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Timestamp: 2019-08-23 12:07:40+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 4', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 46', 'art. 8', 'art. 12', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 93', 'art. 52', 'art. 51', 'art. 2751', 'art. 54', 'art. 2751', 'art. 2749', 'art. 54', 'art. 2751', 'art. 2222', 'art. 2751', 'art. 2777', 'art. 2751', 'art.2751', 'art. 2776', 'art. 1', 'art. 78']

Trasformazione del Rapporto di Lavoro da Part Time a Tempo Pieno e Diritto di Precedenza
La trasformazione del rapporto di lavoro a tempo parziale in rapporto a tempo pieno, essendo considerata dal legislatore vantaggiosa per il dipendente, richiede solo l’accordo tra le parti, ovvero un comportamento concludente, senza obblighi di forma o di convalida in sede amministrativa presso la Direzione Provinciale del Lavoro, oggi Direzione Territoriale del Lavoro (Min. Lav. Circ. 18 marzo 2004, n. 9, punto 6).
Il rapporto di partenza può essere rappresentato da un part time verticale o da un part time orizzontale. Per dettagli sulle differenze tra le due tipologie è possibile vedere questa guida sul part time su questo blog.
L’avvenuta trasformazione del rapporto va però comunicata, a cura del datore di lavoro, al Centro per l’impiego competente in relazione alla sede di lavoro nel termine di 5 giorni, mediante l’apposita procedura on line. (art. 4-bis, co. 5, lett. c), D.Lgs. 21 aprile 2000, n. 181, come modificato dall’art. 5, co.4, L. 4 novembre 2010, n. 183, c.d. Collegato lavoro; Min. Lav. Circ. n. 9/2004, punto 5; 24 novembre 2003, n. 37, punto 4; 7 aprile 2003, n. 12, punto 5; Min. Lav. Nota n. 440/2007).
Rifiuto del lavoratore. L’eventuale rifiuto del lavoratore di sottoscrivere l’accordo di trasformazione non costituisce giustificato motivo di licenziamento (art. 5, co. 1, primo periodo, D.Lgs. n. 61/2000.
Diritto di precedenza verso il tempo pieno in favore del dipendente originariamente assunto a tempo parziale. In caso di assunzione di lavoratori a tempo pieno, il contratto individuale di lavoro può prevedere un diritto di precedenza in favore del dipendente assunto a tempo parziale “fin dall’inizio”, senza trasformazioni, presso “unità produttive site nello stesso ambito comunale, adibiti alle stesse mansioni o a mansioni equivalenti” rispetto a quelle con riguardo alle quali è prevista l’assunzione (art. 5, co. 2, D.Lgs. n. 61/2000, come sostituito dall’art. 46, co. 1, lett. o), D.Lgs. n. 276/2003) [3].
Sanzione per violazione del diritto di precedenza. In caso di violazione del diritto di precedenza da parte del datore di lavoro, il lavoratore ha diritto al risarcimento del danno in misura corrispondente alla differenza tra l’importo della retribuzione percepita e quella che avrebbe percepito nei 6 mesi successivi al passaggio dal tempo parziale al tempo pieno (art. 8, co. 3, D.Lgs. n. 61/2000).
Diritto di precedenza verso il tempo pieno in favore del lavoratore originariamente assunto a tempo pieno, che abbia poi trasformato il rapporto di lavoro in part time. Il lavoratore che abbia trasformato il rapporto di lavoro a tempo pieno in rapporto di lavoro a tempo parziale ha un diritto di precedenza legale nelle assunzioni a tempo pieno per l’espletamento delle stesse mansioni ovvero equivalenti a quelle oggetto del contratto di lavoro a tempo parziale (art. 12-ter, D.Lgs. n. 61/2000, introdotto dall’art. 1, co. 44, lett. e), L. 24 dicembre 2007, n. 247). In questa ipotesi :
non è necessario uno specifico atto o patto tra le parti;
non è prevista alcuna specifica sanzione, in caso di violazione del diritto di precedenza;
è però possibile che il lavoratore provi l’esistenza di un danno risarcibile per l’omesso rispetto del diritto di precedenza.
Per consentire il corretto espletamento del diritto di precedenza, il datore di lavoro dovrà attivarsi nel comunicare al lavoratore l’intenzione di procedere alla trasformazione “verso il tempo pieno” e le mansioni di assegnazione.
Relativamente a tale diritto di precedenza legale, è stata evidenziata la mancata previsione di una scadenza temporale oltre che di un limite geografico (tanto da poter essere attuato presso tutte le unità produttive dell’azienda interessata) per l’esercizio del diritto stesso.
Pubblicato il gennaio 28, 2018 gennaio 31, 2018
Tutela dei Crediti di Lavoro nella Procedura Fallimentare
Nel nostro ordinamento, la sentenza dichiarativa di fallimento produce la disgregazione del complesso aziendale, che legittima il prestatore di lavoro insoddisfatto a presentare la domanda di ammissione al passivo, nelle forme e nei termini previsti dall’art. 93 della legge fallimentare (R.D. 16 marzo 1942, n. 267, e successive modifiche ed integrazioni).
La ratio sottesa alla procedura in oggetto risiede nell’esigenza di dare attuazione alla regola del concorso dei creditori sul patrimonio del fallito (c.d. principio della parità di trattamento: art. 52, co. 1, L.F., garantito dal generale divieto di azioni esecutive e cautelari individuali, previsto dall’art. 51 della legge fallimentare.
L’accertamento del passivo costituisce la fase centrale e più delicata della procedura fallimentare, in quanto essa è diretta ad accertare quali creditori hanno diritto di partecipare alle ripartizioni dell’attivo, l’ammontare dei loro crediti e le eventuali cause di prelazione.
Con particolare riferimento ai crediti di lavoro spettanti ai lavoratori subordinati, il legislatore ha attuato una peculiare disciplina al fine di offrire ampia tutela a tale categoria di creditori attraverso il riconoscimento di specifiche cause di prelazione.
In particolare, si è previsto che i crediti relativi alle retribuzioni dovute, sotto qualsiasi forma, ai prestatori di lavoro subordinato sono assistiti da un privilegio generale sui beni mobili del datore di lavoro, ai sensi e per gli effetti dell’art. 2751-bis, n. 1, cod.civ.
Tale privilegio riguarda non solo la retribuzione, ma anche tutte le indennità dovute per effetto della cessazione del rapporto di lavoro (ivi incluso il T.F.R., oltre che il credito del lavoratore per i danni conseguenti alla mancata corresponsione, da parte del datore di lavoro, dei contributi previdenziali ed assicurativi obbligatori, nonché il credito per il risarcimento del danno subito per effetto di un licenziamento nullo, annullabile o inefficace.
Il curatore fallimentare, tenuto ad accertare la sussistenza del privilegio, deve, in primo luogo, verificare l’effettività del rapporto di subordinazione, quale vincolo di dipendenza gerarchica e disciplinare del prestatore nei confronti del datore di lavoro: requisito che potrebbe difettare per alcuni soggetti, come, ad esempio, nel caso di soci o amministratori di società. E, successivamente, deve verificare la correttezza degli importi richiesti, sulla base di quanto documentato nelle buste paga, che il creditore avrà cura di produrre ed allegare al ricorso.
Il credito deve essere ammesso al lordo delle ritenute fiscali ed al netto di quelle previdenziali, spettando all’INPS la legittimazione a richiedere l’ammissione al passivo del credito previdenziale.
Il credito così determinato è soggetto a rivalutazione monetaria, da calcolare in base agli indici dei prezzi determinato dall’ISTAT e da conteggiare fino alla data in cui lo stato passivo diventa definitivamente esecutivo.
Per espressa previsione di legge (art. 54, co. 3, primo periodo, L.F.), il privilegio accordato ai crediti del prestatore di lavoro subordinato (art. 2751-bis, n. 1, cod.civ.) si estende anche agli interessi maturati nell’anno in corso alla data di dichiarazione del fallimento nonché nell’anno precedente (art. 2749 cod.civ.). Viceversa, gli interessi maturati successivamente alla dichiarazione del fallimento (c.d. interessi post fallimentari) sono collocati in privilegio nei limiti della misura legale “fino alla data del deposito del progetto di riparto nel quale il credito è soddisfatto, anche se parzialmente” (art. 54, co. 3, secondo periodo, L.F.).
Pertanto, la data finale di computo degli interessi è spostata “in avanti”, in considerazione del fatto che fra il realizzo del bene e la distribuzione del prezzo può intercorrere anche un notevole lasso temporale. In tal modo, gli interessi decorreranno fino alla data dell’effettivo pagamento.
Gli interessi e la rivalutazione monetaria che non vengano espressamente richiesti nella domanda di insinuazione al passivo non possono essere calcolati e pagati autonomamente dal fallimento in sede di riparto, né possono essere richiesti con domanda tardiva di insinuazione.
A seguito della proposizione della domanda di insinuazione del credito di lavoro, il curatore fallimentare può:
ammettere il credito nel passivo;
sollevare contestazioni in merito al credito;
proporre l’esclusione del credito.
In caso di contestazione, la controversia è decisa dal Giudice Fallimentare, organo competente a dirimere le questioni che sorgono in tale fase. Viceversa, nel caso di esclusione del credito, il lavoratore può proporre opposizione allo stato passivo da decidere nell’ambito di un giudizio a cognizione piena.
Anche i crediti da lavoro autonomo, maturati negli ultimi due anni di prestazione, godono di un privilegio generale di natura mobiliare (art. 2751-bis, n. 2, cod.civ.). Sono compresi in tale categoria i professionisti ed i prestatori d’opera, nonché tutte le attività riconducibili al tipo contrattuale delineato dall’art. 2222 cod.civ. Il curatore, appurato che il creditore rientri nella predetta categoria, è tenuto ad individuare ed applicare il limite temporale del privilegio che, per opinione pacifica, è invocabile per tutti i crediti inerenti all’ultimo biennio dell’attività professionale, ancorché anteriori al biennio precedente l’apertura della procedura concorsuale.
Una questione di notevole rilievo pratico attiene all’operatività del privilegio generale mobiliare previsto per i crediti di lavoro dall’art. 2751-bis cod.civ.
La norma di riferimento è l’art. 2777 cod.civ. che, in relazione all’ordine dei privilegi, colloca i crediti garantiti dal privilegio de quo subito dopo le “spese di giustizia” e i “crediti garantiti da pegno”. Inoltre, l’ultimo comma della citata disposizione richiama ulteriormente l’art. 2751-bis cod.civ., disponendo che i privilegi che altre leggi speciali collocano come preferiti ad ogni altro credito devono collocarsi sempre dopo le “spese di giustizia” e “i crediti di cui all’art.2751-bis cod.civ.”.
Ne consegue che il legislatore vuole garantire il diritto del prestatore alla retribuzione, laddove è in atto una procedura fallimentare, con un titolo di preferenza e prevalenza rispetto ai crediti degli altri soggetti ammessi al passivo (es. clienti e fornitori del datore di lavoro).
Ulteriore tutela per i crediti di lavoro è sancita dall’art. 2776 cod.civ., che prevede la c.d. collocazione sussidiaria sugli immobili, a norma del quale i crediti del prestatore di lavoro sono collocati sussidiariamente, in caso di infruttuosa esecuzione sui beni mobili del datore di lavoro, sul prezzo degli immobili, con preferenza rispetto ai creditori chirografari.
Con riferimento alla collocazione sussidiaria dei crediti di lavoro, va precisato che:
i crediti di lavoro vengono soddisfatti sempre dopo i creditori ipotecari e gli altri creditori titolari di privilegi immobiliari che hanno, dunque, un titolo di preferenza rispetto ai prestatori di lavoro;
nell’ordine dei privilegi, i crediti per il TFR e per l’indennità di mancato preavviso sono sempre soddisfatti con preferenza rispetto a tutti gli altri crediti di lavoro dipendente, nonché rispetto ai crediti spettanti agli Istituti previdenziali per il versamento dei contributi di previdenza e di assistenza.
Pubblicato il gennaio 7, 2018 gennaio 31, 2018
Violazioni Limiti Part Time nel Settore Edile
L’azienda edile che supera i limiti numerici contrattualmente previsti per il ricorso al part-time (art. 1, co. 3, D.Lgs. 25 febbraio 2000, n. 61), è irregolare e non può ottenere il rilascio del Documento Unico di Regolarità Contributiva (DURC).
Risulta essere quanto stabilito dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali con risposta all’Interpello 3 marzo 2011, n. 8, presentato dall’Associazione Nazionale Costruttori Edili (ANCE).
In effetti, il vigente c.c.n.l. Edilizia Industria 19 aprile 2010, disciplinando l’istituto del lavoro a tempo parziale, dispone che “fermo restando quanto previsto dalla legge, nelle more dell’adozione dei criteri di congruità da parte delle Casse edili, le parti stabiliscono che un’impresa edile non può assumere operai a tempo parziale per una percentuale superiore al 3% del totale dei lavoratori occupati a tempo indeterminato” e che “resta ferma la possibilità di impiegare almeno un operaio a tempo parziale, laddove non ecceda il 30% degli operai a tempo pieno dipendenti dell’impresa” (art. 78).
Il Ministero precisa che “una volta raggiunta l’indicata percentuale del 3% del totale dei lavoratori a tempo indeterminato nell’impresa, o superato il limite pari al 30% degli operai a tempo pieno dipendenti dell’impresa, ogni ulteriore contratto a tempo parziale stipulato deve considerarsi adottato in violazione delle regole contrattuali”.
In ogni caso, il limite del 3% è riferibile solo alle assunzioni a tempo parziale effettuate dopo l’entrata in vigore del nuovo c.c.n.l., rimanendo esclusi dalla contingentazione i contratti a tempo parziale già stipulati a tale data.