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Timestamp: 2020-07-07 08:12:05+00:00
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March 2019 – Studio Legale Smeriglio
Riconciliazione tra ex coniugi
Riappacificazione dopo il matrimonio: quando scatta la riconciliazione dei coniugi e quali sono gli effetti se l’ex marito e l’ex moglie vanno a letto e fanno l’amore?
Ti sei separata dopo qualche anno di matrimonio. Di recente però il tuo ex marito è venuto a trovarti per sapere come stavi. Ti ha detto che gli manchi e vi siete baciati. Siete finiti a letto in pochi minuti. Lo stesso episodio si è verificato più volte nelle ultime settimane. Ora ti chiedi quali riflessi possa avere una situazione del genere sul procedimento di divorzio che avevate intenzione di avviare a breve. Lui sostiene che una rappacificazione – anche avvenuta tacitamente, tramite rapporti sessuali – comporta il venir meno della separazione e quindi anche la cessazione dell’obbligo del versamento dell’assegno di mantenimento. Ti senti molto confusa: se, infatti, da un lato il sentimento verso di lui è sempre forte, dall’altro lato vuoi comunque tutelare i tuoi diritti e non restare fregata una seconda volta. Insomma, che succede in caso di rapporti sessuali con l’ex dopo la separazione? Cos’è e come funziona la riconciliazione tra coniugi? La questione è oggetto di una apposita disciplina da parte del Codice civile, spesso spiegata e interpretata dalla Cassazione.
In questo articolo chiariremo appunto come revocare la separazione e ripristinare il matrimonio, come cancellare gli effetti della sentenza di separazione già intervenuta o rinunciare al giudizio in corso, quali sono gli effetti della rappacificazione tra coniugi e cosa questa comporta.
Vediamo dunque cosa prevede la legge e qual è l’indirizzo dei giudici a riguardo della cosiddetta «riconciliazione tra ex coniugi».
Al divorzio si arriva sempre tramite un gradino intermedio: la separazione. Si tratta di due procedimenti distinti, anche se sostanzialmente identici nella forma. La separazione inizia a “rompere” alcuni doveri tra i coniugi, come quello di fedeltà e di coabitazione. Invece il divorzio interrompe definitivamente il matrimonio. Si può divorziare solo se sono trascorsi almeno 6 mesi dalla separazione (se avvenuta consensualmente) o 1 anno (se avvenuta giudizialmente). Questo periodo di mezzo serve come pausa di riflessione, per consentire ai coniugi di valutare tutte le conseguenze dell’addio. Ecco perché la separazione può sempre essere “revocata”, non invece il divorzio.
Ma come si cancellano gli effetti della separazione? Come si torna indietro? Con la riconciliazione. La riconciliazione consiste quindi nella cessazione dello stato di crisi matrimoniale, che può essere evidenziata o con un accordo espresso tra marito e moglie o con semplici comportamenti concludenti. In altri termini la coppia si può riconciliare anche ponendo delle attività incompatibili con la volontà di divorziare. Questi comportamenti sono costituiti, ad esempio, dal ripristino dei rapporti sessuali o dal ritorno alla convivenza sotto lo stesso tetto (se non dettata da ragioni di opportunità o di ospitalità come nel caso in cui uno dei due non abbia dove andare a dormire).
Quando avviene la riconciliazione?
La riconciliazione può intervenire in qualsiasi momento: sia durante la causa di separazione che dopo la pubblicazione della sentenza di separazione. Non può però intervenire dopo la sentenza di divorzio. Se questa è già stata emessa, l’unico modo per tornare indietro e risposarsi.
Se la riconciliazione avviene nel corso della causa di separazione, tale circostanza viene messa a verbale e il giudice ne dà atto. In alternativa, le parti possono evitare di presentarsi alla successiva udienza e il giudizio si estingue. La seconda soluzione è più economica: nel primo caso, infatti, viene emessa la sentenza che accerta la riconciliazione sulla quale è necessario versare l’imposta di registro; nel secondo caso, invece, la cancellazione della causa dal ruolo non implica alcun esborso economico.
La riconciliazione dopo la sentenza di separazione è automatica: non richiede cioè l’intervento del giudice. Quindi non c’è bisogno di andare in tribunale per far revocare la sentenza di separazione; la separazione cessa già con i rapporti sessuali tra i coniugi.
Come avviene la riconciliazione
Come detto la riconciliazione può avvenire in due modi:
È comunque necessaria una dichiarazione scritta per poter attuare la pubblicità della riconciliazione. Difatti, per annullare la separazione e poter opporre la riconciliazione opponibile ai terzi è necessario prestare una dichiarazione davanti all’ufficiale di Stato civile, presso il Comune dove fu celebrato il matrimonio o presso il Comune dove il matrimonio fu trascritto.
La dichiarazione espressa ha efficacia autonoma rispetto al comportamento delle parti. In altri termini, la riconciliazione avviene già con la ripresa dei rapporti tra coniugi mentre la dichiarazione all’ufficio del Comune è una semplice formalità.
Quando si ha riconciliazione?
Affinché si possa parlare di riconciliazione non bastano pochi e sporadici rapporti sessuali tra gli ex coniugi, né la breve ripresa della convivenza .
Se i coniugi hanno avuto per poco la stessa residenza manca la prova che vi sia stata una vera e propria riconciliazione fra le parti, che si configura soltanto quando la coppia torna a vivere come marito e moglie. Non basta la ripresa della convivenza in via sperimentale né, ad esempio, che l’uomo dia alla moglie del denaro o che i due vivano nella casa del primo in camere da letto diverse: si tratta di circostanze che di per sé non dimostrano il ripristino della famiglia.
Ai fini della riconciliazione, perché lo stato di separazione possa ritenersi interrotto è necessario, secondo l’opinione prevalente, ricostituire l’unione coniugale e all’accordo deve conseguire il ripristino di fatto della vita familiare .
Per accertare l’avvenuta riconciliazione i coniugi devono avere tenuto un comportamento non equivoco incompatibile con lo stato di separazione. Si deve dare rilievo alla concretezza degli atti, dei gesti e dei comportamenti dei coniugi, valutati nella loro effettiva capacità di dimostrare la loro disponibilità a riprendere la convivenza e a costituire una rinnovata comunione. Rilevano quindi i comportamenti oggettivi e non i dati psicologici, difficili da provare in quanto appartenenti alla sfera intima dei sentimenti.
Secondo la Cassazione, neanche la nascita di un nuovo figlio durante la separazione è sufficiente a far parlare di riconciliazione, potendo questa dipendere da un singolo e occasionale rapporto sessuale.
Non sono infine sufficienti comportamenti quali: visite giornaliere al coniuge separato bisognoso di cure.
Quali effetti ha la riconciliazione?
La riconciliazione, facendo venir meno la separazione, determina anche la cessazione dell’obbligo di versare l’assegno di mantenimento. Inoltre si azzera il termine per chiedere il divorzio. Significa che, se la coppia ha tentato di riconciliarsi e non c’è riuscita, i 6 mesi o l’anno necessario per chiedere il divorzio decorre non già dalla sentenza di separazione ma dall’ultimo momento in cui c’è stata la riconciliazione (quindi da quando i due hanno cessato di vivere di nuovo insieme).
La prova della riconciliazione
La riconciliazione viene utilizzata anche come arma per contrastare la richiesta di divorzio presentata dall’ex coniuge. Tuttavia spetta al coniuge che vuole provare la riconciliazione cercare di dimostrare che si sono verificati fatti quali l’aver ripreso la convivenza, l’avere ripreso i rapporti sessuali, lo svolgimento in comune di una vita sociale, frequentando parenti ed amici o trascorrendo le vacanze insieme (se ciò non avviene solo per il bene dei figli).
Determinazione del danno biologico per errato intervento chirurgico
In particolare durante l’intervento chirurgico al quale la donna si era sottoposta per una frattura sovraintercondiloidea subita, si era verificata un’ischemia acuta all’arto inferiore operato causato da un’intrappolamento iatrogeno dell’arteria poplitea sovra-articolare. Tale complicanza aveva costretto i medici ad intervenire con un secondo intervento chirurgico di angioplastica effettuato nella medesima giornata.
Il giudice di primo grado, dopo aver interpellato la CTU, alla quale aveva chiesto di chiarire se l’intrappolamento dell’arteria poplitea potesse considerarsi una complicanza prevedibile ed evitabile alla luce della migliore scienza ed esperienza del momento e di indicare l’entità del danno differenziale riconducibile all’inesatto trattamento sanitario, aveva accolto la domanda attrice riconoscendo la responsabilità dell’azienda ospedaliera per i danni subiti dalla paziente, e condannando la stessa al risarcimento di euro € 37.651,60.
In particolare la Corte d’Appello, rigettando la richiesta avanzata dalla struttura ospedaliera, ha ricordato che nel caso in cui il danneggiato ha assolto all’onere probatorio di dimostrare il nesso di causalità tra l’aggravamento della patologia e l’azione o omissione dei sanitari, incombe su quest’ultimi dimostrare l’impossibilità della prestazione derivante da causa non imputabile, provando che l’inesatto adempimento è stato determinato da un impedimento imprevedibile ed inevitabile con l’ordinaria diligenza.