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Timestamp: 2017-11-23 11:02:25+00:00
Document Index: 114749323

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OBBLIGARE LA MOGLIE A RAPPORTI SESSUALI E’ VIOLENZA SESSUALE Con sentenza in data 10 dicembre 2014 la Corte d’appello di Milano parzialmente riformava la sentenza in data 4 giugno 2014 con la quale il Gip del Tribunale di Monza aveva condannato M.B. alla pena di anni 5 di reclusione per i delitti di cui agli artt. 81 cpv., 94, 572, 582, 576, n. 5, 609 bis, cod. pen.
violenza sessuale: OBBLIGARE LA MOGLIE A RAPPORTI SESSUALI E’ VIOLENZA SESSUALE Con sentenza in data 10 dicembre 2014 la Corte d’appello di Milano parzialmente riformava la sentenza in data 4 giugno 2014 con la quale il Gip del Tribunale di Monza aveva condannato M.B. alla pena di anni 5 di reclusione per i delitti di cui agli artt. 81 cpv., 94, 572, 582, 576, n. 5, 609 bis, cod. pen.
OBBLIGARE LA MOGLIE A RAPPORTI SESSUALI E’ VIOLENZA SESSUALE
Con sentenza in data 10 dicembre 2014 la Corte d’appello di Milano parzialmente riformava la sentenza in data 4 giugno 2014 con la quale il Gip del Tribunale di Monza aveva condannato M.B. alla pena di anni 5 di reclusione per i delitti di cui agli artt. 81 cpv., 94, 572, 582, 576, n. 5, 609 bis, cod. pen. in danno di G.A.. La Corte territoriale osservava che era stata raggiunta la prova della responsabilità penale del prevenuto in ordine a detti reati, in particolare confermando il giudizio di attendibilità piena della p.o., anche con riguardo al dissenso in relazione all’unico episodio di violenza sessuale ritenuto nella sentenza del primo giudice. Il giudice di appello riteneva peraltro non congruamente fissato il trattamento sanzionatorio, sicchè riduceva la pena inflitta al B. ad anni 3 mesi 8 giorni 20 di reclusione
Il delitto di cui all’art. 609-bis cod. pen. è integrato ogni qual volta sia lesa la libertà dell’individuo di poter compiere atti sessuali in assoluta autonomia, senza condizionamenti di ordine fisico o morale; con la conseguenza che non hanno diritto di cittadinanza, nella valutazione della condotta criminosa, eventuali giustificazioni dedotte in nome di presunti limiti o diversità culturali nella concezione del rapporto coniugale, posto che le stesse porterebbero al sovvertimento del principio dell’obbligatorietà della legge penale e all’affievolimento della tutela di un diritto assoluto e inviolabile dell’uomo quale è la libertà sessuale» (tra le molte, v. Sez. 3, n. 37364 del 05/06/2015, B., Rv. 265187).
Con sentenza in data 10 dicembre 2014 la Corte d’appello di Milano parzialmente riformava la sentenza in data 4 giugno 2014 con la quale il Gip del Tribunale di Monza aveva condannato M.B. alla pena di anni 5 di reclusione per i delitti di cui agli artt. 81 cpv., 94, 572, 582, 576, n. 5, 609 bis, cod. pen. in danno di G.A.. La Corte territoriale osservava che era stata raggiunta la prova della responsabilità penale del prevenuto in ordine a detti reati, in particolare confermando il giudizio di attendibilità piena della p.o., anche con riguardo al dissenso in relazione all’unico episodio di violenza sessuale ritenuto nella sentenza del primo giudice. Il giudice di appello riteneva peraltro non congruamente fissato il trattamento sanzionatorio, sicchè riduceva la pena inflitta al B. ad anni 3 mesi 8 giorni 20 di reclusione.
Contro la sentenza, tramite il difensore fiduciario, ha proposto ricorso per cassazione l’imputato deducendo cinque motivi.
Con il primo motivo il ricorrente censura la motivazione della sentenza impugnata in punto valutazione della attendibilità della p.o. In particolare il B. ribadisce l’assenza di riscontri alle dichiarazioni della medesima, chè anzi da quelle della figlia della coppia si ricaverebbero elementi logici di inferenza contrari.
Con il secondo motivo il ricorrente si duole della violazione del principio del ne bis in idem ex art. 649, cod. proc. pen. asserendo che la sentenza impugnata abbia deciso su fatti già coperti dal giudicato formato con sentenza del Tribunale di Monza in data 17 novembre 2008.
Con un terzo motivo il B. denuncia violazione di legge e vizio della motivazione in ordine alla, asseritamente erronea, affermazione di abitualità delle condotte di maltrattamenti.
Con un quarto motivo il ricorrente si duole di violazione di legge e vizio della motivazione in relazione al punto decisionale sul reato di violenza sessuale di cui al capo C della rubrica. In particolare il B. si sofferma sulla effettività del “dissenso” opposto dalla A. nell’unico episodio sussumibile nella norma incriminatrice, per l’effetto devolutivo, valutato dalla Corte d’appello di Milano ossia quello del 15 giugno 2013, contestando la pertinenza dei precedenti di legittimità che il giudice di appello cita.
Con il quinto motivo il B. si duole di violazione di legge e vizio della motivazione relativamente al mancato riconoscimento dell’attenuante di cui all’art. 609 bis, terzo comma, cod. pen., in particolare sostenendo l’inadeguatezza delle considerazioni -specificamente- fattuali utilizzate dalla Corte territoriale a suffragio del diniego.
In conclusione il ricorso deve essere rigettato ed il ricorrente condannato al pagamento delle spese processuali nonché di quelle di costituzione e rappresentanza della parte civile, liquidate come in dispositivo e distratte allo Stato, per effetto dell’ammissione al patrocinio gratuito.
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Questo articolo è stato pubblicato in avvocato difesa penale il 24 luglio 2016 da Armaroli.
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