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Timestamp: 2020-07-13 15:49:11+00:00
Document Index: 59002398

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Sentenza Cassazione Civile n. 25293 del 09/10/2019 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25293 del 09/10/2019
Cassazione civile sez. trib., 09/10/2019, (ud. 23/05/2019, dep. 09/10/2019), n.25293
Dott. CAVALLARI Dario – rel. Consigliere –
sul ricorso 27312-2016 proposto da:
A.V., elettivamente domiciliato in ROMA V. GIOVANNI
rappresentato e difeso dall’avvocato CIANI FABIO;
FISCALITA’ LOCALE SRL;
avverso la sentenza n. 2062/2016 della COMM. TRIB. REG. SEZ. DIST. di
LECCE, depositata il 09/09/2016;
23/05/2019 dal Consigliere Dott. CAVALLARI DARIO.
A.V. ha proposto ricorso contro l’avviso di accertamento notificatogli dalla Fiscalità Locale srl, concessionaria della riscossione di tributi locali per il Comune di (OMISSIS), con il quale era stata determinata a suo carico una maggiore ICI per l’anno 2003 per Euro 8.548,15, oltre interessi e sanzioni, il tutto per complessivi Euro 19.233,00.
La CTP di Brindisi, nel contraddittorio delle parti, con sentenza n. 215/2/10, ha respinto il ricorso.
A.V. ha proposto appello.
La CTR di Bari, Sez. dist. di Lecce, nel contraddittorio delle parti, con sentenza n. 2062/2016, ha respinto l’impugnazione.
A.V. ha proposto ricorso per cassazione sulla base di tre motivi.
Parte intimata non ha svolto difese.
Il solo ricorrente ha depositato memoria illustrativa.
1. Con il primo motivo il ricorrente lamenta la nullità della sentenza per ultrapetizione, extrapetizione, violazione del giudicato interno ed implicito perchè il giudice di appello avrebbe respinto la doglianza avanzata dal medesimo ricorrente in primo grado con la quale egli si era doluto dell’emissione di un accertamento di ufficio piuttosto che di un avviso in rettifica nonostante detta doglianza non fosse stata riproposta in secondo grado.
Infatti, trova applicazione il principio per il quale, in sede di legittimità, il motivo di ricorso con il quale si censuri per vizio di ultrapetizione l’argomento in sè superfluo che il giudice di appello, confermando la sentenza impugnata per ragioni di per sè sufficienti al rigetto del gravame, abbia ritenuto di aggiungere, è inammissibile per difetto di interesse all’impugnazione, atteso che il giudicato nasce dalla sentenza di primo grado confermata nei gradi successivi e non dalle sentenze meramente confermative dei gradi di impugnazione, sicchè, nell’ipotesi suddetta, il tema della decisione resta delimitato dalla sentenza di primo grado, senza che siano ravvisabili una decisione aggiuntiva o modificativa da parte del giudice del gravame (Cass., Sez. L, n. 6397 del 7 giugno 1995).
Nella specie, lo stesso ricorrente riconosce che sulla natura dell’accertamento era sceso il giudicato e che questo era a lui sfavorevole.
Ne consegue che le considerazioni svolte dalla CTR sul punto, alla luce della circostanza che pure l’appello è stato respinto, sono prive di rilievo, non pregiudicando in alcun modo il contribuente.
Infatti, deve affermarsi che il rigetto in appello di un motivo di impugnazione già respinto in primo grado, che sia avvenuto in assenza di uno specifico gravame sul punto, con conseguente passaggio in giudicato della relativa statuizione, non integra una violazione del codice di rito idonea a fare sorgere un interesse della parte soccombente a proporre ricorso in cassazione, difettando ogni lesione delle sue prerogative processuali e del suo diritto di difesa.
2. Con il secondo motivo il ricorrente lamenta il deficit motivazionale e probatorio della decisione, nonchè la violazione della L. n. 212 del 2000, art. 7, commi 1 e 2, art. 24 Cost., D.Lgs. n. 32 del 2001, artt. 1 e 2, e del diritto di difesa perchè la CTR avrebbe errato nel non rilevare che l’accertamento era non motivato in quanto non erano state allegate le delibere n. 89 del 2005 del responsabile settore tributi gestione entrate della società di riscossione e n. 76 del 2003 del commissario straordinario.
Infatti, la CTR ha espressamente accertato che il contenuto di detti atti era stato riportato sinteticamente nell’avviso di accertamento quanto alle aliquote applicabili e ha affermato che la Delib. n. 89 del 2005 non rientrava fra gli atti che avrebbero dovuto essere portati all’attenzione del contribuente.
Il ricorrente non ha specificamente dedotto su queste considerazioni e, in particolare, non ha riprodotto il contenuto dei documenti in esame, non consentendo a questa corte di valutare, alla luce del giudizio negativo sul punto del giudice di appello, se la menzionata Delib. n. 89 del 2005 rientrasse fra i documenti da allegare all’avviso di accertamento.
3. Con il terzo motivo il ricorrente contesta la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 507 del 1993, art. 10, della L. n. 549 del 1995, art. 10, comma 3, e art. 3, comma 87, perchè il provvedimento impugnato sarebbe stato illegittimo in quanto il nominativo del soggetto responsabile sarebbe stato indicato a mezzo stampa, senza firma autografa ed in mancanza di un apposito provvedimento di livello dirigenziale che lo individuasse.
Infatti, la L. n. 549 del 1995, art. 1, comma 87, stabilisce che “la firma autografa prevista dalle norme che disciplinano i tributi regionali e locali sugli atti di liquidazione e accertamento è sostituita dall’indicazione a stampa del nominativo del soggetto responsabile, nel caso in cui gli atti medesimi siano prodotti da sistemi informativi automatizzati”.
Il nominativo del funzionario responsabile va individuato, a garanzia del contribuente e della trasparenza dell’azione amministrativa, con apposito provvedimento di livello dirigenziale (Cass. n. 20628 del 31 agosto 2017).
Sostiene il ricorrente che siffatta garanzia deve valere non solo nel caso di gestione diretta, ma anche in quello di gestione in concessione della potestà impositiva.
Infatti, benchè sia vero che “In tema di tributi regionali e locali, qualora l’atto di liquidazione o di accertamento sia prodotto mediante sistemi informativi automatizzati, la sottoscrizione di esso può essere legittimamente sostituita, ai sensi della L. n. 549 del 1995, art. 1, comma 87, dall’indicazione a stampa del nominativo del soggetto responsabile, individuato da apposita determina dirigenziale” (Cass., Sez. 6-5, n. 20628 del 31 agosto 2017), deve rilevarsi che “in caso di delega da parte dell’ente pubblico dei poteri di accertamento e riscossione al concessionario, la sottoscrizione del provvedimento impositivo è sostituita dall’indicazione a stampa del nominativo del soggetto responsabile, purchè risulti, unitamente alla fonte dei dati, in un apposito atto sottoscritto dal concessionario, che assolve alla medesima funzione garantita, nell’ipotesi di gestione diretta dell’imposta da parte dell’ente pubblico, dal “provvedimento di livello dirigenziale” di cui alla L. n. 549 del 1995, art. 1, comma 87, secondo alinea” (Cass., Sez. 5, n. 31707 del 7 dicembre 2018, che afferma questo principio, da ritenere di portata generale, in tema di imposta comunale sulla pubblicità).
Nella specie, ricorre la seconda ipotesi, vale a dire il coinvolgimento di un concessionario, con la conseguenza che la censura del ricorrente, concernente l’assenza del provvedimento di livello dirigenziale e non dell’atto del detto concessionario, è priva di rilievo (in effetti, il medesimo contribuente ha fatto riferimento all’atto sottoscritto dal concessionario nella sua memoria illustrativa, ma questa indicazione è avvenuta tardivamente, essendo assente nel ricorso).
Ne consegue il rigetto del motivo.
4. Il ricorso è, quindi, respinto.
5. Alcuna statuizione deve essere assunta in ordine alle spese di lite, alla luce della condotta difensiva della società intimata.
Sussistono le condizioni per dare atto, ai sensi della L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, che ha aggiunto il D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dell’obbligo di versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione integralmente rigettata, trattandosi di ricorso per cassazione la cui notifica si è perfezionata successivamente alla data del 30 gennaio 2013 (Cass., Sez. 6-3, sentenza n. 14515 del 10 luglio 2015).
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della 5 Sezione Civile, il 23 maggio 2019.