Source: http://legalionline.com/html/mobbing.html
Timestamp: 2017-06-27 20:45:52+00:00
Document Index: 147497906

Matched Legal Cases: ['art. 115', 'art. 2087', 'art. 6', 'art. 41', 'art. 32', 'art. 2087', 'art. 2087', 'art. 41', 'art. 32', 'art. 2087', 'art. 2103']

PRIME SENTENZE SUL MOBBING
Tribunale di Torino, sez. lav., 16 novembre 1999 Tribunale di Torino, sez. lav., 30 dicembre 1999 Talvolta, anche sulle pagine del nostro forum, è capitato di parlare di mobbing e di questioni ad esso connesse.
Appare quindi opportuno illustrare, per chi non sia avvezzo a tale terminologia, in cosa consista realmente il mobbing.
Il mobbing, che deriva dall’inglese to mob, ovvero assalire collettivamente con violenza, sta ad indicare, in ambito lavorativo, quelle pratiche di emarginazione poste in essere a danno di uno o più soggetti da parte di colleghi o superiori. Tipicamente ciò si manifesta in comportamenti tendenti ad esercitare violenze e pressioni psicologiche (quali critiche feroci ed ingiustificate, maltrattamenti, vessazioni e minacce), in modo ripetitivo e sistematico, finalizzate al vero e proprio annichilimento psicologico della vittima.
Talvolta tale pratica è adottata nei confronti di chi sia ritenuto "scomodo" all’interno di una certa postazione di lavoro; altre volte è la ripicca di un superiore nei confronti della lavoratrice che non ha ceduto alle sue lusinghe.
Per tali motivi, spesso, le vittime sviluppano vere e proprie patologie psichiche, con risvolti deleteri su ogni aspetto della vita, anche extra-lavorativa (e pertanto passibili di risarcimento del danno prodotto).
Il mobbing, come categoria di danno, è da tempo tipicizzato dalle scienze psicologiche, mentre solo recentemente è stato isolato dalla giurisprudenza.
Qui di seguito riportiamo gli estratti di due sentenze del Tribunale di Torino (16 novembre 1999; 30 dicembre 1999), primo tra i tribunali italiani ad aver affrontato segnatamente tale questione e ad aver riconosciuto il diritto al risarcimento del danno.
Tribunale di Torino, sez. lav., 16 novembre 1999 Motivi della decisione I. Sul mobbing in azienda Prima di addentrarci nell'esame delle questioni specifiche di causa. occorre dare conto - ai sensi del comma 2 dell'art. 115 c.p.c. e, quindi, nel quadro delle circostanze appartenenti al "fatto notorio", l'acquisito alle conoscenze della collettività in modo da non esigere dimostrazione alcuna in giudizio " - di alcuni profili direttamente evocati dalla vicenda prospettata in ricorso. Da alcuni anni gli psicologi, gli psichiatri, i medici del lavoro, i sociologi e più in generale coloro che si occupano di studiare il sistema gerarchico esistente in fabbrica o negli uffici ed i suoi riflessi sulla vita del lavoratore, ne hanno individuato alcune gravi e reiterate distorsioni, capaci di incidere pesantemente sulla salute individuale. Si tratta di un fenomeno ormai internazionalmente noto come mobbing. Il termine, proveniente dalla lingua inglese e dal verbo to mob (attaccare, assalire) e mediato dall'etologia, si riferisce al comportamento di alcune specie animali, solite circondare minacciosamente un membro dei gruppo per allontanarlo. Spesso nelle aziende accade qualcosa di simile, allorché il dipendente è oggetto ripetuto di soprusi da parte dei superiori e, in particolare, vengono poste in essere nei suoi confronti pratiche dirette ad isolarlo dall'ambiente di lavoro e, nei casi più gravi, ad espellerlo; pratiche il cui effetto è di intaccare gravemente l'equilibrio psichico dei prestatore, menomandone la capacità lavorativa e la fiducia in se stesso e provocando catastrofe emotiva, depressione e talora persino suicidio. Il fenomeno ha ormai assunto, a seguito delle denunce di numerosi esperti di settore (medici, sociologi ecc.) e delle stesse vittime, proporzioni senza dubbio rilevanti, così da coinvolgere, secondo la stima di un autorevole settimanale francese, in ogni paese europeo, percentuali non indifferenti di lavoratori.
In base a tale stima, oltre il 4% dell'intera forza lavoro occupata in Italia è attualmente oggetto di pratiche di mobbing. Inoltre, secondo il Centro di disadattamento della prestigiosa Clinica del lavoro "Luigi Devoto" di Milano, che al tema del mobbing a fine febbraio 1999 ha dedicato un seminario nazionale, ogni dipendente ha il 25% di possibilità di trovarsi, nel corso della propria esperienza professionale. in tali condizioni, mentre il 10% dei casi di suicidio presenta come concausa una situazione di terrorismo psicologico sul posto di lavoro. 2. Sulla richiesta di Ctu medico-legale. Fatta questa doverosa premessa, assolutamente indispensabile al fine di inquadrare correttamente le problematiche di causa nel contesto lavorativo e nel sistema di relazioni endo-aziendali attualmente esistenti, i quali conoscono e registrano con una certa frequenza pratiche di violenza morale e di terrorismo nei posti di lavoro, passiamo ad esaminare il caso oggetto di causa. In sede dì discussione finale della vertenza la difesa della ricorrente ribadisce l'istanza, già formulata in corso di causa, di consulenza medico-legale, al fine di chiarire ezíología, natura e gravità della patologia dalla medesima lamentata.
Il patrono della convenuta ribadisce a sua volta la propria opposizione a tale richiesta, non potendo la Ctu avere funzione esplorativa e cioè dì accertare dati non altrimenti acquisiti al giudizio, ma semplicemente quella di valutare, con l'ausilio di una particolare disciplina tecnica, elementi di fatto già certificati dalle carte processuali.
Ad avviso del giudice non vi è ragione di prendere posizione su tale questione controversa, essendo
l'accertamento peritale richiesto, nel caso in esame, del tutto superfluo. Gli elementi raccolti in sede istruttoria, come si vedrà più oltre, risultano infatti di portata tale da consentire la definizione di ogni profilo della vertenza, sia per quanto concerne la sussistenza dei fatto lamentato dalla lavoratrice sia per ci_ che attiene all'entità del danno patito, che esige ristoro.
3. Sui fatti di causa.
L'istruttoria esperita in corso di causa ha consentito di accertare che la ricorrente è stata investita, nel corso del suo breve rapporto di lavoro con la società convenuta, durato complessivamente 8 mesi (da maggio a dicembre 1996), da un'autentica catastrofe emotiva e, in pari tempo, che è stata colpita da sindrome ansioso depressiva reattiva, con frequenti crisi di pianto, vertigini, senso di soffocamento, tendenza all'isolamento, sindrome protrattasi per numerosi mesi, a partire da giugno 1996, e risoltasi solo nell'agosto 1998, dopo un primo miglioramento registratosi in concomitanza con la cessazione della collaborazione. Di ciò fanno fede, in modo assolutamente convergente, le deposizioni degli stretti congiunti della lavoratrice e di una collega di lavoro dei tempo nonché le dichiarazioni e certificazioni in atti del medico di base e di due neurologi che all'epoca l'hanno visitata; dalle quali emerge anche che la lavoratrice non ha mai sofferto in antecedenza di tali disturbi e stati patologici e che fino al periodo sopra citato la sua vita, anche in ambito familiare e costantemente nei rapporti con il marito ed i due giovani figli, è stata serena e si è svolta in modo del tutto normale e regolare. L'istruttoria ha nel contempo consentito di acclarare che durante l'intercorso rapporto lavorativo con la società convenuta la ricorrente è stata oggetto di gravi atti di persecuzione da parte dei suo diretto superiore, il capo turno sig. *******. Oltre a molestarla sul piano sessuale, il superiore l'ha infatti stabilmente collocata ad una macchina, la 140, chiusa tra altre macchine ed i cassoni di lavorazione, così da impedirle possibili contatti, durante l'orario di lavoro, con i colleghi e le colleghe o da renderli assai difficili ed infrequenti. Il superiore - noto nell'ambiente lavorativo per il contegno abitualmente irritante ed arrogante e per il linguaggio incivile ed offensivo di cui è solito fare uso e. in quanto tale, segnalato dalla RSU alla direzione aziendale per le necessarie iniziative dei caso - ha inoltre tenuto nei confronti della ricorrente. ripetutamente, specie in occasione delle doglianze relative alla mancata rotazione sulla macchina 140 o anche di semplici richieste di intervento per guasti meccanici alla stessa, un comportamento offensivo e violento, sul piano verbale. Orbene, sulla base di tale accertamento può ritenersi fornita la prova del nesso di causalità tra la patologia insorta improvvisamente nella lavoratrice e l'ambiente di lavoro. Dal che deve indubbiamente essere chiamato a rispondere il datore di lavoro, ai sensi dell'art. 2087 c.c., essendo questi tenuto a garantire l'integrità fisiopsichica dei propri dipendenti e, quindi, ad impedire e scoraggiare con efficacia contegni aggressivi e vessatori da parte di preposti e responsabili, nei confronti dei rispettivi sottoposti. Per completezza di motivazione va dato atto, a questo punto, di quanto sostenuto dalla difesa della società convenuta nel corso della discussione finale della vertenza, al fine di ottenere una pronuncia di rigetto della domanda azionata in giudizio. E cioè che l'evento lamentato dalla lavoratrice in ricorso, ove realmente provato in causa e correlabile alle condizioni di lavoro, non potrebbe comunque essere giuridicamente addebitato al datore, per i seguenti tre ordini di motivi: a) risulta nella specie rispettata la normativa sullo spazio fisico a disposizione del prestatore, quale consacrata dall'art. 6 della legge 19 marzo 1956, n. 303, e successive modificazioni, onde non si versa in ipotesi di contegno contra legem, b) all'epoca in cui i fatti di causa si sono svolti, inoltre, nulla è stato segnalato e portato a conoscenza dei datore e, pertanto, non sussistono gli estremi di colpa e prevedibilità, necessari ad integrare l'illecito civile, c) la vicenda evidenzia infine una particolare "labilità emotiva" della lavoratrice, certificata dalla stessa Relazione della dott.ssa ******* 28 febbraio 1997, e cioè uno stato soggettivo, capace da solo di generare l'evento lamentato dalla ricorrente e di spiegare quanto accadutole sul piano personale. L'assunto sub a), afferente il rispetto della normativa, è dei tutto privo di fondamento. Dalle deposizioni dei testi escussi emerge infatti che la zona prospiciente la macchia 140 era costantemente occupata da materiale e cassoni di lavorazione; conseguentemente lo spazio vitale a disposizione della lavoratrice era assolutamente carente, in violazione del requisito di "sufficienza" prescritto dalla lett. a), par. 2, Allegato VII al D.lgs. 19 settembre 1994, n. 626. Del pari infondato è il rilievo sub b), concernente la mancata segnalazione dei fatti di causa al datore. Il teste ********, rappresentante sindacale dal 1990, ha infatti dichiarato quanto segue: "Nella mia qualità di rappresentante della sicurezza dei lavoratori (RSL) avevo a suo tempo posto il problema della ristrettezza dello spazio tra la 140 e la macchina retrostante. Questo tipo di questione l'avevo già posto prima dell'inizio dei rapporto di lavoro della ricorrente e mi è capitato di porlo più volte. A quell'epoca io ero già rappresentante della sicurezza lavoro. La ragione per la quale ho avanzato la questione dello spazio tra la 140 e la macchina retrostante, è legato al fatto che in tale spazio erano presenti: pedane, stampi macchina, cassoni. Nel periodo di lavoro della ricorrente alla 140, tra la 140 e la macchina retrostante, vi erano in particolare un cassone collocato dietro l'operatore per mettere gli scarti di lavorazione, due (cassoni) davanti all'operatore: uno per il semilavorato e l'altro per il prodotto costampato e cioè di lavorazione finita. ( ... ) Ho fatto presente la situazione di ristrettezza dello spazio tra la 140 e l'altra macchina e l'ingombro della zona di lavorazione dell'operatore, direttamente al capo turno, sig. ******. Ho fatto presente questa questione al sig. ******** una decina dì volte circa. ( ... ) Alle mie segnalazioni, il sig. ******** rispondeva a volte recandosi in loco e togliendo ad esempio un cassone, in modo tale da avere il passaggio un po' più libero. Altre volte mi rispondeva dicendo che lo spazio era quello". A sua volta il teste ****** ha riferito ciò che segue (18): "All'epoca dei rapporto di lavoro della ricorrente io ero delegato sindacale e lamentele sulla 140 ne sentivo parecchie. ( ... ) Ho fatto presente la situazione di ristrettezza dello spazio prospiciente la 140 con i superiori. Penso con il capo reparto dell'epoca... I cassoni dei semilavorati venivano collocati all'estremità della 140 e in prossimità dei corridoio in cui passano i carrelli. Le lamentele sulla ristrettezza dello spazio attorno alla 140 erano legate al fatto che c'erano cassoni ed erano lunghi m 1,20". Quanto dichiarato dal teste ******* è inoltre confermato, in sede testimoniale, dallo stesso capo turno sig. ********. Questi infatti, dopo avere in un primo tempo negato la circostanza riferita dal sig. ******** , asserendo: "che io sappia gli RSL non si sono mai lamentati della ristrettezza dello spazio prospiciente la macchina 140", cosi poi si è espresso, dopo le contestazioni dei giudice: "Prendo atto di quello che lei mi dice e cioè che un teste sentito oggi prima di me, il sig. ******** , ha riferito di avermi segnalato l'ingombro della zona di lavorazione prospiciente la macchina 140 e di avermi fatto presente tale questione una decina di volte circa. Confermo l'esattezza di quanto ha riferito il teste ******** . La cosa è stata segnalata non solo da lui ma anche da altri operai". Del tutto destituito di fondamento è infine quanto evidenziato sub c), in riferimento alla particolare labilità emotiva della lavoratrice e all'idoneità di tale dato, da solo, a spiegare quanto accadutole. Stando alle deposizioni, concordi in punto, dei prossimi congiunti, di una collega di lavoro dell'epoca e del medico di base, la ricorrente non ha mai manifestato, prima dei fatti di causa e anche nel corso di pregressi rapporti di lavoro, alcuna debolezza o cedevolezza sul piano emotivo e comportamentale. E, d'altra parte, secondo quanto ha chiarito la stessa dott.ssa ****, solo "condizioni lavorative particolarmente disagevoli" possono determinare in soggetti con dati della personalità simili a quelli della ricorrente sindrome di tipo depressivo, riscontrabile, alla lunga, anche in individui con tratti differenti dei carattere. Nel caso in esame non è conseguentemente prospettabile - in riferimento alla previsione di cui ai commi 2 e 3, dell'art. 41 c.p. e argomentando da essa - un'ipotesi di esclusione dei nesso di causalità, per la preesistenza di causa efficiente autonoma, capace da sola di generare l'evento lesivo. A ciò aggiungasi che se, come vittima dell'altrui sopruso, la lavoratrice ha reagito con profondo turbamento così profondo da determinare l'insorgenza di una sindrome depressiva reattiva, ciò è cosa che non modifica né la realtà della prevaricazione né la sua posizione di persona offesa da essa. La Costituzione, nel suo art. 32, e la legge, nell'art. 2087 c.c., tutelano infatti tutti indistintamente i cittadini, siano essi forti e capaci di resistere alle prevaricazioni siano viceversa più deboli e quindi destinati anzitempo a soccombere. 4. Sul ristoro del danno patito Accertata in base a quanto precede la sussistenza di condotte antigiuridiche produttive di danni, imputabili a fatto e colpa della società datrice di lavoro, si tratta a questo punto di determinare il quantum debeatur In proposito va osservato che non si versa in ipotesi di invalidità permanente, essendosi la patologia insorta nella lavoratrice risolta nell'agosto 1998 (24), dopo un primo significativo miglioramento già registratosi in concomitanza con la cessazione della collaborazione lavorativa.
In rapporto a tale dato e tenuto conto del danno biologico medio tempore procurato alla rìcorrente e della durata di esso, alla medesima viene equitativamente liquidato l'importo netto di L. 10.000.000. ... omissis ...
Tribunale di Torino, sez. lav., 30 dicembre 1999 Motivi della decisione
2. Sulla richiesta di Ctu medico-legale. Fatta questa doverosa premessa, assolutamente indispensabile al fine di inquadrare correttamente le problematiche di causa nel contesto lavorativo e nel sistema di relazioni endo-aziendali attualmente esistenti, i quali conoscono e registrano con una certa frequenza pratiche di violenza morale e di terrorismo nei posti di lavoro, passiamo ad esaminare il caso oggetto di causa. In sede di discussione finale della vertenza i difensori delle partì ribadiscono l'istanza, già formulata in corso di causa, di consulenza medico-legale, al fine di chiarire eziologia, natura e gravità della patologia lamentata dalla ricorrente. Ad avviso del giudice non vi è ragione di dare corso all'adempimento richiesto, essendo l'accertamento peritale, nel caso in esame, del tutto superfluo.
Gli elementi raccolti in sede istruttoria, come si vedrà nel prosieguo, risultano infatti di portata tale da consentire la definizione di ogni profilo della vertenza, sia per quanto concerne la sussistenza o meno del fatto lamentato dalla lavoratrice sia per ciò che attiene alla determinazione dell'entità del danno eventualmente patito, che esige ristoro. 3. Sui fatti di causa L'istruttoria esperita in corso di causa ha consentito di accertare quanto segue. Nel gennaio 1997 il sig. ******** , convivente della ricorrente e dal 1989 dipendente della società convenuta, si dimette volontariamente dal servizio e in pari tempo rende noto in azienda che di lì a poco sarà assunto da altro datore, ma in compiti totalmente diversi da quelli in antecedenza esplicati presso la soc. ******** e cioè attinenti la sicurezza. La circostanza riferita in azienda dal diretto interessato non è però rispondente al vero, in quanto egli è in trattative con la soc. ****, concorrente della società convenuta, per un'assunzione con compiti di un certo rilievo, come in effetti avviene poi in concreto. Il sig. ******** è spinto a tale singolare contegno, e cioè a tenere celato in ******** il vero nome del nuovo datore, dall'esigenza di salvaguardare il lavoro della ricorrente e in particolare il posto fino a quel momento ricoperto dalla stessa, essendo egli visibilmente preoccupato di possibili ritorsioni datoriali nei confronti della convivente, correlate alla propria nuova collocazione lavorativa, come del resto avvenuto in circostanze similari ai danni di altri dipendenti, stando almeno ad alcune voci raccolte in azienda. Successivamente, nel luglio 1997, la ricorrente viene convocata per un colloquio dal presidente della soc. ******** , il quale la sollecita a rassegnare le dimissioni e le preannuncia che, in difetto, non potendo più essere mantenuta nell'incarico in antecedenza occupato presso l'amministrativo centrale, sarebbe stata spostata in altro comparto aziendale. La ragione di tale invito e annuncio è costituita dall'avere il presidente della ******** appreso, in circostanze verosimilmente fortuite (8), che il sig. ******** si è dimesso dal servizio non per operare nell'ambìto della sicurezza, come lasciato intendere, ma per divenire dipendente della soc. Aires e cioè di una concorrente della convenuta. Il colloquio con il presidente della soc. ******** turba e preoccupa così profondamente la ricorrente, da mutare nel successivo torno di tempo il corso regolare della sua esistenza. Dopo tale episodio, infatti, la lavoratrice - deve fare ricorso prima al medico di famiglia e poi, su indicazione e sollecitazione di questo, ad un neurologo, - presenta uno stato patologico-acuto; diagnosticato dal medico di famiglia e dal neurologo come "sindrome ansioso-depressiva reattiva ", stato accompagnato da labilità emotiva, nervosismo, insonnia, inappetenza, ansia, perdita di autostima, crisi di pianto, - deve fare ricorso ad una terapia farmacologica costituita da ansiolitici, antidepressivi e disintossicanti, - deve assentarsi per malattia, in concomitanza con lo sviluppo della fase acuta di tale patologia, malattia protrattasi sino agli inizi di dicembre 1997. Di ciò fanno fede, in modo assolutamente convergente, la deposizione del sig. ******** nonché le dichiarazioni e certificazioni in atti del medico di base e dei neurologo che all'epoca l'hanno visitata; dalle quali emerge anche che la lavoratrice non ha mai sofferto in antecedenza di tali disturbi e stati patologici e che fino all'inizio dell'estate 1997 la sua vita sia in ambito lavorativo che in ambito familiare è stata serena e si è svolta in modo dei tutto normale e regolare. La situazione patologica sopra descritta si protrae anche nel corso del 1998 e, dopo un primo significativo miglioramento registratosi nell'ottobre 1998, in concomitanza con la cessazione della collaborazione lavorativa, si risolve definitivamente nel gennaio 1999 o in data anteriore e prossima a tale data. L'istruttoria esperita in corso di causa ha, in pari tempo, fornito anche due ulteriori risultanze, di indubbio significato e rilievo ai fini della decisione della causa. Prima. In data 10 novembre 1997, mentre la ricorrente si trova in malattia, la convenuta assume altra dipendente, con contratto a tempo indeterminato ed inquadramento iniziale identico a quello della ricorrente (livello C, gruppo 1), utilizzata in compiti di assistente al commercio estero e quindi in mansioni per buona parte già svolte dalla ricorrente medesima, tra cui la gestione dei clienti stranieri, la corrispondenza con l'estero, in lingua francese, inglese, tedesco, spagnolo, la traduzione di capitolati dal tedesco in italiano, il lavoro di interprete. Seconda. In data 1 dicembre 1997, alla ripresa del lavoro, la ricorrente viene trasferita dagli uffici amministrativi al magazzino e qui adibita a mansioni meramente esecutive di assistente, consistenti nell'emissione delle bolle di accompagnamento in uscita, nel controllo degli inventari e nel caricamento a terminale delle bolle in entrata. Cessa in tal modo di fare uso delle lingue straniere conosciute e di intrattenere relazioni professionali con clienti esteri. Orbene, in base agli accertamenti e alle risultanze di cui si è in antecedenza dato conto, può ritenersi fornita la prova - innanzi tutto - dei nesso di causalità tra la patologia insorta improvvisamente nella lavoratrice e l'ambiente di lavoro. Del che deve indubbiamente essere chiamata a rispondere la società datrice di lavoro, ai sensi dell'art. 2087 c.c., essendo la medesima tenuta a garantire l'integrità fisio-psichica dei propri dipendenti e, quindi, ad impedire contegni aggressivi e vessatori dei responsabili nei confronti di quelli. Né quanto accaduto alla ricorrente potrebbe ritenersi frutto, nel caso di specie, di un tratto peculiare dei suo carattere e cioè di una particolare emotività della stessa; così da spiegare in base a tale solo dato quanto accadutole sul piano personale. Stando infatti alle deposizioni, concordi in punto, dei convivente della lavoratrice e di un collega di lavoro dell'epoca (21), la ricorrente non ha mai manifestato, prima dei fatti di causa, alcuna debolezza o cedevolezza sul piano emotivo e comporta mentale.
Nel caso in esame non potrebbe conseguentemente prospettarsi - in riferimento alla previsione di cui ai commi 2 e 3, dell'art. 41 c.p. e argomentando da essa - un'ipotesi di esclusione del nesso di causalità, per la preesistenza di causa efficiente autonoma, capace da sola di generare l'evento lesivo. A ciò aggiungasí che se anche si volesse ammettere per ipotesi che, come vittima dell'altrui condotta ingiusta, la lavoratrice ha reagito in modo del tutto singolare ed estremo, e cioè con profondo turbamento, così profondo da generare in lei l'insorgenza di una sindrome depressiva reattiva, ciò però è cosa che non modifica né la realtà della prevaricazione né la posizione nella ricorrente di persona offesa da essa.
La Carta Costituzionale, nel suo art. 32, e la legge ordinaria, nell'art. 2087 c.c., tutelano infatti tutti indistintamente i cittadini, siano essi forti e capaci di resistere alle prevaricazioni o siano viceversa più
deboli e quindi destinati anzitempo a soccombere. Gli accertamenti e le risultanze di cui si è detto in antecedenza comprovano inoltre che quanto preannunciato dal presidente della soc. ******** , nel corso dei colloquio avvenuto nel luglio 1997, come alternativa punitiva rispetto alle dimissioni sollecitate dalla lavoratrice, si è puntualmente avverato.
A far tempo dall'1 dicembre 1997, data dei rientro della ricorrente in azienda dopo la malattia, e sino al 30 settembre 1998, data di cessazione della medesima dal servizio, la lavoratrice viene infatti sollevata dall'incarico precedente esplicato, nel frattempo attribuito ad una neo-assunta, di iniziale pari livello contrattuale.
La ricorrente viene in pari tempo collocata in un diverso comparto aziendale, senza l'esistenza di alcuna apprezzabile ragione, dei resto neppur dedotta in memoria e provata in causa.
Le vengono infine attribuiti compiti che, benché rientranti astrattamente nel l'inquadramento di appartenenza, come dei resto correttamente riconosciuto dalla stessa ricorrente in corso di causa assumono nella specie valenza dei tutto dequalificante, avuto riguardo alla sua storia lavorativa, alla professionalità acquisita nel corso del tempo e, infine, all'indubbio livello di autonomia conseguito. Si tratta di una deminutio assai grave di per sé, in quanto costituisce violazione dell'art. 2103 c.c., e destinata ad assumere un connotato ulteriore di gravità se raccordata (come accennato sopra) all'episodio e colloquio del luglio 1997. 4. Sul ristoro del danno patito Accertata in base a quanto precede la sussistenza di condotte antigiuridiche imputabili a fatto e colpa della società datrice di lavoro, condotte produttive di danni, nella forma sia del danno biologico sia di quello da dequalificazione, si tratta a questo punto di determinare il quantum debeatur. In proposito va osservato, quanto al danno biologico, che non si versa in ipotesi di invalidità permanente, essendosi la patologia insorta nella lavoratrice risolta quantomeno nel gennaio 1999 (23), dopo un primo significativo miglioramento già registratosi nell'ottobre 1998, in concomitanza con la cessazione della collaborazione lavorativa (24). A ciò aggiungasi, quanto al danno da dequalificazione, che esso risulta temporalmente circoscritto al periodo 1 dicembre 1997-30 settembre 1998. Tenuto conto di tali dati, alla ricorrente viene equitativamente liquidato l'importo netto di L. 10.000.000=. A ciò vanno aggiunti gli interessi legali dall'ottobre 1998 al saldo, essendo gli accessori del credito in antecedenza maturati, nel periodo compreso dall'insorgenza della patologia accertata in causa sino alla risoluzione del rapporto, già conteggiati e cumulati nel capitale sopra liquidato. omissis