Source: https://www.studio3a.net/prova-del-mancato-uso-del-casco/
Timestamp: 2020-05-31 22:12:16+00:00
Document Index: 157920869

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 360', 'art. 2729', 'art. 2727', 'sentenza ', 'art. 2129', 'art. 2729', 'art. 132', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 384', 'art. 138']

La prova del mancato uso del casco nell'incidente stradale
Articolo Pubblicato il 14 maggio, 2020 alle 17:55.
Negli incidenti che occorrono ai motociclisti, tanto più se gravi o tragici, uno dei nodi del contendere riguarda il casco, se cioè la vittima lo portasse o meno: si tratta di una circostanza tutt’altro che infrequente, perché in caso di urti violenti il casco può distaccarsi e volare via e nelle concitate fasi legate ai soccorsi o ai rilievi lo stato dei luoghi viene alterato e alcuni oggetti sovente vengono rimossi e finiscono per non essere più ritrovati.
L’elemento è tutt’altro che secondario perché, com’è noto, la mancanza del casco può determinare un concorso di colpa in capo al danneggiato e, quindi, un decurtamento del risarcimento.
Di qui l’importanza della sentenza n. 8814/20 depositata il 12 maggio 2020 nella quale la Cassazione, giudicando un caso sul genere, ha chiarito che la prova del mancato uso del caso non può essere fornita per presunzioni laddove vi siano testimonianze contrarie, ossia non è consentito fare ricorso alle presunzioni semplici per desumere dal fatto noto un fatto ignoto, quando quest’ultimo ha costituito oggetto di una prova diretta di segno opposto.
Concorso di colpa per mancato uso del casco: risarcimento decurtato
L’utilizzo di elementi presuntivi non precisi, gravi concordanti sul casco
La “precisione”, la “gravità” e la “concordanza” richiesta alle presunzioni
Le presunzioni erano “viziate” e in contrasto con la prova diretta dei testi
Accolta anche la doglianza sull’esiguità del risarcimento
La vicenda in questione è tragica e riguarda un motociclista siciliano che ha perso la vita in seguito a un incidente stradale. I suoi familiari avevano citato in giudizio il conducente del veicolo coinvolto e la sua compagnia di assicurazione, Hdi, chiedendone la condanna al risarcimento dei danni e lo stesso aveva fatto l’Inail, agendo in rivalsa di quanto corrisposto ai congiunti, essendosi trattato anche di infortunio sul lavoro in itinere. Il Tribunale di Palermo aveva accertato l’esclusiva responsabilità dell’automobilista nella determinazione del sinistro e lo aveva condannato, in soldo con Hdi, a risarcire i congiunti della vittima e l’Inail.
La sentenza, tuttavia, era stata appellata sia dai familiari della vittima, che lamentavano l’esiguità del risarcimento stabilito, sia dalla Hdi Assicurazioni, che sosteneva vi fosse un concorso di colpa da parte della vittima, per non aver indossato il casco. E la Corte d’appello aveva accolto parzialmente l’impugnazione proposta dalla compagnia, riducendo per questa ragione del 25% le somme dovute ai congiunti della vittima, di cui invece aveva rigettato l’appello incidentale, e all’Inail.
I congiunti della vittima ricorrono per Cassazione
I congiunti della vittima hanno quindi proposto ricorso per Cassazione contro quest’ultima sentenza proponendo diversi motivi di doglianza. In particolare, ovviamente, i ricorrenti lamentavano l’accertamento del fatto relativo al mancato uso del caso da parte del loro caro, sottolineando come la Corte d’Appello fosse pervenuta a tale conclusione sulla base di alcuni elementi presuntivi: il suo mancato ritrovamento sul luogo del sinistro, secondo quanto risultava dai rilievi fotografici effettuati dalla polizia giudiziaria; il rinvenimento di un berretto che si presumeva appartenesse al motociclista; il genere di lesione – trauma cranico encefalico – subito dalla vittima.
Questi elementi, invece, secondo i ricorrenti non sarebbero stati né gravi, né precisi, né concordanti, potendo ben trovare spiegazioni alternative: il sopralluogo della polizia giudiziaria infatti era stato effettuato oltre un’ora dopo il sinistro, quando ormai la situazione di fatto era mutata; il berretto, che non è detto appunto che appartenesse alla vittima, né che egli effettivamente lo indossasse al momento dell’incidente, poteva trovarsi nel vano portaoggetti e, comunque, non era incompatibile con l’uso casco, potendolo indossare al di sotto, come avviene di solito in inverno; il genere di lesioni subite dalla vittima non erano assolutamente incompatibili con l’uso del casco, che ne riduce la probabilità di verificazione, ma non è in grado di escluderle del tutto, anche in considerazione dell’elevata velocità di impatto dei veicoli.
I congiunti del deceduto, chiarito che si sarebbe trattato di presunzioni semplici, si dolevano dunque del fatto che la Corte d’Appello avesse basato la sua decisione su queste ultime, anziché sulle prove dirette rappresentate dalle deposizioni testimoniali raccolte nel corso della causa, laddove due testi oculari avevano riferito che il motociclista indossava regolarmente il casco. E questo anche alla luce del fatto che queste testimonianze, considerate “recessive” rispetto agli argomenti presuntivi impiegati dalla corte territoriale, erano state invece ritenute attendibili ai fini del rigetto del primo motivo di appello.
Ebbene, per la Suprema Corte le doglianze sono fondate. “Qualora il giudice di merito sussuma erroneamente sotto i tre caratteri individuatori della presunzione (gravità, precisione e concordanza) fatti concreti che non sono invece rispondenti a quei requisiti, il relativo ragionamento è censurabile in base all’art. 360, n. 3, cod. proc. civ. (e non già alla stregua del n. 5 dello stesso art. 360), competendo alla Corte di cassazione, nell’esercizio della funzione di nomofilachia, controllare se la norma dell’art. 2729 cod. civ., oltre ad essere applicata esattamente a livello di proclamazione astratta, lo sia stata anche sotto il profilo dell’applicazione a fattispecie concrete che effettivamente risultino ascrivibili alla fattispecie astratta” esordiscono gli Ermellini, giustificando la loro competenza sulla materia.
In particolare, prosegue la Cassazione, la “precisione” va riferita al fatto noto (indizio) che costituisce il punto di partenza dell’inferenza “e postula che esso non sia vago, ma ben determinato nella sua realtà storica”; la “gravità” va poi ricollegata al “grado di probabilità della sussistenza del fatto ignoto che, sulla base della regola di scienza o d’esperienza adottata, è possibile desumere da quello noto”; la “concordanza”, infine, richiede che il fatto ignoto sia, di regola, “desunto da una pluralità di indizi gravi e precisi, univocamente convergenti nella dimostrazione della sua sussistenza, dovendosi tuttavia precisare, al riguardo, che tale ultimo requisito è prescritto esclusivamente nell’ipotesi di un eventuale, ma non necessario, concorso di più elementi presuntivi”.
Il carattere della “precisione”, chiariscono i giudici del Palazzaccio, porta a escludere “l’ammissibilità della cosiddetta praesumptio de praesumpto (doppia presunzione) non potendosi valorizzare una presunzione semplice come fatto noto per derivarne da essa un’altra presunzione semplice. Infatti, le presunzioni semplici, ai sensi dell’art. 2727 cod. civ., sono le conseguenze che il giudice trae da un fatto noto per risalire ad un fatto ignoto.
Consegue che gli elementi che costituiscono la premessa devono avere il carattere della certezza e della concretezza”.
Già sotto questo profilo, pertanto, secondo la Suprema Corte, la sentenza impugnata presentava un vizio di legittimità. “Infatti, la Corte d’appello ha desunto il fatto ignoto (la circostanza che il motociclista non indossasse il casco) da alcuni fatti privi del carattere della precisione e della certezza”.
È vero che, di recente, riconosce la Corte, alcune pronunce della stessa Cassazione hanno messo in discussione l’esistenza del divieto delle presunzioni di secondo grado, “affermando che lo stesso non sarebbe riconducibile né agli artt. 2729 e 2697 cod. civ. Ma il contrasto solo è meramente apparente, secondo i giudici. Nei casi delle sentenze citate, infatti, la premessa dell’ulteriore presunzione non era rappresentata da fatti incerti, ma da un fatto noto, ancorché accertato, a sua volta in via presuntiva. La questione, dunque, non si attaglia al caso di specie, poiché nella vicenda in esame “i fatti indiziari a cui la corte territoriale ha inteso conferire rilievo si pongono in diretto contrasto con la prova diretta dell’uso del casco da parte della vittima costituita dalle deposizioni dei due testimoni oculari”. E l’esistenza di una prova diretta, affermano con forza i giudici del Palazzaccio, “toglie agli elementi indiziari il carattere della precisione”.
La corte territoriale si sarebbe pertanto dovuta fare carico, prima di tuttio, di dichiarare inattendibili le deposizioni testimoniali e di illustrarne le ragioni. “Solo in tal modo, definitivamente espunte dal materiale probatorio le prove dirette, il giudice di merito avrebbe potuto far ricorso alle prove presuntive. In particolare, il raffronto fra le conclusioni raggiunte mediante prove presuntive e le risultanze delle prove dirette non può risolversi, in base al principio del libero convincimento, in un generico giudizio di maggiore capacità persuasiva delle prime, rispetto alle seconde. Ciò in quanto, fintanto che un fatto risulti dimostrato da prove dirette, ai sensi dell’art. 2129 cod. civ. non vi è spazio per ammettere il ricorso alle prove prensuntive”.
La Suprema Corte afferma pertanto questo principio di diritto: “Al giudice di merito non è consentito fare ricorso alle presunzioni semplici, per desumere – ai sensi dell’art. 2729 cod. civ. – dal fatto noto un fatto ignoto, quando quest’ultimo ha costituito oggetto di una prova diretta di segno opposto. Per un verso, infatti, l’esistenza di una prova diretta del fatto esclude che questo possa considerarsi “ignoto” e, quindi, che possa farsi ricorso alle prove presuntive; per altro verso, il contrasto fra le risultanze di una prova diretta (nella specie, una testimonianza oculare) e le presunzioni semplici priva queste ultime dei caratteri di gravità e precisione.
Pertanto, il giudice che intenda basare la ricostruzione dei fatti su presunzioni semplici deve dapprima illustrare motivatamente, ai sensi dell’art. 132, secondo comma, n. 4, cod. proc. civ., le ragioni per cui ritiene inattendibili le prove dirette che depongono in senso contrario, non potendosi limitare ad una generica valutazione di maggiore persuasività delle prime“.
Un principio a cui la Corte d’appello palermitana non si è attenuta, affermando anzi ripetutamente l’attendibilità dei testi nel trattare del secondo motivo di gravame, e semplicemente privilegiando, ai fini probatori, talune presunzioni semplici.
Di qui la cassazione della sentenza per quanto riguarda questi motivi di ricorso, con rinvio alla corte territoriale che dovrà sottoporre a nuova valutazione il materiale probatorio ai fini della ricostruzione della dinamica del sinistro, sulla base del succitato principio.
Per inciso, però, va sottolineato come la Corte di Cassazione abbia accolto anche il motivo con il quale i ricorrenti censuravano la decisione d’appello nella parte in cui, esaminando il loro appello incidentale in ordine ai criteri di liquidazione del danno, lo aveva disatteso con motivazione apparente. I familiari del motociclista avevano lamentato l’esiguità della liquidazione dei danni conseguenti alla perdita del congiunto, invocando, l’applicazione delle tabelle adottate dal Tribunale di Milano per la determinazione del danno non patrimoniale e la sussistenza di una serie di fattori soggettivi che, semmai, avrebbero dovuto comportare la liquidazione del risarcimento in misura maggiore, anziché minore, rispetto a quella prevista dalle suddette tabelle.
“La sentenza impugnata – conviene la Cassazione – non esamina nessuno dei due profili specificatamente dedotti dagli appellanti, limitandosi ad affermare che le relative censure non sono in grado di scalfire la sentenza di primo grado, dalla quale pertanto ha ritenuto di non discostarsi.
Ci si trova, quindi, di fronte ad un evidente caso di motivazione apparente che, da un lato, non prende davvero in esame le doglianze delle appellanti incidentali e, dall’altro, omette di compiere alcun effettivo vaglio critico sulle ragioni della decisione appellata, il cui contenuto viene richiamato solo per relationem, al fine di dichiararlo, con affermazione apodittica, pienamente condivisibile.
Anche su questo punto, quindi, la sentenza è stata cassata e, raccomandano gli Ermellini, ai sensi dell’art. 384, secondo comma, cod. proc. civ., il giudice del rinvio, nel procedere alla liquidazione del danno da perdita del rapporto parentale, “si dovrà attenere ai principi recentemente e ripetutamente affermati, in subiecta materia, da questa Corte a mente dei quali la fattispecie del danno non patrimoniale, rettamente intesa alla luce dei principi costituzionali, del dictum del Giudice delle leggi e della recente riforma dell’art. 138 cod. ass., consta del duplice e concorrente aspetto del danno da sofferenza interiore (c.d. danno morale) e del danno alla vita di relazione (c.d. danno dinamico-relazionale).
Non può inoltre non considerarsi, ai fini della qualificazione e quantificazione del danno non patrimoniale risarcibile, la radicale differenza tra il danno per la perdita del rapporto parentale e quello per la sua compromissione dovuta a macrolesione del congiunto rimasto in vita, caso nel quale, diversamente dal primo, è soprattutto la vita di relazione a subire profonde modificazioni in peius”.
Nicola De Rossi2020-05-14T17:55:59+00:00