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Timestamp: 2017-08-23 19:20:00+00:00
Document Index: 160903316

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 18', 'art. 18', 'art. 18', 'art. 1', 'art. 51', 'sentenza ', 'art. 18']

Come fu che 20 anni di lotte vennero azzerati da lacrime e sorrisi: l’articolo 18 e la Cassazione – DEMOCRAZIA E LAVORO
Come fu che 20 anni di lotte vennero azzerati da lacrime e sorrisi: l’articolo 18 e la Cassazione
Pubblicati su 14 dicembre 2015 da redazione in Sindacato // 0 Commenti
Renato La Manna – La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 24157/2015, interviene nel dibattito aperto nel 2012 sull’estensione (o meno) al pubblico impiego della riforma (Fornero) dell’art. 18.
La vicenda parte dal licenziamento di un dirigente di un consorzio pubblico siciliano (dichiarato illegittimo in giudizio perché effettuato da un solo componente dell’ufficio disciplinare che invece era organo collegiale), ma si sofferma su un’importante questione sollevata dall’ente pubblico ricorrente che chiedeva di pronunciarsi sull’estensione dell’applicabilità del nuovo art. 18 (nella fattispecie modificato dalla legge Fornero) anche agli statali e, in caso di esito negativo, di adire la Corte Costituzionale sulla disparità del trattamento tra lavoro pubblico e privato.
Ma per la Cassazione non c’è nessun dubbio: “è innegabile – infatti – che il nuovo testo dell’art. 18 della legge n. 300/70, come modificato dall’art. 1 legge n. 92/12 (L. Fornero), trovi applicazione al licenziamento in questione e ciò a prescindere dalle iniziative normative di armonizzazione previste dalla legge c.d. Fornero”.
Alla base della decisione, spiegano i giudici, c’è il tenore inequivocabile dell’art. 51 del Testo Unico del Pubblico Impiego (d.lgs. n. 165/2001) che prevede che lo statuto dei lavoratori, con le sue “successive modificazioni e integrazioni – si applichi anche – alle pubbliche amministrazioni a prescindere dal numero dei dipendenti”.
Dal resto, dubbi ce n’erano pochini, poiché diverse pronunce del Giudice del Lavoro avevano sostenuto la stessa identica cosa.
Per citarne una fra tante, una pronuncia del Tribunale di Caltagirone in funzione di Giudice del Lavoro del febbraio/marzo di quest’anno: “Il caso di un cinquantenne impiegato di un piccolo comune in provincia di Catania, licenziato ingiustamente ed a cui è stato riconosciuto solo un risarcimento pari ad otto mensilità ma non la reintegra nel posto di lavoro”.
La sentenza spiega che l’art. 18 della L. n. 300/1970 al comma 6 (come modificato dalla Legge n.92/2012 Legge Fornero), non prevede la reintegra del lavoratore nel posto di lavoro, ma soltanto un risarcimento del danno.
Detta così sembra una storia banale, ma in realtà (senza voler scomodare Hannah Arendt e la sua “La banalità del male”) contiene in sé tutta la storia del movimento sindacale italiano dal dopoguerra ad oggi e di come in soli tre anni Fornero e Renzi (diversi ma uguali, come due gemelli divisi alla nascita) la prima piangendo e l’altro sorridendo abbiano fatto fuori una conquista dei lavoratori ottenuta in 20 anni di lotte sindacali.
I VENT’ANNI DI LOTTA SINDACALE:
1945: Il lavoro rientra fra i temi determinanti della democrazia appena conquistata.
1948: La costituzione italiana al primo articolo definisce il lavoro come punto fondante dell’ordinamento repubblicano. “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. La normativa italiana di allora in tema di lavoro era piuttosto scarna, si limitava, ad esempio, a fissare limiti minimi di età per il lavoro minorile nelle miniere, la riduzione della durata della giornata lavorativa ad 11 ore per i minori ed a 12 per le donne.
1952: Giuseppe Di Vittorio (il più autorevole esponente della CGIL, presidente della FSM, la Federazione Sindacale Mondiale) fu il primo a pronunciarsi apertamente per l’opportunità della definizione di una legge che riformulasse l’intera materia, e lo fece parlandone proprio in termini di statuto. In quello stesso periodo venne inoltre pubblicata un’inchiesta delle ACLI(Associazioni Cristiane dei Lavoratori Italiani) di Milano intitolata “La classe lavoratrice si difende” che denunciava la condizione di sfruttamento e di discriminazione ideologica dei lavoratori.
1955: il Parlamento promosse un’ inchiesta parlamentare sulle “Condizioni di lavoro nelle fabbriche”.
1960:la legge 23 ottobre 1960, n. 1369 vieta l’appalto di manodopera, il cosidetto Caporalato. I Caporali raccoglievano gli operai e li portavano in fabbrica, contrattando la loro paga, della quale agli operai andavano le briciole (illustrato mirabilmente da Pietro Germi nel film “Il cammino della speranza”).
1961-1962: Le rappresentanze sindacali iniziarono ad operare in sintonia tra loro (a livello nazionale si distinsero la CGIL, la CISL e la UIL) perseguendo una forte lotta che produsse campagne collettive per il rispetto dei contratti e dirette ad arginare i licenziamenti divenuti molto frequenti. La classe imprenditoriale invece, ribatteva che alla forza lavoro non poteva essere concesso di prendere parte alle decisioni in materia di politiche e strategie aziendali, considerando qualsiasi proposta in materia di gestione del personale (comprese le fasi di assunzione e licenziamento) che non fosse unicamente determinata dagli organi direttivi aziendali, come un’ingerenza non giustificata da alcuna ragione sociale.
1963: primo governo Moro di “centrosinistra organico”, si emanarono norme per la tutela delle donne lavoratrici (ad esempio vietando il licenziamento per causa di matrimonio o consentendo l’accesso delle donne ai pubblici uffici e alle professioni).
1965-1966: Il governo di centro-sinistra, grazie alle spinte del movimento sindacale e del PSI di Nenni fa nascere: la legge 30 giugno 1965, n. 1124 (Testo unico delle norme in materia di infortuni e malattie professionali); la legge 21 luglio 1965, n. 903 (che introduceva le pensioni di anzianità e la pensione sociale) e la legge 15 luglio 1966, n. 604 (che regolava la materia dei licenziamenti).
1967-1970: Giacomo Brodolini, sindacalista socialista che fu ministro del lavoro e della previdenza sociale richiese l’istituzione di una commissione nazionale per la redazione di una bozza di statuto (da lui nominato “Statuto dei diritti dei lavoratori”), alla cui presidenza chiamò Gino Giugni, allora solo un docente universitario seppure già noto, ed un comitato tecnico di notevole spessore.
20/05/1970: Nasce lo Statuto dei Lavoratori. L’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori sancisce che il licenziamento è valido solo se avviene per giusta causa o giustificato motivo. In sintesi, lo Statuto afferma la tutela del lavoratore, dell’attività sindacale ed il principio di reintegro nel posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo.
1971-1999: il sindacato e lo Statuto dei Lavoratori è considerato dai datori di lavoro come un elemento di disturbo e divengono oggetto di attacchi senza precedenti sul piano politico, economico e mediatico. Fino ad insinuare nella gente l’idea che il sindacato è inutile ed, anzi, dannoso. Si è veramente sparato a zero sui sindacati e, sopratutto su uno.
PRIMI TENTATIVI DI SMANTELLAMENTO:
2000: Viene promosso (da Radicali, Forza Italia e PRI) un referendum diretto ad abolire le garanzie previste dall’articolo 18. Ha votato solo il 32,00% degli elettori (quindi non è stato raggiunto il quorum), e il sì comunque non ha avuto la maggioranza dei voti validi (33,40%).
2003: In tutto il mondo, ed anche da noi, le cosiddette “riforme” del mercato del lavoro vanno tutte nella direzione dell’individualizzazione del rapporto di lavoro: a ciascuno il suo contratto, dividendo di fatto i lavoratori ed instaurando delle vere e proprie “lotte tra poveri”. La legge 30/2003 (L. Biagi) e soprattutto il suo decreto attuativo, il 276/2003, va precisamente in quella direzione. In particolare viene reintrodotto l’appalto di opere e servizi, ripristinando il Caporalato. Ma non basta, si inventa La Somministrazione di lavoro: Qui vi è un tratto geniale, si sgancia, per così dire, il lavoratore dall’azienda, creando il contratto di somministrazione, ossia il lavoratore lavora per una ditta che si limita ad affittare il suo lavoro, in questo modo le rivendicazioni non vanno fatte alla ditta che utilizza il lavoratore, ma alla ditta che “affitta”il suo lavoro; Infine Il Trasferimento di ramo d’azienda, cioè se un’azienda cede una parte ad un’altra azienda, vi è il passaggio degli stessi operai dalla prima alla seconda azienda. Ora, si applicano i contratti di lavoro della seconda azienda che possono essere predisposti appositamente per tale trasferimento, quindi peggiorativi per gli operai. Infine non va dimenticata la, sempre più marcata, “Precarizzazione del rapporto di lavoro”,si assume a termine (anche per soli 20 giorni) per poi rinnovare il contratto, sempre a termine.
L’articolo 18, malgrado questi forti tentativi di demolizione, resta in piedi.
2004-2008: L’imprenditoria e certa politica continua l’opera di smantellamento e di indebolimento del sindacato e dei lavoratori. Si aggregano, si comincia a parlare dei pubblici dipendenti come dei fannulloni per poterli dividere dai lavoratori privati e seminare odi ed invidie immotivate.
2009: Brunetta realizza la sua riforma del lavoro pubblico con il Decreto Legislativo n. 150 del 27/01/2009 (Riforma Brunetta del lavoro pubblico) – La contrattazione viene praticamente abolita, l’organizzazione del lavoro (ordini di servizio ecc.) vengono decisi unilateralmente dal datore di lavoro, unica possibilità per il lavoratore è quella di impugnare l’ordine di servizio davanti al giudicedel lavoro (creando la particolarità per il lavoratore giudiziario facilmente immaginabile). Il sindacato, ed il lavoratore, conoscono il periodo più buio, dopo ilperiodo fascista.
2010-2011: Continua la campagna denigratoria. le conquiste ottenute con decenni di lotte sono a rischio continuo, gli attacchi del mondo imprenditoriale e della politica (non solo di quella di destra) al mondo del lavoro sono sempre più aggressivi.
IL TRIENNIO DELLE LACRIME E DEI SORRISI:
2012: La Fornero, tra le lacrime, annuncia la sua riforma del lavoro e delle pensioni, delle pensioni tutti sanno per averlo sperimentato sulla propria pelle, del lavoro è presto detto: In pratica, l’effetto della “Fornero” è quello di lasciare a casa l’operaio citato all’inizio, infatti la reintegra nel posto di lavoro esiste solo per discriminazioni religiose, razziali o legate al sesso e nel caso di licenziamento orale. Negli altri casi si ha solo diritto ad un risarcimento danni.
2014-2015: Il Job Act di Renzi fa di meglio, elimina del tutto il diritto al reintegro del lavoratore nel proprio posto di lavoro e si limita a stabilire l’ammontare del risarcimento, 2 mensilità di stipendio per ogni anno di lavoro prestato fino ad un massimo di 24 mensilità. Tra i sorrisi viene detto che questo stimolerà l’economia, in realtà si giustifica ogni forma di licenziamento riconoscendo al lavoratore solo il pagamento di un’indennità. Il bello è che il decreto legislativo viene definito come “disposizioni in materia di contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti” ed è costituito da appena 3 paginette e 12 articoli. In esso la parola licenziamento ricorre ben 28 volte, la parola tutele solo 3 volte, si parla di licenziamento quasi in ogni articolo, quindi, io dico: “Perché chiamarlo contratto di lavoro a tutele crescenti e non riforma del sistema dei licenziamenti? Forse per non farci capire il contenuto?”.
25 ottobre 2014: modestamente, Io c’ero!
2015: Anno della morte dell’articolo 18 e dello Statuto dei Lavoratori!
Adesso tocca a noi, tutti assieme, decidere di far resuscitare l’articolo 18 o di limitarci a piangerlo!!!