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Timestamp: 2018-06-19 21:50:18+00:00
Document Index: 161017975

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 1', 'art. 3', 'art. 23', 'sentenza ', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 38', 'art. 3', 'art. 38', 'art. 3', 'art. 23', 'art. 3', 'art. 2697', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 17', 'art. 27', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 17', 'art. 3', 'art. 1', 'art. 3', 'art. 38', 'art. 3', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 38', 'art. 3', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 3', 'art. 1', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 1', 'art. 24', 'art. 1', 'art. 24', 'art. 3', 'art. 1', 'sentenza ', 'sentenza ']

Cass. civ. Sez. lavoro, Sent., 30-10-2012, n. 18640
La Corte d'Appello di Brescia, con sentenza del 1.10 - 19.12.2009, in riforma della pronuncia di prime cure ed accogliendo il gravame proposto dalla Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza a favore dei Ragionieri e Periti Commerciali (qui di seguito, per brevità, indicata anche come Cassa) nei confronti di P.F., rigettò la domanda svolta da quest'ultimo di riliquidazione della pensione di anzianità (riconosciutagli con decorrenza dal 1.4.2006);
la domanda del pensionato concerneva in particolare la quota A della pensione (liquidatagli secondo il sistema reddituale), siccome ridotta per effetto delle diverse modalità di calcolo introdotte dalle intervenute modifiche regolamentari, nonchè in conseguenza dell'applicazione del cosiddetto coefficiente di neutralizzazione, con asserita violazione del principio del pro rata
A fondamento del decisum la Corte territoriale, ritenuta la non retroattività delle disposizioni di cui alla L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 763, e, al contempo, escludendo che detta normativa avesse sanato gli atti previamente adottati dagli enti, anche se in contrasto con il dettato originario della L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 12, reputò, sulla scorta di quanto affermato da giurisprudenza di questa Corte (in particolare Cass., n. 14701/2007), che il principio del pro rata non fosse applicabile a parametri non suscettibili di frazionamento nell'arco dell'intero periodo contributivo e quindi al sistema di calcolo della pensione, il cui computo doveva pertanto essere eseguito con riferimento alle norme in vigore al momento dell'accoglimento della domanda di pensionamento;
osservò inoltre che il coefficiente di neutralizzazione non era un "contributo previdenziale o comunque un contributo di solidarietà/prestazione patrimoniale", con conseguente esclusione della violazione della riserva di legge ai sensi dell'art. 23 Cost., trattandosi piuttosto di un criterio di parametrazione, a scalare, del trattamento pensionistico all'età del pensionato, con finalità dissuasive di pensionamenti precoci.
Avverso l'anzidetta sentenza della Corte territoriale P. F. ha proposto ricorso per cassazione fondato su cinque motivi, illustrati con memoria.
L'intimata Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza a favore dei Ragionieri e Periti Commerciali ha resistito con controricorso, proponendo a sua volta ricorso incidentale fondato su un unico motivo e depositando memoria.
Il ricorrente principale ha resistito con controricorso al ricorso incidentale.
1. Con il primo motivo il ricorrente principale denuncia violazione del previgente L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 12, contestando l'affermazione della sentenza impugnata secondo la quale le Casse professionali potrebbero "intervenire su tutti gli aspetti che possono determinare uno squilibrio finanziario", deducendo che se la norma rubricata avesse attribuito poteri discrezionali illimitati avrebbe violato l'art. 38 Cost..
Con il secondo motivo il ricorrente principale denuncia violazione de previgente L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 12, contestando la fondatezza del principio di inapplicabilità del prò rata per la infrazionabilità della pensione e assumendo che il prò rata, in relazione alle anzianità già maturate deve essere inteso come il maturato economico, ossia come la quota di pensione teoricamente maturata al momento dell'introduzione di ogni singola riforma, da ritenersi tutelato ai sensi dell'art. 38 Cost..
Con il terzo motivo il ricorrente principale denuncia violazione del previgente L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 12, con riferimento alla inclusione del coefficiente di neutralizzazione fra i criteri di determinazione del trattamento pensionistico esonerati dall'osservanza della riserva di legge di cui all'art. 23 Cost..
Con il quarto motivo il ricorrente principale denuncia violazione del previgente L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 12, con riferimento alla inclusione del coefficiente di neutralizzazione fra i criteri di determinazione del trattamento pensionistico esonerati dall'osservanza del principio del pro rata.
Con il quinto motivo il ricorrente principale denuncia violazione dell'art. 2697 c.c. e del previgente L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 12, nonchè vizio di motivazione, con riferimento al difetto di prova circa la ricorrenza dello squilibrio di bilancio ed alla conseguente necessità di decurtare le pensioni attraverso le modificazioni peggiorative introdotte ed applicategli.
Con l'unico motivo la ricorrente incidentale denuncia violazione di legge (L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 12, come modificato dalla L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 763), nonchè vizio di motivazione, sostenendo che lo ius superveniens costituito dal ridetto L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 763, nella parte in cui fa salvi gli atti e le deliberazioni in materia previdenziale adottati dagli Enti ed approvati dai Ministeri vigilanti prima della sua entrata in vigore, doveva essere interpretato nel senso di comportare la sanatoria della regolamentazione contenuta negli atti e deliberazioni anteriori fin dalla loro emanazione.
2. Con la Delib. 7 giugno 2003 il Comitato dei delegati ha introdotto, a far tempo dal primo gennaio 2004, il nuovo sistema contributivo, in luogo del precedente sistema retributivo per il calcolo delle pensioni, di talchè, secondo il criterio del pro rata, i professionisti iscritti alla Cassa in data anteriore al primo gennaio 2004 avrebbero ricevuto una pensione articolata in due quote, runa sino al 31 dicembre 2003, di carattere retributivo, l'altra dal gennaio 2004, contributiva.
Detta delibera non è stata, nè è sospettabile di illegittimità, posto che la possibilità di passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo delle pensioni dei liberi professionisti è espressamente contemplato dalla legge regolatrice vigente al momento della delibera, ossia dalla citata L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 12, che nell'ultima parte prevede che "Gli enti possono optare per l'adozione del sistema contributivo definito ai sensi della presente legge".
La controversia nasce dal fatto che, con la precedente Delib. 22 giugno 2002, era stato modificato il sistema di calcolo delle pensioni: si trattava ovviamente di pensioni "retributive" e, quindi, commisurate ai redditi professionali, perchè, mentre con il sistema precedente si prendevano a base della pensione i quindici migliori redditi degli ultimi venti anni anteriori alla maturazione del diritto a pensione, con la delibera del 2002 si era previsto invece che la pensione dovesse essere liquidata in base "alla media di tutti i redditi professionali annuali"; con la successiva Delib. 20 dicembre 2003, il termine di riferimento venne ulteriormente modificato, ricollegandolo alla "media degli ultimi 24 redditi professionali".
Le questioni sollevate al riguardo sono già state esaminate dalla giurisprudenza di questa Corte (cfr, in particolare, Cass., n. 8847/2011 e altre conformi; Cass., n. 13609/2012), che le ha risolte in senso contrario a quanto sostenuto dalla Cassa.
3. Il nuovo sistema di calcolo determina una diminuzione sull'ammontare delle pensioni rispetto a quello che sarebbe stato il risultato secondo il sistema precedente e, quindi, una minor misura di quella quota della pensione retributiva, maturata fino al 31 dicembre 2003: di qui la controversia, con la quale sono state chiesto le differenze di pensione, sostenendo che detta quota doveva invece essere mantenuta intatta in forza della regola del pro rata sancita dalla L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 12, che recita per quanto qui interessa: "Nel rispetto dei principi di autonomia affermati dal D.Lgs. 30 giugno 1994, n. 509, relativo agli enti previdenziali privatizzati, allo scopo di assicurare l'equilibrio di bilancio in attuazione di quanto previsto dall'art. 2, comma 2, del predetto D.Lgs., la stabilità delle rispettive gestioni è da ricondursi ad un arco temporale non inferiore a 15 anni. In esito alle risultanze e in attuazione di quanto disposto dall'art. 2, comma 2, del predetto decreto, sono adottati dagli enti medesimi provvedimenti di variazione delle aliquote contributive, di riparametrazione dei coefficienti di rendimento o di ogni altro criterio di determinazione del trattamento pensionistico nel rispetto del principio del prò rata in relazione alle anzianità già maturate rispetto alla introduzione delle modifiche derivanti dai provvedimenti suddetti..... Gli enti possono optare per l'adozione del sistema contributivo definito ai sensi della presente legge".
In realtà occorre tener conto del carattere assolutamente speciale dei regolamenti di delegificazione previsti in generale, e disciplinati nella formazione, dalla L. 23 agosto 1988, n. 400, art. 17, comma 2 "destinati a sostituire, in materie non coperte da riserva assoluta di legge, preesistenti disposizioni legislative statali, in conformità a nuove norme generali regolatrici della materia stabilite con legge, e con effetto di abrogazione differita delle disposizioni legislative sostituite" (Corte cost. n. 376 del 2002); tale disposizione, pur priva di rango costituzionale, disegna un modello di carattere generale, cosicchè la deviazione da esso, ad opera della legge ordinaria, è di stretta interpretazione; pertanto, laddove il legislatore "delegante" ha inteso assegnare alla fonte subprimaria delegata anche il potere normativo di derogare a specifiche disposizioni collocate al superiore livello primario lo ha previsto espressamente (ad es. per i regolamenti di organizzazione degli enti pubblici non economici di cui al D.Lgs. 30 marzo 2001, n. 165, art. 27, facoltizzati a dettare norme "anche in deroga alle speciali disposizioni di legge che li disciplinano").
Il D.Lgs. 30 giugno 1994, n. 509, in attuazione della delega conferita dalla L. 24 dicembre 1993, n. 537, art. 1, comma 32, ha trasformato in persone giuridiche private gli enti gestori di forme obbligatorie di previdenza e assistenza, tra cui la Cassa di previdenza ragionieri, e, nel nuovo contesto profondamente riformato, ha posto alle Casse "privatizzate" l'obiettivo di assicurare l'equilibrio di bilancio e la stabilità delle rispettive gestioni mediante l'adozione di provvedimenti coerenti alle indicazioni risultanti dal bilancio tecnico da redigersi con periodicità almeno triennale. Per far ciò l'art. 1, comma 4, in combinato disposto con l'art. 2, comma 2 e art. 3, comma 2, del predetto D.Lgs., ha previsto un potere regolamentare delle Casse non incompatibile con il sistema delle fonti potendo la fonte primaria costituita dal decreto legislativo autorizzare una fonte subprimaria (il Regolamento della Cassa approvato con decreto ministeriale) ad introdurre norme generali ed astratte.
A tal proposito si è parlato di "sostanziale delegificazione affidata dalla legge alla autonomia degli enti previdenziali privatizzati, entro i limiti ad essa imposti" (cfr., Cass. 16 novembre 2009, n. 24202) e si è aggiunto "anche in deroga a disposizioni di legge precedenti", ma in realtà le suddette disposizioni del D.Lgs. n. 509 cit. non hanno affatto attribuito agli emanandi regolamenti delle Casse la configurazione di regolamenti di delegificazione di cui alla citata L. n. 400 del 1988, art. 17, comma 2, sicchè ad essi - e, quindi, anche all'emanando Regolamento della Cassa di previdenza ragionieri - non è stato consentito di derogare a disposizioni collocate a livello primario, quali sono quelle dettate proprio per le Casse "privatizzate", a cominciare dalla L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 12, che costituisce il riferimento normativo centrale per l'esito di questa controversia e che ha natura di norma imperativa inderogabile dall'autonomia normativa delle Casse privatizzate.
Ciò del resto è dimostrato anche dal fatto che, quando è emersa l'opportunità di modificare tale disposizione, vi ha provveduto la legge (L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 763) e non il Regolamento della Cassa.
3.1 Il predetto art. 3, comma 12, L. n. 335 del 1995, per i sistemi previdenziali delle Casse private, nel testo originario, ha da una parte ribadito l'obiettivo dell'equilibrio di bilancio e della stabilità delle rispettive gestioni da realizzarsi in un arco temporale non inferiore a quindici anni; dall'altra ha previsto una sorta di delega, facoltizzando gli enti privatizzati suddetti ad adottare provvedimenti di variazione delle aliquote contributive, di riparametrazione dei coefficienti di rendimento o di ogni altro criterio di determinazione del trattamento pensionistico; inoltre, in particolare, le Casse avrebbero potuto optare per l'adozione del sistema contributivo definito ai sensi della presente legge.
Nel far ciò il legislatore ha tuttavia previsto una garanzia specifica, posto che nel caso di "introduzione delle modifiche derivanti dai provvedimenti suddetti" avrebbe operato comunque il rispetto del principio del pro rata in relazione alle anzianità già maturate.
In riferimento a tale criterio può dunque in generale considerarsi che gli assicurati hanno non già un mero interesse di fatto al futuro trattamento pensionistico, ma una "posizione previdenziale" già maturata e che appartiene al patrimonio dell'assicurato come diritto al montante complessivo della contribuzione già versata;
ciò non vuoi dire che ci sia un diritto quesito alla pensione calcolata secondo un più favorevole criterio previgente - tra quelli in vigore al momento del versamento della contribuzione - rispetto a quello vigente al momento del collocamento in quiescenza; ma neppure, al contrario, che l'assicurato abbia solo una mera aspettativa alla pensione, cosicchè, quanto ai criteri di calcolo, il legislatore ordinario potrebbe liberamente determinarli nell'esercizio della sua discrezionalità.
C'è una soglia minimale di trattamento pensionistico corrispondente alla "posizione previdenziale" già maturata via via nel corso della vita lavorativa secondo un criterio sinallagmatico (contribuzione versus prestazione); l'ammontare della contribuzione fino ad un certo momento accumulata dall'assicurato ha un suo valore economico in termini di potenziale rendita vitalizia: una sorta di "maturato previdenziale" che non può essere sterilizzato dal legislatore.
"Quindi il sistema previdenziale pubblico e privato ha un'intrinseca soglia minimale di protezione, derivata - e garantita a livello costituzionale - dal criterio di "adeguatezza" prescritto dall'art. 38 Cost., comma 2, e modulata diacronicamente in quanto dipendente dalla variabilità di plurimi parametri che concorrono a definirla (primo tra i quali il coefficiente che esprime l'aspettativa di vita); ciò che porta a negare validità alla tesi, sostenuta dalla difesa della Cassa, secondo cui l'assicurato avrebbe soltanto una mera aspettativa di fatto ad un trattamento pensionistico (di anzianità o di vecchiaia)" (così, testualmente, Cass., n. 13609/2012, cit.).
3.2 Nel presente giudizio viene specificamente in rilievo la garanzia del comma 12 dell'art. 3 nella versione originaria applicabile nella specie ratione temporis; in forza di tale garanzia le Casse erano si facoltizzate a variare le aliquote contributive e a riparametrare i coefficienti di rendimento o di ogni altro criterio di determinazione del trattamento pensionistico, ma ciò avrebbero potuto fare rispettando il criterio del pro rata in relazione alle anzianità già maturate rispetto alla introduzione delle modifiche derivanti dai provvedimenti suddetti; conseguentemente la eventuale diversa regolamentazione (poi in effetti realizzatasi) avrebbe dovuto far salva la quota di trattamento pensionistico relativo all'anzianità contributiva maturata fino alla riforma con lo stesso meccanismo del comma 12 dell'art. 1: una quota A calcolata con i previgenti criteri (più favorevoli); una quota B calcolata con i nuovi (meno favorevoli) criteri; in questo modo era certamente rispettata la soglia minima di garanzia del maturato previdenziale e veniva apprestata una garanzia "forte", perchè tutta la quota A sarebbe stata calcolata con i previgenti (più favorevoli) criteri.
Inoltre il criterio del prò rata era sganciato dall'eventuale possibile passaggio dal sistema retributivo e quello contributivo, cosicchè qualsiasi aggiustamento delle aliquote contributive o riparametrazione dei coefficienti di rendimento o di ogni altro criterio di determinazione del trattamento pensionistico, complessivamente peggiorativo per gli assicurati, si sarebbe associato ex lege a questa garanzia.
La garanzia "forte" testè ricordata sarebbe stata resa meno rigida soltanto con la legge finanziaria 2007 (L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 763); ma fino a quella data il potere regolamentare della Cassa si sarebbe dovuto confrontare con tale garanzia del pro rata.
Tenuto conto che la pretesa diretta al ricalcolo del trattamento pensionistico fa riferimento alle modifiche intervenute nel 2002- 2003, deve rilevarsi che è proprio in tale lasso di tempo che si è avuto il più radicale punto di svolta, perchè si è passati dal sistema contributivo a quello retribuivo con l'introduzione di due quote di pensione - A (retribuiva) e B (contributiva) - in simmetria con la riforma del 1995 (v. L. n. 335 del 1995, art. 1, comma 12).
Più in particolare intervennero tre delibere: quella del 22 giugno 2002 (per cui si calcolano - al fine della determinazione della quota A di pensione - tutti i redditi professionali annuali); quella del 7 giugno 2003 (con la quale si introduce - con finalità dissuasiva - il criterio c.d. della neutralizzazione, con coefficienti di riduzione del trattamento pensionistico di anzianità in ragione dell'età anagrafica); quella del 20 dicembre 2003 (con la quale si calcolano - sempre al fine della determinazione della quota A di pensione - i redditi professionali degli ultimi 24 anni, con una modifica in termini più favorevoli per i pensionati, ma comunque peggiorativi rispetto alla previgente disciplina regolamentare, della delibera del 22 giugno 2002).
Quindi la complessiva normativa regolamentare di risulta - per tale intendendosi quella posta dalle tre delibere suddette - prevede pensioni liquidate col criterio interamente retributivo, secondo i criteri previgenti, se maturate in data antecedente al 31 dicembre 2003, mentre, per quelle maturate successivamente, prevede una quota A (retribuiva), determinata considerando la media dei redditi degli ultimi 24 anni come base di calcolo limitatamente all'anzianità contributiva maturata fino al 31 dicembre 2003, e una quota B (contributiva) per l'anzianità contributiva successiva a tale data;
prima della modifica regolamentare del 2003 la pensione - come già rilevato - era calcolata con il criterio interamente retributivo non solo, ma anche secondo i parametri più favorevoli del 1997.
3.3 Il problema che si pone è dunque se il principio del pro rata si applichi, o no, anche al criterio di calcolo della quota A (retribuiva), che, nel 2002-2003, è stata regolamentata in termini meno favorevoli per i pensionati e alla risposta affermativa già data dalla giurisprudenza di questa Corte occorre dare continuità per le ragioni già sopra indicate: il criterio del pro rata è formulato dalla L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 12, in termini generali con riferimento all'"introduzione delle modifiche derivanti dai provvedimenti" (della Cassa) e quindi il dato testuale della disposizione non autorizza a distinguere tra modifiche peggiorative del criterio retributivo e modifiche peggiorative a seguito dell'applicazione del criterio contributivo. In ogni caso all'anzianità già maturata corrisponde una quota di pensione (la quota A) non solo calcolata con il criterio retributivo e non già contributivo, ma anche calcolata secondo i previgenti (più favorevoli) parametri. Si tratta quindi di una complessiva, ma specifica, clausola di non regresso (e non già di trattamento di miglior favore) operante dopo la riforma del 1995 (L. n. 335 del 1995).
Non occorre quindi - diversamente da quanto sostiene la difesa della Cassa - fare applicazione di ogni singolo criterio di calcolo via via modificato nel tempo a partire dalla L. n. 160 del 1963, poi seguita dalla L. n. 1140 del 1970, quindi dalla L. n. 414 del 1991, e poi dalle Delibere del 1997 e da ultimo dalle Delibere del 2002-2003; si ha infatti che il principio del pro rata è stato posto, per le Casse privatizzate, dalla L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 12, e quindi opera solo dall'entrata in vigore di tale legge di riforma ed in relazione alle anzianità già maturate rispetto alla introduzione delle modifiche incidenti sulla determinazione della quota A e, quindi, con riferimento ai criteri di liquidazione che, al momento di introduzione di dette modifiche, sarebbero stati altrimenti applicabili a tali pregresse anzianità.
Questa interpretazione ampia del principio del pro rata - non limitata quindi al passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo - non solo ha il supporto testuale dell'art. 3, comma 12, citato, ma - come già osservato - risponde ad un'esigenza generale di "adeguatezza" del trattamento pensionistico ai sensi dell'art. 38 Cost., comma 2, da cui può estrarsi la regola di una insopprimibile soglia minima di trattamento pensionistico corrispondente al maturato previdenziale: "Il quale non necessariamente coincide con il criterio del pro rata, ma, essendo questo l'unico (all'epoca) previsto dal legislatore, un'interpretazione costituzionalmente orientata dell'art. 3, comma 12, cit., che si aggiunge e rafforza il canone dell'interpretazione testuale, conduce a ritenere ampio l'ambito di operatività di tale criterio, applicabile quindi anche alle modifiche in peius dei soli criteri di calcolo della quota retributiva della pensione" (così, testualmente, Cass., n. 13609/2012, cit.).
Ne discende che non appaiono condivisibili le argomentazioni della Cassa secondo cui la L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 12, imporrebbe l'applicazione del principio del prò rata solo nei casi di "riparametrazione dei coefficienti di rendimento o di ogni altro criterio di determinazione del trattamento pensionistico" e non già nei casi di opzione per il passaggio dal sistema retribuivo a quello contributivo. Il tenore testuale della norma non consente infatti questa interpretazione e, in ogni caso, sarebbe incongruo escludere la regola del pro rata proprio nei casi in cui il mutamento di legislazione è più vistoso e incide maggiormente sui trattamenti pensionistici ed imperlo, invece, quando le modifiche deliberate potrebbero apportare solo lievi variazioni all'ammontare delle pensioni spettanti. Infatti, è proprio nei casi di "rivoluzioni" del sistema che si fa più acuta l'esigenza di salvaguardare i diritti in via di maturazione, evitando di sottoporre "l'intera" anzianità assicurativa acquisita nel vigore della vecchia normativa ad una normativa nuova, meno favorevole, emanata poco prima del conseguimento del diritto, che, in alcuni casi, opera solo per gli ultimi anni o, addirittura, per gli ultimi mesi.
Non è un caso, come già osservato dalla sentenza di questa Corte n. 24202/2009, che la più importante fattispecie di prò rata sia stata introdotta proprio dalle L. n. 335 del 1995, che ha introdotto, per le pensioni Inps, il mutamento del sistema pensionistico da retributivo a contributivo; e, d'altra parte, anche il sistema del prò rata rientra nell'ambito di previsione della medesima L. n. 335 del 1995, art. 1, comma 2, che recita "Le disposizioni della presente legge costituiscono principi fondamentali di riforma economico- sociale della Repubblica. Le successive leggi della Repubblica non possono introdurre eccezioni o deroghe alla presente legge, se non mediante espresse modificazioni delle sue disposizioni".
Poichè il criterio del prò rata era sganciato dal (pur prefigurato come possibile) passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo, qualsiasi aggiustamento delle aliquote contributive o riparametrazione dei coefficienti di rendimento o di ogni altro criterio di determinazione del trattamento pensionistico, complessivamente peggiorativo per gli assicurati, si sarebbe associato ex lege a questa garanzia. Va quindi condivisa l'affermazione di Cass., n. 24202/2009, e della successiva giurisprudenza conforme, che ha disatteso Cass., n. 14701/2007, secondo cui il principio del pro rata avrebbe una portata più limitata e non si applicherebbe nel caso di modifiche in peius (per gli assicurati) del solo criterio retributivo. Questa limitazione dell'operatività della garanzia suddetta non ha base legale, atteso che l'art. 3, comma 12, riferisce il principio del pro rata all'"introduzione delle modifiche derivanti dai provvedimenti suddetti" (quella della Cassa) e quindi anche alle sole modifiche peggiorative del criterio retributivo (pur più favorevole del criterio contributivo). Ma non solo tale formulazione ampia della garanzia del principio del pro rata non consente la limitazione predicata da Cass., n. 14701/2007, ma lascerebbe anche un vuoto normativo, perchè - per le considerazioni sopra svolte in ordine alla rilevanza in termini di situazione giuridica protetta del maturato previdenziale - deve comunque esserci la garanzia di una soglia minima di protezione.
La ricordata successione delle deliberazioni assunte sul punto dalla Cassa non inficia le considerazioni che precedono, trattandosi comunque di modificazioni che, seppure in misura diversa, hanno alterato, in pregiudizio degli aventi diritto, l'ammontare della liquidazione del trattamento pensionistico quale risultante dall'applicazione della regola del pro rata.
3.4 La L. 27 dicembre 2006, n. 296, art. 1, comma 763 (legge finanziaria 2007) ha sostituito il primo ed il secondo periodo della L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 12; ribadito l'obiettivo, da perseguire ad opera delle Casse privatizzate, di assicurare l'equilibrio di bilancio e la stabilità delle gestioni previdenziali in un arco temporale non inferiore a trenta anni, il legislatore ha facoltizzato gli enti medesimi, sulla base del bilancio tecnico della gestione previdenziale, ad adottare i provvedimenti necessari per la salvaguardia dell'equilibrio finanziario di lungo termine "avendo presente il principio del pro rata in relazione alle anzianità già maturate rispetto alla introduzione delle modifiche derivanti dai provvedimenti suddetti e comunque tenuto conto dei criteri di gradualità e di equità fra generazioni"; ha poi aggiunto che sono fatti salvi gli atti e le deliberazioni in materia previdenziale adottati dagli enti di cui al presente comma ed approvati dai Ministeri vigilanti prima della data di entrata in vigore della legge medesima.
Deve rilevarsi che non si tratta di norma di interpretazione autentica, non avendone nè la tipica formulazione testuale, nè il contenuto; trattasi invece di una norma a carattere innovativo, che, in particolare, sostituisce il principio del prò rata di cui all'originario art. 3, comma 12, nella formulazione della L. n. 335 del 1995, con un principio similare, ma meno rigido: non è più previsto il "rispetto del principio del pro rata", ma occorre che le Casse privatizzate nell'esercizio del loro potere regolamentare, abbiano "presente il principio del prò rata" nonchè "i criteri di gradualità e di equità fra generazioni"; tutto ciò a partire dal 1 gennaio 2007.
Il legislatore del 2006 ha quindi inteso rendere flessibile il criterio del pro rata ponendolo in bilanciamento con i criteri di gradualità e di equità fra generazioni; in questo modo lo spazio di intervento delle Casse è maggiore e le esigenze di riequilibrio della gestione previdenziale potrebbero richiedere un sacrificio maggiore a chi è già assicurato a beneficio dei nuovi assicurati;
tale sarebbe la rideterminazione della quota retributiva della pensione secondo i criteri delle menzionate delibere del 2002-2003 della Cassa; la questione non è tuttavia da approfondire nel presente giudizio, atteso che nella specie il trattamento pensionistico è maturato prima del 1 gennaio 2007, quando non era ancora operante la modifica della L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 12 (è infatti pacifico che il pensionamento del ricorrente principale è intervenuto nel 2006).
La menzionata clausola di salvezza per la precedente normativa regolamentare delle Casse di cui alla L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 763, non costituisce validazione ex post della normativa regolamentare della Cassa nella parte in cui non ottemperava all'ampia prescrizione del "rispetto del principio del pro rata" per l'obiettiva irragionevolezza intrinseca che ne conseguirebbe (in disparte la violazione dell'affidamento nella stabilità della normativa vigente che ha una valenza particolare nella materia pensionistica: per la possibilità di un'interpretazione costituzionalmente orientata di tale disposizione v. Corte Costituzionale n. 263 del 2009): infatti non potrebbero coesistere - per la contraddizione che non lo consente - due prescrizione opposte:
da una parte il previsto obbligo per le Casse di tener "presente il principio de pro rata" nella propria normativa regolamentare (futura, ossia successiva al 1 gennaio 2007); dall'altra la (pretesa) legittimità ex tunc (come tale operante fino al nuovo esercizio del potere regolamentare delle Casse) di una precedente normativa regolamentare che non avesse ottemperato alla prescrizione del "rispetto del principio del pro rata", quale che fosse stato lo scostamento da tale obbligo.
Inoltre, anche sotto il profilo letterale, "far salvo" un provvedimento significa che esso non perde efficacia per effetto della nuova legge, ma non anche che esso sia conforme a legge, di talchè gli atti ed i provvedimenti adottati dagli enti prima della disposizione del 2006 rimangono efficaci e la loro legittimità, per i pensionamenti maturati entro il 2006, come nella specie, deve essere vagliata alla luce del vecchio testo della disposizione in quanto normativa da applicare ratione temporis.
Invece la salvezza prevista dalla legge finanziaria del 2006 è funzionale a coprire il periodo successivo all'entrata in vigore di tale legge, allorquando le regole dettate per te delibere erano già state modificate, ma non si era avuto ancora il tempo di adottarne di nuove secondo le prescrizioni del nuovo sistema; si tratta in definitiva di una norma transitoria per non paralizzare l'attività degli enti (cfr., ex plurimis, Cass., n. 8847/2011, cit). Le innovazioni introdotte dalla normativa del 2006, operando ex nunc, non possono quindi rilevare in questa causa, avente ad oggetto un trattamento pensionistico maturato prima del 1 gennaio 2007.
Neppure rileva, ancora ratione temporis, nel presente giudizio lo jus superveniens costituito dal D.L. 6 dicembre 2011, n. 201, art. 24, comma 24, convertito in legge, con modificazioni, dalla L. 22 dicembre 2011, n. 214, art. 1, comma 1, che, nel dettare per le Casse privatizzate ai sensi del D.Lgs. n. 509 del 1994 ulteriori prescrizione per assicurare l'equilibrio tra entrate contributive e spesa per prestazioni pensionistiche, ha generalizzato, quanto all'applicazione del pro rata agli iscritti alle relative gestioni, il sistema contributivo (comma 2 del medesimo art. 24) in mancanza di diversa disciplina regolamentare della Cassa stessa.
4. Alla stregua delle considerazioni che precedono deve dunque rilevarsi la fondatezza del primo, secondo e quarto motivo del ricorso principale (con assorbimento degli altri) e, al contempo, l'infondatezza dell'unico motivo del ricorso incidentale (con assorbimento delle eccezioni di incostituzionalità sollevata ex adverso per l'ipotesi di accoglimento dell'interpretazione della L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 12, come modificato dalla L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 763, prospettata dalla Cassa).
Il ricorso principale merita quindi accoglimento nei termini testè indicati, mentre quello incidentale va rigettato; per l'effetto la sentenza impugnata va cassata in relazione alle censure accolte.
Deve quindi essere affermato il principio di diritto secondo cui, in applicazione del criterio del pro rata, la Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza a favore dei Ragionieri e Periti Commerciali è tenuta a corrispondere al ricorrente principale la quota retribuiva della pensione di anzianità nella misura risultante dall'applicazione della normativa previgente alle modifiche regolamentari adottare con la Delib. 22 giugno 2002, Delib. 7 giugno 2003 e Delib. 20 dicembre 2003 e, perciò, secondo il più favorevole criterio di calcolo della media dei 15 redditi professionali annuali più elevati nell'arco di 20 anni di contribuzione anteriori a quello di maturazione del diritto a pensione; conseguentemente la Cassa dovrà corrispondere al ricorrente le differenze spettanti sui ratei di pensione già corrisposti, oltre agli interessi legali dalla maturazione di ogni singolo rateo fino al saldo.
Avendo il ricorrente principale richiesto la condanna specifica della Cassa al pagamento delle differenze pensionistiche ed essendo quindi necessario l'accertamento fattuale del relativo importo (nonchè, quale presupposto necessario, dell'importo complessivo della quota retribuiva della pensione di anzianità spettante in applicazione del pro rata), va disposto il rinvio al Giudice designato in dispositivo, che deciderà conformandosi all'indicato principio e provvedere altresì sulle spese del giudizio di cassazione.
La Corte accoglie il primo, secondo e quarto motivo del ricorso principale, dichiara assorbiti gli altri e rigetta il ricorso incidentale; cassa la sentenza impugnata in relazione alle censure accolte e rinvia, anche per le spese, alla Corte d'Appello di Milano.