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Timestamp: 2019-07-16 14:19:19+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 238', 'art. 238', 'art. 14', 'art. 238', 'art. 238', 'art. 14', 'art. 5', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1362', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Civile - Studio Legale Avv. Ramacciati
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Risarcimento danni da violazione del diritto all’istruzione del disabile
Risarcimento danni da violazione del diritto all'istruzione del disabile. Criteri guida per chiedere e ottenere il ristoro per il disagio...
Da risarcire l’avvocato per l’erroneo inserimento negli elenchi telefonici
By Avv. Alessandro Ramacciati	/ 22 Giugno 2018
Da risarcire l'avvocato per l'erroneo inserimento negli elenchi telefonici. Il mancato o inesatto inserimento nell'elenco telefonico pregiudica la possibilità di...
Divorzio: il coniuge in disaccordo può opporsi? Se uno dei coniugi subisce la decisione dell'altro può opporsi al divorzio? Si,...
Giu28 di Avv. Alessandro Ramacciati
Tassa rifiuti: IVA sulle bollette legittime.
Per la Cassazione essendo la TIA2 un corrispettivo, sarà dovuta l’Imposta sul Valore Aggiunto.
A differenza delle imposte precedenti, la Tariffa Integrata Ambientale di cui all’art. 238 del d.lgs. 152/2006 (c.d TIA2) deve ritenersi avere natura privatistica, ovvero di corrispettivo e non di tributo. Pertanto, questa sarà assoggettabile a IVA.
Lo ha chiarito la Corte di Cassazione, terza sezione civile, nell’ordinanza n. 16332/2018 mettendo un punto a una vicenda che aveva visto un contribuente contro un’azienda di rifiuti di Venezia. La pronuncia, tuttavia, è destinata ad avere rilevanti conseguenze non solo nei confronti degli oltre trecento Comuni in cui la TIA2 è stata applicata, ma anche su scala nazionale.
La prima versione, la c.d. TIA1, introdotta nel 1997, era stata espressamente ritenuta dalla Corte Costituzionale (sent. n. 238/2009) un tributo e non una tariffa, ciò comportando, dunque, che l’IVA fosse illegittima non potendosi applicare un’imposta su una tassa.
Diverso, secondo i giudici di legittimità, il discorso riferibile alla TIA2 applicata dal 2006, che rappresenterebbe una tariffa vera e propria, nonostante chiunque produca rifiuti nei Comuni dov’è applicata debba obbligatoriamente pagarla per legge.
È la legge, infatti, a qualificare espressamente come corrispettivo la “Tariffa Integrata Ambientale” (c.d. TIA2): questa, in particolare, è dovuta da “chiunque possegga o detenga a qualsiasi titolo locali, o aree scoperte ad uso privato o pubblico non costituenti accessorio o pertinenza dei locali medesimi, a qualsiasi uso adibiti, esistenti nelle zone del territorio comunale, che producano rifiuti urbani”.
Essa costituisce “il corrispettivo per lo svolgimento del servizio di raccolta, recupero e smaltimento dei rifiuti solidi urbani”(art. 238, comma 1, d.lgs. 152/2006); la stessa, inoltre, viene “commisurata alle quantità e qualità medie ordinarie di rifiuti prodotti per unità di superficie, in relazione agli usi e alla tipologia di attività svolte, sulla base di parametri (…) che tengano anche conto di indici reddituali articolati per fasce di utenza e territoriali”.
La natura “privatistica” della TIA2, e dunque la sua portata innovativa e ontologicamente diversa rispetto alla precedente TIA1, già desumibile dal tenore della norma istitutiva, è stata poi definitivamente confermata dall’art. 14, comma 33, del d.l. 78/2010, convertito in legge 30 luglio 2010, n. 122, il quale ha previsto che “le disposizioni di cui al d.lgs. 3 aprile 2006, n. 152, art. 238, si interpretano nel senso che la natura della tariffa ivi prevista non è tributaria. Le controversie relative alla predetta tan a, sorte successivamente alla data di entrata in vigore de/presente decreto, rientrano nella giurisdizione dell’autorità giudiziaria ordinaria”.
I giudici concludono, dunque, affermando il principio di diritto secondo cui: “La tariffa di cui all’art. 238 del d.lgs. 3 aprile 2006, n. 152 (“Tariffa per la gestione dei rifiuti urbani”, poi denominata “Tariffa Integrata Ambientale” – c. d. T142 -) come interpretata dall’art. 14, comma 33, del d.l. n. 78 del 2010, conv. dalla L n. 122 del 2010, ha natura privatistica, ed è pertanto soggetta ad IVA ai sensi degli artt. 1, 3, 4, co. II e III del d.p.r. 63311972″.
Ne deriva che, ove tale Tariffa sia stata in concreto adottata dal Comune, esercitando la facoltà concessagli, a decorrere dal 30/6/2010, dall’art. 5, comma 2-quater, del d.l. n. 208/2008, sarà legittima l’imposizione e riscossione dell’IVA sulle relative fatture.
Etilometro inutilizzabile se i controlli periodici sono fatti in ritardo.
Per il Tribunale di Belluno il ritardo della visita periodica comporta l’inutilizzabilità dello strumento e la necessità di sottoporlo a una nuova verifica primitiva.
Sempre più spesso la giurisprudenza di merito ci dimostra che l’accertamento della guida in stato di ebbrezza tramite etilometro non sempre è eseguito come dovrebbe e con apparecchi adeguati. Tra le ultime pronunce in proposito, particolarmente interessante è la sentenza numero 288/2018 qui sotto allegata, emanata dal Tribunale di Belluno nella persona della Dottoressa Cristina Cittolin.
In tale sentenza infatti, facendo proprie le risultanze della consulenza tecnica d’ufficio disposta nel corso del giudizio, il Tribunale ha innanzitutto ricordato a quali controlli devono sottostare gli etilometri utilizzati dagli agenti accertatori.
In ragione dell’esigenza di garantire l’efficienza, l’affidabilità e la precisione degli etilometri, la conseguenza del ritardo nell’esecuzione della verifica periodica, a detta del giudice di Belluno, è quella della sua irregolarità. Inoltre, in caso di verifica periodica tardiva (così come, a maggior ragione, in caso di difetto di visita periodica) l’apparecchio di misurazione del tasso alcolemico deve essere o ritirato dall’uso o sottoposto a nuova verifica primitiva, di collaudo e di messa in funzione, che è caratterizzata da un numero maggiore di prove rispetto a quello in cui si articola la visita periodica ordinaria.
Nel caso di specie, l’etilometro con il quale era stato accertato lo stato di ebbrezza dell’imputato non era stato sottoposto a verifica né nel 2003 né nel 2013 e tutte le altre visite erano avvenute con significativo ritardo.
Per tale ragione, quindi, per il giudice tale apparecchio deve essere considerato inaffidabile e i tassi alcolemici con lo stesso accertati non possono essere utilizzati. L’imputato, pertanto, non può che essere assolto perché il fatto non sussiste.
Risarcimento danni da violazione del diritto all’istruzione del disabile.
Criteri guida per chiedere e ottenere il ristoro per il disagio che i genitori subiscono a causa di omissioni della scuola nell’avviamento del sostegno per il minore con handicap.
Il diritto all’istruzione del disabile (in particolare del disabile grave) sancito dagli artt. 2, 3, 38 comma 3 Cost., costituisce un diritto fondamentale rispetto al quale il legislatore e l’amministrazione che è chiamata ad attuare le leggi non possono mai esimersi dall’apprestare quel nucleo di garanzie dovute, fino anche a giungere alla determinazione di un numero di ore di sostegno pari a quello delle ore di frequenza scolastica, nel caso di accertata situazione di gravità del disabile.
La condotta dell’Istituto scolastico consistente nel riconoscimento di un monte-ì ore settimanali di sostegno inferiore ad una data proporzione preventivamente stabilita, appare in netta violazione della Legge Quadro n. 104/92 per l’assistenza, integrazione sociale e i diritti delle persone disabili, oltre che del d. lgs. n. 297/94 recante disposizioni in materia di istruzione, che sanciscono il diritto del disabile all’integrazione scolastica e allo sviluppo delle sue potenzialità nell’apprendimento, nella comunicazione e nelle relazioni, per consentirgli il raggiungimento della massima autonomia possibile.
I principi sopra richiamati impongono di dare una lettura sistematica a tutte le norme e disposizioni sulla tutela degli alunni disabili, nonchè a quello sull’organizzazione scolastica e sulle disponibilità degli insegnanti di sostegno, nel senso che le posizioni degli alunni disabili devono senza dubbio prevalere sulle esigenze di natura finanziaria dell’istituzione.
Come dimostrare il bisogno di assistenza continua dell’alunno? Attraverso:
2) certificazione medica che evidenza la gravità della patologia sofferta dal minore e le conseguenti necessità di sostegno, nonché
3) Piano Educativo Individualizzato, che conferma il bisogno di assistenza continua del minore durante le attività scolastiche.
Sulla base di questi elementi, va riconosciuto in favore del minore il diritto all’insegnante di sostegno per l’intero arco della giornata scolastica, con tutti i conseguenti obblighi dell’amministrazione.
Nel caso in cui l’Istituto scolastico assegni al minore un numero limitato di ore di sostegno, procedere in questo modo:
A questo punto il giudice amministrativo farà una serie di ragionamenti per arrivare a liquidare il danno, sequenze che possono essere schematizzate con questi rapidi passaggi:
d) la premessa resta sempre quella che il diritto all’istruzione del minore portatore di handicap ha rango di diritto fondamentale;
e) la mancata attivazione dell’intervento dell’insegnante di sostegno nel rapporto predeterminato 1:1, sin dall’inizio dell’anno scolastico, amplifica le difficoltà di inserimento e di partecipazione alla vita scolastica e di relazione del minore;
f) il danno va liquidato in via equitativa, con il riconoscimento di un importo per ogni mese di mancata assistenza da parte dell’amministrazione, nel corso dell’anno scolastico e fino all’avvenuta integrazione delle ore di sostegno nel rapporto 1:1 voluto dalla norma.
La preparazione di questi ricorsi presuppone che la materia dei diritti all’istruzione del minore portatore di handicap sia familiare per il difensore: ciò consente all’avvocato (e per conseguenza ai genitori del minore) di cogliere e sottolineare quelle sfumature tecnico-giuridiche che, opportunamente mostrate al magistrato, possono condurre all’accoglimento della domanda di risarcimento.
Giu22 di Avv. Alessandro Ramacciati
Da risarcire l’avvocato per l’erroneo inserimento negli elenchi telefonici.
Il mancato o inesatto inserimento nell’elenco telefonico pregiudica la possibilità di essere contattati da nuova clientela, danno da perdita di chance suscettibile di valutazione equitativa.
Il danno da perdita di chance non presuppone necessariamente la perdita di un vantaggio economico, bensì la mancanza definitiva della possibilità di poterlo conseguire, da valutarsi al momento del comportamento illecito, sia pure in termini potenziali.
In altri termini, il danno da perdita di chance è rappresentato dall’incertezza in relazione a cosa sarebbe accaduto se il comportamento illecito non si fosse concretizzato, pertanto, esso non attiene alla circostanza se il vantaggio economico perseguito sarebbe stato raggiunto, o meno, ma alla definitiva opportunità di conseguirlo.
Tale danno da perdita di chance è suscettibile di valutazione equitativa, pur in assenza di documentazione probatoria fiscale dalla quale desumere la contrazione reddituale che, se presente, sicuramente può incedere sulla materiale quantificazione dello stesso ma, nondimeno, non può escluderne la sussistenza.
Questi i principi di diritto espressi nell’ordinanza n. 14916, pubblicata in data 8 giugno 2018 dalla III Sezione civile della Corte di Cassazione, relatore dott. E. Iannello.
Un avvocato evocava in giudizio la compagnia telefonica e la società editrice gli elenchi telefonici, al fine di sentirle condannare, in solido tra loro, al risarcimento dei danni, patrimoniali e di immagine, conseguenti al mancato ovvero inesatto inserimento dei propri dati negli elenchi telefonici cartacei e on-line.
Instauratosi correttamente il contraddittorio, nella resistenza delle società convenute, il Tribunale di Milano rigettava la domanda non rinvenendo alcuna responsabilità in capo alle stesse e, comunque, il difetto di prova in relazione al preteso danno.
La sentenza veniva confermata in sede di gravame dalla Corte d’Appello di Milano, la quale ribadiva la mancanza di prova in merito alla pretesa responsabilità delle convenute e la mancanza di prova del danno da perdita di chance, anche in virtù del fatto che, chiosava la Corte meneghina, <<è impensabile che la scelta del legale avvenga tramite la mera consultazione dei suddetti elenchi, trattandosi di incarichi nei quali la scelta della persona del professionista poggia fondamentalmente sulla fiducia nelle sue qualità professionali, qualità che non si ricavano da un mero elenco alfabetico>>. Peraltro, conclude la stessa, <<una volta che si sia in possesso del nominativo del legale, è possibile conoscere i dati che permettono di contattarlo attraverso una richiesta all’ordine degli avvocati, ovvero una consultazione dell’elenco tenuto dall’ordine stesso>>.
Propone ricorso per cassazione l’avvocato, con impugnazione affidata a quattro motivi, tra i quali, tralasciando quelli procedurali, la violazione delle norme di ermeneutica contrattuale ex art. 1362 Cc, nonché l’erroneità della sentenza gravata in relazione alla consistenza del danno da perdita di chance e i relativi oneri probatori.
Da premettere che la Suprema Corte accoglie tutti e quattro i motivi di ricorso e, con particolare riguardo alla definizione ed alle caratteristiche del danno da perdita di chance, oltre che sui profili probatori dello stesso, evidenzia quanto appresso.
<<Secondo costante insegnamento di questa Corte, il danno patrimoniale da perdita di chance consiste non nella perdita di un vantaggio economico, ma nella perdita definitiva della possibilità di conseguirlo, secondo una valutazione ex ante da ricondursi, diacronicamente, al momento in cui il comportamento illecito ha inciso su tale possibilità in termini di conseguenza dannosa potenziale (Cass. 17/04/2008, n. 10111).>>.
A specificazione del principio osserva come il <<presupposto ed essenza stessa di tal genere di danno è dunque l’incertezza, ossia l’impossibilità di affermare con certezza che, se lo stesso non si fosse prodotto, il vantaggio economico avuto di mira si sarebbe oppure no conseguito, essendo il danno per l’appunto rappresentato dalla definitiva perdita della possibilità di conseguirlo (la cui affermazione dovrà comunque rispondere ai parametri della apprezzabilità, serietà, consistenza).>>.
Ecco che allora, sostiene il Supremo collegio, errata in diritto si appalesa l’affermazione della Corte d’Appello relativa alla mancanza di elementi istruttori concreti in relazione alla circostanza dalla quale desumere se, in mancanza del comportamento illecito dei convenuti – consistito nella omessa o errata indicazione dei dati dell’avvocato negli elenchi telefonici -, i potenziali clienti si sarebbero rivolti proprio a quel professionista, in considerazione del fatto che proprio tale incertezza, in un senso o nell’altro, definisce la il danno da perdita di chance.
A tal proposito, ricorda il Giudice di legittimità, in <<fattispecie analoghe, questa Corte ha già più volte affermato che «quello che rileva in caso di mancato o inesatto inserimento nell’elenco telefonico non è tanto la possibilità di continuare ad essere contattati da clienti già acquisiti, quanto il fatto di non poter essere contattati da nuova clientela, rispetto alla quale nessuna prova della “perdita” può essere pretesa, se non in termini di “possibilità” e perdita di chance, suscettibile anch’essa di valutazione equitativa» (Cass. 04/08/2017, n. 19497), non mancandosi di osservare che tale diritto ha, «in tutta evidenza, maggiore pregnanza allorquando l’utenza telefonica afferisca ad un’attività professionale o commerciale» (Cass. 03/08/2017, n. 19342).>>.
Tale danno, conclude la Suprema Corte richiamando il medesimo precedente (Cass. 19497/2017), non può essere smentito dalla mera mancanza di documenti fiscali idonei a dimostrare il decremento reddituale del ricorrente, la cui assenza può incidere sulla quantificazione dello stesso, ma non certo negarlo e che possa, comunque, essere liquidato in via equitativa.
Se uno dei coniugi subisce la decisione dell’altro può opporsi al divorzio? Si, se durante o dopo la separazione si sono riconciliati in modo serio e durevole.
Se il matrimonio finisce per volere di uno solo dei coniugi, chi subisce questa decisione può opporsi? Si, a condizione che durante o dopo la separazione vi sia stata una riconciliazione seria e duratura in grado d’interrompere i termini richiesti per procedere con il divorzio. Se poi, nonostante la buona volontà, la riconciliazione fallisce, si deve ricominciare tutto daccapo.
Dopo la separazione, non è detto che i coniugi decidano di comune accordo di divorziare. Questo perché, mentre la separazione si limita a sospendere gli effetti del matrimonio, il divorzio lo scioglie definitamente. E’ quindi possibile che, proprio alla fine di un periodo più o meno lungo di separazione, uno dei due coniugi abbia dei ripensamenti e desideri rimettere in piedi il matrimonio.
– la separazione consensuale, devono decorrere sei mesi dalla convalida dell’accordo dei coniugi;
– la separazione giudiziale, è invece necessario il decorso di un anno dall’udienza in cui il Presidente ha emesso i provvedimenti provvisori in attesa della sentenza definitiva.
Per procedere al divorzio è necessario inoltre che durante i termini suddetti i coniugi non si siano riconciliati, poiché questo evento ne interrompe il decorso, consentendo al coniuge in disaccordo di opporsi alla fine del matrimonio. L’opposizione, se non ha il potere d’impedire all’altro d’intraprendere la causa di divorzio, può essere fatta valere durante il procedimento, fornendo la prova di tutti gli elementi oggettivi, diretti ed esteriori dai quali si desume la “comune” intenzione di ripristinare la comunione di vita.
I coniugi possono decidere di riconciliarsi anche dopo l’omologa dell’accordo o successivamente alla sentenza di separazione. Anche in questo caso la riconciliazione è tacita se i coniugi tengono un comportamento assolutamente incompatibile con lo status di separati (ripristino della convivenza e dei rapporti affettivi), espressa se dichiarano in un atto scritto di voler tornare a vivere insieme, nel rispetto dei doveri che questa scelta comporta.
Non è sufficiente infatti riprendere la convivenza temporaneamente o avere saltuari rapporti sessuali, affinché la riconciliazione sia rilevante giuridicamente, ma è necessario ripristinare un’unione seria e duratura.