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Timestamp: 2020-04-05 18:27:31+00:00
Document Index: 122465070

Matched Legal Cases: ['art. 192', 'sentenza ', 'art. 606', 'art. 615', 'art. 192', 'art. 192', 'sentenza ', 'art. 615', 'art. 615']

17 Giugno 2019, Cassazione penale
In tema di valutazione della prova indiziaria, il giudice di merito non può limitarsi ad una valutazione atomistica e parcellizzata degli indizi, né procedere ad una mera sommatoria di questi ultimi, ma deve valutare, anzitutto, i singoli elementi indiziari per verificarne la certezza (nel senso che deve trattarsi di fatti realmente esistenti e non solo verosimili o supposti), saggiarne l’intrinseca valenza dimostrativa (di norma solo possibilistica) e poi procedere ad un esame globale degli elementi certi, per accertare se la relativa ambiguità di ciascuno di essi, isolatamente considerato, possa in una visione unitaria dissolversi, consentendo di attribuire il reato all’imputato al di là di ogni ragionevole dubbio e, cioè, con un alto grado di credibilità razionale, sussistente anche qualora le ipotesi alternative, pur astrattamente formulabili, siano prive di qualsiasi concreto riscontro nelle risultanze processuali ed estranee all’ordine naturale delle cose e della normale razionalità umana.
Il sindacato sulla correttezza del procedimento indiziario non può consistere nella rivalutazione della gravità, della precisione e della concordanza degli indizi - dato che ciò comporterebbe inevitabilmente apprezzamenti riservati al giudice di merito - ma deve piuttosto tradursi nel controllo sulla tenuta logico-giuridica della motivazione, così da verificare se sia stata data esatta applicazione ai parametri normativi, dettati dall’art. 192 c.p.p., comma 2, e se siano state coerentemente applicate le regole della logica nell’interpretazione dei risultati probatori.
Il delitto di accesso abusivo ad un sistema informatico può concorrere con quello di frode informatica, diversi essendo i beni giuridici tutelati e le condotte sanzionate, in quanto il primo tutela il domicilio informatico sotto il profilo dello "ius excludendi alios", anche in relazione alle modalità che regolano l’accesso dei soggetti eventualmente abilitati, mentre il secondo contempla l’alterazione dei dati immagazzinati nel sistema al fine della percezione di ingiusto profitto.
sez. II Penale, sentenza 29 maggio – 17 giugno 2019, n. 26604
Presidente Diotallevi – Relatore Pacilli
2.1. violazione di legge e vizio di motivazione ex art. 606, lett. b) ed e), per inosservanza ed illogica valutazione dei canoni normativi in materia di prova indiziaria, con riferimento all’art. 615 ter c.p., commi 1 e 2, n. 1. Difatti, secondo la prospettazione difensiva, la Corte d’appello di Roma avrebbe confermato la responsabilità degli imputati in ordine al reato di accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico sulla base di mere congetture e forzature dei dati indiziari, sprovvisti dei caratteri della gravità, precisione e concordanza. In particolare, la difesa ha rappresentato che il computer della Master Mediazione Creditizia, nel quale erano stati rinvenuti alcuni dati della Pitagora S.p.a., non era nella disponibilità dei fratelli F. e che il perito Dott. O. si era dichiarato impossibilitato a stabilire quando, come e chi fosse entrato effettivamente nel server della società P. S.p.a.;
Il secondo momento del giudizio di valutazione è costituito, invece, da un esame globale e unitario del quadro indiziario, tendente a dissolverne la relativa ambiguità (quae singula non probant, simul unita probant), posto che "nella valutazione complessiva ciascun indizio (notoriamente) si somma e, di più, si integra con gli altri, talché il limite della valenza di ognuno risulta superato e l’incidenza positiva probatoria viene esaltata nella composizione unitaria, sicché l’insieme può assumere il pregnante e univoco significato dimostrativo, per il quale può affermarsi conseguita la prova logica del fatto che - giova ricordare non costituisce uno strumento meno qualificato rispetto alla prova diretta (o storica) quando sia conseguita con la rigorosità metodologica che giustifica e sostanzia il principio del c.d. libero convincimento del giudice" (Sez. U, n. 6682 del 04/02/1992, Musumeci, Rv. 191230).
In sintesi, dunque, secondo l’orientamento ermeneutico oramai consolidato di questa Corte, "in tema di valutazione della prova indiziaria, il giudice di merito non può limitarsi ad una valutazione atomistica e parcellizzata degli indizi, né procedere ad una mera sommatoria di questi ultimi, ma deve valutare, anzitutto, i singoli elementi indiziari per verificarne la certezza (nel senso che deve trattarsi di fatti realmente esistenti e non solo verosimili o supposti), saggiarne l’intrinseca valenza dimostrativa (di norma solo possibilistica) e poi procedere ad un esame globale degli elementi certi, per accertare se la relativa ambiguità di ciascuno di essi, isolatamente considerato, possa in una visione unitaria dissolversi, consentendo di attribuire il reato all’imputato al di là di ogni ragionevole dubbio e, cioè, con un alto grado di credibilità razionale, sussistente anche qualora le ipotesi alternative, pur astrattamente formulabili, siano prive di qualsiasi concreto riscontro nelle risultanze processuali ed estranee all’ordine naturale delle cose e della normale razionalità umana" (cfr. Sez. 1, n. 44324 del 18/04/2013, Stasi, Rv. 258321; Sez. 1, n. 20461, del 12/04/2016, P.C. in proc. Graziadei, Rv. 266941).
4.1. Infine, deve precisarsi che, nel giudizio di legittimità, il sindacato sulla correttezza del procedimento indiziario non può consistere nella rivalutazione della gravità, della precisione e della concordanza degli indizi - dato che ciò comporterebbe inevitabilmente apprezzamenti riservati al giudice di merito - ma deve piuttosto tradursi nel controllo sulla tenuta logico-giuridica della motivazione, così da verificare se sia stata data esatta applicazione ai parametri normativi, dettati dall’art. 192 c.p.p., comma 2, e se siano state coerentemente applicate le regole della logica nell’interpretazione dei risultati probatori (Sez. 4, n. 48320 del 12/11/2009, Durante, Rv. 245880; Sez. 1, n. 1343 del 05/12/1994 - dep. 10/02/1995, Colonnetti, Rv. 200238).
Pertanto, l’esame della gravità, precisione e concordanza degli indizi da parte del giudice di legittimità si sostanzia nel mero controllo - eseguito con il ricorso ai consueti parametri della completezza, della correttezza e della logicità del discorso motivazionale - sul rispetto, da parte del giudice di merito, dei criteri dettati in materia di valutazione delle prove dall’art. 192 c.p.p. (Sez. 6, n. 20474 del 15/11/2002, Caracciolo, Rv. 225245; Sez. 1, n. 42993 del 25/09/2008, Pipa, Rv. 241826; Sez. 5, n. 4663 del 19/12/2014, Larotondo e altri, Rv. 258721).
4.2. Orbene, sulla base delle argomentazioni svolte, appare coerente e logico l’apparato motivazionale della sentenza impugnata, laddove la Corte romana ha affermato la sussistenza del reato di cui all’art. 615 ter c.p., sulla base di un quadro indiziario che, globalmente considerato, risulta sintomatico della responsabilità degli imputati. Difatti, essi, avendo lavorato fino al 2009 per la P. S.p.a. come agenti e responsabili della filiale, conoscevano perfettamente le modalità operative dell’azienda e soprattutto, conoscendone le credenziali e le password, potevano accedere al sistema informatico in uso alla predetta società. Conseguentemente, sapevano come procurarsi i dati sensibili per lo svolgimento di attività di impresa in modo concorrenziale con l’ex società con cui avevano lavorato, avendone conservato le password di accesso - cambiate solo nel febbraio 2011, momento questo a partire dal quale, come precisato dal teste Pa. , lo sviamento della clientela era cessato (cfr. p. 3). Inoltre, gli imputati avevano creato una società - la MMC S.r.l. - che procacciava clienti (cfr. p. 5), sviandoli dalla Pitagora in favore della concorrente IBL, e che svolgeva nel Lazio attività finanziaria sempre in concorrenza con l’ex azienda datrice di lavoro. Infine, con l’ausilio dell’esperto Dott. O. , nei pc in uso agli imputati presso la MMC S.r.l. e presso l’abitazione del P. erano stati rinvenuti dati e documenti inerenti l’attività commerciale svolta dalla P. S.p.a. (cfr. p. 3 e 4). Ad ulteriore conferma, poi, della riferibilità dei fatti in oggetto agli imputati, si rilevava che, all’epoca dei fatti, il P. era amministratore della M, mentre i fratelli F. erano i responsabili di fatto della predetta società.
Pertanto, alla luce di un tale grave compendio istruttorio, rispetto al quale, peraltro, non veniva allegata né dagli imputati né dalla corrispondente difesa alcuna verosimile ricostruzione alternativa, la Corte d’appello di Roma considerato che solo gli imputati, in quanto ex dipendenti, potevano accedere abusivamente al sistema informatico della P. S.p.a., conoscendone le relative password, e considerato altresì il loro presumibile interesse a sviare a proprio vantaggio i dati sensibili così carpiti - ha ragionevolmente concluso, con motivazione logica ed adeguata, nel senso dell’affermazione di responsabilità per il reato di cui all’art. 615 ter c.p..
Questa Corte (Sez. 5, n. 1727 del 30/09/2008, Romano, Rv. 242938) ha difatti affermato che il delitto di accesso abusivo ad un sistema informatico può concorrere con quello di frode informatica, diversi essendo i beni giuridici tutelati e le condotte sanzionate, in quanto il primo tutela il domicilio informatico sotto il profilo dello "ius excludendi alios", anche in relazione alle modalità che regolano l’accesso dei soggetti eventualmente abilitati, mentre il secondo contempla l’alterazione dei dati immagazzinati nel sistema al fine della percezione di ingiusto profitto.
Come correttamente evidenziato dalla Corte territoriale, la condotta materiale del reato di frode informatica si è sostanziata, nel caso di specie, nell’intervento invito domino - attuato tramite l’utilizzo delle password di accesso, conosciute dagli imputati in virtù del pregresso rapporto lavorativo con la P. S.p.a. - su dati, informazioni o programmi contenuti nel sistema informatico in uso alla predetta società, il tutto con il conseguimento di un ingiusto profitto (cfr. p. 5) con altrui danno, consistente nello sviamento della clientela dalla P. S.p.a..
P.M. va anche condannato alla refusione delle spese del grado in favore della parte civile P. S.p.a., liquidate come da dispositivo.