Source: http://thefielder.net/06/05/2015/pensioni-lintoccabile-consulta-e-gli-intoccabili-diritti-acquisiti/
Timestamp: 2017-08-21 13:52:13+00:00
Document Index: 156123054

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 24', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 38', 'art. 36', 'sentenza ', 'sentenza ']

Pensioni, l’intoccabile Consulta e gli intoccabili diritti acquisiti | The Fielder
The Fielder > Politics & Policy > Pensioni, l’intoccabile Consulta e gli intoccabili diritti acquisiti
Pensioni, l’intoccabile Consulta e gli intoccabili diritti acquisiti
La sentenza 70/2015 della Corte Costituzionale sta facendo un gran parlar di sé: stabilisce, infatti, l’illegittimità costituzionale dell’art. 24, comma 25, del decreto legge 201/211, meglio noto come «salva-Italia». Lo storico provvedimento legislativo fu emesso nel pieno della tempesta economico-finanziaria in cui l’Italia versava sul finire del 2011, e che aveva provocato un rocambolesco cambio di timone al governo, affidando la guida dell’esecutivo al professor Mario Monti.
Il comma in questione, «in considerazione della contingente situazione finanziaria», prevedeva il blocco della rivalutazione automatica dei trattamenti pensionistici superiori a tre volte il trattamento minimo INPS, esclusivamente per il biennio 2012–2013. In sintesi, i pensionati con un assegno mensile superiore ai 1.443 euro hanno subìto un blocco dell’adeguamento (la cosiddetta perequazione) al costo della vita previsto dalla legge in difesa del potere d’acquisto. I più ricorderanno che durante la lunga e travagliata conferenza stampa l’ex ministro del Lavoro Elsa Fornero si commosse proprio annunciando tale provvedimento.
Già in precedenza la Corte Costituzionale aveva lanciato un forte monito contro il blocco della perequazione. La sentenza 370/2010 recita, infatti, che «la sospensione a tempo indeterminato del meccanismo perequativo, ovvero la frequente reiterazione di misure intese a paralizzarlo, esporrebbero il sistema a evidenti tensioni con gli invalicabili principi di ragionevolezza e proporzionalità (su cui, nella materia dei trattamenti di quiescenza, v. sentenze n. 372 del 1998 e n. 349 del 1985), perché le pensioni, sia pure di maggiore consistenza, potrebbero non essere sufficientemente difese in relazione ai mutamenti del potere d’acquisto della moneta». Nello specifico, però, quella sentenza aveva dichiarato inammissibile il ricorso contro il blocco dell’adeguamento, motivando la decisione col fatto che il periodo d’applicazione fosse molto breve — un anno — e applicato a trattamenti almeno otto volte superiori a quello minimo, perciò più al riparo dall’erosione del potere d’acquisto.
La Corte, in sintesi, contesta la violazione del secondo comma dell’art. 38 della Costituzione «poiché l’assenza di rivalutazione impedirebbe la conservazione nel tempo del valore della pensione, menomandone l’adeguatezza», e dell’art. 36, primo comma, «in quanto il blocco della perequazione lederebbe il principio di proporzionalità tra la pensione, che costituisce il prolungamento della retribuzione in costanza di lavoro, e il trattamento retributivo percepito durante l’attività lavorativa».
Inoltre, la violazione combinata di questi due articoli costituisce un alterazione al principio d’uguaglianza e ragionevolezza, causando un’«irrazionale discriminazione in danno alla categoria dei pensionati». Tra le righe della sentenza si capisce che, qualora fosse stato applicato un meccanismo graduale di blocco della perequazione e non in blocco sui trattamenti pensionistici oltre una certa entità, la decisione non sarebbe stata scontata.
Le conseguenze di questa sentenza, come si può immaginare, sono anzitutto di carattere economico. Per prima cosa, lo Stato sarà presumibilmente costretto a risarcire i pensionati colpiti dal provvedimento, restituendo gli importi ingiustamente non corrisposti. I sindacati, sempre sulle barricate quando ci sono da difendere i diritti acquisiti, sono già sul piede di guerra e invocano rimborsi immediati. Senz’altro il governo dovrà dire addio al presunto tesoretto: l’Avvocatura dello Stato ha stimato l’esborso intorno ai 4,8 miliardi d’euro.
Certo è che la Corte non contestualizza il provvedimento, che non per scherzo fu denominato «salva-Italia». È anzi quasi sarcastica quando lamenta il fatto che la legge si limita a richiamare genericamente la «contingente situazione finanziaria», senza che emerga dal disegno complessivo la necessaria prevalenza delle esigenze finanziarie. Era forse necessario dettagliare ulteriormente la situazione di dissesto finanziario in cui versava l’Italia, letteralmente sotto l’attacco della speculazione internazionale e con lo spread quasi a quota 600?
Non solo: la Corte riscontra l’assenza di documentazione tecnica a supporto delle maggiori entrate. Peccato che sia sufficiente una semplice ricerca sul sito della Camera per verificare che il blocco della perequazione fu ovviamente oggetto di studio contabile (http://documenti.camera.it/leg16/dossier/testi/DV0022.htm#_Toc311066578).
Infine, la sentenza rispecchia il rifiuto ormai sistemico del principio d’equità intergenerazionale, un baluardo (solo) ideologico tanto caro alla sinistra e ai sindacati. Mettere in discussione non solo questo singolo provvedimento, ma tutto l’impianto della riforma Fornero, non solo rischia di minare la sostenibilità del sistema previdenziale, ma scava un profondo solco tra le vecchie generazioni, sempre più agguerrite nella difesa dei diritti acquisiti, e le nuove, alle prese con le difficoltà occupazionali e con pensioni sempre più basse e più lontane.
Si può obiettare che la Corte Costituzionale è un organo di garanzia e si limita a emettere giudizi di natura tecnica, ma le due sentenze succitate dimostrano come il criterio della decisione sia quantitativo e non solo qualitativo. Se, come riportato nelle sentenze, intervenire sulla perequazione è facoltà del legislatore, allora perché è lecito farlo sulle pensioni otto volte superiori al minimo per un anno, e non per due anni su quelle tre volte superiori? Questo criterio getta un’ombra d’incertezza legislativa che può limitare i governi nell’esercizio delle loro funzioni, specialmente in situazioni d’emergenza finanziaria. Non ci dovremmo sorprendere di un’eventuale pronuncia negativa della Corte anche in merito al blocco degli stipendi pubblici in atto dal 2010. I sindacati hanno, infatti, depositato presso il Tribunale di Roma nel novembre scorso un ricorso sul blocco dei contratti. Se il criterio che verrà usato è quello dell’erosione del potere d’acquisto, e non quello della solidarietà sociale, prepariamoci, perché saranno dolori.
La morale della storia è sempre la stessa. In Italia, governi e organi di garanzia si limitano a esercitare i loro poteri, esecutivo il primo e di controllo i secondi. Il problema è in che questo circolo vizioso la forma rischia di prevalere sulla sostanza, sacrificando il benessere dei cittadini e dei conti pubblici a favore di maggior controllo e maggiore spesa pubblica. Il sogno di uno Stato più leggero e meno invadente rimane tale; nel frattempo dobbiamo affrontare la dura realtà, cioè reperire (almeno) coperture per cinque miliardi. Facile prevedere che a farne le spese saranno ancor una volta i contribuenti. Già, i contribuenti: a loro, chi ci pensa?