Source: http://resistenzainternazionale.blogspot.com/2011_03_12_archive.html
Timestamp: 2017-10-18 07:36:51+00:00
Document Index: 10337700

Matched Legal Cases: ['art. 16', 'art. 101', 'art. 134', 'art. 139', 'art.3', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

RESISTENZA INTERNAZIONALE: 12/03/11
La Costituzione si apre su democrazia e lavoro. Lascio ad altri, non per disinteresse ma per non dire sciocchezze, il tema del lavoro. Sulla democrazia, l'articolo 1 ha la concisione e l'esattezza dei classici del costituzionalismo moderno. L'Italia è democratica, perché la sovranità appartiene al popolo. Ma questa sovranità non si riduce alla sola dominazione della maggioranza, né tantomeno alla dominazione del' "unto" dalla maggioranza elettorale (figura peraltro sconosciuta al nostro sistema costituzionale, parlamentare). No: la democrazia – maggioritaria – si esercita "nelle forme e nei limiti della Costituzione". E dunque, per prima cosa, nel rispetto dei diritti fondamentali e della separazione dei poteri. Qui l'eco è forte del'art. 16 della Dichiarazione del 1789, altro classico indiscusso: "Toute société dans laquelle la garantie des droits n'est pas assurée ni la séparation des pouvoirs déterminée, n'a point de Constitution". La sovranità si esercita, anche ed in particolare, nel rispetto dello Stato di diritto. Il popolo sovrano si esprime per leggi approvate dal Parlamento, ed i giudici sono "soggetti soltanto alla legge" (art. 101), non agli umori dell'opinione pubblica. Così come, in nome dello stesso principio, il legislatore è soggetto al sindacato di costituzionalità (art. 134). Persino il potere costituente trova il limite dell'art. 139. Di una brevità tacitiana, l'articolo 1 riassume insomma l'essenza del costituzionalismo ed il rifiuto secco di ogni deriva populista ed autoritaria. Un articolo da mandare a memoria…
Di grande attualità questo articolo. Il decentramento é alla base di una democrazia solida, fondata sulla partecipazione e il rispetto di valori importanti, come la solidarietà, il vivere in collettività, ma anche il lavoro e la cultura (soprattutto per un Paese come l’Italia dove il locale ha un’importanza tutta particolare). Nuove e importantissime “missioni” sono oramai affidate all’azione dei comuni e degli enti locali che si trovano a doverli affrontare sempre più soli: immigrazione, povertà, disoccupazione, istruzione. Ma anche « il più ampio » decentramento serve a poco se lo stato non mette a disposizione le risorse necessarie. Il governo della destra ha condotto fino ad oggi una politica cieca e devastatrice, che ha tagliato fondi ai comuni (tagli per 1,8 miliardi di euro ai trasferimenti statali 2011 per province,300 milioni, e comuni con più di 5.000 abitanti, 1.500 milioni. Un taglio pari all'11,7%. E questo è solo un assaggio: nel 2012 i tagli erariali saranno ancora più tremendi e alle Province italiane sarà tolto ancora 1,5 miliardi di euro). Le conseguenze di queste politiche si faranno sentire, violentemente sui servizi e questo avrà un impatto enorme sulla società. La privatizzazione dei servizi non sembra tanto lontana. Ma le conseguenze già le consociamo (modello anglosassone esportato un po’ ovunque nel mondo…)…A questa belle manovrine si aggiunge la fantomatica legge per un federalismo fiscale “all’italiana” che sembra aggiungere altri problemi invece di risolverli…
L'articolo della Costituzione che mi ha colpito di più è stato l'art.3, dove si dice che tutti siamo uguali davanti alla legge, perchè io lo so già che siamo tutti uguali, anche se abbiamo nazionalità diverse e colori della pelle diversa, ma non pensavo che anche la legge lo sapesse. Adesso sono sicuro che anche se il mio amico Monan (Bangladesh) quando sarà grande sbaglierà, verrà giudicato come se fossi io!
Vista da una francese che 40 anni fa ha scelto di vivere in Italia e ancora non ha cambiato idea, l'Italia è una fanciulla che la sua giovane età rende talvolta un po' confusa e spesso anche assai confusionaria. Ha però dalla sua una sana e robusta Costituzione che basterebbe applicare per farne un paese moderno, credibile e affidabile.
Una piccola grande vittoria a favore del patrimonio storico italiano e del suo paesaggio passa attraverso la Sardegna e conferma la validità del dettato costituzionale come espresso nel secondo comma dell’ articolo 9 della nostra Carta Fondamentale. Qualche settimana fa il Consiglio di Stato ha infatti emesso una sentenza che dovrebbe chiudere una delle vicende più tormentate nella storia recente della tutela dei beni paesaggistici in Italia. Le “mani sulla città” e, in questo caso, sulla necropoli punica del colle di Tuvixeddu a Cagliari (con migliaia di sepolture di epoca cartaginese scavate dal VI secolo a.C.) erano quelle del Comune e dell’impresa di Costruzione (Coimpresa), che avrebbero occupato 50 ettari di terreno con 260 mila metri cubi di edifici di lusso. La sentenza del Consiglio di Stato ha accolto il ricorso della Regione Sardegna e di Italia Nostra, ha confermato i vincoli che l'allora governatore Renato Soru impose su quell’area e ha bocciato una precedente decisione del Tar che aveva dato il via libera ai lavori. In che modo tale sentenza tiene a mente e applica il principio espresso dall’articolo 9 della Costituzione?
Secondo i giudici del Consiglio di Stato, non solo vanno sottoposti a tutela i beni archeologici, ma anche il contesto paesaggistico in cui questi sono inseriti: "Cura dell'interesse pubblico paesaggistico", si legge nella sentenza, "concerne la forma circostante, non le strette cose infisse o rinvenibili nel terreno con futuri scavi". Inoltre, altro punto di interesse, sostenere che il paesaggio è già gravemente manipolato, non è una buona ragione per danneggiarlo ulteriormente. Questo argomento, spesso sostenuto, come nel caso specifico, da chi propone di costruire in zone di pregio, ma occupate da altri edifici o da stabilimenti industriali, è stato fortemente contraddetto dai giudici, per i quali se un paesaggio ha perso la propria integrità ciò rappresenta un motivo in più per attivare forme maggiormente rigorose di tutela, non ulteriori spoliazioni.
La Costituzione della Repubblica Italiana e' per me il breviario del prete, l'orsacchiotto dei piccoli dal quale non si staccano mai: e' la mia compagna, e' la mia fonte di ispirazione.
Se dovessi scegliere il più bello degli articoli della Nostra Costituzione sarei in forte imbarazzo ma ne cito due pieni della consapevolezza della centralita' della persona e della coscienza che l'Italia rappresentava ieri e dovrebbe farlo oggi la locomotiva europea e del mediterraneo, l'articolo 9, qui sopra, e l'articolo 37, che dice: La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore.
Questo è l'articolo di cui quasi tutti oggi si chiedono se davvero ce ne fosse bisogno, se servisse un articolo della Costituzione per descrivere la bandiera italiana. Forse perché nessuno più ricorda, o le maestre a scuola non spiegano più quella leggenda che da bambina mi lasciava sgomenta; che il verde è quello dei nostri prati, il bianco rappresenta la neve delle nostre montagne ed il rosso il sangue dei nostri caduti.
60 anni fa, all'uscita da una doppia guerra (anche quella civile di liberazione) i padri costituenti già pensavano a creare qualcosa che LI controllasse e controllasse ogni governo futuro. Ora dobbiamo difendere questa saggezza da continui attacchi populisti e, qualcosa comincia a muoversi.
In questa fase di riflusso e conflitto drammatico tra capitale e lavoro, appare quanto mai appropriato richiamare l'attenzione sul titolo III della Costituzione, che regola i Rapporti Economici della Repubblica.
L'articolo 36, secondo nel Titolo corrispondente, stabilisce innanzitutto che la retribuzione percepita da un lavoratore sia funzione della qualità e della quantità della prestazione. A parte l'ovvio criterio della proporzionalità tra "quantità" della prestazione e compenso, credo che la "qualità" della stessa non andrebbe solo misurata come difficoltà tecnica, competenza specifica o generazione di profitto, ma anche in termini di progresso e utilità sociale. Penso ad esempio alla scuola, alla ricerca universitaria, all'assistenza sociale, tutte professioni ad alto valore aggiunto e socialmente fondamentali, il cui mancato riconoscimento anche a livello retributivo finisce per agire da deterrente verso potenziali talenti che dovrebbero invece poter trovare uno sbocco proficuo in queste aree.
L'articolo evidenzia anche il significato sociale della retribuzione, che non rappresenta solo la contropartita di un servizio ma serve a garantire al lavoratore una vita libera e decorosa. Non vi e' vera libertà se il salario percepito non consente una vita dignitosa per il lavoratore e per la sua famiglia, se le esigenze base come il diritto a una casa o la possibilità di un'educazione scolastica per i figli sono negate per mancanza di risorse.
Infine, l'articolo tocca un punto che trovo centrale in questa fase storica: la non disponibilità di alcuni diritti. La legge stabilisce la durata massima della giornata lavorativa, ovvero la costituzione protegge il lavoratore dagli eccessi di sfruttamento tipici, ad esempio, della Rivoluzione Industriale, e ancora drammaticamente attuali in svariati contesti produttivi internazionali con i quali dovremmo "competere" direttamente secondo il pensiero liberista dominante. Ma il principio ha attualità anche in un contesto nazionale, se si pensa al lavoro nei campi del meridione gestiti dal "caporalato", o alla condizione di molti immigrati, o al diffusissimo lavoro nero che nega ogni diritto al lavoratore rendendo invisibile. Allo stesso modo, i diritti alle ferie e al riposo sono intangibili, e non possono essere resi oggetto di un contratto privato in quanto attengono alla sfera dei diritti inalienabili dell'uomo-lavoratore. Viene da dire che la Costituzione difende esplicitamente la causa per cui il gruppo autore di questo blog si era originariamente costituito (supporto alla FIOM nella vertenza con Fiat).
Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza,
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e
Ho letto la Costituzione della Repubblica Italiana più volte nella mia vita, dai tempi del liceo ad oggi. Inizialmente l'articolo 41 mi è sfuggito nella sua essenza ed importanza, ma a forza di rileggere il testo della Carta, esso è uno di quelli cui posso dirmi più affezionato. A maggior ragione in questi ultimi due decenni, in cui la logica liberista del "gli affari prima di tutto" imperversa. Il lavoro, l'individuo e la collettività ormai sono disprezzati e calpestati da un modello economico che è basato sulla menzogna secondo cui la libertà dell'imprenditore di arricchirsi ad ogni costo è foriera di un arricchimento generalizzato per un presunto effetto a cascata. Un modello de-umanizzato, non più al servizio della collettività, ma che sfrutta l'essere umano come si sfrutterebbe una macchina; un modello in cui non si lavora più per vivere, ma si sopravvive per lavorare, per produrre una ricchezza di cui solo una minoranza disumana e spietata godrà.
Credo, quindi, che leggere e far leggere l'articolo 41 sia importante per mantenere vive le coscienze ancora attive e risvegliare quelle dormienti. Per dire loro che un altro mondo è possibile e dobbiamo lottare per conquistarlo.
per motivi d'interesse generale.
Publié par Monica Bedana à l'adresse 3/12/2011 09:30:00 AM