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Timestamp: 2020-05-26 07:42:25+00:00
Document Index: 142463725

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Incostituzionalità dell’art. 13 comma 13 bis, del Testo Unico sull’immigrazione. - 101Professionisti.it
Incostituzionalità dell’art. 13 comma 13 bis, del Testo Unico sull’immigrazione.
La sentenza n. 466 del 28 dicembre 2005, pronunciata dalla Corte Costituzionale, ha dichiarato l’illegittimità dell’art. 13 comma 13 bis, secondo periodo, del T.U. D.lgs. 286/98, nel testo vigente anteriormente alle modifiche normative introdotte con il d.l. n. 241 del 2004, convertito con modifiche nella legge 271 del 2004.
Si riporta il comma 13 bis, dichiarato parzialmente illegittimo:
“13-bis. Nel caso di espulsione disposta dal giudice, il trasgressore del divieto di reingresso è punito con la reclusione da uno a quattro anni. La stessa pena si applica allo straniero che, già denunciato per il reato di cui al comma 13 ed espulso, abbia fatto reingresso sul territorio nazionale”.
Il quadro sanzionatorio dell’art. 13, commi 13 e 13 bis (che richiama il precedente), anteriormente alle modifiche di cui alla legge 271, era il seguente:
Comma 13 (rientro dello straniero, in violazione di provvedimento prefettizio di espulsione ed in mancanza di apposita autorizzazione ministeriale) à pena dell’arresto da sei mesi ad un anno;
Comma 13 bis, primo periodo (rientro dello straniero, in violazione di divieto giudiziario di reingresso) à pena della reclusione da uno a quattro anni;
Comma 13, secondo periodo (rientro dello straniero, che sia stato denunciato per precedente rientro ed espulso) à pena della reclusione da uno a quattro anni.
Successivamente alle modifiche di cui alla legge 271, intervenute ad ogni modo quando il giudizio di legittimità costituzionale era già pendente, l’ipotesi contravvenzionale di cui al comma 13 è stata trasformata in ipotesi delittuosa, con previsione della reclusione da uno a quattro anni; l’ipotesi prevista dal secondo periodo del comma 13 bis è stata elevata nel suo massimo a cinque anni.
Effettivamente, nel disposto normativo si ravvisa una anomalia, in quanto esso prevede, quale elemento costitutivo di un reato, il fatto di essere stato denunciato per un presunto illecito penale, non ancora accertato con sentenza definitiva (in contrasto con la presunzione di non colpevolezza di cui all’art. 27, secondo comma, Cost.). È fin troppo facile porsi la domanda: e se alla denuncia segue l’assoluzione ? Non sarebbe ingiusto ritenere taluno colpevole di un reato, costituito da un fatto non illecito ?
In secondo luogo, è palese la violazione degli artt. 2 e 3 Cost., se appena si pensa che:
- non possono essere considerati uguali, rispettivamente, chi rientri in Italia in violazione di un provvedimento giudiziario di convalida dell’espulsione e chi rientri in Italia in violazione di un provvedimento prefettizio e soltanto denunciato per tale violazione ma non ancora condannato;
- è prevista una pena diversa, pur in presenza di una medesima condotta materiale e formale (rientro illegale in seguito ad espulsione prefettizia), a seconda che vi sia stata o meno denuncia per il rientro illegale (presentata da chiunque).
È bene ricordare che la denuncia non può costituire, per sé sola, prova sulla colpevolezza o pericolosità del soggetto indicato come autore del reato; per cui, non possono derivargli conseguenze pregiudizievoli (condanna penale), ma sussiste solo l’obbligo degli organi competenti di verificare se e quali dei fatti esposti in denuncia corrispondano alla realtà e se essi rientrino in ipotesi penalmente sanzionate, ossia accertare se sussistano le condizioni per l’inizio di un procedimento penale.
Sentenza 28 dicembre 2005, n. 466
1.- Nel corso di un procedimento penale a carico di un cittadino macedone imputato del reato di cui all'art. 13, comma 13-bis, secondo periodo, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), nel testo risultante dalle modifiche introdotte dall'art. 12 della legge 30 luglio 2002, n. 189 (Modifica alla normativa in materia di immigrazione e di asilo), il Tribunale di Gorizia, con ordinanza del 4 agosto 2003, ha sollevato questione di legittimità costituzionale del predetto art. 13, comma 13-bis, in riferimento agli artt. 2, 3 e 27 della Costituzione.
Ciò premesso, il Tribunale rileva che i commi 13 e 13-bis dell'art. 13 del d.lgs. n. 286 del 1998 prevedono due distinte ipotesi di reato, stabilendo, nel primo caso (rientro nel territorio dello Stato dopo il decreto prefettizio di espulsione), la pena dell'arresto da sei mesi ad un anno e, nel secondo (violazione del divieto di reingresso su ordine del giudice), la reclusione da uno a quattro anni. Sempre con la reclusione da uno a quattro anni è poi sanzionato, dal secondo periodo del comma 13-bis, il reingresso nel territorio nazionale dello straniero «già denunciato per il reato di cui al comma 13 ed espulso». In quest'ultimo caso, ad avviso del remittente, viene considerato elemento costitutivo di un delitto il dato «che taluno abbia riportato una denuncia (proveniente da qualsiasi fonte) per un precedente presunto illecito penale, in relazione al quale non vi è stata ancora una pronuncia di condanna definitiva»; il che pare in evidente contrasto con l'art. 27, secondo comma, Cost., che prevede la cosiddetta "presunzione di non colpevolezza". La disposizione censurata, invece, senza imporre alcuna forma di verifica sull'esito effettivo della denuncia, per di più per un reato contravvenzionale, ignora che alla medesima potrebbe fare seguito una decisione assolutoria.
Ad avviso del giudice a quo, inoltre, la norma impugnata è in contrasto anche con gli artt. 2 e 3 Cost., per due ordini di ragioni: 1) perché non pare giustificata l'equiparazione da essa operata tra la condotta di chi rientri illegalmente nel territorio dello Stato in violazione di un provvedimento di espulsione adottato dall'autorità giudiziaria e quella di colui che vi rientri essendo stato espulso dal prefetto, e ciò per il solo fatto di essere stato denunciato per un precedente reato contravvenzionale; 2) perché sembra irragionevole la previsione di un diverso trattamento operato nei confronti dei presunti autori della medesima condotta materiale e formale (rientro illegale nel territorio dello Stato in violazione di un provvedimento di espulsione adottato dal prefetto), a seconda del fatto che essi siano stati o meno denunciati in precedenza per l'illecito contravvenzionale citato, in quanto essi «incorrono» in un delitto nel primo caso ed in una mera contravvenzione nel secondo.
2.- È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione venga dichiarata infondata.
Osserva l'Avvocatura che le fattispecie criminose di cui agli artt. 13 e 13-bis del d. lgs. n. 286 del 1998 non sono fra loro paragonabili, in quanto nell'un caso si è in presenza di rientro dopo la prima espulsione e nell'altro di rientro dopo la seconda espulsione. Quanto alla dedotta violazione dell'art. 27 Cost., l'Avvocatura rileva che l'elemento della denuncia riveste un ruolo secondario nella configurazione dell'ipotesi di reato contestata dal remittente, perché ciò che assume peso decisivo è il fatto del reingresso dopo la seconda espulsione, rispetto al quale la denuncia è soltanto un «antecedente logico prima ancora che giuridico».
1.- Il Tribunale di Gorizia in composizione monocratica solleva, in riferimento agli artt. 2, 3 e 27 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 13, comma 13-bis, secondo periodo, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), nel testo risultante dalle modifiche introdotte dall'art. 12 della legge 30 luglio 2002, n. 189 (Modifica alla normativa in materia di immigrazione e di asilo).
2.- Occorre premettere che, successivamente all'ordinanza di rimessione, il quadro normativo è stato modificato dall'art. 1, comma 2-ter, del decreto-legge 14 settembre 2004, n. 241 (Disposizioni urgenti in materia di immigrazione), convertito, con modificazioni, nella legge 12 novembre 2004, n. 271. Per quanto specificamente interessa la questione in esame, la sanzione prevista per il reato oggetto del giudizio a quo è stata aggravata nel massimo (da quattro a cinque anni di reclusione) ed il reato previsto dall'art. 13, comma 13, anche in riferimento al quale il Tribunale di Gorizia ha motivato le sue censure, è stato trasformato da contravvenzione in delitto, con la previsione della pena della reclusione da uno a quattro anni. Tali modifiche, tuttavia, non impongono la restituzione degli atti al giudice remittente in quanto, comportando un aggravamento della posizione dell'imputato - in via immediata per effetto dell'aggravamento della pena ed in via mediata, ma pur sempre rilevante, in conseguenza delle modifiche del quadro normativo di riferimento - esse non sono applicabili al processo a quo, ai sensi dell'art. 2, terzo comma, del codice penale.
3.- La questione riguarda, pertanto, la disposizione nel testo vigente al momento della commissione del fatto contestato e quale viveva nel quadro normativo allora esistente; così individuata nel suo oggetto, essa è fondata con riferimento all'art. 3 della Costituzione.
Questa Corte ha recentemente ribadito che la denuncia «è atto che nulla prova riguardo alla colpevolezza o alla pericolosità del soggetto indicato come autore degli atti che il denunciante riferisce» (v. sentenza n. 78 del 2005, ma cfr. anche la sentenza n. 173 del 1997). Di conseguenza, si è ritenuto che non sia possibile far derivare dalla sola denuncia conseguenze pregiudizievoli per il denunciato, in quanto essa comporta soltanto l'obbligo degli organi competenti «a verificare se e quali dei fatti esposti in denuncia corrispondano alla realtà e se essi rientrino in ipotesi penalmente sanzionate, ossia ad accertare se sussistano le condizioni per l'inizio di un procedimento penale».
LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara l'illegittimità costituzionale dell'art. 13, comma 13-bis, secondo periodo, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), risultante dalle modifiche introdotte nel testo dall'art. 12 della legge 30 luglio 2002, n. 189 (Modifica alla normativa in materia di immigrazione e di asilo).