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Timestamp: 2020-04-02 00:56:42+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 3', 'art. 4', 'art. 9', 'art. 6', 'art. 3', 'art. 7', 'art. 13', 'art. 9', 'art. 6', 'art. 3', 'art. 12', 'art. 360', 'art. 3', 'art. 4', 'art. 9', 'art. 6', 'art. 7', 'art. 9', 'art. 7', 'art. 6', 'art. 3', 'art. 4', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 149', 'art. 13', 'art. 4', 'art. 12', 'art. 108', 'art. 107', 'sentenza ', 'art. 107', 'art. 4', 'art. 92']

Sentenza Cassazione Civile n. 1901 del 25/01/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1901 del 25/01/2017
Cassazione civile, sez. lav., 25/01/2017, (ud. 06/10/2016, dep.25/01/2017), n. 1901
sul ricorso 24411-2011 proposto da:
TRASCON S.R.L. C.F. (OMISSIS), in persona del legale rappresentante
nonchè da RICORSO SUCCESSIVO SENZA N.R.G.:
Avvocati CALIULO LUIGI, SGROI ANTONINO, LELIO MARITATO, CARLA
TRASCON S.R.L. C.F. (OMISSIS), I.N.A.I.L – ISTITUTO NAZIONALE PER
L’ASSICURAZIONE CONTRO GLI INFORTUNI SUL LAVORO C.F. (OMISSIS);
avverso la sentenza n. 845/2011 della CORTE D’APPELLO di TORINO,
depositata il 11/07/2011 R.G.N. 333/2010 e 411/2010;
CERONI FRANCESCA che ha concluso per l’accoglimento dei ricorsi.
La Corte d’appello di Torino ha confermato la sentenza del Tribunale di Asti che aveva accolto la domanda della società Trascon srl volta ad ottenere la condanna dell’Inps e dell'”INAIL alla restituzione dei contributi e dei premi pagati in eccedenza negli anni 1994/1997.
La ricorrente aveva esposto che era impresa colpita dall’alluvione del (OMISSIS); che aveva, ciò nonostante, regolarmente versato i contributi dovuti agli Istituti; che con L. n. 350 del 2003 erano stati estesi ai soggetti colpiti dall’alluvione i benefici previsti dalla L. n. 289 del 2002 a favore delle vittime del terremoto verificatosi nelle province di Catania, Ragusa e Siracusa per cui anche gli alluvionati del Piemonte avrebbero potuto definire la loro posizione contributiva versando soltanto il 10% dell’intero ammontare dei contributi o premi dovuti. La ricorrente pertanto aveva chiesto ai due istituti di ottenere il rimborso del 90% dei contributi e premi già versati e quindi la condanna degli Istituti a corrispondere le somme versate in eccesso.
Per la Cassazione della sentenza hanno proposto ricorso l’Inps e l’INAIL, articolando due motivi. Resiste ad entrambi con controricorso la società Trascon.
Entrambe le parti hanno depositato memorie, prendendo posizione in merito agli effetti sul presente contenzioso della decisione della Commissione della Unione Europea del 14.8.2015.
Con il primo motivo l’INAIL denunzia- ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, violazione e falsa applicazione del D.L. n. 300 del 2006, art. 3 quater, comma 1, conv. in L. n. 17 del 2007 in combinato disposto con la L. n. 350 del 2003, art. 4,comma 90; L. n. 289 del 2002, art. 9,comma 17; D.L. n. 646 del 1994, art. 6, comma 2 e art. 3, comma 1 bis, art. 7, comma 1, art. 13, convertito in L. n. 22 del 1995.
La censura è relativa alla statuizione di applicazione della disciplina di favore prevista dalla normativa richiamata in rubrica ai premi INAIL. L’Ente assicurativo rileva che la L. n. 350 del 2003 individua il beneficio attraverso il rinvio alla L. n. 289 del 2002, art. 9, comma 17, ed i soggetti beneficiari con il rinvio al D.L. n. 646 del 1994, art. 6, (commi 2 e 3 – e 7 bis), norme di carattere tributario sia sotto il profilo oggettivo che quanto alla definizione alla platea dei destinatari. Assume che la successiva L. n. 17 del 2007, art. 3 quater, comma 1, non depone in senso diverso, avendo l’unico scopo di differire il termine di presentazione della domanda per il godimento del beneficio (e non di innovare la materia). Del resto il costo dell’intervento veniva previsto esclusivamente a carico del Ministero dell’Economia e delle Finanze, senza alcuna previsione di copertura dei minori introiti che sarebbero derivati agli enti previdenziali. Tale interpretazione era stata indicata dalla norma di interpretazione autentica di cui al D.L. n. 78 del 2010, art. 12, comma 12, poi espunta dal testo convertito in legge.
Con il secondo motivo di ricorso l’INAIL denunzia – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, violazione e falsa applicazione del D.L. n. 300 del 2006, art. 3 quater, comma 1, convertito con L. n. 17 del 2007, in combinato disposto della L. n. 350 del 2003, art. 4, comma 90; L. n. 289 del 2002, art. 9, comma 17; il D.L. n. 646 del 1994, art. 6, comma 13, e art. 7, comma 1, conv. in L. n. 22 del 1995.
Deduce la ricorrente che la L. n. 289 del 2002, art. 9, comma 17, richiamato dalla legislazione successiva, esclude la ripetibilità delle somme già versate giacchè prevede la mera “definizione” delle posizioni tributarie e contributive (per gli anni 1990/1992), termine letterale riferibile ai soli rapporti ancora in essere. Del resto già il D.L. n. 646 del 1994, concernente misure in favore delle zone colpite dalla alluvione, aveva stabilito (con gli art. 7, comma 1 e art. 6, comma 13) la sospensione del versamento di contributi previdenziali e premi INAIL per il periodo 4 novembre 1994 – 30 aprile 1995 escludendo il rimborso delle somme che fossero state versate nonostante la sospensione.
Infine, l’Inail solleva dubbi sulla possibile qualificazione dell’agevolazione come illegittimo aiuto di stato.
L’Inps formula,con un primo motivo, violazione degli artt. 107 e 108 TFUE nonchè delle norme in tema di divieto di erogazione dei benefici prima della valutazione della Commissione europea. Osserva che la Corte torinese non si è avveduta della violazione delle disposizioni del diritto comunitario.
Con il secondo motivo denuncia violazione del D.L. art. 3 quater, comma 1, convertito in L. n. 17 del 2007 in relazione alla L. n. 350 del 2003, art. 4, comma 90.
Censura la sentenza in relazione al rigetto dell’eccezione di decadenza per tardività della domanda amministrativa spedita il 31/7/2007 ma ricevuta successivamente risultando irrilevante il richiamo alla sentenza della Corte Costituzionale n. 477/2002 relativo all’art. 149 c.p.c. ed infondata l’affermazione della Corte secondo cui detto termine riguarda le sole posizioni debitorie ancora pendenti e suscettibili di regolarizzazione e non già quelle attinenti alla richiesta di restituzione di quanto già versato.
Ciò premesso va rilevato,circa l’eccezione di decadenza riproposta dall’Inps, che non è censurabile quanto affermato dalla Corte territoriale che ha evidenziato che le istanze di rimborso erano state proposte con raccomandata inviata il (OMISSIS) e dunque nel termine previsto dalla L. n. 17 del 2007 in quanto la tempestività doveva essere valutata in relazione alla spedizione dell’atto e non con riferimento alla data di ricezione. In questo senso è la giurisprudenza di questa Corte (cfr Cass. n. 10768/2012)che considera rilevante la data di invio della richiesta e non quella di ricezione. Si è infatti affermato (Cass. n. del 01/09/2004) con riguardo alla tassa di concessione governativa per l’iscrizione nel registro delle imprese,che “nel caso in cui una società si avvalga del servizio postale per chiedere il rimborso delle somme a quel titolo indebitamente versate, l’istanza deve considerarsi tempestiva quando venga presentata all’ufficio postale per la spedizione entro il termine triennale di decadenza previsto dal D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 641, art. 13, senza che rilevi la circostanza che la stessa sia pervenuta all’amministrazione destinataria dopo la scadenza del termine anzidetto: qualora però la richiesta, ancorchè spedita nel termine, non giunga effettivamente a destinazione, non si verifica l’effetto di interruzione del termine di decadenza” (nello stesso senso cfr Cass. n. del 07/07/2004).
Nel merito i motivi possono essere esaminati congiuntamente poichè presuppongono la ricognizione della normativa interna sul tema, dei precedenti di questa Corte di legittimità al riguardo e degli effetti derivanti dalla decisione resa in subiecta materia dalla Commissione dell’Unione Europea in data 14.8.2015, n. 195/2016.
Nessun rilievo presentando, ai fini qui in discorso, la successiva norma di interpretazione autentica della L. n. 350 del 2003, art. 4, comma 90, contenuta nel D.L. n. 78 del 2010, art. 12, comma 12, trattandosi di disposizione soppressa dalla legge di conversione, mette conto invece dare atto della decisione n. 195/2016 che, in subiecta materia, ha adottato la Commissione Europea in data 14.8.2015 (notificata con il n. C (2015) 5549 e pubblicata in G.U.U.E. del 18.2.2016). Con tale decisione, infatti, la Commissione ha ritenuto che le misure legislative che istituiscono i benefici in questione nel presente giudizio fossero state adottate in violazione dell’art. 108, paragrafo 3, del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) e, di conseguenza, ha concluso che esse “costituiscono aiuti di Stato incompatibili con il mercato interno” (punto 133), aggiungendo, in punto di conseguenze (punti 134-136):
c) che, per quanto attiene agli aiuti individuali già versati prima della data di avvio della decisione e dell’ingiunzione di sospensione, il regime va considerato compatibile con il mercato interno, ai sensi dell’art. 107, paragrafo 2, lettera b), TFUE, a condizione che possa essere stabilito un nesso chiaro e diretto tra i danni subiti dalla singola impresa in seguito alla calamità naturale e l’aiuto di Stato concesso, evitando i casi di sovracompensazione rispetto ai danni subiti dalla impresa; inoltre, ogni compensazione relativa a tali danni, ottenuta da una qualsiasi fonte, deve essere dedotta ed è necessario escludere ogni tipo di cumulo tra gli aiuti previsti dal regime qui in esame ed eventuali aiuti previsti da altre misure per i medesimi costi. La Commissione, infine, ha esentato l’Italia dall’obbligo di recuperare gli aiuti relativi a regimi illegali concessi per le calamità naturali risalenti ad oltre dieci anni prima della sua decisione, con l’unica eccezione degli aiuti fruiti da beneficiari non aventi, al momento della calamità, una sede operativa nell’area colpita.
Nel caso di specie, recando una normativa che, all’evidenza, detta una nuova disciplina del rapporto controverso, la decisione della Commissione costituisce ius superveniens, che essendo posteriore alla proposizione del ricorso può e deve essere valutato, dal momento che la questione della spettanza o meno dei benefici (non importa in quale forma) è stata devoluta all’esame di legittimità. E costituendo principio consolidato quello secondo cui, allorchè il ius superveniens comporti la necessità di accertamenti in fatto incompatibili con il giudizio di legittimità, la decisione di merito deve essere cassata con rinvio (cfr. da ult. Cass. n. 5888 del 2005, sulla scorta di Cass. n. 5224 del 1998), s’impone la cassazione con rinvio della sentenza impugnata.
Non giova in contrario obiettare che la vicenda per cui è causa configuri un’ipotesi di “aiuti individuali già versati nel quadro delle misure in esame prima della data di avvio della decisione e dell’ingiunzione di sospensione” del 17.12.2002, di cui al punto 136 della decisione della Commissione: in specie, infatti, l’Istituto previdenziale non ha effettuato alcun pagamento con animus so/vendi, ma si è limitato ad eseguire un comando giudiziale, che ha contestualmente impugnato, anche in questa sede, contestando il diritto della impresa al beneficio, onde non è configurabile nè un pagamento nè, a fortiori, un atto di concessione di aiuti.
Dovendo pertanto ritenersi che nella vicenda per cui è causa, controvertendosi di “pagamenti di aiuti in essere”, debba trovare piena applicazione lo ius superveniens di cui alla decisione della Commissione dianzi cit., restando viceversa irrilevanti le statuizioni della medesima decisione in punto di recupero di aiuti già concessi, mette conto piuttosto ribadire che la decisione della Commissione, pur ritenendo incompatibile sul piano generale il regime delle agevolazioni, ha lasciato ferma la legittimità dell’intervento legislativo allorquando l’aiuto individuale rientri nei limiti del regolamento c.d. de minimis applicabile (punto 115 della decisione), ovvero possa beneficiare della deroga prevista dall’art. 107, paragrafo 2, lettera b), TFUE (punto 132 della decisione).
Segue da quanto sopra che il giudice del rinvio dovrà verificare la sussistenza del diritto dell’azienda in epigrafe a fruire dei benefici di cui alla L. n. 350 del 2003, art. 4, comma 90 e successive modifiche e integrazioni, accertando a tal fine, anzitutto, l’eventuale ricorrenza dei presupposti di fatto per l’applicabilità del regolamento de minimis (la cui prova è a carico del soggetto che invoca il beneficio: arg. ex Cass. n. 6756 del 2012), tenendo conto, in specie, che la regola de minimis, stabilendo una soglia di aiuto al di sotto della quale l’art. 92, n. 1, TFUE, può considerarsi inapplicabile, costituisce un’eccezione alla generale disciplina relativa agli aiuti di Stato, per modo che, quando la soglia dell’irrilevanza dovesse essere superata, il beneficio dovrà essere negato nella sua interezza (arg. ex Cass. n. 11228 del 2011).