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Timestamp: 2020-04-04 14:43:15+00:00
Document Index: 50236739

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 7', 'art. 378', 'art. 7', 'sentenza ', 'art. 2697', 'art. 240', 'art. 360', 'art. 360', 'art. 112', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 2712', 'art. 7', 'art. 360', 'art. 2697', 'art. 360', 'art. 240', 'art. 240', 'sentenza ', 'art. 7', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 348', 'art. 54', 'art. 348', 'art. 112', 'art. 112', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 13', 'art. 13']

Sentenza Cassazione Civile n. 14654 del 13/06/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14654 del 13/06/2017
Cassazione civile, sez. lav., 13/06/2017, (ud. 17/11/2016, dep.13/06/2017), n. 14654
sul ricorso 15102-2014 proposto da:
C.V., C.F. (OMISSIS), domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR,
difeso dall’Avvocato SILVANA ROMEO, giusta delega in atti;
ROBERTO ROMEI, FRANCO RAIMONDO BOCCIA, giusta delega in atti;
avverso la sentenza n. 6037/2013 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,
depositata il 28/11/2013 R.G.N. 10643/2012;
La Corte d’Appello di Napoli rigettava il gravame proposto da C.V. avverso la sentenza del giudice del lavoro della stessa sede, che aveva respinto al domanda del ricorrente, volta ad invalidare il licenziamento intimatogli dalla società TELECOM Italia in data 11-2-2010 per abbuoni non giustificati, operati dal 2006 al 2008 su linee telefoniche della società.
In primo luogo, la Corte partenopea disattendeva l’eccezione di violazione della L. n. 300 del 1970, art. 7 per l’asserita mancanza di tempestività nella contestazione disciplinare.
Nella specie la realtà oggetto della contestazione disciplinare, ad avviso della Corte di merito, era risultata oggettivamente soltanto a seguito della denuncia anonima pervenuta nel dicembre 2009, sicchè non sussisteva alcun inadempimento di parte datoriale circa il ritardo della contestazione imputabile a sua colpa. Infatti, la società aveva avviato immediate indagini, pervenendo già nel gennaio 2010 alla contestazione in questione.
Quanto, poi, all’abbuono di Euro 166,00 risultante a favore del medesimo appellante, che sosteneva essere avvenuto a seguito di apposito accordo, i giudici di appello reputavano scarna e carente la motivazione del tabulato all’uopo prodotto, laddove sarebbe stato onere del ricorrente spiegare più approfonditamente e con documenti certi e precisi le ragioni dell’asserito accordo, il tipo di reclamo ed il provvedimento conseguentemente adottato dalla Società, non risultando sul punto idonea la citata testimonianza, mentre il ricorrente avrebbe dovuto dimostrare precisamente di quali reclami si trattasse e di quale accordo, ciò che invece non si era preoccupato di fare. Parimenti, ingiustificati apparivano i tre abbuoni effettuati dai colleghi. Quanto, poi, all’utilizzo della propria postazione da parte di altri, ancorchè possibile, tuttavia non risultava acquisito alcun concreto elemento da cui poter desumere che tale indebito impiego si fosse in concreto verificato nella specie. Nè era apprezzabile l’interesse di altri ad eseguire dal proprio computer un abbuono a favore dello stesso C..
D’altro canto, era obbligo di ciascun dipendente aver cura della propria postazione, della sua password e di quant’altro occorrente a garantire il corretto adempimento dei propri doveri di ufficio. Inoltre, occorreva considerare che il ricorrente, quale supervisore, con compiti di coordinamento dei lavoratori a lui sottoposti nell’ambito del settore CREDIT Management Sud, per cui si giudicava adeguata alla sanzione del disposto licenziamento.
Avverso la pronuncia di appello C.V. ha proposto ricorso per cassazione con atto del 28 maggio 2014, affidato a otto motivi, cui ha resistito TELECOM ITALIA Spa mediante controricorso del due – tre luglio 2014.
TELECOM ITALIA ha depositato memoria ex art. 378 c.p.c..
Con il primo motivo si deduce la violazione della L. n. 300 del 1970, art. 7 per quanto concerne il requisito dell’immediatezza.
Con il secondo si censura la sentenza impugnata per violazione dell’art. 2697 c.c. relativamente all’anzidetto scritto anonimo.
Con il terzo viene dedotta la violazione dell’art. 240 c.p.c. in ordine all’avvenuto utilizzo di uno scritto anonimo.
Con il quarto si denuncia la violazione degli artt. 1375 e 1175 c.c..
Con il quinto motivo si assume l’omesso esame di fatti decisivi per il giudizio, e art. 360 c.p.c., n. 5 (la data del doc. n. 29 allegato al ricorso introduttivo del giudizio, laddove era leggibile 4 luglio 2006 ed il numero di fattura, per cui inoltre l’esistenza del reclamo non risultava contestata ed il documento non impugnato; nè era stata considerata la deposizione del teste F.E., laddove costui aveva dichiarato che il reclamo era sufficiente a giustificare l’abbuono e che tutto ciò era tracciato nel sistema informatico).
Con il sesto motivo si deduce ulteriore vizio di preteso omesso esame ex art. 360, comma 1, n. 5, cit., riguardo a quanto dedotto a pag. 35 e ss. del ricorso (introduttivo del giudizio ?), ciò ai fini della valutazione di proporzionalità dell’impugnato recesso, che nel corso della sua lunga ultradecennale carriera non era stato mai sanzionato, a differenza di altri colleghi, con conseguente violazione del principio di proporzionalità ex artt. 2119 e 2106 c.c..
Con il settimo motivo il ricorrente si duole per l’asserita violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c., avendo il giudice del gravame pronunciato d’ufficio su eccezioni che potevano essere opposte soltanto dalle parti, laddove si era fatto riferimento in sentenza al documento in copia privo di riferimenti concreti nella sua data e attribuibilità a personale TELECOM, in relazione a quanto previsto dagli artt. 2712, 2702 e 2704 c.c., donde pure l’ottavo motivo, formulato ex art. 360 c.p.c., n. 3 con riferimento alla pretesa violazione del citato art. 2712. Tanto premesso, le anzidette censure vanno disattese in forza delle seguenti considerazioni. Invero, per quanto concerne le prime tre doglianze, tutte in effetti attinenti al requisito dell’immediatezza della contestazione disciplinare, la Corte di merito, dopo aver richiamato i corretti principi di diritto che regolano la materia, ha escluso che nella specie si sia verificato un ritardo ingiustificabile, tenuto conto delle dimensioni dell’azienda e del fatto che soltanto nel dicembre 2009 era pervenuta denuncia anonima, in base alla quale erano stati prontamente avviati gli opportuni accertamenti, di cui poi alla contestazione disciplinare risalente al gennaio 2010.
Orbene, premesso che l’accertamento in fatto sul punto compete unicamente al giudice di merito, di modo che non è sindacabile in questa sede di legittimità, non si vede quindi come nello specifico possa risultare violata la normativa di cui alla L. n. 300 del 1970, art. 7, laddove tra l’altro il tempo va computato in relazione al momento di conoscenza dell’accadimento disciplinarmente rilevante da parte datoriale, e non già con riferimento al momento storico del fatto rispetto al suo verificarsi (cfr. Cass. lav. n. 21546 del 15/10/2007: in materia di licenziamento per giusta causa il lasso temporale tra i fatti e la contestazione, ai fini della valutazione dell’immediatezza del provvedimento espulsivo, deve decorrere dall’avvenuta conoscenza da parte del datore di lavoro della situazione contestata e non dall’astratta percettibilità o conoscibilità dei fatti stessi; in particolare, il datore di lavoro deve fornire la prova del momento in cui ha avuto la piena conoscenza dei fatti da addebitare al lavoratore e non anche delle circostanze per cui non abbia potuto effettuare la contestazione a ridosso dei fatti.
Cfr. altresì Cass. lav. n. 24584 del 26/11/2007, secondo cui il giudizio sulla immediatezza della contestazione, da valutare sempre in rapporto alla complessità dell’organizzazione aziendale ed al tempo necessario per gli accertamenti del caso, non può prescindere dal momento in cui il datore di lavoro sia venuto a conoscenza della riprovevole condotta del dirigente).
Quanto, poi, alla prova del momento di tale conoscenza, appare inconferente la censura formulata con riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 3 e art. 2697 c.c., visto che nella specie la Corte partenopea non ha erroneamente applicato la regola in tema di onere probatorio, ritenuto invece soddisfatto da parte datoriale in base all’anzidetta denuncia anonima pervenutale nel dicembre 2009, circostanza questa di per sè non contestata, laddove poi ogni altra valutazione circa la valenza probatoria della circostanza stessa attiene al merito degli apprezzamenti riservati esclusivamente al giudice di merito, sfuggendo così al controllo di legittimità, consentito invece nei soli rigorosi limiti della c.d. critica vincolata ex art. 360 c.p.c.. Nè sul punto appare pertinente l’asserita violazione dell’art. 240 c.p.p., trattandosi di norma specificamente dettata per il solo procedimento penale (v. del resto Cass. lav. n. 6501 del 14/03/2013, secondo cui in materia disciplinare, poichè gli artt. 240 e 333 c.p.p. riguardano esclusivamente la materia penale, nessuna norma di legge vieta che l’esercizio del potere disciplinare del datore di lavoro possa essere sollecitato a seguito di scritti anonimi, restando escluso solo che questi possano essere lo strumento di prova dell’illecito, nè un simile divieto può desumersi dal generale principio di correttezza e buona fede, che costituisce un metro di valutazione dell’adempimento degli obblighi contrattuali e non anche una loro autonoma fonte.
Cfr. peraltro anche Cass. sez. un. civ. n. 8407 del 28/05/2012, secondo cui in tema di responsabilità disciplinare del magistrato, secondo cui l’attitudine della vicenda a ledere l’immagine del magistrato può essere desunta da uno scritto anonimo, essendo questo utilizzato per provare non la sussistenza del fatto penalmente rilevante, in violazione dell’art. 240 cod. proc. pen., ma l’elemento, a questo esterno, della sua notorietà).
Quanto, poi, al 4 motivo, inerente alla pretesa violazione dei principi di correttezza e buona fede, in primo luogo va osservato che la doglianza risulta formulata in termini pressochè incomprensibili, laddove in effetti a pag. 3 dell’impugnata sentenza la Corte di Appello si è limitata a riportare, in astratto, i principi che regolano la materia in tema di contestazione disciplinare, e della sua necessaria immediatezza, L. n. 300 del 1970, ex art. 7, peraltro come è noto in senso relativo, citando la giurisprudenza, sulla scorta di elementi ragionevolmente certi, concludendo quindi nello specifico nel senso che la tale ragionevole certezza era emersa nella sua portata ed interezza solo a seguito della denuncia anonima pervenuta nel dicembre 2009. Quindi, come si legge alle pagine 4 e 5, la Corte distrettuale, lungi da ogni inversione di onere probatorio, giudicava inattendibile il documento prodotto dall’appellante per giustificare il proprio operato (doc. n. 29, con riferimento ad un indebito abbuono di 166,00 Euro), poichè sarebbe stato onere dell’incolpato spiegare più approfonditamente e con documenti certi e precisi le ragioni del presunto accordo, il tipo di reclamo ed il provvedimento adottato da TELECOM. Nè in contrario, potevano valere le dichiarazioni del teste FO., il quale aveva riferito circostanze generiche, relative al modus operandi in azienda, ma aggiungendo che in relazione agli abbuoni contestati non furono rinvenuti reclami. Di conseguenza, secondo la Corte d’Appello, il ricorrente aveva l’onere di dimostrare precisamente di quali reclami si trattasse e di quale accordo, ciò che invece egli non si era preoccupato di fare.
Come si vede, dunque, dalle riportate sequenze della motivazione, è assolutamente inipotizzabile l’asserita violazione degli artt. 1175 e 1375 c.c., trattandosi di ragionamenti svolti dal collegio giudicante per argomentare il proprio convincimento circa l’insufficienza degli elementi forniti dal ricorrente appellante in ordine agli indebiti rimborsi della cui responsabilità era stato accusato e che non trovavano riscontro, secondo la Corte di merito, negli elementi probatori acquisiti, dai quali non emergevano corrispondenti reclami da parte degli utenti diretti interessati.
Nella specie, per di più, ratione temporis sarebbe in astratto applicabile il nuovo vigente testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, atteso che la sentenza qui impugnata risale all’anno 2013, di guisa che il mero difetto di motivazione insufficiente non è di per è processualmente rilevante (cfr. in part. Cass. sez. un. civ. nn. 8053 e 8054 del 7/4/2014, Sez. 6 – 3 n. 21257/2014, id. n. 23828 del 2015).
Le considerazioni che precedono risultano pertanto assorbenti di ogni altra censura mossa dalla ricorrente principale con gli altri motivi, laddove per giunta nella specie non sono comunque ammissibili il quinto ed il sesto, formulati, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nè altre doglianze di analogo tenore, in quanto preclusi dalla c.d. doppia conforme (rigetto della domanda in primo grado, come da sentenza del 12 luglio 2012, confermato in appello con il rigetto, in data primo ottobre – 28 novembre 2013, del gravame interposto in data 31-122012), in forza del vigente art. 348-ter c.p.c., u.c., (il D.L. 22 giugno 2012, n. 83, convertito con modificazioni dalla L. 7 agosto 2012, n. 134 – in S.O. n. 171, relativo alla G.U. 11/08/2012, n. 187 – ha disposto – con l’art. 54, comma 2 – che l’introduzione del suddetto art. 348-ter si applica ai giudizi di appello proposti con ricorso depositato o con citazione di cui sia stata richiesta la notificazione dal trentesimo giorno successivo a quello di entrata in vigore della legge di conversione del decreto medesimo).
Quanto, poi, alla pretesa violazione degli artt. 2106 e 2119 c.c., basti dire che il giudice di merito ha considerato la qualità di supervisor dall’appellante, con compiti di coordinamento dei lavoratori a lui sottoposti, ricoprendo perciò un ruolo particolarmente delicato nella gestione delle fatture insolute, esaminando i reclami dei clienti in materia di addebiti, sicchè la TELECOM aveva esattamente valutato particolarmente grave la condotta contestata e ritenuta proporzionata la sanzione del disposto licenziamento. Ne deriva che, sebbene sinteticamente, la Corte di Appello ha valutato la questione, però ritenendo adeguato nella specie l’intimato recesso per giusta causa.
E parimenti inconferenti risultano le ultime due censure per quanto attiene alla ipotizzata violazione delle norme ivi indicate.
Infatti, non sussiste violazione dell’art. 112 c.p.c., laddove la Corte di merito nell’ambito delle sue insindacabili attribuzioni ha ritenuto inattendibile, in base alle sopra indicate ragioni, il documento fornito dall’incolpato, e ciò a prescindere da specifici disconoscimenti di carattere formale dalla controparte.
Ad ogni modo, le censure di cui al settimo ed all’ottavo motivo non sono ammissibili in rito, per enunciazione assolutamente carente (cfr. in part. pagine 48 e 49 del ricorso) dei documenti, in relazione ai quali si assumono indebite valutazioni officiose della Corte di merito.
Come è noto, invero, la parte che denunci, con il ricorso per cassazione, il pregresso e implicito riconoscimento o disconoscimento di documenti – e di detta circostanza lamenti la mancata od inadeguata valutazione ad opera del giudice di merito – ha l’onere di riprodurre nel ricorso stesso il tenore esatto dell’atto e di indicare da quali altri elementi sia possibile trarre la conclusione che tali documenti non siano stati state disconosciuti (cfr. Cass. sez. 3 civ. n. 11460 del 17/05/2007 e altre in senso conforme, tra cui Cass. sez. 6 – L, ordinanza n. 17915 del 30/07/2010, secondo cui il ricorrente che, in sede di legittimità, denunci il difetto di motivazione su un’istanza di ammissione di un mezzo istruttorio o sulla valutazione di un documento o di risultanze probatorie o processuali, ha l’onere di indicare specificamente le circostanze oggetto della prova o il contenuto del documento trascurato od erroneamente interpretato dal giudice di merito, provvedendo alla loro trascrizione, al fine di consentire al giudice di legittimità il controllo della decisività dei fatti da provare, e, quindi, delle prove stesse, che, per il principio dell’autosufficienza del ricorso per cassazione, la S.C. deve essere in grado di compiere sulla base delle deduzioni contenute nell’atto, alle cui lacune non è consentito sopperire con indagini integrative. Conforme Cass. 3 n. 13677 del 31/07/2012, nonchè sez. 6 – 5, ordinanza n. 48 del 03/01/2014.
V. ancora Cass. lav. n. 4840 del 07/03/2006, secondo cui per il principio di autosufficienza del ricorso per cassazione -che si estende anche al controricorso-, allorquando si denunzia una violazione o falsa applicazione di norme processuali, la parte ricorrente è onerata ad indicare gli elementi fattuali condizionanti l’ambito di operatività di detta violazione, con la conseguenza che ove si asserisca la mancata valutazione di atti documentali è necessario procedere alla trascrizione integrale dei medesimi o del loro essenziale contenuto al fine di consentire il controllo della decisività delle operate deduzioni unicamente sulla base del solo ricorso o del controricorso, senza che la Corte di legittimità possa ricorrere ad ulteriori indagini integrative. Conforme Cass. n. 6225 del 2005.
Cfr. pure Cass. 1 civ. n. 13833 del 23/09/2002, secondo cui la parte ricorrente in cassazione per omessa pronuncia su una domanda o eccezione ha l’onere, per il principio dell’autosufficienza del ricorso, di specificare – a pena di inammissibilità per genericità del motivo esposto – in quale atto difensivo o verbale di udienza detta domanda e/o detta eccezione siano state formulate, onde consentire al giudice di verificarne la ritualità e la tempestività – e, con esse, la decisività della questione -, sicchè, qualora si lamenti la violazione, in sede di giudizio di merito, dell’art. 112 c.p.c. -ciò che configura una fattispecie di “error in procedendo” per il quale la Corte è giudice anche del “fatto processuale”- detto vizio, non essendo rilevabile d’ufficio, comporta pur sempre che il potere-dovere della S.C. di esaminare direttamente gli atti processuali sia condizionato all’adempimento, da parte del ricorrente, dell’onere di indicarli compiutamente, non essendo compito della Corte stessa quello di cercarli autonomamente.
Cfr. peraltro verso anche Cass. lav. n. 3881 del 22/02/2006 ed altre di segno analogo, secondo cui il motivo di ricorso per cassazione, con il quale la sentenza impugnata venga censurata per vizio della motivazione, non può essere inteso a far valere la rispondenza della ricostruzione dei fatti operata dal giudice del merito al diverso convincimento soggettivo della parte e, in particolare, non vi si può proporre un preteso migliore e più appagante coordinamento dei molteplici dati acquisiti, atteso che tali aspetti del giudizio, interni all’ambito della discrezionalità di valutazione degli elementi di prova e dell’apprezzamento dei fatti, attengono al libero convincimento del giudice e non ai possibili vizi dell'”iter” formativo di tale convincimento rilevanti ai sensi della disposizione di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5): in caso contrario, il motivo di ricorso si risolverebbe in una inammissibile istanza di revisione delle valutazioni e dei convincimenti del giudice di merito, ovvero di una nuova pronuncia sul fatto, sicuramente estranea alla natura ed alle finalità del giudizio di cassazione. Conforme tra le varie Cass. n. 3928 del 2000).
Pertanto, il ricorso va respinto con conseguente condanna alle spese del soccombente, a carico del quale sussistono peraltro i presupposti di legge per il versamento dell’ulteriore contributo unificato.
la Corte RIGETTA il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese, in favore della controricorrente, liquidandole in Euro quattromila/00 per compensi professionali ed in cento/00 Euro per esborsi, oltre spese generali al 15%, i.v.a. e c.p.a. come per legge.
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.