Source: http://www.filcams.cgil.it/relazione-e-camellini-su-riforma-p-a-e-sistema-camerale-c-d-filcams-cgil-20-21012015/
Timestamp: 2018-04-25 16:32:18+00:00
Document Index: 186275973

Matched Legal Cases: ['art. 9', 'art. 14', 'art. 15', 'art. 9', 'art. 8', 'art. 28', 'art. 9', 'art. 1']

Relazione E. Camellini su Riforma P.A. e Sistema Camerale C.D. Filcams Cgil, 20-21/01/2015
Buongiorno e benvenuti a tutti alla nostra iniziativa “Società partecipate e speciali. Riforma PA e Sistema Camerale: il futuro dei servizi pubblici e del lavoro." Immagino che molti di voi si staranno chiedendo perché la Filcams Cgil, categoria considerata del “privato”, oggi tiene un’iniziativa che parla di riforma della pubblica amministrazione e del sistema camerale. La risposta è data dal ridisegno, nell’ambito delle riforme attivate, di tutti i livelli della pubblica amministrazione, ricomprendendo anche il ruolo e le funzioni delle società partecipate e speciali di propria emanazione, diretta ed indiretta.
Per loro stessa natura tali società, pur operando nella stragrande maggioranza esclusivamente per gli enti pubblici, sono inquadrate nei settori del privato e conseguentemente i loro dipendenti vedono applicati contratti nazionali dei diversi comparti su cui sviluppano le attività svolte.
Le definizioni per comprendere meglio la catalogazione, la natura e come e perché vengono attivate tali società dai vari soggetti pubblici vi verranno illustrate dall’intervento successivo del professore Lo Bianco.
Molte delle suddette società sono inquadrate nei settori del terziario: dal commercio, al turismo, al multiservizi, ecc. e applicando i relativi ccnl ricadono nella sfera di rappresentanza della Filcams Cgil.
Rappresentanza data, non solo per il contratto nazionale applicato, ma dall’effettiva presenza della nostra categoria, con iscritti e delegati sindacali, in tali società.
I dati pubblicati dall’Istat, il 22 dicembre scorso, sulle partecipate pubbliche in Italia risultanti al 2012, dicono che il mondo di cui parliamo oggi comprende 977.792 lavoratrici e lavoratori, dipendenti di 11.024 unità per le quali si registra una forma di partecipazione pubblica. L’indagine comprende tutte le società delle diverse istituzioni pubbliche: stato, enti locali, sistema camerale, ecc..
La quota di partecipazione pubblica presa in considerazione dall’Istat va da 0,1% fino al 100% del capitale dell’unità partecipata e la partecipazione può essere diretta, indiretta o tramite società controllate.
Di queste 11.024 unità l’Istat riporta che le imprese attive sono 7.685 ed impiegano il 97,3% degli addetti di tutte le partecipate, cioè 951.249 addetti.
Occorre sottolineare, tra i dati diffusi dall’Istat, che quasi il 70% (7.574) delle società è partecipato da un solo soggetto pubblico e che in tale porzione di imprese sono occupati circa 740.000 addetti.
Le imprese partecipate attive sono costituite sotto diverse forme giuridiche: principalmente sono società per azioni, che occupano più dell’80% degli addetti, seguono le società a responsabilità limitata e circa il 20% sono costituite in forma di consorzi, di diritto privato e società cooperative.
L’Istat tra i dati pubblicati nel report ha evidenziato la ripartizione delle società partecipate per settori di attività economica, la suddivisione geografica e la dimensione settoriale e territoriale degli addetti.
Per praticità di relazione segnalo solo i dati più significativi di quest’ultimo spaccato del report Istat, che avete in forma integrale tra il materiale che vi abbiamo consegnato, tenendo presente che la classificazione per settore di attività economica non è una classificazione fatta in base ai contratti nazionali applicati agli addetti, ma effettivamente sull’inquadramento per attività economiche così come definite dalla classificazione utilizzata dalla PA.
I settori di attività economica con il maggior numero di imprese attive, partecipate da un soggetto pubblico, sono le Attività professionali, scientifiche e tecniche, quasi il 14% ma con un numero poco significativo di addetti rispetto alla platea totale, mentre il secondo settore più significativo sono le società di Fornitura di acqua; reti fognarie; attività di trattamento dei rifiuti e risanamento che occupano quasi 95.000 addetti.
Mentre se analizziamo le attività economiche per numero di addetti, i settori più rilevanti sono quelli del Trasporto e magazzinaggio con all’attivo circa 350.000 addetti e le Attività finanziarie e assicurative con quasi 180.000 addetti.
Per ambito geografico è il Centro Italia che rileva il maggior numero di addetti, quasi 510.000, cioè più del 50% degli occupati delle società partecipate attive, di cui la stragrande maggioranza nel Lazio.
Se il dato territoriale viene letto per numero di imprese è il Nord-Ovest, con circa il 28% di società partecipate, l’area del paese più significativa ed in tali realtà sono occupati circa 200.000 addetti. La regione dell’area Nord-Ovest con il numero maggiore di imprese è la Lombardia, con al proprio attivo oltre 110.000 addetti.
Il report, purtroppo, non fornisce riferimenti specifici che permettano di individuare con certezza in quali contratti nazionali sono inquadrabili i lavoratori, ma per deducibilità e per i dati in nostro possesso, possiamo dire che i lavoratori riferibili alla nostra categoria si attestano almeno a 60-70.000 addetti sui circa 952.000 occupati nelle imprese attive, comprensivi di chi opera nel sistema camerale che conta circa 3500 lavoratori occupati nelle le Unioni regionali e le aziende speciali di diretta emanazione, più un numero non definibile di dipendenti delle altre partecipate dal sistema stesso.
Credo che dopo i dati forniti si possa meglio comprendere perché la Filcams, pur essendo categoria del “privato”, ha sentito la necessità e ha voluto lanciare l’iniziativa odierna.
Vorrei sottolineare che i dati fin qui esposti non sono stati forniti per mero esercizio nozionistico, ma sono estremamente importanti per comprendere le dimensioni e la portata delle problematiche da affrontare rispetto alla riorganizzazione delle società partecipate e speciali derivante dal ridisegno della pubblica amministrazione. Va detto che proprio su tale report il commissario Cottarelli ha predisposto le valutazioni alla base delle misure attivate nella spendig review rispetto alle società partecipate.
Il ridisegno della PA è definito nelle diverse fonti normative in materia di riforma della pubblica amministrazione comprendenti il DDL PA n. 1577, la L. 56/2014 (legge Delrio), la L. 114/2014 (legge Madia), ma altresì nelle leggi di stabilità, che si sono susseguite dal 2012 ad oggi e nella diversa decretazione che ha attuato le indicazioni contenute nei piani di revisione di spesa che si sono succedute negli ultimi 3 anni.
Quanto oggi si sta producendo nell’ambito delle società partecipate discende principalmente dalle misure definite nel piano di Spendig Review di Monti tradotte nel decreto 95/2012 “disposizioni urgenti per la riduzione della spesa pubblica a servizi invariati”, che ha previsto, tra le varie misure adottate, lo scioglimento o in alternativa l’alienazione delle società controllate direttamente o indirettamente dalle pubbliche amministrazioni che avessero conseguito nell’anno 2011 un fatturato da prestazione di servizi a favore di pubbliche amministrazioni superiore al 90 per cento.
Di fatto l’attività di scioglimento o alienazione delle società partecipate, previste allora da Monti, sono state ripetutamente rinviate, sia dallo stesso esecutivo di allora che da quelli successi, in quanto si è compreso che l’interruzione delle prestazioni e delle attività svolte dalle diverse società partecipate avrebbero messo a grave rischio la funzionalità stessa della pubblica amministrazione e l’interruzione di servizi pubblici, essenziali e non.
Altresì perché le norme predisposte richiedono tempi molto più lunghi di applicazione di quelli prospettati sulla carta e non sempre le misure tradotte in leggi hanno immediato trasferimento nei fatti.
Del resto, come già denunciato allora dalla nostra Confederazione, la misura sulle società inhouse contenuta nella spendig review di Monti, era una pura misura “demagogica” per sostenere l’abbattimento del costo della politica, che non teneva assolutamente conto della funzioni svolte e delle centinaia di migliaia di posti di lavoro che si sarebbero persi, pur riconoscendo la necessità di addivenire ad una razionalizzazione del sistema delle partecipate.
Nonostante il rallentamento del processo innescato dalle norme predisposte dal governo Monti, i successivi governi e i successivi dispositivi legislativi prodotti hanno continuato nell’azione di rivedere il sistema delle partecipate.
Revisione e riforme che non hanno saputo guardare e mettere in campo una vera razionalizzazione e ottimizzazione del sistema delle partecipate perché il filo conduttore dell’azione legislativa prodotta è stato solo quello di una valutazione di carattere economico e quindi considerando tali realtà come meri centri di costo.
Del resto tutta la riforma della Pubblica Amministrazione ha visto quale leit motiv, l’avanzare della filosofia imperante della classe politica attuale, per cui tutto quello che è pubblico è solo un costo e chi lavora nel pubblico è un mantenuto dalla collettività.
La nostra categoria, così come le altre categorie coinvolte – prima tra tutte la Funzione Pubblica – unitamente alla Confederazione, ha sempre sostenuto la necessità di un processo di riorganizzazione della pubblica amministrazione, nonché l’attivazione di tutte le iniziative utili per contenere sprechi e migliorarne il funzionamento, compresa l’ottimizzazione e il ridimensionamento delle società partecipate, ma abbiamo continuato a denunciare che non è con la politica dei tagli lineari e guardando solo ai parametri del patto di stabilità che si possono pensare riforme strutturali dell’intera macchina pubblica del nostro paese.
Siamo coscienti che le società partecipate sono nate e hanno proliferato da situazioni che non sempre rispondevano alle esigenze di funzionalità della Pubblica Amministrazione, la dimostrazione è che quasi 4000 di queste hanno al loro attivo solo il CdA, ma non possiamo sottovalutare che le attività che svolgono permettono alla stessa PA di erogare e garantire i servizi a cui è preposta.
Si pensi solo alla raccolta rifiuti o la gestione della rete idrica, ma per fare un esempio dei settori più vicino a noi, possiamo facilmente capire cosa significherebbe per la PA non avere chi si occupa del back office delle banche dati.
Per far comprendere meglio le nostre valutazioni, evitando semplificazioni, occorre entrare nel dettaglio di ciò che stiamo vivendo sulla base delle normative introdotte e quali gravissimi effetti si stanno producendo nei confronti delle lavoratrici e dei lavoratori coinvolti, così come occorre oggi fare il punto su quanto fin qui fatto dalla nostra categoria per preparare le iniziative future.
Oggi si sta dando attuazione a quanto previsto nell’ultimo documento di revisione della spesa pubblica prodotto dal commissario Cottarelli che ha visto due aree principali di intervento per il contenimento dei costi della pubblica amministrazione: gli appalti e tutto il sistema delle partecipate.
Con il programma di lavoro del novembre 2013 il commissario ha avviato un percorso per costruire misure di spendig review per il triennio 2014-2017 che prevedevano, nessun risparmio nel 2014, 3,6 miliardi nel 2015, 8,3 miliardi nel 2016 e 11,8 miliardi nel 2017.
Ad aprile 2014, sulla base del programma di Spendig Review messo a punto da Cottarelli e dal comitato interministeriale che ha lavorato con lui, è stato predisposto il decreto legge il 66/2014 “recante misure urgenti per la competitività e la giustizia sociale”.
In tale decreto è stato confermata l’impostazione data da Monti sulla dismissione o l’alienazione delle società partecipate, dando mandato al Commissario di predisporre la razionalizzazione delle aziende speciali, delle istituzioni e delle società direttamente o indirettamente controllate dalle amministrazioni locali, individuando specifiche misure.
Le indicazioni di Cottarelli, contenute nel DL 66/2014 nonché nell’ulteriore documento definito ad agosto 2014, hanno visto, e vedono, ulteriori riduzioni dei trasferimenti di risorse alle amministrazioni centrali e agli enti locali, nonché autonomie funzionali, con la previsione di passare solo per le partecipate di carattere locale da 8000 a 1000 unità.
A tali dispositivi legislativi di carattere più prettamente economico si sono intrecciati quelli di riforma vera e propria a partire dal Disegno di Legge PA (poi divenuto legge delega) e le leggi Delrio e Madia.
Quest’ultime normative entrano in un ambito di più diretta gestione del ridisegno della pubblica amministrazione – lo stesso DDL PA riportava quale titolo “riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche” – fornendo indicazioni sul riordino, sulle nuove e diverse competenze di tutti i livelli della PA ed intervenendo specificatamente sul Riordino delle funzioni e del finanziamento delle camere di commercio (art. 9), sul Riordino della disciplina delle partecipazioni azionarie delle amministrazioni pubbliche (art. 14) e sul Riordino della disciplina dei servizi pubblici locali (art. 15).
Nell’ambito di tale Disegno di Legge, si è definita una delega al Governo con cui intervenire sulla materia complessiva, prevedendo l’emanazione di decreti delegati entro 12 mesi previo passaggio a Conferenza Unificata; Consiglio di Stato e Commissioni parlamentari.
Parte delle misure individuate nella Legge Delega hanno già visto la loro applicazione attraverso le leggi Delrio e Madia ma la produzione legislativa sta proseguendo per dare piena attuazione ai diversi aspetti della riforma.
La questione che si pone però è se i contenuti della legge delega e quanto già contenuto nelle leggi di stabilità e nel D.L. 66/2014 fanno parte di uno stesso progetto o si muovono su due piani diversi.
E’ chiaro che, mentre la legge delega può quasi ricondursi alla predisposizione di un “Testo Unico” – affrontando in chiave di riordino l’insieme delle problematiche, provando a rifuggire da una logica uniformistica che prescinde dal “prodotto” in riferimento alla disciplina dei servizi pubblici locali – i contenuti del D. L. 66/2014 e soprattutto la legge di stabilità rischiano di predeterminare le soluzioni, o meglio, di individuare soluzioni che possono anche essere in contrasto con la portata innovativa che potenzialmente può rappresentare la delega.
Va altresì detto che nella legge delega è assente qualsiasi valutazione in ordine alla problematica relativa agli effetti che i processi attivati hanno sull’occupazione del personale coinvolto, condizione che invece viene presa in considerazione nell’ambito di quanto disposto nel “programma di razionalizzazione delle partecipate locali” varato dal Commissario alla Spending Review ad agosto 2014 e nel D. L. 66/2014.
Di fatto la legge delega disegna, negli articoli 14 e 15 precedentemente citati, come deve essere strutturata la “nuova” Pubblica Amministrazione, partendo dalle definizioni dei diversi ambiti di attività e funzioni svolte dalle partecipate (società strumentali e non strumentali) e riordinando la disciplina dei servizi pubblici locali.
Il Governo e il Parlamento sono successivamente intervenuti specificatamente sulla gestione del personale delle società partecipate, sia riferibili agli enti Statali e Locali, sia al sistema camerale.
Rispetto al riordino complessivo del sistema camerale, che ricomprende il nuovo asset e le funzioni delle società speciali e partecipate dalle Camere di Commercio, va sottolineato che l’art. 9 sopracitato, al momento della definizione da disegno legge a legge delega, è stato abolito in quanto contenente limiti di incostituzionalità.
Per fronteggiare le conseguenze relative alla cancellazione del suddetto articolo è stata avanzata la sostituzione con l’art. 8 bis, presentato sottoforma di emendamento sostenuto dal Governo, che recepisce quanto disposto dall’art. 28 della L. Madia sulla gradualità della riduzione del diritto annuale, rivedendo le funzioni delle camere di Commercio relativamente all’albo delle imprese e dei vari servizi rivolti al sistema produttivo che di fatto venivano cancellati dal precedente art. 9.
Il macroscopico errore commesso dall’esecutivo in termini di legiferazione riteniamo dia chiara evidenza della scarsa conoscenza del funzionamento della macchina pubblica ed esemplifica i limiti di un approccio alla riforma complessiva della PA basato quasi esclusivamente sui tagli per contenere la spesa, invece che su quale modello di Pubblica Amministrazione si vuole dotare questo paese e di quello di cui c’è bisogno.
Ulteriore dimostrazione del limite di conoscenza e funzionamento dei servizi pubblici è dato dalla inapplicabilità, nei tempi e nelle modalità previste, nel riordino delle Provincie contenuto nella legge Delrio e che apre una situazione gravissima sia in termini di continuità delle funzionalità oggi in capo delle stesse, sia sul versante dell’occupazione diretta e dei dipendenti delle partecipate.
Per dare un vero e proprio resoconto di quanto sta intervenendo sulle Provincie vi dovrei leggere la rassegna stampa odierna, visto che i provvedimenti si susseguono di ora in ora giornalmente per riuscire a gestire il processo di riordino delle Provincie in atto.
Ad oggi nonostante l’approvazione della L. 56/2014, che ha trasformato le province in enti di secondo livello, riducendone le funzioni, e facendo nascere dieci città metropolitane, assistiamo quotidianamente allo slittamento di tutti gli adempimenti in esso previsti, mentre sull’altro lato incombe la tabella di marcia della legge di stabilità 190/2014 contenente la riduzione di spesa per il personale del 50% per le Province e del 30% per le città metropolitane a fronte del taglio di 1,2 miliardi di trasferimenti alle Provincie.
Secondo le prime stime, a seguito di quanto fin qui illustrato, più di 19mila dipendenti delle ex Provincie dovrebbero essere ricollocati presso altre amministrazioni.
Dalle funzioni demandate alle nuove realtà provinciali (enti di area vasta e città metropolitane), Regioni e Stato dipende anche la sorte del riordino delle società partecipate precedentemente detenute dalla Provincie. Che contati per difetto vedono coinvolti un pari numero di lavoratori rispetto a quelli da ricollocare in altre amministrazioni, la maggior parte dei quali riferibili alla nostra area di rappresentanza.
La norma prevedeva che entro il 31.12.2014 tutte le competenze detenute dalle Provincie trovassero il definitivo riordino attraverso individuazione delle funzioni che rimanevano in capo alle nuove istituzioni provinciali – enti di “area vasta” – o sostituite dalle città metropolitane, e quali da trasferire in capo a Stato e Regioni.
Le Regioni, però, sono in grave ritardo, così come gli statuti degli enti riformati, anche questi attesi entro lo scorso dicembre.
Secondo le rilevazioni dell’Unione province italiane (Upi), per quanto riguarda gli enti a statuto ordinario (le Regioni speciali seguono percorsi propri), otto Regioni – Toscana, Marche, Emilia Romagna, Basilicata, Umbria, Calabria, Molise e Campania – non hanno ancora adottato alcun atto legislativo per ripartire le funzioni residuali delle Province. Altre sette amministrazioni – Lazio, Abruzzo, Puglia, Piemonte, Lombardia, Liguria e Veneto – hanno approvato delibere di giunta, impegnandosi a presentare proposte di legge sulla distribuzione delle competenze. Siamo comunque ben lontani dal renderle operative, visto che sono state definite solo le linee di indirizzo.
Lo Stato da parte sua è leggermente in vantaggio avendo sottoscritto a settembre scorso “l’accordo con le Regioni, sancito in Conferenza unificata, sentite le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentativa, concernente l’individuazione delle funzioni di cui al comma 89 dell’art. 1 della Legge del Rio, nonché l’avvenuta pubblicazione del relativo Decreto del Presidente del Consiglio 26 settembre (Gazzetta Ufficiale del 12 novembre)”.
Intanto, la legge di stabilità, oltre al taglio delle risorse ha fissato un serrato cronoprogramma secondo il quale a partire da aprile parte del personale dovrà già migrare verso altre amministrazioni.
Condizione non perseguibile anche dallo Stato, nonostante gli accordi raggiunti, tant’è che nel decreto proroghe approvato il 31.12.2014 è stato predisposto il mantenimento fino al 31.12.2015 dei contratti in essere del personale terziarizzato occupato nelle Agenzie per l’Impiego per tramite appalti e/o concessioni a società partecipate e non. Ciò in quanto le funzioni relative alle politiche del lavoro dovrebbero passare dalle Provincie all’amministrazione centrale, ma non essendo ancora definitivo l’orientamento assunto per evitare il blocco dei servizi all’impiego si è ricorsi alla classica misura tampone.
Ancora una volta si conferma l’inefficacia di norme studiate sulla carta e la produzione di un progetto insostenibile nei fatti.
Alla definizione del quadro normativo illustrato, la Cgil e le categorie coinvolte non sono state alla finestra a guardare, ma si sono attivate in tutte le iniziative possibili per arginare situazioni ben peggiori che i sopra elencati provvedimenti potevano creare.
Principalmente si è dato vita ad un coordinamento a livello nazionale, con regia della Confederazione, che ha visto il coinvolgimento di tutte le categorie interessate di volta in volta, dalle diverse misure legislative in via di definizione.
Tale coordinamento ha permesso di intervenire in modo puntuale e sinergico sulla predisposizione di documenti con le nostre proposte, nonché con emendamenti, che tenessero conto della molteplicità degli interessi in campo di tutti i lavoratori coinvolti, superando così anche le difficoltà di relazione tra categorie.
Non nascondiamo che in alcune situazioni, come nei primi momenti di gestione del riordino del sistema camerale, la Filcams ha rischiato di andare in rotta di collisione con la FP Cgil, perché è facile entrare anche tra di noi nella spirale che quelli che devono uscire sono gli altri così i miei li salvo tutti.
Ma come dicevo il tutto è durato un attimo e immediatamente dopo si è proceduto sempre fianco a fianco nelle iniziative sia sulla vertenza delle Camere di Commercio, sia quella del riordino delle Provincie che ha visto in diverse realtà territoriali i lavoratori della Filcams, occupati nelle società partecipate e negli appalti, uniti ai dipendenti delle amministrazioni provinciali nelle occupazioni che si sono fatte a dicembre scorso.
Tornando al lavoro svolto per arginare la deriva avviata dalla riforma della PA, come dicevo in precedenza, sono stati importanti i documenti e gli emendamenti prodotti, nonché le iniziative più tradizionalmente sindacali, perché hanno permesso di modificare i dispositivi normativi in via di definizione.
Se guardiamo ad esempio al riordino del sistema camerale il risultato della riduzione, e non della cancellazione, del diritto annuale con una gradualità sostenibile, come definito nei contenuti della Legge Madia, è stato frutto delle iniziative sindacali attivate unitariamente dalla Funzione Pubblica con il nostro pieno sostegno e il pressing esercitato dalla Confederazione sui vari livelli politici.
Tale misura ha permesso tra l’altro di aprire uno spazio importante di confronto costante con il sistema camerale sia a livello nazionale, che periferico, e di avere due tavoli di trattativa paralleli, ed in alcuni casi congiunti, che vedono la presenza da una parte di Unioncamere e le categorie del pubblico impiego per gli aspetti che riguardano dipendenti delle Camere di Commercio e dall’altra Unioncamere, Filcams, Fisascat e Uiltucs per le questioni relative ai dipendenti delle società speciali e partecipate che applicano i Ccnl del terziario. Va ricordato che il personale di tali società applica per la stragrande maggioranza i nostri Ccnl.
Con Unioncamere ad agosto la Fp Cgil ha sottoscritto un protocollo unitario per la gestione delle ricadute occupazionali derivanti dal riordino delle Camere di Commercio per i dipendenti diretti, che contiene la necessità di avviare i medesimi percorsi in tutte le istanze del sistema camerale per poter avere il minor impatto possibile, in termini occupazionali, sull’intera platea dei lavoratori interessati e mantenere una funzionalità dei servizi erogati.
Tale impostazione ha permesso alla nostra categoria di definire un pari protocollo con Unioncamere il 10 dicembre 2014, con l’impegno a formulare congiuntamente delle linee guida da destinare alle rispettive strutture territoriali per affrontare la vertenza e mettere in campo tutte le possibili azioni utili a garantire il funzionamento del sistema camerale e il minor impatto possibile in termini occupazionali.
Linee guida che abbiamo discusso e di massima definito, nell’incontro svoltosi il 16 gennaio scorso, con la predisposizione di un apposito accordo che prevede: l’invio di un interpello, a carattere congiunto con Unioncamere, al Ministero del Lavoro per comprendere effettivamente la possibilità di ricorrere agli ammortizzatori sociali, utili a sostenere il piano di riorganizzazione; un impianto di relazioni sindacali che permettano il confronto preventivo sulle scelte organizzative delle Camere di Commercio rispetto alle società speciali e partecipate; l’attivazione di strumenti di flessibilità concordata e di iniziative sull’organizzazione del lavoro per il maggior riassorbimento possibile degli esuberi; verifiche con gli istituti preposti per un piano di uscite volontarie incentivate, legate ai parametri di quiescenza, nonché per la definizione di un apposito piano di prepensionamenti.
Mentre per le Provincie, sempre grazie all’intervento riuscito della Fp e della Confederazione, il protocollo e il conseguente D.P.C.M. prevede già il confronto con le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative sul piano nazionale per l’attuazione di quanto previsto dalla Legge Delrio, sia per quanto riguarda il personale direttamente dipendente da tali istituzioni, che quello coinvolto nelle società partecipate.
Ad esempio la Regione Toscana, qui presente con il proprio rappresentante, ha già attivato momenti di confronto con la Filcams Toscana unitariamente a Fisascat e Uiltucs per affrontare i riflessi occupazionali per i lavoratori occupati nelle società partecipate e anche per i lavoratori impiegati sugli appalti detenuti dalle Provincie.
Perché va detto che complessivamente le riforme avviate, non colpiscono solo i lavoratori che noi rappresentiamo nelle società partecipate, ma colpiscono pesantemente anche tutti i dipendenti degli appalti che operano sia nelle stesse società, che nelle istituzioni provinciali. Quindi comprenderete perfettamente l’importanza che riveste per la Filcams la trattazione delle conseguenze connesse alle riforme della Pubblica Amministrazione in corso di attuazione.
Stente quanto fin qui esposto possiamo riaffermare che si è avviata una riforma della PA che ragiona quasi esclusivamente sul piano economico e di tagli di spesa, invece che su come rendere efficiente e funzionante la Pubblica Amministrazione così come chiedono da tempo i cittadini.
Allora se partiamo da questo assunto, riteniamo che per le società partecipate era, ed è, necessario elaborare un “piano industriale” che individui puntualmente quali sono le funzioni e le attività da svolgere da parte delle stesse, per permettere alla PA di continuare ad erogare i servizi alla cittadinanza.
Non va sottovalutato che nel sistema delle PA mancano professionalità e assetti organizzativi tali da garantire la continuità delle prestazioni, in quanto finora è stato dato demando alle società partecipate di occuparsi di determinati servizi e a fronte del blocco delle assunzioni.
Il “piano industriale” dovrebbe: riformare e diversificare le normative e le modalità con le quali affrontare il tema del riordino facendo le opportune distinzioni tra partecipate industriali, strumentali e quelle di gestione dei servizi a rilevanza economica; ridurre il numero, aggregando e incentivando gli accorpamenti, soprattutto a livello locale; individuare tra gli strumenti già definiti nelle normative vigenti come garantire occupazione e la continuità dei servizi erogati dalla PA.
Per giungere al termine della mia relazione vorrei individuare alcuni punti di riflessione su cui continuare la nostra azione sindacale, sia come singola categoria ma soprattutto in continuità con le altre categorie coinvolte, nell’alveo del coordinamento Confederale attivato.
Riflessioni che tra l’altro sono già frutto della sintesi scaturita nel nostro costante confronto interno sulle diverse normative che si sono succedute e rispetto a quelle in via di definizione, per continuare a predisporre le nostre iniziative finalizzate a:
-Realizzare una corretta documentazione informativa rivolta ai lavoratori coinvolti, ma anche per far conoscere il nostro punto di vista al legislatore e a tutte le forze politiche, anche attraverso l’azione emendativa, per vedere di porre soluzioni ai problemi fin qui evidenziati;
-produrre quante più iniziative congiunte tra le diverse categorie interessate, per far convergere i lavoratori su obiettivi comuni di tutela dell’occupazione e buon funzionamento dei servizi pubblici, pur in un’ottica di razionalizzazione. Un’azione immediatamente attivabile, ad esempio, nell’ambito del riordino delle Provincie è l’apertura di tavoli di confronto con le amministrazioni Regionali per l’attivazione dell’esame congiunto, così come previsto D.P.C.M. 26 settembre 2014, sugli effetti del processo di riordino, alle garanzie occupazionali sui lavoratori dipendenti e precari della PA, nonchè per le società partecipate;
-provare a progettare regole comuni a partire dalla governance e dalla responsabilità delle amministrazioni pubbliche, in riferimento ai vari servizi, su cui chiamare al confronto le varie istanze della Pubblica Amministrazione, sia centrale che locale;
-avviare campagne di sensibilizzazione perché si superi il concetto che la Pubblica Amministrazione e chi vi opera è un mero costo e che la crisi attuale si risolve solo con la compressione della spesa pubblica a discapito della funzionalità della PA stessa. Mentre è ormai scientificamente provato che il rilancio passa anche da una revisione della spesa che colpisce le inefficienze e gli sprechi, ma non distrugge il servizio pubblico, impostazione utilizzata dalla maggior parte degli altri paesi europei;
-coinvolgere quanto più possibile le altre confederazioni per elaborare unitariamente le linee di gestione e di iniziativa utili a sostenere la tutela dell’occupazione e di un buon servizio pubblico.
Ovviamente come Filcams non lasceremo intentato nessuno degli obiettivi sopra illustrati, accompagnando le nostre azioni alle iniziative più tradizionalmente sindacali. Come già fatto con le manifestazioni svolte a livello locale per portare avanti le rivendicazioni dei lavoratori delle società partecipate e speciali e a livello nazionale con la nostra attiva adesione alle iniziative delle altre categorie coinvolte nei processi di riforma in atto.
Ringrazio ancora tutti per la partecipazione alla nostra iniziativa odierna e rivolgo un ringraziamento particolare ai nostri ospiti oggi intervenuti in rappresentanza delle diverse istituzioni della pubblica amministrazione, con cui vorremmo aprire già in questa sede un confronto sugli argomenti affrontati e vedere che spazi di interlocuzione si possono aprire sugli obiettivi individuati.