Source: https://www.rivistaimpresasociale.it/rivista/articolo/la-disciplina-dell-impresa-sociale-gli-stakeholder
Timestamp: 2020-08-04 00:19:03+00:00
Document Index: 121444296

Matched Legal Cases: ['art. 40', 'art. 1', 'art. 3', 'art. 15', 'art. 15', 'art. 18', 'art. 1', 'art. 46', 'art. 15', 'art. 15', 'art. 15', 'art. 15']

La disciplina dell'impresa sociale: gli stakeholder
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Per l’ente del terzo settore, fattispecie organizzativa di recente istituzione ad opera del d.lgs. 117/2017 recante il Codice del terzo settore (CTS[1]), la questione non si pone diversamente che per tutti gli altri enti giuridici. Anche l’ETS è uno “strumento” a disposizione di interessi facenti pur sempre capo ad individui; ed anche l’ente del terzo settore può, attraverso la sua azione, ledere o soddisfare gli interessi di vari soggetti, anche terzi.
In particolare, tra tutti gli enti del terzo settore, l’impresa sociale – specificamente regolata dal d.lgs. 112/2017[2], che pur essendo formalmente esterno al CTS, è a quest’ultimo sostanzialmente collegato (art. 40, comma 1, CTS) – si caratterizza per il fatto di perseguire le proprie finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale mediante l’esercizio d’impresa. L’impresa sociale è infatti la tipologia particolare di ente del terzo settore predisposta dal legislatore per lo svolgimento di un’attività economico-imprenditoriale di interesse generale[3]. Nel corso dell’analisi che segue, concentrandoci su questa specifica fattispecie organizzativa, ci proponiamo di individuare e brevemente illustrare le disposizioni normative di maggior rilievo nella prospettiva della promozione e tutela dei diversi stakeholder del terzo settore. In tal modo sarà possibile valutare se, e in che misura, il nuovo diritto dell’impresa sociale costituisca per gli stakeholder del terzo settore un’opportunità, soprattutto se confrontata con la “vecchia” disciplina di cui all’abrogato d.lgs. 155/2006.
Si deve innanzitutto menzionare, a tal proposito, la possibilità di scegliere la forma giuridica di costituzione della propria impresa sociale. L’impresa sociale è infatti una qualifica acquisibile da enti costituiti in una qualsiasi forma giuridica di diritto privato (ad esclusione della società unipersonale con unico socio persona fisica) (art. 1). Da qui la possibilità di avere associazioni “imprese sociali”, fondazioni “imprese sociali”, società cooperative “imprese sociali”, società per azioni “imprese sociali”, e così via. Ovvero, detto altrimenti, imprese sociali costituite in forma di associazione (riconosciuta o non riconosciuta come persona giuridica), di fondazione, di cooperativa, di società per azioni, a responsabilità limitata, ecc. Da questo punto di vista, il monopolio della cooperazione sociale è superato, perché le cooperative sociali sono oggi soltanto una (anche se sicuramente la principale) tra le possibili forme giuridiche dell’impresa sociale[4].
Peraltro, il fatto che quella di impresa sociale sia una “qualifica” permette anche ad enti già costituiti, anche se non appartenenti al terzo settore[5], di “trasformarsi” in imprese sociali, senza dover mutare sostanzialmente la propria formula organizzativa. Ad esempio, una s.p.a. già costituita potrà, mediante le dovute modifiche statutarie, divenire s.p.a. impresa sociale. Allo stesso modo, all’interno del terzo settore, un’associazione nata come organizzazione di volontariato potrà assumere la diversa veste di associazione impresa sociale senza incorrere in penalità o sanzioni di alcun tipo.
I cittadini interessati a perseguire il bene comune attraverso un’impresa sociale vorranno poi che essa, una volta costituita, sia stabile nel tempo, affinché possa proseguire nella realizzazione del bene comune e, così, nel soddisfacimento degli interessi di chi l’ha creata. A ciò si indirizzano, tra le altre, le disposizioni del d.lgs. 112/2017 che vincolano l’impresa sociale al reimpiego di eventuali utili o avanzi di gestione nell’attività statutaria o a incremento del patrimonio (art. 3, comma 1), ponendole a tal fine il divieto di distribuire, anche in forma indiretta, utili ai propri soci oltre una certa soglia, che consiste, oggettivamente, negli utili distribuibili ogni anno (meno del 50% per cento degli utili annuali, dedotte eventuali perdite maturate negli esercizi precedenti) e, soggettivamente, negli utili appropriabili da ciascun socio (non più dell’interesse massimo dei buoni postali fruttiferi aumentato di due punti e mezzo rispetto al capitale effettivamente versato)[6].
Di notevole rilievo è poi il fatto che l’impresa sociale possa essere impiegata per il perseguimento del bene comune attraverso lo svolgimento di numerose attività d’impresa di interesse generale. La riforma ha infatti notevolmente ampliato il potenziale raggio d’azione dell’impresa sociale. L’elenco di attività esercitabili da un’impresa sociale (rectius, di attività il cui esercizio è requisito di qualificazione di un ente come impresa sociale) è molto lungo (molto più di quello presente nell’articolo 2, comma 1, dell’abrogato d.lgs. 155/2006)[7]. Esso può inoltre essere aggiornato, e dunque altre attività essere aggiunte all’elenco, con le modalità e le procedure di cui all’articolo 2, comma 2, d.lgs. 112/2017.
Come emerge da questa definizione, nell’ambito del terzo settore coesistono diverse tipologie di enti. Infatti, oltre ad una tipologia “generale” di ente del terzo settore, il CTS individua alcune tipologie “particolari” di enti, tra cui l’impresa sociale. Si mette in tal modo a disposizione dei potenziali interessati un “menù” di modelli e forme organizzative sufficientemente ricco da soddisfare una pluralità di esigenze specifiche correlate a quella più generale di dar vita ad un ente appartenente al terzo settore. A ciascuna fattispecie particolare di ente del terzo settore corrisponde una disciplina particolare (oltre che una distinta sezione del Registro unico nazionale del terzo settore[8]) che ne individua alcuni elementi di specialità, contribuendo così alla sua distinzione dalle altre fattispecie di enti del terzo settore, e alla sua specificazione rispetto alla fattispecie generale. Tutti gli enti del terzo settore hanno però un’identità comune. Le principali differenze tra le diverse tipologie riguardano le modalità di svolgimento dell’attività di interesse generale, perché alcuni enti, come le organizzazioni di volontariato, sono identificati sulla base delle prevalente gratuità delle prestazioni rese agli utenti e del prevalente impiego di volontari, mentre altri enti, come l’impresa sociale, lo sono sulla base della natura imprenditoriale dell’attività di interesse generale.
L’impresa sociale è la componente produttiva del terzo settore, quella capace di generare nuova ricchezza, che almeno in parte può rivolgersi a beneficio di altri enti del terzo settore a carattere non imprenditoriale (come ad esempio le organizzazioni di volontariato, gli enti filantropici o le reti associative). Ciò può avvenire in diversi modi. Ad esempio, uno o più enti del terzo settore possono dare vita ad un’impresa sociale per l’esercizio in forma commerciale di determinate loro attività[9]. Oppure un’impresa sociale potrebbe, avvalendosi della facoltà riconosciutale dall’articolo 3, comma 3, lett. b), d.lgs. 112/2017, finanziare con i propri utili specifici progetti di utilità sociale promossi da enti del terzo settore (che non siano altre imprese sociali). Oppure, ancora, uno o più enti del terzo settore potrebbero costituire un’impresa sociale che fornisca loro, e volendo anche ad altri enti del terzo settore, servizi strumentali ai sensi dell’articolo 2, lettera m), del d.lgs. 112/2017.
Come dimostra l’esperienza della cooperazione sociale, le imprese sociali prosperano se operano in sistema tra loro, ovverosia se, in prospettiva mutualistica e solidaristica, da un lato si autosostengono, dall’altro si promuovono reciprocamente. Al contrario, ciascuna impresa sociale può risentire negativamente di comportamenti poco virtuosi delle altre, considerata l’immagine che le accomuna[10]. In questo senso, pertanto, le imprese sociali complessivamente considerate sono da considerarsi (e da trattarsi alla stregua di) stakeholder di ogni singola impresa sociale e viceversa. Vi sono “effetti di rete” che possono richiedere una gestione comune di determinate vicende affinché si producano esternalità positive o si evitino esternalità negative.
Riguardo al tema dei controlli, seguendo il modello cooperativo, si prospetta la possibilità di un coinvolgimento di associazioni costituite dalle medesime imprese sociali nella loro effettuazione. La titolarità della funzione di controllo è in capo al Ministero del lavoro e delle politiche sociali, che concretamente la esercita mediante l’Ispettorato nazionale del lavoro (art. 15, comma 2). Tuttavia, il Ministero può in alternativa decidere di avvalersi di enti associativi tra imprese sociali, cui aderiscano almeno mille imprese sociali iscritte nel registro delle imprese di almeno cinque regioni o province autonome, nonché delle associazioni di cui all’articolo 3, d.lgs. 220/2002, cioè le c.d. “centrali cooperative”, che già per legge esercitano (e continueranno ad esercitare, alla luce di quanto previsto dall’articolo 15, comma 5, d.lgs. 112/2017) il controllo sulle cooperative sociali (art. 15, comma 3)[11]. Indubbiamente, la possibilità di essere controllati dall’associazione di cui si fa parte, piuttosto che dal Ministero, costituisce un incentivo per le imprese sociali a mettersi in rete. Dall’altra parte, l’associazione di imprese sociali ha interesse a prevenire e reprimere eventuali abusi idonei a riflettersi su tutti i restanti soggetti della rete, fungendo così da strumento di gestione dell’immagine comune.
^ Si rinvia, per un’introduzione di stampo manualistico alla riforma, al recente volume Fici (2018a).
^ Che abroga espressamente il precedente decreto legislativo 155/2006. Il d.lgs. 112/2017 è stato recentemente “corretto” dal d.lgs. 20 luglio 2018, n. 95, che però non ha lo innovato profondamente, se non per quanto riguarda le misure fiscali di cui all’art. 18.
^ Per ulteriori approfondimenti sistematici si rimanda a Fici (2018b).
^ Da ricordare peraltro che le cooperative sociali e i loro consorzi sono imprese sociali “di diritto” (art. 1, comma 4, d.lgs. 112/2017).
^ Anche se, ovviamente, i “costi” di adeguamento di un ente originariamente for profit alla normativa sull’impresa sociale sono maggiori, poiché maggiori sono le modifiche statutarie a tal fine necessarie, e più difficoltoso, in linea teorica, l’adattamento alla diversa cultura organizzativa dell’impresa sociale.
^ Da sottolineare che associazioni e fondazioni imprese sociali non possono invece distribuire dividendi. Potrebbero soltanto avvalersi della facoltà prevista dall’articolo 3, comma 3, lett. b), d.lgs. 112/2017, di effettuare erogazioni gratuite in favore di altri enti del settore (che non siano imprese sociali).
^ L’attività d’impresa d’interesse generale può anche essere svolta in via non esclusiva, essendo sufficiente che lo sia quanto meno in via principale. Il comma 3 dell’articolo 2, d.lgs. 112/2017, chiarisce cosa debba intendersi per attività svolta in via principale. È tale l’attività i cui ricavi siano superiori al settanta per cento dei ricavi complessivi dell’impresa sociale. Tale calcolo deve effettuarsi tenendo conto dei criteri fissati da un decreto ministeriale ancora da emanarsi. Invero, esiste già un decreto emanato nel gennaio del 2008 in esecuzione di un’analoga disposizione contenuta nel d.lgs. 155/2006, che potrebbe costituire la base per l’emanando decreto ministeriale.
^ Gli enti del terzo settore, con l’unica eccezione delle reti associative, possono iscriversi in una sola sezione del Registro unico (art. 46, commi 1 e 2, CTS).
^ Anche un solo ente del terzo settore potrebbe costituire un’impresa sociale, che dovrebbe però necessariamente possedere la forma giuridica di società per azioni o di società a responsabilità limitata, essendo queste ultime gli unici tipi di enti giuridici che possono essere costituiti e partecipati da un solo soggetto (oltre alla fondazione, cui però il fondatore non partecipa in senso stretto).
^ Come dimostrano le vicende di “Mafia capitale”.
^ L’ispezione deve avere almeno periodicità annuale ed essere svolta sulla base di un verbale (che sarà) approvato con decreto ministeriale. Spetterà ad un successivo decreto ministeriale regolare più dettagliatamente l’attività ispettiva (art. 15, comma 4). Se si accertano violazioni, il soggetto esercente l’attività ispettiva diffida l’impresa sociale alla loro regolarizzazione entro un congruo termine (art. 15, comma 6). Se le irregolarità sono insanabili o non sono sanate nel termine indicato nella diffida, il Ministro dispone la perdita della qualifica di impresa sociale e la devoluzione del patrimonio residuo – dedotto, nelle imprese sociali societarie, il capitale effettivamente versato dai soci, eventualmente rivalutato, e i dividendi deliberati e non distribuiti – o al fondo di cui all’articolo 16 o alla Fondazione Italia Sociale (art. 15, comma 8). L’impresa sociale è dunque conseguentemente cancellata dall’apposita sezione del registro delle imprese. Contro questi provvedimenti, è ammesso ricorso innanzi al giudice amministrativo (art. 15, comma 9).