Source: http://www.fotoinfo.net/speciale/1625/il-punto-sulla-street-photography
Timestamp: 2018-02-21 12:43:22+00:00
Document Index: 120279415

Matched Legal Cases: ['art.8', 'art.87', 'art.96', 'art. 97', 'art.136', 'art.97', 'art.1', 'art. 21', 'art.137', 'art.137', 'art.137', 'art. 97']

nota: Foto tratta dalla mostra collettiva "Vietato!", in esposizione alla galleria Belvedere di Milano dal 16 marzo al 14 aprile 2012
Ma possibile che i fotografi e i video operatori sono assolutamente liberi di fare quel che vogliono in fase di ripresa? In realtà l’ordinamento prevede: ovvi limiti generali di contenuti (buon costume) o di metodi (non turbare l’ordine pubblico); qualche divieto oggettivo (installazioni militari, edifici carcerari) per ragioni di sicurezza. L’unico divieto espresso (ma non assoluto) di ripresa senza il consenso preventivo, lo si trova nell’art.8, comma 2 del Codice di Deontologia per l’attività giornalistica, pubblicato dal Garante della Privacy il 28 luglio 1998: Salvo rilevanti motivi di interesse pubblico o comprovati fini di giustizia e di polizia, il giornalista non riprende ne produce immagini e foto di persone in stato di detenzione senza il consenso dell'interessato. Forse questa più avanzata restrizione deriva dal riconoscere che il detenuto è già in tale stato di menomazione, che il solo fatto di percepire la ripresa lo può umiliare; la questione è nata in occasione di alcuni arresti “eccellenti” ai tempi di “mani pulite”. Per quanto riguarda la grande massa dei detenuti sono noti non pochi pregevoli fotoreportages finalizzati a narrare le condizioni di vita nel carcere, nell’interesse pubblico all’informazione e nell’interesse degli stessi carcerati. Altro limite ovvio deriva dalla legge penale, che vieta violenze e molestie: va da sé che la ripresa realizzata con pressione fisica o con metodi assillanti (paparazzismo) è illecita e la opposizione del fotografato è legittima. Parimenti illecita, va da sé, ma non è questo il punto in discussione, la ripresa clandestina dentro il domicilio, realizzata con l’inganno (teleobiettivi attraverso finestre, fotocamere dissimulate, o simili).
La Legge n.633 del 1941 sul Diritto d’Autore, abbondantemente rimaneggiata, è tutt’ora in vigore, anche dopo l’approvazione del Decreto Legislativo 30 giugno 2003, n. 196, Codice in materia di protezione dei dati personali (c.d. Legge sulla privacy). La Legge 633 si occupa del diritto d’autore per ogni genere d’opera; nel Capo V, Diritti relativi alle fotografie, non detta regole per la ripresa, ma solo per la fotografia come prodotto successivo. Unica descrizione “a monte” è quella contenuta nell’art.87 che definisce che cosa è una fotografia:Sono considerate fotografie, ai fini dell'applicazione delle disposizioni di questo capo le immagini di persone o di aspetti, elementi o fatti della vita naturale e sociale, ottenute col processo fotografico o con processo analogo, comprese le riproduzioni di opere dell'arte figurativa e i fotogrammi delle pellicole cinematografiche. C’è in questa norma un riconoscimento dell’ampiezza dell’impegno culturale e sociale del fotografo, che sembra incredibile per l’epoca in cui fu scritto, e sembra più avanzato di certe concezioni odierne.
L’art.96 recita: Il ritratto di una persona non può essere esposto, riprodotto o messo in commercio senza il consenso di questa, salve le disposizioni dell'articolo seguente.
L’art. 97: Non occorre il consenso della persona ritrattata quando la riproduzione dell'immagine è giustificata dalla notorietà o dall'ufficio pubblico coperto, da necessità di giustizia o di polizia, da scopi scientifici, didattici o culturali, o quando la riproduzione è collegata a fatti, avvenimenti, cerimonie di interesse pubblico o svoltisi in pubblico. Il ritratto non può tuttavia essere esposto o messo in commercio, quando l'esposizione o messa in commercio rechi pregiudizio all'onore, alla reputazione od anche al decoro della persona ritrattata.
iii) quando poi - punto 5, ipotesi disgiunta dalla o - un evento, fatto, avvenimento, cerimonia si svolgono in pubblico, la legge esonera dal consenso, si noti bene, anche se manca l’interesse pubblico (fotografie di un matrimonio su sagrato di chiesa o su piazza di municipio: è legittima la pubblicazione non solo dei volti degli sposi, ma anche di passanti e curiosi che, per loro libera scelta, si sono “affacciati” alla cerimonia). Il fondamento dell’esonero in quest’ultima ipotesi, per il legislatore, è la pubblicità del luogo dove persone vengono ritratte; è questa una ragione forte di esproprio della facoltà di veto, a prescindere sia dalla qualità delle persone che dall’interesse pubblico del fatto documentato. Questa norma, anteriore alla Costituzione, prende oggi luce dal principio di “trasparenza” degli spazi pubblici indubbiamente sotteso alla nostra Carta fondamentale. Si veda quanto detto sopra in “Privacy-Publicity”. Vedremo più avanti che tale principio riaffiora nettamente anche nel Decreto Legislativo n. 196 del 2003.
ii) sia come attività amatoriale o free-lance, cioè “per la pubblicazione o diffusione occasionale di articoli, saggi e altre manifestazioni del pensiero anche nell'espressione artistica” (art.136, lett.c)
E’ evidentissima, per questi due casi, l’analogia con gli esoneri dal consenso previsti dal “vecchio” art.97 L.633 del 1941 (non solo per la “giustificazione culturale” ma in tutte le sfumature dell’interesse pubblico all’informazione). Ce lo spiega, come meglio non si potrebbe, l’art.1 del Codice Deontologico dei giornalisti (Allegato A al Decreto 196): si tratta di “contemperare i diritti fondamentali della persona con il diritto dei cittadini all'informazione e con la libertà di stampa” e ancora: ”In forza dell'art. 21 della Costituzione, la professione giornalistica si svolge senza autorizzazioni o censure. In quanto condizione essenziale per l'esercizio del diritto dovere di cronaca, la raccolta, la registrazione, la conservazione e la diffusione di notizie su eventi ... relativi a persone.... attuate nell'ambito dell'attivita' giornalistica ... si differenziano nettamente per la loro natura dalla memorizzazione e dal trattamento di dati personali ad opera di banche dati o altri soggetti. Su questi principi trovano fondamento le necessarie deroghe.” Ciò calza a pennello anche per i fotografi di ogni genere: la raccolta (ripresa) prima, la pubblicazione (diffusione) poi, di fotografie, danno luogo ad attività giornalistica sia quando le immagini sono un messaggio significativo a sé stante, sia quando supportano un discorso espresso in un articolo. Naturalmente, precisa subito l’art.137, comma 3, prima frase, “restano fermi i limiti del diritto di cronaca a tutela dei diritti di cui all'articolo 2 e, in particolare, quello dell'essenzialità dell'informazione riguardo a fatti di interesse pubblico”. Opportuno richiamo alla prudenza dei giornalisti, dopo il riconoscimento di ampie libertà, con invito ad aver sempre di mira informazioni essenziali che interessino il pubblico (continenza): per esempio, no gossip, no morbosità, o il minimo indispensabile. Rimane dubbia l’applicabilità in concreto di questa ammonizione ai prodotti saggistici, letterari, artistici, che pure godono a pieno titolo degli esoneri e fra i quali si colloca senza esitazioni la fotografia, la quale o sta nel “gruppo giornalismo”, oppure nel “gruppo arte-cultura” (talvolta in tutti e due, mi pare) ma è da accogliere volentieri come forte indirizzo. Con ciò sembrerebbe ultimato il discorso sulle deroghe, e invece c’è una bella sorpresa.
Affermazione netta, inserita in una sequenza logica di questo tipo: il trattamento dei dati per finalità giornalistiche e la diffusione occasionale di articoli, saggi e altre manifestazioni del pensiero e dell'espressione artistica godono degli esoneri di cui all’art.137; tuttavia devono rispettare i limiti generali di continenza; viceversa non ci sono limiti al trattamento di dati per così dire “di provenienza diretta ed autentica dal soggetto”. Interessante, molto interessante. In pratica è un esonero del terzo tipo, una liberatoria “autoprodotta”. Dunque, per fare un esempio: il fotografo può fotografare (il giornalista riferire le parole, raccontare, descrivere) un cittadino portacroce in processione pasquale o un altro prosternato davanti alla moschea; il giornale può pubblicare la relativa immagine, ma può anche scrivere, in didascalia o nell’articolo a commento: “ecco un devoto cristiano, ecco un praticante musulmano” (dati sensibili desunti dal comportamento). Non si potrà scrivere, a commento di tali foto “ecco un fondamentalista” o “ecco un fanatico”; ma si potrà dire che lo sono quando gli stessi abbiano dichiarato di condividere l’uccisione di medici abortisti o gli attentati suicidi. Il comportamento in pubblico, a volte anche solo la presenza in certi luoghi pubblici, in certe manifestazioni o cerimonie, ha dunque per l’ordinamento questo tremendo valore significante, parificato al “render noto direttamente”, una specie di outing generalizzato per fatti concludenti (come i cortei del Gay Pride insegnano). In corrispondenza, c’è il tremendo potere della Fotografia (del Giornalismo), di cogliere quella realtà, mostrarla, raccontarla. Se questo è il senso dell’ultima frase dell’art.137, si tratta di un ritorno armonico dell’ultimo tipo di esonero dall’obbligo di consenso previsto nell’art. 97 della Legge n.633 per fatti, avvenimenti, cerimonie [di interesse pubblico o] svoltisi in pubblico. Anzi, si intravede un allargamento o chiarificazione dell’esonero, che non copre più solo le fotografie di persone dentro fatti, avvenimenti, cerimonie, ma anche fotografie di semplici comportamenti in pubblico di singole persone. In altre parole è una straordinaria conferma e uno sviluppo della linea affacciatasi già nel 1941 e continuata nell’idea della trasparenza in luogo pubblico insita nella Costituzione.