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Timestamp: 2020-08-14 17:58:40+00:00
Document Index: 60292012

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 21', 'art. 36', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 384']

Sentenza Cassazione Civile n. 34658 del 30/12/2019 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 34658 del 30/12/2019
Cassazione civile sez. trib., 30/12/2019, (ud. 22/10/2019, dep. 30/12/2019), n.34658
sul ricorso 6601-2015 proposto da:
avverso la sentenza n. 353/2014 della COMM. TRIB. REG. di TRIESTE,
p. 1. L’agenzia delle entrate propone tre motivi di ricorso per la cassazione della sentenza n. 353/01/14 del 10 settembre 2014, con la quale la commissione tributaria regionale del Friuli Venezia Giulia, in riforma della prima decisione, ha ritenuto illegittimo l’avviso con il quale l’agenzia del territorio aveva rettificato, nei confronti della Autorità Portuale di Trieste, la categoria catastale già assegnata (E/1) a talune particelle del comprensorio demaniale ‘scalo legnamì sito all’interno del porto di Trieste, ed attribuite in concessione a società commerciale lerminalistà.
Resiste con controricorso l’Autorità Portuale di Trieste, la quale ha anche depositato memoria deducendo, tra il resto, l’insussistenza della propria legittimazione tributaria passiva, in quanto estranea all’esercizio diretto di attività lucrativa, e concedente di aree di proprietà pubblica.
p. 2.2 II ricorso è fondato.
In materia si è anzi formato un indirizzo interpretativo consolidato, così fissato: “(…) ai fini del classamento di un immobile nella categoria E, come previsto dal D.L. n. 262 n. 2006, art. 2, comma 40, conv. in L. n. 286 del 2006, è necessario che lo stesso presenti caratteristiche tipologico-funzionali tali da renderlo estraneo ad ogni uso commerciale o industriale, con la conseguenza che le aree portuali non sono classificabili in detta categoria se in concreto destinate a tali finalità. (Nella specie, in applicazione del principio la S.C. ha ritenuto assoggettati ad ICI i locali magazzini utilizzati dalle società imprenditrici “terminaliste”, concessionarie del suolo, per le attività di movimentazione, stoccaggio, deposito, imbarco e sbarco di merci)” (Cass.n. ord. 10674/19).
Questa recente pronuncia ricostruisce i passaggi fondamentali del ragionamento sotteso alla decisione, nel senso che: – la qualificazione nel gruppo E è propria di quegli immobili (stazioni, ponti, fari, edifici di culto, cimiteri ecc.) che presentano una marcata caratterizzazione tipologico-funzionale, costruttiva e dimensionale tale da rendersi sostanzialmente incommerciabili ed estranei ad ogni logica di libero scambio; – L. n. 262 del 2006, art. 2, comma 40, conferma ‘a contrariò questa osservazione, stabilendo che tra le “unità immobiliari censite nelle categorie catastali E/1, E/2, E/3, E/4, E/5, E/6 ed E/9 non possono essere compresi immobili o porzioni di immobili destinati ad uso commerciale, industriale, ad ufficio privato ovvero ad usi diversi, qualora gli stessi presentino autonomia funzionale e reddituale”, il che instaura una vera e propria incompatibilità tra classificazione in categoria E, da un lato, e destinazione dell’immobile ad uso commerciale o industriale, dall’altro; – la rilevanza che la legge attribuisce al tipo di destinazione d’uso dell’immobile vale anche in ambito portuale, in relazione al quale non può parimenti risultare dirimente il criterio della mera localizzazione in area adibita a servizio pubblico (stazione o terminal), dovendosi invece fare applicazione del diverso criterio di funzione o attività, così da escludersi la categoria in questione in presenza di autonomia funzionale e reddituale rinveniente dall’impiego dell’area per scopi imprenditoriali di natura commerciale, industriale, d’ufficio privato e simili; – la (pacifica) natura di pubblico interesse dell’attività di trasporto e di stazione marittima non può, neppur essa, ritenersi dirimente nell’assegnazione della categoria in questione, dal momento che non è escluso che il relativo servizio sia in concreto esercitato secondo modalità economiche e remunerative tipiche dell’impresa commerciale; – ciò a maggior ragione in considerazione del fatto che (come osservato da Cass. nn. 10031/2017, 1369/2017, 20259/2017, 20026/2015 ed altre) l’attività portuale in questione (pur assoggettata all’autorità di vigilanza nella effettiva rispondenza delle modalità del suo esercizio all’interesse della collettività) è stata dalla legge sottratta a qualsiasi regime di privativa, così da rientrare nel regime comunitario di libera concorrenza e di libera iniziativa economica (L. n. 84 del 1994, art. 21, che ha eliminato la riserva, a favore delle compagnie e dei gruppi portuali, delle operazioni di sbarco, di imbarco e di maneggio delle merci, imponendo la loro trasformazione in società commerciali o cooperative); – la circostanza che si tratti di attività svolte in forza di concessione d’uso di aree demaniali (come consentito dall’art. 36 Cod. Nav.) non esclude, di per sè, che queste ultime vengano assoggettate a forme di sfruttamento economico ed imprenditoriale con autonomia funzionale e reddituale: “lo sfruttamento dell’area da parte di un operatore commerciale in forma privatistica ed esclusiva, non può non avere incidenza in tema di ICI in quanto ‘ciò che conta ai fini dell’imposizione è che l’area in considerazione sia suscettibile di costituire un’autonoma unità immobiliare, potenzialmente produttiva di redditò (Cass. cit.)..
Si tratta infatti di disposizione espressamente valevole (a conferma della legittimità del diverso regime precedentemente operante) solo per il futuro e, segnatamente, a far data dal 1 gennaio 2020; così come solo da questa stessa data prendono effetto le procedure eventualmente intraprese dagli interessati per ottenere l’aggiornamento e la revisione di rendita delle diverse categorìe catastali precedentemente attribuite ai beni in questione (comma 579).
Ici (…)”. Al di là del fatto che non risulta (nè ciò viene specificato dalla controricorrente) che tale eccezione, attinente alla titolarità sostanziale e di merito del rapporto, sia stata opposta a tempo debito in giudizio, è dirimente osservare come, nella specie, non si controverta di imposizione tributaria, ma unicamente di rettifica catastale (attività di per sè non comportante imposizione nè presupposto di imposizione) di aree nella disponibilità dell’autorità portuale; e come, per altro verso, a tali fini rilevi la destinazione funzionale dell’area nella sua obiettività, fermi gli obblighi tributari propriamente detti in capo ai soggetti concessionari (v., D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 3, comma 2).
In definitiva, la sentenza della Commissione Tributaria Regionale va cassata; non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, sussistono i presupposti per la decisione nel merito, ex art. 384 c.p.c., mediante rigetto del ricorso introduttivo dell’Autorità Portuale medesima.