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Timestamp: 2017-11-18 15:23:38+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 7', 'art. 7', 'art. 4', 'art. 18', 'art. 38', 'art. 19', 'art. 19', 'art. 10', 'art. 7', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 38', 'art. 38']

Stautus del Committente UE | INTRASTAT .BIZ
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Individuazione Stautus e Qualita' del Committente UE
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Ultimo Aggiornamento: 12/05/2011 - Numero Download: 499
L’INDIVIDUAZIONE DELLO STATUS E DELLA QUALITA’ DEL COMMITTENTE UE
Il Regolamento UE n. 282/2011 contiene disposizioni volte a garantire l’applicazione uniforme delle norme comunitarie in materia di IVA. Le regole ivi contenute trovano attuazione in tutti i Paesi membri della UE e risultano applicabili a decorrere dal 1° luglio 2011.
Tra le norme del regolamento assumono particolare rilevanza quelle legate all’individuazione dello status e della qualità del committente intracomunitario, nonché l’inedita definizione normativa della sede dell’attività economica.
La Direttiva n. 2006/112/CE, come modificata dalla Direttiva n. 2008/8/CE, ha apportato profonde modifiche alla territorialità IVA delle prestazioni di servizi (si veda la CF n. 10/2010).
Le nuove regole comunitarie, in vigore dal 1° gennaio 2010, sono state oggetto di recepimento da parte dei Paesi aderenti alla UE (ad esempio, in Italia, ad opera del D.Lgs. 18/2010).
Considerato che alcune disposizioni legislative sono state interpretate in modo non uniforme nei singoli Stati membri con conseguente disomogeneità di applicazione della normativa IVA, il Legislatore comunitario ha ritenuto opportuno fissare delle linee interpretative comuni, idonee ad eliminare le difformità riscontrate.
Il 15.3.2011 il Consiglio UE ha quindi emanato il Regolamento n. 282/2011, entrato in vigore lo scorso 12 aprile ma, per espressa previsione, produttivo di effetti solo a partire dal 1° luglio 2011 (ad eccezione di alcune particolari disposizioni la cui entrata in vigore è specificamente differita).
Trattandosi di disposizioni specificatamente adottate in risposta a determinate questioni di applicazione uniforme della normativa IVA in ambito comunitario, le norme del regolamento vanno interpretate in maniera “restrittiva”.
A partire da tale data le nuove disposizioni troveranno immediata applicazione in tutti i Paesi UE, non necessitando di una trasposizione in legge nei singoli ordinamenti nazionali. Resta ferma la validità della legislazione e delle relative interpretazioni adottate dai singoli Stati sino alla data di entrata in vigore del regolamento.
LA TERRITORIALITA’ DELLE PRESTAZIONI DI SERVIZI
A seguito delle modifiche operate dalla Direttiva n. 2008/8/CE, per individuare il luogo in cui una prestazione di servizi si considera effettuata (e di conseguenza deve essere assoggettata a IVA) è di fondamentale importanza determinare lo status del committente della prestazione di servizi.
La nuova disciplina prevede, infatti, regole ed adempimenti diversi a seconda dello status del committente.
In particolare, l’art. 7-ter, DPR 633/1972, stabilisce che le c.d. prestazioni di servizi “generiche” siano tassate nel Paese del committente se lo stesso risulta ivi identificato ai fini IVA (c.d. servizi “B2B”), oppure nel Paese del prestatore se il committente è un soggetto privato (c.d. servizi “B2C”).
Alla regola generale si affiancano tutta una serie di deroghe correlate alla tipologia del servizio (c.d. deroghe assolute, ex artt. 7-quater e 7-quinquies, DPR 633/1972) o alla qualità del committente (c.d. deroghe relative, ex artt. 7-sexies e 7-septies, DPR 633/1972).
L’operazione risulta territorialmente rilevante ai fini IVA nel Paese del committente soggetto passivo IVA (c.d. tassazione a destinazione).
L’operazione risulta territorialmente rilevante ai fini IVA nel Paese del prestatore (c.d. tassazione all’origine).
Al fine dell’applicazione della suddetta “regola generale”, l’art. 7-ter, c. 2, DPR 633/1972, precisa quando i committenti delle prestazioni di servizi devono essere considerati “soggetti passivi” per le prestazioni ad essi rese.
In particolare, si considerano soggetti passivi IVA:
gli esercenti attività d’impresa, arti o professioni (tuttavia, le persone fisiche si considerano soggetti passivi limitatamente alle prestazioni di servizi ricevute nello svolgimento dell’attività d’impresa o di arte e professione);
gli enti, le associazioni e le altre organizzazioni di cui all’art. 4, c. 4, DPR 633/1972, anche quando agiscono al di fuori dell’attività commerciale o agricola;
gli enti, le associazioni e le altre organizzazioni non soggetti passivi, identificati ai fini IVA.
Considerate le difficoltà riscontrate dagli operatori economici nell’individuazione dello status del destinatario della prestazione dei servizi, il Regolamento n. 282/2011 stabilisce le modalità per accertare lo status, la qualità e il luogo di stabilimento del committente.
Tali controlli sono posti a carico del prestatore del servizio il quale, per evitare di vedersi riprendere a tassazione l’IVA non addebitata alle operazioni poste in essere nei confronti di committenti ritenuti erroneamente soggetti passivi, deve effettuare alcune verifiche preliminari prima di dar corso alla prestazione vera e propria.
l’attività di verifica posta in capo al prestatore
Identificazione dello status del committente (soggetto passivo o privato consumatore);
identificazione della qualità del committente (destinazione del servizio a fini economici o privati);
identificazione del luogo di stabilimento del committente.
Si ricorda, infatti, che per le prestazioni di servizi rese a committenti soggetti passivi, il prestatore nazionale è tenuto ad emettere una fattura “fuori campo IVA” (sarà poi il committente, mediante il sistema dell’autofattura, ad assoggettare a imposta il servizio ricevuto).
L’ACCERTAMENTO DELLO STATUS DI SOGGETTO PASSIVO IVA
L’art. 18, Regolamento n. 282/2011, stabilisce che il committente può essere considerato soggetto passivo IVA se ha comunicato al prestatore il proprio numero di identificazione IVA.
Il prestatore è comunque tenuto ad ottenere conferma della validità del numero identificativo, unitamente ai relativi dati di identificazione (nome e indirizzo), attraverso i sistemi di interrogazione messi a disposizione dalle autorità fiscali (è quindi auspicabile un’implentazione dei dati ottenibili dal servizio VIES messo a disposizione dall’Agenzia delle Entrate).
Nell’ipotesi in cui il committente non abbia ancora ricevuto il numero di identificazione, ma ne abbia fatto richiesta, informandone il prestatore, quest’ultimo deve acquisire una prova alternativa verificando l’esattezza delle informazioni fornite dal destinatario attraverso le ordinarie procedure di sicurezza commerciali (quali quelle relative ai controlli di identità o di pagamento).
In ogni caso, il prestatore è tenuto ad eseguire una “verifica di ampiezza ragionevole dell’esattezza delle informazioni fornite dal destinatario”.
Il prestatore deve ottenere il numero di partita IVA del committente e verificarne la validità e l’esattezza dei dati mediante la consultazione dell’archivio VIES.
Pertanto, il prestatore nazionale può considerare “non soggetto passivo” (ed emettere fattura con IVA) il committente comunitario che non gli abbia comunicato il proprio numero identificativo IVA.
committente extracomunitario
In presenza di un committente extracomunitario le cose si complicano assai. Non essendo possibile la verifica della partita IVA, l’accertamento dello status di soggetto passivo IVA va effettuato richiedendo al committente un certificato, rilasciato dalle competenti autorità fiscali, attestante lo svolgimento di un’attività economica che gli conferisce (pur ipoteticamente) il diritto ad ottenere il rimborso dell’IVA a norma della Direttiva n. 86/560/CEE.
In Italia, il rimborso ai soggetti extracomunitari, subordinato alla condizione di reciprocità, è disciplinato dall’art. 38-ter, DPR 633/1972. Allo stato attuale l’Italia ha stipulato accordi per il rimborso dell’IVA con la Svizzera, la Norvegia e Israele.
In alternativa, lo status di soggetto passivo del committente può essere accertato mediante:
il numero identificativo IVA, oppure
con un numero analogo attribuito dal Paese di stabilimento ed ivi utilizzato per identificare le imprese.
Lo status di soggetto passivo può essere accertato anche mediante qualsiasi altra prova fornita dal committente, purché il prestatore effettui una verifica di “ampiezza ragionevole” dell’esattezza delle informazioni ricevute, applicando le normali procedure di sicurezza commerciali (controlli di identità o di pagamento).
Il prestatore deve ottenere un certificato attestante lo svolgimento di un’attività economica o il numero identificativo IVA (o un numero analogo) del committente.
Dunque, l’accertamento dello status di soggetto passivo del cliente extracomunitario risulta assai meno agevole rispetto all’ipotesi di committente comunitario, soprattutto nel caso in cui non sia possibile far riferimento ad alcun elemento formale e si debba far ricorso alla documentazione ricevuta dal cliente extracomunitario.
Il prestatore, se non dispone di informazioni contrarie, può considerare il committente un soggetto passivo IVA:
se il destinatario gli ha comunicato il numero identificativo IVA (purché ottenga conferma della validità e dell’esattezza dei dati);
se il destinatario gli ha comunicato di aver richiesto ma non ancora ottenuto il numero identificativo IVA, purché ottenga qualsiasi altra prova e la verifichi applicando le normali procedure di sicurezza commerciale.
se il destinatario gli ha fornito il certificato attestante il diritto al rimborso dell’IVA assolta nella UE;
se dispone del numero identificativo IVA del destinatario (o di un analogo numero che lo identifichi come impresa);
se dispone di qualsiasi altra prova attestante che il destinatario è un soggetto passivo, ed effettua una verifica dell’esattezza delle informazioni ottenute attraverso le normali procedure di sicurezza commerciali.
Oltre a verificare lo status di soggetto passivo del committente, il prestatore del servizio deve interrogarsi anche sulla qualità del committente, ossia se la natura del servizio prestato sia esclusivamente suscettibile di un utilizzo professionale o meno.
Tale previsione si ricava dall’art. 19, c. 2, Regolamento n. 282/2011, il quale stabilisce che il prestatore “salvo che disponga di informazioni contrarie, ad esempio sulla natura dei servizi forniti”, può considerare che i servizi siano destinati all’attività economica del destinatario qualora costui, per la specifica operazione, gli abbia comunicato il numero identificativo IVA.
L’ottenimento del numero identificativo del committente legittima il prestatore a ritenere che la prestazione sia destinata ad un attività economica (salvo che disponga di informazioni contrarie, ad esempio sulla natura dei servizi).
In buona sostanza, il prestatore nazionale può legittimamente ritenere che il committente estero richieda il servizio in qualità di soggetto passivo (e, di conseguenza, procedere alla fatturazione senza addebito d’imposta):
qualora il destinatario della prestazione abbia prodotto il numero identificativo IVA,
salvo che la natura dei servizi prestati sia riconducibile ad un utilizzo per soli fini privati (si pensi, ad esempio, all’organizzazione di una cerimonia funebre, il cui “utilizzo” ben difficilmente pare riconducibile ad una qualificazione di natura professionale).
Pertanto, qualora sussistano dubbi sulla destinazione e sulla natura del servizio, è opportuno richiedere al committente una dichiarazione firmata sull’utilizzo del servizio da prestare.
L’art. 19, c. 1, Regolamento n. 282/2011, stabilisce inoltre che un soggetto passivo non deve essere considerato tale qualora riceva servizi destinati “esclusivamente ad un uso privato, ivi compreso l’uso da parte dei suoi dipendenti”.
Il successivo comma 3 chiarisce, infine, che se un unico servizio è destinato sia a fini professionali, sia a fini privati, la prestazione va tassata nel Paese del committente, purché non sussista alcuna pratica abusiva (ossia, in altri termini, se la prestazione è destinata ad un uso “promiscuo”, ai fini di semplificazione è ritenuta comunque preponderante la destinazione per fini economici).
Tale ultima indicazione è evidentemente rivolta al committente, il quale dovrà tenerne conto in sede di registrazione dell’autofattura (rendendo indetraibile la quota del servizio destinata all’uso “personale”).
IL PAESE DI TASSAZIONE
Dopo aver appurato lo status e la qualità del destinatario della prestazione, è necessario verificare il luogo di stabilimento del committente.
Anche in questo caso, il prestatore è tenuto ad individuare il Paese “di tassazione” verificando la correttezza delle informazioni ottenute dal committente (applicando le normali procedure di sicurezza commerciali), con particolare riferimento al numero identificativo IVA attribuito dallo Stato membro in cui è stabilito il destinatario.
In ogni caso, per individuare il luogo di stabilimento del destinatario occorre distinguere tra due ipotesi:
soggetto passivo stabilito (o con indirizzo permanente o residenza abituale) in un solo Paese, la prestazione è imponibile in tale Stato;
soggetto passivo stabilito (o con indirizzo permanente o residenza abituale) in più Paesi, la prestazione è imponibile nel Paese in cui il soggetto ha stabilito la sede della propria attività.
Se tali criteri non consentono di determinare con certezza il luogo della sede di un’attività economica, prevale il criterio del luogo in cui vengono prese le decisioni essenziali concernenti la gestione generale dell’impresa (in ogni caso, la mera esistenza di un indirizzo postale non può far presumere che tale indirizzo corrisponda alla sede dell’attività economica del soggetto passivo).
Verifica luogo
Va effettuata sulla base del numero identificativo IVA attribuito dal Paese di stabilimento del committente e/o verificando la correttezza delle informazioni ottenute.
la sede dell’attività economica
L’art. 10 del Regolamento contiene la prima definizione normativa della sede dell’attività economica, tale nozione è necessaria al fine della corretta individuazione del luogo di tassazione delle prestazioni di servizi (per le cessioni di beni il criterio base è ancorato al luogo di esistenza dei beni al momento di effettuazione dell’operazione).
La sede dell’attività economica è il luogo in cui sono svolte le funzioni dell’amministrazione centrale dell’impresa. Per determinare tale luogo si tiene conto del luogo in cui vengono prese le decisioni essenziali concernenti la gestione generale dell’impresa, del luogo della sede legale e del luogo in cui si riunisce la direzione.
Se, nel caso concreto, i tre suddetti criteri conducono a Paesi diversi, risulta prevalente il criterio del luogo ove sono assunte le decisioni essenziali concernenti la gestione generale dell’impresa.
La nuova definizione normativa comunitaria non pare, tuttavia, compatibile con l’attuale formulazione dell’art. 7, c. 1, lett. d), DPR 633/1972, il quale definisce come domicilio della società il luogo in cui si trova la sede legale.
Pertanto, salvo modifiche normative ad opera del Legislatore nazionale, a partire dal prossimo 1° luglio (data di entrata in vigore del regolamento), si dovrà tener conto che se la sede legale e la sede effettiva conducono a Paesi diversi, dovrà comunque prevalere il criterio stabilito dal regolamento comunitario, ossia il luogo in cui sono svolte le funzioni dell’amministrazione centrale dell’impresa (sede effettiva).
IL MOMENTO RILEVANTE
Ai fini delle suddette verifiche, il prestatore deve fare esclusivo riferimento alle circostanze esistenti al momento di effettuazione dell’operazione ex art. 6, DPR 633/1972.
Ai sensi dell’art. 6, c. 3, DPR 633/1972, le prestazioni di servizi si considerano effettuate al momento del pagamento del corrispettivo (agli effetti dell’IVA è quindi irrilevante la data di effettuazione o conclusione della prestazione).
Il successivo comma 4 stabilisce che se anteriormente al momento di effettuazione dell’operazione viene emessa fattura o incassato, totalmente o parzialmente, il corrispettivo, il momento di effettuazione dell’operazione è anticipato, pur limitatamente all’importo fatturato o incassato.
Eventuali successivi cambiamenti in relazione alla destinazione del servizio non influiscono sul luogo di tassazione dello stesso, purché non sussista alcuna pratica abusiva.
maggio 12th, 2011 | Tags: 2006/112/CE, agenzia delle entrate, certificato, committente, controlli di identità, DPR 633/1972, individuazione, intracomunitario, Intrastat, italia, iva intracomunitaria, paese, pagamento, prestazioni, privato, qualità, registro, Regolamento 282/2011, rimborso, servizi, soggetto passivo, status, tassazione, territorialità, ue, VIES | Category: Intrastat
1 comment to Stautus del Committente UE
maggio 16th, 2011 at 16:12
“Salve, ho ancora bisogno del Vostro aiuto. Ho ricevuto fattura per l’acquisto di beni da operatore comunitario che, al momento, risulta essere in possesso di partita IVA non valida (peraltro regolarmente stampata sulla fattura), come da controllo sul sito dell’Agenzia dell’Entrate (VIES). Come devo trattare l’acquisto? Devo assolvere l’IVA autofatturandola in base alla norma comunitaria? Per quanto riguarda l’eventuale mod. INTRA non credo sia possibile inserire l’acquisto dichiarando questa partita IVA, giusto? Come devo comportarmi? Grazie.”
Ai sensi dell’art. 38, c. 2, DL 331/1993, costituiscono acquisti intracomunitari di beni le operazioni che presentano i seguenti requisiti:
1) requisito SOGGETTIVO, gli operatori che intervengono nella compravendita devono essere soggetti passivi all’imposta sul valore aggiunto in differenti Paesi della UE;
2) requisito OGGETTIVO, ossia onerosità dell’operazione (con acquisizione della proprietà o di altro diritto reale sul bene acquistato);
3) requisito TERRITORIALE, trasferimento fisico dei beni da uno Stato comunitario all’altro.
In mancanza anche di uno solo di essi, l’operazione non si configura quale scambio intracomunitario di beni di cui al DL 331/1993 ma è soggetta alla disciplina contenuta nel DPR 633/1972.
In altri termini, se l’operazione è priva di uno o più dei requisiti richiesti dalla disciplina, la stessa non può fruire della non imponibilità dell’imposta ed il cedente comunitario è tenuto ad emettere fattura assoggettata a IVA.
Per ottenere la conferma della validità del numero identificativo IVA del partner comunitario è possibile presentare una semplice richiesta in carta semplice all’Agenzia delle Entrate.
Tale procedura consente di evitare qualsiasi tipo di addebito, anche se successivamente vengono riscontrate delle irregolarità. Si ricorda, infatti, che la responsabilità del mancato addebito dell’IVA ricade sempre sul cedente nazionale.
In alternativa è possibile utilizzare il numero telefonico (automatizzato) 848 800 444, i servizi telematici dell’Agenzia delle Entrate (http://www1.agenziaentrate.it/servizi/vies/vies.htm) o quelli della UE (http://ec.europa.eu/taxation_customs/vies/vieshome.do).
L’operazione rappresentata nel quesito non pare rientrare nell’ambito della disciplina intracomunitaria. La stessa, infatti, è priva del requisito soggettivo in quanto il cedente comunitario espone in fattura un numero identificativo non valido.
Di conseguenza, l’operazione doveva essere assoggettata ad imposta tedesca da parte del cedente ivi stabilito.
Si consiglia pertanto di contattare al più presto il fornitore al fine di ottenere delucidazioni sulla problematica e richiedere una fattura assoggettata a imposta.
In tale ipotesi, l’imposta pagata al fornitore tedesco potrà essere richiesta a rimborso secondo la procedura prevista dall’art. 38-bis1, DPR 633/1972.
La fattura con IVA (eventualmente) ricevuta dal cedente tedesco andrà registrata direttamente a libro giornale senza la necessità che transiti sui registri IVA.
Non configurandosi un’operazione intracomunitaria non dovrà essere presentato il riepilogo INTRASTAT.
Se, invece, il cedente tedesco fornisce prova di aver fatto richiesta del numero identificativo all’Autorità competente del proprio Stato, l’operazione potrà essere comunque ritenuta intracomunitaria: l’operatore nazionale potrà integrare il documento con IVA e procedere con la doppia registrazione.
Una volta ottenuto il codice IVA dell’operatore tedesco, lo stesso dovrà essere indicato nella fattura precedentemente ricevuta.
In questa ipotesi nel modello INTRA 2-bis, colonna 2, dovrà essere indicato il codice ISO dello Stato del fornitore (“DE”) e, nella colonna 3, degli zero.
Una volta ricevuto il codice identificativo, occorrerà presentare un modello INTRA 2-ter a rettifica del precedente, per segnalare il numero di partita IVA ricevuto dall’operatore tedesco.