Source: https://psc-law.it/a/
Timestamp: 2018-12-10 06:08:35+00:00
Document Index: 137591739

Matched Legal Cases: ['art. 318', 'art. 769', 'art. 782', 'art. 143', 'art. 559', 'art. 235']

A - Studio Legale PSC-LAW
Abbandono della casa familiare da parte del figlio
Si verifica quando il figlio minorenne, in violazione dell’obbligo di coabitare con uno o entrambi i genitori (art. 318 cod. civ.), si allontana senza permesso dalla casa familiare.
Ai genitori o comunque a chi esercita la responsabilità genitoriale è riconosciuta la potestà di richiamare presso di sé il minore, ricorrendo se necessario al Giudice Tutelare presso il Tribunale del luogo di residenza.
Qualora l’abbandono della casa da parte del figlio minorenne sia conseguenza di un grave dissidio con i genitori, il contrasto deve essere risolto dal Tribunale per i minorenni del luogo di residenza.
Abbandono (stato di)
È la condizione in cui si trova un soggetto minorenne quando non riceve adeguata assistenza morale e materiale da parte dei genitori; o, in loro assenza, dei parenti entro il 4° grado; ovvero da parte dell’istituto di assistenza o della comunità familiare o della famiglia affidataria, presso cui è ospitato.
Lo stato di abbandono viene accertato dal Tribunale per i minorenni ed è un requisito per l’adozione.
Consiste nell’interruzione della gravidanza. Può avvenire per cause naturali (spontaneo) oppure tramite la rimozione chirurgica del feto o dell’embrione dall’utero (volontario).
Prima del 1978, l’aborto volontario era considerato reato.
Con la Legge 22 maggio 1978, n.194, l’aborto è diventato lecito, ma solo se praticato nei primi 90 giorni di gestazione. Tra il quarto e il quinto mese è possibile farvi ricorso soltanto in presenza di ragioni di ordine terapeutico per la gestante.
Consistono in condotte poste in essere dal coniuge o da un altro membro della famiglia (ad esempio, genitore, figlio/a, nonno/a, nipote, fratello/sorella, zio/a, convivente) che siano gravemente lesive dell’integrità fisica e morale di un soggetto con esso convivente, nonché della libertà di questi.
Per far fronte al problema di questi abusi, la legge 154/2001 ha introdotto misure preventive e misure sanzionatorie, sia di tipo civilistico che di tipo penalistico. In particolare, in ambito civile, gli articoli 342 bis e ter c.c. predispongono lo strumento degli ordini di protezione.
È l’atto con il quale un soggetto (cd. donatario) accetta la donazione fattagli dal donante, determinando così il perfezionamento del contratto di donazione (art. 769 c.c.).
contestuale alla donazione, quando donante e donatario, nel sottoscrivere l’atto pubblico davanti al notaio, attestano l’uno di aver proposto, l’altro di aver accettato la donazione;
non contestuale, quando la proposta e l’accettazione avvengono in fasi successive e separate, comportando lo slittamento della conclusione del contratto al momento in cui il donante proponente viene a conoscenza dell’accettazione da parte del donatario.
Alle parti è, in ogni caso, consentito di revocare la propria dichiarazione prima che la donazione si sia perfezionata (art. 782 co. 2 c.c.).
È la manifestazione di volontà con cui il chiamato all’eredità acquista la qualità di erede e la titolarità dei beni e dei diritti oggetto della successione.
L’accettazione del chiamato può essere:
espressa, in presenza di una sua dichiarazione;
tacita, quando la volontà di acconsentire si deduce da un suo comportamento, cioè dal compimento di atti che non avrebbe il diritto di fare se non nella qualità di erede;
pura e semplice, se comporta l’unione dell’eredità al patrimonio dell’erede;
con beneficio d’inventario, quando evita la confusione del patrimonio dell’erede con quello della persona della cui eredità si tratta (cd. de cuius).
Se il chiamato all’eredità muore senza averla accettata, il diritto all’accettazione si trasmette ai suoi eredi.
Consiste nell’attribuzione della responsabilità per il fallimento del matrimonio.
Nell’ambito di un procedimento di separazione giudiziale, il coniuge può domandare al Giudice che la separazione sia addebitata all’altro coniuge se quest’ultimo ha violato uno o più dei doveri coniugali previsti dall’art. 143 c.c. (ossia i doveri di fedeltà, di assistenza morale e materiale, di collaborazione nell’interesse della famiglia e di coabitazione).
Per pronunciare l’addebito della separazione, il Giudice deve accertare che l’intollerabilità della convivenza derivi espressamente dall’inosservanza degli obblighi coniugali.
Le conseguenze dell’addebito sono principalmente di carattere patrimoniale, ad esempio l’esclusione dal diritto all’assegno di mantenimento.
La separazione può essere addebitata a uno solo dei coniugi o anche a entrambi.
Consiste nella relazione sentimentale o sessuale con altra persona, in violazione del dovere coniugale di fedeltà.
L’art. 559 c.p. del 1930 considerava reato l’adulterio della sola moglie e prevedeva, su querela del marito, la condanna alla reclusione fino a un anno dell’adultera e del correo; fino a due anni se l’adulterio assumeva i connotati di una relazione.
Nel 1968 la Corte Costituzionale dichiarò illegittima la disposizione per disparità di trattamento tra moglie e marito. L’anno successivo, il reato venne cancellato dal nostro ordinamento.
Oggi l’adulterio assume rilevanza solo in sede civile, quale causa di separazione personale tra i coniugi e quale presupposto per l’azione di disconoscimento della paternità (art. 235 c.c.).
Affinità / affini
È il vincolo che si forma tra un coniuge e i parenti dell’altro coniuge, per effetto del matrimonio. Un soggetto è affine di un coniuge nella stessa linea e grado in cui è parente dell’altro coniuge. L’affinità con i parenti del coniuge non cessa con la morte di quest’ultimo, ma solo se il matrimonio viene dichiarato nullo.
Affitto d’utero/surrogazione di maternità/maternità surrogata
Si ha affitto d’utero quando una donna (cd. madre surrogata), per scelta libera e volontaria, conclude con una coppia sterile o omosessuale ovvero anche con una persona single un accordo volto a condurre per essi gestazione e parto, obbligandosi a consegnare il figlio così nato.
In Italia, la surrogazione di maternità è vietata dalla legge sulla procreazione medicalmente assistita (l. 40/2004) e chiunque vi faccia ricorso è punito con la reclusione da 3 mesi a due anni e con la multa da 600.000 a 1 milione di euro. In altri Stati, invece, la tecnica è consentita.