Source: http://www.studiolegalezuco.it/sicurezza-sul-lavoro-231-distrazione-somme-societarie-per-pagamento-sanzoni-pecuniarie-da-parte-di-dirigenti-e-amministratori-cassazione-penale-41979-2019/
Timestamp: 2019-11-14 16:46:56+00:00
Document Index: 175117291

Matched Legal Cases: ['art. 27', 'art. 2049', 'art. 197', 'sentenza ', 'art. 606', 'art. 25', 'art. 24', 'art. 27', 'art. 24', 'art. 197', 'art. 2049']

Distrarre somme societarie per pagare sanzioni pecuniarie personali e rapporti con la 231
20 ottobre 2019 17 ottobre 2019 Avv. Alessandro ZucoGiurisprudenza
Cass. Pen., Sez. VI, sent. n. 41979 del 11 ottobre 2019 (ud. del 6 giugno 2019)
Pres. Petruzzellis, Est. Bassi
SICUREZZA SUL LAVORO. 231. Distrazione di risorse della società per il pagamento di sanzioni pecuniarie inflitte ad amministratori e dirigenti persone fisiche per violazioni in materia di sicurezza sul lavoro e ambiente. Sanzione pecuniaria. Esclusione della responsabilità solidale. Rapporti con il d. lgs. n. 231/2001. Peculato. Art. 2049 c.c. .
E’ dunque pacifico che l’ente possa legittimamente provvedere al (tempestivo) pagamento in sede amministrativa della somma di denaro (pari al quarto del massimo dell’ammenda stabilita per la contravvenzione commessa) in luogo del proprio addetto o soggetto apicale, così da determinare – qualora ricorra anche l’ulteriore condizione dell’adempimento tempestivo alla prescrizione impartita dall’organo di vigilanza – l’effetto estintivo del reato contravvenzionale contestato. Il che tuttavia non significa che la persona giuridica sia solidalmente responsabile al pagamento della sanzione amministrativa funzionale all’estinzione del reato contravvenzionale – come erroneamente sostenuto dal ricorrente -, là dove la procedura – certamente amministrativa – di estinzione del reato contravvenzionale, nell’ambito della quale può legittimamente inserirsi anche la persona giuridica, non trasforma l’illecito penale in un illecito amministrativo e non vanifica, pertanto, la regola costituzionalmente presidiata dall’art. 27, comma primo, della nostra Carta Fondamentale, trattandosi di contravvenzioni rispetto alle quali non è contemplata la responsabilità “amministrativa” dell’ente ex d. lgs. n. 231/2001.
ferma la possibilità per l’ente di provvedere al pagamento della sanzione amministrativa con valenza estintiva della contravvenzione elevata al proprio dipendente, l’impiego di risorse economiche della persona giuridica a detto fine presuppone l’adozione di un atto formale da parte dell’ente che deliberi l’uscita di cassa, seguendo le procedure interne previste dal proprio statuto o comunque dal regolamento interno nonché previa verifica dei relativi presupposti. La responsabilità civile dell’ente per il fatto del proprio dipendente ex art. 2049 cod. civ. e l’obbligazione civile ex art. 197 cod. pen. non discendono automaticamente per il mero rapporto lavorativo fra ente e addetto, ma postulano la sussistenza delle specifiche condizioni sopra delineate (un rapporto di occasionalità necessaria fra l’illecito e le mansioni svolte dall’addetto, quanto alla responsabilità civile, la violazione degli obblighi inerenti alla qualità rivesta dal colpevole ovvero la commissione nell’interesse dell’ente, l’obbligazione civile al pagamento della sanzione pecuniaria).
In capo alla persona giuridica, possa ravvisarsi uno specifico interesse all’estinzione del reato contravvenzionale commesso dal proprio addetto nello svolgimento dell’attività lavorativa per conto dell’ente stesso in relazione ai profili di responsabilità civile per il fatto del dipendente, salva sempre la possibilità di rivalsa nei confronti di quest’ultimo ove ne ricorrano i presupposti.
1.2. Dopo avere sunteggiato i motivi di ricorso, il Collegio siciliano ha rilevato come la valutazione circa la sussistenza del fumus commissi delicti debba essere compiuta sul plano della congruità e serietà degli elementi rappresentati a far sussumere il fatto concreto nella fattispecie astratta ravvisata e non consenta di apprezzarne la coincidenza con le reali risultanze processuali. Tanto premesso, il Tribunale ha posto in luce: a) come i pagamenti disposti dal M.C. su disposizione del R.D. concernessero sanzioni di natura non amministrativa ma penale, riferibili in via esclusiva alle persone fisiche responsabili degli illeciti; b) come il d. lgs. 8 giugno 2001, n. 231, non preveda fra i reati-presupposto della responsabilità dell’ente le contravvenzioni contestate ai dipendenti e dirigenti della R.A.P. nel caso in esame; c) come l’effetto liberatorio nei confronti del contravventore derivante dal pagamento anche effettuato da un terzo non si fondi su un meccanismo di natura premiale, legato all’atteggiamento soggettivo del contravventore, ma solo e soltanto sulla rimozione del pericolo e l’ottenimento della monetizzazione dell’illecito; d) come sia inconferente il richiamo difensivo alla disciplina del pagamento delle spese legali a favore del dipendente sottoposto a giudizio per responsabilità civile, penale o amministrativa in relazione a fatti o atti connessi al servizio, atteso che la possibilità dell’accollo da parte dell’ente di appartenenza delle spese sostenute per la difesa in giudizio è esclusa in caso di dolo o colpa grave dell’autore della violazione ed opera nel solo caso di sentenza di assoluzione o comunque di esito positivo del giudizio, situazione stimata insussistente nella specie; e) come nessuna norma legittimi l’ente al pagamento delle sanzioni in oggetto, in quanto volte ad evitare al singolo contravventore la sottoposizione a processo penale. Sulla base di tali considerazioni, il Collegio palermitano ha concluso per la sussistenza del fumus della sottrazione di denaro dell’ente da parte dell’indagato e dei concorrenti al fine di soddisfare un interesse squisitamente personale dei dipendenti dell’ente.
2. In via del tutto preliminare, deve essere rilevato come, contro i provvedimenti emessi in materia di sequestro preventivo o probatorio, il ricorso per cassazione sia ammesso solo per violazione di legge, in tale nozione dovendosi comprendere sia gli errores in iudicando o in procedendo, sia quei vizi della motivazione così radicali da rendere l’apparato argomentativo posto a sostegno del provvedimento o del tutto mancante o privo dei requisiti minimi di coerenza, completezza e ragionevolezza e quindi inidoneo a rendere comprensibile l’itinerario logico seguito dal giudice (Sez. Unite, n. 25932 del 29/05/2008, Ivanov, Rv. 239692). Come ha avuto modo di chiarire la Corte costituzionale, la disparità di trattamento rispetto ai ricorsi avverso i provvedimenti in materia di misure cautelari personali non può ritenersi irrazionale o contraria ai principi di eguaglianza e di difesa sanciti dagli artt. 3 e 24 Cost. stante la diversa tutela apprestata dall’ordinamento ai beni della libertà personale e della libertà patrimoniale. Il Giudice delle leggi ha invero evidenziato l’eterogeneità dei valori attinti in via cautelare dall’A.G.: “da un lato, l’inviolabilità della libertà personale, e, dall’altro, la libera disponibilità del beni, che la legge ben può contemperare in funzione degli interessi collettivi che vengono ad essere coinvolti. Ciò comporta, dunque, la possibilità di costruire differentemente il “potere” del giudice di adottare le misure e, conseguentemente, la tipologia del controllo in sede di gravame, con i naturali riverberi che da ciò scaturiscono sul piano della difesa che gli interessati possono sviluppare” (Corte cost. n. 48/1994; n. 176/1994 e n. 229/1994).
2.1. Ne discende che non possono essere coltivati nel ricorso per cassazione avverso l’ordinanza in tema di misure cautelari reali tutti quei vizi che, pur formalmente dedotti in termini di violazione di legge, si traducano in eccezioni concernenti la motivazione del provvedimento. Ciò salvo non trasmodino nella mancanza assoluta di motivazione – anche sotto la forma della motivazione meramente apparente – in relazione ai presupposti di legge sostanziale o processuale, sì da riverberare in un vizio ex art. 606, comma 1 lett. c), cod. proc. pen. .
3. Definito il perimetro del controllo di legittimità in materia di sequestri, giudica il Collegio che nessuna violazione di legge sia ravvisabile nel provvedimento sottoposto al proprio scrutinio con specifico riguardo alla contestata sussistenza del fumus delle contestazioni di peculato in relazione alla prima richiesta del P.M. .
Diversamente, quanto ai reati contemplati dalla normativa de qua, versandosi in materia penale – in relazione alla quale la responsabilità è personale -, l’ente (datore di lavoro) non può rispondere penalmente delle contravvenzioni commesse dal proprio legale rappresentante o dipendente, salvo non ricorrano i presupposti per la responsabilità “amministrativa” derivante da reato ai sensi del d. lgs. 8 giugno 2001, n. 231 (segnatamente ex art. 25-septies, per omicidio o lesioni gravi o gravissime commessi con violazione delle norme sulla tutela della salute e sicurezza sul lavoro).
Costituisce principio di diritto ormai acquisito che, in relazione alle contravvenzioni in materia di sicurezza e di igiene del lavoro, l’adempimento alle prescrizioni impartite dall’organo di vigilanza e il pagamento della sanzione amministrativa effettuato, ai sensi dell’art. 24 d. lgs. 19 dicembre 1994, n. 758, dal legale rappresentante della società faccia scattare l’effetto estintivo a favore del contravventore, amministratore o dipendente dell’ente all’epoca dell’accertamento (Sez. 3, n. 29238 del 17/02/2017, P.M. in proc. Cavaliere, Rv. 270148; Sez. 3, n. 18914 del 15/02/2012, Simone, Rv. 252394). Ed invero, una diversa interpretazione che impedisse il prodursi dell’effetto estintivo della contravvenzione in caso di pagamento della sanzione da parte dell’amministratore della persona giuridica, in luogo del contravventore persona fisica si risolverebbe in un’irragionevole limitazione dell’ambito di operatività della causa speciale di estinzione del reato, chiaramente introdotta dal legislatore allo scopo di interrompere l’illegalità e di ricreare le condizioni di sicurezza sul lavoro previste dalla normativa in materia a protezione dell’incolumità dei lavoratori, facendo passare in secondo piano l’interesse dello Stato alla punizione del colpevole.
Il che tuttavia non significa che la persona giuridica sia solidalmente responsabile al pagamento della sanzione amministrativa funzionale all’estinzione del reato contravvenzionale – come erroneamente sostenuto dal ricorrente -, là dove la procedura – certamente amministrativa – di estinzione del reato contravvenzionale, nell’ambito della quale può legittimamente inserirsi anche la persona giuridica, non trasforma l’illecito penale in un illecito amministrativo e non vanifica, pertanto, la regola costituzionalmente presidiata dall’art. 27, comma primo, della nostra Carta Fondamentale, trattandosi di contravvenzioni rispetto alle quali non è contemplata la responsabilità “amministrativa” dell’ente ex d. lgs. n. 231/2001.
3.3. Sulla scorta delle considerazioni che precedono, la diretta attivazione della persona giuridica nell’ambito della procedura estintiva dell’illecito penale prevista dall’art. 24 d. lgs. 19 dicembre 1994, n. 758, non può dunque ritenersi necessitata dalla previsione di una responsabilità (penale) in solido, ma può dipendere da regole interne all’ente ovvero dallo specifico rapporto contrattuale che lega ad esso il dipendente.
Scarica in pdf il testo della sentenza: cass. pen., sez. 6, sent. n. 41979-2019
Taggato 231, ammenda, art. 197 c.p., art. 2049 c.c., ART. 640-QUATER C.P., C.D.A., cass. pen. n. 41979/2019, cassazione penale, d. lgs. n. 231/2001, d. lgs. n. 758/94, d. lgs. n. 81/2008, datore di lavoro, dipendente, distrazione di beni, ente, giurisprudenza, illeciti amministrativi, legge n. 689/81, organo di vigilanza, peculato, persona giuridica, prescrizione, rappresentante legale, reati contravvenzionali, reati presupposto, responsabile legale, responsabilità amministrative degli enti, sequestro preventivo, sicurezza sul lavoro, società in house, solidarietà