Source: http://www.discorso-libero.ch/DL/2015/20150220/DL_02_2015.htm
Timestamp: 2018-12-13 10:30:52+00:00
Document Index: 15773967

Matched Legal Cases: ['art. 119', 'art. 119', 'art. 119', 'art. 119', 'art. 119', 'art. 119', 'art. 119', 'art. 119', 'art. 119', 'art. 119', 'art. 120', 'art. 119']

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Riflessioni sulla diagnostica preimpianto	1
Un chiaro no alla diagnostica preimpianto	1
Diagnostica preimpianto: fino a dove?	3
Non si scelgono i propri bambini	3
«L’eugenismo non deve avere libero accesso»	3
La protezione della vita è da considerarsi una regola suprema	3
Il mito del libero scambio	4
Rafforzare le aziende agricole a conduzione familiare	6
I gruppi agroalimentari si appropriano delle terre agricole fertili in Ucraina	6
Grecia: drachme o tragedia?	7
L’Islanda ritira la sua candidatura per l’adesione all’UE	7
Come nacquero i talebani e chi li ha assistiti	7
Le sanzioni contro la Russia: il fronte dei partigiani si sgretola	7
«Una civiltà che rinuncia ai propri ideali morali perde di forza spirituale»	8
Costituzione federale art. 119 cap. 2c
Fin’ora: «[…] fuori del corpo della donna possono essere sviluppati solo tanti ovociti umani quanti se ne possono trapiantare immediatamente».
Modifica della costituzione prevista: «[…] fuori del corpo della donna possono essere sviluppati in embrioni solo il numero di ovociti umani necessari ai fini della procreazione assistita».
Cos’è la diagnostica
preimpianto?
La diagnostica preimpianto (DPI) è l’analisi genetica di un embrione proveniente dalla fecondazione artificiale prima del suo trapianto nell’utero. Si tratta di togliere 1 o 2 cellule da ogni embrione che si trova nello stadio da 6 a 8 cellule e di esaminarle in laboratorio. Così si può constatare se l’embrione è portatore di una malattia ereditaria o di un’anomalia cromosomica. Sono così possibili anche la determinazione del sesso o altre caratteristiche del bambino. La DPI può servire anche alla creazione di un cosiddetto «bambino salvatore», adatto alla donazione di cellule staminali geneticamente compatibili a fratelli ammalati.
Il mito del libero scambio
Rafforzare le aziende agricole a conduzione familiare
I gruppi agroalimentari si appropriano delle terre agricole fertili in Ucraina
L’Islanda ritira la sua candidatura
per l’adesione all’UE
Come nacquero i talebani
e chi li ha assistiti
«Una civiltà che rinuncia ai propri ideali morali perde di forza spirituale»
Ingegneria genetica: «…fino ad oggi non è stato sviluppato nulla di applicabile sul piano terapeutico …»
«Nonostante enormi spese pubbliche e private per la ricerca nel campo della terapia genetica e il versamento di capitali a rischio dell’ordine di miliardi per innumerevoli start-up nell’ambito della tecnologia biologica, fino ad oggi non è stato sviluppato nulla di applicabile sul piano terapeutico.» (pag. 32)
«In un’intervista dello Spiegel il filosofo, specialista in etica medica, Urban Wiesing si chiede dove sia rimasta la tanto proclamata «rivoluzione genetica». «C’erano […] previsioni che in 15-20 anni la medicina consisterebbe essenzialmente in terapie genetiche. Per quel che ne so io, fin ad oggi non esiste nessun studio che esamini la teoria genetica sotto l’aspetto della sua utilizzabilità terapeutica e della sua applicazione su grande scala. In breve: viste le nuove scoperte nel campo della genetica si mettono in circolazione pronostici ben lontani dalla realtà»» (pag. 32)
«Pur non avendo nessuna idea verso quali obiettivi si corra, si corre sempre più in fretta.» (pag. 34)
Felix Hasle. Neuromythologie, Bielefeld 2012
Votazione popolare federale del 14 giugno 2015
Un chiaro no alla diagnostica preimpianto
dott. Susanne Lippman-Rieder
Il 14 giugno 2015 il popolo svizzero voterà per decidere se l’articolo 19 della Costituzione federale dovrà essere modificato in modo tale da permettere in futuro di creare un numero non definito di embrioni fuori dal corpo della madre, senza dover impiantarli subito dopo la loro produzione. Questa modifica della Costituzione sarà la base per l’autorizzazione della diagnostica preimpianto (DPI), che attualmente in Svizzera è proibita. La modifica a prima vista è poco appariscente, è formulata in modo sfuocato e contiene per la legge esecutiva, la Legge federale sulla procreazione con assistenza medica (LPAM), un grande margine di manovra relativo alla selezione della vita che «merita di essere vissuta» e che «non merita di essere vissuta» e inoltre rende possibile la creazione di un numero illimitato di embrioni. Il 14 giugno dobbiamo arrestare con un No questi sviluppi pericolosi!
Art. 119 Cost. è la base costituzionale:
–	per la fecondazione artificiale (fecondazione in vitro, FIV)
–	per il divieto della diagnostica preimpianto
La legge esecutiva, la Legge sulla procreazione con assistenza medica:
–	regola i dettagli della FIV
–	limita la creazione di 3 embrioni al massimo
–	proibisce la crioconservazione (congelazione) di embrioni
Progetto di modifica della Costituzione – art. 119 cap. 2c e modifica prevista della Legge sulla procreazione con assistenza medica
In Parlamento la modifica costituzionale dell’art. 119 cap. 2c e la modifica della Legge sulla procreazione con assistenza medica sono stati trattati contemporaneamente con l’obiettivo di autorizzare la diagnostica preimpianto anche in Svizzera. Per tutti e due i progetti c’è un solo messaggio del Consiglio federale: «13.051. Messaggio concernente la modifica dell’articolo costituzionale relativo alla medicina riproduttiva e all’ingegneria genetica in ambito umano (art. 119 Cost.) e della legge sulla medicina della procreazione (Diagnosi preimpianto) del 7 giugno 2013.»
Il 12 dicembre 2014 il Parlamento ha varato la variante di modifica costituzionale del Consiglio federale. Cosa significhi la modifica di questa mezza frase apparentemente poco appariscente sarà trattato più dettagliatamente di seguito.
Per la modifica della Legge sulla procreazione con assistenza medica (LPAM) invece il parlamento ha eliminato la barriera introdotta in origine dal Consiglio federale. Nel suo progetto di legge quest’ultimo voleva limitare la diagnostica preimpianto a coppie portatrici di malattie ereditarie, cioè la PID sarebbe stata possibile solo in caso di malattie ereditarie (50-100 coppie all’anno) e non per anomalie cromosomiche. Inoltre aveva fissato un limite per la creazione di embrioni fuori dal corpo della donna: 3 embrioni se il patrimonio genetico degli stessi non viene analizzato, 8 embrioni se viene analizzato. Ora il progetto di legge varato dal Parlamento (LPAM) va ben oltre la prassi in voga nei nostri paesi vicini:
–	permette test genetici relativi a malattie ereditarie e a anomalie cromosomiche per tutte le coppie che ricorrono alla fecondazione artificiale (oggi più di 6000 coppie all’anno).
–	Aumenta il limite del numero di embrioni creati fuori dal corpo materno a 12 per ciclo (un numero illimitato verso l’alto è ancora stato rigettato).
Secondo la proposta del Consiglio federale il divieto della crioconservazione è stato soppresso. Sembra che questo sia indispensabile per la cosiddetta conservazione di embrioni.
Ciò significa: in futuro tutti gli embrioni creati fuori dal corpo materno fondamentalmente si possono analizzare e selezionare in provetta con tutti i test genetici a disposizione! E ne risulterebbe un gran numero di cosiddetti embrioni superflui. A che scopo?
Il dibattito parlamentare è stato caratterizzato da un grande impegno da parte del presidente della Commissione della scienza, dell’educazione e della cultura del Consiglio degli Stati Felix Gutzwiller. Se si considera quanto controverso sia stato il dibattito, sorprende con quale velocità questo «progetto» sia andato in porto e più precisamente dopo ¾ di anno e già dopo il secondo passaggio. Cosa abbia indotto il Consiglio degli Stati a cambiare opinione non si sa, considerato che, come prima camera, aveva votato contro un’espansione della procreazione con assistenza medica. Di sicuro le commissioni hanno ricevuto a più riprese la visita di sostenitori di una cosiddetta regolamentazione liberale della medicina di procreazione con assistenza medica, e che vi ha contribuito anche la presa di posizione della Commissione etica nazionale.
Se il popolo e i cantoni rigettano alle urne la modifica della Costituzione, la modifica della Legge sulla procreazione con assistenza
Riflessioni sulla diagnostica preimpianto
di Erika Vögeli
Quando il 14 giugno dovremo votare sul progetto di legge della diagnostica preimpianto, ci troveremo di fronte ad una questione complessa. Si tratta della modifica dell’articolo 19 della Costituzione federale per permettere di eseguire test genetici – la diagnostica preimpianto (DPI) – su embrioni creati in provetta. La DPI potrà così essere ammessa nella legge sulla procreazione medicalmente assistita. La proposta iniziale del Consiglio federale voleva autorizzare la DPI unicamente per le coppie portatrici di una grave malattia genetica. Per non dover rinunciare a priori a realizzare il loro desiderio di avere bambini, con la DPI potrebbero escludere la trasmissione di una malattia ereditaria.
Il processo come tale solleva già numerose questioni etiche. Con la nuova formulazione dell’articolo di legge, votata da una maggioranza del Parlamento, queste appaiono sotto una nuova luce e acquistano una crescente importanza. Ogni embrione prodotto artificialmente potrà essere testato sulle malattie ereditarie e sul numero dei cromosomi (in eccesso o mancanti) con l’aiuto del «Preimplantation Genetic Screening». Nel caso che la modifica costituzionale venisse accettata, «fuori dal corpo della donna possono essere sviluppati in embrioni il numero di ovociti necessari alla procreazione medicale assistita.» (art. 119, cap. 2, lett. c, Cost). Che significa? A che serve una tale estensione non meglio definita che separa la donna dalla gravidanza? Oggi l’embrione è ancora protetto prima di venire introdotto nell’utero. Per quanto tempo ancora? E cosa bisogna attendersi dopo?
Il dibattito sull’allevamento umano nel senso di una selezione genetica, nei nostri media è già stato lanciato (cfr. «Nur das Beste für den Nachwuchs», Neue Zürcher Zeitung del 17/4/15). Negli anni trenta lo si chiamava «eugenismo» – il termine risveglia pertanto il ricordo ripugnante di una selezione di «razza dominante». È per questo che la discussione sul miglioramento «tecnologico» dell’essere umano naviga sotto il termine «transumanismo». Nella sua essenza la concezione non è nient’altro: con il riferimento alla ragione e alla scienza si deduce l’obbligo di un progresso di cui dovrebbe far parte anche un «miglioramento» della natura umana verso il «post-umano» o «transumano» con mezzi tecnologici. Ma chi indica la direzione da prendere? A quale «umanità» si dovrebbe aspirare? Chi definisce cosa è il vero progresso? Chi osa prendere decisioni su una tale evoluzione «artificiale»? Ma a parte tutto, dopo il clamore mediatico mondiale iniziale che ha suscitato la pecora clonata «Dolly», oggi non se ne parla quasi più. Fino ai nostri giorni il sogno di poter sviluppare delle cosiddette terapie genetiche non è stato realizzato, nonostante i miliardi investiti nelle rispettive tecnologie. E anche nell’ambito del «Human Brain Project» (gigantesco progetto dell’Ue sul cervello, ndt) tutte le nuove conoscenze ci rendono sempre più coscienti del fatto che sappiamo e comprendiamo ancora infinitamente poco. Ciò significa naturalmente che forse possiamo «fare» qualcosa, ma che non conosciamo le conseguenze di simili interventi sulla natura (vedi anche riquadro).
Con tutto il rispetto per le possibilità delle conoscenze scientifiche e degli sviluppi della tecnica, la creazione del cosmo, del nostro pianeta o della vita e la «concezione» della natura umana non fanno parte delle facoltà e dei compiti umani. Senza alcun dubbio la ricerca medica ci ha portato per esempio
con gli embrioni testati?
Solo gli embrioni «desiderati» vengono impiantati alla madre dopo l’esecuzione dei test genetici (di solito il quinto giorno dopo la fecondazione) o congelati come riserva. Gli embrioni in eccedenza congelati potranno venire impiegati per un’altra gravidanza. O, secondo la Legge relativa alla ricerca sulle cellule staminali (inizialmente Legge sulla ricerca embrionale), possono anche essere impiegati per ricavarne cellule staminali embrionali, vale a dire a scopo di ricerca, se la coppia coinvolta ha dato il suo libero consenso per iscritto. Gli embrioni «indesiderati» vengono distrutti – una base legale non ci è nota.
Come medico metto in guardia dall’uso di test genetici, sia per futuri genitori, persone singole interessate e anche per non ancora nati: la quota di errori per cosiddetti risultati positivi sbagliati o anche di quelli negativi sbagliati esiste. E i test nutrono nella gente la consapevolezza sbagliata, di essere padroni della situazione. In Gran Bretagna per esempio si hanno a disposizione dei cosiddetti «kit di analisi» per la ricerca di 250 o perfino 448 malattie. Quali malattie giustificano un’«eliminazione»? E la lista continua a crescere.
Cos’è l’eugenetica?
L’ideologia del miglioramento del carattere ereditario della popolazione umana per mezzo della selezione di esseri umani apparentemente sani e di alta qualità.
«Riflessioni sulla …»
innumerevoli conquiste benefiche, senza le quali molti di noi, dei nostri cari, dei nostri amici e molte persone su tutto il globo non vivrebbero più o solo con grandi menomazioni. La medicina ha facilitato la nostra vita, ci permette di guarire là dove una volta tutto sembrava senza speranza, allevia i dolori e le sofferenze che altrimenti sarebbero insopportabili. Le siamo tutti molto riconoscenti. Ma le sofferenze umane, le malattie e le menomazioni non si possono escludere del tutto, fanno parte della nostra vita e ognuno di noi, in un modo o nell’altro, presto o tardi è chiamato ad affrontarle. Non si tratta quindi solo della fattibilità, ma piuttosto dell’impatto che tutto questo dibattito sull’Human Enhancement, cioè sul «miglioramento» dell’uomo, ha su di noi stessi, sulla nostra attitudine verso la vita e la condizione umana e verso l’imperfezione inevitabile della vita anche in futuro.
Ciò di cui in tutto questo dibattito non si parla è il fatto che l’immagine che si aveva del genoma umano sembra essere più complessa di quel che si credeva. Non è facile trovare delle caratteristiche sulle catene di cromosomi per poi disporne. E pure si tiene troppo poco conto di ciò che per esempio diversi ricercatori hanno trovato dalla perspettiva dell’epigenetica: l’osservazione che nel corso della vita ha luogo un’interazione continua di dati genetici con l’influenza dell’ambiente biologico e sociale che fanno apparire molti pronostici, apparentemente sicuri, più che vaghi.
Dal punto di vista psicologico vorremmo aggiungere: qui, come forse in nessun altro ambito, l’esperienza mostra che ogni essere umano è dal primo giorno di vita un individuo unico e irripetibile che, con lo scambio e il confronto con il suo ambiente sociale, va formando la propria personalità unica e irripetibile. Di fronte a questo dato di fatto, nonostante la similitudine di fondo degli esseri umani fra di loro, tutte le idee genetiche sull’eredità del carattere e della personalità – del resto anche dell’intelligenza – sono fallite. Ciò non significa che non possiamo identificare condizioni che favoriscano uno sviluppo di una salute fisica, psichica mentale e sociale sana. Gli esseri umani lottano da sempre per questo obiettivo e noi oggi approfittiamo delle innumerevoli conoscenze acquisite grazie all’impegno di molte persone.
Ebbene, siamo esseri incapaci di vivere senza i nostri simili, in grado di svilupparci in modo adeguato solo nel rapporto con quest’ultimi. Non siamo solo una raccolta di geni che possono venir scelti in modo ottimale, secondo i propri desideri per poi diventare una persona di nostro gusto. Siamo collocati nella corrente della storia dell’umanità, siamo una parte di uno sviluppo storico, culturale e di relazioni umane, siamo nati e cresciuti in un dato luogo e a un dato giorno, in un ambiente umano specifico.
Per spiegare molte malattie e molti sviluppi si dovrebbero prendere maggiormente in considerazione queste interazioni. La sola osservazione della presenza di dati genetici in questi ultimi anni ci ha resi cechi in moti ambiti. E permettete un’ulteriore osservazione secondaria: nessun Humen Genom Project e nessun Human Enhacement ha eliminato dal mondo le conseguenze di tutte le bombe e dei missili, le cui polveri radioattive si spargono nei relativi paesi – anche da noi – e possono condurre un giorno o l’altro nella vita delle persone colpite a rotture e difetti genetici con conseguenti tumori maligni (multipli), malformazioni e altri danni. Per anni e decenni si è cercato di soffocare le discussioni su questi fatti. Ciononostante presto o tardi ne saremo confrontati.
L’«Human Enhacement» avrebbe un senso solo in favore di una migliore presa di coscienza della natura e dello sviluppo di tutti gli esseri umani verso più umanità, giustizia e pace, e non per accrescere la concorrenza del singolo e dei suoi simili, per la selezione dei geni «migliori». L’esperienza mostra: non sono la concorrenza e la selezione, bensì la collaborazione e lo scambio di idee ad aprire tutte le possibilità al concorso della diversità, ottenendo i risultati più duraturi.	•
«Un chiaro no …»
medica già varata dal Parlamento non entrerà in vigore, il che significa che il divieto della diagnostica preimpianto rimane valido. Così tutti coloro che si sono impegnati per una medicina di procreazione tipo «eugenetico liberale» o quelli che volevano in primo luogo trarne benefici commerciali non otterrebbero il sostegno da parte della Costituzione. Se però la modifica costituzionale dovesse venire accettata, il Consiglio federale metterebbe in vigore la Legge revisionata sulla procreazione con assistenza medica, se non dovesse venire inoltrato referendum. Quest’ultimo d’altronde è già stato annunciato da diverse organizzazioni: non è possibile che nel nostro paese tolleriamo una legge che permette una selezione eugenica e la distruzione di embrioni indesiderati!
Allora: con un No alla modifica costituzionale dell’articolo 119 il 14 giugno si dice anche No a una delle leggi più liberali dell’Europa sulla procreazione con assistenza medica.
Argomenti contro la modifica costituzionale
va oltre l’obiettivo iniziale dell’impianto immediato
La modifica costituzionale va oltre l’obiettivo iniziale, cioè quello di permettere una gravidanza con l’immediato impianto dell’embrione nell’utero della madre. Nell’articolo costituzionale in vigore l’azione è rivolta verso la madre, verso la donna. Nell’articolo modificato c’è un cambiamento di destinatario: la formulazione è rivolta verso la procedura biomedica della «procreazione con assistenza medica». La madre, la donna, non è più menzionata.
Il legislatore avrebbe anche potuto dire «…che le necessitano ai fini della procreazione assistita». Queste due parole mancanti mostrano che può trattarsi della produzione di embrioni supplementari e anche di altri interessi.
Formulazione sfuocata
La Costituzione non spiega cosa si intende con «procreazione con assistenza medica».
Il legislatore avrebbe anche potuto dire «…necessari per permettere una gravidanza».
Con questa formulazione larga trevista, la decisione del numero di embrioni creati viene lasciata alla medicina di procreazione, rispettivamente alla legge della procreazione con assistenza medica. Inoltre si aprono le porte per l’autorizzazione di altre procedure di procreazione immaginabili in futuro, e questo solo con modifiche a livello legislativo.
Protezione dell’embrione incerta:
la modifica costituzionale è una contraddizione in se stessa
Con la modifica della Costituzione è possibile scegliere embrioni con un patrimonio genetico «desiderato» e scartare quelli «indesiderati». Gli uni saranno impiantati, gli altri eliminati e con la crioconservazione numerosi embrioni saranno lasciati in balia di un destino insicuro.
La modifica costituzionale mina la protezione costituzionale (art. 119 cap. 1 Cost.): «L’essere umano va protetto dagli abusi della medicina riproduttiva e dell’ingegneria genetica» e rappresenta una contraddizione in se stessa.
L’ordine giuridico e la medicina dovrebbero comunque seguire l’obiettivo di guarire gli esseri umani ammalati, compresi gli embrioni ammalati, e non alla loro eliminazione. Solo un tale ordine giuridico permette di sfruttare nel migliore dei modi le conoscenze limitate degli esseri umani per permettere loro di condurre una vita soddisfacente.
Cambiamento di paradigma: creazione di cosiddetti embrioni «in eccedenza»
La nuova possibilità di creare tanti embrioni quanti sono necessari per la procreazione con assistenza medica condurrebbe a una modifica fondamentale del rapporto con l’inizio della vita umana. La modifica costituzionale permette una produzione illimitata di embrioni in eccedenza! E questi «si potrebbero» selezionare, congelare, mettere a disposizione della ricerca, e: di tutti quelli analizzati si conoscerebbe il genoma.
Questa modifica della Costituzione è un cambiamento di paradigma e apre le porte per l’eugenetica. La vita umana non deve essere distinta in vita «degna» e «indegna di essere vissuta». Dove sarebbero i limiti e chi li determinerebbe?
Diritto alla vita –
un diritto umano irrevocabile
Noi cittadine e cittadini siamo chiamati a rifiutare energicamente l’ossessione che l’essere umano possa progettare una società senza disabilità e senza malattie. Un tale spirito viola il diritto umano più fondamentale, il diritto alla vita. Proviene dall’ideologia dell’eugenetica.
Un primo passo nella direzione sbagliata è già compiuto
È un dato di fatto e un punto molto importante, che anche nel nostro paese ci siano rappresentanti che si impegnano per una medicina di procreazione senza limiti e che seguono questo obiettivo con la tattica delle fette di salame. I rappresentanti di questa corrente hanno già «raggiunto» un primo traguardo in Parlamento con l’allargamento colossale della Legge sulla procreazione con assistenza medica. L’allargamento varato va molto oltre la prassi dei nostri paesi vicini e non viene proposto nemmeno dalla maggioranza dei membri della commissione responsabile, la Commissione nazionale d’etica. Anche il Consigliere federale Alain Berset, in Parlamento, ha messo in guardia dalla possibilità di una selezione eugenetica. Ha dichiarato:
Al Consiglio nazionale: «[…] poiché questa estensione considerevole ha naturalmente come conseguenza che si ripropone la questione della selezione e di una certa forma, basata sullo screening, di tendenza eugenetica.»1
Al Consiglio degli Stati: «È dunque una scelta positiva, una selezione che effettivamente ci permette di menzionare nel dibattito il termine dell’eugenetica, che è stato ricordato dal signor Bieri, e che non si può spazzar via con un colpo di mano.»2
Tecnicamente un ampliamento degli ambiti di applicazione è possibile. Ma esiste il grande pericolo che tutto ciò che è realizzabile tecnicamente possa probabilmente essere applicato passo per passo in avvenire. Le modifiche delle leggi necessarie potranno essere realizzate a livello parlamentare. Contestare con un referendum ogni modifica che sarà effettuata con la tattica delle fette di salame potrebbe avere l’effetto di stancare.
Il professor Giovanni Maio, esperto di etica medica, nella sua opera «Etik der Medizin» mette in guardia da questo passo fatto dal nostro Parlamento.
Sono in attesa ulteriori aspirazioni
Attualmente ulteriori sforzi di liberalizzazione fanno parte della discussione pubblica. Così la Commissione nazionale d’etica già oggi nel campo della medicina umana si pronuncia in prevalenza a favore della donazione di ovuli o di embrioni, della maternità surrogata o dell’abolizione del numero massimo di embrioni che possono essere creati. In Parlamento si è perfino discussa un’istanza per la creazione di «bambini salvatori» che attualmente però non ha ancora ottenuto una maggioranza. Che con un’eventuale ammissione della DPI questo tema tornerebbe sul tappeto, sarebbe solo una questione di tempo.
Uno sguardo all’estero ci mostra cosa sarebbe ancora possibile: negli USA e in Gran Bretagna è possibile la creazione di «designer-baby», cioè la selezione delle cellule spermatiche e degli ovuli a seconda del sesso, del colore dei capelli, degli occhi o di altre proprietà specifiche del corpo o del carattere. Alle donne si promette una carriera di successo grazie al «Social Egg Freezing». Per la DPI sono a disposizione test genetici illimitati. Poco tempo fa in Gran Bretagna è nato il primo «bambino di tre genitori».
Ultimamente è stata pubblicata la notizia che ricercatori cinesi hanno mutato un gene del patrimonio genetico di embrioni umani. Un procedimento che in Svizzera è proibito a livello costituzionale e che comporta il rischio di pericolose mutazioni. Quanto tempo passerà fino a quando in Svizzera si oltrepasseranno i limiti sanzionati dai diritti dell’uomo?
Chi approfitta di questa modifica costituzionale dall’apparenza innocua?
Interessi commerciali da parte dell’industria farmaceutica, della ricerca nel campo delle cellule staminali, dei produttori di test genetici e anche delle istituzioni per la procreazione non possono essere esclusi.
Una tale legge serve anche a quei cervelli malati che vogliono un miglioramento genetico dei bambini e che lo fanno con il pretesto di volere «il meglio per la loro prole».3	•
1	Bollettino ufficiale, Consiglio nazionale del 3.6.2014
2	Bollettino ufficiale, Consiglio degli Stati del 8.9.2014
3	Nur das Beste für den Nachwuchs, Markus Hofmann, Neue Zürcher Zeitung del 17/4/15
Tramite il sito del Comitato nazionale «No alla DPI»,
www.no-alla-dpi.ch
si possono ordinare volantini e manifesti e aderire a uno dei comitati cantonali o anche al comitato dei medici «No alla DPI»!
La protezione della vita è
da considerarsi una regola suprema
Intervista con la Consigliera nazionale Marianne Streiff, EVP, Berna
Zeit-Fragen: perché il Consiglio nazionale ha esteso il progetto di legge presentatogli dal Consiglio federale anche a coppie sane?
Consigliera nazionale Streiff: molti parlamentari pensano che tutto ciò che è fattibile sia anche giusto. La medicina è in grado di risolvere molti problemi, così per esempio anche anomalie cromosomiche come la trisomia 21. Allora, secondo l’opinione della maggioranza in Parlamento, non ci si dovrebbe limitare alle malattie ereditarie, ma con le analisi si dovrebbe poter andare anche oltre. Questo ci conduce su un sentiero pericoloso. C’è già stato il dibattito sui «bambini-salvatori», che molti nel Consiglio nazionale e degli Stati avrebbero voluto introdurre. Per noi questa è una strada che l’umanità non dovrebbe perseguire.
Cosa s’intende con il termine «bambino-salvatore»?
Si tratta di un embrione adatto a donare cellule staminali geneticamente compatibili per una sorellina o un fratellino ammalato.
Un ulteriore aspetto è la questione della discriminazione. Cosa c’è di discriminatorio nella procedura della DPI?
La discriminazione sta nel fatto che si determina quale vita meriti di essere vissuta e quale no. Chi vive con un handicap che con la procedura diagnostica sarebbe escluso, sente implicitamente che una persona come lui non si vuole. Si tratta di una chiara discriminazione verso quei disabili che sono già al mondo.
Lei alla conferenza stampa ha affermato che il tutto non è una questione politica, ma una questione etica. È assolutamente vero.
Il nostro modo di vedere le cose dipende dalla nostra immagine dell’uomo. Noi decidiamo per così dire quale essere umano sia degno di vivere e quale no. Si nasconde forse l’obiettivo di volere una società senza malattie e senza handicap? Abbiamo ancora posto anche per i disabili nella nostra società? Consideriamo le persone con un handicap
«L’eugenismo non deve
avere libero accesso»
Intervista con C. Bulliard-Marbach, CVP Friburgo
Zeit-Fragen: Perché è contraria alla modifica costituzionale? Cosa succederebbe se venisse approvata?
Consigliera nazionale Streiff: mi pronuncio chiaramente contro questo articolo perché sono contraria alla selezione. Sono contraria che sia la medicina a decidere se una vita sia degna di essere vissuta o no. Su questo punto la mia convinzione è talmente forte, che non voglio che un giorno ciò possa avverarsi. Dobbiamo evitare il libero accesso all’eugenetica. È inammissibile che noi esseri umani possiamo scegliere come debba essere la fisionomia di un bambino. Poiché questo ne sarebbe il risultato.
Quale obiettivo segue l’eugenetica?
È l’uomo a decidere su come saranno i geni dell’essere umano che nascerà; ciò è in contrasto con l’etica. Conosciamo esempi dalla storia su questo modo di pensare; non dobbiamo in nessun caso promuoverlo.
Quali sarebbero le conseguenze della modifica di questo articolo costituzionale?
Apre le porte alla selezione. Se la Costituzione lo permette, dobbiamo presupporre che si approfitterà di questa nuova possibilità, e io qui insisto nel mettere in guardia. Non dobbiamo dimenticare l’effetto su giovani coppie che non vogliono sottoporsi a queste analisi, verrebbero a trovarsi esposti ad un’immensa pressione. Si tratta soprattutto di donne che rimangono incinte in modo naturale e che non vogliono ricorrere a tutti questi metodi, affidandosi allo sviluppo naturale. Per questa ragione trovo questa modifica all’articolo costituzionale molto pericolosa, poiché ogni vita ha il diritto all’esistenza.
Conosciamo esempi di persone disabili portatrici della trisomia 21. Sono persone felici, che sanno mostrare le loro emozioni, che possono essere allegre, e anche tristi, proprio come tutti gli altri esseri umani. Di questo sono fermamente convinta.
Non si scelgono i propri bambini
Presa di posizione della Federazione delle Chiese protestanti svizzere (FSPS)
relative alla revisione dell’art. 119 della Costituzione federale
La votazione popolare sull’art. 119 della Costituzione federale (CF) si riferisce a 14 parole di una mezza frase poco appariscente del capoverso 2, lettera c, terza frase. Questa frase fissa il numero di embrioni che è permesso produrre artificialmente. Oggi vale: fuori dal corpo della madre si possono creare tanti embrioni, «quanti se ne possono trapiantare immediatamente». Con la modifica costituzionale questa parte di frase diventa: «necessari ai fini della procreazione assistita». La revisione dell’art. 119 della CF crea la premessa per l’eliminazione del divieto della diagnostica preimpianto (DPI) nella Legge sulla medicina di procreazione.
Il legislatore vorrebbe permettere a genitori portatori di una malattia ereditaria di beneficiare di un esame genetico nel quadro della fecondazione artificiale. La Federazione delle Chiese ha comprensione per questo desiderio. Tuttavia questa selezione di embrioni motivata geneticamente tocca un ambito molto sensibile e problematico dell’eugenetica, cioè della selezione artificiale e del controllo della procreazione umana. Perciò si deve elaborare una normativa giuridica rigorosa e chiara. La revisione presentata non soddisfa questi requisiti. Perciò la Federazione delle Chiese rigetta la modifica costituzionale proposta con le seguenti motivazioni:
1.	Modifica problematica dello scopo: secondo il diritto vigente dagli ovuli di una donna si possono creare solo un numero di embrioni tale da poterli impiantare nel suo utero. L’articolo costituzionale non ha più la donna nel mirino, ma semplicemente le misure necessarie dal punto di vista medico. Con questo cambio di prospettiva si focalizza soltanto sulla biomedicina e relativi interessi. Non viene più menzionato il vero scopo, quello cioè di permettere una gravidanza.
2.	Ritiro del legislatore: con la revisione dell’art. 119 della CF la decisione sul numero di embrioni da creare viene affidata esclusivamente alla medicina di procreazione. Di fatto il legislatore rinuncia a una limitazione giuridica della DPI, aprendo alla medicina di procreazione un nuovo campo d’azione, dal quale nello stesso tempo egli stesso si ritira. Gli embrioni in soprannumero in futuro potrebbero – visto che già ci sono – venire usati per la ricerca o per i cosiddetti «bambini salvatori».
3.	Protezione degli embrioni poco chiara: gli sviluppi dell’ingegneria genetica hanno indotto il legislatore a includere nella Costituzione un articolo sulla «dignità della creatura» (art. 120 CF). Esiste analogamente una protezione della dignità degli embrioni umani? Nella versione attuale dell’articolo 119 si sottintende una tale protezione, anche se non è esplicita. Se la modifica proposta viene accettata, questa protezione tacita verrebbe a mancare. Perciò la Federazione delle Chiese chiede un articolo che metta esplicitamente la protezione della dignità degli embrioni sotto la protezione della Costituzione.
4.	Dall’eccezione alla regola: la vita umana – prima e dopo la nascita – deve essere protetta. La selezione degli embrioni è in contrasto con il dovere fondamentale della protezione della vita umana. Perciò la DPI contava intesa solo come eccezione e non come alternativa da scegliere liberamente. Nel contempo si rende necessaria una consulenza etica prima della decisione di far ricorso alla DPI, poiché tale decisione comprende già l’accettazione della selezione degli embrioni. Le conseguenze e le pretese che la decisione implica per la coscienza devono perciò essere chiarite e valutate prima della decisione in favore della DPI. Proprio nel quadro delle nuove biotecnologie il pericolo che l’eccezione diventi una regola è grande. È dovere di tutta la società contrastare questi sviluppi.
5.	Le esigenze poste dal «sì» di Dio a ogni essere umano: la libertà di decisione è un bene prezioso che implica l’essere disposti ad assumere delle responsabilità. Ma quanta responsabilità si può pretendere dagli individui e quando diventa invece un peso insostenibile? Deve proprio diventare una decisione di tutti i giorni la selezione della vita umana? La Bibbia conosce il pericolo di esigere troppo dagli esseri umani e perciò ha messo all’inizio in modo prominente la storia del «sì» di Dio a ogni donna e a ogni uomo: ognuno di essi è una creatura voluta da Dio. Siccome per il creatore nessuna vita umana è deprecabile (1 Tim 4:4), nessuna deve essere testata e selezionata. Questo atteggiamento fondamentale verso la vita deve riflettersi nelle condizioni che offre la società, affinché ogni bambino sia il benvenuto e i genitori ricevano ogni sostegno e ogni possibile ragione per poter accettare con gioia e anche con coraggio il proprio bambino.	•
Federazione delle Chiese evangeliche della Svizzera, Sulgenauweg 26, CH-3000 Berna 23, Tel. +41 31 370 25 25, e-mail infosek.ch
Diagnostica preimpianto: fino a dove?
Quello che è possibile raggiungere con la medicina mette
a confronto l’intera società con questioni etiche fondamentali
di Christa Schönbächler e Stefanie Dadier, «insieme Svizzera», Berna (estratto)
Dall’eccezione alla selezione in ogni caso
Sovente si tenta di mettere in modo ingannevole allo stesso livello la Diagnostica preimpianto (DPI) e la diagnostica prenatale. Ma la spiegazione che ambedue i metodi permettono di constatare le stesse malattie o le stesse trasformazioni cromosomiche non è pertinente. Con la diagnostica prenatale i futuri genitori, soprattutto la donna gravida, devono decidere se debbano tenere in vita l’embrione nell’utero della donna e portare a termine la gravidanza. Non scelgono «il miglior embrione» tra vari. Si trovano di fronte alla domanda se tenere questo bambino e se sono pronti ad affrontare una vita con un bambino disabile. Per la DPI invece si crea una scelta artificiale di embrioni; la coppia, rispettivamente il personale medico, decide quale embrione debba venire impiantato sulla base della sua disposizione genetica.
Fatti poco conosciuti
Come motivo per l’introduzione della DPI si adduce voler aiutare coppie con problemi di procreazione. Studi medici dimostrano però che la DPI nel caso di fecondazione artificiale non aumenta affatto la possibilità di una gravidanza (cfr. Harper e. a. 2010). Inoltre la stimolazione ormonale strapazza in modo incisivo il corpo della donna, poiché per la DPI si utilizzano 12 ovuli e più. Le possibilità della DPI assieme al «Social Egg Freezing» presso molte donne risvegliano la falsa speranza di una maternità senza problemi in età avanzata (cfr. insieme 2014 a). Bisogna pure considerare che l’introduzione della DPI porta con sé grandi vantaggi economici. In Austria e in Italia la DPI è ancora del tutto proibita, in Francia e in Germania è regolata in modo restrittivo. Con una soluzione legislativa liberale la Svizzera diventerebbe attrattiva per i paesi limitrofi nel campo del trattamento di coppie che soffrono di infertilità. […]
Votazione popolare 2015: chance per una discussione pubblica
Il 14 giugno 2015 il popolo svizzero voterà se modificare l’art. 119 della Costituzione federale, in modo tale da poter produrre e conservare in futuro una grande quantità di embrioni fuori dall’organismo materno. Questa modifica costituzionale è un presupposto affinché la Legge sulla medicina di procreazione revisionata possa entrare in vigore.
Insieme e altre organizzazioni di disabili vedono la votazione come chance per un dibattito pubblico sui pregiudizi esistenti nei confronti di persone ritardate. Vogliono rendere pubbliche le preoccupazioni e la messa in guardia dal punto di vista di persone portartici di un handicap. (insieme 2014 b):
•	«Le malattie e gli handicap sono parte della vita, non ne definiscono però il valore. Con la DPI ha luogo una selezione accompagnata da un giudizio sul valore della vita. Questa valutazione ha inevitabilmente conseguenze sulla percezione di sé stessi e da parte di altri per persone portatrici di una menomazione genetica qualificata come indesiderata.
•	La maggior parte degli handicap hanno origine durante o dopo la nascita e non hanno origini genetiche. La DPI risveglia l’errata idea che gli handicap e le malattie si possano evitare con l’impiego della diagnostica prenatale.
•	Con l’accettazione dello screening dei cromosomi aumenterà la pressione sui futuri genitori di intraprendere tutto ciò che è tecnicamente fattibile per evitare di dare alla luce un bambino disabile. La libera scelta in tutta autonomia diventa così sempre più difficile.
•	Non deve succedere che genitori vengano sottoposti alla pressione di doversi giustificare o in casi estremi di dover subire conseguenze negative se non dovessero fare uso della diagnosi prenatale o se dovessero decidersi consapevolmente per un bambino ritardato.»
Durante secoli le persone con trisomia hanno fatto parte della nostra società. Se l’evoluzione nel campo della DPI continua senza limiti, questo forse cambierà. Lo vogliamo? Non ci si accontenterà del test sulle malattie ereditarie e sulla trisomia. Le aspirazioni a voler selezionare anche altre disposizioni o caratteristiche «indesiderate» non tarderanno ad arrivare. Ma quali saranno? A quale immagine dell’uomo ci orienteremo?	•
Come si mettono le cose se i genitori hanno predisposizioni ereditarie?
Se i genitori hanno delle malattie ereditarie la DPI può certamente essere applicata. Non sono contraria. In questo caso si può sfruttare il progresso della medicina. Ma non si possono selezionare gli embrioni a tutti i costi. Avremmo allora parecchi di questi embrioni; se il primo non va, prendiamo il secondo o il terzo, e così via. Alla fine si pone la questione di cosa succede con gli embrioni in eccedenza.
Dovendo decidere cosa farsene, i genitori vengono a trovarsi in una situazione molto difficile. Certi sviluppi dobbiamo lasciarli in mano alla natura, non dobbiamo intervenire. Per questa ragione sono fermamente contraria alla DPI. Nel caso di gravi malattie ereditarie, dove è probabile una trasmissione, non ho niente contro la DPI.
In che misura dietro a questi sviluppi c’è l’interesse dell’industria farmaceutica?
Si può sicuramente supporre che esiste un interesse. Anche qui naturalmente si tratta di fare affari. Se fa senso, perché no. Ma per me la questione etica è più importante e in questo caso il commercio deve tenersi in disparte. È sicuramente vero che l’industria farmaceutica ha un interesse diretto, ma non è un fatto solo negativo. Anche l’industria farmaceutica ci serve per il progresso scientifico. Bisogna però sempre vedere per chi e per che cosa.
Signora Bulliard-Marbach, grazie per l’intervista
«‹L’eugenismo non deve …»
come un arricchimento o come un ostacolo per noi tutti? Tutto dipende dall’immagine dell’uomo che abbiamo. La base è una concezione etica, legata anche a un atteggiamento religioso.
I favorevoli alla modifica dell’articolo costituzionale presentano sempre l’argomento della pressione proveniente dall’estero e che la Svizzera in questo caso deve adattarsi. Come la vede Lei?
Per me è molto chiaro. Non tutto ciò che è fattibile deve essere realizzato. E nemmeno dobbiamo piegarci ad ogni pressione proveniente dall’estero solo perché coloro che vogliono ricorrere a questi metodi hanno maggiori possibilità. Tutta la diagnostica preimpianto per me non è un progresso, ma un pericoloso passo indietro. Guardando indietro nella storia vediamo che una certa selezione una volta è già stata praticata. È questo che vogliamo?
In che misura l’aspetto commerciale è importante?
È fuori discussione che l’industria farmaceutica e la ricerca siano molto interessate. Se immaginiamo che tutte le coppie che ricorrono alla fecondazione artificiale volessero fare queste analisi, risulta chiaro che si possono guadagnare molti soldi. Gli interessi economici ci sono, non si può negare.
Come potrebbe nascere nella popolazione un dibattito sulla questione etica?
Che succede se non consideriamo più la protezione della vita come regola suprema? È su questo che dobbiamo discutere seriamente nella società. Dobbiamo mostrare quali sono le conseguenze se non si protegge più la vita, ma si decide quale vita sia da proteggere e quale non ne valga la pena. Su questo si deve continuare il dibattito.
Quali sarebbero le conseguenze se la protezione della vita non fosse più considerata come un principio supremo?
Si giungerebbe ad un’assoluta perdita di solidarietà nei confronti di persone con un handicap. La questione non si ferma qui, si tratta anche di discutere sulla fine della vita o su malattie gravi. Quanto può ancora costarci l’essere umano? Vale ancora la pena l’accompagnamento di una persone gravemente ammalata? Ben presto si pone anche la questione dell’eutanasia attiva. Se l’essere umano ha l’impressione di non essere che un peso e di costare troppo alla società, allora si è giunti ad uno stadio molto pericoloso per la società e per la vita umana. Questo lo dobbiamo impedire con un No in occasione della votazione popolare del 14 giugno.
Signora Streiff, grazie dell’intervista
«La protezione della vita …»
Accordi commerciali fra due o più Stati non sono di per sé da rifiutare, soprattutto se si rispetta il principio dell’equivalenza e se tutti i partiti che fanno parte dell’accordo ne approfittano in modo equo. Detto altrimenti: gli accordi di libero scambio raggiungono i loro limiti laddove invadono l’autonomia degli altri partiti. Il malcostume di negoziare gli accordi a porte chiuse, di conseguenza, ci porta a sollevare alcuni interrogativi critici.
Quanta libertà porta il libero scambio?
Il concetto di libero scambio risveglia in noi aspettative di maggiore autodeterminazione. Se ci interroghiamo sul reale tornaconto di libertà procuratoci dal libero scambio, rimaniamo disillusi. Già i soli processi che portano alla conclusione di accordi di libero scambio mettono in evidenza in modo spietato la perdita di autonomia di cui sono oggetto i partiti più deboli apparentemente coinvolti in tali decisioni.
La motivazione per concludere accordi di libero scambio è sovente la necessità, il bisogno o pure la costrizione di conquistare nuovi mercati. Negli Stati industrializzati «maturi» i mercati domestici saturi non sono più in grado di assorbire la sovrapproduzione stimolata dalla frenesia della crescita. Per evitare il crollo dei prezzi con il drastico calo dei benefici, è necessario trovare una valvola che assorba le quantità in eccesso. La via di scampo per sfuggire alla spirale della crescita, surriscaldata dalla politica monetaria attuale, risiede nell’espansione geografica del mercato. Gli accordi di libero scambio o la creazione di unioni economiche sono quindi delle strategie di uso comune per realizzare oltre ai confini del paese la sfrenata politica di crescita e la dittatura economica che l’accompagnano. L’accesso illimitato a nuovi mercati offre, inoltre, prospettive promettenti per la speculazione e rappresenta un bacino di raccolta benvenuto per la crescente marea di miliardi di euro e di dollari, il tutto nutrito dall’incredibile politica di indebitamento. Questa economia da casinò ad alto rischio riceve ancora ulteriori impulsi da parte della garanzia di Stato, imposta dall’alto nella zona di competenza dell’euro.
Gli accordi di libero scambio permettono pure ai grandi investitori l’accesso a nuovi mercati. È di attualità l’apertura dei mercati di terreni agricoli a grossi investitori stranieri e a ricchi paesi industrializzati nei paesi dell’Europa orientale, come pure in Africa e in altre regioni del mondo. Questi facoltosi investitori scacciano i contadini dalle loro terre e, oltre alle loro cospicue rendite, sovente approfittano di sostegni finanziari pubblici. La fame, in contrapposizione ai guadagni speculativi, è un fenomeno dei nostri tempi che, grazie alla promozione dell’energia biologica da parte dell’UE, incoraggia un comportamento grottesco nei confronti di preziose terre coltivabili.
Gli Stati perdono la libertà di adattare le loro economie nazionali ai bisogni della popolazione
Senza tener conto delle condizioni quadro geografiche, climatiche, culturali, sociali e economiche, in generale molto diverse, si attivano a tappeto l’armonizzazione, la deregolamentazione e la liberalizzazione, tutto questo, secondo il principio che il potere appartiene al più forte. Dietro a questa offensiva in favore di un ordine economico neoliberale si nasconde sovente una lobby di successo dei rappresentanti degli interessi dell’alta finanza e delle centrali delle grandi imprese transnazionali.
La formazione dei diversi spazi economici come la Comunità economica europea (CEE – che più tardi si è allargata creando l’unione politica dell’UE) o la zona di libero scambio nordamericana fondata con l’Accordo di libero scambio nordamericano (Nafta) tra gli USA, il Canada e il Messico, ne sono due esempi. Il punto centrale degli accordi di libero scambio è l’accesso indisturbato ai mercati. Ciò significa che bisogna ridurre o, rispettivamente, eliminare i dazi, adattare reciprocamente o riconoscere eventuali prescrizioni divergenti relative alla produzione, alla qualità e alla sicurezza (ostacoli al commercio non tariffari). Dal punto di vista delle nazioni sia i dazi che gli ostacoli al commercio non tariffari hanno senz’altro la loro legittimità. I dazi possono eguagliare i differenti costi di produzione in seguito a differenti norme e di qualità dei prodotti o a eventuali diversità nella concorrenza dei prezzi (dumping dovuto alle sovvenzioni all’esportazione).1 Le ordinanze non tariffarie servono per la protezione dell’economia nazionale, regionale e locale e sono di importanza vitale soprattutto per le giovani economie (paesi poco sviluppati e emergenti). Nei paesi industrializzati (di solito con piccole economie nazionali) per ragioni di Stato, economiche, di approvvigionamento, di occupazione, sociali, di politica di sicurezza, esistono buone ragioni per dotarsi di misure di protezione alla frontiera. Gli ostacoli amministrativi del commercio sovente stanno in relazione diretta con la sicurezza dei prodotti, con la protezione dei consumatori, con la politica sanitaria come pure con la protezione di animali e piante nel proprio paese. Tutto ciò è parte di un concetto complessivo di prevenzione.
Con i correnti accordi di libero scambio i paesi firmatari perdono la libertà di mettere in atto le misure di protezione ritenute necessarie per l’interesse nazionale. È nella natura stessa degli accordi di libero scambio violare la libertà dei paesi che vi fanno parte. Per un paese indipendente l’utilità di un accordo di libero scambio pertanto dipende meno dal valore materiale dei beni liberamente scambiati che dalla perdita in sovranità concessa e delle conseguenze (materiali e immateriali) per lo Stato e la sua popolazione. In relazione agli accordi di libero scambio, si può osservare un trasferimento insidioso dei diritti sovrani di uno Stato nazionale verso gli oligarchi dell’economia e della finanza che dominano il mercato.
Per scoprire queste intenzioni, è sufficiente riesaminare l’Accordo multilaterale d’investimento (MAI) discusso già da una quindicina d’anni or sono. Già allora le grosse multinazionali aspiravano a cementare alla chetichella e in dimensioni gigantesche il loro potere. Solo grazie alla tenace resistenza del pubblico e dei Parlamenti, questo progetto venne fortunatamente abbandonato nel 1998; in caso contrario avrebbe concesso ai gruppi multinazionali lo stesso statuto giuridico degli Stati nazionali. Le multinazionali avrebbero così potuto perseguire in giudizio gli Stati per la perdita di profitti.
Stiamo dirigendoci verso
Attualmente ci troviamo nuovamente confrontati con degli accordi transatlantici di libero scambio. Gli USA e l’UE stanno negoziando una zona di libero scambio transatlantica (Trans-atlantic Free Trade Area – TAFTA) e per un partenariato transatlantico di commercio e d’investimenti (Transatlantic Trade and Investment Partnership – TTIP). «Tutto il progetto TTIP/TAFTA assomiglia a un mostro di un film d’orrore del quale non c’è modo di sbarazzarsi. Poiché i vantaggi garantiti alle imprese da questa «Nato economica» sarebbero durevoli e in pratica irreversibili, poiché ogni singola disposizione può essere cambiata solo con l’approvazione da parte di ogni singolo Stato firmatario».2
Siccome le grandi imprese statunitensi che operano in campo mondiale aspirano a un accordo simile anche in zona pacifica (Trans-Pacific Partnership – TPP), il mondo sarebbe pilotato verso un sistema che implementerebbe il dominio dei più potenti gruppi finanziari su gran parte del nostro pianeta, garantendo loro anche la sicurezza giuridica e anche gli altri Stati non facenti parte degli accordi, dovrebbero di conseguenza piegarsi alle loro regole se vorranno commerciare con gli USA e/o con l’UE.
I negoziati attuali sull’accordo TiSA (Trade in Services Agreement) sono del tutto esplosivi per la sovranità degli Stati indipendenti. Questo accordo riguarda la liberalizzazione dei servizi. Sin dall’inizio la Svizzera è parte attiva in questi negoziati che si svolgono in grande segretezza. Una cinquantina di paesi ne sono coinvolti. La Segreteria di Stato dell’economia (SECO) negozia per conto del Consiglio federale, senza disporre di un mandato parlamentare! L’obiettivo di questi lavori preparativi è la conclusione di un accordo globale sul commercio dei servizi basato sull’accordo GATS (General Agreement on Trade in Services). Dall’inizio del 2013 i partecipanti si sono inoltre accordati sul modello di un elenco d’oneri «ibrido», che mescola obblighi positivi e negativi (principio della nazione più favorita, accesso al mercato, trattamento nazionale). In aggiunta si sono messi d’accordo su una clausola «catenaccio» («ratchet») e una clausola di sospensione («standstill»). Sembra che queste due clausole siano previste – analogamente alle misure di accompagnamento per i trattati bilaterali con l’UE – per zittire le legittime voci critiche nei confronti degli accordi in preparazione.
Chi teme l’opinione pubblica
Nel caso in cui l’accordo TiSA dovesse essere condotto in porto con successo e messo in atto, le conseguenze sulla nostra vita quotidiana sarebbero enormi. Si tratta soprattutto della liberalizzazione nell’ambito dei compiti pubblici. Con la privatizzazione dei servizi si vuole commercializzare l’approvvigionamento base della popolazione (trasporti pubblici, amministrazione, scuola, sanità, sicurezza, approvvigionamento in energia e acqua, ecc.). Ciò significa, che a causa dell’apertura del mercato alle grandi imprese multinazionali, lo Stato cede le sue mansioni alle imprese private. Sembra che, all’inizio delle trattative, gli Stati abbiano avuto la possibilità di inoltrare una lista negativa e delle clausole restrittive «catenaccio» per escludere certi settori dalla deregolamentazione. L’orientamento generale dell’accordo resta comunque molto problematico. Ciò che è privatizzato, in un secondo tempo non può più essere statalizzato e ciò che non è stato regolamentato prima della conclusione dell’accordo, in seguito non può più essere regolamentato. Nel caso in cui un paese decidesse di riprendere nelle proprie mani i servizi pubblici, le imprese multinazionali coinvolte potrebbero intraprendere una causa penale per lesione dei loro interessi e chiedere il risarcimento dei mancati guadagni. La strategia della segretezza è da sola sufficiente per dimostrare che dietro l’accordo TiSA il bene comune non è affatto l’obiettivo che si intende promuovere. La preoccupazione che, anche nei paesi industrializzati dell’Occidente e del Nord, l’accordo TiSA ci riservi una dittatura da parte dei grandi gruppi multinazionali e apra le porte a una nuova forma di colonialismo, è più che giustificata.
E dove sta la Svizzera?
In seguito a diverse interventi in Consiglio nazionale, dobbiamo supporre che una volta di più la Svizzera sia disposta a mettere a disposizione sul tavolo delle trattative la sua sovranità in cambio di presunti vantaggi del libero mercato. Accanto alla mozione del gruppo parlamentare dei Verdi «Sul servizio pubblico non si può trattare», bocciato dal Consiglio federale, c’è pure l’interpellanza Trede (14.4295) del 12 dicembre 2014. Quest’ultima chiede
I nuovi accordi di libero scambio minacciano il «modello svizzero» – Stop TiSA!
Firmatari: le consigliere e i consiglieri nazionali del PS Jacqueline Badran (ZH), Marina Carobbio Guscetti (TI), Jean Christophe Schwaab (VD), Carlo Sommaruga (GE), Cédric Wermuth (AG) come pure François Clément, vice-segretario centrale e Fabian Molina, presidente della Gioventù socialista svizzera
Il successo del «modello svizzero» si basa essenzialmente sulla qualità del nostro servizio pubblico, sulla democrazia (diretta) e su una politica economica che ridistribuisce le ricchezze a favore della domanda e soprattutto del potere d’acquisto. Non è sicuramente un caso se un paese come il nostro, dove tutti i servizi importanti per la popolazione (formazione, sanità, acqua, energia, trasporti pubblici) sono in mano pubblica è ancora economicamente prospero. I servizi pubblici hanno un ruolo importante anche per la coesione nazionale e sociale: così i servizi necessari vengono offerti in tutto il paese a condizioni abbordabili, mentre i benefici delle imprese pubbliche vanno a favore dei contribuenti.
Proprio questi importanti vantaggi però sono minacciati da nuovi accordi di libero scambio, che vogliono mettere nelle mani del mercato «libero» gran parte dei servizi pubblici, togliendo il loro controllo democratico. La Svizzera non prende parte a tutti gli accordi (molti concernono solo l’UE, gli USA e il Canada), potrebbe però essere obbligata ad applicarli sulla base del principio «Cassis de Dijon».
Dopo il rifiuto della liberalizzazione del mercato elettrico in una votazione popolare nel 2002, i servizi pubblici hanno conosciuto un decennio di relativa quiete. La politica ci ha comunque imposto alcuni peggioramenti dei servizi, ma i più importanti tentativi di liberalizzazione e privatizzazione sono chiaramente falliti. Sia la popolazione che i quadri politici nel frattempo si sono resi conto, che l’applicazione delle ricette neoliberali avrebbero avuto conseguenze catastrofiche. Il risultato è sempre lo stesso: si privatizzano i guadagni e si socializzano le perdite. Alla fine, se sorgono problemi, sono sempre i contribuenti a pagare. Al più tardi dal 2010 il vento ha cambiato direzione. Da una parte sembra attenuarsi il ricordo di progetti di privatizzazione falliti in altri paesi (per esempio la privatizzazione fallita delle ferrovie britanniche), dall’altra parte i nuovi tentativi sono ancora troppo recenti e la politica non si è ancora resa conto delle loro drastiche conseguenze (per esempio le privatizzazioni forzate da parte della «Troika» nei paesi gravemente indebitati). Inoltre, se gli accordi di libero scambio CETA (UE-Canada), TTIP/TAFTA (UE-USA) e TiSA dovessero entrare in vigore, saremmo invasi da uno tsunami di liberalizzazioni accompagnato dal relativo caos. La Svizzera siede comunque al tavolo delle trattative solo per l’accordo TiSA (tenute in gran segreto a Ginevra), ma in futuro potrebbe essere costretta ad aderire anche ad altri accordi. Il Consigliere federale Schneider-Ammann ultimamente ha annunciato di voler aderire all’accordo TTIP.
Con questi accordi di libero scambio si vogliono soprattutto ridurre le cosiddette «barriere d’importazione». Di queste «barriere» fanno parte anche regole e prescrizioni statali. Per esempio le regole sulla protezione della salute o dell’ambiente (il divieto dell’ingegneria genetica o le prescrizioni sulla pianificazione del territorio), sul diritto del lavoro (per esempio contratti generali di lavoro vincolanti), sulle assicurazioni sociali (per esempio la cassa malati obbligatoria), sulla protezione della produzione indigena (per esempio dichiarazioni sulla provenienza) o sul servizio pubblico (per esempio il monopolio pubblico della scuola obbligatoria o dell’approvvigionamento dell’acqua potabile). Se questi accordi entrano in vigore, non si può impedire a un imprenditore di vendere o offrire i suoi beni o servizi con pari diritti a un altro Stato firmatario.
Se per esempio un impresario americano porta legalmente sul mercato degli Stati Uniti sementi geneticamente modificate, secondo le regole del TTIP l’UE deve accettarle. E grazie al principio «Cassis de Dijon» dovrebbe accettarle anche la Svizzera. Se ciononostante dovessimo far applicare il divieto degli organismi geneticamente modificati deciso dal popolo, l’impresa «danneggiata» potrebbe citare la Svizzera davanti a un tribunale arbitrale senza possibilità di ricorso, a porte chiuse, che potrà condannarla al risarcimento dei danni per milioni di franchi.
Sembrerebbe di trovarsi in un film di science-fiction, ma purtroppo già oggi è realtà. Lo Stato dell’Uruguay è stato denunciato da una multinazionale del tabacco e condannato da un simile tribunale arbitrale a pagare un risarcimento di danni di diversi milioni di dollari. La ditta in questione considerò la nuova legge sulla protezione dal fumo passivo varata dal governo uruguaiano come una «barriera d’importazione» – e fece così valere, come previsto negli accordi TTIP, TISA e CETA, una «clausola di protezione degli investitori». Il fatto che la legge servisse alla salvaguardia della salute pubblica non ebbe nessuna importanza.
Gli accordi prevedono anche una regola secondo la quale beni o servizi, che al momento dell’entrata in vigore dei contratti non sottostanno a nessuna regolamentazione, non potranno mai più essere regolamentati. Questo vale anche per tutti i prodotti e i servizi che si istituiranno in futuro. Così per esempio l’energia nucleare non avrebbe mai più potuto essere regolamentata, se un tale accordo fosse entrato in vigore prima della sua invenzione – e questo nemmeno quando si tratta di difendere gli esseri umani. Secondo la stessa logica non sarebbe più possibile rimettere sotto il controllo pubblico un ambito liberalizzato o deregolamentato – neanche se il popolo in una votazione chiedesse proprio questo o se un tentativo di liberalizzazione dovesse fallire.
Indipendentemente dal loro contenuto concreto questi accordi di libero scambio sono inaccettabili già dal punto di vista democratico. Se il parlamento o il popolo dovessero accettare simili accordi, saremmo noi stessi a limitare massicciamente i nostri diritti democratici: non potremmo mai più controllare democraticamente gli ambiti che sono stati liberalizzati o che finora non sono ancora stati regolamentati. Un tale «vincolo perenne» nella democrazia non è compatibile con i principi dello stato di diritto. Questi accordi mettono in questione la sovranità democratica della Svizzera e sono un grave pericolo per i servizi pubblici. Mettono in pericolo le conquiste sociali acquisite e difese come per esempio la salvaguardia della salute, la protezione dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori o dell’ambiente. Perciò li combatteremo con vigore.
rappresentazione delle differenze di contenuto tra l’offerta GATS e TiSA.
Ecco il testo dell’interpellanza del 12 dicembre:
«Il Consiglio federale è invitato a illustrare le differenze di contenuto esistenti tra l’offerta GATS e l’offerta TISA con particolare riguardo alle conseguenze delle mutate regole sulle trattative per l’apertura nell’ambito del servizio pubblico.
Il TiSA (Trade in Services Agreement) è un accordo di libero scambio che viene negoziato in segreto al di fuori dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) in un gruppo di ‹really good friends› nell’ambasciata australiana di Ginevra nonostante che il Consiglio federale non abbia un mandato in tal senso.»
Risposta del Consiglio federale del 18.2.2015
«La Svizzera partecipa ai negoziati TiSA in virtù del mandato di Doha. Tali trattative sono scaturite dai negoziati di Doha e si prefiggono dei risultati che, in seguito, potranno essere riportati nel quadro dell’OMC. Considerato il fatto che l’oggetto e l’obiettivo dei negoziati TiSA coincidono con la parte dei negoziati di Doha riguardanti i servizi, il mandato di Doha del Consiglio federale costituisce una base sufficiente e adeguata per la partecipazione della Svizzera. […]. Le regole del gioco del processo TiSA non sono sostanzialmente diverse da quelle del GATS. Entrambi gli approcci prevedono che il campo d’applicazione e l’entità degli impegni delle parti riguardanti l’accesso al mercato e il trattamento nazionale siano stabiliti nelle rispettive liste nazionali. Così facendo, le parti definiscono da sole quali impegni sono disposte ad assumersi. Come il GATS, anche il TiSA offre la necessaria flessibilità. […]. In tal caso le singole parti stabiliscono nella loro lista di impegni, come nel GATS, per quali settori e in che misura concedono l’accesso al mercato e il trattamento nazionale. […]. La Svizzera ha limitato la sua offerta TiSA agli impegni corrispondenti espressi in quel di Doha o a quelli degli accordi di libero scambio conclusi finora. Ciò significa che le restrizioni legali sul servizio pubblico nell’offerta TiSA della Svizzera sono identiche nell’offerta Doha e negli accordi di libero scambio. Vi rientrano, tra gli altri, settori come l’educazione e la sanità, l’approvvigionamento energetico (tra cui l’elettricità), i trasporti pubblici e la posta. Non vi sono dunque differenze materiali con l’offerta di Doha (GATS) o con gli accordi di libero scambio attuali.»3
La presa di posizione del Consiglio federale alla mozione dei Verdi e all’interpellanza Trede mette in evidenza un trattamento molto generoso degli accordi di libero scambio da parte del nostro potere esecutivo. Questo fatto non è immune da pericoli. Pensiamo solo ai molti dossier ancora aperti. Oltre alle trattative per un possibile contratto-quadro con l’UE e agli accordi transnazionali sopraccitati, sul tavolo di Berna federale ci sono anche diversi temi concernenti il nostro paese, strettamente legati al libero scambio. Menzioniamo la politica agraria con il punto centrale della «sovranità alimentare» o le politiche della formazione, della sanità, del mercato elettrico e della sicurezza. Sulla base delle esperienze vissute fino ad oggi non è da escludere che l’amministrazione federale e il Consiglio federale svilupperanno delle proposte di soluzione che s’appoggeranno meno sulla responsabilità individuale e prestazioni proprie nel paese, ma che si orienteranno principalmente sul libero accesso ai deregolamentati mercati internazionali.
Libero scambio invece di prestazioni
Tutto questo può essere illustrato con l’esempio del controprogetto del Consiglio federale all’iniziativa popolare «Per la sicurezza alimentare» dell’Unione svizzera dei contadini.
L’iniziativa inoltrata l’8 luglio 2014 con 147’812 firme valide chiede l’approvvigionamento della popolazione con derrate alimentari provenienti da una produzione locale diversificata e sostenibile. Tra l’altro chiede il mantenimento della superficie di terreno coltivabile e la riduzione del lavoro amministrativo degli agricoltori. A questi ultimi si deve assicurare un’ampia sicurezza per gli investimenti. Per il comitato d’iniziativa si auspicava con chiarezza il miglioramento della sicurezza alimentare per la popolazione con una produzione interna garantita da parte degli agricoltori indigeni. Con ciò si chiedevano condizioni quadro che offrissero a tutti gli agricoltori operanti in Svizzera una reale prospettiva per il loro futuro. Il controprogetto del Consiglio federale invece mette l’accento sul «libero scambio». Esso vuole raggiungere la sicurezza alimentare con l’accesso ai mercati agricoli internazionali e con un’economia agraria e alimentare competitiva. Questo controprogetto modifica completamente l’iniziativa popolare di 180 gradi. Secondo la volontà del Consiglio federale, la sicurezza alimentare in Svizzera non deve essere garantita con la produzione interna degli agricoltori locali, ma con il libero scambio, rispettivamente con l’accesso ai mercati agricoli internazionali. Si parla anche di aziende competitive in Svizzera. Competitività significa che le aziende agricole devono assicurare il loro successo economico con le loro proprie prestazioni. Che sia già questo un segnale del Consiglio federale e dell’amministrazione di sostituire le varietà della produzione agricola indigena con i colossi dell’agricoltura industriale capaci di sopravvivere sul mercato globale?
Una politica del bel tempo con grande potenziale di rischio
Risulta evidente che la perdita di aziende agricole voluta e promossa con la PA 2014-2017 non introduce in campo federale un cambiamento del modo di pensare anche dal punto di vista dell’approvvigionamento del paese e della sicurezza alimentare. L’intenzione delle nostre autorità di raggiungere la sicurezza alimentare con l’accesso ai mercati agricoli internazionali si può comprendere solo insinuando che le nostre autorità facciano un’analisi della situazione attuale guardando attraverso degli occhiali rosa. L’idea di voler delegare all’estero l’approvvigionamento del paese in derrate alimentari non può che nascere dalla mancanza di fiducia nel saper affrontare autonomamente le sfide del nostro tempo e dall’errore di giudizio che la Svizzera sia circondata solo da «veramente buoni amici». È proprio così? O ci troviamo forse nel bel mezzo di una «guerra economica»? Qualunque sia la risposta a queste domande: dobbiamo proteggere i nostri propri interessi e l’indipendenza del nostro paese e se fosse necessario difenderli!
Forse una breve retrospettiva sulla fine del 900 ci aprirebbe gli occhi. Anche a quell’epoca l’agricoltura svizzera si era orientata sulle necessità del mercato mondiale. Ci fu un forte allineamento dell’agricoltura sulla produzione lattiera e di formaggio indirizzata verso l’esportazione. Con ciò la Svizzera è diventata sempre più dipendente dall’importazione di foraggio e cereali dall’estero. Il paese «giallo» di campi coltivati si è trasformato alla fine del 900 in un paese «verde».
Il sistema commerciale internazionale è stato nel frattempo disturbato dalla Prima Guerra mondiale. Per la Svizzera si pose il problema dell’approvvigionamento con cereali per il pane e di farina. Dall’inizio del 20esimo secolo i principali esportatori di cereali erano l’Australia, l’Argentina, la Russia e gli USA. Già prima della guerra per la Svizzera il principale fornitore di frumento erano gli USA. Durante la Prima Guerra mondiale fino al 99% delle forniture di frumento provenivano dagli USA. Gli scarsi raccolti mondiali del 1916 e 1917 provocarono una penuria e i prezzi dei cereali aumentarono sensibilmente. A causa di questi motivi il 1° ottobre 1917 si dovettero razionare il pane e la farina.4
A quei tempi, la povertà e la fame tormentarono la popolazione svizzera e la miseria provocò degli eccessi di violenza. Chi garantisce che ciò non potrà ripetersi?
La democrazia diretta come opportunità
I cittadini svizzeri in ogni momento hanno la possibilità di utilizzare i loro diritti e i loro doveri democratici per impugnare il destino del nostro paese. Sono ora necessari dei forti segnali da parte delle cittadine e dei cittadini per evidenziare senza ambiguità la volontà di mantenere la loro indipendenza e, a causa della sottoscrizione di accordi con organizzazioni transnazionali, non disposti a delegare all’estero e/o ai gruppi multinazionali l’approvvigionamento in derrate alimentari e in tutti gli altri ambiti di base. Quanto avvenuto 15 anni or sono con gli accordi MAI, fortunatamente abbandonati grazie alla resistenza del popolo e dei parlamenti nazionali, può ripetersi. Pertanto opponiamoci ancora oggi e insistiamo sul nostro diritto all’autodeterminazione nonché all’apertura di ulteriori negoziati.
TTIP, TiSA e TAFTA sono espressioni neoliberali, in alcun modo compatibili con le culture europee e con la concezione dell’immagine che abbiamo di noi stessi. Sono dei progetti antidemocratici che considerano i cittadini come interdetti e che distruggono lo Stato-nazione. È urgente correggere sostanzialmente il ruolo previsto dall’aristocrazia della finanza e dalle nuove elite per lo Stato e i cittadini di rendersi utili solamente in funzione di tappabuchi in occasione di perdite miliardarie.
I cittadini svizzeri possono esigere le correzioni necessarie tramite iniziative popolari o referendum. Inoltre nell’autunno del 2015 avranno luogo le elezioni federali e si presenterà così l’occasione di eleggere i membri del Consiglio nazionale e degli Stati. Sono queste le opportunità per una scelta a favore dell’indipendenza del nostro paese. I candidati che desidereranno rappresentarci nella prossima legislatura faranno bene a non nascondersi dietro al mantenimento del segreto, ma ad essere disposti a dichiarare la loro reale posizione e il loro punto di vista politico. Le agende nascoste «sotterfugi» non devono trovare posto in una democrazia diretta.	•
1	In Svizzera per esempio i costi di produzione sono sostanzialmente più alti a causa dei vincoli ecologici di produzione e di un livello generale più alto dei costi.
2	Fonte: Le monde diplomatique dell’ 8.11.2013
3	Interpellanza Trede
http://schule.schutthalde.ch/landesstreik/versorgungskrise.html
(Traduzione: Discorso libero)
«Il mito del libero scambio»
famiglia Müller (foto mad)
Intervista con Markus Müller, gestore di una piccola azienda agricola
La politica rurale svizzera ha preso una piega che difficilmente si concilia con l’orientamento di base stabilito dalla Costituzione federale. La direzione intrapresa dalla Politica agricola ufficiale (PA 2014–2017) spezza le ossa alla produzione interna alimentare e alla fornitura di alimenti naturali sani. L’economia nazionale svizzera è caratterizzata da una struttura piuttosto stabile e anti-crisi proprio grazie alla varietà dei settori e grazie ad una parte preponderante di piccole e medie aziende. Attraverso queste strutture produttive e di rifornimento decentrate e di piccola dimensione s’incentivano la sicurezza nell’approvvigionamento, la molteplicità, l’innovazione e un sano clima di concorrenza. E qui non dobbiamo affatto sottovalutare le ottime ripercussioni sul mantenimento dei posti di lavoro, della piazza economica svizzera e della correlata sicurezza del reddito. Senza entrate dal lavoro ovvero dalla produzione un’economia pubblica vacilla molto presto, e questo squilibrio poi spesso conduce anche a dipendenze non volute o addirittura nocive. Questa garanzia del reddito vale per tutti i settori, dunque anche per i nostri contadini. Qui la politica moderna sta fallendo, e sotto falsi motti (concorrenza globale, globalizzazione, libero scambio) crea per i contadini un clima di minaccia alla loro stessa esistenza. Soprattutto le piccole e medie aziende a conduzione familiare stanno lottando da anni per la propria sopravvivenza. Una cosa che fa molto riflettere è il fatto che questa lotta per la sopravvivenza sia stata creata consapevolmente dai nostri politici e specialmente dai tecnocrati dell’Ufficio federale dell’agricoltura (UFAG). Con un occhio rivolto alla cosiddetta «capacità di esportazione e concorrenzialità» dell’agricoltura interna si estorce una regolazione delle strutture mediante i pagamenti diretti (rispettivamente attraverso la loro non-concessione). Invece delle aziende agricole familiari anche in Svizzera si vuole promuovere l’agricoltura industriale. E questo nonostante che illustri scienziati nel rapporto sull’agricoltura mondiale di anni fa abbiano già affermato che le aziende agricole a conduzione familiare sono più efficaci a combattere la fame e la povertà che non l’agricoltura industriale. Una raccomandazione che dovrebbe essere presa a cuore anche dalle nostre cerchie in relazione alla specificità delle nostre condizioni generali. A questo si aggiunge che proprio l’anno scorso l’ONU ha celebrato l’anno dell’«agricoltura familiare» e che in Svizzera soprattutto i grandi distributori facciano una gran pubblicità vendendo immagini di fattorie immerse in una natura idilliaca gestite da nuclei familiari. Non c’è dubbio: il nostro paese ha bisogno di una struttura decentrata e variegata di produzione e approvvigionamento. Stiamo andando incontro a tempi incerti e in questo senso assume un’importanza prioritaria sia a livello di politica sociale che statale assicurare una buona fornitura nazionale di derrate alimentari. Tra l’altro una politica di questo tipo fornisce un contributo essenziale al rafforzamento della sovranità del nostro paese e già solo per questo essa va assolutamente incentivata . Abbiamo rivolto qualche domanda a Markus Müller, titolare di una media azienda familiare, sulla situazione attuale delle aziende agricole familiari.
Zeit-Fragen: Signor Müller, Lei gestisce una piccola azienda agricola. Potrebbe gentilmente farci una breve presentazione della Sua attività e della Sua famiglia?
Markus Müller: noi gestiamo a tempo pieno una piccola fattoria nella frazione di Trutigen che fa parte del comune di Neuenkirch (canton Lucerna). Con noi intendo mia moglie Rita, io e i nostri figli Silvio, Aline e Leandro. Il bestiame giovane lo diamo a Splügen e sull’alpe Suretta dove abbiamo un contratto di allevamento. Questo mette in risalto anche la preziosissima collaborazione tra gli agricoltori delle zone montane e del fondovalle.
Fanno parte della nostra azienda 6,6 ettari di terreno agricolo, 10 mucche da latte, 20 scrofe, il cane Simba, un paio di galline e qualche gatto. Accanto all’allevamento del bestiame coltiviamo anche grano e triticale nonché alberi da frutta (ciliegie, prugne e mele). Il triticale è un frumento che è stato ottenuto incrociando il grano duro (Triticum aestivum) con la segale (Secale cereale). Questo raccolto funge soprattutto da biada, visto che non è ideale per la cottura come la miscela tra il grano tenero e la segale. La coltivazione del triticale assomiglia a quella del grano. La pianta si contraddistingue per una buona adattabilità, poche pretese e si presta bene anche per la coltivazione sugli altipiani.
Inoltre produciamo 30’000 kWh con l’energia solare. Lo Stato ci da 18’000 franchi di contributi all’anno.
C’illustra in poche parole la Sua situazione come gestore di un’azienda agricola?
Oggi il lavoro di un agricoltore assomiglia a quello di un impiegato d’ufficio. Bisogna compilare formulari in continuazione, applicare nuove norme e adattare la propria azienda di conseguenza. Ne risente il lavoro in fattoria, la cura degli animali, la riparazione dei macchinari. I funzionari ci prescrivono cosa fare e come farlo.
I contadini vengono continuamente esortati a essere imprenditori. Ma una libera imprenditorialità presume obbligatoriamente che l’imprenditore possa fare un calcolo adeguato e basato sui prezzi di vendita dei prodotti che poi venderà sul mercato. Perché questo principio non vale per l’agricoltura?
Perché si parte da un’ideologia sbagliata. Nell’industria vale il principio che chi è più grande può produrre di più e a costi più bassi. Nell’agricoltura non è così. La natura ci pone dei limiti naturali. Il cambiamento strutturale verso aziende più grandi conduce ad una produzione più cara, in quanto la meccanizzazione correlata causa molti più costi. Per farvi un esempio: una piccola o media azienda può nutrire il suo bestiame con un forcone, (costo: 35 franchi), mentre una fattoria grande necessita di un carro miscelatore (costo: 35’000 franchi). La fattoria più grande dunque dovrebbe produrre 1000 volte di più di quella piccola, se uno considera le spese, ma non è così. E se il contadino lo facesse, avrebbe delle grosse conseguenze sul prezzo. Perché quando si produce di più scendono i prezzi. Solo le sovvenzioni statali aiuterebbero in una mega-produzione del genere. Ma questo non ha niente a che fare con il mercato e con dei prezzi adeguati al mercato.
La politica agricola ufficiale vorrebbe riunire le fattorie medie-piccole in centri produttivi più grandi. Per l’azienda agricola a conduzione familiare un risanamento strutturale di questo tipo mette a rischio l’esistenza. Dove bisogna intervenire per dare a queste aziende familiari delle reali prospettive per il futuro?
Serve un sostegno di base per ogni azienda che produce a tempo pieno, meno normative e una produzione adatta al mercato, dunque un volume produttivo che si regoli secondo la domanda e che non produca in eccesso, per garantire ai contadini dei giusti prezzi. La politica agricola attuale invece costringe i contadini ad aumentare il volume produttivo per compensare i prezzi in diminuzione.
Con i pagamenti diretti gli agricoltori dovrebbero ricevere una compensazione per i prezzi dei prodotti che non coprono i costi. Perché questi pagamenti non bastano ai fini di una garanzia a lungo termine della Sua azienda?
Il problema non è l’ammontare dei pagamenti diretti, ma le normative correlate.
Se in base a queste norme prima bisogna investire molti soldi nell’azienda per accedere a questi pagamenti diretti, e poi queste norme ricambiano in maniera abbastanza repentina, richiedendo nuovi investimenti, allora Lei mi capisce che i conti non tornano per l’agricoltore. Inoltre una politica del genere porta a costi produttivi sempre più alti.
Cosa deve cambiare affinché la comunità rurale del nostro paese possa ottemperare al suo mandato sancito dalla Costituzione federale?
Serve una garanzia finanziaria semplice per l’esistenza di ogni azienda a tempo pieno, come a suo tempo aveva chiesto l’iniziativa in favore dei piccoli contadini di René Hochueli e Lorenz Kunz. L’associazione a tutela dei piccoli e medi contadini (Vereinigung zum Schutze der kleinen und mittleren Bauern VKMB) con a capo René Hochueli come presidente il 1. settembre 1983 lanciò un’iniziativa popolare con lo slogan «Gnue Heu dune!» (ora basta!) a favore di una vera agricoltura contadina. «Vogliamo rimanere contadini!» ecco come il comitato ha trascritto un articolo nel suo bollettino mensile. L’iniziativa dichiarava guerra alle «fabbriche di carne indipendenti dal suolo» e alle aziende di produzione di massa. L’iniziativa per la «Sovranità alimentare» (www.ernaehrungssouveraenitaet.ch) di Uniterre va nella stessa direzione.
Cosa si aspetta Lei dal cittadino svizzero per tenere in piedi l’azienda agricola familiare?
Ovviamente le varie espressioni di simpatia nei confronti di noi contadini mi riempiono il cuore di gioia. Per il resto mi auguro delle consuetudini eque negli acquisti e la consapevolezza di tutti i cittadini che tutte le aziende hanno il diritto di esistere, indipendentemente dalla loro grandezza e collocazione. Allo stesso tempo mi aspetto anche la volontà di trasformare queste simpatie in azioni e fatti politici.
Signor Müller, grazie per l’intervista.	•
(Intervista Reinhard Koradi, traduzione Discorso libero)
I gruppi agroalimentari si appropriano
delle terre agricole fertili in Ucraina
km. Niema Movassat, deputato del gruppo «Die Linke» al Bundestag dopo la risposta alla sua interrogazione da parte del governo tedesco (Deutscher Bundestag, Drucksache 18/3925, 18esimo periodo elettorale, 4/2/15) si è rivolto al pubblico con un contributo sull’accaparramento di terre fertili da parte di gruppi agroalimentari internazionali in Ucraina (www.linksfraktion.de del 18/2/15). Egli scrive che all’ombra della guerra nelle zone orientali del paese sta verificandosi, in gran parte senza che il pubblico se ne accorga, «una massiccia svendita di terra agricola ucraina a gruppi agroalimentari nazionali e internazionali quotati in borsa […]». Nonostante una moratoria sulla vendita di terreni in vigore in Ucraina fino al 2012 sia stata prolungata fino al gennaio 2016, le terre ucraine, in seguito a un sistema di leasing della durata fino a 50 anni, sono diventate molto attrattive per gli investitori.
Le conseguenze per le piccole aziende agricole del paese sono deleterie: «Perdono i loro terreni e nel migliore dei casi i contadini trovano lavoro come mano d’opera a buon mercato presso i gruppi agroalimentari. L’impoverimento e la concentrazione dei terreni nelle mani di pochi ne sono le conseguenze.»
Assieme a un gruppo di colleghi di frazione, il deputato ha provato a procurarsi precise informazioni sull’acquisizione dei terreni. Nella sua risposta il governo federale ha confermato «la vasta dimensione dell’accaparramento di terreni». Già la metà dei terreni agricoli in Ucraina sono sfruttati da grosse imprese. La più grande di queste, il gruppo agricolo UkrLand-Farming, possiede da sola circa 670’000 ettari. In Germania, per esempio, le grosse aziende agricole raggiungono al massimo i 12’000 ettari.
Le dieci imprese agricole più grosse dell’Ucraina controllano già circa 2.8 milioni di ettari di terreno, alcuni oligarchi possiedono diverse centinaia di migliaia di ettari. Queste superfici sono coltivate soprattutto per l’esportazione di prodotti agricoli, hanno un alto fabbisogno di tecnologia e di capitale e sono legati strettamente ad azioni e a fondi pensione europei.
Tempi addietro l’Ucraina era considerata il «granaio» dell’Unione sovietica, poiché aveva campi di terra nera molto fertili, e con 32 milioni di ettari la superficie coltivabile è il doppio di quella tedesca. L’Ucraina oggi è la terza esportatrice mondiale di mais e la quinta di frumento. Produce inoltre una grande quantità di colza, esportata in Europa occidentale per ricavarne essenza.
La svendita dei terreni agricoli è accompagnata da una massiccia politica di privatizzazioni. L’accordo associativo con l’UE prevede anche privatizzazioni e deregolamentazioni in campo agricolo. In futuro sarà possibile in Ucraina fare uso anche di sementi geneticamente modificate. Secondo il deputato il paese fa parte dei più promettenti mercati di crescita per i produttori di sementi Monsanto e DuPont. I crediti di 20.5 miliardi di euro concessi nel maggio 2014 dal Fondo monetario internazionale (FMI) e dalla Banca mondiale non avevano come condizione solo «riforme», come l’aumento dell’età di pensionamento e la riduzione del prezzo del gas. Il deputato suppone che una delle condizioni fosse anche la vendita di terreni a imprese quotate in borsa.
Anche il governo tedesco e l’UE sostengono la svendita del terreno ucraino con contributi milionari. Così sono fortemente aumentati i crediti della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (BERS) accordati a imprese agricole ucraine e internazionali. Mentre nel 2013 sono stati pagati 45 milioni di euro a imprese ucraine, con 131 milioni di euro nel 2014 la cifra è già triplicata. Per i gruppi stranieri la somma versata nello stesso periodo di tempo è passata da 122 a 186 milioni di euro.
In Ucraina sono attive anche imprese germaniche. Tra queste troviamo il commerciante agricolo Toepfer International (oggi ADM Germany), che nel 2012 ha ricevuto dalla BERS un prestito di 50 milioni di dollari «per l’acquisto di cereali e grani da olio». Per progetti agricoli realizzati in Ucraina dal Ministero dell’agricoltura tedesco nel quadro della cooperazione bilaterale, per il 2015 sono previsti finora 1.2 milioni di euro. Con un progetto-partner dell’UE con il governo dell’Ucraina, si finanziano con un importo di 1.8 milioni di euro la valutazione e la gestione dei terreni, come pure i rilievi e la creazione di un catasto del territorio. Dal 2008 il ministero dell’agricoltura tedesco finanzia anche il «Deutsche Agrarzentrum in der Ukraine» (DAZ), che offre programmi di formazione per agricoltori. Membri fondatori dell’organizzazione responsabile del DAZ sono tra l’altro anche ditte agricole tedesche, tra le quali anche Toepfer/ADM e il produttore di sementi KWS. Finora sono stati investiti circa 2.5 milioni di euro. In questi programmi di formazione giocano un ruolo importante anche le imprese Bayer e BASF.
Se si considera lo viluppo complessivo, risulta poco credibile quanto scrive il governo federale tedesco: «La decisione sulla concezione delle strutture agricole sottostanno alla sovranità dell’Ucraina. […] Nei progetti bilaterali di cooperazione il Ministero federale dell’alimentazione e dell’agricoltura (BMEL) valorizza specialmente la promozione di piccole e medie imprese […].»	•
di Matin Baraki, politologo
Nell’aprile del 1978 il Partito democratico popolare dell’Afghanistan rovesciò il governo feudale Daud e lanciò riforme fondamentali. Nei centri strategici occidentali si è constatato immediatamente che questo Afghanistan non doveva fare scuola, altrimenti tutta la regione sarebbe stata messa sottosopra, compromettendo così l’approvvigionamento petrolifero dell’Occidente. La rivoluzione iraniana del febbraio 1979 confermò i timori degli strateghi occidentali. Si decise perciò di sopprimere il governo di Kabul. Lo si classificò come comunista e per combatterlo si inventò l’islamismo. Fu la nascita dei mujahidin, dei talebani e di al-Qaida, cioè degli islamisti che oggi osserviamo nel mondo intero.
I talebani erano orfani dei rifugiati afghani e figli di famiglie pakistane povere. Queste non erano in grado di finanziare la formazione scolastica dei loro bambini. Si istruirono così nelle scuole coraniche sorte nei dintorni di Peshawar, formati poi ideologicamente e addestrati militarmente e armati più tardi. Dell’organizzazione e dell’addestramento militare si occuparono la CIA e il servizio segreto pachistano ISI; per il finanziamento le monarchie arabe del Golfo. Con ciò gli USA, il Pakistan e gli sceiccati arabi furono gli assistenti della nascita dei talebani e di al-Qaida.
L’uomo forte del Pakistan, il generale Zia Ul Haq, nel 1980 fece costruire un gran numero di scuole coraniche che gli esperti oggi quantificano in 50’000. Se per ogni scuola si fosse associato ai combattenti anche un solo allievo, ogni anno 50’000 talebani avrebbero rinforzato i combattenti. Si aggiungano poi i talebani afghani, uiguri, turkmeni e arabi, come pure gli jihadisti volontari. Perciò si può senz’altro parlare dell’Internazionale dell’islamismo.
Solo dopo l’11 settembre 2001 gli USA decisero di qualificare come terroristi i loro allievi di una volta. Da tredici anni conducono contro di loro una guerra senza pietà. Molti dei vecchi comandanti, stanchi della lunga lotta, finalmente disposti a un compromesso, sono stati eliminati, ma il movimento non si è potuto eliminare. I giovani comandanti dei talebani non sono disposti ad accettare compromessi. A causa degli attacchi con i droni della CIA, che provocano molte vittime tra la popolazione civile, i parenti di sopravvissuti si associano volontariamente ai talebani, offrono loro rifugio e li sostengono finanziariamente. Così i talebani possono muoversi indisturbati nei loro territori di origine. Continuano a essere finanziati dai partiti pakistani islamisti rinvigoriti e da fonti arabe. Le armi le acquistano sul mercato nero e se le procurano assalendo i convogli che attraversando il passo del Khaybar provenienti da Karachi, riforniscono gli occupanti americani in Afghanistan. Siccome i partiti islamisti del Pakistan li vedono come combattenti per la libertà contro gli USA, li sostengono sul piano politico, personale e finanziario.
Circa quattro anni fa gli strateghi della Nato allestirono una differenziazione nel movimento talebano. Si fece la differenza
Le sanzioni contro la Russia: il fronte dei partigiani si sgretola
zf. Un alto funzionario dell’UE – così scrive la «Deutsche Wirtschftsnachrichten» del 13 maggio – ha dichiarato all’agenzia stampa Reuters, che un numero sempre maggiore di Stati dell’UE si oppongono a un prolungamento delle sanzioni economiche nei confronti della Russia. Oltre all’Ungheria, all’Italia, alla Grecia e a Cipro sembra che ora anche la Spagna si dichiari apertamente contro le sanzioni. Il giornale cita il ministro spagnolo degli esteri José Manuel Garcia-Margallo : «Le sanzioni hanno causato un grave danno all’economia della Spagna. […] Abbiamo subito grandi perdite soprattutto nel settore agricolo.» Come già il Primo ministro italiano Matteo Renzi in occasione della sua visita da Putin, anche il ministro degli affari esteri spagnolo si esprime a favore di una soluzione diplomatica che tenga conto anche degli interessi della Russia.
Secondo i media italiani (Corriere della sera e La Repubblica) la Russia vuole collaborare più strettamente con l’Italia nel settore energetico, nell’ambito dell’industria meccanica, in campo astronautico e nucleare, ma anche curare attivamente il dialogo politico, come ha ribadito Putin. A proposito della crisi dell’Ucraina, Renzi e Putin hanno insistito sulla necessità di preservare l’integrità territoriale del paese. A questo riguardo, Matteo Renzi ha ricordato le esperienze positive fatte in Italia con soluzioni decentrali per problemi regionali. È possibile che Renzi abbia alluso allo Statuto autonomo del Sud Tirolo come modello per l’Ucraina orientale.
Il fatto che l’autonomia europea incontri il disappunto transatlantico non sorprende. Sembra che la segretaria di stato americana Victoria Nuland voglia ricondurre questi paesi con incontri bilaterali sulla via americana, chiedendo sanzioni più severe. La sua caratterizzazione tristemente celebre dell’UE non le faciliterà di sicuro l’attività diplomatica.	•
MINISTRO DEGLI AFFARI STRANIERI
DELL’ISLANDA
Reykjavik, 12 marzo 2015
Presidenza lettone del Consiglio
Commissario europeo per l’allargamento
e per la politica di vicinato
Caro Edgars, egregio signor commissario Hahn,
Dalla sua istituzione nel 2013 il governo dell’Islanda mette in pratica una nuova politica trasparente in materia di negoziati di adesione all’UE.
Con l’approvazione di questa lettera, che contiene ulteriori chiarimenti, scaturiti in occasione della riunione del governo del 10 marzo 2015 questa politica è stata riaffermata.
Elementi centrali di questa politica furono, come primo passo, la sospensione totale dei negoziati di adesione, lo scioglimento delle relative strutture e l’autorizzazione di una valutazione del processo di adesione, ma anche i recenti sviluppi in seno all’UE.
In sintonia con la sospensione completa dei negoziati il governo ha pure deciso di astenersi da ogni attività legata al suo stato di paese candidato.
Questa nuova politica è stata spiegata alle riunioni tra il primo ministro islandese, il presidente della Commissione europea e il presidente del Consiglio europeo, che hanno avuto luogo nel luglio del 2013. In queste occasioni i due dirigenti delle istituzioni europee hanno fatto capire come una chiarezza nel processo di candidatura sia benvenuta. Inoltre nella seconda parte del 2013 hanno avuto luogo contatti dettagliati tra l’Islanda e l’UE relativamente ai progetti IPA [strumenti di assistenza preadesione, ndt].
Da allora la valutazione del processo di adesione è conclusa e la questione è stata discussa ampiamente dal Parlamento islandese. I contratti relativi ai progetti IPA sono stati sciolti dalla Commissione.
Poco tempo fa abbiamo avuto con voi consultazioni sullo stato della situazione relativa al processo di adesione.
Con riferimento a quanto sopra, il governo islandese intende precisare le sue intenzioni. Il governo islandese non ha nessuna intenzione di riprendere trattative di adesione. Con la politica attuale sono inoltre annullati tutti gli impegni conclusi dal vecchio governo in occasione dei colloqui di adesione.
Visto quanto detto sopra resta la ferma posizione del governo che l’Islanda non dovrebbe più essere considerata come candidata per l’adesione all’UE che si augura che l’UE adatti in questo senso le proprie procedure di lavoro.
Permettetemi inoltre sottolineare l’importanza dei rapporti di buon vicinato e di cooperazione tra l’UE e l’Islanda, che si basano in modo particolare sugli accordi dello Spazio economico europeo (SEE). Il governo si impegna a mantenere buone relazioni, indipendentemente da ogni considerazione di adesione.
Inoltre il governo mette l’accento sull’importanza che attribuisce all’unità e alla collaborazione in tempi difficili della storia europea, quando sono in gioco fondamentali elementi di sicurezza e di prosperità economica.
Fonte: http://www.mfa.is/media/gunnar-bragi/Bref-ESB-ENS-pdf.pdf
zf. Il governo dell’Islanda ha deciso di sospendere i negoziati di adesione all’UE e ha ritirato ufficialmente la sua domanda in merito. Con ciò l’Irlanda non si trova più allo stato di candidata all’adesione e chiede all’UE di rispettare questo fatto. «La maggioranza della popolazione dello Stato insulare si è già sempre pronunciata contro un’adesione» scrive la «Handelzeitung» del 12 marzo. E siccome in Svizzera la situazione non è diversa, questa potrebbe essere un’opzione anche per il governo svizzero.
Grecia: drachme o tragedia?
Il nuovo governo greco mette sotto pressione l’UE. Una cosa è sicura: sta ai greci stessi trovare le soluzioni per rimettere in piedi il loro paese. E per raggiungere questo obiettivo non si deve scartare nessuna possibilità, nemmeno la più radicale.
Il primo ministro greco Aléxis Tsípras è il nuovo enfant terrible della politica UE. Il suo partito Syriza ha vinto di larga misura le ultime elezioni parlamentari, dopo aver lanciato una campagna contro le misure di risparmio, per l’aumento della spesa pubblica e per la caccia fiscale ai grossi patrimoni.
La presa di potere di questo gruppo di estrema sinistra ha fatto sudare sangue ai banchieri internazionali, nello stesso tempo è stata salutata con entusiasmo dai socialisti di tutto il continente. Ma la visione di questi giovani politici che osano tener testa con disinvoltura ai burocrati di Bruxelles ha risvegliato anche un certo interesse presso gli euroscettici, che hanno intravisto un filo di speranza per la messa in discussione dell’orgogliosa costruzione europea. La coalizione di Syriza con un piccolo partito della destra conservativa è andato a rafforzare l’impressione di un fronte anti-UE, malgrado si trattasse piuttosto di tattica politica che non di somiglianza di profili.
Spostamento del confronto a più tardi
Questa impressione iniziale fu messa in dubbio dal primo accordo concluso alla fine di febbraio tra il nuovo governo e la Troika – che da allora non si chiama più così. Questa intesa è soggetta a interpretazioni molto diverse. Sembra che le parti si siano impegnate per trovare un consenso – i creditori piuttosto moderatamente, i debitori più sostanzialmente - o forse piuttosto per spostare il confronto a più tardi. I creditori si accordano su una proroga di quattro mesi, durante i quali continuano ad alimentare cautamente uno Stato, che temono soprattutto potrebbe accomiatarsi dall’UE e dalla moneta unica. I debitori rinunciano momentaneamente a rivendicare l’annullamento dei loro debiti – che non significa che li pagheranno – e annunciano riforme, delle quali non si sa se saranno veramente messe in atto e che in gran parte si concentrano sulla caccia fiscale ai ricchi invece di creare ricchezza.
Tutto questo non è di sicuro entusiasmante. Gli elettori di Syriza sono delusi e fanno rimproveri al nuovo eletto, mentre i rappresentanti dell’UE si felicitano della loro dimostrazione di forza giuridico-verbale, anche se non di quella politico-finanziaria.
Per rendere le cose ancora un po’ più complicate e fors’anche per guadagnar tempo, il governo greco mantiene costante la pressione sui suoi interlocutori europei, allacciando contatti con Cina e Russia. Attualmente sembra poco probabile che questo conduca a un vero e proprio sostegno, ma in fondo si tratta di una misura legittima. Se l’UE per ragioni esclusivamente politiche presta alla Grecia somme folli, fuori da qualsiasi razionalità economica, alcune sue potenze rivali potrebbero essere tentate almeno di far finta di giocare lo stesso gioco.
In pratica i creditori della Grecia hanno ragione di predicare un regime spartano. Il problema è che non sta ai Tedeschi, ai Commissari europei e ai finanziatori internazionali il prescrivere ai Greci cosa sia giusto; piuttosto sta nella responsabilità di quest’ultimi il rimettere in piedi il loro paese. Le misure di risparmio decise all’interno del paese sono già abbastanza difficili da attuare, imposte dall’esterno sono però percepite, a ragione, come un’umiliazione e non hanno nessuna chance di essere applicate.
Si potrà replicare che i rappresentanti dell’UE abbiano sì qualcosa da dire, poiché sono proprio loro che da anni prestano soldi. Ma è proprio questo forse il problema: perché si sono sobbarcati un tale rischio? Per far bella figura? Per non dover ammettere che a suo tempo la Grecia non rispettava le condizioni per adottare la moneta unica?
L’ex presidente francese Valéry Giscard d’Estaing ha spiegato che l’economia greca, con una moneta così «forte» come l’euro, non può cominciare da zero e riprendersi, e che l’uscita dalla moneta unica – in buon ordine e sotto controllo – sarebbe la soluzione migliore. Perché no? La domanda è delicata, ma merita di essere posta. Si dovrebbe anche distanziarsi dall’idea che la costruzione dell’UE sia da considerare come un’organizzazione sacrosanta, per la quale ogni minimo ritiro rappresenterebbe un affronto insopportabile. Per evitare una tragedia greca, vale la pena di riflettere, sia a Bruxelles sia ad Atene.	•
Fonte: Patron Nr. 03/2015
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tra i talebani indigeni e quelli internazionali. Contrariamente ad al-Qaida gli indigeni non hanno un’agenda internazionale. Vogliono semplicemente allontanare i soldati stranieri dal loro paese e con loro si può negoziare. L’obiettivo degli strateghi occidentali era quello di integrare i talebani afghani nelle strutture quasi coloniali e così neutralizzarli. Quando però il governo pakistano rivendicò la stessa posizione della Nato e concluse una tregua delle ostilità con i talebani, gli USA praticarono una forte pressione nei confronti del governo di Islamabad, esigendo in modo chiaro di continuare a combattere i talebani. L’esercito pakistano intraprese parecchie operazioni militari, le ultime nella primavera 2013, durante le quali furono uccisi anche civili. Ora i talebani si sono vendicati in modo brutale: il 16 dicembre 2014, nel corso di un attacco a una scuola frequentata dai figli dei militari pakistani a Peshawar, i loro attentatori suicida hanno ucciso più di 140 fra allievi e maestri, sacrificando anche loro stessi. «Devono sapere cosa significhi uccidere dei bambini» ha detto un portavoce dei talebani all’indirizzo dei militari per giustificare la sanguinosa vendetta.
Per risolvere i conflitti nel Pakistan e nei suoi dintorni non esiste alternativa se non quella di negoziare con i talebani. I paesi occidentali con in prima linea gli USA, non dovrebbero immischiarsi in questo conflitto. È stato dimostrato a più riprese che gli interventi esterni non risolvono i problemi, ma li rendono più difficili. Nel frattempo gli USA non solo sono una parte del problema, ma sono la causa principale che impedisce una soluzione dei conflitti nel Pakistan e nella regione circostante. Sono diventati un ostacolo per la soluzione pacifica dei conflitti interni dell’Afghanistan e del Pakistan.	•
«Come nacquero i talebani …»
«Una civiltà che rinuncia ai propri ideali morali
perde di forza spirituale»
Tavola rotonda ad altissimo livello all’ONU a Ginevra sulle ripercussioni disastrose
della persecuzione dei cristiani in Medio Oriente e in Ucraina
È stato un evento di alto rango nell’ambito della sessione primaverile del Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani a Ginevra. A questa tavola rotonda hanno partecipato uomini illustri come il Ministro degli esteri russo Sergej Lawrow, il suo collega libanese Gebran Bassil e il Ministro degli esteri armeno Eduard Nalbandian. Tra gli altri relatori figuravano dignità ecclesiastiche della chiesa ortodossa e altri personaggi impegnati. La discussione è stata diretta da John Laughland. Egli ha fatto intendere chiaramente che l’obiettivo di questo evento era quello di far aggiungere la persecuzione dei cristiani sull’agenda del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite.
Come primo è intervenuto il Ministro degli esteri russo Sergej Lawrow che ha parlato della situazione dei cristiani in Medio Oriente e marginalmente anche di quelli in Ucraina. Egli ha illustrato bene la drammaticità della situazione in Medio Oriente. «Già agli albori della Primavera araba la Russia aveva messo in guardia di non lasciare che l’estremismo religioso controllasse i cambiamenti in quella regione.» «Questa regione», ecco le parole del Ministro degli esteri, «è stata colpita da un’ondata di estremismo, e gli antagonismi tra le varie confessioni e civiltà si sono rafforzati. Sono a rischio le attività normali e addirittura la stessa esistenza di varie comunità religiose.» La situazione è particolarmente drammatica in Siria, dal momento che «in questo paese esisteva il modello unico di un’esistenza pacifica, di rispetto reciproco tra le varie comunità religiose. E non impedendo l’attività di queste forze estremiste – in verità si è tentato di utilizzarle nella lotta contro il regime di Baschar Assad – questa costellazione viene distrutta.»
Con la nascita del califfato in Siria e in Iraq sono state distrutte decine e decine di chiese ed ha avuto inizio un vero e proprio esodo. In città come Mosul, dove i cristiani si erano insediati già da secoli, questi sono stati ammazzati o ridotti in schiavitù. E quello che sta avvenendo in Siria e in Iraq, in relazione con l’IS, va considerato un genocidio ai sensi della convenzione del 1948. Bisogna fermare subito questa persecuzione dei cristiani, ma anche di tutte le altre religioni.
L’annientamento dei cristiani tra l’altro ha effetti negativi sulla società araba. Le radici storiche sono estremamente importanti ai fini del mantenimento dell’umanità. «Il nostro compito comune è unire le forze nella lotta contro l’estremismo e il terrorismo nel Medio Oriente e nel Nordafrica. Passi importanti in questa direzione sono già stati compiuti con l’approvazione di risoluzioni nel Consiglio di sicurezza Onu, tra cui le risoluzioni 2170 e 2199. Ma il fattore decisivo è la nostra comune capacità di bloccare tutti i canali di sostegno dei terroristi, tra cui lo ‹Stato islamico›, Dschabhat al-Nusra e altri, e dove vengono impiegati i meccanismi creati all’interno del Consiglio di sicurezza.» Dobbiamo fare di tutto affinché «abbia fine la persecuzione dei cristiani», ma anche delle altre religioni. Bisogna impedire con urgenza «che i Jihadisti riescano ad influenzare il cuore e lo spirito dei giovani. Noi promuoviamo l’iniziativa di leader cristiani e musulmani di costruire un fronte unito contro la diffusione dell’estremismo e di trasmettere e difendere i valori di grande rispetto delle religioni. Un’altra lezione che possiamo trarre dai tragici avvenimenti in Medio Oriente è che bisogna rinunciare al tentativo di trasformare interi popoli in ostaggi di ambizioni geopolitiche, che tra l’altro vengono realizzate attraverso una forte invasione negli affari di Stati sovrani.»
Sergej Lawrow si rammarica molto che oltre alla persecuzione dei cristiani in Medio Oriente anche nel conflitto ucraino siano state distrutte delle chiese e chiostri ortodossi e che i preti ortodossi siano dovuti scappare. Estremisti nazionalisti hanno cominciato a seminare odio religioso. Egli ha condannato la demolizione di chiese e simboli cristiani. Tre sacerdoti ortodossi sono stati assassinati, e molti credenti sono fuggiti in Russia per salvarsi dalla minaccia estremista. Per Lawrow questo conduce i cristiani a non professare più la propria fede, il che comporta una perdita dei nostri valori culturali. Invece si sta diffondendo un secolarismo che spazza via i valori cristiani e l’idea cristiana di morale. In questo modo viene cancellata l’identità culturale e nazionale. Cresce e si espande sempre di più un vandalismo che distrugge chiese, templi, luoghi sacri, cimiteri e simboli religiosi. Per i credenti diventa sempre più difficile vivere il proprio credo. Di questo bisogna essere consapevoli, «la storia c’insegna che una civiltà che rinuncia ai propri ideali morali perde un po’ della sua forza spirituale».
Quest’anno ricorrono 70 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, nella quale sono stati uccisi milioni di persone di religioni e nazionalità diverse. E pensando a questo anniversario, bisogna avere la consapevolezza di quello che è accaduto allora. Il rispetto per i propri valori in questo senso assume un’importanza fondamentale. «Siamo favorevoli alle attività dell’OSCE, dove si sono già tenute conferenze sulla resistenza all’odio contro l’islam e contro l’antisemitismo e dove è in preparazione un altro convegno sulla problematica dell’odio contro i cristiani. Noi invitiamo chi di dovere a dedicare una maggiore attenzione verso queste tematiche all’interno dell’Onu, Unesco, del Consiglio europeo, nel dialogo tra le civiltà. Noi siamo convinti che anche il Consiglio per i diritti umani debba dare il suo contributo.»
Il Ministro degli esteri libanese ha iniziato la sua relazione con un’affermazione di Papa Giovanni Paolo II: «Il Libano non è solo uno Stato, ma un messaggio.» Secondo il ministro, il Libano è portatore di un ideale di tolleranza e di una convivenza pacifica, ed egli ha dichiarato di essere fiero di poter diffondere questi valori nel mondo. Il Libano si trova davanti ad un bivio: o diventa un luogo che partorisce estremisti, o un luogo per le trattative e per una molteplicità che va diffusa. Il Libano è uno stato del Medio Oriente in cui collaborano bene in tutti gli strati sociali diverse religioni e culture. Da anni si tenta di destabilizzare la regione attraverso un violento estremismo. «L’IS e i suoi seguaci rappresentano una versione di questi sviluppi, che conduce una battaglia contro le minoranze, soprattutto contro quella cristiana.» Oggi nel 2015 ricordiamo il genocidio effettuato verso gli armeni cento anni fa, che allora sono stati scacciati soltanto per via della propria fede. All’epoca si trovò coinvolto anche il Libano in quanto faceva parte dell’Impero Ottomano. Questo parallelismo storico mette in evidenza «che la formazione e l’esistenza dell’IS non è affatto un fenomeno nuovo nella regione.» Nella storia il Libano ha sempre costituito un porto sicuro per tutte le persone oppresse. «È questo lo spirito del nostro Stato.» Dalla fine del regno turco i cristiani ricoprono «un ruolo decisivo tra le varie correnti islamiche.» Il Ministro degli esteri ha fatto intendere senza mezze parole che il Libano è sul fronte nella lotta contro il terrorismo, e la gente si sente lasciata sola dal resto del mondo, «che non fa altro che diffondere belle parole senza né difendere né proteggere i cristiani.» In Iraq 20 anni fa viveva 1 milione di cristiani. All’inizio del 2014 ce n’erano ancora 400’000. Oggi sono meno di 200’000. È una guerra contro la cultura. Luoghi cristiani vengono devastati, e le persone vengono sistematicamente annientate o scacciate. Egli ha fatto appello alla comunità internazionale, affinché venga posto fine a questo massacro. Dietro a queste espulsioni non c’è soltanto il fanatismo religioso, ma sono strumenti per imporre una strategia politica, il cui obiettivo è dare un nuovo assetto al Medio Oriente. Si sta diffondendo il timore che questo effetto domino possa coinvolgere tutto il Medio Oriente e anche altre regioni del mondo. Il mondo arabo ha perso l’occasione per reagire in tempo all’IS e alla sua ideologia. Se riuscisse l’intento di scacciare i cristiani da questa regione, allora l’equilibrio geopolitico di questa regione si sbriciolerebbe. «La Russia», ecco le parole del Ministro degli esteri, «si sta impegnando per creare un compromesso nel Medio Oriente. Nella storia la Russia si è sempre impegnata per l’indipendenza della regione.» In Medio Oriente si trova la regione dove affondano le radici del cristianesimo. I cristiani vengono da qui, e qui è il posto dove vogliono vivere. Nessuno sa meglio di loro come devono interagire con i fratelli musulmani. Essi convivono da secoli e si sono evoluti insieme. I cristiani servono per collegare le diverse confessioni. Alla fine del suo intervento il ministro ha fatto appello alla comunità internazionale che deve aiutare a risolvere questo problema.
Il Ministro degli esteri armeno ha anche evidenziato l’importanza del Medio Oriente per l’umanità. «Il Medio Oriente è l’unica regione dove la multiculturalità è una realtà. Questo è un luogo dove varie culture si sono sviluppate, incluso il cristianesimo.» Anche lui ha descritto le minacce alle quali sono esposti i cristiani nell’attuale conflitto. La persecuzione dei cristiani in questa regione non rappresenta nulla di eccezionale, purtroppo. Se all’inizio del Novecento i cristiani costituivano ancora il 20 percento della popolazione, all’inizio del nostro secolo essi sono ancora soltanto il 5 percento. Non possiamo presupporre che gli attacchi a dei gruppi religiosi, soprattutto ai cristiani in Iraq e Siria, siano motivati esclusivamente da motivi religiosi. Noi abbiamo sempre ribadito che va fermato il sostegno dei terroristi da parte dei paesi confinanti. In questo senso l’Armenia appoggia l’applicazione della risoluzione del Consiglio di sicurezza.
Altri interventi hanno illustrato bene il disastroso conflitto in Medio Oriente. La maggior parte dei partecipanti a questa tavola rotonda era dell’opinione che qui non si tratta soltanto di un conflitto religioso, ma che esso nasconda degli obiettivi di potere politico. Mother Agnes, una suora della Siria, ha precisato che qui si tratta di un conflitto macchinato dagli USA, che ha come obiettivo quello di provocare un cambio di regime in Siria. Secondo questa suora il rafforzamento dell’IS sta avvenendo sotto gli occhi degli USA. Una foto che ritrae il senatore repubblicano McCaine con il leader dell’IS, Al Baghdadi conferma il collegamento supposto tra gli USA e l’IS, nonostante i media ufficiali vorrebbero farci credere altro. Questo spiega anche perché l’IS si sia potuto espandere a tale velocità e il perché venga combattuto soltanto a metà dagli USA e dai loro alleati. Con l’indebolimento del governo Assad gli estremisti si sono sempre più diffusi nella regione con l’aiuto degli USA. Il cosiddetto «Clash of Civilizations» è il risultato di una provocazione e di una manipolazione per raggiungere dei fini geopolitici. Il problema non sussiste tra l’islam, il cristianesimo e l’ebraismo. Il «Clash of Civilizations» non esiste nemmeno a causa della «incompatibilità tra le varie regioni». I dissidi non sono connessi, ma il risultato di precise manovre politiche. I musulmani moderati hanno pagato il proprio atteggiamento con molte più vite dei cristiani. L’area coinvolta del Medio Oriente è diventata un luogo dove i diritti umani vengono totalmente ignorati. In Siria la vita dei cristiani una volta scorreva senza problemi. Ora nei territori occupati dal cosiddetto esercito libero siriano per i cristiani la vita è diventata impossibile. Per tutti i partecipanti alla tavola rotonda era chiaro che qui soltanto in apparenza è in atto una «guerra culturale», ma che in verità qui si tratta di chi riuscirà a predominare nel Medio Oriente. Questo andrebbe tematizzato e fatto sapere al Consiglio per i diritti umani.	•