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Timestamp: 2017-10-22 15:58:57+00:00
Document Index: 61543747

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 5', 'art. 1', 'art. 5', 'art. 3', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 8', 'art. 1', 'art. 7']

Rileggendo la Carta dei diritti del fanciullo al gioco e al lavoro Dott.ssa Margherita Marzario Abstract:Attraverso un florilegio di citazioni l’Autrice presenta il contenuto di una Carta e illustra l’importanza del gioco quale momento indispensabile dell
Marzario Margherita, 7 maggio 2014
“Educa i ragazzi col gioco, così riuscirai a scoprire l’inclinazione naturale” (Platone): è stata questa l’intuizione della Carta dei diritti del fanciullo al gioco e al lavoro, sottoscritta a Roma nel 1967 per iniziativa del Comitato italiano per il gioco infantile. Questa Carta, caduta nell’oblio, ha anticipato lo spirito di alcune leggi nazionali dagli anni ’70 in poi, tra cui la legge 6 dicembre 1971 n. 1044 sull’istituzione degli asili-nido, e i principi e le statuizioni della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia del 1989. Si può provare a attualizzare e concretizzare il contenuto della Carta attraverso il pensiero di diversi esperti.
“Ai figli cui è stato dato tutto, è stato fatto il peggior dono possibile” (lo psichiatra Paolo Crepet). Non dare tutto, ma dare il necessario, il rispetto dell’unicità di ogni bambino, persona minore d’età. “La personalità del fanciullo è sacra, per garantirne il libero, totale ed armonico sviluppo la società è tenuta ad offrire ad ogni fanciullo un ambiente familiare, scolastico e comunitario dotato dei necessari mezzi e di personale appositamente preparato” (art. 1 Carta dei diritti del fanciullo al gioco e al lavoro). Tuttora la Carta è l’unico atto ad esordire in tal modo e a definire la personalità del fanciullo sacra.
«[…] la festa non va organizzata per la nostra immagine, ma per far felice il bambino. […] I piccoli hanno bisogno di divertirsi, di giocare, di fare festa “insieme”» (il pedagogista Pino Pellegrino). Il bambino non ha bisogno di feste, ma di un’atmosfera di festa. “Perché possa svolgere le sue attività di gioco e di lavoro, il fanciullo ha bisogno di convenienti rapporti umani; nonché di spazi, di tempi, di mezzi, di materiali e strumenti idonei alla sua età ed adatti alle sue condizioni fisiche e psichiche” (art. 2 Carta dei diritti del fanciullo al gioco e al lavoro).
“Se si riempie il bambino di regali, prima o poi, si annoierà; c’è tutto, manca lui!” (lo psichiatra Paolo Crepet). “Nella casa, per realizzare i migliori rapporti umani, occorre: preparare i genitori ad una responsabile azione educativa; offrire appositi ed attrezzati locali, balconi, terrazzi, giardini, cortili al fine di dare al fanciullo la possibilità di esplicare le sue fondamentali esigenze di movimento, di gioco, di lavoro, di studio, in forma individuale e di gruppo; in sostanza occorre che la famiglia si renda conto della autonomia del fanciullo e carattere decisivo che ha per il suo sviluppo e fin dai primi mesi di vita, il fatto di non essere subordinato alle esigenze di vita dei genitori” (art. 3 Carta dei diritti del fanciullo al gioco e al lavoro). La parte più significativa dell’art. 3 è proprio quella finale in cui si sottolinea “il fatto di non essere subordinato alle esigenze di vita dei genitori”, che richiama quei genitori che si affannano a fare di tutto per i figli ma in realtà rischiano di farlo solo per appagare se stessi.
“È una peculiarità tutta italiana il comprare qualsiasi cosa in funzione del figlio” (la sociologa Marina D’Amato). Nell’art. 3 della Carta si ribadisce: “Nella casa, per realizzare i migliori rapporti umani, occorre: preparare i genitori ad una responsabile azione educativa”. Ai bambini non è necessario comprare qualsiasi cosa, quanto preparare un ambiente accogliente e soprattutto predisporsi ad accoglierli come persone altre e non proprie, per non invischiarli in rapporti di dipendenza patologica da qualcuno o qualcosa.
“I piccoli non hanno bisogno di animatori, di maghi, di cantanti, di torte a tre piani! I piccoli hanno bisogno di divertirsi, di giocare, di fare festa “insieme”! Una bella merenda, in compagnia, a base di semplici panini e pizzette, con sottofondo sussurrato, e le immancabili patatine fritte innaffiate dalle solite bibite con bollicine (concesse a volontà, per l’occasione!) è la più simpatica festa di compleanno, sognata dal bambino” (il pedagogista Pino Pellegrino). “Nell’ambiente comunitario devono essere approntati appositi parchigioco, liberi e gratuiti, con convenienti attrezzature e a ragionevole distanza dalle abitazioni, difesi dai pericoli del traffico e della vita intensa, ove i fanciulli possano svolgere libere attività ludiche, culturali, ricreative e sportive, con l’assistenza di personale appositamente preparato e con la eventuale partecipazione dei genitori e degli adulti” (art. 5 Carta dei diritti del fanciullo al gioco e al lavoro).
“Il diritto a un gioco più “libero” non è cosa da poco, ma un altro piccolo scalino va superato. Il gioco, non dimentichiamolo, non è terapia finalizzata al miglioramento delle qualità fisiche o mentali, e non è neppure un ausilio mirato a facilitare l’apprendimento o la riduzione del deficit. Il gioco è fatto per essere giocato cioè per divertire. Il che significa libertà, comunicazione e sfogo creativo, oltre che un’importante occasione per fare gruppo e crescere insieme. In quest’ottica aumentare la coscienza di sé e del proprio corpo diventa non l’obiettivo, ma una naturale conseguenza. Una differenza non trascurabile”: così si è espresso Claudio Imprudente, giornalista e scrittore “con disabilità”, sul gioco dei bambini “con disabilità”. Il gioco, proprio perché tale, deve essere “libero da e di” non solo per i bambini “disabili”, ma per tutti i bambini per consentire loro di essere se stessi, di liberarsi di ogni inibizione o impedimento. Nella Carta dei diritti del fanciullo al gioco e al lavoro si parla nell’art. 1 di libero sviluppo della personalità (libertà di essere), nell’art. 5 di liberi spazi (libertà di esserci) e di libere attività (libertà di fare) e, inoltre, nell’art. 3 si precisa che il fanciullo non deve essere subordinato alle esigenze di vita dei genitori. Bando, pertanto, a videogiochi, ludoteche o animatori (o, perlomeno, bando all’eccesso). Il gioco è libertà e educazione alla libertà. “Per attuare i cambiamenti che ridiano effettivo spazio al gioco libero è necessario che gli adulti cambino prospettiva; cioè devono mettere in primo piano i bambini, i ragazzi come sono e non come pensano che siano” (la psicologa Rossella Semplici).
“Basta con i vizi ai figli! Se la cavino da soli!” (il sociologo Francesco Alberoni). “È dovere perseguire una politica di servizi socio educativi volta a promuovere e a potenziare la vita di relazione del fanciullo” (art. 7 Carta dei diritti del fanciullo al gioco e al lavoro). È dovere di tutta la comunità dare sostegno alla genitorialità affinché i figli imparino a “saper stare al mondo”. E questo avviene nella vita di relazione. Così i figli imparano a cavarsela da soli nel presente andando incontro al futuro col bagaglio delle giuste competenze socio-affettivo-relazionali. È l’unica volta in cui si parli in un atto normativo di “vita di relazione del fanciullo”, aspetto spesso trascurato – a cominciare dall’ambiente familiare – a causa del quale si può andare incontro poi a fenomeni quali il bullismo, la depressione infantile e disturbi del comportamento alimentare.
Nell’art. 7 della Carta si dice di promuovere e potenziare la vita di relazione del fanciullo: l’educazione relazionale, pertanto, è volta a far andare oltre la connaturale socialità (“socio” etimologicamente è colui che segue, che accompagna), a coltivare la potenziale relazionalità e a far cogliere l’essere come l’altro, l’essere legato alle sorti dell’altro, proprio come nel gioco. Vita di relazione fatta di regole, riconoscimento, rispetto, reciprocità, responsabilità, ruoli. Per questo ci si può servire di momenti ludici e ludiformi per veicolare concetti come cooperazione, solidarietà, condivisione, consapevolezza. Per esempio per educare alla condivisione si può approfittare di un pranzo con tutta la famiglia. I genitori diranno ai figli che hanno bisogno di loro per servire a tavola. È importante che ci siano cibi «numerabili», come polpette, crespelle, fette di carne e porzioni di torta. Poco prima di cominciare a mangiare, mamma o papà si accorgono di aver fatto male i conti e di aver cucinato meno porzioni rispetto agli invitati e chiederanno ai bambini di trovare una soluzione equa per tutti su come dividere il cibo tra i presenti (come proposto nel libro “Fiabe e denaro”).
“Rimettiamo i bambini a sparecchiare, ad essere d’aiuto in casa!” (Angela Crivelli, già presidente dell’Associazione Italiana Genitori). Educare in maniera ludica al lavoro, perché è educare alla vita. “Questi principi ed orientamenti costituiscono l’essenza della funzione educativa che la Costituzione repubblicana affida agli appositi organi dello Stato o alla società italiana” (art. 8 Carta dei diritti del fanciullo al gioco e al lavoro). Significativa la locuzione “funzione educativa” che a livello normativo ha riconosciuto la grande valenza del gioco quasi anticipando quanto previsto nella legge 8 novembre 2012 n. 189: “Il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca segnala agli istituti di istruzione primaria e secondaria la valenza educativa del tema del gioco responsabile affinché gli istituti, nell’ambito della propria autonomia, possano predisporre iniziative didattiche volte a rappresentare agli studenti il senso autentico del gioco e i potenziali rischi connessi all’abuso o all’errata percezione del medesimo”. Valorizzando la funzione educativa del gioco si preverrebbero anche la ludopatia e i suoi costi economici e sociali.
Facendo un connubio della personalità sacra del fanciullo (art. 1), della vita di relazione del fanciullo (art. 7) e della funzione educativa di ogni azione e relazione si eviterebbero l’incuria (cure insufficienti), la discuria (cure distorte) e l’ipercura (cure eccessive) ed ogni luogo diverrebbe “città dei bambini” e si avrebbe un mondo più a misura di bambino.
“Un fatto che si riscontra costantemente quando i bambini cominciano a interessarsi al lavoro e svolgere se stessi, è la vivace gioia a cui sembrano in preda” (Maria Montessori, L’autoeducazione nelle scuole elementari).