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Timestamp: 2020-04-02 13:52:43+00:00
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Sentenza Cassazione Civile n. 20138 del 07/10/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20138 del 07/10/2016
Cassazione civile sez. trib., 07/10/2016, (ud. 27/06/2016, dep. 07/10/2016), n.20138
sul ricorso 15728/2015 proposto da:
avverso la sentenza n. 4422/2014 della COMM. TRIB. REG. della
Campania, depositata il 09/05/2014;
L’Agenzia delle dogane, richiamando processo verbale di constatazione redatto dalla Guardia di finanza, ha notificato alla Saima Avandero s.p.a., nella qualità di coobbligata solidale, un atto di contestazione di violazione di norme tributarie di irrogazione di sanzioni amministrative in relazione a bollette di importazione e connesse dichiarazioni doganali asseritamente infedeli per omessa introduzione fisica, nei depositi fiscali i.v.a. gestiti dalla società nell’interesse della propria cliente Fokamo Power s.r.l., obbligata principale, di merce di provenienza extracomunitaria.
La Commissione tributaria regionale della Campania ha rigettato l’appello della contribuente, affermando, provato il fatto contestato (costituito dalla consegna diretta della merce alla destinatari) e quindi ritenendo correttamente emesso dall’Agenzia delle dogane l’atto impugnato.
La Saima Avandero s.p.a. propone avverso tale sentenza ricorso per cassazione affidato a quattro motivi, che illustra con memoria. L’Agenzia delle dogane partecipa all’udienza di discussione.
10. – Con il primo motivo la ricorrente deduce, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., in tema di onere della prova. Deduce l’erroneità della statuizione crei giudice di merito, nella parte in cui ha ritenuto non provati i presunti trasporti e la materiale introduzione delle merce in deposito, non avendo la commissione tributaria regionale tenuto conto che la guardia di finanza, al fine di ritenere dimostrati i presupposti dell’addebito, aveva attribuito rilevanza decisiva alla dichiarazione del sig. T.G., non univoca e da smentire; così facendo, si sarebbe posta a carico della contribuente, in violazione dell’art. 2697 c.c., un onere di prova contraria rispetto a detta diChiarazione, essendo invece l’onere della prova a carico dell’amministrazione.
11. – Il motivo è inammissibile. La giurisprudenza di questa Corte (v. ad es. sez. 3, n. 19064 del 2006 e n. 15107 del 2013) ha chiarito che la violazione del precetto di cui all’art. 2697 c.c., si configura soltanto nell’ipotesi che il giudice abbia attribuito l’onere della prova ad una parte diversa da quella che ne è gravata secondo le regole dettate da quella norma, non anche quando, a seguito di una valutazione delle acquisizioni, istruttorie, il giudice abbia – secondo il ricorrente – errato nel ritenere che la parte onerata abbia assolto tale onere. In questo secondo caso, infatti, vi è soltanto, sussistendone i presupposti, un erroneo -apprezzamento sull’esito della prova, sindacabile in sede di legittimità solo per il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5 (sindacato ora ridotto al “minimo costituzionale” all’esito della riformulazione di cui al D.L. 22 ghigno 2012, n. 83, art. 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134 – cfr. sez. un. n. 8053 del 2014). Nel caso di specie, non emerge in alcun modo che il giudice abbia errato nel ripartire l’onere della prova, emergendo semmai – dalla stessa narrazione in ricorso – essere stata attribuita valenza a una fonte probatoria indicata dall’amministrazione; è quindi un mero artificio – non idoneo a rendere ammissibile il motivo – affermare, come afferma la parte ricorrente, che, a seguito di detta attribuzione di valore probatorio a dichiarazione di terzo, si sarebbe poi determinata una inversione dell’onere ex art. 2697 c.c., in quanto la parte contribuente avrebbe dovuto provvedere a controprova.
12. – Con il secondo motivo la ricorrente denuncia in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, che è stato oggetto di discussione tra le parti, riguardante la inapplicabilità della sanzione prevista dal D.Lgs. n. 471 del 1997, art. 13 e/o l’insussistenza delta sanzione stessa nel caso di merce immessa nei depositi IVA, ancorchè irritualmente.
13. – Il motivo è inammissibile. Questa Corte, anche a sezioni unite, (cfr. sez. un. n. 8053 e 8054 del 2014, sez. 6-3 n. 25216 del 2014 e sez. 6-L n. 2498 e n. 13448 del 2015), ha precisato che la novellazione – operata dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, convertito nella L. n. 134 del 2012 – dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, ha introdotto nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia). Ne consegue che, nel rigoroso rispetto delle previsioni dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, il ricorrente deve indicare il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività”, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sè, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie.
14. – Con il terzo motivo si Censura la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 471 del 1997, art. 13, comma 2, in relazione art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Secondo la ricorrente, alla fattispecie non doveva essere applicata tale disposizione, in tema di violazioni dell’i.v.a., ma dovevano applicarsi le disposizioni delle leggi doganali relative ai diritti di confine ai sensi del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 70.
15. – Il motivo è infondato. Sul punto va data continuità alla giurisprudenza di questa Corte (v. sez. 6-5 Cass. n. 16109, 17814 e 17815 del 08/09/2015 e 10911 dl 2016) secondo cui, in tema di depositi fiscali come detto previsti dal D.L. n. 331 del 1993, art. 50 bis, convertito, con modificazioni, nella L. n. 427 del 1993, la sanzione applicabile all’importatore chè si avvalga del sistema di sospensione del versamento dell’i.v.a. senza immettere materialmente la merce nel deposito, va individuata, in assenza di disposizioni sanzionatorie speciali per l’omesso o ritardato versamento del tributo, non rinvenibili nè nel D.P.R. n. 43 del 1973 nè nel Reg. CEE n. 2913 del 1992 (codice doganale comunitario), nel D.Lgs. n. 472 del 1997, art. 13, che è norma di carattere generale, atteso che, conformemente a quanto stabilito dalla Corte di Giustizia, nella citata sentenza del 17 luglio 2014 in C-272/13, Equoland, l’i.v.a. all’importazione è un tributo interno. Come pure precisato da questa Corte, la sanzione prevista dal D.Lgs. n. 471 del 1997, art. 13, ove applicata all’importatore che si sia avvalso del sistema di sospensione del versamento dell’imposta all’importazione senza immettere materialmente la merce nel deposito fiscale, deve essere disapplicata per contrarietà al diritto comunitario, così come interpretato dalla Corte di Giustizia nella citata sentenza 17 luglio 2014, in C-272/13 Equoland, ove ecceda, in ragione della percentuale fissata per la maggiorazione e dell’impossibilità di graduarne la misura alle circostanze concrete, il limite necessario per assicurare l’esatta riscossione ed evitare l’evasione, atteso che, tenuto conto della natura formale della violazione, potrebbero. costituire un’adeguata sanzione anche i soli interessi moratori. Nell’affermare tale principio questa Corte (cfr. cit. supra) ha cassato provvedimento con cui il giudice di merito aveva confermato la sanzione irrogata dall’ufficio ed ha rimesso al giudice di rinvio la valutazione della proporzionalità della sanzione, comunque fondata sull’applicazione del cennato art. 13.
16. – Con il quarto motivo la ricorrente, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, denuncia la violazione e falsa applicazione del D.L. n. 331 del 1993, art. 50 bis, per avere la Commissione tributaria erroneamente escluso che l’assolvimento dell’i.v.a. interna, mediante autofatturazione, compensi il mancato assolvimento dell’i.v.a. all’importazione, implicando tale esclusione una doppia imposizione.
17. – Il motivo è fondato. Per quanto sopra detto, l’assolvimento dell’imposta mediante emissione di autofattura all’atto dell’estrazione, seppur solo virtuale, dei beni e la sua annotazione nei registri delle vendite e degli acquisti escludono qualsivoglia evasione, potendo integrare tardivo assolvimento dell’imposta. Manca, tuttavia, in sentenza l’accertamento di fatto in,ordine all’avvenuta emissione dell’autofatturazione ed alla sua registrazione nei registri degli acquisti e delle vendite, giacchè il giudice d’appello non ha esaminato il punto, avendo reputato in astratto diversi i due tributi.
18.- Per conseguenza, il motivo di ricorso va accolto, con cassazione della sentenza e rinvio per nuovo esame, ad altra sezione della Commissione tributaria regionale della Campania, che provvederà a regolare anche le spese, adeguandosi ai seguenti principi di diritto:
La Corte dichiara inammissibili il primo e il secondo motivo, infondato il terzo, accoglie il quarto, cassa l’impugnata sentenza inerelazione al motivo accolto e rinvia anche per le spese del giudizio di legittimità alla Commissione tributarià regionale della Campania in diversa composizione.