Source: http://www.parlarecivile.it/argomenti/rom-e-sinti/apolide.aspx
Timestamp: 2018-01-21 16:27:49+00:00
Document Index: 93689711

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 22', 'art. 1', 'art. 28', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Apolide [1] è "una persona che nessuno Stato, in base al proprio ordinamento giuridico, considera come proprio cittadino". Così prevede l'art. 1 della Convenzione di New York del 28 settembre 1954 relativa allo status degli apolidi, ratificata e resa esecutiva in Italia con legge 1 febbraio 1962, n. 306. La persona apolide dunque non ha cittadinanza in alcuno Stato. L’origine della parola è greca, da apolis, apolidos, “senza città, senza patria”. L'apolidia, la condizione di apolide, può essere originaria o successiva.
Si ha apolidia originaria, quando fin dalla nascita la persona è apolide.
Si ha apolidia successiva, quando la persona perde la cittadinanza che aveva in precedenza senza avere o acquisire la cittadinanza di un altro Stato, a causa di una manifestazione di volontà propria o di un atto dei pubblici poteri.
[1] Per redigere questa voce è stata usata la scheda a cura di Giulia Perin e Paolo Bonetti (aggiornata al 12.02.2009) disponibile sul sito internet dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione.
La Convenzione del 30 agosto 1961 sulla riduzione dell'apolidia (entrata in vigore il 13 dicembre 1975) prevede che una persona non può essere privata della propria nazionalità per motivi razziali, etnici, religiosi o politici.
Secondo l'Acnur, si diventa apolidi per uno dei seguenti motivi:
la modifica dei confini territoriali o della sovranità tra Stati;
la privazione arbitraria della cittadinanza a gruppi o a individui da parte dello Stato;
la rinuncia individuale alla cittadinanza senza la previa acquisizione o garanzia di acquisizione di un'altra cittadinanza;
il matrimonio o la dissoluzione del matrimonio, qualora la perdita della cittadinanza ne costituisca una conseguenza automatica;
la mancata registrazione di un figlio alla nascita, quando abbia come conseguenza l'impossibilità per il figlio di dimostrare il luogo di nascita o l'identità dei genitori
l'applicazione di pratiche discriminatorie basate sull'etnia, la religione, il sesso, la razza o le opinioni politiche ai fini della concessione o del diniego della cittadinanza;
il fatto di essere figlio di apolidi.
Casi frequenti di apolidia si verificano nelle ipotesi di privazione della cittadinanza di esuli politici che fuggono dai loro Stati, nei quali vige un regime autoritario-fascista o socialista: la perdita della cittadinanza per motivi politici è un evidente mezzo per prevenire o reprimere ogni tentativo di critica o di fuga. Tale sistema fu praticato anche in Italia dal regime fascista nei confronti degli esuli antifascisti. Tenendo conto di quel passato, l'art. 22 Cost. prevede il divieto di ogni perdita della cittadinanza italiana per motivi politici.
Più recentemente casi molto numerosi di apolidia si sono verificati in seguito a due tipi di eventi:
a) il caso dei profughi nell'ambito di conflitti bellici o di occupazioni militari. Come i palestinesi che vivono nei territori occupati da Israele nel 1967 e che non sono cittadini israeliani e che non sono neppure più cittadini giordani dopo la rinuncia giordana alla sovranità sulla Cisgiordania avvenuta nel 1988, né cittadini egiziani dopo la rinuncia dell'Egitto ad amministrare Gaza. Oppure nei conflitti interetnici nell'ex Jugoslavia e in Ruanda, i quali hanno comportato talvolta la deliberata distruzione degli atti dello stato civile per alterare la composizione etnica dei luoghi e costringere i fuggitivi a non avere più documenti utili a consentirne il rientro.
b) dopo la successione tra Stati verificatasi tra il 1990 e il 1993 nei territori dell'ex URSS e dell'ex Jugoslavia le nuove leggi sulla cittadinanza adottate dai nuovi Stati hanno talvolta previsto di non attribuire la cittadinanza del nuovo Stato a persone che già prima della nascita del nuovo Stato abitavano nel suo territorio per il solo fatto che essi appartengono a gruppi linguistici, etnici o religiosi di minoranza o per il solo fatto di essere nato nel territorio che oggi appartiene ad un nuovo e diverso Stato.
Non rientrano propriamente nell'apolidia i casi di apolidia di fatto, cioè le ipotesi in cui una persona pur senza aver perduto la cittadinanza non fruisce della protezione che il proprio Stato garantisce agli altri cittadini. In questo caso la persona può richiedere la protezione internazionale, da riconoscersi nelle due forme alternative dello status di rifugiato e dello status di protezione sussidiaria. (vedi). Le norme internazionali, nazionali e comunitarie prevedono che il riconoscimento dello status di rifugiato o della protezione sussidiaria può essere chiesto ed ottenuto non soltanto da chi sia cittadino di un determinato Stato, ma anche dall'apolide che risiedeva stabilmente in un determinato Stato.
L'accertamento dello status di apolidia può essere chiesto sia in sede amministrativa, sia in sede giudiziaria. La legislazione italiana prevede il permesso di soggiorno per attesa del riconoscimento dello stato di apolidia, rilasciato allo straniero già in possesso di permesso di soggiorno per altri motivi. Si tratta di un permesso di soggiorno rilasciabile soltanto nei casi di apolidia successiva, cioè a persona che era già regolarmente soggiornante in Italia ad altro titolo e che avendo perso la sua originaria cittadinanza per qualsiasi motivo abbia iniziato un procedimento amministrativo o giudiziario mirato al riconoscimento del proprio status di apolide.
L’apolide è equiparato al cittadino italiano per alcuni aspetti e allo straniero per altri. Ha diritto a un trattamento identico a quello del cittadino italiano in materia di libertà di religione e di libertà di istruzione religiosa dei figli, di proprietà intellettuale ed industriale, di diritto di agire e difendersi davanti alla giustizia, di istruzione obbligatoria, di assistenza e soccorso pubblico, di trattamento dei lavoratori e di previdenza sociale, obblighi fiscali. È trattato come uno straniero in materia di acquisto o locazione o altri contratti concernenti la proprietà mobiliare e immobiliare, diritto di associazione non politica e senza scopo di lucro e di associazione sindacale, l'accesso ad ogni forma di lavoro subordinato, di lavoro autonomo e di libere professioni, edilizia residenziale pubblica e aiuti pubblici in materia di case di abitazioni, accesso all'istruzione superiore e ai corsi universitari, incluse le misure del diritto allo studio, libertà di circolazione e soggiorno nel territorio dello Stato.
Sotto molti aspetti, il trattamento dell'apolide può essere equiparato a quello dello straniero: l'art. 1, commi 1 e 3, del testo unico dell'immigrazione indicano espressamente gli apolidi tra i soggetti che ricevono il medesimo trattamento di uno straniero extracomunitario.
1) all'apolide deve essere rilasciato un permesso di soggiorno, valido per lo svolgimento di attività lavorativa;
2) l'apolide può chiedere il ricongiungimento con i propri familiari.
Al pari dei cittadini italiani e diversamente dagli stranieri, gli apolidi sono obbligati a prestare servizio militare qualora sia obbligatorio per i cittadini. L'art. 28 della Convenzione del 1954 prevede, inoltre, che all'apolide debba essere rilasciato un titolo di viaggio per apolidi che gli permetta di circolare al di fuori del territorio dello Stato, che deve essergli rilasciato a meno che vi si oppongano ragioni imperiose d sicurezza nazionale o di ordine pubblico.
Un apolide può essere anche un rifugiato?
Un apolide può essere riconosciuto come rifugiato se si è visto obbligato ad abbandonare il Paese di residenza per uno dei motivi indicati dalla Convenzione di Ginevra sui rifugiati. Tuttavia, non tutti gli apolidi sono rifugiati: molti di loro non abbandonano mai il proprio Paese di residenza.
Con l'adesione alla Convenzione di New York del 1954, gli Stati contraenti si sono impegnati a facilitare l'assimilazione e la naturalizzazione delle persone in condizione di apolidia.
Come già ricordato al par. 4, la legge sulla cittadinanza prevede che gli apolidi possano ottenere la naturalizzazione dopo un periodo di residenza legale abbreviato acinque anni rispetto ai dieci contemplati in via ordinaria.
Per il resto l'apolide è equiparato allo straniero negli altri casi di acquisto o riacquisto della cittadinanza italiana.
Uno dei casi riguardanti degli apolidi che ha suscitato maggiore eco nell’opinione pubblica, con molti articoli soprattutto sulle testate online, locali e nazionali, è stato quello dei due fratelli rom bosniaci Andrea e Senad Seferovic, di 20 e 24 anni, nati a Sassuolo (Modena), dove sono andati a scuola, e rinchiusi nel Centro di identificazione e di espulsione di Modena (vedi la voce Cie), in un regime di detenzione amministrativa perché senza documenti e con precedenti penali, quindi destinati all’espulsione dall’Italia. Si tratta quindi di due persone che hanno come patria l’Italia, anche se lo Stato non li riconosce e che sarebbero rimasti nel Cie probabilmente fino al termine massimo di un anno e mezzo perché non c’era un altro Stato dove rimpatriarli. Una mobilitazione della società civile e una successiva sentenza del giudice di pace di Modena hanno portato al rilascio dei due giovani. Secondo l’avvocato Luca Lugari, difensore dei Seferovic, intervistato dai giornalisti “la sentenza sancisce un principio molto importante, cioè l’inapplicabilità della Bossi – Fini per chi è nato in Italia, un provvedimento giudiziario coraggioso che apre una strada per i diritti civili di queste persone”.
Prima di parlare di come è stata riportata la vicenda sui media, è il caso di citare il sociologo senegalese Ali Baba Faye che nel suo blog sul Fatto Quotidiano online, scrive un post dal titolo: “Andrea e Senad: persecuzione di Stato” (12 marzo 2012) e spiega così il circuito giuridico in cui sono rimasti intrappolati i Seferovic.
Ecco questo esercizio di domanda e risposta non è né un quiz né un test d’ingresso alla facoltà di giurisprudenza. E’ la vicenda di due ragazzi nati e cresciuti in Italia da genitori bosniaci. Una vicenda drammatica e vergognosa, effetto di una legislazione sull’immigrazione improntata al cattivismo e alla voglia di persecuzione etnica. Una legislazione ispirata a logiche vessatorie che contiene norme vergognose degne di uno Stato segregazionista. La storia di Andrea e Senad, – si chiamano così i due ragazzi vittime della barbarie di Stato – è uno scempio per la civiltà giuridica di questo paese, una ferita profonda alla sua tradizione millenaria.
Non chiamateli "ospiti": sono cittadini
L'Italia sono anche Andrea e Senad
Sono due ragazzi ventenni nati in Italia ma rinchiusi da febbraio nel Cie di Modena perché i genitori hanno perso il lavoro come ambulanti e non hanno mai naturalizzato i figli, entro la maggiore età, all'ambasciata bosniaca. Sono a tutti gli effetti italiani, ma vittime dell'illecito amministrativo
(edizione online di un quotidiano nazionale, 8 marzo 2012)
Andrea e Senad sono rinchiusi da febbraio nel Cie di Modena perché i genitori hanno perso il lavoro dopo una vita di fatiche come ambulanti, e non hanno mai naturalizzato i figli, entro la maggiore età, all'ambasciata bosniaca. Sono a tutti gli effetti italiani, ma vittime dell'illecito amministrativo: nati qui, con un percorso di studi compiuto a Sassuolo, ma privi di un documento che li legittimi come tali, anche se questa è la loro effettiva condizione. I genitori sono irregolari e questo status passa ai figli di conseguenza. Una vicenda assurda. "L'assurdità della nostra vicenda - si legge nella lettera che hanno inoltrato alla Corte Europea dei diritti dell'uomo e al Presidente Napolitano - è che non possiamo essere espulsi perché il paese dei nostri genitori, la Bosnia Erzegovina, non ci ha mai censiti né sa chi siamo. Così rimaniamo al Cie, a spese del contribuente italiano in attesa di un provvedimento di espulsione che non potrà mai essere eseguito. In Francia si diventa subito cittadini, in Italia non speriamo nella cittadinanza ma almeno speriamo di non restare reclusi in questo carcere ed essere definiti ospiti".
Nell’articolo sarebbe stato opportuno ricordare che Andrea e Senad sono apolidi di fatto o ‘presunti apolidi’, anche se non gli è stato riconosciuto giuridicamente lo status. I due giovani hanno precedenti penali per piccoli furti che sarebbe stato bene menzionare, sottolineando però la differenza fra il carcere e il Cie, una struttura in cui non si finisce per scontare una pena per reati commessi. Dopo il lancio di una raccolta di firme a sostegno della liberazione dei Seferovic, interviene pubblicamente il senatore Carlo Giovanardi, che ha il suo feudo politico nella città emiliana e il cui fratello, Daniele, guida le Misericordie, in quel momento ente gestore del Centro di identificazione e di espulsione.
Andrea e Senad, Giovanardi: "Ecco tutte le condanne e i processi pendenti"
Il Senatore Pdl: "Per Andrea Seferovic sentenze definitive per furto aggravato, resistenza a pubblico ufficiale, lesioni personali, danneggiamento aggravato e guida di veicoli senza patente"
(sito internet locale, 13 marzo 2012)
Il Senatore Pdl Carlo Giovanardi ha sciolto le riserve sui due fratelli di origine bosniaca trattenuti al Cie di Modena, Andrea e Senad Seferovic, pubblicando i contenuti del provvedimento del Giudica di Pace che ha deciso la loro permanenza nella struttura di via La Marmora a Modena. Andrea e Senad, Giovanardi: "Ecco tutte le condanne e i processi pendenti" Il lìder maximo dei Popolari Liberali ha così reso nota la situazione del 22enne Andrea Seferovic, "con madre di nazionalità bosniaca denunciato già nel 2004 per tentato furto aggravato, circostanza nella quale dichiarava di essere di nazionalità ex jugoslava". Successivamente, ha aggiunto Giovanardi. Andrea è stato "nuovamente denunciato per furto e ancora per reati contro il patrimonio nel 2007. Nel 2008, ormai maggiorenne, viene arrestato per furto aggravato dai carabinieri di Modena e viene attenzionato anche dalla polizia municipale. Nel 2009 viene di nuovo denunciato per furto. A suo carico due sentenze definitive, una per furto aggravato e l'altra per resistenza a pubblico ufficiale, lesioni personali, danneggiamento aggravato e guida di veicoli senza patente. È stato condannato a sei mesi per la prima e ad 8 mesi per la seconda. Sono pendenti processi per rapina e furto aggravato, con già una condanna a due anni e quattro mesi in primo grado, poi per minaccia, ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato. In tutte queste vicende il Seferovic si é sempre qualificato come bosniaco". Per il fratello Senad, invece, "precedenti analoghi e in più un ordine di espulsione dall'Italia a cui non ha mai ottemperato".
MOBILITAZIONE - Giovanardi si è poi rivolto ai quattro consiglieri provinciali del Pd e al Comitato che a gran voce chiede la liberazione dei due fratelli: "Lascio giudicare ai cittadini giustamente preoccupati dall'aumento dei reati predatori che mettono a rischio beni e persone, quanto fondamento possa avere la mobilitazione contro l'applicazione della legge in vigore che prevede l'espulsione degli extracomunitari che versano in questa situazione".
L’intervento di Giovanardi sposta il dibattito sulla pericolosità sociale dei Seferovic, sul tema della sicurezza e sulla paura dei modenesi di subire dei furti. Questo articolo, riportando solo le sue opinioni e i precedenti penali dei due giovani internati tace sul punto fondamentale della vicenda, ovvero la condizione di apolidia di fatto e, contemporaneamente, di nati in Italia che rende impossibile l’espulsione in un altro Paese e un’inutile sofferenza (oltre al costo per le casse pubbliche) il loro trattenimento nel Cie. È interessante rilevare come, da questo intervento politico, venga fuori implicitamente il vero ruolo non scritto dei Centri di identificazione e di espulsione: l’internamento degli indesiderati sociali. Passano alcuni giorni e arriva la nuova sentenza del giudice di pace, di segno opposto a quella che viene citata dal senatore Pdl. Notiamo che nulla è cambiato nel frattempo nella condizione di Andrea e Senad, se non l’attenzione mediatica sul caso. Ecco come viene riportata la notizia sullo stesso sito locale, il 22 marzo 2012
Decisa la liberazione dei due fratelli sassolesi-bosniaci rinchiusi al Cie di Modena da febbraio: per questa vicenda, la Corte di Giustizia Europea ha aperto un procedimento di infrazione verso l'Italia
Questa la parte centrale dell’articolo:
LIBERAZIONE - "Siamo un po' confusi ora: perché eravamo qui? Siamo extracomunitari? Ma io mi sento un italiano che non ha potuto fare i documenti". Queste le prime parole a caldo di Andrea Seferovic, 20 anni, all'uscita della struttura di via La Marmora. Senad, 24, ha poi continuato "C'è gente proprio che sta male qua dentro - ha raccontato ai giornalisti - Ogni giorno aspettavo di uscire per vedere i miei due figli visto che non poteva entrare la mia famiglia. Siamo nati a Sassuolo, siamo italiani è strano essere stati messi qui. Dicono che ho commesso reati, ma per quei reati ho già pagato: allora se è così anche gli italiani che hanno dei precedenti devono stare qui?". SENTENZA - "Il pronunciamento ha dichiarato illegittimo il provvedimento di espulsione, sancendo un precedente importante nel diritto italiano in materia d'immigrazione poiché viene stabilito che la legge Bossi Fini non debba essere applicata a coloro che sono nati in Italia o presunti apolidi". Così l'avvocato dei due giovani, Luga Lugari, visibilmente soddisfatto per il risultato raggiunto: "Lo snodo principale di questa situazione è stato dato da un vuoto legislativo e dalla mancata richiesta di cittadinanza al compimento della maggiore età da parte dei due fratelli. I ragazzi non sono mai stati nel paese d'origine dei genitori e ritengo che non potessero essere riconosciuti dalla stessa ambasciata poiché privi di qualsiasi documento o passaporto. Ora, procederemo alla loro regolarizzazione per quanto ci consentirà la legge italiana: non avendo ancora uno ius solis l'unica disposizione percorribile è la richiesta per lo status di apolidi. […] sottolineo che la Corte di giustizia europea per i diritti umani ci ha comunicato in mattinata di aver avviato un procedimento d'infrazione nei confronti dell'Italia proprio in merito a questo caso".
La notizia ha eco sulle testate nazionali.
SENTENZA STORICA Chi nasce in Italia non deve vivere nei CIE
(edizione online di un quotidiano nazionale, 22 marzo 2012)
A Modena la vicenda ha uno strascico lungo più di un mese. Ai primi di maggio, il sindaco risponde a un’interpellanza tentando di riportare la questione sui binari del diritto, dalla quale era deragliata verso il solito discorso immigrazione e criminalità. Il suo intervento, ripreso dalle testate locali, viene pubblicato anche sul sito del comune. Eccolo:
“Non si può rimpatriare una persona che non ha patria. Senza la cittadinanza di un Paese terzo la misura restrittiva di Andrea e Senad al Centro di identificazione ed espulsione era impropria”. Lo ha affermato il sindaco Giorgio Pighi rispondendo giovedì 3 maggio all’interrogazione trasformata in interpellanza del Pdl presentata in Aula dal capogruppo Adolfo Morandi sulla situazione dei fratelli Andrea e Senad trattenuti nelle scorse settimane al Cie di Modena. Morandi ha chiesto, in particolare, a Pighi di informarsi e relazionare in Consiglio sul tema, verificando se corrispondano a verità le notizie apparse sulla stampa locale relative ai due fratelli, “con una lista di precedenti penali molto lunga”, trattenuti al Cie alla data dell’interrogazione in quanto figli di bosniaci senza più permesso di soggiorno “e quindi da identificare ed espellere dal territorio nazionale”. Ha inoltre domandato al sindaco se “non ritenga inopportuna la campagna lanciata da Sinistra ecologia e libertà, con la protesta davanti alla sede del Giudice di pace per chiedere la liberazione dei due fratelli”. Il sindaco ha sottolineato che “il dibattito sulla vicenda è stato caotico ed è prevalso soprattutto il gusto della polemica: sono stati vari gli uomini politici che hanno espresso posizioni davvero singolari criticando l’operato del giudice che ha disposto il rilascio dei due fratelli. Chiunque non sia in grado di certificare una propria cittadinanza – ha aggiunto – è considerato apolide e situazioni di questo genere devono essere affrontate con senso di responsabilità dalle autorità per evitare che si moltiplichino”.