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Timestamp: 2020-06-02 10:55:02+00:00
Document Index: 14842701

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 617', 'art. 54', 'art. 572', 'art. 572', 'art. 612', 'art.572', 'Cass. Sez. ']

Notizie – Pagina 2 – Studio legale AVV. calogiuri
Riforma delle intercettazioni: il nuovo 617 septies c.p.
Il 29 dicembre scorso il Consiglio dei Ministri ha definitivamente approvato il decreto legislativo che riforma la disciplina delle intercettazioni nel processo penale attuando così la delega contenuta nell’art. 1, c. 84 della L. 23 giugno 2017 n.103.
La modifica entrerà in vigore dopo sei mesi dalla sua pubblicazione in Gazzetta Ufficiale (unica eccezione sarà per la nuova previsione relativa alla pubblicabilità dell’ordinanza di custodia cautelare che sarà invece efficace trascorso un anno), la pubblicazione al momento è prevista per gennaio.
Si tratta di un intervento riformatore che tenta, forse non riuscendoci, di comporre il difficile equilibrio tra la necessità per le Procure di utilizzare un così fondamentale strumento d’indagine e, dall’altro lato della bilancia, il diritto dei cittadini a non veder immotivatamente compresso il proprio diritto alla riservatezza e alla difesa.
Tralasciando commenti circa l’effettivo equilibrio di questa nuova disciplina la presente riforma tocca vari profili:
Numerose sono le novità dal punto di vista procedurale, come la previsione di un nuovo divieto di trascrizione delle comunicazioni o conversazioni ritenute non rilevanti per le indagini, la modifica della disciplina del deposito degli atti riguardanti le intercettazioni nonché di quella relativa alla selezione del materiale raccolto ed infine viene formalmente disciplinato l’utilizzato dei captatori informatici (i c.d. trojan).
Sicuramente di maggiore interesse per i non addetti ai lavori deve però essere ritenuta l’introduzione di una nuova norma penale sostanziale: all’art. 617 septies del codice penale viene prevista una nuova fattispecie di reato diretta a punire e reprimere la “diffusione di riprese e registrazioni telefoniche”.
Nel tratteggiare la nuova incriminazione il legislatore ha preso atto dei crescenti fenomeni antisociali, ormai spesso all’attenzione delle cronache, rappresentanti dal c.d. cyberbullismo, dal c.d. revenge porn e da tutti quei casi di diffusione non autorizzata di contenuti audio-video fraudolentemente raccolti ed ha tentato di porvi un freno.
La norma si fa carico di reprimere ,e conseguentemente punire con la pena della reclusione fino a 4 anni, “chiunque al fine di recare danno all’altrui reputazione o immagine, diffonde con qualsiasi mezzo riprese audio o video, compiute fraudolentemente, di incontri privati o registrazioni, pur esse fraudolente, di conversazioni, anche telefoniche o telematiche, svolte in sua presenza o con la sua partecipazione..” subordinando la procedibilità alla presentazione di atto di querela da parte della persona offesa.
Deve darsi adeguato rilievo alla tipizzazione di una fattispecie di reato a dolo specifico, essendo cioè essenziale che il soggetto che diffonde sia mosso dalla volontà “di recare danno all’altrui reputazione o immagine”.
Per dare maggiore consistenza a tale limitazione della rilevanza penale della condotta il legislatore, sempre nel tentativo di attuare quel difficile equilibrio di cui sopra si diceva, ha previsto delle ipotesi di esclusione della punibilità, ovverosia ipotesi in cui la diffusione dei suddetti materiali non deve essere ritenuta antigiuridica in quanto espressione dell’esercizio di diritti costituzionalmente garantiti.
La punibilità deve infatti ritenersi esclusa qualora la predetta diffusione derivi dall’utilizzazione dei materiali audio-video fraudolentemente in un procedimento amministrativo o giudiziario, esercitando quindi il diritto di difesa; la punibilità è altresì esclusa qualora la diffusione avvenga in esecuzione del diritto di cronaca.
Pertanto, continua a risultare pienamente lecita la raccolta di materiale audio-video mediante la registrazione di conversazioni a cui il soggetto che registra partecipa, per poi produrlo in giudizio o per produrre contenuti giornalistici che rispettino i confini del suddetto diritto, mentre acquista autonoma rilevanza penale la condotta di chi diffonda “con qualsiasi mezzo” (anche telematico es. whattsapp o facebook…) quel materiale al solo fine di ledere la posizione della persona protagonista di tali registrazioni.
Occupazione abusiva di immobile e stato di necessità.
La Corte di Cassazione (S. n. 54695/17) ha stabilito che non può ritenersi giustificata la condotta di occupazione abusiva permanente di un immobile tenuta dal padre di una bambina di 3 anni in conseguenza di una contingente situazione di difficoltà economica.
La predetta decisione consente di analizzare, trattando del crescente fenomeno dell’occupazione abusiva di immobili, gli estremi applicativi della causa di giustificazione dello stato di necessità previsto all’art. 54 c.p.
Secondo la suddetta norma “Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sè od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, nè altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo.”
Risulta essenziale quindi verificare se, e a quali condizioni, la condotta concretamente posta in essere da un soggetto in stato di emergenza abitativa possa ritenersi giustificata.
Deve innanzitutto chiarirsi cosa intendere per quel danno grave alla persona che deve spingere il soggetto all’azione illecita.
Con tale espressione si fa riferimento al rischio di lesione di tutti quei beni giuridici costituzionalmente tutelati concernenti l’essenza della persona stessa e i suoi bisogni primari.
Tale pericolo deve poi qualificarsi come altrimenti inevitabile, nel senso che la condotta tipica, astrattamente criminosa, posta in essere dal soggetto agente deve qualificarsi quale unico mezzo che il soggetto aveva a disposizione per evitare il danno.
Inoltre, il fatto concretamente posto in essere deve essere valutato come proporzionato rispetto al pericolo da evitare ed il pericolo deve qualificarsi come transeunte, ossia imminente, circoscritto nel tempo e nello spazio; non permanente o abituale in quanto, qualora il pericolo si qualificasse come permanente, si verrebbe a realizzare un’inammissibile espropriazione senza indennizzo, con conseguente indeterminata occupazione della proprietà (ex multis Cass. pen., sez. II, 43078/2014).
Tornando al caso di specie gli Ermellini hanno pertanto affermato che non si può ritenere giuridicamente e penalmente giustificabile la scelta di un padre di occupare permanentemente un alloggio popolare in dipendenza di una situazione di difficoltà economica, neppure qualora sia stato motivato dalla necessità di trovare accoglienza per la sua bambina di 3 anni.
Come già detto, quanto posto in essere deve inoltre essere qualificato quale unica condotta idonea a neutralizzare il pericolo, situazione che non può ritenersi ricorrente nel caso di cui trattasi, posto che l’imputato ben avrebbe potuto evitare in altro modo il suddetto rischio, ad es. rivolgendosi ad apposite strutture di accoglienza o volontariato.
– Cass. sez. V Pen. Sent. n. 54695/17, dep. 5/12/2017
Pubblicato il dicembre 5, 2017 dicembre 4, 2017
Art. 572 c.p.: Se i maltrattamenti continuano dopo la fine della convivenza.
L’art. 572 c.p. punisce la reiterazione abituale di comportamenti lesivi dell’integrità fisica e/o morale, della libertà o del decoro della vittima. Il delitto di “maltrattamenti in famiglia” è un delitto c.d. proprio dal momento che può essere commesso solo dal familiare o dal soggetto che sia comunque legato alla vittima da una relazione di “familiarità”. E’ ormai pacifico che nel concetto di famiglia appena richiamato, debba essere ricompresa anche la convivenza more uxorio, nonché “qualunque relazione sentimentale che, per la consuetudine dei rapporti creati, implichi l’insorgenza di vincoli affettivi e aspettative di assistenza assimilabili a quelli tipici della famiglia o della convivenza abituale».
Permanevano però dubbi interpretativi relativamente a condotte penalmente rilevanti poste in essere in un momento successivo rispetto alla cessazione della convivenza.
Per quanto riguarda la famiglia c.d. tradizionale, fondata sul matrimonio, la Giurisprudenza ritiene pacificamente applicabile l’art. 572 c.p. alla posizione del coniuge separato, mentre a seguito del divorzio eventuali condotte penalmente rilevanti risulteranno riconducibili al dettato dell’art. 612 bis c.p., rubricato “atti persecutori”, soluzione cui si giunge per effetto del venir meno dei doveri di rispetto reciproco, di assistenza morale e materiale e di solidarietà che nascono dal rapporto coniugale.
Riguardo la fine di una convivenza di fatto, la Corte di Cassazione ha recentemente chiarito che il compimento di continui atti di vessazione nei confronti dell’ex convivente rimane sussumibile nella più grave fattispecie di cui all’art.572 c.p. qualora, anche dopo la cessazione della convivenza stessa, permanga tra l’imputato e la vittima una necessità di relazione motivata dall’adempimento dei doveri verso prole nata dalla convivenza.
-Cass. Sez. VI Pen. Sent. n. 52723/17 dep. 20 novembre 2017