Source: https://personaedanno.it/articolo/usano-il-bancomat-e-la-carta-di-credito-rubati-quale-reato-cass-pen-30480-19
Timestamp: 2019-11-13 20:22:06+00:00
Document Index: 61134452

Matched Legal Cases: ['art. 55', 'art. 493', 'art. 640', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 640', 'art. 640', 'art. 12', 'art. 640', 'art. 640', 'art. 493', 'art. 55', 'art. 493', 'art. 73', 'sentenza ', 'sentenza ']

Usano il bancomat e la carta di credito rubati: quale reato? – Cass. pen. 30480/19
Diritto, procedura, esecuzione penale - Reato - Annalisa Gasparre - 29/10/2019
Due individui sono stati accusati di aver utilizzato due carte di credito e la carta bancomat rilasciate a un terzo soggetto, dopo essersene impossessati con destrezza. Per i prelievi erano stati utilizzati i codici lasciati dal titolare nel borsello rubato.
La condotta delittuosa è stata qualificata come truffa informatica aggravata dal furto di identità personale; per la Corte di cassazione, tuttavia, l’azione rientra nell’ambito del reato previsto dal D.Lgs. n. 231 del 2007, art. 55, comma 9, oggi art. 493 ter c.p. (indebito utilizzo e falsificazione di carte di credito e di pagamento).
La truffa informatica (art. 640 ter c.p.) si configura come la condotta di colui il quale, “alterando in qualsiasi modo il funzionamento di un sistema informatico o telematico o intervenendo senza diritto con qualsiasi modalità su dati, informazioni o programmi contenuti in un sistema informatico o telematico o ad esso pertinenti, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno”. In questa ipotesi – chiarisce la Corte –, si “penetra” abusivamente all’interno del sistema, e si opera su dati, informazioni o programmi, senza che il sistema stesso, od una sua parte, risulti in sé alterato. Sussiste invece l’indebita utilizzazione, a fine di profitto proprio o altrui, da parte di chi non ne sia titolare, di carte di credito o analoghi strumenti di prelievo o pagamento; il reato di truffa resta assorbito.
In sintesi, dunque, sussiste il reato di truffa informatica se la condotta contestata è sussumibile nell’ipotesi “dell’intervento senza diritto su informazioni contenute in un sistema informatico”; si tratta della condotta di colui che, servendosi di una carta di credito falsificata e di un codice di accesso fraudolentemente captato in precedenza, penetri abusivamente nel sistema informatico bancario ed effettui illecite operazioni di trasferimento fondi.
Nel caso concreto, gli imputati, attraverso l’utilizzazione dei codici di accesso delle carte di credito intestate alla persona offesa, hanno effettuato dei prelievi e quindi l’utilizzo non era diretto ad intervenire fraudolentemente sui dati del sistema informatico, ma soltanto a prelevare denaro contante.
Ad integrare il reato di indebita utilizzazione di carte di credito è anche la condotta di reiterato prelievo di denaro contante presso lo sportello bancomat di un istituto bancario mediante utilizzazione di un supporto magnetico clonato, in quanto il ripetuto ritiro di somme per mezzo di una carta bancomat illecitamente duplicata configura l’utilizzo indebito di uno strumento di prelievo.
Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza 17 giugno – 11 luglio 2019, n. 30480 - Presidente Diotallevi – Relatore Verga
1. Con la sentenza impugnata la Corte di appello di Roma, parzialmente riformando la sentenza emessa dal G.I.P. del Tribunale di Roma il 4 luglio 2017, per quel che qui rileva, ha confermato la responsabilità dei due imputati per il delitto di frode informatica aggravata dal furto dell’identità digitale, dichiarando estinto per intervenuta prescrizione il delitto di furto di carta di credito, così diversamente qualificato il fatto in origine contestato come ricettazione, e per l’effetto ha rideterminato la pena inflitta.
2. Avverso la detta sentenza ricorrono i due imputati con atto sottoscritto dall’unico difensore di fiducia, deducendo:
1. Prima di affrontare la questione relativa alla sussistenza della contestata aggravante prevista dall’art. 640 ter c.p., occorre verificare se la condotta ascritta ai due imputati è stata correttamente inquadrata nell’ambito della frode informatica.
Si addebita ai due imputati di avere utilizzato due carte di credito e la carta bancomat rilasciate a B.S., dopo essersene impossessati con destrezza. Le emergenze processuali hanno consentito di accertare che per i prelevamenti sono stati utilizzati i codici Pin incautamente lasciati dal titolare nel borsello rubato.
L’art. 640-ter c.p. sanziona al comma 1 la condotta di colui il quale, "alterando in qualsiasi modo il funzionamento di un sistema informatico o telematico o intervenendo senza diritto con qualsiasi modalità su dati, informazioni o programmi contenuti in un sistema informatico o telematico o ad esso pertinenti, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno". In questa ipotesi dunque, attraverso una condotta a forma libera, si "penetra" abusivamente all’interno del sistema, e si opera su dati, informazioni o programmi, senza che il sistema stesso, od una sua parte, risulti in sé alterato. Questa Corte ha, invece, precisato che l’indebita utilizzazione, a fine di profitto proprio o altrui, da parte di chi non ne sia titolare, di carte di credito o analoghi strumenti di prelievo o pagamento, integra il reato previsto dal D.L. 3 maggio 1991, n. 143, art. 12, convertito con L. 5 luglio 1991, n. 197, e non quello di truffa, che resta assorbito.). (Sez. U, n. 22902 del 28/03/2001 - dep. 07/06/2001, Tiezzi, Rv. 21887301).
Deve quindi ritenersi che è configurabile il reato di cui all’art. 640 ter c.p., se la condotta contestata è sussumibile nell’ipotesi "dell’intervento senza diritto su informazioni contenute in un sistema informatico". Integra il delitto di frode informatica, e non quello di indebita utilizzazione di carte di credito, la condotta di colui che, servendosi di una carta di credito falsificata e di un codice di accesso fraudolentemente captato in precedenza, penetri abusivamente nel sistema informatico bancario ed effettui illecite operazioni di trasferimento fondi. (Sez. 2, n. 26229 del 09/05/2017 - dep. 25/05/2017, Levi, Rv. 27018201).
Infatti, anche l’abusivo utilizzo di codici informatici di terzi ("intervento senza diritto") - comunque ottenuti e dei quali si è entrati in possesso all’insaputa o contro la volontà del legittimo possessore ("con qualsiasi modalità") - è idoneo ad integrare la fattispecie di cui all’art. 640 ter c.p., ove quei codici siano utilizzati per intervenire senza diritto su dati, informazioni o programmi contenuti in un sistema informatico o telematico, al fine di procurare a sé od altri un ingiusto profitto.
Le parti hanno avuto modo di interloquire sulla qualificazione della condotta ai sensi dell’art. 493 ter c.p. in ragione del rinvio disposto a tale scopo. Diversamente qualificata la fattispecie ascritta ai due imputati ai sensi dell’art. 55 citato, le questioni relative all’aggravante devono ritenersi assorbite. Neppure si pone un problema di non procedibilità dell’azione penale per omessa presentazione della querela, in quanto il reato oggi previsto dall’art. 493 ter c.p. è perseguibile d’ufficio. I ricorsi devono pertanto ritenersi infondati, con conseguente condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali.
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