Source: http://crocevia-adhoc.blogspot.it/2012_08_01_archive.html
Timestamp: 2013-05-21 12:25:21+00:00
Document Index: 92718380

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza\n', 'sentenza ']

crocevia: agosto 2012
Assuntina Morresi, Il Sussidiario E ora tocca al tecnico Monti occuparsi di embrioni -
Impossibile tenere fuori dall’agenda politica i cosiddetti “temi eticamente sensibili”:
sarebbe come non volersi occupare di globalizzazione, o rifiutarsi di parlare
di problematiche ambientali, e pretendere comunque di governare il paese. La
biopolitica, piaccia o no, fa parte del nostro tempo, lo attraversa e lo
trasforma: giudicarne i fatti e stabilire o meno delle regole è inevitabile per
chiunque guidi un paese.
E quindi adesso spetterà
al governo Monti decidere se ricorrere o meno contro la Corte Europea dei
diritti dell’Uomo (Cedu) per difendere la legge 40 sulla
procreazione medicalmente assistita, e assumersene tutta la responsabilità
Le notizie riportate dai media sono note: una coppia italiana, fertile,
portatrice sana di una malattia genetica – la fibrosi cistica – vuole accedere
alle tecniche di fecondazione in vitro per poter selezionare gli embrioni sani
e trasferirli in utero, scartando quelli malati, per avere figli senza questa
Sono ricorsi alla Corte Europea perché la legge italiana consente l’accesso a
queste tecniche solo alle coppie infertili, vietandolo a chi può avere figli
per vie naturali. La
legge 40, infatti, è pensata per dare alle coppie sterili una possibilità in
più di avere figli, e non per consentire alle coppie in generale di scegliere i
propri figli, accettando quelli sani e scartando i malati. In prima istanza la Cedu ha accolto la
richiesta della coppia, parlando di “incoerenza” fra la leggi italiane,
precisamente fra la 40 e la 194 sull’aborto che, secondo la Corte Europea,
consentirebbe di abortire se il nascituro è malato di fibrosi cistica: secondo
i giudici europei la coppia italiana avrebbe diritto quindi all’accesso alle
tecniche di fecondazione assistita e alla diagnosi preimpianto, per scegliere
gli embrioni sani da trasferire in utero.
Ma i fatti non stanno esattamente in
questi termini, ed è bene fare chiarezza, nel metodo e nel merito, per capire
cosa è effettivamente in gioco.
Nel metodo: stiamo parlando di un pronunciamento di primo grado
della Cedu, che in molti casi (per esempio la recente sentenza sull’eterologa,
o anche quella sul crocefisso), è stata rovesciata nel pronunciamento finale
della Grande Chambre. Considerando la grande differenza nelle procedure seguite
dalla Cedu per le sentenza di prima istanza e per quelle definitive della
Grande Chambre, la prudenza è d’obbligo, e sarebbe bene aspettare la fine del
percorso giudiziario prima di trarre qualsiasi conclusione in merito.
D’altra parte, ci si può rivolgere alla
Corte Europea solo quando si sono esauriti tutti i gradi di giudizio nella
nazione in cui si risiede, ma in questo caso la coppia italiana non si è mai
rivolta ai nostri tribunali, il che dovrebbe rendere inammissibile il ricorso
stesso, in un eventuale appello. Perché la Grande Chambre intervenga è
però necessario che il governo Monti impugni questo pronunciamento di prima
istanza, chiedendo alla Cedu un grado successivo di giudizio: se entro i
prossimi tre mesi il governo non interverrà, il parere reso noto oggi sarà
definitivo, e l’Italia vi si dovrà adeguare.
Il governo tecnico, quindi, è chiamato
ad una decisione squisitamente politica che avrà un significato ben preciso, a
seconda che decida o meno di intervenire: una decisione alla quale, ovviamente,
è impossibile sottrarsi. Non ricorrere, per esempio, svelerebbe la volontà di
questo governo di cambiare la legge 40. Sarebbe poi interessante chiedere a chi,
come Pierferdinando Casini, ha teorizzato che i temi etici debbano essere
estranei al programma governativo, cosa avrebbe fatto in questo caso se fosse
stato a Palazzo Chigi alleato con il Pd:
il partito di Bersani condivide le posizioni espresse dalla Cedu e sicuramente,
se fosse stato al governo, non avrebbe presentato ricorso.
Nel merito, è bene chiarire che il paragone con la legge 194 che
regola l’aborto non regge. La
194, così come la 40, non è eugenetica, cioè non consente la selezione di
esseri umani in base a caratteristiche genetiche. Per la 194
non sono le eventuali malattie del nascituro di per sé a rendere lecito
l’aborto: in punta di diritto, si può abortire se da problemi di salute del
feto derivano gravi pericoli per la salute fisica o psichica della donna.
Non è differenza da poco: sapere che il
proprio figlio soffrirà di una malattia importante sicuramente genera enorme
dispiacere e grande sofferenza, che sono però – ovviamente - diversi dal “grave
pericolo per la salute” della donna.
E d’altra parte la stessa Cedu, nella
precedente sentenza sulla fecondazione eterologa, ha argomentato a favore del
margine di autonomia di ogni singolo stato, a riguardo:un eventuale ricorso italiano, quindi,
avrebbe molte possibilità di essere accolto, e di ribaltare la sentenza di
oggi. Aspettiamo fiduciosi le reazioni del governo. Articoli
A Strasburgo i diritti son
'disumani' - Cultura Cattolica
La sentenza di Strasburgo, se
confermata, imporrebbe l'eugenetica - Eugenia Roccella, Il
La Corte Europea boccia la
legge 40 e condanna l'Italia - Il Sussidiario
Corti di vedute -
Dall'Europa una sentenza
contro la ragione - Lorenza Violini, Il Sussidiario
Embrioni amati dall'Eternità -
Aldo Trento, Il Sussidiario
In sala operatoria ci sono tutti. Medici, specializzandi, infermieri: il
parto di due gemelle siamesi è una cosa rara, e allora ci sono anche gli studenti pronti a fare le foto. Poi c’è lui. Il
papà. Quindici anni, un teenager afro-americano, bandana a rete in testa e
jeans da rapper. Sul letto la fidanzatina, quindici anni anche lei, pronta per
il cesareo. Loro non hanno mai avuto dubbi: «Sono le nostre bambine». Che cosa
c’è da capire o decidere? Lo sanno fin dall’inizio che le figlie vivranno solo
pochi minuti: sono attaccate per il torace, hanno un cuore in due, e salvarle è
impossibile. Il parto inizia in un viavai di camici e recriminazioni. I più pensano che
questa cosa non andava fatta, «perché li segnerà per tutta la vita, dovevano
abortire, e basta. È assurdo», insistono, mugugnano fino all’ultimo. Fino a
quando Keela e Kayla non nascono. Abbracciate. Ottocento grammi l’una. Il papà
ragazzino chiede «posso prenderle? », e inizia a cullarle. Loro respirano
appena. «Sono qui, non abbiate paura. Papà è qui... ». Il silenzio riempie la
sala. Nessuno si muove più. Su qualche volto scendono le lacrime. «Stava accadendo una bellezza così potente che tutti in quella stanza siamo
cambiati. Abbiamo contemplato la bellezza del Mistero», dice Elvira. E in
questo c’è tutto ciò che serve per spiegare cosa sia il suo neonatal hospice. Un posto che custodisce quella bellezza, si china e la cura. Finché può,
per tutto il tempo della vita di un bambino. Che siano tre minuti o tre giorni,
poche ore, mesi. Elvira Parravicini è neonatologa alla Columbia University di New York. Al
prossimo Meeting di Rimini (dal titolo: La natura dell’uomo è
rapporto con l’infinito) racconterà del programma che ha fondato per
l’assistenza dei neonati affetti da sindromi letali. Nati già terminali. È il
primo così al mondo. Ovunque questi bambini, se vengono fatti nascere, nascono
per morire. Qui per vivere. «L’esistenza ha un inizio e ha una fine. E non li
stabiliamo noi. Ma nel mezzo facciamo tutto quello che è possibile perché la
loro vita sia bella». «Perché non vai in America?». Non è un reparto vero e
proprio. È una sala parto, speciale, che si prepara quando e come serve. Da
poco, l’ospedale ha finanziato anche una cameretta dove i genitori trascorrono
con il figlio il tempo che è dato. È un tempo affascinante. «Per tutti noi,
anche per gli infermieri, perché implica che ti butti lì umanamente», dice
Elvira: «Le tecniche non bastano». Il comfort care, cioè “la cura di
conforto”, per i neonati non ha un modello, non è teorizzato e lei non l’ha
studiato sui libri. Le chiedi dove l’ha imparato. Sorride: «Dalla mia mamma». Dice
che capire il bisogno dell’altro dipende da come lo guardi. «È uno sguardo,
quello che ho imparato. L’ho visto in mia madre e nella compagnia del
movimento». Non c’è un protocollo, ci sono solo quelli che lei chiama
“capisaldi”. «Rispondere ai bisogni primari di un bambino». Ovvero: essere
accolto, per cui stare con chi lo ama; non soffrire né fame né sete; stare al
caldo. «Queste cose gli danno un sollievo grandissimo». E nel modo in cui lo
dice c’è tutto il suo sguardo.
In nome di quei capisaldi saltano le regole della terapia intensiva. «Si fanno
cose che non si farebbero. Anche cose “pazze”. Ma si fanno, perché la cura è
personalissima. Dipende tutto dal bambino. Noi dipendiamo da lui». Ad una
neonata sono arrivati a fare un piccolo intervento. Per via delle briglie
amniotiche, è nata con testa e faccia stravolte: «Vedevi solo un buchino, ed
era la bocca, da cui doveva mangiare e respirare. Le abbiamo messo un tubicino
gastrico, per aiutarla. Così ha vissuto i suoi quattro mesi, ma respirando
bene». Tutte le decisioni si prendono con i genitori, «decidi la cura passo a
passo, proponi, ti confronti. Loro ti aiutano molto, perché chi decide per il comfort care ha tutto il focus sul bambino, non sul proprio dolore. Vuole servire la
storia particolare [il cristianesimo vissuto], che si racconta anche con
entusiasmo, è realmente universale, conviene realmente a tutti gli uomini e a
ognuno degli uomini? Ha la forza e la dignità culturale per paragonarsi con le
conquiste delle scienze naturali e sociali, che sembrano ridurla a un puro
sentimento soggettivo che si limita all’ambito del privato? Mi sono ricordato,
in merito, della canzone di Chieffo: “Ti diranno che tuo padre era un
personaggio strano, un poeta fallito, un illuso di un cristiano; ti diranno che
tua madre era una sentimentale, che pregava ancora Dio mentre si dovrebbe
urlare”. La storia che abbiamo narrato potrebbe essere - in fondo, in fondo -
nient’altro che poesia, un’illusione che ti consola, una specie di autoconvincimento
emotivo? Se negli anni 70 prevaleva il rifiuto del cristianesimo in nome di una
ribellione sociale e politica, oggi la sfida è diversa, forse più profonda. Non
c’è bisogno di eliminare la fede cristiana; si preferisce negare il suo
carattere universale; basta chiuderla nel ghetto delle opinioni soggettive, dei
sentimenti o delle convinzioni particolari, che si possono professare in
privato, sempre che non abbiano la pretesa di dire la verità circa l’uomo, il
mondo e Dio.
civile ha assistito attonito al caso di Rimsha Masih, la bambina disabile
pakistana di religione cristiana, che ha rischiato di essere bruciata viva
dalla folla inferocita, e che oggi si trova agli arresti presso un riformatorio
in attesa di giudizio. Il reato di cui è accusata questa undicenne affetta
dalla sindrome di Down è di aver stracciato alcune pagine di un manuale che
viene utilizzato per imparare a leggere il Corano, testo sacro della religione
islamica. Questo atto avrebbe violato la cosiddetta legge sulla blasfemia,
spesso strumentalmente utilizzata per colpire i cristiani in Pakistan, la
stessa legge contro cui si era battuto con coraggio il ministro martire Shahbaz
Bhatti – scelto come uomo dell’anno 2011 da CulturaCattolica.it – ucciso dal
cieco fanatismo islamico.
Questa ennesima vicenda di assurda intolleranza contro i cristiani rende ancora
più evidente il fatto che il cosiddetto islam moderato viva solo nelle buone
intenzioni di chi si illude irenicamente circa la possibilità di un dialogo con
il mondo musulmano. La drammatica realtà di ciò che accade nei Paesi in cui
l’islam determina concretamente la cultura del popolo dimostra, purtroppo,
esattamente il contrario. Quello che manca all’Islam, una cultura in cui ancora si lapidano le donne
adultere come nella Palestina di duemila anni fa, è Qualcuno che sappia
rivolgersi al cuore degli uomini e dire: «chi è senza peccato scagli la prima
pietra». In ogni caso, è difficile se non impossibile giustificare ciò che è accaduto
alla piccola Rimsha Masih alla luce di una prospettiva religiosa, giacché è
impensabile che il Dio dei musulmani possa avere questo volto. Se così fosse,
sarebbe un Dio disumano.
Riportiamo, da Radio Vaticana, questo frammento di intervista:Tristemente di attualità in questi giorni il caso, in Pakistan, della bambina cristiana, down, di 11 anni, Rimsha Masih, imprigionata con l’accusa di blasfemia perché trovata in possesso di frammenti di un libro sacro islamico, così come le violenze verso i cristiani in Nigeria. Il dialogo interreligioso in questo senso può aiutare? Ci risponde il cardinale Tauran: “Certo. Più la situazione è grave e tesa, più il dialogo si impone. Vediamo il caso in Pakistan di Rimsha Masih, riportato dalla stampa. Si tratta di una ragazza che non sa né scrivere né leggere, raccoglieva le immondizie per vivere, ed ha raccolto i frammenti di quel libro che si trovavano tra le immondizie. Prima di dire che un testo sacro è stato oggetto di disprezzo, occorrerebbe verificare i fatti”.
Autore: Amato, Avv.
Gianfranco Curatore: Mangiarotti, Don
Scola alla tomba di sant’Agostino, «il suo inquietum cor è di lezione
all’uomo moderno» Il Cardinale Arcivescovo
di Milano celebrerà l’Eucarestia nella Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro a
Pavia, Tomba di Sant’Agostino, il 28 agosto, memoria liturgica del Santo, alle
Sant’Agostino è sepolto a Pavia dal sec. VIII: riposa
nella Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro, ai piedi dell’Arca marmorea fatta
erigere nel sec. XIV dal priore agostiniano Bonifacio Bottigella, poi vescovo
di Lodi. L’Arca di Sant’Agostino, così detta in omaggio al santo, reca incisa
la data 1362 in caratteri gotici e festeggerebbe così quest’anno il suo
seicentocinquantesimo anno dalla costruzione. Nella giornata del 28 agosto, memoria
liturgica del Santo, dinanzi alla sua tomba celebreranno l’Eucarestia alle ore
9 il vescovo di Pavia monsignor Giovanni Giudici, alle ore 11 il Priore
Generale dell’Ordine di Sant’Agostino Padre Robert F. Prevost, alle ore 18.30
Abbiamo chiesto al Cardinale Arcivescovo Angelo Scola
una breve riflessione sulla figura di Sant’Agostino. Ringraziamo il Cardinale
per l’intervista concessa.
Eminenza, l’Arcivescovo
di Milano si reca a celebrare l’Eucarestia alla Tomba di Sant’Agostino: si
rinnova lo specialissimo vincolo nella fede cristiana fra Ambrogio e Agostino,
che oltre che Pastori del Popolo di Dio sono maestri di cultura e di
spiritualità per l’Occidente. Siamo a pochi mesi dal XVII centenario dell’Editto
di Milano: cosa Ambrogio e Agostino possono ancora dire a questo proposito?
“Ambrogio ed Agostino vissero i decenni travagliati
del passaggio tra l’antico, rappresentato dall’impero romano ormai estenuato ed
avviato verso il suo inesorabile declino, e il nuovo che si annunciava
all’orizzonte, ma di cui non si vedevano ancora nitidamente i contorni. Furono
immersi in una società per molti aspetti simile alla nostra, scossa da continui
e radicali cambiamenti, sotto la pressione dei popoli stranieri e stretta dalla
morsa della depressione economica dovuta alle guerre e alle carestie.
In queste condizioni, pur nella profonda diversità di
storia e temperamenti, Ambrogio ed Agostino furono annunciatori indomabili
dell’avvenimento di Cristo ad ogni uomo, nell’umile certezza che la proposta
cristiana, se liberamente assunta, è risorsa preziosa per la costruzione del
Essi furono strenui difensori della verità, incuranti
dei rischi e delle difficoltà che questo comporta, nella consapevolezza che la
fede non mortifica la ragione, ma la compie; e che la morale cristiana
perfeziona quella naturale, senza contraddirla, e ne favorisce la pratica.
Prendendo a prestito espressioni del dibattito contemporaneo, potremmo
definirli come due paladini della dimensione pubblica della fede e di un sano
concetto di laicità”.
Il Santo Padre, nella
Lettera Apostolica Porta Fidei con la quale indice l’Anno della Fede,
che si aprirà a ottobre, cita Sant’Agostino: «I credenti», attesta
sant’Agostino, «si fortificano credendo». Nell’Anno della Fede quale può
essere, secondo Lei, l’insegnamento che si può trarre dall’esperienza umana e
spirituale di Sant’Agostino?
“Benedetto XVI, in una delle sue Udienze generali
dedicate a Sant’Agostino, riprendendone l’espressione “vecchiaia del mondo”
disse: «Se il mondo invecchia, Cristo è perpetuamente giovane. Da qui l’invito
di Agostino: “Non rifiutare di ringiovanire unito a Cristo, anche nel mondo
vecchio. Egli ti dice: Non temere, la tua gioventù si rinnoverà come quella
dell’aquila” (cfr Sermoni 81,8)»(Benedetto XVI, Udienza generale
del 16 gennaio 2008). Agostino è un formidabile testimone della contemporaneità
di Cristo ad ogni uomo e della profonda convenienza della fede alla vita”.
perenne attualità del pensiero e della vicenda umana di Sant’Agostino?
“È l’inquietum cor di cui egli stesso ci
parla nell’incipit delle Confessioni. La sua instancabile ricerca, che ha
affascinato gli uomini di tutti i tempi, è particolarmente preziosa per noi
oggi, immersi (e spesso sommersi) nel travaglio di questo inizio del terzo
millennio. Una ricerca che non si ferma alla, sia pur sterminata, dimensione
orizzontale; ma si inoltra in quella verticale.
È lo stesso Agostino a descriverne la portata, quando
– in un passaggio dei suoi Soliloqui – afferma: «Ecco ho pregato Dio. “Che cosa
vuoi dunque sapere?” “Tutte queste cose che ho chiesto nella preghiera”
“Riassumile in poche parole” “Desidero conoscere Dio e l’anima” “E nulla più?”
“Proprio nulla”» (Agostino, Soliloqui I, 2,7)”.
Eminenza, chi è per Lei
“Un genio dell’umanità e un grande santo, cioè un uomo
pienamente riuscito. Mi ha impressionato, in proposito, un’affermazione di
Maritain che cito ripetutamente ai giovani, spesso così ossessionati dal
problema del successo e della autorealizzazione: «Non c’è personalità veramente
perfetta che nei santi. Ma come? I santi si sono forse proposti di sviluppare
la propria personalità? No. L’hanno trovata senza cercarla, perché non
cercavano questa, ma Dio solo» (J. Maritain)”.
L'Italia salottiera e intellettuale, a dif­ferenza di quella reale che ha
ben al­tri problemi, si sta appassionando e avvitando attorno alla presunta
trattativa tra Stato e mafia che sarebbe avvenuta agli inizi degli anni
Novanta, quando Cosa no­stra compiva stragi praticamente a giorni alter­ni.
Delle indagini su questo presunto misfatto si sarebbe occupato anche il
presidente Napolita­no, che ignaro di essere intercettato, pare abbia
rassicurato l'ex ministro Mancino, uno dei tanti coinvolti, e indagati, nella
vicenda. Apriti cielo.
A differenza di quanto accadde sulle intercetta­zioni illegali di
Berlusconi, mezza sinistra si è schierata a difesa del diritto di Napolitano a
non essere spiato, mentre il solito clubbino di forca­ioli (Di Pietro, Procure
varie, Travaglio e altri) non vede l'ora di mettere Napolitano alla gogna.
Sulla vicenda stanno litigando anche dentro il quotidiano La Repubblica: da una
parte il fonda­tore Scalfari, che difende il Colle sperando di avere in cambio
il seggio di senatore a vita anco­ra vacante, dall'altra tale Zagrebelsky, ex
presi­dente della Corte Costituzionale, noto più per le sue comparsate tv da
Gad Lerner che per altro.
Ieri, su questa fondamentale questione, è in­tervenuto anche il direttore
di La Repubblica, Ezio Mauro, con un articolo di una pagina inte­ra, manco
fosse la ricetta risolutiva della crisi economica. Verrebbe da dire chi se ne
frega di quello che pensano questi tre vecchi arnesi che si sentono gli dei del
Paese quando sono invece retorici tromboni autoreferenziali. È che tra le ri­ghe
della lenzuolata di Mauro emerge finalmen­te la verità: dietro questa ridicola
sceneggiata non c'è la voglia di capire cosa successe. Anche perché la faccenda
è indicibile ma chiara: lo Sta­to giustamente trattò con la mafia- come si fa
abi­tualmente con i rapinatori barricati in banca o in caso di sequestri di
persona- per bloccare le stra­gi e chi lo fece meriterebbe un encomio (in breve
tempo tutti i boss, a partire da Riina, vennero ar­restati, la violenza finì e
il carcere duro venne ad­dirittura potenziato). No, a Mauro interessa tira­re
dentro nella questione Berlusconi, nonostan­te quattro sentenze abbiano sancito
che con la mafia l'ex premier non ha mai avuto a che fare. Hanno paura che
ancora una volta il loro dise­gno di portare la sinistra al governo si inceppi
sul ritorno in campo di Berlusconi o sulla testardag­gine di Napolitano a
insistere coi tecnici.
VANNE FIERO. Franco Sebastio, procuratore di Taranto, rivela a Sandra Amurri che le sue indagini sull’Ilva sono iniziate trent’anni fa, il Fatto quotidiano
COSA INTENDE È CHIARO. «Non capisco dove sia la
notizia», esclama tra il serio e il faceto com’è nel suo stile il procuratore
di Taranto Franco Sebastio dalla sua casa di Soverato dove – come sottolinea –
sta trascorrendo alcuni giorni di «finta vacanza» perché in verità «continuo a
lavorare». Cosa intende è chiaro visto che la prima sentenza contro i vertici
dell’Italsider, azienda di Stato che ha lasciato il posto all’Ilva, è scaturita
da una sua inchiesta nel 1982 e oggi si ritrova a processare quegli stessi vertici
per le morti da amianto. Sono trascorsi 30 anni e nella sostanza siamo
paradossalmente al punto di partenza.
Curatore: Mangiarotti, Don
«Come questa pietra / del S. Michele / così fredda /
così dura / così prosciugata / così refrattaria / così totalmente disanimata //
Come questa pietra / è il mio pianto / che non si vede // La morte si sconta
vivendo»
(G. Ungaretti, Sono una creatura,
Valloncello di Cima Quattro, il 5 agosto 1916)
l’andazzo che c’è, resteranno quattro gatti (politicamente scorretti) a
difendere l’idea (politicamente scorretta) che certo giornalismo non è
giornalismo e che coloro che antepongono i gatti agli esseri umani hanno perso
Resteranno quattro gatti? Mi prenoto. Sarò una di quei quattro. Braccata dagli
animalisti perché “micia politicamente scorretta”? Pazienza. Mi difenderò
dicendo che i felini – a differenza loro – sanno ancora riconoscere le
Notizia sul Corriere della Sera di ieri: «Siria, il gatto ferito alla schiena da una
bomba diventa un simbolo e fa il giro del mondo». Su facebook viene postata la
foto di questo felino rosso, colpito alla spina dorsale da una scheggia,
durante un bombardamento dell’esercito di Assad, e centinaia di associazioni
animaliste fanno a gara per portarlo fuori dal Paese e curarlo, perché «non è
giusto che anche gli animali rimangano vittime delle guerre degli uomini».
La foto, clicccatissima, fa il giro della rete e del globo, come i video sui
gatti traumatizzati e feriti in Siria. «Anche agli asini non è andata meglio –
scrive Marta Serafini –; alcuni sono stati massacrati dai soldati per privare i
ribelli di un mezzo di trasporto». Il micio, operato, ora è in convalescenza, «del tutto inconsapevole di essere
diventato simbolo di una guerra senza senso».
Domanda: abbiamo bisogno di vedere un gatto ferito «che si trascina per le
strade polverose di Homs», per riflettere sul dramma, il dolore, le atrocità di
una guerra? E le migliaia di uomini, donne, bambini, giovani, vecchi uccisi o violati nella
carne e nel cuore in questa e in tutte le guerre oggi in corso? Numeri, quando
va bene, altrimenti nemmeno quelli. Sono notizie che… non fanno più notizia.
Stufano. La gente cambia articolo, cambia canale.
Perché non fanno lo stesso giro del mondo le immagini degli esseri umani
innocenti, che subiscono gli effetti di un odio che non è il loro? Perché? Perché non ho letto da nessuna parte che centinaia di associazioni fanno a gara
per prendersi cura dei tanti feriti di questa e delle altre guerre che
insanguinano il nostro pianeta? Perché?
Se questo è il mondo che vogliamo: migliaia di commenti in tutte le lingue,
migliaia di “mi piace” sotto la foto del gatto rosso di Homs, voglio essere
quel gatto. «In convalescenza e inconsapevole».
Sì. Inconsapevole della demenza degli esseri umani, «così
totalmente disanimati» che non
sanno più commuoversi di fronte alla sofferenza dei loro simili. Pubblicato da
Per i suoi sessant’anni, a monsignor Wilhelm Imkamp è stato
appena dedicato un volume che raccoglie i contributi di personalità come
monsignor Georg Gaenswein, Martin Mosebach, il cardinale Walter Brandmüller,
l’arcivescovo Luis Ladaria e il principe Albert von Thurn und Taxis. Storico
della Chiesa, consultore della Congregazione per le cause dei santi e di quella
per il Culto divino e la disciplina dei sacramenti, rettore del santuario
bavarese di Maria Vesperbild, Imkamp è un osservatore autorevole e schietto del
cattolicesimo tedesco.
Di quale tra i possibili frutti dell’imminente Anno della
fede la Chiesa tedesca ha più bisogno?
È necessaria una vera recezione del Catechismo della Chiesa cattolica, che deve
diventare un fondamento vincolante per la trasmissione dei contenuti della
fede. Questo vale per la preparazione ai sacramenti, per il piano di formazione
e per i programmi didattici degli insegnanti di religione, ovviamente fino alla
preparazione dei sacerdoti.
Lei è il rettore di un santuario molto famoso, segno di un
amore secolare del cattolicesimo tedesco per la Madonna. Questo amore c’è
ancora o l’importanza di Maria deve essere riscoperta?
Anche solo il titolo di «Mater Ecclesiae» mostra l’importanza che la Vergine
Maria ha per questo Anno della fede. Lei è la «Porta della fede» e perciò anche
«Porta del Cielo». Nel santuario di Maria Vesperbild fiorisce e arde l’amore
per la Madre di Dio. E la pietà popolare avrà un significato speciale nell’Anno
Un atteggiamento di contestazione del magistero e un certo
spirito anti-romano sopravvivono nelle Chiese di lingua tedesca, nonostante si
siano rivelati sterili e, nel post-Concilio, abbiano desertificato tante
comunità cristiane. Perché resistono ancora?
Riguardo al sentimento anti-romano Hans Urs von Balthasar ha già detto tutto
ciò che c’era da dire. Purtroppo questo è un continuum nella storia della
Chiesa tedesca. Per dirla in modo un po’ forte, Febronio (1701-1790 – canonista
tedesco che negava al Papa il diritto di pronunciarsi sulla condotta delle
Chiese nazionali, ndr) vive ancora, e molti
teologi tedeschi non sono mai andati oltre il Concilio di Pistoia (1786 –
condannato da Papa Pio VI: vi fu proposta una riforma della Chiesa in senso
giansenista, ndr). Il sentimento anti-romano è in fondo un
relitto del Settecento.
Perché la Chiesa e la stessa fede a molti giovani risultano
così poco convincenti?
L’apparato ecclesiale, con il suo complicato sistema di commissioni e di consigli,
non viene percepito nella sua grandezza spirituale ma come un semplice ente di
diritto pubblico che si sforza in tutti i modi di avere rilevanza sociale. Ma
gli effetti sul lungo termine, per esempio delle Giornate mondiali della
gioventù o dei nuovi movimenti ecclesiali, potrebbero cambiare le cose.
È tipico oggi che a sacerdoti e personalità della Chiesa
venga chiesto di pronunciarsi su qualsiasi tema che tocca la vita sociale:
ecologia, lavoro, diritti umani… C’è chi sostiene che sarebbe meglio concentrarsi
sui contenuti della fede lasciando perdere il resto. Lei cosa ne pensa?
Sono pienamente d’accordo. Senza l’assimilazione del Catechismo, di cui dicevo
prima, la fede evapora, svanisce. Anche qui c’è tuttavia la speranza di una
correzione, per esempio con progetti come YouCat (il Catechismo dei giovani
diffuso alla Gmg di Madrid, ndr).
La fede si esprime anche attraverso segni: quali andrebbero
riscoperti?
È necessaria una speciale introduzione ai sacramentali. La pietà popolare ne
conosce bene il profondo significato, sono un tesoro da riscoprire e da offrire
nuovamente. Una pastorale che pensi a come riuscirci mi pare urgente
E proprio CL è l’enigma che sconcerta i vescovi. Il movimento di don
Giussani infatti è sempre stato la realtà ecclesiale più vivace, coraggiosa,
culturalmente consapevole e socialmente creativa. (...) Negli ambienti della Cei però, dopo la morte di don Giussani, hanno la
sensazione di assistere a un ripiegamento intimistico che sta portando CL
proprio a quella “scelta religiosa” di cui Giussani – poi con Giovanni Paolo II
e Ruini – fu il più strenuo avversario.
Incomprensibili, alle gerarchie, appaiono poi i segnali sulla
Dall’intervista al “Corriere” del 20 gennaio di don Carron (attuale
responsabile del movimento) in cui si annunciava che non esistono politici di
CL, alla lettera dello stesso Carron a “Repubblica”, interpretata da tutti non
solo come uno storico siluramento di Formigoni (con tutto quel che
rappresenta), ma pure come un’immotivata colpevolizzazione di CL, per di più
sulle colonne del giornale da sempre più ostile al Movimento e alla Chiesa.
E poi dall’apoteosi di Napolitano al Meeting dell’anno scorso (con tanto di
mostra risorgimentale che buttava al macero quarant’anni di elaborazione
culturale ciellina), all’apertura del Meeting di quest’anno affidata al premier
Monti, presentato da Vittadini, con un seguito di conferenze per ben sette
ministri, Passera incluso (il Papa ha deciso di non andare).
Sarà inevitabile dunque la strumentalizzazione politica del Meeting. E
diventeranno più vistose le divisioni interne già presenti sia sul caso
Formigoni-Simone, che sul recente attacco di Giorgio Vittadini a Maurizio Lupi
in quanto berlusconiano (Vittadini invece è indulgente col governo Monti).
In questa confusione i cattolici rischiano di diventare le foglie di fico
di poteri e ideologie diverse. Perdendo ogni originalità e identità.
Le (lunghe) estati di Gianfranco Fini fanno sempre scalpore. Da quando ha
abbandonato quella sua villetta ad Anzio con piccolo giardino, dove si dedicava
alle semplici passioni, la cura delle rose e la posizione della lucertola al
sole, da quando ha smesso di indossare giubbotti firmati da note pompe di
benzina, da quando non frequenta più rudi personaggi del litorale laziale e ha
con caparbietà inseguito un’evoluzione dello stile (più Aurelia, meno Pontina,
più Maldive, meno animaletti sulle cravatte), ad ogni agosto regala al pubblico
qualche nuova soap opera. Come nei ripetuti anni delle stelle marine che è
vietato pescare, o gli avvistamenti nei fondali proibiti di Giannutri, da dove
riemergeva, color mattone, per mostrare agli amici e alla compagna trofei
boccheggianti, come l’indimenticabile estate della passione irrefrenabile, con
i due teli da mare identici, animalier, utili a coprire o a provocare infuocate
effusioni. Sempre in bilico fra estetiche provvisorie, quella delle giacche
larghe e salmonate, quella del braccialetto, quella di Top Gun (giubbotti,
occhiali scuri, scritte sulle magliette, aria minacciosa), quella casual da
barca, con cappellini da baseball girati al contrario per evitare la scottatura
della nuca, slippini neri e flute di prosecco, sembra che l’unica certezza
interiore ed esteriore di Fini sia l’estate. D’inverno infatti scalpita, si innervosisce, conta i
giorni che lo separano dalle Maldive, ma con cupo senso di colpa, per cui
Elisabetta Tulliani deve rilasciare interviste in cui spiega che loro sono
andati là, mentre l’Italia soffre, solo per festeggiare il traguardo dei
sessant’anni (l’anno prima, sempre là, quello dei cinquantanove) e comunque che
fatica smontare e rimontare l’attrezzatura da sub, sembra di stare alla Camera
invece che in vacanza. Poi Fini torna e per giorni e giorni la sua abbronzatura
intralcia i lavori alla Camera, perché i deputati vengono accecati da tutto
quell’arancione. D’inverno Fini scalpita, in primavera si scontra politicamente
per ingannare l’attesa, in autunno scompare, d’estate finalmente si rilassa,
entra nel suo elemento, assume il colore del cuoio invecchiato, fa penzolare
ciabatte con sincera soddisfazione, anche se non coltiva più le rose come un
tempo e da lucertola si è trasformato in geco, più chic. Adesso, sul nuovo e
più consono litorale, muove passi non da timida ballerina sulle punte, ma da
esercito di occupazione. La scorta è necessaria, ovviamente non dipende da lui
e lo deve seguire dappertutto sul territorio nazionale, forse anche in fondo al
mare durante le immersioni, e ora che tutto è stato chiarito e lo scandalo al
sole non è mai esistito, Fini può godersi questi ultimi pochi mesi di vacanze
con maggior gusto, e aggiungere una nuance più intensa all’incarnato, tornare a
settembre a Roma con la faccia di quello a cui tutti chiedono con invidia (o
spavento): dove sei stato? Ma l’autunno si avvicina, e con esso il blues da
fine film dei fratelli Vanzina, così, nell’improbabile eventualità di venire
rieletto, Fini potrebbe prendere in considerazione l’ipotesi di entrare nel
cast di Beautiful, in qualità di Ridge Forrester (Ronn Moss, coetaneo di Fini,
abbronzato quasi ai suoi livelli, dopo venticinque anni, sta per lasciare per
sempre il cast). La storia dell’umanità ha bisogno di nuovi eroi, e a Los
Angeles è sempre estate.
di Annalena Benini – Pubblicato da
Una donna di Bari ha deciso di cambiare sesso e diventare un uomo. Prima
però di sottoporsi all’operazione ha preteso di far congelare alcuni suoi ovuli
perché, è ovvio, non vuole rinunciare al proprio diritto di essere mamma, o
mammo. Non ho idea di cosa sia politicamente corretto scrivere.
La frontiera dell’assurdo si sposta sempre più in avanti e presto, se non
lei, qualcun’altra pretenderà di avere il diritto di cambiare sesso e poi
diventare omosessuale oppure di far fecondare i propri ovuli da uno scimmione o
da un beagle salvato da Green Hill o da chissà quale altra diavoleria la
fantasia umana saprà inventare. Ma non preoccupatevi. Ci
sarà sempre un partito disposto a sostenere questi presunti diritti in nome del
progresso e della civiltà e ci saranno sempre dei cattolici in quel partito
disposti a far finta di niente in nome dell’opzione per gli ultimi.
Documento Pdl Diritti della famiglia e diritti
dei componenti della coppia di fatto 10/08/2012 Sul riconoscimento giuridico delle unioni
omosessuali si è recentemente sviluppato un dibattito confuso nelle
argomentazioni e ideologico nei contenuti. Neanche i documenti elaborati
in materia dal Pd e dall'Udc, con il relativo seguito di polemiche, hanno
chiarito a sufficienza i nodi reali della questione, le concrete opzioni
in campo, i diversi orientamenti culturali che le ispirano.
Nonostante la gravità e l'impellenza della crisi
economica, il tema sembra aver assunto nuova centralità nel dibattito pubblico.
E' d'altronde ricorrente in una parte della società, nelle situazioni di
insicurezza e sfiducia nel futuro, pretendere che i desideri privati si
trasformino in diritti pubblici. Compito della buona politica, invece, è
garantire una autentica dimensione del bene comune e spazi di libertà
responsabile nella dimensione privata senza confondere i due piani.
Come parlamentari avvertiamo dunque la necessità
di mettere a fuoco alcuni punti fondamentali.
Di fronte a un’opinione pubblica spesso
disorientata, il primo punto da chiarire è che l’introduzione del
matrimonio omosessuale nel nostro ordinamento giuridico non è e non
potrebbe essere una proposta reale e attuale da parte di nessun partito.
Tale obiettivo, infatti, sarebbe impossibile da raggiungere se non
attraverso una modifica della Costituzione: impresa nella quale nessuna
forza politica può o vuole al momento cimentarsi.
Non basta dunque limitarsi a ribadire una ferma
opposizione al matrimonio gay perché non necessariamente ciò equivale a
esprimere una posizione di forte difesa della famiglia fondata sul
matrimonio tra un uomo e una donna. Tantomeno può essere rivendicato come
un buon compromesso politico per giustificare alleanze in contraddizione
con i propri principi. Ciò per la semplice ragione che il matrimonio fra
persone dello stesso sesso, pur agitato come vessillo ideologico, non è
effettivamente una opzione in campo e come tale discrimine sufficiente per
connotare una posizione politica.
L'obiettivo oggi in discussione è il
riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali: con il possibile scopo
di mettere poi in cantiere il cambiamento della Costituzione e quindi
anche l’introduzione del matrimonio omosessuale.
Il vero tema sul quale le forze politiche sono
chiamate a pronunciarsi è quindi quello del riconoscimento delle
cosiddette “unioni civili”. Ma, anche se formalmente sotto questa dicitura
vengono ricomprese tanto le coppie formate da persone dello stesso sesso
quanto le unioni fra persone di sesso diverso, nella sostanza le proposte
sulle unioni civili sono finalizzate a riconoscere in forma giuridicamente
rilevante le coppie omosessuali. La convivenza eterosessuale, infatti, nel
nostro Paese molto spesso precede semplicemente il matrimonio, oppure è il
risultato di una scelta ben precisa da parte di coppie che non intendono
ufficializzare il proprio legame né assumere doveri sanciti per legge.
Tanto è vero che non esistono associazioni di coppie eterosessuali
conviventi che invocano una legge ad hoc per disciplinare il loro status
(al contrario di quanto accadeva per il divorzio), mentre è cronaca
quotidiana la richiesta avanzata in questo senso dalle associazioni gay.
In molti Comuni, tra i quali recentemente quello
di Milano, tale battaglia culturale e politica si è concretizzata nella
istituzione di registri anagrafici per i conviventi. Anche in questo caso,
tuttavia, si tratta di iniziative di natura prettamente ideologica, di
atti simbolici compiuti per creare consenso ma privi di valore giuridico e
non rispondenti ad alcuna esigenza popolare. La loro contrarietà alle
norme fondamentali del nostro ordinamento, vertendosi in materia di
diritti, in quanto tale sottratta all'autonoma disponibilità degli enti
territoriali, è stata già formalmente dichiarata da tre ministri del
governo Berlusconi - Maroni per gli Interni, Fazio per la Salute, Sacconi
per il Welfare – a proposito di analoghi registri comunali per il
testamento biologico. La loro inutilità è invece attestata dal fatto che in
qualsiasi comune siano stati istituiti, i registri, anche quelli delle
unioni civili, sono rimasti pressoché vuoti.
Una visione liberale della società concepisce uno
Stato che entri il meno possibile nella vita delle persone: che, dunque,
non invada con la sua potestà regolatoria la sfera dei liberi legami
affettivi, ma si limiti a disciplinare e a dare forma giuridica alle
unioni che rivestono una funzione sociale e in quanto tali accanto al
godimento di diritti contemplino l'adempimento di doveri e l'assunzione di
responsabilità. E' questo il caso della famiglia disegnata dalla
Costituzione come "società naturale fondata sul matrimonio"
(ricordiamo che l'aggettivo "naturale" fu suggerito da Palmiro
Togliatti), potenzialmente aperta alla procreazione e in quanto tale
deputata a garantire la continuità generazionale sulla quale si fonda
qualunque comunità umana.
Il matrimonio in quanto istituto giuridico
assicura la tutela per i potenziali figli, salvaguardati da un'unione
riconosciuta pubblicamente e da una genitorialità che è per sempre e che
perdura indipendentemente dalla possibile interruzione del rapporto affettivo
fra i coniugi (per la quale esiste il divorzio).
Differente è il discorso dei diritti che il
nostro ordinamento riconosce ai componenti di una coppia di fatto.
L'elenco delle previsioni normative già attualmente vigenti è lungo,
articolato, e copre quelle voci che spesso sono evocate a fondamento della
richiesta di riconoscimento. Per esempio, non vi è nessun ostacolo
all’assistenza del convivente nei confronti del proprio partner (in base
alla legge 1° aprile 1999 n. 91, il convivente viene informato e può
decidere addirittura un’operazione di trapianto di organo). L’estensione
al convivente di diritti riconosciuti al coniuge, derivante dalla legge
ordinaria o dalla giurisprudenza, esiste già in tema di assistenza da
parte dei consultori, di interdizione e inabilitazione, di figli, di
successione nella locazione, di successione nell’abitazione di proprietà e
nell’assegnazione di un alloggio popolare. Il partner di fatto ha titolo,
a determinate condizioni, al risarcimento del danno subito dall’altro partner;
perfino la legislazione sulle vittime di mafia o terrorismo non conosce
trattamenti diversificati fra convivente e coniuge.
Ulteriori iniziative legislative volte a
riconoscere nella dimensione civilistica o penalistica eventuali specifici
diritti individuali in tutte le situazioni in cui questi non siano
effettivamente garantiti incontrano e incontreranno la nostra condivisione
e la nostra disponibilità; si pensi, per esempio, a una rimodulazione
dell’obbligo di rendere testimonianza in un giudizio, con la estensione
della facoltà di astenersi dal deporre prevista per gli stretti familiari.
Non siamo però disposti a svuotare l’istituzione
del matrimonio, attribuendo a unioni affettive, anche omosessuali, un
riconoscimento giuridico analogo a quello matrimoniale.
Vogliamo una società ispirata a valori ben
fondati nella nostra tradizione culturale e nella Carta Costituzionale, e
per questo ci opponiamo a qualsiasi tentativo di decostruzione della
famiglia basata sul matrimonio, che resta il cuore della “eccezione
Eugenia Roccella, Raffaele Calabrò, Alfredo
Mantovano, Maurizio Gasparri, Maurizio Sacconi, Gaetano Quagliariello, e
altri 172 parlamentari PDL
Da Tracce.it Uno che ti aspetta, e ti guarda negli occhi 20/05/2013 Come si può tradurre primerea? Qualcosa che «viene prima», e che ci guida? Oppure, ...
Il Salone del Libro è esattamente come me l’aspettavo. Sarà per questo che non avevo voglia di andare. Non fraintendetemi. Io i libri li amo. Sono lettore ...
Papa Francesco: crediamo nella preghiera! Dobbiamo credere in Gesù e pregare, per superare le nostre certezze e la chiusura che deriva dalla mancanza di ...