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Timestamp: 2017-04-30 07:02:58+00:00
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Emersione 2009 – la condanna per un reato ex art. 381 cpp non è automaticamente ostativa | Studio Legale Avv. Michele Spadaro - Il Blog
michelespadaro / 25 aprile 2014	TAR Lombardia, sez. II, sent. n. 2733/2013 del 06/12/2013
L’art. 1-ter comma 13, lett. c) del decreto legge 78/2009 – convertito con legge 102/2009 – precludeva l’accoglimento delle domande di emersione presentate a favore di soggetti condannati per i reati di cui agli articoli 380 e 381 del codice di procedura penale (si tratta, come noto, dei reati per i quali il codice di rito penale prevede rispettivamente l’arresto obbligatorio e facoltativo in flagranza). La norma era interpretata nel senso che la condanna per i suindicati reati impedisse automaticamente l’ammissione alla sanatoria di cui alla legge 102/2009, senza alcuna possibilità per l’Amministrazione di effettuare una valutazione in concreto della pericolosità sociale del lavoratore.
La Corte Costituzionale, con sentenza n. 172 del 6.7.2012, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del citato art. 1-ter, comma 13, lettera c), nella parte in cui fa derivare automaticamente il rigetto dell’istanza di regolarizzazione del lavoratore dalla pronuncia nei suoi confronti di una sentenza di condanna per i reati previsti dall’art. 381 c.p.p., senza prevedere che la pubblica amministrazione provveda ad accertare che il medesimo rappresenti una minaccia per l’ordine pubblico o la sicurezza dello Stato.
Nel caso di specie, l’esponente è stata condannata per una serie di fattispecie delittuose per le quali la legge non prevede l’arresto obbligatorio in flagranza e che non sono quindi riconducibili all’art. 380. L’Amministrazione tuttavia non ha effettuato alcuna valutazione né della concreta pericolosità sociale dell’esponente né dei legami familiari in Italia della medesima.
sul ricorso numero di registro generale 2607 del 2013, proposto da:
Kumria Kafaze, rappresentata e difesa dall’avv. Rossella Pitrone, con domicilio eletto ex lege (art. 25 cod. proc. amm.), presso la Segreteria del Tar Lombardia in Milano, via Corridoni, 39;
Ministero dell’Interno (Prefettura di Varese), rappresentato e difeso per legge dall’Avvocatura Distrettuale dello Stato di Milano, domiciliata in Milano, via Freguglia, 1;
– del provvedimento prot. n. P-VA/L/N/2009/104009 – Area IV – SUI della Prefettura di Varese – Ufficio Territoriale del Governo – Sportello Unico per l’immigrazione e notificato alla ricorrente in data 24/07/2013.
Relatore nella camera di consiglio del giorno 5 dicembre 2013 il dott. Giovanni Zucchini e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
Con decreto del 31.5.2013, la Prefettura di Varese disponeva la revoca del contratto di soggiorno, stipulato a seguito di domanda di emersione, presentata ai sensi della legge 102/2009 dalla signora Elisabetta Rantucci, a favore della lavoratrice sig.ra Kumria Kafaze.
Contro il citato decreto era proposto da quest’ultima il presente ricorso, con domanda di sospensiva.
All’udienza in camera di consiglio del 5.12.2013, il Presidente dava avviso della possibilità di una sentenza in forma semplificata e la causa passava in decisione.
Il ricorso merita accoglimento, per le ragioni che seguono.
L’art. 1-ter comma 13, lett. c) del decreto legge 78/2009 – convertito con legge 102/2009 – precludeva l’accoglimento delle domande di emersione presentate a favore di soggetti condannati per i reati di cui agli articoli 380 e 381 del codice di procedura penale (si tratta, come noto, dei reati per i quali il codice di rito penale prevede rispettivamente l’arresto obbligatorio e facoltativo in flagranza).
La norma era interpretata nel senso che la condanna per i suindicati reati impedisse automaticamente l’ammissione alla sanatoria di cui alla legge 102/2009, senza alcuna possibilità per l’Amministrazione di effettuare una valutazione in concreto della pericolosità sociale del lavoratore.
Nel caso di specie, l’esponente è stata condannata dal Tribunale di Varese ex art. 444 c.p.p. con sentenza n. 10 del 2009, per una serie di fattispecie delittuose (art. 12, comma 5°, del D.Lgs. 286/1998 ed art. 379 del codice penale), per le quali la legge non prevede l’arresto obbligatorio in flagranza e che non sono quindi riconducibili all’art. 380 del c.p.p. (cfr. il doc. 13 della ricorrente).
Nel ricorso, viene richiamata espressamente la citata decisione della Corte Costituzionale e viene altresì lamentato che l’Amministrazione non ha effettuato alcuna valutazione né della concreta pericolosità sociale dell’esponente né dei legami familiari in Italia della medesima (cfr. sul punto il doc. 12 della ricorrente), in violazione in tale caso della sentenza della Corte Costituzionale n. 202/2013.
Nessun dubbio, quindi, che la succitata sentenza del Giudice delle leggi n. 172/2012 debba trovare applicazione nella presente controversia, con conseguente annullamento del provvedimento impugnato (che non effettua alcuna valutazione di pericolosità sociale ma si limita a richiamare in maniera acritica la condanna penale di cui sopra) e con connesso obbligo per l’Amministrazione di effettuare una valutazione in concreto dell’eventuale minaccia all’ordine pubblico o alla sicurezza dello Stato, rappresentata dall’esponente.
Le spese possono essere compensate, attesa la natura delle parti coinvolte, salvo l’onere del contributo unificato a carico dell’Amministrazione soccombente, ai sensi di legge (DPR 115/2002).
Così deciso in Milano nella camera di consiglio del giorno 5 dicembre 2013 con l’intervento dei magistrati:
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I reati di immigrazione clandestina e di false attestazioni sulla propria identità non sono automaticamente ostativi per l’accoglimento della sanatoria del 2009
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