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Timestamp: 2017-08-17 15:21:23+00:00
Document Index: 103986382

Matched Legal Cases: ['art. 32', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 23', 'art. 7', 'art. 23']

La famiglia nella Costituzione italiana Genesi articolo 29 - Caporrella Vittorio
Vittorio Caporrella
La famiglia nella Costituzione italiana. La genesi dell'articolo 29 e il dibattito della Costituente
«La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio»
Costituzione della Repubblica Italiana, articolo 29, comma 1 (23 aprile 1947)
Come si è giunti dalla dichiarazione di Moro sulla famiglia «comunque costituita», all’articolo della Costituzione che limita il riconoscimento delle famiglie solo a quelle coniugali?
Come noto, l'articolo 29 apparve contraddittorio e poco comprensibile persino dagli stessi costituenti che lo votarono: l'unico significato che sembrerebbe certo - lo Stato riconosce solo le famiglie coniugali - in realtà non corrisponde al testo proposto e dibattuto nei sei mesi precedenti al giorno della votazione. Coloro che avevano progettato e approvato l'articolo in sede di Commissione non avevano mai pensato alla possibilità di legare la famiglia al vincolo matrimoniale, neppure fra i democristiani. La frase che sancisce lo status della famiglia nella nostra Repubblica è frutto per metà della condotta del Comitato di redazione e per metà di strategie propagandistiche in vista delle elezioni dell'anno seguente.
In realtà il 24 Aprile 1947, all'una del mattino, l'Assemblea non intendeva veramente esprimersi sull'articolo 29 così come lo leggiamo oggi. Si trattava infatti solo di votare in favore o contro una parte di esso, o meglio, solo rispetto alla parola: «indissolubilità». L'articolo è significativo non per quello che dice, ma per quello che fu escluso ed eliminato, lasciando così una proposizione che contraddice se stessa[1].
La valenza politica della battaglia sull'introduzione della indissolubilità del matrimonio nella Costituzione è stata già posta all'attenzione degli storici da Anna Rossi-Doria, nel quadro di un più ampio conflitto tra cattolici e laici, in cui la «linea del compromesso con la Dc scelta dal Pci sulle questioni dei diritti civili, a partire dal divorzio», costituì una delle cause dello «squilibrio tra diritti pubblici e privati delle donne nel testo costituzionale»[2]. Attraverso l'analisi del dibattito nella Costituente, analizzeremo più da vicino le dinamiche politiche instauratesi sia tra i partiti sia tra le loro differenti componenti interne.
Chi oggi si affanna ad interpretare l'articolo 29 per risolvere le questioni che si sono affacciate nell'orizzonte dei cambiamenti sociali della famiglia di inizio millennio, deve tenere conto che esso non deriva dalla lunghissima riflessione e dalle estenuanti discussioni dei costituenti in merito alla famiglia, ma dalle sole due questioni politiche allora rilevanti:
1) bisogna introdurre il divieto di divorzio nella Costituzione?
2) I comunisti possono legittimamente rappresentare anche l'elettorato cattolico?
A loro volta, queste due questioni si inseriscono nella strategia democristiana di politicizzazione del tema “famiglia” in vista dello scontro ideologico per le prossime elezioni dell’Aprile 1948. Un’operazione così efficace nella cultura italiana da divenire un tratto costante della propaganda politica della penisola.
Uno degli artefici dell'articolo 29 fu, suo malgrado, Palmiro Togliatti, il quale fu costretto a seguire due strategie:
a) svuotare l'articolo da qualunque effetto giuridico immediato;
b) rimandare le questioni sul tappeto al futuro dibattito politico, il quale durò però trenta anni, fino al varo della riforma sul diritto di famiglia del 1975.
Il pragmatismodi Togliatti era imposto dalla necessità di superare l'impasse politica, determinata dalla volontà democristiana di inserire la clausola di "indissolubilità del matrimonio" all'interno della Costituzione. Tutto ciò aveva messo in crisi il sistema di compromesso costituzionale[3] che aveva fino ad allora guidato Dc e Pci nella redazione dei precedenti articoli. La gravità della scissione determinata dal dibattito sulla famiglia può essere immediatamente compresa tenendo conto di tre fattori:
1) nella votazione finale fu chiesto di ricorrere allo scrutinio segreto in base ad un vecchio regolamento della Camera dei deputati: non era mai accaduto per nessun articolo della Costituzione, ed in verità non accadeva da oltre 60 anni;
2) i comunisti non potevano esprimersi palesemente per il divorzio perché gran parte del loro elettorato contadino e alcuni deputati erano contrari. Il tema divideva trasversalmente il partito[4] ed era un punto debole su cui premeva la propaganda della Dc;
3) i democristiani si trovavano in una posizione delicata perché non potevano rinunciare a porre la questione dell'indissolubilità, non solo per strategia politica ma anche per la pressione dell'opinione pubblica cattolica[5]. Quando in Sottocommissione fu loro chiaro che non vi era spazio per un compromesso, Dossetti dichiarò francamente: «Per il mio partito, quello che si sta dibattendo [l'indissolubilità del matrimonio] è il problema fondamentale di tutta la Costituzione. Indubbiamente vi sono anche altre parti della Costituzione che ad esso stanno a cuore, ma questa assume un'importanza assolutamente eccezionale»[6].
Si possono fare varie ipotesi sul perché di questa dichiarazione. Oggi può apparire esagerata la rilevanza assunta dalla discussione sull'articolo 29 in confronto ad altri principi riguardanti l'ordinamento dello Stato, ma nel 1946-47 il clima politico e sociale era diverso: le prime elezioni della Repubblica si sarebbero svolte all'insegna della contrapposizione fra il partito dei cattolici e le sinistre laiche, la propaganda religiosa avrebbe giocato un ruolo importante per il futuro assetto della politica italiana nel quinquennio che ne avrebbe determinato sia la forma della ricostruzione sia la sua collocazione geopolitica.
In questo articolo, che costituisce il nucleo di ulteriori ricerche, mi occuperò solamente di ricostruire il dibattito della Costituente e la genesi del primo comma dell'articolo 29, rimandando a future indagini la sua posizione nella più complessa trama delle parti della Costituzione che riguardano la famiglia.
Il focus dell'analisi sarà incentrato su tre concetti: "società naturale", "indissolubilità del matrimonio", “famiglia fondata sul matrimonio”, esaminati nei tre stadi della loro iter costituzionale: I Sottocommissione (30 ottobre - 15 novembre 1945), Commissione dei Settantacinque (15 gennaio 1947), Assemblea plenaria (15-23 aprile 1947).
Sottocommissione: una «società naturale» ma non «fondata sul matrimonio»
Relatori in Sottocommissione per gli articoli sulla famiglia furono Nilde Jotti per il Pci e Camillo Corsanego per la Dc. Possiamo riepilogare i capisaldi delle richieste della Jotti[7] nei seguenti punti:
1) salvaguardia delle condizioni economiche delle famiglie
2) eguaglianza dei coniugi
3) diritti della prole all'educazione e all'istruzione
4) eguaglianza tra figli illegittimi e legittimi
5) riconoscimento della funzione sociale della maternità
La Jotti poneva a nome delle sinistre le questioni della eguaglianza giuridica e della tutela economica, all'interno di un più complessivo progetto che vedeva impegnate anche Teresa Noce e Angelina Merlin in III Sottocommissione nella formulazione di quegli indirizzi di politica economica-sociale che confluiranno poi nell'articolo 31.
Camillo Corsanego aprì la sua relazione alla I Sottocommissione con una significativa dichiarazione: «C'è un argomento sul quale l'autentico popolo italiano, anche nei suoi strati più umili, ha argomenti chiari, ben definiti e concreti: la famiglia».[8]
Probabilmente, il termine «autentico popolo italiano» si riferiva a quello di cultura e tradizione cattolica, mentre l'espressione «anche nei suoi strati più umili» costituiva un riferimento implicito agli elettori comunisti e socialisti.
1) salvaguardia della condizione economica
2) tutela della maternità
3) indissolubilità del matrimonio
4) parità tra i coniugi ma con superiorità del parere paterno (del “capo di famiglia”)in caso di conflitto di pareri
5) libera scelta dei genitori sulle scuole dove iscrivere i figli
6) parità dei figli illegittimi ma solo con il parere positivo anche dal coniuge
I punti 1 e 2 coincidevano con le proposte delle sinistre; anche il 4 e il 6 ma con i distinguo evidenziati dal corsivo. Il 5 apparteneva al dibattito sul futuro art. 32. Il 3 marcava invece una contrapposizione netta che si trascinerà per sei mesi.
In questo contesto, cosa significa «società naturale» e perché i democristiani insisterono per inserire questa formula? L'approccio giusnaturalistico della DC era caratterizzato da una dichiarazione di principio - che si basava sul già approvato articolo 2 - la stessa con cui La Pira aveva introdotto e impostato l'intero Titolo II della Costituzione: vi sono diritti dell'individuo e delle sue formazioni sociali che sono anteriori alla legge positiva dello Stato. Dunque rigetto della teoria dei diritti riflessi, con cui fascismo e nazismo avevano invaso la sfera privata della famiglia, e applicazione della dottrina pluralistica, in base alla quale si riconoscevano formazioni sociali preesistenti lo Stato e con ordinamenti giuridici autonomi che sancivano diritti intangibili e inalienabili.
Lo scopo di La Pira era quello di gettare le basi per affermare l'autonomia delle scelte familiari in base alla tradizione cattolica italiana, sancendo la libertà dei genitori di scegliere tra scuola pubblica o privata/confessionale per i figli.
Tutto ciò portò alla proposta Dc di iniziare il Titolo II con la definizione di famiglia «come l'unità naturale e fondamentale della società», sostituita poi dalla formula «società di diritto naturale».
Togliatti e Moro si accordarono allora sulla generica definizione di famiglia come «società naturale», che veniva incontro alle esigenze democristiane lasciando però un certo grado di ambiguità.
La posizione dei socialisti in merito era di totale chiusura: Basso sostenne che la famiglia non poteva essere una società naturale perché è scientificamente dimostrato che essa è una costruzione storica. Egli proponeva di ritirare completamente qualsiasi articolo "definitorio" lasciando solamente quelli che comportassero effettive conseguenze giuridiche o indicazioni di tutele sociali specifiche.
Togliatti aveva invece capito che la definizione di "società naturale" non aveva alcun effetto giuridico e che le conclusioni che la Pira ne avrebbe voluto trarre («dal fatto che la famiglia abbia una sua costituzione e dei diritti ad essa connessi, discende il criterio della indissolubilità del vincolo») dovevano essere votate in un'Assemblea dove il voto comunista e socialista era determinante. Perciò quella definizione poteva essere tranquillamente usata come merce di scambio per altre più significative questioni.
La posizione della destra era rappresentata da Umberto Mastrojanni del movimento dell'Uomo Qualunque, che basandosi sull'impianto giuridico hegeliano ebbe facile gioco nello smontare la tesi democristiana, rilevando il paradosso per cui se la famiglia fosse una società naturale, allora anche le coppie di fatto («concubini») dovrebbero essere considerate «famiglie». A questo punto Moro fece una dichiarazione che ha ancora oggi un peso rilevante.
Quando si dice che la famiglia è una società naturale, non ci si deve riferire immediatamente al vincolo sacramentale; si vuole riconoscere che la famiglia nelle sue fasi iniziali è una società naturale.
Pur essendo molto caro ai democristiani il concetto del vincolo sacramentale nella famiglia, questo non impedisce di raffigurare anche una famiglia, comunque costituita, come una società che, presentando determinati caratteri di stabilità e di funzionalità umana, possa inserirsi nella vita sociale. Mettendo da parte il vincolo sacramentale, si può raffigurare la famiglia nella sua struttura come una società complessa non soltanto di interessi e di affetti, ma soprattutto dotata di una propria consistenza che trascende i vincoli che possono solo temporaneamente tenere unite due persone.[9]
Quella di Moro è una dichiarazione importante. Coerenti con il principio della società naturale, i democristiani concepivano lo status di famiglia come autonomo sia dal vincolo coniugale si da quello sacrale: una famiglia è tale indipendentemente dal suo riconoscimento legale o religioso. L'impostazione iniziale era dunque basata su due articoli distinti: uno sulla famiglia e uno che regolasse il matrimonio.
La parola "famiglia" e il termine "matrimonio" non si trovarono mai nello stesso articolo in alcun progetto costituzionale.
Di fronte al dissenso interno alla Sottocommissione sulle questioni "società naturale" e "indissolubilità del matrimonio", si decise di far riunire il comitato incaricato della redazione dell'articolo (formato da Jotti, Corsanego e Dossetti) aggiungendo due componenti: Togliatti e Moro. I due avrebbero dovuto trovare un compromesso, e così fu. La struttura era chiara. Due articoli distinti: il primo sulla famiglia e il secondo sul matrimonio.
Art. 1 (poi 23, poi 29)
«La famiglia è una società naturale e come tale lo Stato la riconosce e ne tutela i diritti, allo scopo di accrescere la solidarietà morale e la prosperità materiale della Nazione».
«Il matrimonio è basato sul principio della eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, ai quali spettano il diritto e il dovere di alimentare, istruire ed educare la prole».
«La legge regola la condizione giuridica dei coniugi, allo scopo di garantire l’unità della famiglia».
Nel primo articolo si poteva distinguere una parte democristiana ("società naturale") ed una delle sinistre ("prosperità"). Nel secondo articolo il primo comma ratificava l'eguaglianza totale fra i coniugi (richiesta dalle sinistre contro il parere dei democristiani), il secondo rappresentava un cedimento reciproco consistente nel riferimento ad una regolamentazione statale del matrimonio allo scopo di preservare una generica «unità della famiglia», senza però parlare di indissolubilità del vincolo coniugale. Una accettabile soluzione di compromesso.
L'«indissolubilità matrimoniale»
Io compromesso fra Togliatti e Moro fu però messo in crisi in sede di votazione da La Pira. Egli propose un emendamento che reintroduceva il concetto di indissolubilità trasformando così l'articolo:
Art. 2, emendamento La Pira al comma 2
«La legge regola la condizione giuridica dei coniugi, allo scopo di garantire l'indissolubilità del matrimonio e l’unità della famiglia».
La Pira, oltre allo sgambetto, volle anche togliersi una soddisfazione: nel proporre l'emendamento, citò e prese a modello la legislazione sovietica di Stalin. Bisogna immaginarsela questa scena: La Pira aveva davanti gli amanti Togliatti e Jotti, e spiegava loro che il divieto al divorzio era tanto necessario da essere sancito anche da Mosca.
La reazione di Togliatti fu stizzita, ma sostanzialmente La Pira era riuscito a metterlo in un angolo. Il segretario del Pci minacciò una grave scissione in Sottocommissione, ma poi cercò di convincere La Pira con un'argomentazione che in realtà svelava difficoltà interne ai comunisti:
non è stata posta sul tappeto la questione del divorzio, che personalmente, in relazione alle esigenze della attuale società italiana, considero innaturale e anzi dannoso.[10]
...E più tardi affermerà:
Come appartenente al partito comunista, ritengo di dover prendere una netta posizione, in modo che nessuno, basandosi su un voto non chiaro, possa affermare che io abbia votato a favore dell’introduzione dell’istituto del divorzio.[11]
Con quel «nessuno possa affermare», Togliatti si riferiva alla posizione di un partito nel quale una gran parte dell'elettorato aveva una visione tradizionalista della famiglia[12], dove gli aspetti di innovazione sociale nei confronti di donne e figli convivevano con una concezione saldamente ancorata al vincolo coniugale. Cinque mesi più tardi, in Assemblea plenaria, la deputata Nadia Gallico Spano, intervenendo sugli articoli riguardanti la famiglia, non farà mai riferimento alla questione della indissolubilità[13]. Le deputate dell'Udi, che in seno alla Costituente ebbero un ruolo fondamentale per l'affermazione dei diritti sociali e giuridici delle donne, avevano fino ad allora mediato sia con le strategie di compromesso fra Pci e Dc sia con le cattoliche del Cif (Centro italiano femminile). Tuttavia, la trasversalità che aveva unito le costituenti attorno all'obiettivo dell'uguaglianza dei diritti dei sessi nella sfera pubblica, non trovò poi corrispondenza quando si giunse a discutere della stessa uguaglianza nella sfera privata[14]. D'altronde, in questo campo, le differenze fra Udi e Cif furono chiare da subito, come rivela un intervento di Maria Federici sul «Popolo» nel luglio 1945, in cui il divorzio viene indicato come una delle differenze sostanziali con le posizioni dell'Udi[15].
Il giorno dopo il discorso di Nadia Gallico Spano, significativamente «l'Unità» presentò il dibattito Pro e contro il divorzio[16] senza riportare la voce di nessun comunista. Il comunista Fausto Gullo (Ministro della Giustizia) dichiarò sinceramente che, per gli elettori delle classi che appoggiano la sinistra, il divorzio non ha alcuna importanza, perché al momento era la questione sociale («industriale») a costituire la rivendicazione veramente significativa nelle strategie del suo partito[17].
Ma sbaglieremmo se impostassimo la questione sul piano prettamente culturale o etico quando per i comunisti invece si trattava di una vitale strategia politica. Era evidente che il Pci aveva tutto da perdere mentre la Democrazia Cristiana tutto da guadagnare: se la questione dell'indissolubilità fosse entrata nella Costituzione, la Dc avrebbe potuto vantarsi di un clamoroso successo. In caso contrario, in vista delle imminenti elezioni del 1948, il partito cattolico avrebbe potuto scagliarsi contro comunisti e socialisti raffigurandoli come i partiti divorzisti, cosa che di fatto avvenne per tutti gli anni Cinquanta, quando i comitati civici pubblicarono manifesti che invitavano a votare anticomunista per impedire l'introduzione del divorzio nel paese.
Democrazia Cristiana (S.PE.S.), Donna, la Democrazia Cristiana ti difende dal divorzio!, 1948, 24x17 cm, recto. Fonte: Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio, Bologna.
Comitato civico, Donna italiana col tuo voto salva la tua famiglia e l'Italia, 1953, 100x71 cm. Fonte: Archivio del manifesto sociale, Roma, www.manifestipolitici.it.
Comitato civico, Il divorzio lacera la famiglia, 1958, 100x70 cm. Fonte: Biblioteca Istituto Gramsci Emilia-Romagna, Bologna, www.manifestipolitici.it.
Comitato civico, I figli pagano per il divorzio dei genitori , 1958, 100x70 cm. Fonte: Biblioteca Istituto Gramsci Emilia-Romagna, Bologna, www.manifestipolitici.it.
Comito civico, Ogni politica che nasce dall'ateismo è una grave minaccia per la tua famiglia, 1958, 100x70 cm. Fonte: Biblioteca Istituto Gramsci Emilia-Romagna, Bologna, www.manifestipolitici.it.
Il 25 aprile 1947, all'indomani del naufragio democristiano sul voto che escluse l'indissolubilità matrimoniale dalla Costituzione, il «Corriere della Sera» poteva preconizzare riportando i commenti di esponenti Dc:
Dal punto di vista politico i democristiani si consolano pensando che se è vero che i comunisti votarono l'art. 7 per non straniarsi dalle masse cattoliche, specialmente delle campagne, il vantaggio tattico che avevano inteso conquistarsi è ora perduto votando contro l'indissolubilità del matrimonio. E sarà questo uno dei temi della prossima campagna elettorale della Democrazia Cristiana.
Da questa prospettiva, il voto sull'indissolubilità permetteva ai democristiani di stanare i comunisti dalla strategia della "pace religiosa", costringendoli a votare contro l'indissolubilità e quindi virtualmente a favore del divorzio.
Le sinistre avevano adottato nei confronti di quest'ultimo una tesi debole, quella del "silenzio": nessuno metteva in dubbio l'indissolubilità del matrimonio ma non era materia costituzionale. Anche Basso vi aderì, dichiarando: «sono d’accordo con l’onorevole Togliatti, in quanto anche da parte del mio gruppo non si ritiene che esista un problema del divorzio, né si ha intenzione di porlo in sede di Codice civile»[18]. Furono in verità proprio i socialisti che per primi posero la questione in parlamento con la proposta del “piccolo divorzio” di Renato Sansone nel 1954[19].
Le sinistre fecero inoltre notare ai democristiani che l'articolo 7 del concordato già sanciva l'indissolubilità per i matrimoni con rito concordatario, e sarebbero rimasti esclusi solo quelli con rito civile che in quegli anni rappresentavano appena l'1%. Ma tale giustificazione era pretestuosa e dal loro punto di vista i democristiani avevano ragione ad insistere: quando nel 1966 cercheranno di bloccare il progetto di legge Fortuna (che costituirà la base della legge sul divorzio in Italia del 1970) essi tentarono di appellarsi alla sua incostituzionalità proprio in base all'art. 7, ma la Corte costituzionale rigettò la pregiudiziale.
Le destre potevano anche in questo caso permettersi una posizione più franca. Senza citare direttamente Hegel, nelle parole di Umberto Mastrojanni si potevano leggere intere parti delle Lezioni di filosofia del diritto. Forte di questo impianto, egli ebbe gioco facile nel dimostrare che una legge dello Stato non può obbligare due individui a restare uniti, ma solo regolare le modalità della loro separazione.
Di fronte alla ambigua posizione in cui erano finite le sinistre, Togliatti provò la carta estrema: far approvare un ordine del giorno in cui si affermava che quello del "divorzio" non era un tema adatto ad essere trattato nella Costituzione ma nel Codice civile. Questa strategia segnalava la necessità comunista di non uscire allo scoperto: votare contro l'indissolubilità voleva dire schierarsi contro l'opinione del vasto elettorato cattolico, e d'altronde non si poteva votare in favore, specialmente dopo che l'assenso comunista all'articolo 7 (inserimento del Concordato nella Costituzione), aveva risvegliato malumori in molti deputati di un partito che era esposto fra l'altro alla concorrenza del più franco laicismo socialista.
L'ordine del giorno di Togliatti, anche a causa delle assenze nelle fila della sinistra, fu respinto. L'articolo 2 sull'indissolubilità del matrimonio fu dunque approvato: la Sottocommissione si espresse con 9 voti a favore, 3 contrari e 2 astenuti, tra cui, coerentemente, lo stesso Togliatti.
La Commissione dei 75: quando Togliatti votò contro i comunisti
I rapporti fra democristiani e comunisti furono determinanti per la ratifica dei due articoli nella Commissione dei Settantacinque. Quando fu posta in votazione la soppressione del comma 1 sulla «famiglia quale società naturale», fu subito chiaro che alla Dc mancavano i numeri. L'Uomo Qualunque si schierò infatti con le sinistre: comunisti, socialisti, repubblicani, Uomo Qualunque, Blocco Nazionale delle Libertà e alcuni esponenti del gruppo misto avrebbero votato in favore della soppressione (o si sarebbero astenuti), determinandone l'eliminazione con almeno 26 voti contro 24.
Questo era un problema per Togliatti, che in Sottocommissione si era impegnato a trovare un compromesso su quella formula. I comunisti decisero così di dividersi: mentre il gruppo si espresse per la soppressione, 5 membri votarono nelle file dei democristiani in favore del mantenimento (Togliatti, Jotti, Pesenti, La Rocca, oltre a Laconi che si astenne). Essi si trovarono dunque costretti a votare contro la maggioranza del loro stesso gruppo, rovesciando il risultato (21 contro 29).
L'interpretazione politica di tutto ciò fu data con sarcasmo da Vittorio Emanuele Orlando tre mesi più tardi, quando il 23 aprile in un incisivo intervento, oltre a smontare le argomentazioni democristiane sul concetto di "società naturale", riservò una sferzata a Togliatti:
Se l’acutissimo e solertissimo onorevole Togliatti (dato che sia vero — io non lo so — che molte di queste disposizioni siano state concretate in forma di reciproco scambio) se l’onorevole Togliatti ha consentito che si adotti un principio della scuola filosofica di diritto naturale in un testo costituzionale, in cambio di una qualche altra cosa, credo che egli abbia inteso concedere il fumo e riservarsi l’arrosto.
Ma per arrivare all'«arrosto» bisognava prima rischiare di bruciarsi nel forno del divorzio. Dopo che le sinistre tentarono inutilmente per l'ennesima volta di far approvare un ordine del giorno che dichiarasse la questione estranea alla Costituzione, il 15 gennaio fu posto in votazione il secondo articolo, contenente la clausola di "indissolubilità del matrimonio". Gli emendamenti contrari non furono approvati e la votazione si chiuse con 28 voti favorevoli contro 25 contrari.
Determinanti furono i 2 voti dei liberali Buozzi e Einaudi, ma anche le assenze nelle fila della sinistra, soprattuto fra i socialisti. Significativo l'atteggiamento del comunista Umberto Nobile: uscì per non votare in favore della soppressione dell'indissolubilità, rientrò per votare in favore di una dichiarazione generica sull'unità della famiglia, uscì di nuovo quando si trattò di esprimersi contro l'indissolubilità nella votazione finale. Assente anche quella Teresa Noce che tre anni si rivolse al Comitato centrale di controllo del Pci per protestare contro il divorzio ottenuto dal marito Longo a San Marino[20]. Il tema evidentemente divideva il partito.
La proposta degli articoli approvati in commissione era così strutturata:
Progetto della Commissione dei 75 all’Assemblea
Art. 23 (poi 29/31)
«La famiglia è una società naturale: la Repubblica ne riconosce i diritti e ne assume la tutela per l’adempimento della sua missione e per la saldezza morale e la prosperità della nazione.
La Repubblica assicura alla famiglia le condizioni economiche necessarie alla sua formazione, alla sua difesa ed al suo sviluppo, con speciale riguardo alle famiglie numerose»
Art. 24 (poi 29/30)
«Il matrimonio è basato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi.
La legge ne regola la condizione a fine di garantire l’indissolubilità del matrimonio e l’unità della famiglia».
Nel progetto dalla Commissione dei 75 non vi era dunque ancora alcuna connessione fra «famiglia» e «matrimonio».
La discussione fu lunghissima e gli interventi numerosi, sia sulla definizione di "società naturale" sia sulla questione del divorzio. Oltre al già ricordato di Emanuele Orlando, spiccò quello di Benedetto Croce, teso a rivendicare la posizione laica e coerente dei liberali. Egli cominciò con un significativo «Parlai io solo in Senato, nel 1929, contro i Patti lateranensi»[21] e si concluse con un attacco sia ai democristiani, che pensavano di poter congelare l'evoluzione della società italiana con un articolo della Costituzione, sia a Togliatti che faceva sfoggio di ipocrisia dichiarandosi contrario al divorzio. Per Croce, benché l'indissolubilità corrispondesse alla volontà del popolo italiano, non poteva trovare posto in una costituzione (cfr. testo intervento B. Croce).
Ma la posizione dei liberali era tutt'altro che coerente, anzi evidenziava scissioni che probabilmente furono determinanti nell'esito finale della vicenda. Vittorio Badini Confalonieri sostenne in aula che lo Stato avrebbe dovuto riconoscere solo la famiglia legittima costituita dal matrimonio. In base a questo principio propose, contrariamente all'impostazione data dai democristiani, di spostare il «matrimonio» dall'articolo 24 al 23, ovvero di accostare la parola “famiglia” a “matrimonio” secondo la formula «Lo Stato riconosce la famiglia, costituita dal matrimonio indissolubile [...]»[22]. Si trattò di una proposta gravida di conseguenze.
Egli fu subito smentito dal un suo collega di partito, il giurista Amerigo Crispo. Libero dai vincoli del compromesso e dell'opportunità politica che frenavano i comunisti, egli non si limitò ad appoggiare la tesi di Croce, ma difese l'introduzione del divorzio scagliandosi contro il principio dell'indissolubilità di fronte al quale «non si può non avere nel cuore un senso di orrore». Crispo parlava a nome di quella radicata tradizione liberale che aveva tentato numerose volte di introdurre il divorzio in Italia fin dai primi progetti di fine Ottocento[23]. La tesi divorzista di Crispo fu sostenuta anche dai repubblicani.
A sparigliare le carte il 17 aprile arrivò l'intervento di Calamandrei, rappresentante del gruppo autonomista. Egli partì da un postulato ardito, con l'intento di smascherare la posizione democristiana e portare allo scoperto i comunisti (a cui più volte si rivolse). Citando esperti di diritto canonico, denunciò il fatto che in Italia in realtà non esisteva l'indissolubilità del matrimonio, perché sia per quello civile sia per quello religioso esistono numerosi modi che consentono ai coniugi di pretendere l'annullamento o divorziare all'estero.
Ma l'accusa di Calamandrei toccò l'apice quando smascherò l'articolo sull'indissolubilità come la ripresa di una vecchia clausola del Concordato del 1929: «In qualsiasi disposizione concernente il matrimonio, lo Stato si impegna a mantenere illeso il principio dell’indissolubilità». Clausola che il governo fascista si rifiutò di accettare in nome della indipendenza dello Stato italiano, la stessa indipendenza a cui la Repubblica avrebbe dovuto rinunciare.
In Assemblea la tesi del silenzio delle sinistre si indebolisce. Il demolaburista Cevolotto (che era in Sottocommissione) si esprime liberamente a favore del divorzio[24]. D'altro canto, il giorno seguente prende la parola anche il fronte comunista antidivorzista. Umberto Nobile si schiera esplicitamente in favore della clausola dell'indissolubilità e lo fa con un linguaggio adatto alla platea dei comunisti: egli paragona la condizione della famiglia negli Stati Uniti e nella Russia rivoluzionaria - dove il divorzio era permesso e facilmente ottenibile - a quella nell'Unione sovietica di Stalin che lo aveva proibito. Attraverso statistiche e resoconti di esperienze personali, Nobile dimostrò il suo assunto secondo il quale il divorzio costituisce un pericoloso elemento di disgregazione della famiglia e di immoralità. Citazioni del suo discorso furono riportate dall'«Unità» e fu la sola volta che l'opinione di un deputato comunista sul divorzio trovò spazio sull'organo del partito[25].
Il maschilismo che affiora nelle parole di Nobile, che racconta scandalizzato in aula come nei perversi Usa vi siano persino ragazze che perdono la verginità alla fine del ginnasio (cioè a 15-16 anni), fu un elemento capace di smembrare i fronti, riunendo deputati di tutti gli schieramenti contro l'eguaglianza giuridica dei coniugi[26].
Il voto: la fusione fra «famiglia» e «matrimonio indissolubile»
Il 23 aprile, finalmente, si arrivò al voto, ma prima vi furono tre colpi di scena.
Il primo venne da Vittorio Emanuele Orlando, che offrì alle sinistre una proposta che andava incontro al loro imperativo di evitare il voto. L'anziano professore di diritto animò il dibattito dell'Assemblea proponendo la soppressione dell'intero Titolo II, perché esso conteneva solo articoli “definitori”, ovvero che non avevano contenuto giuridico e dunque alcuna ricaduta sul Codice. Secondo Orlando, la Costituzione è una legge e non se ne può fare una raccolta di massime filosofiche o promesse che non si sa se si potranno mantenere (cfr. testo completo dell'ordine del giorno). L'effettiva realizzazione di molte clausole sarebbe infatti dipesa dai futuri governi in carica e dalle loro leggi finanziarie. Quello di Orlando era un ragionamento stringente sotto il profilo giuridico, ma irricevibile nella logica politica di partiti che puntavano alla creazione di uno Stato connotato da specifici indirizzi ideologici in ambito sociale e culturale.
Si scontravano qui non due posizioni politiche ma due distinte concezioni della Carta, come messo in rilievo da Scoppola: la prima era legata ad una visione giuridica, la seconda individuava nella Costituzione un programma politico per il futuro della nazione.[27] Il democristiano Mortati e il comunista Laconi, votando contro Orlando, si trovarono assolutamente d'accordo: la Costituzione «non è soltanto un documento giuridico ma anche un documento politico»[28]. Le dichiarazioni di voto non poterono essere più chiare in proposito: i tre grandi partiti di massa - Dc, Pci e Psi, oltre a una frazione dei liberali - votarono insieme compattamente contro i piccoli partiti di centro, le destre e il Psli, determinando la sconfitta dell'emendamento Orlando.
Secondo colpo di scena: dopo sei mesi di discussione, il giorno della votazione, tutte le carte in tavola furono sparigliate da un'iniziativa del Comitato di redazione, che la sera del 23 aprile propose un nuovo testo. Questa prassi era inconsueta e sollevò numerose polemiche, perché il Comitato era sì incaricato di formulare l'articolo da porre in votazione, ma dopo quella dei singoli emendamenti, che invece il nuovo testo anticipava. Tra questi, in particolare, l'emendamento di Badini (Udn) – poi ripreso dai democristiani Avanzini e Ermini -, tendente ad accorpare l'articolo 23 e 24, non avrebbe avuto chance di essere approvato perché incontrava l'opposizione non solo di socialisti, comunisti e repubblicani, ma anche di una consistente parte dei liberali.
La proposta del Comitato era la seguente (in corsivo le parti dell'art. 23 e in neretto quelle dell'ex articolo 24):
Proposta Comitato di Redazione
Art. 23 (poi 29)
La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio indissolubile.
Il matrimonio è ordinato in base all’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi nei limiti richiesti dall’unità della famiglia.
L'accorpamento dei due articoli produsse una fusione fra la generale affermazione di un principio («società naturale») e una particolare disciplina giuridica («matrimonio indissolubile»). La contraddizione era evidente: da una parte si affermava un diritto originario della famiglia preesistente allo Stato, dall’altra si limitava il riconoscimento di quella realtà naturale alla sola forma giuridicamente regolata dallo Stato stesso.
Soprattutto, mai nel progetto della Costituzione la parola “famiglia” e la parola “matrimonio” si erano trovate insieme nello stesso articolo. La decisione del Comitato di redazione era tutta volta all'approvazione dell'indissolubilità matrimoniale, finendo paradossalmente per escludere che la famiglia non coniugale fosse una società naturale, la stessa che si voleva invece riconoscere eguagliando i diritti tra figli legittimi e illegittimi.
A questo punto erano neutralizzati gran parte degli emendamenti, ma rimaneva sempre in piedi quello del socialista Grilli per eliminare la formula di “indissolubilità”. Era dunque chiaro che il comma andava votato per “separazione”, ovvero nelle sue singole parti. Ma dove dividerlo? Calamandrei insisteva per votare “società naturale” separatamente da “fondata sul matrimonio indissolubile”. In questo modo però, si sarebbe eliminato qualsiasi riferimento al matrimonio nella Costituzione. Togliatti prese allora la parola in favore della proposta socialista:
Se dividiamo dopo il termine «naturale», cadiamo in un equivoco, perché suscitiamo l’impressione che coloro che voteranno in questo modo, cioè per sopprimere le parole «fondata sul matrimonio indissolubile» siano contro il matrimonio, cioè che vogliano una famiglia che non sia regolata dal matrimonio. Mi pare che questo sia un errore; noi [comunisti] non vogliamo questo.
Ecco le espressioni di Togliatti nei due momenti cruciali della votazione prima in Sottocommissione e poi in Assemblea: «che nessuno possa affermare che io abbia votato a favore dell’introduzione dell’istituto del divorzio»; e in Assemblea «suscitiamo l’impressione che [...]voglia[m]o una famiglia che non sia regolata dal matrimonio [...]; noi non vogliamo questo»[29]. In entrambi i casi, la preoccupazione del leader comunista era quella di non lasciare spazio a strumentalizzazioni propagandistiche tese a portare il Pci sul campo della lotta religiosa. Esattamente ciò che volevano i democristiani.
Calamandrei accettò la proposta comprendendo dalle parole di Togliatti che quella era l'unica via per tentare di sopprimere l'indissolubilità, ma rilevò come sarebbe rimasta una grave contraddizione nel dettato costituzionale.
Tutto sembrava poter finalmente portare al voto, quando vi fu un terzo colpo di scena. Venti deputati chiesero tra lo stupore generale che si procedesse per scrutinio segreto: non era mai accaduto prima di allora che si facesse ricorso a tale norma e anche il presidente dell’Assemblea – il comunista Umberto Terracini – si mostrò interdetto. Per i lavori della Costituente era stato adottato il regolamento della Camera, che prevedeva (articolo 97) lo scrutinio segreto solo in casi particolari (tra cui non rientrava l'articolo in questione), oppure se vi fosse stata la richiesta di almeno 20 deputati. Tra di essi vi erano 7 repubblicani e 3 onorevoli della UDN, mentre gli altri erano Socialisti o Democratici del Lavoro.
Di fronte alla parallela richiesta di appello nominale, a cui aderirono i democristiani per “stanare” i deputati di sinistra che non volevano rendere noto il proprio voto contro l'indissolubilità, il presidente Terracini chiese di discutere quale metodo applicare. Si scatenò un putiferio. I democristiani accusarono le sinistre, i repubblicani e la Udn di «viltà politica». Era inoltre chiaro come la richiesta venisse da settori favorevoli al divorzio.
Tra i richiedenti non c'erano i comunisti. Togliatti, tuttavia, pur rivendicando che il Pci non aveva chiesto il voto segreto perché era già pubblico il proprio "no" all'introduzione dell'indissolubilità nella Costituzione (e, attenzione, non all'indissolubilità in sé), intervenne con veemenza affermando «guai se ammettessimo che si violi il Regolamento della Camera. [...] La votazione segreta si deve fare». E così fu.
Alla fine di una giornata estenuante, si giunse finalmente a votare. Era quasi mezzanotte quando i deputati cominciarono a porre le palline nell'urna. All'una del mattino la votazione era terminata: 384 votanti (maggioranza 192), voti favorevoli 191, voti contrari 193. Per soli 2 deputati il divorzio non fu reso anticostituzionale. Il resto dell'articolo fu poi votato in ulteriori due tranches.
Fu subito chiaro che erano stati gli assenti a determinare il risultato. Tra questi, i 36 democristiani erano in fondo relativamente pochi rispetto agli altri gruppi, ma ognuno di quei voti pesò in modo decisivo sulla loro sconfitta. Il giorno dopo, la direzione del partito, messa in difficoltà dalla reazione dell'opinione pubblica e dell'Azione Cattolica - decise di aprire un'inchiesta sulle reali motivazioni degli assenti. E tuttavia i conti non tornano: cosa pensare dei deputati democristiani Coccia, Pella e Braschi, che durante la votazione si erano allontanati dall'aula per breve tempo per poi giungere proprio un attimo dopo il termine ultimo per votare?
I sospetti cominciarono a diffondersi in ambito politico. Il 27 aprile, «Risorgimento liberale» aprì la prima pagina con un fondo di Vittorio Gorresio intitolato A chi giova il divorzio?: l'analisi degli assenti e delle reazioni della direzione Dc portano Gorresio alla conclusione che fra alcuni democristiani la sconfitta fosse considerata necessaria per mantenere vivo il tema del divorzio nella prossima campagna elettorale. L'adesione del Pci al Concordato con il voto dell'art. 7 (25 marzo) aveva spiazzato Piazza del Gesù e serviva un nuovo elemento di conflitto per contrastare la strategia della "pace religiosa" che era indispensabile ai comunisti per poter sfidare la Dc sul piano sociale. Le coincidenze nelle assenze democristiane erano effettivamente sospette.
Del resto circolarono anche voci sull'ordine dato ad alcuni deputati del Pci affinché votassero «a favore dell'indissolubilità del matrimonio per dare un margine di sicurezza alla sperata vittoria degli avversari»[30]. In questo caso si trattava forse di illazioni infondate.
Si impone un'analisi del voto. L'emendamento Orlando contò in tutto 404 votanti, mentre, poche ore dopo, alla votazione sull'articolo ne parteciparono solo 384. I deputati Dc presenti erano 171. Erano poi presenti 32 deputati degli altri gruppi teoricamente favorevoli (19 qualunquisti, 7 liberali e 6 del gruppo misto), per un totale di 203 onorevoli, mentre i "si" furono solo 191. Dunque furono 12 ad aver votato “no”, o forse di più perché sicuramente qualche comunista si era espresso per il “si” (come ad esempio Umberto Nobile). Questo senza contare gli assenti.
Chi vinse e chi perse?
Per le sinistre la vittoria aveva due facce. Da una parte quella dell'«Avanti», che il 24 aprile poteva titolare addirittura Il matrimonio non è più indissolubile. La civiltà passa per 3 voti alla Costituente. Dall'altra quella dell'«Unità», che ci tiene subito a precisare in un commento posto sotto il titolo di prima pagina: «Il voto di ieri non è - come appare ormai chiaro a tutti - un voto pro divorzio. Per quel che ci riguarda, noi comunisti abbiamo più volte precisato che il nostro voto contrario alla formulazione dell'art. 23 [poi 29] non intendeva certo aprire la questione del divorzio».
In ogni caso, dopo l'approvazione degli articoli sulla famiglia, comunisti e socialisti sembravano aver stravinto. Tutte le richieste formulate dalla Jotti a nome delle sinistre avevano trovato realizzazione, mentre si erano dissolti molti dei paletti limitatori posti da Corsanego. Soprattuto, la battaglia democristiana sull'indissolubilità era stata persa.
Togliatti aveva incassato colpi da tutti: da La Pira che lo aveva preso in giro davanti alla Jotti, da Croce che gli aveva dato dell'ipocrita davanti all'intera Assemblea, da Emanuele Orlando che lo aveva fatto segno di mordaci sferzate, ma alla fine, per usare la metafora dello stesso Orlando, "aveva portato a casa l'arrosto". O almeno così sembrava. In realtà la battaglia conclusiva si sarebbe svolta nell'aprile successivo, quando, proprio cavalcando il tema religioso, la Dc avrebbe vinto le elezioni politiche. All'indomani della sconfitta sull'indissolubilità, il Popolo del 24 aprile 1947 aveva già formulato la strategia per la propaganda elettorale del '48: «Ma non avrete il divorzio in Italia, o signori. Penserà il popolo italiano ad impedirvi di entrare in maggioranza in Parlamento». Una premonizione quella dell'organo della Dc che, realizzandosi, bloccò per trenta anni il processo di modernizzazione giuridica del diritto di famiglia: tutti i postulati sanciti dalla Carta rimasero un esempio di “Costituzione inattuata”[31] e dovettero aspettare la Riforma del 1975 per essere realizzati.
Da questo punto di vista, Togliatti aveva forse portato a casa solo la ricetta dell'arrosto, mentre il fumo rimase agli italiani, che ancora oggi si affannano a discutere sulla base di un articolo contraddittorio dal punto di vista giuridico e che probabilmente ben pochi costituenti volevano votare secondo quella formula. L'espressione «fondata sul matrimonio» non è frutto del compromesso costituzionale, ma è “un residuo” derivante dalla fusione di due articoli inizialmente progettati come distinti anche dai cattolici, nonché monco del termine che per i democristiani era veramente rilevante: «indissolubilità». Contemporaneamente, in base all’articolo 29 della Costituzione, la Repubblica italiana non riconoscerebbe le famiglie non fondate sul matrimonio, entrando in contraddizione non solo con l’articolo seguente sui diritti dei figli illegittimi, ma anche con le intenzioni degli stessi costituenti, compresi i democristiani come dimostra il già citato discorso di Moro in Sottocommissione.
L'espressione «fondata sul matrimonio» era funzionale solo ad introdurre il concetto di indissolubilità, come del resto «società naturale» serviva da preambolo filosofico da cui far discendere sempre l'indissolubilità (come dichiarò La Pira). Sparita quest'ultima, il resto del comma aveva perduto il suo senso.
La genesi dell'articolo 29 della Costituzione italiana, dimostra che il primo comma non solo non ha alcun valore giuridico ma neppure alcun valore politico, in quanto è rilevante solo per ciò che l'articolo non dice.
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[1] D. Pisapia, voce Famiglia - Diritto Privato, in Nuovo Digesto Italiano, vol. VII, Utet, Torino, 1965, 48-52; V. Pocar e P. Ronfani, La famiglia e il diritto, Laterza, Roma-Bari, 1998, 33-35; R. Bin, Radice di un ossimoro, in «Studium Iuris» 2000, 10, 1066 e ss., testo disponibile all'indirizzo http://www.famiglienellacostituzione.it/spunti/bin_ossimoro.html
[2] A. Rossi-Doria, Dare forma al silenzio. Scritti di storia politica delle donne, Roma, Viella, 2007, 203.
[3] Sul sistema del compromesso costituzionale cfr. fra gli altri P. Scoppola, La repubblica dei partiti. Evoluzione e crisi di un sistema politico 1945-1996, il Mulino, Bologna 1997, 202-211; Ibidem, Gli anni della Costituente tra politica e storia, Il Mulino, Bologna, 1980, 77-94; P. Pombeni, La Costituente: un problema storico-politico, Il Mulino, Bologna, 1995; rispetto allo specifico atteggiamento democristiano cfr. U. De Sievro, Il Progetto democratico-cristiano, in: Democrazia cristiana e costituente nella società del dopoguerra, vol. 2, Il progetto democratico-cristiano e le altre proposte, Cinque lune, Roma, 1980, 623.
[4] Sulle divergenti posizioni espresse in sede di Comitato centrale cfr. A. Rossi Doria, Dare forma al silenzio, cit., 204-205.
[5] L'introduzione del criterio di indissolubilità del matrimonio nella Costituzione era un obiettivo assunto già dalla XIX Settimana dei cattolici d'Italia nell'ottobre 1945, cfr. la Dichiarazione finale, in: Costituzione e Costituente, Atti della XIX Settimana sociale dei cattolici d'Italia, Ed. ICAS, Roma, 1946, 256-266.
[6] I Sottocomissione, 30 ottobre 1946.
[7] I sottocommissione, Relazione dell'on. Signora Nilde Jotti sulla famiglia [http://www.famiglienellacostituzione.it/costituente/file/relazione%20Iotti-%20PCI.pdf].
[8] I sottocommissione, Relazione del deputato Corsanego Camillo sulla famiglia [http://www.famiglienellacostituzione.it/costituente/file/relazione%20Corsanego%20-%20DC.pdf], il corsivo è mio.
[9] I Sottocommissione, 5 novembre 1946, il corsivo è mio.
[10] I sottocommissione, 7 novembre 1946.
[11] I sottocommissione, 13 novembre 1946.
[12] Cfr. S. Bellassai, La morale comunista, Carocci, Roma 2000, in particolare 115-129 e sul divorzio 158-161; G. De Luna, Partiti e società negli anni della ricostruzione, in: Storia dell'Italia repubblicana, La costruzione della democrazia: dalla caduta del fascismo agli anni Cinquanta, Francesco Barbagallo (ed.), vol. I, Torino, Einaudi, 1994, p. 772 e sgg.; L. Cinatti, Quando i comunisti mangiavano i bambini. La concezione comunista della famiglia nei lavori dell'Assemblea Costituente, intervento al Convegno Mutamenti della famiglia nei paesi occidentali (Bologna, 6-8 ottobre 1994).
[13] Assemblea plenaria, 17 Aprile 1947.
[14] A. Rossi Doria, Dare forma al silenzio, cit., 190; sulla «mancata azione aggregante» del Pci in campo femminile, cfr. P. G. Zunino, La questione cattolica nella sinistra italiana (1940-1945), Il Mulino, Bologna, 1977, 190.
[15] M. Federici, CIF e UDI - Differenze sostanziali, «Il Popolo», 17 luglio 1945, cit. in A. Rossi Doria, Dare forma al silenzio, cit., 160.
[16] «L'Unità», 18 aprile 1947.
[17] Assemblea plenaria, 18 aprile 1947.
[18] I Sottocommissione, 7 novembre 1946.
[19] Cfr. G. Sciré, Il divorzio in Italia. Partiti, Chiesa, società civile dalla legge al referendum (1965-1974), Bruno Mondadori, Milano, 2007; M. Seymour, Debating divorce in Italy. Marriage and the making of modern Italians, 1860-1974, Palgrave, Macmillan, New York , 2006, 168-173.
[20] S. Bellassai, La morale comunista, cit., p. 161.
[21] Assemblea plenaria, 11 marzo 1947.
[22] Assemblea plenaria, 15 aprile 1947.
[23] M. Seymour, Debating divorce in Italy, cit, 35-134..
[24] Assemblea plenaria, 17 aprile 1947.
[25] «L'Unità», 19 aprile 1947.
[26] Cfr. R. Canosa, Il giudice e la donna, Mazzotta, Milano, 1978, 126-143.
[27] P. Scoppola, La repubblica dei partiti, Cit., 202-211.
[28] «Riteniamo come ha giustamente rilevato l’onorevole Mortati, che la Costituzione non sia soltanto un documento giuridico ma sia anche un documento politico», Laconi in Atti dell'Assemblea Costituente, 23 Aprile, p. 3251.
[29] Il corsivo è mio.
[30] «Risorgimento Liberale», 27 aprile 1947.
[31] Sul concetto di “Costituzione inattuata” cfr. M. Legnani, L’Italia dal 1943 al 1948. Lotte politiche e sociali, Loescher, Torino, 1974, 203-204.
Parte del dossier Fare e disfare famiglia. Relazioni di coppia in Italia in età moderna e contemporanea, a cura di Raffaella Sarti
Double-blind peer reviewed
Vittorio Caporrella, La famiglia nella Costituzione italiana. La genesi dell'articolo 29 e il dibattito della Costituente, "Storicamente", 6 (2010), no. 9. DOI: 10.1473/stor70
storia della famiglia, assemblea costituente, costituzione italiana
Storicamente / 6 / 2010