Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-10537-del-28-04-2017
Timestamp: 2020-08-13 17:52:17+00:00
Document Index: 162307422

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Sentenza Cassazione Civile n. 10537 del 28/04/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 10537 del 28/04/2017
Cassazione civile, sez. trib., 28/04/2017, (ud. 29/03/2017, dep.28/04/2017), n. 10537
sul ricorso 11681-2014 proposto da:
M.D., elettivamente domiciliato in ROMA VIALE PARIOLI 77,
presso lo studio dell’avvocato IACOPO SQUILLANTE, che lo rappresenta
avverso la sentenza n. 692/2013 della COMM. TRIB. REG. di ROMA,
p. 1. M.D. propone un motivo di ricorso per la cassazione della sentenza n. 692/14/13 del 4 dicembre 2013 con la quale la commissione tributaria regionale del Lazio, pronunciando a seguito di cassazione con rinvio (Cass. ord. 30337/11), ha ritenuto legittimo il rifiuto opposto dall’agenzia delle entrate alla sua istanza di rimborso della maggiore imposizione Irpef operata sulla liquidazione del Fondo Pensione Dirigenti Enel (PIA-Fondenel) spettantegli alla cessazione del rapporto di lavoro.
In particolare, la commissione tributaria regionale ha rilevato che: – in base a quanto statuito da Cass. SSUU 13642/11, seguita da Cass. 30337/11 ord. cit., oggetto di imposizione con aliquota del 12,50% sul reddito di capitale, in luogo della tassazione separata applicabile sul TFR, era unicamente la quota di liquidazione ascrivibile a rendimento da investimento delle somme sul mercato finanziario; – la prova, nell’an e nel quantum, del rendimento così inteso gravava sul contribuente che aveva richiesto il rimborso; – tale prova non era stata fornita dal M. mediante idonea documentazione, tale non essendo le dichiarazioni Enel da lui allegate.
p. 2.1 Con l’unico motivo di ricorso il M. lamenta – ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, – violazione e falsa applicazione dell’art. 384 c.p.c., comma 2. Per avere la commissione tributaria regionale, operando quale giudice di rinvio, erroneamente applicato il principio di diritto fissato da Cass. ord. 30337/11 cit.; in particolare, indebitamente integrandolo con la giurisprudenza di legittimità successivamente intervenuta e, inoltre, con l’individuazione di una nozione di “rendimento di polizza” (asseritamente rilevante ai fini dell’assoggettamento all’aliquota del 12,50%) erronea e non desumibile dalla ordinanza di annullamento con rinvio.
La citata sentenza SSUU n. 13642 del 22 giugno 2011 ha stabilito il principio secondo cui: “in tema di fondi previdenziali integrativi, le prestazioni erogate in forma di capitale ad un soggetto che risulti iscritto, in epoca antecedente all’entrata in vigore del D.Lgs. 21 aprile 1993, n. 124, ad un fondo di previdenza complementare aziendale a capitalizzazione di versamenti e a causa previdenziale prevalente, sono soggette al seguente trattamento tributario: a) per gli importi maturati fino al 31 dicembre 2000, la prestazione è assoggettata al regime di tassazione separata di cui al D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 16, comma 1, lett. a), e art. 17, solo per quanto riguarda la “sorte capitale”, corrispondente all’attribuzione patrimoniale conseguente alla cessazione del rapporto di lavoro, mentre alle somme provenienti dalla liquidazione del cd. rendimento si applica la ritenuta del 12,50%, prevista dalla L. 26 settembre 1985, n. 482, art. 6; b) per gli importi maturati a decorrere dall’1 gennaio 2001 si applica interamente il regime di tassazione separata di cui al D.P.R. n. 917 cit., art. 16, comma 1, lett. a) e art. 17″.
In particolare, Cass. 17365/14 ord., cit., ha ripreso i vari profili nei quali si è articolato il ragionamento delle SSUU osservando, per quanto qui rileva, che: – sulla nozione di “rendimento” (tassabile al 12.50% fino al 31 dicembre 2000), viene richiamato che: “…per rendimento del capitale deve intendersi, come espressamente precisato nella parte motiva della citata sentenza delle Sezioni Unite (ultima parte del penultimo periodo del paragrafo 6.1), il “rendimento netto imputabile alla gestione sul mercato, da parte del Fondo, del capitale accantonato, la cui quantificazione deve essere compiuta dal giudice di merito, come questa corte ha avuto modo di ulteriormente specificare nella successiva sentenza 29583/11 – sulla base di “una congruente analisi giuridica della fattispecie concreta, che operi l’accertamento della “natura e quantita” del rendimento che sarebbe stato erogato a favore del contribuente, verificando se vi sia stato (e quale sia stato) l’impiego da parte del Fondo sul mercato del capitale accantonato e quale (e quanto) sia stato il rendimento conseguito in relazione a tale impiego”; – risulta pertanto necessario, da parte del giudice del merito, svolgere un esame degli investimenti effettuati dal Fondo sul mercato finanziario (alla stregua delle norme contrattuali via via applicabili) e delle plusvalenze con essi realizzati, così da accertare “…se in concreto sussistesse un rendimento imputabile alla gestione sul mercato, da parte del Fondo, del capitale accantonato (ossia, in termini più espliciti, se la differenza tra le somme erogate al beneficiario e l’ammontare dei contributi versati da lui e dal datore di lavoro derivasse in tutto o in parte dalla gestione di tali contributi sul mercato finanziario)”.
Sempre sul problema della natura ed individuazione della quota di rendimento tassabile, per i “vecchi iscritti”, al 12,50% (sulla differenza tra ammontare del capitale corrisposto e quello dei premi riscossi, ridotta del 2% per ogni anno successivo al decimo), Cass. n. 3130/14 ha esplicitato nello stesso senso – la necessità dell’accertamento di merito sulla sussistenza ed entità del rendimento (effettivo investimento sul mercato del capitale degli accantonamenti imputabili ai contributi versati al Fondo dal datore di lavoro e dal lavoratore; risultati dell’investimento; modalità dell’assegnazione delle eventuali plusvalenze così ottenute alle singole posizioni individuali). Posto che è sulla scorta di tale indagine che il giudice di merito “quantificherà la parte della somma complessivamente erogata al contribuente che corrisponda al rendimento netto derivante dalla gestione sul mercato finanziario del capitale accantonato mediante la contribuzione del lavoratore e del datore di lavoro e, quindi, calcolerà l’imposta dovuta dal contribuente (e, conseguentemente, l’ammontare del suo effettivo credito restitutorio) applicando solo a tale parte l’aliquota del 12,5%, (come sopra decrementata) secondo la disciplina dettata dalla L. n. 482 del 1985, art. 6, fermo restando, per il residuo, il regime di tassazione separata di cui al D.P.R. n. 917 del 1986, art. 16, comma 1, lett. a) e art. 17”. Sicchè non può dirsi pienamente rispettato il principio di diritto espresso dalle SSUU ove non sia stato dal giudice di merito compiuto un “accertamento approfondito ed analitico sulla natura e quantità del rendimento che sarebbe stato liquidato a favore del contribuente, verificando se vi sia stato (e quale sia stato) l’impiego sul mercato del capitale accantonato e quale (e quanto) sia stato il rendimento conseguito in relazione a tale impiego”.
p. 2.3 Questo orientamento è stato puntualmente recepito, tra le parti, dalla citata ord. Cass. 30337/11 cit. che ha disposto il rinvio di cui alla sentenza CTR qui impugnata.
L’ordinanza in oggetto, dopo aver richiamato SSUU cit., ha così concluso: “il Collegio condivide la relazione sopra riportata, fatta eccezione per la parte in cui viene suggerita la decisione del ricorso nel merito ai sensi dell’art. 384 c.p.c.; – che, invece, si rende necessario il rinvio della causa al giudice del merito per la determinazione della somma proveniente dalla liquidazione del c.d. rendimento di polizza alla quale soltanto va applicata la ritenuta del 12,50%, prevista dalla L. n. 482 del 1985, art. 6, per gli importi maturati non oltre il 31 dicembre 2000 (…)”.
La sentenza CTR qui impugnata, lungi da violare il principio di diritto evincibile dall’ordinanza di annullamento con rinvio, lo ha correttamente applicato ed adattato alla fattispecie mediante: – l’esatta individuazione della nozione di rendimento rilevante; – l’accollo dell’onere della prova della sussistenza ed entità di tale rendimento a carico del contribuente richiedente il rimborso; – l’argomentata valutazione probatoria di mancata dimostrazione, nella specie, di un rendimento siffatto.
Segnatamente, ha osservato il giudice di rinvio che: – fermo restando il principio di diritto delle SSUU, si doveva verificare “in concreto, l’impiego delle somme nel mercato finanziario, ai fini dell’entità del rendimento imponibile” (affermazione in linea con quanto su riportato); – la certificazione Enel prodotta dal contribuente, a firma di tal B.P., non poteva ritenersi a tal fine probante, posto che essa “non ha indicato alcuna forma di impiego di capitale sul mercato finanziario; nè la certificazione in atti indica il rendimento derivante dall’impiego sul mercato delle somme via via accantonate”.
Fermo restando che non sarebbe ammissibile riconsiderare – nella presente sede di legittimità – il quadro probatorio così soppesato dal giudice di merito (riconsiderazione che, peraltro, non è nemmeno stata richiesta dal M.), rimane il dato oggettivo costituito dalla piena osservanza, da parte del giudice di rinvio, del principio di diritto; così per quanto concerne sia il criterio discretivo di tassazione stabilito dalle SSUU, sia la nozione rilevante (a fini decisori e probatori) di rendimento, desumibile da quanto stabilito da queste ultime e dall’altra giurisprudenza di legittimità successivamente formatasi in materia.
La controvertibilità della questione, vieppiù attestata dalla complessa evoluzione giurisprudenziale, depone per l’integrale compensazione delle spese di lite.
Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della quinta sezione civile, il 29 marzo 2017.