Source: https://leggesemplice.com/decreto-231-cassazione-penale-9-12-2016-pp-1/
Timestamp: 2020-07-07 08:07:12+00:00
Document Index: 185032865

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 416', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 416', 'art. 81', 'art. 5', 'art. 21', 'art. 24', 'art. 39', 'art. 61', 'art. 173', 'art. 606', 'art. 640', 'art. 606', 'art. 606', 'art. 640', 'art. 606', 'art. 640', 'art. 606', 'art. 640', 'sentenza ', 'art. 606', 'art. 640', 'art. 316', 'art. 316', 'art. 606', 'art. 416', 'sentenza ', 'art. 606', 'art. 133', 'art. 62', 'art. 606', 'art. 606', 'art. 491', 'sentenza ', 'art. 606', 'art. 640', 'sentenza ', 'art. 606', 'art. 640', 'sentenza ', 'art. 606', 'sentenza ', 'art. 606', 'sentenza ', 'art. 606', 'art. 43', 'art. 640', 'sentenza ', 'art. 606', 'art. 416', 'sentenza ', 'art. 606', 'art. 78', 'art. 78', 'art. 491', 'sentenza ', 'art. 606', 'art. 640', 'sentenza ', 'art. 606', 'art. 640', 'sentenza ', 'art. 606', 'sentenza ', 'art. 606', 'sentenza ', 'art. 606', 'art. 640', 'sentenza ', 'art. 606', 'art. 640', 'sentenza ', 'art. 606', 'sentenza ', 'art. 606', 'art. 416', 'sentenza ', 'art. 606', 'art. 606', 'art. 640', 'sentenza ', 'art. 606', 'art. 5', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 178', 'sentenza ']

Decreto 231 - Cassazione Penale 9/12/2016 N° 52316 - Legge semplice
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Decreto 231 – Cassazione Penale 9/12/2016 N° 52316
Decreto 231 – Cassazione penale 9/12/2016 n° 52316 leggi la sentenza gratuitamente su leggesemplice.com
Testo completo della Sentenza Decreto 231 – Cassazione penale 9/12/2016 n° 52316:
– quanto al reato di cui al capo A) (art. 416 c.p.), l’annullamento con rinvio della sentenza impugnata nei confronti di tutti gli imputati;
– quanto al reato di cui al capo B) (artt. 81 e 640-bis c.p.):
– nei confronti degli imputati A. e L.M., l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata limitatamente ai reati commessi fino al 26 marzo 2009, per essere gli stessi estinti per prescrizione, ed alla relativa confisca per equivalente;
l’annullamento con rinvio della sentenza impugnata quanto al trattamento sanzionatorio ed alla confisca per equivalente per le condotte successive; il rigetto, nel resto, dei ricorsi;
1. Con la sentenza indicata in epigrafe, la Corte di Appello di Milano ha confermato integralmente la sentenza con la quale, in data 21 luglio 2014, il Tribunale della stessa città aveva dichiarato R.F.A., A.A. ed L.M.A. colpevoli dei reati di associazione per delinquere (ex art. 416 c.p., commi 1 e 2) e di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche (artt. 110 e 640-bis c.p.), condannandoli, previo riconoscimento del vincolo della continuazione (interna ed esterna) ex art. 81 cpv. c.p. tra tutti i fatti-reato contestati (così come nel dettaglio descritti nei relativi capi di imputazione), alle pene per ciascuno ritenute di giustizia, ed aveva, altresì, dichiarato l’ente R. FIRE s.p.a. responsabile dell’illecito da reato ascrittogli (D.Lgs. n. 231 del 2001, art. 5, comma 1, lett. a), art. 21, art. 24, commi 1 e 2 e art. 39 in relazione agli artt. 81 cpv. e 40-bis c.p., art. 61 c.p., comma 1, n. 7), applicandogli le sanzioni ritenute di giustizia.
2. Contro la predetta sentenza, gli imputati e l’ente (tutti con l’ausilio di difensori iscritti nell’apposito albo speciale) hanno proposto disgiuntamente ricorso per cassazione, deducendo i seguenti motivi, enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione, come disposto dall’art. 173 disp. att. c.p.p., comma 1:
2.1.1. Violazione dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b), per inosservanza ed erronea applicazione della normativa di cui alla L. 24 maggio 1977, n. 227 e del D.Lgs. 31 marzo 1998, n. 143, di cui tenere conto per l’applicazione dell’art. 640-bis c.p. nonchè per violazione dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), per travisamento della prova in merito alle dichiarazioni dei rappresentanti della Simest S.p.a. sulla liceità delle operazioni. Rileva parte ricorrente che la Corte di appello avrebbe fondato il proprio ragionamento partendo dall’errato presupposto che il contributo previsto dalla legge “Ossola” serve a compensare l’esportatore nazionale per il maggiore costo finanziario dell’esportazione legato al rischio-paese dell’acquirente straniero con la conseguenza che nelle ipotesi di vendite per contanti, non verificandosi alcun rischio per l’esportatore, nessun contributo deve essere versato allo stesso.
In sostanza, i Giudici di appello avrebbero erroneamente interpretato la legge “Ossola” la cui finalità in un’ottica macroeconomica è quella di realizzare le esportazioni con effetto positivo sulla crescita economica del Paese: grazie alla triangolazione commerciale di ILVA SA fu possibile uno sconto al cliente finale di cui hanno beneficiato le esportazioni di ILVA S.p.a.. Avrebbero errato, quindi, i Giudici di primo grado quando hanno ritenuto che la contestata truffa sarebbe configurabile in quanto il trader era fittizio e creato solo per ottenere i contributi della legge “Ossola”, così come avrebbe errato la Corte di appello nel momento in cui ha ribaltato la prospettiva nella quale si era posto il Tribunale ritenendo che il pagamento cash da parte dell’utilizzatore finale avrebbe fatto venir meno la causa per l’ottenimento del contributo Simest.
2.1.2. Violazione dell’art. 606 c.p.p., comma, 1, lett. b) ed e), per inosservanza della legge penale nonchè per contraddittorietà della motivazione, con riferimento alla sussistenza delle condotte decettive tipiche ai sensi della fattispecie di cui all’art. 640-bis c.p..
2.1.3. Violazione di cui all’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e) per contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione, nonchè lett. b) per erronea applicazione dell’art. 640-bis c.p. anche in relazione all’elaborazione legislativa e giurisprudenziale del concetto di “abuso del diritto”. Evidenzia al riguardo parte ricorrente che, anche a voler ritenere che la creazione dello schema operativo de qua fosse finalizzato a forzare il normale meccanismo di erogazione dei contributi della legge “Ossola”, ci si troverebbe al più in presenza di una forma di “abuso del diritto” del tutto irrilevante sul piano penale atteso che nessuno vietava di istituire all’estero una società infragruppo che operasse come trader in relazione a tutte le esportazioni effettuate dalla capogruppo peraltro puntualmente rappresentate alla Simest.
2.1.4. Violazione di cui all’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e) per contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione, nonchè lett. b) per erronea applicazione della legge penale quanto alla sussistenza di un’induzione in errore rilevante ai sensi dell’art. 640-bis c.p.. Evidenzia parte ricorrente che nel momento in cui la Corte di appello pone Simest al livello di un mero “osservatore distratto” ipotizza a carico della stessa una sorta di collusione con gli odierni imputati di fatto incompatibile con una ipotesi truffaldina. Già il Tribunale – secondo parte ricorrente – nell’affermare che ad essere stato indotto in errore era lo Stato italiano aveva confuso il piano della truffa con quello della legittimità dei contributi ottenuti, confondendo a sua volta il danneggiato con l’indotto in errore. La Corte di appello ha colto tale vizio nella sentenza del Tribunale ma ne ha minimizzato la portata parlando di “imprecisione lessicale”, tuttavia sarebbe poi incorsa in un argomentare illogico nel momento in cui ha sostenuto che fino all’intervento del commissario Bo. nessuno si era accorto della situazione in atto. Secondo parte ricorrente l’induzione in errore sarebbe stata ritenuta dalla Corte di appello sulla base di tre elementi tra loro contraddittori:
2.1.5. Violazione di cui all’art. 606, comma 1, lett. b) ed e), per violazione di legge e vizi di motivazione in merito alla mancata derubricazione del reato di cui all’art. 640-bis c.p. in quello previsto e punito dall’art. 316-ter c.p.. Evidenzia al riguardo parte ricorrente il fatto che la Corte di appello non risulta essersi posta il problema dell’eventuale derubricazione del reato di truffa in contestazione in quello di cui all’art. 316-ter c.p. atteso che ci si troverebbe non tanto in presenza di un “artifizio” quanto in presenza di “omissione di informazioni dovute”.
2.1.6. Violazione di cui all’art. 606, comma 1, lett. b) ed e), per violazione di legge e vizi di motivazione in merito alla sussistenza del reato di cui all’art. 416 c.p.. Sostiene parte ricorrente che i Giudici del merito sarebbero incorsi in errore ritenendo la sussistenza degli elementi essenziali del reato de quo fondando la propria convinzione sulla base dell’assunto che la sussistenza di una associazione per delinquere si può desumere da indici provenienti dai reati-scopo. In realtà – secondo parte ricorrente – si sarebbe erroneamente confusa l’organizzazione dei reati-scopo con l’organizzazione della associazione a questi finalizzata con l’ulteriore conseguenza che R. e gli altri imputati sarebbero stati ritenuti partecipi ad una associazione per delinquere e non già meri concorrenti in una pluralità di truffe. La Corte di appello nel ricercare quel quid pluris necessario per la configurazione dell’autonomo reato di associazione per delinquere ritiene di individuarlo nella costituzione di ILVA SA da parte di A.A. su disposizione di R.F.A.. In sostanza la Corte di appello sarebbe incorsa in un vizio logico della motivazione relativa alla costituzione dell’associazione per delinquere affermando dapprima l’irrilevanza a tal fine dell’unione delle forze tra R., A. e L.M. e, poi, ponendo proprio questa unione di forze come condotta tipica del reato associativo. Poichè associazione per delinquere e truffa sono contestati come concorso formale di reati (solo in un secondo momento uniti sotto il vincolo della continuazione) gli stessi avrebbero dovuto riguardare condotte diverse realizzate in momenti diversi. La Corte di appello avrebbe quindi errato nel momento in cui ha ritenuto la condotta di costituzione di ILVA SA sia come apporto causale alla realizzazione della truffa, sia come condotta costitutiva dell’associazione così “sdoppiando” entro il medesimo reato continuato la stessa condotta. Analogo errore di metodo sarebbe stato compiuto nella delineazione del ruolo del L.M. nell’associazione con riguardo alla posizione della Eufintrade SA. I vizi della sentenza impugnata investirebbero, poi, anche il diverso profilo del vincolo associativo tra i consociati nel suo profilo sia oggettivo che soggettivo. Le sentenze dei Giudici di merito non darebbero adeguato conto della sussistenza tra i vari imputati ( R.F., L.M.A., A.A., Lo.Mo.Ba. e V.L.A.) dell’affectio societatis e di in che modo si sarebbe manifestata la consapevole partecipazione degli stessi all’associazione nel momento in cui la stessa costituisce fattispecie autonoma rispetto ai reati-fine. E’ paradossale, secondo la difesa, il fatto che A.A. non conosceva e non avrebbe mai incontrato alcuno dei presunti promotori dell’associazione (il L.M.), situazione questa del tutto trascurata dalla Corte di appello, ma è ancor più paradossale il fatto – sempre sottolineato dalla difesa del ricorrente – che non è stata neppure acquisita la prova che i due promotori dell’associazione ( R.F.A. e L.M.A.) si siano incontrati.
2.1.7. Violazione dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b) ed e), per errata applicazione della legge penale con riferimento all’art. 133 c.p. sulla determinazione della pena e sul mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche ex art. 62-bis c.p.. Sulla premessa che il Tribunale ha irrogato all’imputato R. una sanzione più elevata di quella richiesta dal Pubblico Ministero richiamando da un lato la gravità dei fatti-reato in relazione all’elevato profitto economico conseguito e, dall’altro, la capacità a delinquere dell’imputato che si sarebbe avvantaggiato di un sistema di erogazioni pubbliche interamente incentrato sulla lealtà tra le parti, segnala, innanzitutto la difesa del ricorrente che il contributo era calcolato per praticare al cliente finale uno sconto pari al 5% sul prezzo della fornitura, il che consentiva ad ILVA di non perdere clienti e nel contempo garantire l’economicità della propria attività di produzione e vendita. Errato sarebbe poi ritenere – come ha fatto la Corte di appello – che R.F. avrebbe tenuto una “condotta volutamente oppositiva alla esecuzione della misura cautelare da cui è stato attinto” avendo egli semplicemente esercitato le facoltà che la legge gli consentiva per opporsi all’esecuzione del mandato di arresto europeo che fu emesso allorquando si trovava all’estero (Inghilterra). Analoga doglianza investe il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche sostanzialmente legato anch’esso alla “resistenza” che il R. avrebbe tenuto in corso di processo.
2.1.8. Violazione di cui all’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b), per inosservanza ed erronea applicazione delle disposizioni di cui agli artt. 640-bis, 640-quater e 322-ter c.p. in merito alle disposizioni inerenti la confisca. Sulla premessa che la confisca è stata disposta sui beni degli imputati per un valore equivalente al profitto delle truffe commesse ai danni di Simest, ricorda la difesa del ricorrente che la confisca “per equivalente” può essere disposta solo quando non sia possibile l’apprensione diretta del prezzo o del profitto del reato. Il Tribunale ha motivato la necessità di ricorrere alla confisca per equivalente evidenziando l’impossibilità di procedere alla confisca diretta per carenza di pertinenzialità essendo il profitto di reato consistito in somme liquide versate da Simest sui conti di ILVA S.p.a. e, non essendo possibile tracciare la movimentazione delle predette somme, ha optato per il regime alternativo di confisca. La decisone della Corte di appello che ha confermato quella del Tribunale si porrebbe però in contrasto con il più recente orientamento espresso dalle Sezioni Unite della Corte di cassazione (cfr. sentenze Gubert e Lucci) laddove si è affermato il fatto che l’essere il denaro per sua natura bene fungibile consente di superare il tema della pertinenzialità e di procedere quindi alla confisca “diretta”.
2.1.9. Impugnazione dell’ordinanza del Tribunale di Milano del 19/5/2014 in merito alla tardività della questione preliminare sulla costituzione di parte civile del Ministero dello Sviluppo Economico avanzata dalla difesa alla precedente udienza del 12/5/2014 per violazione dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. c), in relazione agli artt. 491 e 586 c.p.p.. Sul presupposto che R.F. è stato condannato, in solido con gli altri imputati, al risarcimento del danno in favore del predetto Ministero con l’assegnazione di una provvisionale di 15 milioni di Euro, rileva parte ricorrente di avere contestato in sede di udienza la carenza di legittimazione attiva del Ministero nell’esercizio dell’azione risarcitoria in quanto il soggetto danneggiato dai fatti era solo la Simest S.p.a. e non anche il Ministero che è socio della stessa. La predetta eccezione era stata tuttavia dichiarata inammissibile in quanto ritenuta tardiva.La doglianza è stata tuttavia riproposta in questa sede in quanto la contestazione relativa alla costituzione di parte civile del Ministero per lo Sviluppo Economico era di fatto stata proposta entro i termini di cui all’art. 491 c.p.p. allorquando non si era ancora chiusa la fase delle questioni preliminari. La Corte di appello non avrebbe sostanzialmente fornito motivazione in merito al rigetto dello specifico motivo di gravame.
2.2.1. Nullità della sentenza impugnata ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b), per erronea applicazione dell’art. 640-bis c.p. in relazione alla ritenuta non necessità di accertare che una determinata persona fisica sia stata effettivamente indotta in errore.Secondo parte ricorrente la decisione assunta dai Giudici di merito sarebbe caratterizzata da una completa disarticolazione dello schema del reato di truffa che si sviluppa nella sequenza tipica dell’uso degli artifizi o raggiri, dell’induzione in errore, dell’atto di disposizione patrimoniale, del danno per la vittima e del profitto per il reo. La Corte di appello (e prima di essa il Tribunale) avrebbero reciso gli anelli dell’indicata catena ritenendo non necessario che una persona fisica sia stata indotta in errore da una condotta decettiva e verificare l’esistenza di una rapporto di causalità tra l’induzione in errore ed il conseguente atto di disposizione patrimoniale. In sostanza, secondo i Giudici di appello, per configurare il reato sarebbe sufficiente una “potenzialità della frode” in rapporto ad un soggetto “virtuale” (chiunque esso sia) che abbia agito in nome e per conto dell’ente deputato alle erogazioni. Ciò però si porrebbe in contrasto con la struttura del reato di truffa così come indicato dal nostro ordinamento e come chiarito dalle Sezioni Unite della Corte di cassazione che hanno affermato che l’elemento caratterizzante la truffa è costituito dalla “cooperazione artificiosa della vittima” con la conseguenza che vi è una incompatibilità logica tra usurpazione unilaterale e cooperazione della vittima. Non esiste, quindi, nel modello legale configurato dal legislatore una truffa “spersonalizzata” e “potenziale” come quello sostenuto dalla Corte di appello. Come recita la norma occorre che “taluno” (cioè un persona fisica individuata) sia stato indotto in errore, occorre cioè una causalità psicologica concepibile solo rispetto a delle persone fisiche determinate.
2.2.2. Nullità della sentenza impugnata ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b) ed e), per erronea applicazione dell’art. 640-bis c.p. nonchè per mancanza e contraddittorietà della motivazione con riferimento all’accertamento di un legame causale tra induzione in errore e atto di disposizione patrimoniale. Evidenzia parte ricorrente che i Giudici del merito sarebbero caduti in errore allorquando hanno ritenuto di poter prescindere dall’accertamento in concreto di un rapporto di “causalità” psicologica tra l’induzione in errore ed il conseguente atto di disposizione patrimoniale. Il Giudice non può adattare la fattispecie di reato a seconda del caso e comunque non può prescindere dall’accertamento concreto del rapporto di causalità richiesto dalla norma: l’idoneità dell’artifizio e del raggiro deve essere valutata in concreto ossia con riferimento diretto alla particolare situazione in cui è avvenuto il fatto ed alle modalità esecutive dello stesso, con conseguente idoneità delle condotte poste in essere a produrre l’effetto di induzione in errore del soggetto passivo.
2.2.3. Nullità della sentenza impugnata ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), per mancanza e contraddittorietà della motivazione in relazione all’accertamento dell’effettivo inganno di Simest. Evidenzia parte ricorrente che il fatto di aver sposato l’idea di una “truffa potenziale” ha condotto la Corte di appello a ritenere sufficiente, per la prova della responsabilità, una valutazione di idoneità della frode e trarre in inganno e ciò a prescindere dalla verifica ex post dell’effettivo inganno ai danni dei funzionari Simest.
2.2.4. Nullità della sentenza impugnata ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), per mancanza e contraddittorietà della motivazione in merito alla ritenuta fittizietà di ILVA SA ed alla sua rappresentazione “artefatta” nei confronti di Simest. Sulla premessa che la Corte di appello di Milano ha individuato nella costituzione e nella interposizione della società ILVA SA il segmento essenziale della condotta truffaldina, evidenzia parte ricorrente una serie di censure a detta valutazione ed in particolare:
2.2.5. Nullità della sentenza impugnata ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b) ed e), per erronea applicazione dell’art. 43 c.p. nonchè per mancanza e contraddittorietà della motivazione con riferimento alla ritenuta sussistenza dell’elemento soggettivo del reato di cui all’art. 640-bis in capo al rag. A.. Si duole parte ricorrente del fatto che i Giudici di entrambi i gradi del merito hanno affermato la sussistenza dell’elemento soggettivo del reato di truffa in capo all’ A. sulla base del ruolo rivestito dall’imputato nell’organigramma societario, così affermando una sorta di “responsabilità da posizione” in cui l’unico coefficiente soggettivo era rappresentato dalla mera “conoscenza” della presunta fittizietà delle operazioni e ciò senza la presenza e l’indicazione di alcun elemento di prova al riguardo. Il fatto che l’ A. sia stato convocato da R.F. ed incaricato di costituire una intercompany estera è – secondo la difesa – un elemento assolutamente neutro rispetto al dolo di truffa trattandosi di operazione del tutto legittima e non indicativa della consapevolezza di programmare e portare ad esecuzione un piano criminoso. Nè la consapevolezza e la volontà di ottenere dei contributi statali è di per sè elemento fondante il dolo di truffa soprattutto nel momento in cui l’ A. era stato informato della presenza di pareri legali e delle posizioni ufficiali assunte da Simest circa la regolarità del modus operandi del tutto analogo a quello di ILVA S.p.a. tenuto da altre società esportatrici ai fini della percezione del contributo statale.
2.2.6. Nullità della sentenza impugnata ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), per mancanza e contraddittorietà della motivazione in merito alla sussistenza del reato di associazione per delinquere di cui all’art. 416 c.p.. Si duole, innanzitutto, parte ricorrente della mancata dimostrazione del vincolo associativo che secondo la Corte di appello sarebbe da ritenersi provato sulla base dei seguenti due elementi:
2.2.7. Nullità della sentenza impugnata ai sensi dell’art. 606 c.p.p., lett. c), per inosservanza delle norme processuali di cui agli artt. 484 e 491 c.p.p. in ordine alla ritenuta intempestività della richiesta di esclusione della costituita parte civile Ministero dello Sviluppo Economico, nonchè dell’art. 78 c.p.p., comma 1, lett. d), in relazione alla asserita ammissibilità del relativo atto di costituzione.Il motivo di ricorso, sostanzialmente analogo al nono motivo di ricorso formulato nell’interesse dell’imputato R., concerne la doglianza relativa alla ordinanza del Tribunale di Milano in data 19 maggio 2014 con la quale è stata dichiarata l’inammissibilità per tardività della richiesta delle difese degli imputati di esclusione della parte civile Ministero dello Sviluppo Economico per difetto del requisito richiesto dall’art. 78 c.p.p., comma 1, lett. d). La questione è stata oggetto di specifico motivo di gravame innanzi alla Corte di appello che l’ha ritenuta infondata con argomentazioni che in questa sede sono oggetto di ulteriore doglianza. Secondo parte ricorrente i Giudici del merito avrebbero operato una erronea equiparazione tra il termine preclusivo per la presentazione dell’atto di esercizio dell’azione civile nel processo penale e quello per lo svolgimento delle questioni inerenti la costituzione di parte civile così come individuato dall’art. 491 c.p.p..
– all’udienza del 19 maggio 2014 il Tribunale con ordinanza dibattimentale dichiarava inammissibile per tardività la costituzione di parte civile di Simest e dichiarava altresì inammissibile (sempre per intempestività) l’eccezione della difesa degli imputati sulla costituzione di parte civile del Ministero. Sottolinea la difesa del ricorrente il diverso assetto normativo e cronologico stabilito dagli artt. 484 e 491 c.p.p. circa la tempistica della costituzione di parte civile e la discussione delle questioni preliminari e segnala come dopo il deposito dell’atto di costituzione di parte civile i Giudici della Terza Sezione del Tribunale non emettevano alcun provvedimento circa l’ammissione della costituzione stessa così lasciando aperta la fase del contraddittorio sul punto, contraddittorio che veniva poi sviluppato all’udienza successiva innanzi alla Sezione del Tribunale effettivamente incaricata secondo i criteri tabellari della celebrazione del processo e prima dell’invalicabile sbarramento identificato dal legislatore nella dichiarazione di apertura del dibattimento. Nel merito segnala parte ricorrente che la costituzione di parte civile del Ministero dello Sviluppo Economico avrebbe dovuto essere dichiarata inammissibile non avendo lo stesso subito un danno diretto ed immediato dall’azione degli imputati: la società tratta in inganno secondo l’impostazione accusatoria è stata la Simest S.p.a. ed il Ministero non poteva vantare verso gli imputati il diritto al risarcimento del danno derivante da erogazioni compiute da altro ente nè un eventuale danno all’immagine.
2.3. per L.M.A.:
2.3.1. Nullità della sentenza ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b), per avere la Corte di appello ritenuto la sussistenza del reato di truffa (art. 640-bis c.p.) pur non essendo stato individuato il presunto soggetto indotto in errore e per avere, quindi ritenuto configurabile una inammissibile frode “ad incertam personam”.
2.3.2. Nullità della sentenza ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b), per avere la Corte di appello ritenuto la sussistenza del reato di truffa (art. 640-bis c.p.) sulla base di un’evidente erronea interpretazione della normativa primaria e secondaria che disciplina l’erogazione di sussidi all’esportazione, ai sensi del D.Lgs. n. 143 del 1988 e delle circolari SIMEST.
2.3.3. Nullità della sentenza ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), per carenza, manifesta illogicità e contraddittorietà del ragionamento laddove la Corte ritiene che nella fattispecie mancherebbe il requisito della rateizzazione.
2.3.4. Nullità della sentenza ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), laddove la Corte:
a) travisando le dichiarazioni dibattimentali dei testi M., Ma. e Bi. afferma che Simest aveva già dichiarato al GRUPPO ILVA che le sue modalità operative erano illegittime;
b) travisando il contenuto della Circolare Simest n. 1/2015 e relativi chiarimenti afferma che da sempre Simest ha ritenuto tali modalità operative non legittime.
2.3.5. Nullità della sentenza ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), per carenza, contraddittorietà, manifesta illogicità della motivazione e travisamento dei fatti ricostruito in dibattimento e dei temi di prova con particolare riferimento alla ritenuta sussistenza dell’elemento soggettivo del reato di cui all’art. 640-bis c.p..
2.3.6. Nullità della sentenza ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), per carenza, contraddittorietà, manifesta illogicità della motivazione e travisamento dei fatti ricostruito in dibattimento e dei temi di prova con particolare riferimento alla ritenuta sussistenza del concorso del L.M. nel presunto reato di cui all’art. 640-bis c.p.. Nullità della sentenza per violazione dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. c), per inosservanza degli artt. 521 e 522 c.p.p. per mancata correlazione tra l’imputazione e la sentenza.
2.3.7. Nullità della sentenza ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b) ed e), per violazione di legge nonchè per mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione in merito alla ritenuta sussistenza del reato di cui all’art. 416 c.p. contestato al capo A) della rubrica, anche in relazione al contenuto di una serie di atti dettagliatamente indicati nel corso dell’esposizione delle specifiche ragioni poste a sostegno del motivo.
2.3.8. Nullità della sentenza ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b), in relazione all’errata interpretazione delle norme sulla confisca per equivalente ex artt. 640-quater e 322-ter c.p., disposta sui conti correnti bancari di cui Eufintrade è titolare.
2.4. Per R. FIRE S.p.a.:
2.4.1. Violazione dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b) ed e), per erronea applicazione dell’art. 640-bis c.p., con difetto di motivazione circa l’esistenza del requisito di induzione in errore. Il ricorrente lamenta la non configurabilità del reato costituente presupposto dell’illecito da reato contestato ad esso ente, in difetto dell’individuazione dei funzionari pubblici ingannati, e la contraddittorietà della motivazione della sentenza impugnata nella parte in cui conclusivamente conviene che i controlli sul contenuto delle domande di agevolazione presentate non venivano effettuati, limitandosi la Simest ad una presa d’atto, che quindi non consentiva di configurare alcuna induzione in errore di chicchessia; lamenta, inoltre, l’assenza di un qualsivoglia riferimento operativo implicante un ruolo attivo nella vicenda della società R. FIRE. (f. 13 del ricorso): in realtà i funzionari Simest escussi in dibattimento ( B., C. e bo.) avrebbero dichiarato concordemente che Simest era sempre stata messa a conoscenza “in modo puntuale ed organico, di tutti gli elementi conoscitivi dei quali doveva disporre per poter poi procedere all’erogazione degli incentivi previsti dalla legge speciale. In particolare edotta: sia dello schema adottato da ILVA S.p.a. (…); sia della circostanza che ILVA SA fosse una società elvetica controllata da ILVA S.p.a.; sia, infine, delle precise modalità del trasporto della merce (…)”.
L’inganno che si è creduto di enucleare era, peraltro, tanto grossolano da risultare assolutamente privo, persino in astratto, di idoneità ingannatoria (f. 16 del ricorso). Nulla dice la Corte di appello sull’effettività del ritenuto inganno, considerato che l’autocertificazione del privato non risulta in alcun modo verificata, di modo che essa non può aver tratto in inganno nessuno (f. 16 ss. del ricorso).
2.4.2. Violazione dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b) ed e), per inosservanza ed erronea applicazione del D.Lgs. n. 231 del 2001, art. 5, comma 1, lett. A) con mancanza/contraddittorietà della motivazione circa la sussistenza di un interesse o vantaggio, derivante dal reato presupposto, in capo a R. FIRE S.p.a.. I presunti artifizi e raggiri in ipotesi cagionanti l’asserita induzione in errore di Simest sarebbero avvenuti tutti nell’ambito di ILVA, non di R. FIRE; quest’ultima è configurata dalla sentenza impugnata come holding operativa, non come holding pura, e da ciò si deduce l’intromissione da parte sua nelle attività della controllata R. S.p.a., ed addirittura l’esistenza di un interesse e/o di un vantaggio propri, più che indirettamente ricavati dal corrispondete interesse e/o vantaggio della controllata. In realtà, “il caso della holding “pura” che partecipa al gruppo, “sta alla finestra” e “prende atto” dell’andamento delle controllate è un’eventualità addirittura non prevista dall’ordinamento vigente” (f. 30 ss. del ricorso, e riferimenti normativi ivi presenti); in ogni caso R. FIRE non esercitava sulla controllata ILVA alcuna influenza, ed il contrario convincimento della Corte di appello è viziato in più punti da motivazione manifestamente illogica (f. 32 ss. del ricorso). L’imputazione del reato presupposto a R. FIRE quale titolare dell’intera attività d’impresa, mentre ILVA sarebbe solo uno stabilimento produttivo, sembra evocare la dottrina della “impresa di gruppo”, minoritaria e non accolta dalla giurisprudenza; in ogni caso, con specifico riferimento alla responsabilità degli enti da reato, la giurisprudenza appare ben salda nell’escludere la configurabilità/rilevanza di un “interesse di gruppo”, e conseguentemente la possibilità di dichiarare la holding responsabile ex D.Lgs. n. 231 del 2001 per il solo fatto della commissione di un illecito da reato in seno ad una controllata, dovendo sempre e comunque ricorrere i criteri ascrittivi in dettaglio riepilogati a f. 42 del ricorso. Evidenzia che nessuno degli imputati-persone fisiche ha preso parte alla commissione del reato presupposto quale rappresentante di R. FIRE: le condotte in ipotesi integranti la contestata truffa ai danni dello Stato si sono tutte svolte soltanto nell’ambito dell’organizzazione societaria di ILVA, società con propria personalità giuridica; la circostanza – valorizzata dalla Corte di appello – che R.E. e R.F. fossero amministratori di fatto di ILVA potrebbe legittimare l’affermazione di responsabilità della stessa ILVA, giammai di R. FIRE; lo stesso deve dirsi con riferimento all’ A., apicale di ILVA e subordinato di R. FIRE, che risulterebbe ex actis avere agito esclusivamente per conto di ILVA. Sarebbe mancante/contraddittoria la motivazione circa la sussistenza di un interesse o di un vantaggio in capo all’ente R. FIRE (f. 51 ss. del ricorso), criteri ascrittivi dell’illecito da reato all’ente distinti ed alternativi (orientati l’uno all’azione, l’altro al risultato). In realtà le prove acquisite nel procedimento (f. 56 ss. del ricorso) smentiscono la motivazione della sentenza impugnata quanto alla configurabilità di un interesse o vantaggio di R. FIRE ricollegabile all’enucleato reato presupposto, poichè l’importo complessivo erogato da Simest a favore di ILVA nel periodo di tempo oggetto della contestazione non risulta trasferito a R. FIRE, ma sarebbe rimasto nell’ambito del sottogruppo ILVA e delle sue controllate, tra cui ILVA SA (il ricorso rinvia in proposito a quanto osservato dal consulente tecnico del P.M.: f. 57 ss. del ricorso); sarebbe stata immotivatamente sottovalutata una importante prova a discarico: il Pubblico Ministero nel corso della requisitoria ha dichiarato che la Procura della Repubblica procedente in fase di indagine preliminare avrebbe restituito ad ILVA S.p.a. circa 24 milioni di Euro “nell’allora disponibilità di ILVA SA”; e la Corte di appello ha negato alla difesa la possibilità di documentare detta circostanza, appresa soltanto nel corso del giudizio di appello, ed in proposito vi è stata deduzione di nullità ex art. 178 c.p.p., comma 1, ma la Corte di appello (f. 14 della sentenza impugnata) ha disatteso la richiesta con motivazione in parte apparente, e quindi mancante, in parte contraddittoria ed illogica.Lo stesso imputato A. ha dichiarato che ILVA SA non ha mai distribuito utili e non ha mai finanziato R. FIRE, pur avendo finanziato ILVA: “è pertanto chiaro che ILVA s.s. abbia interamente conservato la propria disponibilità, esistenze al 31.12.2012, di circa 54 milioni, almeno fino a quando R. FIRE è stata controllante di ILVA”.
Il reato presupposto risulta in definitiva commesso nel solo interesse, oltre che ad esclusivo vantaggio, di ILVA SA ed ILVA S.p.a.. Quanto emergente dall’esame dell’imputato A. (per il quale tutte le società italiane del gruppo erano costrette a conferire liquidità direttamente a R. FIRE) sarebbe smentito dalla ricostruzione della contabilità di ILVA operata dal consulente tecnico del Pubblico Ministero. Conclude riepilogando le complessive censure all’apparato motivazionale della Corte di appello, tra l’altro inficiato dalle già enucleate violazioni di legge (f. 65 ss. del ricorso).