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Timestamp: 2020-08-12 12:15:18+00:00
Document Index: 65600205

Matched Legal Cases: ['art. 39', 'art.39', 'art.39', 'art. 39', 'art.39', 'e contrario', 'art.39', 'art.39', 'art.39', 'art.39', 'art.39', 'art.39']

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Libera circolazione dei lavoratori: integrazione europea e suoi rischi
Sabato 16 Gennaio 2010 11:26	di Valerio Belsito
LIBERA CIRCOLAZIONE DEI LAVORATORI:
INTEGRAZIONE EUROPEA E I SUOI RISCHI
I recenti e ripetuti episodi di violenze verificatisi nel nostro Paese ai danni di cittadini, da parte di lavoratori stranieri, ancorché comunitari, impongono una serie di riflessioni, e ciò prescindendo dai provvedimenti legislativi che il Governo ha inteso adottare.
A tal fine però, è opportuno conoscere le norme principali che disciplinano il mercato del lavoro comunitario.
La Costituzione italiana esordisce proclamando la Repubblica “fondata sul lavoro”, e assegnando dunque al lavoro stesso, un ruolo di primaria importanza. E’ chiaro, che in un ordinamento giuridico costruito su tale norma, un posto speciale lo occupi il diritto del lavoro o, per utilizzare una felice quanto moderna espressione il diritto dei lavori.
Se questa considerazione non fosse sufficiente, ad evidenziare la centralità di tale ruolo ci ha pensato la nostra storia: gli anni di lotte e di associazioni sindacali, intese nel significato assolutamente atecnico, di gruppi di persone che condividono gli stessi ideali, interessi o problemi, o perché no, tutte e tre le cose.
Ma la “questione del lavoro” e della disciplina del mercato del lavoro, non riguarda soltanto il nostro Paese. Come è ovvio che sia, si tratta di un argomento che è di attualità, anche in tanti altri Stati ed in tante altre parti del mondo, certamente in tutte le aree più sviluppate. Ed all’interno di una “Unione” di Stati come è quella europea, il lavoro non poteva che essere uno dei temi cardine.
Naturalmente però, l’Unione europea non è un ordinamento dotato di piena effettività, perché la sua sovranità è quella che i Paesi membri le hanno voluto cedere.
Insomma l’Unione europea è ciò che gli Stati vogliono che sia; funziona perché sono gli Stati a volere che funzioni. Ma la “concessione di sovranità” di cui sopra è solo parziale e, peraltro, subordinata ad una serie di “se” e di “ma”. E’ solo con questa premessa che si può guardare serenamente al diritto comunitario primario e derivato. E la prima cosa da fare, in ambito di mercato del lavoro era gettare le basi per un grande mercato comune, obiettivo questo, che è inevitabilmente subordinato alla possibilità per i lavoratori, di circolare liberamente all’interno del territorio comunitario.
In particolare, l’art. 39 del trattato CE si occupa di assicurare ai lavoratori subordinati “la libera circolazione all’interno della Comunità”. Libera circolazione che, stando all’articolo e ai casi che la giurisprudenza comunitaria vi ha fatto rientrare, consiste nel diritto di muoversi liberamente sul territorio europeo al fine di rispondere ad offerte di lavoro nonché nel diritto di prendere dimora in uno qualsiasi degli Stati membri per svolgervi un’attività di lavoro subordinata.
Ma il contenuto della libera circolazione dei lavoratori si spinge fino a garantire il diritto di rimanere sul territorio comunitario “dopo aver occupato un impiego” nonché il diritto di muoversi liberamente su detto territorio al fine di cercarsi un lavoro.
In particolare, quest’ultimo aspetto della libera circolazione dei lavoratori non è stato previsto direttamente dall’art.39, ma deve considerarsi un diritto effettivo dei lavoratori europei, alla luce di una pronuncia della Corte di Giustizia dell’Unione europea, che ha definito “non tassativa” l’elencazione dell’art.39 facendovi rientrare appunto, l’aspetto in questione.
Se la circolazione dei lavoratori sul territorio degli Stati membri, deve essere libera, ciò implica che ogni specie di discriminazione ai danni dei lavoratori stessi debba essere vietata. Se così non fosse la loro circolazione , non potrebbe considerarsi libera, o perlomeno, si tratterebbe di un diritto svuotato dei suoi profili più importanti. Non a caso, è lo stesso art. 39 al II° paragrafo, che vieta ogni discirminazione "fondata sulla nazionalità".
Per violare l’art.39, non è necessaria una normativa nazionale che sia direttamente discriminatoria, nei confronti di lavoratori stranieri (europei s’intende, altrimenti non è al trattato CE che bisogna guardare) ma è sufficiente qualunque disposizione che pur essendo indistintamente applicabile, risulti “sfavorevole” per i lavoratori che siano cittadini di un altro Stato membro; in questo senso risulterebbe contrario all’art.39 anche il subordinare determinati trattamenti favorevoli a requisiti di residenza. Il lavoratore subordinato non cittadino del Paese membro in questione ha diritto al c.d. trattamento nazionale, vale a dire il diritto ad essere trattato come un cittadino dello Stato e quindi, contraria all’art.39 sarebbe anche una disposizione che attribuisca condizioni favorevoli ai soli lavoratori cittadini di quel Paese.
Sebbene l’art.39 faccia salve le limitazioni giustificate da motivi di ordine pubblico, pubblica sicurezza e sanità pubblica e non si applichi al settore della pubblica amministrazione, tali limitazioni costituiscono delle deroghe a un principio generale, che è quello della libera circolazione dei lavoratori e dunque ad esse va data una interpretazione restrittiva; in tal senso si è espressa anche la Corte di Giustizia dell’Unione europea. Alla luce di dette considerazioni, il disposto dell’art.39 attribuisce ai lavoratori non cittadini una piuttosto ampia gamma di diritti che, a seguito dell’allargamento dell’Europa a 27 Stati, può creare qualche perplessità, soprattutto per quanto riguarda l’ordine pubblico.
Perché , come già evidenziato, alle deroghe dell’art.39, va data una interpretazione restrittiva. E a proposito delle limitazioni giustificate da motivi di ordine pubblico, la Corte di Giustizia ha chiarito che non è sufficiente (per disapplicare l’art.39) la sola “esistenza” di condanne penali a carico del soggetto in questione, in quanto va esaminata la condotta tenuta dall’individuo, quindi la sua eventuale pericolosità, nel periodo di tempo in cui sarà impiegato nell’attività lavorativa in esame.
La materia è dunque molto delicata, perché bisogna tener conto da un lato degli interessi dei lavoratori non cittadini (che si trovano in una situazione di svantaggio, per il solo fatto di non trovarsi nel proprio Paese) ma dall’altro degli interessi dei cittadini di ogni Stato membro, che alla sicurezza ci tengono più che a qualunque altra cosa. Le istituzioni comunitarie, così come quelle nazionali debbono contemperare al meglio tali interessi, che peraltro si configurano come dei veri e propri diritti. Una riflessione è d’obbligo: qual è il prezzo che vogliamo pagare per garantire più diritti ai lavoratori subordinati migranti? Stabiliamo e mettiamoci d’accordo su questo prezzo, perché solo così potremo serenamente scegliere quale strada intraprendere. Ed è un’ operazione che dobbiamo compiere, mettendo da parte tutti i nostri istinti campanilistici, consapevoli del fatto che siamo parte di un progetto importante, come è quello europeo, ma anche consapevoli del fatto che c’è un solo settore dove non dobbiamo mai abbassare la guardia: la pubblica sicurezza.
Ultimo aggiornamento Sabato 16 Gennaio 2010 11:29