Source: https://canestrinilex.com/risorse/cannabis-light-commerciante-non-punibile-se-principio-attivo-troppo-alto-cass-266018/
Timestamp: 2020-01-28 05:13:06+00:00
Document Index: 3795077

Matched Legal Cases: ['art. 14', 'art. 42', 'art. 73', 'art. 75', 'art. 26', 'art. 26', 'art. 4', 'art. 73']

Cannabis light, commerciante non punibile se principio attivo troppo alto (Cass. 2660/18)
marijuana coltivaizone cannabis light
Dalla liceità della coltivazione della cannabis "light" deriva la liceità dei suoi prodotti contenenti un principio attivo THD inferiore allo 0.6%, nel senso che non potrebbero più considerarsi (ai fini giuridici), sostanza stupefacente.
Le norme incriminatrici costituiscono (tassative) eccezioni rispetto alla generale libertà di azione delle persone, per cui eventuali ridimensionamenti delle loro portate normative non costituiscono eccezioni (norme eccezionali non estensibili analogicamente per il divieto posto dall’art. 14 preleggi) ma fisiologiche riespansioni (ben estensibili analogicamente) delle libertà individuali, che nel nostro sistema normativo non sono funzionalizzate (a differenza di quel che vale per altre concezioni del rapporto Stato-individuo) a scopi pubblici e restano espressioni individuali della persona, salvi i limiti previsti dall’art. 42 Cast. per l’iniziativa economica privata.
Vale il principio generale secondo il quale la commercializzazione di un bene che non presenti intrinseche caratteristiche di illeceità deve, in assenza di specifici divieti o controlli preventivi previsti dalla legge, ritenersi consentita nell’ambito del generale potere (agere licere) delle persone di agire per il soddisfacimento dei loro interessi (facultas agendo).
Se il rivenditore di infiorescenze di cannabis provenienti dalle coltivazioni considerate dalla legge n. 242 del 2016 è in grado di documentare ia provenienza (lecita) della sostanza, il sequestro probatorio delle infiorescenze, al fine di effettuare successive analisi, può giustificarsi solo se emergono specifici elementi di valutazione che rendano ragionevole dubitare della veridicità dei dati offerti e lascino ipotizzare la sussistenza di un reato ex art. 73, comma 4, d.P.R. 309 del 1990.
La posizione di chi sia trovato dagli organi di polizia in possesso di sostanza che risulti provenire dalla commercializzazione di prodotti delle coltivazioni previste dalla legge n. 242 del 2016 è quella di un soggetto che fruisce liberamente di un bene lecito.
La percentuale dello 0,6% di THC costituisce il limite minimo al di sotto del quale i possibili effetti della cannabis non devono considerarsi psicotropi o stupefacenti secondo un significato che sia giuridicamente rilevante per il d.P.R. n. 309/1990.
Dalla piena legittimità dell’uso della cannabis proveniente dalle coltivazioni lecite deriva che il suo consumo non costituisce illecito amministrativo ex art. 75 d.P.R. n. 309/1990, a meno che non emerga che il prodotto sia stato in qualche modo alterato e che di questa condizione chi lo detenga per cederlo sia consapevole.
Sent. n. sez. 2660/2018
Presidente: Fidelbo, Relatore Costanzo
Nel ricorso presentato dal difensore di C. si chiede l’annullamento dell’ordinanza assumendo che sia lecita la commercializzazione di infiorescenze di piante sviluppatesi da semi rientranti nelle categorie previste dalla legge n. 242/2016, perché escluse dall’ambito di applicazione del d.P.R. n. 309/1990.
Quanto agli esiti della analisi dei campioni, che rivelano il superamento della soglia dello 0,6%, si osserva che si tratta, comunque, di infiorescenze di piante prodotte con semi appartenenti alle categorie previste dalla direttiva UE, diverse da quelle considerate nel d.P.R. n. 309/1990, evidenziando che, in concreto, il principio attivo rinvenuto neí campioni esaminati non supera mg. 25 di THC e quindi il limite (0,5%) oltre il quale, secondo la giurisprudenza, il THC è ritenuto drogante.
La prima disciplina italiana degli stupefacenti (legge n. 18 febbraio 1923, n. 396) indicò tra le droghe vietate solo gli oppiacei e la cocaina punendone il commercio, non anche la coltivazione; il codice penale del 1930 trattò i reati In materia di stupefacenti ma non fornì criteri per individuare le sostanze vietate e non si interessò alla coltivazione. La legge 22 ottobre 1954 n. 1041 pur vietando «la coltivazione del papaver somniferum e di altre piante dalle quali si possono ricavare sostanze comprese nell’elenco degli stupefacenti» non menzionò espressamente la canapa. Dopo che la produzione della canapa a fini industriali fu quasi scomparsa (mentre la marijuana era divenuta oggetto di un consumo di massa) l’art. 26 legge 22 dicembre 1975, n. 685 vietò la coltivazione anche della canapa indiana se non, previa autorizzazione, «per scopi scientifici, sperimentali o didattici» ma, come suindicato, successivamente già nell’art. 26 il d.P.R. n. 309/1990 ha escluso la coltivazione della canapa «per la produzione di fibre o altri usi industriali» dalle coltivazioni e produzioni vietate.
2.2. La legge n. 242 del 2016 mira a promuovere la coltivazione e la filiera agroindustriale della canapa e indica due diversi limiti di THC. Quello dello 0,2% – posto nella disposizione su “controlli e sanzioni” (art. 4) e in nessuna altra parte della legge – ha la sua chiara ragione nella normativa sovranazionale costituita dal Regolamento (CE) n. 73/2009 del Consiglio del 19 gennaio 2009, che «stabilisce norme comuni relative ai regimi di sostegno diretto agli agricoltori nell’ambito della politica agricola comune e istituisce taluni regimi di sostegno a favore degli agricoltori ,,.» e prevede il «pagamento corrisposto direttamente agli agricoltori nell’ambito di uno dei regimi di sostegno».
La ragione della presenza di queste disposizioni particolari per la canapa (come, del resto, ve ne sono per altri prodotti agricoli e allevamenti secondo le rispettive specificità) è dichiarata nel preambolo: «È inoltre opportuno adottare misure specifiche per la canapa, per evitare che siano erogati aiuti a favore di colture illecite». A questo scopo è stato previsto il doppio limite (0,2% e 0,6%) contenuto nell’articolo 4 della legge n. 242 del 2016, che fa riferimento a controlli e sanzioni (senza, però, definire queste ultime.)
4.1. Si è sostenuto che la liceità della cannabis è circoscritta alla sua coltivazione e alla destinazione dei prodotti coltivati entro l’alveo delle previsioni esplicite contenute nella legge n. 242 del 2016. Le disposizioni di questa legge che consentono, a certe condizioni, la coltivazione di cannabis, sono ritenute norma eccezionale e sicuramente non estensibili analogicamente alle altre condotte disciplinate dal d.P.R. 309/90 tra le quali la vendita e la detenzione per il commercio. Da questo assunto, si conclude che la presenza di un principio attivo sino allo 0.6% è consentita solo per i coltivatori non anche per chi commerci I prodotti derivati dalla cannabis (Sez. 6, n. 56737 del 27/11/2018, Ricci; Sez. 6, n. 52003 del 10/10/2018, Moramarco; Sez. 4, n. 34332 del 13/06/2018, Durante).
Tuttavia, la configurazione della intera legge n. 242/2016 come norma eccezionale rispetto al d.P.R. n. 309/1990, non estensibile analogicamente, non appare appropriata perché non vengono in rilievo rapporti normativi in termini di regola-eccezione, ma emerge il configurarsi di un microsettore normativo in radice autonomo per la cannabis proveniente dalle coltivazioni consentite.
ùCosi come assertivamente espressa, la tesi appare una petizione di principio che trascura che è nella natura dell’attività economica che i prodotti della “filiera agroindustriale della canapa” (che la legge espressamente mira a promuovere) siano commercializzati e che, in assenza di specifici dati normativi non emergono particolari ragioni per assumere che il loro commercio al dettaglio debba incontrare limiti che non risultano posti al commercio all’ingrosso.
Dovranno, pertanto, ordinariamente provarsi le condizioni e i presupposti per la sussistenza del reato, compreso il superamento della soglia drogante e, ovviamente, la consapevolezza dei consumatore: un reato ex art. 73 d.P.R. n. 309 del 1990 può configurarsi solo se si dimostra con certezza, che il principio attivo contenuto nella dose destinata allo spaccio, comunque oggetto di cessione, è di entità tale da potere concretamente produrre un effetto drogante (Sez. 6, n. 8393 del 22/01/2013, Ceccon i, Rv. 254857; Sez. 6, n. 6928 del 13/12/2011, dep. 2012, Choukrallah, Rv. 252036; Sez. 4, n. 6207 del 19/11/2008, dep. 2009, Stefanelli, Rv. 242860).
Commercio di marijuana non "light": non è reato se .. (Tr. Cosenza, 6/2019)