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Timestamp: 2018-05-27 17:50:54+00:00
Document Index: 134784570

Matched Legal Cases: ['art. 82', 'art. 82', 'art. 51', 'art. 82', 'sentenza ', 'art. 5', 'art. 10', 'art. 17', 'art. 47', 'art. 25', 'art. 2', 'art. 38', 'sentenza ', 'art. 43']

Novità fiscali del 14 ottobre 2010: regime di esenzione contributiva delle stock option: chiarimenti sulle modalità operative; é esente da tassa l’insegna che indica nominativo, attività professionale svolta ed ubicazione dello studio; tassazione proventi sostitutivi di redditi e spese processuali; stipulata convenzione quadro tra il Ministero dell’Istruzione/Università e ed il Consiglio Nazionale dei Commercialisti
1) Regime di esenzione contributiva delle stock option: chiarimenti sulle modalità operative
2) Rapporto sulle entrate tributarie ad agosto 2010
3) Entrate tributarie internazionali: consuntivo ad agosto 2010
4) E’ esente da tassa l’insegna che indica il nominativo, l’attività professionale svolta e l’ubicazione dello studio
5) Tassazione proventi sostitutivi di redditi e spese processuali
6) Stipulata convenzione quadro tra il Ministero dell’Istruzione/Università e ed il Consiglio Nazionale dei Commercialisti
In relazione al regime di esenzione contributiva delle stock option, l’Inps, con il messaggio n. 25602 del 12 ottobre 2010, ha fornito chiarimenti sulle connesse modalità operative.
In precedenza, la circolare n. 123 del 11 dicembre 2009 aveva illustrato le novità introdotte dal Decreto Legge n. 112/2008, convertito dalla Legge n. 133/2009, in materia di imponibilità fiscale e contributiva delle stock option.
Come noto l’art. 82, comma 24-bis, del D.L. n. 112/2008, ha previsto, in deroga al principio di armonizzazione delle basi imponibili fiscale e previdenziale, un regime di esenzione contributiva per i redditi di lavoro dipendente derivanti dall’esercizio di piani di stock option.
Il nuovo regime contributivo si applica a tutte le azioni assegnate a partire dal 25 giugno 2008 (data di entrata in vigore del D.L. n. 112/2008), indipendentemente dalla data di adozione dei piani azionari.
In particolare, riguardo alle tipologie di azionariato destinatarie del predetto regime esonerativo, l’Inps ha chiarito, ad integrazione di quanto già contenuto nella suddetta circolare, che in assenza di una definizione legale di stock option il regime di esenzione si applica non soltanto ai piani che prevedono l’attribuzione di diritti di opzione ma anche a quelli che, in un ottica di fidelizzazione dei dipendenti, prevedono, nel rispetto delle condizioni stabilite dai piani stessi, un’assegnazione di azioni anche a titolo gratuito.
Ai fini dell’applicabilità del regime esonerativo di cui all’art. 82, comma 24-bis, del D.L. n.112/2008 è necessario che i piani di azionariato che prevedano l’assegnazione di azioni presentino le seguenti caratteristiche:
– il piano azionario non deve essere generalizzato. Come già sostenuto dalla circolare n. 123/2009, il regime di esenzione contributiva non si applica ai piani rivolti alla generalità dei dipendenti, per i quali continua a trovare applicazione l’art. 51, comma 2, lett. g) del TUIR, ma soltanto a quelli riferiti a categorie di dipendenti o singoli dipendenti;
– l’attuazione del piano deve essere subordinata al verificarsi delle condizioni in esso previste. Anche i piani di azionariato che prevedono l’assegnazione di azioni, al pari di quelli che hanno per oggetto l’attribuzione di diritti di opzione, non solo devono costituire uno strumento di integrazione retributiva ma devono anche avere l’obiettivo di fidelizzare i dipendenti. Da ciò consegue che il diritto all’assegnazione e/o alla piena disponibilità delle azioni deve essere soggetto al verificarsi di una o più condizioni. Rientrano tra queste ultime ad esempio la previsione di un periodo minimo decorso il quale i dipendenti maturano il diritto di ricevere le azioni (vesting period), la permanenza in servizio dei dipendenti alla scadenza del periodo di vesting, il raggiungimento di determinati risultati aziendali prefissati dal piano, la previsione di un termine minimo per la cessione delle azioni assegnate;
– il piano deve prevedere esclusivamente l’assegnazione di titoli azionari.
Il regime di esenzione contributiva di cui all’art. 82, comma 24-bis, del D.L. n.112/2008 non si applica ai piani di incentivazione che prevedono la corresponsione in denaro del valore delle azioni.
Detti emolumenti concorrono alla determinazione del reddito di lavoro dipendente e, pertanto, devono essere assoggettati a contribuzione previdenziale e assistenziale.
In relazione al nuovo regime di esenzione operante dal 25 giugno 2008 e sulla base dei chiarimenti contenuti nel presente messaggio, i datori di lavoro possono recuperare la contribuzione versata ma non dovuta sulle azioni assegnate dalla predetta data, utilizzando la procedura UNIEMENS, all’uopo integrata con uno specifico codice causale che consente, in luogo della regolarizzazione con la procedura DM10/V, di effettuare il recupero della contribuzione non dovuta e contemporaneamente la riduzione del relativo imponibile già comunicato con l’EMENS.
A tal fine dovrà essere utilizzato l’elemento <VarRetributive> di <DatiRetributivi>, <DenunciaIndividuale>.
– nell’elemento <AnnoMeseVarRetr> sarà indicato l’anno e il mese della denuncia originaria con la quale è stato comunicato l’imponibile oggetto del recupero contributivo (non anteriore a “2008-06”);
– nell’elemento <CausaleVarRetr> sarà riportato il nuovo codice causale <DIMSTK>
– nell’elemento <ImponibileVarRetr> sarà riportato l’imponibile da portare in diminuzione di quello già comunicato
– nell’elemento <ContribtoVaRetr> sarà riportato l’importo della contribuzione a credito azienda riferito all’imponibile di cui sopra.
2) Rapporto sulle entrate tributarie: agosto 2010
Le entrate tributarie del periodo gennaio – agosto 2010 hanno mostrato un risultato lievemente superiore rispetto a quello registrato nel corrispondente periodo dell’anno passato.
E’ risultato favorevole l’andamento dei ruoli incassati, che nel periodo evidenziano una crescita pari a 365 milioni di euro (+12,4%).
Nel complesso, quindi, le entrate tributarie del bilancio dello Stato e degli enti territoriali, inclusi gli incassi erariali dei ruoli e l’effetto nettizzante delle poste correttive evidenziano un incremento pari a 1.777 milioni di euro, +0,7 per cento (261.254 milioni di euro per il 2010 contro 259.477 milioni di euro per il 2009).
In questo periodo dell’anno va ricordato che le compensazioni d’imposta, comprese nelle poste correttive, risultano in forte diminuzione mostrando una riduzione di ben 8.006 milioni di euro (28,8%): il risultato è la conseguenza di vari fattori.
L’ammontare delle compensazioni registrate nel periodo, 19.816 milioni di euro (-28,8%), è influenzato da alcuni provvedimenti posti in essere in materia di controllo preventivo delle compensazioni IVA.
In sintesi, dal 1° gennaio dell’anno corrente, le compensazioni IVA per importi superiori a 10.000 euro, se relative a crediti IVA annuali del 2009 ovvero crediti trimestrali del 2010, possono essere eseguite esclusivamente a partire dal giorno 16 del mese successivo a quello di presentazione della relativa dichiarazione.
Non soggette a tale procedura, invece, le compensazioni IVA per crediti annuali del 2008, nonché quelle per crediti trimestrali del 2009.
Le entrate tributarie del bilancio dello Stato (incassi)
Le entrate tributarie del bilancio dello Stato incassate nel periodo ammontano a 244.204 milioni di euro e presentano una variazione negativa, rispetto allo stesso periodo dell’anno passato, di –6.702 milioni di euro (-2,7%).
Lo scostamento è attribuibile per larga parte (–7.334 milioni di euro) al comparto delle imposte dirette, in cui si evidenzia la flessione dell’imposta sostitutiva parzialmente compensata dall’IRE.
Sostanzialmente in pareggio il comparto delle imposte indirette, nel quale il risultato negativo dell’imposta sugli oli minerali, che registra una variazione negativa di –1.094 milioni di euro (-8,1%), viene compensato dal buon andamento dell’IVA (+2.394 milioni di euro, pari a +3,6%).
(Ministero dell’Economia e delle Finanze, nota del 13 ottobre 2010)
3) Entrate tributarie internazionali: agosto 2010
L’analisi dei dati relativi alle entrate tributarie dei primi otto mesi del 2010, e del loro andamento tendenziale, ha permesso di fare alcune brevi considerazioni tassi di variazione del gettito positivi per Francia (+19,6%), Portogallo (+3,3%), Regno Unito (+8,5%), Spagna (+13,7%);
– crescita del tasso di variazione del gettito cumulato, rispetto al periodo precedente, per Francia (+0,1 punti percentuali) Italia (+0,7 punti percentuali) e Germania (+0,5 punti percentuali);
– interrotta, dopo cinque rialzi consecutivi, la crescita del tasso di variazione del gettito di Irlanda (-0,8 punti percentuali) e Spagna (-0,1 punti percentuali);
– negativo da inizio anno il tasso di variazione del gettito per Germania (-0,4%) ed Irlanda (-9,0%);
– sempre positivo nel 2010 il tasso di variazione del gettito per la Francia (+19,6%.
I dati relativi ai primi otto mesi dell’anno mostrano una certa stabilizzazione dei tassi di variazione cumulati; se si esclude il Portogallo (+3,3%), che ha fatto registrare una perdita di -2,6 punti percentuali, rispetto al periodo gennaio-luglio (+5,9%), per ciascuno degli altri Paesi le oscillazioni del tasso di variazione sono pari o inferiori a 0,8 punti percentuali. In tale ristretto range di
variazione l’Italia (-2,4%), con +0,7 punti percentuali rispetto al dato relativo ai primi sette mesi (-3,1%), è il Paese che nel periodo in esame presenta la crescita di gettito più consistente. Stabile l’andamento del gettito per Francia (gennaio-luglio: +19,5%; gennaio-agosto: +19,6%), Regno Unito (gennaio-luglio: +8,6%; gennaio-agosto: +8,5%) e Spagna (gennaio-luglio: +13,8%; gennaio-agosto:
+13,7%) i cui indici variano solo di 0,1 punti percentuali.
Evidenti le differenze tra i tassi di variazione dei singoli Paesi, si va dal -9,0% dell’Irlanda al +19,6% della Francia; si osservano Paesi con valori positivi da inizio anno (Francia) ed altri con tassi di variazione ancora negativi (Germania, Irlanda e Italia).
La ragione di tali andamenti discordanti è da ricercare nelle differenti evoluzioni del gettito verificatesi nell’anno precedente in conseguenza della crisi economica o di manovre atte a contrastarne gli effetti.
I Paesi che nel 2009 hanno subito cali di gettito più consistenti sono quelli che nel 2010 fanno registrare tassi di variazione più elevati poiché, per il loro calcolo, viene utilizzato come termine di paragone un anno in cui il gettito è stato particolarmente basso.
La Francia, nei primi otto mesi dell’anno, ha fatto registrare una crescita del gettito del +19,6% rispetto allo stesso periodo del 2009, da attribuire prevalentemente al consistente calo dei rimborsi (-21,1%).
Considerando il gettito a lordo dei rimborsi si ottiene un tasso di variazione cumulato pari a +4,0%, di poco superiore al +3,8% relativo ai primi sette mesi.
Per l’Italia, che tra i Paesi esaminati è quello che nel 2009 ha fatto registrare la perdita di gettito più contenuta in termini percentuali (-3,3%), il tasso di variazione del gettito 2010 risulta negativo poiché calcolato utilizzando una base di confronto più elevata rispetto a quella utilizzata da altri Paesi.
In altri termini, se l’Italia nel 2009 avesse subito perdite di gettito percentualmente paragonabili a quelle di altri Paesi, il tasso di variazione del gettito 2010 sarebbe stato certamente positivo.
(Ministero dell’Economia e delle Finanze, Ufficio 3° previsioni ed analisi entrate, nota n. 20 di ottobre 2010)
Non vanno assoggettate ad imposta sulla pubblicità le targhe recanti unicamente l’indicazione dei nominativi, dell’attività professionale e dell’ubicazione dello studio, senza altre specificazioni, poichè in tali ipotesi viene a mancare la struttura e la finalità del messaggio pubblicitario.
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 16722 del 2010, ha messo in risalto quanto segue:
Questa Corte, in conformità ad un indirizzo interpretativo già espresso in passato con riferimento al previgente D.P.R. n. 639 del 1972, ha recentemente ribadito, in generale, con riguardo alla disciplina di cui al D.Lgs. 15 novembre 1993, n. 507, il principio secondo il quale sono da considerare mezzi pubblicitari, e sono quindi assoggettate al tributo, le targhe e le insegne che recano dei messaggi pubblicitari tali da sollecitare la domanda di beni e servizi, con la conseguenza che il presupposto d’imponibilità, di cui all’art. 5, del D.Lgs. citato, va ricercato nell’astratta possibilità che il messaggio, in rapporto all’ubicazione del mezzo, possa avere un numero indeterminato di destinatari, che diventano tali solo perchè vengono a trovarsi in un luogo determinato (nella specie è stata ritenuta soggetta ad imposta la targa indicativa di uno studio di un avvocato esposta in un cortile che, pur privato, era aperto al pubblico), anche, sempre in tema di targhe di studi professionali, in generale qualsiasi mezzo di comunicazione con il pubblico, il quale risulti indipendentemente dalla ragione e finalità della sua adozione – obbiettivamente idoneo a far conoscere indiscriminatamente alla massa indeterminata di possibili acquirenti ed utenti il nome, l’attività ed il prodotto di una azienda, è soggetta ad imposta sulla pubblicità, restando irrilevante che detto mezzo di comunicazione assolva pure una funzione reclamistica o propagandistica).
Poi, la L. 28 dicembre 2001, n. 448, art. 10, comma 1, lett. c), ha aggiunto (con effetto dal 1 gennaio 2002) al D.Lgs. n. 507 del 1993, art. 17, dopo il comma 1, il comma 1 bis, il quale stabilisce, per quanto qui interessa, che “l’imposta non è dovuta per le insegne di esercizio di attività commerciali e produzione di beni o servizi che contraddistinguono la sede ove si svolge l’attività cui si riferiscono, di superficie complessiva fino a 5 metri quadrati”.
Inoltre, la Circolare del Ministero dell’Economia e delle Finanze, Dipartimento per le politiche fiscali, n. 3 del 3 maggio 2002 ha ritenuto che “devono essere ricomprese tra le fattispecie che godono del beneficio in questione (….) i mezzi pubblicitari esposti dai professionisti (medici, avvocati, commercialisti, architetti, ingegneri, ecc), che possono rientrare nella definizione di cui al citato D.P.R. n. 495 del 1992, art. 47, in quanto assolvono al compito di individuare la sede dove si svolge un’attività economica”.
Ebbene, la Suprema Corte ha ritenuto che la tesi esposta dall’Amministrazione nella suddetta circolare sia corretta.
E’ pur vero che la norma di esenzione in esame, richiamando le “attività commerciali” e quelle di “produzione di beni o servizi”, sembra riferibile, in senso letterale, alle attività esercitate dall’imprenditore e non anche a quelle svolte dal libero professionista.
Tuttavia, la Cassazione ha considerato che, secondo la consolidata giurisprudenza della Corte di giustizia, nell’ambito del diritto della concorrenza, la nozione di impresa abbraccia qualsiasi entità che eserciti un’attività economica, a prescindere dallo status giuridico della detta entità e dalle sue modalità di finanziamento, e costituisce un’attività economica qualsiasi attività consistente nell’offrire beni o servizi su un mercato determinato.
Pertanto, ha osservato la Corte Suprema, “gli avvocati offrono, dietro corrispettivo, servizi di assistenza legale consistenti nella predisposizione di pareri, di contratti o di altri atti, nonchè nella rappresentanza e nella difesa in giudizio. Inoltre, essi assumono i rischi finanziari relativi all’esercizio di tali attività poichè, in caso di squilibrio tra le spese e le entrate, l’avvocato deve sopportare direttamente l’onere dei disavanzi”.
Concludendo che gli avvocati “svolgono un’attività economica e, pertanto, costituiscono imprese ai sensi degli artt. 85, 86 e 90 del Trattato, senza che la natura complessa e tecnica dei servizi da loro forniti e la circostanza che l’esercizio della loro professione è regolamentato siano tali da modificare questa conclusione”.
Ne deriva che, in ossequio ai richiamati principi del diritto comunitario, non è ammissibile che l’avvocato (e il libero professionista in genere) possa essere soggetto, nella materia de qua, ad un regime fiscale differenziato – e più gravoso – rispetto a quello riservato a coloro che svolgono una qualsiasi altra attività economica (in regime concorrenziale).
Costituiscono reddito di lavoro autonomo, soggetto a ritenuta (ai sensi dell’art. 25 del DPR n. 600 del 1973), non solo gli emolumenti sostitutivi di compensi ma anche il rimborso di costi che hanno concorso alla formazione del reddito, in quanto deducibili.
Infatti, in virtù degli artt. 53 e 54 del TUIR, concorrono alla determinazione di
tale tipologia di reddito:
a) i compensi;
b) gli altri componenti rilevanti sotto forma di costi deducibili.
Lo ha precisato l’Agenzia delle Entrate con la risoluzione n. 106/E del 13 ottobre 2010.
Nel caso di specie, ha rilevato tale Agenzia, costituiscono reddito di lavoro autonomo, da assoggettare a ritenuta, le somme dovute al professionista a carico del convenuto soccombente, pari ad euro 9.000 (oltre interessi legali), in quanto erogate a compensazione di mancati introiti professionali dell’attore vittorioso nella causa per danni (Cass. n. 9893 del 11.10.1997 e n. 10972 del 13.5.2009).
Per quanto riguarda le spese processuali, comprese quelle per onorari, sostenute per ottenere in giudizio un risarcimento danni a fronte di mancati guadagni professionali, si assume che le stesse siano inerenti all’attività professionale e, pertanto, deducibili dal reddito.
Per ragioni di simmetria impositiva, pertanto, il rimborso delle predette spese, che hanno concorso alla formazione del reddito sotto forma di costi deducibili, deve ugualmente essere assoggettato ad imposizione e a ritenuta.
Se il professionista non ha dedotto le spese processuali nel periodo d’imposta in cui le ha sostenute può recuperare la maggiore imposta versata presentando la dichiarazione integrativa (art. 2, comma 8-bis, del DPR n. 322/1998) oppure l’istanza di rimborso (art. 38 del DPR n. 602/1973).
La risoluzione n. 106/2010
I chiarimenti dalle Entrate
Professionista vincente in giudizio, ritenuta al 20% su tutto il risarcimento e spese legali deducibili
L’importo liquidato in sentenza per inadempimento contrattuale a favore di un lavoratore autonomo sconta la ritenuta d’acconto sull’intera somma riconosciuta dal giudice, compresa la copertura delle spese processuali. Nello stesso tempo, il professionista può portare i costi della causa in diminuzione dal reddito.
Nel caso in cui queste spese non siano state scalate nel periodo d’imposta in cui sono state sostenute, il libero professionista può recuperare la maggiore imposta versata attraverso una dichiarazione integrativa o con istanza di rimborso.
È questa l’interpretazione contenuta nella risoluzione n. 106/E pubblicata il 13 ottobre 2010 che risponde a un interpello presentato da una società citata in giudizio, per inadempimento
contrattuale, da un notaio.
Il professionista ha vinto la causa promossa per farsi riconoscere il risarcimento dei mancati guadagni professionali, con relativi interessi legali e delle spese processuali, compresa la parcella del suo avvocato. Ma, al momento del rimborso, ha contestato la ritenuta d’acconto del 20% che gli è stata operata, sull’intera somma, dalla parte soccombente.
Stavolta, però, la ragione non è dalla sua. Infatti, la risoluzione ribadisce l’obbligo, in capo al sostituto d’imposta, di operare le ritenute di legge su somme aventi natura di reddito, anche se corrisposte a seguito di provvedimento giudiziale, secondo l’indirizzo ormai consolidato sia nella prassi dell’Amministrazione finanziaria, sia nella giurisprudenza. Pertanto, così come sono soggetti a tassazione i redditi di lavoro autonomo, lo sono anche i proventi sostitutivi della stessa tipologia di reddito, come nel caso della liquidazione giudiziale in questione.
L’odierna risoluzione precisa, inoltre, che il professionista può portare in deduzione dal reddito gli importi, pure assoggettati a ritenuta d’acconto, rimborsati per le spese processuali, comprese quelle sostenute per portare avanti la causa, in quanto costi deducibili che hanno concorso alla formazione del reddito.
6) Stipulata convenzione quadro tra il Ministero dell’Istruzione, dell’università e della Ricerca ed il Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti contabili
Il 13 ottobre 2010 è stata siglata la convezione quadro tra il Ministero dell’Istruzione, dell’università e della Ricerca ed il Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti contabili, di cui all’art. 43, comma 2, D.Lgs. 28 giugno 2005, n. 139.
La convenzione quadro consente di realizzare percorsi formativi espressamente finalizzati all’accesso alla professione di Dottore Commercialista e di Esperto Contabile e fissa le condizioni minime che consentono:
1) l’esonero dalla prima prova dell’esame di Stato per l’accesso alla sezione B dell’Albo dei dottori commercialisti e degli esperti contabili;
2) di svolgere il tirocinio professionale nel corso del biennio di studi finalizzato all’acquisizione della laurea magistrale (o specialistica);
3) l’esonero dalla prima prova dell’esame di Stato per l’accesso alla sezione A dell’Albo dei dottori commercialisti e degli esperti contabili.
Al fine di dare concreta attuazione a quanto previsto nella convenzione quadro è necessario che gli Ordini territoriali stipulino, tempestivamente, gli accordi con le Università.
Il Consiglio Nazionale trasmetterà ai vari Ordini locali, nelle prossime settimane, uno schema base che potrà essere di ausilio nella definizione dell’accordo.