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Timestamp: 2015-03-31 08:31:52+00:00
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La Carta della libertà del lavoro – Parte 2
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Carta della libertà del lavoro
La carta della libertà del lavoro – parte 3
La Carta della libertà del lavoro – parte 4
Share: di James Gray Pope – 1997
II – TRE CARTE COLLIDONO
Nel dicembre del 1919 l’American Federation of Labor ospitò un congresso di sindacati e di organizzazioni di coltivatori in rappresentanza di quasi cinque milioni di lavoratori. Anche se il movimento del lavoro aveva raggiunto un nuovo picco di membri e di influenza, i delegati erano di umor nero. La campagna organizzativa più ambiziosa e scrupolosa della storia statunitense era culminata in uno sciopero nazionale dei metallurgici che – sotto un fuoco di sbarramento di ingiunzioni, arresti e interventi dell’esercito – che vacillava sull’orlo della sconfitta totale. Uno sciopero generale a Seattle e un’ondata di scioperi della polizia aveva suscitato paure di un’insurrezione, volgendo l’opinione pubblica contro il sindacalismo. Avvertendo una breccia, i legislatori statali e federali avevano presentato dozzine di proposte di legge che vietavano o limitavano gli scioperi e prescrivevano procedure per la soluzione delle dispute industriali [96]. In risposta i delegati della conferenza inquadrarono il tema degli scioperi non come una questione di economia o di etica, bensì come una di legge costituzionale. “La politica autocratica e le influenze industriali e finanziarie nel nostro paese hanno cercato”, avvertirono, “di invadere e limitare i diritti fondamentali garantiti dalla costituzione degli Stati Uniti [97] ai percettori di salari.” Tali diritti erano da ricavare non dalla garanzia di “libertà”, fortemente contestata, prevista dal Quattordicesimo Emendamento, bensì nella clausola, giudizialmente moribonda, della Servitù Involontaria inclusa nel Tredicesimo Emendamento [98]. Il diritto di sciopero, proclamava la dichiarazione del congresso, si traduceva nella differenza tra servitù volontaria e involontaria, tra la libertà e la schiavitù [99]. Il governatore del Kansas, Henry J. Allen, un Repubblicano progressista e forte sostenitore dell’interventismo governativo, non ne fu impressionato. Un mese dopo il congresso indusse il parlamento statale del Kansas ad approvare la legge del Kansas sulla Corte Arbitrale dell’Industria, il più ambizioso intervento legislativo statunitense sul lavoro prima del New Deal. La legge vietava gli scioperi nelle industrie “coinvolte in un interesse pubblico”, che includeva tutte le industrie che, nello stato, erano sindacalizzate o minacciate di sindacalizzazione [100]. Creava una corte arbitrale dell’industria per risolvere le dispute sottostanti e dava ai tribunali il potere di stabilire i salari e le condizioni di lavoro [101]. I lavoratori dovevano ricevere “un salario equo e avere un ambiente sano e morale al lavoro” [102]. Se la corte decideva che una cessazione illegale dell’attività minacciava la quiete o la salute pubblica, poteva avviare procedure per “rilevare, controllare, dirigere o gestire” la società [103]. La corte era costituita da tre giudici nominati da governatore con un mandato triennale [104]. Fin dall’inizio i sostenitori e gli oppositori della legge formularono i loro argomenti in termini costituzionali non solo presso la corte, ma anche nel dibattito pubblico. La lotta successiva pose in grande rilievo tre visioni costituzionali in concorrenza tra loro; la carta dominante del laissez-faire, la carta progressista in ascesa e la carta della libertà degli insorti. Chiamo queste visioni ‘carte’ [‘constitutions’ nell’originale – n.d.t.] perché ciascuna costituisce per i propri sostenitori non solo una fonte di argomenti ma anche una guida all’azione. A. Carta del laissez-faire delle imprese
Quando il governatore Allen propose la Corte Arbitrale dell’Industria, il colonnello John S. Dean, un avvocato delle imprese, emerse rapidamente come la persona più schietta nell’affermare di rappresentare le imprese. Parlando a un comitato parlamentare, egli sostenne che la proposta di legge violava il diritto costituzionale di lavoratori e datori di lavoro di concludere contratti senza interferenze del governo. Il potere della corte di rilevare e amministrare imprese private corrispondeva a un “socialismo di stato” [105]. Dean fece l’occhiolino al lavoro, sostenendo che il potere dello stato di stabilire salari avrebbe ridotto i singoli lavoratori a una servitù involontaria, ma che egli sosteneva con forza il divieto di scioperi previsto dalla proposta di legge [106]. Dean non aveva bisogno di alcuna teoria legale creativa per sostenere la sua tesi costituzionale. Delle tre carte in competizione, quella imprenditoriale del laissez-faire si adattava meglio alla dottrina legale contemporanea. L’era del giusto processo in economia era in forte oscillazione e sia le corti statali sia quelle federali annullavano le interferenze legislative nella libertà di contrattazione e nei diritti di proprietà. Nel 1920 la Corte Suprema degli Stati Uniti aveva invalidato violazioni della libertà di contrattazione molto meno intrusive della Corte dell’Industria e del suo potere di stabilire salari e orari [107]. B. La carta progressista “del pubblico”
Anche se il progressismo è più utilmente inteso come un insieme di trattazioni condivise che come un’ideologia programmatica [108], il movimento produsse in effetti un’ideologia coerente nel campo della legge costituzionale. Per i riformatori e gli intellettuali progressisti sia la carta del laissez-faire delle imprese, sia la carta della libertà del lavoro erano ostacoli a un governo illuminato. Sostenevano che le risposte ai problemi dell’industria erano da ricercare non nella Costituzione, bensì nelle scienze economiche e sociali [109]. Secondo questa visione i diritti costituzionali nella sfera economica bloccavano l’adattamento al cambiamento. L’aderenza a principi fondamentali interferiva con la contrattazione pragmatica. Gli scioperi e i boicottaggi costituivano una “guerra industriale” che doveva cedere il passo a una gestione pacifica [110]. Di conseguenza il governatore Allen esortò sia i capitalisti sia i lavoratori a rinunciare alle loro obiezioni circa la “libertà” nella regolamentazione dell’economia [111].
Quanto al riferimento del mondo del lavoro al Tredicesimo Emendamento, molte progressisti ritenevano che la garanzia, prevista dalla legge, del diritto individuale di dimettersi negava in modo conclusivo qualsiasi analogia con la schiavitù o la servitù involontaria [112]. Altri, meno ottimisti riguardo al mercato del lavoro come garante di libertà, contavano che fosse la Corte a svolgere quel ruolo. Presagendo il paradigma moderno della legge costituzionale fissato nella causa Carolene Products, sostennero che il lavoro non poteva essere reso schiavo fintanto che i lavoratori conservavano il diritto di voto e, con esso, la capacità di influenzare la composizione della Corte Arbitrale dell’Industria [113]. I principali promotori della legge erano pienamente consapevoli che essa era di dubbia costituzionalità. Si consideravano partecipanti a una lotta per cambiare la legge consuetudinaria prevalente. “Noi avvocati riteniamo che nulla sia costituzionale a meno che una corte abbia affermato che è costituzionale”, osservò W.L.Huggins, il capo estensore della legge, “ma se ci fermiamo dove si ferma la corte, non saremo mai in grado di compiere alcun progresso” [114]. Allen fu d’accordo, osservando che “la via al cambiamento della costituzione è lastricata di vari di regolamenti”[115]. Né Allen né Huggins prevedevano una resistenza aperta; la loro idea era, piuttosto, che “andando un po’ più fuori linea” [116] potevano indurre la corte ad accettare un altro passo in quello che William Allen White definì “la vecchia procedura di porre sotto controllo, in considerazione del pubblico interesse coinvolto, questioni che prima erano unicamente di interesse privato”[117] . Nella discorso progressista, il “pubblico” era costituito da tutti, con l’eccezione di “Interessi speciali” quali capitale e lavoro. L’opposizione del colonnello Dean, formulata per conto delle imprese, rafforzò l’affermazione di Allen che la legge proteggeva il pubblico sia dal capitale sia dal lavoro [118]. Di fatto, tuttavia, le imprese erano divise sul tema. Nel momento stesso in cui Allen dichiarava l’ostilità del capitale, riceveva corrispondenza che contraddiceva la sua dichiarazione. Imprenditori di tutto il paese riferivano i loro tentativi di garantire l’approvazione di leggi simili nei loro stati [119]. Gruppi imprenditoriali aprirono le loro assemblee e pubblicazioni alle idee di Allen [120]. In effetti Allen stava tentando di fare per le imprese ciò che Robert F. Wagner avrebbe in seguito fatto per il lavoro: assumere la guida della costruzione di una concezione dei gruppi d’interesse che includesse una notevole dose di intervento statale nelle relazioni industriali [121]. C. La carta della libertà del lavoro
Fin dall’inizio i sindacalisti si opposero alla legge per motivi costituzionali. Le sezioni dei ferrovieri rivolsero appelli ad Allen a non “legalizzare la servitù involontaria” [122] e gli ricordarono che “la schiavitù è stata abolita nell’anno 1865” [123]. Davanti a giudici e a riunioni di massa, Alexander Howat, leader dei minatori del Kansas, martellò la tesi che la legge resuscitava la schiavitù e la servitù involontaria in violazione del Tredicesimo Emendamento [124]. Dopo un discorso appassionato dei Howat, i delegati del congresso dell’AFL del 1920 approvarono risoluzioni che dichiaravano che la legge violava il Tredicesimo Emendamento e che era mirata a porre “la classe operaia … nella posizione in cui si trovavano i lavoratori neri prima dell’abolizione dello schiavismo” [125]. Non ci fu opposizione aperta. In seguito nella lotta sarebbe divenuto chiaro che questa apparenza di unità celava profonde fratture all’interno del movimento del lavoro, fratture di importanza centrale nella comprensione delle dinamiche della genesi del diritto del lavoro. Vedremo che sia la carta imprenditoriale del laissez-faire sia la carta progressista “del pubblico” trovavano sostegno, pur in forme modificate, in seno al movimento. Per il momento, tuttavia, sarà utile presentare un conciso sommario della visione costituzionale prevalente, quella condivisa dai leader più importanti della resistenza costituzionale: Alexander Howat, leader degli United Mine Workers del Kansas (UMW), sezione 14; John Hunter Walker, presidente della Federazione del Lavoro dello stato dell’Illinois e – almeno nei suoi momenti di maggiore audacia – il presidente dell’AFL Samuel Gompers. Delle tre carte in competizione, quella del lavoro trovava il supporto minore nella giurisprudenza. Alcuni sentenze della magistratura avevano fatto riferimento alla schiavitù o alla servitù involontaria nella procedura di invalidazione delle ingiunzioni antisciopero, ma la prassi generale consisteva nel trattare il diritto di sciopero come un’eccezione rigidamente circoscritta al divieto generale contro le “cospirazioni” [126]. Per rimediare a questa scarsità di posizioni favorevoli, i sindacalisti passarono a un linguaggio legale più astratto. Diversamente dalla Carta dei Diritti, il Tredicesimo Emendamento si esprimeva in modo sistematico: “Non esisteranno negli Stati Uniti … né la schiavitù né la servitù involontaria, eccetto che come punizione per reati …”[127]. L’Emendamento non specificava quali diritti e protezioni sarebbero stati necessari per negare una condizione di schiavitù o di servitù involontaria. Per una volta i costituzionalisti del mondo del lavoro concordarono con la risposta affermata dalla Corte Suprema: l’Emendamento era mirato a “rendere libero il lavoro, vietando quel controllo mediante il quale i servizi personali di un uomo sono disposti o forzati a vantaggio di un altro” [128]. Questa formulazione, tuttavia, lasciava spazio per una vasta gamma di posizioni sull’attività collettiva. A un estremo dello spettro la maggior parte dei tribunali seguiva gli abolizionisti alla Garrison affermando che era sufficiente la libertà di contrattazione. Indipendentemente da quanto grande e potente potesse essere un’azienda, il lavoratore poteva sempre licenziarsi e andare altrove [129]. All’altro estremo dello spettro i sindacalisti i sindacalisti reagivano contestando l’economia, la teoria e i pilastri della visione della libertà come diritto di licenziarsi. L’idea che un lavoratore da solo potesse evitare il controllo del datore di lavoro licenziandosi era, sostenne Samuel Gompers, un “sotterfugio”: “Immaginatevi semplicemente quale magnifica influenza un tale individuo avrebbe, diciamo, ad esempio, sulla U.S.Steel Corporation …”[130]. Una ragione della sua mancanza di influenza era il fenomeno noto agli economisti come “asimmetria dello scambio monetario”. “L’imprenditore medio può scaricare un uomo senza farci caso”, scrisse John Hunter Walter, “ma a quell’uomo e a sua moglie e ai suoi figli ciò costa tutto ciò che hanno” [131]. Inoltre un lavoratore che lasciava il suo posto poteva scoprire di dover lasciare la sua comunità per trovare lavoro, un corso d’azione non percorribile per molti lavoratori che dipendevano dal sostegno emotivo e dalla solidarietà materiale di comunità della classe lavoratrice dai forti legami [132]. Il cuore dell’argomentazione del mondo del lavoro, comunque, era concentrato non sui malfunzionamenti del mercato, bensì sul concetto di libertà. Indipendentemente da quanto bene il meccanismo impersonale del mercato possa disciplinare gli imprenditori, i lavoratori non potrebbero godere della libertà se non potessero esercitare un grado di controllo consapevole sulla propria vita lavorativa. Gompers spiegò che quando il lavoratore perdeva la capacità di produrre un bene completo con i propri strumenti, egli “perdeva anche la sua identità e il suo potere” [133]. Non poteva rinconquistare nessuno dei due con l’atto muto di “percorrere le strade in cerca di lavoro” [134]. Come concludeva John Fitch “nella sua libertà individuale di licenziarsi egli può ottenere condizioni migliori solo inciampandoci, se è così fortunato. Non può, con i suoi compagni, determinare per sé simili condizioni” [135]. Analogamente, nell’argomentare contro i contratti che imponevano la non adesione a un sindacato, i sostenitori dei lavoratori insistevano che il fatto che un lavoratore “trovi lavoro altrove o no, non ha nulla a che vedere con” il problema [136]. Per gli economisti neoclassici, questa tesi non ha alcun senso; dopotutto un lavoratore potrebbe andarsene altrove e liberarsi di un contratto che gli impone di non iscriversi al sindacato. Ma per i costituzionalisti del mondo del lavoro la mera “libertà come atto” – la libertà di accettare o rinunciare a un contratto – non poteva mai sostituire la libertà di plasmare le condizioni della vita quotidiana [137]. La sfida alla legge dei costituzionalisti del mondo del lavoro riguardava “il diritto legale di tutti i lavoratori di controllare le proprie vite” [138]. Infine, i sindacalisti sostennero una tesi concettuale che la legge creava una forma di schiavitù garantendo agli imprenditori diritti di proprietà su esseri umani [139]. La negazione del diritto di sciopero era “un’invasione della proprietà di sé stessi e della propria forza di lavoro degli uomini ed è una pretesa di una qualche forma di diritto di proprietà sui lavoratori” [140]. L’idea che un lavoratore potesse vendere il proprio lavoro senza perdere la sua libertà era, secondo Victor Olander, palesemente assurda:
“Il lavoro è l’uomo stesso, un attributo della vita; aumenta con la salute, diminuisce con la malattia e termina con la morte … Un uomo può esercitare la sua capacità di lavorare nell’interesse di un altro ma non può darla o venderla a nessun altro senza al tempo stesso rinunciare al suo stesso corpo. [141] “
Proprio come il diritto individuale di licenziarsi non era garanzia di libertà, non lo era neppure il diritto di voto. I sindacalisti prefiguravano i moderni teorici del potere nel sostenere che le persone possono essere condizionate a uno stato d’impotenza a meno che non giungano a riconoscere sé stesse come protagonisti effettivi nella quotidianità. Senza organizzazione, sosteneva John Hunter Walker, “la mente del lavoratore e quella della sua famiglia saranno addestrate e plasmate ad adattarsi ai desideri del datore di lavoro dal punto di vista della creazione di un animale da lavoro obbediente, sottomesso e disponibile” [142]. Una Corte Arbitrale dell’Industria indurrebbe i sindacati a diventare “fiacchi” e “deboli” per l’assenza dell’esercizio dello sciopero [143]. In effetti, le leggi contro gli scioperi erano mirare a “ricreare uno spirito dipendente tra i lavoratori”, in modo che essi “accettino di nuovo il marchio di inferiorità che è stato per millenni il loro distintivo; accettino che tutto il loro progresso venga dall’altro, da un tipo di padrone magnanimo o da un governante benevolente” [144]. Come la libertà individuale di contrattazione, così la libertà di voto nell’urna ha dato ai lavoratori l’apparenza ma non la realtà della libertà. La rivendicazione da parte dei lavoratori del diritto di sciopero non avrebbe potuto essere più assolutista. “Non può esservi alcun interesse” proclamò il Parsons Kansas Central Labor Body, “che sia superiore ai diritti dei lavoratori di rifiutare il loro lavoro in condizioni che non accettano” [145]. I lavoratori godevano del diritto di sciopero, sosteneva Gompers, “quali che siano le conseguenze o le sofferenze che ciò possa comportare” [146]. In difesa di questo assolutismo i sindacalisti invocarono i principi del repubblicanesimo civico. Non poteva esistere “alcuna servitù involontaria senza la distruzione dell’intera concezione statunitense del vivere civico e del governo civile” [147]. Gli scioperi potevano imporre pesanti costi al pubblico ma, avvertiva Gompers, “ci sono in questo mondo cose peggiori degli scioperi”, cioè il genere di “virilità degradata, demoralizzata e servile” che poteva fiaccare la forza degli Stati Uniti come aveva fatto con quella dell’Impero Romano [148]. Era vero che la società aveva dei diritti, “ma la libertà, nel lungo termine, offre la protezione migliore di tali diritti” [149]. Sia gli incentivi ad abusare del diritto di sciopero, sia la capacità dei lavoratori di attuarli, erano limitati dal fatto che essi stessi avrebbero sofferto il danno personale più grave: la perdita totale del reddito [150]. Infine, l’idea che un tribunale governativo potesse riuscire a controllare gli scioperi meglio dei lavoratori stessi era basata su una paura immotivata dei lavoratori e sull’idea prevenuta che “c’è una qualche classe superiore che salverà il paese dall’annientamento economico” [151]. Mentre ai datori di lavoro era permesso di violare la legge in attesa che le loro vertenze costituzionali arrivassero alla Corte Suprema, gli scioperanti dovevano confrontarsi con ingiunzioni giudiziarie seguire dall’immediata incarcerazione per oltraggio alla corte. Perciò, sin dall’inizio, ai sindacalisti si presentava una scelta netta e inevitabile tra conformarsi alla legge o sfidarla apertamente. NOTE
96. Vedere James R. Green, ‘The World of the Worker’ , 93-97 (1980); Selig Perlman, ‘A History of Trade Unionism in the United States’, 250-51 (1929); Philip Taft, ‘Organized Labor in American History’, 341-51, 355-60 (1964).
97. Labor Its Grievances, Protests and Demands, 27, Am. Federationist, 33, 33-34 (1920) (pubblicazione delle dichiarazioni del congresso).
98. U.S.Const. Amend. XIII, par. 1.
99. Vedere Labor Its Grievances, Protests and Demands, nota 97 sopra, pag. 35.
100. Vedere Kansas Industrial Court Act, sez. 29, par. 3(a), 6, 1920, Kan. Spec. Sess. Laws 38. 39. Dopo aver evocato questo ampio linguaggio, apparentemente ricavato da Munn contro Illinois, 94 U.S. 113. 126 (1876), il parlamento ha poi specificato le cinque industrie così “coinvolte”: lavorazione degli alimenti, fabbriche di vestiario, estrazione e produzione di combustibili, trasporto di alimenti, tessili e combustibili e servizi pubblici e vettori comuni. 101. Vedere Kansas Industrial Court Act par. I. 7, 8, pagg. 36-37, 39-41.
102. Id.par. 9, pag. 41.
103. Vedere Id. par. 20, pag. 45.
104. Vedere Id. par.1, pagg. 36-37.
105. Thomas L. Monninger, ‘The Fight of Alexander Howat for the Right to Strike’, 27 (1946) (tesi di dottorato non pubblicata, Kansas State Teachers’ College) (in archivio presso l’autore).
106. Vedere Domenico Gagliardo, ‘The Kansas Industrial Court’, 38-39 (1941).
107. Vedere, ad esempio, Coppage contro Kansas, (1915) (che annullava il divieto statale di contratti di assunzioni subordinati alla non iscrizione del dipendente al sindacato [‘yellow dog contracts’ nell’originale – n.d.t.]; Lochner contro New York, 198, U.S. 45 (1905) (che annullava la legge statale sull’orario massimo di lavoro). Solo la sentenza decisa con cinque voti contro quattro nel caso Wilson contro New, 243 U.S. 332 (1917) parve offrire sostegno alla legge e si poteva distinguere per due convincenti motivazioni. In New la Corte confermò la legge Adamson, una legge federale che stabiliva temporaneamente i salari dei ferrovieri. Ma tale legge era limitata al settore ferroviario che da molto era sottoposto a regole in base al motivo che era “in un certo senso un’attività pubblica”. Id. a pag. 347. Inoltre la Corte del caso New sottolineò che il Congresso aveva approvato la legge Adamson unicamente sotto la minaccia di uno sciopero nazionale dei ferrovieri che determinava il pericolo di “un danno infinito all’interesse pubblico”. Id. pag. 348.
108. Vedere Daniel T. Rodgers, ‘In Search of Progressivism’, Rev. Am. Hist., Dic. 1982 pagg. 113.32.
109. L’attacco progressista al pensiero incentrato sui diritti fondamentali è vividamente narrato in Morton J. Horwitz, ‘The Transformation of American Law 1870-1960’ (1992).
110. Vedere Gary Dean Best, President Wilson’s Second Industrial Conference 1919-20’, Lab. Hist., 505, 519 (1975); vedere anche note 299-307 più avanti e il testo accompagnatorio. 111. Vedere Henry J. Allen ‘The Party of the Third Party, The Story of the Kansas Industrial Relations Court, 140, (1921). 112. Vedere Ernest C. Carman, ‘The Outlook from the Present Legal Status of Employers and Employees
in Industrial Disputes’, 6, Minn.L.Rev., 533, 557-58 (1922); W.L.Huggins, Discorso alla camera dei deputati del Kansas, (gennaio 1920), in Allen, nota 111 sopra, pag. 83; ‘The Judicial Adjustment of Industrial Controversies’, 43, Bench e B. (n.s.) 151, 152 (1920); Sidney Post Simpson, ‘Costitutional Limitations on Compulsory Industrial Arbitration, 38, Harv. L. Rev. 753, 784-85 (1925); J.S.Young, ‘Industrial Courts: With Special Reference to the Kansas Esperiment’, 5, Minn. L. Rev. 353, 354-55 (1921).
113. Vedere ‘The Industrial Court’, New York Times, 18 febbraio 1921, pag. 10; ‘The Kansas Challenge to Unionism’, New Republic, 1 giugno 1921, pag. 3.
114. Huggins, nota 112 sopra, pag.85. Qui Huggins segue all’ammonimento di Walter Bagehot che al fine di accogliere il progresso, la Costituzione andrebbe modifica nello stile di “fiduciari che diano attuazione a un testamento mal redatto”. Woodrow Wilson, ‘Congressional Government’ 164 (Meridian Books, 1956) (1885).
115. Allen, nota 111 sopra, pag. 156.
116. Huggins, nota 112 sopra, pag. 85.
117. Citato in Gagliardo, nota 106 sopra, pagg. 39-40.
118. Vedere ‘Says Kansas Public Backs Labor Court’, N.Y.Times, 26 febbraio 1922, pag. 14. 119. Vedere, ad esempio, la lettera di T.J.Alvin, presidente della Northern Kentucky Employers Ass’n, a Henry J. Allen, governatore del Kansas (16 novembre 1920) (Documenti di Henry J. Allen, nell’archivio presso la Divisione Manoscritti della Libreria del Congresso) (di seguito ‘Allen Papers’), contenitore B31; lettera di D.M.Kitselman, vicepresidente della Kitselman Brothers (Indiana), a Henry J. Allen (6 gennaio 1921), in Allen Papers, sopra, contenitore B33; lettera di Theo A. Randall, segretario della National Brick Manufacturers Ass’n (Indiana) a Henry J. Allen (27 novembre 1920), in Allen Papers, sopra, contenitore B29; lettera di Charles B. Smith, avvocato (Ohio), a Henry J. Allen (20 novembre 1920), in Allen Papers, sopra, contenitori B30. 120. Vedere, ad esempio, Henry J. Allen, ‘What About the Public?’, Nation Bus, giugno 1920 pag. 18; John Al Fitch, ‘Industrial Peace by Law – The Kansas Way’ , Survey, 3 aprile 1920, pag. 7.
121. Vedere Mark Barenberg, ‘The Political Economy of the Wagner Act: Power, Symbol and Workplace Cooperation”, 106 HARV. L. REV. 1379, 1431-39 (1993).
122. Petizione di 34 dipendenti della Atchison, Topeka & Santa Fe Railway a Henry J. Allen (8 gennaio 1920) (documenti di Frank P. Walsh archiviati per la New York Public Library (qui di seguito i “Documenti Walsh”), contenitore 9, cartella 60. 123. Lettera di Leo T. Smith, presidente locale, Ordine dei telegrafisti delle ferrovie (Chanute, Kansas) a Frank P. Walsh, procuratore (8 gennaio 1920), in Documenti Walsh, nota 122 sopra, contenitore 9, cartella 60. 124. Vedasi, ad esempio, Howat Speaks at Hutchinson, Workers Chron. 19 agosto 1921 pag. I; Mine Workers Officials Arrested for Contempt, Workers Chron. 11 febbraio 1921, pag. II; Mine Worker Officials Given One Year Each, Workers Chron. 18 febbraio 1921 pag. I; Six Months in Jail and $500 Fine, Workers Chron., 15 luglio 1921, pag. I.
125. American Fed’n of Labor, Report of Proceedings of the Fortieth Annual Convention, 378 (1920). 126. Vedere oltre, note 288-90 e testo accompagnatorio. Per una lista dei casi di invalida di ingiunzioni contro gli scioperi in base al Tredicesimo Emendamento vedere James Gray Pope, Labor and the Constitution: From Abolition to Deindustrialization, 65, Tex. L. Rev. 1071, 1097 n.179 (1987). 127. Costituzione degli Stati Uniti, Emendamento XIII, paragrafo I. 128. Bailey contro Alabama, 219 U.S. 219, 241 (che annullava la legge dell’Alabama sul peonaggio per debiti). 129. Vedere William E. Forbath, The Ambiguities of Free Labor: Labor and the Law in the Gilded Age. 1985 Wis.L.Rev. 767, 795-800; Pope, nota 126 sopra, pagg. 1083-85. 130. Dibattito tra Samuel Gompers e Henry J. Allen alla Carnegie Hall, New York, 28 maggio 1920, pag. 15 (1920) (di seguito Dibattito Gompers-Allen). Questa tesi è presentata in modo più ricercato in Duel-Miller Industrial Relations (Anti-Strike) Bill: Hearings Before the Joint Labor and Indus.Comm. (N.Y., 1 marzo 1972) (testimonianza di Samuel Gompers, presidente dell’American Federation of Labor), ristampato in 29 Am. Federationist, 253, 259-61 (1922) (di seguito Testimonianza Gompers). 131. J.[H] Walker, Only Worker Suffers, Workers Chron. 29 aprile 1921, pag. 3.
132. Vedere oltre, testo che accompagna la nota 509.
133. Testimonianza Gompers, nota 130 sopra, pag. 260.
134. Id. 135. Fitch, nota 120 sopra, pag. 8. Victor Olander del Seamen’s Unione scrisse che “la libertà è reale solo quando può essere resa effettiva”. Con ‘effettiva’ Olander intendeva più che la capacità strumentale di influenzare gli imprenditori. Egli trovava un valore intrinseco nel diritto degli individui di “agire con altri individui in questioni riguardanti il loro rapporto personale con essi”. Victor A. Olander, Compulsory Arbitration, Shoe Workers J., luglio 1920, pag. 6. 136. Individual Contract Is Named “Yellow Dog”, Workers Chron., 27 maggio 1921, pag. 2.
137. L’espressione “libertà come atto” è stata ideata da Carole Pateman. La Pateman offre un fondamento teorico agli argomenti piuttosto disarticolati del movimento del lavoro in Pateman, nota 57 sopra, pagg. 146-49.
138. Frank P. Walsh, Henry Al[l]en’s Industrial Court, Workers Chron., 11 giugno 2013, pag. 3,
139. Questa tesi è stata sviluppata in origine come contestazione delle ingiunzioni contro i lavoratori. Poiché la ragionevolezza nella giurisdizione poteva essere esercitata solo per proteggere i diritti di “proprietà”, le ingiunzioni contro i lavoratori si basavano necessariamente sull’idea che uno sciopero violasse un qualche diritto di proprietà del datore di lavoro. Vedere Forbath, nota 8 sopra, pagg. 85-88. In conseguenza, sostenevano i sindacalisti, le ingiunzioni contro i lavoratori erano analoghe allo schiavismo, perché in entrambi i casi erano riconosciuti diritti di proprietà del lavoro umano. 140. Dibattito Gompers-Allen, nota 130 sopra, pag. 4; vedere anche Judicial Usurpation Again Shown by High Court, Workers Chron. 21 gennaio 1921, pag. I (“Il lavoro non può essere venduto a meno di vendere l’uomo”).
141. Olander, nota 135 sopra, pag. 7. Per una dichiarazione simile di Gompers vedere John P. Frey, The Labor Injunction, 91, 98 (n.d.) (estratto stampa del rapporto annuale 1922 del presidente Gompers al congresso dell’AFL) (di seguito Rapporto Gompers 1922). 142. J.H.Walker, The Union or “Closed Shop”, Workers Chron., 24 dicembre 1920, pag. I.
143. Vedere So that’s that, Carpenter, giugno 1925, pag. 30. 144. “Can’t-Strike” Laws Intended To Break Labor’s Spirit, Workers Chron. 24 febbraio 1922, pag. 2.
145. Parsons’ Labor Body Endorses Howat, Workers Chron. 28 ottobre 1921, pag. 1. 146. Dibattito Gompers-Allen, nota 130 sopra, pag. 10. Questa tesi è divenuto più elaborata e ha occupato un vasto spazio nel ragionamento di Gompers nel tempo. Vedere Samuel Gompers, Address Before The Joint Session of the New York State Legislature (30 marzo 1920) in Samuel Gompers on the Kansas Court of Industrial Relations Law, 17, 21-23 (1920), ristampato in Allen, nota 111 sopra, (a cura Amo Press, 1971) (Di seguito Gompers sulla corte del Kansas); Testimonianza Gompers, nota 130 sopra, pagg. 259-61.
147. Parsons’ Labor Body Endorses Howat, nota 145 sopra, pag. 1. 148. Discorso di Samuel Gompers davanti a una Sessione Congiunta del Parlamento dello Stato del New Jersey (22 marzo 1920), in Gompers on the Kansas Court, nota 146 sopra, pagg. 3, 7; vedere anche Dibattito Gompers-Allen, nota 130 sopra, pag. 103; Andrew Furuseth, Labor and Freedom 14 (1920), in Documenti Walsh, nota 122 sopra, contenitore 119 (opuscolo a stampa del discorso davanti al Congresso Costituzionale dell’Illinois, 7 aprile 1920).
149. John A. Freeman, Forgetting American Principles: Fallacies in Ant-Strike Agitation, 29, Am. Federationist, 839 (1922). 150. Vedere Walker, nota 131 sopra.
151. Atti dell’udienza pubblica davanti al Senato e alla Camera dei rappresentanti dello stato del Kansas a proposito della proposta di legge della Camera No. 1, pag. 88 (8 gennaio 1920) [Di seguito ‘Atti del Kansas’] in Documenti Walsh, nota 122 sopra, contenitore 9. Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
Originale e fonte: Yale Law Journal, Vol. 106, pp. 941-1031, 1997
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19 gennaio 2014 alle 13:04 - Reply
La lotta tra lavoratori e datori di lavoro può essere eliminata realmente solo dalla fusione delle due figure in una sola. La proprietà condivisa dei mezzi di produzione e l’organizzazione di qualunque produzione come l’erogazione di un dato servizio, possono essere concertati anche dai lavoratori con l’ausilio di amministratori e consulenti che fanno parte della gestione condivisa. Integrare lavoro manuale e intellettuale aiuterebbe a sviluppare comprensione e solidarietà e servirebbe a capire i disagi e a godere delle soddisfazione della parte che la suddivisione rigida non fa vivere. L’obiezione che un simile approccio non sarebbe competitivo é fuorviante perché la preoccupazione ossessiva per la competizione e il successo hanno come scopi solo di giustificare il divario retributivo tra manager e lavoratore nella logica della sottomissione e del l’assenza di diritti per arrivare prima alla conquista del mercato di un dato prodotto. Questo meccanismo descritto come inevitabile ha anche ucciso la democrazia per creare il buon elettore dormiente.
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