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Timestamp: 2017-10-23 20:56:56+00:00
Document Index: 60922878

Matched Legal Cases: ['art. 90', 'art. 90', 'art. 23', 'sentenza ', 'art. 4', 'art. 30', 'art. 2043', 'art. 2043', 'art. 91', 'sentenza ', 'art. 116', 'art. 235']

Sentenza - Test del DNA illegittimo se fatto all'insaputa del figlio
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Sentenza – Test del DNA illegittimo se fatto all’insaputa del figlio
- il trattamento dei dati genetici, come previsto all’art. 90 del d.lgs n. 196 del 2003, da “chiunque” effettuato doveva essere subordinato ad apposita autorizzazione del Garante;
- la norma postulava l’autonomia giuridica dei dati genetici e del loro trattamento;
- questa conclusione non veniva scalfita dalla collocazione di essa nell’ambito del trattamento dei dati di carattere sanitario e non giustificava l’interpretazione secondo la quale soltanto se trattati in ambito sanitario i dati genetici avrebbero richiesto apposita autorizzazione;
- era pertanto necessaria l’autorizzazione del Garante ai fini del trattamento dei dati genetici senza il consenso dell’interessato e, per il trattamento in sede giudiziaria, anche una particolare rilevanza del petitum, dovendosi trattare di dati idonei a rivelare lo stato di salute e la vita sessuale;
- in conclusione i dati genetici di S.P. con riferimento al maggio 2004 avrebbero potuto essere trattati al fine di estrarre le informazioni relative al suo DNA ed effettuare la comparazione con quello degli altri germani unilaterali solo con autorizzazione ad hoc e con il consenso informato dell’interessato. Ugualmente il consenso sarebbe stato necessario se le informazioni fossero state necessarie per la salute dell’interessato;
- soltanto nel caso in cui le informazioni fossero state necessarie per la salute dei ricorrenti o di terzi sarebbe stata sufficiente l’autorizzazione generale del Garante n. 2 del 2002, applicabile, ratione temporis, al caso di specie;
- anche la successiva “apposita” autorizzazione del 2007, specificamente riguardante i dati genetici, dettata in esecuzione del citato art. 90, richiede il consenso dell’interessato per l’esecuzione di un test genetico diretto ad estrarre le informazioni relative al suo DNA.
- Tale ricostruzione ermeneutica, fondata sulla collocazione dei dati genetici all’interno di quelli sensibili sanitari, consente di far rientrare tale tipologia di dati nella generale autorizzazione del Garante n. 2 del 2002 relativa al trattamento dei dati idonei a rivelare lo stato di salute e la vita sessuale, la quale richiama espressamente nel proprio preambolo al n. 11, oltre che al punto 2 lettera b), proprio il trattamento dei dati genetici. Inoltre nella predetta autorizzazione generale al punto 5 è prevista l’esclusione dei dati genetici dalla disciplina dettata ai fini della regolamentazione e diffusione dei dati relativi alla salute, per finalità di prevenzione, accertamento o repressione di reati. Tale ulteriore indicatore, conduce, secondo il ricorrente, a ritenere univocamente inclusi i dati genetici in quelli sanitari, con la conseguenza dell’applicabilità anche ad essi delle deroghe previste per i dati sensibili sanitari.
- Nel secondo motivo di ricorso viene dedotta la violazione e falsa applicazione dell’art. 23 l. n. 87 del 1953, con riferimento alla questione di legittimità costituzionale che la Corte di Cassazione potrebbe prospettare qualora ritenesse condivisibile l’interpretazione del complesso normativo relativo ai dati genetici posta a base del provvedimento del Garante e dell’impugnata sentenza del Tribunale di Roma. Afferma al riguardo il ricorrente che la dedotta limitazione all’esercizio dell’azione di disconoscimento di paternità conseguente alla necessità inderogabile del consenso dell’interessato, oltre che dell’ autorizzazione del Garante, sarebbe lesiva del diritto inviolabile di difesa ex art. 4 Cost. e dell’art. 30 che circoscrive il diritto inviolabile del genitore alla certezza del rapporto genitoriale soltanto nella diversa ipotesi della ricerca della paternità.
- Nel terzo motivo di ricorso viene dedotta la violazione e falsa applicazione dell’art. 2043 cod. civ. Nell’ultima parte del ricorso in appello davanti al Tribunale di Roma P.F. aveva dedotto l’illegittimità della decisone del Garante per il fatto che non si fosse preventivamente accertata la ricorrenza o l’insussistenza dell’elemento soggettivo del dolo o della colpa in ordine all’illecito contestato a P.F. Il Tribunale di Roma ha ritenuto la questione non rilevante dal momento che il provvedimento del Garante non ha statuito alcuna sanzione, essendosi soltanto limitato ad inibire l’ulteriore trattamento dei dati personali di S.P.
- Secondo la parte ricorrente il sistema normativo di tutela della privacy deve farsi rientrare nell’ambito della generale disciplina dell’illecito. Pertanto la mancata verifica in ordine all’imputabilità della condotta illegittima sotto il profilo del dolo o della colpa costituisce una evidente violazione dell’art. 2043 cod. civ.
- Nell’unico motivo di ricorso incidentale S.P. deduce la violazione e falsa applicazione dell’art. 91 cod. proc. civ. per avere la sentenza impugnata disposto l’integrale compensazione delle spese di lite nonostante l’esclusiva soccombenza della parte ricorrente. La giustificazione del regime adottato, fondata sull’obiettiva difficoltà della disciplina normativa applicabile, è del tutto inidonea, secondo il controricorrente, a consentire la non applicazione nella specie del principio della soccombenza.
- L’esame del primo motivo di ricorso richiede preliminarmente l’individuazione del complesso normativo ratione temporis applicabile, sulla base di una corretta cronologia dei fatti.
- La raccolta ed il trattamento dei dati genetici a fini esclusivamente predittivi è temporalmente collocabile anteriormente all’introduzione, il 9 luglio del 2004, del giudizio di disconoscimento di paternità. Non rileva, ai fini dell’individuazione della legge applicabile, il successivo reclamo al Garante, proposto da S.P. il giorno 8/10/2007, che ha dato luogo all’odierno giudizio, perché rivolto a verificare la legittimità della condotta contestata a F.P.
Nell’azione di disconoscimento di paternità rivolta verso S.M.P. l’indagine sul DNA poteva essere
espletata nel corso del Giudizio. L’eventuale rifiuto ingiustificato dell’interessato a sottoporvisi avrebbe costituito un comportamento processuale d’indubbio rilievo probatorio, valutabile ex art. 116 cod. proc. civ., che, tuttavia, non avrebbe escluso, così come il positivo svolgimento dell’indagine peritale, anche l’accertamento relativo agli altri fatti costitutivi stabiliti nell’art. 235 cod. civ.
Un’ultima considerazione deve essere rivolta alla regolamentazione successiva dei dati genetici, in quanto ritenuta dalla parte ricorrente significativa di un mutamento restrittivo di regime giuridico che confermerebbe la preesistenza di una disciplina normativa dei dati genetici da ricomprendersi integralmente in quella sui dati sensibili sanitari. L’assunto non merita condivisione.