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Timestamp: 2020-07-07 13:51:48+00:00
Document Index: 112807792

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Sentenza Cassazione Civile n. 9114 del 02/04/2019 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9114 del 02/04/2019
Cassazione civile sez. lav., 02/04/2019, (ud. 11/12/2018, dep. 02/04/2019), n.9114
sul ricorso 791/2014 proposto da:
F.M., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA FLAMINIA
334, presso lo studio dell’avvocato CARLO FERRUCCIO LA PORTA, che lo
rappresenta e difende unitamente all’avvocato FEDERICO MAVILLA;
avverso la sentenza n. 560/2013 della CORTE D’APPELLO di TORINO,
depositata il 27/06/2013 R.G.N. 676/2012;
11/12/2018 dal Consigliere Dott. ALFONSINA DE FELICE;
1. F.M., assunta con il profilo operatore di sostegno, categoria C, posizione economica C2, del CCRL del comparto unico della Valle d’Aosta, in forza di una pluralità di contratti a tempo determinato succedutisi nel tempo a decorrere dall’anno 2003 fino all’anno 2009, proponeva ricorso al Giudice del lavoro: a) per far dichiarare, previo accertamento della illegittimità dell’apposizione del termine, la trasformazione dei contratti in un unico rapporto di lavoro a tempo indeterminato alle dipendenze della Regione Valle d’Aosta a far data della prima stipulazione; b) per ottenere la corresponsione delle somme non percepite nei periodi di interruzione del rapporto di lavoro tra i singoli contratti; c) per il risarcimento dei danni derivatile dall’abusivo ricorso ai contratti a tempo determinato, da liquidarsi nella misura di venti mensilità della retribuzione globale di fatto o nella diversa misura ritenuta di giustizia; d) per la condanna della Regione Valle d’Aosta “in ogni caso….a rifondere alla ricorrente tutti i danni patiti in conseguenza del contegno illegittimo tenuto dal datore di lavoro nel caso per cui è giudizio da liquidarsi anche in via equitativa da parte del Giudice del Tribunale di Aosta, salva determinazione nei termini di legge”.
2. Il Giudice del lavoro del Tribunale di Aosta, ritenuta la fondatezza delle ragioni di illegittimità prospettate a fondamento del ricorso, ma negata la conversione del rapporto di lavoro, stante il divieto di cui all’art. 97 Cost., comma 3, e del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36, comma 2, riconosceva il diritto della ricorrente al risarcimento del danno conseguente all’abusiva reiterazione e, in applicazione analogica del L. n. 300 del 1970, art. 18, liquidava il danno nella misura di venti mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto; rigettava la domanda di risarcitoria per il mancato pagamento della retribuzione nei periodi non lavorati intercorsi tra i diversi contratti, mentre riconosceva, in caso di continuità dei contratti a tempo determinato con la sola interruzione dell’attività scolastica coincidente con le vacanze estive, la retribuzione illegittimamente non pagata (pari a complessivi Euro 10.090,28).
3. Tale sentenza era impugnata da entrambe le parti, la Regione autonoma Valle d’Aosta con appello principale e la F. con ricorso incidentale.
4. La Corte di appello di Torino, accogliendo parzialmente l’appello della Regione Autonoma Valle d’Aosta e respingendo l’appello incidentale della lavoratrice, ha negato il diritto di quest’ultima al risarcimento del danno riconosciuto dal primo giudice ed ha conseguentemente riformato il capo della sentenza di primo grado che aveva condannato la Regione al pagamento, in applicazione analogica della L. n. 300 del 1970, art. 18, di venti mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto, oltre ad Euro 10.090,28 per i periodi feriali estivi illegittimamente non pagati.
4.1. La Corte d’appello di Torino, per quanto ancora interessa nella presente sede, ha osservato che: a) i contratti a tempo determinato erano stati stipulati in violazione della L.R. n. 68 del 1989, e della L.R. n. 22 del 2010, art. 42, che, con norme d’identico contenuto, stabiliscono che il ricorso ai contratti a termine da parte della Regione deve essere giustificato da esigenze straordinarie e temporanee, prevedendo il limite temporale di nove mesi;
b) va respinta la domanda volta ad ottenere la conversione in rapporto di lavoro a tempo indeterminato, in quanto pretesa contrastante con l’art. 97 Cost., e con il D.Lgs. n. 165 del 2001, artt. 35 e 36; tali disposizioni hanno carattere speciale e prevalgono sulla disciplina del contratto a termine dettata dal D.Lgs. n. 368 del 2001, come affermato dalla giurisprudenza di legittimità (Cass. n. 14350 del 2010, Cass. n. 392 del 2012); c) in conformità alla giurisprudenza di legittimità (Cass. n. 392 del 2012 cit.), il danno non può ritenersi in re ipsa, ma deve essere dimostrato in giudizio e la lavoratrice non aveva fornito alcuna deduzione o allegazione in merito al danno patito.
6. La ricorrente ha depositato memoria, richiamando i principi espressi da Sez.Un. 5072 del 2016, in ordine alla risarcibilità del c.d. danno comunitario.
1. Con il primo motivo la ricorrente lamenta violazione di legge in relazione a direttive comunitarie, sostenendo che, secondo un’interpretazione conforme al diritto dell’Unione, le disposizioni di cui al D.Lgs. n. 165 del 2001, andrebbero interpretate quale deroga al divieto di conversione statuito dall’art. 36, per il caso di reiterazione illegittima di contratti a tempo determinato da parte della Pubblica Amministrazione.
2. Con il secondo motivo, denunciando violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36, e della clausola n. 5 dell’Accordo quadro Europeo CES, UNICE e CEEP in tema di contratti a termine, recepito dalla direttiva Europea 1999/70/CE, parte ricorrente censura la sentenza là dove questa ha negato il diritto al risarcimento dei danno quale conseguenza immediata e diretta dell’accertato ricorso abusivo da parte del datore alla stipulazione di contratti a tempo determinato.
3. Con il terzo motivo il ricorrente lamenta violazione di legge in relazione agli artt. 1218,1223,1226,1227,2056 e 2697 c.c., e alla clausola n. 5 dell’Accordo, nonchè vizio di motivazione, nella parte in cui la sentenza ha ritenuto che la ricorrente non avesse fornito alcuna allegazione nè deduzione probatoria in merito al danno patito e nella parte in cui ha riformato la sentenza di primo grado escludendo il diritto al risarcimento del danno pari alle retribuzioni non percepite nel periodo feriale.
Assume che, a norma degli artt. 1218 e 1223 c.c., devono essere risarciti i pregiudizi patiti dal creditore a titolo di perdita subita e/o mancato guadagno che siano conseguenza immediata e diretta dell’inadempimento del debitore. La Corte territoriale aveva omesso di considerare sia il fatto costituito dallo stato di disoccupazione derivante dalla perdita del posto di lavoro, sia il fatto determinato dalla perdita della retribuzione per i periodi non lavorati, tutti imputabili all’abuso posto in essere dalla Pubblica Amministrazione.
Il D.Lgs. n. 29 del 1993, art. 36, comma 8, (poi trasfuso nel D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36, comma 2), secondo il quale la violazione di disposizioni imperative riguardanti l’assunzione o l’impiego di lavoratori da parte delle pubbliche amministrazioni non può comportare la costituzione di rapporti di lavoro a tempo indeterminato, si riferisce a tutte le assunzioni avvenute al di fuori di una procedura concorsuale, operando anche nei confronti dei soggetti che siano risultati solamente idonei in una procedura selettiva ed abbiano, successivamente, stipulato con la P.A. un contratto di lavoro a tempo determinato fuori dei casi consentiti dalla contrattazione collettiva, dovendosi ritenere che l’osservanza del principio sancito dall’art. 97 Cost., sia garantito solo dalla circostanza che l’aspirante abbia vinto il concorso. Nè tale disciplina viola – come affermato dalla sentenza n. 89 del 2003 della Corte costituzionale – alcun precetto costituzionale, in quanto il principio dell’accesso mediante concorso rende palese la non omogeneità del rapporto di impiego alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni rispetto al rapporto di lavoro alle dipendenze di datori privati e giustifica la scelta del legislatore di ricollegare, alla violazione delle norme imperative, conseguenze solo risarcitorie e patrimoniali (in luogo della conversione del rapporto a tempo indeterminato prevista peri lavoratori privati); nè contrasta, infine, con il canone di ragionevolezza, avendo la stessa norma costituzionale individuato nel concorso, quale strumento di selezione del personale, lo strumento più idoneo a garantire, in linea di principio, l’imparzialità e l’efficienza della pubblica amministrazione. (v. ex plurimis, tra le più risalenti, Cass. n. 11161 del 2008; conf., tra le più recenti, in fattispecie del tutto analoga a quella in esame, Cass. n. 7982 del 2018).
Nessun vincolo al riguardo può ravvisarsi in una pretesa esigenza di uniformità di trattamento rispetto alla disciplina dell’impiego privato, visto che ad esso il principio del concorso è del tutto estraneo (Corte Cost. sentenza n. 89 del 2003, cit.).
6. Quanto alla giurisprudenza della CGUE, la clausola 5, punto 2, dell’Accordo quadro sul lavoro a tempo determinato, concluso il 18 marzo 1999, che figura in allegato alla direttiva 1999/70/CE del Consiglio, non istituisce un obbligo generale degli Stati membri di prevedere la trasformazione in contratti a tempo indeterminato dei contratti di lavoro a tempo determinato, nè prescrive a quali precise condizioni si possa far ricorso a questi ultimi: essa lascia, infatti, un certo potere discrezionale in materia agli Stati membri (sentenza del 7 settembre 2006, Marrosu e Sardino, C-53/04, EU:C:2006:517, punto 47). Da ciò discende che la clausola 5 dell’Accordo quadro non osta, in quanto tale, a che uno Stato membro riservi un destino differente ai ricorso abusivo a contratti o rapporti di lavoro a tempo determinato stipulati in successione, a seconda che tali contratti o rapporti siano stati conclusi con un datore di lavoro appartenente al settore privato o con un datore di lavoro rientrante nel settore pubblico (sentenza del 7 settembre 2006, Marrosu e Sardina, C-53/04, EU:C:2006:517, punto 48). Tuttavia, affinchè una normativa nazionale che vieta, nel solo settore pubblico, la trasformazione in contratto di lavoro a tempo indeterminato di una successione di contratti a tempo determinato, possa essere considerata conforme all’Accordo quadro, l’ordinamento giuridico interno dello Stato membro interessato deve prevedere, in tale settore, un’altra misura effettiva destinata a evitare e, se del caso, a sanzionare l’utilizzo abusivo di una successione di contratti a tempo determinato (sentenza del 7 settembre 2006, Marrosu e Sardino, C-53/04, EU:C:2006:517, punto 49).
a) “In materia di pubblico impiego privatizzato, nell’ipotesi di abusiva reiterazione di contratti a termine, la misura risarcitoria prevista dal D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36, comma 5, va interpretata in conformità al canone di effettività della tutela affermato dalla Corte di Giustizia UE (ordinanza 12 dicembre 2013, in C-50/13), L. n. 183 del 2010, art. 32,comma 5, quale danno presunto, con valenza sanzionatoria e qualificabile come “danno comunitario”, determinato tra un minimo ed un massimo, salva la prova del maggior pregiudizio sofferto, senza che ne derivi una posizione di favore del lavoratore privato rispetto al dipendente pubblico, atteso che, per il primo, l’indennità forfetizzata limita il danno risarcibile, per il secondo, invece, agevola l’onere probatorio del danno subito” (Il principio è stato ribadito da Cass. nn. 4911, 4912, 4913, 16095, 23691 del 2016 e da nn. 8927 e 8885 del 2017 e da molte altre successive).
10. Quanto al terzo motivo, deve rilevarsene l’infondatezza nella parte relativa alla pretesa concernente le retribuzioni per gli intervalli non lavorati. L’esclusione de iure della conversione dei contratti di lavoro a termine in un unico rapporto di lavoro a tempo indeterminato rende i singoli contratti del tutto autonomi. La possibilità di riconoscere la retribuzione per gli intervalli non lavorati (nel caso in esame, con statuizione accolta dal primo giudice, ma riformata dalla Corte di appello, erano stati riconosciuti gli emolumenti per il periodo di mancata prestazione lavorativa coincidente con il periodo feriale) presuppone l’unicità del rapporto di lavoro a tempo indeterminato e dunque una conversione che non è configurabile nella specie. Nel resto, l’esame del motivo resta assorbito dalla cassazione con rinvio statuita al punto 9.
11. In conclusione, il ricorso va accolto nei sensi di cui in motivazione e la sentenza impugnata va cassata in ordine alle statuizioni relative al risarcimento del danno, con rinvio alla Corte di appello di Torino, che provvederà anche sulle spese del presente giudizio di legittimità.
12. Stante l’accoglimento del ricorso, non sussistono i presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1,comma 17 (legge di stabilità 2013).
La Corte accoglie il secondo e il terzo motivo di ricorso nei sensi di cui in motivazione, rigetta il primo.