Source: http://www.giurcost.org/decisioni/2019/0109s-19.html
Timestamp: 2019-05-24 03:08:45+00:00
Document Index: 70597312

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 699', 'art. 4', 'art. 178', 'art. 3', 'art. 43', 'art. 3', 'art. 9', 'art. 120', 'art. 3', 'art. 43', 'art. 3']

Consulta OnLine - Sentenza n. 109 del 2019
1.1.– Il giudice a quo premette di essere chiamato a pronunciarsi su un ricorso diretto all’annullamento del provvedimento con cui è stata respinta l’istanza di rinnovo della licenza di porto di fucile per uso venatorio presentata dal ricorrente alla questura territorialmente competente.
1.2.– Rilevato che il ricorrente ha ottenuto, rispettivamente, la riabilitazione nel 1991, e il primo rilascio del porto d’armi per uso venatorio già nel 1986, e successivi provvedimenti di rinnovo del titolo senza soluzione di continuità fino all’istanza attuale, il giudice rimettente osserva che la disposizione censurata, a tenore della quale «non può essere conceduta la licenza di portare armi», tra l’altro, «a chi ha riportato condanna alla reclusione per delitti non colposi contro le persone commessi con violenza, ovvero per furto, rapina, estorsione, sequestro di persona a scopo di rapina o di estorsione», è stata oggetto di due contrapposte interpretazioni da parte del Consiglio di Stato.
1.3.– Il giudice a quo ritiene dunque che, sulla base di tale più recente orientamento del Consiglio di Stato, il ricorso dovrebbe essere respinto.
Posto, infatti, che il divieto assoluto e automatico di concedere il porto d’armi è indefettibilmente riconnesso dalla norma censurata a un reato (il furto) che è estraneo all’uso delle armi e non incide, in astratto, sul loro utilizzo, ad avviso del rimettente la norma eccederebbe il proprio scopo, identificato nella «tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica sotto il profilo della verifica di affidabilità dei soggetti cui viene concessa la licenza di portare armi».
Premesso che «nel vigente ordinamento non sono previste e tutelate posizioni di diritto soggettivo in ordine alla detenzione e al porto di armi», l’Avvocatura generale dello Stato rammenta come, con la sentenza n. 440 del 1993, questa Corte abbia rilevato che i titoli connessi all’uso e al porto delle armi non rientrano nel regime ordinario delle autorizzazioni, costituendo delle eccezioni ad un preciso divieto sancito dall’art. 699, cod. pen., e dall’art. 4, primo comma, della legge 18 aprile 1975, n. 110 (Norme integrative della disciplina vigente per il controllo delle armi, delle munizioni e degli esplosivi), assistite da particolari cautele che possono legittimamente configurarsi solo a seguito di rilascio di autorizzazione da parte dell’autorità.
L’esclusione di margini di valutazione discrezionale in capo all’amministrazione anche in caso di intervenuta riabilitazione penale ex art. 178 cod. pen., nelle fattispecie di cui alla disposizione censurata costituirebbe una «scelta incensurabile del legislatore nel rispetto del parametro costituzionale della ragionevolezza ex art. 3 Cost.». Nello specifico settore delle licenze di porto d’armi, infatti, non sarebbe in discussione la possibilità di svolgere o meno un’attività lavorativa, mentre sarebbero coinvolti «particolari valori concernenti la tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica».
3.– Con due ordinanze dell’11 giugno 2018 (r. o. n. 147 e n. 148 del 2018), il Tribunale amministrativo regionale per il Friuli-Venezia Giulia, sezione prima, ha sollevato identiche questioni di legittimità costituzionale dell’art. 43, primo comma, lettera a), TULPS, «nella parte in cui stabilisce che “…non può essere conceduta la licenza di portare armi: a) a chi ha riportato condanna alla reclusione… per furto…” per contrasto con i principi di eguaglianza, proporzionalità e ragionevolezza di cui all’art. 3 della Costituzione, nella parte in cui prevede un generalizzato divieto di rilasciare il porto d’armi alle persone condannate a pena detentiva per il reato di furto senza consentire alcun apprezzamento discrezionale all’Autorità amministrativa competente».
3.1.– Pur presentando motivazioni tra loro coincidenti, le ordinanze originano da due giudizi amministrativi vertenti su fattispecie non perfettamente sovrapponibili.
3.1.2.– Nel caso oggetto dell’ordinanza r. o. n. 148 del 2018, invece, il giudice rimettente deve pronunciarsi sul diniego del rinnovo della licenza per esercitare l’industria della riparazione delle armi comuni e sul connesso ordine di immediata cessazione di tale attività, nonché di chiusura al pubblico della stessa; diniego che l’autorità amministrativa ha fondato sull’art. 9, primo comma, della legge n. 110 del 1975, ai sensi del quale «le autorizzazioni di polizia prescritte per la fabbricazione, la raccolta, il commercio, l’importazione, l’esportazione, la collezione, il deposito, la riparazione e il trasporto di armi di qualsiasi tipo non possono essere rilasciate alle persone che si trovino nelle condizioni indicate nell’articolo 43 [del TULPS]».
3.3.– Quanto poi alla non manifesta infondatezza delle questioni, il giudice a quo muove parimenti dal confronto dei due orientamenti interpretativi formatisi sulla disposizione censurata, già ampiamente illustrati dal TAR Toscana nell’ordinanza r. o. n. 79 del 2018 (supra, punto 1.2.).
Il giudice a quo, infine, rileva come la norma censurata non consenta «di valorizzare in alcun modo la intervenuta riabilitazione, sebbene non siano sconosciute all’ordinamento ipotesi in cui la riabilitazione produce effetti che vanno al di là dell’ambito penale». Una di tali ipotesi sarebbe in particolare disciplinata dall’art. 120, comma 1, del decreto legislativo 20 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), che «riconosce espressi effetti favorevoli di carattere amministrativo ai provvedimenti riabilitativi, pur a fronte della commissione di reati di significativa offensività e che, con particolare riguardo alle esigenze di salvaguardare la sicurezza della circolazione, potrebbero indurre a dubitare dell’effettivo riconseguimento dell’affidabilità necessaria per ottenere il rilascio di una nuova patente di guida».
1.– Con ordinanza del 16 gennaio 2018 (r. o. n. 79 del 2018), il Tribunale amministrativo regionale per la Toscana, sezione seconda, ha sollevato, in riferimento all’art. 3 della Costituzione, questione di legittimità dell’art. 43, primo comma, lettera a), del regio decreto 18 giugno 1931, n. 773 (Approvazione del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza), «nella parte in cui prevede un generalizzato divieto di rilasciare il porto d’armi alle persone condannate a pena detentiva per il reato di furto senza consentire alcun apprezzamento discrezionale all’Autorità amministrativa competente».
Secondo i giudici rimettenti, l’automatismo preclusivo stabilito dalla disposizione censurata – automatismo che, secondo i più recenti orientamenti del Consiglio di Stato, non lascerebbe alcuno spazio a valutazioni discrezionali da parte dell’autorità amministrativa – contrasterebbe con i principi di ragionevolezza e di proporzionalità sanciti dall’art. 3 Cost.
Ciò in quanto, in primo luogo, la disposizione censurata non consentirebbe di attribuire alcun rilievo a circostanze successive alla condanna che attestino l’affidabilità dell’interessato, come il lungo tempo trascorso dalla condanna, l’avvenuta riabilitazione, o la stessa ininterrotta concessione della licenza di porto d’armi senza che si sia verificato alcun abuso da parte del suo titolare.