Source: https://www.laleggepertutti.it/codice-civile/art-1647-codice-civile-nozione
Timestamp: 2018-10-23 12:54:23+00:00
Document Index: 27744879

Matched Legal Cases: ['art. 2083', 'art. 6', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 9', 'art. 429', 'art. 1224', 'art. 429', 'art. 2033', 'art. 429', 'art. 79', 'art. 8', 'art. 1224', 'art. 429']

Quando l’affitto ha per oggetto un fondo che l’affittuario coltiva col lavoro prevalentemente proprio o di persone della sua famiglia (1), si applicano le norme che seguono, sempre che il fondo non superi i limiti di estensione che, per singole zone e colture, possono essere determinati dalle norme corporative (2).
Affittuario (coltivatore diretto): la nozione di coltivatore diretto ricalca quella data dall’art. 2083 del piccolo imprenditore. L’art. 6, l. 203/1982 richiede che questi coltivi il fondo con il lavoro proprio e della propria famiglia, sempreché tale forza lavorativa integri almeno un terzo delle necessità di coltivazione del fondo.
(1) Il requisito della prevalenza del lavoro proprio e della famiglia viene meno quando l’estensione del fondo (per la natura e la destinazione dello stesso, per la qualità e le esigenze della produzione) richiede che i contributi lavorativi esterni prevalgano su quelli della famiglia.
(2) Rispetto al contratto di affitto di fondo rustico ciò che muta, nel rapporto di affitto a coltivatore diretto, è soltanto la qualificazione del soggetto passivo del rapporto, con riferimento al modo in cui conduce la gestione produttiva del bene.
In tema di contratti di affitto a coltivatore diretto, le somme dovute dal concedente in restituzione di quanto pagato per canoni d'affitto di un fondo rustico in misura superiore a quella stabilita per legge (nella specie, per non essere stata censurata nel corso dell'udienza di discussione in grado di appello la sentenza del primo giudice che in contrasto con la sentenza n. 318 del 2002 della Corte costituzionale dichiarativa - nelle more del giudizio di appello - della illegittimità costituzionale degli art. 9 e 62 l. n. 203 del 1982 in tema di equo canone - aveva accertato un credito dell'affittuario per canoni pagati in più) è un credito di valuta non soggetto alla disciplina di cui all'art. 429, comma 3, c.p.c. e ai fini della sua rivalutazione il creditore è tenuto, a norma dell'art. 1224, comma 2, c.c., a fornire la prova del maggior danno oltre gli interessi legali e di crediti da questi nascenti.
Cassazione civile sez. III 29 febbraio 2008 n. 5524
Deve escludersi che il credito dell'affittuario, diretto conduttore di un fondo rustico, nei confronti del proprietario concedente, per canoni corrisposti in misura superiore a quella di legge integri un credito di lavoro di cui all'art. 429, comma 3, c.p.c. Non sussiste, infatti, alcuna relazione, tra l'attività lavorativa, svolta dal conduttore sul fondo, e il credito per canoni versati in eccesso, atteso che questo ultimo trova la propria causa, più che nel rapporto di affitto, nell'art. 2033 c.c. Come, in particolare, in presenza di lavoratori subordinati sono "redditi di lavoro", soggetti alla disciplina di cui all'art. 429, comma 3, c.p.c. esclusivamente le somme loro dovute dal datore di lavoro a causa del rapporto di lavoro (e, non quindi, le somme reclamate nei confronti del locatore di immobili urbani, ai sensi dell'art. 79 l. n. 392 del 1978, ancorché il relativo giudizio si svolga con il rito del lavoro), così non può dubitarsi, da un lato, che in caso di contratti associativi agrari sono "redditi di lavoro" solo quelli maturati, dal "prestatore di lavoro" nei confronti dell'altra parte del rapporto, in conseguenza delle prestazioni lavorative rese nell'interesse comune, dall'altro, che per l'affittuario coltivatore diretto hanno natura di "reddito di lavoro" solo le somme percepite a causa dell'attività lavorativa da lui esplicata, e, quindi, esclusivamente gli utili che egli ricava, detratte le spese, per la commercializzazione dei prodotti del proprio fondo.
Il diritto di prelazione agraria, disciplinato dall'art. 8 della legge n. 590 del 1965, è esercitabile anche quando il fondo su cui si appunta è parte di una più vasta estensione, purché presenti un'autonomia colturale e produttiva. In questo caso, l'accertamento delle condizioni che consentono l'esercizio del suddetto diritto deve essere compiuto non con riguardo alla configurazione data dalle parti al contratto di vendita, ma considerando la situazione oggettiva, in modo tale da verificare, da un lato, se il terreno trasferito si presenti frazionato in appezzamenti aventi caratteristiche diverse e differenti colture e, dall'altro lato, se il fondo trasferito non debba, ciò malgrado, essere ritenuto un fondo oggettivamente unitario, per essere le attività svolte sui diversi appezzamenti coordinate fra loro, sì da costituire aspetti complementari di un'unica gestione, accertandosi, di conseguenza, "ex adverso", se lo scorporo della porzione oggetto della prelazione non pregiudichi la possibilità di coltivazione del fondo unitariamente inteso o comporti l'imposizione, sulle restanti parti, di servitù o di oneri di carattere reale, tali da eliminare la loro esclusività di godimento e da menomare il loro valore di scambio.
Cassazione civile sez. III 16 novembre 2005 n. 23222
Le somme dovute dal concedente in restituzione di quanto pagato dal coltivatore diretto per canoni di affitto di un fondo rustico in misura superiore a quella stabilita dalla legge, configurano un credito di valuta, con la conseguenza che, ai fini della loro rivalutazione, il creditore è tenuto a fornire la prova del maggior danno oltre gli interessi legali, a norma del comma 2 dell'art. 1224 c.c., non essendo applicabile la disposizione dettata dall'art. 429 comma 3 c.p.c.
Cassazione civile sez. III 06 novembre 2001 n. 13687
Ai fini della risoluzione del contratto di affitto a coltivatore diretto non è sufficiente la prova dell'intervenuta cancellazione del conduttore del fondo rustico dall'elenco degli iscritti per i contributi agricoli unificati in seguito al raggiungimento dei limiti di età, atteso che ciò che rileva, ai fini della qualità di coltivatore diretto, non è il dato formale della iscrizione in elenchi, bensì l'effettivo esercizio dell'attività agricola con lavoro prevalentemente proprio e della propria famiglia.
Cassazione civile sez. III 01 giugno 2001 n. 7445