Source: http://www.processopenaleegiustizia.it/Article/Archive/index_html?ida=821&idn=60&idi=-1&idu=-1
Timestamp: 2020-08-08 23:18:20+00:00
Document Index: 51553942

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 254', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 173', 'art. 254', 'art. 234', 'art. 254', 'sentenza ', 'art. 606', 'art. 606', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 234', 'sentenza ', 'art. 234', 'art. 493', 'art. 234', 'art. 190']

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Le videoriprese eseguite da soggetti privati sono prove documentali utilizzabili ai fini della decisione. Tuttavia, le modalità di apprensione dei contenuti in sede investigativa si riflettono sulla loro attendibilità rappresentativa al momento della valutazione. Infatti, sebbene il mancato rispetto delle tecniche di informatica forense per l’estra­zio­ne e la duplicazione dei dati non faccia scaturire la sanzione processuale dell’inutilizzabilità, si evidenziano talune cri­ticità in punto di affidabilità della prova e genuinità dell’accertamento.
Video surveillance and evidence: a matter of reliability
Video recordings made by private individuals are documentary evidence that can be used for the decision. However, the methods of apprehension of the contents during investigations reflect on their representative reliability at the moment of evaluation. In fact, although the failure to comply with digital forensics techniques for the extraction and duplication of data does not result in the procedural sanction of the exclusion of the evidence, some critical points are highlighted in terms of consistency of the proof and authenticity of the criminal investigation.
Corte di cassazione, sez. V, sentenza 6 maggio 2020, n. 13779 - Pres. Palla; Rel. Riccardi
L’utilizzabilità delle videoriprese eseguite da privati con telecamere di sicurezza non è subordinata alla procedura di estrazione dei dati archiviati in un supporto informatico prevista dall’art. 254-bis c.p.p., la cui inosservanza non è assistita da alcuna sanzione processuale, potendone derivare, invece, eventualmente, effetti sull’attendibilità della prova.
Con sentenza emessa il 24/10/2018 la Corte di Appello di Milano ha confermato la sentenza del Gup del Tribunale di Monza che, all’esito del giudizio abbreviato, aveva dichiarato (Omissis) responsabile del reato di furto pluriaggravato di una bicicletta, sottratta a (Omissis) forzando la catena.
Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione il difensore di (Omissis), Avv. (Omissis), deducendo due motivi di ricorso, qui enunciati, ai sensi dell’art. 173 disp. att. c.p.p., nei limiti strettamente necessari per la motivazione.
2.1. Inosservanza o erronea applicazione della legge penale in riferimento agli artt. 191 e 254 bis c.p.p.: lamenta l’inutilizzabilità dell’acquisizione dei filmati dell’impianto di videosorveglianza del centro commerciale, estratti senza le garanzie previste dall’art. 254 bis c.p.p.
2.2. Vizio di motivazione in relazione all’individuazione dell’imputato quale autore del furto: la discordanza tra l’orario del furto indicato dalla persona offesa (11/11,30) e quella indicata dal sistema di videosorveglianza è stata motivata in maniera alternativa e contraddittoria, sul rilievo o di un difetto di taratura dell’apparecchio, o di una imprecisione della persona offesa; inoltre l’accertamento della corrispondenza del soggetto ripreso dalle immagini sarebbe insufficiente in quanto fondato su un mero giudizio di somiglianza.
Giova premettere che, secondo la ricostruzione dei fatti accertata dai giudici di merito, l’imputato è stato riconosciuto autore del furto di una bicicletta marca Atala assicurata alla griglia adibita a deposito, in quanto ripreso a bordo dell’autovettura Fiat Punto di colore grigio, recante segni particolari (portapacchi, specchietto retrovisore sinistro mancante e paraurti di tinta differente dal resto della carrozzeria), ripresa dalle telecamere di videosorveglianza del Centro commerciale (Omissis) ove è stato consumato il furto, ed a bordo della quale, inoltre, il (Omissis) era stato fermato un paio di mesi prima in possesso di un ciclomotore rubato.
Tanto premesso, il primo motivo, con cui si deduce l’inutilizzabilità dei filmati, è manifestamente infondato.
Secondo il consolidato insegnamento di questa Corte, le videoregistrazioni effettuate dai privati con telecamere di sicurezza sono prove documentali, acquisibili ex art. 234 c.p.p., sicché i fotogrammi estrapolati da detti filmati ed inseriti in annotazioni di servizio non possono essere considerati prove illegittimamente acquisite e non ricadono nella sanzione processuale di inutilizzabilità (Sez. 2, n. 6515 del 04/02/2015, Hida, Rv. 263432).
Non è dunque applicabile l’invocato art. 254 bis c.p.p., in quanto l’estrazione di dati archiviati in un supporto informatico (nella specie: floppy disk) non costituisce accertamento tecnico irripetibile anche dopo l’entrata in vigore della L. 18 marzo 2008, n. 48, che ha introdotto unicamente l’obbligo per la polizia giudiziaria di rispettare determinati protocolli di comportamento, senza prevedere alcuna sanzione processuale in caso di mancata loro adozione, potendone derivare, invece, eventualmente, effetti sull’attendibilità della prova rappresentata dall’accertamento eseguito (Sez. 5, n. 11905 del 16/11/2015, dep. 2016, Branchi, Rv. 266477; in termini, altresì, Sez. 5, n. 33560 del 28/05/2015, Leto, Rv. 264355)
Il secondo motivo è inammissibile, perché, oltre ad essere generico, in quanto meramente reiterativo delle identiche censure proposte con l’atto di appello, senza un concreto confronto argomentativo con la sentenza impugnata, propone doglianze eminentemente di fatto, che sollecitano, in realtà, una rivalutazione di merito preclusa in sede di legittimità, sulla base di una "rilettura" degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, la cui valutazione è, in via esclusiva, riservata al giudice di merito, senza che possa integrare il vizio di legittimità la mera prospettazione di una diversa, e per il ricorrente più adeguata, valutazione delle risultanze processuali (Sez. U, n. 6402 del 30/04/1997, Dessimone, Rv. 207944); infatti, pur essendo formalmente riferite a vizi riconducibili alle categorie del vizio di motivazione e della violazione di legge, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., sono in realtà dirette a richiedere a questa Corte un inammissibile sindacato sul merito delle valutazioni effettuate dalla Corte territoriale (Sez. U, n. 2110 del 23/11/1995, Fachini, Rv. 203767; Sez. U, n. 6402 del 30/04/1997, Dessimone, Rv. 207944; Sez. U, n. 24 del 24/11/1999, Spina, Rv. 214794).
In particolare, con le censure proposte il ricorrente non lamenta una motivazione mancante, contrad­dittoria o manifestamente illogica - unici vizi della motivazione proponibili ai sensi dell’art. 606 c.p.p., lett. e), ma una decisione erronea, in quanto fondata su una valutazione asseritamente sbagliata in merito alla compatibilità dell’orario impresso sulle videoriprese con quello del furto ed al giudizio di somiglianza formulato dal teste (Omissis).
Le doglianze sono altresì manifestamente infondate, in quanto la sentenza impugnata ha evidenziato che la discordanza tra l’orario impresso sulle immagini (ore 12.00) e quello riferito dalla persona offesa (tra le ore 11.00 e le 11.30) come momento di consumazione del furto, ragionevolmente ascrivibile o ad un ricordo approssimativo della denunciante o a un difetto di taratura dell’apparecchiatura di videoregistrazione, resta comunque assorbito dal riconoscimento dell’imputato quale conducente dell’autovettura a bordo della quale la bicicletta è stata caricata; autovettura già controllata due mesi prima, allorquando il (Omissis) era in possesso di un ciclomotore rubato, e notata, nei giorni successivi al fatto in esame, da (Omissis), allorquando il medesimo odierno ricorrente veniva visto aggirarsi nei parcheggi del Centro Commerciale e nei pressi della rastrelliera delle biciclette con fare sospetto.
Alla declaratoria di inammissibilità del ricorso consegue la condanna al pagamento delle spese processuali e la corresponsione di una somma di denaro in favore della Cassa delle Ammende, somma che si ritiene equo determinare in Euro 3.000,00.
Premessa - Le recenti affermazioni della giurisprudenza - Dagli atti d’indagine alla prova: un focus sulle videoriprese - L’apprensione dei contenuti e l’integrità dei dati - La valutazione della prova documentale e l’attendibilità della rappresentazione - NOTE
La sentenza in esame si inserisce nel novero degli arresti giurisprudenziali in tema di videoriprese e, in particolare, affronta le problematiche connesse all’impiego processuale di quelle eseguite da soggetti privati. La crescente diffusione di impianti di videosorveglianza in prossimità, ad esempio, di strade, piazze, esercizi commerciali ed abitazioni, ispirata prima di tutto ad una logica di prevenzione e deterrenza [1], ha infatti condotto alla sempre più frequente collocazione di filmati o di fotogrammi da essi estratti all’interno del compendio probatorio. Tendenza certamente comprensibile, stante la loro grande utilità ai fini della ricostruzione della dinamica criminosa, dell’identificazione dell’autore del reato e, in definitiva, dell’accertamento della responsabilità penale [2]. La convincente efficacia probatoria delle videoriprese, che siano investigative o realizzate al di fuori del procedimento, non ha però sopito alcune preliminari questioni di diritto prodromiche al loro utilizzo in sede decisoria. Sollecitata dai problemi emersi nelle aule di tribunale, la giurisprudenza di legittimità ha offerto - nel tempo - un panorama variegato di soluzioni interpretative per far fronte agli emergenti interrogativi di natura processuale attinenti all’individuazione della disciplina applicabile. A fronte di pronunce che hanno agilmente ricondotto le riprese visive nella categoria [continua ..]
Le recenti affermazioni della giurisprudenza
In tema di videoriprese non investigative, il nodo interpretativo rimasto in discussione all’esito della chiarificazione fornita dalla Suprema Corte è correlato alle sanzioni processuali che possono eventualmente derivare da una illegittima acquisizione della fonte di prova. Il tema è anche oggetto della recente sentenza della Cassazione, qui in esame. La motivazione della pronuncia ruota su due nuclei argomentativi: chiamato ad esprimersi, in punto di diritto, sulla corretta applicazione degli artt. 191 e 254-bis c.p.p. da parte della Corte d’Appello, il collegio giudicante ha affrontato dapprima il problema dell’inutilizzabilità, per poi riferire sulla invocata disciplina del sequestro probatorio di dati informatici. In ordine all’asserita illegittima acquisizione della prova, la Corte ha risposto alla doglianza del ricorrente ribadendo il consolidato orientamento a mente del quale le videoriprese eseguite da soggetti privati sono prove documentali, dunque acquisibili ai sensi dell’art. 234 c.p.p. Di conseguenza, i fotogrammi inseriti nelle annotazioni di servizio non ricadono nella sanzione processuale dell’inutiliz­za­bi­lità, giacché sono da considerarsi documenti precostituiti correttamente ottenuti [8]. Nella specie, si trattava dei filmati realizzati dalle telecamere di sicurezza di un centro commerciale che hanno consentito l’identificazione dell’imputato quale [continua ..]
Dagli atti d’indagine alla prova: un focus sulle videoriprese
L’occasione fornita dalla sentenza in esame, che con le sue puntualizzazioni si inserisce all’interno dei più recenti orientamenti giurisprudenziali in materia di digital evidence, induce a soffermarsi su un profilo connesso alle videoriprese non sempre adeguatamente valorizzato, cioè quello della loro attendibilità. In particolare, la prospettiva in cui ci si pone è quella di una prova documentale che giunge all’at­tenzione dell’organo giudicante già confezionata e pronta per essere valutata. I documenti ex art. 234 c.p.p., per loro stessa natura, sono precostituiti rispetto al processo [16]: dunque, il procedimento che li ha generati (in tal caso, la registrazione del filmato) nulla ha a che vedere con l’accertamento condotto dalle forze investigative. Durante le indagini preliminari, tuttavia, questi materiali sono ricercati, scoperti, ottenuti attraverso le varie attività, tipiche ed atipiche, compiute dalla polizia giudiziaria, per poi divenire oggetto di una richiesta di prova in dibattimento. Pertanto, ci si vuole in questa sede interrogare non già sulla modalità con cui la videoripresa è stata in origine realizzata, né sull’eventuale illecita captazione di immagini [17], bensì sulle modalità di assicurazione della fonte di prova. Il timore è che una poco ortodossa apprensione del documento produca modifiche che ne [continua ..]
L’apprensione dei contenuti e l’integrità dei dati
L’esigenza di adeguare la prassi d’indagine all’apertura di nuovi scenari nella criminalità e - più in generale - all’evoluzione tecnologica è stata in buona parte soddisfatta con la citata l. n. 48 del 2008, intervento normativo che, in luogo della creazione di paradigmi investigativi ad hoc, ha provveduto alla riscrittura di istituti già esistenti, modificandone aspetti formali e procedurali [21]. Soprattutto, la cifra caratterizzante la novella è la previsione di protocolli comportamentali che, in materia di acquisizione di dati informatici, impongono l’adozione di misure tecniche volte ad assicurarne la conservazione e ad impedirne l’alterazione. Con riguardo agli elementi di prova di natura digitale, si è, così, affacciato sul modello tratteggiato dal codice di rito un vero e proprio metodo di investigazione informatica: un insieme di modalità operative in cui gli schemi giuridici sono intrisi dalle procedure tecnologiche ed improntati a specifiche cautele, al dichiarato fine di garantire l’affidabilità dell’accertamento penale. In definitiva, si osserva una procedimentalizzazione dell’indagine digitale in cui la vincolatività di certi modus operandi e l’adozione di linguaggi e saperi propri della tecnologia informatica diventano un imperativo imprescindibile. Nel quadro appena delineato, la chiave di volta è nitidamente [continua ..]
La valutazione della prova documentale e l’attendibilità della rappresentazione
La ricostruzione di questo sintetico quadro sistematico in materia di acquisizione delle videoregistrazioni consente di tracciare le fondamentali direttrici del procedimento probatorio avente ad oggetto tali documenti. Innanzitutto, sono fugati tutti i dubbi interpretativi in punto di ammissione e assunzione della prova. Per quanto concerne l’ammissione, le parti che intendono introdurre una videoripresa nel processo, al fine di provare un determinato fatto, formulano la relativa richiesta nella fase preliminare al dibattimento ex art. 493 c.p.p. Come si è già evidenziato, i filmati vengono acquisiti come prove documentali ai sensi dell’art. 234 c.p.p., categoria che - per la sua formulazione generica - è atta a ricomprendere qualsiasi rappresentazione di un fatto a prescindere dalla modalità (analogica o digitale) con cui essa è incorporata su una base materiale; dunque, anche un documento informatico, purché sia precostituito rispetto al processo. Pertanto, trattandosi di un mezzo di prova tipico, la valutazione del giudice segue i criteri di cui all’art. 190 c.p.p. [35]: la prova supera il vaglio di ammissibilità se è pertinente, rilevante, non vietata dalla legge e non superflua. In tale prospettiva, giova ricordare che nessun effetto si produce in termini di inutilizzabilità a causa della poco ortodossa estrazione di dati informatici dal loro supporto originario, comportamento non [continua ..]