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Timestamp: 2019-04-21 08:35:36+00:00
Document Index: 114511612

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CONTESTAZIONI SULLA PROFESSIONALITÀ DEL DIPENDENTE
CONTESTAZIONI SULLA PROFESSIONALITÀ DEL DIPENDENTE2019-04-142019-04-14https://adalgisaranucci.it/wp-content/uploads/2018/06/logo2-sfondo-bianco.pngStudio Legale A|Rhttps://adalgisaranucci.it/wp-content/uploads/2019/04/contestazioni.jpg200px200px
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. V PENALE – SENTENZA 17 gennaio 2017, n.2200 MASSIMA
Il potere gerarchico o, comunque, di sovraordinazione consente di richiamare, ma non di ingiuriare il lavoratore dipendente o di esorbitare dai limiti della correttezza e del rispetto della dignità umana con espressioni che contengano un’intrinseca valenza mortificatrice della persona e si dirigano più che all’azione censurata, alla figura morale del dipendente, traducendosi in un attacco personale sul piano individuale, che travalichi ogni ammissibile facoltà di critica. In altri termini, non esorbitano dall’area della liceità penale le contestazioni che non censurino la persona in sè e per sè considerata ma la condotta professionale del dipendente.
Il Giudice di pace di Macerata aveva dichiarato B.D. colpevole del reato di diffamazione (perchè, comunicando con più persone mediante una missiva inviata a tutti i membri del consiglio di classe, offendeva, attraverso l’attribuzione di un fatto determinato, la reputazione della Prof.ssa Br.Gr. affermando quanto segue: “… i riferimenti in premessa e a corollario della sua lettera si ritengono incomprensibili, futili e superficiali, con evidenti cadute di stile che sfiorano l’offesa nei miei confronti”: fatto commesso il (OMISSIS)) e di minaccia (sempre in danno di Br.Gr.) e aveva condannato l’imputata alla pena di giustizia e al risarcimento dei danni in favore della parte civile. Investito dell’impugnazione dell’imputata, il Tribunale di Macerata, con sentenza deliberata il 18/12/2015, ha assolto B.D. dal reato di minaccia e, rideterminate in melius la pena irrogata e la somma liquidata a titolo di risarcimento dei danni, ha confermato nel resto la sentenza di primo grado. Avverso l’indicata sentenza del Tribunale di Macerata ha proposto ricorso per cassazione B.D..
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. V PENALE – SENTENZA 17 gennaio 2017, n.2200 – Pres. Bruno – est. Caputo Svolgimento del processo1. Con sentenza deliberata il 05/05/2014, il Giudice di pace di Macerata aveva dichiarato B.D. colpevole del reato di diffamazione (perchè, comunicando con più persone mediante una missiva inviata a tutti i membri del consiglio di classe, offendeva, attraverso l’attribuzione di un fatto determinato, la reputazione della Prof.ssa Br.Gr. affermando quanto segue: ‘… i riferimenti in premessa e a corollario della sua lettera si ritengono incomprensibili, futili e superficiali, con evidenti cadute di stile che sfiorano l’offesa nei miei confronti’: fatto commesso il (OMISSIS)) e di minaccia (sempre in danno di Br.Gr.) e aveva condannato l’imputata alla pena di giustizia e al risarcimento dei danni in favore della parte civile.Investito dell’impugnazione dell’imputata, il Tribunale di Macerata, con sentenza deliberata il 18/12/2015, ha assolto B.D. dal reato di minaccia e, rideterminate in melius la pena irrogata e la somma liquidata a titolo di risarcimento dei danni, ha confermato nel resto la sentenza di primo grado.2. Avverso l’indicata sentenza del Tribunale di Macerata ha proposto ricorso per cassazione B.D., attraverso il difensore avv. G. M. Mazzei, articolando tre motivi di seguito enunciati nei limiti di cui all’art. 173 disp. att. c.p.p., comma 1.Il primo motivo lamenta mancanza della condizione di procedibilità, in quanto nella denuncia presentata dalla persona offesa non può ravvisarsi alcuna richiesta di punizione del colpevole.Il secondo motivo denuncia errata applicazione dell’art. 595 c.p..Gli aggettivi ‘futile’ e ‘superficiale’ sono comunemente utilizzati nella prassi giudiziaria, senza che da ciò scaturiscano procedimenti per ingiuria o diffamazione. Le espressioni utilizzate dalla Preside B. erano puramente critiche, non potevano essere considerate espressione di dura disapprovazione o riprovazione caratterizzate dall’asprezza dei toni, erano chiaramente ed espressamente riferite al contenuto e alle frasi scritte dalla Prof.ssa Br. nella propria missiva e non alla persona, non costituivano disprezzo per l’autore del comportamento, non erano gravemente infamanti e inutilmente umilianti e non trasmodavano in un’aggressione verbale al soggetto criticato. I riferimenti contenuti nella missiva della ricorrente a derive personalistiche ed egocentriche dimostra l’intenzione della Preside di recuperare il rapporto con la Br., concretizzandosi, quelle espressioni, in un attestato di stima nei confronti della persona offesa, che, come dalla stessa evidenziato nella denuncia, ha riconosciuto e spiegato che la frase non era a lei rivolta.Il terzo motivo denuncia errata applicazione dell’art. 599 c.p..La risposta della Preside fu conseguenza della lettera inviata da Br. a tutto il consiglio di classe, nella quale erano contenute esplicite accuse e frasi ingiuriose nei confronti della ricorrente, accusata di averla ‘accantonata’, di aver usurpato le funzioni attribuitele e di anteporre velleità personali al bene comune.La missiva di Br. era tesa a screditare e ad offendere la Preside B. e la sua professionalità, la cui risposta era del tutto proporzionata agli attacchi ricevuti, sicchè è applicabile al caso di specie l’art. 599 c.p..3. Con raccomandata del 09/11/2016 pervenuta a questa Corte in data 11/11/2016, il difensore e procuratore speciale della parte civile avv. S. M. Ghio ha trasmesso una memoria con la quale chiede che il ricorso sia rigettato.Motivi della decisione1. In premessa mette conto ribadire che, secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza di questa Corte, il termine di quindici giorni per il deposito delle memorie difensive, previsto dall’art. 611 c.p.p. relativamente al procedimento in camera di consiglio, è applicabile anche ai procedimenti in udienza pubblica e la sua inosservanza esime la Corte di Cassazione dall’obbligo di prendere in esame le stesse (Sez. 1, n. 19925 del 04/04/2014 – dep. 14/05/2014, Cutrì, Rv. 259618; conf., ex plurímis, Sez. 3, n. 50200 del 28/04/2015 – dep. 22/12/2015, Ciotti, Rv. 265935; Sez. 6, n. 18453 del 28/02/2012 – dep. 15/05/2012, Cataldo e altri, Rv. 252711): la memoria trasmessa nell’interesse della parte civile non ha osservato il termine indicato, sicchè non può essere presa in considerazione.Ciò premesso, il ricorso deve essere accolto, nei termini e per le ragioni che di seguito si indicheranno.2. Il primo motivo è manifestamente infondato. Come rilevato dal giudice di appello, con rilievo neppure oggetto di censura da parte della ricorrente, la denuncia presentata dalla persona offesa conteneva la richiesta di essere avvisata in caso di richiesta di archiviazione del procedimento, richiesta, all’evidenza, univocamente dimostrativa della manifestazione di una volontà di perseguire l’autore del fatto. A ciò si aggiunga che il verbale di ricezione delle dichiarazioni della persona offesa fa espresso riferimento alla querela, il che conferma la manifesta infondatezza della censura.3. Il secondo motivo è fondato, nei termini di seguito indicati.3.1. In premessa, mette conto richiamare in estrema sintesi, da un lato, gli aspetti essenziali della vicenda nella quale il fatto oggetto di imputazione si inserisce e, dall’altro, le valutazioni svolte dalla sentenza di appello a conferma dell’affermazione di responsabilità dell’imputata per il reato di diffamazione.Alcuni giorni prima del fatto (precisamente, il 24/04/2012) l’imputata aveva ricevuto una lettera nella quale Br.Gr. giustificava la scelta di dimettersi dal ruolo di segretario verbalizzante attribuendo alla decisione il carattere di ‘una sana contestazione verso quanti, indiscutibilmente, più competenti di me, antepongono velleità personali al bene comune’. La missiva di Br., a sua volta, si ricollegava alla sostituzione della stessa, quale segretario verbalizzante, con una docente estranea al consiglio di classe in corso e, precisamente, con la Vice Preside Bi.Fr., la quale, come risulta dalla sentenza di primo grado, ha dichiarato che quando fu ‘chiamata a scrivere materialmente il verbale nessuno ebbe a fare obiezioni o rimostranze’.La sentenza impugnata ha richiamato la frase di cui all’imputazione, sottolineando che essa utilizza aggettivi – ‘futili’ e ‘superficiali’ – dal valore chiaramente spregiativo nei confronti dell’interlocutrice; tali espressioni, osserva ancora il giudice di appello, appaiono in chiara contiguità logica e consequenzialità espressiva con una frase successiva che faceva riferimento a ‘derive personalistiche ed egocentriche che non le (ossia, a Br.) appartengono’: le espressioni, rileva il Tribunale di Macerata, ‘appaiono un chiaro attacco personale alla interlocutrice, che si insinua (sia pur celandosi formalmente sotto apparenti negatorie) avere scritto la precedente missiva per egocentrismo, invidia e frustrazione’: di qui la conclusione secondo cui ‘la missiva integra, unitariamente considerata, un’offesa alla persona della Br., accusata di avere scritto – per sentimenti riprovevoli e indicativi di problematiche personali – espressioni prive di valore e profondità, chiaramente frutto delle carenze personali alla stessa addebitate’. Il giudice di appello ha poi escluso che le espressioni in questioni siano giustificate dall’esercizio del diritto di critica, in quanto ‘i toni usati appaiono del tutto trascendenti rispetto alle necessità dell’atto nè il contesto era tale (ad es. agone politico) da legittimare coloriture suggestive anche ingiuriose’.3.2. Come questa Corte ha avuto modo di affermare, il potere gerarchico o, comunque, di sovraordinazione consente di richiamare, ma non di ingiuriare il lavoratore dipendente o di esorbitare dai limiti della correttezza e del rispetto della dignità umana con espressioni che contengano un’intrinseca valenza mortificatrice della persona e si dirigano più che all’azione censurata, alla figura morale del dipendente, traducendosi in un attacco personale sul piano individuale, che travalichi ogni ammissibile facoltà di critica (Sez. 5, n. 6758 del 21/01/2009 – dep. 17/02/2009, Bertocchi, Rv. 243335): essenziale, dunque, è lo scrutinio relativo, oltre che alla eventuale valenza intrinsecamente lesiva della dignità umana del destinatario rivestita dall’espressione in questione e alla direzione della stessa, ossia la verifica se essa si sia diretta all’azione oggetto dei rilievi critici del titolare di una posizione sovraordinata ovvero se, pur traendo spunto dalla censura di una determinata condotta, si sia tradotta in un attacco personale all’individuo. In altri termini, non esorbitano dall’area della liceità penale le contestazioni che non censurino la persona in sè e per sè considerata ma la condotta professionale del dipendente (Sez. 5, n. 31624 del 24/06/2008 – dep. 29/07/2008, Bregoli, Rv. 241179), posto che anche nei rapporti tra persone esercenti la medesima attività professionale, è consentito manifestare giudizi negativi sull’operato del collega, nel legittimo esercizio del diritto di critica, che deve però rimanere nell’ambito di un dissenso espresso in termini corretti, misurati ed obiettivi e non assumere toni lesivi della dignità morale e professionale del collega (Sez. 6, n. 5490 del 24/04/1985 – dep. 28/05/1985, Zanelli, Rv. 169532).Non esorbitano dai limiti richiamati le espressioni ascritte a B.D.: gli aggettivi ‘futili’ e ‘superficiali’ usati nella missiva dell’imputata per qualificare alcuni riferimenti della precedente lettera indirizzata, ai medesimi destinatari, da Br.Gr. risultano univocamente circoscritti, appunto, a tale lettera, e non trasmodano in un attacco personale alla dignità dell’insegnante. Rilievo, questo, ulteriormente confermato dalla riconducibilità della missiva della persona offesa e, quindi, della risposta da parte della ricorrente a un episodio la sostituzione quale verbalizzatrice della Br. con altra insegnante di diversa classe (anzi, con la Vice Preside) – che, come riferito dalla stessa Bi., non aveva suscitato alcuna immediata obiezione o rimostranza. D’altra parte, per attribuire alle espressioni contestate natura di attacco personale all’insegnante Br., il giudice di appello fa leva sul prospettato legame logico-espressivo tra la frase contenente la qualificazione come ‘futili’ e ‘superficiali’ di alcuni dei riferimenti della missiva di Br.Gr. e la frase successiva, che richiama ‘derive personalistiche ed egocentriche’, indicate nella missiva della preside come non appartenenti alla Br., ma che la sentenza impugnata ritiene solo apparentemente negatorie. Sul punto, in disparte qualsiasi considerazione sul fatto che la frase successiva non è espressamente richiamata nell’imputazione, decisivo è il rilievo – puntualmente dedotto dal ricorso – che la querela di Br.Gr., confermata in toto nel corso dell’esame dibattimentale (come si desume dalla sentenza di primo grado), evidenziava che la stessa querelante aveva riferito tali espressioni ad altri insegnanti, dalla Br. individuati. Il che, indipendentemente dalla fondatezza della valutazione della Br. circa l’individuazione dei destinatari delle espressioni in questione, spezza il legame logico-espressivo delineato dal giudice di appello e priva la ratio decidendi della pronuncia di condanna del presupposto in fatto sul quale si fonda la sua giustificazione.Ne consegue, che – assorbite le ulteriori censure – la sentenza impugnata deve essere annullata: in considerazione della completa disamina del materiale acquisito e utilizzato nei pregressi giudizi di merito (Sez. U, n. 45276 del 30/10/2003 – dep. 24/11/2003, P.G., Andreotti e altro, Rv. 226100), l’annullamento deve essere disposto senza rinvio ‘perchè il fatto non costituisce reato’, formula, questa, che, secondo l’orientamento autorevolmente affermato da questa Corte, consegue all’accertamento dell’esistenza di una causa di giustificazione (Sez. U, n. 40049 del 29/05/2008 – dep. 28/10/2008, P.C. in proc. Guerra, Rv. 240814), nel caso di specie, dell’esercizio del diritto di critica.