Source: https://www.koruspartners.it/mainardi-tasini/approfondimenti/interessi-verso-il-fisco-problemi-interpretativi/
Timestamp: 2020-05-25 07:09:40+00:00
Document Index: 20162137

Matched Legal Cases: ['art. 13', 'art. 30', 'art. 11', 'art. 6', 'art.15', 'art. 8', 'art. 30', 'art. 25']

Interessi verso il fisco - Studio Mainardi Tasini
2018, 19 Giugno
Jungle Interest
Era così semplice il Codice civile … troppo semplice.
Gli interessi sono di due tipi: quelli corrispettivi di cui agli artt. 1282 ss., posti a carico del debitore come corrispettivo per il godimento di una somma di danaro, e quelli moratori di cui agli artt. 1224 ss., dovuti in caso di inadempimento di una obbligazione pecuniaria da partr del debitore e volti a risarcire il danno così causato.
La materia tributaria non poteva giovarsi di tale semplicità.
Lo sa bene il legislatore del 2015, che con il d.lgs. 159 ha cecato di scardinare un meccanismo a dir poco farraginoso, stabilendo all’art. 13 che, entro novanta giorni dall’entrata in vigore del decreto, il Ministro dell’economia e delle finanze avrebbe dovuto emanare un decreto per stabilire “la misura e la decorrenza dell’applicazione del tasso di cui al comma 1”, ovvero di un “tasso di interesse per il versamento, la riscossione e i rimborsi di ogni tributo” da determinarsi “possibilmente (sic…) in misura unica, nel rispetto degli equilibri di finanza pubblica, compresa nell’intervallo tra lo 0,5 per cento e il 4,5 per cento”.
I tempi di un tale semplice provvedimento non sono evidentemente “maturi”, di talché è tuttora necessario entrare nella “jungle” della vigente normativa.
Per darci un’idea della difficoltà, basterà ragionare delle sole imposte dirette, che distinguono tra:
Interessi per ritardato pagamento da attività di liquidazione e controllo formale, attualmente regolati dal DM 21 maggio 2009 e fissati nella misura del 3.5% con decorrenza 2007;
Interessi per rateazione delle somme dovute in pagamento in conseguenza di attività di liquidazione e controllo formale, attualmente regolati come al punto precedente;
Interessi per rateazione delle somme in pagamento, disciplinati invece dall’ 20 del d.lgs. 241 del 1997, poi regolamentati dal citato DM 21 maggio 2009 e fissati nella (diversa) misura del 4% sempre con decorrenza 2007;
Interessi per ritardata iscrizione a ruolo delle Imposte Dirette, previsti ancora dall’ 20 del DPR 602/1973, la cui disciplina è stata poi modificata ancora dal DM 21 maggio 2009, che prevede una misura ancora del 4% ma stavolta con decorrenza 1 ottobre 2009;
Interessi per dilazione di pagamento, disciplinati stavolta dall’ 21 del DPR 602 citato, previsione ancora una volta trasfusa nel DM 21 maggio 2009 e dovuti nella (ancora una volta) diversa misura del 4,5% con decorrenza 2009;
Interessi di mora, fissati dall’art. 30 del DPR 602/1973, la cui misura è fissata con Provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate. Attualmente, se non ci siamo persi qualcosa, essi sono pari al 3,1%, come fissati dal Provvedimento 10 maggio 2018 con effetto dal 15 maggio 2018.
Non si citano qui le misure degli interessi a favore del contribuente per i rimborsi allo stesso dovuti, poichè ciò frustrerebbe il lettore.
Tra le molteplici incoerenze derivanti da questo guazzabuglio, piace citarne due.
Il primo riguarda la rottamazione delle liti, contemplata dall’art. 11 del decreto legge 50 del 2017. La circolare dell’Agenzia delle Entrate n. 22/E del 2017, al riguardo, precisa che ”la somma dovuta per la definizione, cosiddetto “importo lordo dovuto”, è costituita:
– “da tutti gli importi spettanti all’Agenzia delle entrate, richiesti con l’atto impugnato, nella misura in cui sono stati contestati con l’atto introduttivo del giudizio di primo grado, con esclusione solo delle sanzioni pecuniarie amministrativo-tributarie collegate al tributo. In particolare, per quanto concerne gli interessi, occorre tener conto di quelli di cui all’atto impugnato calcolati fino alla data di notifica dell’atto stesso”. Riguardo a quest’ultimo aspetto, la nota della stessa Circolare precisa, quasi fosse un dettaglio, che “Tenuto conto che, di regola, gli interessi inclusi nell’atto impositivo sono calcolati fino alla data di emissione dello stesso (non coincidente con quella di notifica), occorre provvedere al ricalcolo di detti interessi fino alla data di effettiva notifica dell’atto impugnato”.
E fin qui si poteva immaginare.
Ma la nota prosegue, precisando che “in relazione agli atti di accertamento, si precisa che non si deve fare riferimento alla misura degli interessi indicata ai fini della definizione dell’accertamento ai sensi dell’articolo 15 del decreto legislativo 19 giugno 1997, n. 218”.
In effetti, l’art. 6 c. 2 del DM 21 maggio 2009 stabilisce che sono fissati nella misura del 3,5% gli interessi relativi alle somme dovute a seguito di (tra l’altro) rinuncia all’impugnazione dell’accertamento di cui all’art.15 del d.lgs. 218/1997 ed accertamento con adesione di cui all’art. 8 del medesimo d.lgs.
Come dire: se litighi con il fisco l’interesse è più alto …
L’altra “chicca” riguarda gli interessi di mora di cui all’art. 30/602. La norma, in maniera quasi silente, stabilisce che “decorso inutilmente il termine previsto dall’art. 25 c. 2 – leggi: il termine per il pagamento -, sulle somme iscritte a ruolo, escluse le sanzioni pecuniarie tributarie e gli interessi, si applicano a partire dalla data della notifica della cartella e fino alla data del pagamento, gli interessi di mora”.
Incredibile: la mora retroagisce anche nel periodo in cui il contribuente non era inadempiente.
Un’ultima riflessione: gli interessi di mora sono più bassi di quelli di ritardato pagamento e di ritardata iscrizione.
Tutte le volte che cambia un governo, molti di noi non sono interessati a quale sia la parte che “guida”: tutti noi siamo speranzosi che qualcosa cambi.