Source: http://www.azionenonviolenta.it/blocchi-nonviolenti-affermazione-legalita/
Timestamp: 2018-08-20 03:43:26+00:00
Document Index: 87933297

Matched Legal Cases: ['art. 20', 'art. 51', 'art. 43', 'art. 78', 'art. 20', 'art. 42']

Ha concluso oggi la sua vita terrena il prof. Antonio Papisca, vogliamo ricordarlo con uno dei suoi interventi
NOTA DEL PROF. ANTONIO PAPISCA
Nel famoso rapporto “Un’Agenda per la pace”, elaborato nel 1992 su richiesta del Consiglio di sicurezza, Boutros-Ghali asserisce, con estrema chiarezza, che è venuto meno l’alibi del bipolarismo dietro cui si erano fino ad allora trincerati gli Stati per non mettere l’ONU nella condizione di operare tempestivamente ed efficacemente.
Per il combinato disposto degli artt. 1, 2, 42, 43, e ss. della Carta delle Nazioni Unite e richiamando i princìpi di ius cogens che sottendono il diritto internazionale dei diritti umani – le cui fonti principali sono, oltre che la Dichiarazione universale del 1948, i due “Covenants” del 1966 rispettivamente sui diritti civili e politici e sui diritti economici, sociali e culturali, ratificati dall’Italia nel 1977 -, la guerra è in quanto tale vietata, anzi proscritta quale “flagello”.
A conferma di questo sta anche, specificatamente, l’art. 20 del citato Covenant sui diritti civili e politici, che stabilisce che “qualsiasi propaganda a favore della guerra deve essere vietata dalla legge”.
Ai sensi della Carta delle Nazioni Unite gli stati possono ricorrere, in via d’eccezione, a misure di “autotutela individuale e collettiva”, quale risposta immediata ad una aggressione armata in atto “fintantoché il Consiglio di sicurezza non abbia preso le misure necessarie per mantenere la pace e la sicurezza internazionale” (art. 51). Dunque, per il vigente ordinamento giuridico internazionale, l’autotutela armata, oltre che successiva, temporanea e proporzionata, è legittimata soltanto fino a quando il Consiglio di sicurezza non abbia avuto il tempo di attivarsi in prima persona com’è, d’altronde, suo preciso obbligo istituzionale. Il sistema di sicurezza collettiva delle Nazioni Unite è concepito in riferimento al principio di “autorità sopranazionale” delle stesse Nazioni Unite e comporta che gli stati adempiano all’obbligo giuridico, stabilito dall’art. 43 della Carta, di devolvere in via permanente all’ONU parte delle forze armate nazionali.
Dal punto di vista della vigente legalità, il respingimento armato delle truppe di Saddam Hussein al di là dei confini del Kuwait avrebbe dovuto avvenire soltanto ad opera di una forza armata sotto comando diretto delle Nazioni Unite, per il perseguimento degli obiettivi consentiti alle Nazioni Unite che, giova ribadirlo, non possono essere di guerra (distruzione di territorio e di popolazione, il “nemico indistinto” da “debellare”), ma esclusivamente di polizia militare internazionale (cioè azione contro il “criminale” individuato in determinate persone e gruppi).
Il Parlamento italiano autorizzò la partecipazione armata dell’Italia alla coalizione comandata dagli USA nell’assunto che si trattasse di “azione di polizia delle Nazione Unite”. Invece fu guerra, non gestita dalle Nazioni Unite e senza, per parte italiana, la “dichiarazione di guerra” prescritta dall’art. 78 della Costituzione.
Tutti ricordiamo il clima belligeno, angosciante, violento instauratosi nel paese con l’ausilio dei mass-media, in particolare della televisione: ci fu una vera e propria propaganda di guerra, nonostante l’esplicito divieto del citato art. 20 del Covenant internazionale sui diritti civili e politici. Nei dibattiti televisivi non fu consentita, come da molti richiesto, l’interpretazione puntuale della Carta delle Nazioni Unite e dei pertinenti articoli della Costituzione italiana, in particolare degli artt. 11 e 78. Si attentò flagrantemente alla salute mentale e alla coscienza dei bambini e dei giovani e, più in generale, alla morale pubblica. Giova ricordare che Giovanni Paolo II insorse contro questa illegalità, gridando, con esteso seguito popolare, che la guerra è “avventura senza ritorno”. Dal canto suo in “Un’Agenda per la pace” il Segretario Generale delle Nazioni Unite scrive che l’art. 42 della Carta, che prevede le operazioni militari direttamente gestite dall’ONU, non ha finora trovato attuazione in nessuna occasione, con ciò smentendo autorevolmente e definitivamente quanti sostennero che nel Golfo si realizzò una “operazione di polizia delle Nazioni Unite”.
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