Source: http://www.notiziariogiuridico.it/checchini_divieto_alienare.html
Timestamp: 2020-02-24 06:09:43+00:00
Document Index: 32295642

Matched Legal Cases: ['art. 1379', 'art. 1419', 'art. 1379', 'art. 1419', 'art. 1419', 'art. 1419', 'art. 1379', 'art. 1341', 'art. 1469', 'art. 1469', 'art. 1419', 'art. 1174', 'art. 1379', 'art. 1384', 'art. 1379', 'art. 1379', 'art. 1379', 'art. 1379', 'art. 1379', 'art. 2596', 'art. 1379', 'art. 1379', 'art. 1379', 'art.692', 'art. 1379']

Il divieto di alienare.
di Aldo Checchini (*)
I convenienti limiti di tempo
La giustificazione più convincente circa la prescrizione di un conveniente limite di tempo per la validità del divieto di alienare stabilito per contratto secondo la regola dell’art. 1379 cod.civ. risiede nel principio della temporaneità dei vincoli obbligatori e, in particolare, nel disfavore verso i vincoli alla libertà di contrarre, assai più che nel pericolo di pregiudicare la proprietà, data la mera efficacia obbligatoria che non tocca la facoltà di disporre.
Si rileva, in dottrina, come siffatta valutazione sia elastica e variabile. Infatti il giudizio circa la convenienza dei limiti di tempo non può non tenere conto degli specifici interessi che, di volta in volta, il patto è diretto a soddisfare.
Osserviamo che ciò induce ad individuare, ancora una volta, l’interesse apprezzabile in ciò che concerne la funzione del divieto.
La mancata osservanza del requisito temporale si concreta, pacificamente, in una nullità del patto, dovuta, secondo alcuno, ad indeterminatezza della prestazione di durata, ma più probabilmente ad illiceità dell’oggetto, secondo una prospettiva che vede nella stipulazione del divieto senza rispettare i requisiti in esame la lesione di interessi protetti inerenti all’autonomia negoziale, piuttosto che una mancanza di causa.
Ove il termine non vi sia o non sia congruo la questione principale concerne, da un lato, la ammissibilità di una conversione del negozio, dall’altro la possibilità di una integrazione da parte del giudice.
Non sembra potersi condividere la tesi che consentirebbe la sostituzione della clausola nulla ex art. 1419, c. 2°, con una norma imperativa, senza far cadere l’intero contratto.
Infatti, in primo luogo non si vede quale norma consentirebbe tale sostituzione. Non può trattarsi dell’art. 1379, che, come si è detto giustamente non contiene alcuna previsione in materia, ma solo la fissazione dei requisiti di validità del negozio.
In secondo luogo non si vede quale sarebbe l’interesse superiore tutelato attraverso siffatta sostituzione.
Se si accoglie, infatti, l’idea che il meccanismo dell’art. 1419, capoverso, protegge un interesse specifico di una delle parti – considerato degno di prevalente protezione dalla norma imperativa – interesse che, altrimenti, ( e cioè se si facesse cadere l’intero negozio applicando la regola dello stesso art. 1419, c. 1°) rischierebbe di soccombere, non si vede perché l’ordinamento debba proteggere più il contraente interessato alla salvezza del patto anziché quell’altro, posto che nel caso in esame, gli interessi dei contraenti si presentano normalmente sullo stesso piano.
Se poi fosse vera la tesi criticata, l’art. 1419 capoverso dovrebbe funzionare in combinazione con qualsiasi norma che impone dei limiti di validità del negozio, aprendo inaspettati e forse incontrollabili campi di applicazione.
Più degno di considerazione è il tentativo di applicare il principio di conservazione che consentirebbe di mantenere in vita il regolamento quando gli interessi in gioco conservano il loro punto di equilibrio, permettendo, tuttavia, alla parte dissenziente di dimostrare la mancanza di utilità del nuovo assetto, snaturato dalla riduzione giudiziale.
Ulteriori problemi di validità della clausola
Oltre ai requisiti di validità richiesti dall’art. 1379 c.c., per quanto concerne il merito e la durata, occorre considerare che il divieto di alienare pone «restrizioni alla libertà contrattuale nei rapporti con i terzi», e pertanto, ove sia contenuto nella condizioni generali di contratto previste da un imprenditore, rientra fra le clausole vessatorie già ex art. 1341, c. 2°, e per di più oggi, in ragione di tale specifico contenuto, la clausola si «presume» vessatoria, ex art. 1469 bis, c. 3°, n. 18, perdendo efficacia essa sola ex art. 1469 quinquies, mentre il contratto rimane efficace per il resto, a meno che l’imprenditore non dimostri che, pur essendosi concluso il contratto mediante moduli o formulari, il divieto è stato oggetto di una specifica trattativa col consumatore, e salva, comunque, la possibilità di contrastare la suddetta presunzione dimostrando che non si tratta di clausola che determina, a carico del consumatore, un significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi derivanti dal contratto.
La nullità del patto inserito come clausola porta con sé il problema della sopravvivenza del contratto.
Si applica, in proposito, l’art. 1419 c.c., sulla nullità parziale, che richiede di determinare se la rilevanza del patto nella complessiva volontà contrattuale, sia tale da rendere nullo l’intero contratto.
L’inadempimento del divieto
Le conseguenze dell’inadempimento, secondo l’opinione comune, darebbero luogo soltanto al risarcimento del danno per violazione di una obbligazione negativa, con il corollario che sarebbe illecita ogni clausola che prevedesse la nullità o la risoluzione dell’atto di trasferimento.
L’inderogabilità della norma, tuttavia, concerne soltanto l’inopponibilità ai terzi senza determinare in altro modo gli effetti, nel senso che si debbano produrre per forza, come conseguenza del divieto, soltanto obblighi di risarcimento e non si possa immaginare una sanzione sul piano della efficacia del­l’atto.
Non si può escludere, pertanto, che là dove non sia necessario tutelare terzi aventi causa – ai quali sarebbe sicuramente inopponibile il divieto – il promissario possa far valere l’inadempimento per ottenere la risoluzione con effetto, appunto, inter partes.
Si pone il problema del risarcimento dei danni derivanti da inadempimento, dato che molte volte si stenta a coglierne la dimensione patrimoniale.
Si è osservato, peraltro, che si tratterà, tutt’al più, di quantificare il danno che va oltre la lesione di interessi patrimoniali, problema che è comune alle obbligazioni destinate a soddisfare, per definizione (art. 1174 c.c.) anche interessi di natura diversa. La soluzione, in tal caso, deve essere affidata ad una valutazione equitativa del giudice.
Si è prospettato, inoltre, che possa mancare ogni sanzione dell’inadempimento, ove l’interesse «di una delle parti» richiesto dall’art. 1379 fosse, in realtà, quello dello stesso obbligato. Occorre tenere distinto, tuttavia, l’interesse che deve sussistere per la creazione e per la permanenza di un valido divieto, dall’interesse del creditore della prestazione negativa, che può assumere una autonoma consistenza anche nei casi in cui concorre con l’interesse dell’obbligato.
Ci si è chiesto se possa prevedersi una clausola penale con la funzione di liquidare preventivamente il danno, ed ovviare, in tal modo, alle difficoltà accennate. Secondo la dottrina potrebbe trattarsi anche di una valutazione economica fatta dalle parti in merito ad una prestazione priva di intrinseco valore patrimoniale. Non si vede la ragione di escludere tale strumento, nei limiti generali in cui la clausola penale non appare eccessiva, avuto riguardo all’interesse del creditore all’adempimento (art. 1384 c.c.). Entro tali limiti cade la preoccupazione che si voglia abusare di un istituto di per sé lecito per introdurre una pena privata.
Soggezione di altre figure negoziali alla regola dell’art. 1379 c.c.
Si esclude, da taluno, che il patto di prelazione e di opzione rientrino automaticamente nella previsione del divieto di alienare «incondizionato», di cui all’art. 1379, in quanto, pur determinando restrizioni alla libertà di disporre, tali accordi non svolgerebbero sempre una funzione omogenea.
Si distinguerebbero, pertanto, secondo la teoria accennata, quei patti diretti ad imporre vincoli di destinazione dei beni – che sfuggirebbero alla sfera di disciplina della norma in questione e addirittura sarebbero opponibili ai terzi con una vera e propria efficacia reale – dai patti in cui la limitazione viene imposta all’obbligato per soddisfare un interesse specifico del promissario, ai quali resterebbe applicabile l’art. 1379.
Più che nel riferimento al vincolo di destinazione, ancora troppo generico per poterne dedurre una disciplina uniforme – basti pensare che in una fondazione riconosciuta i beni non inalienabili statutariamente restano pur sempre disponibili – sembra invece preferibile giustificare la durata della preferenza avendo riguardo alla connessione «causale» con lo scopo della prelazione, quale risulta oggettivamente dal rapporto giuridico; in tal caso si ammette che il vincolo possa durare, ad esempio, quanto il rapporto cui funzionalmente inerisce, perché la stessa regola fa ritenere «conveniente» tale limite di tempo.
Esiste una diffusa convinzione che la prelazione non vincoli il potere di disporre, ma ne regoli soltanto le modalità. In giurisprudenza si trova chiaramente affermata tale idea là dove si sottolinea che il patto non incide sulla facoltà di disporre, se non riguardo alla libera scelta della persona con cui contrarre, a condizione che il beneficiario se ne voglia avvantaggiare.
Se ne deduce la validità del patto di prelazione senza limiti di durata. Secondo i giudici non si applicherebbe, infatti, l’art. 1379 perché non si tratta di un obbligo di non alienare, ma di un obbligo di alienare, sia pure a certe condizioni.
Si devono, peraltro, condividere le critiche mosse contro siffatta concezione, che cerca di far passare la prelazione per un atto neutro e non oneroso, mentre essa si traduce in un peso grave per il promittente, sia perché arreca impaccio alla trattativa, allungandone i tempi e sacrificando il prezzo di vendita, sia perché crea disparità di trattamento rischiando di violare le regole di fondo del sistema.
Sembra corretto, pertanto, l’orientamento che suggerisce di applicare, quanto meno per analogia, la prescrizione di un limite di tempo conveniente, contenuta nell’art. 1379, disposizione che è prevista per le clausole di inalienabilità tout-court, ma che appare adattabile anche alle clausole di inalienabilità «condizionata» in cui si concreta il patto di prelazione.
Meno persuasiva appare invece l’opinione di chi ritiene applicabile, in generale, il termine quinquennale previsto per la prelazione nel contratto di somministrazione, termine che sembra più giusto riservare ai casi in cui la prelazione limita la concorrenza fra imprenditori, in applicazione del principio di cui all’art. 2596.
Non è mancato, tuttavia, chi ha sostenuto l’illiceità del patto di prelazione stipulato senza limite di tempo, visto come un attentato alla disponibilità del bene, essenziale al diritto di proprietà.
Questa stessa giustificazione, come è noto, ha condotto più volte la giurisprudenza ad applicare l’art. 1379 ai vincoli contrattuali di destinazione dei beni in tutti i casi in cui non sia ravvisabile una servitù, ma si dia luogo a una compressione della facoltà di disporre.
In un diverso ordine di problemi la questione dell’applicabilità dell’art. 1379 è stata posta con riferimento all’atto di destinazione dei beni, costitutivo di una fondazione, anche qui con soluzione favorevole, ed ai divieti di alienazione originati da atti unilaterali tra vivi.
È discussa, invece, l’applicabilità dell’art. 1379 al divieto testamentario di alienazione. Contro la tesi che, movendo dal nuovo testo dell’art.692 (dove non si riproduce la sanzione della nullità per tale disposizione già prevista prima della Riforma del diritto di famiglia), è favorevole ad ammettere il divieto testamentario nei limiti in cui esista (ex art. 1379) un motivo apprezzabile e un termine ragionevole, si osserva, da un’altra parte, che il Legislatore del 1975 ha operato una riduzione dell’autonomia testamentaria in materia di sostituzione fedecommissaria, sicché sarebbe del tutto incoerente, in siffatto contesto, ammettere un accresciuto potere dispositivo del testatore tale da consentire l’imposizione di un divieto di alienare.
(*) Queste pagine sono parte di capitolo di un volume collettaneo (AA.VV. Gli effetti del contratto, Torino 2002) compreso nel Trattato di diritto privato in corso di pubblicazione presso l’editore Giappichelli, volume dove sono svolti gli argomenti che risultano dal circostanziato indice dell’opera.