Source: https://www.laleggepertutti.it/190614_si-deve-pagare-lavvocato-se-la-causa-viene-abbandonata
Timestamp: 2019-03-26 21:54:01+00:00
Document Index: 32358380

Matched Legal Cases: ['art. 68', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 68', 'sentenza ', 'art. 378', 'art. 360', 'art. 331', 'art. 116', 'art. 68', 'art. 360', 'art. 68', 'art. 68', 'art. 68', 'art. 68', 'art. 115', 'art. 2697', 'art. 360', 'art. 13', 'art. 13', 'art. 13', 'art. 13']

Si deve pagare l'avvocato se la causa viene abbandonata?
Si deve pagare l’avvocato se la causa viene abbandonata?
Anche in caso di giudizio chiuso con transazione l’avvocato ha diritto a vedersi pagare la parcella senza per forza dover dimostrare l’avvenuto accordo.
Hai iniziato una causa contro una persona, a tuo dire colpevole di non aver svolto correttamente determinati lavori. Dopo aver conferito l’incarico al tuo avvocato gli hai versato un anticipo per il deposito degli atti in tribunale. Così ti sei presentato, in prima udienza, davanti al giudice per essere sentito. Quel giorno, però, era presente anche la tua controparte e, in separata sede, avete parlato. La voglia di entrambi di avviare il giudizio era già scarsa in partenza, ma ora, grazie a questo chiarimento, siete riusciti a trovare una via di mezzo che vi accontenti. Così avete deciso di abbandonare la causa e di firmare un accordo, ossia una transazione. Avete subito fatto presente ai vostri rispettivi avvocati di lasciar perdere il giudizio, anche nell’ottica di risparmiare le spese legali. Senonché, dopo qualche giorno, il tuo avvocato ti presenta una parcella: sostiene di aver comunque svolto il proprio lavoro e improntato, sin dal conferimento del mandato processuale, una difesa che tenesse conto di tutte le fasi del giudizio. Trovi, dal canto tuo, ingiusto doverlo nuovamente pagare, visto l’anticipo già versato e il fatto che questi non dovrà più svolgere alcuna attività. Ma lui insiste. Chi dei due ha ragione? Si deve pagare l’avvocato se la causa viene abbandonata? La risposta è stata data da una recente ordinanza della Cassazione [1].
La transazione: cos’è e come avviene
Prima di chiarire se si deve pagare l’avvocato quando quando la causa viene abbandonata, facciamo una rapida rassegna di come rinunciare a un giudizio già in corso.
A meno che non sia l’attore – cioè chi ha avviato la causa – a rinunciare volontariamente al giudizio in tribunale e a far valere i propri diritti (così togliendo al convenuto ogni interesse alla prosecuzione), il metodo tradizionale per chiudere un processo in corso è firmare una transazione. La transazione è un accordo volto a trovare una soluzione che possa accontentare entrambe le parti, anche se non deve necessariamente essere una vita di mezzo perfetta. I rivali si fanno «reciproche concessioni» e così pongono fine alla lite.
Ci sono due modi per “fare pace”. Il primo è quello di trovare un accordo proprio davanti al giudice. In questo caso la transazione viene riportata nel verbale di udienza e, quindi, siglata anche dal magistrato. Il giudice poi dichiara chiusa la causa per «cessazione della materia del contendere». Il vantaggio di tale soluzione è che la transazione costituisce un «titolo esecutivo» in quanto trasfusa in un atto processuale: significa che, se una delle due parti non adempie all’accordo, l’altra non ha più necessità di avviare una nuova causa ma può procedere direttamente all’esecuzione forzata. Lo svantaggio è quello di dover pagare l’imposta di registro che si versa sulle sentenze che chiudono il giudizio.
Il secondo modo per fare pace è quello di firmare un accordo in separata sede, che non venga cioè riportato nel verbale di udienza. Si tratta di una normale scrittura privata (un contratto, un riconoscimento di debito, ecc.). In tal caso, il giudizio viene abbandonato automaticamente per inattività delle parti (basterà che gli avvocati non si presentino alle successive due udienze fissate dal giudice) e la causa viene cancellata dal registro generale. Non bisogna pagare l’imposta di registro, tuttavia l’accordo non è titolo esecutivo, ma solo una scrittura privata; per cui, in caso di inadempimento, bisognerà nuovamente tornare dal giudice con una nuova causa.
Va pagata la parcella dell’avvocato se la causa viene stoppata?
Secondo la Cassazione, va comunque pagato l’avvocato, anche in caso di abbandono del giudizio per rinuncia delle parti. Nonostante la transazione, infatti, il legale ha diritto a vedersi corrispondere il proprio compenso. E ciò vale sia nel caso in cui la transazione sia avvenuta davanti al magistrato (quindi trasfusa all’interno del verbale di udienza), sia nel caso contrario; sia nell’ipotesi in cui l’intesa sia stata firmata con l’assistenza dei reciproci avvocati, che in quella in cui sia il frutto di una parola data tra le parti senza l’intervento dei difensori.
In sintesi, tutte le parti che hanno reso oggetto di transazione una vicenda giudiziaria sono tenute, in solido tra loro, al pagamento degli onorari agli avvocati.
Per ottenere il pagamento del proprio compenso per attività professionale, il legale non deve necessariamente provare che tra il proprio cliente e l’avversario sia intervenuta una transazione. L’accordo infatti (che ben potrebbe essere stato verbale) si può desumere anche dall’estinzione del giudizio per rinuncia agli atti. Peraltro, come detto, l’onorario va corrisposto anche se la transazione è avvenuta senza i rispettivi avvocati.
Le parti sono solidalmente tenute al pagamento della parcella non solo in caso di transazione ma anche di accordo stipulato con o senza l’intervento del giudice e dei legali, semplicemente abbandonando la causa.
[1] Cass. ord. n. 184/2018.
Corte di Cassazione, sez. II Civile, ordinanza 4 ottobre 2017 – 8 gennaio 2018, n. 184
Con citazione ritualmente notificata l’avv. V.F. convenne innanzi al Tribunale di Locri A.F. , nonché D.G. e gli eredi di D.A. , esponendo di aver prestato il proprio patrocinio, in favore dell’A. in due giudizi che vedevano i signori D.M. quali controparti che erano stati transatti ed abbandonati senza che gli venissero liquidati i compensi per l’attività professionale svolta.
Tanto premesso, chiedeva la condanna dei convenuti in solido al pagamento di Lire 10.000.000, a titolo di compenso prestazioni professionali ex art. 68 Rd n.1578/1933.
Il Tribunale di Locri con sentenza n. 477 del 3 luglio 2001 rigettava la domanda.
La Corte d’Appello di Reggio Calabria, in riforma della sentenza di primo grado, per quanto in questa sede ancora rileva, integrato il contraddittorio nei confronti della sola D.T. , condannò in solido D.G. nonché gli eredi di D.A. , vale a dire D.C. , D.G. , De.An. , G.E. e D.T. , al pagamento, in favore dell’avv. V. di 2.500,00 Euro oltre ad interessi legali.
La Corte territoriale, in particolare, affermò che, ai fini del pagamento del proprio compenso per attività professionale, ai sensi dell’art. 68 Rd 1578/1933, il legale non aveva l’onere di fornire la prova di una vera e propria transazione intervenuta tra le parti e che l’accordo transattivo poteva desumersi anche dall’estinzione del giudizio per rinuncia agli atti.
Per la cassazione di detta sentenza ha proposto ricorso, affidato a due motivi D.C. .
D.M. e V. hanno a loro volta proposto controricorso e ricorso incidentale condizionato.
In prossimità dell’odierna adunanza D.C. e l’avv. V.F. hanno depositato memorie illustrative ex art. 378 cpc.
Il primo motivo del ricorso principale denuncia la violazione degli artt. 101, 102, 156 e 161 cpc in relazione all’art. 360 nn.3) e 4) cpc, per mancata integrazione del contraddittorio del giudizio di appello nei confronti di De.Vi. , litisconsorte necessaria, quale erede testamentaria di D.A. , e già parte del processo di primo grado.
Il motivo è infondato, non sussistendo un’ipotesi di cause inscindibili ex art. 331 cpc.
Si osserva infatti che secondo il consolidato indirizzo di questa Corte, in caso di successione “mortis causa” di più eredi nel lato passivo del rapporto obbligatorio si determina un frazionamento “pro quota” dell’originario debito del “de cuius” fra gli aventi causa, con la conseguenza che – al pari di quanto si verifica nelle obbligazioni solidali – il rapporto che ne deriva non è unico ed inscindibile e non si determina, nell’ipotesi di giudizio instaurato per il pagamento, litisconsorzio necessario tra gli eredi del debitore defunto, né in primo grado, né nelle fasi di gravame, neppure sotto il profilo della dipendenza di cause (Cass. 785/1998; 4199/2016).
Il secondo motivo denuncia la violazione degli artt. 1967 e 2697 c.c., dell’art. 116 cpc e dell’art. 68 Rd 1578/1933 nonché l’omesso esame di un fatto decisivo ex art. 360 n.5) cpc.
In particolare la ricorrente, contestata l’applicabilità dell’art. 68 Rd 1578/1933 in assenza di prova scritta di un accordo transattivo intervenuto tra le parti, deduce che nel caso di specie, a differenza di quanto affermato nell’impugnata sentenza, non poteva ritenersi raggiunta neppure la prova di una rinuncia concordata dei giudizi riuniti.
Avuto riguardo alla censura relativa alla nozione di accordo transattivo di cui all’art. 68 Rd 1578/1933, si osserva che secondo il più recente indirizzo di questa Corte, cui il collegio ritiene di dare continuità, infatti, l’art. 68 del r.d.l. 27 dicembre 1933, n. 1578, modificato dalla legge 22 gennaio 1934, n. 36, stabilendo che tutte le parti, le quali abbiano transatto una vertenza giudiziaria, sono tenute solidalmente al pagamento degli onorari degli avvocati, è operante – in ragione della latitudine della formula normativa e della sua finalità, diretta ad evitare intese tra le parti indirizzate ad eludere il giusto compenso ed il rimborso delle spese ai loro difensori – anche nel caso di “accordo” (che assume, nei riguardi del professionista, la valenza di un presupposto di fatto ai fini, appunto, dell’ottenimento degli onorari e delle spese), stipulato con o senza l’intervento del giudice o l’ausilio dei patroni, dalle parti stesse, le quali abbiano previsto semplicemente l’abbandono della causa dal ruolo o rinunciato ritualmente agli atti del giudizio, come nel caso specie, con conseguente estinzione del processo (Cass. 13135/2006; 13047/2009).
Del pari infondate le censure con cui la ricorrente contesta la sussistenza del presupposto di applicazione dell’art. 68 del r.d.l. 27 dicembre 1933, n. 1578, lamentando l’errata applicazione dei principi in materia di valutazione della prova ed in particolare degli artt. 2697 e dell’art. 115 cpc.
Premesso che la doglianza relativa alla violazione del precetto di cui all’art. 2697 cod. civ. è configurabile soltanto nell’ipotesi in il giudice abbia attribuito l’onere della prova ad una parte diversa da quella che ne risulta gravata secondo le regole dettate da quella norma (Cass. 15107/2013), ipotesi non sussistente nel caso di specie, va dichiarata l’inammissibilità del motivo, in quanto esso si risolve, di fatto, nella richiesta di una rivalutazione, nel merito, dei fatti e delle risultanze istruttorie già oggetto del sindacato del giudice di appello, incompatibile con il giudizio di legittimità e denuncia una insufficiente motivazione, non più censurabile alla luce del nuovo disposto del n.5) comma 1 dell’art. 360 codice di rito, (Cass. Ss.Uu. n.8053/2014), lamentando, in buona sostanza, che la Corte territoriale non abbia valutato in modo adeguato le risultanze dell’istruttoria espletata.
Si osserva, in contrario, che la Corte territoriale ha espressamente dato atto dell’iter logico seguito, rilevando che l’estinzione per inattività delle parti (pur in assenza di un provvedimento formalmente dichiarato) fu oggetto di esplicita ammissione nel corso del giudizio di primo grado da parte dell’attuale ricorrente, sulla base della propria comparsa di costituzione e risposta, mentre il cliente dell’avv. V. aveva ammesso che tale esito era stato concordato nel contesto di un accordo transattivo cui erano rimasti estranei i legali.
La Corte ha pertanto concluso, con adeguata valutazione di merito, che poteva ritenersi provato l’accordo transattivo per l’abbandono della causa.
A fronte di tale accertamento, la ricorrente, si è limitata a richiamare le conclusioni della propria comparsa di costituzione e risposta, omettendo di riportare, in ossequio al principio di autosufficienza del ricorso, il contenuto dell’atto.
Il ricorso incidentale proposto da D.M. e V. , si riporta interamente al ricorso principale di D.C. , e ne condivide la sorte. La ricorrente principale e le ricorrenti incidentali vanno dunque condannate, in solido, alla refusione delle spese del presente giudizio, che si liquidano come da dispositivo.
Ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater Dpr 115 del 2002 sussistono i presupposti per il versamento, da parte della ricorrente principale e di quelle incidentali, dell’ulteriore importo, a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.
Condanna i ricorrenti in solido alla refusione all’avv. V.F. delle spese del presente giudizio, che liquida in complessivi 1.700,00 Euro di cui 200,00 Euro per rimborso spese vive, oltre a rimborso forfettario spese generali, in misura del 15%, ed accessori di legge.
Ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater Dpr 115 del 2002 dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente principale e delle ricorrenti incidentali, dell’ulteriore importo, a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.