Source: http://www.antiarte.it/eugius/avanguardie_del_diritto.htm
Timestamp: 2018-12-15 15:00:56+00:00
Document Index: 3753971

Matched Legal Cases: ['art. 3', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 12', 'art. 5', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 13', 'art. 2', 'art. 32', 'art. 357', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 70', 'art. 67', 'sentenza ', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 27', 'art. 5', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 4', 'art. 13', 'art. 6', 'sentenza ', 'art. 37', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 37']

Avanguardia Antigone
Ritardo pena carcere disumano
Attacco legge droga
Giudice USA vs pena di morte
Movimento Liberazione Spazi Artistici
FINALMENTE IN RETE IL NUOVO BLOG: LE AVANGUARDIE DEL DIRITTO E IL GIUDICE CREATIVO
l Giudice Creativo
FONDATORE DI EUGIUS (UNIONE EUROPEA DEI GIUDICI SCRITTORI) E DI ANTIARTE 2000
LE AVANGUARDIE DEL DIRITTO: IL GIUDICE CREATIVO
PERCHE' L'AVANGUARDIA DEL DIRITTO.
Trasferito nel campo figurato, il termine si � rovesciato e dalla sicurezza del ci� che � � passato a indicare la rivoluzione verso il quello che non c'� ancora. Infatti indica proprio ogni movimento, scuola, corrente artistica o ideologica che si pone fuori della tradizione propugnando concezioni nuove e rivoluzionarie. Ci� sia in campo letterario, artistico, culturale in genere, sia in campo politico e sociale dove il termine � nato alla met� dell'Ottocento per indicare le correnti della sinistra radicale e anarchica.
Questa nuovo blog Avanguardie del diritto intende estendere il concetto a quelle visioni della legge legate sia a interpretazioni ardite di norme gi� esistenti, sia a progetti normativi de iure condendo.
Ma prima di tutto vuole analizzare il concetto di giudice creativo che riesuma il movimento per il diritto libero (in ted. Freirecht), una corrente di pensiero giuridico-culturale sviluppatasi soprattutto in Germania, tra la fine dell�Ottocento e gli inizi del Novecento.
Tale movimento, denominato anche del giusliberismo ed in cui possono ricomprendersi altri indirizzi, quali la giurisprudenza sociologica e la giurisprudenza degli interessi, annovera tra i suoi maggiori esponenti E. Fuchs, C. Schmitt, E. Ehrlich, F. G�ny e H. Kantorowicz. Tali autori ritengono che in ogni ordinamento giuridico esistano, accanto alle norme di fonte legislativa, anche norme extralegali, che il giudice pu� applicare ogni volta che il testo legislativo si riveli non rispondente alle concrete esigenze del caso. Il giurista ha non solo il potere, ma anche il dovere di ricercare liberamente il diritto e di considerare fonte di quest�ultimo anche fatti (ad es. i rapporti sociali) che teorie pi� restrittive (formaliste o giuspositiviste) considerano non normativi.
Il diritto libero si origina spontaneamente dall�attivit� dei consociati e dalle decisioni dei giudici e si colloca accanto al diritto dello Stato. In particolare, spetta al diritto libero il compito di colmare le inevitabili lacune del diritto positivo, quando esso si riveli inidoneo a fornire una guida certa per la risoluzione di una specifica controversia.
Nell�attuale sistema italiano e non solo il formalismo giuridico impera.
Il blog intende prima di tutto gettare la maschera: il giudice nell�applicare la legge la interpreta e, interpretandola, la crea nel caos semantico e numerico (ben 300.000 leggi in Italia).
Si pone, allora, il problema di come ovviare ai background creativi e mascherati dei singoli giudici ad evitare che il tot capita, tot sententiae si risolva nel boomerang della disparit� di trattamento dei cittadini davanti alla legge.
Ci� tanto pi� perch� nel vuoto legislativo la teoria della divisione dei poteri di
Montesquieu va intesa in senso dinamico e non statico, con dovere del giudice di ovviare ai buchi legislativi e stemperare la forza delle leggi fatte per garantire situazioni di supremazia con danno dei cittadini deboli.
E� questa la via per l�attuazione concreta dell�art. 3 2� co. Cost. che impone allo Stato, ivi compresi i giudici, di rimuovere gli ostacoli che di fatto limitano la libert� e l�uguaglianza di fronte alla legge dei cittadini. Se non tutti sono realmente eguali davanti alle norme, compito del magistrato creativo nella nuova societ� sar� forse interpretare la legge in modo da indebolire i forti e rafforzare i deboli?
Per creare una societ� nuova bisogna dialogare con l'intellighenzia e convincerla che per una reale societ� aperta (la definizione � di Henry Bergson) � necessario non emarginare, demonizzare, incatenare le avanguardie normative ma al contrario cullarle e permettere loro di lievitare perch� in esse c'� il germe del diritto giusto quale sar� nell�immediato futuro che � gi� l�oggi.
In questo compito di analisi della problematica per l�umanizzazione del diritto si sono chiamati a raccolta magistrati, avvocati, professori, giovani laureati etc. ma il blog � aperto al contributo di tutti, anche semplici cittadini in appoggio e /o libera critica.
http://www.torreomnia.it/forum/leggi.asp?id=8486
http://www.comunicati.net/comunicati/arte/teatro/54475.html
http://adramelek.artistsagainstwar.eu/2008/04/08/avanguardie-del-diritto/
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Giudice Creativo
' Perch� le avanguardie del Diritto' di Gennaro Francione
Il Rapporto tra Legge e Giustizia di Giovanni Cipollone
'Dell'interpretazione e del Giudice Creativo' di Simona Lo Iacono
'Diritto e Libert�' di Giuseppe Pisauro
'Riflessione di un V.P.O. sul giudice artista' di Gianluca Mazzei
'Pu� il giudice essere creativo?' di S. Coviello
'Il Giudice creativo per l'avanguardia del diritto' di M. C. Casula
'Il giudice creativo nel sistema indiziario' di F. Imposimato
http://www.studiolegaleelia.it/vis_dettaglio.php?id_livello=4
LA CORTE COSTITUZIONALE AVALLA LA FORZA DEL GIUDICE CREATIVO
Una pronuncia storica quella della Corte Costituzionale che avalla la �potenza legislativa� del giudice a fronte dell�inerzia del Parlamento.
Le avanguardie del diritto esultano!
http://www.studiolegaleelia.it/vis_dettaglio.php?primo_livello=menu&id_livello=189
ORDINANZA N. 334
- Francesco AMIRANTE �
- Ugo DE SIERVO �
- Paolo MADDALENA �
- Alfio FINOCCHIARO �
- Alfonso QUARANTA �
- Franco GALLO �
- Luigi MAZZELLA �
- Gaetano SILVESTRI �
- Sabino CASSESE �
- Maria Rita SAULLE �
- Giuseppe TESAURO �
- Paolo Maria NAPOLITANO �
nei giudizi per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato sorti a seguito della sentenza della Corte di cassazione, n. 21748 del 16 ottobre 2007 e del decreto della Corte di appello di Milano del 25 giugno 2008, promossi con ricorsi della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica depositati in cancelleria il 17 settembre 2008 ed iscritti ai nn. 16 e 17 del registro conflitti tra poteri dello Stato 2008, fase di ammissibilit�.
Udito nella camera di consiglio dell�8 ottobre 2008 il Giudice relatore Ugo De Siervo.
Ritenuto che con ricorso depositato il 17 settembre 2008 (reg. confl. poteri amm. n. 16 del 2008), la Camera dei deputati ha sollevato conflitto di attribuzione nei confronti della Corte di cassazione e della Corte di appello di Milano, assumendo che tali Autorit� giudiziarie abbiano �esercitato attribuzioni proprie del potere legislativo, comunque interferendo con le prerogative del potere medesimo�;
che, in particolare, la sentenza della Corte di cassazione, sez. 1 civile, n. 21748 del 2007 e il decreto della Corte di appello di Milano, sez. I civile, n. 88 del 25 giugno 2008 avrebbero �creato una disciplina innovativa della fattispecie, fondata su presupposti non ricavabili dall�ordinamento vigente con alcuno dei criteri ermeneutici utilizzabili dall�autorit� giudiziaria�, cos� meritando di essere annullate da questa Corte;
che entrambi i provvedimenti menzionati sono stati adottati a seguito della domanda del tutore di una giovane donna di interrompere il trattamento (alimentazione con sondino gastrico) che mantiene in essere lo stato vegetativo permanente in cui ella giace da numerosi anni, a seguito di un incidente stradale;
che tale domanda, gi� rigettata dal Tribunale di Lecco e da altra sezione della Corte di appello di Milano, � stata infine accolta tramite il decreto impugnato, a seguito della pronuncia del giudice di legittimit� con cui si � annullato il provvedimento negativo della Corte di appello;
che la Corte di cassazione ha stabilito che il legale rappresentante che chiede l�interruzione del trattamento vitale �deve, innanzitutto, agire nell�esclusivo interesse dell�incapace; e, nella ricerca del best interest, deve decidere non �al posto� dell�incapace n� �per� l�incapace, ma �con� l�incapace: quindi, ricostruendo la presunta volont� del paziente incosciente, gi� adulto prima di cadere in tale stato, tenendo conto dei desideri da lui espressi prima della perdita della coscienza, ovvero inferendo quella volont� dalla sua personalit�, dal suo stile di vita, dalle sue inclinazioni, dai suoi valori di riferimento e dalle sue convinzioni etiche, religiose, culturali e filosofiche�;
che, pertanto, l�interruzione del trattamento pu� venire disposta soltanto: �a) quando la condizione di stato vegetativo sia, in base ad un rigoroso apprezzamento clinico, irreversibile e non vi sia alcun fondamento medico, secondo gli standard scientifici riconosciuti a livello internazionale, che lasci supporre che la persona abbia la bench� minima possibilit� di un qualche, sia pure flebile, recupero della coscienza e di ritorno ad una percezione del mondo esterno; e b) sempre che tale istanza sia realmente espressiva, in base ad elementi di prova chiari, concordanti e convincenti, della voce del rappresentato, tratta dalla sua personalit�, dal suo stile di vita e dai suoi convincimenti, corrispondendo al suo modo di concepire, prima di cadere in stato di incoscienza, l�idea stessa di dignit� della persona�;
che la Camera ricorrente ritiene pacificamente ammissibile il conflitto, in quanto esso non avrebbe ad oggetto un mero error in iudicando da parte dell�Autorit� giudiziaria: quest�ultima, viceversa, avrebbe colmato il vuoto normativo assunto a presupposto delle proprie pronunce �mediante un�attivit� che assume sostanzialmente i connotati di vera e propria attivit� di produzione normativa�;
che sarebbe perci� interesse della Camera �ripristinare l�ordine costituzionale delle attribuzioni�, giacch� per tale via si sarebbe realizzato �il radicale sovvertimento del principio della divisione dei poteri�, in violazione degli artt. 70, 101, secondo comma e 102, primo comma, della Costituzione;
che il presupposto da cui muove la ricorrente risiede nel difetto di un�espressa disciplina legislativa atta a regolamentare la fattispecie, come avrebbe affermato la stessa Corte di cassazione;
che mentre quest�ultima ha ugualmente ritenuto di poter accogliere la domanda, la Camera sostiene che ci� sarebbe precluso al giudice, attesa la �appartenenza della materia alla sfera tipica della discrezionalit� legislativa�: l�autorit� giudiziaria avrebbe invece �proceduto all�auto produzione della disposizione normativa�;
che tale circostanza troverebbe conferma in numerosi indici segnalati dalla ricorrente;
che, anzitutto, la Cassazione, traendo spunti da �una congerie di richiami a soluzioni che al riguardo sarebbero state adottate in ordinamenti e sentenze straniere� e spingendosi persino oltre i limiti ivi tracciati, avrebbe essa stessa confermato �l�impossibilit� di reperire nel nostro ordinamento vigente una apposita disciplina legislativa�; inoltre, �le numerose proposte di legge avanzate in materia, peraltro pendenti al momento dell�adozione dei provvedimenti giudiziari impugnati� sarebbero �probanti� del vuoto normativo che fino ad ora ha accompagnato il cd. �testamento di vita�: �d�altro canto, � ben comprensibile�, aggiunge la Camera, �che nell�ambito dei campi dell�esperienza umana in cui, come nel caso di cui si tratta, l�evoluzione medico scientifica sollevi controverse questioni etico/giuridiche fondamentali, la risposta del legislatore - quale che ne possa essere il verso - non sia pressoch� immediata, ma necessiti di adeguati tempi di riflessione, ferma restando nelle more l�obbligatoria applicazione della normativa esistente�;
che in presenza di tali condizioni, per giustificare l�intervento del giudice non �sarebbe conferente appellarsi alla impossibilit� del �non liquet�, considerato che la sua ratio non � certamente quella di consentire la trasformazione del giudice in legislatore, ma anzi � volta, come si sa, a rendere ancor pi� ineludibile il vincolo al rispetto del sistema legislativo vigente�;
che, infatti, alla luce degli artt. 70, 101 e 102 della Costituzione, �nessuno potrebbe disconoscere che nella Costituzione, conformemente alla nostra tradizione giuridica, opera una istanza di ripartizione dei compiti tra il potere legislativo ed il potere giudiziario il cui nucleo essenziale non pu� subire alterazioni o attenuazioni di sorta. Tale istanza trova appunto la sua puntuale espressione nelle disposizioni costituzionali sopra richiamate, le quali respingono recisamente l�idea, che emerge obiettivamente dalle sentenze qui impugnate, che tra funzione legislativa e funzione giurisdizionale vi sia niente di pi� che una frontiera mobile che ciascun potere potrebbe liberamente varcare all�occorrenza�;
che, a maggior ragione, tale conclusione dovrebbe venire ribadita con riferimento alla disciplina dei diritti costituzionali soggetti a riserva di legge, giacch� in tal caso �la legge � il mezzo �privilegiato� destinato alla conformazione� di tali diritti;
che, prosegue la ricorrente, l�Autorit� giudiziaria non avrebbe potuto pronunciare ai sensi dell�art. 12 delle disposizioni sulla legge in generale, poich�, al contrario, gli artt. 357 e 414 cod. civ., in tema di poteri del tutore, gi� allo stato avrebbero precluso l�accoglimento della domanda, non potendosi attribuire al primo, a parere della Camera, la prerogativa di �disporre della vita del soggetto tutelato�;
che, parimenti, l�art. 5 cod. civ., in tema di atti dispositivi del proprio corpo, e gli artt. 575, 576, 577, 579, 580 cod. pen., in tema di omicidio, avrebbero imposto all�Autorit� giudiziaria di concludere che nel nostro ordinamento vige �un principio ispiratore di fondo che � quello della indisponibilit� del bene della vita�, tutelato dall�art. 2 della Costituzione, secondo quanto gi� apprezzato, in fattispecie che la Camera reputa analoga, dal Tribunale di Roma, sezione I civile, con sentenza del 15 dicembre 2006;
che, per contro, gli elementi normativi richiamati dall�Autorit� giudiziaria a sostegno delle pronunce appaiono alla ricorrente �palesemente inidonei�: infatti, sia il decreto legislativo 24 giugno 2003, n. 211 (Attuazione della direttiva 2001/20/CE relativa all�applicazione della buona pratica clinica nell�esecuzione delle sperimentazioni cliniche di medicinali per uso clinico), sia l�art. 13 della legge 22 maggio 1978, n. 194 (Norme per la tutela sociale della maternit� e sull�interruzione volontaria della gravidanza), sia il codice deontologico dei medici, sia l�art. 2 della CEDU, sia infine la Convenzione di Oviedo sancirebbero l�opposto principio di tutela del diritto alla vita e alla salute del paziente;
che, infine, neppure gli artt. 13 e 32 della Costituzione varrebbero, secondo la Camera dei deputati, a sorreggere le conclusioni cui � giunta l�Autorit� giudiziaria, posto che �anche a considerare l�ipotesi che i principi costituzionali siano suscettibili di applicazione diretta in sede giudiziaria, detta eventualit� non pu� che risultare circoscritta al caso in cui il loro contenuto precettivo sia univoco ed auto sufficiente, come tale in grado di assolvere ex se alla funzione di criterio esauriente di qualificazione della fattispecie�;
che, invece, le precitate disposizioni costituzionali non varrebbero, di per s�, a somministrare al giudice la regola del giudizio, anche in ragione delle �differenti letture di cui appare suscettibile l�art. 32 della Costituzione�;
che l�Autorit� giudiziaria, per conseguire il risultato cui � giunta, avrebbe dovuto, secondo la Camera, prospettare piuttosto una questione di legittimit� costituzionale dell�art. 357 cod. civ.: omettendo tale condotta, essa avrebbe invece proceduto alla �disapplicazione delle norme di legge che avrebbero precluso la soluzione adottata�, sostituendole con �una disciplina elaborata ex novo�;
che per tali ragioni, la Camera dei deputati chiede alla Corte, previa declaratoria di ammissibilit� del conflitto, di dichiarare che non spettava all�Autorit� giudiziaria adottare gli atti impugnati, con conseguente annullamento degli stessi;
che con ricorso depositato il 17 settembre 2008 (reg. confl. poteri amm. n. 17 del 2008) il Senato della Repubblica ha sollevato conflitto di attribuzione nei confronti della Corte di Cassazione e della Corte di appello di Milano, avente ad oggetto i medesimi atti impugnati dalla Camera dei deputati, chiedendo a questa Corte di dichiarare che �non spettava al Potere giudiziario, e in particolare alla Suprema Corte di Cassazione: a) stabilire il diritto del malato in stato vegetativo permanente di conseguire l�interruzione di trattamenti sanitari invasivi che si risolvono in un inutile accanimento terapeutico cui consegua con certezza il suo decesso; b) disporre la esercitabilit� di tale diritto personalissimo da parte del tutore alla stregua e nel presupposto di presunte opinioni espresse in precedenza dall�infermo�, con conseguente annullamento della sentenza n. 21748 del 2007 della Corte di cassazione e del decreto del 25 giugno del 2008 della Corte di appello di Milano;
che i presupposti in fatto del ricorso sono i medesimi gi� enunciati dalla Camera dei deputati: i provvedimenti dell�Autorit� giudiziaria avrebbero determinato una �interferenza nell�area della attribuzione della funzione legislativa�, fondata su una �cosciente intenzione supplettiva diretta ad ovviare ad una supposta situazione di vuoto normativo�; anzi, le proposte di legge vertenti in argomento attribuirebbero a tale interferenza i caratteri di un intervento indebito �in un puntuale procedimento di legislazione che il Parlamento ha in corso�;
che, in punto di ammissibilit�, il Senato osserva che �il proposito del ricorso � unicamente quello di dimostrare che la sentenza ha fissato un principio di diritto debordando verso le attribuzioni del Legislativo e superando, quindi, i limiti che l�ordinamento pone al Potere Giudiziario, e non quello di un invito al riesame del processo logico seguito dalla Cassazione per giungere alla sua pronuncia�: non si tratterebbe perci� di rilevare un error in iudicando, ma l�esorbitanza dai �confini stessi della giurisdizione�; in tale ottica, la censura rivolta agli �errori interpretativi dell�organo giudiziario� costituirebbe �passaggio essenziale al fine di mettere in evidenza il momento e il modo in cui il giudice� avrebbe ecceduto dalla funzione sua propria;
che, nel merito, il Senato ritiene che la Corte di cassazione abbia adottato �un atto sostanzialmente legislativo�, con cui �si introduce nell�ordinamento italiano l�autorizzazione alla cessazione della vita del paziente in stato vegetativo permanente�, omettendo di conseguire tale effetto tramite la sola via aperta al giudice in tal caso, ovvero sollevando questione di costituzionalit� sugli artt. 357 e 424 cod. civ., nella parte in cui essi precluderebbero la piena tutela del diritto alla salute; la Cassazione, in altri termini, avrebbe �inteso trovare, nelle pieghe dell�ordinamento, un appiglio normativo che consentisse di formulare il principio di diritto che abilitasse a determinare la cessazione della vita del paziente�; per far ci�, prosegue il Senato, �ha dovuto far ricorso a sporadiche sentenze di giudici appartenenti ad ordinamenti diversi da quello italiano e alla Convenzione di Oviedo (�) ignorando che in diritto positivo italiano esistono gi� norme utilizzabili nel caso di specie e, in particolare, quelle del codice penale (artt. 579 e 580 cod. pen.)�;
che, per tale via, la Cassazione avrebbe esorbitato dalla propria funzione nomofilattica, ledendo le attribuzioni assegnate dall�art. 70 della Costituzione al Parlamento: la fattispecie avrebbe dovuto essere decisa non gi� tramite un non liquet, ma riconoscendo l�infondatezza della pretesa alla luce del diritto vigente; infatti, spetterebbe al Parlamento �adottare una soddisfacente disciplina diretta a regolare le scelte di fine vita�: sostiene il ricorrente che �la riconduzione della tematica in parola all�interno del circuito della rappresentanza politica parlamentare consente di assicurare la partecipazione delle pi� svariate componenti della societ� civile, ivi comprese quelle espressione del mondo scientifico, culturale, religioso. Secondo una impostazione che appare difficilmente contestabile il ricorso alla legge permette di rispettare il principio dell�art. 67 della Costituzione nella adozione di scelte di sicuro interesse dell�intera comunit� nazionale�, in particolar modo in presenza di una disciplina dei diritti fondamentali �riservata alla legge�;
che il Senato pone poi in rilievo che l�Autorit� giudiziaria avrebbe articolato i propri provvedimenti su due punti, entrambi contestabili, ovvero �il diritto del malato di conseguire l�interruzione di trattamenti sanitari� e �la esercitabilit� di tale diritto da parte del tutore�;
che, quanto al primo punto, il ricorrente osserva che l�alimentazione e l�idratazione assistita sono solo da alcuni ritenute trattamento terapeutico, mentre altri li considerano �cure essenziali doverosamente impartite dal sanitario�, che avrebbe, anche sulla base del documento redatto dal Comitato nazionale di bioetica del 18 dicembre 2003, il �dovere di procedere�; ad ogni modo, in difetto di �una normativa intesa a determinare la interruzione di trattamenti del malato terminale�, la stessa Corte di Cassazione in precedente pronuncia (ordinanza n. 8291 del 2005) ed il Tribunale di Roma (con sentenza del 15 dicembre 2006) avevano escluso che il giudice potesse in tale materia espletare �attivit� sostanzialmente paranormativa�;
che, piuttosto, sia l�art. 2 della CEDU (come interpretato dalla Corte EDU con la sentenza Pretty v. Gran Bretagna del 29 aprile 2002), sia l�art. 3 della Dichiarazione universale dei diritti dell�uomo sottolineano, a parere del ricorrente, la �essenzialit� del principio di tutela della vita�, cos� saldandosi all�art. 27 della Costituzione e agli artt. 579 e 580 cod. pen., in tema di omicidio del consenziente e di aiuto al suicidio: �esistono, quindi, due modi contrapposti di considerare la persona e i suoi diritti inviolabili che conducono a leggere la decisione sulla interruzione della alimentazione o come causa del decesso o come manifestazione della libera determinazione della cessazione di un trattamento terapeutico inaccettabile in quanto sproporzionato e inutile�;
che per risolvere tale alternativa, il Senato stima necessario l�intervento del legislatore, al quale soltanto spetterebbe sciogliere il nodo, stabilendo, tra l�altro, condizioni e natura dello stato vegetativo permanente, �ancora oggetto di incertezze e divergenze di opinioni in quanto non coincidente con la morte cerebrale�: parimenti, � stata la legge 29 dicembre 1993, n. 578 (Norme per l�accertamento e la certificazione di morte) a stabilire espressamente che la morte si identifica con la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell�encefalo;
che la necessit� di legiferare troverebbe conferma in �strumenti internazionali�, quali l�art. 5, paragrafo 3, della Convenzione di Oviedo (la cui attuazione avrebbe richiesto il decreto legislativo previsto dall�art. 3 della legge 28 marzo 2001, n. 145 (Ratifica ed esecuzione della Convenzione del Consiglio d�Europa per la protezione dei diritti dell�uomo e della dignit� dell�essere umano riguardo all�applicazione della biologia e della medicina: Convenzione sui diritti dell�uomo e sulla biomedicina, fatta a Oviedo il 4 aprile 1997, nonch� del Protocollo addizionale del 12 gennaio 1998, n. 168, sul divieto di clonazione di esseri umani) e l�art. 3, comma 2, della Carta dei diritti fondamentali dell�Unione europea;
che, quanto ai poteri del tutore, il Senato afferma �la non esistenza nel nostro ordinamento del puntuale potere del tutore di intervenire in tema di diritto indisponibile alla interruzione della vita e il regime costituzionale dei diritti definiti personalissimi�, in assenza di una disciplina di diritto positivo concernente il cd. testamento biologico;
che, in particolare, sarebbe erroneo il convincimento espresso dall�Autorit� giudiziaria circa l�estensione dei poteri tutori al di fuori della sfera degli interessi patrimoniali, in assenza di una specifica norma attributiva di tali poteri: la stessa Cassazione, in altra pronuncia (ordinanza n. 8291 del 2005) avrebbe escluso il �generale potere di rappresentanza con riferimento ai cosiddetti atti personalissimi�;
che, innanzi a tale principio, le ipotesi contrarie segnalate dagli atti oggetto del conflitto, (art. 4 del d.lgs. 211 del 2003 in tema di sperimentazioni cliniche; art. 13 della legge n. 194 del 1978 in tema di interruzione volontaria della gravidanza; art. 6 della Convenzione di Oviedo) apparirebbero eccezionali ed insuscettibili di applicazione analogica: l�esercizio del diritto di �disporre del proprio corpo� e di �decidere sulle proprie cure� non potrebbe perci� essere affidato al tutore.
Considerato che la Camera dei deputati ed il Senato della Repubblica con due distinti ricorsi hanno sollevato conflitto di attribuzione nei confronti dell�Autorit� giudiziaria, deducendo che la sentenza n. 21748 del 2007 della Corte di cassazione ed il decreto 25 giugno 2008 della Corte di appello di Milano avrebbero usurpato, e comunque menomato, le attribuzioni legislative del Parlamento;
che, in particolare, tali provvedimenti, venendo a stabilire termini e condizioni affinch� possa cessare il trattamento di alimentazione ed idratazione artificiale cui � sottoposto un paziente in stato vegetativo permanente, avrebbero utilizzato la funzione giurisdizionale per modificare in realt� il sistema legislativo vigente, cos� invadendo l�area riservata al legislatore;
che i ricorsi meritano di essere riuniti, riferendosi alla medesima vicenda;
che in questa fase del giudizio, a norma dell�art. 37, terzo e quarto comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, questa Corte � chiamata a delibare, senza contraddittorio tra le parti, esclusivamente se il ricorso sia ammissibile, valutando se sussistano i requisiti soggettivo ed oggettivo di un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato;
che non � dubbia la legittimazione attiva di ciascun ramo del Parlamento a difendere le attribuzioni costituzionali che gli spettino, quand�anche esercitate congiuntamente;
che spetta parimenti alla Corte di cassazione ed alla Corte di appello di Milano la legittimazione passiva al conflitto, in quanto organi competenti a dichiarare in via definitiva, in relazione al procedimento di cui sono investiti, la volont� del potere cui appartengono (ex plurimis, ordinanza n. 44 del 2005);
che la Corte di cassazione, con la sentenza oggetto dei conflitti, ha enunciato, nel corso di un procedimento di volontaria giurisdizione, il principio di diritto cui deve attenersi il giudice di rinvio nella fattispecie sottoposta al suo giudizio e che la Corte di appello di Milano ha applicato questo principio al caso concreto, avendo previamente ritenuto manifestamente infondati gli ipotetici dubbi di legittimit� costituzionale;
che, per costante giurisprudenza di questa Corte, l�ammissibilit� di un conflitto avente ad oggetto atti giurisdizionali sussiste �solo quando sia contestata la riconducibilit� della decisione o di statuizioni in essa contenute alla funzione giurisdizionale, o si lamenti il superamento dei limiti, diversi dal generale vincolo del giudice alla legge, anche costituzionale, che essa incontra nell�ordinamento a garanzia di altre attribuzioni costituzionali� (ordinanza n. 359 del 1999; nello stesso senso, tra le pi� recenti, sentenze n. 290, n. 222, n. 150, n. 2 del 2007);
che la medesima giurisprudenza afferma che un conflitto di attribuzione nei confronti di un atto giurisdizionale non pu� ridursi alla prospettazione di un percorso logico-giuridico alternativo rispetto a quello censurato, giacch� il conflitto di attribuzione �non pu� essere trasformato in un atipico mezzo di gravame avverso le pronunce dei giudici� (ordinanza n. 359 del 1999; si veda altres� la sentenza n. 290 del 2007);
che, peraltro, questa Corte non rileva la sussistenza nella specie di indici atti a dimostrare che i giudici abbiano utilizzato i provvedimenti censurati - aventi tutte le caratteristiche di atti giurisdizionali loro proprie e, pertanto, spieganti efficacia solo per il caso di specie - come meri schermi formali per esercitare, invece, funzioni di produzione normativa o per menomare l�esercizio del potere legislativo da parte del Parlamento, che ne � sempre e comunque il titolare;
che entrambe le parti ricorrenti, pur escludendo di voler sindacare errores in iudicando, in realt� avanzano molteplici critiche al modo in cui la Cassazione ha selezionato ed utilizzato il materiale normativo rilevante per la decisione o a come lo ha interpretato;
che la vicenda processuale che ha originato il presente giudizio non appare ancora esaurita, e che, d�altra parte, il Parlamento pu� in qualsiasi momento adottare una specifica normativa della materia, fondata su adeguati punti di equilibrio fra i fondamentali beni costituzionali coinvolti;
che, pertanto, non sussiste il requisito oggettivo per l�instaurazione dei conflitti sollevati.
dichiara inammissibili, ai sensi dei commi terzo e quarto dell�art. 37 della legge 11 marzo 1953, n. 87, i ricorsi per conflitto di attribuzione sollevati dalla Camera dei deputati e dal Senato della Repubblica nei confronti della Corte di cassazione e della Corte di appello di Milano, di cui in epigrafe.
Cos� deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il l�8 ottobre 2008.
Depositata in Cancelleria l�8 ottobre 2008.
http://www.comunicati.net/comunicati/societa_civile/associazioni/varie/64302.html
http://publishing.yudu.com/Library/Asgtf/Francione/resources/index.htm?referrerUrl=http%3A%2F%2Fwww.google.it%2Fsearch%3Fq%3DLA%2BCORTE%2BCOSTITUZIONALE%2BAVALLA%2BLA%2BFORZA%2BDEL%26ie%3Dutf-8%26oe%3Dutf-8%26aq%3Dt%26rls%3Dorg.mozilla%3Ait%3Aofficial%26client%3Dfirefox-a