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Timestamp: 2019-03-21 16:24:41+00:00
Document Index: 40066856

Matched Legal Cases: ['art.2', 'art.1', 'art.1', 'art. 3', 'art.3', 'art.4']

Cannabis Sativa Legale: cosa dice la legge italiana - #Light Italy
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La legge n.242.2016, entrata in vigore il 14.01.2017, “reca norme per il sostegno e la promozione della coltivazione e della filiera della canapa (Cannabis sativa L.)”.
Dall’entrata in vigore della L. 242/2016 si è registrato un aumento esponenziale delle aziende agricole che operano nel settore della filiera, con la relativa crescita del settore primario italiano, con specifico riferimento al settore florovivaistico e coltura tessile.
Nonostante la legge ha dettato punti fermi in materia di canapa industriale, la stessa ha anche lasciato aperte alcune tematiche, come quelle relative alle infiorescenze, che hanno dimostrato essere le più redditizie in campo imprenditoriale.
Cos’è la Canapa Industriale e liceità della coltivazione
Nel dettaglio, ai sensi della legge n.242/2016 deve intendersi canapa industriale quella rientrante nelle varietà ammesse e iscritte nel Catalogo comune delle varietà delle specie di piante agricole, ai sensi dell’articolo 17 della direttiva 2002/53/CE del Consiglio, del 13 giugno 2002, le quali non rientrano nell’ambito di applicazione del testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti DPR 309/90.
Il legislatore con la suddetta legge ha inteso tale produzione “quale coltura in grado di contribuire alla riduzione dell’impatto ambientale in agricoltura, alla riduzione del consumo dei suoli e della desertificazione e alla perdita di biodiversità, nonché come coltura da impiegare quale possibile sostituto di colture eccedentarie e come coltura da rotazione”. Il comma 1 dell’art.2 della suddetta legge, recita che la coltivazione delle varietà di canapa, di cui all’articolo 1, comma 2, è consentita senza necessità di autorizzazione.
Dalla canapa coltivata ai sensi della suddetta legge è possibile ottenere:
coltivazioni dedicate alle attività didattiche e dimostrative, nonché di ricerca da parte di istituti pubblici o privati;
Il punto f è l’uso consentito che ha creato diversi dibattiti, ritenuto che le infiorescenze che sono state vendute e che si continuano a vendere nel mercato, sono offerte proprio ai fini di ricerca e ad uso tecnico, definizione ampia che, può ricomprendere gli usi più svariati.
Dalla semplice lettura dell’art.1 della Legge 242/2016, si colgono le finalità perseguite dal testo normativo, che mira ad una promozione su tutto il territorio italiano di tale branca del settore primario, settore che negli ultimi anni ha vissuto una profonda crisi, che dai dati che sono stati raccolti è in continua crescita. L’art.1, al suo comma 3, esplicita i fini perseguibili con tale tipologia di coltura, volta al sostegno della coltivazione, all’incentivazione dell’impiego e del consumo finale di semilavorati di canapa provenienti da filiere “prioritariamente locali” (infatti sono da considerarsi oramai vietati alcuni acquisti esteri, riguardanti le talee), allo sviluppo di filiere territoriali, alla produzione di alimenti (anche se allo stato si attende ancora l’intervento dal Ministero della Sanità), cosmetici, materie prime biodegradabili e semilavorati innovativi per le industrie di diversi settori; alla realizzazione di opere di bioingegneria, bonifica dei terreni, attività didattiche e di ricerca.
Tutela ed obblighi del coltivatore
La legge 242 del 2016, all’art. 3 prevede l’unico vero obbligo legale per il coltivatore, e più precisamente, lo stesso ha l’obbligo della conservazione dei cartellini della semente acquistata per un periodo non inferiore a dodici mesi.
Ha altresì l’obbligo di conservare le fatture di acquisto della semente per il periodo previsto dalla normativa vigente. Con riferimento ai “cartellini”, che devono accompagnare le sementi certificate, sono sorte discussioni pratiche, stante gli attuali formati in cui vengono commercializzati (25 Kg), nonché la normativa sulle importazioni alla luce del parere del MIPAAF del 02.04.2018. Sul punto appare utile sottolineare che per molto tempo la canapa sia stata considerata come una cultura essenzialmente da fibra o da seme con la conseguenza che le quantità di seme necessario per ogni ettaro coincidevano con i quantitativi dei formati commercializzati, evitando sprechi.
L’evoluzione del settore negli ultimi anni (colture indoor) hanno invece fatto emergere applicazioni di tecniche che necessitano di quantitativi di sementi necessari per ettaro, molto inferiori ai 25 kg, con la conseguenza che si rilevavano esuberi ed oneri economici non necessari per il coltivatore. In seguito a tale evoluzione sono sorte discussioni in merito all’utilizzo delle quantità di semente in esubero, anche in merito alla liceità di utilizzare il medesimo sacco in diverse semine, o di dividere il quantitativo tra coltivatori diversi. A parere dello scrivente, anche alla luce del parere del MIIPAF, non risultano sussistenti norme o principi ostativi, stante che il seme riutilizzato per il coltivo dell’anno successivo è stato dal coltivatore regolarmente pagato.
Invero, il seme riutilizzato l’anno successivo presenterà al massimo livelli di germinabilità inferiori.
Inoltre, anche in merito alla possibilità di dividere il medesimo sacco tra più soggetti, non risultano sussistenti norme contrarie, dal momento che la legge parla solamente di obbligo di conservazione dei cartellini delle semenze e non di originali dei medesimi. Sul punto occorre comunque sottolineare che, nonostante la legge escluda “autorizzazioni preventive”, il Ministero dell’interno si è già espresso evidenziando che formalmente la L.242/2016 non ha determinato il venir meno degli obblighi imposti al coltivatore dalla Circolare del MIPAAF circa la necessità della presentazione della dichiarazione di semina presso i locali dei Carabinieri del posto, che assume il valore di semplice comunicazione.
In ogni caso, qualunque sia il valore assunto da tale comunicazione, a parere dello scrivente, l’onere di comunicazione di semina rappresenta un’opportunità per il settore in quanto consente di mantenere quel clima di trasparenza e collaborazione che ha consentito al settore di svilupparsi.
Per ciò che concerne la tutela prevista ed offerta dal testo normativo, la legge prevede un chiaro sistema di tutela per il coltivatore che abbia rispettato le previsioni di cui all’art.3 ed abbia curato la regolare tenuta del proprio fascicolo aziendale. Invero, l’art.4, comma 5, chiarisce le conseguenze per il coltivatore nel caso in cui i livelli di THC rilevati risultino superiori ai limiti di legge dello 0,2%. La legge prevede che non sia ritenuto responsabile il coltivatore che ha rispettato le prescrizioni di legge, se il limite rilevato è inferiore allo 0,6%, soglia che non espone i coltivatori a rischi, stante la tipologia di sementi utilizzati per la semina.
Inoltre, il comma 7 limita la facoltà di sequestro e/o distruzione delle coltivazioni di canapa soltanto su ordine dell’Autorità Giudiziaria e soltanto all’esito di comprovati controlli, eseguiti secondo prescrizioni del comma 3, che abbiano attestato il superamento della soglia dello 0,6%, fermo restando l’esclusione di responsabilità. Quindi, dal combinato disposto del comma 5 e del comma 7 si evince che, in ogni caso, ed anche qualora ad esito dei controlli i limiti siano superiori allo 0,6%, alcuna responsabilità potrà essere imputata all’agricoltore che ha rispettato le prescrizioni di legge circa l’acquisto e la conservazione dei cartellini dei sementi e delle fatture.
Risulta di notevole importanza il riferimento alla normativa europea circa le modalità di esecuzione dei controlli, infatti i prelievi dovranno essere eseguiti, in via ordinaria, soltanto dai Carabinieri e secondo i criteri previsti dai Regolamenti Comunitari ed in presenza del coltivatore il quale ha diritto anche a ricevere copia del campione prelevato. I Carabinieri non potranno comunque ed in nessun caso procedere al sequestro o alla distruzione delle coltivazioni senza il mandato dell’Autorità Giudiziaria che potrà essere disposto solo ad esito dei controlli sui limiti di THC che dovranno risultare superiori allo 0,6%.
Coltivazione privata
Come più volte evidenziato, la L.242/2016 promuove la filiera della canapa industriale, che, ad una interpretazione letterale restrittiva, è destinata a finalità produttive ed industriali che mal si conciliano con l’ambito privato, il quale non ha la possibilità di commercializzare la canapa prodotta, non perseguendo finalità produttive e industriali.
Allo stesso tempo, però, occorre sottolineare che la legge predetta non limiti la liceità della coltivazione della canapa alle sole aziende agricole.
Invero, appare plausibile ritenere che il privato possa coltivare canapa industriale purché la medesima non venga commercializzata, né ceduta a terzi, bensì sia destinata all’autoproduzione. Quello che si auspica è che la crescita del settore e della diffusione delle coltivazioni di canapa, connessa ai suoi molteplici utilizzi contribuisca, soprattutto a livello culturale, ad essere concepita come qualsiasi altra pianta, superando quell’alveo di preconcetti che seguono tale tipologia.
STUDIO LEGALE RUBINO
Dr. CLAUDIO RUBINO