Source: http://www.avvocato-penalista-bologna.it/diritto-penale-societario/bancarotta-e-dolo-appello-milano-venezia-firenze-brescia/
Timestamp: 2019-07-19 06:05:57+00:00
Document Index: 165815297

Matched Legal Cases: ['art. 216', 'art. 217', 'art. 40', 'art. 2932', 'art. 2381', 'sentenza ', 'art. 2392', 'art. 40', 'art. 2392', 'art. 40']

﻿ BANCAROTTA E DOLO : APPELLO MILANO-VENEZIA –FIRENZE, BRESCIA
da Armaroli | Lug 7, 2019 | DIRITTO PENALE SOCIETARIO, News | 0 commenti
in tema di bancarotta fraudolenta documentale, del tutto pacifico è il principio di diritto in forza del quale per la configurazione delle ipotesi di reato di sottrazione, distruzione o falsificazione di libri e scritture contabili previste dall’art. 216, primo comma, n. 2, prima parte, legge fallimentare è necessario il dolo specifico, consistente nello scopo di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o di recare pregiudizio ai creditori”; d’altra parte, secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, l’omessa tenuta della contabilità integra gli estremi del reato di bancarotta documentale fraudolenta – e non quello di bancarotta semplice – qualora si accerti che scopo dell’omissione sia quello di recare pregiudizio ai creditori, dovendosi invece ritenere che l’omessa tenuta della contabilità integri “gli estremi del reato di bancarotta documentale fraudolenta solo qualora si accerti che scopo dell’omissione sia quello di recare pregiudizio ai creditori, che altrimenti risulterebbe impossibile distinguere tale fattispecie da quella analoga sotto il profilo materiale, prevista dall’art. 217 della legge fallimentare, e punita sotto il titolo di bancarotta semplice documentale”.
Ai fini della configurabilità del delitto di bancarotta fraudolenta documentale, dunque, le condotte di mancata consegna ovvero di sottrazione, di distruzione o di omessa tenuta dall’inizio della documentazione contabile, sono tra loro equivalenti, con la conseguenza che non è necessario accertare quale di queste ipotesi si sia in concreto verificata se è comunque certa la sussistenza di una di esse ed è inoltre acquisita la prova in capo all’imprenditore dello scopo di recare pregiudizio ai creditori e di rendere impossibile la ricostruzione del movimento degli affari. Di tali principi giurisprudenziali non ha dato corretta applicazione la Corte territoriale quando ha sostenuto la sufficienza della sola rappresentazione in capo all’attore del danno per la massa creditizia derivante dall’impossibilità di ricostruire il patrimonio e le vicende societarie.
mancanza di dolo è del tutto assertiva, e priva di qualsivoglia riscontro fattuale, e – senza che le censure coinvolgano i c.d. “segnali d’allarme” (la percezione di elementi dai quali, per il loro contenuto informativo, si desume la rappresentazione del fatto illecito oggetto degli obblighi di vigilanza e controllo, e la conseguente volontà omissiva) – non si confronta con il principio, pacificamente sostenuto dalla giurisprudenza consolidata di questa Corte, secondo cui l’amministratore (con o senza delega) è penalmente responsabile, ex art. 40, comma 2, cod. pen., per la commissione dell’evento che viene a conoscere (anche al di fuori dei prestabiliti mezzi informativi) e che, pur potendo, non provvede ad impedire, posto che a tal riguardo l’art. 2932 cod. civ., nei limiti della nuova disciplina dell’art. 2381 cod. civ., risulta immutato (Sez. 5, n. 23838 del 04/05/2007, Amato, Rv. 237251, secondo cui, dal principio affermato, ne deriva, altresì, che detta responsabilità richiede la dimostrazione, da parte dell’accusa, della presenza (e della percezione da parte degli imputati) di segnali perspicui e peculiari in relazione all’evento illecito nonché l’accertamento del grado di anormalità di questi sintomi, non in linea assoluta ma per l’amministratore privo di delega, onere che qualora non sia assolto dal ricorrente, nel silenzio della sentenza impugnata, si converte nella richiesta di una ricostruzione storica del fatto, improponibile in sede di legittimità; in senso conforme, Sez. 5, n. 3708 del 30/11/2011, dep. 2012, Ballatori, Rv, 252945: “in tema di reati societari e fallimentari, gli amministratori – pur a seguito della riforma introdotta con il d.lgs. n. 6 del 2003, che ha modificato l’art. 2392 cod. civ., riducendo gli oneri e le responsabilità degli amministratori senza delega – sono penalmente responsabili, ex art. 40, comma 2, cod. pen., per la commissione degli eventi che vengono a conoscere (anche al di fuori del prestabiliti mezzi informativi) e che, pur potendo, non provvedono ad impedire; detta responsabilità può derivare dalla dimostrazione della presenza di segnali significativi in relazione all’evento illecito, nonché del grado di anormalità di questi sintomi”- Sez. 5, n. 36764 del 24/05/2006, Bevilacqua, Rv. 234607: “L’amministratore di società, che, contravvenendo all’obbligo contenuto nell’art. 2392 cod. civ. di impedire non solo gli atti pregiudizievoli per la società ma anche quelli pregiudizievoli per i soci, i creditori o i terzi, non adempie al suo obbligo di garanzia, concorre, ex art. 40 cpv. cod. pen., per omissione, consistita nella mancata vigilanza e nella mancata attivazione per impedire l’adozione di atti di gestione pregiudizievoli, nei delitti fallimentari commessi da altri amministratori, dal momento che anche gli interessi tutelati dalle norme penali fallimentari sono compresi tra quelli affidati alle sue cure”) Sez. 5, n. 36595 del 16/04/2009, Bossio, Rv. 245138; Sez. 5, n. 9736 del 10/02/2009, Cacioppo, Rv. 243023; Sez. 5, n. 32352 del 07/03/2014, Tanzi, Rv. 261938; Sez. 5, n. 23000 del 05/10/2012, dep. 2013, Berlucchi, Rv. 256939).
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E’ sufficiente che si sia semplicemente consapevoli della provenienza delittuosa del denaro al fine di essere condannati per il reato di riciclaggio, senza che importi il fine della propria condotta criminosa Questa è la soluzione alla questione prospettata dai supremi giudici alla fattispecie .
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