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Timestamp: 2020-07-05 07:11:36+00:00
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Fabio Repici | Giornalismo d'inchiesta. A Messina e dintorni
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L’imprenditore era infatti sotto protezione perché qualche tempo prima aveva denunciato per estorsione i boss della mafia di Barcellona Carmelo Bisognano e Carmelo D’amico.
“Non è stata data prova che Saro Cattafi tra il 1993 e il 2000 fosse mafioso”. Pubblicate le motivazioni della sentenza della Cassazione che aveva disposto un nuovo giudizio a Reggio Calabria. Da cui dipende la prescrizione delle residue accuse di mafia per l’avvocato di Barcellona, già assolto per il periodo successivo al 2000
5 maggio 2017 Michele Schinella (In)Giustizia No comments
“La Corte d’appello di Messina non ha indicato nella motivazione in base a quali elementi di prova Rosario Cattafi è rimasto affiliato alla mafia dopo il 1993 (anno in cui fu arrestato rimanendo in carcere per 4 anni) e sino al 2000. La Corte d’appello di Reggio calabria valuti se queste prove ci sono e, in caso negativo, ridetermini la pena”.
E’ questa la sintesi della motivazione, depositata questa mattina, con cui la Corte di Cassazione il primo marzo 2017 ha annullato parzialmente la sentenza della Corte di appello di Messina adottata il 24 novembre del 2015 nei confronti dell’avvocato di Barcellona.
Dunque, all’esito dei tre gradi di giudizio, Saro Cattafi è stato ritenuto colpevole di essere un semplice affiliato alla mafia sino al 1993; e riconosciuto di essere estraneo alla mafia dopo il 2000.
Mentre per stabilire se sia stato un semplice affiliato all’ organizzazione criminale di Barcellona tra il 1993 e il 2000 ci vorrà un giudizio nuovo sull’esistenza delle prove che la Corte di cassazione non ha trovato.
“Cattafi è rimasto in carcere ininterrottamente per 4 anni, e quando è uscito, alla fine del 1997, non ha più potuto contare sulla presenza a Barcellona di Pippo Gullotti, suo referente e amico, che è stato arrestato subito dopo, nel 1998: quindi, dal 1993 in poi non si può dire senza elementi di prova ulteriori non forniti in sentenza di secondo gardo che Cattafi sia rimasto intraneo all’organizzazione”, hanno scritto i giudici della Cassazione.
Ad un passo dalla prescrizione
Il responso della Corte d’appello di Reggio Calabria tuttavia sarà determinante anche per stabilire se il reato di associazione di stampo mafioso commesso da Cattafi sino al 1993 non sia prescritto.
Infatti, nel caso in cui i giudici reggini non trovassero prova dell’appartenenza alla mafia di Cattafi dopo il 1993, il reato di cui pure è stato riconosciuto colpevole sino al 1993 sarebbe da dichiarare prescritto e, dunque, Cattafi andrebbe esente da pena per questo reato.
Infatti, il reato di associazione per delinquere di stampo mafioso di cui è accusato Cattafi si prescriveva in 15 anni.
La Corte d’appello, ora corretta dalla Cassazione, aveva riconosciuto colpevole l’avvocato di Barcellona di essere un semplice affiliato alla mafia e solo sino al 2000, e non come aveva stabilito il Giudice di primo grado di essere capo promotore dell’organizzazione mafiosa barcellonese sino al momento degli arresti, scattati il 24 luglio del 2012.
La corte di Cassazione il primo marzo scorso ha dichiarato inammissibile il ricorso della Procura generale che per contro tendeva alla riforma della parte della sentenza d’appello che aveva corretto quella di primo grado, adottata in abbreviato dal giudice Monica Marino, in modo da farne rivivere la dichiarazione di colpevolezza di Cattafi.
Le pene del carcere
Saro Cattafi in primo grado, al termine del giudizio abbreviato era stato condannato a 12 anni di reclusione (grazie alla riduzione di un terzo della pena per il rito).
Sedici anni di reclusione per associazione per delinquere di stampo mafioso aggravata dall’essere capo promotore e due anni per l’accusa di calunnia ai danni del collaboratore di giustizia Carmelo Bisognano e del suo legale Fabio Repici: 18 anni in tutto, poi ridotti di un terzo a 12.
In appello la pena è scesa a 7 anni di reclusione (6 anni per mafia e un anno per calunnia).
La pena ad un anno per calunnia è invece passata in giudicato, essendo stato rigettato il ricorso per Cassazione dei difensori di Cattafi, Salvatore Silvestro e Giovambattista Freni.
Cattafi nel corso del 2011, prima degli arresti, in esposti/denuncia aveva indicato il legale Repici, come ispiratore, e Bisognano, come esecutore, di una sorta di complotto ai suoi danni teso a portarlo in carcere.
L’avvocato Cattafi era finito sotto processo con l’accusa di essere il capo della mafia di Barcellona Pozzo di Gotto e di aver tenuto, in questa veste, i contatti con le famiglie di Cosa nostra catanese e palermitana.
Con questa contestazione è stato arrestato il 24 luglio del 2012 e tenuto al 41 bis sino alla scarcerazione avvenuta dieci giorni dopo la sentenza d’appelllo emessa il 24 novembre del 2015.
Il Ne bis in idem rispettato
Gli avvocati di Cattafi, dinanzi ai giudici l’ermellino, hanno tentato si sostenere che l’accusa che gli è stata mossa a Messina nel 2012 in realtà aveva già costituito oggetto di un processo celebrato a Milano al termine del quale Cattafi era stato assolto definitivamente nel 2000 e quindi vi sarebbe stata violazione del Ne bis in idem, principio secondo cui una persona non può essere giudicato e condannato due volte per lo stesso fatto di reato.
La Cassazione, d’accordo con il giudice di primo grado e con quelli d’appello, ha ritenuto che Cattafi a Milano fu accusato di aver fatto parte di una specifica consorteria e a Messina di un’altra e dunque non si è trattato della medesima accusa.
Caso Cattafi: la Cassazione annulla la condanna per mafia e chiama la Corte d’appello di Reggio calabria a giudicare se l’avvocato di Barcellona prima del duemila fosse un associato. Rigettato il ricorso della Procura generale: è definitiva l’assoluzione per il periodo successivo. E la condanna per calunnia ai danni del collaboratore Bisognano e del suo legale Repici
1 marzo 2017 Michele Schinella (In)Giustizia No comments
Non è il capo dei capi della mafia di Barcellona. Non è neppure un semplice affiliato a partire dal 2000. E per stabilire se prima dell’anno 2000 Saro Cattafi sia stato un affiliato alle cosche del Longano, come aveva stabilito la sentenza della Corte d’appello di Messina, è necessario un nuovo giudizio davanti alla Corte d’appello di Reggio Calabria.
E’ questo in estrema sintesi (e facendo affidamento al solo dispositivo pubblicato nella tardissima serata di oggi) il responso del giudizio dinanzi alla Corte di Cassazione.
I supremi giudici hanno, infatti, accolto il ricorso del difensore di Cattafi, Salvatore Silvestro, annullando con rinvio la sentenza della Corte di appello di Messina, relativamente alla condanna per la condotta di associazione per delinquere di stampo mafioso tenuta prima del duemila.
La Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso della Procura generale che tendeva per contro alla riforma della parte della sentenza che aveva riconosciuto Cattafi di non essere capo promotore dell’organizzazione mafiosa barcellonese sino al momento degli arresti scattati ad agosto del 2012, come aveva stabilito invece la sentenza di primo grado.
Quindi relativamente alla condotta tenuta dopo il duemila la sentenza è passata in giudicato e dunque può dirsi definitivo il riconoscimento di estraneità alla mafia da parte di Cattafi.
I giudici con l’ermellino non hanno invece accolto il ricorso del difensore di Cattafi avverso la parte della sentenza di secondo grado che condannava Cattafi per calunnia ai danni del collaboratore di giustizia Carmelo Bisognano e del suo legale Fabio Repici.
Pertanto, la condanna per calunnia (e il relativo risarcimento danni) ha ottenuto il sigillo di cosa giudicata.
L’avvocato Cattafi era finito sotto processo con l’accusa di essere il capo della mafia di Barcellona Pozzo di Gotto e di aver tenuto, in questa veste, i contatti con le famiglie di Cosa nostra catanese e palermitana. Con questa contestazione è stato arrestato il 24 luglio del 2012 e tenuto al 41 bis sino alla scarcerazione avvenuta dieci giorni dopo la sentenza d’appelllo emessa il 24 novembre del 2015.
In primo grado, al termine del giudizio abbreviato era stato condannato a 12 anni di reclusione (grazie alla riduzione di un terzo della pena per il rito). Sedici anni di reclusione per associazione per delinquere di stampo mafioso aggravata dall’essere capo promotore e due anni per l’accusa di calunnia ai danni del collaboratore di giustizia Carmelo Bisognano e del suo legale Fabio Repici: 18 anni in tutto, poi ridotti di un terzo.
Gli stessi giudici avevano confermato la condanna per calunnia.
Cattafi nel corso del 2011 in esposti/denuncia aveva indicato il legale Repici, come ispiratore, e Bisognano, come esecutore, di una sorta di complotto ai suoi danni teso a portarlo in carcere.
29 giugno 2016 Michele Schinella (In)Giustizia No comments