Source: http://aqiva.altervista.org/modifiche-costituzionali-forma-governo/
Timestamp: 2020-04-08 12:42:49+00:00
Document Index: 138359031

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 61', 'art. 77', 'art. 2', 'art. 119']

Modifiche costituzionali e forma di governo* | In campo
Modifiche costituzionali e forma di governo*
1. Qualche premessa. La prima. La revisione della Costituzione è prevista e regolata dalle norme contenute nella sezione II del titolo VI del suo testo. Le parole che denominano il titolo sono: “Garanzie costituzionali”. Il significato di tale collocazione è di una evidenza solare. La Costituzione intende tutelare se stessa anche quando consente che la si modifichi. Non è un paradosso, è un permettere ed insieme un precludere, permettere innovazioni, impedire deformazioni.
2. È il tributo che, dopo aver acquisito quel che poteva offrirle la storia dalla quale è nata, la Costituzione paga alla storia che verrà. A quella che vivranno le generazioni future, cui la Costituzione italiana non nega affatto il diritto a darsi una loro Costituzione, ma le esorta a meditare sul grado di civilizzazione politica e giuridica già raggiunto con la Costituzione che ereditano e sulle ragioni storiche di ciascuna di quelle conquiste, di ciascuna di quelle istituzioni che ne sono scaturite, di ciascuna delle norme che furono dettate. Esorta a meditare anche, e forse soprattutto, sulle cause delle inadeguatezze, delle storture, delle carenze, delle contraddizioni degli ordinamenti statali precedenti o le regressioni che il costituzionalismo ha subito e subisce per il mai sradicato e implacabile suo opposto dialettico, l’accentramento del potere, qualunque ne sia forma, qualunque il nome che assume. Ovviamente, la normativa sulla revisione costituzionale, con le disposizioni che contiene l’articolo 138 della Costituzione, ha il suo destinatario ordinario, che si pone così come precostituito, legittimo,“naturale”. È più che noto che è il Parlamento questo destinatario, e lo è in quanto titolare del potere che quelle stesse norme hanno configurato ed attribuito. Quindi come potere di revisione, con gli ambiti ed i limiti che definiscono la revisione, attribuito al titolare istituzionale della funzione legislativa ordinaria, perciò al Parlamento nella sua composizione ordinaria. Non a un organismo, apparato, collegio, ente eccezionalmente ed appositamente istituito per l’esercizio di un potere dalle dimensioni indeterminate e per fini illimitati. Ma all’organo costituzionale competente per l’esercizio della funzione legislativa, un organo già ordinariamente istituito per un potere che, in tal modo, viene a configurarsi come potere costituito di un organo costituito. Costituito, quindi, non costituente. Ed in quanto tale, incluso, partecipe, anzi pilastro dell’ordinamento, quindi indefettibile, e perciò qualificante l’ordinamento e qualificato dall’ordinamento, vincolato dall’ordinamento in ogni suo elemento e tratto compositivo ed alle ragioni dell’ordinamento in ogni suo atto o astensione dal compiere atti.
3. È del tutto evidente che, dire “organo ordinariamente costituito per l’esercizio della funzione legislativa”, è lo stesso che dire, innanzitutto, organo legalmente costituito, composto cioè da titolari dell’organo legalmente preposti all’ufficio cui l’organo è riferito e, se organo collegiale, da componenti del collegio legalmente nominati o legalmente eletti. Le attribuzioni, le competenze dell’organo sarebbero altrimenti carenti per vizio originario o per cessazione sopravvenuta qualunque ne sia la causa. Con la conseguenza che tale vizio travolgerebbe automaticamente ogni atto eventualmente prodotto dall’organo riconosciuto privo di una legale attribuzione di potere.
4. Costantino Mortati [1] scrivendo sulla revisione della Costituzione, nel confermare che il potere di revisione è potere costituito e non costituente, sostenne che gli organi che agiscono contro la Costituzione non sono suoi organi, perdono cioè ogni legittimazione. Omise di scrivere che, qualora gli organi della revisione usassero il potere loro conferito sviandolo al punto da opporsi al fondamento legittimante della loro funzione, negandolo fino al punto da sostituirlo con altro principio, altro perché diverso quanto a contenuto, tali organi si porrebbero come organizzazioni eversive. I loro atti verrebbero a configurarsi come commissivi del crimine più alto, della massima illegittimità concepibile per l’ordinamento costituzionale vigente al tempo dell’azione commessa.
5. La vicenda istituzionale che sta attraversando il nostro Paese configura entrambe le situazioni di illegittimità ipotizzate nelle righe che precedono.[2] Ma prima di dimostrarne la ragione è opportuno esporre la seconda premessa che indicherà il principio di fondo che si vuol sostituire, la forma di governo che si mira a trasformare e si sta trasformando, quella parlamentare.
7. Si potrebbe quindi rovesciare la “gattopardesca” espressione che rivelò al principe di Salina il senso reale dell’annessione della Sicilia al Regno d’Italia, e domandare: se con le riforme Renzi-Boschi, resta “tutto tale e quale” quanto agli organi costituzionali e ai loro rapporti formali, perché mai “tutto cambia” quanto a forma di governo e con effetti preoccupanti sulla forma di stato ?
9. Come tale, la rappresentanza incontrò e si scontrò proprio col potere di una persona sola, quella che deteneva il monopolio della violenza motivandola con la sicurezza che garantiva all’interno ed all’esterno dello stato, prima assoluto, poi nazionale, poi … . Cosa fosse lo stato e come si configurasse, quale fosse la sua forma, unica o duplice, lo rivelò Machiavelli precisandone la differenza quando scrisse: “Tutti li stati, tutti e’ dominii che hanno avuto et hanno imperio sopra li uomini sono stati e sono o repubbliche o principati”.[3] E repubblica significava potere di un soggetto plurimo, principato significava potere di un soggetto solo. La repubblica come “imperio sopra li uomini”, di più uomini e, tendenzialmente, fino a tutti li uomini “sopra tutti li uomini”, il principato invece come imperio di un solo uomo “sopra tutti li uomini”. È da questa definizione che bisogna ripartire per giungere ad una persuasiva teoria delle forme di governo, che tenga conto delle ibridazioni intervenute e delle deviazioni che hanno subito e possono subire. Tenendo anche conto del condizionamento che dette forme non possono mai escludere o ridurre o incrementare o comprimere la forma di stato al punto da deciderne l’identità. Tenendo conto ovviamente che la stessa storia ne ha addirittura trasformato il contenuto. Tenendo conto soprattutto che la storia delle forme di governo è la stessa storia della rappresentanza, della sua estensione, della sua forza e della sua credibilità.
16. A stravolgere quello disegnato dalla sua Costituzione è, invece, la spinta monocratica che si manifesta prepotentemente su quella parlamentare in Italia. Non è che in via generale, la premiership si sia consolidata a danno della rappresentanza in tutti gli stati a regime parlamentare. Tutt’altro. Anche le premiership forti poggiano sulla rappresentanza la loro stessa primazia. Lo confermano l’esperienza inglese e quella tedesca. Esperienze che, nel rivelare elementi di personalizzazione e di plebiscitarismo, li contengono all’interno della rappresentanza partitica che resta comunque incombente e avvolgente nell’attività parlamentare oltre che sede del potere di ultima istanza. La tendenza che si profila in Italia è, invece, di altra natura. Si basa sulla decadenza dei partiti come istituzioni, la accentua, trasformandoli in comitati elettorali di un leader, cui offre un potere politico eminente in tutte le fasi del processo istituzionale. Iniziando dalla predisposizione delle candidature (stante che quella delle primarie si rivela essere una legittimazione truffaldina). Fa leva poi su di un sistema elettorale ad effetti maggioritari falsati dal c.d. premio di maggioranza. Ne consegue la distorsione dall’elezione a funzione di diretta determinazione di una maggioranza servente il leader. Lo investe come premier. Trasferisce così al leader–premier il potere politico connesso alla rappresentanza.
17. La conseguenza è che mentre la storia del forma di governo parlamentare è storia, pur non lineare, dell’attrazione del potere esecutivo nell’area della rappresentanza, dalla opposta sequenza partito – comitato elettorale di un leader, leadership conseguentemente potenziata, sistema elettorale ad effetti maggioritari falsati, premiership legittimata dall’elezione, consegue l’attrazione della rappresentanza nell’area monocratica dell’esecutivo. È quanto dire che il parlamentarismo che si vuole e si sta instaurando in Italia è quello che lo snatura. Ne determina la mutazione genetica della quale va ora scandito il processo. Non prima però di precisare i termini che lo definiscono. Quello iniziale e quello terminale.
22. Si può ritenere che tale spettanza sussista per un organo composto contravvenendo alle norme sulla sua composizione ? Sulla illegittimità costituzionale della legge elettorale denominata “porcellum” non possono esserci dubbi. La sentenza n. 1 del 2014 pronunziata dalla Corte costituzionale è univoca. Nessuno infatti poteva dubitarne, e nessuno ha dubitato del suo significato.[4] Si è voluto invece interpretarne gli effetti in modo mai tanto stravolgenti dottrine, usi norme. Come è ampiamente noto, si è sostenuto che, avendo tale sentenza consentito, in base al principio di continuità dello stato, la prosecuzione dell’attività parlamentare delle Camere illegittimamente elette, tale prosecuzione avrebbe potuto protrarsi fino alla fine della Legislatura. Espressione, questa “della fine della Legislatura”, che la Corte si è ben guardata dall’usare preferendo invece quella di “una nuova consultazione elettorale, consultazione che si dovrà effettuare o secondo le regole della normativa che resta in vigore a seguito della presente decisione ovvero secondo la nuova normativa eventualmente adottata dalle Camere.”[5] Ripete al plurale questa formula, se non a prescrivere la nuova consultazione, per non interferire col potere del Presidente della Repubblica, certamente a invocarla o, almeno, a considerarla come conseguente all’esaurirsi dei tempi della prorogatio, dei quali ricordava con gli esempi univoci (ex art. 61 Cost. 90 giorni, ex art. 77 Cost. 60 giorni) i limiti di durata nei casi costituzionalmente previsti e quindi vincolanti nel massimo per altri casi di interventi per fattispecie analoghe a quella oggetto della sentenza.[6] La conseguenza dell’omissione dello scioglimento è del tutto evidente. La storia del Parlamento italiano e quindi della Repubblica italiana si caratterizzerà per aver attraversato una fase non comparabile con alcuna altra fase della storia dei parlamenti, la fase di una legislatura parlamentare illegittima per omesso atto di scioglimento di un Parlamento illegittimo per composizione, dichiarata illegittima da un organo supremo dell’ordinamento. Omissione che poteva essere giustificata temporaneamente dalla crisi economico-finanziaria che avvolgeva il Paese, poteva quindi anche autorizzare un esercizio delle funzioni parlamentari se volte al fine esclusivo del superamento di tale crisi, ma che non poteva né protrarsi oltre il superamento (Hispania docet) della fase acuta della crisi, tanto meno consentire l’avvio di una revisione costituzionale.
23. Una domanda si pone spontanea: l’incompetenza assoluta di un organo accertata in via giurisdizionale non travolge gli atti posti in essere da tale organo oltre i limiti temporali della prorogatio e oltre quelli ordinari delle sue funzioni ? A questa domanda non si può rispondere negativamente neanche ponendosi sulle orme di una augusta dottrina, quella che definiva “di fatto” l’instaurazione di un nuovo ordinamento costituzionale, asserendo che “il fatto si tramuta in diritto non appena esso è compiuto”.[7] Non si può rispondere negativamente perché, a ben riflettere, non siamo di fronte al quella stessa fattispecie, perché il fatto (legge costituzionale Renzi-Boschi), pur compiuto, produrrebbe i suoi effetti solo a seguito del voto favorevole nel referendum costituzionale. Per ora, “il fatto” che si potrebbe tramutarsi in diritto è configurabile intanto come usurpazione di potere politico ed esercizio arbitrario di funzione pubblica. Che sia imputabile ad un’Assemblea elettiva e addirittura ad ambedue i rami del Parlamento, che diventi perciò non punibile un crimine del genere qualunque sia il risultato del referendum, è conseguenza diretta dello stravolgimento funzionale del sistema compiuto dall’omissione dell’atto di scioglimento del Parlamento illegittimo da parte del Presidente della Repubblica. Ne deriva una conseguenza. La reiezione della legge costituzionale oggetto del referendum sul bicameralismo avrebbe anche il merito di ripristinare il principio della “superiore legalità della Costituzione” riconducendo l’Italia al livello di civiltà dal quale è caduta, quello degli stati di diritto.
24. Produrrebbe ovviamente effetti virtuosi per la stabilità della forma di governo in Italia e, per la seconda volta nella storia della Repubblica, dieci anni dopo l’annullamento della legge di modifica della Costituzione tentata dal Governo Berlusconi, riaffermerebbe la scelta della forma parlamentare di governo da parte del corpo elettorale italiano. La riaffermerebbe indirettamente neutralizzando la legge elettorale (della quale si è già fatto qualche cenno) denominata italicum. Che è legge avente ad oggetto il sistema elettorale per l’elezione della sola Camera, visto che, nel disegno renziano , il Senato deformato sarebbe eletto dai consigli regionali. Ma è ormai tempo di provare come queste due leggi, facendo sistema, mistificando regole, procedure ed atti, travolgono la forma parlamentare di governo.
25. Partiamo da una constatazione auto evidente. La democrazia moderna, quindi la forma democratica di stato, o è rappresentativa o non è. Va di certo integrata, arricchita con istituti di democrazia diretta. Ma il suo fondamento intangibile è la rappresentanza, ne è l’essenza. Deviarla, distorcerla, amputarla è comprimere quel che resta della sovranità popolare dopo l’erosione subita dai trattati Ue. E ora la domanda: come, in quali termini si pone rispetto a tali principi ed a tali fondamentali esigenze il Senato “renziano”. Quale è la rappresentanza sulla quale dovrebbe basarsi ? L’articolo 1 della legge costituzionale gli riconoscerebbe quella “delle istituzioni territoriali”, quindi una rappresentanza di enti, delle regioni-enti dei comuni-enti. Una rappresentanza conseguente alla elezione da parte dei Consigli regionali di consiglieri regionali e di sindaci, uno per Regione, questi sindaci, eletti al Senato non dai consigli comunali, ma da quelli regionali. Questi senatori – 21 su 95 – rappresenterebbero i comuni ove furono eletti sindaci (e anche gli altri ? ) o i Consigli regionali che li eleggono al Senato ? Domanda analoga suscita il disposto del quinto comma dall’art. 2 secondo cui i Consigli regionali dovrebbero eleggere i senatori di loro spettanza “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo degli organi di provenienza”. Scelte di maggioranza, scelte articolate ? Mai formulazione di enunciato normativo di testi costituzionali può essere stata tanto ambigua. Non saranno poche le questioni interpretative affidate alla legge di attuazione di tale testo né saranno di incontestata soluzione.
27. Incomprensibile poi è la modifica dell’articolo 59 Cost. che riduce la durata in carica dei senatori nominati per gli altissimi meriti conseguiti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario a 7 anni, quanti quelli della durata in carica del Presidente della Repubblica. In quale delle sue attribuzioni può o deve essere rappresentato al Senato il Presidente della Repubblica: in quella di capo dello stato pur se il titolare di tale funzione è nella pienezza delle su funzioni ? Nella rappresentanza dell’unità nazionale …. da dividere in 5 parti ? Solo la mancanza del senso del ridicolo può poi immaginare che gli altissimi meriti si affievoliscono anno per anno per scomparire in perfetta coincidenza col mandato presidenziale ….
28. Un rapporto come quello descritto tra corpo elettorale e Senato non può comportare e non comporta una rappresentanza politica credibile. Non, di certo, quella imposta dal significato e dalle implicazioni dell’articolo 1 Cost. sulla sovranità popolare e sulle forme del suo esercizio. Non quella quindi che consentirebbe la partecipazione alla funzione legislativa, tanto meno se di revisione costituzionale. Neanche quella di eleggere due giudici costituzionali, per citare le funzioni che direttamente esprimono il senso della sovranità. Non è di rappresentanza politica il ruolo che Renzi vuole intestare ai membri del Senato. È quello di tramite politico-clientelare tra Governo da una parte e Regioni e Comuni dall’altra per l’erogazione contrattata delle risorse finanziarie disponibili per la discrezionalità che comunque resta al Governo ex art. 119 Cost., commi 3 e 5, come modificato. È del tutto ovvio che questo stesso rapporto non potrà mai diventare uno strumento di esercizio di un contropotere nei confronti dello strapotere di una Camera dei deputati, trasformata in organo di esecuzione delle decisioni del Governo e del suo Presidente del Consiglio mediante legiferazione. Uno dei principi fondativi del garantismo costituzionale è schiacciato. Se fosse stato adottato per ispirare la riforma del Senato, avrebbe potuto risolvere la questione di fondo del bicameralismo italiano, quella della sua ragion d’essere.[8]
31. Con l’italicum vengono assegnati 340 seggi (24 in più della metà più uno dei 630 della Camera) alla lista che ottiene il 40 per cento dei voti. Lo stesso numero di seggi verrebbe assegnato anche ad una lista che ne ottenga meno, anche il 30, il 20 …. Infatti, per il caso che nessuna lista ottenga il 40 per cento dei voti, è previsto un secondo turno, col quale si assegna il “premio” alla lista che, nel ballottaggio tra le due che abbiano ottenuto il maggior numero di voti al primo turno, sia prevalsa con qualsiasi quorum. [9]
32. Collegata alla deformazione del Senato, l’italicum non nasconde il suo obiettivo reale. Lo rivela nel prevedere che le formazioni elettorali che “si candidano a governare”, devono depositare, col contrassegno che le identifica, il nome del “capo della forza politica”, cioè del candidato alla presidenza del consiglio che, in quanto leader di uno dei partiti geneticamente mutati, avrà composto la lista dei candidati al Parlamento collocandovi i suoi fiduciari. L’italicum converte quindi l’elezione dei membri del Parlamento in elezione diretta del capo del governo che carpirà in tal modo il flusso di sovranità e di legittimazione prodotto dal voto del corpo elettorale dissolvendo la rappresentanza politica, fondamento della democrazia moderna. Stravolta la forma parlamentare di governo, è incrinata la forma di stato.
http://www.hyperpolis.it/online/modifiche-costituzionali-e-forma-di-governo/
* Saggio in corso di pubblicazione sulla rivista Questione Giustizia n.2 2016, uscito il 27 giugno 2016 su Coordinamento Democrazia Costituzionale