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Timestamp: 2018-12-10 02:07:15+00:00
Document Index: 133103060

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 2087', 'Cass. Sez. ', 'art. 2087', 'art. 2087', 'Cass. Sez. ', 'art. 2087', 'Cass. Sez. ', 'Cass. Sez. ', 'art. 2', 'art. 41', 'sentenza ', 'Cass. Sez. ']

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L’attitudine del lavoratore a lavorare con grande impegno e al suo coinvolgimento intellettuale ed emotivo nella realizzazione degli obiettivi aziendali non escludono in alcun modo la responsabilità del datore di lavoro ove le condizioni lavorative abbiano svolto un ruolo comunque concausale nella produzione dell’evento lesivo. E’ quanto stabilito dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 9945 dell’8 maggio 2014.
Lavorava senza tregua, portandosi anche il lavoro a casa, pur di raggiungere gli obiettivi che il suo datore, una grossa società di telecomunicazioni, gli aveva assegnato. Stefano S. – funzionario della “Ericsson tlc” – non si era mai lamentato per questo stress continuo. Ma un carico di undici ore di lavoro al giorno alla fine lo ha portato all’infarto. Ora la Cassazione ha stabilito che una morte del genere deve essere risarcita dal datore che non può ignorare «le modalità attraverso le quali ciascun dipendente svolge il proprio lavoro».
Alla moglie e alla figlia del dipendente morto per infarto dovuto ai «ritmi insostenibili» dell’attività lavorativa, la società deve corrispondere, rispettivamente, 434mila euro e 425mila euro, oltre agli oneri accessori.
Senza successo, la Ericsson è ricorsa in Cassazione contro la decisione della Corte di Appello di Roma che, nel 2011, aveva accolto la richiesta di risarcimento danni patrimoniali e materiali avanzati dalla vedova di Stefano S. anche in nome della loro unica figlia, ancora minorenne. In primo grado, invece, il Tribunale aveva negato la responsabilità del datore.
Ad avviso della Suprema Corte, «con motivazione logicamente argomentata e giuridicamente corretta», il verdetto di appello ha ritenuto che «la responsabilità del modello organizzativo e della distribuzione del lavoro fa carico alla società, la quale non può sottrarsi agli addebiti per gli effetti lesivi della integrità fisica e morale dei lavoratori che possano derivare dalla inadeguatezza del modello adducendo l’assenza di doglianze mosse dai dipendenti».
Inoltre, secondo gli “ermellini” il datore non può sostenere «di ignorare le particolari condizioni di lavoro in cui le mansioni affidate ai lavoratori vengano in concreto svolte».
Nel caso in questione era emerso che Stefano S. «per evadere il proprio lavoro, era costretto, ancorché non per sollecitazione diretta, a conformare i propri ritmi di lavoro all’esigenza di realizzare lo smaltimento nei tempi richiesti dalla natura e molteplicità degli incarichi affidatigli dalla “Ericsson».
In base alla ctu, l’infarto che lo colpì, un martedì mattina al lavoro, «era correlabile, in via concausale, con indice di probabilità di alto grado, alle trascorse vicende lavorative». Senza successo la società si è difesa dicendo che i «ritmi serratissimi» adottati da Stefano S. «non erano a lei imputabili ma dipendevano dalla attitudine» del dipendente «a sostenere e a lavorare con grande impegno e al suo coinvolgimento intellettuale ed emotivo nella realizzazione degli obiettivi».
L’art. 2087 cod. civ. non configura un’ipotesi di responsabilità oggettiva, in quanto la responsabilità del datore di lavoro va collegata alla violazione degli obblighi di comportamento imposti da norme di legge o suggeriti dalle conoscenze sperimentali o tecniche del momento
In ordine alla responsabilità del datore di lavoro, Cass. Sez. L, Sentenza n. 2038 del 29 gennaio 2013, secondo il quale l’art. 2087 cod. civ. non configura un’ipotesi di responsabilità oggettiva, in quanto la responsabilità del datore di lavoro va collegata alla violazione degli obblighi di comportamento imposti da norme di legge o suggeriti dalle conoscenze sperimentali o tecniche del momento. Ne consegue che incombe al lavoratore che lamenti di avere subito, a causa dell’attività lavorativa svolta, un danno alla salute, l’onere di provare l’esistenza di tale danno, come pure la nocività dell’ambiente di lavoro, nonché il nesso tra l’uno e l’altro, e solo se il lavoratore abbia fornito la prova di tali circostanze sussiste per il datore di lavoro l’onere di provare di avere adottato tutte le cautele necessarie ad impedire il verificarsi del danno e che la malattia del dipendente non è ricollegabile alla inosservanza di tali obblighi. La stessa sentenza, peraltro, in una fattispecie di mobbing, rileva che la riconosciuta dipendenza delle malattie da una “causa di servizio” non implica necessariamente, o può far presumere, che gli eventi dannosi siano derivati dalle condizioni di insicurezza dell’ambiente di lavoro, potendo essi dipendere piuttosto dalla qualità intrinsecamente usurante della ordinaria prestazione lavorativa e dal logoramento dell’organismo del dipendente esposto ad un lavoro impegnativo per un lasso di tempo più o meno lungo, restandosi così fuori dall’ambito dell’art. 2087 cod. civ., che riguarda una responsabilità contrattuale ancorata a criteri probabilistici e non solo possibilistici.
Nel medesimo senso, Cass. Sez. L, Sentenza n. 18626 del 05 agosto 2013 ha affermato il principio generale in materia secondo il quale la responsabilità dell’imprenditore ex art. 2087 cod. civ. non configura un’ipotesi di responsabilità oggettiva, ma non è circoscritta alla violazione di regole d’esperienza o di regole tecniche preesistenti e collaudate, essendo sanzionata dalla norma l’omessa predisposizione di tutte le misure e cautele atte a preservare l’integrità psicofisica del lavoratore nel luogo di lavoro, tenuto conto della concreta realtà aziendale e della maggiore o minore possibilità di indagare sull’esistenza di fattori di rischio in un determinato momento storico. Pertanto, qualora sia accertato che il danno è stato causato dalla nocività dell’attività lavorativa per esposizione all’amianto, è onere del datore di lavoro provare di avere adottato, pur in difetto di una specifica disposizione preventiva, le misure generiche di prudenza necessarie alla tutela della salute dal rischio espositivo secondo le conoscenze del tempo di insorgenza della malattia.
In ordine alla rilevanza dell’infarto sul piano infortunistico sul lavoro, Cass. Sez. L, Sentenza n. 12685 del 29 agosto 2003 ha precisato che, nell’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro, la causa violenta consiste in un evento che con forza concentrata e straordinaria agisca, in occasione di lavoro, dall’esterno verso l’interno dell’organismo del lavoratore, dando luogo ad alterazioni lesive. Con riguardo a un infarto cardiaco, che di per sè non integra la causa violenta, va accertato se la rottura dell’equilibrio nell’organismo del lavoratore sia da collegare causalmente a specifiche condizioni ambientali e di lavoro improvvisamente eccedenti la normale adattabilità e tollerabilità, sì da poter essere considerate, sia pure in termini di mera probabilità, fattori concorrenti e da far escludere che si sia trattato del semplice effetto logorante esercitato sull’organismo da gravose condizioni di lavoro.
Nel medesimo senso, Cass. Sez. L, Sentenza n. 19682 del 23 dicembre 2003, secondo la quale, in tema di infortuni sul lavoro, lo sforzo fisico, al quale possono essere equiparati stress emotivi e ambientali, costituisce la causa violenta, ex art. 2 D.P.R. 30 giugno 1965, n. 1124, che determina con azione rapida e intensa la lesione. La predisposizione morbosa del lavoratore non esclude il nesso causale tra lo stress emotivo e ambientale e l’evento infortunistico, in relazione anche al principio della equivalenza causale di cui all’art. 41 cod. pen., che trova applicazione nella materia degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali, dovendosi riconoscere un ruolo di concausa anche ad una minima accelerazione di una pregressa malattia (nella specie, la sentenza impugnata, confermata dalla S.C., ha ritenuto sussistente l’occasione di lavoro in relazione al decesso del responsabile di uno stabilimento, già affetto da patologia cardiaca, avvenuto a causa di un infarto determinato da stress emotivo, conseguente all’attivazione dell’allarme antincendio dello stabilimento e alla necessità di un suo intervento, e da stress ambientale, riconducibile alla rigida temperatura esistente all’esterno).
In precedenza, Cass. Sez. L, Sentenza n. 13982 del 24 ottobre 2000 aveva affermato che, nell’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro, al fine di determinare se a un infarto cardiaco – che di per sè rappresenta una rottura dell’equilibrio nell’organismo del lavoratore concentrata in una minima misura temporale e quindi integra una “causa violenta” – è riconoscibile un’eziologia lavorativa, va accertato se gli atti lavorativi compiuti, ancorché non caratterizzati da particolari sforzi e non esulanti dalla normale attività lavorativa esercitata dall’assicurato, abbiano avuto l’efficienza di un contributo causale nella verificazione dell’infarto.
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In Italia, come in tutti i Paesi Occidentali, la vita media, pur con una leggera flessione nel 2015, è notevolmente cresciuta. Merito di abitudini alimentari migliori, di una maggiore prevenzione, di un Sistema sanitario che, bene o male, funzionava, della sempre minore incidenza di lavori usuranti e di altri fattori che hanno reso migliore la qualità della vita. Questo è il bicchiere mezzo pieno. Ma, anche a volere vedere la realtà con gli occhiali rosa e lasciarsi andare al più confortante degli ottimismi, non si può non riconoscere che il bicchiere è mezzo vuoto e che in Italia la situazione della Sanità è in costante peggioramento. Persino il presidente Luca Zaia, che non perde occasione per esaltare la Sanità regionale – anche quando la classifica del Ministero in base ai LEA la retrocede dal 5° al 7° posto -deve ammettere che “per la prima volta nella storia d’Italia nel 2015 è scesa l’aspettativa di vita della persone” e ne indica il motivo nei tagli “che si sono susseguiti e che ancora ci attendono nel futuro e che ci hanno portato verso quel 6,5% del Pil dedicato alla Sanità che l’OMS indica come soglia sotto la quale inizia a calare l’aspettativa di vita della gente”. Purtroppo sono sempre più numerosi gli indicatori che danno ragione a Zaia: nell’ultimo Rapporto Eurostat sui posti letto negli ospedali, l’Italia è nettamente sotto la media europea (350 contro 526) e secondo l’Euro Health Consumer Index 2015 nella graduatoria della qualità dei servizi il nostro Paese retrocede dal 21° al 37° posto. Gli allarmi sullo stato di Salute della Sanità arrivano da ogni parte ma chi ci governa fa orecchie da mercante. Evidentemente troppo presi dal reperire qualche elemosina da distribuire a pioggia per andare a caccia di consensi che tutte le proiezioni indicano in calo, a Roma insistono nel tagliare due miliardi alla Sanità, e senza pudore finanziano i nuovi LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) con 800 milioni, quando servirebbero 3 miliardi. I soldi che mancano dovranno essere reperiti, secondo il Governo, estendendo i ticket, riducendo i centri di spesa e le gare d’acquisto e spingendo al massimo gli obiettivi di appropriatezza. Certo è che se per l’”appropriatezza” si limitano le ricette sui farmaci e il numero di esami prescrivibili, le spese calano ma a pagare sono i pazienti, sempre più costretti a ricorrere al proprio portafoglio e alla sanità privata. I pazienti che possono permetterselo, ovviamente. E gli altri? Aumenta il numero di italiani che rinunciano alle cure, che rinviano esami anche necessari, che non portano i figli dal pediatra, che rinviano le cure dentarie. Una situazione che ha fatto dire a qualcuno che in Italia stiamo assistendo al “funerale della sanità pubblica”. Nel nostro Paese, più che in altre realtà europee, aumenta la diseguaglianza economica e i più ricchi hanno accesso alle migliori opportunità sanitarie. Compito di un corretto Sistema sanitario sarebbe di eliminare il più possibile queste disuguaglianze ma non è così,anzi la situazione va sempre più peggiorando. Si fa tanto parlare di “sostenibilità della spesa sanitaria pubblica” ma se le cose non miglioreranno in fretta ci si dovrà preoccupare della “sostenibilità della spesa privata”. A Roma lo sanno, tant’è che si parla di incrementare le mutue professionali e le assicurazioni, ovviamente a spese dei cittadini. Di questo passo si rischia di arrivare a un’assistenza sanitaria su tre direttrici: i LEA e il welfare pubblico per i povericristi, i disoccupati e i pensionati, le mutue private per chi ha il posto fisso e le assicurazioni per i più fortunati che possono permetterselo. Un panorama di questo tipo si potrà ancora definire Sistema Sanitario Nazionale?
Il timore di denunce “frena” i chirurghi
Dopo la “medicina difensiva” ora si parla apertamente anche di “chirurgia astensiva”. E’ l’allarme lanciato dal presidente dell’Associazione chirurghi ospedalieri italiani, Diego Piazza, che spiega come le sempre più numerose denunce di pazienti a caccia di risarcimenti spingono il 30 per cento dei chirurghi italiani alla rinuncia a effettuare interventi rischiosi. “In Italia c’è stata negli ultimi anni una vera e propria esplosione del contenzioso medico-legale che ha determinato un considerevole aumento dei premi assicurativi. La situazione, sempre più difficile da gestire, sta causando una vistosa crisi della vocazione chirurgica tra gli studenti”. Piazza ha anche lanciato un allarme preoccupante ponendo sotto accusa la qualità scadente della strumentazione a disposizione dei chirurghi, a causa delle gare d’acquisto dei dispositivi medici fatte al ribasso. “La conseguenza è che ci si ritrova a operare con strumenti di bassa qualità ma la responsabilità finale è sempre e solo del chirurgo”. La denuncia è stata fatta pervenire al ministro Lorenzin, che vuole accorpare le gare d’acquisto a livello nazionale, che ha risposto in perfetto politichese dichiarandosi “d’accordo sul confronto con le società scientifiche sulla definizione delle centrali uniche d’acquisto, nel rispetto della trasparenza”.
L’Acoi ne ha preso atto ma ha sottoposto la questione anche al presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, Raffaele Cantone. Non si sa mai!
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