Source: http://ildirittopenale.blogspot.com/2012/03/
Timestamp: 2017-10-18 20:28:52+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 73', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 6', 'art. 256', 'art. 133', 'sentenza ', 'art. 590', 'art. 61', 'sentenza ', 'art. 240', 'sentenza ', 'art. 240', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 722', 'art. 319', 'art. 240', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 240', 'art. 129', 'art. 240', 'sentenza ', 'sentenza ']

Il diritto penale: marzo 2012
Oggi primo appuntamento con la rubrica “Tutta la Cassazione penale 2012” con cui potrete conoscere tutte le sentenze più rilevanti della Suprema corte in maniera assolutamente gratuita.
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Istigazione alla corruzione: elemento oggettivo.
Cassazione penale, sez. VI, 25 gennaio 2012, n. 3176
Ai fini della configurabilità del delitto di istigazione alla corruzione, la serietà dell'offerta deve essere necessariamente correlata al tipo di controprestazione richiesta, alle condizioni dell'offerente e del pubblico ufficiale, nonché alle circostanze di tempo e di luogo in cui l'episodio si è verificato. (Fattispecie relativa ad una complessiva somma di cinque euro offerta a due agenti operanti al fine di impedire il sequestro amministrativo di un ciclomotore sprovvisto di documenti assicurativi, in cui la S.C. ha annullato senza rinvio l'impugnata sentenza, escludendo altresì il reato di oltraggio, in astratto configurabile, poiché il fatto era stato commesso anteriormente alla l. 15 luglio 2009, n. 94).
Uso di gruppo di stupefacenti: mandato all’acquisto.
Cassazione penale, sez. VI, 27 gennaio 2012, n. 3513
Il consumo di gruppo di sostanze stupefacenti, nell'ipotesi del mandato all'acquisto collettivo ad uno degli assuntori, e nella certezza originaria dell'identità degli altri, non è punibile ai sensi dell'art. 73, comma primo-bis, lett. a), d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, anche a seguito delle modifiche apportate a tale disposizione dalla L. 21 febbraio 2006, n. 49.
Correlazione tra accusa e sentenza.
Cassazione penale, sez. VI, 30 gennaio 2012, n. 3550
Viola il principio di correlazione con l'accusa la sentenza di condanna che, a fronte di una contestazione ben definita (nella specie, per i reati di concussione e omissione di atti d'ufficio), formuli una serie di imputazioni alternative, ciascuna connotata da oggettiva incertezza nella ricostruzione del fatto storico, optando per quella più favorevole all'imputato, anziché concludere per una decisione di tipo assolutorio. (Fattispecie in cui la S.C. ha censurato la sentenza impugnata, che aveva riqualificato il fatto di concussione come reato di corruzione propria, ritenendolo avvinto dalla continuazione al reato di rifiuto di atti d'ufficio).
Associazione per delinquere finalizzata allo spaccio: vincolo tra fornitore e acquirenti.
Cassazione penale, sez. VI, 27 gennaio 2012, n. 3509
Nozione di volontarietà nella desistenza volontaria.
Cassazione penale, sez. VI, 10 gennaio 2012, n. 203
La desistenza dall'azione delittuosa può ritenersi volontaria quando la determinazione del soggetto agente sia stata libera e non coartata, ossia quando la prosecuzione dell'azione non sia impedita da fattori esterni che ne renderebbero estremamente improbabile il compimento. (Fattispecie in cui la S.C. ha censurato la sentenza del giudice di merito che aveva escluso la desistenza nella condotta dell'imputato, liberamente allontanatosi da un'abitazione rurale dopo averne forzato la porta d'ingresso, rovistando al suo interno e mettendo tutto a soqquadro, senza peraltro asportare nulla).
Reati contro la pubblica amministrazione: attenuante particolare tenuità del fatto.
Cassazione penale, sez. VI, 10 gennaio 2012, n. 199.
Gestione rifiuti: applicabilità legge 210 del 2008.
Cassazione penale, sez. III, 17 gennaio 2012, n. 1406
L'attività di trasporto di rifiuti in assenza di iscrizione all'Albo nazionale delle imprese esercenti servizi di smaltimento dei rifiuti, se svolta in una Regione in cui vige lo stato di emergenza nel settore, integra il delitto previsto dall'art. 6 della l. 30 dicembre 2008, n. 210 e non il reato contravvenzionale previsto dall'art. 256, comma primo, D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152. (Nella specie, l'attività era abusivamente svolta nella Regione Calabria, vigente il d.P.C.M. 18 dicembre 2009 che aveva dichiarato il predetto stato emergenziale).
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Il secondo elemento soggettivo che la legge penale fornisce nell’articolo 42 è la colpa. Il delitto sarà colposo, o contro l’intenzione, quando il soggetto agente, seppure ha previsto l’evento come conseguenza della sua condotta, non l’ha voluto, ed esso si è verificato a causa di negligenza, imprudenza, imperizia o violazione di norme positive (legge, regolamenti, ordini o discipline). Già partendo dalla sua definizione, è possibile suddividere il concetto di colpa in più tipologie:
Nel primo caso il soggetto è rimproverabile perché, prevedendo, avrebbe potuto orientare la propria condotta in senso inverso rispetto all’azione lesiva o pericolosa. Nel secondo caso egli è rimproverabile perché gli si richiedeva di prevedere, in modo da poter evitare l’evento. Originariamente la colpa incosciente veniva reputata problematica, poiché fondata sulla presunzione di prevedibilità, il che la poneva al limite con la responsabilità oggettiva. Attualmente il problema è risolto, ritenendo che il reato colposo con colpa incosciente non vi sarà nel caso in cui l’evento fosse oggettivamente imprevedibile, poiché deve ragionevolmente intendersi che ad ogni persona potrà e dovrà richiedersi al massimo ciò che è nella sua effettiva sfera di controllo e di conoscibilità.
Altra distinzione importante in tema di categorie di colpa è la seguente, che interviene tra:
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Dai principi fondamentali del diritto penale possono trarsi convincenti deduzioni in merito alle componenti essenziali del reato (c.d. elementi sistematici del reato).
Dinanzi alla questione su quali siano gli elementi strutturali del reato, sono state avanzate due tesi meritevoli di attenzione, di cui solo una viene attualmente seguita dalla dottrina maggioritaria. La prima concezione è detta concezione belinghiana del reato, anche conosciuta come “Teoria tripartita”. La seconda è detta “Teoria bipartita” o “Teoria degli elementi negativi del fatto”. Andiamo a vederne i tratti salienti e le evoluzioni che hanno subìto nel tempo.
La concezione tripartita individua come elementi strutturali del reato: la tipicità, l’antigiuridicità e la colpevolezza. Il ragionamento proposto da Beling scaturiva da tre principi che abbiamo già incontrato precedentemente, e cioè:
- il principio di tipicità.
- il principio di frammentarietà.
- il principio di colpevolezza.
Il principio di tipicità è corollario del principio di legalità e indica che il primo passo per un controllo di responsabilità penale deve concretizzarsi nell’essere la fattispecie concreta sussumibile nella fattispecie astratta. Deve, cioè, abbinarsi perfettamente agli elementi richiesti dalla norma penale, ed essere “coperta” da quest’ultima.
La ratio dell’esistenza dell’antigiuridicità deriva da ciò che abbiamo già individuato in merito al principio di frammentarietà, segnatamente da una delle tre statuizioni che la esplicavano: non tutto ciò che è illecito è antigiuridico. Ciò significa che vi saranno fatti tipici che, per ragioni che successivamente vedremo quando si parlerà delle cause di giustificazione, non saranno considerati antigiuridici. Cioè, saranno tollerati perché facoltizzati da altre norme o rami dell’ordinamento. Il fatto che un comportamento, seppur tipico, possa arrivare ad essere considerato non punibile in virtù della mancanza di antigiuridicità, ci deve portare a considerare la tipicità come un indizio dell’illiceità di un fatto, ma non come direttamente comprovante tale illiceità.
E’ proprio a questo punto che individuiamo la differenza sostanziale tra la concezione tripartita e la concezione bipartita. Nella seconda, non esiste l’antigiuridicità. O meglio, l’antigiuridicità è già inglobata nella tipicità. La concezione bipartita ritiene che, nel momento in cui un fatto sia tipico, esso sarà antigiuridico per diretta conseguenza. La tipicità, dai sostenitori di questa teoria, sarà vista come diretta illiceità del fatto e non come mera rilevanza penale su cui poi si debba attuare un secondo grado di controllo. Detto questo, si spiega anche perché la dottrina definisca tale teoria “degli elementi negativi del fatto”: perché le cause di giustificazione, che per Beling eliminano l’antigiuridicità, per i sostenitori della teoria bipartita fanno venire meno lo stesso fatto tipico.
Le due teorie si reincontrano quando si tratta di enucleare il terzo (o il secondo) elemento strutturale, cioè la colpevolezza. Ricapitolando, la teoria belinghiana prevede tre elementi strutturali del reato (tipicità, antigiuridicità, colpevolezza); la teoria degli elementi negativi del fatto ne prevede due (tipicità antigiuridica, o meglio “antigiuridicità tipizzata”, e colpevolezza).
La teoria maggiormente seguita, perché idonea a meglio rappresentare i passaggi logici nel ragionamento finalizzato a comprendere della colpevolezza dell’agente, è quella belinghiana, la quale ha visto apportarsi un correttivo non irrilevante in tema di colpevolezza. Beling riteneva, infatti, che nell’alveo della colpevolezza bisognasse far rientrare solo ed esclusivamente il legame psichico tra soggetto e fatto. Considerava, quindi, requisiti della tipicità gli elementi oggettivi della fattispecie astratta; requisiti dell’antigiuridicità l’assenza di cause di giustificazione; e requisiti della colpevolezza il dolo e la colpa. Successivamente la sua teoria (detta “Concezione psicologica della colpevolezza”) fu criticata da un altro teorico, Frank, il quale elaborò la “Concezione normativa” della colpevolezza. Basti qui ricordare (della Colpevolezza si parlerà ampiamente in un secondo momento, affrontando tutti i risvolti in tema di errore, responsabilità oggettiva,presupposti della colpevolezza,scusanti legalmente riconosciute) che secondo Frank il dolo e la colpa non sono altro che elementi sì soggettivi, ma in grado di compromettere con la loro assenza direttamente il fatto tipico. Per meglio dire, secondo Frank se per la sussistenza di un reato viene richiesto il dolo, e questo elemento soggettivo viene provato come non esistente nel momento della condotta, non ci sarà la necessità di arrivare ad un controllo sulla colpevolezza: verrà, in principio, meno già il fatto tipico, poiché il dolo e la colpa, pur essendo elementi soggettivi, rientrano comunque tra i caratteri necessari affinché il fatto possa dirsi tipico. Notiamo, quindi, che il “contenitore” rappresentato dalla colpevolezza si è immediatamente svuotato, essendole stati sottratti i due unici elementi che la riempivano. Frank apporta in questo momento il correttivo di cui si parlava, e cioè “riempie” la colpevolezza con un concetto elastico: la rimproverabilità. Essa è vista come criterio normativo, nel senso che un soggetto sarà più o meno rimproverabile a seconda se dallo stesso potesse richiedersi il rispetto effettivo della norma, tenendo in considerazione le circostanze oggettive che hanno fatto da contorno al fatto, e le caratteristiche soggettive inerenti all’agente.
La teoria tripartita del reato è quindi strumento utile ai fini del controllo giudiziale sulla responsabilità penale. Il primo stadio concerne il controllo di sussunzione, valutare cioè se il fatto concreto presenta i caratteri del fatto tipico. Poi bisogna valutare se il fatto tipico è antigiuridico, cioè se non sussistono cause di giustificazione e se il fatto non è tollerato, autorizzato o facoltizzato in alcun ramo dell’ordinamento, e in seguito controllare se il fatto tipico e antigiuridico poteva essere in concreto “evitato” dal soggetto agente. Quest’ultima fase comporterà un controllo sulla diligenza tenuta in concreto dall’agente, per valutare se egli avrebbe potuto fare di più, alla stregua dei parametri sopra indicati, per rimanere nell’alveo della liceità. Più elevato è il grado di diligenza che si poteva richiedere in concreto al soggetto agente, e più egli sarà rimproverabile. Quando la tipicità e l’antigiuridicità saranno stati accertati, e la colpevolezza sussisterà senza dubbio, l’entità della pena oscillerà a seconda del grado di rimproverabilità, tra il minimo e il massimo edittale, tenendo altresì in considerazione gli altri elementi utili ai fini della commisurazione della pena, ovvero i criteri di valutazione della gravità del reato, di cui all’art. 133 del codice penale.
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Il diritto penale può definirsi come la branca del diritto pubblico che si occupa della repressione dei reati. La difficoltà maggiore è stata per l'appunto quella di definire il concetto di reato, e il paradosso di maggior rilievo è che una definizione aprioristica è stata ritenuta impossibile, finendo per poter definire il concetto di reato solo secondo una valutazione ex post, cioè dopo aver analizzato i principi basilari che qualificano il diritto penale come ambito.
Il principio di materialità è strettamente connesso col principio di offensività, anzi sarà il suo stesso presupposto.
Pubblicato da Giulio Forleo a 12:20 0 commenti
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In passato ci eravamo occupati delle cause di giustificazione, oggi invece riprendiamo dai principi fondamentali del diritto penale grazie al contributo del dott. Filippo Lombardi che sarà subito pubblicato.
Pubblicato da Giulio Forleo a 12:13 0 commenti
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Nella sentenza in commento la Suprema Corte si trova nuovamente a tracciare i confini della scriminante del c.d. “rischio consentito” durante lo svolgimento di un’attività sportiva. Ci si chiede se esorbita dall’area di non punibilità la condotta di gioco, pur finalizzata allo sviluppo di un'azione di gioco, ma in cosciente e volontaria violazione del regolamento sportivo, che si appalesi come assolutamente sproporzionata ed estranea alle finalità del gioco e contraria ai principi base di lealtà e correttezza.
La Corte ritiene che in tal caso si esorbita dall'area di non punibilità in ragione dell'operatività della scriminante non codificata del c.d. rischio consentito.
Il caso è quello di Caio che viene condannato per il delitto di cui all'art. 590, comma 2 cod. pen. (così modificata l'originaria contestazione ex artt. 582, 583, comma 1 n. 1 e comma 2 n. 3, 585, comma 1, 577, comma 1 n. 4 in relazione all'art. 61 n. 1 cod. pen.) commesso in Firenze il 24 aprile 2004 in danno di Tizio che, colpito con una violenta gomitata all'addome nel corso di una partita di calcio amatoriale, aveva subito lesioni personali consistite nella rottura della milza ed in ematoma di pancreas sì da rendere necessario ed urgente un intervento chirurgico di splenectomia; dalle quali era derivata una malattia giudicata guaribile in 110 giorni nonché la perdita dell'uso dell'organo della milza. All'esito dell'istruttoria espletata nel corso del giudizio di primo grado, era rimasto accertato che, mentre Tizio stava correndo - palla al piede - lungo la linea laterale destra sulla trequarti della metà-campo avversaria, era intervenuto, sulla sinistra l'imputato (difensore dell'opposta compagine che, durante tutta la partita, aveva attinto lo I. con ripetuti falli) colpendolo con una violentissima gomitata al fianco sinistro, di fatto disinteressandosi del pallone.
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Confisca: applicabilità al prezzo del reato in assenza di una sentenza di condanna.
La confisca disciplinata nell’art. 240 c.p. è una misura di sicurezza patrimoniale, inscrivibile nel più ampio genus costituito dalle sanzioni penali, la quale determina, dopo che la sentenza di condanna è divenuta irrevocabile, l’acquisizione al patrimonio dello Stato dei beni elencati nel predetto enunciato legale.
L’art. 240 c.p. prevede due forme di confisca, in linea generale subordinate all’emanazione di una sentenza di condanna. La prima ipotesi è la confisca discrezionale tramite la quale si possono espropriare le cose che servirono o furono destinate a commettere il reato, nonché le res che ne costituiscono il prodotto, vale a dire l’oggetto derivante in via immediata e diretta dalla commissione del reato. La seconda figura di confisca è ad applicazione obbligatoria ed ha ad oggetto il prezzo del reato, che consiste nell’utilità economica offerta dal mandante per determinare il reo alla commissione del reato, nonché le cose la cui fabbricazione, il cui uso e la cui alienazione e detenzione costituisce reato, rispetto alle quali la legge, considerando l’intrinseca criminosità di queste, non prevede che sia intervenuta una sentenza di condanna.
Ci si chiede se sia applicabile la misura ablativa della proprietà in relazione ai beni costituenti il prezzo del reato, vale a dire il compenso dato al reo per commettere il reato, ancorché non sia stata pronunciata una sentenza di condanna, ma sia stato dichiarato di non doversi procedere per intervenuta prescrizione del reato contestato.
Secondo certa giurisprudenza è da intendere nel senso della obbligatorietà della confisca anche in caso di proscioglimento dell’imputato. Secondo una diversa tesi, invece, l’obbligatorietà della confisca non può prescindere da una pronuncia di condanna.
La Corte a composizione allargata chiarì che l’avverbio “sempre”, previsto fra le note descrittive della disciplina sanzionatoria contenuta nell’art. 722 c.p., ha il significato di rendere obbligatoria una confisca che altrimenti sarebbe stata facoltativa, ma non quello di consentire l’applicazione della misura anche nel caso di estinzione del reato (Cass. pen. Sez. Un., 23 aprile 1993, n. 5).
Più di recente, rivalutando la soluzione propugnata dalle Sezioni Unite, si è affermato che in caso di estinzione per prescrizione del delitto di cui all’art. 319-321 c.p. la confisca del prezzo del reato non può essere ordinata anche in caso di proscioglimento per prescrizione “poiché la particolare natura dell’oggetto della misura patrimoniale, non illecito di per sé ma per il collegamento con il reato del quale si considera il prezzo, presuppone l’accertamento del reato stesso” (Cass. pen., Sez. VI, 3 luglio 2008, n. 27043).
Le Sezioni Unite, nuovamente sollecitate sulla questione da un’ordinanza di rimessione della Sezione I, hanno recepito e riproposto le cadenze argomentative dell’orientamento giurisprudenziale impostosi all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso (Cass. pen., Sez. Un., 15 ottobre 2008, n. 38834). Inoltre, soltanto le cose oggettivamente criminose di cui all’art. 240, comma 2, n. 2, sono confiscabili, anche se non è stata pronunciata sentenza di condanna.
Occorre tuttavia dar conto ad una recente pronuncia della Suprema Corte, la quale, disattendendo l’autorevole arresto delle Sezioni Unite ha statuito che “in caso di estinzione del reato (nella specie, per intervenuta prescrizione), è applicabile la confisca obbligatoria, pur in assenza di sentenza di condanna, non solo nelle ipotesi di cui al numero 2 del comma 2 dell’art. 240 c.p., ma anche in quelle previste dal numero 1 dello stesso comma 2 del citato articolo. In tali ipotesi, peraltro, compete al giudice accertare l’esistenza del fatto costituente reato, trattandosi di indagine che, pur non subordinata alla sola sommaria valutazione ex art. 129 c.p.p., non investe questioni relative all’azione penale, bensì soltanto l’applicazione di una misura di sicurezza, sottratta all’effetto preclusivo della causa estintiva” (Cass. pen., Sez. II, 24 agosto 2010, n. 32273).
Quindi, la più recente giurisprudenza di legittimità, in casi analoghi a quelli di specie, contrariamente ai principi di diritto espressi dalle Sezioni Unite, è propensa ad applicare obbligatoriamente la confisca di cui all’art. 240, comma 2, n. 1, ancorché difetti una sentenza di condanna.
Pubblicato da Giulio Forleo a 09:17 0 commenti
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