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Timestamp: 2019-04-21 04:57:46+00:00
Document Index: 141992612

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 198', 'art. 53', 'art. 198', 'art. 163']

..."escluso con certezza che fosse stata la vittima a forzare le porte del montacarichi, lo stesso, a motivo di assenza di meccanismo di blocco, di malfunzionamento dello stesso o, eventualmente, di esistenza di un meccanismo di protezione non a norma, ebbe a presentare le porte aperte sibbene non fosse presente al piano; la certificazione di conformità era risalente nel tempo e l'inadeguatezza del sistema risulta, confermata dalla decisone dell'imputato, il quale dopo l'infortunio, ha provveduto a sostituire l'intiero impianto.
Tenuto conto che il lavoratore deve fidarsi della sicurezza degli strumenti ed impianti di lavoro, ad assicurare la quale il datore di lavoro è chiamato a garanzia, è del tutto evidente che il D'A., ove avesse tenuto la condotta che gli era imposta dal ruolo (assidua e costante verifica del puntuale funzionamento dei presidi di sicurezza in specifica relazione all'impianto del montacarichi), il grave infortunio non si sarebbe registrato."
Presidente: ZECCA GAETANINO Relatore: GRASSO GIUSEPPE Data Udienza: 05/06/2015
1. Il Tribunale di Isernia, con sentenza del 15/1/2013, condannò D'A.A., titolare del supermercato avente insegna "Briò-General DAP", alla pena sospesa di due mesi di reclusione, nonché al risarcimento del danno in favore della p.c, per il reato di lesioni personali colpose gravi ai danni di L.V.M., la quale, in qualità di lavoratrice dipendente, accintasi ad utilizzare il montacarichi aziendale, precipitava nella "tromba" dello stesso, procurandosi trauma cranico commotivo, trattato chirurgicamente, esitato in postumi permanenti severi, lesioni della milza, trattate chirurgicamente con l'asportazione della stessa e lussazione al terzo dito della mano sinistra. In particolare si rimproverava all'imputato sia la colpa generica, che quella specifica .
1.1. La Corte d'appello di Campobasso, con sentenza del 10/7/2014, giudicando a seguito dell'impugnazione dell'imputato, confermò la statuizione di primo grado.
2. Quest'ultimo propone ricorso per cassazione corredato da tre motivi di censura.
2.1. Con il primo motivo, prospettante violazione di legge il ricorrente assume che l'addebito di colpa specifica (aver violato gli artt. 198 e 398, lett. b del d.P.R. n. 547 del 27/4/1955) non era più previsto dalla legge come reato, al momento del fatto, in quanto le richiamate norme erano state abrogate dal D.lgs. n. 81 dell'8/4/2008; né sussisteva continuità normativa, in quanto non poteva ragionevolmente affermarsi che le disposizioni di cui agli artt. 69-71 del predetto d.lgs. avessero preso il posto di quelle abrogate.
2.2. Con il secondo motivo, denunziante anch'esso violazione di legge, si esclude che l'emergenze istruttorie avessero dato prova piena della commissione colpevole del fatto da parte dell'imputato, specie alla luce del principio del ragionevole dubbio. L'unico addebito mosso al D'A.A. dal principale teste d'accusa (l'ispettore dell'ASREM F.S.) era costituito dall'ipotizzata violazione dell'art. 198, di cui detto, da tempo abrogato. In contrario andava osservato che l'ascensore era munito di tutte le autorizzazioni del caso e aveva superato tutti i controlli previsti dalla legge, l'ultimo dei quali risaliva al 14/4/2006; inoltre i dipendenti escussi (C.A. e P.R.) avevano confermato che le porte non si aprivano se l'ascensore non era al piano.
2.3. Con il successivo motivo il ricorrente deduce ulteriore violazione di legge per non essersi fatto luogo all'invocata sostituzione della pena detentiva nell'equivalente pena pecuniaria, a mente dell'art. 53 della legge n. 689/81. Il ricorrente sostiene di aver diritto alla conversione in quanto godente dei requisiti soggettivi previsti dalla legge e la Corte territoriale aveva errato nel non aver voluto far luogo alla predetta conversione, previo revoca della concessa sospensione condizionale.
3. Nessuno dei motivi coglie nel segno e, pertanto, il ricorso deve essere rigettato.
3.1. A non volere considerare, per ragioni di comodità argomentativa, la contestata e ben sussistente colpa generica, deve ribadirsi che l'affermata soluzione di continuità tra la regolamentazione entrata in vigore con il T.U. approvato con d. lgs n. 81 del 9/4/2008 e la normativa regolante la materia della prevenzione degli infortuni sul lavoro non sussiste, siccome correttamente evidenziato nei due gradi di merito. Appare, infatti, chiaro, sulla base di una disamina contenutistica del corpo normativo approvato nel 2008 che le situazioni di rischio, derivanti dall'uso delle attrezzature di lavoro risultano essere state individuate omnicomprensivamente, privilegiando il profilo funzionale e individuando, appunto, la generale categoria di rischio intesa prevenire, resa, tuttavia, concretamente specifica dalla puntuale correlazione funzionale, mediante l'uso dei necessari presidi e l'approntamento delle cautele del caso, alle quali il garante è tenuto (artt. 69-71).
Pertanto, non par dubbio, che la norma, ora abrogata, posta a tutela del rischio da uso di ascensori e montacarichi nei luoghi di lavoro (art. 198 del d.P.R. n. 547/1955), sia stata sostituita (in quanto la fattispecie rientra fra quelle ridefinite, in relazione alla categoria del rischio), senza soluzione di continuità, dalla disciplina di cui al cit. T.U. del 2008 (trattasi di una conclusione univoca nella giurisprudenza di legittimità: cfr., Cass., Sez. 4, n. 42011 del 12/10/2011, dep. 15/11/2011, Rv. 251933; Sez. 4, n. 46965 del 10/11/2011, dep. 20/12/2011, Rv. 251444; Sez. 3, n. 26701 del 3/3/2011, dep. 7/7/2011, Rv. 250630; Sez. 3, n. 26754 del 5/5/2010, dep. 12/7/2010, Rv. 248059; Sez. 3, n. 23976 del 7/5/2009, dep. 11/6/2009, Rv. 244083).
3.2. Anche la seconda critica, che valorizzando il principio dell'oltre ogni ragionevole dubbio, assume l'ingiustizia della decisione non merita miglior fortuna.
Una tale lettura del principio in rassegna ben si concilia con l'altro che impone al giudice di legittimità di astenersi dal valutare nel merito il percorso motivazionale, in quanto in questa sede non è consentito sostituire la motivazione del giudice di merito, pur anche ove il proposto ragionamento alternativo apparisse di una qualche plausibilità.
Nel caso al vaglio, invero, la Corte di merito, peraltro, conformante all'evidenza fattuale, ha chiarito come, escluso con certezza che fosse stata la vittima a forzare le porte del montacarichi, lo stesso, a motivo di assenza di meccanismo di blocco, di malfunzionamento dello stesso o, eventualmente, di esistenza di un meccanismo di protezione non a norma, ebbe a presentare le porte aperte sibbene non fosse presente al piano; la certificazione di conformità era risalente nel tempo e l'inadeguatezza del sistema risulta, confermata dalla decisone dell'imputato, il quale dopo l'infortunio, ha provveduto a sostituire l'intiero impianto.
Tenuto conto che il lavoratore deve fidarsi della sicurezza degli strumenti ed impianti di lavoro, ad assicurare la quale il datore di lavoro è chiamato a garanzia, è del tutto evidente che il D'A., ove avesse tenuto la condotta che gli era imposta dal ruolo (assidua e costante verifica del puntuale funzionamento dei presidi di sicurezza in specifica relazione all'impianto del montacarichi), il grave infortunio non si sarebbe registrato.
3.3. Il terzo motivo, diretto com'è a censurare decisione squisitamente di merito, del tutto esente dalle prospettate gravi patologie, deve qualificarsi inammissibile. La Corte di Campobasso, infatti, ha ben spiegato le ragioni (assicurare efficacia social-preventiva alla pena, attraverso l'afflitti vita della pena detentiva, sospesa sotto la condizione di cui all'art. 163, cod. pen.) per le quali non aveva ritenuto opportuno disporre la chiesta conversione della pena detentiva nella corrispondente pena pecuniaria,
4. All'epilogo consegue condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Così deciso in Roma il 5/6/2015.