Source: https://mail.lacittafutura.it/esteri/e-pluribus-pluribus-nessuna-unione-sui-migranti?tmpl=component&print=1
Timestamp: 2020-08-12 03:02:31+00:00
Document Index: 3098067

Matched Legal Cases: ['art. 3', 'art. 67', 'art.2', 'art.2', 'art.67', 'art. 2', 'art. 72']

E pluribus… pluribus: nessuna Unione sui migranti - La Città Futura
Nonostante gli intenti dichiarati e le illusioni dei filoeuropeisti, grazie alla vicenda drammatica dei migranti cade definitivamente il velo di Maya di questa UE, in realtà divisa, inumana, sdegnosa della libertà di tutti i subalterni e degli oppressi.
Mentre su tutti i canali televisivi, su tutti i giornali e social network non si fa che parlare- anche se in taluni casi sarebbe più appropriato dire “grugnire”- dell’esodo delle migliaia di persone in fuga dalla guerra verso l’Europa, mi viene in mente, alla luce dei miei studi giuridici, di andare a rileggere qualche norma tra i trattati fondativi, più volte modificati, dell’Unione. Mi imbatto allora nell’art. 3 TUE (Trattato sull’Unione Europea), nel quale si legge:
“L’Unione offre ai suoi cittadini uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia senza frontiere interne, in cui sia assicurata la libera circolazione delle persone insieme a misure appropriate per quanto concerne i controlli sulle frontiere esterne, l’asilo, l’immigrazione, la prevenzione della criminalità e la lotta verso quest’ultima”.
D’accordo, penso, nulla quaestio per il caso specifico del cittadino dell’Unione, questa sorta di loft open space in cui il cittadino francese, ungherese o tedesco è supposto di diritto essere un inquilino rassicurante, in virtù della reciproca contiguità territoriale, libero giustamente di muoversi da un punto all’altro senza alcun intralcio; un pò come accade per le merci, o per i capitali
Leggendo l’art. 67 TFUE (Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea), poi, si evince che l’Unione garantisce, in particolare, l’assenza di controlli sulle persone alle frontiere interne e garantisce che la politica comune in materia di visto, immigrazione e controllo alle frontiere esterne sia fondata sulla “solidarietà tra Stati membri e sia equa nei confronti dei cittadini dei Paesi terzi”, nonché si adopera a garantire la lotta verso razzismo e xenofobia.
Mi tornano dinnanzi agli occhi le immagini recenti delle fiumane di persone e bambini accalcate di fronte a muri e fili spinati, riprese mentre cadono per colpa dello sgambetto di una giornalista di estrema destra, prese a calci o battute dalla polizia, i grugniti di quelli che in Italia propongo di multare gli albergatori che accolgono i migranti, le manifestazioni sempre autorizzate di Casapound.
A questo punto rileggo l’art.2 TUE nel quale si asserisce in modo altisonante che “l’UE si fonda sul rispetto della dignità umana, della libertà, democrazia, uguaglianza, stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti alle minoranze” e che questi valori sarebbero “comuni agli Stati membri” e propri di “una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, giustizia e parità fra donne e uomini”. [1]
Osservando quanto accade attorno, un sorriso estremamente amaro non può che dipingersi sul volto del lettore consapevole. Un’amarezza, beninteso, non certamente dettata dalla delusione delle aspettative ingenerate dalla mancata osservanza delle leggi: la legge di uno Stato borghese o, come in questo caso, di una istituzione sovranazionale che tenta di realizzare un’integrazione democratica fra nazioni ancora soggette alla dittatura del capitale, non può che essere un sistema per cristallizzare i pilastri antiprogressisti sui cui si regge, legittimarne il funzionamento in chiave conservatrice dell’esistente.
L’amarezza pertanto deriva dall’ennesima riconferma, osservando quanto accade in merito all’attuale vicenda dei migranti, di quanto questa UE sia inemendabile, irriformabile e, irrimediabilmente e senza mezzi termini, nata per non essere nemmeno in parte quanto riportato sopra, ma nata in principio come strumento di risposta bellica, nel secondo dopoguerra, alla preoccupazione rappresentata dalla sfera socialista: l’aggregazione dei singoli Paesi nella Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (1951) e l’accostamento alla NATO, rispondevano all’esigenza di risolvere gli urgentissimi problemi relativi all’assetto territoriale e militare dell’Europa centrale e delle vicende economiche del settore chiave dell’industria carbosiderurgica (bacini della Ruhr e della Saar) con lo scopo, per dirla con le parole di uno dei c.d. padri dell’Europa comunitaria Schuman, di “porre l’insieme della produzione franco-tedesca di carbone e di acciaio sotto un’Alta Autorità comune, in una organizzazione aperta alla partecipazione degli altri Paesi europei”. Quella partnership squisitamente economica e strategica denominata “Stati Uniti d’Europa”, già auspicata da Churchill nel ’46. Nel corso dei successivi decenni ciò che si è venuta a creare è stata una sempre più complessa struttura economica, smaccatamente neoliberista, profondamente priva di caratteri autenticamente democratici (come testimonia, fra l’altro, l’ininfluenza politica pressoché completa del Parlamento Europeo) e governata a tutti gli effetti da un consiglio direttivo dei banchieri del continente.
Anche volendo tralasciare, per un solo attimo e non di più, la causa fondamentale di questo oceanico afflusso di persone disperate, in fuga dalle guerre attribuibili senza dubbio all’aggressività dell’imperialismo occidentale di cui l’Unione Europea, appunto, fa parte a pieno titolo (per tradizione storica e per scelta), l’accento vuol porsi in questa sede, ancora una volta, sull’intrinseca e profondissima contraddizione in cui rischia di incorrere colui che pensi ancora di potere “aggiustare dall’interno” la macchina comunitaria, lasciando proprio alla lettera della stessa legge che la regola e alla storia che l’ha vista sorgere, l’ulteriore dimostrazione in questo senso.
Stando alle fonti giuridiche prima citate, infatti, se ne dovrebbe trarre che sta scritto nero su bianco che la tutela dei diritti umani nell’UE sia scollegata dal requisito della cittadinanza comunitaria, dovendo essa essere riconosciuta anche ai cittadini stranieri. Se ne dovrebbe trarre che, in materia di politiche concernenti l’immigrazione, sta scritto nero su bianco che si debbano seguire delle finalità comuni cui faccia riscontro una solidarietà indiscutibile fra Stati e l’applicazione inderogabile di un principio di equità nel trattamento degli stranieri e di lotta al razzismo e alla xenofobia. Se ne dovrebbe trarre, ancora, alla luce dei famigerati accordi di Schengen, alla luce dei principi (mai completamente abbracciati) della CEDU, del Protocollo sull’Asilo, dello stesso TFUE – nonché sulla base di quanto sancito in sede internazionale dalla Convenzione di Ginevra del ‘51 e dal protocollo sullo status di rifugiato- e via discorrendo, il principio in base al quale la politica comune in materia di asilo e protezione debba essere finalizzata ad offrire uno status appropriato a qualsiasi cittadino proveniente da un Paese terzo che necessiti di protezione internazionale e a garantire il rispetto del principio di non respingimento, di protezione degli sfollati in caso di afflusso massiccio… e, di nuovo, via discorrendo.
Una valanga di parole dalle quali risulta evidente quanto scarso sia stato, nella concretezza, un effettivo impegno di questa sedicente “Unione dei popoli” in tal senso; senza contare che, sempre rimanendo sul piano giuridico, nonostante l’apparato di norme e convenzioni cui sopra si accennava, viene esplicitamente previsto che, comunque, gli Stati membri possono sempre decidere la reintroduzione di normali controlli alle frontiere nazionali per esigenze di ordine pubblico, sicurezza nazionale e (in teoria) previa consultazione con gli altri Paesi membri. [2]
E allora, perché tanto temporeggiamento, tanta elasticità e poca solerzia, tanta possibilità di deroga su un tema come quello delle politiche “comuni” sull’immigrazione e principi umanitari annessi mentre, parallelamente e nello stesso tempo, s’è registrata al contrario una premura senza eguali nella realizzazione di una perfetta, impeccabile, indiscutibile, inderogabile integrazione economica e monetaria, un sistema di coordinamento a livello comunitario su tutte le questioni concernenti il mercato interno, la moneta unica, la liberissima circolazione dei capitali, delle merci e dei servizi, l’introduzione dei vincoli del pareggio di bilancio, del rigore, del meccanismo europeo di stabilità?
È chiaro che si tratta di una domanda retorica; l’”autogol” relativo alla gestione grottesca, se non fosse drammatica, della questione dei migranti contribuisce a smascherare ancora una volta la natura di questo insensato europeismo che nulla ha a che vedere con un genuino internazionalismo; svelare la natura di questa Unione, serva dello sfruttamento e del profitto che, in quanto tale, mentre dispone in fretta e furia con una mano la inderogabile cessione in capo a se stessa di una delle funzioni tipiche e primarie di un qualsiasi Stato sovrano ( il progetto di integrazione monetaria ed economica, oggi completamente compiuto, risale nelle sue premesse agli anni ’70, con l’allora rapporto Werner), con l’altra omette il qualsivoglia intervento rivolto a concretizzare i “buoni propositi” in tema di democrazia, tolleranza, uguaglianza, integrazione, accoglimento, antirazzismo; ipocrisia di una lettera destinata a rimanere necessariamente morta in un qualsiasi sistema che –proprio come quello in esame- si ponga in antitesi ad una valutazione di classe delle relazioni sociali e che, anzi, serve gli interessi del grande capitale transnazionale, sulla base dei quali è sorto, ed in ossequio ai quali siede allo stesso tavolo dei peggiori imperialismi sanguinari e conclude in gran segreto gli accordi economici più reazionari (vedi TTIP ).
Anche la recente “svolta” umanitaria della Germania (come è stata dipinta dai giornali di regime), che d’improvviso inverte la rotta sull’accoglimento dei migranti ed apre loro la porta di Brandeburgo, s’inquadra precisamente all’interno della medesima logica descritta e che esula completamente dal campo umanitario: sostenere l’economia tedesca puntando alla compressione dei salari totali, grazie all’acquisizione e allo sfruttamento di nuova forza lavoro (spesso estremamente qualificata) particolarmente ricattabile e, quindi, fortemente sottopagata. Ancora più interessante, inoltre, e degna di un’approfondita analisi che non può essere utilmente sviluppata in questa sede, risulta a mio avviso la curiosa concomitanza tra l’esplosione dello “scandalo” Wolkswagen, che getta un’inquietante ombra sull’economia passata e futura della c.d. locomotiva d’Europa, e la definizione repentina di un accordo tra i ministri dell’interno dei Paesi membri sullo “smistamento” dei migranti, giunto ad un punto il 22 Settembre dopo che, da illo tempore ormai, gli stessi bucano ripetutamente l’obiettivo di concludere definitivamente in tema la qualsivoglia concordanza di politiche. Accordo, questo, che oltre ad essere magicamente spuntato nel mezzo della confusione più totale, assume le tinte dell’imposizione, dal momento in cui, data la contrarietà di Slovacchia, Ungheria, Romania e Repubblica Ceca, nonché l’astensione della Finlandia, viene già definito come un “diktat”.
In una situazione che vede esplodere ripetutamente le contraddizioni del sistema di produzione vigente sotto numerosi aspetti, che ci costringe a subire gli effetti più meschini di questa fisiologica crisi economica che pretende di rivalersi comprimendo costantemente i salari, i diritti e l’agibilità politica delle classi subalterne; in una situazione di scoramento, sfiducia e diffusa antipolitica, campo privilegiato per l’emersione di fenomeni reazionari e populisti che vanno dai movimenti esplicitamente razzisti e xenofobi a quelli genericamente apartitici e confusionari; in un clima di tensione in cui dilagano le guerre dal centr’Africa, al Medio Oriente, sino alle porte dell’Europa; di fronte a tutto questo complesso e poco confortante quadro, nel quale la sinistra antagonista si presenta ancora incapace di assolvere in modo unitario al proprio compito, certamente però può considerarsi un dato certo il completo fallimento delle socialdemocrazie, comunque camuffate, e dei più invertebrati riformismi. La vicenda greca è solo un’ultima, seppure estremamente emblematica, riprova di ciò a partire dal tradimento del programma di Salonicco (semplicemente inattuabile nell’Unione Europea), sino alla sottoscrizione del memorandum nonostante il referendum del 5Luglio, al crollo della partecipazione elettorale e alla contestuale sensibile ascesa delle formazioni neonaziste.
L’affrancamento da questo europeismo servo, deviante e non rettificabile, nonché dall’alleanza criminale rappresentata dalla NATO, in un’ottica genuinamente internazionalista ed anticapitalista, rappresentano, ad avviso di chi scrive, l’unico vero discorso da riportare subito al centro delle priorità, se non vogliamo essere complici né assistere impotenti, ancora e ancora, all’insopportabile visione di corpi umani accalcati come bestie addosso ad un muro o sballottati dalle onde su una spiaggia del sud del continente.
[1] Peraltro risulta curioso osservare come l’altisonante formulazione citata dell’art.2 TUE non venga ripresa nel TFUE – come ridisegnato dal Trattato di Lisbona- nel quale, infatti, si disciplina semplicemente che “l’Unione realizza uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia nel rispetto dei diritti fondamentali nonché della diversità degli diversi ordinamenti giuridici e diversità delle tradizioni giuridiche degli Stati membri” (art.67 TFUE).
[2] Così, art. 2 degli accordi di Schengen e, nello stesso senso, art. 72 TFUE