Source: https://www.laleggepertutti.it/199999_soldi-ricevuti-in-regalo-come-prova-contro-il-fisco
Timestamp: 2018-12-10 20:54:41+00:00
Document Index: 71795322

Matched Legal Cases: ['art. 38', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 38', 'sentenza ', 'art. 38', 'art. 53', 'art. 38', 'Cass. Sez. ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Soldi ricevuti in regalo come prova contro il fisco
> Diritto e Fisco Pubblicato il 5 aprile 2018
Redditometro: la prova contraria può essere costituita dalla donazione ricevuta da un familiare. Necessario produrre i documenti.
Come certamente saprai, il redditometro è un algoritmo di cui si vale l’Agenzia delle entrate per stanare l’evasione fiscale; serve per controllare quanto spendi e confrontarlo con quanto dichiari nello stesso anno. Se spendi troppo vuol dire che hai dei soldi nascosti (cioè non denunciati nella dichiarazione dei redditi) e che pertanto si considerano “sottratti” al fisco. Almeno fino a prova contraria. Quale può essere questa «prova contraria»? Ad esempio, il contribuente si può difendere dimostrando di aver ricevuto denaro dai propri familiari. Possiamo pertanto dire che una donazione ti salva dall’accertamento fiscale. C’è, in proposito, una interessante ordinanza della Cassazione di qualche giorno fa [1] che spiega come difendersi dal redditometro e quando si possono “usare” i soldi ricevuti in regalo come prova contro il fisco. Ma procediamo con ordine.
Se l’Agenzia delle Entrate dovesse contestarti la titolarità di un bene il cui prezzo di acquisto o di manutenzione è superiore rispetto alle tue capacità economiche vuol dire che sta accertando “sinteticamente” il tuo reddito mediante «redditometro». Ad esempio, immagina di aver comprato casa pur essendo disoccupato o con un reddito di poche centinaia di euro. Come hai fatto a pagare il venditore e come farai a pagare condominio, tasse e utenze? Certamente avrai le tue buone ragioni: magari si sarà trattato di un regalo ricevuto dai tuoi genitori o del risultato della vendita di un altro immobile ereditato, oppure hai contratto un mutuo o ricevuto un risarcimento. Ma devi dimostrarlo: devi cioè fornire traccia documentale della provenienza dei “soldi in più”, rispetto al reddito dichiarato, che ti hanno consentito la spesa in questione.
La semplice incongruenza dell’acquisto rispetto al tuo stipendio non è sufficiente a far scattare l’accertamento. Innanzitutto lo scostamento deve essere superiore al 20%. In secondo luogo, prima di inviare la notifica dell’atto impositivo, l’Agenzia delle Entrate deve darti la possibilità di conoscere la contestazione e difenderti in via preventiva (prima cioè di rivolgerti al giudice). Significa darti il tempo di giustificare lo scostamento tra acquisti e ricavi. Come? Inviando delle note scritte o presentandoti direttamente all’ufficio con i documenti che dimostrano la provenienza del denaro utilizzato per la spesa in contestazione.
Il contribuente può giustificare gli acquisti “di lusso” dimostrando di disporre di un reddito ulteriore rispetto a quello dichiarato, reddito che gli viene regalato dai genitori o dagli altri familiari conviventi (ad esempio la moglie che beneficia dei regali del marito o il figlio che ottiene dei bonifici dai genitori). Ma attenzione: non basta sostenere che le spese che hanno generato i sospetti del fisco sono il fritto di donazioni dei parenti stretti, ma è anche necessario fornire una prova documentale di ciò. Prova che può essere costituita da assegni o da estratti conto che tracciano la provenienza del denaro tramite bonifico bancario. Insomma, visto che nell’ambito del processo tributario le prove testimoniali non hanno alcun valore, o si conservano le tracce del passaggio dei soldi da un soggetto a un altro, oppure si soccombe al fisco.
Ma non è tutto. Secondo la Corte non basta solo dimostrare, con documenti alla mano, di aver ricevuto soldi in regalo come prova contro il fisco. Bisogna anche dimostrare:
la disponibilità all’interno del nucleo familiare di tali redditi: ad esempio, sarà difficile sostenere di aver ricevuto soldi in donazione dalla madre se questa è titolare di una pensione minima e di un conto con una giacenza irrisoria; sarà invece più facile per chi ha entrambi i genitori che lavorano e che sono benestanti;
l’entità dei redditi dei familiari conviventi: a completamento del punto precedente, il contribuente che subisce l’accertamento tramite redditometro deve provare quali sono le fonti di reddito dei parenti che hanno consentito a questi di regalargli il denaro necessario all’acquisto “sospetto”;
la durata del possesso di tali redditi in capo al contribuente interessato dall’accertamento.
Non è invece onere del contribuente dare la prova rigorosa e puntuale dell’impiego proprio di detti redditi in questione per l’acquisto dei beni sospetti, attesa la fungibilità delle diverse fonti di provvista economica. Per fare un esempio, se un contribuente acquista un’automobile e l’Agenzia delle Entrate gli chiede come è riuscito ad acquistarla se è disoccupato, il contribuente che voglia difendersi dal redditometro dovrà:
indicare al fisco chi sono i familiari con cui vive;
che lavoro fanno i familiari conviventi
quanto guadagnano i suddetti soggetti
la donazione (o le donazioni) da questi ricevuta/e tramite prova documentare: bonifici, assegni, ecc.
Non è invece tenuto a dimostrare l’impiego dei soldi di ogni donazione per l’acquisto di uno specifico bene, non essendoci obbligo di corrispondenza tra le une e gli altri.
Basta quindi la prova della disponibilità dei soldi ricevuti da donazioni e non il loro preciso impiego negli acquisti sospetti [2].
Il contribuente può anche dimostrare che le spese sono state sostenute da altri soggetti autonomamente titolari di reddito oppure che non ha avuto la disponibilità del bene o del servizio nell’anno di imposta interessato da accertamento. Il contribuente ha facoltà di giustificare il suo tenore di vita provando di aver riscosso somme a titolo di disinvestimenti patrimoniali (ossia vendite di beni di seconda mano), di aver ottenuto finanziamenti, di essere stato beneficiario di eredità, donazioni, vincite e risarcimenti patrimoniali o dichiarando e documentando di essere stato titolare di reddito agrario, che risulta imponibile solo in minima parte, in base all’applicazione delle rendite catastali. La presunzione dell’Agenzia delle Entrate di un maggior reddito sulla base dei calcoli del redditometro va comunque contrapposta alla prova contraria fornita dal contribuente.
[1] Cass. ord. n. 7757/18 del 28.03.2018.
[2] Qualora l’ufficio determini sinteticamente il reddito complessivo netto in relazione alle spese per incrementi patrimoniali, la prova documentale contraria ammessa, a carico del contribuente, ai sensi dell’art. 38, comma 6, d.P.R. n. 600/1973, riguarda la sola disponibilità di redditi esenti o soggetti a ritenuta alla fonte e non anche la dimostrazione del loro impiego negli acquisti effettuati, in quanto la prima circostanza è idonea, da sola, a superare la presunzione dell’insufficienza del reddito dichiarato in relazione alle spese sostenute. Nessun’altra prova deve dare il contribuente circa l’effettiva destinazione del reddito esente o sottoposto a tassazione separata agli incrementi patrimoniali se non la dimostrazione dell’esistenza di tali redditi (Cass. Civ., sez. V, sentenza n. 6396/2014).
Corte di Cassazione, sez. VI Civile – T, ordinanza 9 gennaio – 28 marzo 2018, n. 7757
Presidente Iacobellis – Relatore La Torre
L.R. ricorre per la cassazione della sentenza della CTR del Lazio, indicata in epigrafe, che in controversia su impugnazione di avviso di accertamento, preceduto da questionario, notificato ai sensi dell’art. 38 commi 4, 5, 6, del d.P.R. 602/73 (c.d. redditometro), rettificava il reddito dichiarato da L.R. ai fini Irpef per l’anno 2007, in relazione a incrementi patrimoniali (realizzati fra il 2006 e 2007) e spese e acquisti con compartecipanti (terreno agricolo e fabbricato), ha rigettato l’appello del contribuente. In particolare la CTR, richiamando giurisprudenza di legittimità, ha confermato la decisione di primo grado, ritenendo non dimostrato dal contribuente che il reddito accertato fosse in tutto o in parte costituito da redditi esenti o da redditi soggetti a ritenuta ala fonte.
L’Agenzia delle entrate si costituisce con controricorso. Il Collegio autorizza la redazione della motivazione in forma semplificata.
1. Col primo motivo del ricorso si deduce carenza motivazionale, essendosi la CTR limitata a richiamare la sentenza Cass. n. 21661/2010, non consentendo di comprendere il compiuto svolgimento del percorso motivazionale.
2. Il primo motivo è fondato, con assorbimento del secondo, col quale si deduce violazione di legge (art. 38 d.P.R. 602/73 in relazione all’art. 53 cost.).
2.1.Va premesso che in tema di accertamento delle imposte sui redditi, qualora l’Ufficio determini sinteticamente il reddito complessivo netto in relazione alla spesa per incrementi patrimoniali, ai sensi dell’art. 38, comma 6, del d.P.R. n. 600 del 1973, ed il contribuente deduca che tale spesa sia il frutto di liberalità o di altra provenienza, la relativa prova deve essere fornita dal contribuente con la produzione di documenti, dai quali emerga non solo la disponibilità all’interno del nucleo familiare di tali redditi, ma anche l’entità degli stessi e la durata del possesso in capo al contribuente interessato dall’accertamento (Cass. n. 1332 del 26/01/2016, Cass. n. 25104 del 26/11/2014), pur non essendo onere del contribuente dare la prova rigorosa e puntuale dell’impiego proprio di detti redditi per l’acquisizione degli incrementi patrimoniali (in termini Cass. Sez. 5, Sentenza n. 6396 del 19/03/2014), attesa la fungibilità delle diverse fonti di provvista economica.
2.2. Alla luce delle superiori premesse la sentenza impugnata è affetta dal denunciato vizio, non emergendo le ragioni per cui la CTR ha ritenuto che la prova offerta dal contribuente non fosse idonea a contrastare le presunzioni dell’Ufficio, non risultando quale fosse la documentazione esaminata e perché gli elementi in essa contenuti non fossero idonei a dimostrare che il maggior reddito accertato fosse costituito in tutto o in parte da redditi esenti o da redditi soggetti a ritenuta alla fonte.
La conclusione della CTR risulta, così, una mera affermazione, senza indicazione dell’iter logico che l’ha determinata.
Il ricorso va conseguentemente accolto e la sentenza cassata in relazione al primo motivo del ricorso, con rinvio alla CTR del Lazio, che provvederà anche sulle spese del presente giudizio.
Accoglie il primo motivo del ricorso; dichiara assorbito il secondo; cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia, anche per le spese, alla CTR del Lazio in diversa composizione.
06/04/2018 alle 01:26
Ci mancano solo le frustate e la galera, come nell’ antica Roma!!!