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Timestamp: 2016-02-12 18:08:18+00:00
Document Index: 68159525

Matched Legal Cases: ['art. 117', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 134']

Il diritto civile nella legalità costituzionale secondo il sistema italo-comunitario delle fonti - Riassunto - Diritto Civile - Perlingieri - Capitolo 8, Riassunti di Diritto Civile	{{#items}}
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CAPITOLO OTTAVO “L’AUTONOMIA NELLA PLURALITA’ E GERARCHIA DELLE FONTI E DEI VALORI”1. PLURALITA’ DELLE FONTI NORMATIVE: OPPORTUNITA’ DI UNA RIDEFINIZIONE.Sono fonti del diritto gli atti o i fatti mediante l’interpretazione dei quali si determina la norma. Le fonti, a loro volta, sono individuate da altre norme (c.dd. norme sulla produzione giuridica). Ogni norma è posta da una norma superiore: al vertice della gerarchia c’è la Costituzione, il fondamento della quale risiede nella sua legittimità. “La legge statale è valida soltanto se rispettosa e attuativa dei valori espressi dai corrispondenti principi costituzionali. La legge incostituzionale equivale a legge invalida in quanto è esercizio del potere in violazione del suo principio di legittimazione. La legittimità non è assorbita dalla legalità, ma la fonda: la legalità è rispetto della legge unicamente se la legge è conforme alla Costituzione”- Perlingieri. La legalità esprime anche l’esigenza di ricostruire i nessi tra le molteplici fonti operanti sul medesimo territorio.Ogni potere, in un contesto costituzionale fondato sulla divisione dei poteri, finisce sempre con l’integrarsi con l’esercizio di altri poteri. Sicché l’autonomia c.d. privata si integra con gli altri poteri e confluisce nell’ordinamento complessivo quale insieme di principi e regole predisposte ed attuate con la funzione di dettare ordine nella società. Anche l’autonomia, esercitata iure privato rum, è sintesi di valori scelti e di valori imposti, è auto ed etero-regolamentazione. “Si giustifica, pertanto, l’opinione di chi reputa che l’autonomia privata sia una fonte del diritto vera e propria operante in concorso con la legge. L’attività negoziale o contrattuale è un’attività che produce una norma giuridica (l’autovincolamento) operante nel concreto dei rapporti umani. L’unitarietà dell’ordinamento non esclude, quindi, la pluralità e l’eterogeneità delle fonti: tale pluralità ha il suo momento unificante nell’ordinamento che concorre a produrre. Quando lo Stato esaurisce in sé tutta la produzione legislativa, la teoria della pluralità delle fonti non ha spazio: la fonte formale e la fonte sostanziale tendono ad identificarsi nello Stato accentrato. Al contrario, laddove si da spazio ad un pluralismo di entità decentrate ed autonome, che non si esauriscono nello Stato – si pensi agli enti locali o sovranazionali – e che legiferano in virtù di un potere proprio (rectius godono di una sfera di autonomia riconosciuta o istituita dal potere sovrano), si produce pluralismo di fonti.L’ordinamento, unitariamente considerato, è composto di norme diverse, che hanno origine nei poteri più disparati, e tra tali norme determina una gerarchia:•FONTI COSTITUZIONALI (Costituzione e leggi costituzionali);•FONTI COMUNITAIRE e talune FONTI INTERNAZIONALI;•FONTI PRIMARIE (leggi ordinarie, d.lgs., d.legge, leggi regionali…);•FONTI SECONDARIE (regolamenti amministrativi)•FONTI TERZIARIE (consuetudine e, secondo taluni, regolamenti e statuti di impresa, condominio, associazione).L’opportunità di una ridefinizione del fonti normative si desume se si tiene conto di alcuni fenomeni:a) rilevanza normativa dei principi costituzionali e loro incidenza sui rapporti intersoggettivi;b) efficacia immediata del diritto comunitario;c) c.d. contrattazione collettiva, che tende ad investire tutti i settori della società. Infatti, il legislatore ha scoperto che essa, non solo costituisce la forma aggiornata dell’autonomia privata nell’epoca della contrattazione di massa, ma anche che essa può rivelarsi un utile strumento per realizzare importanti obiettivi di politica del diritto;d) diffusa abitudine di legiferare mediante l’atto amministrativo e il regolamento che cagionano problemi sia sotto il profilo della gerarchia che della sindacabilità, in quanto è discussa la loro natura di atti “aventi forza di legge”.L’accentuata pluralità delle fonti è in gran parte dovuta al decentramento c.d. amministrativo, attuato sia riconoscendo agli enti territoriali poteri autonomi ed esclusivi, sia delegando loro taluni poteri. La ristrutturazione amministrativa, accentuata dalla riforma del titolo V della seconda parte della Cost., è destinata a produrre una diversificata “geografia giuridica” caratterizzata da un disegno politico di regionalizzazione e localizzazione del diritto, ispirato al principio di sussidiarietà – il preambolo della Carta dei diritti fondamentali dell’U.E. esalta le diverse identità locali e afferma che, in un mondo globalizzato, la regione rappresenta il momento di avvicinamento tra la domanda sociale e le autorità che sono chiamate a soddisfarla. La Corte cost. ha ripetutamente affermato che la legislazione regionale non può riguardare materie di diritto privato volte a salvaguardare l’unità e l’eguaglianza. A tale affermazione occorre sollevare un’obiezione: un diritto civile regionale è giustificabile non soltanto perché il sistema è unitario, sicché è impossibile separare diritto pubblico e diritto privato, ma anche perché non si può escludere a priori che l’eguaglianza si realizzi mediante il pluralismo locale. A tal riguardo occorre ricordare come la stessa Cost. attribuisca alla normativa regionale il compito di rimuovere “ogni ostacolo che impedisce la piena parità degli uomini e delle donne nella vita sociale, culturale ed economica” (art. 117, 7°co. Cost.).
Esegui il login o registrati per scaricare il documento	In epoca di crisi della sovranità e, dunque, della legge, l’autonomia privata (o meglio negoziale) è chiamata a svolgere un ruolo organizzativo di sottoinsiemi sociali. Si pensi alla c.d. autodisciplina che consente, quando difetta una disciplina eteronoma, di provvedere a regolare talune categorie di interessi con atti di autonomia. Emblematica è la vicenda dei c.dd. codici di autodisciplina che consistono in un complesso di regole che talune categorie di operatori economici si danno e si impegnano ad osservare nello svolgimento della loro attività, sotto pena di misure sanzionatorie irrogate da organismi da esse creati. Negli ultimi tempi le materie regolate da norme di autodisciplina sono state oggetto di interventi “esterni”: i settori economici regolati da codici di autodisciplina sono stati progressivamente governati da fonti eteronome. Queste, tuttavia, non hanno sottratto ai codici ogni spazio di operatività, tant’è che non di rado vi si richiamano in funzione integrativa, delineando così un concorso di fonti (autonome ed eteronome) nella regolamentazione dei rapporti tra operatori e consumatori/utenti. Nella complessità della produzione normativa si deve anche aver riguardo all’attività di supplenza e di stimolo svolta dalla Corte cost. la quale può innovare il sistema cancellando una disposizione (sentenza di accoglimento), imponendo (sentenza interpretativa di accoglimento) o consigliando (sentenza interpretativa di rigetto) una certa interpretazione, ampliando il quadro dei soggetti titolari di un diritto di prestazione (sentenza additiva di accoglimento). Sulla teoria delle fonti hanno un’influenza particolare le sentenze c.dd. interpretative di una disposizione che, tra le possibili interpretazioni, fissa quella che appare costituzionale e pertanto non la elimina, oppure considera la norma costituzionalmente illegittima, benché non sia tale in tutte le sue possibili applicazioni. La dottrina delle fonti deve, dunque, essere integrata con quella della giurisprudenza costituzionale.Non meno importante sono, nell’ottica del sistema italo-comunitario delle fonti, le sentenze interpretative emanate dalla Corte di Giustizia dell’UE. Queste pronunce hanno la stessa forza normativa della fonte comunitaria interpretata (regolamento o direttiva).Occorre, inoltre, considerare l’apporto c.d. interpretativo desumibile dalla prassi. I precedenti giurisprudenziali, le prassi giudiziaria e notarile, finiscono col diventare punti di riferimento privilegiati, ovviamente nei limiti della loro rispondenza ai principi giuridico-formali.È necessario, infine, valutare il ruolo delle c.dd. Autorità indipendenti, dette anche Authorities. Ad esse sono state affidate funzioni di garanzia, controllo e regolamentazione in materie di particolare rilevanza per lo sviluppo dei rapporti giuridico-sociali: il mercato dei valori mobiliari (Consob), la concorrenza tra imprese (Autorità garante della concorrenza e del mercato)…Molteplici gli interrogativi sollevati attorno alla natura e alle funzioni delle autorità: accanto al sospetto di illegittimità costituzionale di tali organismi, delicata è la questione della dichiarata “indipendenza”. Inoltre, l’emanazione di norme regolamentari o provvedimenti ha messo in luce la necessità di collocare nell’attuale assetto delle fonti tale “normazione atipica” anche se è dubbio se considerarla atto amministrativo o normativo. Le questioni restano aperte. Perlingieri, pertanto, auspica l’introduzioni di Autorità garanti di rilevanza costituzionale. 2. GERARCHIA DELLE FONTI E LORO ARMONIZZAZIONE.L’ordinamento, unitariamente considerato, è composto di norme diverse, che hanno origine nei poteri più disparati, e tra tali norme determina una gerarchia rigida raffigurabile con una piramide. All’apice di questa v’è la norma costituzionale. Le leggi ordinarie dello Stato, espressioni sia del Parlamento che del Governo, si devono armonizzare con la Costituzione. Se ciò non avviene si pone un problema di legittimità costituzionale. Sullo stesso piano delle leggi statali si collocano le leggi regionali che si devono armonizzare sia con le leggi ordinarie sia con i principi costituzionali. Le leggi provinciali, a loro volta, non possono essere in contrasto con quelle regionali, quelle dello Stato e con i principi costituzionali. Gli atti di autonomia, sia collettiva sia individuale, non possono contrastare con le leggi regionali, statale e con i principi costituzionali. In una posizione rinforzata rispetto alle norme statali sono gli atti normativi dell’Unione europea: così i regolamenti sono direttamente obbligatori e immediatamente applicabili all’interno degli stati membri, senza necessità di leggi interne di recezione. Essi hanno per destinatari i soggetti dell’ordinamento comunitario e, quindi, i soggetti di diritto interno e nazionale; per oggetto specifici settori; per finalità la creazione di una legislazione uniforme. Le norme internazionali pattizie, invece, un atto-fonte di recepimento. Ciò avviene o con una legge apposita che da l’ordine di esecuzione del trattato ratificato (ordine di esecuzione), o con specifici atti normativi che immettono nell’ordinamento interno una disciplina corrispondente a quanto il trattato stabilisce (adattamento speciale ordinario). L’opinione prevalente reputa che le norme internazionali pattizie abbiano lo stesso valore dell’atto normativo che le recepisce: quello di legge ordinaria che può essere modificata da una legge ordinaria successiva e possono essere dichiarate incostituzionali. Tuttavia, le fonti interne che recepiscono il diritto internazionale resistono all’abrogazione da parte di fonti interne successive quando la loro osservanza risponda ad un interesse costituzionale dell’ordinamento.3. GERARCHIA DEI VALORI.
Esegui il login o registrati per scaricare il documento	La gerarchia delle fonti non risponde solo ad una ragione di certezza formale dell’ordinamento per risolvere i conflitti tra le norme poste da diverse fonti, ma è ispirata soprattutto ad una logica sostanziale, cioè ai valori e alla loro rispondenza alla filosofia della vita presente nel modello costituzionale: è lo strumento mediante il quale il sistema normativo assicura l’attuazione dei propri principi. Non è semplice reperire un criterio di individuazione della nozione di “valore”. Il termine è usato abitualmente in due accezioni:•come qualsiasi cosa ritenuta oggettivamente importante o soggettivamente desiderata;•come criterio di valutazione, come principio generale in base al quale approviamo o disapproviamo una certa azione. Nel linguaggio comune i “valori”, al plurale, indicano gli ideali a cui gli esseri umani aspirano. Il valore è unitario ma i suoi aspetti sono molteplici: politici, sociali, etici, filosofici, giuridici. Quindi si tratta di un criterio sincretico dovuto a tanti profili tutti concorrenti. Tuttavia v’è soltanto un criterio al quale il giurista può e deve fare riferimento: il dato normativo, espressione e sintesi della molteplicità dei criteri che tendono ad individuare il valore. La norma, quella interpretata, vivente, si presenta come criterio che tende ad uniformare la realtà attraverso un continuo adeguamento della norma al fatto e del fatto alla norma. Quanto più l’ordinamento giuridico s’identifica con quello sociale, politico, economico, tanto più l’identificazione del valore fondata sul criterio normativo sarà rispondente alla realtà. I valori ai quali si deve far riferimento sono dunque giuridici; valori giuridici che si rinvengono, innanzitutto, nelle norme costituzionali. 4. FONTI SOVRANAZIONALI: I REGOLAMENTI E LE DIRETTIVE COMUNITARIE.La Comunità europea, istituita con Trattato reso esecutivo nel 1957, ha il compito di promuovere, mediante l’instaurazione di un mercato comune e di un’unione economica e monetaria, uno sviluppo armonioso, equilibrato e sostenibile delle attività economiche , un elevato livello di occupazione e di protezione sociale, la parità tra uomini e donne, un alto grado di competitività, il miglioramento del tenore e della qualità della vita. Tutto ciò soprattutto realizzando la libera circolazione delle persone, dei servizi e dei capitali, garantendo la libera concorrenza, promuovendo il riavvicinamento delle legislazioni nazionali e instaurando una politica comune nei settori dell’agricoltura e dei trasporti. Sicché tutti gli accordi tra imprese che abbiano per oggetto o per effetto di impedire, restringere o falsare il gioco della concorrenza sono vietati e quindi nulli di pieno diritto. Per l’assolvimento di tali compiti gli organi comunitari, oltre a prendere decisioni e a formulare raccomandazioni e pareri, stabiliscono regolamenti e direttive. I regolamenti, obbligatori in tutti i loro elementi, hanno portata generale e sono direttamente applicabili in ciascuno degli Stati membri anche nei rapporti interprivati. Dovere del giudice è di individuare la normativa da applicare considerando l’insieme delle disposizioni purché il procedimento di produzione giuridica trovi la sua legittimazione formale nell’ambito dell’ordinamento di appartenenza. La pluralità delle fonti non comporta necessariamente una concezione pluralistica o atomistica dell’ordinamento: questo ha una sua unitarietà allorché è fondato su valori unitari e sulla gerarchia delle fonti che concorrono a formarlo. Ciò significa ce in tale gerarchia i regolamenti comunitari hanno una peculiare vigenza e prevalgono sulle leggi nazionali. Il problema si pone in relazione alla loro possibile non conformità a principi costituzionali; occorre cioè chiedersi se il regolamenti comunitari siano suscettibili di controllo di legittimità costituzionale. La risposta positiva discende dal fatto che per “legge dello Stato”, di cui all’art. 134 Cost., si deve intendere non soltanto la legge approvata dagli organi statali, ma qualsiasi disposizione avente forza di legge nel territorio statale. In caso contrario, i regolamenti comunitari finirebbero con il rappresentare variabili indipendenti, interpretabili dalla sola Corte di Giustizia. I diritti fondamentali e i principi dell’ordinamento costituzionale, invece, rappresentano i limiti all’attività normativa dell’UE, la quale non può con i suoi regolamenti toccare la struttura e i valori caratterizzanti la nostra Cost.Occorrerà attendere che sia sovraordinata alle costituzioni e ai principi costituzionali nazionali degli Stati membri una costituzione dell’UE con le relative garanzie. Resta comunque la necessità di sottoporre alla nostra Corte cost. la questione di legittimità per come la fonte comunitaria è interpretata dalla Corte di giustizia. Quanto alla direttiva, essa non è immediatamente applicabile ma richiede che ciascuno Stato la attui, emanando disposizioni interne corrispondenti, sotto responsabilità del danno che l’inerzia o il ritardo nella recezione provoca al cittadino. Da qualche tempo la prassi ha individuato una categoria di direttive con efficacia diretta: quando esse siano incondizionate, sufficientemente precise e sia scaduto il termine concesso allo Stato membro per il recepimento, la direttiva è direttamente applicabile nei rapporti tra cittadino e autorità statale (c.d. efficacia verticale), mentre ne è esclusa l’applicabilità diretta nei rapporti tra cittadini (c.d. efficacia orizzontale). Le direttive con efficacia diretta prevalgono sulle leggi ordinarie interne ma sono comunque sottoposte alla Costituzione italiana.
Esegui il login o registrati per scaricare il documento	La totale identificazione tra regolamenti e direttive direttamente applicabili è però esclusa perché il Trattato distingue tra interventi di unificazione e interventi di armonizzazione legislativa e quindi gradua gli interventi secondo che sia necessaria la stessa disciplina (regolamento) o basti l’omogeneità, l’analogia di disciplina (direttiva). La direttiva direttamente applicabile pone problemi per la teoria delle fonti. Essa, anche quando non direttamente applicabile, vale come criterio per l’interpretazione del diritto interno. Dipende dell’interpretazione del giudice nazionale, chiamato ad individuare il diritto applicabile, se la direttiva sia idonea a prevalere sulle fonti primarie nazionali o se costituisca un mero parametro di preferibilità tra le molteplici interpretazioni possibili delle fonti interne. Il giudice, se valuta la direttiva direttamente applicabile, disapplica la legge ordinaria statale con essa contrastante; diversamente, applica soltanto la legge statale, interpretandola in modo conforme alla direttiva. Pertanto, le direttive hanno forza normativa in dipendenza del loro contenuto, cioè di un criterio sostanziale (direttiva dettagliata e quindi direttamente applicabile). Ciò rappresenta un’anomalia nel nostro sistema perché introduce, ad un livello superiore a quello delle fonti primarie, criteri di identificazione della fonte non formali. Nel rispetto del Trattato, occorre insistere sulla vincolatività soltanto di principio delle direttive: il suo contenuto normativo è vincolante solo per quanto riguarda il conseguimento dello scopo. Pertanto, la legislazione ordinaria interna deve rispettare solo lo scopo mentre può derogare alla normativa di dettaglio eventualmente inserita nella direttiva, purché non siano messi a repentaglio i principi della stessa. 5. DALL’AUTONOMIA “PRIVATA” ALL’AUTONOMIA “NEGOZIALE”.Non è semplice definire l’autonomia privata. Una definizione usuale intende per “autonomia privata” il potere, riconosciuto o concesso dall’ordinamento statale ad un individuo o a un gruppo, di determinare “vicende giuridiche” in conseguenza di comportamenti liberamente tenuti. In particolare, l’autonomia privata viene riconosciuta come attività e potestà, creativa, modificativa o estintiva di rapporti giuridici fra privato e privato. Al fondo di questa concezione risiede la libertà di regolare da sé le proprie azioni, cioè di determinare le regole mediante una concorde intesa. Dietro il fascino della formula, tuttavia, non si è inteso altro che liberismo economico e traduzione in regole giuridiche di rapporti di forza mercantili. Questa concezione è radicalmente cambiata nell’ambito della gerarchia costituzionale dei valori ove la libertà della persona subordina a sé l’iniziativa economica. Il quadro attuale va quindi rimeditato con attenzione. Si ritiene superata la distinzione tra natura privata o pubblica del soggetto che compie l’atto di regolamentazione dell’interesse, sicché è esplicazione di autonomia anche quella di un ente pubblico che decide di agire, non iure imperii ma iure privatorum – ad es. un comune che vuole acquisire un immobile può concludere un contratto di compravendita col proprietario anziché ricorrere ad un provvedimento autoritativo. Emerge, quindi, l’inesattezza della tradizionale definizione di autonomia privata come potere riconosciuto o attribuito ad un “privato”: il potere spetta in realtà a tutti i soggetti giuridici, siano esse privati o pubblici. Inoltre, c’è da considerare che la regolamentazione degli interessi può anche essere frutto dell’incontro di volontà di enti pubblici, talvolta previsto espressamente dalla legge. Si pensi al rinvio ai principi del codice civile per la disciplina degli accordi tra p.a. e cittadini. Pertanto gli strumenti offerti dallo ius civile hanno acquisito la fisionomia di strumenti di diritto comune svincolato dalla rigida dicotomia “diritto privato-diritto pubblico”. Alla luce di ciò, la locuzione “autonomia privata” può addirittura essere fuorviante.Quanto all’espressione “autonomia contrattuale”, essa coglie esclusivamente quell’attività che si manifesta con il compimento di un negozio bi- o plurilaterale a contenuto patrimoniale. Sicché la locuzione più idonea a cogliere la vasta gamma delle estrinsecazioni dell’autonomia e quella di “autonomia negoziale”, perché può riferirsi anche ai negozi a struttura unilaterale e ai negozi a contenuto non patrimoniale. Possiamo definire l’autonomia negoziale come il potere riconosciuto o attribuito dall’ordinamento al soggetto di diritto, pubblico o privato, di regolare con proprie manifestazioni di volontà interesse privati o pubblici, comunque non necessariamente propri. 6. AUTONOMIA PRIVATA COME DOGMA.L’autonomia privata è tuttora considerata un dogma: la sua nozione è strettamente legata a quella di iniziativa privata e di attività dei soggetti come espressione della propria libertà. La sua origine storica ed ideologica può essere ricondotta alle dottrine che, in una prospettiva individualistica, pongono la volontà dei soggetti al centro dell’ordinamento. Sul presupposto che ciascuno è il miglior giudice dei propri interessi, l’autonomia privata e innanzitutto autodeterminazione, autoregolamentazione, potere della volontà. Circa la natura dell’atto di autonomia privata, si contendono il campo 2 teorie:•La teoria volontaristica che considera l’atto negoziale come potere della volontà, con i limiti
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