Source: https://www.puntoeacapo.org/2013/12/16/contratto-puntoeacapo-per-la-difesa-e-il-rilancio-dei-diritti-dei-giornalisti-italiani/
Timestamp: 2020-02-26 00:06:15+00:00
Document Index: 92244738

Matched Legal Cases: ['art. 44', 'art. 48', 'art. 43', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 7', 'art. 5', 'art. 7', 'art. 8']

CONTRATTO, PUNTOEACAPO PER LA DIFESA E IL RILANCIO DEI DIRITTI DEI GIORNALISTI ITALIANI | Puntoeacapo | Giornalisti per la difesa della professione
GLI EDITORI VOGLIONO ABBATTERE GLI ULTIMI PILASTRI DEL CONTRATTO. PUNTOEACAPO PER LA DIFESA E IL RILANCIO DEI DIRITTI DEI GIORNALISTI ITALIANI
Documento della componente di Puntoeacapo
I segnali sono pessimi, esattamente come quattro anni fa. I vertici della Fnsi sono disposti a una nuova svendita dei diritti e delle tutele dei giornalisti.
Non contenti di avere causato con l’ultimo rinnovo la caduta verticale dei livelli occupazionali, la proletarizzazione della professione e l’aumento esponenziale dei precari e delle presenze di abusivi nelle redazioni, oggi la Fnsi è di fatto disponibile a concedere alla Federazione degli editori contratti depotenziati di co. co. co. a costi da saldo rispetto al redattore ordinario.
Redattori di serie B che faranno lo stesso lavoro dei giornalisti articolo 1, accanto ai quali avranno scrivania e telefono e rispetto ai quali ben presto nutriranno un sano odio sociale, naturalmente ben visto dagli editori. E’ la storia che si ripete, il capitalismo sfrenato e senza regole che divide i lavoratori in base al salario: è successo alla Fiat, succede oggi all’Atac di Roma, succederà domani nelle redazioni. Si compirà il disegno di chi (li troverete tutti nella attuale maggioranza sindacale) ha voluto in passato spalancare senza filtri e barriere i recinti della professione a migliaia di giovani o ex giovani con l’apertura indiscriminata di scuole di giornalismo, spesso fabbriche di illusi e di illusioni, oltre che di precariato.
Il crollo già verificatosi della massa salariale sta mettendo in gravi difficoltà tanto l’Inpgi quanto la Casagit, che hanno dovuto registrare una contrazione drammatica della contribuzione unita a una crescita esponenziale del ricorso agli ammortizzatori sociali che vengono in soccorso di poveri milionari non contenti dei profitti raccolti in questi decenni. Basti vedere il caso Corriere della Sera: l’Elkann che usa l’Inpgi e la categoria per fare stati di crisi alla Stampa di Torino è lo stesso Elkann che con l’altra mano usa denari per acquistare quote strategiche del Corriere. Il tutto nel silenzio assordante di chi gestisce a sua insaputa il sindacato dei giornalisti.
Non basta: la Fnsi sta trattando con la Fieg la flessibilità selvaggia in entrata ma soprattutto in uscita per i nuovi schiavi, compresa la possibilità di licenziamento per motivi economici dopo 3 o 5 anni, con le immaginabili ricadute sul nostro sistema di welfare già così duramente colpito.
E tutto per venire incontro con spirito gregario alle esigenze dei giornali e delle radiotelevisioni, che devono sfruttare come vogliono loro — cioè senza regole — l’esplosione del web.
Nella piattaforma della Fnsi troverete un riferimento specifico alla necessità di lavorare per 24 ore al giorno 365 giorni su 365. Per realizzare questo obiettivo sarebbe necessario lavorare su almeno tre turni lavorativi giornalieri, sette giorni su sette, di notte, in tutte le festività. Sarebbero necessarie redazioni monstre, questo lo capiscono anche gli editori, i quali proprio per sopperire alle nuove esigenze vogliono radicalmente abbattere il costo del lavoro giornalistico. Con ciò rinunciando a qualsiasi discorso non già solo sulla dignità dei giornalisti, ma sulla qualità del giornalismo e complessivamente della democrazia di questo paese.
Non cercate, non cerchiamo, risposte dalla Fnsi di Siddi e della sua maggioranza così silenziosamente litigiosa, già pronta al prossimo scontro congressuale e alle manovre per la successione.
La risposta può venire solo dai giornalisti, dalla riscoperta di un orgoglio smarrito almeno a partire dal contratto del 2001. E con ciò riscoprendo l’importanza di fare sindacato nella autonomia, quella vera però. Il sindacato vero, quello che ha saputo tenere testa agli animal spirit di editori che non erano meno pericolosi e voraci di questi.
La realtà ci dice che dobbiamo ridurci a difendere il contratto sbrindellato che ci ritroviamo dal 2001. Ma non basta: la categoria deve osare, deve chiedere agli editori investimenti in tecnologia e prodotto, deve spingerli a guadagnare di più per pagare di più, non fargli trovare il piatto pronto di una categoria proletarizzata e pronta a tutto pur di far finta che tutto proceda come sempre.
E’ uno snodo fondamentale. Lo sapete che la pubblicità dà segni di ripresa? Sapete che il passivo di alcune aziende sta diminuendo perché è finita l’incidenza della quota dovuta a suo tempo per accedere ai prepensionamenti? Sapete che ci sono studi di banche indipendenti che danno un 2014 in forte utile per editori come il Gruppo Espresso?
Qui sotto troverete alcune proposte minime e ragionevoli per tentare questa difesa e questo attacco. Non è un elenco esaustivo: chiamiamolo work in progress. Aspettiamo di sapere da voi che ne pensate, aspettiamo le vostre proposte, anche le vostre critiche naturalmente. Come dire: fatevi vivi. O per meglio dire: restiamo vivi.
All’articolo 1 dove si parla di autonomia professionale va inserito un discorso sulla qualità, come ha fatto in Inghilterra la Royal Commission for Press («Dalla qualità del singolo giornalista dipende non solo lo status dell’intera professione giornalistica ma anche la possibilità di colmare il gap fra ciò di cui la società ha bisogno da parte della stampa e ciò che la società le sta dando dando al momento. Il problema deve essere un obiettivo comune di giornalisti ed editori»). Dato che la qualità è citata solo marginalmente all’art. 44, sui rapporti fra informazione e pubblicità, che andrebbe invece riscritto prevedendo forme di controllo e tutele. La qualità riportata, dunque, fra i temi centrali del Contratto.
All’art. 48 va affrontato finalmente in modo serio il tema dei soprusi e del mobbing, dato che attualmente si parla solo di una normativa da definire.
IL NUOVO ARTICOLO 2
Va ripensato l’articolo 2 sui collaboratori, ma senza creare figure spurie, vale a dire articoli 1 di serie B, che potenzialmente rischiano di cancellare la professione. No dunque a redazioni genericamente integrate che comportino comunque aggravi per i giornalisti, dequalificazione, mutamento di mansioni e competenze o forme di distacco più o meno mascherato. E questo non implica una opposizione pregiudiziale al lavoro su più piattaforme (carta, tv, internet) laddove esistano nella stessa testata, a patto però che sia garantito il rispetto dell’orario di lavoro e delle retribuzioni. A quest’ultimo proposito sarebbe inaccettabile una forbice sproporzionata tra vecchie e nuove figure. E comunque: chiarezza dei ruoli. Un unico lavoro un unico contratto, con solo due figure previste, l’interno e il collaboratore esterno.
Stesso discorso per quanto riguarda ogni tipo di sinergia (art. 43). Sì, semmai, alla possibilità di una ricognizione che fotografi il contributo che, nel rispetto delle loro prerogative e diritti, i redattori articolo 1 e comunque in servizio possono dare a un piano di integrazione fra carta e online e simili, e quindi apertura a un Codice per la contrattazione dei giovani giornalisti, anche sostituendo in parte l’attuale Commissione paritaria prevista dal Contratto Nazionale, per rendere possibili le integrazioni attraverso l’inserimento di precari, stabilizzandi, studenti delle scuole legittimamente riconosciute e così via. Possono essere anche fissate presenze contabilizzate in percentuale sulla forza lavoro redazionale dei dipendenti a pieno titolo.
Si può pensare, in questa ottica, a figure mutuate dall’esperienza straniera: per esempio i «pigisti» francesi remunerati mensilmente a fisso con tredicesima o a pubblicazione di articoli con spese a parte, per due o tre anni di lavoro con rilascio della carta d’identità professionale. Al minimo sindacale possono aggiungersi borse di lavoro di lavoro fino a una certa cifra. Titoli preferenziali possono essere la laurea e la conoscenza delle lingue.
O, ancora, il fester-freier tedesco, una figura a metà fra free lance e contrattualizzato, un precario per così dire stabile, un collaboratore prevalentemente non dipendente ma con alcuni diritti del dipendente, ferie annuali, malattia, maternità, che matura il diritto all’assunzione dopo dieci anni per chi ha meno di 40 anni, quindici anni se ha più di 40 anni. Sono assicurate la tutela della cassa mutua e di quella pensionistica attraverso contributi metà pagati dal lavoratore e metà a carico dello Stato.
Quindi, allargare l’art. 2 sui collaboratori, all’art. 3 prevedere che per i contratti a termine dopo 36 mesi continuativi il rinnovo non sia di 12 mesi ma di almeno 24.
E’ indispensabile poi che si giunga presto, sul tavolo governativo-giornalistico, editoriale, alla definizione chiara e certa dell’equo compenso.
L’inserimento di giovani si può saldare, per esempio, all’opportunità di dare all’art. 7 dare una disciplina vera e non solo fatta di chiacchiere: per esempio nelle norme sul diritto all’uso del computer almeno per un giorno alla settimana, fino a otto giorni cumulabili, per scrivere articoli o elaborare materiale proprio, uscendo dalla schiavitù del desk, norma finora del tutto inapplicata, a livello di presa in giro in quanto subordinata a verifiche sull’organizzazione del lavoro e sulla disponibilità di altri a sostituire chi dovrebbe scrivere. Quindi, è proprio il caso di integrare la redazione, in questo caso sì, per attuare la norma.
In parallelo, rimodulare qualcosa nelle figure professionali stabili anche per consentire di sanare le ambiguità esistenti laddove le mansioni svolte, molto spesso, non sono adeguate alla qualifica: tipico caso, quello del redattore borderline chiamato a svolgere con frequenza il lavoro di inviato, senza ottenerne il riconoscimento: creare nell’ambito dell’art. 5 accanto all’inviato speciale il redattore reporter, una sorta di inviato aggiunto: e così pure, il redattore capo regionale e il capo servizio regionale accanto a quelli nazionali; sostituire o affiancare al redattore esperto, espressione che non significa nulla dato che tutti i giornalisti sono tendenzialmente esperti, il giornalista docente full time, che almeno ha un compito chiaro.
In proposito, all’art. 7, ai fini del compenso forfettario per chi è sottratto a diritti e doveri in materia di orario di lavoro, eliminare o stralciare le figure dei critici e dei vaticanisti, residuo perfino comico forse della preistoria del giornalismo, e invece alzare la cifra del compenso dall’attuale 15 al 20 per cento, il che non favorirebbe certo i privilegiati che hanno un superminimo maggiore, come direttori o inviati, ma coloro che hanno avuto una qualifica gerarchica con magari zero o minimo superminimo.
LIBERTA’ DI COLLABORAZIONI
All’art. 8, in materia di rapporti plurimi, stabilire che nessuna esclusiva può essere chiesta o imposta a nessuno da una testata che fa ricorso come collaboratori a giornalisti che scrivono anche su altri quotidiani o periodici, il che non è solo alquanto immorale ma anche molto offensivo e squalificante presso il pubblico. Se questo è il livello della stampa, allora però tana libera tutti e niente catene sull’esclusiva, ovvero par condicio. Se un giornalista di Repubblica o Corriere vuole collaborare a Tutto Vacanze, a quel punto, è libero di farlo senza domandare permessi.
GLI STATI DI CRISI
Revisione, ovviamente, della normativa e delle procedure sull’apertura degli stati di crisi (Allegato O), ora selvaggiamente svincolati da qualsiasi regola effettiva e affidati alla pura discrezionalità: quindi, aggancio ai conti aziendali e in particolare e direttamente a quelli delle testate interessate, ai bilanci, a eventuali bonus e stipendi di manager e, ove esistano, ai dividendi degli azionisti. Con tutti gli annessi e connessi afferenti alla legge 416. Vanno stabilite regole certe sull’integrazione delle redazioni una volta terminati gli stati di crisi: parliamo di contratti a tempo indeterminato naturalmente.
Sull’articolo 42, in materia di innovazioni tecnologiche, arginare l’eccessiva libertà concessa alle aziende già nel penultimo contratto, al punto da dare vita a una situazione da patto leonino: basta pensare alla statuizione in base alla quale, dopo trenta giorni dalla presentazione della richiesta aziendale, le parti sono libere di procedere come vogliono, quindi è del tutto inutile prevedere formalità, comunicazioni, trattative, parti terze arbitrali, tanto l’azienda è sempre libera in tempi strettissimi di fare quello che vuole. Norma assurda introdotta dopo che in alcuni casi i giornalisti erano riusciti a fare trattative vere e serie, quindi i vertici della Fnsi si affrettarono a renderle impossibili per il futuro.
Si potrebbe allora porre il vincolo che – fermi restando i 30 giorni per la comunicazione a cdr e redazioni degli assestamenti tecnologici – se l’azienda non dimostra conti alla mano che con l’innovazione proposta non verranno sottratte risorse economiche alla retribuzione di redattori e collaboratori e che i predestinati ai ruoli previsti dall’innovazione avranno rapporti economici pari agli attuali, il cdr ha il potere d’impugnare il provvedimento presso il giudice del lavoro. Per le piccole redazioni scarsamente sindacalizzate potrebbe farsi carico del rispetto di questo passaggio l’associazione stampa locale a cui dovrà essere notificata la proposta contestualmente alla redazione interessata.
Gli stipendi dei giornalisti hanno perso potere di acquisto negli ultimi anni, anche a causa del blocco degli scatti di anzianità. Gli editori vogliono sganciare pochi spiccioli, se possibile nulla, in cambio di oboli non strutturali all’ente di previdenza. Ma un contratto serio non può prescindere dall’aspetto economico: e se la strada fosse quella della revisione del blocco degli scatti? Per esempio accordando due (o più anni) di vacanza per gli scatti d’anzianità, ma senza ridurli per tutto il resto della vita lavorativa.
Gli editori sono inadempienti: non finanziano adeguatamente il fondo, con il risultato che — grazie anche al ricorso indiscriminato ai prepensionamenti — sono oggi oltre 1000 i pensionati in attesa di percepire la ex fissa. Se è vero che occorre pensare a una riforma che eviti abusi sia in termini di importi percepiti che di numero di ex fisse da incassare, è impensabile che si colpiscano i diritti dei giornalisti che non hanno ancora maturato il diritto e addirittura di chi lo ha maturato e non lo può percepire poiché in servizio. Una strada può essere quella di un prestito Inpgi agli editori con regole chiare e adeguata valutazione degli interessi: la nostra Cassa non può essere un bancomat.
Il ricorso sconsiderato agli stati di crisi ha da un lato contribuito alla perdita di circa 2.000 posti di lavoro dal 2009 a oggi (vale a dire dall’approvazione dell’ultimo contratto); dall’altro ha colpito pesantemente anche l’Istituto di previdenza dei giornalisti, passato via via a costi sempre meno sopportabili per il pagamento delle pensioni, tanto che l’ultimo bilancio ha fatto registrare 114 euro spesi in pensioni per ogni 100 incassati di contributi.
Contemporaneamente è esplosa letteralmente la spesa per gli ammortizzatori sociali (disoccupazione, casa integrazione, contratti di solidarietà), arrivati a costare oltre 100 milioni di euro nel 2013, a fronte dei circa 30 del 2009.
E’ dunque naturale ritenere che il nuovo contratto debba tenere nel debito conto la salvaguardia dell’Inpgi, che si è trovata a pagare il conto della crisi senza null’altro poter fare se non meditare riforme difensive passate (vedasi quella sulle pensioni femminili) e future (come quella possibile sugli ammortizzatori).
Fnsi e Fieg devono trovare un accordo che riduca e possibilmente scoraggi sia il ricorso massivo agli stati di crisi che quello oggi molto in voga agli ammortizzatori come i contratti di solidarietà, utilizzati surrettiziamente dalle aziende per ridurre drasticamente a spese di tutti i giornalisti il costo del lavoro. Dunque gli ammortizzatori devono costare di più alle aziende e di meno all’Inpgi.
Ma soprattutto l’abuso va scoraggiato attraverso norme precise da assimilare alla riforma dell’Allegato O, quello sugli stati di crisi facili, che consentano gli aiuti solo in presenza di conclamate difficoltà aziendali.
Ogni nuova formulazione contrattuale dovrà continuare a garantire il bene salute ai giornalisti.
Fin qui, il CNLG nella sua formulazione classica ha definito una contribuzione a favore di Casagit pari al 3,50 per cento della retribuzione a carico del giornalista più uno 0,10 per cento a carico dell’editore.
Pur in una logica solidaristica (chi più guadagna più paga), come ogni altra struttura assicurativa Casagit deve fissare comunque un livello minimale di contribuzione, al di sotto del quale non è possibile garantire l’equilibrio economico della Cassa: è evidente che il prelievo sulla retribuzione debba essere tale da almeno coprire questo minimale. Il problema di un mancato rispetto del minimale si è già presentato in un recente passato, con il contratto Aeranti-Corallo, che definiva livelli retributivi piuttosto deboli con la conseguenza che il prelievo del 3,50 per cento non copriva il minimale (pari a 960 euro annui, nel 2009) fissato dalla Cassa. Casagit era costretta a chiedere direttamente al giornalista l’adeguamento al minimale (mediamente si trattava di versare di tasca propria intorno ai 400 euro), con evidente disagio dei colleghi interessati. Alla fine, in questi ultimi anni, Casagit ha deciso di non pretendere questo adeguamento al minimale, pur continuando a garantire ai collegi AerantiCorallo una assistenza sanitaria piena: una scelta onerosa per la Cassa, che non può certo essere allargata ad altre situazioni contrattuali, nè continuare all’infinito.
Le nuove eventuali formulazioni contrattuali (per freelance, collaboratori, altro) dovranno dunque rispettare due esigenze: garantire una assistenza sanitaria integrativa ai giornalisti, garantire l’equilibrio economico a Casagit.
Due sembrano le strade da poter percorrere:
A — Il contratto CNLG deve imporre all’editore il versamento a Casagit anche della quota necessaria a coprire il mininale, nei casi in cui la quota del 3,50 percentuale sulla retribuzione non arrivi a quell’importo; questa disposizione deve valere anche per eventuali nuove formulazioni contrattuali (per freelance, collaboratori, altro);
B — In subordine, eventuali nuove formulazioni contrattuali (per freelance, collaboratori, altro) devono indicare esplicitamente la quota Casagit versata dal datore di lavoro e iscriverla ad uno dei Nuovi Profili recentemente proposti da Casagit.
In ogni caso appare imprescindibile un diretto coinvolgimento delle strutture Casagit (per esempio attraverso la commissione che la stessa Cassa sta avviando appunto sulla materia) in tutte le sedi di trattativa contrattuale con gli editori.
L’obiettivo di fondo rimane quello di mantenere ai giornalisti la assistenza sanitaria integrativa di cui hanno fin qui goduto assumendosene direttamente oneri e gestione, e nel contempo di garantire a Casagit l’equilibrio dei conti. In uno slogan: mai più vicende AerantiCorallo, con il loro corollario di danno ai giornalisti e di difficoltà alla Cassa.
Post Scriptum. C’è chi dice che il solco sia già tracciato: un giornalismo sempre più povero e meno garantito che ha di fronte una classe imprenditoriale che non ha soldi da investire o non ha intenzione di farlo. C’è un modo per opporsi a questa tendenza? Risponderemo con un’altra domanda: conoscete un modo diverso di difendervi se non con la mobilitazione, con la coscienza del nostro ruolo, con la volontà di (tornare a) lottare? Ecco, ci hanno riempito la testa in questi anni sul patto tra i produttori: noi non ci abbiamo mai creduto. C’è un conflitto d’interessi insanabile tra produttori e prestatori d’opera, a maggior ragione se questi ultimi sono professionisti chiamati a esercitare un mestiere ben descritto dalla Costituzione. Dunque, care colleghe e cari colleghi, la risposta sta nel ruolo del sindacato ma forse — per prima — sta dentro ciascuno di noi: difendersi attaccando, rinunciare a qualcosa oggi per avere qualcosa domani. Leggete la «piattaforma» Fnsi e, se potete, difendetevi. Magari insieme a noi.