Source: https://www.diritto.it/la-responsabilita-di-cose-in-custodia/
Timestamp: 2018-03-21 03:22:06+00:00
Document Index: 174159389

Matched Legal Cases: ['art. 2051', 'art. 2051', 'art. 2043', 'art. 2051', 'sentenza ', 'art. 2051', 'sentenza ', 'art. 2051', 'art. 2051']

La responsabilità ex art. 2051, c.c. oltre ad avere carattere squisitamente “oggettivo”, non trova fondamento sulla presunzione di colpa, bensì sul mero rapporto di custodia, dunque affinché essa possa fondarsi, concretamente, è sufficiente la sussistenza del nesso causale tra la cosa in custodia e il danno arrecato, indipendentemente dalla pericolosità in atto od in potenza della stessa cosa, finanche per le cose inerti non rilevando, fra l’altro la condotta del custode e l’osservanza o meno di un obbligo di vigilanza.
Essa, quindi alla luce di quanto detto, non trova fondamento in un comportamento o in un’attività riferibile al custode, ma su una relazione (di custodia), intercorrente tra quegli e la cosa dannosa. Solo il “fatto della cosa” è rilevante e non quindi il fatto dell’uomo; solo lo stato di fatto e non l’obbligo di custodia può assumere rilievo nella fattispecie.
La norma non esonera il danneggiato di provare il nesso causale fra cosa in custodia e danno, ma tale prova si esaurisce nella dimostrazione che l’evento si è prodotto come conseguenza normale della particolare condizione, potenzialmente lesiva, posseduta o assunta dalla cosa – considerata nella sua globalità e non nelle singole parti potenzialmente pericolose – senza doversi provare anche l’esclusione, nel concreto determinismo dell’evento, di impulsi causali autonomi ed estranei alla sfera di controllo propria del custode e, quindi per lui inevitabile.
Infatti, nella responsabilità ex art. 2051 c.c. è sufficiente all’attore provare che il danno lamentato derivi dalla cosa da altri custodita, senza necessità di provare altresì la condotta – commissiva od omissiva – del custode produttrice del danno, salvo a quest’ultimo l’onere della prova del caso fortuito (cfr. tra le tante: Cass. 4.12.95 n. 12500, Cass. n. 2861/95, Cass. n. 1332/94).
L’applicazione dell’art. 2043, c.c. implica che sia il danneggiato a dover provare la colpa del Comune, allegando in causa che la “buca” rappresentava un pericolo occulto (definito anche insidia o trabocchetto), caratterizzato dalla coesistenza dell’elemento oggettivo della non visibilità e dell’elemento soggettivo della imprevedibilità, invece l’applicazione dell’art. 2051, c.c. consente una inversione della prova: il Comune è obbligato a custodire le strade, con la conseguenza che è responsabile dei danni cagionati alle persone e cose, nei limiti in cui non vi sia l’impossibilità di governo del territorio.
In merito, a titolo esemplificativo, possiamo vagliare la massima della sentenza 22 settembre 2011, n.° 3437 del Tribunale di Genova, la quale ha pronunciato che, “sussiste la responsabilità del Comune, ai sensi e per gli effetti del disposto normativo di cui all’art. 2051 c.c., in relazione ai danni riportati dal privato nell’area cimiteriale dopo essere rovinato a terra a causa di un dislivello, non segnalato, del piano calpestabile e della carenza di illuminazione della zona, stante la relazione custodiale dell’ente con i luoghi in considerazione. Nella specie, a fonte della prova offerta dall’attrice in ordine all’effettivo verificarsi dell’evento sinistroso così come descritto, e dunque l’addebitabilità del medesimo alla responsabilità oggettiva della Pubblica Amministrazione convenuta, la mancata costituzione della stessa, pur ritualmente citata in giudizio, e la conseguente mancata dimostrazione di alcuna prova liberatoria, nella forma del caso fortuito, consente di far luogo all’accoglimento della proposta domanda risarcitoria”.
Altresì, interessante è la valutazione della massima della sentenza 16 settembre 2011, n.° del Tribunale Monza, Sezione 1° civile, la quale ha rilevato che “rientra nell’ambito di applicazione dell’art. 2051 c.c. la domanda giudiziale avente ad oggetto la richiesta di ristoro del pregiudizio subito dal soggetto in seguito alla caduta verificatasi nel cortile condominiale a causa della presenza di grate metalliche ammalorate. Il condominio di edifici, invero, in quanto custode dei beni e dei servizi comuni e, pertanto, obbligato ad adottare tutte le misure necessarie affinché le cose comuni non rechino pregiudizio ad alcuno, risponde, ai sensi e per gli effetti della previsione di cui all’art. 2051 c.c., dei danni cagionati da tali cose ad un condomino o ad un terzo. La configurabilità di una tale ipotesi di responsabilità di carattere oggettivo, in particolare, richiede la sussistenza del solo nesso di causalità tra la cosa in custodia ed il danno arrecato, senza che rilevi al riguardo la condotta del custode e la osservanza o meno di un obbligo di vigilanza, in quanto la nozione di custodia non presuppone, né implica, uno specifico obbligo di custodire analogo a quello previsto per il depositario. Un tale tipo di responsabilità è, dunque, escluso solo dal ricorso del caso fortuito, quale fattore che attiene non già ad un comportamento del responsabile, bensì al profilo causale dell’evento, riconducibile non alla cosa che ne è fonte immediata, ma ad un elemento esterno. Nella specie, nonostante dedotto, non è stato in alcun modo provato dal Condominio il ricorso del caso fortuito, per cui deve concludersi per l’accertamento a suo carico della responsabilità per danni da cosa in custodia”.