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Timestamp: 2019-02-18 16:02:56+00:00
Document Index: 163377026

Matched Legal Cases: ['art. 41', 'art. 41', 'art. 173', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 360', 'art. 360', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 41', 'sentenza ', 'art. 1']

Cass. Pen. Sez. III 29/01/2019 n. 4238 - Fanghi da depurazione: quali limiti? - Tuttoambiente.it
Fanghi da depurazione: quali limiti?
In tema di utilizzo agronomico dei fanghi di depurazione, a seguito dell'entrata in vigore del D.L. 28 settembre 2018, n. 109, il quale, nel capo V, recante "ulteriori interventi emergenziali", dispone, con l'art. 41, che "al fine di superare situazioni di criticità nella gestione dei fanghi di depurazione, nelle more di una revisione organica della normativa di settore, continuano a valere, ai fini dell'utilizzo in agricoltura dei fanghi di cui all'articolo 2, comma 1, lettera a), del decreto legislativo 27 gennaio 1992, n. 99, i limiti dell'Allegato IB del predetto decreto, fatta eccezione per gli idrocarburi (C10-C40), per i quali il limite e': 1.000 (mg/kg tal quale). Ai fini della presente disposizione, peri/parametro idrocarburi C1 0-C40, il limite di 1000 mg/kg tal quale si intende comunque rispettato se la ricerca dei marker di cancerogenicità fornisce valori inferiori a quelli definiti ai sensi della nota L, contenuta nell'allegato VI del regolamento (CE) n. 1272/2008 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 16 dicembre 2008, richiamata nella decisione 955/2014/UE della Commissione del 16 dicembre 2008". il citato art. 41, dunque, nel richiamare espressamente i limiti di cui all'Allegato IB del d.lgs. 92\\1999, precisando che gli stessi "continuano a valere", stabilendo, così, una inequivocabile continuità con il passato, fissa anche limiti specifici per gli idrocarburi. Tenendo conto, quindi, della novità legislativa, andranno apprezzati esclusivamente i parametri in essa indicati, considerando comunque che gli stessi riguardano l'utilizzazione dei fanghi e devono pertanto essere rispettati in tale fase ultimativa della loro gestione.
Il Tribunale di Reggio Calabria, con ordinanza del 29 gennaio 2018 ha confermato il provvedimento di sequestro preventivo disposto dal GIP e ad avente ad oggetto le quote azionarie e tutti gli elementi presenti nel patrimonio aziendale della società I.A.M. s.p.a., nei confronti degli indagati F.G., A.M.B. e G.F. in relazione al delitto di cui all'articolo 260 d.lgs. 152/06 perché, in concorso tra loro, al fine di conseguire un ingiusto profitto determinato dai minori costi di gestione rispetto a quelli richiesti da un corretto smaltimento, con più operazioni, attraverso l'allestimento di mezzi e di attività continuative organizzate, abusivamente gestivano ingenti quantitativi di rifiuti speciali non pericolosi aventi codice CER 19 08 05 (fanghi da depurazione delle acque reflue urbane) e CER 19 08 14 (fanghi prodotti da altri trattamenti delle acque reflue industriali diversi da quelli di cui alla voce 19 08 13), respingendo quindi la richiesta di riesame.
Avverso tale pronuncia F.G. e A.M.B. propongono congiuntamente ricorso per cassazione tramite il proprio difensore di fiducia, deducendo i motivi di seguito enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione, ai sensi dell'art. 173 disp. att. cod. proc. pen.
3. Con un secondo motivo di ricorso deducono la violazione di legge, rilevando che erroneamente il Tribunale avrebbe utilizzato, per i fanghi destinati alla produzione di compost, i valori soglia previsti per i suoli sui quali il compost viene applicato, operando, altresì, un’altrettanto errata equiparazione tra i fanghi direttamente destinati allo spandimento sul suolo rispetto a quelli inviati al compostaggio e pervenendo a tali conclusioni sulla base di una errata lettura di una sentenza di questa Corte (numero 27958/2017) riferita, peraltro, ad un diverso caso e contenente una motivazione che si pone in contrasto con la copiosa giurisprudenza amministrativa in tema, con la dottrina e con le risoluzioni delle istituzioni competenti, che indicano nel dettaglio.
6. Con un quinto motivo di ricorso deducono la violazione di legge, osservando che, nella fattispecie, sarebbero assenti gli elementi costitutivi del reato contestato. Osservato che la gestione dei fanghi da parte degli indagati non potrebbe definirsi abusiva, disponendo gli stessi di tutte le necessarie autorizzazioni ed operando nel rispetto delle autorizzazioni stesse, la cui validità non è stata mai messa in discussione nel corso delle indagini.
Aggiungono che il Tribunale, oltre a non essersi pronunciato sulla validità dei titoli abilitativi di cui gli indagati dispongono, non avrebbe tenuto conto del fatto che la classificazione dei fanghi di depurazione prodotti o gestiti dalla I.A.M. s.p.a. isulterebbe tecnicamente corretta, mancando anche ogni profilo di illegittimità nell'assegnazione dei rifiuti con i codici CER indicati ai vari intermediari o direttamente gli impianti di compostaggio.
1.Il ricorso è solo in parte fondato, per le ragioni di seguito specificate.
2.I ricorrenti deducono, nel primo motivo di ricorso, la "inutilizzabilità o nullità degli esiti delle analisi" eseguite sui fanghi perché, trattandosi di accertamenti tecnici non ripetibili, non sarebbe stata rispettata la procedura di cui all'art. 360 cod. proc. pen., censurando la decisione dei giudici del riesame, i quali avrebbero invece escluso la natura non ripetibile degli accertamenti, sul presupposto che i campioni, prelevati in più aliquote, sono stati conservati presso un laboratorio specializzato, rendendo così possibili successivi accertamenti analitici.
3.Si tratta, tuttavia, ad avviso del Collegio, di considerazioni generiche e del tutto teoriche, prive di specifici riferimenti al caso concreto seriamente indicativi della effettiva deperibilità dei campioni e della conseguente necessità di particolari cautele nell'espletamento delle analisi.
In tema di rifiuti, peraltro, l'analisi chimica degli stessi ai fini di una loro corretta classificazione non è sempre necessaria, tanto che la giurisprudenza di questa Corte ha già avuto modo di osservare che, ad esempio, ai fini della qualificazione di un rifiuto come pericoloso, non è richiesta la sua preventiva analisi, essendo sufficiente, a tal fine, che il rifiuto abbia, sul piano oggettivo, il carattere di pericolosità (Sez. 3, n. 52838 del 14/7/2016, Serrao e altri, Rv. 268919. V. anche Sez. 3, n. 1987 del 8/10/2014 (dep. 2015), Zucca e altro, Rv. 261786; Sez. 3, n. 24481 del 30/5/2007, Pez, Rv. 236890).
4.Va inoltre rilevato che i ricorrenti, ai fini di una corretta valutazione della questione processuale prospettata, hanno inteso produrre copia del provvedimento con il quale il Pubblico Ministero ha disposto l'attività di indagine che ha portato al prelievo dei campioni ed alla loro successiva analisi.
Il provvedimento, come si legge nella premessa, era finalizzato all'espletamento di accertamenti sulla quantità e qualità dei reflui e fanghi prodotti dall'impianto di depurazione gestito dalla società I.A.M. s.p.a., nonché dei rifiuti provenienti dall'impianto medesimo e trattati dalle società B. e B. l mediante attività di campionamento e successiva analisi.
Il provvedimento, inoltre, non si limita ad una generica indicazione di tali esigenze, poiché successivamente specifica diversi possibili accadimenti che rendono necessario, nel caso specifico, la speditezza delle operazioni.
Tale stato di cose, si legge ancora nel decreto, consente di omettere l'avviso preventivo al difensore ai sensi del comma quinto dell'articolo 364 cod. proc. pen., ma, ad ulteriore garanzia degli indagati, viene stabilito che "...potrà comunque essere data comunicazione allo stesso del compimento del presente atto dagli ufficiali di PG. operanti immediatamente prima dell'effettuazione dei prelievi e comunque senza ritardo per il compimento dell'atto (sempre che ciò sia comunque possibile, tenuto conto delle condizioni di tempo e di luogo ed il difensore sia immediatamente reperibile senza necessità di particolari ricerche)", specificando ulteriormente che "...la disposizione citata consente comunque al difensore (anche nel caso in cui lo stesso non venga prontamente reperito) di esercitare la facoltà di intervenire al compimento dell'atto come peraltro avverrebbe attraverso il ricorso ad altri strumenti processuali come già detto non utilizzabili nella fattispecie".
Dall'ordinanza impugnata emerge che il provvedimento di ispezione e sequestro dei campioni è stato notificato agli indagati (si citano B. e B.) e che alle operazioni ha partecipato un consulente tecnico di parte indicato dalle persone sottoposte ad indagini.
5.Ciò posto e ferma restando la non dimostrata irripetibilità delle analisi, emerge dal provvedimento predisposto dalla Procura della Repubblica che agli interessati è stata assicurata ogni più ampia possibilità di difesa e che con tale provvedimento, diversamente da quanto sembra ipotizzarsi in ricorso, veniva anche disposta la effettuazione delle analisi con le modalità dianzi descritte, modalità che, sebbene non specificamente denominate, prevedevano comunque il rispetto della formalità indicate dall'art. 360 cod. proc. pen. (avviso, senza ritardo, alla persona sottoposta alle indagini ed ai difensori del giorno, dell'ora e del luogo fissati per il conferimento dell'incarico e della facoltà di nominare consulenti tecnici) stabilendo addirittura la fissazione di un termine congruo al fine di consentire la partecipazione degli interessati alle operazioni, senza pregiudizio per gli accertamenti, che l'art. 360 cod. proc. pen. non prevede.
6.Resta solo da osservare che la particolarità degli accertamenti richiesti in tema di reati ambientali, specie nei casi cui l'oggetto della verifica è suscettibile di repentini mutamenti, richiede modalità operative talvolta particolarmente complesse, non soltanto sotto il profilo meramente tecnico, che giustificano l'adozione di provvedimenti articolati i quali, facendo contemporaneo ricorso a più istituti disciplinati dal codice di rito, assicurino comunque le garanzie di difesa, garantendo, nel contempo, le esigenze investigative.
7.Il secondo, terzo e quarto motivo di ricorso, che riguardano la questione della natura dei fanghi e della disciplina in concreto applicabile possono essere unitariamente esaminati.
Tale invio avveniva a mezzo società di trasporto ed intermediazione ed i fanghi recavano i codici CER 19 08 05 (fanghi da depurazione delle acque reflue urbane) e CER 19 08 14 (fanghi prodotti da altri trattamenti delle acque reflue industriali diversi da quelli di cui alla voce 19 08 13).
I fanghi erano dunque qualificati e gestiti come rifiuti, poiché l'attività contestata, per quanto è dato rilevare, veniva effettuata prima del recupero.
L’articolo 127, comma primo, d.lgs. 152\06 (nell'attuale formulazione dopo le modifiche apportate dal D.Lv. 4\2008), il quale individua il momento in cui la disciplina dei rifiuti deve applicarsi ai fanghi al temine del complessivo processo di trattamento effettuato nell'impianto di depurazione, così recita: "ferma restando la disciplina di cui al decreto legislativo 27 gennaio 1992, n. 99, i fanghi derivanti dal trattamento delle acque reflue sono sottoposti alla disciplina dei rifiuti, ove applicabile e alla fine del complessivo processo di trattamento effettuato nell'impianto di depurazione. I fanghi devono essere riutilizzati ogni qualvolta il loro reimpiego risulti appropriato".
8.Le disposizioni appena richiamate riguardano, come si è detto, l'utilizzazione in agricoltura dei fanghi, intendendosi per tale, secondo quanto stabilito dal d.lgs. 99\1992, il recupero degli stessi mediante il loro spandimento sul suolo o qualsiasi altra applicazione sul suolo e nel suolo.
Tale circostanza viene evidenziata dai ricorrenti per censurare l'ordinanza impugnata nella parte in cui richiama le conclusioni cui è pervenuta una sentenza di questa Corte (Sez. 3, n. 27958 del 31/1/2017, Pagnin, non massimata) nella quale si è affermato che l'uso agronomico presuppone che il fango "sia ricondotto al rispetto dei limiti previsti per le matrici ambientali a cui dovrà essere assimilato (e quindi anche quelli previsti dalla Tab. 1, colonna A dell'allegato 5, al titolo V, parte IV D.Igs. n. 152 del 2006), salvo siano espressamente previsti, esclusivamente in forza di legge dello Stato, parametri diversi, siano essi più o meno rigorosi, nelle tabelle allegate alla normativa di dettaglio (decreto n. 99 del 1992) relativa allo spandimento dei fanghi o in provvedimenti successivamente emanati".
9.Il Collegio condivide le argomentazioni sviluppate nella sentenza Pagnin, ma la questione deve ritenersi superata, a seguito dell'entrata in vigore del d.l. 28 settembre 2018, n. 109 "Disposizioni urgenti per la città di Genova, la sicurezza della rete nazionale delle infrastrutture e dei trasporti, gli eventi sismici del 2016 e 2017, il lavoro e le altre emergenze" (richiamato anche dalla difesa nei motivi nuovi), il quale, nel capo V, recante "ulteriori interventi emergenziali", dispone, con l'art. 41, che "al fine di superare situazioni di criticità nella gestione dei fanghi di depurazione, nelle more di una revisione organica della normativa di settore, continuano a valere, ai fini dell'utilizzo in agricoltura dei fanghi di cui all'articolo 2, comma 1, lettera a), del decreto legislativo 27 gennaio 1992, n. 99, i limiti dell'Allegato IB del predetto decreto, fatta eccezione per gli idrocarburi (C10-C40), per i quali il limite e': 1.000 (mg/kg tal quale). Ai fini della presente disposizione, peri/parametro idrocarburi C1 0-C40, il limite di 1000 mg/kg tal quale si intende comunque rispettato se la ricerca dei marker di cancerogenicità fornisce valori inferiori a quelli definiti ai sensi della nota L, contenuta nell'allegato VI del regolamento (CE) n. 1272/2008 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 16 dicembre 2008, richiamata nella decisione 955/2014/UE della Commissione del 16 dicembre 2008".
10.Nel caso in esame, come rilevano i ricorrenti, i fanghi venivano ancora trattati come rifiuti e tale evenienza trova conferma nel fatto che, anche nella già deprecata assenza della testuale riproduzione dell'incolpazione provvisoria, risulta dall'ordinanza impugnata che ciò che si contesta agli indagati è di aver inviato agli impianti di recupero mediante produzione di compost rifiuti che avrebbero dovuto essere smaltiti in discarica o essere diversamente recuperati, lucrando così sui costi di gestione e risparmiando sulla c.d. eco-tassa.
Rileva inoltre il Tribunale che, sempre secondo la tesi dell'accusa, assume rilievo la provenienza dei fanghi in ragione della classificazione loro attribuita.
Corrisponde, il codice CER 190805, ai "fanghi prodotti dal trattamento delle acque reflue urbane" e quello 190814 "fanghi prodotti da altri trattamenti delle acque reflue industriali, diversi da quelli di cui alla voce 19 08 13".
Il Tribunale richiama ai fini dell'individuazione dei fanghi recuperabili o destinati alla produzione di compost di qualità il d.m. 5 febbraio 1998.
In base a quanto stabilito dall'Allegato 2, punto 16.1 m) del d.m. 5 febbraio 1998, possono essere destinati alla produzione di compost i "fanghi di depurazione, fanghi di depurazione delle industrie alimentari [190804] [1908051 [020201] [020204] [020301] [020305] [020403] [020502] [020603] [020705] [030302] [040107] [190602] ". Essi devono provenire, secondo quanto indicato dal punto 16.1.1 m), da impianti di depurazione e da impianti di depurazione dell'industria alimentare e presentare le caratteristiche specificate al punto 16.1.2 m): "i fanghi devono avere caratteristiche conformi a quelle previste all'allegato IB del decreto legislativo 27 gennaio 1992, n. 99; possono essere utilizzati in misura non superiore al 35% sulla sostanza secca nella preparazione della miscela di partenza. Tale percentuale può essere elevata al 50% per i fanghi derivanti da impianti di depurazione delle industrie alimentari".
11. Secondo quanto emerge dalla motivazione della ordinanza, i fanghi classificati con il codice 190805 sarebbero provenienti da fognature che convogliano "reflui di origine mista" provenienti anche da attività artigianali ed industriali e, con il codice 190814, fanghi provenienti dal trattamento chimico fisico di rifiuti liquidi, prevalentemente percolato di discarica. Non avrebbero, quindi, l'origine indicata dal d.m. del 1998
Nella loro composizione, si afferma ancora, sarebbero stati poi rinvenuti idrocarburi in quantità superiori a quelle indicate dalla Tabella 1, colonna A dell'allegato 5, al titolo V, parte IV, d.lgs. 152 del 2006 di cui si è detto in precedenza.
12.La risposta fornita alle obiezioni della difesa, tuttavia, non è affatto chiara e lo è ancor meno per la non esaustiva descrizione della condotta contestata, rispetto alla quale non è di aiuto neppure il ricorso ove, tuttavia, le censure sul punto vengono sviluppate in maniera certamente ridondante ma più coerente.
Invero, al di là della questione dell'applicabilità dei limiti tabellari ritenuti applicabili dalla precedente sentenza 27958/2017 di questa Corte, restava da considerare un aspetto non meno rilevante, che le deduzioni difensive pongono in evidenza.
13.Nell'ordinanza impugnata, peraltro, sembra anche emergere, nella parte in cui vengono esaminati i contenuti delle conversazioni intercettate, la cui trascrizione viene integralmente riprodotta, che ai rifiuti fosse attribuito un codice non appropriato e che gli stessi "a causa della loro natura non potevano essere usati per la produzione di compost", ma ciò non viene ulteriormente spiegato.
14. Resta da aggiungere che la necessaria verifica di cui si è detto andava effettuata anche tenendo conto, in primo luogo, delle finalità del d.lgs. 92\1999, che assumono un ruolo determinante, in quanto deve essere ben chiaro che ciò che il decreto disciplina è l'utilizzazione dei fanghi in agricoltura - peraltro da effettuarsi tem in modo da evitare effetti nocivi sul suolo, sulla vegetazione, sugli animali e sull'uomo come specificato nell'art. 1 - e non rappresenta una forma alternativa di smalti mento.