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Timestamp: 2020-04-05 03:44:55+00:00
Document Index: 6301473

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Sentenza Cassazione Civile n. 1277 del 19/01/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1277 del 19/01/2017
Cassazione civile, sez. III, 19/01/2017, (ud. 30/09/2016, dep.19/01/2017), n. 1277
sul ricorso 15821-2014 proposto da:
(OMISSIS) in persona dei rispettivi Ministri p.t., domiciliati ex
ricorso dei Medici, stralcio motivo 30;
p.1. I medici indicati in epigrafe, con capofila Ab.Ca. hanno proposto ricorso per cassazione contro la Presidenza del Consiglio dei ministri, il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, il Ministero della Salute e il Ministero dell’Economia e delle Finanze, avverso la sentenza del 29 aprile 2013, con cui la Corte di Appello di Roma ha provveduto in grado di appello su due appelli separatamente proposti e riuniti ed ha parzialmente riformato la sentenza resa in primo grado dal Tribunale di Roma nel marzo del 2008 sulla domanda da loro introdotta, unitamente ad altri medici, per il riconoscimento dell’adeguata remunerazione, in relazione alla frequenza di corsi di specializzazione medica nella situazione di inadempimento statuale dell’obbligo di recepimento delle direttive 75/362CEE e 82/76/CEE, adempiute tardivamente dallo Stato Italiano con il D.Lgs. n. 257 del 1991 senza che fosse considerata la loro posizione.
p.1. Il ricorso della Presidenza del Consiglio dei ministri, essendo stato iscritto a ruolo successivamente all’altro, assume carattere di oggettivo ricorso incidentale e dev’essere trattato congiuntamente ad esso.
p.2. Sia il ricorso principale sia il ricorso successivo non risultano notificati, come si doveva ai sensi dell’art. 332 c.p.c. ad alcuni dei medici nei cui confronti è stata pronunciata la sentenza impugnata. Essendo ormai esclusa l’impugnazione con riferimento ad essi, non è necessario dispone ai sensi della detta norma nei confronti dei detti medici.
Il ricorso principale risulta proposto anche da B.L., che verosimilmente dovrebbe identificarsi con la B.L. contemplata dalla sentenza impugnata: lo stesso ricorso, infatti, nel riferire fra chi pendeva uno dei due appelli riuniti, indica la medesima come B.L. e la identifica con lo stesso codice fiscale riferito alla L..
p.3. Il ricorso principale è inammissibile nei confronti dei tre Ministeri intimati, in quanto nessuno dei motivi proposti attinge la ratio decidendi che la sentenza impugnata ha enunciato quanto alla loro posizione in ordine alla controversia.
Infatti, rispetto alle domande proposte dai medici, la sentenza impugnata ha riconosciuto espressamente la sola legittimazione passiva della Presidenza del Consiglio dei ministri, come si evince dalle lettura delle ultime due righe della pagina 23 e le prime cinque della pagina 24.
p.4. Con il primo motivo del ricorso principale – che si esamina, dunque, sono nei confronti della Presidenza del Consiglio dei ministri – si denuncia omessa pronuncia da parte della Corte territoriale in ordine alla posizione dei medici ricorrenti Be.Pa., Bo.Mo., C.J.C., F.M., G.M. ed L.A., adducendosi che la sentenza, pur indicandoli come appellanti, nulla ha deciso riguardo ad essi.
p.4.1. Il motivo è fondato.
Effettivamente la sentenza impugnata, nella sua intestazione, indica i detti medici fra i proponenti il primo dei due appelli su cui ha provveduto, ma, nè nella sua motivazione nè nel suo dispositivo li contempla, sicchè è palese che riguardo ai loro appelli la sentenza capitolina è incorsa in omissione di pronuncia. D’altro canto le Amministrazioni resistenti e segnatamente la Presidenza del Consiglio dei ministri, non hanno – in modo del tutto significativo – svolto alcuna contestazione riguardo a tale motivo, evidentemente nella consapevolezza della sua fondatezza.
Ne segue la cassazione della sentenza nella parte in cui ha omesso di pronunciare sugli appelli dei medici in questione.
p.3.2. Riguardo a tali medici è possibile che la cassazione avvenga senza rinvio, atteso che nel ricorso principale si indica la durata dei relativi corsi frequentati ed anche tale allegazione non risulta contestata dalle Amministrazioni resistenti. D’altro canto, il rilievo di tale mancata contestazione avviene dopo la cassazione e nel quadro del potere di questa Corte di decidere nel merito, purchè non occorrano accertamenti di fatto. Accertamenti che in questo caso sono esclusi proprio dall’applicazione del principio della non contestazione.
Ciò premesso, i medici Be., Bo. e L. hanno allegato che il corso frequentato aveva avuto durata di quattro anni, la C. ha allegato che il suo corso aveva avuto durata di due anni, il F. di anni tre e lo G. di anni cinque.
Secondo consolidata giurisprudenza di questa Corte il diritto al risarcimento del danno originante da responsabilità contrattuale dello Stato (secondo la costruzione avallata da Cass. sez. un. n. 9147 del 2009 e poi sistemata dalle sentenze gemelle Cass. nn. 10813, 10814, 10815 e 10816 del 2011) spettava ai medici specializzandi nella misura di cui alla L. n. 370 del 1999, art. 11: si veda Cass. n. 1917 del 2012, seguita da copiosa giurisprudenza conforme.
Ne segue che, equivalendo l’importo di Lire 13.000.000 di cui alla citata norma ad Euro 6.713,94 ai medici Be., Bo. e L. il danno va liquidato in Euro 26.855,76, alla C. in Euro 13.927,88, al F. in Euro 20.141,82 ed al G. in Euro 33.569,7.
Su tali importi vanno riconosciuti gli interessi legali dalla domanda giudiziale, cioè dal 20 settembre 2005.
p.4. Con il secondo motivo il ricorso principale si duole – con deduzione di omessa pronuncia, di omesso esame di fatto decisivo e di violazione dei principi normativi regolanti la fattispecie – che:
a) al dottor Bu. sia stato liquidato il risarcimento per l’importo corrispondente ad una durata del corso di specializzazione di due anni, mentre egli aveva fatto valere la pretesa per un corso di specializzazione di tre anni. Al riguardo si assume che la sentenza impugnata non fa riferimento – alla pagina 13 – al Bu., quando indica i medici che avrebbero frequentato un corso di due anni;
b) ai dottori La., U. e Cr., sarebbe stata liquidata una somma corrispondente ad una durata del corso frequentato di tre anni, mentre essa era stata di quattro.
p.4.1. Il motivo è inammissibile ai sensi dell’art. 366 c.p.c., n. 6, per come eccepiscono anche le resistenti. Infatti non si fornisce l’indicazione specifica di dove e come risultasse per i detti medici la pretesa diversa durata del corso. Si aggiunga – ferma l’assorbenza di tale rilievo – che, per quanto riguarda il Bu., a pagina 23 la sentenza assimila la sua posizione a quella del medico Sa., adducendo che il medesimo avrebbe prodotto una certificazione che non recava l’indicazione della durata del corso, onde per tale ragione la Corte territoriale ha ritenuto di liquidare il dovuto per l’importo di due anni. Non essendo stata impugnata tale espressa motivazione il motivo è inammissibile ulteriormente, perchè si disinteressa della ratio decidendi (in termini, Cass. n. 359 del 2005, seguita da numerose conformi).
p.5. Con un terzo motivo il ricorso principale lamenta che, per i medici che sono ivi espressamente indicati, il diritto risarcitorio sarebbe stato escluso perchè essi avevano iniziato il corso di specializzazione nell’anno accademico 1982-1983.
Peraltro per i medici Ba., Gr., I., Li., M., R., Sa., V. e Z., la lamentata esclusione ha riguardato solo uno dei due corsi di specializzazione frequentati.
p.5.1. Riguardo alle posizioni di detti medici il Collegio provvede come da separata ordinanza a rinviare a nuovo ruolo la trattazione in attesa della decisione delle Sezioni Unite sulla quaestio iuris oggetto del motivo (che risulta ad Esse rimessa con ordinanze interlocutorie n. 21654 del 2015 e n. 23652 del 2015), così disponendo la separazione per i detti medici della trattazione quanto al motivo ed al relativo capo di domanda.
p.6. Con il quarto motivo ci si duole che la liquidazione del danno sia stata fatta assumendo come riferimento il valore di cui alla L. n. 370 del 1999, art. 11.
Il motivo – che si riferisce, evidentemente alle posizioni dei medici ricorrenti non considerate nei motivi precedenti – è privo di fondamento alla luce della consolidata giurisprudenza della Corte (di cui a Cass. n. 1917 del 2912 e successive copiose conformi) ed anzi, non offrendo elementi per discuterlo, è inammissibile alla stregua dell’art. 360-bis c.p.c., n. 1 e, dunque, privo di fondamento giusta i dicta di Cass. sez. un. n. 10951 del 2010.
p.7. Il quinto motivo lamenta che non siano stati riconosciuti gli interessi compensativi, ma è privo di fondamento ed inammissibile ai sensi dell’art. 360-bis c.p.c., n. 1, sempre come interpretato dalla citata sentenza delle Sezioni Unite, perchè contrario alla consolidata giurisprudenza della Corte, di cui a Cass. n. 1917 del 2012.
p.8. Conclusivamente, il ricorso principale è innanzitutto dichiarato inammissibile in quanto proposto contro i Ministeri.
Ferma la separazione della trattazione quanto alle posizioni contemplate dal terzo motivo riguardo al ricorso contro la Presidenza del Consiglio, il ricorso principale quanto ai rapporti fra i ricorrenti e la medesima, è deciso con:
aa) l’accoglimento del primo motivo e la cassazione della sentenza quanto alle posizioni dei medici cui il motivo si riferisce, seguita da pronuncia sul merito nei termini su indicati;
bb) la declaratoria di inammissibilità del secondo motivo;
cc) il rigetto del quarto e del quinto motivo.
p.9. Passando all’esame del ricorso successivo oggettivamente incidentale, si rileva quanto segue.
p.9.1. Con il primo motivo si deduce “violazione e falsa applicazione degli artt. 2043 e 2947 c.c.; art. 20, par. 1 e 2 e art. 288, comma 3 Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3 e si pretende di porre in discussione la qualificazione dell’azione degli specializzandi enunciata da Cass. sez. un. n. 9147 del 2009 non solo con argomenti che sono del tutto inidonei in relazione ad essa alla stregua dell’art. 360-bis c.p.c., n. 1, ma anche senza considerare le diffuse argomentazioni con le quali le sentenze gemelle nn. 10813, 10814, 10815 e 10816 del 2011 hanno ampiamente confermato, seguite poi da giurisprudenza granitica, la validità della detta qualificazione con approfondita considerazione della giurisprudenza comunitaria.
Il motivo è, pertanto, inammissibile ai sensi del citato art. 360-bis c.p.c., n. 1 e perciò infondato secondo la citata Cass. sez. un. n. 19051 del 2010.
p.9.2. Con il secondo motivo – deducente “violazione e falsa applicazione dell’art. 2935 c.c. in relazione all’art. 360 c.p. c., n. 3 ” – si pretende, senza confrontarsi con le citate sentenze gemelle, di mettere in discussione il dies a quo della prescrizione, che la Corte territoriale ha ravvisato nel 27 ottobre 1999.
Il motivo impinge nuovamente nel disposto dell’art. 360-bis c.p.c., n. 1, atteso che omette di confrontarsi con la giurisprudenza consolidata della Corte.
E’ perciò inammissibile e dunque infondato.
p.9.3. Con il terzo motivo ci si duole di “violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3”.
Si lamenta che ai medici cui è stato riconosciuto il diritto risarcitorio, lo sarebbe stato senza che i medesimi avessero dimostrato di aver frequentato i corsi di specializzazione in via continuativa e senza esercitare altra attività lavorativa.
Anche tale motivo merita le medesime considerazioni svolte per quelli precedenti, atteso che non si preoccupa di discutere, omettendo di considerarla, la consolidata giurisprudenza di questa Corte che ha escluso che la prova di dette circostanze spettasse ai medici.
Si ricorda, in proposito:
a1) che già Cass. n. 23577 del 2011, poi richiamata da numerose pronunce, aveva così statuito: “La mancata trasposizione, nel termine prescritto, della direttiva 82/76/CEE, riassuntiva della direttive 75/362/CEE e 75/363/CEE, ha determinato in capo allo Stato – e in favore dei soggetti che abbiano seguito corsi di specializzazione medica dal 1 gennaio 1983 sino all’anno accademico 1990-1991 – una responsabilità per inadempimento di obbligazione “ex lege”, per non aver assicurato, in relazione alle specializzazioni contemplate negli elenchi dell’art. 5, n. 2, e dell’art. 7, n. 2, della direttiva 75/362/CEE, le modalità di svolgimento di detti corsi secondo quanto stabilito dall’art. 2, n. 1, art. 3 e relativo Allegato (ai punti 1 e 2, concernenti, rispettivamente, la formazione a tempo pieno e quella a tempo parziale) della direttiva 82/76/CEE, in condizioni tali che, se quest’ultima fosse stata tempestivamente e correttamente adempiuta, i frequentanti avrebbero acquisito il diritto all’adeguata remunerazione. Ne consegue che lo specializzando che faccia valere la pretesa risarcitoria per siffatto inadempimento è tenuto a dimostrare, quale fatto costitutivo del danno evento costituito dalla perdita dell’adeguata remunerazione, solo la mera frequenza di un corso ricadente negli elenchi predetti, potendo le concrete modalità di svolgimento del corso stesso venire in rilievo, al più, quali circostanze incidenti sulla quantificazione del pregiudizio, ove la scelta dell’una o dell’altra opzione (tempo pieno o parziale) sia dipesa dalla scelta dello specializzando, ma non già ove il corso medesimo sia stato organizzato soltanto con modalità in fatto corrispondenti al tempo parziale, in ragione di quanto deciso dalla singola università in base alla legislazione statale irrispettosa della disciplina dettata dal diritto comunitario”;
1b) che Cass. n. 23296 del 2011, quanto all’onere della prova riguardo all’assenza di svolgimento di attività lavorativa esterna remunerata durante il periodo di formazione, enunciò il seguente principio di diritto: “lo specializzando non deve provare altro che la frequenza di una scuola di specializzazione, gravando sul debitore l’onere di provare eventuali fatti impeditivi del sorgere del diritto, tenuto anche conto che l’impossibilità di frequentazione di una scuola di specializzazione in conformità della direttiva era una delle conseguenze dell’inadempimento del legislatore italiano”;
1c) che le sentenze nn. 21973, 21498, 23275 e 23276 del 2011, in tema di onere della prova, osservarono che “da un canto (in consonanza con il dictum di cui a Cass. 6427/08), l’impossibilità di frequentazione di una scuola di specializzazione in conformità della direttiva sia conseguenza dell’inadempimento del legislatore italiano – non senza considerare, ancora, che la pronuncia poc’anzi ricordata (proprio al fine di ricondurre a diritto e a ragionevole equilibrio funzionale situazioni meritevoli di una disciplina sostanziale diacronicamente analoga) ha già avuto modo di precisare come la circostanza pacifica che i medici avessero, nel periodo di ritardata attuazione della direttiva, frequentato le scuole di specializzazione come allora organizzate lascia presumere, quanto meno in linea teorica, che essi le avrebbero frequentate anche nel diverso regime conforme alle prescrizioni comunitarie; dall’altro (nella scia di quanto affermato da Cass. 488/09) che i medici non potevano in alcun modo ritenersi onerati della prova di non aver percepito, durante il periodo di formazione, altre remunerazioni professionali ovvero di non essere titolari di altre borse di studio, trattandosi di circostanze eventualmente rilevanti a titolo di aliunde perceptum, con onere della prova a carico del soggetto inadempiente”;
1d) che in senso non diverso si espressero le sentenze nn. 23566 e 24816 del 2011, e, nel 2013, le sentenze nn. 1331, 3218, 3220, 3279, 8578, 17068, 17069, 17072 e 21368;
1e) che ancora le sentenze nn. 1064, 3438 e 3439 del 2014, affermarono il seguente principio di diritto “La mancata trasposizione, nel termine prescritto, della direttiva 82/76/CEE, riassuntiva della direttive 75/362/CEE e 75/363/CEE, ha determinato in capo allo Stato – e in favore dei soggetti che abbiano seguito corsi di specializzazione medica dal 1 gennaio 1983 sino all’anno accademico 1990-1991 – una responsabilità per inadempimento di obbligazione “ex lege”, per non aver assicurato, in relazione alle specializzazioni contemplate negli elenchi dell’art. 5, n. 2, e art. 7, n. 2, della direttiva 75/362/CEE, le modalità di svolgimento di detti corsi secondo quanto stabilito dall’art. 2, n. 1, art. 3 e relativo Allegato (ai punti 1 e 2, concernenti, rispettivamente, la formazione a tempo pieno e quella a tempo parziale) della direttiva 82/76/CEE, in condizioni tali che, se quest’ultima fosse stata tempestivamente e correttamente adempiuta, i frequentanti avrebbero acquisito il diritto all’adeguata remunerazione. Ne consegue che lo specializzando che faccia valere la pretesa risarcitoria per siffatto inadempimento è tenuto a dimostrare, quale fatto costitutivo del danno evento costituito dalla perdita dell’adeguata remunerazione, solo la mera frequenza di un corso ricadente negli elenchi predetti, potendo le concrete modalità di svolgimento del corso stesso venire in rilievo, al più, quali circostanze incidenti sulla quantificazione del pregiudizio, ove la scelta dell’una o dell’altra opzione (tempo pieno o parziale) sia dipesa dalla scelta dello specializzando, ma non già ove il corso medesimo sia stato organizzato soltanto con modalità in fatto corrispondenti al tempo parziale, in ragione di quanto deciso dalla singola università in base alla legislazione statale irrispettosa della disciplina dettata dal diritto comunitario”;
1f) che le sentenze nn. 2688, 3440 e le ordinanze nn. 2686, 2689 del 2014 ebbero ad affermare, infatti, che da un lato, la circostanza pacifica che i medici avessero nel periodo di ritardata attuazione della direttiva frequentato le scuole di specializzazione, come allora organizzate, lasciava presumere, quantomeno in linea teorica, che essi le avrebbero frequentate anche nel diverso regime conforme alle prescrizioni comunitarie, di talchè, addebitando agli specializzandi la mancata conformità delle modalità di frequenza dei corsi a quelle previste dalle pertinenti direttive, si sarebbero poste a loro carico le conseguenze dell’inadempimento dello Stato (confr. Cass. civ. 11 marzo 2008, n. 6427, specificamente richiamata nella motivazione della sentenza impugnata); dall’altro, che i medici non potevano essere gravati della prova di non aver percepito, durante il periodo di formazione, altre remunerazioni o borse di studio, trattandosi di circostanze la cui dimostrazione spettava al soggetto inadempiente (confr. Cass. civ. 27 gennaio 2012, n. 1182).
1g) che la continuità della richiamata giurisprudenza è perdurata nel 2015 con le sentenze nn. 832, 2738, 6473, 7626 e 10611.
Il motivo è, dunque, inammissibile ai sensi dell’art. 360-bis c.p.c., n. 1 e, pertanto, infondato.
p.9.4. Il ricorso della Presidenza del Consiglio dei ministri è, conclusivamente, rigettato.
p.10. In ordine alle spese giudiziali si deve provvedere quanto ai rapporti processuali fra i ricorrenti, nei cui confronti si pronuncia nel merito, a seguito dell’accoglimento del primo motivo, e le resistenti, su tutto il giudizio ed all’uopo l’oggettiva incertezza delle questioni controverse induce a compensare le spese.
Analogamente si ritiene riguardo agli altri rapporti processuali quanto alle spese del giudizio di cassazione.
Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, si deve dare atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti principali riguardo ai quali il ricorso è deciso e fatta eccezione per quelli per cui è stato accolto il primo motivo e si è pronunciato nel merito, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del citato art. 13, comma 1 bis.
La Corte, dato atto della separazione dal ricorso principale della posizione dei ricorrenti cui si riferisce il terzo motivo di ricorso e del rinvio a nuovo ruolo della trattazione quanto ad essi, come da separata ordinanza, così provvede:
a) dichiara inammissibile il ricorso principale contro i Ministeri;
b) accoglie il primo motivo del ricorso principale quanto ai ricorrenti Be., Bo., L.- C., F. e G.; cassa la sentenza impugnata riguardo ai rapporti processuali fra essi e la Presidenza del Consiglio dei ministri;
c) pronunciando nel merito riguardo ai rapporti sub b), condanna la Presidenza del Consiglio dei ministri al pagamento in favore di Be., Bo. e L. della somma di Euro 26.855,76, in favore della C. della somma di Euro 13.927,88, in favore del F. della somma di Euro 20.141,82, in favore del G. della somma di Euro 33.569,7 oltre per ognuno gli interessi dal 20 settembre 2005 al saldo;
c) rigetta il ricorso principale quanto agli altri motivi;
d) rigetta il ricorso incidentale;
e) compensa, quanto alla statuizione sub b), le spese di lite per tutti i gradi;
f) compensa le spese del giudizio di cassazione quanto agli altri rapporti processuali.
Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti principali riguardo ai quali il ricorso è deciso, fatta eccezione per quelli di cui alla statuizione sub b), dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del citato art. 13, comma 1 bis.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile, il 30settembre 2016.