Source: https://www.bambinonaturale.it/2017/03/cognome-materno-per-i-figli-altri-passi-avanti/
Timestamp: 2018-12-09 22:38:00+00:00
Document Index: 16684100

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 8', 'art. 3', 'art. 29', 'sentenza ', 'art. 72', 'art. 16']

Cognome materno per i figli… Altri passi avanti! | Bambino Naturale
Cognome materno per i figli… Altri passi avanti!
scritto da: Paola.carrera | il 07 marzo 2017 | Fa parte di: L'avvocato in difesa della famiglia | 1 commento
L’affermazione del “diritto al cognome materno” arriva dopo anni di accesi dibattiti, sentenze della Corte Costituzionale e della Cassazione, una condanna dell’Italia da parte della Corte di Strasburgo, nel 2014, per violazione della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo – di cui già avevamo dato conto in passato – e un disegno di legge approvato dalla Camera nell’estate 2014 ma tuttora bloccato in Commissione Giustizia al Senato.
La recente sentenza della Consulta n. 286/2016, depositata il 21/12/2016, rappresenta una svolta importante, destinata a passare alla storia e a colmare il vuoto normativo lasciato dal legislatore.
I giudici costituzionali hanno, infatti, dichiarato l’incostituzionalità delle norme che prevedono l’automatica attribuzione del cognome paterno al figlio nato nel matrimonio, in presenza di una diversa volontà dei genitori.
La questione di legittimità costituzionale era già stata sollevata nell’ambito di una causa promossa da una coppia italo-brasiliana, dopo il diniego dell’ufficiale di stato civile italiano di apporre al loro figlio anche il cognome della madre. Il figlio minore, nato in costanza di matrimonio e titolare di doppia cittadinanza, veniva identificato diversamente nei due Stati: in Italia con il solo cognome del padre e in Brasile con il doppio cognome, paterno e materno.
È bene precisare che la norma sull’automatica attribuzione del cognome paterno, anche in presenza di una diversa volontà dei genitori, non è prevista da alcuna specifica norma di legge, ma essa è tuttavia desumibile dal sistema normativo*.
Con una sentenza molto rilevante del 2006 (n° 61), la Corte Costituzionale aveva affermato che: «L’attuale sistema di attribuzione del cognome è retaggio di una concezione patriarcale della famiglia, la quale affonda le proprie radici nel diritto di famiglia romanistico, e di una tramontata potestà maritale, non più coerente con i principi dell’ordinamento e con il valore costituzionale dell’uguaglianza tra uomo e donna».
Quindi, a distanza di dieci anni e in assenza di riforme legislative sul punto, riprendendo le motivazioni già espresse nella sentenza del 2006, la Consulta ribadisce che nella famiglia fondata sul matrimonio rimane tuttora preclusa la possibilità, alla madre, di attribuire al figlio sin dalla nascita il proprio cognome e la possibilità, al figlio, di essere identificato, sin dalla nascita, anche con il cognome materno. Siffatta preclusione, secondo la Corte, pregiudica il diritto all’identità personale del minore e, al contempo, costituisce un‘irragionevole disparità di trattamento tra i coniugi, che non trova alcuna giustificazione nella finalità di salvaguardia dell’unità familiare.
La Consulta continua sottolineando il “valore dell’identità della persona, nella pienezza e complessità delle sue espressioni, e la consapevolezza della valenza, pubblicistica e privatistica, del diritto al nome, quale punto di emersione dell’appartenenza del singolo ad un gruppo familiare, portano ad individuare nei criteri di attribuzione del cognome del minore profili determinanti della sua identità personale, che si proietta nella sua personalità sociale, ai sensi dell’art. 2 Cost.”.
In questa stessa cornice si inserisce anche la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, che ha ricondotto il diritto al nome nell’ambito della tutela offerta dall’art. 8 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950.
Non si può fare a meno di notare che molti Stati europei si sono già adeguati al vincolo posto dalle fonti convenzionali** sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna, adottata a New York il 18 dicembre 1979. Essa impegna gli Stati contraenti ad adottare tutte le misure adeguate per eliminare tale discriminazione, in tutte le questioni derivanti dal matrimonio e nei rapporti familiari e, in particolare, ad assicurare «gli stessi diritti personali al marito e alla moglie, compresa la scelta del cognome».
Quanto al concorrente profilo di illegittimità, che risiede nella violazione del principio di uguaglianza dei coniugi, la Corte Costituzionale rileva che il criterio della prevalenza del cognome paterno, e la conseguente disparità di trattamento dei coniugi, non trovano alcuna giustificazione né nell’art. 3 Cost., né nella finalità di salvaguardia dell’unità familiare, di cui all’art. 29, secondo comma, Cost.
Come già osservato dalla Corte sin da epoca risalente, «è proprio l’eguaglianza che garantisce quella unità e, viceversa, è la diseguaglianza a metterla in pericolo», poiché l’unità «si rafforza nella misura in cui i reciproci rapporti fra i coniugi sono governati dalla solidarietà e dalla parità» (sentenza n. 133 del 1970).
La Corte conclude rilevando che, in assenza dell’accordo dei genitori, residua la generale previsione dell’attribuzione del cognome paterno, auspicando un indifferibile intervento legislativo, destinato a disciplinare organicamente la materia, secondo criteri finalmente consoni al principio di parità.
Non ci resta, quindi, che attendere le prossime mosse del Lesiglatore!
Avv. Paola Carrera, avvocato civilista in Torino, curatrice della rubrica “L’avvocato dice che…”
*in quanto presupposta dagli artt. 237, 262 e 299 cod. civ., nonché dall’art. 72, primo comma, del r.d. n. 1238 del 1939 e dagli artt. 33 e 34 del d.P.R. n. 396 del 2000.
** e, in particolare, dall’art. 16, comma 1, lettera g), della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo