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Timestamp: 2017-11-24 00:39:00+00:00
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Utilizzo strumentale della clausola statutaria simul stabunt simul cadent - PDF
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1 Utilizzo strumentale della clausola statutaria simul stabunt simul cadent L utilizzo della clausola simul stabunt simul cadent in un contesto che tende a realizzare la revoca anticipata di un dato amministratore al fine di eliminare le naturali conseguenze onerose o le garanzie date dal confronto assembleare che la legge avrebbe riconosciuto a quest ultimo, anche solo al fine di ottenere una congrua motivazione delle ragioni dell anticipata risoluzione, si sostanzia in un aggiramento degli obblighi di motivazione e risarcitori di cui il soggetto revocante si deve in ogni caso far carico al fine del buon governo societario. La quantificazione dell indennizzo dovuto all amministratore abusivamente revocato senza giusta causa dovrà necessariamente confrontarsi con il compenso così come riconosciuto nei suoi elementi normali e stabiliti nelle delibere assembleari o nel provvedimento di nomina. Qualora il compenso deliberato sia connesso ad una particolare delega, occorre valutare se la nomina ad amministratore delegato sia correlata all assunzione di tale veste per un arco di tempo determinato, tale da ingenerare nel singolo nominato un aspettativa di assunzione delle correlate responsabilità per tutta la durata dell incarico, o se viceversa la delega sia frutto di una ripartizione interna fra i componenti del consiglio di amministrazione. 1 Tribunale di Milano, sez. VIII, sentenza 24 maggio 2010, est. Fiecconi, Pres. Riva Crugnola Con il brocardo simul stabunt simul cadent s intende indicare quell insieme di clausole statutarie in virtù delle quali il venir meno della maggioranza, della minoranza, o anche di uno solo tra i componenti dell organo collegiale amministrativo comporta la decadenza dell intero organo, con la cessazione dell incarico di tutti gli altri amministratori 2. La clausola in esame crea un collegamento tra i vari componenti del consiglio di amministrazione, in modo che se taluno di essi decada, o dia le dimissioni, o comunque cessi dalla carica, sicché il consiglio non risulti più composto così come era all atto della nomina, anche gli altri amministratori cesseranno dalla carica e il consiglio dovrà, nel suo complesso essere nuovamente nominato. Tale clausola è dunque volta a consentire all assemblea della società di capitali un più incisivo e permanente controllo sulla composizione del consiglio d amministrazione, con particolare riguardo per la realizzazione dell oggetto sociale. Prima del d.lgs. 5/2003 tale istituto non era espressamente previsto nel codice civile, ma dottrina e giurisprudenza erano concordi nell ammetterne la legittimità; infatti la suddetta clausola veniva ritenuta meritevole di tutela ex art c.c., non essendo in contrasto con i principi generali in materia societaria, né con alcuna norma imperativa, né con l ordine pubblico, né, da ultimo, con il buon costume [si vedano in tal senso: Trib. Milano, 26/04/ ; Cass. civ., Sez. I, 16/03/1990, n ]. Con il decreto legislativo n. 3/2003 si è avuto l inserimento, all interno del codice civile, della clausola qui in esame. L art c.c., ai commi 4 e 5, prevede infatti che: 1 Massime redazionali. 2 Cfr. C. CONFORTI, Nomina e Revoca degli amministratori di società, Giuffrè editore, in Società, 1990, in Società, 1990, 1038, RICCARDELLI
2 Se particolari disposizioni dello statuto prevedono che a seguito della cessazione di taluni amministratori cessi l intero consiglio, l assemblea per la nomina del nuovo consiglio è convocata d urgenza dagli amministratori rimasti in carica; lo statuto può tuttavia prevedere l applicazione di quanto disposto nel successivo comma. Se vengono a cessare l amministratore unico o tutti gli amministratori, l assemblea per la nomina dell amministratore o dell intero consiglio deve essere convocata d urgenza dal collegio sindacale, il quale può compiere nel frattempo gli atti di ordinaria amministrazione. Il 4 comma dunque, da un lato conferma la validità della clausola in esame [cfr. Cass. civ., 07/07/2008 n ] e dall altro stabilisce che, salvo che lo statuto preveda che la clausola abbia effetto immediato (ed in tal caso amministrazione ordinaria della società e convocazione dell assemblea spetteranno al collegio sindacale), i vecchi amministratori rimarranno in carica, con una prorogatio, e devono convocare d urgenza l assemblea per la nomina del nuovo consiglio. Pertanto, rimanendo legittima la previsione statutaria di una clausola simul stabunt simul cadent, la cui eventuale mancanza realizzerà la fattispecie ex art co. 4 e 5, possono comunque sorgere in capo all amministratore decaduto, e non dimissionario, profili risarcitori a seguito di un uso improprio della stessa. Va premesso che, in linea di principio, a seguito della decadenza degli amministratori in applicazione della clausola, non compete alcun diritto al risarcimento a favore degli stessi, i quali, accettando l iniziale conferimento dell incarico, hanno manifestato la volontà di aderire alle clausole che regolano le condizioni di nomina e permanenza degli organi societari; adesione, questa, che implica l accettazione dell eventualità di una cessazione anticipata dall ufficio di amministratore nel caso di applicazione della regola simul stabunt simul cadent [App. Milano, 06/04/ ]. Tuttavia, a dispetto di quanto testé esposto, non sono mancati usi distorti di questa clausola, i quali hanno costretto la giurisprudenza sia di merito che di legittimità a doversi pronunciare in più di un occasione. Particolarmente delicato è stato il coordinamento della clausola con il disposto dell art co. 3 c.c. ( Gli amministratori sono rieleggibili, salvo diversa disposizione dello statuto, e sono revocabili dall assemblea in qualunque tempo, anche se nominati nell atto costitutivo, salvo il diritto dell amministratore al risarcimento dei danni, se la revoca avviene senza giusta causa ). La clausola in questione è stata usata per aggirare la suddetta norma, ottenendo di fatto una revoca dell amministratore senza giusta causa ed evitando di dovergli corrispondere il risarcimento del danno connesso alla revoca. Il Tribunale di Milano ha già avuto modo di pronunciarsi ripetutamente al riguardo, evidenziando come laddove venga fatto un uso di strumenti in sé legittimi (clausola statutaria simul stabunt simul cadent e delibera assembleare di nomina degli amministratori) per conseguire, oltre allo scopo proprio di questi, anche l ulteriore scopo indiretto di altro e diverso negozio qual è la revoca 5 in DG 2008, nt. CORRADI 6 in Società, 2002, 11, 1936
3 dell amministratore andranno applicate le norme del diverso negozio e cioè quelle sulla revoca dell amministratore [Trib. Milano, 10/05/ ]. Tale ultima sentenza citata riprendeva un indirizzo risalente, sulla concreta efficacia del negozio indiretto, adottato dalla Corte di Cassazione, che nella sentenza n. 6650/1984 sanciva come nel caso di negozio indiretto, che ricorre quando le parti utilizzano una fattispecie negoziale tipica, e la pongano effettivamente in essere, ma per conseguire, oltre agli scopi ad essa propri, anche ulteriori scopi ad essa propri, anche ulteriori scopi propri di un diverso negozio tipico, trovano applicazione le norme del negozio impiegato, per quanto riguarda la struttura, forma ed elementi costitutivi, mentre le forme di quel diverso negozio sono operanti nella parte in cui si limitino a regolare il risultato, indipendentemente dallo strumento adoperato per il suo raggiungimento. E alla stregua di quanto detto, si ricordi anche un autorevole commento 8 ad un altra sentenza del tribunale meneghino, datata 06/04/2001, ove si sottolinea come, nel caso in cui la clausola simul stabunt simul cadent si qualifichi come negozio indiretto, causando la decadenza automatica dal consiglio di amministrazione e provocando [ ] un effetto proprio di un altro negozio, ovvero la revoca anticipata unilaterale di un dato amministratore, senza tuttavia le naturali conseguenze onerose che la legge avrebbe riconosciuto a quest ultimo, aggirando infatti quegli obblighi risarcitori di cui il revocante si sarebbe dovuto far carico [ ] ne derivi che la clausola di decadenza automatica degli amministratori deve essere in altre parole valutata da un lato relativamente ai suoi scopi effettivi, dall altro con riferimento ai presupposti che ne hanno determinato l applicazione. Nella giurisprudenza di merito, con particolare riferimento a quella milanese, si è avuta dunque la tendenza a verificare le concrete modalità operative della clausola, evidenziando come, laddove essa venga azionata per fini diversi spetterà, ex art co. 3 c.c., un profilo risarcitorio all eventuale amministratore strumentalmente decaduto. Al riguardo, gioverà sicuramente ricordare, oltre alle menzionate sentenze, App. Milano 06/03/2007 9, secondo cui la decadenza dell intero consiglio di amministrazione di una società di capitali per effetto delle dimissioni di uno o più dei suoi componenti, in applicazione della clausola statutaria simul stabunt simul cadent, può configurarsi come effetto equivalente alla revoca senza giusta causa del consigliere decaduto ma non dimissionario, qualora dal complesso degli atti conseguenti, consistiti nella convocazione dell assemblea per la nomina del nuovo consiglio, nelle dichiarazioni dei dimissionari nella riunione e nella costituzione del nuovo consiglio mediante elezione degli stessi componenti dimissionari del precedente, ed esclusione del componente decaduto a causa delle loro dimissioni, possa trarsi la dimostrazione che l intero procedimento abbia costituito lo strumento per estromettere dall organo amministrativo il componente non dimissionario. Il caso esaminato dalla Corte d Appello, ad avviso del Collegio poteva inscriversi, a buon diritto, nell ampia figura della simulazione, consistente nel creare un apparenza formale, senza che se ne voglia un altra diversa, ovvero una situazione apparente diversa da quella sostanziale, che in realtà 7 in Giur. It., 2001, S. LOTTI CARSI, Commento a App. Milano, 06/04/2001, in Società, 2002, 11, p in Società, 2007, 7, 860
4 si vuole attuare. Nella fattispecie, la simulazione era consistita nel mettere in moto un procedimento per realizzare un apparente causa formale dell effetto voluto (l estromissione del componente sgradito dal c.d.a.), dissimulando la causa reale consistente nella revoca dello stesso. Avendo accertato la simulazione, e dovendo regolare quanto emerso sulla base delle norme corrispondenti, si dovette dichiarare l illiceità della rimozione ingiusta dell amministratore, avvenuta in spregio al disposto dell art co. 3 c.c. 10 La sentenza in epigrafe si pone in linea con la giurisprudenza precedente per quanto riguarda il giudizio di illegittimità sull illegittimo della clausola in esame, qualora si riscontri in esso un mero pretesto per ottenere la revoca senza giusta causa dalla carica di amministratore delegato di società. Nel merito, la sentenza contesta l utilizzo della clausola per evitare di corrispondere il risarcimento del danno ex art co. 3 c.c., sottolineando altresì come un simile operato risulti in contrasto rispetto all art c.c., secondo cui Il contratto deve essere eseguito secondo buona fede. Oltre al carattere di strumentalità, la motivazione pone in ampio rilievo anche quello dello svilimento della carica amministrativa, che perderebbe il carattere di indipendenza qualora soggetta alle bizze della maggioranza. Chiaramente, la sentenza non pone alcun dubbio circa la validità della clausola, criticandone bensì il suo utilizzo abusivo finalizzato ad eludere l obbligo di risarcimento del danno causato dalla revoca senza giusta causa (ex art co. 3 c.c.). Il Tribunale, peraltro, non ha mancato ad abundantiam di sottolineare come non sussistessero, nel caso esaminato, i riscontri fattuali sufficienti ad integrare la giusta causa richiesta per la revoca dalle funzioni; infatti, per lo scioglimento anticipato del rapporto, deve esservi un quid pluris che mini il pactum fiduciae iniziale, facendo venir meno l affidamento sulle attitudini e sulle capacità dell organo di gestione. Devono anche venir meno, pur in ragione di sopravvenienze, gli elementi di gestione che il socio può effettivamente attendersi dall amministratore, quali capacità e diligenza professionale [cfr. Cass. civ., del 22/11/ ; Cass. civ., Sez. I n / ]. La sentenza in commento presenta tuttavia carattere di originalità in merito alle conseguenze risarcitorie, in danno della società, conseguenti l utilizzo abusivo della clausola. Il profilo risarcitorio, affrontato approfonditamente dal Collegio, parte dalla constatazione della prevalente opinione, in dottrina e Giurisprudenza, circa la mancanza di necessità di giusta causa per la revoca di particolari deleghe nell ambito del consiglio di amministrazione. Il collegio giudicante, infatti, ha evidenziato come il c.d.a., potendo esercitare il potere di delega delle proprie funzioni ad un amministratore, non sia obbligato al mantenimento dell integrità della delega concessa, la quale può liberamente essere revocata o modificata per mezzo dell introduzione di specifiche limitazioni. Da ciò potrebbe quindi sostenersi che, se il compenso concesso all amministratore abusivamente revocato era corrispettivo di una particolare delega concessa, nulla gli spetterebbe a titolo di risarcimento del danno poiché, sebbene il c.d.a. non avesse facoltà di revoca della carica senza giusta causa, aveva comunque piena libertà di revocare la delega cui era connesso il compenso che, 10 Cfr. V. SALAFIA, commento alla sentenza App. Milano 06/03/2007, in Le Società, n. 7/2007, p in Mass. Giur. It., in Mass. Giur. It., 2005
5 nel giudizio di impugnazione della revoca dalla carica, viene classicamente utilizzato come parametro per la quantificazione del danno risarcibile. Per risolvere la questione, il Tribunale si è quindi chiesto se, considerando l analogia legis intercorrente tra l art comma 3 c.c. e l art c.c. sul mandato oneroso, la nomina ad amministratore delegato fosse correlata all assunzione di tale veste per un arco di tempo determinato, tale da ingenerare nel nominato un aspettativa di assunzione delle correlate responsabilità per tutta la durata dell incarico; o se, diversamente, la delega fosse frutto di una ripartizione interna tra i singoli componenti del c.d.a. Analizzando gli elementi del caso, il Tribunale ha optato per la prima delle possibilità indicate: insomma ha ritenuto che l amministratore era stato nominato per la realizzazione di un determinato obiettivo, e l attribuzione delle deleghe si rivelava strumentale al raggiungimento dell indirizzo gestionale per il quale la persona dell amministratore era stata scelta. Dunque, salvo che la delega fosse stata conferita per un tempo minore, la durata di essa doveva coincidere con la durata della permanenza in carica come amministratore e su tale arco temporale era necessario ragguagliare il risarcimento del danno connesso alla revoca ingiustificata. La sentenza in commento, in definitiva, rientra certamente a pieno titolo nel filone giurisprudenziale e dottrinale che ha permesso di mettere in luce e sanzionare usi distorti di una clausola statutaria di per sé assolutamente legittima, nell ottica di improntare le dinamiche societarie ed i rapporti tra assemblea ed amministratori al rispetto dei parametri, giuridicamente tutelati, di trasparenza, correttezza e buona fede. Di più, si segnala per aver introdotto originali elementi di chiarificazione con riferimento al calcolo del quantum risarcitorio.