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Timestamp: 2017-04-28 12:03:46+00:00
Document Index: 160920272

Matched Legal Cases: ['§ 1', '§ 2', '§ 21', 'sentenza ', '§ 1', '§ 1', '§ 2']

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Italiano Français Se è facilmente comprensibile che il fenomeno giuridico possa riflettersi con chiarezza nello specchio della letteratura (Law in Literature) ed è in qualche misura accettabile che il diritto stesso appartenga alle forme letterarie (Law as Literature), non sembra altrettanto comprensibile e tanto meno accettabile l’idea che il diritto possa essere lo spazio e il luogo in cui s’inserisce e si integra la letteratura, insomma lo specchio di un’esperienza letteraria che pretende ad una sua forza eminentemente normativa. Ed è ancor più rimarchevole che dall’esemplificazione delle esperienze cui il pensiero corre spontaneamente siano escluse le opere letterarie del Medioevo. Eppure, a ben vedere, non solo nello spazio letterario della civiltà medievale si riflette la dimensione consuetudinaria e pluriordinamentale del diritto, ma il Medioevo giuridico stesso, nella sua radicale alterità rispetto ai paradigmi della modernità e alla loro secca contrazione del giuridico nel normativo, ingloba ed assimila lo spazio letterario nel sistema delle auctoritates morali, del quale il diritto si sostanzia come scienza pratica per eccellenza. La tessitura dottrinale del diritto medievale è in tal senso rivelatrice di un’apertura a quelle che solo in una concezione pienamente moderna del diritto come ordine normativo coattivo, interamente positivizzato e riduttore della stessa scienza del giurista a sapere tecnico elaboratore di un oggetto precostituito ed esterno (il codice) possono essere indicate come fonti « extragiuridiche ».
Si l’on comprend facilement que le phénomène juridique puisse se refléter clairement dans le miroir de la littérature (Law in Literature) et s’il est en quelque sorte acceptable que le droit lui-même appartienne aux formes littéraires (Law as Literature), l’idée que le droit puisse être l’espace et le lieu où s’insère et s’intègre la littérature, qu’il soit en somme le miroir d’une expérience littéraire qui prétend exercer une force éminemment normative, ne semble pas aussi compréhensible et encore moins acceptable. Il est encore plus remarquable que les œuvres littéraires du Moyen Âge soient exclues de tous les exemples auxquels on recourt spontanément. Pourtant, si l’on y regarde bien, non seulement la dimension coutumière et législative du droit se reflète dans l’espace littéraire de la culture médiévale, mais le Moyen Âge juridique lui-même, dans son altérité radicale vis-à-vis des paradigmes de la modernité et de leur sèche contraction du juridique dans le normatif, englobe et assimile l’espace littéraire dans le système des auctoritates morales, dont le droit se nourrit comme d’une science pratique par excellence. La trame doctrinale du droit médiéval est ainsi révélatrice d’une ouverture vers ce que l’on peut désigner –dans le seul cadre d’une conception pleinement moderne du droit comme un ordre normatif coercitif, entièrement positivisé et réduisant la science même du droit à un savoir technique élaborateur d’un objet préconstitué et extérieur (le code)– comme des sources « extra-juridiques ».
« Nulla più della letteratura può darci una idea esatta delle vere condizioni della libertà in un dato tempo e in un dato ambiente ; laddove la nuda lettera della legge è documento monco e malcerto. »F. Ruffini, La Libertà religiosa, I, Storia dell’idea, Torino, Fratelli Bocca Editori, 1901, p. 7.
1Ha scritto recentemente Éric Freedman :
1 É. Freedman, Un couple étrange, in Droit & Littérature, « Europe », 80, 876, 2002, pp. 3-5 : 3.
La littérature est l’espace et le lieu où s’insère et s’intègre le droit, ou plutôt la narration du droit, ou plus exactement encore la narration d’un certain droit : droits de la cité, droits de laïcité et de religion, de pouvoir et de contrats, contrats de propriété, de mariage (les tragédies grecques, Shakespeare, le théâtre classique, les romans de Dostoïevski, Kafka, Camus…). Des textes littéraires qui touchent le droit, qui sont touchés par le droit, mais qui ne sont pas créateurs du droit, quoique…1
2 Un’eccellente rassegna critica degli orientamenti scientifici più recenti è ora in C. Douzinas, The (...)
2È rimarchevole il « quoique » di Freedman, il suo avvertimento dubbioso circa la forza creativa di diritto insita nei testi letterari. La letteratura come fonte del diritto ? Se è facilmente comprensibile che il fenomeno giuridico possa riflettersi con chiarezza nello specchio della letteratura (Law in Literature) ed è in qualche misura accettabile che il diritto stesso appartenga alle forme letterarie (Law as Literature), non sembra altrettanto comprensibile e tanto meno accettabile l’idea che il diritto possa essere lo spazio e il luogo in cui s’inserisce e si integra la letteratura, insomma lo specchio di un’esperienza letteraria che pretende ad una sua forza eminentemente normativa. Literature in Law, dunque, se non proprio Literature as Law2.
3 Per un’introduzione a questo tema si veda D. Quaglioni, À une déesse inconnue. La conception pré-mo (...)
3Ed è ancor più rimarchevole che dall’esemplificazione delle esperienze cui il pensiero corre spontaneamente siano escluse le opere letterarie del Medioevo : dalla tragedia greca a Shakespeare, fino a Kafka e a Camus, il Medioevo letterario è assente come luogo narrativo del diritto e dei diritti. Eppure, a ben vedere, proprio nello spazio letterario della civiltà medievale ha pienamente senso il « quoique » di Freedman, perché non solo il Medioevo letterario riflette la dimensione consuetudinaria e pluriordinamentale del diritto, ma il Medioevo giuridico stesso, nella sua radicale alterità rispetto ai paradigmi della modernità e alla loro secca contrazione del giuridico nel normativo, ingloba ed assimila lo spazio letterario nel sistema delle auctoritates morali, del quale il diritto si sostanzia come scienza pratica per eccellenza (ars boni et aequi, nell’antica definizione di Celso confermata da Ulpiano in Dig., 1, 1, 1, che sorregge la funzione quasi-sacerdotale del giurista medievale e della prima modernità)3.
4 E. Cortese, Il Rinascimento giuridico medievale, Roma, Bulzoni, 1992, pp. 36-37 e n. 101.
5 Su di lui si veda ora D. Quaglioni, Alberto Gandino e le origini della trattatistica penale, « Mate (...)
4La tessitura dottrinale del diritto medievale è in tal senso rivelatrice di un’apertura a quelle che solo in una concezione pienamente moderna del diritto come ordine normativo coattivo, interamente positivizzato e riduttore della stessa scienza del giurista a sapere tecnico elaboratore di un oggetto precostituito ed esterno (il codice) possono essere indicate come fonti « extragiuridiche ». Chiunque reputi il giurista medievale estraneo al clima culturale del suo tempo, getti almeno uno sguardo sulla Summa codicis di Azzone, o sulla glossa del suo allievo Accursio, o sulla Summa aurea del canonista Enrico da Susa, detto, dal suo titolo cardinalizio, l’Ostiense : si sorprenderà della ricchezza di rimandi a Virgilio, a Ovidio, ai Disticha Catonis, a Cicerone (a dispetto dell’esplicita condanna dei « gusti grammaticali » dei giuristi del suo tempo espressa dallo stesso Azzone in una famosa quaestio, dove il vecchio maestro rimprovera l’allievo e amico Bernardo Dorna, « che amava troppo discutere di diritto sfoggiando citazioni di poeti », ricordandogli che « la cultura letteraria non serve all’argomentazione legale […], anzi la fuorvia », e scrivendo : « Alienum est a studio nostro, dinumerando pedes et syllabas, cantare in tympano […]. Legistis […] non licet allegare nisi Iustiniani leges »)4. E si sorprenderà di trovare, nella letteratura dei pratici che compendia la prima stagione della penalistica medievale, l’affermazione di una funzione quanto meno integrativa del testo letterario. Esemplare, a tale proposito, è il campione stesso della penalistica del primo Trecento, quell’Alberto Gandino che dall’esperienza di giudice penale trasse il cosiddetto Tractatus de maleficiis, vero manuale di procedura criminale per generazioni di inquisitori, che è in verità null’altro che una collana di testi nati dalla prassi giudiziale e alla prassi destinati5. È lui, e non il Pico del De hominis dignitate, che parlando della dignità dell’uomo scrive :
Sciendum est tamen et notandum, quod nomen dignitatis, positum in diffinitione fame, non sumitur pro aliquo honore publico aut administratione, secundum quod sumitur alias C. de dignitatibus lib. XII. [C. 12, 1], sed dignitatis nomen hic est sumendum et habendum pro potentia attributa homini a natura. Et quod homo sit dignior omnium aliarum creaturarum, potest multis rationibus comprobari. Et primo, quia legitur in divinis [Ps. 90, 11], quod virtus angelica est hominis servitio deputata, et auctoritates divinas tamquam leges allegare conceditur […]. Est etiam secunda ratione dignior, quia omnes proprietates creaturarum in se admittit : Nam cum inanimatis habet communicationem, ut sit, cum herbis et arboribus, ut vivat, cum brutis, ut sentiat et fructus percipiat, et ideo dictum est, quod gratia hominis rerum natura fructus procreavit, ut ff. de furtis l. qui vas § ex furtivis [D. 47, 2, 48, 6] et ff. de usuris l. in pecudum [D. 22, 1, 28]. Tertia ratione, quia habet communicationem cum angelis, ut discernat et mente contemplet celestia, unde Ovidius [Met., I, 84-86] :
6 A. Gandino, Tractatus de maleficiis, Rubr. Quid sit fama, § 1, in H. U. Kantorowicz, Albertus de Ga (...)
« Pronaque cum spectent animalia cetera terram,« Os homini sublime dedit celumque videre« Iussit et erectos ad sidera tollere vultus »et alibi, ut Virgilius [Aen., VI, 730]« Celestique origo illi est. »Quas auctoritates et maxime, ubi leges deficiunt, non est prohibitum allegare, ut ff. de statu hominum l. septimo [D. 1, 5, 12] et ff. de solutionibus l. si pater [D. 46, 3, 36]6.
7 Così nelle Istituzioni di Giustiniano (J. 1, 2, § 2) : « Sed ius quidem civile ex unaquaque civitat (...)
8 D. 1, 5 (De statu hominum), 12 : « Septimo mense nasci perfectum partum, iam receptum est propter a (...)
9 D. 46, 3 (De solutionibus et liberationibus), 36 : « Nam et Aristoteles scripsit, quinque nasci pos (...)
5« Ubi leges deficiunt », e cioè nel difetto o nel silenzio delle norme giuridiche, poiché per l’antico giurista è impensabile una contrazione del diritto in una somma di regole autoritarie, è lecito allegare le autorità morali (è questa, in definitiva, la grande « opzione per la lacuna », che caratterizza il pensiero giuridico pre-moderno). Poco importa che le autorità morali allegate qui dal Gandino, e prima di lui da Azzone e da Accursio allo stesso proposito e nella stessa sedes materiae, siano i poeti della latinità e soprattutto Virgilio, il Poeta per antonomasia, così come riconosciuto dalla stessa tradizione normativa incarnata nel Corpus iuris giustinianeo7, e non le autorità citate nei luoghi del Digesto richiamati dal giurista a supporto del suo discorso. La l. septimo, ff. de statu hominum (D. 1, 5, 12) è un frammento di Paolo, che si appoggia all’autorità del De septimestri partu ippocrateo per fissare un canone della legittimità dei natali8 ; la l. si pater, ff. de solutionibus (D. 46, 3, 36) è invece un frammento di Salvio Giuliano, che risolve un problema di diritto successorio sulla fede del De generatione animalium aristotelico, in relazione alla possibilità del parto plurigemellare9. Si tratta, come si vede, di problemi giuridici che possono trovare soluzione solo ricorrendo alla determinazione della scienza medica, cioè di un ambito che oggi chiameremmo medico-legale ; ma a ben vedere ciò che importa al Gandino è di affermare la possibilità che alla verità del diritto si giunga mediante il ricorso ad auctoritates extra-legali, quando esse non soccorrano a sufficienza alla dottrina o giudizio sul caso concreto. In questo senso, il ricorso alle autorità « letterarie » non ha, per il Gandino, uno scopo semplicemente esornativo, ma quello di una vera e propria integrazione di un ordine giuridico aperto e inteso a risolvere problemi di giustizia col supporto di un sapere ausiliare.
10 Sulla questione si veda ora D. Quaglioni, Introduzione. La rinnovazione del diritto, in Il secolo x (...)
6Ciò non significa che i giuristi medievali abbiano rinunziato alla specificità del loro discorso. Sembra però che essi abbiano voluto sottrarsi, almeno in parte, alla sterile proclamazione di autosufficienza della giurisprudenza rispetto alla filosofia e alla teologia10, spingendosi anzi ad affermare la superiorità degli studi giuridici sulle altre scienze : la scienza del diritto continua ad assumere, nel loro pensiero, la funzione di una « vera filosofia », secondo la celebre espressione del giureconsulto Ulpiano, nel Digesto. In uno dei suoi sermoni dottorali Bartolo da Sassoferrato, il grande allievo del poeta-giurista Cino da Pistoia ed il fondatore di un indirizzo scientifico che da lui prenderà nome, dice della scienza giuridica (civilis sapientia) :
11 Bartolus a Saxoferrato, Sermo in doctoratu D. Bonaccursii fratris sui, in Id., Consilia, quaestione (...)
Essentialis bonitas et perfectio istius civilis sapientiae manifesta perpenditur, et in hoc omnes alias scientias excellit : omnes enim aliae scientiae in se minus perfectae videntur, quia aliarum scientiarum egent suffragio. Non enim perfectus potest esse philosophus, nisi primo sit logicus, nec medicus potest esse perfectus, nisi existat philosophus, nec canonista potest esse perfectus, nisi hac civili scientia fuerit eruditus, ut evidentia facti demonstrat. Haec autem scientia sola, in se perfecta existens, nullius alterius scientiae eget suffragio […] : non logicorum, non philosophorum, <non> canonistarum, quippe nullius alterius eget suffragio, sed ipsa tanquam in seipsa existens omnibus suffragatur […]. Omnis enim scientia ab ista recipitur, quoniam omnes ab ista scientia sustentantur : sicut enim scientia mathematica reprobatur, nec scientia dicitur, quia ei haec civilis sapientia non assistit […]. Eodem modo, si ab hac civili sapientia logica, philosophia, medicina vel alia quamvis scientia damnaretur, a nemine nominaretur scientia ; et tamen quaelibet scientia est inquantum ab hac civili sapientia sustentatur, excepta sola sacra theologia, cui hanc scientiam fateor esse suppositam […]. Ita aliae scientiae, quae scientiarum aliarum adminiculo fulciuntur, cum sine eo reperiuntur viduae appellantur. Si enim medicum reperies, qui non sit philosophus, medicina est vidua ; si canonistam sine iure civili, est vidua et imperfecta scientia. Haec autem scientia, quae alterius adminiculo non eget, vidua non est et vidua esse non potest […]. Tamen haec quidem scientia sicut in se perfecta existit, ita generat filium sibi similem, l. quod si nolit, §. <qui> mancipia, de aedil(itio) edic(to) [Dig., 21, 1, 31, § 21] […]. Nam videtis iuristas omnibus antecedere, et tempore processionum faciunt iuristas, qui omnibus patrocinantur, praecedere 11.
12 Cfr. D. Quaglioni, Autosufficienza e primato del diritto nell’educazione giuridica preumanistica, i (...)
7Questo interessante testo non deve essere semplicemente interpretato come un saggio corrente di orgoglio cetuale, o di riaffermazione dell’auto-sufficienza del diritto civile e della scienza del giurista civilista, ma come un’avvisaglia di tempi nuovi. Il sermone dottorale di Bartolo preannunzia infatti quella che, di lì a non molto, nella temperie del primo umanesimo, sarà la « disputa delle arti », disputa non solo e non tanto intorno allo statuto del diritto e al suo primato tra le scienze, ma intorno alla gerarchia dei saperi e all’ordine sociale che essi rispecchiano12. Risaltano insomma nell’orazione bartoliana la concezione sapienziale della giurisprudenza e il ruolo quasi-sacerdotale del giurista, secondo i moduli tipici della scuola italiana, ma unitamente ad una nuova concezione del diritto civile come « scienza architettonica », in senso aristotelico. Giustamente è stato scritto :
13 L. Mayali, « Ius civile » et « ius commune » dans la tradition juridique médiévale, in Droit romain (...)
Pour les juristes médiévaux, ce modèle de gouvernement par le droit […] était aussi un mode de vie symbolisé par le ius civile qui devenait, de ce fait, un système de valeurs. Ainsi pensé, le ius civile était […] une civilis sapientia philosophica13.
8Questa concezione del diritto implica un’accentuazione della sua dimensione sapienziale, ma anche una tendenza ad una impostazione del discorso giuridico su basi morali e religiose. Il giurista è « lapis in caput anguli », chiave di volta, pietra angolare di un’architettura che è dottrinale e sociale, scientifica e politico-religiosa ad un tempo. Misurandosi con l’ascesa della teologia e del diritto canonico, la scienza civilistica non rinunzia ad assumere, sul modello antico, l’importanza e la funzione di « vera philosophia ».
14 E. Cortese, Il Rinascimento giuridico medievale, op. cit., pp. 90-91.
Malgrado […] la vecchia esegesi romanistica continui a proiettare le linee « teoriche » dell’insegnamento sulle nuove leve di giuristi […], è proprio la valenza filosofico-speculativa del diritto magnificata nelle aule accademiche a subire all’aprirsi del Trecento i primi attacchi. La teologia è nel frattempo venuta rafforzando […] il proprio prestigio con il diffondersi del pensiero di Tommaso : e c’è chi avverte il giurista ch’egli non ha i mezzi per trattare approfonditamente la « specula rationis »14.
Per tale ragione Dante può scrivere nella Monarchia, a proposito della giustizia riposta nell’eterna provvidenza divina :
15 Dante Alighieri, Monarchia, II, ix, 19-20, a cura di P. G. Ricci, Milano, Mondadori (Le Opere di Da (...)
Videant nunc iuriste presumptuosi quantum infra sint ab illa specula rationis unde humana mens hec principia speculatur, et sileant secundum sensum legis consilium et iudicium exhibere contenti15.
16 Per tutto ciò si veda ora P. Gilli, La Noblesse du droit. Débats et controverses sur la culture jur (...)
Se nel Trecento giuridico comincia a vacillare il monopolio culturale che il giurista aveva presunto di arrogarsi, si può forse sospettare che il ricorso sempre più largo, strutturale, nel discorso giuridico al sapere « letterario » (e in particolare teologico-filosofico), sia non già la rinunzia ad una necessaria distinzione di « territori » o il venir meno di una autocoscienza del giurista medievale, ma al contrario la consapevole elevazione della scientia civilis, aristotelicamente, a disciplina architettonica dell’intiero sapere, non perché essa si astenga dall’attingere al patrimonio concettuale extra-legale, ma perché nel farlo proprio si erge a misura e legittimazione di ogni altro sapere16.
17 Bartolo da Sassoferrato, Tiberiadis, in O. Cavallar, River of Law: Bartolus’s Tiberiadis (De alluvi (...)
9Che ciò abbia costituito una difficoltà, per il giurista medievale in bilico tra l’affermazione della superiorità della scienza civile e l’esigenza di nutrirsi delle esperienze letterarie del suo tempo, è attestato come meglio non si potrebbe dallo stesso Bartolo in uno dei più diffusi dei suoi trattati, il Tractatus Tiberiadis o De fluminibus, composto nel 1355 « prope Perusium supra Tiberim17 ». Vi si racconta, in un bellissimo e lungo proemio, di un sogno che il giurista avrebbe fatto in un momento particolarmente difficile dell’elaborazione del testo. Scoraggiato dalla novità e dalla difficoltà della materia (il regime giuridico degli incrementi fluviali) e soprattutto timoroso di dover introdurre nel discorso giuridico tecniche ed argomentazioni ad esso estranee (in sostanza la geometria euclidea) al fine di supplire all’insufficienza delle autorità normative, il giurista trova nella sua visione prope diem il segno della benevolenza divina e l’assicurazione della giustezza del proprio operare : una figura benigna gli porta in sogno gli strumenti del lavoro, una penna, un compasso e una riga, e gli ingiunge, a dispetto del timore di aver più detrattori che estimatori, di scrivere, « scribe » :
18 Ibid., pp. 84-85. Cfr. D. Quaglioni, « Civilis sapientia ». Dottrine giuridiche e dottrine politich (...)
Cumque nocte illa dormirem prope diem visum est mihi quod ad me quidam homo veniret, cuius aspectus mihi placidus erat, dixitque : « Hec que cogitare cepisti scribe et, quia oculorum inspectione indiget, per figuras singna. Ecce aportavi tibi calamum quo scribas, circinum quo mensures et figuras fatias circulares, et lineam qua lineas ducas figurasque formes. » Cui dixi : « Absit quod ea, que ad iura pertinent, per figuras singnem. Si enim facerem, longe plures essent derisores quam laudatores. » Tunc ille me turbato vultu aspitiens ait : « Bartole, congnosco quod modicum Dei habes. Times enim de beneficio derideri ? Quod vite Christi et sanctorum omnium contradicit, qui benefatientes non curaverunt contumelias, derisiones et verbera. Modicum etiam boni moralis habes. Timor enim hic, per quem a bono retraeis, illi virtuti morali opponitur, que fortitudo nuncupatur. In te enim est bene agere, tui vero arbitrii non est que quisque loqueretur. » Cui verecundus dixi : « Tibi adsentio. Sed primo motu ductus sic respondi. » Qui ait : « Incipias igitur secure, quia in hius operis prosecutione Dominus tecum erit et multa tibi aperiet, que tibi incongnita sunt. » Surgens igitur confisus in gratia eius, quem in prosecutione mecum fucturum policitus erat, istud opus incipi18.
19 J. Le Goff, I sogni nella cultura e nella psicologia collettiva dell’Occidente medievale, in Id., T (...)
20 Per una informazione esaustiva su questo fondamentale testo si veda M. Schnerb-Lièvre, Introduzione (...)
21 Per il testo del De tyranno si veda D. Quaglioni, Politica e diritto nel Trecento italiano. Il « De (...)
22 Bartolus a Saxo Ferrato, In tres Codicis libros, Venetiis, apud Iuntas, 1570, in l. si ut proponiti (...)
23 Dante Alighieri, Il Convivio, IV, Canzone terza, 23-24 ; IV, iii, 6 (Dante Alighieri, Il Convivio r (...)
24 Bartolus a Saxo Ferrato, In tres Codicis libros, op. cit., in l. si ut proponitis, C. de dignitatib (...)
10In tal modo la geometria integra il diritto, non solo nel senso che essa soccorre al diritto, ma nel senso preciso che la verità del diritto s’identifica con la verità stessa dell’operazione geometrica : la misura del giusto e dell’ingiusto, del lecito e dell’illecito è la misura stessa che si trae dalla scienza di Euclide, e la pagina del trattato giuridico si riempie di figure e di dimostrazioni geometriche, dando vita al primo libro illustrato della letteratura giuridica di diritto comune. Perciò, anche nel caso del giurista e della sua scienza che, fattasi più audace, non sopporta più di allegare « non […] nisi Iustiniani leges », il sogno svolge « il suo ruolo liberatorio di strumento proprio a superare le censure e le inibizioni », fino ad assumere un posto « in una vera semiologia del sapere19 ». Il sogno del giurista, narrato in un prologo che ha già una compiuta forma drammatica, prepara la stagione in cui il somnium diviene un genere letterario proprio di una letteratura latamente politica, dando vita ad una lunga serie di esempi, il più significativo dei quali è il Somnium Viridarii, l’opera che nel 1376, negli ultimi anni del regno di Carlo V di Francia, raccoglie e sistema, nella finzione ed entro la cornice di un dialogo fra un clericus e un miles, la letteratura ecclesiologica e giuridica intorno ai maggiori temi giuridico-politici del momento20. Compendiati ed adattati, vi si trovano rifusi i principali trattati di Bartolo : il De tyranno, il De represaliis, il De insigniis et armis e il De dignitatibus21. Quest’ultima opera merita di essere ricordata a parte. Si tratta in realtà di una repetitio, che come tale si legge nell’edizione a stampa del commento bartoliano ai Tres Libri Codicis, ma che ha circolato autonomamente nella tradizione manoscritta dei tractatus. Nella repetitio in l. si ut proponitis, C. de dignitatibus (C. 12, 1, 1) Bartolo dichiara infatti di voler indagare il significato della dignitas non nel senso della dignità congiunta all’ufficio, di cui il diritto giustinianeo parla ampiamente, ma di quella dignitas che nel linguaggio del suo tempo (« secundum vulgare nostrum ») si chiama nobiltà22. Il discorso sul luogo normativo si trasforma dunque in una autonoma trattazione sulla nobiltà, nella quale, in assenza di sufficienti determinazioni legali e giusdottrinali, Bartolo sceglie di porre a base della propria riflessione la dottrina della nobiltà insegnata da Dante contro la definizione offerta da Federico II, antica possession d’avere / con reggimenti belli, « antica ricchezza e belli costumi23 ». È da notare che Bartolo però non nomina l’imperatore scomunicato e deposto (come invece aveva fatto per il suo avo Federico I nel De Guelphis et Gebellinis, ricordando che nel Corpus iuris si conservano alcune sue costituzioni), scrivendo più semplicemente : « Primum quod dicit, quod quidam Imperator posuit diffinitionem praedictam, hoc non reperitur in corpore iuris, sed forte ipse in alijs historijs invenit24. » La dottrina giuridica assume dunque come propria base « normativa » la celebre canzone terza (Le dolci rime d’amor ch’i’ solia), con la quale Dante inizia il trattato quarto del Convivio :
25 Bartolus a Saxo Ferrato, In tres Codicis libros, op. cit., in l. si ut proponitis, C. de dignitatib (...)
Fuit enim quidam nomine Dantes Allegeri de Florentia poeta vulgaris, laudabilis, et recolendae memoriae, qui circa hoc fecit unam cantilenam in vulgari quae inci(pit) Le dolce rime d’amor che io solea cercar ne miei pensieri, etc., et ibi recitat tres opi(niones) antiquorum. Prima est, quae dicit quod quidam Imperator, dicit quod nobilitas est antiqua aeris, et divitiarum possessio cum pulchris regiminibus, et moribus. Alij dixerunt quod antiqui boni mores faciunt hominem nobilem, et isti de divitijs non curant. Tertij dicunt, quod ille est nobilis qui descendit ex patre, vel avo valentibus, et omnes istas opi(niones) reprobat. Ultimo ipse determinat, quod quicunque est virtuosus, est nobilis. Item potest esse nobilitas etiam ubi non est virtus, et sic nobilitas habet in se plus quam virtus. Exemplum in puella verecunda : nam verecundia est diversa a virtute, et tamen in ea est nobilitas ; concluditur igitur quod omnis anima praedestinata a Deo in foelicitate, ut in omni tempore bene operetur, etiam antequam alium actum virtuosum operetur, dicatur nobilis, et ista sunt eius dicta in summa. De quolibet ergo large, et latius videamus singulariter25.
26 Ibid., n. 47, c. 46v. Una nuova ricerca sulla repetitio bartoliana è ora in corso da parte di Charl (...)
11La repetitio di Bartolo si trasforma così in un vero e proprio commentario giuridico al Convivio di Dante, appunto « large, et latius […] singulariter », cioè largamente, ampiamente e seguendo punto per punto le argomentazioni del poeta fiorentino, alle quali il giurista talvolta aderisce (« et hoc est verum, ut infra dicam, et in hoc bene dicit poeta ») e talvolta si oppone, non senza aver prima dichiarato tutto il rispetto per la sua memoria : « Mihi videtur salva reverentia tanti poetae quod dictae rationes factae ad reprobandum dictas opi(niones) non sunt verae26. » Poesia e filosofia, cioè letteratura, nel diritto e come diritto.
27 F. Calasso, Bartolo da Sassoferrato, in Dizionario biografico degli Italiani, VI, Roma, Istituto de (...)
28 Si veda per tutti R. Jacquin, Le « Procès de Satan », in Bartolo da Sassoferrato. Studi e documenti (...)
29 A. D’Ancona, Origini del teatro in Italia. Studj sulle sacre rappresentazioni seguiti da un’appendi (...)
30 Ibid., p. 29 e p. 33.
12Negli stessi anni Bartolo sarebbe andato oltre. Di lui si conserva infatti, tra i trattati che la tradizione gli ha attribuito (attribuzione contro la quale, almeno in questo caso, come scrisse Francesco Calasso, sono state addotte argomentazioni che « non mette conto riferire27 »), un singolare scritto che porta il titolo di Tractatus quaestionis ventilatae coram domino nostro Iesu Christo inter Virginem Mariam ex una parte et diabolum ex alia parte. Si tratta di un testo che attirò l’attenzione curiosa (e non sempre benevola) di grandi interpreti della storia del diritto e del processo, come lo Stintzing e il Bethmann-Hollweg28, e soprattutto, in Italia e con maggior chiarezza di vedute, di Alessandro D’Ancona, che nei suoi studi sulle sacre rappresentazioni gli dedicò un posto speciale nell’esame del genere letterario di quei Contrasti, di cui « la forma forse più comune » è quella del « Contrasto fra il Diavolo da una parte, e Maria o l’Angelo dall’altra29 ». D’Ancona poteva citare Bartolo subito dopo aver ricordato e ampiamente citato, e non a torto, sia « le rozze rime in antico dialetto lombardo di Fra Bonvesin da Riva » pubblicate dal Bekker, nelle quali il Diavolo si mostra già « per lo meno buon loico », sia il più celebre luogo dantesco, quelle quattro terzine che sono « una specie di Contrasto fra il Demonio e l’Angelo », in cui il Demonio, avendo strappato l’anima di Federico da Montefeltro al suo patrono san Francesco, « del quale negli ultimi anni della vita aveva cinto la povera tonaca30 », si vanta appunto d’essere « loico » (Inf., XXVII, 112-123) :
tu non pensavi ch’io loico fossi ! »
Scrive D’Ancona :
Altre volte il Diavolo si mostra esperto non solo in teologia e filosofia, ma anche in diritto, e ne sa per lo senno a mente tutte le formule. Nella Visione di Furseo sono a contesa fra loro per un morto il Diavolo e l’Angelo, e non si accordano ; sicché è necessario far appello a Dio : e al suo tribunale, Satana difende valorosamente la propria causa, sebbene non gli riesca vincerla : come accade anche nel celebre Tractatus quaestionis ventilatae coram Domino Nostro Jesu Christo, inter Virginem Mariam ex una parte et Diabolum ex alia, dove Bartolo da Sassoferrato ha fatto vedere come il padre di menzogna sia anche un perfetto curiale, e un romanista di prima forza31.
E annota di seguito :
32 Ibid., p. 34, n. 2. Nella n. 3, pp. 34-35, fondandosi sullo Stintzing e sul Roskoff, D’Ancona aggiu (...)
In questo Trattato […] il Demonio cita l’uman genere davanti al tribunale di Dio, con carta autenticata da Maometto e Cerbero. Il reo si lascia cogliere in contumacia, ma poi si volge a Maria che ne assume le difese. Se non che subito il nemico svolge un incidente, sostenendo che secondo la Legge romana De Postulat. I, 3, le donne non possono essere avvocati, e di più in questo caso sarebbe sospetta come madre del giudice, a tenore della legge De appellat. cap. postr. Cod. de assessorib. Respinte queste eccezioni, comincia la causa, condotta secondo tutte le forme rituali del Diritto, e che si conchiude con una sentenza lecta et vulgata per me Johannem Evangelistam notarium d. n. J. Christi, etc.32.
33 R. Jacquin, Le « Procès de Satan », art. cit., pp. 271, 273, 275, 278, con riferimento a diversi gi (...)
34 Sul punto rinvio a D. Segoloni, Aspetti del pensiero giuridico e politico di Bartolo da Sassoferrat (...)
13« Contrasto curiale », secondo D’Ancona ; « curieux procès », secondo Jacquin, un « Processus joco-serius », o forse qualcosa di simile a « un livre de simple vulgarisation », perfino « un arrangement de deux traités antérieurs », come suggerito dalle date discordanti del 1354 e del 1311, che figurano entrambe nel testo, e in ogni caso un trattato « où le mélange des genres est inconvenant33 ». Nessuno di questi giudizi coglie in verità nel segno, poiché la « stravaganza » del testo bartoliano è tale solo se ci si rifiuti ostinatamente di coglierne tutte le connessioni con le forme della letteratura « popolare » trecentesca, e in particolare con quelle forme di drammatizzazione così caratteristiche del mondo francescano, cui Bartolo, come si sa, fu intimamente legato per sentimento religioso non meno che per attività scientifica (alludo ovviamente al Tractatus Minoritarum, che resta una delle sue opere più importanti per la definizione della « povertà volontaria » dei frati minori34). Sbaglieremmo a pensare che il suo Contrasto, un processo che si svolge di venerdì santo davanti a Cristo giudice e che nasce dall’istanza diabolica per la restituzione del genere umano al possesso del Maligno, sia solo un’allegoria destinata a rinnovare, e magari anche a perfezionare da un punto di vista « tecnico », un genere destinato alla rappresentazione durante la settimana santa. C’è di più, e quel di più sta forse nell’occasione, colta dal giurista perugino, di usare di una forma letteraria « popolare » per affrontare, da giurista, problemi del processo che con maggior difficoltà avrebbero potuto essere trattati in discursu lectionis o in un’opera monografica che si fondasse esclusivamente nell’allegazione delle « Iustiniani leges » (come appunto fa il Diavolo, che infatti si dimostra « un romanista di prima forza », ma non esattamente un giurista di prima forza) :
35 Bartolo da Sassoferrato, Tractatus quaestionis ventilatae coram D. Iesu Christo. Inter Virginem Mar (...)
Adveniente itaque die Veneris sancti, statim comparuit daemon dicens : Domine Deus, ego sum ille damnatus, qui habeo conqueri coram vobis contra genus humanum.Dixit Dominus : Vade, et expecta ; tu scis, quod totus dies cedit humano generi […].Expectavit ergo daemon usque ad horam nonam et videbat (ut more humano loquamur) alios litigantes euntes, et redeuntes, unde satis dolebat, quia ipse solus audiri non poterat. Quapropter assumpta audacia iterato dixit : O pater, qui es summa iustitia, ergo me presento coram te contra genus humanum.Cui Dominus Deus ait : O importune, et proterve, nonne dixi tibi, quod tota dies cedit humano generi ? Et sic expectavit daemon usque ad noctis tenebras […] et coepit vociferari diabolus dicens : Ubi est iustitia tua Domine, quod etiam in coelis vix invenio ?Dixit dominus : Veni maledicte, quia iam est hora, ut te audiamus. Et exhibuit statim citationem, qua exhibita, exclamatum extitit per Angelum Gabrielem, si est ibi aliquis pro genere humano. Veruntamen quilibet obmutuit. Tunc dixit Daemon : Nemo credat, quod ego velim procedere nisi curiali modo, quo posito constat de contumacia generis humani, quare cum super hoc dicant iura qualiter iudices agere debeant, non tamen statim sententiam excommunicationis fulminare, ut vos scitis, ego non peto hoc, sed peto tantum literas quib(us) contineatur, quod ego sufficienter comparui nemine pro humano genere comparente […].Respondet Dominus, qui novit abscondita tenebrarum : Tu scis, quod iudices quandoque secundum iura utuntur mera iustitia, et rigore iuris, quandoque aequitate secundum personas, causas, loca, et tempora […]. Unde cum aequitatem ante oculos habeamus […] volumus ipsa aequitate suadente praesentem diem in diem crastinam prorogare, quam tibi et humano generi assignamus ad comparendum legitime coram nobis […].Exclamavit voce magna daemon, et dixit : Domine ubi est iustitia tua ? Iam enim bis per ea, quae video in exercenda iustitia defecisti.Dixit Dominus : Eiicias eum foras, nonne tibi diximus, quod volumus aequitatem servare ? Et ipse daemon fuit eiectus de Regno Coelorum ad inferos rediens, primo dura sociis suis retulerat, modo retulit duriora. Veruntamen dixerunt daemones adinvicem : Si aequitate pensata Dominus Iesus iudex noster processisset, certe te procuratorem nequitiae infernalis totaliter audivisset […]. Sed ex quo te audire noluit, a iuris tramite discedere non tardavit, unde postquam res sic se habet, crastina die ad Iesum iudicem nostrum hora tempestiva dirigas gressus tuos. Sero autem facto, fuit magnus rumor in coelis, qualiter genus humanum erat in contumacia, chorus sanctorum exclamavit dicens : Domine Iesu Christe Rex gloriae, et mundi salvator, non est bonum humanum genus deperire, scis enim nisi fuisset clementia tua, qui aequitate pensata, diem prorogasti in diem sequentem, qualiter genus humanum firmasset pedes suos instabili gradu, et sic finaliter clamavit voce magna chorus sanctorum in favorem humani generis, qui rumor ascendit ad aures Beatae Mariae Virginis, quo audito et intellecto, ipsa amarissime fuit turbata. Et inquirens, quod erat innovatum […], dixit publice, quod voluisset esse advocata humano generi, quo audito omnis chorus coelestis magno gaudio fuit repletus35.
36 Si veda per tutti G. Minnucci, La Capacità processuale della donna nel pensiero canonistico classic (...)
37 Bartolus a Saxo Ferrato, In Secundam ff. novi Partem, Venetiis, apud Iuntas, 1570, in l. foeminae, (...)
38 Bartolus a Saxo Ferrato, In Primam Codicis partem, Venetiis, apud Iuntas, 1570, in l. alienam, C. d (...)
39 Ibid., in l. sancimus, C. de satisdando (C. 2, 57, 6), c. 94r.
40 Bartolus a Saxo Ferrato, In tres Codicis libros, op. cit., in l. si ut proponitis, C. de dignitatib (...)
41 Ibid., in l. mulieres, C. de incolis (C. 10, 39, 9), c. 21v ; in l. mulieres, C. de dignitatibus (C (...)
42 Bartolus a Saxo Ferrato, In Secundam ff. novi Partem, op. cit., in l. foeminae, ff. de regulis iuri (...)
14Il vero problema giuridico (e il vero punto della controversia dinnanzi al tribunale divino) sta però proprio nell’ammissibilità di una donna all’ufficio di procuratore e difensore, regolarmente esclusa per le norme di diritto comune, che ne limitano la capacità processuale36. Bartolo aveva già toccato il punto nelle sue lecturae, in particolare nel commento alla l. foeminae, ff. de regulis iuris (D. 50, 17, 2)37, ma anche in quelli alla l. alienam, C. de procuratoribus (C. 2, 13, 18)38, alla l. sancimus, C. de satisdando (C. 2, 57, 6)39, nonché nella già ricordata repetitio in l. si ut proponitis, C. de dignitatibus (C. 12, 1, 1)40, con le collegate ll. mulieres, C. de incolis (C. 10, 39, 9) e mulieres, nello stesso titolo de dignitatibus (C. 12, 1, 13)41. Importante è soprattutto il commento a D. 50, 17, 12, dove Bartolo enumera le eccezioni al regolare divieto di accesso delle donne all’ufficio di procuratore, ricordando che per la l. foeminae, ff. de procuratoribus (D. 3,3, 41) è loro concesso di agire pro parentibus qualora essi siano impediti a causa dell’età o della malattia e non vi sia altri che possa stare per loro in giudizio, e dove ad ogni buon conto è ricordata anche la possibilità del rescritto espressamente derogatorio del diritto vigente, scritto e consuetudinario (« puta, si Princeps concesserit, dicendo, non obst[ante] tali lege, et consuetudine42 »). È di quella dottrina che egli fa uso nel Contrasto, in un luogo che si vorrebbe qui riprodurre integralmente anche a causa della sua particolare forza espressiva, se non proprio per la singolarità di un diavolo che allega la Lectura Codicis di Cino da Pistoia e di una Vergine che « ne sa una più del diavolo », allegando a puntino il Decretum e il Liber Extra, il Codice e il Digesto e dimostrando di essere come il buon giureconsulto, il quale non praesumitur decipi :
43 Bartolo da Sassoferrato, Tractatus quaestionis ventilatae coram D. Iesu Christo. Inter Virginem Mar (...)
Dixit autem Dominus daemoni : Modo dicas quidquid habes dicere contra genus humanum […]. Dixitque daemon : Ego dicam causam meam, sed non video cum quo loquar, quia ut scis, iudicium constet ex trib(us) personis, ut extra, de verb(orum) sig(nificatione) c. forus [c. 10, X, v, 40], et C. ad l. Corne(liam) de fal(sis) l. ubi [C. 9, 22, 22] ; personam autem rei, seu conventi non video ; quomodo ergo causam dicam ? quia non habeo respondentem legitimum, nec qui sit legitimus contradictor, ut per Cy(num) in l. fi(nali) C. de edi(cto) divi Adr(iani) tol(lendo) [C. 6, 33, 3].Respon(det) beata Maria Virgo : Dictum demonis facit pro me : dicit enim quod iudicium constat ex trib(us) personis, scilicet iudicis, actoris et rei. Sed ego non video personam actoris, quod est primum fundamentum, ut ff. si pars haere(ditatis) l. I. §. I. [D. 5, 4, 1, § 1] et ff. de iu(re) codi(cillorum) l. quidam referunt [D. 29, 7, 14] cum si(milibus) ; ergo daemon audiri non debet, et ita pronunciari et declarari peto cum instantia quantum possum […].Respon(det) daemon : Fundata est a modo persona actoris, scilicet ex procuratorio meo iam supra alleg(ato) et producto scripto manu notarii publici anno Domini Mcccliiij. indi(ctione) v. praesente Raphino de Machometo, et Cerbero, et quam plurib(us) adhibitis, rogatis et vocatis ad chartam procurae, ita quod a modo fundata est persona actoris, maxime cum ex parte iudicis ad mei procuratoris legitimi petitionem citatio emanavit.Dixit advocata : Quod mores mulierum leviter offenduntur, ut ext(ra), de verb(orum) sig(nificatione) c. forus [c. 10, X, v, 40] et C. de sponsa(libus) l. 4. [C. 5, 1, 4], unde ne teneamus diem in longo sermone, peto copiam citationis mihi exhiberi, quia sic oportet fieri antequam ad alia procedamus, ut ff. de proc(uratoribus) l. 2. [D. 3. 3. 2] et ext(ra) de prob(ationibus) c. quoniam contra falsam [c. 11, X, ii, 19].Daemon ait : Cui fiet copia ? Partem enim conventam quae in iudicio legitime interesse deberet, non video.Respondet advocata : Ecce me, quae sum advocata humani generis, et pro ipso genere humano parata sum stare in iudicio, et ibi iuridice respondere.Respondet diabolus : Audi pater domine iudex, et respice veritatem, quia tua mater ab omni advocationis officio excluditur. Adverte primo, quia mulieres pro aliquo postulare prohibentur, quia virile est officium, ut ff. de post(ulando) l. I. [D. 3, 1, 1] et 3. q. 8. can. 3. in prin(cipio) [c. 3, C. VIII, q. iii]. Praeterea Ipsa est mater tua, unde ipsam reddo suspectam, ut ext(ra) de ap(pellationibus) c. postremo et c. cum speciali [c. 36 e c. 61, X, ii, 28] et C. de asses(soribus) et dome(sticis) l. domesticus [C. 1, 51, 4]. Nam si matris tuae officium admitteretur, scilicet ut advocare posset pro humano genere, posset de levi mater tua te Iesum filium suum ad suam partem trahere, et sic ius et iustitia a suis terminis totaliter deviaret, ex quibus dico eam non esse admittendam, et ita pronunciari, et declarari peto.Dicit Advocata filio suo : Cave fili mi, ne fraus illius versuti te circumveniat. Asserit enim me Advocatam generis humani non esse admittendam : mentitur enim, cum vere contra veritatem loquatur, et etiam contra iura, nam in eius ore nunquam fuit veritas inventa. Nosti domine iudex fili mi, quod licet mulieres non admittentur ad postulationis officium, tamen pro miserabilib(us) personis, coniunctis, pupillis et viduis bene admittuntur, ar(gumento) extra, de proc(uratoribus) c. pe(nultimo) [c. 14, X, i, 38] et c. certis de causis, 15. q. 3. [c. 3, C. XV, q. iii] et l. foeminis ff. de proc(uratoribus) [D. 3, 3, 41]. Utile est etiam si bene inspiciamus fili mi, ubi sunt magis miserabiles personae, quam in mundo, quem iste procurator nequitiae infernalis nititur redigere ad primaevum statum, et ad pristinam servitutem, quod est contra bonos mores, et iustitiam, et iura naturalia, ut ff. de iusti(tia) et iure l. manumissiones [D. 1, 1, 4] cum si(milibus). Praeterea ipse dicit, et alleg(at) quod ego sum mater iudicis, unde tanquam mater, quia suspecta, admitti non debeo iudicio, sed contra hoc est quod debeo admitti et audiri, nam possum praesentem causam defendere, ipsamque prosequi, quia mea interest tanquam advocata : nam si essem Iudaea, vel excommunicata, defensiones meae mihi salvae essent, et audiri deberem, arg(umento) extra, de excep(tionibus) c. cum inter priorem et c. dilectus filius [c. 5 e c. 8, X, ii, 25], cum si(milibus) […].Dixit Daemon : Domine iudex hoc sero peto per vos interloqui, ut legitimentur personae.Et interlocutus est Dominus, et pronunciavit, et declaravit Mariam Virginem esse legitimam advocatam, et admitti, et audiri debere, ipsumque procuratorem nequitiae infernalis esse etiam admittendum43.
44 P. Grossi, La fantasia nel diritto, « Quaderni fiorentini per la storia del pensiero giuridico mode (...)
15Solo la nostra antistorica proiezione nel passato del modello del giurista formatosi in una realtà storica e concettuale come quella del diritto codificato ci impedisce, a volte, di scorgere i nessi tra la letteratura giuridica e le altre forme ed espressioni della spiritualità medievale. Solo il positivismo giuridico « di cui si sono cibati avidamente e si sono saziati soddisfatti i nostri padri », ha scritto Paolo Grossi in una sua nota intitolata La fantasia nel diritto, poteva relegare i giuristi nel ruolo di esegeti di costruzioni altrui, di « frati conversi vocati soltanto al servizio » che « non potevano permettersi il lusso della fantasia come non se la posson mai permettere un cancelliere o un segretario che devon sempre identificare nella fedeltà (fedeltà a un qualcosa a loro esterno ed estraneo) il sommo delle virtù tradizionali. Il politico aveva in sua mano ogni scelta ; al giurista – fosse egli giudice o dottore – era riservato il campicello magro e risecchito dell’esegesi44 ». Una tale ancillarità del diritto non era propria del Medioevo giuridico. Il giurista poteva allora permettersi la fantasia, quel « fardello di volontà e di intuizioni » che è connaturato alla creatività dell’interpretazione, propria della tradizione romanistica. E poteva permettersela proprio perché il diritto si nutriva dell’apporto di un panorama letterario vastissimo, tanto da farsi esso stesso letteratura e da racchiudere in sé un’esperienza destinata ad imprimersi per secoli nel lessico occidentale.
2 Un’eccellente rassegna critica degli orientamenti scientifici più recenti è ora in C. Douzinas, The Literature of Law, in Shakespeare and the Law, a cura di D. Carpi, Ravenna, Longo Editore (Il Portico. Biblioteca di Lettere ed Arti, 128), 2003, pp. 17-46, da leggersi con le riflessioni di M. A. Kayman, Law-and-Literature. Theory & the Turn to Ethics, ivi, pp. 47-58.
3 Per un’introduzione a questo tema si veda D. Quaglioni, À une déesse inconnue. La conception pré-moderne de la justice, prefazione e traduzione di M.-D. Couzinet, Parigi, Publications de la Sorbonne, 2003, pp. 26-27 ; Id., La Giustizia nel Medioevo e nella prima età moderna, Bologna, Il Mulino, 2004, p. 27.
5 Su di lui si veda ora D. Quaglioni, Alberto Gandino e le origini della trattatistica penale, « Materiali per una storia della cultura giuridica », XXIX, 1999, pp. 49-63.
6 A. Gandino, Tractatus de maleficiis, Rubr. Quid sit fama, § 1, in H. U. Kantorowicz, Albertus de Gandino und das Strafrecht der Scholastik, II : Die Theorie. Kritische Ausgabe des Tractatus de Maleficiis nebst textkritischer Einleitung, Berlino, J. Guttentag, 1907, p. 52.
7 Così nelle Istituzioni di Giustiniano (J. 1, 2, § 2) : « Sed ius quidem civile ex unaquaque civitate appellatur, veluti Atheniensium : nam si quis velit Solonis vel Draconis leges appellare ius civile Atheniensium, non erraverit ; sic enim et ius, quo populus Romanus utitur, ius civile Romanorum appellamus : vel ius Quiritium, quo Quirites utuntur. Romani enim a Quirino Quirites appellantur ; sed quotiens non addimus, cuius sit civitatis, nostrum ius significamus : sicuti cum poetam dicimus nec addimus nomen, subauditur apud Graecos egregius Homerus, apud nos Vergilius. »
8 D. 1, 5 (De statu hominum), 12 : « Septimo mense nasci perfectum partum, iam receptum est propter auctoritatem doctissimi viri Hippocratis : et ideo credendum est, eum, qui ex iustis nuptiis septimo mense natus est, iustum filium esse. »
9 D. 46, 3 (De solutionibus et liberationibus), 36 : « Nam et Aristoteles scripsit, quinque nasci posse ; quia vulvae mulierum totidem receptacula habere possunt. »
10 Sulla questione si veda ora D. Quaglioni, Introduzione. La rinnovazione del diritto, in Il secolo xii : la « renovatio » dell’Europa cristiana, a cura di G. Constable, G. Cracco, H. Keller, D. Quaglioni, Bologna, Il Mulino, 2003, pp. 17-34.
11 Bartolus a Saxoferrato, Sermo in doctoratu D. Bonaccursii fratris sui, in Id., Consilia, quaestiones et tractatus, Venetiis, 1596, c. 182r.
12 Cfr. D. Quaglioni, Autosufficienza e primato del diritto nell’educazione giuridica preumanistica, in Sapere e/è potere. Discipline, dispute e professioni nell’Università medievale e moderna. Il caso bolognese a confronto, Atti del convegno di Bologna (13-15 aprile 1989), II : Verso un nuovo sistema del sapere, a cura di A. Cristiani, Bologna, Istituto per la storia di Bologna, 1990, p. 125-134.
13 L. Mayali, « Ius civile » et « ius commune » dans la tradition juridique médiévale, in Droit romain, « ius civile » et droit français, a cura di J. Krynen, « Études d’histoire du droit et des idées politiques », 3, 1999, p. 201-217 : 210-211.
15 Dante Alighieri, Monarchia, II, ix, 19-20, a cura di P. G. Ricci, Milano, Mondadori (Le Opere di Dante Alighieri. Edizione nazionale a cura della Società dantesca italiana, V), 1965, p. 211.
16 Per tutto ciò si veda ora P. Gilli, La Noblesse du droit. Débats et controverses sur la culture juridique et le rôle des juristes dans l’Italie médiévale (xiie-xve siècles), Parigi, Honoré Champion, 2003.
17 Bartolo da Sassoferrato, Tiberiadis, in O. Cavallar, River of Law: Bartolus’s Tiberiadis (De alluvione), in A Renaissance of Conflicts. Visions and Revisions of Law and Society in Italy and Spain, a cura di J. A. Marino e Th. Kuehn, Toronto, Centre for Reformation and Renaissance Studies, 2004, pp. 31-129 : 84.
18 Ibid., pp. 84-85. Cfr. D. Quaglioni, « Civilis sapientia ». Dottrine giuridiche e dottrine politiche fra Medioevo ed età moderna, Rimini, Maggioli, 1989, pp. 151-152.
19 J. Le Goff, I sogni nella cultura e nella psicologia collettiva dell’Occidente medievale, in Id., Tempo della Chiesa e tempo del mercante. E altri saggi sul lavoro e la cultura nel Medioevo, trad. it. di M. Romano, Torino, Einaudi, 1977, pp. 279-286 : 286.
20 Per una informazione esaustiva su questo fondamentale testo si veda M. Schnerb-Lièvre, Introduzione, in Somnium Viridarii, a cura di M. Schnerb-Lièvre, Parigi, CNRS Éditions, 1993, I, pp. xi-lviii ; cfr. D. Quaglioni, La tipologia del « Somnium » nell’ambito del dibattito su scisma e concilio, in Conciliarismo, stati nazionali, inizi dell’umanesimo, Atti del Convegno di Todi (9-12 ottobre 1988), Spoleto, Centro di Studi sull’Alto Medioevo, 1990, pp. 97-117.
21 Per il testo del De tyranno si veda D. Quaglioni, Politica e diritto nel Trecento italiano. Il « De tyranno » di Bartolo da Sassoferrato (1314-1357). Con l’edizione critica dei trattati « De Guelphis et Gebellinis », « De regimine civitatis » e « De tyranno », Firenze, Olschki (Il pensiero politico. Biblioteca, 11), 1983, pp. 175-213 ; sul De represaliis si veda Id., Il proemio del bartoliano « Tractatus represaliarum », « Pluteus », II, 1984, pp. 85-92 ; il testo del De insigniis et armis si legge in O. Cavallar-S. Degenring-J. Kirshner, A Grammar of Signs. Bartolo da Sassoferrato’s « Tract on Insignia and Coats of Arms », Berkeley, The Robbins Religious and Civil Law Collection, 1994, pp. 109-121 ; per il De dignitatibus si veda M. Schnerb-Lièvre e G. Giordanengo, « Le Songe du vergier » et le « Traité des dignités » de Bartole, source des chapitres sur la noblesse, « Romania », 437-438, 1989, pp. 181-232.
22 Bartolus a Saxo Ferrato, In tres Codicis libros, Venetiis, apud Iuntas, 1570, in l. si ut proponitis, C. de dignitatibus (C. 12, 1, 1), n. 44, c. 46v. Cfr. C. Donati, L’Idea di nobiltà in Italia, secoli xiv-xviii, Roma-Bari, Laterza, pp. 3-7, e più in particolare M. Ascheri, La nobiltà medievale : nella glossa e in Bartolo da Sassoferrato, in Id., Diritto medievale e moderno. Problemi del processo, della cultura e delle fonti giuridiche, Rimini, Maggioli, 1991, pp. 55-80. Ulteriori indicazioni si leggono ora in G. Castelnuovo, L’identità politica delle nobiltà cittadine (inizio xiii– inizio xvi secolo), in R. Bordone, G. Castelnuovo e G. M. Varanini, Le Aristocrazie dai signori rurali al patriziato, Roma-Bari, laterza, 2004, pp. 195-243.
23 Dante Alighieri, Il Convivio, IV, Canzone terza, 23-24 ; IV, iii, 6 (Dante Alighieri, Il Convivio ridotto a miglior lezione e commentato da G. Busnelli e G. Vandelli, con introduzione di M. Barbi. Seconda edizione con appendice di aggiornamento a cura di A. E. Quaglio, Firenze, Le Monnier, 1964, II, p. 3 e p. 26).
24 Bartolus a Saxo Ferrato, In tres Codicis libros, op. cit., in l. si ut proponitis, C. de dignitatibus (C. 12, 1, 1), n. 47, c. 46v. Per il testo del De Guelphis et Gebellinis, cfr. D. Quaglioni, Politica e diritto nel Trecento italiano, op. cit., p. 132.
25 Bartolus a Saxo Ferrato, In tres Codicis libros, op. cit., in l. si ut proponitis, C. de dignitatibus (C. 12, 1, 1), nn. 46-47, c. 46v.
26 Ibid., n. 47, c. 46v. Una nuova ricerca sulla repetitio bartoliana è ora in corso da parte di Charlotte Winckler.
27 F. Calasso, Bartolo da Sassoferrato, in Dizionario biografico degli Italiani, VI, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1964, pp. 640-669 : 658.
28 Si veda per tutti R. Jacquin, Le « Procès de Satan », in Bartolo da Sassoferrato. Studi e documenti per il VI centenario, Milano, Giuffrè, 1962, II, pp. 269-280, che raccoglie alcune osservazioni di C. Manaresi, La quaestio inter virginem Mariam et Diabolum, « Archivio giuridico », XXVI, 1881, pp. 584-594.
29 A. D’Ancona, Origini del teatro in Italia. Studj sulle sacre rappresentazioni seguiti da un’appendice sulle sacre rappresentazioni del contado toscano, Firenze, Successori Le Monnier, 1877, II, p. 29.
32 Ibid., p. 34, n. 2. Nella n. 3, pp. 34-35, fondandosi sullo Stintzing e sul Roskoff, D’Ancona aggiunge, un po’ alla rinfusa, un elenco di esempi letterari posteriori : « Simili al Contrasto curiale di Bartolo sono il Processus Luciferi, o Lis Christi et Belial, di Jacopo degli Ancarani da Teramo (Augusta, 1472), dove la causa è giudicata in primo appello da Salomone, in secondo appello da Giuseppe, e per ultimo da quattro arbitri, Cesare Augusto, Geremia, Isaia e Aristotile, che concordemente condannano Lucifero ai danni e alle spese : l’Advocacte Notre-Dame, ou la Vierge Marie plaidant contre le Diable, poème du xive siècle, Parigi, Aubry, 1855 ; il Gerichtlich. Process d. heilig. Dreifaltigkeit, di Petrus Meckel, Nurnberg, 1571, ecc. Appartiene a questa categoria anche il Traité du jugement dernier, ou Procez criminal des réprouvez, accusez, jugés et condamnez de Dieu selon la formalité de la justice, etc., del P. Hyacinte Lefebvre : Parigi, 1671. »
33 R. Jacquin, Le « Procès de Satan », art. cit., pp. 271, 273, 275, 278, con riferimento a diversi giudizi della critica antica e recente.
34 Sul punto rinvio a D. Segoloni, Aspetti del pensiero giuridico e politico di Bartolo da Sassoferrato, Perugia, Università degli Studi di Perugia, 1979, pp. 29-37.
35 Bartolo da Sassoferrato, Tractatus quaestionis ventilatae coram D. Iesu Christo. Inter Virginem Mariam ex una parte, et diabolum ex alia parte, in Bartoli a Saxoferrato, Consilia, Quaestiones, et Tractatus, Venetiis, 1596, cc. 127v-129v : nn. 1-2, c. 128r.
36 Si veda per tutti G. Minnucci, La Capacità processuale della donna nel pensiero canonistico classico, I : Da Graziano a Uguccione da Pisa, Milano, Giuffrè, 1989 ; II : Dalle scuole d’oltralpe a s. Raimondo di Pennaforte, Milano, Giuffrè, 1994 e in sintesi Id., Processo e condizione femminile nella canonistica classica, in Studi di storia del diritto medioevale e moderno, a cura di F. Liotta, Bologna, Monduzzi, 1999, pp. 129-183.
37 Bartolus a Saxo Ferrato, In Secundam ff. novi Partem, Venetiis, apud Iuntas, 1570, in l. foeminae, ff. de regulis iuris (D. 50, 17, 2), c. 251r.
38 Bartolus a Saxo Ferrato, In Primam Codicis partem, Venetiis, apud Iuntas, 1570, in l. alienam, C. de procuratoribus (C. 2, 57, 6), c. 73r.
40 Bartolus a Saxo Ferrato, In tres Codicis libros, op. cit., in l. si ut proponitis, C. de dignitatibus (C. 12, 1, 1), nn. 42-43, c. 46r-v.
41 Ibid., in l. mulieres, C. de incolis (C. 10, 39, 9), c. 21v ; in l. mulieres, C. de dignitatibus (C. 12, 1, 13), c. 49r.
42 Bartolus a Saxo Ferrato, In Secundam ff. novi Partem, op. cit., in l. foeminae, ff. de regulis iuris (D. 50, 17, 2), c. 251r.
43 Bartolo da Sassoferrato, Tractatus quaestionis ventilatae coram D. Iesu Christo. Inter Virginem Mariam ex una parte, et diabolum ex alia parte, op. cit., nn. 4-6, c. 128r-v.
44 P. Grossi, La fantasia nel diritto, « Quaderni fiorentini per la storia del pensiero giuridico moderno », 15, 1986, pp. 589-592.Top of page
Diego Quaglioni, « La Vergine e il diavolo. Letteratura e diritto, letteratura come diritto », Laboratoire italien [Online], 5 | 2005, Online since 07 July 2011, connection on 28 April 2017. URL : http://laboratoireitalien.revues.org/425 ; DOI : 10.4000/laboratoireitalien.425 Top of page
Diego Quaglioniest professeur à l’université de Trente, où il enseigne l’histoire de la pensée juridique moderne. Il étudie la pensée politique des juristes du Moyen Âge et du début de l’époque moderne. Il a publié Politica e diritto nel Trecento italiano (Florence, Olschki, 1983), Civilis Sapientia (Rimini, Maggioli, 1989), I Limiti della sovranità (Padoue, Cedam, 1992). Avec Margherita Isnardi Parente, il a préparé l’édition italienne de la République de Bodin (Turin, Utet, 1988-1997). Il a introduit et préparé l’édition posthume du volume de Luigi Firpo, Il Processo di Giordano Bruno (Rome, Salerno Editore, 1993). Avec Silvana Seidel Menchi, il a publié Coniugi nemici. La separazione in Italia dal xii al xviii secolo (Bologne, Il Mulino, 2000) et Matrimoni in dubbio. Unioni controverse e nozze clandestine in Italia dal xiv al xviii secolo (Bologne, Il Mulino, 2001). Il a publié dernièrement À une déesse inconnue. La conception pré-moderne de la justice (Paris, Publications de la Sorbonne, 2003), La Sovranità (Rome-Bari, Laterza, 2004), ainsi que La Giustizia nel Medioevo e nella prima età moderna (Bologne, Il Mulino, 2004).
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