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Timestamp: 2020-04-02 02:51:59+00:00
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Sentenza Cassazione Civile n. 12468 del 18/05/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12468 del 18/05/2017
Cassazione civile, sez. III, 18/05/2017, (ud. 10/11/2016, dep.18/05/2017), n. 12468
sul ricorso 13714-2014 proposto da:
L.G., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEL
SERAFICO, 65, presso lo studio dell’avvocato ANGELO ROSATI, che lo
T.R., in proprio e nella qualità di erede universale di
T.R., in proprio e quale unica erede di T.A.,
elettivamente domiciliata in ROMA, VIA ATTILIO FRIGGERI 106, presso
lo studio dell’avvocato MICHELE TAMPONI, che la rappresenta e
avverso la sentenza n. 1498/2014 della CORTE D’APPELLO di ROMA,
depositata il 5/03/2014;
PRATIS PIERFELICE che ha concluso per l’accoglimento del ricorso
incidentale, assorbito quello principale.
L.G. svolse l’incarico di C.T.U. in un giudizio tra A. e T.R. e Villa Margherita S.p.a.; in tale controversia, nel 1989, la Corte di appello di Roma pose provvisoriamente le spese di c.t.u., liquidate in Lire 114.500.000, a carico di ciascuna delle parti nella misura del 50% per ognuna.
Tale liquidazione fu impugnata, sul rilievo della sua eccessività, dai T., sia innanzi alla Corte di appello che innanzi a questa Corte, e fu ridotta a Lire 19.082.014.
Nel giudizio tra i T. e Villa Margherita S.p.a., i primi risultarono soccombenti e a loro carico furono poste per intero le spese di c.t.u, con l’obbligo, quindi, di reintegrare la controparte dell’anticipazione effettuata, in misura di Lire 57.250.000.
Nel soddisfare la creditrice, dopo aver senza successo proposto) opposizione all’esecuzione, i T. ottennero dalla predetta “il potere di agire a tutela del proprio interesse e di subentrare ad ogni diritto, ragione ed azione se sussistenti, nei confronti del C.T.U. prof. Lizza per la quota” che Villa Margherita S.p.a. aveva a questi a suo tempo versato.
I T., in virtù di tale potere, derivante, secondo i predetti, da una cessione di credito in loro favore da parte di Villa Margherita S.p.a., chiesero e ottennero dal Tribunale di Roma, nei confronti i L.G., il Decreto Ingiuntivo 28 maggio 2004, n. 10842, per il pagamento della somma di Euro 62.177,41, avverso il quale il L. propose opposizione.
Con sentenza depositata il 20 marzo 2007 il già indicato Tribunale, sul rilievo che nella citazione, nelle conclusioni e nella richiesta di notifica erano stati indicati due nominativi diversi ( A. e T.B.) da quelli degli effettivi opposti e che il procuratore li questi, non costituitisi nella fase dell’opposizione, aveva legittimamente rifiutato di ricevere la notifica dell’atto, dichiarò inammissibile l’opposizione.
Avverso detta sentenza il L. propose gravame, cui resistette T.R. che, nella comparsa conclusionale, dichiarò di comparire in proprio e nella qualità di unica erede di T.A..
La Corte di appello di Roma, con sentenza depositata in data 5 marzo 2014, in riforma dell’impugnata sentenza, rigettò l’opposizione proposta dal L. avverso il già indicato decreto ingiuntivo e compensò per intero tra le parti le spese.
Avverso la sentenza della Corte territoriale L.G. ha proposto ricorso per cassazione basato su quattro motivi e illustrato da memoria.
T.R., in proprio e nella dedotta qualità, ha resistito con controricorso contenente anche ricorso incidentale condizionato basato su due motivi cui ha resistito con controricorso il L..
1. Si osserva anzitutto che il ricorso incidentale condizionato proposto dalla T., con cui si contesta la ritenuta – da parte della Corte territoriale – regolarità della notifica dell’atto di opposizione, va esaminato solo in presenza dell’attualità dell’interesse, ovvero nell’ipotesi di fondatezza del ricorso principale (Cass., sez. un., 25/03/2013, n. 7381; Cass. 6/03/2015, n. 4619).
2. Esaminando, quindi, in linea teorica il ricorso principale, risulta fondato il quarto motivo dello stesso, rubricato “Omessa pronuncia, di cui all’art. 112 c.p.c..Omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio. Vizio di motivazione”.
2.1. Con il mezzo in parola, il L. lamenta l’omesso esame delle eccezioni sollevate, con la proposta opposizione a d.i., in relazione oltre che all’an anche al quantum dell’avversa pretesa, con riferimento in particolare all’inclusione, nella somma ingiunta, di importi ritenuti dall’attuale ricorrente non dovuti, quali quelli pretesi a titolo di interessi, senza peraltro tener conto della buona fede del percipiente, e quelli inerenti alle spese del giudizio di esecuzione. Ad avviso del L., la totale obliterazione delle questioni in parola da parte della Corte di merito si tradurrebbe in vizio di omessa pronuncia ovvero in vizio di omessa motivazione su un punto decisivo della controversia.
2.2. Come già sopra evidenziato il motivo è fondato.
Questa Corte ha già avuto modo di affermare il principio secondo il quale, in tema di appello, la regola per cui le domande – e, va aggiunto, le eccezioni – non esaminate perchè ritenute assorbite, pur non potendo costituire oggetto di motivo d’appello, devono comunque essere riproposte ai sensi dell’art. 346 c.p.c., non trova applicazione in caso di impugnazione della decisione che ha giudicato inammissibile l’atto introduttivo di primo grado, la quale costituisce comunque manifestazione di volontà di proseguire nel giudizio, con implicita riproposizione della domanda principale, specialmente quando tale volontà sia anche chiaramente espressa con l’esplicito rinvio, nelle conclusioni dei motivi di appello, all’atto introduttivo, non avendo altrimenti alcuna valida e concreta ragione la sola impugnativa della questione preliminare di rito (Cass. 9/06/2010, n. 13855; Cass. 1/07/2004, n. 12092). E a tale principio non risulta essersi attenuta la Corte territoriale, la quale non ha in alcun modo esaminato, nella sentenza impugnata, le ragioni dell’opposizione relative all’inclusione, nell’indebito preteso, degli interessi e delle spese relative al giudizio di esecuzione, pur avendo il L. riproposto nell’atto di appello la questione degli interessi e chiesto, comunque, l’accoglimento della proposta opposizione.
3. Può pertanto procedersi allo scrutinio del ricorso incidentale condizionato.
4. Con il primo motivo del ricorso proposto dalla T. si deduce “Nullità della sentenza e del relativo procedimento ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4”.
La controricorrente ricorrente incidentale censura la sentenza impugnata nella parte in cui, ritenendo fondata la doglianza dell’appellante avverso la sentenza del Tribunale – che aveva dichiarato inammissibile l’opposizione sul rilievo che, stante l’indicazione nella citazione, nelle conclusioni e nella richiesta di notifica di nominativi diversi da quelli delle effettive parti opposte, doveva ritenersi legittimo il rifiuto del procuratore degli ingiungenti di ricevere la notifica dell’atto e inesistente, pertanto, la citazione – ha affermato che, nella fattispecie, la notifica dell’opposizione era stata tempestivamente e ritualmente tentata presso il procuratore domiciliatario degli intimanti, il quale aveva rifiutato la notifica adducendo gli errori già prima indicati, mentre “è sufficiente evidenziare che nell’epigrafe dell’atto i nominativi erano corretti e che nello stesso erano riportati esattamente gli estremi del decreto ingiuntivo (numero, data e ruolo generale) e la somma ingiunta oltre che… il nominativo del debitore intimato…, per concludere che l’indicazione errata non ha determinato incertezza assoluta in ordine ai soggetti nei confronti dei quali era proposta l’opposizione”.
Secondo la T., la decisione della Corte di appello a tale riguardo sarebbe viziata atteso che: 1) nè B. nè T.A. risultavano domiciliati presso il domiciliatario di A. e T.R., 2) sia la vocatio in ius che la relazione di notifica evocavano in giudizio soggetti sconosciuti allo studio in cui erano domiciliati A. e T.R., 3) è irrilevante che dal contesto dell’atto potessero desumersi i corretti nominativi, non essendo onere del ricevente e men che mai degli addetti alla sua segreteria leggere, prima di riceverlo, il contenuto di un atto di cui gli viene prospettata la notifica, 4) l’indagine del domiciliatario e a fortiori quella del personale dipendente può concernere solo i destinatari della relazione di notifica e nella specie il personale dello studio aveva correttamente rilevato di non conoscere gli indicati destinatari e aveva “rifiutato” responsabilmente di ricevere un atto rivolto a soggetti sconosciuti.
Ad avviso della T., la sentenza impugnata sarebbe sul punto censurabile anche sotto altro profilo, atteso che il rifiuto, pur ingiustificato, di un collaboratore del domiciliatario di ricevere l’atto non equivarrebbe alla sua notificazione, dovendo in tal caso l’opponente procedere alla notifica dell’atto nei termini e con le modalità di cui all’art. 140 c.p.c., sicchè nella specie, non essendosi proceduto a tanto, la notifica sarebbe stata inesistente e, quindi, insuscettibile di sanatoria.
4.1. Il motivo all’esame è infondato quanto alla non identificabilità dei convenuti opposti alla luce del principio più volte espresso da questa Corte e secondo cui l’errore nell’indicazione delle generalità del convenuto o dell’appellato contenuto nell’atto di citazione in primo grado o in appello e nelle rispettive relate di notificazione non comporta nullità idi nessuno dei due atti qualora il destinatario sia identificabile cor certezza in base agli elementi contenuti nella citazione o nella relata; in particolare, quando, risultando dal contesto dell’atto che la notificazione è avvenuta appunto all’effettivo destinatario, può escludersi l’esistenza di un’incertezza assoluta in ordine ad un elemento essenziale della notificazione, essendo riservato il relativo accertamento all’apprezzamento di fatto del giudice del merito, incensurabile in sede di legittimità se sorretto da motivazione congrua ed immune da vizi logici (Cass. 1/08/2013, n. 18427; Cass. 11/05/2005, n. 9928).
4.2. Il motivo è invece fondato quanto al lamentato mancato espletamento delle formalità ex art. 140 c.p.c., con conseguente inesistenza della notificazione, alla luce del principio più volte affermato da questa Corte e secondo cui il rifiuto di ricevere la copia dell’atto è legalmente equiparabile alla notificazione effettuata in mani proprie soltanto se proveniente, con certezza, dal destinatario della notificazione medesima, ex art. 138 c.p.c., comma 2, o, giusta la previsione dell’art. 141, comma 3, del medesimo codice, dal suo domiciliatario, e non anche quando analogo rifiuto sia stato opposto da persona che, non essendo stato reperito il destinatario in uno dei luoghi di cui all’art. 139 c.p.c., comma 1, sia tuttavia abilitata, ai sensi del comma 2, di quest’ultimo alla ricezione dell’atto, dovendosi, in tal caso, eseguire, a pena di inesistenza della notificazione, le formalità prescritte dall’art. 140 c.p.c. (Cass. 4/06/2014, n. 12489; Cass. 22/05/2013, n. 12545; Cass., 8/05/2006, n. 10476; Cass., sez. un., 26/06/2002, n. 9325).
A tale proposito va evidenziato che nella specie non c’è certezza circa la provenienza del rifiuto della notificazione da parte del procuratore domiciliatario, risultando dalla relata, compilata dall’ufficiale giudiziario e riportata anche nel controricorso al ricorso incidentale del L., che l’opposizione non è stata notificata per entrambi i destinatari, avendo “lo studio Tamponi” dichiarato di non aver “domiciliati c/o di loro i nominativi indicati sulla citazione e relata”.
Inoltre, contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente, non vi è giudicato sul fatto che il rifiuto provenisse dal procuratore domiciliatario, essendo stata la pronunzia di inammissibilità emessa dal Tribunale travolta dalla decisione di secondo grado.
Ne consegue che, stante il rifiuto della notifica dell’atto di opposizione non proveniente con certezza dal destinatario o dal suo domiciliatario, era necessario eseguire le formalità prescritte dall’art. 140 c.p.c., la cui omissione comporta che la notificazione dell’atto di opposizione nella specie è incompleta e quindi manca, sicchè non è sanabile.
5. Dall’accoglimento, nei termini sopra precisati, del primo motivo del ricorso incidentale condizionato resta assorbito l’esame del secondo motivo del medesimo ricorso, con il quale la T., lamentando la “violazione o falsa applicazione… dell’art. 645 c.p.c.”, deduce che quanto rappresentato in relazione al motivo che precede vale a porre in luce la violazione della norma appena richiamata, atteso che la Corte territoriale avrebbe esaminato nel merito un’opposizione non notificata ed avrebbe falsamente applicato la già indicata norma nel ritenere “regolarmente e ritualmente ottemperata una previsione di legge per la cui concreta applicazione difettavano totalmente le condizioni”.
6. Resta, altresì, assorbito l’esame dell’intero ricorso principale.
7. Conclusivamente va accolto il primo motivo del ricorso incidentale condizionato, nei termini sopra precisati, mentre resta assorbito il secondo motivo del predetto ricorso nonchè l’intero ricorso principale; la sentenza impugnata va cassata senza rinvio.
Va confermata la compensazione delle spese del giudizio di merito già operata dalla Corte territoriale.
Le spese del giudizio di cassazione, liquidate come da dispositivo, vanno poste a carico del ricorrente principale, stante la sua prevalente soccombenza.
Va dato atto della non sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale e della ricorrente incidentale, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 – quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, in misura pari a quello dovuto per il ricorso principale e per il ricorso incidentale condizionato, a norma dello stesso art. 13, comma 1 – bis, essendo in parte fondati entrambi i ricorsi.
La Corte, accoglie il primo motivo del ricorso incidentale condizionato, con assorbimento del secondo motivo del detto ricorso e dell’intero ricorso principale; cassa la sentenza impugnata senza rinvio; conferma l’operata compensazione delle spese del giudizio di merito e condanna il ricorrente principale al pagamento, in favore della controricorrente ricorrente incidentale, delle spese del presente giudizio di legittimità, che liquida in complessivi Euro 10,200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali e accessori, come per legge.