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Timestamp: 2020-08-10 18:58:26+00:00
Document Index: 173883257

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Sentenza Cassazione Civile n. 18922 del 28/07/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18922 del 28/07/2017
Cassazione civile, sez. VI, 28/07/2017, (ud. 05/07/2017, dep.28/07/2017), n. 18922
sul ricorso 22330-2013 proposto da:
persona del Ministro e legale rappresentante, elettivamente
avverso la sentenza n. 523/2013 della CORTE D’APPELLO di ANCONA,
il Tribunale di Urbino ha accolto in parte le domande proposte da B.P. e dagli altri lavoratori indicati in epigrafe, tutti assunti come docenti o collaboratori scolastici con reiterati contratti a tempo determinato, e ha condannato il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca al pagamento, in favore di ciascuno di essi, delle differenze retributive derivanti dall’applicazione, in misura pari a quella dei colleghi a tempo indeterminato, degli aumenti conseguenti all’anzianità maturata, nonchè al risarcimento del danno, pari a dodici mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto, da liquidarsi in separato giudizio, oltre accessori di legge;
con sentenza depositata il 31/5/2013, la Corte di appello di Ancona ha parzialmente accolto l’appello del Ministero, eliminando la condanna al pagamento delle dodici mensilità e riconoscendo il risarcimento del danno pari alla sola differenza di trattamento stipendiale tra quello riconosciuto al personale assunto con contratto a tempo indeterminato e la inferiore retribuzione percepita dai ricorrenti; ha invece rigettato l’appello incidentale proposto dai lavoratori nella parte in cui si insisteva per la conversione del rapporto di lavoro e per l’ulteriore risarcimento del danno da illegittima reiterazione dei contratti;
contro le sentenze, il Ministero propone ricorso per cassazione, articolando un unico complesso motivo, cui resistono con controricorso i lavoratori, i quali a loro volta spiegano ricorso incidentale;
1. non essendo rispettate le formalità previste dall’art. 390 c.p.c. (rinuncia notificata alla parte costituita o comunicata agli avvocati della stessa), non può farsi luogo alla dichiarazione di estinzione del processo ai sensi di tale norma;
1.2. invero, l’atto di rinunzia ha carattere recettizio, esigendo l’art. 390 c.p.c. che esso sia notificato alle parti costituite o comunicata ai loro avvocati che vi appongono il visto (cfr. Cass., Sez. Un., 18 febbraio 2010, n. 3876; Cass. 31 gennaio 2013, n. 2259) e che l’accettazione della controparte rileva unicamente quanto alla regolamentazione delle spese, stabilendo l’art. 391 c.p.c., comma 2 che, in assenza di accettazione, la sentenza che dichiara l’estinzione può condannare la parte che vi ha dato causa alle spese;
1.3. la rinunzia non notificata, sebbene non idonea a determinare l’estinzione del processo, denota comunque il venire meno di ogni interesse alla decisione e comporta pertanto l’inammissibilità del ricorso (cfr. da ultimo, Cass. 5/7/2017, n. 13408, ed ivi ulteriori richiami, tra cui Cass. Sez. U., 18/2/2010, n. 3876);
2. il ricorso del MIUR va, pertanto, dichiarato inammissibile alla stregua di tale rilevata mancanza di interesse della parte ricorrente;
3. con il ricorso incidentale parte ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione delle clausole 3 e 5 dell’Accordo quadro allegato alla Direttiva 1999-70-CE, nonchè di altro complesso normativo (D.Lgs. n. 368 del 2001, artt. 1,5 e 10; D.L. n. 70 del 2011, art. 9, comma 18, conv. Con mod. nella L. n. 106 del 2011; del D.Lgs. n. 165 del 2001, artt. 36 e 70; L. n. 183 del 2010, art. 32, art. 11 disp. gen.), e l’omessa, insufficiente contraddittoria motivazione assumendo che, in applicazione dei principi comunitari di parità di trattamento, di non discriminazione (rispetto ai lavoratori del settore privato) e di effettività della tutela, l’unica forma risarcitoria dotata dei caratteri della proporzionalità, equivalenza ed effettività è la conversione del rapporto in contratto a tempo indeterminato; e anche il risarcimento del danno deve essere dotato dei medesimi caratteri di proporzionalità, equivalenza e effettività;
3.1. diversamente dalla proposta formulata dal relatore ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., il motivo, nella sua complessiva articolazione, deve essere rigettato;
3.2. le questioni in esso poste sono state compiutamente scrutinate nelle recenti pronunce di questa Corte (nn. da 22552 a 22557, 23534, 23535, 23750, 23751, 23866, 23867, da 24934 a 24040, da 24126 a 24130, 24272, 24273, 24275, 24276/2016; da ultimo, 10/1/2017, n. 290), rese in relazione a fattispecie sostanzialmente sovrapponibili a quella in esame;
3.3. la Corte, con le sentenze indicate, dopo avere ricostruito il quadro normativo e dato atto del contenuto delle pronunce rese dalla Corte di Giustizia (sentenza 26 novembre 2014, Mascolo e altri, relativa alle cause riunite C-22/13; C-61/13; C-62/13; C-63/13; C-418/13), dalla Corte Costituzionale (sentenza n. 187 del 20.7.2016) e dalle Sezioni Unite di questa Corte (sentenza n. 5072 del 15.3.2016) ha affermato i seguenti principi di diritto:
3.4. detti principi devono essere qui ribaditi, per le ragioni tutte indicate nella motivazione delle sentenze sopra richiamate, da intendersi qui trascritte ex art. 118 disp. att. c.p.c.;
3.5. la decisione impugnata è conforme alle conclusioni alle quali questa Corte è pervenuta, quanto alla ritenuta specialità della normativa di settore ed alla giuridica impossibilità di convertire in rapporto a tempo indeterminato il contratto a termine, anche se abusivamente reiterato;
3.6. nella fattispecie, inoltre, il carattere abusivo della reiterazione non può neppure essere affermato quale conseguenza della dichiarazione di illegittimità costituzionale della L. n. 124 del 1999, art. 4, commi 1 e 11, perchè sono a ciò ostativi i principi di diritto di cui alle lettere B e H, in quanto l’abuso sussiste solo a condizione che le supplenze abbiano riguardato l’organico di diritto e si siano protratte per oltre trentasei mesi;
3.7. al riguardo, occorre rilevare che le allegazioni contenute nel ricorso incidentale difettano della necessaria specificità imposta dall’art. 366 c.p.c., nn. 3 e 6: in particolare, i contratti non risultano compiutamente trascritti quanto meno con riferimento alla loro tipologia (L. n. 124 del 1999, art. 4, commi 1 o comma 2) e alla durata delle supplenze (avendo la parte riportato solo la data di inizio dei singoli contratti e non anche la loro scadenza), elementi non specificati nemmeno nella sentenza impugnata eppur decisivi ai fini della controversia, perchè la reiterazione deve ritenersi abusiva ove protratta oltre il limite dei trentasei mesi e finalizzata alla copertura di posti vacanti della pianta organica (c.d. di diritto);
3.8. al contrario, nella sentenza impugnata si afferma che i ricorrenti sono stati destinatari di assegnazione di supplenze su organico di fatto, e tale affermazione non risulta adeguatamente censurata dalle parti;
3.9. per questa tipologia di assunzioni, come si è su affermato, non è configurabile in sè alcun abuso ai sensi dell’Accordo Quadro; nè la parte ricorrente ha allegato che, nella concreta attribuzione delle supplenze sui posti in organico di fatto, vi sia stato un uso improprio o distorto del potere di macrorganizzazione delegato dal legislatore al Ministero in ordine alla ricognizione dei posti e delle concrete esigenze del servizio e nemmeno allegato e provato circostanze concrete atte a dimostrare che negli Istituti in cui la prestazione fu eseguita non sussisteva un’effettiva esigenza temporanea (v. Cass. n. 290/2017, punto 29 H);
3.10. vanno inoltre richiamate le considerazioni esposte nei precedenti richiamati in merito alla insussistenza di profili di illegittimità costituzionale e alla non necessità di un nuovo rinvio pregiudiziale, giacchè sul concetto di equivalenza la Corte di Giustizia si è più volte pronunciata e proprio su dette pronunce le Sezioni Unite di questa Corte hanno fondato il principio di diritto affermato con la sentenza n. 5072 del 2016;
4. la sentenza impugnata, seppur erronea nella parte in cui ha escluso qualsiasi profilo di contrasto fra la normativa speciale del settore scolastico e la direttiva 1999/70/CE, deve essere confermata, ex art. 384 c.p.c., comma 4, perchè il suo dispositivo è conforme a diritto sulla base della diversa motivazione qui enunciata;
5. la complessità della questione giuridica, risolta sulla base delle pronunce della Corte Costituzionale e della Corte di Giustizia intervenute in corso di causa, giustifica la integrale compensazione delle spese del giudizio di legittimità;
6. non può trovare applicazione nei confronti delle Amministrazioni dello Stato il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, atteso che le stesse, mediante il meccanismo della prenotazione a debito, sono esentate dal pagamento delle imposte e tasse che gravano sul processo (cfr. Cass. 1778/2016);
sussistono invece i presupposti per la sua applicazione nei confronti della controricorrente-ricorrente incidentale.
La Corte dichiara inammissibile il ricorso principale e rigetta il ricorso incidentale; compensa tra le parti le spese del presente giudizio di legittimità.
Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della non sussistenza, nei confronti del ricorrente principale, dei presupposti per il versamento, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.
Dà atto della sussistenza, nei confronti del ricorrente incidentale, dei presupposti per il versamento dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso incidentale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.