Source: http://www.sanpaolo.org/fa_oggi03/0310f_o/0310fo24.htm
Timestamp: 2017-11-23 00:09:10+00:00
Document Index: 163799811

Matched Legal Cases: ['art. 14', 'art. 12', 'art. 14', 'art. 12', 'art. 6', 'art. 14']

Famiglia oggi n. 10 ottobre 2003 - Non solo cooperazione sociale
(responsabile della Riabilitazione della Comunità Capodarco di Roma)
Le recenti normative del nostro Paese, ricche di cambiamenti positivi, potrebbero se attuate, contribuire al netto miglioramento dell’occupazione delle persone disabili. È importante responsabilizzare le imprese coinvolgendole in progetti utili per la società.
Non si può parlare genericamente di "disabile". Occorre essere consapevoli che ogni persona lo è in modo del tutto diverso. Per quanto poi riguarda il lavoro, l’handicap intellettivo è certamente la parte più indifesa e meno tutelata.
Il processo di integrazione delle persone disabili ha vissuto in Italia negli ultimi anni profonde trasformazioni, anche se non tutto è perfetto e occorre un lavoro continuo.
In riferimento all’integrazione lavorativa in particolare, i cambiamenti positivi avvenuti sono in buona parte riferibili alle tante sperimentazioni che hanno avviato percorsi innovativi di formazione professionale e inserimento al lavoro, fino a raffinare le tecniche per collocare il lavoratore disabile nel posto di lavoro più adatto. Le metodologie utilizzate da queste esperienze, sono state raccolte in qualche misura nella legge n. 68 «Norme per il diritto al lavoro dei disabili» del 12 marzo 1999, entrata in vigore il 18 gennaio del 2000 ma ancora tutta da attuare.
Il lavoro, elemento fondamentale nella vita di ognuno, può essere considerato come strumento imprescindibile degli interventi non assistenzialistici rivolti ai disabili, finalizzati all’acquisizione o al recupero delle competenze, al raggiungimento dell’autonomia, al reinserimento sociale. Ma la disoccupazione e comunque l’incertezza sulle prospettive occupazionali, i fenomeni di flessibilizzazione del mercato del lavoro, la richiesta di nuove professionalità, rendono necessaria la creazione di servizi in grado di offrire un aiuto complessivo a chi cerca lavoro, in modo particolare ai disabili. Non si può parlare genericamente di "disabilità" bensì occorre essere consapevoli che ogni persona disabile è diversa dall’altra; ogni persona disabile ha una propria specifica strada da percorrere per raggiungere la piena integrazione possibile.
Ad esempio, non possiamo sottovalutare il fatto che il disabile intellettivo rappresenta forse a oggi la parte meno tutelata e quindi a rischio di disoccupazione. Infatti grandi sono stati i progressi nella realizzazione di ausili tecnologici, nella risoluzione delle barriere architettoniche che hanno consentito l’avvio al lavoro e la piena integrazione dei disabili sia fisici che sensoriali. È del tutto evidente quindi che bisogna offrire risposte flessibili e tarate sui bisogni di ogni singolo disabile.
Di certo non sono più sufficienti la mera erogazione di informazioni o la sola attuazione di interventi formativi, in quanto sempre di più si pone come imprescindibile l’esigenza di acquisire gli strumenti e le strategie per muoversi in un mercato del lavoro nuovo, flessibile e dinamico.
Con la legge n. 68/99 le cose potrebbero migliorare perché è in buona parte indirizzata al collocamento mirato del disabile. Il passaggio dalle assunzioni numeriche o clientelari a un sistema di collocamento mirato è un obiettivo ancora tutto da raggiungere, che presuppone un cambiamento di mentalità di tutte le istituzioni preposte alla realizzazione della legge. In particolare le Province, che hanno la responsabilità piena dell’applicazione, dovranno acquisire le esperienze positive realizzate nel territorio, mettendo al centro l’orientamento e la formazione dei disabili, strumenti indispensabili per poter affermare un giusto abbinamento disabile/posto di lavoro e quindi praticare l’inserimento mirato.
Portare a compimento questo sistema permette di soddisfare anche l’aspettativa dei datori di lavoro che possono contare su personale qualificato, formato direttamente in azienda, e soprattutto conoscerlo in un iter abbastanza lungo che ne permetta la completa integrazione nell’ambiente di lavoro, in grado di abbattere quelle barriere di tipo culturale ancora presenti nei luoghi di lavoro come del resto nell’intera società.
Nella costruzione di questi percorsi individualizzati, di collocamento mirato, assume centralità l’orientamento, importante strumento metodologico nelle particolari fasi di transizione e di cambiamento, dove quindi è necessaria una scelta.
Soprattutto per le fasce più deboli l’orientamento deve sviluppare concrete azioni di inclusione sociale superando la logica dei compartimenti stagni. Non più l’orientamento sganciato dalle politiche attive per il lavoro, non più fratture tra agenzie formative ed educative, tra i servizi socio-sanitari e tra sistema dell’impresa e quello dell’impresa sociale.
I percorsi di orientamento, di accompagnamento e tutoring presso aziende pubbliche e private, risultano assolutamente gli strumenti più positivi per l’handicap intellettivo, poiché garantiscono in misura maggiore la prosecuzione di un processo di integrazione sociale e si pongono come logico prolungamento delle attività formative integrate in azienda.
Il tirocinio mirato in azienda, espressamente previsto dalla legge 68, è uno strumento formidabile per facilitare l’acquisizione di competenze professionali, consentendo un più corretto e utile incontro tra domanda e offerta di lavoro.
Non abbiamo ancora uno studio su scala nazionale dei risultati dell’applicazione della legge ma certamente sappiamo che queste esperienze sono ormai generalizzate su tutto il territorio nazionale, realizzate dalle più innovative agenzie formative, dall’associazionismo e dalla cooperazione sociale con ottimi risultati in termini di definitiva occupazione. Soprattutto i disabili ieri esclusi dalla possibilità di avere un lavoro, oggi con questa metodologia riescono a inserirsi positivamente.
Un contributo sostanziale
Nei percorsi per l’integrazione socio lavorativa, in particolare per l’inserimento lavorativo dei soggetti più deboli e gravi, un contributo sostanziale è stato dato dalle cooperative sociali di produzione e lavoro (cooperative sociali di tipo B).
Se è vero che esiste un settore dove in questi ultimi anni si è registrata la migliore performance per incremento di numero di occupati, questo è sicuramente rappresentato dalla cooperazione sociale.
Le ragioni di questo successo sono da ricercare anzitutto nel processo di crescita culturale e civile, vi è infatti alla base della nascita di numerose imprese sociali un’aspirazione di emancipazione, da una condizione di "assistiti", al desiderio di riscattare sé stessi da una condizione di subalternità, andando a conquistare direttamente sul mercato un importante e fondamentale diritto di cittadinanza. La formula della cooperativa sociale è risultata a questo proposito una soluzione in grado di coniugare l’organizzazione del lavoro con i valori della solidarietà, dell’uguaglianza e della partecipazione tipici di queste aggregazioni di persone.
Ma vi è un’altra fondamentale considerazione che fa di questa forma d’impresa una prospettiva importante per lo sviluppo economico e occupazionale del nostro Paese.
Essa è un’impresa che nasce per promuovere l’interesse più generale della comunità, per realizzare un’integrazione dei soggetti più deboli e in difficoltà.
Ci si trova in una fase adulta dell’esperienza. Le cooperative, nate nei primi anni ’70 sulla spinta di associazioni, servizi sociali, enti di formazione sono diventate esse stesse motore e volano di sviluppo di una nuova cooperazione generando nuova impresa e forme evolute di aggregazione imprenditoriale.
Ma la peculiarità di questo sistema sta appunto nella capacità di proporsi non solo in settori nuovi scoprendo potenziali e vitali nicchie di mercato funzionali all’impiego di soggetti svantaggiati, ma anche e soprattutto nella capacità di promuovere per la collettività prodotti e servizi utili a realizzare una migliore integrazione sociale delle persone in difficoltà, nel complesso a scoprire una migliore qualità della vita, a perseguire una valorizzazione e qualificazione del proprio territorio.
Il "produrre" nuovi articoli e servizi in grado ad esempio di facilitare la mobilità delle persone disabili, la realizzazione dei primi sportelli cittadini di informazione per supportare i diritti di cittadinanza, lo studio e la progettazione di un ambiente a misura d’uomo, la definizione di modelli di fruibilità per tutti dei luoghi e degli spazi urbani, la produzione di prodotti "tipici", la produzione culturale.
Ciò significa che la cooperazione sociale rappresenta un valido strumento per il reinserimento dei disabili e ciò è dimostrato anche dal ruolo che è chiamata a svolgere nell’applicazione della legge 68.
Proprio la norma contenuta nell’art. 14 del decreto legislativo attuativo della legge 30 del 2003 (Legge Biagi) ha infatti riaperto il dibattito sul ruolo e il contributo della cooperazione sociale nelle politiche di integrazione lavorativa delle persone disabili, con particolare riferimento a quanto previsto dalla legge 68/99.
Evitare i ghetti
È sicuramente auspicabile una revisione dell’art. 12 della legge 68, che sinora ha dimostrato la sua inapplicabilità, ma la proposizione attuale dell’art. 14 della legge 30 prevede la possibilità per l’azienda di coprire l’obbligo di assunzione dei disabili attraverso l’attivazione di commesse di lavoro in favore di cooperative sociali, l’entità delle commesse dovrà essere almeno pari ai costi di assunzione degli stessi disabili nelle cooperative.
Questa normativa va ben oltre l’esigenza prospettata di aprire, d’intesa con le associazioni datoriali, i sindacati, le associazioni dei disabili e quelle delle cooperative sociali, aree di sperimentazione per l’inserimento lavorativo dei disabili più gravi.
L’interpretazione estensiva dell’art. 12 della legge 68 potrebbe portare alla degenerazione delle cooperative stesse e a uno stravolgimento della legge. Sarebbe pericoloso concepire le cooperative sociali di produzione come unica strada dell’integrazione lavorativa. Ciò porterebbe a trasformarle in laboratori protetti, scaricando su di esse tutto l’onere sociale dell’integrazione lavorativa dei soggetti svantaggiati, deresponsabilizzando così le imprese. Va invece ribadito che la cooperazione sociale è una delle opzioni possibili e che sicuramente rappresenta anche un valido strumento di formazione, ma non bisogna forzare questi steccati altrimenti costruiamo altri ghetti.
Questa visione riduttiva della cooperazione sociale, avvalorata dallo stesso articolo di Davide Cervellin apparso sul Sole 24 ore (17 luglio 2003, pag. 20) dal titolo "Così cresce il lavoro dei disabili", fa ritornare paurosamente indietro la stessa cultura aziendale e industriale del nostro Paese. Non crediamo sia questo il processo di affermazione della responsabilità sociale delle imprese, da più parti sbandierata.
La deresponsabilizzazione, la delega ad altri, sembrano piuttosto un triste ripetersi di prassi di altri tempi.
Oggi pensiamo che le imprese, proprio perché le abbiamo incontrate nel nostro cammino, siano interessate a costruire percorsi di responsabilità sociale che vanno ben oltre il rispetto delle leggi vigenti e il versamento dovuto delle imposte, tasse e ammende. Non è solo il rispetto di codici etici per l’inserimento lavorativo dei soggetti più deboli, non è solo il finanziamento di qualche progetto sociale, che suona spesso come modo per lavarsi la coscienza, ma è la partecipazione in partnership con gli altri attori locali, territoriali per una progettualità congiunta di sostegno alla progettualità sociale, di sostegno allo sviluppo locale, di sostegno all’impresa sociale, di sostegno all’inserimento lavorativo di fasce deboli e svantaggiate.
Una frontiera da scoprire
Questo intendiamo per responsabilità sociale dell’impresa, questa è una nuova frontiera tutta da scoprire, che può comprendere anche la certificazione etica delle imprese impegnate in questo nuovo cammino. Come Comunità di Capodarco stiamo sperimentando tale percorso con il progetto europeo "The non discriminating firm" finanziato tramite l’art. 6 della legge 68; le imprese coinvolte stanno dimostrando il loro interesse.
Ci spiace che ancora non ci sia una valutazione più generale dello stato di applicazione della legge 68. A tutt’oggi non sono disponibili i dati aggregati dell’attività svolta da tutte le Province, come già detto mancano quelli riferiti agli inserimenti mirati, e questo non ci permette di approfondire i molti aspetti critici in relazione sia al ridotto effetto ottenuto in termini di numero di persone disabili inserite nel mercato del lavoro (con grandi squilibri tra aree del Paese e tra "categorie e gradi diversi di disabilità"), sia di ritardi gravi nell’organizzazione e diffusione di quello che era il cuore della legge, cioè l’attivazione di percorsi, servizi, modalità per un inserimento mirato delle persone. Obiettivo che richiede strumenti e strategie per favorire realmente l’incontro tra domanda e offerta, valorizzando le capacità delle persone disabili e un grande impegno degli attori imprenditoriali e sociali locali.
A livello nazionale e di conseguenza a livello locale, ancora non è stata definita la normativa che regola l’istituzione di servizi di orientamento e inserimento per le categorie svantaggiate. Rimangono non chiari i ruoli e le funzioni dei Centri per l’impiego, dei Centri di orientamento al lavoro, i Centri di formazione professionale, i Centri Informagiovani. In alcune zone sono le Asl a gestire queste attività, in altre sono i Centri di formazione professionale pubblici e privati, in altre ancora sono le cooperative sociali e le Onlus.
L’altra necessità legislativa urgente è quella relativa alla definizione del ruolo delle cooperative sociali.
L’effettiva cantierabilità di questo sistema presuppone una forte collaborazione tra pubblico e privato sociale. Dovranno sicuramente essere riscritte alcune regole per consentire la partecipazione attiva degli attori che saranno chiamati a gestire, promuovere e sperimentare nuovi percorsi e servizi.
INDIRIZZI PER INFORMARSI
Per maggiore documentazione dei lettori forniamo altre segnalazioni utili su lavoro e disabilità. www.spazio-lavoro.it ("newsletter" sull’art. 14 Legge Biagi, con prese di posizione delle cooperative sociali e associazionismo disabili). www.coinsociale.it (sito del consorzio delle cooperative sociali Co.In. – forum sulle tematiche del lavoro e disabilità). www.cnca.it (sito del Coordinamento nazionale delle Comunità di accoglienza, Cnca). www.capodarco.it (sito della Comunità Capodarco di Roma – "The non discriminating firm", progetto europeo sulla responsabilità sociale delle imprese).
Michele Smargiassi, I Down alla conquista del lavoro, in "La Repubblica", 4 agosto 2003, articolo sulle esperienze di lavoro delle persone down.
Agli operatori sociali si consiglia la lettura del manuale curato da Gabriella Fabrizi e Paola Vulterinia Orientamento e inserimento al lavoro di persone in condizioni di svantaggio (Franco Angeli 2000).