Source: https://www.laleggepertutti.it/381500_coltivazione-cannabis-uso-domestico-con-poche-piante
Timestamp: 2020-04-02 18:08:23+00:00
Document Index: 169330102

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 73', 'art. 62', 'art. 442', 'sentenza ', 'art. 28', 'sentenza ', 'art. 132']

Coltivazione uso personale di maria: quando avere in casa delle piantine integra un reato.
Da quando, nel 2019, è uscita la sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione sulla coltivazione della marijuana per uso personale, si è diffuso il falso convincimento secondo cui avere una serie di piantine a casa non costituisce reato.
Non è certamente vero: se così fosse, si potrebbe facilmente e impunemente diventare produttori di droga senza rischiare nulla. È chiaro invece che l’intenzione della Corte Suprema era quella di porre una distinzione tra la piccola coltivazione e la piantagione vera e propria. La pronuncia in commento però non ha specificato alcun limite: solo il legislatore potrebbe fissare il numero massimo di piantine oltre il quale scatterebbe il reato.
Di qui la necessità di capire se la coltivazione di cannabis a uso domestico con poche piante costituisca o meno un illecito penale.
La questione è stata nuovamente affrontata dalla Cassazione con una recente sentenza [1]. Cerchiamo allora di fare brevemente il punto della situazione.
Coltivare cannabis a casa è reato?
Come abbiamo già spiegato in modo più approfondito in Marijuana: coltivare cannabis per uso personale è reato?, la coltivazione domestica di cannabis costituisce ancora reato.
Le Sezioni Unite della Cassazione, nel 2019 [2], hanno infatti chiarito che «il reato di coltivazione di stupefacenti è configurabile indipendentemente dalla quantità di principio attivo ricavabile nell’immediatezza, essendo sufficienti la conformità della pianta al tipo botanico previsto e la sua attitudine, anche per le modalità di coltivazione, a giungere a maturazione e a produrre sostanza stupefacente». Tuttavia «devono ritenersi escluse dal reato, in quanto non riconducibili all’ambito di applicazione della norma penale, le attività di coltivazione di minime dimensioni svolte in forma domestica, che, per le rudimentali tecniche utilizzate, lo scarso numero di piante, il modestissimo quantitativo di prodotto ricavabile, la mancanza di ulteriori indici di un loro inserimento nell’ambito del mercato degli stupefacenti, appaiono destinate in via esclusiva all’uso personale del coltivatore».
Quindi il tutto si gioca in un’ottica quantitativa e di strumenti che il giudice deve valutare caso per caso.
Ecco perché la Cassazione ha ora ribadito che «la coltivazione di piante destinate alla produzione di sostanze stupefacenti è punibile a prescindere dalla finalità della condotta e dalla natura domestica o meno della coltivazione», poiché ciò che conta è che la condotta «rechi in sé un nucleo minimo di offensività, anche potenziale».
Quando coltivare marijuana è reato?
Numero di piante, quantitativo di stupefacente e impiego di strumenti professionali rendono grave la coltivazione domestica della cannabis, rendendo plausibile l’ipotesi che il ‘raccolto’ sia destinato allo spaccio.
Non avendo però la Cassazione – né avrebbe potuto farlo – fissato dei limiti ben precisi, non ci resta che valutare la singola vicenda per rapportare ad essa i casi successivi e capire quando la coltivazione di marijuana domestica è reato o meno.
Nel caso di specie, un uomo era stato processato e condannato per avere violato il Testo unico sugli stupefacenti, avendo «coltivato piante di canapa indiana e detenuto 85 grammi di marijuana».
Secondo i giudici, però, il quantitativo di piantine rinvenute era insufficiente «per escludere l’uso personale della sostanza». Il riferimento è in particolare a «numero di piante coltivato (una parte era già stata asportata e trasferita altrove), apprestamento di strumenti professionali (serre; fertilizzante; sistema di ventilazione), quantitativo di stupefacente prodotto e già predisposto (85 grammi da cui si possono trarre circa 270 dosi), strumenti di confezionamento (sacchetti in plastica)», tutti elementi, questi, «indicativi della finalità di commercio».
Insomma, ancora una volta si può registrare un profondo gap nell’interpretazione della normativa sugli stupefacenti: sarà di volta in volta il tribunale penale, valutate le circostanze del caso, a stabilire quando la coltivazione a uso personale è reato e quando no.
[1] Cass. sent. n. 4666/2020.
[2] Cass. S.U. ud. 19.12.2019
Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 21 novembre 2019 – 4 febbraio 2020, n. 4666
1. Con la sentenza impugnata, la Corte di appello di Ancona ha confermato nei confronti di Ci. Gi. la condanna del G.u.p. del Tribunale di Fermo in data 29/11/2015, all’esito di giudizio abbreviato, in relazione al reato di cui all’art. 73, comma 5, D.P.R. 309/90 per avere coltivato piante di canapa indiana e detenuto 85 grammi di marijuana, riducendo la pena ad anni uno di reclusione ed Euro millequattrocento di multa.
2.3. Violazione di legge in relazione al principio del ne bis in idem per doppia valutazione della medesima circostanza (esistenza di un precedente penale) ai sensi dell’art. 62-bis e 133 cod. pen.
2.4. Violazione di legge in relazione all’errore nella determinazione della pena ex art. 442 cod. proc. pen., posto che nella impugnata sentenza la pena base viene indicata in anni uno di reclusione (ed Euro duemilacento di multa) e la pena finale, all’esito della riduzione per il rito abbreviato, sempre in anni uno di reclusione (e in Euro millequattrocento di multa).
Costituisce principio consolidato quello secondo il quale la coltivazione di piante destinate alla produzione di sostanze stupefacenti integra il reato di cui all’art. 28, D.P.R. 309/90, a prescindere dalla finalità della condotta e dalla natura domestica o meno della coltivazione. Quel che conta, ai fini dell’integrazione del reato, è che la condotta rechi in sé un nucleo minimo di offensività, anche potenziale (cfr., sul punto, Sez. U, n. 28605 del 24/04/2008, Di Salvia, Rv. 23992, secondo cui «ai fini della punibilità della coltivazione non autorizzata di piante dalle quali sono estraibili sostanze stupefacenti, spetta al giudice verificare in concreto l’offensività della condotta ovvero l’idoneità della sostanza ricavata a produrre un effetto drogante ricavabile»).
2.1. In pendenza del deposito della presente sentenza, questo principio è stato ribadito dalle Sezioni Unite di questa Corte, all’udienza del 19 dicembre 2019, che hanno stabilito, con sentenza non ancora pubblicata, che «Il reato di coltivazione di stupefacenti è configurabile indipendentemente dalla quantità di principio attivo ricavabile nell’immediatezza, essendo sufficienti la conformità della pianta al tipo botanico previsto e la sua attitudine, anche per le modalità di coltivazione, a giungere a maturazione e a produrre sostanza stupefacente; devono però ritenersi escluse, in quanto non riconducibili all’ambito di applicazione della norma penale, le attività di coltivazione di minime dimensioni svolte in forma domestica, che, per le rudimentali tecniche utilizzate, lo scarso numero di piante, il modestissimo quantitativo di prodotto ricavabile, la mancanza di ulteriori indici di un loro inserimento nell’ambito del mercato degli stupefacenti, appaiono destinate in via esclusiva all’uso personale del coltivatore».
Il ricorso, quindi, non si confronta con la motivazione del provvedimento impugnato che ha evidenziato, per escludere l’uso personale delle sostanze, il numero di piante coltivato (una parte era già stata asportata e trasferita altrove), l’apprestamento di strumenti professionali (serre; fertilizzante; sistema di ventilazione); il quantitativo di stupefacente prodotto e già predisposto (85 grammi da cui si possono trarre circa 270 dosi), la presenza di strumenti di confezionamento (sacchetti in plastica), tutti elementi ritenuti indicativi della finalità di commercio della condotta.
3. Il secondo motivo è inammissibile posto che il diniego delle circostanze attenuanti generiche è solidamente ancorato a ben evidenziati elementi di segno negativo (Sez. 3, n. 19639 del 27/01/2012, Gallo e altri, Rv. 252900), quale il precedente penale a carico dell’imputato e l’assenza di elementi da valutare positivamente.
Va ricordato che le attenuanti generiche, nel nostro ordinamento, hanno lo scopo di allargare le possibilità di adeguamento della pena in senso favorevole al reo, in considerazione di situazioni e circostanze particolari che effettivamente incidano sull’apprezzamento dell’entità del reato e della capacità di delinquere dell’imputato. Il riconoscimento di esse richiede, dunque, la dimostrazione di elementi di segno positivo.
Secondo la giurisprudenza di questa Corte Suprema, la concessione o il diniego delle attenuanti generiche rientrano nel potere discrezionale del giudice di merito, il cui esercizio, positivo o negativo che sia, deve essere bensì motivato ma nei soli limiti atti a far emergere in misura sufficiente il pensiero dello stesso giudice circa l’adeguamento della pena concreta alla gravità effettiva del reato ed alla personalità del reo.
Anche il giudice di appello – pur non dovendo trascurare le argomentazioni difensive dell’appellante – non è tenuto ad una analitica valutazione di tutti gli elementi, favorevoli o sfavorevoli, dedotti dalle parti ma, in una visione globale di ogni particolarità del caso, è sufficiente che dia l’indicazione di quelli ritenuti rilevanti e decisivi ai fini della concessione o del diniego, rimanendo implicitamente disattesi e superati tutti gli altri, pur in carenza di stretta contestazione.
Nella fattispecie in esame la Corte di merito, nel corretto esercizio dei potere discrezionale riconosciutole in proposito dalla legge – in carenza di congrui elementi di segno positivo – ha dato rilievo ai precedenti penali dell’imputato.
E’, quindi, immune da vizi la motivazione della Corte d’appello che ha fatto riferimento all’esistenza del precedente penale dell’imputato per determinare la pena, peraltro ridotta in appello e per negare il riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche.
5. I motivi di ricorso sul trattamento sanzionatorio sono inammissibili perché generici e reiterativi, in quanto si limitano a riproporre le doglianze già formulate con l’atto di appello parzialmente accolte dal giudice di secondo grado, che ha ridotto il trattamento sanzionatorio, seppure in misura minore rispetto a quella richiesta, e perché non si confrontano con la motivazione del provvedimento impugnato che, facendo riferimento ai parametri di cu all’art. 132 e 133 cod. pen., ha valorizzato la gravità della condotta e il precedente penale del condannato, riducendo la pena di un terzo rispetto a quella irrogata dal primo giudice.
Alla luce di tali considerazioni, risulta inconferente la doglianza indicata nel quarto motivo relativa all’errore materiale, che il ricorrente individua nella incompleta indicazione della pena base (anni 1 e mesi 6 di reclusione; a fronte della indicazione «anni 1 mesi di reclusione»), perché, come si è visto, da ciò non deriva alcun errore di diritto o vizio motivazionale nella determinazione della pena, avendo la Corte territoriale sviluppato una specifica motivazione di parziale accoglimento del motivo di appello, nonché ridotto in concreto la pena inflitta dal primo giudice.