Source: https://www.fisco24.info/integrativa-e-copertura-penale-tanto-rumore-per-quasi-nulla/
Timestamp: 2019-06-25 22:23:17+00:00
Document Index: 72821725

Matched Legal Cases: ['art. 4', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 3']

Integrativa 2018
Alfio Cissello e Alessandro Cotto
da EUTEKNE 20/10/2018
Al centro della scena politica di oggi vi è la questione della non punibilità per alcuni reati tributari come conseguenza della dichiarazione integrativa speciale, prevista dalla bozza di decreto fiscale. A ben vedere, dal punto di vista tecnico, la problematica (derivante da una formulazione normativa frettolosa) appare decisamente sopravvalutata. Vediamone le ragioni.
Stando alla bozza che oggi verrà ridiscussa in CdM, la non punibilità riguarda gli artt. 4 (dichiarazione infedele, con soglia di punibilità pari a 150.000 euro), 10-bis (omesso versamento di ritenute, con soglia pari a 150.000 euro) e 10-ter (omesso versamento di IVA, con soglia pari a 250.000 euro) del DLgs. 74/2000, e, forse, gli artt. 2 (dichiarazione fraudolenta con utilizzo di fatture false, senza soglia) e 3 (dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici, con doppia soglia, una pari a 30.000 euro, l’altra derivante, tra l’altro, dalla comparazione tra gli elementi attivi dichiarati e non).
L’integrativa speciale riguarda redditi, IVA o ritenute non dichiarati, circostanza che concretizza l’evasione. I reati di cui agli artt. 10-bis e 10-ter, per loro natura genetica, si riferiscono al mancato versamento di IVA e ritenute dichiarate: se manca l’elemento dichiarativo, siamo fuori dall’ambito di applicazione di tali reati. In sostanza, la non punibilità, per questi due reati, si risolve in un nulla di fatto. Qualcuno potrebbe obiettare che la stessa norma era presente nell’ambito della voluntary disclosure: la risposta è che non serviva a nulla nemmeno nella voluntary, per la ragione esposta.
Premesso ciò, il testo in circolazione prevede la possibilità di sanare le violazioni commesse sino al 31 ottobre 2017 pagando una sostitutiva del 20%. Si badi bene, non una sostitutiva che copre tutto, ma una sostitutiva del 20% per le dirette, una del 20% per le ritenute e una somma a titolo di aliquota media IVA.
A differenza delle precedenti definizioni, ci sono parametri precisi che circoscrivono l’ambito applicativo della dichiarazione integrativa, parametri che rendono impossibile la realizzazione del delitto di dichiarazione infedele. Infatti, è possibile integrare gli imponibili (non le imposte evase) entro il limite di 100.000 euro per ciascuna imposta e per periodo di imposta, con ulteriore limite del 30% di quanto già dichiarato. Allora, se è stato dichiarato un imponibile di 1.000.000 di euro si potrà dichiarare un ulteriore importo di euro 100.000. Non un ulteriore importo di 300.000, in quanto i parametri sono due: il 30% e la soglia dei 100.000 euro.
Per i soggetti IRES, applicando l’aliquota ante L. 208/2015, del 27,5% (maggiore di quella attuale, pari al 24%), su 100.000 euro (massimo importo “integrabile”) si ha un’imposta di 27.500 euro. Per le persone fisiche, applicando l’aliquota relativa allo scaglione più elevato, cioè il 43%, si arriva a 43.000 euro. Considerato che la soglia di 150.000 euro prevista dal delitto di dichiarazione infedele vale per singola imposta, trattasi di non punibilità di un reato che non potrebbe mai essere perseguito, visto l’evidente mancato superamento della soglia.
Nel regime ordinario, un soggetto IRPEF con reddito dichiarato pari a 300.000 euro, che integra 400.000 euro, pagherebbe un’imposta sull’evaso, applicando la massima aliquota, pari a 172.000 euro, allora, in costanza dei requisiti dell’art. 4 del DLgs. 74/2000, sarebbe punibile a titolo di dichiarazione infedele. Ma più di 100.000 euro non si possono integrare, dunque questo soggetto è fuori dall’integrativa speciale.
Si potrebbe ipotizzare che, ai fini della soglia, i 43.000 euro riconducibili ai 100.000 fatti emergere con l’integrativa non si debbano contare in caso di future contestazioni penali, allora, tralasciando la correttezza di questa tesi, solo in questi termini si potrebbe discutere di un residuale “effetto” della non punibilità.
Il discorso cambia per la dichiarazione fraudolenta dell’art. 3. Si ha in tal caso una doppia soglia:
– l’imposta evasa deve essere superiore, con riferimento a taluna delle singole imposte, a 30.000 euro;
– l’ammontare complessivo degli elementi attivi sottratti all’imposizione, anche mediante indicazione di elementi passivi fittizi, deve essere superiore al 5% dell’ammontare complessivo degli elementi attivi indicati in dichiarazione, o comunque, a euro un milione cinquecentomila, ovvero l’ammontare complessivo dei crediti e delle ritenute fittizie in diminuzione dell’imposta deve essere superiore al 5% dell’ammontare dell’imposta medesima o comunque a 30.000 euro.
Tutti e due i requisiti vanno superati, quindi il problema si pone solo per le persone fisiche (per i soggetti IRES, come visto, l’imposta massima correlata ai 100.000 euro è sotto la soglia, essendo pari a 27.500 euro ante L. 208/2015): viene da dire che si potrebbe trattare di casi non così comuni.
Invece, il problema, dal punto di vista tecnico, è reale solo per la dichiarazione fraudolenta mediante utilizzo di fatture false, di cui all’art. 2 del DLgs. 74/2000, che non prevede soglie. Ma, tanto per l’art. 2 quanto per l’art. 3, si tratta di non punibilità ancora in discussione.
Nella bozza, i delitti di riciclaggio e di autoriciclaggio non sono punibili solo quando il reato base rientra tra i delitti fiscali indicati: anche in tal caso, il problema si pone per l’art. 2, e, in misura minore, per l’art. 3.