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Timestamp: 2018-03-22 07:43:38+00:00
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Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza 12 aprile 2017, n. 9395 - Avvocato Renato D'Isa
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Legittimo il licenziamento per superamento del periodo di comporto, se la patologia (degenerazione retinica) è pregressa alle mansioni assegnate
sentenza 12 aprile 2017, n. 9395
sui ricorso 22399/2014 proposto da:
avverso la sentenza n. 640/2014 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE, depositata il 17/07/2014 R.G.N. 1131/2012;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CERONI Francesca, che ha concluso per l’inammissibilita’ del ricorso.
Il Tribunale di Livorno accoglieva il ricorso proposto da (OMISSIS) nei confronti della s.p.a. (OMISSIS) – che lo aveva assunto in quanto iscritto negli elenchi degli invalidi ex lege n. 482/68 – inteso a conseguire la declaratoria di illegittimita’ del licenziamento intimatogli in data 5/10/2005 per superamento del periodo di comporto e condannava la societa’ alla reintegra del ricorrente nel posto di lavoro, oltre al risarcimento del danno L. n. 300 del 1970, ex articolo 18.
Detta pronuncia veniva riformata dalla Corte d’Appello di Firenze che rigettava le domande proposte dal lavoratore e lo condannava alla restituzione delle somme percepite in esecuzione della sentenza di primo grado.
Nel pervenire a tali conclusioni il giudice dell’impugnazione – in estrema sintesi – considerava innanzitutto che il quadro probatorio delineato in prime cure alla luce delle deposizioni testimoniali raccolte, non era univoco quanto alla individuazione delle mansioni espletate dal ricorrente, essendo emerso Io svolgimento di compiti promiscui di magazziniere, in cui il sollevamento di pesi di tipo manuale si alternava a quello eseguito con carrelli.
Richiamava quindi, gli approdi ai quali era pervenuto l’ausiliare medico legale nominato in sede di gravame, da ritenere preferibili rispetto alle conclusioni rassegnate dal CTU nominato in prime cure per il maggiore approfondimento critico della vicenda sottoposta al suo scrutinio, giacche’ era risultato accertato: che la patologia da cui era scaturita l’assenza del lavoratore protrattasi dal gennaio all’ottobre 2005, era conseguita al decorso di una pregressa degenerazione retinica; che essa non era riconducibile ad una causa violenta, trattandosi di patologia di origine comune; che gli sforzi fisici quali il sollevamento di pesi anche inferiori ai 15 chilogrammi o la ripetuta movimentazione di carichi connessi alle mansioni di magazziniere per le quali era stato avviato obbligatoriamente al lavoro, non avevano determinato l’aggravamento di una patologia preesistente, considerato il breve periodo di lavoro di circa tre mesi, svolto alle dipendenze della societa’, prima del manifestarsi della degenerazione retinica.
La cassazione di tale decisione e’ domandata dal lavoratore sulla base di unico motivo.
1.Con unico articolato motivo si deduce violazione o falsa applicazione della L. n. 69 del 1999, nonche’ omesso esame circa fatti decisivi per il giudizio che sono stati oggetto di discussione fra le parti ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5.
Si lamenta che la Corte distrettuale non abbia tenuto conto del fatto che l’assunzione era avvenuta mediante i canali preferenziali sanciti dalla legge sul collocamento degli invalidi, dai quali scaturiva l’obbligo di adibire il lavoratore a mansioni compatibili con le proprie condizioni di salute, circostanza quest’ultima, non suffragata dal quadro probatorio delineato in prime cure, da cui era scaturita, per contro, la dimostrazione che gli erano state assegnate mansioni gravose, connesse alla movimentazione manuale di pesi, non compatibili con la patologia retinica da cui era affetto.
2. Ci si duole altresi’ che la Corte distrettuale abbia fatto esclusivo affidamento sugli esiti della perizia medico legale espletata in sede di gravarne, da ritenersi logicamente contraddittoria in quanto, da un lato, recavano l’accertamento che il quadro morboso da cui era affetto il ricorrente, fosse incompatibile con le mansioni lavorative ascritte; dall’altro, escludevano il riconoscimento di un aggravamento della patologia, in ragione della brevita’ del periodo di lavoro svolto alle dipendenze della societa’.
3. Il motivo va disatteso.
Sussistono innanzitutto profili di improcedibilita’ del motivo giacche’ si omette di indicare la collocazione in atti della consulenza medica espletata in grado di appello – della quale peraltro, si riportano solo alcuni stralci – in violazione del principio espresso in questa sede di legittimita’, alla cui stregua la parte che intende far valere in sede di legittimita’ un motivo di ricorso fondato sulle risultanze della consulenza tecnica e’ tenuta – in ossequio al principio di autosufficienza del ricorso – anche ad indicare se la relazione cui si fa riferimento sia presente nel fascicolo di ufficio del giudizio di merito (specificando, in tal caso, gli estremi di reperimento della stessa), ovvero a chiarire alla Corte il diverso modo in cui essa possa essere altrimenti individuata, non potendosi affidare al giudice di legittimita’ il compito di svolgere un’attivita’ di ricerca della relazione, in sede decisoria, senza garanzia del contraddittoria ed in violazione del principio costituzionale di ragionevole durata del processo (vedi Cass. 22/2/2010 n. 4201).
4. Puo’ soggiungersi comunque, anche al di la’ di ogni considerazione circa le modalita’ promiscue di denuncia vizio di violazione di legge e di motivazione, che il ricorrente abbia inteso censurare gli approdi ai quali e’ pervenuto il giudice dell’impugnazione uniformandosi agli esiti della consulenza medico legale espletata in grado di appello, in violazione dei dettami di cui alla L. n. 68 del 1999, secondo cui (vedi articolo 10, comma 2) il datore di lavoro non puo’ chiedere al disabile una prestazione non compatibile con la sua minorazione.
La Corte, pur prendendo atto che gli sforzi fisici quali il sollevamento continuativo di pesi ovvero la movimentazione di carichi con mezzi di trasporto manuale, potevano essere incompatibili con le condizioni fisiche in cui versava il (OMISSIS), aveva infatti ritenuto che non si fosse verificato alcun aggravamento della patologia da cui era affetto, anche considerando il breve periodo di adibizione alle mansioni, e la non univocita’ del quadro probatorio in ordine al contenuto delle mansioni stesse.
Le conclusioni alle quali e’ addivenuta la Corte distrettuale, non vulnerano i principi affermati da questa Corte secondo cui “nell’ipotesi di rapporto di lavoro con invalido assunto obbligatoriamente ai sensi della L. 12 aprile 1968, n. 482, le assenze dovute a malattie collegate con lo stato di invalidita’ non possono essere computate nel periodo di comporto, ai fini della conservazione del posto di lavoro ex articolo 2110 c.c., se l’invalido sia stato adibito, in violazione della L. n. 482 del 1968, articolo 20, a mansioni incompatibili con le sue condizioni di salute, in quanto la impossibilita’ della prestazione deriva, in tale caso, dalla violazione, da parte del datore di lavoro, dell’obbligo di tutelare l’integrita’ fisica del lavoratore, il quale e’ tuttavia gravato dell’onere di provare gli elementi oggettivi della fattispecie, sulla quale si fonda la responsabilita’ contrattuale del datore di lavoro, dimostrandone l’inadempimento, nonche’ il nesso di causalita’ tra l’inadempimento stesso, il danno alla salute e le assenze dal lavoro che ne conseguano” (vedi Cass. 23/4/2004 n.7730, Cass. 15/12/1994 n. 10769).
Il percorso motivazionale che ha condotto i giudici del gravame ad escludere un nesso eziologico fra lo stato morboso in cui era versava il lavoratore nel periodo considerato, e lo svolgimento delle mansioni cui era stato adibito, era fondato, invero, sullo scrutinio del materiale probatorio acquisito in giudizio, ritenuto non univoco quanto all’effettivo contenuto delle mansioni svolte (riferite all’espletamento di compiti “promiscui di magazziniere, in cui sollevamenti manuali di pesi si alternavano a movimentazioni eseguite con carrelli”).
Era fondato altresi’ sulle motivate conclusioni rese dall’ausiliare nominato nei giudizio di appello, il quale – a differenza di quanto dedotto dal ctu nominato in prime cure – aveva rimarcato come in ogni caso, le mansioni ascritte al dipendente, non sarebbero state comunque idonee ad aggravare la patologia retinica da cui era affetto il ricorrente.
Puo’ dunque ritenersi che, nello specifico, il lavoratore non avesse adempiuto all’onere di dimostrare la responsabilita’ contrattuale del datore di lavoro, comprovando la adibizione a mansioni incompatibili con il proprio stato di salute e che di tanto abbia dato atto la Corte territoriale, corroborando il proprio assunto con il richiamo alle motivate conclusioni rassegnate dal consulente medico d’ufficio nominato in sede di gravame.
5. Il tessuto argomentativo che innerva l’impugnata sentenza si sottrae, poi, alle doglianze formulate dal ricorrente anche sotto il profilo dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5.
Nella interpretazione resa dai recenti arresti delle Sezioni Unite di questa Corte, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’articolo 12 preleggi (vedi Cass. S.U. 7/4/2014 n.8053), la disposizione va letta in un’ottica di riduzione al minimo costituzionale del sindacato di legittimita’ sulla motivazione.
Il controllo previsto dall’articolo 360 c.p.c., nuovo n. 5), concerne, quindi, l’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione e abbia carattere decisivo.
Applicando i suddetti principi alla fattispecie qui scrutinata, non puo’ prescindersi dal rilievo che tramite la articolata censura, la parte ricorrente, contravvenendo ai detti principi, sollecita un’inammissibile rivalutazione dei dati istruttori acquisiti in giudizio, esaustivamente esaminati dalla Corte territoriale, auspicandone un’interpretazione a se’ piu’ favorevole, non ammissibile nella presente sede di legittimita’.
Lungi dal denunciare una totale obliterazione di fatti decisivi che potrebbero condurre ad una diversa soluzione della controversia ovvero una manifesta illogicita’ nell’attribuire agli elementi di giudizio un significato fuori dai senso comune od ancora un difetto di coerenza tra le ragioni esposte per assoluta incompatibilita’ razionale degli argomenti ed insanabile contrasto tra gli stessi, si limita a far valere la non rispondenza della ricostruzione dei fatti operata dal giudice di merito al diverso convincimento soggettivo patrocinato, proponendo un preteso migliore e piu’ appagante coordinamento dei dati acquisiti, sia pure anche per il tramite del vizio di violazione di legge. Tali aspetti del giudizio, interni all’ambito della discrezionalita’ di valutazione degli elementi di prova e dell’apprezzamento dei fatti, non attengono ai possibili vizi rilevanti ai sensi del novellato articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5.
Infine si da’ atto che il ricorrente e’ stato ammesso al gratuito patrocinio, di guisa che non e’ tenuto al pagamento dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato previsto dal Decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, articolo 13, comma 1 quater, (cfr. Cass. 2/9/2014 n. 18523).
La Corte rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio che liquida in Euro 100,00 per esborsi ed Euro 3.000,00 per compensi professionali oltre spese generali al 15%, ed accessori di legge
Pubblicato da Avv. Renato D'Isa| 2017-05-20T15:49:52+00:00	20 maggio 2017|Cassazione civile 2017, Corte di Cassazione, Diritto del Lavoro e della Previdenza sociale, Sentenze - Ordinanze|0 Commenti
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