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Timestamp: 2019-12-12 10:34:47+00:00
Document Index: 85536519

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 278', 'art. 34', 'art. 183', 'art. 100', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 378', 'art. 2909', 'art. 111', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2094', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 34', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 183', 'art. 115', 'art. 100', 'art. 183', 'art. 101', 'art. 183', 'art. 101']

La parcellizzazione della domanda tra divieto di frazionamento del credito e (possibile) frazionabilità del rapporto complesso. Cass. Civ., Sez. Un., n. 4090/2017 e n. 4091/2017 - Scuola di Legge
By Scuola di Legge|2017-03-13T20:49:13+01:0013 Marzo 2017|Sentenze|
Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione affermano tale principio di diritto in due sentenze “gemelle”, pubblicate in data 16 febbraio 2017, ai numeri 4090 e 4091.
La fattispecie portata all’attenzione della Suprema Corte attiene, in entrambi i casi, alla proponibilità, da parte del lavoratore, della domanda intesa al ricalcolo del premio fedeltà, con inclusione dello straordinario prestato a titolo continuativo, a seguito della proposizione di altra domanda, anch’essa successiva alla cessazione del rapporto di lavoro, con la quale lo stesso attore chiedeva la rideterminazione del TFR tenendo conto di alcune voci retributive percepite in via continuativa.
L’intervento delle Sezioni Unite procede dalla necessità di definire l’ambito di applicazione del divieto di abuso del processo per indebito frazionamento di un “unico rapporto obbligatorio”, enunciato dalle stesse Sezioni Unite nella celeberrima sentenza n. 23726/2007, in attuazione del principio di correttezza e buona fede e del principio del giusto processo. In particolare, la questione che si pone è se il divieto di parcellizzare la domanda diretta alla soddisfazione di una medesima pretesa creditoria si estenda all’ipotesi in cui una parte instauri distinti procedimenti aventi ad oggetto crediti diversi, ma derivanti dal medesimo rapporto di lavoro, fonte unitaria di obblighi e di doveri per le parti, specie allorché le plurime iniziative giudiziali siano assunte a rapporto concluso. A fronte dell’orientamento positivo espresso dalla Cassazione nelle sentenze n. 11256 e n. 27064 del 2013, la Sezione Lavoro, con ordinanza n. 1251/2016, manifesta un’opinione contraria alla prospettata equiparazione, rimettendo gli atti al Primo Presidente per l’assegnazione alle Sezioni Unite.
La Suprema Corte, nella sua più autorevole composizione, ritiene che si debba rispondere negativamente al quesito se il lavoratore, una volta cessato il rapporto di lavoro, sia tenuto ad avanzare in un unico processo, a pena di improponibilità delle domande successive alla prima, tutte le pretese creditorie maturate nel corso del rapporto o che trovano titolo nella cessazione dello stesso e, più in generale, al quesito se debbano essere azionati nel medesimo processo tutti i crediti che trovano titolo in un unico rapporto di durata.
Le Sezioni Unite argomentano dalla disciplina processuale vigente, che ammette la proposizione, in tempi e processi diversi, di domande volte al recupero di crediti facenti capo ad un unico rapporto complesso (artt. 31, 40, 104 c.p.c., nonché art. 278 c.p.c. e art. 34 c.p.c.), nonché dall’elaborazione giurisprudenziale e dottrinale in tema di estensione oggettiva del giudicato e, in particolare, in punto di preclusione del dedotto e del deducibile. Le pronunce in commento valorizzano altresì l’ingiustificato aggravio della posizione del creditore, che discenderebbe dalla perdita della possibilità di differenziare il rito secondo il quale ottenere tutela delle proprie, distinte, ragioni di credito (ad esempio, procedimento monitorio o procedimento dinanzi al giudice di pace), nonché la presumibile prospettiva di allungamento dei tempi del processo ed, infine, i riflessi negativi per l’economia dell’imposizione di “un unico processo monstre”.
Tuttavia, la Suprema Corte osserva che i rilievi di cui si è dato conto si prestano ad una lettura speculare. L’ordinamento processuale, invero, ammette procedimenti distinti per crediti diversi, ma si dimostra diretto a consentirne la trattazione unitaria, ove possibile (il riferimento è, in specie, alle domande connesse e a quelle inscrivibili nel medesimo ambito oggettivo di un ipotizzabile giudicato): ciò, al fine di evitare la duplicazione dell’attività istruttoria e decisoria, il rischio del contrasto di giudicati e la dispersione della conoscenza di una medesima vicenda sostanziale in capo a giudici diversi. Si invocano i canoni della giustizia sostanziale della decisione, della durata ragionevole dei processi e della stabilità dei rapporti, dando espressamente continuità – merita rilevarlo – ai precedenti di cui alle sentenze n. 12310/2015 e n. 26242/2014, rispettivamente in tema di modificabilità della domanda ex art. 183 c.p.c. e di nullità negoziale.
Le Sezioni Unite concludono, allora, nel senso che, se sono proponibili separatamente le domande relative a singoli crediti distinti, pur riferibili al medesimo rapporto di durata, le questioni relative a tali crediti che risultino inscrivibili nel medesimo ambito di altro processo precedentemente instaurato, così da potersi ritenere già in esso deducibili o rilevabili – nonché, in ogni caso, le pretese creditorie fondate sul medesimo fatto costitutivo – possono anch’esse ritenersi proponibili separatamente, ma solo se l’attore risulti in ciò assistito da un oggettivo interesse al frazionamento (la cui rilevanza giuridica trova fondamento normativo nell’art. 100 c.p.c., da intendersi come riferito non solo alla domanda, ma anche alla scelta responsabile delle modalità di proposizione della stessa). La carenza di un interesse, oggettivamente valutabile, al frazionamento potrà essere rilevata dal convenuto ovvero, d’ufficio, dal Giudice e, in ogni caso, la questione dovrà essere trattata nel contraddittorio delle parti.
Nella fattispecie concreta, la Suprema Corte reputa che sia consentita al lavoratore la proposizione delle domande in diversi processi, senza neppure la necessità di verificare la sussistenza di un interesse al frazionamento, escludendo che il credito per il premio fedeltà sia iscrivibile nel medesimo ambito oggettivo del giudicato, ipotizzabile in relazione alla domanda di rideterminazione del TFR, ed escludendo altresì che i due crediti si fondino sul medesimo fatto costitutivo.
Cass. civ. Sez. Unite, Sent., 16/02/2017, n. 4090
Dott. DI IASILLO Adriano – rel. Consigliere –
FIAT GROUP AUTOMOBILES S.P.A., in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVOUR 19, presso lo STUDIO TOFFOLETTO DE LUCA TAMAJO, rappresentata e difesa dagli avvocati RAFFAELE DE LUCA TAMAJO, DIEGO DIRUTIGLIANO e FRANCO BONAMICO;
A.G.S., elettivamente domiciliato in ROMA, presso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall’avvocato ADRIANO LESCA;
udito il P.M., in persona dell’Avvocato Generale Dott. IACOVIELLO Francesco Mauro, che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso.
FIAT GROUP AUTOMOBILES s.p.a. (già Fiat auto s.p.a.) ricorre con un unico motivo nei confronti dell’ex dipendente A.G.S. per la cassazione della sentenza con la quale la Corte d’appello di Torino ha accolto la domanda del predetto intesa al ricalcolo del premio fedeltà con inclusione dello straordinario prestato a titolo continuativo, in difformità dalla sentenza di primo grado che aveva invece dichiarato improponibile la domanda siccome successiva ad altra anch’essa proposta dopo la cessazione del rapporto di lavoro ed intesa ad ottenere la rideterminazione del TFR tenendo conto di alcune voci retributive percepite in via continuativa. A.G.S. ha resistito con controricorso. FCA Italy S.p.a. (già FIAT GROUP AUTOMOBILES S.p.a.) ha depositato memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c.
1. Con un unico motivo, deducendo violazione e falsa applicazione dell’art. 2909 c.c. , e art. 111 Cost. , la società ricorrente – premesso che la domanda azionata in questo processo è stata preceduta da altra domanda, anch’essa proposta dal lavoratore nei confronti della società datrice di lavoro dopo la cessazione del rapporto, intesa ad ottenere la rideterminazione del TFR tenendo conto di alcune voci retributive percepite in via continuativa; che successivamente l’ A. ha proposto il presente giudizio volto al ricalcolo del premio fedeltà senza motivare in alcun modo la scelta di “parcellizzare” i giudizi; che entrambe le domande scaturiscono da un unico rapporto obbligatorio intercorrente tra la società e l’ A. ed avente ad oggetto il contratto di lavoro; che il lavoratore al momento dell’attivazione della prima vertenza era nelle condizioni di fatto e di diritto per far valere entrambe le pretese e non aveva addotto alcuna ragione a sostegno della scelta di promuovere giudizi separati- ha sostenuto che la domanda proposta nel presente giudizio viola il divieto di abuso del processo per indebito frazionamento quale affermato dalle Sezioni unite nella sentenza n. 23726 del 2007.
Con ordinanza interlocutoria n. 1251 del 2016 il collegio della sezione lavoro di questa Corte ha dato atto che, con le decisioni numeri 11256 e 27064 del 2013, altri collegi hanno sostenuto che il principio affermato dalle sezioni unite con la sentenza n. 23726 del 2007 secondo la quale è vietato l’indebito frazionamento di pretese dovute in forza di un “unico rapporto obbligatorio” – è applicabile (anche) nelle ipotesi in cui siano avanzate diverse pretese creditorie derivanti da un medesimo rapporto di lavoro, fonte unitaria di obblighi e doveri per le parti e produttivo di crediti collegabili unitariamente alla loro genesi – la volontà delle parti di stipulare un contratto di natura subordinata ex art. 2094 c.c. -: collegamento, questo, ancora più stringente nel caso di controversie promosse entrambe a rapporto concluso, quando il complesso di obbligazioni derivanti dal contratto è ormai noto e consolidato.
Non condividendo l’equiparazione del fascio di rapporti obbligatori retributivi e risarcitori – derivanti dal rapporto di lavoro al “rapporto unico” considerato dalla citata sentenza delle Sezioni unite, nè la sussistenza dei presupposti per imporre al creditore di agire in un unico contesto in relazione a crediti diversi connessi solo in virtù di una complessiva relazione negoziale o legale, e dubitando a fortiori che dalla proposizione in differenti giudizi di una pluralità di domande concernenti diversi crediti, pur riferibili ad un medesimo rapporto di lavoro ormai cessato, possa farsi derivare l’improponibilità delle domande successive alla prima, il predetto collegio ha rimesso gli atti al Primo Presidente per l’assegnazione del ricorso alle Sezioni unite.
2. Risulta sottoposta allo scrutinio delle Sezioni unite la questione “se, una volta cessato il rapporto di lavoro, il lavoratore debba avanzare in un unico contesto giudiziale tutte le pretese creditorie che sono maturate nel corso del suddetto rapporto o che trovano titolo nella cessazione del medesimo e se il frazionamento di esse in giudizi diversi costituisca abuso sanzionabile con l’improponibilità della domanda”.
Con la sentenza n. 23726 del 2007 le Sezioni unite sono intervenute sulla questione e, mutando il precedente orientamento (sent. n. 108 del 2000), hanno affermato che non è consentito al creditore di una determinata somma di denaro, dovuta in forza di “un unico rapporto obbligatorio”, frazionare il credito in plurime richieste giudiziali di adempimento, contestuali o scaglionate nel tempo. Tale scissione del contenuto della obbligazione, operata dal creditore per sua esclusiva utilità con unilaterale aggravamento della posizione del debitore, si pone in contrasto sia con il principio di correttezza e buona fede sia con il principio costituzionale del giusto processo, in quanto la parcellizzazione della domanda diretta alla soddisfazione della pretesa creditoria si traduce in un abuso degli strumenti processuali che l’ordinamento offre alla parte, nei limiti di una corretta tutela del suo interesse sostanziale.
Più recentemente le Sezioni unite, con la sentenza n. 26961 del 2009 (pronunciata in tema di giurisdizione), riferendosi alle obbligazioni pecuniarie nascenti da un unico rapporto di lavoro, hanno ribadito quanto affermato dalla sentenza n. 23726 del 2007, sostenendo che costituisce principio generale la regola secondo la quale “la singola obbligazione” va adempiuta nella sua interezza ed in un’unica soluzione, dovendosi escludere che la stessa possa, anche nell’eventuale fase giudiziaria, essere frazionata dal debitore o dal creditore.
Come emerge con chiarezza dalla lettura delle sentenze suddette, quando le sezioni unite hanno discusso di (in)frazionabilità del credito si sono riferite sempre ad un singolo credito, non ad una pluralità di crediti facenti capo ad un unico rapporto complesso. Pertanto solo una interpretazione dell’espressione “unico rapporto obbligatorio”, avulsa dal contesto nel quale essa è inserita, può indurre a ritenere che nella sentenza n. 23726 del 2007 il principio di infrazionabilità sia stato espressamente affermato non (soltanto) in relazione ad un singolo credito, bensì (anche) in relazione ad una pluralità di crediti riferibili ad un unico rapporto di durata.
I rilievi che precedono non esimono tuttavia le Sezioni unite dal dare risposta al quesito sopra prospettato (se il lavoratore, una volta cessato il rapporto di lavoro, debba avanzare in un unico processo tutte le pretese creditorie maturate nel corso del medesimo rapporto – quindi, più in generale, se debbano essere richiesti nello stesso processo tutti i crediti concernenti un unico rapporto di durata – e se la proposizione delle domande relative in giudizi diversi comporti l’improponibilità di quelle successive alla prima).
Il sistema processuale risulta, invero, strutturato su di una ipotesi di proponibilità in tempi e processi diversi di domande intese al recupero di singoli crediti facenti capo ad un unico rapporto complesso esistente tra le parti, come autorizza a ritenere la disciplina di cui agli artt. 31, 40 e 104 c.p.c. , in tema di domande accessorie, connessione, proponibilità nel medesimo processo di più domande nei confronti della stessa parte. Ulteriori argomenti in tal senso possono trarsi dalla contemplata possibilità di condanna generica ovvero dalla prevista necessità, ex art. 34 c.p.c. , di esplicita domanda di parte perchè l’accertamento su questione pregiudiziale abbia efficacia di giudicato. D’altro canto, l’elaborazione giurisprudenziale e dottrinaria in tema di estensione oggettiva del giudicato – in relazione alla preclusione per le questioni rilevabili o deducibili – perderebbe gran parte di significato se dovesse ritenersi improponibile qualunque azione per il recupero di un credito solo perchè preceduta da altra, intesa al recupero di credito diverso e tuttavia riconducibile ad uno stesso rapporto di durata tra le medesime parti, a prescindere dal passaggio in giudicato della decisione sul primo credito o comunque dalla inscrivibilità della diversa pretesa creditoria successivamente azionata nel medesimo ambito oggettivo di un giudicato in fieri tra le stesse parti relativo al medesimo rapporto di durata.
Per altro verso, una generale previsione di improponibilità della domanda relativa ad un credito dopo la proposizione da parte dello stesso creditore di domanda riguardante altro e diverso credito, ancorchè relativo ad un unico rapporto complesso, risulterebbe ingiustamente gravatoria della posizione del creditore, il quale sarebbe costretto ad avanzare tutte le pretese creditorie derivanti da un medesimo rapporto in uno stesso processo (quindi in uno stesso momento, dinanzi al medesimo giudice e secondo la medesima disciplina processuale); con conseguente indebita sottrazione alla autonoma disciplina prevista per i diversi crediti vantati e perdita, ad esempio, della possibilità di agire in via monitoria per i crediti muniti di prova scritta o di agire dinanzi al giudice competente per valore per ciascuno dei crediti – quindi di fruire del più semplice e spedito iter processuale eventualmente previsto dinanzi a quel giudice-, e con possibile esposizione alla necessità di “scegliere” di proporre (o meno) una tempestiva insinuazione al passivo fallimentare, col rischio di improponibilità di successive insinuazioni tardive per altri crediti.
Che la perdita della possibilità di fruire di riti più “snelli” per recuperare i propri crediti costituisca perdita di una importante “caratteristica” di tali crediti (i.e. la pronta “realizzabilità” sul piano processuale), nonché vanificazione della pre-valutazione del legislatore circa la possibilità, in determinate condizioni, di un rito diverso e più spedito, trova conferma in alcune recenti pronunce di questa Corte (v. Cass. nn. 22574 del 2016 e 10177 del 2015), nelle quali si è affermato che il creditore può, finanche in relazione ad un singolo, unico credito, agire con ricorso monitorio per la somma provata documentalmente e con il procedimento sommario di cognizione per la parte residua senza incorrere in un abuso dello strumento processuale per frazionamento del credito.
In ogni caso, l’onere di agire contestualmente per crediti distinti, che potrebbero essere maturati in tempi diversi, avere diversa natura (ad esempio – come frequentemente accade in relazione ad un rapporto di lavoro – retributiva e risarcitoria), essere basati su presupposti in fatto e in diritto diversi e soggetti a diversi regimi in tema di prescrizione o di onere probatorio, oggettivamente complica e ritarda di molto la possibilità di soddisfazione del creditore, traducendosi quasi sempre non in un alleggerimento bensì – in un allungamento dei tempi del processo, dovendo l’istruttoria svilupparsi contemporaneamente in relazione a numerosi fatti, ontologicamente diversi ed eventualmente tra loro distanti nel tempo.
E’ verosimile che per questa via il processo (lungi dal costituire un agile strumento di realizzazione del credito) finisca per divenire un contenitore eterogeneo smarrendo ogni duttilità, in violazione del principio di economia processuale, inteso come principio di proporzionalità nell’uso della giurisdizione.
E’ infine il caso di evidenziare che l’affermazione di un principio generale di necessaria azione congiunta per tutti i diversi crediti nascenti da un medesimo rapporto di durata, a pena di improponibilità delle domande proposte successivamente alla prima, sarebbe suscettibile di arrecare pregiudizievoli conseguenze per l’economia.
Se, infatti, si ha riguardo in prospettiva non solo ai crediti derivanti dai rapporti di lavoro, ma a tutti i crediti riferibili a rapporti di durata, anche tra imprese (consulenza, assicurazione, locazione, finanziamento, leasing), l’idea che essi debbano ineluttabilmente essere tutti veicolati – pena la perdita della possibilità di farli valere in giudizio – in un unico processo monstre (meno “spedito” dei processi adeguati per i singoli, differenti crediti) risulta incompatibile con un sistema inteso a garantire l’agile soddisfazione del credito, quindi a favorire la circolazione del danaro e ad incentivare gli scambi e gli investimenti.
La disciplina codicistica – relativa, tra l’altro, a connessione, domande accessorie, preclusione da giudicato -, sopra richiamata perchè idonea a testimoniare di un sistema che “contempla” – e perciò autorizza – l’ipotesi di diverse domande proposte in tempi e processi differenti con riguardo a crediti (diversi e tuttavia) riferibili ad un medesimo rapporto di durata, si presta in realtà ad una significativa lettura speculare.
L’ordinamento guarda con particolare attenzione alle domande connesse che, pur legittimamente, siano state proposte separatamente, e, con riguardo alle domande inscrivibili nel medesimo “ambito” oggettivo di un ipotizzabile giudicato, pur non escludendone la separata proponibilità, prevede, tuttavia, un meccanismo di “preclusione” dopo il passaggio in cosa giudicata della sentenza che chiude uno dei giudizi, e comunque uno specifico rimedio impugnatorio per la sentenza contraria a precedente giudicato tra le stesse parti, con una disciplina dettata dall’esigenza di evitare, ove possibile, la “duplicazione” di attività istruttoria e decisoria, il rischio di giudicati contrastanti, la dispersione dinanzi a giudici diversi della conoscenza di una medesima vicenda sostanziale. Di tale esigenza si è espressamente fatta carico la giurisprudenza di queste Sezioni unite (v. in particolare, tra le altre, S.u. n. 12310 del 2015 in materia di modificabilità della domanda ex art. 183 c.p.c. , e S.u. n. 26242 del 2014 in materia di patologia negoziale), nella consapevolezza che la trattazione dinanzi a giudici diversi, in contrasto con il principio di economia processuale, di una medesima vicenda “esistenziale”, sia pure connotata da aspetti in parte dissimili, incide negativamente sulla “giustizia” sostanziale della decisione (che può essere meglio assicurata veicolando nello stesso processo tutti i diversi aspetti e le possibili ricadute della stessa vicenda, evitando di fornire al giudice la conoscenza parziale di una realtà artificiosamente frammentata), sulla durata ragionevole dei processi (in relazione alla possibile duplicazione di attività istruttoria e decisionale) nonchè, infine, sulla stabilità dei rapporti (in relazione al rischio di giudicati contrastanti).
Si tratta di una giurisprudenza che afferma la necessità di favorire, ove possibile, una decisione intesa al definitivo consolidamento della situazione sostanziale direttamente o indirettamente dedotta in giudizio, “evitando di trasformare il processo in un meccanismo potenzialmente destinato ad attivarsi all’infinito”.
Nel solco dell’indirizzo tracciato dalle citate decisioni deve ritenersi che, se sono proponibili separatamente le domande relative a singoli crediti distinti, pur riferibili al medesimo rapporto di durata, le questioni relative a tali crediti che risultino inscrivibili nel medesimo ambito di altro processo precedentemente instaurato, così da potersi ritenere già in esso deducibili o rilevabili – nonchè, in ogni caso, le pretese creditorie fondate sul medesimo fatto costitutivo – possono anch’esse ritenersi proponibili separatamente, ma solo se l’attore risulti in ciò “assistito” da un oggettivo interesse al frazionamento.
Nella giurisprudenza di legittimità (a partire da Cass. n. 1540 del 2007, riferita al principio di non contestazione) risulta chiara la consapevolezza che il “giusto” processo regolato dalla legge resta affidato non solo alle norme che lo regolano, bensì anche agli stessi protagonisti del processo (giudice e parti), responsabilizzati, ciascuno per quanto di “competenza”, a dare concreta e corretta attuazione alla relativa normativa.
Tali concetti, affermati dalla giurisprudenza di legittimità soprattutto con riguardo al principio di non contestazione (di origine giurisprudenziale e successivamente recepito dal legislatore nel novellato art. 115 c.p.c. ), quindi con riguardo, in particolare, alla posizione del convenuto, non possono che ritenersi riferiti anche all’attore, il quale deve farsi carico di un esercizio consapevole e responsabile del diritto di azione che la Costituzione gli garantisce.
Pertanto, se l’interesse ad agire esprime il rapporto di utilità tra la lesione lamentata e la specifica tutela richiesta, è da ritenersi, nell’ottica di un esercizio responsabile del diritto di azione, che tale rapporto abbia ad oggetto anche le caratteristiche della suddetta tutela (ivi comprese la relativa “estensione” e le connesse modalità di intervento rispetto ad una più ampia vicenda sostanziale), con la conseguenza che l’interesse di cui all’art. 100 c.p.c. , investe non solo la domanda ma anche, ove rilevante, la scelta delle relative “modalità” di proposizione.
Non si tratta quindi di valutare “caso per caso” (in relazione al bilanciamento degli interessi di ricorrente e resistente) l’azionabilità separata dei diversi crediti, nè tanto meno si tratta di accertare eventuali intenti emulativi o di indagare i comportamenti processuali del creditore agente sul versante psico-soggettivistico.
Da ultimo, sul piano della dialettica processuale, è indubbio che al creditore procedente debba essere consentito di provare ed argomentare ogni qual volta il convenuto evidenzi la necessità di siffatto interesse e ne denunci la mancanza. Ove il convenuto nulla abbia allegato o dedotto in proposito, il giudice che rilevi ex actis la necessità di un interesse oggettivamente valutabile al “frazionamento” e ne metta in dubbio l’esistenza, dovrà indicare la questione ex art. 183 c.p.c. , e, se del caso, riservare la decisione ed assegnare alle parti termine per memorie ex art. 101 c.p.c..
“Le domande aventi ad oggetto diversi e distinti diritti di credito, anche se relativi ad un medesimo rapporto di durata tra le parti, possono essere proposte in separati processi. Se tuttavia i suddetti diritti di credito, oltre a far capo ad un medesimo rapporto di durata tra le stesse parti, sono anche, in proiezione, inscrivibili nel medesimo ambito oggettivo di un possibile giudicato o comunque “fondati” sul medesimo fatto costitutivo – sì da non poter essere accertati separatamente se non a costo di una duplicazione di attività istruttoria e di una conseguente dispersione della conoscenza di una medesima vicenda sostanziale -, le relative domande possono essere proposte in separati giudizi solo se risulta in capo al creditore agente un interesse oggettivamente valutabile alla tutela processuale frazionata. Ove la necessità di siffatto interesse (e la relativa mancanza) non siano state dedotte dal convenuto, il giudice che intenda farne oggetto di rilievo dovrà indicare la relativa questione ai sensi dell’art. 183 c.p.c. , e, se del caso, riservare la decisione assegnando alle parti termine per memorie ai sensi dell’art. 101 c.p.c. , comma 2″.
Deve infatti osservarsi che gli istituti del TFR e del premio fedeltà hanno diversa fonte (legale l’uno e pattizia l’altro), nonchè differenti presupposti e finalità, non risultando, in particolare, che il credito azionato in relazione al premio fedeltà sia inscrivibile nel medesimo ambito oggettivo del giudicato ipotizzabile in relazione alla precedente domanda riguardante la rideterminazione del TFR, nè che i due crediti siano fondati sul medesimo fatto costitutivo; onde è da ritenersi che ben poteva il lavoratore proporre le domande suddette in diversi processi, senza neppure la necessità di verificare la sussistenza di un interesse oggettivamente valutabile a tale separata proposizione.
Così deciso in Roma, il 6 febbraio 2017.