Source: https://www.diritto.it/primazia-comunitaria-e-strumenti-processuali-a-tutela-delle-posizioni-giuridiche-di-derivazione-europea/
Timestamp: 2018-09-26 04:50:54+00:00
Document Index: 36336782

Matched Legal Cases: ['art. 4', 'art. 134', 'art. 117', 'art. 234', 'sentenza ', 'art. 2']

Questi sono i primi – più semplici – strumenti, a mezzo dei quali, in sede processuale “domestica”, i giudici italiani potevano risolvere i contrasti fra norme comunitarie e disposizioni interne.
Questa è la primauté del diritto europeo su quello domestico, in virtù della quale non è (più) necessario instaurare incidentalmente un giudizio costituzionale, onde fare prevalere la norma europea su quella italiana difforme, posto che, proprio per effetto di tale primazia, la norma domestica in dissidio è semplicemente disapplicata – cioè resa inefficace (o “sterilizzata) – dal giudice nazionale.
Al riguardo va precisato anzitutto che la diretta applicabilità delle direttive self-executing – della quale si è detto – è reputata essere applicabile soltanto nel senso c.d. verticale e non già orizzontale. In altre parole, quella diretta applicazione può essere fatta valere, dinnanzi al giudice nazionale, soltanto a carico dello Stato Membro inadempiente e della sua pubblica amministrazione, ma non invece dei cittadini privati. Ciò in quanto, sul piano ermeneutico, si ritiene non potersi ragionevolmente applicare per le direttive, che non hanno in Italia pubblicità legale pari a quella di una legge nazionale, la presunzione di conoscenza – sì che il rischio della ignorantia legis che non excusat, con riferimento alle direttive direttamente applicabili, è posto solamente a carico dei soggetti pubblici.
Bisogna poi aggiungere che sia la Corte europea, sia la giurisprudenza del nostro Paese, riconoscono al soggetto privato il diritto di agire nei confronti dello Stato inadempiente agli obblighi comunitari, per il risarcimento di quel danno che deriva dal mancato o tardivo recepimento di una o più direttive europee. Non vi è chi non veda che, quand’anche la direttiva inattuata non abbia i crismi per essere direttamente applicabile, la primazia del diritto europeo fa sì che, se pure non in forma specifica (ma per equivalente), esista una responsabilità dello Stato verso i consociati in relazione all’ appartenenza di quello all’Unione. Si delinea, in tal guisa, una responsabilità extra-contrattuale del Paese Membro verso i suoi consociati, per i danni a questi cagionati a mezzo dell’inadempimento agli obblighi pattizi assunti verso gli altri Paesi Membri. In altre parole, siamo di fronte a una delle possibili “incarnazioni” dell’odierno concetto di risarcibilità del danno, cagionato non soltanto da una violazione di diritti assoluti, ma anche di quelli relativi – così come, anziché di diritti, d’interessi legittimi. In una diversa prospettiva, si può sostentere che siamo in presenza di una posizione giuridica tutelata, in capo all’individuo, a che il diritto comunitario, con la sua primazia, sia adempiuto dal proprio Stato di appartenenza.
Una prima situazione, più facilmente risolubile in termini di tutela effettiva, è quella del provvedimento che intacca un interesse legittimo del privato, e lo fa in applicazione di una norma primaria interna, la quale risulta essere in contrasto con una o più disposizioni comunitarie direttamente applicabili (trattato, regolamento, sentenze della Corte di Giustizia, direttiva self-executing). In tale ipotesi – di c.d. “antipatia” fra norma interna e norma comunitaria -, al giudice amministrativo può essere domandato l’annullamento del provvedimento poiché quest’ultimo risulta essere in violazione di legge. La stessa cosa accade se il provvedimento è in contrasto con una norma primaria interna, la quale è debitamente attuativa di una norma comunitaria: la quale, in altre parole, è in situazione di “simpatia” con l’ordinamento europeo.
Più delicato è il caso del provvedimento amministrativo, il quale viene a trovarsi in “simpatia” con la norma primaria interna, quando però è quest’ultima a essere in “antipatia” con il diritto europeo direttamente applicabile. La maggiore problematicità di questa situazione consiste nel fatto che non si tratta di domandare al G.A. l’annullamento del provvedimento amministrativo, ma si tratta piuttosto di fare valere l’interesse a che l’atto stesso non produca i suoi effetti nonostante la conformità con la norma primaria interna – posto che, evidentemente, è quest’ultima a essere violativa, in ipotesi, del diritto europeo dotato di primazia. A fronte di una siffatta peculiarità, si può obiettare che l’istituto della disapplicazione, in quanto tale, possiede anzitutto un oggetto provvedimentale piuttosto che normativo, e dipoi è vòlto a “sterilizzare” un provvedimento dinnanzi al G.O., non potendosi in quella sede domandarne né disporne l’annullamento (art. 4, L.A.C., id est r.d. n. 2248/1865, All. E): ebbene tutto ciò – si osserva – non ha nulla a che fare con il caso in questione. Nondimeno, proprio argomentando sulla scorta della necessaria primauté del diritto europeo su quello domestico, la giurisprudenza ammette che il privato interessato, il quale si veda violato dalla P.A. nel soddisfacimento di un interesse meritevole di tutela, possa impugnare il provvedimento lesivo (chiedendo anche, se del caso, il risarcimento dei danni), per avere la P.A. deliberato e/o agito in violazione del diritto comunitario. Qui l’annullamento è disposto, dal giudice amministrativo, per effetto della disapplicazione della norma (primaria) interna anti-europea.
Può altresì capitare che la pubblica amministrazione, anziché subire la diretta applicabilità del diritto europeo, si avvalga, nello svolgimento delle proprie funzioni, della primazia in parola, disapplicando eventuali norme interne in conflitto con l’ordinamento sovranazionale. Si pensi alla nostra Autorità Garante della Concorrenza, la quale applica, per esempio, il regolamento comunitario settoriale, disapplicando eventuali norme domestiche a esso contrarie. In un tale caso -il quale depone nel senso di una maggiore effettività del Garante – ciò che non può farsi (come si è visto) “verticalmente” con le direttive self-executing, è invece possibile con un regolamento della Comunità, così come per le altre norme europee direttamente applicabilei per loro natura istituzionale.
Fin qui si è visto come, in varie circostanze processuali, il diritto comunitario compenetri il diritto interno nelle materie di competenza di quello, imponendosi direttamente – in primauté – a mezzo dell’interpretazione e/o della disapplicazione delle disposizioni nazionali con esso incompatibili. Vi sono poi anche situazioni peculiari, nelle quali gli strumenti processuali a disposizione sono diversi e meno diretti.
Si consideri ad esempio la posizione della presidenza del consiglio dei ministri italiana la quale, ai sensi dell’art. 134 Cost., instauri un giudizio principale dinnanzi alla Consulta e in contraddittorio con una regione, assumendo che quest’ultima, con propria legge asseritamente legittima, ha introdotto un tributo locale il quale invece, secondo la prospettazione dello Stato, è contrario al diritto europeo vuoi sotto l’aspetto del divieto degli aiuti vuoi sotto l’aspetto della non-discriminazione. Ebbene in un tale caso – effettivamente verificatosi per taluni tributi sardi, posti a carico dei soggetti non fiscalmente domiciliati nell’isola -, la Corte Costituzionale ha posto la questione in termini non già di disapplicazione delle norme tributarie regionali, bensì in termini di costituzionalità o meno delle stesse, posto che, del raffronto tra esse e l’art. 117 Cost., si verteva in un giudizio principale dello Stato in contraddittorio con la Regione autonoma, e non già in un giudizio incidentale instaurato a seguito della rimessione degli atti da parte di altro giudice. In questo caso il Giudice delle Leggi non applica direttamente il diritto europeo, ponendosi piuttosto (con una innovazione salutata con plauso dai Giudici del Lussemburgo) nella prospettiva di un doveroso un filtro di costituzionalità, per applicare il quale – poi – l’interpretazione del diritto europeo spetta alla Corte di Giustizia, entro l’apposito giudizio pregiudiziale e incidentale rispetto a quello costituzionale, instaurato e instaurando ai sensi dell’art. 234 Tratt. CE (oggi 267 TFUE).
Infine, la primazia del diritto comunitario – come si è detto – può riguardare (anziché norme pattizie o regolamenti o direttive dettagliate) principi enunciati dall’alta Corte di Giustizia. Anche per essi vale la regola della diretta applicabilità, con eventuale prevalenza su norme di diritto interno disapplicabili. Così, nel caso di una sentenza definitiva della nostra Suprema Corte, la quale è ritenuta essere in contrasto con il diritto comunitario, la relativa azione civile contro la Presidenza del Consiglio per il risarcimento dei danni, esperita ai sensi della legge n. 117 del 1988, non può prescindere da taluni criteri-base fissati in proposito dai Giudici del Lussemburgo. In particolare, a fronte della eccezione statuale giusta la quale non sussisterebbe responsabilità alcuna – non essendo i giudici di Cassazione incorsi in una colpa grave ed essendosi piuttosto limitati a fornire una certa interpretazione delle norme (ex art. 2, legge n. 117 cit.) -, l’attore, il quale lamenta una violazione del diritto UE da parte del Supremo Collegio, potrebbe fondatamente obiettare che, secondo il dictum dei Giudici del Lussemburgo, una responsabilità dello Stato Membro, per violazione del diritto europeo da parte di un giudice nazionale di ultima istanza, non può essere revocata in dubbio neanche sulla scorta di un’asserita culpa levis, ogni qual volta la inosservanza delle norme europee (direttamente applicabili) sia grave ed evidente. In questo caso si fa valere fondatamente, in un giudizio italiano, una posizione giuridica che è di derivazione comunitaria, e lo è in punto d’interpretazione correttiva di norme interne, dettate in tema di responsabilità statale per i danni cagionati nell’esercizio di talune funzioni giudiziarie, svolte dai magistrati con falsa applicazione del diritto europeo.