Source: http://www.centrosarg.com/2017/02/06/11-anni-legge-consolo-punto/
Timestamp: 2019-02-19 10:51:59+00:00
Document Index: 1960508

Matched Legal Cases: ['art. 583', 'art. 583', 'art. 582', 'sentenza ', 'art. 583', 'art. 583']

11 anni di legge Consolo: a che punto siamo -
Admin | 6 febbraio 2017 | Diritto penale, Riforme, Tutte le categorie | Nessun commento
La Female Genital Mutilation
Il 6 febbraio è stata istituita dalle Nazioni Unite la Giornata internazionale contro le pratiche di mutilazione genitale femminile: in questa locuzione rientrano tutte le procedure (clitoridectomia, infibulazione, escissione) che comportano la rimozione parziale o totale dei genitali femminili esterni o altra lesione ai genitali femminili dovuta a ragioni non mediche (definizione Organizzazione Mondiale Sanità).
Maggiormente colpite sono le bambine, anche neonate, che vengono sottoposte a questo atto brutale dalle proprie genitrici, zie o nonne, a loro volta sottoposte in tenera età al medesimo abuso.
Quella delle mutilazioni genitali femminili è una pratica tradizionale ampiamente diffusa in molti Paesi africani, alcuni dell’Asia e del Medio Oriente, dell’America Latina ed in misura minore, presso alcune comunità di immigrati in Europa, Australia, Canada, Nuova Zelanda e Stati Uniti.
Il fenomeno ha gravi conseguenze, nell’immediato e nel lungo periodo, sulla salute e il benessere psico-fisico di donne e bambine.
Per quanto sia difficile valutare l’entità del fenomeno, le Nazioni Unite nel 2011 stimavano che nel mondo tra i 100 e i 140 milioni di donne fossero state sottosposte a pratiche di mutilazione genitale, e che ogni anno almeno 3 milioni di bambine corressero il medesimo rischio.
Secondo l’ultimo rapporto Unicef, pubblicato nel 2013, sarebbero più di 125 milioni le bambine e donne sottoposte alle pratiche di infibulazione/escissione nei 29 Paesi in cui la pratica è maggiormente diffusa. E nei prossimi 10 anni sarebbero 30 i milioni di bambine che rischiano ancora di subire tale pratica.
Il documento costituisce la prima pubblicazione a contenere nuovi dati sulle ragazze di età inferiore ai 15 anni e che è stato elaborato sulla base del più alto numero di sempre di indagini nazionali rappresentative del fenomeno -ben 70- condotte nell’arco di 20 anni nei 29 Paesi in cui le mutilazioni genitali femminili sono concentrate.
Le suddette indagini hanno rilevato che, rispetto a 30 anni fa, le bambine hanno meno probabilità di essere sottoposte alle pratiche di mutilazione genitale: questo perché le Istituzioni ormai non sostengono più apertamente le pratiche (anche se culturalmente il fenomeno è radicatissimo, sopratutto tra gli anziani, sia uomini che donne)
Attualmente, norme nazionali che vietano le mutilazioni genitali femminili sono in vigore in 2/3 dei Paesi africani in cui la pratica è diffusa ed in numerosi altri Paesi, anche europei, caratterizzati dalla presenza di migranti provenienti da Paesi in cui le pratiche sono radicate.
La Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (CRC), ratificata dall’Italia con la legge 176/91, riconosce ad ogni bambino e adolescente il diritto alla protezione da ogni tipo di abuso, sfruttamento e violenza; stabilisce che il fanciullo, cioè ogni essere umano di età inferiore ai 18 anni, deve essere tutelato contro ogni forma di violenza, perpetrata nei suoi confronti da parte di chi dovrebbe averne cura, e richiede l’impegno dei singoli Stati al fine di tutelare i bambini e gli adolescenti contro ogni forma di sfruttamento pregiudizievole al loro benessere.
Il Comitato ONU sui diritti dell’infanzia, organo di monitoraggio dell’applicazione della CRC, ha pubblicato nell’aprile 2011 il suo commento generale n. 13 appositamente dedicato al diritto del minorenne alla libertà da ogni forma di violenza.
L’Italia è sempre stata attivamente impegnata, sia sul piano politico che su quello della cooperazione allo sviluppo, per l’eliminazione delle pratiche di mutilazione genitale femminile, distinguendosi nella campagna internazionale contro tali pratiche e conquistando il ruolo di interlocutore privilegiato con i Paesi africani che presentarono la Risoluzione sulle MGF all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, adottata nel 2012 con il titolo “Intensifying global efforts for the elimination of female genital mutilations” (Intensificare gli sforzi globali per l’eliminazione delle mutilazioni genitali femminili) e co-sponsorizzata da oltre 110 Paesi, tra cui 50 africani. L’Italia ha inoltre supportato la realizzazione della campagna europea “END FGM” promossa da Amnesty International, che ha sostenuto la forte richiesta fatta dal Parlamento europeo per porre fine alle mutilazioni dei genitali femminili attraverso una risoluzione congiunta adottata il 14 giugno 2012.
A causa dell’aumento dei flussi migratori, infatti, il fenomeno ha inevitabilmente coinvolto anche l’Europa, e sebbene i dati sulla diffusione di tali pratiche nei paesi europei non siano noti, il Parlamento europeo stima che circa 500.000 tra donne e ragazze convivano con le Mutilazioni Genitali Femminili.
Il perpetrarsi di questa pratica continua a costituire una grave violazione dei diritti umani a danno di milioni di donne e bambine in tutto il mondo, diritti riconosciuti dalla nostra Costituzione, e il Governo e Parlamento italiani, da anni impegnati su questo fronte, hanno promosso e sostenuto diverse azioni di contrasto al fenomeno.
L’art. 583 bis c.p.
Tra queste, menzione particolare spetta alla legge 9 gennaio 2006, n. 7, anche conosciuta come legge Consolo dal nome del Senatore che la promosse, che ha istituito l’art. 583 bis codice penale, rubricato “Pratiche di mutilazione degli organi genitali femminili”.
In fase di lavori parlamentari, si ipotizzò di accorparlo alle lesioni personali (art. 582 c.p.), di cui avrebbero costituito un’aggravante. Il legislatore ha invece preferito caratterizzare questa variante delle lesioni costituendo un autonomo titolo di reato.
Al primo comma, è punita con reclusione da 4 a 12 anni la mutilazione degli organi genitali. Al capoverso, sono punite con reclusione da 3 a 7 anni le lesioni finalizzate alla menomazione delle funzioni sessuali. In questo modo, si è realizzata una progressione del trattamento sanzionatorio, evidentemente, a seconda che la donna abbia subito o meno danni permanenti al proprio apparato genitale. L’ipotesi meno grave, infatti, che non presuppone mutilazione, prevede anche la possibilità di un’abbattimento sanzionatorio (fino a 2/3) nel caso in cui le lesioni procurate siano di lieve entità.
Al secondo comma invece è prevista un’aggravante comune ad entrambe le fattispecie delittuose di cui sopra, che si applica quando oggetto della mutilazione siano state minori ovvero qualora il fatto sia commesso a scopo di lucro. Tale pratica infatti, perpetrata con arnesi non chirurgici (lamette, pezzi di vetro), in condizioni igieniche nulle e per mano di soggetti per lo più estranei alle professioni sanitarie, è molto spesso esercitata da donne le cui prestazioni sono lautamente ricompensate.
Attesa l’incidenza del fenomeno tra vittime per lo più di tenerissima età, il legislatore ha previsto che alla condanna o all’applicazione della pena su richiesta delle parti (c.d. patteggiamento), si accompagnano sempre le sanzioni accessorie della decadenza dall’esercizio della responsabilità genitoriale e l’interdizione perpetua dagli uffici relativi alla tutela, curatela, e amministrazione di sostegno.
L’unica controversa applicazione giurisprudenziale
E’ costituita da una sentenza di merito, emessa dalla Corte di Appello di Venezia, a carico di due dei tre imputati del delitto in esame: una levatrice, la madre di una bambina, e il padre di una seconda bambina. Tutti erano stati condannati in primo grado a pene irrisorie, stante la riconduzione del delitto alla fattispecie di cui al primo comma, capoverso, il riconoscimento dell’attenuante della lieve entità riconosciuta prevalente sull’aggravante del fatto commesso in danno di un minore e, per la sola levatrice, prevalente sull’aggravante della finalità di lucro (l’operazione le fruttava 300 euro a bambina).
I due genitori, però, hanno proposto appello a mezzo dei propri difensori contestando la ritenuta sussistenza del dolo specifico. Infatti, come emerso in primo grado, l’intervento praticato sulle bambine (su una sola, per la verità, perché per l’altra vi era stato solo tentativo), non era di mutilazione, bensì consisteva in una leggera incisione del tessuto superficiale del clitoride.
Per tale ragione, il fatto era stato ricondotto nell’ipotesi meno grave del delitto di cui all’art. 583 bis c.p. Come sopra accennato, tale fattispecie prevede però il dolo specifico della menomazione delle funzioni sessuali. E i due genitori hanno fatto leva proprio sul fatto che l’operazione voluta sulle piccole non era finalizzata ad una menomazione della loro futura sessualità, bensì effettuata per un’esigenza socio-culturale propria del loro Paese di origine – una sorta di rito di purificazione compiuto con la fuoriscita di qualche goccia di sangue-, e che era stata realizzata quindi in modo simbolico più che per cagionare una lesione, come effettivamente emerso dalle perizie che non avevano evidenziato danni permanenti.
Sulla scorta di tali deduzioni, la Corte territoriale ha pertanto assolto i due appellanti, per assenza del dolo specifico del delitto.
Una decisione giusta ma che solleva dubbi
Appare evidente come la pedissequa applicazione dei principi basilari del diritto penale da parte dei Giudici non potesse che condurre, in questo caso, alla assoluzione degli imputati.
Tuttavia, vi è da chiedersi se in presenza di un’aggressione su minori per la quale si è sentito il bisogno di istituire un reato ad hoc, il legislatore abbia compiuto un buon lavoro.
Infatti, condizionare la ricorrenza della fattispecie dagli effetti più lievi alla sussistenza di un dolo specifico, può determinare -come visto- in concreto seri problemi per la configurabilità della norma in esame, atteso che ogni lesione lieve verrà interpretata alla stregua di un’intervento non mirato alla compromissione permanente della funzionalità degli organi genitali delle bambine e, pertanto, non integrante l’elemento soggettivo dell’art. 583 bis comma I cpv. c.p.
Purtroppo, a dispetto della generalizzata levata di scudi a difesa delle bambine e della loro integrità psico-fisica, della condanna pubblica alle pratiche di mutilazione e lesione genitale femminile, del disconoscimento di qualsiasi valore scriminante ad ogni preteso fondamento culturale delle pratiche in commento, ancora una volta una ci troviamo nella paradossale situazione per cui è stato istituito l’ennesimo reato “speciale” la cui applicazione è claudicante.