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Carceri, Strasburgo condanna l'Italia: "Violati diritti detenuti,trattamento inumano"Diritti Europa
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Posted by: Luca Gulino in Categorie Violazioni CEDU, Editoriale, In evidenza, Tortura e violenze 15 gennaio 2013
Torture e violenze – Sentenza Torreggiani and Others v. Italia, 8 Gennaio 2013
Il carcere è un argomento che spesso crea ripulso al pubblico, viene immaginato come un qualcosa che deve ingabbiare, togliere di mezzo i criminali e fare pulizia sociale. “Chiudilo dentro e butta via la chiave” dice un detto popolare. Poi, una volta dentro amen. Come se fosse una realtà a parte, come se chi sta dentro non è un cittadino al pari degli altri, come se fosse un luogo di serie B, come se i carcerati non avessero diritto a delle condizioni di vita dignitose. L’Italia ha violato e purtroppo continua a violare i diritti dei detenuti all’ interno delle sue carceri.
E’ questo il contenuto della sentenza emessa giorno 8 Gennaio 2012 dalla Seconda sezione della Corte Europea dei diritti dell’Uomo di Strasburgo, con cui si condanna appunto il belpaese per la violazione dell’Art. 3 Cedu, in riferimento al divieto di tortura e di trattamenti inumani e degradanti. Nella sentenza la Corte impone all’ Italia anche l’obbligo di adottare, entro un anno di tempo, misure atte a rimediare le violazioni della Convenzione, risultanti dal sovraffollamento delle carceri.
IL CASO – Vivere in nove metri quadrati
La pronuncia della Corte di Strasburgo (non è la prima volta che l’Italia viene accusata per le condizioni delle sue carceri) si è basata su un ricorso presentato da sette persone; tre (i Sigg. Torreggiani, Bamba, Biondi) detenute nel carcere di Busto Arsizio, quattro (i Sigg. Sela, El Haili, Hajjoubi, Ghisoni) nel carcere di Piacenza che hanno denunciato le loro condizioni deplorevoli e imbarazzanti di detenzione, sostenendo infatti di aver condiviso una cella di 9 metri quadrati con altri due carcerati e di non aver avuto la possibilità di utilizzare la doccia (una sola) a causa della costante mancanza di acqua calda. Praticamente non era una cella ma una gabbia, e la stessa finestra (un insieme di barre metalliche) impediva la giusta areazione e illuminazione dell’ ambiente. Se può sembrare già shoccante il poter vivere praticamente con tre metri quadrati a persona, dobbiamo indignarci ancora di più; in quei nove metri quadrati infatti dovevano trovare spazio oltre alle 3 persone anche: letti a castello composti da tre brande a cui dovevano essere ridotte le basi dei piedi per evitare che il detenuto del letto più in alto toccasse il soffitto, due tavoli con gli sgabelli (non tre perché..ovviamente mancava lo spazio!), il fornelletto e il bagno, eh già, anche un bagno che spesso, per mancanza di spazio (non sembrerebbe!) veniva utilizzato come dispensa per riporre il cibo. Una doccia con il cibo dentro… i ricorrenti hanno denunciato anche che negli stessi penitenziari, celle della stessa grandezza erano occupate non da tre ma da due detenuti, evidenziando quindi una forma di discriminazione nei loro confronti .
Non sembra abbastanza assurda come cosa? Purtroppo è la realtà, la realtà di una situazione che non ha nulla da invidiare alle condizioni delle carceri russe, rumene e turche che abbiamo spesso trattato con i nostri editoriali alle sentenze Cedu.
Problema strutturale, il sovraffollamento è al 142%
La causa di tutto ciò è da ricercare nel sovraffollamento delle carceri e delle singole celle italiane, strutture concepite per contenere all’interno di quei 9 metri quadri al massimo (quindi in emergenza) due persone.
Il carcere “delle Novate” di Piacenza ad esempio, costruito per ospitare 178 detenuti, con un massimo tollerabile di 376, aveva invece ospitato nel 2010 ben 415 persone, un numero quindi estremamente alto rispetto anche alla capienza attuabile in situazioni “critiche”. Che l’Italia sia fuori dagli standard europei lo dicono i numeri. In tutto il territorio nazionale nel 2010 c’erano 67.961 detenuti all’interno di 206 strutture, a fronte di una capienza nazionale massima stimata a 45.000; un sovraffollamento quindi del 151%, il che vuol dire che ci sono oltre 140 detenuti ogni 100 posti letto, contro una media europea del 99,6%. Al 31 Dicembre scorso i dati dicono che sono 65.701 i detenuti nelle carceri italiane, di cui ben 25.696 (il 40%) in attesa di giudizio definitivo. Anche i problemi strutturali degli edifici non aiutano a risolvere la questione; molto spesso infatti, intere sezioni delle carceri italiane vengono chiuse per deficit di carattere logistico o per mancanza di standard di sicurezza. Abbiamo delle strutture vecchie, addirittura fatiscenti in alcuni casi che, in aggiunta al problema del sovraffollamento, generano questioni altrettanto gravi a partire da quella che riguarda la finalità rieducativa della pena, sancita dalla Costituzione, impossibile da realizzare quando appunto mancano edifici adeguati con spazi in cui lavorare adeguatamente sulla formazione professionale e sul sostegno psicologico del carcerato. La Corte Europea, per questi motivi citati è già pronta ad esaminare una pioggia di ben 550 ricorsi presentati dai detenuti italiani negli ultimi due anni.
Ma come stanno le cose dal punto di vista legislativo? In Italia vige la Legge n. 354 del 1975, sull’ordinamento penitenziario. All’Art. 6 della normativa si fa riferimento ai “Locali di soggiorno e di pernottamento“, testualmente l’Art dispone:
“I locali nei quali si svolge la vita dei detenuti e degli internati devono essere di ampiezza sufficiente, illuminati con luce naturale e artificiale in modo da permettere il lavoro e la lettura; aerati, riscaldati ove le condizioni climatiche lo esigono, e dotati di servizi igienici riservati, decenti e di tipo razionale. I detti locali devono essere tenuti in buono stato di conservazione e di pulizia.” “Particolare cura è impiegata nella scelta di quei soggetti che sono collocati in camere a più posti.”
Leggendo questo articolo, capiamo come nulla nella realtà che stiamo trattando ha rispettato e/o rispetta la lettera del dispositivo; si dice “A” nella legge, ma si fa “Z” nelle carceri italiane. Si viola costantemente la dignità umana all’interno delle nostre carceri, la decenza, la civiltà. Come possiamo ritenerci un paese civile se non abbiamo delle carceri civili? Per questo motivo siamo stati condannati dalla Corte di Straburgo.
CORTE EDU– La violazione fa riferimento all’Art 3 Cedu che proibisce la tortura e i trattamenti inumani e degradanti. Ma oltre al caso trattato, quando si configura una violazione del genere? Secondo la Corte, un trattamento inumano e degradante come quello inflitto nelle carceri italiane è tale quando non solo priva di ogni dignità l’essere umano, ma pone in pericolo la sua stessa salute fisica (malattie, contagi, infezioni) e psichica (i casi di suicidio sono una delle più tristi conseguenze dell’inumanità e della degradazione). Nelle carceri di Piacenza e Busto Arsizio vi è una carenza logistico-strutturale che pone in pericolo i detenuti da tutti i punti di vista suddetti; se si considera poi che le due carceri coinvolte in questa sentenza non sono episodi isolati nel panorama penitenziario italiano, ma rispecchiano la criticità generale nazionale, capiamo di aver davanti un problema cronico che riguarda già molti altri detenuti, considerando il numero di ricorsi che la stessa corte di Strasburgo ha ricevuto ma non ancora deciso.
Per questi motivi, la Corte non ha potuto far altro che accertare la violazione dell’Art 3 Cedu e condannare l’Italia al risarcimento di 100.000€ (per danni morali) a ciascun detenuto autore del ricorso. La Corte “invita” (ma è un obbligo) l’Italia a dotarsi entro un anno di provvedimenti adeguati che pongano rimedio all’attuale problema di sovraffollamento. Per questo motivo la sentenza si definisce una sentenza pilota, ovvero, un procedimento di attesa da parte della Corte di Strasburgo, la quale sospenderà per un anno i numerosi giudizi sulla medesima violazione attinenti l’Italia, attendendo quindi i provvedimenti che lo stato dovrà prendere. (In queste circostanze, la Corte può selezionare uno o più casi tra i molti simili pendenti, trattarli in via prioritaria ed estendere le conclusioni raggiunte alla massa degli altri ricorsi pendenti.). Anche se la Corte non può determinare le scelte politiche degli Stati, o su come devono organizzare i loro sistemi detentivi, “incoraggia giudici e pubblici ministeri a fare un maggiore uso, laddove possibile, di misure alternative alla detenzione cercando di ridurre il ricorso al carcere e quindi il loro conseguente sovraffollamento.”
La “patata bollente” quindi da questo momento è in mano alla politica nazionale; ci sono state varie reazioni da parte di vari esponenti politici e pubblici, le più rilevanti sono state rilasciate dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano che ha definito la vicenda come una “Una mortificante conferma della incapacità del nostro Stato a garantire i diritti elementari dei reclusi in attesa di giudizio e in esecuzione di pena” sottolineando anche che “il Parlamento avrebbe potuto, ancora alla vigilia dello scioglimento delle Camere, assumere decisioni, e purtroppo non l’ha fatto. La questione deve ora poter trovare primaria attenzione anche nel confronto programmatico tra le formazioni politiche che concorreranno alle elezioni del nuovo Parlamento così da essere poi rimessa alle Camere per deliberazioni rapide ed efficaci“.
Il Ministro della Giustizia Paola Severino si è definita “avvilita ma non stupita, in quanto c’era da aspettarselo” anche se “In questi tredici mesi di attività, spiega ancora il ministro, ho dato la priorità al problema carcerario: il decreto salva carceri ha consentito di tamponare una situazione drammatica e i primi risultati li stiamo constatando anche se questa misura da sola non è sufficiente”.
Hanno espresso invece un punto di soddisfazione per la condanna italiana i Radicali, attraverso il Comitato per la giustizia “Piero Calamandrei“, un ente che ha seguito tre casi su sette di quelli decisi dalla Corte e che da tempo si batte per portare alla luce dell’opinione pubblica i problemi presenti nelle carceri italiane; il portavoce del comitato, Giuseppe Rossodivita, ha sottolineato con un comunicato stampa che “la Corte avvisa l’Italia che sono centinaia i ricorsi in attesa di essere decisi, che il loro numero è in continuo aumento e che la loro trattazione rimarrà sospesa per un anno in attesa dei provvedimenti che l’Italia adotterà”.
Per il Garante dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni, la Corte di Strasburgo “non ha fatto altro che fotografare la una situazione di emergenza umanitaria che, da anni, si denuncia alle istituzioni nazionali, purtroppo senza avere risposte”.
Quali soluzioni al problema? Conclusioni
In conclusione possiamo affermare che la condanna di uno stato davanti la Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo è un fatto non solo vergognoso ma è anche frutto di irresponsabilità politica. Con la sentenza dell’8 Gennaio l’Italia viene condannata una seconda volta per aver tenuto i detenuti in celle troppo piccole. La prima condanna risale al luglio del 2009 e riguardava il ricorso di un detenuto bosniaco (caso Sulejmanovic) nel carcere di Rebibbia a Roma. Dopo questa prima condanna l’Italia ha messo a punto il “piano carceri” che prevede la costruzione di nuovi penitenziari e l’ampliamento di quelli esistenti oltre che il ricorso a pene alternative al carcere. Nel nostro paese infatti occorre riformare seriamente la materia, prendere in considerazione un adeguamento del sistema penale ispirato alla realtà sociale. Ogni volta che le varie Commissioni incaricate di riforma si sono riunite, non hanno mai prodotto un testo che è passato al vaglio della classe politica. Si è perso il carattere preventivo e repressivo dell’azione penale, occorre ragionare su questo. Non si può ragionare in un’ottica in cui vige l’obbligatorietà dell’azione penale anche per tutte quelle fattispecie di reato di minor allarme sociale che non ledono la collettività. Non si può tollerare quindi, l’intervento del diritto penale toutcourt. Servirebbe un’applicazione maggiore di misure alternative alla detenzione, un’applicazione maggiore di sanzioni amministrative e tanti altri accorgimenti che lentamente risolverebbero il problema del sovraffollamento delle carceri. La corda è stata tirata troppo e inesorabilmente si è spezzata, adesso bisogna ricostruire adeguatamente e dalle fondamenta l’intero sistema penitenziario italiano. Serve fare in fretta, il tempo scorrerà velocemente e avremo anche un attento osservatore, l’Europa.
La sentenza in originale è reperibile qui: Sentenza Torreggiani v. Italia, dell’8 Gennaio 2013
Parlano della sentenza:
Ministero della Giustizia – Severino, avvilita da condanna Strasburgo ma c’era da aspettarselo
Repubblica.it – Carceri, Strasburgo condanna l’Italia. Napolitano: “Mortificante conferma”
PiacenzaSera – Carcere, la Corte europea condanna l’Italia: “Violati i diritti a Piacenza”
La Stampa – Sovraffollamento delle carceri. Strasburgo condanna l’Italia
Diritti Umani, quale tutela? blog dell’avv.ssa A.Mascia – Nel caso Torreggiani e altri c. Italia la C.E.D.U. condanna l’Italia per il sovraffollamento carcerario: violato l’articolo 3 della Convenzione
Unione Forense per la Tutela dei Diritti Umani – Sovraffollamento delle carceri: la Corte europea condanna nuovamente l’Italia
Sentenza 2009 sul caso Sulejmanovic, dove si attesta per la prima volta la violazione dell’Italia dell’Art 3 Cedu – Case Sulejmanovic v. Italy
Art 3 CEDU Danutė Jočienė Italia Seconda Sezione	2013-01-15
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