Source: http://malacoda4.webnode.it/pensiero-filosofico-sociale-e-diritto-successorio-mortis-causa/
Timestamp: 2017-10-17 07:42:46+00:00
Document Index: 155191426

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 587', 'art. 47', 'art. 42', 'sentenza ', 'art. 630']

PENSIERO FILOSOFICO-SOCIALE E DIRITTO SUCCESSORIO MORTIS CAUSA ::Malacoda4
PENSIERO FILOSOFICO-SOCIALE E DIRITTO SUCCESSORIO
- Derivazioni filosofiche del diritto successorio a causa di morte.
- Pensiero sociale e diritto successorio tra contrattualismo e post-contrattualismo.
- Il diritto successorio nel pensiero engelo-marxiano, tra programmi, utopia e revisionismo.
La struttura, il contenuto precettivo e la funzione del diritto successorio vengono solitamente studiati come una sezione iper-tecnica e nozionistica del diritto civile vigentista, nelle sue diverse stagioni storiche. A rigor di logica, tuttavia, la sostanza di tale res materiae - la succedibilità di uno o più soggetti, qualificati o qualificabili, nella dimensione patrimoniale di un determinato altro soggetto a partire dal momento in cui questi cessa di vivere - risulta politologicamente e normativamente riconducibile al piano delle fondamenta dell'identità statuale, nonché al telaio dei rapporti intrinseci alla società in seno alla quale le istituzioni, e gli istituti, vengono edificati.
Il versante testamentario del diritto successorio, in dottrina, è stato storicamente salutato come il vessillo giuridico del mondo della conservazione (1): le regole codicistiche di disciplina del fenomeno successorio a causa di morte sono state valutate addirittura come asservite alla preminenza del dato egoistico su ogni altra esigenza, che non sia quella di soddisfare al più ottuso individualismo (2). Autorevole dottrina, poi, vede nel testamento un mezzo che consentendo di realizzare interessi patrimoniali e non patrimoniali la cui rilevanza è post mortem, sia capace di soddisfare quella molteplicità di bisogni di cui ogni individuo è portatore, e alla cui soddisfazione deve tendere l'ordinamento giuridico (3). Per tale ultima scuola di pensiero, quindi, l'atto giuridico in questione non risulta essere un mero "triomphe de la liberté dans le droit civil" (4), bensì un atto di volontà che, adeguatamente vestita, si dirige a effetti giuridici, senza dimenticare che tale volontà si riannoda al sentimento, essendo la traduzione, anche giuridica, della realtà degli affetti, delle emozioni, degli ideali, delle convinzioni (5).
Se correttamente si pensa al testamento come mezzo giuridico volto non solo ad operare la scelta dei successibili ma anche idoneo a racchiudere differenti manifestazioni volitive dei consociati, gli si può riconoscere l'attitudine di strumento che concorre a valorizzare la personalità umana ai sensi dell'art. 2 della Costituzione italiana (6), come storicamente sancito e come dal 1948 in poi è stato spesso affermato in seno alle riflessioni di illustri studiosi. In tale prospettiva, così, il testamento è caratterizzato da un notevole interesse sociale (7). Esso è stato inquadrato appunto come veicolo di trasmissione, poiché una volta che è stata riconosciuta la proprietà privata è corollario di tale riconoscimento il fatto che se ne consenta la trasmissione, anche mortis causa, ed il testamento non può che esserne un veicolo (8). Seguendo ancora il filone della cura ed anzi della esaltazione della personalità dell'individuo, risulta naturale la predisposizione legislativa di mezzi con i quali l'oggetto di tale cura ed esaltazione possa realizzarsi, ed il testamento, quale strumento di attuazione dell'autonomia dei privati, è fra essi (9). Come chi qui scrive ha avuto modo di rilevare, "il testamento, così, diviene uno strumento di governo di una sfera fenomenologica giuridicamente rilevante, di un piano patrimoniale connesso alla persona, e quindi, in fin dei conti, di una dimensione dell'essere che si fa (più) libertaria, in una libera e sempre revocabile ridefinizione volizionistica del dover essere privatistico-autodeterminazionistico. Non si tratta di voler edificare, pseudo-nietzschianamente, uno über-testament, ma di rendere pienezza al contenuto oggettivo implicato nel senso delle terminologie legislative [in tal caso la definizione di testamento contenuta nell'art. 587 del codice civile italiano del 1942] per come esse si presentano effettivamente all'interprete" (10).
Sul versante opposto all'individualismo egoistico-liberale, e in una posizione pure distinta da quelle posizioni che potrebbero esser definite di esistenzialismo testamentario, attinenti alla dimensione libertaristico-realizzativa nonché a carattere sociale del testamento, poi, possono essere isolate ed illustrate brevemente le istanze e le teoriche che esaltavano la forma legittima (o ex lege) di successione mortis causa: l'attenzione in tali intendimenti dottrinali veniva spostata dalle esigenze realizzative della persona del testatore alle esigenze dei predeterminati destinatari dell'attribuzione a titolo successorio a causa di morte. Tale predeterminato automatismo attributivo era scandito dalla legge, a fronte di esigenze non tanto di perpetuazione del casato e del patrimonio (perpetuazione che nell'età medievale e dell'ancien régime era associata al principio della rigida unitarietà successoria), quanto a fronte del farsi strada del principio solidaristico nei confronti dei bisogni della famiglia per il tempo in cui uno dei componenti della stessa cessava di vivere.
Il rapporto tra diritto successorio e fenomenologia, struttura e istituzione familiaristica è ampliamente riconosciuto. Lo sviluppo della successione legittima moderna si è avuto con il mutarsi della formazione naturale familiaristica, in particolare con l'avvento della famiglia cosiddetta nucleare. Nell'Italia centro-settentrionale già a partire dal secolo XIV gli artigiani immigrati nelle città tendevano a staccarsi dal modello delle famiglie estese, diffuso nelle campagne, ove non vi era crisi degli alloggi e dove l'organizzazione del lavoro richiedeva la partecipazione di strutture familiari ricche di braccia (11). Autorevole dottrina storica, d'altro canto, rileva come un ruolo pregnante sul permanere nelle campagne italiane di un modello di famiglia estesa e a struttura multipla orizzontale l'abbia avuto l'influenza dei contratti agrari maggiormente diffusi (colonie, mezzadrie e gabelle) (12). La voce dottrinale sopra richiamata (13), poi, ha riportato nella propria lezione un pensiero antipaternalistico che Cesare Beccaria aveva alla fine del XVIII secolo espresso, riprendendo parzialmente la concezione lockiana: l'idea della libertà nasce nella famiglia e non si possono avere libertà politiche e nemmeno una società ordinata su soggetti liberi se non si hanno famiglie costituite da individui uguali e liberi (14).
Delineato un fugace assaggio sull'ordine successorio in generale nella cultura italiana, è ora possibile inquadrare la fenomenologia del succedere nella teoria generale del diritto, da un punto di vista statico e da un punto di vista dinamico, per poi passare a trattare brevemente il problema d'indagine, ossia il rapporto tra la dimensione tecnica della precettività giuridica, e il magma di tendenze politologico-filosofiche (in particolare di stampo sociale) che appunto gravitano intorno all'humus logico-normativo in atto, e a quello in potenza.
La situazione dell'ordo successionis analizzata sotto il profilo dialettico dell'ordo ordinans,tra autonomia ed eteronomia dei privati, rivela una società che rappresenta essa medesima la fonte indiretta degli assetti proprietari e possessori, nella trasferta della loro titolarità soggettiva da un de cuius ad un superstite; il regime di tale transumanza giuridica nella attribuzione mortis causa dell'avere, sotto il profilo dell'ordo ordinatus, invece, mostra una società che costituisce il mero oggetto generale e diretto dei precetti disciplinativi. Una siffatta materia, così dipendente dagli equilibri di base delle organizzazioni umane, semplici o complesse che siano, non può essere relegata ad una dimensione monadica dalla quale risulta scientificamente e pragmaticamente troppo distante il susseguirsi, e il comporsi, delle tensioni della liberalistica, del socialismo eterodosso, del comunismo scientifico-marxista, del neocomunismo movimentista della perpetuazione delle res communes omnium in fieri, della democrazia rappresentativa e di quella cosiddetta diretta, e ancora, del costituzionalismo e del neocostituzionalismo degli umani diritti civili, sociali e ambientali.
Le interferenze tra politica e struttura-contenuto-funzione del diritto successorio sono incasellabili nelle categorie inferenziali della logica formale: i fatti da qualificare giuridicamente a fini regolativi (le premesse minori) costituiscono i presupposti di un determinato effetto risultante (l'assetto ordinativo successorio), ma per poter giungere a tale assetto occorre una premessa maggiore, la quale altro non è se non la legge, e l'autonomia privata nell'an, nel quomodo, nel quantum riconosciuto dalla legge medesima. Ciò in un regime giuspositivistico. A voler indagare sulle ragioni di tale formula positivistica, e sul perché del contenuto di ogni dato normativo scritto, poi, occorre riferirsi alla storia delle idee. L'inferenza logica, pertanto, dovrà fare un passo indietro, e andare alla ricerca della composita ragione della propria premessa maggiore.
Mentre nei Paesi di ispirazione liberalistico-capitalistica il diritto successorio respira un ampio orizzonte contenutistico e dinamico, essendo una consecutio della libertà riconosciuta in ambito economico attraverso la garanzia formale della titolarità in capo ai privati dei mezzi di produzione e circolazione della ricchezza, molto più problematica si fa la questione successoria negli assetti statuali di ispirazione socialistica.
Si è detto sopra come nell'assetto positivo costituito, globalmente considerato, siano la legge e l'autonomia privata i due punti cardini strutturali del diritto successorio: passando dalla struttura al contenuto giuridico-istituzionale, poi, si deve osservare come questo dualismo si attualizza precettivamente con la successione legittima o ex lege, da un lato, e con la successione testamentaria o ex testamento, dall'altro lato. In un ordinamento figlio di una dimensione politica di marca liberale lo strumento testamentario viene incasellato nella teorica del negozio giuridico, di origine tedesca (facendo salva una autorevole voce dottrinale storica che lo ha inquadrato nella categoria degli atti a forma documentale non negoziali, ma idonei a contenere negozi mortis causa (15)). L'atto testamentario, sul piano logico, viene così ad assumere la consistenza di un ente di ragion pratica funzionalizzato ad una peculiare (mortis causa) manifestazione dell'ampia autonomia negoziale, riconosciuta e garantita dall'ordinamento; un atto con causa attributiva - per antonomasia - ma anche ablativo-destitutiva, e quindi diseredativa; esso, infatti, presenta una ratio causale neutralmente regolativa del fenomeno successorio a causa di morte, entro le forme e i limiti posti dalla legge.
In dottrina è stato rilevato lo stretto legame tra successione e fondamento politico dell'ente statuale. È stato infatti sostenuto che l'istituto della successione (e quindi non solo il fenomeno bensì l'istituto) è strettamente legato, sul piano politico, al problema della giustificazione della proprietà (16).
Nella storia la legittimità dell'acquisto per successione è stata oggetto di aspre contestazioni, soprattutto ad opera dei socialisti cosiddetti utopisti, poiché essi ritenevano che tale successione costituisse un ingiusto privilegio consacrante il "diritto all'ozio" dei fortunati nati in una famiglia ricca (17). L'eventuale scelta del legislatore di ignorare le esigenze della trasmissibilità mortis causa di determinate situazioni giuridiche patrimoniali, secondo una voce dottrinale non isolata, condurrebbe al disordine sociale scaturente dalla circostanza che tutti i beni dei defunti diverrebbero res nullius, con conseguente corsa all'accaparramento, e ancora, che le obbligazioni si estinguerebbero con conseguente mancato soddisfacimento delle posizioni creditorie ed inevitabile paralisi delle dinamiche nei rapporti obbligatori, motori dell'economia moderna, e che il possesso cesserebbe con conseguente perturbamento dell'assetto sociale connesso ai rapporti di fatto (18).
Si è menzionato il filone socialistico, poco sopra. Quando si parla di pensiero socialista, però, occorre distinguere il piano critico di partenza, ossia la contestazione delle diseguaglianze socioeconomiche, dal piano escatologico, liberazionistico, edenico della dialettica storica umana in generale, ossia la realizzazione dell'estinzione della divisione in classi sociali e la fine della alienazione del lavoratore; e occorre pure distinguere i due piani anzidetti dalla sfera delle metodologie a scaglioni cronologici attraverso le quali la cultura socialista intendeva riedificare l'intera società. In ambito di pragmatica metodologica, appunto, i disparati filoni socialistici appartengono a scuole di pensiero a dir poco divergenti: l'utopismo proudhoniano, inquadrabile nel filone del protosocialismo dell'età moderna, per esempio, non propina una organica pratica della transizione evolutiva dell'organizzazione statuale, dal dominio delle divergenze socioeconomiche alla socializzazione della fonte e dei presupposti dei rapporti di dare-avere in societas. È stato il filone del socialismo engelo-marxista che ha tentato di organizzare il mutamento attraverso alcune direttive metodologiche, di carattere programmatico, le quali toccano anche il diritto successorio acquisito nell'età moderna più matura, ossia nell'età della tendenziale affermazione del filone liberaldemocratico.
L'avvento del modello liberale di Stato, dopo le stagioni della Rivoluzione francese della fine del XVIII secolo e dopo i moti del movimento liberaldemocratico europeo della prima metà del XIX secolo, aveva tracciato la via delle libertà e dell'autonomia iure privatorum: i cittadini dell'Europa continentale disponevano e dispongono di facoltà che possono esercitare per realizzare i propri obiettivi economici, e il frutto del proprio agere oeconomicus può essere trasmesso ex lege o ex testamento ad altri soggetti, senza passare dal filtro dello Stato. Quest'ultimo si aggancia giuridicamente ai beni dei cittadini defunti soltanto come soggetto ultimo, erede necessario (19) sì, ma di extrema ratio, e non per una questione di nobile ripartizione equa ed egualitaria delle ricchezza tra gli esseri umani, bensì per ragioni di ordine degli assetti proprietari, onde evitare il pericoloso gravitare di ammassi d'incurate res nullius.
In un'ottica liberalistica di teoria generale del diritto civile, comunque, si è soliti ritenere che l'estinzione della persona fisica con l'evento della morte rende attuale l'esigenza di disciplinare il mutamento di titolarità della posizione giuridica patrimoniale del defunto, e quindi della globalità dei diritti, degli obblighi e delle situazioni soggettive trasmissibili per via successoria, stabilendo ordine e modalità di devoluzione degli stessi (20). Non risulta idonea, nell'assetto vigente, la soluzione secondo cui potrebbe essere lo Stato ad acquisire il patrimonio del de cuius, sia per l'impopolarità sociale che ciò comporterebbe, con conseguente frustrazione della propensione al risparmio ex art. 47 Cost., e del reimpiego dello stesso nell'acquisto della proprietà (arg. art. 42 Cost.) (21), sia per l'evidenza storica costituita dall'esperienza degli ordinamenti socialisti, nei quali pure oggi permane il diritto ereditario e si conosce il fenomeno successorio (22).
Dopo il ricordo degli eccessi vincolistici di matrice feudale nel diritto successorio, i meccanismi di base di tale area del diritto sono rimasti quelli dell'èra cosiddetta borghese, sostanzialmente; le istanze dei socialisti utopisti di livellare il tessuto economico dei consociati, rifondando attraverso una sorta di ricontrattazione sociale non solo gli assetti dello status quo ante ma anche le modalità di trasmissione e dismissione delle ricchezze già acquisite è risultato un vezzo egualitaristico, per i più tradizionalisti, e un'idillica impresa irrealizzabile (pur) per i nuovi progressisti dell'equità.
Come la storia del pensiero giuridico e sociale riflette bene sulla scacchiera degli eventi, gli esseri umani, ordinariamente, ben rinunciano al loro libertinaggio per preservare gli interessi generali della sicurezza, dell'ordine e della pace sociale, ma non rinunciano facilmente alla loro libertà economica e circolatoria, trasmissiva, successoria, e se pure intendono reimpostare alcuni meccanismi per una maggiore uguaglianza tra cittadini, non solo di fronte allo Stato e agli enti ordinamentali tutti ma anche nello Stato e negli enti tutti, non risultano comunque propensi ad affrontare ulteriori limitazioni nella sfera delle proprie esistenze giuridiche private, le quali, fino al resistere dell'età medievale (di cui ancora forse è vivo il timoroso ricordo) venivano sacrificate sugli altari degli eteronomi filtri delle signorie feudali. Il rapporto tra diritto successorio e riorganizzazione in senso collettivistico, equo ed egualitario, del vivere associato, pertanto, risulta esile, poiché tale relazione resta regolata attraverso lo strumento della normazione tributaria, quando questa propina imperativamente un'accentuata gradazione del principio di progressività dei prelievi per mano pubblica. Il rapporto tra diritto successorio e spinte ideologiche di tipo redistributivo, così, al di là della anzidetta progressività tributaria di alcune stagioni legislative, non giunge solitamente a dimensioni ultronee che mettano in discussione l'an e il quomodo dell'istituzione giuridica della successione mortis causa considerata di per sé.
Per quel che concerne la struttura, e non il mero contenuto, del meccanismo successorio nel diritto, occorre quindi porre sotto osservazione la corrente del cosiddetto contrattualismo nelle sue diverse e diacroniche manifestazioni storico-filosofiche.
Una delle migliori voci dottrinali (23), in una riflessione ove si contrappone il pensiero secondo cui l'uomo è fatto dalla società col pensiero secondo il quale l'uomo è fatto per la società, ha descritto il vecchio contrattualismo - per esempio quello lockiano - come una scuola filosofica in cui gli individui empirici costituiscono il criterio di giudizio della società, e il mezzo di determinazione del contenuto del contratto sociale. Nel filone del cosiddetto vecchio contrattualismo sono state rintracciate pure delle potenzialità rivoluzionarie, basate sulla possibilità di annullamento del contratto sociale in seguito alla sua violazione da parte del potere (24), costituito esso stesso a mezzo del medesimo contratto e funzionale alla protezione dei diritti naturali degli individui.
Se nelle riflessioni teoriche si transita dal piano del contenuto stricto sensu del diritto successorio, a quello della struttura fondante la stessa ratio del meccanismo esplicativo del succedere, a rigore, si passa dalla dimensione del de iure condito a quella del de iure condendo quale causa storica del de iure condito in vigore. Insieme, queste due dimensioni, costituiscono la sfera del giusvigentismo, quale conseguenza del giuspositivismo. Il punto di contatto tra diritto, politica del diritto, ideologie (o comunque ideali politici) e fondamenta identitarie degli enti pubblici è costituito dalla stessa osservazione della dinamica dei diritti, rivendicati come naturali ma non ancora riconosciuti, o dei nuovi diritti, inerenti ad esempio ad un campo di nuova scoperta scientifica, come i diritti conseguenti all'applicazione delle nuove tecnologie. Tali diritti naturali non ancora giuridicamente vigenti, e tali neodiritti ribattezzabili come progressivamente naturali, alcuni, o connaturati alle neotecnologie, altri, nel loro farsi strada tra i meandri giurisprudenziali della dimensione del de iure condendo, e sui piedistalli dei progetti di legge o dei programmi politici, transitano step by step, in atto o soltanto in potenza, nella dimensione del diritto positivo in senso stretto, o vigente.
Come una ricostruzione storica della civilistica successoria (25) ha ricordato, per immemorabile tempo nella tradizione romanistica successiva all'età classica è stato in voga il broccardo secondo cui "Solus Deus, non homo, heredem facere potest". Se solo il Deus può designare predestinatamente e in generale gli eredi, oltre a doversi dimostrare l'esistenza di quel motore immobile aristotelico da cui promana ogni ratio, anche normativa, si fa necessaria pure la dimostrazione dello specifico ed eventuale legame tra la qualifica di erede e il volere eteronomo assoluto, non della legge, mutabile, ma dell'entità massima, causativa ed incausata. Una società secolarizzata non rintraccia più il fondamento del diritto successorio nel principio espresso nel broccardo sopra menzionato, e nemmeno la cosiddetta dottrina del perdono, che più avanti sarà considerata nella presente breve trattazione, ispira il proprio statuto ontologico ad una così ferrea eteronomia teologica.
Non è necessario l'intervento del materialismo di stampo socialistico per confutare gli eccessi dell'ipertrofia antivolontaristica derivanti dall'anzidetto broccardo teologico-successorio, e per affermare una secolarizzata visione del fondamento della successione per come essa si manifesta tradizionalmente ormai da millenni, ossia come successione primariamente familiaristica. Al de cuius non succedono i familiari perché così è stato rivelato una volta per tutte dal Deus, ma perché così ha statuito l'essere umano nel momento costruens del suo organizzarsi in società; altrimenti si confonderebbero i piani, ma, pur a voler considerare in modo olistico il piano d'indagine, tra razionalismo e teologismo, nello sposare il principio contenuto nel broccardo sopra riportato si finirebbe col frustrare la portata e la spinta del libero arbitrio, riconosciuto in seno alla dottrina storico-teologica.
Riprendendo la considerazione delle tesi contrattualistiche, alla ricerca di un fondamento per le strutture istituzionali del reale, nel nuovo contrattualismo rousseauiano il contratto sociale non è altro che l'eterna e immodificabile razionalità del coesistere sociale, razionalità che può venir violata sul piano del fatto ma che non può essere annullata sul piano del diritto, poiché allo stato di natura non si fa ritorno e dallo stato di società non si esce in quanto esso è appunto eterno (26). Si noti come si sia ancora lontani dal materialismo storico marxiano e socio-evoluzionistico engelsiano, secondo cui la produzione delle idee, delle rappresentazioni, della coscienza è anzitutto direttamente intrecciata all'attività materiale e alle relazioni materiali degli uomini, con la lapidale conseguenza per cui non è la coscienza che determina la vita, ma la vita (materiale) che determina la coscienza (27). Potrebbe quindi scandirsi una vicinanza maggiore di tali premesse scientifiche del materialismo con il vecchio contrattualismo di marca empiristica, piuttosto che con il neocontrattualismo, troppo legato al dato razionalistico puro. Nel marxismo, al di là del metodo materialistico (di per sé più vicino all'empirismo piuttosto che all'astratto razionalismo secentesco), comunque, il razionalismo viene ad accentuarsi maggiormente rispetto all'empirismo nelle conseguenze prospettiche del socialismo quale logica conseguenza necessitata della società umana: malgrado lo stesso Marx abbia rilevato il combinarsi complesso di condizioni non solo soggettive ma pure oggettive per il verificarsi del processo rivoluzionario socialista, il dato razionalistico predomina su quello empirico allo stato attuale della valutazione di tali parti delle tesi marxiane, con la storia effettivamente realizzata e realizzantesi alla mano.
Per Rousseau, invece, l'origine dell'ineguaglianza fra gli uomini è genericamente rintracciabile nel farsi legge del "questo è mio", e quindi nel riconoscimento della proprietà privata, ma da essa non si può uscire. Il fatto che dall'assetto privatistico-proprietario non si possa uscire, però, lo si evince dal non poter più uscire dallo stato di società, stato conseguenziale alla vigenza dello strumento teorico-filosofico del contratto sociale. Quindi si fa dipendere la generale irrecedibilità sociocontrattuale dalla esigenza di scongiurare il ritorno a quello che Hobbes - in frangenti storici sanguinari peculiari del suo tempo secentesco - delineava come lo stato di natura ove l'uomo è lupo verso l'altro uomo.
Rousseau sembra aver preso una coscienza sull'origine delle ingiustizie e sulla logica degli assetti socioeconomici sotto un profilo di statica, ma rinuncia quasi pessimisticamente ad una dinamica di svolgimento, rinuncia che invece non appartiene al pensiero marxiano. Il Contract social, infatti, manifesta il Rousseau che illustra una struttura associativa organizzata per difendere e proteggere per mezzo della forza comune la persona e i beni di ciascun associato (28); mediante tale forza ciascuno unendosi a tutti obbedisce a se stesso e rimane tanto libero quanto lo era prima, attraverso la fictio filosofico-pubblicistica dell'io comune o generale, interpretata dai più, nel corso dei secoli XIX e XX (ma pure oggi), quale presupposto per disparati modelli statualistico-organizzativi, a seconda delle letture di comodo.
Come l'illustre dottrina sopra riferita non ha mancato di chiarire, per il nuovo contrattualismo il contratto sociale è criterio di giudizio degli individui empirici e mezzo di determinazione del contenuto razionale della loro volontà (29). Contenuto e ragione politica del pensiero contrattualistico rousseauiano e degli illuministi è il riconoscimento dell'individuo libero quale punto di partenza della deduzione (30), ma la conclusione in Rousseau, a differenza che negli "altri illuministi", è costituita non dai diritti degli individui bensì dal potere del corpo sociale, passando dalla premessa individualistica alla conclusione statalistica (31) attraverso l'indagine sulla forma di associazione che assicuri difesa e protezione alla persona e ai suoi beni.
Occorre però ora chiedersi se Rousseau considerasse la protezione dei beni in generale, o se avvertisse l'esigenza concreta di organizzare un rifondativo intervento, da parte di quel corpus sociale che assorbe l'individuo all'io generale, nel meccanismo di divisione, godimento e trasmissione inter vivos e mortis causa dei beni delle persone. Al di là se il filosofo, preilluminista per alcuni e già illuminista per altri, fosse propenso a ritenere una visione egualitaristica come la migliore visione auspicabile, non è nel suo pensiero che si scandiscono organiche trattazioni circa la praxis rivoluzionaria per riedificare le strutture della società andando a scardinare il rapporto tra essere umano, titolarità dei mezzi di produzione e di circolazione, e Stato.
Usciti dal periodo dei filoni del vecchio e del nuovo contrattualismo, ed anche dalle cornici degli illuminismi marginali di ispirazione utopico-socialistica che propinavano rifondazioni sociocontrattualistiche del reale, idealizzando Città utopiche o Città filosofiche (32) in cui si ribattezzavano nell'età moderna le antiche tesi del cosiddetto comunismo platonico, la corrente che ha preso in marginale considerazione il meccanismo successorio in un'ottica critico-rifondativa è quella fondata sugli scritti marxiani.
Alle tesi di Karl Marx si sono ispirati i Paesi del cosiddetto socialismo reale, spesso organizzati in forme di capitalismo di Stato, tra distorsioni di connessione con la realtà del mondo occidentale liberale-capitalistico (data l'impossibilità del socialismo in un Paese solo), e contraddizioni interne tra ideali obiettivi preannunciati nei momenti delle rivoluzioni e risultati di fatto conseguiti nel tempo.
Odiernamente si ritiene che il cuore del problema politico sia quello di stabilire quali beni possano appartenere ai privati, non contestandosi la legittimità in sé della successione a causa di morte, come facevano le tesi socialistiche utopistiche e come hanno fatto alcune correnti sovietiche, interpretando in modo ultra-ortodosso un riferimento meramente programmatico e generico che Marx ed Engels avevano confezionato nel loro scritto a mani riunite del 1848, il quale sarà poi intitolato "Il manifesto del partito comunista", e che verrà analizzato sotto il profilo che qui interessa nel prosieguo di questa breve trattazione generale.
Nella struttura dei Paesi socialisti residuati nell'ultima esperienza contemporanea, poi, occorre rilevare come il regime successorio basato sul meccanismo discernitivo dei beni attraverso la qualificazione dualistica dei beni di proprietà personale, da un lato, e dei beni economici, dall'altro, sia una longa manus conseguenziale della disciplina del diritto di proprietà nei propri contenuti e, prima ancora, nelle limitazioni inerenti all'oggetto della titolarità privata.
Per i beni economici (mezzi di produzione) la possibilità di trasmissione ereditaria è legata al riconoscimento dell'iniziativa economica privata; questa è consentita pertanto negli ordinamenti capitalistici mentre è esclusa in quelli socialisti, "ma tale esclusione non è espressamente sancita", costituendo la "logica conseguenza dell'inappropriabilità di tali beni da parte dei privati (se infatti un privato non può essere proprietario di un impianto produttivo, è ovvio che manca lo stesso presupposto perché possa aversi successione mortis causa)" (33). La trasmissione ereditaria dei beni di proprietà personale, invece, "è ammessa anche negli ordinamenti dei paesi socialisti, ravvisandosi in essa la continuazione del vincolo di solidarietà familiare, e ritenendosi inoltre che, se un privato può disporre dei suoi beni donandoli, è giusto che possa disporne anche con atti di ultima volontà" (34).
Una parte della dottrina civilistica novecentesca, Trimarchi, ha enucleato alcuni principi assiologici inerenti all'ordinamento successorio italiano uscito dalla stagione di costituzionalizzazione rigida nell'immediato secondo postguerra. Fra tali cardini generali si ricordi il principio della legittimità della trasmissione patrimoniale mortis causa, in ragione del quale la legge non può sopprimere il diritto alla successione ma soltanto limitarlo attraverso la legge ordinaria; il principio dell'autonomia dei privati; quello della solidarietà familiare quale eteronomico limite all'autonomia privata.
L'istanza solidaristica di cui agli artt. 2 e 3, comma secondo, della Costituzione italiana, a rigore, è stata letta per tutta la seconda metà del '900 in chiave familiaristica anzitutto, per quel che concerne la sfera successoria nel diritto dell'avere. Tuttavia, nella nuova èra della famiglia, pare che la ratio della successione legittima non sia rintracciabile nella tutela familiaristica (35), bensì negli interessi individuali e privati all'acquisto patrimoniale in capo ai singoli chiamati. Ciò si deve probabilmente al processo di concentrazione del nucleo familiare che condiziona l'intero sistema giuridico (36); il fondamento della successione legittima andrebbe rintracciato "non nella tutela della famiglia, ma nell'esigenza di assicurare il fenomeno successorio, utilizzando, a tal uopo, il vincolo di parentela quale criterio sicuro d'individuazione dell'erede" (37).
La tendenza familiaristicocentrica della dinamica traslativa mortis causa costituzionalizzata, comunque, può essere letta come un rafforzamento ed una perpetuazione della precedente scelta civilistico-codicistica dell'inizio degli anni '40 (38), a sua volta in continuità col precedente codice civile Pisanelli sotto il versante dell'autonomia testamentaria. Nella relazione ministeriale del Guardasigilli Giuseppe Pisanelli al codice civile del 1865, infatti, si spiegava la proposta esclusione della diseredazione, sia con l'assorbimento di questa nelle cause di indegnità (istituto invero divergente e di ratio pubblicistica e non privatistico-autonomistica come la diseredazione), richiamandosi alla sostanza del Code francese, sia per ragioni di moralità pubblica, giacché si affermava che la diseredazione implicasse un ethos riprovevole e quindi non meritevole: "Suppone che nell'ultimo atto della vita civile, nell'ora solenne dei moribondi, un padre possa, per sentimento di vendetta, proclamare il disonore della prole, dichiarando sconoscente il figlio, o deturpando il nome della figlia. La supposizione è immorale. Come può mai conciliarsi colla dottrina del perdono? Se la legge ne avesse il potere, dovrebbe, per onore dell'umanità, cancellare la parola del testatore ...".
Da quanto sopra descritto e brevemente menzionato, quindi, può dedursi che da un lato la cosiddetta dottrina del perdono - di ispirazione cristiana - sia stata tra le cause del non riconoscimento della facoltà diseredativa - riconoscimento oggi giurisprudenzialmente riconosciuto in aderenza alla interpretazione letterale del dato normativo codicistico - e, dall'altro lato, che la dottrina de qua sia la ragione primaria della specializzazione della solidarietà codicistica e costituzionale come solidarietà familiare, sulla scia della parabola biblica del figliuol prodigo. Le limitazioni al percorso di svincolo della solidarietà dal centralismo familiaristico-successorio sono state ricanalizzate dal versante socialistico a quello della tradizione di solidarietà generale verso il prossimo tipica della cultura giudaico-cristiana, la quale, invero, di uguaglianza tratta ma non di egualitarismo ideologizzante.
La solidarietà di cui trattavano Marx ed Engels nelle loro fatiche letterarie, così come la libertà di cui i medesimi Autori discorrevano, a rigore, non sono la solidarietà e la libertà come possono essere intese nel panorama della liberalistica tradizionale a loro precedente, ma sono concetti che possono essere intesi nella loro peculiare caratura soltanto se inseriti nel progetto di una filosofia entropica, volta a mettere ordine all'anarchico dirigersi del mercato, dal cui svolgimento venivano e ancora vengono generate sacche di individui rientranti nelle classi subalterne al capitale. La solidarietà e la libertà, nel pensiero engelo-marxiano, devono essere lette insieme soltanto ove si sia passati attraverso il regime della redistribuzione reddituale, come conseguenza della regola di Marx per cui "a ciascuno in base alle sue capacità, a ciascuno secondo il suo bisogno", regola che riempie i vuoti lasciati dalla formalistica ottica delle tre regole d'oro, "honeste vivere", "alterum non ledere", "unicuique suum tribuere" (39); la libertà stessa, poi, assume una veste palingenetico-liberazionistica, e quindi un carattere prettamente antropologico e non soltanto politologico.
"Il manifesto" del 1848, però, assume le vesti di uno scritto programmatico utile alle organizzazioni dei lavoratori. In esso, quasi in una modalità salutabile come un razionalistico manierismo che anela ad un collettivismo messianico, postdemocratico-liberale, veniva affermato che "il proletariato profitterà del suo dominio politico, per togliere via via alla borghesia tutto il capitale, per concentrare nelle mani dello stato, e ossia del proletariato organizzato qual classe dominante, tutti gl'istrumenti della produzione, e per aumentare con la massima celerità possibile le forze produttive. Tutto ciò non può naturalmente accadere se non per via di dispotiche infrazioni al diritto di proprietà, e di violazioni ai rapporti borghesi della produzione, e ossia per mezzo di misure che appariranno quali economicamente insufficienti e insostenibili, ma che nel corso del movimento sorpasseranno sé stesse spingendo a nuove misure, e che per intanto son mezzi indispensabili per raggiungere la sovversione della intera forma di produzione. Codeste misure saranno, s'intende, da paese a paese diverse. Ma nei paesi più progrediti, quelle che qui appresso s'indicano potranno essere a un di presso generalmente applicate: 1) espropriazione della proprietà fondiaria, e impiego della rendita della terra per le spese dello stato; 2) tassa fortemente progressiva; 3) abolizione del diritto d'eredità; 4) confisca dei beni degli emigrati e dei ribelli; 5) centralizzazione del credito in mano allo stato, mediante una banca nazionale con capitale di stato e con monopolio esclusivo; 6) centralizzazione dei mezzi di trasporto in mano allo stato; 7) aumento delle fabbriche nazionali e degl'istrumenti di produzione, dissodamento e miglioramento dei terreni secondo un piano generale; 8) eguale obbligo di lavoro per tutti, organizzazione di eserciti industriali specialmente in vista dell'agricoltura; 9) combinazione dell'esercizio dell'agricoltura e dell'industria, e misure atte a preparare la lenta sparizione della differenza fra città e campagna; 10) educazione pubblica e gratuita di tutti i fanciulli. Abolizione del lavoro dei fanciulli nelle fabbriche, nella sua forma attuale. Combinazione dell'educazione con la produzione materiale" (40).
Il sistema delle nazionalizzazioni ha mostrato in Italia il suo volto fallimentare, e si è proceduto alla privatizzazione formale, ossia al farsi avanti della formula giuridico-istituzionale privatistica di gestione della produzione di beni e servizi, e poi alle dismissioni dei patrimoni degli enti pubblici nazionali e alla privatizzazione sostanziale, con la accentuazione della liberalizzazione del mercato nei vari settori merceologici.
Il punto che nel presente scritto interessa, tra quelli del programma generale de' "Il manifesto", è il terzo, sulla abolizione del diritto ereditario. Nello scritto engelo-marxiano il riferimento risulta generico, e attinente sicuramente ai mezzi di produzione e circolazione della ricchezza, e non ai beni personologici. Non sarebbe altrimenti pertinente alla dottrina politica marxiana una discrasia logica tra l'oggetto specifico della abolizione proprietaria - ossia la proprietà privata dei mezzi fonti di ricchezza - e l'oggetto specifico della abolizione ereditaria. A meno che Marx ed Engels non intendessero propinare nel loro scritto programmatico generale, e a tratti generico, un più semplicistico livellamento, simile all'oggetto delle Citta utopiche dei pensatori egualitaristi a loro precedenti. Nel passo citato, a rigore, viene fatta menzione della diversificazione del programma tra paese e paese, a seconda della maturità del capitalismo, e si fa pure menzione della dipendenza delle misure adottabili a seconda della diacronicità delle varie fasi rivoluzionarie in progressione. Nell'io-comune-proletario engelo-marxiano non ci sarebbe spazio per il meccanismo perpetuativo degli assetti proprietari borghesi, e quindi non ci sarebbe spazio per la successione mortis causa come conosciuta dalla tradizione civilistica di matrice solidaristico-familiarista. Il contrattualismo filosofico pare lontano, ed anche la classica rifondazione sociocontrattuale delle Città filosofiche, poiché nel programma de' "Il manifesto" si è in presenza di una cultura d'azione, e la qualità realizzativa della riedificazione socioeconomica auspicata risulta direttamente proporzionale al grado di sviluppo del capitalismo, il quale, nella teoria marxiana, una volta maturato abbastanza, sarà vittima delle proprie distorsioni cicliche attraverso le crisi del capitale, tra la generalizzata perdita della capacità d'acquisto da parte della società di lavoratori proletari e proletarizzati, e la sovrapproduzione ad opera della classe capitalistica; il capitalismo, così, dovrebbe risultare storicamente recessivo e dare spazio, sulla base della materia produttiva già sviluppata nell'èra capitalistica, all'insediarsi della nuova società.
Una voce nel panorama della storia della filosofia suole discorrere di "antimarxismo dell'ultimo Marx", sostenendo, nell'analisi dell'opera marxiana "Critica al programma di Gotha" del 1875, come prima de' "Il capitale" era solito ritenersi che "l'ideale del liberalismo e quello della democrazia potessero procedere di comune accordo. Il Capitale smentisce quest'illusione. Il popolo, per il Capitale, ha bisogno di democrazia non di liberalismo. Con la Critica invece Marx fa marcia indietro. La massificazione diventa non più la realizzazione del popolo, ma il tossico che lo può avvelenare. L'egualitarismo ottiene un risultato, cui la gente ed il buon senso comune non possono che essere contrari: il risultato che il fannullone ed il lavoratore vengano messi sullo stesso piano. Sostanzialmente il rapporto fra il Marx del Capitale e quello della sua ultima opera, la Critica, sembra riproporre il classico contrasto dell'illuminismo settecentesco tra Rousseau e Voltaire. Il Capitale è un'opera essenzialmente rousseauiana, come ha giustamente sostenuto uno dei maggiori studiosi italiani del marxismo, Galvano Della Volpe. L'ideale del Capitale è nella sostanza quello stesso di Rousseau, cioè l'equiparazione di tutti gli uomini e di conseguenza l'affidamento del governo alla maggioranza numerica. Contro di lui si levò la voce di Voltaire, il quale sostenne invece le difese dell'individuo contro le maggioranze indiscriminate. Ma per gli ideali utopistici, sia di Rousseau che del Capitale può valere la celebre sentenza latina: summa ius, summa iniuria (41)". Questa voce del panorama storico, oltre a leggere come liberale (o maggiormente liberale) l'ultimo pensiero marxiano, pone dei parallelismi col pensiero rousseauiano, col quale invece in precedenza nella presente trattazione si sono stabiliti i dovuti discernimenti nell'impianto metodologico e filosofico-precettivo. Il maggior merito di questa voce, che fa del cosiddetto testamento politico di Marx - la "Critica al programma di Gotha" - la deflagrazione apogeale di un estremo autorevisionismo, sta nel ricordo in questa circostanza critica del broccardo latino riportato al termine del passo citato: summum ius, summa iniuria (42).
Allo stato della ricerca sui testi marxiani, a rigore, risulta non definibile in senso liberale il pensiero di Marx sulla questione successoria mortis causa. Sono pertanto adottabili dei meri tentativi interpretativi, anche in ragione del suo spirito critico nei confronti di alcune posizioni pedanti ed epigonali sposate da coloro che professavano di seguire la sua dottrina politica associandola ad un semplicistico egualitarismo, ma allo stato non è possibile attenersi a stretti parametri filosofico-giuridici per una proposta di ristrutturazione del diritto successorio. Il più certo ed esplicito dei dati rilevabili è quello della sommaria menzione programmatica contenuta nel punto terzo dell'elenco de' "Il manifesto", il quale, rebus sic stantibus, nonché sic et simpliciter potrebbe essere letto come abolizionista nei confronti di quella interessante componente sistemica dell'apparato normativo d'ogni epoca storica organizzata, le successioni ereditarie.
La "Critica", in verità, è opera della frettolosa esigenza che Marx avvertì nel contrastare con rammarico, nervosismo e ironia le posizioni dell'ispiratore del cosiddetto Programma di Gotha, l'avvocato Ferdinand Lassalle, che era stato il capo della corrente tedesca della socialdemocrazia.
Il diritto successorio nel pensiero filosofico marxiano giovanile, stando ai suoi scritti d'azione pragmatica (al di là di quelli di natura soltanto teoretica), sarebbe salutabile come un mero orpello sovrastrutturale, come un accessorio di perpetuazione del sistema di produzione socioeconomica, e la autonomia privata avente ad oggetto i beni produttivi di ricchezza oggettiva risulterebbe conseguenzialmente recessiva dinanzi alle ragioni della riedificazione dell'esistente sulle ceneri del già esistito. Nel pensiero d'azione dell'età matura dell'Autore, però, la questione successoria non viene sistemata sul piano della metodologia politologica e ingegneristico-normativo.
Il diritto successorio, in generale, se affidato al buon senso in una civitas di cittadini coscienti del valore della solidarietà (e il buon senso come sentimento etico della maggior parte dei consociati starebbe alla base di ogni ragionevole rivoluzione fondata sulla coscienza del proprio statuto dinamico di cittadini sovrani), può realizzare - nel suo piccolo - i valori della humanitas, ma quasi mai viene a tal fine utilizzato, di fatto. Il legislatore del 1942, all'art. 630 del codice civile, in ambito di facoltà attributive nell'entroterra testamentario, ha disciplinato l'ipotesi di disposizioni a favore dei poveri. Per una società figlia del costituzionalismo e gravida del neocostituzionalismo dei diritti sociali, in attesa di partorirli sostanzialmente, oltre il formalismo giuridico, la soluzione riformistica appare la più consona, dato che la giustizia sociale non può certamente essere relegata al caso o alla beneficienza dei più ricchi, ma deve essere un punto focale nell'intervento strutturale degli enti pubblici Una sana educazione civica, tuttavia, non può che aumentare la qualità della coscienza sul senso della scelta di porre la propria sfera giuridica in una determinata relazione - piuttosto che in una qualsiasi altra - con la sfera giuridica del prossimo, da un lato, ed alleviare dall'altro le doglie dell'anzidetto parto dei diritti sociali del neocostituzionalismo, necessari per una pregnante realizzazione degli equilibri di decoro esistenziale del soggetto-persona, come singolo e nelle formazioni sociali.
(1) L. BIGLIAZZI GERI, Delle successioni testamentarie, in Comm. cod. civ. Scialoja e Branca, 1993, pp. 2-8-
(2) L. BIGLIAZZI GERI, Il testamento, in Tratt. dir. priv. diretto da P. Rescigno, 6, II, 1982, pp. 5 ss.
(3) G. BONILINI, Manuale di diritto ereditario e delle donazioni, V ediz., 2010, pp. 205 ss.
(4) R. TROPLONG, Droit civil expliqué. Des donations entre - vifs et des testaments, I, 1855, p. 1.
(5) G. BONILINI, Manuale, cit., 205 ss.
(6) G. BONILINI, Il testamento. Lineamenti, Cedam, 1995, p. 6; P. PERLINGIERI, La personalità umana nell'ordinamento giuridico, 1982, pp. 44 ss.
(7) A. TRABUCCHI, L'autonomia testamentaria e le disposizioni negative, in Riv. dir. civ. 1970, I, pp. 39 ss.; G. CRISCUOLI, Il testamento. Corso di diritto civile, 1985, pp. 13 ss.
(8) SCHLESINGER, Successioni (Diritto civile): parte generale, in Noviss. dig. it., XVIII, 1971, pp. 748 ss.
(9) G. BONILINI, Manuale, cit., p. 7.
(10) L. TRISOLINO, La diseredazione tra giurisprudenza e problemi operativi. Breve vademecum per gli studenti e per gli operatori del mondo forense e notarile, Key editore, 2016, 91-92.
(11) A. ROMANO, Famiglia, successioni e patrimonio familiare nell'Italia medievale e moderna, Giappichelli, 1994, p. 84.
(12) M. PACI, Struttura e funzione della famiglia nello sviluppo industriale periferico, in Famiglia e mercato del lavoro in un'economia periferica, 1980, p. 23.
(13) A. ROMANO, Famiglia, successioni e patrimonio familiare nell'Italia medievale e moderna, Giappichelli, 1994, p. 85.
(14) C. BECCARIA, Dei delitti e delle pene, a cura di A. Burgio, XV ediz., 2009, pp. 75-77.
(15) E. BETTI, Teoria generale del negozio giuridico, 1943 (ed. II, 1950), p. 311.
(16) M. DI PIRRO, Compendio di Istituzioni di diritto privato (diritto civile), Simone, 2016, p. 129.
(17) M. DI PIRRO, Compendio, cit., 129-130.
(18) M. C. TATARANO, Il testamento, in Tratt. di dir. civ. del Consiglio Nazionale del Notariato diretto da P. PERLINGIERI, ESI, 2003, pp. 2-3.
(19) In dottrina si contrappongono due scuole di pensiero: da un lato la teorica pubblicistica, la quale, partendo dall'idea di Stato quale soggetto entificato detentore della sovranità in via esclusiva o comunque in maniera sovraordinata rispetto alle altre forme di sovranità, può e deve essere considerato l'unico vero soggetto capace di fare propri i beni vacanti; dall'altro lato, poi, si esprime la teorica privatistica, secondo cui anche lo Stato è un successore legittimo, iure privatorum, e non iure imperii.
(20) M. C. TATARANO, Il testamento, cit., p. 2.
(21) M. C. TATARANO, Il testamento, cit., p. 3.
(22) G. CAPOZZI, Successioni e donazioni, 2002, p. 12.
(23) G. TARELLO, Storia della cultura giuridica moderna (Assolutismo e codificazione del diritto, 1976), Il Mulino, 2014, p. 325.
(24) G. TARELLO, Storia della cultura, cit., p. 325.
(25) D. RUSSO, La diseredazione, Giappichelli, 1998, p. 19.
(26) G. TARELLO, Storia della cultura, cit., p. 326.
(27) K. MARX-F. ENGELS, L'ideologia tedesca, Editori riuniti, 1972, pp. 8 ss.
(28) J. J. ROUSSEAU, Du contract social, ou principes du droit politique, 1762.
(29) G. TARELLO, Storia della cultura, cit., p. 325.
(30) G. TARELLO, Storia della cultura, cit., p. 326.
(31) G. TARELLO, Storia della cultura, cit., p. 326.
(32) Secondo autorevole dottrina, TARELLO, Storia della cultura, cit., p. 348: "A differenza delle classiche Città filosofiche quella di Morelly [studioso e filosofo il cui nome inizia a comparire in scritti filosofici degli anni '40 del Settecento] è però profondamente egualitaria (...) e si fonda sulla divisione in piccole entità economiche autonome entro le quali tutto il lavoro agricolo e di trasformazione viene compiuto in comune. Il rovescio della descrizione in positivo è dato dalla descrizione in negativo - nei frequenti inserti anticlericali e antimonarchici - dei mali che derivano dall'istituzione della proprietà, e che sono tutte le artificiali costruzioni giuridiche dell'ineguaglianza volute da preti e monarchi, da cui derivano i vizi oggetto di repressione penale".
(33) M. DI PIRRO, Compendio, cit., 130.
(34) M. DI PIRRO, Compendio, cit., 130.
(35) L. TRISOLINO, La diseredazione tra giurisprudenza e problemi operativi, cit., p. 97.
(36) R. CIMMINO, Diseredazione e ricostruzione causale del negozio testamentario, in Notariato, I, 2013, p. 36.
(37) R. CIMMINO, Diseredazione e ricostruzione causale, cit., p. 36.
(38) Si ricordi pure una parte autorevole della dottrina civilistica, L. BIGLIAZZI GERI, Il testamento. Profilo negoziale dell'atto (Appunti delle lezioni), 1976, p. 17: "... [la successione legittima] in quanto fondata sulla ... esigenza di tutela della famiglia quale istituto di importanza sociale, perseguirebbe in ogni caso un fine di interesse superiore (onde l'assegnazione del carattere "dispositivo" anziché "suppletivo" alle norme che la regolano) che ne giustificherebbe la funzione primaria assicurandole - nella gerarchia dei valori normativi - la priorità rispetto al regolamento testamentario, predisposto a fini squisitamente individuali".
(39) La regola d'oro dell'"unicuique suum tribuere", attribuita ad Ulpiano (170 ca-228) ma probabilmente di più risalente origine, era già presente nella concettualizzazione platonica ed aristotelica.
(40) K. MARX-F. ENGELS, Il manifesto del partito comunista, 1848, traduz. di Antonio Labriola, ediz. Pubblicata da Menti dinamiche, 2005, pp. 129-130.
(41) A. PLEBE, L'antimarxismo dell'ultimo Marx, Prefazione alla ediz. della "Critica al programma di Gotha. Marx contro il marxismo", Biblioteca di via Senato Edizioni - Milano, pp. 13-14.
(42) A proposito della corrente storiografica che saluta il pensiero marxiano maturo come un pensiero estremamente autorevisionistico, si ricordi la rivisitazione e la rilettura storiografica di F. RUSSO, Postfazione alla ediz. della "Critica al programma di Gotha. Marx contro il marxismo", Biblioteca di via Senato Edizioni - Milano, p. 84: "Se quindi per Marx la fine della supremazia dello Stato sulla società rappresenta il presupposto e l'avvio del processo di trasformazione della società, è aberrante interpretare la sua espressione (sicuramente poco felice) "dittatura rivoluzionaria del proletariato" come la giustificazione di regimi dittatoriali, magari sedicenti "marxisti", in quanto essi, gerarchici e statalisti, sono l'esatto contrario dell'abolizione della supremazia dello Stato sulla società: egli, evidentemente, con quell'espressione poco felice si riferiva solo a una modificazione dei diritti e dei doveri dei lavoratori e dei proprietari".
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