Source: https://news.avvocatoandreani.it/doc/cassazione-civile-sez-vi-sentenza-17883-del-2016-103227.html
Timestamp: 2020-07-10 07:15:06+00:00
Document Index: 149110003

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 12', 'sentenza ', 'art. 12', 'art. 5', 'art. 12', 'art. 56']

Cassazione civile, sez. VI Sentenza n. 17883 del 9/9/2016
2. - Avverso il predetto decreto la D.P. ha proposto ricorso per cassazione, affidato ad un solo motivo. L’A. ha resistito con controricorso.
4. - Il ricorso è infondato.
L’esclusione del carattere parasubordinato del rapporto intercorso tra l’A. e l’INA-Assitalia trova conforto nel consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, che, in riferimento al rapporto di agenzia, esclude la configurabilità degli estremi della parasubordinazione ogni qualvolta l’attività dell’agente non si risolva in una prestazione di opera continuativa e coordinata prevalentemente personale, ma sia svolta attraverso una struttura societaria o comunque mediante un’organizzazione imprenditoriale di dimensioni tali da assumere carattere preminente rispetto al contributo personale fornito dall’agente (cfr. Cass., Sez. VI, 19 aprile 2011, n. 8940; Cass., Sez. lav., 6 aprile 2009, n. 8214; 9 febbraio 1989, n. 814). La diversità della fattispecie in esame rispetto a quella cui si riferisce l’invocato precedente della giurisprudenza di legittimità è resa d’altronde evidente dalla differenziazione delle fonti contrattuali che disciplinano i rapporti cui sono correlate le attribuzioni patrimoniali prese in considerazione in ciascuna delle due ipotesi: nonostante l’identica denominazione, l’indennità di risoluzione che costituisce oggetto della citata sentenza è prevista infatti dall’Accordo nazionale degli agenti di assicurazione del 28 luglio 1994, che la ricollega alla cessazione del relativo rapporto di lavoro, avente carattere parasubordinato, mentre quella percepita dall’A. ha la sua disciplina nell’Accordo nazionale degli agenti generali dell’INA-Assitalia del 22 novembre 2005, riguardante rapporti tra la Compagnia di assicurazione e soggetti che, pur operando in regime di esclusiva per la zona di competenza dell’agenzia, svolgono la loro attività in gestione libera, attraverso un’organizzazione di mezzi e di personale, non necessariamente costituita in forma societaria, il cui apporto risulta comunque prevalente su quello personale dell’agente. In presenza di tali caratteristiche, il mero collegamento dell’attribuzione patrimoniale con la cessazione del rapporto di agenzia non può considerarsi sufficiente a giustificare il riconoscimento di una
quota dell’indennità all’ex coniuge, avuto riguardo alla formulazione letterale dell’art. 12-bis, che, facendo riferimento alla cessazione non già di un rapporto qualsiasi, ma specificamente di un rapporto di lavoro, esclude la possibilità di ampliare l’ambito applicativo della disposizione in esame,fino a ricomprendervi qualsiasi emolumento collegato al venir meno di un’attività economica svolta dall’altro coniuge.
In contrario, non vale richiamare la precisazione compiuta da questa Corte nella sentenza citata, secondo cui, al fine di stabilire se una determinata attribuzione in favore del lavoratore rientri o meno fra le indennità di fine rapporto contemplate dall’art. 12-bis di., non è determinante il carattere strettamente o prevalentemente retributivo della stessa, ma, piuttosto, il correlarsi dell’attribuzione (fermi, ovviamente, gli altri presupposti stabiliti dalla legge) all’incremento patrimoniale prodotto, nel corso del rapporto, dal lavoro dell’ex coniuge (che si è giovato del contributo indiretto dell’altro coniuge): indipendentemente dalla considerazione che tale incremento può trovare compensazione anche mediante l’assegno divorzile, nella cui quantificazione è espressamente previsto che il giudice debba tener conto del contributo personale ed economico dato dal richiedente alla formazione del patrimonio dell’altro coniuge e di quello comune (art. 5, sesto comma, della legge n. 898 del 1970), la finzione riequilibratrice assegnata all’attribuzione in esame non può essere considerata sufficiente a giustificare l’equiparazione della posizione del coniuge del lavoratore subordinato o parasubordinato a quella del coniuge dell’imprenditore, se non altro perché quest’ultimo, pur partecipando indirettamente al godimento dei relativi proventi, non è assoggettato ai rischi dell’attività economica svolta dall’altro coniuge in regime di autonomia. Diversamente opinando, non si comprenderebbe il motivo per cui il legislatore, nell’accordare al coniuge divorziato il diritto in esame, ne abbia limitato il riconoscimento all’ipotesi in cui l’altro coniuge abbia intrattenuto con terzi un rapporto di lavoro, escludendone pertanto la spettanza laddove, per caratteristiche e dimensioni, l’attività svolta non sia riconducibile alla predetta nozione".
Premesso infatti che l’affinità del rapporto di agenzia a quello di mandato, dal quale si distingue essenzialmente per la stabilità e la natura dell’incarico, avente ad oggetto la promozione di affari (cfr. Cass., Sez. lav., 12 febbraio 2016, n. 2828; 16 ottobre 1998, n. 10265; 10 ottobre 1985, n. 4942), e l’affidamento di tale attività ad una persona fisica, piuttosto che ad una società, non impediscono di attribuire al soggetto che la esercita la qualifica d’imprenditore, ogni qualvolta si avvalga di una struttura organizzata, anche a livello soltanto embrionale, con assunzione del rischio a proprio carico, si osserva che in tale ipotesi il rapporto con il preponente non è riconducibile alla nozione di lavoro subordinato (non risolvendosi nella prestazione di energie lavorative in regime di subordinazione, il cui risultato è destinato a rimanere
acquisito alla sfera giuridica dell’imprenditore, che sopporta il rischio dell’attività svolta), configurandosi piuttosto come un rapporto di collaborazione, nell’ambito del quale l’agente, pur essendo tenuto al rispetto delle istruzioni impartite dal preponente, gode di ampi margini di autonomia riguardo alla scelta dei tempi e dei modi di esercizio della sua attività (cfr.
Cass., Sez. lav., 23 aprile 2009, n. 9696; 12 maggio 2004, n. 9060; 1 settembre 2003, a 12756). In tale contesto, la mera circostanza che, al pari di quanto accade nei casi di subordinazione e parasubordinazione, la contrattazione collettiva riconosca all’agente il diritto ad una indennità da corrispondersi in occasione della cessazione del rapporto non consente di ravvisare in tale attribuzione un emolumento di natura retributiva, avente una funzione analoga a quella del trattamento di fine rapporto, e quindi assoggettabile al regime di cui all’art. 12-bis della legge n. 898 del 1970.
Nessun rilievo può assumere, in contrario, il richiamo al trattamento fiscale previsto dall’art. 56, terzo comma, lett. a) del d.P.R. 22 dicembre 1986, a 917, dalla cui disciplina non emergono indicazioni sicure in ordine alla natura dell’attribuzione in esame, in quanto, nell’escludere dal calcolo del reddito d’impresa le indennità percepite per la cessazione di rapporti d’agenzia, tale disposizione accomuna quelle spettanti alle persone fisiche, che a seconda dei casi possono assumere o menu la qualifica d’imprenditore, alle indennità incassate dalle società di persone, ivi comprese quelle commerciali, cui la predetta qualifica spetta per definizione legislativa fin dal momento della loro costituzione (cfr. Cass., Sez. I, 16 dicembre 2013, n. 28015; 6 dicembre 2012,
n. 21991; 26 giugno 2001, n. 8694).