Source: http://www.slideshare.net/AmmLibera/dizionario-di-democrazia-partecipativa-centro-studi-della-regione-umbria-20122
Timestamp: 2016-09-30 17:59:55+00:00
Document Index: 5768081

Matched Legal Cases: ['art. 3', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 118', 'art. 42', 'art. 60', 'art. 18', 'art. 53', 'art. 64', 'art. 4', 'art. 42', 'art. 43', 'art.\n44', 'art. 64', 'art. 8', 'art. 2', 'art. 5']

Dizionario di Democrazia Partecipativa - Centro Studi della Regione U…
Dizionario di Democrazia Partecipativa - Centro Studi della Regione Umbria (2012)
Linee guida per la promozione della...
L'Antica Innovazione - Le Arti Marz...
Un dizionario sui generis, un contenitore destinato ad accogliere un insieme eterogeneo di voci, così come eterogenei sono le realtà, i valori e le dimensioni cui quelle voci rimandano. Significati consolidati si affiancano a traiettorie solo tracciate; termini abusati e stanchi ricercano senso accanto a concetti nuovi ed esigenti della transizione in atto. Nessuna pretesa di esaustività, dunque, bensì soltanto l’indicazione di itinerari per la costruzione di un possibile metodo di governo della complessità socio-politica. Il taglio che si è scelto è quello di un insieme di voci che consentisse, da un lato, di chiarire i concetti fondamentali e le numerose sfaccettature del tema della democrazia partecipativa; dall’altro, di far emergere le connessioni con tematiche diverse ma strettamente collegate, che rilette nella prospettiva della democrazia partecipativa possono trovare significati nuovi e più pregnanti. Le voci sono seguite da sintetiche indicazioni: di testi e siti web attraverso i quali è possibile approfondire il senso della voce; di riferimenti normativi, con attenzione al panorama regionale, sebbene a titolo meramente esemplificativo.
Il volume è edito a cura
del Centro Studi Giuridici e Politici
“Io vivo nelle cose,
e invento come posso il modo di nominarle”
P.P. Pasolini, Scritti corsari, 1975
ome noto nei paesi occidentali –strutturati secondo modelli complessi- vigono regimi democratici fondati sul sistema della rappresentanza, un sistema cioè, basato sul mandato rappresentativo, nel quale i rappresentanti sono autorizzati a trasformare la volontà popolare in atti che
determinano e regolano la vita sociale.
Ma il sistema della “rappresentanza” comporta dei limiti evidenti e da tempo si cercano correttivi che
rendano maggiormente efficace l’attività dei cittadini alla vita politica. Si consideri inoltre la crisi che la rappresentanza politica vive e che si manifesta in vari settori, tra i quali il crescente astensionismo presente ad
ogni tornata elettorale.
“Se il potere è delegato dal popolo al sovrano, allora il potere appartiene al sovrano, non più al popolo”
Questo pensava Rousseau sintetizzando in poche righe la critica più stringente ed efficace alla cosiddetta
“democrazia indiretta”
Proprio per questo Rousseau immaginava un sistema maggiormente articolato -in cui il governante è solo
il “portavoce” del popolo che non smette di esercitare il proprio potere- e prefigurava le basi della “democrazia
partecipativa”, quella cioè che a fianco della rappresentatività prevede una partecipazione maggiormente
diretta e permanente dei cittadini alla vita pubblica.
Nonostante questi siano principi oramai ampiamente recepiti dal nostro sistema democratico, di cui costituiscono parte della struttura fondante, il percorso della “partecipazione” non è stato semplice e gli ostacoli
presenti sul suo cammino molteplici, come puntualmente osservato nell’introduzione a questo volume.
In un rilancio della democrazia partecipativa e nell’intenzione di porre nuovamente al centro dell’attenzione il dibattito sul tema della partecipazione si inserisce la pubblicazione di questo “Dizionario” che fa
parte di un più ampio progetto, coordinato dalla Prof. Alessandra Valastro, al quale il Centro Studi ha dato
la sua piena collaborazione e che crediamo e speriamo possa, in futuro, consolidarsi attraverso altre rilevanti
Il “Dizionario”, nell’affrontare gli istituti partecipativi con taglio pratico ed operativo, è destinato prima di
tutto alle amministrazioni territoriali. Regione ed enti locali dovranno infatti cooperare e la prima assumere un
ruolo centrale e di coordinamento nei confronti degli altri livelli, per cercare di trovare procedimenti omogenei
e maggiormente costruttivi.
Questo volume, come detto, rappresenta il primo passo di un percorso più complesso ed articolato sul
tema della “democrazia partecipativa” e ben si allinea con la storia politica della nostra Regione che, sin dalla
Sua nascita, ha fatto propri i principi fondanti di detta cultura.
Presidente del Centro Studi Giuridici e Politici della Regione Umbria
Una premessa, una chiave di lettura,
Quello che trova spazio in queste pagine è un dizionario sui generis: un
contenitore destinato ad accogliere un insieme eterogeneo di voci, così come
eterogenei sono le realtà, i valori e le dimensioni cui quelle voci rimandano. Significati consolidati si affiancano a traiettorie solo tracciate, termini
abusati e stanchi ricercano senso accanto a concetti nuovi ed esigenti della
transizione in atto. Nessuna pretesa di esaustività, dunque, bensì soltanto
l’indicazione di itinerari per la costruzione di un possibile metodo di governo
della complessità socio-politica.
Il taglio che si è scelto è quello di un insieme di voci che consentisse, da
un lato, di chiarire i concetti fondamentali e le numerose sfaccettature del
tema della democrazia partecipativa; dall’altro, di far emergere le connessioni
con tematiche diverse ma strettamente collegate che, rilette nella prospettiva
della democrazia partecipativa, possono rintracciare significati nuovi e più
pregnanti. Per questa ragione trovano spazio nel dizionario anche termini di
uso comune, apparentemente non specifici del tema della partecipazione, che
consentono di fare chiarezza sulle molte ambiguità che ne affliggono l’effettività. Una simile operazione comporta il rischio di scelte e valutazioni che
possono apparire discutibili e opinabili; ma tale è, ci pare, il destino di ogni
avventura che aspiri ad esplorare i confini di territori complessi come quello
Il metodo seguito è quello di voci ordinate alfabeticamente: all’interno di
ciascuna i termini che rimandano ad altrettante voci sono contrassegnati da
asterisco, per rendere immediatamente percepibili le connessioni di senso e
consentire al lettore di seguire percorsi di lettura progressiva. Ciascuna voce è
seguita da sintetiche indicazioni di testi e siti web, che permettono di approfondire l’argomento, e da riferimenti normativi, che richiamano anche esempi
di legislazione regionale.
Un sentito ringraziamento va agli amici, colleghi e collaboratori che hanno arricchito le nostre riflessioni e condiviso il tempo della loro rielaborazione. Ci piace ricordare che il metodo partecipativo è stato assunto come stile
di lavoro già nella fase di riflessione sul senso del dizionario e sul contenuto
delle voci che avrebbero dovuto trovarvi spazio: molte di queste sono il frutto
di incontri, confronti e discussioni che hanno messo alla prova l’interdisciplinarietà delle competenze ed hanno potuto attingere alla complementarietà
dei saperi. Grazie in particolare a: Maria Rosaria Marella, per i suggerimenti
sul tema dei beni comuni; Barbara Bagaglia e Marco Grigioni Nicoletti, per
il tempo e la competenza che ci hanno prestato nella redazione delle voci in
tema di urbanistica e nella rilettura finale del lavoro; Gabriella Rocco e Maurizio Venezi, per l’esperienza personale e professionale che hanno accettato di
trasfondere nelle voci attinenti alle tematiche sociali e scientifiche; Lorenzo
Brutti e Nicola Biancucci, per i suggerimenti su possibili strategie di disseminazione dei contenuti; Lorenzo Bellanti, Anita Laura e Nicola Pettinari, per
la meticolosa collaborazione nella ricerca e nella redazione delle voci; Marita
Procaccini, per gli infiniti spunti provenienti da una vita dedicata al senso
Fabiola De Toffol, Alessandra Valastro
1. Perché un “Dizionario” sulla democrazia partecipativa
istituzionale e civile il tema della partecipazione, in una prospettiva che non si fermi ai
principi-manifesto ma da questi tragga concreti strumenti per governare: un ausilio per la
costruzione di un metodo, basato innanzitutto sul chiarimento e la condivisione dei suoi
presupposti (concetti, obiettivi, tecniche e procedure).
Non occorre certo ricordare quanto visceralmente le sorti della democrazia siano legate
a quelle della partecipazione. Non è un caso che la riflessione sulla democrazia partecipativa
abbia ripreso vigore negli ultimi anni, recuperando una posizione di centralità nell’ambito
delle diffuse e crescenti preoccupazioni per le sorti della democrazia.
La necessità di definire e rianimare i luoghi della partecipazione attiene oggi alle nervature più profonde di una società che voglia continuare a definirsi pluralista e democratica:
l’esercizio della sovranità popolare e il controllo del potere reclamano sedi e strumenti ulteriori
rispetto a quelli della rappresentanza politica; il pieno sviluppo della persona e l’eguaglianza
sostanziale presuppongono la valorizzazione delle capacità e la creazione di opportunità oltre
che la tutela formale dei diritti; l’equilibrio fra i poteri richiede il rafforzamento della capacità
di indirizzo e controllo delle assemblee rappresentative, anche attraverso il recupero di effettive forme di raccordo con la società civile; la complessa domanda sociale di qualità ed efficacia
delle politiche pubbliche impone di ricercare forme di più stretta interlocuzione fra i decisori e i
destinatari; il principio solidarista e cooperativo contenuto della Carta costituzionale richiama
un modello di democrazia non soltanto egalitaria ma anche inclusiva ed emancipante.
In Italia, dove la stessa Costituzione riconosce un preciso contenuto valoriale e normativo
al principio di partecipazione, in connessione con quello di eguaglianza sostanziale (art. 3, co.
2), il tema della partecipazione si è progressivamente inaridito fino a scivolare in una sorta di
sudditanza teorica rispetto a quello della rappresentanza politica: ciò ha portato a privilegiarne
gli aspetti di rivendicazione e conflittualità piuttosto che di collaborazione, o ad alimentare
De Toffol/Valastro
derive demagogiche e retoriche politiche di mera ricerca del consenso. La materia della partecipazione è stata relegata nell’ambito delle libertà politiche in senso stretto (come il diritto di
voto) e degli istituti di democrazia diretta (come il referendum); mentre le dinamiche ulteriori
e più feconde, quelle che consentono alla volontà popolare di penetrare nei processi decisionali pur senza sostituirsi alla rappresentanza, per arricchirla e completarla, sono state lasciate
al variegato mondo delle prassi, delle sperimentazioni, delle sensibilità politiche contingenti,
delle dinamiche concertative, del potere di fatto dei soggetti privati organizzati.
Se la crisi del modello rappresentativo tradizionale è oggi ampiamente riconosciuta, guardare alla partecipazione come mero correttivo delle disfunzioni e dei difetti di legittimazione
della politica è ugualmente riduttivo ed anzi fuorviante, poiché finisce per negare il carattere
di prius logico della partecipazione quale luogo di esercizio della sovranità che può e deve
assumere forme ulteriori rispetto a quella rappresentativa.
Molteplici sono le ragioni che hanno ostacolato negli anni l’affrancamento della partecipazione da un tale limbo, culturale e politico prima ancora che giuridico: l’innegabile ambiguità e poliedricità del concetto di partecipazione; la diversità degli approcci disciplinari e dei
relativi linguaggi (sociologico, giuridico, politico); l’oscillazione fra culture politiche ostili e
atteggiamenti mitizzanti e velleitari; il progressivo discostamento dal modello costituzionale
e dalle sue indicazioni.
Ma vi sono anche difficoltà oggettive e in parte nuove, legate alle profonde trasformazioni istituzionali in corso: l’interlocutore politico non è più unitario ma si è sfrangiato in un
assetto reticolare, non più riconducibile alla politica genericamente intesa bensì alle politiche
pubbliche, non più ad un unico attore bensì ad una congerie di soggetti diversi; le propensioni
monocratiche e populiste connesse alla tendenza verso forme di governo di tipo presidenziale
possono favorire dinamiche ostili alle istanze della democrazia partecipativa; la crisi dello
Stato sociale e delle formazioni intermedie ha portato al progressivo sfilacciamento degli strumenti della sovranità, riducendo la capacità di lettura dei bisogni e spezzando il collegamento
essenziale tra rappresentanza formale e rappresentazione degli interessi, tra democrazia formale e democrazia sostanziale.
Tutto ciò richiede un deciso salto di qualità nel modo di affrontare il nodo della partecipazione, superandone le accezioni oppositivo-contestative degli anni ’70 e facendone piuttosto
una questione di metodo, attraverso un sistema di garanzie procedurali che accentuino e stabilizzino l’inclusività dei processi decisionali.
Né paiono più seriamente sostenibili, contro l’opportunità di regolamentare e attuare i processi partecipativi, argomenti come quelli relativi all’allungamento dei tempi delle decisioni, ai
costi della partecipazione, alla frustrazione della spontaneità delle iniziative dal basso.
Sul piano delle regole, è certamente vero che la pluralità e la necessaria duttilità delle for10
me della democrazia partecipativa devono tradursi in una regolamentazione leggera e di tipo
sperimentale in riferimento a tecniche e modalità; ma è ugualmente vero che essa non può
rinunciare ad un sistema forte di precondizioni e garanzie, le quali richiedono al contrario previsioni più rigorose. Ciò che il principio costituzionale di partecipazione sollecita non è tanto
la predeterminazione delle forme della democrazia partecipativa quanto l’istituzionalizzazione
del metodo che ne sta alla base, nella prospettiva di un ordinamento orientato alla giustizia
sociale quale quello chiaramente delineato nell’art. 3 Cost.
Sul piano dell’attuazione concreta, occorre rivalutare il problema dei costi della non partecipazione, rilevanti e valutabili non soltanto in termini di democraticità delle decisioni bensì
anche nei termini economici della conseguente inefficacia delle politiche: sono i costi derivanti
dalla mancata utilizzazione della partecipazione in funzione di abbattimento preventivo della
conflittualità, come dimostra il caso dei movimenti per il blocco di grandi opere e dei contenziosi giudiziari che ne derivano.
Se la partecipazione collaborativa è forma di esercizio della sovranità indispensabile per
mantenere alta la qualità della rappresentanza e della politica, ciò non può non passare a sua
volta per un accrescimento di qualità della partecipazione stessa, attraverso il recupero di una
qualificazione attiva e critica di democrazia.
Le specificità della democrazia partecipativa, che presuppongono una partecipazione permanente al governo della cosa pubblica, richiedono alle amministrazioni una produzione continua e coerente di informazione, conoscenza e consapevolezza, ben al di là di quanto implicato
dalle più mirate e contingenti esigenze della democrazia rappresentativa e della democrazia
diretta; ma richiedono anche, da parte della società civile, l’attivazione di dinamiche responsabilizzanti, perché come ricorda l’art. 2 Cost. libertà e diritti non possono andare disgiunti da
solidarietà e responsabilità.
Presupposti, obiettivi e concetti chiedono allora di essere sfrondati da incertezze e ambiguità e di ritrovare un lessico comune, quale quello che si propone in questo dizionario: considerare la democrazia partecipativa come cassetta degli attrezzi per svolgere il mai esaurito lavoro
di manutenzione della democrazia costituisce il primo passo verso la costruzione dell’unico
metodo che possa oggi seriamente aspirare a rappresentare e governare la complessità sociale.
2. Perché un “Dizionario” sulla partecipazione in tempi di “crisi”
Il secondo obiettivo di questo dizionario è quello di dimostrare l’utilità concreta degli strumenti
partecipativi nella progettazione e attuazione delle politiche pubbliche complesse in contesti variamente
riconducibili a situazioni di crisi, ove il dialogo e la collaborazione fra amministrazioni e relative comunità
possono indurre effetti ampiamente positivi in termini di trasformazione socio-istituzionale.
Che l’attivazione di efficaci strumenti partecipativi possa influire in modo determinante
nel governo preventivo della conflittualità connessa a politiche pubbliche complesse è
oggi ampiamente dimostrato, in Italia e non solo: si pensi, da un lato, a casi come quelli
della variante di Genova o delle nanotecnologie in Francia; dall’altro, alla questione Tav
o alla ricostruzione dell’Aquila. Ma l’elenco delle vicende, sia virtuose che non, potrebbe
Tutti quei casi dimostrano, in positivo o in negativo, lo stretto nesso esistente
fra partecipazione e trasformazione sociale, territoriale, istituzionale: un nesso le cui
implicazioni sono state profondamente trascurate in Italia. L’obiettivo emancipante del
principio costituzionale di partecipazione, volto ad attuare al rialzo il concetto di democrazia,
appare poi ancora più evidente in contesti nei quali l’esigenza di trasformazione è indotta da
situazioni di crisi, intendendo per tale ogni fenomeno di profonda modificazione nella vita
della collettività, con effetti più o meno gravi e duraturi.
Tutte le situazioni di crisi, pur se determinate da cause diverse, hanno in comune il
fatto di sollecitare risposte nuove ai mutati bisogni della collettività e di mobilitare forme
ulteriori e più articolate di responsabilità: ove si guardi alle pratiche partecipative di maggior
successo, in Italia e nel mondo, è facile constatare come proprio alle situazioni di crisi sia
spettato il compito di rilanciare le potenzialità e i meriti della partecipazione.
Si pensi alla profonda crisi istituzionale che ha attraversato il panorama italiano degli
ultimi quindici anni: non è un caso che, accanto alla grave e progressiva compressione
dei valori del costituzionalismo, si sia assistito anche ad una significativa rivitalizzazione
dei principi di matrice solidaristica e cooperativa, attraverso l’introduzione di strumenti
collaborativi sia orizzontali che verticali (v. il nuovo principio costituzionale di sussidiarietà
ex art. 118 Cost., la giurisprudenza costituzionale e del Consiglio di Stato in tema di
consultazione e di leale collaborazione, i numerosi interventi normativi -regionali e localiin tema di partecipazione).
Si pensi poi alla crisi dei corpi intermedi e della loro capacità di interpretare gli
interessi della società: anche a questo proposito non è un caso che, accanto alla progressiva
disaffezione della società civile nei confronti della politica, si sia assistito al diffondersi di
forme nuove di rivendicazione della sovranità concreta (le “piazze”, i movimenti, i social
network, ecc.), nonché al tentativo delle stesse classi politiche di rinnovare la propria
legittimazione attraverso il recupero del “dialogo con la base” (ad esempio attraverso le
Si pensi infine alla crisi economica, esempio paradigmatico della frattura tra i valori di
riferimento di una società e i suoi modi di vita: non è un caso che esperienze di bilancio
partecipativo conseguano generalmente effetti più significativi in contesti socio-economici
di particolare difficoltà, evidenziando le proficue interazioni che intercorrono fra democrazia
partecipativa, sviluppo economico, politiche redistributive e di giustizia sociale.
Al contrario di quanto spesso si sostiene circa gli ostacoli economici, e il fatto che la
partecipazione possa attivarsi più difficilmente in tempi di crisi poiché i relativi processi
“costano”, è dimostrato da tempo che la crisi finanziaria può costituire una vera e propria
occasione per la democrazia partecipativa. I saperi d’uso dei cittadini possono infatti
svolgere un ruolo significativo nei processi decisionali di carattere economico, in quanto
potente strumento di valutazione e razionalizzazione delle spese e dei criteri distributivi
ma anche di responsabilizzazione rispetto all’uso delle risorse. Anche fenomeni più recenti
e meno strutturati, come le banche del tempo o gli orti urbani, non fanno che esprimere un
certo modo di affrontare la scarsità delle risorse finanziarie, costruendo risposte collettive e
solidali alle esigenze di servizi e di cura dei beni comuni che le amministrazioni sono sempre
meno in grado di soddisfare autonomamente.
Ma si pensi anche alle situazioni di crisi determinate da eventi naturali, come ad esempio
il sisma aquilano del 2009: per un verso, anche a fronte di eventi di questo tipo, le politiche
di governo dell’emergenza di un territorio chiamano in causa l’efficienza delle istituzioni,
la capacità della politica di interpretare i bisogni della comunità, la razionalizzazione delle
risorse da destinare agli interventi sul territorio; per altro verso, appare in questi casi ancor
più evidente il coinvolgimento della dimensione privata e identitaria delle persone, tale da
rendere necessaria un’attenta politica di prossimità.
Se in tutte le situazioni di crisi può ravvisarsi un’esigenza comune di trasformazione
e rinnovamento, pur variamente orientata a seconda delle cause della crisi stessa, nelle
situazioni di crisi generate da eventi naturali (purtroppo sempre più frequenti) la spinta verso
forme di engagement individuale e collettivo appare particolarmente evidente: gli interessi
situati non possono non assumere un rilievo centrale nella rilettura dell’interesse generale
della comunità; e la partecipazione chiede di essere più efficacemente declinata in forme di
empowerment delle persone, ossia in forme di capacitazione che ne valorizzino e utilizzino le
capacità di elaborazione e invenzione, riconoscendo loro influenza ma anche responsabilità
rispetto a scelte destinate ad influenzarne radicalmente la vita.
Ebbene, l’attivazione di dinamiche inclusive e capacitanti nell’ambito di processi
decisionali tanto complessi richiede, ancora una volta, garanzie: garanzie di effettività in
favore dei destinatari; garanzie di qualità dell’apporto conoscitivo e propositivo in favore
dei decisori.
E se per un verso, come già detto, quelle garanzie non possono che venire da un adeguato
sistema di regole, per altro verso occorre chiarire quali siano i soggetti tenuti in prima
battuta a fornire quelle garanzie e ad adottare quelle regole.
3. Perché un “Dizionario” rivolto alle amministrazioni territoriali
Il terzo obiettivo di questo dizionario è quello di fornire strumenti per un governo partecipato
innanzitutto alle amministrazioni territoriali, in ragione del ruolo strategico che l’asse regione
– enti locali può e deve assumere, tanto più nella fase istituzionale in atto.
Nel quadro sempre più articolato degli attori istituzionali a vario titolo coinvolti dal tema
della partecipazione, regioni ed enti locali sono destinati ad assumere un ruolo strategico in
virtù della complementarietà dei ruoli che ne caratterizza i livelli territoriali. Infatti, se è vero
che il livello locale è fisiologicamente il terreno privilegiato di sperimentazione e attuazione di
pratiche partecipative, ma anche di sperimentazione di soluzioni normative (es. i regolamenti
comunali sul bilancio partecipato), è altrettanto vero che quelle tessere potranno aspirare a
diventare mosaico in proporzione a quanto l’amministrazione regionale accetterà di assumere
un ruolo di regia, ponendosi come sede di condivisione e coordinamento delle esperienze, di
ausilio tecnico alla scelta e all’impianto delle forme partecipative, di promozione e difesa di
un metodo di governo.
Gli enti locali hanno mostrato nel tempo una crescente sensibilità verso il tema della
partecipazione, sebbene attraverso processi niente affatto lineari né omogenei. La riflessione
sulla “democrazia di prossimità”, che i francesi hanno avuto il pregio di teorizzare in maniera
più compiuta ma con cui ogni amministratore si trova a doversi confrontare, trova nella
dimensione locale terreni fertili ma esigenti: le città sono scuole e laboratori per passare dal
government alla governance; ma ciò presuppone un accrescimento delle capacità (individuali,
collettive, istituzionali) ed un ripensamento radicale dei linguaggi, delle procedure e degli
strumenti di governo. La sfida che molti enti locali hanno raccolto negli ultimi anni,
superando le sperimentazioni e attivando impegnativi processi di regolamentazione degli
istituti partecipativi, conferma peraltro l’ambivalenza del processo evolutivo della democrazia
partecipativa: la pur crescente consapevolezza della necessità di regole e garanzie è elemento
necessario ma non sufficiente a rendere la partecipazione strumento stabile ed effettivo dei
processi decisionali pubblici. Occorre il valore aggiunto di azioni di regia ispirate ad un
federalismo autenticamente cooperativo che coinvolga gli enti minori in una dimensione
In questo senso appare evidente il ruolo che è chiamata a giocare l’amministrazione
regionale, quale soggetto sollecitato ed insieme sollecitante di un processo circolare di
evoluzione incrementante. Ciò, innanzitutto, per ragioni di carattere giuridico-formale legate
alle specificità dei poteri e delle competenze regionali: la posizione di snodo rispetto ai livelli
statale e locale; il duplice potere legislativo (statutario e legislativo ordinario) che consente una
modulazione di fonti e di prescrizioni essenziale in questa materia; lo strumentario giuridico
che consente di realizzare il coordinamento e la stabilizzazione delle pratiche partecipative
sperimentate a livello locale, attraverso previsioni incentivanti idonee a produrre un circolo
virtuoso di imitazione istituzionale.
Ma vi sono anche ragioni di carattere sostanziale legate alle peculiarità della fase
istituzionale in atto, nella quale nuovi e più complessi fattori premono sulle regioni rispetto
alla generale richiesta di rinnovamento politico, istituzionale e sociale. Innanzitutto, esse
offrono oggi il termometro più sensibile di una tendenza evolutiva delle forme di governo
verso modelli di tipo presidenziale, che presuppongono il rafforzamento degli esecutivi in
funzione della stabilità e della governabilità generando, però, anche un indebolimento delle
assemblee rappresentative. La riflessione che da tempo ruota attorno al ruolo delle assemblee,
fra istanze di recupero della centralità e preoccupazioni di stabilità dei governi e competitività
del Paese, deve tendere anche ad un recupero dei canali di interlocuzione con la società
civile, al fine di costruire un apparato di strumenti informativi e conoscitivi ulteriori rispetto
a quelli tradizionalmente facenti capo all’esecutivo. In secondo luogo, il massiccio fenomeno
di redistribuzione delle politiche pubbliche a favore delle autonomie territoriali ha prodotto
lo spostamento verso queste ultime di importanti poteri di indirizzo e programmazione in
passato riservati al circuito Governo-Parlamento (politica sanitaria, ammortizzatori sociali,
sviluppo economico, agricoltura, protezione civile, gestione dei rifiuti, energia, edilizia
residenziale pubblica, servizi socio-educativi, sicurezza e immigrazione): ciò ha indotto la
necessità di costruire robuste procedure di interlocuzione, sia in verticale che in orizzontale,
al fine di guidare verso le stesse finalità una estesa pluralità di attori; e ha indotto anche la
necessità di creare strumenti di rafforzamento del raccordo assemblee/esecutivi sul terreno
delle funzioni di indirizzo politico e controllo. Infine, la redazione dei nuovi statuti ha visto
un forte rilancio della cultura partecipativa, con disposizioni che chiedono ora di essere
attuate pena il rischio di disperdere il potenziale innovativo dei nuovi principi riducendoli ad
ennesimo manifesto ideologico.
È la stessa evoluzione della normativa e delle prassi degli ultimi dieci anni ad evidenziare
l’intento delle amministrazioni regionali di raccogliere quella sfida: si assiste, in particolare,
alla crescente presenza di regole sulla partecipazione nelle leggi di settore. Si tratta di un
panorama normativo ampiamente eterogeneo, la cui frammentarietà certamente dipende dalla
mancanza di precise indicazioni statali e dal permanere di incertezze e ambiguità nei confronti
del lessico e dello strumentario della partecipazione; e tuttavia l’ampiezza di tale fenomeno
regolativo non può che evidenziare positivamente il tentativo di rendere maggiormente
inclusivi i processi decisionali concernenti le politiche pubbliche. Così, se la maggior parte
delle previsioni è rintracciabile nei settori che vedono coinvolti diritti sociali (assistenza,
sanità, ambiente, governo del territorio), a conferma della rilevanza della partecipazione in
termini di effettività della cittadinanza e di qualità della democrazia, talune regioni si sono
spinte a definire gli interessi partecipativi in termini di veri e propri diritti, riconoscendo
la necessità di garantirne i livelli essenziali. Ancora, se in taluni casi l’individuazione dei
destinatari dei processi partecipativi continua ad essere affidata a criteri generici come quelli
della cittadinanza o dell’interesse, si assiste anche ad una crescente attenzione per criteri che
scongiurino l’esclusione attraverso un più deciso riconoscimento del legame fra il territorio e i
suoi abitanti o attraverso il ritorno a forme di partecipazione organica (consulte, commissioni,
ecc.). Infine, si assiste alla crescente previsione di strumenti partecipativi rispetto alle fasi
ex post dei processi decisionali: ciò conferma la rilevanza della partecipazione non soltanto
nelle fasi di programmazione bensì anche in quelle di attuazione e valutazione delle politiche,
come segnalano ormai da tempo anche l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo
Economico (OCSE) e l’Unione europea.
Il versante più significativo è indubbiamente quello che in vario modo concerne il ruolo
dell’ente regionale rispetto al radicamento della cultura partecipativa presso tutte le istituzioni
che ne amministrano il territorio ai vari livelli. Per un verso, si assiste al tentativo di affiancare
circuiti decisionali propriamente inclusivi ai più tradizionali strumenti concertativi appannaggio
degli esecutivi attraverso leggi regionali volte a consolidare i canali di interlocuzione dei Consigli;
per altro verso, sono in aumento i casi in cui la regione opportunamente decide di assumere un
ruolo di regia delle politiche ed esperienze partecipative del suo territorio, adottando misure di
incentivo e sottoscrivendo protocolli di intesa in favore degli enti locali, istituendo organismi
di garanzia della trasparenza e qualità dei processi partecipativi, predisponendo percorsi di
formazione di adeguate professionalità. Lo sforzo maggiore in questo senso è venuto da quelle
regioni che hanno scelto di adottare una legge organica sulla partecipazione: la Toscana,
l’Emilia-Romagna, l’Umbria. Tale scelta deve ora, concretamente, rileggersi come assunzione
di una grande responsabilità, ovvero come valore aggiunto in termini di consolidamento e
armonizzazione delle politiche partecipative di settore che pure dovranno continuare (e a
maggior ragione) ad essere programmate, attuate, valutate. I principi contenuti negli statuti, di
quelle regioni ma non solo, sono chiari in questo senso: la legge regionale sulla partecipazione
non può essere il punto di arrivo di un processo meramente formale di attuazione statutaria
ma deve al contrario porsi come la premessa di un processo di crescita istituzionale e sociale
che trovi nell’amministrazione regionale la propria cabina di regia e nella collaborazione con
gli enti locali la propria strategia di governo.
Sono ben note le vicende istituzionali che hanno afflitto l’assetto regionale italiano sin
dalla sua tardiva e timida attuazione, tali da valergli la diffusa definizione di “regionalismo
debole”; ma è anche noto il ruolo che in certe fasi storiche le amministrazioni territoriali
hanno svolto rispetto ad importanti processi di riforma istituzionale, attraverso politiche
pionieristiche divenute il volano di riforme e mutamenti di cultura politica estesisi, in seguito,
ai livelli territoriali più ampi.
È allora da questo tipo di potenzialità che occorre oggi nuovamente ripartire, innescando
meccanismi virtuosi di imitazione istituzionale: ciò al fine di non tradire le promesse della
seconda stagione statutaria, e soprattutto di scongiurare il rischio di ulteriori e più cocenti
fallimenti dell’idea di regionalismo.
4. Perché un “Dizionario” sulla democrazia partecipativa
Il quarto obiettivo di questo dizionario è infine quello di fornire una panoramica di metodi
e strumenti potenzialmente utili ad un sistema di governo partecipato che si ponga nella
prospettiva delle migliori specificità della storia socio-politica della Regione Umbria, la quale
vanta esperienze e riflessioni di grande livello in tema di pluralismo e partecipazione e nel
contempo subisce i freni di una generale crisi istituzionale che fatica a trovare vie d’uscita.
L’Umbria è regione che porta ancora impressi i segni profondi di una cultura politica e
sociale particolarmente attenta alle istanze di una democrazia pluralista e inclusiva: dai moniti
di chi –come Capitini o Manuali- ha tentato di fare della relazionalità e del confronto il tessuto
connettivo di un diverso rapporto fra politica e società ai tentativi di strutturare il metodo
concertativo negli anni ’90, le specificità della storia umbra offrono basi non trascurabili per
un rilancio della partecipazione; tuttavia, le difficoltà che anche l’Umbria sconta nella delicata
fase istituzionale in atto chiedono che il discorso sul metodo continui, per far fronte alle sfide
inedite che la complessità sociale pone al governare.
Negli anni ’70, la prima stagione statutaria ha visto anche l’Umbria esprimere con
grande spinta la cultura partecipativa di quel periodo, proclamando la programmazione e
la partecipazione come metodo di governo, esaltando il ruolo dell’informazione quale
presupposto della partecipazione, rinviando alla legge la disciplina di strumenti e metodi di
consultazione delle formazioni sociali nell’esercizio della funzione legislativa, regolamentare
ed amministrativa. Tutto ciò nel quadro di una legislazione statutaria che ebbe a rivelarsi
-come è noto- non particolarmente significativa: da un lato, sul piano dell’originalità dei
contenuti, per la portata uniformante della competenza statale ancora prevista; dall’altro, sul
piano delle vicende attuative, per il sostanziale fallimento che l’idea di partecipazione ha
conosciuto in seguito in tutto il territorio nazionale.
Nei decenni successivi l’attenzione altalenante del legislatore regionale per le istanze della
partecipazione non ha impedito momenti di alta riflessione ed esperienze anche d’avanguardia,
come le tante che ancora si ricordano e si studiano, ad esempio, in tema di servizi sociali,
di servizi psichiatrici, di interventi urbanistici. E tuttavia la frammentazione e le spinte
centrifughe, che storicamente caratterizzano il tessuto umbro, hanno nel tempo fortemente
ostacolato il radicamento di culture partecipative di tipo autenticamente inclusivo in favore di
culture di tipo più pragmaticamente negoziale. Questo avveniva anche sull’onda della stagione
concertativa apertasi in Italia alla fine degli anni ’90. Il Patto di Natale del Governo D’Alema
tentava di avviare un metodo nuovo in cui il sistema della rappresentanza politica incorporasse
quello della rappresentanza degli interessi, e la concertazione doveva divenire il luogo e il
metodo di una democrazia della partecipazione fondata sulla compenetrazione di pluralismo
sociale e pluralismo istituzionale. La negozialità finiva per imporsi come principio regolatore
sia nel rapporto tra soggetti privati e apparati pubblici, sia nel rapporto tra questi ultimi,
collocati in una relazione sempre meno gerarchica e sempre più tendenzialmente paritaria.
A livello regionale le vicende della concertazione si sono intrecciate con il doppio
passaggio istituzionale operato dal federalismo amministrativo delle leggi Bassanini, prima,
e dalla riforma del Titolo V della Costituzione, poi. L’accrescimento qualitativo e quantitativo
dell’autonomia regionale ha, se possibile, rafforzato la necessità politica e istituzionale di
sperimentare forme di partecipazione strutturata, pur nella situazione di incertezza determinata
dalla assenza di una nuova cornice statutaria in grado di stabilire l’ambito riservato agli
istituti partecipativi nel circuito politico regionale. Non solo, il processo di formalizzazione
della concertazione si è svolto parallelamente ad un altro grande processo di trasformazione
istituzionale: quello relativo allo stesso sistema di democrazia rappresentativa, conseguente
alla vittoria dell’opzione maggioritaria nel sistema elettorale, volta ad accrescere la stabilità
politica e la capacità di governo dell’esecutivo.
Perciò il modello concertativo non poteva che presentarsi fortemente congeniale ad
una regione, come l’Umbria, in cui la frammentarietà costantemente rilancia il bisogno di
funzionalità e di legittimazione. Non è un caso che essa sia stata fra le prime regioni a voler
recepire tale modello, passando dal sistema di concertazione debolmente strutturato del primo
Protocollo del 1998 e della legge r. n. 13/2000 al sistema fortemente strutturato del Patto per
lo sviluppo e del secondo protocollo del 2002. Il progetto era evidentemente –ma giustamenteambizioso: una strutturazione estremamente complessa, fra Tavolo generale, Tavoli tematici,
Tavoli territoriali, Comitato di indirizzo e Segreteria tecnica; un articolato intreccio di flussi
informativi e di risorse conoscitive; un innovativo processo di analisi comune e condivisa delle
criticità dell’Umbria da ricondurre entro una cornice unitaria; una forma stabile di partenariato
che, superando la fase di mera negoziazione delle risorse, giungesse alla definizione di
comportamenti coerenti e di connesse responsabilità in capo a tutti i soggetti contraenti.
Ma il processo di formalizzazione della concertazione, inizialmente ispirato all’intento
di rafforzare ed ampliare i circuiti partecipativi, non è riuscito a scongiurare i rischi che il
metodo concertativo di per sé, fisiologicamente, comporta: partecipazione selettiva e dunque
non inclusiva; inefficacia e intempestività dei flussi informativi; esclusione degli obiettivi dalla
discussione ai tavoli e presentazione di progetti già definiti nelle linee portanti; riemersione
di sedi e momenti diversi di trattativa e accordo, paralleli a quelli ufficiali; mancanza di un
organismo neutrale in funzione di garanzia; eterogeneità degli interlocutori; accentuazione
della frattura tra Giunta e Consiglio, con progressivo svuotamento del potere decisionale di
quest’ultimo e della sua capacità di interlocuzione con la società civile.
La deriva verso logiche corporativiste ha gradualmente disperso le potenzialità di un
simile progetto, mentre la partecipazione si è manifestata in tutta la sua parzialità. Perché la
coesione sociale è cosa diversa dall’inclusione, sebbene si tratti di obiettivi auspicabilmente
complementari. E un Patto per lo sviluppo, o comunque lo si voglia chiamare, presuppone
l’esistenza di una visione, di un progetto relativo appunto allo sviluppo oltre che al metodo.
Nella nuova Alleanza per lo sviluppo dell’attuale legislatura la concertazione strutturata
rimane al centro del metodo di governo; tuttavia si propone una semplificazione delle modalità
operative e –soprattutto- una maggiore connessione con specifici obiettivi di crescita (economia
della conoscenza, green economy, coesione sociale).
Ma rimangono i rischi di un sistema che, pur nei modelli più aperti e volenterosi, è per
definizione non inclusivo, se non affiancato da strumenti partecipativi di natura diversa,
che puntino all’effettivo e generalizzato coinvolgimento di tutti gli interessati nei processi
decisionali: dalla definizione degli obiettivi alle decisioni in senso stretto; dalla valutazione
preventiva delle scelte al controllo dei risultati delle politiche.
Il nuovo Statuto della Regione ha nel frattempo rilanciato il tema della partecipazione,
assumendo “la programmazione e la valutazione degli obiettivi conseguiti come metodo della
propria azione e come processo democratico, per assicurare il concorso dei soggetti sociali ed
istituzionali all’equilibrato sviluppo ed alla coesione della società regionale”; riconoscendo
e garantendo la partecipazione dei cittadini, singoli e associati, all’esercizio delle funzioni
legislative, amministrative e di governo degli organi e delle istituzioni regionali, al fine di
creare nuovi spazi di inclusione sociale; inserendo la consultazione fra gli istituti partecipativi
e rinviando alla legge di stabilirne ambiti, limiti e modalità. La legge n. 14/2010 ha in parte
raccolto la sfida, affiancando ai tradizionali istituti di democrazia diretta la disciplina di un
istituto di democrazia partecipativa quale quello della consultazione: una disciplina che avrebbe
forse meritato una più attenta riflessione, al fine di evitare talune incongruenze che possono
mettere seriamente a rischio l’efficacia delle previsioni; ma che deve comunque rappresentare
il punto di avvio di un processo di attuazione statutaria e di sviluppo del sistema regione che
non può fermarsi alla scrittura delle regole.
Affidare parte dell’innovazione del modello istituzionale e di sviluppo della Regione agli
istituti della democrazia partecipativa significa compiere un passo ulteriore verso la costruzione
di strategie collaborative concrete e complementari: passo necessario per liberare la politica
dall’asfissia di una negozialità che ha finito per vivere gli interessi come ostacolo anziché
come risorsa; che ha accentuato l’antagonismo e la compromissorietà delle scelte anziché
la collaborazione e il confronto critico dei punti di vista e dei bisogni; che ha trascurato gli
interessi deboli in funzione di quelli forti e organizzati.
Vi è un’esigenza di riequilibrio partecipativo del ruolo delle istituzioni regionali, ed
in particolare del Consiglio, che deve coinvolgere non solo la funzione regolamentare o
amministrativa bensì anche quella legislativa, e finanche quelle di controllo e di valutazione.
Sono del resto innegabili la pervasività e la profondità con le quali sempre più le scelte
pubbliche toccano le questioni private, imponendo di ripensare in modo nuovo il rapporto
fra territorialità, governo e democrazia. Problematiche ambientali, uso del territorio, bioetica,
applicazione delle tecnologie, questioni sociali e sanitarie, sono temi che nel loro progredire
creano contrapposizioni sempre più complesse nella tutela e nel bilanciamento di interessi,
valori e beni: emblematico in questo senso il dibattito sui beni comuni, quali risorse che
sfuggono alla logica proprietaria e alla contrapposizione pubblico/privato, imponendo modi
d’uso che richiamano formule inedite di condivisione delle risorse e dei saperi.
Il territorio non è più il luogo in cui si calano decisioni prese altrove ma il costrutto di
pratiche sociali: il territorio è l’uso che se ne fa, e le dinamiche dell’uso sociale non possono
andare disgiunte da un dialogo serrato e continuo fra chi di quell’uso è protagonista -gli abitanti-, e chi di quell’uso è chiamato ad essere il garante -le istituzioni-.
A abitante
Gli istituti di *democrazia partecipativa si rivolgono ad una cerchia di soggetti più
ampia rispetto a quella costituita dai *cittadini in senso formale, in quanto coinvolgono tutti coloro che si trovano a vivere, anche temporaneamente, in un dato territorio e a realizzare in questo tutti o parte dei propri interessi. Il criterio inclusivo che
connota gli istituti della democrazia partecipativa attribuisce rilevanza al rapporto
fra persona e territorio, mirando a valorizzare il *capitale sociale di cui è depositario
ciascun membro della *comunità. In Francia si parla, ad esempio, di *democrazia di
prossimità per indicare la valorizzazione del sapere esperienziale di chi vive quotidianamente il territorio a prescindere dall’esserne o meno cittadino. Anche in Italia
gran parte dei testi normativi che, a livello regionale e locale, disciplinano istituti
della democrazia partecipativa prescindono ormai dal concetto di cittadino. Nel dettare i criteri per individuare i soggetti legittimati a partecipare a processi decisionali
pubblici si fa generalmente riferimento agli abitanti o ai residenti; talvolta, ancor più
ampiamente, ai soggetti che si trovino anche solo temporaneamente nel territorio di
riferimento, per motivi che li portino comunque a fruirne i servizi (lavoro, studio,
ecc.). Il riferimento al concetto di abitante si connette alla riflessione sulla *cittadinanza sociale, ovvero al rilievo che la partecipazione assume nel favorire l’integrazione dei soggetti a maggiore rischio di esclusione.
Per approfondimenti: G. Allegretti, L’abitare come valore urbano nel nuovo piano ‘esperienziale’ di
Porto Alegre, in Urbanistica, n. 119/2002; G. Falcon, L’ “uomo situato”. Due idealtipi di democrazia partecipativa? in U. Allegretti (a cura di), Democrazia partecipativa, Firenze, 2010; A. Magnaghi , Dalla partecipazione all’autogoverno della comunità locale: verso il federalismo municipale solidale, in Democrazia e
diritto, n. 3/2006; P. Rosanvallon, La légitimité démocratique. Impartialité, réflexivité, proximité, Paris, 2008.
Riferimenti normativi: L. R. Toscana 27 dicembre 2007, n. 69, Norme sulla promozione della partecipazione alla elaborazione delle politiche regionali e local; L. R. Emilia Romagna 9 febbraio 2010, n. 3, Norme
per la definizione, riordino e promozione delle procedure di consultazione e partecipazione alla elaborazione
delle politiche regionali e locali.
accessibilità A
L’accesso viene tradizionalmente considerato come situazione strumentale in situazioni determinate: v. ad esempio l’accesso ai documenti amministrativi, fondamentale
strumento attuativo del principio di *trasparenza, ma anche l’accesso ai dati personali.
Negli ultimi decenni l’economia delle reti, la circolazione delle informazioni, le istanze
di fruizione dei *beni comuni hanno ampliato la riflessione sull’accesso quale concetto
autonomo, destinato a giocare un ruolo centrale come garanzia di effettivo godimento
dei diritti fondamentali e di pieno sviluppo della persona. In questa prospettiva l’accesso
viene inteso piuttosto come *accessibilità.
V. anche Amministrazione Digitale, Civic Hacking
Per approfondimenti: M. Mariani, Il diritto d’accesso dopo la riforma dell’azione amministrativa, l. 11
febbraio 2005, n. 15, Torino, 2005; M. Occhiena, Accesso agli atti amministrativi, in Dizionario di diritto
pubblico, a cura di S. Cassese, Milano, 2006; A. Sandulli, L’accesso ai documenti amministrativi, in Giornale
dir. amm., 2005.
Riferimenti normativi: Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (Carta di Nizza); Convenzione di Aarhus 25 giugno 1998, Accesso alle informazioni, partecipazione del pubblico ai processi decisionali
e accesso alla giustizia in materia ambientale; Legge 7 agosto 1990, n. 241 (e successive modif.), Nuove
norme sul procedimento amministrativo.
L’accessibilità rappresenta un’evoluzione del più tradizionale concetto di *accesso: essa
è intesa come inclusività delle modalità di fruizione di alcune categorie di beni, cioè non
come situazione puramente formale bensì come strumento che rende immediatamente
utilizzabile un determinato bene da parte degli interessati, senza ulteriori mediazioni.
L’accessibilità si configura pertanto come diritto fondamentale della persona, in quanto
tramite necessario tra diritti e beni: in questa prospettiva si parla di diritto di accesso
ad Internet, alle creazioni intellettuali, al software, all’acqua, ecc. Nella prospettiva della
*democrazia partecipativa assume particolare rilievo l’accessibilità delle informazioni in
possesso delle amministrazioni, oggi garantita da un apparato normativo che valorizza ed
impone l’utilizzo delle tecnologie informatiche. Il principio di accettabilità, alla base anche
della teoria dei *beni comuni, presuppone il superamento della logica proprietaria (pubblico/privato) dei beni, mettendo l’accento sull’inclusione e sull’uguaglianza sostanziale
anziché sull’esclusività del godimento individuale. Essa individua una modalità dell’agire
da riconoscere come necessaria per ridefinire il rapporto fra il mondo delle persone e il
mondo dei beni, in modo tale che la proprietà non sia più definibile soltanto come diritto
di escludere altri dal godimento di alcuni beni, ma possa consistere ugualmente nel diritto
A action planning
individuale a non essere escluso ad opera di altri dall’uso di alcuni beni.
La dimensione della accessibilità emerge già dall’art. 42 Cost., laddove si afferma che la
proprietà deve essere resa “accessibile a tutti” e deve svolgere una “funzione sociale”. In
presenza di beni che assumono rilevanza per l’integrazione dell’individuo nella *comunità
e per lo *sviluppo e la sopravvivenza di questa, il concetto di funzione sociale assume un
significato più ampio: non più mera fonte di limiti e vincoli all’esercizio del potere proprietario, bensì anche diritto di accedere al godimento di quei beni e potere di partecipare
alle decisioni riguardanti la loro gestione da parte di una molteplicità di soggetti.
V. anche Open Data
Per approfondimenti: S. RodotÀ, Il terribile diritto. Studi sulla proprietà privata, Bologna, Il Mulino, 1990; S. Rodotà, Beni comuni: una strategia globale contro lo human divide, in M.R. Marella (a
cura di), Oltre il pubblico e il privato. Per un diritto dei beni comuni, Verona, 2012.
Riferimenti normativi: Linee guida per i siti web della PA, 2011, Dipartimento della funzione pubblica e Dipartimento per la digitalizzazione e innovazione tecnologica; d. lgs. 27 ottobre 2009, n. 150,
Attuazione della Legge 4 marzo 2009, n. 15, in materia di ottimizzazione della produttività del lavoro
pubblico e di efficienza e trasparenza delle pubbliche amministrazioni; Codice dell’amministrazione
digitale (d. lgs. n, 82/2005 modif.); L. R. Umbria 16 settembre 2011, n. 8, Semplificazione amministrativa e normativa dell’ordinamento regionale e degli Enti locali territoriali.
Con l’espressione action planning ci si riferisce al processo di pianificazione
degli adempimenti che occorre assicurare allorché si voglia progettare un percorso partecipativo: una volta definita la cornice strategica di un intervento, esso
aiuta a decidere quali passi è necessario intraprendere per raggiungere gli obiettivi condivisi, indicando le scadenze, individuando i responsabili dei compiti da
svolgere, stabilendo le risorse. È opportuno attivare l’action planning una volta
definiti gli aspetti legati alla pianificazione strategica.
V. anche ToP
Per approfondimenti: www.civicus.org
Il termine inglese accountability, di difficile traduzione letterale, viene utilizzato per
indicare la capacità delle amministrazioni di rendere conto della correttezza del proprio
operato e dei propri *processi decisionali. In base a questo principio, strettamente col24
ADR-alternative dispute resolution A
legato a quello di *trasparenza, ogni intervento regolativo, atto amministrativo o *politica pubblica deve provenire da un’autorità ben identificabile, che si configuri come
responsabile della sua implementazione e che sia quindi capace (ability) di darne conto
e risponderne (account). Condizione di una effettiva accountability è la creazione di un
sistema valutativo delle politiche, delle norme e degli atti posti in essere, che preveda
–fra l’altro- l’individuazione di un responsabile per ogni policy, in grado di chiarire
eventuali dubbi circa la trasparenza della gestione e/o della legittimazione di un dato
esito del processo decisionale. Dalla possibilità di imputare ai titolari di responsabilità
politiche gli effetti delle scelte operate (accountability) dovrebbe discendere la consapevolezza del proprio ruolo nell’agire sociale (responsiveness).
V. anche Rappresentatività
Per approfondimenti: F. Pezzani, L’accountability delle amministrazioni pubbliche, Egea, Milano, 2003;
M.M. Procaccini, Accountability, Una parola in gioco nella valutazione della “qualità” delle regole ovvero la
declinazione di un paradigma, in M. Raveraira (a cura di), “Buone” regole e democrazia, Rubbettino, 2007;
ADR-ALTERNATIVE DISPUTE RESOLUTION
Sotto tale dizione vengono ricondotti tutti i sistemi di composizione stragiudiziale
delle controversie che si contrappongono ai procedimenti giurisdizionali. Le ADR si
sono sviluppate per la necessità di contenere i tempi, i costi, il formalismo e la rigidità
del giudizio ordinario che si svolge dinanzi ad un giudice: si tratta pertanto di procedimenti veloci e per lo più informali, la cui efficacia si basa sulla volontà delle parti
di farvi ricorso. Gli strumenti ADR sono molteplici, ma costituiscono essenzialmente
delle variazioni dei due modelli base: l’arbitrato e la mediazione.
L’arbitrato è un procedimento stragiudiziale di risoluzione delle controversie, civili e commerciali: si svolge mediante l’affidamento di un apposito incarico ad uno
o più soggetti terzi rispetto alla controversia (arbitri), normalmente scelti dalle parti,
la cui decisione (lodo) ha efficacia vincolante per le parti stesse. Nell’ordinamento
italiano si distinguono due forme di arbitrato: l’arbitrato rituale, disciplinato dal codice di procedura civile, e l’arbitrato irrituale o libero, che trova la sua disciplina nella
regolamentazione data dalle parti. Nel caso dell’arbitrato rituale il lodo potrà, previa
omologa del giudice, ottenere l’efficacia di titolo esecutivo; la decisione emessa in
seguito ad arbitrato irrituale, invece, pur essendo vincolante per le parti avrà esclusivamente efficacia negoziale.
La mediazione è l’attività, comunque denominata, svolta da una figura imparziale e
finalizzata ad assistere due o più soggetti sia nella ricerca di un accordo amichevole
per la composizione di una controversia, sia nella formulazione di una proposta per
la risoluzione della stessa.
Per approfondimenti: www.adrplus.info
Riferimenti normativi: D. lgs. 4 marzo 2010, n. 28, Attuazione dell’art. 60 della L. 8 giugno
2009, n. 69 in materia di mediazione finalizzata alla conciliazione delle controversie civili e commerciali; D. m. 6 luglio 2011, n. 145, Regolamento recante modifica al decreto del Ministero della
Giustizia 18 ottobre 2010, n. 180.
Per agenda si intende uno strumento tramite il quale si comunica ciò che deve
essere discusso in una riunione. Sulla base del significato originario (dal latino
agenda, “cose da farsi”) il termine può anche indicare il percorso di azione che
si sta pianificando. L’agenda è, a tutti gli effetti, un piano di lavoro; deve, quindi, essere finalizzato a obiettivi definiti e dichiarati. In un processo partecipato
l’ordine del giorno, ovvero l’elenco degli argomenti in agenda, dovrebbe essere
deciso in maniera condivisa. È sempre utile considerare, e se del caso mettere in
evidenza, l’esistenza di un ordine del giorno nascosto.
Per approfondimenti: A Guide to the Project Management Body of knowledge, 4th edition.
Con l’espressione Agenda 21 (letteralmente: cose da fare nel XXI secolo) ci si riferisce all’ampio e articolato programma di azione scaturito dalla Conferenza ONU su
Ambiente e Sviluppo, tenutasi a Rio de Janeiro nel 1992. Il programma, da realizzare
su scala globale, nazionale e locale, prevede il coinvolgimento più ampio possibile
dei portatori di interesse che operano in un determinato territorio. Il capitolo 28 di
Agenda 21 invita le autorità locali a giocare un ruolo chiave nell’educare e mobilitare il pubblico nella promozione di uno *sviluppo sostenibile, e le incoraggia ad
intraprendere un processo consultivo finalizzato ad ascoltare le esigenze e le proposte
delle comunità locali e delle imprese, e ad acquisire informazioni utili alla formulazione di nuove strategie coerenti con un’ Agenda 21 locale.
Per approfondimenti: www.un.org/esa/dsd/agenda21
agenda setting A
L’agenda digitale presentata dalla Commissione europea è una delle sette
iniziative faro della strategia Europa 2020, che fissa obiettivi per la crescita
nell’Unione europea da raggiungere entro il 2020. Propone di sfruttare al meglio il potenziale delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione per
favorire l’innovazione, la crescita economica e il progresso. Nel 2012 il decreto
“Semplifica Italia” ha previsto che, nel quadro delle indicazioni dell’agenda
digitale europea, deve essere perseguito l’obiettivo prioritario della modernizzazione dei rapporti tra pubblica amministrazione, cittadini e imprese, attraverso azioni coordinate dirette a favorire lo sviluppo di domanda e offerta di
servizi digitali innovativi, a potenziare l’offerta di connettività a larga banda,
a incentivare cittadini e imprese all’utilizzo di servizi digitali e a promuovere
la crescita di capacità industriali adeguate a sostenere lo sviluppo di prodotti e
Riferimenti normativi: Comunicazione della Commissione del 19 maggio 2010, Un’agenda digitale europea, COM(2010) 245, def.; Comunicazione della Commissione europea del 26 agosto 2010,
Europa 2020: una strategia per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva, COM (2010) 245
f/2; Legge 4 aprile 2012 n. 35, Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 9 febbraio
2012, n. 5, recante disposizioni urgenti in materia di semplificazione e di sviluppo.
Per approfondimenti: www.agendadigitale.org.
Agenda setting (letteralmente: impostazione dell’agenda) è un’espressione
inglese riferita al processo tramite cui alcuni problemi vengono selezionati per
essere considerati e posti all’attenzione pubblica in un determinato momento e
luogo. È definito come una continua competizione tra soggetti che propongono
questioni da discutere, finalizzata ad ottenere l’attenzione dei media, del pubblico e delle élite politiche. Identifica anche una teoria sociologica secondo la
quale l’esposizione a determinate priorità nella diffusione delle notizie da parte
dei media struttura la visione degli eventi nelle opinioni del pubblico.
Per approfondimenti: R. Marini, Mass media e discussione pubblica. Le teorie dell’agenda setting, Laterza, 2006; www.agendasetting.com
A amministrazione condivisa
Modello di azione amministrativa che intende contrapporsi a quello tradizionale dell’amministrazione quale esercizio di un potere impositivo e unilaterale, messo in discussione con la progressiva apertura del procedimento
amministrativo (diritto di accesso, partecipazione al procedimento, comunicazione pubblica, ecc.). Il modello dell’amministrazione condivisa si fonda su
una visione sostanzialmente paritaria del rapporto fra decisore e cittadino, pur
nel riconoscimento di compiti e responsabilità distinte, e sulla valorizzazione
di strumenti di dialogo e collaborazione. Il dialogo e l’aspetto comunicativo
trovano riferimento nella disciplina delle attività di *informazione e *comunicazione pubblica. L’aspetto più propriamente collaborativo trova fondamento
nella teoria della amministrazione catalitica elaborata negli anni ’90 : l’amministrazione post-burocratica deve agire come una sorta di catalizzatore, non
prendendo le decisioni in prima persona ma cercando di prenderle con altri o
di farle prendere da altri, ossia stimolando la partecipazione, l’iniziativa e la
responsabilizzazione della *società civile. Questa prassi dell’amministrare può
realizzarsi per iniziativa dell’amministrazione oppure dei cittadini: nella prima ipotesi è l’amministrazione che sollecita i cittadini ad affrontare insieme
un problema di interesse generale, cui l’amministrazione da sola non può dare
soluzione oppure cui può dare una soluzione migliore alleandosi con i cittadini (v. ad es. la raccolta differenziata dei rifiuti urbani); nella seconda ipotesi
sono i cittadini che autonomamente si propongono all’amministrazione come
alleati per perseguire insieme l’interesse generale (v. ad es. le associazioni di
volontariato che prestano servizi di carattere socio-sanitario). Tale seconda
modalità trova oggi un fondamento costituzionale esplicito nel principio di
*sussidiarietà orizzontale.
Per approfondimenti: G. Arena, Amministrazione condivisa, l’alleanza vincente fra cittadini e
istituzioni, 2011, www.labsus.org; G. Arena, Introduzione all’amministrazione condivisa, in Studi
parlamentari e di politica costituzionale, 1997; D. Osborne, T. Gaebler, Reinventing Government,
Trad. it. Dirigere e governare, Milano, 1995.
Riferimenti normativi: Art. 118, ult. co., Cost; Legge 7 giugno 2000, n. 150, Disciplina delle
attività di informazione e di comunicazione delle pubbliche amministrazioni.
L’espressione è usata per rappresentare in modo sintetico le trasformazioni
analisi costi-efficacia A
dell’amministrazione pubblica in seguito all’introduzione e all’uso sempre più
significativo delle *tecnologie informatiche, utili alla formazione e conservazione
degli atti, oltre che alla raccolta delle informazioni necessarie alle decisioni da
assumere. I documenti e i dati in formato elettronico sono direttamente accessibili ai *cittadini in rapporto all’ampiezza dei diritti che sono loro riconosciuti, a
tutela delle proprie situazioni soggettive o al fine di esercitare il controllo democratico sull’operato delle amministrazioni. L’*accesso alle informazioni relative
al modo di svolgimento delle funzioni e all’erogazione dei servizi è destinato a
semplificare la vita del cittadino nei suoi rapporti con l’amministrazione, fino
alla vera e propria erogazione in rete di determinate servizi (rilascio di certificati,
pagamenti di imposte ecc.).
La nozione di amministrazione digitale non coincide con quella di *e-government.
Per approfondimenti: F. Merloni, Prefazione, in E. Carloni (a cura di), Codice dell’amministrazione
digitale, Maggioli, 2005.
Riferimenti normativi: Codice dell’Amministrazione Digitale (d. lgs. n. 235/2010).
V. Analisi Costi-Efficacia, Costi, Valutazione
L’analisi costi-efficacia e l’analisi costi-benefici sono strumenti di *valutazione delle *politiche pubbliche. Esse sono diffuse a partire dal mondo anglosassone,
ove la loro applicazione ha registrato esempi importanti in settori particolarmente sensibili, quale quello sanitario. Il metodo dell’analisi costi-efficacia (Cost-Effectiveness Analysis, CEA) si è affermato in particolare nella valutazione di progetti di investimento pubblici, e viene sovente preferito all’analisi costi-benefici,
specie se a compiere l’analisi sono soggetti di formazione non economica (medici,
ingegneri, ecc.). La prima metodologia viene in genere preferita per il fatto di
prescindere da forme di rigorosa monetizzazione dei costi e dei benefici di beni
intangibili (quali la vita, la salute, l’ambiente, ecc.), come richiesto invece dall’analisi costi benefici e/o da quei valutatori che appaiono ostili ad una nozione di
policy aperta alla *democrazia partecipativa o comunque di tipo solidale.
Allo stato attuale dell’arte, la CEA non si presenta caratterizzata da uno
standard comune di applicazione ma viene realizzata adattando principi e
A analisi di contesto
parametri di fondo alle circostanze specifiche della situazione di riferimento.
Tali principi e parametri sono finalizzati ad una elaborazione previsionale
dei costi riferita alle possibili opzioni di intervento, in ragione delle seguenti
necessità: a) individuare una tipologia di effetti considerata rilevante per la
valutazione; b) calcolare l’ammontare di tali effetti ricollegabile a ciascuna
alternativa; c) misurare, per ciascun intervento, i relativi costi espressi in
termini monetari; d) calcolare gli indici costi-efficacia; e) ordinare i progetti
sulla base di tali indici; f) da ultimo, nel caso di progetti mutuamente esclusivi, finanziare quello migliore oppure, laddove non si tratti di progetti che si
escludono a vicenda, finanziare quelli migliori conformemente al rispetto del
vincolo di bilancio. Le forme più avanzate di valutazione prevedono l’adozione di strumenti partecipativi, come la *consultazione e il *bilancio partecipato,
per coinvolgere i destinatari delle politiche nella elaborazione delle previsioni
di costo delle stesse: si parla in tal caso di *valutazione integrata.
Per approfondimenti: G. Pennisi, P.L. Scandizzo, Valutare l’incertezza. L’analisi costi-benefici
nel XI secolo, Giappichelli, 2003.
Processo conoscitivo che ha lo scopo di fornire una visione integrata della
situazione in cui si andrà ad operare, di stimare preliminarmente le potenziali
interazioni e sinergie con i soggetti coinvolti, di verificare i vincoli e le opportunità offerti dall’ambiente di riferimento. Nella progettazione di un evento
partecipativo l’analisi di contesto consente di chiarire cosa fare, come e con chi. In
particolare, l’analisi dovrebbe rispondere ai seguenti interrogativi: cosa è accaduto?
cosa sta accadendo? quali sono gli eventi ed i problemi che rendono necessaria una
decisone condivisa? chi propone il metodo/percorso di lavoro? con quale ruolo? chi
lo autorizza? a quale livello di *partecipazione ci troviamo? condividiamo una scala
di partecipazione? condividiamo un glossario? L’analisi di contesto non deve
limitarsi ad un quadro informativo generico e indistinto, bensì fornire un quadro
conoscitivo dettagliato, rigorosamente funzionale all’obiettivo strategico perseguito.
Per approfondimenti: www.urp.it
appreciative inquiry A
È un metodo non monetario per esaminare la convenienza di progetti di investimento caratterizzati da un rilevante impatto di tipo ambientale, sociale ed economico
nel contesto di riferimento. In un percorso decisionale inclusivo a cui partecipano
*stakeholder in posizione di conflitto, tramite *deliberazione si cerca un accordo sui
criteri di scelta fra le soluzioni alternative e sul peso che queste devono assumere. La
valutazione delle alternative rispetto ai criteri può essere sottoposta alla discussione
dei partecipanti: sulla base di questa ed in conseguenza del peso che i decisori assegnano ai criteri le diverse alternative vengono valutate ed ordinate. La particolarità
dell’analisi multicriteri consiste nella formulazione di un giudizio di convenienza
dell’intervento ipotizzato in funzione di più criteri di riferimento, pesati secondo
priorità dichiarate sulla base delle preferenze dei decisori: per questa ragione è determinante considerare chi sono o dovrebbero essere i decisori dei criteri.
Per approfondimenti: M. Bonjean, A. Pillon, Non rifiutarti di scegliere: un’esperienza di valutazione partecipata, in Rassegna italiana di valutazione, a.VII, n.25, 2003.
L’espressione indica le attività necessarie per il coinvolgimento degli *stakeholder in programmi, progetti, azioni di interesse per la realtà locale. L’animazione territoriale può esplicitarsi nelle funzioni di: a) ascolto, tramite interventi
di *ricerca-azione, in merito alle istanze dei soggetti locali; b) sostegno alla costruzione di reti relazionali tra gli operatori economici e le loro rappresentanze; c)
promozione di modalità partecipative nella individuazione delle idee di progetto
e nella loro definizione; d) proposta di adeguati sistemi di *governance. La lettura
territoriale che ne discende dovrebbe valorizzare il *capitale sociale esistente e
definire possibili scenari condivisi di intervento.
Per approfondimenti: http://db.formez.it
È una modalità di *ricerca azione che ha avuto origine negli Stati Uniti a metà degli anni ‘80 e viene ora utilizzata in tutto il mondo come processo di facilitazione del
cambiamento. Essa non può prescindere da un livello di analisi dei problemi esistenti
A arena deliberativa
nel contesto in cui si va ad operare. Il suo assunto di base è che, per ogni organizzazione e/o ente, il processo di miglioramento debba essere promosso a partire da ciò
che già funziona, focalizzando i c.d. “processi delle 4 D”:
- Discovery, ovvero la comprensione del successo: i successi vengono valutati in
modo da poterne determinare le caratteristiche e le cause.
- Dream, ovvero lo sviluppo di una visione: il passo successivo consiste nello
sviluppo di prospettive future, che tengano in considerazione le esperienze esistenti relative a successi già raggiunti e quindi puntino verso un pieno utilizzo
del potenziale esistente.
- Design, ovvero l’elaborazione di una visione: la visione si concretizza in relazione ai partner necessari, alle interazioni possibili e alle condizioni esterne
- Destiny, ovvero la realizzazione: in conclusione si definiscono le finalità
e le misure necessarie al raggiungimento della visione, sia quelle occorrenti a medio termine che i successivi passi concreti da effettuare.
Per approfondimenti: http://appreciativeinquiry.case.edu
Nella scienza politica il termine arena è usato prevalentemente in senso
metaforico, allo scopo di indicare uno spazio simbolico entro cui si strutturano le interazioni fra gli attori. All’interno di esperienze partecipative
il termine è usato in modo assai meno metaforico, e le arene deliberative
si identificano come ambiti fisicamente individuabili in cui le persone si
incontrano direttamente e in cui ciascuna di esse ha piena consapevolezza
di partecipare ad uno specifico “gioco”. L’arena deliberativa è quindi un'esperienza collettiva in cui il compito di decidere è affidato all’interazione,
paritaria e organizzata, fra tutti i soggetti coinvolti, siano essi *cittadini,
organizzazioni o soggetti pubblici. Essa viene promossa per iniziativa delle amministrazioni - anche se le pressioni provenienti dalla società civile
sono spesso necessarie per dare vita a queste esperienze - nei momenti in
cui emergono specifici problemi che appaiono difficilmente governabili
attraverso gli strumenti classici della *democrazia rappresentativa. La discussione si svolge sulla base di un insieme, ampio e strutturato, di regole
condivise ed è assistita da mediatori, facilitatori o moderatori. Condizione
ascolto attivo A
essenziale è che la *partecipazione sia consentita, in condizioni di uguaglianza, a tutti coloro su cui ricadono le conseguenze della decisione,
tenendo presente che deliberare significa decidere dopo un processo di
chiarificazione mentale insieme ad altri: ma la decisione è momento distinto e finale rispetto al più generale concetto di *deliberazione.
Per approfondimenti: L. Bobbio, Le arene deliberative, in Rivista Italiana di Politiche Pubbliche, n. 3/2002, p. 5ss.
L’attività di ascolto comporta la volontà e la capacità di recepire le
istanze e gli argomenti dei soggetti coinvolti nel processo di *partecipazione. Essa è importante in tutte le fasi del percorso: per individuare
quali sono gli *interessi in gioco; per apprendere il linguaggio in uso; per
comprendere quale ruolo si può più utilmente giocare; per scoprire cosa
pensano le persone coinvolte in merito a ciò che sta accadendo. Quando si
attivano percorsi partecipativi emergono diversità e conflitti che bisogna
saper trasformare in risorse; per raggiungere esiti condivisi è perciò determinante l’allenamento all’ascolto attivo e alla gestione dei *conflitti.
Per approfondimenti: M. Sclavi, Arte di ascoltare e mondi possibili, Milano, 2003.
Riferimenti normativi: L. R. Emilia Romagna 30 giugno 2003, n. 12, Norme per l’uguaglianza
delle opportunità di accesso al sapere, per ognuno e per tutto l’arco della vita, attraverso il rafforzamento dell’istruzione e della formazione professionale, anche integrate fra loro.
Comporta principalmente la capacità di riassumere e riformulare ciò che
l’interlocutore ha appena detto attraverso domande chiarificatorie e, soprattutto, implica il passaggio da atteggiamenti che radicalizzano le posizioni
(“giusto-sbagliato”, “io ho ragione-tu hai torto”, “amico-nemico”, “vero-falso”, “normale-anormale”) ad un atteggiamento in cui si assume che l’interlocutore è competente e che dunque occorre comprendere perché comportamenti e azioni che ci sembrano irragionevoli e/o ci disturbano per lui sono
totalmente ragionevoli e razionali.
A assemblea
Dall’antichità classica al diciassettesimo secolo la democrazia è stata largamente associata alla riunione assembleare dei *cittadini e ai luoghi pubblici dedicati a tali incontri. Nell’ambito dei *processi decisionali inclusivi
il concetto di assemblea è associato ad una forma di *partecipazione sostanzialmente conservatrice, che permette di intervenire solo a poche persone abituate a parlare in pubblico, che non consente modifiche significative
all’ordine di priorità degli argomenti in programma, che pertanto contribuisce
a polarizzare le posizioni in campo. Tipica dei paesi industrializzati, in cui
una certa garanzia nella tutela dei diritti e nel benessere economico ha indotto la popolazione a reclamare sempre meno il coinvolgimento nei processi
decisionali, la pratica di indire assemblee aperte ai cittadini viene non di
rado adottata per mantenere lo status quo e, allo stesso tempo, per verificare,
indirizzare e giustificare le scelte del soggetto pubblico che trascura il valore
della comunicazione deliberativa.
V. anche Deliberazione
La libertà di associazione è riconosciuta dall’art. 18 della *Costituzione, che
stabilisce che “i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale”. La materia
dell’associazionismo è regolata, inoltre, da norme contenute in leggi speciali, che
ne disciplinano alcune forme particolari.
Associazione di promozione sociale. La valenza sociale di questo tipo di associazione deriva dal fatto che essa non ha come finalità la tutela esclusiva di interessi
economici dei membri, come ad esempio avviene nelle associazioni sindacali o di
categoria; nonché dal fatto che essa non può disporre limitazioni all’ammissione
degli associati con riferimento alle condizioni economiche, né prevedere altre
forme di discriminazione. Le caratteristiche e il ruolo svolto dalle associazioni di
promozione sociale sono molto vicine a quelle delle organizzazioni di *volontariato: mentre queste ultime non possono remunerare i soci e gli altri eventuali
addetti in ragione della incompatibilità della qualità di volontario con qualsiasi
forma di lavoro subordinato o autonomo e con ogni altro rapporto di contenuto
attivista A
patrimoniale con l’organizzazione di cui fa parte, le associazioni di promozione
sociale possono remunerare i propri soci in caso di particolare necessità.
Ente costituito al fine di svolgere attività di tipo solidaristico e senza scopo di
lucro, che si avvale prevalentemente dell’opera personale, volontaria e gratuita
dei propri aderenti. Negli accordi degli aderenti, nell’atto costitutivo o nello statuto, oltre ai contenuti previsti dal codice civile devono figurare espressamente:
l’assenza dello scopo di lucro; la democraticità della struttura di gestione; la
gratuità delle cariche associative; la gratuità del lavoro prestato dai volontari.
Ong-organizzazione non governativa. Organizzazione privata senza scopo di
lucro, che opera nel settore della *solidarietà sociale e della cooperazione
internazionale allo sviluppo. Le ONG possono essere molto varie in merito a
finalità, ideologie ispiratrici, ambiti di intervento, forme organizzative e dimensioni, ma sono accomunate da due caratteristiche: l’indipendenza dai governi nazionali o dalle istituzioni multilaterali e la diversificazione delle fonti
di finanziamento. La normativa italiana prevede il sostegno alla realizzazione
di progetti delle ONG che abbiano ricevuto attestazione di idoneità da parte
Onlus - organizzazione non lucrativa di utilità sociale. Qualifica fiscale spettante ad organizzazioni che hanno specifici requisiti stabiliti dalla legge, che
possono beneficiare di alcune agevolazioni fiscali in ragione dello svolgimento di attività di utilità sociale o di interesse collettivo. Alcuni enti appartenenti al *Terzo Settore (associazioni di volontariato, cooperative sociali) sono
considerati ONLUS di diritto.
Per approfondimenti: http://it.wikipedia.org/wiki/Associazione_(diritto)
Riferimenti normativi: Legge 7 dicembre 2001, n. 383, Disciplina delle associazioni di promozione sociale;
legge 11 agosto 1991, n. 266, Legge quadro sul volontariato; legge 26 febbraio 1987, n. 49, Nuova disciplina
della cooperazione dell’Italia con i Paesi in via di sviluppo; D.lgs. 4 dicembre 1997, n. 460, Riordino della disciplina tributaria degli enti non commerciali e delle organizzazioni non lucrative di utilità sociali.
Gli attivisti sono persone coinvolte nei progetti di *comunità, come
volontari o membri di comitati. Sebbene essi rivestano un ruolo determi35
A attore
nante nella pianificazione e gestione di processi partecipativi, un percorso
decisionale che includa solo attivisti avrà poca probabilità di prendere in
considerazione tutti gli interessi e le posizioni in campo: sono i “non attivisti” ad avere bisogno di maggior sostegno per essere coinvolti, esprimere
il proprio punto di vista, far conoscere i propri bisogni e interessi.
V. anche C ittadinanza attiva , L obbiyng
Per approfondimenti: P. R ogat L oeb , Soul of a Citizen: Living With Conviction in a
Cynical Time, St Martin’s Press, 2010.
Con questo termine si indicano tutti i soggetti destinati a svolgere un
ruolo nella progettazione e realizzazione delle *politiche pubbliche e nei
relativi *processi decisionali. Fra i soggetti qualificabili come pubblici,
oltre a quelli istituzionali più tradizionalmente identificabili –come le assemblee rappresentative e gli esecutivi-, possono assumere un ruolo figure
organizzative che rappresentano interessi istituzionali, come associazioni,
organizzazioni e strutture afferenti agli enti territoriali; accanto a questi
va ricordato l’apparato burocratico dell’amministrazione, ossia quell’apparato costituito da coloro che fondano la legittimazione del proprio ruolo
decisionale sul possesso di specifico know-how e di precise competenze
assegnate dall’ordinamento giuridico. Nell’ambito dei soggetti privati si fa
invece riferimento a figure della *società civile che possono a vario titolo
essere coinvolte nel processo decisionale: gruppi di interesse economico,
*associazioni no profit, *gruppi, singole persone.
V. anche: Abitante, Cittadino, Gruppo di pressione
Per approfondimenti: J. Anderson, Public Policy Making, New York, 1975.
L’audit civico nasce nel 2000 per iniziativa di Cittadinanzattiva, sulla base
dell’esperienza del Tribunale per i diritti del malato. Consiste in un’analisi critica
e sistematica dell’azione delle aziende sanitarie promossa dalle organizzazioni di
*cittadini, ed è considerato una pratica democratica poiché cittadini comuni ed
audizione A
operatori sanitari delle aziende oggetto di audit collaborano attivamente nella
raccolta di dati ed informazioni, avvalendosi di un metodo e di uno strumento di
*valutazione della qualità delle prestazioni delle aziende sanitarie locali e ospedaliere. Un programma nazionale di collaborazione siglato nel 2007 tra il Ministero
del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali e le aziende sanitarie ha permesso
di mettere a punto una metodologia di valutazione civica caratterizzata da due
dimensioni fondamentali: la struttura di valutazione e la *partecipazione dei cittadini. La definizione della struttura di valutazione rappresenta un’architettura
entro la quale le informazioni analitiche raccolte dai cittadini vengono strutturate con la finalità di esprimere giudizi. Le modalità di coinvolgimento dei cittadini
previste nella metodologia dell’audit civico rappresentano una forma innovativa
di partecipazione che supera le modalità tradizionali, prevalentemente legate alla
consultazione: la presenza attiva dei cittadini, in tutte le fasi di svolgimento dell’audit
civico, diviene una risorsa che può consentire di esprimere in maniera autonoma e
originale specifici punti di vista, e di rendere trasparente e verificabile l’azione delle
aziende sanitarie. Essendosi sviluppato in collaborazione con le amministrazioni sanitarie regionali e locali, l’audit civico costituisce un esempio di attuazione del principio di *sussidiarietà orizzontale. In Umbria l’audit civico è stato attivato a seguito
di una convenzione stipulata tra Cittadinanzattiva Nazionale Onlus e la Direzione
Sanità e Servizi Sociali della Regione.
Per approfondimenti: Audit civico di cittadinanzattiva. Umbria 2009 – 2011. La valutazione civica
delle Aziende Sanitarie in Umbria, www.cittadinanzattiva.umbria.it.
Tradizionale strumento di ascolto, utilizzato soprattutto dalle assemblee rappresentative. Affinché l’audizione possa dirsi coerente con gli obiettivi della *democrazia partecipativa occorre individuare criteri inclusivi per la selezione dei soggetti da
interpellare. Dal punto di vista normativo, l’audizione è generalmente prevista e disciplinata nei regolamenti interni dei consigli (regionali, provinciali e comunali), ma
anche negli statuti degli enti territoriali. Sul piano attuativo essa ha scontato invece
un crescente tasso di inefficacia in considerazione del fatto che: a) viene più spesso
utilizzata per acquisire conoscenze di tipo tecnico-specialistico da esperti e testimoni
privilegiati, anziché per coinvolgere i destinatari della decisione da assumere; b) si
svolge generalmente su richiesta di singoli soggetti interessati, essendo raramente
A autorità di garanzia della partecipazione
prestabiliti i criteri per l’individuazione dei soggetti da audire; c) il prevalente ricorso
a pratiche di *concertazione e di *lobbying tende a convogliare verso altre sedi e altri
attori il confronto fra categorie di soggetti interessati e attori istituzionali. Valorizzare l’impiego delle audizioni nei processi decisionali delle assemblee rappresentative
consentirebbe di rafforzare la funzione di indirizzo e controllo delle stesse, in quanto
strumento volto ad acquisire informazioni e conoscenze ulteriori e diverse rispetto a
quelle tradizionalmente facenti capo agli esecutivi. Non è pertanto un caso che negli
ultimi anni molti regolamenti consiliari si siano aperti a strumenti ulteriori, come
la *consultazione, l’*inchiesta pubblica, il *dibattito pubblico. Una nuova forma di
audizione pubblica è stata introdotta dal Trattato di Lisbona e dal successivo regolamento europeo n. 211/2011, ove si prevede che gli organizzatori di una proposta di
iniziativa di *cittadini hanno diritto, se lo richiedono, di presentare l’iniziativa stessa
in un’audizione pubblica, la quale dovrà tenersi presso il Parlamento europeo, dinanzi a soggetti che rappresentino la Commissione “a un livello appropriato” e ad altre
istituzioni e organismi dell’Unione europea che intendano partecipare.
Per approfondimenti: A. Palazzo, Le indagini conoscitive in Parlamento e nelle regioni, in
M. Carli (a cura di), Il ruolo delle assemblee elettive, vol. 1 – La forma di governo delle regioni,
Giappichelli, 2001; L. Pegoraro, L’attività conoscitiva nel funzionamento delle istituzioni assembleari sub-nazionali: il caso italiano, in M. Patrono (a cura di), L’informazione parlamentare, Cleup,
Riferimenti normativi: Regolamento UE n. 211/2011 del Parlamento europeo e del Consiglio
del 16 febbraio 2011, riguardante l’iniziativa dei cittadini; L. R. Umbria 16 aprile 2005, n. 21,
Nuovo Statuto della Regione Umbria, art. 53; L. R. Umbria 16 febbraio 2010, n. 14, Disciplina degli
istituti di partecipazione alle funzioni delle istituzioni regionali (Iniziativa legislativa e referendaria, diritto di petizione e consultazione), art. 64; L. R. Umbria 21 marzo 1997, n. 7, Norme sulla
partecipazione all’esercizio delle funzioni di competenza del Consiglio regionale e sul referendum
consultivo, art. 4 lettera b.
Nell’ambito delle *garanzie di tipo soggettivo istituibili a tutela delle dinamiche partecipative, il più auspicabile tipo di intervento consiste nella previsione di un’autorità di garanzia ad hoc. Tale organismo rientra nella categoria
delle autorità amministrative indipendenti: configurantisi come eccezioni al
modello tradizionale fondato sulla dipendenza dell’amministrazione dal potere esecutivo, questi organismi vengono istituiti dal legislatore col fine di assicurare che interessi di particolare rilevanza e delicatezza vengano governati
in modo indipendente e neutrale. Nel settore della *partecipazione l’autorità
autorità di garanzia della partecipazione A
di garanzia dovrebbe assicurare la trasparenza e l’equità del confronto fra
istituzioni e *società civile nonché la corretta valutazione degli esiti del processo partecipativo. La figura dell’autorità di garanzia della partecipazione
si è diffusa soprattutto in Francia, nell’ambito della disciplina del *dibattito
pubblico: la Commission nationale du débat public (CNDP), trasformata in autorità indipendente nel 2002, ha il compito di vigilare sul rispetto delle norme
che prevedono la partecipazione dei destinatari alla elaborazione di progetti
infrastrutturali di interesse nazionale, nel caso in cui questi presentino implicazioni socio-economiche o abbiano impatti significativi sull’ambiente o
sulla gestione del territorio. In Italia il modello dell’autorità di garanzia è
stato recepito dalla regione Toscana con la legge n. 69/2007, la quale ha
istituito l’Autorità regionale per la garanzia e la promozione della partecipazione (ARP). Questa ha il compito di: a) valutare ed ammettere le proposte
di dibattito pubblico; b) elaborare orientamenti per la gestione dei processi
partecipativi; c) definire i criteri e le tipologie dell’attuazione delle forme di
sostegno (finanziario, metodologico, comunicativo, informatico); d) valutare il rendimento e gli effetti dei processi partecipativi; e) curare il rapporto
annuale sulla propria attività e trasmetterlo al Consiglio regionale, che ne
assicura adeguata pubblicità; f) assicurare, anche per via telematica, la diffusione della documentazione e della conoscenza dei progetti presentati e delle
esperienze svolte, inclusi i rapporti finali.
V. anche Garante della partecipazione
Per approfondimenti: A. Floridia, Idee e modelli di partecipazione. Il caso della legge toscana, e R.
Lewanski, Promuovere la partecipazione deliberativa: la legge toscana alla prova dell’applicazione, in
U. Allegretti (a cura di), Democrazia partecipativa, Firenze, 2010.
Riferimenti normativi: Code de l’Environnement (ordonnance no 2000-914 du 18 septembre
2000), Francia; L. R. Toscana 27 dicembre 2007, n. 69 Norme sulla promozione della partecipazione
alla elaborazione delle politiche regionali e locali.
V. Sindrome
È un modalità di non conferenza aperta i cui contenuti sono proposti dai partecipanti stessi.
V. anche Unconference
Per approfondimenti: K. Craig, Why “unconferences” are fun conferences. Business 2.0 Magazine,
June 2006, http://money.cnn.com/2006/06/05/technology/business2_unconference0606/index.htm.
I beni comuni (dall’inglese commons) sono risorse finalizzate al raggiungimento di obiettivi sociali e alla soddisfazione di diritti fondamentali di una
molteplicità di individui; in alcuni casi essi assumono rilevanza per la stessa
sopravvivenza di una *comunità o della specie umana. Le situazioni in cui l’espressione è utilizzata sono eterogenee: beni materiali, come l’acqua, l’ambiente,
il patrimonio artistico e storico-culturale di un paese; beni immateriali, come le
creazioni intellettuali, i geni, le tradizioni popolari; istituzioni erogatrici di servizi che sono oggetto di diritti sociali, come la sanità e l’università; luoghi, come
lo spazio urbano e i quartieri cittadini. La nozione di beni comuni ha carattere
funzionalistico, nel senso che alcune risorse assurgono a beni comuni allorché
appaiano funzionali alla realizzazione di un particolare fine sociale coerente con
le esigenze politico-democratiche di una data comunità. La relazione fra risorse
e comunità trova fondamento nella *Costituzione: nell’art. 42, ove si pone la
funzione sociale come condizione per l’esercizio del diritto di proprietà privata;
bilancio partecipativo B
nell’art. 43, ove si prevede la possibilità di affidare servizi pubblici essenziali a
comunità di cittadini. I grandi processi di privatizzazione degli ultimi decenni e il
progressivo smantellamento dello stato sociale hanno accresciuto l’interesse per
la categoria dei beni comuni e per la loro difesa, inducendo a ripensarne la disciplina e la destinazione. La strumentalità dei beni comuni alla soddisfazione di
diritti fondamentali impone il superamento della logica proprietaria: la formale
situazione di appartenenza del bene, pubblica o privata, diviene cioè irrilevante
in quanto escludente, in favore di una logica di *accessibilità e di *inclusione.
Da ciò deriva l’esigenza di assicurare modelli di gestione partecipata dei beni
comuni, che quando non si esprimono in forme di proprietà collettiva devono
manifestarsi almeno come facoltà di controllo e tutela in capo alla comunità, attraverso forme di legittimazione diffusa che riconoscano a tutti il diritto di agire
perché tali beni siano effettivamente conservati, protetti, garantiti. Attraverso
questa molteplice attribuzione di poteri i beni comuni promuovono *cittadinanza
attiva, eguaglianza, *capacitazione, a loro volta precondizioni di una effettiva
*partecipazione al processo democratico.
V. anche Solidarietà, Sostenibilità; Sviluppo sostenibile.
Per approfondimenti: M.R. Marella, Introduzione, in Id. (a cura di), Oltre il pubblico e il privato.
Per un diritto dei beni comuni, Verona, 2012.
Riferimenti normativi: Decreto Ministro della giustizia del 14 giugno 2007; Commissione Rodotà,
Proposta di articolato per la modifica delle norme del codice civile in materia di beni pubblici, febbraio
2008, in www.giustizia.it.
È uno strumento che può inserirsi nel processo decisionale relativo alla manovra di bilancio, avente lo scopo di coinvolgere la popolazione nella scelta degli
obiettivi e delle modalità di spesa delle risorse pubbliche per interventi sul territorio. La *partecipazione si realizza su base territoriale: regione, provincia, comune, circoscrizione, quartiere, ecc. Sono fasi essenziali del processo di bilancio
partecipativo l’informazione, la *consultazione e la decisione, il documento della
partecipazione, il monitoraggio e la verifica. Nel corso di riunioni pubbliche la
popolazione del territorio interessato è invitata a precisare i bisogni e a stabilire
le priorità in vari campi o settori (ambiente, educazione, salute, viabilità, ecc.).
L’amministrazione territoriale è presente a tutte le riunioni, attraverso un proprio
rappresentante che ha il compito di fornire le informazioni tecniche, legali e
B bilancio sociale
finanziarie. Alla fine l’elenco delle priorità viene presentato all’ufficio di pianificazione, che stila un progetto di bilancio ove si tiene conto delle priorità indicate
dai gruppi. Generalmente le amministrazioni, visti anche i vincoli di bilancio cui
sono tenute per legge, riconoscono alle proposte avanzate dai gruppi di cittadini
la possibilità di incidere su una certa percentuale del bilancio. Il bilancio viene
infine approvato. Nel corso dell’anno devono prevedersi apposite riunioni nelle
quali la cittadinanza possa valutare la realizzazione dei lavori e dei servizi decisi
nel bilancio partecipativo dell’anno precedente. In Italia il bilancio partecipativo
ha conosciuto una diffusione crescente, sebbene con livelli di efficacia e di continuità molto variabili. Le principali criticità risiedono nel fatto che gli obiettivi di
redistribuzione e di giustizia sociale rimangono generalmente in secondo piano e
che il coinvolgimento della popolazione viene limitato alla decisione di interventi
molto mirati e circoscritti (ad es. riqualificazione di piccole aree), sottovalutando
le positive ricadute dello strumento in termini di legittimazione delle istituzioni,
di *capacitazione degli individui, di riequilibrio delle distorsioni economiche. Sul
piano normativo si assiste peraltro alla crescente tendenza a disciplinare il bilancio partecipativo con specifiche norme, per lo più dopo fasi di sperimentazione
dell’istituto, al fine di farne un metodo stabile di governo fondato su apposite
metodologie e garanzie: sono soprattutto gli enti locali ad essere intervenuti in
questo senso, talvolta introducendo l’obbligo del bilancio partecipativo nello statuto, più spesso prevedendolo e disciplinandolo con apposito regolamento.
V. anche Inclusione sociale
Per approfondimenti: G. Allegretti, Y. Sintomer, I bilanci partecipativi in Europa. Nuove esperienze democratiche nel vecchio continente, Ediesse, 2009; V. Canafoglia, Cicli procedurali dei bilanci partecipativi: alcuni esempi
italiani, in U. Allegretti (a cura di), Democrazia partecipativa, Firenze, 2010.
Riferimenti normativi: L. R. Lazio 28 aprile 2006, n.4, Legge finanziaria regionale per l’esercizio 2006, art.
44; Regolamento Giunta Regione Lazio 28 giugno 2006, n. 4; Comune di Bergamo, Statuto comunale, art. 64
bis; Comune di Bergamo, Regolamento comunale sulla Partecipazione, art. 8 bis; Comune di San Piero a Sieve
(FI), Regolamento comunale per il bilancio partecipativo; Comune di Scandiano (RE), Regolamento degli istituti
di partecipazione, art. 2; Comune di Bolzano, Regolamento di partecipazione, art. 5.
BILANCIO SOCIALE È una delle forme che può assumere il processo di *rendicontazione sociale,
al fine di dare conto annualmente delle scelte compiute da un’amministrazione
in ordine alla programmazione, alle modalità di attuazione e agli impatti delle
proprie politiche di intervento, in termini sia di risorse economico-finanziarie
bottom up B
assorbite che di efficacia per i destinatari. Si tratta di una forma di rendicontazione diversa e aggiuntiva rispetto al tradizionale bilancio di esercizio, che ha lo
scopo di rendere più trasparenti e leggibili da parte del destinatario finale i risultati raggiunti dall’amministrazione. Il bilancio sociale risponde alla richiesta di
*accountability delle amministrazioni pubbliche, in quanto consente di esplicitare
il rapporto tra il processo di formulazione e attuazione delle politiche pubbliche
o di erogazione dei servizi e il livello di benessere prodotto per la collettività.
Sebbene non si tratti di uno strumento partecipativo in senso stretto, tuttavia il
bilancio sociale costituisce un’importante strumento di promozione della *partecipazione, in quanto favorisce il dialogo e il confronto con i cittadini e la possibilità da parte di questi di individuare le priorità nelle scelte dell’amministrazione, in un processo circolare di condivisione dei processi di *programmazione
e di *valutazione dei risultati. In assenza di vincoli e di riferimenti normativi,
questo strumento è stato inizialmente adottato su base volontaria ed ha assunto
forme diverse, seguendo metodologie di redazione non riconducibili ad un unico
schema. Una corretta metodologia di costruzione del bilancio sociale dovrebbe
articolarsi in tre fasi: a) impostazione, b) costruzione del sistema di rilevazione,
c) redazione del documento. Inoltre esso dovrebbe comunque rispondere a canoni
di completezza, comprensibilità, affidabilità.
Per approfondimenti: A. Tanese (a cura di), Rendere conto ai cittadini. Il bilancio sociale nelle amministrazioni pubbliche, Napoli, E.S.I., 2004; Dipartimento Funzione Pubblica, Bilancio sociale: Linee
guida per le amministrazioni pubbliche, 2005, in www.formez.it.
Riferimenti normativi: Direttiva del Ministro della Funzione Pubblica sulla rendicontazione sociale nelle amministrazioni pubbliche, 17 febbraio 2006.
Bottom up e *top down sono espressioni spesso usate per distinguere i metodi, gli interessi, le attività della *comunità (bottom up) da quelli di governo (top
down). Un efficace processo partecipativo richiede entrambi. Nella modalità bottom up un percorso di auto-organizzazione dal basso cresce fino a coinvolgere
uno o più livelli istituzionali, e ai partecipanti è offerta la possibilità di diventare
protagonisti: proponendo i temi da mettere in agenda, influendo sull’esito del
processo, assumendo ruoli deliberativi. Nella modalità top down l’iniziativa parte
dal versante istituzionale per coinvolgere i *cittadini e la *società civile: il principale rischio connesso a questa modalità è che il coinvolgimento dei cittadini