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Timestamp: 2020-07-05 01:47:18+00:00
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Sentenza Cassazione Civile n. 19896 del 05/10/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19896 del 05/10/2016
Cassazione civile sez. trib., 05/10/2016, (ud. 12/09/2016, dep. 05/10/2016), n.19896
sul ricorso 23375/2010 proposto da:
GAMBARDELLA CASH SRL, in persona dell’Amm.re Unico, elettivamente
dell’avvocato ISAIA SALES, rappresentato e difeso dagli avvocati
FILIPPO CASTALDI, GLENDI CESARE FEDERICO giusta delega a margine;
avverso la sentenza n. 290/2009 della COMM. TRIB. REG. SEZ. DIST. di
SALERNO, depositata il 28/09/2009;
1. Sulla scorta delle risultanze emerse dal pvc redatto da funzionari dell’Agenzia delle Entrate in data 26.05.2005, venivano emessi gli avvisi di accertamento per Iva e altro nn. (OMISSIS) e (OMISSIS) per gli anni di imposta (OMISSIS) nei confronti della società Gambardella Cash SRL (già Gambardella Cash SNC), esercente l’attività di vendita all’ingrosso di prodotti alimentari e non alimentari.
Per quanto di interesse nel presente processo era stata contestata alla società la illegittima emissione di fatture di vendita in regime di non imponibilità del D.P.R. n. 633 del 1972, ex art. 8, comma 1, lett. c) e comma 2, in presenza di “dichiarazioni di intento” emesse da soggetti risultati privi del requisito di esportatore abituale, risultati interposti di comodo rispetto agli effettivi acquirenti, fatturazione eseguita dalla società contribuente con consapevole partecipazione alle operazioni fraudolente.
Il ricorso proposto in primo grado trovava accoglimento con la sentenza della Commissione Tributaria Provinciale di Salerno n. 480/2006, appellata dall’Agenzia delle entrate.
Con sentenza n. 290/05/09, depositata il 28.09.2009 e non notificata, la Commissione Tributaria Regionale della Campania, sez. dist. di Salerno, ha rigettato l’appello.
3. Per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso la Agenzia delle entrate, affidato a tre motivi. La società Gambardella SRL (già Gambardella Cash SRL) ha replicato con controricorso e memoria ex art. 378 c.p.c..
1.1. La controricorrente ha eccepito la formazione di un giudicato interno conseguente, a suo dire, al passaggio in giudicato della sentenza della CTP di Salerno, perchè l’atto di appello proposto dall’Agenzia avrebbe dovuto essere ritenuto inammissibile e tale inammissibilità – non rilevata dalla CTR – avrebbe potuto essere rilevata d’ufficio in ogni stato e grado del giudizio, con la conseguente definitività della decisione di primo grado.
L’eccezione è inammissibile. Invero la stessa è carente sul piano dell’autosufficienza, poichè non trascrive – quanto meno nei passaggi principali – la sentenza di primo grado, le deduzioni di primo grado dell’Agenzia ed il successivo atto di appello, necessari ad un vaglio di fondatezza; inoltre, contraddittoriamente, si fonda proprio su un passo della pronuncia della CTR che, nell’esaminare la prima sentenza, pur avendo ritenuto che l’Amministrazione in appello avesse riproposto sostanzialmente quanto dedotto in primo grado, lungi dal dichiarare inammissibile l’appello, aveva deciso nel merito con statuizione che i controricorrenti avrebbero dovuto impugnare quanto meno con ricorso incidentale condizionato.
1.2. La controricorrente ha altresì eccepito l’inammissibilità del ricorso perchè la Agenzia non avrebbe specificamente indicato gli atti su cui si fonda il ricorso, da cui risulterebbe l’esistenza di una unica regia imputabile alla società, e non avrebbe individuato la sede processuale ove gli stessi risultavano essere stati prodotti.
1.3. Anche l’eccezione di inammissibilità del ricorso per omessa censura di una autonoma ratio decidendi è infondata. Invero, contrariamente a quanto assume la controricorrente, la ratio decidendi non è fondata sull’applicazione del D.L. n. 746 del 1983, ma sulla mancanza di prova da parte dell’Ufficio della consapevolezza della società contribuente di partecipare alla frode fiscale attuata con dichiarazioni di intento false, mancanza di prova che la CTR addebita all’Ufficio, sulla scorta di una errata interpretazione dei principi in tema di prova per presunzioni, puntualmente censurata dall’Agenzia delle entrate con i motivi di seguito esaminati.
1.4. Con la memoria è stata altresì eccepita l’inammissibilità del ricorso perchè “farcito”, mediante la riproduzione della documentazione di merito. L’eccezione, è infondata perchè in realtà l’Ufficio ha trascritto la parte essenziale degli atti e documenti richiamati ed ha così operato la dovuta selezione (Cfr. Cass. nn. 25004/2015, 22185/2015), illustrando, attraverso una serie di passaggi logici e parti narrative, il percorso argomentativo posto a base dell’impugnazione.
2.1. Con il primo motivo di ricorso, si denuncia la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, lett. d), degli artt. 2727 e 2729 c.c. e dell’art. 115 c.p.c. (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 e del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 62, comma 1).
2.3. Con il terzo motivo si denuncia la insufficiente ed illogica motivazione su fatti controversi e decisivi della causa (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 e del D.Lgs. n. 56 del 1992, art. 62, comma 1) lamentando un esame sommario da parte della CTR degli elementi già ricordati addotti dall’Ufficio per dimostrare la consapevolezza della Gambardella Cash all’attività illecita contestata, oltre che un iter motivazionale lacunoso ed illogico.
2.4. I motivi possono essere trattati congiuntamente per connessione; sono fondati e vanno accolti.
2.5. Occorre innanzi tutto rilevare che, a norma dell’art. 2729 c.c., il giudice non deve ammettere che presunzioni gravi, precise e concordanti e che in materia tributaria (benchè l’art. 2729 c.c., comma 1, il D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38, comma 4 e il D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54, si esprimano al plurale), la giurisprudenza di questo giudice di legittimità ha ripetutamente affermato che il convincimento del giudice può fondarsi anche su un elemento unico, ma ha sempre ribadito che tale elemento deve in ogni caso essere preciso e grave e che la valutazione in proposito del giudice di merito non è censurabile in sede di legittimità, ove sorretta da motivazione adeguata e logicamente non contraddittoria (v. tra le altre Cass. n. 656/2014, 14068/2014).
2.6. Nel caso in esame nonostante la pluralità di elementi proposti dalla Amministrazione, tra cui la falsità incontestata delle dichiarazioni di intenti, la oggettiva inesistenza di una serie di operazioni perchè le ditte erano risultate prive dei requisiti di esportatore abituale ed evasori totali, la CTR in modo meramente assertivo si è limitata a qualificare il tutto come “mere supposizioni”, aventi il carattere di mere illazioni o “semplici considerazioni” (fol. 8 della sent.) senza tuttavia supportare tale conclusione da una adeguata motivazione che consenta di comprendere il complessivo iter logico e motivazionale seguito e le modalità della disamina compiuta, che necessariamente avrebbero dovuto, invece, esaminare puntualmente gli indizi singolarmente ed all’interno del quadro di insieme costituito dalla complessa attività fraudolenta già accertata e non contestata, di modo da valutarne funditus la rilevanza indiziaria con riferimento alla consapevole partecipazione alla frode della Gambardella Cash ed al ruolo di regista prospettato dall’Amministrazione, conseguendo a tale valutazione, ove positiva, l’inversione dell’onere della prova liberatoria a carico della contribuente.
2.7. Invero, occorre rammentare che per costante giurisprudenza di questa Corte la non imponibilità delle cessioni all’esportazione fatte nei confronti di esportatori abituali – prevista dal D.P.R. n. 633 del 1972, art. 8, comma 1, lett. c) – è subordinata, nella disciplina del D.L. n. 746 del 1983, all’emissione di specifica “dichiarazione d’intento” da parte dell’esportatore (art. 1, comma 1, lett. c), mentre il soggetto cedente, una volta riscontratane la conformità alle disposizioni di legge, non è tenuto ad eseguire alcun altro controllo, rimanendo a carico di chi emette tale dichiarazione la responsabilità, anche penale, derivante dall’eventuale falsità (Cass. n. 21956/2010).
2.8. Tale affermazione di base non può, tuttavia essere scissa dai successivi approfondimenti espressi in altre pronunzie di questa stessa Corte, dirette a sottolineare che il beneficio fiscale sopra ricordato non può essere correlato alla sola formale sussistenza della dichiarazione, occorrendo che il contribuente cedente dimostri, in caso di dichiarazioni ideologicamente false, l’assenza di un proprio coinvolgimento nell’attività fraudolenta del cessionario. Si è, quindi, precisato che solo quando la dichiarazione stessa esista e non sia ideologicamente falsa o, comunque, il cedente non sia consapevole di tale falsità (cioè non abbia la consapevolezza che l’operazione non gode dei presupposti di non imponibilità), per detto cedente l’operazione deve ritenersi non imponibile, a prescindere dalla prova dell’effettiva avvenuta esportazione della merce, non potendosi in caso contrario applicare la disciplina del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 8, per mancanza originaria dell’elemento che caratterizza quel modello legale (Cass. n. 7389/12; Cass. n. 13293/13).
2.9. Orbene, la sentenza impugnata mostra di non essersi adeguata ai principi sopra esposti e di avere, parimenti, dato luogo a motivazione gravemente carente.
Da un lato, infatti, la CTR muove dal convincimento che l’esistenza di una dichiarazione di intenti del cessionario esoneri tout court il cedente dalla verifica in ordine alla effettiva consistenza della stessa quando sussistano elementi idonei a desumerne l’inattendibilità. E ciò in contrasto ai principi espressi da questa Corte a proposito della corretta interpretazione del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 8, lett. c). Dall’altro, la decisione è gravemente carente nella parte in cui ha esaminato in modo superficiale e casuale gli elementi addotti dall’Ufficio, nonostante fosse stato già accertato incontestabilmente il carattere fraudolento delle operazioni e la dissonanza fra il contenuto delle dichiarazioni rilasciate alla Gambardella Cash da molteplici ditte e la loro effettiva esistenza e capacità commerciale, elementi indicati nel pvc del 26.05.2005 (v. quanto dedotto in ricorso alle pagg. 6 e ss.) di cui la CTR ha avuto conoscenza, come si evince dalla sentenza stessa.
2.10. Il fatto che il giudice di appello abbia trascurato tali elementi, limitandosi a desumere in modo assertivo la estraneità della Gambardella Cash agli stessi, rende palese anche il vizio di motivazionale prospettato dall’Agenzia ricorrente.