Source: https://www.dirittiregionali.it/2013/01/28/corte-cost-n-42013-lillegittimita-del-requisito-del-possesso-della-carta-di-soggiorno-per-laccesso-dei-cittadini-extracomunitari-ai-benefici-del-fondo-regional/
Timestamp: 2018-04-22 21:46:35+00:00
Document Index: 62593269

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 2', 'art. 11', 'art. 81', 'art. 1', 'art. 117', 'art. 41', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 9', 'art. 1', 'art. 41', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 11', 'art. 81', 'art. 20', 'art. 14', 'art. 13', 'art. 10']

[Corte cost. n. 4/2013] L’illegittimità del requisito del possesso della “carta di soggiorno” per l’accesso dei cittadini extracomunitari ai benefici del Fondo regionale per la non autosufficienza - Diritti Regionali
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[Corte cost. n. 4/2013] L’illegittimità del requisito del possesso della “carta di soggiorno” per l’accesso dei cittadini extracomunitari ai benefici del Fondo regionale per la non autosufficienza
28 gennaio 2013 di Redazione
La Corte costituzionale, con la sentenza n. 4/2013, ha dichiarato l’illegittimità dell’art. 2, comma 3, della legge della Regione Calabria del 20 dicembre 2011, n. 44, recante Norme per il sostegno di persone non autosufficienti – Fondo per la non autosufficienza, nella parte in cui stabiliva che i cittadini extracomunitari potessero beneficiare degli interventi di sostegno previsti dalla legge esclusivamente se in possesso di «regolare carta di soggiorno», nonché l’inammissibilità della questione di legittimità costituzionale prospettata in merito all’art. 11 della medesima legge in relazione all’art. 81, comma 4, Cost.
L’impugnazione statale in via principale, promossa con ricorso n. 27/2012, censurava in primo luogo la normativa regionale poiché essa, nell’individuare i requisiti dei destinatari delle prestazioni sociali di sostegno, in riferimento ai cittadini extracomunitari, prevedeva, oltre al requisito della residenza nel territorio regionale, anche quello del possesso di un titolo di legittimazione qualificato come «carta di soggiorno», introducendo in tal modo una discriminazione illegittima. Ciò in quanto la «carta di soggiorno», per effetto del disposto di cui all’art. 1, comma 1, lettera a), del decreto legislativo 8 gennaio 2007, n. 3 (Attuazione della direttiva 2003/109/CE relativa allo status di cittadini di Paesi terzi soggiornanti di lungo periodo) deve considerarsi sostituita dal «permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo», titolo rilasciato al cittadino extracomunitario in possesso per cinque anni di un permesso di soggiorno in corso di validità sul territorio nazionale. Di conseguenza la normativa regionale limiterebbe l’accesso alle provvidenze di sostegno soltanto agli extracomunitari di lungo periodo, e violerebbe in tal modo l’art. 117, comma 4, Cost. per eccesso della competenza legislativa residuale regionale in materia di servizi sociali. Ma tale previsione, secondo il Presidente del Consiglio, risulterebbe altresì in contrasto con la normativa nazionale, e segnatamente con il disposto di cui all’art. 41 del d.lgs. n. 286/1998 (T.U. delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), che provvede ad equiparare gli stranieri titolari di permesso di soggiorno di durata annuale ai cittadini italiani, ai fini della fruizione delle provvidenze e delle prestazioni, anche economiche, di assistenza sociale. Un ulteriore profilo di illegittimità è individuato in relazione all’art. 3 Cost., in quanto il requisito del possesso, come titolo legittimante l’accesso alle prestazioni, del permesso di soggiorno di lungo periodo introdurrebbe un irragionevole ed arbitrario elemento di discriminazione, poiché non sarebbe ravvisabile alcun suo collegamento con le condizioni di bisogno e di disagio della persona, che costituiscono il presupposto della fruizione delle provvidenze in questione.
La Corte costituzionale ha ritenuto fondata la questione di legittimità costituzionale proposta esattamente in relazione a tale ultimo profilo, considerando assorbiti gli ulteriori motivi di censura prospettati dal ricorrente.
Viene, innanzitutto, ricordato come la legge regionale n. 44/2011 abbia l’obiettivo di «potenziare il sistema di protezione sociale» già predisposto dalla legge regionale n. 23/2003 (Realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali nella Regione Calabria), «in armonia con le disposizioni di cui al capo III della legge 8 novembre 2000, n. 328 (Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali)». Il giudice costituzionale rileva come il riferimento del disposto dell’art. 2, comma 3, della legge regionale n. 44/2011 alla «carta di soggiorno», già prevista dal testo originario dell’art. 9 del d.lgs. n. 286/1998, sia del tutto inattuale, stante la modifica intervenuta per effetto dell’art. 1, comma 1, lettera a) del d.lgs. n. 3/2007, che ha sostituito ad essa il «permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo», concesso agli extracomunitari in possesso da almeno cinque anni di un regolare permesso di soggiorno. Non è stata, infatti, ritenuta valida la difesa regionale, che prospettava la possibilità di ricorrere ad «un’interpretazione sistematica e costituzionalmente orientata» del disposto, in base alla quale il riferimento alla «carta di soggiorno» avrebbe dovuto richiamare il permesso di soggiorno di durata non inferiore ad un anno, di cui all’art. 41 del d.lgs. n. 286/1998. E ciò in quanto le stesse previsioni della legge regionale n. 44/2011, laddove dispongono interventi di “potenziamento” aggiuntivi rispetto a quelli predisposti dalla legge regionale n. 23/2003, che li indirizza ai soggetti di cui al citato articolo 41, escludono che possa implicitamente desumersi la corrispondenza tra i destinatari delle prestazioni di sostegno previste dalle due leggi, come invece affermato dalla difesa regionale.
La Corte, inoltre, ritiene lesive dei principi di eguaglianza e di ragionevolezza le limitazioni previste relativamente ai soggetti possibili fruitori delle provvidenze. Ciò in quanto, se il legislatore regionale ha la possibilità di modulare in vario modo la disciplina per l’accesso a determinate prestazioni sociali, eccedenti il limite dell’essenziale, per bilanciare al meglio l’esigenza di garantire la massima fruibilità dei benefici con quella della limitatezza delle risorse a disposizione, tale circostanza non lo esime dal dover adottare canoni selettivi ragionevoli poiché, secondo quanto previsto dalla giurisprudenza costituzionale, «è consentito introdurre regimi differenziati, circa il trattamento da riservare ai singoli consociati, soltanto in presenza di una “causa” normativa non palesemente irrazionale o, peggio, arbitraria» (sentenza n. 432 del 2005). L’elemento di distinzione introdotto dalla normativa censurata, invece, a parere della Consulta, è del tutto arbitrario poiché non è possibile presumere, se non in modo aprioristico, che gli stranieri non autosufficienti, titolari di un permesso di soggiorno di lungo periodo, in quanto già presenti sul territorio nazionale sulla base di un permesso di soggiorno protratto per cinque anni, possano trovarsi in una condizione di bisogno o di disagio maggiore rispetto agli stranieri pur regolarmente presenti, ma per un periodo ancora insufficiente a far conseguire loro tale titolo legittimante. La pronuncia di illegittimità viene, infatti, ulteriormente fondata su quanto già puntualizzato dalla Corte in diverse sentenze, vale a dire sul fatto che mentre è ragionevolmente possibile subordinare la fruizione di determinate prestazioni sociali, eccedenti il limite dell’essenziale, alla circostanza del possesso, da parte dello straniero, di un titolo legittimante che ne attesti la presenza non episodica e non di breve durata nel territorio nazionale, non si può, una volta accertato il diritto a soggiornare, differenziare l’accesso ad una misura sociale in base alla «necessità di uno specifico titolo di soggiorno» (sentenza n. 61 del 2011) o alla presenza di «particolari tipologie di residenza volte ad escludere proprio coloro che risultano i soggetti più esposti alle condizioni di bisogno e di disagio che un siffatto sistema di prestazioni e servizi si propone di superare perseguendo una finalità eminentemente sociale» (sentenza n. 40 del 2011).
L’ulteriore questione di legittimità sollevata è quella relativa all’art. 11 della medesima legge regionale n. 44/2011, che individua le fonti di finanziamento del Fondo regionale per la non autosufficienza. Il parametro che si ritiene violato è l’art. 81, comma 4, Cost. in quanto, a parere del ricorrente, la “principale” fonte di finanziamento di tale Fondo regionale è costituita dalle risorse erogate dal Fondo nazionale per le politiche sociali di cui all’art. 20 della legge n. 328/2000, del quale, però, in base all’art. 14, comma 2, del decreto legge 31 maggio 2010, n. 78 (Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica), convertito nella legge 30 luglio 2010, n. 122, sono state previste consistenti riduzioni, per gli anni 2012 e 2013, relativamente alle somme a qualunque titolo spettanti alle regioni a statuto ordinario. Tale circostanza avrebbe di conseguenza lasciato sfornite di copertura finanziaria le misure di sostegno predisposte dalla normativa impugnata. La Corte, tuttavia, dichiara inammissibile la questione prospettata su questo punto poiché la norma impugnata è del tutto inconferente, essendo piuttosto l’art. 13 della legge regionale n. 44/2011 la norma sulla copertura finanziaria delle nuove o maggiori spese previste dalle disposizioni della medesima legge, e limitandosi l’art. 10 ad elencare le varie categorie di fonti di finanziamento ordinario del Fondo regionale per la non autosufficienza.
(Università “Magna Græcia” di Catanzaro)
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