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Timestamp: 2019-02-23 01:51:32+00:00
Document Index: 25479032

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 43', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 395', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 44', 'art. 1', 'art. 156', 'sentenza ', 'art. 44', 'sentenza ', 'art. 12', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 100', 'art. 100', 'art. 100', 'art. 100', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 35', 'art. 3', 'art. 69', 'art. 6', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 35', 'art. 35', 'art. 375', 'art. 375', 'art. 375', 'art. 374', 'art. 375', 'art. 387', 'art. 384', 'art. 371', 'art. 371', 'art. 372', 'art. 373', 'art. 375', 'sentenza ', 'art. 367', 'art. 368', 'art. 369', 'art. 371', 'art. 371', 'art. 372', 'art. 373', 'art. 374', 'art. 375', 'art. 377', 'art. 377', 'art. 270', 'art. 270', 'art. 276', 'art. 280', 'art. 280', 'art. 283', 'art. 284', 'art. 285', 'art. 289', 'art. 306', 'art. 422', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 97', 'sentenza ', 'art. 34', 'art. 34', 'art. 2058', 'art. 30', 'art. 34', 'sentenza ', 'art. 41', 'in fine', 'art. 41', 'sentenza ', 'sentenza ', 'Cass. Sez. ', 'Cass. Sez. ', 'Cass. Sez. ', 'Cass. Sez. ', 'sentenza ', 'Cass. Sez. ']

martedì 11 novembre 2014 14:59
L'oggetto del giudizio di ottemperanza è rappresentato dalla puntuale verifica da parte del giudice dell'esatto adempimento da parte dell'Amministrazione dell'obbligo di conformarsi al giudicato per far conseguire concretamente all'interessato l'utilità o il bene della vita già riconosciutogli in sede di cognizione (Cons. Stato, sez. V, 3 ottobre 1997, n. 1108; sez. IV, 15 aprile 1999, n. 626; 17 ottobre 2000, n. 5512) e che detta verifica - che deve essere condotta nell'ambito dello stesso quadro processuale che ha costituito il substrato fattuale e giuridico della sentenza di cui si chiede l'esecuzione (Cons. Stato, sez. V, 9 maggio 2001, n. 2607; sez. IV, 9 gennaio 2001, n. 49; 28 dicembre 1999, n. 1964) - comporta da parte del giudice dell'ottemperanza una delicata attività di interpretazione del giudicato, al fine di enucleare e precisare il contenuto del comando, attività da compiersi esclusivamente sulla base della sequenza "petitum - causa petendi - motivi - decisum" (Cons. Stato, sez. IV, 9 gennaio 2001, n. 49; 28 dicembre 1999, n. 1963; sez. V, 28 febbraio 2001, n. 1075).In sede di giudizio di ottemperanza non può essere riconosciuto un diritto nuovo ed ulteriore rispetto a quello fatto valere ed affermato con la sentenza da eseguire, anche se sia ad essa conseguente o collegato (Cons. Stato,, sez. IV, 17 gennaio 2002, n. 247), non potendo essere neppure proposte domande che non siano contenute nel "decisum" della sentenza da eseguire (Cons. Stato, sez. IV, 9 gennaio 2001 n. 49; 10 agosto 2000, n. 4459; Cons. Stato, sez. V, 18 agosto 2010 , n. 5817).Come chiarito da questo Consiglio di Stato (sez. VI n. 3371 del 3.7.2014, Sez. VI, n. 6504 del 2011), con decisioni da cui non si ravvisano ragioni per discostarsi, se il giudicato non contiene alcuna condanna alla corresponsione degli accessori sul credito, l'Amministrazione, in sede di esecuzione della sentenza, non è tenuta a corrisponderli. Inoltre non è possibile desumere per implicito dal giudicato il riconoscimento degli interessi e della rivalutazione atteso che, da un lato, per il principio della domanda, il giudice non può attribuire accessori non richiesti e che, dall'altro lato, l'attribuzione di tali accessori implica la soluzione di svariate questioni in tema di criteri di computo e loro cumulo, che necessitano di statuizione espressa.Interessi e rivalutazione non possono essere chiesti per la prima volta in sede di ottemperanza, considerato che si tratta di domanda accessoria di cognizione, che va articolata nel giudizio di cognizione e che, nel giudizio di ottemperanza, possono essere chiesti solo gli accessori maturati dopo la sentenza di cui si chiede l'esecuzione. Di tal che, in definitiva, questo giudice non potrebbe riconoscere per la prima volta in sede di ottemperanza interessi e rivalutazione non attribuiti in sede di cognizione.
L'oggetto del giudizio di ottemperanza è rappresentato dalla puntuale verifica da parte del giudice dell'esatto adempimento da parte dell'Amministrazione dell'obbligo di conformarsi al giudicato per far conseguire concretamente all'interessato l'utilità o il bene della vita già riconosciutogli in s ... Continua a leggere
martedì 11 novembre 2014 14:09
Detenzione e porto d'armi: la licenza può essere negata o revocata anche in assenza di pregiudizi connessi al corretto uso delle armi, potendo l'Autorità valorizzare sia fatti di reato, sia situazioni personali del soggetto che non assumano rilevanza penale, anche se non attinenti alla materia delle armi, da cui si possa comunque desumere la non completa "affidabilità" da parte del soggetto
In generale l'autorizzazione alla detenzione ed al porto d'armi postulano che il beneficiario osservi una condotta di vita improntata alla piena osservanza delle norme penali e di quelle poste a tutela dell'ordine pubblico, nonché delle regole di civile convivenza, conseguentemente la valutazione dell'Autorità di pubblica sicurezza, caratterizzata da ampia discrezionalità, persegue lo scopo di prevenire, per quanto possibile, l’abuso di armi da parte di soggetti non pienamente affidabili tanto che il giudizio di "non affidabilità" è giustificabile anche in situazioni che non hanno dato luogo a condanne penali o misure di pubblica sicurezza, ma a situazioni genericamente non ascrivibili a "buona condotta" (Cons. Stato, sez. III, 19/09/2013, n. 4666).Pertanto, contrariamente a quanto ritenuto dal Tar, la licenza di porto d' armi può essere negata o revocata anche in assenza di pregiudizi e controindicazioni connessi al corretto uso delle armi, potendo l'Autorità amministrativa valorizzare, nella loro oggettività, sia fatti di reato, sia vicende e situazioni personali del soggetto che non assumano rilevanza penale, anche se non attinenti alla materia delle armi, da cui si possa comunque desumere la non completa "affidabilità" da parte del soggetto interessato all'uso delle stesse (Cons. Stato, sez. III, 29/07/2013, n. 3979).Le norme di cui agli artt. 11 e 43 del r.d. 18 giugno 1931, n. 773, difatti, oltre ad ipotesi tipiche di diniego vincolato, collegato alla condanna per alcuni reati, consentono di negare le autorizzazioni di polizia anche in altri casi essendo previsto, all’art. 43, che "la licenza può essere ricusata ai condannati per delitto diverso da quelli sopra menzionati e a chi non può provare la sua buona condotta o non dà affidamento di non abusare delle armi" (la prova della buona condotta, a seguito della sentenza della Corte Cost. 16 dicembre 1993, n. 440, grava sull'Amministrazione).....E’ da ricordare che nel nostro ordinamento l’autorizzazione alla detenzione delle armi deve considerarsi eccezionale e le esigenze di incolumità di tutti i cittadini sono prevalenti e prioritarie, per cui la richiesta di porto d’armi può essere soddisfatta solo nell’ipotesi che non sussista alcun pericolo che il soggetto possa abusarne richiedendosi che l’interessato sia esente da mende e al di sopra di ogni sospetto o indizio negativo in modo tale da scongiurare dubbi e perplessità sotto il profilo dell’ordine e della sicurezza pubblica.Come già rilevato, la revoca o il diniego dell’autorizzazione possono essere adottate sulla base di un giudizio ampiamente discrezionale circa la prevedibilità dell’abuso dell’autorizzazione stessa potendo assumere rilevanza anche fatti isolati, ma significativi.
In generale l'autorizzazione alla detenzione ed al porto d'armi postulano che il beneficiario osservi una condotta di vita improntata alla piena osservanza delle norme penali e di quelle poste a tutela dell'ordine pubblico, nonché delle regole di civile convivenza, conseguentemente la valutazione d ... Continua a leggere
martedì 11 novembre 2014 13:28
Immediata lesività della delibera comunale: un atto generale, pur quando ha natura regolamentare, è immediatamente impugnabile quando incide - senza la necessaria intermediazione di provvedimenti applicativi – sui comportamenti e sulle scelte dei suoi destinatari
Un atto generale, pur quando ha natura regolamentare, è immediatamente impugnabile quando incide senz’altro – senza la necessaria intermediazione di provvedimenti applicativi – sui comportamenti e sulle scelte dei suoi destinatari.Questo il principio ribadito dal Consiglio di Stat che nella sentenza in esame ha evidenziato come il soggetto autorizzato a svolgere una certa attività, in concreto avente alcune caratteristiche (e anche quando gestisca un bene pubblico), ben può impugnare l’atto amministrativo generale che regoli – senza necessità di un atto applicativo – la medesima attività sotto qualsiasi suo profilo di svolgimento e di convenienza nei rapporti contrattuali con i terzi (cfr. Sez. V, 16 febbraio 2002, n. 960).Nella specie, risulta immediatamente lesivo ed impugnabile il provvedimento che – nell’individuare i casi in cui il concessionario del bene comunale possa disporne la cessione ad un soggetto subentrante – ha fissato la ulteriore e strettamente connessa regola per la quale, a seguito e a causa della cessione, il medesimo subentrante debba corrispondere al concedente un importo superiore a quello in precedenza dovuto dal concessionario: è evidente come di per sé una tale regola sia idonea ad incidere sulle valutazioni della convenienza delle trattative tra le imprese e sulla positiva conclusione del contratto di cessione tra il concessionario ed il subentrante.Per scaricare la sentenza cliccare su "Accedi al Provvedimento".
Un atto generale, pur quando ha natura regolamentare, è immediatamente impugnabile quando incide senz’altro – senza la necessaria intermediazione di provvedimenti applicativi – sui comportamenti e sulle scelte dei suoi destinatari.Questo il principio ribadito dal Consiglio di Stat che nella sentenz ... Continua a leggere
martedì 11 novembre 2014 12:25
Processo amministrativo: è improcedibile il ricorso se l'Amministrazione resistente adotta un nuovo provvedimento, che si sostituisce integralmente all'atto impugnato prendendone il posto con effetto retroattivo
Nel giudizio in esame la Terza Sezione del Consiglio di Stato ha evidenziato come nel caso di specie i nuovi provvedimenti adottati dall'Amministrazione nelle more del giudizio implicitamente eliminano dal mondo giuridico i precedenti, disponendo in ordine alla fattispecie con novità di argomentazioni e considerazioni, anche sul piano fattuale, venendo nuovamente a regolare le situazioni di interesse legittimo degli appellanti, manifestando inequivocabilmente la volontà di “conferma” della decadenza delle autorizzazioni di cui trattasi. Con la conseguenza che si applica la giurisprudenza del Consiglio a tenore della quale l’adozione da parte dell'Amministrazione resistente di un nuovo provvedimento, che si sostituisce integralmente all'atto impugnato con il ricorso, prendendone il posto con effetto retroattivo, impone la declaratoria d'improcedibilità del ricorso introduttivo del giudizio (C.d.S., IV Sez., n. 4742 del 22.9.2014; III Sez., n. 3491 del 9.7.2014).Per scaricare la sentenza cliccare su "Accedi al provvedimento".
Nel giudizio in esame la Terza Sezione del Consiglio di Stato ha evidenziato come nel caso di specie i nuovi provvedimenti adottati dall'Amministrazione nelle more del giudizio implicitamente eliminano dal mondo giuridico i precedenti, disponendo in ordine alla fattispecie con novità di argomentazi ... Continua a leggere
lunedì 10 novembre 2014 15:11
Per la pacifica giurisprudenza (del Consiglio di Stato e della Corte di Cassazione) l’errore di fatto, idoneo a fondare la domanda di revocazione ai sensi degli artt. 106 c.p.a e 395, n. 4, c.p.c., deve essere caratterizzato: a) dal derivare da una pura e semplice errata o mancata percezione del contenuto meramente materiale degli atti del giudizio, la quale abbia indotto l’organo giudicante a decidere sulla base di un falso presupposto di fatto, facendo cioè ritenere un fatto documentalmente escluso ovvero inesistente un fatto documentalmente provato; b) dall’attenere ad un punto non controverso e sul quale la decisione non abbia espressamente motivato; c) dall’essere stato un elemento decisivo della decisione da revocare, necessitando perciò un rapporto di causalità tra l’erronea presupposizione e la pronuncia stessa (Cons. St., Ad. Plen., 17 maggio 2010, n. 2; sez. III, 23 giugno 2014, n. 3183; 7 aprile 2014, n. 1635; 1° ottobre 2012, n. 5162; 8 giugno 2012, n. 3392; 24 maggio 2012, n. 3053; 27 gennaio 2012, n. 197; sez. IV, 24 settembre 2013, n. 4712; 24 gennaio 2011, n. 503, 23 settembre 2008, n. 4607; 16 settembre 2008, n. 4361; 20 luglio 2007, n. 4097; e meno recentemente, 25 agosto 2003, n. 4814; 25 luglio 2003, n. 4246; 21 giugno 2001, n. 3327; 15 luglio 1999 n. 1243; sez. V, 30 agosto 2013, n. 4319; sez. VI, 5 marzo 2013, n. 1316; 9 febbraio 2009, n, 708; 17 dicembre 2008, n. 6279; C.G.A., 29 dicembre 2000, n. 530; Cass. Civ., sez. I, 24 luglio 2012, n. 12962; 5 marzo 2012, n. 3379).L’errore deve inoltre apparire con immediatezza ed essere di semplice rilevabilità, senza necessità di argomentazioni induttive o indagini ermeneutiche (Cons. St., sez. IV, 13 dicembre 2013, n. 6006; sez. VI, 25 maggio 2012, n. 2781; 5 marzo 2012, n. 1235).L’errore di fatto revocatorio si sostanzia quindi in una svista o in un abbaglio dei sensi che ha provocato l’errata percezione del contenuto degli atti del giudizio (ritualmente acquisiti agli atti di causa), determinando un contrasto tra due diverse proiezioni dello stesso oggetto, l’una emergente dalla sentenza e l’altra risultante dagli atti e documenti di causa: esso pertanto non può (e non deve) confondersi con quello che coinvolge l’attività valutativa del giudice, costituendo il peculiare mezzo previsto dal legislatore per eliminare l’ostacolo materiale che si frappone tra la realtà del processo e la percezione che di essa ha avuto il giudicante, proprio a causa della svista o dell’abbaglio dei sensi (Cons. St., sez. III, 1° ottobre 2012, n. 5162; sez. VI, 2 febbraio 2012, n. 587; 1° dicembre 2010, n. 8385).Pertanto, mentre l'errore di fatto revocatorio è configurabile nell'attività preliminare del giudice di lettura e percezione degli atti acquisiti al processo, quanto alla loro esistenza ed al significato letterale (senza coinvolgere la successiva attività d'interpretazione e di valutazione del contenuto delle domande e delle eccezioni ai fini della formazione del convincimento, così che rientrano nella nozione dell'errore di fatto di cui all'art. 395, n. 4, c.p.c., i casi in cui il giudice, per svista sulla percezione delle risultanze materiali del processo, sia incorso in omissione di pronunzia o abbia esteso la decisione a domande o ad eccezioni non rinvenibili negli atti del processo, Cons. St., sez. III, 24 maggio 2012, n. 3053), esso non ricorre nell’ipotesi di erroneo, inesatto o incompleto apprezzamento delle risultanze processuali o di anomalia del procedimento logico di interpretazione del materiale probatorio ovvero quando la questione controversa sia stata risolta sulla base di specifici canoni ermeneutici o sulla base di un esame critico della documentazione acquisita, tutte ipotesi queste che danno luogo se mai ad un ipotetico errore di giudizio, non censurabile mediante la revocazione (che altrimenti si trasformerebbe in un ulteriore grado di giudizio, non previsto dall’ordinamento, Cons. St., sez. III, 8 ottobre 2012, n. 5212; sez. IV, 28 ottobre 2013, n. 5187; sez. V, 11 giugno 2013, n. 3210; 18 ottobre 2012, n. 5353; 26 marzo 2012, n. 1725; sez. VI, C.d.S., sez. VI, 2 febbraio 2012, n. 587; 15 maggio 2012, n. 2781; 16 settembre 2011, n. 5162; Cass. Civ., sez. I, 23 gennaio 2012, n. 836; sez. II, 31 marzo 2011, n. 7488).Per scaricare gratuitamente la sentenza cliccare su "Accedi al Provvedimento".
Per la pacifica giurisprudenza (del Consiglio di Stato e della Corte di Cassazione) l’errore di fatto, idoneo a fondare la domanda di revocazione ai sensi degli artt. 106 c.p.a e 395, n. 4, c.p.c., deve essere caratterizzato: a) dal derivare da una pura e semplice errata o mancata percezione del co ... Continua a leggere
sabato 25 ottobre 2014 14:11
segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del testo del decreto legge n. 119/2014 coordinato con la legge di conversione n. 146/2014 in G.U. n. 245 del 21.10.2014
Sono entrate in vigore il 22 ottobre 2014 le nuove disposizioni dettate per contrastare i fenomeni di illegalità e violenza nella manifestazioni sportive. Sulla Gazzetta Ufficiale n. 245 del 21.10.2014 è stata pubblicata la legge n. 146/2014 di conversione con modificazioni, del decreto-legge 22 agosto 2014, n. 119, recante disposizioni urgenti in materia di contrasto a fenomeni di illegalita' e violenza in occasione di manifestazioni sportive, di riconoscimento della protezione internazionale, nonche' per assicurare la funzionalita' del Ministero dell'interno. Per scaricare il Testo del decreto-legge 22 agosto 2014, n. 119 (in Gazzetta Ufficiale - serie generale - n. 194 del 22 agosto 2014), coordinato con la legge di conversione 17 ottobre 2014 , n. 146 cliccare su "Accedi al Provvedimento".
Sono entrate in vigore il 22 ottobre 2014 le nuove disposizioni dettate per contrastare i fenomeni di illegalità e violenza nella manifestazioni sportive. Sulla Gazzetta Ufficiale n. 245 del 21.10.2014 è stata pubblicata la legge n. 146/2014 di conversione con modificazioni, del decreto-legge 22 ag ... Continua a leggere
giovedì 16 ottobre 2014 21:42
segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza breve del Consiglio di Stato Sez. V del 13.10.2014
L’art. 44 comma 1, lett. a) del cpa, prevede espressamente la sanzione della nullità del ricorso nella ipotesi di mancanza di sottoscrizione. Il concetto di assenza di sottoscrizione (al di là della ipotesi di scuola della mancanza assoluta di qualsiasi sottoscrizione) è da riferirsi all’unica sottoscrizione del difensore abilitato. Ed è difensore abilitato colui il quale ha ricevuto un mandato in tal senso: la posizione di quest’ultimo, poi, è nettamente distinta da quella del (mero) domiciliata rio: soggetto non munito dello ius postulandi e, quindi, di un titolo idoneo nel rispetto del mandato conferito dalla società ricorrente. La giurisprudenza di legittimità (ex aliis Cass. civ. Sez. III, 06-03-2012, n. 3459) differenzia nettamente la posizione del domiciliatario da quella del difensore munito di mandato: trattasi di un orientamento predicato con continuità sin da tempo risalente, e dal quale il Collegio non ravvisa motivo per discostarsi (ex aliis Cass. civ. Sez. I, 07-05-1997, n. 3981, secondo cui “l'indicazione del domiciliatario non comporta il conferimento nemmeno implicito della rappresentanza processuale, e atteso altresì che, in tal caso, l'eventuale attività processuale compiuta deve considerarsi svolta senza il necessario potere di rappresentanza, anche sotto il profilo dell'imputazione sostanziale della provenienza dell'atto”). Della insanabilità del vizio in simili ipotesi non appare possibile controvertere (ex aliis Cass. civ. Sez. I, 25-09-1998, n. 9620). Addirittura la Suprema Corte di Cassazione, in una fattispecie che appare plasticamente traslabile alla odierna controversia ricorre al concetto di “inesistenza” per connotare il compimento di atti processuali da parte del procuratore “semplice” domiciliatario (Cass. civ. Sez. II, 10-01-2011, n. 357: “Il procuratore che sia semplice domiciliatario è abilitato alla sola ricezione, per conto del difensore, delle notificazioni e comunicazioni degli atti del processo e non anche al compimento di atti di impulso processuale (quale, nella specie, la notifica del controricorso); pertanto, poiché - a norma dell'art. 1 della legge 21 gennaio 1994, n. 53 - solo l'avvocato munito di procura alle liti può eseguire direttamente le notifiche, la notifica eseguita dal procuratore semplice domiciliatario è da ritenere inesistente anziché nulla, con conseguente impossibilità di applicare l'istituto della sanatoria per raggiungimento dello scopo, prevista per i soli casi di nullità dall'art. 156 cod. proc. civ.”). Per scaricare la sentenza cliccare su "Accedi al Provvedimento".
L’art. 44 comma 1, lett. a) del cpa, prevede espressamente la sanzione della nullità del ricorso nella ipotesi di mancanza di sottoscrizione. Il concetto di assenza di sottoscrizione (al di là della ipotesi di scuola della mancanza assoluta di qualsiasi sottoscrizione) è da riferirsi all’unica sot ... Continua a leggere
mercoledì 27 agosto 2014 09:47
Consiglieri comunali: se con l'abbandono dell'aula consiliare decadono gli emendamenti presentati, i consiglieri che si sono allontanati rinunciando alla discussione non possono ricorrere innanzi al TAR
segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del TAR Lombardia Milano Sez. III del 26.8.2014 n. 2243
Nella controversia in esame alcuni consiglieri comunali della Lega Nord del Comune di Milano hanno impugnato innanzi al TAR la deliberazione del consiglio comunale n. 31 del 23 luglio 2013 dolendosi che a discussione degli emendamenti già iniziata - l'Ufficio di Presidenza avrebbe deciso di ''contingentare i tempi della discussione" - attribuendo i minuti a disposizione solo tra macro-categorie (maggioranza e minoranza) e non tra i singoli gruppi consiliari, consumando così una lesione delle prerogative di ciascun componente del corpo deliberante (ivi compresi i consiglieri ricorrenti). Ad avviso dei ricorrenti la decisione di contingentare i tempi a discussione degli emendamenti già avviata avrebbe introdotto una doppia lesione all'officio dei consiglieri comunali della Lega Nord oggi ricorrenti, poiché sarebbero stati privati delle loro prerogative di illustrare adeguatamente tutti gli emendamenti presentati e motivare il loro voto, soprattutto in considerazione del fatto che il Presidente ha fissato un tempo limite di 150 minuti per tutta l'opposizione, senza distinzione per i singoli gruppi , come, invece, avrebbe imposto l'art. 12, comma 5, del Regolamento di organizzazione e funzionamento del Consiglio Comunale. Il Giudice ha ritenuto fondata l’eccezione di carenza di interesse a ricorrere come conseguenza dell’abbandono dell’aula consiliare da parte dei ricorrenti. Dall’esame degli atti risulta che tale fatto ha comportato la decadenza degli emendamenti proposti dai ricorrenti stessi. In merito il Collegio rileva che l'astensionismo deliberato e preannunciato deve considerarsi uno strumento di lotta politico amministrativa a disposizione delle forze di opposizione per far valere il proprio dissenso a fronte di atteggiamenti ritenuti non partecipativi, dialettici e democratici delle forze di maggioranza (T.a.r. Lombardia, Brescia, 10 aprile 2006, n. 383). Tuttavia nel caso in questione l’abbandono dell’aula ha comportato il verificarsi di un’autonoma causa di decadenza degli emendamenti presentati dai ricorrenti, che ne ha impedito l’approvazione. Si tratta in sostanza di una scelta politica con la quale i consiglieri hanno rinunciato alla discussione, accettando la decadenza dei loro emendamenti. In tale situazione il contingentamento dei tempi perde di qualsiasi significato in quanto la decadenza degli emendamenti per abbandono dell’aula comporta la radicale sottrazione degli emendamenti alla discussione. Per approfondire cliccare su "Accedi al Provvedimento".
Nella controversia in esame alcuni consiglieri comunali della Lega Nord del Comune di Milano hanno impugnato innanzi al TAR la deliberazione del consiglio comunale n. 31 del 23 luglio 2013 dolendosi che a discussione degli emendamenti già iniziata - l'Ufficio di Presidenza avrebbe deciso di ''conti ... Continua a leggere
mercoledì 27 agosto 2014 09:38
segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del TRGA Bolzano sentenza del 26.8.2014 n. 221
Osserva il Collegio che, ai sensi dell’art. 100 del r.d. 18 giugno 1931, n. 773 (più semplicemente: TULPS), “il Questore può sospendere la licenza di un esercizio nel quale siano avvenuti tumulti o gravi disordini, o che sia abituale ritrovo di persone pregiudicate o pericolose o che, comunque, costituisca un pericolo per l’ordine pubblico, per la moralità pubblica ed il buon costume o per la sicurezza dei cittadini”. Come ripetutamente affermato dalla giurisprudenza (anche di questo TRGA) la sospensione della licenza di un esercizio ai sensi dell’art. 100 del TULPS ha la finalità non di sanzionare la soggettiva condotta del gestore del pubblico esercizio per il verificarsi di condizioni potenzialmente pericolose per l’ordine pubblico e la sicurezza dei cittadini, bensì quella di impedire – attraverso la temporanea chiusura del locale – il protrarsi di una situazione di pericolosità sociale e, nel contempo, di prevenire il reiterarsi di siffatte situazioni, rendendo consapevoli quei soggetti (o chi si è in ogni caso reso protagonista di comportamenti criminosi e/o intollerabili) della circostanza che la loro presenza è stata rilevata dall’autorità, in modo da indurre il definitivo allontanamento degli stessi, ovvero il modificarsi della loro condotta. In altri termini, la misura della sospensione della licenza di un esercizio ha prevalente natura di misura cautelare, con finalità di prevenzione, rispondendo alla ratio di produrre un effetto dissuasivo su soggetti ritenuti pericolosi, i quali da un lato sono privati di un luogo di abituale aggregazione e dall’altro sono avvertiti della circostanza che la loro presenza in detto luogo è oggetto di attenzione da parte delle autorità preposte, indipendentemente dalla responsabilità dell’esercente (cfr., ex multis, TRGA Bolzano, 22.8.2013, n. 282; 13.2.2013, n. 44; 30.1.2012, n. 37; TAR Lazio, Roma, Sez. I ter, 17.6.2011, n. 5399; TAR Calabria, Reggio Calabria, Sez. I, 23.3.2011, n. 203; TAR Campania, Napoli, Sez. III, 8.6.2010, n. 13047). Al riguardo, l’autorità amministrativa titolare del potere di provvedere, ossia il Questore, gode di una discrezionalità oggettivamente ampia nel valutare i fatti di potenziale pericolo per la sicurezza dei cittadini e l’ordine pubblico, con la conseguenza che l’apprezzamento di merito che conduce all’adozione della misura in esame sfugge al sindacato di legittimità del giudice amministrativo, salvi i casi di macroscopica irrazionalità o disomogeneità (cfr. TRGA Bolzano, 23.5.2012, n. 183; 30.1.2012, n. 37 e 29.9.2011, n. 323). In ragione di quanto appena detto, sotto il profilo motivazionale diviene sufficiente la mera rappresentazione della sussistenza dei presupposti che, a giudizio dell’organo preposto alla tutela dell’ordine pubblico, configurino la situazione di pericolo da prevenire ed evitare (cfr., ex multis, TAR Lombardia, Milano, Sez. III, 5.2.2010, n. 278).(...) Per quanto attiene, infine, alla censura di omessa comunicazione dell’avvio del procedimento amministrativo, la stessa non ha pregio perché, come pacifico in giurisprudenza, il provvedimento di cui all’art. 100 del R.D. 18.6.1931, n. 773, ove, come nel caso di specie, sia disposto al fine di prevenire possibili fonti di pericolo per l’ordine pubblico e la sicurezza dei cittadini, è di per sé assistito da ragioni d’urgenza che giustificano l’omessa comunicazione dell’avvio del procedimento (cfr. ex multis, Cons. Stato, Sez. III, 9.7.2012, n. 3998; Sez. VI, 8.6.2009, n. 3468 e 21.5.2007, n. 2534; TRGA Bolzano 19.2.2014, n. 50 e 19.1.2011, n. 27; TAR Venezia, Sez. III, 23.3.2009, n. 742; TAR Milano, Sez. III, 14.2.2002, n. 557).
Osserva il Collegio che, ai sensi dell’art. 100 del r.d. 18 giugno 1931, n. 773 (più semplicemente: TULPS), “il Questore può sospendere la licenza di un esercizio nel quale siano avvenuti tumulti o gravi disordini, o che sia abituale ritrovo di persone pregiudicate o pericolose o che, comunque, cos ... Continua a leggere
domenica 24 agosto 2014 10:02
segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del decreto legge 22.8.2014
E' stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 194 del 22 agosto 2014 il decreto legge n. 119/2014 recante "Disposizioni urgenti in materia di contrasto a fenomeni di illegalita' e violenza in occasione di manifestazioni sportive, di riconoscimento della protezione internazionale, nonche' per assicurare la funzionalita' del Ministero dell'interno." Entrata in vigore del provvedimento: 23.8.2014. Per scaricare il testo cliccare su "Accedi al Provvedimento".
E' stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 194 del 22 agosto 2014 il decreto legge n. 119/2014 recante "Disposizioni urgenti in materia di contrasto a fenomeni di illegalita' e violenza in occasione di manifestazioni sportive, di riconoscimento della protezione internazionale, nonche' per assi ... Continua a leggere
venerdì 22 agosto 2014 13:23
nota della Dott.ssa Laura Ferrero e dell'Avv. Daniela Muntoni alla legge n. 117/2014 pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 192 del 20.8.2014
In data 21.08.2014 è entrata in vigore la legge dell’11 agosto 2014, n.117, di conversione del decreto-legge del 26 giugno 2014, n. 92 (in G.U. n.192 del 20-8-2014 ) che prevede rimedi risarcitori per i detenuti che hanno subito un trattamento inumano, in violazione dell'articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali.La legge segue la sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo dell’8 gennaio 2013 così detta “causa Torreggiani e altri” contro lo Stato Italiano. Nel caso di specie i detenuti ristretti nel carcere di Busto Arsizio e di Piacenza, nel periodo che va dall’anno 2006 al 2013, lamentavano, oltre a problemi di varia natura (ridotta distribuzione di acqua calda, finestre strette, ecc.), la mancanza di spazio vitale nelle rispettive celle, avendo tutti diviso celle di 9 mq con altre due persone e, pertanto, potendo avere a disposizione uno spazio personale di soli 3 mq, ulteriormente ridotto dalla presenza di mobilio nelle celle.La Corte pur rilevando che le misure privative della libertà comportano per il detenuto di per sé alcuni inconvenienti, rammenta tuttavia che la carcerazione non fa perdere al detenuto il beneficio dei diritti sanciti dalla Convenzione.Al contrario, la persona incarcerata potrebbe avere bisogno di una maggiore tutela proprio per la vulnerabilità della sua situazione e per il fatto di trovarsi totalmente sotto la responsabilità dello Stato. In questo contesto l’articolo 3 pone, infatti, a carico delle autorità un obbligo positivo consistente nell’assicurare che ogni prigioniero sia detenuto “in condizioni compatibili con il rispetto della dignità umana” e che le modalità di esecuzione della misura non sottopongano l’interessato ad uno stato di sconforto eccedente l’inevitabile livello di sofferenza e assicurando comunque la salute e il benessere del detenuto.Ora, la Corte ritiene che quando il sovraffollamento carcerario raggiunge un certo livello, la mancanza di spazio in un istituto penitenziario può costituire elemento centrale da prendere in considerazione nella valutazione della non conformità di una data situazione a quanto sancito dall’articolo 3. Infatti la Corte, quando si è dovuta occupare di casi di sovraffollamento grave, ha giudicato che tale elemento, da solo, costituisce violazione della norme predetta. Invero tra gli elementi considerati sintomatici della violazione dell’art. 3 della Convenzione, figura anche la l’impossibilità di utilizzare i servizi igienici in modo riservato, l’insufficiente aerazione, limitazioni di accesso alla luce e all’aria naturale, la qualità del riscaldamento e il rispetto delle esigenze sanitarie di base.La Corte nella sua giurisprudenza ritiene, in particolare, che i detenuti beneficiano di un adeguato spazio vitale solo se le dimensioni delle celle collettive sono almeno di quattro metri quadrati per ciascuno. Su questa base sono stati accolti i ricorsi dei detenuti e lo Stato Italiano è stato condannato al risarcimento del danno patito dai predetti.La nuova normativa in commento alla luce di quanto esposto apporta, innanzitutto, modifiche alla legge 26.07.1975 n. 354 (Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), inserendo nel corpo del testo l’art. 35 ter rubricato “rimedi risarcitori conseguenti alla violazione dell’art. 3 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali nei confronti di soggetti detenuti o internati”. Viene stabilito, in particolare, che quando al detenuto derivi un pregiudizio all’esercizio dei propri diritti e ciò a causa dell’inosservanza della legge o del regolamento da parte dell’amministrazione penitenziaria (vedi art. 69, comma 6, lett. B, L.354/75) al medesimo, ristretto per un periodo di tempo non inferiore ai quindici giorni, in condizioni di detenzione tali da violare l'articolo 3 della Convenzione europea, spetta a titolo di risarcimento del danno, una riduzione della pena detentiva ancora da espiare pari nella durata di un giorno per ogni dieci di detenzione avvenuta in condizioni non conformi. Invero quando il periodo di pena ancora da espiare è tale da non consentire la detrazione dell'intera misura percentuale predetta, il detenuto ha diritto – per il periodo residuo – alla liquidazione di euro 8,00 per ciascuna giornata detentiva trascorsa in condizioni incompatibili col rispetto della dignità umana.Il risarcimento di 8 Euro al giorno spetta altresì a coloro che:- abbiano subito il pregiudizio in stato di custodia cautelare in carcere non computabile nella determinazione della pena da espiare;- la detenzione sia stata inferiore a quindici giorni;- abbiano terminato di espiare la pena detentiva.Il rimedio risarcitorio deve essere proposto al magistrato di sorveglianza se la pena è ancora da espiare; al contrario per coloro che si trovano in stato di custodia cautelare in carcere, non computabile nella determinazione della pena da espiare, ovvero per coloro che hanno terminato di espirare la pena detentiva, è competente il Tribunale in composizione monocratica del capoluogo del distretto nel cui territorio ha la residenza l’ex-detenuto. In quest’ultimo caso l'azione deve essere proposta, a pena di decadenza, personalmente ovvero tramite difensore munito di procura speciale, entro sei mesi dalla cessazione dello stato di detenzione o della custodia cautelare in carcere ed il Tribunale decide con decreto che non è soggetto a reclamo.La legge in commento introduce, altresì, dei cambiamenti in ordine alla custodia cautelare e prevede un innalzamento dell’età per poter usufruire dei benefici stabiliti dall’ordinamento minorile in materia di provvedimenti restrittivi.Per quanto attiene alla custodia cautelare in carcere, la medesima non potrà essere disposta se il giudice ritiene che, all'esito del giudizio, la pena detentiva da eseguire non sarà superiore a tre anni: potranno essere applicati solo gli arresti domiciliari. La norma tuttavia non è applicabile se si tratta di delitti ad elevata pericolosità sociale (tra cui mafia e terrorismo, rapina ed estorsione, furto in abitazione, stalking e maltrattamenti in famiglia) ovvero nel caso in cui il soggetto non abbia un luogo idoneo dove scontare gli arresti domiciliari. Viene ribadito invece il divieto assoluto del carcere preventivo e degli arresti domiciliari nei processi destinati a chiudersi con la sospensione condizionale della pena. Inoltre, salvo che non ricorrano esigenze processuali o di sicurezza, l'imputato scarcerato per gli arresti domiciliari potrà raggiungere l’abitazione senza accompagnamento delle forze dell'ordine. Naturalmente la violazione degli arresti domiciliari comporta l’esecuzione della pena in carcere ferma restando la normativa da applicare per l’allontanamento dal domicilio.In merito all’innalzamento dell’età, la legge estende, inoltre, a coloro che non hanno ancora compiuto 25 anni (anziché 21 come attualmente previsto) le norme di favore dettate dal diritto minorile sui provvedimenti restrittivi salvo che il soggetto non sia ritenuto dal giudice socialmente pericoloso.Viene introdotta, infine, una deroga al regime ordinario che consentirà al CSM, in via eccezionale, qualora l’organico sia scoperto di oltre il 20% di posti, di destinare alla magistratura di sorveglianza anche i giudici di prima nomina (solo per quelli nominati con decreto del Ministero della Giustizia del 20/02/2014); viene disposto, inoltre, un aumento delle unità di polizia penitenziaria ed il personale appartenente ai ruoli del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria non potrà essere comandato o distaccato presso altre pubbliche amministrazioni. Il costo totale delle somme che graveranno sulle casse dello Stato da oggi fino al 2016 è pari al rilevante importo di 20,3 milioni di euro.Da ultimo si segnalano i dati diramati dal Ministero della Giustizia delle capienze effettive dei detenuti presenti al 31 luglio 2014 (110,14%); dal confronto con quelli pubblicati al 31 dicembre 2013 (131,07%) si registra una costante diminuzione della popolazione detenuta dovuta ad altri recenti interventi normativi. In particolare dalla comparazione tra regioni si rileva che a luglio il più alto tasso di sovraffollamento si registra in Puglia (140,07%), seguita dal Molise (135,40%), Veneto (129,84%), Abruzzo (127,67) e Lombardia (127,45%). Le regioni dove, al contrario, sono presenti il minor numero di detenuti sono il Trentino Alto Adige (59,13%), la Valle d’Aosta (81,11%) e la Sardegna (78,96%).Per scaricare la legge cliccare su "Accedi al Provvedimento".
In data 21.08.2014 è entrata in vigore la legge dell’11 agosto 2014, n.117, di conversione del decreto-legge del 26 giugno 2014, n. 92 (in G.U. n.192 del 20-8-2014 ) che prevede rimedi risarcitori per i detenuti che hanno subito un trattamento inumano, in violazione dell'articolo 3 della Convenzion ... Continua a leggere
lunedì 4 agosto 2014 22:48
lunedì 4 agosto 2014 22:21
Subentro delle Aziende sanitarie Locali alle soppresse USL: fino a quando non si disporrà l'estinzione delle Gestioni liquidatorie (già gestioni a stralcio), la legittimazione processuale spetterà soltanto ad esse, perché hanno un'autonomia funzionale, amministrativa e contabile e una propria capacità processuale, sia pure limitata alla gestione della situazioni pregresse
A seguito dell'entrata in vigore del d.lgs. n. 502 del 1992 e della legge n. 724 del 1994 le nuove aziende sanitarie locali non sono subentrate nei pregressi rapporti obbligatori dei quali erano parti le soppresse U.S.L. Per detti rapporti sono state previste apposite gestioni stralcio con individuazione dell’ufficio responsabile. Con la costituzione delle c.d. gestioni stralcio si è distinta l'attività di accertamento delle obbligazioni degli enti soppressi da quella delle aziende di nuova istituzione. Le regioni hanno attribuito le funzioni di commissari liquidatori ai direttori generali delle A.S.L. con competenza, tra l'altro, ad amministrare e liquidare le situazioni debitorie delle soppresse unità sanitarie locali esistenti alla data del 13 dicembre 1994. Sul punto la giurisprudenza sia del Consiglio di Stato che della Corte di Cassazione si è orientata nel senso che, fino a quando non si disporrà con un provvedimento specifico l'estinzione delle Gestioni liquidatorie (già gestioni a stralcio), la legittimazione processuale spetterà soltanto ad esse, perché, pur essendo prive di personalità giuridica, hanno un'autonomia funzionale, amministrativa e contabile e una propria capacità processuale, sia pure limitata alla gestione della situazioni pregresse (ex multis Cons. St., sez. III, n. 4366 del 2 settembre 2013;. sez V, n. 8548 del 6 dicembre 2010; n. 5264 del 12 settembre 2006; sez. VI, n. 6995 del 21 settembre 2010; Cassazione civile, sez. II, 19 maggio 1999, n. 4847). Nella specie si controverte in ordine a pretese creditorie risalenti al 1993/1994 e l’atto introduttivo del giudizio è stato notificato all’ A.U.S.L. Roma B, alla Regione Lazio ed al Comune di Roma, ma non alla Gestione liquidatoria della disciolta U.S.L. RM/5, competente alla ricognizione della posizione debitoria ed all’adozione di ogni conseguente determinazione sulla pretesa fatta valere, non surrogabile dalla Regione, anch’essa evocata in giudizio (cfr. art. 6 della legge n. 724 del 1994). Né la trasformazione delle originarie gestioni stralcio in gestioni liquidatorie, per effetto dell’art. 2, comma 14, della legge n. 549 del 1995, determina il venir meno dell’autonomia dell’organo commissariale agli effetti della legittimazione passiva e della corretta costituzione del contradditorio.
A seguito dell'entrata in vigore del d.lgs. n. 502 del 1992 e della legge n. 724 del 1994 le nuove aziende sanitarie locali non sono subentrate nei pregressi rapporti obbligatori dei quali erano parti le soppresse U.S.L. Per detti rapporti sono state previste apposite gestioni stralcio con individ ... Continua a leggere
sabato 26 luglio 2014 12:31
Processo amministrativo: la differenza tra la figura dell'improcedibilità per sopravvenuta carenza di interesse e la figura della cessazione della materia del contendere
segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del Consiglio di Stato Sez. IV del 7.7.2014
L'improcedibile per sopravvenuta carenza di interesse e' una figura, di stretta elaborazione giurisprudenziale ed ora espressamente prevista all’art. 35 comma 1 lett. c) del codice del processo amministrativo, è accomunata a quella limitrofa della cessazione della materia del contendere per la disciplina, che determina in entrambi i casi l’improcedibilità del ricorso, e per la tipologia di fatto di origine, che è sempre un ulteriore provvedimento della pubblica amministrazione che interviene nel rapporto in contestazione. Tuttavia le due figure si differenziano tra loro nettamente per la diversa soddisfazione dell’interesse leso. La sopravvenuta carenza di interesse, infatti, opera solo quando il nuovo provvedimento non soddisfa integralmente il ricorrente, determinando una nuova valutazione dell’assetto del rapporto tra la pubblica amministrazione e l’amministrato; al contrario, la cessazione della materia del contendere si determina quando l’operato successivo della parte pubblica si rivela integralmente satisfattivo dell’interesse azionato. Inoltre, proprio perché la valutazione dell’interesse alla prosecuzione dell’azione spetta unicamente al ricorrente, la sua carenza può essere conseguenza anche di una valutazione esclusiva dello stesso soggetto, in relazione a sopravvenienze anche indipendenti dal comportamento della controparte. Tale ultima evenienza si realizza proprio nella fattispecie in esame, in quanto gli originari ricorrenti, con nota del 5 maggio 2014, hanno dichiarato di non aver più interesse alla prosecuzione dell’azione, imponendo conseguentemente la dichiarazione di sopravvenuta carenza di interesse. La ragione è data dall’intervenuta stipula di un accordo procedimentale tra le parti, cui sono seguite due diverse delibera comunali e, infine, in data 10 aprile 2014, l’atto di cessione delle aree da destinare a parco.
L'improcedibile per sopravvenuta carenza di interesse e' una figura, di stretta elaborazione giurisprudenziale ed ora espressamente prevista all’art. 35 comma 1 lett. c) del codice del processo amministrativo, è accomunata a quella limitrofa della cessazione della materia del contendere per la disc ... Continua a leggere
giovedì 24 luglio 2014 22:16
Reato di depistaggio: concluso l'esame della Commissione Giustizia per l'introduzione nel codice penale della nuova fattispecie di reato
segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del comunicato della Camera dei Deputati del 24.7.2014
La Commissione Giustizia ha concluso l'esame di una proposta di legge (A.C. 559) diretta a introdurre nel nostro ordinamento il delitto di depistaggio e inquinamento processuale. L'Assemblea avvierà l'esame del provvedimento a partire dal 28 luglio 2014. L'articolo unico dell'A.C. 559-A introduce nel codice penale la nuova fattispecie delittuosa di "depistaggio e inquinamento processuale", riscrivendo l'art. 375 del codice. Ad oggi, infatti, il nostro ordinamento penale non prevede questo reato specifico ma una serie di altre disposizioni che puniscono in vario modo la condotta di colui che intralcia la giustizia, indirizzando su una falsa pista le indagini penali svolte dall'autorità giudiziaria: si pensi alla falsa testimonianza, alla calunnia e all'autocalunnia, al favoreggiamento, al falso ideologico, alle false informazioni al pubblico ministero. Si tratta - come per il depistaggio - di comportamenti, anche omissivi, volti con diverse modalità ad ostacolare l'acquisizione della prova o l'accertamento dei fatti nel processo penale. Il nuovo delitto (art. 375 c.p.) Il nuovo delitto di depistaggio e inquinamento processuale è inserito all'art. 375 del codice penale. La fattispecie punisce con la reclusione da 2 a 8 anni chiunque compia una delle seguenti azioni, finalizzata ad impedire, ostacolare o sviare un'indagine o un processo penale: mutare artificiosamente il corpo del reato, lo stato dei luoghi o delle cose o delle persone connessi al reato; distruggere, sopprimere, occultare o rendere inservibili, anche in parte, elementi di prova o elementi comunque utili alla scoperta di un reato o al suo accertamento; formare o alterare artificiosamente, anche in parte, elementi di prova o elementi comunque utili alla scoperta di un reato o al suo accertamento. Per questo delitto i termini di prescrizione del reato sono raddoppiati. Inoltre, la condanna per depistaggio alla reclusione superiore a 3 anni comporta l'applicazione della pena accessoria dell'interdizione perpetua dai pubblici uffici. A seguito dell'introduzione del delitto di depistaggio il provvedimento approvato dalla Commissione abroga il reato di frode processuale penale (art. 374, secondo comma), ritenendo tale previsione in qualche modo assorbita dal nuovo art. 375 c.p. Le aggravanti (art. 387-ter c.p.) L'A.C. 559-A introduce nel codice penale l'art. 384-ter, dedicato alle circostanze che aggravano la pena non solo per il nuovo delitto di depistaggio ma anche per alcuni altri delitti contro l'amministrazione della giustizia. In particolare, il primo comma prevede un aggravio di pena quando la commissione dei delitti di false informazioni al PM (art. 371-bis), false dichiarazioni al difensore (art. 371-ter), falsa testimonianza (art. 372), falsa perizia o interpretazione (art. 373) e depistaggio (nuovo art. 375) comporta la pronuncia di una sentenza di condanna alla reclusione a danno di un terzo. La pena alla reclusione da applicare al colpevole di uno dei delitti contro l'amministrazione della giustizia è tanto più severa quanto più alta è stata la condanna inflitta al terzo "vittima" dell'inquinamento dell'indagine e del processo. Il secondo comma prevede un aumento della pena da un terzo alla metà quando alcuni delitti contro l'amministrazione della giustizia - segnatamente simulazione di reato (art. 367 c.p.), calunnia (art. 368 c.p.), autocalunnia (art. 369 c.p.), false informazioni al PM (art. 371-bis), false dichiarazioni al difensore (art. 371-ter), falsa testimonianza (art. 372), falsa perizia o interpretazione (art. 373), frode processuale (art. 374), depistaggio (nuovo art. 375), intralcio alla giustizia (art. 377 c.p.) e induzione a rendere dichiarazioni mendaci allautorità giudiziaria (art. 377-bis c.p.) - sono commessi: da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio, nell'esercizio delle funzioni; in relazione a procedimenti penali relativi ad associazioni sovversive (art. 270 c.p.), associazioni terroristiche (art. 270-bis c.p.), attentato contro il Presidente della Repubblica (art. 276 c.p.), attentato per finalità terroristiche o di eversione (art. 280 c.p.), atto di terrorismo con ordigni micidiali o esplosivi (art. 280-bis c.p.), attentato contro la Costituzione (art. 283 c.p.), insurrezione armata (art. 284 c.p.), devastazione, saccheggio e strage (art. 285 c.p.), sequestro di persona a scopo di terrorismo o eversione (art. 289-bis c.p.), banda armata (art. 306 c.p.), mafia (artt. 416-bis e 416-ter c.p.), strage (art. 422 c.p.), associazioni segrete (art. 2 della legge n. 17 del 1982), traffico internazionale di armi e materiale nucleare, chimico o biologico. Se le circostanze concorrono, la pena è aumentata dalla metà fino al doppio. A mero titolo di esempio, il delitto di calunnia commesso da un pubblico ufficiale in relazione a un procedimento penale per associazione mafiosa, la cui pena base è la reclusione da 2 a 6 anni, con l'applicazione di quest'ultima aggravante potrebbe essere punito con la reclusione fino a 18 anni (pena massima base aumentata del doppio).
La Commissione Giustizia ha concluso l'esame di una proposta di legge (A.C. 559) diretta a introdurre nel nostro ordinamento il delitto di depistaggio e inquinamento processuale. L'Assemblea avvierà l'esame del provvedimento a partire dal 28 luglio 2014. L'articolo unico dell'A.C. 559-A introduce ... Continua a leggere
domenica 20 luglio 2014 21:43
segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti della sentenza del TAR Lazio Roma Sez. III del 18.7.2014
La vicenda giunta innanzi al giudice amministrativo investe i test per l’ammissione ai corsi di laurea in medicina e Chirurgia e Odontoiatria e Protesi Dentaria, a.a. 2012/2013, presso l’aggregazione degli Atenei di Catania, Palermo, Messina e Catanzaro. Non raggiunto nel test un punteggio sufficiente per l’accesso ai corsi, gli interessati impugnavano il diniego di ammissione ai suddetti corsi e, in via subordinata, gli atti presupposti, connessi e conseguenti. Il TAR ha ritenuto fondata la censura d’illegittimità delle norme che regolano lo svolgimento della prova: D.M. 196/2012 e D.R. 3002/2012 nonché della stessa prova e della modalità di correzione degli elaborati perché in contrasto con i criteri di trasparenza e imparzialità previsti dall’art. 97 Cost. e dalla L. 241/1990. In particolare, si può ritenere che la presenza di un codice a barre, accompagnato dal codice di lettura alfanumerico pure prestampato su tutti gli atti della prova (scheda anagrafica, modulo risposte, questionario, foglio delle “chiavi personali” per l’accesso al sito del MIUR), renda in astratto possibile l’identificabilità dell’autore della prova, anche dopo la conclusione della prova medesima, persino nel momento successivo delle operazioni di esame e valutazione dei questionari. Sotto il codice a barre della scheda anagrafica è presente e visibile il codice di lettura alfanumerico, che corrisponde con i codice a barre della prova. In tal modo il codice a barre di ciascuna prova è immediatamente conosciuto dal candidato e da chiunque altro mediante la lettura del codice alfanumerico pure presente sul foglio dei test.. Il codice corrisponde anche alla username indicata nel foglio che viene anch’esso consegnato all’inizio della prova a ciascun candidato e che, come previsto nell’allegato al D.M. 196/2012 e nel bando di concorso lo studente deve conservare per accedere al sito del MIUR al fine di verificare l’esito della propria prova. La presenza del codice a barre insieme al codice di lettura alfanumerico rende sostanzialmente la prova attribuibile al nominativo del candidato già prima della fine della correzione con grave vulnus del principio dell’anonimato quale effetto della conoscenza del codice identificativo della prova abbinato a ciascun candidato prima della compilazione dei questionari con la conseguenza, per lo meno potenziale, della alterazione dei risultati. Aggiunge il Collegio che la regola dell’anonimato dei concorrenti e' espressione di un più generale principio di garanzia dell’imparzialità amministrativa (cfr.: Cons. Stato II, 6.10.2011 n. 3672; T.a.r. Sardegna Cagliari I, 14.3.2012 n. 229; T.a.r. Sicilia I, 28.2.2012 n. 457; T.a.r. Toscana I, 27.6.2011 n. 1105). Pertanto, si può ritenere che le particolari modalità con le quali si è svolta, nel caso di specie, la selezione per l’accesso al Corso di Laurea in Medicina 2012-2013, non abbiano fornito sufficienti garanzie per l’anonimato degli elaborati e dei candidati. Ciò costituisce, senza dubbio, vizio del procedimento e del provvedimento, che ne inficia la legittimità. E’ appena il caso di aggiungere che la regola dell’anonimato dei concorrenti sia espressione di un più generale principio di garanzia dell’imparzialità amministrativa (cfr.: Cons. Stato II, 6.10.2011 n. 3672; T.a.r. Sardegna Cagliari I, 14.3.2012 n. 229; T.a.r. Sicilia I, 28.2.2012 n. 457; T.a.r. Toscana I, 27.6.2011 n. 1105). Pertanto, si può ritenere che le particolari modalità con le quali si è svolta, nel caso di specie, la selezione per l’accesso ai Corsi di Laurea in Medicina e Chirurgia e Odontoiatria 2012-2013, non abbiano fornito sufficienti garanzie per l’anonimato degli elaborati e dei candidati. Ciò costituisce, senza dubbio, vizio del procedimento e del provvedimento, che ne inficia la legittimità. Sono da riconoscere come presenti nel caso in esame i presupposti del danno risarcibile, precisamente il provvedimento illegittimo (l’atto di esclusione dal Corso universitario), l’evento dannoso (la perdita della possibilità di frequentare il Corso), nonché l’elemento soggettivo della colpa, consistente nella palese violazione dei principi di buon andamento, correttezza e imparzialità, conseguente al mancato rispetto della regola di anonimato, nonché dei principi generali in materia di verbalizzazione delle operazioni amministrative (cfr.: Cons. Stato V, 31.7.2012 n. 4338; T.A.R. Lazio Roma II, 18.2.2013 n. 1749). Qualche dubbio residua per il nesso di causalità tra condotta ed evento, poiché l’esclusione dal Corso universitario non è la conseguenza diretta dell’illegittimità del procedimento, ma di una prestazione dei ricorrenti nella prova selettiva, ritenuta inadeguata dalla commissione. Tale dubbio può essere positivamente risolto, nella considerazione che un’organizzazione della prova culturale di accesso programmato al Corso di Medicina e Odontoiatria, se fosse stata più congrua, imparziale e rispettosa delle regole del buon andamento amministrativo, avrebbe favorito un clima di maggior garanzia e di serenità dei concorrenti, tale da rendere possibili – dal punto di vista soggettivo - prestazioni migliori di tutti, quindi anche dei ricorrenti (T.A.R. Molise, sentenza 11 aprile 2013 n. 396). In termini di valutazione probabilistica oggettiva, conformemente a un giudizio di comune esperienza, l’applicazione di un parametro di garanzia d’imparzialità più elevato all’attività amministrativa, in una procedura di tipo concorsuale, favorisce le possibilità di tutti i concorrenti e di ciascuno di migliorare le proprie prestazioni e conseguire risultati più apprezzabili. Ciò depone a favore della sussistenza di un nesso di causa tra atto illegittimo ed evento dannoso. Il nesso causale, invero, sussiste quando tra condotta ed evento vi sia un rapporto di consequenzialità anche eventuale, di guisa che si devono comprendere nel risarcimento da fatto illecito quei danni mediati e indiretti che siano effetto possibile del fatto stesso, rientrando nella serie delle conseguenze cui esso dà origine, in base al criterio della cosiddetta regolarità causale (cfr.: Cons. Stato V, 10.2.2004 n. 493; T.A.R. Calabria Catanzaro II, 19.7.2012 n. 771; T.A.R. Friuli Trieste I, 30.8.2006 n. 572, T.A.R. Molise, 11 aprile 2013 n. 396). In materia di responsabilità civile dell’Amministrazione, il risarcimento del danno conseguente a una lesione di un interesse legittimo pretensivo è subordinato, pur in presenza di tutti i presupposti dell'illecito aquiliano (condotta, colpa, nesso di causalità, evento dannoso), all'effettiva dimostrazione che l'aspirazione al provvedimento fosse in concreto destinata ad avere esito favorevole, quindi all'avvenuta e concludente dimostrazione della spettanza ragionevolmente certa, mediante il corretto sviluppo dell'azione amministrativa, del bene sostanziale della vita collegato a tale interesse, fermo restando l'ambito proprio della discrezionalità amministrativa (cfr.: Cons. Stato VI, 30.6.2011 n. 3887). Ma è altresì indubbio che – mediante una valutazione probabilistica della perdita di “chance” – si possa parimenti giudicare della lesione riguardante la concreta possibilità di ottenere un risultato favorevole, nell’evenienza che non si fosse verificato l’evento perturbativo che lo indirettamente ha impedito, quale fattore concorrente di regolarità causale (cfr.: Cons. Stato V, 24.3.2011 n. 1796; T.A.R. Lazio Roma III, 5.1.2011 n. 41). Considerato che i ricorrenti si sono collocati in posizioni non utili, ma tra loro diverse nella graduatoria della prova selettiva, si tratta di fissare un criterio plausibile per valutare, rispetto a ciascuno di essi, la “chance” di successo all’esito della prova, nell’ipotesi che si fosse svolta in modo più regolare. Tale valutazione – utile ai fini della determinazione del risarcimento - è demandata a un accordo delle parti, da stipularsi ai sensi dell’art. 34, comma quarto, del C.p.a., per cui devono essere stabilite, sin d’ora, da questa Sezione le linee direttrici in base alle quali l’Amministrazione debitrice dovrà proporre a favore dei ricorrenti creditori, la reintegrazione o il ristoro economico. Se le parti non giungeranno a un accordo, ovvero non adempiranno agli obblighi derivanti dall’accordo concluso, la determinazione in questione potrà avvenire in un successivo giudizio di ottemperanza. I criteri per la riparazione del danno ingiusto che il Collegio ritiene, nella specie, di dover fissare, sono sostanzialmente tre, come di seguito indicati. A) Il Collegio, in applicazione dell’art. 34 comma primo lett. c) del C.p.a., considera la possibilità di “misure idonee a tutelare la situazione giuridica soggettiva dedotta in giudizio”, anche mediante “misure di risarcimento in forma specifica, ai sensi dell’art. 2058 del codice civile”. L’Amministrazione dovrà riesaminare le posizioni dei ricorrenti, per valutare autonomamente la possibilità di una reintegrazione in forma specifica, mediante l’ammissione in soprannumero ai Corsi, in alternativa al risarcimento per equivalente, comminabile in caso di impossibilità giuridica o fattuale della reintegrazione in forma specifica. Si tratta, allora, di verificare – e questo potrà farlo soltanto l’Amministrazione, caso per caso, in via discrezionale, ancorché in esecuzione della pronuncia giurisdizionale, valutando la sufficienza degli elaborati, l’idoneità dei candidati ai fini dell’ammissione e la plausibilità giuridica e didattico-organizzativa di ampliare il numero dei frequentatori del Corso – se sia possibile ammettere le ricorrenti al Corso 2012-2013, ovvero se, in alternativa, si debba ripiegare sul risarcimento per equivalente del «danno ingiusto derivante dall’illegittimo esercizio dell’attività amministrativa» (ex art. 30 comma secondo del C.p.a.), vale a dire della lesione conseguente all’illegittimità amministrativa giudizialmente accertata. L’accertamento giurisdizionale di illegittimità degli atti impugnati – sostituendo la decisione di annullamento che sarebbe autoesecutiva, ma inutile - dà all’Amministrazione la possibilità di valutare le conseguenze del danno, di eliminarle o ridurle, mediante un’attività discrezionale, che non potrà essere, tuttavia, oggetto dell’accordo risarcitorio tra le parti, quale previsto dal citato art. 34 comma quarto del C.p.a., né potrà avvenire in deroga alle vigenti norme di legge. B) nell’ipotesi in cui la reintegrazione in forma specifica appaia tecnicamente e/o giuridicamente impossibile a causa del tempo trascorso, l’Amministrazione dovrà rimborsare ai ricorrenti i documentati costi della partecipazione alla prova (eventuali spese di viaggio, acquisto di libri, frequentazione di corsi di preparazione, eccetera), nonché risarcire la perdita di “chance” dei ricorrenti, percentualmente misurata e ponderata, in relazione diretta con la posizione di graduatoria, valutando come “cento” la posizione numero uno di essa e “zero” la posizione virtuale successiva all’ultima. Considerato che l’accesso al Corso di Medicina, in caso di completamento degli studi universitari, fornisce altissime probabilità di inserimento lavorativo, la “chance” massima, quella della posizione numero uno di graduatoria, sarà calcolata - in misura forfetaria, considerando la riduzione oggettiva della “chance” per il doppio sbarramento del completamento degli studi e del reperimento di un posto di lavoro da medico - come un centesimo del reddito medio lordo di un medico di guardia medica della Regione Siciliana e/o della Regione Calabria, conseguibile nel corso di una carriera di venti anni (senza alcuna parametrazione attuariale). Il ristoro della perdita di “chance” di ciascun ricorrente, avendo come parametro la posizione numero uno, subirà una decurtazione proporzionale al rapporto ponderato della sua posizione in graduatoria con quella del numero uno della graduatoria medesima. Mediante tale criterio empirico l’amministrazione potrà così giungere, in sede di accordo tra le parti, a una quantificazione del danno risarcibile per equivalente. C) Nel calcolo del risarcimento per equivalente, occorrerà aggiungere gli interessi legali e la rivalutazione monetaria, dalla data di maturazione del debito fino al soddisfo. Per scaricare la sentenza cliccare su "Accedi al Provvedimento".
La vicenda giunta innanzi al giudice amministrativo investe i test per l’ammissione ai corsi di laurea in medicina e Chirurgia e Odontoiatria e Protesi Dentaria, a.a. 2012/2013, presso l’aggregazione degli Atenei di Catania, Palermo, Messina e Catanzaro. Non raggiunto nel test un punteggio sufficie ... Continua a leggere
sabato 19 luglio 2014 23:37
segnalazione dell'Avv. Paolo Turco
L'art. 41 (Misure per il contrasto all'abuso del processo) del decreto legge 24 giugno 2014, n. 90 (GU n.144 del 24-6-2014) entrato in vigore il 25.6.2014 dispone espressamente che: "1. All'articolo 26 dell'allegato 1 (Codice del processo amministrativo) del decreto legislativo 2 luglio 2010, n. 104, sono apportate le seguenti modificazioni: a) al comma 1, in fine, e' aggiunto il seguente periodo: "In ogni caso, il giudice, anche d'ufficio, puo' altresi' condannare la parte soccombente al pagamento, in favore della controparte, di una somma equitativamente determinata, quando la decisione e' fondata su ragioni manifeste.", b) al comma 2, dopo il primo periodo e' inserito il seguente: "Nelle controversie in materia di appalti di cui agli articoli 119, lettera a), e 120 l'importo della sanzione pecuniaria puo' essere elevato fino all'uno per cento del valore del contratto, ove superiore al suddetto limite." La norma introdotta esplicita, chiaramente, un mezzo a tutela della parte vittoriosa nel ricorso, ulteriore rispetto alla mera condanna alle spese. Dubbi possono sorgere circa la determinazione equitativa che spetta anche d’ufficio al giudice, ovvero sulla mancanza di una cosiddetta forchetta di un limite minimo e massimo. L’intento del legislatore è quello di affidarsi al buon senso del giudice nella determinazione della sanzione. Per converso nella delicata materia degli appalti è stato previsto il limite auspicato. Comune sono poi, le ragioni manifeste sulla quali è fondata la decisione che per la parte significa onerarla del preventivo vaglio di fondatezza del ricorso.
L'art. 41 (Misure per il contrasto all'abuso del processo) del decreto legge 24 giugno 2014, n. 90 (GU n.144 del 24-6-2014) entrato in vigore il 25.6.2014 dispone espressamente che: "1. All'articolo 26 dell'allegato 1 (Codice del processo amministrativo) del decreto legislativo 2 luglio 2010, n. 10 ... Continua a leggere
mercoledì 25 giugno 2014 14:24
Uffici giudiziari: in G.U. il decreto sulle misure urgenti per la semplificazione, la trasparenza amministrativa e per l'efficienza
segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del decreto legge n. 90/2014 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 144 del 24.6.2014
Entra in vigore oggi il decreto legge n. 90/2014 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, Serie Generale n. 144 del 24.6.2014 recante "Misure urgenti per la semplificazione e la trasparenza amministrativa e per l'efficienza degli uffici giudiziari." Per scaricare il decreto cliccare su "Accedi al Provvedimento".
Entra in vigore oggi il decreto legge n. 90/2014 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, Serie Generale n. 144 del 24.6.2014 recante "Misure urgenti per la semplificazione e la trasparenza amministrativa e per l'efficienza degli uffici giudiziari." Per scaricare il decreto cliccare su "Accedi al Prov ... Continua a leggere
mercoledì 18 giugno 2014 10:37
La Sesta Sezione del Consiglio di Stato con la sentenza n. 3037/2014 ha annullato la sentenza del TAR che aveva rigettato il ricorso proposto da un atleta italiano diretto all’annullamento del provvedimento del 25 novembre 2010 del Segretario Generale della Federazione Italiana Pallacanestro, con i ... Continua a leggere
domenica 15 giugno 2014 12:00
Il tradizionale e consolidato indirizzo giurisprudenziale, condiviso sia dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione (cfr. Cass. Sez. Un., ord. 25 gennaio 2013, n. 1776; 24 gennaio 2013, n. 1710; 7 gennaio 2013, n. 150; 20 luglio 2011, n. 15867; 18 luglio 2008, n. 19806; 26 luglio 2006, n. 16896; 10 aprile 2003, n. 5617), sia dal Consiglio di Stato (da ultimo, Ad. Plen. 29 luglio 2013, n. 13), afferma che il riparto di giurisdizione tra giudice ordinario e giudice amministrativo in materia di controversie riguardanti la concessione e la revoca di contributi e sovvenzioni pubbliche deve essere attuato sulla base del generale criterio di riparto fondato sulla natura della situazione soggettiva azionata, con la conseguenza che: - sussiste sempre la giurisdizione del giudice ordinario quando il finanziamento è riconosciuto direttamente dalla legge, mentre alla Pubblica Amministrazione è demandato soltanto il compito di verificare l’effettiva esistenza dei relativi presupposti senza procedere ad alcun apprezzamento discrezionale circa l’an, il quid, il quomodo dell’erogazione (Cass. Sez. Un. n. 150/2013 cit.); - qualora la controversia attenga alla fase di erogazione o di ripetizione del contributo sul presupposto di un addotto inadempimento del beneficiario alle condizioni statuite in sede di erogazione o dall’acclarato sviamento dei fondi acquisiti rispetto al programma finanziato, la giurisdizione spetta al giudice ordinario, anche se si faccia questione di atti formalmente intitolati come revoca, decadenza o risoluzione, purché essi si fondino sull'inadempimento alle obbligazioni assunte di fronte alla concessione del contributo. In tal caso, infatti, il privato è titolare di un diritto soggettivo perfetto, come tale tutelabile dinanzi al giudice ordinario, attenendo la controversia alla fase esecutiva del rapporto di sovvenzione e all'inadempimento degli obblighi cui è subordinato il concreto provvedimento di attribuzione (cfr. Cass. Sez. Un., ord. n. 1776/2013 cit.); - viceversa, è configurabile una situazione soggettiva d’interesse legittimo, con conseguente giurisdizione del giudice amministrativo, solo ove la controversia riguardi una fase procedimentale precedente al provvedimento discrezionale attributivo del beneficio, oppure quando, a seguito della concessione del beneficio, il provvedimento sia stato annullato o revocato per vizi di legittimità o per contrasto iniziale con il pubblico interesse, ma non per inadempienze del beneficiario (Cass. Sez. Un. n. 1710/2013; Cons. Stato, Ad. Plen. n. 17/2013 cit.). Orbene, nelle ipotesi di cui alla l. n. 488/1992, la concessione delle agevolazioni finanziarie consegue ad un esercizio di potere discrezionale dell’amministrazione; non già, dunque, dal mero accertamento di requisiti e condizioni prefissate dalla legge, bensì all’esito di una valutazione comparativa e della formazione di apposite graduatorie di possibili beneficiari. Per scaricare la sentenza cliccare su "Accedi al Provvedimento".
Il tradizionale e consolidato indirizzo giurisprudenziale, condiviso sia dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione (cfr. Cass. Sez. Un., ord. 25 gennaio 2013, n. 1776; 24 gennaio 2013, n. 1710; 7 gennaio 2013, n. 150; 20 luglio 2011, n. 15867; 18 luglio 2008, n. 19806; 26 luglio 2006, n. 16896; ... Continua a leggere