Source: http://www.michelmartone.org/il-labirinto-della-precarieta-52.html
Timestamp: 2019-10-21 22:54:02+00:00
Document Index: 144831578

Matched Legal Cases: ['art. 18', 'art. 18', 'art. 18', 'sentenza ', 'art. 18', 'art. 18', 'art. 18', 'art. 18', 'art. 18', 'art. 18', 'art. 18']

« In Germania tolte le causali sui contratti a termine per gli ultra 50enni
“A giudicare dal Primo maggio il valore del lavoro non si è perso” »
Dicono anche che questo sia merito di un miracoloso congegno giuridico, ormai assurto al rango di vero e proprio mito: l’art. 18. Uno strano marchingegno che, forte di una tradizione giurisprudenziale consolidata, non ha eguali negli altri castelli e, dopo gli epici scontri degli ultimi anni, è ormai divenuto un simbolo nazionale.
Il vero problema è che un tempo arrivare al castello era semplice. Certo, c’era una selezione all’entrata ma, superata quella, il lavoro era garantito per tutta la vita e si andava in pensione con l’ottanta per cento dell’ultima retribuzione. E c’erano persino dei baby pensionati.
Oggi, invece, per accedere a quello splendido sistema di protezione è necessario superare un labirinto oscuro e rischioso. Lo chiamano il labirinto della precarietà e non c’è via di scampo: deve essere affrontato da tutti quelli che cercano lavoro perché gli imprenditori hanno paura dell’art. 18.
Alcuni, pochi, fortunati, meritevoli o raccomandati, trovano subito la via d’uscita. I più ci passano anni. Altri si perdono nei suoi meandri. Tutti raccontano di un luogo angoscioso, fonte di insicurezze e frustrazioni e disseminato di trappole crudeli. Sono le trappole della precarietà. Hanno nomi sempre diversi – stage, contratti di inserimento, contratti di apprendistato, contratti a termine, contratti di somministrazione, contratti di lavoro a progetto, co. co. co. – ma sono tutte accomunate dall’essere precarie. Non danno diritto alla protezione dell’art. 18. Dopo un certo periodo di tempo scadono e tu ti ritrovi al punto di partenza con qualche anno in più, qualche speranza in meno e pochi contributi previdenziali.
Quella che segue è la testimonianza di un sopravvissuto al labirinto della precarietà che ha chiesto di rimanere anonimo.
Ti laurei. Hai venticinque anni. Certo non sei più un bambino ma, tutto sommato, rientri nella media. La vita ti sembra bella. Se al posto di un centootto, ci fosse stato un bel centodieci e lode tondo, tondo, sarebbe stato meglio ma, in fondo, anche mamma e papa – che hanno fatto tanti sacrifici per farti studiare – sono contenti. Insomma, ti senti un cavaliere, magari con qualche macchia (ma chi non ne ha?), le chiavi del futuro e quelle della macchina. Certo, in televisione si parla sempre più spesso di declino, pericolo cinese, debito pubblico, riduzione del Welfare State, etc. etc. Ma in fondo pensi che noi italiani siamo dei gran furbi, che c’è una florida e rigogliosa economia sommersa, che questo è il paese più bello del mondo. E poi c’è il sole. In ogni caso, sei sicuro che riuscirai ad abbandonare quel call center nel quale ti rifugiavi per arrotondare la paghetta nei mesi in cui non si frequentava l’università – che poi non è mica vero che la frequenza serve a qualcosa. Non che lavorare nel call center sia poi così male, in fondo ti impegna solo quattro ore al giorno e quei 450 € ti consentono di toglierti un po’ di sfizi. Ti sono costati un anno di università, ma ormai è passata. Ti sei laureato, ti aspetta un florido futuro lavorativo e, intanto, ti godi le meritate vacanze.
Torni dalle vacanze. E’ ora di cercare lavoro. Tuo padre ti dice di andarti a iscrivere all’ufficio di collocamento. Gli dici che lo stanno per abolire ma dice che è meglio iscriversi lo stesso. “Non si sa mai”. Gli dici che ci andrai. E’ una bugia, ma serve a far finire questo tormento. I tuoi sono sempre più insopportabili, non vedi l’ora di andare a vivere da solo per far finire questa litania.
Nel frattempo cominci a mandare il curriculum, per posta, via internet e tramite gli amici. In attesa delle risposte, esci la sera, litighi sempre più spesso con i genitori per avere un aumento della paghetta e passi ore davanti alla televisione. Una routine che non è poi così male seppure cominci a provare un certo senso di angoscia che cresce con i mesi di disoccupazione.
E’ fatta. Finalmente cominci a lavorare. Certo non è stato merito tuo ma di tuo padre che è riuscito a raccomandarti a quell’onorevole. Ma ti rifarai lavorando sodo e dimostrando a tutti quanto vali. D’altra parte sei pur sempre un brillante laureato in scienze della comunicazione. Certo, sono già passati sei mesi dalla laurea, ma poco importa. Certo, si tratta solo di uno stage. Non è un rapporto di lavoro, prendi solo un rimborso spese di 400 € (meno di quanto prendevi al call center) e dura solo sei mesi. Ma non si può avere tutto e subito. E poi l’onorevole ha detto a tuo padre che ci sono buone possibilità per un’assunzione.
Lo stage è finito. E non è certo stata un’esperienza entusiasmante. Hai fatto del tuo meglio ma eri l’ultima ruota del carro. Il tutor che ti doveva seguire aveva poco tempo ed in redazione tutti erano così indaffarati. “Impara con gli occhi” dicevano. Ma è difficile (pensavi tra te e te) imparare con gli occhi se si passa il proprio tempo a fare fotocopie, telefonate e ricerche sul computer. “Tutti abbiamo fatto la gavetta e poi tu sei così giovane“, dicevano. E tu eri pronto a passare le notti al lavoro, ma facendo la gavetta (pensavi sempre tra te e te) bisognerebbe imparare qualcosa, accrescere la propria professionalità e non fare tutto ciò che gli altri non hanno voglia di fare. E poi non sei più così giovane. Vai per i ventisette anni ed è già passato più di un anno dalla laurea.
Comunque sia, in redazione hanno riconosciuto che ti sei impegnato e il capo ti dice che metterà una buona parola per farti fare un contratto di lavoro a progetto. Tuo padre richiama l’onorevole e anche lui promette che ci metterà una buona parola. Per entrambi, però, se ne riparla dopo le vacanze.
In attesa, ricominci a passare le tue giornate a casa. Mamma e papa ti vogliono tanto bene ma li trovi sempre più insopportabili. Il problema è che non puoi neanche ribellarti perché non puoi rinuciare alla paghetta che ti passano ogni mese. Per fortuna ora arrivano le vacanze e ci si ripensa dopo l’estate.
Ancora niente. Hai mandato email, fatto telefonate e rotto le scatole. E ora, il capo della redazione non ti risponde più. E neanche l’onorevole risponde più a tuo padre. Tante promesse ma niente fatti. E tu, preso dalla disperazione, torni a lavorare nel call center. Anche perchè non puoi vivere solo con i soldi che ti passano i tuoi. Questa volta, però, hanno cambiato i modelli contrattuali. Non è più un contratto di associazione in partecipazione ma un contratto di collaborazione coordinata e continuativa. Ti sembra di perdere tempo ma è sempre meglio che stare a casa a guardare la televisione. E poi almeno lavori tra i giovani e c’è anche un campo da calcetto a disposizione.
Nel frattempo continui a mandare curriculum e ti sei andato ad iscrivere ad una società di lavoro interinale. Speri che serva a qualcosa e intanto la frustrazione cresce.
Il governo vuole modificare l’articolo 18. Lo consideri l’ennesimo attentato ai tuoi diritti. Decidi che è ora di combattere per un mondo migliore. Ti unisci alle proteste e partecipi alle manifestazioni. E, infine, festeggi quando il governo rinuncia alla modifica dell’articolo 18 e, con esso, alla riforma degli ammortizzatori sociali che pure dovrebbe servire ad aiutare proprio quelli che come te sono persi nel labirinto. I diritti non si toccano, soprattutto quelli degli altri.
La società di lavoro interinale ti richiama. Hai detto di no a tutte le offerte di lavoro nei call center e ti sembra che la tua perserveranza sia stata premiata. E’ una società di formazione che sembra in via di sviluppo. Certo le mansioni da svolgere non sono quelle per cui hai studiato. Il lavoro di segreteria non è certo il tuo sogno e dovrai lavorare durante l’estate. Ma almeno il compenso è dignitoso, non si tratta di un call center e poi l’importante è entrare.
Non hanno più bisogno di te. Il contratto è scaduto ma poco male perché era un lavoro umiliante e non sopportavi più le angherie di quelli che avevano un contratto di lavoro stabile. Alcuni erano bravi ma molti altri erano insopportabili, pigri e indolenti. Non erano neanche laureati ma davano ordini ed erano arroganti e di “lavoratori interinali di passaggio ne avevano già visti tanti”.
La vita dentro casa è diventata insopportabile. Tuo padre continua a dire che è colpa tua, che ti lamenti troppo, che sei viziato, che anche ai suoi tempi era difficile e che a lui tuo nonno, quello morto in guerra, non lo aveva mai potuto aiutare economicamente. Tua madre è più comprensiva. Tu non li sopporti più ma non sai come uscirne. Anche perché l’altro giorno a quel colloquio di lavoro a cui tenevi tanto ti hanno ripetuto per l’ennesima volta che sei troppo qualificato, che non cercano laureati e che hanno bisogno di persone giovani.
E intanto tramite il decoder entra in casa quella formidabile fonte di frustrazione che è “E Entertainment”: il “canale delle star” . Apprendi che Tara Reid spende in una sera più di quanto hai guadagnato dalla laurea e cominci a snobbare un pò meno quelli del Grande Fratello. Non hanno la laurea, riescono a stare anche 100 giorni senza leggere una riga, ma almeno, esponendosi al pubblico ludibrio, hanno trovato un lavoro e, per qualche tempo, si possono permettere la bella vita.
Quei pochi risparmi messi da parte facendo il segretario sono finiti. Non sai come fare, la tua ragazza comincia a pensare che sei un fallito. A casa non puoi più stare. Decidi di tornare al call center.
Questa volta, però, non ti accolgono più a braccia aperte. Incontri il direttore del personale che ti dice che ci sono rimasti male per l’ultimo abbandono, che non puoi considerare quel lavoro come un semplice parcheggio e che, comunque, in questo periodo non hanno bisogno di altri lavoratori. Tu lo supplichi, gli dici che ne hai bisogno. Insomma ti umili. Ma meglio umiliarsi che restare tutto il giorno a casa. Lui, però, resta inflessibile. Ti dice che vedrà cosa può fare ma di non contarci.
Hanno richiamato. Finalmente riprendi a lavorare nel call center. Non sei mai stato così contento di tornarci. Questa volta ti fanno un contratto di lavoro a progetto. Nella sostanza, però, non cambia nulla. Il lavoro è sempre lo stesso. Certo devi lavorare durante l’estate ma poco male perché tanto non hai i soldi per partire. E poi la lontananza dalla televisione riduce sensibilimente il tasso di frustrazione e migliora l’umore. Ritrovi molti colleghi di un tempo, con gli stessi problemi ma un po’ più vecchi. L’unica vera novità è che, ora, fuori dal call center, ci sono alcuni sindacalisti che distribuiscono volantini e fanno proselitismo. Dicono che siamo sfruttati, che è scandaloso che ci facciano dei contratti di lavoro a progetto e che è necessario lottare per i nostri diritti. Vorresti iscriverti ma il direttore del personale è stato chiaro: nell’azienda non c’è posto per quelli che sono iscritti al sindacato. Vorresti lottare ma devi sopravvivere. E la lotta sindacale è un lusso che non ti puoi permettere anche perché il contratto scade a settembre e tu non puoi rischiare di non essere rinnovato. Soprattutto ora che la tua ragazza comincia a parlare di orologio biologico, matrimonio e figli.
Finalmente la libertà! Dopo un’infinita serie di processi, l’inquilino moroso ha liberato l’appartamento e i tuoi ti dicono che ci puoi andare a vivere. Ma poiché loro perdono l’affitto devi rinunciare all’assegno mensile. Ti sembra giusto. E per questo torni dal direttore del personale e gli chiedi di passare full time. Questa volta è magnanimo e te lo concede. In cambio ti chiede di coprire per qualche mese il turno serale. E’ un bel sacrificio, la tua ragazza non ne è felice ma non c’è alternativa e accetti.
Vivere nella tua casetta ti sembra un sogno ma iul lavoro di tutti i giorni è un incubo. Nonostante i turni serali, quei mille euro al mese non bastano mai. E per questo decidi di unirti a quei compagni d’univeristà che hanno deciso di mettersi in proprio facendo una società di servizi. Certo, fare l‘imprenditore è rischoso ma, visto com’è andata finora, tanto vale provarci. Piuttosto, il problema è che ti serve il capitale. Ne parli con la tua ragazza. Ti dice che è con te. Le prometti che se va bene la sposerai.
Ne parli anche con i tuoi genitori. Loro, più papa che mamma, sono, invece, contrari. Ti dicono che non ti daranno un euro, ma poco male perché tu sei deciso e pronto ad utilizzare anche l’eredità della nonna che però non basta. E, così, ti decidi ad andare a chiedere un mutuo in banca. In fondo sei correntista da anni, sanno che ti sei laureato abbastanza brillantemente. Porti con te il contratto di lavoro. Te lo chiedono. Glielo dai e loro ti dicono che non ti possono concedere il mutuo perché il contratto di lavoro a progetto non dà garanzie sufficienti. E’ a termine e, comunque, può cessare da un giorno all’altro. Ti dicono che se vuoi un mutuo devi garantire con la casa che, però, non ti appartiene. Ne riparli con i tuoi che continuano ad essere contrari. E, dopo un mesetto di accese discussioni, rinunci.
Tragedia! Il sindacato ha fatto una denuncia all’ispettorato del lavoro. Arrivano gli ispettori che raccolgono le informazioni e ti dicono che hai diritto ad un contratto di lavoro subordinato. Fuori dal call center, il sindacato ti dice che l’era dello sfruttamento è finita. Ed invece, l’azienda chiude. Quell’infame del padrone scappa (dicono avesse accumulato un tesoro all’estero). E ora ti ritrovi di nuovo senza lavoro. Solo con la tua laurea.
Ricominci a mandare curriculum. Torni alla società di lavoro interinale che ora si chiama di somministrazione. Consulti tutte le offerte di lavoro. Navighi su internet dove in attesa della Borsa nazionale del lavoro, trovi siti come Bodyrental.com che offrono “la più conveniente manodopera del mondo”, ma in Bangladesh. Cominci ad intaccare la piccola eredità della nonna. Per fortuna la tua ragazza è stata assunta con un contratto di inserimento. La pagano meno dei suoi colleghi che svolgono le stesse mansioni ma è consentito dalla legge, non è un lavoro “nero” e comunque non ti senti più nella condizone di trattare. Devi sbancare il lunario.
Propongono a tuo padre di andare spontaneamente in pensione. Per evitare un contenzioso sul licenziamento e i rischi di una sentenza di reintegra ex art. 18, gli offrono uno scivolo di 36 mesi + il trattamento di fine rapporto + una serie di incentivi vari + un contratto di apprendistato professionale per te. Una somma immensa e un’offerta allettante. Pensi che l’art. 18 è proprio una bella invenzione e che anche tu un giorno potrai goderne.
Nel frattempo accetti. Vai a lavorare in amministrazione e cominci organizzando l’archivio. Non è il tuo sogno, non è quello per cui hai studiato ma almeno è un contratto di lavoro vero, ancora a termine ma con buone possibilità di conversione e comunque più stabile di quello di lavoro a progetto.
Compi trent’anni. Non sei ancora diventato un castellano ma ci sei vicino. Le cose vanno bene e il capo ufficio ti ha detto che chiederà la tua assunzione. Certo, fino alla conversione del contratto dovrai abbassare la testa ma quando sarai entrato nel castello potrai finalmente accedere anche tu alle virtù taumaturgiche dell’art. 18, chiedere un mutuo, sposarti, fare dei figli, fare carriera per anzianità. Certo le pensioni si stanno riducendo e, dopo l’adozione di quella strana moneta, la busta paga è sempre più leggera. Ma l’art. 18 regge.
Ti assumono a tempo indeterminato.
Decidi di provare a fare un figlio.
Torni dalle ferie e scopri che la società è stata comprata dai cinesi.
Si apre la procedura di mobilità. Decidi di aspettare per avere un figlio.
Tra i criteri di scelta viene individuato quello dell’anzianità di servizio. I più giovani fuori, i più anziani dentro. Tu, ovviamente, vai fuori.
Vieni lasciato dalla ragazza che “non può più perdere tempo con un precario”. Non ti puoi più permettere di vivere da single. Torni a vivere con i tuoi, ricominci a mandare curriculum ma rispondono solo i call center.
Raccontano che il nostro sopravvissuto, dopo alcuni tormentati giorni di riflessione, abbia utilizzato i soldi della buonuscita per scappare. Oggi vive in un paese anglosassone. Non c’è l’art. 18 ma il contratto è a tempo indeterminato, si fa carriera per merito, ci sono i premi di produttività, può permettersi un affitto. Certo, gli mancano il sole e la famiglia ma sembra felice e non ha intenzione di tornare. Tra il miraggio dell’art. 18 e la paura di ritrovarsi di nuovo nel labirinto della flessibilità in entrata non ha dubbi. Prevale la seconda. E ora il pamphlet della Maier, quello intitolato “Buongiorno pigrizia. Come sopravvivere in azienda lavorando il meno possibile”, lo irrita.
“The labyrinth of precarity”
il 7 luglio 2008 alle 11:21 am
Sensibilizziamo, insistiamo, parliamone e ancora parliamone.
Non possiamo più permetterci rendite di posizione.
Nel futuro workshop riproniamo il tema con veemenza.
il 8 luglio 2008 alle 12:11 am
concordo con antonio, il tema dei labirinti come quello della precarietà meritano tutta la nostra attenzione.
quali altri labirinti vi vengono in mente?
il 8 luglio 2008 alle 11:31 am
forse scontato in quanto immediatamente deducibile dal racconto….ma il labirinto affettivo cattura la mia attenzione.
e poi…il labirinto della burocrazia, del”rivolgiti a lui, prima del tornare a me” di cui ogni italiano, qualunque età egli/ella abbia, ha esperienza…
e non è colpa dei soliti fannulloni, certe volte!
il 8 luglio 2008 alle 11:52 am
a me viene in mente il labirinto dell’egoismo paterno, in cui si entra per nascita, si vive inconsapevolmente per un po’(di solito all’ombra del mito), e da cui o si è ingoiati o si esce per scelta – a suon di sensi di colpa indotti -, una volta compreso che dietro gli altruismi di facciata si celano sempre l’articolo 832 c.c. e la frase “la proprietà è mia e ne faccio quel che voglio” anche se ciò vuol dire ipotecare il futuro di altri…
piccola esperienza personale di un Arianna che lotta da un po’ contro il minotauro-narciso.
il 8 luglio 2008 alle 11:54 am
l’anonimo di cui sopra è marta ferrara, nella foga ho dimenticato la firma…
il 9 luglio 2008 alle 10:38 am
Labirinto normativo, effetti:
a troppe leggi troppo poco tassative, segue troppa discrezione del giudice allora troppe correnti giurisprudenziali, ma c’è la Cassazione dove però troppe volte troppi ripensamenti sulle stesse questioni; quindi per le aziende tanta incertezza (le aziende straniere in italia non vengono più ormai da parecchi anni), quindi pochi investimenti perchè tutela incerta, di conseguenza poco cambiamento perchè poca voglia di rischiare intraprendendo e dunque poca crescita, poca ricchezza, pochi occupati, bassi salari, poca soddisfazione e ancora poca felicità, quindi poca voglia di migliorarsi perchè tanto tutto cambia poco, quindi chi te lo fa fare?
A questo punto nel circolo vizioso tutto ricomincia.
Quando gli anziani ci dicevano che il “troppo” storpia avevano ragione!
il 9 luglio 2008 alle 5:45 pm
Interessante racconto di Michel – non si capisce chiaramente se è una storia vera oppure romanzata, ma è intrigante considerarla come il più grande estremo negativo possibile.
Fortunatamente non è poi così comune come ce lo si vuole raccontare, anche se è una realtà concreta che esiste.
La cosa che ci ha colpito di più però dell’articolo di Michel sono le sue parole qui:
“Alcuni, pochi, fortunati, meritevoli o raccomandati, trovano subito la via d’uscita. I più ci passano anni. Altri si perdono nei suoi meandri. Tutti raccontano di un luogo angoscioso, fonte di insicurezze e frustrazioni e disseminato di trappole crudeli. Sono le trappole della precarietà. Hanno nomi sempre diversi – stage, contratti di inserimento, contratti di apprendistato, contratti a termine, contratti di somministrazione, contratti di lavoro a progetto, co. co. co. – ma sono tutte accomunate dall’essere precarie. Non danno diritto alla protezione dell’art. 18. Dopo un certo periodo di tempo scadono e tu ti ritrovi al punto di partenza con qualche anno in più, qualche speranza in meno e pochi contributi previdenziali.”
Forse andrebbero dette una serie di cose Michel riguardo le tue parole …
1. stage: non stiamo parlando di un contratto di lavoro, e neppure di un contratto attinente al lavoro. Stiamo parlando di formazione attraverso il lavoro. Perchè accomuni a contratti di lavoro reali qualcosa che non è un contratto di lavoro? La tua vision a riguardo si può davvero considerare essere quella che leggiamo qui: http://www.repubblicadeglistagisti.blogspot.com/ in questa intervista? Una vision che racconta come il rimborso spese sia un fattore importante e determinante in uno stage – che è formazione e non lavoro?
2. in questa lista: “contratti di inserimento, contratti di apprendistato, contratti a termine, contratti di somministrazione, contratti di lavoro a progetto, co. co. co.” (depurata dagli stage che non c’entrano nulla) metti insieme contratti di lavoro autonomo, che hanno certi tipi di regolamentazione, con contratti che ricadono sotto la categoria del lavoro dipendente, che ne hanno altri.
Non credi dovresti dare una differenziazione a tutta questa lista che messa cosi ha poco senso? E’ come te su chiedessi in una cena di ricevere insieme conditi un dolce e un secondo nello stesso piatto forniti di zucchero e sale.
3. tu indichi che “Dopo un certo periodo di tempo scadono e tu ti ritrovi al punto di partenza con qualche anno in più, qualche speranza in meno e pochi contributi previdenziali”: non la trovi una uscita di tipo demagogico, visto che il mondo del lavoro non è composto solo dal contratto a tempo indeterminato? Esistono moltissime interviste a riguardo, e molte dicono che effettivamente è come tu dici, mentre molte altre dicono l’esatto contrario.
Non dipenderà quindi la possibilità di essere soddisfatti e felici probabilmente non dal tipo di contratto, ma da come lo interpreta la persona in questione?
A parte tutto questo, non sei tu, docente, cosciente che esiste una larghissima fetta maggioritaria di persone – soprattutto giovani – in questo paese che non ha come obiettivo quello di farsi assumere da qualcuno, che non ama vivere sulle lamentele e sulle proteste, ma che invece produce dalla mattina alla sera qualcosa di nuovo per questo nostro amato paese?
il 9 luglio 2008 alle 6:35 pm
Caro Prof.Martone condivido pienamente le tue riflessioni sulla trappola della precarietà, ma non solo, anche sulla situazione generale economica del nostro Paese ridotta al lastrico, senza un minimo di opportunità di crescita occupazionale. Credo nella storia di quel giovane e penso che le responsabilità siano tutte da parte della classe dirigente che ci ha governato in questi anni. In Italia vincono sempre i furbi, gli ignoranti e coloro che riescono ad inserirsi tramite scorciatoie. Non tutti hanno la possibilità di diventare lavoratori autonomi, aprirsi una partita iva, un’attività in proprio, allora molti, giustamente investono sulla propria istruzione, avere un bagaglio culturale è utile per il futuro, anche se poi qui in Italia non serve più a niente, c’è sempre la possibilità di lavorare all’estero, ora rimasta l’unica via d’uscita.
Non siamo stati preparati ad affrontare la globalizzazione,
abbiamo avuto un livello di istruzione inadeguato ad assicurare un minimo di competenze per orientarci nei nuovi mercati globali,poi condita ad un insieme di mancanza di opportunità nell’accesso alle occupazioni.
Dopo la mia laurea in scienze politiche nel 2006, anch’io ho avuto tantissime fregature dal mondo del lavoro e ho persino pensato di aver perso tanto tempo a studiare in questi anni perchè anche con un licenza media si vive molto meglio di come vivo io in questo momento, ma poi riflettendo bene sono convinto che noi GIOVANI siamo una grande risorsa per il nostro paese che potremo utilizzare il nostro back ground culturale al momento opportuno quando gli altri saranno soffocati dalla mancanza di strumenti culturali per affrontare il futuro divenuto ormai sempre più complesso e dinamico. Noi siamo l’humus su cui possono attingere forza coloro che vogliono fare profitti. Non sottovalutiamoci di fronte a questa immensa carenza culturale che detiene la ricchezza del paese. Non dobbiamo perderci d’animo, ma fare fronte comune e combattere insieme le ingiustizie e le disparità di trattamento, rinboccarci le maniche e dimostrare di saper fare qualsiasi cosa, dato che per i lavori modesti non ci vuole un granchè.
Altro capitolo interessante su cui concentrare l’attenzione è il possesso della ricchezza in mano a pochi ma per questo rinvio le mie riflessioni in un’altra occasione.
Complimenti Professore per il blog, uno dei pochi dove si discutono di cose serie!!!!
il 10 luglio 2008 alle 8:57 am
condivido pienamente, tenga duro e non si perda d’animo perchè il paese delle rendite si sta impoverendo velocemente e di certo non potrà riscattarsi fin quando non comincerà ad avvalersi della forza e della creatività dei giovani
il 10 luglio 2008 alle 9:08 am
una rispostina a flessibili e precari,
i contratti come i modelli legislativi più in generale non sono buoni o cattivi in sè,
tutto dipende dall’utilizzo, patologico o fisiologico, che ne viene fatto
così per gli stage, per i co.co.pro. ecc.
mi spiego meglio, se uso un contratto a progetto per attribuire l’incarico di insegnamento da trenta ore annuali più ricevimeti studenti più lauree ne faccio un utilizzo fisiologico, ma se lo utilizzo nei call center per un lavoratore che risponde tutti i giorni per otto ore di seguito al telefono, l’utilizzo del co.co.pro. diventa patologico
penso poi che nel nostro ordinamento abbiamo troppi contratti di lavoro, ne basterebbero molti meno, che troppo spesso vengono usati in maniera patologica per le nuove assunzioni, mentre tutti gli altri lavoratori continuano a godere di tutele che non hanno pari negli altri paesi
per il resto, il protagonista del racconto non si lamenta, EMIGRA,
come troppi amici della mia generazione che dopo aver accettato tanta flessibilità sotto costo e senza prospettive di carriera, ora sono felici all’estero
per il resto concordo, niente lamentele ma tanto impegno per costruire il nostro futuro in Italia, cercando però di scongiurare l’utilizzo patologico dei contratti di lavoro che mortifica la professionalità di tanti giovani pieni di capacità (per ulteriori precisazioni, suggerisco il post di antonio de gregoris qui sopra, lo sottoscrivo in pieno)
p.s. bello il vostro sito, non potreste segnalare questo appena nato ai vostri lettori?
il 10 luglio 2008 alle 9:34 am
si può concordare per larghi tratti con te. I problemi sono dati proprio dai confini che si trovano in questi vari contratti, e dal come vengono alle volte interpretati.
Certamente il caso dei call center è sintomatico e fotografa bene una realtà, anche se poi pure li conosciamo bene le innumerevoli sfaccettature presenti, che possono farci dire tranquillamente come esistono anche nello stesso progetto di lavoro alcuni ragazzi che interpretano il loro contratto in maniera flessibile e quindi fisiologica, mentre altri lo utilizzano in maniera precaria e quindi patologica.
Per la soluzione “emigrazione” saremmo invece meno propensi a proporla: anche chi ti scrive ha avuto questa chance circa 10 anni fa, ma ha poi scelto di rimanere in italia e di lavorare anche per migliorare questo amato e odiato paese. Speriamo non sia stato solo masochismo.
Capitolo segnalazione: grazie per i complimenti – per ora ti abbiamo listato e messo nell’area di sinistra, contiamo presto ti poter scrivere un’area apposita su di te.
il 16 luglio 2008 alle 10:33 am
Siceramente, io l’opportunità di andarmene ce l’ho e son ben felice di sfruttarla. Dopo un dottorato in neuroscienze ho l’opportunità di lavorare in maniera seria e serena alle cose che mi piacciono. A tutti i precari dico: smettetela di piangervi addosso, siate dinamici e propositivi, andatevene, cambiate città, girate, fate esperienze e formatevi in università serie, non sceglietele solo perchè son vicine a casa e vi fa comodo essere serviti e riveriti da mamma e papa’. E ve lo dice una che gli studi se li è pagati da sola, ha scommesso sulle prorpie capacità e non è amica di nessuno.
il 16 luglio 2008 alle 2:06 pm
la storia di questo “precario” che voleva fare il “castellano” credo sia purtroppo un paradigma dei nostri giorni, della condizione della quasi totqalità dei laureati -e non- italiani.
Come lei ci ha insegnato, cerco di andare per sottrazione fino all’esattezza. Senza dare giudizi nè prendere parte a qualsivoglia tesi:
Karl Marx affermava che il lavoro è l’essenza dell’uomo! Prendendo per vera ed esatta questa affermazione(e considerando i “nostri giorni” di cui sopra..come quelli del “governo dell’economia” (e ne sono convinto, non è un’omaggio al titolare del blog..)),
Quale dignità sarà rimasta al nostro precario che voleva fare il castellano?
La sua “essenza” ,il lavoro, è traviata calpestata umiliata.
Maledetto Marx! eretico!
Non entro nel merito, quello lo lascio ai tecnici e a chi ne sa più di me. Mi limito a condividere i miei primi pensieri, quelli “di pancia”, che ogni tanto non fanno male.
firmato Jhon Sarra, al secolo Giovanni Saracino
il 16 luglio 2008 alle 8:08 pm
Altra conclusione: non fate scienze della comunicazione, o almeno dopo la triennale scegliete specialistica e master validi. E lo dico perché anch’io, come tanti altri, rischio di fare la fine di Michel.
il 16 luglio 2008 alle 9:31 pm
Fate invece SdC, se davvero sentite di poter arrivare da qualche parte, perchè sarete capaci a farlo se davvero ci credete.
Noi di prime, e come noi tanti altri amici di tutte le tipologie, ci siamo un minimo riusciti.
Anche noi siamo per aiutare i ragazzi, gli stagisti, le persone che non ce la fanno, ma seguendo la strada del premiare in merito, invece che seguendo la strada del regalare qualcosa che altri faticano duramente a guadagnarsi giorno dopo giorno.
Questo mondo del lavoro è meritocratico, e prima eleonora voltolina e chi come lei non ha purtroppo capito il mondo del lavoro di oggi lo capiscono, meglio sarà per loro stessi, e per tutte le persone che dalle loro parole vengono influenzate in maniera negativa, anche se non con cattiveria crediamo.
Ogni volta ci saranno in giro idee che fanno del male alla gente come questa idee, noi le combatteremo, perchè vogliamo il bene dei ragazzi, ma consapevoli che se non li abitueremo al vero mondo del lavoro di oggi, per loro non ci sarà futuro seguendo le idee bislacche di eleonora e di altri come lei.
il 16 luglio 2008 alle 10:40 pm
di certo la precarietà non nobilita l’uomo, come d’altra parte la crescita zero che umilia i diritti e compromette il futuro
per questo apprezzo e condivido lo spirito di flessibili e precari con la leggerezza di john sarra
p.s. dispiaciuto per l’emigrazione di federica mi chiedo
se valga veramente la pena lasciare una terra popolata da tremila anni
p.s. ovviamente ringrazio per la segnalazione del blog e luca per il sentito commento
il 17 luglio 2008 alle 8:54 am
MA il fatto che sia popolata da 3000 anni non ne fa automaticamente n buon posto per viverci…anche il centro africa è abitato da milioni di anni, pero’ francamente non penso che andrei mai a vivere in darfur….
semplicemente in questo momento storico non ci sono le possibilità per vivere serenamente e tranquillamente in questo paese. Se la gente no se ne rende conto e continua a votare per le stesse persone allora vuol dire che qualcosa in questo paese non va. Basta prenderne atto.
il 17 luglio 2008 alle 9:11 am
ed è proprio questo che intristisce
il 17 luglio 2008 alle 2:48 pm
Le possibilità ci sono, basta solo capire che siamo nel 2009, non nel 1972 – anche se la crisi petrolifera è simile.
Le risposte di oggi non possono essere quelle di ieri: il nostro paese è oggi forse uno dei più grandi laboratori esistenti su quello che sarà il mondo di un domani non molto prossimo in paesi dove crisi come le nostre potrebbero fare danni ben diversi.
L’italia è un ottimo posto per viverci, forse il problema sono gli italiani, e alcune delle visioni del mondo e della vita che la società gli inculca.
il 18 luglio 2008 alle 9:54 am
Ma un paese non lo fa anche chi ci vive? LA gente è profondamente infelice perchè le cengono inculcati miti e stili di vita irraggiungibili, viene lodato e portato a esempio chi raggiunge certi obiettivi con ogni mezzo. Questo succede in tutti i paesi occidentali e anche orientali oramai, e perfino in africa. L’Italia è sempre stato un laboratorio interessante per la politica, anche oggi dove sempre più si guarda all’involucro, all’immagine, a come “vendersi” e poco alla sostanza; ai proclami più che ai fatti. Dove in nessuna televisione potresti avere un dibattito moderno e sensato su precarietà, insider e outsider, regole del mercato, produttività (e se anche lo volessi fare nessuno ascolterebbe). Dove prevale il casino alla chiarezza. Dove il bene comune e la giustizia sociale e lo stesso tessuto sociale in realtà si stanno sfaldando. Dove la gente ha sempre meno fiducia nelle proprie capacità.
Un paese che vede i suoi migliori artisti osannati dalla critica internazionale vivere a New York o a Berlino (che tra l’altro è diventata la vera capitale culturale europea), dove non ci sono più filosofi, dove gli economisti scappano a Londra o a Chicago, per non parlare di tutte le altre menti pensanti di tutti i settori, che se ne vanno, magari appena oltre confine, a monaco, a londra, raggiungibili in un’ora d’aereo e tornano a casa spesso, che hanno lavoro a Parigi e famiglia a Roma. Ma che non contribuiscino più a portare idee e creatività ad un paese che è in crisi organizzativa prima di tutto e culturale in secondo luogo. Ci sarebbe bisogno di gente in gamba ma ahimè sono oramai tutti outsider…
Pietro Cuniberti
il 18 luglio 2008 alle 10:58 am
oggi il più regalo di compleanno che ho ricevuto è stato scoprire per puro caso (cercavo tutt’altro in rete) questo Suo novello blog, con tutto ciò che ne consegue.
Regalo nel regalo leggere sulla colonna a destra “Itaca”, seme gettato in me negli anni del liceo da una eccezionale professoressa- Adelia Mancini- che se non erro portai alla Sua attenzione tra i miei materiali “paralleli” alla tesi.
Prof., qui la vita nel labirinto è dura, ma resisto, o meglio Re-Esisto, nel senso che ogni giorno trascorso post-laurea cerco di reinventarmi trovando una via d’uscita che passi per la valorizzazione delle proprie capacità e della peculiarità della Persona, le quali, dopo il Viaggio dell’università, sono “tornate alla luce” arricchite e consolidate.
L’ho seguita e la seguirò ancora, nelle Sue incursioni mediatiche. E’stato bello veder dare finalmente risalto nazionale ai “nostri” argomenti.
P.S.: se mai ce ne fosse stato bisogno, ha avuto conferma del pessimo stato di salute della classe dirigente abruzzese? Due volte in quindici anni…un record. Vedasi inoltre inchieste collegate su: Comune di Pescara, F.I.R.A., etc…
E poi dicono che la Mafia è in Sicilia.
il 18 luglio 2008 alle 9:14 pm
un paese esiste a prescindere da chi ci vive. Quando noi tutti non ci saremo piu, qualcuno vivrà qui di certo, perchè è un fatto assodato che questo sia uno tra i paesi migliori al mondo dove vivere.
Ora è anche vero che sembra esserci una strana tendenza a livello economico-industriale, ma non solo: si cerca di far andare via un certo tipo di italiani che non resistono, che hanno mentalità magari meno vincente, mentre si cerca di far arrivare “nuovi italiani” che vengono dall’estero e che stanno colonizzando il nostro paese.
L’ottimo lavoro in questo specifico senso di Eleonora Voltolina lo certifica: se la lista dei buoni che lei pubblicizza con tanto ardore è composta in piu del 90% da imprese multinazionali o estere che investono in italia, gente che quindi con noi c’entra poco e niente, un motivo di ordine economico esisterà senza dubbio.
Ma a prescindere da visioni delle cose e del mondo dell’economia e del lavoro vecchie, tristi e decadenti come quella della Repubblica degli Stagisti di Eleonora, questo paese non è solo infelice, anzi.
Questo paese è anche felice. E non poco. Solo che chi è felice, ha in genere poco tempo da perdere a lamentarsi del mondo e delle cose che non vanno, e usa il suo tempo in maniera produttiva operando concretamente per far star bene anche tutti coloro che hanno una visione negativa delle cose, e che la proiettano tutto intorno a loro.
Attenzione: questo paese non è solo felice. E’ anche felice. Come non è solo triste, è anche triste.
Riprendendo una tua frase, “Ma un paese non lo fa anche chi ci vive?”. Se ti dicessimo di sì, dovremmo dire che è proprio la gente triste e negativa che passa il suo tempo a lamentarsi delle cose che non gli piacciono che lo rende per te esattamente così brutto e invivibile.
Capitolo Roma: questo è il primo anno tra gli ultimi 5 che cresce a livello economico a ritmi inferiori a milano, o comunque alle grandi città europee.
Il merito di questo va a tutte quelle fortunamente tantissime menti pensanti che hanno scelto di rimanere qui invece che scegliere la facile strada dell’estero per perdere loro stessi, persone che quotidianamente lavorano per fare stare meglio Roma e chi lavora a Roma – e lo stesso accade altrove.
Forse passando da una visione negativa e pessimista delle cose, ad una piu proattiva e costruttiva potrai anche tu notare le tante sfaccettature diverse, belle e positive di questo nostro amato paese.
il 19 luglio 2008 alle 8:48 am
Sul mio blog molto spesso arrivano commenti di gente emigrata all’estero in cerca di lavoro. Dicono “Che ci state a fare qui in Italia, con questi stipendi da fame, le prospettive per i giovani stanno a zero, fatevi la valigia e andate lontano, non abbiate paura, non accontentatevi”. Portano esempi e numeri, dicono che in Germania, in Inghilterra, in Olanda i giovani vengono pagati il doppio o il triplo che in Italia (e naturalmente gli stage – argomento che mi sta particolarmente a cuore – sono circoscritti agli studenti universitari).
Un po’ quello che dice Federica, insomma: “andatevene, cambiate città, girate, fate esperienze”, perchè “in questo momento storico non ci sono le possibilità per vivere serenamente e tranquillamente in questo Paese”.
Io ho molta paura di questa soluzione. Viaggiare va benissimo. Fare esperienze all’estero va benissimo. Avere il coraggio di cogliere al volo un’occasione professionale lontano da casa va benissimo.
Fuggire va un po’ meno bene. Abdicare, abbandonare il proprio Paese perchè le cose non vanno, perchè la politica è diventata autoreferenziale e non considera più i bisogni dei cittadini, perchè il mercato del lavoro è asfittico, perchè ai giovani vengono proposti solo stage dopo l’università in nome di una formazione che non finisce mai…
Questo no, non va bene.
Se i giovani migliori – o anche solo quelli più intraprendenti – se ne vanno, io mi chiedo: chi rimarrà in Italia a cercare di cambiare le cose, di trasformare il nostro Paese per renderlo competitivo, di riformare le leggi affinchè rispecchino il nostro tempo?
Se tutti i cervelli giovani se ne vanno, resteranno solo quelli che non vogliono cambiare nulla. I pesaculo, i raccomandati, i parassiti che fanno parte di quella fetta di società che su questo sistema ci campa da decenni, e che non ha alcun interesse a dare impulsi di meritocrazia, mercato, incentivi alla produttività, fiducia ai giovani, investimenti su ricerca e nuovi cervelli.
Resteranno solo quelli che sogghignano quando qualcuno denuncia a gran voce che non è giusto che un ricercatore universitario guadagni 800 euro a trent’anni, che un laureato faccia lo stagista gratis, che un primo contratto a progetto frutti mille miseri euro lordi…
Resteranno quelli che hanno portato giù il nostro Paese. Invece noi dobbiamo impegnarci per cambiare la situazione dall’interno. Riavvicinarci alla politica. Far sentire la nostra voce. Portare proposte. Senza piangerci addosso, ma nemmeno senza nascondere la testa sotto la sabbia – come gli struzzi – dicendo che questo è il migliore dei mondi possibili.
La soluzione non è emigrare, o almeno: non è solo quella. La soluzione è anche restare qui e però non limitarsi a subire e lamentarsi: ma pensare, parlare, battagliare. Cambiare le cose.
il 19 luglio 2008 alle 9:38 am
Eleonora, intanto complimenti per il tuo bellissimo blog e per la tua grinta… e poi sono d’accordo con te, al grido di:
GIOVANI D’ITALIA, UNITEVI!
…forse quello che ci manca è una coscienza di generazione…
il 19 luglio 2008 alle 10:39 am
molti danno la colpa di tutto ciò genericamente alla classe politica: tale tipo di affermazione mi sembra decisamente superficiale per il semplice fatto che questa viene eletta (più o meno) democraticamente, quindi in altre parole siamo noi che la scegliamo con metodo che in teoria dovrebbe essere considerato funzionale agli interessi della nazione (anche se poi l’autore dell’attuale sistema elettorale lo ha personalmente definito “una porcata”).
il problema fondamentale secondo me a questo proposito non è della destra o della sinistra (se questa divisione ancora è utile a identificare qualcosa..) ma è in ciò che l’intera classe rappresenta: la maggior parte, tranne qualche rara eccezione, hanno una certa età, appartengono alla generazione dei nostri padri, quindi a quella generazione incurabilmente affetta da egoismo generazionale…come possiamo pretendere che le sorti di questo Paese siano risollevate in questo modo???!
e per di più, come se questo non bastasse, anche i rappresentati dei sindacati storici appartengono sempre a quella famosa generazione: non sarà infatti un caso che la maggior parte delle iscrizioni che un sindacato al giorno d’oggi raccoglie sono di persone “non giovani”!?
e credo che, a questo punto, ne scaturisca direttamente il fatto che vengano tutelati principalmente gli interessi di costoro, dato che ogni rappresentante difende gli interessi dei propri sostenitori.
a mio parere quindi la conclusione di tutto ciò è che parte dell’impegno di tutti gli outsiders dovrebbe essere speso anche per interrompere questo circolo vizioso…(tutto ciò naturalmente rimanendo in Italia..!)
il 19 luglio 2008 alle 1:54 pm
La fortuna vuole che non se ne vadano i giovani intraprendenti, oppure i giovani con un carattere più forte. Questi hanno capito quanto vale oggi riuscire a rimanere qui.
Buona parte di chi se ne va definitivamente fa parte di quelle persone che – facendo una parafrasi con il calcio – non ha rispetto della propria bandiera e non riesce ad investire se stesso per sviluppare questa e di conseguenza i propri interessi in casa propria.
Per carità, collaborare all’estero è una cosa molto positiva – ma emigrare è purtroppo un triste ricordo di anni passati.
Il tuo sito è proprio la rappresentazione di questo fenomeno: da una parte buona parte dei visitatori e dei commentatori che hai sono quella fetta di giovani tristi e frustrati che vorrebbero scappare – forse perchè non capaci di vedere le tante soluzioni “italiane” che ci sono per persone che si sanno dare da fare al giorno d’oggi.
Logicamente escludendo le “eccezioni” rappresentate dalle multinazionali, che possono andar bene per coloro che riusciranno a passarci, una sparuta minoranza comunque.
In questo modo non si risolve un problema, ma si fa solo propaganda giornalistica vecchio stile.
Dire che quelli che rimarranno saranno solo, usando il gergo volgare stile Eleonora Voltolina, i – come li hai chiamati – “I pesaculo, i raccomandati, i parassiti che fanno parte di quella fetta di società che su questo sistema ci campa da decenni, e che non ha alcun interesse a dare impulsi di meritocrazia, mercato, incentivi alla produttività, fiducia ai giovani, investimenti su ricerca e nuovi cervelli” – ci fa capire quanto hai capito davvero di questo paese.
Forse dovresti iniziare ad essere in grado – come professionista e giornalista – di guardare oltre al piccolo gruppo di scontenti che cavalchi tramite il tuo blog, perchè l’Italia è qualcosa di molto complesso e sfaccettato, e se vuoi davvero proporre soluzioni utili invece di slogan datati anni 70 che fanno immagine ma non sostanza, allora devi partire dall’ordine di idee che questo paese a portarlo giù stai contribuendo con i tuoi versi.
Porta aria positiva, ne sei certamente capace se vuoi, non più odore di muffa.
@un outsider
Il ’68 è un fenomeno storico chiuso, per fortuna.
hai le tue ragioni certe e assodate. Il sindacato è da anni una delle molte Caste italiane, probabilmente la più potente e protetta in senso assoluto – per gli interessati ci sono anche 2 libri che ne spiegano bene le dinamiche perverse – anche se fortunamente il suo peso rispetto a ieri sta scendendo da un po di tempo, anche per la grande confusione che regna al suo interno.
Speriamo che il sindacato torni solo a fare il sindacato utile, e non ad essere quell’elefantiaca e anacronistica struttura che si trova oggi ad essere.
il 19 luglio 2008 alle 2:07 pm
mi dai i titoli dei libri per piacere? 🙂
il 19 luglio 2008 alle 2:14 pm
Giusto per far capire chi si cela dietro la sigla “Flessibili e Precari – Prime”.
Sul blog di Arnald (http://www.diversamenteoccupati.it/) così hanno scritto nell’ambito di una discussione (il post si intitolava “Camere chiuse”) in cui si diceva che i giovani dovrebbero riavvicinarsi alla politica, impegnarsi, cercare di migliorare la situazione:
“Nessuno di noi lo ha l’impegno politico, per fortuna, altrimenti nella vita non riusciremmo ad essere felici, di qualsiasi colore questo impegno sia”.
La visione di queste persone è quindi questa: che l’impegno politico-sociale sia foriero di infelicità, che tutti debbano pensare solo a lavorare adeguandosi alla situazione esistente, senza pensare di poterla cambiare. Che l’impegno politico non sia altro che una perdita di tempo.
Visione davvero misera, rinunciataria, stantia. O forse comoda per il ceto che vogliono rappresentare?
il 19 luglio 2008 alle 3:01 pm
Flessibili e precari, perchè portate in questo blog un tono aggressivo?
Scannarsi tra outsider non mi sembra la risposta.
il 19 luglio 2008 alle 6:04 pm
“L’altra Casta.
Privilegi. Carriere. Misfatti e fatturati da multinazionale. L’inchiesta sul sindacato”
“Livadiotti Stefano”
http://www.ibs.it/code/9788845260490/livadiotti-stefano/altra-casta-privilegi.html
Dell’altro onestamente non ricordiamo il titolo, è più vecchio storicamente … comunque sembra ce ne sia in uscita un’altro entro fine anno.
Non è agressività “un outsider”, solo dispiacere per leggere sempre parole e toni distruttivi provenire da certe persone.
Permetti cara amica, del nostro pensiero ne è piena la rete, non ve ne sono misteri, è quello rappresentato nel nostro sito:
http://www.flessibilieprecari.org
in maniera abbastanza chiara e trasparente.
Crediamo quindi sia davvero poco utile che tu cerchi di rappresentarla a modo tuo, sarebbe come avere un integralista islamico che dica alla propria moglie di andare ad effettuare uno spogliarello.
Per il resto, ti segnaliamo che Prime è Prime, Flessibili e Precari è Flessibili e Precari. Ci sono alcune persone in comune, come detto spesso in tante aree come questo, ma nulla più di questo.
il 19 luglio 2008 alle 7:35 pm
“L’ altra casta.
Privilegi. Carriere. Misfatti e fatturati da multinazionale. L’inchiesta sul sindacato.”
Dell’altro onestamente non ricordiamo il titolo, è piu vecchio … sembra comunque ce ne sia un’altro in pubblicazione.
dovresti cercare l’agressività altrove.
Della visione di Flessibili e Precari ne è piena la rete, a nostra firma. Per il resto accomunarci con altri, oppure affidarci idee che non abbiamo sembra uno degli sport preferiti di talune persone.
il 20 luglio 2008 alle 9:53 am
se i nostri toni divergono, i problemi che dobbiamo affrontare coincidono, ora dobbiamo cominciare a pensare alle soluzioni, elaborando, come suggerisce un outsider, una coscenza generazionale
si potrebbe cominciare, ragionando sui problemi che emergono su diversi blog da flessibili e precari a diversamente occupati alla Repubblica degli stagisti che, con la sua classifica dei buoni e dei cattivi, sicuramente aiuta a trovare un buono stage
chi ha qualche proposta?
p.s. sul sindacato veto player permettemi di rinviare anche al mio libro su governo dell’economia e azione sindacale,
è un pò accademico ma è il risultato di una feroca stagione di studi
nel blog trovate la scheda
p.s. 2: continuo a pensare che l’emigrazione intellettuale non sia la risposta ma piuttosto l’evidente dimostrazione della nostra sconfitta generazionale
il 20 luglio 2008 alle 9:58 am
Forse è il caso di svelare che i “Prime – Flessibili e Precari”, che pontificano dall’alto del loro anonimato, sono principalmente Daniele Buzzurro e Rosa Cristiano, rispettivamente amministratore delegato e responsabile dell’area grafica di un ufficio di progettazione siti web di Roma (Dreamyourmind), e che per la loro attività utilizzano stagisti senza dare un euro di rimborso spese.
E’ un particolare da non dimenticare mai quando si leggono i loro commenti, specialmente quando si riferiscono a Eleonora Voltolina e al suo blog Repubblica degli Stagisti. Un blog che loro attaccano con tutte le loro forze perchè, se Eleonora Voltolina venisse ascoltata dal mondo imprenditoriale e politico, anche loro dovrebbero cominciare a pagare gli stagisti che utilizzano!
il 20 luglio 2008 alle 10:11 am
certo che se già riusciamo a litigare tra di noi……..
il 20 luglio 2008 alle 1:34 pm
non ti preoccupare, nessuna lite. Lo sport preferito di Leo sembra infatti essere andare in ogni blog a scrivere la sua “scoperta”, contento lui, contenti tutti.
Ci eravamo stupiti anche che ancora non fosse passato anche di qua a lasciare il solito messaggio, che anche qui depuriamo dai suoi bislacchi pensieri nella stessa maniera di altri luoghi:
“Non si deve fare un classico errore che potrebbe essere facile compiere da una lettura superficiale.
IDEE flessibili e precari non è Daniele, come IDEE flessibili e precari non è DreamyourMind. Semmai, Daniele è una delle menti di IDEE Flessibili e Precari, e DreamyourMind ne è solo il partner tecnico, come indica la sua scheda su linkedin et similari.
Idem si può direi di Prime, che non ha nulla a che vedere con IDEE Flessibili e Precari. Il primo è un blog legato alla rappresentazione di una casta, il secondo è un sito legato a menti flessibili e precarie.
Sul fatto che Daniele sostenga il team di Prime lo sanno più o meno tutti.
Sul fatto che Daniele sostenga anche Flessibili e Precari lo sanno anche qui tutti.
Pensa che Daniele è addirittura intervenuto – su richiesta diretta degli altri di prime – presso Eleonora Voltolina per chiarire alcuni aspetti e la sua visione della questione degli stage …
https://www.blogger.com/comment.g?blogID=1277288949137663422&postID=5622429097527912563
Riportiamo comunque la vision di Daniele in questo senso, la stessa del link anche perchè per scrivere altro ci dovrebbe autorizzare:
“Noi assumiamo, ma solo le persone che se lo meritano, cioè che sono ad un livello sufficiente, che poi è un livello abbastanza alto nel nostro caso.
Onestamente non vedo perchè dovrei perdere dei soldi prendendo gente che in ufficio si gira i pollici o si mette a chattare su messenger invece di svolgere i compiti assegnati, oppure persone che non sono sufficientemente preparate tecnicamente per i nostri progetti e che non hanno imparato molto dal proprio stage in buona parte anche per propria negligenza, o che magari pensano di esserlo solo perchè nella loro vita hanno realizzato 2 book e 3 siti internet.
Il processo di qualità va garantito: per questo esiste lo stagista.
Lo stagista è alla base del processo di qualità tecnica, deve crescere prima come stagista, e se supera il primo scoglio come collaboratore, e se supera il secondo scoglio viene assunto.
Prendere lo stagista conviene solo se è un bravo stagista, che alla fine del suo percorso ha imparato davvero qualcosa ed è pronto per lavorare.
1 su 4 ci riesce circa, ma questo – quello di perdere risorse di vario tipo stando dietro a stagisti che non riusciranno mai ad arrivare ad un certo livello – è un problema italico che attraversa la vita di tutti gli imprenditori purtroppo.
Non per questo noi non continuiamo ad investire sui giovani, formandoli ad una professione e sperando che essi siano pronti ad imparare un mestiere – la cosa non avviene poi cosi spesso come vorrei purtroppo, ma avviene.”
Tornando a parlare invece di cose più attinenti e non già dette e stradette, certamente l’emigrazione non può e non deve essere la risposta – sarebbe un punto di arrivo davvero triste.
Potrebbe essere carino Michel creare per prima cosa una lista dei problemi che emergono, a sua volta divisa da diversi fuochi e/o punti di vista.
L’analisi quindi di uno stesso problema e/o posizione lavorativa a livello tecnico e perchè no, anche normativo, inquadrandolo da tutte le sue sfaccettature.
Logicamente per poter fare una operazione del genere, andrebbero escluse valutazioni demagogiche e di opinine politica – si tratterebbe infatti di un’area tecnica dotata di punti di vista reali e oggettivi, non di slogan sparati ad arte.
Se fatto bene, certamente farebbe emergere tutte le sfaccettature di ogni singola situazione contrattuale e normativa sulla stessa, e aiuterebbe a delineare punti di forza e punti di debolezza della stessa, contribuendo non poco a quella mediazione e dialogo tra le parti che alcuni tendono a voler stranamente evitare.
il 20 luglio 2008 alle 10:06 pm
Le circostanze riportate nell’articolo rappresentano sicuramente l’esempio emblematico dell’attuale mercato del lavoro.
Ritengo che sebbene non sia un caso isolato e vada analizzato in tutta la sua drammaticità, accade in altre circostanze che la precarietà (o la disoccupazione)venga usata come uno scudo, un alibi dietro il quale nascondersi.
Chiunque aspira a ricoprire un ruolo ideale e confacente alla formazione acquisita, ma combatte abbastanza per ottenerlo?
Il mio dubbio è questo: ci diamo abbastanza da fare per cercare il lavoro ideale, siamo veramente disposti a fare sacrifici, a competere con i nostri concorrenti o ci limitiamo ad aspettare che qualcuno, opportunamente munito di un contratto da dirigente apicale, ci venga a citofonare sotto casa?
Nel quotidiano confronto con amici e colleghi ho la sensazione che se da un lato ci limitiamo a lamentarci, dall’altro non sappiamo più essere i migliori venditori di noi stessi.
Mi chiedo: nel mercato del lavoro perchè essere prede se abbiamo tutte le qualità per essere predatori?
il 23 luglio 2008 alle 12:24 am
Totalmente concordi con Laura.
Bisogna imparare a creare, invece che stare sempre a lamentarsi o a chiedere.
il 23 luglio 2008 alle 9:14 am
non so come rivolgermi a Lei quindi eviterò di farlo!
Per caso mi sono imbattuta nel suo blog,per caso ma non troppo, ed ho letto l’articolo sul labirinto della precarietà…complimenti.
Adesso Le racconto il mio:
Sono federica, ho trent’anni e una laurea nel cassetto(e fin qui nulla di nuovo…la cosa tragica è che neppure nel seguito ci sarà nulla di nuovo.)
settembre 1997: mi iscrivo alla facoltà di Conservazione dei Beni Culturali indirizzo archeologico.
carriera universitaria brillante,voti alti e borse di studio ogni anno.
ottobre 2002: gli esami stanno per finire ed io chiedo la tesi alla mia professoressa,la stessa che sto seguendo in un cantiere da due anni.Lei mi stima e mi da una tesi sperimentale,lo studio di una tipologia ceramica rinvenuta nel nostro scavo.
La tesi procede bene, tutti entusiasti,gli esami finiscono.
Ottobre 2003:la tesi è a metà,io sono allegra ed fiduciosa nonostante la fatica.
Novembre 2003: la prof muore per un infarto,aveva solo 54 anni…umore a pezzi e in mezzo alla strada.Nessun professore vuole seguirmi,l’argomento è troppo spinoso e nessuno pare averne le competenze.Mi danno un prof d’ufficio.La tesi è ultimata,lui continua a farmi saltare sessioni di laurea con la scusa della lode.Parto da 104 e da noi in genere per una tesi sperimentale come la mia danno nove punti.io sono abbastanza sicura di farcela.
Maggio 2004: ancora niente,la mia sicurezza della lode pian piano se ne va.
Dicembre 2004:alla fine lui è convinto della mia tesi e mi fa laureare.
13 dicembre 2004:giorno della mia laurea.Votazione finale:109 su 110.Voto voluto esclusivamente dal mio relatore nonostante il dissenso della commissione.
Inizia la mia carriera lavorativa..come archeologa?no di certo.Una società che organizza eventi e per la quale facevo la hostess ai tempi dell’università,mi chiama a fare la segreteria scientifica per una mostra molto importante d’arte contemporanea…lo so non c’entra nulla ma io ci provo lo stesso.Ok la paga è misera,trecento euro di rimborso spese,l’orario è assurdo e in più mettici una situazione col capo che non è delle migliori,però è una soddisfazione…subito dopo la laurea.
giugno 2005:il lavoro è sempre peggiore ma tengo duro…nonostante il capo.
settembre 2005:inaugurazione della mostra in triennale a milano.soddisfazione massima.crisi totale con il capo.una gallerista di newyork mi invita a fare una internship presso la sua galleria.mi licenzio e con i soldi che ho messo da parte vado in america.
Un mese di stage,esperienza entusiasmante ma non retribuita.i soldi finiscono e nonostante la richiesta della gallerista di restare torno con la coda tra le gambe in italia.
gennaio 2006: trovo un nuovo lavoro,fama misera ma ai miei occhi eccellente(1000 euro),come al solito non c’entra nulla con me..ma tanto ormai i sogni di gloria li ho riposti da un pezzo.
maggio 2006:mi licenzio,il lavoro mi atterrisce e il capo è un troglodita.troverò qualcosa di meglio.
luglio 2006:trovo di meglio.una società di eventi,paga ottima…milleeduecento euro.lavoro divertente,ambiente stimolante,si lavora sodo…ma fra tante risate e tanto riconoscimento.
novembre 2006:mi richiama una società della regione lazio per la quale avevo fatto un colloquio a giugno.mi offrono il lavoro.paga identica all’altra,sede ai parioli,posto di apparente rilievo e in più spinte soft del mio compagno geloso del mio capo con il quale negli ultimi tempi avevo costruito un rapporto speciale.Risultato della somma…mi licenzio ed accetto il nuovo lavoro.
Dire deprimente il nuovo impiego sarebbe un eufemismo.Non si fa letteralmente niente.Uno dei soliti carrozzoni politici creati ad hoc per mettere delle persone dentro e per rubare un pò di fondi allo stato..
novembre 2007:il mio compagno mi molla,ho trent’anni e mi ritrovo senza un compagno con il quale progettavamo famiglia e vita insieme, senza la casa che avevamo messo su insieme e presto mi ritroverò anche senza lavoro.La società è sotto la mira dell’opposizione, l’A.D. viene fatto licenziare a dicembre mi scade il contratto e non c’è possibilità di un rinnovo.
Crisi nera.
Dicembre 2006: un membro del CDA mi parla di un suo amico che ha bisogno di una segretaria in federazione pallavolo.
Faccio il colloquio e il tizio mi assume.Un inferno,un negriero,dico solo che mi da novecento euro al mese per fare le fotocopie del libro dell’accademia della figlia a colori,per andare a comprare la pizza per lui e il moment per la moglie.In più parolacce e bestemmie come se piovessero.No, non ci sto.Sono in affitto e mi pago tutto da sola,ma a costo di tornare dai miei me ne vado. Ho studiato una vita per finire così…no va bene tutto ma il costante turpiloquio no.
Marzo 2008: mi licenzio ma nel frattempo avevo fatto un nuovo colloquio,e vengo assunta da una società che fa service audio video per eventi.Terrò l’amministrazione,io che ho fatto il liceo classico,io che sono laureata in archeologia,io che ho sempre fatto a cazzotti con i numeri.
Ed eccoci ad oggi:sono qui a tenere l’amministrazione di questo ufficio,la vita fuori dal lavoro è bella,serena e mi da soddisfazioni(sono diventata la vicepresidentessa nonchè responsabile-irresponsabile dico io-dei volontari di un’associazione onlus che si chiama ConAltriTErmini che fa servizio in stazione con i barboni).Il lavoro mi perplime ma di fronte a tanti altri labirinti il mio è insignificante…ma leggendo il Suo blog ho sentito il bisogno di condividerLo con Lei.
La conclusione attuale:ho una gran cultura,lo dicono tutti…ma secondo Lei che sapore ha?cioè quando vado a far la spesa secondo Lei pago in cultura?
Mi scusi per lo fogo.
Complimenti per il Suo lavoro e per le Sue scelte di studi…sicuramente più azzeccate delle mie!
il 23 luglio 2008 alle 12:02 pm
Un po colpa delle scelte, ma maggiormente colpa di molta molta sfortuna Federica.
il 29 luglio 2008 alle 1:06 pm
Grazie flessibili e precari…grazie…oggi più che mai fa piacere non sentirsi troppo soli…
il 1 settembre 2008 alle 7:49 pm
Non sentitevi oltraggiati, vi prego, se vi dico che esiste anche il labirinto del castellano, anzi della castellana, ovvero della donna che, essendo tale magari ha figli. E che magari si è laureata pur essendo già madre e moglie e lavoratrice, castellana e assenata, impegnata e diligente . E il castello ce l’ha sottocasa, 100 metri, da 12 anni. Che fortuna, è vero, lo dico sinceramente, soprattutto perchè ho dei figli da seguire e da un anno lo devo fare da sola, perchè mi sono separata da mio marito. Ed essere una castellana separata è sicuramente meglio che essere una precaria separata. Ma i castelli hanno mura altissime, fortificate e qundo vorresti vedere cosa c’è fuori, oltre le mura, non trovi la strada. Perchè come fai ad affrontare un viaggio oltre il castello, oltre il ponte levatoio con due bambini piccoli? E’ da pazzi, dentro il castello hai anche la possibilità di allattarli…fuori mentre lavori chi li nutre i tuoi figli? Credetemi, a volte, vorrei essere una Federica Cavicchio anche io (vedi testo del 16 luglio, mi pare), pronta a saltare oltre il ponte, perchè tanto non c’è niente da perdere…
il 1 settembre 2008 alle 8:18 pm
Marisa – se posso permettermi di darti del tu senza offenderti – devo dire che il tuo commento mi ha fatto riflettere, pur non essendo donna e non avendo famiglia tanto meno figli considerata anche la mia età. Le tue parole provocano in me le stesse riflessioni che suscitarono i dati forniti da Floris, durante l’ultimo nostro workshop di Itaca. In quell’occasione, infatti, Giovanni Floris avvertiva come il problema dell’affermazione femminile, nel campo lavorativo oggi non si misura drammaticamente sulle capacità o meno, ma sulla possibilità di superare ostacoli che per gli uomini non si pongono. E così, il conduttore di Ballarò, sottolineava come nonostante le migliori performances scolastiche delle donne rispetto agli uomoni, solo 6 su 10 che iniziano i regolari studi obbligatori si iscrivono all’università. Alla laurea con voti migliori ne arriveranno tre, perché nel frattempo alcune si saranno sposate. Ancora nel passaggio, poi, dalla laurea al mercato del lavoro se ne perderà un altro 50%. Al di là di queste asettiche statistiche ciò che è drammatico – e penso di coglierne conferma nelle tue parole – è che nel nostro Paese la funzione sociale svolta dalla donna rappresenti una penalizzazione. È un’aberrazione che la creazione di una famiglia diventi ostacolo alla espressione professionale di tante donne. La triste constatazione di quanto all’Italia e alla sua classe dirigente politica manchi un’autentica visione progettuale del futuro, perché un paese che non valorizza il talento dei giovani e delle donne è un paese che combatte nella competizione globale con la mano legata dietro alla schiena. E questa purtroppo sembra essere la prospettiva prescelta da coloro i quali finora hanno governato l’Italia, senza alcuna distinzione di colore.
il 2 settembre 2008 alle 11:39 am
Giusto Francesco, l’Italia combatte nella copetizione globale con un mano legata dietro la schiena. E’ pur vero che è una condizione nella quale ci siamo ritrovati, è uno dei mille effetti della spesa impazzita: è stato concesso troppo a chi non aveva bisogno, poco o niente a chi invece, secondo una scelta strategica, avrebbe portato un valore aggiunto ben maggiore.
Ora nel fronteggiare la scarsità di risorse, secondo una scala di priorità, piano piano dovrebbero essere messi in atto quei meccanismi per un pieno, lineare, giusto equilibrio dei diritti attraverso una inevitabile cessione di chi in passato ha campato di una rendita solo formalmente giusta.
il 2 settembre 2008 alle 11:56 am
mi spiace davvero marisa che tu sia sola e non abbia un compagno che collabori con te nell’affrontare l’impegno pesante di conciliare il ruolo meraviglioso di mamma con quello necessario di donna che lavora anche fuori.Ho detto anche e lo sottolineo perchè il lavoro più importante e più nobile che tu svolgi è sicuramente quello di madre.Ma ti rendi conto di che responsabilità hai e quanto sei importante per la società tu che devi vigilare sulla crescita e sulla formazione di due meravigliosi virgulti che ,se tirati su bene, daranno frutti utili a sè e agli altri? Ma, ti prego, non ascoltare messaggi sbagliati,vai avanti serena e fiera ,sorridi sempre ai tuoi bambini,trasmetti loro la gioa ed entusiamo per quello che fai ,altrimenti il tuo sarà un lavoro inutile.Invece di sentirti prigioniera di mura immaginarie ,sentiti una castellana altera e dignitosa ,che nn si fa influenzare facilmente ,ma che serenamente affronta i problemi della vita, sapendo che nn sarà mai sola con due figli a fianco. sono andata a leggere il commento di federica c. che tanto ti aveva colpita e sono certa che hai parlato così in un momento di scoramento. sei giustificabile perchè sei sola ripeto, altrimenti nn sarei stata così tenera con te: ma davvero voi ragazze nn capite che oggi nn c’è tanto bisogno di dottoresse in neuroscienze o in conservazione dei beni culturali, quanto di donne che affrontino con serietà e serenità il ruolo di madre?altro che capitani di industria altro che manager creativi! voi la potete cambiare questa società veramente se vi immergete nella famiglia con la consapevolezza giusta.Ma perchè vi sentireste frustrate ad accudire un piccoletto indifeso, a raccontargli le favole ,a rassicurarlo quando ha paura di notte, a curarlo quando ha la febbre, a giocare con lui, a cucinare per lui , a stargli vicino mentre fa i compiti , a gioire con lui dei suoi successi , a consolarlo quando qualcosa nn va insegnandogli così a saper perdere e potrei continuare per pagine intere ,ma mi fermo qui riconoscendo che la passione mi ha preso la mano…Pensaci Marisa dai un senso a quello che fai, perchè ti assicuro che se ci crederai tutto sarà bellissimo e nn ti sentirai mai più prigioniera , ma magari una guerriera forte e coraggiosa quale sei.
il 2 settembre 2008 alle 6:25 pm
Professore , ha raccontato un storia che ogni giorno si ripete e si ripete….anche nella mia azienda è stata attivata una procedura di mobilità per 65 persone. Il vanto dela mia reparto era che in controtendenza con il mondo intero erano stati assunti tutti ragazzi tra i 20 e i 30 anni. Purtroppo adesso per alcuni di loro è ora di ri-cominciare daccapo.
Io che ho 33 anni con moglie e figlio per fortuna non ci sono rientrato, ma se devo essere sincero ho una gran paura. E’ possibile vivere così?
il 3 settembre 2008 alle 11:38 pm
Perchè – nel frattempo che la paura ci attanaglia – non darsi da fare per trovare in anticipo strade alternative che siano pronte in caso di esigenza, o che siano addirittura migliori delle strade che segui ora?
Riflettici su …
il 4 settembre 2008 alle 9:44 am
Certo se l’azienda in cui lavori sta per chiudere, il consiglio di “flessibili e precari” è giusto, non lo sarebbe se non è così.
dimostrare attaccamento e voglia di migliorare l’azienda è uno dei punti di forza del lavoratore. impegnarsi, per fare la differenza con gli altri tuoi colleghi, è forse il modo migliore per blindare la tua funzione all’interno dell’azienda.
visto dal lontano se ogni lavoratore si comportasse così il sistema sarebbe spinto verso l’alto e il merito sarebbe premiato.
il 7 settembre 2008 alle 10:27 pm
per fortuna diciamo che la mobilità è stata ristretta ad un solo reparto. Per il resto sono molto fiero della mia azienda anche perchè, per quanto mi riguarda, è stata ed è meritocratica…. diciamo che ci sarà sempre qualcuno che ha da ridire, ma è nella natura delle persone!!!
Spingere verso l’eccellenza è il cardine di ogni mio giorno lavorativo e mi irrita trovarmi nella situazione di non dare il 100%, purtroppo non sempre chi ti stà attorno riesce a capire o a stare dietro a questa grande voglia di fare e migliorare.
il 15 ottobre 2008 alle 12:07 pm
il 25 novembre 2008 alle 12:42 pm
Quello della precarietà è un labirinto purtroppo dal quale è difficile uscire, bisogna solo essere fortunati forse.
Lavoro e posto fisso
il 25 novembre 2008 alle 3:19 pm
E’ prettamente una questione culturale e di tradizionaismo radicato.
Robert Cialdini parla di riprova sociale, ed è esattamente quello che avviene a coloro che come mandrie puntano una scrivania mal retribuita in un’azienda, di un ente o ministero qual si voglia…purhcè ci si senta fieri di aver rubato uno stipendio barattandolo con la soddisfazione di dire “Sono veramente in gamaba!”.
il 25 novembre 2008 alle 3:41 pm
Vi dico che ho vissuto e sto vivendo gli stessi steps della storia che ci viene proposta dal Prof.
Laureata, ottimo tempismo e voto non male, 2 stage in alte aziende, e poi l’assunzione..la brutta sensazione di angoscia che ti assale al mattino la voglia di avere di più la certezza di meritare di più e poter fare molto di più per la produttività e per l’innovazione..e poi basta con l’Italia….ora l’Inghilterra…dove non devi essere figlio di nessuno e amico di nessuno. E’ bastato un semplice CV e una lettera di motivazione.
Non so voi ma io inizio a stancarmi si essere italiana, se essere italiana vuol dire fare parte di una società dei mediocri. Politica dei mediocri, investimenti mediocri, ricerca mediocre, amministratori mediocri…
Forse sono troppo cattiva e pessimista o forse solo realista.
il 25 novembre 2008 alle 4:42 pm
no sei realista, hai ragione, ma non devi rinunciare, questo è il nostro paese, non dobbiamo emigrare ma cercare di cambiarlo…
il 25 novembre 2008 alle 5:44 pm
e perchè non un bel lavoretto in nero?
il 25 novembre 2008 alle 9:52 pm
Capisco e partecipo, però non ci sto. Mi rifiuto di accettare l’idea che un giovane laureato (un buon laureato, visto il punteggio) non abbia avuto modo migliore di trascorrere i mesi dopo la laurea che stare a casa tra attese e televisione. Soprattutto nel 2000 e negli anni immediatamente successivi.
Lo dico senza cattiveria ma con doloroso senso della realtà, l’università non insegna a lavorare. L’ho sperimentato sulla mia pelle, lo devo constatare ancora oggi dopo vent’anni ad ogni colloquio che faccio nella disperata ricerca permanente di collaboratori per la mia azienda. Ricerca sempre più demoralizzante.
Oggi più che mai l’unica possibilità è essere bravi, maledettamente bravi. La laurea è volenti o nolenti il punto di partenza e non quello di arrivo. La laurea è certo fatica, anche economica, sudore e sangue… ma è solo l’inizio.
La situazione attuale è certo grave, gravissima, forse quasi disperata. Però almeno per chi è bravo, molto bravo, la speranza c’è.
il 25 novembre 2008 alle 10:31 pm
Forse sei solo una persona che non ama davvero il suo paese, o che ha la forza (o la debolezza a seconda dei punti di vista) x scappare in un paese che ha diversi problemi, da molti punti di vista superiori all’Italia.
Sono scelte, non ne faremmo ne un dramma, ne un poema, e neppure un caso: siamo nel mondo globalizzato in fondo, queste cose sono la norma … se fatte con un senso compiuto.
Non troviamo Elsa realista, forse la troviamo pratica, ma anche una persona che vive per l’oggi invece che programma per il domani in base a quello che dice.
Anche qui comunque sono sempre tutte opinioni, a partire dalla nostra …
@Alessandro Nasini
Pienamente solidali con te. Unica cosa da dire: non è necessario essere “molto bravi”, basta essere “bravi” e soprattutto positivi.
Basta passare la vita a lamentarsi e a segnalare quel che non va, che si inizi invece a creare cose nuove.
il 25 novembre 2008 alle 11:48 pm
@flessibili e precari
Hai ragione, ho forzato i toni, forse con troppa enfasi. Vedo però che la mia valutazione di fondo la condividi e ne sono lieto. Aggiungerei che oltre che bravi e positivi bisogna essere seri ed onesti, sopratutto con se stessi, e riconoscere qualità e limiti.
Le opportunità ci sono anche ora (da ogni crisi si esce per un fatto fisiologico…) e ci sono un gran numero di imprenditori onesti che darebbero un braccio (e molti già danno un occhio…) per fare crescere le proprie aziende, intese come insieme di uomini e donne che lavorano per raggiungere un benessere che è il primo presupporsto di ogni stabilità.
La realtà italiana è fatta soprattutto di aziende di dimensioni minuscole dove dover rinunciare ad un collaboratore (nel senso che co-labora…) serio e preparato è un dramma, economico ed umano.
Specialmente nelle aziende di know-how, che oggi più che mai potrebbero rappresentare la speranza per il futuro, c’è da riprogettare il modello funzionale, addirittura giuridico. E c’è da farlo in fretta perchè le norme attuali, i modelli attuali non sono più rispondenti alla realta ed alle sfide di un’azienda seria.
Se una grande aziende (ma quante sono in Italia?) può concederselo, una di 5-10 persone (sono quasi il 70%) non può permettersi di perdere nessuno. Però il patto deve essere bidirezionale: io impresa, io imprenditore, mi impegno con te collaboratore ma l’impegno deve essere reciproco. Deve essere sottoscritto sulla base di poche regole chiare, magari con la garanzia di un soggetto terzo (esiste ancora lo Stato?) ma valere sino in fondo tanto quando il vento è in poppa che quando c’è bonaccia.
il 26 novembre 2008 alle 1:56 am
A me, caro professore, viene in mente il lungo labirinto dei “brutti ma raccomandati”,”gli intoccabili”, quelli che negli studi legali di gran prestigio della nostra eterna capitale, vanno per la maggiore: quelli non devono essere “bravi, meritevoli, e avere un buon curriculum”, basta che bravo lo sia stato in passato il padre o la madre, per poter entrare nelle grazie dei “corruttibili” avvocati capitolini.
Io piuttosto che organizzare una crociata contro l’impero degli intoccabili, preferisco abbandonare il mio paese, la mia famiglia e i miei amici, cercando di evitare di incappare nel marciume che ormai contraddistingue il mio amato paese, studiare meglio altre 2 lingue e inseguire il mio sogno di fare l’avvocato altrove…
mi perdoni, professore, ma non posso essere d’accordo con Lei, purtroppo questo paese non si può cambiare….e proprio perchè non voglio rinunciare alle mie ambizioni che “emigro”….
il 26 aprile 2011 alle 3:56 pm
Caro Prof. Michel Martone,
Condivido con lei, ma vi chiedo “i precari vogliono lavorare?”perche comunque in Italia c’é lavoro, se non fossi adesso non c’erano tanti stranieri rumeni, albanesi ecc.
Il Prof. vuole construire un futuro piu produttore in tutto, e lo ammiro,nn so se qualcosa si può fare ormai.
Un saluto per il Prof Michel Martone e complimenti per l’articolo.
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