Source: http://gnosis.aisi.gov.it/gnosis/Rivista11.nsf/ServNavig/7
Timestamp: 2017-02-25 22:38:56+00:00
Document Index: 26077616

Matched Legal Cases: ['art. 18', 'art. 1', 'art.3', 'art.51', 'art. 270', 'art. 111', 'art. 416', 'sentenza ', 'art. 6', 'art. 41', 'art. 1', 'art.2', 'art. 7', 'art. 25', 'art. 39']

Criminalità organizzata il fenomeno e il metodo - GNOSIS - Rivista italiana di intelligence
Le Conferenze della Scuola di Addestramento del SISDeCriminalità organizzata
il fenomeno e il metododi Piero Luigi Vigna
Sebbene numerose leggi si riferiscano, nella loro intitolazione ed anche nel contenuto delle disposizioni che le compongono, alla criminalità organizzata (basti pensare a quella n. 410 del 1991 che reca "Disposizioni urgenti per il coordinamento delle attività informative ed investigative nella lotta contro la criminalità organizzata" o a quella n. 8 del 1992 che disciplina il "Coordinamento delle indagini nei procedimenti per reati di criminalità organizzata") la legislazione non offre una definizione di tale locuzione.
Gli studiosi di sociologia ritengono che siano espressione della criminalità organizzata tutti i fenomeni associativi delinquenziali e tutte le condotte costituenti reato che ad essi si collegano a qualunque titolo ed in qualsiasi modo.
Così, ad esempio, si ricomprendono, secondo i sociologi, in quella categoria le aggregazioni criminali (comuni, segrete, mafiose, terroristico-eversive, per trafficare stupefacenti...), i delitti commessi con modalità mafiose o per fini di terrorismo, i delitti interni al gruppo criminale (i c.d. regolamenti di conti), i delitti contro i nemici del gruppo (omicidio di un investigatore o di un collaboratore di giustizia) nonché i delitti che servono a rafforzare i gruppi (ad esempio i traffici di armi).
Tuttavia, un esame delle norme contenute nel c.p.p. e nelle leggi speciali induce ad individuare quelli che secondo la legislazione e non in base a criteri sociologici, debbono considerarsi delitti di criminalità organizzata.
Le norme cui far riferimento possono individuarsi nell'art. 18 bis dell'Ordinamento penitenziario che regola i colloqui a fini investigativi e che ora, in base all'art. 1 D.L. n.144/2005 convertito dalla L. n.155/2005, possono essere finalizzati non solo ad acquisire informazioni utili per la prevenzione e repressione della criminalità di tipo mafioso, ma anche dei delitti terroristici, interni ed internazionali, o eversivi dell'ordine democratico; nell'art.3 D.L. n. 345/1991 che disciplina l'attività della DIA; negli artt.371 bis e 372 c.1 bis c.p.p. che prevedono il potere di avocazione del Procuratore nazionale antimafia e del Procuratore generale presso la Corte di Appello rispettivamente per i delitti di mafia e di terrorismo.
Dal complesso di queste disposizioni si evince che la nozione di criminalità organizzata è una nozione di genere nell'ambito della quale vanno comprese due categorie di delitti: quelli di mafia, catalogati nell'art.51 c.3 bis c.p.p. e quelli di terrorismo la cui nozione è formulata dall'art. 270 sexies c.p. introdotto dal D.L. sopra ricordato.
E' appunto a questi due fenomeni criminali che dedicherò alcune considerazioni nel corso di questa conversazione.
Per quanto concerne la mafia, anziché ripercorrere i moduli organizzativi delle varie associazioni da quelle endogene (Cosa Nostra, 'Ndrangheta, Sacra Corona Unita, Camorra) a quelle c.d. nuove (cinese, albanese, nigeriana, colombiana, russa), moduli organizzativi ormai noti come i loro percorsi criminali, desidero soffermarmi sul profilo economico delle mafie italiane, anche per lo specifico compito che, come vedremo, è assegnato ai Servizi di informazione e sicurezza di svolgere attività di intelligence su tale obbiettivo che tutti, del resto ritengono il più rilevante non solo per contrastare le mafie, che hanno come categoria logica di riferimento il profitto, ma anche per salvaguardare la costituzione economica del nostro Stato democratico.
Fiducia versus sfiducia
Amartja K. Sen, nella raccolta di saggi che compongono “La ricchezza della ragione” e precisamente in quello dedicato a “Codici morali e successo economico”, osserva, fra l'altro, che il ruolo ricoperto dalla mafia nella corruzione, negli omicidi e in altri crimini, la rendono uno dei più grandi flagelli in Italia ed altrove.
Dobbiamo, tuttavia, capire - egli aggiunge - le basi economiche dell'influenza della mafia, affiancando al riconoscimento delle bombe e delle pistole una comprensione di alcune delle attività economiche che rendono la mafia una parte funzionalmente rilevante dell'economia.
Questa importanza funzionale verrebbe meno nel momento in cui l'influenza congiunta della garanzia legale del rispetto dei contratti e di una conformità di comportamenti basati sulla fiducia reciproca rendessero ridondante, sotto questo profilo, il ruolo della mafia.
Anni dopo i rappresentanti dei Paesi più industrializzati, nel summit che si svolse a Birmingham, rilevavano che la globalizzazione è stata accompagnata da uno spiccato aumento della criminalità transnazionale che si manifesta in sempre più molteplici forme e che poiché la società vive nella paura del crimine organizzato, quei delitti costituiscono una minaccia non solo per i cittadini e la comunità stessa, ma sono anche una minaccia globale che mina alle fondamenta la democrazia e l'economia della società tramite gli investimenti di denaro illecito da parte dei cartelli internazionali e la corruzione delle Istituzioni, con la caduta della fiducia nello stato di diritto.
Le riflessioni che ho appena ricordato si incentrano, entrambe, sulla fiducia, compromessa, dalle mafie, sia nei rapporti economici intersoggettivi che nei riguardi delle Istituzioni e del loro assetto democratico.
La fiducia, intesa come il sentimento di sicurezza che si prova nei confronti degli altri componenti di una comunità e verso chi la rappresenta, in quanto ritenuti capaci di esaudire le nostre aspettative, è il collante della vita collettiva, un vero e proprio capitale sociale.
Questo ha compreso, ormai da decenni, la mafia che ha attuato una strategia ben più complessa e vantaggiosa, per i suoi fini, di quella cui miravano omicidi e stragi che, pure, in taluni casi, ne fungevano da supporto: sradicare la fiducia di un'ampia quota della società nei confronti delle Istituzioni per orientarla verso le proprie strutture, offrendo, nel contempo, "sostituti assicurativi" come quello di consentire, ovviamente con il ricorso a mezzi illeciti, all'imprenditore legale la possibilità di svolgere la propria attività.
La mafia, dunque, ha eretto la sfiducia a proprio "capitale simbolico", la cui circolazione le consente di esprimere al meglio le proprie potenzialità, inducendo anche una minor disapprovazione rispetto alle pratiche illecite e devianti come, ad esempio, quella della raccomandazione vera chiave di ingresso per molte porte in territori mafiosi.
Non a caso taluni economisti si sono interrogati sulle cause del non sempre deciso contrasto dell'economia illegale da parte di quella legale, prospettando ipotesi alternative che vanno dall'intreccio di interessi al timore che le norme anticriminalità intralcino la normale conduzione degli affari.
Lo Stato medesimo, in certe epoche, ha tollerato l'affermarsi di attività illegali - penso al contrabbando di sigarette a Napoli - considerate una sorta di "ammortizzatore sociale", una compensazione al mancato o incerto sviluppo dell'economia legale. Quando poi si è corso ai ripari perché quelle condotte producevano danni sul piano sociale e morale ed anche sotto il profilo dello sviluppo economico, non si sono potuti cancellare i processi di adattamento delle due facce - legale ed illegale - dell'economia che, nel frattempo, erano entrati in gioco.
Quanto ho descritto produce, come è stato notato, "sregolazione", fenomeno caratterizzato dalla prevalenza dell'incertezza del diritto (dovuta anche alla lentezza delle procedure, a dispetto della loro "ragionevole durata" evocata dall'art. 111 della Costituzione), dell'opportunismo, dell'infiltrazione delle organizzazioni mafiose nella pubblica amministrazione, negli apparati politici (specie, ora, in quelli degli enti locali), della mancanza di fiducia istituzionale con effetti ampiamente distorsivi anche dei mercati.
Tutto ciò non si sarebbe potuto verificare se i gruppi mafiosi avessero potuto contare solo sulle persone "formalmente" inserite, attraverso le varie forme di affiliazione, nei loro ranghi.
La sfiducia cui si è fatto cenno - e che, come evidenziano anche gli studi sociali dell'OCSE, si esprime nei confronti delle Istituzioni ed in particolare della burocrazia - ha creato, invece, nel rapporto mafia-società, un "blocco sociale mafioso", la c.d. "zona grigia" o "borghesia mafiosa" che pur non essendo parte organica del gruppo criminale, ne è talvolta complice, talaltra connivente o, nel migliore dei casi, portatrice di una indifferente neutralità che sembra riecheggiare il detto che, alle prime manifestazioni brigatiste, era sulla bocca di molti: "Nè con lo Stato, nè con le B.R.".
Varia, come anche le indagini dimostrano, è la composizione di quella "zona grigia": ne fanno parte burocrati, tecnici, professionisti, imprenditori e politici, operatori bancari ed intermediari finanziari. Sta proprio qui, in questa "zona", in queste "strutture intermedie" o "di servizio", che si radica la potenza della mafia: esse le consentono, infatti, di fruire di consulenze, di appoggi e di leve di manovra del potenziale economico che le deriva dai traffici totalmente illeciti e da quelli solo "apparentemente" legali.
E' per questa ragione che gli analisti del CENSIS (Rapporto sulla situazione sociale del Paese 2006, p. 438) rilevano, bene a ragione, che "Resta abissale la qualità ed il tenore dello sviluppo economico tra il Mezzogiorno ed il resto del Paese, pur con gli sforzi compiuti negli ultimi anni. Gli elementi di eccellenza, nel Sud Italia, faticano ad emergere nel sociale come nel tessuto produttivo e, quando emergono, hanno vita difficile: troppi veti incrociati della politica, troppe attività fuori delle regole, troppi condizionamenti al libero mercato e all'attività imprenditoriale a causa di molti fattori a cominciare dalla criminalità diffusa", la cui presenza connota, in negativo, anche gli investimenti di capitali stranieri.
Per quanto ho esposto penso che si possa porre rimedio alla situazione solo riacquisendo il "capitale fiducia", scalzando quello della sua antagonista che si manifesta platealmente anche nello scarso numero di denunce per fenomeni criminali ampiamente diffusi come l'estorsione e l'usura e, ancor più simbolicamente, nel numero inconsistente, prova della perdita dei diritti di cittadinanza, dei "testimoni di giustizia" fermo negli anni ad una cifra che si aggira sui sessantacinque/settanta, laddove i "criminali pentiti" hanno raggiunto la quota di millecinquecento.
Sicuramente sono importanti azioni politiche che si traducano in leggi positive (anche se la questione mafia non ha voce, salvo rare eccezioni, nel linguaggio dei politici), come sono importanti i protocolli di intesa con ministeri e prefetture, quelli di legalità ed i patti territoriali, ma ciò che si richiede è un richiamo all'etica della responsabilità, non solo da parte degli imprenditori e dei commercianti, ma anche degli agricoltori che subiscono anch'essi l'invasività dei gruppi criminali organizzati che impongono i prezzi, falsificano la pesatura delle merci, pretendono il "pizzo" su ogni chilogrammo di prodotto trasportato, indicano i grossisti di loro gradimento.
L'etica della responsabilità, categoria fondata da Max Weber e ripresa da Hans Jonas, richiede che bisogna rispondere delle conseguenze prevedibili delle proprie azioni: nel nostro caso, se queste sono incoerenti, della compromissione della gestione libera e concorrenziale del mercato.
Ciò comporta che, per tutti, ed anche per le categorie produttive o che erogano servizi non è ammissibile non dico la collusione o la sopportazione, ma neppure l'etica della neutralità.
Questo è il forte richiamo, contenuto nella raccomandazione n. 11 del 19 settembre 2001 elaborata dal Comitato dei Ministri del Consiglio di Europa, relativa ai principi guida nella lotta contro la criminalità organizzata, che suona: "Gli Stati membri dovrebbero favorire una cultura di impresa fondata sulla responsabilità e sull'intolleranza assoluta per le pratiche illegali".
Nella stessa direzione si muove il Trattato che adotta una Costituzione per l'Europa quando, negli articoli 1-3, afferma che l'Unione offre ai suoi cittadini "... un mercato interno nel quale la concorrenza è libera e non falsata" e quando introduce nella Carta dei diritti fondamentali dell'Unione (artt. 2-76) quello della libertà di impresa.
A ciò impegna, infine, l'articolo 41 della Carta che dopo aver affermato il principio della libertà dell'iniziativa economica privata, lo circoscrive, disegnando così l'ordine economico costituzionale, nei vincolanti parametri della utilità sociale, della sicurezza, della libertà e della dignità umana, parametri tutti negati da un'economia gestita dalle mafie quali protagoniste dei mercati.
Occorre, insomma, ritornare all'etica del viaggiatore, che ha una meta, abbandonando, come in molti casi avviene, quella del viandante che, come nota Umberto Galimberti (“La casa di psiche”), non disponendo di mappe affronta le difficoltà del percorso a seconda di come volta a volta esse si presentano e con i mezzi al momento a sua disposizione.
I mercati illeciti
I mercati illeciti delle organizzazioni mafiose si sono, nel tempo, sviluppati in una tale molteplicità di settori da poter essere plasticamente rappresentati come una catena dove ciascun nodo si aggiunge all'altro. Una caratteristica fondamentale di questo fenomeno sta, appunto, nel fatto che all'apertura di un nuovo mercato i gruppi criminali non abbandonano o trascurano quello in precedenza praticato, ma aggiungono il nuovo al vecchio.
L'implementazione dei mercati illeciti è in gran parte effetto del mutamento della natura dei beni sui quali si sono appuntati gli interessi delle mafie. Se queste, nell'immediato dopoguerra, avevano rivolto le loro "attenzioni" ai beni immobili, quali il settore agricolo e quello edilizio, successivamente le aspettative, poi ampiamente realizzate, di maggiori profitti, hanno orientato il loro interessamento al traffico di "cose" mobili. Queste (tabacchi, stupefacenti, armi, rifiuti pericolosi, prodotti contraffatti, esseri umani oggetto di tratta a fini lavorativi o sessuali) debbono essere trasferiti da un paese di provenienza a quello di destinazione, attraversando i territori di Stati-ponte.
Tutto ciò ha prodotto la transnazionalità - o globalizzazione - delle mafie, dovuta alla necessità, per garantire quei tipi di mercato, di instaurare sinergie con i gruppi criminali stranieri, dei paesi di origine o di transito, alcuni dei quali (albanesi, russi, nigeriani, cinesi,..) hanno anche stabilito "teste di ponte" nel nostro territorio.
Anche le mafie si sono dunque globalizzate, così come l'economia, i servizi ed i commerci.
Il premio Nobel Joseph B. Stiglitz, ha definito la globalizzazione come "una maggiore integrazione tra i Paesi ed i popoli del mondo, determinata dall'enorme riduzione dei costi dei trasporti e delle comunicazioni e dall'abbattimento delle barriere artificiali alla circolazione internazionale di beni, servizi, capitali, conoscenze e persone (“La globalizzazione e i suoi oppositori”, p. 9)".
La globalizzazione della criminalità organizzata ha implicato, invece, una maggiore integrazione non fra popoli ma tra gruppi criminali, mentre per le mafie non hanno mai costituito un problema i costi dei trasporti e delle comunicazioni ampiamente compensati dai ritorni degli investimenti, nè le barriere di qualunque tipo, eluse anche mediante la pratica della corruzione.
Le stesse regole giuridiche dettate per l'economia legale sono inadeguate a fronteggiare la sua globalizzazione.
Sabino Cassese, in un recente studio (“Oltre lo Stato”), rileva che a ridurre l'asimmetria tra economia senza confini e diritti nazionali provvedono circa duemila organizzazioni internazionali, più di cento tribunali dello stesso tipo, altrettanti organi quasi-giurisdizionali, un grandissimo numero di norme universali, dirette sia alle amministrazioni nazionali che a privati, ma nota anche che mentre l'espansione globale dell'economia appare ormai irreversibile, la globalizzazione del diritto è ancora precaria, che il sistema delle regole valide per tuffi è instabile, che l'ordine giuridico globale è denso di strutture ibride.
Anche questa situazione ha facilitato l'affermarsi della dimensione transnazionale delle organizzazioni mafiose che, del resto, hanno, tra le loro caratteristiche fondamentali non solo quella della violazione delle leggi o della loro elusione facilitata dalla disomogeneità di queste, ma di essere, loro medesime, creatrici di regole munite di sicura effettività, assicurata dal patrimonio di violenza e di intimidazione del quale il gruppo dispone.
L'implementazione di larga parte dei mercati illeciti, come quelli sopra ricordati, dipende anche dalla ampia disponibilità dei consumatori dei prodotti trattati dalle organizzazioni mafiose: vi è chi offre, ma anche chi vuole acquistare.
Si verifica, in questi fenomeni, una sorta di indistinzione tra "carnefice e vittima", distinzione che immediatamente si coglie, ad esempio, nel caso dell'omicidio o del sequestro estorsivo.
Uno dei più rilevanti problemi che si pone, oggi, alla politica criminale è, a mio parere, quello di riuscire ad individuare i metodi per rompere il vincolo di consensualità sul quale si fondano i mercati illeciti che ho sopra ricordato, metodi che debbono puntare, oltre e più che sulla repressione, sullo sviluppo delle strategie di prevenzione.
Ai proventi derivanti dai mercati transnazionali debbono poi aggiungersi quelli acquisiti mediante la commissione dei delitti "territoriali", con particolare riferimento al business del gioco illegale, alle pratiche usurarie, a quelle estorsive, allo sfruttamento di risorse pubbliche.
I giochi gestiti da gruppi criminali si sono ampliati anche come effetto del moltiplicarsi di quelli legali.
Si stima (Il Sole 24 ore del 10/12/2006) che mentre i proventi annui di questi ultimi ammontano a 32.88 miliardi di euro, i primi generino introiti per 21.15 miliardi di euro, divisi tra scommesse sportive, lotto clandestino, ippica, video poker e quant'altro.
Ed è verarnente singolare, per usare un aggettivo benevolo, che lo Stato, dopo aver introdotto un numero elevatissimo di giochi "leciti", abbia avuto, nella stessa legge finanziaria, una sorta di "ravvedimento", affidando alle scuole un fondo per mettere in guardia i giovani dal rischio del gioco: sono stati infatti stanziati, a tale scopo, centomila euro, che, spalmati su tutti gli istituti, comportano quindici euro per ciascuna scuola. Come è stato amaramente notato "Tuttalpiù si potrebbe investire in qualche gratta e vinci".
Non vi è, poi, Procura distrettuale antimafla del Mezzogiorno che non denunci la presenza, estesa, dell'estorsione e dell'usura.
Per quanto riguarda la prima, la mafia ha adottato modelli di realizzazione del delitto diversi da quelli usati nel passato quando le vittime venivano, per così dire, selezionate e scelte sulla base della loro potenzialità economica con l'imposizione del versarnento di cospicue somme di denaro. In seguito, a partire dai primi anni '90, il sistema si è trasformato in quello delle riscossioni a tappeto ed ha preso di mira anche le piccole e medie attività commerciali con l'imposizione di tariffe assai ridotte che comunque, con l'estensione della platea dei soggetti estorti (pagare meno, ma pagare tutti), assicurano egualmente forti entrate e disincentivano le denunce.
Quest'ultimo profilo si collega alla sopportabilità del costo, ma ancor più, oltre che al timore di ritorsioni, alla convenienza di convivere con l'organizzazione mafiosa acquisendo una posizione più "garantita" rispetto all'impresa che non vuol sottostare al racket.
Spesso, poi, la vittima è avvicinata da un "volto amico": una persona vicina al gruppo criminale che si offre quale "mediatore" per ridurre la somma richiesta, creando nell'estorto quasi un sentimento di riconoscenza. E' per tutte queste ragioni che il numero delle denunce è deludente, ma esse spiegano anche perché il delitto viene spesso negato dalle persone offese, pur quando la sua esistenza risulta da prove conclamate.
Dismessa la "regola morale" dell'impraticabilità dell'usura, le mafie oggi la esercitano con un duplice principale obiettivo: da un lato quello del riciclaggio del denaro provento di altri delitti, dall'altro l'impossessamento dell'attività economica dell'usurato, che spesso, ne rimane titolare formale, mentre il gruppo criminale si impadronisce di una porzione del territorio economico, anch'essa utile per riciclare denaro "sporco".
E' differente, infatti, il ruolo della garanzia nel contratto bancario rispetto a quello usuraio. L'usuraio offre un contratto le cui condizioni cercano, al contrario del prestito bancario, di minimizzare la restituzione del prestito, in modo da impossessarsi delle garanzie. E' appunto questa la "strategia usuraria" della criminalità organizzata per la quale il principale obiettivo del contratto è quella di impossessarsi dell'attività economica dell'usurato.
Anche l'accaparramento di risorse pubbliche concorre, da decenni, a formare il patrimonio della mafia, in ciò agevolata dalla molteplicità disorganizzata degli interventi agevolativi, degli uffici e delle procedure alla quale solo l'ultima finanziaria ha iniziato a porre rimedio. Il quadro è vasto e va dalle pratiche spiegate per l'accaparramento, diretto o in via mediata, di appalti relativi ad opere pubbliche fino all'acquisizione delle agevolazioni previste dalla L. n.488/192 e alle frodi comunitarie.
Il fenomeno dell'illecita acquisizione di risorse pubbliche si è manifestato, in terra di mafia come in provincia di Catania e nella piana di Gioia Tauro, anche mediante le truffe c.d. paraprevidenziali realizzate con la creazione di decine di "aziende agricole fantasma", il cui oggetto sociale era quello di percepire contributi di previdenza e di assistenza sociale per lavoratori fittiziamente assunti.
E' illusorio ogni tentativo diretto a stimare con analitica precisione i proventi, comunque di rilevante entità, che affluiscono alle mafie dai "mercati" che si sono sinteticamente descritti.
Si può tuttavia ipotizzare, come fa Luca Ricolfi (“Le tre società”) comparando gli indici emersi da varie fonti, che il fatturato annuo delle mafie (Cosa Nostra, 'Ndrangheta, Camorra, Sacra Corona Unita) si aggiri tra i cento e i centocinquanta miliardi di euro.
Le "microcifre" possono, forse, offrire un'idea in proposito. In Colombia un chilogrammo di cocaina pura viene acquistato per milleduecento euro; il chilogrammo, con gli opportuni tagli, si trasforma in quattro cinque chilogrammi ed ogni grammo viene venduto in Italia al prezzo di 40-50 euro. Nel nostro Paese sono stati sequestrati, nel 2006, 4.624 chilogrammi di cocaina (sono 33.135 i chilogrammi di sostanze stupefacenti di varia natura sequestrati nel medesimo periodo) ma va considerato che il "sequestrato" rappresenta, ad essere ottimisti, il 10-13% dello stupefacente 'smerciato'.
Non meraviglia, dunque, apprendere dalle indagini giudiziarie che i proventi tratti dal commercio di cocaina da un solo clan, quello che lo gestiva nel quartiere di Secondigliano a Napoli, ammontavano a circa 500.000 euro al giorno.
Un Ufficiale dell'Arma di Napoli, in una recente intervista (L'Espresso del 15/03/2007), ha dichiarato: "Le nostre ultime indagini dimostrano che Napoli è uno snodo centrale del traffico internazionale di coca, ma anche un punto di partenza per il riciclaggio, il reinvestimento, la trasformazione della qualità del prodotto del narcotraffico in qualità economico-legale".
La vasta diffusione dell'uso di questo tipo di sostanza è stato convalidato anche dalle analisi svolte da laboratori specializzati sulle acque del Po ed anche su quelle reflue di Firenze.
Alcune stime relative al riciclaggio del "denaro sporco" attestano anch'esse livelli di guardia. Secondo il Fondo Monetario Internazionale il fenomeno si collocherebbe tra il 2 ed il 5 % del PIL mondiale, mentre, secondo stime meno prudenziali, sfiorerebbe il 10%. In Italia l'incidenza del riciclaggio è stata valutata alcuni anni addietro tra il 7 e 11% del PIL.
Il reimpiego dei proventi e l’impresa mafiosa
Gli ingenti proventi forniti dai mercati illeciti non vengono e non possono essere reinvestiti tutti nei medesimi mercati, pena la flessione che i prezzi delle "merci" subirebbero. Un esempio calzante, dovuto verosimilmente all'intensificarsi dei traffici ed alla ampia disponibilità e richiesta del prodotto, è offerto proprio dalla cocaina il cui prezzo dai 100 euro al grammo nel 2003, è sceso a 40 euro nel 2006 ed ora, in talune piazze, anche a cifre minori.
Una fetta cospicua di quei proventi viene dunque reimpiegata in attività che sono legali, ma solo "apparentemente" tali, perché si fondano su denaro illecito e sono gestite da gruppi criminali.
Questa strategia di impiego risponde a managerialità imprenditoriali, ma assolve anche ad altre funzioni quali: il controllo del territorio; l'acquisizione, mediante l'offerta di occasioni di lavoro, del consenso della collettività; l'opportunità di intessere una fitta trama di relazioni, come già si è notato, con ambienti amministrativi, politici, economici e finanziari. Tutto ciò in vista di un obiettivo finale in certe zone e per certi mercati già realizzato: l'alterazione delle regole del mercato per assumervi posizioni di monopolio od oligopolio.
Vari e sempre più numerosi sono i settori che, secondo le acquisizioni investigative, vengono interessati dal fenomeno del reimpiego del denaro sporco. Essi vanno da quello edile a quello commerciale, dagli appalti pubblici al mercato alimentare e dell'abbigliamento, dall'industria dello svago (night club, discoteche, sale gioco, agenzie di viaggio) a quello della ristorazione ed ospitalità (alberghi, ristoranti), dal settore della carne e dell'industria conserviera a quello dello smaltimento dei rifiuti sino a dirigersi, in tempi più recenti, anche verso le strutture sanitarie.
Lo strumento idoneo allo scopo è l'impresa mafiosa che, nel corso del tempo, ha subito profonde trasformazioni passando, come risulta da analisi e procedimenti penali, dall'impresa mafiosa "originaria" a quella "di proprietà del mafioso" fino a giungere all'impresa "a partecipazione mafiosa".
L'iniziale tipologia, che risale al primo decennio del dopoguerra quando i principali interessi mafiosi erano rivolti, come si è notato, all'edilizia ed ai lavori pubblici, era caratterizzata dalla gestione dell'impresa da parte dello stesso mafioso o dei suoi familiari e poteva pertanto contare, per imporsi sul mercato, sia sulla forza di intimidazione dovuta alla sua riconoscibilità che sull'ampia disponibilità di capitali.
La seconda forma di impresa, la cui origine fu motivata anche dalla necessità di occultarne la reale proprietà per sottrarla ai sequestri ed alle confische previste dalla prima normativa antimafia, è caratterizzata dal fatto che il mafioso tende a non mantenere più nelle proprie mani la titolarità formale ed i compiti diretti di gestione dell'impresa, che vengono affidati ad insospettabili prestanome: egli si limita a conservare la proprietà indiretta dell'azienda ed ad esercitare, in via mediata, la sua direzione.
Il ricorso all'intimidazione avviene solo nei casi in cui appare indispensabile, data la necessità di mantenere occulta la qualità del soggetto al quale l'impresa realmente appartiene. L'impresa di proprietà del mafioso è quindi un tipo di impresa formalmente "pulita" e "legale" che appartiene, però, nei fatti, ad un mafioso o ad una famiglia, cosca o clan.
Si è affermata infine, nel corso degli anni '90, come attestano anche indagini giudiziarie, quella che va sotto il nome di "impresa a partecipazione mafiosa" ed alla quale si riferisce, probabilmente, la descrizione della "Associazione di tipo mafioso" (art. 416 - bis c.p. introdotto dall'art. l L. n.646/82) quando il legislatore individua, tra le altre sue finalità, quella di "acquistare in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche".
Come è ben descritto anche in dottrina (Balsamo De Amicis, l'articolo 12 quinques del L. n.356/92…, Cass. Pen. 2005, 2075) quest'ultima realtà economica si riferisce ad imprese sorte nel rispetto della legalità, ma che hanno, sin dall'inizio o in un momento successivo, instaurato rapporti di cointeressenza e di compartecipazione con esponenti mafiosi i cui capitali sono stati investiti, in modo organico, nell'azienda. Si verifica così una compresenza di interessi soci e capitali illegali con interessi soci e capitali legali.
La formazione di imprese a partecipazione mafiosa costituisce il frutto degli intensi e stabili rapporti creati dalle organizzazioni criminali con i più vari settori dell'economia legale.
Sotto il profilo strutturale questo tipo di impresa si differenzia da quella "di proprietà del mafioso" in quanto il suo titolare formale non è un prestanome, ma rappresenta anche i propri interessi. L'esponente mafioso può associarsi ad un altro imprenditore attraverso l'interposizione di un prestanome oppure in modo diretto, ma non formalizzato, costituendo una società di fatto.
In entrambi i casi la presenza degli interessi mafiosi resta celata all'esterno. La relazione societaria si fonda sulla parola, senza alcun documento che attesti il rapporto di compartecipazione del mafioso all'impresa. (Ricordo, in proposito, un'indagine nella quale risultò che anche l'acquisto, da parte di un mafioso, di compendi immobiliari era avvenuto, per occultare la reale proprietà dei beni, senza far ricorso al notaio, ma sulla parola: alla forza del documento si sostituisce, infatti, quella della mafia).
In genere l'imprenditore apparentemente pulito conserva, oltre alla titolarità, anche la gestione dell'azienda, pur impegnandosi ad operare al servizio degli interessi del criminale. La gestione economica e tecnica è esercitata dall'imprenditore che appare quale titolare della ditta, mentre le grandi scelte strategiche sono compiute d'intesa con l'associato mafioso o direttamente da quest'ultimo. In ogni caso il mafioso assume o condivide il controllo dell'impresa e di conseguenza è questa nel suo complesso che finisce per entrare nell'orbita del sistema criminale e per essere condizionata dalla sua forza di intimidazione e dai suoi progetti anche quando continua a presentare un capitale misto, legale ed illegale.
L'impresa a partecipazione mafiosa, oltre ad essere diretta - almeno per quanto riguarda le scelte di fondo - da un soggetto che fa parte di una associazione criminale, dipende da un centro finanziario esterno, che tuttavia non lega permanentemente ad essa i suoi capitali: questi, in qualsiasi momento, possono essere sganciati dall'impresa, provocandone spesso la rovina economica.
Come è stato notato anche nella Relazione sull'amministrazione della giustizia del 2003, molteplici sono gli scopi che la mafia si propone costituendo quest'ultimo tipo di impresa.
Essi possono essere così enumerati: rendere ancora più occulti i canali di riciclaggio e di reimpiego dei capitali, diversificando ulteriormente gli investimenti; avere nelle mani imprese e capacità imprenditoriali che pongono in grado di concorrere, per esempio, ad impegnative gare d'appalto in eventuale competizione con altre imprese legali senza dover ricorrere immediatamente alla violenza; disporre di strutture imprenditoriali che, per la rispettabilità e l'esperienza, sono capaci di operare come un normale agente di mercato; estendere l'area dell'imprenditoria legale compromessa con la mafia; compenetrare la propria economia con quella legale per renderla indistinguibile da questa; rendere più penetrante e fisiologico il sistema relazionale con un settore nevralgico dei suoi interessi, al fine di una "regolazione" complessiva del mercato e di un più solido controllo "politico" del territorio; realizzare il comando dell'impresa senza l'onere della gestione.
Ho cercato di "storicizzare" le varie categorie di imprese mafiose, ma esse possono tuttavia coesistere, nel momento attuale, almeno nella seconda e terza tipologia.
Le analisi formulate dagli studiosi e convalidate dai dati offerti dalle indagini, consentono, poi, di individuare i diversi rapporti che possono intercorrere tra le imprese di mafia e quelle legali:
- rapporto di condizionamento, subito oggettivamente dall'impresa legale nei suoi progetti e nella sua attività per la presenza di interessi mafiosi concorrenti con quelli legittimi dell'impresa legale. Questo rapporto può manifestarsi anche senza un intervento palesemente intimidatorio della mafia e tradursi in una sorta di autocondizionamento. Esso si concretizza, ad esempio, in una autolimitazione rispetto a possibili progetti di investimento che lo stesso imprenditore legale si impone per non turbare equilibri mafiosi o per non esporsi a possibili appetiti del gruppo criminale;
- rapporto di protezione - estorsione, nel quale l'impresa legale deve pagare un costo (pizzo, assunzione di manodopera, acquisto di materiali a prezzi di monopolio) per poter agire con una certa tranquillità: è quello che, all'inizio, indicavo come "sostituto assicurativo";
- rapporto di convivenza, che si verifica quando l'impresa legale cerca di non ostacolare quella mafiosa trovando un "modus vivendi": non partecipando, ad esempio, a certe gare di pubblici appalti;
- rapporto di scambio nel quale, ferma restando l'autonomia delle due imprese, il favore o il servizio reso da quella legale viene ricambiato con un altro favore o servizio prestato dall'impresa mafiosa;
- rapporto di collaborazione associativa, quando le due imprese hanno comuni rapporti di affari e collaborano tra loro. Si pensi all'impresa legale che subappalta lavori ad imprese mafiose od al caso di Parmalat che, prima del suo dissesto, aveva affidato la distribuzione dei propri prodotti, nel casertano, al clan dei Casalesi che avevano estromesso dal territorio tutti i prodotti di altre marche, con notevoli profitti per Parmalat, pur costretta a pagare il pizzo. Lo stesso si era verificato in un Comune campano per la distribuzione del pane;
- rapporto di compartecipazione: quello sopra descritto con riferimento all'impresa a partecipazione mafiosa.
L'impresa della mafia ha, poi, proprie funzioni obiettivo e dispone di adeguati strumenti per realizzarle.
Quelle funzioni sono: il profitto; il controllo del territorio; il riciclaggio ed il conseguente reinvestimento; l'acquisizione di quote sempre più ampie di mercato; la gestione illegale del lavoro anche a causa dei ristretti spazi di intervento consentiti alle organizzazioni sindacali.
Viene in mente, in proposito, un fatto accaduto nel 1959 quando alla CGIL fu impedito di presentare una propria lista per la commissione interna nell'azienda Elettronica Sicula costituita a Palermo da un imprenditore genovese. Il divieto era stato posto dal mafioso Paolo Bontate (detto Paolino Bontà). Alle proteste dei sindacalisti il direttore dell'azienda si giustificò col dire: "A me Paolino Bontà serve, perché è lui che mi dà l'acqua, è lui che mi dà il terreno per ampliare la fabbrica, da lui dipendo per trovare gli operai".
Gli strumenti dei quali l'impresa mafiosa si avvale per conseguire gli obiettivi di cui si è detto possono riassumersi: nella competizione al di sotto dei costi, consentita dal reimpiego dei capitali illecitamente acquisiti, in modo da determinare l'uscita dal mercato dell'impresa legale; nell'imposizione, a questa, di manodopera non necessaria costringendola ad aumentare i costi ed inducendola, anche per questa via, a lasciare il campo; nell'usura che determina o l'acquisizione dell'impresa legale o la sua dipendenza finanziaria perché, pur legale, non ottiene, spesso anche per la mancanza di adeguate "credenziali e raccomandazioni", un giudizio positivo sul merito di credito da parte degli istituti finanziari talvolta ben disponibili, invece, nei confronti di soggetti collusi; nell'intimidazione che distorce la concorrenza; nell'incorporazione di imprese legali o nella partecipazione a queste.
La vocazione imprenditoriale delle mafie è attestata, come notavo, dai risultati di numerose indagini e, da ultimo, dall'analisi delle centinaia di "pizzini" rinvenuti presso Bernardo Provenzano in occasione del suo arresto del 16 aprile 2006. A parte quelli relativi alla copertura della latitanza, per il resto la corrispondenza riguardava il controllo di attività economico imprenditoriali, l'intervento nei lavori pubblici, l'acquisizione di attività commerciali, l'imposizione del pizzo e delle forniture di servizi e materiali.
Significative, in questo senso, anche le parole di un mafioso, Francesco Campanella, poi divenuto collaboratore di giustizia che affermava: "Piuttosto che dare gli appalti a terzi, ci dobbiamo organizzare per gestire con le nostre imprese i lavori, perché la linea è questa, di fare impresa e quindi diventare sempre meno evidenti".
Con parole ancora più incisive, uno scrittore, Roberto Saviano, che ha osservato per lungo tempo la realtà criminale di Napoli analizzando anche numerosi atti giudiziari, riferendosi, questa volta, alla produzione, anche con sbocchi su numerosi mercati stranieri, di capi di abbigliamento contraffatti, così scrive nel suo “Gomorra”: "Il termine con cui si definiscono gli appartenenti ad un clan" non è più camorra, ma è sistema. "Appartengo al sistema di Secondigliano.... Un termine eloquente, un meccanismo piuttosto che una struttura. L'organizzazione criminale coincide direttamente con l'economia, la dialettica commerciale è l'ossatura del clan... Tutto era coordinato e gestito dal Direttorio... Nome che i magistrati della DDA di Napoli avevano dato ad una struttura economica, finanziaria ed operativa composta da imprenditori e boss. Una struttura con compiti squisitamente economici. Il Direttorio… rappresentava il reale potere dell'organizzazione più delle batterie di fuoco e dei settori militari".
Vorrei, infine, segnalare che l'impresa mafiosa è funzionale anche al reclutamento di nuove leve di criminali, specie in zone segnate da insopportabili livelli di disoccupazione: l'impresa mafiosa si pone, dunque, anche come volano del gruppo mafioso.
La Banca d'Italia con riferimento alla Calabria, informa che tra il 1999 ed il 2004 il costante miglioramento dei livelli occupazionali aveva consentito una graduale discesa del tasso di disoccupazione, passato dal 20,8 al 14,3%. Il tasso di disoccupazione giovanile si era contratto più rapidamente scendendo di 8 punti percentuale e raggiungendo il 40,5% nel 2004.
Nel 2005 il tasso di disoccupazione giovanile ha ripreso a crescere: il 46,1% della forza lavoro in età compresa tra 15 e 24 anni è risultato disoccupato e il divario rispetto alla media italiana è salito da 17 a 22 punti percentuale.
Alcuni capi mandamento di Cosa Nostra, detenuti nel regime speciale previsto dall'articolo 41 bis dell'ordinamento penitenziario e con i quali ho svolto ripetuti colloqui a fini investigativi, mi hanno riferito che offerta, ad esempio, a cento giovani disoccupati la possibilità di lavorare per un'impresa sicuramente conosciuta in loco come gestita dalla mafia, ben due terzi, o subito o in un secondo momento, accoglievano la proposta.
I giovani, assunti e sottopagati, venivano accuratamente osservati e selezionati: ai più promettenti veniva dapprima richiesto un documento di identità per formarne uno del quale dotare un ricercato, poi affidato il compito di portare "un pacchetto" (di droga) in una certa città, successivamente quello di compiere un attentato dinamitardo in un cantiere. A questo punto si era ormai verificato il passaggio del soggetto dall'impresa mafiosa al clan criminale, anche con un deciso aumento, segnalato in particolare per Calabria e Sicilia, del lavoro irregolare.
Infiltrazioni e collusioni
Come ho notato all'inizio i gruppi mafiosi non sarebbero stati in grado di incidere sull'economia nel modo capillare che ho cercato di descrivere se avessero potuto contare solo sulle loro forze. Era necessario che altri apparati (la c.d. "zona grigia") integrassero, con la loro azione, quella delle mafie.
Mi riferisco, in primo luogo, alla Pubblica Amministrazione.
Nel corso della presentazione dello Studio sui pericoli di condizionamento della Pubblica Amministrazione da parte della criminalità organizzata, curato dal CNEL, il Prefetto straordinario di Reggio Calabria ha cosi descritto la situazione: "La Pubblica Amministrazione nelle regioni meridionali e, in particolare, in Calabria, è assolutamente inaffidabile. Non c'è un problema di infiltrazione della criminalità organizzata, ma di vera e propria sostituzione. L'inefficienza della Pubblica Amministrazione dà ampio spazio alla criminalità organizzata, all'interno di un sistema assolutamente inefficiente...".
Quanto il Prefetto ha rappresentato trova chiara evidenza, tra l'altro, nella corruzione che, come ha rilevato di recente la Corte dei Conti, continua ad allignare nella Pubblica Amministrazione e nel fatto che spesso la raccomandazione, in zone di mafia, si è sostituita all'esercizio del diritto ed al riconoscimento del merito nelle assunzioni negli apparati amministrativi.
Una situazione di vantaggio per le imprese mafiose risiede, poi, nel fatto che esse vengono avviate (si pensi all'economia sommersa, gestita dalla camorra che prospera a Las Vegas, quel complesso di comuni che circondano Napoli, così denominato da Saviano) senza dover percorrere la "via crucis" che un'impresa legale deve sopportare per iniziare le proprie attività, richiedendo, in media, 68 autorizzazioni, contattando 15 uffici, con l'impegno di 63 giorni lavorativi (Il Sole 24 Ore del 9 gennaio 2007).
Un'economia sommersa che secondo l'ultimo rapporto ISTAT valeva, già nel 2004, tra i 230 e 246 miliardi di euro, rispettivamente il 16,6 ed il 17,7 % del PIL e la cifra confermata per il 2006 è di 230 miliardi.
Ancora: ben 46 consigli comunali sono stati sciolti, nel Mezzogiorno, dal 6 dicembre 1992 in seguito all'emergere di indizi su collegamenti diretti o indiretti degli amministratori con la criminalità organizzata o di forme di loro condizionamento, che compromettono la libera determinazione degli organi elettivi ed il buon andamento della Pubblica Amministrazione.
Tra gli enti disciolti anche aziende sanitarie.
Illuminante, in proposito, è quanto riporta la Relazione conclusiva del 25/03/2006 redatta dalla Commissione Ministeriale dopo gli accertamenti svolti sulla azienda sanitaria locale n. 9 di Locri, in seguito all'omicidio del dott. Francesco Fortugno, Vice Presidente del Consiglio Regionale della Calabria.
Si legge: "... la presenza, all'interno dell'azienda sanitaria, di personale, medico e non, legato da stretti vincoli di parentela con elementi di spicco della criminalità locale o interessato da precedenti di polizia giudiziaria per reati comunque riconducibili ai consolidati interessi mafiosi, ha permesso di verificare non solo la presa di contatto tra le organizzazioni malavitose e l'azienda, bensì una vera e propria infiltrazione in quest'ultima... Il quadro che emerge fa ragionevolmente presumere che forze mafiose locali si siano infiltrate nell'area dell'istituzione sanitaria e, sovrapponendosi ai rispettivi organi, abbiano potuto minacciare la serenità delle scelte decisionali di fondo..." con la conseguenza che "... i settori della spesa pubblica sono stati dirottati verso strutture private accreditate che hanno potuto indebitamente beneficiare di introiti talvolta pari anche al triplo di quello determinato con i tetti sanitari".
La Commissione conclude: "In estrema sintesi si è riscontrata una arbitraria occupazione da parte della criminalità locale e dall'altro una compressione dell'autonomia della azienda sanitaria la cui volontà è risultata fortemente diminuita".
La vicenda appena riferita non è isolata, ad ulteriore dimostrazione dell'interesse della criminalità mafiosa anche per le strutture sanitarie.
Un recente rapporto della Guardia di Finanza, relativo questa volta all'Asl di Vibo Valentia, evidenzia, tra l'altro, che numerosi affiliati ai clan calabresi erano stati assunti dalle ditte aggiudicatrici di appalto, che altri presiedevano addirittura le gare e che numerosi dirigenti della struttura sanitaria erano, anch'essi, espressione di famiglie mafiose. Ne conseguivano: la trattativa privata come regola consolidata; la prassi del ricorso a rinnovi e proroghe di contratti per eludere le gare; l'aggiudicazione dei lavori o dei servizi alle stesse ditte; il frazionamento delle commesse in piccoli lotti per disapplicare le norme antimafia.
"Intorno a Locri e non solo - è sempre il Prefetto di Reggio Calabria che parla - intorno all'indotto di cliniche, laboratori e studi medici, continuano a gravitare gli interessi delle cosche". A Palermo, poi, è in corso un processo per il reato di associazione di tipo mafioso, nei confronti di un'importante imprenditore nel settore della sanità privata che, secondo le prospettazioni dell'accusa, era il punto di congiunzione tra gli interessi economici di Bernardo Provenzano e quelli di alcuni settori del mondo politico e della borghesia professionale. Le società che facevano capo a tale imprenditore sono state sequestrate ed il loro valore stimato in 500 milioni di euro.
Per quanto concerne i rapporti mafia - politica, la legge li ha, per così dire, attestati (ex facto oritur jus) sia pure con grave ritardo e li sanziona.
La L. 7 agosto 1992, n. 356 ha infatti introdotto, tra le finalità dell'associazione di tipo mafioso, punita fin dal settembre 1982, quella di impedire od ostacolare il libero esercizio del voto o di procurare voti a sè o ad altri in occasione di consultazioni elettorali, completando così, in una triade, gli obiettivi dell'aggregato criminale, fondato su forza di intimidazione, assoggettamento ed omertà: commissione di delitti, gestione e controllo delle attività economiche, manipolazione del voto.
Con la stessa legge fu introdotto nell'ordinamento penale, sia pur con una formulazione restrittiva e non soddisfacente, il delitto di "scambio elettorale politico mafioso" del quale risponde chi ottiene la promessa di voti "in cambio della erogazione di denaro".
Del resto, come è stato più volte notato, la mafia è tale solo se ha un rapporto con il potere politico (ora soprattutto a livello degli enti locali ai quali è affidata, in gran parte, la gestione del territorio e delle risorse economiche) tanto che essa è stata sinteticamente, ma efficacemente, indicata come una "moderna organizzazione criminal-politica" (Violante, “Non è la piovra”).
Il rapporto collusivo mafia-politica (che solo in drammatiche occasioni, come le stragi del 1992 e del 1993, è destinato a trasformarsi in collisione) si forma o si estende quando singoli politici o gruppi politici ritengono di non poter prescindere dal sostegno mafioso per l'esercizio del loro potere e la mafia, a sua volta, ha interesse a fornire il sostegno perché ha necessità della politica per lo svolgimento delle proprie attività illegali.
Quanto ho detto trova un significativo riscontro nella circostanza che, nell'anno appena passato, le Procure distrettuali pugliesi e siciliane hanno avanzato undici richieste di rinvio a giudizio per il delitto di associazione di tipo mafioso con riferimento a rapporti collusivi tra mafia e ambienti politico-amministrativi, mentre circa quaranta sono stati i provvedimenti di custodia cautelare in carcere, che hanno coinvolto un numero assai più ampio di soggetti, per gli stessi fenomeni, in quelle due regioni ed anche in Calabria e Campania.
Un esempio, tra i tanti, delle collusioni tra Cosa Nostra e settori rilevanti della politica e dell'amministrazione siciliana è offerto dalla lettura di una sentenza del luglio 2005 del Tribunale di Palermo. In essa si fa riferimento al ruolo svolto da un politico per l'organizzazione di riunioni strategiche tra personaggi di vertice di Cosa Nostra e soggetti istituzionali disponibili a collaborare con il sodalizio criminale; al controllo di attività economiche in varie fasce territoriali; all'organizzazione di forme di cooperazione tra imprenditori, politici e mafia.
Per quanto concerne l'inquinamento mafioso negli appalti e nelle opere pubbliche, nella Relazione della Commissione Parlamentare Antimafia, presentata al termine della precedente legislatura, al capitolo 5, dal significativo titolo "Alterazione del libero mercato e lesione della concorrenza", si legge, tra l'altro, che quel settore è contrassegnato da un pesante coinvolgimento di politici e di pubblici funzionari non solo per gestire le diverse fasi di manipolazione illegale degli appalti, ma anche per accertare l'esistenza di eventuali investigazioni in corso per poter adottare adeguate contromisure. Nel contempo la mafia mette in campo nuove professionalità al proprio interno che si va progressivamente diversificando, nella struttura culturale e sociale, dalle strutture precedenti.
In documenti giudiziari si legge, per quanto riguarda la mafia siciliana, che il settore degli appalti si conferma come un ambito primario dell'operatività di Cosa Nostra, sintomatico della sua strategia di inabissamento e di controllo sistematico dei rapporti economici e produttivi. Esso evidenzia le molteplici occasioni di collegamento affaristico con soggetti istituzionali in una prospettiva di arricchimento illecito e diffuso parassitismo. Conseguentemente si rafforza un'area di fiancheggiamento e convivenza che costituisce un forte fattore di stabilità degli equilibri di potere mafioso.
La proiezione di tale specifico contesto criminale sul piano degli assetti istituzionali comporta la perpetuazione e l'espansione di un tessuto di relazioni che può essere considerato l'espressione di una vera e propria politica di infiltrazione di Cosa Nostra negli apparati amministrativi ed istituzionali. In questa prospettiva il dato più significativo è dato dalla scoperta dell'esistenza di veri e propri reticoli informativi al servizio dei mafiosi la cui stabilità ed entità lascia trasparire una strategia criminale compiuta e sofisticata ed un elevatissimo rischio per le istituzioni pubbliche ed in particolare per le stesse strutture investigative.
Ed ancora, riprendendo le dichiarazioni del mafioso Antonino Giuffrè: "Sugli appalti Cosa Nostra aveva messo a punto un congegno perfetto con parte del mondo politico e della classe imprenditoriale: su questo c'era una spartizione capillare. Dopo il 1998 questo meccanismo, che era stato controllato ampiamente da Angelo Siino, fu migliorato. Fu costituito il cosiddetto tavolino al quale prendevano parte personaggi molto importanti... Salamone fu uno di quelli che ebbe un ruolo importantissimo, tramite l'ing. Bini, il tecnico che si occupava di calcestruzzi per conto della Ferruzzi e che divenne il punto di collegamento con i mafiosi e con i politici. Quello fu il momento della saldatura tra la mafia e parte della politica e dell'imprenditoria".
Il mafioso ha definito questo sistema "un meccanismo perfetto che verrà poi copiato ed applicato in diverse parti di Italia, il fiore all'occhiello di Cosa Nostra. Molti anni dopo, posso dire che è cessato il tavolino, ma non il legame tra i politici, gli imprenditori ed i mafiosi... in questo modo è venuta meno la concorrenza imprenditoriale. I ribassi si sono ridotti e non di poco. La mafia dava sicurezza e in cambio otteneva il 2%".
Per quanto riguarda la camorra, sempre in atti giudiziari, si legge: "La penetrazione camorristica nel sistema degli appalti utilizza soggetti che costituiscono l'interfaccia tra mondo politico-economico e mondo criminale in ragione della loro posizione professionale o delle relazioni personali di cui sono dotati".
Analoghe considerazioni sono svolte dal Ministero dell'Interno per la 'ndrangheta: le organizzazioni criminali calabresi continuano a rivolgere grande interesse verso le infiltrazioni negli appalti, realizzate anche attraverso l'inquinamento delle relazioni politico-amministrative a livello locale.
In Puglia, una tra le varie indagini su questo tema, ha messo in luce la struttura di una organizzazione di tipo mafioso tesa ad assicurasi l'egemonia nelle attività economiche ed imprenditoriali, anche controllando l'attività della Pubblica Amministrazione.
E' infine da notare che, nel 2006, sono stati iniziati, in Sicilia, Calabria, Campania e Basilicata, alcune decine di indagini per il delitto di scambio elettorale politico-mafioso.
In questa sezione della relazione non desidero esporre mie valutazioni e conclusioni, ma quelle di altri "esperti".
Il primo è il Procuratore aggiunto di Palermo Roberto Scarpinato al quale è affidato il compito di contrastare l'economia mafiosa. In un recente convegno indetto dal Consiglio della Magistratura, egli ha così descritto la situazione: "Le più recenti evoluzioni della criminalità organizzata mafiosa in direzione di un sistema criminale integrato, le nuove tecniche di mimetizzazione delle imprese collegate alle organizzazioni criminali, i processi globali di finanziarizzazione che sempre più slegano i movimenti del capitale dall'economia reale, la mondializzazione ed opacizzazione delle reti finanziarie, la dimensione transnazionale assunta dalla criminalità organizzata, rischiano di condannare al declino il sistema delle misure di prevenzione antimafia o di ritararlo progressivamente verso il basso, verso cioè le forme e le componenti meno sofisticate della criminalità organizzata.
Inoltre il progressivo esaurimento del fenomeno dei collaboratori di giustizia ha fatto venir meno una delle più importanti fonti di informazione per individuare i prestanome ed i beni dei mafiosi ad essi intestati.
L'intellettuale collettivo criminale ha inoltre ulteriormente raffinato le proprie tecniche mimetiche. Dopo aver compreso, negli anni '80, attrezzandosi di conseguenza, che la sproporzione del valore dei beni aziendali rispetto ai redditi dichiarati ed alle attività economiche svolte, costituiva un punto debole ed esponeva al rischio di sequestri e di confische, ha successivamente compreso, nel corso degli anni '90, che un uso troppo esteriorizzato del metodo mafioso può esporre alle stesse conseguenze.
Le aristocrazie criminali hanno pertanto inaugurato nuove tecniche soft e sommerse per raggiungere gli stessi risultati di progressiva acquisizione di spazi monopolistici in diversi segmenti di mercato. Ad esempio, nel settore del calcestruzzo e della fornitura degli inerti può verificarsi che le imprese referenti dell'organizzazione concedano alle imprese acquirenti dilazioni nei termini di pagamento doppi o tripli rispetto a quelli di mercato, mettendo così in ginocchio la concorrenza che non può offrire le stesse condizioni.
La stessa pratica di dumping viene utilizzata con discrezione in altri segmenti di mercato, praticando prezzi sottocosto, per esempio nel settore della grande distribuzione alimentare. In altri casi il metodo di intimidazione può essere utilizzato fuori del territorio nazionale, nei confronti di imprenditori stranieri fornitori di prodotti destinati al ciclo produttivo dell'edilizia aventi particolare successo per le avanzate soluzioni tecnologiche adottate.
In tali casi ai produttori e fornitori stranieri viene imposto o proposto, a seconda che sia il caso di fare leva sul metodo mafioso o piuttosto su allettanti offerte economiche (nella realtà poi i due metodi possono sovrapporsi) di concedere l'esclusiva di quei prodotti in determinate zone del territorio ad imprese controllate dall'organizzazione.
Quando è necessario fare ricorso a metodologie più aggressive, possono essere utilizzate imprese usa e getta. Imprese cioè incaricate di svolgere azioni di rottura con modalità scoperte ed i cui introiti non vengono reinvestiti nell'impresa stessa, dato l'elevatissimo e preventivato rischio di una loro individuazione da parte della autorità giudiziaria con il conseguente sequestro e la successiva confisca del complesso aziendale.
Gli introiti frutto delle attività criminali vengono invece investiti in quote di partecipazione azionaria di imprese che operano in settori particolari del mercato come quelli dell'alta tecnologia o della sanità privata e la cui struttura proprietaria ed amministrativa è costituita da imprenditori e colletti bianchi del ramo dotati di elevata competenza professionale.
In tali settori la conquista di posizioni di monopolio o di oligopolio scavalca completamente le metodologie classiche di intimidazione mafiosa, in quanto si muove sul terreno occulto degli intrecci politico-affaristici interni al sistema criminale integrato e riservato alle cuspidi delle componenti del sistema (componente politica, imprenditoriale, amministrativa e mafiosa).
Segnalo, poi, che attualmente il business di carattere ambientale sta divenendo uno dei terreni operativi di elezione della criminalità organizzata, sia per la difficoltà di far emergere i reati, sia per l'altissima concentrazione dei profitti. Le associazioni mafiose non si limitano alla semplice realizzazione di discariche abusive, ma aggrediscono il mercato attraverso società di prestanome che concorrono nelle gare di appalto, ampliando la propria attività con l'estensione dei propri servizi al trasporto ed alla commercializzazione, e gestendo, quindi, queste attività illecite dal produttore dei rifiuti sino al sito di smaltimento illegale. foto Ansa
Alle imprese operanti nei settori nei quali il processo produttivo determina la produzione di rifiuti le associazioni mafiose offrono la possibilità di un sostanziale abbattimento dei costi per il loro smaltimento, taluni dei quali prevedono procedure particolarmente onerose, violando tutte le disposizioni di legge in materia.
Per non rimanere "chiusi" nell'ambito delle analisi dei magistrati, propongo, infine, alcune delle riflessioni svolte da Luca Ridolfi nello studio già citato.
Il sociologo ed analista dei dati presso l'Università di Torino, individua, come è noto, le tre società delle quali si compone il nostro Paese: quella delle "garanzie" (pensionati, dipendenti pubblici o delle grandi imprese); quella del "rischio" (artigiani, commercianti, occupati atipici ..) e quella della "forza" che "si fonda sul controllo dell'economia e del tenitorio da parte della criminalità organizzata e ha nella politica locale - fatta di favori, clientele, abusi, ingerenze - il suo ingranaggio chiave". E ancora: "i membri delle organizzazioni criminali detengono una quota rilevante delle attività economiche e finanziarie perfettamente legali... le organizzazioni criminali controllano o influenzano pesantemente l'erogazione di risorse pubbliche sotto forma di posti, appalti commesse e consulenze".
Il ruolo dei Servizi di Informazione e Sicurezza
Ho detto, all'inizio di questa conversazione, che desideravo intrattenervi sul profilo economico della mafia anche in ragione del compito, proprio dei Servizi, di svolgere attività di intelligence economica, sempre più necessaria e richiesta anche a seguito dei fenomeni di globalizzazione e di infiltrazione dei capitali mafiosi nei più vari settori dell'economia.
La moderna criminalità organizzata, per le forme che ha assunto e per la sua pervasività nell'economia legale costituisce, infatti, un forte pericolo anche per la democrazia.
Ciò trova conferma in quanto è avvenuto in taluni Paesi dell'est ove il processo di privatizzazione, non preceduto da una legislazione che prevedesse adeguati controlli sui capitali investiti, ha consentito l'inserimento, in tale processo, di somme di denaro illecitamente accumulate: ed è evidente che quando gruppi criminali riescono ad impossessarsi di porzioni dell'economia reale o della finanza essi possono condizionare - e certamente non in una prospettiva democratica - lo sviluppo della società e concentrare nelle loro mani il potere politico.
Da quanto ho appena detto discende, dunque, la piena legittimazione ed anzi la doverosità di una azione di intelligence nel settore dell'economia criminale, al fine di disvelarlo e di coglierne le connessioni con quella legale contribuendo così a ridurre - e possibilmente ad eliminare - quella "zona grigia" del tessuto economico che rende sempre più difficile distinguere il "pulito" dallo "sporco".
Se, come si è affermato a Birmingham nel summit dei Paesi del G7 e come risulta dall'esperienza pratica la criminalità organizzata transnazionale e la sua economia costituiscono una minaccia per la comunità e la democrazia e producono un indebolimento delle Istituzioni e la sfiducia nello Stato di diritto, è evidente che esse costituiscono un campo di azione per l'Intelligence.
In tal senso depongono anche coerenti norme del nostro ordinamento.
Il SISDe (art. 6 L. n. 801/1977) "…assolve a tutti i compiti informativi e di sicurezza per la difesa dello Stato democratico e delle Istituzioni poste dalla Costituzione a suo fondamento contro chiunque vi attenti e contro ogni forma di eversione".
La nostra Carta costituzionale, poi, come si è già ricordato, afferma nel suo art. 41 inserito nel Titolo III dedicato ai Rapporti economici, che "L'iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana".
Orbene è chiaro che l'imprenditoria criminale costituisce, per la posizione dominate che assume a causa dei capitali illeciti dei quali dispone e della forza intimidatrice cui può far ricorso, un ostacolo all'esplicazione della libera iniziativa economica, così come è evidente che l'economia criminale non corrisponde ai parametri costituzionali dell'utilità sociale, sicurezza, dignità della persona.
L'attività di informazione svolta dal Servizio sui profili criminali dell'economia è pertanto funzionale alla protezione di un bene garantito dalla Carta costituzionale (la libertà dell'iniziativa economica) e del tessuto democratico dello Stato.
I Direttori del SISDe e del SISMi fanno parte, unitamente al Capo della Polizia - Direttore Generale della Pubblica Sicurezza - ed ai Comandanti Generali dell'Arma dei Carabinieri e del Corpo della Guardia di Finanza, del Consiglio Generale per la lotta alla criminalità organizzata (art. 1 D.L. 345/1991 conv. nella L. 410/1991) e "spetta al SISDe e al SISMi, rispettivamente per l'area interna e quella esterna, svolgere attività informativa e di sicurezza da ogni pericolo o forma di eversione dei gruppi criminali organizzati che minacciano le Istituzioni e lo sviluppo della civile convivenza" (art.2 L. cit.).
Nello stesso senso depongono alcuni principi contenuti nel disegno di legge titolato "Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica e nuova disciplina del segreto" all'esame del Parlamento.
Così l'art. 7 relativo al Servizio di Informazione per la sicurezza interna (SIN) afferma che è compito di tale Organismo ricercare ed elaborare tutte le informazioni utili a difendere la sicurezza interna della Repubblica e le Istituzioni democratiche poste dalla Costituzione a suo fondamento da ogni attività eversiva e da ogni forma di attività criminale o terroristica, e, ancora, che spettano al SIN le attività di informazione per la sicurezza e protezione non solo degli interessi politici e militari, ma anche di quelli economici ed industriali dell'Italia.
Perfettamente in chiave con quanto ora esposto è poi il contenuto dell'art. 25 rubricato "Attività simulate" che attribuisce al Direttore Generale del DIS (Dipartimento Informazioni per la Sicurezza), previa comunicazione al Presidente del Consiglio o all'Autorità da questi delegata, il potere di autorizzare i Dirigenti dei Servizi di Sicurezza ad esercitare attività economiche simulate, sia nella forma di imprese individuali, sia nella forma di società di qualunque natura.
Si muove poi, inequivocabilmente, nella stessa direzione l'art. 39 che esclude, dall'ambito del segreto di Stato, tra gli altri, i delitti previsti nel c.p. dagli artt. 416 bis (associazione di tipo mafioso) e 416 ter (scambio elettorale politico mafioso).