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Timestamp: 2018-09-21 14:38:33+00:00
Document Index: 101087023

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 360', 'art. 360', 'art. 360', 'art.115', 'sentenza ', 'art. 360', 'sentenza ']

Operaio, ufficialmente in malattia, viene trovato a lavorare nel bar della moglie. Licenziato. – Noi Radiomobile™
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Operaio, ufficialmente in malattia, viene trovato a lavorare nel bar della moglie. Licenziato.
(Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 14 ottobre 2015 – 15 gennaio 2016, n. 586)
Con ricorso al Tribunale di Roma, D.A. dedusse di aver lavorato alle dipendenze dell’Associazione CNOS-FAP Regione Lazio dall’1.11.1999 al 2.3.2007 in qualità di operaio ausiliario di I livello; che era stato licenziato dalla datrice di lavoro a seguito di contestazione disciplinare del 16 febbraio 2007, relativa allo svolgimento di attività lavorativa in favore di terzi in costanza di assenza per malattia nel medesimo mese di febbraio; che il recesso aziendale era da ritenersi illegittimo sotto vari profili e comunque privo di giusta causa, essendo egli affetto da uno stato patologico tale che gli consentiva di uscire in qualunque ora del giorno mentre in ogni caso, anche ammesso che si recasse nell’esercizio commerciale (bar) gestito dalla di lui moglie, non vi era la prova che egli avesse svolto attività lavorativa in favore della coniuge all’interno dei bar.
Il Tribunale respingeva il ricorso, ritenendo legittima la procedura di irrogazione della sanzione posta in essere dal datore di lavoro; provati gli addebiti e sussistente la proporzionalità della sanzione adottata.
1. Con il primo motivo il ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. (art. 360, comma 1, n. 3, c.p.c.).
2. Con il secondo motivo il ricorrente denuncia l’omesso esame di un fatto decisivo della controversia (art. 360, comma 1, n.5 c.p.c.).
3. I motivi, che per la loro connessione possono essere congiuntamente esaminati, sono in parte inammissibili e per il resto infondati.
Deve infatti considerarsi che il controllo di logicità del giudizio di fatto, consentito Oll’art. 360, comma primo, n. 5) cod. proc. civ., ivi compreso quello denunciato sub violazione dell’art.115 e\o 116 c.p.c. (cfr. Cass. n. 15205\14), non equivale alla revisione del “ragionamento decisorio”, ossia dell’opzione che ha condotto il giudice dei merito ad una determinata soluzione della questione esaminata, posto che una simile revisione, in realtà, non sarebbe altro che un giudizio di fatto e si risolverebbe sostanzialmente in una sua nuova formulazione, contrariamente alla funzione assegnata dall’ordinamento al giudice di legittimità; ne consegue che risulta dei tutto estranea all’ambito del vizio di motivazione ogni possibilità per la Corte di cassazione di procedere ad un nuovo giudizio di merito attraverso l’autonoma, propria valutazione delle risultanze degli atti di causa. Né, ugualmente, la stessa Corte realizzerebbe il controllo sulla motivazione che le è demandato, ma inevitabilmente compirebbe un (non consentito) giudizio di merito, se – confrontando la sentenza con le risultanze istruttorie – prendesse d’ufficio in considerazione un fatto probatorio diverso o ulteriore rispetto a quelli assunti dal giudice dei merito a fondamento della sua decisione, accogliendo il ricorso “sub specie” di omesso esame di un punto decisivo.
Del resto, il citato art. 360, comma primo, n. 5, cod. proc. civ. non conferisce alla Corte di cassazione il potere di riesaminare e valutare il merito della causa, ma solo quello di controllare, sotto il profilo logico-formale e della correttezza giuridica, l’esame e la valutazione operata dal giudice del merito al quale soltanto spetta individuare le fonti del proprio convincimento, e, in proposito, valutarne le prove, controllarne l’attendibilità e la concludenza, scegliendo, tra le varie risultanze probatorie, quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione. (Cass. 6 marzo 2006 n. 4766; Cass. 25 maggio 2006 n. 12445; Cass. 8 settembre 2006 n. 19274; Cass. 19 dicembre 2006 n. 27168; Cass. 27 febbraio 2007 n. 4500; Cass. 26 marzo 2010 n. 7394; Cass.5 maggio 2010 n.10833, Cass. n.15205\14).
D’altro canto, comq osservato da Cass. sez. un. 25.10.2013 n. 24148, la motivazione omessa o insufficiente è configurabile soltanto qualora dal ragionamento del giudice di merito, come risultante dalla sentenza impugnata, emerga la totale obliterazione di elementi che potrebbero condurre ad una diversa decisione, ovvero quando sia evincibile l’obiettiva carenza, nel complesso della medesima sentenza, dei procedimento logico che lo ha indotto, sulla base degli elementi acquisiti, al suo convincimento, ma non già quando, invece, vi sia difformità rispetto alle attese ed alle deduzioni della parte ricorrente sul valore e sul significato dal primo attribuiti agli elementi delibati, risolvendosi, altrimenti, il motivo di ricorso in un’inammissibile istanza di revisione delle valutazioni e del convincimento di quest’ultimo tesa all’ottenimento di una nuova pronuncia sul fatto, certamente estranea alla natura ed ai fini del giudizio di cassazione.
Nella specie deve osservarsi che la Corte di merito, nell’ambito dei prudente apprezzamento delle circostanze di fatto ad essa spettante, ha logicamente evidenziato che dalla relazione del M., e dalla relativa deposizione testimoniale, era emersa la prova dello svolgimento, costante e non episodico, di attività lavorativa presso l’esercizio commerciale della moglie da parte del ricorrente.
I motivi, e segnatamente il secondo, sono parimenti inammissibili laddove mirano, ancora, ad un diverso apprezzamento dei fatti, in particolare circa la particolarità della patologia sofferta e la sua compatibilità con lo svolgimento di attività lavorativa non pesante.
Essi sono poi infondati laddove non considerano che sarebbe stato onere dei lavoratore dimostrare la compatibilità dell’attività lavorativa svolta in favore di terzi con l’infermità determinante l’assenza dal lavoro con l’Associazione datrice di lavoro e col recupero delle energie lavorative (ex multis, Cass. n.4237\2015, Cass. 19.12.2000 n. 15916).
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