Source: https://www.aziendacondominio.it/conflitto-di-interessi/100892
Timestamp: 2020-02-23 04:32:09+00:00
Document Index: 18604909

Matched Legal Cases: ['art. 2373', 'art. 1136', 'sentenza ', 'art. 2373', 'art. 2344', 'art. 1136', 'art. 1394', 'art. 2373', 'art. 1394']

L’ articolo 2373 del codice civile, dettato in materia societaria, stabilisce che il diritto di voto non può essere esercitato dal socio nelle delibere in cui egli ha, per conto proprio o di terzi, un interesse in conflitto con quello della società.
Ove il socio voti, in presenza di un conflitto di interessi, la delibera che rechi danno alla società è impugnabile quando – senza il voto dei soci che avrebbero dovuto astenersi dalla votazione – non si sarebbe raggiunta la necessaria maggioranza.
Il principio (a parte qualche contrastante pronuncia del passato (Si veda per tutte, Tribunale di Napoli, 4 ottobre 1967), è ritenuto applicabile parzialmente alla materia condominiale, in virtù di una interpretazione analogica o estensiva.
Si vedano in questo senso e tra le altre, le pronunce della Cassazione 28 gennaio 1976 n. 270 e 22 luglio 2002, n. 10683, per le quali, nel computo delle maggioranze dell’ Assemblea del condomìnio è applicabile la norma dettata in materia di società per il conflitto di interessi.
Tuttavia, non sarà l’ assemblea condominiale a poter impedire il diritto di voto al condòmino in conflitto.
Questo conflitto potrà eventualmente essere accertato dal giudice, nel caso in cui la delibera assembleare venisse impugnata. Dall’ applicabilità dell’ art. 2373 del Codice Civile alla materia condominiale, deriva che deve essere ravvisata una situazione di conflitto di interessi tra condomìnio e condòmino tutte le volte in cui sussista una situazione giuridica idonea a determinare la possibilità che il potere deliberativo dell’ assemblea sia esercitato dal condòmino in contrasto con l’ interesse collettivo e, cioè, quando il condòmino sia portatore di un interesse personale all’ adozione di decisioni diverse da quelle vantaggiose per il condomìnio.
Il conflitto di interessi può anche essere soltanto potenziale, non essendo necessaria la ricorrenza di sintomi indicativi dell’ effettività del conflitto, ma non è configurabile qualora sia possibile identificare, in concreto, una sicura divergenza tra le ragioni personali (che potrebbero concorrere a determinare la volontà dei condòmini di maggioranza, e l’ interesse istituzionale del condomìnio (Cassazione, 14 novembre 1997 n. 11254 e cassazione, 18 maggio 2001, n. 6853).
E così, ad esempio, la semplice qualità di amministratore di un impresa, cui siano affidati lavori riguardanti le parti comuni, è insufficiente a dare vita ad un conflitto di interessi, che è ipotizzabile soltanto ove il condòmino, in quanto amministratore dell’ impresa, persegua un interesse contrastante con l’ interesse alla esecuzione, a regola d’ arte ed in modo economico, dei lavori sulle parti comuni (Cassazione 18 maggio 2881, n. 6853).
Certo è che, ove sussista un conflitto di interessi, "le maggioranze necessarie per approvare le delibere sono inderogabilmente quelle previste dalla legge in rapporto a tutti i partecipanti e al valore dell’ intero edificio, sia ai fini del conteggio del quorum, sia di quello deliberativo, compresi i condòmini in potenziale conflitto di interessi con il condomìnio, i quali possono (non debbono) astenersi dall’ esercitare il diritto di voto.
Pertanto, anche nell’ ipotesi di conflitto di interesse, la deliberazione deve essere presa con il voto favorevole di tanti condòmini che rappresentano la maggioranza personale e reale fissata dalla legge, e, in caso di mancato raggiungimento della maggioranza necessaria per impossibilità di funzionamento del collegio, ciascun partecipante può ricorrere all’ autorità giudiziaria" (Cassazione, 30 gennaio 2002, n. 1201).
Il che sta a significare che il condòmino in conflitto di interessi deve essere computato non solo ai fini del quorum costitutivo dell’ assemblea, ma anche ai fini del quorum deliberativo.
Ed infatti, nel caso di conflitto di interessi, il rimedio di escludere il condomìno in conflitto dal diritto di voto, finirebbe per sovvertire il principio della doppia maggioranza, stabilito inderogabilemente dall’ art. 1136 del Codice Civile.
Si legge in paricolare, nella motivazione della ultima sentenza richiamata:
"L’ esigenza di garantire la conformità della delibera all’ interesse del condomìnio non si soddisfa attribuendo un potere inconsueto ai condòmini imparziali, perchè ciò contrasterebbe con la intangibilità delle maggioranze di legge, disposte in considerazione della tutela dei diritti dei singoli condòmini sulle parti comuni".
E’ vero che, in materia di società di capitali, oltre all’ ipotesi disciplinata dall’ art. 2373 del Codice Civile, si prevedono anche altre ipotesi, nelle quali il socio può esercitare il diritto di voto; si veda, ad esempio, l’ art. 2344, comma quattro, Codice Civile.
E’ vero anche che, nel diritto societario, sono previsti casi in cui le azioni per le quali il diritto di voto è sospeso, sono computate nel capitale ai fini del calcolo delle quote richieste per la costituzione e per le deliberazioni dell’ assemblea (Art. 2357 ter, comma 2 del Codice Civile).
Ma è altresì vero che l’ analogia tra disciplina societaria e disciplina condominiale, in tema di conflitto di interessi, non è totale, posto che nella normativa condominiale non è prevista alcuna ipotesi per la quale, ai fini del computo del quorum costitutivo e deliberativo, non si debba tener conto di tutti i condòmini e di tutte le quote.
Al contrario, in condomìnio, in presenza di una disciplina peculiare delle maggioranze assembleari, caratterizzata dalla inderogabilità anche in meno del doppio quorum, avuto riguardo alla funzione strumentale del principio maggioritario, in ragione della tutela dei diritti dei singoli sulle parti comuni e della garanzia del godimento delle unità immobiliari in proprietà esclusiva, non possono applicarsi i princìpi elaborati in tema di società di capitali, calcolando le quote dei condòmini in conflitto di interesse potenziale, solo ai fini del conteggio del quorum costitutivo ed escludendole, invece, dal computo del quorum deliberativo.
E, dunque, in condomìnio le maggioranze necessarie per approvare le delibere, devono ritenersi quelle richieste inderogabilemente dall’ art. 1136 del Codice Civile, in rapporto a tutti i condòmini ed al valore millesimale dell’ intero edificio.
Ciò a parte, e sempre con riferimento al conflitto di interessi del condomìnio, occorre tener conto anche del disposto di cui all’ art. 1394 del Codice Civile, per il quale "il contratto concluso dal rappressentante in conflitto di interessi col rappresentato, può essere annullato su domanda del rappresentato, se il conflitto era conosciuto o riconoscibile dal terzo".
Il che significa che il conflitto di interessi tra condòmino e condomìnio (di cui all’ art. 2373 del Codice Civile) è cosa diversa del conflitto di interessi tra rappresentante e rappresentato (di cui all’ art. 1394 del Codice Civile).
In particolare, il conflitto di interessi tra il condòmino e il condomìnio non verte tra interesse personale del rappresentato e interesse pure personale del rappresentante, ma tra quest’ ultimo e quello della collettività cui partecipa il rappresentato, "onde ogni partecipe della collettività stessa è legittimato, nel comune interesse, a far valere il conflitto e ad invocare la tutela ordinamentale" (Cassazione, 22 ottobre 2002, n. 10683).
In quest’ ottica, la situazione di conflitto tra interesse proprio e interesse collettivo, in cui uno dei soggetti partecipanti all’ assemblea, non può ritenersi aprioristicamente estesa anche ai condòmini, che abbiano rilasciato la delega, non impartendo specifiche istruzioni in ordine alla volontà da manifestare il voto.
Si presume, infatti, che i condòmini deleganti, nel conferire il mandato, abbiano valutato anche il proprio interesse, non personale ma in quanto componenti della collettività, e quindi l’ interesse generale del condomìnio, e l’ abbiano ritenuto conforme a quello portato dal delegato.
Quest’ ultima presunzione può risultare inapplicabile solo ove sia dedotto e dimostrato che il delegante non era a conoscenza o non era in grado di rendersi conto, con la normale diligenza, della situazione di conflitto.
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