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Timestamp: 2020-08-11 17:04:42+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 6', 'art. 2', 'art. 111', 'sentenza ', 'art. 6', 'Cass. Sez. ']

Sentenza Cassazione Civile n. 135 del 04/01/2011 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 135 del 04/01/2011
Cassazione civile sez. I, 04/01/2011, (ud. 10/12/2010, dep. 04/01/2011), n.135
C.V., rappresentato e difeso dall’Avv. Marra Alfonso
3567/07 depositato il 28 aprile 2008;
C.V. ricorre per cassazione nei confronti del decreto in epigrafe della Corte d’appello che, liquidando Euro 3.312 per anni quattro e mesi cinque di ritardo, ha accolto parzialmente il suo ricorso con il quale è stata proposta domanda di riconoscimento dell’equa riparazione per violazione dei termini di ragionevole durata del processo svoltosi in primo grado avanti al TAR Campania dal 3.2.2000 al 10.7.2007.
Il primo motivo di ricorso con cui si deduce la violazione dell’art. 6, par. 1, della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo e della L. n. 89 del 2001 è inammissibile per inidoneità del quesito. Posto invero che “Il quesito di diritto costituisce il punto di congiunzione tra la risoluzione del caso specifico e l’enunciazione del principio giuridico generale, risultando altrimenti inadeguata e quindi non ammissibile l’investitura stessa del giudice di legittimità: ne deriva che la parte deve evidenziare sia il nesso tra la fattispecie ed il principio di diritto che si chiede venga affermato, sia, per ciascun motivo di ricorso il principio, diverso da quello posto alla base del provvedimento impugnato, la cui auspicata applicazione potrebbe condurre ad una decisione di segno diverso” (Cassazione civile, sez. 3, 9 maggio 2008, n. 11535) al richiamato canone non pare rispondere il quesito proposto che si limita ad enunciare un principio generale relativo ai rapporti tra normativa nazionale e Convenzione senza che risulti l’attinenza con la concreta fattispecie.
Il secondo e il terzo motivo, che possono essere trattati congiuntamente, con i quali si denuncia violazione di legge e difetto di motivazione deducendosi che la Corte d’appello non avrebbe correttamente determinato la durata del processo sulla quale parametrare il danno in quanto ha ritenuto di dover considerare solo il tempo eccedente la ragionevole durata mentre, una volta constato che quest’ultima era stata superata, avrebbe dovuto rapportare (Indennizzo all’intera durata del processo in ossequio alla giurisprudenza della Corte Europea sono manifestamente infondati alla luce del diverso principio enunciato dalla Corte secondo cui “In tema di diritto ad un’equa riparazione in caso di violazione del termine di durata ragionevole del processo, ai sensi della L. 24 marzo 2001, n. 89, l’indennizzo non deve essere correlato alla durata dell’intero processo, bensì solo al segmento temporale eccedente la durata ragionevole della vicenda processuale presupposta, che risulti in punto di fatto ingiustificato o irragionevole, in base a quanto stabilito dall’art. 2, comma 3, di detta legge, conformemente al principio enunciato dall’art. 111 Cost., che prevede che il giusto processo abbia comunque una durata connaturata alle sue caratteristiche concrete e peculiari, seppure contenuta entro il limite della ragionevolezza. Questo parametro di calcolo, che non tiene conto del periodo di durata “ordinario” e “ragionevole”, non esclude la complessiva attitudine della L. n. 89 del 2001 a garantire un serio ristoro per la lesione del diritto in questione, come riconosciuto dalla stessa Corte Europea nella sentenza 27 marzo 2003, resa sul ricorso n. 36813/97, e non si pone, quindi, in contrasto con l’art. 6, par. 1, della Convezione Europea dei diritti dell’uomo” (Sez. 1, Ordinanza n. 3716 del 14/02/2008).
Gli ulteriori motivi con i quali ci si duole dell’avvenuta compensazione delle spese fondata unicamente sulla mancata opposizione all’accoglimento della domanda da parte dell’Amministrazione.
I motivi sono manifestamente fondati in quanto è principio già acquisito quello secondo cui “I giudizi di equa riparazione per violazione della durata ragionevole del processo, proposti ai sensi della L. 24 marzo 2001, n. 89, non si sottraggono all’applicazione delle regole poste, in tema di spese processuali, dagli artt. 91 e seg. c.p.c., trattandosi di giudizi destinati a svolgersi dinanzi al giudice italiano, secondo le disposizioni processuali dettate dal codice di rito. Ne consegue che la mancata costituzione in giudizio dell’Amministrazione convenuta, non implicando acquiescenza alla pretesa dell’attore, non è sufficiente di per sè a giustificare la compensazione delle spese processuali, la quale postula che il giudice motivi adeguatamente la propria decisione in tal senso, dal momento che è pur sempre da una colpa organizzativa dell’Amministrazione della giustizia che dipende la necessità per il privato di ricorrere al giudice. (Cass. Sez. 1, Sentenza n. 1101 del 22/01/2010).
Il ricorso deve dunque essere accolto nei limiti indicati.
Non essendo necessari ulteriori accertamenti in fatto la causa può essere decisa nel merito e pertanto l’Amministrazione condannata alla rifusione delle spese della fase di merito liquidate come in dispositivo.
L’accoglimento solo parziale del ricorso giustifica la compensazione in ragione della metà delle spese di questa fase che, per il residuo, debbono essere poste a carico del Ministero soccombente.
La Corte accoglie il ricorso nei limiti di cui in motivazione, cassa in parte qua il decreto impugnato e condanna il Ministero dell’Economia e delle Finanze al pagamento in favore del ricorrente delle spese del giudizio di merito che liquida in complessivi Euro 873, di cui Euro 445 per onorari, Euro 378 per diritti e Euro 50 per spese, oltre spese generali e accessori di legge, nonchè della metà delle spese del giudizio di legittimità, che per l’intero liquida in complessivi Euro 700, di cui Euro 600 per onorari, oltre spese generali e accessori di legge, dichiarando compensato il residuo;
spese di entrambi i gradi distratte in favore del difensore antistatario.