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Timestamp: 2018-09-24 02:52:40+00:00
Document Index: 171311648

Matched Legal Cases: ['art. 733', 'art.10', 'art.13', 'art.10', 'art. 175', 'art. 88', 'art. 89', 'art.88', 'art. 822']

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Di Redazione inArte & Diritto
Sanzioni penali e amministrative per la difesa dei Beni Culturali
Di Redazione inArte & Diritto, Diritto Penale
Negli ultimi anni si è avuto un ingente aumento di atti vandalici e comportamenti incivili, che hanno causato diversi danneggiamenti alle opere d’arte: le scheggiature e le scalfitture, provocate dalle bottiglie di vetro, lanciate contro la Barcaccia del Bernini sono ancora un vivo ricordo nella mente di molti italiani. Recentemente, il sindaco di Firenze, Dario Nardella, ha discusso con il Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Dario Franceschini, sulla necessità di attuare forme di tutela più innovative e una videosorveglianza più avanzata per la difesa dei beni culturali e per il decoro urbano.
Sicuramente, aumentare le misure di protezione è un’ottima azione preventiva, ma bisogna sempre partire da una adeguata attività di sensibilizzazione per smuovere le coscienze dei cittadini, che molte volte ignorano le conseguenze dei loro comportamenti.
I primi tentativi di legislazione per la protezione dei beni culturali risalgono al 1872, tuttavia solo nel 1909, con la legge Rosadi, n. 364/1909, si ha per la prima volta una legge organica di tutela dei beni culturali. Durante la Seconda Guerra Mondiale, a seguito della distruzione di gran parte del patrimonio storico-artistico, sono state sottoscritte la Convenzione dell’Aja del 14 maggio 1954, documento ufficiale per la protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato, da cui emerge per la prima volta l’idea di un patrimonio culturale universale e la Convenzione UNESCO del 1972 per la protezione del Patrimonio mondiale, culturale e naturale dell’Umanità.
Nell’articolo 4 della Convenzione dell’Aja, al comma 1 si legge: “le Alte Parti Contraenti s’impegnano a rispettare i beni culturali, situati sia sul loro proprio territorio, che su quello delle Alte Parti Contraenti, astenendosi dall’utilizzazione di tali beni, dei loro dispositivi di protezione e delle loro immediate vicinanze, per scopi che potrebbero esporli a distruzione o a deterioramento in casi di conflitto armato, ed astenendosi da ogni atto di ostilità a loro riguardo” e ancora, al comma 4, viene sottolineato che “le Alte Parti Contraenti si impegnano, inoltre, a proibire, a prevenire e, occorrendo, a far cessare qualsiasi atto di furto, di saccheggio o di sottrazione di beni culturali sotto qualsiasi forma, nonché qualsiasi atto di vandalismo nei riguardi di detti beni. Essi si impegnano ad astenersi dal requisire i beni culturali mobili situati nel territorio di un’altra Alta Parte Contraente”.
Coloro che commettevano o davano l’ordine di commettere un’infrazione alla presente Convenzione erano quindi puniti con sanzioni penali o disciplinari. Allo stesso modo, ma in un contesto internazionale, anche la Convenzione Unesco imponeva sanzioni penali o amministrative a qualsiasi persona responsabile di una infrazione ai divieti previsti negli articoli 6 e 7 della suddetta Convenzione. Durante il periodo postunitario, l’Italia Repubblicana elevava quindi la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della nazione a principio fondamentale di rango costituzionale. Prima dell’entrata in vigore della Costituzione, l’ordinamento italiano tutelava con una norma di diritto penale il patrimonio culturale e precisamente con la contravvenzione prevista dall’articolo 733 c.p. in cui si legge: “Chiunque distrugge, deteriora o comunque danneggia un monumento o un’altra cosa propria di cui gli sia noto il rilevante pregio, è punito, se dal fatto deriva un nocumento al patrimonio archeologico, storico o artistico nazionale, con l’arresto fino a 1 anno o con l’ammenda non inferiore a 2.065,00 euro. Può essere ordinata la confisca della cosa deteriorata o comunque danneggiata”.
Ai fini della configurabilità del reato, di cui all’art. 733, non era necessario che i “beni” sopra indicati, fossero sottoposti in precedenza ad un vincolo da parte delle competenti autorià, purchè ricorressero le seguenti condizioni: l’oggetività e la generale notorietà del rilevante pregio del bene. Attualmente, nell’ambito della protezione penale dei beni artistici, con la Legge n.352 dell’8 ottobre del 1997, “Disposizioni sui beni culturali”, vengono inseriti anche due reati: il reato di danneggiamento, previsto e punito dall’articolo 635 c.p. e il reato di deturpamento, previsto e punito dall’articolo 639 c.p. E’ importante sottolineare che sia nel caso del danneggiamento che del deturpamento, il legislatore ha introdotto una vera e propria circostanza aggravante, laddove il reato vada a colpire beni di interesse storico o artistico. Nella prima ipotesi, il legislatore ha infatti introdotto una modifica al secondo comma del testo dell’articolo 635, aumentando la pena, in genere sanzionata con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a € 309,00, dai 6 mesi ai 3 anni per chiunque danneggi cose di interesse storico o artistico, ovunque siano ubicate, o immobili compresi nel perimetro dei centri storici. Nel secondo caso, per coloro che deturpano beni di interesse storico o artistico, la pena della reclusione prevista invece di essere da 1 ai 6 mesi, va dai 3 mesi ad un anno e la multa prevista va dai € 1.000,00 ai € 3.000,00, invece dei € 103,00 applicati di norma. La differenza della pena tra i due reati evidenziati dipende dal diverso concetto di tutela: mentre il danneggiamento produce un effetto modificativo del bene tutelato, che ne diminuisce in modo apprezzabile il valore o ne impedisce anche parzialmente l’uso, dando luogo alla necessità di un intervento repristinatorio dell’essenza e della funzionalità della cosa stessa, il deturpamento realizza soltanto un’alterazione del bene, temporaneo e superficiale, il cui aspetto originario è facilmente reintegrabile.
Nell’ordinamento giuridico italiano, seppur la protezione penale del patrimonio culturale ha rappresentato per anni un valido strumento di aiuto e supporto nell’ambito della protezione dei beni di interesse storico-artistico, il testo guida in ambito di tutela rimane il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio.
Bisogna sottolineare, infatti, che il Codice penale trova applicazione solo per la tutela indiretta del bene culturale: basandosi cioè sul regime privatistico dei beni e attribuendo al carattere culturale del bene, il significato di semplice limite ai poteri di disposizione e godimento del proprietario, il patrimonio storico-artistico non assume nel codice penale il ruolo di bene giuridico autonomo e riserva al valore culturale un semplice carattere accessorio rispetto alla materialità del bene. Pertanto la culturalità del bene non rientra tra gli elementi oggettivi che concorrono a descrivere l’offesa al bene giuridico e il carattere storico artistico dell’oggetto materiale leso costituisce, quindi, solo un “disvalore aggiuntivo nell’ambito di reati con oggettività giuridica differente (reati contro il patrimonio) e assume nella struttura del reato la veste di circostanza aggravante”1.
La tutela diretta prevista dal Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio presuppone invece che sia proprio il bene culturale ad essere oggetto di protezione diretta da parte del legislatore, riconoscendo un regime pubblicistico protettivo da parte dello Stato, indipendentemente dall’appartenenza pubblica o privata del bene. In tale sistema, il patrimonio storico-artistico costituisce appunto un bene giuridico autonomo e in virtù di tutelare questo patrimonio, nel Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio sono presenti sette articoli relativi a possibili sanzioni per illeciti di carattere penale e amministrativo.
Tralasciando le violazioni concernenti l’alienazione dei beni culturali, l’uscita e l’esportazione illecita, per le quali abbiamo dedicato ampio spazio nei precedenti articoli, analizziamo le pene detentive o pecuniarie di carattere penale afferenti ad azioni o comportamenti illeciti.
Per uso illecito, la giurisprudenza considera: “l’uso del bene culturale che ne determini la distorsione dal godimento che gli è proprio, ovvero di studio, di ricerca o piacere estetico complessivo”2.
Bisogna fare attenzione però, per chi non è esperto in materia, a non confondere l’illecito penale con quello civile e amministrativo e per avere una semplice ma chiara distinzione tra i tre ambiti, è opportuno delineare, brevemente, la principale differenza tra le tre forme di illecito.
L’illecito civile consiste nella violazione di una norma, posta a tutela di un interesse privato, alla quale consegue una sanzione risarcitoria, cioè finalizzata a reintegrare il danno subito dal soggetto portatore dell’interesse tutelato, irrogata dal giudice, nell’ambito della giurisdizione civile.
L’illecito penale è invece quello riconducibile alla categoria del reato, intendendosi per tale:
“da un punto di vista strettamente formale, ogni fatto umano alla cui realizzazione l’ordinamento giuridico ricollega una sanzione penale; da un punto di vista sostanziale, ogni fatto umano che comporta la lesione o la messa in pericolo di un bene giuridico ritenuto meritevole di tutela da parte dell’ordinamento, nel quadro dei valori costituzionali. La sanzione punitiva corrisposta, finalizzata all’afflizione del trasgressore, viene irrogata dal giudice, nell’ambito della giurisdizione penale”3.
In ultimo, l’illecito amministrativo può definirsi come quella violazione di una norma giuridica, cui viene comminata una sanzione amministrativa pecunaria. Rispetto all’illecito penale, non sono previste sanzioni che comportano la privazione della libertà del trasgressore, in quanto le sanzioni amministrative consistono fondamentalmente nel pagamento di una somma di denaro o in eventuali sanzioni accessorie, quali ad esempio la confisca amministrativa.
In modo particolare, il reato di opere illecite previsto nei confronti di chiunque agisce in contrasto con l’atto di controllo della Pubblica Amministrazione e in assenza di prescritta autorizzazione amministrativa, viene sanzionato dall’articolo 169 del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio.
In modo particolare è punito con l’arresto da sei mesi ad un anno e con l’ammenda da euro 775 a euro 38. 734,50, colui che:
• senza autorizzazione demolisce, rimuove, modifica, restaura ovvero esegue opere di qualunque genere sui beni culturali indicati nell’art.10 del Codice dei Beni Culturali;
• senza l’autorizzazione del soprintendente, procede al distacco di affreschi, stemmi, graffiti, iscrizioni, tabernacoli ed altri ornamenti di edifici, esposti o non alla pubblica vista, anche se non vi sia stata la dichiarazione prevista dall’art.13 del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio;
• chiunque esegue, in casi di assoluta urgenza, lavori provvisori indispensabili per evitare danni notevoli ai beni indicati nell’art.10 del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, senza darne immediata comunicazione alla soprintendenza ovvero senza inviare, nel più breve tempo, i progetti dei lavori definitivi per l’autorizzazione.
Tali condotte, configurandosi come reato non di danno ma di pericolo astratto, che si configura quando il pericolo è implicito nella stessa condotta, vengono punite non per la dannosità in sé della condotta ma per la disobbedienza ad un obbligo amministrativo, che può procurare danni al bene tutelato. Questi tipi di comportamento sono frequenti tra coloro che decidono di eseguire lavori di intervento edilizio su edifici sottoposti a vincolo, senza avere l’autorizzazione da parte della Soprintendenza.
L’articolo 170 del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio punisce invece la destinazione dei beni culturali indicati nell’articolo 10 del Codice stesso, ad uso incompatibile con il loro carattere storico od artistico o pregiudizievole per la loro conservazione o integrità.
I danni impliciti in questi tipi di reato possono infatti consistere in una diminuzione del godimento estetico, che si verifica, ad esempio, mediante interventi edilizi finalizzati alla modificazione dell’originaria destinazione d’uso di un bene vincolato. La sanzione penale prevista dal Codice contro questo reato va dall’arresto ,da sei mesi ad un anno, ad un’ammenda da euro 775 a euro 38.734, 50. La stessa sanzione è prevista nei confronti di chiunque omette di fissare al luogo di loro destinazione, o sposta senza preventiva autorizzazione, o comunicazione, i beni culturali e le cose mobili ed immobili appartenenti allo Stato, alle Regioni o agli altri enti pubblici territoriali o ad altri enti o istituti pubblici, o persone giuridiche private senza scopo di lucro ed agli enti ecclesiastici.
Sono previste sanzioni penali anche per chi compie violazioni in materia di ricerche archeologiche. L’articolo 175 del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio prevede un arresto di un anno e un ammenda dai 309 a 3.099 euro per chiunque esegue ricerche archeologiche senza concessione e senza osservanza delle prescrizioni della pubblica amministrazione e per chiunque, essendovi tenuto, non denuncia, nel termine prescritto dall’articolo 90 del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, comma 1, le cose indicate nell’Articolo 10 del suddetto Codice, rinvenute fortuitamente o non provvede alla loro conservazione temporanea.
Infatti, nel caso di scoperta fortuita, lo scopritore ha l’obbligo di denunciare il ritrovamento entro 24 ore al Soprintendente, al Sindaco o all’autorità di pubblica sicurezza, provvedendo alla conservazione temporanea delle cose scoperte o lasciandole nelle condizioni e nel luogo dove sono state rinvenute, oppure, nel caso di cose mobili, di cui non si può garantire la custodia, avendo premura di rimuoverle per meglio garantire la custodia e la sicurezza, ricorrendo, se necessario, all’ausilio della forza pubblica.
La ratio di tale ipotesi di reato è quella di riservare allo Stato il compimento di ricerche archeologiche o le opere per il ritrovamento dei beni culturali, di cui all’articolo 10 del Decreto Legislativo n. 42 del 2004, per evitare, da un lato, che il soggetto, volto a effettuare la ricerca, possa impossessarsi illecitamente del bene culturale; dall’altro, per consentire che la ricerca avvenga tramite modalità e tecniche scientifiche tali da garantire la conservazione e l’integrità del bene, oggetto di possibile ritrovamento.
La norma di cui all’art. 175 cit. si pone in relazione con l’art. 88 del Codice dei Beni Culturali che riserva la ricerca archeologica al Ministero per i Beni Culturali e dichiara lo Stato, titolare del diritto di ricerca.
Il Ministero, secondo quanto stabilito dall’art. 89 del Codice dei Beni Culturali, può però anche dare in concessione a soggetti pubblici o privati l’esecuzione delle ricerche e delle opere ad essa riservate dall’art.88cit. ma, fornendo tale concessione, deve tuttavia impartire ai concessionari le prescrizioni da osservare nel compiere tali interventi, per garantirne il corretto svolgimento.
L’autorità statale sui beni di interesse archeologico viene riconosciuta anche dagli articoli 822 e 826 del codice civile. L’art. 822 c.c. prevede che gli immobili riconosciuti di interesse storico, archeologico e artistico, a norma delle leggi in materia, vengono inclusi nel demanio pubblico statale e analogamente l’articolo 826 stabilisce che in riferimento ai beni indicati come patrimonio dello Stato, delle Province e dei Comuni, le cose d’interesse storico, archeologico, paletnologico, paleontologico e artistico, da chiunque e in qualunque modo ritrovate nel sottosuolo, fanno parte del patrimonio indisponibile dello Stato.
Spesso però la punizione non è proporzionata al danno arrecato, in quanto la ratio della sanzione, definita strettamente amministrativa, consiste nel punire la violazione di una regola e non le conseguenze di quella violazione. Per questo, tra le sanzioni amministartive, si ritrovano anche le misure cosiddette alternative o ripristinatorie, che hanno, invece, come fine ultimo quello di ristabilire l’ordine violato, prevedendo la reintegrazione del bene culturale danneggiato.
Un esempio di questa seconda fattispecie di sanzione amministrativa è dato dall’ordine di reintegrazione, disciplinato dal Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, all’articolo 160, in base al quale se un bene vincolato subisce un danno a causa della violazione degli obblighi di protezione e conservazione, stabiliti dal suddetto Codice, il Ministero per i beni e le attività culturali ha l’obbligo di ordinare al responsabile l’esecuzione delle opere tese al ripristino, il tutto a sue spese. La natura di questa sanzione ha quindi carattere reale ripristinatorio ed in caso di inottemperanza viene eseguita d’ufficio. Nel caso invece di un’impossibilità della reintegrazione, la norma prevede una sanzione sostitutiva alla stessa di carattere pecuniario.
Queste due tipologie di sanzioni amministrative non sono da intendersi concorrenti tra di loro, ma si caratterizzano, entrambe, per lo scopo punitivo nei confronti del responsabile della violazione di una norma e per la finalità di prevenzione speciale e generale. Punendo infatti il singolo trasgressore, le sanzioni amministrative mirano infatti a scoraggiare l’intera collettività dal tenere comportamenti analoghi.
Un esempio molto comune di sanzione amministrativa è dato dalle violazioni in materia di affissione sugli edifici e nelle aree tutelate come beni culturali o lungo le strade site nell’ambito o in prossimità degli stessi. L’articolo 162 del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio vieta infatti l’affissione e la collocazione di cartelli o qualsiasi altra forma pubblicitaria senza l’autorizzazione prescritta. In questi casi, vengono applicate le sanzioni previste dal nuovo Codice della strada, con sanzioni pecuniarie di varia entità, per la maggior parte correlate alla sanzione accessoria dell’obbligo di rimuovere ogni forma di pubblicità.
In particolare l’articolo 23 della legge 285 del 1992, al comma 1 prevede:
Lungo le strade o in vista di esse è vietato collocare insegne, cartelli, manifesti, impianti
di pubblicità o propaganda, segni orizzontali reclamistici, sorgenti luminose, visibili dai veicoli
confusione con la segnaletica stradale, ovvero possono renderne difficile la comprensione o
ridurne la visibilità o l’efficacia, ovvero arrecare disturbo visivo agli utenti della strada o distrarne
l’attenzione con conseguente pericolo per la sicurezza della circolazione; in ogni caso, detti impianti
Sono, altresì, vietati i cartelli e gli altri mezzi pubblicitari rifrangenti, nonché le sorgenti e le
canalizzate è vietata la posa di qualunque installazione diversa dalla prescritta segnaletica4.
La sensibilizzazione del cittadino alla conoscenza delle sanzioni penali e amministrative, che mirano alla difesa dei Beni Culturali è utile per far acquisire un certo radicamento con il proprio territorio di riferimento, nel rispetto della legge, e per rendere la fruizione del patrimonio culturale, un vero e proprio diritto, in linea con quanto si legge nell’articolo 9 della Costituzione: “la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”.
BIBLIOGRAFIA SANZIONI
Mantovani F., Diritto penale, parte generale e speciale: Delitti contro il patrimonio, Cedam, 1989.
Mansi, La tutela dei beni culturali, Padova, Cedam, 1998
G. Napolitano, L’Illecito amministrativo: profili sostanziali e processuali, Matelica, Alley, 2005
F. Colautti, Cenni in ordine alle sanzioni nel “Codice dei beni culturali e del paesaggio”, Salzano, 2007.
Caggiano F., Depenalizzazione e sistema sanzionatorio amministrativo, Simone, 2011.
G. Gambogi, La protezione penale del patrimonio culturale nell’ordinamento giuridico italiano, intervento al V Seminario International de Arte y Derecho – Barcellona 17 maggio 2013
R. Tamiozzo, La legislazione dei beni culturali e paesaggistici, Milano, Giuffrè, 2014
M. Macalli, Gestione dei beni culturali e trust, Milano, EDUCatt, 2014.
Alle origini della Legislazione dei Beni Culturali – Pt. II
Di Redazione inArte & Diritto Tag arte, arte contemporanea, Beni culturali, Roma, Stato Pontificio
Il Diritto dello Stato Pontificio in materia di tutela, conservazione e valorizzazione del patrimonio storico e artistico.
Il Settecento fu un secolo molto importante per lo sviluppo della cultura, all’interno dello Stato pontificio, in quanto vennero progettati grandi musei e nuove raccolte ad opera dei pontefici, che permisero un’implementazione graduale del patrimonio e una sua accurata gestione.
Il cardinale Clemente XI Albani creò ad esempio la Galleria Lapidaria, galleria sotterranea di collegamento tra i palazzi capitolini, andando così ad arricchire la Biblioteca Vaticana, le raccolte museali del Quirinale e del Campidoglio.
Anche l’editto del cardinale Valenti del 1750, insieme a quello del cardinale Spinola del 1704, mirava alla valorizzazione del patrimonio culturale, secondo un aspetto però più “turistico”: si ritenevano, infatti, le reliquie del passato, utili a promuovere la città di Roma presso le nazioni straniere e si incitavano i “forestieri di portarsi alla medesima città per vederle e ammirarle”. Per ammirare al meglio le bellezze artistiche della città, nel 1726 venne emesso l’editto “Sopra li scalpellini, segatori di marmo, cavatori ed altri”, con il quale si impediva di segare, danneggiare o rompere le colonne o tronchi di esse, quando, riuniti “possono formare una colonna intera”.
Per completare la legislazione settecentesca in materia di tutela bisogna però aspettare l’editto del segretario di stato e carmerlengo, cardinale Silvio Valenti Gonzaga, “Proibitione della estrazione delle statue di marmo o metallo, pitture, antichità e simili” del 5 gennaio del 1750. Tra i vari provvedimenti, le innovazioni più evidenti riguardavano le nomine di Assessori per la pittura, scultura e per le cose antiche, che hanno come ruolo quello di valutare i beni al fine dell’esportazione, affiancandosi al Commissario sopra le antichità. Si legge infatti:
“…si farà ogni anno, e anche più sovente, credendolo Voi opportuno, in Roma la visita dall’Ispettore delle Belle Arti, e dal Commissario delle Antichità, ovvero dagli Assessori, previa però sempre la intelligenza dell’Ispettore medesimo; e nello Stato, dalle persone, che da Voi si destineranno per riconoscere se si conservano gli oggetti assegnati presso i Possessori; e rispettivamente nel caso, che ne abbiano disposto, per sapere quale disposizione abbiano dato ai medesimi…Niuno potrà neppure nei suoi privati fondi fare Scavi per ritrovare Antichità, o Tesori Nascosti, senza Vostra particolar licenza, in cui si preserveranno sempre i soliti diritti fiscali sulla porzione degli oggetti ritrovati; ottenuta la licenza si dovrà avvertire dallo Scavatore e dal Deputato Assistente, l’Ispettore delle Belle Arti, ed il Commissario delle Antichità del giorno preciso, in cui si comincia lo Scavo”.
Il Commissario sopra le Antichità e le Cave è un organo preposto alla tutela dei beni culturali che venne creato appositamente con questo editto, in cui veniva specificata anche la sua organizzazione: il Commissario dipendeva infatti direttamente dalla camera Apostolica, e quindi dal cardinale camerlengo, affiancato da tre Assessori, per la pittura, per la scultura e per i cammei, medaglie, incisioni e altre antichità. Oltre alla conservazione e alla tutela, questo provvedimento affrontava anche tematiche che riguardavano il commercio e la circolazione in materia di ritrovamento e scoperte. Si sottolineava, in modo particolare, la possibilità di vendere liberamente gli oggetti d’Arte se ciò avveniva entro la città di Roma, mentre qualora suddetti oggetti dovevano essere trasportati in altro luogo, ciò poteva accadere solo previa licenza e previa visita dell’Ispettore delle Belle Arti e del Commissario delle Antichità. L’asportante era poi obbligato a dare idonea cauzione di riportare entro un determinato termine l’oggetto asportato dentro lo Stato.
Riguardo le Produzioni di autori viventi, sia in scultura che in pittura, queste potevano vendersi anche fuori lo Stato pontificio ma sempre previa licenza. Nel 1764, durante il pontificato di Clemente XIII, lo studioso Johann Winckelmann assunse la carica di Prefetto delle Antichità di Roma, aprendo un grande dibattito sul restauro delle opere antiche ed entrando in contatto con i più grandi teorici del neoclassicismo, come Anton Raphael Mengs e Bartolomeo Cavaceppi, il cui atelier di restauro fu frequentato dai più noti collezionisti d’Europa. I pontefici ponevano particolare attenzione alla conservazione e alla restaurazione dei monumenti, in quanto consapevoli del profondo valore storico e artistico. Nell’editto del cardinale Pacca si legge infatti: “Gli antichi monumenti hanno reso e renderanno sempre illustre, ammirabile, ed unica quest’alma città di Roma, attraggono gli Stranieri ad ammirarla (…) ed infiammano la nobile emulazione di tanti Artisti… I papi, sommi proteggitori e vindici degli antichi monumenti,, sono sempre vigili a trasferire in proprietà pubblica ogni bene in pericolo o di valore eminente”. Questo principio di identità civica e l’alto e forte senso di cittadinanza, acquisito attraverso la tutela e la conservazione dei monumenti da parte dei Pontefici dovrebbe esserci da esempio per continuare a promuovere e valorizzare il nostro patrimonio culturale!
Annaida Mari mariannaida9@gmail.com
Alle origini della Legislazione dei Beni Culturali – Pt. I
Di Redazione inArte & Diritto Tag arte, arte contemporanea, Beni culturali, Concilio di Trento, MIchelangelo, Raffaello, Stato Pontificio
Il primo provvedimento legislativo, in materia di tutela e protezione del patrimonio storico e artistico, risale al 1820 con l’editto del cardinale Bartolomeo Pacca.
Si trattava prevalentemente di una normativa protezionistica che disciplinava vari aspetti dei beni culturali, quali: l’appartenenza allo Stato del sottosuolo archeologico, il divieto generalizzato di esportare beni culturali (dipinti, sculture) senza il permesso del Cardinale Camerlengo; la schedatura generalizzata dei beni culturali esistenti nello Stato, attraverso un obbligo di comunicazione, cui seguiva una sorta di placet, chiamato “assegna”. In questa occasione venne fondato anche l’istituto del fedecommesso, attraverso il quale tutti i beni di famiglia, anche quelli culturali, venivano ereditati dal primogenito in modo da evitare la dispersione delle opere d’arte.
Oggi, l’organizzazione internazionale della vita artistica è regolarizzata dalla rete internazionale delle gallerie e delle istituzioni culturali: “il campo culturale dove si operano le valutazioni estetiche e il mercato internazionale dell’arte contemporanea dove si effettuano le transazioni, contribuiscono di concerto alla fissazione del valore degli artisti e delle opere1“.
In passato, però, affrontare le problematiche dell’arte da un punto di vista sociologico e giuridico implicava un approccio differente; non vi erano gallerie o fondazioni, ma una potente entità statuale in grado di dettare disposizioni in ambito culturale: lo Stato Pontificio. Durante l’età rinascimentale, si avvertiva a Roma l’esigenza di regolamentare la tutela e la conservazione dei beni culturali, soprattutto gli oggetti antichi, singolari e preziosi, scoperti durante gli scavi archeologici. Le prime disposizioni legislative miravano infatti a frenare la dispersione e la distruzione del patrimonio e a regolamentare l’appropriazione indebita di antichità. Il papa Martino V sentì per primo la necessità di promuovere un’intensa attività di ricostruzione e abbellimento della città di Roma, attraverso un rilancio in termini monumentali e artistici. L’emanazione della bolla papale “Etsi de cunctarum” del 1425 fu il primo documento legislativo di tutela degli edifici classici di Roma, volto a ridefinire anche le funzioni della prestigiosa magistratura dei “Maestri di edifici e strade” che, mal assolvevano ai compiti di gestione e controllo dei patrimoni immobiliari. Nello Stato Pontificio valeva inoltre il principio che il materiale archeologico era oggetto del sovrano “diritto di regalia” e per questo motivo gli scavi dovevano essere soggetti a “licenza”. Successivamente, nel 1462, con la bolla di Pio II, “Cum almam nostram urbem”, si pose fine alla consuetudine di spogliare dei marmi e dei metalli gli edifici antichi, dai quali ricavare materiale da costruzione, proibendo così la demolizione dei ruderi e nel 1474, grazie alla bolla di Sisto IV, “Cum provida sanctorum patrum”, si proibì anche l’alienazione dei marmi e degli antichi ornamenti delle chiese. L’obiettivo principale dei papi rinascimentali era il progetto della Renovatio urbis: la riorganizzazione della città, attraverso l’arte e l’autocelebrazione del potere, per riportarla al suo antico splendore. Sotto la supervisione dei pontefici, durante il Rinascimento, operavano anche grandi artisti con importanti cariche pubbliche in ambito culturale. Se, infatti, per l’istituzione della Soprintendenza, quale organo periferico del Ministero, bisognerà aspettare la “legge Rosadi” del 1909, le cariche di “Ispettore” e “Maestro” iniziarono a diffondersi in questo periodo. Nel 1513, Raffaello rivestì la carica di “Maestro delle strade” con Antonio da Sangallo e nel 1515, la carica di “Ispettore Generale delle Belle Arti”, istituita da Papa Leone X, con la quale si poteva intervenire direttamente nei confronti dei “cavatori” romani.
La notevole coscienza civile che Raffaello nutriva nei confronti dell’eredità artistica si può evincere anche dalle lettere che inviava al Papa per sensibilizzarlo al recupero dell’antico:
“Quanti pontefici, Padre Santissimo, quali haveano el medesimo officio che ha la Vostra santità,
ma non già el medesimo sapere né il medesimo vallore e grandezza de animo, non quella
clementia che vi fa simile a Dio: quanti, dico, pontefici hanno atteso a ruinare templi antiqui,
statue, archi et altri aedifici gloriosi! Quanta calce si è fatta di statue et altri ornamenti antiqui!
Che ardirei dire che tutta questa Roma nova che hor si vede, quanto grande ch’ella si sia,
quanto bella, quanto ornata di pallaggi, chiese et altri aedifici, tutta è fabbricata di calce di
marmi antichi2” .
Sotto il pontificato di Paolo III, venne invece affidato a Michelangelo il delicato compito di sorvegliare in materia di esportazione illecita di opere d’arte e di sovrintendere alla conservazione, attraverso l’istituzione del “Breve” del 28 novembre 1534, dopo la conclusione del Concilio di Trento, che ebbe una parte importante nella valorizzazione dell’arte sacra, in qualità della sua funzione pubblica. Riguardo ai beni privati di interesse storico-artistico, la Bolla papale che istituì l’istituto del vincolo fu emessa da Gregorio XIII nel 1574, “Quae publicae utilia”. Per avere le prime regole scritte in materia di tutela dei monumenti artistici, bisogna però aspettare l’editto del cardinale Ippolito Aldobrandini, nel 1624, che, oltre a vietare la possibilità di esportare opere d’arte e oggetti antichi senza licenza del papa, proibiva l’estrazione di statue di marmo e di metallo, figure, antichità e simili. Venivano inoltre stabilite l’immediata notifica dei beni trovati duranti gli scavi e imposizioni pecunarie a chi non rispettava l’editto. Il motivo per cui l’editto è ritenuto il fondamento della normativa di tutela risiedeva però nella formulazione di un elenco delle cose da tutelare; elenco che sarà poi contenuto nella legislazione vincolistica italiana e che è ora disciplinato dal Codice dei Beni Culturali.
Nel Settecento si iniziarono poi a considerare i beni rinvenuti durante gli scavi archeologici come parte del contesto storico-artistico e come oggetti, strettamente, legati al territorio di appartenenza.
Per sapere quali principali provvedimenti vennero emanati in materia legislativa, vi aspettiamo, sempre numerosi, sul prossimo numero di AboutIus!
1R. Moulin, Le musée d’art contemporain et le marché, in “Les Cahiers du Musée National d’Art Moderne”, Paris 1989, p. 19.
2Paolo Franzese, Raffaello, Mondadori Arte, Milano 2008, pagg. 144-145.