Source: https://renatodisa.com/2017/05/24/corte-di-cassazione-sezione-i-penale-sentenza-15-maggio-2017-n-24103/
Timestamp: 2017-10-21 15:56:01+00:00
Document Index: 75354928

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 414', 'art. 414', 'art. 414', 'art. 270', 'art. 414', 'sentenza ']

Corte di Cassazione, sezione I penale, sentenza 15 maggio 2017, n. 24103
By Avv. Renato D'Isa on 24 maggio 2017 • ( Lascia un commento )
Ai fini della sussistenza del delitto di apologia di reato occorre che la condotta del soggetto agente sia dotata di valenza diffusiva, tanto da determinare il rischio concreto che siano consumati altri reati posti a presidio di beni giuridici analoghi a quelli oggetto della condotta apologetica
sentenza 15 maggio 2017, n. 24103
Il materiale postato sul profilo Facebook del D. si connotava per la sua matrice islamica radicale e, tra l’altro, comprendeva: una fotografia con commento dell’imam M. , già arrestato dalla polizia macedone per avere reclutato soggetti affiliati all’Isis; alcune videoregistrazioni inneggianti al martirio religioso jihadista, che riprendevano immagini di individui armati e vestiti con abiti militari mimetici; la condivisione di lunghi brani di discorsi di autorità religiose, appartenenti all’area islamica radicale, che esaltavano l’adesione di singoli combattenti al califfato guidato da A.B.a.B. – noto all’opinione pubblica internazionale come a.-.B. – e la loro morte in qualità di martiri jihadisti; materiale di provenienza telematica eterogenea mirante a propagandare l’ideologia e le attività dello stesso sodalizio terroristico, sia sul piano politico che su quello religioso.
Deve, invero, rilevarsi che, sul punto, non è riscontrabile alcuna illegittimità motivazionale, in ragione del fatto che su tali comunicazioni telematiche il Tribunale del riesame di Brescia si soffermava in termini congrui, affermandone l’irrilevanza sotto il profilo della loro portata apologetica, non riscontrabile nel caso di specie per l’assenza di potenzialità diffusiva, osservandosi, a pagina 6 dell’ordinanza in esame, che i messaggi in questione rimanevano circoscritti “all’ambito conoscitivo del solo ricorrente, ovvero all’interlocuzione individuale con altro soggetto nelle citate conversazioni o in chat, ciò che esclude quella necessaria pubblicità intesa come potenzialità diffusiva indefinita equiparabile alla stampa”.
Né potrebbe essere diversamente, atteso che questa Corte ha ripetutamente affermato che, per configurare il delitto di cui all’art. 414 cod. pen., occorre che il comportamento del soggetto attivo del reato si connoti per la sua valenza diffusiva, desumibile dalle circostanze di fatto in cui la condotta apologetica si esplica, tale da determinare il rischio concreto – valutabile alla luce del contesto ambientale nel quale le comunicazioni hanno luogo – di consumazione di altri reati, lesivi di interessi omologhi a quelli offesi dal crimine esaltato (cfr. Sez. 1, n. 8779 del 05/05/1999, Oste, Rv. 214645; Sez. 1, n. 11578 del 17/11/1997, Gizzo, Rv. 209140).
Osserva il Collegio che sull’idoneità comunicativa delle videoregistrazioni in esame il percorso argomentativo seguito dal Tribunale del riesame di Brescia appare incongruo, in ragione del fatto che tali comunicazioni risultavano postate dal D. sulla sua pagina Facebook e richiamavano il conflitto bellico in corso di svolgimento sull’area siro-irachena, mediante riferimenti audiovisivi, nel valutare la cui portata apologetica occorre richiamare preliminarmente la giurisprudenza di questa Corte, secondo la quale: “Integra il reato di apologia di uno o più delitti, previsto dall’art. 414 cod. pen., la diffusione di un documento di contenuto apologetico mediante il suo inserimento su un sito internet privo di vincoli di accesso, in quanto tale modalità ha una potenzialità diffusiva indefinita” (cfr. Sez. 1, n. 47489 del 06/10/2015, Halili, Rv. 265265).
L’ordinanza impugnata trascura che la giurisprudenza di legittimità, da tempo, ha affermato che l’attività di proselitismo, fondata su ragioni di carattere etnico o religioso, ben può essere effettuata mediante i canali telematici – tra i quali occorre certamente comprendere il soda network denominato Facebook – attraverso cui si mantengono i contatti tra gli aderenti o i simpatizzanti, mediante la diffusione di documenti e testi apologetici, la programmazione di azioni dimostrative, la raccolta di elargizioni economiche, la segnalazione di persone responsabili di avere operato a favore della causa propagandata (cfr. Sez. 5, n. 33179 del 24/03/2013, Scarpino, Rv. 257216; Sez. 3, n. 8296 del 02/12/2004, dep. 2005, Ongari, Rv. 231243).
Costituisce, al contempo, un dato ermeneutico incontroverso quello secondo cui il reato di apologia, così come prefigurato dall’art. 414 cod. pen., può avere ad oggetto anche un’ipotesi delittuosa associativa, con la conseguenza che il Tribunale del riesame di Brescia, nel caso di specie, non ha tenuto conto delle conseguenze apologetiche che i riferimenti, espliciti e impliciti, al conflitto bellico siro-iracheno – nel quale risulta coinvolta un’organizzazione terroristica di ispirazione jihadista come l’Isis – contenuti nelle videoregistrazioni in esame erano in grado di provocare rispetto ai frequentatori del social network. Nel valutare la portata apologetica di tali videoregistrazioni, quindi, occorreva considerare la natura di organizzazioni terroristiche, rilevanti ai sensi dell’art. 270-bis cod. pen., delle consorterie di ispirazione jihadista operanti su scala internazionale, analoghe allo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria, da ultimo ribadita dalla giurisprudenza di questa Corte (cfr. Sez. 5, n. 2651 dell’08/10/2015, dep. 2016, Nasr Osama, Rv. 265925; Sez. 5, n. 48001 del 14/07/2016, Hosni, Rv. 268164).
L’incongruità del percorso motivazionale seguito dal Tribunale del riesame di Brescia e la sua eccentricità rispetto al compendio indiziario acquisito nei confronti del D. appare evidente dal passaggio motivazionale, esplicitato a pagina 7 del provvedimento impugnato, nel quale si osserva che “il materiale pubblicato è relativo alle vicende siriane ovvero esterna generiche posizioni religiose fatte proprie da D. attraverso la pubblicazione sul suo profilo Facebook, ma in alcun modo pubblicizza modi e metodi organizzativi e militari dello Stato islamico”.
Basti considerare, a titolo meramente esemplificativo, il messaggio contenuto nella videoregistrazione postata il 17/08/2015, richiamato a pagina 10 del ricorso in esame, nel quale si inneggiava esplicitamente al martirio, affermandosi: “voglio incontrare Dio, madre nascondi le lacrime, Adhan chiama alla Jiad (…)” (cfr. Sez. 5, n. 2651 dell’08/10/2015, dep. 2016, Nasr Osama, cit.; Sez. 5, n. 48001 del 14/07/2016, Hosni, cit.).
A queste incongruità motivazionali, dunque, il Tribunale del riesame di Brescia dovrà ovviare nel giudizio di rinvio, effettuando un nuovo esame degli elementi probatori acquisiti nei confronti del D. conformemente ai principi di diritto che si sono enunciati e correlando il contenuto delle singole videoregistrazioni in questione – postate nelle date del 29/01/2015, del 17/08/2015, del 20/09/2015, 14/11/2015 e del 25/11/2015 – al compendio indiziario complessivo, nella prospettiva apologetica prefigurata dall’art. 414 cod. pen..
Annulla l’ordinanza impugnata e rinvia per nuovo esame al Tribunale di Brescia
Con tag:apologia di reato,Presidente MAZZEI Antonella P.,Relatore CENTONZE Alessandro
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