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Timestamp: 2019-08-18 05:46:52+00:00
Document Index: 161916040

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art.101', 'art.6', 'art.96', 'art.96', 'art. 4', 'art. 444', 'art. 380', 'art. 4', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 8', 'art. 2', 'art. 96', 'art.96', 'art. 94']

Unione Europea e Sistema Informativo Schengen. Rifiuto di ingresso nel paese del cittadino straniero
Articolo del 01/02/2006 Autore Avv. Mario Pavone Altri articoli dell'autore
La Corte di Giustizia Europea con una importante sentenza del 31/01/2006, resa nella causa n. C-503/03,ha finalmente stabilito che la "segnalazione" nel Sistema Informativo Schengen di un cittadino di paese terzo per motivi di pubblica sicurezza non legittima il rifiuto all'ingresso senza effettiva verifica delle condizioni di pericolosità effettive e attuali.(1)
Per comprendere la portata innovativa del provvedimento emanato,occorre ricordare che l'archivio informatico di Schengen è lo strumento utilizzato dal Ministero dell'Interno per verificare la esistenza di condanne penali a carico del cittadino straniero commessi nei Paesi aderenti al Trattato.
L'articolo 25,paragrafo 2,della convenzione Schengen prevede in questo caso l'osservanza della seguente procedura "Qualora risulti che uno straniero titolare di un titolo di soggiorno in corso di validità rilasciato da una delle parti contraenti è segnalato ai fini della non ammissione, la parte contraente che ha effettuato la segnalazione consulta la parte che ha rilasciato il titolo di soggiorno per stabilire se vi sono motivi sufficienti per ritirare il titolo stesso.
E' emerso,inoltre,come gli Stati membri ritengano di disporre della facoltà di valutare la necessità di cancellare una segnalazione iscritta sulla base dell'articolo 25, paragrafo 2 della Convenzione Schengen attribuendosi una discrezionalità non sancita dalla norma..
• verificare se la persona segnalata nel SIS sia in possesso di un titolo di soggiorno in corso di validità rilasciato da uno degli Stati membri dello spazio Schengen,
• in questa ipotesi, rammentare alle autorità interessate il carattere automatico (salvo eccezioni) della cancellazione della segnalazione ed insistere affinché la cancellazione dei dati nel SIS intervenga celermente.
L'articolo 96 della Convenzione Schengen recita,in proposito,testualmente
Il successivo art.101,in tema di diritto di accesso ai dati inseriti nell'archivio di Schengen,enuncia testualmente
1. L 'accesso ai dati inseriti nel Sistema d'Informazione Schengen e il diritto di consultarli – diretta mente sono riservati esclusivamente alle autorità competenti in materia di:
2. Inoltre, l'accesso ai dati inseriti conformemente all'articolo 96 ed il diritto di consultarli direttamente possono essere esercitati dalle autorità competenti per il rilascio dei visti, dalle autorità centrali competenti per l'esame delle domande di visti e dalle autorità competenti per il rilascio dei documenti di soggiorno e per l`amministrazione degli stranieri nei quadro dell`applicazione delle disposizioni in materia di circolazione delle persone previste dalla presente Convenzione.
Dalla lettura delle norme innanzi richiamate appare evidente come risulti precluso di fatto al cittadino straniero,innanzitutto, ma anche ai difensori e finanche agli stessi Giudici investiti della legittimità di provvedimenti espulsivi, l'accesso alle informazioni contenute nel SIS atteso che tale accesso in base alla Convenzione può essere disciplinato da ciascun Paese contraente,anche in maniera difforme,e che potrebbe limitare tale diritto a talune categorie di soggetti pubblici così precludendo allo straniero ogni possibilità di conoscere le motivazioni della iscrizione ed articolare una propria difesa in aperta violazione dell'art.6 della Convenzione Europea dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali.
In particolare il Tribunale di Avellino,con un importante provvedimento emanato in tema di applica zione dell'art.96 della Convenzione Schenghen, ha stabilito,in maniera del tutto innova tiva,che ai fini del rinnovo del permesso di soggiorno al cittadino straniero “la mera indicazione di una segna lazione ex art.96 della Convenzione di Schenghen,comporta l'obbligo per la Prefettura di indicare nel provvedimento di espulsione la ipotesi specifica posta a base della segnalazione e risultante dal sistema informativo Schengen (SIS) al fine di consentire al destinatario del provvedimento di poter esercitare una adeguata difesa in sede giurisdizionale.(2)
Né,d'altro canto,la carenza motivazionale del provvedimento può essere superata successi vamente all'adozione del provvedimento di diniego o rinnovo del permesso di soggiorno,posto che la Prefettura ha l'obbligo di rilasciare il documento posto a fondamento della espulsione costituito dalla segnalazione emessa dall'autorità olandese allo scopo di consentire allo straniero di prendere cognizione dei motivi posti a suo fondamento ( e di impugnarne il contenuto-ndr)“.
Rammenta il Tribunale, su quest'ultimo punto, che la motivazione del provvedimento,secondo un orientamento costante della Suprema Corte,non deve essere solo apparente ma deve contenere la indicazione delle circostanze di fatto che hanno dato luogo alla sua adozione al fine di consen tire al destinatario di comprendere le ragioni della espulsione e di potersi adeguatamente difendere nelle sedi giudiziarie competenti.
Dello stesso avviso è il TAR del Veneto quando afferma che“una interpretazione costituzio nalmente corretta delle ragioni ostative della legge italiana, non può che obbligare l'amministra zione ad acquisire dallo Stato estero la documentazione relativa alle ragioni della inammissibilità nell'area Schengen,in quanto le fattispecie previste dalla norma del trattato, vanno dalla commissione di gravi reati fino alla semplice irregolarità amministrativa.
Quindi un provvedimento generico di rifiuto della regolarizzazione per la semplice segnalazione dell'interessato nel Sistema Informativo Schengen, risulta essere - sempre sulla base dell'interpre tazione adottata dal Tribunale Amministrativo Regionale del Veneto e in base al necessario rispetto dei principi della nostra Costituzione – un provvedimento illegittimo e può essere valida mente impugnato(3).
Di diverso avviso appare l'opinione del Tar dell'Emilia Romagna (7) per il quale la legittimità del provvedimento impugnato va valutata in relazione alle modificazioni apportate al T.U. sull'immigra zione dalla legge 30 luglio 2002 n. 189 posto che in virtù delle nuove disposizioni contenute nell'art. 4 comma 3 del T.U. risulta ora ostativa all'ingresso in Italia - e quindi anche al rinnovo del permesso di soggiorno precedentemente rilasciato - la circostanza che lo straniero sia stato condannato, anche a seguito di applicazione della pena su richiesta ai sensi dell'art. 444 c.p.p., per taluni reati individuati con richiamo alle previsioni di cui all'art. 380 c.p.p. o direttamente dall'ultima parte del comma citato.
Secondo i giudici emiliani,si deve riconoscere al legislatore, nella delicata materia dell'immigra zione, il potere di individuare e valutare diversamente, in epoche diverse, le situazioni rilevanti ai fini dell'ammissione e della permanenza degli stranieri nel territorio nazionale; e d'altra parte nell'esame delle fattispecie maggiormente suscettibili di ingenerare dubbi di costituzionalità delle norme novellate può essere seguita un'interpretazione delle stesse rispettosa dei precetti costituzionali e comunque consentita dalla formulazione delle modificazioni introdotte.
Si tratta dunque di valutare se la condanna riportata dal ricorrente rientri o meno fra quelle individuate dall'art. 4 comma 3 del T.U come ostative all'ingresso dello straniero in Italia e, conseguentemente, al rinnovo del permesso di soggiorno rilasciato in precedenza(6).
Anche per tale ragione un provvedimento generico di rifiuto della regolarizzazione per la semplice segnalazione dell'interessato nel SIS risulta essere un provvedimento illegittimo che può essere validamente impugnato dinanzi ai competenti TAR.
Va sottolineato come il Legislatore Europeo abbia più volte riconosciuto la importanza di garantire la tutela della vita familiare dei cittadini degli Stati membri al fine di eliminare gli ostacoli all'esercizio delle libertà fondamentali sancite dal Trattato UE ed abbia largamente esteso, nei regolamenti e nelle direttive relativi alla libera circolazione delle persone, l'applicazione del diritto comunitario in materia di ingresso e di soggiorno sul territorio degli Stati membri ai cittadini di Stati terzi, coniugi di cittadini di Stati membri.
In base a tale impostazione,se,da una parte,gli Stati membri possono,quando un cittadino di uno Stato membro si sposta all'interno della Comunità al fine di esercitare i diritti conferitigli dal detto Trattato e dalle disposizioni adottate per la sua applicazione, imporre un visto di ingresso al suo coniuge, cittadino di uno Stato terzo,parimenti,dall'altra,debbono accordare a quest'ultimo ogni opportunità per ottenere il visto di cui necessita.
Tuttavia, tale diritto non risulta incondizionato atteso che tra le limitazioni previste o autorizzate dal diritto comunitario, l'art. 2 della direttiva 64/221 permette agli Stati membri di vietare a cittadini degli altri Stati membri o ai loro coniugi cittadini di uno Stato terzo l'ingresso sul loro territorio per motivi di ordine pubblico o di pubblica sicurezza .
Il legislatore comunitario ha tuttavia sottoposto a limiti rigorosi l'obbligo di allegazione da parte di uno Stato membro di tali motivi posto che l'art. 3, n.1, della direttiva 64/221 stabilisce che i provvedimenti di ordine pubblico o di pubblica sicurezza devono essere fondati esclusivamente sul comportamento personale della persona interessata laddove il n. 2 della stessa norma precisa che la sola esistenza di condanne penali non può automaticamente motivare tali provvedimenti.
L'esistenza di una condanna penale diviene,quindi, rilevante solo in quanto le circostanze che hanno portato a tale condanna provino un comportamento personale costituente una minaccia attuale per l'ordine pubblico e non altro.
La Corte precisa che la causa ostativa all'ingresso per ordine pubblico costituisce una deroga al principio fondamentale della libera circolazione delle persone da interpretarsi in modo restrittivo e la cui portata non può essere determinata unilateralmente dagli Stati membri.
In conseguenza e secondo la costante giurisprudenza della Corte, il ricorso, da parte di un'Autorità nazionale, alla nozione di ordine pubblico presuppone, in ogni caso, oltre alla violazione dell'ordine sociale insita in qualsiasi infrazione della legge, l'esistenza di una minaccia effettiva e sufficientemente grave per uno degli interessi fondamentali della collettività.
Nel caso di un cittadino di uno Stato terzo, coniuge di un cittadino di uno Stato membro, una inter pretazione restrittiva della nozione di ordine pubblico consente di proteggere il diritto di quest'ul timo al rispetto della sua vita familiare ai sensi dell'art. 8 della convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950.
Così interpretata,la nozione di ordine pubblico contenuta nell'art. 2 della direttiva 64/221 si pone, dunque ,in contrasto con quella stabilita dall'art. 96 della Convenzione Schengen.
Infatti, ai sensi di quest'ultimo articolo, una segnalazione nel SIS ai fini della non ammissione può essere fondata sulla minaccia per l'ordine pubblico qualora l'interessato sia stato condannato per un reato passibile di una pena privativa della libertà di almeno un anno [n. 2, lett. a)] o qualora abbia formato oggetto di una misura fondata sulla non osservanza di una regolamentazione nazionale in materia di ingresso e di soggiorno degli stranieri (art.96,n. 3).
A differenza del regime previsto dalla direttiva 64/221, così come oggetto di interpretazione da parte della Corte, circostanze del genere giustificano da sole una segnalazione, indipenden temente da ogni applicazione concreta della minaccia rappresentata dall'interessato.
Orbene, in forza degli artt. 5 e 15 della Convenzione Schengen, l'ingresso nello spazio Schengen o il rilascio di un visto a tal fine non può, in linea di principio, essere accordato allo straniero che sia segnalato ai fini della non ammissione.
Ne consegue che una persona rientrante nell'ambito di applicazione della direttiva 64/221, come il cittadino di uno Stato terzo, coniuge di un cittadino di uno Stato membro, rischia di vedersi privato, nel caso di una segnalazione ai fini della non ammissione, della tutela prevista dalla medesima direttiva con tutte le gravi conseguenze,economiche e personali, che giò comporta.
Proprio per prevenire tale rischio gli Stati contraenti si sono impegnati, nella dichiarazione del 18 aprile 1996, a procedere alla segnalazione ai fini della non ammissione di un beneficiario del diritto comunitario solo se ricorrono le condizioni richieste da quest'ultimo.
In conseguenza, l'iscrizione nel SIS di un cittadino di uno Stato terzo coniuge di un cittadino di uno Stato membro costituisce certamente un indizio dell'esistenza di un motivo che giustifica il fatto che gli venga negato l'ingresso nello spazio Schengen.
Tuttavia, tale indizio dev'essere corroborato da informazioni che consentano allo Stato membro che consulta il SIS di accertare, prima di rifiutare l'ingresso nello spazio Schengen, che la presenza dell'interessato nel detto spazio costituisce una minaccia effettiva, attuale e abbastanza grave per un interesse fondamentale della collettività.
In tale contesto, occorre rilevare che l'art. 94, lett. i), della Convenzione SIS autorizza espressamente l'indicazione del motivo della segnalazione.
Lo scenario che si apre agli operatori del diritto, a seguito della sentenza,consente di rivendicare con forza nella Aule di giustizia il diritto a chiedere ed ottenere la indicazione dei motivi ostativi all'ingresso del cittadino del Paese terzo tutte le volte che si controverta su tale materia nel rispetto delle libertà fondamentali e del diritto alla difesa,tutelato dalla nostra Costituzione.
(5)sul tema v.dello stesso autore “Problemi di pericolosità sociale ed espulsione” in Filodiritto.com
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