Source: https://ambientediritto.it/home/giurisprudenza/corte-di-cassazione-penale-sez3-12092017-sentenza-n41533
Timestamp: 2019-07-18 13:58:39+00:00
Document Index: 163050983

Matched Legal Cases: ['art. 184', 'art. 184', 'art. 186', 'art. 184', 'art. 185', 'art. 41']

CORTE DI CASSAZIONE PENALE, Sez.3^ 12/09/2017, Sentenza n.41533 | AmbienteDiritto.it
CORTE DI CASSAZIONE PENALE, Sez.3^ 12/09/2017 (ud. 15/12/2016), Sentenza n.41533
RIFIUTI - CAVE - Attività di coltivazione di cave e di livellamenti agrari - Nozione di sottoprodotto - Attività qualificabile come gestione dei rifiuti - Art. 184-bis - 185 dlgs n. 152/2006 - All. 3 dm n. 161/2012.
Rientrano nella categoria dei rifiuti anche le sostanze e gli oggetti che, non più idonei a soddisfare le finalità cui essi erano originariamente destinati, siano tuttavia non privi di un valore economico, sicché gli stessi possano essere dismessi da colui che li possiede anche attraverso la conclusione di negozi giuridici sia a titolo gratuito che oneroso. In tal senso può essere ritenuta, attività qualificabile come gestione dei rifiuti la compravendita di terra sottratta dal suo naturale sito che, in linea di principio, colui il quale ha eseguito le opere si trova nella condizione di doversene disfare (nella specie opere di livellamento di terreno agrario).
RIFIUTI - Materiali da scavo - Caratteristiche per l'esenzione dalla disciplina sui rifiuti - Presupposti e limiti al trattamento derogatorio.
Sono sottratte dalla disciplina dei rifiuti, i materiali da scavo derivante dalle opere di livellamento dei terreni, eseguiti in cantieri di piccole dimensioni la cui produzione non superi i 6000 mc di materiale, se rientranti nelle caratteristiche cui all'articolo 184-bis del decreto legislativo n. 152 del 2006, e successive modificazioni, e se il produttore dimostri che ai fini di cui alle lettere b) e e) (cioé ai fini del riutilizzo del materiale ovvero della sua destinazione ad un successivo ciclo produttivo) non è necessario sottoporre i materiali ad alcun preventivo trattamento, fatte salve le normali pratiche industriali e di cantiere. Ove tale condizione non sia soddisfatta il materiale in questione non godrà del trattamento derogatorio di cui all'art. 184-bis del dlgs n. 152 del 2006 e dovrà essere, pertanto, qualificato come rifiuto a tutto gli effetti.
RIFIUTI - Qualificazione giuridica del "mistone" - Impianto di vagliatura e lavaggio degli inerti - Definizione di "normale pratica industriale" - Attività di trattamento dei rifiuti - Autorizzazioni - Necessità - Fattispecie.
La qualificazione giuridica del "mistone" come sottoprodotto è riferibile alle solo ipotesi in cui il reimpiego avvenga "direttamente, senza alcuna trattamento", laddove la disposizione in materia (art. 184-bis del dlgs n. 152 del 2006) fa comunque salvi i trattamenti che rientrino nelle "comuni pratiche industriali e di cantiere". Pertanto, si deve escludere la possibilità di attribuire al "mistone" la qualifica di sottoprodotto, nei casi in cui vi sia, la necessità di installazioni industriali non irrilevanti, nella specie, istituzioni di vasche di decantazione del materiale lavato e significativi aspetti di successivo impatto ambientale sia per la presenza di cospicui effluenti idrici rivenienti dalla attività di lavaggio del "mistone" sia per la presenza, non certo indifferente, di copiosi residui a loro volta inquinanti costituiti dal limo derivante dall'avvenuto lavaggio del "mistone". Sicché, una tale complessità operativa non può coniugarsi con il concetto di "comuni pratiche industriali e di cantiere", dovendosi ritenere che queste siano invece limitate a marginali interventi eseguiti sui sottoprodotti non necessitanti di complesse infrastrutture operative né, comunque, tali da comportare la successiva necessità di procedere, in esito al loro svolgimento, allo smaltimento di copiose quantità di ulteriori materiali ad esse residuati.
(conferma ordinanza del TRIBUNALE DI BRESCIA del 21/06/2016) Pres. RAMACCI, Rel. GENTILI, Ric. Sbolli
sul ricorso proposto da SBOLLI Ivano, nato a Bordolano (Cr) il 30 maggio 1959;
avverso l'ordinanza del Tribunale di Brescia del 21 giugno 2016;
letta la requisitoria scritta del PM, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. Pasquale FIMIANI, il quale ha concluso chiedendo la dichiarazione di inammissibilità del ricorso.
Il Tribunale di Brescia, in funzione di giudice del riesame dei provvedimenti cautelari reali, ha, con ordinanza emessa in data 21 giugno 2016, rigettato la richiesta di riesame del decreto di sequestro preventivo emesso dal Gip del medesimo Tribunale il precedente 21 maggio 2016 ed avente ad oggetto, oltre a documentazione contabile ed amministrativa, l'impianto di vagliatura e lavaggio degli inerti in uso presso lo stabilimento della Sbolli Ivano & c. Snc nonché tre cumuli di materiali già lavorati, costituiti da ghiaia, ghiaietto e sabbia, per circa complessivi 900 mc, ed un ulteriore cumulo, di circa 1000 mc, di "mistone", proveniente da opere di livellamento agrario, ancora da lavorare.
Nel respingere il reclamo cautelare proposto, il Tribunale del riesame ha ritenuto che il materiale detto "mistone" dal quale, attraverso l'opera di lavaggio e vagliatura, si selezione la ghiaia, la sabbia ed altri materiali inerti, dei quali la Sbolli Snc fa commercio, rientrasse nella nozione di rifiuto non essendo ad esso applicabile né la disciplina di cui all'art. 186 del dlgs 152 del 2006, né quella di cui al dm n. 161 del 2012, né, infine, quella di cui all'art. 184-bis del citato dlgs n. 152 del 2006.
Integrando, pertanto, l'attività svolta dalla Sbolli Snc un'ipotesi di trattamento di rifiuti, per il suo svolgimento sarebbe stata necessaria la prescritta autorizzazione della quale, invece, essa era priva.
Avverso la detta ordinanza ha interposto ricorso per cassazione Sbolli Ivano, difeso dal proprio avvocato di fiducia, in quanto persona indagata, affidandolo a due motivi.
Ha ulteriormente precisato il ricorrente che la violazione di legge in cui sarebbe incorso il Tribunale di Brescia ha avuto ad oggetto anche la qualificazione del "mistone" come rifiuto ai sensi dell'art. 185, comma 4, del dlgs n. 152 del 2006; posto, infatti, che il materiale in questione è stato oggetto di una regolare compravendita fra imprese commerciali, dovrebbe escludersi che lo stesso rientri nel novero delle sostanze della quali il detentore (in questo caso il soggetto che le ha cedute alla Sbolli Snc) si sia disfatto ovvero abbia l'intenzione o l'obbligo di disfarsi.
In particolare il ricorrente ha rilevato, quanto alla definizione di "normale pratica industriale", unico trattamento compatibile con la nozione di sottoprodotto, che è lo stesso legislatore che nell'allegato 3 del dm n. 161 del 2012 definisce, con riferimento alla terre e rocce da scavo, quale normale pratica industriale per queste le operazioni finalizzate al miglioramento delle loro qualità merceologiche per renderne l'utilizzo produttivo e tecnicamente efficace, fra le quali inserisce anche quelle volte alla "selezione granulometrica del materiale da scavo"; questa operazione, conclude il ricorrente, non è altro che la vagliatura operata dalla Sbolli per distinguere e separare i vari materiali inerti presenti nel "mistone".
Il ricorso e infondato e, pertanto, lo stesso deve essere rigettato. Osserva, infatti il Collegio che il punto nodale della presente questione, idoneo a fornire una risposta ad ambedue i motivi di impugnazione articolati dal ricorrente, è costituito dalla necessaria qualificazione giuridica da attribuire, sotto il profilo della sua natura, al cosiddetto "mistone", cioè al coacervo di terra e altri materiali inerti provenienti, nel caso in esame da opere di livellamento del terreno eseguite da terzi rispetto alla impresa della quale è amministratore l'attuale ricorrente, che, a seguito di operazioni di lavaggio e vagliatura, porta alla selezione ed alla suddivisione in funzione della pezzatura dei singoli componenti del materiale inerte che, successivamente, la impresa dello Sbolli provvede a commercializzare.
Rileva, preliminarmente, il Collegio come, diversamente da quanto considerato dal ricorrente, non sia elemento significativo ai fini della qualificazione giuridica del prodotto in questione il fatto che lo stesso sia stato oggetto di negozi di diritto privato in forza dei quali la Società Sbolli ne ha acquistato la disponibilità da parte delle imprese che avevano eseguito le opere di livellamento agrario in esito alle quali i materiali in questione erano stati prelevati dal terreno.
Con riferimento alla possibilità di qualificare sotto la forma giuridica del sottoprodotto il materiale derivante fra l'altro, dalle opere di livellamento dei terreni eseguite in cantieri di piccole dimensioni la cui produzione non superi i 6000 mc di materiale, osserva il Collegio, che la disciplina di riferimento è, ad oggi, quella dettata dall'art. 41-bis del decreto legge n. 69 del 2013, convertito, con modificazioni, con la legge n. 98 del 2013, in forza del quale: "i materiali da scavo di cui all'articolo 1, comma 1, lettera b), del citato regolamento (si tratta del regolamento di cui al Dm n. 161 del 2012), prodotti nel corso di attività e interventi autorizzati in base alle norme vigenti, sono sottoposti al regime di cui all'articolo 184-bis del decreto legislativo n. 152 del 2006, e successive modificazioni, se il produttore dimostra: ( ... fra l'altro ... ) che ai fini di cui alle lettere b) e e) (cioé ai fini del riutilizzo del materiale in questione ovvero della sua destinazione ad un successivo ciclo produttivo) non è necessario sottoporre i materiali da scavo ad alcun preventivo trattamento, fatte salve le normali pratiche industriali e di cantiere".
Sebbene sia vero che, con riferimento normativo in parte omissivo, il Tribunale abbia ritenuto che la predetta qualificazione giuridica sia riferibile alle solo ipotesi in cui il reimpiego avvenga "direttamente, senza alcuna trattamento", laddove la disposizione dianzi citata fa comunque salvi i trattamenti che rientrino nelle "comuni pratiche industriali e di cantiere", non appare corretta la interpretazione normativa, propugnata dal ricorrente, in forza della quale fra le "comuni pratiche industriali" rientri sia la vagliatura del "mistone" sia, soprattutto il suo preventivo lavaggio.
Non casualmente nella ordinanza impugnata il Tribunale di Brescia segnala la presenza, nei pressi dei cumuli di inerti nella disponibilità della impresa Sbolli, di materiale di risulta della attività di lavorazione del "mistone", costituito, appunto, dai fanghi di lavorazione, depositato all'interno di una vasca.
La assai verosimile, almeno in questa sede avente carattere cautelare, attribuzione al "mistone" in questione della qualifica di rifiuto comporta, stante la pacifica carenza da parte della impresa Sbolli delle autorizzazioni allo svolgimento della attività di trattamento dei rifiuti, la riscontrabilità nella fattispecie del requisito del fumus commissi delicti in capo al gestore della predetta impresa, e, pertanto, essendo indubbia la presenza dell'ulteriore requisito del pericolo nel ritardo connesso alla possibilità per la Sbolli Snc di proseguire nella sua attività illecita, la legittimità dell'avvenuto sequestro cautelare e della successiva ordinanza, ora impugnata, con la quale il detto provvedimento è stato confermato.
Al rigetto del ricorso fa seguito la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali
Totale Visitatori: 78612413
Visitatori Unici: 24532952
Il tuo IP: 185.219.180.94