Source: http://avitoscana.org/index.php/vita-indipendente/toscana/mobilita-in-toscana/153-multa-per-un-parcheggio-in-zona-pedonale-di-tipo-a
Timestamp: 2017-08-22 20:41:26+00:00
Document Index: 67420257

Matched Legal Cases: ['art. 3', 'art. 20', 'art. 20', 'art. 20', 'art. 97', 'art. 3', 'art. 188', 'art. 12', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 16', 'art. 21', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 1', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 1', 'art. 18', 'art. 20', 'art. 20', 'art. 26', 'art. 20', 'art. 30', 'art. 11']

Avitoscana - Multa per un parcheggio in zona pedonale di tipo A
Firenze, 22/3/2016
Quarto motivo: i posti auto per disabili
Fuori da quel cinema, dove, si ripete, si svolgono rassegne cinematografiche finanziate anche sia dalla Regione Toscana che dal Comune di Firenze, ci sono tre posti auto riservati ai disabili. Misura questa ampiamente insufficiente sia perché si tratta di un cinema con quasi seicento posti e sia perché in una zona così centrale e piena di vita notturna, tre posti auto per disabili sono un numero irrisorio.
In più la sera in oggetto uno dei tre posti auto per disabili, quello proprio lungo il marciapiede accanto al cinema, era pieno di motorini. E chi mi ha fatto la contravvenzione si è guardato bene dall'adempiere al suo dovere previsto dal Codice della strada di far rimuovere quei motorini. Evidentemente la Polizia municipale non può fare la contravvenzione a me perché non ho potuto parcheggiare nel posto auto per disabili che essa stessa non aveva provveduto a far sgomberare.
È anche pesantemente offensivo, innanzitutto nei miei confronti, ma perfino anche di chi a suo tempo pagò con la vita perché ci fosse questa Costituzione repubblicana, che non si adempia al dovere di rimuovere quei motorini, e si faccia invece la contravvenzione a chi come me fa tutti quegli sforzi per non rimanere chiuso in casa ad aspettare la morte, o per evitare rovinose cadute per camminare essendosi trovato costretto a parcheggiare l'auto inammissibilmente lontano.
Quinto motivo: la mia auto non dava noia
È perciò evidente che non avevo alternativa giuridicamente lecita rispetto a quella di mettere la mia auto dove ho parcheggiato.
Non fare questo mi avrebbe messo di fronte a due alternative. O rinunciare ad andare al cinema, e quindi consentire all'Amministrazione comunale di violare un mio diritto fondamentale. Oppure parcheggiare troppo lontano (per me) con altissimo rischio di una caduta rovinosa nel recarmi poi a piedi al cinema.
È perciò evidente che mi trovavo nell'impossibilità assoluta di fare diversamente da come ho fatto.
D'altra parte la mia auto, dov'era parcheggiata, non dava noia a nessuno e non era di alcun intralcio alla circolazione.
A questo va aggiunto, come mi è stato detto sia da un ex assessore alla mobilità del Comune di Firenze e sia dai Carabinieri, non sono le poche auto di chi è veramente disabile a dare noia. Noia la danno coloro che abusano, in vario modo, del contrassegno disabili. E il Comune di Firenze non può non fare quasi niente contro gli abusi e poi multare chi è veramente “disabile” e cerca di vivere egualmente.
Sono numerosi anni che riesco a frequentare quelle rassegne cinematografiche finanziate sia dalla Regione Toscana che dal Comune di Firenze. In tutti questi anni a quelle rassegne ho visto solo altre tre persone con disabilità motorie significative. Questa è una vergogna, innanzitutto per il Comune di Firenze, tanto che questo fatto può far sorgere dei dubbi sulla legittimità giuridica delle deliberazioni con cui detti enti destinano dei fondi a queste manifestazioni.
Questo fatto rende ancora più inaccettabile che, visto che sono uno dei pochissimi disabili gravi che riesce ad andare a quelle rassegne, mi si faccia anche la contravvenzione. Se non fosse tragico, sarebbe una barzelletta.
Sesto motivo: la zona pedonale
La mia auto era parcheggiata nella zona pedonale, ma questo non è scritto nel verbale della contravvenzione. E anche questo è un grave difetto di motivazione.
Il Codice della strada (art. 3 co. 1 n. 2) del d.lgsl. 285 del 1992) prevede che i disabili possono parcheggiare nelle zone pedonali, salvo eccezioni indicate. Ma lì non era indicato in alcun modo il divieto per i disabili.
Si badi bene: il Codice della strada non stabilisce che i disabili possono entrare nelle zone pedonali solo se indicato che ciò è consentito. Viceversa il Codice stabilisce che i disabili possono entrare e parcheggiare, a meno che non sia diversamente indicato. E lì non era indicato.
Va anche rilevato che, in base al Codice della Strada i divieti di accesso e sosta per le auto dei disabili nelle zone pedonali, devono essere un eccezione, e non può essere la regola. Questo per vari motivi, il primo dei quali dipende dal fatto che l'accesso e la sosta per i disabili nella zona pedonale è contenuto perfino nella definizione stessa di “zona pedonale”.
Settimo motivo: l'art. 20 della Convenzione dell'Onu sui disabili: “Mobilità personale”
Per quanto interessa in questa sede l’art. 20 della Convenzione Onu sui disabili (ratificata dall’Italia con legge 3 marzo 2009, n. 18.) stabilisce che: “Gli Stati parti adottano misure efficaci a garantire alle persone con disabilità la mobilità personale con la maggiore autonomia possibile, provvedendo in particolare a: - a) facilitare la mobilità personale delle persone con disabilità nei modi e nei tempi da loro scelti e a costi accessibili”.
In secondo luogo in questo testo non è stato ritenuto sufficiente nemmeno il vocabolo “garantire”, bensì ad esso è stata premessa la dizione “misure efficaci”, a sottolineare che la mobilità deve essere garantita per davvero, o, in altre parole, non è sufficiente che siano prese delle misure astratte, bensì deve essere verificato che queste siano realmente efficaci. In altre parole ancora, nel leggere questa disposizione della Convenzione, non si può omettere di prendere atto del significato del fatto che avrebbe potuto essere stabilito, più brevemente, soltanto che: “gli Stati parti garantiscono ….”. E invece si è voluto inserire anche “misure efficaci”. Di sicuro non lo si è fatto per perdere tempo o per far sì che ciò fosse privo di rilevanza. Perciò, nel prendere le proprie decisioni in proposito, qualsiasi organo della Repubblica, quindi anche l’Amministrazione comunale, è tenuto a verificarne l’efficacia concreta. E diventa perciò rilevante a questi fini il fatto che, l’essere costretto a parcheggiare a 100 o più metri di distanza, per me non è sicuramente una misura efficace per garantire la mobilità, anzi raggiunge proprio l’obbiettivo opposto.
Viceversa, costringendomi a parcheggiare a 100 o più metri di distanza, mi si mette nella condizione di rinunciare alla mia mobilità. Oppure mi si costringe a dipendere dall’assistenza personale o da carrozzine elettriche di una certa capacità. Ben inteso, assistenza personale e/o certe carrozzine elettriche sono formidabili strumenti di autodeterminazione quando non è possibile fare diversamente. Ma sono una grave limitazione all’indipendenza individuale quando il disabile ha le capacità per raggiungere da solo quel luogo. Quindi, costringermi a non parcheggiare accanto a quel cinema, viola sia il più generale diritto alla libertà di circolazione che questo punto sulla mobilità della Convenzione, il quale è esplicito e tassativo. Si viola perché mi costringe a muovermi con un grado di indipendenza inferiore a quello possibile.
Innanzitutto in questo punto della Convenzione viene stabilito che la mobilità deve essere garantita ai disabili nei modi da loro scelti. Cioè a dire, quando esistono più possibilità per garantire la mobilità dei disabili, deve essere scelta quella opportunità, che consente al disabile di scegliere da se stesso il modo in cui muoversi. Il punto è evidente: non si tratta di far muovere un oggetto, bensì un essere umano. Il fatto è che solo il disabile può sapere qual è il modo che soddisfa maggiormente i propri bisogni e desideri di mobilità. Inoltre, in genere, la mobilità non è un bisogno fine a se stesso, ma è finalizzata al godimento di altre necessità vitali, e quindi solo il disabile può sapere quali sono le modalità, che gli consentono il maggiore soddisfacimento di detti bisogni. Infine, ma non meno importante, il fatto è che quasi sempre è solo il disabile stesso che sa qual è il modo meno faticoso per lui per muoversi. Viceversa, con la pedonalizzazione priva di talune attenzioni verso i disabili, mi si costringe a muovermi (se ci riuscissi) nel modo imposto dall’Amministrazione comunale, ad esempio con la carrozzina elettrica di notevole capacità o con un’adeguata assistenza personale. Si viola quindi palesemente questo punto della Convenzione.
Oppure, se va ad un incontro politico, o a trovare degli amici, o in libreria e così via, è evidente che è diritto fondamentale del disabile poterci andare nei tempi da lui scelti. Mentre non è detto che ciò sia sempre possibile, o comunque è in ogni caso più complicato, se mi si costringe a dipendere dall’assistenza personale quando non indispensabile.
Si evidenzia pure che questo punto dei modi e dei tempi “scelti” dal disabile, non solo è inequivocabilmente chiaro e precettivo nell'articolo ora in esame, ma è anche una costante di tutta la Convenzione. Nel senso che un aspetto fondamentale, presente in tutta la Convenzione, è che devono essere i disabili a decidere e scegliere ciò che riguarda la propria vita. Questo si estrinseca in vari modi, con disposizioni che a volte stabiliscono la doverosità di “partecipare”, altre volte quella di essere sentiti, altre volte ancora quella appunto di lasciare la scelta la singolo disabile. Però il fatto che il ruolo attivo del disabile sia una costante dominante nella Convenzione deve far riflettere con attenzione sull'importanza di questa facoltà, che non può essere disconosciuta al disabile.
Infine in questa lett. a) dell’art. 20 della Convenzione vene stabilito un altro parametro immediatamente vincolante per la Pubblica Amministrazione, e cioè il fatto che la mobilità deve essere realizzata “a costi sostenibili”. Anche qui, se l’Amministrazione comunale mi impone di parcheggiare a 100 o più metri di distanza, mi costringe a ricorrere all’assistenza personale. Quindi, ad esempio, se volessi esercitare il mio diritto inviolabile a stare un pomeriggio intero a quella rassegna, questo mi costerebbe almeno € 100.
Oppure mi costringe a prendere una carrozzina elettrica per uso esterno di una certa capacità e con talune caratteristiche ed un automobile adeguata per portarsi dietro tale carrozzina. Quindi un costo che, come minimo, supera gli € 20.000 per andare a quel cinema o ad una conferenza. Intendiamoci bene: quando non c’è alternativa, è chiaro che ciò va fatto. Ma quando è agevolmente possibile evitare ciò, contrasta con questo punto della Convenzione costringermi a questi costi per la mobilità.
Per essere ancora più precisi: è indubbiamente indispensabile che la collettività metta a disposizione le risorse necessarie per far sì che la mobilità personale possa essere goduta anche da quei disabili per i quali è indispensabile l’assistenza personale e/o un’adeguata carrozzina elettrica con idoneo mezzo di trasporto. Se però si costringe a sostenere questi costi anche tutti quei disabili, che potrebbero cavarsela con le proprie gambe o con carrozzine manuali, allora il costo complessivo diventa molto altro per la collettività. E quindi si torna a violare questo punto della Convenzione sui costi sostenibili e l’art. 97 Cost.
Ottavo motivo: la partecipazione alle attività culturali
Si osserva pure che in questo comma della Convenzione, per quanto riguarda “monumenti e siti importanti”, viene stabilito che l’accessibilità deve essere garantita “per quanto possibile”. Al fine delle pedonalizzazioni dei centri storici diventa insomma rilevante osservare che quest’ultima dizione “per quanto possibile” non viene utilizzata dalla Convenzione a proposito dei teatri, musei e cinema. Questo indica chiaramente, pure sotto un ulteriore profilo, che l’accessibilità a queste strutture deve essere comunque garantita. Ed è quindi sicuramente illegittimo, con le pedonalizzazioni, rendere l’accessibilità a questi edifici più difficile di quanto lo è già.
Nono motivo: l'illegittimità giuridica di certe pedonalizzazioni
Non potendo dedurre dal verbale di contravvenzione il motivo per cui è stato fatto, ho telefonato alla polizia municipale per chiarimenti. Trovo inammissibile che si debba telefonare per capire il motivo della contravvenzione, e questo è un ulteriore motivo che rende illegittimo il verbale. Inoltre non so quale rilievo si possa dare a quello che mi è stato detto per telefono.
Tuttavia ci sono dei motivi giuridici di ordine più generale, che rendono ancor più illegittimo vietare l'accesso e la sosta ai disabili nelle zone pedonali.
Queste “pedonalizzazioni” sono senza dubbio provvedimenti positivi, se non altro sotto il profilo della realizzazione e salvaguardia di alcuni di quei valori, che sono al vertice dell'ordinamento costituzionale.
Tuttavia il fatto decisivo da osservare è che la salvaguardia di questi diritti fondamentali deve essere realizzata senza pregiudicare altri diritti parimenti importanti, eventualmente coinvolti. E non c'è alcun dubbio che i diritti fondamentali delle persone disabili hanno pari rilevanza giuridica di quelli delle persone cosiddette normodotate. E questo tipo di pedonalizzazioni, che mi pare onesto definire “selvagge”, incidono pesantemente sui diritti fondamentali di chi ha gravi disabilità.
A questo fine è dunque essenziale rilevare che, quando si tratta di pedonalizzazione e persone veramente disabili, la salvaguardia dei diritti fondamentali, che vengono coinvolti, non crea affatto conflitti, se ci sono la volontà e la capacità di lavorare seriamente.
In primo luogo va rilevato che, per quanto riguarda sia il possesso che l'utilizzo dei “contrassegni arancioni” per disabili, ci sono abusi davvero eccessivi.
Sono abusi così palesi che è perfino semplice individuare dei rimedi. Se è semplice per un cittadino qualunque, tanto più sono tenuti a farlo le istituzioni pubbliche:
la dizione “al servizio del disabile”, di cui al n. 2) del co. 1 dell'art. 3 e al co. 1 dell'art. 188 del Codice della Strada: sarebbe opportuno riformulare questa disposizione in modo da richiedere, come minimo, che il disabile sia a bordo del veicolo durante l’utilizzo del contrassegno. Durante l'incontro in cui discuteva queste pedonalizzazioni selvagge con le organizzazioni “dei” disabili, l'allora sindaco Renzi disse che la mia proposta in tal senso era l'unica valida, che era emersa dall'incontro. Però poi si è guardato bene dall'attuarla;
la dizione “con capacità di deambulazione sensibilmente ridotta”, di cui al co. 1 art. 12 DPR 503, andrebbe specificata meglio;
probabilmente è poi insufficiente il fatto che quest’ultimo DPR preveda un solo tipo di contrassegno. Fra l'altro c'è chi può comunque camminare per 100 o 200 metri, e chi invece può camminare solo per pochi metri. Si tratta di due situazioni oggettivamente diverse, che sarebbe doveroso regolamentare in maniera differente;
la procedura di rinnovo è irragionevolmente complicata per le persone con gravi disabilità permanenti o progressive, mentre è troppo semplice per gli altri titolari del contrassegno (prima arancione e ora) celeste.
Va poi aggiunto con pari rilievo che tali abusi non sono in alcun modo imputabili a chi è veramente disabile, e quindi non vi è nessuna ragione giustificabile per far ricadere su queste persone le difficoltà da affrontare per via di tali abusi. Anche la pattuglia di carabinieri che si fermò prontamente ad aiutarmi mi faceva notare che è davvero inammissibile che gli abusi di chi è normodotato vengano fatti ripagare a chi non lo è.
Ed è in un contesto del genere che si inseriscono due distinte decisioni nelle quali la Corte di cassazione civile ha stabilito che il contrassegno (prima arancione e ora) celeste “autorizza la circolazione e la sosta …….. anche all'interno ……… delle aree pedonali urbane” (sentenza n. 719 del 16 gennaio 2008), e ciò vale a prescindere da quello che viene registrato o meno nelle varie apparecchiature telematiche (sentenza n. 1292 del 22 gennaio 2008). Sono sentenze molto chiare e forti davanti alla quale sia il Comune di Firenze sia la polizia municipale si devono inchinare.
Va poi sottolineato il fatto che l'inderogabilità della solidarietà dell'art. 2 Cost, i precetti dell'art. 3 Cost. e la dignità tutelata da varie disposizioni di primaria importanza giuridica non possono essere affatto rispettati se non si tiene conto della realtà. Si ribadisce dunque che non sono le auto dei pochi disabili gravi, che si trovano nella situazione di dover accedere e sostare in certe zone pedonali, a pregiudicare in alcun modo la vivibilità e la salubrità dei centri cittadini.
Tanto più che esistono vari modi, anche cumulabili tra loro, per far sì che nelle zone pedonali possano accedere soltanto i veri disabili, che non possono fare diversamente.
In proposito va osservato che certe pedonalizzazioni incidono sul diritto inviolabile (anche dei disabili) all’integrazione sociale, così come tutelato anch’esso dall’art. 2 Cost.
Esse incidono anche sulla libertà di circolazione, di cui all’art. 16 Cost. nonché sulla libertà di manifestare liberamente il proprio pensiero dell'art. 21 Cost. A quest'ultimo proposito si rileva che, secondo qualche autorevole giurista, si tratta della libertà più fondamentale di tutte fra quelle garantite dalla Costituzione. Il fatto è che questa libertà include quella di poter formare il proprio pensiero, e a tal fine la libertà di frequentare manifestazioni culturali è essenziale.
Tornando al co. 1 dell’art. 3 Cost. è rilevante osservare che costringere taluni disabili a parcheggiare a 100 o più metri di distanza significa porli in una situazione impossibile, e quindi vuol dire essere irragionevoli.
È poi comunque indiscutibile che vi sia in ogni caso violazione del secondo comma dell’art. 3 Cost. quando viene fatto qualcosa, che va in una direzione opposta a quella da esso indicata.
È molto importante osservare che il “modello sociale” è stato recepito sia nella lett. e) del Preambolo che nell’art. 1 della Convenzione Onu sui disabili. Questo “modello” che attualmente è giuridicamente vincolane in Italia, ribalta diverse cose. Esso stabilisce infatti che la disabilità non è più un fatto riconducibile al singolo, bensì è causata dal modo in cui è organizzata la collettività. Ciò impone di osservare ben maggiori cautele nel porre dei limiti, in questo caso alla mobilità, delle persone disabili.
Venendo alla legislazione ordinaria, va in primo luogo osservato che, nella sua prima versione, il n. 2) del co. 1 dell'art. 3 del Codice della Strada definiva come “AREA PEDONALE URBANA: zona interdetta alla circolazione dei veicoli, salvo quelli in servizio di emergenza e salvo deroghe per i velocipedi e per i veicoli al servizio di persone con limitate o impedite capacità motorie, nonché per quelli ad emissioni zero aventi ingombro e velocità tali da poter essere assimilati ai velocipedi.”
Dunque è lo stesso Codice della Strada ad attribuire ai veicoli al servizio dei disabili lo stesso rilievo previsto per le biciclette e per i mezzi ad emissioni zero di piccole dimensioni. Ed è quindi lo stesso Codice della Strada a riconoscere che non sono i singoli veicoli dei disabili veri a rovinare la vivibilità delle aree pedonali.
Insomma l'accesso e la sosta delle auto dei disabili nelle zone pedonali è la regola, e i divieti in proposito sono ammessi solo in pochissimi casi.
per limitazioni “per motivi di sicurezza pubblica, di pubblico interesse”, insomma i motivi che possono indurre a creare le aree pedonali;
Innanzitutto è ribaltato l’approccio rispetto alla prima versione del n. 2) del co. 1 dell'art. 3 del Codice della Strada: si conferma che le agevolazioni per i disabili non sono più possibili “deroghe”. Viceversa sono i limiti eventualmente posti a carico dei disabili a costituire possibili eccezioni alla regola generale dell’accessibilità.
Si può insomma osservare che eventuali limitazioni poste ai disabili possono essere soltanto delle eccezioni per situazioni davvero particolari. Quindi, anche sotto questo profilo, è inammissibile che il Comune di Firenze utilizzi queste imitazioni come metodo diffuso per gestire le zone pedonali. Ovvero il divieto di accesso e sosta per i disabili nelle zone pedonali non può essere un sistema generalizzato per la gestione del traffico urbano.
A tutto questo va aggiunto che la lett. a) del co. 1 dell’art. 1 della legge 104/92, quindi la prima disposizione della legge-quadro sull’handicap, stabilisce che: “La Repubblica: - a) garantisce …… i diritti di libertà e di autonomia della persona handicappata e ne promuove la piena integrazione …. nella società”.
Si evidenzia che questa disposizione di legge non si limita a disporre della libertà e dell’autonomia dei disabili, ma vi premette che si tratta di diritti, con l’ulteriore rafforzativo che tali diritti devono essere garantiti. Inoltre, a maggiore chiarimento e garanzia, vengono specificate sia le libertà che l’autonomia.
Dunque, anche sotto questo profilo di una norma contenuta comunque in una legge quadro, i diritti fondamentali dei disabili devono essere in ogni caso salvaguardati, e non possono quindi essere tenuti in spregio con le pedonalizzazioni.
Questo perché, con certe pedonalizzazioni, si incide negativamente sulle libertà, sull’autonomia e sull’integrazione sociale delle persone disabili.
A tutto questo va aggiunto che, diversamente da quanto è sinora accaduto nelle tradizionali Carte fondamentali, nella Convenzione Onu sui disabili c’è sì il quasi solito articolo sulla libertà di circolazione (l’art. 18), ma in più c’è l’art. 20 sulla mobilità per i disabili. Ciò a sottolineare l’essenzialità di garantire non solo in astratto, ma anche in concreto, la possibilità per i disabili di muoversi liberamente.
In precedenza in questo scritto è stato esaminato il rilievo dell'art. 20 della Convenzione cit.
A questo va aggiunto che nell’art. 26 della Convenzione si stabilisce la necessità di “misure efficaci ed adeguate” per “ottenere e conservare la massima autonomia, le piene facoltà fisiche, mentali, sociali e professionali, il pieno inserimento e la piena partecipazione in tutti gli ambiti della vita”. È evidente, per i motivi visti esaminando l’art. 20 più sopra, che prevedere le pedonalizzazioni senza talune agevolazioni per i disabili, significa cozzare pure contro i principi appena visti in questo articolo.
Si osserva poi che pure in questo articolo la Convenzione torna sul precetto dei “costi accessibili”. E quindi se ne sottolinea l’importanza.
Anche il rilievo giuridico in proposito dell'art. 30 della Convenzione cit. è stato esaminato in precedenza.
Vediamo ora la seconda versione dell’articolo 3 dell’attuale Codice della Strada.
Innanzitutto, in questa nuova formulazione, viene ribadita la facoltà per i veicoli al servizio dei disabili di entrare nelle zone pedonali e si attribuisce di nuovo a tali veicoli lo stesso rilievo previsto per le biciclette. Inoltre questa facoltà non è prevista più come deroga, bensì entra nella definizione stessa di zona pedonale Ma soprattutto tale facoltà è parificata a quella prevista per i mezzi di emergenza e le biciclette, e diventa di rango superiore rispetto a quanto previsto per i mezzi ad emissioni zero.
Viene insomma ribadito, e quindi anche consolidato, quanto già visto a proposito del co. 1 dell’art. 11 del DPR 503 del 1996, e cioè che la facoltà per i disabili di entrare nelle zone pedonali non è più una deroga, bensì è riconosciuta per legge. Inoltre è difficile immaginare un’area pedonale dove è precluso l’accesso ai mezzi di emergenza e alle biciclette. Anche sotto questo profilo è perciò difficile immaginare la legittimità di brutali limitazioni a danno dell’accessibilità dei disabili.
Infine, ma non meno rilevante: tale frase del Codice della Strada va senza dubbio interpretata alla luce dei numerosi e importanti parametri vincolanti stabiliti dalla Costituzione, dal DPR 503 del 1996, dalla legge 104/92 e della Convenzione Onu sui disabili, che abbiamo visto nel corso di questo scritto.
Stando doverosamente nella realtà della vita vera, supponiamo che, trovandosi costretto dalle pedonalizzazioni “selvagge” a parcheggiare lontano, durante il percorso da fare purtroppo la persona disabile cada, o si ribalti con la carrozzina, e che questo causi un trauma cranico, il quale magari provoca poi gravi lesioni o la morte.
Decimo motivo: la scrittura del ricorso
Per me scrivere materialmente questo ricorso sarebbe un sacrificio fisico enorme per cui sono dovuto ricorrere ad un assistente personale, che ho dovuto pagare. Quindi, con questa contravvenzione, il Comune di Firenze, non solo non ha in alcun modo rimosso gli ostacoli, che devono incontrare i disabili, ma me ne ha creati ulteriori. Tutto questo nel più completo spregio della legalità e nel più totale trionfo della povertà interiore di chi fa queste cose.
Al Prefetto di Firenze di annullare la contravvenzione allegata senza spese per il sottoscritto.
Se i motivi sovraesposti vengono considerati insufficienti, chiedo alla S.V. di ricevermi, di salire nella mia auto al mio fianco e di venire con me sul luogo dove è stata fatta la contravvenzione per consentirmi di capire come avrei dovuto comportarmi per rispettare pienamente la legalità.
Multa per un parcheggio in zona pedonale di tipo A [Ricorso al Prefetto per una multa] 73 kB
Multa per un parcheggio in zona pedonale di tipo A [Ricorso al Prefetto per una multa] 63 kB