Source: http://www.laleggepertutti.it/codice-proc-penale/art-250-cod-proc-penale-perquisizioni-locali
Timestamp: 2016-10-26 04:02:49+00:00
Document Index: 75863658

Matched Legal Cases: ['art. 13', 'art. 244', 'art. 250', 'art. 247', 'art. 250', 'art. 4', 'art. 250', 'art. 103', 'art. 52', 'art. 250', 'art. 250', 'art. 250', 'art. 247', 'art. 250', 'art. 247', 'art. 247', 'art. 416']

RICHIEDI CONSULENZA SU QUESTO ARGOMENTO	1. Nell’atto di iniziare le operazioni, copia del decreto di perquisizione locale è consegnata all’imputato, se presente, e a chi abbia l’attuale disponibilità del luogo, con l’avviso della facoltà di farsi rappresentare o assistere da persona di fiducia, purché questa sia prontamente reperibile e idonea a norma dell’articolo 120.
2. Se mancano le persone indicate nel comma 1, la copia è consegnata e l’avviso è rivolto a un congiunto, un coabitante o un collaboratore ovvero, in mancanza, al portiere o a chi ne fa le veci.
3. L’autorità giudiziaria, nel procedere alla perquisizione locale, può disporre con decreto motivato che siano perquisite le persone presenti o sopraggiunte, quando ritiene che le stesse possano occultare il corpo del reato o cose pertinenti al reato. Può inoltre ordinare, enunciando nel verbale i motivi del provvedimento, che taluno non si allontani prima che le operazioni siano concluse. Il trasgressore è trattenuto o ricondotto coattivamente sul posto.
Giurisprudenza annotataPerquisizioni locali
Con riferimento alla posizione del giornalista professionista, cui l'ordinamento assicura la garanzia del segreto professionale non quale privilegio personale, ma quale ineludibile presidio posto a tutela della libera ed incondizionata attività di informazione, che il rispetto del criterio di proporzionalità tra il contenuto di una misura invasiva della libertà personale di cui egli sia fatto destinatario e le esigenze di accertamento dei fatti oggetto d'indagine costituisca oggetto di un particolare e specifico onere motivazionale da parte dell'Autorità giudiziaria, al fine di evitare quanto più è possibile il rischio di una pericolosa compressione delle forme e modalità di esercizio di un diritto costituzionalmente tutelato. In tal senso è necessaria, dunque, un'accurata motivazione, sia del provvedimento di sequestro che dell'ordine di esibizione, sì da porre in evidenza non solo la presenza del nesso di collegamento tra le notizie ed il tema d'indagine, ma anche lo specifico oggetto dell'apprensione e la necessità delle informazioni desumibili dalla res ai fini dell'accertamento dei fatti.
Cassazione penale sez. VI 15 aprile 2014 n. 31735 In tema di sanzioni amministrative, ai sensi dell'art. 13 l. 24 novembre 1981 n. 689, gli organi addetti al controllo sull'osservanza delle disposizioni per la cui violazione è prevista la sanzione amministrativa di una somma di denaro possono, per l'accertamento delle violazioni, procedere ad ispezioni di luoghi diversi dalla privata dimora, senza che, nell'esercizio di questa potestà accertativa, trovino applicazione le disposizioni del codice di rito penale che, in tema di mezzi di ricerca della prova, disciplinano i casi e le forme delle ispezioni (art. 244 c.p.p.) e le perquisizioni locali (art. 250 c.p.p.). Nè a diversa conclusione induce la circostanza che dall'ispezione amministrativa siano emersi o possano emergere fatti suscettibili di rilievo anche penale, e ciò stante l'autonoma formazione della prova nel processo penale e considerato altresì che l'eventuale inutilizzabilità della prova in sede penale non dispiega alcuna influenza rispetto all'attività di accertamento delle violazioni amministrative.
Cassazione civile sez. I 18 febbraio 2005 n. 3388 Premesso che alla stregua dell'art. 247 comma 1 c.p.p., che regola i casi e le forme delle perquisizioni anche nelle ipotesi di provvedimenti di perquisizione e sequestro previsti dagli art. 250 e 252 c.p.p., le cose da ricercare, ed eventualmente da sequestrare, devono necessariamente essere o "corpo di reato" ovvero "cose pertinenti al reato", di guisa che la motivazione dei provvedimenti che autorizzano le perquisizione ed i sequestri devono tenere conto di tali caratteristiche delle cose oggetto dei provvedimenti medesimi e devono pertanto specificare le imputazioni che sono a fondamento della ricerca, mediante l'indicazione, seppure sommaria ed approssimativa, delle fattispecie criminose contestate e dei fatti specifici imputati, deve ritenersi legittimo il decreto che indica specificamente sia le disposizioni che s'intendono violate sia i fatti specifici imputati, il tutto per "relationem" alla denuncia che costituisce parte integrante del provvedimento, essendone stata disposta la comunicazione unitamente al decreto stesso.
Tribunale Trento 03 maggio 2004
In tema di azione risarcitoria diretta a far valere la responsabilità civile del magistrato, l'art. 4, comma 2, della l. n. 117 del 1988 prevede un termine decadenziale di due anni, la cui decorrenza varia a seconda che siano o meno previsti rimedi avverso l'atto processuale assunto a fonte del danno, nel primo caso dovendosi attendere, per il promovimento dell'azione risarcitoria, che il rimedio previsto venga esperito, o che non sia più esperibile, nel secondo essendo la decorrenza del termine condizionata alla conclusione del grado del procedimento nel cui ambito è stato emesso l'atto in questione, intendendosi il termine "grado" nel senso più lato possibile. Pertanto, nella ipotesi in cui sia stata disposta una perquisizione ai sensi degli art. 250 e 251 c.p.p., non prevedendo l'ordinamento, in relazione al carattere strumentale di tale misura, alcun rimedio nei confronti della stessa, nè in favore dell'indagato, nè del terzo titolare del locale sottoposto a perquisizione, deve applicarsi la seconda ipotesi della citata previsione normativa, con la conseguenza che, nel caso di perquisizione disposta dal p.m. nello studio legale del difensore dell'indagato, in violazione dell'art. 103 c.p.p., il termine decadenziale per la proposizione dell'azione risarcitoria di cui alla l. n. 117 del 1988 decorrere dalla data dell'archiviazione, da parte del g.i.p., del procedimento nel cui ambito la perquisizione era stata disposta.
Cassazione civile sez. I 30 luglio 1999 n. 8260 In tema di mezzi di ricerca della prova, una volta che sia stata legittimamente disposta dal giudice ovvero dal p.m. la perquisizione locale, la riservatezza dell'indagato subisce una compressione che include necessariamente, anche in assenza di espressa indicazione nel provvedimento del magistrato, il sacrificio derivante dalla documentazione fotografica delle operazioni esecutive e dei luoghi in cui esse si sono svolte; l'esecuzione della perquisizione, infatti, implica e comprende per definizione l'attività di ispezione e di documentazione, e la fotografia, mezzo tecnico idoneo a fissare ed a prolungare la visione, altro non è che una modalità in cui può atteggiarsi la doverosa descrizione dei luoghi perquisiti.
Cassazione penale sez. II 22 maggio 1997 n. 3513 È nullo il decreto di perquisizione e sequestro emanato in seguito a denuncia anonima e, quindi, utilizzato come mezzo di acquisizione di una notizia di reato e non come mezzo di ricerca della prova. Infatti, la denuncia confidenziale o anonima - non inseribile negli atti ed inutilizzabile - non può qualificarsi notizia di reato idonea a dare inizio alle indagini preliminari: se tale notizia è specifica e verosimile, il p.m. può disporre accertamenti per verificare la sua fondatezza, ma queste investigazioni - volte allo scopo di acquisire elementi di prova utilizzabili - si pongono fuori delle indagini preliminari in quanto sfornite di pregressa "notitia criminis", sicché l'accusa non può procedere a perquisizioni, sequestri, intercettazioni telefoniche, trattandosi di atti che implicano e presuppongono l'esistenza di indizi di reità. (Nella specie la S.C. ha osservato che la circostanza che la perquisizione abbia avuto esito positivo (perché conclusasi con il reperimento di documenti utili alle successive indagini) è evento irrilevante a neutralizzare l'originaria illegittimità; inoltre, in conseguenza dello stretto rapporto funzionale tra l'atto di ricerca della prova - perquisizione - e la sua materiale apprensione - sequestro - l'illegittimità del primo si estende al secondo provvedimento).
Cassazione penale sez. III 18 giugno 1997 n. 2450 L'autorizzazione prevista dall'art. 52 d.P.R. n. 633 del 1972 va ricostruita quale fattispecie esclusivamente di natura amministrativo - tributaria. La sua funzione, i suoi scopi e i suoi effetti si esplicano tutti nel campo tributario. Al contrario la perquisizione locale prevista dall'art. 250 c.p.p. ha natura esclusivamente processuale esplicando i suoi effetti nell'ambito di un procedimento penale vero e proprio.
Cassazione penale sez. III 04 ottobre 1995
L'accesso per fini tributari e le perquisizioni locali sono istituti del tutto diversi quanto alla natura, ai fini, agli effetti, ed alle modalità esecutive. In particolare soltanto i provvedimenti di perquisizione ex art. 250 c.p.p. devono indicare, sia pure con esposizione sommaria, le fattispecie criminose ed i fatti specifici in relazione ai quali si ricercano i corpi di reato e le cose pertinenti al reato.
La perquisizione locale ed il sequestro, presupponendo il fumus commissi delicti, non possono essere disposti sulla base di una denuncia anonima o proveniente da fonte confidenziale, che non può essere considerata notizia di reato.
Cassazione penale sez. III 08 marzo 1995 n. 765 Gli art. 250 e 252 c.p.p. che disciplinano le perquisizioni locali ed il sequestro conseguente a perquisizione, devono essere interpretati in relazione alla disposizione generale di cui all'art. 247 comma 1 dello stesso codice, che regola casi e forme delle perquisizioni. Alla stregua di tale norma è evidente che anche nelle ipotesi di provvedimenti di perquisizione e sequestro previsti dagli art. 250 e 252 c.p.p., le cose da ricercare ed, eventualmente, da sequestrare, devono necessariamente essere o "corpo di reato" ovvero "cose pertinenti al reato"; da ciò consegue che la motivazione dei provvedimenti che autorizzano le perquisizioni e i sequestri ai sensi e per gli effetti di cui all'art. 247 comma 1 già citato, devono tenere conto di tali caratteristiche delle cose oggetto dei provvedimenti medesimi e debbono, pertanto, specificare le imputazioni che sono a fondamento della ricerca di tali "corpi di reato" e delle "cose pertinenti al reato", mediante l'indicazione, sia pure sommaria ed approssimativa, delle fattispecie criminose contestate e dei fatti specifici imputati in relazione ai quali si ricercano i corpi di reato e le cose pertinenti ai reati, senza, ovviamente, limitarsi alla mera indicazione degli articoli del codice penale che si assumono violati dall'indagato nei confronti del quale viene disposto il provvedimento di perquisizione personale o locale e di eventuale sequestro. (In applicazione di tale principio la Corte ha dichiarato la nullità, per mancanza della motivazione richiesta dal combinato disposto dell'art. 247 comma 2 e 125 comma 3 c.p.p., di un provvedimento di perquisizione locale e sequestro emesso dal p.m. in cui ci si limitava ad affermare che si procedeva in ordine ai delitti previsti e puniti dagli art. 416 c.p., 1 e 2 l. 25 gennaio 1982, n. 17, ipotizzandosi attività illecite commesse nell'ambito di associazioni massoniche, senza specificare, neppure in modo approssimativo e sommario, quale fosse il programma criminale dell'ipotizzata associazione a delinquere, quali i singoli reati posti in essere, quali le fattispecie criminose in concreto realizzate, che tipo di attività illecite fossero state commesse nell'ambito di associazioni massoniche).
Cassazione penale sez. I 14 gennaio 1994
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