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Timestamp: 2019-08-19 05:40:19+00:00
Document Index: 120403503

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La revocazione | ProntoProfessionista.it
3. La sentenza è oggetto di revocazione per "svista percettiva sull’intero oggetto del contendere" (Cass. Ord. n. 7617/2018).
"1. Le sentenze pronunciate in grado d’appello o in unico grado dalle commissioni tributarie possono essere impugnate ai sensi dell’articolo 395 del codice di procedura civile.
3. Se i fatti menzionati nel comma precedente avvengono durante il termine per l’appello il termine stesso è prorogato dal giorno dell’avvenimento in modo da raggiungere i sessanta giorni da esso".
L’attuale dato normativo fa espresso riferimento alle sentenze pronunciate in grado di appello, ovvero in unico grado dalle Commissione Tributarie, laddove, per sentenze "in unico grado", devono intendersi quelle interessate dal c.d. ricorso per saltum, di cui all’articolo 62, comma 2-bis del d.lgs. n. 546/1992.
· dolo di una delle parti in danno dell’altra. Per rappresentare motivo di revocazione il comportamento doloso deve avere avuto influenza decisiva ai fini della soluzione della causa( Cass., 10 marzo 2005, n. 5329; Cass., 26 gennaio 2004, n. 1369);
· prove riconosciute o comunque dichiarate false dopo la sentenza, oppure che la parte soccombente ignorava essere state riconosciute o dichiarate tali prima della sentenza. La prova della falsità deve esistere al momento della proposizione della domanda di revocazione, pena l’inammissibilità della stessa. La prova rivelatasi falsa deve avere influito sulla decisione impugnata, deve essere stata, cioè, decisiva, ai fini dell’orientamento del giudice, ovvero aver concorso alla pronuncia;
· rinvenimento di documenti decisivi che la parte non aveva potuto produrre in giudizio per causa di forza maggiore o per fatto dell’avversario. È fondamentale che si tratti di documenti esistenti al momento del processo e dotati di efficacia decisiva nella formazione del convincimento del giudice, ossia tali che se conosciuti da quest’ultimo avrebbero potuto condurre ad una diversa decisione;
· errore di fatto risultante dagli atti e dai documenti della causa. L’errore de quo deve essere essenziale e riguardare un aspetto decisivo della sentenza. Inoltre, l’atto o documento di causa da cui risulta l’errore commesso deve essere già acquisito agli atti processuali al momento in cui è stata resa la sentenza che si ritiene viziata (Cass., 20 giugno 2002, n. 8974);
· contrasto con sentenza precedente avente tra le parti autorità di cosa giudicata, purché non abbia pronunciato sulla relativa eccezione. Perché una sentenza possa considerarsi contraria ad altra precedente avente autorità di cosa giudicata, è necessario che tra i due giudizi vi sia identità di soggetti e di oggetto, tale che l’oggetto del secondo giudizio sia costituito dal medesimo rapporto tributario definito irrevocabilmente nel primo, oppure che in quest’ultimo sia stato definitivamente compiuto un accertamento radicalmente incompatibile con quello operante nel giudizio successivo( Cass., sez. trib., 7 agosto 2008, n. 21322);
· dolo del giudice, accertato con sentenza passata in giudicato. In presenza di sentenza passata in giudicato che abbia accertato il dolo del giudice, la revocazione consegue automaticamente senza necessità di avere alcuna ulteriore verifica.
Con l’ordinanza n. 11832 del 12 maggio 2017, la Suprema Corte è intervenuta in materia di computo dei termini processuali per la proposizione del ricorso in Cassazione, in presenza di una sospensione ex articolo 398 c.p.c, affermando che "deve ritenersi che la sospensione del termine per la proposizione del ricorso per Cassazione (...) produce i suoi effetti dal momento della presentazione dell'istanza di parte".
Prima dell’entrata in vigore della riforma introdotta dall’articolo 68 della legge n. 353/1990, l’articolo 398, comma 4, c.p.c enunciava : "la proposizione della revocazione sospende il termine per proporre il ricorso per cassazione o il procedimento relativo, fino alla comunicazione della sentenza che abbia pronunciato sulla revocazione".
non dal momento in cui è emesso ma sin dal momento della presentazione dell’istanza di parte, "non potendo il ritardo del giudice nella deliberazione sulla istanza medesima risolversi in danno all’istante". Il Supremo Consesso, citando una sua precedente pronuncia (sentenza n. 9239/2013), sottolinea che la sospensione "dura sino alla comunicazione della sentenza che ha pronunciato sulla revocazione secondo quanto previsto dall'art. 398 c.p.c., con la conseguenza che da tale data riprende a decorrere, per la parte residua, il termine per la proposizione del ricorso per Cassazione".
Occorre dare menzione del fatto che, in riferimento alla questione de qua, non sono mancate sentenze di segno contrario, come la sentenza n.12701/2014 in cui, in consapevole contrasto con la sentenza n. 9239/2013, la giurisprudenza di legittimità ha affermato che ai fini della decorrenza del periodo di sospensione, "ove il giudice al quale sia stata proposta la relativa domanda, ritenendola non manifestamente infondata, l’abbia disposta, il termine iniziale coincide con l'emanazione del provvedimento previsto dall'art. 398 c.p.c., comma 4".
La Suprema Corte, con ordinanza n. 7617/2018, ha enunciato il principio di diritto secondo il quale è affetta da errore revocatorio la pronuncia che "...risulti frutto, in modo assolutamente evidente e immediatamente rilevabile, di una svista percettiva sull'intero oggetto del contendere, con esclusione di qualsivoglia profilo di natura interpretativa".
La CTR affermava che il giudice di merito si è così pronunciato poiché ha ritenuto che si tratti di un errore di diritto e non di fatto "... dovuto a una falsa interpretazione della norma, incorrendo quindi in un tipico errore d'interpretazione di diritto che dev'essere oggetto di ricorso per Cassazione".
Secondo la giurisprudenza di legittimità, la CTR non ha correttamente interpretato i fatti di causa e, invece, tale vizio è "denunciabile con ricorso per revocazione ai sensi dell'articolo 395 c.p.c., comma 1, n. 4, (Cass. n. 9835 del 13/05/2016; Cass. n. 15702 del 02/07/2010; Cass. n. 213 del 09/01/2007), richiamato per il processo tributario dall'articolo 64 del d.lgs. n. 546 del 1992...".
Da ciò ne consegue che se è configurabile errore revocatorio in caso di omessa percezione dell’esistenza di un motivo di ricorso (Cass. n. 4605 del 22/02/2013 e Cass. n. 22569 del 02/10/2013), a maggior ragione deve considerarsi affetta da errore di revocazione la sentenza de qua, frutto di una "svista percettiva sull’intero oggetto del contendere...".
Il principio ermeneutico enunciato dalle Sezioni Unite è il seguente: "La revocazione della sentenza (o dell’ordinanza) di cassazione è consentita per vizi del procedimento di cui non si sia tenuto conto per un errore percettivo riguardante anche l’esame degli atti dello stesso processo di cassazione: è pertanto deducibile come causa di errore revocatorio la circostanza che la sentenza (o l’ordinanza) impugnata si fondi su un fatto - l’avvenuta regolare comunicazione della fissazione dell’udienza a tutte le parti costituite - incontestabilmente mai avvenuto".
Secondo la giurisprudenza di legittimità "tale principio di diritto parrebbe suggerire che le Sezioni Unite abbiano fatto l’affermazione della deducibilità come errore revocatorio tanto della omissione dell’avviso, quanto quella dell’invio di un avviso affetto da nullità. Tale seconda eventualità parrebbe suggerita dal riferimento alla <>".
La Corte di Cassazione continua asserendo che dalla lettura della motivazione delle Sezioni Unite si evince che predetto principio di diritto faccia riferimento "all’ipotesi della omissione dell’avviso della comunicazione della fissazione dell’udienza (o dell’adunanza).
Ciò lo si può dedurre chiaramente dalla motivazione delle Sezioni Unite, qui di seguito esposta: "Accertata, quindi, l’ammissibilità del gravame, si può prendere in considerazione il motivo dedotto, consistente nella denunciata violazione dell’art. 377 secondo comma c.p.c., non essendo stata data al difensore domiciliatario del Comune comunicazione dell’udienza camerale per cui secondo la prospettazione del ricorrente - l’errore revocatorio consisterebbe nel rilievo che l’ordinanza impugnata si fonda su un fatto (l’avvenuta regolare comunicazione della fissazione dell’udienza a tutte le parti costituite) incontestabilmente mai avvenuto".
A tal proposito, la Corte di Cassazione cita due precedenti giurisprudenziali (Cass. n. 3761/95 e 10934/98) riguardanti il tema della notifica dell’avviso dell’udienza del giudizio di Cassazione, che ribadiscono innanzitutto "il principio che la revocazione della sentenza (o ordinanza) di Cassazione è consentita per vizi del procedimento di cui non si sia tenuto conto per un errore percettivo riguardante anche l’esame degli atti dello stesso processo di cassazione [...] ed è esclusa - con specifico riferimento all’oggetto - quando si faccia questione di interpretazione circa l’avvenuta rituale notifica dell’avviso di udienza..."
Da ciò ne discende, secondo la Suprema Corte, implicitamente, "la deducibilità - come causata da errore revocatorio - della omessa notifica dell’avviso, verificatasi nel caso di specie" e, per tale ragione, ritiene il ricorso per revocazione ammissibile e fondato.
Inoltre, nella pronuncia in questione, la Suprema Corte afferma che vi sono pronunce di segno contrario che, ignorando l’arresto delle Sezioni Unite, hanno affermato il seguente principio di diritto: "La mancata notifica dell’avviso di fissazione dell’udienza di discussione ai sensi dell’art. 377 cod. proc. civ. costituisce "error in procedendo" che non rientra nelle ipotesi di revocazione delle sentenze della Corte di Cassazione, di cui agli artt. 395 n. 4 e 391 bis cod. proc. civ., non potendosi considerare come errore su un fatto processuale su cui è fondata la decisione, stante la mancanza del requisito della decisività dell’errore, non esistendo un nesso causale diretto fra l’omessa notificazione dell’avviso dell’udienza di discussione ed il contenuto della sentenza adottata dalla Suprema Corte" (Cass. ord. n. 16361/2006; Cass. n. 17077/ 2009; Cass. ord. n. 16615 /2010; Cass. ord. n. 7625/2012; Cass. ord. n. n. 23832 /2015).
Secondo il Supremo Consesso, tale orientamento contrario alle Sezioni Unite è frutto di una non corretta interpretazione della nozione di "decisività", poiché viene intesa come relativa al tenore della decisione della Corte di Cassazione e non anche alle modalità con cui la decisione è stata resa.
Invece, con la decisione in esame, la Suprema Corte ribadisce che la sentenza pronunciata in mancanza di avviso di udienza o adunanza impedisce l’attività difensiva, che si esercita con la partecipazione in udienza pubblica e con il deposito della memoria o, per quanto attiene all’adunanza, la Corte sottolinea, "... non è dato comprendere come possa negarsi la decisività della supposizione dell’esistenza dell’avviso".
La Corte di Cassazione conclude nella parte motiva ribadendo il principio ermeneutico delle S.U. del 2004 e mette in evidenza la ratio della revocazione che è quella di portare a "... una nuova decisione e non ad una nuova decisione diversa, questo appartenendo al profilo dei possibili esiti della fase rescissoria, estranei propriamente alla logica del mezzo revocatorio e funzionali appunto ad una ripetizione della decisione".