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Timestamp: 2017-12-18 07:11:41+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 117', 'art. 27', 'art. 117', 'art. 3', 'art. 10', 'art 11', 'art. 570', 'art 570', 'art 18', 'art. 447', 'art 700', 'art 11', 'art. 570', 'art 447']

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< FAC SIMILE DI ATTO DI DIFFIDA STRAGIUDIZIALE -E DIFFIDA PRESIDENTE DELLO IACP- Totale 610 visite
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Fac simile della formula dell’atto di citazione –;occupazione senza titolo 210 visite</
LA QUESTIONE DI LEGGITTIMIT #039; COSTITUZIONALE Il parametro nei giudizi di legittimità costituzionale in via principale tra ius superveniens e principio di continuità dell'ordinamento giuridico
RELAZIONE TRATTA IN RETE: relata del Dott. Antonio Ruggeri ;La Corte e lo ius superveniens costituzionale (a proposito della riforma del titolo V e dei suoi effetti sui giudizi pendenti)La nota fa riferimento alle seguenti decisioni della Corte cost.: nn. 382, 397 e 416 del 2001; 9, 13,14, 17, 26, 65, 72, 73, 76, 80, 96, 106, 117, 133, 141, 142, 144, 156, 157, 162, 165, 166, 182, 189, 190, 192, 196, 212, 228, 230, 235, 245, 246, 247, 248, 302, 304, 306 del 2002) Ius superveniens, improcedibilità dei ricorsi governativi presentati prima della riforma e restituzione degli atti ai giudici a quibus.- I nodi, come si sa, prima o poi vengono al pettine: davanti alla riscrittura del titolo V della Costituzione ed ai non pochi, aggrovigliati problemi ad essa legati, la Corte, anziché sforzarsi pazientemente di sciogliere il nodo del contenzioso pendente in modo adeguato ai singoli casi ed alle loro varie esigenze, ha preferito tagliarlo con un colpo secco di accetta, rispedendo al mittente le questioni ed i ricorsi presentati prima della riforma[1]. Nessuna sostanziale differenza di trattamento, dalla prospettiva qui adottata, si riscontra tra i procedimenti attivati in via incidentale e quelli in via di azione: chiaramente, solo nel primo caso la questione è stata riportata nelle mani dell’autorità remittente; nel secondo, invece, si è in buona sostanza dato il via libera per la promulgazione della legge regionale, cui può conseguire tanto la reiterazione del controllo quanto il suo mancato esercizio (è tuttavia evidente che il vero destinatario della pronunzia non è la Regione bensì l’organo agente, il Governo). Insomma, se una conclusione è dato ricavare dall’insieme delle pronunzie qui annotate è che lo ius superveniens costituzionale spiega immediati (e, a quanto pare, non dissimili) effetti sul contenzioso pendente, quale che sia la via seguita per impiantarlo e quale che sia il vizio originariamente denunziato.
<a title="" href="http://wordpress.com/#_ Ancora P. Nicosia, nello scritto sopra richiamato.
[12] … nel mio La riforma costituzionale del Titolo V e i problemi della sua attuazione, con specifico riguardo alle dinamiche della normazione ed al piano dei controlli, intervento all’incontro di studio di Bologna del 14 gennaio scorso, a cura dell’A.I.C., su Il nuovo Titolo V della Parte II della Costituzione. Primi problemi della sua attuazione, in Quad. reg., 2/2001, 627 ss., e già in http://www.associazionedeicostituzionalisti.it Il presupposto dell’ipotesi ragionata nel mio scritto sopra cit. è proprio quello ora rigettato dalla Corte, vale a dire la intangibilità del principio tempus regit actum, in nome del quale il contenzioso pendente avrebbe dovuto restare incardinato in base alla vecchia disciplina costituzionale per l’aspetto procedimentale e deciso alla luce della nuova, quanto al profilo sostanziale. Il timore – paventato da A. Concaro, Corte costituzionale e riforma del Titolo V della Costituzione, cit., 1335 s. – di una possibile incisione del principio della corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato, conseguente alla sostituzione “d’ufficio” del parametro, avrebbe potuto (o un domani potrebbe…) esser fugato nella considerazione secondo cui – anche a prescindere dal modo comunque peculiare e non rigido con cui il principio stesso trova applicazione nelle esperienze della giustizia costituzionale – la Corte avrebbe pur sempre fatto capo alla stessa disposizione-parametro originariamente indicata dal ricorrente (in specie, l’art. 117), nondimeno rivista alla luce delle innovazioni ad essa recate dalla legge di riforma. Ed è bensì vero che la disposizione stessa è stata profondamente innovata; ma, questo, ai fini del processo costituzionale e delle sue esigenze, non può mai dirsi a priori o in astratto (e, perciò, ripetuto a mo’ di slogan) ma va, appunto, valutato in concreto. E, così come l’innovatività sostanziale dello ius superveniens legislativo è, alle volte (e sia pure di rado), riconosciuta o negata “d’ufficio” dalla Corte, allo stesso modo avrebbe potuto (o potrebbe) essere anche nel caso nostro, giustificandosi pertanto, quanto meno con riguardo a talune questioni o ricorsi di costituzionalità, la trattazione della causa (ma v., sul punto, amplius, Un quadro di sintesi delle ricostruzioni proposte può ora vedersi in F. Dal Canto, Giudicato costituzionale, in Enc. dir., Agg., V (2001), 437 ss.
[18] Incisive notazioni critiche al riguardo sono in C. Salazar, Riunione delle cause nel giudizio sulle leggi e teorie del “caos”, ovvero: della “leggerezza” (insostenibile?) del processo costituzionale, in AA.VV., L’organizzazione e il funzionamento della Corte costituzionale, a cura di P. Costanzo, Torino 1996, 358 a> Ma v. lo studio di L. D’Andrea, Prime note in tema di assorbimento nei giudizi di costituzionalità, in AA.VV., Corte costituzionale e Parlamento. Profili problematici e ricostruttivi, a cura di A. Ruggeri e G. Silvestri, Milano 2000, 79 ss., il quale, dopo aver fatto notare come la Corte debba pronunziarsi non soltanto “nei limiti dell’impugnazione”, secondo quanto prescritto dall’art. 27, l. n. 87 del ’53, ma anche su “tutta l’impugnazione” (96), distingue, in particolare, tra un assorbimento “influente” ed uno “innocuo” (104 ss.), traendone rilevanti conseguenze di ordine teorico-ricostruttivo (lo stesso D’A., nondimeno, tiene a precisare – 96 ss. – che l’assorbimento oggetto del suo studio attiene unicamente al merito ed ai casi di leggi la cui invalidità sia dichiarata dalla Corte, non già a quelli chiusi con pronunzia di natura processuale o anche con pronunzia di merito non caducatoria).
[20] Ciò che, invero, la Corte ha fatto (ord. n. 212 del 2002), ma in un caso in cui non era fatto richiamo a norme-parametro contenute nel titolo V, mentre laddove anche queste ultime erano evocate in campo la Corte s’è trattenuta dal decidere pure su profili di stretto diritto processuale, la cui considerazione avrebbe potuto far chiudere subito la partita. Così, nel caso deciso con ord. n. 9 di quest’anno, l’Avvocatura dello Stato aveva sostenuto l’inammissibilità della questione sotto diversi aspetti, tra cui la carenza della rilevanza e il carattere indeterminato e perplesso della questione (similmente, nel caso di cui all’ord. n. n. 235 del 2002); il carattere ipotetico ed astratto della questione, così come la sua carenza di rilevanza, sono poi state eccepite dalla Regione Veneto, in occasione del caso trattato dall’ord. n. 157 del 2002. Ma, la Corte, come si vede, non se n’è fatta cura. Ancora più macroscopica, poi, la carenza esibita dall’ordinanza di rimessione che sta a base del caso deciso con ord. n. 76 del 2002, laddove la “motivazione” in punto di rilevanza è stata posta in essere solo dopo che il giudice a quo aveva sospeso l’ordinanza-ingiunzione avverso la quale era stato avanzato il giudizio di opposizione nel corso del quale era stata sollevata la questione. Ma, per la Corte, ancora una volta la sola cosa che conta è l’innovazione apportata all’art. 117 della Costituzione a> Proprio la legge toscana che, unitamente ad una ligure, ha dato origine al caso risolto con la sent. n. 17, sopra richiamata, era stata censurata dal Governo anche in relazione all’art. 3 cost., ma – per la verità – non solo rispetto ad esso.</ V., ora, T. Martines-A. Ruggeri-C. Salazar, Lineamenti di diritto regionale, Milano 2002, 298 ss. e A. Concaro, Corte costituzionale e riforma del Titolo V della Costituzione, cit., 1339 ss. Diversamente, P. Caretti, L’assetto dei rapporti tra competenza legislativa statale e regionale, alla luce del nuovo Titolo V della Costituzione: aspetti problematici, in questa La gran parte delle questioni rimesse ai giudici che le avevano sollevate coinvolgeva anche parametri esterni al titolo V, quali quelli enunciati negli artt. 3 e 24 (ord. n. 416 del 2001), 2, 18, 42 e 43 (ord. n. 13 del 2002), 18 (ord. n. 14 del 2002), 3 (ord. n. 26 del 2002), 2, 3, 41 e 77 (ord. n. 60 del 2002), 3 e 24 (ord. n.72 del 2002), 3, 4 e 35 (ord. n. 80 del 2002), 3, 5 e 25 (ord. n. 96 del 2002), 3 (ordd. nn. 117 e 162 del 2002), 41 (ord. n. 190 del 2002), 3 e 70 (ord. n. 230 del 2002), 3, 5 e 11 (ord. n. 235 del 2002), 3 e 97 (ord. n. 245 del 2002). Quale, poi, fosse il legame “sistematico” riscontrabile tra i parametri stessi, sia tra di loro che in rapporto a disposti del titolo V, richiederebbe, come sempre, un accertamento caso per caso> È interessante notare come in uno dei casi ora trattati, di cui all’ord. n. 26 del 2002 sopra cit., l’Avvocatura dello Stato avesse eccepito altresì lo ius superveniens legislativo, senza nondimeno ricevere sul punto alcuna risposta dalla Corte; in un altro caso ancora (ord. n. 96 del 2002, cit.), lo ius superveniens legislativo è prospettato dalla stessa Corte, che tuttavia significativamente aggiunge come “indipendentemente dall’intervenuto mutamento della legislazione statale concernente la materia in oggetto, successivamente alla pronuncia di tutte le ordinanze di rimessione, è entrata in vigore la legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3…”: evidentemente, lo ius superveniens costituzionale, nell’ordine gerarchico fatto proprio dalla Consulta, precede lo stesso ius superveniens legislativo (ma, non si vede proprio quale ne possa essere il fondamento teorico). Nel caso, poi, risolto con ord. n. 60 del 2002, la Regione umbra, intervenuta in giudizio, aveva fatto notare che la norma di legge della cui legittimità il Consiglio di Stato aveva dubitato era stata erroneamente individuata e, comunque, che successivamente alla remissione degli atti alla Corte era entrata in vigore una nuova legge della stessa Regione in materia. Tuttavia, anche questi dati non sono stati tenuti in alcun conto. Invece, l’ord. n. 190 del 2002 rovescia – a quanto pare – l’ordine gerarchico suddetto, dal momento che la restituzione degli atti è motivata proprio con specifico (ed esclusivo) riguardo allo ius superveniens legislativo, non già pure ovvero prioritariamente a quello costituzionale.
[28] È chiaro che le novità apportate dalla inversione della tecnica di riparto delle materie tra Stato e Regioni sono assolutamente speculari, alla espansione della sfera di competenze di queste corrispondendo un restringimento della sfera di quello; ma, non si dimentichi che, per ciò che concerne i possibili esiti di una vicenda processuale, le probabilità che una legge regionale, già di per sé valida alla luce del vecchio quadro costituzionale, divenga invalida dopo la riforma sono praticamente assai remote, a differenza di ciò che può dirsi delle leggi … così come lo è l’amministrazione; anzi, nel caso di quest’ultima, il giudizio sugli atti che ne sono espressione, in quanto assunti come idonei a determinare una lesione o menomazione della sfera di competenza regionale, a stare all’ordine di idee della Corte, dovrebbe essere comunque subordinato all’accertamento degli effetti prodotti dallo ius superveniens costituzionale. Ciò che, invece, non s’è fatto con le sentt. nn. 133, 156 e 196 del 2002. Con la prima, in particolare, è stato annullato, in sede di conflitto di attribuzioni, un decreto ministeriale (peraltro, fa notare la stessa Corte, già di per sé inapplicabile…) lesivo dell’autonomia della Regione siciliana, per violazione del principio di leale cooperazione. La circostanza per cui la lesione stessa avrebbe a maggior ragione potuto essere riscontrata alla luce del nuovo quadro costituzionale lascia assolutamente indifferente la Corte, che non se ne cura: piuttosto, la circostanza stessa ulteriormente avvalora la tesi, qui enunciata, a favore dell’immediato utilizzo (quanto meno in alcuni casi), nel processo costituzionale, del nuovo parametro costituzionale. Né varrebbe opporre che la denunzia qui riguardava non già la lesione di un disposto contenuto nel titolo V bensì di uno appartenente allo statuto, dal momento che – in base alla previsione di cui all’art. 10 della legge di riforma – la Corte non avrebbe dovuto considerarsi sgravata dell’onere di verificare la perdurante identità del parametro espressamente indicato nell’atto di ricorso ovvero della sua alterazione (ovviamente, in melius per la Regione) ad opera dello ius superveniens costituzionale. Nel merito, convengo, poi, che l’alterazione stessa, con ogni probabilità, non v’era; ma, il punto è che la Corte avrebbe quanto meno dovuto interrogarsi al riguardo. La verità è – a me pare – che la Consulta sembra essere tendenzialmente portata a considerare immutato il vecchio contesto, laddove si tratti di giudicare atti statali, sì da poter appunto passare pianamente al merito, e (presuntivamente) mutato invece con riferimento agli atti regionali. Che, però, le cose non stiano affatto così non è dubbio > Qui, la questione specificamente si intreccia con quella, accesamente discussa, riguardante la ricostruzione del “modello” di rapporti intercorrenti, dopo la riforma, tra leggi statali e leggi regionali. Se, tuttavia, si conviene con la tesi, come si sa già invalsa nell’esperienza formatasi nel vecchio contesto, secondo cui le norme statali si prestano a spiegare effetti nei territori regionali fintantoché non siano progressivamente rimpiazzate dalle norme regionali (così come queste ultime possono essere immediatamente modificate dalle regole statali adottate in svolgimento di nuovi princìpi), nessun ostacolo vi sarebbe alla perdurante applicazione delle leggi statali. Il punto, tuttavia, va oggi rivisto alla luce del modo con cui è complessivamente ricostruito l’intero “modello”. Non nascondo qui la mia preferenza, altrove manifestata, per il mantenimento della “logica” della integrazione delle competenze (e delle fonti che ne sono espressione), tuttavia – come si sa – oggi al centro di controverse valutazioni e divergenti orientamenti (e basti, al riguardo, confrontare i non coincidenti punti di vista di R. Tosi e G. Falcon, così come espressi negli scritti sopra richiamati > Certo si è, nondimeno, che, in forza della unicità-totalità sistematica del dettato costituzionale e del carattere ugualmente sistematico dell’interpretazione, v’è il rischio assai serio che, da una prospettiva sostanziale di qualificazione del parametro, molte più questioni di quanto a prima vista non sembri debbano considerarsi interessate dallo ius superveniens.
[34] … e, però, come si è veduto a proposito delle pronunzie su leggi statali, chiuse, pur laddove avrebbero potuto restare aperte, in conseguenza di una complessiva “riconformazione” del parametro per ius superveniens. Come si vede, la Corte non cela di nutrire l’intento di spartire le proprie responsabilità con altri o, addirittura (e fin dove possibile…) di addossarle loro per intero: con una tattica “attendista” che può, per il momento (ed in considerazione delle incertezze in generale gravanti in ordine alla transizione dal vecchio al nuovo assetto delle autonomie), dare frutti ma che alla lunga non è, tuttavia, pagante. Che, poi, anche dalla giurisprudenza qui rapidamente annotata si possano cogliere segni idonei ad ulteriormente avvalorare la tendenza alla “diffusione” della giustizia costituzionale è cosa che non può essere ora sottoposta a verifica. D’altro canto, induce a non sovraccaricare di significati un’esperienza giudiziale affatto peculiare la circostanza per cui essa è troppo legata alla transizione in corso per essere piegata a facili (ma, con ogni probabilità, forzate) generalizzazioni.
ultimo aggiornamento 5 aprile 2012 >
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aprile 6, 2012 alle 6:33 am | Rispondi
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