Source: http://dirittoegiustizia.it/allegati/23/0000086297/TAR_Lazio_sez_III_sentenza_n_11487_19_depositata_il_2_ottobre.html
Timestamp: 2020-01-29 21:53:54+00:00
Document Index: 175003348

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 22', 'art. 22', 'art. 267', 'art. 22', 'art. 101', 'art. 22', 'art. 9', 'art. 22', 'art. 33', 'art. 9', 'art. 3', 'art. 22', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 22', 'art. 9', 'art. 22', 'art. 8', 'art. 33', 'art. 22', 'art. 22', 'art. 8', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 24', 'art. 22', 'art. 33', 'art. 22']

(TAR Lazio, sez. III, sentenza n. 11487/19; depositata il 2 ottobre) - PROFESSIONE | Diritto e Giustizia
TAR Lazio, sez. III, sentenza 8 maggio – 2 ottobre 2019, n. 11487
1. – Con ricorso notificato il 16 febbraio 2016 e depositato il successivo giorno 26, le Associazioni sindacali forensi e i singoli Avvocati in epigrafe (i quali affermano di non essere iscritti all’Albo speciale per il patrocinio di fronte alle Giurisdizioni superiori) hanno impugnato, chiedendone l’annullamento previa sospensione cautelare, il regolamento del Consiglio Nazionale Forense (CNF) n. 1 del 20 novembre 2015, emesso in attuazione dell’art. 22 della legge n. 247 del 2012, che disciplina i corsi per l’iscrizione all’Albo speciale per il patrocinio davanti alle Giurisdizioni superiori; i medesimi hanno impugnato, inoltre, il bando per l’ammissione al corso tenuto dalla Scuola Superiore dell’Avvocatura (SSA), propedeutico all’iscrizione nel detto Albo.
1) Violazione, erronea interpretazione e falsa applicazione di legge (artt. 3, 33, 41 della Costituzione; artt. 56, 101 e 102 del TFUE), violazione dei principi generali di iniziativa economica, violazione dei principi comunitari di tutela della concorrenza, illegittimità derivata per l’illegittimità costituzionale e violazione delle disposizioni e dei principi comunitari dell’art. 22 della legge n. 247\2012, eccesso di potere per disparità di trattamento, ingiustizia manifesta.
Il motivo aveva il dichiarato fine che questo TAR sollevasse questione di legittimità costituzionale, o questione di compatibilità comunitaria ai sensi dell’art. 267 TFUE, in rapporto all’art. 22, della legge n. 247 del 2012.
Per la prima censura, il Regolamento impugnato, sarebbe lesivo di norme e principi comunitari posti a tutela della concorrenza, ed in particolare dell’art. 101 TFUE, in quanto attribuisce al CNF (che sarebbe da qualificarsi come “associazioni di imprese” alla luce del diritto dell’Unione), in via esclusiva, sia il compito di organizzare i corsi di accesso all’esame propedeutico all’iscrizione nell’Albo dei patrocinanti davanti alle Giurisdizioni superiori, sia il compito di organizzare detto esame di verifica; e se, forse, potrebbe ammettersi (in tesi) che il CNF organizzi la verifica finale di idoneità, invece violerebbe il libero gioco concorrenziale la previsione del potere esclusivo di organizzazione dei corsi propedeutici presso la Scuola superiore dell'avvocatura.
Per la seconda censura, l’art. 22 della legge n. 274 del 2012 contrasterebbe con le norme costituzionali in rubrica perché recherebbe disparità di trattamento fra gli Avvocati formatisi in Italia e gli Avvocati stabiliti in Italia, che, ai sensi dell’art. 9 del d. lgs. n. 96 del 2001, possono iscriversi ad una specifica sezione dell’Albo dei cassazionisti dopo il semplice decorso di dodici anni di esercizio professionale.
Per la terza censura, l’art. 22 della citata legge professionale contrasterebbe, altresì, con l’art. 33 comma V della Costituzione, che prescrive un esame di Stato per l’abilitazione alla professione forense.
2) Violazione, erronea interpretazione e falsa applicazione di legge (L. n. 247 del 2012, art. 9 d. lgs. n. 96 del 2001, artt. 3, 33, 41 della Costituzione; artt. 56, 101 e 102 del TFUE, art. 3 L. 241\90), violazione dei principi generali di iniziativa economica, violazione dei principi comunitari di tutela della concorrenza, eccesso di potere per disparità di trattamento, irragionevolezza, contraddittorietà, incongruità, difetto assoluto di motivazione, ingiustizia manifesta, illegittimità propria e derivata.
Con il secondo mezzo, i ricorrenti censurano il Regolamento, invece, per asserito contrasto con il parametro di rango legislativo di riferimento, ossia proprio con l’art. 22 della legge n. 247 del 2012.
Ciò, sotto diversi profili:
- sarebbe innanzitutto illogico e foriero di disparità di trattamento fra Avvocati operanti in diversi settori del diritto, richiedere per l’accesso al corso, in via alternativa, una esperienza minima il patrocinio, negli ultimi quattro anni, in dieci giudizi davanti alle Corti di Appello civili, in venti giudizi davanti alle Corti di Appello penali o in venti giudizi davanti alla giurisdizione amministrativa, contabile e tributaria (art. 4);
- altrettanto illogico sarebbe l’avere previsto, in sede di prova di accesso ai Corsi, domande vertenti sia sul diritto processuale civile, che su quello penale, che su quello amministrativo, che, ancora, in tema di giustizia costituzionale, posto che agli aspiranti è richiesto di specificare la materia sulla quale intende sostenere, alla fine del corso, la prova di idoneità (art. 4);
- la legge prevedrebbe che il CNF sia competente a nominare soltanto la Commissione per la verifica finale di idoneità, e non anche quella per l’esame di accesso ai corsi, la cui nomina sarebbe di esclusiva competenza ministeriale (art. 3 comma III del regolamento, art. 3 del bando);
- inoltre, l’attribuzione al CNF di regolamentare il corso per l’accesso all’Albo dei cassazionisti attraverso la SSA non potrebbe spingersi (sotto l’aspetto evidenziato nel punto che precede) fino al potere di controllare, tramite propria Commissione, l’accesso al corso.
Con ordinanza n. 12874\2016, pubblicata il 30 dicembre 2016, il Collegio, dopo avere ritenuto infondate le eccezioni di inammissibilità sollevate dalla difesa del CNF, ha dichiarato rilevante e non manifestamente infondata, in relazione all’articolo 3, comma secondo, della Costituzione, la questione di legittimità costituzionale dell’art. 22, comma secondo, della legge n. 247 del 2012, ha disposto la sospensione del presente giudizio ed ha ordinato l’immediata trasmissione degli atti alla Corte Costituzionale.
In particolare, i ricorrenti, con atto notificato il 27 febbraio 2019 e depositato il successivo 4 marzo, denominato “Memoria da valere all’occorrenza anche come motivi aggiunti”, ha affermato che la intervenuta modifica da parte del legislatore nazionale dell’art. 9 del decreto legislativo n. 96\2001 non avrebbe eliminato dall’ordinamento nazionale la disparità di trattamento determinata dall’art. 22 della legge n. 247/2012 nei confronti degli Avvocati che hanno conseguito il titolo in Italia e che intendono patrocinare innanzi alle Magistrature superiori, dal momento che per l’art. 8 della legge n. 31/1982 gli Avvocati con titolo conseguito in altri Paesi Europei possono di patrocinare in Italia dinanzi alle Magistrature superiori, indipendentemente dall’iscrizione nell’Albo speciale di cui all’art. 33 del regio decreto-legge n. 1578/1933, purché dimostrino di aver esercitato la professione nello Stato membro di provenienza per almeno dodici anni.
Per tale ragione i ricorrenti hanno chiesto che questo TAR sollevi la questione di legittimità costituzionale dell’art. 22 della legge n. 247/2012 per i profili di cui al ricorso introduttivo e nella memoria da valere anche come motivi aggiunti, oltre che l’accoglimento del ricorso e l’annullamento il Regolamento impugnato, ove occorra anche a seguito di rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia dell’Unione Europea in merito ai ritenuti profili di contrasto dell’art. 22 della legge n. 247/2012 e del regolamento del CNF 20 novembre 2015 n. 1 con le disposizioni del TFUE e con i principi di diritto europeo di cui al ricorso introduttivo.
Le Amministrazioni resistenti hanno insistito per il rigetto delle dette questioni e dell’impugnativa.
Ritiene il Collegio che tali rilevanza e non manifesta infondatezza facciano adesso difetto: e le relative argomentazioni inducono, per comodità espositiva, ad esaminare per prima la questione sollevata dai ricorrenti con l’atto denominato al contempo memoria e ricorso per motivi aggiunti.
2. – Né la disparità di trattamento può essere ritenuta perdurare (e così, quindi, la rilevanza e la non manifesta infondatezza della questione già sollevata) a causa della mancata abrogazione espressa dell’art. 8 della legge n. 31 del 1982.
In definitiva, la mancanza di rilevanza e la manifesta infondatezza delle questioni che i ricorrenti chiedono di sollevare con i motivi aggiunti derivano dal fatto che non si può rinvenire alcuna disparità di trattamento per effetto delle norme in questione, in quanto per esercitare stabilmente la professione forense in Italia (anche davanti alle Magistrature superiori) occorre essere Avvocati o Avvocati stabiliti, ed attenersi alla relativa disciplina; mentre i titoli di cui all’art. 1 della legge n. 31 del 1982 sono utili unicamente ad effettuare prestazioni legali una tantum nel nostro Paese da parte di professionisti che non sono né Avvocati né Avvocati stabiliti.
4. – Può adesso essere esaminato il ricorso introduttivo, che è infondato, e va respinto.
4.1. - Con la prima censura contenuta nel primo motivo i ricorrenti si dolgono del fatto che spetti solo al Consiglio Nazionale Forense il compito di porre e disciplinare la Scuola Superiore dell’Avvocatura, e, dunque, di istituire i corsi che conducono all’iscrizione nell’Albo dei patrocinanti davanti alle Giurisdizioni superiori, in quanto ciò contrasterebbe con i principi di concorrenza e di libera iniziativa economica tutelati sia dagli articoli 52, 101 e 102 del TFUE che con gli articoli 3, 33 e 41 della Costituzione.
La censura non può essere condivisa, e ciò, ancora una volta, alla luce di quanto affermato da questa Sezione nella su citata sentenza n. 11392\2015 a proposito della fondamentale funzione della professione forense nella tutela del diritto di difesa garantito dall’art. 24 della Costituzione, su cui –per brevità- si possono qui richiamare le considerazioni riprodotte al paragrafo precedente.
4.2. – La seconda censura contenuta nel motivo, che aveva dato luogo alla questione di legittimità costituzionale sollevata dal Collegio e definita dalla Corte Costituzionale con la su ricordata ordinanza n. 156\2018, va respinta.
4.3. – La terza censura, per cui l’art. 22 della citata legge professionale contrasterebbe con l’art. 33 comma V della Costituzione, che prescrive un esame di Stato per l’abilitazione alla professione forense, reca una questione di legittimità costituzionale manifestamente infondata, in quanto ciò che tale norma disciplina non è l’accesso alla professione forense, bensì –più limitatamente- il suo esercizio davanti ai massimi gradi della Giurisdizione.
5. – Con il secondo motivo i ricorrenti propongono diversi profili di censura avverso il Regolamento con cui il CNF ha disciplinato l’accesso alla Scuola Superiore dell’Avvocatura e l’esame finale per il conseguimento dell’iscrizione all’Albo degli Avvocati cassazionisti.
5.1. – Con il primo profilo di doglianza i ricorrenti denunziano che sarebbe illogico e foriero di disparità di trattamento fra Avvocati operanti in diversi settori del diritto, richiedere per l’accesso al corso, in via alternativa, una esperienza minima di patrocinio, negli ultimi quattro anni, in dieci giudizi davanti alle Corti di Appello civili, in venti giudizi davanti alle Corti di Appello penali o in venti giudizi davanti alla giurisdizione amministrativa, contabile e tributaria.
La censura è inammissibile per la sua evidente genericità, dal momento che non si cura neppure di precisare quale dovrebbe essere la quantità di procedimenti davanti alle diverse Giurisdizioni ritenuta congrua per l’accesso ai corsi, neppure sotto il profilo della durata (statistica) dei giudizi nei diversi plessi.
5.2. – Il secondo profilo afferma che sarebbe illogico l’avere previsto, in sede di prova di accesso ai Corsi, domande vertenti sia sul diritto processuale civile, che su quello penale, che su quello amministrativo, che, ancora, in tema di giustizia costituzionale, posto che agli aspiranti è richiesto di specificare la materia sulla quale intende sostenere, alla fine del corso, la prova di idoneità.
Ed invero risulta coerente con il diritto di difesa -cui più volte si è fatto riferimento nella presente motivazione quale giustificazione del regime pubblicistico della professione forense- la richiesta all’aspirante avvocato cassazionista, sottesa alla previsione regolamentare contestata, di una cultura giuridica non già –per così dire- “a compartimenti stagni”, bensì allargata a tutte le principali branche del diritto: specie ove si pensi che, in realtà, tali “compartimenti stagni” non esistono, dal momento che, di regola, ogni settore della scienza presuppone ed utilizza concetti di altri settori; basti pensare, a titolo di esempi, a come i cultori del diritto amministrativo debbano bene conoscere la disciplina degli appalti sia fino nella fase dell’aggiudicazione che dopo di essa, nella fase dell’esecuzione (non foss’altro che per discernere tra i casi in cui vi sia la giurisdizione amministrativa oppure quella ordinaria), oppure in cosa si concreti la differenza di disciplina proprietaria dei beni pubblici da quella dei beni privati; o a come i cultori del diritto penale debbano fare riferimento a concetti giuridici mutuati dagli altri settori del diritto al fine di verificare se sia integrata la fattispecie di reato positivizzata; o, ancora, a come i cultori del diritto tributario non possano non conoscere concetti basilari del diritto civile o di quello amministrativo.
La necessità che l’avvocato sia dotato di solide basi di tutte le principali discipline giuridiche, rispondente ai più volte richiamati motivi di interesse pubblico, trova corrispondenza nella essenziale circostanza per cui a nessun avvocato è precluso di patrocinare davanti a tutte le Corti cause afferenti all’una o all’altra disciplina giuridica: è infatti lasciata unicamente alla responsabilità del singolo professionista la scelta (connotata da profili deontologici) se assumere o non una causa in una materia in cui egli sia più o meno versato.
5.3. – Non ha pregio nemmeno la censura, secondo cui la legge prevedrebbe che il CNF sia competente a nominare soltanto la Commissione per la verifica finale di idoneità, e non anche quella per l’esame di accesso ai corsi, la cui nomina sarebbe di esclusiva competenza ministeriale: tale competenza ministeriale, infatti, non è prevista da alcuna disposizione di legge, né l’art. 22 della legge n. 247\2012 preclude la regolamentazione (anche) dell’accesso alla Scuola al CNF, che, anzi, essendo l’organizzatore di quest’ultima, non può che essere il soggetto che alla medesima regola l’accesso.
5.4. – Va infine respinto l’ultimo profilo di doglianza, per cui l’attribuzione al CNF di regolamentare il corso per l’accesso all’Albo dei cassazionisti attraverso la SSA non potrebbe spingersi fino al potere di controllare, tramite propria Commissione, l’accesso al corso: a questo fine, in ossequio al principio di sinteticità, può essere fatto utile riferimento a quanto detto in precedenza, sotto un profilo generale, rispetto alla funzione rimessa all’Ente pubblico CNF dalla normativa di riferimento per il perseguimento di specifici interessi pubblici.
6. – In conclusione, il ricorso ed i motivi aggiunti vanno respinti
7. – Le spese, attese le peculiarità della questione e la rilevanza e non manifesta infondatezza di una delle questioni di costituzionalità che i ricorrenti hanno chiesto di sollevare nel corso del giudizio, possono essere compensate per intero.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Terza), respinge il ricorso ed i motivi aggiunti in epigrafe.