Source: http://zero39.org/
Timestamp: 2016-08-29 21:30:43+00:00
Document Index: 160548362

Matched Legal Cases: ['art. 23', 'art. 35', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 7', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 51', 'art. 8', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Notizie in pillole e approfondimenti in tutti i settori professionali di interesse per privati, professionisti di tutte le categorie, aziende, società di piccole, medie e grandi dimensioni, associazioni, fondazioni, organizzazioni, enti pubblici e privati, tirocinanti, studenti, ecc. a cura dei professionisti membri dell'Associazione multiprofessionale "Zero39 all professional services in one network"
Costituzione e principi generali dell’ordinamento
Ci siamo: dal 13 settembre 2011 il datore di lavoro non potrà più chiedere al lavoratore in malattia l’attestazione mediante certificato medico cartaceo, ma dovrà procedere alla consultazione del documento online, utilizzando i sistemi informatici.
La circolare n. 4 del 18 marzo 2011 – emanata congiuntamente dal Dipartimento della PA e del Ministero del Lavoro -, infatti, ha previsto un periodo transitorio di 3 mesi dalla pubblicazione del provvedimento sulla Gazzetta Ufficiale, avvenuto in data 13 giugno 2011, per l’avvio a regime del sistema online.
Allo scopo di agevolare il flusso di informazioni tra azienda e lavoratori in malattia, il 20 luglio 2011 i sindacati Cgl, Cisl e Uil hanno sottoscritto un Accordo interconfederale valevole fino all’aggiornamento dei contratti collettivi nazionali con le nuove disposizioni; accordo analogo è stato sottoscritto il 26 luglio 2011 da Confapi con i sindacati suindicati.
Nell’Accordo si legge, sostanzialmente, che :
http://www.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2011-08-29/debutta-certificato-medico-online-145029.shtml?grafici&uuid=AahLxtzD Roma, 30 agosto 2011 Avv. Daniela Conte
RIPRODUZIONE RISERVATA Categories: Cronaca, Cronaca giudiziaria, INPS, Lavoro	Tags: Poker cash e casinò online: da oggi via libera ai giochi d’azzardo online
Avv. Daniela Conte	No comments
Segnalazione e nota dell’Avv. Daniela Conte, Presidente dell’Associazione “Zero39 all professional services in one network” Finita la sperimentazione, da oggi diventa legale giocare su siti di poker cash e casinò online. Sarà possibile collegarsi ai siti, fissare un limite di spesa settimanale o mensile, giocare fino ad un massimo di 1000,00 Euro per ogni sessione – con soldi veri e non più con gettoni prepagati – e abbandonare il gioco in qualsiasi momento. Raggiunto il limite di spesa fissato non sarà più possibile giocare – per potere innalzare il limite di spesa occorre attivare una procedura che dura una settimana -. Ci si può collegare da qualsiasi postazione : casa, uffici, postazioni di Internet pubbliche.
La liberalizzazione fa parte del c.d. “Decreto Abruzzo” del 2009, studiata dal Ministero del Tesoro allo scopo di trovare fondi dopo il terribile sisma. Adesso si è rivelato un ottimo sistema per rimpinguare le casse dello Stato – soprattutto quando ci sono difficoltà economiche -, come è accaduto già in molti altri Paesi tra i quali Stati Uniti, Francia, Svizzera.
Tuttavia, vengono espresse alcune preoccupazioni: si teme l’infiltrazione della criminalità organizzata – la Commissione Antimafia e i Monopoli di Stato hanno segnalato il fatto che potrebbe diventare una nuova fonte di guadagno per la mafia in Italia e all’estero – e l’aumento dei casi di “ludopatia” - disturbo legato all’ossessione del gioco -.
Per quanto riguarda la “ludopatia”, nel 2009 è stato già lanciato l’allarme dall’ Organizzazione mondiale della Sanità e uno studio recente pubblicato dai Monopoli di Stato e Lottomatica - in collaborazione con l’Università la Sapienza di Roma - ha evidenziato che la possibilità di giocare d’azzardo online potrebbe fare aumentare i casi di dipendenza dal gioco, soprattutto in questi tempi di incertezza economica.
RIPRODUZIONE RISERVATA Categories: Attualità, Cronaca dall'Italia, Legislazione e diritto, News	Tags: Partite I.V.A. “spente” : c’è tempo fino al 4 ottobre per chiuderle
Segnalazione e nota dell’Avv. Daniela Conte, Presidente dell’Associazione “Zero39 all professional services in one network” L’art. 23, comma 23, del D.L. n. 98 del 06.07.2011 – pubblicato nella Gazzetta Ufficiale, Serie Generale, n. 155 del 06.07.2011 ed entrata in vigore in pari data -, la c.d. manovra finanziaria, stabilisce che “I titolari di partita IVA che, sebbene obbligati, non abbiano tempestivamente presentato la dichiarazione di cessazione di attività di cui all’articolo 35, comma 3, del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633, possono sanare la violazione versando, entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, un importo pari alla sanzione minima indicata nell’articolo 5, comma 6, primo periodo, del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 471, ridotta ad un quarto. La disposizione si applica sempre che la violazione non sia stata già constatata con atto portato a conoscenza del contribuente“.
Pertanto, entro il 4 ottobre 2011 i titolari di Partita I.V.A. che, nonostante l’obbligo, non abbiano presentato la dichiarazione relativa agli ultimi tre esercizi – possono regolarizzare la propria situazione presentando la dichiarazione di cessazione di attività e pagando la sanzione ridotta di Euro 129,00.
A tal fine, con la risoluzione n. 72 del 11.07.2011, l’Agenzia delle Entrate ha istituito il nuovo codice di tributo “8110″, denominato “Sanzione per l’omessa presentazione della dichiarazione di cessazione attività di cui all’art. 35, c. 3, del dPR 633/1972 – Sanatoria di cui all’articolo 23, c.23, d.l. n. 98/2011“.
In sostanza, il contribuente potrà versare la sanzione dell’importo sopra citato mediante il modello “F24 Versamenti con elementi
identificativi“, indicando:
- la lettera “R” nel campo “tipo“;
- la partita Iva da cessare nel campo “elementi identificativi”;
- il codice tributo nel campo “codice”;
- l’anno di cessazione dell’attività – nel formato AAAA – nel campo “anno di riferimento”. Roma, 12 luglio 2011 Avv. Daniela Conte
Categories: Diritto tributario, F24, Risoluzioni dell'Agenzia delle Entrate	Tags: E’ reato non versare l’assegno di mantenimento se l’ex coniuge svolge lavoro precario
Segnalazione e nota dell’Avv. Daniela Conte, Presidente dell’Associazione “Zero39 all professional services in one network” e Coordinatrice della sezione “Separazioni e divorzi”
La Corte di Cassazione, con sentenza depositata in data 08.07.2011, ha confermato la condanna di Tizio a 6 mesi di reclusione e Euro 600,00 di multa – oltre al risarcimento dei danni patrimoniali e morali – per il reato di violazione degli obblghi di assistenza familiare nei confronti della ex moglie e della figlia minore; l’uomo, infatti, aveva fatto mancare i mezzi di sussistenza non versando l’assegno di mantenimento stabilito dal Tribunale.
I Giudici di legittimità, infatti, hanno ritenuto provato lo stato di bisogno della moglie – che è in una situazione lavorativa assolutamente precaria, come è stato accertato nel corso del giudizio – e in re ipsa quello della figlia minore – a causa della sua età -.
Al contrario, Tizio ha invocato quale causa di giustificazione del mancato versamento dell’assegno di mantenimento uno stato di incapacità economica non supportato da alcun elemento di riscontro nel corso del giudizio.
Pertanto, la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di Tizio confermando la condanna inflitta nei giudizi di merito e condannandolo al pagamento delle spese processuali.
Roma, 8 luglio 2011 Avv. Daniela Conte
RIPRODUZIONE RISERVATA Categories: Assegno di mantenimento, Famiglia	Tags: Cassazione: si all’equa riparazione anche in caso di regressione al primo grado di giudizio per anomalia non addebitabile alla parte
Segnalazione e nota dell’Avv. Daniela Conte, Presidente dell’Associazione “Zero39 all professional services in one network” La Corte di Cassazione civile, Sez. I, con la sentenza depositata in data 07.07.2011 ha riconosciuto l’equa riparazione – ai sensi della c.d. Legge Pinto - ad un cittadino assolto dopo 13 anni di processo anche se c’è stata una regressione al primo grado di giudizio, non addebitabile alla parte.
Durante il processo era accaduto, infatti, che un componente del collegio giudicante era stato sostituito e non era stata disposta la rinnovazione degli atti.
Il difensore dell’imputato, tuttavia, aveva depositato tempestivamente un’istanza per ottenere la rinnovazione deli atti, rigettata; pertanto, l’anomalia del processo – che per effetto della mancata rinnovazione degli atti aveva subito una regressione al primo grado di giudizio – non è addebitabile alla parte che ha chiesto l’equa riparazione.
I Giudici di legittimità hanno ritenuto non corretta la decisione della Corte d’Appello, che non ha accolto la domanda di equa riparazione per la durata del processo oltre il termine ritenuto ragionevole perchè ha ritenuto di valutare la durata del processo conteggiandola “alla stregua di una durata “tipica”, costuita da tre gradi di merito”. La Cassazione ritiene applicabile, in materia, il principio di diritto secondo cui “il diritto all’equa riparazione sorge per il protrarsi della durata del processo oltre il termine che, in rapporto alle caratteristiche specifiche del processo medesimo, appare ragionevole, indipendentemente dal fatto che ciò sia dipeso da comportamenti colposi di singoli operatori del processo o da fattori organizzativi di ordine generale riconducibili all’attività o all’inerzia dei pubblici poteri deputati a far funzionare il servizio giurisdizionale“. Gli Ermellini osservano, altresì, che nel caso di specie il procedimento avrebbe potuto concludersi in tempi più ragionevoli, se non si fosse verificata l’anomalia.
Categories: Equa riparazione, Legge Pinto	Tags: La firma della busta paga come quietanza non priva la donna delle pulizie del diritto di chiedere gli stipendi non pagati
Segnalazione e nota dell’Avv. Daniela Conte, Presidente dell’Associazione “Zero39 all professional services in one network” La firma della busta paga a titolo di quietanza da parte della donna delle pulizie non priva quest’ultima del diritto ad ulteriori pretese retributive; la sottoscrizione della busta paga, infatti, non ha valore confessorio.
E’ quanto ha stabilito la Corte di Cassazione, Sez. Lavoro, con la sentenza n. 14411 depositata in data 30.06.2011, con la quale ha rigettato il ricorso del datore di lavoro di Tizia, che lavorava presso quest’ultimo come donna delle pulizie.
Il datore di lavoro aveva fatto firmare a Tizia, a titolo di quietanza, le buste paga; quest’ultima, tuttavia, era riuscita a dimostrare a mezzo di prova testimoniale di vantare un credito superiore nei confronti del datore di lavoro.
Secondo i Giudici di legittimità, la sottoscrizione delle buste paga ha soltanto valore di attestazione dell’esattezza delle somme conteggiate.
In particolare, gli Ermellini hanno precisato che “appare assolutamente corretta la decisione della Corte territoriale di ritenere che la sottoscrizione dei prospetti paga per quietanza non aveva valore confessorio e non poteva impedire alla lavoratrice di azionare le sue pretese retributive, non contenendo la suddetta sottoscrizione alcuna volontà abdicativa all’esercizio dei diritti, come riscontrata, peraltro, dalle dichiarazioni rese dalla ricorrente nel corso dell’interrogatorio formale del primo grado di giudizio”.
Si tratta di un nuovo orientamento della Corte di Cassazione, per il quale non risultano precedenti.
Categories: Busta paga, Differenze retributive, Lavoro, Processo del lavoro, Quietanza	Tags: Cassazione: il Giudice italiano difetta di giurisdizione per le azioni risarcitorie promosse nei confronti di un giudice ecclesiastico
Segnalazione e nota dell’Avv. Daniela Conte, Presidente dell’Associazione “Zero39 all professional services in one network” e Coordinatrice della Sezione “Separazioni e divorzi” La Corte di Cassazione, Sezioni Unite Civili, con l’ordinanza depositata in data 06.07.2011 ha dichiarato il difetto di giurisdizione del giudice italiano per le azioni risarcitorie promosse da un cittadino nei confronti di un giudice ecclesiastico.
Il ricorrente deduce nel ricorso che riconoscere, nella fattispecie de quo, la giurisdizione del giudice italiano significherebbe “violare la sovranità della Chiesa l’autonomia giurisdizionale dei Tribunali ecclesiastici, in spregio a quanto sancito dall’art. 7 Cost. e dalla normativa pattizia che regola i rapporti tra Stato e Chiesa”. Precisa, altresì, che nell’ordinamento canonico ci sono norme che regolano le azioni risarcitorie e prevedono sanzioni per i giudici che commettono illeciti nell’espletamento dell’incarico a loro affidato.
La Cassazione ritiene fondato il ricorso. Nell’Accordo di Villa Madama del 1984 – ratificato in Italia con la legge n. 121 del 25.03.1985 -, infatti, non è fatta menzione della giurisdizione ecclesiastica; pertanto, secondo gli Ermellini l’esito dell’Accordo sarebbe stato quello di separare la giurisdizione ecclesiastica e quella civile, che sarebbero “destinate ciascuna a svolgersi e ad esaurirsi nel proprio ordine”. Nell’Accordo sopra citato è previsto unicamente un diritto dei coniugi che abbiano ottenuto una sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio di chiedere ed ottenere il riconoscimento dell’efficacia civile della sentenza nell’ordinamento italiano, se ne ricorrono le condizioni. Il riconoscimento avviene con un apposito procedimento da proporsi dinanzi alla Corte d’Appello – la c.d. delibazione delle sentenze di nullità del matrimonio -. In ogni caso, il giudice italiano non può procedere al riesame del merito della sentenza della quale è stata richiesta la delibazione.
Da questo discende che il giudice italiano non può esercitare la giurisdizione in un procedimento di natura risarcitoria come quello proposto da Tizio, ma soltanto “rispetto ad atti per i quali non sussista (o si sia spezzato) il nesso funzionale tra attività e processo”, oppure nell’ipotesi di atti penalmente rilevanti per i quali non si può invocare – come sostiene la dottrina più autorevole – l’esimente di cui all’art. 51 cod. pen., ovvero l’aver compiuto l’atto nell’”esercizio di un diritto o adempimento di un dovere”. Sulla scorta di queste motivazioni, la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso per il regolamento preventivo di giurisdizione, affermando il seguente principio di diritto: “Il giudice italiano difetta di giurisdizione rispetto ad una azione risarcitoria promossa da un cittadino nei confronti del giudice ecclesiastico per supposti comportamenti, non penalmente rilevanti, produttivi di danno che quest’ultimo avrebbe tenuto nel processo canonico per la dichiarazione di nullità di un matrimonio che sia stato celebrato a norma dell’art. 8 dell’Accordo di Villa Madama del 18 febbraio 1984, ratificato con legge 25 marzo 1985, n. 121″. Roma, 6 luglio 2011 Avv. Daniela Conte
Categories: Annullamento del matrimonio, Famiglia, Matrimonio, Risarcimento danni	Tags: La Cassazione contro il “maschilismo” in famiglia: condannato marito e padre – padrone per 30 anni di vessazioni nei confronti della moglie
Segnalazione e nota dell’Avv. Daniela Conte, Presidente dell’Associazione “Zero39 all professional services in one network” e Coordinatrice della Sezione “Separazioni e divorzi” La Corte di Cassazione, 6^ Sez. penale, con la sentenza depositata in data 05.07.2011 ha confermato la condanna di Tizio ad un anno e otto mesi di reclusione per maltrattamenti in famiglia e lesioni aggravate nei confronti della moglie Caia.
Nei giudizi di merito è stato accertato, infatti, che Tizio aveva iniziato a vessare Caia già dopo il secondo giorno del matrimonio ed aveva proseguito per trent’anni, provocando a quest’ultima ripetute lesioni fisiche e sofferenze psichiche.
I difensori di Tizio hanno invocato, quale causa di giustificazione dei comportamenti di quest’ultimo e motivo di ricorso in Cassazione, la circostanza che egli agiva in condizioni psicologiche particolari, frutto di una “subcultura” che lo aveva spinto a ritenere che le liti e le decisioni in famiglia “potessero e dovessero essere assunte in quel modo”, oltre a considerare la moglie come “un oggetto di sua esclusiva proprietà”. Tizio aveva anche reagito, temendo di perdere il controllo della situazione, quando la figlia aveva cominciato a tenere – secondo lui – un comportamento “libertino” (ovvero più vicino all’epoca e alla cultura di oggi).
La Cassazione ha ritenuto infondata la tesi sopra citata. Per i Giudici di legittimità, infatti, “atteggiamenti derivanti da subculture in cui sopravvivono autorappresentazioni di superiorità di genere e pretese da padre/marito padrone non possono rilevare nè ai fini dell’indagine sull’elemento soggettivo del reato (nella fattispecie dolo generico, pacificamente sussistente secondo la ricostruzione dei giudici di meriti) nè a quella concernente l’imputabilità dell’imputato, peraltro mai messa in dubbio dalla stessa difesa”.
Gli Ermellini hanno, altresì, ritenuto corretta la valutazione dei Giudici di merito dell’intensità del dolo e dell’entità della sofferenza dei familiari conviventi di Tizio sulla base della circostanza che gli atteggiamenti da marito e padre/padrone siano proseguiti per trent’anni, “costituendo perciò il costume abituale di un anacronistico pater familias maschilista e intollerante, refrattario alla modificazione del costume e alla vigenza delle leggi della Repubblica che hanno progressivamente dato attuazione al principio costituzionale di uguaglianza tra i coniugi”. La sentenza inaugura un nuovo orientamento della Corte di Cassazione, per il quale non risultano precedenti.
Categories: Famiglia, Maltrattamenti in famiglia	Tags: Cassazione, condanna, Famiglia, Maltrattamenti i n famiglia, padre-padrone	Affidamento condiviso: perde il diritto a vivere con il figlio minore il genitore che non contribuisce al suo mantenimento
Il genitore che non provvede al mantenimento del figlio minore perde il diritto di vivere con quest’ultimo; sulla decisione pesa anche la volontà del bambino, che rimane affidato ad entrambi i genitori. E’ questa la motivazione della sentenza emessa dal Tribunale di Monza in data 11.04.2011, con la quale è stato rigettato il ricorso di una madre che – contravvenendo alle disposizioni del Tribunale – non aveva contribuito al mantenimento del figlio.
Secondo il Giudice, nell’ipotesi di affidamento condiviso la decisione circa il collocamento del figlio minore presso un genitore piuttosto che l’altro deve tenere conto anche dei seguenti elementi:
In particolare, il mancato adempimento dell’obbligazione relativa al pagamento del contributo per il mantenimento del figlio minore da parte del genitore non convivente è una circostanza di cui tenere conto ai fini della decisione di escludere il collocamento della prole presso quest’ultimo.
Categories: Affidamento condiviso, Affidamento dei figli, Assegno di mantenimento, Famiglia	Tags: affidamento condiviso, assegno di mantenimento, mancato adempimento dell'obbligazione di provvedere al mantenimento, Separazione	L’assegno di mantenimento è ridotto se il matrimonio è durato poco tempo
Tizio propone azione per la cessazione degli effetti civili del matrimonio (divorzio). In primo grado, il Tribunale fissa a suo carico il pagamento di un assegno di mantenimento dell’importo di Euro 450,00 mensili.
La Corte d’Appello, davanti alla quale viene impugnata la sentenza, riduce l’importo dell’assegno a Euro 200,00 mensili. Tizio propone ricorso per Cassazione.
I Giudici di legittimità hanno confermato la sentenza di secondo grado, ritenendo congrua e non illogica l’analisi fatta dalla Corte d’Appello sulla base dell’istruttoria espletata. Il Giudice di secondo grado, infatti, ha rideterminato l’importo dell’assegno di mantenimento mensile basandosi sulle seguenti circostanze:
la breve durata del matrimonio tra Tizio e Caia
Categories: Assegno di mantenimento, Assegno divorzile, Divorzio, Famiglia, News	Tags: assegno di mantenimento, divorzio, News	Older Entries
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