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Timestamp: 2019-08-25 19:24:50+00:00
Document Index: 150850952

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L’AUTONOMA RISARCIBILITÀ DEL DANNO MORALE (Corte Cass., Sez. III Civ., sentenza del 20.01.2015 n. 811) - Studio Legale Pinerolese | Studio Legale Pinerolese
(Corte Cass., Sez. III Civ., sentenza del 20.01.2015 n. 811)
Con le c.d. “sentenze di San Martino” (sent. Cass. SS.UU. nn. 26972/3/4/5 del 2008), i giudici della Suprema Corte di Cassazione hanno ridefinito il concetto di danno non patrimoniale, sussumendolo in una categoria generale non suscettibile di frazionamenti: in tale contesto, tuttavia, il danno morale è considerato ancora come parte integrante del danno biologico, difettando, quindi, il riconoscimento dell’autonomia del primo rispetto al secondo.
Sul piano processuale, una simile impostazione comportava ancora l’esclusione della richiesta di condanna al risarcimento di entrambi i pregiudizi, in quanto la stessa era intesa come ultronea duplicazione di una medesima voce.
Tuttavia, l’orientamento giurisprudenziale si è evoluto nella direzione di un riconoscimento dell’autonomia ontologica del danno morale rispetto a quello biologico: il danno biologico, inteso come menomazione dell’integrità psico-fisica di un soggetto; il pregiudizio morale, definito come turbamento dell’animo ed insieme di sofferenze patite dall’individuo.
La prima sentenza che ha decretato tale autonomia ontologica è stata la n. 24082/2011 della III Sezione Civile della Suprema Corte di Cassazione.
I giudici di legittimità sono stati chiamati in causa per rovesciare la decisione adottata dalla Corte di Appello di Catanzaro in merito alla vicenda di un padre che aveva perso la figlia a seguito di un sinistro stradale. Il giudice calabrese aveva respinto la richiesta di risarcimento del pregiudizio morale subito, non riconoscendo al ricorrente il c.d. danno morale riflesso da morte di un congiunto. La Cassazione, accogliendo il ricorso, ha invece statuito che il danno morale riflesso può essere individuato ed identificato indipendentemente dall’ esistenza dell’insorgere di una patologia (come, al contrario, sosteneva il giudice di merito).
Secondo la Suprema Corte, il danno morale trova causa diretta ed immediata nel medesimo fatto dannoso (l’incidente mortale), mentre la prova del pregiudizio riflesso può essere dedotta dal vincolo familiare di coabitazione che i congiunti avevano con la vittima. In tale maniera, è stata fortemente sottolineata l’autonomia del danno morale, pur in assenza di una specifica offesa di tipo biologica.
Lo svincolo del primo elemento da quello biologico è stato infine ribadito dalla recente sentenza n. 811 del 2015.
La Cassazione è stata chiamata a giudicare il caso di un ragazzo travolto a bordo del suo ciclomotore da una cisterna; in sede di Appello, i congiunti del giovane si erano visti ridotti l’entità del risarcimento del danno morale, in quanto quello biologico risultava essere di lieve consistenza. I congiunti del ragazzo, nel ricorso presentato alla S.C., adducevano una falsa applicazione dell’art. 2059 c.c. da parte del giudice di merito in ordine al quantum del pregiudizio morale patito.
La Corte di Cassazione, ribaltando il precedente esito decisionale, e richiamando apertamente le storiche sentenze di San Martino del 2008, ha stabilito che la valutazione del danno morale, inteso come entità autonoma, deve essere effettuata caso per caso, senza che il pregiudizio biologico funga da riferimento assoluto e necessario. La quantificazione della lesione morale subita prescinde in toto da quella relativa al danno biologico: se questo risulta essere lieve, pertanto, non significa che l’altro tipo di pregiudizio non debba essere valutato autonomamente, e che non possa essere rilevante.
Qui di seguito viene riportato il testo della sentenza n. 811 del 20.01.2015 della Corte di Cassazione, sezione terza civile:
Dott. GIUSEPPE MARIA BERRUTI – Presidente
Dott. ENZO VINCENTI – – Consigliere –
SM CD CC elettivamente domiciliati in ROMA, VIA <…> presso lo studio dall’avvocato <…>, rappresentati e difesi dall’avvocato <…> giusta procura speciale ricorso; – ricorrente –
Generali SPA nella qualità di Impresa designata alla gestione dei sinistri a carico del Fondo di garanzia per le Vittime della strada in persona dei legali rappresentanti Dott. <…> Sig. <…> elettivamente domiciliata in ROMA, VIA <…>, presso lo studio dell’avvocato <…>I, rappresentata e difesa dagli avvocati <…>,<…> giusta procura speciale a margine del controricorso; – controricorrente –
avverso la sentenza n. 2089/2008 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI, depositata il 28/05/2008, R.G.N. 5094/2004;
udito l’Avvocato <…> per delega ;
udito il P.M. persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. GIUSEPPE CORASANITI che ha concluso per l’inammissibilità.
D C, la moglie M S e la figlia C c convennero dinanzi ai Tribunale di Nola le Generali Ass.ni in qualità di impresa designata per il FGVS, chiedendone la condanna al risarcimento dei danni subiti a seguito della morte di GC figlio e fratello degli istanti, investito da una autocisterna rimasta non identificata mentre era alla guida dei proprio ciclomotore.
Il giudice dì primo grado accolse la domanda, ritenendo l’ignoto camionista responsabile dell’incidente nella misura del 70% e condannando conseguentemente la compagnia assicuratrice al pagamento della complessiva somma di circa 354 mila euro in favore degli attori.
La censura è inammissibile, volta che essa non risulta in alcun modo corredata dalla sintesi espositiva dei fatti di causa, come previsto dall’ art. 366 bis c.p.c. applicabile nella specie ratione temporis, essendo stata la sentenza d’appello depositata nel vigore del D.lgs. 40/2006.
Si è così affermato che la relativa censura deve contenere un momento di sintesi omologo del quesito di diritto (cd.. “quesito di fatto”) che ne circoscriva puntualmente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità.
Questo giudice di legittimità ha già avuto più volte modo di affermare come il quesito di diritto vada formulato, ai sensi dell’art. 366 bis cod. proc. civ., in termini tali da costituire una sintesi logico-giuridica unitaria della questione, con conseguente inammissibilità del motivo di ricorso tanto se sorretto da un quesito la cui formulazione sia del tutto inidonea a chiarire, in concreto, l’errore di diritto imputato alla sentenza impugnata in relazione alla concreta controversia (Cass. 25-3-2009, n. 7197), quanto che sia destinato a risolversi (Casa. 19-2-2009, n. 4044) in una richiesta del tutto generica (quale risulta quelle di specie) rivolta al giudice di legittimità di stabilire se sia stata o meno violata – o disapplicata o erroneamente applicata, in astratto, una norma di legge. Il quesito deve, di converso, investire ex se la ratio decidendi della sentenza impugnata con riferimento, sia pur sintetico, ai fatti essenziali di causa, proponendone una alternativa di segno opposto destinata ad una soluzione che, partendo dalla fattispecie concreta, e poi trascendendo la medesima, come sottoposta all’esame del giudice di legittimità, ne dia specifico conto ed esaustiva esposizione: le stesse sezioni unite di questa corte hanno chiaramente specificato (Cass. ss. uu. 2-12-2008, n. 28536) che deve ritenersi inammissibile per violazione dell’art. 366 bis cod. proc. civ. il ricorso per cassazione nel quale l’illustrazione dei singoli motivi sia accompagnata dalla formulazione di un quesito di diritto che si risolve in una tautologia o in un interrogativo circolare, e che già presupponga la risposta senza peraltro consentire un utile riferimento alla fattispecie in esame.
Con il terzo motivo, si denuncia determinazione della misura del danno morale subito dalla vittima in rapporto al danno biologico. Insufficiente e contraddittoria motivazione.
La censura è corredata dalla seguente sintesi espositiva (contenuta al folio 9 del ricorso), da ritenersi tale sul piano contenutistico (nonostante l’assenza di una specifica evidenziazione grafica).
Con esso si chiede al collegio la riaffermazione e la enunciazione di un principio di diritto del tutto conforme alla giurisprudenza di questa Corte, che, con le sentenze a sezioni unite dell’11 novembre 2008, ha evidenziato, con specifico riferimento a casi come quello di specie, come il danno derivante dalla consapevolezza dell’incombere della propria fine sia del tutto svincolato da quello più propriamente biologico, e postuli una ben diversa valutazione sul piano equitativo, sub specie di una più corretta valutazione della intensissima sofferenza morale della vittima.
In caso di decesso, non è insolito si aprano questioni di successione ereditaria, molte volte dovute all’esclusione o alla minor quota di un erede dai cespiti ereditari. In tali casi,...