Source: https://www.idmmagazine.it/index.php?option=com_k2&view=item&id=3334:orlandino-greco-no-alla-secessione-dei-ricchi-consiglio-regionale-30-gennaio-2019-intervento-integrale&Itemid=660
Timestamp: 2020-01-20 07:42:00+00:00
Document Index: 130410925

Matched Legal Cases: ['art. 3', 'art. 114', 'art. 117', 'art. 118', 'art. 119', 'art. 120', 'art. 116', 'art. 117', 'art. 116', 'art.117', 'art 116', 'art. 119', 'art. 117']

Questa mia riflessione, che non mancherà di accenni politici, deve necessariamente partire dalla questione così come oggettivamente è regolata dal nostro ordinamento e, in particolare, dalla nostra Costituzione. Non sfuggirà a molti che il tema in discussione tocca diversi elementi della nostra Costituzione e necessita, per essere affrontata con consapevolezza e serietà, una visione d’insieme della nostra carta fondamentale. A partire dall’art. 3 che cito testualmente “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”
Un articolo fondamentale della nostra costituzione che già da solo basterebbe per indicare la strada da seguire in ogni processo politico che ha dei riflessi di carattere economico e sociale della popolazione. E allora diventa rilevante, ai fini della discussione, tenere sempre come stella polare ciò che i costituenti hanno indicato nella loro visione quale precondizione ad ogni processo riformatore: la pari dignità sociale dei cittadini e l’impegno della Repubblica a rimuovere ogni ostacolo che limita di fatto l’eguaglianza tra i cittadini.
Assume allora particolare rilevanza alla luce di quanto detto, la revisione del Titolo V ideato dal governo D’Alema nel 1999 e approvato definitivamente nel 2001 dal governo Amato. Sebbene ancora oggi i protagonisti di quella riforma, giudicata poi negativamente da tutto l’arco costituente, facciano a gara per disconoscerne la paternità, con il novellato Titolo V della Costituzione vennero riscritti gli articoli fondanti dell'essere Repubblica (art. 114), delle funzioni legislative (art. 117) e amministrative (art. 118), della riformulazione della finanza pubblica (art. 119), con particolare riferimento al sistema autonomistico territoriale, e dell'esercizio dei poteri sostitutivi del Governo (art. 120), dei quali la Calabria è ancora vittima per quanto riguarda la organizzazione sanitaria.
In buona sostanza con la nuova revisione la funzione legislativa regionale è stata ampliata. Ciò in quanto il novellato impianto attribuisce alla competenza concorrente Stato/Regioni diciannove materie analiticamente individuate e a quella residuale regionale tutto quanto non esplicitamente assegnato alla competenza esclusiva dello Stato. Di conseguenza, per disegnare percorsi legislativi ritenuti più favorevoli e più conformi alle particolari esigenze delle singole Regioni, assume rilievo l’art. 116, comma 3, della Carta che prevede l'opportunità per le Regioni di richiedere e ottenere, con legge approvata a maggioranza assoluta dei componenti le Camere, maggiori competenze legislative di quelle attribuite loro in via ordinaria dall'art. 117 attraverso l'esercizio della legislazione concorrente, ma anche in alcune materie (giudice di pace, istruzione, ambiente, ecosistema e beni culturali) di competenza esclusiva dello Stato.
Dalla riforma del titolo V del 2001, già alcune regioni avevano approfittato delle possibilità offerte dall’art. 116 della Costituzione per ottenere maggiore autonomia: la Toscana nel 2003, la Lombardia e il Veneto nel 2006-2007, il Piemonte nel 2008. Nessuno di questi processi si completò anche per la contrarietà dell’allora governo Berlusconi.
Mentre le regioni si muovevano per ottenere maggiori competenze, dal governo di centrodestra su forte spinta della Lega Nord guidata da Umberto Bossi, nel 2005 ci fu un tentativo importante di modificare ulteriormente la costituzione con una riforma che venne definita “devolution” perché prevedeva tra le tante modifiche la devoluzione alle regioni della potestà legislativa esclusiva in alcune materie come organizzazione scolastica, polizia amministrativa regionale e locale, assistenza e organizzazione sanitaria (le norme generali sulla tutela della salute tornano di competenza esclusiva dello Stato).
Secondo i promotori della riforma questo avrebbe portato a maggiore responsabilizzazione delle autonomie regionali e avrebbe ridotto le spese sanitarie che altrimenti avrebbero toccato punte elevate. Gli oppositori sostenevano che la devoluzione avrebbe comportato un aumento del fabbisogno economico superiore ai possibili trasferimenti di risorse dallo Stato e, quindi, l'introduzione di nuove imposte nelle regioni meno "virtuose". Si arrivò al referendum nel giugno del 2006 e prevalsero i “no”, ma quello fu solo uno dei primi tentativi della Lega Nord di spostare competenze alle Regioni per ottenere maggiori risorse al nord rispetto a quelle previste dalla normativa.
Siamo al 2009 e alla legge delega n.42 del 5 maggio sul federalismo fiscale.
Il disegno di legge delega approvato dal Governo Berlusconi nell’ottobre del 2008 (denominato “Progetto Calderoli”) venne sostenuto da tutto il centrodestra con l’astensione del Partito Democratico che partecipò attivamente alla stesura del testo. La norma contiene una serie assai importante di disposizioni, le cui principali possono essere così sintetizzate:
- finanziamento della attività delle amministrazioni regionali, provinciali e locali sulla base dei costi standard necessari per l'esercizio delle funzioni loro attribuite;
- progressivo superamento della spesa storica;
- attribuzione alle regioni del potere di disciplinare i tributi propri e di intervenire anche su quelli degli enti locali;
- l'istituzione ed il funzionamento del fondo perequativo per i territori con minore capacità fiscale per abitante.
A quasi dieci anni dall’approvazione legge Calderoli che avrebbe dovuto portare ad una vera e propria rivoluzione nell’assetto delle autonomie locali e ad otto anni dai decreti attuativi collegati, la normativa che avrebbe dovuto disciplinare la definizione dei costi/fabbisogni standard e le modalità attraverso cui superare la spesa storica garantendo, attraverso un fondo perequativo, il principio di solidarietà e coesione sociale, ancora oggi non risulta perfezionata e, soprattutto, attuata.
Così mentre in Parlamento la discussione sul federalismo fiscale continua e attraversa governi di centrodestra e centrosinistra senza arrivare ad una concreta definizione, le regioni, sulla scorta di quanto sancito dall’articolo 116 della Costituzione, si muovono autonomamente per ottenere maggiori competenze. La prima regione a muoversi è il Veneto che nel 2014 approva due leggi regionali di indizione di referendum consultivi. La prima, sui seguenti 5 quesiti:
4)“Vuoi che il gettito derivante dalle fonti di finanziamento della Regione non sia soggetto a vincoli di destinazione?”;
5) “Vuoi che la Regione del Veneto diventi una regione a statuto speciale?”.
La seconda legge regionale indiceva un referendum sul quesito: “Vuoi che il Veneto diventi una Repubblica indipendente e sovrana?”.
La Corte Costituzionale dichiarò illegittimi cinque dei sei quesiti previsti dai referendum e venne indetto esclusivamente il referendum con il primo quesito, quello che riguardava l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia. Il referendum venne approvato con il 98% dei sì, ma il dato politico rilevante, che evidentemente supera lo stop scontato dalla Corte Costituzionale, sta proprio nei quesiti bocciati che esprimevano la reale intenzione del Veneto: trattenere risorse e tributi nella propria regione in pieno sfregio del principio di solidarietà sancito dalla Costituzione. Intenzione palesata poi con una proposta di legge regionale che nello stabilire nuove competenze prevede che spettino alla Regione, oltre ai tributi già attribuiti in attuazione della legge 42/2009 “le seguenti quote di compartecipazione ai tributi erariali riscossi nel territorio della Regione stessa: nove decimi del gettito dell’Irpef (imposta sul reddito delle persone fisiche), dell’Ires (imposta sul reddito delle società) e dell’imposta sul valore aggiunto (IVA)”. Tutt’altra storia rispetto alla favoletta raccontata nei giorni scorsi dal governatore Zaia.
Parallelamente, anche la Lombardia indiceva un referendum (approvato con il 95% dei si) per chiedere “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse”. E con “relative risorse” la Lombardia di Maroni pensa bene di trattenere nella propria regione ben 27 dei 54 miliardi di residuo fiscale annuale (differenza tra tutte le entrate fiscali che le Pubbliche Amministrazioni sia statali che locali prelevano da un determinato territorio e le risorse che in quel territorio vengono spese) per finanziare nuove competenze e materie. Il fronte del nord governato dalla Lega, con la complicità del governo Gentiloni che ha concluso una pre-intesa con Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna, spinge con forza verso un’autonomia che sposta competenze e, soprattutto, risorse che fino ad ora erano destinate alle aree più povere del Paese.
Di fatto con l’accordo preliminare sancito a febbraio 2018 si è andata definendo una vera e propria, così come ama definirla Viesti, “secessione dei ricchi”. L’accordo prevede infatti che le risorse nazionali relative alle nuove competenze delle regioni vengano assegnate attraverso sì i fabbisogni standard, ma tenendo conto tra le variabili anche del gettito fiscale regionale. Questo significa, evidentemente, che ad essere penalizzate saranno le regioni del sud che, per ovvie, ragioni detengo un minore gettito fiscale rispetto a quelle del nord. Per intenderci: il superamento del criterio della spesa storica per la distribuzione delle risorse a favore della definizione reale dei fabbisogni standard è indispensabile, ma un altro punto dolente delle pre-intese governo-regioni è che la definizione dei fabbisogni standard viene assegnata ad una commissione paritetica tecnica che si limiterà a scegliere sulla base di dati e numeri freddi che nulla dicono sulla reale condizione dei servizi in cui si trovano i territori in tutto il Paese.
Tutto ciò assume maggiore rilevanza e gravità soprattutto perché risulta ancora inattuato l’art.117 della costituzione laddove viene sancita l’importanza della determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni (LEP) per garantire i diritti civili e sociali su tutto il territorio nazionale. Ma dalla riforma del 2001 ad oggi i LEP non sono stati ancora definiti, risulta quindi incomprensibile come si possa arrivare preliminarmente all’individuazione dei fabbisogni standard senza alcun riferimento ai livelli essenziali delle prestazioni. Un vero è proprio vulnus che rischia di creare un pericoloso processo decisionale privo di fondatezza che metterebbe seriamente a rischio la garanzia dei diritti civili e sociali su tutto il territorio.
Soprattutto perché dopo Veneto e Lombardia, anche la regione Emilia-Romagna ha avviato nel 2017 la procedura per l’indizione del referendum e nel 2018 il processo di richiesta di ulteriori competenze è stato avviato in varia forma in Piemonte, Liguria, Toscana, Marche-Umbria, Lazio, Campania, Basilicata, Puglia. Solo da Abruzzo, Calabria e Molise non è stata presa alcuna iniziativa.
Chi mi conosce sa bene che l'autonomismo è alla base della mia visione politica. Sono infatti convinto che Comuni, Province, Città Metropolitane e Regioni, debbano potere scegliere il loro futuro e organizzare la loro esistenza anche attraverso un più consistente esercizio del potere legislativo e regolamentare di quanto la revisione costituzionale del 2001 abbia sancito. Se da una parte, quindi sento di dichiararmi favorevole all’idea di conseguire un maggiore autonomismo per la Calabria, dall'altra, pongo un forte l'interrogativo del «se come e quando» pervenire al perfezionamento della relativa istanza. Di certo, non potranno essere le iniziative poste dalle altre Regioni a individuare quello attuale come il momento giusto per pretendere il cambiamento, specie quelle rappresentative delle aree più ricche del Paese, divenute oggi protagoniste del dibattito politico formatosi sul regionalismo differenziato.
Il ragionamento deve soffermarsi su altro, principalmente sui pericoli derivanti da eventuali scelte generiche, inconsapevoli, «sentimentali» e pertanto irragionevoli perché di sovente costruite per difetto di solidarismo, aspettative separatista ovvero per mera imitazione di quanto fanno gli altri, principalmente di quelle intervenute ad opera delle Regioni più all'avanguardia erogativa delle prestazioni essenziali, prime fra tutte Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. Occorre opporre ad una tale brutta abitudine un ragionamento stringato, logico e soprattutto basato su una conoscenza pratica degli effetti che la Costituzione pretende dal binomio Stato-Regioni in termini di finanza pubblica e di sostenibilità della spesa entrambe commisurate all'esigibilità dei diritti primari da parte delle collettività, specie quella di appartenenza. Ciò in quanto sbagliare l'ipotesi significherebbe compromettere il tutto e generare una disgregazione sostanziale della Repubblica, quale istituzione indivisibile, posta dal 2001 in poi a garanzia dei diritti di cittadinanza nonché dell'unità giuridica ed economica del Paese.
Necessita al riguardo tenere conto, nel sostenere cambiamenti radicali all'assetto istituzionale, delle ricadute sull'economia nazionale, in termini di disponibilità finanziaria delle regioni più deboli, già inguaiate per loro conto nel non garantire diritti fondamentali come la sanità, tanto precaria dalle nostre parti da farla diventare pericolosa per la vita dei cittadini, dell'assistenza sociale, della istruzione, dei trasporti pubblici locali e di quant'altro indispensabile ad assicurare una vita normale ai calabresi. Senza un adeguato fondo perequativo concretamente attivo e senza una puntuale ricognizione dei fabbisogni dei territori e delle comunità, il regionalismo differenziato sortirebbe un effetto divisivo ancora più marcato di quello attuale, generando così un maggiore gap tra il nord e il sud del Paese. Anche la Svimez, in un recente studio ha evidenziato come l’autonomia differenziata sia “da promuovere se adeguatamente motivata e se aumenta l'efficacia e l'efficienza nell'uso delle risorse, senza compromettere il requisito di solidarietà nazionale" e che vi sarebbe "un percorso verso un sistema confederale, nel quale alcune Regioni si fanno Stato, cristallizzando diritti di cittadinanza diversi in aree del Paese differenti”.
Anche rispetto agli investimenti le regioni del Meridione sono da sempre penalizzate e, nonostante gli ultimi governi abbiano promesso lo stanziamento del 34% delle risorse disponibili, gli investimenti per il sud non superano da anni il 28%. Un altro elemento che di fatto allarga progressivamente la forbice tra il nord e il sud del Paese.
Ecco che occorre, specie a cura delle Regioni più deboli, quelle cui non sarà possibile reggere la competizione sui servizi con quelle tradizionalmente forti, intraprendere iniziative politiche e istituzionali funzionali a «pareggiare i conti» erogativi. Un tema, questo, nei confronti del quale i partiti tradizionali e centralisti non solo stanno glissando bensì stanno prestando il fianco più debole, rappresentato da un consenso implicito e irresponsabile. Così come avvenuto nelle varie riforme che hanno riguardato il regionalismo differenziato dal 2001 ad oggi.
Ne è venuto fuori uno spaccato del Paese che rivendica una maggiore autonomia legislativa, ritenendo la pretesa funzionale ad un netto miglioramento delle condizioni di vita sociale nei territori. Ciò nell'aspettativa di instaurare un proficuo e sano antagonismo collaborativo tra le Regioni evitando così quanto più possibile la cessione di segmenti «sovranità» e di autosufficienza, nei confronti di quelle tradizionalmente più forti, nella erogazione dei servizi e dei livelli delle prestazioni essenziali. Basti pensare alla sanità che muove annualmente trasferimenti di risorse pubbliche dal Sud verso il Nord di oltre unmiliardo di euro, con la Calabria che fa il record di 320 milioni, e di risorse private per qualche centinaio di milioni, attratte da una domanda pubblico/privata organizzata strumentalmente allo scopo.
Insomma, le condizioni di vita quotidiana differenti vissute nelle diverse regioni sono così evidenti da non consentire una valutazione indifferenziata in relazione all'istanza di conseguire maggiori competenze legislative. Troppo diversi i punti di partenza delle diverse realtà, la storia del loro progresso e del loro acquisito attuale modello di civiltà, la percezione dei diritti civili e sociali, delle prerogative intrinseche dei loro poteri territoriali, delle ricchezze possedute e delle povertà lamentate. In un tale logica sarà davvero difficile comprendere il ruolo che dovrà spendere la nostra Regione.
Fatte queste considerazioni, occorre capire cosa dovrà fare la Calabria per arginare questo corto circuito istituzionale che distrae risorse regionali a tutto vantaggio di altre Regioni, generando i naturali disagi collettivi, sia in termini di mancato godimento in loco in loco dei servizi essenziali e di indebolimento dei propri bilanci. Ma soprattutto cosa fare per organizzare, al meglio, la propria performance istituzionale attraverso un più ampliato esercizio dell’attività legislativa.
Tenuto conto delle accennate premesse, è giusto spendere ogni sforzo per dissipare il dubbio se e come la differenziazione legislativa, prevista nell'art 116 Cost., possa essere per la Calabria una risorsa, cui fare ricorso o meno. Di certo, assistere passivamente all'incremento differenziato delle competenze legislative delle altre Regioni omologhe nelle materie più sensibili per la qualità della vita dei cittadini farebbe soccombere il Sud più maldestro nell'esercizio delle politiche territoriali. Un risultato che determinerebbe, tra l'altro, un’incontrollata accelerazione di quel progressivo svuotamento demografico già in atto con consequenziale ricaduta del gettito fiscale relativo e impossibilità di attendere agli obblighi di finanza locale imposti dal «federalismo fiscale».
Tuttavia, occorre che in un processo simile la Calabria, istituzionale e produttiva, si faccia trovare pronta all'appuntamento, alla formazione dell'istanza da esitare al Governo strumentale ad incrementare le competenze legislative da selezionare ragionevolmente tra le materie disponibili, soprattutto in quelle diciannove sottoposte alla legislazione concorrente. Una cernita non affatto facile e certamente da non operare all'ingrosso, bensì mirata e quindi finalizzata a disciplinare, sia in termini di principio che di dettaglio, l'attività di crescita regionale sia in termini di prodotto pubblico che di benessere e occupazione.
Tutto questo senza esimersi dal sollecitare con forza la completa attuazione dell'art. 119 della Costituzione. Attraverso i percorsi autonomistici avviati Lombardia e Veneto infatti, si sono evidenziate criticità e lacune che potrebbero mettere a rischio il principio solidaristico alla base della nostra Costituzione con effetti devastanti sulle regioni del Meridione.
Alla luce di quanto detto ritengo che il consiglio regionale debba esprimersi oggi superando ogni steccato partitico e ideologico, ma semplicemente in difesa della Calabria e delle regioni più povere del Paese.
In conclusione, ritengo che oggi questo consiglio debba chiedere al presidente della giunta e alla giunta regionale quattro azioni fondamentali:
1) Chiedere al governo di avviare le procedure utili a definire livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale" per come sancito alla lett. m) art. 117, II co. Cost;
2) Chiedere al governo di sospendere la pre-intesa raggiunta con Veneto e Lombardia laddove si sancisce che nel trasferimento delle risorse per le nuove competenze si tenga conto del gettito fiscale delle regioni e soprattutto chiedendo che alla determinazione dei fabbisogni standard su cui calcolare la spesa da trasferire venga preceduta la definizione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni;
3) Avviare una trattativa con il governo per ottenere maggiore autonomia in alcune materie attentamente selezionate, dopo un’attenta analisi delle potenzialità della nostra regione, con particolare riferimento alle materie di competenza condivisa tra stato e regione;
4) Chiedere al parlamento di analizzare attentamente la pre-intesa raggiunta tra governo e regioni al fine di valutarne impatti ed effetti su tutto il territorio nazionale. E’ inaccettabile che un processo così importante venga ridotto ad una contrattazione stato-governo senza valutazioni di merito da parte del Parlamento. L’argomento in oggetto, infatti, si lega più in generale ad altri elementi strettamente legati al regionalismo che necessitano di essere considerati in un processo riformatore generale del titolo V della Costituzione, in particolare andrebbe valutata l’opportunità di: superare la differenziazione tra regioni a statuto ordinario e speciale; pensare alle macroregioni come enti di coordinamento utili superare i deficit gestionali delle attuali regioni; ritornare alle province storiche ridistribuendo coerentemente risorse e competenze.
In conclusione, in questo processo straordinariamente importante per il futuro della Calabria e del nostro Paese, occorre ragionare e farsi trovare pronti senza slanci demagogici che vadano verso una direzione o verso quella opposta. Sarebbe il primo passo per fare ciò che davvero serve alla Calabria e ai calabresi per concretizzare quel risorgimento dei valori e dei risultati che, rispettivamente, devono improntare i nostri programmi e contraddistinguere i risultati della programmazione.