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Document Index: 27309481

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 1176', 'art. 2236', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 346', 'sentenza ', 'art. 346', 'art. 2054', 'art. 331', 'art. 346', 'sentenza ', 'art. 1176', 'art. 1176', 'art. 2236', 'art. 385', 'art. 12', 'art. 46']

Responsabilità dell'avvocato e dovere di dissuasione - Midialex
5 maggio 2015 /3 Commenti/in Cassazione /da admin
Corte di cassazione civile sentenza 6782/15 del 02/04/2015.
La responsabilità professionale deriva dall’obbligo ( art. 1176 c.c. , comma 2, e art. 2236 c.c. ) di assolvere, sia all’atto del conferimento del mandato che nel corso dello svolgimento del rapporto, (anche) ai doveri di sollecitazione, dissuasione ed informazione del cliente, ai quali sono tenuti nel rappresentare tutte le questioni di fatto e di diritto, comunque insorgenti, ostative al raggiungimento del risultato, o comunque produttive del rischio di effetti dannosi; di chiedergli gli elementi necessari o utili in suo possesso; a sconsigliarlo dall’intraprendere o proseguire un giudizio dall’esito probabilmente sfavorevole.
Con il primo motivo il ricorrente deduce la nullità della sentenza o del procedimento per violazione degli artt. 106, 112 e 346 c.p.c. , in relazione all’art. 360 c.p.c. , n. 4, per non avere la corte distrettuale pronunciato sulla domanda di manleva da lui proposta in primo grado nei confronti dell’Assicurazione e riproposta in appello dalle appellanti, non imponendo l’art. 346 c.p.c. , l’espressa riproposizione della domanda non accolta nella sentenza di primo grado da parte dell’appellato, ma solo la sua proposizione tout court. L’illustrazione della censura conclude con la formulazione del seguente quesito di diritto: “…se in appello debba ritenersi non rinunciata ai sensi dell’art. 346 c.p.c. , e debba quindi essere esaminata la domanda di manleva proposta in primo grado dal convenuto nei confronti di un terzo chiamato in causa da cui pretenda di essere garantito, qualora nelle conclusioni dell’atto di appello lo stesso appellante, attore in primo grado risultato soccombente, abbia riproposto – oltre alla domanda principale – anche la domanda nei confronti del terzo chiamato in causa in primo grado e citato in giudizio in appello come appellato”.
Va, altresì, sottolineato che l’azione di responsabilità contrattuale ex artt. 1218 e 2236 c.c. , è stata proposta dalle attrici, in qualità di eredi di Pe.Gi., nei confronti dell’Avv. P. e del M., rispettivamente difensore e consulente di parte nel giudizio introdotto ai sensi dell’art. 2054 c.c. , dal loro dante causa, mentre la chiamata in causa, ad opera dell’avvocato convenuto, della Generali Assicurazione s.p.a., si fonda su titolo diverso, attenendo a forma di responsabilità contrattuale conseguente alla stipula di polizza assicurativa, per cui si configura, rispetto alla prima, quale fattispecie di garanzia impropria.
Nella specie, avendo il P. (attuale ricorrente) chiamato in causa la compagnia di assicurazione, esperendo nei suoi confronti un’azione di garanzia impropria – per quanto sopra esposto – deve escludersi in appello l’inscindibilità delle cause ai fini della norma sull’integrazione del contraddittorio nelle fasi di impugnazione ( art. 331 c.p.c. ) in una situazione processuale caratterizzata dalla circostanza che la chiamata, una volta che il primo giudice ebbe ad accertare che la domanda principale era infondata ed ebbe quindi a rigettarla, è venuto a mancare il presupposto della domanda di rivalsa, nè le attrici (appellanti) hanno proposto domande nei confronti dell’Assicurazione (v. Cass. 25 maggio 1995 n. 5747; Cass. 19 maggio 1997 n. 4443).
Del resto basti rilevare che la chiamata in garanzia impropria proposta dal convenuto integra una domanda che presuppone la soccombenza dello stesso (garantito) nella causa principale e che pertanto, nell’ipotesi di rigetto della domanda principale (come, appunto, nella specie), la domanda di garanzia deve essere riproposta in appello nella forma dell’appello incidentale, condizionato, non essendo sufficiente la riproposizione, ex art. 346 c.p.c. , della domanda non esaminata o respinta dal primo giudice, poichè la richiesta dell’appellato non mira alla conferma della sentenza per ragioni diverse da quelle poste a fondamento della decisione, ma tende alla riforma della pronuncia concernente un rapporto diverso, non dedotto in giudizio con l’appello principale (v., di recente, Cass. n. 15107 del 2013; Cass. n. 9535 del 2010 e Cass. n. 5249 del 2006; ma prima già Cass. 4 febbraio 2004 n. 2061; Cass. 15 marzo 1995 n. 2992; Cass. 1 giugno 1989 n. 2671; Cass. 31 luglio 1987 n. 6633).
Nelle prestazioni rese nell’esercizio di attività professionali al professionista è richiesta la diligenza corrispondente alla natura dell’attività esercitata ( art. 1176 c.c. , comma 2), vale a dire è richiesta una diligenza qualificata dalla perizia e dall’impiego di strumenti tecnici adeguati al tipo di prestazione dovuta. La valutazione dell’esattezza delle prestazioni da parte del professionista, naturalmente, varia secondo il tipo di professione.
Per gli avvocati, la responsabilità professionale deriva dall’obbligo ( art. 1176 c.c. , comma 2, e art. 2236 c.c. ) di assolvere, sia all’atto del conferimento del mandato che nel corso dello svolgimento del rapporto, (anche) ai doveri di sollecitazione, dissuasione ed informazione del cliente, ai quali sono tenuti nel rappresentare tutte le questioni di fatto e di diritto, comunque insorgenti, ostative al raggiungimento del risultato, o comunque produttive del rischio di effetti dannosi; di chiedergli gli elementi necessari o utili in suo possesso; a sconsigliarlo dall’intraprendere o proseguire un giudizio dall’esito probabilmente sfavorevole (Cass. 30 luglio 2004 n. 14597). il problema si è già posto con riferimento alle ipotesi di inadeguata o insufficiente attività come difensore, per omissione di impugnazioni, ecc, o nella violazione di regole ricavabili dal codice deontologico, come quelle del mancato assolvimento dell’obbligo di dare al cliente le informazioni chieste e della violazione del segreto professionale (Cass. 23 marzo 1994 n. 2701).
Infine osserva il Collegio che nessun provvedimento può adottarsi ai sensi dell’art. 385 c.p.c. , comma 4, nel testo applicabile ratione temporis, come richiesto dal Pxxx Dispone – infatti – la invocata disposizione (introdotta con decorrenza dal 2 marzo 2006 dal D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, art. 12, e abrogata con decorrenza dal 4 luglio 2009 dalla L. 18 giugno 2009, n. 69, art. 46) che quando pronuncia sulle spese.xxxxxdi una somma.
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