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Timestamp: 2019-10-19 07:21:37+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 4', 'sentenza ', 'art. 24', 'sentenza ', 'art. 4', 'sentenza ', 'art. 4', 'art. 8', 'sentenza ', 'art. 4', 'art. 4']

Cassazione: morte in cantiere e mancata consegna dei documenti dal Committente all’Ispettorato del Lavoro – diritto o reato di favoreggiamento?. :: CANTIERE PRO :: Sicurezza in cantiere
18 Febbraio 2019 :: di Redazione Tecnica
Analizziamo la sentenza Cassazione Sez. III 6913/2019 in cui viene affrontato il ricorso di un Committente che ha evitato di consegnare i documenti richiesti dall’Ispettorato del Lavoro a seguito di infortunio mortale in cantiere. E’ possibile trattenere i documenti, pur sollecitati da un Organo Ispettivo e quali reati ulteriori si possono rischiare?.
Il Tribunale di Messina e successivamente la Corte d’Appello, condannavano in qualità di committente V.C. perché a seguito di un controllo ispettivo eseguito presso sua abitazione, dove stava operando una impresa per eseguire lavori all’interno della proprietà, non forniva entro i termini previsti le informazioni richieste prima e sollecitate dopo dall’Ispettorato del Lavoro competente.
Il committente veniva dunque condannato alla pena di mesi 1 di arresto e €300,00 di ammenda per il reato di cui all’art. 4 comma 7 della Legge 628/1961.
g) di compiere tutte le funzioni che ad esso vengano demandate da disposizioni legislative o regolamentari, o delegate dal Ministro per il lavoro e la previdenza sociale. L’azione di consulenza, di cui in particolare alla lettera c), sarà esercitata a mezzo di apposita sezione da istituirsi presso ciascun Ispettorato regionale e provinciale.
Le indagini sui processi di lavorazione, che gli industriali vogliono tenere segreti, devono essere limitate solo a quanto si riferisce all’igiene ed alla immunità degli operai, e solo per questa parte possono essere comunicati i relativi risultati. Il personale dell’Ispettorato del lavoro deve conservare il segreto sopra tali processi e sopra ogni altro particolare di lavorazione, che venisse a sua conoscenza per ragioni di ufficio. La violazione di tale obbligo è punita con la pena stabilita dall’articolo 623 del Codice penale.
Le notizie comunicate all’Ispettorato o da questo richieste o rilevate non possono essere pubblicate né comunicate a terzi e ad uffici pubblici in modo che se ne possa dedurre l’indicazione delle persone o dei datori di lavoro ai quali si riferiscono, salvo il caso di loro espresso consenso.
Ispettorato del lavoro, nell’esercizio della vigilanza e degli altri compiti di cui al presente articolo, può chiederci o rilevare ogni notizia o risultanza esistente presso gli enti pubblici ed i privati che svolgono attività dirette alla protezione sociale dei lavoratori.
Analoga facoltà compete nei confronti delle persone autorizzate, ai termini dell’articolo 4 della legge 23 novembre 1939, n. 1815, alla tenuta e regolarizzazione lavoro, previdenza ed assistenza sociale.
Coloro che, legalmente richiesti dall’Ispettorato di fornire notizie a norma del presente articolo, non le forniscano o le diano scientemente errate ed incomplete, sono puniti con l’arresto fino a due mesi o con l’ammenda fino a lire un milione.
Il committente presenta ricorso in Cassazione con le seguenti motivazioni:
La richiesta di detta documentazione da parte del competente Ispettorato del Lavoro non era relativa a; indagini di polizia amministrativa, svolgimento di compiti di vigilanza o istituzionale. La richiesta si originava a seguito dell’infortunio mortale ad un lavoratore che stava intervenendo all’interno della proprietà del Committente, quindi per procedimento penale da cui quest’ultimo potrebbe uscire con un’indagine per omicidio colposo in corso. Nell’ultima diffida si evidenziava come l’Ispettorato stesse agendo su delega della Procura della Repubblica di Patti, così come confermato anche dalla sentenza di primo grado.
E’ palese quindi la violazione dell’art. 24 della Costituzione:
Perché non si può obbligare la committente a fornire documentazione contro la sua posizione nell’ambito delle indagini penali.
La data di prescrizione del reato coincide nel periodo compreso tra il dispositivo e il deposito della motivazione della sentenza impugnata, di cui il committente chiede l’annullamento.
Pur considerando il ricorso fondato, la Cassazione evidenzia come il reato non risultava prescritto alla data della decisione impugnata, trattandosi di danno permanente la cui consumazione “si protrae fino alla denuncia penale in danno del responsabile” (cit.).
In tema di igiene e sicurezza del lavoro, l’ultimo comma dell’art. 4 della Legge 22 luglio 1961, n. 628 – che punisce con l’ammenda coloro i quali, legalmente richiesti dall’ispettorato del lavoro di fornire notizie sul processo produttivo, non le forniscano o le diano scientemente errate od incomplete – configura nella sua forma omissiva un reato permanente, la cui consumazione si protrae fino alla data della relativa denuncia penale in danno del responsabile (Sez. 3, n. 4687 del 10/12/2002 – dep. 31/01/2003, Parmegiani, Rv. 22717501)
Ai fini del computo della prescrizione rileva il momento della lettura del dispositivo della sentenza di condanna e non quello successivo del deposito della stessa. (In applicazione del principio, la Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso che deduceva l’intervenuta estinzione del reato per decorso del termine della prescrizione, essendo il medesimo maturato dopo la pronuncia della sentenza, anche se prima della data di notificazione dell’estratto della decisione all’imputato contumace) (Sez. 1, n. 20432 del 27/01/2015 – dep. 18/05/2015, Lione, Rv. 26336501).
Per quanto concerne l’art. 4 Legge 628/1961 è l’articolo stesso che delimita la sua applicazione solo all’attività dell’Ispettorato di cui all’art. citato e all’art. 8, “e non anche all’attività di polizia giudiziaria svolta da appartenenti all’Ispettorato del Lavoro.
Del resto se la P.G. (ad esempio Carabinieri o Polizia di Stato) chiedesse documenti in sede di indagini penali a un indagato (o possibile indagato) non si configurerebbe certamente un reato, al rifiuto dell’esibizione. La P.G. ha poteri suoi propri già molto incisivi, infatti potrebbe sequestrare i documenti, se fosse necessario; cosa che certamente in sede amministrativa non è consentito agli Ispettori del lavoro, con la stessa facilità e con gli stessi poteri della polizia giudiziaria in sede di indagine penale.
Per tali motivi nel caso in esame, l’organo ispettivo ha richiesto la documentazione con evidenti fini di polizia giudiziaria ed dunque il rifiuto alla consegna non poteva configurare il reato contestato. Per quanto in premessa la Cassazione annulla la sentenza senza rinvio perché il fatto non sussiste.
La Suprema Corte evidenzia però che dalla mancata consegna dei documenti potrebbero configurarsi altri reati (es. favoreggiamento) che però non sono stati oggetto di indagine e di cui la Cassazione non ha elementi di fatto per le valutazioni di diritto.
Principio di diritto su art. 4 Legge 628/1961
Il reato previsto dall’art. 4, legge n. 628/1961 ha la sua ratio nel rafforzamento dei poteri di vigilanza dell’Ispettorato del lavoro in sede amministrativa, sia per la richiesta di notizie e sia per l’omessa esibizione di documenti e, quindi, lo stesso non è configurabile quando l’Ispettorato del lavoro agisce (quale delegato della Procura della Repubblica, o anche in via autonoma quale autorità di P.G.) in indagini penali.
Argomenti trattati: CASSAZIONE, COMMITTENTE, ISPETTORATO DEL LAVORO, Legge 628/1961, SENTENZA