Source: https://www.cobaslecce.it/corte-costituzionale-il-rischio-di-un-esborso-economico-che-spesso-si-aggiunge-a-un-licenziamento-puo-limitare-le-possibilita-di-rivolgersi-al-giudice/
Timestamp: 2019-04-22 08:12:19+00:00
Document Index: 49979620

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 117', 'art. 47', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 117', 'art. 14', 'art. 21']

Corte Costituzionale: il rischio di un esborso economico che spesso si aggiunge a un licenziamento può limitare le possibilità di rivolgersi al giudice. > Sindacato Cobas Lecce
6 Maggio 2018 6 Maggio 2018 Giuseppe Mancarella	0 Commenti Diritti del Lavoratore
L’articolo 92 del Codice di procedura civile obbligava a far ricadere sui lavoratori le spese legali delle cause non vinte.
Una decisione che garantisce ancor ancora di più a tutti l’opportunità di far valere i propri diritti senza rischi. La Suprema Corte afferma un principio importante: il lavoratore deve avere la possibilità di promuovere una causa senza poter conoscere elementi di fatto, rilevanti e decisivi, che sono nella disponibilità del solo datore di lavoro. Proprio quelli che spesso rischiano di determinare la sentenza finale.
Cosa cambia di fatto per le cause di lavoro? Le regole sono le stesse, ma si riducono i rischi per i dipendenti che chiedono al giudice di riconoscere alcuni loro diritti. La riforma della norma del 2014 aveva comportato e comporta – un crollo del contenzioso di lavoro: una situazione non da imputare a una riduzione della violazione dei diritti dei dipendenti, ma perché si è terrorizzata la parte debole del rapporto, che spesso non può permettersi di “mettere nel conto” l’esborso di migliaia di euro in assenza della certezza di vincere la causa.
Con la sentenza n. 77 del 2018, la Corte costituzionale cancella la riforma del 2014 che limitava fortemente la possibilità di compensazione fra le parti all’esito del giudizio civile e affida al giudice, ed in particolare a quello del lavoro, uno strumento efficace di adeguamento del regolamento delle spese alle peculiarità del caso concreto.
L’eccezione di illegittimità è stata sollevata da due giudici del lavoro, in ragione del risultato iniquo, evidenziato nelle ordinanze di rimessione, a cui avrebbe portato, nelle controversie al loro esame, l’applicazione rigida del criterio della soccombenza, senza possibilità per il giudice di tenere conto nel regolamento delle spese processuali della peculiarità del caso concreto, con la conseguenza di un effetto deterrente sull’esercizio del diritto costituzionale di accesso alla tutela giudiziaria, anche per la parte che non abusa del processo, del tutto sproporzionato rispetto al dichiarato scopo deflattivo della norma. Partendo da questo rilievo comune, per il quale è rappresentata la violazione dei principi di uguaglianza, della garanzia del diritto di difesa in giudizio e del giusto processo (artt. 3, comma 1; 24, comma 1; 111 Cost. argomentata dal giudice emiliano anche con riferimento all’art. 117 Cost., all’art. 47 Carta dei diritti fondamentali Ue, agli artt. 6 e 13 Cedu), le due ordinanze hanno prospettato poi ulteriori differenti profili di non manifesta infondatezza di illegittimità: il Tribunale di Torino ha sottolineato la violazione del principio di uguaglianza formale (art. 3, comma 1) per l’irrazionale disparità di trattamento introdotta dalla riforma del 2014 con la previsione di ipotesi tassative di circostanze sopravvenute «gravi ed eccezionali», così escludendo la rilevanza di tutte le possibili altre di pari gravità ed eccezionalità; il Tribunale di Reggio Emilia ha configurato la possibile violazione degli artt. 25, comma 1; 102 e 104 Cost. per una indebita ingerenza del potere legislativo sull’attività giudiziaria di valutazione discrezionale ed altresì la violazione dell’art. 3, comma 2 e dell’art. 117 Cost., dell’art. 14 Cedu e dell’art. 21 della Carta dei diritti fondamentali Ue essendo imposto lo stesso trattamento rispetto a due parti le cui condizioni personali, processuali e di capacità di resistenza alla lite sono del tutto diverse. Viene osservato sotto questo profilo che il lavoratore, soggetto economicamente più debole, è di regola costretto ad agire giudizialmente per l’accertamento dell’illegittimità dell’atto del datore di lavoro, pregiudiziale all’accertamento del proprio diritto, nonché costretto, normalmente, a una controversia cd. a “controprova”, in cui si trova ad agire acquisendo adeguata cognizione di fatti e circostanze solo nel corso del giudizio, e questo con aggravio di oneri economici non fiscalmente detraibili (contributo unificato, Iva, costi per prestazioni professionali) dal proprio reddito imponibile, a differenza di quel che avviene per il datore di lavoro-imprenditore.
[5] Il valore della domanda del lavoratore, nelle controversie che hanno per oggetto differenze retributive, pur avendo un’incidenza percentuale apprezzabile rispetto alla retribuzione mensile, soprattutto se è destinato ad aumentare nel tempo, è quasi sempre abbastanza modesto in valori assoluti e non proporzionato alle tariffe professionali. Al contrario per il datore di lavoro se la questione riguarda anche altri suoi dipendenti, la possibile soccombenza va moltiplicata per il numero dei rapporti di lavoro potenzialmente coinvolti con un onere del tutto inferiore rispetto al valore economico reale della singola controversia. Ed è evidente che più è basso il reddito fruibile e più è forte l’efficacia deterrente del rischio della soccombenza per il recupero di crediti di importo non elevato, il cui abbandono, per questi motivi, da parte del lavoratore, si trasforma nella realtà dei rapporti economico-sociali nella legittimazione di situazioni di piccolo e reiterato sfruttamento e di fatto in una riduzione del costo del lavoro.
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