Source: http://milella.blogautore.repubblica.it/2019/10/19/albamonte-vogliono-normalizzare-la-magistratura/
Timestamp: 2019-12-12 19:49:55+00:00
Document Index: 145545216

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Albamonte: "Vogliono normalizzare la magistratura" - Toghe - Blog - Repubblica.it
Albamonte: "Vogliono normalizzare la magistratura"
Il segretario di Area Eugenio Albamonte
Boccia la separazione delle carriere e la proposta degli avvocati giunta al voto in Parlamento. Critica il Pd. Ma anche M5S sulla prescrizione. Eugenio Albamonte, segretario di Area, la corrente di sinistra dei giudici, e pubblico ministero a Roma, nonché ex presidente dell’Anm, al blog Toghe dichiara: “Torna la voglia di normalizzare la magistratura”.
Separazione delle carriere alla Camera, con la firma anche di parlamentari del Pd. Cosa ne pensa?
“È un dato nuovo che anche il Pd la sostenga, visto che in passato la separazione delle carriere è stato un cavallo di battaglia dei governi di centrodestra e in particolare di Silvio Berlusconi, che però aveva trovato sempre una netta contrapposizione da parte del Pd. In assenza di una spiegazione politica, e non potendosi individuare dei fatti che la giustificano, questa inversione di tendenza appare abbastanza sorprendente”.
Perché si meraviglia? Il Pd ha cambiato idea anche sulla prescrizione. E poi già Renzi, quando era premier e segretario del Pd, sosteneva la strada della separazione delle carriere.
“In questa iniziativa legislativa, che è stata promossa dalle Camere penali, non c’è solo la separazione delle carriere, ma un’intera riscrittura delle norme costituzionali che riguardano l’autonomia e l’indipendenza anche della magistratura giudicante, riducendone in modo significativo i contenuti”.
“In primo luogo, se davvero la legge entrasse in vigore, dovremmo dire addio al principio per cui tutti i magistrati sono uguali e tra di loro non esiste alcuna gerarchia. Al posto di questo sistema democratico ce ne sarebbe uno gerarchico, in cui i capi degli uffici potrebbero arrivare a interferire sulle decisioni dei singoli giudici rendendoli meno autonomi e indipendenti. Non basta: si aprirebbe la strada alla possibilità che i magistrati non siano più tutti, e solo, assunti in base a un concorso, ma potrebbero essere nominati dal governo o dal Parlamento”.
Immagino che lei bocci anche l’ipotesi dei due Csm, che però sarebbe una logica conseguenza della separazione.
“Qui va messo bene in evidenza che i due Csm, anche quello dei giudici, sarebbero composti non più per un terzo, ma per metà, da componenti eletti dalla politica. Questo rafforzerebbe enormemente il potere di interferenza dei partiti politici sulla nomina dei capi degli uffici e sull’intera carriera dei magistrati”.
Insomma, lei dice che questa legge di fatto metterebbe in pratica le distorsioni rivelate dall’inchiesta di Perugia sui rapporti anomali tra magistrati e politici nelle nomine? Perché, se davvero fosse così, sarebbe proprio singolare.
“Nella vicenda di Perugia, per i resoconti che si sono letti sui giornali, le intenzioni di governare le nomine in modo da arrivare fino ad orientare i processi, erano comuni a magistrati e politici. Più in generale, dagli anni ‘90 a oggi, la tendenza della politica è sempre stata quella di normalizzare la magistratura e ridurne i poteri soprattutto quando sta indagando sulla classe politica. Questa riforma sembra proprio voler codificare questa strategia”.
Il suo collega Giuseppe Cascini sostiene che alla separazione delle carriere si può arrivare anche con una legge ordinaria che, dopo il concorso, faccia diventare definitiva la scelta di essere giudice oppure pm. Del resto lei stesso, per esempio, è sempre stato pm.
“In realtà, una sostanziale separazione delle carriere già esiste ed è stata realizzata con legge ordinaria nel 2006 dall’ex Guardasigilli della Lega Roberto Castelli. Tant’è che sono state inserite così tante limitazioni e ostacoli al passaggio da giudice a pm e viceversa che negli ultimi 13 anni i passaggi stessi si contano sulla punta delle dita. Ma ci tengo a far notare però che i problemi della giustizia, dalla lunghezza dei processi alle prescrizioni, sono rimasti invariati. Segno evidente che la separazione delle carriere in nulla incide sui veri problemi che dovrebbero essere affrontati. E dei quali invece il Parlamento dovrebbe occuparsi con urgenza anziché seguire l’avvocatura in una battaglia ideologica che non porterebbe alcun vantaggio alla giustizia stessa”.
Però il cantiere della giustizia è apertissimo, visto che, pur tra molti contrasti, il Guardasigilli Alfonso Bonafede sta lavorando sul suo ddl per riformare il processo penale e anche sulle manette agli evasori. Nonché in ballo c’è la ben nota legge dell’ex ministro Andrea Orlando sulle intercettazioni congelata fino a fine dicembre, ma sul cui destino bisognerà decidere. Lei cosa butterebbe giù dalla torre?
“Se dovessi scegliere direi che la nuova norma sulla prescrizione introdotta da Bonafede è quella che allo stato preoccupa di più perché in assenza di strumenti per accelerare in modo netto i processi penali si rischia veramente il blocco degli uffici giudiziari. Da questo punto di vista il pacchetto di riforme proposto da Bonafede individua delle misure in parte opportune, ma complessivamente troppo blande. In particolare, bisognerebbe potenziare fortemente i riti alternativi, patteggiamento e abbreviato. Ma purtroppo il precedente governo ha introdotto misure che vanno nella direzione opposta che oggi, immagino, sarebbe difficile per il ministro smentire”.
“L’impianto della riforma Orlando era e resta assolutamente condivisibile. Per farla entrare in vigore senza creare problemi sarebbe sufficiente apportare delle modifiche modeste e già suggerite sia dall’Anm che dai principali procuratori della Repubblica del Paese. E mi auguro che queste indicazioni vengano finalmente ascoltate”.
Manette agli evasori. Piercamillo Davigo è contrario, dice che paralizzerebbero gli uffici giudiziari. Lei che propone?
“Anche io sono contrario. Bisogna sfoltire, e non aumentare, il numero dei reati. Nel merito, il problema dell’evasione fiscale sta nella mancanza dei controlli più che nell’assenza di sanzioni. In queste condizioni introdurre dei reati con pene severe risponderebbe solo al bisogno di una norma manifesto destinata a restare inattuata nella stragrande maggioranza dei casi”.
Lei come punirebbe gli evasori?
“Prima ancora di punirli bisogna trovarli. Poi bisogna recuperare le somme non versate”.
alexandertwo 19 ottobre 2019 alle 22:00
Mi limiterò, in questo primo post, ad esprimere qualche considerazione, riguardo alle risposte del dott. Albamonte, solo sulla parte relativa all'evasione fiscale, gentile dott.ssa Milella (o se Lei me lo permette, "gentile Liana").
Non sono affatto d'accordo sul fatto che "il problema dell’evasione fiscale sta nella mancanza dei controlli più che nell’assenza di sanzioni" Riguardo ai controlli, non si può pretendere di combattere (e vincere) l'evasione e la frode fiscale solo con l'incremento di tale azione che interviene "a posteriori". Se gli evasori sono 12 milioni, o anche se fossero solo la metà, di quanti "controllori" avremmo bisogno? Riguardo alle sanzioni, non è tanto la loro mancanza, ma il fatto che anche quando sono erogate poi non sono mai scontate per intero. Se l'evasore/frodatore fosse sicuro che gli anni di reclusione cui sarebbe condannato se li dovrà "fare" tutti, forse delle pene adeguate avrebbero un maggior effetto dissuasivo. Ma questo è un problema che riguarda, purtroppo, non solo la normativa tributaria, ma un po' tutto l'intero regime sanzionatorio della nostra legislazione.
A mo' d'esempio, mi sia permesso accennare brevemente alla vicenda Dell'Utri. Condannato a 7 anni di reclusione, arrestato a Beirut (2014) dove si era rifugiato, rimane per circa quattro anni in carcere da dove ne esce dopo un "penoso" tira e molla sulle sue condizioni di salute, dal luglio 2018 ai domiciliari, per effetto dei vari sconti di pena agli inizi di dicembre avrà finito di scontare i "sette anni" inflittigli. E li reato di concorso esterno in associazione mafiosa, forse, non è meno grave dell'evasione fiscale.
Probabilmente, il dott. Albamonte non avrà avuto l'occasione di conoscere per intero quanto affermato dal dott. Davigo l'altra sera in tv, nè le osservazioni odierne più "terra terra" di Marco Travaglio, con riferimento agli evasori piccoli, medi e grandi e le soglie di impunità extra-large introdotte dal governo Renzi.
Forse, una volta così aggiornatosi, una intervista "integrativa", su questo specifico argomento, potrebbe essere alquanto consigliabile.
alexandertwo 19 ottobre 2019 alle 22:04
Errata corrige post ore 22,00: leggasi "E il reato", in luogo di "E li reato". Mi scuso.
Maddale Na 20 ottobre 2019 alle 00:54
Alquanto deludente l'intervista del Dott. Albamonte, che non ha fatto altro che ripetere una serie di argomenti triti e ritriti, molto popolari nell'ambito della sua Categoria di appartenenza, che vanno dal no alla separazione delle carriere, alle solite grida di allarme sulla voglia di normalizzazione della magistratura da parte del potere politico.
L’intervista è piuttosto lunghetta ma non è dato rinvenire nella stessa nemmeno un briciolo di autocritica. Eppure vi è stato lo scandalo Palamara, vi è stato lo scandalo delle dimissioni a raffica di una serie di componenti togati del CSM, vi è stato lo scandalo delle dimissioni forzate del Procuratore Generale della Corte di Cassazione.
Albamonte glissa su tutto e non trova di meglio che vestire i panni, o meglio le piume, dell’uccellino Titti che si sente costantemente minacciato da Gatto Silvestro (la politica).
Degno di nota il suo auspicio di un forte potenziamento dei riti alternativi come il patteggiamento e il processo abbreviato. Già, il processo abbreviato; quella schifezza per effetto della quale, come ho ricordato in uno dei miei ultimi interventi nel blog precedente, è stato possibile irrogare, in luogo di trent’anni di galera, una pena di 16 anni all’assassino italiano di Olga Matei, la donna con cui aveva una relazione e che fu da lui strangolata a mani nude il 05/10/2016 a Riccione o una pena di 12 anni all'assassino algerino che dopo aver ammazzato nel 2008, con 2 coltellate al ventre la fidanzata ventunenne, qualche giorno fa, mentre godeva della semilibertà per essere stato ammesso al lavoro esterno, ci ha riprovato con la sua nuova fidanzata tentando di scannarla. Come sapete il processo abbreviato è quella porcheria che da diritto a uno sconto secco di un terzo della pena. Ed è così che abbiamo avuto quelle condanne scandalose a 16 e 12 anni. Ora Albamonte lo vuole fortemente potenziare. Come ci sarebbe da chiedergli? Aumentando lo sconto di pena da un terzo alla metà e magari fino a due terzi?
salvatore menna 20 ottobre 2019 alle 07:19
Anche me pare che lo sconto di un terzo di pena tramite patteggiamento, sia una porcheria come ci fa notare Maddale-NA.
E non capisco come mai le manette agli evasori,naturalmente al disopra di una certa cifra, da stabilire, sia così impossibile da attuare. In un paese dove c'è una evasione di tasse elevatissima, al limite dell' incredibile cioè 109 miliardi di euro, e dove non si riesce con le "buone" a recuperarne nemmeno sette per le spese urgenti, ci vogliono le "cattive" è ovvio.
Ma,se ci "guardiamo attorno" notiamo una cosa che ce la dice lunga. Mentre il ministro del m5s sta preparando la legge per le manette agli evasori, guarda caso, Berlusconi scende personalmente in piazza e, dopo aver ufficialmente proclamato Salvini capo della destra italiana, chiede le dimissioni del governo. Più chiaro di così si muore. A lui, l'ex cavaliere, piaceva andare come punizione qualche ora a Cesano Boscone a trovare gli anziani(come lui) a raccontar barzellette, altro che manette quella era una vera pacchia. Ma di evasori non c'è soltanto lui, purtroppo. Sono migliaia e migliaia e per questo non si può andare troppo per il sottile.
Domenico Corradini H. Broussard 20 ottobre 2019 alle 09:26
Non trovo niente di strano che Albamonte, sul sostegno che il Pd di oggi ha espresso per la separazione delle carriere, abbia detto «abbastanza sorprendente». Perché prima il sostegno veniva solo dal centrodestra. Credo infatti che non sempre i Magistrati siano in grado di spiegare i mutamenti di idee e di ideologie e utopie che avvengono nei partiti politici, e in questo caso nel Pd che vivaddio è un partito di centrosinistra insieme ad altri piccoli partiti – a cominciare da quello di Renzi. L’Anm e il Csm, per esempio, hanno spesso affiancato alle loro correnti il correntismo. Che alla fine è prevalso sulle correnti. Quando pure non si è ridotto alla vergogna con Palamara e Fuzio & Co.
E su questo punto taccio in merito al giustizialista Davigo. Che tra l’altro, con un po’ di presunzione, ha affermato che il codice di procedura penale «è fatto apposta per permettere ai delinquenti di farla franca». Et similia.
Eccoci a un primo punto. Albamonte si è dimostrato contrario al giustizialismo puro, e perciò sensibile a che il giustizialismo e il garantismo si diano a vicenda il braccio nel cammino della giustizia. Che per Costituzione è amministrata in nome del popolo. E non caso, si è con forza soffermato sui i riti alternativi, il patteggiato e l’abbreviato. Sulla riduzione delle pene inflitte, cioè. «Ma purtroppo il precedente governo ha introdotto misure che vanno nella direzione opposta che oggi, immagino, sarebbe difficile per il ministro [Bonafede] smentire».
Eccoci a un secondo punto. E qui Albamonte è con Davigo, e qui anch’io: è quasi una sciocchezza aumentare le pene agli evasori, bastano quelle attuali. «In queste condizioni introdurre dei reati con pene severe risponderebbe solo al bisogno di una norma manifesto destinata a restare inattuata nella stragrande maggioranza dei casi».
gianfranco fiore 20 ottobre 2019 alle 10:39
Condivido appieno la posizione del Dottor Eugenio Albamonte.Riguardo all'evasione fiscale più che invocare la giustizia penale occorre la velocità degli uffici che elimina il malaffare alla radice.Nessun Casinò Tedesco è mai fallito perchè ad una certa ora della notte si presenta lo Stato la Finanzamt che vuole essere pagata in giornata.Di contro in un paese come il nostro dove dilaga il crimine organizzato ed il riciclaggio si permette il gioco online senza controllo con autorizzazioni facilissime e tasse fai da tè?Incapacità o corruzione ai vertici dello Stato Italiano?
salvatore menna 20 ottobre 2019 alle 11:41
Non aumentare le pene agli evasori equivale,secondo me, a dire: lasciamo tutto così com'è. Una sistema mascherato di arrendersi, da parte del fisco di fronte a chi lo froda e/o lo evade. Abbiamo evasori di tutti i tipi, parziali, totali, ma anche completamente sconosciuti al fisco. L'italia non se lo può permettere ancora,è passato troppo tempo e gli evasori aumentano sempre di più di numero, e i loro voti fanno sempre più gola ai partiti. E qualche partito,per esempio la lega, fa propaganda apertamente contro il pagamento delle tasse. Questa è la situazione alla quale oggi si sta adeguando anche il pd. Si rischia la bancarotta, per dirla chiaramente. Intanto loro si arricchiscono sempre di più, a spese nostre che le tasse le paghiamo fino all'ultimo centesimo.
Maddale Na 20 ottobre 2019 alle 14:52
Questa di Davigo è proprio grossa e ringrazio l’Egregio Professor Corradini per aver richiamato l’attenzione di noi lettori su di essa. Ha detto Davigo, quello stesso secondo cui non esistono innocenti ma solo “colpevoli che l’hanno fatta franca”, che IL CODICE DI PROCEDURA PENALE “È FATTO APPOSTA PER PERMETTERE AI DELINQUENTI DI FARLA FRANCA”.
Attenzione, il nostro Piercamillo non ha detto che nel codice di procedura penale vi è "qualche norma" (per esempio quella sul giudizio abbreviato, che il suo Collega Albamonte vorrebbe addirittura potenziare) che permette ai delinquenti, meglio se assassini, se non di farla franca, di farla quasi franca.
Non ha detto che vi sono “alcune norme" che, secondo come vengono interpretate dai suoi Colleghi, consentono ai delinquenti di farla franca o quasi franca.
No, Lui ha GENERALIZZATO facendo riferimento all’INTERO CODICE, al codice di procedura penale NEL SUO COMPLESSO, composto da 746 articoli, suddivisi in 11 libri, per non parlare dei 260 articoli delle disposizioni di attuazione, di coordinamento e transitorie.
Eppure, Lui che, prima di entrare a far parte del CSM, rivestiva le funzioni di Consigliere della Suprema Corte di Cassazione (la Corte delle regole) dovrebbe sapere più di ogni altro che un codice di procedura è un CODICE DELLE GARANZIE E DELLE REGOLE.
Nasce per proteggere i cittadini dagli abusi e dagli arbitri di coloro che hanno il potere di sottoporli al loro giudizio. Nasce perché si possa a buon diritto dire che “c’è un giudice a Berlino” e perché quel “potere” non trasmodi in arbitrio.
In uno stato civile e democratico il codice di diritto sostanziale, quello che stabilisce quali sono i reati e quali le pene, il codice penale in definitiva, si risolverebbe in un insopportabile atto di arbitrio se non fosse appunto accompagnato dal codice delle regole, e cioè dal codice di procedura penale.
Pensare che la nostra libertà, la libertà di noi Cittadini di fronte allo Stato, è affidata a chi la pensa come Davigo, fa accapponare la pelle, ci induce a pensare che siamo tutti in libertà provvisoria.
alexandertwo 20 ottobre 2019 alle 16:17
"Se dovessi scegliere direi che la nuova norma sulla prescrizione introdotta da Bonafede è quella che allo stato preoccupa di più perché in assenza di strumenti per accelerare in modo netto i processi penali si rischia veramente il blocco degli uffici giudiziari".
Quindi Albamonte contesta decisamente la sospensione della prescrizione dopo il primo grado di giudizio, ma non da una motivazione oggettiva dello "sfracello" che deriverebbe dalla sua adozione ("blocco degli uffici giudiziari").
E non la può dare perchè quello sfracello, probabilmente, non ci sarebbe affatto. Nella riforma Bonafede sono previste, infatti, anche disposizioni per accelerare lo svolgimento dei processi (tendendo a concluderli in 4-6 anni). L'entrata in vigore della "nuova" prescrizione, come prevista dalla "spazzacorrotti", dal 1° gennaio 2020 non produrrebbe nessun "danno" a coloro che già stanno subendo un processo o comunque hanno commesso reati prima di quella data.
Come ha giustamente ha osservato - per l'ennesima volta - Piercamillo Davigo "la prescrizione è una norma di diritto sostanziale, quindi si applica ai reati commessi dopo l’entrata in vigore della norma. Per questo se ne vedranno gli effetti solo tra molti anni”. Quindi, pur se l'entrata in vigore della "modifica" resta confermata all'inizio del 2020, i suoi effetti si produrrebbero solo quando, verosimilmente, la riduzione della durata dei processi sarà "a regime".
Ma Albamonte, sempre riguardo alla prescrizione, non ha ritenuto di avanzare neanche eventuali ipotesi alternative. E ciò, a mio avviso, è molto grave se ci si riferisce alla attuale situazione, ad esempio, dei reati di corruzione e di evasione/frode fiscale. Questi reati richiedono una complessa e lunga attività per il loro accertamento (i famosi "controlli" da lui reclamati). Mediamente non meno di 3-4 anni. Riferendoci all'evasione fiscale, si deve osservare, a parte la tenuità delle pene previste, che i termini di prescrizione sono "ridicoli": 5 anni per l'evasione, 7 anni e mezzo per la frode. Inoltre questi termini decorrono, come noto, dalla data di commissione del reato e non da quella in cui lo stesso viene accertato dalle autorità preposte.
Ci si deve stupire allora se, stando così le cose (soglie extra large di impunità, depenalizzazioni varie, brevissimi termini di prescrizione) sono pochissimi i frodatori/evasori che vengono condannati e, praticamente, nessuno di loro finisce per scontare la pena in carcere? Non poteva, Il dott. Albamonte, magari sommessamente, suggerire, come piano B, quello di studiare la possibilità di far decorrere i termini della prescrizione, magari dopo una loro congrua ridefinizione, dal momento in cui il reato è stato "faticosamente" accertato, malgrado i tanti ostacoli e i depistaggi che il frodatore/evasore mette in campo per non essere scoperto, avvalendosi di prezzolati avvocati, commercialisti, consulenti fiscali et similia?
alexandertwo 20 ottobre 2019 alle 18:38
"Purtroppo certa magistratura è abituata a comportarsi in modo contrario a quel minimo di decenza (etica e professionale) che il ruolo ricoperto dovrebbe imporre.
E poi c’è il dottor Piercamillo Davigo, strenuo sostenitore della sua categoria ed amico del Fatto Quotidiano nonché membro di quel pool di “Mani Pulite” che ha fatto più danni dell’invasione di questi giorni delle cavallette in provincia di Nuoro, il quale si è lasciato spesso andare a dichiarazioni al limite del paranormale: “In un sistema ben ordinato - ha sostenuto tra l’altro Davigo - un innocente non deve essere assolto, non deve neppure andare a giudizio perché per lui il processo è una tragedia. I filtri dovrebbero essere all’inizio”.
E mica è tutto: il Codice di procedura penale “è fatto apposta per permettere ai delinquenti di farla franca”. Da anni, anche davanti a casi conclamati di ingiuste detenzioni, afferma Davigo, “in buona parte non si tratta di innocenti ma di colpevoli che l’hanno fatta franca”.
Mai una parola contro i suoi colleghi che sbagliano (e non pagano mai), mai la richiesta di una riforma complessiva della giustizia che includa anche la responsabilità civile dei togati, mai una parola su ritardi ed omissioni da parte dei colleghi: la colpa è sempre “degli altri”. Dal “Partito dei magistrati” (Mauro Mellini docet) ci stiamo avvicinando in maniera preoccupante ad una magistratura infestata da clan e correnti. A pagare, come al solito, è il cittadino".
Ho trascritto questo stralcio dell'articolo "Giustizia: chi paga è sempre il cittadino", a firma di Gianluca Perricone (pubblicato su L'Opinione della Libertà" del 19 giugno 2019) per dare a Cesare (Davigo) se non tutto, almeno "buona parte" di quel che è di Cesare.
Poiche nel post delle ore 14,52 si insiste ad esprimersi anche in nome di altri soggetti, diversi dall'autore, segnalo che, personalmente, non mi ritengo compreso in quei "Cittadini" cui si fa riferimento nello stesso post.
alexandertwo 21 ottobre 2019 alle 09:17
Evasione, Salvini: "Pensare alle manette per alcune
decine di migliaia di euro è da fuori di testa".
In quei casi, si pensa subito al condono.
(www.forum.spinoza.it)
alexandertwo 21 ottobre 2019 alle 10:22
"È importante che le movimentazioni finanziarie siano tracciate. Le movimentazioni in contanti consentono dei vantaggi agli appartenenti alla criminalità organizzata, quindi la loro azione viene ostacolata dal controllo del contante, che non lascia traccia. Più si riduce la soglia, maggiore è l’ostacolo che si crea. Anche questo può avere un suo significato dal punto di vista investigativo".
(Riguardo alla considerazione che "solo il carcere spaventa i grandi evasori", ndr) "Purtroppo abbiamo un sistema repressivo non particolarmente efficace contro l’evasione fiscale. Negli Stati Uniti è uno dei crimini più gravi e si va in carcere. In Italia non ci sono prospettive carcerarie effettive nemmeno quando è rilevante. Se la contribuzione secondo le capacità di ciascuno è un valore di rango costituzionale si dovrebbero creare meccanismi per distogliere i consociati da quel tipo di delitto.
Il colletto bianco pensa: cosa rischio? Oggi il rischio del carcere è molto contenuto. Il frequente ricorso ai condoni fiscali affievolisce ulteriormente la deterrenza. Se invece la violazione implica conseguenze serie, come periodi significativi di carcerazione, le cose cambiano. D’altra parte, se confrontiamo lo Stato e il sistema mafioso la differenza è proprio la
certezza della punizione: nel sistema mafioso c’è, mentre lo Stato è caratterizzato dall’assenza di certezza della punizione. Oggi noi abbiamo redditi da lavoro dipendente, spesso bassi, tassati alla fonte, mentre gli appartenenti agli strati più elevati della società beneficiano di una totale assenza di punizione. Le carceri sono prive di colletti bianchi condannati in via definitiva".
Questo sono alcune delle considerazioni espresse dal dott. Luca Tescaroli (Procuratore aggiunto di Firenze) nell'ambito dell'intervista concessa ad Alessandro Mantovani e contenute nell'articolo “I limiti al cash ostacolano criminalità e corruzione” (Il Fatto Quotidiano di oggi, 21 ottobre).
Ovviamente si può concordare o meno su ciò che suggerisce il dott. Tescaroli, ma si deve convenire sul fatto che quanto più bassi sono i limiti all'uso del contante, tanto maggiore può risultare l'ostacolo alle attività delle criminalità organizzata, alla corruzione, alla evasione/frode fiscale.
Di conseguenza, si può indubbiamente trarre la seguente conclusione: le forze politiche che sono favorevoli ad abbassare quanto più possibile tali limiti vogliono effettivamente contrastare le attività di quei "signori". L'opposto si può dire per quelle forze politiche che quelle soglie, invece, le vogliono invariate o addirittura più elevate.
Leggendo le cronache di questi giorni, riguardo a come le singole sigle politiche si sono espresse nei confronti della proposta Conte-Bonafede di abbassare il limite dell'uso del contante a 1.000 euro (che era stato aumentato a 3.000 dal governo Renzi), ognuno che vuole può farsi una chiara idea dei politici che, nei fatti, non disdegnano di schierarsi dalla parte di mafiosi ed esponenti delle criminalità organizzata in genere, di corruttori/corrotti, di evasori/frodatori fiscali.
Domenico Corradini H. Broussard 21 ottobre 2019 alle 11:12
Anche uomini di sinistra possono sbagliare. Ma credo che non abbia sbagliato Albamonte quando alla Cara Liana Milella ha detto che per l’evasione fiscale le sanzioni penali attuali bastano, se i controlli (dico amministrativi) son fatti da chi deve farli. E Albamonte appartiene ad Area, alla corrente di sinistra dell’Anm.
Né credo che abbia sbagliato nel dire che non abbiamo bisogno d’una «norma manifesto». Cioè: non utile alla società civile e all’amministrazione della giustizia, ma solo adatta alle comunicazioni che avvengono, giorno dopo giorno e ora dopo ora, con un twitt qua e uno là.
Ad Albamonte aggiungo. Che invece del rafforzamento o inasprimento delle sanzioni penali per gli evasori fiscali, non è ora opportuno rafforzare le sanzioni amministrative aumentando l’importo delle somme da pagare?
Maddale Na 21 ottobre 2019 alle 11:12
A Torino è andato a fuoco il tetto della “Cavallerizza Reale”, patrimonio dell’Unesco. Lo stabile da anni è occupato dai “collettivi”. Il Corriere della Sera ci fa sapere che “all’interno della Cavallerizza, nelle scuderie e nei laboratori, aveva trascorso la notte una trentina di persone. Sono gli occupanti che dal 2015 hanno deciso di abitare gli edifici per impedire la vendita del complesso, decisa dall’ex sindaco Fassino”.
Non ci vuole Sherlock Holmes per intuire chi sono i responsabili dell’incendio. Può essere bastato un mozzicone di sigaretta, magari uno spinello, oppure un fornelletto per scaldarsi un caffè.
Questa la notizia. “Che c’azzecca” in un blog che si chiama Toghe?, potrebbe dire qualcuno. C’azzecca, c’azzecca. E infatti in un Paese, in cui vige quel fiore all’occhiello del nostro sistema giudiziario che è l’azione penale obbligatoria, non si comprende come è perché la Magistratura Inquirente, che ha l’obbligo di far rispettare la legge, abbia potuto consentire che l’occupazione abusiva di uno stabile di elevatissimo pregio storico, tanto da essere addirittura “patrimonio dell’Unesco”, si sia potuta protrarre per tanto tempo impunemente.
Forse il Dott. Eugenio Albamonte, segretario di Area, la corrente di sinistra dei giudici, e pubblico ministero a Roma, nonché ex presidente dell’Anm, uno che “è del mestiere” insomma, come direbbe Checco Zalone, potrebbe darci qualche spiegazione..
alexandertwo 21 ottobre 2019 alle 11:17
GOOD NEWS. “Buffonata. Nel decreto clima alla fine ci sono soltanto scemenze”, “Più fisco, più manette. Stato di polizia tributaria” (il Giornale, 11.10). “Rovinati artigiani, commercianti e partite Iva” (Libero, 12.10). “La democrazia dei vuoti. Camere mutilate. Il taglio dei parlamentari non aumenta l’autorevolezza dei politici, ma è un altro passo verso la fine della rappresentanza” (Marco Damilano, l’Espresso, 13.10). “Il governo più illiberale di sempre” (Francesco Forte, il Giornale, 14.10). “Schiaffo ai pensionati. Manovra da incubo” (il Giornale, 16.10). “Manovra con scasso: altro furto in casa” (La Verità, 17.10). “Rapina in casa” (il Giornale, 17.10). “Piovono tasse dal governo. Salvini colto da malore. La manovra è un attentato” (Libero, 17.10). “Pulizia etnica a Cinque stelle: questo sì che è razzismo” (Paolo Guzzanti, il Giornale, 19.10). “Di Maio e Bonafede vogliono mandare in campi di concentramento otto milioni di evasori… E’ più o meno quello che Hitler pensava degli ebrei… L’Italia grillina, come la Germania nazista, si deve avviare alla purezza della razza e organizza per via parlamentare un mega-rastrellamento di Stato per celebrare degnamente gli 80 anni delle leggi razziali (che – per la cronaca – cadevano nel 2018, ndr)…. L’ideologia dei 5 Stelle si salda con quella comunista” (Alessandro Sallusti, il Giornale, 19.10).
Per questa settimana è tutto: restiamo in contatto, se sopravviviamo.
(dalla rubrica "Ma mi faccia il piacere", a cura di Marco Travaglio - Il Fatto Quotidiano, 21 ottobre 2019).
alexandertwo 21 ottobre 2019 alle 15:02
"Ogni anno lo Stato non riesce a incassare 109 miliardi, tra imposte e contributi. Ogni anno ne recupera 16 saliti ultimamente a 19 solo grazie a rottamazioni e condoni. Le dimensioni dell'infedeltà fiscale sono ancora enormi. Se questa cifra immensa venisse recuperata, il governo avebbe le risorse per imprimere un'autentica svolta al Paese. Potrebbe tagliare il cuneo fiscale di 12 punti (quelli che ci separano dalla media OCSE); disinnescare l'aumento dell'Iva; rimediare al dissesto idrogeologico e mettere in sicurezza le scuole italiane. Resterebbero una ventina di miliardi per ridurre il deficit di oltre un punto percentuale".
Questo è uno dei passaggi salienti dell'articolo, oggi su Repubblica, "Manette agli evasori: il piano", co-firmato dalla gentile dott.ssa Milella. La sua lettura, in connessione con quella di una delle valide considerazioni del procuratore aggiunto di Firenze, Tescaroli (riportate nel commento delle ore 10,22) che, per comodità dei possibili lettori, ritrascrivo in calce, non può che indurre i cittadini onesti a pensare male, molto male di coloro che si ostinano a dichiararsi contrari all'incremento delle sanzioni - sia amministrative che penali (carcere incluso) - nei confronti degli evasori/frodatori fiscali che tanti gravi danni procurano alla collettività nazionale.
"Oggi il rischio del carcere è molto contenuto. Il frequente ricorso ai condoni fiscali affievolisce ulteriormente la deterrenza. Se invece la violazione implica conseguenze serie, come periodi significativi di carcerazione, le cose cambiano. Oggi noi abbiamo redditi da lavoro dipendente, spesso bassi, tassati alla fonte, mentre gli appartenenti agli strati più elevati della società beneficiano di una totale assenza di punizione. Le carceri sono prive di colletti bianchi condannati in via definitiva".
Domenico Corradini H. Broussard 22 ottobre 2019 alle 09:00
Come Albamonte, Ardita. Che è consigliere togato del Csm. Entrambi insistono sulla possibilità che hanno i riti alternativi, dal giudizio patteggiato al giudizio abbreviato, d’incidere in maniera negativa sul dl in materia fiscale licenziato ieri dal CdM – con i 5S esultanti per l’innalzamento delle pene dal maximum di 6 anni al maximum di 8 anni di carcere e per l’abbassamento della soglia di punibilità da 150mila a 100mila euro nella dichiarazione fraudolenta mediante fatture false o altri documenti falsi relativi ad operazioni inesistenti.
I chiarimenti essenziali di Ardita: che così tornerà l’equiparazione non vera e quasi insulsa dei grandi evasori ai grandi manovratori delle tangenti; che anche così i nuovi evasori non frequenteranno le carceri più di quanto le abbiamo frequentato gli evasori per dichiarazione fraudolenta ex d.lgs. 74/2000, art. 2; che infine così si violerà il principio costituzionale della proporzione delle pene nei reati, per cui le pene previste per un tale illecito fiscale non saranno proporzionali alle pene previste (che so io) per una rapina.
Un mio chiarimento: che alla soglia dei 100mila euro si può anche non arrivare se con tattica illecita ci si ferma a 99mila euro.
Quando queste modifiche alla dichiarazione fraudolenta? Non mi pare, per quel che ne so da alcuni giornali, che basterà l’emanazione del dl approvato dal CdM. Ci vorrà la promulgazione della legge di conversione di questo dl.
I giornali che hanno parlato e parlano delle manette per gli evasori, ne parlano in maniera quasi trionfalistica. Peggio per loro. Io sono dell’idea di Gustavo Zagrebelsky, «Il diritto mite». E sono per le «pene miti». Ancora una volta coniugando garantismo e giustizialismo.
alexandertwo 22 ottobre 2019 alle 10:09
“Ho due BUONE NOTIZIE per imprenditori, commercianti, artigiani e per tutti gli italiani onesti”, commenta il capo politico del Movimento 5 Stelle Di Maio su Facebook spiegando che “il carcere ai grandi evasori entra nel decreto fiscale, come aveva chiesto con forza il M5S. E anche la confisca per sproporzione entra nel decreto legge. Ambedue le norme entreranno in vigore dopo la conversione in legge da parte del Parlamento. D’ora in avanti chi evaderà centinaia e centinaia di migliaia di euro sarà finalmente punito con il carcere. Colpiamo i pesci grossi. Per la prima volta uno Stato forte con i forti e non più forte con i deboli! Uno Stato che non ha più paura e che ritrova il coraggio di lottare contro i colossi! Finalmente tocchiamo gli intoccabili”.
Questo alcune affermazioni di Luigi Di Maio - riportate dalla stampa - riguardo alle misure con le quali il governo intende contrastrare e limitare l'evasione e la frode fiscale.
In particolare, verranno abbassate le soglie di non punibilità per gli evasori rispetto a quelle aumentate nel 2015 dal governo Renzi e, contemporaneamente, per chi presenta dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti, ci sarà un aumento sia delle pene minime che di quelle massime (fissate, rispettivamente, in 4 e 8 anni). Con tale normativa, quindi, c'è una possibilità, almeno potenziale, che gli evasori per grosse cifre potranno finire davvero in carcere.
A questo punto, c'è solo da auspicare che, nel passaggio in Parlamento per la sua conversione in legge, il decreto così impostato non sia stravolto, dalle solite forze politiche, per venire incontro a "lor signori", amici dei soliti amici.
gianfranco fiore 22 ottobre 2019 alle 12:52
A Torino Mohamed Safi per aver ucciso la sua giovane amante di appena 21 anni ha preso appena 12 anni,beneficiando pure del lavoro esterno,Concetta all'oscuro di tutto se n'era innamorata,dopo averlo saputo ha deciso di giustamente di lasciarlo.Mohamed non è riuscito a sgozzarla solo per la presenza di una sciarpa.Prima di pensare ad altre riforme penali occorre recuperare effettivamente chi commette reati tantopiù ignobili se commessi verso il sesso debole a parere anche di molti detenuti comuni dalle vedute molto ristrette da costringere l'amministrazione penitenziaria a tenerli rigorosamente lontani da questi "gentiluomini"
Maddale Na 22 ottobre 2019 alle 17:34
Tecnologia. Fra i 5 Stelle è tutto un inneggiare alla tecnologia per combattere la piaga dell’evasione fiscale. E in effetti i moderni mezzi, che la tecnologia mette a disposizione del fisco (super cervelloni elettronici per incrociare miliardi di dati in tempo reale, banche dati sterminate, strumenti di pagamento elettronico per tracciare il cammino della moneta, fatture elettroniche ecc.), sono strumenti molto efficaci per il contrasto di quella che è INDISCUTIBILMENTE UNA PIAGA: l’evasione fiscale. Meritano di essere diffusi al massimo e potenziati.
Del tutto contraddittoria e inspiegabile è perciò la posizione assunta dal Ministro della Pubblica Amministrazione, Fabiana Dadone, che ha ribadito il "no" alle impronte digitali per la rilevazione delle presenze al lavoro. Posizione che evidentemente è condivisa dall'intero governo giallorosso al punto che la Ministra ha annunziato gloriosa e trionfante che la guerra ai “furbetti del cartellino” si continuerà a fare con l’uso dei servizi di videosorveglianza che dovrebbero servire da deterrente. Vuole usare la clava invece che i missili.
Questa volta la motivazione non è più quella di non demotivare i lavoratori, che dall'istituzione dei rilevatori di impronte digitali verrebbero in qualche modo demotivati, perché si sentirebbero criminalizzati, ma trae fondamento dai rilievi formulati dal Garante della Privacy. L’assurdità di quei rilievi risiede nel fatto che si vuol sostenere che riprendere un’impronta digitale comprometterebbe la privacy della persona, mentre una compromissione ancor maggiore non ci sarebbe se una telecamera ritrae l’impiegato mentre striscia il cartellino (l’impronta di un dito NO, l’impronta dell’intera figura umana SI). Misteri del modo di ragionare di chi, alla fin fine, si ritrova ad essere il miglior alleato degli “evasori lavorativi”; quella stessa categoria di insopportabili furbastri che personalmente assimilo agli “evasori fiscali”. Questi evadono il fisco non assolvendo all’obbligo di pagare le tasse; quelli evadono il lavoro non assolvendo all’obbligo di prestare la loro attività lavorativa per tutto il tempo per il quale vengono retribuiti.
Qualcuno è in grado di spiegarmi questa disparità di punti di vista?
alexandertwo 22 ottobre 2019 alle 17:37
Sempre a proposito di (possibile) carcere agli evasori (e non solo), la stampa di oggi riporta la seguente notizia.
"Diciannove indagati in tutto, di cui due molto noti: Tiziano Renzi e Laura Bovoli, i genitori dell’ex premier e attuale leader di Italia Viva Matteo Renzi. La procura di Firenze ha chiuso le indagini per bancarotta fraudolenta ed emissione di fatture false in cui sono coinvolti anche imprenditori e amministratori delle cooperative Delivery Service Italia, Europe Service e Marmodiv. Per questa inchiesta, Tiziano Renzi e Laura Bovoli a febbraio 2019 vennero arrestati e per un periodo sono stati ai domiciliari nella loro casa di Rignano".
Nella quasi totalità dei casi, a questa azione deile procure fa seguito la rchiesta di rinvio a giudizio per i reati contestati.
Ora, proprio in occasione dell'invio dei "Renzi seniores" agli arresti domiciliari, Matteo Renzi - a difesa dei genitori - affermò: "Mio padre intercettato e pedinato come un camorrista.Tiziano è un uomo, se ha sbagliato pagherà, sennò chiederà i danni. Il tempo sarà galantuomo. Finora non è mai stato condannato".
In proposito, va anche ricordato che entrambi i genitori di Renzi, ai primi del corrente mese di ottobre, sono stati già condannati a 1 anno e nove mesi di reclusione (in primo grado dal Tribunale di Firenze) per emissione di due fatture false (20mila e 140mila euro), nell'ambito di una vicenda concernente lo studio di fattibilità di un’area ristorazione in un outlet, consulenza che, secondo la Procura, sarebbe stata pagata per un progetto, però, mai realizzato.
Alla luce di tutto ciò, verrebbe quasi da pensare che il tempo si stia comportando effettivamente da galantuomo, ma non nella direzione in cui sicuramente il "bomba" di Rignano si augurava che si rivolgesse.
alexandertwo 22 ottobre 2019 alle 21:00
Non riesco a spiegarmi perchè, dopo aver letto l'articolo, a firma di Federica Angeli, "Mafia Capitale, la Cassazione dice no. Cade il 416 bis", apparso poco fa su Repubblica.it, il mio pensiero sia riandato ad un altro articolo, questo pubblicato su L'Espresso del 24 ottobre 2016 a firma di Lirio Abbate e Paolo Biondani, "Il ricatto di Massimo Carminati: ecco la lista dei derubati nel furto al caveau del 1999".
Domenico Corradini H. Broussard 23 ottobre 2019 alle 07:15
Dopo Albamonte e Ardita, un altro che fu Magistrato, Gherardo Colombo. Che la condanna ottenuta dalla Cedu con la sentenza Torregiani, per le condizioni penose delle nostre carceri, è stata inutile. Le carceri sono rimaste piene di detenuti, e la rieducazione dei detenuti si è risolta in una favola contraria all’art. 27 Cost. E inoltre: che da anni la legge provvede ad aumentare le pene per il corrotti, senza tuttavia che il reato di corruzione sia nel complesso diminuito; che il processo penale è da noi un disastro, perché le voci tuonanti sulla riforma del diritto e della giustizia penale si riducono a propaganda elettorale; che c’è la mala detenzione in violazione dei principi costituzionali, con il conseguente aumento della recidiva; che spesso, in nome del «giustizialismo», ci illudiamo pensando che tutti i colpevoli siano in carcere e che fuori dal carcere stiano solo non-colpevoli; che l’ergastolo ostativo è un’offesa alla Costituzione.
E per l’evasione fiscale? Colombo non ne fa una questione di carcere, con il maximum di 8 anni invece che di 4. Ne fa una questione di educazione: abituare gli italiani a pagare le tasse, perché anche le tasse, pagate nella giusta proporzionalità dei redditi di ciascun contribuente, «garantiscono» i diritti soggettivi, a cominciare dai diritti costituzionali alla salute e alla vita e alla dignità della persona, eccetera.
Non ha simpatia per le manette, Colombo. E non a torto dice: «Io credo che si diventi “garantisti” quando si iniziano a considerare coloro che hanno commesso un reato esseri umani».
cabellen 23 ottobre 2019 alle 08:28
Da quello che ho trovato su alcuni siti (come AgendaDigitale) l'iniziativa legislativa di Giulia Bongiorno riguardo alle impronte digitali per contrastare i furbetti del cartellino viene messa in discussione non tanto perché lesiva della privacy, quanto per una questione di proporzionalità e di rapporto fra costi e benefici.
Dal punto di vista della protezione dei dati personali, prendere impronte digitali è fattibile senza dover acquisire e memorizzare dati "sensibili", ma è forse una spesa eccessiva e un impiego sproporzionato di tecnologia, da applicare magari non in modo estensivo ma soltanto a situazioni caratterizzate da elevati tassi di assenteismo (come è accaduto in un ospedale di Salerno).
In un certo senso è comprensibile anche l'obiezione del ministro Dadone che parla di un "uso criminalizzante e demotivante" della tecnologia, anche se certo non sarebbe la prima volta che il cattivo comportamento di qualcuno determina svantaggi per tutti. All'imbarco dei voli dobbiamo tutti sottoporci a fastidiosi controlli anti-terrorismo, e li accettiamo perché siamo consapevoli dell'importanza della nostra sicurezza.
Le misure da prendere devono essere proporzionate ai benefici da ottenere, non basta che siano moralmente giustificabili.
Maddale Na 23 ottobre 2019 alle 08:34
Forse non tutti sanno che in Italia esiste l’art. 5 della legge n. 80 del 2014 che recita "Chi occupa abusivamente un immobile senza titolo non può chiedere la residenza né l'allacciamento a pubblici servizi in relazione all'immobile medesimo e gli atti emessi in violazione di tale divieto sono nulli a tutti gli effetti di legge".
Si tratta di una norma che mira a scoraggiare le occupazioni abusive degli immobili.
Quelle per effetto delle quali un immobile che costituisce Patrimonio dell’Umanità, come la “Cavallerizza Reale” di Torino, è andato a fuoco.
Ebbene, segnatevi questo nome: MATTEO ORFINI. È un deputato del Partito Democratico che ha proposto di abrogare quella norma. E così, d’ora in avanti, chi occupa abusivamente un immobile potrà fare regolare domanda alle aziende che forniscono luce, gas e acqua per ottenere l’allacciamento e potrà ricevere dai servizi demografici dei Comuni un certificato che attesti che lui risiede lì, proprio lì, nell'immobile occupato. Il trionfo dell’imbecillità. Meditate gente, meditate.
Maddale Na 23 ottobre 2019 alle 10:56
Gent.mo Sig. cabellen, innanzitutto La ringrazio per aver ripreso l’argomento dei rilevatori di impronte digitali per contrastare il fenomeno dei “furbetti del cartellino” per ragionarci su pacatamente. Io non credo che si possa mettere la questione in termini di rapporto costi-benefici. Qualsiasi telefonino, nemmeno di ultima generazione, è dotato di un rilevatore di impronte digitali. E dunque non penso che un apparecchietto, destinato a rilevare l’impronta digitale di 10, 20, 100 impiegati, possa costare più di quanto oggi costi un orologio marca-tempo destinato a registrare elettronicamente il cosiddetto cartellino. E in ogni caso, se servissero a contrastare un malvezzo, quello dell’”evasione dal lavoro”, di cui i numerosi episodi, che la cronaca porta alla nostra attenzione, costituiscono solo la punta dell’iceberg, ben vengano i rilevatori di impronta digitale. Del resto nessuno si è mai posto il problema del costo dei POS che anche il più piccolo esercizio commerciale deve tenere per contrastare la piaga dell’evasione fiscale. I POS sono cosa buona e giusta; e perché non dovrebbero esserlo anche i rilevatori di impronte digitali?
Quanto alla privacy, mi si deve spiegare perché un’impronta digitale, che in definitiva ritrae l’immagine di un polpastrello, è più invasiva di una fotografia che ritrae l’immagine dell’intera figura di un individuo. Quella stessa fotografia che ciascuno di noi accetta sia riportata sui documenti di identità senza per questo sentirsi leso nella propria privacy.
Giustamente Lei ha richiamato i controlli fastidiosi, e per certi versi umilianti, cui siamo costretti a sottoporci ogni volta che prendiamo un aereo con relativo bombardamento di raggi (chissà se un giorno non verrà fuori che sono addirittura dannosi). E che dire del fatto che siamo costretti a toglierci scarpe e cinture, col rischio di mostrare qualche calzino bucato o che i pantaloni ci scivolino ai piedi lasciandoci in mutande?
Da ultimo, quanto al rapporto costi benefici, io credo che il malcostume dei furbetti del cartellino sia molto più diffuso di quanto si creda. La cronaca ci riporta decine di episodi di ospedali nei quali non solo gli infermieri ma anche i medici fanno un uso fraudolento del cartellino per potersene uscire a fare i fatti loro. Le è mai capitato di doversi addentrare nei meandri di qualche ufficio pubblico per lo svolgimento di qualche pratica? E quante volte si è sentito rispondere “il collega è FUORI STANZA, torni più tardi oppure torni domani”?
cabellen 23 ottobre 2019 alle 11:45
Il gruppo "Assemblea Cavallerizza 14:45" (che prende il nome dall'orologio fermo sulla facciata) occupa abusivamente lo stabile di Torino dal 2014, ma si tratta di un'occupazione che ha avuto diversi risvolti positivi e che ha incontrato il favore della cittadinanza, dato che ha riqualificato per attività artistiche e culturali un edificio che il Comune aveva destinato a ristrutturazione per negozi e alberghi.
Nel corso di questi anni si sono anche verificati disordini (furto, spaccio) che il gruppo dichiara di aver denunciato alla polizia.
Ora il Comune vuole rilanciare un piano che parzialmente legittima il ruolo del gruppo Assemblea Cavallerizza.
Questo sito riassume la storia recente dell'edificio:
"https://cavallerizzairreale.org/2019/10/21/cavallerizza-irreale-step-by-step/"
alexandertwo 23 ottobre 2019 alle 16:04
"Se è vero, come diceva Flaiano, che “l’unica rivoluzione in Italia è la legge uguale per tutti”, la riforma anti-evasione annunciata dal governo Conte ha un che di rivoluzionario. Non s’era mai visto nulla di simile nella storia repubblicana. Infatti gli house organ di B. & Salvini, il Giornale e Libero, sono letteralmente impazziti: “Conte e il suocero rischiano la galera”, “Il suocero di Conte condannato per evasione”. Si tratta naturalmente di fake news, come da tradizione della casa. (..) Dato atto al governo di aver varato la norma più severa e coraggiosa mai vista in Italia contro frodi ed evasioni, va pure detto che l’obiettivo di una legge uguale per tutti resta un lontano miraggio. Le soglie di non punibilità rimangono, anche se vengono ridotte a una sola di 100 mila euro. Dal punto di vista dell’equità, è aberrante: salvo fissare analoghe soglie d’impunità per scippi, furti, rapine, truffe, peculati e altri reati predatori. Ma, con questa evasione di massa, bisogna scegliere. E le nuove soglie e le nuove pene sono un buon passo avanti rispetto alle attuali. (...) Chi verrà condannato, per frode o per evasione, non dovrà solo restituire il maltolto dell’anno incriminato, ma si vedrà confiscare “per sproporzione” tutti i beni che non riesce a giustificare con i redditi dichiarati in passato. Non è il massimo auspicabile, visto che resta fuori dal penale la gran parte degli evasori. Ma è il massimo possibile con questi politici. E questi elettori".
Queste sono alcune delle considerazioni contenute nell'editoriale odierno di Marco Travaglio. Premesso che, a mio parere sono tutte decisamente condivisibili, ho particolarmente apprezzato la sua chiusa: "con questi politici. E questi elettori". soprattutto il riferimento a "questi" elettori.
Ma il fatto di poter riconoscere che, nella sua effettiva applicazione, "la legge è uguale per tutti", sarebbe l'unica rivoluzione italiana, ha avuto una (quasi) incredibile conferma nell'articolo odierno, a firma di Selvaggia Lucarelli (sulla stessa testata), “Noi eravamo come Davide contro Golia: su papà bugie ad arte”, dove è narrata la triste e scandalosa vicenda del sig. Cesare Tiveron, morto nel 2016 dopo lo scontro con l’auto blu di Domenico Mantoan, nuovo presidente dell'Aifa. Trascrivo qui solo alcuni stralci dell'articolo.
Il 13 settembre del 2016 un’auto blu esce dal parcheggio dell’ospedale Busonera di Padova. L’autista, commettendo un’infrazione, taglia l’incrocio e centra il motorino di Cesare Tiveron, un imprenditore di 72 anni che proveniva dalla stessa corsia. Cesare finisce sul cofano, muore poco dopo in ospedale. Sembra un incidente come tanti altri, ma non lo è. Alla guida dell’auto blu, infatti, c’era un autista e il suo passeggero era Domenico Mantoan, potentissimo direttore generale della sanità veneta, proprio pochissimi giorni fa nominato – su proposta della Regione governata da Luca Zaia – presidente dell’Aifa, l’agenzia italiano del farmaco. (...)
Dopo mesi e mesi il pm sollecita i risultati dell’autopsia (che si era offerto di eseguire il direttore di Medicina legale, dott. Massimo Montisci, anche se non era di turno, ndr). Il responso è sorprendente: Cesare Tiveron, cardiopatico, ha avuto un infarto mentre guidava il motorino, pochi istanti prima dell’impatto con l’auto blu, quindi la sua morte non è legata allo schianto. Lo confermerebbero vari esami e i dati del pacemaker di Cesare. Pacemaker che dopo un po’, curiosamente, non sarà più tra i reperti. Viene ritrovato per caso un anno dopo durante la perquisizione dell’ufficio di Montisci, finito sotto inchiesta della Procura di Padova per concorso in falso ideologico per delle analisi antidroga di due imprenditori a cui era stata sospesa la patente".
Anche in questa vicenda a scombinare i piani dei "delinquenti" (o delinquente) - analogamente a quanto accaduto con la sorella Ilaria nel caso di Stefano Cucchi - è intervenuta la famiglia della vittima (i quattro figli).
Non mi dilungo oltre. Ricordo solo che Montisci venne promosso a professore ordinario nell’Istituto di medicina legale proprio una settimana prima della consegna della sua perizia; c'è stata una nuova perizia affidata a medici fuori Regione; è saltato fuori che forse alcuni esami sono stati effettuati con macchinari che nell’istituto di medicina legale di Padova non ci sono; è stato fatto intervenire l’esperto più autorevole sulla piazza, il numero uno della cardiologia, Gaetano Thiene (che accertò: Stefano Tiveron “è morto a causa dell’incidente, la tesi di Montisci è fantasiosa e illogica”);
E risulta alquanto "intrigante" questa affermazione di uno dei figli della vittima: “Non faccio accuse, ma sapevamo chi avevamo davanti. La nostra controparte non era il signor Rossi. Difficile che un autista potesse scomodare un luminare come Montisci per un’autopsia e stonava che un Montisci potesse giocarsi la carriera per un semplice autista”. Allora la domanda è: perchè qualcun altro avrebbe dovuto esporsi per un autista? “Gli autisti sentono e sanno tanto. Cosa dico al telefono, dove mi porti. Parlo in generale”.
Cioè, sembrerebbe che la preoccupazione prima dei "potenti" fosse quella di evitare il processo (e la quasi sicura condanna) all'autista di Mantoan. Ma perchè? Sapeva qualche cosa che se rivelata, dopo la condanna, poteva nuocere a "qualcuno" che si doveva assolutamente proteggere?
Comunque, sempre dai figli è stato aggiunto: “Che la perizia sia stata fatta con dolo o che quel giorno Montisci abbia preso una cantonata, ora si va verso il processo all’autista. Aspettiamo la condanna, poi vogliamo sapere perché la ricerca della verità è stata così faticosa". Per concludere - con riferimento al governatore leghista Zaia in difficolta per l'eventuale rimozione di Montisci - “Non lo invidio. Sa bene che se si accerta il dolo in questa storia non può aver fatto tutto un autista”.
Maddale Na 23 ottobre 2019 alle 17:20
Io non credo che l’occupazione abusiva di un immobile, tanto più se si tratti di un immobile che costituisce Patrimonio dell’Umanità, possa avere “DIVERSI RISVOLTI POSITIVI”, come scrivono quelli del Gruppo "Assemblea Cavallerizza 14:45", che quell'occupazione hanno perpetrato.
Loro parlano di riqualificazione degli immobili per attività artistiche e culturali, però poi aggiungono che nel corso degli ultimi anni si sono verificati disordini (furti e spacci) che il gruppo dichiara di aver prontamente denunciato alla polizia.
Io mi limito ad osservare che, se in quell'immobile si verificano furti e spacci, vuol dire che è diventato una specie di zona franca dove gli occupanti fanno quello che più gli pare e piace. Non a caso, del resto, le “attività artistiche e culturali” sono culminate nell'incendio di qualche giorno fa.
Un fatto è certo: l’immobile è stato sottratto alla disponibilità del Comune che ne è il legittimo proprietario. E questo reato si sta protraendo da vari anni senza che la Magistratura Inquirente, che ha l’obbligo di impedire che i reati permanenti (l’occupazione di un edificio è un reato permanente) si protraggano, abbia mosso e muova un dito.
Quanto alle “attività artistiche e culturali”, chissà perché mi ricordano le attività che si svolgono nel palazzo occupato al n. 55 di via Santa Croce in Gerusalemme a Roma (quello dove il Cardinale Elemosiniere del Papa è andato a riattaccare la corrente).
Lì a Roma, c’è addirittura un’osteria e si svolgono attività economiche, chiamate ipocritamente “laboratori sociali”, che comprendono poi attività di vario tipo; dalla falegnameria, che produce attrezzature per gli eventi e mobili per i diversi spazi dell’edificio, ai tanti corsi istituiti nel comprensorio (dai corsi di sartoria, di disegno, di tango o taekwondo, stesura di testi teatrali, intaglio del legno, fino ad arrivare ad un corso di birra artigianale).
Resta confermato, dunque, che l’Italia è il Paese della Cuccagna, dove una sempre più ristretta cerchia di cittadini osserva le leggi, paga le tasse, timbra il cartellino quando va a lavoro, paga il biglietto dell’autobus, mentre vi è una maggioranza crescente di persone che delle leggi e delle regole se ne frega. E tutto questo in barba all’azione penale obbligatoria di cui i Magistrati Italiani si riempiono la bocca a ogni pié sospinto.
alexandertwo 23 ottobre 2019 alle 20:26
Allora, come si attendeva dopo la sentennza CEDU, la montagna (Corte Costituzionale) ha... partorito.
"Ergastolo, incostituzionale non concedere permessi ai mafiosi anche se non collaborano".
Questo è il titolo dell'articolo odierno su Repubblica.it, dove si specifica che "La Consulta fa cadere il divieto per i condannati che abbiano dato piena prova di partecipazione al percorso rieducativo e se l'autorità ha acquisito prove che non c'è più partecipazione all'attività criminale. La Corte costituzionale stabilisce che si valuti caso per caso".
Nel prosieguo dell'articolo, sulla base di quanto contenuto nel comunicato dell'Ufficio Stampa della stessa Corte, si precisa che la Consulta - "pronunciandosi nei limiti della richiesta dei giudici rimettenti - ha sottratto la concessione del solo permesso premio alla generale applicazione del meccanismo “ostativo” (secondo cui i condannati per i reati previsti dall’articolo 4 bis che dopo la condanna non collaborano con la giustizia non possono accedere ai benefici previsti dall’Ordinamento penitenziario per la generalità dei detenuti)". Ed è poi chiarito che, conseguentemente, "la presunzione di 'pericolosità sociale' del detenuto non collaborante non è più assoluta ma diventa relativa e quindi può essere superata dal magistrato di sorveglianza, la cui valutazione caso per caso deve basarsi sulle relazioni del Carcere nonché sulle informazioni e i pareri di varie autorità, dalla Procura antimafia o antiterrorismo al competente Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica".
In altri termini, per effetto delle pronuncia della Corte, dei vari benefici previsti dall'ordinamento penitenziaro, l'unico che potrà essere riconosciuto al detenuto per reati di mafia è il permesso premio. E ciò, comunque, soltanto in caso di valutazione positiva, del singolo caso, da parte del Magistrato di sorveglianza, nel rispetto di tutte le prescrizioni previste.
Non so se i difensori, sia quelli ufficiali che quelli ufficiosi, di tali particolari detenuti potranno ritenere soddisfacente tale conclusione per i loro "assistiti".
cabellen 23 ottobre 2019 alle 21:13
Consiglierei alla SalvinMeloncina di prendersi qualche camomilla.
Di tutti gli altisonanti allarmi che si affanna a lanciare su questo blog, molti sono catalogabili sotto la voce "tempesta in un bicchier d'acqua" (ossia "molto rumore per nulla").
Domenico Corradini H. Broussard 24 ottobre 2019 alle 05:28
Il mio commento sull’ultima sentenza della Consulta. Dopo Capaci, l’ergastolo ostativo come possibile pena inflitta ai mafiosi. E nell’ordinamento penitenziario l’art. 4 bis comma 1. Che escludeva gli ergastolani ostativi dai permessi premio se non collaboravano con l’amministrazione della giustizia. Non bastava infatti che più non partecipassero ai loro clan e che non vi fossero pericoli che vi partecipassero. L’applicazione dell’art. 4 bis era, per così dire, automatica. Nel senso che in maniera quasi automatica c’era da ipotizzare a priori e da concludere a priori che quegli ergastolani non si erano sottoposti a un autentico processo rieducativo. Cioè nel senso, tirate somme dell’insostenibile argomentazione in diritto, che in questo caso l’art. 27 comma 3 Cost. veniva confinato all’illusione.
Da qui, con riserva di leggerne le motivazioni, la sentenza della Consulta di ieri. Che ha dichiarato incostituzionale l’art. 4 bis. E che ha stabilito che i Tribunali di Sorveglianza, per i permessi premio, devono muovere dal fatto che gli ergastolani ostativi abbiano dato prova della loro capacità di rieducarsi. Permessi premio, ma non liberazione condizionale. Come invece per il caso Viola aveva deciso la Corte di Strasburgo. E da qui inoltre la probabilità che un qualche Tribunale di Sorveglianza sollevi, prima o poi, un dubbio di costituzionalità sulla mancata possibilità di liberazione per legge degli ergastolani ostativi.
La Costituzione è rifiorita con la Consulta di ieri. E rifiorirà nel nome del garantismo e del giustizialismo. O, per usare una terminologia diversa, nel nome dei diritti della persona.
alexandertwo 24 ottobre 2019 alle 10:30
Scrivere che la Consulta, con la sentenza di ieri, "ha dichiarato incostituzionale l’art. 4 bis" è scrivere una fake news. Come ha ben chiarito il comunicato stampa ieri stesso rilasciato, è stata dichiarata "l'illegittimità costituzionale dell'articolo 4 bis, comma 1, dell'ordinamento penitenziario nella parte in cui non prevede la concessione di permessi premio in assenza di collaborazione con la giustizia, anche se sono stati acquisiti elementi tali da escludere sia l'attualità della partecipazione all'associazione criminale sia, più in generale, il pericolo del ripristino di collegamenti con la criminalità organizzata".
Ciò stante, troppo ce ne corre per poter affermare che è stata dichiarata l'incostituzionalità dell'art. 4 bis nella sua interezza.
Ci sarà occasione per tornare su altre conseguenze della sentenza, ma vorrei qui evidenziare che una delle condizioni necessarie affinchè il Giudice di Sorveglianza possa concedere "discrezionalmente" il permesso premio è quella che "siano stati acquisiti elementi tali da escludere sia l’attualità della partecipazione all’associazione criminale sia, più in generale, il pericolo del ripristino di collegamenti con la criminalità organizzata".
Ora, non voglio aderire alla posizione di coloro che sostengono che "se si diventa mafiosi lo si rimane per sempre", ma credo che per il magistrato, che dovrà decidere sul permesso, avere la prova inconfutabile di quella "esclusione" richiederà un lavoro sommamente difficile ed impegnativo.
Sarà una mera coincidenza, ma su Repubblica.it di oggi c'è un articolo, a firma di Salvo Palazzolo, così titolato: "Vittoria, il pentito torna in Sicilia e riorganizza il clan. Blitz, 15 arresti. Le mani dei boss sul business della plastica".
E queste sono le prime espressioni con le quali Palazzolo informa della vicenda, che ripeto riguardo uno che si era "pentito". "Quattro anni fa, era tornato in Sicilia chiedendo aiuto allo Stato: “Ho speso tutti i soldi che mi hanno dato dopo essere uscito dal programma di protezione – disse – ora sono costretto a fare l’ambulante”. In realtà, ha scoperto la polizia, il pentito Claudio Carbonaro – reo confesso di 60 omicidi - stava già progettando di riorganizzare la sua cosca. Proprio nella città che una notte del 1992 aveva lasciato in gran segreto, sotto scorta: Vittoria. Questa notte, l’ex killer della “Stidda” – la mafia che si opponeva a Cosa nostra - è stato arrestato dalle squadre mobili di Ragusa e Catania, dirette dai vicequestori Nino Ciavola e Marco Basile, con l’accusa pesante di associazione mafiosa: le indagini coordinate dalla direzione distrettuale antimafia di Catania dicono che Claudio Carbonaro era tornato a indossare l’abito del boss che gestisce affari e impone ricatti. Con lui sono state arrestate altre 14 persone, il suo braccio operativo".
Una prima conclusione, anche alla luce di vicende come quest'ultima, che si può trarre dalla sentenza di ieri è che certamente la Corte non ha fatto un gran "regalo" ai Giudici di Sorveglianza. Per non parlare, poi, di coloro che si stracciano le vesti se chi ha commesso (e confessato) 60 omicidi viene condannato all'ergastolo c.d. ostativo.
alexandertwo 24 ottobre 2019 alle 10:36
Post h. 10,30 - errata corrige: leggasi "che ripeto riguarda". Mi scuso.