Source: https://www.laleggepertutti.it/197241_avvocati-illecito-deontologico-anche-per-gli-atti-di-vita-privata
Timestamp: 2018-10-24 01:55:34+00:00
Document Index: 170906607

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 5', 'art. 111', 'art. 51', 'art. 5', 'sentenza ', 'art. 5', 'art. 2', 'art. 9', 'art. 63', 'art. 51', 'art. 598', 'art. 13', 'art. 13']

Avvocati: illecito deontologico anche per gli atti di vita privata
L’avvocato, sia durante l’esercizio della professione che nella vita privata non può porre comportamenti offensivi o denigratori che compromettano la dignità della professione.
Sei in causa con una persona e l’avvocato della tua controparte ha usato nei tuoi riguardi delle espressioni offensive. Vorresti denunciarlo per diffamazione, ma il reato scatta solo se la condotta viene posta davanti a più persone, mentre, in questo caso, a parlare erano solo il tuo difensore e quello dell’avversario. Cosa puoi fare per difenderti e punire tale condotta?
Quando due avvocati si danno battaglia in udienza stanno attenti a usare un tono che, seppur aggressivo, non è mai denigratorio o offensivo; lo fanno non solo per rispetto al giudice e ai rispettivi clienti, ma anche perché ben sanno che un eccesso di animosità e “passione” potrebbe costare loro un procedimento disciplinare. Ai sensi del codice deontologico, infatti, l’avvocato non deve mai ledere il decoro e la dignità della professione [1]. Ma che succede una volta appesa la toga al chiodo? L’avvocato può usare toni inurbani al bar o magari in una lettera scritta dal proprio studio? Sulla questione sono scese le Sezioni Unite della Cassazione che, con una sentenza di qualche giorno fa [2] hanno chiarito un importante principio le offese dell’avvocato nella vita privata sono illecito deontologico. Ma procediamo con ordine e vediamo cosa è stato detto in questa interessante occasione.
Mai usare espressioni gratuitamente offensive, neanche se queste possono sembrare giustificate dal proprio ruolo di “difensore di una parte”, tenuto a fare il gioco del proprio cliente. C’è sempre un limite e questo limite si chiama rispetto. Rispetto non solo per il collega avversario ma anche per il suo assistito che non può essere denigrato in nessuna occasione, anche fuori dal tribunale. L’obbligo di osservare una condotta conforme ai doveri di probità, dignità e decoro non attiene solo alla vita professionale ma anche alla vita privata del professionista, quando ne risulti compromessa la reputazione personale o l’immagine dell’avvocatura.
Il nuovo codice deontologico estende l’applicazione delle sue norme a tutti gli avvocati [3] nella loro attività professionale, nei reciproci rapporti e in quelli con i terzi; si applicano «anche ai comportamenti nella vita privata, quando ne risulti compromessa la reputazione personale o l’immagine della professione forense».
Pertanto, l’avvocato «anche al di fuori dell’esercizio del suo ministero, deve comportarsi, nei rapporti interpersonali, in modo tale da non compromettere la dignità della professione e l’affidamento di terzi».
La qualità di avvocato non può essere una attenuante del comportamento aggressivo, offensivo o scorretto da questi posto in essere, ma al contrario costituisce una aggravante, visto che la sua professione gli impone dei doveri di onorabilità ed “etichetta” superiori alla norma.
Nel caso di specie, era successo che, in un procedimento penale innanzi al Gip, un avvocato aveva redatto una memoria in cui si era un po’ sbracciato nelle espressioni e, pur tentando di non superare la soglia del reato, era stato eccessivamente offensivo nei confronti di una persona che sapeva essere affetta da un male grave e incurabile. Egli aveva usato la seguente espressione: «Chi ha un male incurabile non sopravvive sette anni e non si presenta in tutti i giudizi così accesa e pimpante a perorare la sua causa, perché non ne avrebbe le forzi, ma si prepara ad affidare l’anima a Dio, confidando nel suo generoso Perdono”.
Insomma, il professionista deve usare, anche nella vita privata, uno stile che lo contraddistingua e lo faccia apprezzare per il distacco e la superiore obiettività rispetto alle contingenze della vita quotidiana.
La rilevanza della vita privata dell’avvocato a livello disciplinare riguarda anche le eventuali condanne giudiziali e, in particolare, quelle penali. Secondo il Cnf ad esempio, visto che in materia di deontologia forense non v’è alcuna distinzione tra l’attività professionale e quella privata dell’avvocato, la seconda comunque rilevando ai fini di una valutazione disciplinare, non può affermarsi che i fatti riconnessi al procedimento penale definito con sentenza irrevocabile di condanna del ricorrente, in quanto non inerenti all’attività professionale ma alla vita privata del professionista, non possano essere sottoposti a giudizio disciplinare. Deve essere ritenuto disciplinarmente responsabile l’avvocato che si renda colpevole del reato di incauto acquisto [4].
Ed ancora, è deontologicamente rilevante il comportamento privato del professionista se lo stesso abbia rilevanza esterna e possa incidere negativamente sul prestigio, la dignità e il decoro dell’intera classe forense. Pertanto, l’avvocato che compia atti sessuali con un minore pone in essere un comportamento deontologicamente rilevante perché lesivo dei dovere di probità dignità e decoro che il professionista deve tenere sia nella professione che nella vita privata (Nella specie è stata ritenuta congrua la sanzione della sospensione per mesi tre) [5].
Ed è sempre il Cnf che dice: «L’avvocato che ometta di pagare il compenso spettante ad un collega per la prestazione svolta in suo favore pone in essere un comportamento deontologicamente rilevante perché lesivo del dovere di probità a cui ciascun professionista è tenuto anche nelle vicende della sua vita privata. (Nella specie, in considerazione della diversa qualificazione giuridica da attribuire all’illecito disciplinare, rientrante in una violazione relativa alla vita privata e non al rapporto di colleganza, e delle obiettive difficoltà economiche, la sanzione della sospensione per mesi due è stata sostituita dalla più lieve sanzione della censura)» [6].
[1] Art. 9 Cod. deontologico.
[2] Cass. S.U. sent. n. 4994/18 del 2.03.2018.
[3] Art.29 Cod. deontologico.
[4] Cnf decisione n. 163/2006.
[5] Cnf sent. n. 362/2003.
[6] Cnf sent. n. 68/2003.
Corte di Cassazione, sez. Unite Civili, sentenza 20 giugno 2017 – 2 marzo 2018, n. 4994
Presidente Rordorf – Relatore Scarano
Con sentenza del 12/7/2016 il C.N.F. ha respinto il gravame interposto dall’avv. D.N.N. in relazione alla pronunzia del C.O.A. di Roma di irrogazione della sanzione disciplinare della censura per violazione del (previgente) art. 5 del Codice Deontologico, per avere in un atto giudiziale utilizzato espressioni offensive e denigratorie nei confronti della sig. M.A. , con la quale il medesimo e sua moglie sig. Ma.Ro. sin dall’anno 2000 avevano un rapporto conflittuale (originato da uno sfratto per morosità), sfociato in precedenti anche penali.
Con unico motivo il ricorrente denunzia violazione dell’art. 111 Cost. “per vizio di motivazione, stante l’omessa valutazione su un punto della decisione dedotto dalla parte”.
Si duole non essersi considerato che la condotta censurata è stata posta in essere sull’errato presupposto che l’atto sia stato posto in essere in qualità di parte e non già di difensore di fiducia della (moglie e coimputata) sig. Ma.Ro. , con conseguente omessa valutazione della scriminante ex art. 51 c.p., trattandosi di espressione formulata nell’esercizio del diritto di difesa e di critica del comportamento processuale mantenuto dalla M. .
È rimasto nel caso accertato che, nell’ambito del “procedimento penale innanzi al G.I.P. rubricato al n. 11414/03”, l’odierno ricorrente ha “redatto una memoria datata 19.11.2007” recante – tra l’altro – la seguente espressione: “chi ha un male incurabile non sopravvive sette anni e non si presenta in tutti i giudizi così accesa e pimpante a perorare la sua causa, perché non ne avrebbe le forzi, ma si prepara ad affidare l’anima a Dio, confidando nel suo generoso Perdono”.
A conclusione del procedimento disciplinare aperto a suo carico il C.O.A. di Roma ha al medesimo irrogato la sanzione disciplinare della censura, per violazione dell’art. 5 Codice deontologico all’epoca vigente.
Decisione successivamente confermata con l’impugnata sentenza ove, dopo aver osservato che “il Coa di Roma… ha correttamente ritenuto sussistere sia la conoscenza da parte dell’avv. D.N. ” della circostanza che “la sig. M. fosse già affetta dal male incurabile” che l’”assenza di qualsiasi giustificazione per l’utilizzo di quella frase”, ritenuta pertanto “gratuitamente offensiva”, il C.N.F ha sottolineato che “l’art. 5 del previgente Codice Deontologico imponeva all’avvocato di ispirare la propria condotta all’osservanza dei doveri di probità, dignità e decoro anche quando la stessa sia posta in essere in qualità diversa da quella professionale” (altresì sottolineando che il “nuovo Codice Deontologico, all’art. 2, individua l’ambito di applicazione soggettiva del professionista e stabilisce che esso si estende anche ai comportamenti della vita privata del professionista, quando ne risulti compromessa la reputazione personale o l’immagine dell’avvocatura; all’art. 9… fa riferimento all’osservanza da parte dell’avvocato dei doveri di probità, dignità e decoro nella salvaguardia della propria reputazione e della immagine della professione forense; l’art. 63…, al primo comma, prescrive che l’avvocato, anche al di fuori dell’esercizio del suo ministero, deve comportarsi, nei rapporti interpersonali, in modo tale da non compromettere la dignità della professione e l’affidamento dei terzi; al secondo comma la norma recita che “l’avvocato deve tenere un comportamento corretto e rispettoso nei confronti dei propri dipendenti, del personale giudiziario e di tutte le persone con le quali venga in contatto nell’esercizio della professione”). Ed è pervenuto a correttamente concludere che la qualità di avvocato “lungi dall’essere una attenuante del comportamento posto in essere, costituisce una aggravante del comportamento deontologicamente scorretto”.
Orbene, a parte il rilievo che diversamente da quanto sostenuto dall’odierno ricorrente nella specie non verrebbe comunque in rilievo l’art. 51 c.p. ma eventualmente l’art. 598 c.p., vale osservare come decisivo si appalesi al riguardo il rilievo che l’illecito disciplinare in argomento rimane invero integrato in ogni ipotesi di violazione da parte dell’avvocato dell’obbligo deontologico di probità, dignità e decoro: sia quando agisca “in qualità diversa da quella professionale”, sia – ed a fortiori – nell’esercizio del suo ministero.
L’esplicazione della propria attività professionale certamente non legittima l’utilizzazione da parte dell’avvocato di espressioni insultanti o denigratorie, quale quella nella specie nella suindicata memoria dall’odierno ricorrente formulata.
All’infondatezza del motivo consegue il rigetto del ricorso.
Ai sensi dell’art. 13, co. 1-quater, d.p.r. 30 maggio 2002, n. 115, come modif. dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.
Articolo 2 CODICE DEONTOLOGICO PROFESSIONALE AVVOCATI
Articolo 9 CODICE DEONTOLOGICO PROFESSIONALE AVVOCATI