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Timestamp: 2018-10-20 02:57:03+00:00
Document Index: 63908135

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Breve riflessione sul vizio dell’opera appaltata, e sulla opportunità degli interventi legislativi che ostacolano le impugnazioni delle sentenze
Un immobile di nuova costruzione (una villa posta su più piani) presenta diffuse crepe a ragnatela in quasi tutte le stanze che lo compongono, dovute – come sarà accertato in corso di CTU – al cedimento del massetto e ad altri gravi difetti del sottofondo.
La questione, che giuridicamente potrebbe sembrare banale (si tratta di vizio rilevante ex art. 1667 o 1669 cod. civ.?), ha ricevuto soluzioni diverse nei gradi di giudizio che si sono svolti.
La Corte d’Appello di Milano, infatti, con sentenza n. 1268 dell’8 maggio 2008, aveva qualificato quei difetti come rilevanti soltanto ex art. 1667 cod. civ., e, confermando la precedente decisione del Tribunale di Como, sezione distaccata di Cantù, aveva rigettato le domande del committente, che per quei difetti chiedeva di essere risarcito, per intervenuta prescrizione.
Viceversa, con la sentenza n. 9119 del 6 giugno 2012 (in calce sono riportate entrambe le sentenze), la Corte di Cassazione ha ribadito il proprio orientamento in tema di qualificazione del vizio ex art. 1669 cod. civ. dell’opera appaltata, ed ha cassato con rinvio la decisione della corte territoriale.
E’ in effetti ben noto che i gravi difetti di costruzione, i quali danno luogo alla garanzia prevista dall’art. 1669 cod. civ., non si identificano semplicemente con i fenomeni che influiscono sulla staticità, durata e conservazione dell’edificio, espressamente previsti dalla citata norma, ma possono consistere in tutte le alterazioni che, pur riguardando direttamente una parte dell’opera (e dunque non necessariamente la sua interezza), incidano sulla struttura e sulla funzionalità globale, menomando apprezzabilmente il godimento dell’opera medesima da parte di chi ha diritto di usarne. Pertanto, il vizio rileva anche se relativo ad elementi non strutturali della costruzione, come rivestimenti o pavimentazione.
Sul punto, la giurisprudenza di legittimità è del tutto uniforme in questo senso, e dunque la Cassazione ha fatto corretta applicazione di consolidati principi di diritto.
Cass. civ. sez. II, 4 ottobre 2011 n. 20307: “Il “difetto di costruzione” che, a norma dell’art. 1669 cod. civ., legittima il committente all’azione di responsabilità extracontrattuale nei confronti dell’appaltatore, come del progettista, può consistere in una qualsiasi alterazione, conseguente ad un’insoddisfacente realizzazione dell’opera, che, pur non riguardando parti essenziali della stessa (e perciò non determinandone la “rovina” o il “pericolo di rovina”), bensì quegli elementi accessori o secondari che ne consentono l’impiego duraturo cui è destinata, incida negativamente e in modo considerevole sul godimento dell’immobile medesimo” (conformi: Cass. civ. sez. II, 29 aprile 2008 n. 10857; Cass. civ. sez. II, 4 novembre 2005 n. 21351);
Cass. civ. sez. II, 6 febbraio 2009 n. 3040: “Il difetto di costruzione che, ai sensi dell’art. 1669 c.c., legittima il committente alla relativa azione può consistere in una qualsiasi alterazione, conseguente ad un’insoddisfacente realizzazione dell’opera, che, pur non riguardando parti essenziali della stessa (e perciò non determinandone la “rovina” od il “pericolo di rovina”), bensì quegli elementi accessori o secondari che ne consentono l’impiego duraturo cui è destinata (quali, ad esempio, le condutture di adduzione idrica, i rivestimenti, l’impianto di riscaldamento, la canna fumaria), incida negativamente ed in modo considerevole sul godimento dell’immobile medesimo (Cass. n. 11740/2003, n. 117/2000 ed altre, precedenti e successive, conformi)”;
Cass. civ. sez. II, 28 aprile 2004 n. 8140: “Configurano gravi difetti dell’edificio a norma dell’art. 1669 c.c. anche le carenze costruttive dell’opera – da intendere anche come singola unità abitativa – che pregiudicano o menomano in modo grave il normale godimento e/o la funzionalità e/o l’abitabilità della medesima, come allorché la realizzazione è avvenuta con materiali inidonei e/o non a regola d’arte ed anche se incidenti su elementi secondari ed accessori dell’opera (quali impermeabilizzazione, rivestimenti, infissi, pavimentazione, impianti, ecc.), purché tali da compromettere la sua funzionalità e l’abitabilità ed eliminabili solo con lavori di manutenzione, ancorché ordinaria, e cioè mediante opere di riparazione, rinnovamento e sostituzione delle finiture degli edifici o che mediante opere che integrano o mantengono in efficienza gli impianti tecnologici installati”.
Ora, se la questione, dal punto di vista giuridico, non sembra porre grandi interrogativi, qualche perplessità sorge invece, dal punto di vista della politica del diritto, avuto riguardo agli interventi legislativi, passati e annunciati, in tema di disincentivo alle impugnazioni delle sentenze.
Tra quesiti di diritto (prima introdotti e poi cancellati), aumenti esponenziali del contributo unificato, filtri di ammissibilità e limitazioni ai motivi di ricorso per Cassazione (cfr. le modifiche introdotte al codice di procedura civile dal D.L. 83/2012, convertito con modificazioni dalla L. 134/2012), il legislatore sembra porre una grande fiducia sul principio che decide bene chi decide per primo, e sembra invitare il cittadino che incorre in una sentenza ingiusta a non insistere, a lasciare perdere, ché tanto il sistema giudiziario ha altro di cui occuparsi che non accertare i torti e le ragioni.
A noi sembra invece (e la fattispecie in esame lo dimostra) che il sistema giudiziario esista apposta per ciò da cui lo si vuole, in modo non dichiarato ma sempre più evidente, sottrarre, e nell’assistere impotenti al continuo assottigliarsi delle possibilità di far valere i propri diritti (guai a protestare: “la casta degli avvocati difende i propri privilegi!”, la risposta pronta, mai nel merito, sarebbe sempre la stessa) ricordiamo le parole di Alberto Sordi, nel film “Tutti dentro” (1984), il cui protagonista, magistrato incorrotto che si ritrova sotto inchiesta, dichiara, ci auguriamo non profeticamente: “Io mi chiedo se è ancora utile investire tante energie per l’applicazione delle leggi, o se invece, rinunciando a vacue speranze e ad aspettative mai ripagate, non ci convenisse accettare l’ingiustizia come regola e non come eccezione. Questo nella speranza, ovviamente, che almeno l’ingiustizia sia uguale per tutti”.
Sentenza n. 1268/08
Rep. n. 1175/08
R.G. n. 3229/04
La Corte d’Appello di Milano, Sezione quarta civile, composta dai Sigg.:
DI LEO Dott. Antonino – Presidente
CLAPS Dott. Domenicantonio – Consigliere
CAROSELLA Dott. Paola – Consigliere rel.
nella causa civile promossa con atto d’appello notificato in data 14 luglio 2004 n. 11363 cronol. UNEP Tribunale di Como, posta in deliberazione nella camera di consiglio del giorno 25 settembre 2007
B.G., rappr. e difeso dagli Avv.ti Gianrodolfo Ferrari di Como e Luigi Scornajenghi di Milano, presso quest’ultimo domiciliato, per procura speciale alla lite a margine dell’atto di citazione di appello
M. S.a.s., con sede in Figino Serenza, in persona del suo legale rappresentante C.M., rappr. e difesa dagli Avv.ti Bruno Galati di Como e Mario Miglio di Milano, presso quest’ultimo domiciliata, per procura speciale alla lite a margine della comparsa di costituzione del grado
In punto: appello a sentenza del Tribunale di Como, sezione staccata di Cantù, n. 126/03 in data 12 novembre 2003
Voglia la Corte d’Appello di Milano, ogni diversa domanda, eccezione respinta:
in riforma della sentenza di primo grado emessa dal Tribunale di Como, sezione staccata di Cantù, n. 126/2003
nel merito in principalità
condannare l’appaltatore al pagamento della somma di denaro corrispondente al costo delle opere necessarie per l’eliminazione dei difetti;
nel merito in subordine
condannare l’appaltatore all’esecuzione diretta delle opere necessarie per l’eliminazione dei difetti;
condannare in ogni caso l’appaltatore al risarcimento di tutti i danni subiti e subendi da liquidarsi anche in via equitativa determinati in corso di causa.
Spese di entrambi i gradi rifuse.
Ove ritenuto opportuno si chiede supplemento di C.t.u., affinché il consulente, ispezionati i luoghi:
abbia a descrivere lo stato attuale dei pavimenti, specificando se i difetti descritti nelle precedenti relazioni peritali si siano ulteriormente aggravati;
in caso affermativo, abbia a specificarne la portata e le cause, evidenziando gli eventuali, ulteriori costi necessari per la loro eliminazione, indicando se tali episodi possano ancora aggravarsi;
dica se il cedimento del massetto possa avere in futuro effetti dannosi sull’impianto di riscaldamento;
abbia a precisare se tali danni, ove ritenuti esistenti, siano emendabili e con quali costi.
Voglia l’adita Corte d’Appello di Milano, per tutti i titoli e le causali esposte in narrativa della comparsa di risposta, previe le necessarie e opportune declaratorie, respinta ogni contraria istanza, eccezione e difesa avversaria:
accertato e dichiarato che le domande formulate nell’atto di appello “nel merito in principalità” e “nel merito in subordine” sono nuove, dichiararne l’inammissibilità ai sensi dell’art. 345 c.p.c.;
rigettare l’appello proposto in quanto infondato in fatto e in diritto per tutte le ragioni esposte in narrativa nonché negli atti di primo grado da intendersi richiamati e trascritti, quindi confermare la sentenza impugnata;
con vittoria di spese diritti e onorari del presente grado di giudizio, gravati di oneri fiscali.
Con atto di citazione notificato in data 20 luglio 1999, G.B., premesso: che con contratto del 4 dicembre 1992 aveva appaltato alla S.a.s. M. di C.M. & C. i lavori di costruzione di una villa in comune di Carimate; che l’opera era stata realizzata tra i mesi di aprile del 1993 e marzo 1994; che nei primi mesi dell’anno 1995 era comparsa una crepa a ragnatela nel pavimento del soggiorno al piano terra dell’edificio, seguita poi dall’evidenziarsi di nuove crepe nei pavimenti di altre stanze; che da una verifica tecnica era emerso che l’inconveniente derivava da gravi difetti nel sottofondo, quali la presenza di materiale incoerente e l’assenza – o scarsa efficacia – dei giunti perimetrali, che avevano comportato il ritiro degli strati sottostanti la pavimentazione; che l’appaltatrice, nonostante la pronta denuncia dei vizi emersi dalla consulenza, non si era attivata per porvi rimedio; tutto ciò premesso, conveniva la predetta società in giudizio, avanti al Tribunale di Como, sezione staccata di Cantù, chiedendone, in via alternativa, la condanna all’eliminazione diretta dei vizi, ovvero la condanna al pagamento di somma corrispondente al costo delle opere necessarie, oltre che la condanna al risarcimento del danno connesso ai disagi subiti.
La convenuta, costituitasi, in via preliminare eccepiva la decadenza e, comunque, la prescrizione dell’azione ai sensi dell’art. 1667 c.c., o dell’art. 1669 c.c., ove ritenuto applicabile. Per ogni ipotesi, contestava la fondatezza della domanda nel merito, ponendo in dubbio l’esistenza di un nesso causale tra le opere da essa eseguite e gli inconvenienti lamentati.
Con sentenza n. 126/03 in data 12 novembre 2003 il Tribunale, risolta l’ultima questione in senso favorevole alle aspettative dell’attore – alla stregua delle risultanze della C.t.u., analiticamente richiamate – e ritenuto, tuttavia, che i difetti riscontrati non fossero inquadrabili nel disposto dell’art. 1669 c.c., perveniva al rigetto della domanda, in accoglimento dell’eccezione di prescrizione dell’azione di garanzia ex art. 1667, comma 3, c.c.
Contro tale sentenza proponeva appello, avanti a questa Corte, G.B., con atto di citazione notificato in data 14 luglio 2004, affidato ad un unico motivo-
L’appellata, costituitasi, resisteva al gravame, chiedendone il rigetto con rifusione di spese.
All’udienza del 10 maggio 2007, esaurita la fase di trattazione, le parti precisavano le conclusioni sopra trascritte, sulle quali la causa veniva trattenuta in decisione, con assegnazione dei termini di legge per il deposito degli scritti difensivi finali.
L’appellante denuncia l’erroneità dell’impugnata sentenza per avere escluso che i vizi costruttivi riscontrati, pur correttamente ricondotti a responsabilità dell’impresa appaltatrice, presentassero un grado di gravità tale – per estensione, natura ed incidenza economica – da poter essere positivamente inquadrati nel disposto dell’art. 1669 c.c.
Nel richiamare le diffuse argomentazioni svolte nel corso del giudizio di primo grado circa l’ambito di applicazione della suddetta disposizione normativa, in particolare imputa al primo giudice di non aver considerato che il fenomeno di fessurazione e avvallamento che aveva interessato i pavimenti di tutti i vani dell’immobile, rappresentava la conseguenza del cedimento degli strati sottostanti, in particolare del massetto, e, quindi, di una struttura essenziale del fabbricato, che risultava fortemente compromessa sotto il profilo della funzionalità, con la rilevante incidenza sul piano economico attestata dall’onere di spesa stimato necessario per la relativa sistemazione.
Di conseguenza, sulla base di un’implicita contestazione dell’applicabilità alla fattispecie della normativa sull’appalto, che ha condotto il primo giudice a dichiarare la prescrizione dell’azione, insiste per l’accoglimento delle domande formulate in primo grado, riproposte non più sotto forma alternativa, bensì di subordinazione l’una all’altra.
Ritiene la Corte che il motivo, così per estrema sintesi riassunto, non abbia fondamento, dovendo effettivamente escludersi che gli inconvenienti riscontrati (fessurazioni e avvallamenti in più punti della pavimentazione dei locali di cui si compone l’immobile), prodotti dal cedimento del massetto e del sottofondo di posa verificatosi per cause non esattamente individuate, ma verosimilmente riconducibili al ridotto grado di coesione dei materiali, possano definirsi “gravi” ai sensi e per gli effetti della normativa invocata.
Ed invero, sebbene debba convenirsi, in adesione al consolidato insegnamento della giurisprudenza di legittimità, che i “gravi difetti” di costruzione che danno luogo alla garanzia prevista dall’art. 1669 c.c. non si identificano, in via esclusiva, con i fenomeni che influiscono sulla stabilità, durata e conservazione dell’edificio, pregiudicandone la sicurezza, ma comprendono ogni altra alterazione che incida in modo sensibile sugli elementi essenziali di struttura e funzionalità della costruzione, è tuttavia per sempre necessario che si tratti di alterazioni che comportino un’apprezzabile menomazione del normale godimento dell’opera e della normale utilità cui essa è destinata.
Il che è da escludere possa affermarsi con riferimento a fessurazioni e avvallamenti della pavimentazione di complessiva lieve entità intrinseca, così come in rapporto alla superficie globale, trattandosi di alterazioni che, pur di indiscutibile rilevanza sotto il profilo estetico, non ne pregiudicano in misura apprezzabile la funzionalità in senso proprio e le ordinarie condizioni di utilizzo. Conclusione questa che l’appellante vanamente contesta rimarcando l’estensione del fenomeno e tornando, senza più efficaci argomentazioni, a prospettare un’incidenza dello stesso sulla funzionalità dell’elemento costruttivo, oltre che ad evidenziare i rilevanti costi occorrenti per la sistemazione.
A confutazione dei suesposti rilievi si osserva: che in realtà, come si evince dalla tavole grafiche allegate alla C.t.u., il fenomeno può dirsi diffuso per la sola zona giorno al piano terreno, essendo per il resto limitato a due o al massimo tre episodi negli altri locali pavimentati, come quello, con piastrelle monocottura e consistendo, per i rimanenti locali pavimentati con listoni di legno, nel distacco, in qualche punto, dal sottostante piano di posa, per lo più percepibile unicamente atraverso il cambiamento di suono che si avverte alla pressione del piede; che una sua incidenza sulla funzionalità dell’elemento costruttivo, contrasta con l’obiettività dei fatti e della situazione rilevata dal consulente, il quale, è opportuno ricordarlo, ne ha escluso ogni rilevanza sotto il profilo della sicurezza, precisando trattarsi non di fenomeno di dissesto di tipo strutturale; che il concetto di gravità, nel senso voluto dalla norma, non può essere positivamente influenzato dai costi delle opere di ripristino, il cui rilevante ammontare dipende non tanto dal costo degli interventi necessari per la eliminazione dell’inconveniente, quanto dal costo degli interventi reputati necessari per l’eliminazione in radice della sua probabile causa e, quindi, per il rifacimento integrale del massetto, comportante la rimozione e successiva sostituzione dell’intera pavimentazione.
Le ulteriori argomentazioni addotte a sostegno del gravame, impongono, per completezza, di rilevare che il tenore letterale della norma (…se, nel corso di dieci anni dal compimento, l’opera, per vizio del suolo o per difetto della costruzione, rovina in tutto o in parte, ovvero presenta evidente pericolo di rovina o gravi difetti…) non dà adito a dubbi sul fatto che il concetto di “gravi difetti”, che nella nuova formulazione si è inteso affiancare ai casi più gravi della rovina o del pericolo di crollo unicamente contemplati dal codice previdente, debba essere valutato in rapporto alle conseguenze prodotte dal vizio di costruzione e non al vizio di costruzione in sé considerato, la cui gravità può assumere rilevanza nel solo caso, qui non ricorrente, in cui determini una situazione di potenziale pericolo.
Pertanto, considerato che in sede di chiarimenti il C.t.u. ha escluso che vi siano prospettive di una futura evoluzione in senso peggiorativo del fenomeno, avendo riscontrato, a distanza di anni, la presenza di nuove impercettibili lesioni circoscritte alle pavimentazioni dell’office e del vano cucina, conclusivamente si rileva che la declaratoria del Tribunale circa l’insussistenza delle condizioni atte a legittimare l’applicazione dell’art. 1669 c.c. appare corretta; così come corretta risulta l’applicazione alla fattispecie delle norma in tema di appalto e la conseguente pronuncia di prescrizione del diritto azionato, essendo stata l’azione proposta ben oltre il termine biennale dalla data di ultimazione dell’opera stabilito dall’art. 1667, comma 3, c.c., nonostante l’inconveniente si fosse manifestato dopo solo pochi mesi dalla consegna e, quindi, in tempo utile per l’esperimento dell’ordinaria azione di garanzia prevista in tema di appalto.
Per tali ragioni l’appello va rigettato, restandone assorbite le questioni relative alla prospettata novità delle domande formulate in questa sede dall’appellante.
La particolarità del caso, in rapporto alla non sempre agevole individuazione della normativa applicabile, rende conforme a giustizia un provvedimento di integrale compensazione delle spese del grado.
La Corte, definitivamente pronunciando sull’appello proposto da G.B. contro la sentenza del Tribunale di Como n. 126/03 in data 12 novembre 2003, ogni diversa istanza ed eccezione disattesa, così provvede:
dichiara interamente compensate fra le parti le spese del grado.
Così deciso in Milano il 25 settembre 2007
Oggi 8 maggio 2008