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Timestamp: 2017-11-22 07:01:06+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 155', 'art. 4', 'art. 315', 'art. 1', 'art. 317', 'art. 42', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 8', 'art. 8']

LA TUTELA DEI RAPPORTI SIGNIFICATIVI CON GLI ASCENDENTI
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RELAZIONE ROMA TRE 25/5/2017
La legge 54/2006, sull’affidamento condiviso, nella novella dell’art. 155 c.c., aveva inserito al comma 1, il diritto dei minori a “conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale”; norma applicabile, in forza dell’art. 4 della legge medesima, a tutti i giudizi relativi alla crisi familiare, e quindi anche al divorzio, alla crisi della famiglia di fatto e all’annullamento del matrimonio.
Più che riconoscere un vero e proprio diritto in capo agli ascendenti, veniva riconosciuto un diritto del minore al rapporto con i nonni e non viceversa.
Il quadro è stato significativamente innovato dalla riforma della filiazione (l. 219/2012 e d.lgs. 154/2013).
Ed infatti l’art. 315 bis c.c., introdotto dall’art. 1 comma 8 della l. 219/2012, prevede tra l’altro che “Il figlio ha diritto di crescere in famiglia e di mantenere rapporti significativi con i parenti”: è evidente che tale disposizione è destinata a regolare non solo la sua fase patologica, cioè la rottura dell’unione tra i genitori , ma anche il rapporto fisiologico; oggi questa disposizione è da ritenersi valida per ogni figlio a prescindere dall’esistenza del vincolo matrimoniale dei genitori.
Inoltre, l’art. 317 bis c.c. come sostituito dall’art. 42 d.lgs. 154/2013, in esecuzione della delega prevista dall’art. 2 della l. 219/2012, è stato espressamente dedicato ai “Rapporti con gli ascendenti”; esso dispone che “Gli ascendenti hanno diritto di mantenere rapporti significativi con i nipoti minorenni. L’ascendente al quale è impedito l’esercizio di tale diritto può ricorrere al giudice del luogo di residenza abituale del minore affinché siano adottati i provvedimenti più idonei nell’esclusivo interesse del minore. Si applica l’articolo 336, secondo comma”.
In tale quadro si inseriscono due pronunce molto importanti, quella della Suprema Corte di Cassazione sez.I del 19.1.2015 n.752 e quella della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo CEDU del 20.1.2015.
La sentenza della Cassazione riguarda il caso di una minore che ha perso la madre; la nonna materna agisce in giudizio dinanzi al Tribunale per i minorenni per vedere riconosciuto il suo diritto di visita, osteggiato dal padre; il Tribunale per i minorenni, sentita la bambina, respinge la domanda e la decisione è confermata dalla Corte di Appello.
Dinanzi la Corte Suprema di Cassazione viene evidenziato che “l’audizione del minore infradodicenne presuppone (anche) che lo stesso sia capace di discernimento in relazione alla sua età ed al grado di maturità. Il riscontro di tale capacità è devoluto al libero e prudente apprezzamento del giudice e non necessita di specifico accertamento positivo d'indole tecnica specialistica, anticipato rispetto al tempo dell'audizione. Tale capacità, peraltro, non può essere esclusa con mero riferimento al dato anagrafico del minore, se esso non sia di per sé solo univocamente indicativo in tale senso, ed invece può proprio presumersi in genere ricorrente, anche considerati temi e funzione dell'audizione, quando si tratti di minori per età soggetti ad obblighi scolastici e, quindi, normalmente in grado di comprendere l'oggetto del loro ascolto e di esprimersi consapevolmente, come d'altra parte nella specie anche confermato dal tenore delle trascritte dichiarazioni rese dalla bambina d'età scolare, sia in sede giudiziale che nel corso della successiva indagine affidata dai giudici del reclamo ai servizi sociali.”
Sul punto del diritto di visita dei nonni la Suprema Corte conferma quanto già espresso dalla Corte di Appello, che non aveva negato l’astratta legittimazione ad agire della nonna ma aveva irreprensibilmente valorizzato l'interesse del minore.
Ed infatti, le norme sul diritto dei minori di conservare “rapporti significativi con gli ascendenti non attribuiscono a questi ultimi un autonomo diritto di visita, ma introducono un elemento ulteriore di indagine e di valutazione nella scelta e nell’articolazione dei provvedimenti da adottare nella prospettiva di una rafforzata tutela del diritto del minore ad una crescita serena ed equilibrata. In altri termini è la prospettiva del minore, e non quella dell’ascendente, a dovere essere apprezzata e tutelata, in conformità ai principi generali vigenti in materia di provvedimenti relativi ai minori. Con tale pronuncia si consolida un orientamento inteso a riconoscere rilevanza all’interesse dei nonni solo in quanto funzionale alla serena crescita del minore e quindi al paradigma fondamentale dell’interesse del minore medesimo.
Ben diverso il caso affrontato da CEDU (20.1.2015, Manuello e Nevi c. Italia); e diversa è anche la soluzione.
Un uomo e una donna si sposano nel 1996 e dopo un anno nasce una figlia; all’inizio vivono in una casa appartenente ai nonni paterni, sita vicino al domicilio di questi ultimi; anche dopo il trasloco in un altro appartamento, la minore continua a frequentare regolarmente i nonni nella cui casa conserva una camera e i suoi giochi.
La Corte prende in esame unicamente le dedotte violazioni dell’art. 8 CEDU ed accoglie il ricorso argomentando attraverso vari passaggi e soprattutto richiamando una propria consolidata giurisprudenza secondo la quale l’art. 8 non si limita a prevenire ingerenze arbitrarie dei poteri pubblici nella vita familiare ma impone agli stessi di intraprendere azioni positive e che garantiscano il rispetto effettivo della vita familiare nonchè di predisporre strumenti giuridici volti a garantire l’effettività dei diritti degli interessati e in particolare il rapporto con i minori, anche nella crisi della coppia.
La Corte rileva che l’impossibilità di vedere i nipoti da parte dei nonni è dipesa, da un lato, da mancanza di diligenza delle autorità competenti e, in secondo luogo, dalla decisione delle stesse di sospendere gli incontri.
Nello specifico ecco come argomenta la Corte “i ricorrenti non hanno potuto vedere la nipote per dodici anni, e hanno costantemente cercato un riavvicinamento con la bambina, attenendosi alle prescrizioni dei servizi sociali e degli psicologi. E’ chiaro che non è stato sufficiente mantenere una qualche forma di contatto tra nonni e nipote e il ritardo nel riavvicinamento ha avuto una conseguenza molto grave: la rottura totale del loro rapporto”.
Avv. Clelia Aulicino