Source: http://www.camera.it/leg17/410?idSeduta=0884&tipo=stenografico
Timestamp: 2018-07-18 22:27:07+00:00
Document Index: 160730750

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Seduta n. 884 di venerdì 10 novembre 2017
ANNA MARGHERITA MIOTTO, Segretaria, legge il processo verbale della seduta dell'8 novembre 2017.
PRESIDENTE. Comunico che, ai sensi dell'articolo 46, comma 2, del Regolamento, i deputati Alli, Bonaccorsi, Michele Bordo, Capelli, Carocci, Coscia, Dambruoso, Di Benedetto, Di Gioia, Fontanelli, Gozi, Lainati, Locatelli, Manciulli, Marcon, Polverini, Sanga e Tabacci sono in missione a decorrere dalla seduta odierna.
Annunzio delle dimissioni di un Vice Ministro e Sottosegretario di Stato.
PRESIDENTE. Comunico che il Presidente del Consiglio dei ministri ha inviato, in data 9 novembre 2017, la seguente lettera: “Onorevole Presidente, informo la S.V. che il Presidente della Repubblica, con proprio decreto in data odierna, adottato su mia proposta, ha accettato le dimissioni dalla carica di Vice Ministro e di Sottosegretario di Stato per il Ministero dell'Interno rassegnate dal senatore dottor Filippo Bubbico. Firmato: Paolo Gentiloni”.
(Iniziative per il riconoscimento dello stato di disoccupazione ai cosiddetti lavoratori intermittenti – n. 2-01992)
PRESIDENTE. Passiamo alla prima interpellanza urgente all'ordine del giorno Catalano e Pisicchio n. 2-01992 (Vedi l'allegato A).
Chiedo all'onorevole Catalano se intenda illustrare la sua interpellanza o se si riservi di intervenire in sede di replica. Sì, ne ha facoltà. Ha quindici minuti.
IVAN CATALANO. Grazie, Presidente, grazie, sottosegretaria. A febbraio di quest'anno il Governo ha deciso di cedere alle pressioni della CGIL e abrogare i voucher. Il sistema dei voucher era certamente migliorabile, ma consentiva al lavoratore di uscire dal lavoro nero nel quale moltissimi erano stati relegati, di aver accesso alle politiche attive del lavoro e alla disoccupazione. Proprio con l'idea di migliorare questo sistema avevamo proposto di digitalizzare i voucher, di imporre pagamenti elettronici e di utilizzare i big data per facilitare i controlli ed evitare gli abusi.
È stato chiaro fin da subito che la scelta di abolire i voucher avrebbe creato problemi enormi a moltissimi lavoratori e datori di lavoro, che ora infatti ne pagano le conseguenze. Le aziende sono state costrette ad utilizzare strumenti come i contratti a chiamata. Oggi il lavoratore che sottoscrive un contratto a chiamata, strumento del lavoro occasionale per eccellenza, perde il diritto di accedere ai servizi di politiche attive del lavoro. Questo accade perché il contratto a chiamata viene comunicato all'INPS, facendo così decadere la situazione di disoccupazione, anche nel caso in cui la persona che lo sottoscrive non venga mai chiamata per lavorare. Questa persona perde i suoi diritti da disoccupato, pur rimanendo tale, e, se una persona si trova a scegliere tra perdere un'opportunità di lavoro o tornare a lavorare in nero, sceglierà, avendone bisogno, sempre questa seconda opzione.
Con l'interpellanza chiedo, dunque, al Governo se non intenda assumere iniziative al fine di garantire a tali lavoratori, qualora non raggiungano un determinato monte ore oppure, come in precedenza era, la soglia dei 4.800 euro, lo status di disoccupato. Grazie.
FRANCA BIONDELLI, Sottosegretaria di Stato per il Lavoro e le politiche sociali. La ringrazio, Presidente. A seguito della richiesta di chiarimenti, anche da parte del coordinamento delle regioni e delle province autonome, sulla normativa in materia di stato di disoccupazione di cui al decreto legislativo n. 150 del 2015, i competenti uffici del Ministero del lavoro, con nota n. 3374 del 4 marzo 2016, hanno fornito alcune indicazioni in ordine alla compatibilità del lavoro intermittente con lo stato di disoccupazione.
Nello specifico, in tale nota, è stato precisato che il lavoratore intermittente comunica, con autocertificazione, al competente centro per l'impiego i periodi di lavoro effettivo svolto ai fini dell'aggiornamento dello stato di disoccupazione, con particolare riferimento alla sospensione di tale stato nelle giornate in cui il lavoratore risulti occupato. L'articolo 19, comma 3, del decreto legislativo n. 150 del 2015 stabilisce, infatti, che lo stato di disoccupazione è sospeso in caso di rapporto di lavoro di durata fino a sei mesi. Pertanto, anche per il lavoratore intermittente, sino al raggiungimento di tale periodo massimo, lo stato di disoccupazione non viene meno, ma è semplicemente sospeso. Voglio inoltre precisare che il ricorso all'istituto dell'autocertificazione si è reso necessario in quanto, ad oggi, i centri per l'impiego non hanno ancora accesso diretto alle comunicazioni amministrative di cui all'articolo 15, comma 3, del decreto legislativo n. 150 del 2015.
Ciò posto, occorre tuttavia chiarire che i centri per l'impiego offrono servizi per il lavoro anche a coloro che non sono in stato di disoccupazione, dando comunque priorità ai disoccupati tout court, ma non precludendo l'accesso ai servizi ad altre tipologie di utenti che hanno in corso un rapporto di lavoro.
Ciò è stato ribadito anche nella circolare n. 34 del 23 dicembre 2015 del Ministero del lavoro, con la quale è stato precisato che, ai fini dell'accesso ai servizi e alle misure di politica attiva del lavoro, lo stato di disoccupazione rappresenta certamente un elemento che può essere considerato, allo scopo di meglio mirare l'intervento o di stabilire criteri di priorità, ma non rappresenta un requisito esclusivo. In un'ottica di servizio nei confronti degli utenti, infatti, un'assistenza alla ricerca di occupazione nonché all'orientamento verso percorsi di riqualificazione non può non essere prestata nei confronti di coloro che la richiedono, anche se impegnati in attività lavorative non a tempo pieno o scarsamente remunerative o non confacenti al proprio livello professionale o semplicemente perché alla ricerca di un'occupazione più confacente alle proprie aspettative.
PRESIDENTE. L'onorevole Catalano ha facoltà di dichiarare se sia soddisfatto per la risposta alla sua interpellanza.
IVAN CATALANO. Grazie, Presidente. Mi riservo di leggere più attentamente la risposta della sottosegretaria. Posso dichiararmi parzialmente soddisfatto, in quanto, comunque sia, i centri per l'impiego hanno difficoltà nel gestire questo tipo di situazioni e spesso e volentieri i lavoratori che si vedono sospeso il loro stato di disoccupazione, anche per pochi giorni, poi perdono delle opportunità di formazione e di politiche attive del lavoro. Quindi, mi riservo di studiare bene la sua risposta, eventualmente di presentare un altro atto di sindacato ispettivo oppure altre azioni per risolvere il problema. Grazie.
(Iniziative volte a disciplinare le responsabilità connesse agli obblighi di vigilanza sugli studenti minori di 14 anni in relazione all'uscita dei medesimi dagli istituti scolastici al termine delle lezioni – n. 2-01997)
PRESIDENTE. Passiamo all'interpellanza urgente Cimbro ed altri n. 2-01997 (Vedi l'allegato A).
L'onorevole Roberta Agostini ha facoltà di illustrare l'interpellanza di cui è cofirmataria per quindici minuti.
ROBERTA AGOSTINI. Grazie, Presidente. Questa interpellanza nasce dalla preoccupazione relativa a una vicenda che interessa moltissimi ragazzi e le loro famiglie. La normativa vigente assegna alla scuola il dovere della sorveglianza degli allievi minorenni per tutto il tempo in cui gli sono affidati e comunque fino al subentro dei genitori o di persone da questi incaricate. La Corte di Cassazione, con una recente sentenza del 2017, si è pronunciata sulla morte di un bambino, che è stato investito da un autobus sulla strada pubblica all'uscita da scuola, e da questa stessa sentenza si evince che, in caso di incidente ad un alunno minore di 14 anni fuori dall'edificio scolastico, la scuola sarebbe ugualmente responsabile, perché gli insegnanti hanno l'obbligo di assicurarsi che i bambini siano saliti sull'autobus oppure aspettare i genitori se sono in ritardo. Quindi, da questa sentenza deriverebbe un obbligo preciso di vigilanza da parte del personale scolastico di far salire e scendere dai mezzi di trasporto gli alunni.
Spesso la meccanica applicazione di queste norme da parte dell'istituto scolastico, anche a seguito di questa sentenza, ha provocato uno scontro con la volontà, invece, di molte famiglie di favorire l'autonomia dei ragazzi. Neppure l'eventuale autorizzazione o la liberatoria, che può essere chiesta in questi casi, in base al regolamento di alcuni istituti scolastici, per il rientro a casa da soli degli alunni minorenni non è supportata da norme di rango primario, quindi rischia di essere vana.
In conseguenza di questa sentenza, si sono moltiplicati, in queste settimane, i casi di presidi che hanno comunicato alle famiglie, in particolare nelle scuole medie, che i ragazzi non potranno uscire da soli da scuola e che non saranno prese in considerazione liberatorie o autorizzazioni per l'uscita autonoma degli studenti. A seguito di questa sentenza, la Ministra dell'istruzione ha annunciato e ribadito l'obbligo di accompagnare e riprendere i minori a scuola in quanto lo prevede la legge, sottolineando che il Ministero non ha la funzione né la responsabilità di modificare una legge dello Stato e che, comunque, per i nonni è un grande piacere andare a prendere i nipoti. Solo successivamente, dopo una discussione che si è aperta, si è ventilata la possibilità di un'eventuale modifica normativa, volta a favorire l'autonomia degli studenti minorenni. Quindi, c'è stata, a nostro parere, una gestione un po' confusa, a tratti contraddittoria, della vicenda che, invece, interessa notevolmente le famiglie italiane.
Quindi, noi chiediamo quali iniziative urgenti si intendano assumere per superare le criticità esposte e, anche, per favorire una sempre maggiore responsabilizzazione degli studenti minorenni, consentendo l'uscita autonoma dai locali scolastici e, nello stesso tempo, garantendo anche la tutela giuridica ai dirigenti e al personale scolastico.
GABRIELE TOCCAFONDI, Sottosegretario di Stato per l'Istruzione l'università e la ricerca. Grazie, Presidente. Gli onorevoli interpellanti chiedono l'adozione di iniziative per conciliare la necessità di favorire il processo di autoresponsabilizzazione delle studentesse e degli studenti al momento dell'uscita da scuola, dopo il termine dell'orario delle lezioni, con l'esigenza di garantire al personale scolastico una maggiore tutela giuridica, basata su presupposti certi, in relazione agli obblighi di sorveglianza.
Come è noto, e come ricordato, su tale questione si è sviluppato, in questi giorni, un ampio dibattito a seguito di una recente pronuncia della Corte di cassazione, 19 settembre 2017, emessa a seguito della morte di un alunno investito mentre ritornava a casa dopo l'uscita da scuola. La questione richiede, in maniera preliminare, di essere inquadrata sotto il profilo giuridico e normativo. In sintesi, l'obbligo di vigilanza è previsto per i dirigenti scolastici dal decreto legislativo n. 165 del 2001, per i docenti dall'articolo 29, comma 5, del vigente contratto collettivo nazionale di lavoro, per il comparto scuola 2006-2009, e per il personale ATA dalla Tabella A, profili di area del personale ATA, allegata al medesimo contratto collettivo.
Quanto al soggetto vigilato, l'obbligo di vigilanza si riferisce, in genere, a tutti i minori e, quindi, fino alla maggiore età, diciott'anni; tuttavia, già a partire da 14 anni si considera che il minore abbia maturato una certa capacità di intendere e volere, intesa come sua idoneità alla autodeterminazione, ovverosia consapevolezza dell'incidenza del proprio operare sul mondo esterno, tant'è vero che la Cassazione civile si è pronunciata, sostenendo che il dovere di vigilanza imposto ai docenti non ha carattere assoluto, bensì relativo, occorrendo correlarne il contenuto e l'esercizio in modo inversamente proporzionale all'età e al normale grado di maturazione degli alunni, in relazione alle circostanze del caso concreto. Di modo che, con l'avvicinamento di costoro all'età del pieno discernimento, l'espletamento di tale dovere non richiede la continua presenza degli insegnanti, purché non manchino le necessarie misure organizzative idonee ad evitare il danno.
Posto ciò, appare, quindi, opportuna, ai fini della risoluzione della questione, la definizione di uno strumento, anche di carattere normativo, che, specificamente per la scuola, riconosca la possibilità di uscita autonoma del minore, condizionata al ricorrere di taluni presupposti che tengano conto dell'età, del grado di autonomia e di istruzione, delle scelte educative formulate dalla famiglia, della situazione logistica. Tutto ciò, in ogni modo, continuando a garantire l'attuale livello di tutela delle ragazze e dei ragazzi.
Il Ministero sta approfondendo con attenzione la tematica e nello stesso tempo guarda con estremo favore all'ipotesi di introdurre una norma di rango primario - sono già stati proposti alcuni emendamenti di iniziativa parlamentare in tal senso - che consenta ai genitori o tutori dei soggetti minori di 14 anni, in considerazione dell'età di questi ultimi, del loro grado di autonomia e nello specifico contesto, di autorizzare le istituzioni del sistema nazionale di istruzione a consentire l'uscita autonoma degli stessi dai locali scolastici, al termine dell'orario delle lezioni, esonerando, con tale autorizzazione, il personale scolastico dalla responsabilità connessa all'adempimento dell'obbligo di vigilanza.
Ciò consentirebbe ai genitori esercenti la responsabilità genitoriale e ai tutori dei minori di 14 anni, nell'ambito di un processo di autoresponsabilizzazione dei propri figli, di valutare il livello di crescita e di sviluppo di questi, nonché il grado di autonomia e responsabilità raggiunto dagli stessi, nonché lo specifico contesto in cui essi si muovono. Tutto questo, in ossequio ai principi sanciti dalla Carta costituzionale che assegna alla famiglia e alla scuola la responsabilità di educare e istruire i giovani, in un rapporto famiglia-scuola che va nella direzione di una relazione sempre più interattiva. Nel solco dell'evoluzione delle più recenti teorie pedagogiche, si introdurrebbero così nuove modalità organizzative atte a favorire un maggiore coinvolgimento dei genitori nella vita scolastica, promuovendo ulteriormente la corresponsabilità educativa famiglia-scuola. Difatti, l'autorizzazione genitoriale all'uscita autonoma dalla scuola del minore potrà costituire il frutto del confronto responsabile, dell'accordo partecipato, della condivisione di metodologie e obiettivi tra famiglia e scuola; modalità che deve sempre caratterizzare il processo di crescita del minore in ambito scolastico, inteso in senso lato.
Concludendo, si evidenzia che, nell'ipotesi di autorizzazione genitoriale alla libera uscita dei minori, il minore non resta privo di qualsivoglia forma di tutela. L'obbligo di vigilanza e le connesse responsabilità tornano, di fatti, in capo ai genitori, essendosi realizzato quel subentro potenziale nella vigilanza che la giurisprudenza ha più volte richiesto per sollevare la scuola dall'obbligo di sorveglianza sui minori nel caso di specie. Si cita, tra le tante, la sentenza della Cassazione civile n. 3074 del 30 marzo 1999.
ROBERTA AGOSTINI. Grazie, Presidente. Noi prendiamo atto della risposta del Governo e dell'orientamento positivo rispetto alle questioni che avevamo posto e continueremo a vigilare sul tema. Nel senso che, appunto, uno strumento normativo, appare necessario - anche il Governo lo dice - per favorire l'autonomia dei ragazzi e anche la loro tutela; il Ministero segue la questione, sono stati presentati alcuni emendamenti a proposte di legge attualmente in itinere, penso che ci si riferisca al decreto fiscale, abbiamo letto sui giornali e sulle agenzie di stampa notizie in questo senso.
Ecco, noi continueremo a vigilare, perché noi crediamo che uno strumento, in questo momento, ci voglia, debba essere efficace, ma bisogna anche agire con la massima tempestività. Il nostro gruppo ha più volte chiesto al Governo, nei giorni scorsi, di intervenire con rapidità, anche attraverso un decreto. Noi stessi abbiamo depositato, nei giorni scorsi, una proposta di legge che integra la normativa vigente, prevedendo che, appunto, i genitori possano autorizzare la scuola a consentire l'uscita autonoma dei ragazzi e dei minori, proprio perché siamo d'accordo sul fatto che ci debba essere una collaborazione tra scuola e famiglia e che ci debba essere una valutazione anche congiunta legata all'età dei ragazzi, legata alla complessità del territorio, alla maturità dei bambini. Io penso che noi, come istituzioni, dobbiamo fare di tutto per incentivare i percorsi di autonomia dei bambini e dei ragazzi che, quindi, vanno anche protetti da una cornice legislativa.
È un compito delle famiglie, naturalmente, ma anche un compito delle scuole e delle istituzioni, quello di favorire l'autonomia e la consapevolezza. Tra l'altro, un'indagine ISTAT del 2014 ci dice che quasi la metà degli studenti italiani compie da solo il tragitto casa-scuola. Io vorrei solo ricordare un progetto di qualche anno fa, messo in campo dal comune di Roma, in particolare, ma, poi, seguito anche da altri comuni, che era un progetto promosso dal CNR, nell'ambito della Citta dei bambini, che si chiamava “noi a scuola ci andiamo da soli”, il quale partiva da un dato, giudicato negativamente: ossia che la mobilità dei bambini, e in quel caso si parlava proprio dei bambini delle elementari, si è ridotta moltissimo negli ultimi dieci o venti anni.
Noi tutti ci possiamo ricordare che, quando eravamo bambini, avevamo un accesso alle strade e alle piazze molto più libero di quanto non accada ora; questo dato, però, induce delle preoccupazioni, perché è indispensabile che i bambini siano sostenuti nel processo di apprendimento e di consapevolezza dell'ambiente che li circonda, l'attraversamento delle strade, e quindi siano, come dire, sollecitati anche nella percezione dei rischi anche in maniera autonoma, non sempre guidati da genitori o, comunque, da figure adulte.
Naturalmente, questo presuppone anche una filosofia completamente diversa nel modo in cui le città devono essere organizzate e, quindi, questo progetto prevedeva dei percorsi protetti, con un coinvolgimento anche collettivo e sociale di questo apprendimento di autonomia. Era un bellissimo progetto che sollecitava proprio un punto di vista diverso sulla capacità di responsabilizzare e di rendere autonomi i nostri bambini e i nostri ragazzi. Naturalmente, i nonni vanno benissimo, non tutte le famiglie, però, purtroppo, si possono permettere che i nonni possano andare a prendere i bambini e spesso e volentieri, magari, i nonni non hanno neppure voglia di farlo tutti i giorni. Adesso, a parte le battute, io credo che dobbiamo essere guidati da approccio diverso, che sollecita l'autonomia e la responsabilità dei nostri ragazzi e la collaborazione tra la scuola e la famiglia, e un'idea anche di amministrazione delle città profondamente diversa da quella che stiamo sperimentando in questi anni. Serve uno scatto, serve una capacità anche un po' strategica, io credo, una collaborazione tra i diversi soggetti istituzionali e con le famiglie.
Però, io mi permetto ancora una volta di sollecitare alla rapidità dei tempi il Governo, affinché questa questione possa essere risolta rapidamente, perché interessa moltissime famiglie e, quindi, chiedo di avere uno scatto e una rapidità nell'affrontare il tema, perché c'è stata molta confusione, c'è stata molta incertezza in questi in questi mesi.
L'attenzione che vogliamo portare su questa vicenda deriva dal fatto che il distretto di Galatina è l'area con la più alta incidenza di neoplasie e di malattie polmonari. Non cito i dati, ma sono davvero impressionanti. E nonostante i due aspetti che ho richiamato, si registra, a nostro avviso, una totale assenza di monitoraggio dell'impianto Colacem. La regione Puglia è intervenuta il 25 maggio scorso e ha definito una serie di prescrizioni per quanto riguarda il monitoraggio e gli standard che devono essere osservati. Tuttavia, almeno ad oggi, le indicazioni della regione Puglia sono state sostanzialmente disattese. Il mese scorso i sindaci di Galatina e di altri comuni del territorio circostante hanno richiesto lo stop cautelativo del conferimento di ceneri da parte della centrale Enel di Cerano a Colacem.
E non siamo soddisfatti perché avevamo chiesto in modo esplicito, stante l'elevata concentrazione di gravi patologie nel distretto di Galatina, un fermo cautelativo dell'impianto fino all'adempimento da parte della Colacem delle prescrizioni dell'AIA, i cui tempi mi pare non sono stati indicati, non sono stati confermati.
Inoltre, non siamo soddisfatti - e su questo concludo -, in quanto avevamo posto la richiesta di valutazione di impatto sanitario dello stabilimento e delle procedure produttive che lì vengono realizzate e non abbiamo avuto un riscontro su questo punto.
È evidente che noi continueremo a seguire questa vicenda e incalzeremo il Governo affinché si possa raggiungere quell'obiettivo che ricordavo all'inizio e, cioè, la fine di un conflitto fra diritto alla salute e diritto al lavoro e l'avvio, invece, di una soluzione che consenta, contestualmente, di soddisfare entrambi questi diritti.
(Iniziative volte a evitare l'esecuzione della sentenza di condanna a morte del medico e ricercatore iraniano Ahmadreza Djalali e a garantirne la scarcerazione – n 2-01994)
PRESIDENTE. Passiamo all'interpellanza urgente Locatelli ed altri n. 2-01994 (Vedi l'allegato A).
Chiedo all'onorevole Locatelli se intenda illustrare la sua interpellanza o se si riservi di intervenire in sede di replica. Le do subito la parola per 15 minuti.
PIA ELDA LOCATELLI. Grazie, signor Presidente. Il 21 ottobre 2017, esattamente venti giorni fa, il dottor Djalali, un medico ricercatore iraniano di 45 anni, è stato condannato a morte da un giudice del tribunale rivoluzionario dell'Iran con l'accusa di essere una spia al servizio di Israele. L'esecuzione della condanna a morte potrebbe essere imminente e fare seguito alla scadenza dei venti giorni concessi per proporre un ricorso contro la sentenza.
Il dottor Djalali, che è di cittadinanza iraniana, ma residente in Svezia, è stato arrestato senza mandato o senza un'accusa ufficiale il 24 aprile dello scorso anno mentre si trovava in Iran per un ciclo di conferenze presso le università di Teheran e Shiraz; imprigionato in una sezione speciale del carcere di Evin, gli è stato negato un avvocato ed ha effettuato scioperi della fame e della sete per ribadire la propria innocenza ed ottenere un giusto processo. Ad oggi, restano ignote le prove che ne hanno determinato l'arresto e la condanna.
Il dottor Djalali, medico ed esperto di medicina dei disastri di emergenza, è uno scienziato conosciuto e rispettato nella comunità scientifica internazionale per le sue ricerche e per il suo insegnamento di alta qualità. Dal 1997 al 2007 ha lavorato in Iran nel campo della gestione dei disastri naturali e tecnologici in qualità di ricercatore, docente e programmatore, prima presso il Ministero della salute e poi all'Istituto di ricerca sulle catastrofi naturali.
Nel 2008 ha iniziato un dottorato di ricerca presso il Karolinska Institutet a Stoccolma, e ha poi ottenuto il master europeo di medicina dei disastri presso l'Università di Vercelli e quella di Bruxelles. Dal 2012 al 2016 è stato ricercatore post-doc presso il centro di ricerca Emergencyanddisastermedicine dell'Università del Piemonte Orientale, ed è accademico affiliato a Stoccolma e a Bruxelles. Ha inoltre coordinato vari programmi di formazione e di ricerca della Commissione europea per i sistemi sanitari nel settore della gestione della crisi, dell'istruzione, del terrorismo e degli eventi CBRNE - che è un acronimo che sta per chimici, biologici, radiologici, nucleari ed esplosivi - dei Paesi della UE. Nello stesso tempo ha mantenuto la cooperazione accademica e operativa con le università e i centri di ricerca iraniani per la gestione della crisi e i programmi di difesa passiva, tutti pubblici e non classificati sotto l'aspetto della sicurezza. La motivazione della condanna a morte risiederebbe nella collaborazione del medico ricercatore con Paesi nemici, con un riferimento specifico allo Stato di Israele, ma è stato lo stesso Djalali, secondo quanto riferito in un articolo della rivista Nature, a fornire una ben diversa spiegazione del suo arresto: il dottor Djalali non solo non ha mai coltivato gli interessi di Israele o di qualsiasi altro Stato straniero, ma esattamente, al contrario, il suo arresto sarebbe la conseguenza del suo rifiuto a raccogliere informazioni per conto dei servizi segreti iraniani durante la sua permanenza all'estero; la sua attività di ricercatore lo ha portato infatti a visitare strutture ospedaliere e di ricerca in diversi Paesi, compresa l'Italia.
Di sicuro, come testimoniato da numerosissimi attestati di scienziati e ricercatori, non ultimi i rettori delle università di Stoccolma, Bruxelles e Torino, il dottor Djalali è uno stimatissimo ricercatore che si è occupato del ruolo degli ospedali in caso di catastrofe e della sicurezza degli stessi nell'esposizione a rischi diversi, compresi quelli chimici, batteriologici e nucleari, nonché nella formazione dei professionisti che operano nella risposta ai disastri di varia natura. Al di là della personalità del dottor Djalali, della gravità del fatto che l'accusa e l'arresto di uno scienziato suonano come una pericolosa minaccia alla libertà e all'indipendenza della ricerca scientifica, dell'apparente pretestuosità delle accuse che gli sono state mosse, della modalità del suo arresto e della sua detenzione, proprio per la qualità e la quantità dei rapporti che intercorrono tra l'Italia e la Repubblica Iraniana, per l'amicizia che lega i nostri popoli, non possiamo accettare in silenzio che si allunghi ulteriormente la lista delle esecuzioni capitali inflitte dai tribunali di quel Paese. Per questo, le chiediamo di sapere quali iniziative il Governo italiano abbia adottato nei mesi scorsi, come dichiarato dal Ministro degli affari esteri, Angelino Alfano, il 23 ottobre 2017, e quali ulteriori passi intenda adottare alla luce della imminente - proprio oggi - scadenza dei tempi per scongiurare l'esecuzione della sentenza e restituire alla libertà il dottor Djalali.
MARIO GIRO, Vice Ministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale. Presidente, la Farnesina, anche per il tramite dell'ambasciata italiana a Teheran, segue con attenzione il caso del dottor Djalali, cittadino iraniano residente in Svezia che in passato ha collaborato anche con l'Università Statale del Piemonte Orientale; segue la sua situazione sin dal gennaio 2017, quando è giunta la notizia del suo arresto in Iran, nell'aprile 2016, con l'accusa di attività sovversiva e spionaggio.
Abbiamo sollevato il caso più volte con le autorità iraniane, sia a livello diplomatico, con il nostro ambasciatore, che a livello politico, come Farnesina, e continueremo a sensibilizzare Teheran al riguardo. La Farnesina ha affrontato anzitutto, per la prima volta, il tema con l'ambasciatore iraniano a Roma il 7 febbraio scorso. Successivamente, la Ministra Fedeli ha sollevato la questione nel corso della sua missione Iran, il 19 e 20 aprile, così come il sottosegretario Amendola, in visita a Teheran dal 2 al 4 maggio scorso. A giugno, l'ambasciatore d'Italia a Teheran ha svolto un passo con il Segretario generale del Consiglio supremo dei diritti umani, Javad Larijani. Il sottosegretario Amendola ha nuovamente ricordato il caso al Vice Ministro iraniano Ravanchi nel corso della sua missione a Teheran il 5 e 6 agosto scorsi, auspicandone una positiva soluzione in uno spirito umanitario e nel rispetto dell'ordinamento interno iraniano.
Malgrado tali interventi, cui si aggiungono quelli condotti dai partner dell'Unione europea, inprimis della Svezia, che, in base alla propria normativa nazionale è tenuta a fornire protezione consolare anche agli stranieri residenti sul suo territorio, il 24 ottobre scorso il procuratore generale di Teheran ha dichiarato pubblicamente che Djalali è stato condannato a morte per spionaggio a favore di Israele e contrasto alla volontà di Dio. Il dottor Djalali ha 20 giorni a disposizione per presentare appello. La questione è stata immediatamente discussa inloco dai capi missione dell'Unione europea, e il 28 ottobre scorso l'ambasciata d'Italia si è associata al passo congiunto effettuato dall'ambasciatore della Bulgaria, Paese che rappresenta inloco la Presidenza del Consiglio dell'Unione europea presso il Dipartimento dei diritti umani del Ministero degli esteri iraniano. In tale occasione sono stati ripercorsi i passaggi essenziali del caso Djalali ed evidenziata la preoccupazione dei Paesi e delle pubbliche opinioni dell'Unione Europea per la sentenza a morte recentemente comminata. Sono state, altresì, ricordate la contrarietà dell'Unione europea alla pena di morte e l'espresso auspicio che si svolga un giusto processo, e che vengano consentite visite regolari al detenuto da parte di conoscenti e familiari.
Da parte iraniana è stato osservato che, sulla base delle informazioni ricevute dal potere giudiziario, si tratta di una questione di estrema sensibilità che attiene alla sicurezza nazionale. Sono state ricordate le dichiarazioni del procuratore generale di Teheran, il quale ha accusato il ricercatore di aver fornito al Mossad informazioni sui siti nucleari e militari della Repubblica islamica, nonché il suo presunto coinvolgimento nell'uccisione di alcuni scienziati iraniani negli anni scorsi. Gli interlocutori iraniani hanno peraltro sottolineato che si tratta di una sentenza di primo grado e che Djalali potrà far ricorso, aggiungendo che, per i casi di condanna a morte, sono previsti meccanismi di tutela aggiuntivi che contemplano anche l'intervento del capo del potere giudiziario. Le autorità iraniane hanno inoltre assicurato che è in fase di organizzazione un incontro tra l'ambasciata interessata e il Consiglio supremo dei diritti umani del potere giudiziario per approfondire le denunce della famiglia del detenuto in base alle quali egli non avrebbe potuto beneficiare di un giusto processo, né gli sarebbe stato concesso di essere difeso dal suo avvocato di fiducia. Il Governo continuerà, in stretto raccordo con i Paesi partner Unione europea, a sollevare la questione con le autorità di Teheran, ponendo enfasi sul legame tra il ricercatore e il nostro Paese e sui risvolti umanitari della vicenda.
PRESIDENTE. L'onorevole Pia Elda Locatelli ha facoltà di dichiarare se sia soddisfatta per la risposta alla sua interpellanza.
PIA ELDA LOCATELLI. Presidente, che posso dire? Posso dire che sono soddisfatta per questi continui interventi da parte delle autorità italiane, e mi riferisco all'intervento del nostro ambasciatore, della Ministra Fedeli, dei ripetuti interventi del sottosegretario Amendola e degli interventi dei partner europei. Il caso è stato veramente seguito, ma non ci sono arrivati segnali di speranza da parte di quel Paese rispetto - dal mio punto di vista - ad una restituzione alla legalità di questo scienziato iraniano. L'unica speranza che posso vedere in questo scambio tra autorità iraniane e le autorità italiane ed europee è che si tratta una sentenza di primo grado, quindi possiamo prendere tempo, e avendo tempo forse si possono ulteriormente accentuare le pressioni del nostro Paese nei confronti di quel Paese.
Noi abbiamo una lunga e ricca tradizione di rapporti politici, economici e culturali con l'Iran che meritano la più grande attenzione, e sinceramente ci auguriamo vivamente che proseguano e si sviluppino ulteriormente nell'interesse dei reciproci popoli e del reciproco rispetto, ma ci sono delle cose che noi non possiamo accettare.
Proprio per la solidità e insieme la complessità di questi rapporti chiediamo che le autorità giudiziarie iraniane assicurino al dottor Djalali un trattamento non solo nel pieno rispetto dei diritti umani, ma anche che rispondano positivamente alle denunce fatte dalla famiglia del dottor Djalali di rispetto anche della regolarità di questo giudizio secondo l'ordinamento iraniano. E riteniamo fondamentale che il nostro Paese sia a fianco delle comunità scientifiche internazionali in difesa delle libertà fondamentali dei ricercatori. Noi non possiamo che ribadire con forza il diritto alla libertà della cultura e nella cultura, della ricerca e nella ricerca, a maggior ragione quando c'è di mezzo una condanna a morte, e quindi la vita di un esponente di questa comunità internazionale scientifica.
L'Italia ha abolito la pena di morte e ne sostiene convintamente l'abolizione in tutto il mondo, e, purtroppo, la Repubblica islamica dell'Iran, insieme ad altri Stati, continua a comminare la pena capitale. L'anno scorso, secondo l'Iran Human Rights, le condanne a morte eseguite sarebbero state 530, e, sebbene il dato sia inferiore rispetto al numero annuale delle esecuzioni avvenute negli ultimi cinque anni in quel Paese, con una media di più di una sentenza al giorno, questo rimane il Paese con il più alto numero di pene capitali di cui abbiamo dati abbastanza certi. Forse noi ci eravamo illusi che qualcosa stesse cambiando in quel Paese, che è considerato davvero un partner importante politico, oltre che economico e finanziario, dalla comunità internazionale.
Ma come possiamo considerarlo così importante se disconosce in modo così plateale, se nega i principi fondamentali, fondanti, dei diritti umani sanciti nei trattati internazionali? Che interlocuzione internazionale possiamo avere? E, quindi, impedire la condanna a morte del dottor Djalali vuol dire contribuire anche a combattere questa battaglia per i diritti umani in Iran e a combattere la pena capitale. A proposito di pena capitale nel mondo, lo scorso dicembre l'Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato, con una maggioranza schiacciante, la sua sesta risoluzione in favore di una moratoria sulle esecuzioni, in vista - ci auguriamo, ma intensamente ci auguriamo - dell'abolizione della pena di morte, che è un impegno al quale siamo chiamati tutti noi che ci impegniamo a difendere i diritti umani.
E riteniamo - è una speranza che abbiamo - che sia solo una questione di tempo prima che la pena capitale sia destinata ai libri di storia. Negli ultimi dieci anni, cioè dal 2007 ad oggi, l'Assemblea generale delle Nazioni Unite, come dicevo, ha adottato sei risoluzioni per la moratoria globale sulla pena di morte, con una maggioranza di voti sempre crescente, e da quell'anno 13 Paesi hanno abolito la pena di morte per tutti i reati. Ecco, su un totale, la volta scorsa, a dicembre, il 19 dicembre mi pare, di 193 Stati membri delle Nazioni Unite, 117 hanno votato a favore della moratoria e soltanto 40 hanno votato contro e 13 si sono astenuti, che è un passo avanti. Questa risoluzione sulla moratoria stabilisce che la pena di morte è un tema di preoccupazione globale per i diritti umani. Questo percorso, che è positivo, chiaramente non è sempre lineare, perché, se abbiamo visto nuovi Paesi, nel dicembre del 2016, votare a favore della risoluzione, abbiamo anche visto, ad esempio, lo Zimbabwe, che è passato dal voto contrario all'astensione, ma abbiamo anche visto Paesi, come le Filippine, la Guinea, il Niger e le Seychelles, che si sono astenuti, dopo aver precedentemente votato a favore.
Per cui, un percorso, un trend positivo, con, però, delle incertezze. Però, se pensiamo che nel 1945, anno di fondazione delle Nazioni Unite, solo otto dei 51 Paesi di allora, membri di allora delle Nazioni Unite, avevano abolito la pena di morte, allora vediamo il trend positivo. Quindi è un percorso di speranza; ma, non basta sperare, questo è il problema.
Non basta sperare, dobbiamo compiere tutte le azioni che sono nella nostra disponibilità; e, per questo, riteniamo sia nostro dovere esercitare, continuare ad esercitare quotidianamente tutte le pressioni possibili sugli Stati con i quali interagiamo in questo momento, in modo particolare con l'Iran, indicando che noi ci opponiamo alla pena di morte in ogni circostanza e senza eccezione, a prescindere dalla natura o dalle circostanze del reato, dalla colpevolezza o dall'innocenza o da altre caratteristiche delle persone coinvolte o dal metodo usato per eseguire la pena capitale, a partire, ovviamente, come dicevo, dal caso che abbiamo sollevato con questa interpellanza, il caso del dottor Djalali, per il quale chiediamo in primis il rispetto delle garanzie della giustizia, ma, soprattutto, la restituzione quanto prima della sua libertà.
L'Italia deve svolgere un ruolo importante in questa che definiamo tragica vicenda, sia attraverso le nostre sedi diplomatiche, che mi pare lo stiano facendo, sia coinvolgendo le istituzioni europee, e in particolare l'Alta rappresentante per la politica estera e di sicurezza Federica Mogherini, per scongiurare l'esecuzione della sentenza e restituire la libertà al dottor Djalali.
(Iniziative per assicurare la correttezza delle procedure di voto degli italiani all'estero, alla luce di asserite irregolarità in occasione delle ultime elezioni politiche – n 2-01995)
PRESIDENTE. Passiamo all'interpellanza urgente Dieni ed altri n. 2-01995 (Vedi l'allegato A).
Chiedo all'onorevole Dieni se intenda illustrare la sua interpellanza o se si riservi di intervenire in sede di replica.
FEDERICA DIENI. Sì, grazie, Presidente. Signor Viceministro, la trasmissione Le Iene di domenica 29 ottobre 2017 ha mandato in onda un servizio di estrema gravità. In questo, l'inviato Filippo Roma intervistava un soggetto che si qualificava come collaboratore del deputato Mario Caruso. La registrazione tutela, ovviamente, l'anonimato della persona, per cui non è possibile comprendere di chi si tratti effettivamente. Ciò che è certo è che il soggetto parlava di fatti ben circostanziati, facendo accuse precise che demoliscono l'attendibilità del voto all'estero. La cosa, va detto, non ci sorprende minimamente, dato che più volte il MoVimento 5 Stelle ha avanzato i propri dubbi sulla regolarità delle operazioni e ha messo in evidenza la facilità estrema con cui è possibile manovrare i voti e persino le schede, viste le palesi falle dell'attuale sistema elettorale definito dalla legge 27 dicembre 2001, n. 459. Questo è talmente vero che abbiamo presentato diverse proposte per cercare di correggere gli errori più evidenti e rafforzare le garanzie di voto attraverso diversi emendamenti e proposte.
Ma cosa si denuncia, in sostanza, nel servizio citato? Si descrive una serie di condotte inquietanti, in cui risulterebbe che migliaia di voti potrebbero essere stati espressi attraverso un'unica organizzazione, che avrebbe dapprima raccolto le schede di voto, sottraendole al servizio postale o comprandole per pochi euro dai cittadini italiani residenti all'estero, e quindi le avrebbe votate, ovviamente allo stesso modo, rimandandole, quindi, alle rappresentanze consolari italiane. Con questo sistema, organizzato dal deputato Mario Caruso, si sarebbe smantellata in un solo colpo la prescrizione contenuta nell'articolo 48 della Costituzione sull'uguaglianza, personalità, libertà e segretezza del voto, e si sarebbero falsate le regole del gioco democratico. Il fatto che vorrei sottolineare è che tutto questo si sarebbe prodotto in Germania, uno Stato europeo in cui, meno che in altri, si riterrebbe possibile che potessero succedere fatti del genere.
Viene da chiedersi, allora, come sia possibile garantire la correttezza del voto in Paesi dell'Africa, dell'Asia o dell'America Latina, nel momento in cui nella stessa Unione europea, in uno Stato che gode di fama di organizzazione e precisione, è possibile infangare in questo modo il sistema di votazione delle elezioni politiche. A fronte di questa situazione, è lecito avanzare dubbi sul complesso del voto degli italiani all'estero: se in Germania bastano 5 euro per comprare un plico o un migliaio di euro per corrompere un postino e farsi consegnare il materiale elettorale inviato dai consolati, quanti ne servirebbero nei Paesi dove il prezzo della vita è decisamente inferiore? Ciò non toglie che, anche se si trattasse del solo caso tedesco, sarebbe gravissimo; ma non possiamo essere così ingenui da pensare che, poiché è così facile scardinare le garanzie predisposte, questo fenomeno non sia largamente diffuso.
D'altra parte, basta guardare il servizio per avere comunque la prova che, se non geograficamente, almeno a livello temporale, i brogli sono stati ricorrenti e ripetuti durante tutte le tornate elettorali. Rosario Cambiano, candidato alle elezioni del 2006, intervistato dalla trasmissione a viso scoperto, ha denunciato, addirittura, che, nel percorso dalla tipografia alle poste, parte delle schede verrebbero distratte dalla loro destinazione. Se questo fatto fosse vero, esso dovrebbe anche sollevare dei dubbi sulla stessa vigilanza messa in atto dai consolati.
Se, infatti, non è possibile richiedere che le rappresentanze italiane inseguano ogni postino tedesco, si spera almeno che comunque mettano in atto qualche forma di controllo sulle garanzie che offre una tipografia nel lavoro che esercita e nell'assenza di violazioni nel trasporto delle schede al servizio di spedizione, perché ricordiamo che, a differenza di quanto accade in Italia, dove appunto le schede non sono stampate dalla tipografia, all'estero accade questo.
Vi sarebbe poi un terzo livello di controllo previsto dalla legge, che eviterebbe perlomeno di tener conto del voto di coloro che lo esercitano due volte, chiedendo nuovamente il plico al consolato oppure, non ricevendolo, magari perché intercettato attraverso queste operazioni truffaldine, se lo fanno rispedire e si trovano quindi, senza loro colpa, a votare un seconda volta. La legge prevede, infatti, che all'interno di ogni busta che arriva ai seggi elettorali della circoscrizione estero sia presente un codice identificativo univoco, che permette di verificare l'esercizio del diritto di voto da parte dell'elettore e controllare eventuali doppioni. Purtroppo, però, a quanto risulta dalle dichiarazioni raccolte al centro di Castelnuovo di Porto, dove appunto avviene lo spoglio, gli scrutatori procederebbero all'esame delle schede non individualmente, come prevede il regolamento, ma cumulativamente, senza procedere al controllo della corrispondenza di ogni singolo votante presente negli elenchi e relativi codici. Tra l'altro, risulterebbe che ai seggi si sarebbe introdotto personale esterno ed estraneo al seggio per dare una mano agli scrutatori. Nel video si parla perfino di una persona che ha portato con sé la famiglia e la donna delle pulizie per dividere il lavoro.
Da ciò che emerge, dunque, è tutto il sistema elettorale, dal voto allo spoglio, a essere fallato e totalmente inattendibile. E ritengo sorprendente che si siano potute produrre tali crepe nel sistema democratico, senza che il Governo abbia anche soltanto ravvisato in questi anni l'esigenza non dico di correggere, ma anche soltanto di mettere una pezza alle violazioni più vistose. Un fatto del genere, all'approssimarsi delle elezioni, non può essere fatto passare in cavalleria, dato che stiamo parlando dell'elezione di dodici deputati e sei senatori, che possono essere determinanti per la tenuta di una maggioranza, come sono stati per esempio nella XV legislatura.
Per questo motivo mi auguro che lei, sottosegretario, mi conforti ora sul fatto che è prevista un'immediata iniziativa del Governo per porre fine a questi abusi del metodo democratico, tanto in fase di voto quanto in fase di spoglio, perché avrebbe più legittimità un'estrazione a sorte di un sistema che premia con seggi in Parlamento chi corrompe, ruba e falsifica, certificando il fatto che, anziché i migliori, ad arrivare qua dentro sono qualche volta i peggiori tra i cittadini italiani residenti all'estero. Grazie.
MARIO GIRO, Vice Ministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale. Grazie, Presidente. Com'è noto, in base alla legge n. 459 del 2001 sul voto all'estero, la rete delle ambasciate e dei consolati italiani organizza le operazioni che consentono l'esercizio del diritto di voto per corrispondenza da parte dei connazionali residenti all'estero, il cui numero complessivo si attesta, al 31 dicembre scorso, a 4.973.942 aventi diritto in base ai dati forniti dal Ministero dell'interno. A seguito delle modifiche introdotte alla legge n. 52 del 2015, possono votare per corrispondenza anche i cittadini italiani che, per motivi di lavoro, studio o cure mediche, si trovano in un Paese estero nel quale non sono residenti per un periodo di almeno tre mesi, nel quale ricade la data di svolgimento della consultazione elettorale - la questione riguardante gli Erasmus per esempio -. Lo stesso beneficio si applica agli appartenenti alle Forze armate e di polizia che si trovano temporaneamente all'estero per svolgere missioni internazionali.
In occasione delle consultazioni referendarie nel 2016 il voto è stato assicurato in 248 Stati e territori esteri in cui si trovavano elettori italiani; 193 tra ambasciate e consolati operativi nel mondo hanno assicurato lo svolgimento di tutti gli adempimenti necessari per l'esercizio del diritto di voto da parte di circa 4 milioni di aventi diritto residenti all'estero nonché di coloro che beneficiano della legge n. 52 del 2015. In particolare, gli elettori residenti all'estero risultavano in quel momento 4.052.341, pari all'8,6 per cento degli elettori residenti in Italia.
Allo stato, non risultano pendenti procedimenti penali sui fatti oggetto di questa interpellanza, così come confermato dal Ministero della giustizia. In ogni caso la Farnesina ha sempre preso sul serio le varie discussioni e i dibattiti a riguardo di questa questione del voto all'estero e cercato di migliorare i difetti della distribuzione delle schede.
In occasione di ciascuna elezione, le sedi estere dapprima forniscono un'informazione capillare ai connazionali sul voto e le sue modalità anche avvalendosi di siti Internet, posta elettronica e social media, e sempre su questo anche c'è discussione, se è stata fatta abbastanza informazione capillare. In tutti gli Stati dove è possibile, le ambasciate provvedono poi a stampare le schede elettorali e a spedirle all'indirizzo di ciascun connazionale, utilizzando i mezzi che danno maggiori garanzie, o poste locali o in certi casi anche corrieri privati, dove non c'è la posta. I connazionali devono quindi restituire le schede votate, utilizzando buste preaffrancate anonime e prive di segni di identificazione, facendole pervenire alle ambasciate al massimo entro le ore 16 del giovedì precedente la domenica in cui si svolgono le elezioni in Italia. Le sedi estere raccolgono le schede giunte in tempo e le spediscono a Roma. Lo spoglio viene effettuato simultaneamente a quello delle schede votate in Italia sotto la responsabilità di un apposito ufficio centrale per la circoscrizione estero formato da sei magistrati della corte d'appello di Roma, che si avvale, a fini organizzativi, del personale amministrativo dalla stessa corte. Le operazioni sono effettuate a Castelnuovo di Porto, come è noto.
Il Ministero dell'interno, in sede di predisposizione delle consuete pubblicazioni di istruzioni per i componenti dei seggi speciali per lo scrutinio dei voti all'estero, provvede a richiamare l'attenzione sulla necessità che i seggi procedano al puntuale controllo di tutti i codici identificativi associati ad ogni singolo elettore e che le schede, in sede di spoglio, vengano scrutinate tassativamente una alla volta. Quanto alla possibilità che possa ricorrersi, per effettuare lo scrutinio, a personale esterno rispetto a quelli disegnati in via ordinaria dalle autorità competenti - il presidente della corte d'appello per i presidenti, commissione elettorale comunale per gli scrutatori -, si ricorda che anche per le operazioni di scrutinio delle schede votate all'estero valgono le stesse regole dei seggi ordinari, ciò proprio per garantire la regolarità delle consultazioni e la perfetta composizione dei seggi.
Il Ministero dell'Interno ricorda, inoltre, che la Questura di Roma, sulla base di specifica richiesta, provvede sia ai servizi di scorta e vigilanza del materiale elettorale proveniente dallo scalo di Fiumicino e diretto a Castelnuovo di Porto, sia alla vigilanza dei luoghi dove il materiale viene custodito. Tutte le amministrazioni coinvolte nel processo elettorale hanno costantemente affinato nel tempo la messa a punto dei meccanismi previsti dalla legge del 2001, ad esempio ambasciate e consolati hanno via via migliorato i metodi di stampa e spedizione, selezionando le aziende più affidabili. Nei Paesi dove non vi sono le condizioni per votare per corrispondenza si sono messi a punto sistemi di rimborso a favore dei connazionali che vi risiedono e desiderano venire a votare in Italia.
Alla vigilia delle elezioni politiche del 2013, il Ministero degli esteri ha peraltro diramato apposite istruzioni volte ad assicurare la massima vigilanza da parte delle rappresentanze diplomatico-consolari sulla gestione dei plichi e restituite per mancata consegna. Tra l'altro, una di queste istruzioni è finita pure sulla stampa. In tali istruzioni si è raccomandato alle sedi di prendere accordi con il vettore più affidabile, nella maggioranza dei casi il servizio pubblico nazionale, intesi a evitare che plichi non consegnati rimanessero incustoditi e quindi, magari, preda di qualcuno. Le sedi sono state inoltre invitate a concordare modalità di restituzione dei plichi di ritorno solamente nelle mani di personale dell'ufficio consolare e a limitare gli eventuali periodi di giacenza per il ritiro diretto da parte dell'elettore solo ai casi in cui gli uffici postali o altri vettori siano ritenuti affidabili. Si è infine ricordata la necessità di contabilizzare i plichi restituiti per mancata consegna, che vanno custoditi presso la sede con ogni consentita forma di sicurezza, in attesa del successivo incenerimento. Al termine dell'operazione elettorale ciascuna sede ha redatto apposito verbale di incenerimento come stabilito dal DPR n. 104 del 2003. In vista delle prossime tornate elettorali l'Amministrazione intende ribadire e rafforzare ulteriormente le suddette istruzioni.
PRESIDENTE. L'onorevole Dieni ha facoltà di dichiarare se sia soddisfatta per la risposta alla sua interpellanza.
FEDERICA DIENI. Grazie, Presidente. Mi dispiace, sottosegretario, ma lei non ha risposto a nulla. Lei ha semplicemente illustrato quello che avevo detto precedentemente, ha illustrato quello che dovrebbe avvenire in teoria, in base alla legge, in base a quelle che sono le disposizioni, ma in realtà io ho parlato di altro, io ho fatto riferimento a ciò che avviene in pratica.
La puntata di Le Iene ha messo in luce ciò che si sapeva, che era notorio, ma che non è facile, ovviamente, dimostrare; ha messo in luce un sistema, che, se fosse confermato, sarebbe abbastanza grave, di brogli, tutto il contrario di quello che prevede la legge; le falle di questo sistema, il fatto che sia possibile corrompere il postino, che sia possibile avvalersi di patronati per, ovviamente, avere dei voti in cambio è una cosa veramente aberrante, perché falsificare parte delle elezioni vuol dire falsificare completamente le elezioni e, quindi, la composizione dello stesso Parlamento. È qualcosa di gravissimo e lei non ha risposto a nulla!
Che cosa vuole fare il Governo? Che cosa vuole fare il poco credibile Ministro Angelino Alfano, che, magari, in questo momento è preoccupato forse della Sicilia, è preoccupato di altre cose, non sicuramente della legge elettorale? Che cosa si vuole fare? Lo stesso Ministro Minniti, che cosa ha intenzione di fare per cercare di trovare una soluzione a questo sistema? Cosa vogliono fare i consolati e le ambasciate? Che cosa vuole fare il Ministro degli esteri, Angelino Alfano, per cercare di ovviare a queste storture del sistema? Perché non è ammissibile, non è ammissibile che con 5 euro si possa comprare il voto di cittadini italiani residenti all'estero; questo non è ammissibile.
Mi dispiace che qui io non abbia ricevuto alcun tipo di risposta, perché, appunto, la sua risposta è stata del tutto vuota e priva di qualsiasi tipo di riferimento all'inchiesta che è stata poi portata avanti da Le Iene. Questo è gravissimo; state cercando di fermare, in qualche maniera, il MoVimento 5 Stelle, perché avete anche paura del MoVimento 5 Stelle, anche con la composizione dei collegi. L'altro giorno, i miei colleghi Toninelli e Cecconi hanno, appunto, già interrogato il Ministro Minniti circa la composizione dei collegi che verranno sicuramente pensati e creati ad arte per favorire, sicuramente, il Partito Democratico o anche Forza Italia, ma, certamente, non il MoVimento 5 Stelle. State cercando di bloccarci in tutti i modi; noi vi dimostreremo che, al di là di tutto, lo ripeto, al di là di tutto, la gente, i cittadini hanno bisogno di legalità, hanno bisogno di correttezza e questi esempi, questa vostra inerzia, questa vostra ignavia non vi aiuteranno di certo.
Quindi, la ringrazio per le mancate risposte; noi continueremo a pretendere, invece, che si possa fare luce e si possano modificare questi sistemi primitivi di voto all'estero (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle).
(Iniziative per la riorganizzazione del Gruppo operativo mobile della polizia penitenziaria e per la revisione della circolare ministeriale del 2 ottobre 2017 riguardante il circuito detentivo speciale di cui all'articolo 41-bis– n 2-01998)
PRESIDENTE. Passiamo all'interpellanza urgente Sarti ed altri n. 2-01998 (Vedi l'allegato A).
Chiedo all'onorevole Sarti se intenda illustrare la sua interpellanza o se si riservi di intervenire in sede di replica.
GIULIA SARTI. Grazie, Presidente. Sottosegretario, parliamo di 41-bis, parliamo di questo importante istituto che è stato introdotto nel nostro ordinamento per cercare di impedire, in tutti i modi, che i detenuti mafiosi mantengano relazioni con l'esterno, che possano continuare ad avere comunicazioni con l'esterno, come si vedeva, purtroppo, e si è visto, in tante occasioni.
Ora, questo istituto, e il 41-bis in generale, è in pericolo anche a fronte delle scelte operate da questo Governo; è in pericolo perché il Gruppo operativo mobile, il gruppo degli agenti penitenziari preposti al controllo dei detenuti pericolosi, conta, ad oggi, 593 unità, a fronte di 741 detenuti al 41-bis.
Questi sono numeri che gridano vendetta, perché la dotazione organica del GOM, nel corso di questi anni, progressivamente è stata depotenziata; non c'è la formazione dei nuovi agenti, non vediamo un intento di ripristinare in qualche modo, effettivamente, la dotazione organica del GOM e, se nel 2010 il Gruppo operativo mobile contava fino a 619 unità, oggi, appunto, come le ho detto, siamo arrivati a 593; non bastano, lo ripeto, non bastano e non bastano anche a fronte della circolare che è uscita il 2 ottobre del 2017, da parte del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, una circolare che disciplina in maniera anche troppo dettagliatamente tutti quelli che dovranno essere i comportamenti adottati nei confronti, appunto, dell'istituto del 41-bis.
All'interno di questa circolare ci sono delle disposizioni che danno delle prescrizioni particolari anche al GOM, perché si dovranno eseguire delle verbalizzazioni e dei controlli, si dovranno eseguire delle perquisizioni personali, si dovrà, in qualche modo, come già succede oggi, ma ancora di più, controllare in maniera scientifica tutto quello che avviene all'interno delle carceri, soprattutto quando i detenuti al 41-bis hanno colloqui con i figli minori o con i loro avvocati; allora, se vengono chieste e scritte dettagliatamente una marea di prescrizioni, in questa circolare, che è la prima circolare così dettagliata - e poi avremo modo di chiarire come mai questo è un altro motivo di pericolo per l'istituto del 41-bis -, se vengono definite tutte queste prescrizioni in maniera dettagliata, allora, contestualmente, il Gruppo operativo mobile è da tenere ancora di più in considerazione.
Invece, che cosa vediamo? Che il 28 luglio, il Ministero fa un decreto che intende riorganizzare il Gruppo operativo mobile e gli toglie, addirittura, l'autonomia amministrativa e contabile! Ma che comportamento è? In ottica di spending review, togliamo l'autonomia amministrativa e contabile ad agenti penitenziari che hanno dimostrato in questi anni di fare la spending review! Perché ricordiamo che, grazie al loro operato e grazie alla loro autonomia amministrativo-contabile, le spese sono contestualmente diminuite nel corso degli anni; siamo passati da 9 milioni di euro a 4,6 milioni di euro; quindi, il risparmio c'è già stato e il fatto, appunto, di prevedere di togliere la figura del funzionario delegato e di toglierli questa autonomia non ha veramente alcun senso. Questo è stato fatto con questo decreto del 28 luglio 2017.
Ancora, arriviamo alle dichiarazioni del capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, Santi Consolo, che si è permesso di dire pubblicamente: ho avuto anche incontri alla Direzione nazionale antimafia con i sostituti procuratori, perché si ragioni sul limitare il numero di persone da sottoporre al 41-bis. Ma che messaggi stiamo dando all'esterno? Io ho capito, perché ci siamo visti, ho ascoltato il capo del DAP, che ha avuto modo di chiarire queste dichiarazioni nell'audizione che abbiamo fatto in Commissione antimafia, proprio poco tempo fa, ma è comunque grave che questo messaggio sia stato mandato.
Bisogna riflettere maggiormente quando parliamo di misure delicate come queste e bisogna riflettere maggiormente, anche, quando si scrivono determinate circolari, perché il Ministero competente a fare osservazioni per cercare di cambiare questa circolare, a nostro avviso, non ha fatto completamente il suo dovere, non ha fatto il suo dovere, perché i permessi di necessità che sono quei permessi, gli unici, che vengono dati ai detenuti in regime di 41-bis, quelli ad esempio per motivi di salute, sono drasticamente aumentati nel corso degli ultimi anni e questo a fronte di una magistratura di sorveglianza che non fa pronunce univoche in tutta Italia; il tentativo di questa circolare lo abbiamo capito benissimo; il suo obiettivo è quello di tentare anche di uniformare le pratiche della magistratura e degli uffici di sorveglianza e siamo perfettamente d'accordo, ma non si poteva e non è giusto farlo in questo modo, perché questa circolare così dettagliata sarà sicuramente - lo sappiamo già - impugnata dagli avvocati dei boss per continuare a fare una marea di ricorsi, dato che le interpretazioni alle disposizioni che sono state scritte possono essere una marea.
Allora, qui, noi non ci siamo dimenticati di ciò che è avvenuto in questa legislatura. Il tentativo di mettere in pericolo la legislazione antimafia degli ultimi venticinque anni lo abbiamo visto anche da parte di questo Governo, purtroppo. Questo, come dicevo, è un po' l'ultimo capitolo, ma noi non ci siamo dimenticati del decreto-legge del 23 dicembre 2013, da parte del Ministro Cancellieri, quando eravamo ancora al Governo Letta e quando veniva introdotta la liberazione anticipata speciale, cioè da 45 a 75 giorni di sconto di pena per buona condotta, inizialmente previsto dal decreto-legge originario, ossia quando il decreto è entrato in vigore, anche per i detenuti mafiosi, anche per i detenuti per reati di mafia e per reati di terrorismo, ad esempio.
Siamo riusciti a vanificare, per fortuna, e a evitare il peggio e, quindi, a modificare quel decreto-legge soltanto grazie alle nostre denunce, quelle del MoVimento 5 Stelle. Non ci siamo però dimenticati che quel decreto ha prodotto i suoi effetti e che ci sono delle persone, dei detenuti, che sono usciti prima grazie alla liberazione anticipata speciale introdotta, come dicevo, dal Governo Letta e dal Ministro Cancellieri del tempo.
E non ci siamo dimenticati della riforma dell'ordinamento penitenziario, quando, anche qui nella bozza originaria, prima che entrasse in vigore, in quello che il Ministero aveva scritto all'inizio, c'era lo smantellamento dell'articolo 41-bis dell'ordinamento penitenziario, c'era la volontà di concedere i benefici penitenziari anche a quei detenuti per mafia che non avessero collaborato con la giustizia.
Una cosa gravissima, perché la tenuta dell'istituto del 41-bis e della collaborazione con la giustizia da parte dei boss mafiosi è ciò che caratterizza maggiormente l'azione di contrasto alla criminalità organizzata di stampo mafioso; perché, nel momento in cui poniamo, come punti principali, da una parte, l'aggressione ai patrimoni e quindi ai soldi delle mafie e, dall'altra parte, il fatto di impedire ad un boss mafioso, ad un detenuto per mafia, quando viene messo al 41-bis, di colloquiare o mantenere le relazioni con l'esterno (lo potrà fare soltanto se sceglierà di collaborare attivamente con lo Stato e di dare il suo contributo all'accertamento della verità, all'aggressione degli appartenenti alla criminalità organizzata), se questi punti vengono in qualche modo scardinati progressivamente, non si va da nessuna parte, si torna indietro; torniamo ad una situazione di Far West. E questo non è ammissibile, come non sono ammissibili, le dicevo, le scelte che sono state fatte da questo Governo, sia con la liberazione anticipata speciale del 2013, sia con la riforma dell'ordinamento penitenziario, quando è stata scritta, anche se poi siamo riusciti a modificarla e a impedire che venissero concessi, appunto, i benefici penitenziari anche ai detenuti per mafia, terrorismo o per altri reati gravi. Ma è comunque grave che lo abbiate scritto.
Ora, poi, arriva questa circolare del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e voi, in un anno e mezzo, sostanzialmente fate delle osservazioni e viene in qualche modo modificata questa circolare, soltanto per permettere al Garante nazionale dei detenuti di avere ancora, fra virgolette, più potere di colloquio con i detenuti al 41-bis; perché altre modifiche sostanziali, altre cose importanti che erano da fare, a nostro avviso, non sono state fatte.
E allora che cosa stiamo chiedendo con questa interpellanza urgente? Numerose domande, ma alcune in particolare sono quelle che le voglio, qui, rammentare. La prima cosa: ripristinare in tutti i modi, tentare di ripristinare - abbiamo la legge di stabilità - la dotazione organica del gruppo operativo mobile, per arrivare a quelle 821 unità che sono previste, perché quello deve essere l'obiettivo e non si può continuare in questo modo; contestualmente, la formazione di questi agenti; ancora, ripristinare l'autonomia contabile e, quindi, dare la possibilità al GOM di essere effettivamente autonomo anche dal punto di vista amministrativo-contabile.
E ancora: esiste un piano per incrementare i posti al 41-bis con delle strutture idonee, perché, se in questa circolare, all'articolo 2, si scrive che i detenuti al 41-bis devono stare in strutture idonee, sappiamo che attualmente l'unica struttura idonea è quella di Sassari, ci sarebbe quella di Cagliari-Uta, che ancora non è pronta. E allora, quando sarà pronta questa nuova sezione di Cagliari? Speriamo presto, anche qui ci aspettiamo delle risposte chiare.
E infine, alcune modifiche, che noi chiediamo a questa circolare, perché ancora è possibile, speriamo vengano fatte: quando si scrive che non ci può più essere un vetro divisorio nel momento in cui i detenuti al 41-bis incontrano i loro figli minori, e quindi sparisce il vetro divisorio, questa è una disposizione a nostro avviso gravissima - gravissima! -, perché non si può permettere che si utilizzino i minori per far passare, ad esempio, dei pizzini o delle comunicazioni all'esterno; potrebbero essere utilizzati anche questi minori per portare messaggi fuori dal carcere ed è gravissimo!
E ancora, per quanto riguarda i colloqui che i detenuti potranno avere con i loro avvocati: si potranno scambiare informazioni anche attraverso l'utilizzo di supporti informatici e, quindi, non solo attraverso supporto cartaceo ma anche informatico; anche qui, ma non vi è venuto il pensiero che possano, così, essere favorite maggiormente le relazione all'esterno? Queste sono osservazioni normalissime che bisognava fare, che bisognava prevedere e impedire all'interno di questa circolare.
E ancora, stiamo chiedendo di rendere obbligatorio il parere della Direzione distrettuale antimafia, perché non è previsto un parere vincolante: quando si parla di soldi, quando si parla anche di giornali e quando si parla di altre disposizioni introdotte da questa circolare, il parere della Direzione distrettuale antimafia dovrebbe essere vincolante e, invece, sembra che sia quasi, così, un modo superficiale per chiedere un parere, o perlomeno questa circolare desta troppe interpretazioni.
Ancora, le visite, gli incontri, anzi, dei garanti locali: abbiamo visto che il Garante nazionale dei detenuti potrà avere colloqui riservati con i detenuti al 41-bis, ma i garanti locali, regionali, comunali, non possono avere questo potere, perché anche qui sarà un modo per portare ancora di più e per enfatizzare le relazioni con l'esterno.
Nella disposizione introdotta dalla circolare, al punto 16.6 - ce lo ricordiamo bene a memoria perché l'abbiamo spulciata tutta questa circolare, proprio perché ne abbiamo notato la gravità in numerose disposizioni -, non è chiaro se i garanti locali potranno avere delle visite ex articolo 67 dell'ordinamento penitenziario o dei colloqui riservati; si parla di incontri, ma la parola “incontri” non c'è negli articoli dell'ordinamento penitenziario che disciplinano le visite o i colloqui, quindi o si parla di visite o si parla di colloqui, ma non si può parlare di incontri. Gli incontri che cosa saranno? Anche qui, daremo luogo a numerose interpretazioni e impugnazioni con ricorsi da parte degli avvocati dei boss. Vogliamo continuare a favorire tutto questo?
L'ultima nota, sottosegretario, è più una nota di metodo: in un anno e mezzo di lavori preparatori per questa circolare del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, il Ministero ha scelto di avere degli scambi con il Garante nazionale dei detenuti e se ne è infischiato della Commissione antimafia. Certo che non c'è un obbligo di legge, è ovvio, è una Commissione di inchiesta che non ha l'obbligo di essere sentita tutte le volte che si scrivono decreti ministeriali o circolari, come in questo caso, da parte dell'Amministrazione penitenziaria, che la invia al Ministero della giustizia per le dovute osservazioni, ma, se c'è stata un'interlocuzione col Garante nazionale dei detenuti, perché non ci poteva essere, in un anno e mezzo, anche con la Commissione antimafia? Anche solo per avvisare e dire: avete delle osservazioni? Dato che è nei compiti della Commissione di inchiesta. Ricordiamolo: non è una Commissione permanente, è una Commissione d'inchiesta, che è qui in Parlamento da cinquant'anni e passa. Non c'è stata neanche la volontà di avere un dialogo per capire se - proprio perché è nelle nostre prerogative di Commissione antimafia poter avere e poterci occupare del 41-bis - avere dei colloqui su questo. Quindi, i comportamenti che avete adottato, secondo noi, sono gravissimi e le chiediamo di fornirci risposte su tutti questi punti perché, quando si parla di questi temi, non dovrebbero esserci distinzioni nella lotta e nel contrasto alle mafie e, invece, vediamo che, purtroppo, con le vostre azioni state dando e state mandando dei messaggi gravissimi, non solo, come le dicevo, ai detenuti sottoposti al regime di 41-bis, ma alla cittadinanza tutta.
PRESIDENTE. Nel frattempo, ne approfitto per salutare gli alunni e gli studenti dell'Istituto “Figlie di Nostra Signora del Sacro Cuore” di Roma, che sono presenti qui in tribuna e che assistono ai lavori di questa seduta della Camera, che, come è noto, è dedicata alle interpellanze e questa è la ragione per cui sono presenti soprattutto i deputati che sono interessati all'argomento.
La sottosegretaria di Stato per la Giustizia, Federica Chiavaroli, ha facoltà di rispondere.
FEDERICA CHIAVAROLI, Sottosegretaria di Stato per la Giustizia. Con l'interpellanza in discussione viene affrontato il tema della disciplina del regime detentivo previsto dall'articolo 41-bis dell'ordinamento penitenziario e delle applicazioni pratiche dello stesso. Vengono, in particolare, affrontate questioni connesse, da un lato, al profilo della struttura dell'articolazione della Polizia penitenziaria deputata alla custodia, alle traduzioni ed al controllo dei detenuti ad alto indice di pericolosità e, dall'altro, alla regolamentazione di aspetti della vita detentiva, contenuta nella recente circolare adottata in materia dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria.
In linea generale, va sottolineato come, a partire dalle riflessioni maturate in seno agli Stati generali dell'esecuzione penale, l'impegno di questi anni sia stato, tra l'altro, rivolto alla realizzazione di un nuovo modello detentivo, effettivamente funzionale al recupero del condannato secondo la direttrice imposta dai principi costituzionali e convenzionali.
Al processo di revisione in atto non può certamente essere sottratta la tematica del trattamento dei detenuti sottoposti al regime di cui all'articolo 41-bis dell'ordinamento penitenziario e, più in generale, dell'alta sicurezza, nella ricerca di un nuovo equilibrio tra qualità della vita detentiva, finalità trattamentali ed esigenze di sicurezza della collettività.
In proposito, va anche in questa sede ribadito come la complessiva riflessione in atto sull'esecuzione penale non tenda ad escludere, ma anzi confermi l'ineliminabilità della detenzione carceraria anche come unica forma di pena nel percorso trattamentale per determinati reati, soprattutto quando si tratta di rompere legami criminali profondi e pericolosi per la democrazia.
In questa prospettiva, il regime di detenzione declinato dall'articolo 41-bis è e resta strumento irrinunciabile e la sua compatibilità con la necessaria funzione risocializzante viene garantita dalla periodica verifica della sussistenza delle condizioni che impongono e giustificano le sue modalità di applicazione, legandone la permanenza al rapporto che il detenuto ha elaborato con il reato e con il trattamento e alla conseguente eliminazione dell'area di rischio per la sicurezza e l'ordine pubblico.
Ferma, dunque, l'esigenza di sicurezza e di frontale contrasto al crimine organizzato, anche in questo settore le finalità rieducative proprie della sanzione penale secondo il modello costituzionale non possono essere trascurate e, come sottolineato dalla Corte costituzionale, devono essere superate quelle restrizioni non strettamente funzionali alle esigenze di sicurezza che rischierebbero di risolversi in limitazioni automatiche, ingiustificate ed inutilmente punitive.
Ferme queste premesse, è stato nel tempo osservato che il regime detentivo speciale declinato dal legislatore ha trovato applicazioni di dettaglio differenziate sul territorio nazionale, condizionate anche dallo stratificarsi di una serie di circolari riguardanti singoli aspetti della vita detentiva. Proprio al fine di evitare disparità di trattamento sul piano applicativo ed allo scopo di armonizzare e di rendere coerenti prassi esecutive difformi, è stata elaborata una nuova ed unitaria circolare generale, diramata lo scorso 2 ottobre, avente ad oggetto l'organizzazione del circuito detentivo speciale previsto dall'articolo 41-bis dell'ordinamento penitenziario, tenuto conto dei pareri del Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo e del Garante nazionale dei diritti delle persone detenute.
La recente circolare, come peraltro evidenziato dalla competente articolazione ministeriale, non ha apportato sostanziali modifiche rispetto alle disposizioni vigenti, bensì ha inteso introdurre disposizioni dettate dall'esigenza di adeguamento uniforme alla giurisprudenza della magistratura di sorveglianza. Proprio l'uniformità che la circolare in questione ha lo scopo di assicurare contribuisce a scongiurare il pericolo, paventato dagli onorevoli interpellanti, di situazioni di supremazia di alcuni detenuti. Quanto all'aumento dei permessi a soggetti sottoposti al regime detentivo in trattazione, si osserva che la concessione dei permessi di necessità, come è noto, è rimessa in via esclusiva al prudente ed autonomo apprezzamento della magistratura di sorveglianza, alla quale, comunica il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, è stata comunque spesso richiesta la rivalutazione del provvedimento.
Con specifico riguardo ai temi di dettaglio trattati nell'interpellanza in relazione alla citata circolare, il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria ha comunicato quanto segue: materassi o altri presidi diversi da quelli forniti dall'amministrazione penitenziaria vengono acquistati dalla competente Azienda sanitaria locale o dall'amministrazione stessa e, solo in ultima ipotesi, in mancanza di fondi, a spese del detenuto. I detenuti sottoposti al regime dell'articolo 41-bis sono alloggiati in camera di pernottamento singola e la quantità di oggetti che possono detenere è stabilita proprio perché non sia ostacolato il controllo dei locali. Non sussiste alcun pericolo di scambio di messaggi fraudolenti attraverso libri con copertina rigida in quanto è vietato lo scambio tra ristretti, così come l'invio e la ricezione da e per l'esterno. I disegni o i quadri realizzati dai detenuti non vengono inviati all'esterno, ma custoditi in appositi magazzini degli istituti penitenziari: è escluso, quindi, l'invio di messaggi in codice attraverso tali opere.
Il parere della Direzione distrettuale antimafia nella gestione del peculio, dei giornali e delle conversazioni telefoniche viene richiesto per garantire un'istruttoria più approfondita e più attenta. Il parere, tuttavia, non è vincolante, non essendo attribuita dalla legge all'autorità giudiziaria la competenza nelle citate materie. Lo scambio di materiale giuridico tra difensore e detenuto, sia esso in formato cartaceo o elettronico e che, comunque, viene sottoposto a controllo, avviene con le modalità previste dal codice di procedura penale a garanzia del diritto di difesa costituzionalmente tutelato. I supporti informatici vengono consentiti solo su espressa autorizzazione delle competenti autorità giudiziarie, che dovranno certificare che il materiale non è consultabile in formato cartaceo. Il colloquio visivo senza vetro divisorio con i figli minori di anni dodici è una previsione introdotta sin dal 1998 in attuazione della sentenza della Corte costituzionale n. 376 del 1997. Anche tali colloqui, comunque, sono sottoposti a videoregistrazione ed ascolto, come previsto dalla normativa vigente.
L'attività del Garante nazionale dei diritti dei detenuti è regolata dalla Convenzione di New York del 18 dicembre 2002, ratificata con la legge 9 novembre 2012, n. 195, ed il Garante, in quanto organismo di monitoraggio indipendente, è autorizzato ad accedere senza limitazione alcuna all'interno delle sezioni 41-bis incontrando detenuti ed internati e potendo svolgere con essi incontri riservati senza limiti di tempo.
Per quanto riguarda i garanti locali dei diritti dei detenuti, l'accesso in istituto è regolato dall'articolo 67 dell'ordinamento penitenziario ed in linea generale specificato con successive circolari che hanno espressamente chiarito che dette autorità possono interloquire con i detenuti e gli internati al fine di rendersi conto in maniera più completa delle condizioni di vita degli stessi, pur non potendo tali dialoghi assumere la consistenza di veri e propri colloqui.
Quanto, invece, agli aspetti strutturali, si rappresenta come ai reparti attualmente destinati ad ospitare i detenuti sottoposti al regime di cui all'articolo 41-bis si aggiungerà quello in corso di realizzazione presso l'istituto penitenziario di Cagliari. Si specifica al riguardo come la situazione dell'istituto di Cagliari, più volte portata all'attenzione degli interlocutori istituzionali, sia inserita nell'ordine del giorno del Comitato paritetico per l'edilizia penitenziaria, convocato dal Ministero delle Infrastrutture e dei trasporti, d'intesa con il Ministero della Giustizia, per il prossimo 14 novembre, anche al fine della trattazione del finanziamento delle opere di completamento e del padiglione 41-bis.
Per quanto riguarda, poi, il Gruppo operativo mobile (GOM) del Corpo di polizia penitenziaria, è noto come lo stesso abbia, tra i propri compiti, custodia, traduzione e controllo dei detenuti in regime di 41-bis. Proprio tali competenze e preparazione specifiche hanno reso indispensabile attribuire al medesimo Gruppo operativo mobile la vigilanza ed il controllo dei soggetti che, pur non appartenendo al circuito 41-bis, risultano essere stati condannati per reati inerenti al terrorismo, anche internazionale, al fine di potenziare l'azione di controllo e monitoraggio del fenomeno del radicalismo in ambiente carcerario.
A fronte di tale ampliamento delle competenze del Gruppo, sono stati programmati interventi di rafforzamento strutturale. Secondo quanto comunicato dalla competente articolazione ministeriale, l'organico specifico del GOM sarà, infatti, portato a 620 unità di personale; sono peraltro già in corso le iniziative volte alla completa ed effettiva copertura dell'organico stesso, sia attraverso la riattivazione di graduatorie relative ad interpelli già espletati, sia attraverso il possibile esercizio da parte del capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria dei poteri di assegnazione di personale aggiuntivo al GOM previsti proprio dal decreto ministeriale dello scorso 28 luglio.
Quanto alle questioni relative all'organizzazione del Gruppo, il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria ha comunicato che sono state esaminate le problematiche relative alla cessazione delle attribuzioni di funzionario delegato in capo al direttore del GOM. All'esito della discussione di un apposito gruppo di lavoro è stato dato incarico al direttore generale del personale e delle risorse di elaborare, in modo condiviso con il direttore del GOM, una proposta definitiva, che dovrà tener conto anche dell'inquadramento organico del personale e delle questioni attinenti all'autonomia contabile e amministrativa del Gruppo onde assicurare efficacia e rapidità di intervento nei delicati settori di competenza.
Quanto rappresentato testimonia la costante attenzione riservata dal Ministero ai temi oggi in discussione, con l'obiettivo di coniugare la qualità della vita detentiva e le finalità trattamentali con le esigenze di sicurezza della collettività e di assicurare un'efficiente organizzazione del Gruppo operativo mobile, anche attraverso interventi di potenziamento della relativa dotazione organica.
PRESIDENTE. L'onorevole Ferraresi ha facoltà di dichiarare se sia soddisfatto per la risposta all'interpellanza, di cui è cofirmatario.
VITTORIO FERRARESI. Grazie, Presidente. Grazie, sottosegretario Chiavaroli; grazie per la sua presenza, perché non l'avevamo mai vista; non tanto per la sua risposta, di cui noi ci riteniamo alquanto insoddisfatti.
Inizio subito col dire che gli stati generali che avete affrontato hanno parlato per lo più di superare anche l'ergastolo ostativo, quindi di certo non possiamo pensare che queste misure ci possano vedere soddisfatti, da questo punto di vista. Quando si parla di carcere di recupero, siamo tutti d'accordo che deve essere affrontato il problema che non è stato affrontato in questi anni, perché, invece di pensare alla rieducazione dei detenuti nelle carceri o a ristrutturare le carceri o a sistemare gli impianti di sicurezza o all'organico della polizia penitenziaria o di garantire un lavoro, voi avete fatto in questo Governo almeno tre o quattro “svuota carceri”, quindi l'unico obiettivo che avevate era liberare le carceri per far bella figura in Europa.
Purtroppo, il problema, però, è ritornato più forte di prima, visto che siamo tornati in piena emergenza carceraria: i detenuti, il personale amministrativo e la polizia penitenziaria, che vivono questi istituti, sono in una condizione di assoluta emergenza e di vita che non corrisponde a criteri di dignità, sottosegretario. Più volte rappresentanti del suo Governo hanno parlato di superamento dell'ergastolo ostativo, che è ormai l'unico presidio di legalità e di sicurezza del nostro Paese contro le mafie. Ricordo le parole di Santi Consolo, del Ministro Orlando e di tanti altri appartenenti alla sua forza politica, per il superamento dell'ergastolo ostativo.
Andiamo ai punti, a quelli che hanno avuto una risposta e a quelli che non hanno avuto una risposta. In primis, nessuno dice che l'amministrazione non si deve fare carico di andare incontro a delle richieste necessarie; a quelle non necessarie, però, non ci sembra logico. Non ci sembra logico, per esempio, che un'amministrazione debba fare fronte con i propri soldi, con il proprio denaro, a presìdi ortopedici o a vari oggetti descritti nella circolare, quando i detenuti normali vivono una situazione di assoluto tracollo, di assoluta inesistenza di principi rieducativi e in condizioni di tortura. Non è possibile garantire ai boss mafiosi, che sono la figura più importante di contrasto allo Stato, di sostituzione della mafia allo Stato, dei presìdi del genere.
Allora, prima ci occupiamo del benessere generale di tutti detenuti, perché tutti i detenuti vivono delle situazioni incredibili ammassati nelle celle, alle stazioni di polizia penitenziaria, alle mense e ai gabbiotti, dove vivono praticamente rinchiusi gli agenti, e poi magari ai presìdi ortopedici per i 41-bis. Anche perché - non so se ve lo siete immaginato -, quando questi detenuti vengono trasferiti, cosa che capita molto spesso, ha mai pensato a come si fa a trasferire questi materassi ortopedici? Dove si mettono? Si mettono nel camioncino della penitenziaria che porta il boss all'altro istituto, visto che cambiano molto spesso, giustamente? Ve lo siete mai chiesto?
Il non parere vincolante della DDA perché non ha competenza, ho sentito una cosa del genere: stiamo scherzando, forse? Il parere vincolante della DDA, in alcune parti è richiesto, allora perché lei mi dice che su altri aspetti non hanno competenza o non ci deve essere il parere vincolante? Stiamo scherzando? Se non è la DDA a dare il parere vincolante, chi lo dà? Alfano, Berlusconi? A chi facciamo dare il parere su queste cose? Tantissimi giornali di associazioni o di partiti politici fanno riferimento a veri propri messaggi nei confronti dei 41-bis, non so se li ha mai letti.
Oppure, in merito al peculio, alla gestione del denaro, dell'invio del denaro all'esterno o dell'invio del denaro al detenuto: lo sa che molti, nelle nostre carceri, mantengono un predominio assoluto con i pacchi di sigarette Marlboro, con il sopravvitto, con l'invio del denaro all'esterno? E, secondo lei, la DDA non deve esprimere un parere vincolante sulla gestione del denaro ai mafiosi, cioè praticamente il primo punto di contrasto alla mafia? Il primo punto su cui Borsellino e Falcone hanno dato la vita, oltre all'ergastolo ostativo, era la gestione dei soldi e la DDA non deve poter esprimere un parere vincolante sulla gestione dei soldi? Rimango veramente senza parole.
Oppure, per quanto riguarda le conversazioni telefoniche, anche qui: il diritto di difesa viene garantito tramite il supporto cartaceo, perché con i documenti gli si danno i faldoni. Come tutti i cristiani, gli avvocati e gli imputati di questo Paese si prendono i faldoni pagando contributi unificati enormi e spese per le fotocopie, non capisco perché non possano essere consegnati ai boss mafiosi, i criminali più pericolosi di questo Stato, semplicemente i fogli e le fotocopie degli atti processuali. Non capisco perché gli si si debbano dare dei supporti informatici, delle chiavette, con dispositivi addirittura - c'è scritto nella circolare - Kindle, degli Ipad. Viene dato questo supporto a un boss mafioso: con tutte le truffe informatiche che già a fatica riusciamo a controllare nel nostro Paese, figuriamoci cosa riusciranno ad imboscare dentro questi dispositivi informatici, cosa riusciranno a fare!
In merito al vetro divisorio, cara sottosegretario - ma mi rivolgo al Ministro Orlando, che ha mandato lei -, non c'è scritto da nessuna parte che non deve essere garantito, perché la Corte europea dei diritti umani e la Corte costituzionale dicono che deve essere favorito ovviamente il contatto e lo scambio con parenti e familiari, ma dice anche che, per motivi di sicurezza, va assolutamente lasciato lo Stato libero di intervenire con strumenti che possano impedire lo scambio di informazioni e il pericolo di sicurezza per la nazione. È un contemperamento di esigenze e un equilibrio necessari!
Nessuno dice che non devono avere rapporti, ma, quando si parla di vetro divisorio, si parla di un contatto che, in tutti questi anni, come abbiamo visto dalle indagini che nascono, consente il passaggio di pizzini, di comunicazioni dall'esterno all'interno. Ultimamente, proprio questa settimana, sono usciti sui giornali degli scandali riguardanti addirittura di poliziotti penitenziari, di personale o di altri detenuti infiltrati che passavano informazioni ai boss e addirittura facevano comandare tramite telefoni cellulari degli omicidi all'esterno; lei crede, se sono riusciti a corrompere alcuni agenti, che alcuni figli non possano essere utilizzati per lo scambio di informazioni?
È possibile impedirlo, come è possibile capire che il metaldetector può non servire, non è sufficiente a garantire le perquisizioni, perché se non ci sono ufficiali, se non c'è personale, questi non si fanno perquisire. Chi verbalizza i 160 detenuti de L'Aquila al 41-bis? Ma con quali forze chiediamo perquisizioni, dopo i contatti con le persone o con i figli, per vedere se il boss ha dentro qualcosa, dei pizzini o degli oggetti? Chi garantisce questa cosa, con 160 detenuti e senza la polizia penitenziaria per verbalizzare? Devono passare tutto il giorno a verbalizzare delle perquisizioni, che se non c'è l'ufficiale non possono neanche farlo? Sono più furbi i boss del 41-bis di quanto le nostre forze possano garantire.
Ancora: se la Dichiarazione di New York, ratificata dal nostro Paese, permette incontri riservati senza limiti di tempo al Garante nazionale, questo vuol dire che lo dobbiamo fare senza una norma? Cioè, lei sta dicendo che, senza una norma prevista dall'articolo 67 dell'ordinamento penitenziario, noi possiamo, senza una legge che lo preveda, permettere dei colloqui riservati senza limiti di tempo al Garante dei detenuti per i detenuti 41-bis? Noi non abbiamo una norma che lo preveda nel nostro ordinamento. Non abbiamo una norma e voi lo scrivete in una circolare! Questa è una violazione di legge!
Allora, prendetevi la responsabilità di scriverlo sull'ordinamento penitenziario: articolo 67, i Garanti dei detenuti nazionali possono fare incontri senza limiti di tempo con i detenuti ai sensi dell'articolo 41-bis; ma non veniteci a raccontare che una circolare vale di più della legge dello Stato!
In merito ai Garanti locali dei detenuti: benissimo questi incontri, visto che avete scritto “incontri”; sono visite, benissimo, allora modificatelo domani e inseritelo, inserite che sono visite e non incontri. Perché avete scritto incontri? Perché proprio nel paragrafo dove si specifica che gli incontri senza limiti di tempo sono quelli del Garante nazionale, e perché non avete scritto “visite” allora?
Le carceri sono l'una davanti all'altra, le messe non si riescono a garantire senza contatto dei detenuti. Vi siete mai fatto un giro nelle carceri italiani che ospitano ai sensi del 41-bis? Non ci sono controlli e presidi di sicurezza e uomini sufficienti per non garantire il contatto tra detenuti del 41-bis e scambio di informazioni. Fatevelo un giro, visto che, nell'articolo 2, scrivete che devono essere tutti in strutture adeguate e idonee. Non ci sono strutture adeguate e idonee: allora, perché lo scrivete?
PRESIDENTE. Concluda, onorevole Ferraresi.
VITTORIO FERRARESI. Concludo, Presidente, dicendo che non ha risposto su un piano strutturale per il 41-bis; non basta quello di Cagliari, anche se non so se arriverà, ma dovete costruirle tutte, perché nel vostro articolo 2 scrivete che i detenuti del 41-bis devono stare in queste strutture. E, allora, non bastano le seicento unità. Le seicento unità del GOM sono il minimo garantito; dovrebbero essere più di 800, e sono 500 e passa. Non è sufficiente. Dovete intervenire subito, l'autonomia contabile ora è garantita in capo al Nucleo scorte, cioè le scorte dei politici gestiscono…
VITTORIO FERRARESI. …i soldi per quanto riguarda anche il GOM. E sulla Commissione antimafia, mi dispiace, sottosegretario, non ha risposto. Perché non è stata interpellata? Voi state favorendo il 41-bis, state favorendo la mafia in questo Paese. Ve ne state prendendo la responsabilità (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle).
PRESIDENTE. Onorevole Ferraresi, per sua chiarezza e anche di chi ci ascolta, non è che il Ministro Orlando ha mandato qui la sottosegretaria per chissà quale motivo. Tra i compiti istituzionali dei sottosegretari e dei viceministri c'è quello di rispondere alle interpellanze e interrogazioni. I ministri hanno l'obbligo di partecipare al question time. Credo che da quando lei è qui in Aula non abbia mai visto un ministro che veniva a rispondere alle interrogazioni. I sottosegretari vengono qui perché, per loro compito istituzionale, vengono a rispondere al sindacato ispettivo, non perché qualcuno li manda così, va bene?
Organizzazione dei tempi di esame di progetti di legge.
PRESIDENTE. Avverto che nell'allegato A al Resoconto stenografico della seduta odierna sarà pubblicato lo schema recante l'organizzazione dei tempi per l'esame dei seguenti provvedimenti: proposta di legge n. 3365-B, recante disposizioni per la tutela degli autori di segnalazioni di reati o irregolarità di cui siano venuti a conoscenza nell'ambito di un rapporto di lavoro pubblico o privato; disegno di legge di ratifica n. 4686, recante Accordo tra il Governo della Repubblica italiana e il Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine concernente i locali del Centro situati in Italia.
Avverto inoltre che, sempre nell'allegato A al Resoconto stenografico della seduta odierna, sarà pubblicato lo schema recante l'organizzazione dei tempi per il seguito della discussione della proposta di legge costituzionale n. 56-D, recante modifiche allo statuto speciale per il Trentino-Alto Adige/Südtirol in materia di tutela della minoranza linguistica ladina (Vedi l'allegato A).
Martedì 14 novembre 2017, ore 10:
BUSINAROLO ed altri: Disposizioni per la tutela degli autori di segnalazioni di reati o irregolarità di cui siano venuti a conoscenza nell'ambito di un rapporto di lavoro pubblico o privato (Approvata dalla Camera e modificata dal Senato). (C. 3365-B)
3. Discussione sulle linee generali della proposta di inchiesta parlamentare:
SCANU ed altri: Modifiche alla deliberazione della Camera dei deputati 30 giugno 2015, recante istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sui casi di morte e di gravi malattie che hanno colpito il personale italiano impiegato in missioni militari all'estero, nei poligoni di tiro e nei siti di deposito di munizioni, in relazione all'esposizione a particolari fattori chimici, tossici e radiologici dal possibile effetto patogeno e da somministrazione di vaccini, con particolare attenzione agli effetti dell'utilizzo di proiettili all'uranio impoverito e della dispersione nell'ambiente di nanoparticelle di minerali pesanti prodotte dalle esplosioni di materiale bellico e a eventuali interazioni. (Doc. XXII, n. 80)
4. Discussione sulle linee generali dei disegni di legge:
S. 2052 - Ratifica ed esecuzione dell'Accordo complementare del Trattato di cooperazione generale tra il Governo della Repubblica italiana e il Governo della Repubblica della Colombia relativo alla cooperazione nel settore della difesa, fatto a Roma il 29 luglio 2010 e a Bogotà il 5 agosto 2010 (Approvato dal Senato). (C. 4461)
S. 2184 - Ratifica ed esecuzione dell'Accordo tra il Ministero dell'interno della Repubblica italiana e il Ministero della difesa nazionale della Repubblica di Colombia in materia di cooperazione di polizia, fatto a Roma il 28 maggio 2013 (Approvato dal Senato). (C. 4462)
S. 1828 - Ratifica ed esecuzione dei seguenti Accordi: a) Accordo di coproduzione cinematografica tra il Governo della Repubblica italiana e il Governo della Repubblica federativa del Brasile, con Allegato, fatto a Roma il 23 ottobre 2008; b) Accordo di coproduzione cinematografica tra il Governo della Repubblica italiana e il Governo della Repubblica di Croazia, con Allegato, fatto a Zara il 10 settembre 2007; c) Accordo di coproduzione cinematografica tra il Governo della Repubblica italiana ed il Governo dello Stato di Israele, con Allegato, fatto a Roma il 2 dicembre 2013; d) Accordo di coproduzione cinematografica tra il Governo della Repubblica italiana ed il Governo della Repubblica d'Ungheria, con Allegato, fatto a Roma l'8 giugno 2007 (Approvato dal Senato). (C. 4463)
S. 2051 - Ratifica ed esecuzione dell'Accordo sulla cooperazione militare e di difesa tra il Governo della Repubblica italiana ed il Governo della Repubblica gabonese, fatto a Roma il 19 maggio 2011 (Approvato dal Senato). (C. 4464)
5. Seguito della discussione della proposta di legge (previo esame e votazione della questione sospensiva presentata):
6. Seguito della discussione della proposta di legge:
DECARO ed altri: Disposizioni per lo sviluppo della mobilità in bicicletta e la realizzazione della rete nazionale di percorribilità ciclistica. (C. 2305-A/R)
e delle abbinate proposte di legge: REALACCI ed altri; BRATTI ed altri; CRISTIAN IANNUZZI ed altri; SCOTTO ed altri; BUSTO ed altri. (C. 73-111-2566-2827-3166)
9. Seguito della discussione della proposta di inchiesta parlamentare:
10. Seguito della discussione dei disegni di legge: