Source: http://www.ilcommercialistainrete.com/2009/12/
Timestamp: 2017-10-18 20:14:11+00:00
Document Index: 26047122

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 24', 'sentenza ', 'art. 123', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 4', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 24', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 4', 'sentenza ']

Il Commercialista in Rete: 12/2009
Quesito: richiesta informazioni per auto aziendale.
Lavoro come dipendente commerciale in un'azienda
di Milano. Il mio capo, al momento dell'assunzione, mi ha fornito di auto
aziendale, dicendomi di poterla usare anche privatamente. Avrei dovuto pagare
solo la benzina se me ne vado in vacanza. Questa macchina è in leasing, penso
full, dato che forniscono anche l'assicurazione.
in 2 mesi ho avuto già diversi problemi. una sera tornando a casa da lavoro,
è saltato sul parabrezza un sassolino che l'ha scheggiato. il giorno dopo l'ho
portata alla carglass per la riparazione. l'auto ha l'assicurazione parabrezzi
ma con la franchigia di 150€ che il mio titolare ora mi vuole far pagare. è
la settimana scorsa, in seguito alla neve e alla bassa temperatura, si è
fermata. è intervenuto il carro attrezzi e l'auto è stata portata in officina.
hanno scritto che è stata dovuto a congelamento del carburante (non in garanzia
come intervento). anche per questo mi vuole addebitare il costo.
quanto è giusto questo? devo sempre essere io a pagare? premetto che nella
busta paga mi hanno "dato" soldi in più per l'auto anche se poi li tolgono
"fittiziamente" come fringe benefit auto per € 134,21. da quello che ho capito
mi aumentano lo stipendio di tanto per poi togliermeli. ma io pago le tasse su
mi potete aiutare a capire cosa fare? dove posso trovare informazioni,
normative in merito?
Quesito: iva edicola funeraria.
volevo gentilmente sapere se ai fini della dichiarazione dei redditi è possibile scaricare l'iva (10%) o una percentuale sull' intero importo della fattura emessa dal costruttore, per una edicola funeraria di nuova costruzione.
Nuove regole sulla territorialità IVA fra privato e imprese.
Dal 1° Gennaio 2010 si applicheranno le nuove regole sulla territorialità dei servizi in materia IVA, anche senza il recepimento della direttiva 2008/8/CE. Il legislatore comunitario ha voluto fissare come luogo dell’imposizione il luogo in cui avviene il consumo effettivo del servizio. La territorialità delle prestazioni di servizi seguirà regole diverse a seconda che il committente sia un soggetto passivo di imposta oppure un privato. Per le prestazioni rese nei confronti di soggetti di imposta la tassazione avverrà nel paese dove è stabilito il Committente. Per le prestazioni rese nei confronti di privati, invece, la tassazione avverrà nel paese dove è stabilito il prestatore.
L’accertamento con adesione assume efficacia con il versamento e le garanzie.
La Corte di Cassazione, con la sentenza numero 26681/09, depositata il 18 Dicembre 2009, contraddice una propria sentenza di marzo, in tema di accertamento con adesione ordinario. Con la sentenza di Dicembre, viene stabilito che il perfezionamento dell’accertamento di adesione avviene con il versamento delle somme dovute; in caso di pagamento rateizzato, l’accertamento con adesione ordinario assume efficacia con il versamento della prima rata e il rilascio delle garanzie previste. La stessa sezione tributaria della Cassazione, con sentenza numero 10086 del 30 Aprile 2009, ha affermato che dopo la firma dell’accertamento con adesione, il ricorso contro l’atto di accertamento è inammissibile dato che la semplice sottoscrizione dell’accordo comporta l’obbligo del pagamento che deriva dall’accordo stesso.
La Finanziaria introduce agevolazioni per il mondo del lavoro.
La Finanziaria 2010 prevede degli incentivi per il reimpiego di particolari soggetti espulsi dal mondo del lavoro. Secondo quanto contenuto nel comma 124, dell’articolo 2, della Finanziaria 2010, la riduzione dei contributi per le assunzioni di lavoratori iscritti nelle liste di mobilità, opera anche a favore di chi assume soggetti che beneficiano dell’indennità di disoccupazione non agricola con requisiti normali con almeno 50 anni; tale agevolazione è valida solamente per il 2010. Sono previste altresì agevolazioni destinate alle agenzie per il lavoro autorizzate e agli intermediari speciali che effettuano azioni finalizzate al reinserimento nel mercato del lavoro di soggetti svantaggiati.
Beni ammortizzabili: regime Iva e rettifica della detrazione.
I beni ammortizzabili sono quei beni, la cui vita utile si suddivide in più esercizi, utilizzati dall'imprenditore a titolo di proprietà o altro diritto reale.
L'ammortamento consiste in una procedura tecnico-contabile in base alla quale il valore dei beni viene trasferito per quote al conto economico, interessando in questo modo il risultato dell'anno.
Fiscalmente, con riferimento alle imposte dirette, la condizione generale per la deducibilità degli ammortamenti contenuta nell'articolo 109 del Tuir è l'imputazione della quota al conto economico per l'esercizio di competenza.
La percentuale di deducibilità è stabilita con il decreto ministeriale 31 dicembre 1988: la tabella è suddivisa in gruppi e specie di attività produttive, all'interno delle quali vengono individuati i coefficienti di ammortamento per le diverse tipologie di beni impiegarti.
Bene ammortizzabile ai fini Iva e relativa detrazione
Dal punto di vista dell'imposta sul valore aggiunto, è opportuno muovere alcune considerazioni diverse da quelle evidenziate in premessa.
In primis va sottolineato che la detrazione dell'imposta assolta sull'acquisto di un bene strumentale è possibile unicamente qualora sussistano contemporaneamente le seguenti condizioni:
•inerenza ovvero la presenza di un nesso di casualità tra gli acquisti e l'attività svolta dall'imprenditore
•afferenza ovvero la correlazione con le operazioni attive imponibili.
L'afferenza è un elemento rilevante per quanto riguarda la detrazione dell'imposta; infatti, coloro che effettuano sia operazioni esenti (e quindi senza diritto a detrazione) sia attività imponibili o assimilate alle imponibili, detraggono l'imposta pagata a monte sulla base di una percentuale di detrazione. Tale valore è il pro-rata ed è calcolato in base a un rapporto in cui:
•al numeratore vengono ricomprese le operazioni imponibili e assimilate alle imponibili
•al denominatore le operazioni di cui sopra aumentate delle operazioni esenti.
Con riferimento al concetto di bene ammortizzabile ai fini Iva, l'articolo 19-bis2 del Dpr 633/1972 considera beni strumentali unicamente quelli che congiuntamente hanno:
- costo unitario superiore a 516,46 euro
- ai fini dell'imposta sul reddito, un coefficiente di ammortamento non superiore al 25 per cento.
La ratio è facilmente individuabile.
Ai fini Iva, il bene ammortizzabile ha una vita utile di almeno cinque anni (dieci per i fabbricati). Appare logica, pertanto, la scelta del legislatore di escludere dalla categoria quelli che non soddisfano tale condizione ai fini delle imposte dirette. Infatti, i beni strumentali con costo unitario inferiore o uguale a 516,46 euro sono spesati, ai fini delle imposte sui redditi, interamente nell'anno, mentre quelli con coefficiente di ammortamento superiore o uguale al 25% al massimo in quattro anni (quindi, meno dei cinque anni previsti ai fini Iva).
Inoltre, sono considerati beni strumentali ai fini Iva anche:
• le aree fabbricabili
• i fabbricati e le loro porzioni, indipendentemente dalla collocazione in bilancio; pertanto, anche gli immobili merce entrano nel campo di applicazione del 19-bis2.
La rettifica della detrazione dell'imposta sul valore aggiunto va operata quando variano le condizioni e gli elementi che hanno permesso la detrazione a monte. Nel caso dei beni ammortizzabili, si possono verificare tre ipotesi:
1.rettifica per il mutamento della destinazione di utilizzo del bene
2.vendita del bene ammortizzabile durante il periodo di ammortamento della detrazione (cinque o dieci anni a seconda del bene)
3.rettifica per variazione del pro-rata.
Nel caso sub 1. si opererà la rettifica nel momento in cui il bene strumentale è utilizzato per operazioni escluse.
Un esempio può aiutare a chiarire meglio:
•bene ammortizzabile per il quale il periodo di ammortamento della detraibilità è di cinque anni, gravato da un'imposta sul valore aggiunto di 10.000 euro (interamente detratta), acquistato nel 2002 da una società che compie tutte operazioni imponibili, entrato in funzione nello stesso 2002
•negli anni 2005 e 2006 il bene viene utilizzato per compiere operazioni escluse
•la società, nelle dichiarazioni 2005 e 2006, dovrà restituire un'imposta pari a tanti quinti quanti mancano al compimento dei cinque anni dall'entrata in funzione (2002), quindi due quinti (per gli anni 2005 e 2006) dell'imposta inizialmente detratta.
Nel caso sub 2., in caso di cessione del bene ammortizzabile durante il periodo di tutela fiscale, il decreto 633/1972 prevede la possibilità di recuperare l'Iva non detratta a monte in misura proporzionale agli anni mancanti per il compimento del lustro. In tale circostanza, è prevista la rettifica in una unica soluzione. Ciò avviene quando la percentuale di pro-rata aumenta negli anni successivi all'acquisto. Ad esempio:
•anno 2004: acquisto; pro-rata generale di detrazione: 50%
•anno 2005: pro-rata 75%; il bene viene venduto.
Ovviamente il recupero si quantificherà in misura di 1/5 per anno.
Per evitare condotte elusive e artificiose riduzioni del prezzo di vendita, il legislatore pone un limite al recupero dell'Iva non detratta: non può essere superiore alla corrispondente imposta relativa alla cessione.
Anche in questo caso, un esempio può rendere più comprensibile il concetto:
1.acquisto macchinario tecnico nel 2004 per 100.000 euro; imposta ad aliquota ordinaria 20.000 euro; percentuale di pro-rata: 50%: il contribuente detrarrà 10.000 euro (= 50% di 20.000)
2.anno 2005, variazione percentuale di pro-rata dal 50 al 75% e vendita macchinario per 18.000 euro ad aliquota ordinaria (3.600 euro)
3.il contribuente avrebbe diritto a recuperare in una unica soluzione 1/5 dell'imposta per ogni anno del rimanente periodo di tutela fiscale (4 anni). Tale somma si calcolerà dalla differenza tra la nuova percentuale di pro-rata del 75%, corrispondente a 15.000 euro, e la vecchia percentuale di pro-rata (50%), corrispondente a 10.000 euro; pertanto: [(15.000 - 10.000)/5] x 4 = 4.000
4.poiché il contribuente recupererebbe un'Iva maggiore rispetto a quella che andrebbe a versare, il legislatore pone la "franchigia": l'imposta recuperabile (dato che il pro-rata è aumentato rispetto all'anno di acquisto del bene ammortizzabile) non può superare quella dovuta. Pertanto, dalla rettifica della detrazione potranno essere recuperati 3.600 euro, anziché 4.000. Nel caso in cui invece il bene fosse stato ceduto per 50.000 euro (Iva a debito: 10.000), si sarebbe potuto recuperare tutta l'imposta derivante dalla nuova percentuale di pro-rata (4.000 euro).
Il comma 4 dell'articolo 19-bis2 detta le condizioni per la rettifica della detrazione quando cambia la percentuale di pro-rata. Come già ricordato, la ratio di tale disciplina nasce dal principio di afferenza dell'imposta sul valore aggiunto. Nel momento in cui la percentuale di pro-rata varia in misura superiore a 10 punti rispetto all'anno di acquisto del macchinario, va operata la rettifica. La variazione può essere sia in aumento sia in diminuzione e va indicata nel quadro VG70 della dichiarazione Iva dell'anno in cui si compie l'evento, con segno positivo o negativo a seconda dei casi.
Il contribuente, tuttavia, può bypassare la tolleranza dei 10 punti di variazione della percentuale di pro-rata. In questo caso, per evitare effetti distorsivi ed elusivi dell'imposta, è obbligato a:
•darne comunicazione nella dichiarazione annuale ai fini Iva
•operare la scelta per tutto il periodo di tutela fiscale
•barrare la casella del rigo VO1 del modello Iva.
Particolare attenzione va posta infine per le cessioni di immobili effettuate dopo le modifiche introdotte dal decreto legge 223/2006, a seguito delle quali sono divenute esenti:
•le vendite di fabbricati abitativi da parte delle imprese che li hanno costruiti o ristrutturati, se la cessione avviene oltre quattro anni dopo l'ultimazione della costruzione o ristrutturazione
•le cessioni di fabbricati abitativi da parte di società di rivendita immobiliare e da parte di imprese di ristrutturazione se queste ultime hanno rivenduto gli immobili senza aver operato sugli stessi interventi di ristrutturazione.
Per tutti i fabbricati, a prescindere della collocazione in bilancio, si avrà un periodo di tutela fiscale, ai fini della detrazione, di 10 anni. Nell'anno della vendita, qualora la percentuale di detrazione cambi, si dovrà operare la rettifica della detrazione.
•ultimazione fabbricato "merce" anno 2003; Iva detratta sul fabbricato: 50.000euro; percentuale detrazione anno 2003: 100%
•vendita fabbricato anno 2009, esente Iva per le ragioni di cui sopra; percentuale di detrazione nell'anno 2009: 80%
•la società dovrà operare la rettifica per l'anno 2009; l'Iva detratta nel 2003 per la costruzione del fabbricato (50.000 euro) dovrà essere recuperata nella misura di 1/10 della differenza tra la percentuale di detrazione del 2003 e quella del 2009: [(50.000 - 40.000)/10) x 1= 1.000 euro
•la società, nel rigo VG70 della dichiarazione Iva per il 2009, dovrà indicare -1.000 (va indicato il segno meno per diminuire l'imposta in detrazione).
Dichiarazione dei redditi congiunta: valida la cartella notificata alla ex.
Con la sentenza 25486 del 3 dicembre, la Corte di cassazione è ritornata sull'argomento della responsabilità solidale del coniuge in caso di cartella di pagamento notificata alla ex moglie sui redditi dichiarati dalla coppia durante il matrimonio, affermandone la legittimità anche se le sentenze che respingono il ricorso del coniuge contro l'Amministrazione finanziaria, depositate dopo il divorzio, non le sono mai state notificate.
La Cassazione è giunta a questa interessante conclusione dopo avere ribaltato il giudicato contestato, accogliendo così il ricorso dell'Amministrazione finanziaria. La Ctr, in particolare, aveva dato ragione a una contribuente, la quale non aveva mai ricevuto la notifica delle sentenze nella causa sfavorevole all'ex marito su imposte sui redditi dichiarate durante il matrimonio.
Dopo il divorzio, la ex moglie aveva ricevuto cartelle di pagamento per Irpef relative ad alcune annualità, ritualmente impugnate di fronte alla competente Commissione tributaria provinciale. Il giudice adito aveva accolto il ricorso per quanto di ragione, proprio perché le sentenze che affermavano la legittimità delle imposte dichiarate a suo tempo insieme al marito non le erano mai state notificate, compromettendo il suo diritto di difesa.
Questa linea argomentativa è stata convalidata anche dalla Commissione regionale, nei cui confronti l'ente impositore ha proposto ricorso per la cassazione della sentenza in forza di un unico motivo con il quale, denunciando violazione dell'articolo 17 della legge 114/1977, concernente modificazioni alla disciplina dell'Irpef, assume che la responsabilità solidale della contribuente sussisterebbe in quanto, sin dal momento della presentazione delle dichiarazioni congiunte e per i periodi di imposta interessati dagli accertamenti, i coniugi non versavano in stato di separazione.
Il decisum
La Corte di cassazione ha accolto il ricorso dell'Agenzia delle Entrate e, decidendo la causa nel merito, ha confermato la validità delle cartelle di pagamento notificate alla intimata dopo il divorzio. Ciò, considerando che le argomentazioni sostenute dalla contribuente, dapprima in sede di merito, poi nel terzo grado del giudizio, non sono apparse idonee a superare il consolidato indirizzo di legittimità in subiecta materia: ove i coniugi presentano la dichiarazione congiunta dei redditi, l'avviso di accertamento che la corregge deve essere notificato solo al marito; mentre i coniugi sono responsabili in solido per il pagamento di imposta, soprattasse, pene pecuniarie e interessi iscritti a ruolo a nome del marito, la moglie, coniuge "codichiarante", è legittimata ad agire proponendo autonoma impugnazione per contestare gli accertamenti a carico del consorte, venendo altrimenti vulnerato il suo diritto di difesa ex articolo 24 della Costituzione (cfr Corte costituzionale 128/2000 e 184/1989), che rimane comunque corresponsabile delle maggiori imposte e degli accessori relativi a quell'accertamento (v., tra le altre, Cassazione 19896/2006, 1237172002 e 2168/2001).
Perché insorga la responsabilità solidale della moglie codichiarante, non è quindi necessario che le sia notificato l'avviso di accertamento, restando comunque inalterato il suo diritto di impugnare autonomamente - anche mediante la contestazione, ad esempio, dell'avviso di mora a lei diretto - l'atto di accertamento notificato al marito.
Di conseguenza, alla moglie può essere notificata direttamente la cartella di pagamento senza necessità di allegazione dell'accertamento, fermo restando il suo diritto di contestare in ogni suo profilo la pretesa tributaria onde evitare qualsiasi vulnus al suo diritto di difesa (Cassazione 4863/2002).
Peraltro, il fatto che l'articolo 17 della legge 114/1977, in caso di dichiarazione congiunta dei redditi, esoneri l'ufficio dall'onere di notificare l'avviso di accertamento a uno dei coniugi e non preveda (in sede di notificazione alla moglie della cartella esattoriale) almeno l'obbligo di allegare all'atto ingiuntivo l'avviso di accertamento che sia stato precedentemente notificato solo al marito, non è stato ritenuto dalla Corte costituzionale in contrasto con gli articoli 1, 6 e 7 della legge 212/2000 in relazione agli articoli 3, 23, 24, 53 e 97 della Costituzione (ordinanze 215 e 216 del 2004).
Ne consegue pertanto inequivocabilmente, ecco il novum della sentenza 25486/2009 rispetto alle precedenti pronunce di specie, che nel sistema delineato dalla legge 114/1997 non rileva, ai fini dell'insorgere della responsabilità solidale della moglie codichiarante, la notifica a quest'ultima delle sopravvenute "pronunce del giudice tributario" in ordine ai ricorsi proposti dal marito, né la sopravvenuta separazione giudiziale, né la cessazione degli effetti civili del matrimonio.
In tal modo, la Corte ha ritenuto priva di fondamento l'opzione interpretativa contenuta nella sentenza opposta, secondo cui la responsabilità solidale dei coniugi che abbiano presentato dichiarazione congiunta dei redditi postulerebbe la necessità (di cui, tuttavia, non c'è traccia all'interno della richiamata disposizione normativa) della previa notifica a entrambi degli atti di accertamento, sicché "la ricorrente non ha potuto opporsi alle sentenze su specificate, depositate il 20/6/2001, in quanto divorziata dal marito sin dal 1998".
Poiché nella fattispecie trattata risulta assolutamente pacifica tanto la presentazione della dichiarazione congiunta quanto la notifica dell'avviso di accertamento al marito della ricorrente, non può revocarsi in dubbio la sussistenza della di lei responsabilità solidale nel pagamento delle imposte e dei relativi accessori, proprio come previsto dal legislatore (articolo 17 della legge 114/1977).
Essendo quindi la sentenza impugnata fondata esclusivamente sulla ritenuta necessità della previa notifica anche alla moglie delle sentenze relative agli accertamenti a carico del marito (che hanno preceduto le cartelle di pagamento notificate alla moglie), la stessa si è prestata a essere colpita dalla sanzione di nullità con l'accoglimento dell'avverso gravame, stante anche il fatto che, da quanto emerge dal ricorso, dalla memoria e dalla sentenza impugnata, l'unica censura fatta valere dalla ricorrente è stata quella relativa all'omessa notifica degli avvisi di accertamento e delle susseguenti sentenze emesse a seguito loro impugnazione. Tant'è che la difesa erariale si è incentrata a sostenere che "i coniugi non versavano in stato di separazione al momento della presentazione delle dichiarazioni né al momento in cui vennero notificati gli avvisi di accertamento".
L'assunzione volontaria della responsabilità nella dichiarazione congiunta
Con la pronuncia in esame va ribadito che la Cassazione non si discosta dalla linea interpretativa enunciata ormai con costanza, la quale, facendo proprio in diverse pronunce (ad esempio, nelle sentenze 16453/2008 e 27005/2007) l'indirizzo espresso dalla Corte costituzionale (ordinanze 316/1987, 301/1988, 187/1991), sottolinea che la presentazione di una dichiarazione congiunta non costituisce un obbligo, bensì una facoltà che esprime una libera scelta che, una volta compiuta, fa sì che i coniugi assumano in toto le conseguenze stabilite dall'articolo 17 della legge 144/1977: "vantaggiose ed eventualmente svantaggiose, senza riguardo alle vicende cui può andare incontro ciascuno dei coniugi (sentenze n. 8334/2000 e n. 9144/2000) o il regime patrimoniale della famiglia (sentenza n. 7393/1999) o il matrimonio stesso in caso di separazione" (sentenza 4863/2002).
E' quindi valida la considerazione che, pur essendo l'accertamento ufficioso necessariamente posteriore alla dichiarazione congiunta, il reddito cui esso si riferisce fu omesso o infedelmente indicato in occasione di tale dichiarazione, con cui entrambi i coniugi assunsero liberamente e consapevolmente, di fronte al Fisco, la responsabilità solidale. Anche la loro specifica capacità contributiva va quindi valutata con riferimento all'epoca della dichiarazione, senza possibilità di attribuire giuridica rilevanza ad avvenimenti - come, ad esempio, la separazione, il divorzio, la morte di uno dei coniugi o la cessazione dell'impresa familiare - posteriori ed estranei a quella libera scelta (cfr Corte costituzionale, sentenza 184/1989).
Giova sottolineare che, secondo la Suprema corte, la moglie, avvalendosi per libera scelta della dichiarazione congiunta, introduce volontariamente l'obbligo di solidarietà con la responsabilità tributaria del marito, per ogni tributo iscritto a ruolo a carico di quest'ultimo, ivi compresi anche i tributi afferenti proventi accertati nei confronti del marito asseritamente derivanti da reato (Cassazione, sentenza 5202/2003).
"Poiché l'obbligazione assunta volontariamente dal coniuge non è relativa ad un proprio debito, ma deriva dal vincolo di solidarietà nei confronti dell'altro coniuge, ove la contestazione del maggior reddito nei confronti di quest'ultimo venga a cadere, cade anche l'obbligazione assunta in via solidale dall'altro coniuge" (Cassazione, sentenza 22692/2007).
All'inverso, allorché i coniugi presentino dichiarazione congiunta dei redditi, e poi uno solo di essi, per la definizione agevolata della propria personale posizione, presenti istanza di condono, i cui effetti non si estendono ai redditi accertati a carico del coniuge codichiarante, il debito d'imposta di quest'ultimo permane ed è assistito dalla corresponsabilità solidale di entrambi i coniugi, ai sensi e agli effetti dell'ultimo comma dell'articolo 17 della legge 114/1977 (ex multis, Cassazione 12371/2002).
Per completare il discorso, si ricorda che l'articolo 17 della legge 114/1977 prevedeva, al comma 1, la facoltà dei coniugi non legalmente ed effettivamente separati di presentare su un solo modello la dichiarazione unica dei redditi di ciascuno di essi. La disposizione è stata abrogata dall'articolo 9, comma 6, del Dpr 322/1998. A sua volta, l'articolo 7 del Dpr 435/2001 ha abrogato l'articolo 6 del Dpr 322/1998 (concernente la "dichiarazione congiunta in materia di imposte sui redditi"), la cui disciplina è stata trasfusa nel decreto ministeriale 164/1999. Va rilevato, comunque, che i coniugi hanno ancora la possibilità di presentare la dichiarazione modello 730 in forma congiunta (articolo 13, comma 4, del Dm 164/1999).
Il comma 2 dell'articolo 17 dispone invece che, ai fini della liquidazione dell'Irpef risultante dalla dichiarazione presentata a norma del comma 1, le imposte nette determinate separatamente per ciascuno dei coniugi si sommano e le ritenute e i crediti d'imposta si applicano sul loro ammontare complessivo.
Di particolare interesse il comma 3, il quale prevede che, nell'ipotesi del primo comma, la notifica della cartella dei pagamenti dell'Irpef iscritta nei ruoli è eseguita nei confronti del marito, e che (comma 4) gli accertamenti in rettifica sono effettuati a nome di entrambi i coniugi e notificati a norma del comma 3. L'ultimo comma prevede infine che i coniugi sono responsabili in solido per il pagamento dell'imposta, soprattasse, pene pecuniarie e interessi iscritti a ruolo a nome del marito.
Questa norma non appare superabile là dove prevede, appunto, la responsabilità solidale del coniuge del contribuente. Né va dimenticato, del resto, che la presentazione di una dichiarazione congiunta a doppia sottoscrizione è una facoltà e non un obbligo, anche da parte di coniugi legalmente ed effettivamente conviventi.
Chi presenta la dichiarazione congiunta (e usufruisce dei vantaggi che possono essere connessi a tale forma di dichiarazione, come la sommatoria delle imposte calcolate separatamente per ciascuno dei due coniugi e l'applicazione nel loro ammontare complessivo delle ritenute e dei crediti di imposta) assume su di sé anche i rischi inerenti alla disciplina propria dell'istituto.
Non va dimenticato neppure che la legge 114/1977 è di poco posteriore alla riforma del diritto di famiglia (legge 151/1975) e che, in base a quest'ultima, il regime patrimoniale legale della famiglia è costituito, in mancanza di diversa convenzione, dalla comunione dei beni (articolo 159 c.c.)(Cassazione 7393/1999: la facoltà dei coniugi non legalmente separati di presentare una dichiarazione unica dei redditi non è in alcun modo legata a un determinato regime patrimoniale della famiglia e non è quindi preclusa dalla presenza del regime della separazione dei beni, conseguendone che anche la responsabilità solidale derivante dall'ultimo comma dell'articolo 17 non è esclusa dalla circostanza che il regime patrimoniale della famiglia sia quello della separazione dei beni).
Non è superfluo rilevare, inoltre, che per fruire della modalità della dichiarazione congiunta, e degli eventuali riflessi in ordine alla determinazione dell'imposta, è necessario che entrambi i coniugi rientrino tra i soggetti tenuti alla presentazione della dichiarazione dei redditi. Nell'ipotesi che uno o entrambi i coniugi siano esonerati da tale incombenza (possedendo solo redditi esenti, redditi soggetti a ritenuta alla fonte a titolo definitivo eccetera) l'eventuale dichiarazione congiunta presentata dai coniugi non esplica gli effetti sopra indicati, ma la liquidazione dovrà essere eseguita separatamente per ciascuno di essi, senza considerare l'eventuale travaso delle detrazioni, delle ritenute e dei crediti (circolare 5/1978, risoluzione 1269/1979).
Operatori Iva non residenti: nuovo modello ANR/3.
Deve essere utilizzato, dal 1° gennaio 2010, per identificazione diretta, variazione dati e cessazione attività
Approvata, con provvedimento del direttore dell'Agenzia, la nuova versione del modello - da utilizzare a partire dal 1° gennaio 2010 - per le dichiarazioni di identificazione diretta, variazione dati e cessazione di attività dei non residenti, esercenti attività di impresa, arte o professione, che intendono effettuare in Italia operazioni rilevanti ai fini Iva.
Le novità di ANR/3 riguardano, in particolare, le istruzioni per la compilazione, modificate a seguito della pronuncia della Corte di giustizia (causa C-244/08) che ha vietato ai non residenti di avere una duplice posizione Iva nel territorio dello Stato. In altri termini, una società avente stabile organizzazione in Italia non può più operare tramite rappresentante fiscale o identificazione diretta per assolvere gli adempimenti relativi alle operazioni effettuate direttamente dalla casa madre.
Il provvedimento definisce le caratteristiche grafiche della stampa e la struttura del modello (allegato A); approva, inoltre, le specifiche tecniche (allegato B) per la trasmissione telematica della variazione dati e cessazione attività dei non residenti.
Omessa presentazione di Unico.
I contribuenti che non hanno provveduto a presentare tempestivamente la dichiarazione dei redditi modello Unico 2009 possono correre ai ripari, al massimo entro il 29 dicembre, pagando la sanzione ridotta di 21 euro. La stessa chance, allo stesso "prezzo", è offerta anche a chi ha dimenticato la dichiarazione Iva o quella Irap.
Da quest'anno, infatti, come stabilito dal decreto "milleproroghe" n. 207/2008, la presentazione del modello Unico (redditi e Iva) e della dichiarazione Irap - da parte dei soggetti tenuti alla modalità telematica e con periodo d'imposta coincidente con l'anno solare - deve avvenire entro il 30 settembre (per i soggetti con periodo d'imposta non coincidente con l'anno solare, la scadenza è invece fissata all'ultimo giorno del nono mese successivo alla chiusura dell'esercizio).
I contribuenti che non rispettano la scadenza ordinaria hanno comunque la possibilità di rimediare nei successivi 90 giorni: il ritardo contenuto entro tale intervallo, infatti, fa sì che la dichiarazione sia ritenuta valida, mentre la presentazione oltre quel termine comporta che la dichiarazione è considerata omessa, costituendo tuttavia titolo per la riscossione delle imposte dovute in base agli imponibili in essa indicati.
Per regolarizzare - con ritardo non superiore a 90 giorni - l'omessa presentazione della dichiarazione, si può dunque far ricorso all'istituto del ravvedimento operoso (articolo 13 del Dlgs 472/1997), sempre che la violazione non sia stata già constatata e comunque non siano iniziati accessi, ispezioni, verifiche o altre attività amministrative di accertamento delle quali l'autore abbia avuto formale conoscenza.
Il ravvedimento prevede la riduzione ad un dodicesimo della sanzione minima - 258 euro - prevista per quella violazione (la nuova misura è stata introdotta dal decreto legge "anticrisi" n. 185/2008; in precedenza, l'abbattimento era fissato nella misura di un ottavo).
Pertanto, per sanare l'omessa presentazione della dichiarazione occorre pagare, entro lo stesso termine del 29 dicembre, la sanzione ridotta a 21 euro. L'importo è dovuto per ciascuna dichiarazione inclusa nel modello Unico; quindi, se in Unico sono comprese sia la dichiarazione dei redditi sia quella Iva, vanno versati 42 euro. Il codice tributo da indicare nel modello F24 è l'8911.
Dichiarazione delle aree pertinenziali di fabbricati.
Con la sentenza 25127/2009, la Suprema corte, avallando le tesi dell'Amministrazione finanziaria, ha stabilito, in tema di proprietà immobiliari, l'impossibilità, per il contribuente che non ha denunciato nella propria dichiarazione fiscale l'esistenza di un'area pertinenziale, di contestare l'atto con cui la stessa area viene tassata dall'Amministrazione, deducendo solo nel corso del giudizio l'esistenza del vincolo di pertinenzialità. Inoltre, tale vincolo deve essere giustificato da reali esigenze altrimenti la mera simulazione dello stesso, posta in essere al solo scopo di ottenere un risparmio fiscale, va inquadrata nella più ampia categoria dell'abuso del diritto.
Un Comune veneto emetteva nei confronti di una società distinti avvisi di accertamento Ici con i quali veniva richiesto il pagamento dell'imposta non versata per terreni ritenuti edificabili.
Avverso tali determinazioni dell'ente locale, la società proponeva ricorso dinanzi al giudice tributario di primo grado, asserendo che detti terreni non potevano ritenersi edificabili in quanto pertinenza di un fabbricato industriale.
Di diverso avviso risultava essere, però, la Commissione tributaria provinciale che confermava la legittimità dell'operato del Comune, argomentando che lo stesso aveva esaurientemente motivato la procedura di determinazione delle imposte applicate e che, soprattutto, la società non aveva fornito alcuna prova dell'asserito vincolo pertinenziale dei terreni in questione.
Ricorsa in appello, la contribuente si vedeva dar ragione dalla Commissione tributaria regionale, la quale annullava gli accertamenti argomentando che la società stessa aveva prodotto copia di una determinazione comunale con la quale si autorizzava la società a costruire una recinzione e, pertanto, da ciò si evinceva l'esistenza del vincolo di pertinenzialità dei terreni in causa, essendo questi ultimi posti a servizio durevole del fabbricato industriale.
Avverso tale pronuncia, l'Amministrazione è ricorsa in Cassazione denunciando violazione e falsa applicazione delle norme che disciplinano il regime civilistico e fiscale delle pertinenze, ovvero gli articoli 817 e seguenti del codice civile e l'articolo 2 del Dlgs 504/1992.
Con la sentenza 25127/2009, la sezione tributaria della Suprema corte di cassazione ha dato ragione al Comune.
I giudici di piazza Cavour, dopo aver ricordato che l'Ici è un'imposta reale sul patrimonio immobiliare che colpisce il valore oggettivo dei beni immobili e che, per quanto concerne i fabbricati iscritti in catasto il valore è determinato in base alla rendita catastale e per le aree fabbricabili in base al valore venale in commercio, hanno sottolineato come, ai sensi dell'articolo 2 del Dlgs 504/1992, le aree che costituiscono pertinenze dei fabbricati devono considerarsi, ai fini della determinazione dell'imposta, come parte integrante dei fabbricati stessi.
Proprio l'articolo 2, che esclude l'autonoma tassabilità delle aree pertinenziali, fonda l'attribuzione della qualità di pertinenza su di un criterio puramente fattuale, ovvero sull'effettiva destinazione di una cosa al servizio di un'altra. La circostanza dunque che sia stata autorizzata da parte del Comune la costruzione di una recinzione non prova, a giudizio dei supremi magistrati, assolutamente nulla quanto ai rapporti tra fabbricato e aree limitrofe. D'altronde, attesa l'indisponibilità del rapporto tributario, la prova dell'esistenza di un vincolo pertinenziale che grava sul contribuente deve essere valutata, in materia tributaria, con maggior rigore rispetto alla prova richiesta nei rapporti civilistici.
Se la scelta pertinenziale, infatti, non è giustificata da reali e provate esigenze (che possono essere di carattere economico, estetico o di altro tipo), la stessa non può avere alcuna valenza ai fini tributari, in quanto avrebbe l'unica funzione di attenuare il prelievo fiscale e si risolverebbe, in buona sostanza, in una simulazione del vincolo stesso di cui all'articolo 817 del codice civile, dovendo essere di conseguenza inquadrata, anche in conformità a una decisione presa a sezioni unite dalla Corte di cassazione nel 2008 (sentenza n. 30055), nella più ampia categoria dell'abuso del diritto.
Detto altrimenti, affinché una qualsiasi area fabbricabile perda la sua caratterizzazione di edificabilità, è necessario che vi sia una modificazione oggettiva e funzionale dello stato dei luoghi tale da far venire meno in maniera stabile lo ius edificandi sull'area stessa.
Inoltre, hanno proseguito i giudici di legittimità, deve essere rimarcato come nel caso di specie non risulti affatto che la società abbia mai eccepito che le aree in questione erano state denunciate in dichiarazione come aree pertinenziali, in maniera da poter essere tassate unitamente al fabbricato del quale costituivano pertinenza. In merito, la Corte ha ribadito il principio già affermato a mente del quale "al contribuente che non abbia evidenziato nella denuncia l'esistenza di una pertinenza non è consentito contestare l'atto con cui l'area (asseritamente) pertinenziale viene tassata, deducendo solo nel giudizio la sussistenza del vincolo di pertinenzialità".
Modello 770/2010 semplificato: bozza in rete.
E' on line la bozza del modello 770/2010 semplificato, con cui i sostituti di imposta comunicheranno, telematicamente, all'Agenzia delle Entrate i dati fiscali sulle ritenute operate nel 2009. Il modello contiene i dati relativi alle certificazioni rilasciate ai soggetti cui, nel 2009, sono stati corrisposti redditi di lavoro dipendente, equiparati e assimilati, indennità di fine rapporto, prestazioni in forma di capitale erogate da fondi pensione, redditi di lavoro autonomo, provvigioni e redditi diversi nonché i dati contributivi, previdenziali e assicurativi e quelli relativi all'assistenza fiscale prestata nel 2009 per il periodo d'imposta precedente.
•nella sezione dei dati relativi al rappresentante firmatario della dichiarazione va indicata la residenza anagrafica solo se situata all'estero. Se chi presenta la dichiarazione per conto del sostituto non è una persona fisica, deve inserire anche il codice fiscale della società o ente dichiarante
•nei punti 26, 27, 28 e 29 del modello vanno indicati rispettivamente il saldo Irpef, l'addizionale regionale, il saldo all'addizionale comunale e l'acconto della tassazione separata non trattenuti dal sostituto per effetto di disposizioni emanate a seguito di eventi eccezionali
•nella sezione relativa al trattamento di fine rapporto è stata inserita la casella 148 per indicare il titolo dell'erogazione dell'indennità equipollente
•per quanto riguarda la sezione dei dati del coniuge e dei familiari a carico, la novità è rappresentata dalla richiesta dei soli dati del 2009 necessari per il calcolo delle detrazioni spettanti; sono state, pertanto, eliminate le altre annualità
•in relazione alle certificazioni di lavoro autonomo, provvigioni e redditi diversi, è stata prevista una nuova sezione "Redditi erogati da altri soggetti", per l'indicazione degli importi erogati dai diversi sostituti nel caso di operazioni straordinarie in cui la certificazione non è stata rilasciata dal soggetto estinto, ma da chi prosegue l'attività
•scompare dal prospetto SS il campo "Bonus Recuperato"
•eliminata dal punto 10 dei prospetti ST e SV la nota M (ammontare delle residue rate dovuto a seguito di conguaglio da assistenza fiscale, non prelevate per effetto del passaggio di dipendenti con prosecuzione del rapporto di lavoro, senza estinzione del precedente sostituto di imposta)
•inserita, invece, nello stesso punto 10 la nota Q per segnalare l'utilizzo in compensazione interna del credito Irpef derivante dal differimento di 20 punti percentuali dell'acconto Irpef 2009, disposto dal decreto legge 168/2009; per indicarne l'importo, invece, un nuovo punto nel rigo SX denominato "Credito di cui al decreto legge n. 168/2009".
Il modello 770/2010 semplificato andrà trasmesso in via telematica all'Agenzia delle Entrate entro il 2 agosto 2010 (il 31 luglio, infatti, scadenza ordinaria, cade di sabato).
Quesito:info ICI.
ho comprato un appartamento nel 2004 ed ho continuato a vivere con i miei genitori nella loro abitazione, fino ad agosto 2005 quando mi sono trasferito anche di residenza nel mio appartamento,
adesso mi vedo chiedere dal comune di pagare la differenza di ici per 9 mesi del 2004 ed 8 mesi del 2005 in quanto secondo loro e la loro legge l' appartamento che ho acquistato era per me seconda casa.
non hanno sentito ragioni ho fatto vedere il mutuo per prima casa ecc.....
mi può aiutare a capire? è vero quello che loro sostengono? c'è qualche legge?
Quesito: imposta registro locazioni.
è arrivata una notifica di mancato pag. tax registro di loc. anno 2007; nel genn. 2007 oltre all'affitto è stato corrisposto €.30 x tax. registro ed ho ricevuto in allegato copia pag. in data 19 sett 2006 della tassa di registro: secondo lei come si può sapere se c'è un errore dell' agenzia delle entrate o una ns. omissione?
Quesito: AIRE - lavoro.
1) Vorrei sapere se un'azienda italiana può assumere
una persona in Italia iscritta all'AIRE.
Il lavoro si svolgerebbe per la maggior parte all'estero
(3 mesi all'estero ed 1 in Italia alternato)
2) quando la persona è in Italia e non avendo
accesso alla sanità (se non a pagamento e salvo
emergenze) è ammalata con l'influenza, va da un
medico a pagamento e presenta il certificato all'azienda
per L'INPS? FUnziona come un cittadino residente?
Quesito: informazioni acquisto 2^ casa.
posseggo un appartamento a Napoli con un mutuo in scadenza 2011, acquistata
come prima casa. Da 12 mesi lavoro a Roma e avrei urgenza di acquistare una
nuova abitazione.
Le chiedo cortesemente di volermi erudire sulle possibili agevolazioni per
non incorrere in pesanti risvolti economici.
Quesito: S.R.L. e acquisto sede all'estero.
vorrei sapere se esistono leggi relative all'acquisto di
immobili all'estero da parte di una s.r.l. e se gentilmente potrebbe
indicarmi dove posso trovare maggiori informazioni.
Quesito: omessa dichiarazioni dei redditi:caso" sui generis".
Io sto cercando tutte le motivazioni di difesa e strategie operative per allontanare da conseguenze molto negative ed immeritate per caso formale di omessa dichiarazione il cliente e l'intermediario.
Ecco il caso esposto in modo molto sintetico.
Un contribuente ha ottemperato ad ogni suo obbligo fiscale ed impositivo, quindi oltre a fare tutte le dichiarazioni del caso (es comunicazione dati iva, 770, registratore di cassa, adeguamento agli studi di settore, anticipo e saldo imposte, acconti sull'anno successivo ecc), ha avuto la sfortuna " di trovarsi coinvolto in un caso di formale omissione di dichiarazione unificata per una singolare situazione telematica: il sistema Entratel ricevendo in sequenza le varie dichiarazioni dei redditi dei vari contribuenti, fatte dall'intermediario, ha protocollato con due numeri diversi un stesso Unico omettendo di trasmetterne un altro al suo posto". Questa situazione fattuale (responabile anche software utilizzato dall'intermediario - del tutto dimostrabile con documenti) ha comportato la doppia dichiarazione di un contribuente e la non trasmissione di un altro creando altrersì confusione (parziale ovviamente) nelle ricevute (intestazione corretta del file del cliente omesso ma con dati e codice fiscale dell'altro cliente- che di fatto ha inviato due volte la sua dichiarazione).Ovviamente non si nasconde il fatto che "l'errore poteva essere scoperto in caso di controllo analitico dei dati". Purtroppo questo non è avvenuto per altrettante giustifìicazioni oggettive dimostrabili che ora trascuro di elencare.
Beffa della situazione è che il cliente ha ritirato la sua ricevuta che l'intermediario ha consegnato senza accorgersi di nulla - così come per entrambi le parti.
L 'intermediario l'ha visto l'anno nel riporre nella cartellina del cliente i dati contabili dei libri obbligatori stampati entro la scadenza del 30 ottobre (anno dopo).
-autodenunciarsi?
-aspettare la notifica della direzione controlli provinciale?
-come difendersi?
-quali elementi risultano importanti e sui quali basare la difesa?
-ci sono elementi di normativa e direttive/comportamenti che la giurisprudenza indica utili a questo caso?
-è possibile unificare le sanzioni e le pretese fiscali solo sull'intermediario?
-La Commissione tributaria può essere indicata/costretta a trattare in modo unitario il caso?
-conviene e sarebbe corretto proporre di portare davanti alla suprema corte il fatto che "c'è evidente proporzione tra compenso ricevuto ed invio delle dichiarazioni visto che il rischio oggettivo che si affronta è di proporzione gigantesca -
che comportamento deve assumere il cliente correttamente?
-eccetera
Le domande che si potrebbero fare sul caso sono infinite!!!!
Mi piacerebbe vedere affrontato anche da Voi questa fattispecie che in realtà non visto trattata da nessuno - se invitato potrei fornire altri dettagli in modo riservato.
Ho 67 anni ma le sorprese incontrate sono sempre superiori ogni aspettativa!!!
Modalità di presentazione della domanda di Invalidità Civile dall’1.1.2010.
A decorrere dall’1.1.2010 le domande per il riconoscimento dello stato di invalidità civile, cecità civile, sordità civile, handicap e disabilità, complete della certificazione medica attestante la natura delle infermità invalidanti, sono presentate all’INPS esclusivamente per via telematica
1. Il cittadino si reca dal medico certificatore. La “certificazione medica” può essere compilata dal medico solo on line, sul sito internet dell’istituto www.inps.it. Il medico, dopo l’invio telematico del certificato, consegna al cittadino la stampa firmata, che dovrà essere esibita all’atto della visita, e la ricevuta di trasmissione con il numero di certificato.
2. Il cittadino, in possesso del PIN, compila la “domanda” esclusivamente on line collegandosi sul sito internet dell’INPS www.inps.it e abbina il numero di certificato indicato sulla ricevuta di trasmissione rilasciata dal medico certificatore entro il termine massimo di trenta giorni.
3. La domanda e il certificato abbinato sono trasmessi all’INPS telematicamente. L’avvenuta ricezione della domanda è attestata dalla ricevuta rilasciata dalla stessa procedura. L’Inps trasmette telematicamente la domanda alla ASL.
Le difficoltà nella compilazione del quadro RW.
La compilazione del quadro RW del modello Unico risulta alquanto complicata, data anche la carenza di istruzioni attualmente sussistenti; risultano assenti anche delle esemplificazioni pratiche in materia. Le istruzioni non stabiliscono quale importo debba essere indicato nel quadro RW; questo vuoto viene colmato dalla prassi consolidata, secondo la quale devono essere indicati i costi storici. Sussistono dubbi circa il valore da indicare nell’ipotesi in cui una transanzione non abbia avuto espressione monetaria (esempio dei conferimenti in società, fusioni e scissioni, etc.).
Rivalutazioni di terreni e partecipazioni entro il 31 Ottobre 2010.
La Finanziaria 2010 riapre i termini per la rivalutazione dei terreni agricoli ed edificabili e delle quote della società (articolo 2, comma 229 del testo della Finanziaria approvato l’altra sera dal Senato); in tal modo, le persone fisiche, le società semplici e gli enti non commerciali potranno rivalutare terreni agricoli ed edificabili, nonché le partecipazioni in società non quotate, posseduti al 1° Gennaio 2010. Tale operazione dovrà essere eseguita entro il 31 Ottobre 2010, termine entro il quale risulta necessario asseverare la perizia di valutazione e versare l’imposta sostitutiva.
Esclusione dall'imposizione degli aumenti di capitale.
E’ estesa all'Irap la detassazione del 3 per cento degli apporti in società di persone e di capitali. L’agevolazione è fruita anche per i versamenti a titolo di sovrapprezzo, quelli in denaro a fondo perduto senza obbligo di restituzione, nonché per la rinuncia incondizionata a crediti verso la società. Sono alcuni dei chiarimenti forniti dall’Agenzia delle Entrate in materia di bonus ricapitalizzazioni.
CIRCOLARE N. 53/E DEL 21 DICEMBRE 2009
Fonte: Min.Finanze
Redditi prodotti in forma associata – Compensazione delle ritenute.
Quando il socio acconsente, la società può riattribuirsi la quota di ritenuta che residua dopo la detrazione dall'Irpef dovuta dallo stesso socio. Tale importo restante, quindi, potrà essere utilizzato in compensazione per i versamenti effettuati con il modello F24, a condizione che sussista un assenso giuridicamente rilevante.
CIRCOLARE N. 56/E DEL 23 DICEMBRE 2009
Visto di conformità per l’utilizzo dei crediti Iva.
Con circolare l'Agenzia delle Entrate ha precisato gli adempimenti e le procedure da seguire per il rilascio del visto di conformità, a partire dal 1° gennaio 2010, nei confronti dei contribuenti che intendono utilizzare in compensazione crediti Iva per importi superiori a 15.000 euro annui.
CIRCOLARE N. 57/E DEL 23 DICEMBRE 2009
Quesito: iva su libri Print on Demand.
non riesco a trovare informazioni su come si applicano le aliquote IVA sui libri stampati con Print on demand. La disciplina dell'IVA non dice nulla in proposito. Essendo libri, mi sembra ricadano nel caso di aliquota al 4% nella vendita all'utente finale.
La differenza penso possa esserci nel pagamento dell'IVA da parte dell'editore, che non necessiterebbe in questo caso di agevolazioni, non essendoci alcun rischio di invenduto.
Mi sapete dare qualche dritta?
Modifiche al modello AA5 da febbrio 2010.
Nuovo look e numerosi aggiornamenti per il modello AA5. Ad utilizzarlo i contribuenti diversi dalle persone fisiche (enti, associazioni, eccetera) non tenuti alla dichiarazione di inizio attività ai fini Iva, per richiedere l'attribuzione del numero di codice fiscale, per comunicare variazioni dati, e per segnalare, esclusivamente con modalità telematica, fusioni, concentrazioni, trasformazioni ed estinzioni: il battesimo a partire dal 1° febbraio 2010.
La nuova versione - disponibile sul sito dell'Agenzia delle Entrate insieme al provvedimento di approvazione del 21 dicembre firmato dal direttore, Attilio Befera, alle specifiche tecniche e alle istruzioni -, a parte la veste grafica rinnovata, presenta un inedito "quadro D" e significativi cambiamenti sia per quanto riguarda le modalità di presentazione (differenziate secondo il tipo di operazione da effettuare) sia per la compilazione stessa del modello.
Per l'inoltro occorre innanzitutto distinguere il motivo per cui il modello è utilizzato.
Codice fiscale - Diventano buoni tutti gli uffici delle Entrate per la richiesta di attribuzione del codice fiscale. Si semplifica, così, in modo sostanziale, la procedura che non tiene più conto del domicilio fiscale e dello sportello di competenza del contribuente.
Sempre per avere il CF, senza recarsi presso gli uffici finanziari, si può utilizzare il servizio postale mediante raccomandata (allegando la copia di un documento di identificazione del rappresentante) e spedendo l'AA5 presso a un qualsiasi ufficio dell'Agenzia.
Variazioni dati - Per chi preferisce il canale informatico, aperta la strada del telematico per trasmettere, attraverso i servizi Entratel o Fisconline, la variazione di dati precedentemente comunicati. Il contribuente può provvedere direttamente alla trasmissione o servirsi di un intermediario abilitato. Il modello è considerato presentato nel giorno in cui è conclusa la ricezione dei dati da parte dell'Amministrazione che ne dà comunicazione.
L'opzione "telematica" non esclude le due previste, e precedentemente descritte, per la richiesta di attribuzione del codice fiscale, a meno che, è fondamentale sottolineare, non si tratti di casi di estinzione o fusione, concentrazione, trasformazione, per i quali è obbligatoria la procedura on line.
Un quadro per fusioni, concentrazioni e trasformazioni - Una delle novità più significative è proprio quella che caratterizza questo tipo di operazioni e che ha richiesto l'aggiornamento del modello aggiungendo un quadro nuovo di zecca a esse dedicato: il quadro D.
Per comunicare avvenute fusioni, concentrazioni e trasformazioni, tutti i soggetti coinvolti devono compilare il novello quadro D e trasmettere esclusivamente per via telematica (niente presentazione agli uffici o via posta), entro 30 giorni, il modello all'Agenzia delle Entrate.
L'ultima versione dell'AA5 appena approvata richiede, inoltre:
•l'indicazione del codice fiscale di chi firma il modello
•in caso di variazioni dati, la compilazione di tutte le sezioni, comprese quelle che indicano informazioni che non subiscono modifiche
•in caso di soggetto non residente, l'indicazione completa dei dati della sede estera.
F24 cumulativo on line.
In scadenza, il prossimo 31 dicembre, la convenzione tra Agenzia delle Entrate e intermediari per l'utilizzo, da parte di questi ultimi, del servizio F24 cumulativo, che consente di effettuare i versamenti telematici di imposte e contributi dovuti dai loro clienti, con addebito diretto sui conti correnti di questi ultimi. Dal 1° gennaio partirà la nuova intesa, valida per il triennio 2010-2012, che disciplina non solo le modalità del servizio ma anche la remunerazione spettante agli intermediari (1 euro per ciascun F24 trasmesso), con fatturazione annuale.
Come aderire alla convezione 2010-2012
I professionisti aderenti alla convenzione in scadenza potranno automaticamente continuare ad utilizzare il servizio se, entro il 30 giugno 2010, invieranno telematicamente i modelli di pagamento F24. In questo caso l'intermediario dovrà trasmettere per via telematica il file contenente la convenzione 2010-2012 sottoscritta con le proprie credenziali Entratel e con i propri dati identificativi entro il mese successivo al primo pagamento del 2010. Il file è disponibile all'interno dell'area autenticata del sito dei servizi telematici (Proposte - Adesione Convenzione F24).
I professionisti che entro il prossimo giugno non avranno trasmesso alcun modello F24, avranno tempo fino al 31 luglio 2010; anche in questo caso, dovranno inviare il file con la convenzione firmata. Pertanto, gli F24 inviati dal 1° agosto 2010 senza l'adesione alla convezione saranno scartati. Infine, chi aderisce ex novo all'intesa sull'F24 cumulativo, può farlo senza limiti di tempo, purché provveda a trasmettere on line la propria adesione alla convezione prima di inviare qualsiasi modello F24.
L'intermediario, inoltre, deve ottenere dai propri clienti l'autorizzazione scritta all'addebito sui conti correnti delle somme indicate nei modelli di pagamento F24. Le autorizzazioni vanno conservate per 10 anni dalla data di rilascio.
Il professionista che intende recedere dalla convenzione deve inviare una comunicazione formale all'ufficio locale delle Entrate che ha rilasciato l'abilitazione al servizio Entratel.
L'intermediario, in prossimità delle singole scadenze, compila i modello di pagamento F24 per i propri clienti, utilizzando il software "F24 on line", scaricabile dal sito delle Entrate. Successivamente seleziona gli F24 da trasmettere, allegando a ciascun modello le coordinate bancarie del contribuente, utilizzando l'applicazione "Creazione Flussi F24" e, dopo aver autenticato il file con le proprie credenziali Entratel, invia il flusso dei dati (per un numero massimo di 999 modelli di pagamento). Alla fine dell'operazione, deve verificare le ricevute telematiche trasmesse dall'Agenzia (tre per ciascun file inviato).
L'intermediario può richiedere l'annullamento dei modelli F24 inviati per errore entro il penultimo giorno lavorativo che precede la data di addebito (cioè prima che l'Agenzia delle Entrate inoltri in via definitiva il pagamento alla banca). In questo caso, occorre utilizzare l'apposita funzione (Documenti - Annulla) o la funzione "Annulla documento" presente nel menù Strumenti del sito dei servizi telematici.
Le quietanze dei versamenti eseguiti sono disponibile nel Cassetto fiscale dell'utente titolare delle deleghe di pagamento.
Nel caso in cui l'intermediario sia un persona giuridica, la trasmissione telematica dei file è a cura dei gestori e/o operatori incaricati (indicati dal provvedimento del direttore dell'Agenzia delle Entrate del 10 giugno 2009).
Notifica ricorso in appello.
È in parte inammissibile e in parte infondata la questione di legittimità costituzionale dell'articolo 53, comma 2, del Dlgs 546/1992 - come modificato dall'articolo 3-bis, comma 7, del Dl 203/2005 - sollevata in riferimento agli articoli 2, 3, e 24 della Costituzione, nonché in riferimento alla violazione del principio di ragionevolezza.
Sono le conclusioni della Corte costituzionale contenute nella pronuncia n. 321 del 4 dicembre 2009 che andiamo a esaminare, non prima però di aver ricordato che l'articolo 3-bis del decreto legge 203/2005 (collegato fiscale alla Finanziaria 2006), rubricato "Disposizioni in materia di giustizia tributaria", ha attuato, a decorrere dal 3 dicembre 2005, una parziale riforma del processo tributario intervenendo, in particolare, su alcuni articoli del Dlgs 546/1992.
L'intervento legislativo in esame ha introdotto, all'articolo 53, comma 2, del Dlgs 546 - rubricato "Forma dell'appello" - la seguente precisazione: "Ove il ricorso non sia notificato a mezzo ufficiale giudiziario, l'appellante deve, a pena di inammissibilità, depositare copia dell'appello presso l'ufficio di segreteria della commissione tributaria che ha pronunciato la sentenza impugnata".
Nel corso del giudizio d'appello promosso da un contribuente con atto notificato mediante consegna diretta all'ufficio finanziario, la Commissione tributaria regionale della Puglia, con ordinanza del 9 febbraio 2009, ha sollevato, in riferimento agli articoli 2, 3 e 24 della Costituzione, questioni di legittimità dell'articolo 53, comma 2, del Dlgs 546/1992, nella parte in cui appunto stabilisce che, laddove il ricorso non sia notificato a mezzo ufficiale giudiziario, l'appellante deve, a pena di inammissibilità, depositare copia dell'appello presso la segreteria della Ctr che ha pronunciato la sentenza impugnata.
I giudici pugliesi precisano che l'appellante aveva impugnato la sentenza di primo grado ma, pur avendo notificato l'atto di gravame mediante consegna diretta, non aveva adempiuto il prescritto obbligo di depositare nella segreteria della Commissione tributaria provinciale una copia dell'appello proposto.
In particolare, la decisione sul merito dell'appello proposto dal contribuente postula una valutazione preliminare in ordine all'ammissibilità dell'appello stesso. A tal fine, se si applicasse la disposizione censurata, la quale, a pena di inammissibilità, impone all'appellante, qualora il ricorso non sia notificato a mezzo di ufficiale giudiziario, di depositarne copia presso la segreteria della commissione tributaria, l'appello dovrebbe essere dichiarato inammissibile, con conseguente violazione del diritto di difesa.
Il giudice afferma, prima di tutto, che la ratio dell'articolo 53 è quella di informare la segreteria del giudice di primo grado di una causa ostativa al passaggio in giudicato della sentenza, così come avviene nel caso di notificazione dell'atto di appello a mezzo ufficiale giudiziario - che, ai sensi dell'articolo 123 delle disposizioni di attuazione del codice di procedura civile, deve dare immediato avviso scritto della notificazione dell'impugnazione al cancelliere del giudice che ha emesso la sentenza impugnata - per poi concludere con le seguenti censure:
1.l'articolo 53 prevede un insanabile effetto preclusivo dell'impugnazione collegato a un'attività avente funzione di mera notizia. Tale esigenza, peraltro, è già garantita dal 3° comma della stessa norma laddove dispone che, subito dopo il deposito del ricorso in appello, la segreteria della Ctr chiede all'omologa della commissione provinciale la trasmissione del fascicolo del processo
2.la norma in esame è poi irragionevole in quanto l'inammissibilità - sanzione di regola connessa al mancato rispetto di un termine essenziale - di cui all'articolo 53 rappresenta una sanzione processuale correlata al compimento di un'azione (il deposito della copia dell'atto di appello presso il giudice di primo grado) in relazione alla quale non è previsto alcun termine perentorio entro il quale deve essere effettuata
3.infine, l'articolo 53, così come formulato, determina una ingiustificata disparità di trattamento tra coloro che notificano l'appello tramite ufficiale giudiziario (i quali non hanno l'onere di depositare copia dell'appello nella segreteria del giudice di primo grado) e coloro che si avvalgono del servizio postale (i quali, invece, incorrono nella sanzione dell'inammissibilità dell'appello, nel caso in cui l'agente postale non abbia adempiuto l'onere di tale deposito).
La Consulta ha rigettato le presunte violazioni costituzionali rilevate dai giudici tributari pugliesi con riferimento all'articolo 53, in quanto l'ordinanza di rimessione "…non indica le ragioni della ritenuta violazione di tali parametri. In particolare, quanto all'art. 2 Cost., manca nell'ordinanza qualsiasi argomentazione; quanto all'art. 24 Cost., il rimettente si limita al generico ed immotivato rilievo che la disposizione censurata lascia l'appellante 'privo di tutela'".
In ordine alla presunta violazione del principio di uguaglianza di cui all'articolo 3 della Costituzione, riguardo alla ingiustificata disparità di trattamento che si creerebbe tra coloro che notificano l'appello tramite ufficiale giudiziario e coloro che si avvalgono del servizio postale, per i giudici costituzionali, la questione è manifestamente inammissibile, per difetto di rilevanza.
Nella specie, infatti, l'appellante ha notificato l'appello mediante consegna diretta all'appellato, tuttavia, "…nel prospettare l'indicata ingiustificata disparità di trattamento, il giudice a quo pone a raffronto il caso della notificazione dell'appello mediante ufficiale giudiziario, non con il caso della notificazione mediante consegna diretta, che costituisce l'oggetto del giudizio principale, ma con quello, del tutto diverso, della notificazione mediante il servizio postale. Né il rimettente fornisce alcuna motivazione sulle ragioni per le quali la denunciata disparità di trattamento avrebbe rilevanza nel giudizio a quo".
Per la Consulta, poi, sono infondate anche le altre questioni poste in riferimento al principio di ragionevolezza di cui all'articolo 3 della Costituzione.
Quanto alla prima, il rimettente individua correttamente la ratio della disposizione censurata, ma sbaglia nel ritenere che tale ratio possa essere soddisfatta dall'evocato comma 3 dell'articolo 53 del Dlgs 546/1992, in quanto "…la richiesta di trasmissione del fascicolo prevista da quest'ultimo comma, infatti, viene avanzata dalla segreteria del giudice di appello solo 'dopo' la costituzione in giudizio dell'appellante e, pertanto (contrariamente a quanto dedotto dal rimettente) non consente alla segreteria del giudice di primo grado di avere tempestiva notizia della proposizione dell'appello. E ciò risulta ancora più evidente se si tiene conto anche del tempo necessario a che la richiesta pervenga alla segreteria della Commissione tributaria provinciale. Detta richiesta non è, perciò, idonea ad evitare il rischio di una erronea attestazione del passaggio in giudicato della sentenza di primo grado…".
Quanto alla seconda questione, in base alla quale la norma denunciata sarebbe irragionevole perché prevede la grave sanzione dell'inammissibilità dell'appello quale conseguenza del mancato compimento, da parte dell'appellante, di un atto estraneo alla struttura del giudizio di gravame, quale sarebbe il deposito di copia dell'atto di impugnazione nel caso di appello proposto senza il tramite di ufficiale giudiziario, la Consulta precisa che nell'ipotesi "…in cui la parte abbia scelto di proporre appello senza avvalersi dell'ufficiale giudiziario, l'unico deterrente per indurre l'appellante a fornire tempestivamente alla segreteria del giudice di primo grado la documentata notizia della proposizione dell'appello stesso è rappresentato dalla sanzione di inammissibilità prevista dalla norma denunciata".
Relativamente alla terza questione, il rimettente afferma che la norma denunciata, nel caso di notificazione a mezzo posta, fa irragionevolmente gravare sull'agente postale (soggetto terzo rispetto alle parti di causa) l'obbligo del deposito della copia dell'appello presso la segreteria della Commissione tributaria provinciale e, pertanto, rende arbitro tale terzo dell'inammissibilità dell'appello.
Al riguardo, la Corte di legittimità osserva che il presupposto interpretativo da cui muove il rimettente è errato "…infatti, nell'ipotesi di notificazione dell'appello a mezzo posta, nessuna disposizione pone a carico dell'agente postale né l'obbligo di depositare presso la segreteria del giudice di primo grado la copia dell'appello notificato, né l'obbligo di effettuare un avviso analogo a quello previsto per l'ufficiale giudiziario dall'art. 123 disp. att. cod. proc. civ. Al contrario, la norma denunciata pone a carico del solo appellante l'onere di depositare la copia dell'appello notificato a mezzo posta".
Infine, quanto alla dedotta irragionevolezza di una disposizione che, pur prevedendo l'inammissibilità dell'impugnazione per il mancato deposito della copia dell'appello nella segreteria del giudice di primo grado, non indica, però, alcun termine perentorio per detto deposito, la Consulta afferma che tale termine "…è sicuramente ricavabile, in via interpretativa, dal complesso delle norme in materia di impugnazione davanti alle Commissioni tributarie…" e "…non può che identificarsi con quello stabilito per la costituzione in giudizio dell'appellante; costituzione che avviene mediante il deposito del ricorso in appello presso la segreteria della Commissione tributaria regionale entro trenta giorni dalla proposizione dell'appello (artt. 53, comma 2, e 22, commi 1 e 3, del d.lgs. n. 546 del 1992)".
Deduzione degli "Omaggi".
Il trattamento fiscale degli omaggi ha subito modifiche a seguito dell'introduzione delle nuove regole di deducibilità delle spese di rappresentanza disposte dalla Finanziaria 2008 (legge 244/2007) e dettate con il decreto ministeriale del 19 novembre 2008.
Fino al 2007, le spese sostenute per i beni distribuiti gratuitamente erano qualificate di rappresentanza, con possibilità di deduzione integrale se di valore unitario non superiore a 25,82 euro. Se il bene superava tale soglia, la deducibilità delle spese era limitata ad un terzo del loro ammontare, da ripartire in cinque quote costanti nell'esercizio in cui erano state sostenute e nei quattro successivi.
Dal 2008, invece, il riformulato articolo 108, comma 2, del Tuir, riconosce la deducibilità piena delle spese relative ai beni distribuiti gratuitamente se di valore unitario non superiore a 50 euro. Quando il valore unitario dei beni dati in omaggio supera il limite indicato, si applicano le nuove regole sulle spese di rappresentanza, che ne prevedono la deducibilità nel periodo d'imposta in cui sono sostenute, in base ai ricavi e proventi della "gestione caratteristica dell'impresa risultanti dalla dichiarazione dei redditi relativa allo stesso periodo". In pratica, le spese di rappresentanza possono essere dedotte entro un determinato importo ("plafond di deducibilità") pari:
- all'1,3% dei ricavi e altri proventi fino a 10 milioni di euro
- allo 0,5% dei ricavi e altri proventi per la parte eccedente 10 milioni e fino a 50 milioni di euro
- allo 0,1% dei ricavi e altri proventi per la parte eccedente 50 milioni di euro.
Per essere qualificate di rappresentanza e, quindi, risultare deducibili secondo il criterio visto, le spese, effettivamente sostenute e documentate, devono possedere alcune caratteristiche. Requisito essenziale è, innanzitutto, la loro gratuità per il destinatario del bene (o del servizio), ossia da parte di quest'ultimo non vi deve essere corrispettivo o una specifica controprestazione. Dopo di che, vanno rispettati i principi di inerenza e congruità: le spese, cioè, devono essere finalizzate alla promozione sul mercato dei beni (o servizi) dell'azienda o perseguire finalità di pubbliche relazioni, ed essere ragionevoli in funzione dell'obiettivo di generare benefici economici per l'impresa ovvero coerenti rispetto alle pratiche e agli usi commerciali propri del settore in cui opera l'azienda.
Quando l'omaggio è composto da più beni, il limite di 50 euro va riferito al valore complessivo dell'omaggio e non a quello dei singoli beni che lo compongono. Un esempio tipico è quello del cesto natalizio che comprende una serie di beni, il cui singolo valore è sotto i 50 euro, ma che complessivamente superano il tetto indicato per la deducibilità integrale. Dal momento che il cesto va considerato come un unico omaggio dal valore complessivo superiore ai 50 euro, va applicata la regola del "plafond di deducibilità".
Per quanto riguarda il trattamento ai fini Iva, va fatta una distinzione se i beni dati in omaggio fanno parte dell'attività dell'impresa, cioè se sono prodotti o commercializzati dalla stessa, oppure vengono acquistati per essere regalati.
Per i beni acquistati, l'Iva non è detraibile, tranne quando il costo unitario non è superiore a 25,82 euro (articolo 19-bis1, comma 1, lettera h), Dpr 633/1972); la relativa cessione non è soggetta a imposta.
Nel caso invece di beni che rientrano nell'oggetto dell'attività propria dell'impresa, l'Iva è detraibile (a prescindere dal valore del bene), e la cessione va assoggettata a imposta.
Fonte:Agenzia Entrate
Presentazione modello Eas, termine il 31 dicembre.
E' il 31 dicembre 2009 il termine ultimo entro il quale gli enti associativi potranno presentare il modello Eas per la comunicazione delle informazioni fiscalmente rilevanti. La nuova data, già anticipata con comunicato stampa del 16 dicembre, viene ufficializzata con il provvedimento del direttore dell'Agenzia delle Entrate del 21 dicembre 2009. Il documento, fissando una nuova scadenza, modifica in parte il provvedimento direttoriale del 2 settembre scorso con cui era stato approvato il modello Eas.
Secondo i nuovi termini, quindi, dovranno inviare il modello entro il 31 dicembre 2009 gli enti già costituiti al 29 novembre 2008, giorno di entrata in vigore del Dl 185/2008. Le associazioni, invece, sorte successivamente a questa data, dovranno presentare la comunicazione entro sessanta giorni dalla loro costituzione e, se questo termine scade prima del 31 dicembre, dovranno inviare il modello entro la fine dell'anno.
Rinviando il termine di presentazione, l'Amministrazione finanziaria accoglie la proposta del Forum del Terzo Settore, andando incontro alle esigenze degli operatori del no profit, in particolare delle realtà associative più piccole. Per facilitare l'adempimento, tutti gli uffici delle Entrate offrono assistenza per la compilazione e l'invio del modello.
Per maggior informazioni sulle modalità di compilazione del modello, sugli enti esonerati dall'obbligo e su quelli che possono presentare una versione ridotta si vedano i seguenti articoli:
"Modello Eas: ulteriori 15 giorni per la trasmissione telematica"
"Modello Eas: scadenza alle porte. Entro martedì 15 l'invio dei dati"
"Modello Eas, scadenza in vista. Si sciolgono gli ultimi nodi"
"Presentazione del modello Eas: il termine slitta al 15 dicembre"
"Modello Eas, parte il filo diretto tra il Fisco e gli enti associativi"
"Entrate, Onlus, terzo settore e volontariato sulla via del dialogo"
"Pronti software e specifiche tecniche per la presentazione del modello Eas"
"Presentazione del modello Eas: Entrate in aiuto del no profit".
Regole IVA uniche per le lavorazioni.
Le nuove regole IVA, dal 2010, prevedono che si debba fare riferimento, per la tassazione, alla regola della committenza e non più a quella del luogo di esecuzione della prestazione. Pertanto una lavorazione eseguita da parte di un operatore italiano a favore di un committente soggetto passivo comunitario sarà sempre fuori campo iva nel nostro paese, anche se al termine della prestazione il bene viene ceduto in Italia.
Riforma delle sanzioni in materia di lavoro irregolare.
Il datore di lavoro che impiega lavoratori irregolari (non risultanti dalle scritture o da altra documentazione obbligatoria) è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da 1.500 a 12 mila euro per ciascun lavoratore, maggiorata di 150 euro per ciascuna giornata di lavoro effettivo. Il disegno di legge “collegato lavoro” (AC 1441-quater B) in terza lettura alla Camera intende introdurre alcune modifiche in materia, anche per quanto riguarda l’importo della sanzione, differenziandola se il lavoratore è stato impiegato in nero ma successivamente regolarizzato.
Recepita dal CDM la direttiva comunitaria sui servizi.
L'approvazione dello schema di decreto legislativo che recepisce la 2006/123/CE, relativa ai servizi nel mercato interno, il cui termine di recepimento è fissato al 28 dicembre 2009, fornisce un contributo decisivo al processo di liberalizzazione e semplificazione del mercato dei servizi, coerentemente con le previsioni contenute nella strategia di Lisbona.L'approvazione dello schema di decreto legislativo che recepisce la 2006/123/CE, relativa ai servizi nel mercato interno, il cui termine di recepimento è fissato al 28 dicembre 2009, fornisce un contributo decisivo al processo di liberalizzazione e semplificazione del mercato dei servizi, coerentemente con le previsioni contenute nella strategia di Lisbona.
L'obiettivo da raggiungere è l'armonizzazione dei regimi normativi di accesso e di esercizio delle attività di servizi e l'eliminazione degli ostacoli alla prestazione nel mercato interno, che impedisce ai prestatori di espandersi oltre i confini nazionali e di sfruttare appieno il mercato unico.
"A partire da gennaio – ha spiegato il Ministro Ronchi - tutte le imprese europee che operano nei servizi avranno a che fare con un unico interlocutore. Abbattendo drasticamente il balzello della burocrazia, potranno operare liberamente, a prescindere dal Paese d'origine e da quello dove realizzeranno la loro prestazione''. Il recepimento ha comportato un lavoro complesso di coordinamento con tutte le Amministrazioni interessate, sia statali sia regionali.
Per approntare le modifiche ordinamentali prescritte dalla direttiva è stato infatti necessario procedere preventivamente al censimento e alla valutazione di conformità al diritto comunitario di tutte le disposizioni legislative, regolamentari e amministrative vigenti in materia di attività di servizi.
Considerata l'importanza dell'intervento di riforma, le modifiche sono state aperte alla consultazione pubblica e delle parti sociali interessate, anche attraverso un Tavolo tecnico appositamente istituito dal Ministro Ronchi.
Cosa è la direttiva sui servizi
La direttiva relativa ai servizi nel mercato interno (direttiva Servizi) è stata definitivamente adottata dal Consiglio europeo il 12 dicembre 2006 ed è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale dell'Unione Europea L 376/36 del 27 dicembre 2006. La direttiva Servizi ha l'obiettivo di agevolare la libertà di stabilimento dei prestatori di servizi in altri Stati membri e la libertà di prestazione di servizi tra gli Stati membri. Si propone anche di ampliare la scelta offerta ai destinatari dei servizi e migliorare la qualità dei servizi per i consumatori e per le imprese utenti di servizi. L'attuazione da parte degli Stati membri deve avvenire entro la fine del 2009.
Quali le principali novità
La direttiva propone quattro obiettivi principali in vista della realizzazione di un mercato interno dei servizi:
•facilitare la libertà di stabilimento e la libertà di prestazione di servizi nell'UE;
•rafforzare i diritti dei destinatari dei servizi in quanto utenti di tali servizi;
•promuovere la qualità dei servizi;
•stabilire una cooperazione amministrativa effettiva tra gli Stati membri.La direttiva stabilisce un quadro giuridico generale favorevole all'esercizio della libertà di stabilimento dei prestatori di servizi nonché della libera circolazione dei servizi, garantendo nel contempo un livello di qualità elevato per i servizi.
Importanti novità sono contenute nello schema che recepisce la direttiva Servizi; in particolare in materia di semplificazione amministrativa, lo schema prevede:
1)l'istituzione di sportelli unici presso i quali il prestatore possa espletare tutte le formalità necessarie per esercitare la propria attività;
2)l'obbligo di rendere possibile l'espletamento di tali procedure per via elettronica;
3) l'eliminazione degli ostacoli giuridici e amministrativi allo sviluppo del settore dei servizi . Per facilitare la libertà di stabilimento, la direttiva prevede inoltre:
a)l'obbligo di valutare la compatibilità dei regimi di autorizzazione alla luce dei principi di non discriminazione e di proporzionalità e di rispettare taluni principi quanto alle condizioni e procedure di autorizzazione applicabili al settore dei servizi;
b)il divieto di taluni requisiti giuridici che esistono nelle legislazioni di determinati Stati membri e non possono essere giustificati, ad esempio i requisiti di nazionalità;
c)l'obbligo di valutare la compatibilità di un certo numero di altri requisiti giuridici alla luce dei principi di non discriminazione e di proporzionalità. La regola per l’accesso e l’esercizio di un’attività di servizio diventa la dichiarazione di inizio attività (DIA) con efficacia immediata: l’attività potrà essere avviata dalla data di presentazione delle domanda all’autorità competente.
Per quanto riguarda i professionisti la disciplina europea garantisce la libera circolazione di avvocati, commercialisti e consulenti “europei” appartenenti a uno Stato dell’Unione Europea; potranno esercitare l’attività in Italia nel giro di due mesi sulla base della qualifica ottenuta. Non si dovrà più attendere il nulla osta ministeriale, ma basterà presentare una domanda all’Ordine, corredata dai documenti ; il procedimento, infatti, prevede che dovrà essere concluso, altrimenti scatterà il silenzio assenso.
Sempre con riferimento alle professioni modifiche rilevanti arriveranno poi sul fronte della pubblicità, delle informazioni da fornire ai clienti e in materia di società multidisciplinari. Novità in riferimento anche ai codici deontologici ; tali codici devono assicurare che le comunicazioni commerciali relative ai servizi forniti dai prestatori che esercitano una professione regolamentata sono emanate nel rispetto delle regole professionali, in conformità del diritto comunitario, riguardanti, in particolare, l’indipendenza, la dignità e l’integrità della professione nonché il segreto professionale, nel rispetto della specificità di ciascuna professione.
Le regole professionali in materia di comunicazioni commerciali sono non discriminatorie, giustificate da motivi imperativi di interesse generale e proporzionate.
I servizi esclusi dalla direttiva
Le disposizioni della direttiva non si applicano:
a)alle attività connesse con l’esercizio di pubblici poteri, quando le stesse implichino una partecipazione diretta e specifica all'esercizio del potere pubblico e alle funzioni che hanno per oggetto la salvaguardia degli interessi generali dello Stato e delle altre collettività pubbliche;
b)alla disciplina fiscale delle attività di servizi;
c)ai servizi d'interesse economico generale assicurati alla collettività in regime di esclusiva da soggetti pubblici o da soggetti privati, ancorché scelti con procedura ad evidenza pubblica, che operino in luogo e sotto il controllo di un soggetto pubblico;
d)ai servizi sociali riguardanti gli alloggi popolari, l’assistenza all’infanzia, il sostegno ai bisognosi;
e)ai servizi finanziari inclusi i servizi bancari, ai servizi assicurativi, al servizio pensionistico, alla negoziazione dei titoli, alla gestione dei fondi, ai servizi di pagamento e a quelli di consulenza sugli investimenti;
f)ai servizi di comunicazione e ai servizi di trasporto aereo, marittimo, stradale e ferroviario;
g)ai servizi di somministrazione di lavoratori forniti dalle agenzie per il lavoro, autorizzate ai sensi del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276;
h)ai servizi sanitari e a quelli farmaceutici forniti direttamente a scopo terapeutico nell’esercizio delle professioni sanitarie, indipendentemente dal fatto che vengano prestati in una struttura sanitaria e a prescindere dalle loro modalità di organizzazione, di finanziamento e dalla loro natura pubblica o privata;
i)ai servizi audiovisivi, ivi compresi i servizi cinematografici, a prescindere dal modo di produzione, distribuzione e trasmissione, e i servizi radiofonici;
j)al gioco d’azzardo e di fortuna comprese le lotterie, le scommesse e le attività delle case da gioco; k) ai servizi privati di sicurezza; l) ai servizi forniti da notai.
Comunicazione unica per la nascita dell’impresa.
Da tempo l’Istituto è in grado di ricevere dal Registro delle Imprese mediante il canale on-line di ComUnica le nuove iscrizioni.
implementa quella già esistente con nuovi servizi che permettono anche la variazione dei dati aziendali già forniti al momento dell’iscrizione. In particolare le richieste di variazione si riferiscono alle seguenti tipologie di informazioni:
- variazione dell’indirizzo della sede legale dell’impresa;
- variazione dell’indirizzo della sede operativa dell’impresa, intesa come la sede dove viene svolto in concreto l’attività lavorativa
con dipendenti;
- richiesta di sospensione della posizione aziendale per assenza temporanea di personale dipendente;
- richiesta di ripresa dei versamenti contributivi per effetto di nuove assunzioni (riattivazione);
- richiesta di cessazione dell’attività con dipendenti;
- modifica della ragione sociale;
- modifica della denominazione dell’impresa individuale;
- modifica dell’attività esercitata.
Sul sito web www.registroimprese.it sono reperibili il software gratuito “ComUnica Imprese” necessario per la trasmissione delle pratiche di iscrizione e di variazione e la “Guida per la compilazione della Comunicazione Unica d’Impresa”
Pienamente operativi gli strumenti di sostegno per i precari della scuola.
A seguito della Convenzione tra Miur, Inps e Ministero del lavoro e del Decreto Legge n. 134 del 2009, l’Istituto ha emanato la circolare che definisce gli aspetti operativi che consentono di erogare i benefici a favore degli insegnanti e del personale precario della scuola. I soggetti interessati sono docenti, amministrativi, tecnici e ausiliari delle Istituzioni scolastiche, già titolari di un contratto di supplenza annuale o sino al termine delle attività didattiche nell’anno scolastico 2008/2009, che non otterranno un analogo nuovo contratto nell’anno scolastico 2009/2010.
La novità più importante consiste nel pagamento agli interessati dell’indennità di disoccupazione ordinaria anziché di quella con i requisiti ridotti. L’indennità viene corrisposta per un massimo di 8 mesi al lavoratore disoccupato con età inferiore ai 50 anni; per il disoccupato ultracinquantenne, l’indennità può essere corrisposta fino a 12 mesi, ed in entrambe le ipotesi spetta nelle seguenti percentuali:
• per i primi 6 mesi, il 60% della retribuzione media degli ultimi tre mesi precedenti l’inizio del periodo di disoccupazione;
• per i 2 mesi successivi, il 50% della retribuzione media degli ultimi tre mesi precedenti l’inizio del periodo di disoccupazione;
• per i restanti mesi, il 40% della retribuzione media degli ultimi tre mesi precedenti l’inizio del periodo di disoccupazione.
Per beneficiare della prestazione, il lavoratore della scuola deve sottoscrivere la dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro o ad un percorso di riqualificazione professionale (D.I.D.), utilizzando l’apposito campo del modello di domanda (modello DS21, scaricabile dal sito internet dell’Inps nella sezione dedicata alla modulistica).
Tutte le modalità operative che coinvolgono direttamente anche le singole Istituzioni scolastiche sono contenute nella circolare n. 125 del 16 dicembre 2009.
Per rettifiche da transfer pricing, la buona fede esclude le sanzioni.
Oggetto di controversia un contribuente che prestava servizi di call center a favore di imprese associate all'estero. Il contribuente in qualità di service provider e come entità meno complessa aveva adottato come metodo di determinazione dei propri prezzi di trasferimento il transational net margin method utilizzando come indicatore del profitto di libera concorrenza il rapporto tra risultato operativo sui costi di produzione (operating profit/operating costs). Il metodo in questione prevede che il risultato operativo di libera concorrenza venga ad essere determinato applicando ai costi operativi il mark up "normale" dato dal rapporto percentuale tra operating profit ed operating costs derivato da una analisi di benchmark volta alla individuazione di soggetti comparabili.
Per l'anno d'imposta accertato, il contribuente aveva applicato il margine derivante dalla analisi di benchmark effettuata, ma aveva anche eseguito degli aggiustamenti alla base di costo (somma di tutti i costi operativi), sottraendo da essa i costi di start up relativi al primo anno di attività e l'importo delle svalutazioni dei crediti commerciali infragruppo. La giustificazione addotta, relativa agli aggiustamenti posti in essere, consisteva nella considerazione che i costi di start up e di svalutazione dei crediti commerciali fossero dei costi di natura straordinaria da escludere dai costi operativi al fine della determinazione del risultato operativo "normale". I verificatori non hanno contestato né il metodo applicato, né l'analisi di benchmark realizzata dal contribuente, ma non hanno invece ritenuto di poter considerare le svalutazioni dei crediti infragruppo "circolanti" come costo straordinario. La società verificata ha accettato la rettifica operata dalla Amministrazione finanziaria, ma ha comunque presentato ricorso presso il Commissioner of Income Tax (Appeals) avverso le sanzioni pecuniarie irrogate. La corte di primo grado ha sposato le ragioni del contribuente, ma il fisco indiano non si è arreso e ha presentato ricorso in appello.
L'Income Tax Appellate Tribunal ha preso le mosse dal "Explanation 7 to Sec. 271(1)(c) del Income Tax Act, del 1961" il quale, in materia di sanzioni, dispone che: "Where in the case of an assessee who has entered into an international transaction defined in section 92B, any amount is added or disallowed in computing the total income under…omissis…, then, the amount so added or disallowed shall …omissis…, be deemed to represent the income in respect of which particulars have been concealed or inaccurate particulars have been furnished, unless the assessee proves…omissis…that the price charged or paid in such transaction was computed…omissis…in good faith and with due diligence".
Sostanzialmente, la legge tributaria indiana esclude che possano essere imposte sanzioni su un aggiustamento del reddito imponibile in seguito ad una rettifica di transfer pricing se il contribuente riesce a dimostrare che la determinazione dei propri prezzi di trasferimento è stata effettuata in buona fede e con la "dovuta diligenza".
Ciò significa che l'attenzione della corte di appello doveva incentrarsi sulla valutazione del comportamento del contribuente nel corso della verifica e sulla questione se potesse considerarsi dubbia o meno, nel caso concreto, l'inclusione della svalutazione di crediti commerciali tra le attività di natura straordinaria, anziché tra quelle di natura ordinaria. L'Itat ha ritenuto, da un lato, che la questione non fosse affatto pacifica, a nulla rilevando l'accettazione della rettifica da parte del contribuente; la corte ha anche riconosciuto che la società verificata avesse tenuto un comportamento assolutamente collaborativo e trasparente di "full disclosure". In conclusione il tribunale d'appello, riconoscendo la buona fede e la diligenza nella condotta del contribuente, ha rigettato il ricorso dell'Amministrazione finanziaria secondo quanto stabilito dalla Sec. 271(1)(c) dell' Income Tax Act, disponendo che non potessero essere irrogate le sanzioni.
Tardivo trasferimento residenza: decadenza agevolazione fiscale acquisto prima casa
Con sentenza della Corte di Cassazione n.24926 del 26 novembre 2009 viene stabilita la decadenza dell’agevolazione fiscale inerente la minore imposta di registro applicata all’acquisto della prima casa qualora il trasferimento della residenza nel Comune in cui è ubicato l'immobile acquistato non venga stabilita entro il termine stabilito dalla legge e, allo stesso tempo, non rileva la circostanza secondo cui il mancato trasferimento sia o meno attribuibile alla colpa dell’acquirente.
La vertenza riguarda il recupero da parte dell'agenzia delle Entrate dell'agevolazione fiscale sull'imposta di registro spettante per l'acquisto della prima casa, sul presupposto del mancato trasferimento della residenza, da parte dei contribuenti, nel Comune di ubicazione dell'immobile oggetto dell'acquisto, entro il termine di decadenza di un anno (termine vigente all'epoca dei fatti).
La Commissione tributaria regionale della Toscana, rigettando l'appello dell'Amministrazione finanziaria, in prima istanza, aveva ritenuto che non dovesse tenersi conto del termine decadenziale, nel caso in cui il trasferimento di residenza sia stato conseguito tardivamente ma, il contribuente, si legge testualmente nella sentenza "…abbia fatto quanto in suo potere per poter materialmente abitare la casa e poi quando possibile abbia preso inconfutabilmente la residenza nella casa acquistata".
Secondo i giudici, seppure la residenza sia stata tardivamente acquisita, la decadenza non si sarebbe compiuta, in quanto i contribuenti hanno documentato di essersi sin da subito attivati a effettuare i lavori e a richiedere le concessioni amministrative per rendere abitabile l'immobile acquistato e, una volta conseguito il permesso di abitabilità, hanno materialmente ottenuto la predetta residenza.
Contro tale decisione, l'agenzia delle Entrate ha successivamente proposto ricorso per cassazione.
La successiva sentenza della Cassazione
Nel dispositivo si legge che il diritto all'agevolazione fiscale per l'acquisto della prima casa è condizionato alla circostanza secondo cui, l'immobile sia ubicato nel Comune ove l'acquirente ha, ovvero stabilisca, la residenza entro un determinato termine dall'acquisto
Il rispetto del predetto termine costituisce un presupposto essenziale al fine del conseguimento del beneficio fiscale.
La pronuncia esprime l'orientamento della oramai consolidata giurisprudenza di legittimità (cfr Cassazione, ordinanza n. 4321/2009) secondo cui, in tema di agevolazioni prima casa, il trasferimento della residenza nel termine di legge (ora 18 mesi) è requisito costitutivo del diritto al beneficio e, il suo mancato adempimento, impedisce il realizzarsi dello stesso.
In ogni caso, la circostanza secondo cui il mancato trasferimento non sia imputabile al comportamento colposo del contribuente, non può assumere alcuna rilevanza ai fini del conseguimento dell'agevolazione.
Pubblicato da Tortelotti Fabrizio 0 commenti
Quesito: ISEE.
da alcuni controlli che ho effettuato su dichiarazioni isee errate, ho notato di essermi dimenticata di inserire il patrimonio mobiliare di mio marito, che ammonta attualmente a circa 70.000 euro. Vorrei sanare la situazione presso il comune, dove ho presentato il mio ISEE errato avendo così diritto ad alcuni sconti su retta asilo nido, buoni mensa e trasporto.
So che la dichiarazione falsa è reato, come è reato di truffa essersi appropriati indebitamente di sovvenzioni statali. Volevo però capire se posso sanare questa situazione, se ci sono altri esempi in comuni o università dove hanno adottato questa sanatoria.
Quesito: riscatto laurea.
Nel mese di novembre ho inoltrato richiesta all'Inps per il riscatto della laurea di mia figlia che per il 2009 risulta ancora fiscalmente a mio carico. Con il primo dicembre mia figlia ha iniziato uno stage con un corrispettivo lordo di € 800,00 mensili e quindi nell'anno 2010 non sarà più a mio carico (stage fino al 15.5.2010).
Poichè penso che l'inps non risponda prima dell'anno 2010, potrò ancora detrarre il contributo del riscatto avendo fatto la domanda quando ancora mia figlia non aveva reddito? In caso contrario il reddito di mia figlia derivando da uno stage non le permetterà di provvedere alla detrazione non avendo versamenti IRPEF significativi.
Pensioni corrisposte ai dipendenti delle organizzazioni internazionali.
L’Agenzia delle Entrate ha precisato che non è possibile escludere dalla tassazione le pensioni erogate agli ex dipendenti della NATO residenti in Italia né, quindi, ottenere il rimborso dell'Irpef applicata sulle stesse.
RISOLUZIONE N. 285/E DEL 16 DICEMBRE 2009
Fabbricati non dichiarati.
L’Agenzia del Territorio ha presentato i risultati dell’attività di identificazione dei fabbricati che non risultano dichiarati al Catasto, denominati anche “immobili fantasma”, condotta su tutto il territorio nazionale, con l’esclusione delle Province di Trento e Bolzano.
COMUNICATO AGENZIA DEL TERRITORIO - ALLEGATI 1 - 2
Riduzione del personale, la scelta può essere limitata all'unità produttiva.
In tema di licenziamento collettivo per riduzione del personale, la S.C. precisa i limiti inerenti la possibilità che la comparazione dei lavoratori al fine di individuare quelli da avviare alla mobilità interessi non l'intera azienda, ma la singola unità produttiva ovvero il settore interessato alla ristrutturazione, in quanto ciò sia obiettivamente giustificato dalle esigenze organizzative che hanno dato luogo alla riduzione di personale.La sentenza in epigrafe ha affermato che, in caso di licenziamento collettivo per riduzione del personale, qualora il progetto di ristrutturazione aziendale si riferisca in modo esclusivo ad un'unità produttiva o ad uno specifico settore dell'azienda, la comparazione dei lavoratori al fine di individuare quelli da avviare alla mobilità non deve necessariamente interessare l'intera azienda, ma può avvenire, secondo una legittima scelta dell'imprenditore ispirata al criterio legale delle esigenze tecnico - produttive, nell'ambito della singola unità produttiva ovvero del settore interessato alla ristrutturazione, in quanto ciò non è il frutto di una determinazione unilaterale del datore di lavoro, ma è obiettivamente giustificato dalle esigenze organizzative che hanno dato luogo alla riduzione di personale.
All'interno, poi, dell'unità o settore suddetti, assume rilievo non la categoria di inquadramento - la quale constando di più profili è scarsamente significativa della reale organizzazione del lavoro - ma il profilo professionale, come si deduce dall'art. 4 della legge n. 223 del 1991, dove la categoria è menzionata solo tra i dati da comunicare una volta che la procedura è esaurita (comma nono) e non tra quelli finalizzati a limitare il novero dei lavoratori oggetto della scelta (comma terzo).
La Suprema Corte si ricollega così al proprio precedente, Sez. Lavoro, sentenza n. 10590 del 19 maggio 2005, che aveva affermato identico principio. La tematica è stata approfondita anche da Cass., Sez. Lavoro, sentenza n. 13783 del 15 giugno 2006, secondo la quale, in materia di licenziamenti collettivi, ai fini della corretta applicazione del criterio delle esigenze tecnico-produttive dell'azienda, previsto dall'art. 5 della legge n. 223 del 1991 per l'individuazione dei lavoratori da licenziare, la comparazione delle diverse posizioni dei lavoratori deve essere effettuata nel rispetto del principio di buona fede e correttezza di cui agli artt. 1175 e 1375 cod. civ., inteso come regola di equilibrata conciliazione dei conflittuali interessi delle parti. Pertanto, seppure l'applicazione dei criteri di scelta dei lavoratori da collocare in mobilità può essere ristretta in ambito più limitato rispetto al "complesso aziendale", richiamato dal suddetto art. 5 della legge n. 223 del 1991, ciò, tuttavia, non può avvenire in base ad una determinazione unilaterale del datore di lavoro ma richiede che la predeterminazione del limitato campo di selezione sia giustificato dalle esigenze tecnico-produttive ed organizzative che hanno dato luogo alla riduzione del personale.
In base a tali considerazioni, quindi, nei casi in cui il datore di lavoro, che procede alla riduzione del personale in virtù dell'art. 24 della stessa legge n. 223 del 1991, intenda sopprimere, in applicazione del riportato criterio tecnico-produttivo, un reparto della sua impresa, non può limitare la scelta dei lavoratori da porre in mobilità ai soli dipendenti addetti a tale reparto se detti lavoratori sono idonei - per acquisite esperienze e per pregresso e frequente svolgimento della propria attività in altri reparti dell'azienda con positivi risultati - ad occupare le posizioni lavorative di colleghi addetti ad altri reparti. (Nella specie, alla stregua dei riferiti principi, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata con la quale era stata ritenuta illegittima la scelta datoriale dei lavoratori solo perché addetti al reparto lavorativo soppresso, trascurando così di tenere conto che gli stessi avevano, con frequenza ed in tempi non remoti, sostituito colleghi addetti ad altri reparti con un'indubbia e non contestata professionalità, come era risultato attestato sia dal fatto che spesso si era verificata tra i lavoratori dell'azienda un mutamento di mansioni ed un trasferimento nelle diverse strutture aziendali, sia dalla circostanza che dopo l'intervenuto licenziamento erano stati assunti nuovi lavoratori chiamati a svolgere proprio le mansioni che i licenziati avevano in precedenza esercitato).
Sulla base dei principi sopra espressi, cui è data continuità, la sentenza in epigrafe ritiene che è dunque arbitaria ed illegittima ogni decisione del datore diretta a limitare l'ambito di selezione ad un singolo settore o ad un reparto, se ciò non sia strettamente giustificato dalle ragioni che hanno condotto alla scelta di riduzione del personale, essendo consentita la delimitazione dell'ambito di applicazione dei criteri dei lavoratori da porre in mobilità solo quando dipenda da ragioni produttive ed organizzative esposte nei motivi dell'esubero nella comunicazione ex art. 4 l. 223 del 1991. Resta fermo, in ogni caso, precisa la sentenza, che la delimitazione dell'area di scelta è soggetta alla verifica giudiziale della ricorrenza delle esigenze tecnico produttive ed organizzative che la giustificano.
Dall'applicazione dei principi sopra detti discende la illegittimità del licenziamento collettivo, senza che vi sia la possibilità di considerare il recesso datoriale sotto altro profilo, quale quello dell'idoneità quale licenziamento individuale per giustificato motivo oggettivo: infatti, dopo l'entrata in vigore della legge n. 223 del 1991, il licenziamento collettivo costituisce un istituto autonomo, che si distingue radicalmente dal licenziamento individuale per giustificato motivo oggettivo, essendo caratterizzato in base alle dimensioni occupazionali dell'impresa (più di quindici dipendenti), al numero dei licenziamenti (almeno 5), all'arco temporale (120 giorni) entro cui sono effettuati i licenziamenti ed essendo strettamente collegato al controllo preventivo, sindacale e pubblico, dell'operazione imprenditoriale di ridimensionamento della struttura aziendale. Ne consegue (come già affermato da Cass., Sez. Lavoro, sentenza n. 5794 del 23 marzo 2004), che, essendo il licenziamento collettivo sottoposto a presupposti del tutto diversi da quelli propri del licenziamento individuale, non è ammissibile l'ipotesi di una "conversione" del licenziamento collettivo in licenziamento individuale.
(Sentenza Cassazione civile 02/12/2009, n. 25353)
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