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Timestamp: 2020-07-12 20:07:54+00:00
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Sentenza Cassazione Civile n. 20614 del 13/10/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20614 del 13/10/2016
Cassazione civile sez. III, 13/10/2016, (ud. 22/12/2015, dep. 13/10/2016), n.20614
sul ricorso 4724/2013 proposto da:
G. FERRARI 11, presso lo studio dell’avvocato DINO VALENZA,
rappresentato e difeso dagli avvocati PIERO GUALTIERI, MAURO
GUALTIERI giusta procura speciale in calce al ricorso;
P.M., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE BRUNO
BUOZZI 99, presso lo studio dell’avvocato CARMINE PUNZI, che lo
rappresenta e difende unitamente all’avvocato ROBERTO POLI giusta
IL MESSAGGERO SPA, in persona dell’Amministratore Delegato e legale
rappresentante pro tempore Ing. M.A., elettivamente
domiciliata in ROMA, VIALE BRUNO BUOZZI 99, presso lo studio
dell’avvocato CARMINE PUNZI, che la rappresenta e difende unitamente
all’avvocato ROBERTO POLI giusta procura speciale a margine del
avverso la sentenza n. 1638/2012 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA,
depositata il 26/11/2012, R.G.N. 1995/2008;
udito l’Avvocato PIERO GUALTIERI;
A.F. impugnò la pronuncia con la quale il Tribunale di Rimini, nel (OMISSIS), lo aveva condannato al risarcimento dei danni in favore di F.V., del quale egli aveva – come si legge in sentenza – leso l’onore e la reputazione, rilasciando al quotidiano “Il Messaggero” dichiarazioni, sotto forma di intervista, dal contenuto accusatorio, in particolare sostenendo che il F., assessore del comune di (OMISSIS), gli aveva richiesto il versamento della somma di 25 Mila Euro in favore del locale (OMISSIS), oltre al rilascio di deleghe in bianco per la scelta del progettista, del direttore dei lavori e dell’impresa appaltatrice subordinando a tale illecito adempimento il rilascio dell’autorizzazione per la trasformazione in residence dell’hotel (OMISSIS).
La corte di appello di Bologna, investita altresì dell’impugnazione incidentale del F. che chiedeva l’estensione della condanna al quotidiano romano e a P.M., oltre al riconoscimento della maggior somma di 50 mila euro a titolo risarcitorio – accolse il gravame principale, rigettando in toto la domanda risarcitoria.
Per la cassazione della sentenza della Corte felsinea F.V. ha proposto ricorso sulla base di 4 (anche se la numerazione si estende sino a 5) motivi di censura.
Resistono P.M. e “Il Messaggero” s.p.a. con controricorso illustrato da memoria.
A.F. non ha svolto attività difensiva.
Con il primo motivo, si denuncia violazione ed erronea applicazione degli artt. 110, 595 e 185 c.p., artt. 2043 e 2059 c.c., relativamente alla identificabilità del Dott. F.V. come autore delle richieste illecite.
La censura, che può essere congiuntamente esaminata con 12 quinto motivo, che lamenta, sub a), e sotto i medesimi profili, un vizio di omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio – è priva di pregio. Esso si infrange, difatti, sul corretto impianto motivazionale adottato dal giudice d’appello nella parte in cui ha ritenuto che il tenore, la genericità e il contenuto complessivo delle dichiarazioni rilasciate dall’Albanese al quotidiano romano non consentissero con il necessario grado di certezza l’identificazione del F. come l’autore delle condotte illecite sopra descritte (ff. 6-7 della sentenza oggi impugnata), specificando che l’unico collegamento con la persona del predetto era ipotizzabile con riferimento alla pubblicazione delle sue fotografie e della notizia di un suo coinvolgimento nell’indagine penale scaturita dalla denuncia dell’ A. – tale condotta risultando, peraltro, imputabile al quotidiano e non a quest’ultimo.
Trattasi, all’evidenza, di una complessa ed articolata valutazione di fatto, scevra dai vizi logico-giuridici che vengono infondatamente contestati dall’odierno ricorrente, e che si sottrae, ipso facto, la vaglio di legittimità di questa Corte regolatrice, poichè tale valutazione risulta conforme al costante insegnamento della Corte stessa, che postula, al fine della legittima predicabilità della fondatezza di una pretesa risarcitoria in subiecta materia, la ragionevole certezza di una inequivoca individuazione della parte offesa (ex aliis, Cass. 16543/2012 e Cass. 17680/2007).
Con il secondo motivo, si denuncia nullità della sentenza in relazione all’art. 112 c.p.c., art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, relativamente all’omessa pronuncia sul contenuto dell’articolo del (OMISSIS) e alla presunta genericità dell’atto di citazione.
Il motivo – con il quale si lamenta l’erroneità della sentenza d’appello, da un canto, nella parte in cui ha ritenuto di non poter scrutinare l’eventuale carattere diffamatorio dell’articolo de quo poichè l’atto introduttivo del giudizio non conteneva alcun riferimento alla provenienza “da un assessore” quanto al soggetto autore delle richieste illecite, dall’altro, per aver considerato privi di specifiche argomentazioni i motivi di appello in ordine al superamento dei limiti del diritto di cronaca e di critica – è infondato.
Quanto alla ritenuta mutatio libelli, la Corte territoriale ha correttamente e condivisibilmente ritenuto che l’atto di citazione (p. 2 paragrafo 5, richiamato nell’odierno ricorso, in ossequio al principio di autosufficienza) non contenesse alcun specifico riferimento alla parte di articolo in cui si affermava che la illecita richiesta di sottoscrizione di un contributo per il (OMISSIS) fosse stata avanzata da un assessore.
Quanto alle pretese violazioni dei limiti intrinseci ed estrinseci del diritto di cronaca e di critica, l’odierno ricorrente anche in questa sede, come già dinanzi alla Corte di appello (e come correttamente e condivisibilmente rilevato in quella sede) non offre alcuna specifica argomentazione a sostegno delle sue censure onde poter rilevare, in punto di diritto e non di mera richiesta di rivisitazione del merito della vicenda (attraverso il richiamo ad un preteso “contenuto gravemente diffamatorio” nel fatti di causa, come affermato al folio 12 dell’odierno atto di impugnazione), il superamento di detti limiti.
Con il terzo motivo, si denuncia nullità della sentenza in relazione all’art. 112 c.p.c., art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, relativamente all’omessa pronuncia sulla falsità delle accuse, con conseguente violazione dell’art. 595 c.p., artt. 2043 e 2059 c.c., per inosservanza dei principi di verità, continenza e pertinenza delle notizie pubblicate.
La censura – che può essere congiuntamente esaminata con quella contenuta nel quinto motivo di ricorso, ove, sub c) si propongono le medesime doglianze sotto il profilo della omessa insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo costituito dalla omessa valutazione della falsità delle notizie pubblicate, mentre, sub b) si lamenta il medesimo vizio di omessa insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo costituito dalla omessa individuazione del contenuto diffamatorio degli articoli – non ha, al pari di quelle appena riferite, giuridico fondamento.
La valutazione del superamento dei limiti del diritto di critica e di informazione (costituiti dall’interesse pubblico, dalla rispondenza a verità dei fatti esposti e dalla loro formale continenza ipotizzata, nella specie, come conseguenza dell’omesso riscontro della falsità delle accuse mosse al ricorrente -) si risolve, per costante giurisprudenza di questa Corte regolatrice, in un giudizio di fatto, incensurabile in sede di legittimità se, come nella specie, correttamente e argomentatamente motivato e sorretto da valutazioni esenti da vizi logico giuridici.
Quali appaiono, nella specie, quelle contenute ai ff. 8 e seguenti della sentenza impugnata, che questa Corte interamente condivide.
Le complesse censure mosse alla pronuncia impugnata sono, pertanto, irrimediabilmente destinati ad infrangersi sul corretto impianto motivazionale adottato dal giudice d’appello, dacchè esse, nel loro complesso, pur formalmente abbigliate in veste di denuncia di una (peraltro del tutto generica) violazione di legge e un di decisivo difetto di motivazione, si risolvono, nella sostanza, in una (ormai del tutto inammissibile) richiesta di rivisitazione di fatti e circostanze come definitivamente accertati in sede di merito.
E’ principio di diritto ormai consolidato quello per cui l’art. 360 c.p.c., n. 5, non conferisce in alcun modo e sotto nessun aspetto alla corte di Cassazione il potere di riesaminare il merito della causa, consentendo ad essa, di converso, il solo controllo – sotto il profilo logico-formale e della conformità a diritto – delle valutazioni compiute dal giudice d’appello, al quale soltanto, va ripetuto, spetta l’individuazione delle fonti del proprio convincimento valutando le prove (e la relativa significazione), controllandone la logica attendibilità e la giuridica concludenza, scegliendo, fra esse, quelle funzionali alla dimostrazione dei fatti in discussione (salvo i casi di prove cd. legali, tassativamente previste dal sottosistema ordinamentale civile).
Il ricorrente, nella specie, pur denunciando, apparentemente, una deficiente motivazione della sentenza di grado, secondo inammissibilmente (perchè in contrasto con gli stessi limiti morfologici e funzionali del giudizio di legittimità) sollecita a questa Corte una nuova valutazione di risultanze di fatto (ormai cristallizzate quoad effectum) sì come emerse nel corso dei precedenti gradi del procedimento, così mostrando di anelare ad una surrettizia trasformazione del giudizio di legittimità in un nuovo, non consentito, terzo grado di merito, nel quale ridiscutere analiticamente tanto il contenuto, ormai cristallizzato, di fatti storici e vicende processuali, quanto l’attendibilità maggiore o minore di questa o di quella ricostruzione procedimentale, quanto ancora le opzioni espresse dal giudice di appello – non condivise e per ciò solo censurate al fine di ottenerne la sostituzione con altre più consone ai propri desiderata -, quasi che nuove istanze di fungibilità nella ricostruzione dei fatti di causa fossero ancora legittimamente proponibili dinanzi al giudice di legittimità.