Source: http://monumentiaperti.com/it/il-salto-possibile-delle-non-profit-culturali-nel-buio-o-di-qualita/
Timestamp: 2018-01-16 11:12:57+00:00
Document Index: 153713003

Matched Legal Cases: ['art. 8', 'art. 71', 'art. 81', 'art. 5', 'art. 2', 'art. 11', 'art. 13', 'art. 1', 'art. 18']

Il “salto” possibile delle non profit culturali. Nel buio o di qualità? – Monumenti Aperti
A tal proposito va però rilevato che l’art. 8 del CTS (Destinazione del patrimonio ed assenza di scopo di lucro) individua – ovviamente vietandoli – casi di distribuzione indiretta di utili, così chiarendo definitivamente (comma b) un collegamento con i Contratti Collettivi Nazionali del Lavoro di riferimento, un rapporto con i compensi da essi previsti, una proporzione massima prevista (+40%) oltre la quale si può ragionevolmente intravedere una forma di elusione della norma. Ciò produce due effetti: da un lato si tutelano i lavoratori da squilibri interni all’organizzazione, ponendo un limite al rischio di abusi; dall’altro si fa chiarezza sul compenso agli amministratori (presidenti e simili), finora esclusi dalla possibilità di considerarsi parte in gioco della squadra di lavoro perché impossibilitati a ricevere qualsivoglia emolumento e ora (comma a) invece possibili destinatari di compensi individuali purché «proporzionati all’attività svolta, alle responsabilità assunte e alle specifiche competenze».
Ciò produce però una evidente distorsione, ovvero che coloro i quali a diverso titolo ricevono compensi dall’organizzazione (dipendenti, consulenti, prestatori) non potranno optare per la donazione di una parte del proprio tempo libero in forma di volontariato, formula che – al netto di comportamenti scorretti e illegali – costituisce una costante di molte non profit, e una sua indiscutibile risorsa se la finalità condivisa di soci e sostenitori è quella di raggiungere comunque gli obiettivi sociali prefissati.
Passando a temi più legati alle attività svolte, va segnalato l’art. 71, che non solo regola il tema dei Locali utilizzati e della loro concessione in comodato (comma 2) da parte di Stato, Regioni e Province autonome ed Enti locali, ma anche di «beni culturali immobili di proprietà dello Stato, delle regioni, degli enti locali e degli altri enti pubblici, per l’uso dei quali attualmente non e’ corrisposto alcun canone e che richiedono interventi di restauro» (comma 3), con pagamento di un canone agevolato, determinato dalle amministrazioni interessate, ai fini della riqualificazione e riconversione dei medesimi. Concessione che deve essere «finalizzata alla realizzazione di un progetto di gestione del bene che ne assicuri la corretta conservazione, nonché l’apertura alla pubblica fruizione e la migliore valorizzazione». Le spese sostenute dal concessionario per le attività di recupero saranno detratte dal canone, e la procedura di assegnazione seguirà quanto previsto dall’articolo 151, comma 3, del decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50 (Codice degli Appalti e dei Lavori Pubblici: ne aveva parlato nel 2016 Franco Milella sulle nostre pagine).
Sembra anche rilevante l’art. 81 in tema di Social Bonus, che riconosce un credito d’imposta pari al 65 per cento delle erogazioni liberali in denaro effettuate da persone fisiche e del 50 per cento se effettuate da enti o società in favore degli enti del Terzo settore, che hanno presentato al Ministero del lavoro e delle politiche sociali un progetto per sostenere il recupero degli immobili pubblici inutilizzati e dei beni mobili e immobili confiscati alla criminalità organizzata assegnati ai suddetti enti del Terzo settore e da questi utilizzati esclusivamente per lo svolgimento di attività di cui all’art. 5 con modalità “non commerciali.” Va però detto che questa ultima definizione crea un po’ di confusione, perché spesso proprio le attività commerciali delle organizzazioni non profit consentono loro di ambire a modelli che tendano a raggiungere livelli di sostenibilità quantomeno minimi.
Innanzitutto ciò sarebbe opportuno perché il D.lgs 112/2017 elenca, al pari del Codice del Terzo Settore, molte attività compatibili con ciò che le non profit culturali svolgono regolarmente (art. 2): educazione, istruzione e formazione professionale; interventi e servizi finalizzati alla salvaguardia e al miglioramento delle condizioni dell’ambiente; interventi di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale e del paesaggio; ricerca scientifica di particolare interesse sociale; organizzazione e gestione di attività culturali, artistiche o ricreative di interesse sociale; radiodiffusione sonora a carattere comunitario; organizzazione e gestione di attività turistiche di interesse sociale, culturale o religioso; contrasto della povertà educativa; accoglienza umanitaria ed integrazione sociale dei migranti; riqualificazione di beni pubblici inutilizzati o di beni confiscati alla criminalità organizzata e tanto ancora.
Poi perché è espressamente previsto (art. 11) che i lavoratori siano adeguatamente coinvolti in meccanismi di consultazione o di partecipazione mediante il quale essi siano posti in grado di esercitare un’influenza sulle decisioni dell’impresa sociale, con particolare riferimento alle questioni che incidano direttamente sulle condizioni di lavoro e sulla qualità dei beni o dei servizi. Ed anche (art. 13) che essi siano retribuiti come da CCNL (sembra scontato dirlo, ma non lo è), nonché che non possano esistere differenze retributive maggiori di uno a otto. Ed infine che il ricorso ai volontari non superi il numero dei lavoratori.
Svolgendo quindi (art. 1) «un’attività d’impresa di interesse generale, senza scopo di lucro e per finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale, adottando modalità di gestione responsabili e trasparenti e favorendo il più ampio coinvolgimento dei lavoratori, degli utenti e di altri soggetti interessati alle loro attività» (si intende svolta in via principale l’attività per la quale i relativi ricavi siano superiori al settanta per cento dei ricavi complessivi), e destinando quindi eventuali utili ed avanzi di gestione allo svolgimento dell’attività statutaria o ad incremento del patrimonio, le imprese sociali possono operare senza vedersi tassati tali utili come reddito imponibile ai fini delle imposte dirette (art. 18). Questo pone indubbiamente un importante vantaggio per tali organizzazioni, che non corrono più il rischio di ambiguità riguardanti le proprie attività anche quando esse siano di natura commerciale (servizi o beni in cambio di corrispettivi), e possono tentare di costruire modelli di gestione maggiormente orientati alla sostenibilità, seppur non finalizzati al profitto. Una sostenibilità che sia non il fine, ma il mezzo per raggiungere gli obiettivi di interesse generale e di utilità sociale e culturale.
Articolo a cura di: Francesco Mannino
Marta Littera	2018-01-09T11:53:45+00:00	10 dicembre 2017|