Source: http://www.giurisprudenzapenale.com/2019/07/14/osservazioni-a-prima-lettura-sulla-sentenza-delle-sezioni-unite-sulla-rilevanza-penale-della-commercializzazione-di-prodotti-derivati-dalla-cannabis-sativa-light/
Timestamp: 2020-02-26 13:38:13+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 17', 'art. 73', 'art. 4', 'art. 14', 'art. 26', 'art. 27', 'art. 73', 'art. 26', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 73', 'sentenza ', 'art. 73', 'art. 14', 'sentenza ', 'art. 157']

Osservazioni a prima lettura sulla sentenza delle Sezioni Unite sulla rilevanza penale della commercializzazione di prodotti derivati dalla Cannabis Sativa light - Giurisprudenza penale
di Carlo Alberto Zaina e Giacomo Bulleri
Cassazione Penale, Sezioni Unite, 10 luglio 2019 (ud. 30 maggio 2019), n, 30475
1. Le motivazioni della sentenza n. 30475/2019 delle Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione hanno elaborato il seguente principio di diritto: “La commercializzazione al pubblico di cannabis sativa L. e, in particolare, di foglie, infiorescenze, olio, resina ottenuti dalla coltivazione della predetta varietà di canapa, non rientra nell’ambito di applicazione della legge n. 242 del 2016, che qualifica come lecita unicamente l’attività di coltivazione di canapa delle varietà iscritte al Catalogo comune delle specie delle piante agricole, ai sensi dell’art. 17 della direttiva 2002/53/CE del Consiglio del 13 giugno 2002 e che elenca tassativamente i derivati della predetta coltivazione che possono essere commercializzati”, sicchè la cessione, la vendita, e in genere la commercializzazione al pubblico dei derivati dalla coltivazione della cannabis sativa L., quali foglie, inflorescenze, olio, resina, son condotte che integrano il reato di cui all’art. 73, d.P.R. n. 309/1990, anche a fronte di un contenuto di THC inferiore ai valori indicati dall’art. 4, commi 4 5 e 7, legge n. 242 del 2016, salvo che tali derivati siano in concreto privi di ogni efficacia drogante o psicotropa, secondo il principio di offensività”.
Con tale finalità la Corte ricostruisce l’ambito del T.U. Stupefacenti rilevando come, in sostanza, la “cannabis ed i prodotti da essa ottenuti” siano inclusi in tabella II dall’art. 14, c. 1, lett. b) del T.U. e che tale tabella II include tra le sostenze vietate “cannabis (foglie e infiorescenze), cannabis (olio) e cannabis (resina)”, nonché le preparazioni contenenti dette sostanze in conformità alle modalità di cui alla tabella dei medicinali.
L’art. 26 costituisce poi l’eccezione consentendo la coltivazione di cannabis “esclusivamente per la produzione di fibre o per altri usi industriali, diversi da quelli indicati dall’art. 27, consentiti dalla normativa dell’Unione Europea”. L’art. 73 poi vieta ogni forma di produzione, cessione, impiego di cannabis prevedendo tali condotte come reato. Per le Sezioni Unite, insomma, la cannabis è unica e rientra tra gli stupefacenti senza distinzioni ad eccezione delle destinazioni di cui all’art. 26.
Fin qui sembrerebbe tutto semplice se non fosse per la necessità di definire con chiarezze il rapporto di regola/eccezione, che risulta palesemente carente in 2 punti:
1) Sono eccettuate dal T.U. Stupefacenti le destinazioni per produzioni di fibre “o per altri usi industriali consentiti dall’Unione Europea”. Ma quali sono tali altrui usi industriali?
Le Sezioni Unite hanno menzionato tutta una serie di norme (Direttiva 2002/53/CE del 13.06.2002, Reg (UE) n. 1307/2013 del 17.12.2013 ed il Reg (UE)n. 639/2014), ma ha omesso i riferimenti alle norme che più di ogni altra caratterizzano la canapa a livello comunitario e ne forniscono una chiara definizione ed il conseguente corretto inquadramento giuridico, ossia:
a) il TFUE (Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea) 2012/C pubblicato in Gazz. Uff n. C 326 del 26/10/2012, che nell’allegato I, alla lettera a) prodotti agricoli cui si applicano le disposizioni del medesimo Trattato, ricomprende la “canapa (cannabis sativa) greggia, macerata, stigliata, pettinata o altrimenti preparata, ma non filata”.
b) il Regolamento di Esecuzione (UE) n. 2015/220 della Commissione del 3.02.2015 recante modalità di applicazione del regolamento (CE) n. 1217/2009 del Consiglio relativo all’istituzione di una rete d’informazione contabile agricola sui redditi e sull’economia delle aziende agricole nell’Unione europea menziona espressamente la “canapa” tra le piante industriali.
Tale “omissione” rappresenta una lacuna estremamente grave dal momento che costituisce una delle eccezione indicate dalle stesse SS.UU. alla generica applicabilità della disciplina del T.U. Stupefacenti ossia “gli altri usi consentiti dalla normativa dell’Unione europea”.
2) La configurabilità del reato è comunque subordinata all’offensività della condotta che dovrà essere valutata nel caso in concreto dal Giudice.
I) Per le destinazioni di cui all’art. 2 della L. n. 242/2016 ossia:
Tali prodotti erano e sono, pertanto, pienamente leciti.
Ad esempio, non potrà ricadere nella norma penale l’attività di trasformazione di canapa per produrre alimenti, cosmetici o gli altri usi indicati.
In sostanza, è percepile l’intento delle Sezioni Unite di “reprimere” il fenomeno della cd. cannabis light, ma non bisogna fare confusione tra il fenomeno della “cannabis light” e gli altri prodotti ottenibili dalla filiera.
Se da un lato la legge non prevede di vendere infiorescenze per “uso tecnico” (ma neanche lo vieta), dall’altro, certamente la Cassazione non può escludere le destinazioni lecite previste dalla legge o dalla normativa UE. E tra queste il florovivaismo, all’interno del quale sicuramente rientra l’attività di produzione e vendita di piante e fiori ornamentali, in quanto di per sé, proprio perché ornamentali (quindi destinate ad adornare una casa o un giardino) non sono destinate ad essere ingerite o consumate in alcun modo; ergo non possono produrre alcun effetto drogante.
Del pari anche i cannabinoidi non psicoattivi (CBD, CBG, CBN, CBC ecc.) non avendo alcuna efficacia drogante o psicotropa si ritiene possano essere prodotti ed ottenuti per trasformazione dalla canapa purchè destinati alle finalità di cui all’art. 2 della L. n. 242/2016 sopra elencati.
II) Le destinazioni per la produzione di fibra o per gli altri usi industriali consentiti dalla normativa comunitaria.
In realtà, sia il richiamo all’offensività, che l’uso dell’aggettivo “concreto”, non producono specifici ed auspicati effetti additivi, di carattere ermeneutico rispetto alla nozione di “efficacia drogante”, che rimane un mero enunziato astratto. Già di per sé, l’uso dell’aggettivo “concreto” pare superfluo per la elementare considerazione che la sussistenza dell’efficacia drogante del prodotto o è oggettivamente ravvisabile, oppure non lo è e non richiede espressioni rafforzative. Sarebbe servita da parte delle SSUU, piuttosto che vaghe e generiche locuzioni di principio, come si vedrà infra, l’indicazione di criteri definitori e probatori precisi.
Si osserva, poi, che il richiamo al carattere dell’offensività della condotta – quale categoria specifica dell’antigiuridicità – risulta citazione più pertinente rispetto alla condotta di coltivazione (quella ricadente come illecita nella previsione dell’art. 73 dpr 309/90), che a quella esaminata in questa sede.
Il concetto di offensività, infatti, si propone come sintesi giuridica che, per la sua operatività (od inoperatività) ricomprende tutta una serie di paradigmi, che a quella in esame. Non a caso, le SSUU introducono nella trattazione, la nozione di offensività, muovendo dall’esame della condotta di coltivazione (illecita), attraverso il richiamo alla nota sentenza n. 28605 del 24.4.2008 (anch’essa SSUU), per, poi, assumere l’accertamento di questa specie dell’antigiuridicità, come regola di carattere generale e risolutivo.
Ma, al di là della non pertinenza del riferimento alla coltivazione illecita (situazione completamente differente dal commercio di derivati della canapa sativa L) così non può essere, a meno che non si faccia derivare il concetto di offensività da un parametro sufficientemente certo e, comunque, privo di astrattezza. La Corte, invece, rimane (volutamente?) in una situazione di vaghezza, di limbo, ribadendo, più volte e con accenti di natura monocorde, il monito che il commercio dei derivati della cannabis sativa L integra ex se la fattispecie criminosa di cui all’art. 73 co. 4 dpr 309/90.
Da un lato, è evidenziata la circostanza che l’emanazione della L. 79/2014 (conversione del dl 36/2014) ha modificato il testo della tabella II, cui fa obbligatorio riferimento l’art. 14 dpr 309/90, eliminando la parola “indica” (prevista a fianco di cannabis, quale specificazione della sostanza vietata). Dall’altra, si afferma che la tabella II, citata, non riporta alcun riferimento alle concentrazioni di THC nel prodotto posto in commercio.
Relativamente alla seconda osservazione, essa non tiene conto del valore puramente esemplificativo dell’indicazione, posto che pur nell’assenza formale di indicazioni specifiche di livelli penalmente rilevanti di THC, opera il parametro della soglia di efficacia drogante (cui proprio i supremi giudici si richiamano)[1].
In primo luogo, si osserva che non vi è inversione dell’onere della prova e che, pertanto, deve essere sempre l’accusa a dimostrare l’illiceità del prodotto. Questo aspetto è fondamentale sul piano procedimentale, con particolare riferimento alle cd. regole di ingaggio da seguire da parte delle ff.oo. in sede di perquisizione (sia di iniziativa, che su decreto dell’AG).
In realtà anche l’implicita delegazione che la Corte di legittimità pare rilasciare al giudice di merito. per dirimere, questione per questione, il problema, necessita l’utilizzo di parametri precisi e non già di quelle soluzioni astratte od empiriche che le SSUU prospettano. Appare, quindi, evidente il limite del ragionamento trasfuso in sentenza, che non offre una soluzione chiara che si caratterizzi per costanza e coerenza, atteso, inoltre, che i giudici ricusano (ed omettono di considerare) le metodiche funzionali alla prova, adottate da oltre trent’anni sia dalla stessa Corte, che dai giudici di merito.
La situazione delineata impone la stringente necessità di riempire di contenuti concreti l’indicazione delle SSUU e di adottare paradigmi, che, in attesa di futuri interventi normativi (se mai ci saranno) fissino con sufficiente chiarezza la linea di discrimine fra non drogante e drogante. Come detto, sin dal 1989 si è verificata una iniziale convergenza fra studi tossicologici e giurisprudenza, che ha portato ad individuare la percentuale di THC dello 0,5% come limite oltre il quale si concretizza l’effetto drogante.
Si precisa, inoltre, che tale limite minimo è stato riaffermato da studi della Fondazioneveronesi.it. Invero, la valenza del dato percentile, considerato in sé, è stata sorprendentemente e discutibilmente sminuita dalla Corte (“ciò che occorre verificare non è la percentuale di principio attivo c0ntenuto nella sostanza ceduta”). Una valutazione più completa e ponderata (che non può azzerare i dati scientifici sopra richiamati) induce, invece, a ritenere che l’accertamento del dato percentuale debba essere ritenuto un punto di partenza nell’investigazione scientifica.
Consegue da questa premessa che è plausibile, non tanto esclude a priori, quanto completare il dato percentile con un ulteriore utile elemento, che, ad avviso di chi scrive, perfeziona il concetto di efficacia drogante. Esso attiene al peso della dose di THC necessaria, per produrre reali effetti droganti, che la comunità scientifica ha collocato in una forbice compresa fra i 5 ed i 20 mg.
della percentuale di THC[2],
[1] A tacere della indubbia plateale ed ingiustificata contraddizione che emerge dalla scelta di inserire in tabella I il THC, principio attivo della cannabis sia come Delta8 che come Delta9 e prevedere la cannabis in tabella II.
[2] L’accettazione anche del criterio percentuale costituisce, invece, elemento di chiarezza e stabilizzazione in sede processuale. Si pensi solo all’ipotesi tutt’altro che peregrina che la singola confezione presenti una percentuale di THC ben superiore al limite soglia dello 0,5%, ma che al contempo il peso del principio attivo risulti espresso in limiti inferiori ai 10/15 mg. . Quid iuris?
C. A. Zaina – G. Bulleri, Osservazioni a prima lettura sulla sentenza delle Sezioni Unite sulla rilevanza penale della commercializzazione di prodotti derivati dalla Cannabis Sativa light, in Giurisprudenza Penale, 2019, 7-8
13 Maggio 2016 Sull’imprescrittibilità dei delitti punibili con l’ergastolo commessi prima della modifica dell’art. 157 c.p.