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Timestamp: 2020-07-15 01:57:19+00:00
Document Index: 24026323

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 189', 'sentenza ', 'art. 125', 'art. 192', 'art. 546', 'art. 189', 'art. 192', 'art. 125', 'sentenza ', 'art. 238', 'art. 146', 'art. 131', 'art. 189', 'art. 192', 'art. 125', 'sentenza ', 'art. 189', 'art. 133', 'art. 189', 'art. 189', 'art. 189', 'art. 189', 'sentenza ', 'art. 238', 'sentenza ', 'art. 189', 'art. 189', 'art. 593', 'art. 189', 'art. 593', 'art. 189', 'art. 616']

Omissione Di Soccorso Stradale - Cassazione Penale 11/07/2017 N° 33772 - Legge semplice
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Omissione Di Soccorso Stradale – Cassazione Penale 11/07/2017 N° 33772
Omissione di soccorso stradale – Cassazione penale 11/07/2017 n° 33772 leggi la sentenza gratuitamente su leggesemplice.com
Numero: 33772
Testo completo della Sentenza Omissione di soccorso stradale – Cassazione penale 11/07/2017 n° 33772:
Sentenza 15 giugno – 11 luglio 2017, n. 33772
D.D.A.C.D., nata il (OMISSIS);
udito il Procuratore generale, in persona del Dott. GIULIO ROMANO, che ha concluso per il rigetto;
udito il difensore, Avv. Luca RICCI, che ha concluso per l’annullamento.
1. La Corte di Appello di Milano, con la sentenza in epigrafe, ha confermato la pronuncia di condanna emessa dal Tribunale di Milano il 18 marzo 2014 nei confronti di D.d.A.C.D. in relazione ai reati di cui al D.Lgs. 30 aprile 1992, n. 285, art. 189, commi 1, 6 e 7, per non aver ottemperato all’obbligo di fermarsi e di prestare assistenza alla persona ferita, avendo con la propria condotta di guida determinato, il 25 febbraio 2011 in Milano, un incidente stradale dal quale erano derivate lesioni personali al motociclista P.A..
2. Il fatto era così ricostruito dal giudice di primo grado in base alle risultanze istruttorie: l’imputata, alla guida del furgone Transporter, aveva compiuto una manovra di svolta, tagliando la strada al motociclista che proveniva dall’opposta direzione, provocandone la caduta in assenza di contatto; la donna, pur essendosi avveduta della caduta (si era fermata poco più avanti, ripartendo subito dopo), non aveva ottemperato all’obbligo di farsi identificare e di prestare soccorso; un testimone aveva preso il numero di targa del suo furgone consentendone l’identificazione.
La Corte di Appello ha, invece, ricostruito la dinamica del fatto precisando che l’imputata aveva tentato di anticipare l’arrivo del P. ma poi aveva frenato per dargli la precedenza; il P. era caduto perchè costretto a frenare dalla manovra dell’imputata, che inizialmente era partita dall’incrocio per effettuare la svolta, ma poi aveva frenato quando il motociclista aveva a sua volta frenato per evitarla; tutto era avvenuto davanti agli occhi dell’imputata ed a pochissima distanza per cui non era possibile ipotizzare che non si fosse accorta subito della caduta della moto; tutti i testi presenti al fatto avevano pensato di prendere il numero di targa del mezzo, che era ripartito senza prestare soccorso.
3. Ricorre per cassazione D.d.A.C.D., a mezzo di difensore, censurando la sentenza impugnata per i seguenti motivi:
a) inosservanza o erronea applicazione di norme sostanziali e processuali in relazione all’art. 125 c.p.p. , comma 3, art. 192 c.p.p. , comma 1 e art. 546 c.p.p. , comma 1, lett. e) nonchè vizio di motivazione sotto il profilo dell’apparenza della motivazione, del travisamento della prova, dell’illogicità e della contraddittorietà del percorso motivazionale. I dati obiettivi emergenti dalla planimetria, segnatamente la posizione e la direzione delle tracce e la posizione di quiete della moto parallele all’asse stradale, dimostrano che non vi sia stata alcuna reazione rispetto all’attraversamento di un autoveicolo e che la velocità del motociclo non poteva essere inferiore a km/h 70, per cui sconfessano le dichiarazioni della persona offesa determinando il travisamento della prova. La testimonianza di B.F., come evidenziato nell’atto di appello, aveva mostrato una rielaborazione soggettiva dei fatti compatibile con l’accaduto, ma sul punto la Corte di Appello ha omesso di replicare. Risulta pretermessa la testimonianza di D.M.S., madre dell’imputata, che aveva dichiarato che la figlia era ferma al momento della caduta del motociclista e che dopo la caduta avevano proseguito diritto per poi tornare verso (OMISSIS). Su tali premesse, si ritiene che la motivazione sia carente per aver trascurato la validità della tesi antagonista secondo la quale l’imputata aveva solo compiuto una manovra di avvicinamento al centro della carreggiata al fine di svoltare a sinistra, trovandosi tuttavia ferma e non in posizione da tagliare la strada al motociclista;
b) inosservanza o erronea applicazione di norme sostanziali e processuali in relazione agli artt. 42 e 43 c.p. , art. 189 C.d.S., art. 192 c.p.p. e art. 125 c.p.p. , comma 3, nonchè vizio di motivazione con riferimento alla condotta causativa del sinistro. Non si può ritenere raggiunta la prova del fatto che la conducente dell’autofurgone si fosse resa realmente conto di aver provocato un sinistro e che avesse assunto su di sè il dubbio dell’esistenza di conseguenze lesive riconducibili al suo comportamento. Il Giudice di Pace di Milano ha escluso, con sentenza irrevocabile acquisita ai sensi dell’art. 238 bis c.p.p., la responsabilità della D. per violazione dell’art. 146 C.d.S. ma, sulla base di una valutazione congetturale, si è affermato che l’imputata avesse avuto certa consapevolezza di aver determinato la caduta del motociclista. In tal senso si è travisato il ritorno sul luogo dell’incidente, motivato dall’imputata con la necessità di eseguire la svolta ormai impedita dal traffico conseguente all’incidente. La motivazione pecca di un’indagine rigorosa ed approfondita quale sarebbe stata necessaria per approdare ad un giudizio di certezza sul piano soggettivo;
c) inosservanza o erronea applicazione di norme sostanziali e processuali per violazione dell’art. 131 bis c.p., art. 189 C.d.S., art. 192 c.p.p. e art. 125 c.p.p. , comma 3, nonchè vizio di motivazione con riferimento alla non punibilità per particolare tenuità del fatto. Il diniego di applicazione dell’istituto della particolare tenuità del fatto si fonda su argomenti fallaci sul piano giuridico e frutto di un’erronea interpretazione normativa. Si ritiene che offesa particolarmente tenue significhi offesa irrilevante, vale a dire priva di ripercussioni sul bene giuridico tutelato; si nega tale tenuità nel caso concreto in ragione della gravità della condotta e del danno, risarcito con 75.000,00 Euro, nonchè del risarcimento ad opera dell’assicuratore e della mancanza di resipiscenza dell’imputata. Ma il bene tutelato dalla norma è quello della solidarietà sociale per cui non possono venire in esame le modalità del sinistro nè le conseguenze lesive di esso; piuttosto si sarebbe dovuta valutare l’esiguità del pericolo cagionato dall’allontanamento dell’imputata, in pieno giorno, da un luogo assai frequentato dopo che aveva constatato che la persona caduta a terra avesse ricevuto il soccorso immediato di altre persone. Non è corretto inferire l’abitualità della condotta dal mancato riconoscimento della propria responsabilità. La natura obbligatoria della polizza per la responsabilità civile non esclude la possibilità di considerare con favore il risarcimento ad opera dell’assicuratore.
4. Con memoria del 22 maggio 2017 il difensore della ricorrente ha richiamato alcune considerazioni svolte nei motivi di ricorso.
1.1. Si è riproposta la tesi difensiva, che è stata disattesa da entrambi i giudici di merito e che non può in questa sede essere riproposta sotto il mantello della violazione di norma processuale o del vizio di motivazione (laddove si sottolinea che la Corte territoriale ha trascurato di esaminare talune emergenze istruttorie o travisato la prova), avendo in particolare il giudice di appello opportunamente chiarito che le dichiarazioni della persona offesa hanno trovato ampio riscontro sia nei rilievi planimetrici che nelle dichiarazioni di un teste la cui terzietà ne garantiva l’attendibilità. La Corte territoriale ha, altresì, ricostruito il fatto ritenendo che la riconducibilità del sinistro alla condotta di guida dell’imputata prescindesse dall’invasione della corsia di marcia percorsa dal motociclista e si sostanziasse in una repentina manovra di avvicinamento al centro della carreggiata, che aveva indotto il motociclista ad eseguire una brusca frenata.
1.2. A tali conclusioni i giudici dei due gradi di merito sono giunti sulla base dell’esame di tutte le testimonianze acquisite, ivi comprese le dichiarazioni della madre dell’imputata. Di tale ampio materiale probatorio hanno dato puntuale e diffuso resoconto entrambe le sentenze. Entrambi i giudici hanno fornito le ragioni del loro convincimento.
1.3. Giova ricordare che il vizio di travisamento della prova, nel caso in cui i giudici delle due fasi di merito siano pervenuti a decisione conforme, può essere dedotto solo nel caso in cui il giudice di appello, per rispondere alle critiche contenute nei motivi di gravame, abbia richiamato dati probatori non esaminati dal primo giudice (Sez. 4, n. 5615 del 13/11/2013, dep. 2014, Nicoli, Rv. 258432) ovvero qualora entrambi i giudici del merito siano incorsi nel medesimo travisamento delle risultanze probatorie acquisite in forme di tale macroscopica o manifesta evidenza da imporre, in termini inequivocabili (ossia in assenza di alcun discrezionale apprezzamento di merito), il riscontro della persistente infedeltà delle motivazioni dettate in entrambe le decisioni di merito (Sez. 4, n. 44765 del 22/10/2013, Buonfine, Rv. 256837).
1.4. Inoltre, le argomentazioni difensive non intaccano in alcun modo il punto della decisione nel quale si è chiarito che il comportamento dell’imputata, pur escludendo che si fosse concretato nell’invasione dell’opposta corsia di marcia, avesse dato al motociclista la chiara percezione dell’intenzione di avviare una manovra di svolta.
1.5. In tale situazione, ciò di cui in realtà si duole la difesa è che non sia stata accolta la tesi dalla medesima prospettata. Ma si tratta di una prospettiva non consentita in sede di legittimità. Nè la ricorrente può fondatamente dolersi della mancanza di una più approfondita disamina dei motivi di appello, atteso che, come già è stato chiarito (Sez. 2, n. 19619 del 13/02/2014, Bruno, Rv. 25992901; Sez. 5, n. 3751 del 15/02/2000, Re Carlo, Rv. 21572201) è legittima la motivazione della sentenza di appello che, disattendendo le censure dell’appellante, si uniformi, sia per la ratio decidendi, sia per gli elementi di prova, ai medesimi argomenti valorizzati dal primo giudice, soprattutto se la consistenza probatoria di essi è così prevalente e assorbente da rendere superflua ogni ulteriore considerazione. Nell’ipotesi in cui siano dedotte, come nella specie puntualmente ha rilevato la Corte di Appello, questioni già esaminate e risolte in primo grado, il giudice dell’impugnazione può motivare per relationem. Nel caso concreto, peraltro, il giudice di appello ha puntualmente replicato ad ogni censura.
1.6. La censura, in ogni caso, non tiene conto della differenza che intercorre tra la prova della riconducibilità del sinistro alla condotta dell’imputata con la prova della responsabilità del sinistro. Oggetto di contestazione è, infatti, un reato istantaneo di pericolo, il quale ultimo va accertato con valutazione ex ante e non ex post, sicchè una volta verificatosi l’antefatto previsto dall’art. 189 C.d.S., comma 1, da intendersi come sinistro connesso alla circolazione stradale, sarebbe incompatibile con l’oggetto giuridico del reato e con la natura di reato di pericolo asserire che l’obbligo di attivarsi sia escluso per colui che, pur coinvolto nel sinistro, non ne sia responsabile. Simile interpretazione della norma condurrebbe all’assurda conseguenza per cui il dovere di attivarsi sarebbe escluso per ogni altro soggetto coinvolto nel sinistro, ove l’incidente fosse attribuibile in via esclusiva alla persona ferita che necessiti di assistenza.
2. Giova, in proposito, sinteticamente richiamare l’elaborazione dottrinaria e giurisprudenziale in tema di concorso tra il reato di omissione di soccorso ed i reati di omicidio o lesioni personali.
Rispetto al reato di omicidio doloso o di lesioni volontarie si è ritenuto che l’omesso soccorso della vittima costituisca post factum non punibile (Sez. 1, n. 31466 del 08/11/2012, dep. 22/07/2013, Fenza, Rv. 255749; Sez.5, n.1493 del 24/05/1984, Batissa, Rv.164638), mentre con riguardo alle corrispondenti ipotesi di reato nella forma colposa, non costituendo l’omissione di soccorso la normale prosecuzione dell’attività criminosa, la condotta omissiva è stata ritenuta autonomamente rilevante quale espressione di una nuova deliberazione criminosa, ed è stato ritenuto configurabile il concorso di reati.
2.1. Con specifico riguardo all’omissione di soccorso stradale, la previgente normativa ( D.P.R. 15 giugno 1959, n. 393, art. 133, comma 3) prevedeva espressamente il concorso di tale reato con il delitto di lesioni colpose, distinguendo l’ipotesi in cui l’investimento derivasse da colpa dall’ipotesi in cui l’investimento dovesse considerarsi mero antefatto non ascrivibile a responsabilità di colui che, successivamente, aveva omesso di prestare il dovuto soccorso. Nella vigente disciplina, dettata dall’art. 189 C.d.S., comma 7, che non ha riprodotto la distinzione, è comunque pacifico l’orientamento giurisprudenziale secondo il quale è configurabile il concorso di reati tra omicidio o lesioni colposi ed omissione di soccorso stradale (Sez. 4, n. 8626 del 7/02/2008, Di Vece, Rv.238973), dovendosi correlativamente escludere che la responsabilità del sinistro costituisca elemento costitutivo del delitto di omissione di soccorso stradale.
2.2. Il reato in esame trova, dunque, il suo fondamento nell’obbligo giuridico di attivarsi previsto dall’art. 189 C.d.S., comma 1, che attribuisce all’utente della strada, coinvolto in un sinistro “comunque” riconducibile al suo comportamento, una posizione di garanzia per proteggere altri utenti coinvolti nel medesimo incidente dal pericolo derivante da un ritardato soccorso. La posizione di garanzia trova, nel caso in esame, la sua ratio nel dato di esperienza per cui i protagonisti del sinistro sono in condizione di percepirne, nell’immediatezza le conseguenze dannose o pericolose, dunque di evitare, indipendentemente dall’ascrivibilità agli stessi di tali conseguenze, che dal ritardato soccorso delle persone ferite possa derivarne un danno alla vita ed all’integrità fisica. Come già affermato da questa Sezione, il combinato disposto del D.Lgs. n. 285 del 1992, art. 189, commi 1, 6 e 7, non lega l’obbligo di assistenza alla consumazione e all’accertamento di un reato, ma al semplice verificarsi di un incidente comunque ricollegabile al comportamento dell’utente della strada al quale l’obbligo di assistenza è riferito. Nella previsione incriminatrice manca qualsiasi rapporto che condizioni l’esistenza dell’obbligo di attivarsi alla qualificazione come reato della condotta dell’utente.
All’evidenza, la sola condizione per la esigibilità della assistenza e la punibilità della sua omissione è posta nella generalissima relazione di collegamento (a qualsiasi titolo) tra incidente e comportamento di guida dell’utente della strada (Sez. 4, n.34138 del 21/12/2011, dep. 2012, Cilardi, Rv. 253745).
2.3. In definitiva, l’art. 189 C.d.S., comma 1, disponendo che “L’utente della strada, in caso di incidente comunque ricollegabile al suo comportamento, ha l’obbligo di fermarsi e di prestare l’assistenza occorrente a coloro che, eventualmente, abbiano subito danno alla persona”, ha inteso attribuire all’espressione “incidente comunque ricollegabile al suo comportamento” il valore di antefatto non punibile idoneo ad identificare il titolare della posizione di garanzia. La Corte territoriale ha, dunque, correttamente interpretato la disposizione che sanziona la condotta omissiva dell’utente della strada, comunque coinvolto in un sinistro, che non presti assistenza alle persone ferite, ritenendo che l’obbligo di attivarsi sussista indipendentemente dalla responsabilità nel sinistro.
3.1. Non risulta negato valore probatorio alla sentenza irrevocabile acquisita ai sensi dell’art. 238 bis c.p.p., posto che nel caso in esame la Corte di Appello ha motivatamente escluso che la sentenza del Giudice di Pace potesse sconfessare la condotta contestata nel presente processo in ragione delle limitate acquisizioni istruttorie sulle quali si fondava il relativo giudizio.
3.2. Secondo la giurisprudenza della Corte di Cassazione, peraltro, l’elemento soggettivo del reato previsto dall’art. 189 C.d.S., comma 7, è integrato anche in presenza del dolo eventuale, ravvisabile in capo all’utente della strada il quale, in caso di incidente comunque ricollegabile al suo comportamento ed avente connotazioni tali da evidenziare in termini di immediatezza la concreta eventualità che dall’incidente sia derivato danno alle persone, non ottemperi all’obbligo di prestare la necessaria assistenza ai feriti. In altre parole, per la punibilità è necessario che ogni componente del fatto tipico (segnatamente il danno alle persone e l’esservi persone ferite, necessitanti di assistenza) sia conosciuta e voluta dall’agente. A tal fine, è però sufficiente anche il dolo eventuale, che si configura normalmente in relazione all’elemento volitivo, ma che può attenere anche all’elemento intellettivo, quando l’agente consapevolmente rifiuti di accertare la sussistenza degli elementi in presenza dei quali il suo comportamento costituisce reato, accettandone per ciò stesso il rischio: ciò significa che, rispetto alla verificazione del danno alle persone eziologicamente collegato all’incidente, è sufficiente che, per le modalità di verificazione di questo e per le complessive circostanze della vicenda, l’agente si rappresenti la probabilità – o anche la semplice possibilità – che dall’incidente sia derivato un danno alle persone e che queste necessitino di assistenza e, pur tuttavia, accettandone il rischio, ometta di fermarsi (Sez. 4, n.6904 del 20/11/2013, dep. 2014, Richichi, n.m.; Sez. 4, n. 36270 del 24/05/2012, Bosco, n.m.; Sez. 4, n.33294 del 14/05/2008, Curia, Rv. 242113).
3.3. Le circostanze di fatto ritenute accertate dai giudici del merito rendono del tutto corretta la motivazione anche sul raggiungimento di una prova certa del fatto che l’imputata si fosse resa realmente conto di aver provocato un sinistro, laddove si è ritenuto che l’ubicazione del veicolo rispetto alla moto al momento della caduta, il fermo temporaneo del veicolo nell’immediatezza del fatto, i segnali di richiamo lanciati dal motociclista, il ritorno del veicolo sul luogo del sinistro e la verifica che l’infortunato fosse stato soccorso (secondo la testimonianza della madre dell’imputata) fossero elementi dimostrativi che la D. fosse pienamente consapevole di aver causato la caduta del motociclista.
Nè rilevava la presenza di terzi, posto che, in caso di incidente, l’obbligo di fermarsi e prestare assistenza agli eventuali feriti, grava direttamente su colui che si trova coinvolto nell’incidente medesimo, il quale è dunque tenuto ad assolverlo indipendentemente dall’intervento di terzi e senza poter fare affidamento sull’arrivo della polizia o di altra autorità già allertate (Sez. 4, n. 16891 del 14/03/2012, Krasniqi, n.m.).
4.1. Occorre, in proposito, premettere che la condotta omissiva sanzionata dall’art. 189 C.d.S., comma 7, può considerarsi una ipotesi speciale del delitto di omissione di soccorso previsto dall’art. 593 c.p. , comma 2, (per la definizione del reato ex art. 189 C.d.S., comma 7, in termini di omissione di soccorso, Sez. 4, n. 20649 del 10/05/2012, Shehi, n.m.; Sez.4, n.9128 del 2/02/2012, Boffa, n.m. sul punto), del quale condivide l’oggettività giuridica e la condotta dell’omessa assistenza alla persona ferita. Secondo la preferibile interpretazione della norma generale, il bene giuridico tutelato dal reato in questione (inserito tra i delitti contro la vita e l’incolumità personale) è da individuarsi in un bene di natura superindividuale, quello della solidarietà sociale, da preservarsi soprattutto quando siano in discussione i beni della vita e della incolumità personale di chi versa in pericolo. In particolare, lo stato di pericolo è espressamente previsto per la fattispecie di cui all’art. 593 c.p. , comma 2, e proprio la necessità di prevenire un danno futuro impone l’obbligo di un intervento soccorritore. Nella materia della circolazione stradale, il legislatore ha introdotto, come si evince dal tenore dell’art. 189 C.d.S., comma 1, la presunzione che il verificarsi di un incidente determini una situazione di pericolo ed ha, conseguentemente, individuato nei soggetti coinvolti nel sinistro i titolari della posizione di garanzia, imponendo loro l’obbligo di fermarsi e di prestare assistenza.
4.2. Posto che assistenza significa quel soccorso che si rende necessario, tenuto conto del modo, del luogo, del tempo e dei mezzi, per evitare il danno che si profila, correttamente la ricorrente ha censurato il riferimento all’entità del danno concretamente verificatosi quale indice dell’offensività della condotta in esame, dovendosi invece fare riferimento all’intensità del pericolo derivante dall’omessa assistenza nelle date condizioni di tempo e di luogo in cui si è verificato il sinistro. Coerentemente a tale argomentare, tuttavia, va escluso ogni riferimento alla condotta riparatoria del danno concretamente verificatosi.
4.3. Ma, nel caso in esame, i giudici di appello hanno argomentato anche esaminando le caratteristiche della condotta dell’imputata come concretamente accertata ed hanno escluso la particolare tenuità del fatto facendo riferimento all’agire della stessa nel contesto del sinistro ed al comportamento processuale di totale negazione del fatto. Si tratta di giudizio discrezionale, congruamente argomentato, non suscettibile di ulteriore valutazione in sede di legittimità.
5. Conclusivamente, il ricorso deve essere rigettato; al rigetto consegue, i sensi dell’art. 616 c.p.p. , la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Depositato in Cancelleria il 11 luglio 2017.
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