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Timestamp: 2020-06-02 00:44:58+00:00
Document Index: 38884380

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Art. 423 codice di procedura penale - Modificazione dell'imputazione - Brocardi.it
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Articolo 423 Codice di procedura penale
Dispositivo dell'art. 423 Codice di procedura penale
1. Se nel corso dell'udienza il fatto risulta diverso da come descritto nell'imputazione(1) ovvero emerge un reato connesso a norma dell'articolo 12 comma 1 lettera b)(2), o una circostanza aggravante [516, 517], il pubblico ministero modifica l'imputazione e la contesta all'imputato presente(3). Se l'imputato non è presente, la modificazione della imputazione è comunicata al difensore, che rappresenta l'imputato ai fini della contestazione [520].
2. Se risulta a carico dell'imputato un fatto nuovo non enunciato nella richiesta di rinvio a giudizio(4), per il quale si debba procedere di ufficio, il giudice ne autorizza la contestazione se il pubblico ministero ne fa richiesta e vi è il consenso dell'imputato [518].
(1) Un esempio è il caso in cui il reato sia stato commesso in un luogo differente da quello indicato nella richiesta di rinvio a giudizio.
(2) Vale a dire che i reati sono stati commessi dall'imputato con una sola azione od omissione o con più azioni od omissioni esecutive di un medesimo disegno criminoso.
(3) Non è prevista la concessione di termini a difesa.
(4) Si tratta di un fatto ulteriore rispetto a quello enunciato nella richiesta di rinvio a giudizio.
Tale norma, considerando le ipotesi di modificazione dell'imputazione, è informata ad una ratio di economia processuale.
Spiegazione dell'art. 423 Codice di procedura penale
Durante lo svolgimento dell'udienza preliminare, a causa di quanto emerge nel corso della discussione, l'imputazione può subire delle modificazioni ed integrazioni, analogamente a quanto può accadere in sede dibattimentale ex artt. 516, 517 e 518.
Se il fatto risulta diverso da come è stato descritto nell'imputazione (ad esempio perché emerge che il reato è stato commesso in data diversa da quella indicata nella richiesta di rinvio a giudizio), il p.m. modifica l'imputazione e la contesta direttamente all'imputato presente. Per contro, se l'imputato non è presente, la modifica è comunicata al difensore, il quale deve essere invece necessariamente presente. Dato che tale modifica non concerne fatti nuovi, ma molto spesso mere divergenze formali e non influenti sul fatto di reato, non è concesso un termine a difesa, ma il difensore dovrà “improvvisare”, e valutare se la modifica può compromettere o per contro agevolare la posizione del suo assistito.
Va precisato che, qualora il pubblico ministero ometta di effettuare tali modifiche, va applicato per analogia l'art. 521 comma 2, che impone al giudice la trasmissione degli atti al pubblico ministero, affinché eserciti ex novo l'azione penale.
Assai differente è l'ipotesi in cui risulti addebitabile all'imputato un fatto nuovo, non inserito nella richiesta di rinvio a giudizio, per il quale però si debba proceder d'ufficio.
La contestazione (con le stesse modalità di cui al comma 1) è possibile solamente su richiesta del pubblico ministero, e purché l'imputato vi acconsenta.
Ai sensi dell'articolo seguente, tuttavia, tale regola subisce una deroga se il fatto per cui si procede ed il reato ulteriore sono legati dal vincolo di connessione di cui all'art. 12 lett. b), ovvero se essi sono stati commessi dall'imputato con una sola azione od una sola omissione o con più azioni od omissioni esecutive di un medesimo disegno criminoso (v. art. 81 c.p.). In tal caso infatti la contestazione è libera, e non sono pertanto necessari né l'autorizzazione del giudice, né il consenso dell'imputato.
La medesima regola va applicata quando emergano circostanze aggravanti non precedentemente contestate.
In sintesi, la particolare forma di tutela nei confronti dell'imputato sussiste solamente in presenza di un fatto nuovo, non connesso ex art. 12.
Massime relative all'art. 423 Codice di procedura penale
Cass. pen. n. 21732/2018
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 21732 del 16 maggio 2018)
Cass. pen. n. 41409/2013
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 41409 del 7 ottobre 2013)
Cass. pen. n. 19906/2004
Qualora, essendo stato disposto il rinvio a giudizio dell'imputato dalla corte d'appello, in accoglimento di impugnazione proposta dal pubblico ministero avverso sentenza di non luogo a procedere pronunciata dal giudice per le indagini preliminari, il giudice del dibattimento rilevi la nullità del capo d'imputazione per assoluta genericità del medesimo, legittimamente lo stesso giudice dispone la restituzione degli atti alla corte d'appello, la quale dovrà nuovamente pronunciarsi sul proposto gravame, fatta salva la facoltà, da parte del pubblico ministero, in quella sede, di procedere, nei limiti e con le garanzie di legge, all'integrazione dell'imputazione.
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 19906 del 28 aprile 2004)
Cass. pen. n. 6838/2004
Non è impugnabile e non è abnorme l'ordinanza con la quale il giudice della udienza preliminare dispone la trasmissione degli atti al pubblico ministero sul presupposto che il fatto sia diverso da quello contestato, ma in realtà dando una diversa qualificazione giuridica del fatto, in quanto tale restituzione non è idonea a creare una stasi processuale, rimanendo il pubblico ministero libero di esercitare l'azione penale, e lo stesso provvedimento rientra nell'ambito delle legittime prerogative del giudice dell'udienza preliminare, che può sollecitare il pubblico ministero ad operare le modifiche ritenute opportune.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 6838 del 18 febbraio 2004)
Cass. pen. n. 3395/1999
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 3395 del 17 giugno 1999)
Cass. pen. n. 222/1999
(Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 222 del 18 febbraio 1999)
Cass. pen. n. 3503/1999
In applicazione del principio di legalità, al giudice è consentito sempre, e quindi anche nell'udienza preliminare, attribuire la corretta qualificazione giuridica al fatto descritto nell'imputazione, senza che ciò incida sull'autonomo potere di iniziativa del P.M. (che rileva esclusivamente sotto il diverso profilo dell'incensurabilità della formulazione del fatto, inteso come accadimento materiale) e fermo restando che l'eventuale correzione del nomen juris non può avere effetto oltre il procedimento incidentale eventualmente in corso.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 3503 del 27 gennaio 1999)
Cass. pen. n. 6534/1998
In tema di giudizio abbreviato, la circostanza che l'imputazione sia formulata in modo tale da non comportare, di per sè, l'applicabilità dell'ergastolo non implica necessariamente che, pur nell'assenza della necessità di integrazione probatoria da effettuarsi in fase dibattimentale, il giudice dell'udienza preliminare sia tenuto ad accogliere la richiesta di giudizio abbreviato sol perché il pubblico ministero abbia manifestato il proprio consenso al riguardo. Ed invero il giudice ben può ritenere che l'imputazione non sia formulata correttamente, nel senso che essa dovrebbe qualificarsi come fatto astrattamente punibile con l'ergastolo, e quindi anche in mancanza di modifica di essa da parte del P.M., ai sensi dell'art. 423 c.p.p. legittimamente prospettarsi la probabilità che alla detta modifica si addivenga nella fase dibattimentale, la quale viene, per ciò stesso, ad essere riguardata come necessaria ai fini di un tale adempimento, con conseguente esclusione della definibilità allo stato degli atti. (In motivazione, la S.C. ha precisato che, qualora gli sviluppi e gli esiti della fase dibattimentale confermino la correttezza della formulazione originaria dell'imputazione, il giudice del dibattimento deve trarne le necessarie conseguenze in punto di applicazione della diminuente di cui all'art. 442 c.p.p.).
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 6534 del 3 giugno 1998)
Cass. pen. n. 5405/1998
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 5405 del 11 maggio 1998)
Cass. pen. n. 1506/1998
(Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 1506 del 9 febbraio 1998)
La contestazione di una aggravante ad effetto speciale (nel caso di specie quella prevista dall'art. 7 del D.L. 13 maggio 1991 n. 152) nel corso dell'udienza preliminare non è produttiva di effetti ai fini del computo dei termini massimi di custodia cautelare, anche se ad essa si fa esplicito riferimento nel decreto che dispone il giudizio, se questa non sia contenuta anche in un provvedimento cautelare
Cass. pen. n. 740/1997
È abnorme, perché del tutto estraneo alla logica del sistema processuale — che prevede l'irretrattabilità dell'azione penale — il provvedimento con il quale il giudice dell'udienza preliminare dispone la trasmissione degli atti al P.M. — il quale aveva chiesto il rinvio a giudizio in relazione all'imputazione di omicidio aggravato dalla premeditazione — per la riformulazione dell'imputazione con l'esclusione della circostanza aggravante.
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 740 del 3 febbraio 1997)
Cass. pen. n. 9213/1996
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 9213 del 22 ottobre 1996)
Cass. pen. n. 548/1996
In un ordinamento fondato sul principio di legalità, il potere del giudice di definire correttamente il fatto sul quale è chiamato a pronunciarsi è connaturale allo stesso esercizio della giurisdizione, che non tollera limitazioni in ordine all'inquadramento giuridico dei fatti sottopostigli, derivanti dalla richiesta delle parti. Anche il giudice dell'udienza preliminare, pur in mancanza di specifica previsione, può modificare la qualificazione giuridica del fatto in relazione al quale il P.M. ha richiesto il rinvio a giudizio. Ne consegue che rientra nei poteri del Gip — una volta esclusa la configurabilità, in fatto o in diritto, di una circostanza aggravante — quello di eliminare ogni riferimento ad essa nell'imputazione, anche per gli evidenti riflessi, se ad effetto speciale, che può avere sui termini di durata di eventuali misure coercitive in atto ovvero di operare quegli emendamenti che, nell'immodificabilità del nucleo centrale del fatto, conseguano ad una diversa qualificazione giuridica dello stesso.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 548 del 21 marzo 1996)
Cass. pen. n. 4861/1996
Non è abnorme ma rientra, al contrario, nell'ambito di un potere che, in applicazione analogica dell'art. 521, comma 2, c.p.p., va riconosciuto anche al giudice dell'udienza preliminare, il provvedimento con il quale quest'ultimo, ritenuto che il fatto sia diverso da come descritto nell'imputazione e preso atto del rifiuto, da parte del pubblico ministero, di modificare l'imputazione stessa ai sensi dell'art. 423 c.p.p., disponga la restituzione degli atti al medesimo pubblico ministero, con richiesta di provvedere alla suddetta modifica.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 4861 del 13 marzo 1996)
Cass. pen. n. 11993/1995
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 11993 del 6 dicembre 1995)
Cass. pen. n. 1890/1994
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 1890 del 2 giugno 1994)
Cass. pen. n. 9443/1993
È manifestamente infondata la questione di costituzionalità dell'art. 423 c.p.p. in riferimento all'art. 24, secondo comma, Cost., sotto il profilo che la possibilità del P.M. di modificare l'imputazione, nell'udienza preliminare, non soltanto in base a quanto è emerso nel corso dell'udienza, ma anche a base degli atti delle indagini preliminari, violerebbe il diritto di difesa in quanto non è prevista la concessione di un termine a difesa. Proprio per l'ipotesi di modificata contestazione in base ad elementi già acquisiti nel corso delle indagini, la difesa, in realtà non risulta subire alcun pregiudizio, già essendole noti i suddetti elementi, per l'avvenuto precedente deposito.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 9443 del 19 ottobre 1993)
Cass. pen. n. 3772/1992
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 3772 del 15 dicembre 1992)
Cass. pen. n. 1488/1992
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 1488 del 7 luglio 1992)