Source: http://www.ambientediritto.it/dottrina/Dottrina_2005/riforma_ord_penitenziario_zeppi.htm
Timestamp: 2015-05-23 02:39:11+00:00
Document Index: 29926860

Matched Legal Cases: ['art. 27', 'art. 1', 'art. 3', 'art. 32', 'art. 1', 'art. 27', 'art. 27', 'art. 1', 'art. 4', 'art. 13', 'art. 47', 'art. 2', 'art. 48', 'art.17', 'art. 19', 'art. 19', 'art. 21', 'art. 27', 'art. 59']

La riforma dell'ordinamento penitenziario. Ariana Zeppi AmbienteDiritto.it Legislazione Giurisprudenza
La riforma dell'ordinamento penitenziaro
Dal regolamento del 1931 alla riforma del 1975
La riforma penitenziaria del 1975 segna una storica svolta, almeno dal punto di vista dei principi ispiratori, della legislazione sul penitenziario, poich� sostituisce definitivamente il regolamento carcerario fascista del 1931.
Quest�ultimo si ispirava ad una filosofia di applicazione della pena che aveva caratterizzato la normativa in materia sin dall�Unit� di Italia, e che vedeva nelle privazioni e nelle sofferenze fisiche gli strumenti per favorire il pentimento e la rieducazione del reo. Fino a quel momento il carcere era stato concepito come luogo impermeabile e isolato dalla societ� libera. L�isolamento trovava espressione nella disciplina dei rapporti con la societ� esterna - limitati a colloqui, corrispondenza e visite dei prossimi congiunti, peraltro assai restrittiva e aleatoria, in quanto legata al sistema delle ricompense e delle punizioni. Lo stesso valeva per le visite degli istituti penitenziari ad opera di persone estranee all�amministrazione, riservata solo ad un elenco tassativo di personalit�. L�impermeabilit� del luogo e l�isolamento dalla societ� trovavano conferma anche nelle strutture architettoniche dei penitenziari, per lo pi� ispirate al modello del Panopticon1 di Bentham. Alla situazione sinora descritta si accompagnava la previsione di una struttura burocratica rigidamente centralizzata e verticistica dell�amministrazione penitenziaria, con una rigida subordinazione del personale di custodia al direttore, il quale di volta in volta doveva rivolgersi all�amministrazione centrale per ottenere le relative autorizzazioni. Il sistema penitenziario delineato dal Regolamento del 1931 si articolava, dunque, in una serie di strumenti volti ad ottenere, anche attraverso punizioni e privilegi, nonch� attraverso quotidiane pratiche di violenza, un� adesione coatta alle regole, con una costante violazione delle pi� elementari regole del rispetto della dignit� della persona. Per intervenire su siffatto stato di cose si succedettero, nel corso degli anni, numerose iniziative ministeriali e parlamentari, le quali finirono, per�, per nonSessanta, avverse alle forme di violenza legalizzata e che trovarono eco nelle rivolte dei detenuti del 1969, che il clima politico-istituzionale mut�. Con la legge 26 luglio 1975, n. 354 (�Norme sull�ordinamento penitenziario e sull�esecuzione delle misure privative della libert��) il lungo percorso della riforma penitenziaria raggiunse una tappa decisiva, dando seguito alle indicazioni contenute nella Costituzione2.
Lo spirito della riforma del 1975: l�umanizzazione della pena La riforma dell�ordinamento penitenziario del 1975 mette finalmente in pratica, dopo molti anni, un dettato costituzionale rimasto per molto tempo inattuato. Si legge nella Costituzione, art. 27, terzo comma: �Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanit� e devono tendere alla rieducazione del condannato�.
Principio basilare di questa concezione � che la pena possa e debba essere tendenzialmente rieducativa, e cio� debba includere una serie di attivit� e interventi di natura trattamentale, finalizzati al reinserimento sociale del detenuto. La legge del �75 attua, perlomeno sulla carta, il principio costituzionale poc�anzi ricordato. Essa afferma che, ai fini del trattamento rieducativo, al detenuto deve innanzitutto essere assicurato il lavoro, sia all�esterno che all�interno del carcere3.
In primo piano vi �, dunque, la figura del detenuto e non pi�, come accadeva nel regolamento del 1931, la dimensione organizzativa dell�amministrazione penitenziaria con le esigenze di disciplina ad essa connesse. L�impianto dell�ordinamento penitenziario pone adesso alla base del trattamento i valori dell�umanit� e della dignit� della persona, ai quali fa da corollario l�affermazione del principio della assoluta imparzialit� nei riguardi di tutti i detenuti, �senza discriminazioni in ordine di nazionalit�, razza, condizioni economiche e sociali, opinioni politiche e credenze religiose� (art. 1, 2� comma, ord. penit.). Ai detenuti viene assicurata parit� di condizioni di vita negli istituti penitenziari (art. 3, ord. penit.) e nessuno fra essi �pu� avere, nei servizi dell�istituto, mansioni che comportino un potere disciplinare o consentano una posizione di preminenza sugli altri� (art. 32, 3� comma, ord. penit.). Il rispetto per la persona si esprime anche nella previsione per cui �i detenuti e gli internati sono chiamati o indicati con il loro nome (art. 1, 4� comma, ord. penit.): si tratta, evidentemente, di una netta presa di posizione nei confronti della prassi di indicare i reclusi con il numero di matricola fatta propria dal Regolamento del 19314.
L�ordinamento penitenziario vigente � stato, dunque, concepito e voluto dal legislatore in funzione non della sola custodia del detenuto e neppure del mero riconoscimento del suo diritto elementare ad un trattamento conforme alla sua qualit� di persona, ma - in ossequio all�art. 27 della Costituzione - in funzione del recupero sociale del condannato. Anche da norme regolamentari (D.P.R. 431/76) si ha conferma del superamento definitivo della finalit� custodialistica, l� dove si dispone che "la sicurezza, l�ordine e la disciplina degli istituti penitenziari costituiscono la condizione per la realizzazione delle finalit� del trattamento". La privazione della libert�, aspetto afflittivo della pena, diventa in sostanza il mezzo per tendere al recupero sociale del condannato mediante il suo trattamento individualizzato.
L�attuazione di tutti i punti della legge non � stata, ovviamente, immediata. Molti anni sono dovuti passare prima che si desse avvio ad una reale, quanto lenta, riforma dei vari apparati delle istituzioni carcerarie, a partire dagli edifici, alcuni addirittura di epoca rinascimentale, fino al personale qualificato e al trattamento stesso delle pene e dei detenuti5. Individualizzazione del trattamento e misure alternative alla detenzione
La riforma dell�Ordinamento penitenziario � stata dunque realizzata con la legge n. 354/75. La legge � divisa in due titoli, "Trattamento" e "Organizzazione". Il primo titolo si rif� ai principi costituzionali, sia per quanto concerne le modalit� detentive (art. 27 Cost.), sia per tutto quello che riguarda la libert� personale. Il concetto di umanizzazione della pena � ben evidente nell�art. 1, comma 1, della citata legge, che stabilisce: �Il trattamento penitenziario deve essere conforme ad umanit� e deve assicurare il rispetto della dignit� della persona.� E ancora, l�ultimo comma dello stesso articolo recita: �Nei confronti dei condannati e degli internati deve essere attuato un trattamento rieducativo che tenda, anche attraverso i contatti con l'ambiente esterno, al reinserimento sociale degli stessi. Il trattamento � attuato secondo un criterio di individualizzazione in rapporto alle specifiche condizioni dei soggetti.�6
Di fondamentale importanza � l�art. 4 dell�ordinamento, che assicura ai detenuti e agli internati l�esercizio personale dei loro diritti anche se si trovano in stato di interdizione legale. La decisiva svolta rispetto al Regolamento del 1931 si esprime, dunque, anche nel riconoscimento al detenuto di una propria soggettivit� giuridica, venendo identificato e definito quale titolare di diritti e di aspettative e legittimato all�agire giuridico proprio nella qualit� di titolare di diritti che appartengono alla condizione di detenuto. E si tratta, per lo pi�, di valori tutelati dalla Costituzione, esprimendosi nei diritti relativi all�integrit� fisica, ai rapporti familiari e sociali, all�integrit� morale e culturale7. La riforma interviene poi sui vari aspetti dell�istituzione carceraria, quali, per esempio, le spese per l�esecuzione delle pene e delle misure di sicurezza detentive8, gli edifici penitenziari9 , l�igiene personale10 , il servizio sanitario11, nonch� le attrezzature per le attivit� di lavoro, di istruzione e di ricreazione12. Ulteriore elemento innovativo della legge 354/75 � il trattamento all�individualizzazione: si prescrive, infatti, l�osservazione scientifica della personalit� di ciascun detenuto, cos� da costituire un programma individuale, utile all�assegnare al detenuto il "luogo" in cui scontare la pena (tipo di istituto e sezione). Al riguardo � esemplificativo l�art. 13, il quale stabilisce: �Il trattamento penitenziario deve rispondere ai particolari bisogni della personalit� di ciascun soggetto. Nei confronti dei condannati e degli internati � predisposta l'osservazione scientifica della personalit� per rilevare le carenze fisiopsichiche e le altre cause del disadattamento sociale. L'osservazione � compiuta all'inizio dell'esecuzione e proseguita nel corso di essa. Per ciascun condannato e internato, in base ai risultati dell�osservazione, sono formulate indicazioni in merito al trattamento rieducativo da effettuare ed � compilato il relativo programma, che � integrato o modificato secondo le esigenze che si prospettano nel corso dell'esecuzione.
Le indicazioni generali e particolari del trattamento sono inserite, unitamente ai dati giudiziari, biografici e sanitari, nella cartella personale, nella quale sono successivamente annotati gli sviluppi del trattamento pratico e i suoi risultati.Deve essere favorita la collaborazione dei condannati e degli internati alle attivit� di osservazione e di trattamento.�13
Gli elementi del trattamento previsto dalla riforma riguardano l�istruzione, il lavoro, le attivit� culturali, ricreative e sportive, nonch� gli opportuni contatti con il mondo esterno e i rapporti con la famiglia14. Vi sono due principi molto importanti nella legge del �75: uno riguarda la discontinuit� della pena, con la flessibilit� dei permessi (che permette ai detenuti di riallacciare periodicamente i rapporti umani, a partire da quelli familiari); l�altro riguarda la flessibilit� della pena, con la liberazione anticipata. In base a quest�ultimo principio, il giudice di sorveglianza controlla il comportamento del detenuto, osserva il divenire della sua personalit�, accertandone l�eventuale partecipazione al processo rieducativo, in base al quale poter poi concedere una riduzione della pena. Questa prospettiva non � comprensibile se si rimane legati a un concetto vendicativo di pena. Sta proprio qui il netto cambiamento di ottica insito nel nuovo ordinamento penitenziario.
Si parla, poi, di misure alternative alla detenzione15, che possono consistere nell�affidamento in prova al servizio sociale, nella semilibert� o nella detenzione domiciliare dopo aver scontato met� di determinate pene: la novit�, in questo caso, sta nel fatto che � proprio la magistratura di sorveglianza ad essere chiamata a gestire permessi e misure alternative, attuando cos� una collaborazione inedita con l�amministrazione16.
L�affidamento in prova al servizio sociale � considerato la misura alternativa alla detenzione per eccellenza, in quanto si svolge interamente nel territorio, mirando ad evitare al massimo i danni derivanti dal contatto con l�ambiente penitenziario e dalla condizione di privazione della libert�. E� regolamentato dall�art. 47 dell�Ordinamento Penitenziario, cos� come modificato dall�art. 2 della Legge n. 165 del 27 maggio 1998, e consiste nell�affidamento al servizio sociale del condannato fuori dall�istituto di pena per un periodo uguale a quello della pena da scontare17. La semilibert�, invece, pu� essere considerata come una misura alternativa impropria, in quanto, rimanendo il soggetto in stato di detenzione, il suo reinserimento nell�ambiente libero � parziale. E� regolamentata dall�art. 48 dell�Ordinamento Penitenziario, e consiste nella concessione al condannato e all�internato di trascorrere parte del giorno fuori dall�istituto di pena per partecipare alle attivit� lavorative, istruttive o comunque utili al reinserimento sociale, in base ad un programma di trattamento, la cui responsabilit� � affidata al direttore dell�istituto di pena.18 Le attivit� culturali, ricreative e lavorative La riforma del �75 permette ai detenuti, al fine della rieducazione e del conseguente reinserimento sociale, di avvalersi principalmente dell�istruzione, del lavoro19, della religione, delle attivit� ricreative, culturali e sportive, agevolando opportuni contatti con il mondo esterno ed i rapporti con la famiglia20. Sono questi i nuovi elementi del trattamento che mirano a superare la chiusura e l�isolamento del mondo carcerario.
Un principio importante, infatti, � quello che prevede la partecipazione della comunit� esterna: si profila la possibilit� di uno scambio assolutamente nuovo tra popolazione detenuta e popolazione libera, finalizzato alla rieducazione e al reinserimento dei detenuti nella societ�21.
A tale proposito � di fondamentale rilevanza l�art.17, il quale apre definitivamente le porte del carcere al mondo esterno, stabilendo che la finalit� del reinserimento sociale dei condannati e degli internati deve essere perseguita sollecitando la partecipazione di privati e di istituzioni pubbliche o private all�azione rieducativa. Inoltre esso stabilisce che tutti coloro i quali sono interessati all�opera di risocializzazione dei detenuti sono autorizzati a frequentare gli istituti penitenziari con il permesso del magistrato di sorveglianza, su parere favorevole del direttore, contribuendo, in tal modo, a promuovere lo sviluppo dei contatti tra la comunit� carceraria e la societ� libera22. L�organizzazione di tali attivit� � curata da una commissione composta dal direttore dell�istituto, dagli educatori e dagli assistenti sociali, dai rappresentanti dei detenuti e degli internati, la quale ha peraltro il compito di mantenere i contatti con il mondo esterno utili al reinserimento sociale23.
L�art. 19, ord. penit. riguarda, invece, la formazione professionale, intesa come attivit� istruttiva parascolastica, che mira a favorire il reinserimento sociale del detenuto attraverso l�apprendimento delle tecniche per lo svolgimento di una attivit� produttiva. La disciplina penitenziaria tende, dunque, a favorire l�istruzione (anche professionale), non ricorrendo allo strumento dell�imposizione, ma prevedendo una serie di incentivi (economici, concessione di alcuni benefici) volti a stimolare il detenuto nel compimento di una scelta, tendenzialmente libera e responsabile, in ordine alla frequenza dei corsi.
L�impegno dell�amministrazione penitenziaria a sostenere gli interessi umani, culturali e professionali dei detenuti, non si traduce solo nel dovere di curare la formazione scolastica e professionale dei reclusi, ma � teso anche alla promozione di nuovi stimoli e interessi volti al miglioramento del substrato culturale del condannato. Ad esempio, nel corpo dell�art. 19, ord. penit., � compresa la previsione dell�accesso alle pubblicazioni contenute nella biblioteca, che deve essere istituita presso ciascun istituto. Nella scelta dei libri e dei periodici si deve, peraltro, realizzare una equilibrata rappresentazione del pluralismo culturale esistente nella societ� (art. 21, 2� comma, reg. esec.). Ad ogni modo, l�ordinamento penitenziario distingue l�istruzione dalle attivit� culturali in genere, le quali sono pi� specificatamente menzionate nell�art. 27, ord. penit., nel quale trova definitiva espressione la generale apertura verso tutte quelle attivit� che contribuiscono all�affermazione della personalit� dei detenuti. Oltre ai benefici che possono essere concessi per la partecipazione a queste attivit�, importante sembra la previsione per cui �i programmi delle attivit� culturali, ricreative e sportive sono articolati in modo da favorire possibilit� di espressioni differenziate� (art. 59, reg. esec.). Anche in ambito penitenziario, quindi, pu� e deve trovare espressione il pluralismo culturale e qualsiasi attivit� che contribuisca alla promozione dell�individuo e allo sviluppo della sua personalit�. In questo senso particolare pregio rivestono tutte quelle attivit� che vedono una diretta partecipazione dei detenuti quali, ad esempio, il teatro, lo sport, la redazione di giornali interni, la musica, la pittura24.
Nel secondo titolo della legge troviamo tutta una serie di disposizioni relative all�organizzazione penitenziaria, le quali intervengono in materia di istituti25, di giudici di sorveglianza