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Timestamp: 2019-10-18 11:39:05+00:00
Document Index: 130555452

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Canada – Cour Supérior du Québec – Truchon c. Procurer général du Canada: requisiti di accesso all’aide médicale à mourir / Giurisprudenza / Biolaw-pedia / Biodiritto - Biodiritto
QCCS 3792
La sentenza trae origine dai ricorsi presentati da M. T. e N. G., cittadini canadesi residenti nella Provincia del Québec, entrambi affetti da patologie molto gravi e incurabili (rispettivamente, da una forma di paralisi cerebrale spastica e da una sindrome degenerativa muscolare sviluppata a seguito della poliomielite), ma in pieno possesso delle proprie facoltà cognitive. In ragione delle insopportabili sofferenze causate dal progressivo peggioramento della loro condizione patologica, i ricorrenti presentavano richiesta di accesso alle pratiche di aiuto medico a morire, in base a quanto previsto dalle leggi federale e provinciale. Entrambe le richieste venivano però rigettate in quanto i ricorrenti, pur incontrando la maggior parte dei requisiti previsti dalla legge, non presentavano uno stato patologico tale da rendere la loro morte naturale ragionevolmente prevedibile.
Alla luce di questi elementi, M. T. e N. G. ricorrono alla Cour Supérior, chiedendo alla Corte di determinare:
Se la sentenza Carter (Carter v. Canada [Attorney General] 2015 SCC 5) abbia riconosciuto l’esistenza di un diritto costituzionale all’aiuto medico a morire;
Se il requisito della morte naturale ragionevolmente prevedibile, come stabilito all’art. 241.2(2)d) del Code criminel, violi l’art. 7 della Carta canadese dei diritti e delle libertà, che tutela i diritti alla vita, alla libertà e alla sicurezza della persona e se, in caso di violazione, questa sia giustificata in base all’art. 1 della Carta;
Se il requisito della morte naturale ragionevolmente prevedibile, come stabilito all’art. 241.2(2)d) del Code criminel, violi l’art. 15 della Carta canadese dei diritti e delle libertà, che garantisce la tutela del principio di eguaglianza e se, in caso di violazione, questa sia giustificata in base all’art. 1 della Carta;
Se il paragrafo 3 del primo comma dell’art. 26 della Loi concernant les soins de fin de vie sia incostituzionale in virtù degli stessi principi;
La Corte, dopo aver ripercorso le tappe che hanno portato all’adozione delle leggi oggetto di giudizio, affronta le questioni proposte dai ricorrenti.
Innanzitutto, la Corte sottolinea come qualsiasi giudizio sulla legittimità costituzionale delle due leggi debba necessariamente partire dall’analisi di quanto affermato nella sentenza Carter, in cui la Corte suprema ha riaffermato la portata dei diritti individuali alla vita, alla libertà e alla sicurezza e ha posto le fondamenta per la legalizzazione dell’aiuto medico a morire in Canada.
Secondo la Corte, pur non essendoci stato il riconoscimento di un diritto costituzionale all’aiuto medico a morire, la sentenza Carter si basa non tanto sulla prossimità della morte assistita alla morte naturale del richiedente, bensì sul rispetto della volontà della persona, sulla tutela della sua dignità e soprattutto sulla possibilità di dare sollievo alle sofferenze causate dalla presenza di una malattia grave e incurabile.
In particolare, dall’analisi della sentenza Carter emergono due punti fondamentali.
In primo luogo, la Corte suprema non ha ristretto l’accesso all’aide médicale à mourir alle sole persone la cui morte sia ragionevolmente prevedibile o che si trovino in fin di vita, in quanto se la Corte avesse voluto escludere alcuni soggetti dall’accesso a tale pratica lo avrebbe dichiarato espressamente.
In secondo luogo, l’aide médicale à mourir esiste per consentire alle persone di scegliere liberamente se evitare di condurre una vita di insopportabile sofferenza, condizione questa che non dipende dalla prossimità della morte naturale del soggetto.
In base a questa lettura, la Cour Supérior ritiene dunque che le disposizioni in oggetto presentino dei profili di chiara incompatibilità con quanto stabilito dalla sentenza Carter, dal momento che impediscono a soggetti che si trovino in condizioni cliniche assimilabili a quelle oggetto della decisione di avere accesso all’aiuto medico a morire.
Dopo queste considerazioni, la Corte esamina la costituzionalità delle disposizioni alla luce degli artt. 7 e 15 della Carta candese dei diritti e delle libertà.
Per quanto concerne l’art. 7 della Charte, la Cour Supérior riconosce che il requisito previsto all’art. 241.2(2)d) del Code criminel canadese limita i diritti alla vita, alla libertà e alla sicurezza dei richiedenti. L’impossibilità di ricorrere all’aiuto medico a morire non solo incide sull’esercizio della libertà di scelta e dell’autonomia decisionale dei ricorrenti, ma viola anche la loro dignità, obbligando gli interessati o a vivere in uno stato di insopportabile sofferenza o a togliersi la vita ricorrendo a metodi più violenti e traumatici. E tale limitazione non trova giustificazione nemmeno in base a quanto previsto all’art. 1 della Carta. Secondo la Corte, la disposizione oggetto di giudizio ha portata eccessiva ed è sproporzionata rispetto all’obiettivo perseguito, ossia la tutela dei soggetti vulnerabili nell’accesso all’aide médicale à mourir. Infatti, il requisito della morte naturale ragionevolmente prevedibile, da un lato, esclude dall’accesso all’aiuto medico a morire tutte le persone che presentino le condizioni necessarie e soprattutto un desiderio razionale di porre fine alle proprie sofferenze, dall’altro costringe chi non sia affetto da una malattia allo stadio terminale a vivere contro la sua volontà, producendo proprio quell’effetto che la sentenza Carter aveva lo scopo di evitare.
In merito poi all’art. 15 della Charte, la Corte afferma che il requisito della morte naturale ragionevolmente prevedibile viola anche il principio di eguaglianza. La disposizione infatti crea una discriminazione basata sulla disabilità fisica, in quanto i ricorrenti non possono accedere all’aiuto medico a morire perché la loro condizione di disabilità non è tale da rendere la loro morte ragionevolmente prevedibile, a differenza di altre persone disabili che possono invece avere accesso a tale pratica. Inoltre, la Cour Supérior sottolinea come la norma sia espressione di un approccio paternalista nei confronti delle persone affette da disabilità. L’autonomia dei ricorrenti, e di tutte le persone che si trovino in una condizione simile, viene infatti necessariamente limitata dal momento che lo Stato, proponendosi di tutelarne la vulnerabilità attraverso il requisito della morte naturale ragionevolmente prevedibile, sembra non riconoscere alle persone disabili la capacità di esprimere un consenso valido all’aiuto medico a morire. E tale limitazione non trova giustificazione nemmeno in virtù dell’art. 1 della Carta, in quanto l’effetto discriminatorio prodotto dalla disposizione risulta essere eccessivo e sproporzionato rispetto all’obiettivo perseguito.
Per quanto riguarda la costituzionalità del paragrafo 3, primo comma, dell’art. 26 della legge del Québec, la Cour Supérior afferma che anche a questa norma devono essere applicati mutatis mutandis gli stessi principi di diritto e le considerazioni fatte nell’analisi della legge federale. La legge provinciale, nonostante preceda la decisione della Corte suprema e la legislazione federale, deve infatti essere valutata e applicata alla luce di quanto affermato nella sentenza Carter e del nuovo contesto normativo che disciplina il settore. Questo significa che il requisito previsto dalla legge provinciale, che prevede che il richiedente l’aiuto medico a morire si trovi in fin di vita, viola il principio di eguaglianza previsto all’art. 15 della Carta e che tale violazione non è giustificabile in virtù dell’art. 1.
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Pagina pubblicata Mercoledì, 11 Settembre 2019 - Ultima modifica: Martedì, 01 Ottobre 2019