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Timestamp: 2017-09-24 19:22:26+00:00
Document Index: 11263446

Matched Legal Cases: ['art. 135', 'art 9', 'art. 67', 'art. 67', 'art. 67', 'art. 67', 'art. 67', 'art. 67', 'art. 68', 'art. 110', 'art 11']

Commento 30 giugno 2017, n. 1220
Victor Uckmar Victor Uckmar
1306255
La tassazione dei redditi prodotti in bitcoin
di Paolo Luigi Burlone COINLEX.IT | 30 GIUGNO 2017
Il boom del mercato delle valute virtuali ha attratto numerosi contribuenti italiani. Alcuni di loro hanno realizzato ingenti plusvalenze e si rivolgono agli studi professionali dei commercialisti in cerca di risposte in merito al trattamento fiscale dei redditi prodotti. Nel totale vuoto normativo di una fattispecie tanto innovativa, proviamo a fare chiarezza.
Il mercato delle criptovalute (la più famosa è il bitcoin) nasce poco più di un quinquennio fa e se fino agli inizi del 2016 aveva scarso valore rappresentativo, oggi ha un total market cap che supera abbondantemente i 114 miliardi di dollari (45 mld $ il solo bitcoin). Mercato che - per le proprie caratteristiche intrinseche di decentralizzazione, di non regolamentazione (le regole sono affidate a dei protocolli informatici “incorruttibili” posti alla base della tecnologia) e di innovazione tecnologica - si è distinto per una repentina capitalizzazione dovuta ad una diffusione esponenziale degli utenti globali.
Tale fenomeno ha indotto ad una rivalutazione dei sottostanti tale da attrarre sempre maggiori investitori richiamati dalla facile speculazione e capace di generare, soprattutto in capo a molti early adopter, notevoli plusvalenze. A luglio 2013 un bitcoin veniva scambiato per un centinaio scarso di dollari, mentre oggi, per entrare in possesso di un solo bitcoin, ne servono ben oltre 2.800.
Naturale conseguenza è che sulle scrivanie di molti commercialisti italiani si vadano ad accumulare numerose richieste di indicazioni fiscali da parte di clienti, persone fisiche o imprese, desiderosi di conoscere le proprie sorti col fisco nostrano.
Le valute virtuali nel sistema tributario italiano
Preliminarmente, va detto che il nostro sistema tributario ancora non ha accolto la novità tecnologica rappresentata dalle valute virtuali e che, quindi, non ne disciplina la relativa tassazione, né diretta né, quantomeno, indiretta. Nel mentre, se in campo IVA abbiamo una pronuncia della Corte di Giustizia UE C-264/14 che ne sancisce l’esenzione prevista dall'art. 135, paragrafo 1, lettera e), della Dir. 28 novembre 2006 n. 112 a cui, dato il carattere comunitario dell’imposta, anche l’Italia si deve adeguare, nel mondo delle dirette ad oggi è rinvenibile una mera indicazione di prassi ad opera dell’Agenzia delle Entrate contenuta nella Ris. 2 settembre 2016 n. 72/E.
Per completezza, con la pubblicazione della G.U. n. 140 del 19 giugno 2017, è stato introdotto il D. Lgs. 25 maggio 2017 n. 90, in vigore dal prossimo 4 luglio 2017, che riscrive la normativa antiriciclaggio contenuta nel D. Lgs. 21 novembre 2007 n. 231, introducendo la prima definizione di “valuta virtuale” nel nostro sistema giuridico.
Viene definita come valuta virtuale: la rappresentazione digitale di valore (vd. comunicato della Banca d’Italia del 30 gennaio 2015), non emessa da una banca centrale o da un’autorità pubblica, non necessariamente collegata a una valuta avente corso legale, utilizzata come mezzo di scambio per l’acquisto di beni e servizi e trasferita, archiviata e negoziata elettronicamente.
In mancanza di specifiche previsioni di carattere fiscale, la definizione giuridica di cosa sia la criptovaluta o valuta virtuale è fondamentale per un’analisi tributaria del fenomeno.
La fiscalità nel reddito di impresa
La citata Ris. 2 settembre 2016 n. 72/E vuole che per l’istante (unico soggetto obbligato alle sue previsioni), società di capitali, la cessione di valuta virtuale venga a determinare reddito di impresa per il differenziale tra il prezzo di acquisto e quello di vendita e che, a chiusura dell’esercizio, assuma rilevanza fiscale il valore normale ai sensi dell’art 9 del D.P.R. 22 dicembre 1986 n. 917 (TUIR). Tale interpretazione crea una piena assimilazione alla fattispecie delle disponibilità di cassa ed ai conti correnti in valuta estera, intricando ulteriormente la materia, e per le difficoltà di conversione del valore (viene proposto di attuare una media delle quotazioni degli operatori, presenti in numero assai considerevole e con valori anche notevolmente difformi tra loro) e per la rilevanza nella determinazione dell’imponibile di una posta che, per sua stessa natura, soffre di una volatilità notevole.
La fiscalità al di fuori dal reddito di impresa
Interpretazione, quella della Ris. 2 settembre 2016 n. 72/E, che mostra alcune rilevanti criticità quando la stessa risoluzione si esprime in merito alle operazioni a pronti (acquisti e vendite) di valuta, poste in essere da persone fisiche non in regime di attività di impresa, sostenendo che non generano redditi imponibili mancando la finalità speculativa.
Siffatta affermazione, se fosse considerata una frase tronca della ragionevole chiosa “entro i limiti di cui dell’art. 67, comma 1-ter”, almeno che non pretendesse introdurre una nuova fattispecie reddituale, vuole ricalcare la ratio della normativa in materia di imposte dirette sul reddito delle persone fisiche per le operazioni in valuta estera che non abbiano un fine meramente speculativo, previsto dall’art. 67, comma 1-ter) del TUIR. In questo caso, al fine della tassazione della plusvalenza realizzata al momento della cessione (occorre evidenziare come anche il prelievo dal deposito o dal conto corrente venga equiparato alla cessione), particolare attenzione deve essere posta al monitoraggio dei saldi, in quanto l’obbligo dell’assoggettamento ad imposta sostitutiva del 26% si applica nel caso in cui la giacenza dei depositi complessivamente (valute virtuali e valute estere) intrattenuti dal contribuente superi l’equivalente di euro 51.645,69 per almeno sette giorni lavorativi continui, ai sensi dell’art. 67, comma 1, lett. c-ter) e comma 1-ter).
Diversamente, se l’intento fosse meramente speculativo (ad esempio, cessioni a termine), la normativa in materia di imposte dirette sul reddito delle persone fisiche – in particolare la lettera c-ter) dell’art. 67 comma 1 del TUIR – prevede che in tutti i casi in cui un contribuente ponga in essere atti, tra essi collegati, aventi ad oggetto “valute estere”, finalizzati a conseguire plusvalenze in dipendenza di un intento speculativo su cambi, i predetti risultati assumano rilevanza reddituale. Tali redditi percepiti da parte di persone fisiche devono essere quantificati come la somma algebrica delle plusvalenze e minusvalenze realizzate in relazione a ciascuno dei rapporti detenuti e devono essere assoggettati ad imposta sostitutiva del 26%. Il criterio temporale è quello del LIFO.
La BCE esclude le valute virtuali dalla definizione di moneta e di valuta estera
L’interpretazione appena analizzata e desumibile dal documento dell’AdE, però, si scontra profondamente con le definizioni fino ad oggi espresse dalle Banche Centrali ed in primis dalla BCE fin dal 2015: Virtual currencies do not fit the economic or legal definition of money or currency. Even if the terms “virtual currency” and “virtual currency schemes” are used in this report, Eurosystem central banks do not recognise that these concepts would belong to the world of money or currency as used in economic literature, nor is virtual currency money, currency or a currency from a legal perspective. Le valute virtuali non sono moneta o valuta estera.
Stante, quindi, l’impossibilità di riconoscere la natura monetaria delle operazioni in valute virtuali, la fattispecie reddituale che residua alle persone fisiche al fine di allocare i differenziali ottenuti dalle operazioni di acquisto e vendita, è quella prevista per le operazioni di carattere finanziario dall’art. 67 dalle lettere c-ter) del TUIR, nel caso si considerasse maggiormente aderente la definizione di titolo non rappresentativo di merci, oppure verso l’applicazione delle previsioni della lettera c-quinquies) del comma 1, nel caso in cui la dizione «strumento finanziario da cui possono essere conseguiti differenziali positivi e negativi in dipendenza di un evento incerto» fosse ritenuta meglio rappresentativa della realtà. A differenza delle operazioni in valuta estera che non abbiano carattere meramente speculativo, in questa interpretazione, l’aliquota del 26% trova applicazione indifferentemente dai saldi detenuti dal contribuente.
Risulta di primaria importanza considerare che le eventuali minusvalenze prodotte da operazioni in valute virtuali, realizzate operando investimenti di natura finanziaria per effetto dell’art. 67, comma 1, lettera c-quinquies) del TUIR, non risultano deducibili ai sensi dell'art. 68, comma 9 del TUIR.
Per quanto attiene al reddito di impresa, dal solo punto di vista tributario ed escludendo le iscrizioni a bilancio, l’unica differenza considerevole sarebbe da rinvenirsi nell’irrilevanza fiscale delle valutazioni effettuate al termine dell’esercizio, ai sensi dell’art. 110 comma 3 del TUIR.
Circolari e risoluzioni hanno carattere meramente interpretativo ed indicativo
Terza ed ultima ipotesi, per le persone fisiche non in regime di attività di impresa, resta l’interpretazione letterale della citata Ris. 2 settembre 2016 n. 72/E: non imponibilità delle operazioni a pronti (acquisti e vendite) di valuta virutale.
Decisione assai temeraria per le sorti del contribuente che decidesse di aderirvi pedissequamente, soprattutto in considerazione del valore giuridico della risoluzione in esame e, in generale, del valore giuridico delle risoluzioni emanate dall’AdE in risposta ad interpelli posti ai sensi dell’art 11 comma 1a) della L. 27 luglio 2000 n. 212, nei confronti della totalità dei contribuenti. Infatti, è noto che le stesse abbiano potere obbligatorio unicamente per l’amministrazione finanziaria e soltanto nei confronti del soggetto che abbia presentato l’istanza di interpello. Giurisprudenza consolidata conferma come circolari e risoluzioni abbiano carattere interpretativo ed indicativo senza obbligare alcuna parte ad un determinato comportamento (Sent. 2 novembre 2007 n. 23031, Sent. 09 gennaio 2009 n. 237e Sent. 05 marzo 2014 n. 5137).
Dir. 28 novembre 2006 n. 2006/112/CE
Ris. 2 settembre 2016 n. 72/E
D. Lgs. 25 maggio 2017 n. 90
D. Lgs. 21 novembre 2007 n. 231
Banca d'Italia - Comunicazione del 30 gennaio 2015 – Valute virtuali
L. 27 luglio 2000 n. 212
Sent. 2 novembre 2007 n. 23031
Sent. 09 gennaio 2009 n. 237
Sent. 05 marzo 2014 n. 5137
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