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Timestamp: 2019-01-18 08:07:45+00:00
Document Index: 74758307

Matched Legal Cases: ['art. 33', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 38', 'art. 33', 'art. 38']

La legittimità costituzionale dell'IRAP | Commercialista Telematico
LE CONCLUSIONI DELL’AVVOCATO GENERALE CHRISTINE STIX-HACKL AFFERMANO CHE LA LEGGE ISTITUTIVA DELL’IRAP RICADE NEL DIVIETO DI CUI ALL’ART 33, n.1, DELLA VI DIRETTIVA CEE (DIR. IVA)<?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" />
ricade nell’ambito del divieto di cui all’art. 33, n. 1, della sesta direttiva del Consiglio 77/388/CEE, riguardante altri tributi nazionali che abbiano le caratteristiche di un’imposta sulla cifra d’affari…”.
Ciò comporterebbe che l’IRAP versata dai contribuenti all’erario sarebbe priva di fondamento giuridico, pertanto indebita, conseguentemente sussisterebbe il diritto al rimborso di quest’ultimi con conseguente esborso di ingentissime somme di denaro da parte dell’erario .
La suddetta eventualità ha fatto si che l’Avvocato Generale Christine Stix Hackl ponesse dei limiti e delle condizioni per il diritto al rimborso da parte del contribuente per l’IRAP indebitamente versata.
Infatti, si afferma che, la declaratoria di incompatibilità dell’IRAP con l’ordinamento comunitario, è condizionata alla verifica che per un campione rappresentativo di imprese assoggettate ad entrambe le imposte, il rapporto tra gli importi pagati a titolo d’IVA e gli importi pagati a titolo di IRAP risulti sostanzialmente costante.
Fa specie che l’avvocato Generale Christine Stix Hackl abbia affermato che la sussistenza di tale condizione debba essere accertata dal giudice nazionale, il quale dovrebbe tenere conto delle dettagliate caratteristiche dell’imposta in questione.
Appare veramente singolare che il giudice nazionale, dinanzi al diniego della domanda di restituzione dell’IRAP indebitamente versata, debba verificare, su un campione rappresentativo di imprese assoggettate ad entrambe le imposte, che il rapporto tra gli importi pagati a titolo d’IVA e gli importi pagati a titolo di IRAP risulti sostanzialmente costante.
In effetti, la predetta verifica appare come una circostanza difficilmente paventabile nell’ambito del processo tributario, tenuto conto che, quest’ultimo, ha ad oggetto la impugnazione di un atto (diniego espresso o tacito della restituzione dell’IRAP) e, semmai, il rapporto giuridico d’imposta tra il singolo contribuente-ricorrente e l’Amministrazione finanziaria.
Altresì, nelle conclusioni dell’Avvocato generale, si afferma che: “il divieto disposto dal detto articolo non può essere invocato al fine di far valere il diritto al rimborso dell’IRAP riscossa con riferimento a qualsiasi esercizio tributario anteriore alla sentenza della Corte, oppure con riferimento all’esercizio nel corso del quale detta sentenza venga pronunciata, fatta eccezione per chiunque abbia agito in giudizio o abbia promosso un equivalente ricorso amministrativo anteriormente al 17 marzo 2005, data in cui sono state presentate le conclusioni dell’avvocato generale Jacobs nella presente causa”.
Nel suddetto inciso, in definitiva, si riconosce il diritto al rimborso dell’IRAP solo ai contribuenti che alla data del 17 marzo 2005 abbiano presentato istanza di rimborso o ricorso avverso il rifiuto tacito o espresso alla istanza medesima.
E’ opinione di chi scrive che l’avere pensato di limitare il diritto al rimborso solo ai contribuenti che alla data del 17 marzo 2005 “si siano in qualche modo fatti parte diligente” nel richiedere la restituzione del tributo non trovi alcun sostegno giuridico e sia ingiustificatamente discriminatorio.
Banalizzando il concetto, al fine di respingerne la logica ispiratrice, è come se si riconoscesse il diritto al rimborso ai soli contribuenti che già alla data del 17 marzo 2005 (data di presentazione delle conclusioni dell’Avvocato Jacobs) ritenevano la incompatibilità dell’IRAP col diritto comunitario e perciò avanzavano istanza di rimborso.
E’ chiaro che l’unico motivo per frapporre un simile termine si deve ravvisare nell’esigenza di salvaguardare le casse dell’erario che verrebbero probabilmente compromesse se si dovesse riconoscere il diritto al rimborso secondo gli ordinari termini previsti dall’art. 38 D.P.R. 602/73.
Infatti, se la Corte dovesse concludere per l’incompatibilità dell’IRAP con l’art. 33 della VI Dir CEE tale declaratoria dovrebbe avere effetto sin dalla entrata in vigore della normativa IRAP e quindi con effetto “ex tunc”.
Conseguentemente, i contribuenti che hanno indebitamente versato l’IRAP potranno domandare la restituzione dei versamenti effettuati nei 48 mesi precedenti (“ex” art. 38 D.P.R. 602/73).
Infatti, l’ultimo periodo delle conclusioni dell’Avvocato Stix Hackl: “siffatte parti in causa possono invocare tale divieto purché alle loro azioni non vadano applicate preclusioni di altro tipo in forza delle norme di procedura nazionali, le quali rispettino i principi di equivalenza ed effettività” sembra proprio fare riferimento al rispetto dei termini e condizioni previsti dalle singole leggi d’imposta per avanzare istanza di rimborso di tributo indebito.
In definitiva, qualora la Corte di Giustizia CEE dovesse esprimersi nel senso dianzi indicato, la Commissione Tributaria in caso di diniego di rimborso dovrà disapplicare la normativa IRAP per contrasto con l’ordinamento comunitario e riconoscere al ricorrente il diritto al rimborso dell’IRAP indebitamente versata.
a cura Avv.Maria LEO