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Timestamp: 2019-10-16 08:14:41+00:00
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Cassazione civile anno 2005 n. 1176 Innovazioni e modificazioni Parti comuni dell’edificio – Gadit
Cassazione civile anno 2005 n. 1176 Innovazioni e modificazioni Parti comuni dell’edificio
Con atto di citazione notificato il 04.06.1998, il Condominio di via Mazzini n. 15, Prato (in seguito solo Condominio), conveniva in giudizio, dinanzi al giudice di pace di quella città, il condomino X X per sentirlo condannare alla rimozione di una controporta in vetro anodizzato, con apertura verso l’esterno, collocata a filo del muro di separazione tra l’appartamento e il pianerottolo delle scale, assumendo che impediva agli altri condomini l’uso del pianerottolo e modificava l’aspetto estetico dell’edificio.
Costituitosi, il X contestava la domanda, che era rigettata dal giudice di pace sul rilievo che la controporta non occupava spazi comuni, rimanendo aperta solo per consentire l’entrata e l’uscita dall’appartamento, sicchè non precludeva nè diminuiva il godimento del ballatoio da parte di altri condomini, e non arrecava pregiudizio all’estetica dell’edificio.
Il gravame proposto dal Condominio era rigettato dal Tribunale di Prato, con sentenza n. 322/2001, il quale riteneva non violati i principi sanciti dagli artt. 1102 e 1122 c.c., in quanto la controporta, occupando il pianerottolo solo con i cardini e la maniglia, aveva un’incidenza quasi nulla sulla destinazione e sul complessivo godimento del ballatoio in favore degli altri condomini, e non pregiudicava il decoro architettonico dell’edificio, pur trattandosi di un palazzo antico di particolare valore, sottoposto a vincolo ex legge n. 1089 del 1939.
Avverso tale sentenza il Condominio ha proposto ricorso per cassazione, in base a cinque motivi, illustrati da memoria.
Il X ha resistito con controricorso.
1. Col primo motivo, denunciando omessa motivazione su un punto decisivo della controversia, violazione e falsa applicazione dell’art. 1102 c.c, il ricorrente censura l’impugnata sentenza per aver ritenuto applicabile alla fattispecie la disciplina di tale articolo, senza considerare, invece, che, trattandosi di stabile e permanente installazione, l’opera in questione integrava il concetto di innovazione, disciplinata dall’art. 1120 c.c..
Il ricorrente deduce, poi, l’erronea interpretazione dell’art. 1102 c.c., per aver ritenuto l’impugnata sentenza che la facoltà di godimento individuale della cosa comune trova il suo limite (per così dire "esterno") solo nel "pari godimento" degli altri comproprietari, mentre la norma richiede, quale limite "interno" per l’ammissibilità della modifica della cosa comune, la sua necessità per il miglior godimento della stessa da parte del singolo condomino.
1.1. Il motivo è infondato nella prima parte, perchè introduce una questione nuova. Invero, il Condominio aveva proposto appello avverso la sentenza del giudice di pace deducendo unicamente la violazione degli artt. 1102 e 1122 c.c. e non anche dell’art. 1120 c.c., che ha presupposto e contenuto affatto diversi.
1.2. Il motivo è infondato nella seconda parte, perchè, come è stato ripetutamente affermato, il limite che l’art. 1102 c.c. pone al potere di utilizzazione della cosa comune da parte di ciascun condomino quello del divieto di alterarne la destinazione e di impedire che altri ne faccia parimenti uso secondo il suo diritto.
Pertanto l’uso particolare della cosa comune da parte del condomino deve ritenersi consentita sempre che non determini pregiudizievoli invadenze dell’ambito dei coesistenti diritti degli altri proprietari (cfr. Cass. 1.8.2001, n. 10453; 3.7.2000, n. 8886; 13.10.1999, n. 11520).
Facendo corretta applicazione di tale principio, il tribunale ha ritenuto che l’opera realizzata non integrava pregiudizievoli invadenze del diritto degli altri condomini; da ciò consegue che non risulta violato il dettato dell’art. 1102 c.c., mentre ogni questione afferente ai profili di fatto, alla necessità o non dell’opera è preclusa in questa sede di legittimità.
Deve, pertanto, affermarsi che è del tutto legittima r installazione di una controporta, collocata a filo del muro di separazione tra l’appartamento e il ballatoio delle scale, quando tale controporta, pur aprendosi verso il ballatoio comune, non ne riduce in modo apprezzabile la fruibilità da parte degli altri condomini.
2. Col secondo motivo, denunciando insufficiente e contraddittoria motivazione in merito all’"apprezzabilità" del danno alla facoltà di godimento degli altri comunisti, il ricorrente censura l’impugnata sentenza per aver considerato a tal fine lo spazio ridotto occupato dai cardini e dalla maniglia della porta, le dimensioni non particolarmente ridotte del ballatoio, la distanza rispetto agli altri accessi e il fatto che la controporta è destinata a rimanere normalmente chiusa e ad aprirsi e rinserrarsi in pochi secondi e per un limitato numero di volte al giorno. A giudizio del ricorrente andava, invece, considerato l’aspetto "dinamico" della porta, che nell’aprirsi occupa una superficie pari a circa la metà della larghezza del ballatoio, così da impedire od ostacolare l’accesso di chiunque percorra il ballatoio, nonchè da pregiudicare la sicurezza del passaggio.
Trattasi, all’evidenza, di censura di merito in ordine all’apprezzamento delle risultanze processuali e che suggerisce una soggettiva ricostruzione del fatto diversa da quella operata dal tribunale previo esame e valutazione degli elementi di causa, adducendo, quale omesso esame, una differente valutazione degli stessi elementi esaminati dal tribunale e proponendo una diversa interpretazione sulla base di ipotetiche considerazioni desumibili dagli stessi fatti o da altri prospettati come importanti. Si tratta, pertanto, di censura che nel suo complesso investe l’accertamento del fatto che, in quanto correttamente eseguito dal giudice di merito, è insuscettibile di sindacato in sede di legittimità. 3. Col terzo motivo, denunciando violazione dell’art. 1120 c.c., nonchè motivazione insufficiente e illogica su di un punto decisivo della controversia, il ricorrente sostiene che non si è trattato di una semplice modificazione inquadrabile nell’art. 1102 c.c., ma di una trasformazione o innovazione della cosa comune, rientrante nella disciplina dell’art. 1120 c.c..
3.1. Il motivo, che riprende la prima parte della doglianza sub 1), come detto, introduce una questione nuova e non considera che, in tema di condominio negli edifici, per innovazione in senso tecnico – giuridico, vietata ai sensi dell’art. 1120 c.c., deve intendersi non qualsiasi mutamento o modificazione della cosa comune, ma solamente quella modificazione materiale che ne alteri l’entità sostanziale o ne muti la destinazione originaria, mentre le modificazioni che mirino a potenziare o a rendere più comodo il godimento della cosa comune e ne lascino immutate la consistenza e la destinazione, in modo da non turbare i concorrenti interessi dei condomini, non possono definirsi innovazioni nel senso suddetto (v. fra tante: Cass. 5.11.2002, n. 15460; 11.1.1997, n. 240).
4. Col quarto motivo, il ricorrente denuncia incongrua e insufficiente motivazione in merito alla ritenuta inesistenza della lesione del decoro architettonico. Sostiene che, trattandosi di un palazzo del milleduecento, che rappresenta una delle costruzioni di maggiore pregio storico, artistico ed architettonico della città di Prato, sottoposto a vincolo ex lege 1089 del 1939, il giudizio sul pregiudizio architettonico non andava limitato alla sola parte interessata dalla modificazione, ma andava effettuato nel quadro della generale fisionomia dell’edificio, valutando le linee e strutture ornamentali nel loro complesso.
L’art. 1122 c.c. vieta a ciascun condomino di poter eseguire, nel piano o porzione di piano di sua proprietà, opere che rechino danno alle parti comuni dell’edificio.
Non v’e dubbio che il concetto di danno, cui la norma fa riferimento, non va limitato esclusivamente al danno materiale, inteso come modificazione della conformazione esterna o della intrinseca natura della cosa comune, ma esteso anche al danno conseguente alle opere che elidono o riducono apprezzabilmente le utilità ritraibili della cosa comune, anche se di ordine edonistico od estetico (v. Cass. 27.4.1989, n. 1947), per cui ricadono nel divieto tutte quelle modifiche che costituiscono un peggioramento del decoro architettonico del fabbricato. Decoro da correlarsi non soltanto all’estetica data dall’insieme delle linee e delle strutture che connotano il fabbricato stesso e gli imprimono una determinata armonia, ma anche all’aspetto di singoli elementi o di singole parti dell’edificio che abbiano una sostanziale e formale autonomia o siano comunque suscettibili per sè di considerazione autonoma (v. Cass. 24.3. 2004, n. 5899).
4.2. Orbene, ciò premesso va detto che l’indagine volta a stabilire se, in concreto, vi sia o meno danno (così inteso) al decoro architettonico dell’edificio, rientra nei poteri del giudice di merito e il relativo apprezzamento è insindacabile in sede di legittimità se adeguatamente motivato (v. ex plurimis: Cass. 15.4.2002, n. 5417; 3.9.1998, n. 9731).
Sul punto dell’esclusione di danno al decoro architettonico dell’edificio, la sentenza impugnata ha dato ampia ed esauriente giustificazione, allorchè ha rilevato che il vincolo delle Belle Arti è limitato alle pitture murali, stemmi e graffiti, con esclusione evidente dei ballatoi e dei portoncini d’ingresso; che la controporta si trova all’interno dell’edificio e che, essendo a vetri, non impedisce la vista del portoncino e non determina alcuno spostamento prospettico o alterazione dei rapporti geometrici tra gli elementi architettonici.
Sulla base di tali rilievi la sentenza impugnata ha, quindi, concluso che l’opera in contestazione non ha un’incidenza apprezzabile sull’armonia complessiva del pianerottolo, cioè sul complesso delle sue linee e delle sue forme, onde non può ritenersi contraria al decoro architettonico nell’accezione legale del termine.
5. Col quinto motivo, denunciando violazione dell’art. 833 c.c., il ricorrente sostiene che la controporta non ha alcuna utilità ed è stata realizzata al solo scopo di arrecare molestia ai vicini.
5.1. Il motivo è inammissibile perchè introduce per la prima volta una questione nuova in ordine al divieto di atti di emulazione, mai proposta dal ricorrente Condominio nel corso dei due gradi del giudizio di merito.
E’ principio costantemente affermato nella giurisprudenza di questo Supremo Collegio che i motivi del ricorso per cassazione devono investire, a pena di inammissibilità, statuizioni e questioni che siano già state dibattute tra le parti, che abbiano formato oggetto del giudizio di contestazione e che siano dunque già comprese nel tema del decidere del giudizio di merito, come fissato dalle richieste delle parti o dalle impugnazioni (Cass. 9.12.1999 n. 13819;
10.5.1995 n. 5106).
Alla stregua delle considerazioni svolte, il ricorso va, quindi, rigettato, con condanna del ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate come in dispositivo.
La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, che liquida in complessivi Euro 1.100,00, di cui Euro 1.000,00 per onorario, oltre accessori come per legge.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 2 dicembre 2004.
Depositato in Cancelleria il 19 gennaio 2005