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Timestamp: 2017-11-19 11:59:36+00:00
Document Index: 79500729

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 360', 'art. 360', 'art. 2', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 6', 'sentenza ']

Tutela dell'ex convivente estromesso dall'abitazione di proprietà dell'ex partner
Tutela dell’ex convivente estromesso dall’abitazione di proprietà dell’ex partner
Princiotta Anna Maria, 7 maggio 2013
La decisione in rassegna si segnala per aver contemperato le esigenze di tutela di un soggetto estromesso dall’abitazione di proprietà dell’ex convivente, nella quale ha convissuto fino a quel momento, con il formalismo normativo che sovente ha rappresentato, contrariamente e per via interpretativa, un serio ostacolo alle predette richieste. La Cassazione è giunta così all’affermazione di principio che anche il convivente more uxorio può esercitare l’azione di spoglio per l’unità abitativa nei confronti del partner, quand’anche lo stesso non vanti un diritto di proprietà sull’immobile. Non sono mancate, tuttavia, pronunce di segno contrario avallate dall’idea preconcetta che la mera situazione derivata dal rapporto di convivenza, anche se determinata da rapporti intimi, non è in grado di porre di per sé, nelle persone che convivono con chi possiede il bene, un potere sulla cosa che possa essere configurato come possesso autonomo sullo stesso bene o come una sorta di compossesso (Sez. II, 2 ottobre 1974, n. 2555; Sez. II, 14 giugno 2001, n. 8047). Ne consegue, come corollario, che il soggetto estromesso dall’abitazione dell’ex partner non è legittimato ad esercitare l’azione di spoglio, assumendo per questa via le stesse posizioni accordate all’ospite, al tollerato o al detentore per ragioni di servizio, una volta che si è dissolta la relazione affettiva: il che è inconcepibile. Una tale barriera concettuale si può superare prendendo in esame, ai fini applicativi, il consolidamento della relazioni tra le parti. Consci di tanto, gli ermellini si pongono sulla scia inaugurata in un recente arresto (Cass. Civ., sez. II, 14 giugno 2012, n. 9786),nel quale fu accordatoal convivente, che godeva con il partner possessore iure proprietatis del medesimo bene, una posizione «riconducibile alla detenzione autonoma (qualificata dalla stabilità della relazione familiare e protetta dal rilievo che l’ordinamento a questa riconosce)». Non v’è dubbio che la convivenza more uxorio determini, sulla casa di abitazione ove si svolge la vita in comune, un potere di fatto basato su un interesse proprio ben diverso da quello derivante da ragioni di mera ospitalità; conseguentemente, l’estromissione violenta o clandestina del convivente dall’unità abitativa, compiuta dal partner, giustifica il ricorso alla tutela possessoria, consentendo allo stesso di esperire l’azione di spoglio nei confronti dell’altro, quand’anche il primo non vanti un diritto di proprietà sull’immobile che, durante la convivenza, sia stato nella disponibilità di entrambi.Si scorge in filigrana il peso che ha avuto, nella valutazione giudiziale, la progressiva rilevanza e dignità assunte dalla famiglia non coniugale quale sede privilegiata di svolgimento della personalità individuale (art. 2 Cost.). In tale prospettiva, il convivente che gode della casa familiare, di proprietà del partner, va a soddisfare un interesse proprio, oltre che della coppia, in grado cioè di assumere i connotati tipici della detenzione qualificata: una soluzione che va chiaramente calibrata sul caso concreto. Nell’ipotesi in cui l’unione libera abbia assunto – per durata, stabilità, esclusività e contribuzione – i caratteri di comunità familiare, il rapporto del soggetto con la casa destinata ad abitazione comune, di proprietà dell’altro convivente, non potrà ritenersi irrilevante alla stregua dell’ospitalità, potendosi piuttosto ravvisare gli estremi di un negozio a contenuto personale sulla base della scelta di vivere insieme e di instaurare un consorzio familiare, come tale anche socialmente riconoscibile.
Corte di Cassazione, sez. II civile, sentenza 21 marzo 2013 7214 Pres. Bursese – est. Giusti , n.7214 – Pres. Bursese – est. Giusti
1. – Il Tribunale di Roma, in accoglimento della domanda possessoria presentata da G..M. in data 6 luglio 1998, accertato il lamentato spoglio, condannò L.L. a reintegrare il ricorrente nel compossesso dell’appartamento sito in (omissis), oltre al risarcimento del danno, da liquidarsi in separata sede.
2. – Con sentenza depositata in data 31 gennaio 2006, la Corte d’appello ha confermato la sentenza di primo grado, rigettando il gravame della L. .
Il giudice di secondo grado ha poi sottolineato come la L. avesse “colto l’occasione per estromettere il M. dal compossesso dell’appartamento” a seguito dell’intervento dei carabinieri, da lei stessa richiesto per il sospetto della flagrante commissione di reati. La consegna delle chiavi dell’immobile, da parte del M. , ai militari non poteva considerarsi indice della volontà di questo di dismettere il compossesso, essendo dettata dal timore conseguente alla prospettazione di ipotesi criminose (tentativo di furto o violazione di domicilio) nelle quali avrebbe potuto altrimenti incorrere.
2. – Con il primo motivo, rubricato “violazione e falsa applicazione degli artt. 1140, 1141, 1142, 1143, 1144, 1146, 1168, 1417, 2696, 2721, 2722, 2723, 2729 cod. civ. e 115 e 116 cod. proc. civ., ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 3, cod. proc. civ.”, si contesta la sussistenza della situazione di compossesso in capo al M. , poiché non sarebbe stata tenuta in adeguata considerazione la dichiarazione, resa nell’atto di compravendita del 24 marzo 1998, di trasferimento del possesso alla L. . Ad avviso della ricorrente, la situazione di compossesso non sarebbe compatibile con la cessione della proprietà tramite stipula di contratto di compravendita, che sottintenderebbe l’inesistenza di qualsiasi altra situazione di fatto in capo all’alienante. Erroneamente la Corte di merito avrebbe “dato ingresso a una prova testimoniale volta a dimostrare la simulazione parziale dell’atto pubblico di vendita… nella parte in cui l’alienante si sarebbe in realtà riservato il possesso ed il compossesso”.
Con il secondo motivo (violazione e falsa applicazione degli artt. 1140, 1141, 1142, 1143, 1144, 1146, 1168 e 2727 cod. civ. e 115 e 116 cod. proc. civ., ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 3, cod. proc. civ., nonché omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione in ordine ad un fatto controverso – la presunta convivenza more uxorio tra le parti – e ritenuto decisivo ai fini del decidere, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 5, cod. proc. civ.) si sostiene che dalle allegazioni acquisite all’istruttoria emergerebbe “che la situazione personale tra le parti aveva avuto termine prima dei fatti di causa e, soprattutto, che essa aveva luogo e sfondo non nell’appartamento (OMISSIS) , ma in quello di proprietà di G..M. e sito in XXXXXX”. Ad avviso della ricorrente, la situazione di compossesso non potrebbe dedursi dalla convivenza more uxorio fra le parti, giacché la libera convivenza è una unione basata sulla affectio e, in mancanza dei caratteri propri del matrimonio, non si potrebbero ricollegare ad essa gli effetti giuridici propri del possesso. La situazione di fatto del convivente more uxorio sarebbe caratterizzata da precarietà, e la sua relazione con la cosa sarebbe assimilabile a quella di un ospite. In ogni caso, il compossesso del M. , anche ove fosse mai esistito, si sarebbe estinto automaticamente per effetto della fine della convivenza, perché l’unione more uxorio della coppia cesserebbe di produrre i suoi effetti con la semplice manifestazione di volontà del convivente di volerla sciogliere o con attività incompatibili con la prosecuzione del rapporto.
2.2. – Nella giurisprudenza di questa Corte è stato più volte affermato il principio secondo cui il solo fatto della convivenza, anche se determinata da rapporti intimi, non pone di per sé in essere nelle persone che convivono con chi possiede il bene un potere sulla cosa che possa essere configurato come possesso autonomo sullo stesso bene o come una sorta di compossesso (Sez. II, 2 ottobre 1974, n. 2555; Sez. II, 14 giugno 2001, n. 8047). In questa prospettiva, il consolidamento della relazione tra i conviventi non darebbe luogo, in capo al soggetto non proprietario dell’immobile, ad una situazione tutelabile con l’azione di spoglio. Il convivente non proprietario sarebbe relegato nell’indifesa posizione dell’ospite, del tollerato o del detentore per ragioni di servizio.Non mancano, tuttavia, pronunce di segno diverso. Da un lato, infatti, ma in relazione a “persone legate da rapporti di parentela o di affinità e conviventi”, si è osservato che “un rapporto di condetenzione tutelabile con l’azione di spoglio anche nei riguardi del condetentore titolare del rapporto di locazione non si può escludere” (Sez. II, 7 ottobre 1971, n. 2753); dall’altro, nel negarsi la rilevanza della disponibilità della rea in capo al convivente more uxorio ai fini dell’usucapione, si è tuttavia sottolineato (Sez. II, 14 giugno 2012, n. 9786) che al convivente che goda con il partner possessore iure proprietatis del medesimo bene va riconosciuta una posizione “riconducibile alla detenzione autonoma (qualificata dalla stabilità della relazione familiare e protetta dal rilievo che l’ordinamento a questa riconosce)”.
Soprattutto, è stata la giurisprudenza costituzionale a sottolineare che “un consolidato rapporto, ancorché di fatto, non appare – anche a sommaria indagine – costituzionalmente irrilevante quando si abbia riguardo al rilievo offerto al riconoscimento delle formazioni sociali e alle conseguenti intrinseche manifestazioni solidaristiche (art. 2 Cost.)” (sentenza n. 237 del 1986); e a ribadire, di recente, che “per formazione sociale deve intendersi ogni forma di comunità, semplice o complessa, idonea a consentire e favorire il libero sviluppo della persona nella vita di relazione, nel contesto di una valorizzazione del modello pluralistico” (sentenza n. 138 del 2010). In questo contesto si colloca la declaratoria di illegittimità costituzionale dell’art. 6 della legge sulla locazione d’immobili urbani 27 luglio 1978, n. 392 (sentenza n. 404 del 1988), con cui la Corte costituzionale ha posto il convivente more uxorio tra i successibili nella locazione, in caso di morte del conduttore, e ha stabilito che il convivente medesimo, affidatario di prole naturale, succede al conduttore che abbia cessato la convivenza.
Ed a tale conclusione in punto di diritto la Corte territoriale è giunta dopo avere rilevato, con congruo e logico apprezzamento delle risultanze di causa, previo adeguato giudizio sull’attendibilità delle testimonianze, e confermando la valutazione al riguardo già espressa dal Tribunale:che la convivenza more uxorio tra il M. e la L. era proseguita fino alla data del 17 giugno 1998, epoca dei fatti di causa;che la relazione di fatto tra i due partners rispetto all’immobile di via (OMISSIS) (di comune godimento e di libera utilizzazione) era rimasta immutata per tutto il periodo della convivenza, anche dopo che, in data 24 marzo 1998, il M. aveva venduto l’appartamento in questione alla sua convivente (con un atto nel quale è menzionata, oltre al trasferimento della proprietà, anche la cessione del possesso); che la L. aveva ottenuto fraudolentemente la riconsegna delle chiavi davanti ai carabinieri, in caserma, ove i contendenti si erano recati, inducendo in errore i militari, il cui intervento era stato chiesto per il timore della presenza di ladri in casa: invece di chiarire, doverosamente, che non si trattava di un ladro, bensì del convivente (che non si era introdotto in casa furtivamente, ma utilizzando, come sempre, le chiavi di cui era in possesso), costei aveva fatto credere ai carabinieri, esibendo una copia del contratto di acquisto dell’immobile, di trovarsi di fronte ad un intruso, ad un usurpatore che aveva commesso violazione di domicilio a suo danno; che il M. aveva acceduto, per motivi di opportunità, alla richiesta di consegna delle chiavi alla L. , senza che ciò, tuttavia, significasse minimamente volontaria abdicazione e rinuncia alla situazione di fatto, cioè restituzione spontanea e libera determinazione al rilascio.
È assorbente rilevare che nel vigore del regime delle preclusioni di cui al nuovo testo degli artt. 183 e 184 cod. proc. civ., introdotto dalla legge 26 novembre 1990, n. 353, rationetemporis applicabile, la questione della novità della domanda risulta del tutto sottratta alla disponibilità delle parti, e pertanto pienamente ed esclusivamente ricondotta al rilievo officioso del giudice, essendo l’intera trattazione improntata al perseguimento delle esigenze di concentrazione e speditezza che non tollerano – in quanto espressione di un interesse pubblico – l’ampliamento successivo del themadecidendi, anche se su di esso si venga a registrare il consenso del convenuto (Cass., Sez. II, 30 novembre 2011, n. 25598).