Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-15307-del-25-07-2016
Timestamp: 2020-08-10 19:24:14+00:00
Document Index: 20201390

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2697', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 2697', 'art. 360', 'art. 2104', 'art. 360', 'art. 54', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 13', 'art. 13']

Sentenza Cassazione Civile n. 15307 del 25/07/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15307 del 25/07/2016
Cassazione civile sez. VI, 25/07/2016, (ud. 20/04/2016, dep. 25/07/2016), n.15307
sul ricorso 2002-2015 proposto da:
C.G.M., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA
rappresentata e difesa dall’avvocato EMANUELE MAGANUCO, giusta
ASP/(OMISSIS) CALTANISSETTA, in persona del Direttore Generale e
ROMA, VIA COLLINA 36, presso lo studio dell’avvocato GAETANO IACONO,
rappresentata e difesa dall’avvocato ANTONIO GAGLIANO, giusta
avverso la sentenza n. 433/2014 della CORTE D’APPELLO di
C.G.M., infermiere in servizio presso l’Ospedale (OMISSIS), conveniva in giudizio la Azienda ASP di Caltanissetta chiedendone la condanna, per quanto qui interessa, al pagamento della somma di Euro 6895,00 a titolo di retribuzione aggiuntiva spettante in relazione al tempo impiegato – venti minuti giornalieri – per indossare e dismettere la divisa di lavoro all’inizio ed al termine di ciascun turno per gli anni dal 2006 al 2011.
Per la cassazione della sentenza ricorre C.G.M. che articola cinque motivi.
Resiste con controricorso la Azienda Sanitaria Provinciale di Caltanissetta.
Entrambe le parti hanno depositato memorie illustrative insistendo nelle conclusioni prese.
Con il primo, il secondo ed il terzo motivo di ricorso è denunciata la violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., comma 1 e degli artt. 112 e 115 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.
Lamenta la ricorrente che la Corte di appello avrebbe erroneamente ritenuto che non fosse stata offerta la prova dell’esistenza di un obbligo per il dipendente di indossare e dismettere la divisa al di fuori dell’orario di lavoro effettivamente retribuito, anticipando l’ingresso e posticipando l’uscita.
Sotto altro aspetto poi sarebbe errata la sentenza nella parte in cui afferma che il lavoratore non avrebbe contestato di essere stato regolarmente retribuito anche per il tempo dedicato alla vestizione/svestizione. Al contrario, sostiene parte ricorrente, era stato puntualmente evidenziato, nelle note conclusive di primo grado e poi nel ricorso in appello, che dalla documentazione versata in atti si evinceva che l’uscita era timbrata mediamente quindici minuti dopo la fine del turno e l’entrata cinque/dieci minuti in anticipo e che i minuti in eccesso non erano mai stati conteggiati nel saldo orario mensile a favore della ricorrente. Le somme effettivamente corrisposte erano relative al lavoro straordinario debitamente autorizzato e, conseguentemente, retribuito.
Occorre in primo luogo rammentare che, è configurabile la violazione dell’art. 2697 c.c. soltanto nell’ipotesi in cui il giudice abbia attribuito l’onere della prova ad una parte diversa da quella che ne risulta gravata secondo le regole dettate da quella norma (cfr. tra le tante Cass. 17.6.2013 n. 15107 e recentemente anche Cass. 16.9.2015 n. 18165). Ove la censura investa la valutazione della prova (attività regolata, invece, dagli artt. 115 e 116 c.p.c.) essa deve essere fatta valere ai sensi del medesimo art. 360, n. 5.
Tale orientamento (come osserva la citata Cass. n. 19358/2010) consente di distinguere nel rapporto di lavoro una fase finale, che soddisfa direttamente l’interesse del datore di lavoro, ed una fase preparatoria, relativa a prestazioni od attività accessorie e strumentali, da eseguire nell’ambito della disciplina d’impresa (art. 2104 c.c., comma 2) ed autonomamente esigibili dal datore di lavoro, il quale ad esempio può rifiutare la prestazione finale in difetto di quella preparatoria.”.
1.- la dipendente, infermiere professionale, prima di accedere al turno di servizio era tenuta ad indossare la divisa (nei locali a ciò destinati in prossimità dell’unità operativa di assegnazione all’interno dell’area ospedaliera) che poi doveva dismettere a fine turno lasciandola per il lavaggio nei cesti allo scopo collocati in azienda.
e.- che dai cartellini marcatempo si evinceva che nella maggior parte dei casi 1′ ingresso e 1′ uscita coincidevano con l’orario di lavoro previsto nei vari turni;
Premesso che l’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, riformulato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54 conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, introduce nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diversa della controversia) e che non ricorre tale vizio qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie (cfr. Cass. s.u. 16.4.2015 n. 1434 e molte altre successive), nel caso in esame la Corte territoriale ha esplicitamente tenuto conto del contenuto sia dei cartellini marcatempo che delle prove testimoniali e ne ha dato una ricostruzione che è rispettosa dei principi in tema di distribuzione dell’onere probatorio pur pervenendo ad un esito diverso rispetto a quello auspicato dalla parte ricorrente.
Quanto all’ultimo motivo, avente ad oggetto la richiesta di condanna della ASP di Caltanissetta al pagamento delle spese del giudizio, l’esame resta assorbito dalla reiezione delle altre censure.
Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale a norma del citato D.P.R., art. 13, comma 1 bis.