Source: https://transiberiani.wordpress.com/2016/07/
Timestamp: 2018-10-19 06:00:07+00:00
Document Index: 53096064

Matched Legal Cases: ['art. 117', 'sentenza ', 'art. 117', 'art. 117', 'art. 117', 'art. 117', 'art. 117', 'art. 117']

luglio | 2016 | transiberiani
Posted in Miniere and tagged Banksy, Siria on luglio 31, 2016 by barbarasiberiana. Lascia un commento
Costituzione e ambiente
Un nuovo contesto fra azione del Governo nazionale e territori
di Carlo Galletti (*) – greenreport.it, 6 giugno 2016
La complessa architettura della riforma costituzionale su cui il 16 ottobre 2016 i cittadini italiani saranno chiamati a esprimersi comprende, fra le varie materie, una completa riscrittura dell’articolo 117 della Costituzione che ridisegna completamente le competenze dello Stato e delle Regioni su ambiente e tutela del paesaggio.
Fra tutti i temi oggetto della campagna dei due opposti fronti del SI’ e del NO alla riforma, questo è rimasto in ombra, non solo perché l’ambiente nel nostro Paese è posto spesso in fondo alla scala delle priorità, ma soprattutto perché è mancata la mobilitazione del variegato arcipelago ambientalista, che in occasioni anche molto vicine, come il referendum sulle trivelle dell’aprile scorso, ha dimostrato di sapersollecitare anche in tempi molto rapidi, il consenso di milioni di persone su obiettivi chiari e definiti.
E forse è proprio questo il nodo: è probabile che questo aspetto della riforma non sia percepito come chiaro e definito dagli unici soggetti in grado di influenzare l’opinione pubblica su questi temi. E’ importante quindi, per quanto possibile, chiarire i cambiamenti che sarebbero prodotti dalla riforma costituzionale, in un contesto che vede una continuità di tutti i governi del dopoguerra, nel collegare il progresso e la ripresa economica del paese a programmi di Grandi Opere, culminato nel programma dello “Sblocca Italia” di cui la riforma dell’art. 117 costituisce, anche per espressa ammissione del governo e l’attivismo in questo senso del ministro dell’ambiente Gian Luca Galletti, lo strumento operativo privilegiato. Guarda caso, il decreto Sblocca Italia è stato dichiarato incostituzionale (sentenza n. 7 del 2016) proprio per le norme che non prevedono il coinvolgimento delle Regioni, violando gli articoli 117 e 118 della Costituzione sul riparto delle competenze tra Stato e Regioni medesime.
Il nuovo art. 117: competenza esclusiva dello stato e “clausola di supremazia”.
Vediamo in dettaglio le modifiche indotte alla Costituzione formale, prima di analizzare le possibili conseguenze su quella materiale.
Il nuovo art. 117 attua due passaggi fondamentali.
Il primo consiste nel riportare alla competenza esclusiva dello Stato una serie di materie, attualmente affidate alla legislazione concorrente fra Stato e Regioni, fra le quali ne spiccano alcune fondamentali in campo ambientale: tutela e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici; ambiente ed ecosistema; disposizioni generali e comuni sulle attività culturali e sul turismo; disposizioni generali e comuni sul governo del territorio; sistema nazionale e coordinamento della protezione civile; produzione, trasporto e distribuzione nazionali dell’energia; infrastrutture strategiche e grandi reti di trasporto e di navigazione di interesse nazionale e relative norme di sicurezza; porti e aeroporti civili, di interesse nazionale e internazionale.
Si noti che, insieme alle altre numerose materie riportate alla competenza esclusiva dello Stato, la nuova formulazione dell’art. 117 viene a sottrarre alle Regioni la maggior parte delle competenze legislative, ribaltando completamente la riforma del titolo V operata nel 2001 sotto la spinta autonomistica della Lega Nord, ma modificando in maniera decisa anche l’impianto costituzionale originario che vedeva nel riparto di competenze fra Stato e Regioni uno dei pilastri del nuovo assetto istituzionale repubblicano.
L’intento dichiarato, ragionevole e condivisibile, di questo aspetto della riforma del 2016, è quello di riparare a un errore della riforma del 2001, che non chiarendo adeguatamente il riparto di competenze fra Stato e Regioni, ha causato un notevole incremento dei conflitti e del contenzioso che ha molto impegnato da allora la Corte Costituzionale. Secondo i costituzionalisti che hanno diffuso l’appello per il NO, si tratta però di una semplificazione che non tiene conto che i criteri di ripartizione delle competenze, mai difficilmente separabili con un taglio netto, hanno sofferto, specialmente dopo il 2001, della mancanza di una coerente legislazione statale di attuazione.
Questo argomento pare convincente se si esamina uno dei grandi temi ambientali che hanno attraversato la storia istituzionale del Paese, quello della conservazione della natura con lo strumento dei Parchi e delle Zone Umide di importanza internazionale ai sensi della Convenzione di Ramsar. Il contenzioso fra Stato e Regioni che interessò dagli anni ’70 agli anni ’90 del secolo scorso il riparto di competenze su questi temi, e richiese alla Corte Costituzionale, tramite numerose sentenze, uno sforzo di definizione importante( che ha gettato le basi di questa parte del diritto ambientale colmando un ritardo storico del nostro Paese), diminuì significativamente quando la legge quadro sulla aree Protette n. 394 del 1991, recuperando il nucleo delle principali decisioni della Corte, stabilì un chiaro riparto di competenze inquadrato in una cornice di leale collaborazione fra tutti i livelli dell’amministrazione pubblica nella tutela del “patrimonio naturale del Paese”.
Ecco, è proprio il principio della “leale collaborazione” fra tutti i livelli della pubblica amministrazione nelle materie ambientali che viene spazzato via da questa riforma, sostituendolo con un potere e un controllo esclusivi in capo allo Stato cui verrà ricondotta ogni decisione strategica. Il destino dei Parchi Nazionali, delle Riserve Marine, del Piano Nazionale della Biodiversità spesso abbandonati a sé stessi , le Grandi Opere e lo Sblocca Italia come obiettivi prioritari dell’attività dello Stato, testimoniano quanto questa esclusività sia meritata dal massimo livello della pubblica amministrazione.
Il progetto inoltre pretende sì di eliminare le competenze concorrenti, ma come abbiamo visto definisce in alcune materie una competenza esclusiva dello Stato relativamente alle sole “disposizioni generali e comuni”: ambiguità che immaginiamo sarà foriera di una nuova ondata di contenzioso. Chi deciderà dove finiscono le “disposizioni generali e comuni del governo del territorio” e iniziano le disposizioni specifiche, rispetto ad esempio ai rapporti fra attività economiche e tutela del territorio e del paesaggio? In pratica, il riaccentramento non è uguale per tutte le materie: le materie relative alle Opere Pubbliche, sono riaccentrate in maniera più chiara e meno soggetta a possibili conflitti di attribuzione: protezione civile, energia, infrastrutture, porti e aeroporti.
Un contenzioso come quello che ha contrapposto 10 Regioni al Governo in materia di estrazione di gas e petrolio, con il ricorso alla Corte Costituzionale per conflitto di attribuzione, non sarà più possibile quando entrerà in vigore il nuovo art. 117.
O forse, rimarrà possibile solo per le Regioni a statuto speciale, per le quali poco o nulla cambia nel dettato costituzionale. Anche di questo aspetto è difficile capire la logica, dovuta forse alla geografia periferica rispetto a opere e infrastrutture delle Regioni suddette.
Il quadro è completato dal secondo passaggio contenuto nella riforma dell’art. 117, la cosiddetta “clausola di supremazia”, dove si prevede che <<Su proposta del Governo, la legge dello Stato può intervenire in materie non riservate alla legislazione esclusiva quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale.>> E quando il Governo proporrà questa assunzione di responsabilità? Per il Ponte sullo Stretto di fronte a qualche amministrazione locale reticente, magari un comune governato proprio dalle forze che a tale Grande Opera si sono opposte? Per il prossimo EXPO? O per le Olimpiadi, dove sarà magari necessario superare l’opposizione di un comune di Roma non allineato alle decisioni del Governo, mentre 600 ettari di terreno a Tor Vergata sono già disponibili ad accogliere i nuovi cantieri? O per i 12 inceneritori già previsti dallo Sblocca Italia, visto che già il decreto all’articolo 35 definisce i termovalorizzatori “infrastrutture e insediamenti strategici di preminente interesse nazionale ai fini della tutela della salute e dell’ambiente”?
Il ripristino di un forte centralismo statale garantirà soprattutto una maggiore libertà d’azione e una maggiore efficacia ai programmi e alle attività del Governo nazionale, cancellando o riducendo molto la conflittualità, mediante l’eliminazione del ruolo dei territori al tavolo negoziale. E’ vero che spesso le Regioni non sono state certo alfieri della tutela dell’ambiente e del paesaggio, ma dov’è la garanzia che questo ruolo venga assunto in maniera convinta dallo Stato, che anche quando ne aveva facoltà, vedi ad esempio il finanziamento, l’organizzazione e il funzionamento dei Parchi Nazionali, non si è certo affannato troppo, concentrando anzi proprio nella tutela della natura i tagli più consistenti alla spesa pubblica.
E di fronte a un programma ciclopico di opere pubbliche come lo “Sblocca Italia”, quali saranno i poteri che potranno se non impedire, quantomeno adattare un simile programma alle specificità e alle vulnerabilità del territorio? Che garanzia c’è che la conoscenza puntuale e specifica del territorio sia rispettata quando ogni decisione sarà ricondotta in mano allo Stato?
Cosa cambierà nel modus operandi delle associazioni ambientaliste, specialmente di quelle, come Legambiente, LIPU, WWF, Amici della Terra, che nella gestione e cura del territorio hanno riposto le loro energie, in modelli organizzativi che vedono un coordinamento efficiente fra centro e periferia come punto di forza ? Poco forse, visto che il collegamento fra la conoscenza di dettaglio del territorio e le capacità di interlocuzione delle rappresentanze associative a livello nazionale, sarà garantito da strutture snelle e da un ottimo coordinamento fra i vari attori? Si tratterà di un semplice cambiamento di referenti, non più lo Stato e le Regioni ma solo lo Stato?
E’ difficile avere capacità predittive adeguate, però, visto che l’intento della riforma è quello della semplificazione del processo decisionale mediante l’eliminazione del ruolo e della titolarità di un interlocutore spesso scomodo e battagliero come l’ente regionale, è difficile immaginare che anche il ruolo spesso scomodo e battagliero delle associazioni avrà lo stesso peso di adesso, trattandosi oltretutto di organizzazioni che non hanno certo un riconoscimento esplicito a livello costituzionale, se non nelle scarne previsioni sulle “formazioni sociali”. E le possibilità di militarizzazione del territorio già previste dalla legge per le opere strategiche, largamente sperimentate nella realizzazione della TAV, dovrebbero chiarire quale spazio potrebbe essere disponibile per eventuali velleità movimentiste.
Il tutto in un modello pervasivo di semplificazione emergenziale delle decisioni capace potenzialmente di estendersi alla maggior parte delle infrastrutture, degli impianti energetici, dei porti e aeroporti, consentendo enormi colate di cemento se necessario presidiate militarmente, con buona pace per il territorio, la partecipazione, ma anche la salute, l’economia, e anche un po’ la democrazia.
La riforma non garantisce che le Grandi Opere non continueranno ad essere quello che nel nostro Paese spesso sono: fonte di sprechi, corruzione, infiltrazione della criminalità organizzata, danni al territorio e alla salute, non sempre con un reale aggancio alle necessità dei trasporti e dell’economia ma talvolta frutto della pressione di potenti lobbies interessate a cospicui budget. La riforma rende semplicemente le Grandi Opere più facilmente realizzabili: autostrade, ferrovie ad alta velocità, trivellazioni, impianti petroliferi, inceneritori, gasdotti e rigassificatori saranno realizzati con minori incertezze, lacci e lacciuoli. Qualche anticipazione l’abbiamo avuta con la TAV, le trivelle, la variante di valico: il modello è quello, comunità locali e partecipazione possono stare “sereni”.
Associazioni, azione locale e pensiero globale: un nuovo paradigma?
Questo nuovo modello cambierà i connotati stessi sia dell’azione locale sia di quella globale delle associazioni ambientaliste, che adesso si esplica su tre livelli: locale, regionale e nazionale, riducendoli a due mediante l’eliminazione del livello intermedio, ma tendenzialmente, sulle Grandi Opere, riducendosi al solo livello nazionale.
Cambierà e rischierà di ridursi drasticamente l’incisività e la possibilità di interlocuzione, se non per quei temi per i quali le associazioni avranno la capacità di attivare faticose campagne nazionali. E sperando che fra le forze politiche non prevalgano coloro che vedono nello strumento repressivo un valido aiuto all’azione di governo, perché in questo caso gli spazi legali di azione sarebbero veramente ridotti al lumicino.
Finora, pochissimi segnali di allarme sono giunti dal movimento ambientalista, se non ad opera di pochi previdenti giornalisti e del Coordinamento nazionale No Triv.
Le grandi associazioni ambientaliste nazionali non intendono prendere posizioni decise, per non creare spaccature interne fra chi vede la riforma costituzionale, pur con aspetti contraddittori, comunque un modo per dare una scossa al Paese, e chi ne evidenzia invece gli aspetti critici e i caratteri autoritari. Con la evidente contraddizione di essere state in prima fila contro i provvedimenti governativi sulle trivelle e il successivo referendum, ma di non avversare l’approccio semplificativo e tendenzialmente autoritario incardinato nella riforma dell’art. 117 che tali provvedimenti ha prodotto, e molti altri in vari campi ne produrrà.
Il rischio di non scegliere quindi, è enorme, perché la posta in gioco è da un lato la modifica della configurazione fisica del territorio italiano, dall’altro l’identità stessa e il ruolo delle associazioni. Certo non sarà la fine del mondo, la creatività e le capacità di interlocuzione politica dell’arcipelago ambientalista non verranno certo azzerate. Un simile cambiamento epocale richiederebbe però, almeno un adeguato approfondimento, quello che nelle moderne tecniche di gestione ambientale è la Valutazione di Impatto insieme alla Valutazione del Rischio.
(*) già consigliere del Parco Migliarino – San Rossore – Massaciuccoli
Posted in Mine Vaganti and tagged Ambiente, associazioni, globale, locale, Riforma costituzionale on luglio 29, 2016 by barbarasiberiana. 165 commenti
Posted in Miniere on luglio 27, 2016 by barbarasiberiana. 106 commenti
di Roberto Settembre – libertaegiustizia.it, 25/07/2016
Posted in Mine Vaganti and tagged CEDU, Costituzione, G8, Italia, reato tortura on luglio 26, 2016 by barbarasiberiana. 10 commenti
Il senso di Marchionne per gli affari
Nel 2018 scade l’accordo sugli “incentivi” tra il gruppo nato a Torino e il governo di Belgrado
La fabbrica Fiat in Serbia e il senso per gli affari di Sergio Marchionne
Viaggio a Kragujevac, nello stabilimento della 500L. Avrebbe dovuto produrre 300mila auto, ma nel 2015 dalle linee ne sono uscite meno di 92mila. Intanto l’azienda, che è diventata FCA, ha spostato in Turchia i nuovi modelli, come la Tipo, e annunciato nuovi licenziamenti
di Duccio Facchini – altreconomia.it, 18/07/2016
Una Fiat Punto percorre in retromarcia il ponte che collega la città serba di Kragujevac -170mila abitanti, 140 chilometri a Sud della capitale Belgrado-, allo stabilimento della “FCA Serbia d.o.o. Kragujevac”. Dal finestrino abbassato spunta un uomo, sorriso di circostanza e polo a marchio Fiat; l’invito è quello di non fare altre fotografie alla facciata dove c’è un’enorme “500L” -la monovolume compatta che la multinazionale dell’auto con la sede centrale in Olanda (Fiat Chrysler Automobiles NV) produce qui in Serbia- la cui sagoma è rappresentata dalle figure di tanti suoi colleghi. Accanto agli operai verniciati c’è una scritta: “Mi smo ono što stvaramo”, siamo quello che produciamo.
L’atteggiamento dell’uomo sul ponte è prassi quando si guarda alla “FCA Serbia d.o.o. Kragujevac”, controllata al 67% circa dall’italiana FCA Italy Spa e per il resto dal governo serbo. Da Torino, l’ufficio stampa ha negato la possibilità di un sopralluogo in quella che dal 2008 è una zona franca, consegnata senza oneri dal governo guidato all’epoca da Boris Tadic all’allora e attuale amministratore delegato di Fiat (poi FCA), Sergio Marchionne. Oltre ad incentivi economici per ogni operaio assunto, l’accordo prevedeva l’azzeramento delle imposte o dei dazi doganali fino al 2018.
Un trafiletto uscito sul Corriere della Sera nel settembre di otto anni fa illustrava le prospettive di partenza: “Nel 2010 dovranno uscire 200mila auto, destinate a diventare 300mila l’anno successivo”. I modelli sulle linee sarebbero dovuti essere tre: Punto, 500 e una “nuova city car che Fiat sta progettando”. L’entusiasmo aveva contagiato anche Il Sole 24 Ore, che nel luglio 2010 titolava “Fiat in Serbia: 30mila posti”.
“Come è andata finire?”, è la domanda scontata che l’interprete ripropone in serbo a Zoran Markovic, segretario generale del sindacato Samostalni nonché vice-segretario della Fiom serba. Rispetto all’indotto, e cioè quei 30mila posti promessi dall’Agenzia serba per gli investimenti citata dal Sole, Markovic è sarcastico: “Si tratta di un errore, forse è scappato uno zero in più”. Sommando i dipendenti dei sette fornitori di FCA da queste parti, infatti, si superano di poco le 1.500 unità.
Il sindacato di Markovic è il più rappresentativo nello stabilimento di FCA, con 1.850 iscritti su 3.200 lavoratori. “È in base a questa forza che abbiamo firmato il contratto collettivo con la Fiat e conduciamo tutte le trattative nell’interesse degli operai”, spiega intorno al tavolo di una sala del Samostalni -la porta d’ingresso è foderata e un calendario è fermo al 2004-, nella vecchia palazzina cadente, tinteggiata all’esterno d’azzurro, dove un tempo batteva il cuore della contrattazione della Zastava, la storica fabbrica di automobili e armamenti di Kragujevac, bombardata dalla NATO neanche vent’anni fa, durante la guerra.
Anche Markovic ha la polo d’ordinanza, ma lo spirito aziendalista si è affievolito rispetto a qualche anno fa. Precisamente da tre anni, da quando cioè i salari sono stati congelati. Lo sanno bene i rappresentanti dell’associazione italiana “Mir Sada” di Lecco, che ogni anno, da quindici anni, tornano da queste parti in giugno e in ottobre per consegnare oltre 70 adozioni ad altrettante famiglie in condizioni di necessità.
Siedo con loro mentre il sindacalista ordina le tessere dell’attuale mosaico: “Dal luglio 2012, Fiat produce qui la 500L nelle sue tre versioni: classic, living e trekking. Lavoriamo su tre turni, dalle 6 alle 14, dalle 14 alle 22, dalle 22 alle 6, per cinque giorni alla settimana esclusi sabato e domenica”. I numeri del 2008 sono lontani. Le 300mila auto prodotte promesse per il 2011 sono state in realtà 91.769 nel 2015. “A causa della richiesta diminuita nel mercato europeo e mondiale lo scorso anno abbiamo avuto 85 giorni non lavorativi e quest’anno se ne prevedono oltre 100” spiega Markovic. E quando gli operai vanno in cassa integrazione il salario percepito è il 65% di quello base, che a seconda del mansionario è compreso tra i 270 e i 320 euro al mese.
Il livello dei salari -che non è al di sotto della media nazionale serba- spiega perché non sia affatto semplice incontrare una 500L per le strade di Kragujevac, a parte nella versione taxi, fucsia. “Il potere d’acquisto è così basso -prosegue Markovic- che il prezzo attuale in dinari del modello con motore a benzina, pur con tutte le sovvenzioni, non scende sotto ai 10mila euro. Quindi per un cittadino serbo è del tutto inimmaginabile acquistarlo”. Immaginabile, invece, che i salari restino inchiodati.
Nella relazione al bilancio 2015 di FCA Italy Spa -la controllante principale della succursale serba- c’è un paragrafo dedicato alla “Contrattazione collettiva”. “In Serbia -si legge-, è stata raggiunta un’intesa che riconosce la mancanza degli elementi di contesto e aziendali per procedere ad aumenti collettivi dei salari mentre è stata definita l’entità del ‘Premio di Natale’, il cui importo è stato riconosciuto in funzione dell’effettiva prestazione lavorativa dei dipendenti interessati”. Markovic ascolta la traduzione guardando l’interprete -Rajka Veljovic, il punto di riferimento del Samostalni per tutte le associazioni di volontariato che fanno adozioni a distanza-, poi torna a sorridere e si limita a un’annotazione: “Il ‘Premio di Natale’ è la vostra tredicesima”.
Gli “elementi di contesto” non sono altro che i 100 giorni non lavorativi messi in conto quest’anno.“Eravamo a un bivio -racconta Markovic-: accettare i licenziamenti oppure mantenere gli operai, rinunciando però agli aumenti”.
Il compromesso al ribasso (per i lavoratori) ha apparentemente retto, al contrario di quanto accaduto nello stabilimento nel maggio di tre anni fa. Allora diversi veicoli uscirono dalle linee con una scritta incisa con dei cacciavite in cui si “invitava” l’ex capo reparto italiano ad andarsene a casa. I lavoratori lamentavano turni massacranti. Rimosso il capo reparto sono stati deposti i cacciavite.
Ma il compromesso è naufragato a fine giugno, quando FCA ha annunciato -e già avviato- nuovi tagli all’organico.
Nonostante i risultati sotto le attese, però, la filiale serba di FCA -o meglio, una delle sette società che la multinazionale ha domiciliato nel Paese- è stata nominata nel 2015 “Azienda socialmente responsabile dell’anno” dalla “Serbian association of managers”. Un riconoscimento gradito per l’azienda, che qui lo scorso anno ha registrato un fatturato netto di 1,15 miliardi di euro e utili per 19,6 milioni (-3% rispetto al 2014), ma mai quanto il finanziamento pubblico di 500 milioni di euro della Banca europea degli investimenti (BEI) -di cui la multinazionale ha dato conto nell’ultimo “annual report” del Gruppo-. Maturerà nel 2021 e dovrà contribuire alla “modernizzazione ed espansione” dello stabilimento di Kragujevac.
Non è dato sapere se FCA abbia realmente intenzione di portare a Kragujevac la produzione di un nuovo modello -a precisa domanda il Gruppo ha risposto infatti “no comment”-, che pure era stato previsto nell’accordo, secondo Markovic. “Il contratto originario stipulato nel 2008 prevedeva che già nel 2014 dovesse partire la produzione di un nuovo modello -spiega il segretario del sindacato-, che invece non mai è stato realizzato”. Quella del nuovo modello non è l’unica clausola mancata, come dimostra l’elenco schematico formulato dal sindacalista: “La Fiat doveva produrre il 5% dei pezzi di ricambio qui, e non è successo. La Serbia doveva terminare l’autostrada E75, che non è stata realizzata. La Serbia doveva rafforzare la ferrovia, non è stato fatto. La Serbia doveva fare la circonvallazione, non è stata fatta”. È stato fatto un asilo, questo sì, all’interno dello stabilimento, dove la retta non è azzerata ma scontata di un quinto rispetto alla città; sono state organizzate partite di pallone, realizzato un rondò all’ingresso della città dove sorge un enorme ovale deformato e lo stemma Fiat -è il secondo entrando a Kragujevac, dopo quello con la grande croce ortodossa- e un quiz tra gli operai: “Il vincitore andrà a Rio per le Olimpiadi”, racconta Markovic, alzando gli occhi verso il cielo.
Invece la “Nuova Tipo”, la berlina compatta a tre volumi annunciata nel maggio 2015 da Sergio Marchionne, è già andata in Turchia -uno dei 28 Paesi al mondo in cui FCA ha spostato la produzione, dal Venezuela alla Corea del Sud-. Da settembre scorso viene prodotta nello stabilimento Tofas di Bursa, che è in capo alla società Tùrk Otomobil Fabrikasi A.S., di cui FCA Italy Spa detiene il 37,8% in joint venture con il Gruppo Koc. Lì, FCA produce anche Fiat Linea, Fiat Fiorino, Fiat Qubo, RAM Promaster City e Fiat Doblò (oltre a Peugeot Bipper, Citroen Nemo e, per conto di Opel, Vauxhall Combo). Poteva essere la Nuova Tipo il modello promesso alla Serbia? “Lo Stato turco ha investito 1 miliardo di dollari e per questo la Fiat ha deciso di portare lì la Tipo, una berlina che nasce sulla stessa piattaforma della 500L -replica Markovic, a differenza di FCA che anche su questo punto non ha voluto rispondere-. La politica del nostro datore di lavoro, per quanto ne possa capire da sindacalista, e quella di andare laddove le sovvenzioni siano più alte. Qualche tempo fa fu lo stesso Marchionne ad annunciare due nuovi modelli sulla piattaforma di 500L. Disse che c’erano due ‘capacità’, in Polonia (a Tychy FCA ha prodotto nel 2015 303mila veicoli tra Fiat 500, Lancia Ypsilon e Ford Ka, nda) e in Serbia. Era il suo segnale al miglior offerente”.
Tra due anni scadrà il contratto decennale tra FCA e la Serbia. Markovic e il suo sindacato non possono partecipare ad alcuna trattativa. “Nella commissione chiamata a decidere le nuove condizioni siedono cinque italiani e due serbi. Speriamo di riuscire ad esercitare una qualche pressione indiretta”. L’obiettivo principale è il salario.
USB – Facile fare l’imprenditore di successo con i soldi dello Stato, ma quando finiscono…… Marchionne in Serbia taglia un turno e centinaia di opera
Posted in Mine Vaganti and tagged FCA, Fiat, incentivi, lavoro, Marchionne, Serbia on luglio 21, 2016 by barbarasiberiana. 50 commenti
I migranti italiani dell’eutanasia
E’ morto Max Fanelli, malato di SLA dal 2013, simbolo della battaglia per la legge sul fine vita. I nostri illuminati parlamentari riusciranno, fra un diktat e l’altro, a legiferare in materia? Tutti abbiamo diritto di decidere della nostra vita. Liberi fino alla fine.
Morire ‘in esilio’ in Svizzera: i migranti italiani del suicidio assistito
di Luigi Mastrodonato – news.vice.com/it, 18 novembre 2015
“Ogni settimana riceviamo tra le 70 e le 80 telefonate di persone disperate. A volte ci chiama anche la polizia, in incognito, ma noi siamo tranquilli perché non facciamo nulla di illegale.”
A parlare è Emilio Coveri, Presidente di Exit Italia – Associazione Italiana per il diritto ad una Morte Dignitosa. L’Associazione, nata nel 1996, si batte da diciannove anni per l’approvazione di una normativa italiana che accolga l’eutanasia, nonché per la legalizzazione del testamento biologico.
L’apertura anche solo di un dibattito politico sul tema in Italia sembra qualcosa di arduo. E questo nonostante nel 2014 un rapporto pubblicato da Eurispes abbia evidenziato come quasi il 60% degli italiani si dichiari favorevole all’eutanasia.
Basta guardare al di là del nostro confine, tuttavia, per riscontrare una situazione completamente diversa.
In Svizzera il suicidio assistito è legale dal 1942 — tanto per i residenti, quanto per i cittadini stranieri. I vari tentativi di ridimensionare questo diritto sono stati bloccati dalla popolazione locale. L’ultima volta nel 2011, attraverso i referendum.
Un contesto di questo tipo ha fatto sì che nel corso degli anni si sia creato un vero e proprio flusso di italiani decisi a morire in Svizzera. “È questa l’unica via d’uscita per quelle persone, gravemente malate e disperate, che hanno come ultimo desiderio quello di poter porre fine alle loro sofferenze e morire in modo dignitoso,” spiega a VICE News Emilio Coveri di Exit Italia.
L’associazione non si occupa direttamente delle sorti di queste persone. Se lo facesse, infatti, sarebbe perseguibile ai sensi degli articoli 579 e 580 del Codice Penale Italiano, che regolano l’omicidio del consenziente e l’istigazione al suicidio.
Exit, semplicemente, fornisce informazioni sul tema del suicidio assistito in Svizzera, pur non dando alcun contatto diretto con una delle quattro associazioni svizzere attive nel settore: Dignitas, Exit ADMD, Liberty Life e Spirit.
La ‘dolce morte’
Perché una persona possa effettivamente andare fino in fondo, è necessario che ottenga il placet da parte di una commissione medica formata da tre dottori, i quali redigono una cartella clinica.
Al termine delle analisi, se i medici avvallano l’eutanasia, uno dei tre si assume la responsabilità di proseguire nelle operazioni. L’abilitazione a procedere arriva solo per i malati terminali, o comunque per quelli affetti da malattie gravi e irreversibili.
Secondo la legge svizzera, il dottore è obbligato a fare di tutto per far desistere il paziente dal suicidio assistito.
Le statistiche di Dignitas parlano di un 40% di persone che cambiano idea all’ultimo momento, grazie al supporto dato dal medico svizzero incaricato. “In Svizzera non ci sono macellai di persone. Molti tornano indietro perché quando arrivano al punto di dover decidere non ce la fanno, scelgono la vita.” A parlare a VICE News è Mina Welby, moglie di Piergiorgio e fondatrice di SOS Eutanasia, un gruppo di disobbedienza civile che informa e in alcuni casi offre supporto logistico e finanziario alle persone che vogliono ottenere l’eutanasia.
Leggi anche: La posizione della Chiesa sull’omosessualità non potrebbe essere più confusa
Sempre per smentire le credenze più comuni, il Presidente di Exit Emilio Coveri ci tiene a sottolineare a VICE News che, a differenza di come titolava gran parte della stampa italiana, “non esiste nessuna clinica della morte.”
La procedura del suicidio assistito avviene infatti nell’ambulatorio del medico che ha assunto la pratica, ovunque esso si trovi. Il paziente ingerisce due pastiglie di antiemetico (anti-nausea) e poco dopo un bicchiere d’acqua al cui interno sono viene sciolta una dose letale – 15 grammi – di pentobarbital di sodio, un sedativo ad effetto rapido sintetizzato nel 1929. In pochi minuti, il paziente cade in un sonno profondo da cui non si sveglierà più.
Tutta la procedura viene filmata — così vuole la legge svizzera. L’articolo 115 del Codice Penale Svizzero afferma che “chiunque per motivi egoistici istiga alcuno al suicidio o gli presta aiuto è punito, se il suicidio è stato consumato o tentato, con la reclusione sino a cinque anni”.
Il filmato servirà dunque al medico legale e alla polizia per verificare che la morte sia avvenuta in modo volontario e non sia stata indotta dai presenti. È il malato che deve bere direttamente dal bicchiere, o comunque tramite cannuccia. Se non riesce, il mix letale viene immesso in vena, ma sarà comunque il paziente a premere il pulsante che lascia scorrere il pentobarbital di sodio.
Il prezzo di tutta la pratica si aggira tra i 5mila e i 10mila euro, ed include le visite e l’assistenza medica, l’espletazione delle procedure burocratiche, la cremazione della salma, il trasporto ed il servizio funebre.
Quanti italiani scelgono la Svizzera?
Secondo lo studio dell’Istituto di Medicina Legale dell’Università di Zurigo Suicide Tourism: a pilot study on the Swiss phenomenon, il numero di italiani che si è recato oltre confine per ricorrere al suicidio assistito è cresciuto di dieci volte tra il 2008, quando il dato fu però eccezionalmente basso, ed il 2012.
In realtà, il basso numero di arrivi registrati nel 2008 e nel 2009 non riguardava solo l’Italia; si trattava piuttosto di un fenomeno più ampio. La Dottoressa Saskia Gauthier dell’Università di Zurigo vede tra le possibili cause di questo calo i risultati di una sorta di ‘battaglia mediatica‘ avviata in quel periodo da diversi media internazionali, dovuta all’utilizzo su quattro pazienti della Dignitas nella primavera del 2008 di un metodo considerato troppo cruento: l’inalazione di elio.
W. Hamilton e R.D. Ogdeon, dell’UC School of Medicine di San Francisco, parlano di “un caso la cui la morte effettiva avvenne 40 minuti dopo l’inalazione di elio tramite maschera, duranti i quali la persona incosciente gemeva e mostrava episodi di movimento dei bulbi oculari”. Si tratta di una metodologia di suicidio assistito successivamente abbandonata, portando a un ammorbidimento delle polemiche e dando il via a una nuova ondata di arrivi a partire dal 2010.
Un’alternativa alla malattia
Tra il 2011 e il 2014 circa una sessantina di persone, che si erano informate tramite Exit, hanno poi deciso di andare fino in fondo. A queste cifre bisogna aggiungere tutte quelle persone che si sono appoggiate alle associazioni svizzere senza passare da intermediari italiani per la richiesta di informazioni e che, dunque, sono al di fuori delle statistiche dell’Associazione, così come quelle che hanno cambiato idea all’ultimo secondo.
Una di queste è Giovanna, 54 anni e gravemente malata, che già nel 2009 iniziò ad esprimere la volontà di porre fine alle sue sofferenze ricorrendo all’eutanasia. “Le spiegai che in Italia non è possibile” racconta a VICE News Mina Welby. “Due anni fa, poi, mi scrisse dicendo di avere urgentemente bisogno di me. Quando andai a trovarla, scoprii che lei aveva già contattato la Svizzera, aveva parlato con una delle associazioni per il suicidio assistito, insomma aveva fatto tutto da sola nonostante l’età e le difficoltà di informazione.”
Giovanna ha poi organizzato il viaggio, prenotato l’aereo e un albergo in Svizzera. Ma all’ultimo momento ha cambiato idea e ha deciso di spegnersi in Italia—cosa che è avvenuta due mesi dopo, in modo naturale.
Chi invece non è più tornata è Piera Franchini, un’anziana signora di Mestre, da anni malata di cancro. Senza qualcuno disposto ad accompagnarla, decise di rivolgersi a SOS Eutanasia per poter ottenere un supporto concreto al suo ultimo viaggio verso la Svizzera.
Marco Cappato, da anni nel Partito Radicale e attuale consigliere comunale a Milano, si offrì di accompagnarla. “Piera venne a Milano. Il giorno dopo andai a prenderla in macchina e ci mettemmo in viaggio per la Svizzera”, racconta al telefono a VICE News.
Dopo sette ore di viaggio, Marco e Piera arrivarono all’albergo, situato a 200 metri dal luogo dove ci sarebbe stato l’accesso al suicidio assistito”. Piera fu visitata da un medico. A lui diede conferma delle sue condizioni di salute, ribadendo poi la sua volontà di porre fine alla sua vita. La sera cenammo insieme in albergo; la mattina dopo si sottopose a una nuova visita con il medico”.
Anche il giorno successivo, Piera ribadì la sua volontà, ottenendo l’approvazione definitiva del medico a procedere con il suicidio assistito. “Terminata la visita, andammo con calma in una specie di ambulatorio”, continua Cappato. “Era arredato in modo confortevole, pieno di piante… nulla di squallido diciamo, non dava un’impressione ambulatoriale, quanto piuttosto quella di un luogo di accoglienza”.
A questo punto, però, sorse un problema: a causa di una difficoltà alla trachea, Piera insistette perché il mix letale le venisse iniettato via endovena. “Aveva paura che potessero andarle di traverso le sostanze”, ricorda oggi Cappato. I medici videro però in questa richiesta una sorta di esitazione, un ripensamento inconscio di Piera, o qualcosa di simile. Così, Marco dovette riportare Piera in Italia. La procedura venne tuttavia ripetuta un mese dopo — questa volta senza intoppi.
Sebbene Piera abbia posto fine alla sua vita nel nord della Svizzera, da un anno a questa parte la soluzione più semplice per un italiano che decidesse di ricorrere al suicidio assistito è probabilmente quella di rivolgersi a Liberty Life, la più giovane tra le associazioni svizzere che se ne occupano (è nata nel 2014).
Ciò che contraddistingue quest’ultima dalle altre è infatti la sua sede a Paradiso — un comune a venti minuti dal confine con la Lombardia. La vicinanza al nostro Paese e il fatto che l’associazione operi in italiano, aumenta esponenzialmente il suo appeal nei confronti degli italiani.
VICE News ha raggiunto Liberty Life al telefono. “Non parliamo mai di numeri in modo preciso; quello che le posso dire è che l’80% delle persone che si sono rivolte a noi nel 2015 sono persone italiane e che anche le richieste in corso per l’80% sono di persone italiane”.
Per un italiano che decidesse di cercare il suicidio assistito in Svizzera, non mancano alcune difficoltà di carattere più pratico. Innanzitutto, un’indagine dell’Accademia svizzera di scienze mediche (ASSM) rivela l’esistenza di obiettori di coscienza sul tema del suicidio assistito: mentre i tre quarti dei medici del campione si dicono tendenzialmente d’accordo alla concessione di questo diritto, meno della metà si dichiara poi disposto a passare dalle parole ai fatti. “Questi risultati mostrano l’ambivalenza del corpo medico a questo proposito,” afferma Michelle Salathé, Vicesegretaria Generale dell’ASSM.
Trovare un medico disponibile non è dunque scontato. Ma c’è altro problema. Accompagnare qualcuno a morire in Svizzera è considerato un reato penale dal Codice italiano: si rischiano dai 5 ai 12 anni di carcere, poiché il crimine ricade nel campo dell’istigazione al suicidio.
“Spesso i familiari non sono disponibili ad accompagnare perché hanno paura di essere incriminati dalla giustizia italiana. È successo di recente a una persona di Mantova che, una volta tornata in Italia dopo avere accompagnato la mamma a morire in Svizzera, ha ricevuto un avviso di garanzia”, racconta a VICE News Mina Welby, che aggiunge: “Andare soli, non avere la possibilità di avere un abbraccio prima di morire… c’è spesso una grande e terribile solitudine per le persone che prendono questa decisione”.
Marco Cappato racconta a VICE News che questa situazione non lo preoccupa: “Se dovessero aprire dei procedimenti nei miei confronti, avremmo raggiunto il risultato di avviare un dibattito pubblico sull’assurdità di una condizione che obbliga all’esilio delle persone che vogliono semplicemente decidere come porre fine alla propria sofferenza. Se invece non succedesse nulla, si creerebbe un precedente positivo e questo darebbe più tranquillità ad altre persone che volessero accompagnare amici o familiari all’estero”.
Emilio Coveri di Exit Italia ha citato anche casi di denunce esposte da membri interni alla famiglia del suicida, magari spinti da una cultura cattolica che non apparteneva invece né al parente defunto né all’accompagnatore.
Abbiamo chiesto al Presidente di Exit se secondo lui è qualcosa cambiato in Italia nel dibattito sull’eutanasia negli ultimi anni, e se è fiducioso per il futuro. “L’atteggiamento di medici e magistrati italiani è cambiato in positivo negli ultimi tre anni”, ha risposto con un tono tra lo speranzoso e l’afflitto.
“Finalmente qualcuno inizia a mettere davanti a tutto e tutti il paziente e i suoi problemi. Glielo dico sinceramente, io penso che né io né lei riusciremo mai a vedere la legge sull’eutanasia in Italia”. Salvo poi aggiungere: “Sono convinto che prima o poi, in un futuro lontano, arriverà”.
Posted in Mine Vaganti and tagged diritto al suicidio, eutanasia, Exit Italia, Italia, legislazione, suicidio assistito, suicidio assistito costi, Svizzera, Welby on luglio 20, 2016 by transiberiana9. 33 commenti