Source: http://archivio.rivistaaic.it/materiali/convegni/200611foggia/sicardi2.html
Timestamp: 2017-06-29 01:58:25+00:00
Document Index: 136539261

Matched Legal Cases: ['art. 238', 'sentenza ', 'art. 7', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 402', 'art. 402', 'art. 3', 'art. 402', 'sentenza ', 'art. 405', 'art. 406', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 12', 'sentenza ', 'sentenza ']

(seconda parte) (terza parte) d) Excursus su alcune critiche alla giurisprudenza della Corte: laicità o “laicismo” ?
La dichiarazione di incostituzionalità della formula del giuramento del teste nel processo civile ha dato luogo a polemiche prese di posizione sull’evoluzione della nozione di laicità nella giurisprudenza costituzionale. Ciò mi sembra particolarmente significativo in quanto segna appunto l’irruzione, a livello di percezione e commento della giurisprudenza costituzionale sul tema che qui si discute, dei modi (molto) diversi di intendere, sul piano del dibattito politico-culturale, la laicità, rimasti fino ad allora, se così si può dire, maggiormente “alla finestra”, sia pur rispetto alla valutazione delle posizioni della Corte. Ecco che invece si ripropone anche in questo contesto la distinzione (ma sarebbe meglio dire, oltre almeno ad una certa soglia, la dicotomia) tra cosiddetta “sana laicità” e cosiddetto “laicismo”.
Per la verità, la Corte, nella sent. 149/1995[45], dopo aver ricordato l’incostituzionalità dell’«imposizione a tutti indiscriminatamente di una formula di giuramento comportante l’assunzione di responsabilità davanti a Dio» - che a suo tempo determinò l’addizione “se credente” alle formule del giuramento nel c.p.c e nel vecchio c.p.p e, successivamente (nelle sentt. nn. 234/1984 e 278/1985), il persistente problema nei confronti di coloro che non possano ad alcun titolo prestare “giuramento” (non risolvibile dalla stessa Corte, in quanto suscettibile di una pluralità di soluzioni) - ha fatto presente[46] che, con il nuovo codice di procedura penale, il legislatore, tra le tante possibili alternative, ha optato per “l’impegno” solenne (e non per la diversificazione di formule - «opzione vigente in altri ordinamenti…pur non incompatibile con i principi costituzionali») e che tale soluzione «rappresenta un’attuazione, tra quelle possibili, del “principio supremo di laicità dello Stato”». In questo quadro la Corte avrebbe proceduto a sanare l’asimmetria (che chiama in gioco problemi di coscienza del testimone e non giustificabile in relazione alla struttura dei due processi) tra nuovo c.p.p e c.p.c, nel senso indicato dal legislatore. Una posizione quindi che, per quanto appena ricordato, almeno ufficialmente, parrebbe volersi porre in una dimensione di cautela e di ossequio al legislatore; per le implicazioni che le sono proprie, essa è stata però anche vista come espressione di un pericoloso ”nuovo corso” in tema di laicità. Infatti, nella trama della motivazione ricordata, una parte della dottrina ha scorto l’intento di optare, «almeno in linea di principio, per l’eliminazione dal nostro ordinamento dell’istituto del giuramento» (nella gerarchia dei valori costituzionali la libertà di coscienza prevalendo sui doveri, in conformità al principio di laicità)[47] e, nel far ciò, l’intento di privilegiare una certa accezione della laicità – ed è per questo che si sottolinea particolarmente questa decisione -, ritenuta da alcuni nettamente contrastante con il quadro costituzionale e con le prime pronunce della Corte in argomento. Si è infatti ritenuto che tale decisione non «salvaguardi la libertà delle fedi, secondo uno spirito laico, ma» sia espressione «di una scelta permeata dalla tendenza laicista» (corsivo nel testo): ciò perché «la garanzia della libertà della fede non risiede solo nella possibilità di non compiere atti contrari al proprio credo, ma anche (e soprattutto)… di realizzare la manifestazione della propria fede nella vita di relazione sociale all’interno della comunità statuale, e cioè: di potere svolgere anche i propri compiti istituzionali secondo la tradizione e i modelli che derivano dalla propria religione. Se si accetta questa premessa», la sent. n. 149, sopprimendo il giuramento del teste, «pur eliminando radicalmente il problema dell’obiettore credente», finisce «col sopprimere un atto – il “giuramento” – che è tipico del modo in cui, per altri credenti, si manifesta l’impegno solenne di assunzione di un ufficio pubblico, compreso quello di dire la “verità” in un processo. Una sentenza, pertanto, che dà ad uno quello che toglie all’altro»[48], affermandosi in generale che «tra la tutela della libertà religiosa prevista dalla Carta e la “laicità” propugnata dalla Corte esiste uno iato incolmabile, la prima tutela l’influenza del fattore religioso anche in atti della vita civile, la seconda tende alla sua soppressione»; e la Corte, in relazione alla sent. n. 149, «sarebbe venuta meno proprio al valore del “pluralismo confessionale”», non salvaguardando, accanto all’obiettore totale, «la previsione del giuramento e il pluralismo che intorno all’istituto si raccoglie»[49]. Emerge qui, ancora una volta, un problema non nuovo, cioè – vorrei dire - quello delle “pretese disomogee” in relazione alla rivendicazione e difesa di determinate situazioni soggettive (in questo caso: vulnus per chi si vede amputata la possibilità di giurare in nome della divinità rispetto al vulnus di chi, alla stregua delle sue convinzioni, non potrebbe comunque giurare; oppure, in altra ipotesi: vulnus di chi reclama di patire una discriminazione – seguire un’ora “in più” - rispetto ai non avvalentisi dell’insegnamento confessionale nella scuola pubblica, rispetto al vulnus di chi ritiene di per sé discriminante l’insegnamento confessionale nella scuola pubblica o comunque il dover restare a scuola a fare altro in quell’ora “in più”[50]). Basti peraltro, in questa sede, sottolineare la presa di posizione appena ricordata, perché essa scandisce bene una differenza di fondo, essenziale, tra diversi modi di intendere la laicità – se spinti alle estreme conseguenze quasi sicuramente inconciliabili – e sui quali si tornerà.
Alle considerazioni critiche sul suo modo di intendere il giuramento (e sulla presunta svalutazione del suo significato religioso, amputando la prospettiva di chi vi crede) la Corte ha – se così si può dire – replicato con la sent.. n. 334/1996 (Zagrebelsky)[51] – su cui si tornerà -, in tema di formula del giuramento decisiorio, con le seguenti affermazioni: a) il giuramento del teste (promissorio) è diverso da quello decisiorio (assertorio) e la soluzione a suo tempo trovata per il primo non può estendersi al secondo[52]; b) la Costituzione vieta formule di giuramento che ledano la libertà di coscienza, ma non esclude di per sé il giuramento (sottolineando il carattere di ossequio al legislatore della sent. n. 149/1995[53]; c) ciò che va eliminato dalla formula dell’art. 238 c.p.c. è «quando [essa] attribuisce al giuramento della parte un necessario significato religioso. Questo non equivale a “secolarizzarne” il significato. Un’eventuale statuizione in tal senso, a suo volta, potrebbe configgere con la coscienza dei credenti, rispetto ai quali il valore religioso del giuramento non può essere escluso. Significa invece operare nel senso di un ordinamento pluralista che, riconoscendo la diversità delle posizioni di coscienza, non fissa il quadro dei valori di riferimento e quindi né attribuisce né esclude connotazioni religiose al giuramento ch’esso chiama a prestare»[54]. Quindi – si afferma dalla Corte - il giuramento sopravvive alla secolarizzazione (pur se qualcuno potrebbe dire affievolito nel suo significato); la tutela della coscienza implica l’impossibilità di far riferimento tanto a Dio, quanto agli uomini (per evitare i riferimenti a presunta religione dell’umanità); ognuno – verrebbe da dire – giurerà alla stregua “di quanto ritiene più sacro”, in un quadro in cui l’intreccio tra libertà di coscienza e pluralismo delle concezioni e delle fedi assume un carattere particolarmente visibile, innovativo – rispetto al milieu culturale del passato – e, ancora una volta, suscitando, in qualcuno, decise contestazioni. Proprio la relativizzazione del giuramento emergente dalla sent. 334/1996 viene infatti criticata, ritenendola «tutt’altro che apprezzabile», in quanto non solo sminuirebbe i connotati di quell’atto solenne («divenuto una sorta di scatola vuota che ognuno può riempire a suo piacimento»), ma pure, più in generale, in quanto «rivolta a”neutralizzare” l’influenza del fattore religioso nella vita pubblica»[55]. Rispetto alla precedente sentenza sul giuramento decisorio (117/1979) si passerebbe dalla tendenza «all’accoglimento pubblico e manifesto da parte dell’ordinamento delle diverse fedi (e opinioni)» alla convinzione «che la convivenza tra “valori eterogenei” possa realizzarsi solo ove l’ordinamento non richieda un compiuto riconoscimento di questi (inclusivo di tutti i loro caratteri), che si estenda dalla sfera giuridica a quella sociale (e privata), ma si accontenti di significati indistinti e suscettibili di una pluralità di senso, e cioè: di significati indistinti», in omaggio ad una concezione debole del diritto, secondo la quale «le norme potrebbero assicurare solo un minimum di coesione sociale, in cui, pur non potendosi superare (con una disciplina positiva) i conflitti di valore, non si giunge a forme degenerative nella competizione tra i valori»; ciò non rappresenterebbe un accoglimento del pluralismo «che si realizza solo quando il diritto positivizza i valori di riferimento e ne disciplina la convivenza»[56]. e) Laicità/non confessionalità come principio di non aconfessionalità e “distinzione” degli ordini”.
Giungiamo, a questo punto, ai più recenti svolgimenti della giurisprudenza costituzionale in tema di laicità, anche se un accenno implicito (un po’ paradossale, in quanto volto ad armonizzare la disciplina del matrimonio concordatario con il principio di laicità) lo si può già rintracciare nella sent. n. 421/1993 (Mirabelli)[57], relativa alla riserva di giurisdizione esclusiva dei tribunali ecclesiastici in ordine alla nullità dei matrimoni concordatari (ritenendosi dal giudice remittente la l. n. 810/1929 in contrasto con l’art. 7, comma 1, Cost.), ove la Corte – in una non succinta sentenza di inammissibilità - afferma che «coerentemente con il principio di laicità dello Stato…in presenza di un matrimonio che ha avuto origine nell’ordinamento canonico e che resta disciplinato da quel diritto il giudice civile non esprime la propria giurisdizione sull’atto di matrimonio, caratterizzato da una disciplina conformata nella sua sostanza all’elemento religioso, in ordine al quale opera la competenza del giudice ecclesiastico»; il giudice dello Stato esprime la propria giurisdizione sull’efficacia civile di tali sentenze con la delibazione, permanendo la sua giurisdizione in ordine agli effetti civili[58]. Peraltro la già ricordata sent. 259/1990 (Caianiello)[59], nel rifiutare il carattere pubblicistico delle Comunità israelitiche («una sorta di “costruzione civile” di una confessione religiosa ad opera del legislatore statale»), pur non menzionando la distinzione degli ordini ma l’autonomia statutaria delle Confessioni acattoliche e, in generale, la laicità dello Stato, ne scorge il contrasto con quest’ultima, «sia che si manifesti in una penetrante ingerenza nel modo di essere e nelle attività delle comunità…, sia che si manifesti, reciprocamente, nell’attribuzione di poteri autoritativi che sono propri degli enti pubblici» tutto ciò facendo venir meno la salvaguardia della libertà di religione, in regime di pluralismo culturale e confessionale.
Nella già ricordata pronuncia [in particolare supra d)] 334/1996, sulla formula del giuramento decisorio, emerge, peraltro molto più nettamente, il profilo della «distinzione tra “ordini” distinti»[60] (che «caratterizza nell’essenziale il fondamentale o “supremo” principio di laicità o non confessionalità dello Stato» e «significa che la religione e gli obblighi morali che ne derivano non possono essere imposti come mezzo al fine dello Stato»[61]. Richiamandosi ai suoi precedenti (sent. n. 85/1963), la Corte afferma che la libertà religiosa non significa solo libertà da ogni coercizione per atti di culto da parte di soggetti di altre confessioni, ma esclude ogni imposizione «perfino quando l’atto di culto appartenga alla confessione professata da colui al quale esso sia imposto, perché non è dato allo Stato di interferire, come che sia, in un “ordine” che non è il suo… se non ai fini e nei casi espressamente previsti dalla Costituzione». Non si tratta quindi solo della protezione della coscienza dei non credenti (si aggiunge quindi un argomento, in questa sede ancor più sottolineato, a quello della tutela della coscienza) «i quali non possono essere obbligati al compimento di atti il cui significato contrasti con le loro convinzioni». Qui, infatti, «è in causa la natura stessa dell’essere religioso,…che, nell’ordine civile,…può essere solo manifestazione di libertà. Qualunque atto di religione e delle sue istituzioni rappresenta sempre per lo Stato esercizio della libertà dei propri cittadini; manifestazione di libertà che, come tale, non può essere oggetto di una sua prescrizione obbligante, indipendentemente dall’irrilevante circostanza che il suo contenuto sia conforme, estraneo o contrastante rispetto alla coscienza religiosa individuale. In ordine alla garanzia costituzionale della libertà di coscienza non contano dunque i contenuti. Credenti e non credenti si trovano perciò esattamente sullo stesso piano rispetto all’intervento prescrittivo, da parte dello Stato, di pratiche aventi significato religioso; esso è escluso comunque, in conseguenza dell’appartenenza della religione a una dimensione che non è quella dello Stato e del suo ordinamento giuridico, al quale spetta soltanto il compito di garantire le condizioni che favoriscano l’espansione della libertà di tutti e, in questo ambito, della libertà di religione». Da tutto quanto precede (configurazione costituzionale del diritto individuale alla libertà di coscienza nell’ambito della religione; «distinzione dell’”ordine” delle questioni civili da quello dell’esperienza religiosa»[62]) [63] ne segue che allo Stato è fatto «divieto di ricorrere a obbligazioni di ordine religioso per rafforzare l’efficacia dei suoi precetti». Si richiama a questo proposito il principio di laicità («o non confessionalità», come aggiunge la sentenza), caratterizzato, «nell’essenziale», dalla ricordata «distinzione di “ordini” distinti», il cui significato è che «la religione e gli obblighi morali che ne derivano non possono essere imposti come mezzo a fine dello Stato». La formula del giuramento decisorio (non atto di culto ma atto avente significato religioso, non imposto dalla legge, «ma pur sempre oggetto di una prescrizione legale alla quale la parte si trova sottoposta, con conseguenze negative») risulta quindi violare la libertà di coscienza, ma «è altresì violata la distinzione, imposta dal principio di laicità o non confessionalità dello Stato, tra l’”ordine” delle questioni civili e l’”ordine” di quelle religiose» (dovendo il giudice ammonire sull’importanza religiosa del giuramento). Per la diversità di istituti non è possibile alla Corte trasporre la formula del giuramento dei testimoni a quello decisorio, che può essere riscritta solo dal legislatore; di conseguenza la Corte pronuncia una sentenza riduttiva caducatoria di pezzi di testo (limitatamente alle parole «davanti a Dio e agli uomini» e ad altro ulteriore inciso). In relazione alla formula del giuramento, ciò – lo si è prima sottolineato - «non equivale a secolarizzarne il significato. Un’eventuale statuizione in tal senso, a sua volta, potrebbe confliggere con la coscienza dei credenti, rispetto ai quali il valore religioso del giuramento non può essere escluso. Significa invece operare nel senso di un ordinamento pluralista che, riconoscendo la diversità delle posizioni di coscienza, non fissa il quadro dei valori di riferimento e quindi né attribuisce né esclude connotazioni religiose al giuramento ch’esso chiama a prestare». Il pezzo di testo fatto cadere, viene affermato nella sentenza, riguarda, conformemente allo svolgersi delle argomentazioni precedenti, tanto Dio, quanto gli uomini, perché si vuole dalla Corte – come già ricordato in precedenza - evitare il riferimento «ad una sorta di religione dell’umanità», e perché, «mantenendosi il riferimento a un solo contenuto di valore, implicitamente si escluderebbero tutti gli altri, con violazione della libertà di coscienza dei credenti» [vedi già peraltro, retro, lett. d)].
D’altronde, in una prospettiva più generale, «la Costituzione esclude che la religione possa considerarsi strumentalmente rispetto alle finalità dello Stato e viceversa [sentt. 334/1996 e 85/1963, nonché 203 del 1989]»[64].
f) Laicità/non confessionalità come equidistanza ed imparzialità
Nella già ricordata [supra c)] sent. n. 329/1997, il «principio costituzionale della laicità o non-confessionalità dello Stato…. non significa indifferenza di fronte all’esperienza religiosa ma comporta equidistanza e imparzialità della legislazione rispetto a tutte le confessioni religiose»[65]. Qui, all’originaria valorizzazione del pluralismo “attivo” – non scevro da possibili differenziazioni (in particolare se espresse dalla normativa bilaterale), pur garantendosi a tutti un plafond minimo -, si aggiunge la specificazione di un pluralismo basato sull’imparzialità e sull’equidistanza, che ben può legarsi anche con il principio di “distinzione degli ordini”, già ricordato. Il tutto si conferma e specifica nella sentenza di accoglimento n. 508/2000 (Zagrebelsky)[66], ove si dichiara – alla stregua degli artt. 3 e 8 Cost.(in relazione, in particolare, al comma 1) - l’incostituzionalità dell’art. 402 c.p. (vilipendio alla religione di Stato). Richiamato il significato politico-istituzionale di tale espressione (per cui il cattolicesimo era assunto ad «elemento costitutivo della compagine statale e, come tale, formava oggetto di particolare protezione anche nell’interesse dello Stato»), si ricorda che proprio le ragioni che giustificavano il citato art. 402 in tale contesto originario sono quelle che ne determinano l’incostituzionalità in quello attuale. Ex art. 3 e 8 Cost. «l’atteggiamento dello Stato non può che essere di equidistanza e imparzialità nei confronti» di tutte le confessioni religiose, senza alcuna rilevanza del dato quantitativo o delle reazioni sociali conseguenti alla violazione dei loro diritti, «imponendosi la pari protezione della coscienza di ciascuna persona che si riconosce in una fede quale che sia la confessione di appartenenza», ferma restando la possibilità di rapporti bilaterali differenziati ex artt. 7 e 8 Cost. «Tale posizione di equidistanza e imparzialità è il riflesso del principio di laicità… che assurge al rango di “principio supremo” (sentt. nn. 203 del 1989, 259 del 1990, 195 del 1993 e 329 del 1997), caratterizzando in senso pluralistico la forma del nostro Stato, entro il quale hanno da convivere in eguaglianza e libertà, fedi, culture e tradizioni diverse (sent. n. 440 del 1995)». Queste conclusioni sono progressivamente maturate a seguito della revisione del Concordato e del venir meno del principio della religione cattolica come sola religione di Stato e della successiva stipulazione di Intese; di qui «la generale richiesta allo Stato di una sua disciplina penale equiparatrice, o nel senso dell’assicurazione delle parità di tutela penale…, o nel senso che la fede non necessita di tutela penale diretta». A fronte di tali svolgimenti l’art. 402 c.p. rappresenta un anacronismo. Non è peraltro possibile che eliminare la norma in questione («sebbene il sopra evocato principio di laicità non implichi indifferenza o astensione dello Stato dinnanzi alle religioni ma legittimi interventi legislativi a protezione della libertà di religione»), in considerazione della riserva di legge in materia di reati e pene, che rende impossibili, in tali casi, le sentenze additive (cfr. sent. n. 440/1995). A questa impostazione, come già ricordato, sono state mosse forti critiche[67], in nome della rivendicazione di un’interpretazione del testo costituzionale (e del connotarsi del fenomeno religioso in una società pluralista) ove l’aconfessionalità e la non ingerenza negli affari interni delle confessioni non significherebbe divieto di differenziazioni alla luce del radicamento di una certa confessione nel tessuto italiano e della tutela del patrimonio storico della nazione: si riproporrebbe così il criterio “sociologico” (e quantitativo) da cui la Corte ha, fino ad ora, sempre più preso le distanze.
Nella successiva sentenza di incostituzionalità (dell’art. 405 c. p., per la diversità di pena tra turbamento delle funzioni religiose di culto cattolico o di altri culti ammessi, pareggiando la pena al livello più basso, ex art. 406 c. p.) n. 327/2002 (Mezzanotte)[68], si richiama la precedente pronuncia n. 329/1997 (e la posizione della Corte di Cassazione, di cui all’ordinanza di rimessione, sul contrasto con il principio supremo di laicità, che richiede l’equidistanza e l’imparzialità dello Stato nei confronti di tutte le religioni) e si afferma che «il principio fondamentale di laicità dello Stato, che implica equidistanza e imparzialità verso tutte le confessioni, non potrebbe tollerare che il comportamento di chi impedisca o turbi l’esercizio delle funzioni, cerimonie o pratiche religiose di culti diversi da quello cattolico, sia ritenuto meno grave di quello di chi compia i medesimi fatti ai danni del culto cattolico».
Muovendo dalle «esigenze costituzionali di eguale protezione del sentimento religioso che sottostanno alla equiparazione del trattamento sanzionatorio per le offese recate alla religione cattolica, sia alle altre religioni», da ultimo la Corte - sent. 168/2005 (Neppi Modona)[69] perviene alla declaratoria di incostituzionalità, con sentenza additiva, del reato di offese alla religione dello Stato mediante vilipendio di chi la professa o di un ministro del culto, equiparando “verso il basso” la sanzione penale. La sentenza porta a compimento l’equiparazione in materia di reati contro la religione (dal pareggiamento delle sanzioni per le offese alla religione di Stato, punite più gravemente di quelle rivolte contro i culti ammessi, mediante vilipendio di cose – sent. 329/1997 -, alla dichiarazione di incostituzionalità del vilipendio alla religione di Stato – sent. 508/2000 -, al pareggiamento delle sanzioni per quanto riguarda il turbamento di funzioni religiose – 327/2002 -) saldando la eguale protezione del sentimento religioso, ancora una volta, con «il principio di laicità o non-confessionalità dello Stato…., che implica, tra l’altro, equidistanza e imparzialità verso tutte le religioni».
L’affermazione dell’equidistanza/imparzialità nel nome della aconfessionalità dello Stato – che, pur non emergendo in primo piano (essendo preferiti altri argomenti), potrebbe dirsi fosse già sottesa alle sentenze in materia urbanistica regionale che ripudiavano la differenza tra confessioni con e senza intesa [vedi retro a)] - parrebbe peraltro mitigata, nel corso del tempo, da quelle pronunce in materia fiscale, le quali, a seguito dell’applicazione del criterio della ragionevolezza e in connessione con le questioni di difficile armonizzazione del diritto pattizio con quello unilaterale, non hanno dichiarato ingiustificati determinati trattamenti differenziati tra confessioni.
Così è stato in relazione alla sentenza 178/1996 (Granata)[70] di inammissibilità di una questione relativa alla normativa ordinaria inerente la non deducibilità dal reddito, ai fini IRPEF, di erogazioni liberali dei fedeli a favore delle Confessioni senza intesa. Il giudice a quo ha riscontrato anzitutto la sospetta violazione del principio di eguaglianza sotto il profilo dell’illegittima discriminazione sia tra confessioni religiose che tra singoli fedeli, in ragione o meno della sussistenza dell’intesa, elemento non idoneo a giustificare la disciplina differenziata rispetto alla deducibilità delle erogazioni. Per la Corte, trattandosi di materia relativa a discipline di attuazione di intese, tra loro «nient’affatto sovrapponibili integralmente», mancherebbe il modello univoco che possa estendersi alla confessione senza intesa. La possibilità di estensione del beneficio sarebbe quindi comunque preclusa dalla mancanza di «quella disciplina, posta da una legge comune», sussistente invece, ad esempio, in relazione alla pronuncia 195/1993; mentre, nel caso in oggetto, si rintracciano solo «distinte disposizioni specifiche, aventi ciascuna un significato precettivo variamente modulato; contenuto che per tale specifica sua connotazione rende appunto in limine inutile - e quindi inammissibile – lo scrutinio di costituzionalità». E’ stato peraltro convincentemente affermato che – al di là delle indubbie differenze tra il caso appena ricordato e quello della sent. 195/1993 -, «il limite per lo Stato di intervenire “promozionalmente” nel godimento della libertà dei cittadini» comporta che, «al potere civile, in caso di simili interventi, non si dà la possibilità di scindere una categoria generale, quale quella di “libertà religiosa” – ovvero di “interessi” o “bisogni religiosi”-, in tante categorie “soggettive” di questa o quella confessione religiosa, pena la violazione del principio di eguaglianza», dovendosi censurare la deriva (che tramuta le intese in atti di «misericordia» e/o di cedimento dello Stato e la loro correlativa esigenza di differenziazione in «nicchie» di privilegio al riparo dal giudice delle leggi) che ha fatto di certe esigenze assolutamente generali per le Confessioni religiose, come le esigenze di culto (che dovrebbero quindi poter essere estensibili, con pronuncia additiva), una materia ingiustificatamente trattata dal diritto speciale bilaterale[71]. Così pure è stato per la successiva sent. n. 235/1997 (Zagrebelsky)[72], che dichiara infondata la questione relativa ad una presunta disparità di trattamento, relativamente all’esenzione dell’Invim decennale, degli immobili appartenenti a benefici ecclesiastici cattolici e poi agli Istituti per il sostentamento del clero rispetto a quelli delle comunità ebraiche; qui, in un obiter[73], si legge che le differenze naturalmente riscontrabili nei contenuti delle discipline bilaterali e che giustificano, entro la ragionevolezza (sulla cui sussistenza, nel caso specifico, si potrebbe avanzare più di un dubbio[74]), differenziazioni nella legislazione unilaterale, sono «espressioni di un sistema di relazioni che tende ad assicurare l’eguale garanzia di libertà e il riconoscimento delle complessive esigenze di ciascuna di tali confessioni, nel rispetto della neutralità dello Stato in materia religiosa nei confronti di tutte».
Va da ultimo segnalata – anche se non pare aggiungere novità a quanto fin qui ricordato – l’ordinanza della Corte Costituzionale (127/2006), con la quale essa considera inammissibile un conflitto di attribuzione relativo all’esposizione del crocifisso nelle aule giudiziarie (proposto da un magistrato con funzioni di giudice monocratico presso il Tribunale di Camerino [su tale vicenda vedi infra, §. 4]) per carenza di requisito soggettivo ed oggettivo. In ordine al primo aspetto il ricorrente (che ha reiterato richieste di rimozione del simbolo e si è persino, da una certa data, astenuto dalle udienze) lamenta, nell’esposizione del crocifisso «un’illegittima invasione della sfera di competenza del potere giurisdizionale da parte del potere amministrativo», derivante dall’apposizione dei crocifissi nelle aule giudiziarie, mentre dovrebbe ritenersi «inibita al Ministro l’apposizione di qualsiasi simbolo che valga a connotare in modo partigiano o parziale l’esercizio dell’attività giurisdizionale da parte dei giudici… non potendo lo Stato… identificarsi in simboli religiosi di parte come il crocifisso, ma semmai in simboli che identificano l’unità nazionale e il popolo italiano (art. 12 della Costituzione)» La Corte nega peraltro la sussistenza dei requisiti soggettivo ed oggettivo, in quanto «un organo del potere giudiziario…è legittimato… a proporre conflitto, in quanto… esso sia attualmente investito» di un processo (ord. 144/2000) - e, oltretutto, il ricorrente si è astenuto dalle funzioni giurisdizionali da diversi mesi antecedenti alla proposizione del ricorso -; ed in quanto «il ricorso per conflitto… non prospetta in realtà alcuna menomazione delle attribuzioni costituzionalmente garantite agli appartenenti all’ordine giudiziario», limitandosi a manifestare un personale disagio del ricorrente.
3. Qualche considerazione d’insieme sulla giurisprudenza della Corte in tema di laicità.
Dall’esposizione che precede mi pare emergano una serie di linee di tendenza che riassumo come segue.
Fin dall’inizio la Corte costituzionale, ha congiuntamente sottolineato tanto il lato “positivo” della laicità (nel senso di un atteggiamento di “apertura” nei confronti del fenomeno religioso e nel senso della legittimità, sia pure in termini non discriminanti, di interventi a favore dei bisogni dei credenti e delle confessioni), quanto l’esigenza di piena tutela della libertà di coscienza, in ragione – lo si è già ricordato - della sua «priorità assoluta» e del suo «carattere fondante»[75].
Su questo tronco, sempre ribadito (per qualcuno, come si è ricordato, però discostandosene [cfr. retro, b) e d)]), si è poi sviluppata una giurisprudenza la quale: 1) ha confermato e consolidato il ripudio dell’argomento numerico e di quello sociologico, svincolando, in particolare, da tali argomenti il concetto di sentimento religioso, sempre più correlato, in generale, con la libertà di religione, da cui la necessità di «abbracciare allo stesso modo l’esperienza religiosa di tutti coloro che la vivono, nella sua dimensione individuale e comunitaria» e il sottolineare che «il superamento di questa soglia, attraverso valutazioni e apprezzamenti legislativi differenziati e differenziatori, con conseguenze circa la diversa intensità di tutela… inciderebbe sulla pari dignità della persona e si porrebbe in contrasto col principio costituzionale della laicità o non-confessionalità dello Stato» (sent. 329/1997, cit., ove ancora si afferma che «la protezione del sentimento religioso, quale aspetto del diritto costituzionale di libertà religiosa, non è divisibile. Ogni violazione della coscienza religiosa è sempre violazione di quel bene e di quel diritto nella sua interezza e tale dunque da riguardare tutti allo stesso modo, indipendentemente dalla confessione religiosa»; 2) ha conseguentemente valutato con particolare rigore e frequentemente censurato (almeno in relazione alla normazione non direttamente o indirettamente di natura bilaterale/pattizia) le differenziazioni tra le confessioni, tra credenti di religioni diverse (si pensi, emblematicamente, alle sentenze in tema di destinazione di aree ed erogazione di contributi in materia urbanistica; o a quelle in tema di reati contro la religione), tra questi, gli atei e gli agnostici (si pensi, emblematicamente, alle sentenze relative al giuramento); 3) ha sempre più sottolineato il valore (quale componente del principio di laicità) dell’equidistanza e dell’imparzialità;
4) e quello della «distinzione tra “ordini” distinti» (sent. 334/1996; nella sentenza 329/1997 affermandosi che «la Costituzione esclude che la religione possa considerarsi strumentalmente rispetto alle finalità dello Stato e viceversa [sentt. 334/1996 e 85/1963, nonché 203 del 1989]»). Quale è stato – viene ora da chiedersi, in una sorta di comparazione/verifica rispetto alla Corte - l’orientamento dei giudici comuni in tema di laicità ed, in particolare, quale l’effettivo impatto della giurisprudenza di Palazzo della Consulta sulle loro pronunce ? Un elemento di disomogeneità è dato dal fatto che le pronunce, in tema di laicità, dei giudici comuni (nei quali includo anche i pareri resi dal Consiglio di Stato) attengono in modo particolare ad un problema (quello dell’esposizione del crocifisso nei locali pubblici), di cui la Corte non ha potuto/voluto mai occuparsi. Peraltro è in relazione ai suoi orientamenti più generali che i giudici comuni si rapportano nell’esame della questione appena ricordata, per cui, su questa base, è ben possibile valutare la conformità/difformità delle loro pronunce rispetto a quanto nel tempo affermato dalla Corte costituzionale.
[45] Cit., 1246, punto 2 in diritto.
[46] Sent. cit., 1247-1248, punto 3 in diritto.
[47] P. SPIRITO, Il giuramento assertorio davanti alla Corte Costituzionale (nota alla sent. n. 149/1995, in Giur. Cost., 1252 segg., in particolare 1256.
[48] S. MANGIAMELI, La «laicità» dello Stato tra neutralizzazione del fattore religioso e «pluralismo confessionale e culturale» (a proposito della sentenza che segna la fine del giuramento del teste nel processo civile), in Dir. Soc., 1997, 27 segg., in particolare 35 e 28, nota 5, corsivi miei, con ulteriori ed ampi svolgimenti critici (37 segg.) sulla nozione di laicità individuata dalla Corte.
[49] Op. ult. cit., corsivo nel testo.
[50] Richiamo, al proposito, G. G. FLORIDIA-S. SICARDI, Dall’uguaglianza dei cittadini alla laicità dello Stato. L’insegnamento confessionale nella scuola pubblica tra libertà di coscienza, pluralismo religioso e pluralità delle fonti, in Giur. Cost., 1989, II, 1086 segg., in particolare 1109.
[51] In Giur. Cost., 1996, 2919 segg.
[52] Sent. cit. 2923-2924, punto 5.1. in diritto.
[53] Sent. cit. 2924, punto 5.2. in diritto.
[54] Sent. cit. 2924-2925, punto 6.1. in diritto.
[55] S. MANGIAMELI, Il giuramento decisiorio fra riduzione assiologia e ideologizzazione dell’ordinamento (nota a sent. 334/1996), in Giur. Cost., 1996, 2928 segg., in particolare 2928-2929, corsivi nel testo.
[56] S. MANGIAMELI, Il giuramento decisorio, cit., 2933-2934, corsivi nel testo.
[57] In Giur. Cost., 1993, 3469 segg., in particolare 3475-3476, punto 4 in diritto.
[58] Vedi forse anche sent. 329/2001, Bile, in Giur. Cost., 2001, 2779 segg, in particolare 2793 segg., punti 7.1 e 7.3 in diritto, ma molto implicitamente.
[59] In Giur. Cost., 1990, 1542 segg., in particolare 1548, punto 3.2. in diritto (e già ricordata retro, nota 26).
[60] In proposito, di recente, l’approfondito lavoro di J. PASQUALI CERIOLI, L’indipendenza dello Stato e delle confessioni religiose. Contributo allo studio del principio di distinzione degli ordini nell’ordinamento italiano, Milano, Giuffrè, 2006.
[61] Sent. cit., 2922, punto 3. 2. in diritto.
[62] Che, è stato sottolineato, «viene descritto come il carattere essenziale del principio di laicità dello Stato» (G. DI COSIMO, La Corte, il giuramento e gli obiettori (nota alla sent. 334/1996), in Giur. Cost., 1996, 2935 segg., in particolare 2944.
[63] Sent. cit., punti 2 e segg. in diritto, 2922 segg.
[64] Corte cost., cit. 329/1997, cit., 3339, punto 2 in diritto.
[65] Sent. cit., 3340, punto 2 in diritto, sottolineatura mia.
[66] In Giur. Cost., 2000, 3965 segg., punti 3 e 4 in diritto, sottolineature mie.
[67] Cfr. retro nota 30, M. OLIVETTI, Incostituzionalità, cit.
[68] In Giur. Cost., 2002, 2522 segg., in particolare 2524, punto 2 in diritto.
[69] In Giur. Cost., 2005, 1379 segg,
[70] In Giur. Cost, 1996, 1635 segg.
[71] A. GUAZZAROTTI, L’«inammissibile», cit, in particolare,1648-1649, 1651, 1658-1659 (sul problema delle materie concordabili anche nota a 235/1997 ed ivi nota 20, CASUSCELLI).
[72] In Giur. Cost., 1997, 2228 segg.
[73] In particolare, sent. cit., 2240, punto 4 in diritto.
[74] A. GUAZZAROTTI, L’esenzione dall’INVIM decennale in favore delgi Istituti per il sostentamento del clero: un privilegio in cerca di giustificazione, nota alla sent. 235/1997, cit., 2242 segg.; ma si veda anche N. COLAIANNI, L’esenzione dall’i.n.v.i.m. decennale: un segno di contraddizione nel trattamento tributario degli enti ecclesiastici, in Foro it., 1985, I, 1918 segg.
[75] Richiamo alla sent. n. 467/1991, in Giur. Cost., 1991, 3805 segg., in particolare 3813 segg. punto 4 in diritto e successive in tema.