Source: https://www.studiolegaleparenti.com/diritto-di-famiglia/il-giudice-puo-bloccare-la-restituzione-del-bimbo-sottratto-allaffidatario-quando-questo-se-ne-disinteressa/
Timestamp: 2019-06-25 10:23:24+00:00
Document Index: 35040543

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Il giudice può bloccare la restituzione del bimbo sottratto all'affidatario quando questo se ne disinteressa | Studio Legale Parenti
Home » Diritto di Famiglia » Il giudice può bloccare la restituzione del bimbo sottratto all’affidatario quando questo se ne disinteressa
Corte di Cassazione, sentenza n. 4296 del 19.03.2012
La Corte di Cassazione, con la sentenza in esame ha precisato che il figlio maggiorenne può intervenire nel giudizio di separazione o divorzio dei genitori.
Il codice civile all’articolo 155 quinquies prevede che il giudice possa disporre in favore dei figli maggiorenni ma non autosufficienti il pagamento di un assegno anche direttamente all’avente diritto. In simili casi, secondo la Corte si scontrano due posizioni entrambe meritevoli di tutela, quella del genitore convivente diretta ad ottenere l’assegno per adempiere ai propri compiti senza dover anticipare il denaro di tasca propria; e quella del figlio avente diritto al mantenimento, “ed anzi legittimato in via prioritaria ad ottenere il versamento diretto del contributo”.
Così, spiega la sentenza, l’articolo 155 quinquies “appare rivolto al giudice della crisi familiare, chiamato ad adottare – sulla base di una prudente valutazione delle concrete emergenze del caso – quella diversa determinazione in deroga al principio generale”. E con l’ingresso in giudizio del figlio si amplia il contraddittorio consentendo al giudice di decidere “sulla base di una approfondita ed effettiva disamina delle istanze dei soggetti interessati”.
Corte di Cassazione, sentenza n. 2059 del 14.02.2012
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il coniuge che provi l’abbandono volontario e definitivo della residenza familiare da parte dell’altro, senza che questi abbia proposto domanda di separazione, “non deve ulteriormente provare l’incidenza causale di quel comportamento illecito sulla crisi del matrimonio”. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, con la sentenza in oggetto respingendo il ricorso di un marito cui era stata addebitata la separazione a seguito appunto dell’abbandono della casa familiare diversi anni prima della proposizione della domanda giudiziale, e che contestualmente aveva iniziato una nuova relazione more uxorio. Per la Suprema corte, infatti, un simile comportamento implica di fatto “la cessazione della convivenza e degli obblighi ad essa connaturati, gravando dunque sulla parte che si è allontanata “l’onere di offrire la prova contraria”, e cioè che “quel comportamento fosse giustificato dalla preesistenza di una situazione d’intollerabilità delle coabitazione”. Infatti, l’unico caso in cui è ammissibile l’abbandono del tetto coniugale, come previsto dalla legge 171/1975 che ha integrato l’articolo 146 del Cc, è quello in cui sia stata proposta domanda di separazione.
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che
Il fondo patrimoniale non è opponibile al creditore procedente se l’annotazione della convenzione all’atto di matrimonio è successiva all’iscrizione ipotecaria o al pignoramento.
Per la Corte se il pignoramento immobiliare è eseguito prima dell’annotazione, la costituzione del fondo patrimoniale non ha effetto nei confronti del creditore pignorante e di quelli che intervengono nell’esecuzione. Allo stesso risultato si perviene, ha spiegato il collegio, quando il pignoramento sia successivo all’annotazione, ma l’ipoteca sia stata iscritta in precedenza, in quanto con l’iscrizione sorge immediatamente per il creditore il potere di espropriare il bene con prevalenza rsipetto ai vincoli successivi.
Corte di Cassazione, sentenza n. 785 del 20.01.2012
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che la forte litigiosità dei genitori giustifica la revoca del mantenimento diretto dei figli e la corresponsione di un assegno mensile.
Corte di Cassazione, sentenza n. 330 del 12.01.2012
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che la sola immaturità della madre non è sufficiente per dichiarare lo stato di abbandono del figlio e, quindi, la sua adottabilità. Lo ha confermato la Cassazione con l’ordinanza ha respinto il ricorso del Procuratore generale presso la Corte d’appello di Roma nei confronti di una ragazza straniera alla quale il tribunale aveva sospeso la potestà genitoriale nominando un tutore provvisorio per il figlio.
La decisione era stata però riformata dai giudici di secondo grado, suscitando le rimostranze del PG, con la motivazione che ai fini della dichiarazione di adottabilità di un minore non è possibile sostenere l’equazione tra immaturità anche incolpevole del genitore e abbandono del figlio da parte del medesimo.
Ora è arrivata anche la conferma della Cassazione che ha ritenuto valida al motivazione della Corte d’appello in base alla quale non si configura uno stato di abbandono quando la madre, pur bisognosa di supporti psicologici, abbia intrapreso con esiti positivi un processo di autonomia e maturazione e sia profondamente legata al bambino come lui a lei.
Corte di Cassazione, sentenza n. 387 del 13.01.2012
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il venir meno dei presupposti per l’erogazione del contributo di mantenimento nei confronti della ex moglie e dei figli non sempre elimina anche il problema dell’assegnazione della casa familiare in comproprietà. Se esiste, infatti, un accordo sottoscritto in sede di separazione che dispone la vendita a terzi del bene solo dopo che i figli autosufficienti trasferiscano altrove la loro residenza, tale accordo resta in vigore e così anche l’assegnazione della casa fino a quando non si verificano le circostanze concordate.
Lo ha chiarito la Cassazione secondo la quale la legge subordina il provvedimento di assegnazione della casa coniugale alla presenza di figli minori o maggiorenni non autosufficienti conviventi con i coniugi. In assenza di questi presupposti la casa in comproprietà non può quindi essere assegnata dal giudice e resta soggetta alle norme sulla comunione salvo che non esistano eventuali accordi di natura negoziale intercorsi in sede di separazione che dispongono diversamente.
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che l’ex coniuge assegnatario della casa familiare non ha diritto anche all’uso del box auto se non dimostra la natura pertinenziale del bene. In pratica deve dimostrare che il l’immobile era destinato alle esigenze della famiglia anche durante le nozze.
Lo ha chiarito la terza sezione civile della Cassazione secondo la quale il coniuge assegnatario dell’abitazione coniugale che rivendichi la mancata consegna del box è tenuto a dimostrare l’esistenza del vincolo pertinenziale, “quanto al requisito oggettivo dell’appartenenza dei due beni, principale ed accessorio, al medesimo proprietario ed al requisito soggettivo della durevole destinazione del bene accessorio al servizio di quello principale”. Nella specie l’assegnataria ha dedotto a fondamento della domanda la circostanza che il box fosse contiguo all’abitazione. Questo fatto, però, ha spiegato il collegio, da solo non basta quando il marito dimostra di essere proprietario di altro appartamento nello stesso stabile adibito a studio professionale.
Corte di Cassazione, sentenza n. 21968 del 25.10.2011
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha pecisato che deve essere delibata in Italia la sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio se uno dei coniugi non vuole figli anche se la scelta è dovuta al rischio di una malattia per il bambino.
La donna si era giustificata sostenendo di aver avuto all’età di 17 anni una gravidanza molto difficile a cause dell’anemia mediterranea e che ella non aveva mai avuto l’intenzione di escludere i figli dal matrimonio ma soltanto di differirne il concepimento in ragione delle non buone condizioni di salute.
Secondo la Cassazione però per la donna non c’è nulla da fare. Infatti, “in sede di delibazione di sentenza di nullità matrimoniale per esclusione unilaterale dei bona matrimoni il giudice italiano sarebbe vincolato all’accertamento in fatto compiuto dal giudice ecclesiastico, accertamento che per l’appunto avrebbe deposto nel senso della riscontrata intenzione, da parte della donna, di escludere l’ipotesi della maternità”.
Corte di Cassazione, sentenza n. 21173 del 14.10.2011
La Corte di Cassazion con la sentenza in esame ha precisato che l’ex moglie che chiede il riconoscimento dell’assegno di mantenimento non può imporre al giudice di far effettuare indagini fiscali sull’ex marito se il magistrato ritiene sufficiente la documentazione acquisita.
Con tale principio la Corte ha respinto il ricorso di una signora nei confronti dell’ex marito. La donna, che in sede di separazione personale dal coniuge aveva rinunciato all’assegno, ha chiesto in seguito il riconoscimento dell’emolumento sulla base, a suo dire, delle mutate condizioni economiche del marito. A questo proposito ha quindi sollecitato il giudice a svolgere indagini fiscali ad hoc nei confronti dell’ex consorte.
La Corte d’appello prima e la Cassazione poi hanno però stabilito che i giudici non sono mai tenuti a disporre ulteriori indagini di polizia tributaria relativamente alla situazione patrimoniale di uno dei due coniugi quando i redditi dell’interessato risultano “ampiamente dalla documentazione fiscale acquisita agli atti”.
Corte di Cassazione, sentenza n. 20365 del 05.10.2011
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che nei giudizi di sottrazione internazionale di minori si può valutare le conseguenze del ritorno in patria del piccolo e disporre la sua permanenza in Italia anche se uno dei due genitori lo ha illegalmente trasferito nel nostro Paese.
La Cassazione, ha chiarito che il giudice, cui sia richiesto di emettere un provvedimento di rientro nello Stato di residenza del minore illecitamente trattenuto da un genitore, può tener conto delle attitudini educative del genitore affidatario, in quanto l’inidoneità a garantire adeguate condizioni, anche materiali, di accudimento dei minori è circostanza che li espone a rischi fisici o psichici, tanto più quando il padre si disinteressa della figlia come nel caso in esame.