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Timestamp: 2017-11-18 01:10:01+00:00
Document Index: 112510765

Matched Legal Cases: ['art. 18', 'sentenza ', 'art. 28', 'sentenza ', 'art. 652', 'art. 654', 'art. 530', 'art. 28', 'sentenza ']

No all'utilizzo dell'indirizzario aziendale per criticare l'azienda | Consulenza del Lavoro
17/09/2013 - Critiche all'azienda
17/09/2013 – Critiche all’azienda
No all'utilizzo dell'indirizzario aziendale per criticare l'azienda
Puo' essere legittimamente licenziato il dipendente - dirigente sindacale - che trasferisce l'indirizzario aziendale sul pc del proprio sindacato per inviare mail contenenti critiche all'azienda presso la quale lavora.
G.M., dipendente della A.M. s.p.a. con la qualifica di quadro, adiva il Tribunale di Milano chiedendo l'annullamento del licenziamento in tronco a lui intimato dalla società con le conseguenzali statuizioni ex art. 18 Stat. Lav. nonché l'accertamento della dequalificazione e del mobbing subito con condanna della società al risarcimento del danno biologico, esistenziale, professionale e morale.
Il Tribunale separava le domande: con sentenza n. 2791/2007 dichiarava inammissibile quella relativa alla declaratoria di illegittimità del licenziamento per la posizione assunta dal G. nel giudizio ex art. 28 Stat. Lav. instaurato dal Sindacato Libero, del quale egli era dirigente e rappresentante sindacale, inteso all'accertamento della natura antisindacale - discriminatoria del licenziamento a lui irrogato, giudizio nel quale il G., secondo il Tribunale, non si era limitato a sostenere le ragioni del sindacato ma aveva proposto una vera e propria azione individuale autonoma.
La vicenda approda in Corte di Cassazione.
Per le parti che qui interessano si annota quanto segue: e' principio più volte affermato dalla Corte di Cassazione secondo cui il giudicato penale di assoluzione non preclude al giudice del lavoro di procedere ad una autonoma valutazione dei fatti stessi ai fini propri del giudizio civile, e cioè tenendo conto della loro incidenza sul particolare rapporto fiduciario che lega le parti del rapporto di lavoro, ben potendo essi avere un sufficiente rilievo disciplinare ed essere idonei a giustificare il licenziamento anche ove non costituiscano reato ( Cass. n. 452 del 14/01/2003; Cass. n. 8716 del 17/06/2002; in senso analogo, vedi: Cass. n. 24862 del 09/12/2010; Cass. n. 9508 del 20/04/2007).
In base ai predetti principi, la Corte di appello con la motivazione adottata ha accertato in sede civile i fatti contestati al G. tenendo conto degli elementi emersi nel procedimento penale che si era concluso con la assoluzione del dipendente con la formula di insussistenza del fatto. Il riferimento del giudice di merito è alla contestazione e cioè alle dichiarazioni rese da R.G. relative alla estrazione da parte del G. del detto indirizzario interno ed all'invio di "mail" effettuato, dichiarazioni ritenute inutilizzabili dal giudice penale - ma utilizzabili in sede civile - in quanto rese da persona che doveva essere sentita con la presenza del difensore avendo già fatto, nel corso delle indagini investigative, dichiarazioni autoindizianti.
Peraltro, la circostanza che nella motivazione della sentenza penale di assoluzione "perché il fatto non sussiste", fosse stato anche chiarito che non erano stati raccolti sufficienti elementi di prova a carico dell'imputato non impediva al giudice civile di procedere alla rivalutazione dei fatti.
Questo affermano i giudici della Cassazione in quanto, ai sensi dell'art. 652 (nell'ambito del giudizio civile di danni) e dell'art. 654 (nell'ambito di altri giudizi civili) cod. proc. pen., il giudicato di assoluzione ha effetto preclusivo nel giudizio civile solo ove contenga un effettivo e specifico accertamento circa l'insussistenza o del fatto o della partecipazione dell'imputato; non si ha invece effetto preclusivo nell'ipotesi in cui l'assoluzione sia determinata dall'accertamento dell'insussistenza di sufficienti elementi di prova circa la commissione del fatto o l'attribuibilità di esso all'imputato e cioè quando l'assoluzione sia stata pronunziata a norma dell'art. 530, comma secondo, cod. proc. pen. (Cass. 11 febbraio 2011, n. 3376; Cass. n. 5676 del 09/03/2010).
Ciò detto, la Corte ha ritenuto che l'aver estratto un indirizzario interno ad uso aziendale al quale potevano accedere tutti i dipendenti della M. (si trattava dì indirizzi di dipendenti e collaboratori) trasferendolo sul computer del Sindacato Libero ed averlo utilizzato per l'invio di alcune email, anche con volantini allegati, critiche verso la direzione aziendale integrava una condotta rilevante dal punto di vista disciplinare. Ha, quindi, inquadrato tale comportamento nell'ambito di una situazione conflittuale esistente tra il G. e la società, così come emergente dalla documentazione acquisita agli atti, sintomatica di una crescente insofferenza del predetto rispetto alle indicazioni dei vertici aziendali, situazione evidenziata nella contestazione dell'addebito riportata testualmente nella impugnata sentenza.
In questa valutazione il giudice del gravame, evidentemente tenendo anche conto dell'esito del giudizio penale, ha ritenuto, con giudizio di merito non sindacabile in Corte di Cassazione ( tra le molte, Cass. n 2013 del 13/02/2012; Cass. n. 25144 del 13/12/2010; Cass. n. n. 17514 del 26/07/2010), che i fatti addebitati al dipendente non fossero di gravità tale da giustificare un licenziamento per giusta causa, ma erano idonei, comunque, ad integrare un giustificato motivo soggettivo di recesso.
Altra questione riguarda la formazione del giudicato in ordine alla pretesa antisindacalità di un licenziamento per giusta causa - in quanto asseritamente illegittimo per ragioni formali/procedurali nonché per carenza di causa giustificativa.
La formazione del giudicato non può non operare (diversamente da quanto affermato nell'impugnata sentenza) nel successivo giudizio attivato dal dipendente licenziato, già parte del processo ex art. 28 Stat. Lav., e tendente alla declaratoria di illegittimità del recesso quando le questioni di fatto e di diritto affrontate e decise nella precedente controversia avente ad oggetto la antisindacalità del comportamento aziendale sono le stesse di quelle da valutare nel successivo giudizio di impugnativa del recesso.
Detta situazione si era verificata nel caso in esame in cui la Corte di appello di Venezia, nell'escludere la antisindacalità della condotta della A.M. Editore, aveva delibato sulle seguenti questioni oggetto di altrettanti motivi di appello in quel giudizio: sulla illegittimità del procedimento disciplinare per tardività della contestazione e per omessa affissione del codice disciplinare; circa la efficacia vincolante della sentenza penale; in ordine alla insussistenza della giusta causa/giustificato motivo oggettivo del licenziamento ( per non essere riferibile al G. il comportamento addebitatogli, per mancanza di proporzionalità della sanzione espulsiva venendo in questione dati non significativamente tutelati dalla società).
Infine , si discute della proporzionalità della sanzione del licenziamento disciplinare rispetto agli addebiti contestati: si tratta di una valutazione devoluta al giudice di merito, non censurabile in sede di legittimità ove - come nella specie - sia sorretta da sufficiente e non contraddittoria motivazione ( vedi per tutte le già citate, Cass. n 2013 del 13/02/2012; Cass. n. 25144 del 13/12/2010; Cass. n. 17514 del 26/07/2010).