Source: http://www.meltingpot.org/Note-sintetiche-sulla-situazione-del-cittadino-straniero.html
Timestamp: 2018-01-21 22:43:22+00:00
Document Index: 167778243

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art.5', 'sentenza ', 'art. 13', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art.14', 'art.389', 'art.13', 'sentenza ', 'art. 13', 'art. 10', 'art. 13', 'art. 495', 'art. 337', 'art. 352', 'art. 103', 'art. 41', 'art. 25', 'art. 349']

Note sintetiche sulla situazione del cittadino straniero privo di permesso di soggiorno in Italia - Progetto Melting Pot Europa
La presente scheda è stata aggiornata dall’Ambasciata dei diritti di Ancona ad Aprile 2017
Autori: Fulvio Vassallo Paleologo, Ambasciata dei Diritti Ancona
La legge base che regola la condizione giuridica dello straniero extracomunitario è il Testo Unico, n. 286/98, ampiamente modificato dalla L. 189/2002 meglio nota come "legge Bossi Fini". All’art. 2 il Testo Unico riconosce anche agli stranieri irregolari i diritti fondamentali della persona umana. In particolare i minori stranieri entrati irregolarmente non sono espellibili o respingibili e le autorità di polizia devono informare al più presto della loro presenza i competenti Tribunali per i minori. Anche le donne in stato di gravidanza e quelle che hanno partorito da meno di sei mesi non sono espellibili ed hanno diritto ad un permesso di soggiorno. Tutele particolari sono previste per le persone vittime di tortura e per i malati.
L’immigrazione illegale, che può essere definita come immigrazione clandestina o immigrazione irregolare, è l’ingresso/soggiorno di cittadini stranieri in violazione delle leggi di immigrazione del paese di destinazione, dove si recano senza essere preventivamente autorizzati.
E’ considerato clandestino lo straniero che è entrato in Italia eludendo i controlli di frontiera, ovvero senza regolare visto d’ingresso (quando richiesto), è privo di documenti di identificazione ovvero è autorizzato ad entrare ma poi non ottiene /richiede il titolo di soggiorno.
E’ considerato irregolare lo straniero che non ha i requisiti necessari per la permanenza sul territorio nazionale (es. permesso di soggiorno scaduto e non rinnovato).
Può accadere che persone entrate clandestinamente senza presentare le proprie generalità ai controlli di frontiera successivamente sanino sul territorio la loro posizione tramite “sanatorie” o “regolarizzazioni” oppure può succedere anche il contrario, che entrano legalmente sul territorio e rimangono per un tempo superiore al previsto, per poi divenire quindi “irregolari” (“overstaying” cioè soggiornanti oltre il tempo consentito) rischiando l’espulsione.
Gli ingressi per lavoro per i cd. “migranti economici” sono regolati dal sistema delle quote: la legge prevede che ogni anno si stabilisca per decreto il numero di stranieri non comunitari che possono entrare per lavoro subordinato, stagionale e autonomo. Tale sistema si basa esclusivamente sul principio della chiamata a distanza, con il datore di lavoro sul territorio italiano mentre il lavoratore straniero deve restare nel proprio paese di origine: attraverso una complessa procedura, se la domanda del datore di lavoro viene accolta, è rilasciata una autorizzazione all’ingresso, inviata poi al consolato italiano del paese di origine ove il cittadino straniero otterrà il visto di ingresso per lavoro, sulla base della relativa autorizzazione. Molto spesso però i decreti flussi annuali servono per regolarizzare persone già presenti in Italia, i cui datori di lavoro fanno richiesta di ingresso come se si trovassero ancora nel paese di origine.
In assenza di visto d’ingresso, qualora non venga presentata una istanza di asilo, di protezione internazionale o di protezione umanitaria ex art.5.6 del T.U. sull’immigrazione, può scattare l’ipotesi di reato relativa all’immigrazione clandestina dello straniero extracomunitario nel territorio dello Stato, punito con la contravvenzione da 5.000 a 10.000 euro, ed espulsione dello straniero da parte del giudice. Il giudice, acquisita la notizia dell’esecuzione dell’espulsione o del respingimento ai sensi dell’articolo 10, comma 2, pronuncia sentenza di non luogo a procedere. Il giudizio sul reato di immigrazione clandestina è sospeso durante la procedura per il riconoscimento dello status di asilo. In caso di espulsione scatta un divieto di reingresso per 10 anni.
Lo straniero espulso che rientra commette un reato che prevede la detenzione in carcere da uno a quattro anni (art. 13, co.13, d.lvo 286/98).
La disciplina delle espulsioni appare in molti punti in contrasto con la direttiva rimpatri 2008/115/CE, ma, anche se i magistrati stanno disapplicando la normativa interna in favore delle norme previste dalla direttiva, la polizia continua ad applicare le norme interne. Essenziale dunque l’intervento di un avvocato di fiducia in ogni caso nel quale sia possibile effettuare la nomina.
Con la sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea del 28.04.2011 la Corte ha stabilito la non conformità della normativa nazionale ripsetto a quella comunitaria, laddove è prevista la reclusione per i cittadini di Paesi terzi in soggiorno irregolare, in caso di inottemperanza all’ordine di lasciare il territorio di uno Stato membro.
Ne consegue che la violazione degli artt.14,comma 5 ter e 14,comma 5-quater, D.Lvo 286/98 non comportano l’applicazione di alcuna sanzione penale essendo con tale sentenza intervenuta l’abrogazione di fatto delle sanzioni penali previste ai succitati commi 5 ter e 5 quater dell’art.14 del D.Lvo 286/98.
Ne consegue che le eventuali notizie di reato relative a tali norme, saranno oggetto di archiviazione e eventuali arresti in flagranza comporteranno immediata liberazione dell’arrestato ai sensi dell’art.389 c.p.p. per essere stato eseguito l’arresto fuori dei casi consentiti.
Si precisa che il reato di cui all’art.13 co.13 del D.Lvo 286/98 rimane tuttora in vigore non essendo stato toccato dalla sentenza della Corte di Giustizia UE.
Qualora, a seguito di una espulsione o di un respingimento differito, che è immediatamente esecutivo con accompagnamento alla frontiera, non ne sia possibile l’esecuzione, il soggetto da espellere viene rinchiuso nei c.d. CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione), previa convalida da parte dell’autorità giudiziaria, per un periodo massimo 90 giorni, che può prolungarsi fino a 12 mesi per il richiedente asilo che “costituisce un pericolo per l’ ordine e la sicurezza pubblica” e per il quale “sussiste rischio di fuga”.. In questa fase l’immigrato ha diritto ad un difensore, anche d’ufficio e può comunicare con l’esterno.
L’Italia non ha risolto la questione della legittimità della detenzione dei migranti e dei richiedenti asilo immediatamente dopo l’arrivo. Come sottolineato dal Gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria delle Nazioni Unite (Wgad), che ha visitato l’Italia nel novembre 2008, durante il primo periodo di permanenza nei centri dopo l’arrivo in Italia, i richiedenti asilo sono sottoposti a una detenzione de facto, priva di basi legali certe e di controllo giudiziario. Qualunque altra forma di detenzione amministrativa che si realizza al di fuori dei CIE, che devono essere quelli previsti da un apposito decreto del ministro dell’interno, al di fuori delle 96 ore, e delle esigenze di prima identificazione, si può ritenere illegittima. Appare quindi priva di fondamento normativo il trattenimento nelle tendopoli/CIE, recentemente istituite dal ministero dell’interno con i provvedimenti che dichiarano l’ennesimo “stato di emergenza”, con una evidente limitazione della libertà personale dei migranti che vi vengono internati.
I provvedimenti di espulsione o di respingimento vanno adottati rispettivamente dal Prefetto e dal Questore del luogo nel quale è avvenuto l’ingresso irregolare. Il trasferimento di migranti privi di provvedimenti di espulsione o di respingimento differito da una parte all’altra del territorio nazionale non appare conforme a legge ed alla previsione dell’art. 13 della Costituzione. Secondo questa norma in caso di arresto da parte della polizia, entro 48 ore deve essere informata l’autorità giudiziaria, che nelle successive 48 ore deve convalidare l’arresto. Per arresto, secondo la Corte Costituzionale, si intende qualunque limitazione della libertà personale.
Se l’espulsione non viene eseguita, il soggetto riceve un ordine di lasciare il territorio entro il termine di 5 giorni: se non ottempera «senza giustificato motivo» a tale ordine, commette un reato punito da 1 a 4 anni di reclusione, con arresto obbligatorio e giudizio direttissimo.
Recentemente la Corte Costituzionale ha ribadito che se si prova il “giustificato motivo” consistente nella mancanza di mezzi o di documenti, il reato non ricorre.
Nonostante la Direttiva europea 2005/85/CE riguardante le procedure per la protezione internazionale, inserita nel diritto italiano con il Decreto legislativo n.25 del gennaio 2008, escludesse la detenzione amministrativa dei richiedenti asilo, con successivo decreto legislativo, n, 159 del 2008 è stata ripristinata la misura del trattenimento obbligatorio nei CIE di tutti i richiedenti asilo già destinatari di un provvedimento di espulsione o di respingimento differito ex art. 10 comma 2 del T.U. sull’immigrazione, con un forte ampliamento della discrezionalità dell’autorità di pubblica sicurezza circa le modalità di accesso alla procedura di asilo.
L’aspetto più grave riguarda le modalità di tutela giurisdizionale contro le decisioni di rigetto della domande di asilo, tramite la soppressione dell’efficacia sospensiva del ricorso giurisdizionale, con grave violazione del nucleo essenziale del diritto di asilo e del diritto di difesa garantiti dalla Costituzione italiana, nonché in contrasto insanabile con il principio di effettività del ricorso di cui all’art. 13 della Convenzione Europea per i Diritti dell’Uomo.
Come comportarsi in caso di fermo da parte dell’autorità giudiziaria
E’ perciò importante e - hai diritto di pretendere - che la comunicazione al Procuratore della Repubblica venga effettuata subito al momento dell’accompagnamento, perché solo da questo momento si contano le 24 ore entro cui devono rilasciarti.
Per identificarti possono effettuare rilievi segnaletici (fotografie e impronte digitali), anche senza la tua autorizzazione. Non possono prendere capelli o saliva senza la tua autorizzazione, eccetto nel caso in cui lo autorizzi un giudice.
Se rifiuti di dire le tue generalità / esibire i documenti, oltre all’accompagnamento in questura di cui abbiamo parlato, puoi essere denunciato per i seguenti reati:
Se sei cittadino extracomunitario e non fai vedere i documenti (passaporto-permesso), senza un valido motivo, ad agenti-ufficiali di polizia quando te lo chiedono puoi essere denunciato e rischi la pena dell’arresto fino a 6 mesi; se c’è motivo di dubitare della tua identità, puoi essere accompagnato in questura per rilievi segnaletici (fino a un max di 24 ore.)
Se invece fornisci false generalità a un pubblico ufficiale o a un incaricato di pubblico servizio, il reato è punito con pene maggiori (che sono stata aggravate col c.d. pacchetto sicurezza - d.l. 23.5.2008, n. 92): se dichiari (a voce o per iscritto) false generalità e rischi il carcere fino a un massimo di sei anni (artt. 495 e 496 c.p.); la stessa pena è prevista se alteri il tuo corpo per impedire la tua identificazione - es. alterazioni delle impronte digitali (art. 495-ter c.p.).
Se ti opponi con violenza o minaccia ad un pubblico ufficiale mentre questo compie un atto d’ufficio puoi essere accusato di resistenza a pubblico ufficiale (art. 337 c.p.). Sono equiparati al pubblico ufficiale gli incaricati di pubblico servizio e i dipendenti di istituti di vigilanza privata in servizio presso stazioni di treni, metropolitana e sugli autobus perché sono considerati ausiliari di pubblica sicurezza. E’ importante sapere che per violenza o minaccia si intende qualunque comportamento idoneo ad opporsi all’atto che non sia una semplice resistenza passiva (ad esempio se ti bloccano fisicamente e cerchi di divincolarti o difenderti in qualsiasi modo puoi essere accusato di resistenza). Per questo reato la pena prevista è il carcere da 6 mesi a 5 anni.
E’ utile ricordare che se chi controlla è un agente in borghese deve prima qualificarsi, mostrando il suo tesserino di riconoscimento.
Si possono fare perquisizioni personali e nei locali senza mandato del giudice,
quando si sta commettendo un reato o una evasione (fuga) o quando si deve eseguire un’ordinanza di custodia cautelare o un ordine di carcerazione o un fermo (art. 352 c.p.p.); 2) la polizia giudiziaria (polizia di stato, carabinieri, guardia di finanza, corpo forestale) può perquisire le persone, i locali, le macchine, i bagagli e gli effetti personali per prevenire o reprimere il traffico di droga (art. 103 dpr n. 309/1990) o se ha fondato motivo di credere che ci sono armi, munizioni o esplosivi, qualcuno cercato dalla polizia che si nasconde, un evaso in relazione a determinati delitti di associazione mafiosa, traffico di droga o delitti con finalità di terrorismo (art. 41 tulps e art. 25 d.l.8.6.1992, n. 306);
Anche in questi casi ti devono lasciare sempre una copia del verbale di perquisizione, anche se non viene sequestrato nulla, dove si indicano le operazioni fatte, il motivo per cui hanno fatto la perquisizione senza l’autorizzazione del giudice, i nomi e la qualifica degli agenti che hanno fatto la perquisizione. Se sequestrano oggetti, documenti, devono essere specificamente indicati nel verbale
di perquisizione. Se non sei in grado di leggere, hai diritto ad un interprete e comunque fai sempre scrivere che non parli l’italiano.
Occorre specificare che chiunque (italiano o straniero) ha l’ obbligo di eseguire l’ordine impartito dalle forze di polizia.
Tuttavia la legge prevede espressamente le uniche ipotesi in cui le forze di polizia sono autorizzate a procedere in modo coattivo, cioè utile a vincere le resistenze passive del destinatario che non si trovi in stato di arresto o di fermo. Più esattamente, l’ art. 349 co. 2 bis cod. proc. pen. consente esclusivamente il prelievo coattivo di capelli o saliva, comunque nel “rispetto della dignità personale del soggetto”, previa autorizzazione del Pubblico Ministero.
Perciò l’ufficiale o agente di qualsiasi forza di polizia che usa la forza per costringere una persona che non si trovi in stato di arresto o di fermo, la quale oppone resistenza passiva ai rilievi fotodattiloscopici commette i reati di violenza privata e lesioni personali (ove cagionate).
E’ in ogni caso vietato (ed è penalmente rilevante) ogni tipo di atto posto in essere da appartenenti alle forze di polizia con il quale si vogliano vincere le resistenze passive di chiunque (italiano o straniero), sia imprimendo una forza fisica sul corpo della persona che dovrebbe essere sottoposta ai rilievi (per es. colpi inferti su qualsiasi parte del corpo oppure forza impressa sulle mani o sugli arti per dischiudere le mani o allungare le braccia), sia condizionandone traumaticamente la volontà (per es. con scosse elettriche).
Inoltre, in ogni caso l’eventuale uso della forza nelle attività di identificazione e di foto-segnalamento non può mai consistere in ispezioni corporali (Corte cost. sent. n. 30/1962), né in forme di tortura.
CPR (ex CIE), CARA, CDA (Articoli generali), Espulsione, Reato di ingresso e soggiorno irregolare, Respingimenti