Source: http://bioetiche.blogspot.it/2009/02/
Timestamp: 2017-11-25 01:51:52+00:00
Document Index: 58563754

Matched Legal Cases: ['art. 32', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 32', 'art. 53', 'art 5', 'art 9', 'art.2', 'art.3', 'art.1', 'art. 2', 'art. 13', 'art. 32', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Postato da Giuseppe Regalzi alle 21:56 10 commenti
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Dalla Lettera aperta all’onorevole Franceschini di Umberto Veronesi, Andrea Camilleri, Stefano Rodotà e Paolo Flores d’Arcais (il corsivo è mio):
Dichiarazione rilasciata poco fa dall’onorevole Franceschini, dopo aver incontrato Umberto Veronesi (Ansa; corsivo sempre mio):
«Veronesi – ha riferito Franceschini ai cronisti – ha parlato in modo franco e diretto e si è detto stupito della lettura che ha dato qualche giornale del contenuto della lettera, e ha ribadito il convincimento dell’assoluta libertà di scelta dei parlamentari in materia di testamento biologico».
Adesso sono davvero curioso di leggere la versione di Veronesi dell’incontro...
Postato da Giuseppe Regalzi alle 13:50 9 commenti
Etichette: Dario Franceschini, Libertà di coscienza, Testamento biologico, Umberto Veronesi
Postato da Giuseppe Regalzi alle 00:56 19 commenti
Su Avvenire di ieri si poteva leggere un commento molto soddisfatto a una recente ordinanza della Corte Costituzionale (Antonio Maria Mira, «“Per la salute è possibile limitare la libertà”», 24 febbraio 2009, p. 9):
La salute della persone «è anche interesse collettivo» e quindi per difenderla è ammessa «una trascurabile limitazione della libertà personale». Dunque è assolutamente da respingere la tesi che «la legge non può in alcun caso violare il diritto all’autodeterminazione e il diritto di disporre del proprio corpo». Lo ha stabilito la Corte Costituzionale con l’ordinanza n. 49, relatore il giudice Alfio Finocchiaro, depositata il 18 febbraio. Con questa decisione la Consulta ha respinto come ‘manifestamente infondata’ la questione di legittimità costituzionale, promossa dal Giudice di pace di Pistoia, dell’articolo 172 del Codice della strada che prevede l’obbligo di indossare la cintura di sicurezza. […]
[Il Giudice di pace] come ulteriore motivazione aggiunge che «l’obbligo contrasterebbe con l’articolo 32, secondo comma, della Costituzione, che impone il rispetto della persona umana e la dignità delle scelte della stessa, nel senso che la legge non può in alcun caso violare il diritto all’autodeterminazione e il diritto di disporre del proprio corpo». Parole e ragionamenti che sono echeggiati negli scorsi mesi attorno alla vicenda di Eluana Englaro e che continuano ad essere tirati in ballo anche in quest’ultimo fine settimana – attorno alla proposta di legge sul ‘fine vita’. Non solo una coincidenza, visto che l’articolo tirato in ballo dal magistrato pistoiese è lo stesso sbandierato in queste occasioni. Recita, infatti, che «nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana».
Ragionamenti respinti dalla Consulta che ritiene «insussistente la violazione dell’articolo 32» ricordando di aver già «ammesso che il legislatore consideri la salute dell’individuo anche interesse della collettività, prescrivendo certi comportamenti e sanzionandone l’inosservanza, allo scopo di ridurre il più possibile le pregiudizievoli conseguenze». E, conclude la Corte ricordando precedenti sentenze, «la protezione della salute del singolo come interesse della collettività è dunque tale da ammettere una trascurabile limitazione della libertà personale».
A leggere le motivazioni della Consulta riportate dal quotidiano della Cei si capisce in effetti la soddisfazione dell’articolista; sembra di sentirvi un eco di quell’opinione che è stata una volta espressa in questi termini: «La vita non è un bene che appartiene solo al singolo individuo, [ma anche] ai cittadini, e alla collettività» (no, non è Iosif Vissarionovich Stalin; è Dorina Bianchi, nuovo capogruppo del Partito Democratico in Commissione igiene e sanità al Senato).
Tuttavia al lettore attento non può sfuggire una certa eccessiva sinteticità nell’opinione riportata della Corte; e ben sapendo come lo spazio nei giornali sia tiranno, gli sorge il sospetto che le motivazioni fossero in origine alquanto più lunghe. Fortunatamente il sito web della Consulta è encomiabilmente completo e aggiornato (se mi passate l’inciso, è una vergogna che altre istituzioni come la Cassazione non abbiano nulla di simile); è facile dunque andare a controllare il testo completo dell’ordinanza. E qui ci attende una piccola sorpresa (che per chi segue Avvenire con costanza non è poi tanto sorprendente): la motivazione dell’ordinanza ha ricevuto una discreta sforbiciata. Eccola completa (in corsivo la parte omessa):
parimenti insussistente è la violazione dell’art. 32 Cost., in quanto questa Corte, con riguardo alla prescrizione dell’obbligo del casco per conducenti di motoveicoli, ha ammesso – e tale principio è estensibile all’obbligo delle cinture di sicurezza – che il legislatore consideri la salute dell’individuo anche interesse della collettività, prescrivendo certi comportamenti e sanzionandone l’inosservanza, allo scopo di ridurre il più possibile le pregiudizievoli conseguenze, dal punto di vista della mortalità e della morbilità invalidante, degli incidenti stradali;
Nel parlare di «interesse della collettività», insomma, la Corte si sta riferendo non a un interesse generico, ma ai costi sociali che vanno affrontati per assistere a spese della sanità pubblica chi ha avuto un incidente. La cosa è ancora più chiara se andiamo a vedere la sentenza n. 180 del 1994 sull’obbligo del casco per i conducenti di moto e motorini, cui fa riferimento il pronunciamento odierno (corsivo mio):
Specie quando, come nella materia in esame, si è in presenza di modalità, peraltro neppure gravose, prescritte per la guida di motoveicoli, appare conforme al dettato costituzionale, che considera la salute dell’individuo anche interesse della collettività, che il legislatore nel suo apprezzamento prescriva certi comportamenti e ne sanzioni l’inosservanza allo scopo di ridurre il più possibile le pregiudizievoli conseguenze, dal punto di vista della mortalità e della morbosità invalidante, degli incidenti stradali. Non può difatti dubitarsi che tali conseguenze si ripercuotono in termini di costi sociali sull’intera collettività, non essendo neppure ipotizzabile che un soggetto, rifiutando di osservare le modalità dettate in tale funzione preventiva, possa contemporaneamente rinunciare all’ausilio delle strutture assistenziali pubbliche ed ai presidi predisposti per i soggetti inabili.
Non c’è bisogno di dire che nel caso del rifiuto delle terapie – attuale o tramite testamento biologico – un interesse collettivo di questo tipo è in generale assente; anzi, ad essere cinici, è presente casomai l’interesse opposto (il che, a scanso di equivoci, non costituisce certo un argomento a favore delle direttive anticipate: non siamo a favore del collettivismo, noi).
Ma non finisce qui. Anche l’ultima citazione che l’articolo fa dell’ordinanza ha ricevuto una bella scorciata – naturalmente sempre solo per ragioni di spazio. Ecco qui l’originale:
la protezione della salute del singolo come interesse della collettività è dunque tale da ammettere una trascurabile limitazione della libertà personale (sentenza n. 20 del 1975), intesa come impedimento di fatto, che non costituisce in alcun modo costrizione (che deve essere fisicamente apprezzabile e duratura) […];
Forse sarò prevenuto, ma penso che sarà dura, quando verrà il momento, far passare l’idea – come vorrebbe Avvenire – che il medico integralista che lega con le cinghie il paziente per intubarlo, amputarlo, irradiarlo, infilargli un sondino su per il naso contro la sua volontà (o che opera le stesse manovre sul suo corpo inerte e non in più in grado nemmeno di protestare) non stia praticando nessuna costrizione «fisicamente apprezzabile e duratura»; che tutte queste azioni siano insomma paragonabili al semplice gesto di allacciarsi una cintura di sicurezza...
Postato da Giuseppe Regalzi alle 11:44 6 commenti
Etichette: Avvenire, Corte Costituzionale, Testamento biologico
Avrei dovuto essere a Bologna oggi, ad un convegno organizzato da Bologna Città Libera sul testamento biologico con Mina Welby, Adriana Scaramuzzino, Francesca Rescigno, Serafino D'Onofrio, Franco Motta e Massimiliano Panarari (i dettagli del programma).
Non ci sarò, ma parteciperò a distanza con un commento che incollo di seguito. Niente di nuovo per Bioetica. Quasi noioso, direi. Ma conosciamo i proverbi e ci adeguiamo...
Ho davvero difficoltà a scegliere cosa commentare. Ci sarebbe molto da dire sullo scempio che stanno facendo del testamento biologico.
Da lontano ci tengo a insistere su pochi punti.
Il primo riguarda la semplicità giuridica di una legge al riguardo, potendo considerare il testamento biologico come una estensione di diritti che già abbiamo: scegliere se e come curarci, rinunciare o rifiutare terapie. Potremmo considerarlo una estensione temporale del consenso informato (e dei tanto citati articoli 13 e 32 della nostra Costituzione; tanto citati e poco rispettati).
Nonostante questo sono anni che se ne discute, e male, e stiamo assistendo ad un pervertimento semantico e letterale di termini e concetti. Basterebbe il buon senso per capirlo, prima ancora di raffinate analisi razionali. Un solo esempio: perché dovrei redigere un TB se tale documento non è vincolante per il medico?
Il secondo riguarda lo statuto della nutrizione e idratazione artificiali (NIA): trattamento sanitario o mera assistenza?
Credo sia il dibattito più stupido e disonesto degli ultimi anni.
Stupido perché coloro che strepitano per il loro carattere assistenziale ignorano del tutto di cosa stiano parlando. Basti ricordare che la NIA richiede un consenso informato e che richiede una attenzione nella gestione molto diversa da quella necessaria per cucinare un pasto, anche il più complicato che si possa immaginare.
Inoltre è del tutto inutile percorrere questa strada: anche se concedessimo che la NIA non sia trattamento sanitario, non per questo sarebbe legittimo imporla a chi non la vuole.
La carità può forse essere imposta? Sarebbe una ben strana contraddizione. Nemmeno la compagnia può essere un dovere, una imposizione. Ed è bene non dimenticare che è possibile rifiutare l'alimentazione (lo sciopero della fame è garantito ai cittadini, fa parte delle nostre libertà; verrebbe da aggiungere: ancora fa parte). Stanno trasformando dei diritti in doveri.
Il cuore di tutto questo è proprio il tentativo di violare la nostra libertà, di contraddire il consenso informato e la deontologia medica, di svuotare la nostra autodeterminazione. Senza dirlo esplicitamente, però, perché sarebbe troppo impopolare. Un paternalismo celato e mascherato da “carità”. E che in realtà richiama il ricovero coatto - questi signori dovrebbero leggere la legge sul trattamento sanitario obbligatorio (TSO, cioè la legge 833/1978).
Il ddl Calabrò non è solo un disegno di legge che contraddice il testamento biologico (o disposizioni anticipate di volontà), ma che contraddice il principio sacrosanto secondo il quale ognuno di noi dovrebbe poter decidere circa la propria esistenza - morte compresa.
Il paradosso e l'oscenità di questi tentativi sono sotto agli occhi di tutti - almeno di quanti vogliono vedere. Il ddl di Calabrò ci tratta come mentecatti non in grado di prendere decisioni, offrendo una caricatura di democrazia liberale.
Il terzo e ultimo riguarda l'asimmetria della libertà rispetto alla coercizione - posso scegliere anche di essere schiavo e di delegare solo a condizione che la libertà sia garantita. In caso contrario devo subire la decisione di altri, un punto di vista trasformato in Verità Assoluta. La libertà è una condizione necessaria non solo della vita democratica e civile, ma della morale stessa. In assenza di possibilità di scelta, infatti, non ha nemmeno alcun senso parlare di cosa sia morale e di cosa sia immorale.
Postato da Chiara Lalli alle 16:03 1 commenti
Etichette: Autodeterminazione, Bologna Città Libera, Libertà individuale, Nutrizione e idratazione artificiali, Testamento biologico
Motorised ice-cream cone. Primo ai Landfill Prize 2009.
Ah!, la meraviglia degli oggetti inutili!
Postato da Chiara Lalli alle 15:37 0 commenti
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Com’è noto, fra gli emendamenti presentati al famigerato disegno di legge Calabrò sulle direttive anticipate di trattamento ce n’è uno a firma di Francesco Rutelli, che riguarda in particolare la sospensione dell’alimentazione e idratazione artificiali, in concorrenza con analogo emendamento presentato da Anna Finocchiaro, Ignazio Marino e altri senatori del Pd.
L’articolo originale del ddl (5 c. 6) recita così:
Alimentazione ed idratazione, nelle diverse forme in cui la scienza e la tecnica possono fornirle al paziente, sono forme di sostegno vitale e fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze e non possono formare oggetto di Dichiarazione Anticipata di Trattamento.
Una proibizione totale, come si vede; e ci sono buone ragioni per ritenere che la legge la estenda implicitamente anche ai pazienti capaci. Ecco invece l’emendamento Rutelli, almeno per come risulta dalle agenzie di stampa:
Alimentazione e idratazione sono forme di sostegno vitale e sono fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze, non possono quindi essere oggetto di dichiarazione anticipata di trattamento. Nelle fasi terminali della vita o qualora il soggetto sia minore o incapace di intendere e di volere, la loro modulazione e la via di somministrazione, da commisurarsi alle aspettative di sopravvivenza, alle condizioni del paziente e alla necessità di non dar corso ad accanimento terapeutico, debbono essere il frutto di una interazione e comune valutazione tra il medico curante, cui spetta la decisione finale, l’eventuale fiduciario e i familiari.
Il senso dell’emendamento – come del resto si evince dalle dichiarazioni del proponente – appare quello di stabilire una eccezione al divieto di sospensione della nutrizione artificiale. Il testo a dire il vero è un po’ ambiguo, ma suppongo che per «modulazione» dell’alimentazione si debba intendere la sua variazione nel tempo, e che questa variazione possa portare anche a un livello zero. D’altra parte non avrebbe senso dedicare un articolo di legge a stabilire che per certe categorie di pazienti l’alimentazione artificiale dev’essere «modulata» in base alle loro esigenze: questo rientra negli ovvi doveri professionali del medico, e sarebbe superfluo farne oggetto di apposita norma (fortunatamente nessuna autorità religiosa ha ancora preteso che ogni malato debba essere rimpinzato come un lottatore di sumo).
Per quanto riguarda le categorie a cui si può sospendere l’alimentazione, l’emendamento ne indica chiaramente tre; e qui inizia l’aspetto sconcertante della cosa. L’uso della congiunzione «o» sembra indicare infatti che i soggetti minori o incapaci di intendere e di volere di cui si parla non si trovino anche «nelle fasi terminali della vita»; in caso contrario si sarebbe usata una «e» (se si voleva specificare un’ulteriore condizione aggiuntiva), oppure ci si sarebbe limitati alla sola categoria dei pazienti morenti. Ma allora, preso alla lettera, l’emendamento Rutelli sta dicendo che si può sospendere l’alimentazione artificiale a pazienti incapaci ma non terminali, se il medico curante così decide, in base a generiche «condizioni del paziente» e alla necessità «di non dar corso ad accanimento terapeutico», che comunque qui, come si è appena visto, non possono essere intese come riferimento all’imminenza della morte. In pratica, secondo questo emendamento, il caso Englaro si sarebbe potuto legalmente concludere così come si è concluso...
Scartata inevitabilmente l’ipotesi che Rutelli stia facendo il doppio gioco, rimangono due interpretazioni possibili: o le agenzie hanno scambiato una «e» con una «o» (ma non ho ancora letto richieste di rettifica in proposito), oppure Francesco Rutelli ha serie difficoltà a scrivere un semplice emendamento.
Postato da Giuseppe Regalzi alle 12:33 6 commenti
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Postato da Chiara Lalli alle 18:33 1 commenti
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La legge che il Parlamento sta elaborando sul testamento biologico “coniuga carità e diritto”. Lo ha detto il relatore del provvedimento, Raffaele Calabrò, ai microfoni di Parliamo con l’Elefante, su Radio 24. “La libertà di scelta si deve riferire alle cure – ha ribadito – e questa viene permessa anche in anticipo. Quello che non viene concesso, e che neanche la Costituzione concede, è di chiedere di morire. Alimentazione e idratazione non sono cure ma sostentamento, poterle rifiutare significa poter chiedere di morire. Come dire, io mi voglio sparare: e lo Stato lo concede”.
(Prosegue qui).
Peccato che anche rifiutare dei farmaci spesso significa morire. Peccato che Calabrò sia un funambolo ubriaco. Peccato che il gioco delle tre carte ti si ritorce contro se non sei abbastanza abile con le mani e con il cervello.
Io insisto: anello con il cianuro (e la speranza di crepare di colpo, ovviamente).
E poi: nemmeno la carità può essere imposta!, ma Calabrò e la sua cricca pensano che i cittadini siano una massa di mentecatti, cui va ricordato di ribadire il proprio volere ogni 3 anni e ai quali va sottratta una larga fetta di libertà. Per il nostro bene, ci mancherebbe.
Postato da Chiara Lalli alle 12:01 0 commenti
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Nicoletta Tiliacos raccoglie sul Foglio alcune dichiarazioni del senatore Raffaele Calabrò, estensore del discusso disegno di legge sulle dichiarazioni anticipate di trattamento («Calabrò ci dice perché non è vero che chi legifera sul fine vita è perduto», 21 febbraio 2009, p. 2):
Calabrò risponde che «sul piano della costituzionalità non temiamo nulla. L’articolo 32 riconosce la facoltà di scegliere se curarsi o meno per una patologia, se accettarne o meno l’evoluzione naturale. Non è invece consentito dire che ci si vuole suicidare. E alimentazione e idratazione, escluse dal nostro testo dalle dichiarazioni anticipate di trattamento, non sono cure di una patologia, ma sostegni vitali». Calabrò sottolinea che questo vale anche per le persone in grado di intendere e di volere: «Fu un giudice, durante uno sciopero della fame e della sete di Pannella, a spingere per l’idratazione e l’alimentazione coatte. Succede pure, nei casi di anoressia, che si impongano trattamenti per salvare la vita di chi non vuole più mangiare […]».
Ma è proprio vero che anche «le persone in grado di intendere e di volere» non possono rifiutare alimentazione e idratazione? Lasciamo perdere il giudice e Pannella: che cosa vuol dire «spingere per l’idratazione e l’alimentazione coatte»? Quali erano le circostanze? Come si è conclusa questa «spinta»? L’esempio, ammesso pure che non derivi da qualche errato ricordo di Calabrò, non significa niente. Soffermiamoci invece sui casi di anoressia. Per procedere all’alimentazione forzata di chi altrimenti rischierebbe di morire di inedia si deve ricorrere a un Trattamento sanitario obbligatorio, TSO. (Per inciso, l’aggettivo «sanitario» compreso in questo termine dovrebbe far riflettere chi come Calabrò esclude che di trattamento sanitario appunto si debba parlare.) La legge che disciplina il TSO è la 833/1978, la stessa che istituisce il Servizio Sanitario Nazionale. L’art. rilevante è il 33, che ai cc. 1-2 recita:
Questa è in pratica una parafrasi dell’art. 32 della Costituzione: per sottoporre un cittadino a un trattamento sanitario contro la sua volontà è necessario che questo trattamento ricada in uno dei casi esplicitamente contemplati dalla legge (non basta dunque il riferimento vago e rituale al suicidio assistito). Per quanto riguarda in particolare l’alimentazione forzata, l’unica legge a cui si può ricorrere è la stessa 833/1978, agli articoli che seguono immediatamente quello che abbiamo appena visto, e cioè gli artt. 34 e 35. Ma questi articoli si occupano di un solo caso specifico: le malattie mentali. Quindi se oggi in Italia volete nutrire a forza una persona, questa deve essere affetta da una malattia mentale, quale può essere considerata per esempio l’anoressia. Altrimenti il TSO in questione è inapplicabile, nonostante le «spinte» dei magistrati e le opinioni dei politici poco informati. Si può discutere sulla misura in cui una persona affetta da malattia mentale – e più specificamente da anoressia – sia da considerarsi «in grado di intendere e di volere» nel senso voluto da Calabrò; ma certo l’affermazione così generale del senatore va fortemente ristretta (a meno di dar credito a qualche Comma 22 ad hoc, del tipo «chiunque sia sano di mente può rifiutare l’alimentazione forzata; ma chi rifiuta l’alimentazione forzata non è sano di mente»). E non dimentichiamo mai che il medico che procede ad alimentare una persona consapevole contro la sua volontà viola il proprio Codice di deontologia, che all’art. 53 recita:
Quando una persona rifiuta volontariamente di nutrirsi, il medico ha il dovere di informarla sulle gravi conseguenze che un digiuno protratto può comportare sulle sue condizioni di salute. Se la persona è consapevole delle possibili conseguenze della propria decisione, il medico non deve assumere iniziative costrittive né collaborare a manovre coattive di nutrizione artificiale nei confronti della medesima, pur continuando ad assisterla.
Quel medico si esporrebbe perciò alle sanzioni del proprio Ordine professionale.
Il senatore Raffaele Calabrò ha dunque idee abbastanza confuse: oggi in Italia non è possibile costringere una persona capace di intendere e di volere a nutrirsi. Ma in fondo è solo questione di tempo: quando il disegno di legge che porta il suo nome sarà approvato, questa forma di tortura sarà – fino all’inevitabile giudizio di incostituzionalità della Consulta – imposta da una legge dello Stato.
Postato da Giuseppe Regalzi alle 18:00 12 commenti
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Postato da Chiara Lalli alle 14:27 1 commenti
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Adriano Sofri, «In piazza contro la tortura di Stato» (La Repubblica, 21 febbraio 2009, p. 1):
Suggerirei loro [ai notabili del Pd] di riflettere ad alcuni argomenti retorici troppo abituali, che si sono rovesciati in realtà nel significato contrario. «In un grande partito si sta insieme nonostante le divergenze su alcuni temi». Al contrario: nel Pd si sta insieme oggi solo per le divergenze su alcuni temi. I cattolici integralisti e clericali stanno nel Pd solo perché questo consente loro di sabotare o fiaccare una linea chiara e coerentemente perseguita sugli unici temi che stanno loro a cuore, come ha ennesimamente – e oltre la decenza – dimostrato l’avvicendamento alla presidenza della commissione sanità, e l’astensione della senatrice Bianchi e due altri sul disegno Calabrò che prevede quella tortura di Stato, contro la quale, mentre si tiene l’assemblea del Pd, stiamo marciando per Roma.
Postato da Giuseppe Regalzi alle 09:22 0 commenti
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Postato da Giuseppe Regalzi alle 11:00 50 commenti
1. Nelle ultime concitate settimane si sono verificate attorno al caso Englaro forzature istituzionali molto preoccupanti in sé e per sé, ma assolutamente inaccettabili quando si controverte di valori fondamentali della persona come il significato del diritto alla vita, la dignità dell’uomo, l’habeas corpus, il diritto all’autodeterminazione: temi che per rispetto delle radici stesse della convivenza civile in una società pluralistica richiedono di essere affrontati, in sede normativa, sulla base di approfondite e documentate conoscenze, di mediazione ed ascolto delle diverse posizioni etiche, e con procedure adatte a consentire la discussione, il confronto, la ricerca di un attento bilanciamento.
2. Ora il Parlamento sta per approvare in tempi stretti una legge in materia di direttive anticipate (c.d. testamento biologico). A quanto è dato di conoscere, la maggioranza pare intenzionata ad una discussione rapida di un testo fortemente limitativo del fondamentale diritto all’intangibilità del corpo. Verso questo obiettivo si procede a passi spediti, senza tener conto dei principi costituzionali di diritto interno e sovranazionale ed ignorando l’esigenza di rispetto di posizioni morali diverse.
a) La Convenzione di Oviedo, che l’Italia ha sottoscritto e di cui è stata approvata la legge di ratifica, dispone all’art 5, che “Un intervento nel campo della salute non può essere effettuato se non dopo che la persona interessata abbia dato consenso libero e informato. Questa persona riceve innanzitutto una informazione adeguata sullo scopo e sulla natura dell’intervento e sulle sue conseguenze e i suoi rischi. La persona interessata può, in qualsiasi momento, liberamente ritirare il proprio consenso”. La previsione non riguarda solo le terapie in senso stretto, ma ogni “intervento nel campo della salute”, espressione più ampia che può corrispondere a quella di “atto medico”, vale a dire qualsiasi atto che, anche a fine non terapeutico, determini un’invasione della sfera corporea.
All’art 9 si prevede che “I desideri precedentemente espressi a proposito di un intervento medico da parte di un paziente che, al momento dell’intervento, non è in grado di esprimere la sua volontà saranno tenuti in considerazione”, ove se da un lato non si qualificano i “desideri” come vincolanti, dall’altro è evidente che il rispetto va dato non soltanto alle “dichiarazioni di volontà” (men che meno alle sole dichiarazioni solenni come l’atto pubblico) ma ad ogni espressione di preferenze comunque manifestata.
b) La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea protegge il diritto alla vita (art.2) e il diritto all’integrità della persona (art.3) nel titolo dedicato alla Dignità, che è anche il primo, fondamentale diritto della persona (art.1). All’integrità della persona, in ragione della dignità, è consustanziale il principio di autodeterminazione stabilito nel secondo comma dell’art. 2, secondo il quale “Nell'ambito della medicina e della biologia devono essere in particolare rispettati: il consenso libero e informato della persona interessata, secondo le modalità definite dalla legge, ecc.” Ancora una volta il principio non è limitato ai trattamenti terapeutici, ma riguarda la libera determinazione nel campo medico-biologico.”
c) La Costituzione italiana, che tutela l’autodeterminazione all’art. 13, configura all’art. 32 il principio del consenso come elemento coessenziale al diritto alla salute, e prevede che anche nei casi in cui il legislatore si avvalga del potere di imporre un trattamento sanitario, “in nessun caso possa violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. Tale dignità non può essere intesa solo in un senso affidato a criteri oggettivi, ma implica il rispetto dell’identità senza la quale cade la ragion d’essere della dignità dell’uomo.
d) Il principio che consente il rifiuto di atti medici anche benefici è un’acquisizione consolidata della giurisprudenza europea, a valle di una evoluzione che risale alla fine dell’800; e più volte si è confermato che anche di fronte allo stato di necessità il libero, consapevole, lucido dissenso dev’essere rispettato. Un tale diritto di rifiutare le terapie, anche di sostegno vitale, non ha nulla a che fare con l’eutanasia, che consiste invece in una condotta direttamente intesa a procurare la morte.
e) Egualmente estraneo all’eutanasia è il principio condiviso in bioetica e in biodiritto per cui l’interruzione delle cure, anche senza volontà espressa del paziente divenuto incapace, debba essere praticata non solo quando le cure sono sproporzionate (c.d. accanimento terapeutico) ma anche quando esse siano inutili o abbiano il solo effetto del mantenimento in vita artificiale (cfr. l’art. L 1110-5, 2° comma, del Code de la santé publique, modificato dalla L. n. 2005-370 del 22 aprile 2005 “Relativa ai diritti del malato ed alla fine della vita”, e l’art. R 4127-37 del Code de la santé publique, modificato dal decreto n. 2006-120 del 6 febbraio 2006).
Guido Alpa, Giuseppe Amadio, Tommaso Auletta, Angelo Barba, Massimo Basile, Alessandra Bellelli, Andrea Belvedere, Alberto Maria Benedetti, Umberto Breccia, Paolo Cendon, Donato Carusi, Maria Carla Cherubini, Maria Vita De Giorgi, Valeria De Lorenzi, Raffaella De Matteis, Gilda Ferrando, Massimo Franzoni, Paolo Gaggero, Aurelio Gentili, Francesca Giardina, Biagio Grasso, Gianni Iudica, Gregorio Gitti, Leonardo Lenti, Francesco Macario, Manuela Mantovani, Marisaria Maugeri, Cosimo Marco Mazzoni, Marisa Meli, Salvatore Monticelli, Giovanni Passagnoli, Salvatore Patti, Paolo Pollice, Roberto Pucella, Enzo Roppo, Carlo Rossello, Liliana Rossi Carleo, Giovanna Savorani, Claudio Scognamiglio, Chiara Tenella Sillani, Giuseppe Vettori, Alessio Zaccaria, Mario Zana, Paolo Zatti.
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Etichette: Santa Rita
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Etichette: Diritti civili, Libertà individuale, Micromega, Testamento biologico
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Fabrizio Rondolino, «Libertà di coscienza non è abdicare» (La Stampa, 17 febbraio 2009, p. 28):
Veltroni e altri dirigenti del Pd sostengono che sulle questioni «etiche» la libertà di coscienza è doverosa. Ma la legge sul testamento biologico, proprio perché è una legge e non un catechismo o un manuale di filosofia morale, non è affatto un «tema etico», ma un atto politico. Etica è la scelta che ciascuno di noi, liberamente e privatamente, deve poter compiere sulla propria vita e sulla propria morte. Negare questo diritto è una scelta politica e culturale, non etica. Ed è una scelta regressiva che una forza di centrosinistra non può né condividere, né avallare, né accettare una volta che fosse compiuta. D’altro canto, l’obiezione di coscienza può e deve valere per chi è oggetto di una legge, non per chi è costituzionalmente chiamato a redigerla. Il medico obiettore può astenersi dal praticare un aborto, se la coscienza glielo vieta, ma i partiti hanno il dovere di assumere una posizione e di regolamentare per legge il diritto all’interruzione di gravidanza. Un parlamentare che fa del proprio credo religioso una legge dello Stato non esercita nessuna libertà di coscienza: si batte per lo stato teocratico. Se la libertà di coscienza è libertà di scelta, non può contemplare la libertà di votare una legge (come la Calabrò) che cancella il diritto di scelta.
[…] La modernità nasce come definizione e tutela d’uno spazio in cui l’individuo – con la sua coscienza, le sue scelte, i suoi principi e stili di vita – sia e resti inviolabile. «Nessuno può decidere per me» è il motto della modernità. Un partito che si dica di centrosinistra non può abdicare su una questione così cruciale. I diritti inviolabili dell’individuo sono il perno su cui ruota ogni possibile sinistra del XXI secolo, e i dirigenti del Pd non possono non saperlo né ignorarne le conseguenze. Se il Pd rinuncia a questo principio, lascia senza rappresentanza la sinistra italiana. Rifiutandosi di assumere una posizione sul testamento biologico il Pd si salva forse dalla scissione, ma rischia l’autoscioglimento.
Che i dirigenti del Pd non riescano a vedere quest’ovvia verità dimostra tutta la loro miseria intellettuale. Le sconfitte recenti e recentissime sono solo la scontata conferma di questa totale incapacità di comprendere.
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Etichette: Libertà di coscienza, Partito Democratico, Testamento biologico
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Etichette: Vita marina
Adriano Sofri, «Quella libertà di mangiare e bere», La Repubblica, 14 febbraio 2009, p. 1):
Non so ancora quanti di noi abbiano afferrato la questione dell’idratazione e della nutrizione artificiale. E non perché sia difficile da capire, ma perché è difficilissima da credere.
Riuscite a immaginare che qualcuno, a voi maggiorenni e capaci di intendere, venga a intimare di mangiare e bere? La libertà di mangiare e bere, o quella, assai meno ragionevole, ma complementare, di non mangiare e non bere, è un ingrediente primario dell’autonomia personale. Ciascuno di noi non si nutre, né si mette a dieta, per legge. Nemmeno le controutopie più tetre vorrebbero fantasticare di uno Stato che dispone la nutrizione dei suoi sudditi umani, e somministra loro, per maggior efficienza, un pastone completo per via enterale o parenterale. […]
Ma siccome c’è una maggioranza piena di sé, che fa del diritto della maggioranza un compiaciuto arbitrio e benedetto, un’assurdità come la nutrizione artificiale mutata in «sostegno vitale» è destinata a passare. Che cosa fa l’opposizione, che a sua volta, con qualche ottima eccezione, non ha voluto sapere di argomenti simili, che, nelle sue scuole di partito, «non erano nel programma», e dunque ha ritenuto che il suo compito si esaurisse nel rivendicare la necessità di arrivare a una legge? Che cosa fa, ora che la maggioranza, con tanto di benedizione, ha fatto mostra a sua volta di volere una legge, e se la aggiusta a propria misura, così da peggiorare inauditamente la situazione rispetto a quando della morte nostra la legge non si occupava? Combatte una battaglia sacrosanta e perduta attorno all’evidenza per cui la nutrizione artificiale è una terapia. E si guarda dallo spiegare ai cittadini di che cosa davvero si tratti. A cominciare dal fatto che, quand’anche la si desse vinta alla pretesa insensata che la nutrizione artificiale non sia una pratica medica, e la si assimili al «sostegno vitale», al naturale mangiare e bere di ciascuno di noi, resta che ciascuno di noi è padrone di quanto, quando, come e se mangiare e bere. E dunque sarà d’ora in poi lo Stato, l’ineffabile avanguardia dello Stato italiano nel mondo, a decidere e imporre a ciascuno di noi, quando fossimo in un coma irreversibile o paralizzati dalla testa ai piedi o in uno stato vegetativo persistente da diciassette anni, quanto e come e se mangiare e bere? Lo Stato carcerario nutritore?
Non solo questa enormità mina alla sua radice prima la responsabilità e libertà personale che sono la premessa della legalità. Ma sopraffà ogni legge. Nessuna autorità può imporre di mangiare e bere, nemmeno più nelle galere, che sono laboratori specializzati di tortura e di arbitrio, e fino a poco fa il ricorso nonviolento al digiuno veniva punito e, in condizioni estreme, violato dal Trattamento sanitario obbligatorio, cioè appunto dall’alimentazione forzata. Solo in casi di accertata – e arduamente accertata – necessità psichiatrica si può disporre un’alimentazione forzata, come sa chi fa i conti con la tragedia dell’anoressia nervosa. Ed ecco che diventiamo tutti, alla condizione di restar vittime di una disgrazia o di una malattia irreparabile, potenziali oggetti della nutrizione forzata per legge, espropriati del nostro corpo e della nostra dignità.
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Luca Volontè, «Zagrebelsky e i seguaci del demone Baal» (Liberal, 12 febbraio 2009, p. 11):
È ben vero che siamo al bicentenario di quel tale Darwin, teorico dell’evoluzione della mucca coi pantaloni e dell’elefante artista rinascimentale […]
(No, non chiedetemi cosa vuol dire...)
Postato da Giuseppe Regalzi alle 18:00 18 commenti
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Postato da Chiara Lalli alle 14:02 0 commenti
A due settimane dalla discussione in Parlamento della legge sul cosiddetto testamento biologico, si apprende che il senatore Ignazio Marino è stato sostituito come capogruppo del PD in commissione sanità del Senato. Al suo posto la senatrice Bianchi che solo lunedì aveva dato voto favorevole al decreto del governo di bloccare la sospensione della nutrizione e idratazione artificiali a Eluana Englaro.
L’avvicendamento all’indomani della morte di Eluana per il rispetto della cui volontà Marino si è strenuamente battuto - così come da anni è impegnato per l’approvazione di una legge sul ‘fine vita’ nel segno dell’autodeterminazione del paziente – è un altro segnale di come la classe politica italiana nel suo complesso sia tiepida in laicità, ostaggio delle pretese del Vaticano e incapace di confrontarsi con i nuovi diritti individuali.
Si dice che sulle questioni bioetiche occorre lasciare che a decidere sia la ‘libertà di coscienza dei parlamentari’. Tuttavia, in una situazione in cui il dl Calabrò svuota dall’interno il significato e l’efficacia del testamento biologico facendo carta straccia della volontà individuale per imporre una soluzione obbligata e incostituzionale (l’impossibilità di rifiutarsi di essere nutriti e idratati), confidare solo nella ‘libertà di coscienza’ dei parlamentari trascura il peso dei diritti costituzionali e il pluralismo degli orientamenti morali.
In primo luogo ci sarebbe da chiarire cosa sia la “coscienza” e se con essa debba intendersi una sorta di ‘valore originario’ dai contenuti predefiniti e uguali per tutti. Non sembra sia così, ogni “coscienza” parla la sua lingua, e non sempre ciò che dice è moralmente valido. In secondo luogo occorre chiedersi se il Legislatore debba rispondere (solo) alla sua personale coscienza o non anche e soprattutto tutelare gli orientamenti di coscienza e gli interessi di tutti i cittadini, credenti, non credenti e diversamente credenti.
La Consulta di Bioetica di Pisa non può che denunciare la condizione a dir poco stagnante, a livello politico, in cui versa la conoscenza e la riflessione sulle questioni bioetiche e l’imbarazzante subalternità di tutta la classe politica a istanze morali dogmatiche che tendono a trasformare lo Stato di diritto in ‘Stato etico’.
Consulta di Bioetica – sezione di Pisa
Seila Bernacchi
Postato da Chiara Lalli alle 10:03 4 commenti
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Postato da Chiara Lalli alle 15:19 6 commenti
Già, cali la rassegnazione sul testamento biologico. Ad Ignazio Marino si sostituisce Dorina Bianchi (il cui nome evoca quel mostro di legge 40...).
Tanto più che la senatrice Bianchi non fa mistero di condividere (salvo alcuni dettagli) il ddl Calabrò della maggioranza e che tanti, dall'opposizione, giudicano restrittivo. E a lei, alla senatrice, spetterà il compito di presentare la relazione di minoranza in commissione.
"È un testo migliorabile, soprattutto per alcuni profili quali il ricorso al notaio, ma in linea di massima condivido l'impostazione" spiegava ancora ieri la Bianchi prima di entrare in aula. Lunedì scorso, insieme al collega di gruppo Claudio Gustavino, aveva votato in commissione il ddl del governo Berlusconi che prevedeva la ripresa dell'alimentazione per Eluana.
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Postato da Giuseppe Regalzi alle 17:28 53 commenti
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Ora che Eluana è finalmente libera, e mentre i suoi carcerieri delusi minacciano di sfogare la loro rabbia impotente su chi resta, è tempo di chiedersi cosa ci ha insegnato la sua vicenda. Vicenda estrema, singolare, che ha messo alla prova il paese, facendone emergere alcuni tratti, pur già in gran parte noti, con evidenza indiscutibile.
In primo luogo, il rifiuto della legalità. Molti hanno già notato l’eccezionalità del percorso decennale di Beppino Englaro, il suo carattere così spiccatamente anti-italiano: la ricerca ostinata della sanzione pubblica e legale di ciò che intendeva compiere. Il suo rivolgersi ostinato ai tribunali, nella luce del sole, quando quasi tutti avrebbero invece fatto ricorso di nascosto a un infermiere compiacente. Da qui la paradossale condanna di chi ne avversava gli scopi, come se l’ossequio alla legge violasse una legge più alta, non scritta: la legge per cui certe cose vanno regolate nel buio delle proprie case, senza causare pubblico imbarazzo, senza pretendere diritti. E il paradosso si fa ancora più stridente quando a esortare a lavare i panni in famiglia è chi allo stesso tempo con voce più stridula definisce «omicidio» la liberazione di Eluana. Così Giuliano Ferrara – lui sì arci-italiano – può un giorno definire «boia asettico e clinico» l’ultimo medico di Eluana (in un articolo che ha conquistato un posto negli annali dell’infamia giornalistica), e il giorno dopo, in una lettera al Corriere, giustificare l’esistenza di una «zona grigia», in cui le regole siano «interpretate con discrezione e amore, caso per caso» (corsivo mio), causando la perplessità persino di Angelo Panebianco.
Già, la discrezione. Parola soave per un elogio di quell’ipocrisia che molti definiscono «cattolica», e che sicuramente è italiana; in cui l’ossequio formale alla virtù nasconde l’esercizio privato del vizio. Prezioso ausilio per un potere premoderno, che non riconosce diritti – che lo obbligherebbero e lo limiterebbero – ma consente astutamente nascoste valvole di sfogo per la frustrazione dei sudditi.
Parallelo a questo, e per molti versi ancora più preoccupante, è emerso in questi giorni il rifiuto totale della separazione dei poteri dello Stato. In centinaia di commenti e di prese di posizione, non solo del ragazzotto integralista ma anche del giornalista, del politico, dell’uomo delle istituzioni, financo del giurista, era del tutto palese il pensiero che, se una sentenza della magistratura non mi piace; se personalmente la ritengo errata, o contraria a qualche principio che mi è caro; allora ho tutto il diritto, quando ciò sia in mio potere, di riformarla con una legge o persino con un atto amministrativo. Non si tratta solo di ignoranza giuridica, come quella che ha fatto sproloquiare tanti su una magistratura che in questo caso avrebbe usurpato il posto del legislatore; no, si tratta di insensibilità totale a uno dei principi cardine dello Stato liberale. Il segno è funesto, quando vediamo troppi gioire se un governo in pieno delirio di onnipotenza tenta di schiacciare con ispezioni pretestuose e con cavilli legali un singolo inerme e il suo diritto conquistato in una corte di giustizia. Quando del resto c’è chi teorizza apertamente che la legge di Dio è superiore a quella degli uomini, l’esito non può che essere questo.
La vicenda di Eluana Englaro, insomma, non ha fatto che portare ancora più in evidenza ciò che già sapevamo da tempo: che il problema italiano, il problema di un paese che non riesce a diventare compiuto Stato di diritto, consiste – seppure non esclusivamente – nel suo ospitare all’interno un potere altro, radicalmente ostile ai principi liberali. E il problema, che è dunque in primo luogo problema cattolico, è diventato ancora più grave, da quando il cristianesimo, morendo, si è trasformato in questo paese in una strana nuova ideologia: l’ideologia della Vita. Ideologia che offre ai suoi seguaci la comoda giustificazione per sfogare il proprio odio verso altri esseri umani, come vediamo in queste ore. Ideologia antiumana, nonostante tutti i suoi proclami, in cui il mero fatto biologico, la vita intesa in termini di funzioni escretorie, di cuori pulsanti, di cellule proliferanti, ha preso il posto di ciò che una volta era l’unione di Spirito e Corpo, della vera vita in Cristo. Provate a parlare di anima o mente come sede della persona a un integralista: nella maggior parte dei casi non riuscirà nemmeno a capirvi. Ironia suprema: chi tanto invoca la millenaria «tradizione cristiana» è ormai sostanzialmente estraneo ad essa.
Ma grazie ad Eluana è diventata evidente un’altra cosa. Coloro che, nelle istituzioni, in questi giorni si sono eretti a difesa del diritto della famiglia Englaro, sono stati il Presidente della Repubblica e il Presidente della Camera dei Deputati. Uomini di tradizioni politiche opposte, uniti su una questione cara a un’altra tradizione – purtroppo da sempre minoritaria. Uomini i cui schieramenti da tempo, pervicacemente, a volte contro ogni miglior consiglio, si ostinano a cercare l’appoggio di ancora un’altra tradizione politica, forse solo perché nella semplificata mappa dei nostri parlamenti il centro sembra dividere irreparabilmente la destra dalla sinistra. E non si tratta qui soltanto di élite politiche: anche nella nostra piccola blogosfera è capitato che blog di sinistra dicessero cose non molto diverse da blog di destra.
Forse trarre delle conseguenze da questa situazione così inedita è al di là delle possibilità della nostra politica: troppa la fantasia e il coraggio richiesti, troppe le distanze che ancora rimangono, troppe le resistenze. Ma se per miracolo si trovassero la virtù e la fortuna necessarie, forse non dovremmo mai più assistere a un altro caso Englaro.
Postato da Giuseppe Regalzi alle 13:43 23 commenti
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Postato da Giuseppe Regalzi alle 20:38 19 commenti
Postato da Giuseppe Regalzi alle 18:00 4 commenti
Il decreto della Corte d’Appello di Milano avrebbe dovuto essere l’ultimo atto di una tragedia già prolungata troppo a lungo. E poi il silenzio sarebbe stato il balsamo, opportuno e necessario, per ferite impossibili da rimarginare. Invece su Eluana Englaro si stanno accanendo gli avvoltoi, incuranti dell’orrore che la loro ombra provoca.
Scrivere di Eluana, in un clima tanto convulso e infetto, è una azione di estrema difesa contro questi spietati burocrati della morte. Non è solo Eluana ad essere aggredita, ma la stessa possibilità di definire il nostro Stato come liberale e laico.
Sono ormai mesi che parole e frasi senza senso vengono ripetute come nel telefono senza fili, quel gioco che si faceva da bambini incuranti della distruzione del significato e del tradimento della parola da cui il gioco aveva preso le mosse. Se in quel caso il divertimento stava proprio nel pervertimento fonetico e semantico, qui il risultato è un miscuglio di orrori e brutalità. Un insieme deforme di luoghi comuni, inesattezze e idiozie che ha lo scopo di annientare la libertà individuale.
La libertà ha il vantaggio di permettere anche, a chi lo desidera, di rinunciarvi. Se si è liberi si può decidere di essere, almeno in parte, schiavi. Se si è schiavi non c’è nulla da discutere. E non c’è nemmeno connotazione morale nel sottoporsi ad un ordine (c’è, ovviamente, connotazione morale nell’imposizione illegittima e ingiustificata). Appare ridicolo come quanti sono portavoce di una visione unica della morale non colgano questo ossimoro: la visione unica della morale demolisce la morale.
Le implicazioni sono vaste e profonde, disegnano il profilo di una metastasi forse ancora difficilmente rilevabile ma inarrestabile, e che ingoia le libertà fondamentali e i diritti civili.
Tutti quelli che sono a favore della “vita” sono, in realtà, a favore della schiavitù e della sottomissione. Sarebbero almeno onesti se lo dicessero esplicitamente, senza nascondersi dietro a proclami altisonanti e ipocriti: “è condanna a morte”, “si può sempre guarire”, “i medici devono curare”, “se io fossi il padre”. Dimenticando completamente di interrogarsi sulla volontà di Eluana.
Questa nuova forma di paternalismo è viscida e odiosa, perché non ha nemmeno il coraggio di darsi il nome che le spetta.
La Consulta di Bioetica promuove per domani alle 17.30 un sit-in nazionale in varie città (Milano: Piazza San Babila*; Torino: Piazza San Carlo; Pisa: Largo Ciro Menotti; Roma: Campo dei Fiori; Bologna: Piazza Nettuno; Verona: Piazza Bra). Non a caso il sit-in è per Eluana e per lo Stato di diritto. O per ciò che ne rimane.
DNews, 9 febbraio 2008
* Aggiornamento: il sit-in si svolgerà a Piazza Fontana
Postato da Chiara Lalli alle 10:12 3 commenti
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Le menzogne per omissione hanno poco da invidiare alle menzogne dirette, e forse sono persino peggiori: perché si ammantano di una verità parziale per fuorviare e confondere.
Alessandra Stoppa raccoglie su Libero le dichiarazioni del professor Giuliano Dolce, neurologo, sulla vicenda di Eluana Englaro («Il tempo della morte. Così si sta spegnendo il corpo di Eluana», 8 febbraio 2009, p. 9). Ecco come si chiude l’articolo:
Il «tipo di pazienti» è quello di coloro che si trovano come Eluana in stato vegetativo post-traumatico. Non si aggiunge nient’altro; come ho detto, queste sono le ultime parole dell’articolo. Il lettore, di conseguenza, è indotto a credere che in media tre persone su quattro, nelle medesime condizioni di Eluana, finiscono per risvegliarsi.
Non discuterò la cifra del 75%; non ho qui i riferimenti, ma prendiamola pure per buona – in ogni caso, la cifra vera non può essere macroscopicamente diversa. Quello che conta, qui, è ciò che non viene detto: che quei pazienti si risvegliano praticamente tutti entro i primi mesi dall’inizio dello stato vegetativo. Il 75% è la cifra cumulativa; più passa il tempo, più quella percentuale diventa bassa. Dopo tre anni, stando ai risultati scientifici pubblicati, diventa a tutti gli effetti indistinguibile da zero (esiste un unico caso, uno solo su centinaia e centinaia, non pubblicato su una rivista ma riportato da un testimone affidabile, di una persona che si sia risvegliata dopo 5 anni – e in condizioni che molti reputerebbero peggiori della morte e dello stesso stato vegetativo). Mai nessuno, nella storia medica, si è risvegliato dallo stato vegetativo a distanza di 10, 15 o 17 anni. Mai. Nessuno. Lo 0%, non il 75%.
Ora, se avete il privilegio di conoscere il numero di telefono del professor Dolce, chiamatelo e ripetetegli questo ragionamento. Ascoltatelo mentre risponde «Oh, ma io non ho mai detto nulla di veramente diverso!» (se vi risponde invece «Disgraziatamente hanno troncato le mie dichiarazioni» ripetete la procedura con Alessandra Stoppa). Chiedetevi quali fossero le sue reali intenzioni nel dare un’informazione monca. Poi chiedetevi se è una causa giusta quella che richiede che si ricorra a espedienti di questo genere.
Postato da Giuseppe Regalzi alle 10:02 8 commenti
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Postato da Chiara Lalli alle 10:00 3 commenti
Postato da Chiara Lalli alle 21:39 6 commenti
Qualcuno potrebbe chiederselo: ma se il decreto legge contro Eluana era incostituzionale, allora perché non dovrebbe essere incostituzionale anche la leggina – il cui testo è il medesimo del decreto! – che il Parlamento si prepara ad approvare in fretta e furia? Il decreto andava a interferire con una sentenza passata in giudicato; lo stesso farà anche la legge. Ma allora come mai tutti sembrano dare per scontato che con la legge i medici si dovranno fermare?
Certo, un decreto, al contrario di una legge, deve essere giustificato in base all’urgenza della situazione; ma qui l’urgenza riguardava solo Eluana (nessuno si trova, dal punto di vista legale, nella stessa situazione, e le sentenze della magistratura si applicano solo a lei). Il decreto quindi avrebbe avuto un carattere palesemente ad personam: sarebbe stato emanato proprio con l’intenzione specifica di annullare una sentenza della magistratura. La legge, invece, nonostante l’approvazione a tambur battente, può mostrarsi formalmente più generale: a parole riguarda tutti (anche se rimane chiaro quale sia lo scopo per cui viene approvata).
E tuttavia il conflitto rimane. Perdonatemi l’autocitazione:
Per la divisione dei poteri dello Stato, infatti, la magistratura non può sostituirsi al legislatore abrogando le norme esistenti (non lo ha fatto nemmeno nel caso Englaro, nonostante quello che incredibilmente ancora si sente ripetere), e il legislatore viceversa non può invadere il campo della magistratura rendendo inoperative le sue sentenze. Se fosse altrimenti, il diritto del cittadino di ottenere un giudizio definitivo e immutabile riceverebbe una ferita insanabile.
Vedo adesso che cominciano a spuntare le prime conferme da parte dei costituzionalisti. Scrive Massimo Villone sulla Stampa di ieri («Cinque risposte dalla Costituzione», 7 febbraio 2009, p. 1):
Gli argomenti di incostituzionalità relativi al decreto rimarrebbero in buona parte validi anche per la leggina […] soprattutto rimarrebbero in piedi gli argomenti relativi al principio che il legislatore non può sovrapporre una nuova regola su situazioni ormai sancite da pronunce definitive del giudice.
Gli fa eco Massimo Luciani sul Sole 24 Ore («Il potere di emanare non è notarile», 7 febbraio, p. 7):
Se il primo argomento invocato dal Presidente (la mancanza della necessità e dell’urgenza) riguarda i soli decreti legge, il secondo (l’intangibilità dei provvedimenti giudiziari definitivi) potrebbe riguardare una futura legge, visto che la giurisprudenza costituzionale ritiene che il giudicato sia anche legislativamente intangibile.
Ci può essere forse qualche margine di dubbio, come sempre in questioni giuridiche; ma nel complesso la cosa sembrerebbe fermamente stabilita.
Purtroppo, questo non vuol dire che la promulgazione della leggina rimarrà necessariamente senza effetti sul caso di Eluana Englaro, nel caso che il Parlamento arrivi prima della conclusione del protocollo medico. I medici si vedranno probabilmente costretti a desistere; si arriverà a un’impugnazione della legge dinanzi alla Corte Costituzionale, ma ci vorranno altri mesi, forse altri anni.
Aggiornamento 9/2/09: le considerazioni di Carlo Federico Grosso aggiungono nuovi elementi a un quadro ormai chiaro («Dalla parte delle regole», La Stampa, 9 febbraio, p. 1):
La Cassazione, come è noto, ha «definitivamente» riconosciuto a Eluana Englaro, o a chi per lei, il diritto di staccare il sondino nasogastrico attraverso il quale si realizza il suo mantenimento artificiale in vita. Ebbene, di fronte a un diritto ormai definitivamente riconosciuto dall’autorità giudiziaria, davvero si può ritenere che una legge successiva sia, di per sé, in grado di cancellare il giudicato?
Aggiornamento 11/2: a futura memoria interviene infine Alessandro Pace («Quella legge ancora inutile», La Repubblica, 11 febbraio, p. 1), che mostra come anche il decreto della Corte d’Appello di Milano abbia pieno valore di giudicato.
Postato da Giuseppe Regalzi alle 11:28 12 commenti
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(Allocuzione «Vogliamo anzitutto» di Pio XI ai professori e agli studenti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, 13 febbraio 1929.)
Postato da Giuseppe Regalzi alle 09:44 0 commenti
Etichette: Liberalismo, Pio XII
Postato da Chiara Lalli alle 00:52 37 commenti
Postato da Chiara Lalli alle 23:56 32 commenti
Postato da Giuseppe Regalzi alle 10:38 24 commenti
Le notizie, oggi, sono queste:
Il Senato ha cominciato con l’emendamento della Lega che cancella la norma per cui il medico non deve denunciare lo straniero che si rivolge a strutture sanitarie pubbliche. L’emendamento, passato con 156 sì, 132 no, un astenuto, oltre a dare la possibilità ai medici di denunciare i clandestini che si rivolgono per cure alle strutture sanitarie pubbliche […]
La parola malvagità può apparire desueta, ma in certi momenti è difficile trovarne una più adeguata.
Postato da Giuseppe Regalzi alle 21:01 6 commenti
Nei commenti al post qui sotto e sul blog del Gabibbo è comparso un appello a inviare un messaggio al Presidente della Repubblica, per invitarlo a non firmare il decreto che il Governo sembrerebbe intenzionato a presentare con lo scopo di annullare le sentenze dei tribunali sul caso di Eluana Englaro. Lo rilancio qui.
Le scrivo per chiederle di non controfirmare il decreto legge che sembra essere di prossima presentazione alla Sua attenzione in materia di disposizioni sulla fine vita.
La disposizione è evidentemente priva dei requisiti di necessità e urgenza previsti dall’articolo 77 della nostra Costituzione e contrasta con la definizione di legge come “provvedimento di carattere generale” che è incontrovertibilmente patrimonio della nostra cultura costituzionale.
Non può ignorarsi infine che tale provvedimento, se approvato, avrebbe come finalità quella di vanificare pronunce irrevocabili della Magistratura nei suoi più alti gradi di giudizio.
Chiedo a Lei, Signor Presidente, di non sottoscrivere un provvedimento che è palesemente dettato da esigenze di mera contingenza, rispetto al quale la Nazione è profondamente divisa e che rappresenterebbe un gravissimo precedente rispetto al diritto fondamentale di ogni persona di decidere della propria esistenza.
Postato da Giuseppe Regalzi alle 19:00 9 commenti
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