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Timestamp: 2019-02-23 22:46:11+00:00
Document Index: 16510757

Matched Legal Cases: ['art.2', 'art. 36', 'art. 2', 'art. 55', 'art.55', 'art. 31', 'art. 13', 'art. 2', 'art.2', 'art. 3', 'art.3', 'art.19', 'art.3', 'art.3', 'art.36']

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Pubblicato il settembre 15, 2018	di avvdanza
Di grande rilevanza l’ ordinanza n.5388 della III sezione Bis del TAR Lazio-Roma pubblicata oggi 14 settembre 2018, con cui ha accolto il ricorso degli abilitati all’estero patrocinato dall’Avv. Maurizio Danza del Foro di Roma, con cui era stata richiesta l’ammissione alle prove concorsuali indette con il DDG n.85/2018. La pronuncia appare di particolare interesse poichè riconosce il diritto degli abilitati all’estero ancorchè non inseriti nelle GAE o nella seconda fascia di istituto al 31 maggio 2017, ed in attesa di decreto di riconoscimento del MIUR, a partecipare alle prove concorsuali. In particolare il Collegio per la prima volta si è adeguato all’orientamento della sesta sezione del Consiglio di Stato che, con ordinanza n. 5134/2018 ha già sollevato questione di legittimità costituzionale in tema alle modalità di svolgimento del concorso di cui all’articolo 17 del decreto legislativo 13 aprile 2017 n. 59; secondo la Sezione infatti, la questione di legittimità costituzionale della norma, applicabile in tale diverso procedimento, rileva anche nel presente giudizio divenendo dunque applicabili i principi espressi dall’ordinanza dell’Adunanza plenaria 15 ottobre 2014 n. 28 in ordine alla cosiddetta “sospensione impropria”. Il Collegio della terza bis, ha accolto l’istanza cautelare ai fini dell’ammissione con riserva dei ricorrenti alla procedura concorsuale , rinviando altresì la cognizione cautelare ad una camera di consiglio successiva all’eventuale riassunzione del giudizio, ed ha ritenuto “ nelle more” necessario tutelare la posizione delle parti ricorrenti mediante la concessione di una misura cautelare interinale, fino alla camera di consiglio successiva alla pronuncia della Corte costituzionale e, sospendere il giudizio sino alla pronuncia della Corte costituzionale.
Pubblicato il febbraio 28, 2018	di avvdanza
Pubblicato il settembre 17, 2017	di avvdanza
Intervento al Congresso Nazionale FSI 16 settembre 2017 dell’Avv. Maurizio Danza
È di tutta evidenza che le aspettative dei lavoratori del pubblico impiego siano state deluse, soprattutto dopo anni di attesa di rinnovo del Contratto collettivo, effetto del c.d. “blocco contrattuale”, che non è stato in grado di garantire attraverso l’istituto della vacanza contrattuale né il potere di acquisto, sempre più eroso nel nome delle politiche di “spending review”, né gli istituti giuridici del rapporto di lavoro pubblico, in nome di una anomala armonizzazione del pubblico verso la disciplina del lavoro privato. Le speranze di tanti lavoratori si sono scontrate con l’amara constatazione che l’attuale Governo non è stato in grado di tracciare alcun segno di discontinuità rispetto alle politiche del lavoro pubblico del passato, se non rimettendo in gioco il potere sindacale attraverso un’imprevista espansione del ruolo della contrattazione collettiva su talune materie del lavoro, nella nuova formulazione offerta dall’art.2 co.2 del D.lgs.n.165/2001, dopo le modifiche introdotte dal D.lgs.n.75/2017. Purtroppo però nulla di buono e di nuovo si rinviene nell’atto di indirizzo del governo, che precede la stagione del primo triennio contrattuale 2016/18 e che non rappresenta certamente uno strumento finalizzato a rilanciare le politiche del lavoro pubblico. Ad ammetterlo le confederazioni firmatarie del protocollo del 30 novembre 2016, che lamentano nella proposta direttiva all’ARAN un’applicazione distorta, che va oltre l’inaccettabile proposta degli 85 euro medi mensili negoziati, del tutto insufficienti a garantire la dignità dei lavoratori pubblici. E’ dunque a tutti evidente che la riforma del pubblico impiego, preannunciata nella legge n.124/2015 come “una nuova rivoluzione copernicana” sia fallita, essendo caratterizzata ancora una volta da ben note scelte di politiche del lavoro non strutturali e di tipo depressivo. La direttiva non ha avuto il coraggio di varare un vera politica del lavoro, che consideri il capitale umano come una risorsa capace non solo di produrre reddito, ma anche di conseguire obiettivi sociali e culturali espressione autentica del welfare state. Essa sembra essere purtroppo espressione delle solite “politiche della conservazione”, nella parte in cui si limita a perseguire gli obiettivi di rigore, facendo prevalere le logiche della punizione disciplinare, piuttosto che quelle della valorizzazione della professionalità dei dipendenti pubblici, senza mai prevedere incrementi di risorse a favore della categoria. In tale logica va ascritta la pseudo novità del welfare contrattuale, basato esclusivamente sulle già esigue risorse a disposizione della contrattazione nazionale ed integrativa; per il resto nulla di nuovo, atteso che si limita a dettare indirizzi alla contrattazione nazionale, finalizzati ad “ulteriori restrizioni sui permessi, sulle assenze di malattia e altre norme sul procedimento disciplinare”. Quanto alla piaga del precariato nulla o quasi nella direttiva, che non menziona né i contratti di formazione e lavoro, richiamati esplicitamente all’art. 36 co.2 del D.lgs n.165/2001, nè le altre forme flessibili, come quelle adoperate ad esempio nella giustizia, che si avvale, come è noto, da anni di tirocinanti, impegnati nel c.d. ufficio per il processo per l’espletamento delle funzioni di digitalizzazione del processo penale, a cui il governo avrebbe potuto estendere i diritti già riconosciuti ai lavoratori a tempo determinato. Inoltre si continua a diffondere ingiustamente presso l’opinione pubblica e nei mass media l’erronea convinzione, smentita dalle statistiche internazionali, secondo cui il numero dei dipendenti pubblici italiani sarebbe in eccesso rispetto alle effettive esigenze. A tal proposito il rapporto del Centro Studi Impresa/ Lavoro evidenzia che la percentuale tra dipendenti e popolazione italiana sia la più bassa d’Europa con il 5,18%, addirittura inferiore a quello della Spagna (6,40%) e della Francia, che presenta un tasso del 8,50% e che dunque la pubblica amministrazione italiana necessiti di altri dipendenti pubblici nella scuola, nella sanità, nella difesa, cioè in settori fondamentali e strategici per garantire la sicurezza e i diritti costituzionali della salute e dell’istruzione. Nessuno spiraglio nella direttiva anche sulla scuola, se non per disporre un mero rinvio ai comitati di settore, che dovranno dettare indirizzi specifici ed integrativi! La proposta del Governo non ha saputo neanche affrontare l’annosa problematica del precariato della scuola, se secondo recenti studi le graduatorie ad esaurimento assorbiranno i precari forse solo nel 2050! Su queste e su altre conseguenze bisognerà intervenire, anche con i nuovi strumenti delle relazioni sindacali dell’art. 2 comma 2 del D.Lgs.n.165/2001,modificato dal D.Lgs n 75/2017, che nel riespandere nuovamente lo spazio negoziale attribuisce alla contrattazione collettiva nazionale le materie di “mobilità, sanzioni disciplinari e criteri di valutazione finalizzati alla distribuzione del trattamento accessorio”. Dalla analisi delle riforme del Governo emerge un quadro delle garanzie giuridiche ed economiche dei lavoratori ulteriormente affievolite, soprattutto dopo le scellerate riforme attuative del pacchetto Jobs act che, per stessa ammissione del governo, non ha dato i risultati sperati. Ciò rende necessario intervenire a tutela dei diritti dei lavoratori del pubblico impiego, utilizzando proficuamente il nuovo spazio negoziale reso possibile da una particolare ed utile congiuntura politica di scissione nella sinistra di governo. Occorre dunque una concreta politica di sviluppo del lavoro nel pubblico impiego, al contempo protesa a ricostituire una rete di protezione giuridica ed economica del rapporto di lavoro, indebolito notevolmente in nome di una ingiusta quanto assurda armonizzazione del pubblico con il privato e dalle disastrose politiche del Jobs Act applicate al pubblico impiego, garantendo al lavoro pubblico la dignità e il rispetto che merita nell’assolvimento di una funzione costituzionalmente prevista.
Pubblicato il luglio 10, 2017	di avvdanza
Sorgente: IL TESTO UNICO SUL PUBBLICO IMPIEGO di Maurizio Danza -VIII° EDIZIONE LUGLIO 2017
IL TESTO UNICO SUL PUBBLICO IMPIEGO
“Norme generali sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche” di Maurizio Danza –VIII° EDIZIONE
Aggiornata alle recenti modifiche introdotte dal D.Lgs. n.75 del 25 maggio 2017 pubblicato su G.U. n.130 del 7 giugno 2017 .
In appendice il D.Lgs. 27 ottobre 2009 n.150, aggiornato con le modifiche introdotte dal D.Lgs.n.74 del 25 maggio 2017, un estratto del D.Lgs. n.75 del 25 maggio 2017, e del D.Lgs. n.81 del 15/06/2015 “porta di ingresso ufficiale” del c.d. pacchetto ” Jobs Act” nella pubblica amministrazione.copertina VIIEDIZIONE TU luglio 2017
L’ulteriore revisione del testo unico del pubblico impiego giunto alla ottava edizione, si è resa necessaria alla luce delle recenti modifiche normative intervenute durante il 2017, ad opera dei D.Lgs.n. 74 e 75 del 25 maggio 2017, pubblicati su G.U. n.130 del 7 giugno 2017. Di particolare interesse le disposizioni innovative in tema di superamento della dotazione organica, di disciplina delle forme di lavoro flessibile, responsabilità disciplinare dei pubblici dipendenti, della possibilità di svolgimento dei concorsi in forma centralizzata o aggregata, e integrazione nell’ambiente di lavoro delle persone con disabilità. Tali interventi sono stati operati attraverso modifiche e integrazioni al testo unico del pubblico impiego, di cui al decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, ai sensi degli articoli 16, commi 1, lettera a), e 2, lettere b), c), d) ed e) e 17, comma 1, lettere a), c), e), f), g) , h), l), m), n), o), q), s) e z) della legge 7 agosto 2015, n.124, in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche.
In particolare il decreto legislativo n.75/2017 introduce le disposizioni finalizzate al raggiungimento degli obiettivi di progressivo superamento della “dotazione organica”, fermi restando i limiti di spesa, attraverso il nuovo strumento del “Piano triennale dei fabbisogni”, e la definizione di obiettivi di contenimento delle assunzioni, differenziati in base agli effettivi fabbisogni e la rilevazione delle competenze dei lavoratori pubblici. Di particolare rilievo, la disciplina delle forme di lavoro flessibile, finalizzata a prevenire il precariato, unitamente ad una soluzione transitoria per superare il pregresso: viene stabilito infatti a regime, il divieto per le pubbliche amministrazioni di stipulare contratti di collaborazione e vengono introdotte specifiche procedure per l’assunzione a tempo indeterminato di personale in possesso dei requisiti; prevista poi, una modifica delle disposizioni contenute negli art. 55 bis in tema di responsabilità disciplinare dei pubblici dipendenti, finalizzate ad accelerare e rendere concreta e certa nei tempi l’azione disciplinare della pubblica amministrazione ampliando i poteri dell’ufficio di disciplina, e dell’art.55 ter in merito ai rapporti tra procedimento penale e disciplinare.
In materia di procedure concorsuali, il decreto n.75/2017 prevede la facoltà di espletamento dei concorsi in forma centralizzata o aggregata, estesa anche alle Regioni, e la definizione di limiti, in relazione al numero dei posti banditi, per gli idonei non vincitori.Degne di rilievo poi, le norme sulla integrazione nell’ambiente di lavoro delle persone con disabilità, anche attraverso l’istituzione di una Consulta nazionale per l’integrazione in ambiente di lavoro delle persone con disabilità.
In riferimento poi, alle modifiche al decreto legislativo 27 ottobre 2009, n.150, ( allegato al testo ) operate con il decreto legislativo n.74 del 25 maggio 2017, esse introducono in particolare le seguenti novità:
1) rispetto delle disposizioni in materia di valutazione costituisce non solo condizione necessaria per l’erogazione di premi, ma rileva anche ai fini del riconoscimento delle progressioni economiche, dell’attribuzione di incarichi di responsabilità al personale e del conferimento degli incarichi dirigenziali; la valutazione negativa delle performance rileva anche ai fini dell’accertamento della responsabilità dirigenziale;
­2) obbligo di ogni amministrazione pubblica di misurare e valutare la performance con riferimento all’amministrazione nel suo complesso, alle unità organizzative o aree di responsabilità in cui si articola e ai singoli dipendenti o gruppi di dipendenti;
3) introduzione della categoria degli obiettivi generali, che identificano le priorità in termini di attività delle pubbliche amministrazioni coerentemente con le politiche nazionali, definiti tenendo conto del comparto di contrattazione collettiva di appartenenza, accanto agli obiettivi specifici di ogni amministrazione.
4) gli Organismi indipendenti di valutazione (OIV), tenendo conto delle risultanze dei sistemi di controllo strategico e di gestione presenti nell’amministrazione, dovranno verificare l’andamento delle performance rispetto agli obiettivi programmati durante il periodo di riferimento e segnalare eventuali necessità di interventi correttivi;
5) riconoscimento, per la prima volta, del ruolo attivo dei cittadini ai fini della valutazione della performance organizzativa, mediante la definizione di sistemi di rilevamento della soddisfazione degli utenti in merito alla qualità dei servizi resi;
6) nella misurazione delle performance individuale del personale dirigente, è attribuito un peso prevalente ai risultati della misurazione e valutazione della performance dell’ambito organizzativo di cui hanno essi diretta responsabilità;
7) definizione di un coordinamento temporale tra l’adozione del Piano della performance e della Relazione e il ciclo di programmazione economico-finanziaria;
8) introduzione di nuovi meccanismi di distribuzione delle risorse destinate a remunerare la performance, attribuiti al contratto collettivo nazionale, che fisserà la quota delle risorse destinate a remunerare, rispettivamente, la performance organizzativa e quella individuale e i criteri idonei a garantire una significativa differenziazione dei giudizi relativi ai due criteri.
Il testo, aggiornato al luglio 2017 anche con commento giurisprudenziale, presenta infine tra gli allegati, un estratto del D.Lgs.n.75/2017 nonché del D.lgs.n.81/ 2015 in tema di contratti a tempo determinato che rappresenta ” la porta di ingresso ufficiale del c.d. pacchetto del Jobs Act nella pubblica amministrazione”, e l’art. 31 della Legge n.183 del 4 novembre 2010 relativo agli strumenti stragiudiziali della conciliazione ed arbitrato, applicabili anche alle pubbliche amministrazioni, e il codice di comportamento dei dipendenti pubblici, consentendo così ai lettori di orientarsi nel complesso panorama del pubblico impiego.
Pubblicato il giugno 26, 2017	di avvdanza
Avv. Maurizio Danza –Docente di Diritto del Lavoro presso Universitas Mercatorum
Estratto della Relazione al Corso-Convegno CO.DI.GER 26-28 giugno 2017 “ La ricerca e la P.A.”- Seconda Sessione. Auditorium Parco del Castello L’Aquila
La particolare autonomia riconosciuta agli Enti di Ricerca dal D.lgs.218/2016
E’ di tutta evidenza come il Decreto legislativo del 25 novembre 2016, n. 218 “Semplificazione delle attività degli enti pubblici di ricerca ai sensi dell’articolo 13 della legge 7 agosto 2015, n. 124”, apporti profonde innovazioni nel contesto normativo italiano, costituendo senza dubbio una importante fase di evoluzione del processo di riconoscimento di una sempre più incisiva autonomia degli Enti pubblici di ricerca. A questi ultimi, a ben vedere, vengono riconosciuti per la prima volta e a differenza di altre pubbliche amministrazioni, peculiari strumenti “espressione della potestà organizzatoria a carattere normativo”, finalizzati ad adeguare le forme di tutela del rapporto di lavoro pubblico contrattualizzato dei ricercatori e tecnologi, al sistema evincibile dal contesto comunitario. Proprio in tale prospettiva si colloca l’interessante tema degli adempimenti normativi e regolamentari in capo agli enti pubblici di ricerca, che si aggiungono a quelli più generali già in capo a tutte le pubbliche amministrazioni, che discendono dallo speciale regime giuridico riconosciuto agli Enti di Ricerca, in ottemperanza dell’art. 13 della Legge n. 124 del 7 agosto 2015, “Deleghe al Governo in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche”, ma che non possono prescindere dall’esame del decreto legislativo n. 213 del 2009 di riordino degli Enti di Ricerca. Tuttavia va rilevato come con il “decreto di semplificazione“ il Governo non abbia inteso sostituire integralmente il Decreto legislativo n. 213 del 2009, riscrivendo un testo unico della ricerca pubblica, ma prevedere in parte una disciplina senza dubbio innovativa per talune discipline, con la conseguente abrogazione delle norme incompatibili con il nuovo processo di riforma. Di particolare contenuto innovativo appare inoltre, il decreto n.218/2016, nella parte in cui prevede un processo in merito agli adempimenti statutari e regolamentari, da attuare in più fasi, e la cui verifica è affidata alla attività di monitoraggio del Ministero vigilante.
Il recepimento della carta europea dei ricercatori: gli adempimenti alla normativa comunitaria
In primo luogo, tra gli adempimenti innovativi, vanno senza dubbio annoverati quelli previsti dall’art. 2 co.1 del decreto, che consistono nel “recepimento della normativa europea afferente ai ricercatori e tecnologi”; in particolare tale obbligo riguarda innanzitutto “la raccomandazione della commissione Europa dell’11 marzo 2005, con particolare riferimento alla Carta europea dei ricercatori, al codice di condotta per l’assunzione dei ricercatori (2005/251/CE) e al documento European Framework for Research Careers”. In realtà. proprio dalla analisi della disposizione, si evince che in riferimento a quest’ultimo si richiede esclusivamente il “tener conto delle indicazioni” e non una vera e propria attività di recepimento. La disposizione prevede inoltre, nello stesso co.1 dalla lett. da a) ad n), talune discipline che gli Enti di Ricerca “assicurano” ai soli ricercatori e tecnologi: trattasi rispettivamente delle materie della “libertà di ricerca, portabilità dei progetti, diffusione e la valorizzazione delle ricerche; la necessaria attività di perfezionamento ed aggiornamento ; la valorizzazione professionale; la idoneità degli ambienti di ricerca; la necessaria flessibilità lavorativa funzionale all’adeguato svolgimento delle attività di ricerca; ancora la mobilità geografica intersettoriale e quella tra un Ente ed un altro; la tutela della propria intellettuale; la possibilità di svolgere specifiche attività di insegnamento compatibili con le attività di ricerca; l’adozione di adeguati sistemi di valutazione; la rappresentanza elettiva di ricercatore tecnologi negli organi scientifici di governo degli Enti”. A ben vedere poi la disposizione prevede “diversi livelli” di adempimento in capo agli Enti, che riguardano in primis un’attività di recepimento delle norme di diritto europeo, con particolare riferimento alla specifica raccomandazione dell’11 marzo 2005, fino a comprendere un’attività finalizzata a rendere conformi i regolamenti e gli Statuti degli Enti anche alle norme di diritto comune, che regolamentano materie non sempre coincidenti con quelle rinvenibili dalla normativa europea in materia di ricercatori e tecnologi. A tal proposito vale la pena di sottolineare taluni aspetti problematici, proprio in riferimento alle discipline suelencate nel co.1 dell’art.2 ed oggetto di “assicurazione” da parte degli Enti di Ricerca; dalla loro disamina emergono infatti aspetti comuni alle competenze della contrattazione collettiva degli Enti di Ricerca in materia di rapporto di lavoro dei ricercatori e tecnologici “dipendenti pubblici contrattualizzati”.
Gli adempimenti statutari e regolamentari: l’articolo 3 comma 2 del D.lgs.n218/2016
Il Decreto legislativo di semplificazione delle attività degli Enti pubblici di Ricerca prevede poi anche degli “adempimenti statutari di tipo regolamentare”, indicati nell’art. 3 co. 2, quale conseguenza del riconoscimento dell’autonomia statutaria e regolamentare (cfr. articolo tre co.1). Tali adempimenti a ben vedere, a differenza di quelli fin qui esaminati, non riguardano il recepimento delle disposizioni in merito al rapporto di lavoro dei ricercatori e tecnologici, ma aspetti di macro organizzazione, che afferiscono agli obiettivi di ricerca scientifica degli enti. A tal proposito infatti la norma dispone tra l’altro che gli Statuti degli Enti di Ricerca stabiliscano “la missione e gli obiettivi di ricerca tenuto conto degli obiettivi strategici; fissano il modello strutturale di organizzazione e le regole fondamentali di funzionamento”, prevedendo “forme di collaborazione con l’università e le imprese” ed incentivando “la cooperazione scientifica e tecnologica con istituzioni ed enti di altri paesi”.
Gli adempimenti innovativi di secondo livello: l’attività regolamentare degli Enti di ricerca e la necessita di individuare le disposizioni applicabili agli Enti di Ricerca
Lo stesso art.3 co.3 prevede, in capo agli Enti, un adempimento innovativo, che non può che essere definito di secondo livello, atteso che l’attività regolamentare, prevista in detto comma, non potrà che svolgersi all’interno della architettura statutaria già definita dagli EPR in attuazione dell’art.19 co.1 del D.lgs.n.218/2016 ed entro il termine dei sei mesi dalla entrata in vigore del decreto. A tal proposito la norma stabilisce espressamente che “nel rispetto ed in attuazione delle norme statutarie della normativa vigente, gli enti adottano i regolamenti di amministrazione finanza contabilità del personale e di organizzazione sia in conformità ai principi del D.lgs. 91 del 2011, ma soprattutto del decreto 30 marzo 2001 n. 165 e successive modificazioni nonché ai principi e alle disposizioni del codice civile per quanto compatibili”. Proprio l’esplicito rinvio operato nel co.3 dell’art.3 alle fonti di legge primarie e cioè alle “norme generali sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche”, conferma che un’esatta ricostruzione degli istituti giuridici applicabili ai ricercatori e ai tecnologi , non possa prescindere da una valutazione interpretativa e comparata delle numerose disposizioni normative, intervenute in tema di pubbliche amministrazioni, anche successivamente o nelle more degli adeguamenti statutari. Per tali ragioni gli Enti pubblici di Ricerca dovranno certamente adeguarsi alle nuove modifiche del testo unico del pubblico impiego, richiamato espressamente dall’art.3 co.3, riscrivendo i regolamenti di secondo livello, ove già adottati, al fine di armonizzarli con le recenti modifiche introdotte dal Decreto legislativo n. 75 del 25 maggio del 2017. Particolarmente complessa sarà indubbiamente l’attività di riscrittura dei regolamenti del personale, che non potranno non tener conto della applicabilità in via generale, fatte salve le deroghe previste espressamente per gli Enti di ricerca, delle nuove disposizioni del D.lgs.n.75/2017, di cui agli artt.2, 3, 4, 5, 6, 8, 9, 10, 11, 12,13, che incidono rispettivamente sulla disciplina delle fonti del diritto, sul potere di organizzazione, sulla organizzazione degli uffici e fabbisogno del personale, su reclutamento, disciplina, regime delle incompatibilità e sulla contrattazione collettiva. Ambito problematico per gli EPR sarà costituito certamente dal tema di grande attualità dei contratti a tempo determinato e delle altre forme flessibili, che nella nuova formulazione dell’art.36 del D.lgs.n.165/2001 rappresenta “ la porta di ingresso ufficiale” nel pubblico impiego, delle norme attuative del pacchetto delle riforme del “Jobs Act”, con particolare riferimento al D.lgs.n 81 del 15 giugno 2015. Infatti tale decreto contiene tra l’altro,la disciplina generale applicabile ai contratti a tempo determinato, ma anche le deroghe esplicite a favore degli Enti pubblici di Ricerca in materia di durata e limiti percentuali.