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Timestamp: 2018-02-19 10:03:36+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 37', 'art. 34', 'art. 34', 'art. 21', 'art. 230', 'art. 37', 'art. 37', 'art. 258', 'art. 16', 'art. 41', 'art. 41', 'art. 139', 'art. 92', 'art. 244', 'art. 244', 'art. 242', 'art. 8', 'art.1', 'art. 36', 'art. 244']

92 buone prassi sorveglianza sanitaria, SlideSearchEngine.com
92 buone prassi sorveglianza sanitaria
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CAPITOLO III BUONE PRASSI DI MONITORAGGIO E TUTELA DELLE PATOLOGIE PROFESSIONALI Sommario:	3.1. Il sistema di monitoraggio e sorveglianza sanitaria delle malattie professionali. - 3.1.1. Le buone prassi di monitoraggio nell’esperienza europea. 3.1.2. I sistemi di monitoraggio nell’esperienza italiana. - 3.2. Il sistema assicurativo-indennitario: dal sistema “chiuso” al “misto” verso nuovi sistemi di tutela. - 3.2.1. La procedura di riconoscimento delle malattie professionali. 3.1 Il sistema di monitoraggio e sorveglianza sanitaria delle malattie professionali Il monitoraggio sanitario in riferimento alle malattie professionali è costituito da un insieme di procedure ed attività, attuate sia presso i luoghi di lavoro sia al di fuori di essi e coordinate dai soggetti e dalle istituzioni ivi preposte, al fine di controllare ed esaminare l’andamento del fenomeno delle tecnopatie, in modo predisporre gli opportuni mezzi di prevenzione e tutela della salute e sicurezza dei lavoratori. Scopo primario delle operazioni di sorveglianza e monitoraggio sanitario è quello di identificare quali siano le situazioni di rischio più marcate all’interno di un determinato contesto lavorativo, in modo da intervenire preventivamente od in itinere sia sulle procedure di sicurezza presenti in azienda, sia per 92
eventuali segnalazioni di inadempimenti datoriali, quale causa di malattie professionali, nonché per elaborare, sulla base dei dati acquisiti, delle buone prassi operative per la gestione e controllo del fenomeno in oggetto. Preliminarmente è necessario dividere l’analisi dei sistemi di prevenzione, sorveglianza e monitoraggio sanitario in due ambiti: il livello aziendale, affidato, in relazione alle competenze di ciascuno, al datore di lavoro, dirigenti e preposti, al Responsabile dei Lavoratori per la Sicurezza ed al medico competente ed al Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione; il livello istituzionale, attuato tramite l’intervento delle istituzioni sanitario-assicurative e previdenziali, cui è affidato tale compito. Prevenzione per la sicurezza e la sorveglianza sanitaria intra moenia: il ruolo della formazione e del medico competente Aspetto fondamentale della garanzia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro è dato dalla prevenzione dei rischi per le lavorazioni ivi svolte. Tuttavia molto spesso si omette di considerare che un’adeguata prevenzione coincide necessariamente con una preparazione, e quindi formazione, adeguata di coloro i quali sono investiti delle specifiche competenze in materia. Infatti, non solo il datore di lavoro, che specie nelle strutture aziendali più complesse si limita ad impartire le direttive operative, ma soprattutto i dirigenti ed i preposti, sono i soggetti principalmente incaricati di svolgere ed attuare le misure preventive e di gestione dei rischi presenti sul luogo di lavoro, nonché i lavoratori stessi, che sono adibiti alle specifiche mansioni. In tale ottica il D.lgs. 81/2008 aveva già previsto all’art. 37 l’obbligo per il datore di lavoro di assicurare un’adeguata formazione dei lavoratori e dei loro rappresentanti, oltre a dirigenti e preposti (comma 7, così come integrato dal D.lgs. 106/2009). In attuazione della previsione contenuta nell’art. 34, comma 2, e 37, comma 2 e 7, del D.lgs. 81/08, la Conferenza permanente per i rapporti tra Stato, Regioni e province autonome di Trento e Bolzano, ha emanato lo scorso 25/07/2012 (Pubbl. in Gazzetta Ufficiale il 18/08/2012) le Linee applicative degli Accordi assunti in sede di Conferenza Stato-Regioni il 21/12/2011, fornendo ad aziende ed organi di vigilanza, prime indicazioni essenziali per l’organizzazione, la realizzazione e la verifica di attività formative pienamente coerenti con la vigente normativa. In specie, le Linee applicative riguardano la formazione dei dirigenti, lavoratori e preposti e la formazione dei datori di lavoro che intendano svolgere i compiti propri del Servizio di prevenzione e Protezione dai rischi. Scopo primario dell’intervento è dare chiarimenti ed indirizzi uniformi agli operatori coinvolti nell’attività formativa in azienda, nonché dare attuazione non solo alle previsioni riguardanti la formazione ma 93
soprattutto responsabilizzare dirigenti e preposti, quali soggetti che, ognuno secondo un livello di autonomia decisionale graduato, sono individuati dal datore di lavoro al fine di attuare le proprie direttive operative. In merito alla sfera di applicazione soggettiva dell’obbligo formativo, quest’ultimo riguarda il datore di lavoro, che voglia svolgere in autonomia i compiti di formazione previsti ai sensi dell’art. 34, comma 3, del D.lgs. 81/08. Contenuto principale delle Linee applicative è dato dalla determinazione de: “…i contenuti, le articolazioni e le modalità di espletamento del percorso formativo e dell’aggiornamento per il datore di lavoro che intenda svolgere i compiti propri del servizio di prevenzione e protezione dai rischi”, nonché la durata della formazione stessa, che va da un minimo di 16 ore ad un massimo di 48, in relazione ai diversi livelli di rischio (basso, medio, alto), presenti in azienda. In relazione alla vincolatività delle prescrizioni contenute nell’atto in oggetto, essa è esclusa per i soggetti rientranti nella previsione ex art. 21 del D.lgs. 81/08, ovvero componenti dell’impresa familiare ex art. 230 c.c., i lavoratori autonomi, i coltivatori diretti, gli artigiani e i piccoli commercianti, per i quali le predette disposizioni costituiscono mera facoltà. Analogamente si prevede per dirigenti e preposti ma sebbene non vi sia profilo di obbligatorietà per la formazione, essa se attuata in ossequio a quanto previsto dagli accordi ex art. 37, costituisce presunzione legale in ambito probatorio. Tali adempimenti tuttavia non si sostituiscono a quelli già previsti dalla normativa speciale per particolari lavorazioni o quelle in cui siano coinvolte attrezzature di lavoro individuate nell’Accordo della Conferenza StatoRegioni del 22/02/2012. In tal caso i soggetti di cui ai predetti accordi sono sottoposti all’obbligo formativo, laddove ciò fosse solo facoltativo ovvero a formazione aggiuntiva, qualora già sussista obbligo in tal senso. A titolo esemplificativo, per quanto riguarda i lavori svolti in ambienti confinati, di cui al D.P.R. 177/2011, in tal caso sussisterà obbligo formativo anche per tali soggetti, in virtù della particolare tipologia di rischio considerata, ovvero vi sarà senz’altro obbligo di formazione “aggiuntiva” rispetto a quella di cui all’accordo ex art. 37, nel caso di cui all’art. 258 del D.lgs. 81/08, in relazione ai lavoratori esposti o potenzialmente esposti a polveri di amianto. Ulteriore specificazione attiene poi all’esclusione, nell’ambito di tale formazione, della procedura di addestramento, specie laddove questo sia identificabile con tipologie di rischio diverse da quelle di cui al Titolo I del predetto decreto legislativo ed in ogni caso la formazione, anche laddove venga espletata correttamente, dovrà essere rieseguita ed aggiornata, qualora all’esito della valutazione dei rischi, si imponga una revisione della stessa in ragione dell’emersione di nuovi rischi. L’importanza degli interventi suddetti è ulteriormente rimarcata dal risalto riservato al rapporto tra impresa ed Organismi paritetici, che ai sensi della Circolare ministeriale 20/2012, devono essere informati dal datore di lavoro della volontà di svolgere l’attività 94
formativa. Benché il datore sia solo facoltativamente tenuto ad usufruire della collaborazione dell’Organismo paritetico per l’effettuazione della formazione, tuttavia è rilevante il risalto e l’incentivo che le Linee applicative vogliano riservare a tale prassi, quale strumento con quale il datore possa interfacciarsi con l’Organismo predetto, al fine di attuare in modo corretto ed effettivo l’obbligo formativo. Per quanto attiene all’aspetto della sorveglianza sanitaria in azienda, a livello legislativo le prime indicazioni in tema, per la salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, derivano dalla direttiva europea 89/391/CEE, che riguardava l’applicazione di provvedimenti specifici tesi a promuovere la cultura della sicurezza e della salute dei lavoratori sul luogo di lavoro. La Direttiva regolamentava la gestione della sicurezza sul lavoro, nonché i doveri datoriali e dei lavoratori stessi ed in generale di tutti i soggetti preposti alla tutela della sicurezza. In forza di tale provvedimento gli obblighi datoriali ivi indicati erano: effettuare una periodica valutazione dei rischi e tenerne conto anche all’atto dell’acquisto di impianti e nell’allestimento degli spazi di lavoro; garantire la tutela della sicurezza e della salute dei lavoratori senza oneri finanziari per i lavoratori; organizzare gli opportuni servizi di protezione e di prevenzione; redigere le relazioni sugli infortuni sul lavoro e tenere un elenco di tutti gli incidenti che si verificano all’interno dei luoghi di lavoro; coinvolgere i lavoratori e consultarli in merito agli aspetti inerenti la sicurezza per permettere loro di partecipare alle decisioni riguardanti gli ambiti propri delle tutela del loro lavoro, non solo per quanto riguarda la sicurezza ma anche la sanità e la sorveglianza medica sul luogo di lavoro; organizzare e gestire tutto il sistema di protezione e tutti i provvedimenti necessari in caso di incendio, evacuazione del personale o incidenti gravi nonché primo soccorso; garantire formazione ed informazione ad ogni lavoratore in merito a sicurezza e salute durante le ore di lavoro. In merito agli obblighi dei lavoratori si sanciva che gli stessi dovessero: segnalare tutte le situazioni che potessero comportare un rischio per se stessi e per i propri colleghi nonché ogni mancanza nel sistema di protezione; utilizzare macchine e apparecchiature nel modo corretto e lavorare muniti degli appositi dispositivi di protezione che gli sono stati forniti; partecipare alle regole in materia di protezione sanitaria per preservare un ambiente di lavoro sicuro e privo di rischi per sé e per i propri colleghi. Per quanto riguarda la sorveglianza sanitaria e la tutela specifica della salute dei lavoratori la direttiva 89/391/CEE rimanda agli Stati membri l’obbligo di definire le leggi in conformità con le prassi nazionali. Infine per quanto riguarda gli adempimenti di natura tecnica, la normativa prevede la collaborazione tra la Commissione ed un comitato di rappresentanti degli Stati membri. 95
In Italia, una delle normative cardine in materia è il D.lgs. 626/94, che in tema di lavorazioni con particolari rischi, per le quali si prevedeva la sorveglianza sanitaria obbligatoria, si sollevava lo SPESAL, il Servizio di Prevenzione e Sicurezza negli Ambienti di Lavoro, da tale competenza e s’imponeva al datore di nominare il medico competente, affinché eseguisse le pratiche di sorveglianza e monitoraggio sui lavoratori potenzialmente esposti ad agenti nocivi. Le leggi italiane degli anni ‘90 hanno recepito le direttive europee suddette ed hanno definito con chiarezza quali sono i compiti e le funzioni del medico competente, i requisiti necessari per svolgerne il ruolo, le finalità della sorveglianza sanitaria, che è stata peraltro estesa agli addetti all’edilizia, ai servizi sanitari ed assistenziali, alla movimentazione delle merci, al confezionamento, a lavori d’ufficio, ecc.. Negli stessi anni l’International Commission on Occupational Heath (Icoh) ha pubblicato un “Codice etico professionale per gli operatori di medicina del lavoro” e negli Stati Uniti è stato revisionato il “Codice di condotta etica” dei medici del lavoro, la cui prima redazione risale al 1976. In Italia, nel 1997, l’Associazione Nazionale Medici d’Azienda (Anma) ha elaborato un Codice di comportamento che approfondisce le relazioni tra il medico competente ed i lavoratori, le loro rappresentanze, il datore di lavoro, gli organi di controllo, le strutture sanitarie pubbliche e private, il mondo accademico ed anche le società scientifiche di medicina del lavoro hanno elaborato linee guida tecniche ed etiche per la sorveglianza sanitaria dei lavoratori ed hanno condotto iniziative per l’aggiornamento e la formazione continua dei medici del lavoro. I codici etici possono aiutare il medico competente a svolgere la propria attività con correttezza ed imparzialità in tutte quelle situazioni in cui sono in gioco diritti ed interessi contrastanti (diritto alla salute e diritto al lavoro, interessi dell’azienda ed interessi del lavoratore, diritto all’informazione e diritto alla riservatezza, ecc.). In merito all’attività del medico competente il Codice Icoh prevede che “…la validità della sorveglianza sanitaria va verificata (...) in modo da garantire che standard adeguati siano stati fissati, che questi vengano raggiunti e che eventuali difetti vengano individuati e corretti (...)” e che “i medici del lavoro devono favorire la consapevolezza dei datori di lavoro, dei lavoratori e delle loro organizzazioni circa la necessità di una piena indipendenza professionale”. Lo stesso Codice afferma che i medici del lavoro “devono espressamente richiedere che venga inserita nel loro contratto di lavoro una clausola sugli aspetti etici. Tale clausola dovrebbe contenere in particolare il diritto dei medici del lavoro ad applicare gli standard ed i principi etici professionali. Gli stessi medici non devono accettare condizioni di pratica professionale che non permettano alle loro funzioni di raggiungere gli standard ed i principi etici desiderati. I contratti di lavoro devono contenere indicazioni sulla 96
posizione legale, contrattuale ed etica in particolare in materia di conflitto, accesso ai dati e riservatezza. I medici del lavoro devono far sì che il loro contratto di lavoro non contenga condizioni che possano limitare la loro indipendenza professionale. Nei casi dubbi, i termini del contratto devono essere controllati di concerto con l’autorità competente (…). Esistono delle regole base nello svolgimento della pratica della medicina del lavoro che comprendono il libero accesso all’ambiente di lavoro, la possibilità di raccogliere campioni e valutare l’ambiente di lavoro, di analizzare le mansioni e partecipare agli accertamenti a seguito di incidenti, nonché la facoltà di consultare l’autorità competente circa l’attuazione di specifici provvedimenti per la salute e la sicurezza sul lavoro (...). Gli operatori di medicina del lavoro devono con regolarità e ove possibile a scadenza preordinata, visitare i luoghi di lavoro e consultare i lavoratori (...). La validità della sorveglianza sanitaria va verificata ed essa va svolta da parte di un medico approvato dall’autorità competente e con il consapevole consenso del lavoratore (...). I lavoratori devono essere informati della possibilità di fare ricorso contro conclusioni circa la loro idoneità al lavoro che essi ritengano contrari al loro interesse (...)”. Tali indicazioni sono state recepite, sebbene in parte, non solo nell’ordinamento italiano in specie con la successiva emanazione del D.lgs. 81/08, ma anche in altri Stati europei, come la Francia, dove il medico del lavoro è assunto dal datore di lavoro a seguito di accordi con i rappresentanti del personale e lo stesso avviene nel caso di licenziamento e se c’è disaccordo la decisione spetta all’Ispettorato del lavoro. Inoltre, il funzionamento del servizio medico è verificato dai rappresentanti dei lavoratori che presentano le loro osservazioni nel rapporto annuale sull’organizzazione, il funzionamento e la gestione finanziaria del servizio medico, nonché nel rapporto annuale sull’attività del medico del lavoro. Infatti per legge esiste fin dal 1979 una commissione di controllo sull’operato del medico formata per due terzi da rappresentanti dei lavoratori. Ruolo primario nell’attività di sorveglianza svolta dal medico competente è costituito dal giudizio d’idoneità alle mansioni del lavoratore, che sin dall’emanazione del D.lgs. 626/94 era già percepito come determinante, nell’attuazione della garanzia della sicurezza e prevenzione di infortuni e malattie professionali. E difatti, già si prevedeva in tale sede che, al fine di valutare la compatibilità tra le condizioni di salute di un lavoratore ed una certa situazione lavorativa occorresse chiedersi se quella situazione fosse immodificabile o se non presentasse invece significativi spazi di miglioramento, in ossequio al principio comunitario per cui, laddove fosse possibile, sarebbe stato necessario adattare il lavoro all’uomo e non viceversa. Inoltre, si sanciva che il giudizio d’idoneità alle mansioni ex art. 16 del D.lgs. 626/94, dovesse riferirsi ai compiti effettivamente assegnati al lavoratore e 97
non genericamente alla sua qualifica professionale; dovesse fornire elementi alla dirigenza per le proprie decisioni e dovesse pertanto essere espresso con chiarezza ed in modo circostanziato; dovesse essere sempre comunicato al lavoratore; il medico competente dovesse partecipare all’individuazione delle soluzioni e dei possibili adattamenti che favorissero l’inserimento lavorativo e il suo mantenimento nel tempo. Con l’emanazione del D.lgs. 81/08 e successivo decreto correttivo n. 106/09, si ridefiniscono i compiti riconducibili alla figura del medico competente in merito alla verifica delle condizioni di salute dei lavoratori e della loro abilità allo svolgimento delle mansioni dedotte nel proprio rapporto di lavoro. Difatti, proprio al medico competente, nominato dal datore di lavoro, spetta il compito di collaborare con lo stesso al fine della realizzazione della valutazione dei rischi ed ai sensi dell’art. 41, comma 2, del D.lgs. 81/08, svolgere accertamenti circa l’idoneità del lavoratore allo svolgimento delle mansioni cui è adibito ai sensi dell’art. 41, comma 1, lett. e)-bis ed e)-ter e 2bis del T.U., così come modificato dal D.lgs. 106/09, che ha introdotto la previsione della visita medica precedente alla ripresa del lavoro, sia a seguito di assenza per motivi di salute di durata superiore a 60 giorni lavorativi, onde verificare la sussistenza dell’idoneità fisica alle mansioni, nonché di effettuare le medesime valutazioni per l’adibizione ab origine del lavoratore alle mansioni, dunque visite preventive e preassuntive, su scelta del datore di lavoro, del medico competente o del dipartimento di prevenzione delle A.S.L.. L’idoneità del soggetto alle mansioni dovrà essere accertata quindi, sia in corso di prestazione , attraverso le visite periodiche, in modo da verificare che tale idoneità permanga, sia al termine del rapporto lavorativo. Inoltre le visite mediche possono essere eseguite su richiesta del lavoratore, al fine di esprimere l’idoneità verso una mansione specifica, qualora vi siano correlati specifici rischi professionali, ovvero in caso di cambio delle mansioni o cessazione del rapporto di lavoro. A seguito degli accertamenti suddetti, il medico competente deve provvedere a tenere un registro degli stessi ed una cartella sanitaria di ogni lavoratore, da consegnare a quest’ultimo al termine del rapporto di lavoro ed al datore alla cessazione del suo incarico. Inoltre entro il primo trimestre dell’anno successivo a quello di riferimento, il medico competente deve trasmettere ai servizi competenti per il territorio ed esclusivamente per via telematica, le informazioni elaborate, con eventuali specificazioni in tema di differenza di genere, aggregati sanitari e di rischio dei lavoratori sottoposti a sorveglianza sanitaria. In ultimo, tra gli adempimenti del medico vi è la visita degli ambienti di lavoro, almeno una volta l’anno o secondo la cadenza diversa concordata in base all’esito della valutazione dei rischi. 98
Tra gli obblighi riconducibili alla figura del medico competente vi è quello di denuncia delle malattie di sospetta origine professionale, contenute nell’apposito elenco ministeriale, ai sensi dell’art. 139 del D.P.R. 1124/1965, onde attivare il meccanismo di tutela assicurativa del lavoratore. Infatti, in tal caso il medico dovrà denunciare la malattia alla Direzione Territoriale del Lavoro se essa rientra nell’elenco di riferimento predetto e trasmettere la denuncia/segnalazione, in modo da far confluire l’informativa nel Registro nazionale delle malattie causate da lavoro o ad esso correlate. Si denota che in caso di mancato adempimento alle prescrizioni suddette, il medico è passibile delle sanzioni dell’arresto fino a tre mesi e dell’ammenda da 258 a 1.032 euro. Nel caso invece in cui lo stesso riscontri una possibile diagnosi di tumore, riconducibile alle prestazioni lavorative svolte dal soggetto, deve notificarlo al Registro Tumori di sospetta origine professionale, ai sensi degli artt. 244 e 281 del D.lgs. 81/08 e dell’art. 92, comma 3, del D.lgs. 230/95. Il sistema di sorveglianza sanitaria predisposto dalla normativa del 2008 si propone di rendere operativo il sistema di sorveglianza dei tumori occupazionali, articolato in base alla frazione eziologica della neoplasia considerata. In relazione ai tumori a bassa frazione eziologica l’art. 244, comma 1, del D.lgs. 81/08 prevede un sistema di raccolta ed elaborazione dei casi mediante l’utilizzo di sistemi informativi correnti (registri tumori di popolazione, archivi di mortalità, schede di dimissione ospedaliera e archivi di carattere lavorativo) collegati tra loro in base ad un sistema di record-linkage. Inoltre, lo stesso l’art. 244, comma 2, conferma l’obbligo per i medici delle strutture sanitarie sia pubbliche che private, nonché degli istituti previdenziali ed assicurativi, di segnalare tutte le neoplasie di sospetta origine professionale. In specie, il sanitario ha l’obbligo di segnalarlo ai Centri Operativi Regionali (COR), tramite notifica e pedissequa segnalazione al Dipartimento Medicina del Lavoro dell’ISPESL. Sul piano metodologico, con riferimento ai casi di esposizioni lavorative a sostanze chimiche e cancerogene, una delle prassi maggiormente utilizzate dai medici competenti è quella del monitoraggio biologico. Questo sistema consiste generalmente nel dosare, a seguito di esposizione ad una determinata sostanza, la stessa o suoi metaboliti in matrici biologiche, più spesso urine, ma anche sangue, aria espirata, capelli. In tal modo si riesce ad utilizzare gli indicatori biologici di dose, che vengono usati allo scopo di valutare l’esposizione dei lavoratori ad una o più sostanze, in modo da condurre un monitoraggio ambientale continuo ed aggiornare pedissequamente la valutazione dei rischi sul luogo di lavoro. Tale metodologia di monitoraggio può risultare particolarmente utile nell’ambito di processi lavorativi che comportino basse dosi espositive a 99
sostanze pericolose, al fine di conciliare l’esigenza di un adeguamento costante della valutazione dei rischi da agenti chimici, in osservanza del dettato di cui all’art. 242, comma 5, lett. b) del D.lgs. n. 81/08, in relazione all’obbligo di misurazione della “…concentrazione dell’agente in aria e dell’esposizione all’agente considerando tutte le circostanze e le vie di esposizione possibilmente rilevanti”, in caso di sostanze per le quali sia previsto un valore limite biologico (es. amianto). Tuttavia è evidente che il medico competente, pur in assenza ancora di un obbligo penalmente sanzionato, ma nel rispetto del principio generale della buona pratica di medicina del lavoro, possa ricorrere a tale metodica ogni qual volta ciò risulti praticabile. La sorveglianza ed il monitoraggio sanitario a livello istituzionale In merito ai compiti di monitoraggio e sorveglianza sanitaria effettuati al di fuori della sfera aziendale, tale compito è affidato, in ambito internazionale alle istituzioni poste a tutela della salute e sicurezza dei lavoratori, come l’HSE (Health and Safety Executive), l’ILO (International Labour Organization), la WHO (World Health Organization), l’OSHA (Occupational Safety and Health Organization) e con riguardo specifico ai temi della sorveglianza sanitaria l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità). L’ILO è da sempre una delle istituzioni più impegnate nella promozione del contrasto al fenomeno degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali, attraverso l’avviamento di progetti come il programma per la sicurezza e la salute sul lavoro e la protezione dell’ambiente, il Safework, che mira a creare consapevolezza a livello mondiale delle dimensioni e delle conseguenze di infortuni sul lavoro e malattie professionali, nonché a posizionare la salute e la sicurezza di tutti i lavoratori in agenda internazionale e di stimolare e sostenere azioni concrete a tutti i livelli anche attraverso la creazione del CIS, il Centro Internazionale per la Salute e Sicurezza. Quest’ultimo nasce dallo stesso programma menzionato ed ha come obiettivo il sostegno dei datori di lavoro e dei lavoratori nella diffusione delle conoscenze più aggiornate in tema di garanzia di salute e sicurezza sul lavoro anche attraverso la collaborazione con enti internazionali e nazionali. Da ultimo, si segnala l’adozione da parte dell’ILO di oltre 40 convenzioni e raccomandazioni in particolare in materia di sicurezza e salute sul lavoro, così come oltre 40 codici di comportamento, messi a disposizione dei datori di lavoro, che vogliano mutuare le buone prassi suggerite nella propria impresa. L’OSHA è da sempre impegnata nell’attività di raccolta di dati ed elaborazione delle statistiche sui temi della sicurezza sul lavoro, specie con riferimento all’analisi dei rischi cd. “nuovi ed emergenti”, nell’ambito della 100
quale è stata avviata l’indagine ESENER, di cui si è già detto, che ha il compito di raccogliere le opinioni di dirigenti e rappresentanti dei lavoratori in merito alla gestione dei rischi relativi alla salute e alla sicurezza nel loro luogo di lavoro. L’OMS fin dal 1996 ha approvato la Strategia Globale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per la salute di tutti i lavoratori (Global Strategy on Occupational Health for All) nella quale indicava, tra i dieci obiettivi prioritari, lo sviluppo della collaborazione nell’ambito della salute occupazionale ed esortava a stabilire e sviluppare la cooperazione internazionale tra gli organismi nazionali ed i principali attori della prevenzione quale strumento per incentivare la ricerca nel settore. Il Work Plan dell’OMS per il triennio 2002-2005 ha implementato tale Strategia assumendo un ruolo di primaria importanza nella fase di supporto alle decisioni politiche e legislative soprattutto in considerazione del peso che le malattie professionali e gli incidenti sul lavoro abbiano sull’intero sistema sociale ed economico. In quest’ottica, ha acquistato particolare valore il lavoro della rete dei Centri di Collaborazione dell’OMS per la Salute e Sicurezza del Lavoro, che supporta l’OMS attraverso il Programma per la salute in ambiente di lavoro (WHO Occupational Health Programme). Il Network è nato a Mosca con il primo meeting dei Centri di Collaborazione dell’OMS per la salute e sicurezza del lavoro nel settembre del 1992, con lo scopo principale di ridurre le disuguaglianze presenti tra i diversi Paesi nel settore. Attualmente la rete conta l’apporto di circa 70 istituti ed organizzazioni nell’arco dei cinque continenti. L’ISPESL italiana ne fa parte dal 2003 e nel 2007 ha ottenuto la designazione, quale Centro di Collaborazione per il quadriennio successivo. Il piano di attività per il quinquennio 2006-2010 si è suddiviso in sei aree d’intervento che comprendono: analisi della situazione globale; linee di azione, politiche nazionali e piani d’intervento; approcci per identificare e ridurre i rischi occupazionali; formazione e materiali tecnici; sviluppo ed espansione dei servizi di medicina del lavoro; comunicazione e cooperazione. In merito al monitoraggio delle malattie professionali, una delle attività più incisive è costituita dalla classificazione delle stesse, che negli anni è stata affidata alla predetta organizzazione, attraverso il sistema ICD, ovvero la Classificazione internazionale delle malattie, che prevede un ordine mediante un criterio statistico, in gruppi tra loro correlati. Nel 1893, la Conferenza dell’Istituto internazionale di statistica, che ebbe luogo a Chicago, approvò la Classificazione internazionale delle cause di morte, mentre in Italia questa fu adottata dal 1924. Sottoposta periodicamente a revisione, la Classificazione 101
internazionale, a partire dalla sesta revisione nel 1948, fu adottata anche per rilevare le cause di morbosità oltre che di mortalità. Negli USA è presente anche un comitato, in cui sono rappresentate le associazioni professionali ed accademiche dei medici, le associazioni degli ospedali, l’Ufficio regionale dell’OMS e l’amministrazione pubblica HCFA, che provvede ad aggiornare annualmente una versione modificata ed ampliata del sistema ICD. La struttura della classificazione è determinata da due elementi: eziologia e struttura anatomica. Il criterio eziologico determina i cosiddetti capitoli “speciali” (malattie infettive, costituzionali e generali, malattie dello sviluppo e traumi), mentre il criterio anatomico riguarda i capitoli “locali”, riferiti ad una specifica parte anatomica. L’ultimo aggiornamento risale al 2008 con la Classificazione ICD-10, mentre la prossima revisione ovvero la ICD-11 è stata scadenzata dallo WHO per il 2015, prevedendo una struttura semantica comprensiva di concetti, attributi definitori, loro reazioni e regole algoritmiche per produrre tutte le linearizzazioni WHO. Inoltre non vi saranno più i nomi delle malattie, con relative inclusioni ed esclusioni, ma molteplici informazioni articolate in sottocategorie. Una novità assoluta è rappresentata dal contatto costante con i Centri di collaborazione nazionali, attraverso l’uso di una piattaforma informatica, che consentirà un’azione di monitoraggio ed adeguamento della classificazione in coordinamento con 117 Paesi europei ed extraeuropei. Infatti, in tal senso si è proceduto alla convocazione degli esperti ed utenti in materia, attraverso un processo di revisione ed implementazione su piattaforma web-based della bozza alfa-draft, sulla base della linearizzazione già contenuta in ICD-10. Tale strumento consentirà a tutti coloro che sono coinvolti nei processi di prevenzione e valutazione delle malattie professionali di poter accedere direttamente ai dati messi a disposizione e di contribuire al loro costante aggiornamento. In sintesi, la revisione di ICD-10 comporterà il passaggio da un elenco tabellare dei nomi delle malattie ad un modello basato sul contenuto. Gli attributi di ogni entità di ICD-11 permetteranno letture diverse a seconda del contesto e le tecnologie informatiche basate su internet permetteranno di recepire proposte di revisione da parte degli stessi utenti. Al momento si segnala che l’Italia è impegnata sia nei processi di revisione, aggiornamento e traduzione italiana di ICD-10, che nella stesura di ICD-11. Ulteriore esempio di monitoraggio e ricerca a livello europeo, ma coadiuvato dalla collaborazione dell’Italia, è rappresentato dalla creazione di Modernet, una rete internazionale di collaborazione tra ricercatori scientifici di 15 Paesi, tra cui Italia, Francia, Olanda e Gran Bretagna, cui si sono aggiunti Australia ed Albania di recente, che ha come scopo il monitoraggio dei trend delle malattie del lavoro conosciute e l'individuazione delle malattie professionali, 102
o delle loro cause, non ancora conosciute. I risultati dei primi studi condotti da Modernet riguardo ai nuovi rischi emergenti hanno evidenziato che essi sembrano essere legati principalmente alle sostanze biologiche, come quelle prodotte dai funghi, oppure alle sostanze chimiche nel settore manifatturiero, che possono causare l'asma professionale o altre malattie respiratorie e che inoltre un insieme di sostanze possono essere all'origine della dermatite, delle malattie neurologiche o di altre patologie come la sclerodermia. Il progetto, pur essendo ancora in fase embrionale ha mostrato un ottimo imprinting rispetto agli obiettivi prefissati e quindi è auspicabile che possa costituire un valido punto di inizio per un nuovo approccio dello studio, ricerca ed applicazione di buone prassi, in tema di malattie professionali. In ambito nazionale, il sistema istituzionale di sorveglianza sanitaria, monitoraggio e valutazione dei sistemi di prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali, è stato oggetto di riordino e tassativizzazione delle specifiche competenze, ad opera dello stesso D.lgs. 81/08. Innanzitutto, l’art. 8 del T.U. istituisce il SINP, il Sistema Informativo Nazionale per la Prevenzione nei luoghi di lavoro, in sostituzione del registro infortuni, che prevede l’introduzione di un sistema informatizzato in merito a tutte le attività di prevenzione condotte sul territorio nazionale. Scopo del SINP è fornire informazioni per pianificare nuove strategie di prevenzione degli infortuni e delle malattie nei luoghi di lavoro e consentire agli istituti di vigilanza di monitorarne l'efficacia, grazie all'integrazione delle altre banche dati informatiche esistenti. Inoltre, nel sistema suddetto dovranno confluire le informazioni relative al quadro produttivo e occupazionale, ai rischi, agli interventi di prevenzione delle istituzioni preposte, alle attività di vigilanza. Le aziende, in un’ottica tesa alla semplificazione, non dovranno far altro che produrre la propria documentazione obbligatoria in formato elettronico e trasmetterla ad enti o amministrazioni pubbliche via internet, senza l'obbligo della registrazione degli infortuni e della tenuta del relativo registro. Il decreto correttivo n. 106/2009 ha integrato il T.U. del 2008 ed ha confermato i contenuti dei flussi informativi dell’articolo 8, che devono riguardare: il quadro produttivo ed occupazionale; il quadro dei rischi anche in un’ottica di genere; il quadro di salute e sicurezza dei lavoratori e delle lavoratrici; il quadro degli interventi di prevenzione delle istituzioni preposte; il quadro degli interventi di vigilanza delle istituzioni preposte; i dati degli infortuni sotto la soglia indennizzabile dall’INAIL. In merito, vi è da segnalare che nonostante di recente la Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno degli infortuni nella relazione del gennaio 2012 si sia espressa in senso favorevole rispetto allo schema di decreto interministeriale per la sua attuazione, la stessa abbia rilevato che il sistema “…sarebbe dovuto partire da tempo, ma ha subito gravi ritardi: finalmente, però, il 21 dicembre 2011 la 103
Conferenza Stato-Regioni ha espresso parere favorevole sullo schema di decreto interministeriale che ne regola il funzionamento”. Tra gli enti pubblici che svolgono il proprio compito nel settore della sicurezza sul lavoro, anche con riferimento alla sfera del monitoraggio e sorveglianza sanitaria, in ambito territoriale vi sono le A.S.L., che attuano sia il controllo preventivo e periodico dello stato di salute dei lavoratori, su richiesta di questi ultimi o del datore di lavoro, sia collaborano con il Servizio di Protezione e Prevenzione aziendale e svolgono attività di aggiornamento e ricerca sui rischi lavorativi e le patologie ad essi correlati. In merito alle competenze affidate agli enti pubblici quali, ISPESL e IPSEMA, gli ultimi due, che si rammenta a seguito dell’emanazione del D.L. 78/2010 sono confluiti in INAIL, operano congiuntamente ed ognuno in base alle proprie peculiarità, sia per l’attività di consulenza del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, quanto per la progettazione ed erogazione di percorsi formativi in materia di salute e sicurezza e per garantire l’unitarietà dell’azione di prevenzione. In specie all’ISPESL è data la possibilità di svolgere congiuntamente ai servizi di prevenzione e sicurezza presso le ASL, l’attività di vigilanza sulle strutture sanitarie del Servizio Sanitario nazionale. Per quanto concerne l’INAIL, quest’ultimo oltre che per tutto quanto attinente all’attività di raccolta dati e ricerca, resta ovviamente in primis incaricato di provvedere alle prestazioni assicurativo-previdenziali, che potranno essere erogate in caso di malattia professionale del lavoratore, nei modi di cui si dirà in seguito. 3.1.1 Le buone prassi di monitoraggio nell’esperienza europea La tematica dei sistemi di prevenzione e protezione dai rischi presenti sul luogo di lavoro, come già detto, non può essere affrontata solo ed esclusivamente in forza del dato normativo, che esso sia costituito da leggi od atti aventi forza di legge, ovvero semplici atti d’indirizzo (es. linee guida applicative), ma esso deve coordinarsi con la metodologia tecnica, che consente una più semplice ed efficace applicazione in ambito aziendale. In tale ottica si collocano i metodi tecnici d’intervento in materia di prevenzione dai rischi, tra cui se ne analizzeranno due che si sono distinti per applicazione diffusa ed efficienza pratica. Premesso ed acquisito quanto detto in tema di valutazione dei rischi, con specifica attenzione a quelli 104
rappresentati dagli agenti chimici e cancerogeni oggetto della presente ricerca, è necessario considerare che l’analisi del rischio non può prescindere dal concetto di mutevolezza che lo contraddistingue. Infatti, tenendo conto dell’evoluzione scientifica e tecnica, l’analisi ed il calcolo del rischio non possono prescindere dall’adeguamento degli stessi in modo modificare i fattori che li determinano, con l’obiettivo di far tendere a zero la probabilità che si manifestino. In funzione dell’analisi dei rischi effettuata occorre adottare misure di prevenzione specifiche che si differenzino sulla base del grado di finalità perseguita. Dunque queste ultime potranno essere misure di prevenzione primaria, quando per evitare i rischi si tenda ad eliminare i pericoli ed i fattori ad essi connessi, secondo il principio della sostituzione ed agendo sulla proprietà intrinseca della fonte di pericolo. Tali misure si possono realizzare con l’applicazione di divieti quando non è possibile ridurre alla fonte i fattori di rischio. Inoltre, si potranno adottare le misure di prevenzione secondaria, finalizzate ad evitare che il rischio si concretizzi in un danno. In tal caso, quando uno o più fattori di rischio non siano eliminabili, essi sono solo ricondotti a livelli accettabili (ad esempio privilegiando procedure e metodi di lavoro più sicuri). All’interno di tali operazioni possono esservi ricomprese anche le azioni d’individuazione di alterazioni precoci, ancora reversibili, dello stato di salute dei lavoratori, quando si predisponga un programma di prevenzione secondaria. Infine vi sono le misure di prevenzione terziaria, che hanno lo scopo di limitare il danno e prevenire le complicanze. Ulteriore concetto da puntualizzare è la differenza sussistente tra pericolo e rischio: infatti, quando l’analisi dei rischi è effettuata a partire dalla constatazione della presenza di pericoli (sulla base delle proprietà degli elementi utilizzati nel processo lavorativo), quest’ultima viene categorizzata come analisi dei rischi deduttiva. Di contro, quando un’analisi dei rischi è effettuata a partire dalla constatazione della presenza degli stessi (sulla base di dati epidemiologici nell’impresa propria o del settore), diversamente si considera un’analisi induttiva. In questo caso, sulla base dei danni precedentemente riscontrati, si esaminerà la loro origine causale. In considerazione del fatto che tutti i fattori di rischio possono essere potenzialmente fonte di pericolo, è necessario classificarli in tal modo: fattori di rischio collettivo, se dipendano dall’insieme dei processi produttivi, come gli agenti chimici o biologici; fattori di rischio individuale, se derivano dalle peculiarità dei singoli lavoratori, come caratteristiche fisiche, formazione o eventuale stato patologico. Una corretta analisi dei rischi quindi, deve prevedere sia l’esposizione a quelli di matrice collettiva che individuale ed in riferimento agli ultimi, predisporre sistemi di controllo di tali variabili. Tra i principali sistemi di analisi dei rischi, ricordiamo: il metodo Hazop, Ishikawa, Kinney, EASE (Estimation and Assesstment of Substances Exposure), nonché il metodo Controll Banding e Sobane-Deparis, che sono quelli che sembrano 105
presentare la possibilità di una maggior diffusione e che sono già ampiamente applicati nei Paesi anglosassoni di common law. Il metodo Controll Banding si sviluppa attraverso cinque momenti: classificazione delle sostanze in base alla pericolosità, determinazione della quantità di sostanza utilizzata, stima della capacità di diffusione nell’aria, individuazione dei metodi di controllo, identificazione delle schede specifiche per la prevenzione che portano l’utilizzatore ad individuare la necessità di applicare misure preventive per ridurre i rischi. Tale metodologia si afferma dagli inizi degli anni ’90 per il controllo del rischio chimico ed è considerata come un approccio complementare ai modelli di valutazione del rischio suddetto, che di norma si basano sul confronto tra valori ambientali “misurati” e valori limite (TLV, MAK etc). I motivi che stanno alla base della formulazione di un criterio di individuazione fondato sulle fasce di rischio articolate per livello sono costituiti dal divario instauratosi tra il numero delle sostanze oggetto di previsione normativa, per le quali vige un limite di esposizione ambientale ed il numero di lavorazioni coinvolte con le stesse. Inoltre, si deve tener conto degli ingenti costi che comportano le procedure di campionamento ed analisi, specie nelle PMI. Anche per questi motivi si è elaborato un sistema, come quello in analisi, di misurazione semplice del livello d’inquinamento chimico, che si articola su analisi qualitativa e semiquantitativa, identificando un certo livello di pericolosità, in modo da individuare di conseguenza anche i DPI idonei a garantire la sicurezza ed il contenimento dell’esposizione. L’idea di base di tale metodologia è che, pur in presenza di sostanze e prodotti chimici molto numerosi, risultano sufficienti pochi livelli distinti di rischio per controllare le esposizioni occupazionali a tali sostanze. In questo modo anche operatori non particolarmente esperti possono condurre una valutazione del rischio basandosi su: tipo di lavoro, rischio relativo al prodotto chimico in uso (individuato in una serie di cinque intervalli), volatilità (distinta in tre livelli) o polverosità (distinta in tre livelli) del prodotto o della sostanza chimica, quantità di sostanza utilizzata (suddivisa su tre livelli). Grazie all’impiego di una semplice matrice il sistema indica all’utilizzatore quale sia il livello di rischio presente e l’informazione così ricavata permette di eseguire appropriati interventi preventivi mediante l’utilizzo di idonee “Control Guidance Sheet” ovvero schede che illustrano come operare per mettere in atto i miglioramenti necessari. Gli stessi Bureau International du Travail (BIT), l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), l’International Occupational Hygiene Association (IOHA) e l’HSE hanno stabilito una collaborazione per realizzare uno strumento da utilizzare per la valutazione del rischio chimico che possa soddisfare i punti sopra ricordati. Il sistema chiamato Chemical Control Toolkit (CCT), promulgato dall’ILO, si sviluppa attraverso cinque momenti, che portano l’utilizzatore ad 106
individuare la necessità di applicare adeguate misure preventive per ridurre i rischi. La classificazione delle sostanze in base al grado di pericolosità si articola in tal modo, ovvero considerando sei gruppi, di cui i primi cinque sono identificati in ordine crescente di pericolosità con le lettere dell’alfabeto dalla “A” alla “E”, riferite al rischio inalatorio e con la sigla “S” le sostanze pericolose per la cute e per gli occhi. Per determinare in quale gruppo rientri una sostanza si deve: verificare se la sostanza utilizzata sia uno dei solventi identificati come tra i più pericolosi; verificare se essa sia un pesticida e, in tal caso, utilizzare una procedura di valutazione particolare; nel caso in cui la sostanza non possa essere classificata tra le precedenti, si devono utilizzare le frasi di rischio “R” e la classificazione secondo il sistema totale che armonizzale sostanze chimiche GHS (Globally Harmonized System of Classification and Labeling of Chemicals). Di seguito, si deve determinare il livello di quantità della sostanza che si debba utilizzare ed il grado di dispersività della stessa ed incrociando i predetti dati si stabilisce quale debba essere il metodo di controllo da usare, impiegando delle schede di controllo specifiche per la prevenzione. La suddivisione per livelli di pericolosità con i relativi metodi di controllo può essere riassunta sulla base dello schema sottostante (Tabella 1). Tabella 1 - Individuazione del metodo di prevenzione da mettere in atto Fonte: G. ItalMedLav Erg 2006; 28:1, 30-43 107
A livello europeo ed extraeuropeo, vi sono molteplici Paesi ed istituzioni internazionali che utilizzano ad oggi la metodologia di controllo Controll Banding, ovvero sistemi che si ispirino alla stessa, tra cui: il metodo Potential risk in Francia, il GTZ (Gesellschaftfür Technische Zusammenarbeit) in Germania, il COSHH (Control of Substances Hazardous to Health Regulations) in Inghilterra, nonché il Chemical Control Tolkit dell’ILO. In Italia dopo l’introduzione del D.lgs. 25/02 si sono sviluppati algoritmi (come per esempio quelli della Regione Piemonte e della Regione Emilia Romagna o quello dell’Associazione Ambiente e Lavoro) che s’ispirano al sistema suddetto, ma con lo scopo di valutare solamente se il livello di esposizione sia moderato o meno anche se il limite di tali elaborazioni è che una volta accertato l’eventuale rischio ci si limita a suggerirne la sua eliminazione. La metodologia Sobane-Deparis si basa sulla considerazione che il numero dei fattori di rischio e le tipologie di attività pericolose per la salute sono così numerosi da risultare oggettivamente complessa la valutazione individuale. Tuttavia, in realtà il tutto sarebbe semplificato se si eseguisse una visita periodica, ovvero uno screening sul posto di lavoro, che fornisse un quadro reale della situazione. Nel caso in cui tale procedura non sia immediatamente eseguibile è possibile indire una riunione di approfondimento dell’argomento oggetto dell’observation, per verificare eventuali soluzioni operative e laddove la problematica non sia risolvibile attraverso l’intervento diretto, si potrà poi ricorrere ad una analisys e ad un tecnico qualificato. Tale metodologia muove dalla considerazione che sia necessario costruire un sistema di monitoraggio e prevenzione, che contempli la partecipazione attiva dei lavoratori e che non sia necessario delegare le operazioni in materia di sicurezza a soggetti esterni rispetto a chi vive quotidianamente le problematiche connesse all’azienda, ovvero lavoratori, dirigenti, preposti e datore di lavoro. In tale ottica, per colmare le lacune tecniche che spesso sono presenti nell’organigramma aziendale, il metodo Sobane propone una linea guida costituita da un modello d’intervento che è stato chiamato Deparis (Depistage Partecipatif des Risques). Tale modello operativo è stato pensato per essere utilizzato, quando necessario, con la guida di un esperto, dai lavoratori e dai datori di lavoro, in quanto la loro conoscenza della azienda in cui operano e delle correlate attività è approfondita e specifica. Con il Deparis la discussione si organizza attorno a diciotto protocolli di discussione che prendono in considerazione altrettante tabelle descrittive dell’attività lavorativa: le aree operative; l’organizzazione tecnica fra i posti di lavoro; le postazioni di lavoro; i rischi di incidente; i comandi ed i segnali; l’attrezzatura e strumenti di lavoro; il lavoro ripetuto; le operazioni di manutenzione; l’affaticamento mentale; 1’illuminazione; il rumore; il microclima; il rischio chimico e biologico; le vibrazioni; i rapporti di lavoro fra i lavoratori; il contesto sociale in cui vivono i lavoratori; il contenuto del lavoro; l’ambiente 108
psicosociale. Alla fine dell’esame ed alla luce delle risultanze acquisite viene predisposta una tabella di valutazione in cui si riportano le seguenti domande: “chi?”, “che cosa?”, “costo?” e “quando?” relativamente agli interventi che devono essere realizzati, a mezzo della quale si può elaborare un piano di azione e scadenzare la tempistica di riferimento, come da tabella sottostante (Tabella 2). Tabella 2 - Caratteristiche dei quattro livelli della strategia SOBANE Fonte: G ItalMedLav Erg 2006; 28:1, 30-43 L’ordine in base al quale si eseguono le valutazioni suddette non è casuale, in quanto si passa dalle informazioni di carattere generale, inerenti alle mansioni ed ai fattori ambientali, fino a giungere ai fattori psicologici ed organizzativi. Inoltre, a margine di ogni tabella di valutazione, il coordinatore tecnico potrà effettuare le sue osservazioni. Entrambe le metodologie esposte costituiscono un valido approccio alla problematica del controllo, monitoraggio e soprattutto prevenzione del fenomeno degli infortuni e delle malattie professionali, in merito alle quali si rileva il profondo divario sussistente tra grandi realtà imprenditoriali e PMI, che invece tutt’oggi percepiscono gli adempimenti in tema di prevenzione e protezione, quali semplici oneri e costi che mal si conciliano con le esigenze d’impresa. Infatti, proprio nelle PMI si concentra circa il 60% della forza lavoro impiegata nel settore produttivo, con un tasso d’incidenza degli infortuni e malattie professionali pari all’80%. Le piccole e medie imprese risultano particolarmente inclini ad affidare tali questioni inerenti alla sicurezza sul lavoro più ad esperti esterni, piuttosto che formare un sistema interno efficace ed è proprio nei confronti di tali imprese che andrebbero calibrati i sistemi di controllo e monitoraggio come quelli indicati, nella 109
consapevolezza del profondo gap cognitivo-pratico sussistente all’interno delle PMI. Per quanto concerne le esperienze europee di monitoraggio e sorveglianza sanitaria in ambito istituzionale, la politica sociale della Unione Europea in materia di salute e sicurezza sul lavoro si esplica anche attraverso la collaborazione della Commissione europea con l’Agenzia europea per la salute e sicurezza sul lavoro (OSHA) e la European Foundation for the Improvement of Living and Working Conditions (Eurofound), per favorire la diffusione delle informazioni e dei consigli e la promozione della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, soprattutto nelle piccole e medie imprese. Nell’ambito delle politiche per la promozione delle attività di prevenzione degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali a livello europeo, la Commissione europea (Direzione generale Occupazione, affari sociali e pari opportunità) ed Eurostat hanno avviato dagli anni ‘90 due progetti volti ad armonizzare i criteri e le metodologie da applicare per la registrazione dei dati in materia di infortuni sul lavoro e malattie professionali, in modo da rendere confrontabili le statistiche prodotte dagli Stati membri e poter misurare l’impatto e l’efficacia delle misure da essi adottate per il miglioramento della salute e sicurezza sul lavoro, ovvero l’ESAW, progetto relativo alle statistiche europee sugli infortuni sul lavoro (European Statistics on Accident at Work) e l’EODS, relativo alle statistiche europee sulle malattie professionali (European Occupational Deseases Statistics). Quest’ultimo tuttavia, nonostante sia stato avviato dal 1991, solo con riferimento all’anno 2001 ha raggiunto una raccolta sistematica dei dati relativi alle malattie professionali, ma i livelli qualitativi sono ancora oggi carenti in quanto le statistiche prodotte sono basate su dati relativi alle sole malattie professionali riconosciute dai singoli Stati membri secondo le loro legislazioni (sono solo 68 le malattie professionali riconosciute da tutti i sistemi nazionali) e tali dati sono sovente incompleti rispetto alle variabili richieste, limitandone la comparabilità. Tale parzialità nei dati raccolti è dovuta al fatto che le statistiche europee sono raccolte da Eurostat in forza della raccomandazione 2003/670/CE della Commissione europea, che ha unicamente “raccomandato” agli Stati membri “di garantire la dichiarazione di tutti i casi di malattie professionali, di rendere le loro statistiche sulle malattie professionali gradualmente compatibili con l’elenco europeo di cui all’allegato I e conformi ai lavori in corso sul sistema di armonizzazione delle statistiche europee relative alle malattie professionali, in modo da disporre, per ogni caso di malattia professionale, di informazioni sull’agente o il fattore causale, la diagnosi medica e il sesso del paziente (art.1, n. 5)”. Con la raccomandazione in questione, la Commissione europea ha istituito un elenco europeo delle malattie professionali che dovrebbero essere riconosciute da tutti gli Stati membri, contenuto nell’allegato I ed ha descritto nell’allegato II 110
una lista di affezioni di sospetta origine professionale, che dovrebbero essere oggetto di una segnalazione successiva. Sempre in ambito europeo, con specifico riferimento ad uno dei rischi lavorativi oggetto della presente disamina, si riporta l’azione del NEPSI, European Network for Silica, risultante dall’Accordo sulla protezione dei lavoratori attraverso la corretta manipolazione ed utilizzo della silice cristallina e dei prodotti che la contengono, entrato in vigore dal 25.20.2006, che ha coinvolto i rappresentanti datoriali e dei lavoratori di 14 settori industriali, recentemente giunti a 18. Punto focale dell'accordo è costituito da una procedura di valutazione del rischio delle esposizioni potenziali silice cristallina respirabile sul posto di lavoro, che deve essere effettuata regolarmente in modo da aiutare a determinare quali misure o buone pratiche siano da applicare, in modo da garantire un miglioramento continuo delle stesse. La procedura di valutazione dei rischi è descritta nell'allegato I dell'Accordo, ovvero la Guida alle Buone Pratiche. Quest’ultima prevede che nel caso in cui gli esiti della valutazione dei rischi lo impongano, ovvero se ciò risulti da disposizioni di legge, devono essere applicate una serie di misure supplementari in conformità alla legislazione europea, tra cui: monitoraggio di esposizione alla polvere, formazione e sorveglianza sanitaria. L’applicazione dell’Accordo e delle Buone Pratiche è realizzata sulla base di una procedura di reporting, ovvero un monitoraggio con cadenza biennale (a partire dal 2008) a livello europeo. Tale procedura permette al NEPSI di poter redigere una relazione di sintesi per informare la Comunità Europea e gli Stati Membri, nonché le autorità responsabili per la salute e sicurezza, degli esiti applicativi dell’accordo predetto. L’ultimo aggiornamento eseguito nella parte relativa alle Buone prassi operative risale al 2011, in cui si ricomprendevano tra le attività oggetto di monitoraggio, taglio a secco di fessure con scanalatori elettrici; taglio a secco e rettifica delle applicazioni; macinazione a secco di calcestruzzo; attività di levigatura a secco. Tale elenco è stato successivamente aggiornato nel luglio del 2012 aggiungendo anche il trattamento ad umido di pezzi minerali che contengano silice cristallina, con utensili manuali di potenza. Per quanto riguarda invece i limiti espositivi l’ultimo aggiornamento, risalente al 2009, mostra come i dati dei Paesi europei (EU 27 oltre Norvegia e Svizzera), siano molto variegati, dai livelli di 0,025 in Italia o di 0,075 dei Paesi Bassi, fino a 0,1 di Finlandia e Polonia, calcolati in mg/m nell’arco di un TWA di 8 ore lavorative. 3.1.2 I sistemi di monitoraggio nell’esperienza italiana I sistemi di monitoraggio sanitario su scala nazionale dei livelli delle malattie professionali sono coordinati in collaborazione con gli altri enti ivi preposti, 111
quali l’ISPESL, ad oggi confluito nello stesso INAIL, nonché Contarp, Servizio Sanitario Nazionale ed A.S.L. territoriali. Il primo riferimento legislativo su base nazionale della sorveglianza epidemiologica dei tumori di origine professionale è contenuto nel D.lgs. n. 277/1991 recante disposizioni per la protezione dei lavoratori da piombo, amianto e rumore. L’art. 36 del predetto decreto prevedeva l’istituzione presso l’ISPESL del Registro nazionale dei casi di asbestosi e di mesotelioma asbesto-correlato. La specifica attenzione a tale patologia derivava dalla peculiare situazione italiana di elevati consumi di amianto fino in prossimità della messa al bando del 1992 e dalla consapevolezza che in gran parte dei Paesi industrializzati le neoplasie da amianto rappresentassero circa il 50% di tutti i tumori professionali. L’Italia è stata fino alla fine degli anni ‘80 il secondo maggiore produttore europeo di amianto in fibra dopo l’Unione Sovietica ed il maggiore della Comunità Europea. Il “Regolamento per il modello e le modalità di tenuta del registro dei casi di mesotelioma” è stato definito dal Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri n. 308 del 10 dicembre 2002, perfezionando e completando il quadro legislativo per la sorveglianza dei casi di mesotelioma. Con il D.lgs. 626/1994 s’introduceva un sistema di segnalazione per tutti i casi di tumore di sospetta origine professionale e si stabiliva che i medici o le strutture sanitarie pubbliche o private, nonché gli istituti previdenziali e assicurativi che refertassero casi di tumore da loro ritenuti causati da esposizione lavorativa, trasmettessero all’ISPESL la relativa documentazione clinica e anamnestica. Tuttavia tale sistema era esclusivamente passivo e faceva riferimento per le modalità, i modelli e le procedure operative ad una decretazione di attuazione che non ha mai visto la luce. La norma è stata parzialmente integrata dal D.lgs. 66/2000 che ha introdotto, come strumento di monitoraggio dei rischi, procedure di linkage fra archivi amministrativi, in specie quello riguardante le storie professionali dei dipendenti del settore privato curato dall’INPS, consentendo l’implementazione di metodi di stima dei rischi e di ricerca dei casi di neoplasia professionale che sono generalmente indicati con l’acronimo OCCAM (Occupational Cancer Monitoring). Il D.L. n. 257/2006 riconduceva la registrazione dei casi di mesotelioma nell’ambito di quanto previsto dal D.lgs. 626/1994 abrogando le disposizioni previste sul tema dal D.lgs. 277/1991 lasciando quindi nell’indeterminazione la vigenza del D.P.C.M. 308/2002. Alla luce di quanto esposto, si comprende come obiettivo precipuo del successivo D.lgs. 81/2008, fosse quello di ridefinire il quadro della sorveglianza epidemiologica dei tumori professionali in Italia tenendo conto del percorso legislativo che si è riassunto e delle esperienze maturate nel frattempo. Proprio tale novella legislativa ha previsto l’istituzione del 112
Re.Na.M. ovvero il Registro Nazionale Mesoteliomi, di cui si approfondirà l’esperienza in seguito, che oggi costituisce un punto di riferimento di grande rilevanza in campo nazionale ed internazionale sia per l’implementazione di procedure operative originali, sia per l’ampiezza e la solidità scientifica dei risultati ottenuti. La collaborazione fra Istituto centrale e Regioni, a mezzo i Centri Operativi Regionali (COR) si è rivelata assai proficua consentendo oggi al Re.Na.M. di disporre di un patrimonio informativo assai ampio, ovvero più di 9.000 casi di mesotelioma registrati con più di 7.000 anamnesi professionali, residenziali e familiari disponibili. Tra i programmi maggiormente dedicati al fenomeno delle malattie professionali, vi è il progetto MAL.PROF., finalizzato a raccogliere ed elaborare statistiche in merito all’insorgenza di tecnopatie in relazione a specifiche attività professionali e condizioni di lavoro per l’individuazione di idonee misure di prevenzione. Il progetto, coordinato dal Dipartimento Processi Organizzativi, INAIL Ricerca, si avvale del contributo operativo di 14 Regioni, che si concretizza nel coinvolgimento degli operatori dei Dipartimenti di prevenzione delle ASL. Nel 2011 è stato pubblicato il quinto rapporto MAL.PROF., che si suddivide in due sezioni, ovvero “Analisi dati” e “Tavole Statistiche” su livelli territoriali. La prima sezione riporta i dati rilevati dalle ASL che utilizzano il modello di rilevazione standardizzato MAL.PROF., nella seconda sono presentati i dati di strutture che non applicano integralmente il modello, ma il cui apporto informativo è significativo per lo studio del fenomeno delle malattie professionali. Qui di seguito, si riporta una breve sintesi sul tasso di malattie professionali su 100.000 abitanti registrato dalle Regioni che hanno adottato il sistema MAL.PROF.. La rilevazione in Campania è stata condotta per l’anno 2007 nelle ASL NA 12-3, ASL Avellino-1, ASL Salerno-1. Il tasso di malattie professionali su 100.000 abitanti è risultato essere del 2,4% con 56 casi mentre per l’anno 2008 la rilevazione ha raggiunto un dato pari al 2,7% su 100.000 abitanti, ovvero 68 casi. Nel Lazio la rilevazione, condotta per l’anno 2007 nelle AUSL-L RM-F, Viterbo ha evidenziato su 100.000 abitanti un tasso del 21,9%, ovvero 122 casi. Nel 2008 la rilevazione è stata condotta nelle AUSL di RM F, RM G e Viterbo, dove sono stati 128 i casi registrati e 13,3% il tasso di malattie da lavoro. In Liguria la rilevazione dei dati è stata condotta solo nella ASL 3 Genovese, riportando il 40,2% nel 2007 e del 45,6% nel 2008. In Lombardia, Regione dove il sistema è da più tempo adottato i dati sono stai rilevati in entrambi gli anni nelle ASL Bergamo, ASL Brescia , ASL Como, ASL Cremona, ASL Lecco, ASL Lodi, ASL Mantova, ASL Milano, ASL 113
Milano1, ASL Milano2, ASL Milano3, ASL Pavia, ALS Sondrio, ASL Varese, e ASL Valcamonica Sebino. I risultati registrati sono del 37,3%, quale tasso di malattie professionali su 100.000 abitanti nel 2007, 40% il tasso del 2008. Nelle Marche la rilevazione dei dati è stata condotta nell’ASL5 Jesi ma solo nell’anno 2008 con 64 casi di malattia professionale che si traducono in un tasso di 62,5%. In Puglia sono sei le ASL che hanno adottato il sistema MAL.PROF. ASL Foggia, ASL Bat, ASL Bari, ASL Brindisi, ASL Taranto e ASL Lecce. Il tasso di malattie professionali registrato nel 2007 è dell’8,1% che nel 2008 è salito del 10,1%. La rilevazione dei dati in Sicilia è stata condotta dalla ASL Ragusa: 8,1% il tasso rilevato nel 2007 e 12,5% nel 2008. In Toscana, altra regione che come la Lombardia ha adottato da tempo questo sistema di rilevazione, i dati per entrambe le annualità sono stati registrati nelle ASL Massa Carrara, Lucca, Pistoia, Prato, Pisa, Livorno, Siena, Arezzo, Grosseto, Firenze, Empoli e Versilia, che hanno rilevato un tasso pari al 33,0% nel 2007 e al 40,6% nel 2008. Infine in Valle d’Aosta la rilevazione condotta nella ASL Valle Aosta ha evidenziato un tasso di 107,9% nel 2007 e di 41,8% nel 2008. Con riferimento al monitoraggio delle patologie tumorali di origine lavorativa, da una collaborazione tra ISPESL e l’Istituto Nazionale per lo Studio e la Cura dei Tumori di Milano, nasce il progetto OCCAM (OCcupational CAncer Monitoring), operante ai sensi dell’art. 244 del D.lgs. 81/08, le cui modalità operative erano già applicate in Lombardia dal 2004. L’OCCAM è rivolto a stimare il rischio per i tumori di origine occupazionale per area geografica (provincia, regione ecc.), sede d’insorgenza della malattia e comparto produttivo. Il progetto vuole anche costituire uno strumento di supporto per l’individuazione dei casi di possibile origine professionale per stabilire le priorità nell’attività di prevenzione negli ambienti di lavoro ed eventualmente per promuovere nei casi accertati l’attivazione di procedure per il risarcimento. La metodologia impiegata si struttura nella realizzazione di casi-controllo, tesi a confrontar
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