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Timestamp: 2019-12-06 06:09:38+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 183', 'art. 183', 'art. 184', 'Cass. Sez. ', 'art. 184', 'art. 183', 'art. 183', 'art. 183']

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6.2. Rilevabilità o meno d’ufficio della tardività della “domanda nuova” e conseguente irrilevanza o meno della c.d. accettazione del contraddittorio sulla domanda nuova ad opera della controparte.
I° orientamento:
- rilevabilità d’ufficio della domanda nuova, pur in assenza di una esplicita eccezione della controparte.
T. Milano, 08-05-1997, in Nuova giur. civ., 1998, I, 577, n. DALMOTTO e in Giur. it., 1998, 2309: “Il processo civile si articola in varie fasi distinte non solo concettualmente ma anche nella loro successione temporale; la prima, di proposizione delle domande e delle eccezioni, con allegazione dei fatti dedotti a fondamento di esse, diretta alla definizione del thema decidendum sottoposto al giudice, si conclude con la chiusura della prima udienza di trattazione ex art. 183 c.p.c. ovvero con la scadenza dei termini (perentori) in quella sede fissati dal giudice, su richiesta di parte ai sensi dell’ultimo comma del medesimo art. 183; la fase successiva, che si sviluppa nell’udienza ex art. 184 e nell’eventuale sua appendice costituita dalle memorie istruttorie autorizzate, ai sensi del 1º comma dello stesso articolo, dal giudice (che a tal fine assegna termini di natura perentoria) è diretta alla definizione del thema probandum; la terza fase, dell’istruzione probatoria, è diretta all’assunzione delle prove ammesse; in ultimo c’è la fase della decisione; tale scansione di regola non tollera deroghe; e il mancato rispetto dei tempi stabiliti per la definizione del thema decidendum e del thema probandum determina la decadenza della parte dalla facoltà da un lato di «precisare e modificare le domande, le eccezioni e le conclusioni già formulate» e dall’altro di completare le produzioni documentali «e indicare nuovi mezzi di prova»; le decadenze a cui si è accennato sono rilevabili anche d’ufficio, attesa la natura perentoria dei termini a cui sono ricollegate e la loro rispondenza al superiore interesse ad una spedita conduzione del processo (nella specie, sulla base delle enunciate premesse, è stata rilevata ex officio sia la inammissibilità della modifica, in sede di precisazione delle conclusioni, di una domanda, sia la tardività e la conseguente inutilizzabilità di documenti prodotti all’udienza di precisazione delle conclusioni)”.
P. Caltanissetta, 20-12-1997, in Foro it., 1998, I, 1335: “Nelle cause promosse dopo l’entrata in vigore della l. 353/90, nel caso in cui una delle parti avanzi una nuova domanda in sede di precisazione delle conclusioni, il giudice è tenuto a rilevarne anche d’ufficio l’inammissibilità, pur in assenza di un’esplicita eccezione della controparte”.
In motivazione si veda Cass., sez. I, 07-04-2000, n. 4376, in Foro it., Rep. 2000, Procedimento civile [5190], n. 237, seppur relativa a giudizio avanti al Giudice di Pace: “…Al riguardo, è noto che, nel rito ordinario previgente, le allegazioni potevano essere effettuate fino all’ultima udienza della fase di trattazione: circa le residue preclusioni riguardanti il primo processo (divieto di proposizione di domande nuove o riconvenzionali in corso di causa), dottrina e giurisprudenza ritenevano trattarsi di divieti posti nell’interesse esclusivo dell’altra parte, onde potevano essere superati dalla volontà espressa o tacita (attraverso, cioè, l’accettazione del contraddittorio) di quest’ultima. Nel processo del lavoro, invece, valorizzando il profilo di interesse pubblico delle preclusioni relative alle allegazioni e domande nuove, la tardività di queste è stata ritenuta rilevabile d’ufficio, indipendentemente dall’atteggiamento del controinteressato al riguardo (così, quanto alla decadenza dalle eccezioni non tempestivamente proposte, Cass. Sez. Unite 4 dicembre 1988, n. 6423). In questo senso, poiché il vigente regime delle preclusioni dettato per il procedimento ordinario davanti al tribunale e per quello (come si è visto) davanti al giudice di pace appare ispirato alla medesima "ratio" di garantire la celerità e la concentrazione dei procedimenti civili, la relativa violazione non potrà certamente dirsi connessa alla lesione di un mero interesse delle parti, ma dovrà essere considerata pregiudizievole dello stesso interesse giuspubblicistico a scongiurare deprecabili allungamenti dei tempi processuali, secondo quanto traspare, come non si è mancato di sottolineare anche in dottrina, vuoi dalla più recente edizione del primo comma dell’art. 184 bis c.p.c. (il quale prevede l’applicabilità della rimessione in termini, e perciò del travolgimento di una preclusione già maturata, a qualunque decadenza, giustificandone la concessione soltanto in presenza di una causa non imputabile alle parti), vuoi dal vecchio regime delle preclusioni generali per il processo ordinario (spostate in avanti, con la riforma del 1950, al momento della rimessione della causa al collegio e nuovamente "anticipate" con la più recente novella del rito civile), là dove non si dubitava che la tardività di allegazioni, istanze istruttorie, domande o eccezioni fosse rilevabile "ex officio"”.
- conseguente irrilevanza dell’accettazione del contraddittorio: un precedente edito specifico in tema di giudizi di separazione e di divorzio, ma con principio applicabile ad ogni giudizio ordinario di cognizione: v. T. Milano, 27-06-1997, in Dir. famiglia, 1998, 1009, n. DANOVI: “Nei giudizi di separazione e di divorzio, il ricorso introduttivo, ritualmente notificato, è idoneo ad assolvere definitivamente alle funzioni di edictio actionis e di vocatio in ius proprie della domanda giudiziale; conseguentemente, anche la costituzione del convenuto deve avvenire anteriormente all’udienza presidenziale, secondo i termini previsti dal regime ordinario, ridotti alla metà, e le preclusioni ad essi connesse, mentre ogni domanda successivamente proposta, salve le facoltà ex art. 183 c.p.c., deve ritenersi inammissibile perché tardiva, a nulla rilevando un’eventuale accettazione del contraddittorio, espressa od implicita, ad opera della controparte”.
Dottrina dominante: SASSANI, Commentario alla riforma del processo civile a cura di CONSOLO, LUISO, SASSANI, Milano, 1996, 210; CARPI-COLASANTI-TARUFFO, Commentario breve al codice di procedura civile, Padova, 1994, 450; CONSOLO, Un codice di procedura civile «seminuovo», in Giur. it., 1990, IV, 435.
II° orientamento:
- domanda nuova introdotta con le memorie ex art. 183 u.c. c.p.c. ammissibile se su di essa la parte avversa abbia accettato, anche implicitamente, il contraddittorio.
T. Firenze, 11-05-1996, in Giur. merito, 1998, 925, n. RICCARDI: “Devono essere considerate irrituali, e pertanto inammissibili, le domande nuove che le parti abbiano proposto a mezzo delle memorie previste dall’art. 183, ult. comma, c.p.c., sempre che parte avversa non abbia su di esse, anche implicitamente, accettato il contraddittorio”.
Conferma, dopo la novella, dell’orientamento da ultimo consolidatosi nella giurisprudenza di legittimità, nel sistema previgente.
Si veda da ultimo, anche circa il concetto di accettazione implicita, di recente delimitato ancor più rigorosamente:
Cass., sez. II, 03-04-2002, n. 4769, in Foro it., 2002, I, 2049.
“La violazione del divieto di introdurre una domanda nuova nel corso del giudizio di primo grado, rilevabile dal giudice anche d’ufficio, non è sanzionabile in presenza di accettazione esplicita del contraddittorio o di comportamento implicante accettazione, che non può ravvisarsi nel mero silenzio o nel difetto di reazione (nella specie - verificatasi prima della entrata in vigore della l. 353/90 - è stato escluso che integrasse accettazione del contraddittorio il silenzio della parte a fronte di domanda nuova proposta in sede di precisazione delle conclusioni)”. Mutamento del precedente orientamento con Cass., sez. un., 22 maggio 1996, n. 4712, id., Rep. 1996, voce Procedimento civile, n. 195, e Giust. civ., 1996, I, 1889; ed ampiamente commentata anche da M. FABIANI, Vecchio rito e nuove domande: le sezioni unite ripudiano l’accettazione presunta del contraddittorio, in Corriere giur., 1996, 1254.
(Precedente più remoto orientamento, nel sistema previdente, della Suprema Corte: l’introduzione di una nuova domanda in sede di precisazione delle conclusioni, per consolidata prassi giurisprudenziale, non dava luogo a preclusione rilevabile d’ufficio, ma poteva solo fondare un’eccezione di parte, peraltro proponibile solo nella stessa udienza, pena la tacita accettazione del contraddittorio con conseguente sanatoria della preclusione stessa (così, da ultimo, Cass. 26 giugno 1997, n. 5714, Foro it., Mass., 558; 1° aprile 1996, n. 2993, id., Rep. 1996, voce Procedimento civile, n. 196; 3 marzo 1994, n. 2125, id., 1996, I, 692). Tale orientamento si reggeva sulla convinzione che il divieto di nuove domande in primo grado rispondesse ad un interesse di tipo privato e non di ordine pubblico).