Source: https://renatodisa.com/appaltatore-pagamento-compenso-onere-prova/
Timestamp: 2019-04-23 09:58:40+00:00
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Appaltatore e l'onere di fornire la prova della congruità della somma per il compenso
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Appaltatore e l’onere di fornire la prova della congruità della somma per il compenso
Corte di Cassazione, sezione seconda civile, Ordinanza 19 ottobre 2018, n. 26517.
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Ordinanza 19 ottobre 2018, n. 26517
L’appaltatore che chieda il pagamento del proprio compenso ha l’onere di fornire la prova della congruità di tale somma, alla stregua della natura, dell’entità e della consistenza delle opere, non costituendo idonee prove dell’ammontare del credito le fatture emesse dall’appaltatore, trattandosi di documenti di natura fiscale provenienti dalla stessa parte, né le risultanze della misurazione della quantità di lavori già eseguiti, quali emergono dal certificato sullo stato di avanzamento degli stessi.
La Corte di Catanzaro ha cosi’ fatto corretta applicazione dei principi giurisprudenziali secondo cui l’appaltatore che chieda il pagamento del proprio compenso ha l’onere di fornire la prova della congruita’ di tale somma, alla stregua della natura, dell’entita’ e della consistenza delle opere, non costituendo idonee prove dell’ammontare del credito le fatture emesse dall’appaltatore, trattandosi di documenti di natura fiscale provenienti dalla stessa parte, ne’ le risultanze della misurazione della quantita’ di lavori gia’ eseguiti, quali emergono dal certificato sullo stato di avanzamento degli stessi (Cass. Sez. 2, 11/05/2007, n. 10860; Cass. Sez. 3, 21/05/1999, n. 4955). Non puo’ quindi ravvisarsi, a differenza di quanto deduce il ricorrente, ne’ violazione del precetto di cui all’articolo 2697 c.c., configurabile soltanto nell’ipotesi in cui il giudice abbia attribuito l’onere della prova ad una parte diversa da quella che ne risulta gravata secondo le regole dettate da quella norma, ne’ violazione dell’articolo 116 c.p.c., configurabile solo quando il giudice di merito disattenda il principio della libera valutazione delle prove in assenza di una deroga normativamente prevista, ovvero, all’opposto, valuti secondo prudente apprezzamento una prova legale. Nella sostanza, la censura investe la valutazione delle risultanze probatorie operata dalla Corte di Catanzaro, apprezzabile, in sede di ricorso per cassazione, nei limiti del vizio di cui all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come riformulato dal Decreto Legge 22 giugno 2012, n. 83, articolo 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, ovvero unicamente per omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia), fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per se’, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorche’ la sentenza non abbia dato conto di tutte le emergenze istruttorie (Cass. Sez. U, 07/04/2014, n. 8053).
2.1. Il secondo motivo e’ infondato in quanto opera il principio secondo cui, in tema di prova testimoniale, i limiti di valore, sanciti dall’articolo 2721 c.c., non attengono all’ordine pubblico, ma sono dettati nell’esclusivo interesse delle parti private, con la conseguenza che, qualora, in primo grado, la prova venga ammessa oltre i limiti predetti, essa deve ritenersi ritualmente acquisita, ove la parte interessata non ne abbia tempestivamente eccepito l’inammissibilita’ in sede di assunzione o nella prima difesa successiva, senza che la relativa nullita’, oramai sanata, possa essere eccepita per la prima volta in sede di comparse conclusionali, o in appello o nel giudizio di legittimita’ (Cass. Sez. 1, 19/02/2018, n. 3956; Cass. Sez. 3, 13/03/2012, n. 3959). Qualora, in sede di ricorso per cassazione, venga dedotta l’erronea motivazione del giudice d’appello sull’eccezione di nullita’ della prova testimoniale (nella specie, per violazione dell’articolo 2721 c.c.), il ricorrente ha l’onere, anche in virtu’ dell’articolo 366 c.p.c., comma 1, n. 6, di indicare che detta eccezione e’ stata sollevata tempestivamente ai sensi dell’articolo 157 c.p.c., comma 2, subito dopo l’assunzione della prova (e, se disattesa, riproposta in sede di precisazione delle conclusioni ed in appello ex articolo 346 c.p.c.), dovendo, in mancanza, ritenersi irrituale la relativa eccezione e pertanto sanata la nullita’, avendo la stessa carattere relativo (Cass. Sez. 2, 23/11/2016, n. 23896). Ne’ l’eccezione portata avverso l’ammissione di prova testimoniale relativa ad aggiunte e modificazioni verbali ad un patto scritto (articolo 2723 c.c.), come svolta nell’udienza del 27 novembre 2006, vale anche quale invocazione del divieto di prova testimoniale per negozi di valore superiore a quello di cui all’articolo 2721 c.c..
3.1. Il motivo e’ del tutto infondato. La scrittura privata riconosciuta dalle parti del 12 agosto 1996 prevedeva nel suo contenuto, ed in questi termini costituiva prova legale, che il corrispettivo dei lavori edili oggetto del contratto d’appalto tra la s.n.c. (OMISSIS) e l’ingegner (OMISSIS) sarebbe stato oggetto di compensazione col prezzo dei due appartamenti contemplati nei preliminari del 2 agosto 1996. Tale accordo, per come interpretato nella sentenza d’appello, con apprezzamento di fatto spettante al giudice del merito, non recava, quindi, un saldo finale liquido tra i crediti reciproci e la Corte di Catanzaro ha dato fede al teste (OMISSIS) quanto alla definitiva determinazione del corrispettivo dovuto all’appaltatrice. Si e’ trattato, allora, di una testimonianza avente ad oggetto non circostanze contrarie al contenuto della scrittura riconosciuta, quanto elementi chiarificatori del contenuto negoziale, essendo la prova orale diretta ad accertare la reale ed esatta consistenza del definitivo assetto delle operazioni di dare ed avere intercorse tra i contraenti.
4. Il quarto motivo di ricorso censura la violazione e falsa applicazione degli articoli 244 e 157 c.p.c., in ordine all’eccezione sulla diversita’ fra il nome ( (OMISSIS)) del teste escusso e il nominativo originariamente indicato ( (OMISSIS)) dalla difesa della societa’ (OMISSIS). La Corte d’Appello ha richiamato la valutazione di tardivita’ dell’eccezione operata dal Tribunale ed ha affermato che l’appellante non aveva neppure indicato quale pregiudizio avesse subito dall’assunzione del teste inizialmente identificato con diverso nominativo. Il ricorrente trascrive uno stralcio del verbale di causa dell’udienza del 6 novembre 2007, successiva a quella dell’assunzione del teste (OMISSIS) (27 novembre 2006), ove si contestava l’inutilizzabilita’ della prova, giacche’ resa da (OMISSIS) e non da (OMISSIS).
4.1. Il quarto motivo di ricorso e’ palesemente infondato. Questa Corte ha gia’ affermato, e va qui ribadito, che la regola di cui all’articolo 244 c.p.c., la quale stabilisce che la prova per testimoni deve essere dedotta mediante indicazione specifica delle persone da interrogare (e dei fatti, formulati in articoli separati, sui quali ciascuna deve essere interrogata), deve essere coordinata con il principio della nullita’ a rilevanza variabile enucleabile dall’articolo 156 c.p.c., comma 2, in base al quale la nullita’ (oltre a dover essere opposta tempestivamente dalla parte interessata secondo le modalita’ previste dall’articolo 157 c.p.c., comma 2) puo’ essere pronunciata solo quando l’atto manchi dei requisiti di forma-contenuto indispensabili al raggiungimento dello scopo, cosicche’, pur dovendo il teste essere indicato in maniera sufficientemente determinata o comunque determinabile, un’imperfetta o incompleta designazione dei relativi elementi identificativi (nella specie, del nome del testimone) e’ idonea ad arrecare un vulnus alla difesa e al contraddittorio solo se provochi in concreto la citazione e l’assunzione di un soggetto realmente diverso da quello previamente indicato, cosi’ da spiazzare l’aspettativa della controparte (Cass. Sez. 2, 20/11/2013, n. 26058).
6.1. Anche tale motivo e’ infondato. L’accertamento in ordine alla sussistenza dell’interesse ad agire – il cui eventuale difetto deve essere rilevato d’ufficio in ogni stato e grado del processo – non puo’ essere compiuto nel giudizio di legittimita’ qualora esso comporti, in base alla stessa prospettazione del ricorrente, una valutazione di elementi di fatto in precedenza non effettuata, perche’ non richiesta, dal giudice di merito. La prospettazione attuale del ricorrente e’ che il saldo del corrispettivo spettante all’a ppaltatrice s.n.c. (OMISSIS) si sarebbe rivelato inferiore ove gli fosse stato consentito di dimostrare che il prezzo degli appartamenti stabilito negli atti pubblici era a sua volta ben inferiore a quello fissato nei compromessi. Sennonche’, a base dei calcoli di determinazione del residuo corrispettivo dovuto all’appaltatrice, sulla scorta del contenuto della scrittura del 12 agosto 1996, le parti considerarono proprio i compromessi del 2 agosto 1996, e non gli atti pubblici, ed anzi la prova determinante del saldo della compensazione e’ stata fornita dal teste (OMISSIS), il quale ha rappresentato comunque quale fosse il reale intento dei contraenti. Se dunque l’interesse del (OMISSIS) ad agire per la simulazione del prezzo degli atti pubblici di vendita intercorsi con (OMISSIS) e (OMISSIS) era quello di “riscrivere” il saldo dell’operazione di compensazione delineata nella scrittura del 12 agosto 1996, va soltanto confermata la valutazione dei giudici di merito del difetto dell’utilita’ concreta derivabile alla parte dall’eventuale accoglimento della domanda.
6.1 Il sesto motivo e’ inammissibile, ai sensi dell’articolo 366 c.p.c., comma 1, nn. 4 e 6, nella parte in cui si duole della mancata ammissione delle prove dedotte in primo grado, senza indicare specificamente nel motivo, al fine di consentire a questa Corte il vaglio di decisivita’ della doglianza, quale fosse il contenuto di tali deduzioni istruttorie, ne’ se avesse censurato la statuizione di rigetto in primo grado dell’istanza di prova con uno specifico motivo di appello, non essendo sufficiente che egli abbia impugnato la sentenza, lamentando l’omessa pronuncia su domande e l’errata valutazione del materiale probatorio da parte del primo giudice (Cass. Sez. 2, 22/01/2018, n. 1532). Del pari e’ inammissibile invocare il vizio di cui all’articolo 360 c.p.c., n. 5, relativo all’omesso esame di un fatto storico, per censurare l’omessa ammissione di istanze istruttorie, allorche’ il fatto sia stato comunque preso in considerazione dal giudice. Ne’ costituisce un “fatto”, e’ cioe’ una circostanza, un episodio fenomenico, un dato materiale, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 5, una eccezione di inammissibilita’ della prova testimoniale, peraltro esaminata dalla Corte d’Appello ed infatti gia’ censurata dal ricorrente nei precedenti motivi sotto il profilo della violazione di norme di diritto.