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Timestamp: 2018-12-10 18:16:48+00:00
Document Index: 148651905

Matched Legal Cases: ['art. 6', 'art. 111', 'art. 3', 'art. 4', 'art. 5', 'art. 2', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 1', 'art. 1']

Durata processi: la Legge Pinto svuotata da Monti e Renzi | Fronte Ampio
Durata processi: la Legge Pinto svuotata da Monti e Renzi
16 febbraio 2018 by Natale Salvo
Con una mano da, coll’altra toglie. E’ questa la maniera di amministrare la Giustizia dello Stato italiano.
Nel 2001, con la legge 89 promossa dal senatore campano avv. Michele Pinto (PPI), lo Stato allora retto da un governo di centrosinistra, l’Amato II, aveva previsto la «equa riparazione in caso di violazione del termine ragionevole del processo» [nota 1]
Lo stesso Stato, però, con successivi interventi modificativi del 2012 e del 2015 ha svuotato l’impianto legislativo originale e resa residuale, di fatto, la fruizione della «equa riparazione».
La legge “Pinto” non era nata per caso.
L’articolo 111 della Costituzione Italiana, nel testo introdotto da una riforma del 1999, in riferimento allo svolgimento dei procedimenti giudiziari, stabilisce che «La legge ne assicura la ragionevole durata».
Si tratta di una frase che riprende l’art. 6 della “Convenzione Europea sui Diritti dell’Uomo”, firmata a Roma il 4 novembre 1950, che prevedeva che le cause venissero esaminate «entro un termine ragionevole».
Nonostante la previsione costituzionale, fino all’entrata in vigore della legge “Pinto”, il principio era rimasto per anni formula vuota in assenza di uno specifico strumento normativo capace di assicurare un risarcimento alla parte processuale vittima di un giudizio svoltosi oltre una “durata ragionevole”.
Nessuno qua vuole sostenere che le leggi siano perfette e non modificabili coll’andare del tempo.
Anche la legge “Pinto” presentava dei “buchi” e delle “limitazioni” [nota 2].
Mantenendo lo spirito costituzionale, si sarebbe dovuto, quindi, operare nel perfezionare la legge.
O, ancora meglio, si sarebbe potuto intervenire – con norme e assunzioni di giudici – per ridurre la durata dei processi giudiziari (per raggiungere l’obiettivo, l’avv. Michelangelo Marino suggerisce di … ridurre gli avvocati).
Si è scelto, invece, il percorso inverso: quello di limitare il diritto al risarcimento.
Toccava al governo Monti – appoggiato tanto dal Forza Italia che dal PD -, nel 2012, con il Decreto Legge 83, iniziare a smantellarla [nota 3].
Era, poi, il governo Renzi – con la Legge 208/2015 – ha dare il “colpo di grazia” alla legge “Pinto” [nota 4].
Quel che non è cambiato è la Costituzione italiana e, nel caso in questione, l’art. 111.
Resta da vedere se le forze politiche che guideranno il Paese, dopo il voto del 4 marzo, vorranno mettere nella propria agenda le questioni durata dei processi e dell’equo risarcimento.
E’ Giustizia, per le vittime, è quella ottenuta dopo anni e anni? E’ giusto, per gli imputati, specie se alla fine risultati innocenti, restare sulla “gogna” anni ed anni?
A giudicare i programmi elettorali presentati c’è da temere una risposta negativa.
[nota 1] – La legge “Pinto”, in particolare prevedeva che il risarcimento del danno fosse stabilito:
– «a norma dell’articolo 2056 del codice civile» cioè «dal giudice con una valutazione equitativa»;
– e, in aggiunta, «attraverso adeguate forme di pubblicità della dichiarazione dell’avvenuta violazione» (previsione poi abrogata dalla riscrittura del 2012).
[nota 2] – Due gravi fattori negativi erano già presenti nella legge “Pinto” originaria e consistevano nella debole “copertura” finanziaria («l’erogazione degli indennizzi agli aventi diritto avviene nei limiti delle risorse disponibili», art. 3, comma 7) e nell’abbreviazione dei termini di prescrizione della richiesta di risarcimento – che normalmente è fissato in 5 anni – che qui andava esercitata «entro sei mesi dal momento in cui la decisione, che conclude il medesimo procedimento, è divenuta definitiva» (art. 4).
La norma, inoltre, lasciava eccessiva discrezionalità al Giudice sulla determinazione della «ragionevole durata» dei procedimenti.
[nota 3] – La riscrittura montiana della “Pinto” disincentivava il ricorso alla richiesta di indennizzo («il giudice, quando la domanda per equa riparazione è dichiarata inammissibile ovvero manifestamente infondata, può condannare il ricorrente al pagamento in favore della cassa delle ammende di una somma di denaro non inferiore ad euro 1.000 e non superiore ad euro 10.000», art. 5); stabiliva una durata “ragionevole” del processo in una misura sì ora determinata ma molto ampia («Si considera comunque rispettato il termine ragionevole se il giudizio viene definito in modo irrevocabile in un tempo non superiore a sei anni», comma 2 ter dell’art. 2) e ne limitava l’importo («non inferiore a 500 euro e non superiore a 1.500 euro, per ciascun anno, o frazione di anno superiore a sei mesi, che eccede il termine ragionevole di durata del processo», art. 2 bis).
[nota 4] – La riscrittura renziana della “Pinto” nasceva quasi come risposta alla sentenza della Corte Costituzionale n. 184 dell’8 luglio 2015 che aveva accolto le istanze delle vittime della malagiustizia anticipando i termini di decorrenza del calcolo per la «ragionevole di durata del processo».
Ora si prevede una riduzione del risarcimento («non inferiore a euro 400 e non superiore a euro 800 per ciascun anno, o frazione di anno superiore a sei mesi», nuovo testo art. 2 bis).
Soprattutto a chiudere le porte a rimborsi è la previsione dell’obbligo, posto a carico del ricorrente, di «esperire rimedi preventivi» per poter – eventualmente -, in caso di esito negativo, poter avere il diritto al risarcimento (art. 2, comma 1; art. 1 bis, comma 2; art. 1 ter).
Il ricorrente, in pratica, deve presentare al Tribunale «un’istanza di accelerazione almeno sei mesi prima che siano trascorsi i termini». Cioè occorre ricordare al Tribunale che stanno scadendo i termini affinché la durata del procedimento sia “ragionevole”.