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Timestamp: 2017-10-22 02:35:05+00:00
Document Index: 26256913

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﻿ CORTE di CASSAZIONE sentenza n. 13158 del 24 giugno 2016 - Nel giudizio instaurato ai fini del riconoscimento di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato per nullità del termine apposto al contratto, grava sul datore di lavoro, che eccepisca la risoluzione per mutuo consenso del rapporto, l'onere di provare le circostanze dalle quali possa ricavarsi la volontà chiara e certa delle parti di volere porre definitivamente fine ad ogni rapporto lavorativo - Studio Cerbone
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CORTE di CASSAZIONE sentenza n. 13158 del 24 giugno 2016
LAVORO – RAPPORTO DI LAVORO – DIPENDENTE POSTALE – CONTRATTO A TERMINE – NULLITA’ – ESIGENZE TECNICHE, ORGANIZZATIVE E PRODUTTIVE – PROVA A CARICO DEL DATORE DI LAVORO
Con sentenza dell’ 11 marzo- 3 giugno 2010 la Corte d’appello di Napoli in accoglimento dell’appello proposto da P.M. nei confronti di P.I. spa avverso la sentenza del 10.6.2005 del Tribunale di Napoli, che aveva respinto la domanda proposta dal P. nei confronti della s.p.a. P.I., dichiarava la nullità del termine apposto al contratti di lavoro intercorso tra le parti di causa dal 14 marzo 2002 al 30 aprile 2002 in ragione di “esigenze tecniche, organizzative e produttive anche di carattere straordinario conseguenti a processi di riorganizzazione, ivi ricomprendendo un più funzionale riposizionamento di risorse sul territorio, anche derivanti da innovazioni tecnologiche, ovvero conseguenti all’introduzione e/o sperimentazione di nuove tecnologie, prodotti o servizi nonché alfa attuazione delle previsioni di cui agli accordi del 17, 18 e 23 ottobre, 11.12.2001, 11 gennaio, 13 febbraio e 17 aprile 2002”.
La Corte territoriale riteneva non assolto l’onere, cadente a carico del datore di lavoro, di provare la effettività delle ragioni addotte nel contratto, in quanto gli accordi prodotti dimostravano la ricorrenza di quelle esigenze su scala nazionale ma non anche la loro incidenza sulla necessità di assumere il P.
Avverso la sentenza propone ricorso per Cassazione P.I., articolato in quattro motivi.
Resiste con controricorso P.M.
1. Con il primo motivo la ricorrente denunzia – ai sensi dell’art. 360 nr. 3 cpc – violazione e falsa applicazione dell’art. 1, co 1 e 2, 4 co. 2 D. Lvo 368/2001, 12 disp. prel. cc., 1362 e ss. cc., 1325 e ss. cc.
Lamenta che erroneamente la Corte di marito aveva ritenuto la genericità della causale apposta al contratto, assumendo una incompatibilità tra la pluralità della ragioni giustificative del termine e l’obbligo di specificità di cui all’articolo 1 D.lvo 368/2001.
Deduce la contrarietà della statuizione anche alle regole di ermeneutica contrattuale fissate dagli articoli 1362 e 1363 cc.
2. Con il secondo motivo la società ricorrente denunzia – ai sensi dell’articolo 360 nr. 5 cpc – omessa ed insufficiente motivazione circa un fatto controverso e decisivo del giudizio. Lamenta la mancanza di motivazione in ordine alla asserita inidoneità degli accordi sindacali a specificare la causale giustificatrice del termine.
3. Con il terzo motivo P.I. denunzia omessa e insufficiente motivazione su un fatto controverso e decisivo.
Censura la mancanza di motivazione del rigetto delle istanze istruttorie articolate ( sin dal primo grado di giudizio – come capitolo di prova numero 11) in ordine alla esistenza di squilibri nella distribuzione del personale sul territorio, che avevano determinato situazioni di temporanea carenza di personale incidenti sulla unità produttiva cui il lavoratore era stato assegnato.
4. Con il quarto motivo si denunzia la violazione degli articoli 1206, 1207, 1217, 1219 c.c. sulla messa in mora in relazione alla pronunzia di condanna del datore di lavoro al pagamento delle retribuzioni dalla data dì notifica del ricorso di primo grado.
Da ultimo si denunzia la contrarietà della statuizione sul danno allo ius superveniens di cui all’art. 32 L. 183/2010.
Deve premettersi che questa Corte di legittimità, con riferimento a fattispecie nelle quali erano state adoperate clausole giustificatrici di contenuto analogo a quello utilizzato nel caso in esame, ha affermato che la specificazione delle ragioni giustificative del termine può risultare anche indirettamente nel contratto di lavoro attraverso il riferimento “per relationem” ad altri testi scritti accessibili alle parti giacché, “seppure nel nuovo quadro normativo … non spetti più un autonomo potere di qualificazione delle esigenze aziendali idonee a consentire l’assunzione a termine, tuttavia, la mediazione collettiva ed i relativi esiti concertativi restano pur sempre un elemento rilevante di rappresentazione delle esigenze aziendali in termini compatibili con la tutela degli interessi dei dipendenti, con la conseguenza che gli stessi debbono essere attentamente valutati dal giudice ai fini della configurabilità nel caso concreto dei requisiti della fattispecie legale” (Cass. sez. lav., 23/02/2016, n. 3495; 22/02/2016, n. 3412; 1 febbraio 2010 n. 2279; 27 aprile 2010 n. 10033; 25 maggio 2012 n. 8286; 3.10.2014 n. 20946; 9.7.2015 n. 14336).
In altri termini, è necessario che di fronte ad una complessa enunciazione delle ragioni addotte a legittimare l’apposizione dei termine l’esame del giudice di merito si estenda a tutti gli elementi di specificazione emergenti dal contratto, allo scopo di acclararne l’effettiva sussistenza, ivi comprendendo l’analisi degli accordi collettivi sopra indicati (cfr, la giurisprudenza già richiamata, cui adde Cass. nr. 2279 e 16303 del 2010, Cass. 25 maggio 2012, n. 8286, Cass. 23 maggio 2013 n. 16102 e Cass. 16.4.2015 n. 7772).
Nella fattispecie in esame la Corte territoriale ha omesso di esaminare funditus il contenuto degli accordi richiamati nel contratto individuale e di valutare la loro concreta idoneità ad assolvere alla funzione di specificazione della causale; ha operato inoltre una sovrapposizione tra il profilo formale, relativo alla specificità della clausola contrattuale, da valutare ex ante ed in astratto – e quello sostanziale della allegazione e della prova in giudizio della effettiva inerenza al singolo rapporto di lavoro delle esigenze richiamate nel contratto.
Ed infatti la Corte afferma che la prova articolata dalla società nella memoria difensiva di primo grado era “del tutto generica e quindi inammissibile, in quanto non idonea a dimostrare quel profilo individuale dei nesso causale, sopra evidenziato, che deve sussistere tra esigenze indicate in contratto e singola assunzione a tempo determinato”.
Tale giudizio omette di considerare il fatto oggetto del capitolo di prova nr. 11 della memoria di P.I. ovvero che i processi organizzativi attestati negli accordi collettivi “hanno indotto numerosi squilibri nella distribuzione sul territorio del personale e situazioni di temporanea carenza di organico incidenti sul regolare funzionamento dei servizi che hanno investito la stessa unità produttiva cui ristante è stato addetto”.
Sussiste altresì il vizio di contraddittorietà della motivazione giacché il giudice del merito pone a carico di P.I. spa le conseguenze del mancato assolvimento dell’onere della prova dopo avere respinto la istanza di ammissione dei mezzi di prova all’uopo articolati dalla società.
La sentenza deve essere, pertanto, cassata in relazione alle censure accolte con conseguente rimessione della causa ad altro giudice, indicato in dispositivo, che provvedere sulla base dei principi di diritto sopra richiamati, oltre che sulle spese del giudizio di legittimità.
Accoglie il primo, il secondo ed il terzo motivo di ricorso, assorbito il quarto. Cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia, anche per le spese, alla Corte di Appello di Napoli, in diversa composizione.