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Timestamp: 2020-08-11 03:51:44+00:00
Document Index: 138876999

Matched Legal Cases: ['art. 2082', 'art. 17', 'art. 25', 'art. 26', 'art. 26', 'art. 21', 'art. 17', 'art. 57', 'art. 26']

Lett.: muraglie cinesi. Insieme di procedure ed interventi adottati all’interno di intermediari, soprattutto investment banks, coinvolti in offerte pubbliche o takeovers volti a segmentare il flusso di sensitive information fra ben identificate aree di business (in particolare fra corporate finance, research, asset management e trading departments), al fine di evitarne l’uso non appropriato e di salvaguardare l’efficienza del mercato. Tali interventi possono richiedere anche la separazione fisica degli uffici.
Nell’ambito della disciplina attinente all’organizzazione (nel suo significato tecnico di cui all’art. 2082 c.c.) delle imprese di investimentosi è imposta una regola di comportamento che è direttamente funzionale alla correttezza dell’operatore nei confronti della clientela, oltre che a una adeguata organizzazione interna dello stesso. Con particolare riguardo alla prevenzione dei conflitti di interesse, resi più frequenti e probabili dalla crescente polifunzionalità delle imprese, le c.d. chinese walls mirano a preservare la separatezza tra i diversi settori operativi, onde evitare, tra l’altro, pericolose commistioni tra attività e passività facenti capo a distinti comparti dell’organizzazione interna.
Il principio di separatezza tra le strutture figura, dunque, a buon diritto, tra le regole di comportamento che ogni gestore è tenuto ad adottare nell’interesse e dei clienti e della (propria) sana e prudente gestione. L’esistenza delle strutture separate, evidentemente, è da coordinare con la contrapposta esigenza dello scambio di informazioni tra le medesime strutture, quando quest’ultimo si renda necessario in vista del medesimo fine, ossia di una migliore operatività dell’intermediario. L’obbligo, per ogni impresa di investimento, di garantire la separatezza tra le proprie strutture interne era già imposto dal decreto Eurosim (d.lg. 23.12.1996 n. 415). Ivi, all’art. 17, comma 1, lett. c) era detto che nella prestazione dei servizi le imprese di investimento e le banche avrebbero dovuto organizzarsi in modo tale da ridurre al minimo il rischio di conflitti di interesse e, in situazioni di conflitto, da assicurare comunque ai clienti trasparenza ed equo trattamento. Alla lett. d) del medesimo comma era detto che gli stessi soggetti erano tenuti a disporre di risorse e procedure, anche di controllo interno, idonee ad assicurare l’efficiente svolgimento dei servizi. Da questa norma era già visibile la vera ratio del principio che consisteva e consiste non solo nella soluzione dei conflitti di interesse ma anche, e anzi soprattutto, nella prevenzione degli stessi. Il compito di garantire la separatezza era attribuito ad un’apposita funzione di controllo interno, che oltre ad avere, come si è osservato, il compito istituzionale di sorvegliare sulla corretta prestazione, da parte dell’intermediario, dei servizi alla clientela, aveva il compito di garantire il rispetto delle disposizioni in materia di separatezza amministrativa e contabile. Il fondamento normativo della regola risiede nell’art. 25, comma 1, lett. a) del decreto Eurosim, ove, in materia di criteri generali di svolgimento dei servizi, è fatto rinvio a un regolamento della Banca d’Italia per quanto riguarda la predisposizione di strutture di controllo interno che scongiurino lo scambio (non necessario) di informazioni tra i settori dell’organizzazione aziendale che devono essere tenuti separati; Il precetto si ritrova chiaramente enunciato, infatti, al capitolo 1, paragrafo 1, lett. b) del Regolamento Banca d’Italia 30.9.1997, attuativo del d.lg. 1996/415. Riguardo alla “funzione di controllo interno”, l’art. 26, comma 2 del regolamento contenuto nella deliberazione Consob 30.9.1997 n. 10943, stabiliva che la funzione stessa fosse affidata ad un apposito responsabile, svincolato da rapporti gerarchici rispetto ai responsabili dei settori di attività sottoposti al (suo) controllo. Il responsabile avrebbe dovuto svolgere la propria attività, dunque, in piena autonomia e indipendenza e riferire degli esiti della vigilanza al consiglio di amministrazione e al collegio sindacale, secondo criteri di obiettività e imparzialità. Più esattamente, ai sensi dell’art. 26, comma 6 del regolamento, il responsabile era chiamato a riferire dei riscontri effettuati almeno una volta l’anno (in via ordinaria) in occasione dell’esame del bilancio, con un’apposita relazione illustrativa che esponesse ad entrambi gli organi le verifiche compiute nel corso dell’anno stesso, oltre che il piano delle verifiche programmate per l’anno successivo. Era chiamato, inoltre, a riferire immediatamente al collegio sindacale ogni qual volta avesse riscontrato gravi irregolarità; il collegio, poi, avrebbe, a sua volta, dovuto segnalarle senza indugio alla Consob. Nell’attuale quadro normativo, incentrato sul Testo Unico della Finanza (D.lg. 24, 2.1998, n. 58), l’art. 21, comma 1, in materia di criteri generali di svolgimento dei servizi, contempla, alle lett. c) e d), due norme in tutto corrispondenti a quelle contenute nell’art. 17, comma 1, lett. c) e d) del previgente decreto Eurosim. È stabilito dunque, anche in questo caso, che nella prestazione dei servizi di investimento i soggetti abilitati debbano organizzarsi in modo tale da ridurre al minimo i rischi di conflitti di interesse e, in situazioni di conflitto, agire in modo da assicurare comunque ai clienti trasparenza ed equo trattamento (lett. c). Dispone, altresì, che dispongano di risorse e procedure, anche di controllo interno, idonee ad assicurare l’efficiente svolgimento dei servizi (lett. d). Sul piano della disciplina regolamentare, l’art. 57 del regolamento contenuto nella deliberazione Consob 1.7.1998 n. 11522, attuativo del TUF per l’aspetto della disciplina degli intermediari, ribadisce interamente i contenuti dell’art. 26 del previgente regolamento Consob per quanto riguarda sia le attribuzioni della funzione di controllo interno che quelle dell’apposito responsabile. Né la disciplina previgente né quella attuale chiariscono, peraltro, quale debba essere la struttura della funzione di controllo interno, in particolare se detta funzione debba essere attribuita ad un responsabile persona fisica ovvero ad un organo collegiale, o comunque pluripersonale. La dottrina ha ritenuto, pertanto, che all’intermediario sia stata volutamente lasciata piena libertà organizzativa a riguardo. Ciascun operatore, dunque, nell’esercizio della propria autonomia statutaria, potrà optare per l’una o per l’altra soluzione secondo una valutazione di opportunità, anche in relazione alle dimensioni dell’impresa. (as-mc)
In seguito alle speculazioni sui titoli tecnologici raccomandati dall’informazione finanziaria talvolta senza fondamento reale, negli USA la SEC sta studiando la possibilità di rafforzare le muraglie cinesi in questo campo, obbligando le banche d’affari a separare dai dipartimenti che si occupano dell’investimento finanziario le unità di ricerca, che esprimono giudizi e raccomandazioni di comprare, o di vendere (buy, sell).