Source: https://www.personaedanno.it/articolo/il-caso-di-bibbiano-allontanamento-dei-figli-dalla-casa-familiare-come-difendersi
Timestamp: 2020-01-25 07:16:38+00:00
Document Index: 95180708

Matched Legal Cases: ['art. 333', 'art. 333', 'art. 333', 'art. 1', 'art. 30', 'art. 317', 'art. 333', 'sentenza ', 'art. 8', 'art. 8', 'art. 8', 'sentenza ', '§ 79', 'sentenza ', 'art. 8', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', '§ 50', '§ 237', '§ 74']

Famiglia, relazioni affettive - Famiglia, relazioni affettive - Valentina Finotti - 30/08/2019
Il caso di Bibbano continua a riempire la pagine dei giornali, giustamente.
L’indagine della Procura, che è iniziata un anno, sta facendo emergere un quadro davvero preoccupante: assistenti sociali e psicologi - al fine di ottenere un ritorno economico – avrebbero inviato alla Procura della Repubblica del Tribunale di Reggio Emilia segnalazioni “mendaci” così da far allontanare i figli minori dai genitori. In particolare questi assistenti avrebbero convinto i bambini di aver subito in famiglia violenze sessuali mai subite o comunque li avrebbero convinti della “cattiveria” dei loro genitori.
Le dichiarazioni rese dai bambini, così “manipolati”, sarebbero state inserite nelle segnalazioni inviate al Tribunale. Ma, sembrerebbe, che le segnalazioni fossero inveritiere anche perché riportavano dati falsi od omissioni importanti: ad esempio i servizi sociali avrebbero – in un caso – omesso di riferire che i comportamenti “anomali” di una minore in famiglia erano collegati al fatto che la bambina soffriva di una malattia quale l’epilessia.
Sulla base di queste segnalazioni interveniva il provvedimento di allontanamento dei bambini dai genitori. I minori venivano portati presso una comunità e sottoposti a psicoterapie svolte da un centro privato, sebbene l’Asl avrebbe potuto fornire gratuitamente il servizio, con un conseguente danno economico per le casse dei Comuni della Val d’Enza. Ma, soprattutto, con un danno gravissimo per i bambini ingiustamente allontanati dai loro genitori.
Con il presente contributo mi concentrerò sui presupposti che, secondo l’attuale “diritto vivente”, sono necessari per adottare un provvedimento di allontanamento di un minore dalla casa familiare. E, quindi, illustrerò in quali casi è opportuno rivolgersi ad un legale per ottenere la revoca o, comunque, la revisione del provvedimento di allontanamento già adottato, ad esempio in via provvisoria e urgente.
Sul punto è necessario richiamare la giurisprudenza italiana formatasi sull’art. 333 c.c., il quale prevede che il giudice, in presenza di condotte pregiudizievoli dei genitori, possa adottare i provvedimenti più opportuni, anche allontanando il minore dalla residenza familiare.
Poi analizzerò la normativa sovranazionale inerente il diritto di ogni minore alla conservazione e tutela dei legami familiari, richiamando alcune decisioni in cui la Corte di Strasburgo ha sanzionato lo Stato italiano (e anche altri Stati) per aver adottato dei provvedimenti di allontanamento dei figli dai genitori senza prima aver attivato tutte le misure di sostegno e assistenza sociale all’interno della famiglia d’origine, o in mancanza di una “grave” situazione familiare che giustificasse la perdita dell’habitat domestico per il minore.
Infine, mi occuperò brevemente anche delle linee di indirizzo nazionali assunte dal Ministero dell’Interno Italiano, nel 2017, le quali, anch’esse, ribadiscono come l’allontanamento di un minore dalla famiglia d’origine sia una misura eccezionale e residuale, attuabile quando non vi siano altre soluzioni (come la collocazione presso altre figure parentali) e, in ogni caso solo all’esito di una valutazione “complessa e multidisciplinare” che attesti in modo certo le effettive condizioni di rischio per il bambino all’interno della famiglia.
L’allontanamento della casa familiare: i casi di applicazione dell’art. 333 c.c.
Come ricordavo l’art. 333 c.c. prevede che il Tribunale possa, in presenza di condotte pregiudizievoli dei genitori, non solo limitare la responsabilità genitoriale ma arrivare anche ad allontanare il minore dalla residenza familiare.
Tuttavia la giurisprudenza italiana considera la misura dell’allontanamento una misura eccezionale.
Prima di tutto, infatti, deve essere tutelato il minore nella famiglia d'appartenenza, ambito privilegiato, fino a prova del contrario, per la formazione e lo sviluppo della sua personalità (T. m. Venezia 27.2.1989).
D’altronde per legge «Il minore ha diritto di crescere ed essere educato nell’ambito della propria famiglia» (legge sull’adozione 149/2001 che ha modificato l’art. 1 della L. 184/1983; nonché si veda l’art. 30 della Costituzione e l’art. 317 bis del codice civile sul diritto del minore a crescere nella propria famiglia d’origine) avendo egli la necessità di affermare la propria identità nell’ambito del gruppo di appartenenza – ossia la famiglia - che, con le sue caratteristiche e specificità, gli consente di sentirsi parte di un aggregato e non un soggetto solo e senza legami (v. C. civ., Sez. I., 10.4.2012, n. 5652; A. Palermo, Sez. I, 24.9.2012; T. Mantova, 15.9.2010; T. min. L'Aquila, decr. 3.4.2006; T. Venezia, 30.6.2004)
Ecco perché ci dovrà essere, in ogni specifico caso, un bilanciamento equilibrato e attento tra il diritto del minore alla tutela dei legami – effettivi - con i genitori, e il suo diritto ad una crescita sana ed equilibrata che, in alcune ipotesi, potrebbe essere effettivamente compromesso dal permanere nell’ambiente domestico e familiare.
Le ipotesi in cui si rende necessario un allontanamento dalla famiglia devono essere caratterizzate, tuttavia, da una comprovata “gravità”.
Se si guardano le decisioni, ad esempio, del Tribunale di Milano, la misura dell’allontanamento ex art. 333 c.c. è stata adottata solo in casi estremi, ossia nei casi in cui era stato accertato e dimostrato che il minore in famiglia subiva maltrattamenti fisici, psicologici o violenze, o in presenza di genitori con problemi di tossicodipendenza o che hanno subito ricoveri ospedalieri coatti (TSO) e, quindi, certamente non in grado di garantire e conservare al figlio un clima di affetto e sicurezza morale e materiale (si veda in proposito il decreto del T. di Milano 5 febbraio 2015).
A buon conto, anche nelle situazioni familiari più difficili i giudici hanno sempre dimostrato di utilizzare il collocamento dei figli presso terzi estranei all’ambito familiare solo come extrema ratio, privilegiando, invece, la diversa misura dell’AFFIDAMENTO all’Ente territorialmente competente, che garantisce una supervisione dell’Ente sulla gestione del figlio da parte dei genitori, ma senza che il minore debba subire l’evento traumatico del distacco dall’habitat domestico, se non si è in presenza, appunto, di situazioni estremamente gravi (Trib. Milano, sez. IX, sentenza 4 – 11dicembre 2013 (Pres. Ortolan, rel. Buffone), oppure prevedendo un collocamento presso altre figure parentali di riferimento.
Per di più in punto di collocamento dovrà essere anche ascoltato il minore se ha più di dodici anni o comunque se capace di discernimento e delle sue volontà il giudice dovrà tener conto prima di adottare i provvedimenti opportuni.
La giurisprudenza costituzionale ha sottolineato, infatti, il diritto del minore che abbia capacità di discernimento, ad essere ascoltato in tutti i procedimenti il cui esito possa incidere sul suo processo di sviluppo (C. Cost., 30.1.2002, n. 1), principio già riconosciuto dalla Convenzione di New York 20.11.1989 sui diritti del fanciullo, ratificata con la legge 1991/176. La Corte costituzionale ha confermato la qualificazione del minore come «autonomo centro di imputazione giuridica», visto che nel procedimento sono implicati suoi rilevanti diritti ed interessi (C. Cost., 11.3.2011, n. 85). La mancata audizione del minore non giustamente motivata costituisce, per la giurisprudenza, una violazione del principio del contraddittorio e dei principi del giusto processo (C. civ., S.U., 21.10.2009, n. 22238).
Allontanamento dalla casa familiare: le sanzioni della Corte di Strasburgo allo Stato Italiano
Le Convenzioni internazionali – a cui l’Italia si adegua in modo “automatico” e che hanno valore superiore rispetto alla legge ordinaria interna – impongono di garantire al minore il diritto di vedersi garantiti e tutelati i rapporti e i legami familiari (art. 8 della Convenzione CEDU) e di “crescere in un’atmosfera di affetto e sicurezza materiale e morale”, visto che “il superiore interesse del minore deve essere la guida di coloro che hanno la responsabilità della sua educazione” (Dichiarazione ONU dei diritti del fanciullo, 20 novembre 1959, principio sesto e settimo). Il diritto del bambino a vivere nella sua famiglia di origine è riconosciuto anche dalla Convenzione sui diritti dell’infanzia (approvata dall’Assemblea delle Nazioni Unite il 20-11-1989 e ratificata dall’Italia con la legge 176/1991) ove, tra i diritti riconosciuti al minore, vi è quello alle relazioni familiari ed affettive, specificato dall’articolo 9, il quale impone agli Stati aderenti l’obbligo di vigilare affinché il bambino non sia separato dai suoi genitori contro la sua volontà (a meno che le autorità competenti non decidano che questa separazione è necessaria nel preminente interesse del fanciullo).
É dunque di fondamentale importanza esaminare alcune decisioni adottate dalla Corte di Strasburgo. La Corte, infatti, interpretando l'art. 8 della Convenzione, ha più volte affermato che la rottura dei legami tra un minore e i suoi genitori costituisce una misura applicabile solo in ipotesi eccezionali.
In particolare, le suddette ipotesi eccezionali sono state ravvisate esclusivamente nei casi in cui i genitori si siano dimostrati particolarmente indegni (v. Cedu, 21 ottobre 2008, Clemeno c. Italia, ric. n. 19537/03), in presenza di atti di violenza o maltrattamento fisico o psichico da parte dei genitori (v. Cedu, 13 marzo 2005, Y.C. c. Regno Unito, ric. n. 4547/10) in presenza di abusi sessuali da parte dei genitori (v. Cedu, 9 maggio 2003, Covezzi e Morselli c. Italia, ric. n. 52763/99) o quando possa comunque concretamente dimostrarsi l'esistenza di uno specifico superiore interesse del minore che sia di tale importanza da giustificare l’allontanamento dai genitori.
La Corte di Strasburgo ha, infatti, sottolineato che l’interesse dei genitori e del proprio figlio a stare insieme rappresenta un elemento fondamentale della vita familiare, sicché le misure che portano a una rottura dei legami tra un minore e la sua famiglia possono essere applicate solo in circostanze eccezionali (Cedu, 1 luglio 2004, Couillard Maugery c. Francia, ric. n. 64796/01, per questo anche "il fatto che un minore possa essere accolto in un contesto più favorevole alla sua educazione non può di per sè giustificare che egli venga sottratto alle cure dei suoi genitori biologici", principio ribadito da Cedu, 13 ottobre 2015, S.H. c. Italia, ric. n. 52557/14, nello stesso senso Corte eur. dir.uomo, Zhou c. Italia, sentenza2 giugno 2014, II sezione, ric.n. 33773/11: “il fatto che un minore possa essere accolto in un contesto più favorevole alla sua educazione e crescita non può di per sé giustificare che egli venga sottratto alle cure dei suoi genitori biologici”).
Più volte, attraverso diverse sentenze, la Corte di Strasburgo ha accertato la violazione delle obbligazioni negative e positive, che gravano sugli Stati, di cui l’art. 8 CEDU a protezione dell’interesse superiore del minore, inteso come diritto a conservare il rapporto in atto con i propri genitori e con i parenti, salvo che ciò comporti un rischio alla sua salute psico-fisica o alla sua equilibrata crescita.
L’obbligo principale che grava sullo Stato - ha ribadito la Corte di Strasburgo - è prima di tutto cercare di preservare, ove possibile, il legame familiare ( si veda in proposito: Akinnibosun c. Italia, sentenza 16 luglio 2015, IV sezione, ricorso n. 9056/14: “l’articolo CEDU pone a carico dello Stato degli obblighi positivi inerenti al rispetto effettivo della vita famigliare. In tal modo, laddove è accertata l’esistenza di un legame famigliare, lo Stato deve in linea di principio agire in modo tale da permettere a tale legame di svilupparsi”. Si veda anche sul punto Kearns c. Francia, n. 35991/04, § 79, 10 gennaio 2008: “L’articolo 8 della Cedu non può autorizzare un genitore a veder adottare misure pregiudizievoli per la salute e lo sviluppo del figlio”).
Così nel caso citato, ad esempio, S.H. c. Italia, (sentenza 13 ottobre 2015, IV sezione ricorso n. 52557/14) è stato ritenuto violativo dell’art. 8 CEDU l’allontanamento dalla madre, pur malata di depressione ed in terapia, dei tre figli minori.
Si è osservato, infatti, che i bambini non erano stati esposti né a violenza né ad abusi, per cui la Corte, alla luce di ciò, ha ritenuto “che le autorità nazionali non abbiano fatto abbastanza per salvaguardare il legame madre-figli, e osservando che, in effetti, erano praticabili altre soluzioni……e in particolare la realizzazione di un’assistenza sociale mirata, di natura tale da permettere di superare le difficoltà legate allo stato di salute della ricorrente, preservando il legame famigliare assicurando comunque la protezione dell’interesse supremo dei minori”.
Nel caso di specie, peraltro, la Corte di Strasburgo ha anche ritenuto che i giudici di merito non avessero tenuto, in ogni caso, nel minimo conto «la seria disponibilità delle figure parentali a prestare assistenza materiale e morale al minore».
Dunque è vero che “le autorità nazionali godono di un’ampia libertà per valutare la necessità di prendere in carico un minore, in particolare in caso di urgenza”, ciò però non toglie il fatto che i Giudici debbano dimostrare - come più volte ha ribadito la CEDU - di “avere acquisito la convinzione che, nella causa in questione, esistano circostanze tali da giustificare il fatto di allontanare la minore dai genitori” (Akinnibosun c. Italia, citata in precedenza, nello stesso senso: Soares de Melo c. Portogallo, sentenza 16 febbraio 2016, IV sezione (ricorso n. 72850/14) e Cassazione civ., sentenza 18 dicembre 2015, n. 25527, I sezione; Cass. civ. Sez. I, Sent., (ud. 03-03-2016) 14-04-2016, n. 7391 in particolare in questa sentenza la Cassazione ha ritenuto “apodittica” la conclusione raggiunta dai giudici secondo la quale il padre era “persona non ‘stabile’ e, quindi, inadeguata, in modo irrecuperabile, all’accudimento della figlia” solo perché affetto da psicosi schizofrenica cronica, sebbene non risultassero episodi di violenza fisica o verbale, affermando che, al contrario, non era stato preso in debita considerazione, ai fini della decisione sull’allontanamento, il «buon legame affettivo» tra il padre e la figlia).
In sostanza ciò che sanziona la Corte di Strasburgo sono i “giudizi sommari” adottati dai giudici in merito alla valutazione sull’inidoneità genitoriale: il giudizio, in questi casi delicatissimi, non potrà mai essere sganciato da dati fattuali dimostrativi che, in concreto, accertino in modo irrevocabile l’inidoneità a svolgere con piena consapevolezza i compiti di genitore, ad assumersene le responsabilità, offrendo al minore le necessarie cure materiali, il calore affettivo e l’aiuto psicologico indispensabili per una crescita psico-fisica sana ed equilibrata.
Ci debbono essere, quindi, "fatti" specifici idonei a dimostrare in concreto l'esistenza di una situazione, determinata dall'assenza di assistenza morale e materiale da parte dei genitori o dei parenti tenuti a provvedervi, non potendosi ritenere sufficiente il riferimento a sintetici "giudizi" sulla capacità o incapacità genitoriale, quando non siano basati su precisi elementi fattuali. E ciò vale, ancora di più, quando si tratta di formulare giudizi che riguardano l’esistenza o meno di maltrattamenti o violenze subite dai minori nella famiglia: il giudice dovrà essere scrupoloso nell’indagare la veridicità dei fatti, in mancanza di prove documentali (ad esempio sanitarie) inequivocabili.
La CEDU, infatti, ricorda che “una tale ingerenza nella vita familiare è compatibile con l'articolo 8 CEDU qualora soddisfi le condizioni cumulative di essere prevista dalla legge, di perseguire uno scopo legittimo e di essere necessaria. La nozione di necessità implica che l'ingerenza si basi su un bisogno sociale imperativo e che sia proporzionata al legittimo scopo perseguito” (si veda: Gnahoré c. Francia, n. 40031/98, § 50, CEDU 2000-IX; Couillard Maugery c. Francia, n. 64796/01, § 237, 1 luglio 2004, e Pontes c. Portogallo, n. 19554/09, § 74, 10 aprile 2012).
L’allontanamento dalla casa familiare: gli interventi ministeriali italiani
Diamo, infine, uno sguardo al panorama interno per esaminare gli interventi governativi in tema di allontanamento di un minore dalla casa familiare.
Le Linee di indirizzo nazionali per l’intervento con bambini e famiglie in situazione di vulnerabilità, approvate il 21 dicembre 2017 dal Ministero dell’interno stabiliscono che “Gli interventi che concorrono a prevenire, migliorare e/o rimuovere le condizioni che determinano le situazioni di vulnerabilità familiare sono ……….interventi interdisci-plinari orientati alla prevenzione e alla promozione di capacità educative e organizzative delle figure parentali; Il Servizio di Educativa Domiciliare e/o Territoriale (SEDT), in alcune realtà locali definito di Educativa Familiare, è il dispositivo attraverso il quale gli educatori professionali….. sono presenti con regolarità nel contesto di vita della famiglia, nella sua casa e nel suo ambiente di vita, per valorizzare le risorse che là si manifestano e per accompagnare il processo di costruzione di risposte positive (competenze e strategie) ai bisogni evolutivi del bambino da parte delle figure genitoriali in maniera progressivamente più autonoma…. Invece l’evento dell’allontanamento dalla casa familiare deve necessariamente essere il risultato di un percorso di valutazione, multidisciplinare e collegiale, sulle condizioni di rischio nelle quali vive il minore di età: viene quindi adottato solo ed esclusivamente nell’ottica di garantire il minore e il suo benessere».
L'allontanamento, sottolineano dette linee guida, può essere adottato esclusivamente qualora il genitore «non sia in grado di rispondere ai bisogni di crescita del proprio figlio, lo costringa a vivere esperienze non adatte all’età o non gli assicuri una routine corretta, con orari definiti per mangiare e per dormire»
Nello stesso senso - ossia sulla necessità di promuovere il legame genitoriale e ridurre l’allontanamento ad un’ipotesi residuali a fronte dell’adozione di una serie di misure alternative – si pronunciano le «Le Linee guida per gli interventi di allontanamento frutto del lavoro del Tavolo interistituzionale promosso dal Consiglio nazionale degli Assistenti sociali» (del 2010) secondo cui:
- “La segnalazione di grave pregiudizio per i minori da parte dei servizi sociali e sociosanitari alla Procura Minorile (o al Tribunale per i Minorenni nel caso in cui vi sia un procedimento già pendente), deve avvenire, per quanto possibile, in maniera circostanziata e deve essere immediatamente seguita da una indagine accurata della situazione”;
- “Occorre che nella relazione siano indicati gli interventi che sono stati posti in essere, ove possibile, per evitare l’allontanamento”;
- E’ opportuno acquisire, ove possibile, il consenso o quanto meno la non opposizione all’esecuzione dell’allontanamento da parte degli interessati, anche collaborando con i difensori ;
Ogni situazione va studiata e progettata tenendo conto della sua unicità e specificità;
“Particolare attenzione va dedicata all’ascolto del minore”;
“L’allontanamento di bambini/e o ragazzi/e dal proprio nucleo familiare costituisce una decisione residuale”.
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