Source: http://consulenzalegislazionealimentare.it/author/manuela-soccol/page/2/
Timestamp: 2018-04-20 14:42:09+00:00
Document Index: 40678680

Matched Legal Cases: ['art.4', 'art.29', 'art. 31', 'art.2', 'art. 32', 'art.2', 'art.3', 'art.4', 'art.6']

Consulenza Legislazione Alimentare, Autore a Consulenza Legislazione Alimentare • Pagina 2 di 10
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Contro le pratiche commerciali sleali (per differenze di qualità dei prodotti alimentari), ecco le azioni della Commissione
Pensiamo ad una bevanda famosa, registrata col medesimo marchio e così venduta in molti Paesi, distribuita con la medesima confezione e immagine. Pensiamo, ad esempio, a Italia e Germania. Effettivamente, il consumatore tedesco potrebbe percepire, tra la bottiglia tedesca che acquista abitualmente nel supermercato sotto casa e quella italiana acquistata durante la sua vacanza sulle nostre spiagge alcune differenze nelle rispettive caratteristiche o composizione. La bevanda della stessa marca (stesso marchio, stessa confezione) ma acquistata in Paesi diversi, può risultare diversa agli occhi e al gusto del consumatore medio, di fatto determinando una disparità tra consumatori dell’uno o dell’altro Paese, soprattutto se dovesse risultare che il consumatore tedesco non avrebbe acquistato quella bottiglia in Italia se avesse saputo che aveva qualità differenti rispetto a quella da lui solitamente acquistata in Germania.
Fino a quando le scelte strategiche dell’impresa, l’adeguamento alle diverse richieste del mercato, le particolarità nella fabbricazione a seconda del clima e delle diversità del luogo possono prevalere sulla legittima aspettativa del consumatore medio nei confronti di un prodotto di marca noto per le sue qualità e caratteristiche di composizione? Fino a quando tali differenze di qualità[1] sono legittime e non inducono in errore il consumatore? Quando, invece, sono contrarie alla normativa europea e costituiscono ipotesi di pratiche commerciali sleali?
Con COMUNICAZIONE DEL 29.09.2017[2], la Commissione europea ha pubblicato alcune considerazioni e piani di azione per aiutare le competenti Autorità degli Stati membri verso una corretta e comune applicazione delle norme, ha delineato alcuni criteri per l’individuazione di casi di differenze di qualità illegittime e ingiustificate, e suggerito conseguenti strategie contro le pratiche commerciali sleali ai danni del consumatore sulla base dei principi generali sanciti dal Reg. CE n.178/2002, le norme del Reg. UE n.1169/2011 sulle informazioni ai consumatori di alimenti, e la Dir. 2005/29/CE[3] sulle pratiche commerciali sleali.
Dopo aver evidenziato alcuni importanti aspetti contenuti nelle norme sopra ricordate, la Commissione ritiene necessario rafforzare alcuni punti per capire se effettivamente una certa pratica commerciale sia da considerare sleale e per adottare le misure opportune a tutela del consumatore, prospettando 4 AZIONI di intervento e strategia: 1.finanziamento e promozione di progetti nazionali di studio e ricerca per migliorare il rispetto della normativa di settore; 2.sviluppo di una metodologia di prova comune e armonizzata tra gli Stati, da parte del Centro comune di ricerca (JRC); 3.collaborazione e dialogo tra la Commissione, produttori e venditori al dettaglio, attraverso forum, riunioni e discussioni mirate; 4.orientamenti per le Autorità nazionali, con indicazioni operative per attuare la normativa e rafforzare i controlli e il contrasto alle pratiche sleali.
Secondo gli orientamenti della Commissione, per poter valutare se una pratica commerciale sia in contrasto con la Direttiva occorre procedere con una valutazione caso per caso con cui dimostrare che: i consumatori, che hanno in mente un “prodotto di riferimento[4]”, riponevano alcune aspettative nel prodotto che hanno acquistato, che invece di discosta in maniera significativa; le informazioni sul prodotto fornite dal professionista ai consumatori non sono adeguate per consentire di comprendere che vi potrebbero essere delle differenze rispetto alle loro aspettative; le informazioni inadeguate o insufficienti sono tali da incidere in misura determinante sul comportamento economico del consumatore, inducendolo ad acquistare un prodotto che altrimenti non avrebbe acquistato.
La Commissione evidenzia poi alcuni elementi oggettivi in presenza dei quali si può riscontrare una differenza significativa delle caratteristiche principali di un prodotto. Ciò accade quando, ad esempio, un ingrediente essenziale, una serie di ingredienti essenziali, o una sua percentuale differiscono in maniera sostanziale dal prodotto di riferimento, e quando la differenza potenzialmente in grado di incidere sul comportamento economico del consumatore, che avrebbe assunto una diversa scelta d’acquisto se avesse saputo tale differenza.
Inoltre, la Commissione sta lavorando per riuscire a definire una metodologia scientifica solida e condivisa per l’acquisizione e gestione delle prove comparative sui prodotti, sta finanziando attività di sviluppo per rafforzare il rispetto della normativa e sta promuovendo occasioni di dialogo con i soggetti della filiera interessati, produttori, consumatori, autorità e controllori.
[1] Per differenze di qualità di alcuni prodotti si intende, appunto, il caso in cui prodotti commercializzati nell’ambito del mercato unico sotto lo stesso marchio o denominazione commerciale presentano, negli Stati membri, differenze in termini di composizione o qualità.
[2] Trattasi della Comunicazione della Commissione sull’applicazione delle norme in materia di tutela degli alimenti e dei consumatori alle questioni di differenze di qualità dei prodotti – il caso specifico dei prodotti alimentari, (2017/C 327/01).
[3] Direttiva 2005/29/CE del Parlamento europeo e del Consiglio dell’11.05.2005 relativa alle pratiche commerciali sleali tra imprese e consumatori nel mercato interno che modifica la direttiva 84/450/CEE del Consiglio e le direttive 97/7/CE, 98/7/CE e 2002/65/CE del Parlamento europeo e del Consiglio e il regolamento CE n.2006/2004 del Parlamento europeo e del Consiglio.
[4] Secondo i criteri di individuazione proposti dalla Commissione, il prodotto di riferimento, che funge da termine di paragone tra quanto ci si aspetta e quanto concretamente si ottiene dal prodotto acquistato, è un prodotto venduto in diversi Stati membri con lo stesso marchio e lo stesso imballaggio, è venduto nella maggior parte degli Stati membri con una determinata composizione, la percezione delle principali caratteristiche da parte dei consumatori corrisponde alla composizione del prodotto come pubblicizzata nella maggior parte degli Stati membri.
Contratti di filiera e distretto: domande via pec dal 29 gennaio 2018.
Riportiamo una notizia pubblicata qualche giorno addietro dal Mipaaf sul proprio sito, con la quale ha comunicato che è disponibile ed attiva la piattaforma informatica per la partecipazione al bando relativo ai contratti di filiera e di distretto, presentando la relativa domanda e documenti a partire dalle ore 10.00 del 29 gennaio 2018 (il termine iniziale del 27 novembre 2017 è stato prorogato per consentire agli istituti bancari coinvolti nella procedura di assicurare una trasparente ed equa valutazione dei progetti che si candidano a partecipare al bando).
La trasmissione della domanda di partecipazione avverrà in modalità digitale, mediante una semplice procedura di caricamento dei documenti nell’apposita area cloud e successivo invio di pec.
Il Mipaaf ha realizzato inoltre una videoguida, pubblicata su YouTube, con istruzioni e suggerimenti pratici per l’utilizzo corretto della piattaforma. Gli interessati possono reperire le necessarie informazioni sulla pagina ufficiale https://www.politicheagricole.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/9327
Pubblicato il Decreto 26 luglio 2017 relativo ai “prodotti di montagna”
Il Reg. n. 1151/2012[1] ha raccolto le disposizioni su DOP, IGP e STG che prima erano distribuite nei diversi Regolamenti del 1992 e del 2006, mantenendo distinte le relative norme su presupposti, domande di riconoscimento e modifica, uso dei nomi, ed elaborando norme comuni in materia di controlli ufficiali, rapporti con la proprietà industriale, tutela delle denominazioni e dei simboli, presentazione delle domande.
L’art.4 dichiara l’obiettivo sotteso ai regimi DOP e IGP, ovvero quello di “aiutare i produttori di prodotti legati a una zona geografica nei modi seguenti: a) garantendo una giusta remunerazione per le qualità dei loro prodotti; b) garantendo una protezione uniforme dei nomi in quanto diritto di proprietà intellettuale sul territorio dell’Unione; c) fornendo ai consumatori informazioni chiare sulle proprietà che conferiscono valore aggiunto ai prodotti”.
Di tali segni distintivi di qualità avevamo già parlato in un precedente articolo.
Il medesimo Regolamento (artt.27-34) prevede e disciplina anche le meno note indicazioni facoltative di qualità, istituite per agevolare la comunicazione da parte dei produttori delle caratteristiche o proprietà dei prodotti che conferiscono a questi ultimi un certo valore aggiunto. I criteri richiesti dall’art.29 sono: l’indicazione si riferisce ad una o più categorie di prodotti o a una modalità di produzione o trasformazione applicabili in determinate zone; l’uso dell’indicazione dà un valore aggiunto al prodotto (rispetto a prodotti simili); l’indicazione stessa ha dimensione europea.
In particolare, l’art. 31 prevede l’istituzione dell’indicazione facoltativa “prodotto di montagna”, utilizzabile quando sia le materie prime che gli alimenti per gli animali provengono essenzialmente da zone di montagna e, per i prodotti trasformati, anche la trasformazione avvenga in zone di montagna.
Qualche settimana addietro (GU Serie Generale n.214 del 13-09-2017) è stato pubblicato il Decreto 26 luglio 2017 recante Disposizioni nazionali per l’attuazione del regolamento (UE) n. 1151/2012 e del regolamento delegato (UE) n. 665/2014 sulle condizioni di utilizzo dell’indicazione facoltativa di qualita’ «prodotto di montagna».
Il provvedimento, che consta di 8 articoli e di un Allegato, vuole fornire istruzioni operative concrete per chiarire quando e come gli operatori del settore alimentare possono utilizzare la dicitura “prodotto di montagna”. Innanzitutto, all’art.2, dice che «zone di montagna» sono “le aree ubicate nei comuni classificati totalmente montani e parzialmente montani, di cui all’art. 32 paragrafo 1 del regolamento (UE) n. 1305/2013, nei piani di sviluppo rurale delle rispettive regioni”.
Specifica poi, all’art.2, le condizioni di utilizzo dell’indicazione “prodotto di montagna”, ovvero i requisiti e i criteri relativi ai prodotti trasformati e ai mangimi, necessari per poterla applicare, salve le deroghe ammesse dall’art.3.
È interessante, poi, il richiamo espresso agli obblighi di tracciabilità a carico degli operatori, tra i vari adempimenti specifici a cui sono tenuti dall’art.4 che prevede “Gli operatori sono tenuti ad adempiere alle prescrizioni previste in tema di rintracciabilita’ di cui al regolamento (CE) n. 178/2002, in modo da consentire una rintracciabilita’ dei prodotti di montagna, delle materie prime e dei mangimi destinati ad essere utilizzati nel relativo ciclo di produzione. La tracciabilita’ deve essere assicurata in ogni fase della produzione, della trasformazione e della commercializzazione. La relativa documentazione giustificativa deve essere fornita su richiesta degli Organi di controllo ufficiali”.
Ancora, come stabilisce l’art.6, il Ministero può provvedere ad istituire un logo apposito per l’indicazione “prodotto di montagna” da applicare ai prodotti che aderiscono ai criteri e presupposti previsti dagli artt-27-34 Reg. UE n.1151/2012 e dal Decreto attuativo 26 luglio 2017.
[1] Trattasi del noto Regolamento UE n. 1151 del 21.11.2012 del Parlamento e del Consiglio, sui regimi di qualità dei prodotti agricoli e alimentari, entrato in vigore il 4.01.2013 (ad eccezione dei simboli di DOP, IGP, STG le cui disposizioni relative sono entrate in vigore il 4.01.2016, tranne che per i prodotti immessi sul mercato anteriormente a tale data).