Source: https://geograficamente.wordpress.com/2013/04/16/il-documento-sulle-politiche-urbane-del-ministero-della-coesione-territoriale-ministro-fabrizio-barca-fotografia-urbana-dellitalia-attuale-come-dovranno-essere-le-nuove-citta-s/
Timestamp: 2018-03-25 01:38:15+00:00
Document Index: 148701395

Matched Legal Cases: ['art. 18', 'art.30', 'art. 31', 'art. 32', 'art. 33', 'art. 34', 'art. 17', 'art. 1', 'art.132']

Il Documento sulle POLITICHE URBANE del Ministero della Coesione Territoriale (Ministro Fabrizio BARCA) FOTOGRAFIA URBANA DELL’ITALIA ATTUALE – Come dovranno essere le NUOVE CITTÀ? – Servizi e credibilità delle istituzioni locali debbono cambiare per rispondere al DIRITTO DI CITTADINANZA delle persone – Geograficamente
Il Documento sulle POLITICHE URBANE del Ministero della Coesione Territoriale (Ministro Fabrizio BARCA) FOTOGRAFIA URBANA DELL’ITALIA ATTUALE – Come dovranno essere le NUOVE CITTÀ? – Servizi e credibilità delle istituzioni locali debbono cambiare per rispondere al DIRITTO DI CITTADINANZA delle persone
martedì 16 aprile 2013 giovedì 18 aprile 2013 sebastianomalamocco
Piazza Ducale a VIGEVANO – gli innumerevoli esempi di CITTA’ e CENTRI STORICI DA NON PERDERE
Ha suscitato un certo interesse la pubblicazione, nei primi giorni di aprile, di alcuni documenti sulla politica urbana prossima, che “legge” la situazione attuale delle nostre città e paesi, lavoro coordinato dal Ministro Barca e dal suo Ministero della Coesione Territoriale. Ve ne diamo qui conto con due tra i più importanti di questi documenti: UNA LETTURA DEL TERRITORIO ITALIANO (è una sintesi del lavoro…) e la prima parte dei METODI E CONTENUTI SULLE PRIORITA’ IN TEMA DI AGENDA URBANA.
Politica urbana si diceva: tentativo encomiabile, quella del Ministero per la Coesione Territoriale, di provare a fare una sintesi accettabile (pur nella complessità) per iniziare veramente (finalmente) a progettare la nostra “urbanità”, il nostro vivere in realtà più o meno cittadine che molto spesso sono anonime, spente, confuse tra “natura e cemento” e, quel che è peggio, in fase di ulteriore declino. Se non si decide cosa si vuole fare del nostro ambiente di vita per i prossimi anni, applicando le decisioni prese, subiremo decisioni di altri, magari legati a profitti e interessi poco attenti alla comunità.
CAGLIARI, un CENTRO STORICO DA VIVERE
Se la città nasce, secondo la definizione di Aristotele, per portare la felicità tra le persone, farle vivere bene assieme, ebbene ogni sviluppo di esse – o non sviluppo – deve essere governato. E questo non sempre è accaduto.
Ora le città sono diventate uno strumento necessario (un “luogo” nel vero senso del termine) per il rilancio delle aree in crisi dal fenomeno galoppante della deindustrializzazione; e adesso c’è la necessità di reinventare modi di vita e di economia compatibili con l’ambiente, con il patrimonio storico e artistico. Città e centri urbani minori (magari diffusi lungo le strade) che proprio in questi strategici anni sono andati in crisi: pensiamo solo alle gravi difficoltà e chiusure di laboratori artigiani e medio-piccole industrie manifatturiere che negli anni passati avevano portato lavoro e benessere.
Per fare un esempio, la legge 135/2012 istituisce (a partire dall’1 gennaio 2014) dieci aree metropolitane in Italia (Roma, Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria) con compiti di pianificazione del territorio sia urbanistica, che dei servizi, del sociale, delle strategie di sviluppo futuro (su che economia puntare…); e in questi contesti urbani le province vengono eliminate e risorse finanziarie (a “attenzione politica”) arriveranno sui vari progetti…… e così che l’Italia degli 8.000 comuni (8.096 per la precisione) si concentrerà “di più” nelle aree metropolitane, rischiando di lasciare un po’ in disparte le altre migliaia di comuni che diventeranno residuali rispetto ai “centri” metropolitani…
CITTA’ PER GIOCARE (DAL SITO http://www.mediterraneaonline.eu/it/)
I due documenti che vi proponiamo del Ministero della Coesione Territoriale (per la precisione i documenti sono sottoscritti dal CIPU, Comitato Interministeriale per le Politiche Urbane, con contributi di vari Ministeri ed Enti, ma la “mano” sul tutto è del Ministero della Coesione Territoriale), documenti resi noti il 29 marzo scorso, fotografano in modo interessante e nuovo le mutazioni geografiche, istituzionali, sociali, degli enti territoriali italiani (rappresentati da comuni, città, province, regioni…), facendo trasparire in modo palese (senza dirlo più di tanto per ragioni di opportunità) che “così com’è adesso non va proprio”: che le realtà territoriali sono profondamente cambiate e bisogna incominciare a darsi da fare per ridefinire i confini e i compiti di ciascuna (nuova) realtà. E che un nuovo sviluppo (cioè innovativo, diverso dai parametri di questi decenni) ha bisogno di politiche urbane (edilizie, economiche, sociali di attenzioni ai più deboli…) fatte di coesione della comunità e sostenibilità ambientale.
Emblematico il fatto che si tratta di un’analisi ma anche progetto di innovazione urbana che viene da questo Ministero (della Coesione Territoriale) ora in scadenza, in un contesto nel quale poco interesse mostrano le città e ogni altra realtà locale a darsi uno sviluppo urbano del tutto nuovo: meno “cementizio”, meno inquinato; recuperando i centri storici anziché farli morire con il proliferare dei centri commerciali. Parole abusate come “smart city” (ma nessuno ci crede alla città intelligente, è solo una moda questa parola…), green city, eccetera… di fatto non si percepiscono cambiamenti veri: sì a qualche pista ciclabile, alcune zone senza auto, le “notti bianche” del commercio e qualche spettacolo d’estate, …ma la vera realtà è quella di tutti i giorni: periferie disordinate e inquinate, e centri storici svuotati di negozi e attività sociali. Disagi di vita che crescono.
Deserto dell’ARIZONA: foto di ARCOSANTI, cantiere infinito della città ideale progettata e costruita da PAOLO SOLERI, architetto, urbanista, scultore, filosofo… morto il 10 aprile scorso nella sua casa di Paradise Valley (VEDI L’ARTICOLO ULTIMO DI QUESTO POST)
Il caso Veneto poi, come in tante altre parti d’Italia, denota la schizofrenia urbana sia delle città che dei piccoli centri dove l’urbanizzazione avviene (è avvenuta) essenzialmente lungo le numerose strade.
Pertanto c’è veramente l’esigenza di una “svolta” istituzionale senza la quale questioni decisive per la qualità della vita delle popolazioni urbane non troveranno soluzione. Si percepisce la necessità di dar corso a una presa di coscienza lenta ma significativa che va incoraggiata fino a far maturare le condizioni di una nuova organizzazione dei poteri sul territorio. Noi proponiamo il superamento del sistema degli attuali comuni: ma forse serve una “gradualità” (Unioni di comuni, Consorzi, servizi sempre più fatti insieme, meno costosi e di maggiore qualità…), prima di arrivare a enti istituzionali che culturalmente e politicamente si riconoscono in nuove CITTA’ (appunto superando i medio-piccoli comuni di origine) (ma, vien da chiedersi, questa gradualità “lenta” potrà godere di tempi adatti alle esigenze nuove che sono immediate, urgenti?!…).
Poi, qui, in questo post, torniamo sulla questione della “MACROREGIONE DEL NORD, cui noi non crediamo sia fattibile e auspicabile: meglio se ci potrà essere un “nordest” e un “nordovest” (e tra i vari articoli che proponiamo sulla questione, accenniamo alla prospettiva, interessante, per il Nordest, proposta dallo studioso Cesare De Michelis di un’area storico-economica identificabile, almeno nello spirito organizzativo, nelle cosiddette tre “Venezie”).
Resta il fatto che l’interessante studio del Ministro Barca sulle politiche urbane territoriali richiede una volontà di riforma, di “rimettersi in gioco”, delle persone che governano gli enti locali (comuni, province, regioni…) che pare ben lontano dalla loro volontà attuale. Pertanto l’epoca di concreti cambiamenti territoriali (con il superamento dei comuni, l’istituzione di nuove città, le aree metropolitane al posto di tutte le province, la macroregioni al posto delle parassitarie attuali regioni) quest’epoca di riforme sembra ben lungi dal venire. (sm)
Comitato Interministeriale per le Politiche Urbane (CIPU)
METODI E CONTENUTI SULLE PRIORITA’ IN TEMA DI AGENDA URBANA (aprile 2013)
UNA LETTURA DEL TERRITORIO ITALIANO
(politica nazionale per le città – allegato 1)
Gli studi sulla questione urbana e le esperienze avviate sia in sede locale che nazionale e comunitaria confermano la crescente centralità di alcuni problemi specifici della città contemporanea che, a tutt’oggi, stentano a trovare adeguate e diffuse risposte sul piano delle politiche urbane. Si tratta di questioni che esprimono con grande evidenza la non soluzione del rapporto tra competitività, sostenibilità, inclusione e coesione sociale, ancorché interna alla dimensione urbana.
Cosa è oggi la città? Come si compone dal punto di vista dei processi di trasformazione del territorio?
Una lettura del territorio italiano ci rimanda una immagine policentrica costituita da una rete di comuni o aggregazioni di comuni, differenziati gli uni dagli altri, attorno ai quali gravitano aree caratterizzate, in base alle distanze dai poli, da diversi livelli di perifericità spaziale classificabili in 4 fasce: aree urbane, aree peri-urbane; aree intermedie; aree periferiche e ultra periferiche.
La individuazione dei poli deriva da una prima ipotesi che li identifica quali centri urbani con popolazione residente superiore o uguale a 35.000 abitanti; e da una seconda che identifica i poli con quei comuni, o aggregazioni di comuni contigui, in grado di offrire una rosa di servizi (centri di offerta di servizi).
Non esiste una corrispondenza necessaria tra dimensione “fisica” del centro e capacità di offrire determinati servizi (esempio tipico i centri urbani adiacenti alle grandi città che agiscono da attrattori sia per il lavoro che per i servizi, o alcune città del Mezzogiorno).
Alcuni comuni, che offrono un insieme specifico di servizi, diventano i reali attrattori indipendentemente dalla loro dimensione “fisica”, e acquisiscono la definizione più appropriata di “poli”.
Il carattere di “centro di offerta di servizi” è esemplificativamente attribuibile a quei comuni, o aggregati di comuni, in grado di offrire tutta l’offerta: nel campo della scuola secondaria; degli ospedali sedi di DEA; delle stazioni ferroviarie di I livello e di quelle definite Platinum, Gold o Silver.
L’Italia è un Paese in cui la popolazione è fortemente concentrata nei poli e nelle relative aree di cintura, dove risiede circa il 75% della popolazione (73% se riferita alla “Soglia di popolazione”, 77% all’ “Offerta di servizi”).
L’universo dei comuni italiani è polarizzato tra “due ali estreme” rappresentate, da un lato, dai “comuni – polvere” e, dall’altro, dalle città metropolitane. In un caso e nell’altro può valere la considerazione di M. S. Giannini quando definiva i primi come “ridicolaggini giuridico-sociali”, e le seconde quali esperienze completamente sbagliate in quanto le conurbazioni come “poli di sviluppo socio-economico” del paese non riescono a essere altro che “un fatto urbanistico” mentre come “fatto amministrativo” semplicemente non esistono.
C’è una opportuna dimensione istituzionale della città? Quale organizzazione deve sovrintendere al suo governo? Quali istituti giuridici? Qual’ è la sua dimensione geografica e istituzionale più opportuna? Quale rapporto intercorre tra le due dimensioni? L’Italia dei borghi, in quanto rete di città e, in via esemplificativa, può costituire una delle chiavi di lettura?
Mappature diverse rispondono a fabbisogni diversi. La questione attiene al tema della nuova dimensione della città contemporanea, alla contraddizione fra la dimensione reale, geografica della città e la dimensione istituzionale entro cui si sviluppano le forme del governo urbano. In molti paesi europei le forme del governo urbano nel tempo affrontate sono state, di volta in volta, quasi sempre accantonate anche se oggi sembra emergere una nuova domanda in questa direzione.
Più in generale, emerge la tendenza a sostituire le pratiche di formazione dei governi sovra comunali decise da soggetti istituzionali diversi da quelli locali, con iniziative di cooperazione sempre più spinte, autonome, consensuali, su problemi concreti di comune interesse anche e soprattutto attraverso lo strumento delle politiche premiali.
Questa tendenza esprime, senza dubbio, una modificazione profonda di atteggiamento rispetto a una questione di così rilevante importanza: l’esigenza di una collaborazione istituzionale senza la quale questioni decisive per la qualità della vita delle popolazioni urbane non trova soluzione.
Una presa di coscienza lenta ma significativa che va incoraggiata fino a far maturare le condizioni di una nuova organizzazione dei poteri sul territorio.
Al momento, le resistenze sembrano ancora molte e solo l’esperienza concreta della copianificazione
e l’ulteriore implementazione di politiche premiali in questa direzione appaiono in grado di far maturare le condizioni di un salto di qualità.
2. LA DIMENSIONE ISTITUZIONALE E LA DIVERSITÀ DEGLI ISTITUTI GIURIDICI
A) LA CITTÀ METROPOLITANA
L’art. 18 della Legge n.135/2012 prevede la soppressione delle province di Roma, Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria con contestuale istituzione, dal 1 gennaio 2014, delle città metropolitane, ovvero, precedentemente, dalla data di cessazione o scioglimento del consiglio provinciale, fermo restando il potere dei comuni interessati di deliberare, con atto del consiglio, l’adesione alla città metropolitana o, in alternativa, a una provincia limitrofa.
E’ istituita la Conferenza metropolitana della quale fanno parte i Sindaci e il presidente della Provincia, con il compito di elaborare e deliberare lo statuto della città metropolitana entro il novantesimo giorno antecedente alla scadenza del mandato del presidente della Provincia o del commissario, ove anteriore al 2014 ovvero, nel caso di scadenza del mandato del presidente successiva al 1º gennaio 2014, entro il 31 ottobre 2013.
La deliberazione di approvazione dello Statuto è adottata a maggioranza dei due terzi dei componenti della Conferenza e, comunque, con il voto favorevole del sindaco del Comune capoluogo e del presidente della Provincia. In caso di mancata approvazione dello statuto entro il 31 ottobre 2013, sindaco metropolitano è di diritto il sindaco del comune capoluogo, fino alla data di approvazione dello statuto della città metropolitana.
 le funzioni fondamentali delle province e le seguenti ulteriori funzioni fondamentali:
B) LE FORME ASSOCIATE TRA COMUNI
Le associazioni tra comuni sono previste dal Testo Unico delle Leggi sull’ordinamento degli enti locali n. 267/2000 e sono inserite tra i soggetti al pari dei Comuni, delle Province, delle Aree metropolitane e delle Comunità montane.
Sono costituite tra enti locali (Comuni, Province, Comunità montane) allo scopo di assicurare la gestione in forma associata e organica di determinati servizi pubblici e funzioni che non possono essere garantiti con efficienza su base comunale.
Per tali finalità, la legge individua le seguenti forme associative:
 le Convenzioni (art.30 d.lgs. 267/2000).
 i Consorzi (art. 31).
 le Unioni di Comuni (art. 32).
 l’Esercizio associato di funzioni e servizi (art. 33).
 gli Accordi di programma (art. 34).
B)1 LE UNIONI DI COMUNI
I comuni sono oggi dotati di un nuovo strumento innovativo determinato dall’obbligo di esercizio associato di funzioni e servizi comunali previsto dall’art. 17 del DL 95/2012, convertito nella L. 135/2012, per comuni con popolazione fino a 5.000 abitanti (fino a 3.000 abitanti se facenti parte di comunità montane), mediante Unione di Comuni o Convenzione fra Comuni.
La norma assume una portata strategica riuscendo a innescare processi virtuosi.
Le Unioni di comuni sono arrivate a 367, volontariamente costituite da 1.851 comuni, per 7,21 milioni di cittadini e con una distribuzione molto variegata tra le Regioni.
Su tutte emerge il dato della Lombardia con 57 Unioni di comuni costituite da 206 comuni e la Sicilia con 48 Unioni di comuni che coinvolgono 186 comuni.
Non emerge un modello univoco di cooperazione in termini di dimensioni, struttura e governo dei processi di unificazione. Si è in presenza di molte singole sperimentazioni a dimostrazione di una grande capacità di innovazione, di relazione con i governi di scala superiore, di efficienza amministrativa e di promozione di processi strategici di pianificazione sovra comunale e locale.
B)2 I CONSORZI DI COMUNI
I Consorzi tra enti locali rientrano nella categoria dei consorzi amministrativi. Per consorzi amministrativi si intendono quelli che hanno natura di ente pubblico, dotati di personalità giuridica che svolgono compiti di pubblica amministrazione.
I consorzi sono costituiti per:
 la gestione di servizi (natura societaria-aziende consortili);
 l’esercizio di funzioni (natura strettamente amministrativa).
Possono essere costituiti sia facoltativamente sia obbligatoriamente.
Nel primo caso sono gli enti locali stessi che, valutata la necessità di svolgere un servizio in forma congiunta, decidono di costituire un consorzio.
Nel secondo caso, è la legge che, ravvisato un rilevante interesse della collettività da tutelare, prevede la costituzione obbligatoria del consorzio.
3. LA DIMENSIONE ECONOMICA – LA GEOGRAFIA URBANA TERRITORIALE
A) I SISTEMI LOCALI DEL LAVORO
I sistemi locali del lavoro sono aggregazioni di comuni che derivano da una ricerca condotta da Istat ed Irpet in collaborazione con l’Università di Newcastle Upon Tyne a partire dai dati relativi al pendolarismo dei componenti delle famiglie per motivi di lavoro rilevati in occasione del 13° Censimento Generale della Popolazione e delle Abitazioni (1991).
L’obiettivo di base è la costruzione di una griglia sul territorio determinata dai movimenti dei soggetti per motivi di lavoro; l’ambito territoriale che ne discende rappresenta l’area geografica in cui maggiormente si addensano quei movimenti.
In questo modo si aggregano unità amministrative elementari (Comuni) individuati sul territorio dalle relazioni socio-economiche.
I criteri adottati per la definizione dei Sistemi Locali del Lavoro (SLL) sono i seguenti:
 Autocontenimento
 Contiguità
 Relazione spazio-tempo
Il termine “autocontenimento” è riferito a un territorio caratterizzato dalla concentrazione di attività produttive e di servizi in quantità tali da offrire opportunità di lavoro e residenziali alla maggior parte della popolazione che vi è insediata, con la capacità di comprendere al proprio interno la maggior parte delle relazioni umane che intervengono fra le sedi di attività di produzione (località di lavoro) e attività legate alla riproduzione sociale (località di residenza).
Un territorio, ricomprendente comuni contigui, dotato di questa caratteristica si configura come un sistema locale, cioè come una entità socio-economica che compendia occupazione, acquisti, relazioni e opportunità sociali; attività, comunque, limitate nel tempo e nello spazio, accessibili sotto il vincolo della loro localizzazione e della loro durata, oltreché delle tecnologie di trasporto disponibili, data una base residenziale individuale e la necessità, in considerazione della relazione spazio – tempo, di farvi ritorno alla fine della giornata.
In base a questi elementi si è giunti a determinare, tramite apposite tecniche statistiche di clusterizzazione, 784 SLL esaustivi dell’intero territorio nazionale.
I sistemi locali del lavoro così come i distretti industriali (che dai SLL discendono) determinati dall’Istat non hanno vincoli amministrativi, un SLL può essere formato da comuni appartenenti a province o regioni diverse.
Analogamente a quanto accade per i distretti industriali, la classificazione per regione avviene secondo il comune capoluogo del SLL, individuato in base alla numerosità di persone che vi si dirigono per motivi di lavoro (ad esempio, il SLL che ha il suo centro a Carrara trova posto all’interno dell’elenco dei SLL della regione Toscana pur comprendendo al suo interno un comune appartenente alla provincia ligure di La Spezia).
B) I DISTRETTI INDUSTRIALI
Il distretto industriale, nella sua accezione, è rappresentato da un sistema locale caratterizzato dalla presenza di un’attività produttiva principale svolta da un insieme di piccole imprese indipendenti, altamente specializzate in fasi diverse di uno stesso processo produttivo.
Questo particolare modello organizzativo imprenditoriale consente di sviluppare delle sinergie che determinano una produzione più efficiente rispetto a quanto accadrebbe all’interno di un singolo grande stabilimento. Il riconoscimento giuridico dello status di “distretto industriale” è sancito dalla legge n. 317 del 1991 (Interventi per l’innovazione e lo sviluppo delle piccole imprese), secondo la quale sono definiti distretti le aree territoriali locali caratterizzate da elevata concentrazione di piccole imprese, con particolare riferimento al rapporto tra la presenza delle imprese stesse e la popolazione residente, nonché alla specializzazione produttiva dell’insieme delle unità produttive coinvolte.
Con successivo D.M. del 21 aprile 1993, sono stati fissati, in maniera più puntuale, i criteri per l’individuazione dei distretti, prendendo a riferimento le aree classificate come “Sistemi Locali del Lavoro” (SLL).
Al fine di semplificare e favorire la determinazione delle aree distrettuali, nel maggio del 1999 è stata promulgata la legge n. 140 che ha introdotto una nuova tipologia di area: il Sistema Produttivo Locale, caratterizzato da: contesti produttivi omogenei, elevata concentrazione di imprese, specifica organizzazione interna.
In questa nuova ottica, il distretto industriale è un sistema produttivo locale che deve possedere due caratteristiche aggiuntive: elevata concentrazione di imprese industriali ed elevata specializzazione produttiva dei sistemi di impresa.
In questo modo, si individua sostanzialmente un modello costituito da due livelli:
– un primo livello, i Sistemi Produttivi Locali, caratterizzati da una elevata concentrazione di imprese, non necessariamente industriali;
– un secondo livello, i Distretti industriali, nei quali le imprese svolgono la loro attività prevalente nell’industria e una quota delle stesse è specializzata nella produzione di beni omogenei.
C) ALTRI DISTRETTI (CIRCOSCRIZIONI TERRITORIALI):
I distretti scolastici sono stati previsti dal DPR n. 416 del 31 maggio 1974, “Provvedimenti Delegati sulla scuola”. Il distretto per essere costituito doveva avere non meno di 10.000 e non più di 200.000 abitanti.
Benché il legislatore raccomandasse di conservare per quanto possibile l’unità del territorio comunale, molto spesso sono stati aggregarti diversi comuni o suddivisi in zone più piccole i territori di comuni molto grandi.
La legge n. 289/2002 (Finanziaria 2003), ha cancellato i distretti dal complesso dell’organizzazione scolastica italiana, trasferendo tutto il personale alle scuole. Continuano ad esistere come entità geografiche per indicare alcune aree strategiche dal punto di vista scolastico.
– DISTRETTI SOCIO-SANITARI
La Legge 328/2000 ha riformato organicamente il settore degli interventi e dei servizi socio-assistenziali, segnando un passaggio importante in merito all’attribuzione di responsabilità istituzionali e sociali nella programmazione e gestione del sistema di welfare nazionale e locale.
L’attuazione di un sistema di promozione e tutela sociale, fondato sulle risorse e sulle conoscenze complessive generate dal territorio di appartenenza, necessita di un sistema di relazioni aperto, di un livello di governance volto a garantire l’apporto di tutti i soggetti individuati all’art. 1 della Legge 328 stessa, nella definizione delle priorità e delle scelte di politica socio-assistenziale, socio-sanitaria e socio-educativo-formativa.
La legge ha previsto l’introduzione di nuovi livelli di programmazione e gestione coincidenti con “l’ambito territoriale adeguato”, fissato di norma nella corrispondente zonizzazione dei Distretti socio-sanitari. Di conseguenza, il Piano di Zona rappresenta uno dei principali strumenti attraverso il quale si persegue l’obiettivo di realizzare il sistema integrato di interventi e servizi sociali.
4. SOGGETTI ISTITUZIONALI E POLITICHE DI SETTORE
Dati gli assetti istituzionali sopra descritti è possibile costruire una matrice delle interrelazioni che ci indichi il rapporto tra soggetti istituzionali deputati e politiche di settore, in grado di intervenire positivamente per la possibile risoluzione delle criticità evidenziate.
In tal senso, la matrice ci può aiutare a comprendere quale politica di settore sia più opportuno implementare. Ad esempio, quale dotazione infrastrutturale occorre mettere in atto; quale la scala di priorità; quale la tipologia di intervento più opportuna per le grandi, medie e piccole città, per i distretti, per le unioni di comuni; quale il rango dell’azione per la sicurezza, l’innovazione, le politiche sociali e ambientali.
(vedi il testo con tutte le tabelle:
http://www.coesioneterritoriale.gov.it/wp-content/uploads/2013/04/Politica-nazionale-per-le-citt%C3%A0-Allegato-11.pdf )
IL FUTURO DELLE CITTÀ: LA DEMOCRAZIA MODELLO BARCA
di Pierfranco Pellizzetti, da “il Fatto Quotidiano” del 11/4/2013
IN QUESTO quadro si muove il ministro della Coesione territoriale Fabrizio Barca, che il 29 marzo ha licenziato un documento sui “Metodi e Contenuti per le Priorità in tema di Agenda urbana”; quasi un lascito a futura memoria dell’unico membro della compagine guidata da Mario Monti che ha provato a dire cose di sinistra. Come quella che la crescita e l’innovazione devono coniugarsi con inclusione, coesione e sostenibilità ambientale.
Un testo che nasce da un vasto e meritorio tentativo di coinvolgere nella riflessione tutte le articolazioni centrali e periferiche dello Stato; anche se i risultati hanno evidenziato le modeste attitudini propositive degli interpellati: vuoi camuffate nel tecno-burocratese, vuoi dai vassallaggi alle parole di moda esterofile. Un caso per tutti lo strombazzato modello “smart city”, che grazie alle magie tecnologiche dovrebbe coniugare risparmio, governance e altre bellurie.
Le due città italiane capofila del progetto, lautamente finanziato dall’Ue, sono Torino e Genova. Sotto la Mole nessuno ha sinora avvertito l’effetto smart, se non per un festival 2012 scarsamente frequentato. Più grave la vicenda sotto la Lanterna, dove l’apporto hi-tech prometteva la prevenzione dei disastri ambientali e ora il sindaco Vincenzi, promotrice del progetto, è indagata dalla magistratura per l’alluvione del novembre 2011, in cui sono morti persino dei bambini. Alla faccia dello smart. Purtroppo Barca – come dicono a Roma – deve fare il brodo con le ossa che ha. Però riesce a lanciare alcuni messaggi importanti.
AD ESEMPIO la ripresa della programmazione democratica; dopo il discredito delle modalità precedenti: prima quella verticistico-tecnocratica e poi il suo contrario come deregolazione al servizio di ogni speculazione. Con le parole del documento, una sorta di terza via “tra la retorica dell’anticostruttivismo assoluto e l’ingenuità della pianificazione integrale”.
Quindi il modo di progettare futuro prevede il superamento delle arcaiche distinzioni tra pubblico e privato e l’individuazione di nuove forme di organizzazione dei poteri in sede locale (co-pianificazione). Alla ricerca di un governo reinventato, che coincide (pur senza dirlo) con il messaggio più ambizioso della proposta-Barca: rifondare la democrazia a partire dalle città.
Insomma, le politiche urbane richiedono la rifondazione etica della politica, senza la quale rischiano di restare condivisibili asserzioni che lasciano il tempo che trovano. Ma Barca lo sa bene. (Pierfranco Pellizzetti)
METODI E CONTENUTI SULLE PRIORITÀ IN TEMA DI AGENDA URBANA (aprile 2013)
Il 23 gennaio u.s. si è insediato il Comitato Interministeriale per le Politiche Urbane (CIPU) presieduto dal Ministro Fabrizio Barca. A conclusione dei lavori è stato proposto un percorso che culmina in un secondo incontro. A tal fine è stato chiesto ai Ministri e ai rappresentanti delle Regioni, delle Province e dei Comuni, un documento di riflessioni “politiche e tecniche” sulla strategia che ha mosso nell’ultimo anno la rispettiva azione, in un contesto caratterizzato dalla diversa dimensione urbana (aree metropolitane, grandi e medie città e sistemi di comuni delle aree interne), dalla specificità del Mezzogiorno e dalla problematica delle Aree interne.
Il presente documento, che si sottopone all’attenzione del Comitato, da un lato, restituisce la sintesi dei contributi pervenuti, dall’altra, rappresenta una possibile traccia di metodo e di contenuto sulle priorità in tema di una possibile Agenda Urbana.
Si tratta di prospettare le azioni, gli strumenti e i luoghi più idonei per il superamento delle criticità riscontrate, per le possibili soluzioni da adottare, per il superamento della sovrapposizione/contrapposizione tra politiche ordinarie e politiche aggiuntive; ma in primo luogo, almeno in ordine temporale, per offrire utili soluzioni al “tavolo comunitario” indirizzi per l’uso dei fondi comunitari 2014-2020 destinati alle città, sulla base del documento “Metodi e obiettivi per un uso efficace dei fondi comunitari 2014- 20”, presentato in Consiglio dei Ministri lo scorso dicembre.
Prende rilievo il compito del CIPU di garantire chiarezza e sinergia alle politiche urbane ordinarie nazionali, come premessa di un proficuo utilizzo delle risorse aggiuntive delle politiche di coesione, dando coerenza all’intervento comunitario ed ai suoi specifici contenuti di sussidiarietà e non, come spesso è avvenuto, carattere sostitutivo di inadeguate iniziative ordinarie.
2. UNA POLITICA NAZIONALE PER LE CITTÀ
L’intensificarsi delle relazioni materiali e immateriali che caratterizza la società contemporanea trova nelle città il principale momento di addensamento. Se quasi l’80% della popolazione nazionale vive nelle città, è di tutta evidenza come esse siano i luoghi in cui si svolgono le funzioni alla base di qualunque scenario di sviluppo.
Le città sono a un tempo centri di innovazione produttiva e di innovazione sociale; in esse si concentrano, fra gli altri, i problemi legati alla gestione delle risorse naturali ed energetiche e alla mobilità, che ne caratterizzano gli elementi di qualità e di attrattività.
La potenzialità insita nell’esistenza di una grande concentrazione di capitale fisico, edilizio, intellettuale, sociale e di conoscenza nei centri urbani richiede di essere resa esplicita in un processo deliberativo ad ampia partecipazione; e poi reso percepibile dai decisori economici e finanziari che devono insediare i segmenti delle loro organizzazioni disperse su base-mondo o garantire le necessarie aperture di credito.
Se produttività bloccata e crescente esclusione sociale sono i due punti di debolezza della società italiana, è dunque con il prisma della città che si deve costruire una strategia di rilancio dello sviluppo. E questo a condizione di superare un governo frammentario e settoriale dei problemi delle aree urbane, e di diffondere anche in Italia quell’approccio strategico e consapevolmente orientato al riposizionamento funzionale ed economico delle città che ha consentito a livello internazionale le più ambiziose e riuscite esperienze di rilancio e riqualificazione urbana.
Spingere verso una ridefinizione del perimetro delle politiche urbane nel senso ambizioso sopra descritto è l’obiettivo che il Parlamento ha posto come prioritario con l’istituzione del Comitato Interministeriale per le Politiche Urbane (articolo 12-bis, legge 7 agosto 2012, n. 134). L’Intergruppo parlamentare per le città, che ha promosso la norma, ha inteso affidare a questo nuovo soggetto il compito di predisporre e seguire un’Agenda Urbana nazionale elaborata tenendo conto e in coerenza con gli indirizzi europei.
Il nostro paese – il paese delle cento città – la cui storia è sicuramente più di altri paesi, storia della città, aveva colto sin dagli anni ‘80 l’importanza del ruolo delle politiche urbane. Nel 1987 era stato istituito il Ministero per i problemi delle aree urbane, con una certa lungimiranza, anche rispetto agli altri paesi europei, cogliendo con sensibilità la domanda crescente di una necessaria e significativa qualità urbana, che andava
sostituendo la problematica del fabbisogno abitativo che, sin dal dopoguerra, era stata la categoria interpretativa dell’intervento governativo nel settore.
Quell’impulso si è poi frammentato in distinte politiche di settore. Ora anche con riguardo all’urgente definizione delle regole che organizzano la programmazione comunitaria 2014-2020 (dove centrale è l’Opzione strategica “Città”), occorre avviare il superamento della sovrapposizione/non integrazione tra politiche ordinarie e politiche aggiuntive.
L’attività di coordinamento del CIPU può esserne l’occasione. L’integrazione verticale e orizzontale di settori e livelli dell’amministrazione pubblica è il presupposto per superare la sovrapposizione tra politiche ordinarie e politiche aggiuntive e può facilitare il superamento di acute criticità che di seguito si considerano.
2.1 La contraddizione, sempre più palese, fra confini progettuali e istituzionali (rapporto tra competenze e capacità di risoluzione dei problemi).
Da un lato, si è in presenza di una tendenza all’aggregazione territoriale e sociale sia a livello di macro regioni sia scendendo di scala a livello territoriale. Il futuro sviluppo dell’Europa si realizza sulla rete delle grandi aree urbane, la glocal city essendo il segno interpretativo di un modello che evidenzierà le connessioni fra bacini territoriali economici e sociali localizzati in Stati nazionali diversi.
Quale potrà essere il possibile rapporto fra i sistemi territoriali che si sono determinati, ad esempio tra Gorizia-Trieste-Capodistria verso la Slovenia, o tra Venezia-Padova-Treviso, o ancora tra Milano-Novara-Varese-Como verso la Svizzera con le Regioni Piemonte e Lombardia o anche con la cosiddetta macroregione del Nord?
Dall’altro, in considerazione di un nuovo contesto di capacità gestionali, è più evidente la necessità di una classe dirigente di elevato livello. Proprio quello che in Italia ha difficoltà ad affermarsi per il peso di classi dirigenti “estrattive” (secondo la terminologia di Daron Acemoglu), che impongono le loro regole favorite dalla vetustà dell’impianto giuridico-istituzionale.
Da qualche anno, prima a livello di organizzazione fra le istituzioni e poi nella pratica delle intese, sembra di essere dinanzi a un ribaltamento di prospettiva: dalla costruzione di un livello di governo sopra comunale, deciso istituzionalmente, ad un governo sopra comunale costruito consensualmente e gradualmente sui problemi reali.
Le numerose esperienze avviate in tutti i paesi europei, e in qualche caso in Italia, indicano nella strada del “costruire dal basso” le forme del governo della nuova dimensione della città contemporanea. Queste esperienze confermano la positività di questa scelta e la necessità che il processo “dal basso” avvenga all’interno di una visione strategica e di sviluppo territoriale in grado di garantire processi virtuosi e progressivi di “contaminazione”, in una logica di sostenibilità, all’interno degli spazi nazionali e, per il tramite di aree “cerniera”, verso gli altri paesi dell’Unione, a sostegno della costruzione delle “prossimità” territoriali e della coesione.
Quest’ultimo elemento pone in fortissima evidenza il rapporto tra città multietnica e marginalità urbane.
A fronte della necessità che l’economia esprime rispetto alla domanda di risorse umane e al contributo decisamente positivo che i processi di introduzione di nuove forze di lavoro inducono, il quadro generale entro cui ci si muove è decisamente complesso, tanto più con riguardo a dinamiche di immigrazione costantemente presenti e di difficile gestione politica.
Nelle grandi città, in particolare, al di là dello spessore temporale con cui il fenomeno si presenta, l’integrazione sociale continua a presentare elementi di conflittualità che determinano notevoli difficoltà attuative.
In tale contesto appare necessario evidenziare le opportunità non colte della società multietnica, quali elementi di mixitè sociale e funzionale. E’ emersa una nuova domanda di qualità dello spazio urbano che sempre più va configurandosi come l’indicatore maggiormente significativo dello stato di disagio sociale e delle crescenti differenziazioni all’interno dei tessuti urbani.
La riflessioni sugli effetti delle trasformazioni più o meno grandi dello spazio urbano, intercorse negli anni precedenti, si incentra oggi più che sulla qualità edilizia dei singoli progetti di architettura, sulla creazione di crescenti dualismi fra spazio qualificato e spazio non qualificato.
L’auspicata assunzione della contrazione delle differenze fra aree centrali e periferiche non sembra avere avuto gli effetti sperati; e molto c’è da chiedersi sul ruolo che i grandi progetti urbani hanno giocato in questa crescita dei dualismi. Qualità dello spazio e partecipazione sono due aspetti decisivi della diffusione dello sviluppo.
Altro tema fondamentale, da troppo tempo trascurato e sicuramente non marginale, è quello delle politiche dell’edilizia sociale. Va, inoltre, attentamente valutata la necessità di sviluppare nuovi e diversi legami fra zone urbane e zone rurali, anche in termini di tutela delle aree agricole periurbane.
2.2 Il fenomeno della dispersione insediativa, la conseguente caratterizzazione di alcuni modelli insediativi (la città diffusa della Pianura padana, la città lineare della costa), il consumo di suolo, sono fattori che pongono problemi reali sia sul piano dell’antropizzazione (consumo di territorio e sicurezza sociale) sia su quello dei costi (ricadute sui bilanci della collettività nel rapporto tra mobilità privata e mobilità pubblica). Il congestionamento dei sistemi urbani e territoriali e la carenza del sistema infrastrutturale.
L’innovazione (nuova conoscenza) è il fattore primario di sviluppo, assieme di crescita e inclusione sociale. Un territorio deve puntare alla propria crescita economica attraverso la piena e sostenibile valorizzazione delle proprie potenzialità e prendendo in considerazione i bisogni di tutti i cittadini a cui, con riferimento a molteplici aspetti della propria vita (oltre e prima del reddito, la salute, il senso di sicurezza, l’istruzione, la qualità delle relazioni con gli altri, la qualità dell’ambiente, ecc.), deve esser garantito il raggiungimento e il superamento dei livelli socialmente accettabili e ambientalmente sostenibili.
Come è possibile declinare tale modello nelle città dove prevale la rendita urbana nemica dell’innovazione?
Negli anni 1993-98, caratterizzati dalla grande stagione dei primi Sindaci eletti direttamente dai cittadini, si costituirono alleanze innovative che portarono una fase di modernizzazione e crescita nelle città. Si produssero in quegli anni i primi tentativi di una politica delle città finalizzata all’obiettivo della qualità urbana, intesa come “rigenerazione” o, ancor meglio, come “riabilitazione urbana” finalizzata alla riqualificazione di parti di città caratterizzate da degrado fisico, economico e sociale, tenendo conto dei valori storici, ambientali e paesaggistici.
Accanto a ciò si realizzarono pratiche di urbanistica negoziata in cui comuni con necessità di risorse finanziarie e privi di strumenti di programmazione strategica accettavano soluzioni edificative con dubbi effetti sullo sviluppo delle proprie città.
Gli anni successivi, dal 2000 in poi, sono stati caratterizzati, da un lato, dallo svuotarsi delle esperienze progressive e dal venir meno della partecipazione e del consenso sociale che le aveva accompagnate, dall’altro, dal prevalere della seconda tendenza.
A questa dinamica ha contribuito senz’altro anche l’inadeguatezza del disegno di governance delle città. Si imponeva definitivamente in quegli anni il modello della “meta-città” (per dirla con Guido Martinotti), o “città diffusa”, a causa di un diffuso sprawl che portava a generalizzare dei continuum urbanizzati sostanzialmente non governati; mentre il luogo della decisione restava il “comune”, entità geografica ormai quasi indistinguibile nelle conurbazioni fisiche e funzionali affermate (ancora una volta l’intreccio tra luoghi e flussi).
Il distacco tra centri di decisione e scala dei problemi ha favorito la conservazione di nicchie di rendita (quando non di vero e proprio privilegio politico-amministrativo), nelle quali ha prosperato una classe dirigente, come detto, estrattiva e inadeguata ad affrontare le criticità che si creavano nei nuovi contesti urbanizzati di area vasta.
Un aspetto essenziale per descrivere la complessità della città è l’intreccio ineliminabile tra i luoghi e i flussi. I luoghi si definiscono per la loro natura localizzata, puntuale e fisico-spaziale. Come tali riguardano pratiche e comportamenti che nascono e si affermano entro specifici ambiti territoriali. Il concetto di flussi richiama alla mente le comunicazioni e le relazioni tra ambiti diversi, spesso anche lontani: interconnessioni di economie e di culture.
La distinzione tra luoghi e flussi descrive la grande trasformazione in corso: il passaggio da una società caratterizzata dalla scarsa mobilità di capitale, lavoro, culture, ad una società contrassegnata dalla fluidità dei ruoli, dalla mobilità geografica di persone, imprese e dalla velocità delle comunicazioni.
Questo non significa la fine della dimensione locale, l’esaurirsi delle ragioni per le quali vale la pena ancora operare sulle comunità locali, sui processi di sviluppo “dal basso”, sulla qualità delle relazioni tra i soggetti di un luogo specifico: i flussi interconnettono, tra le altre cose, proprio i luoghi. Ma impone politiche nei luoghi che diano a tutti la libertà sostanziale di decidere se restare o muoversi.
Le occasioni di sviluppo sono presenti sia a scala macro territoriale, sia a scala locale e sono determinate dai flussi generati dai grandi corridoi che possono operare come occasioni di entrata o uscita di flussi di merci e persone.
Nelle regioni settentrionali, accanto a un maggiore consumo di suolo, c’è la maggiore produzione di PIL, con condizioni analoghe a quelle della Regione della Rhur e dell’Ile de France. Al centro, il territorio è caratterizzato da un tessuto connettivo che esprime un rapporto positivo con il paesaggio di relazione e da una maglia di città medie con un positivo trend di crescita.
Al sud, il territorio tende a mantenere i caratteri originari con una maggiore conservazione del contesto territoriale, lì dove è assente o marginale una qualunque ipotesi di sviluppo; la restante parte del territorio ha subito danni violenti, talora irreparabili, ed è caratterizzata da una concentrazione, spesso senza sviluppo, intorno ai centri urbani.
A questa geografia territoriale, a maglia larga, si affianca lo sviluppo delle relazioni che si muovono sulle reti lunghe: la città lineare adriatica, l’asse Roma-Napoli, l’asse Milano –Torino. Tali relazioni sono supportate dalle politiche attuate dai grandi gestori nazionali (RFI, Anas, Autorità portuali, aeroportuali).
2.3 L’Urbanistica della sicurezza. Necessità della messa in sicurezza (di tipo tecnicoedilizio) del patrimonio immobiliare, e della manutenzione e gestione strategica dell’intero processo di recupero e rinnovamento del patrimonio edilizio, per la riduzione dei rischi sismico, idrogeologico, idraulico e climatico
La sfida principale che si presenta per la politica delle città è determinata dalla necessità di promuovere una inversione di tendenza del rapporto espansione/riqualificazione. Necessità molto spesso denunciata, ma che ha stentato ad affermarsi nei fatti concreti.
Perché questo possa avvenire, è necessario rendere vantaggioso, per gli addetti ai lavori (costruttori e gli altri operatori del settore) e per i cittadini investire, anche con vantaggi finanziari, sulle politiche di mantenimento e miglioramento della città costruita, piuttosto che sulla realizzazione di nuove edificazioni.
Non vi è dubbio che il sostegno alle politiche di riqualificazione e di efficientamento energetico del patrimonio edilizio pubblico e privato esistente ha contribuito ad incrementare il valore degli immobili assicurando anche economie di gestione.
L’interesse verso politiche di espansione edilizia ha comportato, da una parte, un eccesso di produzione in termini assoluti, dall’altro, lo sbilanciamento e la non corrispondenza tra localizzazione del patrimonio residenziale realizzato e manifestazione del fabbisogno abitativo. Né a questa contraddizione si è stati capaci di rispondere con una politica dei trasporti in grado di sopperire al deficit abitativo di alcune aree.
Nel corso degli ultimi anni si è aggiunto un altro fattore di mutamento strutturale, rappresentato dal rapporto tra ampiezza della famiglia e la superficie edilizia utilizzata.
Le azioni da porre in essere possono essere sintetizzate, anche se in maniera assolutamente non esaustiva, ma in via esemplificativa, in:
– gestione del patrimonio edilizio pubblico e privato attraverso politiche tendenti all’ottimizzazione del suo uso e all’incentivazione dell’edilizia di sostituzione, al fine di ridurre e, tendenzialmente, eliminare il consumo di suolo;
– politiche di miglioramento della qualità edilizia, tenuto conto dell’epoca di costruzione e dei materiali impiegati, soprattutto con riferimento all’immediato periodo post bellico.
In questo contesto e fra i precedenti elementi di criticità evidenziati – inclusione e coesione sociale, sostenibilità ambientale, consumo di suolo, marginalità, innovazione culturale, economica e tecnologica – assume particolare rilievo la necessità della messa in sicurezza delle strutture edilizie esistenti, con particolare attenzione ai sistemi urbani, al fine di contrasto alla possibilità di manifestarsi di occasioni di rischio.
Il patrimonio immobiliare del nostro paese, sia pubblico che privato, presenta situazioni di fragilità determinate dalla vetustà, dall’abusivismo, da cause esterne legate a fenomeni naturali quali i terremoti ed i dissesti idrogeologici. Se consideriamo che il 60% degli edifici a prevalente uso residenziale è stato realizzato prima dell’introduzione della prima legge antisismica (1974), si comprende la rilevanza del tema della prevenzione del rischio per il quale occorre l’applicazione di un mix di soluzioni progettuali
tecnologiche e impiantistiche sostenibili finalizzate anche a metterlo in sicurezza (parliamo di 11 milioni di edifici ad uso residenziale per 28 milioni di abitazioni), ma con caratteristiche diverse e priorità di intervento per i rischi sismici e idrogeologici, per il degrado edilizio e anche sociale.
La necessità di rivedere le tecniche della pianificazione e dell’urbanistica, alla luce di eventi che spesso assumono, per fattori oggettivi, il carattere del disastro, e che potrebbero determinare, per le condizioni di precarietà soggettiva del patrimonio edilizio, vuoi per le sue caratteristiche tecnico-edilizie, vuoi per localizzazione territoriale, vuoi per combinazione di entrambi gli elementi, è ormai ineludibile.
I recenti avvenimenti succeduti in Italia (ma anche in altri paesi europei e non) dimostrano, da un lato, che eventi reputati occasionalmente negativi sotto il profilo della sicurezza, lo sono meno sotto quello della probabilità di accadimento (terremoto dell’Aquila, alluvione di New Orleans, tsunami in Indonesia, disastro di Fukushima, ecc., ma anche i fattori di “disastro” determinati da elementi immateriali come la crisi dei subprime con relativa bolla immobiliare); dall’altro, che il verificarsi di eventi di questo tipo in ambito urbano, ne amplifica in misura esponenziale gli esiti, trasformando le città da luoghi della sicurezza a luoghi di concentrazione di effetti estremamente negativi.
Negatività maggiormente avvertita, con effetti molto più dirompenti e con necessità di risposte pertinenti all’importanza del luogo, quando si è in presenza di città con caratteristiche particolarmente forti sul piano della loro rilevanza strategica, come nel caso italiano di L’Aquila sede di tutte le più importanti funzioni politiche, culturali e direzionali dell’Abruzzo.
A fronte della difficoltà di procedere con una potenziale “pianificazione dell’improbabile” propria delle città resilienti, occorre garantire – almeno – la realizzazione di elementi e condizioni minime di sicurezza.
Non vi è dubbio che in tal senso, la conoscenza delle condizioni strutturali – tecnicoedilizie, di contenimento energetico e di ubicazione del patrimonio edilizio esistente (sotto il profilo della vulnerabilità sismica, climatica ed idrogeologica), rappresenta la base di qualunque ipotesi di contrasto del rischio.
L’elaborazione di uno specifico dossier, il cui costo potrebbe costituire credito di imposta, a favore del singolo proprietario e/o del singolo condominio, da poter detrarre, se del caso, dalla rata dell’IMU, potrebbe costituire un opportuno provvedimento.
Gli eventuali conseguenti interventi di ristrutturazione potrebbero essere coperti con le stesse modalità previste dal Dl 22 giugno 2012 n. 83, convertito in Legge n. 134/2012, che prevede che fino al 30 giugno 2013, la percentuale del 36% per le ristrutturazioni aumenta al 50% e l’importo massimo di spesa per ogni unità abitativa sale da 48.000 a 96.000 euro.
Tale detrazione riguarda le spese sostenute per eseguire gli interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria, le opere di restauro e risanamento conservativo, i lavori di ristrutturazione edilizia, e gli interventi necessari alla ricostruzione o al ripristino dell’immobile danneggiato a seguito di eventi calamitosi.
Un’attenta riflessione potrebbe essere sviluppata, inoltre, con riferimento al rapporto tra miglioramento della qualità del patrimonio edilizio e conseguente riduzione dell’ammontare dei premi assicurativi in essere, che potrebbe essere destinato ad abbattere in parte il costo degli interventi.
3. I contributi pervenuti – Metodi e Contenuti in tema di Agenda Urbana (…
…VEDI TUTTO IL TESTO E LE TABELLE IN QUESTO LINK:
http://speslab.it/sites/speslab/files/documenti/politica-nazionale-per-le-citta1.pdf
di Giorgio Santilli, da “il Sole 24ore” del 5/4/2013
Fabrizio Barca prova a rilanciare una politica nazionale per le città, facendo leva su almeno 3 miliardi di fondi Ue cui si dovranno aggiungere altri cofinanziamenti nazionali. Il ministro per la Coesione territoriale presiede il neonato Cipu, il comitato interministeriale per le politiche urbane, che lo scorso 20 marzo ha approvato un documento che contiene «Metodi e contenuti sulle priorità in tema di Agenda urbana».
Nel documento non si nasconde una certa nostalgia per gli anni ’90 quando l’Italia all’avanguardia ebbe un ministero per le Aree urbane. Intanto il viceministro alle Infrastrutture, Mario Ciaccia, candida prioritariamente i progetti non ancora finanziati del “piano città” lanciato da Porta Pia a quei tre miliardi di fondi Ue.
Il documento approvato dal Cipu sottolinea che serve un punto di aggregazione di competenze oggi disperse e frammentate fra ministeri e altre agenzie. Così come è chiaro che esiste uno spazio per una politica nazionale urbana nel calo (o nel congelamento) del federalismo fiscale all’italiana centrato sul perno regionalista.
Da decenni corre sottotraccia lo scontro fra il partito filo-regionalista e quello filo-municipale e la battuta d’arresto regionalista apre spazi nuovi, politici e programmatici. Una delle esigenze poste dal documento è che occorre aumentare i poteri dei grandi Comuni nella definizione dei programmi nazionali e regionali finanziati con fondi strutturali Ue e nella gestione della relativa spesa.
Il documento resterà in eredità al prossimo Governo ma rilancia un tema che non è solo politico. L’obiettivo è proprio la programmazione dei fondi europei 2014-2020. Il modello di riferimento cui pensa Barca è quello delle esperienze europee di riqualificazione e rigenerazione urbana che percorrono il vecchio continente da Bilbao e Barcellona fino a Berlino e Copenaghen. In Italia è mancata proprio la riqualificazione urbana come perno di un nuovo sviluppo urbano.
Tre le criticità sottolineate in agenda che diventano priorità nella programmazione delle risorse: il congestionamento dei sistemi urbani e la necessità di un sistema infrastrutturale; il fenomeno della dispersione insediativa e del consumo del suolo; l’urbanistica della sicurezza del patrimonio immobiliare e della manutenzione del territorio.
Più in generale l’analisi riconduce al cattivo funzionamento dei sistemi urbani «due punti di debolezza della società italiana, la produttività bloccata e la crescente esclusione sociale» ed è proprio per agire su questi obiettivi che si chiede di «superare un governo frammentario e settoriale dei problemi delle aree urbane».
L’orizzonte verso cui convergere è quello della glocal city, che ora anche la Ue mette al centro delle proprie strategie di sviluppo. Si vuole riprodurre anche in Italia casi come quelli di Bilbao o di Berlino, giusto per citare esempi su scale diverse, dove gli aspetti architettonici, urbanistici, trasportistici hanno rappresentato leve fondamentali di una riqualificazione e di un nuovo sviluppo collocato su un orizzonte globale.
Intanto il piano città voluto dal ministero delle Infrastrutture entra nella fase operativa dopo la selezione delle proposte di riqualificazione urbana su 457 progetti ricevuti. Sono stati firmati i primi tre «contratti di valorizzazione urbana», a l’Aquila, Potenza e Lecce. Le tre città potranno così, nel breve termine, ottenere i fondi e provvedere alle gare per l’assegnazione degli appalti necessari per dare corso al previsto processo di rigenerazione e riqualificazione urbana. L’annuncio è arrivato dal viceministro per le Infrastrutture e i Trasporti Mario Ciaccia, che ricorda come «i finanziamenti destinati al Piano città (per un totale di 318 milioni di euro) saranno in grado di movimentare complessivamente 4,4 miliardi di euro di investimenti nelle aree urbane, relativi sia a fondi pubblici che a investimenti privati».
«Il Piano città – conclude Mario Ciaccia- ha intercettato un bisogno diffuso di rigenerazione urbana e favorirà l’apertura di nuovi cantieri: per questo merita di essere rifinanziato dal prossimo governo e di essere posto tra le priorità per favorire opportunità di sviluppo ». (Giorgio Santilli)
Finanza locale – I nuovi parametri per misurare le necessità dei servizi. Torino potrà raddoppiare gli investimenti, Napoli dovrà ridurli di un terzo
I COMUNI E LE SPESE, LA SCURE DEGLI «STANDARD ANTISPRECHI»
di Mario Sensini, da “il Corriere della Sera” del 11/2/2013
– Molti sindaci costretti a fare economie importanti – Le priorità – Quest’anno si passerà all’istruzione, poi alla viabilità, ai trasporti, all’ambiente –
Oscurati dalla spending review del governo Monti e quasi dimenticati, riemergono i fabbisogni standard del federalismo, e con i nuovi parametri sui quali calcolare il riparto delle risorse, molti sindaci e presidenti di provincia ricominciano a tremare.
Come si era già visto per i costi della polizia locale gestita dai Comuni, e per i servizi alle imprese svolti dalle province, i fabbisogni standard per l’amministrazione generale appena calcolati dalla Commissione sul federalismo fiscale, presieduta da Luca Antonini, mostrano discrepanze clamorose.
E molti sindaci dovranno presto fare economie importanti, oppure imporre nuovi sacrifici ai propri cittadini, per poter rientrare nei nuovi limiti di spesa.
A Napoli, per esempio, con il riparto delle risorse basato sulla spesa storica, l’amministrazione generale del comune (quindi il personale, i servizi tecnici, l’anagrafe, il servizio elettorale, la gestione delle entrate fiscali) assorbe lo 0,39 per mille del volume complessivo delle risorse assegnate ai comuni per svolgere quel servizio. Ma sulla base dei fabbisogni standard, calcolando cioè il costo ottimale del servizio, e non gli sprechi e le inefficienze incrostati nella spesa storica, dovrebbe ricevere appena lo 0,25 per mille. Quasi un terzo di meno di quanto riceve oggi.
Torino, invece, potrà spendere quasi il doppio nei prossimi anni: in base alla spesa storica il comune guidato da Piero Fassino riceveva (dati di fine 2009) lo 0,11 per mille del totale, mentre con i nuovi criteri potrà contare sullo 0,25% delle risorse, esattamente come il capoluogo campano.
Un bel taglio della spesa, per rientrare nei nuovi canoni, sarà necessario anche al Comune di Roma, che oggi assorbe per le funzioni di amministrazione lo 0,101% del totale, e dovrà scendere allo 0,93 per mille, così come a Firenze e a Bologna. A Bari la spesa potrebbe addirittura raddoppiare (dallo 0,004 allo 0,008%), mentre a Milano, che ha una spesa storica più bassa rispetto al costo standard potrà crescere leggermente. A Siena, invece, dovrà di fatto essere dimezzata rispetto al livello attuale.
E non è che si stia parlando di operazioni virtuali. Nel giro di un paio d’anni tutta la spesa per le funzioni fondamentali dei comuni sarà parametrata ai costi standard definiti per ogni singolo municipio.
Dopo la polizia locale (il decreto è già in vigore) e l’amministrazione generale, quest’anno si passerà all’istruzione, poi alla viabilità, ai trasporti, alla gestione del territorio, all’ambiente.
E dal 2015 sindaci e presidenti di provincia riceveranno per il finanziamento delle funzioni fondamentali delle loro amministrazioni solo quanto definito in base al costo standard.
Gli amministratori locali, in buona sostanza, hanno ancora tre anni di tempo per portare il costo dei servizi al livello “ottimale”. Dopodiché, gli eventuali maggiori costi dovranno essere compensati con tagli su altre voci di spesa, o da nuove tasse locali imposte ai contribuenti. Il tutto, per giunta, dovrà avvenire in modo assolutamente trasparente, perché i costi standard calcolati dalla Sose per ciascun municipio dovranno essere pubblicati, insieme al valore della spesa storica, sul sito internet del Comune.
Perché i cittadini possano misurare a prima vista l’efficienza dei servizi offerti, che, come abbiamo visto anche per l’amministrazione generale, è molto diversa da Comune a Comune. Un discorso che naturalmente vale anche per la gestione delle entrate fiscali, ricompresa nei costi generali considerati da quest’ultimo studio della Commissione, e che in prospettiva diventa ancora più importante, visto che da quest’anno il servizio di riscossione dei tributi, svolto finora da Equitalia, tornerà ai sindaci. Molti dei quali, letteralmente, “dormono” sulle cartelle esattoriali comunali, mentre altri si affannano alla ricerca degli evasori.
La capacità di riscossione dei Comuni, pari a 71,4% nella media nazionale, sale fino all’86,4% tra i Comuni del Veneto, ma crolla al 40% medio in quelli della Campania. Dove, a parità di tasse dovute, si riscuote la metà delle imposte rispetto al Veneto. (Mario Sensini)
E’ TEMPO DI VOLTAR PAGINA LA NUOVA SFIDA DELLE VENEZIE
di CESARE DE MICHELIS, da “il Corriere del Veneto” del 16/3/2013
La carta geopolitica d’Europa ha bisogno nuovamente di essere aggiornata: era accaduto già nel 1989, quando fu abbattuto il Muro di Berlino e venne cancellata la «cortina di ferro» e improvvisamente le frontiere divennero tutte confini, perché più delle divisioni si percepirono le prossimità, cosicché il Nordest si ritrovò al centro di quella Mitteleuropa che era stata cancellata dalla Grande Guerra 70 anni prima.
Ora il problema si ripropone dinnanzi a una crisi che non vuole finire e a una ridistribuzione dei poteri e delle ricchezze nello scenario imprevedibile di una globalizzazione che ha perduto la bussola del passato senza ancora possederne una nuova.
Qualche tempo fa Ilvo Diamanti, un po’ per celia e un po’ per suggerire che di fronte al cambiamento non si può arroccarsi sulle idee consolidate, spiegò sornione che il Nordest, che era tale rispetto a Roma capitale e al triangolo industriale, era diventato Sudovest, rispetto all’Europa dell’euro e della banca centrale da un lato e dei nuovi mercati dei Paesi dell’Est dall’altro, ed era quindi giunto il momento di voltare pagina, quella pagina della quale proprio lui aveva inventato il titolo vent’anni prima.
Fu allora che tornò alla ribalta l’antico toponimo delle Venezie, che per un verso rinviava alla centralità del ruolo di Venezia nella storia di questo territorio e per l’altro sottolineava la pluralità che aveva contraddistinto le diverse vicende municipali delle tante città che sin dai tempi più remoti erano cresciute un po’ ovunque nelle regioni.
Insomma, non si trattava più di definirsi in relazione a un centro situato altrove, quanto piuttosto di rivendicare un’identità che aveva resistito nei secoli a infinite avversità e avventure ed era anche riuscita a ritrovare se stessa nel contesto postindustriale degli ultimi decenni del Novecento, dando vita a quella miracolosa moltiplicazione delle industrie manifatturiere, che, recuperando le migliori tradizioni artigiane, avevano riconquistato i mercati europei e mondiali per i loro prodotti.
Il mito di Venezia aveva nel frattempo prodotto il moltiplicarsi della città un po’ ovunque nel mondo, in una fantasmagoria di imitazioni o riproduzioni che, come ha documentato in un bellissimo libro di qualche anno fa Guido Moltedo («Welcome to Venice. Cento volte imitata, copiata, sognata», Consorzio Venezia Nuova 2007), testimoniava la resistenza di una gloria acquisita nei secoli, ma in questo caso le Venezie nulla avevano a che fare con la specificità lagunare della Serenissima, sottolineando piuttosto l’antica interdipendenza tra il capoluogo e le terre ferme che la circondavano, niente affatto sottomesse alla Dominante, quanto piuttosto indispensabile polmone che aveva consentito a tutti di affermarsi e di crescere.
L’attenzione dell’aristocrazia mercantile veneziana si era rivolta verso le Venezie da subito, perché non si potevano intraprendere i viaggi attraverso il Mediterraneo o verso l’Oriente avendo le spalle scoperte, e poi c’era bisogno dei prodotti agricoli per l’alimentazione dei moltissimi residenti e, ancora, delle materie prime – il legno soprattutto – per la produzione industriale e per l’Arsenale.
Attorno c’era un territorio che sin dall’epoca romana era fortemente antropizzato, ricco di piccoli e grandi insediamenti urbani che in età medievale avevano sviluppato un’organizzazione municipale solida e agguerrita; l’incontro con Venezia non si ridusse pertanto alla semplice conquista, ma costrinse le parti a un confronto e a un dialogo tutt’altro che scontato, nel quale tutti dovettero aprirsi agli apporti dell’altro e, quindi, integrarsi in un nuovo più largo e ricco contesto: basterebbe ricordare nelle arti l’apporto di Mantegna o Palladio, nelle scienze al ruolo che ebbe da sempre l’università padovana, nell’economia all’importanza che acquistarono le rendite fondiarie e via così.
Oggi, poi, scegliere l’insegna delle Venezie significa voler andare oltre la competizione municipale, verso un’organizzazione metropolitana del territorio nella quale si integri la molteplicità delle tradizioni e delle competenze, si sviluppi la ricerca e l’innovazione, per attrezzarsi adeguatamente rispetto al contesto globale nel quale si dovrà operare, e significa ancora riconoscere al progetto di Venezia e il Nordest Capitale europea della cultura la funzione di annuncio di una nuova megalopoli decisa a conservare il ruolo che da sempre le appartiene. (Cesare De Michelis)
IL GRANDE NORD / E’ UN MACROTERRITORIO DA INVENTARE SENZA TABU’
di Rodolfo Sala, da ”la Repubblica” del 19/3/2013
MILANO – «Quello sulla macroregione è un dibattito serio, che va affrontato senza tabù e senza pregiudizi», dice il sociologo Aldo Bonomi, fondatore dell’ istituto di ricerca Aaster. «Purtroppo – aggiunge – siamo alle solite. Sono almeno vent’ anni che si parla di macroregione».
Esistono studi precisi in materia, tra cui quello della Fondazione Agnelli. «Ma questo – prosegue – è un tema che continua a essere trascurato dalla politica, in particolare dal centrosinistra. E adesso ce lo ritroviamo rilanciato dalla Lega, che lo assume come parola d’ ordine contingente, come strumento per arrivare a una secessione dolce».
Ma secondo lei i presupposti per una macroregione del Nord ci sono?
«Negli anni Novanta era un’ ipotesi di studio e di lavoro non istituzionale, mirata a coinvolgere sottosistemi di area vasta in una dimensione territoriale, nazionale e sovrannazionale. Per capire di che cosa si parla, basta aver letto Danubio di Claudio Magris. Ha un senso ragionare in termini di macroregione: lungo l’ asse danubiano, dall’Austria fino al mare, ci sono pezzi di storia e di identità molto precisi. Omogenei, direi, dal punto di vista sociale, economico e culturale».
«Macroregione non è una brutta parola. Significa valorizzare i rapporti tra i sistemi territoriali e la loro rappresentazione amministrativo-istituzionale nel più ampio ridisegno di uno spazio europeo. Qualcosa di utile, insomma. Del resto quella che chiamano «convenzione delle Alpi» non è una cosa cattiva».
«È la macroregione dello spazio alpino: il Nord dell’Italia, la Carinzia, la Slovenia, la Baviera, la Svizzera, l’Alsazia da anni intrattengono scambi informali che si spiegano proprio con una certa omogeneità di questi territori. L’Unione europea ha anche finanziato progetti interregionali, dagli anni Novanta in poi tutto è stato finalizzato alla prospettiva dell’allargamento».
Non basta l’ Europa comunitaria?
«Da diversi anni a questa parte l’Europa ha perso la propria capacità progettuale. Ricordo che le euro-regioni erano dentro le esperienze contemplate nel Libro bianco di Delors. Adesso c’è solo l’Europa dello spread».
E nella declinazione proposta dalla Lega?
«Intanto voglio dire che non c’era bisogno di aspettare la Lega per costruire, qui da noi, una cultura della Terre Alte, che comprendono i territori da Cuneo a Gorizia. Comunque: Maroni e i suoi pensano di mettere insieme Piemonte, Lombardia, Veneto e Friuli. La macroregione del Nord diventa così un’ opzione quotata al mercato della politica».
Un imbroglio?
«No, anzi io a Maroni dico: chapeau. Nel suo declinar vincendo, ha rischiato il tutto per tutto. Alleandosi con Berlusconi per diventare presidente della Lombardia, ha portato a casa un risultato politico che la Lega non aveva mai ottenuto in questi ultimi vent’ anni, molti dei quali trascorsi al governo del Paese».
Sì, ma la macroregione?
«A queste elezioni il progetto della Lega è stato il consolidamento dell’ asse del Nord. Il guaio è che abbiamo tutti guardato al dito e non alla luna».
«Il dito era la proposta di trattenere nelle regioni del Nord il 75 per cento delle tasse. La luna era prendere in mano Lombardia, Veneto e Piemonte, con l’obiettivo di avere un fortissimo potere contrattuale nei confronti di qualsiasi governo centrale. Se aggiungiamo il fatto che a venti giorni dalle elezioni Roma è nel marasma, si capisce come quel progetto abbia un fondamento. Il discorso della macroregione è collocato in un ragionamento politico molto chiaro».
«Si muove nella crisi di transizione dell’Europa. Come si dice, il Sud è l’ Europa dell’olio, il Nord quella del burro. Con questa operazione di secessione dolce, la Lega dice “Vogliamo stare nell’ Europa del burro”, un ragionamento che mostra anche un’ evoluzione del Carroccio».
«I toni secessionisti vengono accantonati, Maroni e Tosi parlano addirittura di alleanze civiche dietro le quali ci sta il sogno di creare una grande Csu nel Nord del Paese, guardando alla Baviera». RODOLFO SALA
IL GRANDE NORD / LA REGIONE IMMAGINARIA
di Paolo Berizzi, da “la Repubblica” del 19 marzo 2013
VENEZIA – Proviamo a immaginarla così. Klagenfurt, Veneto, Italaustria. Lubiana e Trieste unite tipo coppia di fatto, interconnesse o intermodali: che fa tanto “new economy 2.0”.
Non solo Trieste collegata, ma anche Venezia e poi, forse, se l’ Emilia Romagna ci sta, Bologna e Ravenna. A vederlo in controluce sembra una specie di ritorno agli Asburgo. Allargato in chiave post-leghista. In nome soprattutto degli schèi, che puzzano solo se finiscono a Roma e cioè nella pancia del «nemico», per dirla con il Doge ed ex ministro “romano” Luca Zaia.
In realtà è un pezzo di euromacroregione così come la vorrebbero i governatori del Nord.
Per chiarezza: euromacroregione vuol dire macroregione settentrionale – e dunque: Lombardia, Piemonte, Veneto (a guida Lega Nord), Friuli Venezia Giulia – più pezzi e pezzettini di Europa. Europa “delle regioni” e non più “degli Stati”. La rivoluzione copernicana sarebbe questa.
In soldoni: un blocco d’Italia che, dopo essersi consorziato sulla carta (macroregione), andrebbe a saldarsi con gli staterelli confinanti e/o vicini diventando anche “euro”. Slovenia, Istria, Carinzia, Croazia, Svizzera, Baviera. Tutte aree economicamente floride (a parte la Croazia, 25% di disoccupazione) e teoricamente autosufficienti.
Un polmone del vecchio continente che si è stancato di pompare soldi e tasse per l’ingordo e malato corpaccione centrale (Roma, Vienna). «Se in Veneto una siringa costa 6 centesimi e al Sud 25- incalza Zaia -, se in un ospedale di Treviso un pasto costa 1,60 euro e in un ospedale di Palermo o di Napoli lo stesso pasto costa 20, 60, 80 euro, vuol dire che c’è una parte del Paese che è fallita. E se una parte del paese fallisce è normale che l’altra parte guardi altrove. Fuori dai confini nazionali».
Dove, di preciso? E con quali occhi se nel 2013 più di 700 (settecento) imprese venete hanno fatto i bagagli e si sono trasferite in Carinzia per pagare meno tasse? Settecento imprese sono 13mila posti di lavoro persi. Tredicimila famiglie in apnea. Trentamila potenziali voti che non si capisce bene se e a chi siano andati: forse a Grillo, per rabbia. «Dal Veneto a Klagenfurt c’ è un’ ora e mezza di strada, la partita Iva si è messa in macchina ed è andata via…».
Claudia, originaria di Sion, sette dipendenti (erano 25), confeziona abiti e maglieria alle porte di Vicenza. Sta pensando di trasferirsi anche nell’ex regno di Jorg Haider. «Metta solo il nome, basta quello… Che qui vengono a tassarti anche la carta igienica… La verità è che in Veneto c’è il 68% di pressione fiscale contro il 25% della Carinzia. Per questo rimpiango gli Asburgo».
Dai palazzi delle Regioni ai capannoni sparsi sul territorio che «guarda altrove»; dall’esodo delle partite alle nuove formazioni transnazionali a «geometria variabile». Chi e perché vuole “sganciare” il Nord e federarlo coni «nostri cugini ricchi, lavoratorie mica fessi»?
La risposta va cercata sempre a Est. Profondo Est. Cinque porti collegati da un sistemino da 2 miliardi: soldi dell’ Ue che, sembra un ossimoro, andrà o andrebbe a finanziare la nuova “Europa delle Regioni”. Utopia forzaleghista? Qualche mese, e si capirà. I cinque porti, intanto. Venezia, Monfalcone, Trieste, Capodistria, Rijeka. Nei sogni a occhi aperti dei macropresidenti del Nord c’ è un lungo corridoio d’ acqua che percorrerà l’Alto Adriatico. Che farà il paio con il nastro di ferro e asfalto che un giorno, forse, unirà Danzica con Ravenna.
«… qui dove un’ antica vita si screzia in una dolce ansietà d’Oriente». Così Montale, descrivendo il capoluogo romagnolo collegato al mare Adriatico dal canale Candiano. Altri tempi. Oggi si va sul pratico: la poesia ha lasciato il posto agli accordi di programma. «Per l’ “Italia-Slovenia” ci sono 138 milioni di euro pronti a Bruxelles – entra in sfondamento Elio De Anna, da Cordenons, ex ala del Rugby Rovigo, oggi assessore all’ Internazionalizzazione del Friuli Venezia Giulia – . Lui è un tifoso del Gect (gruppo europeo di cooperazione territoriale) che nel caso del Nord Est si chiama Euregio senza confini. Il presidente è Zaia. Veneto, Fvg e Carinzia, con prossimo allargamento a Slovenia, Istria e Croazia.
«Ci muoviamo secondo le regole europee, accederemo ai fondi dell’ Europa destinandoli a zone che sanno ottimizzarli». Lassù, in Alto Adriatico, non vedono l’ ora. «Realizzeremo un sistema di trasporti intermodale, una nuova era per la portualità tra Slovenia Venezia e Trieste, una svolta per l’ Est Italia e per le repubbliche baltiche». C’è solo qualche problemino da superare: per esempio che la Croazia non è ancora entrata in Europa (lo farà l’ 1 luglio prossimo). E l’Istria deve aspettarla per poi mettersi in scia (nell’Euregio). Oppure che le 12 regioni in cui è divisa la Slovenia hanno carattere solo statistico e non amministrativo: e quindiè come se non esistessero.
Per Nino Jakovcic, da 12 anni presidente della penisola istriana, sono solo dettagli. «L’ Euregio è una nuova architettura moderna europea. Adesso che il Nord sta diventando macroregione, avremo finalmente una struttura che riuscirà a creare progetti insieme. Altro che gli anni bui in cui i confini erano muri».
Né pare essere un ostacolo il cambio della guardia al vertice della Carinzia (il neo governatore Peter Kaiser subentrato a Gerhard Doerfler, quello che diceva «noi non siamo interessati ad attirare aziende italiane in Carinzia, non siamo vostri concorrenti ma partner»).
Dice Renzo Tondo, presidente del Friuli Venezia Giulia: «Abbiamo collaborato con un governatore nazionalsocialista e oggi lo faremo con un presidente socialdemocratico». Ma per arrivare all’ Euregio bisogna passare dalla macroregione del Nord. «Va allargata anche a Liguria e Emilia Romagna». Adesso spostiamoci di là, a Ovest. Bad Ragaz è un paesotto svizzero del Cantone San Gallo. Se non fosse che nel 1854 vi morì il filosofo Friedrich Schelling, Wikipedia lo trascurerebbe questo Comune di 4.979 abitanti. Il 29 giugno scorso i rappresentanti delle regioni alpine d’ Europa – tra cui Lombardia, Veneto, Piemonte e Fvg- sono saliti qui per “maritare” le loro terre.
Matrimonio di interesse. Regioni di Francia, Italia, Svizzera, Austria, Germania: una macroregione da 70 milioni di abitanti. la parte del gigante, ovvio, la fa la Baviera. Assieme all’ altro land tedesco Baden Württemberg fanno 23 milioni di abitanti e un terzo del Pil dell’ intera Germania: facile capire perché il Nord Italia li corteggia.
Però se sul versante Est iniziano a vedersi i fatti (per uno dei due trafori che dovranno realizzare per il corridoio Baltico-Adriatico i carinziani sono già riusciti ad avere da Bruxelles 400 milioni) – a Ovest tutto è più incerto. Al netto delle dichiarazioni ottimistiche di Maroni e Cota, in Germania non è che siano proprio convintissimi.
«Bisogna capire bene che cosa propongono in concreto i governatori italiani – dice da Monaco Alessandro Marino, segretario generale della Camera di Commercio italo-tedesca – . Noi auspichiamo maggiore collaborazione tra le regioni del Nord Italia e quelle del Sud della Germania, ma di questa macroregione, a livello politico, per ora se ne parla solo in Italia». Già. E ce l’ hanno tutti con Roma.
«La macroregione è necessaria per aumentare la capacità di intervenire sulle politiche nazionali», chiosa Maroni. Non sarà che c’è un problema, come dire, di Costituzione? La fusione tra nuove Regioni è disciplinata dall’ art.132, ma sulla possibilità di sfruttarlo decide il Parlamento. Piccolo particolare: alla Camera la Lega ha solo 18 deputati (minimo storico), nemmeno sufficienti a formare un gruppo parlamentare. Basteranno per gettare le fondamenta legislative della macroregione? (PAOLO BERIZZI)
«UNIRE LE FORZE», LA CISL SFIDA LA POLITICA
di Andrea de Polo, da “la Tribuna di Treviso” del 22/3/2013
– Il sindacato mette insieme Treviso e Belluno e lancia il progetto: basta Province e Comuni, puntare sull’area metropolitana –
CISON DI VALMARINO. Superare le Province e i Comuni, iniziare a mettere le basi dell’area metropolitana del Veneto centrale. È la sfida lanciata da Cison di Valmarino, dove c’è stato il primo congresso territoriale della Cisl Belluno Treviso, con la benedizione del vescovo di Vittorio Veneto, Corrado Pizziolo.
Un nuovo soggetto da 100 mila iscritti (e 18 mila licenziati negli ultimi due anni) che, unendo due territori che hanno sempre vissuto separatamente, anticipa la grande sfida annunciata dal segretario generale uscente di Cisl Treviso, Franco Lorenzon: «Realizzare l’area metropolitana tra Treviso, Padova, Belluno e Venezia. L’attuale ripartizione amministrativa tra Province e Comuni non è più funzionale alle sfide che vengono poste».(…..)
Aeroporti, università, fiere: la crisi si batte unendo le forze. E i servizi. Si parte da questo, si parte da un incontro che Cisl organizzerà ad aprile con le altre parti sociali, per iniziare a ragionare assieme agli amministratori locali su come procedere a livello pratico. Un esempio virtuoso a cui ispirarsi c’è già: l’area metropolitana di Lille, in Francia.
Più modestamente, i primi esperimenti a livello locale sono le funzioni associate tra i vari Comuni. «Ma non basta», spiega Lorenzon, «le esigenze della popolazione hanno superato i confini di città e Province. Il nuovo sviluppo è possibile solo a livello metropolitano». Un esempio in questo senso sono i distretti economici, che si collocano a cavallo tra più Province. Merci e persone si spostano di più, e tendono a concentrarsi in poche macro-aree. E per una volta, reperire le risorse potrebbe non essere un problema: per le aree metropolitane sono in arrivo finanziamenti da Bruxelles.
«La politica di coesione europea», spiega ancora Lorenzon, «ha registrato questo processo, decidendo di orientare una parte importante delle proprie risorse verso la dimensione metropolitana. La programmazione comunitaria 2014-2020 destinerà, infatti, per ciascuna città metropolitana significative risorse finalizzate ad azioni integrate per lo sviluppo urbano sostenibile».
Lavorare con 95 amministrazioni comunali a Treviso, e 69 a Belluno, è uno sforzo inutile. Alla nuova area del Veneto centrale si affiancherà quella del Veneto occidentale, con Vicenza e Verona. E anche il vescovo Pizziolo fa suo il motto della due giorni di Cison, “La crisi divide, Cisl unisce”: «Questo momento drammatico ha messo in atto anche forme di solidarietà, e questa è la via da percorrere. Anche per porre un freno alla drammatica sequenza di suicidi: la solitudine è il problema peggiore. L’unica possibilità è creare una rete di solidarietà». (Andrea De Polo)
VADO A VIVERE IN CITTA’: IL VENETO DEL FUTURO SALVA LA CAMPAGNA
di Alda Vanzan, da “il Gazzettino” del 16/4/2013
GLI OBIETTIVI – Meno consumo di suolo agricolo e maggiore tutela del paesaggio
REGIONE – Adottato dalla Giunta il nuovo Piano territoriale di coordinamento. Zorzato: si delinea uno sviluppo diverso
Come Renato Pozzetto: vado a vivere in città. Ma, a differenza del film, non per fuggire da pollai e aratri, bensì per salvaguardare quel poco di campagna che al Veneto ancora è rimasto e che l’urbanizzazione soprattutto degli ultimi trent’anni rischiava di trasformare in una distesa di capannoni. Vuoti, adesso.
Tant’è, il Veneto del domani limiterà il consumo di territorio, il suolo agricolo sarà salvaguardato, se servirà un capannone si andrà a prenderne uno di quelli abbandonati. E in questa logica le città torneranno ad essere “motore del futuro”.
È la filosofia del nuovo Ptrc, il Piano territoriale di coordinamento di cui la giunta regionale ha appena adottato la variante parziale. «Salvaguardia del territorio e rilancio delle città», sintetizza Marino Zorzato, vicepresidente e assessore all’Urbanistica.
LA “BIBBIA” – Il Ptrc è come se fosse la “Bibbia” o la “Costituzione” della pianificazione, è lo strumento di massimo governo del territorio. «Attraverso il Ptrc – dice Zorzato – si esprimono tutte le politiche che promuovono la competitività del Veneto nel contesto nazionale ed internazionale». Alta “filosofia”? Non proprio. Se si parla, ad esempio, di corridoi europei, il Piano ne individua la collocazione, mettendoli in rete con i nodi viari principali. E già qui va detto che la Tav, l’alta velocità ferroviaria, è prevista.
IL PREGRESSO – Un Ptrc il Veneto ce l’aveva già, è quello del 1992. Nel 2009 (ma il lavoro era iniziato quasi dieci anni prima), sul finire dell’ultima giunta Galan, la giunta aveva adottato un nuovo Piano. Ma, una volta consegnato al consiglio regionale, è rimasto chiuso in un cassetto. È così che, nell’autunno 2011, la giunta Zaia decide di predisporre una variante parziale con riferimento anche alla tematica paesaggistica. «Che non è solo attenzione al paesaggio – spiega Zorzato – ma è anche una lettura dei vincoli». L’esempio è quello classico dell’intervento che deve andare all’esame della commissione di Salvaguardia: «Presenti il progetto e non sai come andrà a finire. Con il nuovo Ptrc, invece, si dà una lettura dei vincoli, viene chiarito cosa è consentito. È di fatto una “sburocratizzazione”».
GLI OBIETTIVI – A cosa serve un Ptrc? «A dare indirizzi», risponde Zorzato. Ed è evidente che questi indirizzi devono coniugarsi con il momento storico. Non siamo più in una fase di crescita. È cresciuta, invece, la sensibilità ambientale. Complice anche l’alluvione del 2010, la tutela del suolo non è più uno slogan da ambientalisti sfegatati. Così come la promozione del turismo assume una connotazione più marcata in un momento in cui le piccole imprese del manifatturiero e dell’edilizia sono in difficoltà e la crescita arriva dai visitatori.
I PILASTRI – Dunque, uno dei pilastri del Ptrc è la difesa del suolo, tenendo conto del rischio idraulico e sismico. Poi c’è la mobilità: è previsto l’aggiornamento del sistema infrastrutturale tenendo conto anche dei corridoi europei. Un apposito capitolo è dedicato alle città “motore del futuro”. «La Regione – dice Zorzato – riconosce alla rete della città venete il ruolo centrale nella visione di sviluppo socio-economico anche in relazione alle potenzialità offerte dai corridoi plurimodali». Significa che per (ri)portare la gente in città, con l’obiettivo di non consumare suolo, bisogna riqualificare i centri, “rigenerarli”. Servizi, dunque, ma anche riqualificazioni urbanistiche. Un po’ come già ha anticipato il piano del commercio: riuso delle strutture esistenti e riqualificazione dei centri urbani.
AREA METROPOLITANA – Le tabelle del Ptrc non sono solo una fotografia dell’esistente, sono un po’ l’analisi del Veneto. E si presteranno a svariate letture politiche. Ad esempio, la città metropolitana nella tabella dell’attuale sistema di sviluppo e relazioni non è la Venezia-Padova e neppure la PaTreVe, ma tutta l’area centrale del Veneto, Vicenza compresa. A sé stante è Verona, così come lo sono Belluno e il Polesine.
L’ITER – Per arrivare a questa variante di Ptrc ci sono stati 27 incontri tra Regione e ministeri, 7o incontri tecnici, 4 convegno specifici, 7 incontri per tematiche disciplinari, un concorso fotografici, la riunione conclusiva al Bo. Così è la prima stesura di un “quaderno delle strategie”. Infine l’adozione da parte della giunta il 9 aprile. Ora il piano sarà pubblicato sul Bur e a quel punto ci saranno 120 giorni di tempo per presentare eventuali osservazioni. Potrà farlo chiunque: enti locali, comunità montane, associazioni, anche singoli cittadini che ritengano di averne interesse. Dopodiché dovrà esprimersi il consiglio regionale. Senza più tenerlo, si spera, in un cassetto. (Alda Vanzan)
di Francesco Erbani, da “la Repubblica” del 11/4/2013
– Aveva 94 anni, fondò in Arizona Arcosanti, cantiere infinito della città ideale –
Novantaquattro anni è morto, nella sua casa di Paradise Valley, negli Stati Uniti, Paolo Soleri. Era architetto, urbanista, scultore, uomo dalle grandi visioni applicate agli insediamenti umani. Insediamenti che non fossero schiavi dell’automobile, che non consumassero troppo suolo e troppa energia. Insomma una città che non fosse un «eremo motorizzato», come ha cominciato a chiamarla già nei primi anni Cinquanta e che potesse fuggire il destino che fin da allora, per essa, sembrava segnato.
Contro questo modello di città, immaginando una città che si riscalda e si raffredda naturalmente, senza percorsi motorizzati, custode di spazi dedicati all’agricoltura, Soleri ha lavorato lungo l’intera sua vita. Ha insegnato. Ha costruito prototipi e laboratori. Ha disegnato. Ha riempito quaderni di sagome che sembrano rimandare, contemporaneamente, a un futuro lontanissimo e a un passato remoto.
Era nato a Torino nel 1919. Completati gli studi e laureatosi in Ingegneria, Soleri si trasferisce negli Stati Uniti, dove lavora nello studio di Frank Lloyd Wright. Rientrato in Italia, ha rapporti con Adriano Olivetti. È di questi anni una delle sue migliori realizzazioni: la fabbrica di ceramiche Solimene a Vietri sul Mare, sulla Costiera amalfitana. Un edificio che mette in fila lungo una parete foderata di ceramiche una decina di coni con il vertice a terra. L’interno ha le movenze di uno stabilimento industriale altamente tecnologico. Qualcuno ci ha visto l’influenza di Gaudì. Qualcun altro l’ha interpretato come l’ideale porta d’accesso al paesaggio della Costiera.
Soleri torna negli Stati Uniti, dove resterà per sempre. Si stabilisce nel deserto dell’Arizona, a Paradise Valley dove costruisce il suo studio e un’altra fabbrica di ceramica. Comincia la progettazione di modelli urbani che rovesciano la forma assunta dalla città moderna. I disegni assumono la dimensione di un progetto esecutivo. Nel 1961, lungo l’autostrada che collega Phoenix al Grand Canyon, Soleri fonda Arcosanti, una specie di cantiere permanente dove assieme agli studenti dell’Università dell’Arizona si sperimenta la città ideale, una città originariamente pensata per 1.500 persone, che si sarebbe potuta estendere su oltre duecento ettari e che avrebbe potuto ospitare 5.000 persone.
È la città senza macchine, non energivora e in grado di riscaldarsi e raffreddarsi naturalmente. Arcosanti è il prodotto dell’arcologia, un neologismo che tiene insieme architettura ed ecologia. Ed è una città fatta di prototipi e di manufatti sperimentali. Il cantiere non è mai finito. Attualmente ospita, oltre ai residenti, festival, mostre e soprattutto studenti.
Ma il gusto per l’innovazione e per il progetto non ha abbandonato Soleri neanche negli ultimi anni, e persino superati i novanta: fra il 2005 e il 2012 l’architetto ha messo a punto il disegno di una città lineare, fatta di moduli che si possono ripetere anche per centinaia di chilometri, un nastro continuo articolato su strutture parallele che contiene la residenza, i luoghi di lavoro e di svago, le scuole e i parchi. Una città che asseconda la forma del terreno e che cattura il vento, il sole e l’acqua. Il progetto è stato presentato a Macao, in Cina. E si è proposto immediatamente come alternativo, almeno in termini culturali, al modello di metropoli che nell’estremo oriente si sta affermando.
«La ricchezza consiste non nell’avere di più, ma nell’aver bisogno di meno» spiegava Soleri, teorico di una società anticonsumista e di una città che non crescesse all’insegna dello spreco e che fosse lo spazio ideale nel quale formare comunità. (Francesco Erbani)
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