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Timestamp: 2019-07-19 07:48:38+00:00
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QT n. 10, 17 maggio 2003 Quindici giorni sabato 17 maggio 2003
Avevamo parlato nel numero scorso (Jumela: il Principe, i giudici, la democrazia) dell’importanza della sentenza con cui il Tar ha bloccato gli impianti della Jumela. Con celerità il Tribunale ne ha pubblicato le motivazioni, che ora si possono commentare.
Il punto era la discrezionalità del potere politico, che nella versione Giunta Dellai, pare sentirsi libero di infischiarsene dei pareri tecnici. Con la prima sentenza del 2000 (Val Jumela: scandaloso Tar?) il Tar aveva stabilito che la Giunta non può assumere decisioni in contrasto immotivato con i pareri tecnici (allora il Comitato Via aveva espresso parere negativo). Con l’attuale sentenza il caso è più delicato: questa volta il parere positivo dei tecnici del Via c’è. Il fatto è che tale parere, non potendo contraddire gli studi precedenti appare illogico e contradditorio: in soldoni, i tecnici provinciali, pressati da Dellai, hanno riconfermato i loro studi ma ne hanno tratto conclusioni opposte, gli studi dicono No, ma si conclude con un Si.
La giunta Dellai pensava comunque di essere a posto. Ma l’attuale sentenza del Tar afferma – e con forza – il contrario: "Sembrerebbe a questo punto che non sussistano più margini per un sindacato da parte del Giudice amministrativo: ma così non è!"
E qui la parte forse più interessante della sentenza, in cui si citano precedenti giurisprudenziali, cioè sentenze del Consiglio di Stato e di altri Tar, che ribadiscono come "le scelte relative alla realizzazione di un’opera pubblica... pur essendo espressione di una valutazione discrezionale (di merito) dell’Amministrazione, è pur sempre sindacabile... per vizi di illogicità e contradditorietà".
Insomma, la pubblica amministrazione non può, una volta messi a posto tutti i timbri, fare quello che vuole; i suoi atti non possono essere viziati da palese illogicità. Altrimenti diventa un "eccesso di potere". E il Tar deve vigilare non solo che i timbri siano a posto, ma anche che, attraverso motivazioni che fanno a pugni con la logica, non si verifichi l’eccesso di potere. Nel caso Jumela "pur nella constata presenza di un progetto per vari aspetti non ancora ‘eco-compatibile’, l’Agenzia Provinciale per la Protezione dell’Ambiente (l’organo tecnico della Pat che ha dato, obtorto collo, il via libera all’impianto, ndr) si è espressa in termini favorevoli, incorrendo così nell’eccesso di potere sotto il profilo dell’illogicità e contradditorietà motivazionale".
Alla luce delle motivazioni, appare ancor più strampalato il commento del consigliere di Forza Italia, Maurizio Perego, che ha comparato il caso Jumela al caso Sme, e straparlato di "strapotere dei giudici... la magistratura che si sostituisce alla politica..." Insomma ha applicato in salsa locale i refrain berlusconiani (ma anche alcuni assessori del locale centro-sinistra avevano zoppicato in proposito).
Invece la sentenza stabilisce un principio molto semplice: il potere politico non può essere arbitrario; non può rispondere al cittadino, prendendo decisioni attraverso motivazioni cervellottiche, "io ti dico di Sì o di No perché oggi è bel tempo, o perché hai i capelli castani, o perché stamattina ho incontrato un gobbetto". Il rendere conto delle proprie decisioni, attraverso motivazioni non arbitrarie, è il tratto che distingue la democrazia dalla monarchia assoluta.
E adesso, che strada per Dellai e per la Buffaure (la società impiantista che fortemente voleva il collegamento)?
Le strade sono diverse, ma tutte in salita.
La prima consiste nel presentare domanda d’appello al Consiglio di Stato (il grado di giudizio successivo al Tar). E’ una mossa logica, ma solo all’interno della testardaggine con cui Dellai vuole portare in porto l’impianto, a tutti i costi; il presidente a dire il vero, ha cercato di far apparire questo passaggio come "atto dovuto", e subito hanno assentito i suoi assessori, sinistra compresa; in realtà, come ha chiarito in un’intervista Walter Micheli, già assessore all’Urbanistica, non è un atto dovuto, "ma un atto voluto".
La mossa comunque ha una sua logica processuale, non è irragionevole sperare in un ribaltamento al Consiglio di Stato. Quello che non quadra sono i tempi: la sentenza di appello non verrà prima di tre-quattro anni, tempi biblici rispetto alle logiche del voto di scambio tra la Buffaure e Dellai. Il patto scellerato (io ti faccio votare dal mio azionariato diffuso, tu mi approvi gli impianti) doveva essere onorato in questa legislatura, rimandare – e senza alcuna certezza - di altri quattro anni appare uno sgarro; e in autunno ci saranno nuove elezioni.
La seconda strada è un viottolo, derivato dalla prima. Mentre si presenta la domanda di appello al Consiglio di Stato, si chiede, nell’attesa della decisione di merito, la sospensione dell’esecutività della sentenza (quella che blocca gli impianti), perchè causerebbe "gravi e irreparabili danni", cioè il dissesto economico della Buffaure. Il passo non costa niente (se non la credibilità della Giunta...), ma ha pochissime probabilità di successo. Infatti il "grave e irreparabile danno" secondo ogni evidenza non sarebbe quello della Buffaure a tener ferme le ruspe, ma – come individuato appunto dalla sentenza del Tar - la distruzione della Jumela se le ruspe entrassero in azione. Per cui chiedere "prima fatemi distruggere la valle, poi deciderete se era una cosa giusta o meno" è perlomeno azzardato: ora, la Buffaure non ci rimette niente, e può affidarsi al principio "se la va, la va" ma la Giunta provinciale dovrebbe valutare la credibilità delle proprie azioni (o si tratterebbe anche questo di "un atto dovuto",presidente Dellai?).
Terza strada: nuovo progetto (il terzo!) e nuova delibera di Giunta. E’ francamente la più contorta. Intendiamoci, un nuovo progetto la Buffaure è prontissima a sfornarlo, e la Giunta ad approvarlo, magari costringendo il Comitato per l’Ambiente a dire che questo progetto è stupendo. Il problema sono le motivazioni: dopo due volte che il Comitato per l’Ambiente ha dato pareri negativi, (nella forma e nella sostanza, o solo nella sostanza) come pensare di mantenere una logicità con le istruttorie precedenti? E il Tar, si è visto, non ha intenzione di farsi abbindolare.
Quarta strada: lasciar perdere la Jumela e cercare l’espansione della Buffaure nelle contigue valli San Nicolò e Monzoni. Dal punto di vista strettamente sciistico la cosa avrebbe più senso: pendenze adeguate, esposizione a nord (anche troppo per la val Monzoni, dove a gennaio non batte mai il sole) e soprattutto collegamento con l’area sciistica del Passo San Pellegrino, a sua volta collegata con l’area veneta di Falcade.
Il problema è ambientale: il Pup degli anni ’80 aveva ipotizzato il "sacrificio" della Jumela come compromesso proprio per salvare San Nicolò e Monzoni, ancor più pregiate, ed oggi ancor più frequentate dal turismo estivo che, non dimentichiamolo, è quello prevalente a Pozza di Fassa.
Ha senso ribaltare quell’impostazione? E’ politicamente possibile farlo senza suscitare nuovi vespai? Ed è possibile farlo in tempi brevi, dal momento che occorrerebbe inserire l’ipotesi nella variante al Pup che approderà in aula a giorni?
Circola la voce (solo ufficiosa, mentre scriviamo) che il
Consiglio di Stato stia per emettere una sentenza con cui darebbe ragione alle associazioni ambientaliste che avevano inoltrato ricorso contro la proroga della concessione di attività estrattiva in una cava in Val di Genova, in pieno Parco Adamello-Brenta.
Le cascate del Nardis in Val di Genova.
La cava è situata a monte delle stupende cascate del Nardis, interrompe quindi la continuità naturalistica di una zona di alto pregio; e il via vai di camion lungo la val Genova non è certo un incentivo al turismo. La proroga all’attività, in spregio ai principi che dovrebbero presiedere la gestione di un Parco Naturale, è dovuta a considerazioni economiche: la cava è da anni in funzione, si è deciso di non tagliare un’attività economica preesistente.
Mentre scriviamo non sappiamo la fondatezza di queste previsioni sulla sentenza. La cosa comunque, in parallelo alla sentenza sulla Jumela, si presta a due ordini di considerazioni.
Innanzitutto la debacle della politica ambientale dellaiana. Politica? Parola grossa; chiamiamola non-politica. Fatta di grandi e vaghi proclami teorici da una parte; e di insofferenza pratica verso la legislazione ambientale dall’altra. Dietro questo c’è l’idea che le contraddizioni non contano, che il conflitto tra intenzioni e legislazione si può superare: ma non con una nuova legislazione, magari ispirata a principi barbari, ma limpida; bensì con la furbizia, i sotterfugi, le coartazioni dei servizi tecnici. Non si ha né il coraggio né la visione strategica per cambiare la legge; e allora ci si adopera per aggirarla.
Ma i trucchi non funzionano. La società civile non ci sta, e la magistratura interviene. E allora serve a poco adirarsi contro gli ambientalisti "in malafede" (ci è toccato sentire anche questa); né con i magistrati "che fanno politica". C’è già a Roma un signore che batte questa strada, e ci basta.
Il secondo punto riguarda la visione strategica. Perché mai la piccola cava in Val di Genova dovrebbe continuare le estrazioni? Non sarebbe molto più semplice risarcire l’imprenditore, che potrebbe, più proficuamente per tutti, trasformarsi in albergatore? E analogamente con la Buffaure: invece che continuare a versare miliardi pubblici in contributi a una società decotta, non sarebbe meglio agevolare lo sviluppo di un turismo soft, che proprio nella bellezza delle intonse Val Jumela, San Nicolò, Monzoni, avrebbe i suoi punti forti?
Insomma, perché non si indirizza l’economia, invece di invischiarsi in un viluppo di favori e ricatti con i clienti?
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