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Timestamp: 2019-10-22 09:32:38+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 5', 'art. 3', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2077', 'art. 1418', 'art. 1431', 'art. 3', 'art. 13']

Stipendi pagati in più: il datore di lavoro pubblico non può chiedere indietro i soldi – Mega Ellas
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Avv. Riccardo Carlone – Gli avvocati giuslavoristi che si occupano della difesa dei pubblici dipendenti spesso si trovano alle prese con propri assistiti destinatari di una richiesta di ripetizione loro recapitata dal proprio datore di lavoro (sia esso un Ministero, una ASL etc.) volta a richiedere la restituzione di importi che la Pubblica Amministrazione ritiene – a torto o a ragione – erroneamente versati a titolo di retribuzione o di indennità collegate.
Infatti, a mente dell’art. 5 del D.Lgs. n. 150/2011, la sospensione del provvedimento impugnato può essere concessa, anche inaudita altera parte, in presenza di due requisiti: 1) la ragionevole fondatezza dei motivi su cui si fonda l’opposizione; 2) il pericolo di danno grave e irreparabile derivante dal tempo occorrente per la decisione dell’opposizione.
L’atto di recupero da parte della P.A. di somme indebitamente corrisposte, presupponendo un atto di annullamento in via di autotutela del pregresso provvedimento recante la determinazione della retribuzione in misura maggiore di quella che sarebbe risultata dovuta deve, infatti, essere necessariamente motivato, oggi anche in applicazione della previsione di cui all’art. 3 L. 7 agosto 1990 n. 241.
Oggetto della motivazione è, da un lato, la comparazione tra la posizione del dipendente venuta a determinarsi per effetto della già pagata retribuzione e quella derivante dal ridimensionamento della retribuzione stessa a seguito dell’esatta definizione del dovuto e dell’ulteriore decurtazione relativa al recupero del pregresso (Consiglio di Stato ad. plen. 12.12.1992 n. 20; anche Consiglio di Stato ad. plen. 30.09.1993 n. 11).
In applicazione dei tradizionali principi in materia di autotutela, l’Amministrazione deve poi comunque comparare, nel procedere al recupero degli emolumenti indebitamente corrisposti, gli effetti già prodotti dall’atto di determinazione della retribuzione (ed in particolare l’affidamento, derivante dal decorso del tempo o da altre circostanze, ingenerato nel percipiente circa la legittimità dell’erogazione) con l’interesse pubblico al recupero della somma indebitamente erogata (sul tema, oltre agli interventi dell’Adunanza plenaria del Consiglio di Stato già annotati, anche TAR Lazio Roma Sez. III sentenza 04.06.2007 n. 5618; TAR Marche Ancona sentenza 09.06.2001 n. 740).
Pertanto l’atto sarà illegittimo nei casi in cui il provvedimento di recupero, oltre a non essere stato preceduto dalla dovuta comunicazione di inizio procedimento, non appare essere assistito dalla necessaria motivazione in ordine alle ragioni giustificatrici del recupero ed all’affidamento ingenerato nel percipiente, in considerazione peraltro anche del rilevante periodo di tempo spesso intercorrente tra la percezione delle somme e l’emanazione del provvedimento stesso.
A ciò aggiungendosi come da anni per la S.C. (Cass. civ. Sez. lavoro, 16.01.2007, n. 818) il pagamento legittimo al lavoratore di una retribuzione superiore ai minimi previsti dal contratto collettivo indica la volontà di derogare in meglio (ai sensi dell’art. 2077, comma secondo, c.c.), tacitamente manifestata dal datore ed accettata dal lavoratore, il trattamento economico di quest’ultimo e, al riguardo, spetta al primo dedurre e provare l’invalidità di questa volontà contrattuale e non al secondo provare il titolo giustificativo della maggiorazione, il quale è insito nella causa stessa del contratto individuale di lavoro subordinato, autonomamente convenuto purché nel rispetto dei limiti dell’art. 1418 c.c.
Pertanto, quando venga affermata dal datore di lavoro l’erroneità di tale maggiorazione retributiva per errore a lui imputabile, a tale declaratoria potrà pervenirsi solo qualora egli provi, in virtù dell’art. 1431 c.c., che l’errore era riconoscibile dal lavoratore.
Il tutto anche secondo un orientamento del Consiglio di Stato in fattispecie eguali a quelle dibattute secondo il quale vale anche nei confronti della Pubblica Amministrazione datrice di lavoro, la quale intenda procedere al recupero di compensi asseritamente corrisposti a propri dipendenti, la regola che chi ha pagato a titolo di adempimento un’obbligazione pecuniaria e voglia conseguire una parziale restituzione, ha l’onere di allegare di aver commesso un errore di quantificazione e di dimostrare l’indebito pagamento (Cons. Stato Sez. V, 14-05-2003, n. 2560; Cons. Stato Sez. V, 05.04.2001 n. 1571).
Illegittimità del provvedimento di intimazione di pagamento per violazione dell’art. 3 della legge n. 241/1990 per carenza motivazionale ed istruttoria stante l’irripetibilità delle somme corrisposte
In ogni caso sul dovere della Pubblica Amministrazione di adottare modalità di recupero delle somme richieste calcolate in relazione alle condizioni di vita del debitore, non eccessivamente onerose, ma tali da consentire la duratura percezione di una retribuzione che assicuri un’esistenza libera e dignitosa
Altro motivo di illegittimità della richiesta di recupero di somme avanzata dal datore di lavoro pubblico si rinviene pressochè quasi sempre nel passaggio in cui non viene applicato l’insegnamento Giurisprudenziale secondo il quale in tema di recupero degli emolumenti erroneamente corrisposti dalla P.A. ai propri dipendenti vige la regola per cui le modalità di rimborso devono essere, in relazione alle condizioni di vita del debitore, non eccessivamente onerose ma tali da consentire la duratura percezione di una retribuzione che rassicuri un’esistenza libera e dignitosa (Cons. Stato Sez. III, 26-06-2015, n. 3218).
Tale limite può dedursi per analogia, ed in ragione della ratio ad essa sottesa, da una recente modifica legislativa (art. 13 D.L. 27 giugno 2015, n. 83) secondo la quale, in tema di esecuzione su emolumenti percepiti dal pensionato, le somme da chiunque percepite a titolo di pensione, di indennità che tengono luogo di pensione o di altri assegni di quiescenza, non possono essere pignorate per un ammontare corrispondente alla misura massima mensile dell’assegno sociale, aumentato della metà. La parte eccedente tale ammontare è pignorabile nei limiti previsti dal terzo, quarto e quinto comma nonché dalle speciali disposizioni di legge.
Ne deriva che, chiarendo la normativa vigente che sul punto aveva visto anche l’intervento della Corte Costituzionale, vi sarà una parte assolutamente impignorabile della pensione (o della retribuzione) e cioè quella pari all’importo dell’assegno sociale aumentato della metà.
Ne consegue come il provvedimento volto a veder restituiti importi percepiti a titolo di retribuzione ulteriore a quella contrattualmente dovuta dal Pubblico Dipendente dovrà essere dichiarato illegittimo nella parte in cui non concede allo stesso la facoltà di restituire la somma richiesta nel rispetto del proprio diritto a ricevere una retribuzione che rassicuri un’esistenza libera e dignitosa.
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