Source: https://www.laleggepertutti.it/121646_lesercizio-del-diritto
Timestamp: 2020-07-03 18:03:42+00:00
Document Index: 128083001

Matched Legal Cases: ['art. 51', 'art. 51', 'art. 51', 'art. 21', 'sentenza ', 'Cass. Sez. ', 'art. 21', 'art. 571', 'art. 571']

L’esercizio del diritto; i limiti; il diritto di cronaca; diritto di critica; diritto di sciopero; gli offendicula e lo jus corrigendi.
L’art. 51 comma primo c.p. stabilisce che «l’esercizio di un diritto […] esclude la punibilità». Per spiegare la ratio della tradizionale regola qui iure suo utitur neminem laedit si ricorre ad una ragione logica ed una sostanziale. La prima va ravvisata nel principio di non contraddizione in quanto sarebbe logicamente inconcepibile che l’ordinamento prima concede un potere di agire e poi ne sanziona penalmente l’esercizio. La seconda va ravvisata nella prevalenza dell’interesse di chi agisce esercitando un diritto rispetto ad interessi eventualmente confliggenti: infatti se l’ordinamento ha riconosciuto ad un soggetto una data facoltà vuol dire che ha riconosciuto la prevalenza del suo interesse rispetto agli interessi contrari. nel caso in cui l’intervento, eseguito nel rispetto dei protocolli e delle leges artis, si sia concluso con esito fausto, essendo da esso derivato un apprezzabile miglioramento delle condizioni di salute del paziente, in riferimento anche alle eventuali alternative ipotizzabili e senza che vi fossero indicazioni contrarie da parte dello stesso. In ordine a questa scriminante si pongono problemi in relazione alla individuazione delle fonti che prevedono il diritto, al concetto stesso di diritto ed ai limiti dello stesso.
1 Diritto scriminante e sua fonte
3 Il diritto di cronaca
4 Il diritto di critica
5 Il diritto di sciopero
6 Gli offendicula
7 Ius corrigendi
Diritto scriminante e sua fonte
In relazione alla portata del concetto nella prassi applicativa si interpreta il termine diritto in modo restrittivo nel senso che si richiede un vero e proprio diritto soggettivo protetto dalla norma in modo individuale e diretto e di cui sia titolare il cittadino uti singulus (Antolisei). La dottrina dominante, invece, tende a conferire all’espressione la massima estensione possibile per cui vi si fa rientrare qualsiasi potere giuridico di agire quale che sia la relativa denominazione legislativa o dogmatica (Mantovani, Fiandaca‑Musco). In questo senso la scriminante abbraccia tutte le attività giuridicamente autorizzate. Non rientrano, invece, gli interessi legittimi e semplici in quanto non strutturalmente suscettibili di esercizio. Quanto alla fonte del diritto l’opinione tradizionale ritiene che possa essere la più varia: la legge ordinaria, il regolamento, il provvedimento amministrativo, il contratto di diritto privato, la legge regionale, la consuetudine etc. Alcuni autori però escludono la legge regionale perché come non può contenere precetti penali allo stesso modo non può contenere limitazioni agli stessi.
L’esistenza e l’esercizio del diritto non valgono di per sé ad escludere la punibilità occorrendo all’uopo un’altra serie di condizioni. In primo luogo occorre che il soggetto ponga in essere una condotta che costituisce estrinsecazione delle facoltà inerenti al diritto e di conseguenza la scriminante non è invocabile se l’esercizio del potere esuli dal fine per il quale è attribuito.
È necessario, quindi, un rapporto di congruenza tra esercizio del diritto e fatto commesso; in tal senso si afferma che non basta che l’ordinamento attribuisca un diritto perché il fatto commesso nel suo esercizio non sia punibile ma occorre che la legge consenta di esercitarlo, quantomeno implicitamente, proprio attraverso quella determinata azione che costituisce reato (Antolisei); si richiede cioè che la condotta con i caratteri concreti posti in essere dall’agente rientri tra quelle previste dalla norma attributiva del diritto. Ci si è chiesti in dottrina quali siano le conseguenze della commissione di un reato nel territorio italiano, da parte di un cittadino che abbia agito nell’esercizio di facoltà riconosciutegli dal proprio Stato di appartenenza. Appare evidente che, in tale ipotesi, ove lo Stato italiano abbia recepito nel proprio ordinamento la norma attributiva della facoltà allo straniero, la condotta criminosa anzidetta potrà essere scriminata ai sensi dell’art. 51 c.p.; in caso contrario, dovrà ritenersi non riconosciuto il diritto invocato dallo straniero, con conseguente suo obbligo di uniformarsi alla diversa disciplina del Paese ospitante (in tal senso GAROFOLI).
Ai fini della operatività della causa di giustificazione, il fatto penalmente rilevante deve essere stato determinato dalla necessità di esercitare il diritto. Poiché è necessario un rapporto di proporzione tra interesse protetto dal diritto ed interesse leso (Bettiol), occorre individuare i limiti cui va incontro l’esercizio del diritto per la salvaguardia di altri interessi meritevoli di tutela. In proposito si è soliti distinguere tra limiti interni e limiti esterni. I primi derivano dalla natura e funzione del diritto esercitato per cui essi segnano l’esatto ambito della norma attributiva del diritto. I secondi, invece, vanno ricavati dal complesso delle norme giuridiche di rango pari o superiore alla norma attributiva e consistono nella salvaguardia di quei diritti o interessi che abbiano valore uguale, o addirittura maggiore, di quello del cui esercizio si discute. Quanto ai diritti riconosciuti da norme costituzionali essi non possono essere limitati da norme di rango inferiore; i relativi limiti vanno desunti a livello costituzionale e non dalla norma penale che può tradurre in illeciti solo limiti già costituzionalmente previsti. Nell’eventuale contrasto tra diritti costituzionalmente protetti e norme incriminatrici, prevalgono i primi (8).
Importanti applicazioni dell’art. 51 c.p. si rinvengono in relazione ai diritti di cronaca, di critica, di sciopero, di difesa della proprietà e di correzione nei confronti dei minori.
La giurisprudenza ritiene che il diritto di cronaca giornalistica, sia questa giudiziaria o di altra natura, rientra nella più ampia categoria dei diritti pubblici soggettivi relativi alla libertà di pensiero e di stampa consacrati dall’art. 21 Cost. per cui il suo esercizio scrimina eventuali reati commessi. Posta questa premessa si è allora affermato che il diritto di cronaca può essere esercitato anche quando derivi danno all’altrui reputazione purché vengano rispettati determinati limiti e cioè:
– che la notizia sia vera o, quantomeno, seriamente accertata (cd. limite della verità);
– che esista un interesse pubblico alla conoscenza dei fatti medesimi nel senso che la loro divulgazione contribuisca alla formazione di una opinione pubblica su fatti oggettivamente rilevanti per la comunità (limite della pertinenza);
– che la esposizione della notizia sia mantenuta nei limiti della obiettività, serenità ed adeguatezza del linguaggio senza che si travalichi da una esposizione e da una critica civile anche se vivace (limite della continenza).
Al riguardo è fondamentale la sentenza a Sezioni Unite della Cassazione 23 ottobre del 1984, n. 8959 che, ponendo per la prima volta in maniera compiuta i suindicati principi, ha precisato che la verità della notizia, oltreché effettiva, può anche essere putativa purché frutto di un serio e diligente lavoro di ricerca e di controllo delle fonti; il limite della verità non è però rispettato quando, pur essendo veri i fatti narrati, siano dolosamente, o anche solo colposamente, taciuti fatti strutturalmente ricollegabili ai primi e tali da mutarne completamente il significato.
Esaminando partitamente le tre condizioni di liceità, va detto che il limite della verità è stato identificato nella rispondenza al vero dei fatti pubblicati con il conseguente obbligo per il giornalista di verificare la veridicità di quelle notizie, l’attendibilità della fonte quando queste provengono da una fonte che non ne garantisce la rispondenza al vero. Si è comunque affermato che se le notizie provengono da una fonte pubblica esse sono assistite da una presunzione di veridicità per cui la verifica riguarda esclusivamente le fonti private. La Cassazione ha, sul tema, puntualizzato che il concetto di cronaca presuppone la immediatezza della notizia e la tempestività dell’informazione, così che l’esigenza della velocità può comportare un sacrificio, in nome dell’interesse alla notizia, dell’accuratezza della verifica della sua verità e della bontà della fonte. Ciò per contro non deve accadere quando si offre il resoconto di fatti distanti nel tempo, in relazione ai quali è legittimo pretendere una attenta verifica della fonte proprio perché l’accuratezza della ricostruzione corrisponde, in tal caso, all’interesse del pubblico (Cass. 7-3-2006, n. 8042). La Corte ha, altresì, sostenuto che ricorre la scriminante dell’esercizio del diritto di cronaca anche qualora eventi storicamente veri siano stati rappresentati in forma giuridicamente non corretta (Cass. 17- 2-2010, n. 6410). La scriminante del diritto di cronaca è, infine, configurabile anche quando oggetto di pubblicazione siano atti di un procedimento penale ancora coperti da segreto, giacché l’efficacia esimente dell’esercizio del suddetto diritto incontra i soli limiti della verità dei fatti divulgati, della loro rilevanza sociale e della continenza espressiva (in tal senso, Cass. 12-4-2013, n. 17051).
Quanto all’interesse pubblico alla conoscenza del fatto, esso sussiste tutte le volte in cui il fatto riguardi una categoria ampia di cittadini o la collettività. Così per esempio non risponde di diffamazione chi, pubblicando notizie relative all’igiene, riporta apprezzamenti negativi sulle condizioni igieniche di un ristorante. È sempre l’interesse pubblico alla conoscenza del fatto, in virtù dei soggetti coinvolti, della materia e del contesto, ad aver indotto, da ultimo, la Cassazione a ritenere scriminata, rispetto al reato di diffamazione, la condotta di un giornalista che aveva riportato il testo di un’intervista contenente espressioni offensive pronunciate dall’intervistato nei confronti di altri, mantenendo una posizione imparziale (Cass. Sez. Un. 16-10-2001, n. 37140). In particolare, ha precisato la Corte di legittimità, la condotta del giornalista che, pubblicando il testo di un’intervista, vi riporti, anche se «alla lettera», dichiarazioni del soggetto intervistato di contenuto oggettivamente lesivo dell’altrui reputazione, non è scriminata dall’esercizio del diritto di cronaca, in quanto al giornalista stesso incombe pur sempre il dovere di controllare la veridicità delle circostanze e la continenza delle espressioni riferite. Tuttavia, essa è da ritenere penalmente lecita, quando il fatto in sé dell’intervista, in relazione alla qualità dei soggetti coinvolti, alla materia in discussione e al più generale contesto in cui le dichiarazioni sono rese, presenti profili di interesse pubblico all’informazione tali da prevalere sulla posizione soggettiva del singolo e da giustificare l’esercizio del diritto di cronaca, l’individuazione dei cui presupposti è riservata alla valutazione del giudice di merito. Tornata ad esprimersi sui limiti di rilevanza scriminante del diritto di cronaca, in caso di intervista giornalistica, la Corte ha affermato che l’intervista televisiva «in diretta» presuppone che siano comunicate notizie provenienti da una fonte «non filtrata», con la conseguenza che, in tal caso, non si può esigere dal giornalista l’esecuzione di un sia pur rapido controllo prima della diffusione della notizia ed in particolare un’attività di verifica sulla fondatezza della notizia comunicata e diffusa, in quanto essa viene diffusa nello stesso momento in cui il giornalista la apprende dall’intervistato. Ne deriva che l’obbligo di controllo di veridicità che grava sul giornalista in ordine all’intervista «in differita» non è applicabile al giornalista che effettui l’intervista «in diretta», trattandosi di condotta inesigibile, posto che non si può controllare ciò che ancora non si conosce. Tuttavia, il giornalista, in tal caso, deve osservare la diligenza in eligendo, nel senso che nella scelta del soggetto da intervistare deve adottare, sia pure nei limiti del diritto-dovere di informare, la cautela preordinata ad evitare di dare la parola a soggetti che prevedibilmente ne approfittino per commettere reati (Cass. 23-1-2008, n. 3597).
In tema di cronaca giudiziaria è stata ribadita la preminenza dell’interesse pubblico alla conoscenza dei fatti di grande rilievo sociale, quali quelli relativi alla perpetrazione di reati, rispetto al principio di non colpevolezza dell’imputato fino a prova contraria. Infine riguardo alla continenza è necessario che la notizia sia riportata con linguaggio corretto senza trasmodare in apprezzamenti che rivelino più l’interesse ad aggredire la reputazione di un soggetto che ad informare l’opinione pubblica. L’esposizione dei fatti è civile quando è chiara e leale, senza l’uso di sottintesi sapienti e mezze frasi o l’uso di toni sproporzionatamente scandalizzati e soprattutto senza insinuazioni o accostamenti suggestivi e suggestionanti per il lettore.
Dal diritto di cronaca occorre distinguere il diritto di critica in quanto quest’ultimo, a differenza del primo, non si sostanzia nella narrazione di fatti bensì nell’espressione di un giudizio o, più genericamente, di un’opinione che, come tale, non può pretendersi rigorosamente obiettiva, posto che la critica, per sua natura, non può che essere fondata sull’interpretazione necessariamente soggettiva di fatti e comportamenti. Il fondamento del diritto di critica, anch’esso riconducibile all’art. 21 Cost., va rinvenuto nella circostanza che, svolgendo il soggetto la sua attività in campi che interessano tutti i consociati, può da tutti essere valutato positivamente o negativamente. Il limite essenziale del diritto di critica è costituito dal principio del neminem laedere e dal rispetto del decoro e di conseguenza la critica deve mantenersi nell’ambito della correttezza del linguaggio e del rispetto dell’onore e della reputazione altrui.
Tale limite può ritenersi superato quando l’agente trascenda ad attacchi personali, diretti a colpire, su un piano individuale, senza alcuna finalità di interesse pubblico, la figura morale del soggetto criticato giacchè in tal caso l’esercizio del diritto, lungi dal rimanere nell’ambito di una critica misurata ed obiettiva, trascende nel campo dell’aggressione alla sfera morale altrui, penalmente protetta.
Secondo la Cassazione, la sussistenza dell’esimente del diritto di critica presuppone, per sua stessa natura, la manifestazione di espressioni oggettivamente offensive della reputazione altrui, la cui offensività possa, tuttavia, trovare giustificazione nella sussistenza del diritto di critica, a condizione che l’offesa non si traduca in una gratuita ed immotivata aggressione alla sfera personale del soggetto passivo ma sia «contenuta» (requisito della «continenza») nell’ambito della tematica attinente al fatto dal quale la critica ha tratto spunto, fermo restando che, entro tali limiti, la critica, siccome espressione di valutazioni puramente soggettive dell’agente, può anche essere pretestuosa ed ingiustificata, oltre che caratterizzata da forte asprezza (Cass. 27-1-2011, n. 3047). Nel medesimo senso, e più di recente, si è affermato che il diritto di critica si concretizza in un giudizio valutativo che postula l’esistenza del fatto assunto ad oggetto o spunto del discorso critico ed una forma espositiva non ingiustificatamente sovrabbondante rispetto al concetto da esprimere, e, conseguentemente, esclude la punibilità di coloriture ed iperboli, toni aspri o polemici, linguaggio figurato o gergale, purché tali modalità espressive siano proporzionate e funzionali all’opinione o alla protesta, in considerazione degli interessi e dei valori che si ritengono compromessi (Cass. 20-8-2014, n. 36045). Con riferimento alla critica politica la giurisprudenza è orientata nel senso di consentire un’asprezza maggiore di quella normale alle altre figure, a condizione che si mantenga nei limiti della verità e dell’interesse sociale, in quanto la tutela del personaggio pubblico è meno intensa di quella riservata ad altri cittadini.
Inoltre, si ritiene che il diritto di critica politica possa manifestarsi anche in maniera estemporanea, non essendo necessario che si esprima nelle sedi istituzionali o mediatiche più appropriate (in tal senso Cass. 7-6-2006, n. 19509). Ciò che legittima l’esercizio del diritto di critica in termini più ampi è la necessità di fornire all’opinione pubblica una base conoscitiva il più completa possibile, che consenta alla stessa di giudicare in modo corretto l’operato delle forze politiche; dunque, ove il fatto oggetto di critica sia comunque relativo alla vita politica, con sufficiente interesse collettivo, può ritenersi legittima la critica ad un fatto da verificare, pur se ritenuto probabile in relazione alla concatenazione logica di altri fatti certi (Cass. 9-8-2001, n. 31037).
Tuttavia la polemica insita nel dibattito politico non può identificarsi nel dileggio senza limiti, nella volgarità delle contumelie ed in immotivati e gratuiti giudizi di disistima. In giurisprudenza si è, altresì, posto il problema dei limiti al diritto di critica giudiziaria. In particolare, si è sostenuto che le sentenze possono essere oggetto di critica, anche aspra, per gli argomenti che ne sostengono le interpretazioni dei fatti e delle norme, che sono spesso opinabili. Non è, invece, consentito presentarle come risultato di complotti o strategie politiche, poiché in tal caso non si manifesta un dissenso (fondato e motivato o meno) dalle opinioni espresse dai giudici, ma si afferma un fatto lesivo che dev’essere rigorosamente provato (Cass. 4-1-1995, n. 4). In relazione alle censure rivolte alla magistratura requirente, mentre appaiono comunque non coperte dalla scriminante in esame accuse di asservimento della funzione giudiziaria ad interessi personali, partitici, politici, ideologici, ovvero accuse di strumentalizzazione della detta funzione per il conseguimento di finalità divergenti da quelle che devono guidare l’operato del PM, rientra nei limiti del diritto di critica la formulazione, nei confronti della parte pubblica, di rilievi polemici, anche se effettuata con termini impropri, tipici del gergo giornalistico, termini che, benché oggettivamente ed astrattamente offensivi, siano sinonimi ed equivalenti di espressioni del linguaggio tecnico, con l’uso delle quali avrebbe potuto essere censurato il comportamento dell’organo dell’accusa (Cass. 3-3-1999, n. 2980).
Quanto al diritto di sciopero si suole affermare che esso incontra dei limiti di duplice natura: limiti interni ricavabili dalla natura del diritto in questione e dalle finalità in funzione delle quali è riconosciuto (lo sciopero è astensione collettiva e concordata dal lavoro per fini di tutela degli interessi economici, professionali e politici dei lavoratori); limiti esterni derivanti dalla necessità di salvaguardare altri diritti ed interessi, a loro volta costituzionalmente rilevanti che con quello di sciopero entrano in conflitto (la vita, gli interessi economici). Il diritto di sciopero rende legittime le azioni sussidiarie di propaganda e persuasione necessarie per la riuscita dello sciopero mentre resta pienamente punibile qualsiasi fatto di coazione operata su altri lavoratori dissenzienti o indifferenti.
La Suprema Corte è attestata sul principio che il diritto di sciopero non può mai giustificare la compressione dell’altrui libertà di non aderire allo sciopero, parimenti assistita da garanzia costituzionale. È quindi punibile il ricorso alla violenza o a qualsiasi comportamento atto a coartare la volontà di chi non intende partecipare. In particolare si è ritenuto che realizza la fattispecie oggettiva della violenza privata chi, attuando il picchettaggio, ostacoli l’accesso al lavoro o ostacoli l’ingresso alla fabbrica con delle vetture o chi semplicemente costringa i non aderenti a scegliere un percorso più lungo per accedere al luogo di lavoro; così pure nel fatto di coloro che, sedendosi davanti alla fabbrica o sui nastri trasportatori, impediscono agli altri lavoratori di lavorare.
In relazione al diritto di proprietà occorre partire dalla premessa che esso attribuisce al proprietario la facoltà di predisporre mezzi idonei alla sua tutela. Vengono pertanto ricondotte nell’ambito di operatività della scriminante dell’esercizio del diritto le offese a terzi cagionate dai cd. offendicula.
Tuttavia la facoltà di predisporre tali mezzi idonei a provocare danni a terzi non è ammessa se questi operano in maniera cd. «alla cieca», senza cioè distinguere tra offensore e non offensore, ovvero se producono un danno sproporzionato al bene che si vuol tutelare. È allora necessario bilanciare gli interessi in conflitto per cui l’offendiculum deve ritenersi lecito se la sua attitudine lesiva è proporzionata al bene da difendere e se consente di salvaguardare l’incolumità dei terzi non aggressori.
La giurisprudenza ammette gli offendicula come strumenti di tutela a condizione che presentino una non eccessiva attitudine al ledere e siano forniti di adeguata pubblicità, cioè facilmente visibili. Devono quindi considerarsi banditi i mezzi insidiosi e quelli particolarmente lesivi dell’integrità fisica.
In dottrina Mantovani giustifica diversamente la mancata punibilità dell’offesa derivante dall’offendiculum a seconda che l’offeso sia un terzo non aggressore o l’aggressore. Nel primo caso se sono rispettati i limiti suddetti, sarà invocabile la scriminate dell’esercizio del diritto. Nel secondo caso invece si afferma che il fatto è scriminato dalla legittima difesa per cui i limiti di liceità dell’azione non saranno più quelli dell’esercizio del diritto ma quelli più ampi della legittima difesa.
Nell’ambito dei rapporti familiari i genitori, nell’esercizio della loro responsabilità genitoriale sui figli, in quanto titolari di un diritto di correzione, possono porre in essere azioni che di regola costituiscono reato (percosse, ingiurie, limitazioni alla libertà personale). L’art. 571 c.p. infatti prevede come reato l’abuso dei mezzi di correzione presupponendo, quindi, l’esistenza di uno ius corrigendi. Quanto ai maestri, invece, il regolamento scolastico vieta mezzi afflittivi. Il diritto di correzione però deve rispettare dei limiti per non sfociare nell’abuso; l’art. 571 citato non stabilisce precisamente questi limiti rinviando ai criteri di valutazione sociale ed al caso concreto. La giurisprudenza ritiene che sono leciti i mezzi di correzione tradizionali mentre sono punibili gli eccessi che possono mettere in pericolo la vita o l’incolumità del soggetto. Occorre poi che il fine perseguito sia obiettivamente disciplinare. In considerazione di ciò ritiene che siano incompatibili con lo ius corrigendi i metodi che fanno ricorso alla violenza.