Source: http://www.avvocatosolzagenova.it/blog/category/separazione
Timestamp: 2020-07-06 20:57:43+00:00
Document Index: 118783904

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 211', 'sentenza ', 'art. 433', 'sentenza ', 'sentenza ']

I nuovi diritti dei nonni
Più tutela e garanzie per i nonni, che, grazie alla riforma, potranno vantare – e far valere in giudizio – il diritto di mantenere rapporti significativi con i nipoti, ferma la valutazione sulla compatibilità delle loro richieste, con il superiore interesse del minore. Difatti, il codice civile [2] dispone oggi che “gli ascendenti hanno diritto di mantenere rapporti significativi con i nipoti minorenni”.
Non solo. Il nonno, paterno o materno, cui sia impedito l’esercizio di tale diritto, potrà ricorrere al giudice del luogo di residenza abituale del nipote, al fine di ottenere l’emissione dei provvedimenti più idonei per soddisfare le esigenze dei minori, quali il diritto a conservare e mantenere rapporti significativi con gli ascendenti.
I nonni entrano così tra i soggetti legittimati dalla legge a far valere, innanzi ad un’aula di tribunale, i propri diritti nei confronti del minore. Perché se è vero che la legge ha così voluto istituire una sorta di diritto ad avere un nipote, dall’altro lato – e forse a maggior ragione – ha creato le basi al diritto dei minori ad avere un nonno.
[1] Legge n. 219/12.
[2] Nuovo articolo 317 bis cod. civ.
Fonte:http://www.laleggepertutti.it/34823_i-diritti-del-nonno-nella-riforma-del-diritto-di-famiglia
Separazione, come cambia l'assegno di mantenimento se mutano le condizione economiche
Separazione e assegno di mantenimento.
Riduzione del mantenimento alla ex quando cambiano le condizioni economiche la Cassazione sancisce il principio della riducibilità del mantenimento stabilito dal Giudice della separazione, laddove siano mutate le reciproche condizioni economiche degli ex coniugi.
Allo stesso tempo, ribadisce l'obbligo del genitore al mantenimento del figlio maggiorenne libero da impegni scolastici e inoccupato non per sua colpa.
Nel caso affrontato, il ricorrente faceva valere in Appello - senza ottenere soddisfazione - l'avvenuta riduzione del suo reddito a seguito di pensionamento per motivi di salute, e il contemporaneo incremento del reddito dell'ex moglie che aveva nel frattempo trovato un impiego stabile e ricavato denaro dalla vendita di un terreno e dalla locazione di una casa di sua proprietà.
Chiedeva altresì, sempre senza successo, un ridimensionamento dell'obbligo contributivo nei confronti del figlio, il quale, a suo dire, aveva ingiustificatamente rifiutato un'opportunità di lavoro regolare, che gli avrebbe permesso di autosostentarsi.
Nel giudizio di legittimità la Corte modifica la sentenza dei Giudici di Secondo Grado relativamente alla mancata revisione dei rapporti economici fra gli ex coniugi, rinviando al giudizio di merito anche la determinazione della somma dovuto dall'ex marito.
Assegni per il nucleo familiare in caso di separazione o divorzio
In caso di separazione o divorzio, il genitore affidatario dei figli che non lavora può chiedere gli assegni per il nucleo familiare a suo nome, ma sulla posizione, tutelata, dell’ex marito.
Il genitore separato o divorziato, che non lavora e intende richiedere l’assegno per il nucleo familiare quale genitore affidatario, sulla posizione dell’altro genitore [1], deve presentare direttamente la domanda di prestazione che, se inoltrata al datore di lavoro, deve essere corredata dal modello di autorizzazione rilasciato dall’Inps.
In base a quanto previsto da una circolare dell’Istituto di Previdenza Nazionale [2], il riconoscimento del diritto all’assegno per il nucleo familiare snelle situazioni di separazione legale o di divorzio va definito secondo quanto segue.
Il nucleo è costituito dall’affidatario e dai figli affidati e il reddito familiare è quello corrispondente a tale composizione.
Naturalmente, l’assegno non potrà essere percepito ove non si realizzino le condizioni previste dalla legge, e in particolare quella che prevede che il totale dei redditi da lavoro dipendente e/o equiparato sia almeno pari alla percentuale del 70% del reddito familiare complessivo [3].
Quando invece il coniuge affidatario vive con i nonni, caso molto frequente in tempi di crisi economica, si può richiedere all'inps gli assegni familiari sulla posizione dei nonni e finanche dei bisnonni.
[1] Ai sensi dell’art. 211 della L. 151/1975.
[2] Inps, circolare n. 48/1992.
[3] A cura di Fabio Venanzi.
Risarcito il coniuge separato a seguito della morte dell'ex consorte
La Corte di cassazione con sentenza n. 1025/2013, ha stabilito che se tra due ex coniugi separati continua a sussistere un forte legame affettivo, magari rafforzato dalla presenza di uno o più figli, ed uno dei due muore, a causa di un sinistro stradale, l'ex coniuge (vivente) può chiedere il risarcimento del danno non patrimoniale, che deriva dalla sofferenza a seguito di un evento doloroso.
E' necessario dare la prova della sussistenza del forte legame affettivo tra i due ex coniugi, come lo stato d'animo che normalmente si subisce per effetto della perdita di un congiunto.
La misura del risarcimento, dato comunque che il matrimonio era già sciolto, è ridotta rispetto a quello che spetterebbe tra persone sposate.
Separazione e divorzio. Differenza tra Alimenti e Mantenimento
Se moglie e marito si separano, alle pressoché immancabili ripercussioni sentimentali e psicologiche, soprattutto a danno dei figli qualora vi siano, si aggiungono più o meno complessi e gravi problemi di natura economica: assegnazione della casa familiare all’uno o all’altro coniuge, spartizione del patrimonio immobiliare e mobiliare, quantificazione dell’assegno di mantenimento da porre a carico del coniuge economicamente più forte, e assegno di mantenimento per i figli.
Quando poi, trascorso il periodo di legge (tre anni dalla comparizione dei coniugi davanti al Presidente del Tribunale per la procedura di separazione), si passa dalla separazione al divorzio, si ripropone in questa sede il problema del mantenimento del coniuge più debole e degli eventuali figli.
Prima di addentrarci nella materia, però, è opportuno chiarire la differenza fra due istituti giuridici fra loro simili ma quantitativamente diversi: quello di alimenti e quello di mantenimento.
Gli alimenti (art. 433 del codice civile) si fondano sul vincolo di solidarietà che lega, o almeno dovrebbe legare, le persone fra le quali corre taluno dei rapporti indicati dalla legge: per esempio coniugio, parentela e affinità entro certi gradi.
Qualora si verifichi lo stato di bisogno dell’avente diritto (si deve trattare di persona compresa fra quelle indicate dalla legge e comunque non in grado di provvedere a se stessa), l’obbligato – o, se vi sono più obbligati, ciascuno in proporzione alle proprie sostanze – può scegliere fra il corrispondere all’alimentando un assegno a questo titolo, oppure accoglierlo e mantenerlo nella propria casa.
L’obbligo di somministrare gli alimenti viene meno, fra l’altro, se muore l’obbligato o se cessa lo stato di bisogno dell’avente diritto.
Il diritto agli alimenti ha natura patrimoniale (ossia ha un contenuto economicamente valutabile), ma a differenza degli altri diritti patrimoniali non è cedibile, essendo intimamente connesso, come già detto, allo stato di bisogno del titolare.
Concetto più ampio di alimenti è quello di mantenimento, consistente non nel somministrare all’avente diritto di che vivere, ma nell’assicurargli un tenore di vita proporzionato alla propria condizione economica; rientrano così nel concetto, per esempio, l’abbigliamento, l’istruzione, i mezzi di trasporto e di comunicazione (Cassazione 11/12/2008, n. n. 45809).
Di regola in sede di separazione o di divorzio quello che rileva è il mantenimento; al coniuge, però, cui sia addebitabile la separazione e che versi in stato di bisogno, spettano soltanto gli alimenti.
Le 10 regole per "litigare bene" utili nella separazione e nel divorzio
Secondo lo psicologo americano John Gottman, esperto in relazioni di coppia, esistono 10 regole per "litigare bene". Possono essere utili anche a chi si appresta a separarsi o a divorziare.
Parlare a lungo e civilmente Comunicare al partner i propri sentimenti e le proprie sensazioni senza colpevolizzarlo, in senso assoluto, di essere il fautore (ad esempio: è meglio "Mi sento triste quando fai o dici..." piuttosto che "Tu mi fai sentire triste quando fai o dici...").
Non assumere un atteggiamento difensivo I comportamenti di difesa sono più comuni negli uomini.
Non aggredire il partner alzando i toni di voce (più comune nelle donne) "Urlare la rabbia" non serve , non pone dalle parte della ragione e soprattutto non risolve il problema. La comunicazione si deve sempre mantenere mantenere nei toni della pacatezza e della distensione.
Evitare frasi pungenti o pignole Colpire deliberatamente l'altro con frasi irritanti offende la sua sensibilità, portandolo alla chiusura e alla difesa, e a volte ciò che si dice non può essere ritrattato, compromettendo la relazione.
Cercare di chiudere il conflitto Le tregue non sono certamente rimedi o soluzioni, ma poiché litigare stanca, a volte è necessario "smorzare" i toni della contestazione cambiando argomento, usando lo humor o decidendo di attendere qualche minuto per recuperare la calma e affrontare in seguito il problema.
Evitare di litigare la domenica Meglio il sabato, così vi è più tempo per discutere nuovamente di ciò che ha condotto alla discussione, e trovare il modo di riappacificarsi.
Manifestare l'affetto Sono utili a questo scopo anche gesti quotidiani o semplici: un abbraccio, cucinare insieme.
Evitare di addormentarsi tranquillamente dopo una lite furiosa (più comune agli uomini). Ciò, che ha condotto al conflitto l'indomani sarà nuovamente presente, e sopratutto l'altro partner troverà frustrante tale comportamento, considerandolo una mancanza di interesse e di attenzione.
Ricordarsi che il problema è di coppia, non di uno solo E' nell'avere un differente "punto di vista" che nasce la contestazione, ma magari è stato proprio questo che ci ha attratto all'inizio.
Avere il coraggio di riconoscere i propri errori e chiedere scusa al partner è anche segno di intelligenza.
John Gottman, psicologo, è specializzato in consulenza matrimoniale e in psicologia dello sviluppo. Insegna all’Università di Washington. Tra gli innumerevoli libri ha pubblicato anche in Italia "Intelligenza emotiva per la coppia.
Tutela del patrimonio nella separazione. Niente comunione per i titoli acquistati con risorse proprie.
Restano personali i titoli acquistati con i proventi della vendita di un immobile di proprietà esclusiva. Cadono in comunione, invece, gli importi impiegati per acquistare beni che concorrono a formare il patrimonio di entrambi i coniugi. A puntualizzarlo è la Cassazione, sezione prima civile, con la sentenza 19454/2012.
E' la vicenda una donna che, a seguito di sentenza irrevocabile di separazione, decide di chiedere al giudice lo scioglimento della comunione legale, che ha per oggetto un immobile e alcuni titoli. Il tribunale, accertata la comproprietà dell'appartamento, ne dispone la vendita per poi spartire il ricavato in parti uguali. Stessa sorte per i valori mobiliari, con condanna del coniuge alla restituzione della metà all'ex moglie.Ma l'uomo impugna la pronuncia: l'immobile – rileva – non è mai caduto in comunione, poiché comperato con il ricavato della vendita di un bene di sua esclusiva proprietà.
Di qui, la richiesta della restituzione delle somme prelevate dal suo patrimonio e poi investite. Per le stesse ragioni, l'uomo pretende che gli sia riconosciuta la piena titolarità dei valori acquistati con personali risorse.La Corte d'appello, però, accoglie solo parzialmente le sue domande: al momento della traslazione, precisa, non sono sono state osservate le prescrizioni dell'articolo 179, comma 2, del Codice civile – espressa dichiarazione sulla natura personale delle somme impiegate per l'acquisto e partecipazione dell'altro coniuge – che avrebbero consentito di salvare il bene dalla comunione.
L'immobile, pertanto, va senz'altro dichiarato bene comune, così come gli importi usati per l'acquisto, dei quali si nega la restituzione all'appellante. Viene soddisfatta, invece, la richiesta dell'uomo circa il riconoscimento dell'esclusiva titolarità dei valori mobiliari, frutto di un suo personale investimento.
Di opposto avviso è la coniuge, che propone ricorso, insistendo per la caduta in comunione anche dei titoli, siccome non espressamente esclusi da tale regime legale.La Cassazione non concorda con la ricorrente.
In base all'articolo 179, comma 1, lettera f), gli acquisti effettuati con il prezzo del trasferimento dei beni personali – spiega il collegio – conservano «tale qualità purché ciò sia espressamente dichiarato» nel l'atto di compravendita. Tuttavia, la norma si riferisce a «beni diversi da quelli immobili e mobili registrati».
Ed è solo per questi ultimi che il comma 2 dell'articolo 179 del Codice civile richiede sia la partecipazione dell'altro coniuge alla traslazione, sia il «concorde riconoscimento della natura personale del bene e l'effettiva sussistenza di una delle cause di esclusione della comunione» indicate tassativamente nel Codice. Il legislatore, pertanto, ha distinto il regime giuridico relativo ai beni mobili, da quello degli immobili, escludendo solo per i primi la necessaria condizione della partecipazione dell'altro coniuge all'acquisto (indispensabile, invece, per le traslazioni immobiliari).
Inoltre – concludono i giudici di legittimità – la dichiarazione indicata nella lettera f) dell'articolo 179, comma 1, del Codice civile non occorrerebbe se fosse provata con certezza la provenienza delle risorse per l'atto traslativo dal trasferimento di beni personali. Così, nel caso concreto, pur caduto in comunione l'immobile acquistato dal coniuge con denari propri, sui titoli – accertata la natura personalissima delle somme usate dall'uomo per gli investimenti – egli aveva conservato l'esclusiva proprietà.