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Timestamp: 2017-08-22 19:08:20+00:00
Document Index: 119397653

Matched Legal Cases: ['art.12', 'art.38', 'sentenza ', 'art.88', 'art. 89', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 38', 'art.6', 'sentenza ', 'art. 89', 'sentenza ', 'art. 37', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 38', 'art.88', 'art.89', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 88', 'art. 295', 'art. 111', 'art. 92', 'art. 88', 'sentenza ', 'art. 88', 'art.380', 'art.381', 'sentenza ', 'art. 380', 'art. 380', 'art. 380', 'art. 380', 'sentenza ', 'art. 380', 'art. 646', 'sentenza ', 'art.381', 'sentenza ', 'art.381', 'art. 381', 'art. 381', 'sentenza ', 'art.38', 'art.38', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 44', 'art.49', 'art.3', 'art.38', 'art.47', 'art.38', 'art. 47', 'art. 38', 'art. 45', 'art. 47', 'art. 45', 'art.47', 'art.47', 'art.48', 'art.48', 'art. 49', 'art.50', 'art.51', 'art. 473', 'art.50', 'art.50', 'art.50', 'art.59', 'art. 50', 'art. 50', 'art.60', 'art.61', 'art.50', 'art.63', 'art.64', 'art.64', 'sentenza ', 'art.64', 'art.56', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 56', 'art. 68', 'art. 360', 'art. 132', 'art.56', 'sentenza ', 'art. 88', 'art. 37', 'art. 38', 'art. 38']

SED LEX. Dossier anno 2 n I doveri dell avvocato: il dovere di fedeltà, correttezza e lealtà - PDF
SED LEX. Dossier anno 2 n I doveri dell avvocato: il dovere di fedeltà, correttezza e lealtà
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1 SED LEX Dossier anno 2 n I doveri dell avvocato: il dovere di fedeltà, correttezza e lealtà Premessa: i riferimenti normativi...2 Il dovere di lealtà e correttezza...3 Il dovere di fedeltà...4 Il dovere di lealtà e probità nel giudizio e il divieto di utilizzo di espressioni sconvenienti od offensive...5 Le conseguenze della condotta infedele e/o sleale: il patrocinio infedele e le altre infedeltà del patrocinatore o del consulente tecnico...6 Le conseguenze della condotta infedele e/o sleale dell avvocato: il procedimento disciplinare..9 La competenza territoriale e i casi di conflitti di competenza...9 L avvio del procedimento disciplinare...10 L istruttoria...10 Il dibattimento...11 La conclusione del procedimento disciplinare: la decisione...12 Il ricorso al Consiglio Nazionale Forense...12 Il ricorso incidentale avanti al Consiglio Nazionale Forense...13 Il giudizio avanti al Consiglio Nazionale Forense: l istruttoria...13 Il giudizio avanti al Consiglio Nazionale Forense: la decisione...14 Il ricorso alle sezioni Unite della Cassazione...14 Riferimenti giurisprudenziali...16 Sul dovere di correttezza e lealtà...16 Sul dovere di lealtà e di probità: le espressioni sconvenienti ed offensive...21 Sul reato di patrocinio infedele...21 Sulla natura del procedimento disciplinare...21 Sulla modalità di contestazione degli addebiti nel procedimento disciplinare...23 Sulla composizione del Consiglio dell Ordine nel procedimento disciplinare...23 Sull istruttoria del procedimento disciplinare...23 Sul ricorso alle sezioni Unite della Cassazione...25 Dossier SED Lex anno 2, n.12, dicembre 2011 Editore Zadig via Ampére 59, Milano Direttore: Roberto Satolli - Redazione: Nicoletta Scarpa tel.: fax: Autore dossier: Katia Scarpa
2 1. Premessa: i riferimenti normativi Gli avvocati e i praticanti avvocati, nell'esercizio della loro professione, anzitutto devono rispettare gli obblighi imposti dalle numerose disposizioni contenute nel codice di procedura civile, nel R.D.L. 27 novembre 1933 n (sull Ordinamento della professione di avvocato) nonché nel codice deontologico forense, approvato dal Consiglio Nazionale Forense nella seduta del con le modifiche introdotte il , il , il , il e il Le norme deontologiche sono da ritenere norme giuridiche vincolanti perché trovano il loro fondamento nell art.12 della legge professionale forense R.D.L. n.1578/1933 (che impone agli avvocati di adempiere il loro ministero con dignità e decoro come si conviene all altezza della funzione che sono chiamati a esercitare nell amministrazione della giustizia ) e nell art.38 della stessa legge, che prescrive che qualora gli avvocati si rendano colpevoli di abusi o mancanze nell'esercizio della loro professione o comunque di fatti non conformi alla dignità e al decoro professionale, essi sono sottoposti a procedimento disciplinare. Al riguardo, la Suprema Corte di Cassazione a Sezioni Unite, con la sentenza n ha precisa - to che In materia di responsabilità disciplinare degli avvocati, le norme del codice disciplinare forense costituiscono fonti normative integrative del precetto legislativo che attribuisce al Consiglio nazionale forense il potere disciplinare, con funzione di giurisdizione speciale appartenente all'ordinamento generale dello Stato, e come tali sono interpretabili direttamente dalla Corte di legittimità. Per quanto interessa in questa sede, vengono in rilievo gli artt.6 e 7 del codice deontologico, i quali, nel tipizzare i comportamenti che costituiscono violazioni deontologiche, precisano: l' avvocato deve svolgere la propria attività professionale con lealtà e correttezza ; non deve proporre azioni o assumere iniziative in giudizio con mala fede o colpa grave ; deve svolgere con fedeltà la propria attività professionale ; costituisce infrazione disciplinare il comportamento dell'avvocato che compia consapevolmente atti contrari all'interesse del proprio assistito ; l'avvocato deve esercitare la sua attività anche nel rispetto dei doveri che la sua funzione gli impone verso la collettività per la salvaguardia dei diritti dell'uomo nei confronti dello Stato e di ogni altro potere. Lealtà, correttezza e fedeltà, sono perciò i principali obblighi a cui è tenuto l avvocato che agisca nel rispetto della dignità e decoro professionale. I medesimi principi, peraltro, sono ripetuti anche dal codice di procedura civile, per quanto attiene agli obblighi di comportamento nel corso di giudizio. L art.88 del cpc infatti stabilisce che Le parti e i loro difensori hanno il dovere di comportarsi in giudizio con lealtà e probità. In caso di mancanza dei difensori a tale dovere, il giudice deve riferirne alle autorità che esercitano il potere disciplinare su di essi. Il successivo art. 89, poi, prescrive espressamente Negli scritti presentati e nei discorsi pronunciati davanti al giudice, le parti e i loro difensori non debbono usare espressioni sconvenienti od offensive. Il giudice, in ogni stato dell'istruzione, può disporre con ordinanza che si cancellino le espressioni sconvenienti od offensive, e, con la sentenza che decide la causa, può inoltre assegnare alla persona offesa una somma a titolo di risarcimento del danno anche non patrimoniale sofferto, quando le espressioni offensive non riguardano l'oggetto della causa. Appaiono all evidenza, pertanto, le ragioni per cui la Corte di Cassazione a Sezioni Unite civili, con la sentenza n.2784/1989 abbia ritenuto che La violazione da parte di avvocato o procuratore del dovere di lealtà e probità, ovvero del divieto di usare espressioni sconvenienti e offensive, a norma degli artt. 88 ed 89 c. p.c., può dar luogo, oltre ai provvedimenti adottabili nel processo in cui tali fatti vengono commessi, anche all'irrogazione di sanzione disciplinare, ai sensi dell'art. 38 del R.D.L. 27 novembre 1933 n.1578, ove il relativo comportamento non sia conforme alla dignità ed al decoro della professione
3 2. Il dovere di lealtà e correttezza Come si è anticipato, l obbligo di tenere un comportamento leale e corretto è anzitutto affermato dall art.6 del codice deontologico forense, il quale prescrive espressamente che: L'avvocato deve svolgere la propria attività professionale con lealtà e correttezza. L'avvocato non deve proporre azioni o assumere iniziative in giudizio con mala fede o colpa grave. In linea di massima, gli interpreti ritengono che integri la violazione di tale disposizione la condotta di colui che utilizzi un linguaggio offensivo e trascuri di informare tempestivamente il cliente delle vicende processuali o stragiudiziali che lo riguardino. E così, la Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza n.520, ha ritenuto che Ai fini di un corretto esercizio della professione forense, l'avvocato deve elevarsi al di sopra delle parti e, nel dare l'indispensabile contributo tecnico per la risoluzione della lite in favore del proprio cliente, deve mantenersi nei limiti inva - licabili risultanti dal contemperamento della libertà di pensiero e delle esigenze di difesa con il necessario rispetto verso tutti i protagonisti del processo. Viene pertanto meno al dovere di correttezza, con conseguente lesione del decoro professionale (artt. 14 e 38 r.d.l. 27 novembre 1933 n. 1578), oltre la violazione dell'art. 89 c. p.c., l'avvocato che in uno scritto difensivo si abbandoni a espressioni dispregiative per la controparte o per altri soggetti, tanto più se estranei al giudizio, ove dette espressioni non siano attinenti alla materia del con - tendere e tanto meno indispensabili per chiarire una situazione di fatto non diversamente rappresentabile, restando in tal caso priva di valore esimente la soggettiva convinzione del professionista di dover reagire a uno scritto difensivo della controparte. E stato ritenuto deontologicamente rilevante, inoltre, il comportamento dell'avvocato che non destini le somme ricevute dal cliente allo scopo pattuito, ma le trattenga per sé e le restituisca solo successivamente, alla denuncia di quest'ultimo; (così C.N.F., , n.178 in Repertorio24, Banca Dati Lex 24 del Sole24 Ore) ovvero quando il professionista, dopo aver difeso una parte, assuma nella medesima vicenda il patrocinio della parte avversa (Così Cass. SS.UU n in Repertorio24, Banca Dati Lex 24 del Sole24 Ore), nonché nel caso in cui l'avvocato, a seguito della revoca del mandato, invii numerose parcelle all'ex cliente così chiedendo compensi eccessivi e usi in scritti difensivi espressioni offensive nei confronti di un magistrato e nei confronti del consiglio dell'ordine e del suo presidente (così C.N.F., , n.194 in Repertorio24, Banca Dati Lex 24 del Sole24 Ore). Ed ancora, è stato ritenuto contrario ai doveri di lealtà e correttezza il comportamento dell avvocato che falsamente affermi in una causa che la relazione di notifica della comunicazione di deposito del decreto di sequestro era stata falsificata dall ufficiale giudiziario allo scopo di escludere il termine perentorio, così supponendo una intercorsa collusione tra il collega di controparte e l uf - ficiale giudiziario, mentre egli stesso era consapevole, perché avvertito dallo stesso pubblico ufficiale, delle ragioni della correzione legittimamente effettuata. (così C.N.F., , n.220 in Repertorio24, Banca Dati Lex 24 del Sole24 Ore) E, invece, deontologicamente corretto il comportamento dell avvocato che non comunichi al collega di controparte lo svolgimento di un attività extragiudiziale svolta nell interesse del proprio assistito. (Così C.N.F., , n.248 in Repertorio24, Banca Dati Lex 24 del Sole24 Ore)
4 3. Il dovere di fedeltà L articolo 7 del codice deontologico forense dispone che È dovere dell avvocato svolgere con fedeltà la propria attività professionale. I - Costituisce infrazione disciplinare il comportamento dell avvocato che compia consapevolmente atti contrari all interesse del proprio assistito. II - L avvocato deve esercitare la sua attività anche nel rispetto dei doveri che la sua funzione gli impone verso la collettività per la salva - guardia dei diritti dell uomo nei confronti dello Stato e di ogni altro potere. Consegue che l avvocato rispettoso del dovere di fedeltà deve anzitutto rispettare la posizione della parte assistita e non deve arrecarle pregiudizio nè colludere con la controparte. Il Consiglio Nazionale Forense, con la decisione n.139 ha ritenuto lesivo del dovere di fedeltà e correttezza, il professionista che nel giudizio di separazione personale dei coniugi assuma la difesa di una dei due, e nel giudizio di divorzio la difesa dell'altro. Nel medesimo senso si era espresso, in precedenza, con la decisione n.121. Di interesse è, poi, la sentenza della Suprema Corte di Cassazione a Sezioni Unite n.134, per cui L' avvocato che, dopo aver assistito congiuntamente i coniugi in una procedura di separazione non conclusasi con omologa, assuma la difesa di un coniuge contro l'altro nel giudizio di separazione personale, pone in essere un comportamento deontologicamente scorretto, e quindi passibile di sanzione disciplinare, in quanto l'art. 37, 3 comma, del codice deontologico pone per l'avvocato un obbligo assoluto di astensione a prescindere se il conflitto di interessi è reale o solo potenziale. Esempi tipici di infedeltà (o prevaricazione ) sono, inoltre, l omissione della produzione di documenti, la dolosa trascuratezza circa la scadenza dei termini, la soppressione di mezzi di prova, l omissione di costitu - zione in giudizio, l omissione di difesa, ma soprattutto la collusione e commistione che vengono create tra gli interessi della parte assistita e la (contemporanea e successiva) difesa degli interessi della parte contrapposta. Si pensi per esempio, al comportamento dell avvocato che abbia assistito la parte civile in un processo penale e poi assuma la difesa dell imputato criticando la sentenza pronunciata (Consiglio Naz. Forense, 20 maggio 1991, n.87, in Rass. forense, 1994, 129); o dell avvocato che abbia fatto sottoscrivere al proprio cliente uno svantaggiosissimo contratto di mutuo in favore di una società di cui egli era socio fittizio (Consiglio naz. forense, 5 novembre 1996, n.146, in Rass. forense 1997, 542); o ancora al comportamento dell avvocato che abbia compiuto contemporaneamente atti di patrocinio e di consulenza nell interesse di clienti in contrasto, consigliando e redigendo, finanche, le reciproche denuncie-querele (Consiglio Naz. Forense, 24 maggio 1973, in Rass. forense 1975, 369). Ancora, è stato deciso che costituisce violazione dei doveri professionali la condotta dell avvocato che dopo aver assistito nel giudizio di primo grado due clienti, in seguito a un incidente stradale, abbia assistito nel giudizio di appello il primo cliente contro il secondo (Cons. naz. Forense, 7 marzo 1969, in Rass. forense, 1970, 147). In senso conforme si è espressa anche la Suprema Corte di Cassazione a Sezioni Unite con la sentenza 22 giugno 1990, n.6326, per cui Il comportamento dell'avvocato, il quale, dopo aver difeso una parte, assume nella medesima vicenda il patrocinio della parte avversa, è lesivo della reputazione del professionista e della dignità della classe forense e, pertanto, configura un illecito che è sanzionabile sotto il profilo disciplinare, ai sensi dell'art. 38 del R.D. legge 27 novembre 1933 n. 1578, indipendentemente dalla circostanza che tale condotta si sia o no rivelata dannosa per le parti. È stato, invece, ritenuto deontologicamente corretto, il comportamento dell'avvocato che, dopo aver difeso due parti in uno stesso giudizio penale, successivamente alla denuncia di una nei confronti dell'altra, mantenga la difesa di una sola parte, ove i fatti oggetto della denuncia siano ontologicamente e storicamente diversi da quelli oggetti del primo procedimento. (Nella specie è stato assolto il professionista a cui era stata inflitta la sanzione della censura). (Così Cons. Naz. Forense n.120.) - 4 -
5 4. Il dovere di lealtà e probità nel giudizio e il divieto di utilizzo di espressioni sconvenienti od offensive Nel corso del giudizio, le parti e i loro difensori hanno il dovere di comportarsi con lealtà e probità. Così prescrive l art.88 del codice di procedura civile, che precisa, poi, al 2 comma che in caso di mancanza dei difensori a tale dovere, il giudice deve riferirne alle autorità che esercitano il potere disciplinare su di essi. Il successivo art.89 (come si è accennato in precedenza) dispone che negli scritti presentati e nei discorsi pronunciati davanti al giudice, le parti e i loro difensori non debbono usare espressioni sconvenienti od of - fensive e ribadisce, al 2 comma, che il giudice ha il potere di disporre, con ordinanza, che si cancellino le espressioni sconvenienti od offensive, e, con la sentenza che decide la causa, può inoltre assegnare alla perso - na offesa una somma a titolo di risarcimento del danno anche non patrimoniale sofferto, quando le espressioni offensive non riguardano l'oggetto della causa. In sede interpretativa, la Suprema Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, con la sentenza n ha ritenuto che costituisca violazione del dovere di lealtà e probità delle parti così come disciplinato dall'art. 88 cod. proc. civ. la condotta processuale di una parte caratterizzata dalla ripetuta contestazione della giurisdizione del giudice adito in simmetrica opposizione alle scelte di controparte, unita alla richiesta, accolta, di sospensione del giudizio ai sensi dell'art. 295 cod. proc. civ., trattandosi di un comportamento processuale idoneo a pregiudicare il diritto fondamentale della parte a una ragionevole durata del processo ai sensi dell'art. 111 Cost. Pertanto tale condotta può determinare l'applicazione dell'art. 92, primo comma, ultima parte cod. proc. civ., secondo il quale, il giudice, a prescindere dalla soccombenza può condannare una parte al rimborso delle spese che, in violazione dell'art. 88 cod. proc. civ., ha causato all'altra parte. Con la sentenza n.11379, inoltre, il Supremo Collegio ha ritenuto costituisca violazione del dovere di lealtà e probità delle parti processuali anche il comportamento dell avvocato il quale - proposta da una compagnia di assicurazione opposizione all'esecuzione, - abbia proceduto esecutivamente benché in precedenza gli fosse stato offerto (da controparte) un assegno circolare a soddisfazione del credito. Ciò, perché il comportamento del creditore (e del suo difensore) si era posto in contrasto con i doveri di lealtà e probità di cui all'art. 88 cod. proc. civ., avendo egli omesso di comunicare il proprio rifiuto di ricevere l'assegno prima di dare inizio all'esecuzione, adducendo a giustificazione la mancanza del potere di riscuotere in capo al difensore, così comportandosi in modo palesemente teso a lucrare anche le spese dell'esecuzione
6 5. Le conseguenze della condotta infedele e/o sleale: il patrocinio infedele e le altre infedeltà del patrocinatore o del consulente tecnico Dalla violazione dei doveri di fedeltà, lealtà e correttezza del professionista possono discendere non solo conseguenze sul piano disciplinare, ma altresì, da un lato la responsabilità civile per i danni eventualmente arrecati al cliente e, d altro canto, sul piano penale, l integrazione delle fattispecie di reato prescritte dagli artt. 380 (patrocinio infedele) e 381 del codice penale (altre infedeltà del patrocinatore o del consulente tecnico) ovvero di appropriazione indebita, truffa, falso, abusi nella qualità di curatore, esecutore fallimentare, ecc.. Più precisamente, il menzionato art.380 prevede che Il patrocinatore o il consulente tecnico, che, rendendosi infedele ai suoi doveri professionali, arreca nocumento agli interessi della parte da lui difesa, assistita o rappresentata dinanzi all'autorità giudiziaria, è punito con la reclusione da uno a tre anni e con la multa non inferiore a lire un milione. La pena è aumentata: 1) se il colpevole ha commesso il fatto, colludendo con la parte avversaria; 2) se il fatto è stato commesso a danno di un imputato. Si applicano la reclusione da tre a dieci anni e la multa non inferiore a lire due milioni, se il fatto è commesso a danno di persona imputata di un delitto per il quale la legge commina la pena di morte o l'ergastolo ovvero la reclusione superiore a cinque anni. Il successivo art.381 c.p. dispone, poi, che Il patrocinatore o il consulente tecnico, che, in un procedimento dinanzi all'autorità giudiziaria, presta contemporaneamente, anche per interposta persona, il suo patrocinio o la sua consulenza a favore di parti contrarie, è punito, qualora il fatto non costituisca un più grave reato, con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa non inferiore a lire duecentomila. La pena è della reclusione fino a un anno e della multa da lire centomila a un milione, se il patrocinatore o il consulente, dopo aver difeso, assistito o rappresentato una parte, assume, senza il consenso di questa, nello stesso procedimento, il patrocinio o la consulenza della parte avversaria. Al riguardo, la Suprema Corte di Cassazione, sez. 2^ pen., con la sentenza n ha precisato: Il reato di patrocinio infedele (articolo 380 comma 1, del Cp) è un reato che richiede per il suo perfezionamento, in primo luogo, una condotta del patrocinatore irrispettosa dei doveri professionali stabiliti per fini di giustizia a tutela della parte assistita e, in secondo luogo, un evento che implichi un nocumento agli interessi di quest'ultimo, inteso questo non necessariamente in senso civilistico di danno patrimoniale, ma anche nel senso di mancato conseguimento dei beni giuridici o dei benefici di ordine anche solo morale che alla stessa parte sarebbero potuti derivare dal corretto e leale esercizio del patrocinio legale. In questa prospettiva, la condotta illecita può consistere anche nell'occultamento di notizie o nella comunicazione di notizie false e fuorvianti nel corso del processo. (Da queste premesse, la Corte ha ritenuto correttamente ravvisato il reato in una fattispecie nella quale la condotta dell'imputato si era sostanziata nella comunicazione di una falsa notizia circa l'esito di un procedimento civile di rilevante importo economico, condotta apprezzata come idonea a creare una falsa aspettativa nella parte assistita, inducendola a comportamenti imprudenti e quindi pregiudizievoli; con la precisazione, peraltro, che l'evento di danno non doveva comunque essere inteso in senso civilistico, non occorrendo, quindi, in proposito, l'individuazione di un preciso pregiudizio patrimoniale). (così Cass. sez. 2^ pen n.22702); Per la configurazione del reato di patrocinio infedele, di cui all'art. 380 c.p. - che e` reato proprio, nel senso che soggetto attivo deve essere il "patrocinatore" - non e` sufficiente che l'avvocato si renda genericamente infedele nell'adempimento dei doveri scaturenti dall'accettazione dell'incarico affidatogli, essendo necessaria, al contrario, quale elemento costitutivo del reato, la pendenza di un procedimento nell'ambito del quale deve realizzarsi la violazione degli obblighi assunti con il mandato: la valenza penale dell'attività` del patrono deve ricondursi, infatti, al momento effettivo dell'esercizio della giurisdizione. Tuttavia, neppure e` sufficiente che il comportamento produca esclusivamente la lesione dell'interesse concernente il normale funzionamento della giustizia, richiedendo anche la legge, ai fini della consumazione del reato, che sia arrecato un nocumento al soggetto privato (Nella specie e` stata esclusa la sussistenza del reato nel comportamento del patrocinatore il quale, assuntosi l'incarico di dare corso all'offerta di una somma per il rilascio di un terreno agricolo e, in caso di mancata accettazione, di intimare il precetto per l'esecuzione del rilascio, - 6 -
7 aveva omesso il compimento di tali atti - ritenuti dalla Corte entrambi extragiudiziali - assicurando, falsamente di avervi provveduto). (Cass. sez. 6^ pen n.9758). Con particolare rifermento all esistenza (quale necessario elemento costitutivo della fattispecie di reato) di un nocumento agli interessi della parte, il Supremo Collegio ha poi chiarito: Il delitto di patrocinio o consulenza infedele non è integrato dalla sola infedeltà ai doveri professionali, occorrendo la verificazione di un nocumento agli interessi della parte, che, quale conseguenza della violazione dei doveri professionali, rappresenta l'evento del reato. (così Cass. 6^ sez. pen n.31678); Ai fini dell'integrazione della fattispecie criminosa del patrocinio infedele, l'evento di danno, e quindi il nocumento agli interessi della parte difesa, assistita o rappresentata dinanzi all'autorità giudiziaria, non va inteso nel senso civilistico e quindi non è necessario che si verifichi un pregiudizio patrimoniale, ben potendo consistere anche soltanto nell'adozione di comportamenti imprudenti in conseguenza della comunicazione di una falsa notizia circa l'esito di un procedimento civile di rilevante importo economico. (Così Cass n.22702). Avendo riguardo, invece, alle modalità di estrinsecazione della condotta delittuosa, la Cassazione ha altresì enunciato i seguenti principi di diritto: Per la sussistenza del reato di patrocinio infedele è necessaria, quale elemento costitutivo del reato, la pendenza di un procedimento nell'ambito del quale deve realizzarsi la violazione degli obblighi assunti con il mandato, anche se la condotta non deve necessariamente estrinsecarsi in atti o comportamenti processuali (Così Cass. 6^ sez. pen n.21160); Il delitto di patrocinio infedele è reato proprio, il cui soggetto attivo deve essere il "patrocinatore"; ne consegue che, essendo detta qualità inscindibile dallo svolgimento di attività processuali, ai fini dell'integrazione del reato non è sufficiente che un avvocato non adempia ai doveri scaturenti dall'accettazione di un qualsiasi incarico di natura legale, ma occorre la pendenza di un procedimento nell'ambito del quale si sia realizzata la violazione degli obblighi assunti con il mandato. (Cass. sez. 2^ pen n.6382); Per la sussistenza del reato di patrocinio infedele è necessaria, quale elemento costitutivo del reato, la pendenza di un procedimento nell'ambito del quale deve realizzarsi la violazione degli obblighi assunti con il mandato, che peraltro non deve necessariamente estrinsecarsi in atti o comportamenti processuali. (In applicazione di tale principio, la Corte ha ravvisato il reato di cui all'art. 380 cod. pen. nella condotta del difensore, il quale avendo assunto l'incarico di patrocinare una parte per la revocatoria di una donazione, aveva costituito con la parte avversaria rapporti societari aventi ad oggetto il trasferimento di beni immobili, arrecando un nocumento al suo cliente, consistito nel fargli perdere le garanzie sul patrimonio immobiliare della controparte). (Cass. sez. 6^ pen ,2006 n.41370); La disposizione di cui all'art. 380 del cod. pen. (Patrocinio o consulenza infedele) sanziona la condotta del patrocinatore, infedele ai suoi doveri professionali, che arrechi nocumento agli interessi della parte da lui difesa (assistita o rappresentata) dinanzi all'autorità giudiziaria: il testo della norma impone di interpretarla letteralmente nel senso di ritenere che il legislatore abbia inteso riservare la sanzione penale per quei comportamenti infedeli che abbiano luogo nell'ambito di un procedimento, escludendo invece dalla portata della previsione le attività poste in essere prima dell'instaurazione del procedimento e ad esso prodromiche. (Così Cass. sez. 2^ pen n.13489) Perche` si abbia il reato di patrocinio infedele punito dall`art. 380 cod. pen., occorre una attuale e effettiva pendenza del procedimento avanti all`autorità` giudiziaria e l`infedeltà` del patrocinio non puo` essere riferita alle attività prodromiche alla sua instaurazione.(nell`affermare il principio di cui in massima la corte ha escluso che potesse integrare il reato di patrocinio infedele la omessa presentazione di un ricorso per sequestro giudiziario e di un ricorso possessorio) (così Cass n.8420) Seguendo gli insegnamenti dei giudici di legittimità, il Tribunale de L aquila, con la sentenza n.186, ha ritenuto che La condotta del difensore che indebitamente si appropri di somme spettanti alla parte assistita, integra, nel contempo, sia il reato di patrocinio infedele di cui all'art. 380 c.p., che quello d'appropriazione indebita previsto dall'art. 646 c.p.. Il Tribunale di Roma, sez. 4^ pen., con la sentenza n.26504, inoltre, ha ritenuto: In tema di patrocinio o consulenza infedele, qualora l'avvocato con la sua condotta infedele, occultando notizie o comunicando notizie false sul corso del processo, oltre a recare un danno al cliente si procuri dolosamente un ingiusto profitto, deve ritenersi ipotizzabile il concorso materiale del reato di cui all'art
8 380 c.p. con quello di truffa. (Nella fattispecie, l'ingiusto profitto conseguito dal patrocinatore è rappresentato dall'avere incassato in più occasioni somme di denaro per spese e onorari a fronte del mancato svolgimento dell'incarico conferitogli.) ; In tema di reato di patrocinio o consulenza infedele, sul piano soggettivo non assume alcun rilievo la volontà specifica dell'agente di nuocere alla parte. Invero, per la punibilità di tale fattispecie delittuosa non è necessario che il comportamento del patrocinatore sia posto in essere con il preciso scopo di recare pregiudizio al cliente nel senso che l'infedeltà venga indirizzata con l'intento di ledere gli interessi del medesimo. Il reato deve ritenersi integrato sotto il profilo del dolo, semplicemente con la consapevolezza e la volontà di violare l'obbligo di curare gli interessi della parte difesa, assistita o rappresentata nel processo, in conformità al mandato da essa ricevuto e a quanto le regole e le incombenze processuali richiedono per l'adempimento di tale incarico. Andando in senso contrario ai principi più volte affermati dalla giurisprudenza di legittimità, invece, il Tribunale di Roma, con la medesima decisione n.26504/2006 ha concluso che Il presupposto del reato di infedele patrocinio è l'esercizio della difesa, rappresentanza e assistenza davanti all'autorità giudiziaria, intese come oggetto del rapporto di partecipazione professionale e non come estrinsecazione effettiva di attività processuale. Ne consegue che, ad integrare l'elemento oggettivo del delitto è sufficiente che l'avvocato si renda infedele ai doveri connessi all'accettazione dell'incarico di difendere taluno dinanzi all'autorità giudiziaria, indipendentemente dall'attuale svolgimento di un'attività processuale e della pen - denza della lite, dal momento che il pregiudizio in danno della parte può concretarsi nella dolosa astensione dalla doverosa attività processuale (In applicazione di tale principio, il tribunale in composizione monocratica ha ritenuto pienamente responsabile l'imputato dei reati di patrocinio infedele e di quello connesso di truffa, sebbene il professionista non avesse mai avviato alcun procedimento giudiziale nell'interesse della parte offesa. Nella fattispecie, quest'ultima aveva conferito all'avvocato l'incarico di curare la pro - cedura di sfratto dell'inquilino conduttore dell'appartamento di sua proprietà. Il legale tuttavia, nonostante avesse percepito in più occasioni acconti in denaro a titolo di spese e onorari ed avesse dato ampie rassi - curazioni sullo svolgimento del mandato in favore del cliente, non compiva di fatto alcuna attività, renden - dosi infedele ai suoi doveri professionali e procurando al cliente un grave pregiudizio economico.. Con riguardo, invece, ai comportamenti dell avvocato che integrano la fattispecie di reato di cui all art.381 c.p., merita ricordare il principio affermato dalla Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza (in Giust. Pen. 1936, II, 738) per cui è sanzionato ai sensi del menzionato art.381 c.p., il comportamento del - l avvocato che, sia pure con il proposito di far vincere il proprio cliente, rediga una comparsa nell interesse dell avversario, nonché la decisione del Tribunale di Sant Angelo dei Lombardi n.63, per la quale Ai fini della sussistenza del reato p. e p. dall'art. 381 c.p., la norma incriminatrice considera sufficiente an - che lo svolgimento del patrocinio per interposta persona. E stato, invece, escluso il reato di cui all'art. 381 comma I, c.p. qualora le parti apparentemente contrapposte, in favore delle quali l'esercente la professione legale presti contemporaneamente la propria opera, perseguano in realtà un unico e lecito fine ad esse comune, facendo difetto, in tal caso, l'evento tipico del suddetto reato, identificabile o nel nocumento arrecato al patrocinato o nel perseguimento di un fine illecito. (In applicazione di tale principio, la Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza n.13106, ha escluso che potesse affermarsi la responsabilità penale di un avvocato il quale, dopo aver predisposto, per il promissario acquirente di un bene immobile, un atto di citazione per ottenere, ai sensi dell'art c.c., l'esecuzione specifica del preliminare di compravendita, aveva redatto, in favore del convenuto promittente la vendita, una comparsa di risposta in cui non si negava l'esistenza o la validità del suddetto preliminare, ma si allegava soltanto l'impossibilità di adempierlo a cagione di un provvedimento di sequestro conservativo gravante sull'immobile)
9 6. Le conseguenze della condotta infedele e/o sleale dell avvocato: il procedimento disciplinare In caso di comportamenti contrari alle disposizioni della legge professionale forense, gli avvocati oltre a essere sottoposti alle disposizioni del codice penale e di procedura penale, per il caso in cui le violazioni integri - no ipotesi di reato - sono sottoposti altresì a procedimento disciplinare. Art.38 RDL n.1578 dispone infatti, che Salvo quanto è stabilito negli artt. 130, 131 e 132 del codice di procedura penale e salve le disposizioni relative alla polizia delle udienze, gli avvocati e i procuratori che si rendano colpevoli di abusi o mancanze nell'esercizio della loro professione o comunque di fatti non conformi alla dignità e al decoro professionale sono sottoposti a procedimento disciplinare. Il potere disciplinare spetta al Consiglio dell Ordine degli Avvocati. La competenza territoriale e i casi di conflitti di competenza La competenza territoriale del Consiglio dell Ordine degli avvocati chiamato a decidere sull applicazione di un provvedimento disciplinare a carico di un avvocato è individuata, quale principio generale, dall art.38/2 comma del R.D.L n La menzionata norma dispone La competenza a procedere disciplinarmente appartiene tanto al direttorio che ha la custodia dell albo in cui il professionista è iscritto, quanto al direttorio nella giurisdizione del quale è avvenuto il fatto per cui si procede: ed è determinata, volta per volta, dalla prevenzione. Il direttorio che ha la custodia dell albo nel quale il professionista è iscritto è tenu - to a dare esecuzione alla deliberazione dell altro direttorio. Per determinare la competenza del Consiglio dell Ordine degli avvocati, pertanto, occorre avere riguardo (i) al luogo in cui è custodito l'albo in cui il professionista è iscritto,ovvero (ii) al luogo in cui è avvenuto il fatto per cui si procede. Il Consiglio dell Ordine che ha la custodia dell albo nel quale il professionista è iscritto è tenuto, poi, a dare esecuzione alle deliberazioni dell altro Consiglio. In via generale, allora può affermarsi che vi sia una duplice competenza alternativa, determinata, volta per volta, dal criterio della prevenzione. Vi sono, però, alcuni casi particolari che, secondo parte della dottrina, costituirebbero una deroga alla competenza alternativa prevista dall art.38 del R.D.L n Più precisamente: (i) se l azione inizia in base a comunicazione dell autorità giudiziaria, in ordine all esistenza di un processo penale che può dar vita all azione disciplinare, ovvero all applicazione della sospensione cautelare, la competenza appartiene al Consiglio presso cui il professionista è iscritto, poiché tale Consiglio è competente a decidere. L Art.44/3 comma RDL n.1578, con riguardo al caso in cui l avvocato sia stato sottoposto anche a procedimento penale, prevede infatti, che: Le autorità giudiziarie e le altre autorità competenti danno immediatamente avviso al Pubblico Ministero presso il Tribunale ed al Consiglio dell ordine che ha la custodia dell albo, in cui il professionista è iscritto, dei provvedimenti per i quali sono stabilite l apertura del procedimento disciplinare o l applicazione della sospensione cautelare. ; (ii) se l azione è diretta contro un consigliere dell Ordine, la competenza è del Consiglio avente sede presso la Corte d appello più vicina. L art. 1 del D.Lgs. n.597/1947 dispone infatti che La competenza a procedere disciplinarmente in confronto dell'avvocato o del procuratore che è componente del Consiglio dell'ordine, appartiene al Consiglio costituito nella sede della Corte d'appello. Se egli appartiene a quest'ultimo, è giudicato dal Consiglio costituito nella sede della Corte d'appello più vicina. (iii) se l azione è diretta contro un avvocato straniero, la competenza è del Consiglio dov è avvenuto il fatto e se riguarda avvocati italiani all estero è del Consiglio ove il professionista è iscritto. In giurisprudenza, la Suprema Corte di Cassazione a sezioni unite, con la sentenza n , ha ritenuto, invece, che la disposizione del R.D.L. n del 1933, art. 44, comma 3, prevede soltanto che le segnalazioni vengano inoltrate al Consiglio dell Ordine degli Avvocati più facilmente identificabile come titolare di competenza a decidere sulla segnalazione stessa, senza che si debba far riferimento al, sovente incerto, criterio del locus commissi delicti. E non sussistono elementi per sostenere che da simile disposizio - ne procedimentale discenda una deroga alla competenza alternativa prevista dalla norma che disciplina specificamente il tema della competenza per territorio. In tali casi, talora, può sorgere un conflitto di competenza disciplinare fra i sindacati locali per quanto con - cerne l esercizio del potere disciplinare, la cui risoluzione è demandata al Consiglio Nazionale Forense
10 L art.49 del R.D.L. n.1578/1933 prevede infatti che Spetta altresì al Consiglio nazionale forense di pronunciarsi sui conflitti di competenza fra i sindacati locali per quanto concerne l'esercizio del potere disciplinare. L art.3 del D.Lgs n.597/1947, dispone, inoltre, che Il Consiglio nazionale forense, oltre a esercitare le altre funzioni demandategli dall'ordinamento sulle professioni di avvocato e di procuratore, decide: a) sui conflitti di competenza fra i Consigli degli ordini; b) sul reclamo del praticante avverso il diniego del rilascio di certificato di compiuta pratica. Un conflitto di competenza può verificarsi anche in senso negativo, quando nessuno dei due Ordini si ritenga competente a decidere. Anche in questo caso, l interessato potrà rivolgersi al Consiglio Nazionale forense, il quale deciderà in ordine all attribuzione del procedimento. L avvio del procedimento disciplinare La fase di avvio del procedimento è disciplinata dall art.38 R.D.L. n.1578/1933 e dall art.47 RD. n.37/1934. In particolare, il 3 comma dell art.38 citato dispone che Il procedimento disciplinare è iniziato di ufficio o su richiesta del Pubblico Ministero presso la Corte d'appello o il Tribunale, ovvero su ricorso dell'interessato. L art. 47 RD. n.37/1934, poi, precisa che Il segretario del sindacato, presidente del direttorio deve dare immediata comunicazione all'interessato e al Pubblico Ministero dei procedimenti disciplinari che siano stati iniziati a termini dell'art. 38 del R.D.L. 27 novembre 1933, n La comunicazione deve contenere la enunciazione sommaria dei fatti per i quali il procedimento è stato iniziato. Lo stesso Presidente, o un componente del Consiglio da lui delegato, raccoglie quindi le opportune informazioni e i documenti che reputa necessari ai fini del procedimento nonché le deduzioni che gli pervengano dall'incolpato e dal Pubblico Ministero, stabilisce quali testimoni siano utili per l'accertamento dei fatti e provvede a ogni altra indagine. Il Presidente nomina poi il relatore tra i componenti del Consiglio, e fissa la data della seduta per il giudizio, ordinando la citazione dell'incolpato, con l'osservanza del termine prescritto nell'art. 45 del R.D.L. 27 novembre 1933, n Dalla lettura coordinata delle due menzionate disposizioni discende, perciò, che il procedimento disciplinare inizia o d ufficio o su istanza della parte interessata ovvero su richiesta del P.M.. E allora, non appena il Consiglio dell Ordine ha notizia di un fatto che potrebbe essere sanzionato sul piano disciplinare, svolge una sommaria valutazione dei fatti addebitati per valutarne la fondatezza e rilevanza, oltre alla propria competenza a decidere. Se gli stessi risultano manifestamente infondati o irrilevanti il Consiglio delibera immediatamente l archiviazione. Qualora invece i fatti abbiano una rilevanza deontologica, il Presidente del Consiglio dell Ordine dispone l apertura del procedimento disciplinare con la formulazione dei relativi capi di incolpazione e ne dà comunicazione all interessato ed al P.M.. Tale comunicazione è di rilievo, perché: interrompe la prescrizione quinquennale; determina la competenza tra i due possibili fori alternativi. L istruttoria Una volta avviato il procedimento disciplinare, in base al principio del contraddittorio, il Consiglio deve ascoltare l interessato e il P.M, i quali possono presentare deduzioni anche scritte memorie, documenti, richiesta di escussione testi ovvero di acquisizione di ulteriore documentazione probatoria. Il legislatore, in - fatti, non sembra aver posto alcuna limitazione di carattere probatorio. L art. 47 RD. n.37/1934, dispone, infatti, che Lo stesso Presidente, o un componente del Consiglio da lui delegato, raccoglie quindi le opportune informazioni e i documenti che reputa necessari ai fini del procedi - mento nonché le deduzioni che gli pervengano dall'incolpato e dal pubblico ministero, stabilisce quali testimoni siano utili per l'accertamento dei fatti e provvede a ogni altra indagine. Quindi, espletata l attività istruttoria Il Presidente. fissa la data della seduta per il giudizio, ordinando la citazione dell'incolpato, con l'osservanza del termine prescritto nell'art. 45 del R.D.L. 27 novembre 1933, n (così il citato art.47). Parte degli interpreti, con riguardo alla funzione a cui adempia tale attività istruttoria (così G. ORSONI, in L ordinamento professionale forense, Padova, 2005, pp.76 e ss.) ha osservato che l art.47 cit. attribuisce il potere istruttorio unicamente al Presidente del Consiglio, ovvero a un suo delegato (e cioè a un organo monocratico e non collegiale), il quale non ha il potere di rilevazione e raccolta delle prove, bensì di raccolta
11 degli elementi reputati utili ai fini dell accertamento dei fatti. Si tratterebbe, cioè, di un attività di carattere sommario e monocratico, con funzione prodromica e inerente al successivo dibattimento, che non trova quale momento conclusivo la prospettazione (per quanto generica e sommaria) di un ipotesi di responsabilità disciplinare, quanto, invece, la mera esposizione (rappresentativa) delle contestazioni svolte, in sede di esercizio dell iniziativa procedimentale. E cioè in sede di avvio del procedimento. (Così G. ORSONI, in op. cit., p.77.) D altra parte, anche il successivo art.48 RDL n.37/1934, tra gli elementi essenziali dell atto di citazione contiene unicamente la menzione circostanziata degli addebiti e l'elenco dei testimoni che saranno presentati in giudizio, senza alcuna previsione di includervi gli esiti di un attività di accertamento e verificazione delle contestazione. La fase istruttoria termina o con una deliberazione di archiviazione (qualora - già a una prima valutazione sommaria emerga la palese insussistenza dei presupposti necessari a configurare un ipotesi di responsabilità disciplinare) ovvero con il successivo rinvio a giudizio e la citazione dell incolpato. Se viene disposto il rinvio a giudizio, il Presidente nomina il Consigliere relatore e notifica all incolpato la data di fissazione del dibattimento, concedendogli un termine di comparizione non inferiore a 10 giorni e ordinandone la citazione con un atto (art.48 RDL n.37/1934) che contiene: le generalità dell incolpato; l indicazione precisa e determinata degli addebiti (a pena di nullità); il luogo, il giorno e l ora della comparizione; l avviso che l incolpato potrà farsi assistere da un difensore; l avviso che si procederà al giudizio anche in caso di mancata comparizione; l elenco dei testi che saranno escussi; il termine entro il quale l incolpato, il suo difensore ed il PM, potranno prendere visione degli atti, presentare deduzioni ed indicare testi; la data di emissione e la sottoscrizione del Presidente. L atto di citazione deve essere notificato anche al PM. Il dibattimento La fase dibattimentale del procedimento è disciplinata dagli artt. 49 e 50 del RDL n.37/1934. Più precisamente, l art. 49 dispone che L'incolpato e il Pubblico Ministero, qualora inducano testimoni a termini del n. 5 del precedente articolo, debbono esporre sommariamente le circostanze sulle quali intendono che i testimoni siano esaminati. Il segretario del sindacato, presidente del direttorio, ordina la citazione dei testimoni indicati. Qualora non sia possibile provvedere tempestivamente per la citazione dei testimoni indicati, il Presidente ordina il rinvio del giudizio ad altra prossima seduta, dandone immediatamente comunicazione all'incolpato, al Pubblico Ministero e ai testimoni già citati. Il successivo art.50 precisa poi che Nella seduta stabilita, il relatore espone i fatti e le risultanze del procedimento. Viene interrogato quindi l'incolpato, sono esaminati i testimoni e il difensore è ammesso a esporre le sue deduzioni. L'incolpato ha per ultimo la parola, se la domanda. Qualora l'incolpato non si presenti né giustifichi un legittimo impedimento, si procede in sua assenza. L attenzione del legislatore nella disciplina della prova per testimoni evidenzia che la fase dibattimentale è caratterizzata dall oralità dell istruttoria. In dottrina, da tale constatazione un autore ha osservato che all oralità dell istruttoria non può che conseguire vista la sua determinante incidenza, nella fase dibattimen - tale la configurazione dell oralità dell intero procedimento. E a una tale teorizzazione soccorre, altresì, un ulteriore circostanza. Qualora, infatti, nel corso del dibattimento, abbia luogo l emersione di elementi idonei a supportare un nuovo ed ulteriore addebito, in tal caso, è sufficiente procedere ad una contestazio - ne formale nei confronti dell incolpato a prescindere da qualsiasi adempimento di carattere documentale. E il diritto di difesa, si ritiene tutelato, consentendo il mero rinvio dell udienza dibattimentale. (Così G. OR- SONI, in L ordinamento professionale forense, Padova, 2005, p.80.). L udienza è presieduta dal Presidente del Consiglio dell Ordine, ovvero (in sua assenza) dal Consigliere anziano e non è pubblica. Per la validità della delibera, il quorum costitutivo deve essere della maggioranza dei membri del Consiglio. L udienza può essere rinviata su richiesta dell interessato, il quale ha anche facoltà di non presentarsi. Può presenziare il PM, con facoltà di presentare le sue conclusioni
12 Il consigliere incaricato apre l udienza dando lettura della sua relazione, cui segue l interrogatorio dell incolpato, l esame dei testi, le deduzioni della difesa. In ogni caso, l incolpato, ove lo richieda, ha diritto ad avere per ultimo la parola. Chiusa la discussione e dopo aver allontanato l interessato ed il difensore, il Consiglio delibera a maggioranza dei voti. In caso di parità il voto del Presidente vale il doppio. La conclusione del procedimento disciplinare: la decisione. Al termine della fase dibattimentale, dopo la discussione, il Consiglio dell Ordine adotta la decisione. L art.51 RDL n.37/1934 prevede, al riguardo, che Chiusa la discussione, il direttorio delibera fuori della Presenza dell'incolpato e del difensore. Si osservano, in quanto applicabili, le disposizioni dell'art. 473 del codice di procedura penale. La decisione è redatta dal relatore e deve contenere la esposizione dei fatti, i motivi sui quali si fonda, il dispositivo, l'indicazione del giorno, del mese e dell'anno in cui è pronunziata e la sottoscrizione del Presidente e del segretario. Essa è pubblicata mediante deposito dell'originale negli uffici di segreteria. La decisione può essere di archiviazione ovvero di inflizione di sanzione. Quale atto attraverso cui si estrinseca un potere amministrativo proprio del Consiglio dell ordine, si tratta di un provvedimento amministrativo. Elemento essenziale della decisione è, pertanto, la motivazione, redatta dal Consigliere relatore, la quale deve contenere l esposizione dei fatti, i motivi a sostegno della decisione, il dispositivo, l indicazione dell anno, mese e giorno della pronuncia e la sottoscrizione anche del Presidente e del segretario. La giurisprudenza di legittimità ha precisato, al riguardo, che poiché la funzione disciplinare, di cui sono titolari i Consigli dell Ordine è manifestazione di un potere amministrativo, attribuito dalla legge per l attuazione del rapporto che si instaura con l appartenenza all Ordine, per quanto i Consigli operino con la garanzia di un procedimento, ciò non vale ad attribuire ad esso alcun connotato giurisdizionale (così Cass. SS. UU. n.10688/2002, ma si veda anche TAR Abruzzo, n.166). La pubblicazione della decisione avviene con il deposito in segreteria e la notificazione di copia integrale all interessato e al pubblico ministero presso il tribunale, entro 15 giorni (art.50 l.p.f.). Il ricorso al Consiglio Nazionale Forense La decisione del Consiglio dell Ordine può essere impugnata con ricorso al Consiglio Nazionale Forense. Legittimati all azione sono unicamente due soggetti: il professionista incolpato ed il P.M. presso la Corte d Appello. Le disposizioni contenute negli artt.50, della legge sull ordinamento forense, infatti, non contemplano alcuna forma di intervento del terzo esponente. L art.50 del RDL n.1578 dispone, che Le decisioni del direttorio del sindacato nazionale e del direttorio di un sindacato locale sono notificate in copia integrale entro quindici giorni all'interessato ed al Pubblico Ministero presso il Tribunale, al quale sono comunicati contemporaneamente anche gli atti del procedimento disciplinare. Il Pubblico Ministero presso il Tribunale riferisce entro dieci giorni con parere motivato al Pubblico Ministero presso la Corte d'appello. Quest'ultimo e l'interessato possono, entro venti giorni dalla notificazione di cui al comma precedente, proporre ricorso al Consiglio superiore forense. Perciò, dopo aver ricevuto copia della decisione, il pubblico ministero riferisce (entro dieci giorni) con parere motivato al Procuratore Generale presso la Corte d Appello, il quale (come pure l incolpato) può proporre ri - corso al Consiglio Nazionale forense entro venti giorni dalla notificazione della decisione. Merita evidenziare che il ricorso non deve essere notificato, ma deve essere depositato ( presentato ) negli uffici del Consiglio dell Ordine che ha emesso il provvedimento impugnato entro il suddetto termine di venti giorni dalla notifica della decisione (art.50, 2 comma l.p.f. e 59 RDL n.37/1934). L art.59 del RDL n.37/1934 prescrive, poi, che: Il ricorso alla commissione centrale è presentato negli uffici del direttorio che ha emesso la pronuncia, e deve contenere l'indicazione specifica dei motivi sui quali si fonda, ed essere corredato della copia della pronuncia stessa, notificata al ricorrente. Agli effetti della decorrenza del termine per il ricorso incidentale preveduto nell'art. 50, comma terzo, R.D.L. 27 novembre 1933, n. 1578, si ha riguardo alla data in cui è stata fatta la notificazione del provvedimento impugnato al professionista interessato e, nel caso di più professionisti, alla data dell'ultima notificazione. L'ufficio del direttorio comunica immediatamente, in copia, alle altre parti il ricorso che sia stato presentato a norma del comma primo del presente articolo. Al Pubblico Ministero è anche comunicata la data dell'ultima notifi
13 cazione del provvedimento impugnato ai professionisti interessati. Il ricorso e gli altri atti del procedimento rimangono depositati negli uffici del direttorio per il termine di dieci giorni dalla scadenza di quello stabilito per ricorrere. Nel caso di cui all'art. 50, comma terzo, del R.D.L. 27 novembre 1933, n. 1578, il termi - ne del deposito decorre dalla scadenza di quello stabilito per il ricorso incidentale. Fino a quando gli atti ri - mangono depositati le parti interessate possono prenderne visione, proporre deduzioni ed esibire docu - menti. Il ricorso e gli altri atti nonché le deduzioni ed i documenti di cui al comma precedente sono quindi trasmessi alla Commissione centrale. Gli atti, perciò, dopo essere stati depositati negli uffici del Consiglio dell Ordine, vengono trasmessi alla segreteria del Consiglio Nazionale forense, che li comunica al procuratore generale presso la Corte di Cassazione. Quest ultimo dovrà curare la restituzione non oltre 15 giorni dalla ricezione (artt.59 e 60 RDL n.37/1934). Contemporaneamente la stessa segreteria comunica al ricorrente e alle altre parti interessate (e cioè al Consiglio dell Ordine che ha emesso il provvedimento e al procuratore generale presso la Corte di Cassazione) che gli atti rimarranno depositati negli uffici del Consiglio Nazionale Forense <per il termine di dieci giorni a decorrere dal giorno successivo a quello in cui il pubblico ministero deve effettuarne la restituzione>. Per poter ricevere tempestivamente le comunicazioni in parola (oltre che ai fini delle notificazioni ex lege), l art.60 del menzionato R.D.L. n.37/1934 prevede che le parti eleggano il proprio domicilio in Roma presso una persona od un ufficio e darne avviso alla segreteria della Commissione. In mancanza della elezione di domicilio, le comunicazioni e le notificazioni sono fatte mediante deposito nella segreteria del Commissione centrale. Durante il termine dei dieci giorni successivi al deposito degli atti da parte del PM, il ricorrente, il suo difensore e le altre parti (e così il procuratore generale della Cassazione) possono prendere visione degli atti, proporre deduzioni ed esibire documenti (art.61 RDL n.37/1934). Il Presidente del Consiglio Nazionale forense nomina quindi il relatore tra i componenti del Consiglio e fissa la data della seduta per la discussione del ricorso. Anche questo provvedimento deve essere comunicato a tutte le parti (incolpato, pubblico ministero e consiglio dell ordine). Il ricorso incidentale avanti al Consiglio Nazionale Forense L art.50 del RDL n.1578 dopo aver fissato il termine di venti giorni dalla notificazione della deci - sione per la proposizione del ricorso prevede che Nel caso che abbia ricorso soltanto il professionista, il Pubblico Ministero può proporre ricorso incidentale entro quindici giorni dalla scadenza del termine di cui al comma precedente. Per effetto del ricorso incidentale la commissione centrale può, limitatamente ai punti della decisione ai quali si riferiscono i motivi proposti, infliggere al professionista ricorrente una pena disciplinare più grave, per specie e durata, di quella inflitta dal Consiglio dell'ordine. Il ricorso incidentale mantiene efficacia nonostante la successiva rinuncia del professionista al proprio ricorso. Il ricorso ha effetto sospensivo. Gli effetti del ricorso sono limitati ai professionisti che lo hanno proposto. Il giudizio avanti al Consiglio Nazionale Forense: l istruttoria Dopo il deposito del ricorso e degli atti, con le deduzioni del ricorrente, il Presidente del Consiglio Nazionale forense nomina il relatore tra i componenti del Consiglio e fissa la data della seduta per la discussione del ricorso. La segreteria provvede a comunicare tempestivamente al ricorrente, al Pubblico Ministero e al Consiglio dell Ordine il provvedimento del Presidente del Consiglio Nazionale forense. L udienza è pubblica (salvo che l interessato chieda espressamente l udienza a porte chiuse) e si svolge attraverso la relazione, l intervento dell incolpato e le conclusioni. La legge sull ordinamento professionale forense non prevede alcuna specifica attività istruttoria da parte del Consiglio Nazionale Forense. E, perciò, rimessa alla discrezionalità del ricorrente proporre eventuali deduzioni istruttorie o esibire documenti ed alla discrezionalità del Consiglio Nazionale Forense di procedere a tutte le ulteriori indagini ritenute necessarie per l'accertamento dei fatti. (così art.63 RDL n.37/1934). E evidente, pertanto, che si tratta di un istruttoria meramente eventuale, che può trovare ragione esclusivamente nella necessità di integrare le risultanze del precedente giudizio avanti al Consiglio dell Ordine. In dottrina, al riguardo, vi è chi ha evidenziato che si tratta di un ulteriore anomalia del procedimento avanti al Consiglio Nazionale Forense ove si consideri che la struttura appare quella tipica dei giudizi di impugnazione, però, il giudizio avanti al Consiglio Nazionale Forense non può qualificarsi quale giudizio di impugna
14 zione in senso proprio, in quanto oggetto di cognizione non è un provvedimento giurisdizionale, emesso da un organo titolare di una tale funzione, ma, invece, si tratta di un provvedimento amministrativo. Provvedimento adottato a conclusione di un procedimento amministrativo, nell esercizio di tale potestà. Tutto ciò fa sì che il giudizio avanti il CNF non sia idoneo ad assumere la configurazione di un giudizio di secondo grado. Senza dimenticare che, come ha rilevato un autore [L. Mazzarolli, Riflessione sul procedimento di - sciplinare, in Rass. Forense, 1996, 445] il ricorso proposto avanti il CNF non può intendersi quale impugnazione, in senso stretto, in quanto non è preordinato ad un giudizio volto all eliminazione di un provvedimento che si ritiene affetto da vizi, ma piuttosto ad un giudizio volto a non vedere inciso il suo status pro - fessionale per effetto di un atto non legittimamente adottato. (Così G. ORSONI, in L ordinamento professionale forense, Padova, 2005, p.110.). Il giudizio avanti al Consiglio Nazionale Forense: la decisione L art.64 del R.D.L. n.37/1934 dispone che Le decisioni della commissione centrale sono pronunciate in nome del Re, sono redatte dal relatore e devono contenere l'indicazione dell'oggetto del ricorso, le deduzio - ni del ricorrente, le conclusioni del Pubblico Ministero, quando sia intervenuto, i motivi sui quali si fondano, il dispositivo, l'indicazione del giorno, del mese e dell'anno in cui sono pronunziate, la sottoscrizione del Presidente e del segretario. Esse sono pubblicate mediante deposito dell'originale nella segreteria della Commissione. Una copia ne e comunicata immediatamente al Procuratore generale presso la Corte di cassazione, al quale debbono essere comunicate anche le date in cui siano state eseguite le notificazioni delle decisioni stesse alle altre parti interessate. Dalla lettura del menzionato art.64 del RDL n.37/1934 emerge che il dispositivo della sentenza non viene let - to in aula, perché costituisce parte della decisione, la quale contiene, più precisamente: l oggetto del ricorso; le deduzioni del ricorrente; le eventuali conclusioni del Procuratore Generale; i motivi; il dispositivo; le indicazioni dell anno, mese e giorno della pronuncia; la sottoscrizione del segretario e del Presidente. La decisione viene pubblicata mediante deposito in segretaria ed è notificata in copia autentica entro 30 giorni all interessato, al Consiglio dell Ordine ed al Pubblico Ministero presso il Tribunale e la Corte d appello cui appartiene l incolpato. Discussa è, tra gli interpreti, la natura delle decisioni del Consiglio Nazionale Forense. Secondo alcuni si tratterebbe di un provvedimento giurisdizionale, immediatamente esecutivo (Così G. OR- SONI, in op. cit., p.111.). Indurrebbe a tale conclusione la lettura sia dell art.64 citato (nella parte in cui dispone che la decisione in parola è pronunciata in nome del Popolo Italiano ), sia dell art.56 del RDL n.1578 (laddove chiarisce che Gli interessati ed il Pubblico Ministero possono proporre ricorso avverso le decisioni della Commissione centrale alle sezioni unite della Corte di cassazione, entro trenta giorni dalla notificazione, per incompetenza, eccesso di potere e violazione di legge. Il ricorso non ha effetto sospensivo. Tuttavia l'esecuzione può essere sospesa dalle sezioni unite della Corte di cassazione, in camera di consiglio, su istanza del ricorrente. ). La Cassazione, a sezioni Unite, con la sentenza n.596/76 ha rilevato l inammissibilità del ricorso proposto avanti le Sezioni Unite della Cassazione avverso una decisione del Consiglio Nazionale Forense che, risolvendo un conflitto di competenza, si sia limitata ad indicare il Consiglio dell Ordine competente per territorio giustificata dal fatto che la mancata statuizione su posizioni giuridiche di diritto soggettivo andrebbe a privare le decisioni del Consiglio Nazionale Forense del carattere giurisdizionale, dando luogo a meri provvedi - menti amministrativi, non impugnabili. Il ricorso alle sezioni Unite della Cassazione Avverso la decisione del Consiglio nazionale Forense, tutte le parti del giudizio possono proporre impugnazione innanzi alle Sezioni Unite della Cassazione
15 Le decisioni sono ricorribili per: (i) incompetenza, (ii) eccesso di potere e (iii) violazione di legge, in relazione ad un difetto di motivazione, quando questa manchi, non sia logicamente ricostruibile o sia priva di congruenza logica. Al riguardo, è di interesse la sentenza , n della Suprema Corte di Cassazione Sezioni Unite civili con la quale è stato affermato il principio per cui ai sensi dell'art. 56 comma 3, del R.D.L. n del 1933, convertito nella legge n. 36 del 1934 e dell'art. 68 comma 1, del R.D. n. 37 del 1934 le decisioni del Consiglio Nazionale Forense nella materia disciplinare sono ricorribili per Cassazione soltanto per incompetenza, eccesso di potere e violazione di legge, con la conseguenza che avverso dette decisioni non possono essere denunziati vizi motivazionali riconducibili all'ambito dell'art. 360, comma 1, n. 5 c.c., limitandosi il controllo di legittimità sulla motivazione ai casi in cui si configuri una assoluta mancanza o una mera apparenza o una totale illogicità o perplessità di essa, tale da non consentire di individuare la ratio decidendo e quindi da integrare una inosservanza dell'obbligo imposto al giudice dall'art. 132, comma 2, n. 4 c.c. di esporre concisamente i motivi in fatto e in diritto della decisione (v. per tutte in tal senso S.U n. 4802; 2004 n ; 2003 n. 5072; 2002 n. 8144; 2002 n. 1732; 2002 n. 487). In sede di ricorso in Cassazione (secondo quanto prescrive l art.56 del RDL n.1578), è possibile anche chiedere la sospensione della esecutività della decisione del Consiglio Nazionale Forense. La decisione della Suprema Corte, sull istanza di sospensione, è presa in Camera di Consiglio, prima della discussione del ricorso principale. Il ricorrente, entro 30 giorni deve notificare il ricorso a tutte le altre parti interessate, a pena di inammissibilità. Esso deve contenere l esposizione dei fatti e dei motivi sui quali si fonda, evidenziando in particolare l incompetenza, la violazione di legge o l eccesso di potere che giustificano l impugnazione. Nei 15 giorni successivi alla notificazione, l originale del ricorso dev essere depositato nella cancelleria della Suprema Corte, unitamente a copia della decisione impugnata, notificata al ricorrente, a pena di improcedibilità. Nei 20 giorni successivi alla notificazione, gli interessati possono depositare le loro deduzioni. La Cancelleria comunica copia del ricorso al Procuratore Generale e richiede gli atti del processo alla segreteria del Consiglio Nazionale Forense. Il Primo Presidente della Corte di Cassazione nomina un relatore, fa comunicare gli atti al Procuratore Generale e fissa l udienza di discussione del ricorso che notifica alle parti almeno 15 giorni prima. L interessato può presenziare e svolgere la propria difesa anche personalmente ovvero può farsi assistere da un avvocato, purché abilitato all esercizio innanzi alla Cassazione, al quale avrà conferito mandato speciale, L interessato, inoltre, elegge domicilio in Roma (diversamente si considera domiciliato presso la segreteria del Consiglio Nazionale Forense). All incolpato deve essere concesso un termine minimo inderogabile di almeno 10 giorni per comparire all udienza ed un termine di meno di 10 giorni per prendere visione degli atti del procedimento. Negli stessi termini presenta le sue conclusioni il Procuratore Generale. Il procedimento segue le disposizioni del processo civile innanzi alla Corte di Cassazione. Il giudizio deve concludersi entro 90 giorni. Se la Suprema Corte annulla con rinvio, il Consiglio Nazionale Forense deve provvedere uniformandosi alla decisione della Corte sul punto in cui vi è stata la pronuncia
16 7. Riferimenti giurisprudenziali Sul dovere di correttezza e lealtà Cass. sez. 3^ civ n.11379, in Repertorio24, Banca Dati Lex 24 del Sole24 Ore Proposta da una compagnia di assicurazione opposizione all'esecuzione, qualora il creditore abbia proceduto esecutivamente benché in precedenza fosse stato inviato al suo difensore (e coniuge) un assegno circolare a soddisfazione del credito, risulta corretta la motivazione della sentenza di merito che, nel definire con il rigetto l'opposizione, disponga la integrale compensazione delle spese rilevando che il comportamento del creditore si era posto in contrasto con i doveri di lealtà e probità di cui all'art. 88 cod. proc. civ., avendo egli omesso di comunicare il proprio rifiuto di ricevere l'assegno prima di dare inizio all'esecuzione, adducendo a giustificazione la mancanza del potere di riscuotere in capo al difensore, così comportandosi in modo palesemente teso a lucrare anche le spese dell'esecuzione. Cass. SS.UU n.134, in Repertorio24, Banca Dati Lex 24 del Sole24 Ore L'avvocato che, dopo aver assistito congiuntamente i coniugi in una procedura di separazione non conclusasi con omologa, assuma la difesa di un coniuge contro l'altro nel giudizio di separazione personale, pone in es - sere un comportamento deontologicamente scorretto, e quindi passibile di sanzione disciplinare, in quanto l'art. 37, 3 comma, del codice deontologico pone per l'avvocato un obbligo assoluto di astensione a prescindere se il conflitto di interessi è reale o solo potenziale. Cass. SS.UU n.6188, in Repertorio24, Banca Dati Lex 24 del Sole24 Ore La violazione del dovere di informazione, discendente dai primari doveri di correttezza e lealtà, nonché dal dovere di colleganza, costituisce illecito disciplinare. Cass. SS.UU n.7401, in Repertorio24, Banca Dati Lex 24 del Sole24 Ore L`avvocato costituisce un collaboratore della giustizia, sicche` la sua condotta, anche se estranea all`attivita` professionale da lui svolta, deve in ogni caso conformarsi a criteri di correttezza, dignita` e decoro (nella specie, la S.C. ha confermato, siccome adeguatamente motivata, la decisione del giudice disciplinare che aveva inflitto la sanzione ad un avvocato il quale, incontrata la moglie da cui viveva separato per le strade di un pic - colo centro, l`aveva ingiuriata e percossa, cosi da suscitare commenti sfavorevoli o riprovevole curiosità in grado di riflettersi sull`intera classe forense). Cass. SS.UU n.11176, in Repertorio24, Banca Dati Lex 24 del Sole24 Ore Il comportamento dell'avvocato, il quale, dopo avere difeso una parte, assume nella medesima vicenda il patrocinio della parte avversa, e` lesivo della reputazione del professionista e della dignità della classe forense, in quanto la cura degli interessi della controparte rende possibile l'uso delle informazioni acquisite a causa del precedente incarico, creando una situazione non conforme alla dignità di avvocato ed al dovere di lealtà connesso alla delicatezza delle funzioni espletate, suscettibile di riflettersi sull'intera classe forense. Tale comportamento configura, pertanto, un illecito sanzionabile ai sensi dell'art. 38 del R.D.L. 27 Novembre 1933 n.1578, indipendentemente dalla circostanza che la condotta in oggetto si sia o no rivelata dannosa per le parti e che la difesa della parte avversa sia stata assunta solo nella fase esecutiva ed a distanza di alcuni anni da quando era cessata l'attività difensiva in favore della parte originariamente assistita. Cass. SS.UU n.2784, in Repertorio24, Banca Dati Lex 24 del Sole24 Ore La violazione da parte di avvocato o procuratore del dovere di lealtà e probità, ovvero del divieto di usare espressioni sconvenienti ed offensive, a norma degli artt. 88 ed 89 c. p.c., può dar luogo, oltre ai provvedi - menti adottabili nel processo in cui tali fatti vengono commessi, anche l'irrogazione di sanzione disciplinare, ai sensi dell'art. 38 del r.d.l. 27 novembre 1933 n. 1578, ove il relativo comportamento non sia conforme alla dignità ed al decoro della professione (alla stregua di valutazioni di merito, in ordine alle quali il sindacato delle sezioni unite della corte di cassazione, su ricorso contro pronuncia del consiglio nazionale forense, e` circoscritto ad eventuali vizi della motivazione)
17 C.N.F., , n.178 in Repertorio24, Banca Dati Lex 24 del Sole24 Ore Pone in essere un comportamento deontologicamente rilevante l'avvocato che non destini le somme ricevute dal cliente allo scopo pattuito ma le trattenga per sé e solo successivamente, alla denuncia di quest'ultimo, le restituisca. (Nella specie, nei confronti dell'avvocato che si era fatto consegnare e aveva trattenuto per sé somme del cliente prospettandogli falsamente la conclusione di un accordo transattivo, la sanzione della sospensione per mesi sei è stata ridotta a mesi quattro in considerazione dei buoni precedenti e del fatto che l'avvocato aveva restituito le somme al cliente con l'aggiunta, peraltro di un pur lieve risarcimento). (Accoglie parzialmente il ricorso avverso decisione C.d.O. di Ravenna, 19/1/1996). C.N.F., , n.194 in Repertorio24, Banca Dati Lex 24 del Sole24 Ore Pone in essere un comportamento deontologicamente rilevante l'avvocato che a seguito della revoca del mandato invii numerose parcelle all'ex cliente così chiedendo compensi eccessivi, usi in scritti difensivi espressioni offensive nei confronti di un magistrato e nei confronti del consiglio dell'ordine e del suo presidente. Il professionista, infatti, nell'espletamento della sua attività può manifestare la massima fermezza tanto negli scritti, quanto negli interventi orali pur sempre però nella rigorosa osservanza dei principi di probità e correttezza propri della classe forense. (Nella specie è stata confermata la sanzione della sospensione per mesi due). (Rigetta il ricorso avverso decisione C.d.O. di Torino, 14/12/2001). C.N.F., , n.220 in Repertorio24, Banca Dati Lex 24 del Sole24 Ore Pone in essere un comportamento deontologicamente rilevante l avvocato che falsamente affermi in una causa che la relazione di notifica della comunicazione di deposito del decreto di sequestro era stata falsificata dall ufficiale giudiziario allo scopo di escludere il termine perentorio, così supponendo una intercorsa collusione tra il collega di controparte e l ufficiale giudiziario, mentre egli stesso era consapevole, perché avvertito dallo stesso pubblico ufficiale, delle ragioni della correzione legittimamente effettuata. (Nella specie è stata confermata la sanzione dell avvertimento. (Rigetta il ricorso avverso decisione C.d.O. di Padova, 14/2/2003). C.N.F., , n.240 in Repertorio24, Banca Dati Lex 24 del Sole24 Ore Pone in essere un comportamento deontologicamente rilevante, perché lesivo del dovere di dignità e decoro, l avvocato che assuma ingiustificate plurime azioni processuali a carico dei debitori provocando, peraltro, un aumento delle spese processuali, a nulla rilevando ai fini disciplinari che tale comportamento sia processualmente consentito. (Nella specie è stata confermata la sanzione della censura). (Rigetta il ricorso avverso decisione C.d.O. di Torino, 15/1/2003). C.N.F., , n.248 in Repertorio24, Banca Dati Lex 24 del Sole24 Ore Pone in essere un comportamento deontologicamente corretto l avvocato che non comunichi al collega di controparte lo svolgimento di un attività extragiudiziale svolta nell interesse del proprio assistito. (Nella specie è stato ritenuto non responsabile disciplinarmente l avvocato che nell ambito di un procedimento contenzioso di separazione fra due coniugi, a mezzo di una procura notarile rilasciata dal suo cliente aveva provveduto ad estinguere i conti intestati ai due coniugi e, dopo la redazione dell inventario, ad aprirne uno nuovo intestato al suo assistito). C.N.F., , n.244 in Repertorio24, Banca Dati Lex 24 del Sole24 Ore Pone in essere un comportamento deontologicamente rilevante, perché lesivo del dovere di fedeltà e correttezza il professionista che assuma un incarico difensivo contro ex clienti, specie specie quando il giudizio successivamente instaurato, pur avendo un petitum diverso, scaturisca da un identico rapporto. (Nella specie, anche in considerazione della rinuncia al secondo mandato la sanzione della censura è stata sostituita dalla più lieve sanzione dell avvertimento nei confronti dell avvocato che dopo aver difeso una parte nel giudizio di sfratto aveva assunto la difesa della controparte nel successivo giudizio per il risarcimento del danno). C.N.F., , n.243 in Repertorio24, Banca Dati Lex 24 del Sole24 Ore Pone in essere un comportamento deontologicamente rilevante, perché in violazione del dovere di lealtà e correttezza, l avvocato che chieda il pagamento del compenso professionale al proprio cliente pur avendo già ottenuto il pagamento della parcella dalla compagnia di assicurazione. (Nella specie è stata confermata la sanzione della sospensione per due mesi)
18 C.N.F., , n.242 in Repertorio24, Banca Dati Lex 24 del Sole24 Ore Pone in essere un comportamento deontologicamente rilevante l avvocato che, in presenza del cliente e di terzi estranei, usi nei confronti del collega di controparte espressioni sconvenienti e denigratorie. (Nella specie è stata confermata la sanzione dell avvertimento per l avvocato che aveva usato nei confronti della collega di controparte la seguente frase per l avvocato Lei è giovane non ha esperienza ) C.N.F., , n.241 in Repertorio24, Banca Dati Lex 24 del Sole24 Ore Pone in essere un comportamento deontologicamente rilevante, perché lesivo del rapporto di colleganza e del dovere di correttezza a cui ciascun professionista è tenuto, l'avvocato che produca in giudizio copia di un esposto disciplinare presentato dalla propria assistita nei confronti del collega di controparte. (Nella specie è stata confermata la sanzione dell'avvertimento). (Rigetta il ricorso avverso decisione C.d.O. di Perugina, 22/5/2003). C.N.F., , n.238 in Repertorio24, Banca Dati Lex 24 del Sole24 Ore Pone in essere un comportamento deontologicamente rilevante, perché lesivo del dovere di lealtà, correttezza e difesa l'avvocato che abbandoni il giudizio all'insaputa del cliente e successivamente al fine di occultare l'omesso svolgimento del mandato sottoponga al cliente un documento falso. (Nella specie è stata confermata la sanzione della sospensione per mesi due nei confronti dell'avvocato che aveva abbandonato il giudizio e successivamente aveva sottoposto al cliente un atto di quietanza, per un presunto risarcimento, risultato successivamente falso). (Rigetta il ricorso avverso decisione C.d.O. di Lecce, 12/7/2000). C.N.F., , n.234 in Repertorio24, Banca Dati Lex 24 del Sole24 Ore Pone in essere un comportamento deontologicamente rilevante l'avvocato che nominato difensore di fiducia, non sia presente alle udienze, sebbene le nomine per la difesa gli fossero state regolarmente notificate, e non eserciti pertanto l'attività difensiva omettendo così di svolgere il mandato ricevuto. (Nella specie la sanzione della sospensione per mesi quattro è stato ridotta a mesi due). (Accoglie parzialmente il ricorso avverso deci - sione C.d.O. di Vicenza, 27/10/2003). C.N.F., , n.232 in Repertorio24, Banca Dati Lex 24 del Sole24 Ore Pone in essere un comportamento deontologicamente rilevante l'avvocato che nominato commissario liquidatore in una amministrazione coatta di società disponga illegittimamente di rilevanti somme della stessa e omettendo altresì ogni controllo nei confronti dei suoi collaboratori consenta anche a questi di accedere illegittimamente ai fondi liquidi della società. (Nella specie è stata confermata la sanzione della cancellazione dall'albo). (Rigetta il ricorso avverso decisione C.d.O. di Genova, 23/10/2002). C.N.F., , n.217 in Repertorio24, Banca Dati Lex 24 del Sole24 Ore Pone in essere un comportamento deontologicamente rilevante l'avvocato che notifichi alla controparte un atto di precetto e un pignoramento malgrado la stessa avesse riconosciuto il credito professionale vantato dal professionista e avesse inviato un assegno circolare in adempimento e che trattenga somme avute dal proprio cliente per l'esecuzione del mandato ricevuto giustificando tale comportamento con una unilaterale e non autorizzata compensazione di crediti professionali. (Nella specie, vista la richiesta della procura e considerata la fattispecie la sanzione della sospensione per mesi quattro è stata ridotta a mesi due). (Accoglie parzialmente il ricorso avverso decisione C.d.O. di Bari, 25/9/2002). C.N.F., , n.195 in Repertorio24, Banca Dati Lex 24 del Sole24 Ore Pone in essere un comportamento deontologicamente rilevante l avvocato che abbandoni un giudizio senza comunicarlo alla parte nel cui interesse lo aveva intrapreso, rifiuti la consegna di un documento affidatogli fiduciariamente in custodia e che dopo aver assistito congiuntamente più parti presti assistenza a favore di una contro l altra. (Nella specie anche in considerazione dei buoni precedenti è stata confermata la sanzione della sospensione per due mesi nei confronti del professionista che dopo aver assunto l incarico di agire nell interesse delle parti promettenti, acquirente e venditrice, per l annullamento di un testamento, nel quale veniva disposto del bene oggetto del contratto preliminare di compravendita, abbandoni l azione e successivamente assuma la difesa della parte promittente venditrice contro la parte promittente acquirente, per la risoluzione della promessa di vendita). (Rigetta il ricorso avverso decisione C.d.O. di Ravenna, 3/12/2001)
19 C.N.F., , n.185 in Repertorio24, Banca Dati Lex 24 del Sole24 Ore Pone in essere un comportamento deontologicamente rilevante l'avvocato che non depositi il fascicolo di parte, anche dopo la rinuncia al mandato, non dia informazioni alla parte e al suo nuovo difensore, rendendosi irreperibile, e ometta di dare chiarimenti al C.d.O. sul suo comportamento. (Nella specie è stata confermata la sanzione della censura). (Rigetta il ricorso avverso decisione C.d.O. di Roma, 5/10/1999). C.N.F., , n.184 in Repertorio24, Banca Dati Lex 24 del Sole24 Ore Pone in essere un comportamento deontologicamente rilevante, perché lesivo del dovere di correttezza e probità propri della classe forense, il praticante abilitato che sottoscriva una lettera con il titolo di avvocato, peraltro utilizzando una carta intestata con la dicitura ingannevole di studio legale, che ai fini della determina - zione della parcella affermi falsamente al vero di aver depositato un ricorso, che chieda onorari in misura superiore a quella dovuta per legge, e sottoscriva un atto per il quale non era professionalmente qualificato, perché superiore in valore ai limiti della propria competenza professionale, a nulla rilevando, peraltro, che tale atto fosse sottoscritto anche da un avvocato. (Nella specie è stata confermata la sanzione della sospensione per mesi due). (Rigetta il ricorso avverso decisione C.d.O. di Monza, 20/1/2003). C.N.F., , n.149 in Repertorio24, Banca Dati Lex 24 del Sole24 Ore Pone in essere un comportamento deontologicamente rilevante, perché lesivo dei principi di decoro e probità a cui ciascun professionista è tenuto, l'avvocato che emetta assegni non onorati, minacci e si appropri di somme di spettanza del cliente, ometta di svolgere il mandato ricevuto, avendo peraltro incassato delle somme in acconto, ometta di provvedere al pagamento delle prestazioni procuratorie affidata al collega, partecipi ad una estorsione tentando di convincere telefonicamente la vittima al pagamento e recandosi nel luogo dell'ap - puntamento per incassare le somme illegittimamente richieste. (Nella specie è stata confermata la sanzione della radiazione). (Rigetta il ricorso avverso decisione C.d.O. di Milano, 18/11/2002). C.N.F., , n.141 in Repertorio24, Banca Dati Lex 24 del Sole24 Ore Pone in essere un comportamento deontologicamente rilevante, perché lesivo del dovere di correttezza e probità l'avvocato che concordi con un collega plurime costituzioni di parte civile al solo fine di aggravare le spe - se processuali. (Nella specie è stata confermata la sanzione della censura nei confronti dell'avvocato che, in una causa per omicidio colposo a seguito di incidente stradale aveva indotto i parenti della vittima a costituirsi parte civile ognuno attraverso un proprio legale per costituire un collegio di difesa, quando, in realtà, visti i criteri che segue il risarcimento in relazione al grado di parentela che lega la vittima ai familiari, non vi erano motivi per la costituzione di un collegio di difesa che, invece, aveva avuto come unica conseguenza quella di aumentare ingiustificatamente le spese processuali). (Rigetta il ricorso avverso decisione C.d.O. di Lucca, 17/1/2003). C.N.F., , n.387 in Repertorio24, Banca Dati Lex 24 del Sole24 Ore Pone in essere un comportamento deontologicamente rilevante l'avvocato che assuma un incarico professionale con il preciso intento di porre in essere attività di favoreggiamento e, allo stesso scopo, riveli a terzi l'esi - to degli interrogatori effettuati dalla pubblica autorità. (Nella specie, l'avvocato e stato ritenuto responsabile ed è stata inflitta la sanzione della sospensione per anni uno). (Accoglie il ricorso avverso decisione C.d.O. di Padova, 15/12/1999). C.N.F., , n.365 in Repertorio24, Banca Dati Lex 24 del Sole24 Ore Pone in essere un comportamento deontologicamente rilevante l'avvocato che utilizzando una firma falsa di girata apposta su un assegno di spettanza del cliente incassi e trattenga le somme così percepite, che non ot - temperi all'accordo transattivo a cui era pervenuto con la controparte, che richieda compensi eccessivi rispetto alle somme indicate nel preventivo di spesa comunicato al cliente, e dichiari in misura inferiore al vero l'entità delle somme percepite quali acconti. (Nella specie è stata ritenuta congrua la sanzione della sospen - sione per mesi quattro). (Rigetta il ricorso avverso decisione C.d.O. di Genova, 15/6/2002). C.N.F., , n.362 in Repertorio24, Banca Dati Lex 24 del Sole24 Ore È deontologicamente rilevante il comportamento privato del professionista se lo stesso abbia rilevanza esterna e possa incidere negativamente sul prestigio, la dignità e il decoro dell'intera classe forense. Pertanto, l'av
20 vocato che compia atti sessuali con un minore pone in essere un comportamento deontologicamente rilevante perché lesivo del dovere di probità dignità e decoro che il professionista deve tenere sia nella professione che nella vita privata. (Nella specie è stata ritenuta congrua la sanzione della sospensione per mesi tre). (Rigetta il ricorso avverso decisione C.d.O. di Torino, 10/7/2002). C.N.F., , n.359 in Repertorio24, Banca Dati Lex 24 del Sole24 Ore L'avvocato che ometta di adempiere alle obbligazioni assunte nei confronti dei terzi, restituisca somme di spettanza del cliente solo dopo un notevole corso di tempo, trattenendone altre a compensazione di onorari, pone in essere un comportamento deontologicamente rilevante perché lesivo della dignità e decoro dell'intera classe forense. (Nella specie la sanzione della sospensione è stata ridotta da mesi quattro a mesi due). (Accoglie parzialmente il ricorso avverso decisione C.d.O. di Milano, 6/10-8/11/1999). C.N.F., , n.353 in Repertorio24, Banca Dati Lex 24 del Sole24 Ore Pone in essere un comportamento deontologicamente rilevante l'avvocato che violi il dovere di correttezza e riservatezza usando espressioni volgari ed offensive in una missiva inviata a più persone in cui dava la notizia del tradimento di un coniuge nei confronti dell'altro. (Nella specie è stata confermata la sanzione dell'avvertimento). (Rigetta il ricorso avverso decisione C.d.O. di Modena, 3/3/1997). C.N.F., , n.207 in Repertorio24, Banca Dati Lex 24 del Sole24 Ore Pone in essere un comportamento deontologicamente rilevante l'avvocato che trattenga somme avute in ragione del mandato, in parte giustificando tale trattenimento con la compensazione degli onorari, peraltro non autorizzata, e che richiesto non dia informazioni al C.d.O. sul suo comportamento. (Nella specie è stata confermata la sanzione della sospensione per mesi sei). (Rigetta il ricorso avverso decisione C.d.O. di Catania, 12/6/2001). C.N.F., , n.211 in Repertorio24, Banca Dati Lex 24 del Sole24 Ore Pone in essere un comportamento deontologicamente rilevante perché lesivo del dovere di probità dignità e decoro propri della classe forense, l'avvocato che richieda al cliente denaro da consegnare illegittimamente ad un pubblico ufficiale per la definizione di una pratica, a nulla rilevando l'eventualità che quelle somme fossero inferiori al credito vantato dall'avvocato per l'attività svolta e in realtà fossero state richieste per ottenere il pagamento delle proprie spettanze professionali. (Nella specie è stata confermata la sanzione della sospensione per mesi due). (Rigetta il ricorso avverso decisione C.d.O. di Siracusa, 8/7/2003). C.N.F., , n.25 in Rass. Forense, 2001, 733 Pone in essere un comportamento deontologicamente rilevante, perché lesivo del dovere di lealtà e fedeltà, il professionista che assuma a breve distanza di tempo l'incarico contro un suo ex- cliente e utilizzi contro lo stesso documenti e notizie avute del mandato precedentemente svolto. (Nella specie è stata confermata la sanzione dell'avvertimento). C.N.F., , n.7 in Rass. Forense, 2000, 605 L'avvocato che trattenga illegittimamente somme avute in ragione del mandato, e non le utilizzi in linea con le disposizioni ricevute, pone in essere un comportamento disciplinarmente rilevante perché lesivo del dovere di fedeltà e lealtà propri della classe forense. (Nella specie la sanzione della sospensione per mesi 2 è stata sostituita dalla sanzione della censura). C.N.F., , n.249 in Rass. Forense, 2000, 597 Pone in essere un comportamento deontologicamente rilevante, perché lesivo del dovere di lealtà e fedeltà, il professionista che utilizzi contro un ex cliente documenti avuti in ragione del mandato precedentemente svolto. (Nella specie il professionista aveva redatto un atto transattivo e lo aveva fatto firmare dalla parte; successivamente, malgrado il mandato di custodia ricevuto e l'incarico di perfezionare la transazione, aveva utilizzato l'atto contro la parte stessa)