Source: https://www.dirittiregionali.it/2011/03/01/la-proposta-di-creazione-del-principato-di-salerno-e-i-dubbi-di-costituzionalita-dellufficio-centrale-per-il-referendum/
Timestamp: 2019-05-25 16:55:54+00:00
Document Index: 78037781

Matched Legal Cases: ['art. 132', 'art. 132', 'art.132', 'art.132', 'art. 132', 'sentenza ']

La proposta di creazione del "Principato di Salerno" e i dubbi di costituzionalità dell'Ufficio centrale per il referendum - Diritti Regionali
/ Archivio (2011-2015) / La proposta di creazione del "Principato di Salerno" e i dubbi di costituzionalità dell’Ufficio centrale per il referendum
La richiesta di referendum ex art. 132 della Costituzione, per il distacco del territorio della provincia di Salerno dalla regione Campania ai fini della creazione di una nuova regione coincidente appunto con il territorio dell’attuale provincia di Salerno e denominata “Principato di Salerno“, ha offerto l’occasione per rispolverare un tema in verità poco trattato nell’ambito degli studi di diritto regionale.
Una tale mancanza di interesse pare doversi ricondurre, principalmente, allo scarso ricorso che sinora è stato fatto a tali complesse procedure costituzionali. In effetti, al di fuori dell’ipotesi legata all’istituzione di nuovi Comuni o allo spostamento degli stessi da una Regione ad un’altra, l’art. 132 non ha mai trovato applicazione per ciò che riguarda la creazione di nuove Regioni tanto che persino la giurisprudenza costituzionale su questo tema risulta piuttosto esigua.
Nell’ambito del controllo sulla richiesta di referendum sopra menzionata, l’Ufficio centrale per il referendum presso la Corte di Cassazione, con ordinanza emessa il 2 febbraio 2011, ha dichiarato rilevante e non manifestamente infondata – rimettendo così gli atti alla Corte costituzionale – la questione di legittimità dell’articolo 42, secondo comma, della legge 25 maggio 1970, n. 352, in relazione al primo comma dell’articolo 132 della Costituzione.
I dubbi di legittimità costituzionale della normativa sopra richiamata, difatti, si riferiscono alla disposizione secondo la quale “La richiesta del referendum per il distacco, da una regione, di una o più province ovvero di uno o più comuni, se diretta alla creazione di una regione a se stante, deve essere corredata delle deliberazioni, identiche nell’oggetto, rispettivamente dei consigli provinciali e dei consigli comunali delle province e dei comuni di cui si propone il distacco, nonché di tanti consigli provinciali o di tanti consigli comunali che rappresentino almeno un terzo della restante popolazione della regione dalla quale è proposto il distacco delle province o comuni predetti. Se la richiesta di distacco è diretta all’aggregazione di province o comuni ad altra regione, dovrà inoltre essere corredata delle deliberazioni, identiche nell’oggetto, rispettivamente di tanti consigli provinciali o di tanti consigli comunali che rappresentino almeno un terzo della popolazione della regione alla quale si propone che le province o i comuni siano aggregati”.
Ciò che si ritiene rilevante, dunque, è il coinvolgimento, nel processo necessario alla richiesta del referendum, di popolazioni estranee a quelle attivamente e direttamente coinvolte nel “distacco” dalla Regione originaria, nonché l’eguale peso assegnato alle deliberazione di Comuni con fasce di popolazione sensibilmente differenti e, da ultimo, il “blocco procedurale”, che la legge sembra prevedere e accettare, relativo all’ipotesi in cui la mancata deliberazione di un Comune in merito paralizzerebbe l’intero iter.
Il contrasto con l’art.132 della Costituzione è stato infatti ritenuto “evidente” proprio nella parte in cui quella legge prevede requisiti che paiono a priori scoraggianti in relazione ai fini sperati. Poiché “il primo comma dell’art.132 Costituzione non precisa quali siano le popolazioni interessate”, afferma l’Ufficio centrale per il referendum, “è logicamente proponibile l’interpretazione secondo cui la volontà del costituente sia stata quella di riconoscere il coinvolgimento nell’iniziativa del distacco di alcuni comuni da una regione per la creazione di un’altra solo alle popolazione degli enti territoriali direttamente interessati al distacco da una regione e alla creazione di un’altra e non anche alle popolazioni di tutti gli altri enti territoriali indirettamente interessati al richiesto cambiamento dell’ente territoriale regionale”. Il “legislatore di attuazione” – afferma conseguentemente l’Ufficio – “si è posto in contrasto con detta disposizione costituzionale nel considerare interessate in ogni fase procedurale, sin da quella dell’iniziativa, tutte le popolazioni comunque interessate alla variazione territoriale”.
In effetti, la migliore dottrina concorda nell’affermare che il legislatore della legge n. 352 si è spinto ben oltre la mera attuazione della normativa costituzionale, illegittimamente aggiungendo innovazioni ben al di là dello spirito proprio dell’art. 132 Cost., attribuendo il potere di iniziativa referendaria ad organi costituzionalmente non previsti e subordinando l’iniziativa dei titolari a quella, necessariamente congiunta, di soggetti non contemplati dal dettato costituzionale (così M. Pedrazza Gorlero, Commento agli artt. 131 e 132 Cost. in Commentario della Costituzione a cura di G. Branca e A. Pizzorusso, t. III, Bologna-Roma 1990, passim, e dello stesso avviso risulta essere T. Giupponi, Le “popolazioni interessate” e i referendum per le variazioni territoriali, ex artt. 132 e 133 Cost.: territorio che vai, interesse che trovi, in www.forumcostituzionale.it).
Del resto, i sospetti di incostituzionalità di tale norma risultano confermati anche dalla sentenza n. 334/2004 della Corte costituzionale che, sia pure con riferimento all’ipotesi di distacco di un Comune da una Regione per la sua aggregazione ad un’altra, proprio in relazione alla disciplina censurata, rileva che “la norma pone a carico dei richiedenti un onere di difficile e gravoso assolvimento” e che “l’onerosità del procedimento strutturato dalla norma di legge attuativa si palesa eccessiva (in quanto non necessitata) rispetto alla determinazione ricavabile dalla nuova previsione costituzionale, e si risolve nella frustrazione del diritto di autodeterminazione dell’autonomia locale, la cui affermazione e garanzia risulta invece tendenzialmente accentuata dalla riforma del 2001”.
Rosangela Cassano