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Timestamp: 2017-11-23 22:12:20+00:00
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Stalking nei confronti di una dipendente: anche il Comune, in qualità di datore di lavoro, è tenuto al risarcimento
23/11/2017 23:12
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Lunedì 04 Settembre 2017 11:26
La Corte di Cassazione con la sentenza n. 35588, del 19 luglio 2017, ha affermato che in caso di stalking nei confronti di una dipendente comunale da parte del suo superiore, responsabile di settore, anche il datore di lavoro, nel caso in esame il Comune, è tenuto a risarcire in solido con il dipendente stesso, i danni subiti dalla vittima.
Nel febbraio 2016 la Corte di Appello, ha parzialmente riformato, rideterminando la pena a seguito della concessione delle attenuanti generiche, la pronunzia del Tribunale con la quale il dipendente comunale nella sua qualità di responsabile del servizio di un'area del Comune era stato ritenuto responsabile del reato di cui agli artt. 612-bis e 61, n. 11, c.p. in danno di una dipendente comunale.
I fatti erano stati rappresentati nella contestazione quale "persecuzione professionale", caratterizzata da violenze morali, sostanziatesi in atteggiamenti oppressivi a sfondo sessuale.
Va pure detto che il capo di imputazione era stato modificato nel corso del dibattimento, giacché era stato aggiunto all'originario reato di violenza privata aggravata il reato di atti persecutori.
Il responsabile di settore del Comune era stato altresì condannato, in solido con il responsabile civile del Comune, al risarcimento dei danni nei confronti della costituita parte civile da liquidarsi in separato giudizio, concedendo alla stessa una provvisionale immediatamente esecutiva pari ad euro 25.000.
La Corte territoriale ha parzialmente riformato la sentenza di primo grado, riducendo la pena inflitta, avendo riconosciuto le attenuanti generiche, e revocando la condanna del responsabile civile al risarcimento dei danni.
Avverso tale sentenza hanno proposto ricorso per cassazione l'imputato e la parte civile, con atti sottoscritti dai loro rispettivi difensori.
La Corte di Cassazione ritiene il ricorso dell'imputato, responsabile di settore del Comune, infondato. I giudici di legittimità ricordano che con l'introduzione della fattispecie di cui all'art. 612 bis c.p. il legislatore ha voluto, prendendo spunto dalla disciplina di altri ordinamenti, colmare un vuoto di tutela ritenuto inaccettabile rispetto a condotte che, ancorché non violente, recano un apprezzabile turbamento nella vittima.
Il legislatore ha preso atto però che la violenza (declinata nelle diverse forme delle percosse, della violenza privata, delle lesioni personali, della violenza sessuale) spesso è l'esito di una pregressa condotta persecutoria; pertanto, mediante l'incriminazione degli atti persecutori si è inteso in qualche modo anticipare la tutela della libertà personale e dell'incolumità fisiopsichica attraverso l'incriminazione di condotte che, precedentemente, parevano sostanzialmente inoffensive e, dunque, non sussumibili in alcuna fattispecie penalmente rilevante o in fattispecie, per così dire, minori, quali la minaccia o la molestia alle persone.
Secondo un consolidato orientamento della Cassazione integrano il delitto di atti persecutori anche due sole condotte tra quelle descritte dall'art. 612 bis c.p., come tali idonee a costituire la reiterazione richiesta dalla norma incriminatrice. Invece, un solo episodio, per quanto grave e da solo anche capace, in linea teorica, di determinare il grave e persistente stato d'ansia e di paura che è indicato come l'evento naturalistico del reato, non è sufficiente a determinare la lesione del bene giuridico protetto dalla norma in esame, potendolo essere, invece, alla stregua di precetti diversi: e ciò in aderenza alla volontà del legislatore il quale, infatti, non ha lasciato spazio alla configurazione di una fattispecie solo "eventualmente" abituale.
Il delitto, inoltre, è configurabile anche quando le singole condotte sono reiterate in un arco di tempo molto ristretto, a condizione che si tratti di atti autonomi e che la reiterazione di questi sia la causa effettiva di uno degli eventi considerati dalla norma incriminatrice.
Trattandosi di reato abituale è la condotta nel suo complesso ad assumere rilevanza ed in tal senso l'essenza dell'incriminazione di cui si tratta si coglie non già nello spettro degli atti considerati tipici, bensì nella loro reiterazione, elemento che li cementa, identificando un comportamento criminale affatto diverso da quelli che concorrono a definirlo sul piano oggettivo.
E' dunque l'atteggiamento persecutorio ad assumere specifica autonoma offensività ed è per l'appunto alla condotta persecutoria nel suo complesso che deve guardarsi per valutarne la tipicità, anche sotto il profilo della produzione dell'evento richiesto per la sussistenza del reato.
I giudici di legittimità precisano che nel delitto di atti persecutori l'elemento soggettivo è integrato dal solo dolo generico, il cui contenuto richiede la volontà di porre in essere più condotte di minaccia e molestia, nella consapevolezza della loro idoneità a produrre uno degli eventi alternativamente previsti dalla norma incriminatrice e dell'abitualità del proprio agire, ma non postula la preordinazione di tali condotte, elemento non previsto sul fronte della tipicità normativa , potendo queste ultime, invece, essere in tutto o in parte anche meramente casuali e realizzate qualora se ne presenti l'occasione.
Diversamente dal reato permanente, nel quale la condotta offensiva si presenta unitaria e senza cesure temporali, nel reato abituale la condotta è caratterizzata da una pluralità di atti che, nel loro complesso, realizzano l'offesa al bene giuridico protetto dalla norma incriminatrice.
Con riferimento specifico al caso in esame la Corte di Cassazione osserva che le condotte perpetrate dall'imputato precedentemente all'introduzione del reato di cui all'art. 612 bis c.p. assumono rilevanza penale in virtù della reiterazione di condotte persecutorie anche successivamente alla suddetta introduzione.
E le stesse non possono, inoltre, considerarsi coperte da prescrizione, in quanto per la decorrenza del relativo termine non bisogna considerare ogni singolo atto di aggressione e/o molestia, bensì la data di consumazione del reato, individuabile nella cessazione della abitualità ovvero nell'ultima frazione della condotta antigiuridica.
Con riferimento alle censure relative alle statuizioni civili, la Cassazione ribadisce il principio secondo cui il provvedimento con il quale il giudice di merito, nel pronunciare condanna generica al risarcimento del danno, assegna alla parte civile una somma da imputarsi nella liquidazione definitiva non è impugnabile per cassazione, in quanto per sua natura insuscettibile di passare in giudicato e destinato ad essere travolto dall'effettiva liquidazione dell'integrale risarcimento.
Il ricorso dell'imputato deve essere rigettato e il ricorrente va condannato al pagamento delle spese processuali, nonché alla rifusione di quelle sostenute nel grado dalla parte civile.
Fondato il ricorso della parte civile: l'orientamento dei giudici di legittimità
Per la Cassazione il ricorso della parte civile è fondato e merita accoglimento. Come correttamente osservato dal Giudice di primo grado, che ha condannato in solido il responsabile civile, nel caso in esame ricorre la c.d. "occasionalità necessaria", che consente di ritenere configurata la responsabilità indiretta ex art. 2049 c.c. in capo al Comune.
In proposito va ricordato che la responsabilità indiretta di cui all'art. 2049 c.c. per il fatto dannoso commesso da un dipendente postula l'esistenza di un rapporto di lavoro ed un collegamento tra il fatto dannoso del dipendente e le mansioni da questi espletate, senza che sia, all'uopo, richiesta la prova di un vero e proprio nesso di causalità, risultando sufficiente, viceversa, l'esistenza di un rapporto di "occasionalità necessaria", da intendersi nel senso che l'incombenza svolta abbia determinato una situazione tale da agevolare e rendere possibile il fatto illecito e l'evento dannoso, e ciò anche se il dipendente abbia operato oltre i limiti delle sue incombenze, o persino trasgredendo gli ordini ricevuti, purché sempre entro l'ambito delle proprie mansioni.
Questa Corte ha già chiarito che è configurabile la responsabilità civile della P.A. anche per le condotte dei dipendenti pubblici dirette a perseguire finalità esclusivamente personali mediante la realizzazione di un reato doloso, quando le stesse sono poste in essere sfruttando, come premessa necessaria, l'occasione offerta dall'adempimento di funzioni pubbliche, e costituiscono, inoltre, non imprevedibile sviluppo dello scorretto esercizio di tali funzioni, in applicazione di quanto previsto dall'art. 2049 c.c..
Si è pure precisato che la P.A. dev'essere ritenuta civilmente responsabile, in base al criterio della cosiddetta "occasionalità necessaria", degli illeciti penali commessi da propri dipendenti ogni qual volta la condotta di costoro non abbia assunto i caratteri dell'assoluta imprevedibilità ed eterogeneità rispetto ai loro compiti istituzionali, sì da non consentire il minimo collegamento con essi.
Non si ignora il diverso orientamento giurisprudenziale (pure richiamato dalla Corte territoriale) secondo il quale il rapporto di occasionalità necessaria tra il fatto dannoso e le mansioni esercitate deve essere escluso quando il dipendente, nello svolgimento delle mansioni affidategli, commette un illecito penale per finalità di carattere personale, di fatto sostituite a quelle dell'ente pubblico di appartenenza ed, anzi, in contrasto con queste ultime.
Tuttavia, nel caso di specie, sebbene parte delle condotte poste in essere dall'imputato si sono verificate durante la pausa pranzo o fuori dall'orario di lavoro, l'esercizio delle funzioni pubbliche ha comunque agevolato la produzione del danno nei confronti della persona offesa.
E tale circostanza è comunque sufficiente per ritenere sussistente il requisito dell'occasionalità necessaria e quindi la responsabilità ex art. 2049 c.c. della Pubblica amministrazione.
Per la Corte di Cassazione i giudici del merito non hanno sufficientemente motivato sulle ragioni per cui non hanno valutato come buona parte delle condotte persecutorie poste dal responsabile di settore abbiano trovato fertile e necessaria occasione nell'esercizio delle funzioni esercitate sia da questi che dalla vittima, quali dipendenti del Comune.
Né può avere incidenza , come parrebbe sostenere la sentenza impugnata , che le suddette condotte siano state interrotte in seguito ad interventi del superiore gerarchico .
Si impone dunque un annullamento della sentenza impugnata nella parte in cui ha revocato la condanna del responsabile civile al risarcimento dei danni, con rinvio per nuovo esame al Giudice civile competente per valore in grado di appello.
Cass. pen., Sez. V, 19 luglio 2017, n. 35588