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Timestamp: 2018-03-22 04:05:06+00:00
Document Index: 113481350

Matched Legal Cases: ['art 17', 'art 40', 'art 14', 'art 2050', 'sentenza ', 'art 2050', 'sentenza ', 'art. 14', 'art. 61', 'art. 171', 'art 17', 'art 171', 'art. 615']

Responsabilità giuridica del provider di servizi internet: luci ed ombre alla luce di recenti casi di cronaca. Il caso Piratebay | Studio Legale Nizzi Grifi Gargiolli
Responsabilità giuridica del provider di servizi internet: luci ed ombre alla luce di recenti casi di cronaca. Il caso Piratebay
(Articolo originariamente apparso sulla testata online Teutas il 20 novembre 2008)
Numerosi fatti di cronaca recente rinverdiscono un argomento che suscita sempre un notevole interesse sia nel nostro paese che in europa: la responsabilità civile e penale del provider di servizi internet.
Premesse terminologiche e pratiche.
Occuparsi della responsabilità giuridica dei provider richiede necessariamente una premessa terminologica. Dovremo perciò sia delineare esattamente il significato generale di “provider” che riportare le definizioni contenute nei testi legislativi, in tal modo delineando accuratamente il nostro campo d’indagine.
“Provider” , abbreviazione di “Internet Service Provider”, in termini generici e comunemente accettati, descrive una struttura organizzativa che offre a soggetti (privati, imprese o Pubbliche Amministrazioni) la connessione alla rete internet eventualmente in abbinamento ad altri servizi complementari.
Un attento frequentatore del web e di tutti i fenomeni che ruotano attorno al mondo dei servizi che vengono resi sul web comprenderà immediatamente che la realtà delle cose è ben più complessa. Il termine “Provider” infatti il più delle volte è una macrocategoria dalle mille sfaccettature: la maggior parte delle volte dovremo procedere ad un analisi più attenta per comprendere quali siano in concreto i servizi resi dal Provider. Un provider è cioè un soggetto che nella sua attività spazia dall’offrire storage per ospitare siti web di clienti che hanno sottoscritto un contratto a ciò finalizzato fino alla fornitura di spazi pubblici finalizzati a permettere ad una moltitudine di utenti di scambiarsi opinioni (vedi newsgroup o forum di discussione).
Questa considerazione ha inevitabilmente le sue conseguenze soprattutto se prendiamo in considerazione le definizioni contenute nella Sezione 4 artt. 12, 13 e 14 della direttiva n. 2000/31/CE relativa a taluni aspetti giuridici dei servizi della società dell’informazione, in particolare il commercio elettronico, nel mercato interno (“Direttiva sul commercio elettronico”), introdotta nel nostro ordinamento con il D. Lgs 70/2003.
Si presti attenzione al fatto che le definizioni contenute nella direttiva sono state pedissequamente tradotte nel nostro testo legislativo di recepimento agli artt. 14,15 e 16 senza alcuna modifica di sorta, reiterando così la perniciosa abitudine di non adattare certe norme di emanazione europea al contesto normativo nazionale.
Ciò considerato il d.lgs 70/2003 descrive tre tipologie di Provider, o melius, tre tipologie di attività che contraddistinguono i provider in genere: “mere conduit”,”caching” e “hosting”.
Il provider “mere conduit” è quello che svolge come attività precipua il “trasmettere, su una rete di comunicazione, informazioni fornite da un destinatario del servizio o nel fornire un accesso alla rete di comunicazione”. Esemplificando l’attività di mere conduit è quella svolta dai provider che forniscono accesso ad internet attraverso un abbonamento mensile o a consumo (non contando in questo caso il tipo di assetto contrattuale instauratosi tra le parti).
Il provider “caching” ha come quello precedente il compito “trasmettere, su una rete di comunicazione, informazioni fornite da un destinatario del servizio” ma se ne differenzia perché di fatto memorizza automaticamente e temporaneamente le informazioni del cliente “al solo scopo di rendere più efficace il successivo inoltre ad altri destinatari a loro richiesta”.
Il provider “hosting” è quello che più spesso ha dato luogo a pronunce giurisprudenziali. Un provider è di tipo “hosting” quando, sempre secondo quanto prevede la direttiva europea, l’oggetto dell’attività è quella di memorizzare “informazioni fornite da un destinatario del servizio”.
Quest’ultimo tipo di attività è rappresentata classicamente dal provider che offre spazi su propri server per ospitare siti dei clienti o tipi di attività che richiedano il “parcheggio” di files di svariato genere sempre per conto del cliente.
Rileva a fini di questa breve dissertazione anche richiamare una differenza fondamentale, ovvero quella sussistente fra provider “pubblico” e provider “privato”i. Tale differenziazione non ha risvolti normativi in quanto è una mera classificazione commerciale utile per descrivere brevemente e sinteticamente le offerte.
Un provider sarà così da intendersi “pubblico” laddove il servizio messo a disposizione degli utenti sarà fondamentalmente qualcosa di condiviso fra più soggetti. Esemplificando, sarà da ritenersi pubblico quel provider che mette a disposizione degli internauti spazi web dove trovano luogo discussioni pubbliche – che comunemente si sostanziano in Forum o in Newsgroup. In questi spazi tutti gli utenti potranno liberamente – normalmente previa iscrizione ed accettazione dei termini di utilizzo, sottoscritti con l’usuale pratica del point and click – esprimere le proprie valutazioni ed i propri pensieri dando luogo a delle vere tavole rotonde su argomenti attinenti al tema del forum stesso. Provider “privati” saranno invece, sempre secondo questa classificazione, quelli dove il cliente ha accesso esclusivo ad uno spazio dove vengono recapitate e conservate email a lui destinate (il servizio di Google Mail o quello di Hotmail sono esempi lampanti di questa categoria).
La responsabilità dei provider: i limiti
La lettura delle norme attuative della direttiva 2000/31/CE, come abbiamo già messo in evidenza, non aggiungono nulla di nuovo ai contenuti espressi già nella direttiva europea. E’ quindi nostra intenzione richiamare in modo sintetico i principi espressi dal d.lgs. 70/2003.
Al di là infatti della formulazione delle norme, che tendono, ad avviso di chi scrive, ad un’eccessiva prolissità con il rischio di peccare in chiarezza espositiva, possiamo affermare che il provider in linea di principio non è investito di alcuna responsabilità diretta in merito ai contenuti immessi nel web utilizzando i propri servizi.
Le norme si esprimono sempre in senso negativo, ovvero a fronte del principio di ordine generale della insussistenza della stessa si elencano i casi in cui questa sussiste. E così, enucleando ciò che gli artt. 14, 15 e 16 prevedono, la responsabilità del provider si concretizzerà laddove sia stata parte attiva nella formazione del contenuto illecito oppure sia stata informata del contenuto da rimuovere e non si sia attivata di conseguenza.
Questi principi trovano una loro concreta affermazione in seno al successivo art 17 che rubricato “Assenza dell’obbligo generale di sorveglianza” recita in questo senso: “Nella prestazione dei servizi di cui agli articoli 14, 15 e 16, il prestatore non è assoggettato ad un obbligo generale di sorveglianza sulle informazioni che trasmette o memorizza, né ad un obbligo generale di ricercare attivamente fatti o circostanze che indichino la presenza di attività illecite.”
Lo stesso articolo, al secondo comma, prosegue ribadendo principi già richiamati, ed allora ecco che si stabilisce che “[…] il prestatore è comunque tenuto: 1. ad informare senza indugio l’autorità giudiziaria o quella amministrativa avente funzioni di vigilanza, qualora sia a conoscenza di presunte attività o informazioni illecite riguardanti un suo destinatario del servizio della società dell’informazione; 2. a fornire senza indugio, a richiesta delle autorità competenti, le informazioni in suo possesso che consentano l’identificazione del destinatario dei suoi servizi con cui ha accordi di memorizzazione dei dati, al fine di individuare e prevenire attività illecite.”
La previsione di un obbligo di cooperazione con l’autorità giudiziaria è superflua, forse non necessaria, tuttavia la ratio della norma sembra voler concretizzare un principio che forse non avrebbe trovato pacifica applicazione, ovvero della non sussistenza a carico del provider di alcun obbligo di sorveglianza.
Di fatto l’esclusione di un qualsiasi obbligo di sorveglianza esclude conseguenzialmente anche l’applicabilità dell’art 40 c.p. relativo all’obbligo giuridico di impedire un evento (si legga il secondo comma che recita: “Non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo.”). Certo, permane l’obbligo di rimuovere contenuti illeciti a seguito di segnalazioni ricevute da terzi o di fornite informazioni rilevanti a seguito di una richiesta formulata dall’autorità giudiziaria, ma il principio cardine attorno al quale ruota la normativa e, come vedremo meglio in seguito, anche le recenti vicende giudiziarie, rimane sempre quello della sostanziale non responsabilità per i contenuti pubblicati.
Merita in questa sede anche richiamare la novella introdotta dalla legge 38/2006 in seno alla legge 3 agosto 1998 n. 269. Il neo art 14-ter rubricato: “Obblighi per fornitori dei servizi della società dell’informazione resi attraverso reti di comunicazione elettronica” prevede in capo ai fornitori di servizi, ovvero ai provider, l’obbligo di segnalare al Centro nazionale per il contrasto della pedopornografia “le imprese o i soggetti che, a qualunque titolo, diffondono, distribuiscono o fanno commercio, anche in via telematica, di materiale pedopornografico, nonche’ a comunicare senza indugio al Centro, che ne faccia richiesta, ogni informazione relativa ai contratti con tali imprese o soggetti”. La violazione di tale obbligo, salvo che il fatto non costituisca reato, comporterà a carico dei soggetti coinvolti una sanzione amministrativa. Anche in questo caso, si badi bene, le norme non fanno riferimento a nessun obbligo di vigilanza.
Ferme restando queste osservazioni bisogna riconoscere a questa normativa il merito inequivocabile di aver risposto in modo chiaro e conciso, almeno dal punto di vista contenutistico-letterale, a problematiche e dubbi che hanno sempre attanagliato i gestori di provider.
Tale chiarezza enunciativa non deve tuttavia trarre in inganno il lettore perché la dottrina si è comunque interrogata sulla tipologia di responsabilità additabile all’attività del provider che “pubblichi” contenuti forieri di responsabilità civili e/o penali. Questo discorso vedrà gli hosting provider come soggetti più suscettibili di azioni giudiziarie, anche e soprattutto in considerazione del fatto che mettono a disposizione in modo permanente e non temporaneo gli spazi virtuali finalizzati alla pubblicazione del materiale.
Possiamo così richiamare brevemente tali dibattiti al fine esclusivo di comprendere, in mancanza di norme create ad hoc ed applicabili a tutti i casi, quali e quanti siano gli sforzi dei giuristi per additare ad un soggetto la responsabilità per illeciti compiuti in rete.
Così se parte della dottrina, nel tentativo di ricercare sempre e comunque un responsabile dei contenuti pubblicati, ha voluto estendere al provider le norme sulla stampa ed in particolare quelle sulla responsabilità dell’editore per i contenuti immessi, configurandosi in questo senso una culpa in vigilando che imporrebbe al provider un dovere giuridico di vagliare tutti i contenuti immessi utilizzando le proprie infrastrutture, un altro orientamento dottrinale ha escluso categoricamente questa estensibilità interpretativa ritenendola eccessiva. Si ritiene infatti irrealistico pretendere che un provider vigili sulle migliaia di informazioni e contenuti che giornalmente vengono immessi usufruendo del servizio prestato. Negata quindi l’estensibilità delle norme sulla stampa tale orientamento dottrinario preferisce vedere imputato al provider una responsabilità ex art 2050, con la possibilità di configurare una responsabilità oggettiva a carico del provider, siccome soggetto esercente un’attività pericolosa, con la conseguenza ulteriore che il gestore del sito, pertanto, dovrà rispondere del fatto illecito dell’utente del web, a meno che egli non provi «di aver adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno».
Cosa è successo nella pratica.
Se le norme che abbiamo finora richiamate non sembrano dar adito a sospetti in merito alle eventuali responsabilità e non sembrerebbe prima facie lontanamente ipotizzabile il dibattito che poi di fatto è sorto, l’applicazione concreta di tali principi è tutt’altro che scontata. C’è tuttavia da mettere ben in evidenza il fatto che nel nostro paese non vi sono a tutt’oggi precedenti giurisprudenziali così rilevanti da poter affermare con una certa sicurezza che si è creato un orientamento interpretativo ben preciso. Pur potendo vantare infatti una relativa vivacità in sede di giudizio di primo grado la Cassazione non ha ancora avuto modo di affrontare direttamente queste tematiche. Sarà nostra cura quindi richiamare alcuni recenti orientamenti giurisprudenziali delle corti di prime cure nostrane per poi rivolgere la nostra attenzione su una recente vicenda che ha catalizzato l’attenzione della rete.
Orientamenti delle corti nazionali
Il Tribunale di Catania con pronuncia del 29 giugno 2004, una fra le primissime sentenze ad occuparsi dell’interpretazione delle norme previste dal d.lgs 70/2003 ha statuito che: “Nel caso di immissione in rete di contenuti illeciti (nella specie, diffusione di un’opera tutelata dal diritto d’autore) il provider è responsabile non soltanto se abbia direttamente posto in essere la condotta illecita, ma anche se, consapevole della presenza di contenuti sospetti sul proprio server, si sia astenuto colposamente dall’accertamento della loro illiceità e dalla successiva rimozione, ovvero se, consapevole dell’illiceità, si sia astenuto dolosamente dalla rimozione”. Un lettore attento della massima appena riportata non troverà niente di particolarmente illuminante a livello interpretativo e difatti alla fine dei conti si applica pedissequamente quanto previsto dalla complesso normativo delineato dagli artt. 14 – 17 già richiamati. La sentenza de quo inoltre, dopo aver scartato l’applicabilità al caso di quell’orientamento dottrinario che intravede nella posizione del provider una responsabilità ex art 2050 c.c., afferma in ultima analisi che le responsabilità del provider “[…]si configura, quindi, alla stregua di una responsabilità soggettiva: colposa, allorché il fornitore del servizio, consapevole della presenza sul sito di materiale sospetto, si astenga dall’accertarne l’illiceità e, al tempo stesso, dal rimuoverlo; dolosa, quando egli sia consapevole anche della antigiuridicità della condotta dell’utente e, ancora una volta, ometta di intervenire.”
A sostegno di quest’interpretazione molto lineare e francamente, a pare dello scrivente, assolutamente condivisibile perché logica, realistica e attinente al dato normativo, è intervenuto più recentemente il Tribunale di Milano con sentenza del 3 giugno 2006 che, in sede di domanda cautelare nei confronti di un soggetto che aveva attuato sistemi di collegamento telematico sul proprio sito Internet con siti cinesi che fornivano in rete la trasmissione di partite di calcio oggetto dell’esclusiva di Sky sul territorio italiano, ha accolto la domanda solo nei confronti di quest’ultimo e non nei confronti del provider “[…]stante l’ostacolo rappresentato dal principio generale di non responsabilità del fornitore di connettività, sancito dall’art. 14, 1º comma, d.leg. 70/2003, a condizione però che l’operatore non compia attività incisive sulla trasmissione e sulle informazioni […]”.
Il caso PirateBay.
Recentemente, quando le maggiori vicende giuridicamente rilevanti sembravano trovare un palco d’onore solo fuori dai confini nazionali, ha trovato un forte eco nelle cronache nostrane una vicenda giudiziaria che ha visto come protagonista il celebre portale di scambio di file torrent denominato “Pirate Bay”. Il sito in questione, gestito e ospitato su server stranieri, per lo più olandesi e svedesi, è stato oggetto di un provvedimento cautelare di sequestro preventivo da parte del GIP di Bergamo che ne ha comportato l’oscuramento su tutto il territorio italiano. Tale ordinanza 1 ha sconcertato molti commentatori ed esperti non solo per gli argomenti addotti a fondamento della decisione ma anche perché rappresenta un precedente non di poco conto nel panorama italiano.
Come in molte altre occasioni, già illustrate nella presente trattazione, la presente ordinanza trae origine dall’illecito scambio di opere tutelate dal diritto d’autore.
Pirate Bay è un sito tecnicamente definito come “tracker”: mantiene un database che traccia la presenza di file “torrent”, particolari file di testo che permettono all’utente, mediante software appositamente progettato, di scaricare files da altri utenti in quello stesso momenti connessi alla rete. I torrent in sé e per sé non violano alcun diritto d’autore, né sono essi stessi opere tutelate dal diritto d’autore, in quanto sono dei semplici identificatori-descrittori di files ben precisi detenuti altrove, non certo sul server gestito dagli odierni quattro indagati.
Le criticità della vicenda infatti sono molteplici e numerosi sono gli aspetti che meriterebbero critiche già di per sé assorbenti l’intera sostenibilità giudiziale dell’accusa: giurisdizione, tipologia di provvedimento penale da applicarsi al caso, questione sul senso della inibizione presente e futura degli IP che riconducono al sito indagato, per citarne solo alcune. Non è tuttavia questa la sede per una disamina approfondita della questione ma ci soffermeremo solo sugli aspetti relativi alla responsabilità civile e penale del provider.
Il capo di imputazione è il seguente: “[…]in ordine al reato previsto e punito dagli articoli 110 c.p. e 171 – ter, comma 2, lettera a bis), della Legge 22 aprile 1941 n. 633 pochi in concorso tra loro e con altri attualmente ignoti, in violazione dell’articolo 16 della suddetta logge ed a fini di lucro, comunicavano al pubblico opere dell’ingegno protette dai diritto di autore, […] immettendo le opere stesse sulla rete Internet attraverso il sito identificato dai seguenti nomi di dominio (tutti alias del medesimo sito): www.thepiratebay.org: www.angloamericanletting.corn; www.piratebay.net www.piratebay.org www.thepiratebay.com www.thepiratebay.net; www.thepiratebay.org, fatto commesso adibendo il suddetto sito a torrent tracker e quindi rendendo disponibili, sulle corrisponderti “pagine web” codici alfanumerici complessi del tipo “torrent” […]; ravvisandosi il lucro negli introiti delle inserzioni pubblicitarie a pagamento inserite sul sito stesso, come pure nella tariffa – non inferiore ad Euro cinquemila – applicata agli utenti che accedono al sito in deroga alle politiche di utilizzo prescritte dagli amministratori. Con l’aggravante di cui all’art. 61 n. 7 c.p.p., per aver cagionato ai detentori del diritto patrimoniale di autore sulle suddette opere un danno patrimoniale di rilevante gravità[…]”.
La questione fondamentale a parere dello scrivente è in primo luogo se effettivamente siano ravvisabili i presupposti giuridici perché i quattro indagati siano da considerarsi direttamente responsabili per la diffusione illecita di materiale protetto dal diritto d’autore ai sensi della normativa 70/2003 ed in secondo luogo che sussistano i presupposti per il reato ed il relativo “concorso degli indagati nei reati ex art. 171 e 171 ter commessi dai singoli utenti, ovunque essi si trovino”.
Quanto al primo aspetto non possiamo che esimerci dall’esprimere delle perplessità. Come abbiamo più volte messo in evidenza è necessario richiamarci pedissequamente al contesto normativo europeo ed alle leggi di attuazione interna. Così, anche in questo caso, dovremo domandarci se il provvedimento del GIP possa ritenersi in linea con la ratio della già richiamata direttiva comunitaria 2000/31/CE e dall’art 17 del d.lgs 70/2003.
Riportiamo allora ancora quanto quest’ultima disposizione prevede: “Nella prestazione dei servizi di cui agli articoli 14, 15 e 16, il prestatore non e’ assoggettato ad un obbligo generale di sorveglianza sulle informazioni che trasmette o memorizza, ne’ ad un obbligo generale di ricercare attivamente fatti o circostanze che indichino la presenza di attivita’ illecite.”
Insomma, in buona sostanza, ritenere i gestori di Pirate Bay responsabili per le violazioni perpetrate dai propri visitatori è in totale contraddizione con lo spirito della direttiva e con quanto previsto dalla sua legge di attuazione interna.
Nessuno potrà evidentemente affermare senza timore di smentita che i gestori del sito non fossero a conoscenza del fatto inequivocabile che su PirateBay venissero “scambiati” file in violazione delle norme sul diritto d’autore, ma partendo dall’assunto che il suddetto sito era ed è niente altro che un vero e proprio intermediario dell’informazione (e nello specifico un vero e proprio motore di ricerca) dovremo per questo ritenere che i gestori di un motore di ricerca sono da ritenersi sempre responsabili dei risultati della ricerca dell’utente e dell’uso che di tali informazioni l’utente stesso farà? Se fosse così potremo mettere una pietra tombale sulla libertà in rete e sulla necessaria neutralità tecnologica.
Censurati quindi i presupposti giuridici per poter sostenere una responsabilità dei gestori del sito la seconda questione concerne la sussumibilità dell’intera vicenda nell’articolo 171 ter legge diritto d’autore, che, si ricorda, prevede come presupposto ontologico del reato “il fine di lucro”. Ebbene, il provvedimento del GIP, per sostenere il fine di lucro, si richiama alla presenza dei banner pubblicitari (e ai presunti profitti milionari) oltre che alla “Policy” dell’utilizzo del sito che recita così: “We do not censor but we do block people that use our service wrongfully i.e. commecial organisations that have not cleared the usage with us first. We reserve the rights to charge for usage of the tracker in case this policy is violated. The charge will consist of a basic fee of EUR 5.000 plus bandwidth and other costs that may arise due to the violation”. (”Non censuriamo ma blocchiamo chi usa scorrettamente il nostro servizio, ad esempio organizzazioni commerciali che non abbiano preliminarmente chiarito le condizioni d’uso con noi. Ci riserviamo il diritto di applicare sanzioni pecuniarie per l’uso del tracker (il sito). in caso di violazione di questa regola. La sanzione consisterà in una somma base di euro cinquemila più il costo della banda di trasmissione impegnata e gli ulteriori altri costi eventualmente conseguenti alla violazione” (la traduzione è quella presente nell’ordinanza)”.
A parere dello scrivente l’interpretazione della Policy è altamente discutibile. Discutibile perché il riferimento alle organizzazioni commerciali è del tutto generico ed esemplificativo e vuole semplicemente significare, in virtù del fatto che il servizio è erogato solo per uso personale (si legga il primo periodo della Policy: “Our tracker system (hereby “the tracker”) is free of charge for anyone for personal usage”), che lo sfruttamento commerciale del servizio è assolutamente vietato salvo diversi accordi e che la eventuale violazione sarà perseguita. Quindi ci sembra che il riferimento all’organizzazione commerciale sia del tutto inequivoco ma nel senso completamente opposto a quello che vuole farsi credere nel testo dell’ordinanza.
Quanto ai banner pubblicitari la questione è strettamente legata al legame funzionale fra gli spazi pubblicitari ed i contenuti del sito, su cui, si vuole ricordare, non possiamo ritenere che alla luce dell’attuale assetto normativo i gestori abbiano alcuna responsabilità diretta per la pubblicazione. Se quindi il banner pubblicitario è redditizio perché il sito è molto frequentato questo fatto dovrà essere imputato agli utenti e non ai gestori.
Il GIP, prospettandosi forse queste critiche, ha “corretto il tiro” richiamando residualmente l’art 171, comma 1 lettera a bis (sempre della legge 633/41) che punisce chiunque e a qualsiasi scopo metta “a disposizione del pubblico, immettendola in un sistema di reti telematiche, mediante connessioni di qualsiasi genere, un’opera dell’ingegno protetta, o parte di essa”. Questa norma troverà ancora più difficile applicazione al caso concreto. Qui si parla di diretta messa a disposizione di un’opera di ingegno, anche parziale, e non di strumenti – scorciatoie – informazioni per ottenerla. Su PirateBay difatti non vengono messe a disposizione le opere di ingegno ma vengono pubblicati gli strumenti per ottenerle (i file torrent).
Ora, se non vogliamo stravolgere i principi cardine del sistema penale nostrano che vieta l’interpretazione analogica della norma a sfavore dell’imputato, e, lo ripetiamo, persistere nell’equivoco che un motore di ricerca sia da ritenersi responsabile per le informazioni che attraverso di esso un utente ottiene, sarà necessario domandarci quali siano i principi a cui dobbiamo richiamarci per ottenere un giusto contemperamento fra titolari dei diritti ed utenti della rete.
Wardriving e acesso abusivo a sistema informatico. Le problematiche applicative dell’art. 615 ter c.p. →