Source: https://www.diritto.it/le-adozioni-omogenitoriali-breve-excursus-della-normativa-e-della-giurisprudenza-nell-unione-europea-e-in-italia-in-attesa-del-nuovo-disegno-di-legge-sulla-stepchild-adoption/
Timestamp: 2018-10-20 06:22:43+00:00
Document Index: 84800173

Matched Legal Cases: ['art. 6', 'art. 44', 'art. 57', 'art. 44', 'art. 44', 'sentenza ', 'art. 44', 'sentenza ', 'art. 44', 'art. 44', 'art. 7', 'sentenza ', 'art. 44', 'sentenza ', 'e contrario', 'art. 44', 'art. 44']

Dopo il recente voto del Senato sul disegno di legge in materia di unioni civili e convivenze di fatto, ancora non cessano le polemiche all’interno della stessa maggioranza parlamentare che sostiene il Governo per lo stralcio della norma sulla c.d. stepchild adoption, cioè l’istituto giuridico che consente al figlio di essere adottato dal partner, unito civilmente oppure sposato, del proprio genitore.
Già nel gennaio 2008 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (European Court of Human Rights Case of E.B. v. France, Application no. 43546/02) aveva accolto il ricorso di una donna francese a cui era stato negato, in quanto single e omosessuale, di adottare un minore, come riconosciuto invece a single eterosessuali.
Successivamente, nel febbraio 2013 la CEDU (cfr. Corte Europea Diritti dell’Uomo, Grande Camera, 19.2.2013, omissis e altri c. Austria, ric. n. 19010/07) ha sentenziato che costituisce discriminazione per orientamento sessuale e violazione del diritto al rispetto della vita familiare negare ad una donna austriaca la possibilità di adottare il figlio della propria convivente come consentito all’interno delle coppie conviventi di sesso diverso.
In Italia le adozioni sono disciplinate dalla L. 4 maggio 1983 n. 184, “Diritto del minore ad una famiglia”. Secondo l’art. 6 c. 1 “L’adozione è consentita a coniugi uniti in matrimonio da almeno tre anni.”, ma sono previste deroghe per alcuni casi specifici. L’art. 44 c. 3, infatti, consente l’adozione, “oltre che ai coniugi, anche a chi non è coniugato” nei seguenti casi:
– persone unite al minore da vincolo di parentela fino al sesto grado o da preesistente rapporto stabile e duraturo, quando il minore sia orfano di padre e di madre;
– quando il minore si trovi nelle condizioni indicate dall’articolo 3, comma 1, della legge 5 febbraio 1992, n. 104, e sia orfano di padre e di madre;
– quando vi sia la constatata impossibilità di affidamento preadottivo.
La ratio legis trova una espressa manifestazione nell’art. 57 n. 2, laddove impone al Tribunale di verificare se l’adozione ex art. 44 “realizza il preminente interesse del minore“. Si tratta di una precisazione di grande rilevanza: è pur vero che tutta la normativa sull’adozione si ispira alla realizzazione di tale interesse, ma l’esigenza avvertita dal Legislatore di far esplicito riferimento ad esso trova ragione proprio perché la norma chiede requisiti meno rigorosi di quelli previsti per gli adottanti in via legittimante, con un procedimento più rapido e semplificato. Pertanto il legislatore con l’art. 44, oltre ad aver posto precisi limiti ed individuato casi tassativi per limitare la portata dell’istituto, lo circonda di ulteriori cautele, precisando che comunque sarà necessaria un’ulteriore valutazione, cioè che l’adozione realizzi il “preminente interesse del fanciullo” (cfr. sentenza della Corte di Cassazione, Sez. Civile, n. 21651 del 19 ottobre 2011). Peraltro, se l’apprezzamento e la realizzazione di tale interesse costituiscono il limite invalicabile dell’applicazione dell’istituto, essi rappresentano anche una importante chiave interpretativa dello stesso.
Orbene, l’adozione ai sensi dell’art. 44 c. 1 lett. d) non può non applicarsi anche a conviventi del medesimo sesso, dal momento che tale articolo non discrimina tra coppie conviventi eterosessuali o omosessuali, anche alla luce degli artt. 2, 3, 29 e 30 Cost. e dei principi della Convenzione Europea sui Diritti Umani e le Libertà Fondamentali (c.d. CEDU) a cui l’Italia ha scelto di aderire.
Con sentenza n. 299 del 30 luglio 2014, il Tribunale per i Minorenni di Roma ha accolto il ricorso ai sensi della L. 184/1983 art. 44, spiegando che: “… nella fattispecie che ci occupa la ricorrente chiede disporsi nei propri confronti l’adozione della figlia della propria convivente. Ebbene, nella nostra normativa di settore non v’è divieto alcuna, a giudizio di questo Collegio, per la persona singola, quale che sia il suo orientamento sessuale, ad adottare. Esclusivamente per l’adozione legittimante (nazionale ed internazionale) viene richiesto che ad adottare siano due persone unite da rapporto di coniugio riconosciuto dall’ordinamento italiano; ma nel nostro sistema il legislatore ha introdotto una seconda forma di adozione – l’adozione in casi particolari- in base alla quale, nell’interesse superiore del minore, la domanda di adozione può essere proposta anche da persona singola, ai sensi del combinato disposto dell’art. 44 lettera d) e dell’art. 7 della medesima L. 184/83. Nessuna limitazione è prevista espressamente, o può derivarsi in via interpretativa, con riferimento all’orientamento sessuale dell’adottante o del genitore dell’adottando, qualora tra di essi vi sia un rapporto di convivenza.”
In questo caso, la sentenza ha dato un’interpretazione ampia della norma, riconoscendo che l’impossibilità di affidamento preadottivo può essere una impossibilità non solo de facto, che consente di realizzare l’interesse preminente di minori in stato di abbandono ma non collocabili in affidamento preadottivo, ma anche una impossibilità de iure, che permette di tutelare l’interesse di minori (anche non in stato di abbandono) al riconoscimento giuridico di rapporti di genitorialità più compiuti e completi. Tale interpretazione è pienamente conforme alla littera legis, che prevede come unica condizione per l’adozione ai sensi dell’art. 44 c. 1 lett. d) l’impossibilità dell’affidamento preadottivo. Essa ha altresì consentito di realizzare l’interesse superiore del minore in linea con la ratio legis, che una interpretazione più restrittiva avrebbe invece seriamente limitato.
Corte d’Appello, Milano, sentenza del 16 ottobre 2015
Secondo la Corte d’Appello, pertanto, “non vi è alcuna ragione per ritenere in linea generale contrario all’ordine pubblico un provvedimento straniero di adozione piena tra una persona non coniugata e il figlio riconosciuto del partner, anche dello stesso sesso, una volta valutato in concreto che il riconoscimento dell’adozione, e quindi il riconoscimento di tutti i diritti e doveri scaturenti da tale rapporto, corrispondono all’interesse superiore del minore al mantenimento della vita familiare con ambedue le figure genitoriali”. Anzi, continua il Collegio, l’adozione piena da parte della madre adottante “appare idonea ad attribuire alla minore un insieme di diritti molto più ampio e vantaggioso di quello garantito dall’adozione disciplinata dagli art. 44 e segg. della L. 184/1983, anche nei confronti della famiglia d’origine dell’adottante, con la quale”– la minore – “sembra aver sempre mantenuto rapporti affettivi e di vicinanza significativi.”
Secondo il Collegio, il ricorso merita accoglimento ai sensi della L. 183/1984 art. 44 c. 1 lett. d), perché l’adozione risponde al preminente interesse della minore medesima.