Source: https://www.legalellb.com/newsletter/newsletter-n-8-del-28-giugno-2017/
Timestamp: 2018-12-09 18:58:31+00:00
Document Index: 160416839

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 8', 'art. 8', 'art. 5', 'art. 9', 'art. 5', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 3', 'sentenza ', 'sentenza ']

Newsletter n. 8 del 28 giugno 2017, Studio Lana – Lagostena Bassi
Home/Archivio Newsletter/Newsletter n. 8 del 28 giugno 2017
Newsletter n. 8 del 28 giugno 2017
Corte EDU: l’Italia ancora condannata in materia di allontanamento familiare.
Rimessa alle Sezioni Unite la questione relativa alla pensione di reversibilità per il coniuge divorziato (Cassazione Civile, sez. I, ordinanza n. 11453 del 10/5/2017).
Il figlio di due mamme va iscritto all’anagrafe.
Corte EDU: nuova condanna dell’Italia per i fatti del G8 a Genova.
Convegno “La prova del danno alla salute, il ruolo della consulenza tecnica d’ufficio: cosa cambia dopo la legge Gelli”.
Corso di specializzazione “Migrazioni, integrazione e democrazia: profili giuridici, sociali e culturali”: al via le iscrizioni.
Con la sentenza del 22 giugno 2017, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato nuovamente l’Italia per la violazione dell’art. 8 della Convenzione, che tutela il diritto al rispetto della vita privata e familiare.
Nel caso Barnea e Caldararu c. Italia (su ricorso n. 37931/15), la Corte ha infatti affermato la responsabilità dei servizi sociali e delle giurisdizioni nazionali che, nel giugno 2009, avevano dichiarato lo stato di adottabilità di una minore di 28 mesi, disponendone l’allontanamento dalla propria famiglia di origine senza aver previamente svolto le indagini necessarie a confermare l’assoluta necessità di tale provvedimento.
Tale decisione di fondava sulla richiesta del pubblico ministero presso il Tribunale per i minorenni di Torino, il quale rappresentava lo stato di abbandono della bambina, affidata ad una conoscente dei genitori che si prendeva cura di lei. La minore veniva così collocata presso un istituto e nel dicembre 2010, il Tribunale disponeva l’affidamento della bambina in vista di adozione.
La Corte europea ha affermato che, se le competenti autorità nazionali avessero svolto gli opportuni accertamenti, avrebbero rilevato che nei due anni precedenti la madre della minore aveva richiesto un aiuto finanziario ai servizi sociali italiani senza ottenerlo. I genitori, infatti, avevano dovuto affidare la bimba a terzi per carenza di mezzi finanziari; ma i servizi sociali – considerato che la bimba non dimostrava carenze affettive, scarso sviluppo emozionale, problemi di salute, o segni di maltrattamenti, e che non sussistevano indicazioni di instabilità psicologica dei genitori – avrebbero dovuto fare sì che la bambina potesse vivere con la famiglia biologica.
Tali circostanze, emerse solo nel corso del giudizio di appello, avevano condotto il giudice di secondo grado a riformare – nell’ottobre 2012 – la pronuncia impugnata, stabilendo il graduale reinserimento della bambina nella propria famiglia d’origine.
Nel novembre 2014, il Tribunale – sulla scorta delle relazioni dei servizi sociali e delle opposizioni del pubblico ministero – constatava che la reintroduzione della minore nella famiglia biologica presentava notevoli difficoltà e disponeva un minor numero di incontri tra la bambina e i genitori biologici e sempre con la supervisione dei servizi sociali.
Finalmente, nell’agosto 2016, il Tribunale per i minorenni stabiliva che l’affidamento era stato solo temporaneo e che la bambina poteva tornare nella famiglia di origine. Tuttavia, trascorsi ormai sette anni, il reinserimento nel nucleo familiare d’origine si rivelava – come era presumibile – oltremodo problematico per la minore.
Considerato l’evidente pregiudizio subito dalla bambina a causa dell’annosa vicenda giudiziaria descritta, la Corte di Strasburgo ha nuovamente condannato il Governo italiano per la violazione dell’art. 8 CEDU, che impone allo Stato non solo di proteggere l’individuo contro le interferenze arbitrarie da parte delle autorità pubbliche, ma anche di ottemperare agli obblighi positivi sottesi alla richiamata norma, che impongono l’adozione di tutte le misure necessarie di rispetto della vita familiare, soprattutto in relazione all’interesse preminente del minore a non vedere irragionevolmente reciso il proprio legame con la famiglia d’origine.
Con ordinanza dello scorso 10 maggio, è stata rimessa alle Sezioni Unite la questione attinente alla natura giuridica del diritto alla pensione di reversibilità, ed in particolare in ordine alla interpretazione della condicio legis per l’esercizio del diritto in questione, consistente nell’essere il richiedente titolare di assegno divorzile.
Il tema dell’attribuzione all’ex coniuge divorziato del trattamento pensionistico di reversibilità, soprattutto ove vi sia un coniuge superstite, è da sempre molto discusso in giurisprudenza.
Ai sensi dell’art. 5, Legge n. 898/1970 – norma interpretativa dell’art. 9, 2° comma, Legge n. 898/1970 – il diritto alla pensione di reversibilità in capo all’ex coniuge divorziato sorge ove questi si sia visto riconoscere, da parte del Tribunale, l’assegno divorzile al momento della morte dell’ex coniuge pensionato.
La natura rinunciabile e disponibile dell’assegno divorzile e la facoltà, concessa ai coniugi dalla legge, di preferire la sua corresponsione in unica soluzione, hanno poi originato un interessante contrasto giurisprudenziale in punto di idoneità o meno della corresponsione una tantum dell’assegno divorzile ad integrare il presupposto della titolarità attuale dell’assegno ex art. 5 ai fini del riconoscimento della pensione di reversibilità a favore dell’ex coniuge divorziato, di cui l’ordinanza n. 11453 del 10 maggio 2017 della Sezione I Civile della Suprema Corte di Cassazione, ripercorrendone i tratti salienti, ne constata l’attualità.
Da un lato, infatti, vi è quella giurisprudenza che attribuisce la qualifica di autonomo diritto avente natura previdenziale al trattamento di reversibilità in favore del coniuge divorziato, che, dunque, sorgerebbe in modo automatico alla morte del coniuge pensionato in forza di un’aspettativa maturata nel corso della vita matrimoniale.
Dall’altro, si è affermato il principio secondo cui, ferma la natura previdenziale e l’autonomia del diritto alla pensione di reversibilità (o ad una quota di essa) in capo al coniuge divorziato, il requisito della titolarità dell’assegno richiesto dalla legge per il suo riconoscimento deve ritenersi soddisfatto tutte le volte in cui vi sia stato un accertamento giudiziale relativo alla sussistenza delle condizioni solidaristico-assistenziali ad esso sottese, restando irrilevante il fatto che sia stato già riconosciuto ed assolto il relativo pagamento in un’unica soluzione.
Nella sezione lavoro, invece, si è sempre sostenuto che la corresponsione in unica soluzione dell’assegno divorzile su accordo delle parti, e soggetto alla verifica di equità da parte del Tribunale, non rientri nella nozione di assegno che dà titolo alla pensione di reversibilità in forza della sua idoneità a regolare definitivamente i rapporti economici tra gli ex coniugi e a costituire certo adempimento dell’obbligo di sostentamento del coniuge medesimo, così da escludere, per il futuro, il diritto in favore di quest’ultimo ad ogni erogazione economica.
Prendendo atto della attuale esistenza di un netto contrasto intersezionale in ordine al diritto dell’ex coniuge divorziato, titolare di un assegno divorzile corrisposto una tantum, alla pensione di reversibilità, o ad una quota di essa, si è sollecitato l’intervento risolutore della Sezioni Unite.
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 14878/2017, ha dato il via libera all’iscrizione all’anagrafe di un atto di nascita con due mamme. Nel caso di specie, due cittadine italiane, coniugate nel Regno Unito, avevano chiesto la rettificazione del certificato di nascita del figlio, nato a seguito di fecondazione assistita, poiché riportava unicamente il cognome della madre biologica.
L’ufficiale di Stato civile, il tribunale e la Corte d’Appello avevano tutti rifiutato di procedere alla correzione poiché contraria all’ “ordine pubblico” interno. I giudici della Sezione I civile della Corte di cassazione, con la sentenza 15 giugno 2017, n. 14878, accogliendo la richiesta delle due madri, hanno richiamato l’ordine pubblico internazionale e, in riferimento alle Dichiarazioni e Convenzioni ONU sui diritti dell’uomo e del fanciullo e alla giurisprudenza della Corte EDU, ha messo al centro “l’interesse del minore” e il suo “diritto al riconoscimento e alla continuità delle relazioni affettive anche in assenza di vincoli biologici ed adottivi con gli adulti di riferimento, all’interno del nucleo familiare”. I giudici di legittimità hanno, poi, ricordato che la L. n. 76/2016 ha introdotto in Italia le unioni civili tra persone dello stesso sesso “con una disciplina molto simile a quella del matrimonio” e che, nonostante l’adozione del figlio del coniuge non è prevista, una recente sentenza (n. 12962/2016) l’ha riconosciuta nel caso di due donne che avevano deciso di avere un figlio in Spagna con inseminazione eterologa, privilegiando, in questo caso, un’interpretazione estensiva dell’adozione in casi particolari.
In riferimento al caso di specie, è ancora più rilevante un’altra decisione (n. 19599/2016) riguardante il caso di due donne che, dopo aver avuto un figlio con inseminazione eterologa, hanno ottenuto, dopo il divorzio, la trascrizione in Italia del bambino come figlio di entrambe.
In data 22 giugno 2017, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha nuovamente condannato l’Italia per violazione dell’art. 3 CEDU (che sancisce il divieto di tortura), con riferimento alle tristi vicende intercorse la notte del nella scuola Diaz di Genova.
Il caso riguardava in particolare gli atti di tortura subiti da 42 ricorrenti – che all’epoca dei fatti si trovavano nel complesso della scuola – da parte di agenti di polizia, nel corso di una manifestazione “No global” organizzata nelle stesse ore del vertice G8 che nel 2001 si svolse nel capoluogo ligure.
La Corte ha ritenuto, in particolare, che il trattamento subito dai ricorrenti deve essere considerato come integrante il reato di tortura, a causa della sofferenza fisica e psicologica “grave” causata e alla particolare gravità e crudeltà.
La Corte poi, rilevando che la procedura interna era identica a quella del caso Cestaro c. Italia (sentenza del 7 aprile 2015) che parimenti aveva portato ad una prima condanna dell’Italia ha ribadito le conclusioni cui era giunta nella sentenza precedente rimarcando l’assoluta inadeguatezza dell’ordinamento giuridico italiano con riferimento alla sanzione del reato di tortura.
Purtroppo, nell’ordinamento italiano, dai fatti del G8, come pure dopo la condanna del 2015, nulla è cambiato, e manca tuttora una legge italiana sulla tortura. E ciò sebbene la previsione di un reato ad hoc risulti conforme agli standard di vari Paesi ed a vari obblighi internazionali assunti dall’Italia. Il disegno di legge in materia è ancora in discussione alla Camera, ma si tratta in un testo che lascia tutti insoddisfatti: Ong, magistratura, partiti, società civile e lo stesso primo firmatario del disegno, Sen. Luigi Manconi, Presidente della Commissione diritti umani del Senato.
L’Avv. Prof. Anton Giulio Lana sarà relatore al Convegno “La prova del danno alla salute, il ruolo della consulenza tecnica d’ufficio: cosa cambia dopo la legge Gelli”, che si terrà lunedì 3 luglio 2017, a partire dalle ore 12 nella Sala Europa della Corte d’Appello di Roma. Il convegno consentirà di approfondire il tema della prova del danno alla salute con riflessioni sul delicato ruolo del Consulente Tecnico d’Ufficio Medico Legale e Specialista, anche alla luce delle raccomandazioni previste dalle linee guida e le buone pratiche clinico-assistenziali in applicazione della Legge Gelli. La presenza di Avvocati, Magistrati e Docenti Universitari consentirà di avere una visione a 360 ° sul tema della prova del danno nel nuovo panorama legislativo. Particolare rilievo sarà attribuito all’accertamento del danno alla salute mentale, che ha delle manifestazioni di carattere nervoso e psichico che non sempre hanno delle ripercussioni immediatamente tangibili sul corpo del soggetto che ha subito la lesione e deve essere provato attraverso la oggettiva dimostrazione della esistenza di uno stato di compromissione di una qualsiasi delle funzioni psichiche dell’individuo. Il convegno sarà di grande utilità per i Professionisti che operino quali C.T.U. o C.T.P., il quanto la Consulenza tecnica d’Ufficio sarà al centro della riflessione con particolare riferimento al carattere di “fonte oggettiva di prova” ed alla funzione di peritus peritorum del Giudice.
Cliccando qui è possibile scaricare la locandina dell’evento.
Sono aperte le iscrizioni del nuovo Corso di specializzazione “MIGRAZIONI, INTEGRAZIONE E DEMOCRAZIA: profili giuridici, sociali e culturali”, organizzato dall’Unione forense per la tutela dei diritti umani, con il patrocinio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), dell’Organizzazione internazionale del Lavoro (OIL), del Ministero della Giustizia e del Consiglio Nazionale Forense. Il Corso si articolerà in una serie di 9 incontri a tematica multidisciplinare dall’8 settembre al 3 novembre 2017, per una durata complessiva di 36 ore. Ciascuna giornata si svolgerà il venerdì pomeriggio (dalle ore 13:45 alle ore 17:30) presso il Parlamentino del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, in Viale David Lubin, 2 – Roma.
L’obiettivo è di fornire un quadro interdisciplinare della materia dell’immigrazione, dal punto di vista giuridico, economico, demografico e antropologico, nonché dal punto di vista giornalistico, sociologico, medico e psicologico, con l’espressa intenzione di illustrare, per la prima volta, questo complesso fenomeno in una prospettiva a 360 gradi, analizzandone le varie sfaccettature e tentando di fornire una visione quanto più completa possibile ai fruitori del corso.
È evidente infatti che le questioni in gioco, dal flusso costante di migranti in arrivo, alle problematiche relative all’ingresso, all’identificazione, alla circolazione, all’accoglienza e all’integrazione nel tessuto sociale, sino all’assistenza medica e alle prestazioni sociali e alla tutela delle relazioni familiare, richiedano un approccio multidisciplinare da parte di professionisti appositamente formati e in grado di fronteggiare la nuova sfida delle migrazioni internazionali.
Le lezioni si terranno nei seguenti venerdì del corrente anno: 8 settembre, 15 settembre, 22 settembre, 29 settembre, 6 ottobre, 13 ottobre, 20 ottobre, 27 ottobre, 3 novembre 2017.
Il corso sarà attivato al raggiungimento di un numero minimo di 30 iscritti. Ai fini di un ottimale svolgimento dell’attività didattica è altresì previsto un numero massimo di 90 partecipanti.
Il Consiglio Nazionale Forense ha riconosciuto inoltre 20 crediti formativi per l’intero corso.
Trovate qui il programma e la scheda di sintesi del Corso.