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Timestamp: 2018-02-19 13:39:53+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 4', 'art. 4', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 4', 'art. 8', 'art. 5', 'art. 6', 'art. 3', 'art. 13', 'art. 31', 'art.34', 'art. 2', 'art. 5', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 8', 'art. 5', 'art. 3', 'art. 1']

SOMMARIO: 1 Il nuovo Statuto: last but not least – 2 – La questione del popolo veneto – 3 – La stabilità territoriale e il Welfare
1. Il nuovo Statuto: last but not least
Subito criticato da Michele Ainis con un duro editoriale sul Corriere della Sera, il nuovo Statuto del Veneto ha ricevuto un battesimo poco felice sulla grande stampa. L’incomprensione, in questo caso, dice forse il valore dello Statuto, risultato troppo indigesto a chi assume un pregiudizio statalista, rimane freddo sulle ragioni dell’autonomia e fatica a comprendere, dall’alto della propria ideologia, la cultura di una terra e l’anima di un popolo.
L’argomento è serio ed è bene entrare con serietà nel merito.
Innanzitutto va rilevato che lo Statuto del Veneto è arrivato tardi al traguardo: dal 1999, quando venne approvata la riforma costituzionale destinata ad aprire una nuova stagione della autonomia regionale[1], sono passati oltre dieci anni e mentre la Puglia e la Calabria sono arrivate per prime (2004), il Veneto è arrivato ultimo tra le Regioni ordinarie.
La legislazione attuale è riuscita a porvi rimedio, con un prodotto normativo che pone fine alla lunga gestazione: last but not least.
II nuovo Statuto del Veneto, infatti, si distingue per una impronta originale che lo qualifica positivamente nel panorama di quanto hanno fatto altre Regioni.
È accaduto spesso, infatti, che la stagione statutaria abbia prodotto dei coloriti cataloghi di disposizioni di principio: la regione Toscana, ad esempio, vi ha introdotto una disposizione, dopo “la tutela e la valorizzazione della famiglia fondata sul matrimonio” (art. 4, lett. g), fondata sul “riconoscimento di altre forme di convivenza” (art. 4, lett. h) che addirittura potrebbe intendersi come il riconoscimento di forme di convivenza assolutamente lontane dalla nostra tradizione, sul tipo della poligamia. Vi ha introdotto inoltre la previsione (art. 3, p.to 6) per cui “La Regione promuove, nel rispetto dei principi costituzionali, l’estensione del diritto di voto agli immigrati”, con un tono discutibile perché si ferma al rispetto dei principi costituzionali senza includervi quelli della legislazione statale.
Nello Statuto dell’Emilia Romagna (art. 2, lett. f) vi si trova assicurato “il diritto di voto agli immigrati residenti”.
Sempre nell’art. 4 (lett. l) della regione Toscana vi si ritrova l’impegno a promuovere “la cultura del rispetto degli animali” e in quello della Campania, oltre al “ riconoscimento dei diritti degli animali”, si arriva persino a disporre “il rispetto della vita delle piante” e (art. 8, lett. s).
Questi coloriti cataloghi di principi – che mentre hanno la pretesa di modernizzare la Costituzione, finiscono invece per destrutturarla in modo piuttosto provinciale – hanno addirittura spinto la Corte costituzionale a precisare che le norme programmatiche degli Statuti, a differenza di quelle contenute nella Costituzione, hanno solo una “funzione, per così dire, di natura culturale o anche politica, ma certo non normativa”[2].
Ben altra caratura hanno invece i principi affermati nel nuovo Statuto del Veneto, che definiscono l’identità della Regione cogliendone l’anima profonda, le tradizioni e i tratti distintivi che hanno permesso alla gente veneta (tutti compresi: incluse quelle persone che venute da lontano vi si sono stabilizzate) di scrivere una storia di lavoro, di capacità imprenditoriale, di benessere, di solidarietà.
Basti riflettere sull’art. 5, p.to 5, dove si afferma: “La Regione, ispirandosi ai principi di civiltà cristiana e alle tradizioni di laicità e di libertà di scienza e pensiero, informa la propria azione ai principi di eguaglianza e di solidarietà nei confronti di ogni persona di qualunque provenienza, cultura e religione; promuove la partecipazione e l’integrazione di ogni persona nei diritti e nei doveri, contrastando pregiudizi e discriminazioni; opera per la realizzazione di una comunità accogliente e solidale”.
Ancora nei principi si ritrova (art. 6): il principio di “responsabilità nei confronti delle generazioni future”; la garanzia del “diritto alla vita”; la valorizzazione dello “specifico ruolo sociale proprio della famiglia”, ecc.[3].
L’aspirazione al federalismo (art. 3) e all’efficienza amministrativa (art. 13), la volontà di combattere l’evasione fiscale, di uniformare alla buona fede i rapporti tra fisco e contribuente (art. 31), rendono poi decisamente attuale l’impianto complessivo dei principi identitari dello Statuto del Veneto.
Va anche considerata molto positivamente la riduzione di dieci consiglieri regionali (art.34) rispetto alla situazione esistente.
2. La questione del popolo veneto
L’art. 2 dello Statuto, titolato Autogoverno del popolo veneto, così dispone:
1.L’autogoverno del popolo veneto si attua in forme rispondenti alle caratteristiche e alle tradizioni della sua storia.
2.La Regione salvaguarda e promuove l’identità storica del popolo e della civiltà veneta e concorre alla valorizzazione delle singole comunità. Riconosce e tutela le minoranze presenti nel proprio territorio.
È la disposizione “scandalo”. Ainis sul Corriere della Sera ha scritto: “come si legge in qualunque manuale di diritto costituzionale il popolo è la comunità di tutti coloro ai quali l’ordinamento assegna lo status di cittadino. Dunque finché l’Italia è una esiste solo un popolo italiano. Possiamo riferisci al popolo veneto o a quello sardo in un discorso, in un libro, in un comizio, ma se lo facciamo in un testo normativo commettiamo un errore di grammatica. Che però diventa un errore di sintassi se coniugato a un’altra norma che restringe l’azione regionale solo ai veneti doc”.
Proviamo ad approfondire. Se – come sostiene Ainis – esiste solo un popolo, quello italiano, e costituisce una sorta di bestemmia costituzionale parlare di un popolo veneto, bisogna allora cercare di capire a quale strano impianto concettuale e giuridico hanno fatto riferimento i tedeschi. La Costituzione della Baviera, infatti, parla esplicitamente di “Bayerische Volk”[4]; analogamente, la Costituzione del Baden-Württemberg menziona il proprio “Volk”[5].
Non pare che questo “azzardo” abbia condotto alla disgregazione dell’ordinamento tedesco. Anzi proprio il federalismo tedesco è stato il motore dello sviluppo della nazione: del resto, il Grundgesetz parla ugualmente di un “Deutsche Volk”, di un popolo tedesco[6]. In Germania, dunque, coesistono i “popoli” dei Laender con un “popolo” federale.
In Spagna si ritrova un lessico analogo: e questo non vale soltanto per aree dotate di un’accentuata autonomia, come la Catalogna[7] o i Paesi Baschi[8], ma anche, ad esempio, per la Comunità Valenciana, che parla di “pueblo valenciano”. Analogamente accade in Svizzera, ove esiste un “Peuple” nazionale[9] e, per esempio, il “peuple” del Cantone di Berna[10].
Certo si può sostenere, come fa Ainis, una concettualizzazione che individua nel popolo un soggetto indiviso, che conferisce complessivamente i poteri alle istituzioni statali e contemporaneamente ne è rappresentato, per cui il popolo è soltanto uno, quello formato da tutti i cittadini dello Stato[11].
Bisogna però precisare che questa è una lettura (non l’unica ammissibile) del fenomeno politico, secondo cui ad un unico popolo corrisponderebbe un unico polo istituzionale capace di esprimere compiutamente la dimensione popolare: quello statale.
È la lettura centralista e statalista, non quella che si riconosce nei valori della autonomia, del federalismo, della sussidiarietà.
Non è quindi l’unica lettura possibile del concetto di “popolo”[12].
Senz’altro non è la più adeguata a intendere le categorie del federalismo, come dimostra anche la stessa esperienza degli U.S.A. Nel federalismo americano, infatti, è accanto al popolo di ciascuno Stato dell’Unione che è stato identificato un nuovo soggetto politico – il popolo degli Stati Uniti, la cui fisionomia e autonomia concettuale sono state oggetto di una riflessione specifica e graduale.
La Federazione americana, nella mente dei costituenti, doveva “assicurare l’autodeterminazione locale fornendo al tempo stesso un governo a livello nazionale”[13]. In questa visione i diversi Stati dell’Unione riflettono una specifica dimensione della sovranità e della stessa vita popolare, non un mero decentramento.
La medesima sovranità fonda i poteri della periferia e del centro.
Entrambi i poli trovano legittimazione nella volontà degli americani, che hanno due vesti: quella di popolo dello Stato e quella di popolo dell’Unione. Gli americani attribuiscono una porzione di sovranità allo Stato di cui sono il popolo, e una porzione alla Federazione, di cui sono ugualmente il popolo. Ogni Stato, esattamente come la Federazione, “deriva la sua autorità dalla medesima pura e sacra fonte: la scelta volontaria ed espressa del popolo”[14]: ogni Stato dunque rappresenta il proprio popolo[15].
Naturalmente, questa compresenza della dimensione statale del popolo con quella generale ha posto grandi problemi di bilanciamento dei poteri tra i livelli istituzionali. La dimensione statale del popolo è stata utilizzata per sostenere privilegi come lo schiavismo nel Sud; al contrario, quando si è accentuata la dimensione federale, si sono compresse le competenze statali[16]esattamente svuotando la dimensione statale della sovranità popolare. Resta fermo, in ogni caso, che l’evoluzione dei rapporti tra Federazione e Stati, negli USA, ha la propria chiave, nei concetti di popolo e sovranità.
Anche in tempi recenti, la Corte suprema ha messo in evidenza come il federalismo si leghi alla dimensione statale della sovranità e del popolo. Senza quest’ultima, gli apparati istituzionali assumono una tendenza centripeta, e le medesime istituzioni rappresentative delle istanze statali presso la Federazione vengono travisate nelle loro funzioni.
Il giudice Scalia ha sottolineato alcuni anni fa questa possibile distorsione, capace di trasformare in giacobino un sistema pluralista. In un caso, un suo collega, il giudice Breyer, aveva sostenuto che gli Stati fossero tutelati prevalentemente attraverso il processo democratico cui partecipavano a livello federale, piuttosto che grazie alla riserva di competenze: quindi, una legge federale che avesse superato il vaglio del Senato si poteva ritenere in linea con la Costituzione nazionale, anche qualora esulasse dalle competenze attribuite alla Federazione. Scalia affermò allora che una tale teoria sarebbe
“potuta benissimo uscire dalle labbra di Robespierre, ma sicuramente non da quelle di Madison, Jefferson o Hamilton, la cui stella polare era che il potere politico, anche – e specialmente – quello brandito dal popolo, doveva essere disperso e controbilanciato”.
3. La stabilità territoriale e il Welfare
“La Regione opera a favore di tutti coloro che, secondo criteri di ragionevolezza e proporzionalità, possiedono un particolare legame con il territorio, garantendo comunque ai minori i medesimi diritti”.
Questa disposizione, contenuta nell’art. 5 dello Statuto, rappresenterebbe quel “prima i veneti”, inteso nel senso di bottega del “noialtri”, che ha portato alla prima durissima critica di Ainis nell’editoriale sul Corriere della Sera.
Costituisce quindi un altro argomento, dopo quello del popolo veneto, da approfondire con serietà.
Nel merito va precisato che l’uso del criterio della prolungata residenza o, in vario modo, della stabilità, per attribuire determinati diritti di prestazione, non è irragionevole o discriminatorio. Consente, infatti, di scongiurare la formazione di residenze di natura “opportunistica”, con le quali i soggetti si spostano sul territorio nazionale appositamente per godere del welfare regionale senza voler realmente partecipare alla vita delle comunità territoriali.
In un contesto in cui la riforma del Titolo V della Costituzione ha posto le Regioni e gli enti locali al centro del sistema di protezione sociale, ignorare il reale radicamento territoriale potrebbe favorire il movimento di soggetti all’interno dello Stato proprio in base alle migliori condizioni del welfare, con l’aspettativa di trarne profitto senza contribuire significativamente all’avanzamento economico, politico e sociale del territorio.
Non si tratta di una ipotesi marginale. Uno dei maggiori filosofi esistenti – Francis Fukuyama – ha evidenziato il rischio di politiche che spingano gli immigrati a cercare welfare invece che lavoro, “contribuendo direttamente ad indurre un senso di alienazione e disperazione”[17]. In questo senso merita di essere ricordato il reddito minimo di inserimento che venne introdotto dalla Regione Friuli-Venezia Giulia, che è stato calibrato solo sul requisito della residenza proprio per favorire gli immigrati, ma in realtà ha determinato non pochi effetti perversi come quello di incentivare culture contrarie alla emancipazione della donna, cui spesso viene impedito di lavorare per conseguire il contributo regionale.
Nella legislazione e nella giurisprudenza costituzionale italiana si rileva traccia di quest’attenzione al reale radicamento territoriale e sociale, quanto alla titolarità sia dei diritti politici che sociali. Sotto il primo profilo, valga soprattutto l’esempio dello Statuto della Regione Trentino-Alto Adige, che concede l’elettorato attivo per le Province solo una volta decorso un certo lasso di tempo dallo stabilimento della residenza: quattro anni nella Provincia di Bolzano, un anno in quella di Trento[18].
Sotto il secondo profilo, la giurisprudenza costituzionale in alcuni casi ha ritenuto legittimo distinguere le situazioni e i trattamenti in base alla localizzazione dei beni e delle persone all’interno o all’esterno di un territorio. Una pronuncia risale al periodo in cui vigeva il Titolo V nella sua formulazione originaria, mentre altre due s’innestano nel nuovo corso del regionalismo italiano.
La prima decisione[19] ha riguardato l’allocazione di alloggi popolari nelle aree degradate di Messina, che una legge siciliana[20] riservava ai residenti nei territori interessati al degrado. La Corte ha ritenuto che il requisito di “residenza da almeno tre anni continuativi nelle aree da risanare” fosse ragionevolmente “diretta ad assicurare che l’intervento pubblico si [dirigesse] verso nuclei stabilmente insediati”, in modo da evitare “possibili manovre devianti o, addirittura, fraudolente”[21].
Una seconda sentenza[22] ha dichiarato l’incostituzionalità di una norma regionale che, mentre riconosceva ai residenti nella Regione totalmente invalidi il diritto alla circolazione gratuita sui servizi di trasporto pubblico, escludeva da tale beneficio gli stranieri ugualmente residenti e invalidi[23]. La Corte costituzionale ha censurato la norma perché ha ritenuto la cittadinanza uno “specifico presupposto che condiziona l’ammissione al regime di favor” non ragionevole; al contrario, a detta della Consulta, il criterio della residenza “rispetto ad una provvidenza regionale, appare un criterio non irragionevole per l’attribuzione del beneficio”[24].
È però soprattutto con una decisione più recente[25] che la Corte ha dimostrato di tenere particolarmente conto della durata della residenza. In questo caso si trattava di norme regionali[26] riguardanti l’assegnazione di alloggi di edilizia residenziale pubblica, che escludevano soggetti che non avessero avuto la residenza o un’occupazione nel territorio regionale nei cinque anni precedenti la data di presentazione della domanda di assegnazione. La Consulta, ponendosi in espressa continuità con la decisione citata poc’anzi – che pure non faceva menzione della durata della residenza – ha riconosciuto “che il requisito della residenza continuativa […] risulta non irragionevole […] quando si pone in coerenza con le finalità che il legislatore intende perseguire […] specie là dove le stesse realizzino un equilibrato bilanciamento tra i valori costituzionali in gioco”.
In sintesi, quindi, la Corte costituzionale è sembrata ammettere che la residenza e la sua durata, esprimendo una stabilità di rapporti e un radicamento territoriale, si configurano quali criteri ragionevoli per l’attribuzione di diritti differenziati e l’erogazione di provvidenze – criteri da valutare naturalmente di volta in volta, sulla base delle “finalità” perseguite dal legislatore e del “bilanciamento” tra i valori costituzionali che vengono in considerazione nel caso specifico.
Per completezza, conviene accennare a un ultimo aspetto, riguardante i limiti alla libera circolazione di persone e cose, soprattutto nella prospettiva del diritto comunitario. L’erogazione di welfare e provvidenze mirata ai soli residenti stabili potrebbe infatti presentare dei problemi di compatibilità con il principio della libera circolazione.
In questo senso si può menzionare una sentenza[27] che ha dichiarato illegittime le norme, introdotte da alcuni enti territoriali italiani, che consentivano ai soli ultrasessantenni o ultrasessantacinquenni l’ingresso gratuito ai musei che tali enti gestivano. La Corte ha ritenuto che si trattasse di discriminazioni e di limitazioni alla libertà di circolazione non giustificate da ragioni contemplate dal diritto comunitario. Ha inoltre ritenuto inadeguata una giustificazione che si basava sul costo dei musei: a detta del Governo italiano, tale costo gravava sui residenti attraverso il prelievo fiscale e dunque avrebbe legittimato un trattamento differenziato per questi ultimi. Invece, secondo la Corte, il prelievo fiscale ricadeva sull’intera collettività nazionale: dunque non poteva essere razionalmente utilizzato per giustificare un privilegio circoscritto ai soli residenti.
Proprio quest’ultimo aspetto, se sviluppato, sembra aprire spazi per una gradazione dei diritti e delle prestazioni in base alla stabilità sul territorio. La Corte sembra esigere infatti un’adeguata fondazione dei trattamenti preferenziali, ossia una valutazione puntuale delle singole prestazioni e dei trattamenti differenziati, mirata ad individuare le ragioni che le fondano, oltre che gli scopi perseguiti. La giustificazione di tali trattamenti risulta più plausibile in un contesto federalista: se le Regioni hanno maggiori poteri, è più probabile che chi vive in un territorio stabilmente sia in una situazione realmente diversa, quanto a diritti e doveri, da chi vive in altre parti del Paese. In contesti centralistici, in cui il prelievo fiscale e il livello delle decisioni sono monopolio del potere centrale, che risulta il responsabile ultimo del welfare, risulta difficile giustificare il favor delle singole Regioni nei confronti dei propri residenti; anzi, difficilmente si danno comportamenti opportunistici, poiché la collocazione territoriale è sostanzialmente ininfluente all’interno dello Stato. Al contrario, in un contesto di federalismo fiscale e di decentramento delle competenze in materia di welfare, appare più ragionevole il conferimento di un particolare status a chi possiede una particolare relazione con il territorio.
In fondo quello che viene in gioco è il principio democratico che lega tassazione e rappresentanza (no taxation without representation).
[1]Quando fu approvata, la legge costituzionale del 1999 sembrò avere aperto da subito una prospettiva brillante per il futuro del regionalismo italiano; diversi fattori, invece, hanno contribuito a raffreddare gli entusiasmi iniziali. Le imperfezioni della stessa legge costituzionale, il suo essere stata presto seguita da un’altra imperfetta riforma come quella del Titolo V, la prospettiva della cd. Devolution, poi bocciata dal referendum confermativo, con la conseguente instabilità del sistema in cui si sarebbero dovuti ambientare i nuovi statuti, hanno contribuito a delineare una stagione statutaria meno facile di quanto si poteva inizialmente prevedere. Una stagione che si è dimostrata, soprattutto, molto più lunga e defatigante di quella degli anni Settanta, che invece si avviò e si concluse in pochi mesi: i Consigli regionali, eletti all’inizio di giugno, chiusero i lavori tra l’ottobre dello stesso anno e il marzo del 1971; tra maggio e luglio del ’71 furono emanate tutte le leggi statali di approvazione. A complicare la nuova stagione statutaria hanno concorso peraltro non soltanto l’atteggiamento di alcuni Governi nazionali abbastanza ostile al pieno dispiegarsi dell’autonomia regionale, e non sempre coerente nei motivi delle impugnazioni, ma pure una giurisprudenza costituzionale che nel suo sviluppo complessivo si è dimostrata poco lineare. Una sua lettura d’insieme sembra infatti svelare una Corte costituzionale che ha faticato ad indirizzare con chiarezza il processo e che è rimasta spesso in balia della questione contingente, senza, nel risolverla, riuscire a proporre un quadro coerente e unitario.
[2]In una serie di sentenze aventi ad oggetto i ricorsi governativi nei confronti degli statuti della Toscana, dell’Umbria e dell’Emilia-Romagna, la Corte costituzionale, rispolverando il vecchio orientamento emerso nella prima stagione statutaria, ha precisato “che negli statuti regionali entrati in vigore nel 1971 – ivi compreso quello della Toscana – si rinvengono assai spesso indicazioni di obiettivi prioritari dell’attività regionale ed anche in quel tempo si posero problemi di costituzionalità di tali indicazioni, sotto il profilo della competenza della fonte statutaria ad incidere su materie anche eccedenti la sfera di attribuzione regionale” (Sent. n. 372 del 2004). I ricorsi governativi vennero quindi ritenuti inammissibili “per carenza di idoneità lesiva” di queste disposizioni statutarie di principio. Assai duro è stato, quasi unanimemente, il giudizio della dottrina verso queste decisioni che hanno portato alla denormativizzazione di una fonte dall’innegabile valore giuridico. La reale giustificazione dell’orientamento assunto dalla Corte sembra trovare giustificazione, più che nella sua logica argomentativa, nel contesto delle particolari condizioni in cui la Consulta si è pronunciata, in prossimità della scadenza elettorale per il rinnovo dei Consigli regionali, con relativa applicazione delle nuove leggi elettorali regionali; aggravata dall’incertezza diffusa sulle modalità con cui dar seguito ad eventuali pronunce di caducazione parziale della disciplina statutaria, di nuovo, con gli inevitabili riflessi sul regolare sviluppo della vicenda elettorale. Una soluzione quindi molto contingente, che ha salvato gli statuti di alcune Regioni, permettendo a queste di presentarsi alla scadenza regionale con il nuovo Statuto, ma il cui carattere compromissorio ha finito per infliggere allo sviluppo del regionalismo italiano un costo però ancora più alto di quello che sarebbe stato pagato con la caducazione di singole norme, cui avrebbe fatto da pendant il tacito riconoscimento (da parte del Governo prima, della stessa Corte poi) del pieno valore giuridico delle restanti. Senz’altro alcune delle norme impugnate, in particolare quello relative al voto degli immigrati, e riconoscimento di “altre” forme di convivenza non rientravano minimamente nelle competenze regionali, e nemmeno potevano considerarsi meramente ripetitive (o quodammodo confermative) di norme della Costituzione. Anzi con essa non erano certo in “armonia”. Invece facendo di tutta un erba un fascio con un’unica motivazione standard, la Corte si è ritenuta esonerata dall’obbligo di effettuare una verifica concreta sul loro effettivo e puntuale significato normativo, da valutare in rapporto al parametro costituzionale.
[3]Art. 6 – Diritti e obiettivi delle politiche regionali.
1. Art. 6 dello Statuto: “La Regione, informando la propria azione al principio di responsabilità nei confronti delle generazioni future:
[4] Preambolo.
[5]Preambolo.
[6]Preambolo.
[7]Statuto catalano, art. 2 (versione castigliana): “Los poderes de la Generalitad emanan del pueblo de Cataluña”.
[8]Art. 1 dello Statuto, che parla di “pueblo Vasco”.
[9]Art. 1 Cost. confederale.
[10]Art. 1 Cost. del Cantone di Berna.
[11]R. Romboli, Popolo, in Enciclopedia giuridica, Treccani, Roma, 1990, p. 1.
[12]Idem, ove evidenzia la divergenza di opinioni sul concetto di “popolo”.
[13] C.R. Sunstein, A cosa servono le Costituzioni, il Mulino, Bologna, 2009, p. 156.
[14] Iredell, 448, nella sentenza Chisholm v. Georgia, 2 U.S. 2 Dall. 419 (1793).
[15]Costituzioni come quella del Massachusetts o della Virginia parlano diffusamente del “popolo” con riferimento alla popolazione che vive nello Stato.
[16] È noto, tra i tanti, il caso di United States v. Darby, 312 U.S. 100 (1941), quando vennero fortemente svalutate le prerogative statali in favore di quelle federali.
[17] Fukuyama F., Identità e immigrazione, in Atlantide, n. 2/2007, 41.
[18]Art. 25 dello Statuto.
[19]Sent. n. 493/00.
[20]L.reg. approvata dall’Assemblea regionale siciliana il 24 maggio 1990, artt. 5 e 10.
[21]Sent. n. 493 /00, punto 3, Considerato in diritto.
[22]Sent. n. 432/05. Si veda utilmente M. Cuniberti, L’illegittimità costituzionale dell’esclusione dello straniero dalle prestazioni sociali previste dalla legislazione regionale, in Le Regioni, 2/06, p. 510.
[23]L.reg. Lombardia n. 1/02, art. 8, secondo comma, come modificato dalla l.reg. n. 25/03, art. 5, settimo comma.
[24]Punto 5.2, Considerato in diritto.
[25]Ord. n. 32/08. Criticamente, F. Corvaja, Libera circolazione dei cittadini e requisito di residenza regionale per l’accessso all’edilizia residenziale pubblica, in Le Regioni, 3/08, p. 611.
[26]L.reg. Lombardia n. 1/00, art. 3, comma 41-bis, introdotto dalla l.reg.n. 7/05, art. 1, lett. a).
[27]C-388/01, sent. del 16 gennaio 2003.