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Timestamp: 2020-07-05 18:03:25+00:00
Document Index: 72501449

Matched Legal Cases: ['art. 273', 'art. 19', 'art. 15', 'art. 277', 'art. 276', 'art. 277', 'art. 276']

Art. 277 cod. proc. penale: Salvaguardia dei diritti della persona sottoposta a misure cautelari | La Legge per tutti
Codice proc. penale Agg. il 10 Maggio 2015
Art. 277 cod. proc. penale: Salvaguardia dei diritti della persona sottoposta a misure cautelari
1. Le modalità di esecuzione delle misure devono salvaguardare i diritti della persona ad esse sottoposta, il cui esercizio non sia incompatibile con le esigenze cautelari del caso concreto.
Salvaguardia dei diritti ella persona sottoposta a misura cautelare
Tutte le misure cautelari minorili sono intese alle finalità tipiche del processo penale e ad esse sono applicabili le disposizioni di cui agli art. 273, 277, 278 e 279 c.p.p. (nella specie, concernente la misura della permanenza in casa, la Corte ha chiarito che, ove il legislatore si fosse proposto, in ordine alle misure cautelari minorili, un fine meramente educativo, avrebbe previsto come termine finale il compimento del processo educativo, e non avrebbe ipotizzato, come invece ha inteso fare con la disposizione di cui all'art. 19 comma 3 d.P.R. n. 448 del 1988, che le misure stesse possano interrompere i processi educativi in atto).
Corte appello Napoli 29 maggio 1996
Attesi gli elementi di specificità presentati rispetto alla detenzione in carcere, dal regime di detenzione in ambiente domiciliare (tanto nel caso che si tratti di misura cautelare quanto in quello che si tratti di detenzione in sede di espiazione), deve ritenersi legittima la limitazione, nei confronti di soggetto sottoposto al suddetto regime, di diritti e facoltà normalmente spettanti ad ogni persona libera, quando detta limitazione non dia luogo ad una loro totale soppressione. (Nella specie, in applicazione di tale principio, la Corte ha ritenuto legittimo il provvedimento del giudice di merito che, nel disporre nei confronti di un imputato l'applicazione della custodia cautelare nella forma degli arresti domiciliari, aveva imposto il divieto di incontro con soggetti diversi da parenti ed affini entro il secondo grado, concedendo, inoltre, allo stesso imputato di assentarsi dalla abitazione unicamente per assistere, come da sua richiesta, alla celebrazione della messa festiva).
Cassazione penale sez. I 27 luglio 1995 n. 4298
La detenzione domiciliare, sia essa finalizzata alla custodia cautelare come all'esecuzione di pena, presenta specificità tali che non consentono di trasferire integralmente alla prima tutte le regole proprie alla detenzione in carcere, sicché accade che l'esercizio di taluni diritti e facoltà spettanti ad ogni persona libera, come tali riconosciuti inviolabilmente dalla Carta costituzionale, possano risultare, nel concreto, nell'una come nell'altra, limitati in misura maggiore o minore, purché non soppressi in ogni loro articolazione. Ne segue che la limitazione alla frequentazione, come alla corrispondenza epistolare, ai soli parenti ed affini entro il secondo grado, l'autorizzazione alla partecipazione a solo determinati riti religiosi, l'esclusione da attività fisica all'aria aperta fuori dell'abitazione non costituiscono nè un insopportabile insulto ai diritti protetti dall'art. 15 della Carta, nè un'ingiustificata disparità di trattamento tra persone sottoposte a misure di cautela personale; in ogni caso, tali limitazioni non sono in contrasto con la regola dettata dall'art. 277 c.p.p.
L'art. 276 c.p.p. facultizza e non obbliga il giudice a sostituire una misura cautelare personale meno afflittiva con una più grave nell'ipotesi di trasgressioni alle prescrizioni inerenti alla prima. Il disposto di tale norma non può considerarsi come automatica sanzione del comportamento dell'interessato e, pertanto, non viene meno il dovere di adeguare la misura al caso concreto ed anche di aver riguardo acché le modalità di esecuzione delle singole misure da applicare salvaguardino i diritti della persona ad esse sottoposte, così come stabilisce l'art. 277 c.p.p., che, per la sua collocazione, si pone come norma di chiusura della quale non può tenersi conto al momento di applicare, ma pure ai sensi dell'art. 276 c.p.p., una misura coercitiva.
Cassazione penale sez. I 10 maggio 1995 n. 2837