Source: https://www.orizzontescuola.it/certificato-di-malattia-telematico-il-confine-sottile-tra-la-semplificazione-e-la-trascuratezza/
Timestamp: 2018-11-14 19:15:28+00:00
Document Index: 131389858

Matched Legal Cases: ['art. 25', 'art. 55', 'art. 55', 'art. 23', 'art. 4', 'art. 21', 'art. 2702', 'art. 481', 'art. 64']

Certificato di malattia telematico: il confine sottile tra la semplificazione e la trascuratezza - Orizzonte Scuola
red – Dal sito dello studio legale Lisi un’interessante disamina sul certificato di malattia telematico, a cura di Francesca Giannuzzi, Avvocato esperto di diritto amministrativo informatico. Ringraziamo il prof. Alfredo Lalomia per la segnalazione.
La legge n. 183 del 4.11.2010, all’art. 25, prevede che dal 1° gennaio 2011, in tutti i casi di assenza per malattia dei dipendenti di datori di lavoro privati, il rilascio e la trasmissione della attestazione di malattia debba avvenire secondo le modalità previste dall’art. 55-septies del D. Lgs. 30.3.2001 n. 165. Si universalizza così l’obbligo, già previsto per il settore pubblico dal citato art. 55-septies, di compilazione elettronica e trasmissione telematica, da parte del medico o di qualsiasi “struttura sanitaria”, delle certificazioni di malattia. Per comprendere appieno in cosa consista tale “rivoluzione” e fino a che punto essa possa essere ritenuta tale, occorre volgere uno sguardo al passato e a come si svolgeva l’intero processo di compilazione e trasmissione dei certificati di malattia.
In passato, il lavoratore affetto da malattia temporanea si recava dal proprio medico per farsi certificare lo stato di infermità; quest’ultimo provvedeva a rilasciare due originali dell’attestazione a firma autografa, una destinata al datore di lavoro, l’altra all’INPS. Tutti questi passaggi “medico – lavoratore – INPS – datore di lavoro” avvenivano per il tramite del lavoratore medesimo, al quale spettava lo smistamento della certificazione ai competenti uffici. Tale processo funzionale si basava dunque sulla presenza del cartaceo (il certificato medico, appunto) e gli adempimenti gestionali ad essa collegati incombevano sul lavoratore.
Oggi, il lavoratore affetto da patologia temporaneamente invalidante si reca dal medico (o viene trattenuto presso una struttura sanitaria) che, accertata l’effettiva impossibilità lavorativa, compila la certificazione in un sistema informatico, inserendo i dati obbligatori previsti per il disciplinare tecnico di cui al Decreto del Ministero della Salute 26.2.2010 ed invia il messaggio contenente i dati al SAC (Sistema di Accoglienza Centrale). Ricevuto il messaggio da parte del medico curante, il SAC ne controlla la regolarità e, se riscontra delle difformità, invia un messaggio al medico invitandolo a rettificare l’anomalia rilevata. Se, al contrario, il controllo ha esito positivo, il SAC rende immediatamente disponibili i dati all’INPS, rilasciando al medico ricevuta di accoglimento. Pertanto, dopo la ricezione, tramite SAC, dell’accettazione dell’invio e l’assegnazione da parte dell’INPS del numero di protocollo univoco, il medico procede alla stampa della copia cartacea del certificato di malattia telematico e dell’attestato di malattia, ai sensi dell’art. 23 del Codice dell’amministrazione digitale, da consegnare al lavoratore.
L’art. 4 del Decreto 26.2.2010 prescrive al lavoratore del settore privato di consegnare al proprio datore di lavoro, entro due giorni dal rilascio, l’attestazione di malattia rilasciata dal medico curante, a meno che quest’ultimo non “richieda all’INPS la trasmissione in via telematica della suddetta attestazione, secondo le modalità stabilite dal disciplinare tecnico allegato 1”.
È consentito al lavoratore di accedere tramite il sistema INPS, attraverso il proprio codice fiscale e il numero di protocollo del certificato rilasciatogli dal medico, e visualizzarne il relativo attestato.
Il datore di lavoro ha la possibilità, ma non l’obbligo, di prendere visione dell’attestato di malattia del lavoratore attraverso il servizio erogato dall’INPS.
Una piccola rivoluzione digitale potrebbe definirsi quella che si è venuta a creare, considerata la grande diffusione che la nuova procedura di trasmissione telematica dei certificati di malattia dei lavoratori pubblici e privati ha avuto, e sta avendo: secondo i dati forniti dal Ministero per la pubblica amministrazione e l’innovazione (sul sito www.innovazionepa.gov.it), alla data odierna, sono quasi 4 milioni gli invii effettuati dai medici dallo scorso aprile ad oggi (di cui oltre 148 mila nelle ultime 24 ore).
L’utilizzo dell’Id e della password ai fini dell’autenticazione viene prevista dalla norma solo per una prima fase iniziale di attuazione del sistema, ma non dovrebbe connotarlo in maniera stabile, attesa la sua impossibilità ad individuare con certezza l’autore dell’operazione effettuata telematicamente. A pieno regime, in cui ormai versa il sistema di trasmissione telematica dei certificati di malattia, solo l’autenticazione tramite CIE/CNS può garantire l’identificazione certa dell’autore e, dunque, fornire quelle credenziali di cui l’intero sistema ha bisogno per considerarsi robusto ed affidabile. Purtroppo, però, quella che era prevista come la modalità “temporanea” ed iniziale di autenticazione al sistema, tramite codice identificativo e pincode, attualmente risulta la più utilizzata, con tutto ciò che ne consegue in termini di diminuzione della funzionalità e della sicurezza dell’intero sistema. In ogni caso, è giusto ricordare che, se il medico si identifica nel sistema attraverso Id e password (o anche con CNS o CIE), il referto da lui emesso risulterà provvisto della sola firma elettronica semplice, ai sensi dell’art. 21 del Codice dell’Amministrazione Digitale. Infatti, sia i dati trasmessi dal medico, che quelli ricevuti dal datore di lavoro in formato .xml o .txt non sono firmati digitalmente né dal medico né da qualsiasi altro soggetto; pertanto, l’attestato di malattia trasmesso dal primo al secondo telematicamente costituisce documento informatico, ma valevole solo come prova di fatti, e non della provenienza delle dichiarazioni ivi contenute, ex art. 2702 c.c.. L’efficacia probatoria prevista da quest’ultimo articolo è assegnata al documento informatico sottoscritto con firma elettronica avanzata, qualificata o digitale e formato secondo le regole tecniche previste dal CAD che ne garantiscano l’integrità e l’immodificabilità, nonché l’identificabilità dell’autore.
Pertanto, sul piano probatorio, il referto così rilasciato acquisisce la valenza di documento liberamente valutabile in giudizio, tenuto conto delle sue caratteristiche oggettive di qualità, sicurezza, integrità ed immodificabilità.
In linea generale, l’utilizzo della firma elettronica semplice riguarderebbe più propriamente quei documenti che necessitano, più che di una firma vera e propria, di una specie di “visto”. I certificati medici, invece, indipendentemente dalla natura, pubblica o privata, che viene loro attribuita, hanno sicuramente una valenza pubblica: tale valore discende, altresì, dalla previsione di un’apposita fattispecie di reato per quel medico che attesti il falso (art. 481 c.p.).
Sulla scorta di quanto innanzi, risulta contraddittoria la mancanza della previsione di un obbligo imposto normativamente di utilizzare la Carta di Identità Elettronica o la Carta Nazionale dei Servizi, in quanto strumenti tecnologici più sicuri, affidabili, ma soprattutto giuridicamente più “robusti” rispetto all’autenticazione a mezzo nome utente e password.
Le perplessità che la mancata imposizione all’utilizzo di questi mezzi di autenticazione più sicuri producono, aumentano se si tiene conto che il Codice dell’Amministrazione Digitale, così come modificato dal D. Lgs. 235/2010, non prevede più, all’art. 64, il termine ultimo del 31.12.2010 entro cui era possibile accedere ai servizi erogati dalle pubbliche amministrazioni con strumenti diversi dalla CIE e dalla CNS: ne deriva che i medici potranno continuare ad accedere al sistema informativo dell’INPS attraverso un codice identificativo e una password, disattendendo ancora l’esigenza di certezza nell’individuazione dell’autore del certificato.
Ancora più incomprensibile risulta il fatto che non sia previsto dalla normativa che tali documenti siano dotati di firma digitale, l’unico “sigillo informatico” che possa assicurare piena validità legale ai certificati medici.
a) il medico che attesta la malattia viene escluso da ogni tipo di responsabilità, civile e penale, in ordine a quanto certifica nell’atto;
La conservazione dei certificati telematici è un ulteriore problema che non viene in alcun modo risolto dalla normativa regolante la nuova procedura di trasmissione. Nulla, infatti, viene detto in ordine alle regole in base alle quali procedere alla loro conservazione, né il soggetto preposto alla stessa. Né si comprende, nel caso non ci fosse il conservatore, quale altro soggetto potrebbe garantire il non deterioramento di tali documenti nel tempo, utilizzando i formati adatti (che con il tempo cambiano) su cui salvare e conservare i documenti. È necessario, dunque, che vengano esplicitate normativamente le regole in base alle quali devono essere custoditi nel tempo questi documenti “firmati” e i relativi metadati, che permetterebbero a distanza di anni la verifica della firma elettronica del medico.
La riforma, però, pur essendo stata attuata per semplificare il procedimento di creazione, trasmissione e acquisizione dei certificati di malattia attraverso l’utilizzo di strumenti tecnologici, è stata concepita, in realtà, incompleta. Il certificato di malattia telematico, infatti, risulta privo di due elementi essenziali per la sua creazione prima e la sua conservazione poi: la firma digitale e le norme regolanti il processo di conservazione di tali documenti digitali.
25 febbraio 2011 - 5:11 - Lalla