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Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 30', 'art. 29', 'art. 2', 'sentenza ', 'sentenza ']

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La famiglia di fatto -www.cattoliciepolitica.net
Emanuela Cimmino 6 Dicembre 2005
L’unione familiare non fondata sul matrimonio non è più riprovata dalla coscienza sociale e sebbene, in conseguenza delle tradizioni etico-religiose del nostro Paese, continui ad essere privilegiata l’unione legittima, quella di fatto riceve parziale e limitata tutela, in primo luogo quale formazione sociale in cui gli individui esprimono la loro personalità, secondo l’art. 2 Cost., e, poi, in conseguenza dell’influenza delle legislazioni straniere che sono rivolte ad ammetterne pieno riconoscimento.
In tale ambito si pongono le proposte di legge tendenti ad una regolamentazione completa delle unioni di fatto e tra di esse ve ne sono alcune che aprono la via alla convivenza tra soggetti di eguale sesso, non richiedendo come requisito di riconoscimento dell’unione la diversità di sesso.
Per ciò che concerne le unioni tra omosessuali, pur riconoscendo in via astratta la possibilità che esse rappresentino una valida comunità di vita ed affetti, è difficile ottenere poi un’effettiva tutela giuridica a causa della riprovazione sociale che ancor oggi spesso accompagna tali legami. Conseguentemente, esclusa una rilevanza esterna di tali unioni, risulta difficile anche una regolamentazione interna dei rapporti patrimoniali. Vi sono stati però limitati interventi favorevoli al riconoscimento di una qualche rilevanza giuridica di dette unioni da parte di taluni giudici (Tribunale di Roma 20 novembre 1982, di Firenze 11 agosto 1986) che hanno qualificato more uxorio la convivenza tra persone dello stesso sesso, riconoscendo alle prestazioni tra essi effettuate la natura di atti di adempimento di obbligazioni naturali; ovvero da parte del Comune di Bologna che ai fini della partecipazione al bando del 1992 per l’assegnazione degli alloggi ha parificato la convivenza di persone dello stesso sesso alla convivenza more uxorio.
Per quanto concerne la famiglia di fatto tra persone di sesso diverso piena rilevanza giuridica viene concessa solo alle situazioni concernenti i figli generati dai conviventi, i quali secondo quanto stabilisce l’art. 30 della Costituzione, non devono trovarsi in posizione deteriore rispetto ai figli legittimi. Per quanto riguarda, invece, il rapporto tra conviventi, non si ritiene sia possibile applicare le norme previste per la famiglia legittima e ciò lo si può evincere dal dettato dell’art. 29 Cost. atteso che questa norma attribuisce alla famiglia legittimamente costituita una particolare tutela, in considerazione della peculiarità e dell’importanza sociale svolta dalla famiglia quale luogo di formazione e sviluppo della persona.
La stessa tutela non viene riconosciuta alla famiglia di fatto in quanto manca in essa la formale assunzione, da parte dei conviventi, di un impegno socialmente rilevante.
Da tutto ciò consegue la difficoltà di disciplinare una situazione di fatto, anche se non sono del tutto assenti aperture nei suoi confronti, riconducendola nell’ambito delle formazioni sociali previste dall’art. 2 Cost. Tale soluzione permette di estendere alla famiglia di fatto quelle norme, proprie della famiglia legittima, che prescindono dall’esistenza di un vincolo formale.
Anche i rapporti patrimoniali tra i conviventi, così come quelli personali, non ricalcano puntualmente le norme previste per le unioni legittime.
Nel tentativo di attribuire una tutela alla convivenza more uxorio la Corte Costituzionale, con sentenza del 1988 ha sancito, in materia di locazione, l’incostituzionalità della legge in materia di locazioni lì ove questa non prevedeva il diritto di succedere nel contratto di locazione anche alle persone conviventi con il conduttore.
Inoltre è stata sancita dal nuovo codice di procedura penale la facoltà di astensione dal deporre contro l’imputato, concessa ai suoi prossimi congiunti, anche al convivente more uxorio.
Viceversa la Corte Costituzionale ha bocciato l’aspettativa delle coppie non coniugate di adottare un bambino: con sentenza 281/94 è stata negata l’adozione ad una coppia sposata da due anni, ma con una convivenza di dieci anni alle spalle. La motivazione della Corte è consistita nel fatto che mancava un anno (la legge richiede minimo tre anni di matrimonio) per poter richiedere l’adozione, a nulla rilevando la precedente convivenza.
Lo scioglimento della convivenza non abbisogna di nessun atto formale, come del resto la sua “istituzione” a differenza del matrimonio che presuppone la continuità del rapporto e, di conseguenza, le formalità previste per il divorzio.
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