Source: http://www.lupieassociati.com/it/newsletter/342_newsletter-del-13-maggio-2019
Timestamp: 2020-04-07 08:04:45+00:00
Document Index: 49216243

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NEWSLETTER DEL 13 MAGGIO 2019 - Lupi & Associati
NEWSLETTER DEL 13 MAGGIO 2019
Lamentele per il nuovo incarico affidato: illegittimo il licenziamento.
(Cass. Civ., Sez. Lavoro, Sent. n. 11539 del 2 maggio 2019)
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 11539 del 2 maggio 2019, ha ribadito il principio secondo cui “nell’ipotesi in cui il licenziamento per giusta causa venga intimato a fronte di più condotte inadempienti addebitate, non necessariamente l’esistenza della giusta causa deve essere ritenuta solo con riferimento al complesso dei fatti contestati, potendo ciascuno di essi essere idoneo a giustificare la massima sanzione espulsiva. E allo stesso tempo il giudice, sebbene debba esaminare le condotte contestate non “atomisticamente” ma con riferimento anche alla concatenazione tra tutte, ha altresì l’obbligo di valutare la valenza disciplinare di ogni singola inadempienza, sia pure nel contesto complessivo della contestazione”.
Nel caso di specie, un lavoratore veniva licenziato per aver inviato ai propri superiori una lettera con la quale lo stesso esprimeva forti dubbi circa il nuovo incarico affidatogli, relativo allo sviluppo di un progetto che avrebbe dovuto realizzare in Ungheria, oltre che per aver presentato in ritardo il testo progettuale relativo alla trasferta e per aver frapposto svariate difficoltà, personali e professionali, per la tutta la durata della missione all’estero.
Il lavoratore impugnava il licenziamento, lamentando l’insussistenza della giusta causa.
Il Tribunale prima, e la Corte d’Appello poi, accoglievano il ricorso e dichiaravano l’illegittimità del licenziamento irrogato. In particolare la Corte d’Appello evidenziava che nella lettera inviata ai superiori non potessero rinvenirsi espressioni offensive nei confronti degli stessi atteso che tale comunicazione conteneva essenzialmente perplessità in merito al nuovo incarico affidatogli.
Al contempo, poi, la Corte d’Appello escludeva il disvalore disciplinare degli addebiti relativi alla “scarsa qualità dell’elaborato”, in quanto il datore di lavoro non aveva fornito al lavoratore alcuna puntualizzazione in merito ai contestati errori tecnici o documentali evidenziati.
La Corte di Cassazione ha confermato la sentenza impugnata dalla società, rilevando la correttezza del ragionamento logico-giuridico seguito dalla corte territoriale che, nell’esaminare la controversia, ha ricostruito tutti i passaggi della vicenda, analizzando singolarmente ciascun addebito ed escludendo che, con riferimento a ciascuno di essi, si potesse parlare di grave inadempimento idoneo a giustificare il recesso in tronco.
Trasferimento del dipendente reintegrato: serve la prova delle ragioni tecniche, organizzative e produttive.
(Cass. Civ. Sez. Lav., Sent. n. 11180 del 23 aprile 2019)
La Corte di Cassazione, con la sentenza del 23 aprile 2019, n. 11180 ha stabilito che: “L'ottemperanza del datore di lavoro all'ordine giudiziale di riammissione in servizio, a seguito di accertamento della nullità dell'apposizione di un termine al contratto di lavoro, implica il ripristino della posizione di lavoro del dipendente, il cui reinserimento nell'attività lavorativa deve quindi avvenire nel luogo precedente e nelle mansioni originarie, a meno che il datore di lavoro non intenda disporre il trasferimento del lavoratore ad altra unità produttiva e sempre che il mutamento della sede sia giustificato da sufficienti ragioni tecniche, organizzative e produttive”.
Nel caso di specie, una lavoratrice – a seguito dell’ordine di reintegrazione disposto dal giudice del lavoro all’esito di un giudizio di impugnazione di licenziamento -, si era rifiutata di prendere servizio presso la nuova sede di destinazione. La società aveva giustificato il trasferimento presso altra sede, assumendo di non avere altri posti disponibili - presso cui ricollocarla - nella sede originaria.
La Corte di appello, riformando la decisione dei giudici di primo grado, dichiarava illegittimo il licenziamento, ritenendo che la società non avesse fornito la prova delle ragioni tecniche, organizzative e produttive idonee a giustificare l’assegnazione della dipendente reintegrata presso una sede diversa da quella originaria. In particolare, secondo i giudici del gravame, non era stata sufficiente la produzione, da parte della società, di un tabulato indicante l’elenco delle sedi non disponibili (tra cui quella presso cui la dipendente reintegrata operava precedentemente al primo licenziamento) contenuto in un accordo sindacale, risalente a molti anni prima.
La Corte di Cassazione, confermando l’orientamento dei giudici di appello, ha respinto il ricorso del datore di lavoro e ha dichiarato illegittimo il licenziamento aggiungendo che: “…tali ragioni andavano concretamente dimostrate, non potendosi ritenere le stesse implicitamente già contenute in quanto disposte nell'accordo sindacale".
L’orientamento della Corte di Cassazione sul contratto a progetto ex D. Lgs. 276/2003 (prima dell’abrogazione).
(Cass. Sez. Lav., sent. n. 11778 del 6 maggio 2019)
La Corte di Cassazione, con sentenza n. 11778/2019, pronunciatasi in ordine alla legittimità di un contratto a progetto, stipulato prima dell’abrogazione dell’istituto per effetto del D. Lgs. 81/2015, ha ribadito il principio secondo cui non sussiste il requisito della specificità del progetto o del programma di lavoro se “i compiti previsti nel contratto replichino sostanzialmente l’oggetto sociale e non prevedano l’affidamento al collaboratore di un preciso risultato da conseguire”.
Nel caso di specie, un lavoratore veniva assunto da un istituto di credito con un contratto di collaborazione coordinata e continuativa, con l’attribuzione delle specifiche mansioni previste dallo statuto sociale, ma senza l’individuazione di uno specifico progetto od obiettivo da raggiungere.
Il Tribunale di Fermo, accogliendo parzialmente il ricorso presentato dal lavoratore, accertava la natura subordinata del rapporto intercorso tra le parti.
La Corte d’Appello di Ancona, ribaltando la sentenza di primo grado, dichiarava il contratto di lavoro legittimo, in quanto gli obiettivi da raggiungere attribuiti al lavoratore, coincidenti con il piano industriale aziendale, erano sufficientemente specifici e dettagliati.
La Suprema Corte, adita dal lavoratore, ha accertato la non corrispondenza tra il contratto in oggetto e il modello legale ex articolo 61 del D. Lgs. 276/2003, in quanto carente di un elemento costitutivo della fattispecie contrattuale, ovvero la specificità del progetto o del programma di lavoro. Secondo la Corte, affinché ricorra la figura contrattuale della collaborazione coordinata e continuativa, “è necessaria la riconducibilità dell’attività a uno o più progetti o programmi di lavoro (…), [e quest’ultimo] non può consistere nella mera riproposizione dell’oggetto sociale della committente, e dunque nella previsione di prestazioni, a carico del lavoratore, coincidenti con l’ordinaria attività aziendale”.