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Timestamp: 2018-12-14 01:41:55+00:00
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Cassazione sentenza n. 44977 del 7 novembre 2013 - Sicurezza sul lavoro responsabilità del coordinatore per la sicurezza e mancato adeguamento del piano di sicurezza - Studio Cerbone
Cassazione sentenza n. 44977 del 7 novembre 2013 – Sicurezza sul lavoro responsabilità del coordinatore per la sicurezza e mancato adeguamento del piano di sicurezza
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CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 07 novembre 2013, n. 44977
Sicurezza nei cantieri – Coordinatore per la sicurezza in fase di esecuzione dei lavori – Perizia di variante – Mancato adeguamento del piano di sicurezza e coordinamento – Infortunio – Responsabilità penale
Secondo l’accusa, i tre imputati, in cooperazione tra loro – il L. quale datore di lavoro dell’operaio infortunato, dipendente della ditta “Ati O.-SCL Montaggi e Costruzioni s.r.l.”, il C. quale coordinatore per la sicurezza in fase di esecuzione dei lavori, il P. quale responsabile dei lavori – per colpa specifica – individuata nella violazione, quanto al L., degli artt. 12 co. 3 del d.lgs. n. 494/1996 e 374 del dpr n. 547/1955, quanto al C., dell’art. 5 co. 1 lett. b) del d.lgs. n. 494/1996, quanto al P., dell’art. 6 co. 2 dei predetto d.lgs. – hanno cagionato al R. le lesioni sopra descritte.
L’infortunio si è verificato la mattina del 12 gennaio 2005, nel cantiere per la costruzione del ponte sopra indicato, durante le operazioni di varo, cioè di sistemazione del cassone dello stesso ponte, prefabbricato, nella sua sede definitiva. Operazione che veniva eseguita utilizzando una tecnica denominata “varo di punta” (a spinta), che prevede l’utilizzo di slitte di scorrimento e di un’attrezzatura di traino. La zona di contatto con le slitte è rivestita con una striscia di acciaio inox saldata al cassone.
a) Vizio di motivazione della sentenza impugnata, in relazione agli artt. 113 cod. pen., 546, 605 cod. proc. pen., per non avere la corte territoriale indicato con quale condotta l’imputato aveva colposamente cooperato con altri soggetti nella produzione dell’evento e per non avere motivato in ordine alla consapevolezza dello stesso di fornire, con la propria condotta, un contributo decisivo a tale produzione. Si osserva, inoltre, nel ricorso che all’imputato è stata contestata l’omessa valutazione dei documenti previsti nella fase di progettazione in relazione alle modifiche da apportare al PSC, e dunque non una condotta autonoma, bensì derivata da quella che avrebbe dovuto esser posta in essere da altri. A proposito dei richiamati profili, la corte territoriale nulla avrebbe osservato.
c) Violazione di legge e vizio di motivazione, in relazione alla mancata correlazione tra l’imputazione e la sentenza di condanna. Ribadito che il profilo di colpa contestato, concernente l’obbligo di vigilare circa l’adeguamento de! piano di sicurezza e coordinamento, è stato erroneamente, a giudizio del ricorrente, attribuito all’imputato quale responsabile dei lavori, si osserva nel ricorso che, ove un diverso profilo di colpa volesse riscontrarsi nel mancato controllo, da parte del Pulì ano, della realizzazione dei “funghi di ponteggio”, pur previsti nel piano di sicurezza originario, dovrebbe rilevarsi che tale condotta non è stata oggetto d’imputazione, di guisa che si sarebbe realizzata una evidente violazione del principio di correlazione tra accusa e sentenza;
-5- All’udienza fissata per la trattazione dei ricorsi, il difensore di parte civile ha informato la Corte che nelle more del giudizio è intervenuta con la “Generali Assicurazioni”, istituto assicurativo del L. e della “SCL Costruzioni”, accordo transattivo grazie al quale R. L. è stato soddisfatto delle proprie ragioni risarcitorie, senza rinunciare tuttavia alle ulteriori pretese vantate nei confronti degli altri due imputati. Lo stesso difensore ha prodotto un documento contenente, oltre che l’attestazione di quanto oralmente comunicato, la formale dichiarazione del R. di revoca, nei confronti dell’imputato L., della costituzione di parte civile, con riserva di ogni altro diritto concernente il soddisfacimento del residuo credito solidale.
-2- A questo punto occorre, tuttavia, rilevare che – in tema di declaratoria di estinzione del reato – l’art. 578 cod. proc. pen. prevede che il giudice d’appello o la Corte di Cassazione, nel dichiarare estinto per amnistia o prescrizione il reato per il quale sia intervenuta, come nel caso di specie, “condanna, anche generica, alle restituzioni o al risarcimento dei danni cagionati”, sono tenuti a decidere sull’impugnazione agli effetti civili; a tal fine, quindi, richiamata la consolidata giurisprudenza di questa Corte, occorre procedere all’esame dei motivi di ricorso, non potendosi trovare conferma della condanna al risarcimento del danno (anche solo generica) dalla mancanza di prova dell’innocenza dell’imputato, secondo quanto previsto dall’art. 129 co. 2° c.p.p.
Quanto al responsabile dei lavori, ad esso compete di svolgere tutti i compiti propri del datore di lavoro in materia di sicurezza, tra cui quello di verificare l’adempimento, da parte del coordinatore per l’esecuzione dei lavori, degli obblighi, per quanto oggi interessa, di cui all’art. 5 co. 1 lett. a) del d.lgs n.494/96. Egli ha quindi l’obbligo di cooperare all’attuazione delle misure di prevenzione e protezione adottate in favore dei lavoratori, e pertanto assume, nei confronti di questi ultimi, una posizione di garanzia in relazione ai rischi specifici connessi all’ambiente di lavoro nel quale essi sono chiamati ad operare.
Così, inesistenti sono i vizi motivazionali dedotti con i primi tre motivi di ricorso, atteso che: a) ove anche fosse vero che l’incidente del giorno prima non avesse rivelato alcuna rottura degli elementi strutturali della macchina di varo (ma in sede di consulenza tecnica è stato sostenuto, come si legge nella sentenza impugnata, che “le modalità di rottura a catena degli elementi strutturali dimostravano in modo chiaro ed incontestabile che la macchina di varo -già dal giorno precedente l’incidente- era gravemente avariata in più punti cd i rischi per gli operai erano di enorme gravità”), sarebbe comunque evidente il negligente approccio dell’imputato al problema, che si era comunque manifestato, e che avrebbe dovuto indurlo a sospendere immediatamente le operazioni e a non riprenderle prima che fossero state accertate ed eliminate le cause dell’incidente; b) l’inadeguatezza dei collegamenti tra slitta e pilastrino e l’incapacità degli stessi di resistere a forze esterne pur prevedibili, come quella del vento (alla quale è stata paragonata la pressione che ha causato la rottura dei collegamenti), è stata attestata dall’incidente; mentre eventuali responsabilità di terzi non escludono quella del datore di lavoro, che deve consegnare ai dipendenti macchine ed attrezzature adeguate ai compiti assegnati; quanto al tema dell’accidentalità dell’accaduto, esso viene proposto, a fronte delle osservazioni svolte dal giudice del gravame, in termini del tutto generici, anche perché il ricorrente non tiene conto del fatto che le cause dell’incidente sono state ben individuate, anche se non è stata con sicurezza accertata !a causa del distacco del nastro di acciaio saldato nella parte inferiore del cassone; c) l’adeguamento delle misure di sicurezza era chiaramente opportuno e necessario, dopo la variante che, avendo mutato radicalmente la tecnica di varo, esigeva una corrispondente revisione del quadro delle misure di prevenzione e protezione ai fini della sicurezza; d) la mancata realizzazione dei funghi di ponteggio, previsti nel piano di sicurezza e di coordinamento, avrebbe certo creato delle efficaci coperture, in grado di garantire condizioni di ben maggior sicurezza per il lavoratori addetti alle operazioni di varo; e) non spettava ai giudici indicare quali presidi di sicurezza avrebbero dovuto essere predisposti.
A tale proposito, questa Corte ha ripetutamente affermato che sussiste violazione del principio di correlazione tra accusa e sentenza solo se il fatto contestato sia mutato nei suoi elementi essenziali, così da provocare una situazione di incertezza e di cambiamento sostanziale della fisionomia dell’ipotesi accusatoria, capace di impedire o menomare il diritto di difesa dell’imputato. Più in particolare, è stato condivisibilmente affermato che: “Nei procedimenti per reati colposi, la sostituzione o l’aggiunta di un particolare profilo di colpa, sia pure specifica, ai profilo di colpa originariamente contestato, non vale a realizzare diversità o immutazione del fatto ai fini dell’obbligo di contestazione suppletiva di cui all’art. 516 cod. proc. pen. e dell’eventuale ravvisabilità, in carenza di valida contestazione, del difetto di correlazione tra imputazione e sentenza ai sensi dell’art. 521 stesso codice, la corte territoriale ha correttamente osservato che nei delitti colposi ” (Cass. n. 2393/06).
Al coordinatore per l’esecuzione dei lavori sono assegnati, tra gli altri compiti, anche quelli, come sopra già rilevato, di adeguare il piano di sicurezza e coordinamento in relazione all’evoluzione dei lavori, di vigilare sulla corretta osservanza dello stesso, da parte delle imprese e dei lavoratori autonomi, nonché di verificare l’idoneità dei piano operativo di sicurezza e di assicurarne la coerenza rispetto al PSC, oltre che di accertare la scrupolosa applicazione, da parte delle imprese, delle corrette procedure di lavoro, a garanzia dell’incolumità dei lavoratori. Si tratta, quindi, anche di compiti definiti di “alta vigilanza” che, seppur non necessariamente implicano una continua presenza nel cantiere, devono tuttavia esercitarsi in maniera attenta e scrupolosa e riguardare tutte le lavorazioni in atto, specie quelle che pongono maggiormente a rischio l’incolumità dei lavoratori.
A tale proposito, sembra opportuno, anzitutto, richiamare il disposto di cui all’art. 6 co. 2 del d.lgs n. 494/1996, come modificato dal d.lgs n. 528 del 1999, il quale prevede che “La designazione del coordinatore per la progettazione e del coordinatore per l’esecuzione, non esonera il committente o il responsabile dei lavori dalle responsabilità connesse alla verifica dell’adempimento degli obblighi di cui all’art. 4, comma 1, e 5, comma 1, lett. a)’’.
Con tali precisi riferimenti, il legislatore ha, non solo delineato in termini specifici gli obblighi dei committenti e dei responsabili dei lavori, ma ne ha anche ampliato i contenuti, disponendo che essi sono chiamati a svolgere una funzione di super-controllo, di verifica che i coordinatori adempiano agli obblighi su loro incombenti, quale quello consistente, non solo nel l’assicurare, ma anche nel verificare il rispetto, da parte delle imprese esecutrici e dei lavoratori autonomi, delle disposizioni contenute nel piano di sicurezza e di coordinamento di cui all’art. 12, nonché la corretta applicazione delle procedure di lavoro. Le modifiche apportate all’originario testo legislativo hanno quindi rafforzato la tutela dei lavoratori rispetto ai rischi connessi con l’esecuzione dei lavori, avendo delineato per i committenti e per i responsabili dei lavori posizioni di garanzia specifiche e notevolmente ampie, dovendo essi, sia pure in termini diversi da quelli previsti per i datori di lavoro e per i dirigenti e preposti, prendersi cura della salute e dell’integrità fisica dei lavoratori, accertarsi del costante e completo rispetto, da parte di costoro, dei presidi antinfortunistici e garantire, in caso di inadempienze, l’osservanza delle norme di sicurezza previste dalla legge.
In proposito, è stato da questa Corte affermato che “…il committente ed il responsabile dei lavori devono verificare l’adempimento da parte dei coordinatori degli obblighi di assicurare e di verificare il rispetto, da parte delle imprese esecutrici e dei lavoratori autonomi, delle disposizioni contenute nel piano di sicurezza e di coordinamento, nonché la corretta applicazione delle procedure di lavoro. Ne consegue che al committente ed al responsabile dei lavori non è attribuito dalla legge il compito di verifiche meramente formali, ma una posizione di garanzia particolarmente ampia, comprendente l’esecuzione di controlli sostanziali ed incisivi su tutto quel che concerne i temi della prevenzione, della sicurezza del luogo di lavoro e della tutela della salute del lavoratore, accertando, inoltre, che i coordinatori adempiano agli obblighi sugli stessi incombenti in detta materia ” (Cass. n. 14407/11). Ed ancora, con riferimento alla posizione del responsabile del procedimento, è stato affermato che: “… sussiste a carico del responsabile unico del procedimento, ex art. 6 d.P.R n. 494 del 1996, una posizione di garanzia connessa ai compiti di sicurezza non solo nella fase genetica dei lavori, laddove vengono redatti i piani di sicurezza, ma anche durante il loro svolgimento, avendo l’obbligo di sorvegliarne la corretta attuazione, controllando anche l’adeguatezza e la specificità dei piani dì sicurezza rispetto alla loro finalità, preordinata all’incolumità dei lavoratori”. (Cass. n. 41993/11).
Da tale ampio contesto argomentativo, emerge in maniera evidente che i giudici del merito hanno valutato i comportamenti di ciascuno degli imputati, che oggi si scaricano l’un l’altro ogni responsabilità, ed hanno ritenuto che ciascuno di essi era perfettamente consapevole dei compiti che la legge assegnava ad ognuna delle diverse figure professionali presenti in cantiere ed anche delle carenze in esso esistenti sotto il profilo della sicurezza, e quindi anche delle responsabilità che per ciascuno singolarmente conseguivano. Consapevolezza concernente, evidentemente, solo la partecipazione di altri soggetti, in termini di mancati adempimenti di obblighi ad essi anche riconducibili, e non, come è ovvio trattandosi di reati colposi, il verificarsi dell’evento.
In proposito, d’altra parte, questa Corte ha già avuto modo di affermare che “Ai fini del riconoscimento della cooperazione nel reato colposo non è necessaria la consapevolezza della natura colposa dell’altrui condotta, né la conoscenza dell’identità delle persone che cooperano, ma è sufficiente la coscienza dell’altrui partecipazione nello stesso reato, intesa come consapevolezza da parte dell’agente che dello svolgimento di una determinata attività anche altri sono investiti” (Cass. n. 6215 del 10.12.09. Nella specie si trattava di vicenda che aveva coinvolto una struttura sanitaria e le responsabilità dei singoli operatori, che ben può essere estesa ad una diversa organizzazione, come quella operante nell’ambito di un cantiere strutturato per la realizzazione di opere complesse, come la realizzazione di un ponte).
Il tema si pone, ancora, con riferimento alla mancata sospensione delle operazioni di varo, dopo il primo incidente, per procedere alla verifica delle cause del distacco del nastro di acciaio saldato sulla parte inferiore del cassone – che ha provocato lo scarrocciamento dell’avambecco e la rottura dei collegamenti del pilastrino – nonché alla revisione della macchina, o almeno per predisporre presidi di sicurezza idonei ad evitare il rischio – a quel punto certamente concreto e ben prevedibile – che ulteriori anomalie di funzionamento del sistema potessero mettere a rischio l’integrità fisica dei lavoratori.
Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché il reato è estinto per prescrizione. Conferma le statuizioni civili nei confronti di C. G. e P. C. che condanna in solido alla rifusione delle spese in favore della parte civile, che liquida in complessivi euro 3.000,00 oltre accessori come per legge.