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Timestamp: 2017-08-18 18:22:13+00:00
Document Index: 144733764

Matched Legal Cases: ['art. 86', 'art. 16', 'art. 90', 'art. 12', 'art. 86', 'art. 16', 'art. 87', 'art. 88', 'art. 30', 'sentenza ', 'art. 90', 'art. 34', 'art. 4', 'art. 9', 'art. 90', 'art. 90', 'art. 93', 'art. 10', 'art. 6', 'art. 90', 'art. 90', 'art. 10', 'art. 87', 'art. 87', 'art. 25', 'art. 86', 'art. 16', 'art. 86', 'art. 93', 'art. 86', 'art. 97', 'art. 90', 'art. 90', 'art. 35', 'art. 90', 'art. 90', 'art. 90', 'art. 12', 'art. 1', 'art. 90', 'art. 90', 'art. 86', 'art. 16', 'art. 87', 'art. 88', 'art. 3', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 73', 'art. 14', 'art. 25', 'art. 26', 'e contrario', 'art. 90', 'art. 90', 'art. 89', 'art. 30', 'sentenza ', 'art. 2']

T.A.R. Lazio Roma, Sezione III Ter, 3 ottobre 2012
[A] Per effetto dell’art. 86, comma 3, del D.lgs 259 del 2003 sono assimilate ad ogni effetto alle opere di urbanizzazione primaria di cui all''art. 16, co. 7, d.P.R. n. 380/2001, pur restando di proprietà dei rispettivi operatori, non le infrastrutture di reti pubbliche di comunicazione tout court, ma quelle ivi espressamente richiamate. [B] La codificazione delle norme del processo amministrativo, ad opera del d. lgs. 104 del 2010, consente di ritenere ormai superata la tradizionale limitazione della tutela dell''interesse legittimo pretensivo al solo modello impugnatorio
SENTENZA N. 8267
1. L’art. 90, comma 3, del D.lgs 259 del 2003 dispone testualmente: “Per l'acquisizione patrimoniale dei beni immobili necessari alla realizzazione degli impianti e delle opere di cui ai commi 1 e 2, può esperirsi la procedura di esproprio prevista dal decreto del Presidente della Repubblica 8 giugno 2001, n. 327. Tale procedura può essere esperita dopo che siano andati falliti, o non sia stato possibile effettuare, i tentativi di bonario componimento con i proprietari dei fondi sul prezzo di vendita offerto, da valutarsi da parte degli uffici tecnici erariali competenti”; il comma 1, della disposizione in esame, prevede che: “Gli impianti di reti di comunicazione elettronica ad uso pubblico, ovvero esercitati dallo Stato, e le opere accessorie occorrenti per la funzionalità di detti impianti hanno carattere di pubblica utilità, ai sensi degli articoli 12 e seguenti del decreto del Presidente della Repubblica 8 giugno 2001, n. 327”. La norma, inserita nel capo V del Codice, recante le disposizioni relative a reti ed impianti, offre la possibilità per gli operatori del settore delle comunicazioni elettroniche di ottenere il titolo ablatorio dei beni di proprietà altrui al fine della realizzazione degli impianti di reti di comunicazione elettronica destinati all’uso del pubblico e delle opere accessorie occorrenti per la funzionalità degli stessi impianti, cui la stessa norma attribuisce il carattere di “pubblica utilità”, in coerenza con quanto prevede l’art. 12, lett. b), del TU in materia di espropriazioni per pubblica utilità, secondo cui la dichiarazione di pubblica utilità si intende disposta in ogni caso, quando, in base alla normativa vigente, equivale a dichiarazione di pubblica utilità: - l'approvazione di uno strumento urbanistico, anche di settore o attuativo; - la definizione di una conferenza di servizi o il perfezionamento di un accordo di programma; - ovvero il rilascio di una concessione, di una autorizzazione o di un atto avente effetti equivalenti.
2. Per effetto dell’art. 86, comma 3, del D.lgs 259 del 2003 sono assimilate ad ogni effetto alle opere di urbanizzazione primaria di cui all'art. 16, co. 7, d.P.R. n. 380/2001, pur restando di proprietà dei rispettivi operatori, non le infrastrutture di reti pubbliche di comunicazione tout court, ma quelle ivi espressamente richiamate, ossia, le infrastrutture di comunicazione elettronica per impianti radioelettrici (art. 87) e le opere civili, scavi ed occupazione di suolo pubblico (art. 88), fattispecie all’evidenza diverse da quelle che ne occupa, che, invece, riguarda impianti relativi a rete di telecomunicazione fissa installati all’interno di una proprietà privata. La codificazione delle norme del processo amministrativo, ad opera del d. lgs. 104 del 2010, consente di ritenere ormai superata la tradizionale limitazione della tutela dell'interesse legittimo pretensivo al solo modello impugnatorio, dovendosi ormai ammettere anche l’esperibilità di azioni tese al conseguimento di pronunce dichiarative, costitutive e di condanna che siano realmente idonee a soddisfare la pretesa sostanziale di cui la parte vittoriosa è portatrice.
3. Dal combinato disposto dell’art. 30, comma 1, e 34, comma 1, lett. c), si evince la scelta operata dal legislatore delegato di non imbrigliare le azioni di condanna in schemi rigidi e predeterminati, dovendo, piuttosto, ritenersi che la sentenza di condanna deve prescrivere l'adozione di misure idonee a tutelare la situazione soggettiva dedotta in giudizio, anche in forma specifica. Nel caso che ne occupa, peraltro, costituisce insormontabile ostacolo alla condanna per equivalente, attraverso la declaratoria dell’obbligo all’adozione del provvedimento richiesto, la sussistenza dei profili di discrezionalità amministrativa e tecnica sopra evidenziati; pertanto, non essendo ammissibile che il giudice si sostituisca nell’esercizio di attività discrezionale riservata alla pubblica amministrazione, l’istanza risarcitoria come sopra formulata non può trovare ingresso, rimanendo la pretesa fatta valere dalla società ricorrente circoscritta al vaglio di legittimità alla stregua dei vizi denunciati in sede di ricorso e con salvezza del riesercizio del potere amministrativo a seguito dell’annullamento dell’impugnato provvedimento.
Premette la società BT Italia S.p.a. di esercitare attività di fornitura di reti e servizi di comunicazione elettronica in virtù di licenze rilasciate dal Ministero dello sviluppo economico il 6 aprile e 12 giugno 1998 ed il 26 ottobre 2011, e di avere installato da tempo un proprio sito tecnologico di telecomunicazioni – PoP ((Point of Presence) - in una porzione di 325 mq. di immobile sito in Bergamo, via Zanica n. 52/54, di proprietà della società Frama Prefabbricati e locato alla società Brevi S.p.a., giusta atto di sublocazione commerciale stipulato con quest’ultima in data 1° giugno 1998.
Precisa, ancora, la società che il nodo della rete di trasmissione in questione costituisce l’architrave di tutta l’architettura di rete, e che, pertanto, confidando nella prosecuzione del rapporto di locazione, siccome fino ad allora sempre rinnovatosi, nel 2007 ha proceduto ad elaborare progetti di potenziamento ed ampliamento del nodo di rete realizzato nei locali sublocati per la realizzazione di una nuova infrastruttura trasmissiva in grado di assicurare il passaggio diretto delle relazioni di traffico con il nodo della rete di Bergamo senza transito tramite i nodi di Milano, in modo da migliorare l’efficienza complessiva della rete.
Ricevuta da parte della locatrice Brevi la disdetta del contratto di locazione dello stabile, la società riferisce di avere presentato nel novembre 2008 istanza all’Agenzia del territorio competente, ai sensi dell’art. 90, comma 3, del Codice delle comunicazioni, per la valutazione della parte di immobile di interesse al fine della determinazione del prezzo di vendita da offrire al proprietario nel tentativo di bonario componimento, e di avere proposto alla Fra.ma, il successivo 16 marzo 2009, di acquistare la porzione immobiliare oggetto del contratto di sublocazione, cui, però, la proprietà non ha aderito.
Fallito il tentativo bonario, il successivo 16 aprile 2009 la società ha presentato al Ministero dello sviluppo economico istanza volta ad ottenere il decreto di esproprio della porzione di 375 mq del più vasto immobile in sublocazione.
Precisa di avere notificato la medesima istanza in data 23 aprile 2009 anche al Comune di Bergamo, in qualità di amministrazione interessata alla procedura, che, in data 21 maggio 2009, in relazione alle richieste formulate in proposito dal Ministero circa la natura degli impianti installati nell’immobile in questione, lungi dall’inviare copia del proprio Piano dei Servizi di cui al Piano del Governo del Territorio, relativo alla estensione delle reti di telecomunicazione nel proprio ambito territoriale, ha ritenuto di precisare come sulla questione fosse competente a pronunciarsi il solo dicastero, rimanendo, pertanto, in attesa dell’avvio del relativo procedimento.
Nelle more del procedimento, il Tribunale di Bergamo, adito dalla proprietà, ha convalidato l’intimato sfratto ed ha fissato per l’esecuzione il termine del 2 novembre 2009; nel silenzio ministeriale, la competente Corte di appello ha sospeso la procedura di sfratto fino al 5 maggio 2010.
In data 1° dicembre 2009 la società ha ricevuto, per conoscenza, una nota del Comune di Bergamo, indirizzata al Ministero competente, in cui si evidenzia che:
- l’immobile fa parte integrante dell’Accordo di Programma sottoscritto il 18 maggio 2009 dal Comune di Bergamo con l’Azienda Ospedaliera Ospedali Riuniti di Bergamo ai sensi dell’art. 34, d. lgs. n. 267/2000, finalizzato alla realizzazione di un polo sinergico per l’erogazione di alcuni servizi comunali e sanitari;
- l’art. 4.1 dell’Accordo di Programma prevede l’obbligo da parte dell’Azienda ospedaliera di utilizzare l’immobile di proprietà della società Frama in procinto di essere acquisito per l’insediamento di attività ambulatoriale;
- in ossequio al succitato Accordo, il Consiglio Comunale ha approvato, con deliberazione 30 novembre 2009, il nuovo Piano di Governo del Territorio, recependo tale destinazione pubblica all’interno delle previsioni del Piano di Servizi di cui all’art. 9 della legge regionale n. 12/2005;
- l’istanza di esproprio presentata dalla società BT Italia, di fatto, risulta in contrasto con i contenuti pubblicistici dell’Accordo di programma sottoscritto il 18 maggio 2009 e reso esecutivo con la deliberazione del 30 novembre 2009.
La società ha impugnato la deliberazione da ultimo richiamata presso il T.A.R. Lombardia, Sezione di Brescia, che ha respinto l’incidentale istanza cautelare sulla base dell’assenza del requisito dell’attualità del lamentato danno, non essendo ancora fissata la data per il rilascio dei locali.
In data 1° aprile 2010 è sopraggiunta la nota del Ministero dello sviluppo economico 19 marzo 2010, n. 11690, con cui, in relazione all’istanza di esproprio presentata dalla medesima società per ottenere il decreto di esproprio del locale sito in via Zanica n. 52/54 se ne dichiara l’improcedibilità, non ricorrendo i presupposti di cui all’art. 90 del Codice delle Comunicazioni elettroniche e dei vincoli urbanistici esistenti sull’immobile.
La società, ritenendo l’illegittimità della risposta sopraggiunta a distanza di un anno dalla richiesta, con il ricorso in epigrafe deduce, con un primo motivo, il difetto assoluto dei presupposti di legge, illogicità, erroneità ed ingiustizia manifesta; eccesso di potere per violazione ed omessa ponderazione dei diritti ed interessi pubblici alla realizzazione ed al mantenimento della rete di telecomunicazioni; eccesso di potere per indeterminatezza.
La ricorrente lamenta, in sostanza, che non è stato tenuto in conto che l’installazione del nodo di rete nell’immobile in controversia, in funzione dal lontano 1998, è stato debitamente autorizzato dall’Ente comunale e che è stata costretta ad avviare la procedura espropriativa con l’instaurazione di un autonomo procedimento presso gli organi ministeriali a causa dell’inconciliabilità dei rapporti con la proprietà dell’immobile.
Pertanto, illegittimamente il Ministero, in violazione dell’art. 90, del d. lgs. n. 259 del 2003, ha omesso di attivare la chiesta procedura espropriativa di immobile in cui insiste una rete di comunicazione elettronica, cui la normativa vigente attribuisce natura di opera di pubblica utilità, non avendo alcuna rilevanza nell’ambito del procedimento la adozione di deliberazioni da parte dell’Ente comunale.
Peraltro, sostiene la ricorrente che, in ogni caso, la mutata destinazione d’uso dell’immobile non può costituire un valido motivo per precludere il mantenimento degli impianti di telecomunicazione ivi realizzati, in quanto le infrastrutture di reti pubbliche di telecomunicazione sono assimilate dalla legge alle opere di urbanizzazione primaria e, dunque, sono astrattamente installabili in tutte le zone, a prescindere dalla relativa destinazione d’uso impressa dall’ente territoriale.
Sotto altro profilo, la società ricorrente sostiene l’illegittimità dell’impugnato diniego che, in violazione dell’art. 93, comma 1, del codice delle comunicazioni, finisce per determinare in capo alla medesima l’assunzione di ingenti oneri finanziari per il trasferimento del nodo di telecomunicazione, operando una palese discriminazione con gli altri operatori.
Con il secondo motivo, deduce, altresì, la violazione degli artt. 3, 7 e 10 bis, della legge n. 241 del 1990, eccesso di potere, difetto di motivazione, sviamento, omessa comunicazione di avvio del procedimento di rigetto.
Lamenta, in sostanza, la società la violazione della disciplina del procedimento amministrativo sotto diversi profili:
- per omessa previa comunicazione di avvio del procedimento di diniego;
- per difetto di motivazione del provvedimento conclusivo;
- per mancata indicazione del responsabile del procedimento e dei termini e luogo dell’impugnazione.
La società introduce, infine, istanza per ottenere il risarcimento dei danni subiti a causa della paralisi totale dell’attività economica determinatasi nell’incertezza sull’impiego del bene e per l’arresto del piano di sviluppo degli investimenti societari nell’area del nord-est.
Si è costituito in giudizio l’intimato Ministero dello Sviluppo Economico, per il tramite dell'Avvocatura Generale dello Stato, senza, peraltro, spiegare difese o depositare documenti; non si sono, invece, costituiti i pure intimati Comune di Bergamo e l’Azienda Ospedaliera Ospedali Riuniti di Bergamo, né la controinteressata società Fra.ma. Prefabbricati S.r.l..
La Sezione, con ordinanza n. 2208/2010 del 21 maggio 2010, ha accolto l’incidentale istanza cautelare, ritenendo la sussistenza della dedotta violazione degli obblighi di cui all’art. 10-bis, l. n. 241 del 1990, introdotto dall'art. 6, l. n. 15 del 2005, che stabilisce l'obbligo per l'amministrazione nei procedimenti ad istanza di parte del c.d. “preavviso di rigetto”, ed ha, per l’effetto, disposto la rinnovazione del procedimento, previa adozione degli adempimenti ivi previsti.
Con atto per motivi aggiunti la società ha dunque impugnato anche la nota n. 14035 del 24 febbraio 2012, ricevuta il successivo 2 marzo, con cui, all’esito del rinnovo del procedimento sull’istanza presentata ai sensi dell’art. 90, d. lgs. n. 259/2003, è stato comunicato il diniego per improcedibilità dell’istanza di esproprio presentata ai sensi dell’art. 90, d.lgs. n. 259/2003, e l’irrilevanza degli elementi forniti dalla società BT Italia alla luce degli elementi forniti dal Comune di Bergamo con la nota in data 29.11.2010.
Premette la ricorrente di avere presentato in data 5 ottobre 2010 le proprie osservazioni, ai sensi dell’art. 10 bis, legge n. 241 del 1990, in merito alla infondatezza delle ragioni – esistenze di vincoli urbanistici sull’immobile oggetto di richiesta - ritenute ostative dal Ministero e che il resistente dicastero ha chiesto, il successivo 28 ottobre, al Comune di Bergamo di comunicare, in merito:
- le autorizzazioni rilasciate a BT Italia ai sensi dell’art. 87 del codice delle comunicazioni;
- se BT Italia avesse richiesto aree alternative onde assicurare la continuità di erogazione del servizio di telecomunicazioni;
- l’eventuale valutazione di soluzioni progettuali che consentano la coesistenza delle opere esistenti con la nuova destinazione dell’immobile, considerata la modesta metratura occupata da BT Italia.
Il Comune ha riscontrato tale richiesta in data 29 novembre 2010, comunicando che:
- la società non risulta titolare, nel Comune di Bergamo, di autorizzazioni ex art. 87;
- la stessa società non ha mai presentato domanda per il reperimento di un’area alternativa all’immobile di v. Zanica;
- sull’ultima questione, la eventuale coesistenza di due diverse strutture deve essere valutata dall’Azienda ospedaliera beneficiaria dell’immobile.
Pertanto, l’Azienda, interpellata sul punto, ha fatto presente di avere sospeso ogni valutazione progettuale sull’immobile in attesa di certezze sulla piena disponibilità dello stesso.
Riferisce, ancora che, nonostante tale interlocuzione procedimentale richiedesse ulteriori approfondimenti istruttori da parte del Ministero in merito alla natura delle autorizzazioni di cui la ricorrente è titolare, (relative alla telefonia fissa e non mobile), alla assenza di titolarità in capo all’Azienda ospedaliera di alcun diritto reale sull’immobile, il Ministero è rimasto silente fino alla adozione dell’impugnato provvedimento avverso cui deduce:
1) Violazione ed errata applicazione degli artt. 3, 4, 25, 26, 86, comma 3, 90 del d.lgs. 259/2003 e per eccesso di potere in tutte le sue figure sintomatiche, trattandosi di attività vincolata.
Rileva la società che la normativa in tema di espropriazioni di infrastrutture ed impianti di reti di comunicazione ad uso pubblico non assegna al Ministero, quale autorità espropriante, alcuna discrezionalità nell’esame delle istanze presentate dagli operatori di telecomunicazioni muniti di apposita autorizzazione generale ex art. 25 d.lgs. n. 259/2003, atteso che il legislatore del codice delle comunicazioni ha già svolto in termini esaustivi le prime due delle tre fasi caratterizzanti i procedimenti espropriativi, giusta il combinato disposto di cui all’art. 86, comma 3 e 90, comma 1, residuando, pertanto, la sola verifica della sussistenza dei presupposti di legge per attuare fase conclusiva di emissione del decreto di esproprio.
2) In via subordinata, deduce la violazione e falsa applicazione degli artt. 86, commi 3 e 4, e 89 del codice delle comunicazioni nonché dell’art. 16, comma 8, del d.P.R. 380/2011; eccesso di potere per carenza di motivazione e di adeguata istruttoria; falsità ed erroneità dei presupposti; contraddittorietà della motivazione e contraddizione tra più atti successivi.
Anche a voler ammettere la sussistenza di un potere di valutazione discrezionale in capo all’autorità ministeriale, il provvedimento gravato è illegittimo perché frutto di una errata lettura dell’art. 86, comma 3, del codice delle comunicazioni e, comunque, fondato su una motivazione inconsistente, siccome basata su presupposti errati e non conformi al vero, riguardando l’istanza di cui si tratta una infrastruttura di telefonia fissa e non mobile.
3) Violazione dell’art. 93, codice delle comunicazioni; degli artt. 3, 41 e 47 della Costituzione; violazione del principio di non discriminazione degli operatori telefonici (artt. 13, comma 4 e art. 86 del codice delle comunicazioni).
Sotto altro profilo, l’illegittimità del diniego impugnato si evidenzia dalla imposizione, di fatto, a carico di BT Italia di oneri non previsti dalla legge per la prosecuzione della attività nel distretto del Nord Italia, determinando, per l’effetto un disparità di trattamento rispetto ad altre compagnie telefoniche insistenti sul territorio.
4) Violazione degli artt. 3, 7 10 e 10 bis della legge n. 241/1990, dell’art. 97, Cost. e dell’art. 90 del codice delle comunicazioni; eccesso di potere per difetto di istruttoria e di motivazione; sviamento; violazione del principio di trasparenza; violazione del principio di trasparenza e del giusto procedimento di legge.
Il provvedimento è stato adottato anche in dispregio delle norme regolanti il procedimento amministrativo, non avendo formato oggetto di puntuale motivazione le ragioni ritenute ostative all’accoglimento dell’istanza.
Conclude la parte ricorrente chiedendo, in accoglimento degli esposti mezzi di censura, l’annullamento degli atti impugnati e la contestuale condanna della P.A. alla adozione del chiesto decreto di esproprio ex art. 90; in via subordinata, l’accertamento, in uno con l’annullamento dei gravati atti, del diritto della ricorrente al rilascio del decreto ablativo.
In via ulteriormente subordinata, oltre all’annullamento degli impugnati dinieghi, la ricorrente chiede, altresì, la condanna al risarcimento dei danni arrecati per equivalente, tenuto conto del valore complessivo dei contratti con i principali clienti che gravitano sul bacino, corrispondenti a circa euro 160.000.000,00; in via autonoma, condannare in ogni caso l’Amministrazione al risarcimento dei danni per ritardata conclusione del procedimento.
La Sezione, con l’ordinanza n. 1521/2012 del 28 aprile 2012, ritenuta la fondatezza delle censure introdotte con l’atto per motivi aggiunti, ha accolto l’istanza cautelare nuovamente proposta .
Le parti costituite, in vista della discussione nel merito del ricorso, fissata con l’ordinanza sopra richiamata hanno depositato memorie difensive.
Quindi, alla pubblica udienza del 12 luglio 2012, uditi i difensori di parte ricorrente che hanno replicato oralmente alla memoria depositata in data 19 giugno 2012 dall’Avvocatura erariale, la causa è stata trattenuta in decisione.
I) Deve essere dichiarata, in via preliminare, ai sensi dell'art. 35, comma 1, lett. c), c.p.a., la sopravvenuta carenza d’interesse, in parte qua, alla delibazione del ricorso introduttivo, determinatasi a seguito dell’adozione in corso di causa di un nuovo provvedimento, che, ancorché non satisfattivo dell’interesse fatto valere, ha determinato una nuova valutazione dell’assetto del rapporto tra il resistente Ministero dello sviluppo economico e la società ricorrente, in seguito alla riedizione del procedimento relativo all’istanza presentata ai sensi dell’art. 90, d. lgs. n. 259/2003.
I.1) La consolidata giurisprudenza formatasi in merito ha ritenuto che il mutamento della situazione di fatto o di diritto esistente al momento della proposizione del rimedio giurisdizionale, ovvero, come nel caso di specie, l’adozione medio tempore di un nuovo provvedimento idoneo a ridefinire l’assetto degli interessi coinvolti dal procedimento amministrativo produce l’improcedibilità del gravame per sopravvenuta carenza di interesse alla definizione della controversia con una decisione da cui nessuna utilità concreta trarrebbe il ricorrente.
Ritiene il Collegio, alla stregua di tali coordinate, che nessun interesse residua in capo alla parte ricorrente alla decisione della domanda di annullamento del primo provvedimento negativo in quanto non più in grado di spiegare alcun effetto negativo nei confronti della sfera giuridica della ricorrente medesima, essendo stato superato, medio tempore, dal nuovo provvedimento adottato dalla stessa autorità.
Quanto, invece, alla istanza risarcitoria, che come sopra ricordato è stata introdotta insieme alla richiesta di annullamento con il ricorso, ritiene il Collegio che la stessa può essere esaminata unitamente alla richiesta formulata, per altrettanto, con l’atto di motivi aggiunti.
II) Deve essere, dunque, esaminato l’atto per motivi aggiunti con cui la società BT Italia S.p.a., nell’impugnare il secondo provvedimento, comunicato con la nota n. 14035 del 24 febbraio 2012 e concernente il diniego per improcedibilità dell’istanza di esproprio presentata ai sensi dell’art. 90, d.lgs. n. 259/2003, ne ha chiesto l’annullamento ed ha, altresì, introdotto istanza risarcitoria in forma specifica e, in via subordinata, per equivalente; chiede, altresì, la condanna al risarcimento del danno per ritardata conclusione del procedimento.
II.1) In particolare, con il provvedimento oggetto di controversia il resistente Ministero dello sviluppo economico si è pronunciato in ordine all’istanza presentata dalla società BT Italia S.p.a. per ottenere l’esproprio di una porzione di immobile sito in Bergamo, dichiarandone l’improcedibilità per insufficienza dei presupposti di legge in virtù dei vincoli urbanistici esistenti sull’immobile e per la ritenuta l’irrilevanza degli elementi forniti dalla società BT Italia alla luce degli chiarimenti forniti dal Comune di Bergamo con la nota in data 29.11.2010.
Con un primo ordine di censure la ricorrente deduce l’illegittimità della determinazione ministeriale, ritenendola adottata in spregio della normativa regolante le procedure di esproprio dei beni immobili necessari alla realizzazione degli impianti di reti di comunicazione elettronica ad uso pubblico, che, in presenza dei presupposti di legge, prevede l’esercizio di attività vincolata al fine della emanazione del provvedimento richiesto; alla stregua di tale impostazione, la parte ricorrente introduce anche la richiesta di risarcimento del danno in forma specifica, chiedendo, in via principale, la declaratoria di condanna alla adozione del chiesto decreto di esproprio.
Il resistente Ministero contesta, invece, che l’attività richiesta abbia natura vincolata, non sussistendo un diritto ex lege alla acquisizione definitiva degli immobili necessari alle infrastrutture di rete.
II.2) La disamina della censura necessita di una breve ricognizione della specifica normativa contenuta nel codice delle comunicazioni elettroniche (di seguito, Codice).
L’art. 90, comma 3, della cui applicazione si controverte, dispone testualmente: “Per l'acquisizione patrimoniale dei beni immobili necessari alla realizzazione degli impianti e delle opere di cui ai commi 1 e 2, può esperirsi la procedura di esproprio prevista dal decreto del Presidente della Repubblica 8 giugno 2001, n. 327. Tale procedura può essere esperita dopo che siano andati falliti, o non sia stato possibile effettuare, i tentativi di bonario componimento con i proprietari dei fondi sul prezzo di vendita offerto, da valutarsi da parte degli uffici tecnici erariali competenti”; il comma 1, della disposizione in esame, prevede che: “Gli impianti di reti di comunicazione elettronica ad uso pubblico, ovvero esercitati dallo Stato, e le opere accessorie occorrenti per la funzionalità di detti impianti hanno carattere di pubblica utilità, ai sensi degli articoli 12 e seguenti del decreto del Presidente della Repubblica 8 giugno 2001, n. 327”.
La norma, inserita nel capo V del Codice, recante le disposizioni relative a reti ed impianti, offre la possibilità per gli operatori del settore delle comunicazioni elettroniche di ottenere il titolo ablatorio dei beni di proprietà altrui al fine della realizzazione degli impianti di reti di comunicazione elettronica destinati all’uso del pubblico e delle opere accessorie occorrenti per la funzionalità degli stessi impianti, cui la stessa norma attribuisce il carattere di “pubblica utilità”, in coerenza con quanto prevede l’art. 12, lett. b), del TU in materia di espropriazioni per pubblica utilità, secondo cui la dichiarazione di pubblica utilità si intende disposta in ogni caso, quando, in base alla normativa vigente, equivale a dichiarazione di pubblica utilità:
- l'approvazione di uno strumento urbanistico, anche di settore o attuativo;
- la definizione di una conferenza di servizi o il perfezionamento di un accordo di programma;
- ovvero il rilascio di una concessione, di una autorizzazione o di un atto avente effetti equivalenti.
II.3) Tanto premesso, é pacifico che la società ricorrente fornisce reti e servizi di comunicazione elettronica fissa ad uso pubblico sull’intero territorio nazionale, in virtù di apposite licenze rilasciate negli anni dal Ministero delle sviluppo economico, dovendosi intendere, giusta la definizione resa dall’art. 1, comma 1, del Codice, quale “rete pubblica di comunicazione”, quella rete di comunicazione elettronica utilizzata interamente o prevalentemente per fornire servizi di comunicazione elettronica accessibili al pubblico (lett. aa) e “servizio telefonico accessibile al pubblico”, il servizio accessibile al pubblico che consente di effettuare e ricevere chiamate nazionali ed internazionali e di accedere ai servizi di emergenza tramite uno o più numeri, che figurano in un piano nazionale o internazionale di numerazione, e che può inoltre, se necessario, includere uno o più servizi, tra cui l'assistenza di un operatore (lett. hh).
E’, anche, acclarato, che sin dal 1998 la società BT Italia, ha realizzato, nella porzione di immobile oggetto della richiesta di esproprio, un PoP (Point of Presence), ossia un nodo della rete nazionale di telecomunicazioni costituito da diversi apparati attraverso cui transitano tutti i servizi ed il traffico degli operatori e dei loro clienti a supporto dei servizi voce e dati, sia con somministrazione di reti private individuali, ciascuna dedicata ai singoli clienti e alla comunicazione tra i clienti della società, sia tramite la connessione alla rete pubblica per consentire ai clienti medesimi le comunicazioni verso i propri corrispondenti, anche se non serviti di BT; il nodo in questione, peraltro, oltre ad erogare servizi alla utenza connessa allo stesso, supporta con le proprie componenti trasmissive, commutative e di segnalazione, l’instradamento delle relazioni di traffico terminate su altri nodi di rete degli operatori. La società ha rappresentato, in proposito, che la propria complessiva rete di telecomunicazione è dislocata in 4 differenti livelli di PoP: 4 nazionali; 9 di bacino; 38 trasmissivi e 288 metropolitani, precisando, ancora, che il PoP situato a Bergamo appartiene ai 9 PoP di bacino, tutti caratterizzati dalla presenza di nodi di routing/commutazione del traffico voce e dati.
E’, dunque, indiscussa la già avvenuta installazione nell’immobile di cui si tratta del nodo di rete nazionale di telecomunicazione fissa ad uso pubblico, di cui la ricorrente è proprietaria, e che quest’ultima, una volta esauritosi il rapporto di sublocazione, ha esperito i tentativi di bonario componimento con l’offerta di acquisto dell’immobile, poi andati falliti; pertanto, la medesima ha avviato la procedura ablativa di cui all’art. 90 del codice delle comunicazioni, ritenendo che questa fosse l’unica strada, non solo per consentire lo sviluppo della stessa rete, ma, ancor prima, il mantenimento di quanto già realizzato unitamente alla garanzia della continuità del servizio fornito ai propri clienti e alla salvaguardia dell’integrità delle stesse infrastrutture nell’immobile sublocato.
Il resistente Ministero, peraltro, ha negato il chiesto decreto di esproprio, stante la ormai intervenuta diversa destinazione impressa all’immobile dall’autorità comunale.
II.4) Ritiene il Collegio che l’esame connesso alle richieste di cui si tratta non possa dirsi vincolato, sol perché l’art. 90, comma 1, del Codice attribuisce, ex lege, carattere di pubblica utilità agli impianti di reti di comunicazione elettronica ad uso pubblico e alle opere accessorie occorrenti per la funzionalità di detti impianti.
Se la ratio insita nella speciale disciplina è, senz’altro, quella di concentrare le fasi valutative che, invece, nell’ambito della procedura espropriativa del T.U. del 2001 sono distinte, al fine di una maggiore tempestività ed effettività della stessa, ciò non può portare a ritenere assorbite, per altrettanto le altre fasi valutative proprie di tali specifici procedimenti.
La norma, invero, si esprime, come accennato, in termini di “possibilità” (può esperirsi la procedura di esproprio) il che induce a ritenere che il mero avvio ad istanza di parte della procedura non comporta che la stessa debba concludersi senz’altro con lo sperato decreto di esproprio, non essendo previsto alcun automatismo all’interno della medesima.
Osserva il Collegio che il legislatore non ha distinto tra impianti destinati a realizzare una rete di comunicazione fissa e quelli relativi ad una rete mobile al fine dell’esperibilità della procedura di esproprio, ma ciò non comporta una trasposizione automatica delle norme speciali dettate solo per talune di tali fattispecie alle altre.
Non é, pertanto, pertinente al caso che ne occupa il richiamo operato da parte ricorrente, a suffragio della propria prospettazione, all’art. 86, comma 3, in quanto, per effetto di tale norma, sono assimilate ad ogni effetto alle opere di urbanizzazione primaria di cui all'art. 16, co. 7, d.P.R. n. 380/2001, pur restando di proprietà dei rispettivi operatori, non le infrastrutture di reti pubbliche di comunicazione tout court, ma quelle ivi espressamente richiamate, ossia, le infrastrutture di comunicazione elettronica per impianti radioelettrici (art. 87) e le opere civili, scavi ed occupazione di suolo pubblico (art. 88), fattispecie all’evidenza diverse da quelle che ne occupa, che, invece, riguarda impianti relativi a rete di telecomunicazione fissa installati all’interno di una proprietà privata.
Non può, allora, condividersi quanto sostiene, al riguardo, la società ricorrente, che deduce la sussistenza di un mero potere accertativo dei presupposti di legge in capo al Ministero, alla cui sussistenza non residua alcuno spazio valutativo, forte del richiamo di norme non tutte pertinenti alla fattispecie che ne occupa.
Deve, allora, considerarsi che nel caso de quo sono coinvolte posizioni tutte ugualmente meritevoli di tutela, quali la proprietà privata, da un lato, e la realizzazione piena di un servizio connotato da elementi di pubblica utilità, quale è quello delle telecomunicazioni.
Non può, pertanto, ritenersi senz’altro sacrificato uno degli interessi in gioco a favore dell’altro, senza che siano stati calibrati da parte dell’autorità competente tutti i risvolti concreti che consentano di imprimere il minor sacrifico possibile per il raggiungimento delle finalità pubblicistiche.
Da ciò consegue l’integrità dei poteri valutativi del Ministero non solo circa la sussistenza degli indefettibili presupposti tratteggiati dalla legge, ma, altresì, dell’opportunità del ricorso allo strumento ablatorio, che deve essere considerato quale rimedio estremo per la cura ed il mantenimento di una rete di telecomunicazione ad uso pubblico.
III) Con il secondo motivo, la ricorrente deduce in via subordinata l’illegittimità del provvedimento impugnato, in quanto adottato in assenza di ogni valutazione circa l’oggetto della richiesta.
III.1) Una breve ricognizione della normativa di settore evidenzia che la fornitura di reti e servizi di comunicazione elettronica è considerata di preminente interesse generale, (cfr. art. 3, del codice) ed esprime in sé i diritti di matrice costituzionale alla stessa connessi (come tratteggiati dall’art. 4, comma 1, del codice) quali, la libertà di comunicazione; la segretezza delle comunicazioni, anche attraverso il mantenimento dell’integrità e della sicurezza delle reti di comunicazione elettronica; la libertà di iniziativa economica e suo esercizio in regime di concorrenza.
Al fine della garanzia della piena esplicazione dei diritti di cui sopra, alle imprese che forniscono reti e servizi di comunicazione elettronica sono imposti una serie di obblighi, secondo le disposizioni del Codice, la cui disciplina, peraltro, è anche volta, tra l’altro, a promuovere lo sviluppo in regime di concorrenza delle reti e servizi di comunicazione elettronica (cfr. art. 4, commi 2 e 3).
E’ bene precisare che tutta la disciplina codicistica persegue la finalità ultima di tenere indenni gli utenti finali dei servizi di comunicazione elettronica, quale mezzo attraverso cui esplicare quei diritti riconosciuti come prioritari dall’art. 4, e cioè la libertà e la segretezza delle comunicazioni, anche attraverso il presidio costante della continuità del servizio e della integrità delle reti, finanche in ipotesi estreme (giusta quanto prevede l’art. 73, circa la disponibilità dei servizi).
Da ultimo, il legislatore, con disposizioni che, si chiarisce subito, sono entrate in vigore successivamente ai fatti per cui è causa, ha rafforzato tali presidi, imponendo agli operatori una serie di prescrizioni finalizzate ad assicurare la sicurezza delle reti e dei servizi di comunicazione elettronica accessibili al pubblico, nonché per garantire l'integrità delle reti (cfr. artt. 16 bis e 16 ter, inseriti dal comma 1 dell’art. 14, D.Lgs. 28 maggio 2012, n. 70, a decorrere dal 1° giugno 2012).
Se, dunque, in capo alle imprese, autorizzate ai sensi dell’art. 25 alla fornitura di reti e servizi di comunicazione elettronica, sono imputati gli obblighi previsti dalla legge, cui fanno da contraltare i diritti degli utenti finali, come tratteggiati dagli artt. 70 e seg., alle prime sono, per altrettanto, riconosciuti una serie di diritti, che l’art. 26 del codice indica nella misura minima, tra cui, in primis, quello di “fornire reti e servizi di comunicazione elettronica al pubblico”.
III. 2) Dalla ricognizione, pure sommaria, delle norme del Codice, deve ritenersi che qualsiasi attività o comportamento volto, in sostanza, ad inibire, o, comunque, a rendere difficoltoso il libero dispiegarsi di una attività che il legislatore qualifica avere “preminente interesse generale” non è consentita se non ricorrono ragioni di uguale e contrario interesse pubblico, la cui sussistenza deve costituire oggetto di apposita valutazione da parte dei pertinenti organi deputati al controllo e vigilanza del rispetto delle norme del codice.
Nel caso in controversia, si è verificato che, a causa dell’esaurimento del rapporto di natura privatistica (sublocazione di una porzione di un bene immobile), il proprietario di una rete di telecomunicazione destinata all’uso pubblico ha visto compromesso l’espletamento del servizio di comunicazione fissa, ed ha ritenuto oltremodo oneroso, oltre che per sé, anche per gli utenti finali, un trasferimento degli apparati di rete a ciò necessari, ed insistenti da lungo tempo nell’immobile.
Ha, pertanto, interpellato in data 16 aprile 2009, il resistente Ministero per esperire la procedura ablativa del bene in questione, in ordine al quale appare indiscussa la sussistenza di un rapporto di strumentalità per lo svolgimento del servizio di telecomunicazione fissa.
Peraltro, come emerge dai documenti in atti, il Ministero ha interessato sulla questione il Comune di Bergamo che ha reso noto di avere sottoscritto, il successivo 18 maggio 2009, un accordo di programma con la locale Azienda Ospedaliera per la realizzazione di un polo sinergico per lo svolgimento di alcuni servizi ambulatoriali all’interno dell’immobile in controversia, che l’Azienda si è impegnata, conseguentemente, ad acquisire; il Comune, ha comunicato, altresì, al Ministero il ritenuto contrasto tra la richiesta della società BT Italia e la nuova destinazione pubblica impressa all’immobile, come recepita con la variazione del Piano di Governo Territoriale del Comune.
Il Ministero, ritenute sufficienti tali notizie, non ha svolto ulteriori approfonditi accertamenti in merito a tale richiesta ed ha respinto l’istanza, rectius, ne ha ritenuto l’improcedibilità.
III. 3) Ritiene il Collegio che l’operato ministeriale non sia indenne dalle denunciate censure, emergendo dalla lettura degli stessi documenti versati in atti che l’autorità ministeriale ha, di fatto, omesso di esercitare il potere attribuito dal legislatore con l’art. 90, ritenendo che la diversa e, peraltro, successiva destinazione d’uso dell’immobile oggetto di istanza di esproprio ne inibisse in radice lo svolgimento.
Deve, in proposito, osservarsi che la acclarata finalità del servizio di fornitura di reti di telecomunicazioni a soddisfare esigenze di pubblica utilità, ossia, l’accesso al servizio di telefonia da parte del pubblico, non può non comportare riflessi sulla posizione giuridica del soggetto autorizzato a rendere tale servizio, che si pone inevitabilmente su di un piano pubblicistico, con ogni inevitabile riflesso sui procedimenti relativi alla espansione di rete ed alla localizzazione degli impianti, che, in ragione di ciò, hanno la qualificazione di pubblica utilità ad essi impressa direttamente dalla legge giusta l’art. 90, primo comma, del Codice, che assume a riferimento il dato oggettivo della destinazione degli impianti di reti di comunicazione elettronica ad uso pubblico, con ogni effetto quanto all’applicazione delle norme pubblicistiche per l’ablazione dei beni necessari alla loro realizzazione.
Tanto precisato, il Ministero ha errato nel non ritenere meritevole di valutazione l’istanza di parte ricorrente, non potendosi ammettere che in un siffatto strategico settore pubblicistico si pervenga, di fatto, ad una abdicazione dei poteri di controllo e vigilanza sulle reti di telecomunicazione in favore di altre amministrazioni prive degli strumenti valutativi che il Codice individua ed attribuisce con certezza.
Il Ministero non può, allora, ritenersi esonerato dall’esercizio dei poteri propri, in ragione della compresenza di interessi di natura pubblicistica, quale il mutamento della destinazione d’uso dell’immobile oggetto di richiesta, che, di per sé, in costanza di connotazione altrettanto pubblicistica propria degli impianti di reti di comunicazione elettronica ad uso pubblico, non può considerarsi senz’altro circostanza preclusiva.
Deve, infatti, considerarsi che sull’immobile gravava una preesistente destinazione pubblicistica, essendo stati installati in una porzione dello stesso da numerosi anni gli impianti costituenti una rete di telecomunicazione ad uso pubblico, e tanto era sufficiente a sorreggere l’attivazione nel merito del procedimento avviato dalla parte ricorrente, anche attraverso una puntuale valutazione della compatibilità della coesistenza di entrambe le strutture, senza che con ciò possa considerarsi inficiata la disciplina territoriale operata, peraltro, successivamente, dal Comune.
In proposito, giova ricordare che l’art. 89 del Codice dispone che quando gli operatori non dispongono di valide alternative per la allocazione di infrastrutture di rete, tra l’altro, per esigenze connesse alla realizzazione di pianificazione urbana, soccorre la richiesta e la eventuale imposizione della condivisione di strutture o proprietà, compresa la coubicazione fisica, ad un operatore che gestisce una rete di comunicazione elettronica.
Non si può, allora, condividere quanto ha ritenuto il Ministero, che, invece di attivare tale sub procedimento, previo accertamento puntuale della sussistenza dei presupposti sotto il profilo delle concrete alternative, ha ritenuto di recedere dal procedimento, limitandosi, in luogo di una puntuale motivazione circa i motivi ostativi al rilascio del decreto di esproprio, a richiamare, “per relationem” le considerazioni espresse sul punto da altro organo pubblico, all’evidenza privo di un tale potere.
Il motivo, dunque, merita accoglimento, con ogni effetto in ordine al provvedimento gravato che deve, pertanto, essere annullato.
IV. Anche il terzo motivo merita accoglimento, in quanto il Ministero ritenendo non procedibile l’istanza ha omesso di considerare, sotto altro profilo, gli effetti di una tale decisione negativa sul piano concorrenziale.
E’ noto che nel mercato dell’accesso alla rete fissa sussistono complesse problematiche competitive tra l’operatore dominante (Telecom Italia), in possesso dell’unica rete di accesso diffusa su tutto il territorio nazionale, e gli altri operatori, che, per lo svolgimento del servizio sopportano il costo dei servizi di accesso all’ingrosso alla rete fissa di Telecom.
In un tale contesto, è indubitabile che BT Italia, operatore alternativo rispetto a Telecom Italia, non può essere gravato, in assenza di una puntuale valutazione delle circostanze oggettive in cui si trova ad operare, di oneri maggiori od ulteriori rispetto a quelli stabiliti in modo calibrato per tutti gli altri operatori, in quanto, diversamente, sarebbe ostacolata l’espansione sul territorio della propria rete di telecomunicazione, e, in sostanza, inibita l’esplicazione del servizio di telecomunicazione in modo concorrenziale con gli altri operatori.
Anche tali profili avrebbero dovuto costituire oggetto di attenta analisi ed approfondimento, che, invece, non hanno travato ingresso nel procedimento attivato dalla parte ricorrente a causa della illegittima decisione di ritenere improcedibile la relativa istanza.
V. L’accoglimento dei motivi ora esaminati esime il Collegio dall’esame dell’ultimo motivo con cui si lamentano vizi di natura procedimentale, che finiscono per ridondare, inevitabilmente sui vizi valutativi e motivazionali sopra rilevati, e che, pertanto, deve considerarsi assorbito dall’annullamento del provvedimento.
VI. Restano, ancora, da scrutinare le istanza risarcitorie, pure introdotte dalla parte ricorrente.
VI. 1) Con un primo capo di domanda, chiede la ricorrente l’accertamento del diritto alla chiesta espropriazione, con declaratoria, per l’effetto dell’obbligo di emanazione del decreto di esproprio.
Osserva il Collegio che la codificazione delle norme del processo amministrativo, ad opera del d. lgs. 104 del 2010, consente di ritenere ormai superata la tradizionale limitazione della tutela dell'interesse legittimo pretensivo al solo modello impugnatorio, dovendosi ormai ammettere anche l’esperibilità di azioni tese al conseguimento di pronunce dichiarative, costitutive e di condanna che siano realmente idonee a soddisfare la pretesa sostanziale di cui la parte vittoriosa è portatrice.
Dal combinato disposto dell’art. 30, comma 1, e 34, comma 1, lett. c), si evince la scelta operata dal legislatore delegato di non imbrigliare le azioni di condanna in schemi rigidi e predeterminati, dovendo, piuttosto, ritenersi che la sentenza di condanna deve prescrivere l'adozione di misure idonee a tutelare la situazione soggettiva dedotta in giudizio, anche in forma specifica.
Nel caso che ne occupa, peraltro, costituisce insormontabile ostacolo alla condanna per equivalente, attraverso la declaratoria dell’obbligo all’adozione del provvedimento richiesto, la sussistenza dei profili di discrezionalità amministrativa e tecnica sopra evidenziati; pertanto, non essendo ammissibile che il giudice si sostituisca nell’esercizio di attività discrezionale riservata alla pubblica amministrazione, l’istanza risarcitoria come sopra formulata non può trovare ingresso, rimanendo la pretesa fatta valere dalla società ricorrente circoscritta al vaglio di legittimità alla stregua dei vizi denunciati in sede di ricorso e con salvezza del riesercizio del potere amministrativo a seguito dell’annullamento dell’impugnato provvedimento.
VI. 2) Con un secondo ed autonomo capo di domanda, chiede la società ricorrente il risarcimento dei danni patiti a causa del ritardo procedimentale accumulatosi, che ha determinato l’arresto del piano di sviluppo della rete di telecomunicazione della società ricorrente nell’area del Nord ovest.
VI. 3) La giurisprudenza amministrativa è ormai pacifica nell’ammettere il risarcimento del danno da ritardo, a partire dalla Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato, n. 7 del 15 settembre 2005, che ha precisato come, pur non potendosi escludere su di un piano di astratta logica che alla violazione da parte dell’Amministrazione dei termini di adempimento procedimentali ad essa assegnati dalla legge possano riconnettersi conseguenze negative per la P.A. medesima, anche di carattere patrimoniale, nondimeno la soddisfazione di un interesse pretensivo leso in capo al soggetto privato dal ritardo nell’adozione da parte dell’Amministrazione di un richiesto provvedimento può consistere in una riparazione per equivalente (in sostanza, in un risarcimento del danno) solo allorché la mancata o ritardata adozione dell’atto richiesto abbia comportato un pregiudizio al bene della vita che sottende l’interesse pretensivo medesimo, in rapporto all’interesse pubblico al quale quest’ultimo si giustappone e ciò accade nel solo caso in cui il provvedimento richiesto e non adottato, ovvero adottato in ritardo, si configuri come favorevole per il privato istante, e non anche laddove esso compendi un rigetto dell’istanza presentata dal privato medesimo.
E’ stato, poi, osservato che l’introduzione dell’art. 2-bis, comma 1, della legge n. 241/1990, da parte della legge n. 69/2009, conferma e rafforza la tutela risarcitoria del privato nei confronti dei ritardi della p.a., essendo ora espressamente stabilito che le pubbliche amministrazioni e i soggetti a queste equiparati sono tenuti al risarcimento del danno ingiusto cagionato in conseguenza dell’inosservanza dolosa e colposa del termine di conclusione del procedimento, atteso che anche il tempo è un bene della vita per il cittadino (cfr. Cons. di Stato, sez. V, 28 febbraio 2011, n. 1271).
Tanto premesso, ritiene il Collegio che il titolare dell’interesse pretensivo al provvedimento che si duole di avere patito un danno ingiusto da ritardo, deve provare con rigore le conseguenze patrimoniali negative che si sono verificate nella propria sfera giuridica patrimoniale in conseguenza del ritardo colpevole dell’amministrazione nel provvedere, sul presupposto, però, che il bene della vita sotteso alla effusione provvedimentale spetti senz’altro, ovvero, non possa più spettare, in concreto, a causa del ritardo.
Ritiene, pertanto, il Collegio che, a presupposto di una richiesta di danno da ritardo risarcibile, debba essersi, innanzitutto, verificata la sussistenza della lesione alla sfera giuridica del soggetto direttamente connessa alla violazione delle regole procedimentali, “altra” rispetto al mero fattore “tempo”, assumendo, invece, quest’ultimo rilevanza al fine della verifica del nesso causale tra il fatto e la lesione.
Con riguardo al caso che ne occupa, in disparte che non è stato evidenziato quale sarebbe il termine procedimentale violato, è dirimente la considerazione che non è definitivamente accertata la spettanza del bene della vita sotteso alla richiesta, id est, il decreto di esproprio, ovvero che lo stesso non possa essere più, in concreto, emesso, sussistendone i presupposti.
Come sopra chiarito, l’annullamento del provvedimento di diniego lascia impregiudicata la riespansione dei poteri pubblicistici sottesi all’atto richiesto, per cui è impossibile, al momento, verificare il nesso tra “ritardo” e “danno” lamentato dalla ricorrente.
VI. 4) Chiede, ancora, la società ricorrente, in via subordinata rispetto alla richiesta di reintegrazione in forma specifica, il risarcimento del danno derivante dalla degradazione della rete di telecomunicazione a seguito del rilascio dell’immobile ove è ubicato il nodo di rete.
Anche questa istanza non può trovare ingresso, in quanto dà per assunto un presupposto allo stato indimostrato, cioè che, a causa del tempo trascorso, si è determinato un impedimento irreversibile al verificarsi dell’ampliamento della propria sfera giuridica, con ogni effetto in ordine alla successiva attività necessaria al rilascio dell’immobile, il che, per quanto osservato con il precedente punto VI. 3), non è ancora dimostrabile.
VII. In conclusione, il ricorso introduttivo deve essere dichiarato improcedibile; i motivi aggiunti devono essere accolti, e, per l’effetto, l’atto con gli stessi impugnato deve essere annullato, fatta salva la successiva attività provvedimentale del Ministero resistente; le istanze risarcitorie devono essere, invece, integralmente respinte.
La complessità e novità delle questioni trattate, oltre che la soccombenza reciproca, induce il Collegio a compensare integralmente tra le parti le spese del giudizio.
- dichiara l’improcedibilità del ricorso introduttivo;
- accoglie i motivi aggiunti e, per l’effetto, annulla il provvedimento con gli stessi impugnato, con salvezza del riesercizio del potere amministrativo;
- respinge le istanze di risarcimento del danno.