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Timestamp: 2019-11-21 10:29:47+00:00
Document Index: 141592137

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La Corte di Giustizia Europea dice no ai matrimoni di comodo – Corte di Giustizia Europea – sentenza 23 settembre 2003
La Corte di Giustizia Europea dice no ai matrimoni di comodo
Corte di Giustizia Europea sentenza 23 settembre 2003
Presidente Iglesias relatore Colneric
Ricorrente Secretary of State for the Home Department
Causa C-109/01 «Libera circolazione dei lavoratori – Cittadino di un paese terzo coniugato con un cittadino di uno Stato membro – Coniuge colpito da divieto di ingresso e di soggiorno in tale Stato membro – Stabilimento temporaneo della coppia in un altro Stato membro – Stabilimento ai fini di conferire al coniuge il diritto di ingresso e di soggiorno nel primo Stato membro in forza del diritto comunitario – Abuso»
1. Con ordinanza 3 ottobre 2000, pervenuta in cancelleria il 7 marzo successivo, lImmigration Appeal Tribunal (Commissione di secondo grado per i ricorsi in materia di immigrazione) ha sottoposto alla Corte, ai sensi dellarticolo 234 CE, due questioni pregiudiziali vertenti sullinterpretazione del diritto comunitario in materia di libera circolazione delle persone e di diritto di soggiorno di un cittadino di un paese terzo coniugato con un cittadino di uno Stato membro.
2. Tali questioni sono state sollevate nellambito di una controversia tra il Secretary of State of the Home Department (in prosieguo: il «Secretary of State») ed il sig. Akrich, cittadino marocchino, vertente sul diritto di questultimo di entrare e soggiornare nel Regno Unito.
3. Larticolo 39 CE, nn. 1-3, dispone quanto segue:
«1. La libera circolazione dei lavoratori allinterno della Comunità è assicurata.
2. Essa implica labolizione di qualsiasi discriminazione, fondata sulla nazionalità, tra i lavoratori degli Stati membri, per quanto riguarda limpiego, la retribuzione e le altre condizioni di lavoro.
4. La direttiva del Consiglio 25 febbraio 1964, 64/221/CEE, per il coordinamento dei provvedimenti speciali riguardanti il trasferimento e il soggiorno degli stranieri, giustificati da motivi dordine pubblico, di pubblica sicurezza e di sanità pubblica (GU 1964, n. 56, pagina 850), agli articoli 1, 2, e 3, nn. 1 e 2, così recita:
1. Le disposizioni contenute nella presente direttiva riguardano i cittadini di uno Stato membro che soggiornano o si trasferiscono in un altro Stato membro della Comunità allo scopo di esercitare unattività salariata o non salariata o in qualità di destinatari di servizi.
1. La presente direttiva riguarda i provvedimenti relativi allingresso sul territorio, al rilascio o al rinnovo del permesso di soggiorno, o allallontanamento dal territorio, che sono adottati dagli Stati membri per motivi di ordine pubblico, di pubblica sicurezza o di sanità pubblica.
1. I provvedimenti di ordine pubblico o di pubblica sicurezza devono essere adottati esclusivamente in relazione al comportamento personale dellindividuo nei riguardi del quale essi sono applicati.
2. La sola esistenza di condanne penali non può automaticamente giustificare ladozione di tali provvedimenti».
5. Larticolo 10, nn. 1 e 3, del regolamento (CEE) del Consiglio 15 ottobre 1968, n. 1612, relativo alla libera circolazione dei lavoratori allinterno della Comunità (GU L 257, pagina 2), dispone quanto segue:
3. Ai fini dellapplicazione dei paragrafi 1 e 2 il lavoratore deve disporre per la propria famiglia di un alloggio che sia considerato normale per i lavoratori nazionali nella regione in cui è occupato, senza che tale disposizione possa provocare discriminazioni tra i lavoratori nazionali ed i lavoratori provenienti da altri Stati membri».
6. Contemporaneamente al regolamento n. 1612/68, il legislatore comunitario ha adottato la direttiva del Consiglio 15 ottobre 1968, 68/360/CEE, relativa alla soppressione delle restrizioni al trasferimento e al soggiorno dei lavoratori degli Stati Membri e delle loro famiglie allinterno della Comunità (GU L 257, pagina 13). Secondo il suo primo considerando, tale direttiva è diretta alladozione di provvedimenti conformi ai diritti e alle facoltà riconosciuti dal regolamento n. 1612/68 ai cittadini di ciascuno Stato membro che si trasferiscono allo scopo di svolgere unattività subordinata, nonché ai membri delle loro famiglie. Ai sensi del secondo considerando della detta direttiva, la regolamentazione applicabile in materia di soggiorno deve ravvicinare, nella misura del possibile, la situazione dei lavoratori degli altri Stati membri e dei membri delle loro famiglie a quella dei lavoratori nazionali.
7. Ai sensi dellarticolo 1° della direttiva 68/360:
8. Larticolo 3 della direttiva 68/360 stabilisce quanto segue:
«1. Gli Stati membri ammettono sul loro territorio le persone di cui allarticolo 1 dietro semplice presentazione di una carta didentità o di un passaporto validi.
2. Non può essere imposto alcun visto dingresso né obbligo equivalente, salvo per i membri della famiglia che non possiedono la cittadinanza di uno degli Stati membri. Gli Stati membri accordano a tali persone ogni agevolazione per lottenimento dei visti ad esse necessari».
9. Larticolo 4 della direttiva 68/630 dispone quanto segue:
«1. Gli Stati membri riconoscono il diritto di soggiorno sul loro territorio alle persone di cui allarticolo 1, che siano in grado di esibire i documenti indicati al paragrafo 3.
d) un documento rilasciato dallautorità competente dello Stato dorigine o di provenienza attestante lesistenza del vincolo di parentela;
e) nei casi contemplati dallarticolo 10, paragrafi 1 e 2, del regolamento (CEE) n. 1612/68, un documento rilasciato dallautorità competente dello Stato dorigine o di provenienza, da cui risulti che sono a carico del lavoratore o che con esso convivono in detto paese.
10. La direttiva del Consiglio 21 maggio 1973, 73/148/CEE, relativa alla soppressione delle restrizioni al trasferimento e al soggiorno dei cittadini degli Stati Membri allinterno della Comunità in materia di stabilimento e di prestazione di servizi (GU L 172, pagina 14), riguarda i lavoratori non salariati e i loro familiari.
11. La normativa del Regno Unito in materia dimmigrazione è sostanzialmente costituita dallImmigration Act 1971 (legge del 1971 sullimmigrazione) e dalle Immigration Rules (House of Commons Paper 395), (norme sullimmigrazione adottate dal Parlamento del Regno Unito nel 1994) ed in seguito più volte modificate (in prosieguo: le «Immigration Rules»).
12. Ai sensi delle section 1(2) e 3(1) dellImmigration Act 1971, chi non è cittadino britannico può, di norma, entrare o soggiornare nel Regno Unito solo se gli viene concessa unautorizzazione in tal senso. Tali autorizzazioni sono definite, rispettivamente, «autorizzazione allingresso» («leave to enter») e «permesso di soggiorno» («leave to remain»).
13. In forza del paragrafo 24 delle Immigration Rules, i cittadini di taluni paesi, tra cui il Marocco, devono ottenere un previo permesso di entrare («entry clearance») prima dellarrivo nel Regno Unito. Un permesso di entrare è analogo ad un visto. Per le persone tenute ad ottenere un visto, esso si presenta sotto forma di visto.
14. Ai sensi della section 7(1) dellImmigration Act 1988 (legge del 1988 sullimmigrazione), il lautorizzazione allingresso o al soggiorno nel Regno Unito non è richiesto per chi è legittimato ad entrare o a soggiornarvi «in forza di un diritto comunitario che egli può far valere direttamente».
15. Il Secretary of State dispone del potere discrezionale di ammettere persone nel Regno Unito, o di autorizzarle a soggiornarvi, anche quando esse non soddisfano le condizioni previste dalle specifiche disposizioni in materia di immigrazione.
16. Ai sensi delle sezioni 3(5) e 3(6) dellImmigration Act 1971, chi non è cittadino britannico può, tra laltro, subire lespulsione («deportation») dal Regno Unito quando sia stato condannato per un reato punibile con pena detentiva e un tribunale penale ne abbia richiesto lespulsione.
17. Una volta che il Secretary of State ha firmato lordine di espulsione, ai sensi della section 5(1) dellImmigration Act 1971, esso produce leffetto di obbligare la persona interessata a lasciare il Regno Unito, di vietargli lingresso nel Regno Unito e di invalidare qualsiasi autorizzazione allingresso o al soggiorno che gli sia stata concessa, indipendentemente dal fatto che tale autorizzazione sia stata rilasciata prima o dopo la firma dellordine. Gli ordini di espulsione prevedono una misura di allontanamento della persona dal Regno Unito.
18. Ad una persona che presenta domanda di autorizzazione allingresso nel Regno Unito mentre nei suoi confronti è in vigore unordine di espulsione, tale autorizzazione devessere rifiutata [paragrafo 320(2) delle Immigration Rules], anche se tale persona potrebbe essere, per il resto, legittimata ad entrare. Chi entra nel Regno Unito mentre nei suoi confronti è in vigore unordine di espulsione è considerato uno straniero entrato illegalmente [section 33(1) dellImmigration Act 1971] e come tale è passibile di espulsione dal Regno Unito ai sensi della section 4(2)(c) e dellallegato 2, paragrafo 9, dellImmigration Act 1971.
19. Gli ordini di espulsione hanno durata illimitata. Ai sensi della section 5(2) dellImmigration Act 1971, tuttavia, il Secretary of State può revocare in ogni momento un ordine di espulsione. Il paragrafo 390 delle Immigration Rules stabilisce che ogni domanda di revoca di un ordine di espulsione deve essere valutata tenendo presenti tutti gli elementi della fattispecie, fra laltro, i motivi per cui lordine è stato emesso, le dichiarazioni presentate a favore della revoca, gli interessi nazionali, compreso il mantenimento di un effettivo controllo sullimmigrazione, e gli interessi del richiedente, comprese le ragioni di ordine umanitario. Le situazioni matrimoniali e familiari sono di norma considerate ragioni di ordine umanitario.
20. In forza del paragrafo 391 delle Immigration Rules, lordine di espulsione non viene di norma revocato a meno che non vi sia stato un mutamento sostanziale delle circostanze o che il trascorrere del tempo non giustifichi la revoca. Ad ogni modo, salvo casi eccezionali, lordine di espulsione non è revocato se la persona non è stata assente dal Regno Unito per un periodo di almeno tre anni dal momento delladozione dellordine.
21. Il paragrafo 392 delle Immigration Rules chiarisce che la revoca dellordine di espulsione non conferisce, di per sé, allinteressato il diritto di entrare nel Regno Unito. Essa gli consente semplicemente di chiedere di entrare nel Regno Unito, conformemente alle Immigration Rules o ad altre disposizioni in materia di immigrazione.
22. Una persona il cui ingresso nel Regno Unito è subordinato allottenimento di unautorizzazione allingresso, può richiedere tale autorizzazione facendo valere il proprio matrimonio con una persona, anche un cittadino del Regno Unito, presente e stabilita nel Regno Unito. Le condizioni richieste per il rilascio di tale autorizzazione sono indicate al paragrafo 281 delle Immigration Rules. Tale disposizione prevede, in particolare, al punto vi), che il richiedente deve essere in possesso di un valido permesso di entrare che gli permetta di far ingresso nel Regno Unito in qualità di coniuge.
23. Ad una persona che soddisfa tutte le condizioni di cui al paragrafo 281 delle Immigration Rules può essere concesso un permesso di entrare e, se questultimo viene rilasciato, tale persona può in seguito richiedere unautorizzazione allingresso al momento dellarrivo a un posto di frontiera del Regno Unito. Ai sensi del paragrafo 282 delle Immigration Rules, ad una persona che desidera ottenere unautorizzazione allingresso nel Regno Unito in qualità di coniuge di una persona ivi presente e stabilita, può essere concessa, qualora detenga un siffatto permesso dentrare, unautorizzazione allingresso iniziale, della durata massima di dodici mesi.
24. Tuttavia, in applicazione dei paragrafi 320(2) e 321(3) delle Immigration Rules, se una persona nei confronti della quale è in vigore un ordine di espulsione chiede di entrare nel Regno Unito in qualità di coniuge di una persona ivi presente e stabilita, le saranno negati il permesso di entrare e, se lo richiede, lautorizzazione allingresso, anche se tale persona, per il resto, sarebbe in possesso dei requisiti per entrare a tale titolo. Questa persona deve ottenere la revoca dellordine di espulsione prima che gli possa essere concesso il permesso di entrare o lautorizzazione allingresso nel Regno Unito. Essa può chiedere la revoca dellordine di espulsione o prima o contemporaneamente alla domanda di permesso di entrare.
25. La normativa del Regno Unito in materia di immigrazione non conteneva, inizialmente, una disposizione specifica relativa alla situazione considerata dalla Corte nella citata sentenza 7 luglio 1992, causa C-370/90, Singh (Raccolta pagina 4265) vale a dire, lammissione nel Regno Unito di una persona che dovrebbe normalmente disporre di unautorizzazione allingresso e che vuole entrarvi come coniuge di un cittadino del Regno Unito che rientra o che vuole rientrare nel Regno Unito dopo aver esercitato i diritti derivanti dal diritto comunitario come lavoratore in un altro Stato membro.
26. Tuttavia, alla luce della citata sentenza Singh, tale persona godeva di un «diritto comunitario che essa può far valere direttamente» ai sensi della section 7(1) dellImmigration Act 1988 e della section 2 dello European Communities Act 1972 (legge del 1972 sulle Comunità europee), e non era tenuta, in tale qualità, ad ottenere unautorizzazione allingresso nel Regno Unito.
27. In sostanza, quando una tale persona era «una persona tenuta ad ottenere un preventivo permesso di entrare», essa doveva ottenere tale permesso per essere ammessa nel Regno Unito. Esso le veniva normalmente concesso, ma poteva esserle rifiutato per motivi di ordine pubblico, pubblica sicurezza o sanità pubblica. Se essa otteneva siffatto permesso, aveva quindi il diritto, al suo arrivo nel Regno Unito, di esservi ammessa e di soggiornarvi alle stesse condizioni di un familiare di un cittadino di uno Stato dello SEE diverso dal Regno Unito [articoli 3(2) e (3) dellImmigration (European Economic Area) Order 1994 (ordinanza del 1994 sulimmigrazione proveniente dalla Spazio economico europeo)].
28. Ai sensi dellarticolo 11, n. 1, delle EEA Regulations 2000 (regolamento del 2000 sul diritto dingresso e di soggiorno nel Regno Unito dei cittadini dello SEE), tale regolamento di applica ad un «familiare» di un cittadino del Regno Unito come se egli fosse un familiare di un «cittadino dello SEE» qualora siano soddisfatte le condizioni di cui allarticolo 11, n. 2. Tali condizioni sono le seguenti:
- il cittadino del Regno Unito non ha lasciato il Regno Unito per permettere al suo familiare di acquisire diritti in forza di tale regolamento e di eludere così lapplicazione della normativa sullimmigrazione del Regno Unito;
29. Nel febbraio 1989, il sig. Akrich, cittadino marocchino nato nel 1967, veniva autorizzato ad entrare nel Regno Unito come turista per un mese. Egli presentava una domanda di permesso di soggiorno come studente, ma tale domanda veniva respinta nel luglio 1989 ed il successivo ricorso veniva respinto nellagosto 1990.
30. Nel giugno 1990 egli veniva condannato per tentato furto e per uso di un documento di identità rubato. In forza di un ordine di espulsione emanato dal Secretary of State, egli veniva espulso verso lAlgeria il 2 gennaio 1991.
31. Nel gennaio 1992, tornava nel Regno Unito usando una falsa carta didentità francese. Veniva arrestato e nuovamente espulso nel giugno 1992. Dopo essere rimasto fuori dal Regno Unito per meno di un mese, vi faceva ritorno clandestinamente.
32. Mentre soggiornava illegittimamente nel Regno Unito, egli sposava, l8 agosto 1996, la sig.ra Helina Jazdzewska, cittadina britannica, e, alla fine dello stesso mese, chiedeva un permesso di soggiorno in qualità di coniuge di un cittadino del Regno Unito.
33. Dopo essere stato posto in detenzione allinizio del 1997 in forza dellImmigration Act 1971, il sig. Akrich veniva espulso, nellagosto 1997, su sua richiesta verso Dublino (Irlanda), dove sua moglie si era stabilita dal giugno 1997.
34. Nel gennaio 1998, il sig. Akrich chiedeva la revoca dellordine di espulsione e, il mese successivo, un permesso di entrare in qualità di coniuge di una persona ivi stabilita.
35. In occasione di tale domanda, il sig. e la sig.ra Akrich venivano interrogati da un funzionario britannico dellambasciata del Regno Unito in Dublino in merito al loro soggiorno in Irlanda e alle loro intenzioni. Ne emergeva, da una parte, che la sig.ra Akrich aveva lavorato a Dublino dallagosto 1997 svolgendo, dal gennaio 1998 fino al maggio o al giugno 1998, un impiego a tempo pieno e durata determinata ma prorogabile. Anche il sig. Akrich aveva lavorato nel settore della ristorazione per mezzo di unagenzia, accettando tutti gli impieghi disponibili. Il fratello della sig.ra Akrich aveva proposto loro una sistemazione nel Regno Unito se vi avessero fatto ritorno, e a questultima veniva offerto un impiego nel Regno Unito a partire dallagosto 1998.
36. Da tali colloqui emergeva inoltre che il sig. e la sig.ra Akrich chiedevano un permesso di entrare sul fondamento della citata sentenza Singh. La sig.ra Akrich indicava inoltre, rispondendo ad una domanda, che lei e suo marito avevano intenzione di tornare nel Regno Unito, avendo «sentito parlare di diritti comunitari in base ai quali, restando sei mesi, si poteva in seguito rientrare nel Regno Unito». Essa indicava, come fonte di tale informazione, «solicitors e altre persone nella stessa situazione».
37. Il 21 settembre 1998, il Secretary of State rifiutava di revocare lordine di espulsione. Conformemente alle sue istruzioni, il 29 settembre 1998 veniva negato anche il permesso di entrare, richiesto sul fondamento della citata sentenza Singh. Il Secretary of State riteneva che il trasferimento del sig. Akrich e della sig.ra Akrich in Irlanda non fosse altro che unassenza temporanea, deliberatamente diretta a far sorgere un diritto di soggiorno per il sig. Akrich al suo ritorno nel Regno Unito e, allo steso modo, ad eludere la normativa nazionale del Regno Unito, e che la sig.ra Akrich non avesse pertanto veramente esercitato i diritti derivanti dal Trattato CE in qualità di lavoratore in un altro Stato membro.
38. Nellottobre 1998, il sig. Akrich proponeva ricorso contro queste due decisioni dinanzi allImmigration Adjudicator (Regno Unito), che accoglieva il ricorso nel novembre 1999.
39. Considerando dimostrato, in particolare, che il sig. Akrich e la sig.ra Akrich si erano trasferiti in Irlanda con lo scopo manifesto di esercitare successivamente diritti derivanti dal diritto comunitario che li autorizzavano a ritornare nel Regno Unito, lImmigration Adjudicator giungeva tuttavia alla conclusione che, dal punto di vista giuridico, vi era stato un esercizio effettivo, da parte della sig.ra Akrich, di diritti conferiti dal diritto comunitario, esercizio che non era stato inficiato dalle intenzioni dei coniugi e che questi ultimi non si erano pertanto avvalsi del diritto comunitario per eludere le disposizioni della normativa nazionale del Regno Unito. Esso dichiarava altresì che il sig. Akrich non costituiva una vera e propria minaccia sufficientemente seria per lordine pubblico, tale da giustificare il mantenimento dellordine di espulsione.
40. Il Secretary of State proponeva appello avverso tale decisione dinanzi allImmigration Appeal Tribunal.
41. Nellordinanza di rinvio, lImmigration Appeal Tribunal ricorda che, al punto 24 della citata sentenza Singh, la Corte ha formulato la seguente riserva:
«Riguardo ai rischi di frode invocati dal governo britannico, è sufficiente rammentare che, secondo la giurisprudenza della Corte (v., in particolare, sentenze 7 febbraio 1979, causa 115/78, Knoors, Raccolta pagina 399, punto 25 della motivazione, e 3 ottobre 1990, causa C-61/89, Bouchoucha, Raccolta pagina I-3551, punto 14 della motivazione), le possibilità offerte dal Trattato CEE non possono avere leffetto di consentire alle persone che ne fruiscono di sottrarsi abusivamente allapplicazione delle normative nazionali e di vietare agli Stati membri di adottare i provvedimenti necessari per evitare tali abusi».
42. LImmigration Appeal Tribunal chiede se, accettando la tesi del sig. Akrich, secondo cui ogni provvedimento adottato da uno Stato membro al fine di prevenire un abuso deve essere compatibile con il diritto comunitario, lImmigration Adjudicator abbia applicato correttamente tale riserva.
43. Secondo il Secretary of State, la riserva dovrebbe essere presa in considerazione in entrambe le fasi dellargomentazione del sig. Akrich, così che non sarebbe possibile stabilire se la sig.ra ed il sig. Akrich possano godere dei diritti conferiti ai «lavoratori», né se la portata della deroga fondata sull«ordine pubblico» consenta lesclusione del coniuge di un «lavoratore» da uno Stato membro, senza attribuire il dovuto valore al fatto che il fine del preteso esercizio dei diritti conferiti dal diritto comunitario era proprio quello di evitare lapplicazione ordinaria della normativa del Regno Unito sullimmigrazione.
44. Il giudice del rinvio ritiene che questa sia una questione non chiaramente risolta dalla citata sentenza Singh e che sia quindi opportuno chiedere alla Corte ulteriori chiarimenti.
45. Alla luce di tali considerazioni, lImmigration Appeal Tribunal ha deciso di sospendere il procedimento e di sottoporre alla Corte le seguenti questioni pregiudiziali:
«Qualora un cittadino di uno Stato membro sia sposato con un cittadino di uno Stato terzo che, ai sensi della normativa nazionale, non sia legittimato ad entrare o a soggiornare nel detto Stato membro, e con il detto coniuge non cittadino si sposti in un altro Stato membro con lintento di esercitarvi diritti conferiti dal diritto comunitario lavorando solo per un periodo limitato allo scopo di potere successivamente reclamare, al ritorno nello Stato membro di cui è cittadino, il beneficio di diritti conferiti dal diritto comunitario unitamente al detto coniuge:
1) se lo Stato membro dorigine sia legittimato a considerare lintenzione di ambedue i coniugi, al momento in cui si spostano in un altro Stato membro, di reclamare il beneficio di diritti tratti dal diritto comunitario al ritorno nello Stato membro di cui il primo dei detti coniugi è cittadino, nonostante che il coniuge non cittadino difetti della legittimazione ai sensi della normativa nazionale, come una pretesa allapplicazione del diritto comunitario per eludere lapplicazione della normativa nazionale;
2) In caso affermativo, se lo Stato membro dorigine abbia il diritto di rifiutarsi:
a) di sopprimere tutti i preesistenti ostacoli allingresso del coniuge non cittadino nel detto Stato membro (nella specie, un ordine di espulsione vigente); e
46. Con le sue questioni, che occorre esaminare insieme, il giudice del rinvio mira ad appurare, in sostanza, qualè la portata della citata sentenza Singh in una situazione come quella di cui alla causa principale.
47. In tale sentenza la Corte ha dichiarato che le disposizioni dellarticolo 52 del Trattato CEE (divenuto, articolo 52 del Trattato CE, e, a sua volta, in seguito a modifica, articolo 43 CE) e quelle della direttiva 73/148, devono essere interpretate nel senso che esse obbligano uno Stato membro ad autorizzare lentrata e il soggiorno nel suo territorio del coniuge – indipendentemente dalla sua cittadinanza – del cittadino di tale Stato che si sia recato, con detto coniuge, nel territorio di un altro Stato membro per esercitarvi unattività subordinata, ai sensi dellarticolo 48 del Trattato CEE (divenuto, articolo 48 del Trattato CE, divenuto a sua volta, in seguito a modifica, articolo 39 CE), e che ritorni a stabilirsi, ai sensi dellarticolo 52 del Trattato CEE, nel territorio dello Stato di cui ha la cittadinanza. Secondo il dispositivo di tale sentenza, il coniuge deve godere quantomeno degli stessi diritti che gli spetterebbero, in forza del diritto comunitario, se suo marito (o sua moglie) entrasse e soggiornasse nel territorio di un altro Stato membro.
48. Le stesse conseguenze derivano dallarticolo 39 CE se il cittadino dello Stato membro interessato ha intenzione di ritornare sul suo territorio per esercitarvi unattività subordinata. Di conseguenza, quando il coniuge è un cittadino di un paese terzo, deve godere quantomeno degli stessi diritti che gli spetterebbero in forza dellarticolo 10 del regolamento n. 1612/68 se suo marito (o sua moglie) entrasse e soggiornasse nel territorio di un altro Stato membro.
49. Tuttavia, il regolamento n. 1612/68 riguarda solo la libera circolazione allinterno della Comunità. Esso non dispone nulla in merito allesistenza dei diritti di un cittadino di un paese terzo, coniugato con un cittadino dellUnione, relativi allaccesso al territorio della Comunità.
50. Per poter fruire, in una situazione come quella di cui alla causa principale, dei diritti previsti dallarticolo 10 del regolamento n. 1612/68, il cittadino di un paese terzo, coniugato con un cittadino dellUnione, deve soggiornare legalmente in uno Stato membro nel momento in cui avviene il suo trasferimento in un altro Stato membro verso cui il cittadino dellUnione emigra o è emigrato.
51. Tale interpretazione è conforme alleconomia delle disposizioni comunitarie dirette a garantire la libertà di circolazione dei lavoratori allinterno della Comunità, il cui esercizio non può penalizzare il lavoratore migrante e la sua famiglia.
52. Quando un cittadino dellUnione stabilito in uno Stato membro, coniugato con un cittadino di un paese terzo che fruisce del diritto di soggiornare in tale Stato membro, si trasferisce in un altro Stato membro per svolgervi unattività lavorativa subordinata, tale trasferimento non deve far venire meno la possibilità di vivere legalmente insieme, perciò larticolo 10 del regolamento n. 1612/68 conferisce al detto coniuge il diritto di stabilirsi in tale altro Stato membro.
53. Per contro, quando un cittadino dellUnione stabilito in uno Stato membro e coniugato con un cittadino di un paese terzo che non gode del diritto di soggiornare in tale Stato membro, si trasferisce in un altro Stato membro per svolgervi unattività lavorativa subordinata, il fatto che il suo coniuge non abbia il diritto, derivante dallarticolo 10 del regolamento n. 1612/68, di stabilirsi con lui in tale altro Stato membro non può costituire un trattamento meno favorevole di quello di cui beneficiavano prima che il detto cittadino dellUnione fruisse delle possibilità offerte dal Trattato in materia di circolazione delle persone. Pertanto, lassenza di un tale diritto non è idonea a dissuadere il cittadino dellUnione dallesercitare i diritti di circolazione riconosciuti dallarticolo 39 CE.
54. Lo stesso vale quando il cittadino dellUnione, coniugato con un cittadino di un paese terzo, ritorna nello Stato membro di appartenenza per esercitarvi unattività lavorativa subordinata. Se il suo coniuge dispone di un diritto di soggiorno valido in un altro Stato membro, larticolo 10 del regolamento n. 1612/68 trova applicazione affinché il cittadino dellUnione non sia dissuaso dallintento di esercitare la libertà di circolazione ritornando nello Stato membro di cui è cittadino. Se, invece, il suo coniuge già non dispone di un diritto di soggiorno valido in un Stato membro, lassenza, in capo a questultimo, del diritto, tratto dal detto articolo 10, di installarsi con il cittadino dellUnione, non produce effetto dissuasivo a tale riguardo.
55. Quanto alla questione dellabuso, richiamata al punto 24 della citata sentenza Singh, occorre ricordare che i motivi che hanno potuto spingere un lavoratore di uno Stato membro a cercare unoccupazione in un altro Stato membro sono irrilevanti per quel che riguarda il diritto del lavoratore ad accedere e a soggiornare nel territorio di questultimo Stato, sempreché linteressato svolga o intenda svolgere unattività reale ed effettiva (sentenza 23 marzo 1982, causa 53/81, Levin, Raccolta pagina 1035, punto 23).
56. Tali intenzioni non sono pertinenti neppure per valutare la situazione giuridica della coppia al momento del ritorno nello Stato membro di cui il lavoratore è cittadino. Un comportamento del genere non può costituire un abuso ai sensi del punto 24 della citata sentenza Singh, anche se il coniuge, nel momento in cui la coppia si è stabilita in un altro Stato membro, non era titolare di un diritto di soggiorno nello Stato membro di cui è cittadino il lavoratore.
57. Per contro, si verificherebbe un abuso se ci si avvalesse delle possibilità offerte dal diritto comunitario ai lavoratori migranti e al loro coniuge nellambito di matrimoni di comodo contratti al fine di eludere le disposizioni relative allingresso ed al soggiorno dei cittadini di paesi terzi.
58. Quando il matrimonio è autentico e, al momento del ritorno del cittadino dellUnione nello Stato membro di cui egli ha la cittadinanza, il suo coniuge, cittadino di un paese terzo, con il quale egli viveva nello Stato membro che lascia, non soggiorna legalmente sul territorio di uno Stato membro, occorre tuttavia tenere conto del diritto al rispetto della sua vita familiare ai sensi dellarticolo 8 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti delluomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950 (in prosieguo: la «CEDU»). Tale diritto fa parte dei diritti fondamentali che, secondo la giurisprudenza costante della Corte, riaffermata inoltre nel preambolo dellAtto unico europeo e dallarticolo 6, n. 2, UE, sono tutelati nellordinamento giuridico comunitario.
59. Benché la CEDU non garantisca, a favore di uno straniero, alcun diritto ad entrare o risiedere nel territorio di un paese determinato, lesclusione di una persona da un paese in cui vivono i suoi congiunti può rappresentare uningerenza nel diritto al rispetto della vita familiare come tutelato dallarticolo 8, n. 1, di tale convenzione. Una simile ingerenza viola la CEDU a meno che essa non corrisponda ai requisiti di cui al n. 2 dello stesso articolo, cioè a meno che essa non sia «prevista dalla legge», dettata da uno o più scopi legittimi ai sensi della disposizione citata e «necessaria, in una società democratica», cioè «giustificata da un bisogno sociale imperativo» e, in particolare, proporzionata al fine legittimo perseguito (v., in particolare, sentenza 11 luglio 2002, Carpenter, Raccolta pagina I-6279, punto 42).
60. I limiti di ciò che è «necessari[o], in una società democratica», quando il coniuge ha commesso uninfrazione, sono stati messi in evidenza dalla Corte europea dei diritti delluomo nelle sentenze 2 agosto 2001, Boultif/Suisse, (Recueil des arrêts et décisions 2001-IX, §§ 46-56), e 11 luglio 2002, Amrollahi c. Danemark (non ancora pubblicata nella Recueil des arrêts et décisions, §§ 33-44).
61. Alla luce dellinsieme delle considerazioni che precedono, occorre risolvere le questioni sottoposte nel senso che:
- Per poter fruire, in una situazione come quella di cui alla causa principale, dei diritti previsti dallarticolo 10 del regolamento n. 1612/68, il cittadino di un paese terzo, coniugato con un cittadino dellUnione, deve soggiornare legalmente in uno Stato membro nel momento in cui avviene il suo trasferimento in un altro Stato membro verso cui il cittadino dellUnione emigra o è emigrato.
- Larticolo 10 del regolamento n. 1612/68 non è applicabile quando il cittadino di uno Stato membro e il cittadino di un paese terzo hanno contratto un matrimonio di comodo, al fine di eludere le disposizioni relative allingresso e al soggiorno dei cittadini di paesi terzi.
- In presenza di un matrimonio autentico tra un cittadino di uno Stato membro e un cittadino di un paese terzo, la circostanza che i coniugi si siano stabiliti in un altro Stato membro per godere dei diritti conferiti dal diritto comunitario al momento del ritorno nello Stato membro di cui il primo è cittadino non è pertinente ai fini della valutazione della loro situazione giuridica da parte delle competenti autorità di questultimo Stato.
- Nel momento in cui un cittadino di un primo Stato membro, coniugato con un cittadino di un paese terzo con il quale vive in un secondo Stato membro, ritorna nello Stato membro di cui ha la cittadinanza per ivi esercitare unattività lavorativa subordinata, se il suo coniuge non fruisce dei diritti previsti dallarticolo 10 del regolamento n. 1612/68, non avendo soggiornato legalmente nel territorio di uno Stato membro, le autorità competenti del primo Stato membro devono tuttavia, per valutare la domanda di ingresso e di soggiorno del detto coniuge nel territorio di questultimo Stato, tener conto del diritto al rispetto della vita familiare ai sensi dellarticolo 8 della CEDU, sempreché il matrimonio sia autentico.
62. Le spese sostenute dai governi del Regno Unito ed ellenico, nonché dalla Commissione, che hanno presentato osservazioni alla Corte, non possono dar luogo a rifusione. Nei confronti delle parti nella causa principale il presente procedimento costituisce un incidente sollevato dinanzi al giudice del rinvio, cui spetta quindi statuire sulle spese.
La Corte pronunciandosi sulle questioni sottoposte dallImmigration Appeal Tribunal, con ordinanza 3 ottobre 2000, dichiara:
1) Per poter fruire, in una situazione come quella di cui alla causa principale, dei diritti previsti dallarticolo 10 del regolamento (CEE) del Consiglio 15 ottobre 1968, n. 1612, relativo alla libera circolazione dei lavoratori allinterno della Comunità, il cittadino di un paese terzo, coniugato con un cittadino dellUnione, deve soggiornare legalmente in uno Stato membro nel momento in cui avviene il suo trasferimento in un altro Stato membro verso cui il cittadino dellUnione emigra o è emigrato.
2) Larticolo 10 del regolamento n. 1612/68 non è applicabile quando il cittadino di uno Stato membro e il cittadino di un paese terzo hanno contratto un matrimonio di comodo, al fine di eludere le disposizioni relative allingresso e al soggiorno dei cittadini di paesi terzi.
3) In presenza di un matrimonio autentico tra un cittadino di uno Stato membro e un cittadino di un paese terzo, la circostanza che i coniugi si siano stabiliti in un altro Stato membro per godere dei diritti conferiti dal diritto comunitario al momento del ritorno nello Stato membro di cui il primo è cittadino non è pertinente ai fini della valutazione della loro situazione giuridica da parte delle competenti autorità di questultimo Stato.
4) Nel momento in cui un cittadino di un primo Stato membro, coniugato con un cittadino di un paese terzo con il quale vive in un secondo Stato membro, ritorna nello Stato membro di cui ha la cittadinanza per ivi esercitare unattività lavorativa subordinata, se il suo coniuge non fruisce dei diritti previsti dallarticolo 10 del regolamento n. 1612/68, non avendo soggiornato legalmente nel territorio di uno Stato membro, le autorità competenti del primo Stato membro devono tuttavia, per valutare la domanda di ingresso e di soggiorno del detto coniuge nel territorio di questultimo Stato, tener conto del diritto al rispetto della vita familiare ai sensi dellarticolo 8 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti delluomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950, sempreché il matrimonio sia autentico.