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Timestamp: 2018-11-16 00:46:36+00:00
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art.314 C.p.:
Cass. Pen. – Sezione sesta penale – Sent. 8 maggio - 20 giugno 2003, n. 26998
Con sentenza in data 19.1.2002 il Tribunale di Torino ha condannato, concesse le attenuanti generiche e ritenuta la continuazione, Z.M.A. alla pena di anni due e mesi quattro di reclusione per i reati di peculato e falso ideologico per essersi appropriata di buoni-pasto e somme di danaro, di cui aveva la disponibilità quale insegnante presso la scuola elementare “Gozzano” di Rivoli, incaricata della gestione di fatto di tali buoni per gli studenti della propria classe, alterandone i dati e utilizzandoli abusivamente (fatti commessi nel periodo compreso tra l’inizio dell’anno scolastico 90-91 e il 17.1.1996).
Con sentenza in data 9.4.2002, la Corte di appello di Torino, sezione prima penale, in parziale riforma della sentenza di cui sopra, riconosciute le attenuanti di cui agli articoli 62 n. 4 e 323bis Cp, ha rideterminato la pena inflitta a Z.in anni uno di reclusione, concedendo all’imputata i doppi benefici di legge.
Avverso questa sentenza della Corte d’appello ha proposto per cassazione dal Pg della Repubblica presso la Corte d’appello di Torino, chiedendone l’annullamento nella parte in cui ha riconosciuto la sussistenza della attenuante di cui all’articolo 323 bis Cp e ha applicato minimi aumenti di pena ex articolo 81 cpv Cp.
In particolare, nel ricorso si rileva che l’aspetto patrimoniale sarebbe già stato considerato dalla corte di appello con la concessione dell’attenuante di cui all’articolo 62, n. 4, Cp, sicché la concessione dell’attenuante di cui all’articolo 323bis sarebbe stata giustificata nella sentenza censurata «con un argomento quanto mai singolare e del tutto sfornito di qualsiasi collegamento con i costituti processuali», e cioè con il fatto che «l’imputata avrebbe inteso gli illeciti profitti realizzati con il riciclaggio dei buoni come un giusto compenso per il servizio oggettivamente impegnativo reso a favore della comunità scolastica».
Ad avviso del ricorrente, si tratterebbe di una motivazione che non avrebbe alcun fondamento nella elaborazione giurisprudenziale sull’articolo 323bis Cp e che si porrebbe «in aperta contraddizione con la valutata gravità, durata e progressione crescente nel tempo dei fatti appropriativi commessi al sicuro da idonei controlli e con danno complessivo per il comune rilevante».
L’incongruenza della decisione “in punto sanzione” si riscontrerebbe altresì nella «assoluta assenza di motivazione in ordine alla intervenuta modifica degli aumenti per la continuazione ridotti ad un totale di un mese a fronte dell’elevato numero di “peculati” e di falsi in atto pubblico per cui vi è stata condanna».
In prossimità della odierna pubblica udienza, sono state depositate, nell’interesse della Z., note difensive, con le quali si chiede il rigetto del ricorso presentato dal Pg.
Contrariamente a quanto osservato dal ricorrente, secondo il consolidato orientamento giurisprudenziale, ai fini della ricorrenza dell’attenuante di cui all’articolo 323bis Cp, non può aversi riguardo al solo fatto nella sua oggettività, avulso dalla persona del suo autore e quindi sganciato dai motivi di ispirazione soggettiva. Il fatto va invece valutato insieme alle ragioni che l’hanno determinato e in ogni caso non ci si può basare sulla mera considerazione delle sole conseguenze patrimoniali dell’attività criminosa (sezione sesta, up, 10 luglio 2000, Mucelli).
Facendo applicazione di tali principi, la Corte di merito ha valutato il fatto ascritto alla Z. nella sua globalità e ha rilevato che l’imputata «agiva in una situazione che non scoraggiava l’attività intrapresa», che «i controlli del comune erano totalmente assenti, probabilmente perché ritenuti dispendiosi e perciò antieconomici», che «gli organi scolastici erano indifferenti tanto da conferire incarichi di prestigio all’imputata (la difesa ha sottolineato che la stessa aveva l’incarico di vicedirettore della scuola) e i genitori degli alunni giuravano sulla correttezza della predetta e del resto non avevano alcun motivo di lamentela, non essendo stati i figli mai depauperati dei buoni pasto».
In considerazione di tutte queste peculiari circostanze, la corte d’appello è giunta alla ragionevole e logica conclusione che la «Z., pur consapevole della illiceità dei profitti conseguiti con il riciclaggio dei buoni, percepiva questi intendendoli come un giusto compenso per il servizio, oggettivamente impegnativo, reso a favore della comunità scolastica». Ed è in tale ottica che correttamente i fatti ascritti all’imputata sono stati ritenuti di lievissima entità, con applicazione della attenuante di cui all’articolo 323bis Cp..
Una volta concessa tale attenuante, la corte di merito ha rideterminato equamente la pena, fissandola, tenuto conto della ritenuta lievissima entità del fatto, delle altre attenuanti concesse e della continuazione, in anni uno di reclusione, con valutazione di fatto, sottratta al sindacato di legittimità, in quanto né carente né palesemente contraddittoria.
Cass. Pen. – Sezione sesta Sent. 13 maggio - 20 giugno 2003, n. 27007
Con sentenza del 10 gennaio 2002 il Tribunale di Ancona assolveva perché il fatto non costituisce reato Grassi Alberto dal reato di cui all’articolo 314 comma 1 Cp, contestatogli perché, essendo Presidente del Tribunale di Reggio Emilia, si appropriava dalle auto destinate al Tribunale stesso, facendone uso per fini personali e condizionando, in tal modo, il regolare funzionamento dell’ufficio, con l’utilizzazione di tali vetture – con i rispettivi autisti – per farsi condurre dalla propria abitazione in Parma ovvero in Bettola (Pc) all’ufficio di Reggio Emilia e viceversa, o in altre località (Piacenza e Correggio), con contestuale pari danno dell’amministrazione, derivante dall’utilizzo degli autisti, dal distoglimento dei mezzi dagli scopi di servizio, dall’usura di tali mezzi, dal consumo di carburante e lubrificante e dal pagamento delle tariffe autostradali (fatti commessi nel corso del 1999).
In proposito, i giudici anconetani rilevavano che la istruttoria dibattimentale aveva consentito di accertare che, comunque, l’utilizzo delle autovetture di servizio non era «mai avvenuto per ragioni di carattere personale e privato, posto che l’utilizzo stesso, essendo esclusivamente relativo al percorso casa-ufficio, è da ritenersi riguardante l’espletamento delle funzioni proprie dell’imputato; sicché non può di certo definirsi personale e privato l’uso in questione».
Rilevato, inoltre, che, alla stregua delle deposizioni testimoniali, era emerso che il comportamento dell’imputato con aveva, comunque, comportato alcun intralcio all’interno del Tribunale i cui servizi erano stati tutti assicurati, i giudici anconetani concludevano ritenendo che tale comportamento del Grassi non potesse integrare il resto di peculato, tenuto conto del fatto che il predetto utilizzo di vetture con autisti, seppur avvenuto in termini non ortodossi rispetto alle circolari ministeriali emanate in materia, era avvenuto pur sempre per ragioni di servizio, «segnatamente per consentire gli spostamenti dell’imputato dalle proprie abitazioni all’ufficio, con la conseguenza che la fattispecie al vaglio del Tribunale non si ritiene costituisca un illecito di natura penale, bensì un grave fatto disciplinarmente rilevante».
Né, ad avviso del tribunale decidente, la condotta dell’imputato poteva integrare il reato di abuso d’ufficio ex articolo 323 Cp, come novellato dalla legge 234/97, non potendosi ravvisare in tale condotta «una tipica violazione di legge o di regolamento…atteso che il divieto di utilizzare le autovetture di servizio per il percorso extracomunale casa-ufficio, in assenza di forme specifiche di tutela, non è contenuto in alcun atto normativo primario o secondario, ma solo in atti ed efficacia interna, quali le circolari devono correttamente essere considerate».
Avverso tale sentenza il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Ancona ha proposto ricorso immediato per cassazione ex articolo 569 Cpp, deducendo a motivi del gravame:
1. violazione dell’articolo 314 Cp in relazione all’articolo 606 lettera b) Cpp, posto che l’utilizzazione delle vetture di servizio al di fuori dell’ambito di cui alla normativa in materia che ne “perimetra” l’uso di auto pubblica in termini di ragioni di ufficio, vale a configurare un evidente «interversione del possesso, perché consente di usare una vettura pubblica come personale, lucrando i vantaggi patrimoniali derivanti dal risparmio di mezzi propri con pari aggravio per l’amministrazione pubblica».
Infatti, secondo il ricorrente, il regime desumibile dal complesso delle norme regolanti la materia in esame consente l’utilizzo delle auto pubbliche per il trasporto dei magistrati non protetti, nei tragitti casa-ufficio «solo con uso promiscuo, nell’ambito dei piani di utilizzazione intensiva che lo consentono ed esclusivamente nel caso in esame, difettando: la disposizione di un piano di utilizzazione intensiva dei mezzi in dotazione al tribunale; l’autorizzazione a risiedere fuori sede; provvedimento di sottoposizione a misure individuali di protezione, sicché l’uso delle vetture di servizio, fuori dall’ambito comunale di Reggio Emilia, si risolve in uso con esclusività e quindi interversione del possesso dalla detenzione, integrante il contestato delitto di peculato, alla cui configurabilità è estranea la finalità dell’utilizzo delle vetture che, fuori dai limiti imposti dalla normativa in materia, configura un uso dominicale illegittimo ed illecito, né alcuna incidenza può avere il fatto che l’uso delle vetture non avesse asseritamene comportato particolari intralci nel servizio del tribunale, elemento che avrebbe potuto essere rilevante solo se si fosse contestato il reato di cui all’articolo 331 [omissis].
2. Violazione dell’articolo 314 Cp in relazione all’articolo 606 lettera b) Cpp, avendo il tribunale erroneamente ritenuto il peculato un reato abituale, con la conseguenza, altrettanto errata, che un’unica violazione non valesse a configurare l’illecito contestato;
3. Violazione dell’articolo 323 Cp in relazione all’articolo 606 lettera b) Cpp, posto che il precetto limitativo all’uso delle vetture di servizio «va collocato non nelle circolari esplicative, ma nelle norme primarie ricordate dal Tribunale, rispetto alle quali le circolari non potrebbero, come fonti subordinate (e ammesso che siano fonti) configurare alcuna innovazione precettiva (come sembra aver ragionato il tribunale), ma solo una specificazione ed una integrazione di fonti normative rinvenibili aliunde, la cui violazione, costituirebbe allora, in presenza degli altri requisiti pure rinvenuti dal tribunale, il reato di abuso di ufficio, configurabile in via subordinata a quello di peculato.
Con memoria difensiva di replica, ritualmente depositata in atti nelle more del presente giudizio, il ricorrente, nel richiamarsi alla stessa giurisprudenza di questa Corte di legittimità, ha ribadito che, agli effetti del concetto di “appropriazione”, costituente uno degli elementi tipici del reato di peculato, per verificare la legittimità o meno dell’utilizzo dell’autovettura pubblica, va tenuto riguardo – quale parametro di discrimine – al divieto assoluto dell’uso per ragioni personali di carattere privato che, solo, determina un mutamento della destinazione giuridica della cosa appartenente alla pubblica amministrazione, quale terzo e vale a configurare un uso “uti dominus” del bene oggetto del reato in contestazione.
Ciò posto, ad avviso della difesa, non è dato comprendere il preteso travisamento del concetto di “appropriazione”, asserito dal Pm ricorrente, posto che, nella specie, l’utilizzo dell’automezzo è stato fatto all’interno del pubblico servizio, essendo tale uso sempre ed esclusivamente avvenuto per ragioni di servizio e giammai per finalità privata del magistrato, sicché il bene è «sempre oggettivamente rimasto nell’ambito della sua normale destinazione giuridica e cioè nel possesso della pubblica amministrazione».
Né è dato configurare nella condotta del ricorrente, il reato di abuso di ufficio, posto che la normativa in materia di regolamentazione dell’uso delle vetture di servizio consolo risulta priva di sanzione penale, ma non contiene «la descrizione di un’ipotesi criminosa ad integrazione della particolare fattispecie», sicché «la citata normativa è destinata a regolare rapporti giuridici di natura diversa da quella penale» e quindi collegabili neppure implicitamente nella fattispecie criminosa dell’abuso di ufficio.
In sostanza, le disposizioni contenute nelle circolari ministeriali non hanno natura di norme regolamentari, da qualificarsi – come erroneamente pretende il ricorrente – come fonti subprimarie in base a provvedimenti di legge, sicché non è configurabile il reato di cui all’articolo 323 Cp, anche per evidente difetto del dolo che deve essere specifico, ossia intenzionale, irrilevante essendo il dolo eventuale o diretto, pacifico essendo che la volontà dell’imputato era diretta a «garantire il buon funzionamento dell’organo giudiziario da lui presieduto e quindi ora determinato da esigenze del servizio; non certo da un vantaggio patrimoniale, per di più ingiusto, che apparirebbe incompatibile rispetto all’accertamento di fatto compiuto dal giudice di merito».
Quanto al motivo sub 2) trattasi di una doglianza infondata perché riguarda un fatto non specificamente contestato, sicché il silenzio del Pm al riguardo determina la violazione dell’articolo 521 Cpp ove si fosse ritenuto configurabile, per tale episodio, il reato di peculato, a prescindere dal non secondario rilievo che, comunque, si sarebbe trattato di un uso del tutto occasionale ed eccezionale e, come tale, non idoneo ad integrare l’ipotesi di tale reato.
Nel richiedere l’integrale rigetto del ricorso del Pm la difesa dell’imputato ha invocato che questa Corte, ex articolo 619 Cpp, anche d’ufficio, provvedesse direttamente alla rettificazione della formula di proscioglimento nel senso di insussistenza del fatto di appropriazione della cosa mobile appartenente alla pubblica amministrazione, sostituendo, quindi, alla formula usata dal tribunale quella “perché il fatto non sussiste”.
Ed invero, quanto al motivo sub 1), correttamente il tribunale decidente ha escluso, nella specie, la configurabilità della interversione del possesso o della disponibilità della cosa mobile di appartenenza della pubblica amministrazione, onde poter ragionevolmente ipotizzare la figura dell’appropriazione, necessaria ad integrare la contestata fattispecie di peculato.
Infatti, stante la motivata è comprovata utilizzazione delle vetture di servizio ad esclusiva uso di ufficio, ancorché in termini non ortodossi quanto a conformità alle disposizioni regolamentari della materia de qua, va esclusa la configurabilità della appropriazione, quale elemento materiale integrante il reato di peculato, ove, come nella specie, difatti l’“interversio possessionis”, attraverso un comprovato “animus rem sibi abendi” da parte del pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio, in relazione alla cosa mobile altrui di cui abbia il possesso o la disponibilità per ragioni del suo ufficio a servizio.
Tanto vale ad opportunamente “picchettare” l’ambito in cui l’uso dell’autovettura di servizio, con l’impiego dell’autista, può correttamente ritenersi esulante da ragioni di servizio (quali, inequivocamente invece va ricompressa l’ipotesi di accompagnamento casa-ufficio e viceversa) ove risulti comprovato l’uso, sia pur in via parziale e, comunque, temporalmente e giuridicamente apprezzabile, per mere ragioni personali di carattere privato, la cui valutazione peraltro, è riservata al potere discrezionale del giudice di merito che, ove accompagnato da sufficiente e non manifestamente illogico supporto motivazionale, è insindacabile in sede di legittimità, come del resto, questa Corte ha già più volte ribadito (cfr., tra le altre, Cassazione penale, sezione sesta, 1703/97 Zanella).
Se non vi è dubbio, come del resto lo stesso giudice di merito evidenzia, anche con “significativo reprimenda”, che la condotta dell’imputato possa eventualmente configurare aspetti rilevanti in altra e competente sede, stante il difetto delle condizioni autorizzanti l’uso delle vetture di servizio fuori dall’ambito comunale, è tuttavia da escludere che tale uso possa ragionevolmente e provatamente inquadrarsi in ambiti diversi dal necessario quadro logico-giuridico qualificante le ragioni di servizio, nel contesto delle intuibili, opportune e necessarie esigenze di servizio perché il funzionamento dell’ufficio possa essere utilmente, tempestivamente e concretamente assicurato.
In tal modo, dovendosi correttamente ritenere che, come esattamente rileva il giudice di merito nella sentenza impugnata e ribadisce l’imputato nella sua memoria difensiva in atti, il bene oggetto della asserita appropriazione è sempre rimasto, per contro, nell’ambito della sua normale destinazione giuridica, ossia è rimasto, in termini sostanziali e di funzionalità, nella sfera di possesso della pubblica amministrazione.
Il motivo sub 2) è manifestamente infondato, posto che il relativo episodio, cui intuibilmente si riferisce il ricorrente (accompagnamento a Sabbioneta per la mostra di antiquariato), non risulta giammai contestato né formalmente né implicitamente in fatto, come è da rilevare anche da una semplice verifica letterale del capo d’imputazione, né vi è traccia di iniziativa tempestiva e rituale da parte dell’ufficio del Pm agli effetti di una “sanatoria” della lacuna della imputazione, attraverso la procedura della contestazione suppletiva ex articoli 520 e 521 comma 2 e 3 Cpp, come esattamente si è rilevato nell’impugnata sentenza (fol. II), il tutto a prescindere dalla pur corretta censura in merito alla asserita non configurabilità del reato contestato, stante l’“episodicità” del fatto, in difetto della “reiterazione della condotta”.
Parimenti infondato è il motivo sub 3).
Correttamente, infatti, i giudici del tribunale anconetano (cfr. fol. 12), hanno motivatamente escluso la configurabilità dell’ipotesi di abuso di ufficio, in via subordinata invocata dall’accusa.
In proposito, a prescindere dal non marginale e significativo riferimento al carattere tipizzante il dolo per la fattispecie in oggetto, che, secondo l’argomentato avviso dell’imputato, va escluso nella specie, la pur accertata violazione di un complesso di disposizioni regolanti la materia (crf. il puntuale richiamo ai foll. 5-6 della sentenza impugnata, ripreso dall’ufficio ricorrente nel motivo sub 3)), non può valere ad integrare i necessari caratteri di violazione di norme di legge o di regolamento, richiesta ad substantiam per la configurabilità del rato di abuso di ufficio, a titolo di “mezzo” per la perpetrazione di detto reato, posto che i decreti presidenziali e le relative circolari in materia non assumono né il carattere formale e sostanziale di cogenza autonoma “uti universi” tipicizzante le norme di legge, anche agli effetti della rilevanza penale delle condotte in violazione delle cennate disposizioni (come puntualmente rileva la difesa dell’imputato ai foll. 6-7 citati della memoria in atti), né quello del regolamento, per difetto di contenuto di efficacia primaria o secondaria erga omnes, risolvendosi in disposizioni regolamentari il funzionamento “interno” dell’ufficio e, come tali correttamente qualificabili come normativa ad efficacia interna che non può essere ricompressa nella sfera di “tipica” violazione di legge e regolamento, cui si richiama l’articolo 323 Cp.
Di qui l’inconfigurabilità della figura delittuosa prospettata dall’accusa in via subordinata.
Non merita accoglimento la richiesta fatta dalla difesa dell’imputato a conclusione della sua memoria in atti, posto che, pur essendo sostanzialmente fondata, avuto riguardo al tenore della decisione in esame, non può trovare accoglimento in questa sede, non potendo operare il disposto di cui all’articolo 619 Cpp, in difetto di impugnazione da parte del Grassi sulla formula di assoluzione ex articolo 593, in combinato disposto con l’articolo 529 ss. Cpp.
In conclusione, alla stregua delle anzidette argomentazioni, le censure dedotte in ricorso dal Pm sono infondate e, pertanto, il gravame va rigettato.
Cassazione Penale – Sezione sesta
Sentenza 24 ottobre - 27 novembre 2002, n. 40148
1. Con sentenza in epigrafe la Corte di appello di Roma ha confermato integralmente quella del Tribunale della città in data 7 Xxxxxxxxx 1999 con la quale Carlo Xxxxxxxxx e Marco Yyyyyyyy sono stati condannati alle pene ritenute di giustizia per i reati di peculato. Il primo – secondo la tesi accusatoria fatta propria dai giudici di merito – quale tesoriere del Consorzio pubblico di via del Mandriane si appropriava di provviste del conto corrente 3845, intestate a lui e al Presidente Santangeli (deceduto il 14 maggio 1991), rendendosi responsabile di ben nove episodi del delitto in questione, da solo o in concorso con altre persone la cui posizione non rileva più in questa sede, salvo per quel che riguarda il capo C, i cui fatti sono addebitati al Xxxxxxxxx in concorso con l’altro odierno ricorrente Marco Yyyyyyyy, capo che – da solo – concerne l’appropriazione di importi portati da assegni pari a novanta milioni. Con la stessa sentenza veniva anche rigettato l’appello proposto dalla parte civile Gaetano Scala.
2. Si trattava – secondo la sentenza impugnata – di vere e proprie erogazioni di denaro del Consorzio fatte dal duo Xxxxxxxxx-Santangeli, abilitati a operare con firma congiunta sul conto bancario dell’ente, in favore proprio nonché di altri soggetti indicati nei capi di imputazione, in mancanza di qualsiasi rispondenza a necessità del consorzio, o non riconducibili ad adeguate controprestazioni rese in favore dello stesso. La Corte non dava alcun credito, anzitutto, alla tesi secondo cui le somme erogate in favore del defunto presidente (oltre novanta milioni) fossero state date per prestazioni di “pulizia delle strade” che sarebbe stata svolta dal medesimo di persona, come non prestava fede al fatto che le somme incassate dal Xxxxxxxxx, portate da svariati assegni per complessivi 250 milioni circa, alcuni intestati a suoi congiunti, riguardassero pretesi compensi dovuti per l’attività di consulente tecnico del consorzio di cui era “tesoriere” (consulenza che secondo il Xxxxxxxxx costituiva da molti anni “l’attività di famiglia”), senza la benché minima documentazione di supporto, non solo di natura economica (parcelle, fatture) ma neppure tecnica (progetti, disegni, contabilità relativa a lavori stradali, direzione lavori o altro), ovvero in presenza di documentazione priva di qualsiasi autenticità. Senza alcuna traccia documentale erano stati, poi, eseguiti anche i lavori commissionati alla società di cui il Yyyyyyyy era rappresentante. Rimaneva, infine, sprovvisto di qualsiasi seria giustificazione l’incasso da parte del Xxxxxxxxx di tre assegni per circa 65 milioni (poi, peraltro, restituiti, ma senza alcun effetto sulla completezza della figura criminosa) a firma del defunto presidente, dopo la sua morte (incasso che sarebbe avvenuto inverosimilmente senza che il Xxxxxxxxx fosse a conoscenza della morte del Santangeli – che invece doveva conoscere benissimo in quanto l’ultimo assegno era stato incassato solo quattro giorni prima dell’assemblea convocata per la nomina del successore – e il cui importo sarebbe stato elargito per prestazioni del Xxxxxxxxx ed eventualmente di altri fornitori).
3. Propongono ricorso entrambi gli imputati.
4. Il Xxxxxxxxx deduce due motivi.
5. Col primo censura la sentenza per mancata assunzione di prove decisive e vizio di motivazione. Si sostiene, in sintesi, che i giudici di appello avevano ritenuto la responsabilità degli imputati semplicemente sulla mancata produzione di titoli giustificativi comprovanti l’avvenuta esecuzione dei lavori in corrispettivo dei quali sarebbero state erogate le somme che – secondo la tesi accusatoria recepita in sentenza – sarebbero state oggetto di peculato; sul punto si era richiesta, sia in primo sia in secondo grado, l’acquisizione dei verbali della “deputazione consortile presso il comune di Roma” ove erano indicati e approvati sia i preventivi che i consultivi di spesa per gli anni in contestazione.
6. Si duole col secondo mezzo, in linea di mero diritto, del fatto che, nella specie, sarebbe ricorso, al più, il reato di abuso di ufficio, figura criminosa in cui sarebbero confluiti – dopo la riforma del 1990 dei reati dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione – tutti i fatti di peculato per distrazione quali quelli contestati nel presente giudizio.
7. Il Yyyyyyyy a sua volta deduce tre motivi.
8. Col primo si duole – senza specificazioni ulteriori – della valutazione della prova testimoniale ritenuta del tutto generica.
9. Si duole quindi, col secondo, del mancato espletamento di una perizia per l’accertamento dei lavori eseguiti dalla società di cui era rappresentante (ciò che avrebbe comportato la nullità della sentenza).
10. Col terzo, motivo, infine, deduce la nullità della sentenza per difetto di motivazione sul richiesto giudizio di prevalenza delle attenuanti generiche sulle contestate aggravanti, valutazione denegata “considerata la natura di dette aggravanti”.
11. Il ricorso del Xxxxxxxxx non è fondato.
12. Col primo motivo il ricorrente si duole del fatto che la Corte di merito si sarebbe rifiutata di assumere la “prova concreta e non meramente formale” circa i lavori effettuati, mancando di acquisire i verbali della deputazione consortile presso il comune di Roma ove erano approvati sia i preventivi che i consuntivi di spesa. Sembra che la censura parta da un’ottica capovolta della realtà, come non ha mancato di rilevare – con motivazione ineccepibile – la corte di appello romana che non ha giustamente dato corso alla riapertura della istruzione sul punto. È vero, infatti, che la Corte aveva già assunto la prova concreta della inesistenza della quasi totalità delle opere o prestazioni professionali che gli imputati assumevano essere state realmente eseguite. Si pensi che tra la documentazione esibita figuravano addirittura titoli giustificativi di prestazioni effettuate in favore di altri consorzi, come si è potuto appurare anche attraverso il rilievo del codice fiscale non corrispondente a quello del consorzio di cui trattasi. I bilanci e le approvazioni di consuntivi e preventivi erano sì dati formali, contrariamente all’assunto della difesa, come spiegano i giudici di secondo grado i quali (pagina 13-14) hanno esattamente affermato che la formale corrispondenza dei dati di bilancio (pur data per ammessa) non avrebbe comunque potuto comprovare alcunché stante la “assoluta mancanza dei titoli giustificativi delle spese per difetto di ogni prova in merito ai lavori che sarebbero stati effettuati a beneficio del consorzio” onde, con l’assunzione della prova richiesta, non si sarebbe mai potuta escludere “la tranquillante certezza che le erogazioni di denaro del consorzio elencate nei capi di imputazione siano state destinate a profitto dei beneficiari piuttosto che al pagamento di opere e servizi in favore dell’ente”. La corte romana, con tali affermazioni non ha, quindi, posto in essere la violazione di cui all’articolo 606, lettera d) Cpp chiarendo appieno le ragioni discrezionali che le competono in ragione delle prove già acquisite, dando – attraverso l’indiscusso dato della mancanza di qualsiasi documento giustificativo – ragionevole risposta anche alla affermazione defensoriale secondo cui non poteva immaginarsi che il Xxxxxxxxx non avesse percepito alcun compenso per l’attività svolta per il consorzio (egli avrebbe percepito “legittimamente”, come risultante dalla perizia, la sola somma di lire 7.511.829 per rimborso di spese sostenute per l’attività del consorzio).
13. Quanto al secondo motivo, concernente la qualificazione dei fatti attribuiti al Xxxxxxxxx e ai correi (non assolti nei gradi di merito) la difesa ha sostenuto che non concreterebbe il reato di peculato la dazione indebita da parte del pubblico ufficiale di denaro pubblico a terzi privati a loro esclusivo profitto, rientrando l’ipotesi criminosa, più correttamente, in quella dell’abuso di ufficio soprattutto in considerazione del fatto che con la riforma del 1990 dei reati pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione si è eliminata, tra le varie condotte con le quali può configurarsi il delitto di cui all’articolo 314 Cp, quella della distrazione del denaro o della cosa mobile altrui, figura che, proprio per tale interpolazione legislativa, sarebbe confluita nel “contenitore residuale” dell’abuso di ufficio.
14. Questa Corte è pienamente consapevole della circostanza che la tesi è stata sostenuta da autorevole dottrina (anche se dottrina altrettanto autorevole l’ha confutata).
Ritiene, tuttavia, che l’opinione non sia condivisibile (come già questa stessa sezione si è pronunciata: vedi sezione sesta, udienza pubblica, 6317/94), Contino, rv 198883) per le ragioni che seguono.
15. Elemento centrale della fattispecie astratta del peculato è rimasto, pur dopo la riforma del 1990, quello della appropriazione da parte del pubblico ufficiale (o dell’incaricato di pubblico servizio) del denaro o della cosa mobile altrui di cui abbia il possesso o la disponibilità per ragioni di ufficio. Quando del denaro o della cosa mobile altrui sia beneficiato un terzo semplice privato, è chiaro che non è quest’ultimo ad “appropriarsi” della cosa, ma è pur sempre il pubblico ufficiale che ne ha il possesso o la disponibilità sia pure allo scopo di farne beneficiare il terzo che è correo, del pubblico ufficiale ove sia consapevole di tale qualità necessaria per la realizzazione del reato proprio nell’autore del fatto e nel concorso di ogni altra condizione di cui all’articolo 117 Cp.
16. D’altra parte è del tutto indifferente il fatto che il pubblico ufficiale si appropri della risorsa (denaro o altra cosa mobile) altrui per sé o che se ne appropri per altri: le conseguenze non mutano sul piano dell’offensività del bene protetto che è pur sempre l’illegittima destinazione impressa alla risorsa alla quale viene attribuita una finalità diversa da quella datale dall’ordinamento con il suo esaurimento definitivo; e non sarebbe proprio dato scorgere per quale ragione l’appropriazione a beneficio di terzi dovrebbe avere un trattamento giuridico più favorevole rispetto all’appropriazione per sé, ove si consideri – si ripete – l’identità della condotta appropriativi e della lesione del bene giuridico protetto.
17. Né potrebbe sostenersi a questo punto che non avrebbe significato l’eliminazione della parole “distrazione” dal testo dell’articolo 314 Cp. Sono, infatti, numerosi i comportamenti distrattivi transitati effettivamente nella figura delittuosa dell’abuso di ufficio. Una tale diversa configurazione resta però riservata, ad avviso del collegio, a quei casi in cui permanga la destinazione pubblica del bene anche se diversa da quella originariamente impressa dall’ordinamento, di modo che la cosa o il denaro non siano sottratte, definitivamente esaurendosi, da una destinazione comunque pubblica (possono immaginarsi, ad esempio, nell’ambito di una stessa pubblica amministrazione, la destinazione di risorse a scopi diversi da quelli ai quali sono destinati, ovvero la destinazione di fondi di una pubblica amministrazione al conseguimento di finalità di un’altra pubblica amministrazione, o figure similari, nelle quali le risorse stesse siano stornate dall’una all’altra finalità pubblica: il che spiegherebbe agevolmente un diverso e meno grave trattamento sanzionatorio nei confronti di comportamenti caratterizzati da un minor grado di offesa degli interessi della pubblica amministrazione).
18. Nel caso tutti i comportamenti indicati nei capi di imputazione che riguardano il presente processo rientrano in definitiva nella figura del peculato, sia che si tratti di assegni firmati dal Xxxxxxxxx sia dal Santangeli a loro vantaggio proprio o reciproco, sia che si tratti di assegni firmati in favore di terzi privati beneficiari.
19. Il ricorso del Xxxxxxxxx va, quindi, rigettato.
20. Deve invece essere dichiarato inammissibile il ricorso del Yyyyyyyy in considerazione della assoluta mancanza di specificità dei primi due motivi e della manifesta infondatezza del terzo, in quanto nessuna aggravante era stata contestata nel capo che lo riguarda e in nessuna parte delle due sentenze di merito si rinviene la frase sopra riportata sul giudizio di valenza fra attenuanti e aggravanti.
21. In conclusione, mentre il ricorso del Yyyyyyyy va dichiarato inammissibile, quello del Xxxxxxxxx va rigettato. Entrambi gli imputati vanno condannati in solido al pagamento delle spese processuali e il Yyyyyyyy anche a quello della somma di cinquecento euro a favore della cassa delle ammende. I predetti vanno anche condannati in solido alla rifusione delle spese di questa fase in favore delle costituite parti civili, liquidate come in dispositivo.
Dichiara inammissibile il ricorso di Yyyyyyyy Marco; rigetta il ricorso di Xxxxxxxxx Carlo; condanna entrambi i ricorrenti in solido al pagamento delle spese processuali e il Yyyyyyyy a quello della somma di cinquecento euro in favore della cassa delle ammende; condanna i predetti in solido a rimborsare alle parti civili, comune di Roma e Scala Gaetano, le spese di questa fase, liquidate, quanto al comune di Roma, in euro 2.500,00 oltre Iva e Cpa, e, quanto allo Scala, in euro 2.478,99 ivi compresi 408 euro per Iva e Cpa relativamente ad euro 2.000,00 riconosciuti a titolo di onorari.
Cass. Pen. 6^ Sez. – Sent. 24 giugno -13 settembre 2002, n. 30751
Con sentenza emessa il 16 gennaio 2001 il giudice dell’Udienza Preliminare presso il Tribunale di Campobasso dichiarava non luogo a procedere, perché il fatto non sussiste, nei confronti di Carrozzi Rocco in ordine al reato di cui agli articoli 81, comma secondo e 314 comma secondo Cp, per essersi, in qualità di dipendente del provveditorato alle opere pubbliche per il Molise di Campobasso, con più azioni esecutive nel medesimo disegno criminoso, appropriato momentaneamente del telefono attivatogli in ragione del suo ufficio, effettuando 64 chiamate per motivi personali dal 31 marzo al 3 giugno 1998.
Rilevava il gup che la sporadicità e l’importo esiguo delle telefonate escludevano il configurarsi di quel comportamento «uti dominus» che vede caratterizzate anche la condotta «appropriativa di cui alla nuova ipotesi del peculato d’uso prevista dal comma 2 dell’articolo 314 Cp..
Propone ricorso il Procuratore della Repubblica presso il tribunale di Campobasso, deducendo che il giudicante ha arbitrariamente introdotto una sorta di «soglia di punibilità» che, in alcun modo, risulta contemplata nel disposto contenuto nella fattispecie punitiva.
Peraltro, anche il rilievo secondo cui l’articolo 323 bis Cp contempla una specifica circostanza attenuante per i casi di «particolare tenuità» del reato attesta come il legislatore ha ritenuto meritevoli di sanzioni penali anche le condotte del pubblico ufficiale che risultano prive di peculiari connotazioni di gravità, antisocialità e riprovevolezza.
Peraltro, osserva ancora il PM ricorrente, nel caso in esame anche i dedotti «margini di tolleranza» sono stati ampiamente prevaricati: l’imputato, infatti, non si è avvalso del telefono in maniera episodica, effettuando, per così dire, una telefonata ogni tanto, ma lo ha usato, al contrario, in modo sistematico, effettuando ben 64 chiamate, anche non urbane, nell’arco di circa due mesi.
Il ricorso merita accoglimento nei termini di seguito precisati:deve rilevarsi che a seguito della novella del ’90 il delitto di peculato è previsto solo in relazione alla condotta di «appropriazione», consistente, come è noto, nel comportarsi nei confronti della cosa altrui, di cui si abbia il possesso o la disponibilità per ragioni di ufficio o servizio, «uti dominus», attuando una inversione del titolo del possesso (cfr., tra le altre, Cassazione, 10 giugno 1993, pm contro Ferolla).
L’introduzione, poi, della ipotesi del peculato d’uso, di cui al comma 2 del nuovo articolo 314 Cp, ha identificato una condotta nella quale l’uso della cosa è affermativo di un agire «uti dominus» senza il carattere della definitività.
In tale fattispecie viene inquadrato, nel capo di imputazione contestato all’imputato l’utilizzo per chiamate private dell’apparecchio telefonico fisso in dotazione all’ufficio.
Posto che la condotta dell’imputato è consistita nella ripetuta utilizzazione della utenza telefonica del provveditorato alle opere pubbliche per il Molise va precisato che, in questo caso, si è verificata una vera e definitiva appropriazione degli impulsi elettronici attraverso il quali si trasmette la voce, atteso che l’articolo 624, secondo comma, Cp dispone che «agli effetti della legge penale, si considera cosa mobile, anche l’energia elettrica ed ogni altra energia che abbia valore economico».
Se, quindi, il pubblico ufficiale e l’incaricato di pubblico servizio, disponendo, per ragione dell’ufficio o del servizio, dell’utenza telefonica intestata alla pubblica amministrazione, la utilizza per effettuare chiamate per interesse personale il fatto lesivo si sostanzia non nell’uso dell’apparecchio telefonico quale oggetto fisico, come ritenuto in sede di merito, bensì nell’appropriazione, che attraverso tale uso si consegue, delle energie, entrate a far parte nella sfera di disponibilità della pubblica amministrazione occorrenti per le conversazioni telefoniche.
Ad inquadrare l’ipotesi in esame nel peculato ordinario di cui al primo comma dell’articolo 314 Cp considerato che non sono immediatamente restituibili, dopo l’uso, le energie utilizzate (vedi Cassazione sesta sezione penale 14 novembre 2001, Chirico).
Ciò chiarito in via generale, deve osservarsi che, nel concreto assetto dell’organizzazione pubblica, viene in rilievo una sfera di utilizzo della linea telefonica dell’ufficio per l’effettuazione di chiamate personali che non può considerarsi esulante dai fini istituzionali, e nella quale, quindi, non si realizza l’evento appropriativo descritto. Si tratta delle situazioni in cui il pubblico dipendente, sollecitato, durante l’espletamento del servizio, da impellenti esigenze di comunicazione private, finirebbe, ove non potesse farvi rapidamente fronte tramite l’utenza dell’ufficio, per creare maggior disagio all’amministrazione sul piano della continuità e/o della qualità del servizio. In questi casi, verificandosi una convergenza fra il rispetto di importanti esigenze umane e il più proficuo perseguimento dei fini pubblici, la stessa amministrazione ha interesse a consentire al dipendente l’utilizzo privato della linea d’ufficio.
Di tale realtà si rinviene un preciso riscontro formale nel decreto del ministro per la funzione pubblica del 31 marzo 1994 (in Gazzetta ufficiale del 28 giugno 1994, numero 149), e, nel definire (in ossequio al disposto dell’articolo 58 bis del decreto legislativo 29/1993) il codice di comportamento dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni, ha specificatamente previsto che in «casi eccezionali» il dipendente può effettuare chiamate personali dalle linee telefoniche dell’ufficio. Recita, infatti, testualmente la prima parte del comma 5 dell’articolo 10 del citato decreto ministeriale: «salvo casi eccezionali dei quali informa il dirigente dell’ufficio, il dipendente non utilizza le linee telefoniche dell’ufficio per effettuare chiamate personali». Statuizione nella quale, chiaramente, l’informativa al dirigente dell’ufficio riveste natura di mero adempimento formale, che, al di là delle conseguenze disciplinari che possono derivare dalla sua violazione, non condiziona l’autonoma e sostanziale rilevanza «derogatoria» ai fini del discorso che qui interessa, del «caso eccezionale» (cfr. Cassazione, sezione sesta, 23 ottobre 2000 Di Maggio).
Applicando i principi illustrati al caso in esame non può escludersene la rilevanza penale, sia pure nell’ambito della fattispecie contestata ex articolo 314 secondo comma Cp, non essendo stato accertato in fatto dal giudice di merito se le telefonate (che per il loro numero, 64, in verità non sembrano rivestire né il carattere della episodicità né tantomeno quello della sporadicità), siano state fatte eccezionalmente dal prevenuto, in quanto effettivamente «compulsato da rilevanti e contingenti esigenze personali».
Per quanto sopra va disposto l’annullamento della sentenza impugnata, con rinvio al Tribunale di Campobasso.