Source: http://applicazionigrafiche.blogspot.it/2014/05/3-come-posso-proteggere-limmagine.html
Timestamp: 2018-03-20 08:10:05+00:00
Document Index: 41302907

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 13', 'art. 17', 'art. 18', 'art. 18', 'art. 19', 'art. 88', 'art. 89', 'art. 17']

Google+ Applicazioni Grafiche: 3 Come posso proteggere l’immagine fotografica che ho realizzato?
3.1 Il diritto d’autore delle foto e la sua protezione in generale
Legge sul diritto d’autore: Legge 22 aprile 1941. n.633 (e relative modifiche apportate dal Decreto del Presidente della Repubblica n.19 del 8/1/1979, pubblicato su Gazzetta Ufficiale del 30/1/1979, n.29 e, successivamente, Dlgs n. 154 del 26 maggio 1997 (attuazione direttiva 93/98/Cee), su Gazzetta Ufficiale n. 136 del 13 giugno 1997, ed in ultimo legge 248 del 28 agosto 2000, intitolata “Nuove norme di tutela del diritto d'autore”, pubblicata in Gazzetta Ufficiale del 4 settembre 2000 n. 206.
I Legislatori si sono trovati dinanzi ad un dilemma imbarazzante. La Legge era prevista per proteggere le opere d'Autore, ed il loro guizzo di creatività, un "surplus" non presente in altri lavori.
Tuttavia, mentre le formule tradizionali di espressione artistica non creano alcun problema, la nuova "arte" fotografica era difficilmente inquadrabile, dato che con il mezzo fotografico è, sì, possibile produrre opere frutto di creatività, ma anche immagini ottenute pedissequamente, senza alcun apporto creativo. In sostanza, la Legge forgiata per mezzi espressivi come la musica, la letteratura, la scultura (creative per loro stessa natura) si è trovata a dover "incasellare" un'arte in grado di produrre capolavori o prodotti insignificanti, alla stessa stregua dei bulloni del nostro esempio.
La legge tenta di togliersi dall'impiccio con una salomonica divisione, riscontrabile al punto 7 dell'art. 2, che indica come protette in qualità di opere dell'ingegno: "Le opere fotografiche e quelle espresse con procedimento analogo alla fotografia, sempre che non si tratti di semplice fotografia protetta ai sensi delle norme del capo 5, titolo 2".
Concretamente, la Legge viene dunque pensata come completamente applicabile solo alle fotografie "creative" (opere dell'ingegno); per le altre immagini fotografiche viene appositamente redatto un titolo della Legge, che dia indicazioni e disposizioni "sui diritti connessi all'esercizio del diritto d'autore".
In sostanza, qualcosa di affine, abbinato per completezza, e non perché rientrante nella vera sfera di protezione del vero e proprio diritto d'autore. Molte voci, specialmente da parte degli operatori fotografici, si sono levate a protesta per la distinzione fra "Opera dell'ingegno" e "Semplice fotografia", divisione concettuale confusa e fonte di incomprensioni. Tuttavia, alla luce dello spirito della Legge testé esposto, è più che comprensibile il punto di vista del legislatore, chiamato a conciliare due aspetti quasi fra loro inconciliabili.
Il problema sta nel fatto che molti richiedono alla Legge sul diritto d'autore una funzione (e cioè la protezione della professionalità e del lavoro del fotografo) che non è l'intento della Legge, chiamata a proteggere l'artista, e non il tecnico.
Ad ogni buon conto, pur nelle incomprensioni accennate, la Legge ha aspetti utilizzabili positivamente anche in tutti i settori commerciali, sia dal fotografo che dall'utente.
È comunque indispensabile sfruttare oculatamente le direttive della Legge, dato che si tratta di far funzionare" un testo in situazioni diverse da quelle per le quali era stato ideato. Abbiamo dunque visto come la Legge possa proteggere appieno le immagini "opera dell'ingegno", cioè quelle fotografie dove, indipendentemente dalla perizia tecnica, sia possibile riconoscere un apporto creativo. Il fotografo che dunque intenda produrre immagini che possano essere protette a tutti i sensi dalla Legge dovrà curare che le sue fotografie contengano sempre, quando possibile, una traccia del proprio gusto stilistico, o di studio compositivo. Ovviamente, determinare se e quanto un'immagine sia frutto dell'ingegno creativo non è cosa semplice per nessuno; sarà cosa buona, dunque, "aiutare" chi dovesse essere chiamato a valutarla tenendo presente, ad esempio, che:
a) L'uso corretto della tecnica di illuminazione non è un elemento di creatività, mentre è lo è l'uso interpretativo della luce. Dunque, l'uso di una gabbia di luce per fotografare un oggetto metallico è semplice perizia tecnica, ma il ricorso a luce leggermente ambrata per rendere l'atmosfera più calda ed intima è creatività.
b) Il rispetto assoluto di un lay out può offrire materia per svuotare di significato l'apporto creativo del fotografo. Al contrario, il fatto che sia stato il fotografo a dovere decidere in merito alla disposizione degli oggetti, pone l'autore nella posizione di chi ha contribuito, grazie al suo "styling", all'efficacia espressiva dell'immagine.
c) Scegliere un punto di vista corretto nell'eseguire una ripresa di reportage non è necessariamente sintomo di creatività; tuttavia, dimostrare di aver fatto ricorso ad un catadiottrico per isolare idealmente il soggetto dallo sfondo, o di avere utilizzato il controluce per drammatizzare la scena, o di avere appositamente inserito l'elemento umano per rendere "vivo" il paesaggio, elevano l'operazione tecnica ad operazione compositiva.
E così via. Altro aspetto basilare, ma poco risaputo, risiede nel fatto che l'Autore che abbia realizzato un'opera creativa ha la possibilità di cedere, relativamente alla sua opera, non solo il diritto di pubblicazione o, genericamente, di utilizzo, ma tutta una serie di possibilità fra loro distinte, ed autonomamente esercitabili. Si tratta di un diritto sancito all'articolo 12 della Legge, ed in quelli seguenti.
In sostanza, il fotografo può, legalmente, cedere il diritto di riprodurre in tante copie un'immagine (art. 13), senza che necessariamente debba cedere anche il diritto di usare economicamente tali copie (art. 17); oppure, può cedere il diritto all'utilizzazione economica ed alla pubblicazione, riservandosi in toto il diritto a pubblicare le sue opere in raccolta (art. 18). Ancora: può vendere il diritto alla riproduzione dell'immagine, riservandosi la possibilità di elaborarla e di vendere i diritti su questa elaborazione (sempre art. 18).
Tutti questi aspetti, su cui torneremo diffusamente nel corso della sezione, sono aspetti del diritto d'autore fra loro completamente indipendenti (art. 19), che vengono ceduti in blocco spesso solo per disinformazione. Attenzione, però: nel caso di lavori eseguiti su commissione la cessione completa dei diritti può avvenire automaticamente e senza che il fotografo intenda attivamente fare ciò. Si leggano con attenzione i capitoli seguenti.
Abbiamo dunque visto che le immagini fotografiche non contenenti elementi creativi non possono essere protette come opere d'Autore; per completezza di trattazione dunque, la Legge riporta le indicazioni del Capo 5, Titolo 2, che indica come comportarsi dinanzi alle immagini fotografiche non creative.
Il testo dell'articolo 87, che dovrebbe servire come definizione, fa sorridere qualsiasi professionista dell'immagine.
La descrizione, volenterosa negli intenti dei Legislatori, è infatti estremamente fumosa, indicando come "fotografie" (e dunque non "opere" creative) testualmente: "le immagini di persone o di aspetti, elementi o fatti della vita naturale e sociale, ottenute col processo fotografico o con processo analogo".
Praticamente: tutto.
In realtà, la descrizione si contrappone a quella dell'articolo 1, che parla di opere dell'ingegno di carattere creativo. In sostanza, l'affermazione vuole essere: sono semplici fotografie tutte le immagini fotografiche che non contengano altro che la riproduzione della realtà, pari pari, senza interventi od interpretazioni creative.
Quello che più ci interessa, comunque, non è la forma della definizione, quanto il regime a cui vengono ad essere soggette le immagini descritte come "fotografie" e non elevabili al rango di "opere".
Per una prima trattazione, basterà evidenziare questi punti: se si è in presenza di "fotografie" e non di "opere creative":
1) In assenza di accordi scritti, i diritti di utilizzo delle immagini commissionate passano automaticamente e completamente al cliente, che ha diritto anche al possesso del negativo (art. 88).
2) Sempre in assenza di diversi accordi scritti, è sufficiente cedere il negativo al cliente perché questi acquisisca per Legge tutti i diritti di sfruttamento economico dell'immagine (art. 89). Due esempi che si commentano da soli: al di fuori della sfera di protezione particolare riservata alle immagini "opere creative", la Legge è di ben scarso aiuto al fotografo, a cui invece tende pericolosi tranelli in caso di disinformazione.
TERMINI DI LEGGE: SETTANTA ANNI
Il comma 1 dell’articolo 11 (art. 17 Legge Comunitaria) indica che i termini della durata di protezione dei diritti di utilizzazione economica delle opere dell’ingegno di cui al titolo I della legge 22 aprile 1941 e successive modificazioni, previsti dagli articoli (....) 32-bis, sono elevati a 70 anni.
In seguito la protezione è stata estesa dall’applicazione della protezione a settant’anni dalla morte dell’autore, come prevede l’attuale articolo 32 bis:
Art. 32 bis) I diritti di utilizzazione economica dell'opera fotografica durano sino al termine del settantesimo anno dopo la morte dell’autore.
(articolo sostituito dal Dlgs 154/97).
In parole concrete, questo significa che le opere dell’ingegno, e quindi le fotografie con traccia di creatività, sono ora protette - prima di cadere in pubblico dominio - per settanta anni dalla morte del fotografo, e non più per cinquanta anni dalla data di produzione come era prima.
Attenzione, però: il DL 253/95 prevede che siano soggette a questo prolungamento le opere indicate al titolo I della legge 22 aprile 1941, e cioè le foto con traccia di creatività, e non le “semplici fotografie”, che in questo modo restano ancora protette per soli venti anni.
b) Con lo stesso DL 253/95, viene abrogato il prolungamento dei “sei anni di guerra”, prima in vigore per il DLLg 440/45. Si tratta, quindi, di settant’anni “puliti”, e non di settanta più i sei di guerra.
c) Il Decreto legge ed il conseguente prolungamento della protezione hanno effetto retroattivo, a patto che per effetto dei nuovi termini le fotografie in oggetto risultino essere protette alla data del 29 giugno 1995, momento di efficacia del DL.
Resta la scappatoia delle immagini da considerarsi “semplici fotografie”, e non opere dell’ingegno. Categoria difficile da definire, tali fotografie sono in sostanza quelle eseguite da un operatore senza che vi fosse un suo personale intervento di interpretazione, a qualsiasi livello. In questo caso, le immagini restano di “pubblico dominio”, cioè riproducibili senza alcun obbligo, dopo soli vent’anni dalla data di produzione.
a) Le fotografie creative vengono protette per 70 anni dalla data di morte dell’autore. Questo significa che non è più possibile, come prima, contare su di una data precisa da cui le immagini sono da considerarsi di pubblico dominio.
b) Le fotografie che non recano traccia di creatività od interpretazione - tecnica o compositiva - restano protette per soli vent’anni dalla data di produzione.
c) Non esiste più il prolungamento di 6 anni per le opere prodotte prima della guerra.
d) Le opere che erano cadute in “pubblico dominio” prima del DL 253/95 tornano ad essere protette fino allo scadere del settantesimo anno dall’anno di morte dell’autore.
3.2 Come ottengo il “copyright”?
Non si deve fare assolutamente nulla di particolare: non occorre depositare le fotografie, non occorre essere iscritti ad alcun elenco specifico per essere considerati “autori” di un’immagine. Semplicemente, occorre averla fatta.
Per ottenere che l’immagine sia protetta ai sensi della legge 633/41, basta scrivere sulla fotografia il nome e cognome dell’autore e l’anno di produzione. Per le diffusioni all’estero, il nome e cognome va accompagnato dal simbolo internazionale di copyright ©, che è di uso libero.
3.3.1 Protezione dell’immagine in generale
Le possibilità di protezione delle immagini sono oggettivamente poche. Potremmo dividerle in:
a) azioni dovute per legge
b) azioni preventive
c) azioni a posteriori
A) Le operazioni dovute perché previste dalla legge sono semplicissime. Come spiegato anche al punto specifico 3.2 Come ottengo il “copyright”?, non si deve fare assolutamente nulla di particolare: non occorre depositare le fotografie, ma semplicemente basta scrivere sulla fotografia il nome e cognome dell’autore e l’anno di produzione. Per le diffusioni all’estero, il nome e cognome va accompagnato dal simbolo internazionale di copyright ©, che è di uso libero.
B) Preventivamente, è bene non solamente accompagnare la foto con il nome e cognome dell’autore, ma anche con la esplicita indicazione che l’immagine è protetta da copyright, e che qualsiasi utilizzo deve essere concesso per iscritto.
ATTENZIONE: ricordarsi SEMPRE che gli originali delle immagini NON DEVONO essere ceduti senza una prova scritta del motivo della consegna, e che la fattura deve riportare non una generica indicazione di “fotografie”, ma la descrizione del diritto di utilizzo che si sta cedendo (vedi anche 1.2 Di chi sono gli originali delle foto commissionate).
Quando ci sia motivo per temere che l’immagine venga duplicata, è utile consegnarla in bustine trasparenti dai bordi sigillati, che rechino sulla superficie scritte o segni che renda impossibile o molto scomoda la duplicazione senza rompere i sigilli della busta.
Come già accennato, se si teme di avere difficoltà a dimostrare il fatto di essere stati esecutori dell'opera, ci si procurino prove della paternità degli scatti, come ad esempio
marchiare i bordi del fotogramma, incidere tacche di identificazione sui bordi della finestrella di esposizione delle proprie fotocamere, effettuare foto di scena nel caso di set complessi.
C) Quando l’immagine sia stata “rubata”, la strada da seguire è il tentativo della composizione amichevole, chiedendo all’utilizzatore di pagare il compenso dovuto entro una data precisa.
3.3.2 Protezione dell’immagine digitale
Iniziamo con una premessa indispensabile.
L’immagine fotografica è tutelata da una legge di fondo e dai suoi successivi aggiornamenti: il fatto che la fotografia sia realizzata, diffusa e duplicata con strumenti digitali non sposta di una virgola la sostanza del diritto dell’autore, e dell’illecito di chi ne fa un uso non autorizzato. Semplicemente, il mezzo digitale ha reso più facile e più “produttivo” il furto di immagini, che resta comunque tale.
Disporre di una pistola rende più semplice la rapina, rispetto all’uso di un pugnale, ma si tratta sempre di una rapina.
La legge che prevede che chi ha eseguito delle fotografie ne sia, fino a prova contraria, titolare dello sfruttamento, è la legge 633/41, aggiornata dal dpr 19/79 e, recentemente, dal Dlgs 154/97. Le implicazioni di questa legislazione sono estese, negli elementi basilari, a tutto il modo, grazie alla Convenzione Internazionale di Berna del 1971. Che si tratti di immagini digitali od analogiche, sono protette, recita la legge, “le opere fotografiche e quelle espresse con procedimento analogo alla fotografia”.
*** Immagini “prelevate” per realizzare un CD-rom, od un sito Internet “abusivo”.
Riprodurre un’immagine su un CD-Rom che sia destinato ad essere diffuso è l’esatto equivalente del riprodurla a stampa. Mentre è molto controverso il confine fra lecito ed illecito nel caso della riproduzione per “archiviazione” (su CD, ma anche su disco fisso), è incontestabile che la riproduzione in molti esemplari sia uno sfruttamento economico che va acquistato, o comunque autorizzato.
Nessun editore, agenzia o casa di produzione ha dunque diritto di riprodurre immagini per realizzare dei CD, senza pagare dei diritti agli autori delle foto. Data la scarsa controllabilità degli impieghi multimediali off-line (bisognerebbe visionare singolarmente tutte le immagini) gli utilizzi illeciti sono scoperti abbastanza di rado e, per questo motivo, prosperano.
Attualmente, non esistono dei sistemi realmente sicuri di protezione “fisica” delle immagini. Le chiavi di marcatura elettronica non risolvono il problema alla base: sistemi come Digimarc o SureSign (vedi più avanti) includono un codice di identificazione nell’immagine, ma occorre la buona volontà di chi riproduce la fotografia, per rispettare tale informazione. Un po’ come applicare alla bicicletta una targhetta col proprio nome, e sperare che non venga rubata.
I sistemi, invece, che introducono una vistosa filigrana, o un marchio o comunque bloccano l’uso dell’immagine se non si utilizza la password che testimonia il diritto acquisito, garantiscono la protezione nel primo impiego. Il file “sprotetto” può poi essere clonato.
In pratica, resta unicamente la concreta possibilità di rivalersi su chi ha fatto un utilizzo indebito, una volta che l’illecito viene scoperto.
*** Concretamente.
Sono tre le possibilità per rivalersi sull’utilizzatore indebito, prima di intentare una causa (soluzione lunga, esasperante e consigliabile solo come rimedio estremo).
a) Inviare una raccomandata AR all’utilizzatore, che – riassumendo gli estremi dell’illecito scoperto – riporti una diffida più o meno in questi termini: “.... Ai sensi degli articolo 20 e seguenti, ed 87 e seguenti della legge 633/41, Dpr 19/79 e Dlgs 154/97, tale utilizzo si configura come un evidente lesione dei nostri diritti di sfruttamento economico e dei collegati diritti morali. Per la soluzione stragiudiziale del caso, chiediamo di regolarizzare la vostra posizione mediante corresponsione di un diritto di euro xxx, da liquidare entro e non oltre il giorno xx/xx/xx. In assenza di un vostro completo e puntuale riscontro, procederemo senz’altro avviso alla difesa dei nostri diritti in sede sia ordinaria che cautelare, con richiesta di sequestro dell’opera, e conseguente aggravio di spese a vostro carico.”
b) Far effettuare una richiesta simile dal proprio legale, o dalla propria associazione professionale.
c) Dare mandato alla Siae. In questo caso, è la Siae a provvedere al recupero dei diritti, secondo tariffario Siae. Occorre che il mandato (che dura 5 anni ed ha solo un costo iniziale di poche decine di euro in bolli) venga conferito prima che avvenga l’illecito. Per brevità, Se desideri dettagli su questa possibilità puoi vedere direttamente la pagina Siae al sito www.fotografi.org/siae
Digitale: è davvero meno sicuro?
Molti si scandalizzano nei confronti del digitale, incolpandolo di avere distrutto la possibilità di protezione del copyright, perché le copie abusive sono belle tanto quanto gli originali, poiché in ambito digitale il concetto di “Copia” è abbastanza relativo.
Andrebbe innanzitutto detto che questo aspetto si traduce principalmente in un vantaggio per l’uso delle immagini lecite, e solo secondariamente in un problema nel caso di illeciti.
Al di là di questo, comunque, occorre evidenziare che la maggior facilità con cui vengono “rubate” le immagini NON è legata al digitale in se, ma alla diffusione enorme che si fa delle immagini digitali, perché (altro vantaggio) costa molto poco farne delle copie da far vedere a tutti. Capiamoci. Un fotografo che abbia digitalizzato il suo portfolio, e che tenga nel cassetto i suoi files, ovviamente non corre un rischio maggiore di quanto non lo corresse prima, con le foto su diapositiva – sempre tenute nel cassetto. Ma se il fotografo avesse fatto centinaia di migliaia di duplicati del suo portfolio, e li avesse appesi fuori dal portone di casa sua, si sarebbe dovuto stupire del fatto che i casi di furti di immagine aumentavano? Certamente no.
E allora, perché stupirsi se aumentano i furti di immagini rese disponibili a migliaia o a milioni di persone, tramite il mezzo digitale, sia on-line che off-line?
Insomma: la gente non è più disonesta a Milano che a Lignod (paesino della Val D’Aosta); eppure, a Milano rubano molto di più. Il fatto è che nelle grandi città ci sono molte, molte più persone che nei paesini, e quindi il rischio aumenta. Così, il digitale espone a rischi maggiori di furto, ma lo fa perché mette in contatto con più persone. Il che, non è sempre un male.
I sistemi di protezione dei files
La soluzione della “bassa risoluzione” che pareva essere anni addietro un buon deterrente, di fatto si è dimostrata per quella che è: una limitazione qualitativa che lascia in realtà assolutamente il tempo che trova. Un file diffuso a 480x640 pixel non può essere usato per grandi stampe, ma va egregiamente bene per un sito internet od una applicazione multimediale. Con un briciolo di interpolazione, può essere usata anche per illustrare riviste e depliant, con risultati accettabilissimi.
Per limitare i “furti” di immagini in rete e da CD, abbiamo i “watermark”, cioè i marchi “trasparenti”, inavvertibili, che siglano le immagini come soggette ad una paternità morale ed economica. Anche se questi sistemi non impediscono fisicamente la riproduzione delle immagini, forniscono uno strumento utilissimo: alle persone in buona fede danno la possibilità di assolvere i diritti; contro quelle in malafede, invece, consentono di opporre la prova evidente della sottrazione indebita, che altrimenti, paradossalmente, potrebbe spesso non essere dimostrabile (quale file è la copia dell’altro…?) In questo ambito, ovviamente, va citato il sistema della Digimarc, il PictureMarc. Si tratta del sistema di “watermark” forse più diffuso in assoluto, anche perché il relativo programma è diffuso in “bundle” con programmi come Photoshop (dal 4.0 in su), Corel Draw, Photopaint, ed altri.
In verità, sono molti gli utenti di tali programmi che nemmeno sanno di avere (nel menù filtri od effetti) anche questa possibilità. Digimarc modifica i pixel dell’immagine in maniera visivamente assai poco avvertibile, agendo particolarmente sui contorni di maggior contrasto. Il codice è “diffuso” su tutta la superficie del fotogramma, in maniera da essere riconosciuto dal lettore anche se la foto viene tagliata, od alterata, o compressa. La numerazione di identificazione viene conservata anche nell’immagine retinata e stampata ad inchiostro, e torna ad essere identificabile semplicemente riscansendo la stampa, e passando il file al “lettore” Digimarc. Le informazioni si perdono solo a seguito di pesanti modifiche, di stampa in bianco e nero a getto d’inchiostro, oppure… grazie ad alcuni accorgimenti, vedi più avanti.
Altrettanto efficace (forse, anzi, un poco più resistente alle alterazioni) è il sistema inglese della Signumtech, il SureSign, che funziona concettualmente come il Digimarc.
Reale effetto di protezione dei watermark
Va però fatta un'osservazione di fondo: il watermark sostanzialmente non impedisce in nessun modo l'uso della foto, ma semplicemente consente di "tracciare" la paternità del file in un secondo momento. Per fare un esempio, è un po' come se mettessimo una targhetta con il nostro nome nascosta sotto il sellino di una bicicletta, lasciata senza lucchetto. Nulla impedisce di rubare la bicicletta, anche se - una volta ritrovata - potremmo dimostrare che si tratta della nostra bici. Alla stessa stregua, un watermark non impedisce il furto della foto, ma la "traccia".
Per impedire fisicamente l'uso di un'immagine digitale il deterrente più efficace (non assoluto, ma certamente quello con maggior effetto statistico) è lo scrivere nel centro della foto, con un ingombro di circa un terzo della larghezza dell'immagine, il proprio nome e cognome, oppure l'indirizzo del proprio sito, con caratteri semi trasparenti, od effetto bassorilievo, eccetera (usando i livelli e poi unendo in unico livello è possibile automatizzare in Photoshop l'azione di marchiatura delle foto). Il sistema è deturpante, ma ragionevolmente sicuro. E' vero che è possibile cancellare la scritta e ricostruire l'immagine sottostante, ma il lavoro necessario è lungo e, e sposta l'attenzione del cliente in malafede su altre immagini da "rubacchiare".
I sistemi di sprotezione (eliminazione della protezione)
Ricordate quando quasi tutto il software originale era protetto dalla copia, mediante chiavi digitali, password, chiavi ottico – meccaniche, eccetera? Il fatto è che, sprotetta una copia da qualche informatico esperto, tutte le successive copie abusive erano senza protezione. Così, anche i produttori di software hanno in larga parte abbandonato la crociata del “blocco fisico” della copia, una battaglia persa in partenza.
I sistemi di protezione dell’immagine digitale – probabilmente – seguiranno una sorte simile. Saranno utili per ridurre la copia “di massa”, fatta dal grosso degli utenti inesperti, come anche permetteranno alle persone oneste di restare tali. Per chi vuole e vorrà aggirare i sistemi di protezione, non ci saranno mai grandi problemi. Ad esempio: il laboratorio di informatica dell’università di Cambridge – per dimostrare che i sistemi commerciali di “watermarking” sono insicuri, ha sviluppato un software in grado di alterare automaticamente i codici di sicurezza della maggior parte dei sistemi commerciali di marchiatura, compreso Digimarc, Signum, Eikonamark, ed altri. Il programma (volutamente rallentato, per evitare che venga usato in maniera “conveniente” dai pirati dell’immagine) è denominato StirMark, e si trova gratuitamente in rete.
Ancora: se si vuole aggirare il blocco previsto da soluzioni come SafeImage (che impediscono il salvataggio delle immagini lette dai browser), basta ricercare la fotografia nella cache del browser, e scaricarla da lì. Se il nome dell’immagine è dato in forma casuale dal browser, e quindi l’immagine appare non reperibile, ci si può servire di un programma di ricerca (ad esempio Cache Explorer di Matthias Wolf). Ancora: alcuni sistemi di “ricerca automatica” nel web di immagini marchiate possono essere messi in crisi da programmini (come il “2mosaic”) che spezza le immagini in sub-unità, per poi giuntarle come se fossero apparentemente un’immagine sola, mettendo in scacco il “web-spider” di ricerca del watermark.
E così via, potremmo andare avanti a lungo.
Una necessaria considerazione
Infine, un’ultima considerazione provocatoria. I sistemi di protezione del digitale si sono dimostrati, fino ad ora, non sicurissimi, nel senso che possono essere aggirati da chi sia davvero in malafede. Ma la fotografia tradizionale, che garanzie di irriproducibilità darebbe? Coma mai si sarebbe difesa dai furti una diapositiva od una stampa? Come già accennato, il vero nocciolo della questione sta nella grande diffusione che il digitale permette. E chi non vuole esporsi al vantaggio ed al rischio della diffusione, può semplicemente astenersi dal diffondere...
Pubblicato da Luigi Suglia a 20:41