Source: https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2016/05/02/violenza-e-affidamento-il-tribunale-di-roma/
Timestamp: 2017-04-29 03:39:04+00:00
Document Index: 158004632

Matched Legal Cases: ['art. 572', 'art. 61', 'art. 147', 'art. 30', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Violenza e affidamento: il Tribunale di Roma | il ricciocorno schiattoso
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Violenza e affidamento: il Tribunale di Roma	Pubblicato il 2 maggio 2016	di il ricciocorno schiattoso Dallo Studio delle Nazioni Unite sulla Violenza sui Bambini (2006), a pag. 18:
“È stato stimato che ogni anno in tutto il mondo un numero di bambini compreso tra 133 e 275 milioni assiste a episodi di violenza domestica. L’esposizione ripetuta dei bambini alle violenze che avvengono all’interno delle loro case, in genere a causa di litigi tra i genitori o tra la madre e il partner, può danneggiare gravemente il benessere, lo sviluppo individuale e la capacità di interagire socialmente durante l’infanzia e la maturità. Anche le violenze tra partner fanno aumentare il rischio di violenza sui figli perché, come risulta dagli studi effettuati in Cina, Colombia, Egitto, Filippine, Messico e Sudafrica, esiste una forte correlazione tra la violenza sulle donne e quella sui bambini. Da uno studio realizzato in India è emerso che la violenza domestica fa raddoppiare il rischio di violenze sui bambini.”
Da Il Sole 24 Ore, 3 novembre 2015:
Esemplificativo potrebbe essere il caso di Tizia la quale ha subito per anni maltrattamenti fisici e psicologici da parte del compagno Caio e la figlia Tizietta ha assistito inerme a dette violenze. Il Sig. Caio è stato condannato dal Tribunale penale e sta scontando la misura restrittiva degli arresti domiciliari. Al contempo, Tizietta ha intrapreso un percorso psicologico per superare il grave trauma subito a causa della violenza perpetrata dal padre nei confronti della madre. In tale fattispecie concreta occorre chiedersi se il minore sia specificamente ed effettivamente tutelato nel nostro ordinamento quando la parte offesa dal reato di cui all’art. 572 c.p. risulta essere la madre della minore.
Tale circostanza aggravante si concreta quando le continue violenze fisiche, verbali, psicologiche, economiche e della dignità personale perpetrate nei confronti della parte offesa sono avvenute spesso e anche in danno del minore il quale, assistendo alle violenze in oggetto, ha subito ricadute di tipo comportamentale, psicologico, fisico, sociale e cognitivo per tutto il tempo in cui è minorenne. A tale proposito, emblematica è la definizione fornita dal CISMAI (Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l’Abuso all’Infanzia) la quale sostiene che per violenza assistita da minori in ambito familiare si intende il fare esperienza da parte del bambino di qualsiasi forma di maltrattamento, compiuto attraverso atti di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale ed economica, su figure di riferimento o su altre figure affettivamente significative adulte e minori. Inoltre, il bambino può fare esperienza di tali atti direttamente quando questi avvengono nel suo campo percettivo e/o indirettamente quando il minore ne è a conoscenza.
Da questa definizione, emerge ciò che l’art. 61 c.p. n. 11 quinquies e la Convenzione di Istanbul hanno rilevato: si ha violenza assistita non solo quando il minore vede e vive direttamente sul genitore le percossa, gli insulti e le minacce, le sofferenze cui il genitore è esposto, ma anche se queste violenze, pur non avvenendo direttamente innanzi agli occhi del minore sono da lui conosciute attraverso la percezione dei suoi effetti.
Le ripercussioni sui minori della violenza assistita, devono essere il frutto di una deliberata e consapevole insofferenza e trascuratezza verso gli elementari ed insopprimibili bisogni affettivi ed esistenziali dei figli stessi, nonché realizzati in violazione dell’art. 147 c.c., in punto di educazione e istruzione al rispetto delle regole minimali del vivere civile, cui non si sottrae la comunità familiare regolata dall’art. 30 della Carta costituzionale e che sono puntualmente violati, nel caso di specie, dal Sig. Tizio.
Di violenza assistita e dell’impatto che che il vivere in una famiglia nella quale uno dei genitori subisce violenze da parte dell’altro sulla salute dei bambini, avevamo già parlato.
La violenza coniugale è degna di nota, quando si parla di tutela dell’infanzia, non soltanto in quanto predittore statisticamente significativo di abusi fisici sui minori (ovvero è molto probaile – come spiega l’APA nel documento “Violence and the family” – che “quei padri che hanno usato violenza sulle compagne adottino anche con i propri figli il medesimo comportamento abusante e le stesse tecniche di controllo psicologico”), ma anche perché, a prescindere dal fatto che la violenza sia agita direttamente contro i bambini, essa può avere sulla loro salute e sulla qualità della loro vita da adulti effetti devastanti.
E’ stato dimostrato che anche il solo assistere alla violenza cronica fra genitori può generare in un bambino un disturbo post traumatico da stress; nello studio Child-Witnessed Domestic Violence and its Adverse Effects on Brain Development: A Call for Societal Self-Examination and Awareness, ad esempio, si sottolinea come l’esposizione alla violenza domestica può arrivare a causare nei bambini vere e proprie alterazioni nella struttura dell’encefalo.
Se l’essere testimoni diretti della violenza ha un impatto doloroso, confondente e spaventoso per i bambini lo ha anche sapere che determinate cose avvengono, constatarne gli effetti, ad esempio vedendo mobili e suppellettili distrutti o venendo a contatto o a conoscenza degli effetti fisici del maltrattamento famigliare. Doloroso, confondente e pauroso è anche percepire la tristezza, la disperazione, l’angoscia, il terrore, lo stato di allerta delle vittime.
Per questo atterisce constatare che, sebbene negli ultimi anni sono state numerose le campagne di sensibilizzazione sul tema, ancora in Italia vengano emesse sentenze come questa:
Secondo la sentenza n. 460/16 emessa dal Tribunale di Roma
In merito a questa sentenza giova sottolineare che violenza e conflitto sono messe sullo stesso piano (“episodi di liti ed anche di violenza“, leggiamo su blastingnews.com, mentre il portale laleggepertutti.it parla esplicitamente di “atteggiamenti violenti e aggressivi contro la ex partner“, ridefiniti nel paragrafo successivo come “litigi tra ex, per quanto gravi possano essere“); questo dimostra che non c’è nessuna percezione, né da parte di chi è chiamato a produrre un accordo per l’affido dei minori né da parte di molti giornalisti, della differenza fra violenza domestica e la normale conflittualità che può intercorrere fra due individui che fanno esperienza di un’incompatibilità negli scopi o nei comportamenti.
Il bene tutelato da una simile sentenza è “il rapporto con la prole“, ovvero il legame genitore-figlio, sulla base del presupposto che conservare un legame affettivo con un genitore biologico sia di per sé produttivo di effetti benefici, e che agire con violenza nei confronti del proprio partner all’interno di una relazione sentimentale non sia un comportamento indicativo di scarse competenze genitoriali.
In altri termini: alla base di una simile sentenza c’è la convinzione che un uomo maltrattante possa essere un bravo genitore.
Alla luce del fatto che la ricerca ha dimostrato che la violenza coniugale produce danni non solo alla vittima diretta dei maltrattamenti, ma anche sui suoi figli, come è possibile che ancora oggi un giudice la violenza domestica non venga considerato un comportamento pregiudizievole in grado di influenzare le modalità di affido?
Come è possibile che un giudice non tenga in considerazione il fatto che, costringendo una vittima di violenza domestica ad un regime di affido condiviso con l’uomo che ha abusato di lei, la espone al rischio di rivittimizzazione?
Secondo i dati forniti dall’Eures (2012), se si osservano i dati degli omicidi di donne, si scopre che 7 su 10 avvengono in famiglia, e che quasi la metà di questi avviene nel lasso di tempo dei primi tre mesi dopo la rottura della relazione: “La percentuale dei femminicidi scende all’11,8% tra i 90 e i 180 giorni dalla separazione, per risalire al 16,1% nella fascia temporale compresa tra 6 e 12 mesi, al 14,9% in quella tra 1 e 3 anni ed al 6,2% in quella tra 3 e 5 anni, dove giocano un ruolo rilevante le decisioni legali ed i tentativi di ricostruire nuovi percorsi di vita”.
La ricerca dimostra che la separazione non solo non risolve il problema della violenza, ma spesso è l’elemento che produce un aumento dell’aggressività del maltrattante, al punto che è stato coniato il termine “separation assault“, un termine che racchiude quelle forme di abuso che la donna subisce dopo la rottura di un legame sentimentale.
L’Italia ha ratificato la Convenzione di Istanbul (Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione della violenza contro le donne e contro gli abusi domestici) nel giugno del 2013: qualcuno dovrebbe farlo presente a chi opera nel Tribunale di Roma.
Mito 2. La violenza sulle donne non ha niente a che vedere con gli abusi sui bambini
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5 risposte a Violenza e affidamento: il Tribunale di Roma
IDA ha detto:	2 maggio 2016 alle 15:52	Nelle leggi e nei tribunali ci ho sempre capito poco, e ho sempre avuto, l’impressione che la vita reale e i tribunali risponda a leggi scientifiche differenti, come se si trattasse di due distinti pianeti, in galassie diverse.
Il disturbo post traumatico da stress, viene classificato in tre categorie in base al tipo di coinvolgimento: Vittima, Testimone e Soccorritore. “ I figli che assistono alla violenza del padre nei confronti della madre hanno una probabilità maggiore di essere autori di violenza nei confronti delle proprie compagne e le figlie di esserne vittime. Per questo motivo è molto preoccupante l’aumento del numero di violenze domestiche a cui i figli sono stati esposti: la quota è salita al 65,2% rispetto al 60,3% del 2006. In particolare, hanno assistito alla violenza raramente nel 16,2% dei casi di violenza, a volte nel 26,7%, spesso nel 22,2%.” ( Istat- violenza contro le donne, 2015)
Certo, non c’è una conseguenza matematica, tra assistere alla violenza anche se emotivamente coinvolto e il DPTS, ma di certo si mette a rischio la salute psicofisica del minore.
Secondo punto: Qual è l’elemento oggettivo, che fa escludere, la possibilità di non avere lo stesso comportamento abusante e violento che ha con il coniuge, anche con i figli? Nessuno.. se non la costatazione che fino ad oggi, non ha mai tenuto quel comportamento nei confronti dei figli. Ma questo non esclude che domani possa accadere. Come si può non considerare la violenza domestica come un comportamento pregiudizievole? Per essere violenti, bisogna menare tutta la famiglia?
Rispondi	Nato Invisibile ha detto:	3 maggio 2016 alle 08:24	Grazie Ricciocorno per articoli come questo, che sono gocce d’acqua in un deserto di malagiustizia tutta italiana.. difficile esprimere con un commento qualcosa di più di quello che è già crudamente testimoniato nel tuo post. Condivido qui la mia perplessità in merito agli stimabilissimi professionisti che proprio in questi giorni affollano le reti televisive a proposito del caso tragico della piccola bimba Fortuna: ma come, ci diceva ieri sera al Tg1 una bravissima esperta, che cxon un buon lavoro di specialisti, è possibile raccogliere testimonianze da bambini molto piccoli, diciamo fra i quattro ed i sei anni, i quali sono in grado di essere “ascoltati” e compresi quando raccontano le atrocità a cui hanno assistito o sono stati direttamente sottoposti. Diceva l’esperta che è possibile distinguere, anche nel racconto di un bimbo piccolo, la parte “realistica” e ricostruire l’evento. Come diavolo è possibile allora che ci siano decine di migliaia di bambini in Italia “sotto indagine” da parte dei cosiddetti “periti” in caso di separazioni CONFLITTUALI, o di sospetti abusi, o di dichiarata VIOLENZA ASSISTITA, e quegli stessi specialisti debbano mantenere in assoluto il bene del minore come equivalente alla continuità di rapporto col genitore maltrattante o presunto tale?! che diavolo di perversione è questa?
Soltanto dopo, quando la situazione sfocia in tragedia – e non sempre, vedi il caso Barakat – arrivano gli specialisti che avrebbero potuto “ascoltare” e, se non “prevedere”, almeno avrebbero potuto CONSTATARE i danni a carico del minore e intervenire in sua tutela…
Conosco una madre che di recente è stata letteralmente assalita da un esponente delle forze dell’ordine, in seguito ad una denuncia sporta dal suo ex compagno, il quale la accusava di manipolare il figlioletto per indurlo a rifiutare di allontanarsi con lui. Nonostante la querela fosse palesemente inventata e strumentale ai fini processuali dell’uomo, intenzionato chiaramente ad allontanare il bambino dalla donna, l’ufficiale graduato aggredì lei. La motivazione? “Signora, perché in una famiglia NORMALE è naturale che sia il padre a decidere dove condurre il bambino, mentre nella sua famiglia no? Perché nella sua famiglia deve essere il bambino a decidere se vuole allontanarsi col padre oppure restare a casa?!”
Risposta, a testa bassa, lacrime agli occhi:
“In generale se mio figlio fa un capriccio con me, io non glielo consento, e si rispetta la mia decisione di adulta. Se a cercare di imporre la propria decisione, invece, è il padre, il bambino viene colto dal panico e soffre. Mio figlio non è un bambino normale. Mio figlio è un bambino maltrattato. Ed io sono nella incresciosa situazione di non poterlo tutelare: se denunciassi il padre, mio figlio mi verrebbe allontanato nel periodo delle indagini (periodo lunghissimo). Se fossi denunciata, diciamo per plagio di minore, visto che Lei non conosce l’Alienazione genitoriale, – e lo sono ripetutamente, come vede – rischio la stessa cosa. Penso che mio figlio stia meglio con le mie cure, anche dopo i maltrattamenti, che presso un istituto in cui gli somministrano psicofarmaci e posso andarlo a trovare un’ora alla settimana, forse. Perciò mi elegga domicilio, e arrivederci alla prossima.”
Poi quella donna torna a casa e sente le neuro psichiatre raccontare al Tg1 di come sia semplice ascoltare un gruppo di bambini fra i quattro ed sei anni ed appurare i maltrattamenti. Sempre quando è troppo tardi, però. 😦
Grazie Riccio!
Rispondi	il ricciocorno schiattoso ha detto:	3 maggio 2016 alle 09:29	Bentornata 🙂
Rispondi	Nato Invisibile ha detto:	3 maggio 2016 alle 09:40	Ben ritrovata! 🙂
Su questo blog mi sento a casa: grazie dell’accoglienza!!
ps. dovremmo trovare dei fondi per una nuova ricerca: stabilire come all’aumento dell’aggressività del maltrattante, in caso di “separation assault“, corrisponda un aumento del “testosterone” nella donna.. ci giudicano male come sottomesse.. Resistere attacco dopo attacco, anno dopo anno, senza andare troppo fuori di testa, senza vie di uscita, richiede una capacità di sopravvivenza pari a un soldato americano impiegato nella guerra in Vienam.. Siamo granitiche, altroché!!! 🙂
il ricciocorno schiattoso ha detto:	3 maggio 2016 alle 10:36	Si tende a pensare che la persona “forte” sia quella che attacca; ma ci vuole altrettanta forza per resistere agli attacchi senza andare in mille pezzi…