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Timestamp: 2017-03-26 20:52:47+00:00
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Matched Legal Cases: ['art 96', 'art. 96', 'art. 96', 'art. 24', 'art. 96', 'art. 96', 'art. 96', 'art. 96', 'art. 24', 'art. 111']

Danno punitivo - responsabilità ex art 96 cpc - responsabilità aggravata
Articolo del 04/03/2015
Autore Dott. Francesco Nicotra Altri articoli dell'autore
UNA FATTISPECIE DI DANNO PUNITIVO: LA RESPONSABILITÀ EX ART. 96 C.P.C. 1. Premessa.
La norma in esame, infatti, non ha natura meramente risarcitoria ma “sanzionatoria”, come affermato dalla prevalente giurisprudenza di merito, traducendosi, dunque, in “una sanzione d’ufficio”. Ciò spiega perché la disposizione esclude la necessità di un danno di controparte, pur se la condanna è stata prevista a favore della parte e non dello Stato, al probabile fine di rendere effettivo il recupero della somma e quindi l’afflittività della sanzione (in tal senso Tribunale Civile di Roma, Sezione III, 28 maggio 2013, n.11676).
2. La ratio dell’art. 96 c.p.c. La disposizione in esame suscita l’attenzione degli interpreti in quanto continua ad essere discussa l’ampiezza della discrezionalità giudiziale nella sua applicazione. In proposito, rilevante appare l’analisi dei caratteri fondamentali che contraddistinguono la condanna ex art. 96, comma 3 c.p.c. La determinazione della natura giuridica è, infatti, assai rilevante per individuare successivamente i criteri per stabilire se ricorrano o meno i presupposti per l’applicazione della norma in esame. È opportuno, peraltro, osservare come l’istituto in esame si ponga in termini di tensione con il ripetuto indirizzo giurisprudenziale che nega la compatibilità costituzionale dei cosiddetti danni punitivi (Corte di Cassazione, 19 gennaio 2007, n. 1183; si ricorda, tuttavia, come nel regolamento comunitario n. 864/2007, il considerando n. 32 escluda l’ammissibilità di una norma comunitaria che determini un risarcimento del danno senza funzione risarcitoria per contrasto con l’ordine pubblico interno solo nel caso di danni punitivi eccessivi, non escludendo l’istituto giuridico tout court).
In particolare, la norma si pone in contrasto con l’esercizio di facoltà previste dall’ordinamento e di diritti costituzionalmente garantiti, sussistente anche a fronte di domande od eccezioni che risulteranno poi infondate (poiché l’agire o il resistere in giudizio costituisce l’esercizio di un diritto [art. 24 Cost.], deve ritenersi che il comportamento del soccombente non debba essere ritenuto un illecito). Occorre, dunque, verificare quali siano i presupposti per l’applicazione della disposizione in oggetto.
3. Caratteri fondamentali.
Sarebbe così del tutto incongruente a tale scelta la tesi – sostenuta dal alcuni autori – secondo cui la condanna ex art. 96, ultimo comma c.p.c., possa prescindere del tutto dai requisiti soggettivi su indicati. Per evitare l’insorgere di dubbi di costituzionalità, nonché per scongiurare il rischio che il giudice possa adottare sempre liberamente la predetta sanzione in caso di soccombenza, è necessario dunque limitarne l’applicabilità a quelle condotte messe in atto con dolo o colpa grave, o con una negligenza tale da causare un ingiustificato allungamento dei tempi processuali.
4. La determinazione del quantum della condanna. Per quantificare la somma da liquidare, occorre valutare vari elementi, quali l’intensità dell’elemento soggettivo, la gravità della condotta di abuso del processo e l’incidenza sulla sua durata.
Rilevante a tal fine risulta la motivazione che deve sorreggere la condanna ex art. 96, comma 3 c.p.c. In proposito, va ricordato ed evidenziato che la motivazione delle sentenze è certamente una grande garanzia di giustizia, quando riesce a riprodurre esattamente, come in uno schizzo topografico, l’itinerario logico che il giudice ha percorso per arrivare alla sua conclusione: in tal caso, se la conclusione è sbagliata, si può facilmente rintracciare, attraverso la motivazione, in quale tappa del suo cammino il giudice ha smarrito l’orientamento. Con riferimento poi ai criteri di determinazione della somma da liquidare ex art. 96, ultimo comma c.p.c., in virtù della attribuita funzione sanzionatoria dell’istituto in esame, essi possono essere ricavati dall’intensità dell’elemento soggettivo (dolosa resistenza nel giudizio) e dalla gravità della condotta di abuso del processo e di incidenza sulla sua durata.
5. Il criterio dell’equità.
Il richiamo al criterio dell’equità, implica per il giudice, sul piano dello stretto diritto, l’obbligo di qualificare i fatti e valutarne le conseguenze, per poi individuare la regola equitativa la quale, in quanto regola, deve comunque essere basata sulla enunciazione di principi, riconducibili non già ad una opinabile valutazione economica e/o giuridica del rapporto controverso in lite, ma a quelli costituzionali (ad esempio solidarietà, uguaglianza, durata ragionevole del processo, tutela giudiziale, utilità sociale – artt. 2, 3, 24, 111, Cost.). Anche il giudizio di equità, al pari di quello di diritto, dunque, è caratterizzato dalla motivazione, i cui vizi rilevano qualora essa sia inesistente o meramente apparente o perplessa, ipotesi nelle quali non emerge il percorso argomentativo che conduce ad individuare la regola (artt. 118 disposizioni attuazione del Codice Procedura Civile e 111, comma 6 Cost.). L’equità infatti non può di certo essere fonte del diritto in alternativa alla legge, come l’antica aequitas, perché incontra vincoli anche (super-legali) e deve attuarsi all’interno di un quadro positivo di riferimento, avuto riguardo da un lato, ai principi regolatori della materia, desumibili dalle norme puntuali, dall’altro, ai principi costituzionali e comunitari, i quali offrono criteri extra-normativi, ma pur sempre giuridici, con i quali individuare la regola per il giudizio.
6. Considerazioni conclusive. In conclusione, l’esame dell’art. 96 c.p.c. dimostra come esso si presenti quale disposizione intesa a scoraggiare l’abuso o l’uso temerario o puramente dilatorio del potere di azione – riconosciuto quest’ultimo dall’art. 24 Cost. – attraverso l’ampliamento del potere discrezionale del giudice, il quale potrà infliggere una sanzione pecuniaria volta essenzialmente a punire quegli abusi, la cui opportunità e il cui ammontare saranno di volta in volta valutati in relazione alle peculiarità del caso concreto.
La disposizione in esame, introducendo una peculiare fattispecie di danno punitivo, da un lato non presuppone l’esistenza di un danno di controparte, mentre, dall’altro, sembra legittimata ad introdurre tale tipologia di danno dalla apparente inesistenza di parametri costituzionali che li vietino. In realtà, la norma dell’articolo 96, comma terzo Codice Procedura Civile, è foriera di diffuse perplessità poiché prevede un potere discrezionale del giudice esercitabile in assenza di presupposti legalmente definiti con sufficiente chiarezza, né per quanto attiene ai limiti della possibile condanna né, tantomeno, alle ragioni che possono sorreggerla, con sospetta contrarietà al dettato dell’art. 111, comma 1, Cost. In proposito, infatti, il dettato della disposizione tace riguardo al grado di discrezionalità riconosciuto all’organo giudicante, sia con riferimento all’entità della condanna pecuniaria (l’attuale formulazione della norma non prevede i parametri in concreto utilizzabili che siano in grado di costruire un massimale entro il quale contenere il quantum della condanna pecuniaria), sia avuto riguardo ai presupposti che legittimerebbero un simile potere d’ufficio. In definitiva, l’adozione di una norma come quella in esame, contenente precetti a struttura “elastica”, senza la previsione di limiti edittali o massimi all’entità della condanna, può dar luogo a disparità di trattamento, dipendenti dal grado di tolleranza del singolo organo giudiziario di fronte agli abusi processuali. Dott. Francesco Nicotra
Dottore di ricerca in diritto pubblico e comunitar