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Timestamp: 2017-03-25 15:27:04+00:00
Document Index: 157842159

Matched Legal Cases: ['art. 13', 'art. 7', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 11', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 10', 'art. 24', 'art. 24', 'art. 7', 'art. 24', 'art. 2', 'art. 25', 'art. 1', 'art. 25', 'art. 6', 'art. 15', 'art. 25', 'art. 15', 'art. 25', 'art. 3', 'art. 31', 'art. 1', 'art. 12', 'art. 25', 'art. 3', 'art. 25', 'art. 8', 'art. 25', 'art. 5', 'art. 10', 'art. 3', 'art. 25', 'art. 9', 'art. 25', 'art. 9', 'art. 300', 'art. 25', 'art. 63', 'art. 3', 'art. 25', 'art. 15', 'art. 25', 'art. 25', 'art. 1', 'art. 25', 'art. 4', 'art. 12', 'art. 3', 'art. 10', 'art. 3', 'art. 4', 'art. 10', 'art. 5', 'art. 8', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 6', 'art. 7', 'art. 5', 'art. 12', 'art. 25', 'art. 5', 'art. 26', 'art. 56', 'art. 27', 'art. 29', 'art. 2504', 'art. 30', 'art. 20', 'art. 33', 'art. 2560', 'art. 10', 'art. 10', 'art. 11', 'art. 11', 'art. 12', 'art. 9', 'art. 13', 'art. 13', 'art. 14', 'art. 14', 'art. 13', 'art. 20', 'sentenza ', 'art. 13', 'art. 12', 'art. 17', 'art. 14', 'art. 15', 'art. 16', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 18', 'sentenza ', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 7', 'art. 27', 'art. 6', 'art. 13', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 12', 'art. 7', 'art. 1', 'art. 7', 'art. 2', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 1', 'art. 11', 'art. 2465', 'art. 2482', 'art. 2436', 'art. 2477', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 13', 'art. 19', 'Cass. Sez. ', 'Cass. Sez. ', 'art. 3', 'art. 10', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 25', 'art. 56', 'art. 2560', 'art. 19', 'art. 47', 'Cass. Sez. ', 'art. 6', 'art. 12', 'sentenza ']

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Tweet ASSOCIAZIONE CALCISTICA PERUGIA CALCIO S.R.L. Modello di organizzazione, gestione e controllo
(ai sensi del D. Lgs. 8 giugno 2001 n. 231) ESTRATTO
Rev. 0 Delibera Amministratore Unico 25.06.15 Adozione
SOMMARIO: Sezione I. Il quadro normativo di riferimento. – 1.1. La responsabilità amministrativa delle persone giuridiche. – 1.2. I destinatari del Decreto. – 1.3. I criteri di imputazione della responsabilità amministrativa: i reati presupposto. – 1.4. (Segue): il locus commissi delicti e i “reati transnazionali”. – 1.5. (Segue): presupposti oggettivi e “colpa di organizzazione”. – 1.6. (Segue): i delitti tentati. – 1.7. Responsabilità amministrativa dell’Ente e vicende modificative. – 1.8. L’apparato sanzionatorio. – 1.9. Le misure cautelari. – 1.10. Il modello organizzativo quale esimente della responsabilità amministrativa. – 1.11. L’adozione del modello di organizzazione, gestione e controllo quale esimente ex art. 13 C.G.S. – 1.12. L’art. 7 comma 5 dello Statuto F.I.G.C. – Sezione II. Il modello di organizzazione, gestione e controllo dell’A. C. Perugia Calcio S.r.l. – 2.1. La Società. – 2.2. Il modello di governance dell’A. C. Perugia Calcio S.r.l. – 2.3. La struttura organizzativa dell’A. C. Perugia Calcio S.r.l. – 2.4. Caratteri e finalità del modello di organizzazione, gestione e controllo adottato dall’A. C. Perugia Calcio S.r.l. - 2.5. Metodologia seguita per l’elaborazione del modello di organizzazione, gestione e controllo. – Sezione III. Elementi costitutivi del modello dell’A. C. Perugia Calcio S.r.l. – 3.1. Il Codice Etico. – 3.2. I principi generali di comportamento e le procedure operative a presidio delle attività a rischio. – 3.3. Il sistema disciplinare. – Sezione IV. L’Organismo di Vigilanza. – 4.1. Premessa. – 4.2. Identificazione dell’OdV. – Nomina e revoca. – 4.3. Requisiti dei membri dell’OdV. – 4.4. Funzioni e responsabilità dell’OdV. – 4.5. Poteri dell’OdV. – Sezione V. Selezione, formazione, informativa e vigilanza. – 5.1. Selezione del personale. – 5.2. Formazione del personale. – 5.3. Selezione di collaboratori esterni. – 5.4. Informativa ai collaboratori esterni. – 5.5. Obblighi di vigilanza. – Sezione VI. Flussi informativi nei confronti dell’OdV. – 6.1. Segnalazioni da parte di esponenti della Società o da parte di terzi. – 6.2. Modalità delle segnalazioni. – Sezione VII. Sistema disciplinare. – 7.1. Principi generali. – 7.2. Misure nei confronti dei dipendenti. – 7.3. Misure nei confronti dei dirigenti, dell’Amministratore Unico e del Sindaco. – 7.4. Misure nei confronti dei collaboratori esterni.
IL QUADRO NORMATIVO DI RIFERIMENTO 1.1. La responsabilità amministrativa delle persone giuridiche. Il Decreto legislativo 8 giugno 2001 n. 231 (d’ora innanzi, per brevità, il “Decreto”) ha introdotto nell’ordinamento giuridico italiano, in attuazione della legge-delega 29 settembre 2000, n. 300, a sua volta emanata sulla scorta di plurimi provvedimenti sovranazionali (1), una disciplina per la «responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giuridica» (d’ora innanzi, per brevità, “l’Ente”/“gli Enti”). Il Decreto ha, in tal modo, istituito una nuova tipologia di responsabilità, ascrivibile agli Enti riconosciuti e non riconosciuti, ma non riferibile «allo Stato, agli enti pubblici territoriali, agli altri enti pubblici non economici, nonché agli enti che svolgono funzioni di rilievo costituzionale» (art. 1, comma 3, del Decreto).
La natura della responsabilità dell’Ente viene dal Decreto definita “amministrativa”, anche se, nella sostanza, essa prefigura un paradigma di imputazione di nuova generazione, compatibile con i principi costituzionali di responsabilità per fatto proprio e di colpevolezza e, comunque, per molti tratti assimilabile a quello di matrice penale. Suggeriscono una simile conclusione le prerogative di cognizione attribuite in materia al giudice penale e l’applicabilità della normativa processualpenalistica al procedimento per l’accertamento dell’illecito de societate e per l’irrogazione delle relative sanzioni (2). Più precisamente, il Decreto definisce la predetta responsabilità quale «responsabilità degli enti per gli illeciti amministrativi dipendenti da reato» (art. 1, comma 1, del Decreto), ancorandone la configurabilità ad un novero di presupposti rigidamente predefiniti.
1.2. I destinatari del Decreto.
Nel conferire apposita delega al Governo, il Parlamento aveva individuato, quali destinatari della normativa di futura emanazione, le persone giuridiche e le società, le associazioni e gli enti privi di personalità giuridica che non svolgono funzioni di rilievo costituzionale (art. 11, comma 1° della l. 300 del 2000), specificando che «per persone giuridiche si intendono gli enti forniti di personalità giuridica, eccettuati lo Stato e gli altri enti pubblici che esercitano pubblici poteri». Il legislatore delegato ha perciò tradotto le indicazioni del delegante nell’art. 1 del Decreto, stabilendo che le disposizioni in esso codificate «si applicano agli enti forniti di personalità giuridica e alle società e associazioni anche prive di personalità giuridica» (comma 2), mentre «non si applicano allo Stato, agli enti pubblici territoriali, agli altri enti pubblici non economici, nonché agli enti che svolgono funzioni di rilievo costituzionale» (comma 3). Destinatari della normativa in questione, pertanto, sono non solo tutte le persone giuridiche private (associazioni, fondazioni e istituzioni di carattere privato, società di capitali e cooperative) ma anche gli enti (privati) sprovvisti di personalità giuridica quali le società a base personale (ad esempio, le società semplici, in nome collettivo, in accomandita semplice, nonché quelle di fatto e “irregolari”) e le associazioni non riconosciute.
L’utilizzazione della formula «società e associazioni anche prive di personalità giuridica» (art. 1 comma 2) è volta a circoscrivere l’applicazione delle disposizioni del Decreto agli enti contrassegnati da un’apprezzabile complessità organizzativa, indice suscettibile di differenziare questi ultimi dalla persona fisica autrice del reato e di porre al riparo dalla responsabilità amministrativa le realtà economiche che costituiscono – per così dire – una semplice “proiezione” del singolo soggetto fisico. In tale ottica, la giurisprudenza ad oggi prevalente esclude dalla sottoposizione alla normativa in questione l’imprenditore individuale (3), così come l’impresa familiare e le associazioni in partecipazione. Un’ulteriore delimitazione del perimetro della responsabilità amministrativa concerne gli enti che esercitano pubblici poteri e riguarda lo Stato, gli enti (pubblici) territoriali, gli enti (pubblici) non economici e gli altri enti che svolgono funzioni di rilievo costituzionale (comma 3 dell'art. 1); supportata dal parametro di selezione del «movente economico», la scelta legislativa allestisce un riparo sia a favore degli enti che, pur avvalendosi di istituti di diritto privato, erogano un servizio pubblico senza intenti di lucro (si pensi alle aziende ospedaliere e alle università pubbliche), sia per quelli che, in quanto veicoli della sovranità e/o partecipazione popolare alla vita democratica, devono godere di una libertà d'azione per natura incompatibile con i possibili abusi dello strumento della responsabilità da reato (partiti politici, sindacati). Di contro, lo statuto di “economicità” dell'ente – desumibile dalla coesistenza di finalità pubblicistiche con quelle lucrative – preclude l’operatività della clausola di esclusione (ex art. 1 comma 3 del Decreto): il pensiero corre, in questo caso, a realtà a soggettività privata che svolgono un pubblico servizio in regime di concessione ovvero a società per azioni che espletino funzioni di rilevanza costituzionale pur operando nel rispetto di criteri di economicità (4).
1.3. I criteri di imputazione della responsabilità amministrativa: i reati presupposto.
La responsabilità amministrativa sussiste soltanto per i reati tassativamente indicati nel Decreto e nella L. 16 marzo 2006, n. 146 con riferimento ai reati c.d. “transnazionali” (art. 10) (5). In proposito, dal momento dell’introduzione della responsabilità in questione, si è assistito ad un progressivo ampliamento del perimetro di applicazione del Decreto, originariamente concepito per il solo adeguamento della normativa interna ad alcune Convenzioni Internazionali sottoscritte in tema di lotta alla corruzione (6). Le tipologie di reato da cui può dipendere la responsabilità amministrativa degli Enti sono, allo stato, le seguenti:
i delitti di «indebita percezione di erogazioni, truffa in danno dello Stato o di un ente pubblico o per il conseguimento di erogazioni pubbliche e frode informatica in danno dello Stato o di un ente pubblico» (art. 24 del Decreto);
i «delitti informatici e trattamento illecito di dati» (art. 24 bis del Decreto, inserito dall’art. 7 Legge 18 marzo 2008, n. 48);
i «delitti di criminalità organizzata» (art. 24 ter del Decreto, inserito dall’art. 2 Legge 15 luglio 2009, n. 94);
i delitti di «concussione, induzione indebita a dare o promettere utilità e corruzione» (art. 25 del Decreto, come modificato dall’art. 1, comma 77, lett. a) Legge 6 novembre 2012, n. 190);
i delitti in tema di «falsità in monete, in carte di pubblico credito, in valori di bollo e in strumenti o segni di riconoscimento » (art. 25 bis del Decreto, inserito dall’art. 6 D.L. 25 settembre 2001, n. 350 e successivamente modificato dall’art. 15 Legge 23 luglio 2009, n. 99);
i «delitti contro l’industria e il commercio» (art. 25 bis.1 del Decreto, inserito dall’art. 15 Legge 23 luglio 2009, n. 99);
i «reati societari» (art. 25 ter del Decreto, inserito dall’art. 3, D.Lgs. 11 aprile 2002, n. 61, successivamente modificato dall’art. 31 Legge 28 dicembre 2005, n. 262, dall’art. 1 comma 77 lett. b) Legge 6 novembre 2012, n. 190, nonché, da ultimo, dall’art. 12 Legge 27 maggio 2015, n. 69);
i «delitti con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico» (art. 25 quater del Decreto inserito dall’art. 3 Legge 14 gennaio 2003, n. 7);
il delitto di «pratiche di mutilazione degli organi genitali femminili» (art. 25 quater.1 del Decreto, inserito dall’art. 8 Legge 9 gennaio 2006, n. 7);
i «delitti contro la personalità individuale» (art. 25 quinquies del Decreto, inserito dall’art. 5 della Legge 11 agosto 2003, n. 228 e successivamente modificato dall’art. 10 Legge 6 febbraio 2006, n. 38, nonché, da ultimo, dall'art. 3, comma 1, D.Lgs. 4 marzo 2014, n. 39);
i reati di «abusi di mercato» (art. 25 sexies del Decreto, inserito dall’art. 9 Legge 18 aprile 2005, n. 62);
i delitti di «omicidio colposo e lesioni colpose gravi o gravissime, commessi con violazione delle norme antinfortunistiche e sulla tutela dell’igiene e della salute sul lavoro» (art. 25 septies, introdotto dall’art. 9 Legge 3 agosto 2007, n. 123, successivamente sostituito dall’art. 300 del D.Lgs. 9 aprile 2008 n. 81);
i delitti di «ricettazione, riciclaggio e impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita, nonché autoriciclaggio» (art. 25 octies, inserito dall’art. 63 del D.Lgs. 21 novembre 2007, n. 231 e successivamente modificato dall’art. 3, comma 5, lett. a), Legge 15 dicembre 2014, n. 186);
i «delitti in materia di violazione del diritto d’autore» (art. 25 novies, aggiunto dalla lett. c) del comma 7 dell’art. 15, Legge 23 luglio 2009, n. 99);
il delitto di «induzione a non rendere dichiarazioni o a rendere dichiarazioni mendaci all’autorità giudiziaria» (art. 25 decies del Decreto, inserito dall’articolo 4, comma 1, Legge 3 agosto 2009, n. 116, come sostituito dall’articolo 2 del D.Lgs. 7 luglio 2011, n. 121);
i «reati ambientali» (art. 25 undecies, inserito dall’articolo 2 comma 2 D.Lgs. 7 luglio 2011, n. 121, successivamente modificato dall’art. 1 comma 8 lett. a) e b) Legge 22 maggio 2015 n. 68);
il delitto di cui all’articolo 22, comma 12 bis, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 («impiego di manodopera straniera priva del permesso di soggiorno») (art. 25 duodecies del Decreto, inserito dall’articolo 2, comma 1, D.Lgs. 16 luglio 2012, n. 109).
1.4. (Segue): il locus commissi delicti e i reati “transnazionali”. La responsabilità amministrativa dell’Ente sussiste, di regola, per i reati compiuti nel territorio nazionale. L’articolo 4 del Decreto precisa, peraltro, che «nei casi e alle condizioni previsti dagli articoli 7, 8, 9 e 10 del codice penale, gli enti aventi nel territorio dello Stato la sede principale rispondono anche in relazione ai reati commessi all’estero, purché nei loro confronti non proceda lo Stato del luogo in cui è stato commesso il fatto». Inoltre, «nei casi in cui la legge prevede che il colpevole sia punito a richiesta del Ministro della giustizia, si procede contro l’ente solo se la richiesta è formulata anche nei confronti di quest’ultimo». Un’implicita deroga alla disciplina contenuta nell’art. 4 del Decreto è stata introdotta dagli artt. 3 e 10 della legge 16 marzo 2006, n. 146, che hanno ampliato l’ambito della responsabilità dell’Ente anche ad un’articolata serie di reati di criminalità organizzata (es., delitti di associazione a delinquere, associazione di tipo mafioso, associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, delitti concernenti il traffico di migranti previsti dall’art. 12, commi 3, 3-bis, 3-ter e 5, d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286, ecc.), quando gli stessi presentino natura “transnazionale”. La nozione di riferimento è definita nell’art. 3 della legge n. 146 del 2006, secondo cui è “reato transnazionale” quello punito con la pena della reclusione non inferiore nel massimo a quattro anni, che veda il coinvolgimento di un gruppo criminale organizzato ed inoltre che sia commesso in più di uno Stato, ovvero sia commesso in uno Stato, ma una parte sostanziale della sua preparazione, pianificazione, direzione o controllo avvenga in un altro Stato, ovvero sia commesso in uno Stato, ma in esso sia implicato un gruppo criminale organizzato impegnato in attività criminali in più di uno Stato, ovvero, infine, sia commesso in uno Stato ma abbia effetti “sostanziali” in un altro Stato. Non, dunque, ogni reato transnazionale fonda la responsabilità dell’Ente, ma soltanto quelli elencati nel catalogo contenuto nell’art. 10 della legge del 2006; per converso i reati del catalogo possono costituire presupposto della responsabilità amministrativa dell’Ente esclusivamente se assumono, ai sensi dell’art. 3 della stessa legge, carattere transnazionale. In tali casi, pertanto, il criterio di collegamento stabilito dall’art. 4 del Decreto viene superato dalla normativa speciale, che ne crea uno autonomo fondato sul carattere “transnazionale” del reato-presupposto. Il generale rinvio contenuto nell’ultimo comma dell’art. 10 legge 146/2006 alla disciplina del Decreto determina peraltro che a quest’ultima dovrà guardarsi per ricavare gli altri elementi costitutivi della fattispecie tipica da cui scaturisce la responsabilità dell’Ente: pertanto è necessario che anche il “reato transnazionale” sia commesso nell’interesse o a vantaggio dell’Ente e dai soggetti funzionalmente legati allo stesso da uno dei rapporti qualificati indicati nell’art. 5 del Decreto.
1.5. (Segue): presupposti oggettivi e “colpa di organizzazione”.
La responsabilità amministrativa dell’Ente può configurarsi soltanto qualora il reato presupposto sia commesso da persone fisiche in rapporto qualificato con la persona giuridica. Al riguardo occorre puntualizzare che la responsabilità degli Enti è propria e diretta; ne deriva che la persona fisica autrice del reato viene chiamata a rispondere della propria condotta secondo le norme penali, mentre l’Ente, ai sensi del Decreto, è sanzionabile “per fatto proprio” nella misura in cui abbia omesso di adottare strumenti e procedure idonei a prevenire la commissione di “quel” reato. Costituisce conferma dell’autonomia della responsabilità dell’Ente l’art. 8, comma 1, del Decreto, secondo cui essa sussiste anche quando l’autore del reato non sia stato identificato o non sia imputabile, ovvero il reato sia estinto per causa diversa dall’amnistia (7). Secondo la Relazione al Decreto, una volta accertata la commissione di un reato presupposto, l’Ente ne deve rispondere sul piano amministrativo, anche a prescindere dall’identificazione dell’autore dell’illecito, «a condizione» che alla persona giuridica sia «imputabile una colpa organizzativa consistente nella mancata adozione ovvero nel carente funzionamento del modello preventivo» (8). Quanto al rapporto qualificato tra Ente e reo, debbono distinguersi due ipotesi:
a) reato commesso da persone fisiche che rivestano posizioni di vertice, cioè «di rappresentanza, di amministrazione o di direzione dell’ente o di una sua unità organizzativa dotata di autonomia finanziaria e funzionale nonché da persone che esercitano, anche di fatto, la gestione e il controllo dello stesso» (art. 5, comma 1, lett. a) del Decreto: d’ora innanzi i “Soggetti Apicali”) (9);
b) reato commesso da persone fisiche «sottoposte alla direzione o alla vigilanza di uno dei soggetti di cui alla lettera a)» (art. 5, comma 1, lett. b) del Decreto: d’ora innanzi i “Soggetti Sottoposti”) (10). L’illecito ascrivibile all’Ente si dipana, in sintesi, attorno ad una fattispecie complessa, costituita, sul piano oggettivo, da due elementi essenziali:
1) la realizzazione di un reato da parte di un soggetto che abbia un rapporto qualificato con la persona giuridica, e
2) la commissione del reato nell’interesse o a vantaggio dell’Ente stesso.
A tali componenti si aggiunge l’elemento soggettivo costituito dalla c.d. colpa di organizzazione (11), diversamente connotato a seconda che il delitto sia stato commesso da un Soggetto Apicale o da un Soggetto Sottoposto. Secondo l’art. 5 del Decreto:
Da tale distinzione tra funzioni apicali e funzioni subordinate discendono due differenti statuti della colpa di organizzazione: nelle ipotesi di reati commessi da soggetti che rivestono (anche di fatto) posizioni apicali, l’Ente risponde per non aver apprestato un efficace sistema organizzativo diretto alla prevenzione del rischio reato, mentre, nelle ipotesi di reato commesso da soggetto subordinato, l’Ente è sanzionato per avere agevolato la consumazione del reato, in una sorta di concorso, mediante omissione, nel reato del sottoposto. Più in particolare, nel caso di reati commessi da Soggetti Apicali, il legislatore ha individuato la colpevolezza dell’Ente nelle scelte di politica d’impresa, strutturando il criterio d’imputazione della responsabilità in termini di inversione dell’onere probatorio. Nondimeno, l’adozione – e l’efficace attuazione – del Modello consente all’Ente di superare la presunzione, dimostrando di non avere in alcun modo agevolato la commissione del reato. A tal proposito, l’art. 6 comma 1 del Decreto prevede che: 1. Se il reato è stato commesso dalle persone indicate nell’articolo 5, comma 1, lettera a), l’ente non risponde se prova che:
d) non vi è stata omessa o insufficiente vigilanza da parte dell’organismo di cui alla lettera b). Nel caso, invece, dei reati commessi da Soggetti Sottoposti la colpevolezza dell’Ente si traduce in una colpa di organizzazione integrata da un deficit di controllo, che può ritenersi escluso solo se l’Ente ha adottato prima della commissione del fatto un modello idoneo a prevenire reati della stessa specie di quello verificatosi (art. 7). In tale ipotesi, il difetto di direzione o di vigilanza deve essere provato dall’accusa. Ulteriore presupposto ai fini della responsabilità amministrativa dell’Ente è che il reato sia stato commesso «nel suo interesse o a suo vantaggio» (art. 5, comma 1, del Decreto). L’interesse ed il vantaggio costituiscono il titolo di riferibilità all’Ente del reato commesso dai Soggetti Apicali o Sottoposti, sopperendo alla mancata corrispondenza fra autore dell’illecito produttivo di conseguenze giuridiche e destinatario di tali conseguenze. L’interesse (tensione verso un risultato caratterizzata dalla presenza di una relazione tra un soggetto-persona fisica ed un oggetto-bene) ed il vantaggio (evento naturalistico che ha procurato un beneficio all’Ente, verificabile ex post) vengono indicati dal Decreto come criteri autonomi di imputazione, nonostante siano stati da alcuni ritenuti un’endiadi, poiché l’interesse sarebbe sempre necessario al configurarsi della responsabilità, mentre il vantaggio potrebbe anche mancare (v. ad es. art. 12, comma 1, lett. a) del Decreto) (12).
Con riferimento specifico ai delitti colposi di cui all’art. 25 septies del Decreto, la giurisprudenza ha precisato che il requisito dell’interesse o del vantaggio deve essere individuato non già in relazione agli eventi illeciti non voluti (morte o lesioni), bensì alla condotta che la persona fisica abbia tenuto nello svolgimento dei suoi compiti in seno all’Ente (13). Ai sensi dell’art. 5, comma 2, del Decreto, l’Ente non risponde se i Soggetti Apicali o i Sottoposti hanno agito nell’interesse esclusivo proprio o di terzi, mentre la predetta responsabilità sussiste anche quando la persona giuridica abbia avuto un interesse solo concorrente con quello dell’agente alla commissione del reato presupposto (14).
1.6. (Segue): i delitti tentati.
Qualora i reati di cui al Capo I del Decreto (artt. da 24 a 25-duodecies) siano compiuti nelle forme del tentativo (15), secondo l’art. 26, comma 1, del Decreto «le sanzioni pecuniarie e interdittive sono ridotte da un terzo alla metà», mentre l’ente non risponde dell’illecito ove impedisca «volontariamente […] il compimento dell’azione o la realizzazione dell’evento» (comma 2). In tale ipotesi, l’esclusione delle sanzioni discende dall’interruzione di ogni rapporto di immedesimazione fra Ente e Soggetti qualificati. Trattasi di una forma speciale della c.d. “desistenza volontaria” e del “recesso attivo” previsti dall’art. 56, comma 4, c.p.
1.7. Responsabilità amministrativa dell’Ente e vicende modificative. Ai sensi dell’art. 27 comma 1 del Decreto «dell’obbligazione per il pagamento della sanzione pecuniaria risponde soltanto l’ente con il suo patrimonio o con il fondo comune». Ne deriva che i soci o gli associati non possono essere chiamati a rispondere con il proprio patrimonio personale di tale tipologia di obbligazioni, a differenza di quanto accade per le obbligazioni di natura civilistica nell’ambito di alcune tipologie societarie ed associative. L’autonomia della responsabilità deve, peraltro, misurarsi con le vicende modificative dell’Ente connesse ad operazioni di trasformazione, fusione, scissione e cessione di azienda. Gli artt. 28-33 del Decreto disciplinano simili ipotesi secondo due direttrici: a) impedire che attraverso le predette operazioni venga elusa la responsabilità amministrativa dell’Ente; b) evitare di penalizzare interventi di riorganizzazione privi di intenti elusivi. In caso di trasformazione dell’Ente «resta ferma la responsabilità per i reati commessi anteriormente alla data in cui la trasformazione ha avuto effetto». Ed invero, è noto come la trasformazione determini un semplice mutamento di tipologia societaria senza cagionare l’estinzione dell’originario soggetto giuridico.
Di analogo tenore la disposizione successiva per la quale, nell’ipotesi di fusione, anche nella forma dell’incorporazione, «l’ente che ne risulta risponde dei reati dei quali erano responsabili gli enti partecipanti alla fusione» (art. 29 del Decreto). La norma costituisce applicazione con riferimento a tale specifica ipotesi dell’art. 2504 bis, comma 1, c.c., secondo cui l’Ente finale assume i diritti e gli obblighi degli Enti partecipanti alla fusione, proseguendo in tutti i rapporti sostanziali e processuali anteriori alla stessa fusione. Più complessa la disciplina in caso di scissione. In proposito l’art. 30, comma 1, del Decreto dispone per il caso di scissione parziale che l’Ente scisso conserva la propria responsabilità riguardo ai fatti anteriori all’efficacia della scissione. Ai sensi del comma 2 gli «enti beneficiari della scissione, sia totale che parziale, sono solidalmente obbligati al pagamento delle sanzioni pecuniarie dovute dall’ente scisso» per tali fatti, ma «l’obbligo è limitato al valore effettivo del patrimonio netto trasferito al singolo ente, salvo che si tratti di ente al quale è stato trasferito, anche in parte il ramo di attività nell’ambito del quale è stato commesso il reato». Infine (comma 3), le sanzioni interdittive previste dal Decreto si applicano all’Ente a cui rimane o viene trasferito il ramo di attività nell’ambito del quale il reato è stato commesso.
Seguono gli artt. 31 e 32: il primo prevede una disciplina comune alla fusione ed alla scissione per la determinazione delle sanzioni; il secondo consente al giudice di tenere conto di condanne inflitte agli Enti partecipanti alla fusione od all’Ente scisso ai fini della reiterazione ex art. 20 del Decreto, con riferimento agli illeciti dell’Ente risultante dalla fusione o beneficiario della scissione relativi a reati successivamente commessi. Quanto alla cessione ed al conferimento di azienda, l’art. 33 del Decreto costituisce applicazione della generale disciplina dell’art. 2560 c.c. (16). In particolare, qualora sia ceduta l’azienda «nella cui attività è stato commesso il reato» il cessionario è di regola solidalmente obbligato al pagamento della sanzione comminata al cedente. Tuttavia viene fatto salvo il beneficio della previa escussione del cedente (comma 1) e la responsabilità del cessionario è limitata al valore dell’azienda ceduta (comma 1) ed «alle sanzioni pecuniarie che risultano dai libri contabili obbligatori, ovvero dovute per illeciti amministrativi dei quali egli era comunque a conoscenza». Al contrario, non si estendono al cessionario le sanzioni interdittive inflitte al cedente (17).
L’esegesi giurisprudenziale ha, infine, chiarito che, nell’ipotesi di fallimento della persona giuridica, non si determina ipso iure l’estinzione dell’illecito amministrativo dipendente da reato del quale l’Ente è chiamato a rispondere nel processo penale, conseguendo l’estinzione alla successiva cancellazione della società dal registro delle imprese (18).
1.8. L’apparato sanzionatorio.
Le sanzioni amministrative previste dal Decreto sono: a) la sanzione pecuniaria; b) la sanzione interdittiva; c) la confisca; d) la pubblicazione della sentenza. Significativo, in ordine alla disciplina sanzionatoria, quanto osservato nella Relazione illustrativa al Decreto: «il criterio di massima al riguardo seguito è stato quello di regolare la sorte delle sanzioni pecuniarie conformemente ai principi dettati dal codice civile in ordine alla generalità degli altri debiti dell’ente originario, mantenendo, per converso, il collegamento delle sanzioni interdittive con il ramo di attività nel cui ambito è stato commesso il reato».
La sanzione pecuniaria è disciplinata dagli artt. 10 e ss. del Decreto ed è sanzione di applicazione necessaria (art. 10, comma 1), commisurata attraverso un sistema che implica un duplice apprezzamento. In prima battuta il giudice determina la sanzione pecuniaria individuando un certo numero di quote compreso tra cento e mille (art. 10, comma 2), «tenendo conto della gravità del fatto, del grado della responsabilità dell’Ente nonché dell’attività svolta per eliminare o attenuare le conseguenze del fatto e per prevenire la commissione di ulteriori illeciti» (art. 11, comma 1).
In seguito, dopo aver stabilito il numero delle quote entro i minimi e massimi previsti per legge in relazione alle singole fattispecie illecite, il giudice fissa l’importo di ciascuna quota che deve essere compreso tra Euro 258,00 ed Euro 1.549,00, effettuando la propria valutazione «sulla base delle condizioni economiche e patrimoniali dell’ente allo scopo di assicurare l’efficacia della sanzione» (art. 11, comma 2) (19).
Da segnalare che in alcune ipotesi tassativamente previste dall’art. 12 del Decreto la sanzione pecuniaria viene ridotta pur non potendo mai essere inferiore ad Euro 10.329,13 (20). Vengono, inoltre, previste dal Decreto le seguenti sanzioni interdittive (art. 9, comma 2):
d) l’esclusione da agevolazioni, finanziamenti, contributi o sussidi, e/o la revoca di quelli eventualmente già concessi;
e) il divieto di pubblicizzare beni o servizi. Tali sanzioni si applicano solo con riferimento ai reati per i quali sono espressamente previste (art. 13, comma 1), hanno una durata compresa fra tre mesi e due anni (art. 13, comma 2) ed il giudice ne determina «il tipo e la durata sulla base dei criteri indicati nell’articolo 11, tenendo conto dell’idoneità delle singole sanzioni a prevenire illeciti del tipo di quello commesso» (art. 14 comma 1), potendo, ove necessario, applicarne più congiuntamente (art. 14 comma 3).
L’art. 13 comma 1 subordina l’applicabilità delle sanzioni alla ricorrenza di almeno una delle seguenti condizioni:
a) «l’ente ha tratto dal reato un profitto di rilevante entità ed il reato è stato commesso da soggetti in posizione apicale ovvero da soggetti sottoposti all’altrui direzione quando, in questo caso, la commissione del reato è stata determinata o agevolata da gravi carenze organizzative»;
b) «in caso di reiterazione degli illeciti» (cfr. art. 20 del Decreto: commissione di un illecito dipendente da reato nei cinque anni dalla sentenza definitiva di condanna per altro precedente). In ogni caso, le sanzioni interdittive non possono applicarsi quando il reato è stato commesso nel prevalente interesse dell’autore o di terzi e l’Ente ne ha ricavato un vantaggio minimo o nullo ovvero il danno patrimoniale cagionato è di particolare tenuità (art. 13, comma 3, che richiama l’art. 12, comma 1, del Decreto), ovvero nell’ipotesi in cui l’Ente, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, abbia posto in essere tutte le condotte riparatorie previste dall’art. 17 (risarcimento integrale del danno ed eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose del reato; eliminazione delle carenze organizzative che hanno determinato il reato mediante l'adozione e l'attuazione di modelli organizzativi idonei a prevenire reati della specie di quello verificatosi; messa a disposizione del profitto conseguito ai fini della confisca).
Occorre sottolineare che l’interdizione dall’esercizio dell’attività può applicarsi solamente quando le altre sanzioni interdittive risultino inadeguate (art. 14, comma 4), potendo essere in determinati casi surrogata dalla nomina di un Commissario giudiziale ex art. 15 del Decreto. Nelle più gravi ipotesi previste dall’art. 16 del Decreto le sanzioni interdittive possono essere applicate in via definitiva. Ai sensi dell’articolo 19 del Decreto viene sempre disposta, con la sentenza di condanna, la confisca – anche per equivalente – del prezzo (denaro od altra utilità economica data o promessa per indurre o determinare un altro soggetto a commettere il reato) o del profitto (utilità economica immediata ricavata) del reato (21), salvo che per la parte che può essere restituita al danneggiato. «Sono fatti salvi i diritti acquisiti dai terzi in buona fede». La pubblicazione in uno o più giornali della sentenza di condanna, per estratto o per intero, può essere disposta dal Giudice, unitamente all’affissione nel comune dove l’Ente ha la sede principale, quando è applicata una sanzione interdittiva. La pubblicazione è eseguita a cura della Cancelleria del Tribunale a spese dell’Ente (art. 18).
1.9. Le misure cautelari. Quando sussistono gravi indizi per ritenere la sussistenza della responsabilità dell’Ente per un illecito amministrativo dipendente da reato (22) e vi sono fondati e specifici elementi che fanno ritenere concreto il pericolo che vengano commessi illeciti della stessa indole di quello per cui si procede, il pubblico ministero può richiedere l’applicazione, quale misura cautelare, di una delle sanzioni interdittive previste, presentando al giudice gli elementi su cui la richiesta si fonda, compresi quelli a favore dell’Ente e le eventuali deduzioni e memorie difensive già depositate. In luogo della misura cautelare interdittiva, il giudice dispone la prosecuzione dell’attività dell’ente da parte di un commissario per un periodo pari alla durata della misura che sarebbe stata applicata, qualora l’ente stesso svolga un pubblico servizio o un servizio di pubblica necessità la cui interruzione possa arrecare un grave pregiudizio alla collettività ovvero nel caso in cui l’interruzione dell’attività dell’ente possa provocare rilevanti ripercussioni sull’occupazione (23).
Nel disporre le misure cautelari, il giudice tiene conto della specifica idoneità di ciascuna in relazione alla natura e al grado delle esigenze cautelari da soddisfare nel caso concreto. Ogni misura cautelare deve essere proporzionata all’entità del fatto e alla sanzione che si ritiene possa essere applicata all’ente. L’interdizione dall’esercizio dell’attività può essere disposta, in via cautelare, soltanto quando ogni altra misura risulti inadeguata (24). Le misure cautelari non possono essere applicate congiuntamente.
Le stesse, peraltro, possono essere sospese se l’ente chiede di poter realizzare gli adempimenti cui la legge condiziona l’esclusione di sanzioni interdittive. In tal caso, il giudice, sentito il pubblico ministero, se ritiene di accogliere la richiesta, determina una somma di denaro a titolo di cauzione, dispone la sospensione della misura e indica il termine per la realizzazione delle condotte riparatorie. La cauzione consiste nel deposito presso la cassa delle ammende di una somma di denaro che non può comunque essere inferiore alla metà della sanzione pecuniaria minima prevista per l’illecito per cui si procede. In luogo del deposito, è ammessa la prestazione di una garanzia mediante ipoteca o fideiussione solidale. Nel caso di mancata, incompleta o inefficace esecuzione delle attività nel termine fissato, la misura cautelare viene ripristinata e la somma depositata o per la quale è stata data garanzia è devoluta alla cassa delle ammende. Se si realizza la condotta riparatoria, il giudice revoca la misura cautelare e ordina la restituzione della somma depositata o la cancellazione dell’ipoteca e la fideiussione prestata si estingue. Le misure cautelari sono revocate pure d’ufficio quando risultano mancanti, anche per fatti sopravvenuti, le condizioni di applicabilità o quando ricorrono le ipotesi di condotta riparatoria. Quando le esigenze cautelari risultano attenuate o la misura applicata non appare più proporzionata all’entità del fatto o alla sanzione che si ritiene possa essere applicata in via definitiva, il giudice, su richiesta del pubblico ministero o dell’Ente, sostituisce la misura con un’altra meno grave ovvero ne dispone l’applicazione con modalità meno gravose, anche stabilendo una minore durata. Nel disporre le misure cautelari il giudice ne determina la durata, che non può superare la metà del termine massimo indicato. Dopo la sentenza di condanna di primo grado, la durata della misura cautelare può avere la stessa durata della corrispondente sanzione applicata con la medesima sentenza. In ogni caso, la durata della misura cautelare non può superare i due terzi del termine massimo indicato. Il termine di durata delle misure cautelari decorre dalla data della notifica dell’ordinanza. La durata delle misure cautelari è computata nella durata delle sanzioni applicate in via definitiva.
1.10. Il modello organizzativo quale esimente della responsabilità amministrativa. Gli artt. 6 e 7 del Decreto prevedono l’adozione di un “modello di organizzazione, gestione e controllo”, il quale svolge una funzione di prevenzione rispetto alla commissione dei reati sopra indicati, ma soprattutto consente all’ente di ottenere un’esenzione od una limitazione della propria responsabilità qualora gli stessi siano commessi. Ai sensi dell’art. 6, comma 2 del Decreto il modello organizzativo deve rispondere alle seguenti esigenze:
Quanto alla capacità del modello di fungere da esimente della responsabilità amministrativa, occorre distinguere l’ipotesi in cui il reato sia commesso dai Soggetti Apicali da quella in cui lo stesso sia compiuto dai Soggetti Sottoposti. Con riferimento alla prima ipotesi, l’art. 6, comma 1 stabilisce un’inversione dell’onere della prova, imponendo all’Ente che voglia risultare esente da responsabilità amministrativa di dimostrare che:
c) le persone hanno commesso il reato eludendo fraudolentemente i modelli di organizzazione e di gestione (25);
Nella seconda ipotesi, l’Ente viene ritenuto responsabile se la commissione del reato presupposto da parte della persona fisica è stata resa possibile dalla inosservanza degli obblighi di direzione e vigilanza (art. 7, comma 1), ma la predetta responsabilità viene esclusa se l’Ente, «prima della commissione del reato, ha adottato ed efficacemente attuato un modello di organizzazione, gestione e controllo idoneo a prevenire reati della specie di quello verificatosi» (comma 2).
In definitiva, il Decreto, prevedendo un’autonoma responsabilità amministrativa dell’ente in caso di commissione, nel suo interesse o a suo vantaggio, di uno dei reati presupposto tassativamente indicati da parte di un soggetto che abbia agito in nome e per conto della persona giuridica, si basa sull'assunto che il reato "è fatto della società, di cui essa deve rispondere": la persona fisica che, nell’ambito delle proprie competenze societarie, agisce nell’interesse o a vantaggio dell’ente, opera, quindi, come organo e non come soggetto distinto rispetto all’ente; né la degenerazione di tale attività in illecito penale è di ostacolo all’immedesimazione. L’ente, quindi, risponde per fatto proprio, senza alcuna violazione del principio costituzionale del divieto di responsabilità penale per fatto altrui (art. 27 Cost.).
Né, in proposito, si costruisce alcuna inammissibile ipotesi di responsabilità oggettiva, perché il sistema prevede la necessità che sussista la cosiddetta colpa di organizzazione dell’ente, basata sul non aver predisposto un insieme di accorgimenti preventivi idonei a evitare la commissione di uno dei reati presupposti: è il riscontro di tale deficit organizzativo che, quindi, consente l’imputazione all'ente dell’illecito penale realizzato nel suo ambito operativo. A tal proposito, è opportuno evidenziare che grava certamente sull’accusa l’onere di dimostrare l’esistenza e l’accertamento dell'illecito penale presupposto in capo alla persona fisica inserita nella compagine organizzativa dell’ente e che questa abbia agito nell’interesse o a vantaggio dell’ente stesso. Per converso, è onere dell’ente di provare, per contrastare gli elementi di accusa a suo carico, le condizioni liberatorie di segno contrario di cui all'art. 6 del Decreto.
1.11. L’adozione del modello di organizzazione, gestione e controllo quale esimente ex art. 13 C.G.S.
L'ordinamento giuridico sportivo, ed in particolare quello calcistico, è da tempo sensibile alla tematica della responsabilità delle persone giuridiche per le condotte ascrivibili alle persone fisiche ad esse collegate. A tal proposito uno dei capisaldi dell’ordinamento giuridico sportivo italiano è rappresentato dal principio della cd. “responsabilità oggettiva”. In linea con tale principio, l’art. 4 del Codice di Giustizia Sportiva varato dalla Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC), dopo aver sancito al comma 1 che le “società rispondono direttamente dell’operato di chi le rappresenta, anche per singole questioni, ai sensi delle norme federali”, individua le seguenti fattispecie di responsabilità oggettiva a carico delle società:
le società rispondono oggettivamente dell’operato dei dirigenti, dei tesserati e dei soggetti a cui sia sostanzialmente riconducibile il controllo delle medesime (art. 4, comma 2);
le società rispondono oggettivamente dell’operato e del comportamento delle persone comunque addette a servizi delle stesse e dei propri sostenitori (art. 4, comma 3);
le società sono presunte responsabili degli illeciti sportivi commessi a loro vantaggio da persone a esse estranee. La responsabilità è esclusa quando risulti o vi sia un ragionevole dubbio che la società non abbia partecipato all’'illecito o lo abbia ignorato (art. 4, comma 5);
le società rispondono della presenza di sostanze proibite dalle norme antidoping in luoghi o locali nella propria disponibilità (art. 4, comma 6).
Lo stesso Codice di Giustizia Sportiva, peraltro, introduce una limitazione al principio della responsabilità oggettiva delle società, prevedendo una vera e propria esimente all’articolo 13, rubricato "Esimente e attenuanti per comportamenti dei propri sostenitori", il quale dispone che: “La società non risponde per i comportamenti tenuti dai propri sostenitori in violazione dell’articolo 12 (26) se ricorrono congiuntamente tre delle seguenti circostanze: a) la società ha adottato ed efficacemente attuato, prima del fatto, modelli di organizzazione e di gestione della società idonei a prevenire comportamenti della specie di quelli verificatisi, avendo impiegato risorse finanziarie ed umane adeguate allo scopo; b) la società ha concretamente cooperato con le forze dell’ordine e le altre autorità competenti per l’adozione di misure atte a prevenire i fatti violenti o discriminatori e per identificare i propri sostenitori responsabili delle violazioni; c) al momento del fatto, la società ha immediatamente agito per rimuovere disegni, scritte, simboli, emblemi o simili, o per far cessare i cori e le altre manifestazioni di violenza o di discriminazione; d) altri sostenitori hanno chiaramente manifestato nel corso della gara stessa, con condotte espressive di correttezza sportiva, la propria dissociazione da tali comportamenti; e) non vi è stata omessa o insufficiente prevenzione e vigilanza da parte della società. La responsabilità della società per i comportamenti tenuti dai propri sostenitori in violazione dell’articolo 12 è attenuata se la società prova la sussistenza di alcune delle circostanze elencate nel precedente comma 1”. Pur se finalizzata a prevenire illeciti di natura sportiva, dunque diversi dai reati presupposto del Decreto, nella ratio e nella struttura dell'esimente di cui all’art. 12 C.G.S. è di tutta evidenza l'assonanza con i Modelli Organizzativi evocati dalla normativa del 2001.
In tale ottica il Modello Organizzativo di Gestione e Controllo adottato dalle società di calcio professionistico dovrà "coniugare quanto già previsto dal diritto dello sport con le prescrizioni in tema di «231», al fine di rendere le società di calcio quanto più invulnerabili possibile nei confronti non solo degli illeciti disciplinari, contemplati dall’ordinamento sportivo, ma anche di quelli di natura penale-amministrativa previsti dalla normativa generale" (27).
1.12. L’art. 7 comma 5 dello Statuto F.I.G.C. La previsione normativa analizzata nel paragrafo precedente non esaurisce i punti di contatto tra il Decreto e l'ordinamento giuridico calcistico. In questo senso l’art. 1 bis, comma 1, del Codice di Giustizia Sportiva sancisce l'inviolabile principio secondo il quale “le società, i dirigenti, gli atleti, i tecnici, gli ufficiali di gara e ogni altro soggetto che svolge attività di carattere agonistico, tecnico, organizzativo, decisionale o comunque rilevante per l’ordinamento federale, sono tenuti all'osservanza delle norme e degli atti federali e devono comportarsi secondo i principi di lealtà, correttezza e probità in ogni rapporto comunque riferibile all’attività sportiva”. Anche al fine di attuare il predetto principio, per le società che aderiscono alla Lega Nazionale Professionisti di Serie B rileva il combinato disposto dell'art. 7, comma 5, dello Statuto della Federazione Italiana Giuoco Calcio, dell'art. 2 comma 1 lett. g) dello Statuto della Lega Nazionale Professionisti Serie B e dell'art. 1, capo VII, del Codice di Autoregolamentazione e del relativo allegato VII. A, che rende obbligatoria l'adozione di un Modello Organizzativo di Gestione e controllo fornendone anche i contenuti minimi. Nel dettaglio, lo Statuto della F.I.G.C. prevede che “Il Consiglio federale, sentite le Leghe interessate, emana le norme necessarie e vigila affinché le società che partecipano a campionati nazionali adottino modelli di organizzazione, gestione e controllo idonei a prevenire il compimento di atti contrari ai principi di lealtà, correttezza e probità in ogni rapporto. I predetti modelli, tenuto conto della dimensione della società e del livello agonistico in cui si colloca, devono prevedere: a) misure idonee a garantire lo svolgimento dell’attività sportiva nel rispetto della legge e dell’ordinamento sportivo, nonché a rilevare tempestivamente situazioni di rischio; b) l’adozione di un codice etico, di specifiche procedure per le fasi decisionali sia di tipo amministrativo che di tipo tecnico-sportivo, nonché di adeguati meccanismi di controllo;
c) l’adozione di un incisivo sistema disciplinare interno idoneo a sanzionare il mancato rispetto delle misure indicate nel modello; d) la nomina di un organismo di garanzia, composto di persone di massima indipendenza e professionalità e dotato di autonomi poteri di iniziativa e controllo, incaricato di vigilare sul funzionamento e l’osservanza dei modelli e di curare il loro aggiornamento”. L'art. 2 dello Statuto della Lega Nazionale Professionisti di Serie B impone tra i requisiti di ammissione delle società, "l'invio del Modello di Organizzazione, Gestione e Controllo di cui al D.Lgs. 8 Giugno 2001, n. 231" e l'art. 1, capo VII, del Codice di Autoregolamentazione, richiamando la succitata disposizione dello Statuto di Lega, evoca la necessaria conformità della struttura del modello a quella prevista dall'allegato VII.A.
SEZIONE II IL MODELLO DI ORGANIZZAZIONE, GESTIONE E CONTROLLO DELL’A. C. PERUGIA CALCIO S.R.L.
2.1. La Società.
L’A. C. Perugia nasce nel 1905 dalla collaborazione tra la società ginnica Libertas e l’U.S. Braccio Fortebraccio. L’A. C. Perugia Calcio S.r.l. viene costituita il 23 giugno 2010 e, dopo il ritorno nel calcio professionistico avvenuto nel 2011, dalla stagione sportiva 2014/2015 milita nel torneo di serie B. La Società ha per oggetto esclusivo l’esercizio di attività sportive e in particolare la formazione, la preparazione e la gestione di squadre di calcio nonché la promozione e l’organizzazione di gare, tornei ed ogni altra attività calcistica in genere, con l’osservanza delle norme e delle direttive della Federazione Italiana Giuoco Calcio e dei suoi organi.
Nell’ambito delle attività connesse o strumentali la Società ha per oggetto il compimento di attività promozionali, pubblicitarie e di licenza di propri marchi, l’acquisto, la detenzione e la vendita, non nei confronti del pubblico, di partecipazioni in società commerciali, immobiliari o aventi ad oggetto la fornitura di servizi comunque connesse al proprio oggetto sociale.
Per l’attuazione dell’oggetto sociale la Società può, tra le altre cose, compiere tutte le attività strumentali al conseguimento delle singole attività rientranti nell’oggetto medesimo, prestare fidejussioni e garanzie anche ipotecarie, compiere qualsiasi atto di disposizione nonché qualunque operazione bancaria, assumere mutui attivi e passivi, ricevere finanziamenti da soci, da società controllanti, controllate o collegate (nel rispetto dell’art. 11 c. 3 del d. lgs. n. 385 del 1993), promuovere e pubblicizzare le sue attività e la sua immagine utilizzando modelli, disegni ed emblemi direttamente o a mezzo terzi e commercializzando, sempre direttamente o a mezzo terzi, beni, oggetti e prodotti recanti marchi o segni distintivi della Società.
2.2. Il modello di governance dell’A. C. Perugia Calcio S.r.l. La Società è amministrata da un Amministratore Unico al quale sono attribuiti tutti i poteri di ordinaria e straordinaria amministrazione, fatta eccezione di quelli che la legge riserva all’assemblea, nonché la firma sociale e la rappresentanza legale e giudiziale. In deroga all'art. 2465 c.c., non è necessaria la preventiva decisione dei soci in caso di acquisto di beni o di crediti dei soci, fondatori e non, degli amministratori nei due anni dall'iscrizione della società nel registro delle imprese.
All'Amministratore Unico è altresì delegata la facoltà di ridurre il capitale sociale per perdite nei casi di cui all'art. 2482 bis c.c., nel rispetto di quanto previsto da detta norma e dall'art. 2436 c.c. E', inoltre, attribuita all'Amministratore Unico, ma non in via esclusiva, la competenza relativa alla delibera di fusione e di scissione nei casi di cui agli artt. 2505, 2505 bis e 2506 ter ultimo comma c.c. L’Amministratore Unico può conferire procure speciali per uno o più specifici atti a favore di una o più persone, anche non socie, purché nell’atto di conferimento ne vengano determinati l’oggetto e i poteri. I poteri di vigilanza sull’osservanza della legge e dello statuto, sul rispetto dei principi di corretta amministrazione e sull’adeguatezza dell’assetto organizzativo, amministrativo e contabile adottato dalla Società e sul suo concreto funzionamento, nonché la revisione legale dei conti sono affidati ad un Sindaco unico nominato ai sensi dell’art. 2477 c.c.
2.3. La struttura organizzativa dell’A. C. Perugia Calcio S.r.l. Il Dirigente responsabile della gestione. Svolge, in qualità di "internal audit", tutte le attività ritenute opportune per l'ottimizzazione dell'organizzazione aziendale, il controllo delle diverse aree, delle mansioni affidate e relativa corretta esecuzione da parte di tutti i collaboratori dipendenti ed indipendenti, il controllo dei contratti con fornitori e loro esecuzione, il controllo della contabilità e relativi documenti, controllo delle procedure relative alle diverse operazioni attive e passive e quant'altro ritenuto utile e opportuno nell'esclusivo interesse della società. Intrattiene rapporti con gli Istituti di credito, anche per le necessarie fideiussioni. Può eseguire operazioni bancarie solo previa apposita delega di firma rilasciata dall’Amministratore Unico.
Il Direttore Generale. Sovrintende agli aspetti organizzativi, gestionali, tecnici e operativi della Società. Controlla la preparazione della documentazione amministrativa e contabile ai fini dell’iscrizione al campionato, secondo la normativa della F.I.G.C. e del Codice di Autoregolamentazione della Lega Nazionale Professionisti Serie B. Sovrintende e coordina i rapporti della Società con le istituzioni locali (Comune, Provincia, Questura, ecc.), anche ai fini della manutenzione dello stadio, nonché con le Istituzioni sportive (Lega di Serie B, F.I.G.C., Covisoc, ecc.); si relaziona altresì con il Gruppo Operativo Sicurezza (GOS) per la gestione dello stadio. È responsabile dell'Academy - Scuola Calcio e sovrintende a tutte le attività del settore giovanile. Partecipa all’elaborazione del piano di budget annuale, soprattutto per ciò che concerne il settore giovanile. Sovrintende alle attività di marketing, con riferimento particolare alla raccolta delle sponsorizzazioni per il settore giovanile; all'approvvigionamento di beni e servizi; alla gestione dei contenziosi e dei rapporti assicurativi; alla selezione e assunzione del personale, limitatamente al settore giovanile.
Il Segretario Generale. Sovrintende alla segreteria operativa ed organizzativa della Società. Gestisce i rapporti con le istituzioni calcistiche, partecipando alle riunioni che si svolgono presso la F.I.G.C. e la Lega di Serie B. Predispone la documentazione amministrativa e contabile ai fini dell'iscrizione al campionato e del rilascio delle licenze necessarie, nel rispetto della normativa della F.I.G.C. e del Codice di Autoregolamentazione della Lega Nazionale Professionisti Serie B. Si occupa degli adempimenti relativi al tesseramento dei calciatori e di tutte le altre figure, nonché della stesura dei contratti economici. Sovrintende alla organizzazione delle gare interne (richiesta intervento Vigili del Fuoco, Ambulanza e Forza pubblica) e si occupa della logistica delle trasferte. Gestisce i rapporti contrattuali tra Società, tecnici e calciatori, nonché i rapporti con gli enti territoriali relativamente alle questioni concernenti il legittimo soggiorno in Italia dei giocatori extracomunitari.
Il Direttore Sportivo. Sovrintende e coordina l’area sportiva. Gestisce i rapporti tra Società, tecnici e calciatori, provvedendo al tesseramento dei medesimi, d'intesa con l'Amministratore Unico. Conduce trattative con altre società sportive aventi ad oggetto l'acquisizione ed il trasferimento dei calciatori. Gestisce gli accrediti. È delegato alla gestione dei provvedimenti disciplinari ed ai rapporti con il CONI e gli organi giurisdizionali.
Il Responsabile del Settore Giovanile. Coordina le attività tecnico-agonistiche del settore giovanile. Intrattiene rapporti con le altre società operanti nel territorio.
Il Responsabile Marketing. Intrattiene i rapporti con i soggetti interessati alla conclusione di rapporti di sponsorizzazione con la Società. Gestisce gli spazi promo pubblicitari per conto della Società all’interno dello stadio.
Il Team Manager.
Gestisce i rapporti correnti tra la Società, lo staff tecnico e la prima squadra. Si relaziona con gli ispettori della Procura Federale nel corso delle partite e coadiuva il Segretario Generale nella organizzazione e gestione delle trasferte.
Il Responsabile Amministrazione, Finanza e Controllo. Effettua il controllo contabile ed i relativi adempimenti fiscali. Redige il bilancio sociale e le dichiarazioni fiscali. Effettua verifiche sulla effettività delle fatture Intrattiene i rapporti con la COVISOC e con il personale incaricato delle verifiche contabili. Fornisce consulenza in materia societaria alla Società.
Il Delegato della Società ai rapporti con la tifoseria. Gestisce i rapporti tra la tifoseria e la Società. Si interfaccia con i Clubs per coordinare le attività di ordine ricreativo, culturale e sociale da svolgere nelle loro sedi. Si relaziona con la Società per le iniziative collegate con le amministrazioni territoriali. Dialoga con i rappresentanti della sicurezza e con i membri del GOS per dirimere eventuali controversie o difficoltà che dovessero sorgere nel corso degli eventi sportivi.
Il Delegato per la Sicurezza. Rappresenta la Società in seno al G.O.S. È l'incaricato per i compiti di mantenimento delle condizioni di sicurezza (security). Ha la responsabilità di tutto il servizio di stewarding. Gestisce il personale addetto alla security. Redige, per ogni gara, e presenta per l'approvazione al GOS, il piano operativo del servizio di stewarding, impiegando il numero di stewards concordato in sede di riunione del GOS e d'intesa con la Questura.
Il Vice Delegato per la Sicurezza. Ha la responsabilità degli addetti a tutti i servizi di sicurezza ed emergenze. È l'incaricato della Società dell'attuazione dei servizi di sicurezza e responsabile delle funzioni di coordinamento dei responsabili di funzione, dei coordinatori di settore e dei capi unità del servizio di Stewarding. Coadiuva il Delegato per la Sicurezza della società nell’espletamento delle sue funzioni.
Il Responsabile Ufficio Stampa. E' responsabile della comunicazione e delle pubbliche relazioni.
Sovrintende alla gestione dei rapporti con la stampa, gli altri media ed alle altre relazioni con l'esterno, sia rilasciando periodici comunicati stampa, sia organizzando conferenze stampa durante la stagione sportiva, sia organizzando le interviste dei tecnici e dei giocatori. Cura l'aggiornamento del sito web societario. Presenzia a tutte le gare interne ed esterne, nonché alle manifestazioni ed alle iniziative organizzate o patrocinate dalla società.
2.4. Caratteri e finalità del modello di organizzazione, gestione e controllo adottato dall’A. C. Perugia Calcio S.r.l. In conformità a quanto previsto dal Decreto e dall’ordinamento sportivo, l’A. C. Perugia Calcio S.r.l. ha inteso dotarsi di un sistema organizzativo e gestionale volto a garantire lo svolgimento delle attività aziendali nel rispetto della normativa vigente.
Ai sensi dell’art. 6, comma 3, del Decreto «i modelli di organizzazione e di gestione possono essere adottati, garantendo le esigenze di cui al comma 2, sulla base di codici di comportamento redatti dalle associazioni rappresentative degli enti, comunicati al Ministero della giustizia che, di concerto con i Ministeri competenti, può formulare, entro trenta giorni, osservazioni sulla idoneità dei modelli a prevenire i reati».
In particolare, l’A. C. Perugia Calcio S.r.l. ha adottato ed attua le misure organizzative, di gestione e di controllo descritte nel presente documento, di seguito indicato come “Modello”, in conformità alle indicazioni contenute nel CODICE DI AUTOREGOLAMENTAZIONE varato dalla Lega Nazionale Professionisti di Serie B e nelle LINEE GUIDA PER LA COSTRUZIONE DEI MODELLI DI ORGANIZZAZIONE, GESTIONE E CONTROLLO EX D. LGS. 231/2001, approvate da Confindustria il 7 marzo 2002 ed aggiornate al marzo 2014. In tale documento si precisa che l’art. 6 comma 2 del Decreto, nell’indicare le caratteristiche essenziali per la costruzione di un modello di organizzazione, gestione e controllo, evoca nelle lettere a) e b) alcune attività correlate ad un processo di sana e prudente gestione dei rischi, le cui fasi principali dovrebbero essere le seguenti:
a) l’identificazione dei rischi potenziali: ossia l’analisi del contesto aziendale per individuare in quali aree o settori di attività e secondo quali modalità si potrebbero astrattamente verificare eventi pregiudizievoli per gli obiettivi indicati dal Decreto;
b) la progettazione del sistema di controllo (c.d. protocolli per la programmazione della formazione ed attuazione delle decisioni dell’ente), ossia la valutazione del sistema esistente all’interno dell’ente per la prevenzione dei reati ed il suo eventuale adeguamento, in termini di capacità di contrastare efficacemente, cioè ridurre ad un livello accettabile, i rischi identificati. Sotto il profilo concettuale, ridurre un rischio comporta di dover intervenire (congiuntamente o disgiuntamente) su due fattori determinanti: i) la probabilità di accadimento dell’evento e ii) l’impatto dell’evento stesso. Il sistema delineato, per operare efficacemente, deve tradursi in un processo continuo o comunque svolto con una periodicità adeguata, da rivedere con particolare attenzione in presenza di cambiamenti aziendali (apertura di nuove sedi, ampliamento di attività, acquisizioni, riorganizzazioni, modifiche della struttura organizzativa, ecc.), ovvero di introduzione di nuovi reati presupposto della responsabilità dell’ente in via normativa. Le stesse Linee Guida poi, nell’esplicitare i passi operativi che l’ente dovrà compiere per attivare un sistema di gestione dei rischi coerente con i requisiti imposti dal Decreto, li identificano:
a) nella inventariazione degli ambiti aziendali di attività, volta alla realizzazione di una mappa delle aree aziendali a rischio e dei reati rilevanti; b) nell’analisi dei rischi potenziali, volta alla realizzazione di una mappa documentata delle potenziali modalità attuative degli illeciti nelle aree a rischio;
c) nella valutazione/costruzione/adeguamento del sistema di controlli preventivi già esistenti all’interno della realtà aziendale di riferimento, volta alla realizzazione di una descrizione documentata del sistema dei controlli preventivi attivato e degli adeguamenti eventualmente necessari. Nello specifico, al fine di prevenire il rischio di commissione di reati dai quali possa derivare la responsabilità dell’A. C. Perugia Calcio S.r.l. ai sensi del Decreto o comunque delle condotte illecite evocate all’interno del C.G.S., il Modello:
1. individua le attività nel cui ambito possono essere commessi reati;
2. prevede specifici protocolli diretti a programmare la formazione e l’attuazione delle decisioni dell’A. C. Perugia Calcio S.r.l. in relazione ai reati ed agli altri illeciti da prevenire;
3. fissa modalità di gestione delle risorse finanziarie idonee ad impedire la commissione dei reati;
4. prevede specifici obblighi di informazione nei confronti dell’Organismo di Vigilanza, deputato a verificare il funzionamento e l’osservanza del Modello, nonché ad implementarne contenuti ed operatività;
5. prevede un sistema disciplinare idoneo a sanzionare il mancato rispetto delle misure indicate nel Modello.
Il Modello è sottoposto a verifica periodica e rivisitazione nel caso in cui siano scoperte significative violazioni delle prescrizioni di cui lo stesso si compone o si verifichino mutamenti dell’organizzazione o delle attività svolte dall’A. C. Perugia Calcio S.r.l. ovvero delle norme di riferimento. Chiunque operi per l’A. C. Perugia Calcio S.r.l. o collabori con essa è obbligato ad attenersi alle pertinenti prescrizioni del Modello, ed in specie ad osservare gli obblighi informativi dettati per consentire il controllo di conformità delle attività poste in essere alle prescrizioni di riferimento.
Copia del Modello, dei documenti ad esso allegati e dei suoi aggiornamenti è depositata presso la sede dell’A. C. Perugia Calcio S.r.l. in Perugia, Viale Pietro Conti s.n.c. ed è a disposizione di chiunque abbia titolo a consultarla. L’A. C. Perugia Calcio S.r.l. provvede a notificare a ciascun soggetto tenuto a rispettare il Modello le pertinenti prescrizioni riferite alla specifica attività o funzione.
2.5. Metodologia seguita per l’elaborazione del modello di organizzazione, gestione e controllo. Il presente Modello è stato predisposto tenendo conto delle tipologie di illecito amministrativo e di reato-presupposto attualmente contemplate dal Decreto e, in tale ambito, delle condotte illecite che potrebbero essere realizzate nei vari settori di attività dell’A. C. Perugia Calcio S.r.l., nell’interesse o a vantaggio della Società; sono state, altresì, considerate le condotte illecite rispetto alle quali l’art. 13 C.G.S. contempla l’operatività di un’esimente o di attenuanti laddove ricorrano le condizioni ivi tipizzate. Il processo seguito per la predisposizione e formalizzazione del Modello si è sviluppato attraverso i passaggi di seguito indicati:
a) analisi della struttura societaria ed organizzativa dell’A. C. Perugia Calcio S.r.l. mediante l’acquisizione e l’esame della documentazione a tal fine rilevante. Nel dettaglio sono stati acquisiti: lo statuto della Società; una visura camerale datata 17.6.2015; l’organigramma societario e il mansionario; le deleghe e le procure conferite; le “regole interne di comportamento tesserati della società”; il Documento di Valutazione dei Rischi datato 20.8.2014 e l’organigramma aziendale della sicurezza; il Documento della Sicurezza relativo allo stadio “Renato Curi” di Perugia (adottato ai sensi delle prescrizioni normative di seguito elencate: D.M. 18/03/96 – D.M. 06/06/2005 – D.Lgs. 81/08 – D.M. 10/03/98 – D. M. 18/03/96 art. 19 ter), comprensivo del piano di mantenimento delle condizioni di sicurezza, del piano per la gestione delle emergenze e del regolamento d’uso - divieti - norme di comportamento, relativo alla stagione calcistica 2014 – 2015;
b) analisi dell’operatività aziendale, attraverso l’esame dettagliato di ciascuna attività, destinato a verificarne i precisi contenuti, le concrete modalità operative, la ripartizione delle competenze, nell’ottica di appurare la sussistenza di comportamenti suscettibili di integrare i reati-presupposto di cui agli artt. 24 e ss. del Decreto;
c) analisi e valutazione dell’effettiva esposizione al rischio di commissione dei reati-presupposto e delle procedure e controlli già in essere, attraverso colloqui effettuati con il metodo dell’intervista ad Apicali e Soggetti Sottoposti coinvolti nei processi operativi e/o decisionali interessati dalle attività “sensibili”;
d) definizione, ove necessario, di modifiche e integrazioni alle procedure e/o ai controlli e loro implementazione;
e) redazione di appositi Protocolli (uno per ogni attività “sensibile”) per descrivere i controlli sul processo di formazione ed attuazione delle decisioni della Società idonei a prevenire la commissione dei reati; f) predisposizione di un sistema disciplinare idoneo a sanzionare il mancato rispetto del Modello e/o dei Protocolli;
g) regolamentazione di modalità di gestione delle risorse finanziarie idonee a impedire la commissione dei reati-presupposto;
h) istituzione di un Organismo di Vigilanza e definizione dei flussi di informazione da indirizzare nei suoi confronti e di quelli che il medesimo deve instaurare nei riguardi dell’Amministratore Unico.
SEZIONE III ELEMENTI COSTITUTIVI DEL MODELLO DELL’A. C. PERUGIA CALCIO S.R.L.
(1) La Legge Delega n. 300 del 2000 conteneva la ratifica ed esecuzione dei seguenti Atti internazionali elaborati in base all’art. K.3 del Trattato sull’Unione europea: Convenzione sulla tutela finanziaria delle Comunità europee, emanata il 26 luglio 1995, del suo primo Protocollo emanato il 27 settembre 1996, del Protocollo concernente l’interpretazione in via pregiudiziale, da parte della Corte di Giustizia delle Comunità europee, di detta Convenzione, con annessa dichiarazione, risalente al 29 novembre 1996, nonché della Convenzione relativa alla lotta contro la corruzione nella quale sono coinvolti funzionari delle Comunità europee o degli Stati membri dell’Unione europea, datata 26 maggio 1997, e della Convenzione OCSE sulla lotta alla corruzione di pubblici ufficiali stranieri nelle operazioni economiche internazionali, emanata il 17 settembre 1997.
(2) Affermava la natura penale della responsabilità dell’ente, Cass., Sez. II, 20 dicembre 2005, Jolly Mediterraneo, in Riv. pen., 2006, 814. Ratificano, al contrario, l’idea di un tertium genus di responsabilità le successive sentenze della Suprema Corte (Cass., Sez. Un., 27 marzo 2008, Fisia Italimpianti S.p.A., in Dir. pen. proc., 2008, 1263; Cass., Sez. VI, 9 luglio 2009, M.L., in Mass. Uff., 244256; da ultimo, Cass. Sez. Un., 24 aprile 2014, E.H. e altri, in Mass. Uff., 261112).
(3) Cfr. Cass., Sez. VI, 16 maggio 2012, p.m. in c. Vinci, in Mass. Uff., 252995; Cass. Sez. VI, 3 marzo 2004, p.m. in c. Ribera, in Mass. Uff., 228833. In senso contrario v. Cass., Sez. III, 15 dicembre 2010, n. 15657, S., in Guida dir., 2011, n. 20, 76.
(4) Cfr. Cass., Sez. II, 26 ottobre 2010, n. 234, in Cass. pen., 2011, 1907.
(5) Tale provvedimento, di ratifica ed esecuzione alla Convenzione e ai Protocolli delle Nazioni Unite contro il crimine organizzato transnazionale, adottati dall’Assemblea generale il 15 novembre 2000 ed il 31 maggio 2001, ha specificamente definito all’art. 3, che ai fini della nuova disposizione legislativa si considera «reato transnazionale il reato punito con la pena della reclusione non inferiore nel massimo a quattro anni, qualora sia coinvolto un gruppo criminale organizzato, nonché: a) sia commesso in più di uno Stato; b) ovvero sia commesso in uno Stato, ma una parte sostanziale della sua preparazione, pianificazione, direzione o controllo avvenga in un altro Stato; c) ovvero sia commesso in uno Stato, ma in esso sia implicato un gruppo criminale organizzato impegnato in attività criminali in più di uno Stato; d) ovvero sia commesso in uno Stato ma abbia effetti sostanziali in un altro Stato». Tale disposizione normativa influisce in maniera considerevole sulla responsabilità degli enti, essendo questa esplicitamente prevista nei casi indicati dall’art. 10.
(6) V. nota 1.
(7) Cass., Sez. V, 4 aprile 2013, Citibank N.A., in Mass. Uff., 255414.
(8) Relazione al Decreto legislativo «Disciplina della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giuridica», in Dir. giust., 2001, n. 20, 20.
(9) Oltre ai membri del Consiglio di Amministrazione sono da considerarsi Soggetti Apicali, in via esemplificativa, i componenti del Comitato per il Controllo sulla Gestione, i direttori generali, coloro in capo ai quali vi sia stato un trasferimento o una delega di funzioni anche in materia di prevenzione degli infortuni sul lavoro, le persone che dirigono unità periferiche dotate di autonomia finanziaria e funzionale (ad es.: soggetti preposti a sedi secondarie, filiali, stabili organizzazioni territoriali di società estere, direttori di stabilimento), gli amministratori di fatto.
(10) Sono compresi nella categoria dei Soggetti Sottoposti anche tutti i soggetti esterni all’organigramma aziendale, formalmente non inquadrabili in un rapporto di lavoro dipendente, che eseguono un incarico sotto la direzione e il controllo dei Soggetti Apicali dell’ente. Ai fini della responsabilità amministrativa rileva soltanto che l’Ente risulti impegnato dal compimento di un’attività destinata ad esplicare i propri effetti nella sua sfera giuridica. Sono, dunque, Soggetti Sottoposti anche i c.d. lavoratori parasubordinati, mentre risulta più controverso e deve valutarsi caso per caso l’estensione dell’art. 5, comma 1, lett. b) del Decreto ai collaboratori esterni.
(11) Secondo Cass., Sez. Un., 24 aprile 2014, E.H. e altri, in Mass. Uff., 261113, «la colpa di organizzazione, da intendersi in senso normativo, è fondata sul rimprovero derivante dall’inottemperanza da parte dell’ente dell’obbligo di adottare le cautele, organizzative e gestionali, necessarie a prevenire la commissione dei reati previsti tra quelli idonei a fondare la responsabilità del soggetto collettivo, dovendo tali accorgimenti essere consacrati in un documento che individua i rischi e delinea le misure atte a contrastarli».
(12) Cfr. Cass., Sez. Un., 24 aprile 2014, E.H. e altri, in Mass. Uff., 261114, secondo cui «i criteri di imputazione oggettiva, rappresentati dal riferimento contenuto nell’art. 5 del D. Lgs. 231 del 2001 all’interesse o al vantaggio, sono alternativi e concorrenti tra loro, in quanto il criterio dell’interesse esprime una valutazione teleologica del reato, apprezzabile "ex ante", cioè al momento della commissione del fatto e secondo un metro di giudizio marcatamente soggettivo, mentre quello del vantaggio ha una connotazione essenzialmente oggettiva, come tale valutabile "ex post", sulla base degli effetti concretamente derivati dalla realizzazione dell'illecito». In senso conforme v. Cass., Sez. II, 20 dicembre 2005, Jolly Mediterraneo, cit., nonché, più di recente, Cass., Sez. V, 26 aprile 2012, X, in www.rivista231.it, laddove, in riferimento all’art. 25-ter del Decreto (il quale non contempla il «vantaggio»), il Giudice di Legittimità ha evidenziato che l’interesse «esprime la proiezione soggettiva dell’autore (non coincidente, peraltro, con quella di “dolo specifico”, profilo psicologico logicamente non imputabile all’ente), e rappresenta una connotazione accertabile con analisi ex ante. Si tratta di una tensione che deve esperirsi in un piano di oggettività, concretezza ed attualità, sì da potersi apprezzare in capo all’ente, pur attenendo alla condotta dell’autore del fatto, persona fisica».
(13) Cfr. Cass., Sez. Un., 24 aprile 2014, E.H. e altri, in Mass. Uff., 261115, nonché, in via esemplificativa, Ass. Torino, Sez. II, 15 aprile 2011, THYSSENKRUPP Acciai Speciali Terni S.p.A. ed altri, in www.rivista231.it, ove la Corte rilevava che «le gravissime violazioni della normativa antinfortunistica ed antincendio […], le colpevoli omissioni, sono caratterizzate da un contenuto economico rispetto al quale I’azienda non solo aveva interesse, ma se ne è anche sicuramente avvantaggiata, sotto il profilo del considerevole risparmio economico che ha tratto omettendo qualsiasi intervento nello stabilimento di Torino; oltre che dell’utile contemporaneamente ritratto dalla continuità della produzione».
(14) V. Cass., Sez. VI, 22 maggio 2013, p.m. in c. House Building s.p.a., in Mass. Uff., 255442.
(15) Com’è noto, ai sensi dell’art. 56 comma 1 c.p. risponde di delitto tentato «Chi compie atti idonei, diretti in modo non equivoco a commettere un delitto […] se l’azione non si compie o l’evento non si verifica».
(16) Così l’art. 2560 c.c.: «L’alienante non è liberato dai debiti, inerenti l’esercizio dell’azienda ceduta anteriori al trasferimento, se non risulta che i creditori vi hanno consentito. Nel trasferimento di un’azienda commerciale risponde dei debiti suddetti anche l’acquirente dell’azienda , se essi risultano dai libri contabili obbligatori».
(17) Nel caso di cessione dell’azienda nella cui attività è stato commesso il reato, il cessionario è solidalmente obbligato al pagamento della sola sanzione pecuniaria, con esclusione dell’applicabilità di ogni altra sanzione; pertanto, non si può procedere al sequestro preventivo di beni immobili nei confronti dell’azienda cessionaria per reati commessi dagli amministratori della società cedente (Cass., Sez. VI, 11 giugno 2008, Holiday Residence s.r.l., in Mass. Uff., 240168).
(18) Cass., Sez. V, 16 novembre 2012, Franza e altro, in Mass. Uff., 254326; Cass., Sez. V, 26 settembre 2012, Magiste International, in Guida dir., 2013, n. 1, 83; Cass., Sez. V, 2 ottobre 2009, Mondial Spa, in Cass. pen., 2012, 3071.
(19) Come affermato al punto 5.1. della Relazione al Decreto, «[q]uanto alle modalità di accertamento delle condizioni economiche e patrimoniali dell’ente, il giudice potrà avvalersi dei bilanci o delle altre scritture comunque idonee a fotografare tali condizioni. In taluni casi, la prova potrà essere conseguita anche tenendo in considerazione le dimensioni dell’ente e la sua posizione sul mercato. (…) Il giudice non potrà fare a meno di calarsi, con l’ausilio di consulenti, nella realtà dell’impresa, dove potrà attingere anche le informazioni relative allo stato di solidità economica, finanziaria e patrimoniale dell’ente».
(20) In particolare la sanzione pecuniaria è ridotta della metà e non può comunque essere superiore a euro 103.291 se: a) l’autore del reato ha commesso il fatto nel prevalente interesse proprio o di terzi e l’ente non ne ha ricavato vantaggio o ne ha ricavato un vantaggio minimo; b) il danno patrimoniale cagionato è di particolare tenuità. La sanzione è ridotta da un terzo alla metà se, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado: a) l’ente ha risarcito integralmente il danno e ha eliminato le conseguenze dannose o pericolose del reato ovvero si è comunque efficacemente adoperato in tal senso; b) è stato adottato e reso operativo un modello organizzativo idoneo a prevenire reati della specie di quello verificatosi. Nel caso in cui concorrono entrambe le condizioni da ultimo previste, la sanzione è ridotta dalla metà ai due terzi.
(21) Il profitto del reato nel sequestro preventivo funzionale alla confisca, disposto ai sensi degli artt. 19 e 53 del Decreto nei confronti dell’ente collettivo, è costituito dal vantaggio economico di diretta e immediata derivazione causale dal reato ed è concretamente determinato al netto dell’effettiva utilità eventualmente conseguita dal danneggiato, nell’ambito del rapporto sinallagmatico con l’ente. L’imputazione a profitto di semplici crediti, anche se certi, liquidi ed esigibili, non può essere condivisa, trattandosi di utilità non ancora effettivamente conseguite (Cass., Sez. Un., 27 marzo 2008, Fisia Italimpianti S.p.A., cit.). In riferimento ad ipotesi di responsabilità derivante da reati colposi di evento commessi in violazione di una disciplina prevenzionistica, il profitto oggetto della confisca diretta di cui all’art. 19 del Decreto si identifica nel risparmio di spesa che si concreta nella mancata adozione di qualche oneroso accorgimento di natura cautelare o nello svolgimento di una attività in una condizione che risulta economicamente favorevole, anche se meno sicura di quanto dovuto (Cass., Sez. Un., 24 aprile 2014, E.H. e altri, in Mass. Uff., 261117).
(22) Si è al riguardo precisato che «è viziata per difetto di motivazione l’ordinanza che, nel disporre nei confronti della persona giuridica una misura interdittiva, in merito alla sussistenza dei gravi indizi del reato presupposto si limiti a rinviare "per relationem" alla motivazione del provvedimento applicativo delle misure cautelari personali agli autori del medesimo, senza dare conto delle ragioni per cui abbia disatteso le contestazioni sollevate in proposito dalla difesa nel corso dell'udienza prevista dall’art. 47 D.Lgs. n. 231 del 2001» (Cass. Sez. VI, 5 marzo 2013, Rosi Leopoldo S.p.a., in Mass. Uff., 254642).
(23) V. Cass., Sez. VI, 28 settembre 2011, E. S.p.a., in Mass. Uff., 250846, secondo la quale «il giudice, quando procede alla nomina di un commissario giudiziale in luogo dell’applicazione di una misura cautelare interdittiva, deve altresì provvedere all'indicazione dei suoi compiti e poteri, che devono essere definiti tenendo conto anche della specifica attività svolta dall'ente alla quale si riferisce l’illecito».
(24) Quando dispone una misura cautelare interdittiva o procede alla nomina del commissario giudiziale, il giudice deve tenere conto della realtà organizzativa dell’ente limitando, ove possibile, l’efficacia del provvedimento alla specifica attività della persona giuridica alla quale si riferisce l’illecito (Cass., Sez. VI, 25 gennaio 2010, Impresa Ferrara S.n.c., in Mass. Uff., 247043).
(25) Cfr. Cass., Sez. V, 18 dicembre 2013, Impregilo, in Mass. Uff., 257987, secondo cui «[l]’elusione fraudolenta del modello organizzativo, ex art. 6, comma primo, lett. c) del D.Lgs. n. 231 del 2001, che esonera l’ente dalla responsabilità per l'illecito amministrativo dipendente dal reato commesso da soggetti in posizione apicale, richiede necessariamente una condotta ingannevole e subdola, di aggiramento e non di semplice "frontale" violazione delle prescrizioni adottate».
(26) L'art. 12 disciplina le attività di prevenzione di fatti violenti.
(27) v. MORETTI - SILVESTRI, L’interesse dell’ente al centro del criterio di imputazione della responsabilità ex d.lgs. 231/2001 e compliance nelle società sportive – commento alla sentenza della corte di cassazione 15 ottobre 2012, n. 40380, in Resp. amm. soc. enti, 2013, 1, 230.
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