Source: http://www3.unisi.it/dipec/palomar/64_2016.html
Timestamp: 2017-09-23 20:13:55+00:00
Document Index: 179938655

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art 17', 'art. 266', 'art. 266', 'art. 333', 'art. 333', 'art. 111', 'art. 2', 'art. 125', 'art. 144', 'art. 154', 'art. 138', 'art. 141', 'art. 140', 'art. 88', 'art. 88', 'art. 90', 'art. 89', 'art. 94', 'art. 96', 'art. 95', 'art. 98', 'art. 148', 'art.103', 'art. 104', 'art. 86', 'art. 146', 'art. 149', 'art. 147', 'art. 131', 'art. 155', 'art. 151', 'art. 115', 'art. 157', 'art. 167', 'art. 168', 'art. 169', 'art. 150', 'art. 213', 'art. 47', 'sentenza ', 'art. 129', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 86', 'art. 218', 'art. 218', 'art. 1', 'art. 38', 'art. 514', 'art. 6', 'art. 120', '§ 1', 'art. 103', 'art. 19', 'art. 38', 'art. 19', 'sentenza ', 'art. 24', 'art. 19', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 14', 'art. 241', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 7', 'art. 14', 'sentenza ', 'art 7', 'art. 7', 'art 14', 'art. 8', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 8', 'sentenza ', 'art. 144', 'art. 142', 'art. 211', 'art. 264', 'art. 88', 'art. 217', 'art. 115', 'sentenza ', 'art. 8', 'art. 14', 'art. 126', 'art. 68', 'art. 68', 'art. 85', 'art. 104', 'art. 13', 'art. 95', 'art. 24', 'sentenza ', 'art. 245', 'sentenza ', 'art. 29', 'art. 22', 'art. 6', 'art. 203', 'art. 281', 'art. 8', 'art. 76', 'art. 93', 'art. 37', 'art. 101', 'art. 172', 'art. 17', 'art. 90', 'art. 148', 'art. 2', 'art. 4', 'art. 5', 'art. 118', 'art. 8', 'art. 9', 'art.22', 'art. 23', 'art. 25', 'art. 26', 'art. 27', 'art. 28', 'art. 29', 'art. 30', 'art. 38', 'art. 120', 'art. 52', 'art. 60', 'art. 71', 'art. 148', 'art. 77', 'art. 78', 'art. 79', 'art. 80', 'art. 69', 'art. 31', 'art. 28', 'art. 36', 'art. 60', 'art. 148', 'art 148', 'art. 118', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 370', 'art. 49', 'art. 39', 'art. 39', 'art. 52', 'art. 39', 'art. 39', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 36', 'art. 36', 'art. 95']

Palomar - n. 64 - gennaio 2016
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ALGERIA – Approvata una legge sulla violenza domestica
ARMENIA – Un referendum popolare approva una nuova Costituzione. Cambia la forma di governo
BELGIO – Corte di primo grado chiede a Facebook di cessare di tracciare gli internauti non iscritti
BRASILE – Impeachment contro la Presidente Dilma Rousseff: il Supremo Tribunale federale interviene a definire alcune regole procedurali
BULGARIA − Modificata la disciplina costituzionale dell’ordinamento giudiziario
CANADA – Il Governo permette alle donne islamiche di indossare il niqab in occasione del giuramento per la cittadinanza
CANADA – La Corte suprema ha affermato che nella provincia dell’Alberta non vige alcun diritto costituzionale al bilinguismo legislativo
CANADA – La legge sul suicidio assistito adottata dal Québec non è contraria al codice penale federale
CORTE AFRICANA DEI DIRITTI DEL’UOMO E DEI POPOLI – La Corte interviene in materia di diritto al giusto processo
CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO – Le misure di sorveglianza devono essere soggette ad una preventiva autorizzazione giudiziale
ECUADOR – Il Parlamento approva 15 emendamenti costituzionali
GERMANIA – Il Parlamento tedesco approva la legge sul suicidio assistito
GIAPPONE – La Corte suprema interviene sul cognome familiare
GRECIA – Approvata la legge sulle unioni civili tra persone dello stesso sesso
GUINEA BISSAU – Grave crisi politico-istituzionale nel Paese
INDONESIA – Rafforzati i poteri del Presidente della Repubblica nelle indagini riguardanti i parlamentari
INDONESIA – Repressione dell’omosessualità in applicazione della sharia nella regione autonoma di Aceh
MESSICO – La Corte suprema dichiara incostituzionale la proibizione del consumo personale a fini ricreativi della marihuana
MONGOLIA – Abolita la pena di morte e approvata una legge sull’amnistia
ORGANIZZAZIONE DELLE NAZIONI UNITE – Approvato a Parigi l'accordo sul clima
PERÙ – Approvata una nuova legge contro il femminicidio e le violenze sulle donne
PERÙ – Il Congresso approva una legge per la tutela della donna lavoratrice
POLONIA – Approvata una legge di modifica del funzionamento della Corte costituzionale
PORTOGALLO – Il Tribunale costituzionale annulla le sanzioni disciplinari comminate dal Partido Social Democrata a quattro suoi deputati che avevano votato contro la legge di bilancio per il 2015
REGNO UNITO – La Supreme Court ha dichiarato non illegittima ai sensi della CEDU la legge che impone ai cittadini stranieri, coniugati con cittadini inglesi, di sostenere un test di competenze linguistiche
REGNO UNITO – La Court of Appeal dell’Inghilterra e del Galles ha dichiarato non illegittima la disciplina pensionistica che esclude dalla successione nel trattamento previdenziale i coniugi dello stesso sesso
REPUBBLICA CENTRAFRICANA – Approvata con referendum la nuova Costituzione
REPUBBLICA DEL CONGO – Approvata una nuova Costituzione
REPUBBLICA DOMINICANA – Il Tribunale costituzionale reintroduce il divieto totale di aborto
RUANDA – Approvata una revisione costituzionale che modifica il mandato presidenziale
SLOVACCHIA – Modificato l’art 17 della Costituzione
SLOVENIA – Si è svolto un referendum sui matrimoni omosessuali
SPAGNA – Il Tribunale costituzionale dichiara illegittima la risoluzione sull’indipendenza catalana
STATI UNITI – In California entra in vigore la nuova legge sul fine vita
TUNISIA – Approvata la legge che istituisce la Corte costituzionale
TUNISIA – L’Istanza provvisoria per il controllo di costituzionalità delle leggi dichiara, per la seconda volta, illegittima la legge istitutiva del Consiglio superiore della magistratura
UNIONE EUROPEA – La Corte di Giustizia si pronuncia sulla interdizione a tempo indeterminato dal diritto di voto
UNIONE EUROPEA – La Corte di Giustizia si pronuncia sul trattamento dei dati personali
VIETNAM – Approvata una nuova legge sui matrimoni e sulla disciplina della maternità e del diritto di famiglia
Il 30 dicembre 2015 è stata promulgata la legge n. 15-19 volta ad emendare il codice penale nazionale (ordonnance n. 66-156 dell’8 giugno 1966) inserendo, tra l’altro, al suo interno misure specifiche contro la violenza sulle donne. La proposta era stata inizialmente presentata dal Ministro della giustizia, Tayeb Louh, e, a marzo 2015, era stata approvata dall’Assemblea popolare nazionale (ANP). Successivamente, il testo è però rimasto bloccato per circa dieci mesi presso il Consiglio della Nazione, la camera alta algerina, prima di essere iscritto all’ordine del giorno e infine votato il 10 dicembre. A causare un simile ritardo è stata soprattutto l’opposizione esercitata dai partiti islamisti, i quali hanno criticato il testo che, da un lato, sarebbe in contrasto con i precetti coranici e, dall’altro, favorirebbe lo smembramento della famiglia nonché le relazioni extra-coniugali.
La legge inserisce all’interno del codice il nuovo art. 266 bis, in base al quale chiunque aggredisca intenzionalmente il proprio coniuge è soggetto ad una reclusione che va da un periodo minimo di uno o tre anni, nel caso in cui le ferite riportate non abbiano compromesso la capacità di lavoro della vittima per più di quindici giorni, fino ad una reclusione di dieci o venti anni, in presenza di mutilazioni, amputazioni o altri danni permanenti, o persino all’ergastolo, qualora l’aggressione abbia causato la morte della vittima.
Ciononostante, nel testo della nuova legge si afferma espressamente che qualora la vittima perdoni il coniuge o l’ex-coniuge, le azioni penali nei confronti di quest’ultimo cadono del tutto nell’ipotesi di lesioni più lievi e portano ad un dimezzamento della pena nell’ipotesi in cui siano state inflitte lesioni che hanno causato una infermità permanente. Tale disposizione ha suscitato forti critiche da parte delle organizzazioni per la difesa dei diritti umani secondo cui essa potrebbe vanificare lo scopo dell’intera legge.
Oltre all’aggressione fisica nei confronti del coniuge, la nuova legge punisce anche quella verbale e psicologica (art. 266 bis 1), con una reclusione che va da uno a tre anni, salvo ricevere il perdono da parte della vittima.
Infine, sono inserite all’interno del codice penale nuove disposizioni che sanzionano in maniera più puntuale le aggressioni lesive del pudore o dell’integrità sessuale della persona o che costituiscano molestie sessuali. Il nuovo art. 333 bis 2 del codice penale dispone infatti che chiunque importuni una donna in un luogo pubblico, violando il suo pudore, può essere punito con una reclusione della durata massima di sei mesi e con il pagamento di una multa dai 20 mila ai 100 mila dinari (pena che raddoppia nel caso in cui la vittima abbia un’età inferiore ai sedici anni). L’aggressione sessuale è invece punita con una reclusione fino a tre anni e una multa che va dai 100 mila ai 500 mila dinari (art. 333 bis 3). (Ester Stefanelli)
L’Armenia ha scelto un sistema di governo parlamentare: questa è sicuramente la novità di maggior rilievo della riforma costituzionale sottoposta a referendum popolare il 6 dicembre 2015. La riforma costituzionale armena è interessante non solo per la modifica della forma di governo, ma anche per le modalità con cui è stata discussa e redatta, visto che è stata elaborata con l’ausilio determinante del Consiglio d’Europa.
Il 21 settembre 1991 l’Armenia dichiarò la sua indipendenza dall'Unione Sovietica e già nell’ottobre successivo venne eletto a suffragio universale il primo Presidente; l’anno dopo l'Armenia entrò a far parte dell'ONU e istituì una commissione mista di giuristi e parlamentari che in tre anni elaborò la Costituzione. Al pari di molte ex repubbliche sovietiche, anche l’Armenia optò per una forma di governo semipresidenziale, prendendo come esplicito punto di riferimento la Costituzione francese del 1958. Il 5 luglio 1995 la Costituzione armena venne sottoposta a referendum popolare e fu approvata con il 68% dei voti favorevoli. La Costituzione venne poi emendata il 27 novembre 2005. La modifica, approvata con referendum (70% dei voti favorevoli), riequilibrò i poteri dell’Assemblea nazionale, aumentandone le prerogative, pur continuando a conservare un sistema semipresidenziale. Nel 2013, su impulso politico dell’attuale Presidente della Repubblica, Serž Sargsyan, si decise di aprire un nuovo processo di revisione costituzionale. Il 6 dicembre 2015 gli elettori sono stati chiamati a pronunciarsi su un progetto di nuova Costituzione, redatto e discusso assieme alla Commissione di Venezia. Il referendum è stato indetto con decreto presidenziale dell’8 ottobre 2015, sulla base di quanto disposto dall’art. 111 della Costituzione allora vigente secondo cui ogni procedimento di revisione costituzionale deve necessariamente essere sottoposto a referendum. Alla consultazione referendaria del 6 dicembre scorso, si è registrata un'affluenza del 50,8% degli elettori e il testo è stato approvato con il 66,2% dei voti favorevoli.
Prima di esaminare le novità relative alla nuova forma di governo, è interessante evidenziare come si è svolto il procedimento di revisione costituzionale, giacché il progetto di una nuova Costituzione è stato redatto dal legislatore armeno con il supporto determinante di un organismo internazionale, quale la Commissione di Venezia, che dal 1990 aiuta gli Stati a redigere delle Carte conformi agli standard del patrimonio costituzionale europeo. La Commissione è infatti composta da giuristi indipendenti di fama internazionale che sono individuati per la loro esperienza nelle istituzioni democratiche o per il loro contributo allo sviluppo del diritto e della scienza politica (art. 2 dello Statuto istitutivo). I membri della Commissione possono essere professori universitari, di diritto costituzionale o di diritto internazionale, giudici di Corti supreme o costituzionali o membri di parlamenti nazionali. Essi sono designati, per quattro anni, dagli Stati membri della Commissione ma agiscono in piena autonomia e indipendenza. Nel procedimento di revisione armeno, quest’organismo internazionale ha svolto un ruolo molto importante perché ha costantemente collaborato con l’apposita Commissione costituzionale armena incaricata di redigere il nuovo testo costituzionale. Questa Commissione costituzionale fu istituita con decreto del Presidente della Repubblica il 4 settembre 2013 che ne ha attribuito la presidenza al Presidente della Corte costituzionale armena. Il 1° novembre 2013 la Commissione costituzionale chiese al Consiglio d’Europa, e precisamente alla Commissione di Venezia, di essere assistita nei suoi lavori. Al termine di un confronto tra la Commissione nazionale e la Commissione di Venezia, protrattosi per quasi due anni, è stato elaborato un testo che è stato successivamente presentato al Presidente della Repubblica Serzh Sargsyan e adottato il 5 ottobre 2015 dall’Assemblea nazionale, il Parlamento monocamerale armeno, composto da 131 membri, eletti per quattro anni, di cui 41 eletti in collegi uninominali e 90 attribuiti con sistema proporzionale, con soglia di sbarramento al 5%. Il progetto di revisione integrale della Costituzione è stato adottato con 104 voti favorevoli, 10 contrari e 3 astenuti. Successivamente, come detto sopra, il progetto è stato sottoposto al corpo elettorale mediante referendum confermativo.
Con il referendum del 6 dicembre si è avuta una revisione integrale della Costituzione perché sono state totalmente riscritte sia le disposizioni relative ai diritti fondamentali sia quelle relative all’ordinamento istituzionale. Quest’ultime entreranno in vigore tra il 2017 e il 2018, modificheranno l'ordinamento politico del paese, sostituendo l’attuale forma di governo semipresidenziale con una parlamentare.
Il nuovo testo ridimensiona innanzitutto il ruolo del Presidente della Repubblica che non sarà più eletto a suffragio universale e diretto, bensì dall’Assemblea nazionale, e resterà in carica per un unico mandato di sette anni, mentre fino ad oggi il mandato era di cinque anni, rinnovabile una sola volta. Sono stati altresì modificati i requisiti di eleggibilità: può essere eletto chiunque abbia compiuto quarant’anni, sia cittadino armeno da almeno sei anni, sia stato residente nel territorio nazionale nei sei anni precedenti e conosca la lingua armena (art. 125). Quest’ultima è una delle novità inserite nel testo al pari della previsione che, durante il mandato, il Presidente non può aderire ad alcun partito o movimento politico proprio per accentuare il suo nuovo ruolo di organo di garanzia. Quanto agli altri requisiti di eleggibilità, si tratta di un mero aggiornamento: fino ad oggi occorreva infatti che il candidato alla presidenza fosse un cittadino residente nel Paese da almeno dieci anni. Quanto alle nuove modalità di elezione si prevede che la candidatura a Presidente sia sottoscritta da almeno un quarto dei parlamentari e che sia eletto a scrutinio segreto dall’Assemblea nazionale: al primo scrutinio occorre la maggioranza dei tre quarti dei componenti che al secondo scende a tre quinti. Qualora il presidente non sia stato ancora eletto, si procede al ballottaggio tra i due candidati più votati e per essere eletti è necessario che uno dei due ottenga la maggioranza assoluta degli aventi diritto; in caso contrario, si tiene, entro i successivi dieci giorni, una nuova votazione. Prima di entrare in carica, il Presidente presta giuramento di fedeltà alla Costituzione dinanzi alla stessa Assemblea nazionale. In caso di conclusione anticipata del mandato presidenziale per dimissioni, impeachment o altra causa, le elezioni straordinarie per il nuovo Presidente devono tenersi tra il venticinquesimo e il trentacinquesimo giorno successivo alla vacanza della carica. Durante tale periodo, così come in caso di malattia del Presidente, le relative funzioni sono esercitate dal Presidente dell’Assemblea nazionale (art. 144).
Occorre osservare che la nuova Carta, che continua a definire il Presidente capo dello Stato, non gli attribuisce più né il compito di vigilare sul regolare funzionamento degli organi legislativi, esecutivi e giudiziari, né quello di garantire l'indipendenza, l'integrità territoriale e la sicurezza della Repubblica armena; inoltre non può più, conformemente alla nuova forma di governo, convocare e presiedere il Consiglio dei ministri per trattare questioni inerenti la difesa e la politica estera. In quest’ultima materia, spetta al Presidente solamente concludere i trattati internazionali e nominare i rappresentanti diplomatici, sempre su proposta del Governo; per le politiche di difesa spetta al Presidente nominare il Capo di stato maggiore generale e i più alti ranghi delle forze armate, attuando quanto deciso dal Consiglio dei ministri. La Costituzione prevede altresì che le forze armate rispondano direttamente al Primo ministro, il quale – d’intesa col Ministro della difesa – può assumere decisioni urgenti, informando successivamente il Consiglio dei ministri (art. 154).
Il Presidente della Repubblica promulga le leggi e nomina i funzionari dello Stato, ma nel merito delle scelte ha una capacità di intervento limitata. Ad esso è riconosciuta solo la facoltà di richiedere:
- al Governo di modificare i nominativi proposti per gli incarichi di Capo di stato maggiore generale delle forze armate, dei vertici militari e dei più alti funzionari pubblici;
- all’Assemblea nazionale di modificare i candidati proposti come giudici della Corte di Cassazione.
In entrambi i casi però, qualora l’Assemblea o il Governo intendano confermare le proprie scelte, il Presidente ha l’obbligo di emanare il relativo decreto di nomina (art. 138).
Quanto al procedimento legislativo, al Presidente non è riconosciuto un potere di veto su quanto deliberato dall’Assemblea nazionale, bensì solo la facoltà di richiedere alla Corte costituzionale un giudizio preventivo sulla conformità delle legge alla Costituzione. Qualora la Corte si esprima in senso favorevole, il Presidente ha l’obbligo di promulgare la legge nei cinque giorni successivi e – se si rifiuta – vi provvede il Presidente dell’Assemblea nazionale.
La Costituzione prevede per il Presidente l’immunità per gli atti compiuti nell’esercizio delle funzioni: può, infatti, essere messo sotto stato di accusa esclusivamente per alto tradimento e/o attentato alla Costituzione. Si prevede che l’Assemblea nazionale a maggioranza assoluta dei suoi componenti incarichi la Corte costituzionale di giudicare il comportamento del Presidente. Dopodiché spetterà alla stessa Assemblea nazionale pronunciarsi a maggioranza dei due terzi dei componenti sulle conclusioni stabilite dalla Corte costituzionale (art. 141). Per gli atti non connessi all’esercizio del mandato presidenziale, il Presidente può essere chiamato a risponderne solo una volta cessato dall’ufficio (art. 140).
L’art. 88 della Costituzione disciplina invece lo status e le funzioni dell’Assemblea nazionale: a tal proposito occorre rilevare che questa è disciplinata dalla nuova Carta come primo organo costituzionale, mentre nel testo costituzionale precedente era la figura del Presidente della Repubblica ad aprire la parte della Costituzione dedicata agli aspetti ordinamentali. Si nota quindi anche formalmente un capovolgimento di impostazione.
Il Parlamento armeno continua ad essere monocamerale ma sarà composto non più da 131 bensì da 101 deputati. L'Assemblea nazionale viene definita come l’organo rappresentativo del popolo che esercita sia il potere legislativo che il controllo del potere esecutivo, spettando ad essa adottare, tra l’altro, il bilancio dello Stato (art. 88). Si prevede che abbia un mandato di cinque anni (art. 90), sia eletta con un sistema elettorale di tipo proporzionale e che alcuni seggi siano necessariamente attribuiti alle minoranze nazionali. Occorre notare che la carta non si limita a prevedere genericamente un metodo elettorale proporzionale, ma dispone proprio che la legge elettorale dovrà garantire la formazione di una maggioranza parlamentare, prevedendo lo svolgimento di un eventuale secondo turno (art. 89). Lo scioglimento anticipato è previsto qualora l’Assemblea non approvi il programma di governo e non riesca in alcun modo ad eleggere un nuovo Primo ministro (artt. 92, 149, 151). In tali casi, spetta al Presidente della Repubblica sciogliere l’assemblea e indire nuove elezioni che dovranno tenersi non prima di trenta e non oltre quarantacinque giorni.
Quanto alla status dei parlamentari la Carta ribadisce il divieto di mandato imperativo (art. 94), garantisce il divieto di perseguire il parlamentare, anche cessato il mandato, per le opinioni e i voti espressi, impone l’autorizzazione a procedere da parte dell’assemblea per sottoporre il parlamentare a procedimento penale o per eseguire nei suoi confronti misure limitative della libertà personale (art. 96). Viene infine disciplinato il conflitto di interessi, stabilendo che il parlamentare non può ricoprire incarichi nelle amministrazioni locali, né svolgere attività imprenditoriale o ricoprire incarichi per le società o compiere qualsiasi attività retribuita tranne l’insegnamento (art. 95). Qualora ciò accada, il parlamentare decade dalle sue funzioni, così come decade se non partecipa ad almeno la metà delle votazioni nel corso di ogni sessione (art. 98). Si precisa che alle medesime incompatibilità sono soggetti i membri del Governo (art. 148).
In merito all’approvazione delle leggi, si stabilisce che la legge elettorale, il regolamento interno dell’Assemblea nazionale, le norme di funzionamento della Corte costituzionale, la legge recante la disciplina dei referendum e dei partiti politici devono essere approvate con la maggioranza dei tre quinti dei componenti, mentre per tutte le altre leggi e deliberazioni è sufficiente la maggioranza dei partecipanti alla votazione purché sia presente la metà dei componenti dell’assemblea (art.103).
L’Assemblea provvede ad eleggere il suo Presidente e tre Vicepresidente, di cui uno deve essere espressione delle forze di minoranza (art. 104).
Altre significative novità riguardano il Governo e i suoi rapporti con il Parlamento e il Presidente: quest’ultimo non ha più la facoltà di sospendere le decisioni assunte dal Consiglio dei ministri per un periodo massimo di un mese per richiedere alla Corte costituzionale di verificare la loro legittimità costituzionale, potere previsto dal vigente art. 86 della Costituzione. Allo stesso tempo è stata tolta dal nuovo testo la previsione secondo cui il Governo doveva concordare la politica estera con il Capo dello Stato.
Secondo il nuovo art. 146, il governo è il più alto organo del potere esecutivo e ha il compito di sviluppare e attuare la politica interna ed estera dello Stato, esercitando un controllo generale su tutto l’apparato amministrativo; si precisa però che le prerogative dell’esecutivo sono stabilite dalla Costituzione e dalle leggi nel rispetto delle attribuzioni degli enti locali e degli altri organi dell’amministrazione statale. In merito alla sua formazione, spetta al Presidente della Repubblica nominare Primo ministro colui che è stato designato dall’Assemblea nazionale a maggioranza assoluta dei suoi componenti (art. 149): qualora non sia eletto si procede entro sette giorni ad una nuova votazione a cui partecipano i candidati premier la cui candidatura sia stata sottoscritta da almeno un terzo dei parlamentari. Anche in questo caso è necessario che il candidato ottenga la maggioranza assoluta dei voti, espressi sempre a scrutinio palese. In caso di mancata elezione, il Presidente scioglie l’Assemblea nazionale. Questa medesima procedura è seguita anche nell’ipotesi che nel corso della legislatura, il Primo Ministro rassegni le dimissioni: non è quindi previsto lo scioglimento anticipato del Parlamento, qualora si formi una nuova maggioranza parlamentare.
Entro 5 giorni dalla nomina il Primo ministro deve presentare al Capo dello Stato la lista dei componenti il nuovo governo e il Presidente ha tre giorni di tempo per procedere alla nomina ovvero chiedere al Premier di modificare la composizione, ma questi può rifiutarsi e il Presidente deve procedere alla nomina. Altrimenti il Presidente può adire la Corte costituzionale ma esclusivamente per verificare che i nomi proposti abbiano i requisiti previsti dalla costituzione e dalla legge per la nomina. Questa ha cinque giorni di tempo per decidere e in ogni caso l’iter di formazione del governo deve concludersi entro 15 giorni dalla nomina del premier.
Secondo quanto prescritto dall’art. 147, il Governo è composto dal Primo ministro, dai suoi vice (nel numero massimo di tre) e dai ministri (nel numero massimo di 18); dalla lettura dell’art. 131, si evince che il Primo ministro ha facoltà di ottenere dal Capo dello Stato, cui spetta formalmente il potere di nomina, la sostituzione dei ministri. Il Primo ministro definisce gli orientamenti generali della politica del governo, ne dirige l’attività e coordina il lavoro dei membri del governo; presiede il Consiglio di sicurezza nazionale, la cui procedura di costituzione e di funzionamento è rinviata ad una successiva legge ordinaria. In caso di guerra, spetta a lui il comando delle forze armate (art. 155).
I Vicepremier, su indicazione del Primo ministro, coordinano specifiche aree di attività del governo e uno di essi è indicato come vicario, con il compito di sostituire il premier in caso di sua assenza o di impedimento temporaneo.
Entro 20 giorni dalla sua nomina (art. 151), il Primo ministro deve presentare all'Assemblea nazionale il programma del governo per ottenerne l’approvazione a maggioranza assoluta dei componenti; qualora il programma non sia approvato, il Primo ministro ha l’obbligo di rassegnare le dimissioni. Si procede quindi all’elezione di un nuovo premier e se non avviene allo scioglimento dell’Assemblea.
L’Assemblea nazionale può sfiduciare il Primo ministro nel corso della legislatura, purché sia decorso almeno un anno dalla sua elezione (art. 115): la mozione di sfiducia è presentata da un terzo dei parlamentari e approvata a maggioranza assoluta e tramite voto palese. Qualora la mozione sia respinta, questa non potrà essere presentata nei sei mesi successivi.
È stato inserito anche l’istituto della questione di fiducia (art. 157): il Governo può porla per ottenere l'approvazione di un suo disegno di legge. La questione di fiducia deve essere messa in votazione entro e non oltre entro 72 ore dalla sua presentazione e approvata con le medesime modalità previste per il programma di governo. Se la questione di fiducia è accolta, il disegno di legge è approvato. La Costituzione precisa però che il Governo può presentare la questione della sua fiducia su un progetto di legge non più di due volte durante ogni sessione. Non può però porla mai in merito ai progetti di legge costituzionale.
La nuova Carta modifica talune disposizioni di elezione e di funzionamento della Corte costituzionale: si stabilisce che i giudici della Corte costituzionale siano eletti dall'Assemblea nazionale, a maggioranza dei tre quinti dei componenti, per un periodo di 12 anni (art. 167); sia composta di nove giudici, tre dei quali eletti su designazione del Presidente della Repubblica, tre su designazione del governo e tre nominati da parte dell'Assemblea Generale dei giudici. L'Assemblea generale dei giudici può nominare solo giudici. Il mandato non è rinnovabile.
Spetta alla Corte il giudizio di legittimità non solo sulle fonti primarie ma anche su quelle secondarie: a norma dell’art. 168, la Corte deve valutare la conformità delle leggi approvate dall’Assemblea nazionale, dei decreti presidenziali, delle decisioni del governo e degli atti di fonte secondaria da questo adottati. Esercita poi pure un controllo preventivo sia sui quesiti sottoposti a referendum sia sui progetti di legge recanti modifiche costituzionali o l’adozione di trattati internazionali. La Corte risolve poi i conflitti di attribuzione tra poteri dello Stato, le controversie ai risultati elettorali e referendari e quelle relative alla elezione del capo dello stato. È interessante esaminare l’elenco di coloro che possono adire la Corte a norma dell’art. 169:
- l'Assemblea nazionale nell’ipotesi di valutare la messa sotto stato di accusa del Presidente della Repubblica, lo scioglimento o la sospensione dell’attività di un partito politico, nei casi previsti dal paragrafo 12 dell'articolo 168 della Costituzione;
- un quinto dei parlamentari per valutare la legittimità di una legge o di una decisone del governo o di una fonte secondaria;
- un gruppo parlamentare per contestare i risultati di un referendum o di elezione del Presidente della Repubblica;
- il Presidente della Repubblica per un controllo preventivo e successivo di legittimità delle leggi; per sollevare un conflitto di attribuzione, per verificare i requisiti dei candidati alla nomina a ministro;
- il Governo;
- il Consiglio superiore della magistratura ma solo per i conflitti di attribuzione;
- gli organi di autogoverno locale limitatamente alle leggi che violino le loro prerogative o materie di competenza ovvero per sollevare un conflitto di attribuzione;
- il procuratore generale nell’ipotesi che valuti una controversia per il quale si applica una norma di dubbia legittimità costituzionale;
- il difensore dei diritti umani nelle ipotesi in cui una legge violi le disposizioni del capitolo 2 della Costituzione contenente l’elenco dei diritti e delle libertà fondamentali;
- i partiti o alleanze di partito che abbiano partecipato alla elezione dell'Assemblea nazionale per le controversie ai risultati elettorali;
- i candidati alla presidenza della Repubblica su controversie relative a tali elezioni;
- infine tutti coloro che abbiano esperito tutti i rimedi giurisdizionali e continuino a ritenere che una norma violi i diritti costituzionali indicati nel secondo capitolo della Carta.
È quindi interessante notare che la Corte opera sia come giudice di legittimità sia come tribunale elettorale di ultima istanza. Si osservi altresì che il diritto di amparo è già previsto nella vigente Costituzione.
Quanto agli atti (art. 150) la Corte costituzionale può emettere decisioni o pareri. Quanto alle decisioni, che sono adottate a maggioranza assoluta, la Corte può stabilire la data a partire dal quale un atto diventi incostituzionale, dando quindi tempo al Parlamento e al Governo di disciplinare i rapporti giuridici sorti e di modificare la normativa.
Un capitolo della Costituzione (cap. X) è dedicato al Difensore dei diritti umani, il quale è eletto dall’Assemblea nazionale a maggioranza dei tre quinti dei componenti, resta in carica per sei anni e ad esso si applicano le stesse norme previste per i parlamentari in merito alle immunità e incompatibilità; non può essere iscritto ad alcun partito né svolgere in qualsiasi forma attività politica nel corso del mandato. Si prevede che lo Stato debba garantire un adeguato finanziamento delle attività del Difensore. Sebbene i suoi poteri dovranno essere disciplinati da una successiva legge, già la Costituzione prescrive che il Difensore sia un funzionario indipendente con il compito di valutare il rispetto dei diritti umani da parte dello Stato e degli enti pubblici e facilitare il ripristino dei diritti e delle libertà violati. Il Difensore dei diritti umani presenterà all'Assemblea Nazionale una relazione annuale sulla propria attività e sulla situazione di tutela dei diritti umani e delle libertà che potrà contenere raccomandazioni sulle misure legislative da adottare. Lo Stato, gli enti locali e tutti i funzionari locali saranno tenuti a fornire al Difensore i documenti necessari, le informazioni e i chiarimenti utili all’espletamento del suo mandato.
Il nuovo testo, nello stabilire le nuove procedure di revisione costituzionale, stabilisce all’art. 213 che non potranno in futuro essere oggetto di revisione gli artt. 1, 2 e 3: i primi due ribadiscono che l’Armenia è uno Stato sovrano, democratico, sociale basato sul diritto e in cui la sovranità appartiene al popolo che la esercita attraverso le elezioni e i referendum; il terzo riguarda il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo.
Dopo aver rapidamente passato in rassegna le principali novità ordinamentali, è necessario ribadire che la nuova Carta sostituirà progressivamente quella attualmente in vigore.
Al momento alcuna disposizione costituzionale, sottoposta al referendum di dicembre 2015, è stata promulgata: taluni articoli, quelle contenute nei primi tre capitoli riguardanti i fondamenti dell’ordinamento costituzionale e i diritti fondamentali entreranno in vigore il giorno successivo alla pubblicazione sul Bollettino Ufficiale dello Stato, mentre le altre disposizioni acquisteranno efficacia progressivamente. Infatti la nuova Costituzione stabilisce che le disposizioni relative all’Assemblea nazionale e al Presidente della Repubblica entrino in vigore, rispettivamente, il giorno della prima sessione del nuovo Parlamento e dell’elezione del Presidente secondo le nuove modalità: fino ad allora resterà in vigore il capitolo 4 della vigente costituzione e quelle relative ai poteri del Capo dello stato. Entro il 1° giugno 2016 dovrà essere adottata una nuova legge elettorale ed entro il 1° gennaio 2017 una nuova legge sulle autonomie locali. Le norme costituzionali sulla Corte dei conti, sulla Banca centrale, sulla disciplina delle televisioni e delle radio entreranno in vigore il giorno dell’inizio del mandato del nuovo Presidente della Repubblica; a tal fine occorre ricordare che il mandato dell’attuale Presidente cesserà l’8 aprile 2018.
Il progetto di costituzione e il successivo referendum hanno suscitato molte reazioni e anche forti polemiche tra le forze politiche presenti all’interno dell’Assemblea nazionale, perché talune modifiche – soprattutto per quanto concerne il nuovo ruolo del Capo dello Stato – sono state viste come strettamente legate all’attuale situazione politica. Sul progetto meritano di essere citate le considerazioni finali espresse dalla Commissione di Venezia in due pareri redatti a settembre e a ottobre 2015 e approvati definitivamente in occasione della sessione plenaria del 23 e 24 ottobre successivo della stessa Commissione. Nel primo parere, riguardante i diritti fondamentali e la forma di governo, la Commissione di Venezia ha elogiato il lavoro svolto dalla Commissione costituzionale armena e ha sottolineato come attraverso il dibattito tra i due organismi, siano stati apportati miglioramenti significativi al testo; ha evidenziato che permangono ancora talune criticità che dovrebbero essere rimediate dal legislatore armeno. In particolare suggerisce di espungere dal testo costituzionale i dettagli del sistema elettorale per rinviarli ad una legge ordinaria; di eliminare il divieto di costituire nuovi gruppi nel corso della legislatura, diversi da quelli originariamente previsti, e le restrizioni al diritto di voto e al diritto di candidarsi alle elezioni per l'Assemblea, previsti dall’art. 47 della Costituzione. Tutti questi aspetti sono stati modificati dalle Autorità armene e nel secondo parere la Commissione di Venezia, dopo aver nuovamente elogiato il lavoro della Commissione costituzionale, ha sottolineato ancora una volta l'importanza del dialogo aperto e continuo con tutte le forze politiche e con la società civile che rappresenta un importante passo in avanti nella creazione di una Armenia democratica. Dopo lo svolgimento del referendum, quest’ultimo concetto è stato ripreso dal Presidente della repubblica armena che in una recente dichiarazione pubblica del 16 febbraio 2016 ha affermato che le modifiche costituzionali renderanno l’Armenia un paese maggiormente democratico e più aperto alle innovazioni. Non sono mancate proteste da parte dei partiti di opposizione sulle modalità in cui si è svolto il referendum; tuttavia nessun ricorso circa eventuali brogli elettorali è stato però formalmente presentato, come ha avuto modo di chiarire in una apposita nota del 21 dicembre 2015 la Corte costituzionale armena, che ha tra l’altro il compito di decidere in ultima istanza sulle controversie elettorali e referendarie. Critiche però allo svolgimento della consultazione referendaria sono state formulate nel rapporto finale del team di esperti dell'Ufficio per le Istituzioni Democratiche e i Diritti Umani (ODIHR) che opera presso l’OSCE. Tale rapporto contiene nella parte finale dei suggerimenti rivolti alle Autorità armene per migliorare le modalità di svolgimento sia delle future elezioni che dei referendum e che potrebbero essere prese in considerazione in occasione dell’elaborazione del nuovo codice elettorale che dovrà essere approvato entro luglio 2016. Proprio in merito al nuovo codice, dal 14 al 16 marzo 2014, una delegazione della Commissione di Venezia si è recata ad Erevan per avviare con le competenti autorità, Assemblea nazionale e Presidente della Repubblica in particolare, una collaborazione per la stesura della nuova legge, sulla quale poi si pronuncerà la stessa Commissione in una apposita sessione plenaria. (Giacomo Mannocci)
Con la sentenza 2015/57/C del 9 novembre 2015, il Tribunale fiammingo di primo grado di Bruxelles ha intimato alla società Facebook Inc. di cessare qualsiasi attività che abbia come fine quella di tracciare i dati dei cittadini belgi che non sono iscritti a tale social network.
Nel corso del giudizio, instaurato sulla base di un ricorso presentato dal presidente della Commissione belga per la protezione della vita privata, è stato anzitutto appurato che le pretese avanzate nei confronti della società statunitense Facebook Inc. sono ammissibili ai sensi della direttiva 95/46/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, poiché dal 2011 l’azienda opera in Belgio attraverso la sua filiale Facebook Belgium SPRL, la quale è anch’essa responsabile del trattamento dei dati all’interno della piattaforma.
Nello specifico, la Commissione belga lamenta il fatto che Facebook registri automaticamente il cookie “Datr” al momento in cui un utente visita una pagina web appartenente al dominio facebook.com, anche se la persona non è iscritta e non ha quindi precedentemente accettato le condizioni di utilizzo del social network in questione. Il cookie, che identifica in modo univoco il browser internet dell’utente («unique identifier»), rimane per i due anni successivi sul computer dell’internauta, a meno che quest’ultimo non lo elimini, e permette a Facebook di monitorare il comportamento del singolo, tracciando le pagine web consultate. Come rilevato dal ricorrente, i dati raccolti in questo modo sono spesso molto sensibili, poiché possono riguardare la salute dell’individuo, le sue preferenze religiose, politiche o sessuali.
Secondo la Corte belga, un simile comportamento rappresenta una manifesta violazione della legge dell’8 dicembre 1992 sulla protezione della vita privata e in particolare degli artt. 4 e 5, i quali stabiliscono rispettivamente che il trattamento dei dati personali deve avere finalità precise, esplicite e legittime, nonché adeguate, pertinenti e non eccessive e che non può essere effettuato senza il previo consenso della persona. La Corte ha inoltre rilevato la violazione dell’art. 129 della legge del 13 giugno 2005 sulle comunicazioni elettroniche, il quale autorizza lo stoccaggio dei dati relativi ad un utente solo nella misura in cui quest’ultimo sia informato in merito all’utilizzo di tali dati ed abbia precedentemente prestato il suo consenso. Il giudice belga non ha ritenuto ammissibile l’obiezione sollevata da Facebook, secondo la quale le informazioni raccolte sugli utenti avrebbero il solo scopo di identificare i computer e non costituirebbero in alcun caso dati di carattere personale.
Oltre a riguardare uno dei diritti fondamentali della persona, ossia il rispetto della vita privata, nonché il diritto alla protezione dei dati personali, tale violazione, per via della diffusione tra i siti web del plug-in sociale di Facebook, è stata considerata dalla Corte come “massiva”, dato che interressa un numero potenzialmente enorme di individui. Ancora, sono state rinvenute implicazioni afferenti all’ordine pubblico nazionale, che hanno spinto la Corte ad adottare provvedimenti particolarmente severi. Difatti, quest’ultima ha richiesto la cessazione immediata dell’utilizzo dei dati riguardanti gli utenti belgi (identificabili tramite il riferimento agli IP belgi) non iscritti a Facebook e in particolare la registrazione e l’interrogazione dei cookie “Datr”, specificando che l’adozione del provvedimento presenta carattere di urgenza. In base a tale sentenza è stato inoltre disposto che il Gruppo Facebook (nello specifico Facebook Inc., Facebook Belgium SPRL e Facebook Ireland Limited, che mette il servizio internet a disposizione degli utenti dell’Unione europea) deve interrompere il tracciamento dei dati entro 48 ore dalla pubblicazione della sentenza e che qualsiasi ritardo nell’attuazione di tale decisione sarà sanzionato con il pagamento di una multa pari a 250 mila euro al giorno; una somma calcolata tenendo conto del giro di affari di 12,4 miliardi di dollari della società. Il social network statunitense ha già annunciato che presenterà ricorso avverso questa sentenza. (Ester Stefanelli)
Il Brasile si caratterizza per avere una procedura di impeachment (la dizione costituzionale è «acusação do Presidente») piuttosto complessa. Nel testo della Costituzione federale del 1988, infatti, è la Sezione III del Capitolo II (artt. 85 e 86) ad essere dedica ai casi di responsabilità del Presidente federale ed essa stabilisce che, nei casi di «crimes de responsabilidade» (elencati all’articolo 85), l’accusa deve essere «ammessa» da parte della Camera dei deputati (a maggioranza dei 2/3 dei componenti) e sottoposta al giudizio del Senato federale. Invece, nel caso in cui il Presidente sia accusato di aver commesso «crimini comuni» (che, però, non vengono elencati in Costituzione) il giudizio sarà deferito, previa approvazione della Camera, al Supremo Tribunale federale (ex art. 86).
Oltre alle norme dettate dalla Costituzione, tuttavia, la procedura di impeachment trova una sua legislazione di dettaglio nella lei n. 1079, del 10 aprile 1950, entrata in vigore prima della Costituzione, e che riporta anche alcuni casi di responsabilità presidenziale non previsti dalla Costituzione. La legge citata, inoltre, stabilisce, in caso di lacune, l’applicazione delle procedure stabilite dai regolamenti interni delle Camere (v., pertanto, l’art. 218 del regolamento della Camera dei deputati e gli artt. 377 ss. del regolamento del Senato federale).
Il 15 ottobre 2015, tre deputati presentavano alla Presidenza della Camera un lungo atto di accusa contro l’attuale Presidente della federazione, Dilma Rousseff, chiedendone la messa in stato di accusa, da parte della Camera stessa, sulla base di alcuni reati previsti dalla Costituzione e dalla legge del 1950. Il documento d’accusa faceva riferimento ad alcune vicende di corruzione, in cui sarebbe stata coinvolta anche l’attuale Presidente, la quale, tuttavia, ha sempre negato un proprio coinvolgimento; ad oggi, nessuna condanna, per i fatti dedotti nel documento, le è stata ancora comminata.
In seguito alla presentazione dell’atto, il Presidente della Camera, Edoardo Cunha, adottava, il 2 dicembre 2015, una decisão da presidência con la quale, all’esito di un vaglio preventivo – non meramente formale – di «ricevibilità» dell’accusa stessa, decideva di «ricevere la denuncia» e di dare avvio al procedimento interno, con la elezione della Commissione speciale (Comissão Especial), prevista dagli artt. 19 e ss. della lei n. 1079/50 e dall’art. 218 del Regolamento della Camera.
In seguito alla pubblicazione dell’atto del Presidente Cunha, il deputato Rubens Pereira, ai sensi dell’art. 1 della lei n. 12016, del 7 agosto del 2009, chiedeva al Tribunale un mandato de segurança (traducibile come “ordine di protezione”) comportante l’annullamento dell’atto di ricevimento da parte del Presidente della Camera per la mancata previa notificazione dell’atto stesso alla Presidente Rousseff, in violazione dei principi del giusto processo, della difesa e del contraddittorio oltre che di diverse (e più specifiche) violazioni delle disposizioni contenute all’art. 38 della lei n. 1079/1950 (che stabilisce l’applicazione residuale dei Regolamenti parlamentari e del codice di procedura penale in caso di lacuna nella normativa ad hoc) e all’art. 514, primo comma, del código de processo penal (che prevede, per i reati contestati ai pubblici funzionari, la notifica del ricevimento dell’atto di accusa al funzionario interessato). Con una decisione monocratica – ovvero resa, in via definitiva, da un solo giudice del Supremo Tribunale – dello stesso giorno (v. la decisione sulla procedura, rubricata MS 33920, del 3 dicembre 2015), il Supremo Tribunale rilevava la mancanza di legittimazione attiva del richiedente il mandato de segurança (in quanto, secondo l’art. 6 del codice di procedura civile, la legittimazione a proporre il mandato spetta al solo titolare del diritto leso).
Lo stesso giorno, tuttavia, il Partito Comunista del Brasile depositava, presso il Supremo Tribunale federale, una arguição de descumprimento de preceito fundamental (traducibile come “Censura relativa alla violazione di precetto fondamentale”), che costituisce una via di ricorso diretto al Supremo Tribunale (prevista dall’art. 120, § 1, della Costituzione e disciplinata dalla lei n. 9882, del 3 dicembre 1999) mediante la quale è possibile, da parte degli stessi soggetti legittimati alla proposizione dell’azione diretta di incostituzionalità (soggetti elencati all’art. 103 Cost.), sindacare leggi o atti aventi forza di legge, sia della Federazione sia dei singoli Stati, per violazione della Costituzione anche se promulgati o emanati in data anteriore all’entrata in vigore di questa.
Nella citata Arguição, il Partito Comunista chiedeva al Tribunale, tra le altre cose, l’interpretazione conforme alla Costituzione dell’art. 19 della lei n. 1079/50, così da consentire, prima dell’«atto di ricevimento» dell’accusa da parte del Presidente della Camera, una previa audizione dell’accusato, nel termine di cinque giorni dalla presentazione dell’atto stesso, e la dichiarazione di incostituzionalità dell’art. 38 della stessa legge, nella parte in cui fa rinvio alle norme contenute nei regolamenti interni alle Camere.
L’arguição era accompagnata da una domanda cautelare (medida cautelar) di sospensione del processo di impeachment già iniziato, che veniva deferita, dal Presidente del Tribunale, alla decisione monocratica del giudice Edson Fachin. Questi si pronunciava, l’8 dicembre successivo, con decisão monocrática sulla domanda cautelare, stabilendo la sospensione (fino alla pronuncia definitiva del Tribunale sull’azione principale) della procedura di impeachment, già avviata alla Camera dei deputati e, nello specifico, ordinando che non si desse luogo alla formazione e all’insediamento della Commissione speciale prevista dall’art. 19 della lei n. 1079/50.
Nonostante la decisione del Supremo Tribunale sulla cautelare, la Camera, lo stesso giorno, eleggeva, con voto segreto, i membri della Commissione Speciale. A seguito dell’elezione, il Partito Comunista presentava allo stesso Tribunale due ulteriori istanze cautelari incidentali (medida cautelar incidental) – di cui si dà conto nella sentenza definitiva – volte ad ottenere dai giudici la dichiarazione di incostituzionalità della modalità di elezione della Commissione speciale, tramite voto segreto, e della eleggibilità di soggetti non indicati dai leader dei gruppi parlamentari (c.d. problema della «candidatura avulsa»).
Il 17 dicembre successivo, il Tribunale si pronunciava definitivamente sull’Arguição proposta dal Partito Comunista, con julgamento adottato all’esito della Sessione plenaria straordinaria (una delle formazioni del Supremo Tribunale Federale, le cui competenze sono stabilite al Capitolo II del Titolo I della Parte I del regolamento interno del Tribunale) dello stesso organo. I giudici, pur accogliendo la maggior parte delle richieste formulate dal Partito Comunista, respingevano la domanda di annullamento dell’atto di «ricevimento dell’accusa» (v. decisão da presidência citata) da parte del Presidente della Camera, stabilendo che non vi è diritto ad una previa difesa da parte dell’accusato. Dopo aver esperito l’interpretazione conforme alla Costituzione del testo della lei n. 1079/50 e delle pertinenti disposizioni regolamentari, il Supremo Tribunale decideva per il riconoscimento del diritto costituzionale di replica della difesa in ogni fase dell’istruzione probatoria innanzi alla Commissione speciale, per la deposizione dell’accusato quale ultimo atto dell’istruttoria, per l’affermazione del potere, da parte del Senato, di accettare l’accusa mossa dalla Camera solo a seguito del voto del plenum del Senato (sulla base dell’art. 24 della lei n. 1079/50), deliberato anche a maggioranza semplice, purché presente la maggioranza assoluta dei componenti l’assemblea e l’applicazione della procedura di impeachment riservata ai giudici del Supremo Tribunale e al Procuratore Generale anche al Presidente della Repubblica. Infine, pronunciandosi sulle due ulteriori domande incidentali, formulate dal Partito Comunista a seguito del voto della Camera per la formazione della Commissione speciale, il Tribunale ha stabilito che l’elezione della Commissione ex art. 19 Lei nº 1079/50 può avvenire solo con voto palese e che non sia possibile eleggere membri non indicati dai leader dei partiti che siedono in parlamento. (Francesco Campodonico)
Il 16 dicembre l'Assemblea nazionale bulgara ha approvato, con 189 voti favorevoli e 39 contrari, una riforma costituzionale delle norme riguardanti il sistema giudiziario. La legge, la cui adozione era stata raccomandata dalla Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa, introduce significative modificazioni all’assetto e alla struttura del Supremo Consiglio di giustizia. La riforma, pur mantenendo invariato il numero dei giudici che compongono il Consiglio (25), prevede la sua divisione in due collegi, di cui uno in rappresentanza della magistratura giudicante e l’altro dei pubblici ministeri. Il Consiglio avrà funzioni consultive nei confronti del Governo nel procedimento di nomina del Procuratore generale dello Stato e per i presidenti delle due Corti supreme. Spetterà inoltre al Consiglio, e non più al Ministro di giustizia, il potere di presentare il bilancio dell’amministrazione giudiziaria al Parlamento nonché tutti i poteri concernenti l’autorganizzazione della magistratura. La riforma nel suo complesso costituisce dunque un significativo passo in avanti per l’indipendenza del potere giudiziario dal Governo, sebbene per valutarne appieno l’impatto si dovrà aspettare qualche mese quando entreranno in vigore le normative attuative.(Marco Antonio Simonelli)
Nel novembre 2015 il nuovo Governo del Canada, di colore politico liberale, ha annunciato con un comunicato di aver provveduto a ritirare il ricorso presentato presso la Corte suprema contro una sentenza che si era pronunciata a favore della possibilità per una donna islamica di indossare il niqab alla cerimonia di conferimento della cittadinanza.
La vicenda, oggetto di accesi dibattiti durante la campagna elettorale, prendeva le mosse dal caso di una donna di origini pakistane che – nonostante una legge approvata dalla maggioranza conservatrice nel dicembre 2011 lo vietasse – nel 2013 si era presentata con il niqab alla cerimonia di conferimento della cittadinanza. Ella era comunque divenuta cittadina canadese, ma il suo caso era stato portato in giudizio dal Governo conservatore con l’obiettivo di annullare la procedura. La Corte federale aveva dichiarato l’illegittimità dell’obbligo di togliersi il velo per poter effettuare il giuramento e la Corte d’appello federale aveva confermato tale pronuncia; il Governo aveva pertanto dato mandato di sollevare la questione dinanzi alla Corte suprema.
Il nuovo Esecutivo ha però deciso di non procedere oltre, ritenendo che la diversità sia una delle più grandi forze del paese e vada preservata e accolta e che il Canada sia unito proprio “grazie” alle differenze culturali e non “nonostante” la loro presenza. (Francesco Santolini)
La Corte suprema del Canada con la sentenza Caron v. Alberta, 2015 SCC 56, pronunciata il 20 novembre 2015, ha stabilito che la Costituzione non impone al legislatore della provincia dell’Alberta il bilinguismo nell’attività legislativa.
La vicenda trae origine dalle doglianze di due cittadini dell’Alberta, Gilles Caron e Pierre Boutet, che si sono rivolti alla Corte suprema dopo che la Corte d’appello provinciale aveva respinto le loro richieste. In particolare, i due, dopo essere stati multati per infrazioni stradali ai sensi dell’Alberta Traffic Safety Act e dell’Use of Highway and Rules of the Road Regulation, hanno sostenuto l’incostituzionalità di detti atti, in quanto redatti solo in inglese e non anche in francese. Inoltre, essi hanno contestato il Languages Act dell’Alberta, nella parte in cui non contempla l’obbligo – da loro ritenuto costituzionale – di emanare e pubblicare le leggi e i regolamenti della provincia sia in francese sia in inglese. I due ricorrenti hanno infatti affermato che in Alberta sarebbe in vigore un diritto costituzionale, non derogabile dalle leggi provinciali, al bilinguismo legislativo.
Le origini di tale diritto sono da ricondurre, secondo Caron e Boutet, al 1870, anno in cui la vasta area occidentale fino ad allora sotto il controllo della Hudson’s Bay Company entrò a far parte del Canada, in seguito a negoziati e accordi; in particolare, fu creata la provincia del Manitoba in virtù del Manitoba Act e un’ampia zona, in cui era ricompresa l’attuale provincia dell’Alberta, fu annessa come nuovo territorio canadese sottoposto all’amministrazione federale con il 1870 Rupert’s Land and North-Western Territory Order (d’ora innanzi 1870 Order). I ricorrenti hanno sostenuto che il bilinguismo legislativo – nonostante fosse espressamente previsto nel Manitoba Act, 1870 ma non nel 1870 Order – fosse in realtà garantito per entrambe le aree e quindi anche per l’attuale Alberta, in virtù della promessa, data dal Parlamento canadese nel 1867 (da qui in poi 1867 Address), che nei territori occidentali sarebbero stati rispettati i “legal rights of any corporation, company, or individual”. Tale promessa – che ha portata costituzionale, dal momento che il 1867 Address è diventato un allegato del 1870 Order, che è a sua volta allegato alla Costituzione del Canada e ne è parte integrante in virtù del richiamo contenuto nella sez. 52, par. 2, pt. b) del Constitution Act del 1982 – deve essere interpretata, ad avviso di Caron e Boutet, nel senso di ricomprendere tra i legal rights anche il diritto al bilinguismo legislativo.
La Corte suprema del Canada, con una maggioranza di sei giudici, ha affermato che la provincia dell’Alberta non è costituzionalmente obbligata a emanare leggi e regolamenti sia in francese sia in inglese.
Essa, dopo aver premesso che è suo dovere interpretare in modo estensivo i diritti linguistici sanciti in Costituzione, ma non crearne di nuovi, dovendo attenersi al significato risultante dal testo scritto, al contesto storico e agli obiettivi sottesi alle disposizioni normative che sanciscono le garanzie, ha sostenuto che la radicata garanzia costituzionale al bilinguismo legislativo invocata dagli appellanti non è desumibile dal testo, né dal contesto, né dallo scopo dei documenti citati, e pertanto la provincia dell’Alberta è libera di scegliere la lingua o le lingue da utilizzare nell’attività legislativa.
Nella storia del Canada il riconoscimento dei diritti linguistici è sempre avvenuto in modo esplicito, e mai la locuzione legal rights è stata utilizzata nel senso di ricomprendere i diritti linguistici, come è emerso anche dai dibattiti parlamentari dell’epoca. In particolare, i giudici hanno insistito sul fatto che mentre nel Manitoba Act del 1870 si è fatto espresso riferimento, in seguito ad apposita negoziazione tra le parti coinvolte, al bilinguismo legislativo, con disposizioni molto simili a quelle enunciate nella sez. 133 del Constitution Act del 1867, il coevo 1870 Order non conteneva nulla di tutto ciò. Guardando alle vicende storiche, si può evincere che nel 1870 i rappresentanti dei territori coinvolti, dopo aver fallito nel tentativo di creare una provincia che ricomprendesse tutta l’area occidentale prima appartenente alla Hudson’s Bay Company, accettarono un compromesso, consistente nell’annettere come provincia solo una ristretta zona (il Manitoba) e nel sottoporre alla giurisdizione del Parlamento i restanti territori (Rupert’s Land e North-Western Territory), tra cui l’attuale Alberta. In base a tale compromesso, alcuni diritti, tra cui quello al bilinguismo legislativo, furono riconosciuti solo al Manitoba.
I giudici hanno inoltre ritenuto incongruo ritenere che le espressioni contenute in un atto del 1867 (il 1867 Address) possano essere interpretate in modo da ricomprendere accordi raggiunti tre anni dopo in seguito a ulteriori negoziati, e comunque hanno affermato che nel caso di specie non trova alcun fondamento l’assunto secondo cui il Governo britannico avrebbe consacrato il bilinguismo legislativo allegando al proprio atto (il 1870 Order) un documento del Parlamento canadese (il 1867 Address) che non conteneva alcuna menzione dei diritti linguistici.
Ha infine aggiunto che in nessun’altra provincia creata dai territori entrati a far parte del Canada mediante il 1870 Order si fa menzione di diritti al bilinguismo legislativo.
Poggia dunque su queste basi la decisione della Corte suprema circa l’inesistenza di un obbligo costituzionale al bilinguismo legislativo in Alberta.
Tre giudici hanno depositato un’opinione dissenziente, secondo la quale l’accordo storico tra il Governo canadese e gli abitanti della Rupert’s Land e del North-Western Territory ricomprendeva la promessa di proteggere il bilinguismo legislativo ed è stato costituzionalizzato in virtù del 1867 Address.
La lettura di quest’ultimo atto va infatti effettuata considerando tre principi di interpretazione costituzionale: la Costituzione deve essere letta alla luce del contesto storico, filosofico e linguistico, va interpretata in senso ampio e considerando gli obiettivi che si propone, è per sua natura espressione della volontà del popolo.
Nella dissenting opinion si rileva che da un’analisi storica emerge che il bilinguismo legislativo era ben radicato nei popoli dei territori occidentali già prima che essi entrassero a far parte del Canada. Pertanto fu rivendicato dai loro rappresentanti come condizione per l’annessione e accettato dal Governo canadese. Proprio perché rivestivano notevole importanza per gli abitanti dei nuovi territori, i diritti linguistici e il bilinguismo legislativo furono oggetto, durante i negoziati, di numerose richieste di protezione e di corrispondenti promesse da parte delle autorità canadesi e britanniche, che poi si impegnarono a mantenerle negli anni successivi all’annessione.
I giudici dissenzienti hanno osservato che non sfugge loro la differenza contenutistica tra il Manitoba Act, 1870 relativo al Manitoba e il 1870 Order riguardante la Rupert’s Land e il North-Western Territory, ma che dalla previsione dei diritti della minoranza linguistica solo nel primo e non anche nel secondo non può automaticamente ricavarsi la rinuncia alla tutela di detti diritti per tutti i nuovi territori annessi diversi dalla piccola area del Manitoba. Peraltro, i due atti non sarebbero in realtà comparabili, provenendo il primo dal Parlamento canadese e il secondo dalle autorità britanniche. Hanno poi affermato che, sia pure a causa di fonti diverse, per entrambe le nuove entità entrate a far parte del Canada vigeva l’obbligo di redigere gli atti legislativi sia in inglese sia in francese: per la provincia del Manitoba, in virtù del Manitoba Act, 1870 e della conseguente legislazione provinciale, per la vastissima restante parte dei territori annessi, sottoposti all’autorità federale, grazie alla previsione riguardante il Parlamento canadese contenuta nella sez. 133 del Constitution Act del 1867.
I tre firmatari della dissenting opinion hanno infine sostenuto che, alla luce delle considerazioni espresse supra, l’accordo per la protezione del bilinguismo legislativo è stato costituzionalizzato con l’inserimento della garanzia dei legal rights nel 1867 Address, approvato in vista delle annessioni, il quale è dotato di uno status costituzionale in quanto a sua volta inglobato nel 1870 Order, documento costituzionale in virtù del richiamo di cui alla sez. 52, par. 2, pt. b) del Constitution Act del 1982 e della sua allegazione allo stesso. Pertanto, a loro avviso, in tutti i territori annessi nel 1870 sarebbe in vigore la garanzia del bilinguismo legislativo e, di conseguenza, la provincia dell’Alberta sarebbe costituzionalmente obbligata a emanare le proprie leggi sia in inglese sia in francese. (Francesco Santolini)
Con sentenza pronunciata il 22 dicembre 2015, la Corte d’appello del Québec ha affermato, ribaltando la decisione del giudice di primo grado, che la legge provinciale sul suicidio assistito non si pone in contrasto con il codice penale federale.
Ai fini di una migliore comprensione della vicenda si opera di seguito una breve ricostruzione delle questioni coinvolte. Nel giugno 2014 il Québec ha approvato una legge che regola il fine vita, la quale offre ai malati terminali la possibilità di ottenere l’assistenza medica necessaria per poter porre fine alla propria vita. L’entrata in vigore della legge è stata fissata al 10 dicembre 2015. Nel febbraio 2015 la Corte Suprema del Canada nella sentenza Carter vs. Canada ha dichiarato l’incostituzionalità delle disposizioni (l’art. 14 e il pt. b) dell’art. 241) del Codice penale federale che vietavano il suicidio assistito (si veda Palomar n. 61). La Corte stessa ha sospeso gli effetti della sentenza di incostituzionalità per 12 mesi, prorogati nel dicembre 2015 di ulteriori 6 mesi, per permettere ai legislatori di adottare normative compatibili con i parametri costituzionali enunciati.
Il giudice di primo grado ha ritenuto che la legge provinciale del Québec fosse in contrasto con il codice penale federale e quindi che dovesse trovare applicazione la consolidata dottrina della prevalenza della legislazione federale.
Ad avviso della Corte d’appello del Québec tale impostazione va rigettata, dal momento che una legge federale prevale su una legge provinciale con essa incompatibile solo quando è valida. In seguito alla sentenza Carter vs. Canada, gli artt. 14 e 241b) del codice penale federale sono invalidi, sia pure temporaneamente ancora in vita in virtù della sospensione degli effetti della pronuncia. La Corte ha poi osservato che la sospensione di una dichiarazione di invalidità costituzionale ha normalmente lo scopo di evitare un vuoto normativo e di concedere ai legislatori, federale e provinciali, il tempo di adottare una nuova disciplina, conforme a Costituzione; ha inoltre rilevato che la salute, e quindi anche il suicidio assistito, è materia di competenza legislativa concorrente.
La Corte d’appello del Québec ha pertanto affermato che il legislatore provinciale ha correttamente legiferato in materia di suicidio assistito, senza porsi in contrasto con la legislazione federale. (Francesco Santolini)
Con sentenza del 20 novembre 2015 (caso Alex Thomas c. Repubblica Unita di Tanzania), la Corte africana dei diritti dell’uomo e dei popoli ha riconosciuto la violazione dell’ art. 1 della Carta africana dei diritti dell’uomo e dei popoli, nonché dell’art. 7, c. 1, lettere a), c). d), e dell’art. 14, c. 3, lettera d), del Patto internazionale sui diritti civili e politici.
Il caso prende avvio da una sentenza di condanna emessa dal Tribunale distrettuale di Rombo (Tanzania) ai danni del Sig. Alex Thomas, il quale era stato condannato a scontare una pena detentiva di 30 anni per aver commesso il reato di rapina a mano armata. A seguito di tale condanna il Sig. Alex Thomas aveva proposto ricorso dinanzi la Corte d’appello, lamentando tra le molte irregolarità verificatesi durante la celebrazione del processo la mancanza di assistenza, consulenza e rappresentanza legale per difendersi in modo efficace. La Corte, esaminato il ricorso, aveva rigettato le doglianze del ricorrente, il quale successivamente, nel giugno del 2009, aveva chiesto il riesame in ordine alla decisione della Corte di secondo grado. Essendo rimasta inevasa tale richiesta, il ricorrente, nell’agosto del 2013, aveva deciso di adire la Corte africana dei diritti dell’uomo e dei popoli, affermando che nel caso di specie erano stati violati diversi diritti tutelati dalla Carta africana.
Il Sig. Alex Thomas, in particolare, ha affermato l’incompetenza del Tribunale della Tanzania a conoscere i termini della causa visto che il reato si era consumato in Kenya; la lacunosità dell’impianto accusatorio, il quale non aveva fornito oltre ogni ragionevole dubbio la descrizione delle modalità con le quali il furto sarebbe stato commesso, nonché della quantità e del valore della proprietà rubata; la violazione del diritto di difesa compreso quello di farsi assistere da un difensore di fiducia; la violazione del diritto di essere giudicato in un tempo ragionevole da un organo imparziale; la violazione del diritto a che le ragioni dei soggetti coinvolti vengano ascoltate.
La Corte, esaminando le richieste, ha dichiarato intanto la sua competenza nell’esaminare il caso, basando il suo ragionamento su due decisioni della stessa Corte (David Omari e altri c. Tanzania e Peter Joseph Chacha v. Tanzania). In merito alla violazione del diritto che ha ogni persona a che le sue ragioni siano ascoltate, la Corte ha ritenuto che i giudici di merito hanno proceduto alla formazione delle prove contro il ricorrente in sua assenza, nonostante il suo comprovato grave stato di salute, minando così il diritto sancito dall’art 7 , c. 1, della Carta. In relazione alla violazione del diritto ad essere assistito da un difensore di fiducia, la Corte richiama l’art. 7 c. 1 lettera c) della Carta e l’art 14, c. 3, lettera d) del Patto internazionale sui diritti civili e politici, nei quali si rinviene l’obbligo per gli Stati convenuti in un caso riguardante reati capitali di cui il ricorrente è accusato di riconoscere e concedere assistenza legale. (Floriana Plataroti)
I giudici di Strasburgo, con una pronuncia resa all’unanimità, hanno condannato la Russia per violazione dell’art. 8 della Convenzione nel caso che vedeva come ricorrente Roman Zakharov, caporedattore di un periodico in materia di aviazione, nonché membro di un’organizzazione no profit, la Glasnost Defence Foundation, che si preoccupa di monitorare lo stato di salute della libertà dell’informazione in Russia.
La vicenda giudiziaria culminata con la sentenza della Corte di Strasburgo ha inizio nel 2003 quando Zakharov decise di agire in giudizio contro tre operatori di telefonia mobile operanti sul territorio della Federazione russa, sostenendo che vi era stata una violazione del diritto alla privacy delle sue comunicazioni.
In particolare Zakharov sosteneva che, in forza di un provvedimento del Ministero delle Telecomunicazioni, il Federal Security Service, la principale agenzia della sicurezza interna in Russia, era abilitato ad intercettare tutte le telecomunicazioni in assenza di una preventiva autorizzazione giudiziale.
I giudici nazionali, tanto in primo grado quanto in appello, respinsero però il ricorso di Zakharov, affermando che questi non era stato in grado di dimostrare che le sue comunicazioni fossero state effettivamente intercettate.
Questo rilievo da parte dei giudici domestici, ossia l’effettiva esistenza di una violazione del diritto alla privacy del ricorrente, rappresenta anche uno dei punti più critici anche della sentenza pronunciata dai giudici europei; richiamando le parole contenute nell’opinione concorrente firmata da Dedov (il giudice di nazionalità russa), la Corte ha infatti condannato la Russia «without the applicant’s victim status being established».
Non è però la prima volta che la Corte dichiara ammissibile un ricorso anche in assenza di una lesione concreta lamentata dal ricorrente: già nei casi Klass and Others v. Germany, e Kennedy v. United Kingdom, i giudici si erano spinti fino ad affermare il sindacato di convenzionalità di una legge anche in abstracto.
La sentenza in commento, tuttavia, amplia considerevolmente lo spettro di azione di questa giurisdizione: se, infatti, nei precedenti sopra citati ci si limitata ad affermare che può essere contestata la conformità a Convenzione di provvedimenti legislativi autorizzativi di misure di sorveglianza segreti soltanto qualora si ravvisa l’esistenza un “reasonable risk” che il ricorrente sia effettivamente stato sottoposto a questi provvedimenti, in Zakharov il parametro del “reasonable risk” viene abbandonato in favore di un più generico richiamo ad un “increased risk” gravante sul ricorrente in quanto editore e membro attivo di un’organizzazione a difesa della libertà d’informazione. Per di più nei due precedenti sopra citati, la Corte, pur giudicando ammissibili i ricorsi, aveva in entrambi i casi ritenuto che non vi fosse una violazione del diritto convenzionale.
Questo giudizio rappresenta, quindi, il primo precedente che condanna uno Stato membro a seguito di una valutazione complessiva della sua legislazione sulla materia. Nel caso Klass, infatti, la Corte, dopo aver riconosciuto la sussistenza di un ragionevole rischio patito dai ricorrenti di essere stati intercettati, affermava che non vi era stata alcuna violazione dell’art. 8 della Convenzione.
Anche in Kennedy gli effetti non erano dissimili. Sebbene sia da questo caso che la Corte ricava il precedente su cui poggiare la sentenza Zakharov − è in Kennedy infatti che la Grand Chambre lanciava un monito a non perdere di vista le speciali ragioni che possono giustificare il discostarsi dalla regola «che nega al ricorrente il diritto di contestare la convenzionalità di una legge in astratto» − il ricorso per violazione dell’articolo 8 viene respinto, sebbene il ricorrente in Kennedy avesse addotto anche prove documentali a supporto dell’esistenza di un’interferenza al suo diritto alla privacy.
In conclusione, nonostante il bilanciamento tra il diritto alla privacy e la sicurezza nazionale, garantita attraverso programmi di mass surveillance, costituisca uno dei principali problemi con i quali le democrazie moderne devono confrontarsi, la rilevanza del caso Zakharov risiede principalmente in una ragione di ordine processuale: l’avere affermato in maniera netta la possibilità per la Corte di Strasburgo di sindacare la convenzionalità di atti normativi anche quando il ricorrente non lamenti una violazione concreta di un suo diritto o, in altre parole, sia carente dello stato di vittima, almeno secondo la stessa giurisprudenza di Strasburgo.
Tuttavia, come riconosciuto anche dall’opinione separata, l’impianto argomentativo a supporto di un così brusco cambio di rotta nella giurisprudenza della Corte avrebbe dovuto poggiare su ben altre basi. (Marco Antonio Simonelli)
Il 3 dicembre l’Assemblea nazionale dell'Ecuador ha approvato, con una maggioranza di 100 voti contro 8, un pacchetto di emendamenti costituzionali promosso dal partito di maggioranza Alianza Pais. Prima dell’entrata in vigore degli emendamenti, la Corte costituzionale ha verificato la conformità della procedura seguita rispetto a quanto disposto dalla Costituzione del 2008 con riferimento a quegli emendamenti parziali che non alterano la struttura fondamentale o la procedura di revisione del testo costituzionale, i diritti ivi riconosciuti o gli elementi costitutivi dello Stato. In particolare, il giudice di Quito ha affermato che è stato rispettato quanto già stabilito nel parere n. 001-14-DRD-CC, adottato dalla Corte nel 2014 ed avente sempre ad oggetto le proposte di modifica costituzionale (v. Palomar n. 60).
Il principale emendamento riguarda il mandato presidenziale; a seguito della riforma viene infatti eliminato il limite dei due mandati in precedenza previsto all’art. 144. L’attuale Presidente della Repubblica, Rafael Correa, in carica dal 2007, ha ciononostante dichiarato che non si presenterà alle prossime elezioni previste per il 2017; affermazione rafforzata dall’introduzione di una clausola transitoria, in base alla quale le modifiche relative al mandato presidenziale entreranno in vigore dopo il 24 maggio 2017 (le elezioni presidenziali sono previste per il mese di febbraio 2017).
Tra gli altri emendamenti costituzionali approvati figurano inoltre la riduzione dell’età minima per poter essere eletto Presidente della Repubblica (da 35 a 30 anni, art. 142), nonché le modifiche al ruolo della Corte dei Conti (art. 211), alle competenze dei governi locali (art. 264) e alla “acción de protección” (art. 88). (Ester Stefanelli)
Il 6 novembre 2015 il Parlamento tedesco ha approvato la legge 18/5373 disciplinante per la prima volta la pratica del suicidio assistito a livello nazionale. Tale legge, che modifica il codice penale tedesco (modificando l’art. 217 dello stesso), autorizza il medico, mosso dal perseguimento di “fini altruistici”, ad assistere il paziente nel suicidarsi. Il nuovo testo punisce invece, con una reclusione che va fino a tre anni, gli individui o le associazioni che aiutano una persona a suicidarsi per motivi legati ad attività di business (c.d. “commercial assisted suicide”). Si noti che una simile correlazione tra il divieto penale e l’esame delle motivazioni di chi pratica tale forma di assistenza è presente anche all’interno del codice penale svizzero (art. 115, il quale condanna l’individuo che incita o aiuta una persona a suicidarsi per “selfish motives”). La legge è stata approvata al termine di un dibattito durato diversi mesi, che ha visto la proposta e la discussione di diversi disegni di legge che andavano dall’introduzione dell’eutanasia al divieto assoluto di qualsiasi forma di assistenza al suicidio. Il testo attuale è criticato soprattutto perché si teme che possa creare un clima di incertezza giuridica, legato alla difficoltà, per un medico, di provare le motivazioni sulla base delle quali ha agito, diventando in tal modo penalmente perseguibile. (Ester Stefanelli)
Il 16 dicembre 2015 la Corte suprema giapponese ha ritenuto legittima una disposizione del codice civile che impone ad uno dei due coniugi, quasi sempre il partner femminile, di acquisire il cognome dell’altro. Secondo la Corte, questa disposizione non viola l'articolo 24 della Costituzione, che garantisce l'uguaglianza di tutte le persone in base alla legge, perché non si può ritenere discriminante nei confronti delle donne. A suo giudizio, la società giapponese ha sempre accettato questo principio ed è una pratica talmente diffusa che non è stata scalfita dalla battaglie per l’emancipazione femminile. La Corte ha comunque invitato la Dieta ad affrontare la questione del cambio di cognome. Si osservi che dei 15 giudici che compongono la Corte suprema, cinque, tra cui tutti e tre i giudici femminili, hanno al contrario espresso il parere che la disposizione del codice civile violi l'articolo 24, comma 2, della Costituzione, secondo cui le leggi riguardanti la scelta del coniuge, i diritti di proprietà, l'eredità, la scelta del domicilio, il divorzio e tutte le altre questioni relative al matrimonio e alla famiglia devono ispirarsi ai principi della dignità individuale e dell'eguaglianza fondamentale tra i sessi. (Giacomo Mannocci)
Il 23 dicembre 2015 il Parlamento greco, con 193 voti a favore e 56 contrari, ha approvato la legge, proposta dal governo presieduto da Alexis Tsipras, che legalizza le unioni civili tra persone dello stesso sesso. La legge prevede sostanzialmente che tali coppie godano degli stessi diritti che derivano dal matrimonio, ma esclude la possibilità delle adozioni.
Fin dal 2008 l’ordinamento greco prevedeva l’istituto delle unioni civili ma esclusivamente tra persone di sesso diverso. Proprio in ragione di ciò, nel maggio 2009 alcune coppie omossessuali avevano adito la Corte europea dei diritti dell’uomo (Vallianatos e altri v. Grecia), lamentando che tale esclusione prevista dalla legge greca determinava una discriminazione non giustificata tra coppie eterosessuali e coppie omosessuali. All’esito del giudizio, la Corte, con sentenza del 7 novembre 2013, si era pronunciata affermando che l’esclusione delle coppie omossessuali da qualsiasi tipo di riconoscimento legale violava l’art. 8 e l’art. 14 della Convenzione. (Andrea Macchiavello)
Il 12 Agosto 2015, a seguito di contrasti politici insanabili tra il Presidente della Repubblica, José Mário Vaz, il Primo ministro, Domingos Simôes Pereira, e il Presidente dell’Assemblea nazionale popolare, Cipriano Cassama (il Parlamento è monocamerale), il Presidente emanava il decreto presidencial n. 5/2015, con il quale, ai sensi del combinato disposto degli artt. 69, c. 1, lett. b) e 104, c. 2, della Costituzione (per cui è consentito al Presidente della Repubblica revocare il Governo, con suo decreto, nei soli casi di «grave crisi politica che ponga in pericolo il normale funzionamento delle istituzioni della Repubblica, sentito il Consiglio di Stato e con assenso dei partiti politici rappresentati in Parlamento»), il Governo veniva dimesso dalle sue funzioni.
Pochi giorni dopo, con il successivo decreto presidencial n. 6/2015, il Presidente Vaz nominava un nuovo Primo ministro, nella persona di Baciro Djá, allora vicepresidente del partito di maggioranza relativa in Parlamento, il Partido Africano da Independência da Guiné e Cabo Verde (PAIGC). Tuttavia, nel corso di un giudizio amministrativo sulla validità di un atto del nuovo governo, presieduto da Baciro Djá, veniva sollevata, innanzi al Supremo Tribunal de justiça – giurisdizione di ultima istanza del Paese, incaricata della verifica di costituzionalità delle leggi sulla base dell’art. 126 Cost. –, questione incidentale di costituzionalità del decreto presidencial n. 6/2015. Con l’acordão n. 1/2015, il Supremo collegio, pronunciandosi in via definitiva sull’incidente di costituzionalità, rilevava l’incostituzionalità del decreto presidenziale citato per violazione dell’art. 68, lett. g), Cost. Tale articolo, infatti, prevede che il Presidente della Repubblica possa nominare e revocare dalla carica di Primo ministro «tenendo conto dei risultati elettorali e dopo aver sentito le forze politiche rappresentate nell’Assemblea nazionale popolare». Nel caso di specie, il Presidente, invece, aveva nominato Baciro Djá senza il consenso del suo stesso partito, cioè del PAICG, che aveva riproposto il nome del Primo ministro uscente, Domingos Simôes Pereira.
Nella loro pronuncia, i giudici hanno affermato che la precisazione («tenuto conto dei risultati elettorali…»), contenuta nell’art. 68, lett. g), della Costituzione, non è «mero esercizio di pratica politica o un rituale esercizio della libera discrezionalità del Presidente della Repubblica, ma un sublime dovere giuridico-costituzionale, il cui rispetto è necessario per la salvaguardia della legittimità democratica dei risultati elettorali».
A seguito di questa pronuncia, il Presidente della Repubblica ha nominato, su indicazione della direzione del PAICG, un nuovo Primo ministro nella persona di Carlos Correia. Ai sensi dell’art. 85, lett. d), della Costituzione, tuttavia, all’Assemblea nazionale popolare spetta l’approvazione (a maggioranza) del programma di governo e, qualora questa approvazione non avvenga, è previsto che un nuovo dibattito sul programma governativo debba svolgersi entro 15 giorni. Nel caso in cui neppure questa seconda votazione dia esito positivo, ai sensi dell’art. 104, comma 1, lett. b), vi è l’obbligo di dimissioni da parte del Governo.
Il 23 dicembre 2015, Correia si presentava innanzi all’Assemblea nazionale popolare per ottenere l’approvazione del suo programma di governo. Durante la votazione, però, 15 deputati e membri del PAICG, guidati dall’ex-Primo Ministro Djá, si astenevano assieme ai membri dell’opposizione, provocando il mancato raggiungimento della maggioranza (sui 101 membri dell’Assemblea, i voti a favore del programma sono stati soltanto 45).
A seguito del loro comportamento durante il voto sul programma di governo, il 14 gennaio 2016, i 15 esponenti del PAICG venivano espulsi dal partito, che ne dava comunicazione alla Presidenza dell’Assemblea nazionale popolare, chiedendo che si facesse applicazione dell’art. 13 del regimento interno dell’Assemblea (Lei n. 1/2010) e ne venisse dichiarata, pertanto, la perdita del mandato parlamentare. Il 15 gennaio 2016, non essendo in sessione l’Assemblea nazionale popolare, la Commissione permanente – organo previsto dall’art. 95 della Costituzione, presieduto dal Presidente e composto dal Vicepresidente dell’Assemblea e dai rappresentanti dei partiti che hanno seggi in Parlamento – deliberava la perdita del mandato parlamentare per i 15 deputati espulsi dal PAIGC.
Pochi giorni dopo, come previsto, l’Assemblea nazionale popolare si riuniva in sessione straordinaria, convocata dal Presidente dell’Assemblea. E, nonostante il Presidente avesse richiesto alle forze di sicurezza di impedire l’accesso all’aula ai 15 deputati “decaduti”, siccome i loro nomi risultavano ancora sulla lista dei deputati pubblicata in Gazzetta Ufficiale, su decisione del Comissário Nacional da Polícia da Ordem Publica, José António Marques, vennero fatti entrare comunque. A quel punto, il Presidente dell’Assemblea, ritenendo non sufficienti le condizioni di sicurezza per l’ordinato svolgimento della seduta (art. 24, comma 1, lett. e) del regimento interno), la sospendeva, senza far procedere alla seconda votazione del programma di governo.
Ad oggi la crisi non è ancora stata risolta e il Presidente della Repubblica ha deciso di avviare una lunga fase di consultazioni, al fine di trovare una mediazione politica tra tutti i principali protagonisti delle ultime, complesse, vicende del piccolo, martoriato, Paese africano. (Francesco Campodonico)
Il 28 settembre 2015 la Corte costituzionale indonesiana ha emesso una sentenza con la quale si stabilisce che le forze dell'ordine devono avere l'approvazione scritta del Presidente della Repubblica prima di poter iniziare eventuali indagini penali nei confronti dei parlamentari. La Corte è intervenuta in merito ad una disposizione – l’art. 245 – della legge che disciplina le modalità di funzionamento degli organi legislativi. In precedenza, l’autorizzazione alle indagini veniva rilasciata dal Comitato etico della Camera dei rappresentanti, composto da 17 parlamentari in rappresentanza di tutti i gruppi, eletti dalla Camera in seduta plenaria. Secondo la Corte sarebbe incostituzionale affidare la decisione in merito alle indagini riguardanti un parlamentare ad una commissione composta esclusivamente da parlamentari perché potrebbe generarsi un possibile conflitto di interessi. La Corte ha infine chiarito che il nuovo potere attributo al Presidente potrà essere esercitato non solo nei confronti dei componenti della Camera dei rappresentanti, ma anche del Consiglio delle rappresentanze regionali, che è il secondo ramo del Parlamento. (Giacomo Mannocci)
Il 23 ottobre 2015, nella provincia di Aceh in Indonesia, l'unica parte del Paese che applica la legge islamica della sharia, è entrata in vigore una legge, approvata nel 2014, che punisce severamente l’omosessualità e l’adulterio. Aceh è un territorio autonomo all’interno della Repubblica indonesiana, dove, dal 1999, si applica la sharia per quanto riguarda lo status delle persone e il diritto penale: questa è stata progressivamente applicata in seguito alla nuova legge di autonomia del 2001 con cui lo Stato centrale ha permesso alla provincia di Aceh di emanare delle leggi locali, denominate “quanus”, in attuazione dei precetti islamici.
In base alla legge penale del 2014, entrata in vigore nell’ottobre 2015, si prescrive una pena di 100 colpi di bastone per adulterio, per le manifestazioni pubbliche di affetto da parte di coppie non sposate e per qualsiasi atto omosessuale. Le nuove norme si applicano sia ai cittadini residenti che agli stranieri. La fustigazione ad Aceh è già prevista per numerosi reati come il gioco d'azzardo e il consumo di alcol. (Giacomo Mannocci)
Nella seduta del 4 novembre 2015, la Prima Sala della Corte suprema si è pronunciata sul recurso de amparo en revisión 237/2014 stabilendo il riconoscimento di un diritto costituzionale in capo al singolo di poter consumare marihuana.
La controversia alla base dell’amparo nasceva da una richiesta, formulata da alcuni cittadini alla Comisión federal para la protección contra riesgos sanitarios (COFEPRIS) – agenzia governativa dipendente dalla Secretaría de Salud del Governo federale messicano – di essere autorizzati al consumo personale di marihuana. Di fronte al diniego espresso dall’istituzione, i richiedenti proponevano un recurso de amparo indirecto innanzi al Tribunale amministrativo del Distretto federale, deducendo la illegittimità degli artt. 235, ultimo comma, 237, 245, comma 1, 247, ultimo paragrafo, e 248 della ley general de salud (che, fra le altre cose, stabilivano il divieto di concessione di autorizzazione per il consumo personale della sostanza a fini ricreativi) per violazione dei diritti fondamentali alla identità personale, alla propria immagine, al libero sviluppo della personalità, all’autodeterminazione e alla libertà individuale; tutti principi derivati dal più generale principio di dignità umana e dal diritto alla libera disponibilità della propria salute. Il Tribunale, tuttavia, con propria sentenza, non ravvisava la lesione dei diritti costituzionali invocati e confermava il divieto.
La sentenza veniva quindi impugnata innanzi alla Corte suprema federale.
Nella sua sentenza, la Corte, dopo aver espletato un dettagliato giudizio di proporzionalità (test de proporcionalidad) della misura legislativa (il diniego assoluto del consumo personale a fini ricreativi) rispetto alle finalità poste dal legislatore (ovvero tutela della salute e tutela dell’ordine pubblico, riconosciute comunque legittime dal punto di vista costituzionale  v. sentenza, p. 47), rileva come la misura si dimostri adeguata rispetto ai fini indicati dal legislatore. Tuttavia, verificando la necessità della stessa, la Corte afferma che «gli articoli impugnati costituiscono una misura non necessaria, in quanto esistono misure alternative ugualmente idonee a proteggere la salute e l’ordine pubblico che comprimono il diritto fondamentale in maniera più lieve». Pur sottolineando che non devono essere sottovalutati gli effetti nocivi per la salute, la Corte reputa attinente allo stretto ambito della autonomia individuale, protetto dal diritto al libero sviluppo della personalità, di «decidere se si desidera o meno sperimentare gli effetti della sostanza». In conclusione, la Corte dichiara incostituzionali gli artt. 235, 237, 245, 247 e 248, della Ley General da Salud nella parte in cui impediscono che la Secretaría de Salud possa emettere autorizzazioni per la realizzazione di tutti gli atti necessari (piantare, coltivare, raccogliere, preparare, possedere e trasportare) al consumo personale, con fini ricreativi, dei prodotti delle piante contenenti le due sostanze (cannabis e THC), generalmente note con il nome di marihuana. (Francesco Campodonico)
Il 3 dicembre 2015 il Parlamento monocamerale della Mongolia, denominato Grande Hural di Stato, ha disposto la soppressione della pena di morte per tutti i reati presenti nel nuovo codice penale che entrerà in vigore nel settembre 2016. L’ultima esecuzione capitale risale al 2008 e da allora la Mongolia ha compiuto una serie di iniziative legislative volte ad eliminare definitivamente la pena di morte dal proprio ordinamento. Nel 2010, il Presidente della Repubblica, Tsakhiagiin Elbegdorj, ha commutato tutte le condanne a morte fino ad allora pronunciate e ha annunciato una moratoria su tutte le esecuzioni. Nel 2012 è stato poi ratificato un trattato internazionale che impegnava il Paese ad abolire la pena di morte, cosa che è poi avvenuta a dicembre scorso.
Sempre in materia penale occorre ricordare che il 29 ottobre 2015 il Parlamento mongolo ha adottato una nuova legge di amnistia che è entrata in vigore lo stesso giorno. La legge si applica ai soggetti che hanno commesso dei crimini anteriormente al 2 luglio 2015, data di presentazione del relativo progetto di legge. L’amnistia trova applicazione per coloro che sono stati condannati per tradimento, spionaggio, omicidio, disordini, sabotaggi, omicidi, rapimenti, traffico di esseri umani, stupro, terrorismo e produzione illegale di farmaci stupefacenti e psicotrope. Sono stati invece esclusi dall’amnistia i reati di corruzione, abuso di potere, appropriazione di denaro pubblico e di acquisizione illegale di capitali. In attuazione della nuova normativa, circa 1.700 cittadini sono stati rilasciati dal carcere.
Sul progetto di legge, il Presidente della Repubblica aveva posto veto, a seguito del quale sono stati inserite come esclusioni i reati di corruzione, abuso di autorità, frodi e acquisizione illegale di capitali. Contestualmente alla legge, ne è stata approvata un’altra che ha ad oggetto l’amnistia fiscale.
Non è la prima volta che la Mongolia adotta atti di amnistia: leggi di questo genere erano già state approvate nel 1991, 1996, 2000, 2006 e, da ultimo, nel 2009. (Giacomo Mannocci)
Dal 30 novembre al 12 dicembre si è tenuta a Parigi la Conferenza sui cambiamenti climatici. È stata la 21ª sessione annuale della conferenza delle parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) del 1992 e la 11ª sessione della riunione delle parti del protocollo di Kyoto del 1997. Dopo venti anni di mediazione da parte delle Nazioni Unite, si è giunti a questo fondamentale accordo sul clima. Si tratta della riunione più importante degli ultimi anni per decidere come rallentare e possibilmente fermare l'aumento della temperatura a livello globale nei prossimi decenni. Per farlo si incoraggiano trasformazioni profonde dei settori industriali e non (energia, trasporti, edilizia, agricoltura, ecc.).
Il 12 dicembre, i 195 paesi partecipanti hanno raggiunto il cd. “Accordo di Parigi” che, per entrare in vigore nel 2020, ora deve essere ratificato da almeno 55 paesi che rappresentano complessivamente il 55 per cento delle emissioni mondiali di gas serra. L’impegno che i Paesi si prefiggono di rispettare consiste nel contenere il rialzo della temperatura media globale “ben al di sotto dei 2 gradi centigradi” rispetto ai livelli preindustriali.
Il testo dell'Accordo è composto da un Preambolo e da 29 articoli. Nel Preambolo sono indicati una serie di principi che devono essere rispettati, quali quello di equità e di responsabilità comuni, ma tuttavia differenziate alla luce delle diverse circostanze nazionali. Vengono riconosciuti i bisogni specifici e le circostanze speciali dei Paesi in via di sviluppo, soprattutto quelli che sono particolarmente vulnerabili agli effetti negativi dei cambiamenti climatici. Di primaria importanza è il diritto all'ambiente, che si estrinseca nell'assicurare l’integrità di tutti gli ecosistemi, inclusi gli oceani, e nella protezione della biodiversità; viene inoltre riconosciuta come priorità fondamentale la salvaguardia della sicurezza alimentare.
Nell'articolo 2 emerge che il rafforzamento della risposta globale alla minaccia del cambiamento climatico può avvenire attraverso: 1) il mantenimento dell’incremento della temperatura media globale molto sotto i 2 gradi centigradi al di sopra dei livelli preindustriali, (ma viene espressa anche la volontà di contenere il riscaldamento entro 1,5 gradi centigradi); 2) l'irrobustimento della resilienza climatica e lo sviluppo a basse emissioni di gas climalteranti in modo tale che non venga minacciata la produzione del cibo; 3) l’adeguatezza dei flussi finanziari rispetto a percorsi verso uno sviluppo a basse emissioni.
Il testo prevede un processo di revisione degli obiettivi che dovrà svolgersi ogni cinque anni; sempre ogni cinque anni si farà il punto sui progressi fatti. I Paesi di vecchia industrializzazione erogheranno cento miliardi all’anno (dal 2020) per diffondere in tutto il mondo le tecnologie verdi e decarbonizzare l’economia.
L’accordo dà, quindi, il via a un meccanismo di rimborsi per compensare le perdite finanziarie causate dai cambiamenti climatici nei Paesi più vulnerabili geograficamente. Molti aspetti previsti dall'Accordo (si pensi alla cooperazione internazionale, all'adattamento, agli aspetti finanziari) hanno bisogno di tempo per essere messi a punto. Si tratta di un percorso molto lungo e forse troppo legato alla volontà dei singoli Stati, che secondo questo Accordo, non saranno sanzionati in caso di non raggiungimento degli obiettivi da loro stessi indicati. (Ilenia Siccardi)
Con la legge 30.364, promulgata il 22 novembre, il Congresso ha adottato nuove disposizioni per la prevenzione, la repressione ed il contrasto alla violenza sulle donne tanto nella sfera pubblica che in quella domestica. La legge definisce le fattispecie di violenza e disciplina un procedimento giurisdizionale penale ad hoc che si aziona nel momento in cui la polizia giudiziaria ha conoscenza del reato. Secondo l'at. 5, per violenza contro le donne si intende qualunque condotta che causi la morte, un danno, una sofferenza fisica, sessuale o psicologica ad una donna in quanto tale, tanto in ambito privato che in ambito pubblico.
La nuova legge si preoccupa soprattutto di attivare un procedimento giurisdizionale celere che renda la tutela della donna effettiva. Secondo gli artt. 15 e 16, la polizia che abbia conoscenza di un fatto di reato commesso contro una donna o un altro membro del nucleo familiare deve, entro ventiquattro ore dalla conoscenza del fatto, informare prontamente il giudice di famiglia o altro giudice competente. Nel termine delle settantadue ore successive, l'autorità giurisdizionale può adottare misure protettive cautelari a favore della vittima. Il giudice delle misure cautelari trasmetterà gli atti al pubblico ministero che dovrà intraprendere l'azione penale. Infine, la legge istituisce una commissione con competenze promozionali e di vigilanza sull'implementazione degli obiettivi della legge ed un osservatorio nazionale con compiti di raccolta dati e studi per il perseguimento dei medesimi fini. (Diego Serra)
Con legge 30.367 il Congresso ha inteso implementare con un ulteriore tassello la tutela della donna nella sfera pubblica e in quella privata, proteggendo la madre lavoratrice dal licenziamento arbitrario e prolungando il periodo di congedo per maternità.
La norma si occupa di definire in quali fattispecie il licenziamento sia invalido ed intende attuare le disposizioni della Costituzione in tema di uguaglianza e parità di genere. In particolare, ai sensi del nuovo art. 29 del texto único ordenado del decreto legislativo 728, il licenziamento è considerato illegittimo quando viene inflitto a causa della gravidanza, della nascita, dell'allattamento durante il periodo di gestazione ed entro i novanta giorni successivi alla nascita. Il licenziamento si presume illegittimo a meno che il datore di lavoro non dimostri una giusta causa. Le disposizioni sul licenziamento illegittimo si applicano soltanto se la lavoratrice ha notificato previamente e mediante documenti a sostegno lo stato interessante. La lavoratrice godrà inoltre di un periodo di congedo di quarantanove giorni prima della nascita e di ulteriori quarantanove giorni successivi alla nascita. Spetterà alla lavoratrice eventualmente differire totalmente o parzialmente il godimento del periodo di congedo postnatale. (Diego Serra)
Il Parlamento polacco ha approvato, il 22 dicembre 2015, una legge che modifica la normativa sul funzionamento della Corte costituzionale. La nuova normativa stabilisce che le decisioni della Corte siano votate a maggioranza dei 2/3 dei presenti e che devono partecipare alla votazione almeno 13 dei 15 giudici che compongono il collegio. Ulteriori modifiche hanno riguardato le modalità di elezione del Presidente e del Vice Presidente della Corte, le modalità di deliberazione, le udienze, la maggioranza richiesta per la deliberazione delle sentenze in seduta plenaria, i procedimenti disciplinari, l’impeachement, e la riduzione del mandato dei giudici. Tale novella normativa, entrata in vigore il giorno stesso della sua pubblicazione, ha impedito alla Corte costituzionale di esprimere qualsiasi parere sul testo.
Nonostante ciò però, quest’ultima si è espressa affermando l’illegittimità costituzionale di tale normativa, poiché essa «rende impossibile, per un organo come la Corte, di funzionare in maniera appropriata, interferendo inoltre con la sua indipendenza e con la separazione dei poteri». In altri termini la riforma così come strutturata colpirebbe l'indipendenza della Corte, costituzionalmente garantita.
A fronte di tale decisione, il governo polacco, fortemente contrariato, ha deciso di non pubblicare la decisione ritenuta invalida poiché emessa in violazione delle regole che la stessa Corte aveva bocciato. Infatti, in base alla nuova legge esso può deliberare solo con un quorum di 13 giudici su 15, numero mancante al momento della decisione.
Infine, un altro aspetto rilevante della legge ha riguardato l’impianto decisorio, che a seguito della legge 22 dicembre 2015 impone alla Corte di giudicare i casi in ordine cronologico, limitando fortemente la libertà di quest’ultima di decidere quali casi fossero meritevoli di precedenza. (Floriana Plataroti)
L’11 novembre del 2015, con l’acórdão n. 592/2015, il Tribunale costituzionale ha annullato le deliberazioni del Consiglio di giurisdizione nazionale (Conselho de Jurisdição Nacional, CNJ) del Partido Social Democrata (PSD) emesse in data 30 luglio 2015 e 4 ottobre 2015 nei confronti di quattro militanti (e deputati) dello stesso partito per aver votato, in occasione del voto finale sulla proposta de lei n. 254/XII/4 (recante la proposta di legge di bilancio per il 2015), contro la proposta stessa, in dissenso rispetto alla posizione ufficiale del proprio partito. La sanzione comminata ai deputati era quella della sospensione dall’elettorato attivo e passivo per un mese.
Per il combinato disposto degli artt. 103-C, c. 8, e 103-D della lei orgânica n. 28/1982 (“legge organica sull’organizzazione, funzionamento e processo del Tribunale costituzionale”) è concesso, ai membri dei vari partiti politici del Paese, di impugnare davanti al Tribunale costituzionale i provvedimenti sanzionatori emessi dai competenti organi dei partiti, secondo quanto disposto dai rispettivi statuti. Per poter promuovere l’impugnativa davanti al Tribunale costituzionale è necessario dedurre o l’illegittimità delle sanzioni comminate o la violazione delle regole statutarie; il provvedimento disciplinare deve, inoltre, ledere direttamente e personalmente i diritti di partecipazione del militante all’attività del partito.
I quattro deputati sanzionati, dunque, proponevano ricorso davanti al Tribunale costituzionale deducendo tanto l’invalidità dell’intero procedimento sanzionatorio, per essere stato avviato da un soggetto non titolato a farlo (cioè dal presidente del gruppo parlamentare), quanto l’incompetenza a decidere, in prima istanza, da parte del CNJ. Inoltre, evidenziavano come il procedimento si fosse svolto con gravi violazioni del loro diritto di difesa, derivanti dalla mancata notificazione della raccolta, agli atti del processo, delle testimonianze scritte, rese da quattro testimoni a loro carico.
Il Tribunale costituzionale, respinte nel merito tutte le altre istanze dei ricorrenti, riconosceva la mancanza della notifica agli imputati del deposito delle quattro testimonianze, rese per iscritto dai testimoni dedotti da controparte. Tale mancanza, costituendo violazione delle garanzie di audizione e difesa degli imputati, previste dall’art. 22, c. 2, della lei orgânica n. 2/2003 (“legge sui partiti politici”), secondo le modifiche apportatevi dall’art. 6, c. 1, lett. d), della lei orgânica n. 2/2008, determinava la nullità insanabile (nulidade insuprivél) del procedimento disciplinare a carico di pubblici funzionari, secondo quanto disposto dall’art. 203, c. 1, della lei geral do trabalho em funções públicas, approvata con la lei n. 35/2014. (Francesco Campodonico)
Il 18 novembre 2015 la Supreme Court del Regno Unito ha ritenuto che la disciplina in materia d’immigrazione (Immigration Rule) che impone ai coniugi stranieri di cittadini inglesi di sostenere un test di competenze linguistiche non è illegittima ai sensi degli artt. 8 e 14 CEDU.
La necessità di provare la conoscenza della lingua inglese prima dell’ingresso nel paese è stata introdotta nella normativa in materia da un emendamento del 2010. In base all’art. 281 della legge l’individuo deve presentare un certificato di conoscenza della lingua inglese che dimostri il possesso di un livello pari ad A1 (ascolto e parlato) del Quadro comune europeo di riferimento per le lingue; il certificato deve essere rilasciato da un istituto appositamente riconosciuto dal Governo. Lo stesso articolo prevede l’esenzione, per alcune categorie di persone, dalla necessità di provare la conoscenza della lingua inglese; gli individui con più di 65 anni, ovvero coloro che non possono sostenere l’esame linguistico per motivi di salute o per “exceptional compassionate circumstances”; i cittadini di paesi la cui lingua maggioritaria è l’inglese (Antigua e Barbuda; Australia; Bahamas; Barbados; Belize; Canada; Dominica; Grenada; Guyana; Jamaica; Nuova Zelanda; Saint Kitts and Nevis; Santa Lucia; Saint Vincent e Grenadine; Trinidad e Tobago; Stati Uniti); coloro che hanno ottenuto un diploma universitario in questi stessi paesi, con corsi di studio impartiti in lingua inglese, o nel Regno Unito.
La previsione di test linguistici per l’ingresso in un paese o per l’acquisto della cittadinanza è una tendenza comune oggi a diversi paesi dell’Unione europea. Gli stessi elementi che caratterizzano la normativa britannica, come la necessità di provare la conoscenza della lingua prima dell’ingresso nel paese e la formalizzazione del requisito linguistico mediante l’organizzazione di test linguistici, sono del resto ricorrenti in diversi ordinamenti. Occorre inoltre ricordare che la stessa Unione europea, in alcune sue direttive (2003/86/CE e 2003/109/CE, rispettivamente dedicate al diritto al ricongiungimento familiare e al soggiorno di lungo periodo dei cittadini extracomunitari legalmente residenti), ha riconosciuto la potestà degli Stati membri di porre misure e condizioni di integrazione - nell’ambito del quale ben si possono ricomprendere i requisiti linguistici - nelle loro normative in materia.
Nel caso deciso dalla Corte suprema del Regno Unito, le ricorrenti, due cittadine del Regno Unito, hanno impugnato il citato provvedimento normativo. In particolare, ad avviso delle ricorrenti sarebbe stato impossibile per i rispettivi mariti - di origine yemenita e pakistana - possedere le competenze linguistiche richieste dalla legge.
In base a una ricerca commissionata dalle stesse ricorrenti e citata dalla Corte, le difficoltà in ordine al soddisfacimento del requisito sarebbero state molteplici. In primo luogo, mancano informazioni circa l’organizzazione dei test, con riguardo, ad esempio, ai centri autorizzati a rilasciare i certificati e ai luoghi dove è possibile sostenere gli esami. Nondimeno, i siti internet che contengono queste informazioni sono in lingua inglese, quindi di difficile accesso per gli individui interessati a queste procedure. Infine, spesso i centri riconosciuti non organizzano corsi e test per il livello A1 o comunque limitati alle competenze dell’ascolto e del parlato, per cui di fatto gli individui sono talvolta obbligati a dimostrare conoscenze linguistiche più alte di quelle richieste dalla legge. Alla luce di siffatte considerazioni, le ricorrenti chiedevano che la disposizione che disciplina i test linguistici fosse dichiarata illegittima per contrasto con gli articoli 8 e 14 CEDU. Come noto, tali disposizioni tutelano - rispettivamente - il diritto alla vita privata e familiare ed il diritto alla non discriminazione
La Corte non rileva una violazione dell’articolo 8 CEDU. Dopo aver delineato le finalità della normativa censurata - tra i quali il sostegno dell’integrazione dei coniugi dei cittadini britannici in ingresso nel Regno Unito - i giudici riconoscono che sussiste una netta connessione tra il fine perseguito e gli strumenti previsti dalla legge (“a rational connection”) e che tali strumenti non sono sproporzionati rispetto allo scopo (“a less intrusive means”). La Supreme Court richiama inoltre la costante giurisprudenza della Corte di Strasburgo (sentenze Abdulaziz, Cabales and Balkandali v United Kingdom (1985) e Jeunesse v The Netherlands (2015)), la quale ha ritenuto che la Convenzione non impone agli Stati contraenti un illimitato obbligo di accettare le scelte inerenti la fissazione della residenza nei propri confini da parte delle coppie sposate.
La Corte suprema neppure ha ritenuto la normativa in contrasto con l’articolo 14 CEDU. Invero, ha affermato che la normativa persegue il legittimo fine di imporre a tutti i soggetti che intendono risiedere nel Regno una conoscenza almeno rudimentale della lingua inglese. In tal senso, l’esenzione riconosciuta dalla legge a favore dei cittadini di alcuni Stati la cui lingua maggioritaria è l’inglese, censurata dalle ricorrenti, sarebbe giustificabile sulla base della considerazione del fatto che tali individui ragionevolmente posseggano una sufficiente familiarità con la lingua inglese e siano quindi in grado integrarsi nella società britannica subito dopo il loro arrivo nel Regno Unito. (Giammaria Milani - Andrea Perelli)
Il 6 ottobre 2015 la Court of Appeal dell’Inghilterra e del Galles ha dichiarato non illegittima - ai sensi del Equality Act (2010) e della CEDU - la disciplina pensionistica che impedisce la successione nel trattamento previdenziale al coniuge dello stesso sesso quando il de cuius sia andato in pensione prima dell’entrata in vigore della disciplina sulle unioni civili del 2005. Invero, la Corte ha ritenuto che tale normativa non sia illegittima, dal momento che la suddetta disciplina sulle unioni civili non ha effetti retroattivi. È appena il caso di ricordare che la citata disciplina delle unioni civili è stata superata nel 2013, mediante l’introduzione del matrimonio egualitario (v. Palomar n. 55). (Andrea Perelli)
Il 14 dicembre 2015, la Repubblica centrafricana ha adottato, a seguito di referendum, una nuova Costituzione.
Il 31 agosto 2015, il Consiglio di transizione nazionale (CNT) della Repubblica Centrafricana – organo istituito a partire dal 2003 con l’incarico di guidare il Paese verso l’adozione di una nuova Costituzione e, quindi, verso libere elezioni – aveva approvato il testo della nuova Costituzione, da sottoporre a referendum popolare (v. Palomar n. 63). Inizialmente previsto per il 4 ottobre, il referendum ha avuto luogo tra il 13 ed il 14 dicembre 2015. Secondo i dati pubblicati dall’Autorité nationale des élections, ha votato il 38% degli aventi diritto, il 93% dei quali ha espresso voto favorevole al testo. Quest’ultimo, quindi, sarà promulgato dal nuovo Presidente della Repubblica, eletto a seguito delle elezioni previste per il 27 dicembre 2015.
La nuova Costituzione stabilisce una forma di governo semipresidenziale, sul modello francese. Il Presidente della Repubblica è eletto direttamente dal popolo, resta in carica cinque anni e non può compiere più di due mandati (il limite, peraltro, non può essere oggetto di revisione costituzionale). Il Presidente rappresenta l’unità nazionale e vigila sul rispetto della Costituzione. Allo stesso tempo, egli è il capo dell’Esecutivo, nomina il Primo ministro ed i ministri e può mettere fine al loro mandato.
Il Primo ministro è il capo del Governo, è responsabile nei confronti sia del Presidente della Repubblica sia del Parlamento. Egli deve godere, quindi, di una “doppia fiducia”, da un lato da parte del Capo dello Stato – che può in qualsiasi momento revocargli il mandato – dall’altro da parte del Parlamento, che accorda e revoca la fiducia a maggioranza assoluta.
La funzione legislativa è esercitata dal Parlamento, composto da Assemblée Nationale e Sénat. Quest’ultimo, in particolare, è eletto dai rappresentanti delle collettività territoriali. All’elezione del Senato, quindi, si potrà procedere solamente in seguito alle elezioni amministrative, per le quali al momento non è ancora stata fissata una data.
Molte disposizioni costituzionali vanno lette alla luce della guerra civile nella quale è precipitato il Paese negli ultimi anni, a causa del conflitto tra clan a maggioranza cristiana e musulmana. In particolare, meritano di essere segnalati l’art. 8, che proibisce ogni forma di integralismo religioso e di intolleranza, ed il Preambolo, nel quale si afferma che il popolo centrafricano è determinato a porre fine alla gestione familiare e patrimoniale della cosa pubblica. (Francesco Gallarati)
Il 25 ottobre 2015, a seguito di consultazione referendaria, il Congo ha approvato una nuova Costituzione che, tra le altre cose, permetterà al presidente della Repubblica, Denis Sassou-Nguesso, 72 anni, da tre decenni al potere, di ricandidarsi nel 2016 per la terza volta. La Costituzione previgente limitava a due il numero di mandati di un capo di Stato e a 70 anni l’età massima per candidarsi. Il 6 novembre 2015 il testo della nuova Carta fondamentale è stato promulgato da parte dello stesso Presidente.
Il testo, approvato con il 92,96% delle preferenze, apporta inoltre una serie di cambiamenti istituzionali tra cui il ripristino della carica di Primo ministro e il rafforzamento degli enti locali. La partecipazione al referendum, secondo i dati ufficiali comunicati la sera del 27 ottobre dal Ministro dell’Interno Raymond Mboulou, è stata del 72,44%. (Adolphe Hatungimana)
Il 2 dicembre il Tribunale costituzionale della Repubblica Dominicana ha dichiarato l’incostituzionalità della legge 550-14, recante il nuovo codice penale, con la quale si autorizzava (artt. 107, 108, 109 e 110) la pratica dell’aborto in alcuni casi espressamente indicati. In particolare, la legge promossa dall’attuale Presidente della Repubblica, Danilo Medina, la cui entrata in vigore era prevista per il 27 dicembre 2015 (dopo essere stata adottata un anno prima), avrebbe permesso di procedere all’aborto nell’eventualità di rischio per la salute della madre, stupro, incesto o gravi malattie del feto incompatibili con la vita clinicamente sostenuta. La pratica dell’aborto, salvo in queste ipotesi, rimaneva invece sanzionata dal nuovo codice penale con una reclusione fino a tre anni. Il ricorso è stato promosso da tre associazioni cattoliche e conservatrici: Justicia y Transparencia, Transparencia y Democracia e la Fundación Matrimonio Feliz.
Il Tribunale costituzionale ha dichiarato l’incostituzionalità dell’intera legge 550-14, poiché ha rilevato un vizio procedurale nell’adozione della stessa. Nello specifico, il giudice di Santo Domingo ha affermato che non è stato rispettato il principio bicamerale, poiché la Camera dei deputati ha direttamente accolto le osservazioni relative al progetto di legge inviate dal Presidente della Repubblica, senza richiedere al Senato un’approvazione delle ulteriori modifiche apportate. La trasmissione del testo alla Presidenza al fine di ottenerne la promulgazione, senza previa consultazione del Senato, avrebbe quindi comportato una violazione sia dell’art. 76 della Costituzione, secondo il quale il potere legislativo è esercitato dalle due camere, sia dell’art. 93, che riconosce all’intero Parlamento la competenza di conoscere le osservazioni dell’Esecutivo sulle leggi. Tenuto conto di tali violazioni, il giudice costituzionale non ha invece ritenuto opportuno esaminare la presunta violazione dell’art. 37 della Costituzione (relativo al diritto alla vita), sollevata dai ricorrenti, secondo i quali il diritto alla vita inizia sin dal momento del concepimento.
A seguito della dichiarazione di incostituzionalità, la Corte ha disposto che rimarrà quindi in vigore il codice penale, risalente al 1884. (Ester Stefanelli)
Il 19 dicembre il popolo ruandese è stato chiamato a esprimersi, mediante referendum, sulla legge di revisione costituzionale per la modifica di diversi articoli relativi alla durata del mandato di alcuni incarichi istituzionali tra cui quello del Presidente della Repubblica. Il referendum si è in realtà rivelato essere un plebiscito in favore del Presidente Paul Kagane, al governo del paese dal 1994. Alle urne si sono infatti recati più del 98% degli aventi diritto con i “Sì” alla riforma che hanno attenuto il 98% dei voti. Ai sensi del combinato disposto degli artt. 101 e 172 della nuova Costituzione, Kagane potrà rimanere alla guida del paese fino al 2034; in quanto sebbene l’art. 101 riduca la durata del mandato presidenziale da 7 a 5 anni, ai sensi del novellato art. 172 tale riforma entrerà in vigore dopo le prossime elezioni presidenziali che si terranno nel 2017. Nel 2017 inizierà infatti il “settennato transitorio”, giacché sebbene il prossimo mandato mandato presidenziale avrà la durata stabilita dalla Costituzione non revisionata, Kagane, che non si sarebbe potuto candidare ai sensi della disciplina pre-revisione, potrà essere eletto. Tale mandato sembra in definitiva sfuggire a qualunque inquadramento costituzionale. Le altre modifiche apportate dalla riforma riguardano il mandato dei senatori, del Presidente e del Vicepresidente della Corte suprema; tutti i rispettivi mandati sono stati ridotti da 8 a 5 anni e, a differenza del passato, sono adesso rinnovabili per una sola volta. (Marco Antonio Simonelli)
L’8 dicembre 2015 il Parlamento slovacco (Národná rada Slovenskej republiky - Consiglio Nazionale della Repubblica slovacca) ha approvato con legge n. 427/2015 un emendamento alla Costituzione che ha modificato l’art. 17, consentendo un periodo di custodia cautelare in carcere per i sospettati di terrorismo fino a 96 ore (anziché 48 come ordinariamente previsto). La modifica costituzionale è stata approvata dal parlamento con 95 voti a favore e 25 contrari ed è entrata in vigore il 1° gennaio 2016. La ragione di tale modifica deve essere rinvenuta nell’esigenza di misure adeguate a contrastare fenomeni di terrorismo dopo gli attacchi di Parigi del 13 novembre 2015. (Andrea Macchiavello)
Nel corso del 2015, la Slovenia è stata protagonista di un’importante riforma del diritto di famiglia, che successivamente ha subito, all’esito del referendum abrogativo del 20 dicembre 2015, un’ulteriore rivisitazione nei suoi contenuti.
Infatti, nel marzo del 2015, il Parlamento sloveno ha approvato una legge che ha riconosciuto alle coppie dello stesso sesso pari dignità e stessi diritti, parificandole – in sostanza – alle unioni eterosessuali, consentendo a costoro anche la possibilità di ricorrere all’adozione (v. Palomar n. 61).
Più nel dettaglio, il Parlamento sloveno ha inteso regolare lo status delle unioni omosessuali, riconoscendo le stesse condizioni giuridiche, finanziarie e sociali che discendono dai matrimoni e dalle convivenze tra persone di sesso diverso.
Tale novella normativa ha radicalmente modificato l’originale impianto della legge sul diritto di famiglia, in vigore dal 1° gennaio 1977 e successivamente modificata nel 2004. A tal proposito, è importante ricordare che, già nel 2012, il Parlamento aveva tentato di modificare la predetta normativa, con una proposta di legge che riconosceva il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Tuttavia, tale novità non venne accolta positivamente dal popolo sloveno che, successivamente chiamato ad esprimersi sulla modifica tramite referendum abrogativo, la rigettò.
Medesimo risultato si è raggiunto il 20 dicembre 2015, quando gli sloveni, nuovamente recatisi alle urne, si sono espressi per l’abrogazione del nuovo testo normativo, evidenziando ancora una volta la propria volontà nel non riconoscere i medesimi diritti delle coppie eterosessuali alle coppie “same sex”.
È importante sottolineare come l’ammissibilità della proposizione di tale referendum sia stata sottoposta al vaglio della Corte costituzionale slovena, poiché l’art. 90 della Costituzione, vieta di proporre referendum sui diritti umani; nonostante tale limite, però, la Corte ha comunque acconsentito alla consultazione referendaria.
Attualmente, dunque, la Repubblica slovena non può essere annoverata tra gli Stati che riconoscono pari diritti alle coppie di persone dello stesso sesso, nonostante i vani tentativi del Parlamento sloveno in tale direzione. (Floriana Plataroti)
Il 2 dicembre 2015 il Tribunale costituzionale spagnolo ha dichiarato incostituzionale, con una decisione unanime, la risoluzione del Parlamento della Catalogna mediante la quale si proponeva un piano per la creazione di una Repubblica catalana entro il 2017. La risoluzione era stata approvata dal Parlamento catalano nei primi giorni di novembre; con essa si affermava che l’Asemblea Nacional Catalana avrebbe preso le misure necessarie per procedere alla separazione dalla Spagna in modo pacifico, democratico e con ampia partecipazione dei cittadini al procedimento di scrittura della nuova costituzione.
Il Tribunale, che di recente è stato impegnato più volte nella questione dell’indipendenza catalana (v., da ultimo, Palomar n. 62) ha ritenuto che la risoluzione fosse in contrasto con gli artt. 1, 2, 9 e 168 della Costituzione, nonché con gli artt. 1 e 2 dello Statuto di autonomia della Catalogna.
Il Tribunal constitucional nel giudizio usa toni decisamente aspri per sanzionare l’illegittimità della risoluzione, affermando che essa «desconoce y vulnera las normas constitucionales que residencian en el pueblo español la soberanìa nacional». Del resto, come rilevano gli stessi giudici, in uno Stato sovrano non è ammissibile che un’assemblea regionale dia impulso a un procedimento costituente in assenza di una previa concertazione col governo centrale. (Marco Antonio Simonelli)
Il 5 ottobre 2015 con la firma da parte del Governatore Jerry Brown si è concluso un iter, iniziato il 20 gennaio dello stesso anno, che ha portato ad una regolamentazione legislativa del fine vita nello stato più popoloso degli Stati Uniti, sostanzialmente legalizzando, in vero in circostanze piuttosto delimitate, una procedura eutanasica.
In base al nuovo testo di legge, sarà necessaria, al fine di potere ottenere l’eutanasia, un diagnosi concorde di due dottori circa il fatto che al paziente restino meno di sei mesi di vita. Altri requisiti necessari sono la capacità da parte del paziente di deglutire autonomamente i medicinali e la capacità di intendere e di volere.
Queste prescrizioni fanno sì che l’ambito applicativo della norma venga in realtà ad essere piuttosto limitato, rimanendo escluse, ad esempio, tutte le situazioni in cui il paziente si trovi in uno stato di incoscienza.
Nondimeno, l’entrata in vigore di questo provvedimento costituisce senza dubbio una novità rilevante nel panorama statunitense; la California è infatti solamente il quinto stato dell’Unione, dopo Oregon, Washington, Montana e Vermont, ad avere introdotto una legislazione in materia di suicidio assistito.
Si deve da ultimo notare come la legge è destinata a perdere di efficacia trascorsi dieci anni, salvo che il legislatore, come del resto è prevedibile, decida di dettare una nuova disciplina in materia. (Marco Antonio Simonelli)
Il 3 dicembre 2015, l’Assemblea dei rappresentanti del popolo (ARP) ha approvato la legge organica n. 2015/50 relativa alla Corte costituzionale (d’ora in avanti semplicemente Corte), adempiendo così un ulteriore passo nel processo di attuazione della Costituzione del 27 gennaio 2014.
L’adozione di questa normativa, a cui spetta la disciplina dell’organo di giustizia costituzionale, era prescritta dall’art. 148 c. 5 della Carta costituzionale, il quale prevedeva anche un limite temporale: il Parlamento avrebbe infatti dovuto approvare la legge entro un anno dalle elezioni legislative dell’ottobre 2014.
La legge si compone di 80 articoli suddivisi in quattro Titoli, ripartiti a loro volta in vari capitoli e sezioni.
Ai sensi dell’art. 2, la Corte avrà sede a Tunisi, ma potrà decidere all’occorrenza di riunirsi altrove. Essa si doterà di un regolamento interno (art. 4) e assumerà le decisioni a maggioranza assoluta (art. 5). Per quanto riguarda la sua composizione, il Titolo II definisce nel dettaglio le indicazioni generali contenute nell’art. 118 della Costituzione: in particolare, i giudici dovranno necessariamente possedere la cittadinanza tunisina da almeno cinque anni, avere almeno 45 anni, aver maturato un’esperienza di almeno 20 anni, essere persone competenti, indipendenti, imparziali ed integre, non aver ricoperto posizioni politiche nei 10 anni precedenti, godere dei diritti civili e politici, non essere incorsi in sanzioni disciplinari e non essere stati condannati (art. 8).
L’art. 9 specifica poi le condizioni per gli specialisti di diritto, mentre i successivi articoli 10-16 si riferiscono alla nomina dei giudici da parte degli altri tre organi costituzionali (il Consiglio Superiore della Magistratura, il Presidente della Repubblica e l’Assemblea dei rappresentanti del popolo). La legge specifica infatti che la Corte costituzionale si comporrà di dodici membri, di cui quattro di nomina presidenziale, quattro di nomina del Presidente dell’ARP, quattro di nomina del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM).
Per quanto riguarda le garanzie, la legge prevede che i giudici godano di immunità penale (art.22) e ricevano una remunerazione pari a quella dei Ministri (art. 23).
L’art. 25 dispone che i giudici dichiarino il loro patrimonio alla Corte dei conti entro un anno dalla loro nomina; l’art. 26 dispone il divieto di cumulare la funzione di giudice con altre cariche statali e l’art. 27 prevede il divieto di esternazioni pubbliche ad eccezione degli articoli scientifici.
Appare interessante notare che la legge prevede, all’art. 28, l’istituto del recall del giudice, che può dispiegarsi con l’approvazione dei due terzi dei membri della Corte. Tale previsione risulta problematica in quanto rischia di indebolire considerevolmente il principio di indipendenza della Corte.
Il Titolo III è dedicato all’organizzazione e al funzionamento della Corte: ai sensi dell’art. 29 il Presidente svolge un ruolo di rappresentanza e assicura il corretto svolgimento delle funzioni della Corte; in tale compito, egli è assistito da un Segretario generale (art. 30).
Il Titolo IV è dedicato alle competenze della Corte, nonché al procedimento costituzionale: circa quest’ultimo aspetto, si stabilisce una procedura che appare alquanto originale in prospettiva comparata, quella cioè che prevede che vi siano almeno due relatori per ogni decisione (art. 38). Il Capitolo I (artt. 40-42) si riferisce alla funzione di controllo dei progetti di revisione costituzionale, già previsto dall’art. 120 della Costituzione; il Capitolo II (artt. 45-53) verte sul controllo preventivo dei progetti di legge, enunciando il principio della corrispondenza tra chiesto e pronunciato (art. 52); il Capitolo III (artt. 54-61) si riferisce al controllo di costituzionalità delle leggi, prevedendo che la declaratoria di incostituzionalità ha un’efficacia erga omnes non retroattiva, anche per quanto riguarda l’incostituzionalità della legge elettorale (art. 60); il Capitolo V (artt. 62-64) riguarda il controllo di costituzionalità del regolamento dell’Assemblea dei rappresentanti del popolo; il Capitolo VI (artt. 65- 76) enuncia le altre competenze relative a: la destituzione del Presidente della Repubblica, possibile solo per grave violazione della Costituzione (artt. 65-68); l’accertamento della vacanza del Presidente della Repubblica (artt. 69-70); il giuramento del Presidente della Repubblica in caso di scioglimento anticipato dell’Assemblea dei rappresentanti del popolo (art. 71); la decisione in materia di stato d’eccezione (artt. 72-73); i conflitti di competenza tra Presidente della Repubblica e Capo di Governo (artt. 74-76).
La legge si chiude infine con alcune disposizioni transitorie e finali (artt. 77-80) relative ai primi due rinnovi dell’organo costituzionale, che ricalcano l’art. 148 c. 6 della Costituzione (art. 77), alla competenza di pronunciarsi sul regolamento dell’Assemblea dei rappresentanti del popolo, già approvato nel dicembre 2014 (art. 78), alla trasmissione dei dossier da parte dell’Istanza provvisoria per il controllo di costituzionalità, l’organo provvisorio creato nell’aprile 2014 per controllare la costituzionalità dei progetti di legge fino all’entrata in vigore della Corte costituzionale (art. 79) e alla conclusione dell’attività di quest’ultimo organo in seguito all’entrata in funzione della Corte costituzionale (art. 80).
Occorre sottolineare che nell’ottobre 2015, la Commissione di Venezia si era pronunciata circa il progetto di legge istitutivo della Corte costituzionale, in seguito ad una richiesta esplicita espressa nell’agosto 2015 da parte del Ministero degli Affari esteri tunisino. Con tale opinione, l’organo ausiliario del Consiglio d’Europa aveva messo in luce gli aspetti più carenti del progetto di legge, pur affermando che «Dans l’ensemble, le projet de loi organique relative à la Cour constitutionnelle de Tunisie respecte les règles et principes prévus par la Constitution et les normes internationales; il devrait contribuer à un fonctionnement efficace de la Cour» (art. 69 dell’opinione n. 817/2015).
L’ARP sembra aver accolto gran parte delle raccomandazioni espresse dalla Commissione, relative in particolare a: 1) l’indipendenza da parte del Governo per la nomina del Segretario generale; 2) la possibilità per il giudice costituzionale di difendersi prima di essere destituito; 3) la pubblicità delle sedute della Corte, abbinata però alla possibilità di tenere udienze a porte chiuse; 4) la definizione per legge degli effetti delle decisioni. Circa il primo aspetto, occorre sottolineare che mentre il progetto di legge prevedeva che spettava al Governo nominare il Segretario generale, l’art. 31 della legge organica stabilisce che tale figura istituzionale è nominata tramite decreto governativo su proposta del Presidente della Corte costituzionale. Per quanto riguarda la garanzia del diritto di difesa del giudice, la legge organica prevede che la votazione circa la sua destituzione sia preceduta dall’audizione del soggetto interessato (art. 28). Circa il terzo punto problematico segnalato dalla Commissione di Venezia, l’art. 36 stabilisce che le sedute della Corte sono pubbliche, ma essa può decidere eccezionalmente di riunirsi a porte chiuse. Per quanto riguarda, infine, la definizione per legge degli effetti delle decisioni, il già menzionato art. 60 della legge, fa riferimento all’efficacia erga omnes.
Il Parlamento tunisino non si è limitato però a modificare pedissequamente il progetto di legge così come richiesto dall’organo ausiliario del Consiglio d’Europa: basti in questo caso richiamare il fatto che, malgrado l’invito ad abbassare l’età minima dei giudici di costituzionalità (45 anni), l’ARP non ha provveduto a modificare tale età. Circa altri aspetti che apparivano problematici ad avviso della Commissione di Venezia, il Parlamento ha desistito dall’inserirli nella legge: è questo il caso, ad esempio, della questione relativa alle opinioni separate. La legge organica prevede altresì disposizioni che non erano presenti nel progetto di legge, come l’istituto della revoca del giudice.
Malgrado l’approvazione della legge, l’organo di giustizia costituzionale non è stato ancora istituito, dal momento che il Parlamento tunisino non ha ancora approvato la legge istitutiva del Consiglio Superiore della Magistratura, che è uno degli organi incaricati di nominare un terzo dei membri della Corte. L’approvazione di tale legge si è rivelata essere infatti particolarmente problematica, come dimostrano le due pronunce di incostituzionalità emesse nel corso del 2015 dall’Istanza provvisoria per il controllo di costituzionalità delle leggi in merito al progetto di legge istitutivo del CSM (v. Palomar n. 62).
Benché il ritardo nell’istituzione della Corte costituzionale trovi dunque giustificazione nelle difficoltà relative al CSM, la mancata entrata in vigore dell’organo di giustizia costituzionale è particolarmente grave, allorché si consideri che sussistono ancora numerose leggi di stampo autoritario nell’ordinamento tunisino, che ad oggi non possono tuttavia essere epurate, dal momento che l’Istanza provvisoria per il controllo di costituzionalità delle leggi è competente a pronunciarsi solo sui progetti di legge approvati dall’Assemblea dei rappresentanti del popolo e non può dunque giudicare le leggi in vigore. L’approvazione della legge istituiva della Corte non costituisce dunque che il primo passo nel cammino di piena affermazione dell’ordinamento costituzionale disegnato dalla Carta costituzione del gennaio 2014. (Tania Abbiate)
Il 22 dicembre 2015, l’Istanza provvisoria per il controllo di costituzionalità delle leggi (IPCC), l’organo previsto dall’art. 148 c. 7 della Costituzione al fine di assicurare un controllo di costituzionalità delle leggi fino alla creazione della Corte costituzionale, ha dichiarato illegittima per la seconda volta nel corso del medesimo anno la legge istitutiva del Consiglio superiore della magistratura (CSM).
L’adozione della legge organica relativa al CSM è espressamente prevista dall’art 148 c. 5 della Costituzione approvata il 27 gennaio 2014 (v. Palomar nn. 56-57). Tuttavia, il processo legislativo si è rivelato irto di ostacoli.
Già il 9 giugno 2015, l’Istanza provvisoria per il controllo di costituzionalità aveva infatti dichiarato incostituzionale il progetto di legge approvato dall’Assemblea dei rappresentanti del popolo (ARP) il 15 maggio 2015 (v. Palomar n. 62).
La decisione dell’IPCC aveva reso necessario un riesame del progetto di legge da parte dell’Assemblea dei rappresentanti del popolo.
Tuttavia, con la seconda pronuncia in commento, l’organo provvisorio incaricato di sindacare la costituzionalità dei progetti di legge ha nuovamente rigettato il progetto di legge relativo al CSM a causa di un vizio di procedura.
Questa decisione rischia di rallentare ulteriormente il processo di entrata in funzione della Corte costituzionale, che necessita della previa istituzione del CSM poiché quest’ultimo sarà incaricato di nominare quattro giudici costituzionali, ai sensi dell’art. 118 della Costituzione. (Tania Abbiate)
La Corte di Lussemburgo, con la sentenza del 6 ottobre 2015, ha affermato che uno Stato membro può prevedere un’interdizione a tempo indeterminato dal diritto di voto.
Tale affermazione origina da una vicenda interessante, riguardante l’opposizione alla radiazione dalle liste elettorali da parte di un cittadino francese, il sig. Delvigne, disposta a seguito di una sentenza penale, passata in giudicato, che lo condannava ad una pena pari a dodici anni di reclusione. Tale condanna, ai sensi del codice penale francese ratione temporis vigente, comportava l’applicazione ipso iure della sanzione accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici, consistente nella privazione del diritto di voto attivo e passivo. Una successiva riforma della normativa penale ha previsto l’abrogazione dell’applicazione automatica della pena accessoria di interdizione dai pubblici uffici, in favore della decisione del giudice in ordine alla sua applicazione, limitandone in ogni caso la durata.
Nel caso de quo, la condanna all’interdizione dei pubblici uffici veniva mantenuta a carico del ricorrente, perché divenuta definitiva prima dell’entrata in vigore, il 1° marzo 1994, del nuovo codice penale, come disposto dall’art. 370 del codice stesso.
Per tale motivi, il sig. Delvigne è stato cancellato dalle liste elettorali del Comune di residenza. Avverso tale decisione, il sig. Delvigne adiva la Corte di Giustizia in via pregiudiziale al fine di ottenere un’interpretazione in ordine al diritto dell’Unione Europea sul punto.
Più nel dettaglio, i parametri che si ritenevano violati erano gli artt. 39 e 49 della Carte dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, rispettivamente, rubricati “Diritto di voto e di eleggibilità alle elezioni del Parlamento europeo” e “Principi della legalità e della proporzionalità dei reati e delle pene”. Quanto all’art. 49, egli chiedeva se la presenza di una disposizione nazionale che vietasse di far beneficiare di una pena più lieve per le persone condannate prima dell’entrata in vigore della legge penale più favorevole, si ponesse in contrasto con il suddetto articolo. Mentre, in ordine all’art. 39, il ricorrente chiedeva se esso dovesse essere interpretato come un obbligo per gli Stati membri dell’Unione di «non prevedere un divieto generale, indefinito e automatico di esercitare i diritti civili e politici, al fine di non creare una disparità di trattamento tra i cittadini degli Stati membri».
La Corte di Giustizia ha ritenuto che l’interdizione dal diritto di voto, inflitta al sig. Delvigne in applicazione delle disposizioni della normativa nazionale, rappresentasse una limitazione all’esercizio del diritto garantito dall’art. 39, paragrafo 2, della Carta. I giudici, infatti, hanno precisato che, l’art. 52, paragrafo 1, della medesima Carta ammette che possano essere previste limitazioni all’esercizio dei diritti come quelli sanciti all’art. 39, paragrafo 2, a condizione che esse siano previste per legge, rispettino il contenuto essenziale di tali diritti e libertà e che, nel rispetto del principio di proporzionalità, siano necessarie e rispondano effettivamente a finalità di interesse generale riconosciute dall’Unione o all’esigenza di proteggere i diritti e le libertà altrui.
Ebbene, nel caso di specie, la Corte ha ritenuto legittima l’interdizione dal diritto di voto, dato che risultava prevista dalla legge ed era proporzionata, dal momento che essa teneva conto della natura e della gravità dell’infrazione penale commessa nonché della durata della pena.
Dunque, risulta chiaro che l’art. 39, paragrafo 2, della Carta non osta a che la normativa di uno Stato membro, come quella oggetto del procedimento principale che ha coinvolto il sig. Delvigne, escluda ipso iure dai beneficiari del diritto di voto alle elezioni al Parlamento europeo le persone alle quali è stata inflitta una condanna penale per un delitto grave divenuta definitiva prima del 1º marzo 1994.
Pertanto, la Corte di Giustizia ha ritenuto che l’interdizione comminata nei confronti del ricorrente sia proporzionata, dal momento che essa tiene conto della natura e della gravità del reato commesso nonché della durata della pena. (Floriana Plataroti)
La Corte di Giustizia, con sentenza del 6 ottobre 2015, ha stabilito l’invalidità del regime cd. safe harbor, che consente alle sole aziende statunitensi di spostare e manipolare i dati personali dei loro utenti europei sui server statunitensi.
In proposito, la direttiva europea del 24 ottobre 1995, n. 95/46 sulla protezione dei dati dei cittadini europei vieta il loro spostamento fuori dall’Unione Europea in assenza di adeguate protezioni. Tuttavia, nel 1998, gli Stati Uniti e l’Unione europea hanno siglato un accordo che consentiva alle aziende statunitensi che lo sottoscrivevano la possibilità di trasferire i dati personali tra i due Continenti, salvo il rispetto di una serie di principi (avvertimento agli utenti sulla raccolta e sull’utilizzo di dati; raccolta solo di dati rilevanti ai fini della rilevazione; diritto di accesso ai dati raccolti ecc.). Tale prassi, peraltro avvallata dalla Commissione europea (che nel 2000 aveva ritenuto il regime safe habour idoneo a garantire un’adeguata protezione dei dati personali), è stata attuata per diverso tempo, sul presupposto che le autodichiarazioni delle aziende statunitensi potessero essere sufficienti a garantire il diritto della privacy dei cittadini europei.
Orbene, tale situazione è rimasta inalterata sino alla presentazione di un ricorso da parte di un cittadino austriaco, il quale ha avviato una azione legale contro Facebook (la cui sede in Europa si trova in Irlanda) dinnanzi al Garante per la privacy, sostenendo che il proprio diritto alla privacy venisse violato dai programmi di sorveglianza americani.
Tuttavia, il Garante ha rigettato il ricorso, trincerandosi dietro il sigillo dell’accordo cd. safe habour; tale rigetto, però, non ha arrestato la battaglia legale del cittadino austriaco che, esauriti i gradi interni di giudizio, si è rivolto successivamente alla Corte di Lussemburgo.
Quest’ultima ha riconosciuto ai singoli Stati membri il potere di sospendere il regime di safe habour, in tutte le ipotesi in cui non dovesse essere garantito un livello adeguato di protezione delle informazioni.
Dunque, dalla sentenza in commento, possono conseguire due effetti: la realizzazione di una crescente localizzazione dei dati dei cittadini europei all’interno dell’Ue, oppure un piano di ripensamento della gestione dei dati personali da parte delle aziende statunitensi che, in quest’ultimo caso, dovrebbero modificare i contratti con gli utenti europei, chiedendo a costoro il consenso per il trattamento dei dati all’estero.
Infine, la Corte ha evidenziato un ultimo aspetto riguardante la configurabilità di una sorveglianza di massa, in ordine alla quale ha precisato che una legislazione che permetta alle autorità pubbliche di avere accesso in modo generalizzato ai contenuti di comunicazione elettronica deve essere considerata lesiva dell’essenza stessa del diritto alla privacy. (Floriana Plataroti)
Il 1° gennaio 2016, con un ritardo di un anno rispetto a quanto originariamente previsto, è entrata in vigore in Vietnam la nuova legge che disciplina il matrimonio e il diritto di famiglia in attuazione di quanto previsto dall’art. 36 della Costituzione, adottata il 28 novembre 2013. La nuova legge sul matrimonio, composta da 133 articoli disposti in nove capitoli, dovrebbe garantire, secondo quanto dichiarato dal Legislatore, la parità di genere, nonché la protezione dei bambini e delle madri che si trovano in difficoltà economiche. Rispetto al passato la legge abroga il divieto di matrimonio tra persone dello stesso sesso, ma non riconosce ad esso alcuna protezione giuridica: di conseguenza gli omosessuali possono adesso sposarsi, senza però poter adire gli organi di giustizia qualora si verifichino dei conflitti. Questa scelta si basa sul tenore letterale dell’art. 36 della Costituzione che usa espressamente i termini di “uomo” e donna”, di “marito” e “moglie”.
La nuova legge consente poi la maternità surrogata: ai sensi dell’art. 95, i coniugi hanno il diritto di chiedere la maternità surrogata gestazionale di un’altra persona qualora sia accertato che la donna non possa avere figli neanche ricorrendo alla tecnologia: questa però è consentita una sola volta e la donna a cui si ricorre come “vettore” – così nella legge – deve appartenere allo stesso ramo familiare. Se è sposata, deve ottenere il consenso scritto del marito. In caso di conflitto tra la gestante e la coppia che richiede il figlio, spetterà al giudice risolvere la controversia.
La legge disciplina dettagliatamente i matrimoni di un cittadino vietnamita con uno straniero e detta nuove norme per tutti in merito al regime patrimoniale di comunione dei beni. Contiene altresì una delega al Governo ad emanare uno o più atti per l’attuazione di quanto previsto dalla legge. (Giacomo Mannocci)