Source: https://www.laleggepertutti.it/263431_email-offensiva-con-destinatario-in-copia-e-diffamazione
Timestamp: 2019-06-25 12:37:18+00:00
Document Index: 10673388

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Diffamazione: giurisprudenza sull’esistenza del reato se, oltre al destinatario, a leggere l’email sono anche altre persone, seppure in copia anche nascosta. La presenza del dolo nel reato di diffamazione.
Se un tempo il reato di diffamazione era confinato al caso tipico di un’offesa, nei confronti di una persona assente, proferita in piazza o in una riunione con più soggetti, con l’avvento di internet e gli strumenti di comunicazione massiva le implicazioni di tale reato sono enormi (ed anche molto più incisive per via dell’elevato numero di destinatari a cui la comunicazione può essere diretta). L’email o la chat ne sono un valido esempio. Mettiamo il caso di Luca e Antonio che, per diversi mesi, hanno dei rapporti commerciali. Un giorno però qualcosa va storto e Luca invia al partner un’email dai toni fortemente offensivi. L’email viene spedita anche a Giuseppe e Roberto, soci di Luca, i quali vengono così messi al corrente della situazione. Solo Giuseppe però apre l’email; non anche Roberto. Si può parlare di diffamazione? E se invece Giuseppe e Roberto fossero stati inseriti in “copia nascosta”, non visibile quindi ad Antonio, e ad inviare l’email diffamatoria fosse stato quest’ultimo, in risposta a quella ricevuta da Luca? Insomma, l’email offensiva con destinatario in copia è diffamazione? La risposta a questo interessante quesito giuridico la offre una recente sentenza della Cassazione [1].
1 Diffamazione: quando scatta?
2 Diffamazione: quando si ha comunicazione con più persone?
3 Diffamazione per email: quando sussiste?
4 Diffamazione per chat: quando sussiste?
5 Risposta offensiva ad una email con destinatari in copia nascosta
Diffamazione: quando scatta?
Come certamente saprai, il reato di diffamazione si realizza quando si pronuncia un’offesa comunicando con più persone “alle spalle” della vittima. Quest’ultima cioè non deve essere presente [2]. Se lo fosse, avremmo il diverso illecito dell’ingiuria che, invece, non è più reato da qualche anno. Il delitto di diffamazione si distingue pertanto dall’ingiuria (che oggi è un semplice illecito civile) poiché le espressioni offensive vengono pronunciate in assenza dell’offeso al quale non spetta pertanto alcun diritto di reazione e difesa alle offese altrui.
Gli elementi del reato di diffamazione sono quindi tre:
comunicazione con più persone;
offesa all’altrui reputazione.
Diffamazione: quando si ha comunicazione con più persone?
Vediamo che cosa si intende con «comunicazione con più persone».
A sentire la frase offensiva devono essere almeno due persone (oltre ovviamente a chi parla). Pertanto la diffamazione si compie con almeno tre soggetti: chi parla e due che ascoltano. Non scatta la diffamazione se una persona confida a un’altra un’offesa nei confronti di un terzo soggetto a meno che le espressioni offensive, per quanto comunicate ad una sola persona, siano destinate ad essere riferirete ad almeno un’altra persona che ne abbia poi effettiva conoscenza [3]. Si pensi al caso di Romolo che riferisce a Luisa un’offesa nei confronti di Mario affinché questa la riferisca anche a Donatella, moglie della vittima.
Si ha ugualmente diffamazione se la comunicazione con più persone avviene in momenti diversi e non contestualmente. Si pensi a Rita che parla male dell’amica Carla prima con Saverio, poi con Pierfrancesco, poi con Virginia, poi con Silvio, ecc.
Ed infine si ha diffamazione quando si offende la reputazione della vittima rivolgendosi a una sola persona ma parlando a voce talmente alta in modo che anche altri soggetti, presenti nelle vicinanze, possano ascoltare.
Diffamazione per email: quando sussiste?
Veniamo ora al caso della diffamazione con email. Un messaggio di posta elettronica, indirizzato da Tizio a Caio, non costituisce diffamazione neanche se il primo offende in tutti i modi Sempronio. Tuttavia, se nell’email incriminata, Tizio ha inserito in copia anche Mevio e Filano, allora scatta la diffamazione, ma solo a condizione che questi ultimi abbiano scaricato e letto il messaggio. È questo l’importante chiarimento offerto dalla Cassazione. È necessaria la prova che la comunicazione offensiva sia stata trasferita sul dispositivo dell’utente dell’indirizzo, mentre l’effettiva lettura può presumersi salvo vi sia una prova contraria. Per cui, se Tizio dovesse dimostrare che o Mevio o Filano non ha ancora aperto il suo account di posta e non ha letto l’email, il reato non si consuma.
Nel caso deciso dai supremi giudici, l’imputato sosteneva, in propria difesa, l’assenza di prova dell’effettivo recapito del messaggio incriminato agli altri destinatari che, sentiti in dibattimento, avevano dichiarato di «non averne ricordo alcuno». La Suprema Corte ha dato ragione al ricorrente, dichiarandolo innocente.
Per il reato di diffamazione è sufficiente «la prova che il messaggio sia stato scaricato (e cioè trasferito sul dispositivo dell’utente dell’indirizzo), mentre l’effettiva lettura può presumersi, salvo prova contraria». Prova contraria che potrebbe essere data anche dalle dichiarazioni del terzo messo in copia nell’email. Tale prova, infatti – dice la Cassazione – non deve per forza essere il «frutto di accertamenti di natura tecnica sul server di posta elettronica o sui dispositivi dei destinatari, potendo questi ultimi confermare la circostanza in sede di esame testimoniale». Secondo la sentenza, la semplice presenza degli indirizzi di posta elettronica dei destinatari non basta per dare per certa la ricezione del messaggio incriminato. È necessaria la ‘prova provata’ che il messaggio sia stato recapitato concretamente ai destinatari.
La diffamazione si consuma quando i terzi percepiscono l’espressione offensiva.
Diffamazione per chat: quando sussiste?
Lo stesso discorso si può fare per le offese in chat. Si consideri ad esempio uno strumento come WhatsApp. Immaginiamo che Antonio, in un gruppo chiuso con più persone, dica male di Giuseppe, non inserito nel gruppo stesso. Dopo qualche secondo però ci ripensa e cancella il messaggio incriminato. Se ancora nessuno dei destinatari ha letto la comunicazione o l’ha letta una sola persona la diffamazione non si pone in essere (come detto sono necessarie almeno due persone).
Risposta offensiva ad una email con destinatari in copia nascosta
Immaginiamo ora un ultimo caso. Angela invia una email a Romina, mettendo in copia nascosta anche Tiziana e Andrea. Romina risponde offendendo Angela, senza sapere però che a leggere il messaggio sono anche altre due persone. C’è diffamazione? La risposta è negativa. Per il reato è infatti necessaria la consapevolezza (coscienza e volontà) di ledere l’altrui reputazione in presenza di più persone. In questo caso, invece, tale consapevolezza non c’è essendo gli indirizzi email di Tiziana e Andrea “nascosti” e non visibili ad Angela.
[1] Cass. sent. n. 55386/2018 dell’11.12.2018.
[3] Cass. sent. n. 31728/2004.
Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 22 ottobre – 11 dicembre 2018, n. 55386
2. Avverso la sentenza ricorre l’imputato a mezzo del proprio difensore articolando tre motivi. Con il primo deduce errata applicazione della legge penale e vizi della motivazione in merito alla configurabilità del reato di diffamazione, non essendo stata raggiunta la prova dell’effettivo recapito del messaggio incriminato ai destinatari terzi e del fatto che questi lo avessero altrettanto effettivamente letto, posto che essi, una volta sentiti in dibattimento, hanno dichiarato di non averne ricordo alcuno. In tal senso il Tribunale avrebbe erroneamente ritenuto perfezionato il reato attraverso la mera spedizione della e-mail, trasformando, in definitiva, la diffamazione in reato di pericolo ed omettendo peraltro di confutare le obiezioni difensive sul punto. Analoghi vizi vengono dedotti con il secondo motivo in merito al mancato riconoscimento dell’esimente della provocazione, avendo in proposito il giudice dell’appello omesso di rispondere alle obiezioni mosse con il gravame di merito a quanto motivato sul punto dal giudice di primo grado. Ulteriori vizi di motivazione vengono denunziati infine con il terzo motivo in merito alla conferma delle statuizioni civili della sentenza di primo grado.
2. Quanto alle doglianze avanzate con il primo motivo, deve ricordarsi che la diffamazione è reato di evento, che si consuma nel momento e nel luogo in cui i terzi percepiscono l’espressione offensiva (ex multis Sez. 5, n. 25875 del 21/06/2006, Cicino ed altro, Rv. 234528).
2.1 La motivazione della sentenza impugnata risulta apodittica nella misura in cui, in merito al requisito della comunicazione con più persone, si limita a ritenere raggiunta la relativa prova sulla base dell’asseritamente riscontrato pervenimento del messaggio di posta elettronica incriminato a destinatari terzi, senza però precisare la natura di tale “riscontro” e, soprattutto, senza confutare la specifica obiezione sollevata dall’imputato con i motivi d’appello circa il fatto che questo sarebbe costituito dalla mera indicazione degli indirizzi dei suddetti destinatari nella stampa della copia del messaggio recapitata alla persona offesa.
2.2 In proposito è necessario sottolineare come l’e-mail sia una comunicazione diretta a destinatario predefinito ed esclusivo (anche quando plurimi siano i soggetti cui viene indirizzata), al quale viene recapitata informaticamente presso il server di adozione, collegandosi al quale attraverso un proprio dispositivo e utilizzando delle chiavi di accesso personali, questi può prenderne cognizione. Diversamente, dunque, a quanto condivisibilmente affermato da questa Corte (Sez. 5, n. 16262 del 04/04/2008, Tardivo, Rv. 239832; Sez. 5, n. 23624 del 27/04/2012, P.C. in proc. Ayroldi, Rv. 252964) con riguardo a scritti, immagini o file vocali caricati su siti web o diffusi sui social media, nell’ipotesi dell’invio di messaggi di posta elettronica, il requisito della comunicazione con più persone non può presumersi sulla base dell’inserimento del contenuto offensivo nella rete (e cioè, nel caso di specie, della loro spedizione), ma è necessaria quantomeno la prova dell’effettivo recapito degli stessi, sia esso la conseguenza di un’operazione automatica impostata dal destinatario ovvero di un accesso dedicato al server. In altri termini è sufficiente la prova che il messaggio sia stato “scaricato” (e cioè trasferito sul dispositivo dell’utente dell’indirizzo), mentre l’effettiva lettura può presumersi, salvo prova contraria.
2.3 Nel caso di specie, come accennato, non è dato comprendere in cosa consista la prova del recapito dei messaggi ai due destinatari terzi evocata dal Tribunale, dovendosi ritenere certamente non decisiva a tal fine quella rappresentata dal fatto che la persona offesa – cui pure il medesimo messaggio era stato trasmesso – lo abbia ricevuto. Tale prova non necessariamente, come sostenuto dal ricorrente, deve essere il frutto di accertamenti di natura tecnica sul server di posta elettronica ovvero sui dispositivi dei destinatari, potendo questi ultimi confermare la circostanza in sede di esame testimoniale. Ma la stessa può essere acquisita anche in via logica, purché sulla base di una piattaforma fattuale idonea a sostenere il processo inferenziale, ad esempio facendo riferimento all’accertata abitudine del destinatario di accedere con frequenza al server di posta elettronica ovvero all’adozione sui dispositivi nella sua disponibilità di impostazioni di collegamento automatico al medesimo server.
3. Sono altresì fondati gli altri due motivi di ricorso. Con il gravame di merito la difesa aveva specificamente contestato la motivazione della pronunzia di primo grado in merito al denegato riconoscimento dell’esimente della provocazione ed alla sussistenza della prova del danno liquidato in favore della parte civile. Quanto alla prima questione il Tribunale si è limitato in maniera apodittica a ritenere congruamente giustificata la decisione del Giudice di Pace, con motivazione solo apparente che in alcun modo dimostra di essersi confrontata con le articolate obiezioni difensive, relative anche alla eventuale configurabilità del putativo. Il secondo profilo è stato invece del tutto pretermesso dalla sentenza impugnata, che dunque è incorsa in un vero e proprio difetto di motivazione.