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Timestamp: 2019-11-22 21:43:34+00:00
Document Index: 159388653

Matched Legal Cases: ['art. 441', 'art. 441', 'art. 95', 'art. 5', 'art. 95', 'art. 79', 'art. 441', 'art. 95', 'art. 5', 'art. 5', 'sentenza ', 'art. 47', 'art. 5', 'sentenza ', 'art. 27', 'art. 356', 'art. 114', 'art. 348', 'art. 354', 'art. 114', 'art. 114', 'art. 186', 'art. 356', 'art. 114', 'art. 348', 'art. 354', 'art. 104', 'art. 27', 'art. 348', 'art. 354', 'art. 114', 'art. 114', 'art. 356', 'art. 354', 'art. 220', 'art.220', 'art.192', 'art. 114', 'sentenza ', 'art.180', 'art.182', 'art. 114', 'art. 186', 'art. 186', 'art. 186', 'art. 133', 'art. 58', 'art. 186', 'art. 186', 'art. 354', 'art. 113', 'art. 186', 'art. 186', 'art. 186', 'art. 186', 'art. 186', 'art. 186', 'art. 12', 'art. 186', 'art. 186', 'art. 42', 'art. 43', 'art. 27', 'art. 186', 'art. 62', 'art. 186', 'art. 186', 'art. 73', 'sentenza ', 'art. 133', 'art. 58', 'art. 216', 'art. 27', 'art. 530', 'art. 33', 'art. 33', 'art. 27', 'art. 62', 'art. 165', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 441', 'sentenza ', 'art. 521', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 354', 'art. 590', 'art. 648', 'art. 337', 'art. 27', 'art. 533', 'sentenza ', 'art. 81']

diritto penale | Rivista di Diritto Maceratese | Pagina 2
Patrocinio a spese dello Stato, errore di diritto nell’individuazione del reddito: assoluzione. Il giudizio abbreviato e le iniziative probatorie d’ufficio ex art. 441 c.p.p., 5° co. (Trib. Fermo GIP/GUP 4-2-2016, Giud. Domenico POTETTI)
18 Aprile 2016 Diritto, diritto penalePaolo Storani
La Rivista di Diritto Maceratese ha il piacere di pubblicare un’inedita, nuova pronuncia del Dott. Domenico Potetti.
TRIBUNALE DI FERMO, Ufficio GIP / GUP, 4 febbraio 2016, Giudice Domenico Potetti
Le iniziative probatorie assunte d’ufficio dal giudice in sede di giudizio abbreviato, ai sensi del comma quinto dell’art. 441 c.p.p., per essere rispettose della natura accusatoria del processo, non possono essere avviate per seguire piste investigative delle quali non si intravedono i contorni e la sicura concludenza.°°°
In tema di art. 95 del D. P. R. n. 115 del 2002 (patrocinio a spese dello Stato), quando vi sia almeno il ragionevole dubbio che l’imputato si sia rivolto al suo difensore per la compilazione della domanda di accesso al beneficio del patrocinio statale, e pertanto sia caduto in errore nell’individuazione del reddito rilevante per l’accesso al beneficio, trattasi di errore di diritto su norma penale (art. 5 c.p.), e l’imputato va assolto, trattandosi di errore di diritto scusabile ex C. cost., n. 364 del 1988, perché di regola si deve ritenere che l’imputato medesimo abbia correttamente adempiuto al proprio onere di informarsi e che quindi il suo errore sia stato inevitabile.°°°
Nel caso di specie la richiesta di accesso al beneficio del patrocinio statale è stata proposta dall’imputata nell’ottobre duemilaundici, e in quella sede ella attestava che lei stessa aveva percepito nel duemiladieci euro …, e il familiare … aveva percepito, nello stesso anno, euro … (totale dei due redditi predetti: euro …).
L’Agenzia delle entrate, per l’anno d’imposta duemiladieci ha invece accertato che al reddito dell’imputata (euro …) si è sommato il reddito di … (familiare convivente; euro …), per un reddito complessivo superiore quindi al limite legale (consistente allora in euro 12.693,98, considerati gli aumenti dovuti al numero di familiari conviventi).
Orbene, l’art. 95 del DPR n. 115-02 prevede fra l’altro che la falsità o le omissioni nella dichiarazione sostitutiva di certificazione prevista dall’art. 79, comma 1, lettera c) (attestazione sul reddito) è punita con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa da euro 309,87 a euro 1.549,37 (e che la pena è aumentata se dal fatto consegue, come nel nostro caso, l’ottenimento dell’ammissione al patrocinio; la condanna importa la revoca, con efficacia retroattiva, e il recupero a carico del responsabile delle somme corrisposte dallo Stato.°°°
L’imputata si è difesa in udienza dichiarando di avere portato al suo avvocato i documenti richiesti, e che (essendo il suo grado di istruzione pari alla terza media inferiore) si era affidata all’operato del proprio difensore.
2.1 Allo stato degli atti non è chiaro a questo giudicante se e come sia insorto un ipotetico errore dell’imputata, in ordine alla determinazione del reddito da prendere a base per l’accesso al beneficio del patrocinio statale.
La difesa ha prodotto i suddetti CUD, dai quali emergono, fra l’altro, le cifre a suo tempo indicate in occasione della richiesta di accesso beneficio.
A fronte di ciò vi sono i dati, sostanzialmente non commentati, offerti dall’Agenzia delle entrate.
Le indagini effettuate non sono state indirizzate nella direzione dell’elemento soggettivo del reato, e in particolare sul tema dell’ipotetico errore nel quale sarebbe caduta l’imputata.
Su tali premesse questo giudicante non ritiene di doversi ulteriormente attivare nei sensi di cui al comma quinto dell’art. 441 del codice di rito penale.
Dovendo quindi, per tale motivo, decidere il processo allo stato degli atti, trattandosi di materia tecnica nella quale (per comune massima di esperienza) è logico che l’interessato si affidi all’operato del professionista, appare credibile quanto sopra dichiarato dall’imputata a sua difesa.
Si deve quindi ritenere (non essendovi prova contraria) che l’imputata cadde in errore circa il contenuto della propria richiesta di accesso beneficio, pur essendosi rivolta al suo difensore.
Questa è, dunque, l’ipotesi di lavoro su cui esercitarsi.
2.2 A ben vedere si è trattato, in ipotesi favorevole all’imputata, di errore su norma apparentemente extra penale, e cioè sulle norme che stabiliscono come debba essere calcolato il reddito rilevante ai fini di accesso al beneficio di cui trattasi.
A stretto rigore, tuttavia, questo errore va considerato come errore sulla norma penale, in quanto si tratta di norma integrativa della norma penale, nel caso consistente nell’art. 95 del D. P. R. n. 115 del 2002.
Di conseguenza, l’errore su di esse è errore sulla legge penale e quindi non scusa, ai sensi dell’art. 5 c.p. (salvo che si tratti di errore inevitabile sul precetto, secondo la versione attuale dell’art. 5 c.p., introdotta con la sentenza della C. cost. n. 364 del 1988, della quale tratteremo).
La seconda categoria è quella delle norme extrapenali non integratrici del precetto penale, le quali consistono in quelle disposizioni destinate fin dall’origine a regolare rapporti giuridici di natura non penale, e che non siano richiamate, neppure implicitamente, dalla norma penale (al contrario del nostro caso).
Solo l’errore che cade su questa seconda categoria (norme non integratrici) esclude il dolo, trattandosi di errore sul fatto, a norma dell’art. 47, comma 3, c.p. (v. Cass., Sez. V, 20 febbraio 2001, in Cassazione Penale, 2002, p. 3872; Sez. V, 11 gennaio 2000, in Riv. trim. dir. pen. econ., 2000, p. 1085; Sez. VI, 18 novembre 1998, , in Cassazione Penale, 2000, p. 2636; fra le tante).
Quindi, a stretto rigore, l’imputata non può andare assolta per errore su norma extra – penale (conf. nello specifico argomento Cass., n. 37590 del 2010, n. 1305 del 2014 dep. nel 2015, n. 14011 del 2015).
2.3 Ritiene tuttavia questo giudicante che l’imputata possa andare assolta dall’imputazione a lei ascritta proprio sulla base dell’art. 5 del codice penale, così come riformato dalla suddetta giurisprudenza della Corte costituzionale.
A seguito della sentenza C. cost. n. 364 del 1988, secondo la quale l’ignoranza della legge penale, se incolpevole a cagione della sua inevitabilità, scusa l’autore dell’illecito, occorre chiarire i limiti di tale inevitabilità.
Orbene, per il comune cittadino (come nel nostro caso) tale condizione è sussistente ogni qualvolta egli abbia assolto, con il criterio dell’ordinaria diligenza, al cosiddetto “dovere di informazione”, attraverso l’espletamento di qualsiasi utile accertamento, per conseguire la conoscenza della legislazione vigente in materia.
Tale obbligo è invece particolarmente rigoroso per tutti coloro che svolgono professionalmente una determinata attività, i quali rispondono dell’illecito anche in virtù di una “culpa levis” nello svolgimento dell’indagine giuridica (v. Sez. Un., n. 8154 del 1994).
In conclusione, nel nostro caso, l’ipotesi di lavoro (corrispondente alla versione sostenuta dall’imputata, assolutamente plausibile, e non investigata e incrinata durante le indagini preliminari) è che l’imputata, pur essendosi rivolta al suo difensore per la compilazione della domanda di accesso al beneficio del patrocinio statale, sia caduta in errore nella individuazione del reddito rilevante per l’accesso al beneficio.
Nel dubbio, ex art. 27 Cost., comma 2, …questa è, appunto, l’ipotesi di lavoro.
Nonostante ciò l’imputata va comunque assolta, trattandosi di errore di diritto scusabile, ex C. cost., n. 364 del 1988 perché, dovendo decidere allo stato degli atti (e quindi in assenza di elementi contrari), si deve ritenere che l’imputata abbia correttamente adempiuto al proprio onere di informazione e che quindi il suo errore sia stato inevitabile.
Da ciò consegue l’assoluzione come in dispositivo.
Ebbrezza: prelievo ematico per scopi sanitari e obbligo di avviso all’indagato della facoltà di farsi assistere dal difensore (Trib. Fermo, 21-1-2015 – Giud. Domenico POTETTI)
29 Febbraio 2016 Diritto, diritto penalePaolo Storani
TRIB. FERMO, 21 gennaio 2016, Ufficio g.i.p. / g.u.p., Giudice D. Potetti, imp. X.
In tema di guida in stato di ebbrezza, il prelievo ematico compiuto nell’ambito di ordinari protocolli di pronto soccorso, al di fuori della emersione di figure di reato e di attività propedeutiche al loro accertamento, non rientra negli atti di cui all’art. 356 c.p.p., sicché non sussiste alcun obbligo di avviso (ex art. 114 att. c.p.p.) all’indagato della facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia.
In tema di guida in stato di ebbrezza, i risultati analitici già documentati dal personale sanitario e conseguiti ad un prelievo ematico effettuato per scopi sanitari, secondo i normali protocolli medici di pronto soccorso, durante il ricovero presso una struttura ospedaliera pubblica a seguito di incidente stradale, sono utilizzabili nei confronti dell’imputato per l’accertamento del reato di guida in stato di ebbrezza, trattandosi di elementi di prova acquisiti attraverso la documentazione medica e restando irrilevante, ai fini dell’utilizzabilità processuale, la mancanza del consenso da parte dell’imputato (al contrario, il prelievo ematico effettuato, in assenza di consenso, per fini penali e non necessario a fini sanitari, sarebbe inutilizzabile, per violazione del principio costituzionale di inviolabilità della persona).
In tema di guida in stato di ebbrezza in occasione di incidente stradale, quando la polizia giudiziaria richiede al sanitario l’accertamento del tasso alcoolemico su liquido biologico (sangue) già dal sanitario prelevato a fini sanitari, si è fuori dall’ambito di cui agli artt. 354 c.p.p. e 114 att. c.p.p., non ricorrendo i motivi di urgenza ivi previsti, trattandosi invece della generale facoltà della polizia giudiziaria di servirsi di ausiliari per atti che richiedono specifiche competenze tecniche (art. 348, comma 4, c.p.p.).
In tema di guida in stato di ebbrezza in occasione di incidente stradale, quando la polizia giudiziaria richiede al personale sanitario il prelievo ematico per fini solo penali, la mancanza di dissenso espresso da parte dell’indagato equivale ad un atteggiamento positivo (assenso) dell’interessato rispetto al prelievo, anche se verbalmente non manifestato; ma in questo caso il prelievo costituisce accertamento urgente sulla persona (pur consenziente), ex art. 354 c.p.p., e quindi deve essere dato avviso al conducente, a pena di nullità a regime intermedio, della facoltà di farsi assistere dal difensore di fiducia, ex art. 114 att. c.p.p..
Il giorno …, una pattuglia del Distaccamento di Polizia stradale di Fermo, già in servizio di vigilanza stradale, veniva inviata lungo la S. P. Veregrense, …, per un rilievo su incidente stradale con feriti.
Giunta sul posto verso le ore 06.20, l’anzidetta pattuglia procedeva ai rilievi di rito constatando che …, alla guida dell’autovettura Smart targata …, percorreva la suddetta strada provinciale con direzione di marcia centro-periferia.
Quindi, nell’effettuare la svolta a sinistra per imboccare la Via del Castello, ometteva di concedere la precedenza ad altro veicolo proveniente di fronte.
Riferisce inoltre quella polizia giudiziaria che nei confronti del conducente … (il quale era rimasto contuso, ed era stato trasportato all’ospedale di Fermo) venivano fatte le consuete richieste al fine di accertare l’eventuale guida sotto l’effetto di droghe o alcol.
Non risulta che sia stato dato l’avviso di cui all’art. 114 att. c.p.p..
Verso le ore 08.30 il suddetto personale si portava al Pronto Soccorso dell’ospedale di Fermo per meglio identificare il coinvolto …, e nella circostanza procedeva al ritiro cautelare della patente di guida.
In data 19 gennaio 2015 perveniva l’esito dei suddetti richiesti accertamenti sanitari, che evidenziavano una concentrazione alcolemica pari a 1,25 g/l.
2.1 Effettivamente il presente caso può essere risolto come segue, in modo non dissimile da quanto già enunciato dalla Suprema Corte (v. in tal senso Cass., n. 46386 / 2015).
Nell’atto di opposizione a decreto penale la Difesa eccepisce il mancato avviso all’imputato (in occasione del prelievo ematico necessario per l’accertamento alcoolemico di cui sopra) della facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia.
Occorre quindi esaminare tale eccezione, la cui fondatezza porrebbe nel nulla l’unica essenziale prova del reato contestato.
Orbene, il comma quinto dell’art. 186 CdS prevede in particolare che per i conducenti coinvolti in incidenti stradali e sottoposti alle cure mediche, l’accertamento del tasso alcoolemico viene effettuato, su richiesta degli organi di polizia stradale, da parte delle strutture sanitarie di base o di quelle accreditate o comunque a tali fini equiparate.
La Cassazione ha chiarito che i risultati del prelievo ematico effettuato, secondo i normali protocolli medici di pronto soccorso, durante il ricovero presso una struttura ospedaliera pubblica a seguito di incidente stradale, sono utilizzabili nei confronti dell’imputato per l’accertamento del reato di guida in stato di ebbrezza, trattandosi di elementi di prova acquisiti attraverso la documentazione medica e restando irrilevante, ai fini dell’utilizzabilità processuale, la mancanza del consenso (v. Cass., n. 4118 del 2009; in motivazione, la Corte ha precisato che solo il prelievo ematico effettuato, in assenza di consenso, non nell’ambito di un protocollo medico di pronto soccorso e dunque non necessario a fini sanitari, sarebbe inutilizzabile, per violazione del principio costituzionale di inviolabilità della persona; conf. Cass., n. 38537-07, n. 46988-11, n. 8041-11-12, n. 26108-12, n. 34519-12).
Su tale argomento si è anche affermato che, in tema di guida in stato di ebbrezza, il prelievo ematico compiuto nell’ambito dell’esecuzione di ordinari protocolli di pronto soccorso, al di fuori della emersione di figure di reato e di attività propedeutiche al loro accertamento, non rientra negli atti di cui all’art. 356 c.p.p., sicché non sussiste alcun obbligo di avviso (ex art. 114 att. c.p.p.) all’indagato della facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia (v. Cass., n. 26822-13).
Si vuol dire che i risultati del prelievo ematico effettuato per terapie di pronto soccorso successive ad incidente stradale e non preordinato a fini di prova della responsabilità penale, bensì (appunto) a fini terapeutici, sono utilizzabili per l’accertamento del reato di guida in stato di ebbrezza, senza che rilevi la mancanza di consenso dell’interessato, dato che la polizia giudiziaria in questo caso non interviene (direttamente o mediante un suo ausiliario) sulla persona, limitandone la libertà personale, ma semplicemente chiede al personale sanitario che venga effettuato un accertamento su materiale organico già prelevato dal personale sanitario stesso per i suoi fini terapeutici.
Al contrario, per il suo carattere invasivo (compressione della libertà personale), il conducente può opporre un rifiuto al prelievo ematico richiesto dalla polizia giudiziaria e finalizzato esclusivamente ad accertare la presenza di alcol nel sangue (e cioè indirizzato a fini meramente penali), rilevando in tal caso il suo dissenso espresso (v. Casss., Sez.IV, 7 marzo 2013, n.10605; 11 febbraio 2013, n. 6755; 14 gennaio 2014, n.1522), a prescindere dagli effetti di tale rifiuto (profilo che non interessa nel presente caso).
Invece, ai fini che ci occupano è importante notare che quando la polizia giudiziaria richiede al sanitario un accertamento (del tasso alcoolemico) su liquido biologico (sangue) già dal sanitario prelevato a fini sanitari, si è fuori dall’ambito di cui agli artt. 354 c.p.p. e 114 att. c.p.p., non ricorrendo i motivi di urgenza ivi previsti.
Trattasi semplicemente della generale facoltà della polizia giudiziaria di servirsi di ausiliari per atti che richiedono specifiche competenze tecniche (art. 348, comma 4, c.p.p.).
La Cassazione infatti (n. 46386 del 2015) afferma che nel caso in cui il prelievo ematico venga eseguito nell’ambito di un protocollo medico di pronto soccorso, anche ai fini della valutazione della necessità di adeguate cure farmacologiche, non è affatto necessario, a tutela del diritto di difesa, che l’interessato venga avvertito della facoltà di nominare un difensore.
2.2 Diverso è il caso in cui i sanitari abbiano ritenuto di non sottoporre il conducente a cure mediche e a prelievo ematico.
Per inciso, non essendovi prova contraria, questo è il caso che ci occupa, nel quale non emergono necessità terapeutiche del prelievo ematico o di altro liquido biologico.
In questo caso la richiesta degli organi di P.G. di effettuare coattivamente l’analisi del tasso alcoolemico, in presenza di un dissenso dell’interessato, sarebbe illegittima.
A tale proposito basti ricordare (l’argomento ci porterebbe fuori delle necessità del presente caso) che l’ultimo periodo del comma terzo dell’art. 354 c.p.p., aggiunto dall’art. 104 ter del d.l. 27 luglio 2005, n. 144, conv. in l. 31 luglio 2005, n. 155 (e che recitava «Se gli accertamenti comportano il prelievo di materiale biologico, si osservano le disposizioni del comma 2-bis dell’articolo 349»), è stato soppresso dall’art. 27 della l. 30 giugno 2009, n. 85, che ha introdotto, com’è noto, una nuova disciplina della materia.
Si può comunque convenire (per quanto riguarda il nostro caso; v. Cass., Sez. IV, 16 maggio 2012, n.26108), sul fatto che la mancanza di dissenso espresso equivale ad un atteggiamento positivo (assenso) dell’interessato rispetto al prelievo, anche se verbalmente non manifestato.
Inoltre (ed è quanto ci interessa nel nostro caso, in cui non risulta il dissenso dell’imputato al prelievo), ove si tratti di prelievo effettuato solo per la verifica del tasso alcoolemico e non nell’ambito di un protocollo sanitario (quindi solo a fini penali, ex art. 348 comma 4, c.p.p.), esso costituisce accertamento urgente sulla persona (pur consenziente), ex art. 354 c.p.p., e quindi deve essere dato avviso al conducente (come anche nel nostro caso) della facoltà di farsi assistere dal difensore di fiducia, ex art. 114 att. c.p.p..
Anche secondo le Sezioni Unite (sent. n. 5396 del 2015), l’avvertimento del diritto all’assistenza difensiva, di cui all’art. 114 att. c.p.p. (che per il tramite dell’art. 356 c.p.p. richiama gli accertamenti urgenti sui luoghi, sulle cose e sulle persone, di cui all’art. 354 c.p.p.), è riferibile pure agli accertamenti eseguiti dalla P.G. sul tasso alcolemico del conducente di un veicolo ai fini della verifica dell’eventuale stato di ebbrezza.
Si potrebbe obiettare che non vi sarebbe luogo per garanzie previste dal codice di rito penale, se (pur in caso di incidente stradale) non vi sia alcun indizio di guida in stato di ebbrezza, sicché l’organo di polizia si muoverebbe in un ambito (la generica vigilanza) di natura ancora amministrativa, secondo la linea di confine tracciata dall’art. 220 att. c.p.p. .
Ma le Sezioni Unite (Sez. un. n. 45477 del 2001, in C.E.D. Cass, RV 220291), ritennero che il significato dell’espressione “quando… emergano indizi di reato” (contenuta nell’art.220 att. c.p.p. e tesa a fissare il momento a partire dal quale, nell’ipotesi di svolgimento di ispezioni o di attività di vigilanza, sorge l’obbligo di osservare le disposizioni del c.p.p. per assicurare le fonti di prova e raccogliere quant’altro possa servire ai fini dell’applicazione della legge penale) deve intendersi nel senso che presupposto dell’operatività della norma sia non l’insorgenza di una prova indiretta quale indicata dall’art.192 c.p.p., bensì la sussistenza della mera possibilità di attribuire comunque rilevanza penale al fatto che emerge dall’attività (vigilanza) amministrativa e nel momento in cui emerge.
E’ quanto avviene nel nostro caso (richiesta al personale sanitario di prelievo di liquido biologico a fini penali).
Non resta quindi che concludere nel senso che quando la polizia giudiziaria chiede al sanitario di effettuare un prelievo di sangue sul conducente consenziente (e nel caso che ci occupa così pare che sia) deve comunque dare l’avviso al conducente stesso, ex art. 114 att. c.p.p. .
Ciò non risulta essere stato fatto nel nostro caso.
2.3 Quanto poi al momento utile per sollevare la relativa eccezione di nullità intermedia, le Sezioni Unite (sent. n. 5396 del 2015) hanno stabilito il vigore della regola generale, per cui le nullità a regime intermedio verificatesi prima del giudizio non possono essere più dedotte dopo la deliberazione della sentenza di primo grado (art.180 c.p.p., richiamato dall’art.182, comma 2, secondo periodo, c.p.p.).
Con ciò le Sezioni unite hanno superato e smentito le affermazioni giurisprudenziali secondo le quali la nullità in parola sarebbe sanata e non più deducibile se non dedotta dall’interessato all’accertamento prima ovvero immediatamente dopo il compimento dell’atto, non ricorrendo (asseritamente) facoltà processuali comportanti cognizioni tecniche professionali proprie del difensore.
Deve invece escludersi, secondo le Sezioni Unite n. 5396 del 2015, che una qualsiasi nullità debba essere personalmente eccepita, a pena di decadenza, dal soggetto indagato o imputato, non solo nell’immediatezza dell’atto nullo ma anche successivamente, poiché tale soggetto non ha, o si presume per postulato legale che non abbia, le conoscenze tecniche indispensabili per apprezzare che l’atto o il mancato atto sia non rispettoso delle regole processuali, e per di più che egli debba attivarsi per eccepire ciò entro termini previsti a pena di decadenza.
Da ciò la tempestività, anche nel nostro caso, di tale eccezione, sollevata in sede di opposizione a decreto penale.
In conclusione e riassumendo: nei limiti di quanto emerge dagli atti si può dire che l’imputato fu consenziente al prelievo ematico richiesto dalla polizia giudiziaria alla struttura sanitaria, e finalizzato (in atti non emerge il contrario) all’accertamento di un eventuale reato (artt. 186 o 187 del CdS).
Tuttavia non risulta che gli sia stato dato l’avviso di cui all’art. 114 att. c.p.p..
Ne è conseguita la nullità (intermedia) dell’accertamento.
La nullità è stata tempestivamente eccepita.
Non si ravvisano altri elementi utili all’accusa, oltre all’accertamento nullo.
Ne consegue l’assoluzione dell’imputato come in dispositivo.
GUIDA IN STATO DI EBBREZZA ed ETILOMETRO (Trib. Fermo, 7-1-2016, Giud. Domenico POTETTI)
19 Gennaio 2016 Diritto, diritto penalePaolo Storani
L’inedita pronuncia che la Rivista di Diritto Maceratese pubblica oggi proviene dal Tribunale Penale di Fermo e ne è estensore il Dott. Domenico Potetti, affronta le criticità che promanano dalle scelte del legislatore in tema di alcoltest.
TRIBUNALE DI FERMO, Ufficio GIP / GUP, 7 gennaio 2016, Giudice Domenico Potetti, imp. X.
E’ erroneo ritenere che il concetto di ebbrezza, valido ai fini dell’art. 186 del C.d.S., abbia un contenuto naturalistico, e quindi consista nella presenza effettiva di alcol nel sangue nelle quantità precise previste dal comma 2 dell’art. 186 cit., perché invece il legislatore ha adottato un concetto puramente normativo e formale dell’ebbrezza, la quale deriva da una presunzione assoluta (che rende inutili le contestazioni sulla precisione dello strumento conforme alla normativa di settore), fondata sulle misurazioni effettuate tramite “etilometro”.
Come risulta dall’impiego (nel comma 9 bis dell’art. 186 C.d.S.) della voce verbale “può”, l’applicazione della pena sostitutiva del lavoro di pubblica utilità non costituisce oggetto di un diritto dell’imputato, ma è disposta discrezionalmente dal giudice sulla base di una valutazione di meritevolezza che ha quali parametri i criteri enunciati dall’art. 133 c.p. (così come, del resto, è espressamente stabilito dall’art. 58 l. n. 689-81), oltre che sulla base di una prognosi di positivo svolgimento del lavoro.
Veniva richiesto e disposto il giudizio abbreviato (incondizionato, tempestivamente e regolarmente richiesto con l’opposizione a decreto penale).
All’esito del rito le parti concludevano come segue (in sintesi):
– il Pubblico Ministero chiede: condannarsi l’imputato come da decreto penale.
– la Difesa chiede: la riqualificazione del reato sub art. 186, secondo comma, lett. B) del C.d.S., e applicarsi quindi il minimo della pena, con conversione di essa nei lavori di pubblica utilità; in subordine applicarsi il minimo della pena con conversione della stessa in lavori di pubblica utilità.
Alle ore 2.45 circa del giorno 13 giugno 2015, una pattuglia del NOR, aliquota radiomobile, della Compagnia carabinieri di Fermo, procedeva al controllo di un’autovettura Fiat Punto, condotta dall’imputato, ma di proprietà di …
Nel corso del controllo, poiché l’imputato evidenziava sintomi propri dello stato di ebbrezza alcolica (come alito vinoso, disarmonia dei movimenti, esito positivo al precursore Alcoblow), con il suo consenso, l’imputato stesso veniva sottoposto ad accertamento alcolemico mediante utilizzo dello strumento “etilometro”.
Nelle due verifiche, intervallate di oltre cinque minuti, il tasso alcolemico dell’imputato veniva quantificato, in entrambe le prove, nella misura di 1,54 g/l.
2) Questione di responsabilità: in generale.
Esiste la piena prova del reato contestato, fornita dagli esiti del controllo tramite etilometro, come sopra esposto.
Pare ineccepibile, a tale proposito, la tesi secondo la quale gli esami previsti dai commi 4 e 5 dell’art. 186 c. strad. (accertamento con etilometro, esami clinici presso le strutture sanitarie), effettuati per controllare il tasso di alcool nel sangue del conducente, vanno qualificati come atti di polizia giudiziaria urgenti ed indifferibili, ai sensi dell’art. 354, comma 3, c.p.p. (in tal senso v. Cass., Sez. IV, 8 maggio 2007, in C.E.D. Cass., n. 236933; Sez. IV, 22 aprile 2004, ivi, n. 228958; Sez. VI, 6 maggio 2003, ivi, n. 227420).
Prevede infatti tale disposizione che, se ricorrono i presupposti previsti dal comma 2 precedente (pericolo di alterazione, dispersione o comunque di modificazione delle tracce del reato, in mancanza dell’intervento del pubblico ministero), gli ufficiali di polizia giudiziaria (anche gli agenti nei casi di particolare necessità e urgenza: v. art. 113 att. c.p.p.) compiono i necessari accertamenti e rilievi sulle persone diversi dalla ispezione personale.
3) segue: critica circa l’affidamento nel risultato numerico del c. d. “etilometro”.
Mentre riguardo al fatto storico di cui all’imputazione ben poco vi è da dire, la questione essenziale del processo è data dall’affidabilità in generale dello strumento cosiddetto dell’etilometro (la difesa ha chiesto derubricarsi l’imputazione sub lett. B) dell’art. 186, comma 2, del C.d.S.).
La questione è ancora più pertinente, dato che i valori alcolemici di cui all’imputazione superano di poco la soglia che divide la lett. B) dalla lett. C) dell’art. 186 cit., comma 2.
Questo giudicante è a conoscenza di una autorevole dottrina che ha contestato l’affidabilità di questo mezzo tecnico di accertamento dell’ebbrezza.
Si è infatti rimarcato che la corrispondenza tra la concentrazione di alcool presente nel sangue e quella presente nel campione di aria espirata si calcola attraverso l’applicazione di un rapporto di conversione standard, che oscilla tra 2.100 e 2.300.
II rapporto indica che in un ml di sangue è contenuto lo stesso alcool di 2,1 litri di aria espirata a 34° C.
Tale rapporto di conversione, anche se generalmente applicato, viene messo in dubbio da più di un esperto, quanto al suo valore numerico.
In Italia il d.m. 22 maggio 1990, n. 196, che introduce gli etilometri come strumenti di misurazione del tasso alcoolemico attraverso l’aria espirata, utilizza un “fattore convenzionale” di trasformazione di 2.300, ossia un rapporto di 1:2300.
Prosegue questa dottrina nell’osservare che il rapporto di conversione standard (tra 2.100 e 2.300) costituisce però un parametro che non considera tutte le variabili fisiche, tecniche e fisiopatologiche individuali che possono incidere sul risultato dell’analisi, e di conseguenza sull’esattezza dell’accertamento.
Si rileva dall’autorevole dottrina in esame che vari fattori possono incidere sui parametri farmacocinetici e farmacodinamici dell’etanolo, tra cui il sesso, il patrimonio genetico dell’assuntore, l’induzione degli enzimi metabolici in funzione dell’utilizzo abituale o saltuario, ecc. .
Da ciò la critica secondo la quale l’aver standardizzato il rapporto di conversione, applicandolo ad ogni soggetto (a prescindere dalle caratteristiche individuali e dalle possibili variabili soggettive) non appare probabilmente in linea con i limiti (necessariamente tassativi, trattandosi di norme penali) indicati dal legislatore in tema di guida in stato di ebbrezza da ingestione di sostanze alcoliche.
Così, in sintesi, si esprime la dottrina in questione.
4) segue: la soluzione.
Allo stato, salvo ulteriori approfondimenti soprattutto alla luce dell’eventuale ulteriore giurisprudenza di legittimità, questo giudicante ritiene che la critica suddetta allo strumento tecnico dell’etilometro non coglie nel segno.
L’errore di fondo di tale impostazione sta nel ritenere che il concetto di ebbrezza, valido ai fini dell’art. 186 del C.d.S., abbia necessariamente un contenuto naturalistico, e quindi consista esclusivamente nella presenza di alcol nel sangue, nelle quantità previste dal comma secondo della disposizione incriminatrice suddetta.
In altre parole, secondo questa impostazione, l’ebbrezza potrà ritenersi esistente solo se effettivamente il tasso di alcol nel sangue abbia raggiunto i livelli differenziati previsti dal comma secondo dell’art. 186 CdS.
Al contrario, pare allo scrivente che il legislatore abbia adottato un concetto di ebbrezza non in senso naturalistico, come sopra inteso, ma abbia invece adottato un concetto puramente normativo e formale dell’ebbrezza.
Per convincersene basta analizzare i commi 4 e 6 dell’art. 186 in esame.
Il comma 4 dell’art. 186 C.d.S. prevede che, quando gli accertamenti qualitativi di cui al comma 3 precedente hanno dato esito positivo, in ogni caso d’incidente ovvero quando si abbia altrimenti motivo di ritenere che il conducente del veicolo si trovi in stato di alterazione psicofisica derivante dall’influenza dell’alcool, gli organi di Polizia stradale di cui all’art. 12, commi 1 e 2, anche accompagnandolo presso il più vicino ufficio o comando, hanno la facoltà di effettuare l’accertamento con strumenti e procedure determinati dal regolamento.
E’ quindi evidente che è lo stesso legislatore a legittimare l’uso dello strumento individuato dal regolamento, e a ricavare da questo strumento lo stato di ebbrezza.
Infatti, il successivo comma 6 prevede che, qualora dall’accertamento di cui ai commi 4 (o 5) risulti un valore corrispondente ad un tasso alcoolemico superiore a 0,5 grammi per litro (g/l), l’interessato è considerato in stato di ebbrezza ai fini dell’applicazione delle sanzioni di cui al comma 2.
Come si vede, quindi, il comma sei rende del tutto superfluo dissertare sul concreto quantitativo di alcol nel sangue, perché lo stesso comma sei pone una presunzione assoluta di ebbrezza (“è considerato”) derivante dall’esito dell’accertamento secondo le forme previste dal regolamento.
Detto in altri termini, ad integrare l’elemento oggettivo del reato di guida in stato di ebbrezza non interviene necessariamente la presenza di alcol nel sangue nei quantitativi precisi previsti dal comma secondo dell’art. 186 C.d.S. (dato reale e fenomenico), potendo invece l’elemento oggettivo del reato essere integrato mediante il mero risultato prodotto dallo strumento di misurazione previsto dal regolamento (dato formale).
Del resto è il legislatore a descrivere le fattispecie astratte di reato, ivi compreso il loro elemento oggettivo, nel quale (nel nostro caso) ha inserito semplicemente l’esito di una misurazione mediante uno strumento rimesso al regolamento, sulla cui base ha costruito una presunzione assoluta di ebbrezza (a prescindere, naturalmente, dal merito di politica legislativa, condivisibile o meno che sia).
Giova anche osservare che l’art. 186, comma 2, CdS, prevede reati contravvenzionali, per i quali quindi rileva anche l’elemento colposo (art. 42, u. c. c.p.).
Nel caso che ci occupa, la colpa (art. 43 c.p.) prende la forma dell’imprudenza, consistente nel porsi alla guida del veicolo pur avendo ingerito bevande alcoliche; ed è proprio questo elemento soggettivo a giustificare (anche dal punto di vista costituzionale (art. 27, comma 1, Cost.) la presunzione assoluta di cui si è detto.
Nella sostanza, quindi, appare condivisibile il principio affermato dalla Cassazione, secondo la quale in tema di circolazione stradale, il superamento delle soglie del tasso alcolemico, rilevante ai fini della valutazione del disvalore del fatto, integra una presunzione assoluta di stato di ebbrezza che non ammette prova contraria, considerato che la contravvenzione di guida in stato di ebbrezza ha natura di reato ostativo rispetto a più gravi delitti contro l’integrità fisica e la vita della persona umana che lo stato di ebbrezza agevola nella sua consumazione (v. Cass., n. 18044/2014, depositata nel 2015).
Venendo alla determinazione del trattamento sanzionatorio da riservarsi all’imputato, considerata la sua giovane età e la sua incensuratezza, pena base viene fissata in quella di mesi sei di arresto ed € 1.500,00 di ammenda, aumentata a mesi sei di arresto ed € 2.100,00 di ammenda in ragione dell’aggravante di cui al comma due sexies dell’art. 186 del codice della strada.
L’imputato appare altresì meritevole delle attenuanti generiche (art. 62 bis c.p.), ancora in ragione della giovane età e dell’incensuratezza, riducendosi così la pena a quella di mesi quattro di arresto ed € 1.500,00 di ammenda.
In virtù della diminuente del rito, la pena viene ulteriormente diminuita fino alla misura finale di mesi due e giorni 20 (venti) di arresto ed € 1.000,00 (mille) di ammenda.
Non potendosi valutare ulteriormente gli stessi elementi già posti a giustificazione della pena base e delle attenuanti generiche, non si ritiene di concedere la sostituzione della pena in quella del lavoro di pubblica utilità, come previsto dal comma 9 bis dell’art. 186 C.d.S. .
Non si ravvisano, infatti, ulteriori motivi per mitigare ulteriormente il trattamento sanzionatorio.
Del resto, è stato autorevolmente stabilito che (v. C. cost., n. 43 / 2013) il ruolo che il lavoro di pubblica utilità è chiamato ad assolvere nell’ambito dell’art. 186 C.d.S. è quello di pena sostitutiva.
Analogamente a quanto avviene per le sanzioni sostitutive previste dagli artt. 53 e seguenti della l. n. 689-81, e per quella stessa del lavoro di pubblica utilità, prevista in rapporto a taluni reati in materia di stupefacenti dall’art. 73, co. 5 bis, del d.P.R. n. 309-90, il potere di sostituzione rientra nel più generale potere discrezionale di determinazione della pena in concreto per il fatto oggetto di giudizio, spettante al giudice che pronuncia il decreto penale o la sentenza di condanna.
Come risulta dall’impiego (nel comma 9 bis cit.) della voce verbale “può”, l’applicazione della pena sostitutiva in questione non costituisce oggetto di un diritto dell’imputato, ma è disposta discrezionalmente dal giudice sulla base di una valutazione di meritevolezza che ha quali parametri i criteri enunciati dall’art. 133 c.p., così come, del resto, è espressamente stabilito dall’art. 58 l. n. 689-81, oltre che sulla base di una prognosi di positivo svolgimento del lavoro.
La giovane età e l’incensuratezza consentono comunque all’imputato di godere della sospensione condizionale della pena, nonché della determinazione nella misura minima (considerato che il veicolo apparteneva ad altri) della sanzione amministrativa accessoria consistente nella sospensione della patente di guida.
La condanna al pagamento delle spese processuali consegue all’affermazione di responsabilità.
DISTRAZIONE FALLIMENTARE e ONERE DELLA PROVA: Trib. Fermo, GIP/GUP, 26-11-2015, Giud. Domenico POTETTI
3 Gennaio 2016 Diritto, diritto penalePaolo Storani
La Rivista di Diritto Maceratese pubblica la decisione inedita del Tribunale Penale di Fermo, frutto della felice penna del Dott. Domenico Potetti, che ringraziamo vivamente per la collaborazione; a tacer dell’interesse che destano le problematiche ivi affrontate, vale a dire distrazione, occultamento, dissimulazione, distruzione, segnaliamo all’attenzione dei nostri visitatori il passo sull’onere della prova, sintetizzato nella seconda massima.
Buon anno 2016 e buona lettura!
TRIBUNALE DI FERMO, Ufficio GIP / GUP, 26 novembre 2015, Giudice Domenico Potetti, imp. M. G. e M. A.
In tema di distrazione fallimentare ed altro (art. 216, comma 1, n. 1, L. F.), quando sia provato che l’imprenditore ha avuto a disposizione determinati beni, ove egli non abbia saputo rendere conto del loro mancato reperimento o non abbia saputo giustificarne la destinazione per le effettive necessità dell’impresa, si deve dedurre (quale indizio concludente e sufficiente) che egli li ha dolosamente distratti (od occultati, ecc.) posto che il fallito ha l’obbligo giuridico di fornire la dimostrazione della corretta destinazione data ai beni già acquisiti al suo patrimonio (obbligo da adempiersi con indicazioni specifiche, e non con generiche affermazioni).
Una volta che l’imputato abbia fornito giustificazioni e indicazioni non generiche, ma specifiche, circa la destinazione dei beni che hanno fatto parte del suo patrimonio (evitando così il valore indiziario che deriverebbe dalla sua mancata collaborazione in tal senso), rivive comunque l’onere della prova che, per il generale principio di cui all’art. 27 Cost., incombe pur sempre sul Pubblico Ministero, il quale quindi ha l’onere di provare la distrazione, l’occultamento, la dissimulazione, la distruzione o la dissipazione dei suddetti beni.
– il Pubblico Ministero chiede: assoluzione per …, ex art. 530, comma 2, c.p.p. .Condannarsi … alla pena di anni due e mesi quattro di reclusione.
– la Difesa chiede: assoluzione piena per … . Per … applicarsi il minimo della pena con i benefici di legge.
1) La provvista accusatoria.
La fonte principale dell’accusa è consistita nelle dichiarazioni del curatore fallimentare, contenute nella sua relazione redatta ex art. 33 LF e nelle sue dichiarazioni rese come persona informata sui fatti.
Questi i dati salienti riferiti dal curatore.
1.1 Quanto ai ruoli societari è risultato che sin dalla costituzione della società la carica di amministratore unico è stata ricoperta da ….
Ma dal tre maggio duemiladieci è stato chiamato a ricoprire la suddetta carica il ….
1.2 Il capo A) (bancarotta documentale).
Dalla relazione del curatore si apprende che praticamente dalla fine dell’esercizio duemiladieci la documentazione contabile rinvenuta è alquanto frammentaria (soltanto alcune fatture di acquisto relative all’anno duemilaundici) e comunque tale da non permettere di ricostruire i movimenti economici e finanziari della società fallita.
L’impresa fallita non ha consegnato alla curatela alcun documento di natura contabile.
L’amministratore… ha riferito al curatore che in data 27 febbraio 2010 è stata presentata una denuncia presso la stazione dei carabinieri di Montegranaro da … (all’epoca amministratore unico), per segnalare che tutta la documentazione contabile della … risultava danneggiata a seguito di un’infiltrazione di acqua avvenuta nei locali adibiti ad ufficio dalla società medesima, in …, nel comune di Montegranaro.
La stessa documentazione danneggiata era stata trasferita presso l’abitazione di … a Montegranaro, in ….
La circostanza sarebbe avvalorata da una copia del verbale redatto presso la stazione dei carabinieri (allegato n. 20, da cui risulta che fu lasciata in caserma copia fotografica dei danneggiamenti) e confermata dalla Guardia di Finanza di Ascoli Piceno nel verbale del …2013.
Osserva il curatore che comunque dalla data in cui sarebbe avvenuto il danneggiamento (febbraio duemiladieci) alla data in cui la società è fallita, la … avrebbe dovuto tenere regolarmente le scritture contabili e presentare le dichiarazioni fiscali obbligatorie.
Tutto ciò non risulta assolutamente essere avvenuto, in quanto l’amministratore non ha esibito alcun libro o registro al curatore, che è venuto in possesso di documentazione contabile frammentaria relativa agli esercizi 2010 e 2011 tramite la GdF di Ascoli Piceno.
In ogni caso questa documentazione, osserva il curatore, non permette assolutamente la ricostruzione delle scritture contabili della società fallita, né consente di elaborare un bilancio per gli anni 2011, 2012 e 2013.
L’ultima situazione contabile rinvenuta tra la documentazione consegnata dalla GdF di Ascoli Piceno è quella relativa all’anno duemiladieci.
Le ultime dichiarazioni fiscali regolarmente trasmesse all’amministrazione finanziaria risalgono al periodo di imposta 2009.
Analogamente, l’ultimo bilancio trasmesso alla Camera di Commercio di Fermo si riferisce all’esercizio 2009.
1.3 Le distrazioni.
Stando ai dati forniti dall’amministratore alla GdF di Ascoli Piceno, al 31/12/2010 la … era proprietaria di beni strumentali la cui valutazione di bilancio al netto degli ammortamenti era pari a euro 216.994,00.
Eliminando dal conteggio la voce “Terreni” contabilizzata per euro 150.000 e che si riferisce senza dubbio alla proprietà sita in …, le altre immobilizzazioni (arredamento, attrezzature, macchinari, autovetture, ecc.) ammontavano complessivamente a euro 66.994,00.
Inoltre, la situazione di bilancio mostra la presenza di crediti verso la clientela per euro 340.855,39.
L’amministratore non ha fornito alcuna spiegazione in merito a quanto segue (v. anche SIT del curatore); pertanto si deve ipotizzare la distrazione di beni per l’ammontare complessivo di euro 66.994,00 e la distrazione di fondi liquidi a seguito del presumibile incasso dei crediti verso la clientela per l’importo globale di euro 340.855,39 (risultante dal bilancio al 31 dicembre 2010).
Per quanto riguarda i debiti della fallita, avuto inizio l’istruttoria prefallimentare, il procedimento fu inizialmente estinto in quanto la … ebbe modo di tacitare le pretese dei creditori raggiungendo un accordo transattivo.
In particolare, in assenza di documenti che comprovino l’avvenuto pagamento, il curatore ha sentito l’amministratore per comprendere cosa fosse avvenuto.
Il … ha dichiarato che le pretese dei suddetti creditori furono tacitate con un pagamento parziale a saldo e stralcio dell’intero debito maturato:
1. … Euro 4.000;
2. … Euro 50.000;
3. Geom. … Euro 12.000.
L’amministratore della fallita sostiene che le predette somme furono pagate grazie all’afflusso di denaro di cui la società poté disporre grazie alle somme introitate mediante il decreto ingiuntivo n. … ottenuto contro ….
Più precisamente, il decreto ingiuntivo era stato opposto ed aveva generato un contenzioso con la … sfociato in una procedura esecutiva mobiliare presso il Tribunale di Fermo.
La somma di euro 230.836,46 fu versata dall’istituto di credito su un libretto tenuto presso …
L’amministratore della … riscosse la somma residua ammontante a euro 172.292,03.
Su richiesta del curatore, il … ha dichiarato che la suddetta somma venne impiegata in parte per tacitare i creditori che avevano presentato istanza di fallimento, in parte per pagare altri creditori (v. elenco), ed in parte furono prelevati dagli amministratori …quale pagamento dei compensi maturati per le funzioni svolte.
Il curatore fa notare che non è stato rinvenuto alcun verbale societario in cui sia stato deliberato il pagamento dei compensi agli amministratori, e pertanto il prelievo delle somme di euro 35.000 (ventimila a …, quindicimila a … per il periodo 2007 / 2010: v. SIT del curatore) sembrerebbe assolutamente indebito.
Per quanto concerne le somme versate a …, l’amministratore ha prodotto una scrittura privata del 17/06/2010 tra la … e lo stesso … in cui la società si dichiarava debitrice del … della somma di euro 20.000 quale compenso per attività svolta tra il 2007 ed il mese di Aprile 2010.
Osserva il curatore che la scrittura non è stata registrata ed inoltre appare evidente il conflitto di interesse tra amministratore uscente e quello subentrato, legati da vincolo strettissimo di parentela.
Inoltre nota il curatore che l’ammontare totale dei presunti prelievi/pagamenti dell’amministratore ammonta ad euro 169.589,49; pertanto a suo avviso si deve ipotizzare che la somma residua pari a euro 2.702,54, non essendo stata rinvenuta dal curatore nelle casse sociali, sia stata indebitamente prelevata dall’amministratore.
2) La CT di parte.
2.1 Al suddetto quadro accusatorio gli imputati contrappongono una loro consulenza tecnica, acquisita in udienza preliminare (come consentito dal combinato disposto degli artt. 233 e 421, comma 3, c.p.p.: quando non è stata disposta perizia, ciascuna parte può nominare, in numero non superiore a due, propri consulenti tecnici).
In sintesi il CT di parte, all’esito del lavoro svolto e sulla base della documentazione esaminata, evidenzia che … è stato amministratore fino al 02/05/2010, in quanto dal 03/05/2010 gli è subentrato il ….
Rileva quindi che … necessariamente non poteva compiere gli atti di distrazione sui beni presenti in bilancio al 31/12/2010 come da capo imputazione B).
2.2 Osserva il CT che i beni strumentali presenti in bilancio al 31/12/2010 per un valore residuo pari a euro 66.994,77 non sono stati interamente distratti.
Dalla documentazione allegata e dalla ricostruzione di cui paragrafo B.1 della sua relazione sarebbe dimostrato che i beni elencati nella tabella 2, per un valore residuo totale di euro 45.512,14, sono stati ceduti, rottamati o rubati (e i relativi furti sono stati tempestivamente denunciati alle forze dell’ordine competenti) nel corso degli anni 2011, 2012 e 2013.
Altri beni, secondo le affermazioni di …, sarebbero ancora nella sua disponibilità, per un valore totale residuo di euro 2.541,31.
Secondo il CT rimane quindi non dimostrato il destino di beni per € 18.941,32.
2.3 Ritiene ancora il CT che i fondi liquidi che sarebbero pervenuti alla società a seguito del presumibile incasso dei crediti verso clientela non sono stati distratti per l’importo globale di euro 340.855,39 poiché alcuni di essi non sono stati incassati.
La documentazione allegata e le motivazioni addotte al paragrafo B.2 della sua relazione dimostrerebbero che a seguito di transazioni o accordi alcuni crediti sono stati interamente o parzialmente stralciati, mentre altri sono divenuti inesigibili a seguito del fallimento della ditta cliente.
Il totale, quindi, dei crediti non incassati è pari a euro 168.365,36.
Rimane non dimostrato, come riconosce lo stesso CT, il destino di crediti verso clienti per euro 172.490,03.
2.4 La somma netta di circa euro 172.000,00 incassata dal legale rappresentante … a seguito della causa civile intercorsa con … non è stata interamente distratta dalle casse sociali.
Dalla documentazione bancaria e postale allegata, ricostruita al paragrafo B.3, emergerebbe che una parte della somma è stata utilizzata per pagare debiti pendenti della società, come riportato anche nella relazione ex art. 33 L.F. del Curatore a seguito dei chiarimenti forniti a quest’ultimo da ….
Gli assegni circolari emessi dal c/c … a favore di alcuni fornitori, riepilogati alla tabella 5 della CT, per un totale di euro 20.120,00, e le scritture private sottoscritte dagli ex dipendenti della … attestanti l’incasso in contanti degli oneri contributivi e mensilità pregresse non corrisposte per un totale di euro 25.919,49, dimostrano (secondo il CT) che euro 46.039,49 sono stati impiegati per il pagamento di debiti sociali.
Rimane quindi non dimostrato il destino di somme pari a euro 126.721,16.
3) Le questioni di responsabilità.
3.1 Quanto al capo A).
La norma incriminatrice punisce anzitutto l’imprenditore che ha sottratto, distrutto (o falsificato), in tutto o in parte, con lo scopo di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o di recare pregiudizio ai creditori, i libri o le altre scritture contabili.
Posto ciò, la responsabilità dell’imputato … deve essere riconosciuta già per questo profilo.
Infatti la contabilità non è stata consegnata (e quindi è stata sottratta) al curatore.
Anche ammesso, per ipotesi di lavoro, che la contabilità fosse stata danneggiata per effetto di infiltrazioni nell’immobile in cui era custodita (secondo tesi difensiva) tuttavia non si vede perché l’imputato non avrebbe dovuto consegnare al curatore quantomeno la contabilità nello stato in cui si trovava.
Se ne desume che l’ imprenditore abbia voluto semplicemente occultare il movimento degli affari della società, a proprio profitto e a danno dei creditori.
Peraltro, la norma incriminatrice punisce anche la condotta dell’amministratore che abbia tenuto la contabilità in guisa da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari.
Secondo quanto riferisce il curatore, anche questa condotta si è realizzata.
Infatti, come osserva giustamente il curatore, non è giustificato il fatto che, dalla data del danneggiamento della contabilità, questa non sia stata tenuta, o comunque sia stata tenuta con modalità del tutto insufficienti per ricostruire la situazione economica e il movimento degli affari della società.
Per questo aspetto la prova del dolo non presenta difficoltà.
Infatti, un diffuso orientamento della Suprema Corte tende generalmente a diversificare i fatti di sottrazione, distruzione o falsificazione delle scritture, per i quali si richiede espressamente il dolo specifico (di cui sopra si è detto), ossia lo scopo di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o di recare pregiudizio ai creditori (v. Sez. V, 13 ottobre 1993, in C.E.D. Cass., n. 195896), dall’ipotesi di tenuta incongrua delle medesime, ritenendo per quest’ultima sufficiente il semplice dolo generico (v. Cass., n. 5264-14), consistente nella consapevolezza di rendere impossibile o estremamente difficoltosa la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari (v. Cass., Sez. V, 25 marzo 2004, L. R., in C.E.D. Cass., n. 229321, che sembra ammettere anche il dolo eventuale; ammette il dolo generico eventuale anche Cass., n. 15837-13; Sez. V, 11 maggio 2001, Feroleto, in C.E.D. Cass., n. 220167, e in Cassazione Penale, 2002, n. 855; Cass., n. 21872-10 e n. 30337-12).
3.2 Quanto al capo B).
Occorre subito convenire con il CT di parte, nel senso che … è stato amministratore fino al 02/05/2010, in quanto dal 03/05/2010 gli è subentrato il ….
Quindi … non può rispondere degli atti di distrazione sui beni presenti in bilancio al 31/12/2010 come da capo B).
Per quanto riguarda le singole ipotesi di distrazione, occorre premettere (per la sua utilità anche nel presente caso) un principio giurisprudenziale ben noto.
Quando sia provato che l’imprenditore ha avuto a disposizione determinati beni, ove non abbia saputo rendere conto del loro mancato reperimento o non abbia saputo giustificarne la destinazione per le effettive necessità dell’impresa, si deve dedurre che li ha dolosamente distratti, posto che il fallito ha l’obbligo giuridico di fornire la dimostrazione della destinazione data ai beni acquisiti al suo patrimonio (obbligo da adempiersi con indicazioni specifiche, e non con generiche affermazioni: v. Cass., Sez. V, n. 45423-04, in Guida dir., 2004, n. 50, p. 74), con la conseguenza che dalla mancata dimostrazione può essere legittimamente desunta la prova della distrazione o dell’occultamento (conf. Cass., Sez. V, n. 29515-05, in Guida dir., n. 37, 2005, p. 86).
Ciò posto, effettivamente il pubblico ministero ha fornito (attraverso il curatore) una sufficiente dimostrazione dell’esistenza di alcuni elementi patrimoniali, rovesciando quindi sulla difesa l’onere di giustificazione, così come sopra richiesto dalla giurisprudenza.
Ebbene la difesa (in particolare attraverso la sua consulenza tecnica di parte) ha parzialmente adempiuto al suo onere non tanto negando le distrazioni, quanto piuttosto diminuendone l’entità.
Ma per tale via, ovviamente, ha avvalorato esistenza di quelle medesime distrazioni, sia pure in minore misura.
Le argomentazioni e le giustificazioni offerte dalla consulenza tecnica di parte effettivamente sono idonee a giustificare (in parte) la mancanza, nel patrimonio sociale, degli elementi costitutivi individuati dal curatore, ed essa può essere condivisa per la parte di ammanco concretamente giustificata.
Infatti, una volta che l’imputato abbia fornito giustificazione non generiche, ma specifiche, come nel nostro caso, rivive comunque l’onere della prova che, per il generale principio di cui all’art. 27 Cost., incombe pur sempre sul Pubblico Ministero.
In effetti, il fatto che l’imputato non presti alcuna collaborazione concreta e specifica per individuare la destinazione data ai propri beni, costituisce semplicemente un indizio concludente e sufficiente per affermare la distrazione dei beni medesimi; e tuttavia solo questo mero valore indiziario possiede la condotta di mancata giustificazione da parte dell’imputato.
In altre parole, l’onere di giustificazione in capo all’imputato può essere esteso fino ad imporre l’onere di una specifica indicazione sulla destinazione dei beni (perché già l’adempimento di questo onere vanifica il valore indiziario della sua mancata collaborazione), ma non fino al punto da invertire l’onere della prova totalmente a carico dell’imputato.
Una volta quindi che l’imputato abbia adempiuto all’onere di specifica allegazione in ordine alla destinazione dei beni, grava sul pubblico ministero il normale onere di provare la distrazione.
Quindi, la consulenza tecnica di parte va seguita nella parte in cui riduce la misura del beni sottratti ad euro 18.941,32, attraverso specifiche allegazioni.
Ancora agevolmente va seguita la consulenza dell’imputato nella parte in cui riduce la pretesa riscossione non giustificata dei crediti a soli euro 172.490,03.
Ugualmente pare congrua la giustificazione offerta dalla consulenza tecnica di parte in ordine alla somma di euro 172.000,00 circa derivante dalla società dalla causa intercorsa con ….
Anche in questo caso rimangono però non giustificarti euro 126.721,16.
In sintesi: distrazioni vi furono (lo ammette la stessa consulenza di parte), ma di entità minore rispetto a quella di cui all’imputazione.
4) Trattamento sanzionatorio.
L’imputato … appare meritevole delle circostanze attenuanti generiche prevalenti (art. 62 bis c.p.), essendo gravato da precedenti piuttosto modesti e non significativi sotto il profilo della condotta qui giudicata (per cui non si ritiene di applicare la recidiva).
Inoltre, gli importi che vengono in discussione, oltre ad essere di difficile quantificazione, comunque non sembrano superare la soglia della modestia.
Per questo pena base viene fissata in quella di anni tre di reclusione, ridotti per attenuanti generiche alla pena di anni due di reclusione, ed infine, per la diminuente del rito, fino alla misura finale di anni uno e mesi quattro di reclusione.
Per le considerazioni di cui sopra va riconosciuto all’imputato il beneficio della sospensione condizionale della pena; ma, avendone già goduto, occorre condizionarla ai sensi dell’art. 165 c.p. , e quindi al lavoro di pubblica utilità (comunque non oltre sei mesi: v. Cass., n. 32649-09).
La condanna al pagamento delle spese processuali, nonché le pene accessorie, conseguono direttamente all’affermazione di responsabilità penale.
GIUDIZIO ABBREVIATO: se il giudice ritiene il fatto accertato in sentenza diverso da quello indicato nell’imputazione deve restituire gli atti al PM (Trib. Macerata, Sez. GIP/GUP, 16.9.2015, Est. Domenico POTETTI)
1 Dicembre 2015 Diritto, diritto penalePaolo Storani
Ringraziamo sentitamente il Dott. Potetti per il contributo assai gradito, ricco di riferimenti giurisprudenziali.
TRIBUNALE DI MACERATA, Sezione GIP / GUP, 16 settembre 2015, Giudice Domenico Potetti, imp. I. S.
Anche in sede di giudizio abbreviato, il giudice che ritenga il fatto accertato in sentenza diverso rispetto a quello indicato nell’imputazione deve restituire gli atti al pubblico ministero.
Il principio di necessaria correlazione tra accusa e sentenza, avendo lo scopo di assicurare il contraddittorio sul contenuto dell’accusa e, quindi, il pieno esercizio del diritto di difesa dell’imputato, non può ritenersi violato da qualsiasi divergenza rispetto all’accusa originaria, ma soltanto nel caso in cui la divergenza sia tale da pregiudicare il diritto di difesa dell’imputato (fattispecie in cui nell’imputazione era stata contestata erroneamente la detenzione di cocaina, mentre in realtà si trattava di eroina, ed il giudice ha negato che si fosse trattato di fatto diverso in senso tecnico).
– il Pubblico Ministero chiede: condannarsi l’imputato alla pena di anni sette e mesi due di reclusione ed euro 28.000 di multa; espulsione dal territorio nazionale e sequestro conservativo del denaro ritrovato.
– la Difesa chiede: pena entro i minimi edittali e restituzione del denaro alla coimputata.
Dovendo dare esecuzione a un decreto di perquisizione personale e locale e contestuale sequestro e relativa informazione di garanzia emesso dal Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Ancona, a carico di …, la PG si portava in ….
Avuto accesso all’abitazione, si portava a conoscenza la signora… delle motivazioni dell’intervento, e si richiedeva la presenza dei due interessati.
La… riferiva che… si trovavano all’interno della propria camera da letto.
Nel frattempo… veniva incontro alla PG, mentre… tentava frettolosamente di alzarsi, ma veniva bloccato dagli operanti, i quali gli intimavano di stare fermo.
Il predetto si trovava seduto all’interno del letto, con una coperta che lo copriva dalla vita in giù; egli aveva di fatto aperto la finestra della camera da letto posta a pian terreno, verosimilmente per tentare la fuga.
Al medesimo… veniva quindi richiesto di alzarsi, al fine di procedere a perquisizione personale e locale.
Il giovane, evidentemente nervoso e agitato, continuava a tenersi saldamente stretta a sé la coperta all’altezza del bacino, e contestualmente chiedeva ai presenti di uscire, perché si doveva infilare i pantaloni.
Ribaditogli dagli operanti che da parte loro non vi erano problemi di imbarazzo, il… veniva invitato ad alzarsi alla loro presenza.
Tenuto conto che il ragazzo perseverava in modo insistente nella sua richiesta, considerato che questi poteva effettivamente occultare all’interno del letto della sostanza stupefacente, egli veniva scoperto, rimuovendo la coperta che lo copriva dalla cintola in giù.
Veniva così accertato che il giovane nascondeva all’altezza dei genitali un sacchetto in plastica riciclabile, riportante la scritta stampata “ok shoppers a strappo per reparto“, con all’interno della sostanza in polvere di colore panna che evidenziava il caratteristico odore della cocaina, come effettivamente ammesso sia da… che dalla …, la quale nel frattempo, essendo entrata in camera da letto, senza richiesta alcuna, dichiarava che la sostanza stupefacente rinvenuta era sua.
Dopo aver adempiuto alle formalità di rito, si procedeva alla perquisizione personale dei due e successivamente si dava seguito a detta operazione nell’intero stabile.
In particolare, all’interno della camera da letto, dove i due giovani stavano dormendo, si rinvenivano i seguenti oggetti che evidenziavano l’attività di confezionamento per il successivo spaccio dello stupefacente:
Sulla persona di… la perquisizione veniva eseguita, con esito negativo, da personale femminile, ma la… dichiarava spontaneamente che la sostanza rinvenuta era di sua esclusiva proprietà; ma invece… udito ciò, riferiva spontaneamente che la sostanza stupefacente era di sua … proprietà.
Tutta la sostanza stupefacente rinvenuta veniva sottoposta ad accertamento qualitativo con idoneo dispositivo narcotest disposakit in dotazione al Nucleo Operativo di…, che dava esito positivo ai reagenti della sostanza stupefacente di tipo cocaina.
Anche la somma contante di denaro di 1.870 (milleottocentosettanta) veniva sottoposta a sequestro nei confronti della…
Giova aggiungere che gli accertamenti analitici poi eseguiti sulla sostanza stupefacente rinvenuta appuravano trattarsi di un miscuglio a base di eroina (non cocaina), con una percentuale di purezza pari al 16,6 %, equivalente a milligrammi 28.020,8 di eroina pura.
In sede di convalida dell’arresto la… riferiva finalmente che lo stupefacente rinvenuto era di proprietà dell’…, il quale lo aveva nascosto nei propri vestiti e nell’armadio; che il materiale rinvenuto (bilancino, carta stagnola, ritagli, ecc.) veniva utilizzato da… per confezionare le dosi che poi avrebbe venduto (ma era da diverso tempo che non spacciava).
In sede di convalida dell’arresto… ammetteva di avere acquistato lo stupefacente il giorno prima dell’arresto verso le cinque del pomeriggio da un soggetto che descriveva sommariamente; che l’accordo con costui era che… l’avrebbe dovuto vendere e solo successivamente l’avrebbe pagato; che la… non c’entrava nulla, anche se sapeva che lui spacciava.
2) La questione di responsabilità penale.
2.1 Non si pongono reali questioni in tema di responsabilità penale dell’imputato qui giudicato.
Egli è stato colto nella flagranza della detenzione di un quantitativo notevole di eroina, chiaramente incompatibile con la destinazione all’uso personale, anche considerando il suo stato di disoccupato (che non consente di concepire una scorta di quel valore per l’uso personale).
Egli inoltre ha confessato l’appartenenza a sé stesso della sostanza, oltre che la destinazione della medesima allo spaccio.
2.2 Piuttosto appare opportuno affrontare e risolvere brevemente una questione di rito.
Per un probabile errore materiale, l’imputazione riporta menzione dello stupefacente del tipo cocaina.
Ma gli accertamenti analitici hanno chiarito (prima dell’esercizio dell’azione penale) che si tratta di eroina.
Vi è impossibilità, nel giudizio abbreviato, di modificare l’imputazione (v. art. 441 comma 1 c.p.p.).
In proposito (v. C. cost., n. 378-97) si è affermato che nel giudizio abbreviato il giudice deve esprimersi con riferimento ai reati per i quali è stata esercitata l’azione penale.
Che ove dagli atti emerga un reato concorrente o una circostanza aggravante (ma non vi è motivo per distinguere rispetto all’ipotesi del “fatto diverso”), il giudice non può respingere per questa ragione la richiesta di giudizio abbreviato.
Potrà eventualmente, nella sentenza emessa in esito al giudizio abbreviato, disporre la trasmissione degli atti al PM perché eserciti l’azione penale per il reato concorrente.
Anche nel caso in cui il fatto risulti diverso rispetto a quello contestato, il giudice è abilitato, in applicazione del principio generale della correlazione tra accusa e sentenza, a restituire gli atti al PM (v. in tale senso, con riferimento al caso in cui la diversità del fatto emerga in esito all’udienza preliminare, C. cost. n. 88-94, ove si fa riferimento alla disciplina apprestata dall’art. 521, co. 2, c.p.p.).
Diversamente opinando, il giudice si troverebbe nell’impossibilità di decidere sia sul fatto diverso, sia su quello descritto nell’imputazione.
In astratto, quindi, questo giudice potrebbe rimettere gli atti al pubblico Ministero.
Occorre però chiedersi se, nel caso che ci occupa, si tratti effettivamente di “fatto diverso” rispetto a quello di cui all’imputazione (eroina, e non cocaina).
Ebbene, in modo del tutto condivisibile, a proposito del principio di necessaria correlazione tra accusa e sentenza (la cui violazione produce una nullità intermedia: v. Cass., n. 31436-12), le norme che disciplinano le nuove contestazioni, la modifica dell’imputazione e (appunto) la correlazione tra imputazione contestata e sentenza, avendo lo scopo di assicurare il contraddittorio sul contenuto dell’accusa e, quindi, il pieno esercizio del diritto di difesa dell’imputato, vanno interpretate con riferimento alle finalità alle quali sono dirette, e quindi non possono ritenersi violate da qualsiasi modificazione rispetto all’accusa originaria, ma soltanto nel caso in cui la modificazione dell’imputazione pregiudichi la possibilità di difesa dell’imputato.
In altri termini, poiché la nozione strutturale di “fatto”, contenuta nelle disposizioni in questione, va coniugata con quella funzionale, fondata sull’esigenza di reprimere solo le effettive lesioni del diritto di difesa, il principio di necessaria correlazione tra accusa contestata (oggetto di un potere del p.m.) e decisione giurisdizionale (oggetto del potere del giudice) risponde all’esigenza di evitare che l’imputato sia condannato per un fatto, inteso come episodio della vita umana, rispetto al quale non abbia potuto difendersi (v. Cass., Sez. IV, n. 41663-05, in C.E.D. Cass., RV 232423).
In tal senso si è anche ritenuto che la contestazione del fatto non deve essere ricercata soltanto nel capo di imputazione, ma deve essere vista con riferimento a ogni altra integrazione dell’addebito che venga fatta nel corso del giudizio e sulla quale l’imputato sia stato posto in grado di opporre le proprie deduzioni (v. Cass., n. 6687-09-10).
Nello stesso senso si è ritenuto che la violazione dell’obbligo di correlazione tra l’imputazione contestata e la sentenza, non si verifica quando l’accusa venga precisata o integrata con le risultanze degli interrogatori e degli altri atti acquisiti al processo, e in particolare quando il fatto ritenuto in sentenza, quantunque diverso da quello contestato, sia stato prospettato dallo stesso imputato come elemento a sua discolpa ovvero per farne derivare un’ipotesi di reato meno grave, atteso che, avendo in tal caso il medesimo imputato apprestato la necessaria difesa in relazione alla diversa prospettazione del fatto volontariamente offerta, non è dato riscontrare quella violazione al diritto di difesa conseguente alla trasformazione o sostituzione dell’addebito che la norma intende sanzionare (Cass., n. 20118-10).
Trasposti questi assunti della giurisprudenza (assolutamente condivisibili) nel caso concreto che ci occupa, non pare proprio di poter rinvenire (nella divergenza de qua) una lesione del diritto di difesa.
Infatti, le due sostanze stupefacenti hanno il medesimo trattamento normativo.
Ma soprattutto, trattandosi di una sola sostanza trattata, acquistata e poi sequestrata dalla PG (senza possibilità di equivoco), l’imputato ben sapeva di quale sostanza si trattava, e su di essa ha potuto difendersi rendendo interrogatorio nell’udienza di convalida dell’arresto.
Infine, la reale natura della sostanza è stata accertata in atti, prima dell’esercizio dell’azione penale.
In conclusione, può essere emessa sentenza di condanna per il fatto concretamente accertato, e cioè per la detenzione di eroina.
IL DOLO EVENTUALE NON E’ CONFIGURABILE IN CASO DI DELITTO TENTATO (Trib. Macerata, Sez. GIP/GUP, 16.9.15, Giud. Domenico POTETTI)
24 Settembre 2015 Diritto, diritto penalePaolo Storani
La Rivista di Diritto Maceratese pubblica una pronuncia inedita e recentissima del Dott. Domenico Potetti, che ringraziamo vivamente per la collaborazione; ai fini dell’accertamento del dolo eventuale si richiama all’attenzione dei lettori la fondamentale Cass., Sez. U. Pen., n. 38343 del 24 aprile 2014, Pres. Santacroce, Rel. Blaiotta, depositata il 18 settembre 2014, relativa alla Thyssenkrupp Acciai Speciali Terni S.p.A., menzionata nel provvedimento.
TRIBUNALE DI MACERATA, Sezione GIP / GUP, 16 settembre 2015, Giudice Domenico Potetti, imp. X.
In tema di elemento soggettivo del reato, il dolo eventuale (secondo la sua accezione tradizionale) non è configurabile nel caso di delitto tentato, poiché, quando l’evento voluto non sia comunque realizzato, la valutazione del dolo deve avere luogo esclusivamente sulla base dell’effettivo volere dell’autore, ossia della volontà univocamente orientata alla consumazione del reato, senza possibilità di utilizzare gradate accettazioni del rischio, consentite soltanto in caso di evento materialmente verificatosi.
Dopo la sentenza delle Sezioni unite penali, n. 38343 del 2014, ai fini dell’esistenza del dolo eventuale non è più sufficiente l’accettazione del rischio del verificarsi dell’evento, risultando invece dirimente un atteggiamento psichico che indichi una consapevole adesione all’evento stesso per il caso che esso si verifichi quale conseguenza non direttamente voluta della propria condotta; un’adesione che consenta di scorgervi un atteggiamento ragionevolmente assimilabile alla volontà, sebbene da essa distinto (nella concreta fattispecie il giudice escludeva l’esistenza anche del dolo eventuale perché, pur ritenendo che vi fosse stata quell’accettazione del rischio, non ravvisava elementi per affermare siffatta adesione psichica all’evento).^^^°°°
Gli elementi essenziali della vicenda si evincono complessivamente dal verbale di fermo e dall’annotazione successiva della PG datata 29 dicembre 2014, oltre che dalla annotazione della Polizia Urbana in atti.
Per la comprensione della dinamica dei fatti, v. anche la preziosa planimetria redatta dalla Polizia di Stato.
Dunque, alle ore 15.45 del 19 dicembre 2014 giungeva una telefonata presso la Sala Operativa del Commissariato di PS di Civitanova Marche da parte di un cittadino che segnalava la presenza di un’autovettura sospetta che era stata da lui individuata in quella via Caracciolo.
Si trattava in particolare dell’autovettura … risultata poi essere di proprietà di …, il quale ne aveva denunciato il furto il ….
Sul posto si recava alle ore 16.20 personale di quell’Ufficio Anticrimine che notava sopraggiungere un’autovettura Opel Corsa, di colore nero, dalla quale scendeva un uomo che frettolosamente saliva sull’autovettura segnalata, mentre l’autovettura OPEL Corsa, con altri due uomini dell’apparente età di circa 20-30 anni, di carnagione chiara (uno di corporatura esile, con capelli neri corti rasati ai lati, viso magro squadrato) si allontanava subito per le vie limitrofe.
Il personale Anticrimine … immediatamente scendeva dall’autovettura di servizio portandosi repentinamente davanti l’auto oggetto di furto.
Più precisamente, … (conducente dell’autovettura di servizio) si portava al centro della carreggiata, parcheggiando la vettura di traverso, in modo da ostruire il passaggio.
Gli operatori, mostrando (il …) al soggetto la paletta segnaletica di servizio, nonché la tessera di riconoscimento della Polizia di Stato (il …), urlavano al medesimo la propria appartenenza alla Polizia di Stato, intimandogli di scendere dall’autovettura.
L’uomo, per tutta risposta, metteva in moto l’autovettura, partiva con il massimo dell’accelerazione, “sgommava” a terra, e si dirigeva verso … e, nel tentativo di investirlo in pieno, lo colpiva al ginocchio e alla spalla sinistra, dato che il medesimo aveva cercato di schivarlo gettandosi a terra.
Per tale motivo … riportava lesioni personali che venivano successivamente medicate al Pronto Soccorso dell’Ospedale Generale di zona, con prognosi di giorni 15 e diagnosi di: “contusioni multiple con limitazione funzionale della spalla sinistra e rachide cervicale – lombare”.
L’autovettura oggetto di furto, dopo aver travolto il …, tentava di continuare la fuga senza fermarsi, dirigendosi verso l’autovettura di servizio con colori di serie, RENAULT Kangoo, parcheggiata di traverso in modo da ostruire il passaggio, colpendo e danneggiando in modo visibile lo sportello anteriore lato passeggero, che era rimasto aperto.
Specifica la PG che l’auto di servizio, di grandi dimensioni (Renault Kangoo monovolume tipo furgone), così posta, e con lo sportello anteriore aperto, non permetteva in alcun modo il suo superamento, per cui la manovra (osserva la PG) era finalizzata unicamente all’investimento e allo schiacciamento dei pubblici ufficiali contro il loro menzionato mezzo di servizio.
Dopo l’impatto il conducente (resosi conto che la carreggiata era occupata parzialmente dall’auto di servizio, e quindi di non poter continuare la fuga) inseriva la retromarcia, percorrendo circa 15 metri, per poi inserire nuovamente la marcia avanti e sgommando, con forte accelerazione, si dirigeva nuovamente verso i due poliziotti tentando ancora di investirli.
Questi ultimi, si trovavano ad una distanza di qualche metro l’uno dall’altro e tentavano nuovamente di mettersi in salvo, schivando l’autovettura condotta dall’imputato.
Nell’occasione …, che l’aveva evitata per primo, nel notare che l’uomo stava investendo …, esplodeva un colpo d’arma da fuoco con la sua pistola d’ordinanza, in direzione della ruota posteriore sinistra, al fine di deviarne o fermarne la corsa, in modo da evitare così l’investimento del suo collega.
Immediatamente dopo l’esplosione del colpo di pistola, l’auto continuava la marcia, salendo con le ruote del lato sinistro sul marciapiede e nel contempo, con scatto repentino, … riusciva ad evitare di essere investito.
Sfruttando quindi lo spazio del marciapiede e quello ormai libero dall’ingombro della portiera dell’auto della polizia che si era chiusa a seguito del primo impatto, l’auto oggetto di furto guadagnava in questo modo la fuga, percorrendo via Quattro Marine, in direzione di via Cristoforo Colombo, inseguita sia dalla pattuglia anticrimine che dalla pattuglia della Volante che nel frattempo era giunta in soccorso.
Le due pattuglie allertavano la Sala Operativa, informandola di quanto stava accadendo.
A tal punto, giunta all’intersezione con via C. Colombo, non rispettando il segnale verticale ed orizzontale di stop (e procedendo contromano: v. relazione della Polizia Municipale), l’autovettura in fuga si portava ad alta velocità fino al centro dell’incrocio girando verso nord, andando a collidere violentemente con altra autovettura (…), condotta da …, che stava regolarmente giungendo da nord con direzione sud.
L’impatto fra le due auto risultava frontale e violentissimo, motivo per il quale il conducente della FIAT Bravo riportava gravi lesioni e veniva prima soccorso …, e poi trasportato con codice rosso presso il Pronto Soccorso dell’Ospedale Generale di zona da una ambulanza sopraggiunta.
In tale contesto il conducente dell’AUDI A3 rubata, si dava invece alla fuga, scavalcando la linea ferroviaria per dirigersi sulla spiaggia, rincorso da ….
Dopo aver percorso circa 500 metri di spiaggia, si portava nuovamente verso la linea ferroviaria, scavalcandola per poi attraversare via C. Colombo ed imboccare via Matteo Ricci, sempre inseguito a vista da….
L’uomo si dirigeva poi in via Marinai d’Italia, dove gli veniva intimato per l’ennesima volta di fermarsi da…, il quale esplodeva in aria un colpo di pistola a scopo intimidatorio.
L’uomo a tal punto, inseguito a piedi anche da personale della Squadra Volante, e da …, trovatosi per caso sul posto, si introduceva nelle appartenenze di almeno tre abitazioni, scavalcano le recinzioni.
In una di queste, in via Barbarigo, si arrampicava sopra una tettoia in plastica che crollava, danneggiandosi vistosamente.
A tal punto il fuggitivo veniva raggiunto da tutto il citato personale di Polizia che tentava di bloccarlo, ma lo stesso opponeva resistenza e violenza, sferrando calci e pugni agli operatori, e in particolare colpendo … alla schiena e alle gambe.
Quest’ultimo per tale motivo doveva ricorrere alle cure dei sanitari di turno del Pronto Soccorso, i quali gli diagnosticavano “trauma contusivo della regione lombare ed ecchimosi del bicipite femorale dx” (veniva giudicato guaribile in gg. 7 s.c.).
Il fuggitivo, finalmente bloccato, veniva identificato per …, asseritamente residente a …, di fatto in Italia senza fissa dimora.
Lo stesso veniva tratto in stato di fermo di P.G. e veniva anche fatto visitare dal personale del “118”, che rilasciava referto medico, consigliando un successivo controllo radiografico.
Detto controllo veniva effettuato alle ore 22.00 circa a mezzo di accompagnamento con ambulanza presso il Pronto Soccorso, con adeguata scorta del personale dipendente.
A seguito del controllo emergeva la seguente diagnosi: “policontuso, incidente stradale e da caduta, bronchite acuta”; veniva giudicato guaribile in giorni sette s.c.
Subito dopo i fatti sul luogo dell’incidente si portava personale della locale Polizia Municipale per i rilievi del caso (la quale accertava, fra l’altro, che l’imputato era munito di patente …), nonché personale della Polizia Scientifica per i rilievi di competenza.
A carico del … veniva contestualmente operata anche una perquisizione da parte del personale dipendente, che veniva estesa sull’auto incidentata AUDI A3, oggetto di furto, condotta dall’arrestato.
La perquisizione personale dava modo di rinvenire il seguente materiale:
– n. 1 telefono cellulare….
La perquisizione sull’autovettura Audi, modello A3 … dava modo di rinvenire il seguente materiale: …
Tutto il materiale di cui sopra veniva posto in sequestro ex art. 354 c.p.p., unitamente all’autovettura usata per la fuga.
L’imputato risultava non possedere alcun titolo per il soggiorno sul territorio nazionale, e risultava essere senza fissa dimora.
Ovviamente l’imputato era in possesso delle chiavi di accensione dell’automobile oggetto di furto.
2) La versione difensiva.
In udienza di convalida del fermo l’imputato riferiva che nell’occasione de qua si trovava da solo, e di non aver notato l’Opel Corsa descritta in atti.
Riferiva che le chiavi della Audi A 3 gli erano state date qualche ora prima da tale …, a seguito di prestito della stessa Audi per andare in …; che appena partito alla guida dell’Audi una vettura gli aveva sbarrato la strada; era sceso e alcune persone armate gli avevano urlato “fermo bastardo”.
Non aveva visto palette o distintivi della Polizia.
Spaventato, aveva tentato la fuga, ma senza toccare la vettura che si era messa per traverso.
Aveva sentito degli spari, e avevano colpito le gomme.
Negava di aver tentato di investire gli operatori, di avere fatto retromarcia, e negava di avere opposto alcuna resistenza.
3) La questione di responsabilità penale.
3.1 Alcune (la maggior parte, quantitativamente) questioni evocate dall’imputazione sono di facile soluzione.
Appare evidente l’improcedibilità per il reato di cui all’art. 590 c.p., per mancanza di querela, così come l’infondatezza del capo G), posto che l’imputato era munito di patente di guida in corso di validità.
Palese è invece la responsabilità penale in ordine al delitto di cui all’art. 648 c.p., posto che l’imputato è stato colto nel possesso della Audi A3, risultata oggetto di furto, per dichiarazione della persona offesa.
Il reato di resistenza ex art. 337 c.p., quello di lesioni, e quello di danneggiamento rappresentano dati oggettivi del processo, come sopra si è visto.
3.2 A ben vedere la questione centrale del processo, degna effettivamente di maggiore considerazione, attiene alla possibilità di affermare la responsabilità penale dell’imputato per il delitto di tentato omicidio.
Tuttavia, ad avviso di questo giudicante, la questione, già ad un primo approfondimento, si rivela piuttosto semplice sia, per quanto riguarda il profilo di fatto che per quanto riguarda quello di diritto.
Si confronti la narrazione dei fatti sopra esposta con lo stato dei luoghi, delle cose e delle persone rappresentato nella planimetria redatta dalla stessa Polizia di Stato e acquisita in atti.
Inevitabilmente, la narrazione di fatto offerta dalla polizia giudiziaria porta con sé una parte di interpretazione (più che di esposizione) del fatto stesso.
È evidente che vi sia una notevole componente valutativa e interpretativa nella parte in cui si attribuisce all’imputato il tentativo (in senso atecnico) di investire gli operatori.
In altre parole, quando si dice che l’imputato puntava gli operatori per investirli, in realtà non si riferisce semplicemente un fatto, ma si attribuisce all’imputato la volontà di investire.
Una volta depurata la narrazione da questi aspetti interpretativi e valutativi, resta il fatto che l’imputato (non essendovi il benché minimo motivo per dubitare in punto di fatto della narrazione stessa offerta dalla polizia giudiziaria) indirizzò la marcia della vettura da lui condotta nella direzione degli operatori.
Questi ultimi fortunatamente riuscirono a schivare la vettura, tanto che l’inseguimento poté proseguire e concludersi felicemente, anche con l’aiuto di ulteriore personale operante.
Questo essendo il mero ed essenziale fatto storico, si deve ragionevolmente affermare la proposizione secondo la quale l’imputato certamente non aveva, quale fine della sua condotta, quello di uccidere gli operatori.
A tale conclusione si perviene facilmente poiché, in quella condizione compromettente (egli si trovava in possesso di una autovettura rubata) l’imputato aveva (ragionevolmente opinando) l’unico scopo di fuggire per sottrarsi alle sue responsabilità.
Nessun ragionevole movente si intravede, il quale consenta di affermare che lo scopo della condotta sia stato quello di uccidere gli operatori (all’imputato interessava fuggire, e non certo ulteriormente caricarsi di un così grave delitto).
Concludendo in punto di fatto: l’imputato diresse la sua marcia contro gli operatori, ma allo scopo di imboccare il varco che gli avrebbe consentito la fuga.
3.3 Peraltro, quest’ultimo assunto consente semplicemente di escludere che nel caso di specie ricorra quel particolare tipo di dolo che è il dolo intenzionale, il quale, com’è noto, si ravvisa nel caso in cui l’evento rappresenta il fine perseguito dall’agente.
Ma ciò non giova di per se all’imputato, il quale dovrebbe essere ugualmente condannato per tentato omicidio anche nel caso in cui egli versasse in dolo diretto il quale, com’è noto, consiste in quella forma di dolo nella quale l’evento, pur non rappresentando il fine della condotta, tuttavia viene previsto (elemento rappresentativo del dolo) come certo o comunque altamente probabile risultato della condotta.
La questione se nel caso di specie possa essere affermata l’esistenza del dolo diretto (quantomeno come rappresentazione dell’evento in termini di alta probabilità) è di difficilissima soluzione, nel momento in cui l’interprete voglia arrivare ad una verità storica, anziché meramente processuale.
Essendo infatti il dolo uno stato puramente soggettivo, esso può essere accertato o smentito solo in via induttiva, traendolo da indizi esteriori che sia possibile cogliere nella realtà fenomenica.
La questione invece diventa molto facile da risolvere quando (come il giudice deve fare) l’interprete persegua semplicemente la verità processuale.
Infatti, l’insufficienza o la contraddittorietà della prova si risolve ovviamente a favore dell’imputato, per la nota presunzione costituzionale di innocenza (art. 27 Cost.).
Orbene, nessun elemento del processo, ad avviso di questo giudicante, consente di affermare, al di là di ogni ragionevole dubbio (art. 533 c.p.p.), che l’imputato si fosse rappresentata come certa, o comunque altamente probabile, la morte degli operatori.
Come si coglie facilmente dalla visione della planimetria redatta dalla Polizia di Stato, l’imputato vedeva semplicemente un varco tra l’auto di servizio degli operatori e il cordolo del marciapiede posto di fronte al civico n. 22.
Nella concitazione e nella paura di quel momento, egli evidentemente voleva semplicemente passare attraverso quel varco.
Nulla autorizza ritenere che egli si fosse rappresentata la morte degli operatori come un evento altamente probabile.
Anzi, l’ipotesi più attendibile è che il medesimo si sia rappresentato quello che poi è effettivamente avvenuto, e cioè che gli operatori si siano semplicemente tolti dal suo tragitto, schivando l’autovettura in fuga.
Insomma: non si riesce a trarre dagli atti la prova né del dolo intenzionale, né di quello diretto.
Rimane tuttavia la forza delle affermazioni della polizia giudiziaria, le quali debbono essere considerate pienamente attendibili.
Dunque, si può ritenere accertato che l’imputato diresse la vettura contro gli operatori.
Si deve però precisare che quella era anche la direzione del varco fra la vettura di servizio e il cordolo del marciapiede, attraverso il quale egli vedeva la possibilità di fuggire.
A questo punto si può affermare ragionevolmente, alla luce della posizione degli operatori (che si frapponevano rispetto al varco utile per la fuga) che l’imputato accettò il rischio di travolgere gli operatori, pur di fuggire.
In altre parole l’imputato mirò al varco utile per la fuga, e volle imboccarlo anche al costo di travolgere gli operatori.
Sarà chiaro quindi ormai che l’unica forma di dolo che gli atti processuali consentono di affermare è quella (almeno secondo il concetto tradizionale) del dolo eventuale.
Anche la presente fattispecie, quindi, ripropone la nota questione della compatibilità fra dolo eventuale e tentativo.
3.4 La questione di diritto alla quale siamo giunti è ancora più semplice di quella in punto di fatto.
Per quanto a conoscenza di questo giudicante, la giurisprudenza della Cassazione ha ormai sostanzialmente chiarito che il dolo eventuale non è compatibile con il delitto tentato (v. Sez. 1, n. 25114-10, RV 247707).
In particolare ha chiarito che in tema di elemento soggettivo del reato, il dolo eventuale non è configurabile nel caso di delitto tentato, poiché, quando l’evento voluto non sia comunque realizzato e quindi manchi la possibilità del collegamento rispetto ad un atteggiamento volitivo diverso dall’intenzionalità diretta, la valutazione del dolo deve avere luogo esclusivamente sulla base dell’effettivo volere dell’autore, ossia della volontà univocamente orientata alla consumazione del reato, senza possibilità di utilizzare gradate accettazioni del rischio, consentite soltanto in caso di evento materialmente verificatosi (v. Sez. 1, n. 44995-07, RV 238705; Sez. 1, n. 5849-06, RV 234069).
Il discorso della possibilità di ravvisare nel caso che ci occupa il delitto di tentato omicidio potrebbe esaustivamente finire qui, essendosi già dimostrata, ad avviso di questo giudicante, l’inesistenza della prova del dolo di tentativo, non potendosi considerare con esso compatibile il dolo eventuale, inteso secondo il concetto tradizionale (cioè come accettazione del rischio dell’evento).
Peraltro, per completezza, si deve ricordare che quel concetto di dolo eventuale è stato recentemente rinnegato nella clamorosa sentenza delle Sezioni unite penali, n. 38343-14.
Queste ultime hanno affermato, in sintesi, che ai fini dell’esistenza del dolo eventuale non è sufficiente l’accettazione del rischio, risultando invece dirimente un atteggiamento psichico che indichi un’adesione all’evento per il caso che esso si verifichi quale conseguenza non direttamente voluta della propria condotta.
E’ pur vero che il dolo eventuale designa l’area dell’imputazione soggettiva in cui l’evento non costituisce l’esito finalistico della condotta, né è previsto come conseguenza certa o altamente probabile: l’agente si rappresenta un possibile risultato della sua condotta e ciononostante s’induce ad agire, accettando la prospettiva che l’accadimento abbia luogo.
Ma secondo le Sez. Un. n. 38343-14, la dottrina e la giurisprudenza che valorizzano la rilevanza della volontà e della sua ricerca anche nell’ambito del dolo eventuale colgono nel segno.
Nell’accertamento del dolo eventuale ciò che è di decisivo rilievo è che nella scelta dell’azione sia ravvisabile una consapevole presa di posizione di adesione all’evento, che consenta di scorgervi un atteggiamento ragionevolmente assimilabile alla volontà, sebbene da essa distinto: una volontà indiretta o per analogia, si potrebbe dire (v. punto n. 50 della motivazione).
In conclusione, la responsabilità penale dell’imputato per il delitto di tentato omicidio va negata perché l’unica forma di dolo ravvisabile nella fattispecie concreto è quella del dolo eventuale, inteso come accettazione del rischio dell’evento, la quale (forma di dolo) è incompatibile con il delitto tentato.
E ciò anche a prescindere dalla svolta giurisprudenziale alla quale si è fatto cenno, per la quale tale concetto di dolo eventuale dovrebbe essere addirittura espunto dall’ordinamento, per lasciare il posto alla ricerca di una bel più pregnante “volontà dell’evento”, che le Sezioni unite tentano di definire (con quale successo non è qui il caso di chiedersi).
4) Trattamento sanzionatorio ed altro.
La strumentalità delle condotte di resistenza, lesioni e danneggiamento, rispetto alla necessità di evitare la responsabilità in ordine al reato di ricettazione consente di individuare il vincolo dell’unitario disegno criminoso (art. 81 c.p.) fra tutti i reati per i quali viene affermata la responsabilità penale dell’imputato.
In ragione della pena edittale astratta, reato più grave viene considerato quello di ricettazione, e per la negativa personalità dell’imputato, emersa dai gravi comportamenti di cui sopra, la pena base viene fissata in quella di anni tre di reclusione ed euro tremila di multa.
Ma in effetti, la gravità in concreto delle condotte per le quali si procede è molto maggiore per quanto riguarda i reati satelliti, soprattutto di resistenza oltre che di lesioni e danneggiamento, avendo la condotta di resistenza e quella di lesioni posto gravemente in pericolo l’incolumità personale e la stessa vita degli operatori.
Per questo l’aumento per i reati satelliti viene effettuato fino ad arrivare alla pena di anni sei di reclusione ed euro seimila di multa.
Per effetto della diminuente del rito la pena finale viene quindi fissata in quella di anni quattro di reclusione ed euro quattromila di multa.
All’affermazione di responsabilità penale consegue altresì la condanna alle spese processuali, oltre che (in ragione della pena principale applicata) alla pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici per anni cinque.
I fatti di cui sopra hanno chiaramente dimostrato una elevata pericolosità sociale dell’imputato, il quale ha gravemente attentato all’incolumità personale degli operatori, pur di sottrarsi alle sue responsabilità.
Per questo ne viene disposta l’espulsione dal territorio nazionale, una volta scontata la pena.
Si deve altresì provvedere come in dispositivo sui reperti ivi nominati (del denaro non si conosce l’origine; non si ravvisano residue esigenze probatorie).
Gli altri reperti, dei quali non si conosce con certezza il titolo di proprietà, avranno la destinazione di cui al dispositivo.
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