Source: http://infermieristicaforense.it/
Timestamp: 2017-04-28 00:19:52+00:00
Document Index: 154706911

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 2', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 32', 'art. 571', 'art. 8', 'art. 33', 'art. 605', 'art. 610', 'art. 572', 'art. 3']

- per le dimensioni dei contesti sociali dai quali consegue una richiesta qualificata di assistenza e prestazioni sanitarie; - per l’efficienza, l’efficacia, l’affidabilità, la sicurezza delle tecniche produttive; I cittadini utenti sono certamente edotti sul progresso delle tecniche di diagnosi e terapeutiche e sono i primi a sostenere il ricorso al miglior utilizzo di un e.m.
IDENTIFICAZIONE CORRETTO UTILIZZO TECNOLOGIE RISCHIO PERICOLO RESPONSABILITÀ DIRITTI-DOVERI LEGISLAZIONE
Tale definizione non è però ancora sufficiente ed esaustiva. Oltre ad essere munito di connessione elettrica, “l’apparecchio elettrico deve entrare in contatto fisico o elettrico col paziente e/o trasferire energia verso o dal paziente e/o rilevare un determinato trasferimento di energia verso o dal paziente” Possiamo quindi al momento sintetizzare che un elettromedicale:
La Normativa Italia CEI 62-5 e la Normativa Europea CEI EN 60601-1 indica che …L’apparecchio elettrico deve entrare in contatto fisico o elettrico col paziente… Possiamo definire una parte applicata …complesso delle parti dell’elettromedicale che entrano in contatto con il paziente in trattamento o portate in contatto con esso durante l’utilizzo…
4) errate programmazioni del fabbisogno di formazione professionale. Il prolungamento dell’età lavorativa delle riforme del sistema pensionistico avrebbe certamente compromesso la dinamicità necessaria a sostenere lo stress del lavoro infermieristico nelle corsie, nei servizi, nelle unità operative a ciclo continuo, con gravi conseguenze sulle cure assistenziali elargite ai cittadini. Per questi motivi era stata avviata dal 29 dicembre 1999 una vertenza sindacale nazionale che riconoscesse il lavoro infermieristico come usurante. Il decreto “Salvi” pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 4 settembre 99 sull’individuazione delle attività usuranti con lo stralcio dei lavori della sanità ricompresi, allora, nei servizi di Pronto Soccorso, Chirurgia d’Urgenza, Rianimazione, era da ritenersi, infatti, in palese contrasto con le indicazioni contenute della Costituzione agli articoli 3 e 32, nonché violazione del principio di uguaglianza, pari opportunità e dignità sociale di fronte alla legge quando essa abbia una efficacia “ad personam” piuttosto che “erga omnes”.
Tenendo sempre alta l’attenzione sulla condizione infermieristica in ordine al già citato carico di lavoro, alla tipologia delle attività e alla inadeguatezza delle dotazioni organiche rispetto alle indicazioni contenute nella Riforma del Pubblico Impiego d.lgs 80/98 e successive modificazioni, ho sempre ritenuto doveroso, legittimo ed improcrastinabile l’inserimento della professione infermieristica, ad iniziare da tutto il personale turnista e non solo dei servizi di Pronto Soccorso, Chirurgia d’Urgenza, Rianimazione, tra le attività usuranti per il conseguente beneficio del trattamento previdenziale ai fini della quiescenza nella misura di x mesi all’anno per anno lavorativo. Non si comprendeva il motivo per il quale un operaio “adibito a lavorazioni in cassoni ad aria compressa” avesse diritto al beneficio dell’attività usurante e non invece l’infermiere “adibito a lavorazioni in camera iperbarica”. Il riscontro alla vertenza nel Febbraio 2000 da parte della Presidenza del Consiglio on. M. D’Alema e della Presidenza della Repubblica on. Carlo Azeglio Ciampi con la comunicazione “che la commissione di studio presso il Ministero del Lavoro provvederà a valutare la succitata istanza”, attestava la bontà dell’iniziativa e tracciava un percorso che oggi, nell’Aprile 2011 si può dire compiuto: con decorrenza Luglio 2009, tra i lavori usuranti con la previsione dei benefici previdenziali per tutti gli addetti a mansioni particolarmente faticose e per cui è richiesto un impegno psicofisico intenso e continuativo, condizionato da fattori che non possono essere prevenuti da idonee misure, è ricompreso il personale turnista con almeno 64 turni notturni, e quindi a pieno titolo i lavoratori infermieri e sanitari che prestano attività in unità operative a ciclo continuo.
di andata e ritorno dal lavoro a casa che collega due luoghi di lavoro nel caso di lavoratore con più rapporti di lavoro di andata e ritorno dal luogo abituale di consumazione o acquisto del pranzo (in caso di assenza della mensa aziendale) In riferimento al punto n. 2, rientra l’ipotesi dell’espletamento di un unico rapporto di lavoro con una azienda che viene attuato con trasferimenti temporanei o trasferte in sedi differenti rispetto alla sede di assegnazione primaria (es. lavoro imprese di pulizie, vigilanza, assistenza domiciliare, ect).
L’infortunio in itinere deve quindi avvenire in occasione del lavoro, deve essere strettamente collegato alle mansioni lavorative, con il limite del rischio elettivo, cioè il rischio scelto e deciso senza necessità. Fondamentale risulta essere, a parere dello scrivente, la sentenza della Suprema Corte di Cassazione quando afferma che “il rischio generico aggravato che il lavoratore può incontrare nei periodici viaggi per tornare alla propria famiglia non può dirsi una libera scelta e deve ritenersi, al pari di chi lo affronti giornalmente, conseguente al lavoro e perciò indennizzabile”.
E certamente utile aggiungere che è irrilevante il tipo di mezzo utilizzato, purché rientri in quelli ammessi alla circolazione. Sono indennizzabili anche gli infortuni in itinere occorsi su mezzi pubblici e a piedi, sempre la Cassazione infatti ha affermato che “anche il lavoratore pedone affronta lo stesso rischio del lavoratore che si reca sul posto di lavoro con auto privata o mezzo pubblico”, sempre che l’incidente avvenga lungo il suo percorso ordinario. Con la stessa forza, è necessario richiamare la vs. attenzione sul fatto che eventuali interruzioni o deviazioni dal percorso, qualora non ritenute necessarie o del tutto indipendenti dal lavoro non danno corso all’infortunio in itinere, che al contrario viene riconosciuto in caso di interruzioni e deviazioni necessarie dovute a:
esigenze essenziali e improrogabili per l’adempimento di obblighi penalmente rilevanti (soccorso in caso di incidenti)
Obblighi del lavoratore Analogamente al normale infortunio occorso nell’esecuzione delle proprie mansioni lavorative, anche nel caso di infortunio in itinere il lavoratore è obbligato a darne notizia immediata al datore di lavoro, il quale ha l’obbligo di denunciare il fatto all’INAIL entri tre giorni dalla ricevuta comunicazione. In caso contrario, qualora il datore di lavoro non abbia fatto denuncia non essendo venuto a conoscenza dell’infortunio, il lavoratore perde il diritto all’indennità di legge per i giorni antecedenti a quello in cui il datore di lavoro ne ha avuto notizia. Il lavoratore deve inoltre sottoporsi, salvo giustificato motivo, alle cure mediche e chirurgiche ritenute necessarie dall’Istituto assicuratore; l’ingiustificato rifiuto comporta penalizzazione sulle prestazioni economiche. E’ giurisprudenza consolidata che l’obbligo della reperibilità alle visite fiscali previsto per la malattia non è valido nel caso di infortunio (es. Cassazione 20 febbraio 1999, n. 1452).
n. 15 del 1963, delega al Governo di emanare norme intese a disciplinare l’infortunio in itinere rinnovata con il Dpr 1124 del 1965 legge n. 144 del 1999 (articolo 55) e conseguente decreto legislativo n. 38 del 2000 (articolo 12): chiarisce che è indennizzabile l’infortunio subito lungo il normale percorso di andata e ritorno da casa al lavoro (tranne i casi di interruzione e deviazione) L’art. 2 del T.U. dpr 1124 del 1965 nel definire il concetto di infortunio rilevava tre elementi essenziali perché l’evento stesso fosse indennizzabile: deve trattarsi di causa violenta; deve sussistere l’occasione di lavoro; deve determinarsi una inabilità al lavoro (permanente o temporanea). Oltre a quanto sopra, nel caso di infortunio in itinere assumono rilevante importanza l’iter ed il mezzo di trasporto. Il concetto di mezzo di trasporto appare assai più complesso perché assume particolare rilievo lo stabilire se il mezzo stesso sia fornito dal datore di lavoro, se risulti di proprietà del lavoratore o di terza persona e se il lavoratore stesso, in assenza di quanto sopra, utilizzi un mezzo pubblico. Giurisprudenza
Nella sentenza della Corte Costituzionale 12/1/1971 n.8, sono individuati due elementi fondamentali quali “aggravanti” del rischio generico: l’iter e il mezzo di trasporto. E’ condizione essenziale e necessaria, ai fini della indennizzabilità del caso, che l’evento si sia verificato nel percorrere il tragitto che consente al lavoratore di recarsi direttamente sul luogo di lavoro ovvero dal luogo di lavoro alla propria abitazione. Una eventuale deviazione, non dipendente da ragioni di lavoro, esclude le indennizzabilità del caso poiché è venuto meno quel nesso eziologico in precedenza stabilito tra il lavoro e la strada percorsa, configurandosi, quindi, un rischio generico comune, il cui nesso va ricercato tra l’iter e la personale necessità che il lavoratore vuole soddisfare con l’avvenuta deviazione. Non possiamo tralasciare la sentenza 1536/78 della Corte di Cassazione, nella quale, oltre a ribadire importanti principi in materia di “occasione di lavoro” e di “indennizzabilità dell’infortunio in itinere”, focalizza aspetti importanti riguardanti l’utilizzo dei mezzi propri diversi da quelli pubblici, affermando che l’utilizzo del mezzo privato trovi riscontro nella prestazione lavorativa con un nesso obiettivamente apprezzabile e quindi di riferimento (anche) alle esigenze di vita del lavoratore. Si evidenzia, a sostegno di quei principi, l’ipotesi di un mezzo pubblico che copra solo parzialmente il percorso tra il luogo di lavoro e la residenza del lavoratore ovvero nel caso in cui vi sia copertura completa, gli orari di trasporto non siano coincidenti con i turni di servizio svolti dal lavoratore.
E’ indennizzabile l’infortunio in itinere anche nel caso di utilizzo del mezzo privato, purchè necessitato. Ne consegue che l’assicurazione non opera nel caso in cui l’infortunio si sia verificato nel tragitto percorso dal lavoratore col motorino per recarsi nella propria abitazione durante la pausa pranzo, ove risulti accertato che la necessità di fare ricorso a tale veicolo è esclusa dalla vicinanza del posto di lavoro e della possibilità di effettuare il percorso sia interamente a piedi, sia utilizzando per una parte un mezzo di trasporto pubblico (cass. civ. sez. lavoro 7 agosto 2003 n. 11917) La corte di cassazione ha confermato una sentenza di merito che escludeva l’indennizzabilità dell’infortunio occorso al lavoratore che invece di parcheggiare l’auto nel parcheggio aziendale, aveva scelto per propria comodità il diverso parcheggio, meno distante, ma comportante l’elevatissimo rischio, anche per l’ora notturna, dell’attraversamento della strada davanti allo stabilimento, funestata da vari incidenti anche mortali.
A cura di Graziano Lebiu, infermiere RLS ASL Cagliari Master in Diritto del Lavoro e Sindacale
dall’art. 32 della Costituzione: “I trattamenti sanitari che di regola sono volontari possono essere obbligatori solo se previsti dalla legge e nei limiti del rispetto della persona umana”. dal Codice Penale art. 571: ”Chiunque abusa di mezzi di contenzione o di disciplina in danno di una persona sottoposta alla sua autorità, o a lui affidata per ragioni di educazione, cura o vigilanza, ovvero per l’esercizio di una professione, è punibile,se dal fatto deriva il pericolo di una malattia nel corpo o nella mente.”
avv. M. Marcellini, atti evento ECM “Illeciti Penali e Civili e violazioni di norme e regole in sanità: “Chi esercita una professione intellettuale quale quella infermieristica, ha il dovere, e il diritto, di agire nel rispetto ed entro i limiti della legge”. Ritengo che “le contenzioni” non possano essere disposte da motivazioni di carattere sanzionatorio o per compensare “comprovate” carenze organizzative: l’infermiere, in tal caso, deve potersi avvalere della clausola di coscienza prevista dall’art. 8 del Codice Deontologico in applicazione delle indicazioni cogenti di cui all’art. 33. Inoltre, in caso di ordine di servizio reiterato per iscritto, quando ne abbia contestato verbalmente la legittimità, può rifiutarsi di eseguirlo in quanto contiene la previsione di commettere più reati, dall’art. 605 del Codice Penale “il Sequestro di persona”, dall’art. 610 del Codice Penale “la Violenza privata”, dall’art. 572 del Codice Penale “i Maltrattamenti”. Essendo” le contenzioni” certamente riconducibili a pratiche terapeutiche di cui alla lettera d) art. 3 Profilo Professionale DM739/94, per le responsabilità conseguenti l’infermiere potrà direttamente o in concorso con altri “contenere” solo dietro una prescrizione medica “ex ante”, registrata nella cartella clinica e/o integrata, motivata e circostanziata rispetto alla durata del trattamento e al tipo di contenzione e modalità da osservare.
Infatti, rispetto all’avvalersi dello stato di necessità: difficilmente si può parlare di emergenza in riferimento ai trattamenti coercitivi, sono infatti sempre possibili altre opzioni; l’insorgenza dell’indicazione di “contenere” potrebbe essere diretta conseguenza di imperizia o negligenza dei sanitari, che hanno quindi concorso al “pericolo” al quale porre rimedio; il ricorso all’uso della forza non rappresenterebbe con assoluta certezza il punto di sintesi nel bilanciamento dei diversi interessi in gioco. Cosa significa “contenzione”? Una definizione potrebbe essere “realizzazione di uno stato di costrizione fisica e/o meccanica e/o farmacologica della libertà di movimento volontario della persona o del normale accesso al proprio corpo per mezzo di strumenti o dispositivi applicati al corpo stesso, a parti di esso o nell’ambiente circostante l’individuo”. Distinzioni delle contenzioni:
CONTENZIONE FISICA: Costrizione realizzata per bloccare fisicamente i movimenti di un paziente
CONTENZIONE FARMACOLOGICA: Interventi realizzati con la somministrazione di farmaci con l’obiettivo di sedare il paziente
2. Del divieto delle uscite dalle degenze delle unità operative per i primi giorni dopo e/o successiva limitazione a delle fasce orarie (giustificata dalla necessità di garantire una permanenza in degenza per monitorare l’azione delle terapie nel complesso e di alcuni farmaci nello specifico; 3. Di azioni e decisioni sviluppate contro la volontà dell’assistito e/o senza il consenso informato tenendo quindi in debita considerazione le sue condizioni di salute all’origine del trattamento e del relativo periodo di ricovero.
E’ paradossale che ci si debba interrogare sul ricorso alle contenzioni quando esse avvengano senza il consenso informato e addirittura contro il consenso del paziente che spesso oppone resistenza non solo mentale ma fisica. Ritengo in conclusione che il concorso della componente infermieristica alla pratica delle contenzioni possa essere sempre contrattato e valutato di caso in caso, assegnando una valenza determinante sia alla corretta applicazione delle procedure diagnostico terapeutiche sia alle prescrizioni mediche e alle direttive ricevute ma in ultimo e non per ultimo tenendo sempre ben presente che il consenso informato non deve essere “acquisito” o “estorto” o “rinviato sine die” per giustificare i trattamenti coercitivi quanto, piuttosto, per garantire un minimo di autodeterminazione all’utente nel momento in cui si incide sulla sfera delle sue libertà individuali: il prevalente accoglimento del principio di beneficialità su quello dell’autonomia per il quale il sanitario che ha in cura il suo assistito è autorizzato a decidere per lui e il suo bene, è tutto da discutere. Non possono restare lettera morta, per e nel processo di cura, i continui richiami, nei codici di deontologia infermieristica e medica, alla dignità, alla libertà, alla volontà dell’assistito e all’autonomia, alla responsabilità, all’agire secondo principi etici e deontologici dei professionisti sanitari, infermieri inclusi o se preferite infermieri non esclusi.
Cagliari – L’ambulante morto in psichiatria:accusati di sequestro sette medici Reparto psichiatria dell’ospedale Ss.Trinità 10 dicembre 2010 Clamoroso colpo di scena nel caso della morte dell’ambulante quartese G C. Sette medici del reparto psichiatria del Santissima Trinità di Cagliari sono stati accusati di sequestro di persona aggravato dall’abuso di potere.
(da L’Unione Sarda.it) Cagliari: Morte in psichiatria, affidata una nuova perizia
2 febbraio 2011 I periti dovranno dire chiaramente se esiste un nesso di causalità tra la somministrazione dell’aloperidolo e la morte di GC. Ieri mattina il giudice SN ha affidato una perizia agli stessi esperti che avevano escluso che la morte dell’ambulante quartese fosse dovuta a una tromboembolia. Avevano indicato come probabile causa del decesso la somministrazione di un farmaco pericoloso per il cuore, non a caso prima è obbligatorio l’elettrocardiogramma.