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Timestamp: 2017-07-27 16:40:49+00:00
Document Index: 100615958

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 61', 'sentenza ', 'art. 3']

Un’esponente, poi espulsa, della Lega Nord posta su un Facebook la frase .. Mai nessuno che se la stupri… contro la Kyenge. Il messaggio è considerato istigazione alla violenza accompagnata da motivi razziali. Condannata. – Noi Radiomobile™
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Un’esponente, poi espulsa, della Lega Nord posta su un Facebook la frase .. Mai nessuno che se la stupri… contro la Kyenge. Il messaggio è considerato istigazione alla violenza accompagnata da motivi razziali. Condannata.
Posted on30 ottobre 2015AuthorNoi RadiomobileLeave a comment	(Corte di Cassazione, sez. I Penale, sentenza 23 ottobre 2015, n. 42727)
1. Con sentenza del 17.4.2014 la Corte di appello di Venezia confermava la decisione con la quale il Tribunale di Padova condannava D.V. alla pena, condizionalmente sospesa, di anni uno mesi uno di reclusione, oltre alla pena accessoria ed al risarcimento in favore delle parti civili costituite per il reato di cui all’art. 3 primo comma lett. b) legge n. 654 del 1975, aggravato ai sensi dell’art. 61 n. 10 cod. pen., per avere pubblicato sul proprio profilo del social network Facebook la frase « mai nessuno che se la stupri, così tanto per capire cosa può provare la vittima di questo efferato reato, vergogna!» accompagnata dalla fotografia di C. K., ministro dell’integrazione, in tal modo istigando a commettere violenza per motivi razziali nei confronti della suddetta, commettendo il fatto a causa della pubblica funzione esercitata.
2. Avverso la citata sentenza ha proposto ricorso per cassazione la V., a mezzo del difensore di fiducia, denunciando la violazione di legge relativamente alla configurabilità del reato di cui all’art. 3 primo comma lett. b) legge n. 654 del 1975, con particolare riferimento alla sussistenza dei motivi razziali ed alla istigazione a commettere violenza.
La ricorrente rileva che il reato in contestazione richiede il dolo specifico e, comunque, i motivi razziali sono elemento costitutivo della fattispecie, mentre nella specie non è stata acquisita la prova certa di tale elemento, atteso che nella frase trasmessa a mezzo social network non vi è alcun riferimento alla razza o etnia o nazionalità dei ministro K., atteso che la fotografia della stessa era già presente.
L’imputata in dibattimento ha fornito adeguata spiegazione delle ragioni della frase utilizzata che esclude la finalità razzista, come confermato da tutti testimoni esaminati che hanno dichiarato di avere conferito con l’imputata nelle ore successive al fatto; quindi, è stato ritenuto il pregiudizio razzista sulla base di mera presunzione.
Esclude che si possa ritenere configurabile l’istigazione alla violenza alla luce del significato della espressione usata, pur tenuto conto dei mezzo utilizzato e della sua capillare diffusione, stante l’avvenuta valutazione in astratto secondo lo schema del reato di pericolo presunto.
Inoltre, non risulta provato il dolo dell’istigazione, quale volontà di convincere e persuadere il pubblico a commettere atti di violenza, non potendo rilevare a tale fine la circostanza che terzi soggetti avessero commentato la frase incriminata.
Il primo giudice, infatti, correttamente ha evidenziato che vi è stata istigazione nel senso previsto dalla norma incriminatrice, laddove per istigare si intende tenere un comportamento volto a fare in modo che altri si possa determinare a compiere un’azione violenta.
E che la condotta dell’imputata avesse determinato tale pericolo è stato ritenuto tenendo conto delle espressioni e del mezzo usato per pubblicarle, che assicura una capillare diffusione, e del contesto nel quale ciò è avvenuto, caratterizzato da un acceso dibattito relativo ad un episodio di violenza sessuale in danno di donna italiana da parte di un africano.
E’ stato valutato, altresì, del tutto ragionevolmente pur essendo irrilevante ai fini della configurabilità dei reati che l’istigazione venga raccolta dai destinatari, che la frase pubblicata dalla V. non può essere ritenuta priva di possibili effetti anche in considerazione del contenuto dei messaggi successivi, provocati dall’intervento dell’imputata.
Infatti, i giudici di primo grado hanno dato atto che l’imputata non ha saputo dare altra giustificazione, riconoscendo che a seguito dell’episodio commentato non vi era stato alcun intervento da parte del ministro che potesse giustificare il collegamento.
Quindi, con motivazione del tutto logica ed ancorata alle circostanze di fatto accertate nel processo, i giudici di merito hanno escluso qualsivoglia interpretazione alternativa di quell’invito esplicito allo stupro nei confronti del ministro, meritevole di tanto per il solo fatto di condividere con l’autore dei fatto commentato la provenienza geografica e il colore della pelle, ossia la razza, restando del tutto irrilevante la circostanza che la fotografia del ministro fosse stata pubblicata da terzi. E tale sarebbe anche se si volesse ritenere che la frase fosse riferita al ministro in quanto responsabile di avere operato a favore dell’uguaglianza e dell’integrazione degli immigrati.
P.Q.M. Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonché, alla rifusione delle spese sostenute nel presente giudizio dalla parte civile rappresentata dall’Avv.to Federica Panizzo che liquida in euro 3.000 (tremila) e dalle parti civili rappresentate dall’Avv.to Maria D’Addabbo che liquida in complessivi euro 4000, oltre per tutte accessori di legge.
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