Source: https://www.laleggepertutti.it/161230_negozi-aperti-a-natale-pasqua-e-nelle-altre-feste
Timestamp: 2018-05-22 07:45:23+00:00
Document Index: 153706515

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 107', 'art. 31', 'art. 3', 'art. 117', 'art. 41', 'art. 15']

Negozi aperti a Natale, Pasqua e nelle altre feste
Lo sai che? Negozi aperti a Natale, Pasqua e nelle altre feste
Non si può vietare ai negozi di restare chiusi nei giorni rossi del calendario, come 1° gennaio, Pasqua, lunedì dell’Angelo, 25 aprile, 1° maggio, 2 giugno, 15 agosto, 1° novembre, 25 e 26 dicembre.
Regioni o Comuni non possono imporre ai negozi orari e giorni di apertura o chiusura. Il nostro attuale sistema normativo è improntato a un principio di liberalizzazione a tutela del consumatore finale e non prevede alcun vincolo o limite alle modalità di esercizio delle attività economiche. Risultato: è illegittima qualsiasi norma che obblighi gli esercenti a restare chiusi nei giorni di festa, anche se si tratta di quelli “tradizionali”. Pertanto, i negozi possono restare aperti a Natale, Pasqua e nelle altre feste comandate, segnate in rosso nel calendario. Il chiarimento è stato fornito da una importantissima sentenza della Corte Costituzione di questi giorni [1] che ha dichiarato illegittima una legge della Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia.
L’attuale normativa consente ai negozi di restare aperti anche il 1° gennaio, Pasqua, lunedì dell’Angelo, 25 aprile, 1° maggio, 2 giugno, 15 agosto, 1° novembre, 25 e 26 dicembre. E ciò vale anche nelle Regioni a Statuto Speciale sebbene abbiamo piena autonomia normativa in materia di commercio.
Già il cosiddetto «decreto Monti» [2], modificando la precedente disciplina risalente al 2006 in materia di orario di apertura dei negozi, aveva introdotto i primi principi di liberalizzazione per le attività commerciali, stabilendo che queste si potevano svolgere «senza limiti e prescrizioni» ivi compresi eventuali ostacoli in materia di orari di apertura e di chiusura, obbligo della chiusura domenicale e festiva nonché quello della mezza giornata di chiusura infrasettimanale dell’esercizio.
Dal canto loro, le Regioni hanno in passato contestato allo Stato un’eccessiva invadenza in una materia – quella appunto della regolamentazione delle attività commerciali – che sarebbe di loro pertinenza. Ma tale interpretazione è stata già bocciata dalla Corte Costituzionale nel 2012 [3]. In particolare, la Consulta ha salvato dall’illegittimità costituzionale la norma statale che lascia liberi i negozi di restare aperti anche durante le feste, facendola rientrare tra le competenze centrali in materia di «tutela della concorrenza» (e non tra quelle in materia di «commercio» che invece rientrano nella competenza regionale).
Pertanto, anche nella sentenza in commento, la Corte Costituzionale ha rimarcato che la normativa statale ha eliminato i limiti agli orari e ai giorni di apertura al pubblico degli esercizi commerciali. Tale disciplina favorisce «la creazione di un mercato più dinamico e più aperto all’ingresso di nuovi operatori e amplia la possibilità di scelta del consumatore. Si tratta, dunque, di misure proporzionate allo scopo di garantire l’assetto concorrenziale del mercato della distribuzione commerciale».
[1] C. Cost. sent. n. 98/2017.
[2] DL n. 201/2011 che modifica il DL n. 223/2006
[3] C. Cost. sent. n. 299/2012.
CORTE COSTITUZIONALE SENTENZA N. 98/2017
Secondo la resistente, inoltre, è infondata la censura in base alla quale la disposizione in esame sarebbe in grado di «alterare la concorrenza all’interno del territorio regionale», perché la Regione assegna dei contributi ai centri commerciali naturali. A suo avviso, la legge regionale n. 29 del 2005, già prevedeva forme di incentivazione per determinate attività commerciali; similmente stabiliscono inoltre le norme statali che prevedono incentivi alle imprese, senza che sussista violazione dell’ordinamento europeo che consentirebbe forme di incentivazione economica, purché erogate secondo i princìpi di non discriminazione, trasparenza, pubblicità e parità di trattamento tra gli operatori commerciali. Si tratterebbe, infatti, di aiuti compatibili con l’assetto concorrenziale del mercato europeo, tanto che il regolamento CE 18 dicembre 2013, n. 1407/2013/UE (Regolamento della Commissione relativo all’applicazione degli articoli 107 e 108 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea agli aiuti «de minimis») li sottrae alla disciplina sugli “aiuti di Stato” (art. 107 Trattato sul funzionamento dell’Unione europea).
Inoltre, si porrebbero in contrasto con l’art. 31, comma 2, del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201 (Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici), convertito con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, che prevede la liberalizzazione del commercio, e con l’art. 3, comma 1, lettera d-bis), del decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223 (Disposizioni urgenti per il rilancio economico e sociale, per il contenimento e la razionalizzazione della spesa pubblica, nonché interventi in materia di entrate e di contrasto all’evasione fiscale), convertito con modificazioni dalla legge 4 agosto 2006, n. 248, che dispone che le attività commerciali siano svolte senza il rispetto dell’obbligo di chiusura domenicale e festiva.
7.2.– La violazione dell’art. 117, primo comma, Cost., sarebbe palese in riferimento all’art. 41, commi 1, lettera f), e 2 della legge 7 luglio 2009, n. 88 (Disposizioni per l’adempimento di obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia alle Comunità europee – Legge comunitaria 2008), che impone anche alle Regioni a statuto speciale di adeguare la propria legislazione a quella statale di attuazione della direttiva 12 dicembre 2006, n. 2006/123/CE (Direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio relativa ai servizi nel mercato interno), nonché in riferimento all’art. 15 della direttiva medesima, che impone di verificare la necessità e proporzionalità dei requisiti soggettivi di accesso alle attività di prestazione dei servizi.