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Timestamp: 2020-06-02 18:35:43+00:00
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Sentenza Cassazione Civile n. 22986 del 02/10/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22986 del 02/10/2017
Cassazione civile, sez. lav., 02/10/2017, (ud. 09/05/2017, dep.02/10/2017), n. 22986
sul ricorso 9816-2016 proposto da:
REGIONE ABRUZZO C.F. (OMISSIS), in persona del Presidente della
Regione pro tempore, domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,
D.S.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA
GERMANICO 101, presso lo studio dell’avvocato ALESSANDRO SCELLI,
rappresentato e difeso dagli avvocati PAOLO FRANI, PIERGIORGIO
MANCINELLI, giusta delega in atti;
avverso la sentenza n. 6434/2016 della CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE di
ROMA, depositata il 04/04/2016 R.G.N. 20616/2013;
udito l’Avvocato FRANI PAOLO.
1. La Corte di appello di L’Aquila, adita dalla Regione Abruzzo, con la sentenza n. 716 del 2013 depositata il 28.5.2013, confermò la sentenza di primo grado, che aveva dichiarato il diritto di D.S.A. alla retribuzione individuale di anzianità nel maggior importo goduto da altro dipendente di pari categoria ed anzianità di servizio e condannò la Regione al pagamento delle corrispondenti differenze retributive maturate dal 1.7.1998 al 28.2.2011, oltre interessi legali maturati a far tempo dall’entrata in vigore della L.R. n. 6 del 2005 sino al saldo effettivo.
2. La Corte del merito, per quanto rileva in questa sede, ricostruito il quadro normativo di riferimento e precisato che il meccanismo perequativo di cui alla L.R. n. 118 del 1998, come modificata dalla L.R. n. 6 del 2005, era stato esteso per effetto della L.R. n. 16 del 2008 a tutti i dipendenti regionali aventi medesimo inquadramento in ruolo e qualifica in qualunque modo vi avessero avuto accesso, ritenne riferibile l’operatività del predetto meccanismo perequativo non già all’epoca dell’immissione in ruolo del dipendente interessato all’equiparazione, quanto, piuttosto, al momento dell’accesso nei ruoli regionali del dipendente proveniente dall’esterno che godeva di una più elevata retribuzione di anzianità in relazione alla quale doveva attuarsi la perequazione.
3. Avverso tale sentenza la Regione Abruzzo propose ricorso in cassazione sulla base di due motivi cui ha resistì con controricorso D.S.A..
4. Questa Corte, in diversa composizione, con la sentenza n. 6434 del 2016 ha dichiarato l’improcedibilità del ricorso proposto dalla Regione Abruzzo, sul rilievo che la ricorrente, in violazione dell’art. 369 c.p.c., comma 1, non aveva depositato la copia notificata della sentenza ricorsa. Ha rilevato che il D.S. aveva provveduto a notificare all’Avvocatura distrettuale dello Stato in data 9.9.2013 copia della sentenza della Corte di appello che confermava la sentenza di primo grado di accoglimento del ricorso e malgrado ciò al ricorso per cassazione, avviato per la notifica il 17 settembre 2013, e dunque nel termine di sessanta giorni dall’avvenuta notificazione della sentenza, era stata allegata copia autentica della stessa priva della relata della notificazione.
5. In diritto ha richiamato, per darvi continuità, l’orientamento giurisprudenziale di questa Corte prevalente al tempo della pronuncia (superato dalla recentissima sentenza delle SSUU n. 10648 del 2017), secondo cui nell’ipotesi in cui il ricorrente per cassazione non alleghi che la sentenza impugnata gli è stata notificata, la Corte di cassazione deve ritenere che lo stesso ricorrente abbia esercitato il diritto di impugnazione entro il cosiddetto termine lungo di cui all’art. 327 c.p.c.procedendo all’accertamento della sua osservanza. Tuttavia qualora, o per eccezione del controricorrente o per le emergenze del diretto esame delle produzioni delle parti o del fascicolo d’ufficio, emerga che la sentenza impugnata era stata notificata ai fini del decorso del termine d’impugnazione, la S.C., indipendentemente dal riscontro della tempestività o meno del rispetto del termine breve, deve accertare se la parte ricorrente abbia ottemperato all’onere del deposito della copia della sentenza impugnata entro il termine di cui all’art. 369 c.p.c., comma 1 e, in mancanza, deve dichiarare improcedibile il ricorso, atteso che il riscontro della improcedibilità precede quello della eventuale inammissibilità” (Cass. SSUU 9005/2009 e, tra le altre, Cass. 7469/2014).
6. Avverso tale sentenza la Regione Abruzzo ha proposto ricorso per revocazione, insistendo perchè, revocata la sentenza di questa Corte, siano accolti i motivi dell’originario ricorso per cassazione. D.S.A. ha resistito con controricorso, illustrato da successiva memoria.
7. La ricorrente denuncia errore di fatto, ai sensi degli artt. 391 bis e 395 c.p.c., sostenendo che l’affermazione contenuta nella sentenza revocanda secondo cui al ricorso per cassazione, avviato per la notifica il 17 settembre 2013, e dunque nel termine di sessanta giorni dall’avvenuta notificazione della sentenza impugnata, era stata allegata copia autentica della stessa priva della relata sarebbe frutto di un errore di fatto perchè all’atto del deposito del ricorso essa originaria ricorrente aveva allegato la copia della sentenza impugnata contenente la relata della sua notifica.
9. In via preliminare, va premesso che, in tema di revocazione delle sentenze della Corte di cassazione, l’errore revocatorio si individua nell’errore meramente percettivo, risultante in modo incontrovertibile dagli atti del giudico di legittimità e tale da aver indotto il giudice a fondare la valutazione della situazione processuale sulla supposta inesistenza (od esistenza) di un fatto, positivamente acquisito (od escluso) nella realtà del processo, che, ove invece esattamente percepito, avrebbe determinato una diversa valutazione della situazione processuale, e non anche nella pretesa errata valutazione di fatti esattamente rappresentati (Cass. SSUU 26022/2008). In sostanza, la configurabilità dell’errore di fatto, ai sensi dell’art. 395 c.p.c., n. 4, presuppone che la decisione appaia fondata, in tutto o in parte, esplicitandone e rappresentandone la decisività, sull’affermazione di esistenza o inesistenza di un fatto che, per converso, la realtà obiettiva ed effettiva (quale documentata in atti) induce, rispettivamente, ad escludere od affermare, sicchè il fatto stesso sia percepito e portato ad emersione nello stesso giudizio di cassazione, nonchè posto a fondamento delle argomentazioni logico-giuridica di conseguenza adottate dal giudice di legittimità (Cass., ord. 15 luglio 2009, n. 16447).
10. Ciò posto, il ricorso per revocazione è fondato atteso che l’esame del fascicolo di ufficio, evidenzia che negli atti del processo era presente (ed è presente oggi) la copia autentica della sentenza impugnata (cfr. attestazione dell’Ufficio depositi e iscrizione a ruolo in data 26.9.2013) con relata della notifica che reca data del 9.9.2013. Dalle annotazioni apposte sul fascicolo di ufficio emerge che il fascicolo di parte originariamente depositato ed allegato al ricorso non risulta essere stato ritirato dalla Regione, il che fuga i dubbi sollevati dal controricorrente nel controricorso e nella memoria ex art. 378 c.p.c., sul reale ed effettivo deposito della sentenza impugnata con relata della notifica.
11. Ne segue che si verte senza dubbio nella fattispecie di errore di fatto di cui all’art. 395 c.p.c., n. 4 in quanto la decisione impugnata è fondata sulla supposizione di un fatto, inesistenza della sentenza contenente la relata di notifica, la cui esistenza è, come detto, incontrastabilmente accertata dall’esame degli atti.
12. Non sottrae alla revocabilità della sentenza la circostanza, evidenziata dalla parte resistente nel controricorso e ribadita nella memoria depositata ai sensi dell’art. 378 c.p.c., che la difesa della Regione nulla abbia obiettato in relazione alla sollevata eccezione di improcedibilità del ricorso per cassazione.
13. In base alle considerazioni svolte la sentenza impugnata deve essere revocata e, conclusasi positivamente la fase rescindente, si deve passare alla fase rescissoria e, dunque, occorre esaminare il ricorso per cassazione proposto dalla Regione nei confronti della sentenza della Corte di appello di L’Aquila n. 716 del 2013.
14. Con il primo motivo la ricorrente deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione del D.Lgs n. 165 del 2001, art. 1, comma 3, art. 2, comma 3 e art. 24, della L.R. Abruzzo n. 118 del 1998, art. 1, della L.R. Abruzzo n. 6 del 2005, art. 43 come modificato dalla L.R. Abruzzo n. 16 del 2008, art. 1, comma 2 alla luce degli artt. 36 e 117 Cost.. Assume che l’impianto della normativa regionale, su cui si fonda l’impugnata sentenza, risulta adottato in violazione della riserva di competenza alla contrattazione collettiva del profilo retributivo del personale dipendente della Regione Abruzzo, oltre che in violazione dei criteri di riparto fra legislatore statale e regionale, nonchè del parametro regolatore dì cui all’art. 36 Cost.. Chiede, pertanto, che sia disapplicata la predetta normativa regionale o, in subordine, che sia sollevata la questione di legittimità costituzionale delle citate norme, previa valutazione della non manifesta infondatezza della questione.
15. Con il secondo motivo la ricorrente, subordinatamente al mancato accoglimento del primo motivo, ritenuto assorbente, denuncia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione della L.R. Abruzzo n. 118 del 1998, art. 1 e L.R. Abruzzo n. 6 del 2005, art. 43 come modificato dalla L.R. Abruzzo n. 16 del 2008, art. 1, comma 2, criticando la sentenza impugnata per aver legittimato, con la sua interpretazione, un allineamento dinamico verso l’alto della voce retributiva.
16. Il primo motivo è fondato.
17. Va osservato che questa Corte nel decidere controversie identiche alla presente ha rilevato che la Corte costituzionale con sentenza n. 211 del 2014, investita dal Tribunale di Teramo della questione di legittimità costituzionale della L.R. Abruzzo 8 febbraio 2005, art. 43 e pluriennale 2005-2007 della Legge Regione Abruzzo – Legge finanziaria regionale 2005), come sostituito dalla L.R. Abruzzo 21 novembre 2008, n. 16, art. 1, comma 2, (Provvedimenti urgenti ed indifferibili) in riferimento all’art. 117 Cost., comma 2, lett. l), e dal momento che la disciplina del trattamento economico dei dipendenti regionali rientra nella materia dell’ordinamento civile che appartiene alla potestà legislativa esclusiva dello Stato, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della predetta L.R. Abruzzo 8 febbraio 2005, n. 6, art. 43 come sostituito dalla L.R. Abruzzo 21 novembre 2008, n. 16, art. 1, comma 2, nella parte in cui introduce nella L.R. Abruzzo 13 ottobre 1998, n. 118, il comma 2-bis (Riconoscimento agli effetti economici della anzianità di servizio prestato presso lo Stato, Enti Pubblici, Enti Locali e Regioni, nei confronti del personale inquadrato nel ruolo regionale a seguito di pubblici concorsi ed estensione dei benefici previsti dalla L. n. 144 del 1989 al personale ex L. n. 285 del 1977). Tanto perchè la itata L.R. n. 6 del 2005, art. 43 nel disciplinare la retribuzione individuale di anzianità dei dipendenti regionali, allineandone l’ammontare a quello percepito dai dipendenti che, provenendo da altre amministrazioni, sono transitati nei ruoli regionali, incide sul trattamento economico dei dipendenti regionali prevedendone un incremento allorchè ricorrano le condizioni previste e, quindi eccede dall’ambito di competenza riservato al legislatore regionale invadendo la materia dell’ordinamento civile, riservata alla potestà legislativa esclusiva dello Stato (Cass. 7357/2016, 6197/2016, 25492/2014 e la recente Cass. 8831/2017).
18. Avuto riguardo alla richiamata pronunzia di incostituzionalità, che ha determinato il venir meno delle previsioni della legge regionale alla base della pretesa azionata, il ricorso deve essere accolto e la sentenza cassata.
19. Non essendo, poi, necessari ulteriori accertamenti di fatto la controversia può essere decisa nel merito, ai sensi dell’art. 384 c.p.c., comma 2 con rigetto della originaria domanda.
20. Il recente intervento della Corte Costituzionale in uno all’orientamento espresso dai giudici di merito inducono questa Corte a ritenere sussistenti le ragioni di cui all’art. 92 c.p.c., comma 2, per compensare tra le parti le spese dell’intero processo.
Revoca la sentenza di questa Corte n. 6434 del 2016.
Cassa la sentenza della Corte di Appello di l’Aquila n. 716 del 2013 e, decidendo nel merito, rigetta l’originaria domanda.