Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-3234-del-07-02-2017
Timestamp: 2020-07-14 12:43:20+00:00
Document Index: 30392819

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Sentenza Cassazione Civile n. 3234 del 07/02/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3234 del 07/02/2017
Cassazione civile, sez. II, 07/02/2017, (ud. 06/12/2016, dep.07/02/2017), n. 3234
sul ricorso 21497-2015 proposto da:
MAINO CAV ELIGIO SRL, elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE DELLE
lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato GIOVANNI TISATO;
G.C., T.A., EDILSERRAIOTTO SRL,
C.G., elettivamente domiciliato in ROMA, P.ZZA CAVOUR presso la
DALL’IGNA;
avverso la sentenza n. 12747/2015 della CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
di ROMA, depositata il 19/06/2015;
06/12/2016 dal Consigliere Dott. ANTONELLO COSENTINO;
udito l’Avvocato GATTAMELATA Alessio, con delega depositata in
udienza dell’Avvocato AMBROSIO Giuseppe, difensore del ricorrente
che ha chiesto l’accoglimento delle difese depositate;
udito l’Avvocato DALL’IGNA Paolo, difensore dei resistenti che ha
La società Maino cav. Eligio s.r.l. (di seguito, “società Maino”) ricorre nei confronti di G.C., T.A., C.G. e la società Edilserraiotto s.r.l. per la revocazione per errore di fatto della sentenza di questa Corte n. 12747/15, che aveva dichiarato inammissibile, perchè tardivo, il ricorso per cassazione che essa società Maino aveva proposto nei confronti dei medesimi odierni intimati avverso la sentenza della corte d’appello di Venezia numero 270/09.
Tale sentenza della corte veneziana, in accoglimento dell’appello proposto dalle parti G., T., C. ed Edilserraiotto s.r.l. contro due sentenze (non definitiva e definitiva) del tribunale di Vicenza, aveva, per quanto qui ancora interessa, negato l’esistenza di una servitù di passaggio di condotte fognarie gravante sui fondi degli appellanti a favore del fondo della società Maino e, conseguentemente, ordinato la rimozione di tubazioni ed opere esistenti su detti fondi.
La sentenza della corte d’appello era stata impugnata per cassazione dalla società Maino con tre mezzi di ricorso, relativi:
– il primo, al vizio di nullità della sentenza gravata per omessa pronuncia sull’eccezione con cui la società Maino aveva dedotto che la sentenza non definitiva del tribunale di Vicenza era passata in giudicato per l’irritualità della riserva di impugnazione formulata dalle controparti ex art. 340 c.p.c.;
– il secondo, al vizio di nullità della sentenza gravata per mancata integrazione del contraddittorio nei confronti delle parti S.N. e P.S., proprietari di fondi anch’essi soggetti alla servitù relativa al passaggio delle condotte fognarie per cui è causa; parti che avevano partecipato al primo grado del giudizio e non avevano appellato la sentenza del tribunale vicentino, nè erano stati citate in secondo grado;
– il terzo, al vizio di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione della sentenza d’appello in ordine alla ritenuta mancanza di prova della interclusione del fondo della società Maino e in ordine alla valutazione comparativa tra le esigenze del fondo dominante e quelle dei fondi serventi, sui quali già esisteva una tubatura interrata idonea all’esercizio della servitù.
La società Maino aveva altresì presentato a questa Corte una istanza di rimessione in termini per la notifica del ricorso per cassazione, fondata sul rilievo che tale notifica non era andata a buon fine perchè l’avvocatessa Cu.Pa., che aveva difeso le controparti in appello, era risultata, sconosciuta, al domicilio eletto nell’atto di citazione in appello.
Con la sentenza n. 12747/15, oggetto dell’odierno ricorso per revocazione, questa Corte ha dichiarato inammissibile il suddetto ricorso per cassazione della società Maino, per essere stato lo stesso avviato alla notifica un anno e 47 giorni dopo il deposito della sentenza impugnata, ossia il 6 aprile 2010 “giorno non preceduto da festività” (così, testualmente, a pagina 3 della sentenza impugnata per revocazione).
La società Maino denuncia l’errore materiale in cui la Corte di cassazione sarebbe incorsa non rilevando che il giorno prima del 6 aprile 2010 era il lunedì dell’Angelo dell’anno 2010 e, pertanto, chiede la revocazione della sentenza di questa Corte n. 12747/15 e l’accoglimento, all’esito del conseguente giudizio rescissorio, del ricorso per cassazione che la sentenza revocanda aveva giudicato inammissibile.
G.C., T.A., C.G. e la società Edilserraiotto s.r.l. hanno resistito con controricorso, deducendo in via preliminare:
– la carenza di interesse per ricorrere della società Maino, per effetto della transazione intervenuta fra le parti nella pendenza del giudizio di cassazione, giusta atto di transazione del (OMISSIS) allegato al controricorso ai sensi dell’art. 372 c.p.c.;
– la nullità della notifica del ricorso per revocazione, in quanto effettuata mediante notifica al domicilio professionale dell’avvocato che aveva difeso gli intimati nel giudizio di appello; secondo il ricorrente tale notifica si sarebbe dovuto effettuare personalmente agli intimati, non essendosi i medesimi costituiti nel giudizio di cassazione definito con la sentenza oggetto dell’odierna impugnazione.
I contro ricorrenti hanno altresì resistito alla richiesta di revocazione e comunque, ai fini dell’eventuale giudizio rescissorio, hanno contestato la fondatezza dei motivi del ricorso per cassazione.
La causa è stata discussa alla pubblica udienza del 6.12.16, per la quale solo i contro ricorrenti hanno depositato una memoria ex art. 378 c.p.c. e nella quale il Procuratore Generale ha concluso come in epigrafe.
Preliminarmente vanno disattese le eccezioni di inammissibilità del ricorso per revocazione sollevate dai contro ricorrenti in ragione della nullità della relativa notifica e della carenza di interesse a ricorrere conseguente alla intervenuta cessazione della materia del contendere.
Quanto alla nullità della notifica del ricorso per revocazione, è sufficiente considerare che la stessa risulta sanata, ai sensi dell’art. 156 c.p.c., u.c. per essersi gli intimati tempestivamente difesi notificando controricorso ai ricorrenti.
Quanto alla dedotta cessazione della materia del contendere, il Collegio osserva che nella clausola n. 9 del menzionato atto di transazione del (OMISSIS) si prevede la riattivazione della procedura esecutiva contro la società Maino, nel “caso di mancata esecuzione di quanto previsto nel presente accordo”. Deve dunque escludersi che la conclusione di tale transazione abbia determinato la cessazione della materia del contendere tra le parti.
Il ricorso per revocazione è dunque ammissibile; esso non può, tuttavia, trovare accoglimento.
Al riguardo va premesso che, secondo il costante insegnamento di questa Corte (cfr. sentt. nn. 3935/09, 6038/16), a norma dell’art. 395 c.p.c., comma 1, n. 4), il nesso causale tra errore di fatto e decisione, nel cui accertamento si sostanzia la valutazione di essenzialità e decisività dell’errore revocatorio, non è un nesso di causalità storica, ma di carattere logico-giuridico, nel senso che non si tratta di stabilire se il giudice autore del provvedimento da revocare si sarebbe, in concreto, determinato in maniera diversa ove non avesse commesso l’errore di fatto, bensì di stabilire se la decisione della causa sarebbe dovuta essere diversa, in mancanza di quell’errore, per necessità logico-giuridica.
Ciò posto, il Collegio rileva che nella specie – se è palese che la sentenza della Corte di cassazione n. 12747/15, oggetto dell’odierno ricorso per revocazione, contiene un errore di fatto, consistente nell’avere ritenuto il 6 aprile 2010 “giorno non preceduto da festività” nonostante che il 5 aprile 2010 fosse il lunedì dell’Angelo) – tale errore, tuttavia, risulta non decisivo, in quanto, anche se esso non fosse stato commesso, egualmente la decisione sul ricorso per cassazione proposto dalla società Maino avrebbe dovuto essere una decisione di inammissibilità. Infatti, dopo che la notifica di quel ricorso per cassazione, richiesta il 6 aprile 2010 ed eseguita a mezzo del servizio postale, era rimasta incompiuta (in quanto la domiciliataria degli intimati, avvocatessa Cu.Pa., era risultata sconosciuta all’indirizzo eletto nell’atto di appello) la società Maino si era limitata a depositare un’istanza di remissione in termini, senza provvedere a riattivare tempestivamente il procedimento di notifica, come avrebbe dovuto fare secondo i principi fissati da questa Corte. Si veda, al riguardo, sent. n. 20830/13: “Qualora la notificazione di un atto processuale, da effettuare entro un termine perentorio, non si perfezioni per circostanze non imputabili al richiedente, questi ha l’onere – anche alla luce del principio della ragionevole durata del processo, atteso che la richiesta di un provvedimento giudiziale comporterebbe un allungamento dei tempi del giudizio – di chiedere all’ufficiale giudiziario la ripresa del procedimento notificatorio e, ai fini del rispetto del termine perentorio, la conseguente notificazione avrà effetto dalla data iniziale di attivazione del procedimento, semprechè la ripresa del medesimo sia intervenuta entro un termine ragionevolmente contenuto, tenuti presenti i tempi necessari, secondo la comune diligenza, per conoscere l’esito negativo della notificazione e assumere le informazioni del caso. (Nella specie, in applicazione dell’enunciato principio, la S.C. ha dichiarato inammissibile il ricorso per cassazione, in quanto il ricorrente, pur essendo in possesso delle indicazioni sufficienti a riattivare il procedimento notificatorio, non vi aveva provveduto e aveva, invece, formulato istanza di rimessione in termini, senza neppure specificare il momento in cui aveva avuto conoscenza del fatto che la notifica non era andata a buon fine per intervenuto trasferimento del destinatario)”; in senso conforme, sentt. nn. 2154/10 e 18074/12; da ultimo, con la precisazione che il limite di tempo entro il quale va riattivato il processo notificatorio per conservare gli effetti collegati alla richiesta originaria non può superare la metà dei termini indicati dall’art. 325 c.p.c., salvo circostanze eccezionali di cui sia data prova rigorosa, S.S.U.U. 14594/16.
In definitiva, quindi, il ricorso per revocazione va rigettato per difetto di decisività del denunciato errore di fatto, essendo comunque inammissibile il ricorso per cassazione che tale è stato dichiarato con la sentenza impugnata in questa sede.
Non possono accogliersi le domande dei controricorrenti aventi ad oggetto il rimborso delle spese di cui all’art. 92 c.p.c., comma 1 nonchè il risarcimento dei danni per impugnazione temeraria ex art. 96 c.p.c. o, alternativamente, la somma equitativamente determinata di cui al medesimo art. 96 c.p.c., u.c. (recte: di cui all’art. 385 c.p.c., u.c. applicabile ratione temporis, cfr. Cass. n. 15030/15). L’obiettiva sussistenza di un errore di fatto nella sentenza impugnata per revocazione esclude, infatti, qualunque ipotesi di responsabilità della ricorrente ai sensi degli artt. 88 o 385 c.p.c.
La Corte rigetta il ricorso per revocazione.
Condanna la società ricorrente a rifondere ai controricorrenti le spese del giudizio di cassazione, che liquida in Euro 4.000, oltre Euro 200 per esborsi ed oltre accessori di legge.
Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, D.Lgs. n. 546 del 1992, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.