Source: http://www.ossin.org/turchia/307-processo-in-kurdistan
Timestamp: 2020-08-03 12:38:42+00:00
Document Index: 117200988

Matched Legal Cases: ['art. 257', 'art. 222', 'art. 222', 'art. 222', 'art. 26', 'art. 90', 'art. 301', 'art. 301', 'art. 222', 'art. 301', 'art. 222']

Processo in Kurdistan
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Rapporto sull’udienza del 29/2/08 del processo nei confronti del sindaco e del consiglio comunale di Sur, nonché del sindaco di Diyarbakir, sull’incontro con il Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Diyarbakir e sull’incontro con il Presidente dell’IHD di Diyarbakir
di Luca Saltalamacchia
Sur è una delle sei municipalità di Diyarbakir. Il suo sindaco, Abdullah Demirbas, nel febbraio 2006 fece diffondere un questionario per chiedere agli abitanti della sua municipalità quali fossero i bisogni più urgenti. Dalle risposte raccolte emerse che uno dei problemi principali era la non conoscenza della lingua turca, l’unica che può essere utilizzata per iscritto, per cui – oltre a non compren¬dere il contenuto dei certificati – gran parte della popolazione non era nemmeno a conoscenza dei servizi offerti dalla municipalità.
A Sur il 72% della popolazione parla solo il curdo, ma vi sono anche altre minoranze linguistiche che parlano armeno, assiro-aramaico ed arabo. Il 22% parla anche il turco.
A seguito di tali risultati, il consiglio comunale di Sur deliberò di stampare una brochure relativa ai servizi offerti alla popolazione in sei lingue (turco, curdo, inglese, armeno, assiro-aramaico ed arabo) precisando che il turco era la lingua ufficiale. Tale delibera fu controfirmata dal sindaco di Diyarbakir, Osman Baydemir; venne poi convocata una conferenza stampa per presentare l’iniziativa.
Il Ministero dell’Interno inviò immediatamente due ispettori, i quali produssero un rapporto in cui veniva affermato che il consiglio comunale di Sur aveva approvato una delibera che avrebbe autorizzato l’utilizzo solo delle lingue non ufficiali (e non anche del turco), in palese contrasto con il contenuto della delibera stessa.
Il Ministero dell’Interno aprì quindi un procedimento amministrativo nei confronti del sindaco e del consiglio comunale di Sur e l’ottava Sezione del Tribunale Amministrativo decise di procedere al suo scioglimento. Tale decisione è stata poi confermata dal Consiglio di Stato.
Successivamente, è stato aperto un procedimento penale nei confronti del sindaco di Sur, del sindaco di Diyarbakir e di tutti i consiglieri comunali di Sur – anche di quelli che non parteciparono, perché assenti, alla delibera incriminata – per violazione delle seguenti norme del codice penale turco:
- art. 257, che punisce l’abuso di potere;
- art. 222, che punisce chiunque violi la legge n° 1353 del 1928 sulla protezione dell’alfabeto turco. Questa legge non prevedeva in origine alcuna sanzione penale; venne approvata quando, all’indomani dello scioglimento dell’Impero Ottomano, il governo turco decise di adottare per la lingua turca l’alfabeto di tipo latino e non più quello di tipo arabo. In altre parole, la lingua rimase la stessa, ma la scrittura – in precedenza basata sui caratteri arabi – diventava a caratteri latini e per dar forza a tale in¬novazione fu emanata la suddetta legge. Solo con la riforma del codice penale del 2005 è stato, però, introdotto il reato di “violazione dell’alfabeto turco”, che punisce tutti coloro che utilizzano caratteri e lettere non previste nell’alfabeto turco, quali la X, la W e la Q, molto utilizzate nella lingua curda. Secondo questa interpretazione ed applicazione dell’art. 222, chiunque utilizzi o stampi un indirizzo internet (dove è obbligato a scrivere “www”) commette un reato! Dunque, anche il Ministero di Grazia e Giustizia turco, anche il governo turco, che diffondono anche con materiale scritto il proprio sito. Questa applicazione della legge 1353/28 e, conseguentemente, dell’art. 222 del codice penale è incostituzionale per due motivi: sia perché viola l’art. 26 della Costituzione (che accoglie il principio che tutti i cittadini possono esprimersi e fare pubblicazioni nelle loro lingue madri), sia perché viola l’art. 90 della Costituzione (che prevede, in caso di contrasto tra norme interne e norme di diritto internazionale, la prevalenza di queste ultime. La Turchia è parte di una serie di convenzioni che impongono il rispetto delle minoranze linguistiche ed il divieto di discriminazione su base linguistica, tra cui la Convenzione di Losanna e la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. Si tenga conto che quella curda è una “minoranza” relativa, visto che in Turchia ne vivono circa 15 milioni);
- art. 301, il famigerato art. 301, che prevede il reato di vilipendio all’identità turca, concetto così generico da poter ricomprendere qualunque comportamento non desiderato dal governo.
Gli imputati rischiano sino a quattro anni e mezzo di carcere. E’ un processo molto importante; esistono molti altri processi contro cittadini curdi per la violazione dell’art. 222 (violazione dell’alfabeto turco), ma è la prima volta che alcuni amministratori locali dichiarino in una delibera di voler utilizzare la lingua curda per iscritto.
Il sindaco di Diyarbakir, Osman Baydemir, ha diversi processi sia per la violazione di questo articolo, che dell’art. 301 (vilipendio all’identità turca); sommando le richieste di condanna avanzate dai diversi pubblici ministeri, rischia fino a 280 anni di carcere, come egli stesso ironicamente ci dice nell’incontro successivo alla udienza.
Tornando a questa, il Giudice competente è una donna: si chiama Nurhan Aynaci. L’aula dove si tiene il processo è minuscola; al centro, vi campeggia la scritta “La giustizia è il fondamento dello Stato”. La qual cosa fa una certa impressione: non vi sarebbe stato nulla da dire se al posto di “Stato” vi fosse stato scritto “Popolo”. Ma così non è...
La distribuzione dei posti all’interno dell’aula la dice lunga sulla equità del processo: sopra un’altissima pedana siedono, uno affianco all’altro, il Giudice ed il pubblico ministero. Ciascuno ha un computer sulla scrivania. Ai loro piedi, su una pedana più bassa, siede il Cancelliere, che redige sotto dettatura del giudice il verbale di udienza utilizzando direttamente il computer. Accanto a lui, in piedi, l’usciere. Il collegio dei difensori siede dietro una piccola scrivania, lontana dalle due pedane; anche loro hanno un computer sul quale viene visualizzato in tempo reale ciò che il Cancelliere scri¬ve.
Nessuno degli imputati è comparso, fatta eccezione per un consigliere comunale. Questi fa una dichiarazione spontanea (riportandosi alle difese svolte dai propri avvocati ed alle dichiarazioni già rese a suo tempo al pubblico ministero). L’Avv. Muharran Erbey prende la parola e chiede di depositare due sentenze relative a processi contro il sindaco di Diyarbakir, Osman Baydemir, per violazione dell’art. 222 conclusisi con la sua assoluzione.
Dopo di lui, prende la parola l’Avv. Mustafà Aysit. Parla a lungo, focalizza l’attenzione sulla manipolazione della delibera approvata dal consiglio comunale di Sur fatta dagli ispettori ministeriali, che hanno eliminato la parte relativa al riconoscimento della lingua turca come lingua ufficiale. Esibisce una copia autentica della delibera in questione. Si infervora, ritiene scandalosa la condotta degli ispettori e chiede un rinvio per depositare nuovi mezzi di prova.
Il Giudice rinvia al 13/6/08.
Subito dopo veniamo ricevuti dall’Avv. Sezgin Tanrikulu, Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Diyarbakir. Ci viene spiegato meglio il processo in questione e ci viene illustrata la condizione degli avvocati di Diyarbakir, capoluogo del Kurdistan turco.
In una regione abitata prevalentemente da curdi, nel bel mezzo della guerra tra governo turco e PKK, nel cuore della repressione contro ogni manifestazione anche pacifica di appartenenza alla comunità curda, la professione di avvocato comporta la consapevolezza di dover fare una scelta di campo.
L’Avv. Sezgin Tanrikulu ci informa che tutti i giudici del Tribunale di Diyarbakir sono turchi, così come turchi sono i poliziotti ed i funzionari ministeriali. Difendere i curdi, importanti (come nel caso dei sindaci) o sconosciuti (come nel caso di contadini, manifestanti semplici cittadini), significa sapere di poter essere arrestati, sottoposti a procedimenti penali, finanche torturati ed uccisi. E’ quanto è già successo a tanti suoi colleghi, soprattutto a quelli – e ne sono tanti – che hanno scelto di denunciare le gravi violazioni dei diritti umani.
L’Avv. Sezgin Tanrikulu lo dice con tono dimesso e con sguardo triste. Sa che potrebbe capitare anche a lui.
Il giorno successivo ci rechiamo all’ufficio dell’IHD, associazione per i diritti umani fondata nel 1986 da intellettuali curdi e della sinistra turca all’indomani del colpo di Stato. Hanno 15.000 membri in tutta la Turchia, 800 a Diyarbakir; è composta prevalentemente da avvocati. Il Presidente dell’ufficio di Diyarbakir è l’Avv. Ali Akinci.
Ci dice che nel 1997 l’IHD ha pubblicamente affermato che “il popolo curdo esiste”; il governo turco di tutta risposta ha chiuso per tre anni i vari uffici e da quel momento diversi membri dell’associazione sono stati misteriosamente assassinati. In nessun caso è stato preso l’assassino. Molti avvocati membri dell’IHD stanno subendo diversi processi a causa delle posizioni assunte sul rispetto dei diritti umani.
Tra questi, il presidente dell’IHD di Bingol, l’Avv. Ridvan Kizgin, che è stato condannato ad un anno e due mesi di prigione per aver pubblicamente denunciato le torture che le forze paramilitari turche praticano nei confronti dei contadini. A suo carico pendono venti processi e 97 inchieste.
Il Presidente dell’IHD di Bingol in ogni caso è fortunato. Il suo collega di Adana è stato ucciso dopo aver indetto una conferenza stampa nella quale ha accusato la polizia di aver assassinato un ragazzo turco, militante di un partito di sinistra.
L’Avv. Ali Akinci ci informa che dal 1990 ad oggi più di quattromila villaggi curdi sono stati bruciati, evacuati e minati. Spesso i contadini tornano a visitare ciò che resta dei loro villaggi ed in diversi casi molte persone – frequentemente bambini – sono morti o feriti a causa delle mine. Il governo non ha mai informato la popolazione di aver minato i loro villaggi; l’IHD ha diffuso nelle scuole una brochure informativa, diffondendo le immagini e le caratteristiche delle mine. Anche per questo, alcuni suoi membri sono sotto processo.
Ci dice anche che proprio quella mattina si è recata presso il loro ufficio una donna che ha dichiarato di essere stata arrestata 4 giorni fa. Aveva con sé un rapporto medico che certifica che era stata torturata. Solo negli ultimi dieci giorni, hanno raccolto quaranta denuncie di torture subite da inermi cittadini, capitati nel posto sbagliato e nel momento sbagliato, vittime di retate casuali. Con l’unica colpa di essere curdi e, in alcuni casi, di aver partecipato ad un funerale di un guerrigliero del PKK.
Gli avvocati dell’IHD assistono legalmente le vittime delle torture, denunciano gli autori, che vengono sistematicamente assolti. La beffa atroce è che spesso i torturatori, una volta assolti, denunciano le loro vittime per diffamazione e queste vengono condannate a risarcire i danni morali. Alcuni di loro vengono fisicamente puniti per aver osato tanto: torturati, spariti, assassinati.
La stessa sorte che è capitata, capita e capiterà a molti avvocati, che qui vivono la loro professione come una missione, tentando – anche mettendo a rischio la loro libertà e sicurezza – di ottenere giustizia in un luogo dove la regola è l’ingiustizia.
Da avvocato, me ne esco da quella stanza con la stessa sensazione che avevo avuto il giorno prima uscendo dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Diyarbakir.
Convinto di averla toccata, una volta tanto, la Dea Giustizia...
Emin Deniz non riesce più a dormire
Emin Deniz non riesce più a dormire la notte. E’ una donna piccola, sulla cinquantina. Con l’unica colpa di essere nata curda.
Ha in testa lo scialle bianco che contraddistingue i membri della sua associazione, le “Madri per la Pace”, che raccoglie le mamme di detenuti politici e di vittime del conflitto armato. Il suo volto si contrae quando inizia a raccontare quello che ha visto una ventina di giorni fa. Qualcosa che non le permette più di dormire. Alla luce fioca e triste delle due lampadine appese al soffitto il suo volto sofferente sembra più tagliente di ciò che racconta.
Emin Deniz ha un figlio ed una figlia che si sono arruolati nel PKK, il partito dei lavoratori curdi, che da anni è impegnato in un conflitto armato con il governo turco, il quale – nonostante le promesse fatte all’Unione Europea sul rispetto dei diritti umani – ancora oggi è impegnato in un sanguinoso e brutale genocidio culturale, se non anche fisico, nei confronti dei curdi, una “minoranza” che in Turchia conta circa 15 milioni di individui.
La nostra visita è dovuta ad un processo che il sindaco di Sur ed i consiglieri comunali – tutti curdi – stanno subendo per “violazione dell’identità turca”, “abuso di potere” e “violazione dell’alfabeto turco”, tre reati a loro contestati per aver deciso di pubblicare una brochure informativa sui servizi offerti dal comune in curdo ed altre lingue minoritarie, oltre che in turco, considerato che solo il 22% della popolazione della municipalità parla il turco. Visto che tutti i certificati e tutti i documenti ufficiali devono essere scritti in questa lingua, la brochure informativa avrebbe permesso ai cittadini di comprendere qualcosa in più circa i servizi offerti.
Al sindaco di Sur ed ai consiglieri comunali è andata anche bene. Rischiano “solo” 4 anni e mezzo; ben poco a confronto delle torture, delle sparizioni ed esecuzioni extragiudiziali che sono toccati a molti curdi che hanno osato parlare o scrivere in curdo, oppure che hanno criticato le atrocità commesse dall’esercito e dalla polizia. Molti membri delle associazioni per il rispetto dei diritti umani e molti avvocati sono stati arrestati, alcuni uccisi, molti torturati. Nonostante ciò, il governo turco fiducioso e sorridente attende di entrare nell’Unione Europea, negando che vi sia un problema curdo; questo viene liquidato velocemente affermando che i curdi – anche quelli che non aderiscono al PKK – sono terroristi. Un popolo di terroristi. Anche i bambini morti a causa dei bombardamenti o arsi vivi, anche le donne violentate, anche i vecchi abbandonati nei villaggi bruciati.
Ad Emin Deniz i suoi figli non sembrano terroristi, ma ragazzi con un ideale – quello di lottare per il riscatto del loro popolo – e che in virtù di questo ideale hanno deciso di sacrificare la loro vita. Non ha più notizie del figlio maschio dal 1993; tre anni fa seppe che sua figlia era viva.
Venti giorni fa il comandante dell’Esercito riferì che a Bingol erano stati uccisi cinque guerriglieri ed altri cinque erano stati catturati. Insieme ad altre mamme, Emin Deniz si recò in questa città per verificare se tra i cadaveri o i prigionieri vi fossero i suoi figli. Per raggiungere il luogo ha superato cinque posti di blocco: ad ognuno di essi è stata insultata ed umiliata. Giunta all’obitorio ha scoperto che i cadaveri erano dieci, di cui cinque irriconoscibili perché neri, interamente consumati, erosi: uccisi con armi chimiche. Gli altri cinque erano senza mani, senza piedi, senza occhi, con la testa aperta ed il volto bruciato: torturati a morte e poi resi irriconoscibili.
Il PKK ha reso noti i nomi dei dieci cadaveri, tra i quali non figurano quelli dei suoi figli.
Emin Deniz, però, ugualmente non riesce più a dormire.