere integralmente le ragioni della proposta del relatore, cui non sono state opposte convincenti argomentazioni dalla difesa del resistente;
considerato, in particolare, che i limiti normativi di rumorosità da osservarsi nella costruzioni degli impianti di ascensore, ancorché sopravvenuti alla realizzazione dell’edificio ed alla installazione dell’ascensore, in quanto evidentemente finalizzati a contenere l’impatto acustico nell’ambito di ambienti circoscritti (quali i fabbricati condominiali), a salvaguardia del diritto alla salute delle persone direttamente esposte alle emissioni in questione, ben possono essere
assunti quali obiettivi parametri, ai fini del giudizio ex art. 844 c.c. di tollerabilità delle immissioni, valutazione che va compiuta all’attualità;
richiamate e ribadite, per il resto, le argomentazioni esposte nella relazione ne recepisce la proposta conclusiva e rimette al merito il regolamento delle spese del presente giudizio.
La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese del presente giudizio ad altra sezione della Corte d’Appello di Torino.
Depositata in Cancelleria il 14.12.2011
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I SEI MESI PER LA RICHIESTA DELL'EQUO INDENNIZZO DECORRONO DAL MOMENTO IN CUI SI HA CONTEZZA DELLA CORRELAZIONE DELLA MALATTIA
Cassazione Lavoro Civile del 18.10.2011 n. 21481
sul ricorso 11824/2007 proposto da:
VI. CR. , elettivamente domiciliata in ROMA, VIA GIACOMO BONI 15, presso lo studio dell'avvocato SAMBATARO ELENA, rappresentata e difesa dall'avvocato LENTINI Giovanni, giusta delega in atti;
Alfa (Omissis) - (Omissis), in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA BAZZONI 3, presso lo studio dell'avvocato PAOLETTI FABRIZIO, rappresentata e difesa dall'avvocato RUBINO Girolamo, giusta delega in atti;
avverso la sentenza n. 1614/2006 della CORTE D'APPELLO di PALERMO, depositata il 29/01/2007 r.g.n. 1614/04;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 19/09/2011 dal Consigliere Dott. ANTONIO MANNA;
udito l'Avvocato FABRIZIO PAOLETTI per delega GIROLAMO RUBINO;
udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. BASILE Tommaso, che ha concluso per l'inammissibilità o in subordine il rigetto.
Con sentenza 21.12.06 - 29.1.07 la Corte d'Appello di Palermo rigettava l'appello proposto da Vi.Cr. contro la pronuncia n. 440/04 con cui il Tribunale di Trapani ne aveva rigettato la domanda intesa ad ottenere dalla Alfa (Omissis), alle cui dipendenze lavorava, il pagamento dell'equo indennizzo conseguente alle lesioni da infortunio sul lavoro occorsole il (Omissis).
I giudici del merito ritenevano la lavoratrice decaduta dal diritto all'equo indennizzo, avendo presentato la relativa domanda solo l'8.3.2000, pur avendo avuto fin dal (Omissis) contezza della lesione del menisco mediale con sofferenza cartilaginea femoro-rotulea - e dei relativi possibili postumi - per cui aveva chiesto il riconoscimento della causa di servizio.
Per la cassazione di tale sentenza ricorre la Vi. affidandosi ad un unico articolato motivo.
Resiste con controricorso l'Alfa (Omissis).
1 - Con unico articolato motivo la ricorrente deduce erronea applicazione del Decreto del Presidente della Repubblica n. 686 del 1957, articolo 36 e difetto di motivazione circa il momento identificativo della consapevolezza dell'infermità da parte della lavoratrice, per avere l'impugnata sentenza fatto decorrere il dies a quo del termine semestrale per la presentazione della domanda di equo indennizzo dal (Omissis), data in cui, a seguito di esame radiografico, alla Vi. era stata diagnosticata come conseguenza dell'infortunio una lesione del menisco mediale e una sofferenza cartilaginea femoro-rotulea. Obietta, invece, la ricorrente che solo all'esito dell'intervento chirurgico in artroscopia, effettuato il (Omissis), ella aveva avuto piena contezza dell'effettiva natura, consistenza e rilevanza invalidante della lesione, mentre prima di allora non poteva che averne una generica consapevolezza, anche perchè i certificati medici inizialmente rilasciatile avevano escluso quei postumi invalidanti emersi, invece, all'esito dell'intervento chirurgico: su cio' la Corte d'Appello non aveva motivato, malgrado specifica doglianza formulata sul punto.
All'epoca dell'infortunio per cui è causa ((Omissis)) era vigente il Decreto del Presidente della Repubblica 20 aprile 1994, n. 349 (e non più l'abrogato Decreto del Presidente della Repubblica n. 686 del 1957, articolo 36), che all'articolo 3, comma 1, prevedeva quanto segue: "L'impiegato civile che abbia contratto infermità o subito lesioni, per farne accertare l'eventuale dipendenza da causa di servizio deve, entro sei mesi dalla data in cui si è verificato l'evento dannoso o da quella in cui ha avuto conoscenza dell'infermità o della lesione, presentare domanda scritta all'amministrazione dalla quale direttamente dipende, indicando specificamente la natura dell'infermità o lesione, i fatti di servizio che vi hanno concorso e, ove possibile, le conseguenze sull'integrità fisica. Il dipendente puo' allegare alla domanda ogni documento che reputi utile".
Attualmente, abrogato il Decreto del Presidente della Repubblica 20 aprile 1994, n. 349, è in vigore il Decreto Legislativo n. 461 del 2001, che al comma 6 dell'articolo 2 stabilisce che il termine semestrale per presentare la domanda di equo indennizzo decorre "da quando si è verificata la menomazione in conseguenza dell'infermità o lesione già riconosciuta dipendente da causa di servizio".
Dovendosi applicare ratione temporis la norma vigente al momento dell'evento che costituisce potenziale titolo dell'equo indennizzo rivendicato dalla ricorrente, deve concludersi che la conoscenza dell'infermità o della lesione presuppone la consapevolezza solo della sua natura (... indicando specificamente la natura dell'infermità o lesione ...) e non anche dell'esatta esistenza o meno di postumi, prova ne sia che la loro indicazione nella richiesta è prevista solo come eventuale (...e, ove possibile, le conseguenze sull'integrità fisica ...).
In altre parole, avere "... conoscenza dell'infermità o della lesione ..." e della relativa natura è cosa diversa dall'esatta specificazione e quantificazione degli esiti invalidanti (per altro, nel caso in esame proprio il rilievo che la ricorrente si sia sottoposta all'intervento operatorio del (Omissis) dimostra che ella già previamente sapeva anche dell'esistenza di postumi tali da dover essere trattati chirurgicamente, sebbene non delle loro implicazioni ultime).
A maggior ragione ai fini del decorso del termine de quo non è necessaria la consapevolezza dell'irreversibilità o meno dei postumi, che dipende dal progresso della ricerca medico-scientifica e delle relative applicazioni, vale a dire da fattori imprevedibili e destinati ad un continuo evolversi futuro.
Pertanto, va ribadito l'orientamento già espresso da questa S.C. (cfr. sentenza 22.6.09 n. 14584), che in tema di equo indennizzo per i pubblici dipendenti ha statuito che il termine semestrale per la proposizione della domanda comincia a decorrere dal momento in cui il danno conseguente alla lesione dell'integrità fisica o psichica appare, in base ad indici oggettivi, conoscibile dall'interessato alla luce delle nozioni comuni dell'uomo medio, senza che tale condizione equivalga ad una conoscenza dell'esatta situazione clinica che, potendosi protrarre a tempo indeterminato a cagione della naturale evoluzione (in senso peggiorativo od evolutivo) dei postumi, finirebbe con il vanificare sostanzialmente il termine di decadenza, con conseguente menomazione del diritto di difesa, anche in giudizio, del debitore.
Per il resto, non si ravvisa neppure il lamentato vizio di motivazione, noto essendo - per costante giurisprudenza di questa Corte Suprema, da cui non si ravvisa motivo alcuno di discostarsi - che il vizio di omessa o insufficiente motivazione, deducibile in sede di legittimità ex articolo 360 c.p.c., n. 5, sussiste solo se nel ragionamento del giudice di merito, quale risulta dalla sentenza, sia riscontrabile il mancato o deficiente esame di un punto (ora, dopo la novella di cui al Decreto Legislativo n. 40 del 2006, di un "fatto") decisivo della controversia, potendosi in sede di legittimità solo controllare, sotto il profilo logico-formale e della correttezza giuridica, l'esame e la valutazione fatta dal giudice del merito, soltanto al quale spetta individuare le fonti del proprio convincimento e, all'uopo, valutarne le prove, controllarne l'attendibilità e la concludenza e scegliere, tra le risultanze probatorie, quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione (cfr., ex aliis, Cass. S.U. 11.6.98 n. 5802 e innumerevoli successive pronunce conformi).
Nel caso di specie, al contrario, non è che la Corte territoriale non abbia motivato sul fatto che i postumi invalidanti erano emersi solo a seguito dell'intervento chirurgico del (Omissis), è che i giudici del gravame hanno, con motivazione immune da vizi logico-giuridici e quindi incensurabile in questa sede, diversamente individuato l'epoca ((Omissis)) in cui la ricorrente ha avuto contezza della lesione del menisco mediale, correttamente poi ritenendo, in punto di diritto, l'irrilevanza della successiva consapevolezza dei postumi invalidanti.
3 - In conclusione, il ricorso è da rigettarsi. Nulla spese.
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SANITA' - MANSIONI SUPERIORI - DEVONO ESSERE RETRIBUITE
Consiglio di Stato n. 5831/2011, sez. III del 31/10/2011
1. Con delibera n. 1444 del 9 dicembre 1997, il Direttore Generale dell’A.S.L. di Locri ha preso alcuni provvedimenti concernenti l’ufficio legale interno dell’ente, al dichiarato fine di assicurarne la funzionalità per evitare o comunque contenere il dispendioso ricorso all’opera di liberi professionisti esterni.
Fra le misure adottate vi era quella di adibire all’ufficio legale l’attuale appellante. Quest’ultimo era già in servizio di ruolo presso l’ente con qualifica amministrativa (settimo livello) ma era in possesso del titolo di procuratore legale ed iscritto all’albo degli avvocati e procuratori di Locri.
In particolare, all’interessato veniva conferito (o meglio conservato) l’incarico (non la titolarità) del posto di “procuratore legale”, esistente in organico e vacante. La delibera aggiungeva che «detto incarico riveste carattere di eccezionalità e può essere in qualsiasi momento revocato».
Inoltre veniva dato atto che all’interessato – inquadrato, come si è detto, nel settimo livello quale funzionario amministrativo – spettava il miglior trattamento inerente alla posizione funzionale conferitagli per incarico; il livello di quest’ultima veniva individuato nell’ottavo.
Conclusivamente, il Direttore Generale deliberava di «corrispondere a decorrenza dal 1° gennaio 1997 al dr. G. per tali mansioni la differenza tabellare nascente tra la retribuzione del settimo livello, già percepita, e quella dell’ottavo livello per le mansioni attribuite».
2. L’interessato ha impugnato detta delibera davanti al T.A.R. Calabria, deducendone la erroneità nella parte in cui individua nell’ottavo il livello pertinente all’incarico conferito, laddove a suo dire si doveva riconoscere un livello superiore, nono o decimo, o addirittura la qualifica dirigenziale.
3. Con la seconda parte del ricorso di primo grado l’interessato proponeva pretese analoghe con riferimento a periodi di varia durata, nell’arco fra il 1986 e il 1997, durante i quali aveva ugualmente assolto l’incarico di “procuratore legale” presso l’ufficio legale, mantenendo il suo formale inquadramento in una qualifica amministrativa di livello inferiore.
4. Il Tribunale amministrativo regionale della Calabria ha respinto il ricorso – in assenza della controparte non costituita – con una motivazione interamente centrata sul principio per cui nell’àmbito del pubblico impiego non comporta alcun diritto (di ordine giuridico ovvero economico) l’esercizio di fatto di mansioni superiori a quelle della qualifica di formale appartenenza dell’impiegato.
5. L’interessato propone ora appello davanti a questo Consiglio. Si è costituita, per resistere all’appello, l’Azienda U.S.L. n. 9 di Locri.
6. Il Collegio osserva che la sentenza di primo grado appare basata su una motivazione astrattamente condivisibile ma non pertinente alla fattispecie.
Ed invero, il principio generale della irrilevanza dell’esercizio di fatto delle mansioni superiori, valido nell’àmbito del pubblico impiego, si configura diversamente con riguardo ai dipendenti degli enti del servizio sanitario nazionale, vale a dire del personale il cui stato giuridico è regolato dal d.lgs. n. 761/1979 (e successive modifiche).
In questo settore la materia dell’esercizio delle mansioni superiori è regolata dall’art. 29 del suddetto decreto. Il comma secondo dispone: «In caso di esigenze di servizio il dipendente può eccezionalmente essere adibito a mansioni superiori. L'assegnazione temporanea, che non può comunque eccedere i sessanta giorni nell'anno solare, non dà diritto a variazioni del trattamento economico.».
Questa disposizione viene intesa nel senso che qualora l’assegnazione alle mansioni superiori ecceda la durata di sessanta giorni nell’anno solare, per il periodo eccedente all’interessato spetta il relativo trattamento economico, e dunque le differenze stipendiali (ma, beninteso, non l’inquadramento nella qualifica superiore). Si tratta di una interpretazione forse discutibile, ma da gran lunga consolidata, originando dalla sentenza della Corte costituzionale n. 296/1990 (cfr. Cons. Stato, n. 3313/2010; sez. V n. 803/1990; etc.).
In questa luce, la sentenza appellata dev’essere senz’altro riformata.
7. Resta la necessità di verificare sotto ogni altro profilo la fondatezza delle pretese dell’appellante.
7.1. In primo luogo si osserva che qualora le domande dell’interessato si debbano intendere rivolte ad ottenere non solo le differenze stipendiali ma (anche) il formale e definitivo inquadramento giuridico nella qualifica superiore, siffatte domande sarebbero manifestamente infondate, in quanto il conferimento plenoiure della titolarità di un determinato posto in organico presuppone lo svolgimento di un concorso – o altrimenti l’applicazione di specifiche norme concernenti la progressione in carriera, le quali in questo caso non sussistono o comunque non vengono invocate.
7.2. Quanto invece alle differenze stipendiali, secondo la giurisprudenza consolidata, le condizioni per la loro spettanza sono le seguenti:
(a) che le mansioni superiori siano state realmente esercitate;
(b) che esse siano state conferite con un formale atto d’incarico;
(c) che tale incarico sia correlato ad un posto esistente in organico e attualmente vacante;
(d) che non si tratti di una forma di supplenza che rientri tra gli ordinari compiti della propria posizione funzionale.
8. Nel caso in esame, tuttavia, la presenza delle suddette condizioni è accertata e attestata dalla stessa delibera n. 1444 del 9 dicembre 1997.
Tale delibera non solo conferisce esplicitamente all’interessato un apposito incarico, ma altresì dà atto della vacanza del relativo posto, e riconosce ancora che le mansioni derivanti dall’incarico corrispondono ad un livello funzionale e retributivo (l’ottavo) superiore a quello nel quale l’interessato era formalmente inquadrato (il settimo). Coerentemente, al terzo punto del dispositivo, ordina di «corrispondere a decorrenza dall’1.1.1997 al dr. G. per tali mansioni la differenza tabellare nascente tra la retribuzione del settimo livello, già percepita, e quella dell’ottavo livello per le mansioni attribuite».
9. Come si vede, quanto meno a decorrere dal 1° gennaio 1997, la spettanza delle differenze stipendiali è riconosciuta de plano dallo stesso atto impugnato; il che rende manifesto che la tematica svolta nella sentenza di primo grado e riproposta in secondo grado dalle difese dell’A.S.L. è del tutto estranea alla materia del contendere.
In effetti, il ricorso dell’interessato – per la parte che si riferisce alla delibera del 9 dicembre 1997 ed ai suoi effetti – tende non già ad affermare il diritto alle differenze stipendiali (pacificamente riconosciuto nell’atto impugnato) bensì a denunciare che detta delibera è caduta in errore nel momento in cui ha fatto riferimento all’ottavo livello funzionale e retributivo invece che al nono o decimo.
10. Al riguardo, va premesso che la pianta organica dell’ente prevedeva, fra l’altro, un posto di “procuratore legale” nel ruolo professionale, e che questo appunto è il posto affidato all’appellante, per incarico temporaneo (su questi aspetti di fatto la difesa dell’A.S.L. nulla oppone alle affermazioni del ricorrente)
Ora, come dedotto dal ricorrente, il d.P.R. n. 384/1990 (concernente il trattamento economico del personale delle U.S.L.) all’art. 39 ed alla correlata tabella dell’allegato 1 ascrive il profilo professionale di “procuratore legale” al nono livello; quello di “avvocato” al decimo; e quello di “avvocato coordinatore” all’undicesimo (il procuratore legale era invece ascritto all’ottavo livello dal d.P.R. n. 347/1983).
Pertanto, se è vero che con la delibera del 9 dicembre 1997 l’ente ha inteso conferire all’interessato il posto vacante di “procuratore legale”, riconoscendogli altresì le inerenti differenze stipendiali, ne consegue che queste ultime dovevano essere parametrate al trattamento proprio del profilo professionale di “procuratore legale”.
Riguardo alla possibilità di applicare l’art. 29, nella parte ora in discorso, con riferimento non solo al livello immediatamente superiore a quello di appartenenza, ma (se del caso) anche ad un livello ulteriormente superiore, si veda Cass, sez. lavoro, 25 ottobre 2004, n. 20692, In questo senso il ricorso dell’interessato va accolto nel senso che al ricorrente spetta, per effetto dell’applicazione dell’art. 29 e con i limiti cronologici da esso previsti (periodo eccedente i sessanta giorni per anno solare), il trattamento proprio del profilo professionale di “procuratore legale”, ossia quello della qualifica iniziale del ruolo professionale, nono livello del d.P.R. n. 384/1990.
Vedrà l’ente, in sede di esecuzione della presente sentenza (e salvo verifica in sede di un eventuale ricorso per ottemperanza), se nell’evoluzione della normativa susseguente al citato d.P.R. n. 384/1990, il trattamento inerente al profilo professionale di “procuratore legale” (qualifica iniziale del ruolo professionale) sia stato correlato ad un livello ancora superiore.
11. Non va accolta, invece, la pretesa dell’interessato di ottenere il trattamento inerente ad un profilo professionale superiore a quello iniziale di “procuratore legale” (vale a dire “avvocato” ovvero “avvocato coordinatore”).
Ed invero, posto che uno dei presupposti della spettanza del miglior trattamento economico è che l’incarico sia stato conferito con atto formale, ne consegue che il trattamento non può essere parametrato che alla qualifica indicata nell’atto formale medesimo: che nella specie è quella di “procuratore legale” (nono livello del d.P.R. n. 384/1990).
Non rileva in contrario che nella delibera n. 1444 si affermi, fra l’altro, che il posto vacante è quello recentemente lasciato libero dal pensionamento dell’avv. Figliomeni; lo stesso ricorrente, infatti afferma che l’organico dell’ufficio legale prevedeva solo due posti con qualifica professionale, uno di “procuratore legale” e uno di avvocato dirigente e coordinatore, quest’ultimo attribuito all’avv. Antonio D’Agostino. Ne consegue che l’incarico conferito all’attuale appellante non poteva riguardare altro posto che quello di “procuratore legale”.
12. Si passa ora all’esame delle domande concernenti il periodo anteriore a quello considerato nella delibera n. 1444 del 1997.
Anche a questo proposito si deve osservare che le numerose affermazioni di fatto contenute negli scritti del ricorrente (ad es.: riguardo alla costituzione e strutturazione dell’ufficio legale con delibera n. 97 del 4 giugno 1987; all’esistenza di un posto vacante di “procuratore legale” affidato con incarichi formali all’interessato; etc.) non risultano in alcun modo contraddette o contestate dalla difesa dell’ente. Del resto esse trovano riscontro nella documentazione prodotta.
Pertanto si può ritenere incontroverso che a partire dalla delibera n. 97 sia formalmente esistente nella struttura organica dell’ente l’ufficio legale dotato, fra l’altro, di un posto di “procuratore legale”; e che l’attuale appellante sia stato formalmente incaricato di svolgere di tempo in tempo (e precisamente per i periodi da lui indicati) le mansioni inerenti alla suddetta qualifica professionale.
13. Se questo è vero, ne consegue che anche per i periodi anteriori alla delibera n. 1444/1997 valgono i princìpi sopra enunciati riguardo alla spettanza del miglior trattamento economico nei limiti desumibili dalla interpretazione consolidata dell’art. 29, d.lgs. n. 761/1969 (anche con riferimento ai periodi eccedenti i sessanta giorni in ciascun anno solare).
Si è, infatti, in presenza di incarichi formali su posto esistente e vacante, concernenti mansioni di tipo professionale chiaramente eccedenti la qualifica di funzionario amministrativo rivestita dall’interessato.
Su questo punto la sentenza appellata – secondo la quale l’ente non avrebbe fatto altro che esercitare il suo potere di organizzazione utilizzando il dipendente nell’àmbito dei compiti inerenti alla qualifica rivestita - appare quanto meno inesatta, in quanto i provvedimenti in questione sono motivati con esplicito riferimento all’opportunità di utilizzare l’interessato in mansioni pertinenti alla sua abilitazione professionale ed all’iscrizione al relativo albo dei professionisti legali, e dunque in nessun modo riconducibili alle sue mansioni di funzionario amministrativo.
14. Conviene precisare che in coerenza con i princìpi sopra esposti la spettanza dell’indennità non può comunque riguardare il periodo antecedente alla delibera n. 97 del 4 giugno 1987. Fino a quel momento, infatti, non risultava formalmente istituito e organizzato l’ufficio legale dell’ente e pertanto non si poteva dire che l’incarico fosse correlato ad un posto esistente in pianta organica e vacante.
15. Sulle somme dovute saranno calcolati altresì interessi e rivalutazione, nei limiti consentiti dal combinato disposto dell’art. 16, comma 6, della legge n. 412/1991 e dell’art. 22, comma 36, della legge n. 724/1994.
16. In conclusione, in riforma della sentenza appellata il ricorso di primo grado va accolto nei sensi e nei limiti di cui in motivazione.
Gli adempimenti dovuti faranno carico all’Azienda Sanitaria n. 9 di Locri, anche quale ente subentrato ai sensi della legge regionale n. 8/2003, art. 22, alla Gestione liquidatoria della soppressa U.S.L. n. 28, pure di Locri.
17. Le spese dei due gradi seguiranno la soccombenza.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Terza) accoglie l’appello e in riforma della sentenza appellata accoglie il ricorso di primo grado nei sensi e nei limiti di cui in motivazione.
Condanna l’Azienda Sanitaria n. 9 con sede in Locri al pagamento, in favore del ricorrente, delle spese legali dei due gradi che liquida complessivamente in Euro 4.000 oltre agli accessori di legge . Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
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Etichette: Mansioni superiori - retribuzione
FURTO DELL'AUTO DALL' OFFICINA O DALL' AUTOLAVAGGIO
Corte di Cassazione Sez. Terza Civ. - Ord. del 11.11.2011, n. 23698
“1.- Con sentenza n. 107(2009, depositata il 4 marzo 2009, la Corte d’Appello di Perugia - in riforma della sentenza emessa in primo grado dal Tribunale di Terni - ha condannato la s.a.s. C. di M.C. & c., che gestiva una stazione di servizio IP, a pagare a C.B. la somma di € 20.000,00 oltre rivalutazione monetaria, in risarcimento dei danni subiti dalla stessa a causa del furto della sua autovettura Mercedes Benz, mentre si trovava presso la stazione di servizio per il lavaggio.
la sentenza, premesso che è incerto se il furto sia avvenuto dopo il lavaggio mentre l’auto era parcheggiata sul piazzare, in attesa che la proprietaria venisse a ritirarla (secondo l’originaria versione della convenuta), oppure durante le operazioni di asciugatura, allorché un estraneo si era inserito all’improvviso nell’automobile e l’aveva avviata, forzando ogni tentativo del personale di bloccarlo (secondo altra e successiva versione dei fatti), ha ravvisato la negligenza del personale nel fatto di avere lasciato le chiavi di avviamento dell’automobile inserite nel cruscotto, senza che fosse richiesto dalle esigenze del lavoro da eseguire.
La C. propone due motivi di ricorso per cassazione.
Resiste l’intimata con controricorso, proponendo a sua volta un motivo di ricorso incidentale.
2.- Con il primo motivo la ricorrente principale assume che la Corte d’appello ha erroneamente fondato il giudizio sulla responsabilità per custodia di cui all’art. 1780 cod. civ., norma che sarebbe applicabile solo ai contratti di deposito e assimilati, ove la custodia costituisce oggetto della prestazione principale, e non nei casi in cui la custodia costituisca obbligazione accessoria ad altra prestazione, nei quali il criterio di imputazione della responsabilità dovrebbe essere quello di cui all’art. 1176 cod. civ., cioè la violazione dei principi dell’ordinaria diligenza.
2.1.- Il motivo è inammissibile perché sia le argomentazioni difensive, sia il quesito formulato ai sensi dell’art. 366 bis cod. proc. civ., non sono congruenti con le ragioni della decisione e non valgono - per la loro genericità e astrattezza - a giustificare l’annullamento della sentenza impugnata.
La Corte di appello ha emesso la condanna non per avere ritenuto applicabile l’art. 1789 anziché l’art. 1176 cod. civ., ma perché ha ritenuto che in ogni caso la ricorrente sia da ritenere responsabile per negligenza, per avere lasciato le chiavi inserite nel cruscotto, lasciando così aperta la vettura, sì che chiunque vi si potesse introdurre, mettendola in moto, com’è in effetti avvenuto.
Né la ricorrente spiega nell’illustrazione del motivo - men che mai sintetizza nel quesito - per quali ragioni l’applicazione dell’una anziché dell’altra norma avrebbe in concreto consentito di assolverla da responsabilità.3.- Il secondo motivo, con cui la ricorrente lamenta ancora violazione dell’art. 1780 cod. civ. e vizi di motivazione, è inammissibile ai sensi dell’art. 366 bis cod. proc. civ., per l’inidoneità del quesito di diritto, che risulta generico e astratto, in quanto non menziona la fattispecie oggetto di esame e demanda alla Corte di cassazione non la soluzione di un problema giuridico o l’accertamento dei vizi della motivazione, bensì una valutazione di merito, inammissibile in sede di legittimità: cioè se l’evento occorso “tenuto contro della scaltrezza e della violenza usata dall’ignoto ladro non rientri nell’alveo del caso fortuito idoneo ad escludere la responsabilità del preposto per essersi il fatto verificato per fatto a lui non imputabile” (cfr., sulle modalità di formulazione dei quesiti, Cass. Civ. S.U. 5 gennaio 2007 n. 36 e 11 marzo 2008, n. 5420; Cass. Civ. sez. III, 30 settembre 2008 n. 24339 e 9 maggio 2008 n. 11535, fra le tante).
4.- L’unico motivo del ricorso incidentale, con cui la B. lamenta che la Corte di appello abbia omesso di attribuirle gli interessi legali sulla somma liquidata in risarcimento, è fondato e va accolto.
In tema di risarcimento del danno la domanda di corresponsione degli interessi legali, in aggiunta alla rivalutazione monetaria, è da ritenere compresa nella domanda di risarcimento integrale del danno, anche a prescindere da specifica domanda (cfr. da ultimo Cass. Civ. Sez. 3, 28 aprile 2010 n. 10193).
4.- Propongo che si proceda in Camera di consiglio, previa riunione dei due ricorsi, al rigetto del ricorso principale ed all’accoglimento del ricorso incidentale.
- La s.a.s. C. ha depositato memoria.
1.- Il collegio dispone preliminarmente la riunione dei due ricorsi (art. 335 cod. proc. civ.).
Nel merito condivide la soluzione e gli argomenti esposti nella relazione, che le argomentazioni difensive contenute nella memoria della ricorrente non valgono a disattendere.
La Corte di appello ha affermato che il ricorrente ha tenuto un comportamento negligente, in quanto ha lasciato le chiavi inserite nel cruscotto dell’autovettura e l’automobile aperta e accessibile da chiunque: argomentazione che è di per sé sufficiente a giustificare la decisione e che è fra l’altro conforme alla giurisprudenza di questa Corte relativa a casi analoghi (cfr. Cass. Civ. Sez. 3, 10 dicembre 1996 n. 10986).
La questione teorica prospettata dal ricorrente, circa l’inapplicabilità dell’art. 1780 cod. civ. è ultronea ed irrilevante, in quanto non consentirebbe, di per sé sola, di giustificare l’annullamento della sentenza impugnata.
Quanto all’asserito, omesso esame della questione relativa alla sussistenza del caso fortuito, idoneo ad escludere il nesso causale, nel momento in cui la Corte di appello ha motivato il suo giudizio di negligenza a carico della ricorrente ha implicitamente ma inequivocabilmente escluso la configurabilità del fortuito; sicché le censure di omessa pronuncia sul punto risultano manifestamente infondate.
E’ appena il caso di ricordare, infine, che le valutazioni relative alla sussistenza della colpa o del caso fortuito attengono al merito della vertenza ed in quanto tali non sono suscettibili di riesame in sede di legittimità se non sotto il profilo dei vizi di motivazione: vizi che nella specie non sono stati né dedotti né dimostrati.
Anche il quesito formulato sul punto demanda alla Corte di cassazione non l’affermazione di un principio di diritto, ma l’accertamento di un fatto (”…se, date le condizioni oggettive in cui si è verificato il furto,… l’evento non rientri nell’alveo del caso fortuito idoneo ad escludere la responsabilità….”).
Il ricorso principale deve essere dichiarato inammissibile.
In accoglimento del ricorso incidentale, la sentenza impugnata deve essere cassata, limitatamente alla parte in cui ha omesso di attribuire ala danneggiata gli interessi legali sulla somma liquidata in risarcimento dei danni, con rinvio della causa alla Corte di appello di Perugia, in diversa composizione, affinché decida la controversia uniformandosi al principio di diritto di cui al punto 4 della relazione (parte in corsivo), accertando altresì da qual data gli interessi debbano farsi decorrere.
Rigetta il ricorso principale e accoglie il ricorso incidentale.
Cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia la causa alla Corte di appello di Perugia, in diversa composizione, che deciderà anche sulle spese del giudizio di cassazione.
Depositata in Cancelleria il 11.11.2011
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