Source: https://associazioneeuropalibera.wordpress.com/2016/03/13/519-proposta-di-legge-di-iniziativa-popolare/
Timestamp: 2017-12-12 16:06:52+00:00
Document Index: 152974110

Matched Legal Cases: ['art. 52', 'art. 71', 'art. 48', 'art. 7', 'in fine', 'sentenza ']

519.-Legittima difesa. | Mario Donnini in Associazione Europa Libera
519.-Legittima difesa.
13 marzo 2016 Senza categoriagendiemme
Nel cittadino si è fatta strada “l’assoluta sensazione che ci sia più protezione verso l’aggressore che verso l’aggredito”: “La norma deve trasmettere il messaggio che il cittadino sia sempre protetto, invece non è così”. I criminali sanno purtroppo che troppo spesso la pena non corrisponde a quanto commesso. E che possono anche non trascorrere un solo giorno in carcere. Lo stato della materia merita qualche approfondimento seguendo le due proposte attualmente portate in Parlamento: la presunzione assoluta di legittima difesa in caso di aggressione (ma tenendo conto di un elenco di situazioni su cui il giudizio rimane comunque affidato al magistrato) oppure la valutazione dello stato emotivo di chi reagisce.
La valutazione della legittimità è rimessa al libero convincimento del giudice che terrà conto di un ragionevole complesso di circostanze oggettive: l’esistenza di un pericolo attuale o di un’offesa ingiusta; i mezzi di reazione a disposizione dell’aggredito e il modo in cui ne ha fatto uso; il contemperamento tra l’importanza del bene minacciato dall’aggressore e del bene leso da chi reagisce. Il giudice è tenuto ad interpretare le leggi per adeguarle ai mutamenti che si verificano nella società e, qui, a mio parere, è mancata la funzione del giudice in alcuni casi che hanno suscitato scalpore e accentuato l’ allarme sociale per le sentenze emesse. Alcune hanno provocato indirettamente la morte.
Partiamo dalla disciplina codicistica. La norma di riferimento è l’art. 52 del codice penale che detta:
“La legittima difesa. Non è punibile chi ha commesso il fatto, per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di una offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa.
I presupposti essenziali della legittima difesa sono costituiti da un lato dall’insorgenza del pericolo (generalmente determinato da un’aggressione ingiusta) e da una reazione difensiva: l’aggressione ingiusta deve concretarsi nel pericolo attuale di un’offesa che, se non neutralizzata tempestivamente, può sfociare nella lesione di un diritto proprio o altrui (personale o patrimoniale) tutelato dalla legge; la reazione legittima deve inerire alla necessità di difendersi, alla inevitabilità del pericolo e deve sussistere comunque una proporzione tra difesa ed offesa.Qui, la valutazione della reazione diventa problematica, a meno di elementi intenzionali dichiarati direttamente dall’aggredito.
La novella del 2006 (Legge N.59/2006) ha stabilito che il rapporto di proporzione esista sempre se qualcuno che si trova in casa propria o nel posto dove lavora “usa un’arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo” per difendere non solo la “propria o altrui incolumità”, ma anche i beni “propri o altrui”. E questo quando “non vi è desistenza e vi è pericolo di aggressione”.
Proprio a proposito di “proporzione”, in un passato lavoro, abbiamo sostenuto che l’istituto della legittima difesa si fonda sulla possibilità dell’aggredito di misurare l’entità della minaccia e di parallelarvi la sua difesa. Tale fondamento derivava dalla coscienza della normale pericolosità attribuibile ai reati di furto a danno della proprietà privata. L’ingresso nel territorio nazionale di alcuni milioni di individui provenienti da culture e società antitetiche a quelle degli italiani, da esperienze crudeli, l’imprevedibilità e l’efferatezza usate da costoro nel delinquere, costringono a rinunciare a questo istituto.
(In effetti, il giudizio sulla proporzionalità o meno tra la difesa e l’offesa, già affidato al giudice, poteva sembrare superfluo poiché la proporzione della difesa si presume ex lege, sollevando il giudice da un compito difficile che lo portava a dover propendere, caso per caso, fra la tutela dell’onesto cittadino e la garanzia dei diritti dei malviventi.)
Detta in due parole, se in un tempo non lontano, i ladri aspettavano di non trovarvi in casa e si limitavano, comunque, al furto, oggi, potrebbero sperare di divertirsi a spese vostre. Il giudice è tenuto ad interpretare le leggi per adeguarle ai mutamenti che si verificano nella società e, qui, a mio parere, è mancata la funzione del giudice in alcuni casi che hanno suscitato scalpore e accentuato l’ allarme sociale per le sentenze emesse. Alcune hanno provocato indirettamente la morte. Lo stato della materia merita qualche approfondimento seguendo le due proposte attualmente portate in Parlamento: la presunzione assoluta di legittima difesa in caso di aggressione (ma tenendo conto di un elenco di situazioni su cui il giudizio rimane comunque affidato al magistrato) oppure la valutazione dello stato emotivo di chi reagisce. Non si tratta di voler innalzare la figura del giustiziere privato, ma di ricondurre la materia nell’ambito della realtà, abbandonando pseudo teorie di difficile applicabilità, come “la difesa putativa” da chi ha violato la proprietà per delinquere, oppure, “l’obbligo dell’aggredito di valutare la capacità di offesa dell’aggressore e il grado di pericolo”, magari in piena notte e in pieno sonno (proporzionalità), oppure, “valutare, o che sia valutato a posteriori, il proprio stato emotivo”, ricostruendo l’accadimento con la sfera di cristallo, oppure, ancora, essere certi che una ritirata non sia solo apparente. Non ammettendosi nel nostro diritto la difesa anticipata o preventiva, Vi si chiede di farVi mettere le mani addosso e, poi, difendervi. A Tirana, un maresciallo dell’Ambasciata mi disse: “Spari per primo, negli occhi, o sarà troppo tardi”. Quello che è certo è che l’aggredito deve difendersi, ma nell’ambito che è stato violato. E’ singolare, però, che nessuno ponga l’accento sul dovere dello Stato di garantire la sicurezza: dovere inadempiuto, consentendo l’ingresso nel territorio di milioni di sconosciuti, quasi tutti maschi vigorosi, capaci di far più danno con le mani che con un’arma.
Generalità. Fondamento della norma
La causa di giustificazione della legittima difesa si trova da tempo immemorabile in tutte le legislazioni penali.
Per questo motivo per spiegare il fondamento della norma sono state prospettate le teorie più varie. La verità è che probabilmente il fondamento della norma può essere cercato in tutte le tesi di cui stiamo per dare conto, senza che necessariamente l’una escluda l’altra.
Senz’altro da escludere la teoria del Florian, secondo cui nella legittima difesa mancherebbe la colpevolezza, in quanto l’agente non agirebbe con malvagità ma solo per difendersi, sì che nessun rimprovero potrebbe muoversi a costui. La verità è che la scriminante della legittima difesa opera oggettivamente, e quindi – ad esempio – anche nel caso in cui un soggetto che viene aggredito approfitti dell’occasione per uccidere una persona che voleva assassinare da tempo. In presenza dei requisiti oggettivi della legittima difesa, cioè, sarebbe scriminato anche un fatto doloso.
Contro questa tesi si sono mosse varie obiezioni. Si è detto che il delegante non può attribuire al delegato un potere maggiore di quello che avrebbe lui stesso; il privato avrebbe infatti anche il potere di uccidere, che invece lo Stato non ha, e oltretutto costui può reagire contro fatti che di per sé non costituiscono un reato. Tutto ciò impedirebbe di configurare la legittima difesa come una delegazione.
L’obiezione è erronea sotto due punti di vista. In primo luogo non è vero che lo stato non ha il potere di uccidere. In casi eccezionali infatti gli agenti di polizia e i militari possono sparare per uccidere, e questo negli stessi limiti in cui ciò è possibile al privato (ad es. il poliziotto che uccide un malvivente in un conflitto a fuoco, nell’adempimento del servizio, viene scriminato in base alla legittima difesa, negli stessi limiti in cui viene scriminato il privato). Senza contare le guerre, che fanno milioni di morti, in teoria legalmente. In secondo luogo è tutto da dimostrare che il delegante non possa trasferire al delegato un potere maggiore. Dal momento che il delegante in questione non è un quisque de populo, ma lo Stato stesso, cioè un soggetto che è dotato di sovranità, e dal momento che l’istituto della delega non è né costituzionalizzato né previsto da una legge ordinaria, appare assolutamente possibile il trasferimento di un potere al privato, anche con modalità e limiti diversi rispetto a quelli che spetterebbero al soggetto pubblico.
Maggiori consensi trova la tesi del bilanciamento di interessi (detta anche dell’interesse prevalente). In pratica nella legittima difesa vi sarebbero due interessi in contrapposizione, quello dell’aggressore e quello dell’aggredito, nel conflitto dei quali lo stato sceglierebbe di dare la prevalenza a quest’ultimo.
Non troppo distante da quest’ultima è la tesi di Antolisei secondo cui la non punibilità dell’aggredito si fonda sulla mancanza di danno sociale. Per l’autore, dal momento che l’offesa all’aggressore è indispensabile per salvare l’aggredito, viene meno l’interesse statale alla repressione perché il fatto – proprio perché necessitato – non provoca alcun allarme sociale.
Come abbiamo detto probabilmente ogni tesi coglie una parte di verità; hanno ragione infatti quegli autori i quali, evidenziando che la legittima difesa è un istituto conosciuto praticamente da tutti gli ordinamenti in tutte le epoche, risponde ad esigenze di diritto naturale.
Requisiti dell’aggressione
Quanto all’ingiustizia, alcuni autori interpretano restrittivamente il termine, richiedendo la contrarietà del comportamento offensivo ai precetti dell’ordinamento. In realtà è preferibile l’opinione secondo cui l’ingiustizia si identifica anche con ogni offesa non imposta dallo stato, o comunque tollerata. Ad esempio non è legittimo reagire contro un poliziotto che cerca di arrestare un criminale (trattandosi di offesa imposta dallo stato) ma lo è reagire contro un’aggressione effettuata in stato di necessità (che è solo tollerata) o per eccesso di legittima difesa.
In particolare, per quanto riguarda i non imputabili, ci sono autori come Manzini che inquadrano la difesa contro costoro nello stato di necessità, partendo dal presupposto che un incapace non può compiere atti contrari al diritto, e dunque per l’impossibilità di qualificare una loro aggressione come “ingiusta”. Tuttavia tale tesi ha due difetti; dal punto di vista teorico non si vede come potrebbe essere giusta l’aggressione da parte di un incapace; dal punto di vista pratico, invece, dal momento che lo stato di necessità ha presupposti più rigidi rispetto alla legittima difesa, si viene a comprimere maggiormente il diritto di difesa di ogni cittadino, il quale, peraltro, è spesso nell’impossibilità di capire lo stato di capacità dell’aggressore.
Compatibilità tra legittima difesa, sfida e reato di rissa
Una delle tematiche maggiormente interessanti, in tema di legittima difesa, attiene alla applicabilità della stessa nel caso di rissa, duello ed ogni altra ipotesi di sfida. Secondo l’impostazione dominante in giurisprudenza, non è invocabile la legittima difesa da parte di colui che accetti una sfida o si ponga volontariamente in una situazione di pericolo dalla quale è prevedibile o ragionevole attendersi che derivi la necessità di difendersi dall’altrui aggressione. La configurabilità dell’esimente della legittima difesa deve escludersi nell’ipotesi in cui lo scontro tra due soggetti possa essere inserito in un quadro complessivo di sfida giacché, in tal caso, ciascuno dei partecipanti risulta animato da volontà aggressiva nei confronti dell’altro e quindi, indipendentemente dal fatto che le intenzioni siano dichiarate o siano implicite al comportamento tenuto dai contendenti, nessuno di loro può invocare la necessità di difesa in una situazione di pericolo che ha contribuito a determinare e che non può avere il carattere della inevitabilità (Cass., sez. I, 17.11.1995, n. 11264).
Per quanto attiene al reato di rissa, ed a quelli commessi nel corso di essa, l’impostazione maggioritaria non ritiene applicabile la legittima difesa perché i corrissanti sono animati dall’intento reciproco di offendersi ed accettano la situazione di pericolo nella quale volontariamente si sono posti, sicché la loro difesa non può dirsi necessitata. Solo eccezionalmente, in simili ipotesi, l’esimente di che trattasi può essere riconosciuta ed è quando, esistendo tutti gli altri requisiti voluti dalla legge, vi sia stata una reazione assolutamente imprevedibile e sproporzionata, ossia una offesa che, per essere diversa e più grave di quella accettata, si presenti del tutto nuova, autonoma e in tal senso ingiusta (Cass., sez. I, 26.1.1993, n. 710)
In tal senso sembra essere anche la giurisprudenza dominante, secondo la quale, infatti, “La legittima difesa presuppone un’aggressione ingiusta ed una reazione legittima; la prima deve concretarsi nel pericolo attuale di un’offesa che, se non neutralizzata tempestivamente, sfocerebbe nella lesione del diritto, la seconda comporta l’inevitabilità del pericolo, la necessità della difesa e la proporzione tra questa e l’offesa. Ne consegue che non è giustificabile una reazione quando l’azione lesiva sia ormai esaurita; né può ritenersi legittimo l’uso di mezzi che non siano gli unici nella circostanza disponibili, perché non sostituibili con altri ugualmente idonei ad assicurare la tutela del diritto aggredito e meno lesivi per l’aggressore. Ed invero il requisito della proporzione viene meno, nel conflitto fra beni eterogenei, quando la consistenza dell’interesse leso è enormemente più rilevante, sul piano della gerarchia dei valori costituzionalmente e penalmente protetti, di quella dell’interesse difeso ed il male inflitto all’aggredito abbia una intensità di gran lunga superiore a quella del male minacciato” (Cass., sez. I, 29.7.1999, n. 9695).
L’articolo 52 è stato modificato nel 2006, con l’aggiunta dei commi 2 e 3: “Nei casi previsti dall’articolo 614, primo e secondo comma, sussiste il rapporto di proporzione di cui al primo comma del presente articolo se taluno legittimamente presente in uno dei luoghi ivi indicati usa un’arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo al fine di difendere:
La riforma ha introdotto dunque una sorta di presunzione assoluta (iuris et de iure) di proporzione fra difesa e offesa, nei casi di reazione avvenuta durante la commissione di delitti di violazione del domicilio ed in presenza di un pericolo di aggressione fisica. In pratica, la novità legislativa è costituita solo dal diverso concetto che viene introdotto di proporzionalità, fermi restando gli altri presupposti (attualità dell’offesa e inevitabilità dell’uso delle armi); in questo senso Cass. 16677/2007 e 28802/2014.
Stante la relativamente recente novità della norma, la giurisprudenza della Cassazione sul tema è ancora abbastanza scarsa ma, per quanto emerge dalle sue prime applicazioni, è possibile affermare che poche o nessuna novità la norma ha apportato alla fattispecie della difesa domiciliare. Quella che alcuni infatti vedevano come l’introduzione nel nostro ordinamento della possibilità di difendersi più efficacemente in casa propria, sulla scia del modello americano, si è rivelata come un nulla di fatto dal punto di vista pratico; frequenti sono infatti i casi di proprietari di abitazione che vengono condannati per aver sparato ai ladri introdottosi nottetempo in casa, o nel luogo di lavoro, senza poter apprezzare suscettibili cambiamenti rispetto al passato riguardo al trattamento penale del soggetto.
Cass. 28802/2014 ha confermato, ad esempio, la condanna in appello e in primo grado del proprietario di casa che aveva ucciso un ladro entrato (insieme ad altri) nella sua abitazione di notte, sul presupposto che non fosse in corso un’aggressione personale, in quanto i ladri, vistisi scoperti, si stavano allontanando con l’auto (rubata dal giardino del proprietario) e quindi non esistesse “attualità del pericolo”. La corte ha precisato che la norma dell’articolo 52 comma 2 non rappresenta una sorta di “licenza di uccidere”, ma vale solo a precisare e definire meglio i contorni della figura quando la legittima difesa è esercitata all’interno del proprio domicilio.
Fra le varie iniziative che sono state volte a questo fine, proponiamo la lettura della Proposta di legge di iniziativa popolare presentata dall’IDV:
Ai sensi dell’art. 71 della Costituzione e dell’art. 48, in relazione all’art. 7,
della legge 25 maggio 1970 n. 352 Misure urgenti per la massima tutela del domicilio e per la difesa legittima
n. 40 del 18 febbraio 2016
Recenti fatti di cronaca hanno messo in evidenza l’esistenza di criminali sempre più spietati e spericolati che si introducono nelle altrui abitazioni o altri luoghi di privata dimora, compresi quelli ove viene esercitata un’attività commerciale, professionale o imprenditoriale. Questa criminalità, per lo più volta a commettere delitti di rapina o di furto, pone costantemente a repentaglio l’altrui e la propria incolumità, talora determinando legittime reazioni a difesa delle persone e dei beni. Siffatta criminalità, sempre più pericolosa e in continua crescita, da luogo ormai ad una situazione che genera fortissimo allarme sociale e fa lievitare la richiesta di rassicurazione. Mentre si auspica vivamente il rafforzamento delle misure collettive e individuali di protezione, anche attraverso il potenziamento delle forze di polizia e dell’intelligence trattandosi per lo più di bande e associazioni criminali, è ormai ineludibile ed urgente intervenire legislativa- mente nel senso di punire più severamente la violazione del domicilio col raddoppio delle pene (articolo 1, lettere a) e c)), escludendosi altresì qualsiasi responsabilità per danni subiti da chi volontariamente si è introdotto nelle sfere di privata dimora, e di accrescere la possibilità di difesa legittima senza incorrere nell’eccesso colposo (articolo 1, lettera d)), mentre il delitto sarà sempre punibile d’ufficio quando funzionale al compimento di altri delitti perseguibili d’ufficio, come la rapina o il furto. Siffatto ampliamento legislativo della tutela, volto anche ad evitare il rischio di alimentare la cultura dello “sceriffo fai da te” cavalcata da forze politiche estremiste nei toni, ma improduttive nelle soluzioni, vuole invece costituire un più forte deterrente verso la categoria di criminali dediti a furti e rapine nei luoghi di privata dimora, i quali così sapranno di non poter più beneficiare di scappatoie giuridiche e di non poter più volgere a proprio profitto norme dettate a tutela di persone per bene, quale la risarcibilità del danno. Chi si introdurrà nei privati domicili saprà, dunque, di pagare più severamente e di non potersi trasformare da aggressore in vittima chiedendo il risarcimento di danni: “imputet sibi” ogni possibile conseguenza del proprio iniziale agire criminale (articolo 1).Per le stesse ragioni chi difende l’incolumità o i beni propri o altrui all’interno del proprio domicilio non potrà rispondere della propria condotta, neppure a titolo di eccesso colposo in legittima difesa
b) Al terzo comma sono aggiunte le seguenti parole:”Ma si procede d’ufficio se il fatto è stato commesso per eseguire un delitto perseguibile d’ufficio”:
c) Al quarto comma le parole “da uno a cinque anni” sono sostituite dalle seguenti “da due a sette anni”; d) Dopo il quarto comma è inserito il seguente:
“Colui che ha posto in essere una condotta prevista dai commi precedenti non può chiedere il risarcimento di qualsivoglia danno subìto in occasione della sua introduzione nei luoghi di cui al primo comma”.
1. All’articolo 55 del codice penale, in fine, è aggiunto il seguente paragrafo: “Non sussiste eccesso colposo in legittima difesa quando la condotta è diretta alla salvaguardia della propria o altrui incolumità o dei beni propri o altrui nei casi previsti dal secondo e dal terzo comma dell’articolo 52”.
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Un pensiero su “519.-Legittima difesa.”
In tema di legittima difesa e della sua proporzionalità all’offesa, si assiste al ripetersi di esercizi giurisprudenziali, che non hanno scienza di quale pericolo rappresenti l’aggressione di un individuo disarmato, ma addestrato al combattimento corpo a corpo o anche armato in modo dispari rispetto all’aggredito. Cito l’esempio di un ex combattente aggressore armato di una lama, contro un pacifico cittadino aggredito che disponga di un’arma da fuoco e noto come regni l’ignoranza sui danni irreparabili provocabili da una lama, se rigirata nella ferita, rispetto al semplice foro di una pallottola. Al riguardo, è illuminante quanto ha affermato la Corte di Cassazione con la recente sentenza n. 8566 del 26 febbraio 2015 che ha precisato, confermando un costante orientamento del giudice di legittimità, quali siano i presupposti postulati dalla legittima difesa putativa: non c’è legittima difesa putativa se si usa un coltello contro chi è disarmato. L’indirizzo giurisprudenziale è, dunque, il seguente:
“In tema di tentato omicidio, vanno esclusi l’eccesso di legittima difesa e la legittima difesa putativa” se l’aggressore usa un arma da taglio contro un uomo disarmato “mirando a zone vitali del corpo, senza presentare a sua volta alcuna lesione dimostrativa di un’aggressione patita”. E’ evidente come non si voglia comprendere che essere assaliti non è la stessa cosa che essere sfidati a un match di tennis e che la delinquenza importata in grandi numeri da questo governo, non conosce regole.
Infine, il giudice di ultima istanza esclude la sussistenza dei presupposti della legittima difesa putativa in conseguenza della mancanza di armi riscontrata in capo alle vittime. “La legittima difesa putativa postula i medesimi presupposti di quella reale, con la sola differenza che nella prima la situazione di pericolo non sussiste obiettivamente ma è supposta dall’agente sulla base di un errore scusabile nell’apprezzamento dei fatti, determinato da una situazione obiettiva atta a far sorgere nel soggetto la convinzione di trovarsi in presenza del pericolo attuale di un’offesa ingiusta; sicché, in mancanza di dati di fatto concreti, l’esimente putativa non può ricondursi ad un criterio di carattere meramente soggettivo identificato dal solo timore o dal solo stato d’animo dell’agente”.