Source: https://www.commercialistatelematico.com/articoli/2009/12/indagini-finanziarie-sui-dipendenti-con-prova-provata.html
Timestamp: 2018-04-26 11:30:55+00:00
Document Index: 41165731

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 38', 'art.81', 'art. 38', 'art. 2729', 'art. 32', 'sentenza ', 'art. 32', 'art. 38', 'art. 32', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2729']

Indagini finanziarie sui dipendenti con prova provata
Con sent. n. 23852 dell’11 novembre 2009 (ud. del 15 ottobre 2009) <?xml:namespace prefix = st1 ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:smarttags" />la Corte di Cassazione, Sez. tributaria, si è occupata di indagini finanziarie fornendo un importante spunto d’interesse, per una fattispecie particolare.<?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" />
La Commissione Tributaria Regionale della Lombardia, con sentenza n. 8-28-04 del 9/07/2004 dep. il 13/07/2004, aveva confermavo la sentenza della Commissione Tributaria Provinciale di Milano che aveva rigettato il ricorso di G.R. avverso l’avviso di accertamento emesso dall’Ufficio II.DD. di Legnano per Irpef, Ilor e SSN per l’anno 1994.
Il contribuente ha proposto ricorso per cassazione la G. fondandolo su violazione di legge e vizio motivazionale.
La Corte di Cassazione rileva che la CTR ha ritenuto sussistente uno spostamento dell’onere probatorio a carico del contribuente tenuto a dimostrare che la disponibilità monetaria affluita nei conti non dipende da redditi prodotti nell’anno o dipende da redditi non tassabili o già tassati; ha ritenuto però non raggiunta la relativa prova.
La ricorrente deduce la violazione dell’art. 38 del D.P.R. n. 600 del 1973, e dell’art.81 del D.P.R. n. 917 del 1986, in quanto l’art. 38 predetto prevede una ipotesi di presunzione semplice che pertanto deve avere le caratteristiche di cui all’art. 2729 cod. civ. e cioè, le presunzioni devono essere gravi, precise e concordanti. Deduce che le movimentazioni in questione costituivano importi versati dal marito, S.G., che col fratello aveva costituito una azienda artigianale nel settore edile, la CO.GE.SA. (poi fallita) e poi restituiti, per fare apparire, come da prassi in questi campi, una floridezza in realtà inesistente; deduceva che era “impensabile” che la stessa avesse svolto attività lavorativa autonoma dal momento che svolgeva lavoro di dattilografa alle dipendenze della società predetta.
La Corte ha accolto le doglianze di parte sulla base delle seguenti considerazioni.
I giudici prendono atto che la soluzione della controversia in esame comporta la individuazione degli ambiti applicativi dell’art. 32 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, che, seppure non invocato espressamente dalla CTR, costituisce la ratio decidendi della sentenza in quanto il giudice “ritiene che le movimentazioni bancarie sul conto corrente del contribuente siano fatti-indice di maggior reddito e in tal caso sarebbe posto a carico del contribuente la prova contraria che la maggiore disponibilità non dipende da redditi prodotti nell’anno o dipende da redditi non tassabili o già tassati”.
“Questa Corte ha ripetutamele ritenuto (Cass. nn. 7766/2008, 7329/2003, 7627/2002) che, in tema di accertamento delle imposte sui redditi, la presunzione legale relativa posta dal D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 32, comma 1, (l’art. 38, stesso D.P.R., indicata quale norma violata, e la norma generale che legittima il potere di rettifica) vincola l’Ufficio tributario ad assumere per certo che i movimenti bancari effettuali sui conti correnti intestati al contribuente siano a lui imputabili, senza che risulti necessario procedere all’analisi delle singole operazioni, la quale è posta a carico del contribuente, in virtù dell’inversione dell’onere della prova. In particolare, si è osservato (Cass. n. 13819/2007) che, in tema di accertamento delle imposte dirette, il D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 32, comma 1, n. 2, introduce una presunzione legale relativa a carico del contribuente che sia titolare di conti correnti bancari. Ciò significa che la stessa legge ritiene certo fino a prova contraria, che dev’essere fornita dal contribuente, che tutti i movimenti di un conto corrente intestato al contribuente sono al medesimo imputabili (si vedano, tra le più recenti, le seguenti sentenze della Corte di cassazione: 5 ottobre 2007, n. 20858; 27 luglio 2007, n.16720; 13 giugno 2007, n.13819; 21 marzo 2007, n.6743; 8 settembre 2006, n.19330; 23 giugno 2006, n.14675)”.
Però, osserva la Corte, “la disposizione in esame non è però norma che di per sè legittima l’accertamento a carico di qualunque soggetto che abbia intestato un conto corrente, ma è norma che, nell’ambito di un accertamento che abbia giustificazione: in diverse norme (artt. 38 e 39, dello stesso D.P.R.), consente di accertare il reddito (o i ricavi) del contribuente, con agevolazione probatoria (inversione dell’onere della prova) in favore del Fisco. Il legislatore, in altre parole, da rilievo normativo, connotandola quale presunzione juris tantum, alla massima di esperienza che le rimesse in un conto corrente di un contribuente sono normalmente derivati dalla sua attività, bandendo ogni velleità interpretativa che potesse considerare le movimentazioni bancarie attinenti a situazioni equiparabili a patrimoni separati o simili fattispecie. Ricondotta la movimentazione bancaria alla attività del contribuente soggetto ad accertamento (connotazione normativa della fattispecie reale) la legge pone a carico del contribuente l’onere probatorio che la situazione reale è diversa dalla ricostruzione normativa (per es. perchè si tratta di acquisti ereditari, di operazioni bilanciate, di redditi per cui già sono state pagate le imposte, ecc.). La presunzione opera pertanto sul quantum debeatur e non già sull’accertamento dell’an che deve trovare la sua giustificazione, come sopra visto, in altre norme”.
Per la Cassazione, la CTR cade pertanto “in errore normativo nel momento in cui confonde i due piani delle condizioni che giustificano l’accertamento e la determinazione del quantum (il reddito o i ricavi)”.
Infatti il soggetto accertato è indiscutibilmente “una lavoratrice dipendente e in base alla sola disponibilità di conti correnti le si attribuisce la qualità lavoratrice autonoma, senza dimostrare se aliunde fosse legittimo l’accertamento a suo carico”.
Il secondo motivo del ricorso con cui la G. introduce un vizio di contraddittorietà dell’accertamento perchè era iniziato nei confronti della CO.GE.SA. e avrebbe dovuto continuare nei confronti della società e non nei confronti della stessa (si adduce che l’Ufficio avrebbe agito contro la stessa per il fallimento della società e la irrecuperabilità dei relativi crediti), a parte evidenti profili di inammissibilità perchè non investirebbe la ratio decidendi della sentenza impugnata ma direttamente l’accertamento, è assorbito nell’accoglimento del superiore motivo.
La sentenza in rassegna non è di facile lettura sulla base degli atti, dovendo essere sicuramente arricchita da altri elementi per permettere una ragionata analisi.
Il contribuente accertato è la moglie del titolare di una azienda, dove la stessa era assunta come lavoratore dipendente.
Sul suo conto transitavano somme di dubbia provenienza.
Per la Corte il soggetto accertato – lavoratore dipendente – non può trasformarsi in lavoratore autonomo.
Noi non sappiamo che tipo di accertamento è stato effettuato nei confronti del contribuente. Probabilmente un accertamento sintetico. Se è così, non ci sembra che sia corretta l’interpretazione data.
Diversamente, se invece l’ufficio ha effettuato un accertamento analitico, ritenendo il contribuente un lavoratore autonomo, solo per il fatto che sul suo conto siano state rinvenute delle somme di denaro, la cosa cambia e si capisce il ragionamento adottato dalla Corte.
La Corte di Cassazione ha costantemente affermato che nell’ambito delle indagini finanziarie opera una presunzione legale iuris tantum in favore dell’Amministrazione finanziaria – che a differenza delle presunzioni semplici non necessita dei requisiti di gravità, precisione e concordanza ex art. 2729 del codice civile – circa l’imponibilità dei movimenti bancari rinvenuti nei conti intrattenuti dal contribuente, ancorché cointestati con terzi. Conseguentemente, grava sul contribuente l’onere di provare che tali movimenti non sono inerenti ad operazioni imponibili ovvero hanno concorso alla formazione della base imponibile.