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Timestamp: 2019-09-22 21:00:24+00:00
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Blocco indicizzazione delle pensioni: la Corte dei Conti solleva questione di costituzionalità
Sul blocco dell’indicizzazione delle pensioni superiori a tre volte l’importo del trattamento minimo per il 2012/2013 è stata sollevata questione di legittimità costituzionale delle norme con l’ordinanza n. 57 del 26 luglio 2014 del Giudice unico delle pensioni della Sezione Liguria della Corte dei Conti
Sul blocco dell’indicizzazione delle pensioni superiori a tre volte l’importo del trattamento minimo per il 2012/2013 è stata sollevata questione di legittimità costituzionale delle norme con l’ordinanza n. 57 del 26 luglio 2014 del Giudice unico delle pensioni della Sezione Liguria della Corte dei Conti. Una nuova falla nei conti pubblici o la possibile correzione di una iniquità?
L’articolo 24.25 del D.L. n. 201/11, convertito in L. n. 214/11, recante disposizioni in materia di trattamenti pensionistici, ha disposto – per gli anni 2012 e 2013 – il blocco della rivalutazione automatica delle pensioni prevista dall’art. 34.1 della L. n. 448/98, per tutti i trattamenti superiori a tre volte l’importo mensile lordo della pensione minima Inps (ossia, € 1.405,05 per il 2012 ed € 1.441,50 per il 2013. Tale norma si pone nel solco degli interventi normativi, precedenti e successivi, che – al fine di ridurre la spesa pubblica – hanno ridotto (più o meno temporaneamente) gli esborsi a carico del bilancio pubblico riferiti a stipendi (pubblici) e pensioni: si pensi al contributo di solidarietà sulle pensioni di maggior importo ed al blocco delle retribuzioni dei dipendenti del settore pubblico allargato che – originariamente disposto per il periodo 2010/2013 – è stato esteso all’anno in corso e, a quanto sembra, verrà prorogato anche al 2015.
Questo complesso normativo ha destato immediatamente notevoli perplessità, che – anche (ma non solamente) a causa di formulazioni testuali opinabili – ne hanno segnalato vizi, talvolta palesi, di costituzionalità.
Ed infatti, in primis, la sentenza della Corte Costituzionale n. 22312 ha dichiarato l’illegittimità delle norme del D.L. n. 78/10 che avevano tagliato gli stipendi apicali della P.A.; quindi, la sentenza n. 116/13 ha dichiarato l’illegittimità del contributo straordinario imposto dal D.L. n. 98/11 sulle pensioni di maggiore importo. Per converso, con la sentenza n. 304/2013, la Corte Costituzionale ha dichiarato l’infondatezza del blocco delle retribuzioni pubbliche inizialmente disposto, anch’esso, dal citato D.L. n. 78/2010.
La questione sottoposta alla Corte dei Conti e la “tesi contrapposte”
L’odierna questione di costituzionalità trae le mosse dal giudizio – promosso avanti alla Sezione Giurisdizionale della Liguria della Corte dei Conti quale Giudice unico delle pensioni – da una pensionata che ha chiamato in causa l’Inps per la declaratoria del proprio diritto a fruire della perequazione automatica di cui alla citata L. n. 448/98 e la condanna dell’Istituto alla liquidazione di tali somme.
La ricorrente esponeva di essere titolare di due pensioni (una diretta ed una indiretta) il cui importo mensile lordo complessivo supera (seppur di poco) la “soglia” in questione e che – per tale motivo – il medesimo Istituto, in applicazione della norma censurata, non aveva proceduto all’adeguamento degli importi “teoricamente” conseguente alla perequazione. Eccepiva, quindi, che la norma posta dall’Inps a fondamento del mancato adeguamento fosse in contrasto con i “parametri costituzionali” di cui agli artt. 3, 36 e 38 Cost. e che – quindi – previo promovimento della questione di costituzionalità, rilevante e non manifestamente infondata Lei avesse diritto all’adeguamento de quo.
Per parte sua, l’Inps – costituitosi nel giudizio pensionistico – instava per il rigetto del ricorso, deducendo che la giurisprudenza costituzionale (sent. n. 316/2010 resa in relazione alla pregressa normativa che aveva disposto, per il 2008, il blocco della perequazione delle pensioni eccedenti 8 volte il trattamento minimo) avrebbe a suo tempo chiarito che dal principio costituzionale di cui all’art. 38 Cost. in materia di previdenza non può farsi discendere, quale conseguenza “costituzionalmente necessitata”, un diritto all’adeguamento annuale degli importi, essendo rimessa alla discrezionalità del legislatore la fissazione degli importi pensionistici nel bilanciamento tra i due interessi – parimenti rilevanti – dei percettori di pensione e delle esigenze del bilancio pubblico. Con l’unico limite dato dall’eventuale palese irrazionalità della scelta eventualmente assunta dal legislatore stesso.
L’ordinanza della Corte dei Conti – Sezione Giurisdizionale per la Liguria, 26 luglio 2014, n. 57
Il perdurante necessario rispetto dei principi di sufficienza e di adeguatezza delle pensioni impone al legislatore, pur nell’esercizio del suo potere discrezionale di bilanciamento tra le esigenze di politica economica e le disponibilità finanziarie, di individuare un meccanismo in grado di assicurare un reale ed effettivo adeguamento dei trattamenti alle variazioni del costo della vita
L’ordinanza in commento ha ritenuto la questione di costituzionalità:
evidentemente rilevante, posto che la norma censurata è l’unico “ostacolo” all’accoglimento del ricorso della ricorrente;
non manifestamente infondata “sotto molteplici e concorrenti profili, anche ulteriori rispetto a quelli prospettati dalla parte ricorrente”: con particolare riferimento al ritenuto contrasto con le norme costituzionali portate dagli artt. 3, 36.1, 38.2, 23 e 53 della Costituzione”.
Per motivare la remissione degli atti, anche alla luce della giurisprudenza costituzionale, i Giudici contabili hanno operato un approfondito excursus dei cardini di tale giurisprudenza rilevanti ai fini del decidere.
In particolare, i Giudici hanno fatto partire la propria valutazione dall’assunto per il quale “(…) il perdurante necessario rispetto dei principi di sufficienza e di adeguatezza delle pensioni impone al legislatore, pur nell’esercizio del suo potere discrezionale di bilanciamento tra le (…) esigenze di politica economica e le disponibilità finanziarie, di individuare un meccanismo in grado di assicurare un reale ed effettivo adeguamento dei trattamenti (…) alle variazioni del costo della vita” (sentenza n. 30/2004).
Ciò posto, il legislatore è più volte intervenuto su tale meccanismo, anche sospendendone temporaneamente l’operatività, in relazione a delle soglie di importo via via diversamente individuate nel tempo. E l’ordinanza in commento riconosce che la Corte Costituzionale ha affermato come dal principio di tutela dettato dall’art. 38 Cost. non possa farsi discendere una “necessità costituzionale” di adeguare annualmente l’importo delle pensioni in erogazione.
E, tuttavia, – pur condividendo, in termini generali, l’assunto della legittimità degli interventi del legislatore in materia (o, forse meglio, prendendo necessariamente atto della posizione della Corte Costituzionale) – la Corte va oltre, e si rifà all’ulteriore giurisprudenza costituzionale in forza della quale tale potere del legislatore trova un limite nella necessità che esso non si traduca “in un regolamento irragionevole, frustrando, con riguardo a situazioni sostanziali fondate su leggi precedenti, l’affidamento dei cittadini nella sicurezza giuridica”. Tale ragionevolezza, afferma la Corte Costituzionale, dovrà essere valutata in un “altrettanto ragionevole” contemperamento degli interessi – tutti di rango costituzionale – legati al rispetto del principio di eguaglianza ex art. 3 Cost. al fine di evitare che “una generalizzata esigenza di contenimento della finanza pubblica possa risultare, sempre e comunque, e quasi pregiudizievolmente, legittimata a determinare la compromissione di diritti maturati o la lesione di consolidate sfere di interessi” (sentenza n. 92/2013).
Così come i sacrifici eventualmente imposti devono essere “eccezionali, transeunti, non arbitrari e consentanei allo scopo” (sentenza n. 299/1999).
Quindi, la Corte dei Conti prosegue affermando che l’intervento di compressione economica può essere ritenuto legittimo se il sacrificio è compensato da “comparabili benefici per il sistema di riferimento” o, comunque, riequilibrato da vantaggi interni al medesimo “comparto” inciso dalla norma (sentenza n. 92/13 cit.).
A tale riguardo – e proprio con riferimento alla sentenza costituzionale n. 316/10 portata dall’Inps a sostegno della legittimità della norma censurata – l’ordinanza rileva come il blocco della perequazione, ritenuto legittimo da tale sentenza:
era disposto per un solo anno;
colpiva pensioni di importo molto più elevato (quelle maggiori ad 8 volte la pensione minima) che, con ogni evidenza potevano “resistere”, per un solo anno, all’erosione del loro valore conseguente al blocco della loro indicizzazione al costo della vita. Senza contare che la medesima sentenza affermava che “la frequente reiterazione di misure intese a penalizzare il meccanismo perequativo esporrebbe il sistema ad evidenti tensioni con gli invalicabili principi di ragionevolezza e proporzionalità”.
Quindi, l’ordinanza in commento afferma di ritenere che nella norma censurata non si ravvisano i predetti presupposti di compatibilità costituzionale:
poiché si tratta della reiterazione di un intervento già disposto pochi anni prima e per una durata maggiore;
perché la fissazione della soglia del blocco ad un importo pari a sole tre volte l’importo della pensione minima (come detto circa € 1.400 mensili lordi) rende il trattamento incomparabilmente più “sensibile” all’erosione del potere d’acquisto, rispetto al ben più elevato limite reputato “legittimo” dalla sentenza del 2010.
Inoltre – sempre in punto di ragionevolezza – la Corte dei Conti afferma che nel caso di specie (anche se, in realtà, in ogni analogo intervento), la decurtazione economica non è transitoria in quanto, per definizione, la perdita di valore causata dal blocco della perequazione è irreversibile e si cumula con gli effetti dei precedenti blocchi, con un effetto di amplificazione del sacrificio economico imposto.
Dal che deriva, inoltre, che l’intervento in questione, deve essere considerato – a tutti gli effetti – come una imposizione di natura tributaria: con la conseguente sussistenza di tutti i vizi di legittimità recentemente acclarati, dalla giurisprudenza costituzionale citati nelle premesse di questo articolo (sentt. 223/12 e 116/13).
La questione affrontata nell’ordinanza in commento e, più ancora, la compatibilità costituzionale del sistema di sacrifici economici imposti ad una sola parte dei cittadini italiani con il novero di disposizioni di contenimento della spesa pubblica adottati nel corso dell’ultimo quadriennio, è particolarmente complessa. E – sia lecito affermarlo – essa non ha trovato una convincente risposta di sistema nelle pronunce rese dalla Corte Costituzionale tra il 2012 ed il 2013.
Tant’è che – a fronte dell’identica Carta Costituzionale di riferimento – dobbiamo ora attendere la pronuncia della Corte per capire se il “pendolo” del bilanciamento di interessi più volte indicato nelle sentenze pregresse, oscillerà, questa volta, verso la tutela del potere di acquisto di pensionati non certo “d’oro” oppure verso le esigenze – sempre più costituzionalizzate e sovranazionalizzate – di finanza pubblica.
Con il non troppo velato rischio, in quest’ultimo caso, che la cura da cavallo imposta ai lavoratori ed ai pensionati, finisca per uccidere il paziente.
Corte dei Conti – Ordinanza N. 57/2014
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