Source: http://nomodos-ilcantoredelleleggi.it/2018/02/06/gruppi-di-societa-la-ricapitalizzazione-della-societa-controllata-non-costituisce-risarcimento-del-danno-e-non-legittima-la-holding-allazione-di-regresso-nei-confronti-del-manager-inadem-pie/
Timestamp: 2019-03-26 12:57:29+00:00
Document Index: 96534397

Matched Legal Cases: ['art. 2497', 'art. 2497', 'sentenza ', 'art. 2941', 'art. 2348', 'art. 2351', 'art. 2359', 'art. 2497', 'art. 2634', 'art. 2475']

Home Diritto Commerciale Gruppi di società: la ricapitalizzazione della società controllata non costituisce risarcimento del danno e non legittima la holding all’azione di regresso nei confronti del manager inadempiente
L’intera vicenda si svolge nel contesto del gruppo societario, sul quale, a parere dello scrivente, appare necessario un breve inquadramento di natura nozionistica, seppur senza pretese di esaustività, ai fini di una più agevole comprensione delle motivazioni che hanno indotto il Giudice di ultima istanza a pronunciarsi nella direzione che si esporrà infra al par. 4.[1]
la holding detiene la maggioranza degli strumenti che conferiscono diritto di voto nell’assemblea ordinaria[2];
la holding detiene di voti sufficienti per esercitare un’influenza dominante in seno all’assemblea dei soci della controllata, senza possedere la maggioranza dei voti esercitabili[3];
Il rapporto di collegamento, previsto dal secondo comma del succitato articolo, sussisterà, invece, quando, nonostante non si ravvisi una relazione di controllo che consenta un’influenza dominante da parte della holding nell’assemblea ordinaria della società figlia, quest’ultima sia in grado di esercitare comunque un’influenza ‹‹notevole››[4].
Tanto premesso, si osserva che l’attività di direzione e coordinamento, di cui la holding è titolare, comporta una responsabilità sul piano risarcitorio in capo a quest’ultima, in caso di inosservanza o violazione dei principi di ‹‹corretta gestione societaria e imprenditoriale›› espressamente riconosciuti dall’art. 2497 c.c.[5], dalla quale derivi un pregiudizio in capo ai soci della controllata consistente nel depauperamento – fino al totale azzeramento – del valore e della redditività[6] della partecipazione nella società controllata, o ancora in capo ai creditori della medesima consistente nella lesione all’integrità del suo patrimonio.
La concezione unitaria del gruppo, che trascende l’individualità delle singole società ad esso afferenti, postula l’assenza di una responsabilità risarcitoria in capo alla holding, ‹‹quando il danno risulta mancante alla luce del risultato complessivo dell’attività di direzione e coordinamento ovvero integralmente eliminato anche a seguito di operazioni a ciò dirette››, ai sensi del secondo periodo del primo comma dell’art. 2497 c.c., che consacra a principio giuridicamente espresso la riflessione ultraventennale della dottrina sul punto, culminato nella ‹‹teoria dei vantaggi compensativi››[7].
Il predetto ricorso, correttamente definito dai commentatori ‹‹sicuramente singolare, posto che di regola è la società controllante che risulta convenuta in giudizio dai soci e dai creditori della società controllata››[8] non aveva trovato accoglimento in primo grado, muovendo dalla considerazione dell’assenza di un danno diretto sofferto dalla società attrice e della sussistenza del medesimo in capo ad un soggetto giuridico diverso, ossia la società controllata[9].
Nonostante Alfa S.r.l. avesse riqualificato la propria azione come azione di regresso nei confronti del dirigente Tizio, a seguito della ricapitalizzazione di Beta, la Corte territoriale aveva respinto l’appello proposto, con sostanziale conferma delle determinazioni del Giudice di prime cure, segnalando come, ai fini della legittimazione dell’azione della ricorrente, la medesima avrebbe dovuto provare, prima dell’introduzione della causa, «l’illiceità della condotta [di Tizio, N.d.R.], ed il conseguente danno nei confronti di [Beta, N.d.R.], danno che [Alfa S.r.l., N.d.R.] fosse stata chiamata a risarcire»[10].
Secondo parte della dottrina che si è pronunciata sulla sentenza in commento, la reintegrazione del capitale sociale della controllata, in altri termini, costituisce una facoltà in capo alla holding – per nulla depauperata a seguito di tale operazione – finalizzata, più che al ripristino del danno subito, al suo consolidamento, che non si avrebbe avuto se la società madre fosse stata chiamata a reintegrare la perdita di esercizio, preservando il capitale sociale dall’erosione[11].
Muovendo da tale premessa, Beta avrebbe ben potuto citare la propria controllante[12] per il fatto illecito commesso dal proprio dipendente ai sensi dell’articolo 2049 c.c., il quale presuppone, ai fini della sua configurazione, la sussistenza di rapporto di lavoro subordinato tra il soggetto attivo e il soggetto che risponde in sede civile, nonché di un rapporto di occasionalità necessaria, volto a rendere possibile o agevole la consumazione del fatto illecito[13], a prescindere da una valutazione concreta sotto il profilo di una eventuale culpa in eligendo o in vigilando del datore di lavoro.
Una volta risarcito il danno subito dalla controllata, per il quale è stata regolarmente convenuta in giudizio, la holding ben avrebbe potuto agire in regresso nei confronti del proprio dirigente Tizio, con il quale si è instaurato un rapporto di lavoro subordinato che comporta una responsabilità di natura contrattuale in capo al medesimo, ai sensi degli artt. 1218 ss c.c.[14], scaturita dalla negligenza, imprudenza, imperizia o violazione di specifici obblighi contrattuali o di istruzioni legittimamente impartite dal datore di lavoro
Tale ultima precisazione, lapalissiana ad una prima lettura, deriva da una doverosa considerazione, condivisibilmente segnalata da parte della dottrina[15], secondo cui ‹‹il socio di una società di capitali non ha, in linea generale, titolo per avanzare pretese risarcitorie nei confronti del terzo che con il suo comportamento illecito abbia danneggiato la società, con il conseguente depauperamento del patrimonio personale dei soci: ciò in ragione dell’autonomia patrimoniale e della personalità giuridica della società, che rendono il suo patrimonio nettamente separato da quello personale dei soci. Sussiste dunque un’esclusiva legittimazione della società ad agire contro il terzo per l’illecito commesso a suo danno, anche se gli effetti negativi di questo comportamento si riflettono sul socio in termini di azzeramento del valore della partecipazione e delle attese di redditività dell’investimento›› (cit.)
Da ultimo, si rammenti che l’azione sociale esperita comporterebbe delle peculiarità sotto il profilo processuale, nello specifico in termini di prescrizione del relativo diritto a promuoverla: ai sensi dell’articolo 2949, comma 1, c.c., ‹‹si prescrivono in cinque anni i diritti che derivano dai rapporti sociali, se la società è iscritta nel registro delle imprese››[16], nonostante il suddetto termine prescrizionale rimanga sospeso ‹‹tra le persone giuridiche e i loro amministratori, finché sono in carica, per le azioni di responsabilità contro di essi››, secondo quanto dispone l’art. 2941, n. 7) c.c.
[1] Per un approfondimento sul fenomeno del gruppo societario e dell’ ‹‹attività di direzione e coordinamento››, sulla disciplina concernente il suddetto fenomeno, sulle problematiche ad esso correlate e sulle eventuali proposte di riforma della normativa di riferimento, si veda fin da subito P. Montalenti, “Impresa, società di capitali, mercati finanziari”, Giappichelli, Torino, 2017, p. 176 e pp. 227 ss.; Id., “Società per azioni, Corporate Governance e mercati finanziari”, Giuffrè, Milano, 2011, pp. 221 ss.
[2] La specificazione appena riportata è tutt’altro che pleonastica, giacché non tutti gli strumenti di partecipazione al capitale sociale attribuiscono al titolare il diritto di voto. Si pensi, tipicamente, alle azioni, strumento partecipativo di elezione nella partecipazione al processo formativo della volontà sociale. Quantunque il primo comma dell’art. 2348 c.c. stabilisca, come principio generale, che ‹‹le azioni devono essere di uguale valore e conferiscono ai loro possessori uguali diritti››, il successivo secondo comma prevede che ‹‹si possono tuttavia creare, con lo statuto o con successive modificazioni di questo, categorie di azioni fornite di diritti diversi […]›› e che ‹‹[…] la società, nei limiti imposti dalla legge, può liberamente determinare il contenuto delle azioni delle varie categorie››. Un esempio tipico sono le cc.dd. ‹‹azioni di risparmio››, le quali, a differenza della “classiche” azioni con diritto di voto previste dall’art. 2351 c.c., compensano l’assenza dell’attribuzione del diritto di voto – di natura amministrativa – con una maggiorazione nella partecipazione agli utili.
[3] A differenza della prima ipotesi, nella quale si configura un controllo de jure determinato da questioni più di natura matematica che giuridica, in questo secondo caso la holding esercita un controllo de facto, determinato da altri fattori, concomitanti fra di loro: in primis, la scarsa partecipazione al processo formativo della volontà sociale da parte dei soci di minoranza, che comporta un abbassamento notevole del quorum deliberativo.
[4] Espressione indubbiamente vaga e generica, la cui portata semantica si ricava mediante una definizione “in sottrazione”: indica, in altri termini, un’influenza minore rispetto a quella segnatamente “notevole”, ancorché, a sostegno di un parametro minimo di riferimento, l’art. 2359, comma 3, secondo periodo, stabilisce che ‹‹l’influenza si presume quando nell’assemblea ordinaria può essere esercitato almeno un quinto dei voti ovvero un decimo se la società ha azioni quotate in mercati regolamentati››.
[5] Per una trattazione analitica dei requisiti necessari ai fini della sussistenza della responsabilità della società controllante nell’attività di direzione e coordinamento, si rimanda a P. Montalenti, Società per azioni, Corporate Governance e mercati finanziari, cit., p. 223.
[6] Secondo una rigida interpretazione letterale del dettato normativo, la congiunzione copulativa che unisce il valore e la redditività della partecipazione implicherebbe la necessaria lesione di entrambi i succitati concetti ai fini dell’integrazione di un profilo di responsabilità in capo alla controllante. Muovendo da tali assunti, ci si potrebbe porre il quesito sull’eventuale sussistenza della responsabilità in capo alla holding in assenza della lesione congiunta di entrambi i requisiti. Date le notevoli difficoltà di natura pratica che ne scaturirebbero, sembrerebbe maggiormente condivisile una lettura della suddetta endiadi concettuale in chiave disgiuntiva.
[7] P. Montalenti, Conflitto di interessi nei gruppi di società e teoria dei vantaggi compensativi, in Giur. Comm., 1995, I, pp. 710 ss.; più recentemente sul medesimo punto M. Maugeri, Interesse sociale, interesse dei soci e interesse del gruppo, in Giur. Comm., 2012, I, pp. 66 ss. Sull’opportunità di un restyling dell’art. 2497 c.c., maggiormente osservante della teoria dei vantaggi compensativi, mediante la mutuazione della formulazione prevista dall’art. 2634 c.c., si veda P. Montalenti, Impresa, società di capitali, mercati finanziari, cit., p. 176.
[8] M.P. Ferrari, La società controllante non può chiedere al proprio manager il risarcimento dei danni alla controllata, nota a Cass. civ., Sez. Lavoro, 7 dicembre 2017, n. 29439, 2017, reperibile sul sito pluris-cedam.it, 2017.
[9] Così Trib. Milano, 24 giugno 2009, n. 2703.
[10] In tal senso App. Milano, 2 aprile 2012, n. 1281.
[11] In tal senso si rimanda alle considerazioni di M.P. Ferrari, La società controllante non può chiedere al proprio manager il risarcimento dei danni alla controllata, cit., secondo cui ‹‹diverso sarebbe stato se la società controllante avesse provveduto a ripianare la perdita di esercizio della controllata provocata dalla mala gestio del proprio dipendente: in presenza invece della sottoscrizione di nuovo capitale da parte della holding, quest’ultima non si è certamente depauperata in favore della controllata, il cui pregiudizio non è stato in alcun modo risarcito. In altre parole, per avere il diritto al regresso, la società controllante avrebbe dovuto essere chiamata dalla controllata a coprire la perdita di esercizio determinata dalla condotta del proprio manager, copertura che avrebbe evitato l’erosione del capitale sociale. La ricapitalizzazione della società ha, invece, consolidato il danno a carico della controllata e non ha determinato alcun pregiudizio a carico della controllante tale da poter determinare l’insorgenza in capo a quest’ultima del diritto di regresso nei confronti del soggetto responsabile del depauperamento della società sottoposta a controllo››.
[12] Ci si potrebbe chiedere, sul punto, quale sia l’organo sociale deputato alla manifestazione della volontà sociale di Beta nella citazione in giudizio della propria controllante Alfa. Tra l’assemblea dei soci e il consiglio di amministrazione, la scelta non può che cadere, a parere dello scrivente, sul secondo, per un duplice profilo motivazionale. In primis, perché la rappresentanza generale della S.r.l. spetta agli amministratori, ai sensi dell’art. 2475bis c.c: salvo diverse previsioni statutarie, la decisione di citare in giudizio la holding rientra tra le competenze dell’organo gestorio. In secundis, la titolarità della formazione della volontà sociale in capo all’assemblea dei soci comporterebbe un’inconciliabilità logica che sfocerebbe in un’aporia giuridica: Alfa, in quanto socio unico, controllante al 100 % di Beta, si troverebbe ad esprimere in assemblea un voto con cui citerebbe se stessa in giudizio, comportando un’identità, se non formale, quanto meno fattuale, tra il soggetto attore e il soggetto convenuto.
[13] Nesso che, secondo quanto condivisibilmente evidenziato da M.P. Ferrari, op. cit., ‹‹deve escludersi solo allorché il danno sia imputabile all’attività privata dell’autore dell’illecito e sia frutto, quindi, dell’esercizio della sua privata autonomia››.
[14] Con ciò che comporta in termini di:
[15] M.P. Ferrari, La società controllante non può chiedere al proprio manager il risarcimento dei danni alla controllata, cit., la quale, sempre con riferimento alla legittimazione attiva esclusiva della società, segnala altresì che ‹‹vi possono essere danni che attengono alla sfera personale del socio (quali il danno all’immagine, alla onorabilità, alla perdita di opportunità economiche e lavorative ecc.) che rientrano nella categoria dei danni subiti direttamente dal socio da parte del terzo responsabile›› e che, pertanto, legittimano, almeno sotto questo profilo, una legittimazione attiva in capo al medesimo.
[16] Il predetto dato normativo trova agevolmente applicazione nella vicenda de qua, essendo entrambe le società, controllante e controllata, delle S.r.l. che svolgono un’attività commerciale e che, come tali, soggiacciono all’obbligo di iscrizione al Registro delle imprese.