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Timestamp: 2020-05-25 03:05:12+00:00
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Sentenza Cassazione Civile n. 32579 del 17/12/2018 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 32579 del 17/12/2018
Cassazione civile sez. II, 17/12/2018, (ud. 12/06/2018, dep. 17/12/2018), n.32579
sul ricorso 2565/2014 proposto da:
K.F., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA G.
MAZZINI 27, presso lo studio dell’avvocata LUCIO NICOLAIS, che lo
K.J., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DI PORTA
PINCIANA 4 STUDIO PERNO, presso lo studio dell’avvocato GIAN LUCA
MARUCCHI, che lo rappresenta e difende unitamente agli avvocati
DIETMAR WILD, STEFAN PITTRACHER;
avverso la sentenza n. 72/2013 della CORTE D’APPELLO DI TRENTO,
sezione distaccata di BOLZANO, depositata il 19/04/2011;
12/06/2018 dal Consigliere CHIARA BESSO MARCHEIS;
udito il P.G. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.
CORRADO MISTRI che ha concluso per parziale inammissibilità del
ricorso in sub rigetto ricorso;
udito l’Avvocato MARUCCHI Gian Luca, difensore del resistente che ha
chiesto l’inammissibilità in sub rigetto del ricorso.
1. Nel 2006 K.J. citava in giudizio il fratello K.F. davanti al Tribunale di Bolzano chiedendo – per quanto rileva in questo giudizio di legittimità – di accertare che l’area gravata da una servitù di parcheggio (costituita con contratto datato 2 aprile 1987) in favore del fondo di proprietà del convenuto era in gran parte occupata dall’allargamento di una strada comunale e che il convenuto non aveva diritto di parcheggiare sulla restante area del fondo dell’attore e conseguentemente di inibire al convenuto di parcheggiare veicoli sulla predetta area, nonchè di condannare il convenuto al risarcimento dei danni. Il convenuto costituendosi resisteva alle domande dell’attore – deduceva che l’allargamento della strada concerneva solo parte dell’area del parcheggio e non impediva di parcheggiare mezzi quali biciclette o motociclette – e faceva valere domande riconvenzionali, in particolare chiedendo di condannare l’attore a risarcire i danni causatigli da atti illeciti dal medesimo posti in essere.
2. La sentenza è stata impugnata dall’attore. La Corte d’appello di Trento, sezione di Bolzano – con sentenza 19 aprile 2013, n. 72 – ha accolto il primo e il quarto motivo di appello e, in riforma della sentenza di primo grado, ha ritenuto che l’appellato utilizzava senza titolo l’area restante della particella di proprietà dell’appellante e ha così ordinato all’appellato di astenersi dall’utilizzo dell’area non gravata dalla servitù di parcheggio; ha inoltre ritenuto che le condotte illecite attribuite all’appellante erano state poste in essere dal figlio maggiorenne K.A. e ha pertanto annullato il capo della sentenza che condannava l’appellante al pagamento di 2.000 Euro, rigettando la domanda riconvenzionale di risarcimento del danno fatta valere dal convenuto.
a) Il primo motivo denuncia nullità della sentenza per violazione degli artt. 132,156,112 e 161 c.p.c.: il dispositivo e la parte motiva della sentenza non contengono un accertamento, ossia l’individuazione specifica del bene oggetto della controversia, così rendendo la relativa pronuncia priva di una qualsiasi efficacia.
b) Il secondo motivo contesta violazione e falsa applicazione degli artt. 115,116,191 c.p.c. e ss., artt. 2729 e 2697 c.c.: sia in primo che in secondo grado non è stata assunta alcuna prova idonea a determinare la consistenza e/o l’esatta collocazione della servitù.
c) Il terzo motivo fa valere violazione e falsa applicazione degli artt. 115,116 e 191 c.p.c., artt. 2721 e 2729 c.c.: prova idonea non può essere considerata il disegno della servitù contenuto nel progetto di divisione predisposto dal consulente tecnico d’ufficio, prova atipica da cui si può unicamente trarre una presunzione semplice.
I motivi sono infondati. La sentenza non è sentenza dal contenuto incerto. Il dispositivo della sentenza è chiaro: condanna il ricorrente a un non facere (obbligo di astenersi dall’utilizzo della parte dell’area di proprietà del fratello non gravata dal diritto di parcheggio). Quanto all’individuazione dell’area contrattualmente gravata dal diritto di parcheggio, essa – a differenza di quanto afferma il ricorrente – non era controversa e risultava dal contratto e dall’allegata piantina: “non venivano definiti attentamente soltanto estensione e dimensione del diritto al parcheggio; l’aggravio della p.f. 859/1 veniva delimitato anche territorialmente” (p. 13 della sentenza impugnata). Nè vale al riguardo la censura del terzo motivo, in quanto il giudice d’appello fa riferimento a una piantina allegata al contratto istitutivo della servitù e non al disegno predisposto dal consulente tecnico d’ufficio e il punto non è contestato dal ricorrente.
Il motivo è infondato. Da quanto risulta dalle conclusioni riportate dal medesimo ricorrente (p. 14 del ricorso), l’appellante aveva chiesto che, “conformemente alla domanda di primo grado, deve essere accertata l’impossibilità dell’esercizio della servitù e all’appellato deve venire vietato il parcheggio sulla p.f. 859/1”.
3. Il quinto motivo fa valere violazione e falsa applicazione dell’art. 1158 c.c. e ss., artt. 112,346 e 342 c.p.c.: il giudice di primo grado, nel dichiarare che sin dall’inizio il ricorrente non aveva potuto utilizzare l’area del focus servitutis, ma aveva esercitato il diritto su un’altra area, avrebbe accertato in via incidentale l’avvenuta usucapione del diritto, usucapione proposta quale mera eccezione dal ricorrente in primo grado e poi riproposta nella comparsa di costituzione in appello e invece non valutata dalla Corte d’appello.
4. Con il sesto motivo si denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 2043 c.c., e art. 40 c.p.: K.J. era a conoscenza del ripetersi dei comportamenti illeciti del figlio ai danni del ricorrente (parcheggio dell’autovettura in modo da impedire al ricorrente di parcheggiare, accumulo di mucchi di neve dietro le ruote dell’autovettura del ricorrente), ma nulla ha fatto per impedirli, così rendendosi omissivamente responsabile.
Il motivo è infondato. Il giudice d’appello ha infatti affermato, con accertamento in fatto incensurabile davanti a questa Corte di legittimità, che non è stato in alcun modo provato che K.J. abbia indotto il figlio ad agire in modo illecito e non può essere ravvisata una sua “responsabilità omissiva” nei confronti degli atti posti in essere dal figlio maggiorenne.
Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Seconda Civile, il 12 giugno 2018.