Source: http://www.tidona.com/pubblicazioni/20110304.htm
Timestamp: 2018-02-22 00:56:09+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 5', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 4', 'art. 27', 'art. 27', 'art. 4', 'art. 5', 'art. 8', 'art. 8', 'art. 9', 'art. 12', 'art. 14', 'art. 13', 'art. 14', 'art. 20']

Gli investitori e la conciliazione amministrata Consob: uno strumento da far partire e da non sprecare - Magistra Banca e Finanza
Gli investitori e la conciliazione amministrata Consob: uno strumento da far partire e da non sprecare
Di Mariangela Balestra, Avvocato e Conciliatore
“Scoraggia la lite. Favorisci l’accordo ogni volta che puoi.
Mostra come l’apparente vincitore sia spesso un reale
sconfitto … in onorari, spese e perdita di tempo.”
Il presente articolo è diviso in due parti: la prima descrive sommariamente il procedimento di conciliazione o mediazione, quale strumento per la risoluzione stragiudiziale delle controversie anche in ambito bancario e finanziario.
Nella seconda parte è fornito uno schema riepilogativo del procedimento di conciliazione amministrato dalla Camera di conciliazione istituita presso la Consob, procedimento che può essere attivato esclusivamente dall’investitore nei confronti della banca o di altro intermediario finanziario.
1.1 Cos’è la conciliazione
Il termine conciliazione identifica la composizione di una controversia a seguito dello svolgimento della mediazione. La “mediazione” è l’attività svolta da un terzo imparziale che assiste due o più soggetti nella ricerca di un accordo amichevole per la composizione di una controversia e nella formulazione di una proposta per la risoluzione della stessa[1].
Il procedimento di conciliazione è un metodo di risoluzione delle controversie alternativo al giudizio.
Esistono, infatti, vari modi di risolvere le controversie, quali:
1) la rinuncia unilaterale al conflitto;
2) l’accordo negoziato o transazione in cui le parti trovano (direttamente o con l’ausilio dei rispettivi legali o consulenti) un’intesa, generalmente di compromesso, attraverso reciproche concessioni e rinunce atte ad evitare la lite giudiziaria;
3) la conciliazione, in cui le parti con l’ausilio di un terzo imparziale tendono a realizzare una soluzione creativa al conflitto che corrisponda ai loro interessi e che non necessariamente risulti in un accomodamento tra le posizioni iniziali espresse;
4) l’arbitrato o il giudizio ordinario in cui la decisione di un terzo (arbitro/giudice) si basa sulle posizioni di fatto e di diritto manifestate dalle parti nel processo attraverso i rispettivi legali;
5) l’autotutela in cui la soluzione si basa sul potere o sulla forza di una delle parti nei confronti dell’altra.
Il procedimento di conciliazione, dunque, non è un negoziato, né un arbitrato, né un processo ed il conciliatore non difende gli interessi degli uni o degli altri, non è un paciere, né un arbitro o un giudice con potere di decidere attribuendo la vittoria, la ragione o i torti. Il suo ruolo è quello di facilitare il dialogo tra le parti e far loro generare opportunità, far allargare l’orizzonte negoziale andando oltre le posizioni espresse e facendo emergere gli interessi delle stesse.
E’ per questo che il risultato di una buona conciliazione spesso non è conseguibile ricorrendo al giudice e difficilmente potrebbe essere raggiunto in altro modo[2].
Inoltre, a differenza del giudizio e, in certi casi, della stessa transazione, al centro della procedura di conciliazione vi sono le parti che quindi rimangono pienamente consapevoli e ne sono protagoniste.
In una procedura giudiziaria o in un tentativo di transazione tra legali, le parti non hanno il pieno controllo su quello che accade. Nel processo, poi, una volta espresse e cristallizzate le posizioni, lo sviluppo della controversia è demandato esclusivamente a professionisti e giudice.
E’ dunque normale che l’esito di una controversia giudiziaria non sia sempre comprensibile al cittadino: infatti, non sempre la ragione nel comune sentire corrisponde alla decisione giudiziale, basata sul diritto. Tantomeno la vittoria dopo una lunga[3] e dispendiosa causa riesce sempre a compensare integralmente il danno economico ed emotivo patito dalla parte vittoriosa.
Inoltre, nei rapporti di lunga durata come quelli che intercorrono tra banche e clienti, la soluzione giudiziale, indipendentemente dall’esito del giudizio, può alla fine compromettere gli interessi di entrambe le parti. Per il cliente può comportare perdita di fiducia nella banca e la necessità di trovare delle alternative a condizioni non equivalenti, mentre per la banca il contenzioso, se ripetuto, può comportare un danno reputazionale oltre che un aumento importante dei costi di gestione. Occorre evidenziare che, spesso, il reclamo dell’investitore non rappresenta per la banca un caso isolato, ma è il frutto di una politica di gestione o di una carenza della stessa. I reclami dei clienti, se preventivamente ed adeguatamente trattati all’interno della struttura della banca o di altro intermediario abilitato, potrebbero aiutare a superare le carenze gestionali e a modificare talune prassi interne.
Il procedimento di conciliazione (o mediazione, che dir si voglia) è dunque uno strumento alternativo al giudizio e culturalmente innovativo che è necessario far conoscere e non sprecare. Molto dipenderà dalla capacità dei conciliatori, ma anche dalle informazioni sulla conciliazione che, senza preconcetti, dovranno essere fornite alle parti anche dagli avvocati[4]. Segnaliamo che, nel procedimento di conciliazione, non è comunque richiesta l’assistenza di un legale e anche quando la parte è assistita da un legale, ciascuna parte comunica la sua posizione e decide se accettare o meno se raggiungere un accordo e in quali termini[5].
1.2 Gli strumenti alternativi al giudizio in ambito finanziario e bancario
1) Dal 2000 in poi l’istituto della conciliazione ha ricevuto una considerevole attenzione sia a livello internazionale che comunitario ed il legislatore italiano è stato tra i primi in Europa a trasformare in legge i principi elaborati nell’ampio dibattito in corso, introducendo nel d. lgs. n. 5/2003 la conciliazione nelle controversie societarie, nonché in materia bancaria, finanziaria e creditizia,[6] disciplina entrata formalmente in vigore il 1° gennaio 2004. Al di là dei ritardi di attuazione, le procedure di conciliazione in ambito bancario e finanziario sono state relativamente poche rispetto ad altre conciliazioni tra consumatori ed imprese, amministrate principalmente dagli sportelli di conciliazione attivi presso alcune Camere di commercio italiane.
2) All’indomani degli scandali finanziari (tra cui, per citare i più noti: obbligazioni Argentina, crac Cirio, Parmalat, Giacomelli, obbligazioni For You e My Way di Banca 121) che a partire dal 2000 hanno visto coinvolti moltissimi piccoli risparmiatori italiani, il legislatore italiano ha emanato la c.d. legge sul risparmio[7]. Sono stati così introdotti alcuni specifici strumenti di risoluzione stragiudiziale delle controversie, meno dispendiosi in termini di durata e di denaro rispetto al giudizio ma allo stesso tempo amministrati da un’istituzione e dotati di alcune pur semplici regole procedimentali. L’obiettivo, come indicato dalla stessa Banca d’Italia, consiste anche nel migliorare l’efficienza e la stabilità del sistema finanziario: “Meccanismi efficaci di definizione delle liti incentivano il rispetto dei principi di trasparenza e correttezza nelle relazioni con la clientela; migliorano la fiducia del pubblico nei prestatori dei servizi bancari e finanziari; costituiscono un utile presidio dei rischi legali e reputazionali a beneficio della stabilità degli intermediari e del sistema finanziario nel suo complesso.”[8]
Sono così nati: a) un organismo totalmente nuovo quale la Camera di conciliazione e arbitrato presso la Consob[9]; b) l’arbitro bancario e finanziario[10], in sostituzione dell’Ombudsman bancario, organismo quest’ultimo sorto su iniziativa del mondo bancario e controllato dallo stesso, che non aveva fino a quel momento fornito i risultati sperati e non soddisfaceva del tutto i requisiti di terzietà e imparzialità[11].
3) Gli scandali finanziari hanno evidenziato, oltre all’assenza di adeguati sistemi di controllo preventivo interni ed esterni alle banche ed alle società quotate, anche un’assenza di strumenti e di istituzioni per la risoluzione di conflitti senza ricorrere al giudizio. In questa ottica, i tavoli di negoziazione paritetica predisposti da alcune banche con alcune associazioni dei risparmiatori sono stati un “esperimento”, su vasta scala e “ad hoc”, di modi di risoluzione alternativi al giudizio[12].
E’ significativo che con il d. lgs. 28/2010 il legislatore italiano abbia sì riconosciuto la possibilità per le parti di ricorrere a negoziazioni volontarie e paritetiche tra associazioni di imprese e consumatori o di attivare le procedure di reclamo previste dalle carte dei servizi, ma ha delineato, a maggior tutela dell’investitore/risparmiatore, un procedimento di mediazione con caratteri suoi propri e diversi da tali negoziazioni volontarie e paritetiche. La mediazione, come abbiamo visto, offre, tra l’altro, l’ulteriore garanzia di essere condotta da un terzo imparziale ed indipendente nominato da un organismo di mediazione in relazione alla specifica controversia che interessa l’investitore/risparmiatore.
4) L’art. 5 del d. lgs. 28/2010, ha peraltro introdotto per una serie di controversie, tra cui quelle relative a contratti bancari e finanziari, l’obbligo di esperire il procedimento di mediazione prima di agire in giudizio. Salvo proroghe, tale obbligo entrerà in vigore a partire dal 20 marzo 2011. Per le controversie bancarie e finanziarie, sarà possibile rivolgersi sia ad organismi di mediazione pubblici o privati abilitati[13], sia alla camera di conciliazione Consob o all’arbitro bancario e finanziario.
Quanto alle rispettive competenze, la camera di conciliazione Consob si occupa di controversie tra risparmiatori o investitori non professionali e banche o altri intermediari finanziari per la violazione di obblighi di informazione, correttezza e trasparenza nei rapporti contrattuali con la clientela relativi a servizi di investimento o di gestione collettiva del risparmio. Invece, l’arbitro bancario e finanziario si occupa di controversie riguardanti operazioni e servizi bancari e finanziari, quali, ad es. conti correnti, mutui, prestiti personali. Sono escluse, tra l’altro, le controversie su i) beni e servizi diversi da quelli bancari e finanziari (ad es. l’arbitro bancario e finanziario non si occupa di controversie per difetti di beni dati in leasing) e ii) le attività di investimento (quali, ad es. compravendita di azioni e obbligazioni, operazioni su strumenti finanziari derivati e così via), di competenza della Camera di conciliazione e arbitrato presso la Consob[14].
2. Procedimento di conciliazione presso la Camera di conciliazione e arbitrato Consob
Il procedimento termina entro 60 giorni dal deposito dell’istanza o delle relative integrazioni, con proroga di ulteriori 60 giorni, previo consenso delle parti. I termini sono sospesi, salvo consenso delle parti e del conciliatore, dal 1° agosto al 15 settembre. [15]
Principi del procedimento
La conciliazione è caratterizzata dai principi di immediatezza, concentrazione, oralità e riservatezza. Inoltre, viene garantita l’imparzialità ed il contraddittorio[16]. L’attivazione e la partecipazione del procedimento sono su base volontaria.
Parti del procedimento
L’investitore e l’intermediario finanziario (sia esso banca, bancoposta o altro soggetto abilitato all’esercizio di servizi e attività di investimento). L’investitore che può accedere al procedimento è in generale il piccolo risparmiatore e ogni soggetto diverso dalle controparti qualificate e dai clienti professionali, come definiti dalla legge[17].
Il procedimento può essere attivato per la risoluzione di controversie tra investitori e intermediari per la violazione da parte di questi ultimi degli obblighi di informazione, correttezza e trasparenza previsti nei contratti finanziari con gli investitori[18]. Il procedimento presso la Camera di conciliazione Consob, per le specifiche materie di competenza (ovverosia i contratti finanziari) è alternativo rispetto ad altri procedimenti di mediazione disciplinati dal d. lgs. 28/2010[19]. A partire dal 20 marzo 2011, diverrà obbligatorio attivare uno dei detti procedimenti prima di poter agire in giudizio nelle controversie relative a contratti finanziari. La presentazione della domanda di mediazione/conciliazione sospende ed interrompe i termini di prescrizione e decadenza, così da non pregiudicare il diritto dell’investitore ad agire in giudizio nel caso in cui la conciliazione dia esito negativo[20].
Condizioni per l’avvio[21]:
Il procedimento può essere attivato esclusivamente dall’investitore:
1) se non sono in corso altri procedimenti di mediazione a cui l’investitore abbia aderito
2) dopo che è stato presentato reclamo scritto all’intermediario a cui il medesimo abbia risposto per iscritto ovvero dopo che sono decorsi 90 giorni dal reclamo (o il minor termine previsto dall’intermediario per la trattazione dei reclami) senza che l’investitore abbia ricevuto risposta.
Fasi del procedimento:
L’investitore presenta istanza di conciliazione corredata della documentazione attestante le condizioni di cui sopra ed il pagamento delle spese di avvio del procedimento
La Camera entro 5 gg. verifica l’istanza e invita l’investitore a provvedere ad eventuali modifiche e integrazioni
La Camera trasmette l’istanza e le eventuali integrazioni dell’investitore all’intermediario e lo invita ad aderire al tentativo di conciliazione e a depositare replica entro 5 gg.
A) L’intermediario si rifiuta o non risponde.
La Camera attesta la mancata adesione al tentativo di conciliazione da parte dell’intermediario[22] . A questo punto, l’investitore può adire l’autorità giudiziaria.
B) L’intermediario aderisce
L’intermediario presenta atto di impegno al rispetto della riservatezza e del Regolamento, presenta documentazione del rapporto e paga le spese di avvio del procedimento. Può presentare replica scritta all’istanza dell’investitore[23].
La Camera, ricevuta l’adesione dell’intermediario, nomina il conciliatore e lo comunica alle parti. Il conciliatore è scelto in base all’esperienza, ai carichi di lavoro e, in particolare, alla vicinanza territoriale all’investitore (stessa provincia)[24].
il conciliatore fissa uno o più incontri, di regola, presso il suo domicilio, dandone comunicazione alle parti ed alla Camera, sente le stesse separatamente o in contraddittorio per far emergere i punti di un possibile accordo[25]
a) si raggiunge l’accordo:
il conciliatore redige processo verbale e lo sottoscrive assieme alle parti
l’accordo (non contrario all’ordine pubblico o a norme imperative), che può prevedere il pagamento di somme di denaro per ogni violazione ulteriore o inosservanza, è omologato con decreto del Presidente del Tribunale, previo accertamento della regolarità formale
il verbale omologato è titolo esecutivo per l’espropriazione forzata, per l’esecuzione in forma specifica e per l’iscrizione di ipoteca giudiziale[26];
b) non si raggiunge l’accordo, ma tutte le parti chiedono al conciliatore di formulare una proposta:
il conciliatore formula una proposta rispetto alla quale ciascuna delle parti, se la conciliazione non ha luogo, indica la propria definitiva posizione ovvero le condizioni alle quali è disposta a conciliare. Di tali posizioni il conciliatore dà atto in apposito verbale di fallita conciliazione.
Una volta instaurato il giudizio civile, se la decisione del giudice corrisponde interamente al contenuto della precedente proposta conciliativa, il giudice:
a) esclude la ripetizione delle spese della parte vincitrice che ha rifiutato la proposta, relativamente al periodo successivo alla stessa;
b) condanna al pagamento delle spese processuali di controparte;
c) condanna al versamento di un’ulteriore somma, di importo corrispondente al contributo unificato dovuto[27]
c) in tutti gli altri casi:
il conciliatore forma processo verbale di chiusura delle operazioni e le parti sono libere di adire l’autorità giudiziaria[28].
Le spese del procedimento sono costituite dalle spese di avvio da corrispondersi alla Camera, all’inizio da parte sia dell’investitore sia dell’intermediario che aderisce. Inoltre, è dovuto un compenso al conciliatore oltre alle eventuali spese rimborsabili determinate dalla Camera e documentate dal conciliatore. Il compenso del conciliatore è determinato in base al valore della controversia e alle tariffe allegate al Regolamento.
Se la conciliazione riesce, il compenso del conciliatore è corrisposto da entrambe le parti, solidalmente tra loro. In caso di mancata conciliazione, metà del compenso è posta a carico della Camera. Si segnala che, ad oggi, le tariffe della Camera di conciliazione presso la Consob appaiono, almeno per le controversie fino a 50.000 euro, più convenienti all’investitore rispetto a quelle previste dal Ministero di giustizia per le Camere di commercio o altri enti pubblici che abbiano istituito procedimenti di conciliazione[29]. Si segnala, infine, che gli atti e l’accordo di conciliazione non sono soggetti a tasse e oneri di qualsiasi natura e che il verbale d’accordo è esente dall’imposta di registro fino a 50.000 euro[30]. Per l’indennità corrisposta agli organismi di conciliazione è riconosciuto un credito d’imposta[31].
[link al Regolamento approvato con delibera Consob n. 16763/2008]
[1] Cfr. art. 1 legge 60/2009 e art. 1 d. lgs. 28/2010.
[2] Può essere il caso, ad esempio, del risparmiatore che voglia essere risarcito dalla banca per un’operazione in titoli ma che, avendo anche un mutuo con la banca in questione, in sede di conciliazione, si accordi con la medesima banca per ridefinire il mutuo a condizioni molto più favorevoli di quelle a cui avrebbe avuto accesso prima della controversia. Come si vede, in questo caso l’intesa tra le parti si raggiunge muovendo l’attenzione dalle posizioni iniziali (ovverosia risarcimento dell’operazione contestata) ai reciproci interessi (interesse alla salvaguardia del rapporto per la banca e interesse al soddisfacimento delle richieste di finanziamento per il cliente).
[3] In base al rapporto Doing Business della Banca Mondiale nel 2008 la durata stimata di un procedimento di recupero di un credito originato da una disputa commerciale in Italia era di 1.210 giorni, contro i 331 della Francia, i 394 della Germania e i 515 della Spagna. L’Italia risulta tra i paesi OCSE quello con la durata dei procedimenti giudiziari maggiore.
[4] Beninteso, a condizione che i legali ne sappiano trasmettere i vantaggi e sappiano essi stessi passare da un approccio conflittuale basato sulla causa ad un approccio favorevole alla conciliazione. Le parti si guardino dagli avvocati che propongono la causa come unica soluzione percorribile! Peraltro, dal 20 marzo 2010 la legge impone agli avvocati di informare i clienti in merito alla possibilità di tentare la mediazione (art. 4, comma 3 d. lgs. 28/2010).
[5] Naturalmente, trattandosi di materie complesse, è comunque consigliabile che l’investitore affronti la mediazione già con una certa conoscenza dei suoi diritti contrattuali, anche chiedendo un parere ad un legale specializzato.
[6] D. Lgs. 17 gennaio 2003, n. 5 “Definizione dei procedimenti in materia di diritto societario e di intermediazione finanziaria, nonché in materia bancaria e creditizia, in attuazione dell’articolo 12 della legge 3 ottobre 2001, n. 366, in G. U. n. 17 del 22 gennaio 2003 - Supplemento Ordinario n. 8 così come modificato dal D. Lgs. 6 febbraio 2004, n. 37. Gli artt. 38-40 sono stati abrogati dal d. lgs. 18/2010 che diviene dunque la nuova disciplina di riferimento in materia.
[7] La legge 28 dicembre 2005, n. 262 (c.d. legge sul risparmio) ha dato delega al Governo di adottare un decreto legislativo per l’istituzione di procedure di conciliazione e arbitrato (art. 27) e ha introdotto l’obbligo degli intermediari bancari e finanziari di aderire a sistemi di risoluzione stragiudiziale delle controversie con i consumatori, con la successiva istituzione dell’arbitro bancario e finanziario.
[8] Premessa, disposizioni Banca d’Italia del 18/06/2009.
[9] Istituita con d. lgs. 179/2007, in attuazione dell’art. 27, commi 1 e 2 della l. 262 del 2005 (c.d. legge sul risparmio). Le procedure di conciliazione ed arbitrato sono disciplinate dal Regolamento adottato con delibera Consob n. 16763 del 29 dicembre 2008.
[10] L’istituzione dell’Arbitro Bancario e Finanziario (ABF), in origine prevista dalla legge sul risparmio, è stata completata dalla delibera del CICR n. 275 del 29 luglio 2008 e dalle disposizioni della Banca d’Italia del 18/06/2009, sui sistemi di risoluzione stragiudiziale delle controversie in materia di operazioni e servizi bancari e finanziari.
[11] L’Ombudsman bancario (Giurì bancario), era stato istituito nel 1993 su iniziativa dell’Associazione Bancaria Italiana (ABI), per la risoluzione delle controversie tra banche ed intermediari finanziari, e consumatori, di valore non superiore a 10.000 euro che non fossero state portate all’attenzione dell’autorità giudiziaria o di arbitri. Il ricorso all’Ombudsman, organo collegiale con sede in Roma, era subordinato all’infruttuoso reclamo presentato dal consumatore alla propria banca o all’intermediario. Se la banca o l’intermediario non si conformava alla decisione dell’Ombudsman favorevole al cliente, veniva data pubblicità del fatto sulla stampa a spese dell’inadempiente. Tuttavia, la collocazione dell’Ombudsman in seno all’ABI, nonché l’estrazione dei suoi componenti in maggioranza provenienti dal mondo bancario, ne minavano la terzietà e non soddisfacevano i requisiti di imparzialità.
[12] In generale, la conciliazione paritetica consiste in un tavolo formato da un rappresentante dell’azienda e uno dell’associazione dei consumatori. Alla base c’è sempre un protocollo d’intesa firmato con l’azienda, con cui si stabilisce un impegno a definire un percorso comune per i reclami e le contestazioni. In questi anni sono stati avviati accordi tra diverse associazioni dei consumatori e aziende in vari settori: banche, telecomunicazioni, energia, ferrovie, poste. Non sempre è previsto che il consumatore sia sentito o partecipi attivamente a tali procedure che seguono più una logica transattiva che conciliativa propriamente detta.
[13] Un registro di tali organismi è tenuto presso il Ministero della giustizia (www.giustizia.it) e comprende, oltre alle camere di commercio, anche gli organismi istituiti presso gli ordini professionali e gli ordini degli avvocati, e gli organismi privati che rispettano i requisiti di cui al d.m. 180/2010.
[14] E’ tuttavia previsto che le rispettive competenze tra tali due organismi siano ulteriormente delineate in un protocollo d’intesa (art. 4, comma 2, regolamento Consob 16763/2008)
[15] Art. 13 del regolamento 16763/2008 di attuazione del decreto legislativo 8 ottobre 2007, n. 179, concernente la Camera di conciliazione e di arbitrato presso la Consob e le relative procedure, di seguito, il “Regolamento”
[16] Art. 11 del Regolamento
[17] Art. 1, comma 1, lett. b) del Regolamento.
[18] Art. 4, comma 1 del Regolamento
[19] così, art. 5 d. lgs. 28/2010
[20] Art. 5, comma 6 del d. lgs. 28/2010
[21] Art. 7 del Regolamento
[22] art. 8, comma 6 del Regolamento
[23] art. 8, comma 5 del Regolamento
[24] art. 9 del Regolamento
[25] art. 12 del Regolamento
[26] art. 14, comma 1, del regolamento
[27] art. 13 d. lgs. 28/2010.
[28] art. 14, comma 3, del regolamento
[29] Cfr. Tabella A del d.m. 18.10.2010, n. 180.
[30] Art. 17, commi 2 e 3 del d. lgs. 28/2010.
[31] Nei limiti di 500 euro e secondo modalità da determinarsi da parte del Ministero di giustizia, cfr. art. 20 d. lgs. 28/2010.