Source: http://ildirittopenale.blogspot.com/2012/04/
Timestamp: 2018-07-20 12:22:42+00:00
Document Index: 99221468

Matched Legal Cases: ['art. 40', 'art. 56', 'art. 624', 'art. 11', 'art. 31', 'art. 56', 'art. 10', 'art. 22']

Il diritto penale: aprile 2012
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1. Diritto penale solidaristico e obbligo giuridico di agire.
Mentre nel reato commissivo la condotta si fonda sul compimento di un’azione, nel reato omissivo essa si fonda sull’omissione di un’attività doverosa per legge. L’omissione può atteggiarsi come pura inerzia (non facere) o come compimento di azione diversa da quella richiesta (aliud facere).
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Etichette: reato omissivo art. 40 c.p. diritto penale codice penale
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Il tentativo è disciplinato dall’articolo 56 del codice penale, il quale punisce chi commette atti idonei e diretti in maniera non equivoca al compimento di un delitto. La punibilità del tentativo deriva dalla messa in pericolo del bene giuridico protetto da una fattispecie normativa, e dalla pericolosità che il soggetto manifesta. La sua caratteristica pregnante è che esso si verifica quando il reato non giunge a consumazione, dove per consumazione si intende la concretizzazione di tutti gli elementi della fattispecie. Quando si parla di tentativo, quindi, si deve far riferimento al combinato disposto tra l’articolo 56 e un delitto di parte speciale. Il suddetto combinato darà però origine ad una fattispecie normativa autonoma. Si parlerà di tentato omicidio, di tentata truffa, di tentato furto, considerando gli articoli di volta in volta coinvolti non come distaccati dall’articolo 56 di parte generale, bensì come integranti lo stesso, dando origine ad un titolo autonomo di reato.
Originariamente, e cioè con il Codice Zanardelli, il tentativo veniva punito sulla base del fatto che l’attività costituisse l’inizio dell’esecuzione criminosa, cioè lo step successivo rispetto agli atti meramente preparatori, che non avrebbero consentito la punibilità. Vi fu una disputa su cosa significasse “atti esecutivi”, e la dottrina propose quattro tesi.
1) inizio dell’esecuzione si ha quando si rintraccia nell’azione il parametro della univocità degli atti, cioè della sicurezza sul fine degli stessi, proiettati inequivocabilmente verso la lesione del bene giuridico.
2) inizio dell’esecuzione significa ingerenza nell’altrui sfera giuridica. In questo senso si può dire che l’esecuzione criminosa è iniziata quando gli atti del soggetto agente cominciano ad interferire con la sfera soggettiva della vittima, producendo i primi effetti in essa.
3) inizio dell’esecuzione è compimento dei primi atti richiesti dal tenore letterale della fattispecie astratta e generale.
4) inizio dell’esecuzione non è solo compimento degli atti di cui al numero 3, bensì anche compimento di atti antecedenti, logicamente e coerentemente connessi con quelli che iniziano a comporre l’attività complessiva richiesta dalla norma.
La modifica della disciplina del tentativo ad opera del Legislatore del 1930 ha fatto in modo che queste teorie possano essere accantonate, poiché l’attuale questione interpretativa concerne non più il limite operativo tra atti preparatori e atti esecutivi, bensì i significati di idoneità e non equivocità degli atti.
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Etichette: delitto tentato art. 56 codice penale tentativo
Evoluzione del concetto di colpevolezza tra teoria belinghiana (Concezione psicologica) e concezione normativa.
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Quello della colpevolezza è il terzo stadio del controllo sulla responsabilità penale (i primi due sono, come abbiamo già visto, la tipicità e l’antigiuridicità). Originariamente, cioè con la c.d. concezione belinghiana, essa contemplava gli elementi soggettivi del reato, ovvero il dolo e la colpa, in quanto legami psichici tra soggetto e fatto. Era questa la concezione psicologica della colpevolezza, che adottava una netta ripartizione tra gli elementi della fattispecie, in quanto teneva gli elementi oggettivi nell’ambito della tipicità, e trasferiva quelli soggettivi nella colpevolezza. Il noto teorico Frank elaborò successivamente una teoria diversa, basata su una riflessione in tema di concreta sanzione inflitta a soggetti che avessero compiuto il medesimo fatto con lo stesso elemento soggettivo (es. furto, con dolo specifico richiesto dalla norma). Egli si rese conto che la punibilità poteva in concreto essere diversa, pur oscillando tra i canoni edittali. Alla domanda “Cos’è che rende questa punibilità diversa tra due situazioni uguali dal punto di vista tipico?” egli rispose: la rimproverabilità del soggetto agente. La rimproverabilità sarà più elevata quanto più sarebbe stato esigibile un comportamento conforme alla norma di legge da parte dell’agente. E sarà minore quanto meno poteva in concreto richiedersi a quest’ultimo di rispettare la regola di condotta. La concezione di arrivo, che è quella attualmente utilizzata, è chiamata concezione normativa in quanto la rimproverabilità, criterio evidentemente elastico a differenza del legame psichico, viene valutata mettendo in correlazione le caratteristiche del soggetto individualmente considerato (età, cerchia sociale di appartenenza, esperienze, grado di intelligenza e socializzazione, cultura, professione, emozionalità, spirito di adattamento a circostanze nuove mai vissute, ecc.) con la norma comportamentale prescritta dal sistema normativo, di volta in volta considerata.
Dal punto di vista concettuale, l’alveo della colpevolezza risulta svuotato degli elementi soggettivi, e riempito col concetto di rimproverabilità, cioè esigibilità in concreto di un comportamento conforme al dettato normativo. Gli elementi soggettivi vengono considerati come parti integranti la tipicità, come abbiamo più volte ripetuto, in quanto veri e propri elementi descrittivi del fatto. Se un soggetto compie un furto senza il dolo specifico richiesto dall’art. 624, non è necessario il controllo sulla colpevolezza (la quale, comunque verrà a mancare insieme all’antigiuridicità) bensì verrà meno innanzitutto il fatto tipico.
L’ambito della colpevolezza, lungi dall’essere riempito solo col concetto di rimproverabilità, si vede addensato in concreto di norme vere e proprie del codice penale, che certamente hanno a che fare con suddetto concetto elastico. Le esamineremo successivamente.
Pubblicato da Giulio Forleo a 13:32 1 commenti
Etichette: colpevolezza diritto penale concezione normativa psicologica
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L’antigiuridicità è il secondo elemento strutturale nella concezione tripartita del reato. Il primo stadio da vagliare ai fini della responsabilità penale è quello della tipicità, che sussiste nel momento in cui il caso concreto presenta tutti gli elementi descrittivi e (eventualmente) normativi della fattispecie astratta. Successivamente bisogna valutare se quello specifico comportamento tipico è anche antigiuridico, cioè contra ius. Per farlo, è necessario controllare se l’azione tipica tenuta in concreto dal soggetto agente non è tutelata, autorizzata, o comunque permessa e facoltizzata da qualsiasi ramo dell’ordinamento giuridico. Attualmente, l’antigiuridicità viene tradotta come assenza di cause di giustificazione. Esiste anche la cosiddetta antigiuridicità speciale, la quale sussiste quando nel tenore letterale della norma giuridica emergono parole o locuzioni come “abusivamente”, “illecitamente”, o altre. La dottrina si è divisa, al riguardo, in tre filoni di pensiero: c’è chi considera le predette locuzioni come pleonastiche e sovrabbondanti rispetto al disvalore già condensato nella norma; vi è chi indica invece un loro ruolo rafforzativo dell’illiceità della condotta; e, infine, l’ultimo filone dottrinale reputa questi concetti come concetti-guida per l’interprete nella ricerca di eventuali cause di giustificazione applicabili.
A proposito di cause di giustificazione, esse (anche dette “scriminanti”) si distinguono rispetto alle scusanti e alle cause di non punibilità. Le cause di giustificazione o scriminanti, infatti, elidono l’antigiuridicità; le scusanti elidono la colpevolezza, cioè incidono sulla rimproverabilità dell’agente; le cause di non punibilità, invece, lasciano intatte l’antigiuridicità e la colpevolezza ma prevedono la non punibilità in casi nei quali l’ordinamento tutela specifici interessi ritenuti prevalenti rispetto alla punibilità stessa (es. il figlio che ruba ai danni del padre non è punibile, poiché l’ordinamento vuole preservare l’unità della famiglia, e l’interesse della stessa a intervenire per prima su eventuali devianze dei suoi membri). E’ da segnalare, ai fini definitori, che mentre la dottrina parla indiscriminatamente delle tre categorie chiamandole “esimenti”, la giurisprudenza considera esimenti solo ed esclusivamente le cause di non punibilità.
LE CAUSE DI GIUSTIFICAZIONE. PRINCIPI GENERALI.
Secondo quanto premesso, siamo in grado di dire che le cause di giustificazione sono delle “circostanze” che elidono l’antigiuridicità, cioè fanno in modo che il fatto, seppur tipico (e quindi tendenzialmente illecito), non possa considerarsi illecito, poiché non contra ius. Potrà definitivamente dirsi che un fatto sarà antigiuridico quando non esiste una causa di giustificazione che lo scrimina.
Pubblicato da Giulio Forleo a 17:10 1 commenti
Etichette: antigiuridicità scriminanti cause giustificazioni adempimento dovere stato necessità legittima difesa codice penale
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Il tentativo nel reato di estorsione.
Cassazione penale, sez. VI, 10 gennaio 2012, n. 197.
In tema di tentata estorsione, l'idoneità ed univocità degli atti vanno valutate con giudizio "ex ante", tenendo presenti la connotazione storica del fatto, le sue effettive implicazioni in riferimento sia alla posizione dell'autore della condotta che a quella del suo interlocutore, nonché il significato del linguaggio e del messaggio alla stregua delle abitudini locali. (Nella specie l'imputato, tramite un proprio emissario, aveva dapprima manifestato ad un imprenditore edile l'intenzione di parlargli e successivamente richiesto allo stesso di telefonare, giacché, diversamente, vi sarebbe stato un incendio).
L’aggravante delle più persone riunite nel delitto di estorsione.
In tema di estorsione, la circostanza aggravante delle "più persone riunite" sussiste anche quando l'intervento dei concorrenti non si verifichi in un unico contesto, ma in momenti diversi, purché le diverse condotte risultino tutte parimenti finalizzate all'intimidazione della vittima.
Depenalizzazione del reato di immissione in commercio, venduta o dostribuzione di giocattoli privi del marchio CE.
Cassazione penale, sez. III, 17 gennaio 2012, n. 1400.
L'immissione in commercio, la vendita o la distribuzione al pubblico, a titolo gratuito od oneroso, di giocattoli privi del marchio CE, prevista come reato dall'art. 11 del D.Lgs. 27 settembre 1991, n. 313, integra, a far data dal 20 luglio 2011, l'illecito amministrativo di cui all'art. 31, commi quarto e settimo, del D.Lgs. 11 aprile 2011, n. 54, attuativo della direttiva 2009/48/CE sulla sicurezza dei giocattoli.
Cassazione penale, sez. III, 17 gennaio 2012, n. 1397.
Integra il reato di violenza sessuale tentata, e non un'ipotesi di desistenza volontaria (art. 56, comma terzo, cod. pen.), il mancato soddisfacimento delle richieste a sfondo sessuale del reo da parte della vittima conseguente al rifiuto opposto da quest'ultima, in quanto l'impossibilità di portare a consumazione il reato per l'opposizione della parte offesa costituisce un fatto indipendente dalla volontà del reo.
Distruzione od occultamento di documenti contabili.
Cassazione penale, sez. III, 17 gennaio 2012, n. 1377.
Tra i "documenti contabili" di cui è obbligatoria la conservazione, il cui occultamento o distruzione, totale o parziale, a fini di evasione delle imposte, integra il reato di cui all'art. 10 del D.Lgs. 10 marzo 2000, n. 74, rientrano anche le scritture, aventi rilievo fiscale, richieste dalla natura dell'impresa, la cui individuazione dev'essere effettuata ai sensi dell'art. 22 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 600. (Fattispecie relativa all'occultamento, da parte del titolare di un'agenzia immobiliare, di tre contratti preliminari di compravendita riguardanti altrettante unità immobiliari in ordine alle quali il prezzo effettivamente corrisposto era stato poi ridotto nei successivi rogiti).
Cassazione penale, sez. VI, 13 gennaio 2012, n. 932.
Ai fini della configurabilità del reato di sottrazione di cose pignorate o sottoposte a sequestro, la nozione di proprietario è più ampia di quella assunta in sede civilistica, includendo necessariamente la posizione del soggetto nei cui confronti è stato eseguito il pignoramento e che abbia interesse a non subirne gli effetti pregiudizievoli. (Fattispecie relativa a bene pignorato al socio di una società debitrice, che aveva acquistato il bene in regime di "leasing").
Etichette: estorsione tentativo violenza sessuale distruzione documenti contabili cassazione 2012 codice penale