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Timestamp: 2019-11-20 20:43:29+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 11', 'art. 11', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 101', 'art. 107', 'art. 10', 'art. 81']

La crisi della società contemporanea come crisi dello stato – S. Fondi
Esigenza ineliminabile della vita umana è quella di svolgersi in strutture, dalle più semplici alle più complesse, per perseguire scopi non altrimenti raggiungibili dall’uomo singolarmente considerato.
La più importante entità per ampiezza, mezzi e fini, votata all’organizzazione della vita individuale e soprattutto collettiva, è lo stato.
Lo Stato predispone le regole ed adempie al governo della convivenza. E’ quindi una necessità, quale prima e principale struttura ordinante della società.
E’ tuttavia un dato ormai acquisito nel dibattito socio-politico che nell’epoca contemporanea sia in atto una sempre più evidente crisi del concetto di stato. Essa è tratto comune degli ordinamenti attuali, ma è massima proprio nel continente che ha visto nascere lo stato moderno: l’Europa.
Ad essere messo in discussione è lo stato nel suo significato più ampio, inteso come modello di ordinamento e di organizzazione.
Ma cosa è lo stato? Esso è un ordinamento giuridico (insieme di soggetti che in forma organizzata sono sottoposti a delle norme) avente fini generali e che “esercita il potere sovrano su un dato territorio, cui sono subordinati in modo necessario i soggetti ad esso appartenenti” (C. Mortati).
Nessun’altra entità esistente ha fini generali, cioè non predeterminati o limitati: funzione tipica dello stato è quella di provvedere ad ogni tipo di bisogno della comunità sottoposta al suo governo.
Secondo una concezione tradizionale del diritto pubblico, tre sono i tratti caratteristici dello stato, tutti sono coinvolti nel processo di destrutturazione accennato: la sovranità, il popolo, il territorio.
La sovranità, consiste nel potere supremo dello stato all’interno del proprio territorio (interna) e nell’indipendenza rispetto a qualsiasi altra entità statale (esterna).
Essa si afferma definitivamente con la Pace di Westfalia del 1648. Tale evento allentò i vincoli degli stati nazionali e dei signori feudali rispetto alla Corona Imperiale che, per tradizione, era riconnessa al sovrano del Sacro Romano Impero fin dall’epoca carolingia (800 d.C.).
In quel momento nasceva lo stato moderno, il cui sovrano anche formalmente diveniva “superiorem non recognoscens”.
L’evoluzione storica ha portato a legare la sovranità non più alla persona fisica del sovrano ma alla volontà popolare (J.J. Rousseau).
Tre fattori giuridici limitano questa sovranità.
I primi due sono necessari: uno è l’utilizzo, per l’esercizio del potere politico, di un sistema rappresentativo (per mezzo di delegati eletti con il consenso popolare) stante l’inattuabilità di una democrazia c.d. diretta.
Il secondo consiste nel dotare il sistema di stabilità per mezzo di una costituzione rigida (cioè modificabile solo con apposito procedimento aggravato e non con legge ordinaria ed il cui primato nell’ordinamento è garantito da una Corte Costituzionale).
Seppure nei suddetti limiti “la sovranità appartiene al popolo” (si veda l’art. 1 Cost. Italiana). E’ così risolto, in via definitiva, anche il problema della legittimazione (giustificazione) del potere politico, espressione della volontà dei consociati.
Il terzo fattore è il grande tema che attraversa la riflessione politica e culturale: gli organismi internazionali. Verso di essi lo stato cede ampie sfere di sovranità (in Italia ciò è avvenuto per il tramite dell’art. 11 della Costituzione).
Una limitazione deriva dall’Organizzazione delle Nazioni Unite, istituita nel 1945, in conseguenza del fallimento del precedente sistema delle relazioni interstatali basato sui trattati internazionali, cessato a seguito della seconda guerra mondiale.
Il sistema che fa capo all’ONU, volto alla garanzia della pace e tutela dei diritti umani, si rivela, tuttavia, inefficace. Fattori quali il deficit di democraticità, il sistema dei veti, gli interessi egoistici, la lentezza delle decisioni, la mancanza di forze militari proprie da un lato non impediscono i conflitti; dall’altro, frustrano la funzione propria degli stati di soddisfare le proprie esigenze di sicurezza.
Ciò vale in particolare per l’Italia, per la quale la difesa da una guerra di aggressione è l’unica misura attuabile autonomamente in modo sovrano a causa della limitazione sancita dall’art. 11 Cost. Per ogni altra azione è, infatti, necessario il consenso dell’ONU (si pensi alla lotta al terrorismo).
Ulteriore erosione del potere supremo, ben più invasiva, deriva poi dall’ordinamento dell’Unione Europea, organismo non internazionale ma addirittura sovranazionale, vale a dire sovraordinato agli stati che vi aderiscono. In questo caso la sovranità oltre che limitata è distorta, poiché gli organi detentori del potere politico nella UE (Consiglio e Commissione) sono espressione del potere esecutivo e non rappresentativo.
Se debolissimo è l’impianto politico dell’Unione, assai penetranti sono le limitazioni alla sovranità sul piano delle funzioni normative (artt. 2 e 3 TFUE), alcune ormai esercitate da questa in via esclusiva (concorrenza, unione doganale).
Amplissima è poi l’espropriazione delle prerogative statali sul piano della politica economica (art. 2 TFUE) definita dalla UE nei sui indirizzi di massima nonché mediante il patto di stabilità, volto al controllo del deficit degli stati membri. E’ addirittura totale, invece, sul piano della politica monetaria per gli stati che hanno adottato l’euro (art. 3, comma 1, lett. C TFUE).
Inoltre il mercato comune (libera circolazione di merci, servizi, capitali, persone) impedisce due delle tipiche azioni tradizionalmente poste in essere dagli ordinamenti a tutela dell’interesse nazionale di tipo economico: è vietato mantenere entro i propri confini i fattori produttivi (si pensi ai capitali) ed impedire o ostacolare l’ingresso di beni o merci provenienti da altri paesi membri (divieto di dazi doganali o misure equivalenti).
Vi è poi un dato ulteriore. La tutela della concorrenza (art. 101 TFUE), vero e proprio dogma perseguito dalla UE, da un lato, ha dato luogo al divieto di aiuti di stato alle imprese (art. 107 TFUE), i quali di solito erano di natura fiscale e tributaria.
Dall’altro, ha aperto la via ad una massiccia opera di privatizzazioni: è sottratto allo stato il ruolo di imprenditore svolto in passato, relegandolo a mero regolatore del mercato mediante il sistema delle autorità indipendenti (si pensi all’Antitrust, organo di cui si deve obbligatoriamente dotare qualunque stato aspiri ad entrare nella UE).
Quanto all’elemento del territorio, esso è destrutturato dalla globalizzazione e dalla creazione del mercato mondiale.
Il progresso tecnologico e informatico, la smaterializzazione e finanziarizzazione della ricchezza (basata su risorse finanziarie più che su beni materiali) ha decretato la perdita del controllo dello stato sulla circolazione delle ricchezze, delle imprese, delle informazioni e dei fattori produttivi.
Parallelamente, si sono sviluppate entità produttive e finanziarie (multinazionali, banche, banche d’affari) aventi risorse economiche tali da contrapporsi - come influenza ed importanza delle scelte - agli stati stessi, nonché spesso detentrici del debito di questi.
L’effetto prodotto non è indifferente: non più (o non solo) il territorio come terreno attivo dell’azione statale ma il mercato globale come luogo (ideale) in cui lo stato subisce le conseguenze di eventi esterni ad esso.
I governi risentono pesantemente, delle decisioni di coloro (investitori) che detengono i titoli del debito pubblico o di chi (produttori) controlla materia prime fondamentali come il petrolio. Sono inoltre costretti ad orientare le scelte di politica economica primariamente in funzione dell’attrazione di investimenti.
Ulteriore dato che mina l’elemento territoriale è la presenza delle grandi e articolate associazioni criminali tipiche dell’era moderna, che, a volte, si pongono come potere concorrente, per di più illecito, sul piano territoriale ed economico a quello statale.
L’elemento, del popolo, infine. Esso si concreta nella cittadinanza, status che certifica l’appartenenza del soggetto (cittadino) allo stato, legandolo ad esso con un complesso vincolo di diritti e doveri.
La cittadinanza ha avuto un ruolo fondamentale nella costruzione degli stati, sancendo la connessione stabile (non occasionale) che unisce un gruppo di persone ad un ordinamento, legati da una storia e da una cultura comune.
Questo legame, sia che lo si faccia derivare dal potere statale di imperium sia che lo si basi sul contrattualismo (contratto tra cittadino e potere sovrano, J. Locke, J.J. Rousseau) ha costruito le nazioni in termini di adesione e fedeltà all’ordinamento e ai suoi valori.
Senza di esso, lo stato non avrebbe potuto nascere ed evolversi: si pensi alla difesa militare, si pensi alla raccolta del gettito fiscale derivante dal pagamento delle imposte, doveri esigibili solo da un popolo che abbia un alto tasso di adesione spontanea all’ordinamento.
Per i suddetti motivi criterio principe di attribuzione della cittadinanza, assolutamente maggioritario nel mondo, è lo jus sanguinis (nascita da genitore cittadino) in luogo dello jus soli.
Fermo restando che l’immigrazione in sé è fenomeno normale e fisiologico nella vita delle nazioni, I flussi migratori di massa, che anche qui vedono l’Europa (in particolare quella mediterranea e l’Italia) protagonista passiva, hanno precise conseguenze.
Tale processo comporta la distrazione di risorse pubbliche per provvedere ad obblighi di assistenzialismo umanitario ben oltre i limiti del diritto all’asilo politico di cui all’art. 10, comma 3 Cost.; inoltre aumenta la conflittualità sociale e delle culture e, in prospettiva futura, altera la compagine sociale della popolazione.
Ne risente anche il patto sociale stato – cittadinanza: si rischia di snaturare il ruolo statale, da ente legato da diritti e obblighi verso il cittadino ad ente di assistenza internazionale indiscriminata.
Lo stato contemporaneo, in particolare quello europeo, dunque, che stato è?
E’ uno stato che abdica da molte sue funzioni fondamentali, che tende verso sempre più estese privatizzazioni e ad arretrare in molti settori di necessaria rilevanza pubblica (la sanità, la scuola, la previdenza, ha rinunciato alla leva obbligatoria). Non è un caso che addirittura si sia parlato di “fine dello stato” (J. Hobsbawm).
Ancora più complessa è la situazione degli ordinamenti appartenenti alla UE e all’Unione Monetaria.
Tema dominante - se non unico - qui diviene l’equilibrio di bilancio (imposto addirittura nell’art. 81 della Cost. italiana in ossequio al Fiscal compact). La rigidissima gabbia di regole tecnico-finanziarie, le politiche di austerity, il contenimento dell’inflazione, hanno preso il sopravvento su qualsiasi altro valore.
Sembra non esservi spazio per l’uomo, per la realtà (se non quella finanziaria) per la produzione, per l’economia reale.
In tali stati, la Banca Centrale Europea si pone come vero ente dominus della politica monetaria e di quella economica (stante la connessione indissolubile tra le due realtà).
Se per gli organi politici della UE (Consiglio e Commissione) manca la rappresentatività, qui è carente addirittura il carattere di “potere pubblico” stante l’assetto proprietario privato di tale ente (posseduto delle banche centrali che a loro volta sono banche sostanzialmente private).
Il modello di stato perseguito è quello collocato in economie considerate organismi capaci di autoregolarsi ed in cui i governi non sono ritenuti in grado di raggiungere i tradizionali obiettivi di economia politica, come la crescita e la piena occupazione.
Rimessa ad una banca centrale indipendente il controllo dell’offerta di moneta, ai governi nazionali restano le decisioni su questioni di mera amministrazione, alla stregue di enti locali (istruzione, infrastrutture). Essi sono privati di tutti gli strumenti di politica macroeconomica (emettere moneta, modificare i tassi di interesse, procedere a svalutazioni, finanziare il disavanzo attraverso la creazione di denaro).
Siamo in presenza di qualcosa di ulteriore e diverso rispetto al c.d. “stato minimo” di ispirazione liberale (J.S. Mill).
Che soluzioni si danno a questa complessa situazione?
E’ palese che il modo di affrontare la globalizzazione, di collocarsi sul mercato, di creare una cooperazione internazionale più effettiva ma anche più razionale, sia la più grande sfida che aspetta ai governanti degli ordinamenti contemporanei
Quanto all’Europa, sicuramente è urgente una riflessione consapevole sulla revisione dell’UE, attualmente votata all’austerità e caratterizzata dalla forza di gravità tedesca, quale polo dominante.
Fermo restando il dovere di cooperazione internazionale, un governo centrale di uno stato sovrano non può non determinare il livello ottimale dei servizi pubblici (ed il patto di stabilità lo impedisce), la corretta allocazione della spesa totale tra bisogni concorrenti, l’entità e la distribuzione della tassazione ed, infine, non può non avere il governo della moneta, da sempre contrassegno tipico del Sovrano. Ad una sottrazione del governo della moneta dovrebbe corrispondere la creazione di un governo politico sovrannazionale fondato sulla rappresentatività.
Una vera democrazia non può ridursi ad avere un parlamento mero notaio di decisioni sovranazionali, non può avere governi la cui legittimazione o il cui credito dipenda, in positivo o in negativo, esclusivamente da tempeste speculative o manovre valutarie sui mercati.
Tuttavia il primo cambiamento deve avvenire sul piano della coscienza sociale.
Va recuperato il concetto di stato: sia nella sua dimensione ontologica (essenza) quale imprescindibile unione dei suoi tre elementi tipici, sia nella sua dimensione teleologica, vale a dire la rilevanza finalistica dell’interessi pubblico, come criterio orientativo delle azioni umane.
Tanto il cittadino, tanto chi riveste pubbliche funzioni, deve riscoprire il senso di appartenenza alla collettività e deve considerare la superiorità del complesso degli interessi pubblici rispetto al fine individuale o quello di gruppi particolari.
I cittadini devono aumentare l’interesse e la partecipazione attiva alla vita pubblica, primario mezzo per attuare la sovranità che spetta loro (anche più del diritto di voto).
Sul piano pubblico vanno stigmatizzate tutte le pratiche eversive della sovranità implicanti distorsioni del sistema rappresentativo e della dialettica tra maggioranze e minoranze parlamentari, che in Italia, ad esempio, sono ben note: la collusione di interessi derivanti dal trasformismo e dal consociativismo, la dittatura delle segreterie dei partiti, il lobbismo (espressione di interessi particolari, soprattutto economici).
Il prevalere di questi fenomeni comporta il tradimento del mandato popolare.
I Romani, che sono stati il popolo più organizzato e con il più elevato senso della collettività della storia, avevano ben chiaro il concetto di Res Publica: essa non era questa o quella amministrazione pubblica, era semplicemente lo Stato, la sfera dei compiti e degli interessi pubblici, in antitesi alla Res Privata, cioè la sfera degli interessi privati.
Ogni cittadino non può sfuggire a questa realtà, tanto è vero che per i romani Res Publica aveva in Res Populi il suo sinonimo: lo stato è una realtà cui fanno capo tutte le personalità singole, i cui interessi sono di tutti, a cui sono legati la vita e il destino di ciascuno.
Come acutamente è stato osservato (P. De Francisci) “in questa comune coscienza è da cercare il segreto della incomprimibile e singolare energia politica del piccolo popolo che doveva diventare signore del mediterraneo e del mondo”.
Questo ineguagliabile senso del gruppo e di appartenenza derivava dalla particolare gerarchia di valori propria di quel popolo: una gerarchia in cui la preminenza era riservata ai temi politici, quindi al governo della collettività, della Civitas. Il motivo dominante era quello dei rapporti tra gli uomini, il fine preminente era quello della loro organizzazione in vista di una elevazione comune. Precetti religiosi, norme etiche, principi giuridici non erano che lo sviluppo di questo tema politico, originario e fondamentale.
Recuperare lo Stato nella sua accezione più nobile e la coscienza sociale, significa, quindi, ricollocare correttamente l’uomo nella società.
Va Recuperata anche la sovranità. Per l’entità statale essa è quello che per la persona fisica è la libertà: la condizione di agire ed autodeterminarsi senza ingerenze altrui nella propria sfera.
Essere governati è, in ogni caso, una necessità ineliminabile, trasferire la sovranità ed i poteri non significa eliminarli, poiché qualcun'altra entità dovrà necessariamente esercitare il potere politico.
E se esiste un’organizzazione cui spetta il governo della convivenza, la più idonea è quella - l’unica al momento - i cui organi legislativi sono espressione del mandato popolare dei propri cittadini: lo Stato, come entità nazionale e democratica.