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Timestamp: 2019-01-21 05:23:53+00:00
Document Index: 183335455

Matched Legal Cases: ['art. 274', 'art. 274', 'art. 309', 'art. 275', 'art. 89', 'art. 275', 'art. 275', 'art. 275', 'art. 274', 'art. 275', 'art. 274', 'art. 275', 'art. 275', 'art. 74', 'art. 4', 'art. 134', 'art. 141', 'art. 299', 'art. 301', 'art. 294', 'art. 363', 'art. 141', 'art. 141', 'art. 616', 'art. 606', 'art. 591', 'art. 591', 'art. 616', 'art. 606', 'art. 591', 'sentenza ']

Corte di Cassazione, sezione III penale, 28 luglio 2016, n.33051 - Renato D'Isa
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3.1. Va, al riguardo, osservato che, nell’interpretazione della nuova formulazione dell’art. 274 c.p.p., lett. b) e c), (come modificato dalla L. 16 aprile 2015, n. 47), sono emersi, nella giurisprudenza di legittimità, due orientamenti: l’uno ritiene che l’espressa previsione del requisito dell’attualità del pericolo di reiterazione del reato, in aggiunta a quello della concretezza, normativizza il principio giurisprudenziale, preesistente alla novella, secondo cui la nozione di attualità è insita in quella di concretezza ed entrambe costituiscono condizione necessaria per l’applicazione della misura cautelare (ex multis, Sez. 6, n. 44605 del 01/10/2015, De Lucia, Rv. 265350); il secondo orientamento, invece, ritiene che dalla previsione dell’attualità del pericolo derivi che non è più sufficiente ritenere – in termini di certezza o di alta probabilità – che l’imputato torni a delinquere qualora se ne presenti l’occasione, ma è anche necessario, anzitutto, prevedere – negli stessi termini di certezza o di alta probabilità – che all’imputato si presenti effettivamente un’occasione per compiere ulteriori delitti (Sez. 3, n. 37087 del 19/05/2015, Marino, Rv. 264688; Sez. 3, n. 43113 del 15/09/2015, K., Rv. 265653); pertanto, il requisito dell’attualità del pericolo di reiterazione del reato è individuabile nella riconosciuta esistenza di occasioni prossime favorevoli alla commissione di nuovi reati, non meramente ipotetiche ed astratte, ma probabili nel loro vicino verificarsi (Sez. 3, n. 49318 del 27/10/2015, Barone, Rv. 265623). Tuttavia, è stato condivisibilmente sostenuto che proprio perchè “il codice continua a distinguere tra “esigenze cautelari” ed “eccezionali esigenze cautelari”, a dimostrazione che l’attualità non è “nell’immediatezza”” (Sez. 6, n. 50027 del 29/10/2015, Aurisicchio), il requisito della attualità non può essere equiparato all’imminenza del pericolo di commissione di un ulteriore reato (o di fuga, o di inquinamento probatorio), ma sta invece ad indicare la continuità del periculum libertatis nella sua dimensione temporale, che va apprezzata sulla base della vicinanza ai fatti in cui si è manifestata la potenzialità criminale dell’indagato, ovvero della presenza di elementi indicativi recenti, idonei a dar conto della effettività del pericolo di concretizzazione dei rischi che la misura cautelare è chiamata a neutralizzare (Sez. 6, n. 3043 del 27/11/2015, dep. 2016, Esposito, Rv. 265619, non massimata sul punto). Dunque, è proprio la considerazione sistematica delle norme – che prevedono i distinti concetti di “esigenze cautelari” (art. 274 c.p.p.), “eccezionali esigenze cautelari” (art. 309 c.p.p., comma 10), ed “esigenze cautelari di eccezionale rilevanza” (art. 275 c.p.p., commi 4, 4 bis e 4 ter, D.P.R. n. 309 del 1990, art. 89) – ad imporre una interpretazione che fornisca ‘linfa ermeneuticà alle diverse previsioni astratte, non essendo ipotizzabile una interpretatio abrogans delle stesse per l’eccessiva estensione semantica attribuita all’ipotesi base; i concetti giuridici, infatti, oltre alla vitalità concreta che assumono nel necessario intreccio con il fatto, sono dotati, nella dimensione astratta, anche di una duttilità ed elasticità legata agli spazi ermeneutici delimitati dalla presenza di una pluralità di fattispecie astratte previste per regolare le aree di confine. In tal senso, pertanto, l’attualità e la concretezza delle esigenze cautelari possono essere individuate, a livello interpretativo, nella “elevata probabilità”, intesa però non come “imminenza”, del pericolo, in una prognosi che abbia ad oggetto la commissione delle condotte che si intende prevenire (reiterazione di ulteriori reati, fuga, inquinamento probatorio). 3.2. Va, inoltre, evidenziato che il titolo cautelare concerne altresì l’associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, peraltro aggravata dal numero di partecipi, dalla disponibilità di armi e dal carattere transnazionale; ebbene, in ordine a tale reato è sancita anche la doppia presunzione relativa di sussistenza delle esigenze cautelari e di adeguatezza, prevista dall’art. 275 c.p.p., comma 3, (ribadisce la duplice dimensione della presunzione Corte Cost., n. 231 del 22/07/2011, proprio a proposito dell’associazione finalizzata al narcotraffico, laddove parla, con riferimento alla disciplina precedente alla declaratoria di parziale illegittimità costituzionale pronunciata con la stessa sentenza, di “una duplice presunzione: relativa, quanto alla sussistenza delle esigenze cautelari; assoluta, quanto alla scelta della misura, reputando il legislatore adeguata, ove la presunzione relativa non risulti vinta, unicamente la custodia cautelare in carcere, senza alcuna possibile alternativa” (3.1.)). In tale ipotesi, dunque, è la stessa presunzione di sussistenza delle esigenze cautelari e di adeguatezza della custodia in carcere, salvo prova contraria, sancita dall’art. 275 c.p.p., comma 3, a fondare un giudizio, formulato in astratto ed ex ante dal legislatore, di attualità e concretezza del pericolo; tale, cioè, da fondare una valutazione di costante ed invariabile pericolo cautelare, salvo prova contraria. L’antinomia tra l’art. 275, comma 3, e l’art. 274 c.p.p., non può essere risolta, interpretativamente, in favore della prevalenza della seconda norma, che è generale, laddove la prima norma, che sancisce la presunzione relativa, è speciale; secondo il tradizionale criterio interpretativo cronologico lex specialis derogat legi generali, lex posterior generalis non derogat priori speciali, dunque, la presunzione di cui all’art. 275 c.p.p., comma 3, sia nella dimensione della sussistenza delle esigenze cautelari, sia nella dimensione della adeguatezza della custodia in carcere, deve ritenersi prevalente sulla norma di cui all’art. 274 c.p.p., nel senso che l'”attualità” e la “concretezza” delle esigenze cautelari deve intendersi, salvo prova contraria, insita proprio nel giudizio di astratta e costante pericolosità cautelare formulato ex ante dal legislatore. Di conseguenza, nel caso in cui il titolo cautelare riguardi i reati indicati nell’art. 275 c.p.p., comma 3, (tra i quali l’associazione per delinquere finalizzata al narcotraffico), la presunzione di sussistenza delle esigenze cautelari deve ritenersi, salvo prova contraria (recte, salvo che emergano elementi di segno contrario), integrare i caratteri di attualità e concretezza del pericolo. In tal senso, è stato affermato che in tema di custodia cautelare in carcere applicata nei confronti dell’indagato del delitto d’associazione di tipo mafioso, l’art. 275 c.p.p., comma 3, come novellato dalla L. n. 47 del 2015, pone una presunzione relativa di pericolosità sociale, che inverte gli ordinari poli del ragionamento giustificativo, nel senso che il giudice che applica o che conferma la misura cautelare non ha un obbligo di dimostrazione in positivo della ricorrenza dei “pericula libertatis”, ma soltanto di apprezzamento delle ragioni di esclusione, eventualmente evidenziate dalla parte o direttamente evincibili dagli atti, tali da smentire, nel caso concreto, l’effetto della presunzione. (Sez. 1, n. 45657 del 06/10/2015, Varzaru, Rv. 265419; Sez. 1, n. 5787 del 21/10/2015, dep. 2016, Calandrino). 3.3. Tanto premesso, in ordine alla sussistenza delle esigenze cautelari che hanno fondato la conferma della misura cautelare di maggior afflittività, l’ordinanza impugnata ha evidenziato l’estrema gravità dei fatti, desumibile dall’esistenza di una stabile organizzazione dedita all’importazione di ingenti quantitativi di cocaina dall’Olanda, con contatti e collegamenti con esponenti di vertice della criminalità organizzata campana e calabrese, il contesto criminale, la continuità dell’attività di finanziamento cui ha preso parte l’indagato, e delle successive operazioni di trasporto e importazione di cocaina, l’attuale operatività del sodalizio, in ragione dell’epoca recentissima delle condotte; tutti elementi ritenuti dimostrativi di un pericolo di reiterazione concreto ed attuale, anche alla luce dei precedenti penali attestati dal certificato pen
ale in riferimento a B.F. (tentato furto) ed a C.G. (condannato per associazione per delinquere di tipo mafioso, detenzione illegale di arma ed estorsione). Da tali elementi, dunque, è stato tratto il giudizio di adeguatezza della sola misura custodiale in carcere, che, escludendo in maniera assoluta la libertà di movimento e di contatto del soggetto, è in grado di evitare il concreto e attuale pericolo del ripetersi di condotte della stessa specie e di recidere i forti e intensi legami con il contesto criminale di appartenenza, con l’espressa valutazione di inadeguatezza degli arresti domiciliari, anche con la prescrizione del braccialetto elettronico. Alla luce degli elementi e delle valutazioni espresse, dunque, può ritenersi che l’ordinanza abbia legittimamente confermato la misura cautelare, con una diffusa motivazione su tutti i profili rilevanti per il giudizio cautelare, compresa l’inadeguatezza di misure meno afflittive. Peraltro, essendo il titolo cautelare costituito dalla partecipazione ad un’associazione armata finalizzata al narcotraffico, aggravata dal carattere transnazionale (D.P.R. n. 309 del 1990, art. 74, commi 3 e 4, e L. n. 146 del 2006, art. 4), opera la presunzione relativa di sussistenza delle esigenze cautelari e di adeguatezza della custodia in carcere, che integra l'”attualità” e la “concretezza” delle esigenze cautelari in ragione del giudizio, formulato in astratto ed ex ante, dal legislatore. Va nondimeno osservato che l’articolazione internazionale del sodalizio criminale, il dato ponderale dello stupefacente oggetto di illecito traffico, il contributo significativo fornito da B.F., T.M., C.G. e C.R. all’associazione, nella raccolta del denaro destinato all’acquisto della droga e nel trasporto delle sostanze stupefacenti, e l’inserimento nel circuito criminale del traffico internazione di cocaina, connotano in termini di elevata probabilità il pericolo che gli indagati, ove non sottoposti alla misura di maggior afflittività, reiterino concretamente reati della stessa specie, integrando tale inserimento, stabile e continuativo, nel contesto criminale del traffico internazionale di stupefacenti quelle altamente probabili, e non meramente astratte, occasioni prossime favorevoli alla commissione di nuovi reati. 4.Omessa registrazione interrogatori – ricorsi C.G. e C.R.. Il primo motivo di ricorso proposto da C.G. e C.R. è manifestamente infondato. I ricorrenti lamentano, infatti, che l’omessa registrazione degli interrogatori svolti in sede di udienza di convalida del fermo, che avrebbe determinato la nullità dell’ordinanza applicativa della misura cautelare. Al riguardo, va rammentato che già le Sezioni Unite di questa Corte hanno chiarito, fin dal 1998, che “lo strumento documentativo normale degli atti del procedimento penale è quello della verbalizzazione a norma dell’art. 134 c.p.p. avendo la riproduzione audiovisiva funzione meramente aggiuntiva, limitata, peraltro, alla ipotesi in cui essa si appalesi come “assolutamente indispensabile”. Invertendo il canone di priorità dei mezzi di documentazione l’art. 141 bis c.p.p., introdotto dalla L. 8 agosto 1995, n. 332, prevede, come normale modalità documentati va dell’interrogatorio di persona in stato di detenzione, la riproduzione fonografica o audiovisiva essendo la verbalizzazione prevista solo in forma sommaria ed in ambito complementare. (…) Tale disposizione, dunque, trova applicazione negli interrogatori condotti dal GIP a norma degli art. 299 c.p.p., comma 3 ter, art. 301 c.p.p., comma 2 ter, art. 294 c.p.p., comma 1 nonchè in quelli effettuati dal P.M. a norma degli art. 363, 364 e 388 c.p.p.. E’ esplicitamente escluso che le formalità di cui trattasi debbano adottarsi anche in caso di interrogatorio reso in udienza, sicchè le particolari modalità di documentazione previste dall’art. 141 bis c.p.p. non riguardano l’atto compiuto nel corso dell’udienza di convalida dell’arresto o del fermo, del giudizio abbreviato o dell’udienza preliminare” (Sez. U, n. 9 del 25/03/1998, D’Abramo, Rv. 210803, 3, sul punto non massimata). Con riferimento alla lamentata omessa trasmissione della registrazione, in ogni caso, è stato ripetutamente affermato, nelle ipotesi, evidentemente, nelle quali la registrazione dell’interrogatorio era obbligatoria, in quanto espletato dal P.M., o dal Gip ma non in udienza, che non è inutilizzabile nell’incidente cautelare l’interrogatorio reso da persona detenuta, qualora il pubblico ministero abbia trasmesso al giudice delle indagini preliminari o a quello del riesame soltanto il verbale riassuntivo e non anche la registrazione fonografica, purchè quest’ultima sia stata effettivamente eseguita (Sez. 6, n. 39376 del 20/10/2010, Quatrosi, Rv. 248799; in senso analogo, Sez. 1, n. 8778 del 22/12/2000, dep. 2001, Tropea, Rv. 218187: “La mancata trasmissione, da parte del pubblico ministero, al giudice per le indagini preliminari o al tribunale del riesame, unitamente al verbale redatto in forma riassuntiva delle dichiarazioni rese da soggetto in stato di detenzione, anche della relativa registrazione fonografica o audiovisiva, non dà luogo a inutilizzabilità di dette dichiarazione, essendo prevista tale sanzione dall’art. 141 bis c.p.p. soltanto per l’ipotesi che la registrazione non venga effettuata”; Sez. 1, n. 16717 del 12/03/2013, Giardina, Rv. 256153). 5. Alla declaratoria di inammissibilità dei ricorsi consegue la condanna al pagamento delle spese processuali e la corresponsione di una somma di denaro in favore della cassa delle ammende, somma che si ritiene equo determinare in Euro 1.000,00: infatti, l’art. 616 c.p.p. non distingue tra le varie cause di inammissibilità, con la conseguenza che la condanna al pagamento della sanzione pecuniaria in esso prevista deve essere inflitta sia nel caso di inammissibilità dichiarata ex art. 606 c.p.p., comma 3, sia nelle ipotesi di inammissibilità pronunciata ex art. 591 c.p.p.. 6. La rinuncia di Ci.Pi. determina l’inammissibilità del ricorso, ai sensi dell’art. 591 c.p.p., comma 1, lett. d). Alla declaratoria di inammissibilità del ricorso consegue la condanna al pagamento delle spese processuali e la corresponsione di una somma di denaro in favore della cassa delle ammende, somma che, in caso di rinuncia, si ritiene equo determinare in Euro 500,00: infatti, l’art. 616 c.p.p. non distingue tra le varie cause di inammissibilità, con la conseguenza che la condanna al pagamento della sanzione pecuniaria in esso prevista deve essere inflitta sia nel caso di inammissibilità dichiarata ex art. 606 c.p.p., comma 3, sia nelle ipotesi di inammissibilità pronunciata ex art. 591 c.p.p..
Corte di Cassazione, sezione V, sentenza 18 gennaio 2016, n. 1804....