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Timestamp: 2018-11-13 15:40:50+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 47', 'art. 656', 'art. 656', 'art. 47', 'art. 656', 'art. 47', 'art. 47', 'sentenza ', 'art. 47', 'sentenza ', 'art. 677', 'art. 21', 'sentenza ', 'art. 667', 'art. 666', 'art. 666', 'art. 666', 'art. 666', 'sentenza ', 'art 666', 'art. 667', 'art. 666', 'art. 671', 'art. 81', 'art. 671', 'art. 187', 'sentenza ']

Esecuzione – Pene detentive - Sospensione dell'esecuzione - Richiesta correlata ad una istanza di affidamento in prova al servizio sociale ex art. 47, comma 3 bis, ord. pen. - Limiti edittali - Individuazione .
Secondo il disposto dell’art. 656, comma 10 c.p.p. il pubblico ministero sospende l'esecuzione dell'ordine di carcerazione, trasmettendo gli atti al tribunale di sorveglianza per l’applicazione di una misura alternativa, se la pena detentiva da espiare, determinata ai sensi dell'art. 656, comma 4-bis c.p.p, anche se costituente residuo di maggior pena, non supera i tre anni ovvero i quattro anni nei casi previsti dall'art. 47-ter, comma 1 ord. pen., o i sei anni nei casi di cui agli artt. 90 e 94 del d.p.r. n. 309/ 1990.
La giurisprudenza di legittimità, avvalendosi di un criterio evolutivo nell’interpretazione dell’art. 656, comma 5 c.p.p., ha stabilito che, in considerazione del richiamo operato da tale disposizione all'art. 47 ord. pen., ai fini della sospensione dell'ordine di esecuzione correlata ad una istanza di affidamento in prova ai sensi dell'art. 47, comma 3 bis, ord. pen., “il limite edittale non è quello di tre anni, ma di una pena da espiare, anche residua, non superiore a quattro anni” (Cass., sez. I, 5 dicembre 2016, n.51864; Cass., sez. I, 12 settembre 2016, Trani, n. 37848).
La sentenza in esame si contrappone a tale orientamento, escludendo la possibilità di seguire in materia penale il canone dell'interpretazione evolutiva e affermando come la sospensione dell’ordine di carcerazione sia prevista unicamente prevista quando la pena residua da espiare non è superiore a tre anni, ad eccezione delle ipotesi previste dall'art. 47-ter, comma 1 ord. pen., e dagli artt.90 e 94 del d.p.r. n. 309/ 1990.
Esecuzione - Magistratura di sorveglianza - Procedimento - In Genere - Eccezione di incompetenza per territorio o funzionale - Termine per proporla - Individuazione.
La sentenza in esame evidenzia un contrasto sulla natura della competenza del magistrato e del tribunale di sorveglianza e conseguentemente sui limiti entro cui l’incompetenza può essere eccepita o rilevata. Secondo il disposto dell’art. 677 c.p.p. tale competenza, rubricata come territoriale, appartiene, per le materie attribuite alla magistratura di sorveglianza, al tribunale o al magistrato di sorveglianza che hanno giurisdizione sull’istituto di prevenzione o di pena in cui si trova l’interessato all’atto della richiesta, della proposta o dell’inizio d’ufficio del procedimento. Una consolidata corrente interpretativa ritiene che per tale competenza, di natura essenzialmente territoriale, occorra far riferimento all’art. 21 comma 2 c.p.p., con l’effetto che l’incompetenza potrà essere rilevata o eccepita a pena di decadenza solo in apertura di udienza o, comunque prima della sua conclusione (Cass., sez., I, 22 gennaio 2015, n. 3113; Cass., sez. I, 2 dicembre 2008, n. 47528; Cass., sez. I, 30 giugno 2004, n.36144; Cass., sez., I 5 giugno 2002, n. 25816; Cass., sez. I, 2 aprile 1996, n. 2117). Un diverso orientamento cui aderisce la sentenza in esame, configura la competenza del magistrato e del tribunale di sorveglianza come una vera e propria competenza funzionale, al pari di quella del giudice dell’esecuzione, e in quanto tale inderogabile e rilevabile d’ufficio anche in sede di ricorso per cassazione (Cass., sez. I, 20 marzo 2015, n.16372; Cass., sez. I, 19 settembre 2013, n. 43517)
Esecuzione - Giudice dell'esecuzione - Procedimento - In genere - Opposizione contro ordinanza emessa dal giudice dell'esecuzione a norma dell'art. 667 comma quarto cod. proc. pen. - Procedimento - Disciplina applicabile - Disciplina di cui all'art. 666 cod. proc. pen. - Conseguenze - Fattispecie
In tema di confisca di beni nella formale titolarità di terzi estranei al procedimento penale, si è delineato un contrasto in ordine alle forme da adottare per la decisione sulla opposizione proposta dall’interessato. Il giudice dell’esecuzione decide in ordine alla confisca de plano secondo il combinato disposto degli artt. 676, comma 1 e 667, comma 4 c.p.p. Contro tale ordinanza gli interessati possono proporre opposizione davanti allo stesso giudice, instaurando così una nuova fase in cui si procede ex art. 666 c.p.p. Secondo un orientamento giurisprudenziale il giudice sarebbe autorizzato anche in fase di opposizione a deliberare de plano, secondo il modulo procedimentale previsto dall’art. 666, 2 comma c.p.p., qualora ritenesse inammissibile l’opposizione, dovendo fissare la data dell’udienza in camera di consiglio a norma dei commi 3 e 4 dell’art. 666 c.p.p. solo in assenza di cause di inammissibilità (Cass., sez. I 6 marzo 2015, n. 12572). Al contrario, la sentenza in esame ritiene inapplicabile in tale caso l’art 666, comma 2 c.p.p., e afferma che, ai sensi dell’art. 667, comma 4 c.p.p., il giudice dell’esecuzione è tenuto ad instaurare il contraddittorio tra le parti a norma dell’art. 666, commi 3 e 4 c.p.p. a pena di nullità assoluta dell’ordinanza che definisce il procedimento.
Esecuzione - Giudice dell'esecuzione - Concorso formale e reato continuato - Riconoscimento della continuazione - Determinazione della pena - Criteri
A fronte di soluzioni interpretative difformi in ordine all’applicazione della disciplina del concorso formale e del reato continuato prevista dall’art. 671 c.p.p. in sede esecutiva, l’ordinanza in esame chiede l’intervento delle Sezioni Unite in ordine alla questione se il giudice dell’esecuzione, in caso di riconoscimento della continuazione tra più reati oggetto di distinte sentenze irrevocabili, nel determinare la pena sia tenuto al rispetto del limite del triplo della pena inflitta per la violazione più grave, ai sensi dell’art. 81, comma 1 e 2, c. p., oppure debba applicare il diverso criterio indicato dall’art. 671, comma 2, c.p.p., rappresentato dalla somma delle pene inflitte in ciascuna decisione irrevocabile.
Secondo un primo orientamento cui aderisce anche l’ordinanza in esame, il giudice dell’esecuzione è vincolato dal giudicato solo per quanto concerne l'individuazione del reato più grave, a norma dell’art. 187 disp. att., che impone al giudice dell’esecuzione di considerare quale violazione più grave quella per cui è stata inflitta la pena più grave; con riguardo al trattamento sanzionatorio procede alla determinazione della pena attraverso un aumento di quella prevista per tale reato, nei limiti di cui agli artt. 81 c.p. e 671 c.p.p. (Cass., sez. I, 31 luglio 2003, n. 32277; Cass., sez. I 6 luglio 2000 n. 4862; Cass., sez. I, 26 febbraio 1997, n. 1663).
Cass., sez. I, 23 gennaio 2015, n. 3341
Esecuzione - giudice dell'esecuzione - revoca di benefici - sospensione condizionale della pena - concessione in presenza di cause ostative - revoca nella fase esecutiva - esclusione - possibilità - limiti.
La questione oggetto dell’ordinanza di rimessione riguarda la revocabilità in sede esecutiva della sospensione condizionale della pena, illegittimamente concessa dal giudice in fase di cognizione.
Secondo il primo orientamento la revoca di tale beneficio, illegittimamente accordato dal giudice di merito, può essere disposta nel giudizio di cognizione per mezzo dell’impugnazione della sentenza viziata, ma non anche in sede di esecuzione, ostando in tal caso l’intangibilità del giudicato ( Cass. sez. I 8 ottobre 2009, n. 42661; Cass. sez. III, 9 luglio 2013, n. 42167). Un contrapposto filone giurisprudenziale afferma che il beneficio della sospensione condizionale della pena illegittimamente concesso può essere revocato nella fase esecutiva limitatamente al caso in cui l'elemento ostativo non sia stato conoscibile dal giudice nella fase della cognizione, dovendo, invece, la revoca essere fatta valere attraverso gli ordinari mezzi di impugnazione, laddove il giudice abbia erroneamente concesso il beneficio pur potendo avvedersi della sua non concedibilità (Cass. sez. III, 6 giugno 2012, n. 33345; Cass. sez. I, 24 ottobre 2013, n. 45292). Considerato che la soluzione del contrasto incide in definitiva sull’entità della pena espianda da parte del condannato, la prima sezione ha rimesso alle Sezioni Unite la questione “se la revoca della sospensione condizionale della pena, illegittimamente concessa dal giudice di merito, possa essere rilevata nella fase esecutiva, e in quali limiti e con quali modalità, oneri probatori e poteri officiosi, siano individuabili ipotesi di conoscenza o di conoscibilità degli elementi ostativi da parte del giudice di cognizione o ipotesi di conoscibilità ex post degli stessi elementi ostativi da parte del giudice dell’esecuzione"