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Timestamp: 2018-12-19 12:28:56+00:00
Document Index: 172532571

Matched Legal Cases: ['art. 3', 'art. 4', 'art.4', 'art. 3', 'art. 18', 'art. 18']

Articoli | Studio Baratello
EMENDAMENTI TRASMESSI AL P.D., AL SENATO, AL DDL DELEGA FISCALE
EMENDAMENTI AL DISEGNO DI LEGGE N. 3519 – SENATO DELLA REPUBBLICA
(Revisione del catasto dei fabbricati, stime e monitoraggio dell’evasione fiscale e disposizioni in materia di erosione fiscale)
Alla lettera a) del comma 1 dopo
“non censiti”;
proseguire il capoverso inserendo la frase
“con la realizzazione dello Sportello Unico dei Tributi di cui al successivo art. 3”;
(Disciplina dell’abuso del diritto ed elusione fiscale, tutoraggio, semplificazione, revisione del sistema sanzionatorio e revisione del contenzioso e della riscossione degli enti locali)
Inserire nel comma 1, la lettera a-bis) con la stesura del seguente testo:
“a bis) istituzione dello Sportello Unico dei Tributi tra Comune, Agenzia delle Entrate, del Territorio e del Demanio, al quale attribuire i compiti di accertamento e verifica fiscale, di tutoraggio aziendale, di dialogo e contradditorio con il contribuente, nel pieno rispetto della legge 27 luglio 200, n. 212.
Viene altresì assegnato, allo Sportello Unico dei Tributi, il compito di accertare la veridicità dell’impianto contabile aziendale, da presentare, da parte del titolare di impresa commerciale o di lavoro autonomo, anche in forma associata, e di soggetti passivi all’attuale imposta sul reddito delle persone fisiche (Irpef) e all’imposta sul reddito delle società (Ires), entro il 31 marzo di ogni anno, e rilasciare, se conforme ai principi contabili, entro novanta giorni dalla presentazione, la certificazione di regolarità contabile, indispensabile per assoggettare il reddito attestato, all’imposta sui redditi secca (IRS) di cui al successivo art. 4, comma 1, lettera a).
Sostituire nel comma 9, ai righi 7 e 8 la frase
“tra un minimo di sei mesi e un massimo”
“fino a”
Al rigo 21 dopo la frase
“conseguenze sanzionatorie;”
sostituire il “punto e virgola”
e proseguire inserendo il seguente capoverso
“Poiché l’evasione fiscale configura una violazione dell’art.4, comma II della Costituzione “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società“; è evidente che l’evasione fiscale concorre al progresso materiale individuale e non sociale. Poiché combatterla è una “guerra di civiltà”, il contribuente che non emette lo scontrino fiscale, viene meno al dettato costituzionale ut supra e in relazione al “progresso materiale individuale”e al danno materiale procurato, è assoggetto alla pena detentiva oltre a quella pecunaria con l’arresto, la cui durata si determina sulla base del danno cagionato.”
Al comma 11, lettera b) dopo la parola
“procedimentale;”
“punto e virgola”
Integrare, a seguire, con il seguente capoverso
“In relazione alla legge 27 luglio 200, n. 212, nelle fasi di verifica e di accertamento, il contradditorio, come indicato, deve essere rafforzato e il regime sanzionatorio deve seguire lo stesso criterio dell’accertamento induttivo. Se dal contradditorio, le parti pervengono all’adesione, la sanzione applicata è di 1/6 della maggiore imposta dovuta, modificando l’attuale norma che prevede 1/6 per l’induttivo e 1/3 per l’adesione. E’ fatto altresì obbligo, durante le operazioni di accertamento induttivo, di procedere al contraddittorio con il contribuente interessato, sia durante le operazioni di verifica sia entro il 60^ giorno dalla chiusura delle operazioni, prima della notifica.”
(Revisione dell’imposta sui redditi di impresa e previsione dei regimi forfetari per i contribuenti di minori dimensioni; razionalizzazione della rideterminazione del reddito d’impresa e di imposte indirette; giochi pubblici)
Al comma 1 , lettera a)
“compresi quelli prodotti”
“attualmente”
“allineata a quella dell’IRES,”
“sotto l’acronimo IRS (Imposta sui Redditi Secca)”
“del reddito complessivo imponibile ai fini”
“dell’attuale”
Alla fine della lettera a) dopo “dei soci;”
sostituire “il punto e virgola
Successivamente inserire il seguente capoverso dopo il punto:
“Al contribuente, viene applicata un’imposta sui redditi secca (IRS)” oggetto di controllo e di rilascio di certificazione di regolarità contabile, da parte dello Sportello Unico dei Tributi di cui al precedente art. 3, lettera a-bis), nelle seguenti percentuali:
- no tax area fino a euro 8.000,00
- 18% fino a euro 20.000,00
- 23% da euro 20.001,00 a euro 35.000,00
- 27,5% oltre euro 35.000,00
fermi restando gli oneri deducibili, le detrazioni per coniuge e figli a carico e gli altri oneri deducibili attualmente in vigore, al fine di far emergere il sommerso.”
RIGORE E CRESCITA NON POSSONO ESSERE RESI INCOMPATIBILI
In questo periodo, sembrerebbe ormai monotono, parlare di spread e di finanza, ma è nostro dovere diffondere chiarezza sulla gente che, giustamente infuriata, avverto sia in una profonda fase confusionale.
Allora sarà opportuno affrontare questi temi e capire come coniugare il rigore con la crescita.
Da quando il governo è presieduto dal Prof. Monti, e quindi da un anno, il nostro Paese ha aumentato notevolmente la sua credibilità internazionale. E questo è un fatto positivo, dopo anni di baratro.
In questo senso, riveste importanza illustrare il quadro generale europeo e internazionale.
Le crisi che il nostro Paese e non solo, ha attraversato in precedenza, non sono assolutamente paragonabili all’attuale, perché siamo e viviamo in un mondo globalizzato, dove gli intrecci tra le diverse economie e finanza hanno assunto e assumono notevole rilievo. Quando la Russia si è trovata in difficoltà economica, ha chiesto supporto all’America e gli USA, a loro volta, alla Cina, attuale titolare di oltre 1.150 miliardi di dollari.
Il debito pubblico americano, per chiarezza ulteriore, è stato pesantemente aggravato dalle politiche militari aggressive sotto la presidenza Bush. Ricordo che l’ultimo bilancio in pareggio USA, risale al 2000, sotto la Presidenza Clinton, con un rapporto debito/pil al 60% contro l’attuale 100%. Cercherò di effettuare una disamina accurata. Il debito USA va suddiviso in due entità: da un parte si collocano la massa di investitori pubblici e privati (fattore endogeno ed esogeno) con oltre 8.000 miliardi di dollari e la Federal Riserve con oltre 1.400 miliardi di dollari, con un ammontare di titoli che supera abbondantemente il tetto dei 9.000 miliardi di cui oltre 1.150 milardi in capo alla Cina, oltre 100 miliardi ad Hong Kong,
al Giappone, fin dai primi anni ’80, con oltre 900 miliardi, il Regno Unito con oltre 300 miliardi. Inoltre, la presente ripartizione del debito, deve tener conto dei Paesi esportatori di petrolio con oltre 200 miliardi financo il Brasile con oltre 200 miliardi.
Dall’altra parte, gli enti governativi americani, con oltre 4.600 miliardi, importo formato principalmente da fondi fiduciari per finanziare l’intero sistema delle politiche di welfare e la costruzione di infrastrutture.
In altre parole, se si sommano i due debiti, quelle della Fed e quello deli enti governativi, si rileva che la maggior parte del peso del debito USA è interno, ovvero con se stesso, e certamente poco rassicurante, in questo periodo.
Tornando ai fatti di “casa nostra”, dobbiamo mettere in evidenza il ruolo che gioca il nostro Paese, nell’ambito internazionale, sugli asset e le dinamiche finanziarie inerenti al commercio, agli investimenti, alla consistenza strutturale del sistema bancario. E allora vale la pena ricordare che lo stato di necessità di un Paese relativo ai bisogni sociali, non dipende dagli spread ma dalla credibilità italiana in Europa e nel mondo.
Il nostro quadro è il seguente: il sistema bancario italiano ha accumulato ingenti quantità di titoli pubblici, i risparmiatori che hanno investito in titoli pubblici, stanno rischiando il loro patrimonio, con la conseguente riduzione della diminuzione della domanda di beni e servizi.
Pertanto, in uno Stato con la finanza pubblica traballante, tutti gli investitori locali ed esteri, non avendo certezze, non producono ricchezza interna, anzi si rifugiano nei Paesi a stabilità interna e crescita economica certa.
In conclusione: più aumenta e si alimenta la sfiducia, più cresce la disoccupazione e lo stato di malessere. E attenzione, che in questa situazione, stanno insinuandosi Paesi come la Francia e la stessa Germania. E allora, ne discerne, che è la politica europea a dare una risposta. Purtroppo, viviamo in un momento di non tranquillità politica in quanto, nel 2013, oltre all’Italia, andrà alle urne anche la Germania e proprio da questo paese, assistiamo a una politica di blocchi tanto importante, quanto pericolosa perché, se il rigore deve coniugarsi allo sviluppo, è palese che una simile situazione di stallo, rischia di produrre danni d’immagine ma soprattutto economici.
Premesso che il rigore, è uno stato di necessità che non cura la malattia, e che le scelte sul rigore rivestono carattere nazionale, è altrettanto evidente come la crescita sia una variabile dipendente dell’Europa. Il che significa che un Paese può assumere provvedimenti, creare le condizioni per la crescita, usando le leve di sviluppo a sua disposizione, ma la conseguenza, imputabile a carenze di programmazione e di pianificazione dello sviluppo economico europeo, è di produrre effetti ridotti e assai limitati.
Per essere comprensibile, cerco di mettere il lettore di fronte ad una realtà, tanto palese quanto evidente: ci sono tre interlocutori il governo, le parti sociali e l’imprenditoria che devono, in particolare in una fase come l’attuale, produrre il massimo sforzo in termini di dialogo, per avviare un processo di sviluppo.
Atteniamoci ai fatti. L’imprenditoria da anni, oramai, non pone più le basi per una pianificazione e programmazione dello sviluppo interno. Anzi, attraverso l’inserimento di nuovi processi produttivi quali la robotizzazione e l’informatizzazione, pur avendo generato e generando tuttora, nuove risorse, anche di natura finanziaria, mediante aiuti di stato, ha espulso solo forza lavoro, facendo costantemente ricorso, in via preventiva, fin dal 1975, ad un ammortizzatore sociale quale la cassaintegrazione, componente che mitiga notevolmente il dato Istat sulla disoccupazione, non ha investito, non ha pianificato lo sviluppo, non ha creato quel valore aggiunto induttivo di distribuzione della ricchezza, alla base del benessere sociale. Ha creato branch all’estero, dove il costo della manodopera è largamente più basso, contribuendo a falsare i parametri alla base del Pil interno. In taluni casi ha lasciato campo alla finanza, inserendosi nel sistema bancario, in altri casi, ha abbandonato il nostro mercato interno, hanno chiuso i “battenti” le medie imprese, mentre le piccole sono rimaste “al palo” perché non hanno saputo estendere la loro base imprenditoriale. Infine non c’è stata la volontà di investire e inventare nuovi prodotti, quella nuova merce-scambio di vitale importanza per incrementare gli scambi e con essi la bilancia commerciale, anche a fronte di cambiamenti radicali. E questa è una responsabilità importante e pesante, su cui tutta la classe imprenditoriale deve, non uso volutamente il condizionale, riflettere e porre riparo.
Dall’altra, le parti sociali, con esplicito riferimento al sindacato, che non hanno saputo rigenerarsi, aggiornarsi ai cambiamenti in atto, non divenendo più attore, protagonista del cambiamento, ben sapendo che il mondo da rappresentare, come ha fatto nel passato, sono i lavoratori occupati, i disoccupati e i giovani che dovrebbero avere e ricevere certezze sul loro futuro. Oggi, i rappresentati sono essenzialmente due: il mondo del lavoro occupato e quello pensionato. E’ personalmente avvilente, pensare a un sindacato con la prospettiva di rappresentanza dei soli pensionati, gettando al vento, con la conseguenza di distruggere un’importante storia, le “battaglie” vinte “sul campo” in materia di diritti e doveri dei lavoratori, delle lavoratrici ma, ripeto, dei giovani.
Anche il sindacato deve rivisitare se stesso per ritornare protagonista, concertando le nuove idee di sviluppo con l’obiettivo di trasformale in prospettive di lavoro. L’attestarsi su posizioni vecchie, su vecchie logiche mentre il mondo, nella sua morfologia, cambia profondamente, lo ritengo un errore fondamentale. Il che non significa accettare tout court, tutto quello che viene proposto, ma valutare, riflettere, proporre programmi e piattaforme contrattuale incentivanti e a carattere innovativo, evitando di chiudersi “a riccio” in un panorama radicalmente diverso da quello degli cinquanta/sessanta.
Non desidero estendermi oltre, ma un’accurata analisi sul modo in cui deve affrontare la prospettiva, ponendo alla sua base una severa analisi dei suoi atteggiamenti e comportamenti, di fronte a queste sfide epocali, i sindacato la deve fare, per non disperdere il passato, ricordando che la capacità del singolo è saper rigenerarsi perché la verità non può mai essere a senso unico, specie in un sistema globalizzato. In altre parole, nutro la speranza che il sindacato, ripresenti, senza velleità, la forza innovativa del cambiamento e concorra scientemente alla governance di questo periodo. In questo senso, auspico che la CGIL, sindacato al quale “donato” parte importante della mia esistenza, sappia ritornare protagonista, attore di scelte mirate, accurate, a tutela delle fasce più deboli, come da tradizione, ma con uno sguardo al futuro per i giovani, i tanti giovani stanchi di una politica che lascia poco spazio al loro inserimento nel mercato del lavoro.
Infine il governo, che ha attuato provvedimenti severi e importanti, alcuni dei quali, dovranno necessariamente essere oggetto di accurata riflessione, con le stesse parti sociali, dal prossimo esecutivo, il cui presidente auspico sia P.L. Bersani, ma che non dovranno essere stravolti. Le riforme strutturali servono al nostro Paese, per modificare alcuni standard obsoleti e garantire la giusta competitività e concorrenza, fondamentale per il libero mercato, con le giuste indicazioni, con gli adeguati rilievi amministrativi e le regole compatibili con la nostra storia e il nostro patrimonio artistico e culturale.
Al nuovo esecutivo spetteranno, quindi, compiti e impegni di fondamentale importanza, perché al rigore strutturato, anche questo da rivisitare in alcune parti, con particolare riferimento al sistema impositivo (riforma fiscale), a quello delle autonomie locali da configurare su base federale, alla standardizzazione dei costi pubblici, a una nuova considerazione dei parametri attesi all’applicazione del patto di stabilità, allentandolo per i Comuni virtuosi e alla riforma del parlamento con la realizzazione del Senato delle Regioni e la riduzione del numero dei Deputati, con un radicale mutamento delle rendite di posizione a tutti i livelli, per citarne alcune, deve far da pendant, la politica dello sviluppo, con un programma europeo credibile nel breve/medio periodo, pena lo sfaldamento economico dei Paesi aderenti.
Insomma, deve avviare, si base federale, quel processo di aggregazione economica, fiscale, militare, il fiscal compact quantomeno in ambito eurozona.
Ripeto, una politica di sviluppo che supporti la crescita, significa rendere un Paese in grado di reggere le sfide, incrementando la produttività, incentivando gli investimenti, modificando anche la stessa morfologia dell’attuale sistema produttivo.
Questi elementi che sono alla base per un nuovo corso, dovranno essere frutto della concertazione, che dovrà avvenire accantonando antichi pregiudizi e qualche “rancore”, per il bene comune che si chiama Italia. Una politica fondata su sgravi fiscali, sulla realizzazione di outsourcing, di incentivi all’occupazione, crea le condizioni per lo sviluppo e la crescita, lubrificando il motore attualmente inceppato nei suoi ingranaggi.
Un ultimo passaggio, desiro dedicarlo alla figura del nostro attuale premier.
Personalmente, non avendo la vocazione del rottamatore, termine coniugato da alcuni soggetti politici e uno in particolare che oggi si candida alla premiership del centrosinistra, sono per utilizzare tutte le culture, tutte le capacità tutti i “saperi”, tutte le esperienze in primis quella di Mario Monti, perché non possiamo permetterci di disperdere nessuno e tutti, per la propria parte, dobbiamo concorrere alla nuova crescita e portare il nostro Paese al ruolo internazionale che gli compete.
LA RIFORMA DEL LAVORO, LA FORNERO E IL MERCATO DEGLI STAGISTI
L’Istat ha pubblicato i dati del periodo, rilevando che la disoccupazione, nel nostro Paese, è al minimo storico degli ultimi 20 anni. Sono quasi 2,8 milioni le persone sono senza un lavoro con un incremento del 25% in un anno. I più colpiti sono i giovani, evidenziando che tra gli under 25, si rileva il 35% di disoccupati.
Nel mese di settembre, gli occupati sono 22.937.000, con una diminuzione dello 0,2% sul mese di agosto 2012, pari a 57.000 unità in prevalenza maschile, mentre su scala annua il numero degli occupati rimane invariato. Il tasso di occupazione è pari al 56,9%, in diminuzione dello 0,1% nel confronto congiunturale, mentre rimane stabile su scala annuale.
Il numero dei disoccupati, pari a 2.774.000, aumenta del 2,3% rispetto ad agosto pari a 62.000 unità. La crescita della disoccupazione riguarda prevalentemente gli uomini. Su base annua si registra una crescita pari al 24,9% pari a 554.000 unità.
Il tasso di disoccupazione è pari al 10,8%, in aumento dello 0,2% rispetto ad agosto e di 2,0% nei dodici mesi.
Tra i 15-24enni, le persone in cerca di lavoro sono 608.000 e rappresentano il 10,1% della popolazione in questa fascia d'età. Il tasso di disoccupazione dei 15-24enni, ovvero l'incidenza dei disoccupati sul totale di quelli occupati o in cerca, è pari al 35,1%, dato in aumento dell’1,3% rispetto al mese precedente e del 4,7% nel confronto tendenziale.
Il numero di individui inattivi tra i 15 e i 64 anni, risulta sostanzialmente invariato rispetto al mese precedente. Il tasso di inattività si attesta al 36,3%, stabile in termini congiunturali, ma in diminuzione dell’1,3% su base annua.
Di fronte a simile situazione, serve una risposta immediata e non più prorogabile, su molte discipline e fra questa, quella fiscale.
Nell’insieme delle riforme approvate a tutt’oggi dal governo Monti, considerati anche i dati esposti dall’Istat, quella più corposa, è rappresentata dalla Riforma del mercato del lavoro.
Analizziamo, ora, i punti essenziali, che si possono concentrare nel capitolo “licenziamenti”, in quello “contrattuale” e per ultimo quello degli “ammortizzatori sociali”.
Il primo aspetto, fortemente dibattuto, è stata la rivisitazione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, che la riforma rivede, differenziando i trattamenti a seconda del tipo di licenziamento. La normativa, fino ad oggi applicabile solo alle aziende sopra i 15 dipendenti, sarà ora applicabile in tutti i casi.
Sui licenziamenti economici
E' stato sicuramente questo, il capitolo più controverso dell'intera riforma. Nella prima formulazione, il Governo non aveva previsto alcuna possibilità di reintegro per i lavoratori licenziati ingiustamente con motivazioni economiche, ma solo un indennizzo compreso fra le 15 e le 27 mensilità. Nella versione definitiva, invece, il giudice - quando non riterrà valide le motivazioni fornite dall'azienda - potrà scegliere se imporre il pagamento di un indennizzo o la restituzione del posto di lavoro.
Sui licenziamenti disciplinari
In questa categoria rientra anche la condotta dei lavoratori (l’ex Ministro Brunetta aveva definito come "fannulloni"). Non solo, quindi, chi picchia i colleghi o ruba alla società, ma anche chi non adempie agli obblighi previsti dal suo contratto. Fino ad ora il comportamento del giudice, in questi casi, era identico a quello per i licenziamenti economici: né reintegro né indennizzo nel caso in cui abbia ragione l'azienda, reintegro se invece ha ragione il lavoratore, a cui si offre in alternativa la possibilità di scegliere l'indennizzo. Da oggi, invece, sarà il giudice a decidere di volta in volta per il risarcimento o il reintegro.
Non è più previsto alcuno stop in caso di malattia, per evitare frodi da parte di lavoratori che potrebbero fingersi ammalati in modo da frenare la procedura. Fatti salvi i casi d maternità o di infortunio sul lavoro, tutti i licenziamenti disciplinari diventano effettivi "dal giorno della comunicazione con cui il procedimento medesimo è stato avviato, salvo l'eventuale diritto del lavoratore al preavviso o alla relativa indennità sostitutiva".
Sui licenziamenti discriminatori
In questo caso non cambia nulla. La norma rimane esattamente quella già prevista dall'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori: se il lavoratore riesce a dimostrare di essere stato discriminato dall'azienda (per ragioni religiose, politiche, razziali, d'orientamento sessuale o altro), il giudice deve annullare il licenziamento e imporre il reintegro.
Passiamo, ora, alla trattazione sui contratti.
IL NOSTRO PAESE, IL SISTEMA BANCARIO, I COSTI E LE RICADUTE SUL CONSUMATORE
E’ chiaro come, spesso richiamato in questi anni, che la ricostruzione del sistema bancario è uno degli aspetti più delicati ma fondamentali, per ripartire.
Una situazione delicatissima, che coinvolte le strutture e i dipendenti.
Allarmanti, sono i dati emersi in questi giorni, che cercherò di riassumere.
Condivido quanto ha scritto domenica il direttore Scalfari, nel suo editoriale sul quotidiano “La Repubblica”, in merito alla ricostruzione storica dell’Europa fino all’entrata in vigore della moneta unica, ma non possiamo non affermare che le progettualità di Altiero Spinelli, avrebbero dovuto diventare realtà. Ma quanti timori, quante ritrosie, quanti ostacoli al suo modello, alla sua struttura organizzativa e di governo. Il non osare della politica, la cecità del lungo periodo, ha contribuito a produrre, in Europa, quello che stiamo vivendo.
Gli Stati Uniti d’Europa era il “dream” spinelliano e di tutti coloro, come il sottoscritto, che quell’idea l’avevano sposata in tempi non sospetti.
E mi ritornano in mente i miei scritti scolastici sull’Europa e sul risparmio, ma anche le approfondite analisi del post ’68, come se fossero attuali. Quanta nostalgia provo per quel periodo, per tanta discussione anche accesa, per il dibattito presente tra la gente, mentre le crisi economiche degli anni sessanta e settanta colpivano tutti i ceti, in particolare le classi più povere che hanno sempre pagato e continuano a pagare.
Ritornerò su questi concetti che mi hanno sempre affascinato anche quando, militante del P.C.I., sostenevo la via italiana al riformismo, collegato alle personalità che in quel periodo attiravano il mio pensiero: da Giorgio Amendola e Giorgio Napolitano, a politici locali come Gianni Pellicani, anche perché alla Germania, dovremmo sempre ricordarlo anche agli smemorati, le sono stati abbonati i debiti di guerra, sulla promessa della solidarietà e il riconoscimento delle tutele versi i Paesi in difficoltà e, in questa sede, desidero altresì ricordare, come Helmut Khol, cancelliere della Germania dal 1982 al 1998, artefice dell’unificazione con la Germania Orientale, ebbe il coraggio di credere che l’economia della Germania Federale fosse in grado, in modo autonomo, di accollarsi le deboli e precarie condizioni economiche, ivi compresa la forte disoccupazione di quel Paese, introducendovi le regole del libero mercato e soprattutto, cosa non secondaria, con un forte apporto di capitali e investimenti, fatto incresciosamente non foraggero di verità. Tant’è che con la sua sconfitta elettorale sembrava che il suo progetto di unificazione fallisse; ci vollero molti anni prima di consolidare le due economie in una, anche se a Kohl va comunque il merito di aver previsto l’essenzialità della riunificazione come passo necessario per l'integrazione nell'Unione europea, dalla quale ricevette notevoli aiuti per uscire da una crisi prevedibile, ma non programmata e, per presunzione, neanche pensata.
E allora, tuono, quando leggo le bizze della signora Merkel e della BuBa nei confronti di eurozona, dell’euro e dei Paesi in difficoltà.
Ma ritorniamo al tema di partenza: il nostro sistema bancario e la sua governabilità.
Nicola Borzi, su Finanza & Mercati, del Sole 24 Ore di sabato, indicava la lista delle chiusure bancarie che mi accingo a riepilogare: “400 per MPS, 44 nel gruppo Ubi, 140 per BP, 200 per Unicredit, 25 per la Popolare dell’Emilia Romagna, 13 per la Popolare do Bari e 30 appena indicate nel piano industriale della Popolare di Milano”. La forte riduzione degli sportelli bancari era stata prevista da Ubs Investment Research, in un rapporto del 16 luglio scorso, con il quale ha annunciato che nel Belpaese, nel breve/medio periodo, massimo cinque anni, ci sarebbe stato un taglio del 10% del totale degli sportelli bancari, convalidando una tendenza in atto, in relazione anche ai consistenti tagli di UniCredit.
Una previsione di chiusura di 852 sportelli bancari, già programmate. Ma la cifra potrebbe salire vertiginosamente se, quanto espresso da alcune fonti di Intesa Sanpaolo, di chiusura di circa 1.000 filiali, trovasse riscontro nella realtà perché porterebbe alla chiusura globale di circa 1.852 filiali pari al 5,54% contro il 2,55% programmato, su un totale di 33.439 sportelli.
A ciò si deve aggiungere il comunicato di Poste Italiane che ha annunciato la chiusura di 1.156 uffici e la riorganizzazione, in termini apertura e orari, di altri 638. Come riportato nel Sole 24 Ore online, su un totale di 13.945, la previsione è di tagliare uffici per l’8,29% e riassettare il 4,58%, per un totale complessivo che sfiora il 13%. Infine si deve teneri presente che l’Ubi ha già annunciato la trasformazione di 78 filiali in minisportelli.
I DERIVATI, LE MANCATE REGOLE E UN MONDO DA UN FUTURO INCERTO
Ogni giorno, dal mondo dei mass media, riceviamo e/o acquisiamo informazioni che sono sempre più preoccupanti.
Era auspicabile, dopo il fallimento della Lehman Brothers e la catastrofe prodotta dai subprime, che i governanti del mercato globale, accelerassero quel processo di riforma strutturale del sistema bancario e assicurativo in materia di derivati. E invece, nulla è stato fatto per riorganizzare questo settore che come vedremo, è tuttora in fermento con una speculazione che fa accapponare la pelle.
Oggi sul quotidiano il Sole 24 Ore, a firma Morya Longo e Marco Valsania, viene riprodotta un’analisi in materia di derivati, che ritengo doveroso riproporre.
Complimenti innanzitutto agli autori per il lavoro svolto e la chiarezza dell’esposizione.
In questo fantomatico mondo, il valore nominale degli investimenti in contratti derivati, rappresentano, come riportato dal Sole 24 Ore, un’entità economica 14 volte superiore a quella delle Borse mondiali e oltre 9 volte il PIL mondiale.
La stima nominale riprodotta alla fine del 2011, è di 647 mila miliardi di dollari di cui il 77,9% è rappresentato da contratti derivati su tassi mentre i credit default swap rappresentano solo il 4%.
Dopo il crack del 2008, si dovevano proporre nuove regole a questo mercato incompreso ma “maledetto”. In sostanza i nostri governanti globali avevano l’obbligo morale ed etico, dopo i disastri con ricadute a “grappolo” sull’intero assetto/sistema economico mondiale, di riformare, con direttive e norme più stringenti, per evitare speculazioni di portata travolgente.
Così non è stato. Sono state proposte alcune regole che sanno più di considerazione e/o di constatazione degli accadimenti, in luogo di riforme radicali. Purtroppo anche quelle piccole e parziali riforme, non sono state rispettate dai produttori della speculazione, con buona pace dei nostri governanti globali ed evito, volutamente, le dichiarazioni che in questi anni sono state esternate da molti soggetti, tra cui Ben Bernanke.
E’ di questi giorni la notizia che l’Istituto americano JP Morgan, in virtù di emissioni contrattuali su strumenti derivati speculativi, abbia subito una perdita, in sole 6 settimane, di 2 miliardi di dollari, il cui valore netto è sicuramente inferiore, ma non per questo, possa essere considerato un fatto inosservabile, né una notizia spot fine a se stessa, in quanto si tratta di una cifra talmente enorme e spropositata, ancorché scissa dall’economia reale, che ritrovarci a ridiscutere, per l’ennesima volta, deve portare a una riflessione profonda oltre che preoccupante. E a poco valgono gli interventi che i singoli governi fanno e si accingono ad applicare e noi tutti a subire, se il mondo bancario, sul quale mi soffermerò brevemente successivamente, insiste imperterrito su questa deplorevole strada.
LA RIFORMA DEL MERCATO DEL LAVORO: RIFLESSIONI PER UN’OPPORTUNITA’
Assistiamo, in particolare in questo periodo, a un forte dibattito sulle metodologie da affrontare la riforma del mercato del lavoro. Sono prioritarie le metodologie o i contenuti oppure tutte due? Penso che le metodologie e i contenuti siano intrecciate e una simile riforma non può prescindere, contrariamente a quanto è successo in un recente passato, dalla concertazione, dal rapporto e dialogo con tutte le parti sociali, ma senza riserve mentali.
Spesso si sente parlare dell’art. 18 della legge 300/70, meglio conosciuta come “statuto dei lavoratori”, come priorità assoluta da affrontare. E’ un aspetto importante perché si tratta di rivedere “il diritto al reintegro del lavoratore in caso di licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo”.
Analizziamo i capisaldi di questa novella, cercando di capire i motivi che sottendono le rigidità del sindacato.
Giuridicamente un licenziamento illegittimo può assumere, in ragione del vizio che invalida il recesso, una natura differente che si distingue in:
licenziamento annullabile, quando non è sostenuto da giusta causa e giustificato motivo;
licenziamento nullo, quando è ispirato da ragioni discriminatorie (sesso, religione, lingua, razza, opinioni politiche e sindacali) o comunque sostenuto da motivi illeciti ovvero quando è irrogato nei confronti della lavoratrice madre o per causa di matrimonio, al di fuori dei casi in cui è consentito
IL CREDIT CRUNCH E LA CRISI DEL SISTEMA AZIENDA MADE IN ITALY
Che le banche abbiano avviato una stretta nei loro impieghi, non lo scopriamo adesso e non si dovevano attendere i dati relativi al credito bancario di dicembre 2011.
Ha fatto bene il governatore di Bankitalia, ieri al convegno di Parma, redarguire il sistema bancario, per l’atteggiamento assunto dai singoli istituti di credito nei confronti delle aziende e delle famiglie, ma mi fa specie che, il massimo esponente lo faccia ora, dopo che molti buoi sono scappati dalla stalla.
Se il governo sta lavorando con scelte rapide, ponendo solide basi per la crescita, per ridare credibilità internazionale ad un Paese messo all’angolo e sbeffeggiato da chi ha governato in precedenza, pensando ai divertimenti, agli “svaghi”, alle “notti brave” e cercando di risolvere, con colpi di spugna parlamentare, personali beghe giudiziali, se l’esecutivo è seriamente impegnato sulla semplificazione, sulla lotta all’evasione, sulla riforma del mercato del lavoro, puntando al pareggio di bilancio nel 2013/14, allora il sistema bancario deve fare bene la sua parte, cercando di allocare il credito con una “acuita capacità selettiva” e impiegare, a favore dell’impresa, l’immensa liquidità messa a disposizione dalla Bce e utilizzata sempre più largamente dalle banche italiane, in primis Unicredit e Intesa Sanpaolo, per “mantenere elevato il finanziamento dell’economia”.
Nel mese di dicembre 2011, il sistema bancario ha acquisito un altro merito, senza precedenti nella storia d’Italia: un crollo di 20 miliardi di euro, non impiegato a favore delle imprese.
Al Forex di Parma, il governatore ha ricordato che “bisogna saper fare bene i banchieri, anche quando le cose vanno male”.
In altre parole, il credito alle imprese che fino a novembre ha subito un notevole rallentamento, ora si è pressoché bloccato, anche se favorito dalla forte volatilità di fine anno. In ogni caso anche a gennaio 2012 persiste questa contrazione del credito, mentre il credito alle famiglie è “solo leggermente diminuito”, tuttavia, in generale, resta “un irrigidimento nelle condizioni di offerta dei prestiti”.
L’ITALIA, L’EUROPA, BONANNI E UN NUOVO PATTO PER L’ITALIA
Monti non lo ritengo né zio, né un incompetente.
Il prof. Monti è una delle persone più autorevoli a livello mondiale. E gli spregiativi, i toni usati dal signor Bonanni, francamente, non mi sono piaciuti.
Chiedo al segretario generale della Cisl: ma in tutti questi anni, dove è stato? In un altro Paese, alle Bahamas oppure non si è mai posto il problema della crisi mondiale. Caro Bonanni, nato a Bomba in provincia di Chieti, 62 anni di età, diplomato in istituto commerciale, un lungo corso frequentato, nel 1972, presso il “Centro Studi Cisl” di Firenze e un passato da traghettatore filogovernativo, senza distinguere ruoli e competenze, appoggiando a pieno titolo la privatizzazione dell’Alitalia, e intrattenendo, come evidenziato nell’enciclopedia libera Wikipedia, “rapporti personali con vari membri il governo di centrodestra in carica, atteggiamento per il quale è stato sottoposto ad aspre critiche e contestazioni”, ebbene, come può ergersi paladino a tutela dei lavoratori e dei più deboli? Ha mai auspicato e/o sollevato e se sì in questi anni, in quali contesti, la risoluzione di problemi di primaria importanza quali la riduzione del debito pubblico, del pareggio di bilancio, della crescita e dell’occupazione, della tassazione delle rendite finanziarie, del sostegno al lavoro e alle imprese, di una riforma fiscale? Ha mai pensato che il più importante investimento al mondo, è sui giovani, sulla ricerca e sulla scuola in generale? Oppure si è perso nei meandri dei salotti televisivi a chiacchierare, parlare, parlare, parlare….mentre il Paese e il sistema economico mondiale era, come lo è attualmente, in preda a una crisi, finanziaria, figlia di una speculazione, e Lei, come altri, ad attendere una sorta di manna, di divina “provvidenza manzoniana” che risolvesse che cosa? Per cortesia, ora un po’ di silenzio e prestate attenzione alle considerazioni di chi, come me, è meno autorevole di altri ma, non per questo, privo di idee e di analisi prospettiche.
Non voglio spingermi oltre, ma desidero soffermare la mia attenzione su alcuni temi che sono stati oggetto di discussione in questi giorni.
E’ finito un ciclo, ma deve terminare, in particolare, quella della conflittualità perché, in questo specifico periodo, incrementa la morsa della crisi e mina sistema paese. Ciò non significa accettare manovre inique, ma lavorare assieme, concertare la strada meno indolore per la realizzazione di riforme strutturali.
Si deve lavorare per colmare il deficit e arrivare al pareggio di bilancio, nel più breve tempo possibile, per rilanciare, nel periodo intermedio, la competitività, la concorrenza, la crescita, i consumi e l’occupazione.
L’ITALIA E LA FORZA DELL’ORGOGLIO, PER NON ARRENDERSI
“Rigore, equità e sviluppo” sono i principi ispiratori della manovra. Mentre il Consiglio dei Ministri è appena terminato, il Presidente con i suoi collaboratori, illustra i filoni d’intervento dell’assetto generale della manovra.
E’ la prima volta, nella nostra storia, che un Presidente del Consiglio rinuncia all’indennità di mandato (compenso) nella sua qualità di Presidente e anche di Ministro ad interim dell’Economia.
Sostiene di voler incidere sul bilancio pubblico, sulla previdenza e sullo sviluppo: lo ha chiamato ed ha invitato gli italiani a chiamarlo “Decreto Salva Italia”.
Non si parla di patrimoniale, viene però estesa l’imposta di bollo dell’1,5%, che oggi colpisce solo i conti correnti, a tutti gli strumenti finanziari, ai fondi mobiliari, alle polizze assicurative sulla vita, alle transazioni bancarie. Detta imposta di bollo sarà applicata, una tantum, anche a tutti i capitali scudati rientrati in Italia.
Parla di riequilibrio dei conti, di pareggio di bilancio e di crescita.
Non dobbiamo arrivare alle contestazioni di piazza greche. Non ce lo possiamo permettere. Una cosa è certa: se si continua così, andremo velocemente in default con le conseguenze che sono alla portata di tutti: trasporti pubblici fermi, stipendi ai pubblici dipendenti bloccati, collegamenti e ferrovie stoppati dalla mancanza di liquidità. Sarà lo sfascio del Paese e per effetto domino dell’europa e conseguentemente del mondo.
Quindi, evitare il default italiano è la primaria emergenza.
E’ FINITA UN’EPOCA. SERVE UN CURATORE PER TRANQUILLIZZARE I MERCATI
Auspico che il prof. Mario Monti, diventi il nuovo Presidente del Consiglio e a lui e al suo governo, va il mio più affettuoso augurio per l’arduo compito che sta per assumersi.
Dopo 17 anni, intervallati da qualche governo di centra-sinistra, si chiude un’epoca, quella di Berlusconi, a capo del Consiglio dei Ministri, che ricordo, con una maggioranza parlamentare talmente solida sia alla Camera che al Senato, da parmettergli di approvare qualsiasi manovra e da adottare tutte le misure, in grado di fronteggiare l’attuale crisi. Così non è stato ed giusto che si sia dimesso.
Da oltre un anno, il nostro Paese, nel mondo, è stato al centro non dell’azione politica, ma di fatti e comportamenti che ci hanno relegato ad un angolo, come un pugile “suonato”, privi di credibilità e importanza, con una situazione finanziaria ed economica drammatica.
Ma già venerdì, alla notizia delle sue possibili dimissioni e l’ipotesi di assegnazione dell’incarico al prof. Mario Monti, personalità di alto profilo internazionale, di formare un governo di tecnici, supportato da un’ampia base parlamentare di consenso, i mercati hanno reagito molto bene. E daranno una risposta altrettanto positiva, domani, alla riapertura. Poi vedremo se il nuovo esecutivo, sarà all’altezza delle aspettative. Ma molto dipenderà anche dal Parlamento, che dovrà ragionare, perfezionare, contribuire alla ricostruzione, alla rinascita del nostro Paese, anche con scelte impopolari, perché, e la politica lo sa bene, prima devono venire le sorti dell’Italia e poi quelle dei singoli gruppi parlamentari o partiti politici.
Le parti sociali, tutte, sono avvertite: il momento drammatico lo si affronta e passa, solo con il consenso e a nulla serve la spicciola divisione. Quindi, un passo indietro, per il bene comune.
I mercati attendono, la crisi incombe, il debito pubblico italiano oltre la soglia dei 1900 miliardi di euro, il PIL leggermente sopra i 1840 miliardi, una crescita leggermente sopra lo zero e una disoccupazione sempre crescente, mitigata dall’utilizzo della cassa integrazione; una disoccupazione, molto consistente e presente tra i giovani, tale da raggiungere il 30%. Infine la scarsa credibilità istituzionale europea ed internazionale.
Il federalismo fiscale, tanto decantato, è rimasto lettera morta. Quello demaniale una chimera al punto che lo Stato venderà beni destinati agli enti locali.