Source: http://www.giurcost.org/decisioni/1971/0175s-71.html
Timestamp: 2018-01-19 05:46:30+00:00
Document Index: 161827906

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 51', 'art. 596', 'sentenza ', 'art. 596', 'art. 5', 'art. 596', 'art. 152', 'art. 596', 'art. 21', 'art. 151', 'sentenza ', 'art. 151', 'sentenza ', 'art. 24', 'art. 592', 'art. 27', 'sentenza ', 'art. 27', 'art. 152', 'art. 152', 'art. 1', 'art. 24', 'sentenza ', 'art. 11', 'art. 11', 'art. 79', 'art. 79', 'sentenza ', 'art. 79', 'art. 151', 'art. 152', 'art. 152', 'art. 152', 'art. 596', 'art. 51', 'art. 21', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 596', 'art. 151', 'art. 24', 'art. 3', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 24', 'art. 79', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 152', 'art. 24', 'art. 24', 'art. 152', 'art. 24', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 24', 'art. 376']

Consulta Online - Sentenza n. 175 del 1971
4) ordinanze emesse il 25 giugno 1970 dal tribunale di Milano e il 27 maggio 1970 dal pretore di Civitanova Marche nei procedimenti penali rispettivamente a carico di Zanetti Gualtiero e di Perticarà Vincenzo, iscritte ai nn. 282 e 286 del registro ordinanze 1970 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 267 del 21 ottobre 1970;
Avanti la Corte costituzionale é intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato come per legge dall'Avvocatura generale dello Stato, che nel suo atto d'intervento ha concluso per l'infondatezza della questione.
A sostegno del suo assunto l'Avvocatura sottolinea - richiamandosi anche alla sentenza di questa Corte n. 171 del 1963 - come il fatto che un reato sia stato commesso in un momento anziché in un altro é già un elemento differenziale che può giustificare, ai fini del rispetto dell'art. 3 della Costituzione, l'applicabilità all'uno e non all'altro del provvedimento di clemenza.
Nel procedimento avanti la Corte costituzionale é intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, il quale ha concluso per l'infondatezza della questione, e si sono costituiti il signor Moris Ergas, col patrocinio degli avvocati Addamiano, Promontorio e Sarno, il quale ha concluso per l'inammissibilità della questione e, in subordine, per la sua infondatezza; ed altresì la signora Elena Greco in De Lollis, col patrocinio degli avv. prof. Pisapia, Provinciali e Vassalli, la quale ha concluso invece per l'incostituzionalità della norma impugnata o in subordine, per la pronuncia di una sentenza interpretativa di rigetto; ed infine l'on. Giacomo Mancini, col patrocinio degli avvocati Gullo e Striano, il quale si é riservato di dedurre oralmente.
Nell'atto d'intervento del Presidente del Consiglio dei ministri si ricorda innanzi tutto come la Corte di cassazione abbia affermato in numerose pronunce il principio che il diritto di cronaca costituisce espressione del fondamentale diritto dei cittadini alla libera manifestazione del pensiero, per cui la cronaca giornalistica é sempre lecita, e quindi causa di esclusione della punibilità ai sensi dell'art. 51 del codice penale, alle sole condizioni che la notizia sia vera o quanto meno seriamente accertata, che sussista un interesse pubblico alla sua diffusione e che la cronaca sia mantenuta nei limiti di continenza delle notizie pubblicate rispetto al tema della pubblicazione. Perciò l'imputato di diffamazione a mezzo stampa può sempre dimostrare la sussistenza di tali condizioni anche se il querelante non abbia esplicitamente chiesto la prova della verità dei fatti addebitatigli.
La difesa del signor Moris Ergas invece, pur muovendo da analoghi presupposti, perviene alla conclusione che la questione é inammissibile per irrilevanza rispetto al giudizio a quo. Infatti, soltanto ove gli imputati dichiarassero di aver agito nell'esercizio del diritto di cronaca diverrebbe necessario stabilire se l'art. 596 del codice penale sia o meno incostituzionale, mentre l'ordinanza del tribunale prospetta tale ipotesi come solo eventuale. D'altronde, ove in definitiva gli imputati risultassero in grado di reclamare l'applicazione dell'esimente, tutti potrebbero provare la verità dei fatti e la questione di costituzionalità sarebbe anche in questo caso irrilevante.
Ricordato che l'affermazione del diritto di cronaca quale esimente del reato di diffamazione a mezzo stampa non é cosi pacifica in dottrina ed in giurisprudenza come dedotto ex adverso, la difesa della Greco chiede in primo luogo che la Corte con sentenza interpretativa di rigetto avalli l'orientamento della Cassazione nel senso di ritenere inclusa nell'art. 596 una ulteriore espressa ipotesi di prova liberatoria, o ne dichiari la parziale illegittimità in quanto non concede tale prova pel caso di esercizio del diritto di cronaca. Chiede inoltre che si dichiari fondata la questione dell'art. 5, lett. d, della legge n. 282, per la preclusione che oppone alla non applicabilità dell'amnistia quando la facoltà di prova sia concessa dopo l'emanazione della legge citata, dato che l'esercizio della facoltà stessa nasce da una norma costituzionale. Queste argomentazioni sono ulteriormente svolte nella memoria 1 giugno 1971, nella quale si mette in rilievo come il decreto d'amnistia tassativamente fa salve solo le ipotesi del terzo comma dell'art. 596 c.p. e quindi, per effetto dell'art. 152 dello stesso codice, preclude che si tenga conto della situazione dell'imputato pel quale non ricorre nessuna di dette ipotesi, e ciò in contrasto con il diritto della libertà di stampa e con il principio di eguaglianza, nella misura in cui istituisce una disparità di trattamento tra imputati ai quali la persona offesa conceda ed imputati ai quali la persona offesa non conceda la facoltà di prova liberatoria.
Quanto alla rilevanza osserva che l'invocazione del diritto di cronaca non corrisponde ad un'eventualità, dato che vi é certezza della sua validità per quanto riguarda i giornalisti incriminati e ciò é sufficiente per poter richiedere una pronuncia di merito sulla questione, tanto più tenendo presente che, come risulta dall'ordinanza, in tutti i procedimenti e da tutte le persone offese é stata concessa la facoltà di prova. Insiste nelle conclusioni già prese.
3. - Diversa é la questione sollevata dal pretore di Padova con l'ordinanza in data 29 luglio 1970 nel corso del procedimento penale contro Mengato Paolo, la quale impugna gli artt. 592 e 152, capoverso, codice di procedura penale, "nella parte in cui impediscono, in costanza di amnistia, al giudice, di assumere prove che rendano evidente l'insussistenza del fatto e la non commissione del medesimo da parte dell'imputato e di prosciogliere con la formula prescritta a seguito del convincimento scaturito dalle prove posteriori al provvedimento di clemenza, perché in presunto contrasto con gli artt. 3 e 24 della Costituzione".
Nessuno si é costituito, né é intervenuto in questo giudizio.
4. - L'ordinanza 26 giugno 1970, pronunciata dal tribunale di Milano nel corso del procedimento penale contro Bizzi Ives e Caviglione Giacomino, si richiama esplicitamente a quella dello stesso tribunale precedentemente ricordata. Nella motivazione si precisa che con essa "non si é inteso impugnare l'art. 596, n. 3, del codice penale, il quale mantiene una sua indubbia operatività nelle materie estranee al diritto di cronaca, bensì il richiamo allo stesso nel d.P.R. citato, nella misura in cui ponga una discriminazione fra casi identici di fronte al diritto di cronaca, secondo sia stata o meno proposta dal querelante una formale domanda, che in quest'ambito sarebbe priva di significato pratico e giuridico, avendo riguardo a una facoltà di prova spettante comunque in base all'art. 21 della Costituzione".
Nel giudizio avanti la Corte costituzionale é intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, il quale ha svolto argomentazioni identiche a quelle viste a proposito dell'altra ordinanza.
Anche in questo giudizio é intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, il quale ha concluso per l'infondatezza della questione affermando che l'amnistia propria costituisce una rinuncia dello Stato alla pretesa punitiva ed ha natura di abolitio criminis che opera sul fatto-reato sin dal momento della sua emanazione. Verificatesi le condizioni di operatività dell'amnistia, si estingue la rilevanza penale del fatto e quindi non vi é più luogo a parlare di diritto di difesa, essendo questo concepibile solo in correlazione ad una pretesa punitiva dello Stato che in questo caso più non sussiste.
6. - Diversa dalle precedenti é anche la questione, sollevata dal pretore di Civitanova Marche nel corso del procedimento penale contro Perticarà Vincenzo, con l'ordinanza in data 27 maggio 1970. In essa si impugnano "l'art. 151 del codice penale e la legge 21 maggio 1970, n. 282, e conseguente decreto del Presidente della Repubblica, nella parte in cui privano l'imputato del potere di ricusare o di rifiutare l'applicazione dell'amnistia propria, in relazione agli artt. 24, commi primo e secondo, e 3 della Costituzione repubblicana".
Nella motivazione di questo provvedimento si segnala come l'applicazione automatica del beneficio dell'amnistia determini una situazione pregiudizievole per l'imputato perché lascia sussistere il dubbio circa l'avvenuta commissione del reato e circa la colpevolezza di lui, con conseguenze sul piano morale e giuridico (tra cui l'impossibilità di ripetere dal querelante le spese del giudizio), che si traduce in una violazione del diritto di difesa, inteso, non già nel senso meramente formale di garanzia dell'assistenza di un difensore, ma anche come diritto di ottenere una sentenza che riconosca, se del caso, la propria innocenza. Il pretore sottolinea quindi la disparità di trattamento che deriva dalla irrinunciabilità dell'amnistia del 1970 rispetto ad altre precedenti, in relazione alle quali la rinuncia era stata ammessa, e rispetto alla remissione della querela che é operante soltanto se accettata dall'imputato.
Anche in questo giudizio é intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, il quale ha concluso per l'infondatezza della questione. Ricordate le sentenze di questa Corte n. 171 del 1963 e n. 52 del 1968, l'Avvocatura osserva che l'art. 151, codice penale, ha carattere assolutamente generale e sembra perciò fuori causa, mentre le norme del decreto di amnistia non sono incostituzionali perché la previsione costituzionale di questo istituto consente al legislatore di renderla, a sua discrezione, rinunciabile o meno.
8. - Simile a quella proposta con l'ordinanza del pretore di Padova sopra ricordata é la prima delle questioni di legittimità costituzionale sollevate dal pretore di Roma con l'ordinanza 16 giugno 1970, pronunziata nel corso del procedimento penale a carico di Cavicchioli Luigi. Richiamandosi, tra l'altro, alla motivazione della sentenza n. 171 del 1963 della Corte costituzionale, questo giudice impugna infatti gli artt. 152, capoverso, e 592, capoverso, del codice di procedura penale, nelle parti in cui precludono al giudice l'acquisizione di nuove prove, ai fini del proscioglimento nel merito dell'imputato di un reato estinto per amnistia, in riferimento all'art. 24, capoverso, Cost.
In via subordinata a tale questione - dopo avere dichiarato manifestamente infondata l'altra relativa al preteso contrasto tra l'art. 592 del codice di procedura penale e l'art. 27, capoverso, della Costituzione - il pretore impugna altresì, in riferimento allo stesso precetto costituzionale, il decreto presidenziale n. 283, nella parte in cui non prevede la rinuncia all'amnistia da parte dell'imputato (con impostazione analoga a quella della ricordata ordinanza del pretore di Civitanova Marche). Richiamata la sentenza di questa Corte n. 52 del 1968, il pretore discute intorno alla natura della rinuncia e conclude che, in attuazione del diritto di difesa inteso in senso ampio, una volta iniziata l'azione penale é doveroso lasciare al prevenuto la possibilità di ottenere un accertamento completo della propria innocenza (come del resto é previsto per il caso di remissione della querela, la cui operatività é subordinata all'accettazione dell'imputato).
Anche in questo giudizio é intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri per chiedere che la questione sia dichiarata infondata sulla base di argomentazioni simili a quelle viste in relazione all'ordinanza del pretore di Civitanova Marche.
Il Presidente del Consiglio dei ministri, intervenuto anche in questo giudizio, ha concluso per l'infondatezza della questione ripetendo che l'amnistia rappresenta un istituto previsto dalla Costituzione ed osservando che l'art. 27, terzo comma, Cost., é a questo proposito inconferente.
Ricordato come l'art. 152, capoverso, richiamato dall'articolo 592, codice di procedura penale, preveda l'obbligo di prosciogliere nel merito, anche in presenza di amnistia, quando già esistono prove le quali rendano evidente che "il fatto non sussiste", che "l'imputato non lo ha commesso" o che "il fatto non é preveduto dalla legge come reato", e come la dottrina distingua quest'ultima formula da quella "perché il fatto non costituisce reato", usata in altri articoli del codice, il pretore ravvisa nella diversità di trattamento che ne consegue elementi d'irrazionalità tali da determinare una violazione del principio di eguaglianza.
In questo giudizio si sono costituite le parti private Saracco Cesare e Parco Ada, col patrocinio dell'avv. prof. Claudio Dal Piaz, le quali hanno chiesto, in tesi, che la questione sia dichiarata infondata, sul presupposto che l'art. 152 del codice di procedura penale consente di prosciogliere anche nell'ipotesi di non punibilità perché il fatto non costituisce reato, ritenuta equivalente a quella secondo cui il fatto non é preveduto dalla legge come reato, e, in ipotesi, che la questione sia riconosciuta fondata ove non si ammetta l'equivalenza delle suddette formule.
11. - Diversa da tutte le precedenti é anche l'ordinanza pronunciata il 3 ottobre 1970 dal tribunale di Velletri nel corso del procedimento penale contro Atzeni Antonio, la quale, mediante un argomentazione opposta a quella che sta alla base dei provvedimenti dei pretori di Chieri e di Modena precedentemente esaminati, perviene a denunciare, per violazione degli artt. 1, 3, 4, 35, 39 e 42 della Costituzione, l'art. 1 della legge n. 282 e del d.P.R. n. 283, in quanto rispettivamente delegano a concedere e concedono un'amnistia "particolare" anziché "generale".
In questo giudizio é intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri e si é costituita la parte civile s.p.a. Pezziol, col patrocinio dell'avv. Luigi De Luca.
Nel merito per l'Avvocatura la questione é infondata sussistendo elementi strutturali che differenziano il reato di frode in commercio da quello di truffa, a cominciare dall'esistenza di un valido accordo delle parti, non carpito, come nella truffa, mediante artifici o raggiri. Avendo essi diversa obbiettività non é possibile, altro che sul piano della politica legislativa, procedere al raffronto del trattamento che essi ricevono da parte del legislatore, sia in sede di determinazione della pena, sia in sede di applicazione del provvedimento di clemenza.
Anche la società Pezziol conclude per l'infondatezza della questione, ravvisando nella denuncia d'incostituzionalità in esame una inammissibile censura all'uso del potere discrezionale del Parlamento e negando che l'esclusione dall'amnistia di alcuni reati più o meno gravi di altri cui essa é dichiarata applicabile possa ricondursi ad una violazione del principio di eguaglianza.
Nessuno si é costituito, né é intervenuto in questi giudizi.
14. - La stessa questione proposta con le ordinanze del pretore di Padova, del tribunale di Milano (25 giugno 1970) e del pretore di Roma (16 giugno 1970) é stata sollevata, con amplissima motivazione, anche con l'ordinanza pronunciata il 30 ottobre 1970 dal pretore di Pietrasanta nel corso del procedimento penale contro Guidoni Giovanni ed altri.
In questo ordine di idee, la regola che vieta al giudice, in presenza di amnistia, ogni ulteriore attività istruttoria risulta chiaramente in contrasto con la garanzia del diritto di difesa e poiché, d'altronde, non rappresenta una conseguenza necessaria della concessione dell'amnistia, sembra equo che debba cadere di fronte alla tutela costituzionale che a quel diritto é stata riconosciuta dall'art. 24, secondo comma, della Costituzione.
Conseguenza questa che é confermata dall'esame della norma che, in apparente deroga a tale disciplina, prescrive l'interrogatorio dell'imputato o comunque la contestazione del reato come condizione del proscioglimento per amnistia. Non si vede infatti come l'imputato possa avvalersi dell'opportunità di difendersi che in questo modo gli sembra offerta, se il giudice non può poi controllare mediante ulteriori atti istruttori le sue affermazioni difensive.
Nell'ulteriore svolgimento della motivazione il pretore di Pietrasanta si sofferma ad analizzare tutta una serie di ingiustificate disparità di trattamento che derivano dalla disposizione che vieta al giudice di iniziare o proseguire l'istruttoria dopo l'avvento dell'amnistia. Tali elementi d'incostituzionalità, a suo giudizio, non sarebbero stati del tutto eliminati neppure se il decreto di amnistia avesse previsto la possibilità per l'imputato di rinunciare al beneficio, poiché ciò avrebbe portato ad una ulteriore ingiustificata discriminazione tra coloro che per effetto di particolari vicende processuali si fossero trovati già in condizione di poter dimostrare con sicurezza la propria innocenza e coloro che, in ipotesi egualmente innocenti, non fruissero però di un'analoga situazione probatoria. Ma, a parte tale aspetto, la previsione della possibilità di rinuncia all'amnistia avrebbe sufficientemente riequilibrato il sistema processuale, salvaguardando in pratica in modo abbastanza adeguato il diritto di difesa; poiché tuttavia ciò non si é verificato, solo una sentenza della Corte può attualmente porre rimedio alla rilevata illegittimità.
Nemmeno in questo giudizio vi é stato intervento o costituzione di parti.
15. - L'ordinanza pronunciata dal pretore di Torino il 27 giugno 1970 nel corso del procedimento penale contro Sette Nicola é in tutto e per tutto corrispondente a quella del pretore di Chieri in data 25 giugno 1970. Corrispondente é altresì il tenore dell'intervento del Presidente del Consiglio dei ministri.
Nessuno é intervenuto, né si é costituito nel relativo giudizio.
Mentre é da respingere l'eccezione di inammissibilità sollevata dall'Avvocatura dello Stato poiché, contrariamente a quanto da questa ritenuto, il dubbio sollevato sulla costituzionalità dell'esclusione dell'amnistia pel caso del reato oggetto del giudizio, desunto dal confronto con il trattamento usato per altro reato più gravemente sanzionato, rendeva la questione indubbiamente rilevante, deve ritenersi infondata la censura prospettata. Infatti la scelta del criterio di discriminazione fra reati amnistiabili o non, non é necessariamente legata all'entità della pena edittale prevista rispettivamente per gli uni e per gli altri, ma può farsi discendere da considerazioni di diverso ordine, come per esempio la maggiore diffusione di alcuni in un certo momento e il conseguente maggiore allarme sociale, tale da sconsigliare per essi l'adozione di un atto di clemenza. Una irrazionalità potrebbe, se mai, prospettarsi, sotto il rispetto messo in rilievo, quando la differente disciplina riguardasse reati lesivi dello stesso bene voluto proteggere: ciò che non si verifica nella specie dato che la frode in commercio rientra fra i delitti contro l'economia pubblica, l'industria e il commercio, mentre la truffa appartiene alla categoria dei delitti contro il patrimonio; riguardano cioè interessi suscettibili di diversa valutazione politico-sociale, e quindi di differente trattamento ai fini dell'amnistia.
5. - Ad un diverso ordine di problemi é rivolta l'ordinanza del pretore di Pietrasanta del 23 luglio 1970 riguardante il dubbio di costituzionalità dell'art. 11 della legge n. 282 e del pedissequo art. 11 del d.P.R. n. 283, per violazione dell'art. 79, secondo comma, della Costituzione. Ciò nella considerazione secondo cui, se é vero che la proposta di delegazione approvata dal Parlamento reca la data del 5 maggio 1970, sicché di fronte ad essa non appare criticabile il termine del 6 aprile da cui si é fatto decorrere il beneficio, é vero altresì che una precedente proposta di iniziativa parlamentare, di analogo contenuto per quanto riguarda i reati commessi in occasione di agitazioni popolari, era stata presentata fin dal 3 febbraio precedente, sicché il prolungamento del termine oltre tale data può avere agito come vero e proprio incentivo a delinquere, in contrasto con la ratio ispiratrice del secondo comma dell'art. 79.
La Corte ha avuto occasione di pronunciarsi sulla questione, una volta con la sentenza n. 171 del 1963, ed un'altra con la n. 51 del 1968. Con la prima venne ritenuto che, pur essendo buona parte dei reati allora amnistiati già previsti da proposte presentate anteriormente, tuttavia tali proposte erano da considerare irrilevanti, non essendo state né riunite al disegno governativo per procedere ad un loro esame unitario né in alcun modo considerate, e non mai poste in discussione. Sostanzialmente conforme é la seconda che, pur notate le differenze fra le disposizioni delle prime proposte rispetto a quella poi approvata, fonda la statuizione di rigetto sulla constatazione della mancata presa in considerazione delle proposte anteriori, che pertanto restarono completamente fuori dall'iter dell'approvazione della legge.
Tale orientamento dev'essere confermato anche in presenza della fattispecie in esame, data la sua somiglianza con quelle che furono oggetto delle precedenti decisioni. Risulta infatti che la proposta di iniziativa parlamentare del 3 febbraio (che rendeva efficace l'amnistia particolare prevista per i reati commessi fino al 31 dicembre 1969) non venne sottoposta a discussione ed anzi fu ritirata dai proponenti il 16 maggio successivo, sicché é rimasta del tutto estranea al procedimento da cui ha tratto vita la legge di delegazione. Il secondo comma dell'art. 79, modificando, per quanto riguarda il termine, l'art. 151, terzo comma, cod. pen., ha fatto riferimento alla "proposta" di delegazione, termine con il quale si é inteso designare quella fra le varie possibili iniziative da cui é direttamente derivato l'atto di clemenza.
La censura apparirebbe certamente fondata ove le ipotesi previste dal citato art. 152 dovessero ritenersi rigidamente tassative, il che é escluso dalla giurisprudenza e da larga parte della più autorevole dottrina. In realtà alla formula, ivi considerata, della non previsione da parte della legge di un fatto come reato si deve attribuire un significato generico, comprensivo non solo delle ipotesi del difetto di una qualsiasi norma penale cui possa ricondursi il fatto imputato, ma anche di quelle di mancanza delle condizioni di imputabilità o di punibilità, rispetto a cui il fatto, pur se astrattamente previsto dalla legge penale, risulta giuridicamente irrilevante al fine dell'applicabilità di questa, e quindi del tutto equivalente all'altra.
Conducono a far adottare tale interpretazione motivi desunti dalla ratio dell'art. 152, capov., che é quella di evitare, di fronte all'evidenza delle prove, l'adozione della formula di proscioglimento per cause di estinzione del reato, che presuppone o può far presupporre l'esistenza, o per lo meno l'astratta possibilità, di fatti in sé suscettibili di sanzione penale. E sarebbe assurdo far valere siffatta esigenza solo in confronto di alcune delle ipotesi prospettate e non di altre delle quali non può contestarsi l'equivalenza.
Ad avviso contrario si potrebbe pervenire solo se il linguaggio legislativo in materia presentasse carattere di univocità, il che non avviene, come risulta dal confronto che si faccia, da una parte, fra le dizioni degli artt. 1 e 2 del codice penale, e dall'altra quella dell'art. 152 del codice di procedura penale e delle altre degli artt. 378 e 479 dello stesso codice, nei quali ultimi non appare la dizione "fatto che la legge non prevede come reato", ed invece ne é adoperata una diversa: "persona non punibile perché il fatto non costituisce reato".
Quanto si é detto, se porta ad escludere ogni rilievo alla differenziazione fra le due formule considerate, al fine della sussistenza dell'obbligo del giudice di pronunciare il proscioglimento in merito, in luogo di quello fondato sulla causa di estinzione, non incide invece sull'altro aspetto attinente alla gerarchia delle formule medesime: gerarchia da determinare in considerazione dell'interesse dell'imputato a venire assolto con l'impiego di quella fra esse che risulti produttiva degli effetti per lui meno pregiudizievoli, e che conduce, com'é ovvio, a dare la preminenza alla non previsione del fatto quale reato.
La difesa di una delle parti private ha opposto un'eccezione di inammissibilità per difetto di rilevanza, nella considerazione che il tribunale ha ammesso tale rilevanza in quanto ha ritenuto che le imputazioni di cui alla causa potrebbero "eventualmente" ritenersi esercizio del diritto di cronaca, sicché la rilevanza potrebbe venire validamente affermata solo dopo l'accertamento dell'effettivo realizzarsi di tale circostanza. Si può opporre che, almeno nei confronti di alcuni degli imputati che rivestono la qualità di giornalista, cui si addebita la paternità delle pubblicazioni incriminate, non appare dubbio che queste siano esplicazione di attività professionale, e ciò é sufficiente a conferire rilevanza alla questione.
Nel merito l'eccezione non può ritenersi fondata quando si tengano presenti i principi ai quali é da risalire nella materia dei reati di diffamazione a mezzo della stampa, alla stregua dei quali devono interpretarsi gli articoli denunciati. Sembra infatti evidente che l'art. 596, primo comma, quando non ammette il colpevole del delitto di diffamazione a provare a propria discolpa la verità o notorietà del fatto attribuito alla persona offesa, non possa trovare applicazione allorché il colpevole stesso sia in grado di invocare l'esimente, prevista dall'art. 51 c.p., che esclude la punibilità in quanto il fatto imputato costituisca esercizio di un diritto. E non appar dubbio che tale sia il caso del giornalista che, nell'esplicazione del compito di informazione ad esso garantito dall'art. 21 Cost., divulghi col mezzo della stampa notizie, fatti o circostanze che siano ritenute lesive dell'onore o della reputazione altrui, sempreché la divulgazione rimanga contenuta nel rispetto dei limiti che circoscrivono l'esplicazione dell'attività informativa derivabili dalla tutela di altri interessi costituzionali protetti. Discende da tali premesse che nei confronti di imputazioni riconducibili all'ipotesi ora prospettata non può venire in considerazione la volontà del querelante rivolta a consentire o meno la facoltà di provare il fatto addebitato, poiché tale facoltà, discendente direttamente dai principi richiamati, costituisce mezzo necessario affinché l'imputato si sottragga all'accusa a lui rivolta. Allo stesso modo non incorre in censure di incostituzionalità l'art. 5, lett. d, del d.P.R. n. 283, poiché deve ritenersi che l'amnistia non possa trovare applicazione per le imputazioni riferibili alla cronaca, dato che tale ipotesi é da assimilare in tutto a quelle per le quali la stessa lett. d nega la concessione di amnistia.
Dall'assunto che l'interpretazione sistematica conduce ad estendere la non applicabilità dell'amnistia anche al caso della cronaca diffamatoria, ed a far ritenere che al diritto del cronista di fornire la prova della verità (o verosimiglianza) dei fatti denunciati, al fine di sottrarsi alla sanzione, corrisponde quello della persona offesa di pretendere che tale prova venga effettuata anche senza che ne abbia fatto espressa richiesta, segue che analoga estensione debba farsi valere in confronto all'art. 5, lett. d, del decreto presidenziale in esame, in cui é da ritenersi sottintesa, accanto alle tre ipotesi del terzo comma dell'art. 596 del codice penale, anche quella riguardante la cronaca.
8. - Il pretore di Civitanova Marche, in data 27 maggio 1970, ha eccepito la incostituzionalità dell'art. 151 c.p., nonché della legge n. 282 e pedissequo decreto presidenziale, sotto l'aspetto della violazione dell'art. 24, commi primo e secondo Cost., nella considerazione della lesione che dall'applicazione automatica dell'amnistia sancita da dette norme deriva alla tutela giudiziale degli interessi, ed al diritto di difesa; nonché dell'art. 3 Cost. per la diversità di trattamento, quale può desumersi sia dalla disposizione del codice penale in ordine all'analogo caso della remissione della querela, la cui efficacia é condizionata all'accettazione da parte del querelato, e sia dalle precedenti leggi di amnistia le quali tutte prevedevano la possibilità della rinuncia.
Il punto relativo alla compatibilità dell'amnistia con il diritto di difesa spettante all'imputato di reato ad essa soggetto é stato prospettato una prima volta alla Corte nel 1963, ma non é stato preso in considerazione, in quanto come statuito con la sentenza n. 171 del 1963, non risultavano allora impugnate le disposizioni di carattere generale alle quali i provvedimenti di amnistia si uniformavano. Successivamente con la sentenza n. 52 del 1968 la Corte (di fronte ad una censura in senso opposto a quella di cui al presente giudizio, rivolta cioè contro un decreto di amnistia che invece consentiva la facoltà di rinunzia, per contrasto, oltre che con l'articolo 79 Cost. che non prevede l'amnistia rinunciabile, anche con gli artt. 24 e 25 Cost. per le conseguenze che se ne devono far derivare nel caso che il rinunciante all'amnistia non riesca a raggiungere la prova della propria innocenza), dopo aver dichiarato infondate le censure che si facevano discendere dalle presunte violazioni del diritto di difesa garantito dall'art. 24 e del principio nullum crimen sine lege di cui all'articolo 25, ha statuito che l'istituto dell'amnistia quale risulta regolato dall'art. 79 non é legato né alla concessione della facoltà di rinunciarvi, né al divieto di esercitarla, riuscendo indifferente ad essa l'accoglimento dell'una o dell'altra ipotesi.
La risposta negativa sembra discendere logicamente da quanto si é già ritenuto, che cioè la rinunzia all'amnistia costituisce esplicazione del diritto di difesa, sembrando chiaro discendere da tale affermazione come in quest'ultimo sia da considerare inclusa non solo la pretesa al regolare svolgimento di un giudizio che consenta libertà di dedurre ogni prova a discolpa e garantisca piena esplicazione del contraddittorio, ma anche quella di ottenere il riconoscimento della completa innocenza, da considerare il bene della vita costituente l'ultimo e vero oggetto della difesa, rispetto al quale le altre pretese al giusto procedimento assumono funzione strumentale.
Ora, non é contestabile che, a differenza di quanto avviene nel caso di abrogazione di una norma penale, l'amnistia non elimina l'astratta previsione punitiva relativa a determinati comportamenti, ma si limita ad arrestare la procedibilità dei giudizi relativamente a dati reati, con riferimento al tempo in cui sono stati commessi. Pertanto, con l'obbligo fatto al giudice di dichiarare in tutti i giudizi in corso al momento del sopravvenire di un procedimento di amnistia, l'estinzione del reato (salve le tre eccezioni prima ricordate) viene compromessa irreparabilmente la soddisfazione dell'interesse ad ottenere una sentenza di merito, vincolando invece l'imputato a soggiacere ad una pronuncia di proscioglimento, la quale, appunto perché non scende ad accertare e neppure solo a delibare la fondatezza dell'accusa, se anche sottrae ad ogni pena, non conferisce alcuna certezza circa l'effettiva estraneità dell'imputato all'accusa contro di lui promossa, e quindi lascia senza protezione il diritto alla piena integrità dell'onore e della reputazione.
A riprova della rilevanza costituzionalmente protetta dell'interesse di chi sia perseguito penalmente ad ottenere non già solo una qualsiasi sentenza che lo sottragga alla irrogazione di una pena, ma precisamente quella sentenza che nella sua formulazione documenti la non colpevolezza, possono richiamarsi le considerazioni prima dedicate alla gerarchia che é da porre fra le formule di proscioglimento, quale risulta anche dallo stesso primo comma dell'art. 152 c.p.p. in cui le cause di estinzione occupano l'ultimo posto; gerarchia che é stata esattamente considerata applicazione del favor innocentiae, come particolare aspetto del principio generale del favor rei.
9. - Un ultimo gruppo di ordinanze denuncia le norme le quali, nel caso di sopravvenienza di una amnistia, mentre impongono al giudice di non darvi applicazione, pronunciando in merito, allorché vi siano prove "evidenti" che il fatto non sussiste, che l'imputato non lo ha commesso o che il fatto non é previsto come reato dalla legge penale, inibiscono poi la prosecuzione dell'istruttoria e quindi l'acquisizione delle prove già richieste ma non ancora iniziate o delle altre in corso di acquisizione. In questo senso sono l'ordinanza in data 16 giugno 1970 del pretore di Roma (secondo cui gli artt. 152 e 592 cod. proc. pen. contrastano con l'art. 24, secondo comma, Cost.); quelle in data 25 giugno 1970 del tribunale di Milano (che denuncia gli artt. 591 e 592 c.p.p. per violazione dell'art. 24 Cost.); quella del pretore di Padova del 29 luglio 1970 (che impugna gli artt. 152 e 592 c.p.p. per violazione degli artt. 3 e 24 Cost.); l'altra del pretore di Roma del 29 ottobre 1970 (che allega il contrasto dell'art. 152, secondo comma, c.p.p. con l'art. 24, secondo comma, Cost.); ed infine quella del pretore di Pietrasanta del 30 ottobre 1970 anch'essa rivolta a denunciare, per violazione degli artt. 24, secondo comma, e 3, primo comma, della Costituzione, gli artt. 152 e 592 del codice di procedura penale.
Le considerazioni esposte in precedenza in ordine alla rilevanza costituzionale dell'interesse dell'imputato ad ottenere una sentenza di merito in luogo di una dichiarativa dell'estinzione per amnistia conducono a far ritenere fondate le eccezioni proposte. L'incongruenza delle disposizioni che precludono al giudice di assumere prove o di completare quelle in corso appare tanto più grave quando si tengano presenti gli artt. 376 e 398, ultimo comma, c.p.p., che sanciscono, a pena di nullità, il divieto di dichiarare non doversi procedere per amnistia con sentenza istruttoria senza il previo interrogatorio dell'imputato sul fatto costituente l'oggetto dell'imputazione. Infatti se, come é stato messo in rilievo con la sentenza della Corte n. 151 del 1967, funzione dell'interrogatorio é quella di consentire all'imputato, in conformità dell'art. 24 Cost., di opporre le proprie difese allo scopo di evitare il tipo di sentenze, come quelle di amnistia e le altre previste nello stesso art. 376, che analogamente non forniscono la prova della sua non colpevolezza lasciandolo sotto il peso di accuse relative a "fatti che, pur non costituendo reato, possono essere giudicate sfavorevolmente dalla opinione pubblica o dalla coscienza sociale", appare chiaro che tale funzione risulterebbe elusa se non fosse consentito l'esperimento delle prove a discolpa dedotte nell'interrogatorio stesso.
Accertata la fondatezza delle censure rivolte agli artt. 152 e 592 c.p.p. sorge il quesito circa l'influenza che sulla formulazione della conseguente pronuncia di incostituzionalità debba essere assegnata alla conclusione cui prima si é giunti relativamente all'obbligo gravante sul legislatore di consentire in ogni caso il diritto di rinunciare all'amnistia.
Depositata in cancelleria il 14 luglio 1971.