Source: http://www.larisaccamensiletrapanese.it/wp/?p=6331
Timestamp: 2019-03-19 23:59:36+00:00
Document Index: 64482899

Matched Legal Cases: ['art. 36', 'art. 38', 'art.3', 'art. 38', 'art, 34', 'sentenza ']

La rilevanza viene rafforzata dai successivi articoli che riconoscono l’obbligo dello Stato di promuovere le condizioni che rendono effettivo il lavoro, ma anche il diritto/dovere del cittadino di lavorare, in funzione dell’interesse e del benessere della collettività.
L’art. 36 afferma che “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e, in ogni caso, sufficiente ad assicurare a sé e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa”.
L’enunciato è fondamentale nella scala dei valori umani e sociali. Tuttavia ancora non si dispone di un algoritmo che possa indicare uno standard di retribuzione adeguata allo scopo. Le variabili sono dipendenti dal contesto politico/economico del momento e dalla disponibilità di beni e servizi atti a soddisfare i bisogni indotti in quel contesto sociale. Un punto di riferimento in dottrina e in giurisprudenza sono i Contratti collettivi nazionali di lavoro.
Il principio del diritto ad una esistenza libera e dignitosa contribuisce a spiegare il contenuto del 2° comma dell’art. 38 che afferma “i lavoratori hanno diritto a che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria”.
Da una lettura estemporanea dell’impalcato articolistico de qua, rapportato al resto del Testo, si potrebbe percepire il maggior favore accordato dalla Carta Costituzionale al cittadino lavoratore e la minore attenzione rivolta al cittadino non lavoratore.
Soccorre però il principio fondamentale secondo cui “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale”, ragion per cui una analisi sistematica non può ammettere deroghe.
E’ da pensare, evidentemente, che all’epoca i Padri costituenti avevano la convinzione che nel Paese si sarebbero realizzate condizioni tali per cui ogni cittadino avrebbe avuto, e ancor più scelto, un lavoro valido ad assicurargli una esistenza libera e dignitosa e che la società gli avrebbe garantito la condizione anche nel caso di inabilità o disoccupazione involontaria.
Sintomatico l’assunto di Dossetti il quale sosteneva in quegli anni che, in presenza del lavoro per tutti, la società non era obbligata ad assicurare la garanzia universale dell’esistenza libera e dignitosa al cittadino che non volesse esercitare alcuna attività socialmente utile.
Oggi, invece e purtroppo, la situazione socioeconomica dell’Italia, come del resto di tanti altri paesi, obbliga a prendere atto che non c’è il lavoro per tutti e specialmente per i giovani, che l’economia della finanza piuttosto che della produzione non produce lavoro, che la disoccupazione è elevata, che il lavoro esistente spesso è precario, intermittente, troppo flessibile e malpagato.
Da un canto la tecnologia e dall’altro le politiche incapaci, hanno prodotto la moderna classe di proletariato (working poors) le cui condizioni di vita non rientrano di certo nella previsione costituzionale del pieno impiego e dell’equa retribuzione, condicio sine qua non per realizzare l’esistenza libera e dignitosa o, almeno, un’esistenza franca dalla povertà alimentare.
Nel sentire comune il lavoro viene percepito come mezzo di vita, strumento di elevazione economica e sociale, stato di dignità umana; oggi più che prima viene sofferto per trovarlo, per subirlo, per rischiarlo a causa della carenza di misure di sicurezza sui luoghi di lavoro atte a tutelare la salute psicofisica del prestatore.
L’attuale situazione di diritto e di fatto richiede, dunque, un momento di riflessione sul significato e sul peso da dare oggi ai Rapporti economici del Titolo terzo della Costituzione, dovendoli correlare con i principi dei primi articoli che vogliono assicurare il pieno sviluppo della persona umana attraverso il lavoro. Occorre allora intendersi sulla semantica e sul valore dei concetti di lavorista, di solidarietà, di uguaglianza, di equità.
Il sistema di sicurezza sociale italiano è un sistema sostanzialmente “lavorista”, un sistema cioè che accorda tutela al lavoratore attivo, o che ha perduto il posto di lavoro, o che sia divenuto inabile per ragiona di lavoro. Attraverso i mille rivoli della previdenza obbligatoria assicura loro i mezzi di sostentamento, più o meno approssimati al valore del mancato guadagno.
Il cittadino impossibilitato a trovare lavoro per colpa non sua, di contro, resta un povero, privo di idonee risorse organiche dedicate, una unità attiva potenziale irrealizzata, un soggetto che vivacchia magari con la solidarietà familiare. A questa classe sociale l’Italia destina l’assistenza, con provvedimenti tampone, irregolari, insufficienti a condurre una vita libera e dignitosa e, oltretutto, diversificata nelle varie regioni.
Nel nostro Paese manca una valida rete di protezione sociale generalizzata a tutela dei senza lavoro e, più in generale, dell’abbandono e dell’emarginazione dei deboli, rete che invece esiste in Europa e in altri paesi a democrazia matura.
Proprio l’art.3 impone alla Repubblica di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impedendone il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
La dizione “di fatto” sta ad indicare un obbligo cogente a cui il soggetto obbligato, la Repubblica, deve attendere e, ove non riesca a rimuovere gli ostacoli, deve provvedere altrimenti per assicurare la libertà e l’uguaglianza dei cittadini.
E tra le libertà c’è la libertà dal bisogno, tra le solidarietà il concorso collettivo, tra le uguaglianze e le equità c’è il diritto al lavoro.
Una domanda nasce spontanea: il lavoro della Costituzione è una protezione reale o è una promessa sulla carta?
Lo Stato italiano non può assicurare nell’immediato, e da non augurarselo in prospettiva, gli obiettivi della piena occupazione e della retribuzione adeguata. E’ ben noto che lo Stato non crea il lavoro ma deve creare i presupposti per il lavoro.
I progressi della tecnologia, la selezione della manodopera, la globalizzazione dei mercati, riducono i posti di lavoro. Nell’economia liberista, inoltre, la flessibilità e le delocalizzazioni accrescono la ricchezza che viene cumulata dalla finanza a danno del fattore lavoro.
In sostanza, la rilettura della Costituzione economica si impone per individuare l’alternativa al mancato adempimento degli obblighi assunti dallo Stato, a quelle garanzie di una esistenza degna dell’uomo mutuate anche dalla Costituzione di Weimar.
Con riguardo a questo excursus storico, il costituzionalista emerito Costantino Mortati si spinge a sostenere che la disposizione dell’art. 38 di assicurare mezzi adeguati alle esigenze di vita ai lavoratori disabili al lavoro o involontariamente disoccupati, debba estendersi agli inoccupati per non aver mai avuto un lavoro non per loro volontà. L’Autore argomenta che il diritto alla protezione sociale nei casi di bisogno sia il diritto di ogni cittadino quale risarcimento dello Stato per il mancato procurato lavoro.
Il dibattito sulla tematica è animato da tempo e rimane ancora allo stadio di studio e progettazione. Di recente le soluzioni pensate dalla politica per assicurare a tutti il diritto a quell’esistenza sono il “reddito di inclusione” e il “reddito di cittadinanza”.
Sono le due versioni, la prima minimalista e la seconda massimalista, di una misura garantita dalla politica per affrancare dalla povertà il cittadino.
In nuce, le due visioni divergono sulla catalogazione della “povertà assoluta e della povertà relativa” e, di conseguenza, sui concetti di “universalità dei cittadini senza lavoro da includere” e sulla selezione dei “bisogni da sodisfare”.
Il redito di inclusione (REI) consiste nella erogazione di un sostegno economico a carattere universale pari al “minimo vitale”, condizionato alla posizione economica del beneficiario. La base di appoggio è un progetto di attivazione e di inclusione sociale e lavorativa volta al superamento delle condizioni di povertà, progetto predisposto sotto la regia dei servizi sociali del comune di appartenenza.
L’esperienza tentata ne ha dimostrato l’efficacia, ma anche una certa inadeguatezza e insufficienza a fare fronte ad una base dimostratasi più ampia di quella prevista ab origine. L’ISTAT registra nel 2017 oltre sei milioni di poveri di cui oltre un milione sono ragazzi.
Il reddito di cittadinanza solo di recente è passato dagli stadi del radicalismo e dell’utopia alla fase attuativa nel dibattito politico. L’ordine di idee è che l’assistenza debba appagare i bisogni economici, sociali, culturali, morali, cioè rispondere ai progetti di vita di tutti i cittadini (basic income) per cui l’autorità pubblica deve erogare loro un reddito di base in forma di risorse monetarie sufficienti.
Ulteriore elemento di variabilità nelle due versioni è “la selezione preventiva delle condizioni economiche quale requisito per il godimento del beneficio” e “l’estensione a soggetti residenti ma ancora non regolarizzati formalmente nello Stato”. La “possibilità di utilizzare i soggetti in prestazioni di lavoro socialmente utile” resta vaga nei due campi.
Va detto, comunque, che i paesi che attuano la misura in argomento hanno adottato la versione minimalista. La nobilissima idea scandinava di assistenza “dalla culla alla tomba” si è dimostrata impraticabile.
Contro il reddito di cittadinanza diffuso vengono sollevate diverse eccezioni, fondate su presupposti finanziari e strutturali presenti nel Paese che ne impedirebbero la praticabilità.
A parte il clichè dell’italiano poco incline al lavoro o di mestiere disoccupato che preferirebbe vivere la vita di sussidio piuttosto che di lavoro, si avanzano impedimenti strutturali quali la presenza di lavoro nero a due cifre, la pesante disoccupazione, la bassa produttività, l’elevata evasione fiscale, la corruzione, il clientelismo, le ridotte capacità amministrative delle istituzioni (Centri per l’impiego in primis). Inoltre esistono le ragioni di ridotta finanza pubblica, insufficiente a far fronte ad una platea di diversi milioni di soggetti inoccupati, disoccupati e sottoccupati. La stima dell’onere è di più decine di miliardi di euro solo per la versione minimalista del reddito di inclusione allargato, spesa che va ad aggiungersi a quella esistente per gli ammortizzatori sociali per i quali dovrebbe essere fatta una notevole revisione, foss’altro per non fare duplicazioni.
Da non sottovalutare la peculiarità italiana per la quale previdenza ed assistenza sono cumulati presso l’Istituto nazionale della previdenza sociale e i fondi di previdenza, cioè i contributi pagati dai lavoratori per le pensioni, spesso alimentano anche l’assistenza, piuttosto che la fiscalità generale come dovrebbe essere. Una perdita di equilibrio dei conti potrebbe recare problemi all’intero sistema pensionistico.
Una qualche forma di reddito minimo, in effetti, viene erogato in quasi tutti i paesi dell’Unione europea. Ciò in attuazione anche dell’art, 34 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione e di diverse Direttive UE che indicano il reddito minimo garantito come uno dei modi più efficaci per contrastare la povertà e garantire una qualità di vita adeguata a promuovere l’integrazione sociale.
Ad ogni buon fine, in Italia un intervento pubblico con un reddito di base per i cittadini privi di mezzi per mancanza di lavoro appare assistito dalla Costituzione, oltre che dalle Carte di Organismi sovrannazionali a cui il Paese aderisce.
Una possibile soluzione di compromesso nell’ambito della universalità e della selezione dei bisogni economici del richiedente appare necessaria ed equa, condizionante per le disponibilità finanziarie e al riparo di possibili sprechi.
Nella prospettiva di una programmazione pubblica di processi occupazionali, il trattamento di sostegno non pare confligga con la possibilità di utilizzo dei soggetti beneficiari in attività socialmente utili quali, ad esempio, negli ambiti del decoro urbano, dell’assistenza agli anziani e alle scolaresche, dell’orientamento a turisti o immigrati, ecc. L’utilizzo deve essere contestuale al sostegno economico, stante che il lavoro fornito dal Centro per l’impiego o il corso di formazione sono cose da inventare e verificare, specialmente al Sud. La prestazione si pone come controprestazione alla collettività che sostiene l’onere, riduce il ricorso al lavoro sommerso verso cui l’assistito libero da impegni potrebbe rivolgersi, completa il diritto/dovere del cittadino di concorrere al progresso materiale e spirituale della società. Si potrebbe discutere di una contribuzione virtuale nel periodo di assistenza.
Piuttosto che di mero reddito di cittadinanza, dunque, sarebbe più preciso parlare di “prestazione di cittadinanza” come priorità della politica economica.
Deve essere assolutamente evitato che il reddito assistenziale si trasformi in succedaneo del reddito da lavoro, o magari pretesa di risarcimento sociale fine a sé stessa o, secondo taluni, in una deriva assistenzialista per disoccupati cronici.
La Corte Costituzionale con sentenza 10/2010 afferma che il diritto a conseguire le prestazioni imprescindibili per alleviare situazioni estreme di bisogno è un diritto fondamentale, strettamente inerente alla tutela della dignità della persona umana. Dall’assunto si deve dedurre che la tutela deve essere assicurata in modo uniforme in tutto il territorio nazionale dallo Stato centrale, fermo restando le possibili condizioni di miglior favore assicurate dall’Ente locale.
Il reddito di cittadinanza o che dir si voglia, nella versione di prestazione di cittadinanza, dunque, è un diritto assegnato dalla nostra Magna Carta. La collettività deve farsene carico in termini economici e sociali con una organizzazione corrente e corretta, minimizzando i costi e massimizzando i risultati.
Seguendo lo stesso filo logico si dovrebbe arrivare alla “pensione di cittadinanza”, dovuta a quanti non hanno potuto maturare il diritto contributivo per l’impossibilità di avere avuto occasioni di lavoro, quanto meno per un periodo sufficiente a maturare il diritto.
In definitiva, a distanza di settanta anni dalla scrittura la nostra Costituzione mantiene la sua attualità sulla problematica del lavoro. I principi programmatici a tutt’oggi accordano al lavoro, pur nella sua dinamicità, una “protezione reale”.
L’incerto recepimento da parte della politica dei rinvii ricettizi lasciano zone d’ombra sulla effettività del diritto, riducendolo non di rado ad una mera “promessa sulla carta”.