Source: http://www.ildirittoamministrativo.net/i-vincoli-urbanistici.htm
Timestamp: 2020-04-05 09:56:03+00:00
Document Index: 56449936

Matched Legal Cases: ['art. 70', 'art. 72', 'art. 7', 'artt 13', 'art. 80', 'sentenza ', 'art. 80', 'art. 34', 'art. 7', 'sentenza ', 'art. 7', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Dal 12/06/09 5409535
Con riferimento all'urbanistica, una prima rilevante questione problematica è quella che attiene ai contorni stessi della nozione, occorre, cioè, stabilire i confini tra l'urbanistica, l'edilizia e l'ambiente.
Sotto il profilo storico, la prima manifestazione di intersse sul come costruire risale ad una legge del 1859 che atteneva solo alla disciplina dell'ornato. La prima legge che si occupa, però, più diffusamente dell'urbanistica è la n 2359 del 1865 che si occupa di espropriazione per pubblica utilità (come noto, essa, sino all'articolo 70 si occupa del procedimento espropriativo, dall'art. 70 all'art. 72, si occupa dell'occupazione d'urgneza, la parte finale della legge si occupa invece di pianificazione); deve, peraltro, considerarsi come, all'epoca, la dichiarazione di pubblica utilità aveva una valenza latu sensu urbanistica in quanto, non sussistendo atti pianificatori generali, era tale dichiarazione che produceva l'effetto conformativo del territorio.
Gli strumenti urbanistici individuati dalla L. n. 2359 del 1865 sono i piani regolatori edilizi concernenti esclusivamente il centro storico.
Ulteriore legge di un certo rilievo nella materia dell'urbanistica è quella del 1885 per il risanamento della città di Napoli; in tale occasione l'indennizzo dovuto in caso di espropriazioni per publica utilità fu fissato nell'ammontare dei fitti coacervati dell'ultimo decennio; si trattava, tuttavia, di una previsione di favore per gli espropriati in considerazione della grave situazione di fatiscenza degli immobili.
La legge fondamentale in materia urbanistica è la 1150 del 17 agosto 1942 e, sopratuttto, l'art. 7 che introduceva il piano regolatore generale contenente solo disposizioni ad efficacia perpetua.
Sotto il profilo contenutistico, il piano regolatore generale determina, in primo luogo, la zonizzazione del territorio e, cioè, la destinazione delle sue varie aree; esso è atto amministrativo generale a contenuto normativo e complesso, a complessità diseguale (sulla disciplina generale degli atti normativi si vedano gli artt 13 e 22 della L. n. 241 del 1990).
Il piano regolatore generale è adottato dal Comune ed approvato dalla regione. L'organo adottante è il Consiglio Comunale;successivamente esso viene pubblicato per consentire ai cittadini di presentare le proprie osservazioni. Il Comune non è, però, tenuto a rispondere specificamente a tutte le osservazioni, essendo tenuto ad una specifica motivazione solo quando reitera una situazione di compressione di una determinata parte del territorio. In difetto di reiterazione, le osservazioni si pongono come una mera forma di collaborazione cui il Comune non ha l'obbligo di rispondere. Esaminate le osservazioni, l'atto viene adottato definitivamente ed inviato, per l'approvazione, alla regione. La regione può invitare il Comune a modificare delle prescrizioni, il Comune può reiterare le disposizioni oggetto dell'invito di riesame da parte della regione, in tal caso la Regione può, poi, cambiare la propria posizione ed aderire alla posizione espressa e reiterata dal Comune oppure può apportare la modifica d'ufficio (questo è lo schema tipo che, in talune regioni, può essere anche diverso).
Tornando al profilo inerente la definizione dell'urbanistica, merita segnalarsi come essa, prima della modifica del titolo V della Costituzione, risultava di competenza concorrente tra Stato e Regioni.
Il dpr 24 luglio 1977 n 616, all'art. 80, facendo propria un'indicazione della Consulta, affermò, nel trasferimento delle funzioni alla regione concernenti l'urbanistica che tale branca del diritto attiene alla disciplina dell'uso del territorio comprensiva di tutti gli aspetti conoscitivi, normativi e gestionali riguardanti le operazioni di salvaguardia e di trasformazione del suolo nonchè la protezione dell'ambiente.
La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 382 del 1999, ha affermato come l'urbanistica trascenda la regolamentazione del territorio e non sia limitata al territorio urbano. L'urbanistica pone due tipologie di regole, di tipo conformativo e di pianificazione spaziale e temporale degli interventi.
Sulla base dell'art. 80 del citato dpr n 616, la Consulta, anche in tempi più recenti, ha ribadito che l'urbanistica riguarda ogni aspetto attinente il governo del territorio; essa compone gli interessi individuali dei cittadini tra loro e con gli interessi superindividuali.
Sempre sul piano definitorio, doveroso è richiamare anche laa Suprema Corte SSUU che, con la pronuncia del 14 luglio 2000 n 494 ha interpretato l'art. 34 del D.Lgs. n. 80 del 1998, nel senso che urbanistica ed edilizia attengano, in via generale, al governo del territorio nella cui nozione è necessario includere anche l'espropriazione.
Ciò posto, gli strumenti di pianficazione urbanistica, si possono suddividere in: piani ultraprimari, riguardanti il territorio di più comuni (ad es il piano di coordinamento regionale), piani primari (art. 7 l n 1150 del 1942) di competenza comunale e i piani secondari che, a loro volta, possono essere di varia natura; piani particolareggiati che attuano le disposizioni contenute nel piano regolatore generale; peep - che potevano vincolare per l'espropriazione l'area per ben 18 anni - piani per gli investimeti produttivi - che potevano vincolare l'area per ben dieci anni - accordi di programma ecc ecc.
I piani, a loro volta, contengono i vincoli, essi, in via generale, possono essere legislativi o amministrativi a seconda della fonte dalla quale promanano. I vincoli legislativi, di norma, hanno carattere meramente ricognitivo, generale ed astratto e limitano la fruizione di beni in relazione alla loro natura intrinseca.
I vincoli amministrativi possono, a loro volta (come nel caso dei vincoli paesistici di cui al TU 42 del 2004) avere natura conformativa allorchè la PA individui, sulla base dell'esercizio di discrezionalità tecnica, determinati beni come appartenenti a categoria già individuata dal Legislatore, si tratta di un intervento suppletivo rispetto a quello del Legislatore. In tal caso il vincolo è naturalmente impugnabile per errori di fatto anche attraverso l'esperimento in chiave giudiziale della consulenza tecnica.
In relazione alla materia dei vincoli, si sono succedute una serie di pronunce della Consulta che hanno perimetrato la materia medesima, si tratta delle sentenze nn 55 e 56 1968, 5 1980, 169 1999.
La sentenza n. 55 del 1968, stante la perpetuità dei vincoli contenuti negli strumenti di pianificazione urbanistica, afferma che, onde scongiurare i dubbi d'illegittimità costituzionale dell'art. 7 della L. n. 1150 del 1942, occorreva che, alternativamente: fosse previsto un indennizzo o un termine di scadenza del vincolo stesso. Secondo la Consulta, la garanzia del diritto di proprietà viene menomata ove vengano compresse o soppresse senza indennizzo quelle facoltà tipiche del diritto di proprietà mediante atti d'imposizione che, indipendentemente dalla forma, conducano tanto ad una traslazione parziale o totale del diritto quanto ad uno svuotamento del contenuto dello stesso, pur nell'invarianza della titolarità del diritto con tutti gli oneri fiscali conseguenti.
La necessità di indennizzo non opera, invece, in caso di disposizioni che si riferiscano ad intere categorie di beni interessando la generalità dei soggetti sottoponendo tutti i beni della categoria ad un determinato regime d'appartenenza. Il diritto di proprietà non è, dunque, assoluto ma è suscettibile di essere sottoposto ad un regime che spetta al Legislatore individuare e determinare; regime che può essere limitato in guisa ragionevole con riferimento a specifici beni. E, tuttavia, la Consulta stabilì il principio che il vincolo dovesse essere a termine ovvero prevedere l'indennizzo (la prima opzione sarà, poi, seguita dal Legislatore con la L. n. 1167 del 1968).
La sentenza n. 56 del 1968 conferma che il vincolo conformativo non è indennizzabile allorchè l'atto amministrativo non abbia altra valenza se non quella ricognitiva di una certa natura immanente del bene soggetto a vincolo (si pensi all'atto con il quale viene imposto il vincolo paesaggistico).
La sentenza n 5 del 1980 si occupa invece della legittimità costituzionale della previsione della L. n. 10 del 1977 con la quale era stato previsto un coefficiente unico per la determinazione dell'indennizzo riferito al valore agricolo anche per i suoli edificabili. La Consulta ha affermato, in tale occasione, il principio per il quale l'indennizzo deve essere fissato con riguardo alle caratteristiche strutturali del bene e non in astratto.
Con riferimento ai vincoli espropriativi, a seguito della sentenza n 55 del 1968 della Corte Costituzionale, con la L. n. 1167 del 1968 fu previsto che i vincoli espropriativi dovevano essere necessariamente a termine, dovevano, cioè, durare al massimo cinque anni. Successivamente si pose, nella giurisprudenza amministrativa, la questione relativa alla reiterabilità dei vincoli espropriativi; i principi enucleati in tale materia furono che la reiterazione dei vincoli doveva essere motivata e, tuttavia, si pose la correlata questione in ordine alla necessità della motivazione della reiterazione con riferimento alle ripianificazioni di carattere generale.
Con la sentenza n 179 del 1999 la Consulta ha affermato che i vincoli preordinati all'espropriazione o quelli che determinano lo svuotamento rilevante della proprietà debbono essere limitati nel tempo ed il tempo deve essere ragionevole, ove eccedano il tempo ragionevole tali vincoli o la loro reiterazione, per essere legittimi, devono essere indennizzati. I requisiti della temporaneità del vincolo e dell'indennizzabilità sono, secondo la Corte, alternativi. Di per sè la reiterazione dei vincoli espropriativi, anche decaduti, ovvero la loro proroga non costituiscono fenomeni inammissibili; assumono un carattere patologico quando vi sia una indefinita reiterazione o una proroga sine die senza una previsione di indennizzo. La Corte fa anche riferimento al periodo di franchigia secondo cui il proprietario deve tollerare il vincolo per un certo periodo; decaduto il vincolo, peraltro, il terreno non torna edificabile ma diventa facente parte di zona bianca e trattato come terreno agricolo. La reiterazione del vincolo scaduto deve essere motivata in ragione dell'attualità dell'interesse pubblico ed implica una congrua ponderazione degli interessi privati e pubblici coinvolti.