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Timestamp: 2019-01-21 10:31:05+00:00
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Cesare Battisti: ultimo atto?
Parlare di Battisti non è mai piacevole. Significa evocare un’epoca, gli anni settanta, ancora poco chiari oggi. Significa sovrapporre analisi politiche e verifiche giudiziarie. Significa, infine, entrare nelle diplomazie di paesi diversi nel modo di pensare e agire. Prima di fare qualche considerazione che ci aiuti ad andare un po’ oltre ciò che abbiamo letto sui giornali negli ultimi anni, ricapitoliamo le puntate di questa complessa vicenda:
Cesare Battisti è stato accusato, nel dicembre 1988, dal Tribunale di Milano per quattro omicidi avvenuti fra il 1978 e il 1979: il capo agente penitenziario Antonio Santoro (Udine, 6.06.1978) il macellaio Lino Sabbadin (Mestre, 16.02.1979), il gioielliere Pierluigi Torregiani (Milano, 16 febbraio 1979), l’agente di polizia Andrea Campagna (Milano, 19.04.1979). Quel processo aveva coinvolto altri ventidue membri dei Pac (Proletari armati per il comunismo), ai quali furono attribuiti 68 capi di imputazione, di cui la metà anche a Battisti.
Nel 1981 Battisti fugge di prigione, va in Francia e di lì in Messico dove resta fino al 1990 e dove diventa scrittore. Torna in Francia, dove vive fino al 2004. Quando la Francia autorizza l’estradizione in Italia fugge in Brasile, dove è preso nel 2007 per irregolarità con i suoi documenti.
Il 13 gennaio 2009, il Ministro della Giustizia Tarso Genro gli concede lo statuto di “rifugiato politico” che gli evita l’estradizione richiesta dall’Italia. Nel novembre dello stesso anno il Supremo Tribunal Federal, (Stf), massimo organo giudiziario brasiliano, annulla, con il suo voto sfavorevole, la decisione del ministro e decide che la parola finale spetta al Presidente della Repubblica Luís Inácio Lula da Silva. Poi, un mese dopo lo stesso Stf cambia idea e afferma che Lula deve rispettare il Trattato stipulato fra Italia e Brasile, firmato il 17.10.1989. e non decidere a discrezione. All’ultimo giorno del suo mandato presidenziale (31.12.2010), Lula decide di permettere a Battisti di risiedere in Brasile con lo statuto di “immigrato”, con visto provvisorio, in attesa di un visto permanente da richiedersi al Ministero del Lavoro brasiliano. Di conseguenza, avrebbe dovuto essere subito scarcerato, ma il presidente del Stf, Cezar Peluso contesta la decisione di Lula (6.01.2011) e lo trattiene nel carcere di Papuda (Brasilia) fino all’8 giugno 2011, quando il Stf vota di nuovo la decisione di Lula che passa con sei voti favorevoli e tre contrari.
Fin qui i fatti principali. Tuttavia, la questione è molto più complessa, se davvero si desidera capire questo conflitto italo-brasiliano. Ecco alcune “ragioni” dei protagonisti:
Ragioni dell’imputato. Battisti sostiene, con la sua difesa, che a sparare furono altri membri dei Pac, nel primo e secondo caso di omicidio; nel primo in particolare erano presenti Claudio Lavazza e Pietro Mutti che accusò Battisti di aver sparato a Santoro; nel terzo caso, Battisti dice che non gli era possibile essere presente contemporaneamente a Mestre e Milano e nel quarto ribadisce che molte testimonianze hanno riconosciuto nell’assassino un tipo fisico diverso da lui (biondo e molto più alto). Le principali testimonianze ai suoi capi d’imputazione sono state fornite dai pentiti Pietro Mutti e Sante Fatone , che ne ebbero benefici in cambio, cioè minori condanne, a otto e nove anni di reclusione
Ragioni dei giudici. In particolare di Armando Spataro, Sostituto Procuratore della Repubblica di Milano e coordinatore del Dipartimento antiterrorismo, che scrive “Basta con le falsità sul caso Battisti” (Manifesto del 19 febbraio 2011, stesso testo di Le Monde). Ricorda che in due casi (Santoro e Campagna) Battisti sparò materialmente alle vittime. Con Sabbadin svolse il ruolo di “palo” e per Torregiani partecipò alla decisione dell’agguato. Fu arrestato nel 1979 nella base dei Pac, dove si trovarono anche documenti di rivendicazione degli omicidi. Nel 1981 fuggì dal carcere dove era detenuto. Per questa ragione, la Corte Europea di Strasburgo ha respinto al ricorso di Battisti contro la concessione dell’estradizione da parte della Francia.
Ragioni del Brasile. Vanno divise in due: quelle del Ministro della Giustizia e quelle del Tribunale Superiore Federale, la Corte Costituzionale brasiliana,. Il ministro Genro è sempre stato chiaro sui principi ispiratori della sua decisione, sempre accolta e appoggiata da Lula: la sentenza, pubblicata anche nel suo ultimo libro Direito, Constitução e Transição Democrática no Brasil (Editota Francis, 2010), fa un’ampia disamina dei “climi” storici italiani, in particolare degli anni settanta. Come il presidente Lula continua a ribadire, anche Tarso Genro sostiene che non è stato violato l’Accordo bilaterale con l’Italia del 17 ottobre 1989, firmato a Roma. Il riferimento per la non estradizione di Battisti è l’art.3 che recita quanto segue:
RIFIUTO DI ESTRADIZIONE L`estradizione non sarà concessa: a) se per lo stesso fatto la persona richiesta é sottoposta a procedimento penale o é già stata giudicata dalle autorità giudiziarie della Parte richiesta; b) se alla data della ricezione della domanda é intervenuta secondo la legge di una delle Parti, prescrizione del reato o della pena; c) se per il reato costituito dal fatto per il quale é domandata, nella Parte richiesta é intervenuta amnistia e quel fatto ricade sotto la giurisdizione penale di tale Parte; d) se la persona richiesta é o é stata o sarà giudicata da un tribunale di eccezione dalla Parte richiedente; e) se il fatto per il quale é domandata é considerato dalla Parte richiesta reato politico; f) se la Parte richiesta ha serie ragioni per ritenere che la persona richiesta verrà sottoposta ad atti persecutori o discriminatori per motivi di razza, di religione, di sesso, di nazionalità, di lingua, di opinioni politiche o di condizioni personali o sociali, o che la situazione di detta persona rischia di essere aggravata da uno degli elementi suddetti; g) se il fatto per il quale é domandata costituisce per la legge della Parte richiesta reato esclusivamente militare. Agli effetti del presente Trattato si considerano reati esclusivamente militari i fatti previsti e puniti dalla legge militare e che non costituiscono reati di diritto comune.
In particolare, è la frase in neretto che ha giustificato la decisione, valutata attentamente alla luce della tradizione giuridica brasiliana e con il parere espresso dalla Advocacía Geral da União (Agu). E’ stata proprio la Agu ha sottolineare come la situazione del Battisti potesse correre il rischio di “essere aggravata da uno degli elementi suddetti”. Per quanto riguarda la tradizione giuridica brasiliana, si ricorda che: lo stesso asilo politico era stato concesso nel 1989 al feroce dittatore del Paraguay, Alfredo Stroessner e più recentemente, a Manuel Zelaya, il deposto presidente dell’Onduras (28.06.2009), riparato all’ambasciata del Brasile nella capitale onduregna. La sentenza brasiliana, infine, diverge sulla natura dei crimini: se comuni o politici, sull’uso dei pentiti e sulla non presenza alla proclamazione della sentenza di Battisti.
Per quanto riguarda il Stf, occorre dire che il suo presidente, Gilmar Mendes, fu sempre un ministro di giustizia piuttosto contrastato dalla stessa sua categoria, specie per alcune decisioni ritenute discutibili. Mendes, infatti, fu colui che liberò il banchiere faccendiere Daniel Dantas (2008), nominato al Stf dal predecessore e avversario politico di Lula, Fernando Henrique Cardoso. In merito, fu scritta una “lettera – manifesto” nei suoi confronti da 134 giudici federali (luglio 2008) che raccolse oltre 400 firme di adesione fra i colleghi, mentre alcuni Procuratori regionali della Repubblica minacciarono la presentazione, nei confronti di Mendes, dell’impeachment. Per un periodo, il Stf fu in pareggio nella votazione sull’estradizione. Nel 2009 furono 5 a favore e 4 contrari (2 giudici erano assenti, uno in
licenza, l’altro per motivi di salute). Nell’ultima decisione (8.06.2011) votano a favore sei membri: Luis Fux, Carmen Lúcia, Ricardo Lewandowski, Joaquim Barbosa, Ayres Britto e Marco Aurélio de Mello. Votano contro in tre: Gilmar Mendes, Ellen Gracie e Cezar Peluso. Quest’ultimo, già professore dell’Università Cattolica di S. Paulo e di Santos, con Mendes fu il più accanito propugnatore dell’estradizione.
Ragioni dell’Italia. La destra invoca giustizia per i famigliari delle vittime, deplora il non rispetto del trattato bilaterale e chiede conto della decisione ritenuta politica in merito a Battisti. Il Ministro degli Esteri Franco Frattini dichiara di voler ricorrere alla Corte dell’Aja, proseguendo la battaglia giuridica. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, con la sinistra (Partito democratico), ha continuato, negli ultimi anni, a fare pressioni sul governo Lula affinché concedesse l’estradizione, attraverso contatti personali, messaggi, lettere e dichiarazioni pubbliche. Napolitano (Corriere della Sera del 9.01.2011), dichiara, fra l’altro: “Non ci siamo fatti capire sul terrorismo”, come a dire: gli imputati di allora non erano perseguitati politici, bensì imputati di reati comuni veramente compiuti, sanciti da una democrazia in atto. L’Italia ha presentato, inoltre, una risoluzione, votata al Parlamento europeo (2.01.2011) di Strasburgo, in cui si chiede che il Brasile eserciti il suo “diritto-dovere di estradare” Battisti, per adempiere il trattato bilaterale con l’Italia. Sono presenti 86 membri su 736 parlamentari, votano a favore 83 con 2 astenuti.
Considerazioni per pensare
Il caso Battisti è spesso servito a scatenare gli stereotipi più inverosimili sul Brasile, considerato un paese “a basso tasso di civiltà giuridica”. Quest’affermazione è di F.Merlo su La Repubblica del 15 gennaio 2009. Il suo articolo, vero crogiuolo di accuse gratuite al governo Lula, che peraltro ha dimostrato di conoscere molto poco, colpisce per lo stile acido e per i toni grossolani, sin dall’esordio che dice: “Per il governo brasiliano Cesare Battisti è un incrocio di Simón Bolívar e del giudice Falcone”. Questa modalità di trattare un solo fatto – uno solo - , nel caso, l’estradizione di Battisti, per giudicare un paese intero come il Brasile, invalidandone l’identità profonda e la storia democratica, dimostra quanta alterigia ancora esista da parte di un paese europeo come l’Italia che pure non ha risolto, pur essendo una democrazia ormai secolare, alcuni suoi problemi di fondo: il rapporto fra mafia e politica, le stragi come Piazza Fontana (12.12.1969) ancora impunite e così via.
2) La generazione al governo prima con Lula, oggi con Dilma Roussef (fra l’altro perseguitata e torturata durante la dittatura degli anni settanta in Brasile), ha imparato direttamente la democrazia, non come sfida ideologica, ma come pratica ideale, non come qualcosa da conquistare come un Palazzo d’Inverno e con le armi, ma con la paziente battaglia quotidiana contro le ingiustizie. In questo percorso, dalle molte anime, che ha coinvolto militanti politici, laici, cattolici (ispirati alla Teologia della liberazione), donne, giovani, indigeni, intellettuali e anche militari, la scelta della non violenza è sempre stata vincente. La risposta armata alla dittatura in Brasile non ha avuto diffusione di massa (e parliamo di un continente trentotto volte l’Italia), perché ha prevalso il dialogare insieme. Ciò nonostante, i perseguitati sono stati migliaia. Sono quelli che la “Commissione Amnistia”, voluta da Tarso Genro, ha risarcito, attraverso una grande campagna di raccolta di testimonianze orali che non vengono solo archiviate per la storia, ma servono come atto d’accusa (e di risarcimento) per la persona offesa. Il Brasile è una democrazia vera, con i problemi di tutte le società moderne, e certo, primo fra tutti quello della violenza sociale, specie nelle città. Ma il modo con il quale sta affrontando il suo passato e la società del presente lo dimostra.
Proprio la scelta non violenta e la costruzione lenta, ma inarrestabile, della democrazia, ha portato alla costituzione in Brasile di un grande corpo del diritto. Gli Ordini degli avvocati (dei singoli stati) e nazionale sono punti di riferimento imprescindibili per la giustizia brasiliana che solo la miopia giornalistica italiana non sa vedere. Il caso Battisti si sta dibattendo in Brasile da diverso tempo, per lo meno da quando questo incriminato è stato arrestato, e coinvolge la legislazione brasiliana rispetto ai rifugiati politici. Bisogna anche sapere che il caso Battisti è diventato un oggetto del contendere politico, in Brasile, fra il vecchio partito di destra, di ispirazione liberista, oggi, con nuova denominazione, detto Dem (Democratas), ma che fino a qualche anno fa era il Partido da Frente Liberal (Pfl), a sua volta erede dell’Arena, il partito dei militari durante la dittatura.
In Italia, spesso in molte dichiarazioni di politici eminenti (basta sentire la sequela ai telegiornali), si confonde fra terrorismo degli anni settanta e terrorismo attuale. Sono, tuttavia, due epoche storiche da valutare nella loro profonda differenza, anche se ogni terrorismo, sempre e ovunque, è inammissibile, perché l’atto che distrugge improvvisamente dei legami sociali (al supermercato, in una piazza o una discoteca) distrugge qualsiasi possibilità di dialogo, di creatività umana e apertura alla diversità: è un atto ingiustificabile, che tuttavia non si cura con altri atti di violenza. In Italia, in particolare, ancora si deve togliere dal rimosso storico quel decennio oscuro, degli “anni di piombo”, farlo diventare, in qualche modo, storia digerita, pur se non eticamente accettata. Il terrorismo oggi ha tutt’altra matrice. Non li si può mettere insieme in un unico calderone e invocare, in nome del terrorismo di oggi, punizioni per il terrorismo di ieri.
Battisti dove è stato in questi decenni? E’ giusto che sia punito, ma perché si è aspettato tanto e perché ci si accanisce con il Brasile che raccoglie solo l’ultimo atto di una vicenda che ha avuto come protagonista principale la Francia, con la cosiddetta “Dottrina Mitterand”, che dava protezione ai terroristi che abbandonavano la lotta armata. In questi decenni, Battisti è cambiato, nel bene e nel male, è un uomo diverso. Scrive e frequenta ambienti culturali molto diversi dalla sua origine. Che si sappia, non ha fatto atti di violenza, dopo quelli certificati nel periodo in cui in Italia molte forze legittimavano comportamenti come il suo. Certo dovrebbe pagare per quelli del passato, ma come garantire la sua conversione a nuova vita? Ad altri, che in Italia nello stesso periodo si sono comportati similmente, sono state offerte queste possibilità. L’elenco è lungo, come lungo è l’elenco degli autori di crimini come quello di Battisti, oggi tranquillamente in giro per il mondo, di cui gli uffici antiterrorismo della Polizia nostrana sanno (vedi la “mappa” denunciata da Carlo Bonini su La Repubblica, 30.01.2009) indirizzi, numeri di telefono e professione. Per non fare che qualche nome: Leonardo Bertulazzi, ex delle Brigate Rosse della colonna genovese 28 marzo (quella, fra l’altro, da cui provengono gli assassini dell’operaio Guido Rossa dell’Italsider), non è stato estradato dall’Argentina (2002). A Marina Petrella (ex Br condannata per sequestro Moro), il presidente francese Nicolas Sarkosy non dà l’estradizione in Italia per motivi di salute, anzi ha affermato che la concede solo se le sarà concessa la grazia, sempre per motivi di salute, da parte dello stato italiano.
All’estero, specie in America latina, l’ispirazione giuridica per l’estradizione è quella della “Dottrina Mitterand” (DM) che vale, ovviamente, ancora in Francia. Perché, nell’ambito delle collaborazioni giuridiche, di polizia, amministrative ecc., non se ne chiede la revisione, in primo istanza alla Francia? Fra l’altro, in questi riferimenti internazionali, ispirati alla DM, vale anche la common law, cioè la possibilità per il contumace di avere il suo processo congelato, fino a quando non compare o è arrestato. La stessa giurisprudenza della Corte di Strasburgo, ripresa dalla disciplina dei mandati di arresti europei, prevede che la consegna del latitante, condannato in contumacia da un paese all’altro dell’Europa, sia possibile solo se esiste la garanzia di un nuovo processo. Insomma, anche a libello giuridico, la questione non è proprio semplicissima.
Gli “anni di piombo” sono una pagina difficile complessa della storia italiana. E’ vero, come dice Giorgio Napolitano, che è un decennio non compreso dal Brasile, e neppure dalla Francia, potremmo aggiungere, viste le decine di terroristi che ha accolto con la DM. Non siamo stati, dunque capiti? Ma noi l’abbiamo capito quel decennio? Cosa abbiamo fatto per renderlo limpido nelle sue dinamiche, spesso oscure, fra trame rosse, nere, servizi segreti e P2? Dobbiamo ancora una volta ricordare che in quel decennio, difficile e tragico degli anni settanta, la resistenza in armi, riattivata nell’Italia repubblicana da parte di frange deviate dei servizi segreti o da parte di formazioni armate di sinistra e destra, che i protagonisti chiamano “lotta armata”, ha provocato una distorsione profonda dell’idea di giustizia e soprattutto di democrazia. La strage di Piazza Fontana (12 dicembre 1969), l’attentato alla Questura di Milano (17 maggio 1973), Piazza della Loggia a Brescia (28 maggio 1974), il treno Italicus alla stazione di San Benedetto val di Lambro (4 agosto 1974), la Stazione di Bologna (2 agosto 1980), Treno rapido 904 sempre a San Benedetto val di Lambro in provincia di Bologna (23 dicembre1984). Se Piazza Fontana, con l’ultima sentenza di assoluzione per gli indiziati – che ha visto una lunga fila di personaggi legati alle trame nere, da Freda a Ventura prima, a Maggi, Digilo, Zorzi poi, fu il tentativo più pericoloso della storia d’Italia di far precipitare il paese verso svolte autoritarie e cancellarne i percorsi di libertà fino ad allora compiuti, il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro segnarono uno spartiacque profondo nella società italiana, troppo abituata a sopportare il doppio stato, l’invisibile e il visibile. Tuttavia, l’Italia resse a questi scossoni, così come alla sequela di attentati politici e omicidi che nel 1977 furono 2128 i primi e 42 i secondi, rivendicati da una trentina di sigle diverse. Questa scia di violenza scende ai giorni nostri. Gli strascichi di processi inconclusi e sentenze tardive sono ancora materia dell’oggi nei mass media e nelle nostre coscienze in attesa di verità. La parola definitiva, anche senza che siano stati condannati i colpevoli, per Piazza Fontana avvenne nel 2005. Dopo ventisei anni, appare il ruolo di Totò Riina nella strage del Rapido 904 con 17 morti e 267 feriti. Solo il 16 novembre 2010, la Corte d’Assise ha emesso la sentenza di primo grado della terza istruttoria per la strage di Piazza della Loggia, mentre nomi indiziati, comuni a quelli di Piazza Fontana, si rincorrono da un’udienza all’altra: Zorzi (oggi, fra l’altro, cittadino giapponese con il nuovo nome di Hagen Roi e non più estradabile in Italia), Maggi, Tramonte, Rauti, Delfino, Maifredi... Così per l’Italicus, si sa che gli esecutori appartenevano a Ordine Nero, ma nessuno fu condannato. Per la strage alla stazione di Bologna, infine, si arrivò al 23 novembre 1995 per la sentenza definitiva, mentre ancora nel 2000 la Corte emise condanne per depistaggio delle indagini, fra gli altri a Federigo Mannucci Benincasa, ex direttore del Sismi di Firenze. Mafia, servizi segreti (pressoché sempre presenti nelle varie indagini), estrema destra ne risultano gli ingredienti principali. 1969 - 1984: sono gli anni delle stragi, degli attentati e degli omicidi politici. 1970 - 1982: sono anche gli anni della lotta armata di sinistra. Aldo Moro, in questo equilibrio di poteri invisibili, fu rapito il 16 marzo 1978 alle 9 di mattina, mentre alla Camera dei Deputati italiana si sarebbe dovuto insediare il primo governo di Unità nazionale guidato da Giulio Andreotti, un monocolore democristiano, sostenuto anche dai voti del Partito Comunista, ritornato nell’ambito della maggioranza di governo dopo trentuno anni e dopo l’inizio, nel 1973, con Berlinguer, della politica del “compromesso storico”. Fu ucciso dopo cinquantacinque giorni dalle Brigate Rosse che ne firmarono la fine.
Il caso Battisti è solo uno dei nodi di questo decennio degli anni settanta ancora poco ruminato dalla coscienza italiana. Ed è vero che all’estero, specie in America latina, contemporaneamente si lottava contro la dittatura. Possono scattare paralleli, se l’incontro fra culture, anche quelle politiche, necessario presupposto alla comprensione reciproca, non ha saputo creare occasioni di scambio vero e profondo. Nella vicenda Battisti, fra Italia e Brasile, certo si paga questo, ma emerge anche altro da tenere in considerazione, che riassumendo, è il seguente:
· mancanza di chiarezza politica in Italia rispetto a crimini, commessi negli anni settanta, che un po’ vengono detti “comuni” e un po’ politici, segno che non c’è stato un progetto politico di ripensamento globale di quegli anni per poterli “perdonare”, o meglio, “riconciliare” con la storia nazionale. Troppe omissioni, troppi silenzi, troppi ritardi, anche da sinistra, da quella sinistra istituzionale che oggi, inspiegabilmente, si è impuntata su Battisti ed è arrivata tardi a capire (solo con l’omicidio di Guido Rossa) che la storia del terrorismo aveva una radice anche nella sua storia. E gli altri casi? Non si possono trattare a uno a uno, se si riconosce loro un’ispirazione ideologica comune che ha travagliato il nostro paese;
· politici italiani che dichiarano indignazione, disgusto, “vergognosa violazione di accordi internazionali”, mancata giustizia per le vittime. Ma non è il paese in cui le vittime erano cittadini a dover per primo assicurare la giustizia a loro e ai loro famigliari? Il ministro degli Esteri Frattini, che ha anche richiamato l’Ambasciatore a Brasilia, Gherardo La Francesca, dice “Vogliamo sapere in quale atmosfera è stata presa questa decisione” in Brasile. Entrambi i paesi si affidano per le loro decisioni, e le loro considerazioni, all’atmosfera politica dell’altro. Tuttavia, il Brasile, in realtà, applica le possibilità del suo diritto, che come abbiamo detto, è ispirato alla “Dottrina Mitterand” e interpreta, con legittimità - i rischi sono valutazioni che non possono ricorrere a dati completamente oggettivi, come nel caso di analisi politiche - dal suo punto di vista, l’art.3 dell’Accordo bilaterale con l’Italia;
· l’insistenza sui parenti delle vittime è umanamente comprensibile e giusto, ma insufficiente alla consapevolezza democratica. Non si può fare solo forza sui sentimenti per capire un’epoca. Non credo che debba esserci un risarcimento di tipo individuale al dolore, quando questo ha fatto parte di una dimensione storica. Certo che il dolore esiste ed è profondo, ma la politica deve recuperarlo in un’etica collettiva che si fa educazione, rispetto e legalità, attraverso l’educazione civica e l’insegnamento di una storia che tenga conto della complessità umana e della conoscenza di un’epoca al di fuori di preconcetti e luoghi comuni.
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