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Timestamp: 2018-01-16 17:40:45+00:00
Document Index: 73610263

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L’infermiere che non avverte il medico dell’aggravarsi delle condizioni del paziente è responsabile penalmente in caso di decesso dell’assistito
L’infermiere che, pur rendendosi conto dell’aggravarsi delle condizioni di un paziente, non avverte il medico tempestivamente, è responsabile penalmente qualora il paziente muoia. Lo ha stabilito Corte di Cassazione, IV sezione penale, con la sentenza n. 5/2018.
Gli Ermellini, nello specifico, hanno chiarito che l’infermiere svolge un compito cautelare essenziale nella salvaguardia della salute del paziente. Egli è “onerato di vigilare sul decorso post operatorio”, proprio per consentire, ove necessario, l’intervento del medico.
Pertanto all’infermiere è riconducibile una specifica posizione di garanzia nei confronti del paziente, del tutto autonoma rispetto a quella del medico.
La Suprema Corte si è pronunciata nello specifico sul ricorso presentato da un infermiere contro la sentenza della Corte di Appello.
I Giudici di secondo grado avevano riconosciuto la responsabilità dell’operatore sanitario per il decesso di un paziente che, a seguito di un intervento, aveva accusato una crisi ipotensiva. L’infermiere, nello specifico, si era accorto di tale peggioramento, ma non aveva avvertito il medico.
I Giudici del Palazzaccio hanno quindi rilevato quanto già stabilito nella sentenza di merito, ovvero che l’omissione dell’infermiere aveva impedito l’intervento del medico dell’interdivisione. Questi avrebbe potuto prendere le misure necessarie per scongiurare il decesso del paziente.
La Cassazione è concorde nel ritenere tale imprudenza un “errore clamoroso” costato la vita al paziente.
Secondo gli Ermellini, una volta accertata la legittimità e la coerenza logica della sentenza impugnata, il ricorso deve ritenersi quindi inammissibile. Questo, infatti, pone questioni che sfuggono al sindacato di legittimità.
Il ricorrente deve pertanto essere condannato al pagamento delle spese del procedimento, nonché al pagamento a favore della cassa delle ammende di una somma pari a 2.000 euro. A tali cifre si aggiunge la refusione delle spese sostenute dalle costituite parti civili.
La verificazione del nesso di causalità potrebbe apparire semplice, invece la giurisprudenza è variegata e non pacifica su casi fra loro assimilabili.
La verificazione del nesso di causalità potrebbe apparire semplice. Ma, allora, come è possibile che esista una giurisprudenza variegata e non pacifica su casi fra loro assimilabili?
Il fulcro di ogni giudizio risiede nell’accertamento del nesso di causalità
Il legame fra azione del medico e conseguenza negativa per il paziente è labile
I principi interpretativi ed esplicativi elaborati dalla Suprema Corte
Si avrà, quindi, una causalità commissiva, ovvero, una causalità omissiva…
Continua a leggere l’approfondimento su tale argomento dell’Avv. Gianluca Mari
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OBBLIGO INFORMATIVO E DANNO, LA QUESTIONE DEL NESSO CAUSALE
NESSO CAUSALE IN AMBITO DI MALASANITA’, LA CASSAZIONE FA IL PUNTO
Cambiare serratura di casa provoca addebito della separazione?
Cambiare serratura di casa provoca l’addebito della separazione? Ecco cosa stabilisce l’ordinanza n. 30746/2017 della Corte di Cassazione.
L’atto di cambiare serratura alla porta di casa è considerato un comportamento aggressivo, tale da comportare l’addebito della separazione ad entrambi i coniugi.
Infatti, la separazione va addebitata a entrambi i coniugi se sono stati i comportamenti reciproci a determinare una definitiva e insanabile frattura nel loro rapporto. Così, se la moglie decide di cambiare serratura di casa anche lei è responsabile.
Lo ha precisato la Corte di Cassazione, sesta sezione civile, nell’ordinanza n. 30746/2017 che ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dalla moglie separata.
Il Tribunale, nel dichiarare la separazione tra i coniugi, l’aveva addebitata a entrambi e aveva rigettato la domanda della donna volta a ottenere un assegno di mantenimento.
Decisione confermata anche in Corte d’Appello.
In Cassazione la moglie deduce violazione e falsa applicazione di norme di diritto (art. 360, n. 3, c.p.c., in relazione all’art. 151, comma 2, c.c.) quanto alla dichiarazione di addebito della separazione anche a suo carico.
Tuttavia, mancano specifiche e puntuali contestazioni nei confronti della sentenza impugnata e la deduzione di errori di diritto, individuati per mezzo della sola preliminare indicazione delle singole norme pretesemente violate, non basta a criticare adeguatamente le soluzioni adottate dal giudice del merito nel risolvere le questioni giuridiche poste alla base della controversia.
È necessario, chiarisce la Cassazione, una valutazione comparativa con le diverse soluzioni prospettare nel motivo, non bastando la mera contrapposizione di queste ultime a quelle desumibile dalla sentenza impugnata.
Nel caso di specie, la Corte di merito, con conclusione corretta e non frustrata dalle doglianze della ricorrente, ha evidenziato che la definitiva e insanabile rottura del rapporto coniugale, tale da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza, è stata determinata dai comportamenti reciproci dei coniugi.
La moglie, in particolare, lungi dall’essere animata da spirito di collaborazione, ha manifestato il proprio distacco e la propria disaffezione “con sterili atteggiamenti aggressivi e trancianti come il cambio della serratura della porta di casa”. Il suo ricorso va dunque respinto.
ALLONTANAMENTO DALLA CASA CONIUGALE, C’E’ L’ADDEBITO DELLA SEPARAZIONE?
MOBBING FAMILIARE, LEGITTIMO L’ADDEBITO DELLA SEPARAZIONE?
Casa coniugale, se la ex suocera è la proprietaria può riaverla indietro?
Se la casa coniugale è della ex suocera, a seguito di separazione tra i coniugi può richiederla indietro? L’ordinanza della Cassazione.
Con l’ordinanza n. 25835/2017 la Corte di Cassazione si è espressa su un caso di assegnazione della casa familiare e trascrizioni confliggenti.
Una donna aveva acquistato un appartamento dal figlio e glielo aveva poi concesso in comodato d’uso gratuito. A seguito della separazione del figlio dalla moglie, l’appartamento era stato assegnato come casa coniugale alla ormai ex nuora, per abitarci con la figlia minore.
L’ex suocera aveva agito in giudizio dell’ex nuora, per ottenere il rilascio dell’immobile.
Giudizio di primo e secondo grado
L’ex moglie, costituitasi in giudizio, eccepiva che la casa coniugale le era stata assegnata dal Tribunale già nel 2006 e dunque, antecedentemente al contratto di compravendita con cui l’ex suocera l’aveva comprata dal figlio.
In primo grado, il Tribunale dava ragione alla ex nuora. Questo perché, negli anni successivi alla compravendita, la stessa non aveva mai manifestando l’intenzione di riavere l’immobile e dunque, c’era stato un implicito consenso a che l’ex nuora potesse continuare a utilizzare il bene, per i bisogni abitativi suoi e della figlia minore.
La stessa linea interpretativa seguiva anche la Corte d’appello successivamente adita, la quale rigettava l’istanza di rilascio ad nutum. Inoltre, precisava come non avesse alcun rilievo l’eccezione sollevata dall’appellante relativa alla trascrizione del provvedimento di assegnazione. Questa era infatti avvenuta a distanza di sei anni dalla sua emanazione.
La Corte di Cassazione, investita della vicenda, con ordinanza n. 25835/2017, ha innanzitutto chiarito che: “l’eccezione di assegnazione giudiziale della casa familiare in sede di separazione coniugale non rientra tra i casi per i quali la legge prevede espressamente l’onere di eccezione in capo alla parte. L’efficacia impeditiva del diritto al rilascio deriva direttamente dal provvedimento giudiziale di assegnazione dell’abitazione coniugale e non dalla manifestazione di volontà dell’assegnatario dell’immobile di volersi avvalere degli effetti di tale provvedimento giudiziale“.
La Corte ha poi precisato che nei casi in cui sorga un conflitto con l’acquirente del bene, il quale abbia provveduto a trascrivere il suo titolo di acquisto, anteriormente alla trascrizione del provvedimento giudiziale di assegnazione, esso deve essere risolto in favore dell’acquirente, solo nei limiti del novennio trascorso dalla data di trascrizione del titolo stesso, secondo il disposto dell’art. 1599, comma 3, c.c. .
Il succitato articolo, infatti, sancisce che la locazione dell’immobile è opponibile al terzo acquirente solo se superiore ai nove anni e se, nel caso, sia stata trascritta.
Alla luce di tali considerazioni, la Corte accoglieva il ricorso e cassava la sentenza impugnata, rinviando alla Corte di Appello.
ASSEGNAZIONE DELLA CASA C0NIUGALE, COSA ACCADE SE C’E’ CONFLITTUALITA’?
ALLONTANAMENTO DALLA CASA C0NIUGALE, C’E’ L’ADDEBITO DI SEPARAZIONE?
Errore giudiziario e danno non patrimoniale, il parere della Cassazione
Errore giudiziario, vanno risarciti tutti i danni non patrimoniali in caso di riparazione per ingiusta detenzione. La sentenza n. 7787/2016.
L’art. 643, comma 1, c.p.p., nella parte in cui fa espresso riferimento all’errore giudiziario (che si concretizza nell’ingiusta condanna) e alle conseguenze (personali e familiari) della condanna, impone al giudice di tenere conto, oltre che dei pregiudizi derivanti dalla custodia cautelare sofferta, anche dei pregiudizi riconducibili al processo penale promosso nei confronti dell’istante e non soltanto di quelli riferibili alla ingiusta condanna.
Con sentenza del 25 febbraio 2016, n. 7787 la Corte di Cassazione si è espressa nuovamente sull’annosa questione della qualificazione della riparazione per ingiusta detenzione e per errore giudiziario, nonché sui criteri per la sua corretta determinazione.
Ingiusta detenzione e errore giudiziario
Anzitutto, riteniamo sia opportuno distinguere le due ipotesi (ingiusta detenzione ed errore giudiziario), che sono diverse per presupposti e per disciplina applicabile, sebbene nel nostro caso, la Cassazione si sia espressa più incisivamente sul secondo istituto.
La riparazione per ingiusta detenzione trova disciplina in fonti internazionali e nazionali. Tra le fonti internazionali, si vedano l’art. 9.5 del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici e l’art. 5.5. della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. Nell’ordinamento italiano trova invece applicazione l’art. 314 c.p.p., disposizione la quale prevede che “chi è prosciolto con sentenza irrevocabile perché il fatto non sussiste, per non aver commesso il fatto, perché il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato, ha diritto ad un’equa riparazione per la custodia cautelare subita, qualora non vi abbia dato o concorso a darvi causa per dolo o colpa grave…”
Fonti normative della riparazione per errore giudiziario
Anche la riparazione per errore giudiziario è riconosciuta da diverse fonti normative; a livello sovranazionale, si applica l’art. 3 del Protocollo della Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo e l’art. 14.6 del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici e l’art. 85.2 dello Statuto della Corte Penale Internazionale. Limitandoci al nostro ordinamento, rilevano senz’altro l’art. 24, comma 4 della Costituzione (nel quale si prevede che “la legge determina le condizioni e i modi per la riparazione degli errori giudiziari”) e l’art. 643 c.p.p., (ove si prevede che colui che sia stato prosciolto in sede di revisione in sede di giudizio di revisione, qualora non abbia dato causa, con dolo o colpa grave, all’errore giudiziario ha diritto ad una “riparazione commisurata alla durata dell’eventuale espiazione della pena o internamento e alle conseguenze personali e familiari derivanti dalla condanna”).
Ciò premesso, vediamo le principali argomentazioni affrontate in sentenza…
Continua a leggere l’approfondimento su tale argomento dell’Avv. Marco De Nadai
RIPARAZIONE PER INGIUSTA DETENZIONE E RIPARAZIONE DELL’ERR0RE GIUDIZIARIO
Se si ricevono soccorsi in ritardo a lavoro, il dipendente può ottenere il risarcimento del danno non patrimoniale? La sentenza della Corte di Cassazione.
Se ci si sente male e si ricevono soccorsi in ritardo a lavoro, si può ottenere anche il risarcimento del danno non patrimoniale? La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 26751/2017, ha stabilito di sì.
Un lavoratore, dopo un diverbio col datore di lavoro, è stato colto da infarto. Il datore di lavoro si è opposto alla chiamata dell’ambulanza, così sono arrivati i soccorsi in ritardo a lavoro.
Il lavoratore si è quindi rivolto al tribunale chiedendo il risarcimento del danno biologico derivato dalle conseguenze dell’infarto dovute al ritardo nei soccorsi. Inoltre, il dipendente richiedeva anche il risarcimento del danno alla dignità personale, perché il datore di lavoro, con il rifiuto di chiamare i soccorsi, lo aveva trattato come un bugiardo di fronte ai colleghi.
In primo grado, al lavoratore veniva riconosciuto il danno da lesione della dignità personale, e rifiutato il risarcimento del danno biologico. Questo perché le risultanze della consulenza tecnica d’ufficio non avevano evidenziato un nesso causalità, nemmeno concorrente, tra il ritardo nei soccorsi e le conseguenze del malore da cui il lavoratore era stato colto.
In secondo grado, la Corte d’appello riformava parzialmente la sentenza, riconoscendo e liquidando anche il danno biologico. Secondo la Corte Territoriale, infatti, era provato il nesso di causalità tra il danno subito e il ritardo nei soccorsi, causato dalla condotta ostruzionistica del datore in concorso con quella di un altro dipendente.
Il datore di lavoro si è quindi rivolto alla Corte di Cassazione.
La suprema Corte ha quindi dato ragione alla Corte d’appello.
Secondo la Suprema Corte, il ritardo nel soccorso era ascrivibile non solo al datore di lavoro ma anche ad un altro dipendente della società, che ritardava la chiamata dell’ambulanza. Pertanto, il datore doveva ritenersi responsabile ai sensi dell’art. 2049 c.c. per il fatto colposo commesso dal lavoratore che aveva agito in concorso.
Per questo, La Cassazione confermava la condanna del datore di lavoro al pagamento del danno biologico e non patrimoniale.
TABELLA UNICA PER IL DANNO NON PATRIMONIALE, IN ARRIVO ENTRO NATALE
Dipendente in carcere, è valido il licenziamento per assenza ingiustificata?
Dipendente in carcere, può essere licenziato per assenza ingiustificata? La sentenza della Corte di Cassazione n. 25150/2017.
In caso di dipendente in carcere che non comunica la propria assenza al datore di lavoro, il licenziamento disciplinare per assenza ingiustificata è valido? La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 25159 del 24 ottobre 2017, ha stabilito che il licenziamento disciplinare è valido.
Un lavoratore era stato arrestato e, a causa della carcerazione preventiva, si è assentato da lavoro senza dare comunicazione. Soltanto un mese dopo ha dato comunicazione all’azienda riguardo alla propria assenza. L’azienda aveva così comminato al dipendente un licenziamento disciplinare.
Il licenziamento era stato motivato dall’azienda sulla base della “mancata tempestiva comunicazione ed ingiustificatezza dell’assenza a far data dal 2 giugno 2010 (conseguente lo stato di carcerazione preventiva del lavoratore)”.
Il Tribunale di Padova aveva respinto la richiesta di reintegro del lavoratore, e la Corte d’Appello di Venezia aveva confermato la sentenza. Così il lavoratore si era rivolto in Cassazione.
Secondo il ricorrente, in particolare, la Corte d’appello non avrebbe adeguatamente tenuto in considerazione il fatto che se il lavoratore si trova in regime di carcerazione preventiva non ha la possibilità di “chiarire con la direzione aziendale la sua posizione”, in quanto tale provvedimento restrittivo della libertà personale “impedisce contatti personali con l’esterno”.
Di conseguenza, secondo il lavoratore, la carcerazione preventiva configura una “causa di impossibilità sopravvenuta temporanea della prestazione lavorativa”, che determina la “sospensione del rapporto di lavoro”, fino a quando “non cessi l’impedimento o l’azienda non dimostri che sia venuto meno il suo interesse alla prosecuzione del vincolo contrattuale”.
Ma la Corte di Cassazione non ha accolto il ricorso del ricorrente, ritenendolo infondato.
Dipendente in carcere che non comunica assenza è licenziabile
Secondo la Cassazione, infatti, l’art. 45 del R.D. n. 148 del 1931 sanziona con il licenziamento il lavoratore “arbitrariamente assente per oltre cinque giorni” e che, ai sensi dell’art. 21 del medesimo R.D., il lavoratore che si trovi nell’impossibilità di recarsi al lavoro ha l’obbligo “di avvisare senza indugio l’azienda”.
“La carcerazione preventiva del lavoratore non può definirsi assenza arbitraria” e non consente “in linea di massima, all’imputato di avvisare ‘senza indugio’ l’azienda della sua assenza”.
Ma nel caso di specie era emerso che il lavoratore aveva reso noto all’azienda la sua assenza tramite il suo avvocato soltanto un mese dopo l’inizio della detenzione, “e dunque non tempestivamente”.
Secondo la Cassazione, quindi, la non tempestività è in contrasto con l’art. 45 del R.D. n. 148 del 1931. Anche perché non era stata dimostrata l’impossibilità di avvisare prima.
LICENZIAMENT0 DISCIPLINARE, INFLUISCONO INQUADRAMENTO E POSIZIONE DEL LAVORATORE?
Licenziamento disciplinare, influiscono inquadramento e posizione del lavoratore?
In caso di licenziamento disciplinare, l’inquadramento e la posizione ricoperta dal lavoratore sono elementi di cui tenere conto?
Se non vengono svolte determinate attività che competono all’inquadramento ed alla posizione del lavoratore, tali da comportare una grave negligenza, il licenziamento è legittimo.
Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 26091 del 2 novembre 2017. Con tale sentenza, la Suprema Corte ha infatti confermato la legittimità del licenziamento disciplinare comminato ad una dipendente di una società di “bingo”. La lavoratrice, per grave negligenza, non aveva eseguito compiti di controllo riguardanti la correttezza e la completezza di talune comunicazioni telematiche.
La Corte d’Appello di Roma, in parziale riforma della sentenza di primo grado, aveva dichiarato la legittimità del licenziamento disciplinare che era stato intimato da una società di “bingo” nei confronti di una dipendente. Alla lavoratrice era stato addebitato di non aver “trasmesso i dati di gioco al centro di controllo del Ministero delle Finanze nel periodo 26 luglio 2010 – 08 agosto 2010 e di essersi appropriata di mance destinate a tutti i dipendenti, nonché della somma di Euro 20,00 facente parte di un premio dovuto ad un cliente”.
La lavoratrice si era quindi rivolta in Cassazione.
La Suprema Corte ha respinto il ricorso della lavoratrice.
Secondo la Cassazione, infatti, la Corte d’appello aveva accertato che l’inquadramento e la posizione di responsabilità della lavoratrice “comprendevano anche compiti di controllo riguardanti la correttezza e la completezza delle comunicazioni che giornalmente dovevano essere effettuate, per via telematica, al Centro di controllo”.
Inoltre, continuava la Cassazione, la Corte d’appello aveva fondato la propria decisione, non solo sui dati che una testimone aveva “appreso in via indiretta attraverso la visione dei filmati”, ma anche “sui fatti da questa riferiti per percezione e conoscenza diretta, tali da avvalorare gli elementi indiziari costituiti dalle dichiarazioni scritte degli altri dipendenti”.
Per questi motivi il ricorso veniva rigettato e la ricorrente condannata al pagamento delle spese processuali.
NEGLIGENZA DEL LAVORATORE, IL LICENZIAMENTO E’ SEMPRE LEGITTIMO?
Negligenza del lavoratore, il licenziamento è sempre legittimo?
In caso di negligenza del lavoratore, il licenziamento è sempre legittimo? Ecco cosa ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 24561/2017.
Per stabilire se la negligenza del lavoratore giustifica il licenziamento, bisogna controllare se la fattispecie rientri tra quelle previste dal contratto collettivo.
E’ quanto afferma La Corte di Cassazione con la sentenza n. 24561 del 18 ottobre 2017.
La Corte di Appello di Palermo, in riforma della sentenza emessa dal Tribunale della stessa città, aveva dichiarato illegittimo il licenziamento intimato ad un dipendente delle Poste. Di conseguenza, l’azienda era stata condannata a reintegrare il dipendente e al risarcimento del danno subito.
Il lavoratore era stato licenziato perché un giorno, presso l’ufficio postale cui era addetto, era stato rilevato un ammanco di cassa di 8.491,86 euro, “che, sulla base dei riscontri e delle dichiarazioni dello stesso dipendente”, era stato attribuito “ad una possibile sottrazione di una mazzetta di Euro 8.500,00”, che era stata poggiata su di un macchinario.
A causa della sentenza della Corte di Appello, Poste Italiane è ricorsa in Cassazione.
Secondo le Poste, in particolare, i giudici dei precedenti gradi di giudizio non avrebbero dato corretta applicazione agli art. 2043 e 2118 c.c. Ma la Cassazione ne rigettava il ricorso, in quanto infondato.
Precisava infatti la Cassazione che la Corte d’appello aveva, del tutto adeguatamente e motivatamente, sottolineato che la condotta addebitata al lavoratore era stata quella “di avere reso possibile, per negligenza, che altri si impossessassero del denaro poggiato su un macchinario” e che tale comportamento non rientrava tra le ipotesi di licenziamento previste dal contratto collettivo di lavoro, in quanto lo stesso non era stato caratterizzato da dolo.
Per questo la Suprema Corte rigettava il ricorso e condannava il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
LICENZIAMENTO VIA MAIL, IN QUALI CIRCOSTANZE E’ LEGITTIMO?