Source: http://giurisprudenzacomunitaria.blogspot.com/2011/10/
Timestamp: 2018-10-17 01:21:46+00:00
Document Index: 94132147

Matched Legal Cases: ['art. 5', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 6']

Giurisprudenza Comunitaria: ottobre 2011
- VIOLAZIONE DEI DIRITTI DELLA PERSONALITA' - LUOGO IN CUI L'EVENTO DANNOSO E' AVVENUTO O PUO' AVVENIRE
La Corte di Giustizia, adita da due domande di pronuncia pregiudiziale proposte dal Bundesgerichtshof (Corte federale di giustizia, Germania) e dal Tribunal de grande instance de Paris, ha stabilito i seguenti principi: a) che l’art. 5, punto 3, del regolamento (CE) del Consiglio del 22 dicembre 2000, n. 44/2001, concernente la competenza giurisdizionale, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale, deve essere interpretato nel senso che, in caso di asserita violazione dei diritti della personalità per mezzo di contenuti messi in rete su un sito Internet, la persona che si ritiene lesa ha la facoltà di esperire un’azione di risarcimento, per la totalità del danno cagionato, o dinanzi ai giudici dello Stato membro del luogo di stabilimento del soggetto che ha emesso tali contenuti, o dinanzi ai giudici dello Stato membro in cui si trova il proprio centro d’interessi; b) che in luogo di un’azione di risarcimento per la totalità del danno cagionato, tale persona può altresì esperire un’azione dinanzi ai giudici di ogni Stato membro sul cui territorio un’informazione messa in rete sia accessibile oppure lo sia stata (questi ultimi sono competenti a conoscere del solo danno cagionato sul territorio dello Stato membro del giudice adito); c) che l’art. 3 della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 8 giugno 2000, 2000/31/CE, relativa a taluni aspetti giuridici dei servizi della società dell’informazione (direttiva sul “commercio elettronico”), deve essere interpretato nel senso che esso non impone un recepimento in forma di norma specifica di conflitto. Nondimeno, per quanto attiene all’ambito regolamentato, gli Stati membri devono assicurare che, fatte salve le deroghe autorizzate alle condizioni previste dall’art. 3, n. 4, della direttiva 2000/31, il prestatore di un servizio del commercio elettronico non sia assoggettato a prescrizioni più rigorose di quelle previste dal diritto sostanziale applicabile nello Stato membro in cui egli è stabilito. In particolare, la Corte ha osservato che la pubblicazione di contenuti su Internet si distingue dalla diffusione − circoscritta territorialmente − di un testo a stampa, in quanto detti contenuti possono essere consultati istantaneamente da un numero indefinito di internauti, ovunque nel mondo. Pertanto la diffusione universale, da una parte, può aumentare la gravità delle violazioni dei diritti della personalità e, dall’altra, rende estremamente difficile individuare i luoghi di concretizzazione del danno derivante da tali violazioni. Ciò posto, poiché l’impatto di un’informazione messa in rete sui diritti della personalità di un determinato soggetto può essere valutata meglio dal giudice del luogo in cui la vittima possiede il proprio centro di interessi, la Corte ha individuato tale giudice come quello competente per la totalità dei danni causati sul territorio dell’Unione europea, precisando che il luogo in cui una persona ha il proprio centro di interessi corrisponde, in via generale, alla sua residenza abituale.
Testo Completo: Sentenza della Corte di giustizia delle Comunità europee del 25 ottobre 2011
Conclusioni dell’avvocato generale nella causa C-495/10
Centre hospitalier universitaire de Besançon / Thomas Dutreux e Caisse primaire d’assurance maladie du Jura
(C‑34/10) PROPRIETA' INTELLETTUALE - PROTEZIONE GIURIDICA DELLE INVENZIONI BIOTECNOLOGICHE
- ESCLUSIONE DELL'UTILIZZAZIONE DI EMBRIONI UMANI A FINI INDUSTRIALI O COMMERCIALI - NOZIONI DI "EMBRIONE UMANO" E DI "UTILIZZAZIONE A FINI INDUSTRIALI O COMMERCIALI"
La Corte di Giustizia, adita dalla Corte federale di Cassazione della Germania, ha stabilito che l’art. 6, n. 2, lett. c), della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio del 6 luglio 1998, 98/44/CE, sulla protezione giuridica delle invenzioni biotecnologiche, deve essere interpretato nel senso che: a) costituisce un «embrione umano» qualunque ovulo umano fin dalla fecondazione, qualunque ovulo umano non fecondato in cui sia stato impiantato il nucleo di una cellula umana matura e qualunque ovulo umano non fecondato che, attraverso partenogenesi, sia stato indotto a dividersi e a svilupparsi; b) spetta al giudice nazionale stabilire, in considerazione degli sviluppi della scienza, se una cellula staminale ricavata da un embrione umano nello stadio di blastocisti costituisca un «embrione umano» ai sensi dell’art. 6, n. 2, lett. c), della direttiva 98/44; c) l’esclusione dalla brevettabilità relativa all’utilizzazione di embrioni umani a fini industriali o commerciali, enunciata all’art. 6, n. 2, lett. c), della direttiva 98/44, riguarda altresì l’utilizzazione a fini di ricerca scientifica, mentre solo l’utilizzazione per finalità terapeutiche o diagnostiche che si applichi all’embrione umano e sia utile a quest’ultimo può essere oggetto di un brevetto; d) l’art. 6, n. 2, lett. c), della direttiva 98/44 esclude la brevettabilità di un’invenzione qualora l’insegnamento tecnico oggetto della domanda di brevetto richieda la previa distruzione di embrioni umani o la loro utilizzazione come materiale di partenza, indipendentemente dallo stadio in cui esse hanno luogo e anche qualora la descrizione dell’insegnamento tecnico oggetto di rivendicazione non menzioni l’utilizzazione di embrioni umani. In particolare, in sede di esame della nozione di «embrione umano», la Corte ha sottolineato che, pur non essendo chiamata ad affrontare questioni di natura medica o etica, il contesto e la finalità della direttiva su menzionata rivelano che il legislatore dell’Unione ha inteso escludere qualsiasi possibilità di ottenere un brevetto quando il rispetto dovuto alla dignità umana può esserne pregiudicato. Ne consegue che la nozione di «embrione umano» deve essere intesa in senso ampio e che sin dalla fase della sua fecondazione qualsiasi ovulo umano deve essere considerato come un «embrione umano», dal momento che la fecondazione è tale da dare l’avvio al processo di sviluppo di un essere umano. Deve essere pertanto riconosciuta la qualificazione di «embrione umano» anche all’ovulo umano non fecondato in cui sia stato impiantato il nucleo di una cellula umana matura e all’ovulo umano non fecondato indotto a dividersi e a svilupparsi attraverso partenogenesi.
Testo Completo: Sentenza della Corte di giustizia delle Comunità europee del 18 ottobre 2011
25 Si deve ricordare che, secondo una costante giurisprudenza, l’applicazione uniforme tanto del diritto dell’Unione quanto del principio di uguaglianza esige che una disposizione del diritto dell’Unione che non contenga alcun espresso richiamo al diritto degli Stati membri per quanto riguarda la determinazione del suo senso e della sua portata debba normalmente dar luogo, in tutta l’Unione, ad un’interpretazione autonoma e uniforme (v., in particolare, sentenze 18 gennaio 1984, causa 327/82, Ekro, Racc. pag. I‑107, punto 11; 19 settembre 2000, causa C‑287/98, Linster, Racc. pag. I‑6917, punto 43; 16 luglio 2009, causa C‑5/08, Infopaq International, Racc. pag. I‑6569, punto 27, e 21 ottobre 2010, causa C‑467/08, Padawan, non ancora pubblicata nella Raccolta, punto 32).