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Timestamp: 2020-07-14 03:24:27+00:00
Document Index: 71169659

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 81', 'art. 629', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 581', 'art. 609', 'art. 6', 'art. 6', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 606', 'art. 609', 'art. 6', 'art. 117', 'art. 6', 'art. 603', 'art. 117', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 533', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 603', 'art. 2', 'art. 603', 'art. 603', 'art. 495', 'art. 190', 'art. 507', 'art. 603', 'art. 533']

Assolto In Primo Grado - Cassazione Penale 06/07/2016 N° 27620 - Legge semplice
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Assolto In Primo Grado – Cassazione Penale 06/07/2016 N° 27620
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Numero: 27620
Testo completo della Sentenza Assolto in primo grado – Cassazione penale 06/07/2016 n° 27620:
1. Con sentenza del 14 ottobre 2010, la Corte di appello di Brescia, su impugnazione del Pubblico Ministero, in riforma della sentenza assolutoria pronunciata dal Tribunale di Mantova, ha dichiarato D.T.K. colpevole del delitto di cui all’art. 81 c.p. , comma 2, e art. 629 c.p. , comma 1.
1.1. Al D. era stato contestato di avere, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, con richiesta della somma di Euro 5.000 rivolta a S.R., alla cui dazione aveva subordinato la consegna del nulla osta da lui ottenuto per l’ingresso in Italia del cittadino bengalese R.M., nipote dello S., e successivamente, con richiesta di una ulteriore somma di denaro, alla cui dazione aveva subordinato la sottoscrizione di un contratto di lavoro per il R., necessario per l’ottenimento di un permesso di soggiorno, costretto lo S. a versare in totale la somma di Euro 7.500, di cui Euro 4.500 il (OMISSIS) ed Euro 3.000 il (OMISSIS) (fatto commesso in (OMISSIS) dall'(OMISSIS) al (OMISSIS)).
Il D. era stato arrestato in flagranza, nell’atto di ricevere dallo S. una busta chiusa in cui, d’intesa con la polizia, quest’ultimo aveva riposto banconote dell’importo complessivo di Euro 3.000, previamente fotocopiate.
1.2. Il Tribunale aveva assolto il D. reputando insufficiente la prova circa la commissione del fatto estorsivo, contestato dall’imputato, il quale, quanto alla somma di Euro 4.500, riferiva che essa gli era stata consegnata dallo S., in parte, pari a 3.000 Euro, a titolo di restituzione di un precedente prestito, e, per la restante parte, pari a Euro 1.500 Euro, sulla base di un libero accordo, a titolo di anticipo per consentirgli di stipulare un nuovo contratto di locazione per un’abitazione più ampia, nella quale potere ospitare il nipote bengalese. Quanto alla ulteriore richiesta di denaro, essa era stata giustificata dall’imputato, nella sola misura di Euro 1.000, pari all’importo della cauzione di due mensilità da corrispondere al locatore della nuova casa.
Ulteriori elementi di conferma della versione dell’imputato erano stati individuati dal Tribunale nelle dichiarazioni rese dalla moglie D.F., che aveva riferito di avere a suo tempo consegnato lei stessa allo S. la somma di Euro 3.000 in prestito, nonché nella disdetta del contratto di locazione inviata dal D. nel luglio del 2007, circostanza per la quale non poteva escludersi che lo S. avesse promesso all’imputato di aiutarlo nelle spese del contratto di locazione.
1.3. Nell’atto di appello, il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Mantova censurava l’omesso vaglio critico della tesi sostenuta dal D., caratterizzata da vistose contraddizioni e incompatibilità logiche, e la “scarsa” credibilità, sul piano sia soggettivo sia oggettivo, della testimonianza della moglie dell’imputato, essendo stato comunque accertato, anche volendo prescindere dalla carenza di tracce documentali circa l’asserito prestito fatto dal D. allo S., che l’ulteriore somma erogata dalla persona offesa, non importa se destinata a soddisfare esigenze economiche connesse al contratto di locazione della nuova casa in cui intendeva trasferirsi l’imputato, integrava di per sè sola un profitto ingiusto determinato dalla condotta ricattatoria del medesimo.
1.4. All’esito del dibattimento di appello, svoltosi senza lo svolgimento di alcuna ulteriore attività istruttoria, la Corte territoriale, in accoglimento della impugnazione, ha ritenuto raggiunta la prova della colpevolezza dell’imputato, ravvisando l’insussistenza di motivi in grado di inficiare l’attendibilità oggettiva e soggettiva della persona offesa, la cui testimonianza ha reputato credibile anche perchè corroborata da importanti riscontri documentali, a differenza della versione resa dall’imputato, valutata come inverosimile.
Riteneva di scarso rilievo l’argomento costituito dall’avere la persona offesa nel corso del dibattimento negato di avere ricevuto a suo tempo dal D. un prestito di Euro 3.000 prima ancora che a tale particolare il P.M. avesse fatto riferimento nel corso del suo esame – argomento che era stato invece valorizzato dal Tribunale per inferirne che tale prestito fosse effettivamente avvenuto – considerata la eventualità che il teste, che non padroneggiava la lingua italiana, potesse essere stato caduto in un fraintendimento al riguardo e che comunque egli ben potesse avere avuto cognizione delle dichiarazioni rese al riguardo dall’imputato in una precedente udienza.
Ad avviso della Corte di appello vi erano inoltre elementi obiettivi per dubitare della credibilità della versione dei fatti resa dalla moglie dell’imputato, che aveva avallato la tesi difensiva del congiunto circa il prestito fatto nei primi mesi del 2008 allo S., inconciliabile con la modesta condizione reddituale dell’imputato.
2. Ha proposto personalmente ricorso per cassazione il D., che chiede l’annullamento della sentenza impugnata sulla base dei seguenti motivi.
2.1. Vizio di motivazione in relazione alla valutazione di attendibilità della presunta persona offesa, stante il ribaltamento ingiustificato operato dalla Corte di appello sul punto delle valutazioni, perfettamente logiche ed esaurienti, svolte dal Tribunale circa l’assertività e le contraddizioni che caratterizzavano le dichiarazioni dello S..
2.2. Violazione di legge e vizio di motivazione in punto di valutazione di inverosimiglianza della narrazione dell’imputato, che, invece, aveva del tutto logicamente riferito sia della ricezione della somma di Euro 3.000 a titolo di rimborso da parte dello S. del prestito da lui precedentemente effettuato sia della somma di Euro 1.500 da lui poi chiesta al medesimo quale contributo per l’affitto di una casa più spaziosa nella quale ospitare il nipote, nel quadro dei principi solidaristici che caratterizzano i rapporti degli appartenenti alla comunità indiana all’estero.
2.4. Inconciliabilità con l’accusa di condotta estorsiva della ricezione di somma portata da un assegno bancario, elemento documentale di agevole tracciabilità.
2.5. Vizio di motivazione in punto di valutazione di inattendibilità della tesi difensiva circa la causale delle ulteriori somme di denaro chieste allo S. con riferimento all’affitto della nuova casa in cui ospitare il nipote.
3.1. Rileva l’ordinanza di rimessione che la valutazione operata dalla Corte di appello su un elemento decisivo per l’accertamento della responsabilità del D. – la circostanza, cioè, che la richiesta della somma di denaro allo S. non avesse titolo, come da quello sostenuto, nel rimborso di un prestito, ma integrasse una coercizione psicologica in vista della regolarizzazione dell’ingresso in Italia del nipote – fondava essenzialmente sulle dichiarazioni rese dalla persona offesa nel corso del giudizio di primo grado, ritenute dalla Corte pienamente credibili, così procedendosi a un ribaltamento della decisione assolutoria del Tribunale sulla base di un mero riscontro cartolare, senza diretta assunzione della prova dichiarativa.
3.2. Precisato poi che il ricorrente – pur avendo evidenziato la decisività, ai fini della valutazione della plausibilità dell’assunto posto a fondamento della sentenza impugnata, della verifica circa l’attendibilità della persona offesa – non aveva specificamente dedotto la violazione dei parametri di legalità delineati dalla Convenzione Europea dei diritti umani, l’ordinanza dà conto della giurisprudenza della Corte EDU che reputa iniqua la riforma della sentenza assolutoria di primo grado fondata su una diversa valutazione, esclusivamente cartolare, dell’attendibilità di una testimonianza decisiva qualora, nella fase processuale conclusasi con l’assoluzione, la stessa prova, formatasi nel contraddittorio, sia stata ritenuta non attendibile.
3.3. L’ordinanza passa poi in rassegna la giurisprudenza di legittimità sul tema, sottolineando come vi sia stata una rapida conformazione dello statuto della prova dichiarativa nel giudizio di secondo grado all’orientamento costante della Corte EDU. In particolare, secondo l’indirizzo che il Collegio ritiene di condividere, il rispetto dell’art. 6 C.E.D.U., così come interpretato dalla Corte di Strasburgo, implica, in casi come quello di specie, la rinnovazione dell’istruzione dibattimentale, una volta che sia prospettata dal soggetto che impugna la decisione assolutoria la possibilità di un diverso apprezzamento dell’attendibilità di una testimonianza decisiva assunta in primo grado; fermo restando che tale esigenza non sussiste, invece, nel caso in cui il giudice di secondo grado fondi il proprio convincimento su altri elementi di prova, in relazione ai quali la valutazione del primo giudice sia mancata o risulti travisata.
3.4. Si rileva peraltro che, non essendo stata la questione del mancato rispetto dei parametri di legalità convenzionale dedotta dal ricorrente, sorge il quesito se la Corte di cassazione sia legittimata a rilevare ex officio la violazione dell’art. 6 C.E.D.U. sub specie di mancata rinnovazione dell’istruzione dibattimentale in caso di riforma peggiorativa della decisione assolutoria di primo grado; problema sul quale si individuano nell’ambito della giurisprudenza di legittimità due orientamenti contrapposti.
3.5. Secondo una prima impostazione, la questione della violazione dell’art. 6 C.E.D.U. non è rilevabile d’ufficio in sede di legittimità.
Si tratterebbe, infatti, di questione riconducibile, con adattamenti, al vizio di violazione di legge, da fare valere, pertanto, ai sensi dell’art. 581 c.p.p. , comma 1, lett. c), mediante indicazione specifica delle ragioni di diritto e degli elementi di fatto che sorreggono ogni richiesta. Alla scelta dell’imputato di non proporre nel giudizio di appello la richiesta di rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale consegue la preclusione dell’attivabilità del ricorso alla Corte EDU, che presuppone la previa “consumazione” di tutti i rimedi del sistema processuale interno.
3.6. Alla luce dell’orientamento contrapposto, nella evenienza processuale indicata deve invece reputarsi rilevabile d’ufficio, ai sensi dell’art. 609 c.p.p. , comma 2, la violazione dell’art. 6 C.E.D.U. (salvo che ciò comporti un “giudizio di fatto”, precluso in sede di legittimità, circa la rilevanza della prova dichiarativa);
essendosi anche osservato che la rilevabilità d’ufficio discende dal principio secondo cui le decisioni della Corte EDU, quando evidenziano una situazione di obiettivo contrasto della normativa interna con la C.E.D.U., assumono rilevanza anche nei processi diversi da quello nell’ambito del quale sono state pronunciate.
Si rileva inoltre essere stato messo in luce come la giurisprudenza della Corte di Strasburgo abbia più volte sollecitato una interpretazione flessibile e priva di eccessivo formalismo della regola del previo esaurimento dei rimedi interni, cosicché, in presenza di chiare violazioni convenzionali di carattere oggettivo e generale, già rilevate e censurate in sede Europea, la mancata proposizione di un motivo specifico di impugnazione, volto a denunciare la violazione del principio dell’equo processo, non può ostacolare l’intervento giurisdizionale teso a rimuovere la violazione de qua, essendo sufficiente che la parte abbia comunque impugnato la decisione ad essa sfavorevole perché possa dirsi assolto il requisito del previo esaurimento dei rimedi interni;
ribadendosi che l’imputato deve avere la possibilità di confrontarsi con i testimoni alla presenza del giudice che sia chiamato, infine, a decidere la causa.
“Se sia rilevabile d’ufficio in sede di giudizio di cassazione la questione relativa alla violazione dell’art. 6 C.E.D.U. per avere il giudice d’appello riformato la sentenza assolutoria di primo grado affermando la responsabilità penale dell’imputato esclusivamente sulla base di una diversa valutazione di attendibilità delle dichiarazioni di testimoni senza procedere a nuova escussione degli stessi”.
2. Va premesso che l’affermazione di responsabilità operata nel presente processo dalla Corte di appello in ribaltamento del giudizio assolutorio del Tribunale deriva esclusivamente da una valutazione degli apporti dichiarativi raccolti in primo grado antitetica a quella del Tribunale, essendo invece incontroversa la ricostruzione dei fatti dal punto di vista storico-materiale.
Infatti, la sentenza qui impugnata, all’esito di un giudizio di appello nel corso del quale non si è proceduto ad alcuna rinnovazione dell’istruzione dibattimentale, fonda il giudizio di responsabilità penale sulla ritenuta non credibilità della tesi dell’imputato, e di quella della moglie di questo, circa le causali della corresponsione delle somme di denaro da parte della persona offesa (in parte restituzione di un prestito; in parte contributo – sulla base di un libero accordo – per le spese relative alla locazione di un immobile), dando invece credito alla tesi del denunciante di una condotta di tipo estorsivo posta in essere ai suoi danni dal D.
D’altro canto, l’imputato, nel suo ricorso per cassazione, al di là della intestazione formale dei motivi, ha fondato le sue censure esclusivamente su profili attinenti a vizi di motivazione. Egli ha infatti criticato la tenuta logica della sentenza impugnata per avere la Corte di appello ritenuto inattendibili le sue dichiarazioni e quelle conformi rese dalla moglie, e, per converso, attendibile la versione dei fatti resa dalla persona offesa.
3. Stanti questi dati processuali, l’ordinanza della Seconda Sezione ha rilevato che il rovesciamento dell’esito del giudizio assolutorio di primo grado operato dal giudice di appello, basato sulla valutazione di prove dichiarative, essendo avvenuto senza rinnovazione di queste, si pone in contrasto con la consolidata giurisprudenza della Corte EDU che ha affermato che, in forza dell’art. 6, par. 1 e 3, lett. d), C.E.D.U., un simile esito, salve circostanze “eccezionali”, postula necessariamente la nuova assunzione diretta dei testimoni nel giudizio di impugnazione.
Peraltro, non avendo il ricorrente dedotto la violazione del ricordato parametro di legalità convenzionale, la Seconda Sezione si è posta il problema se tale vizio della sentenza, in quanto risultante dallo sviluppo del procedimento, potesse essere rilevata d’ufficio dalla Corte di cassazione.
3.1. Secondo una prima impostazione, che si è espressa in senso negativo, presupposto per rilevare la violazione dell’art. 6 C.E.D.U. è che l’imputato abbia esperito il ricorso a tutti i rimedi offerti dall’ordinamento processuale; situazione che non ricorre quando non vi sia stata richiesta di rinnovazione dell’istruzione dibattimentale e quando non sia stata impugnata la decisione di appello per mancato rispetto del parametro convenzionale, riconducibile a una violazione di legge da far valere ex art. 606 c.p.p. , comma 1, lett. c), (Sez. 1, n. 26860 del 09/06/2015, Bagarella, Rv. 263961; Sez. 5, n. 51396 del 20/11/2013, Basile, Rv. 257831; Sez. 4, n. 18432 del 19/11/2013, dep. 2014, Spada, Rv. 261920).
3.2. Secondo il contrario orientamento, la violazione in questione è rilevabile d’ufficio ex art. 609 c.p.p., comma 2, dato che il presupposto del previo esaurimento dei rimedi interni va applicato senza eccessivo formalismo, essendo sufficiente che la parte abbia impugnato la decisione ad essa sfavorevole, e dovendosi considerare che le norme della C.E.D.U. hanno natura sovralegislativa, seppure sub-costituzionale, tanto che il condannato potrebbe comunque ricorrere alla Corte EDU facendo valere la violazione dell’art. 6; dal che discenderebbe un dovere del giudice nazionale di ricondurre il processo alla legalità convenzionale pur in mancanza di una specifica deduzione di parte (Sez. 1, n. 24384 del 03/03/2015, Mandarino, Rv. 263896; Sez. 3, n. 19322 del 20/01/2015, Ruggeri, Rv. 263513; Sez. 3, n. 11648 del 12/11/2014, dep. 2015, P., Rv. 262978; Sez. 2, n. 677 del 10/10/2014, dep. 2015, Di Vincenzo, Rv. 261555; cui adde, non menzionata dall’ordinanza, Sez. 5, n. 25475 del 24/02/2015, Prestanicola, Rv. 263902).
4. Ritengono le Sezioni Unite che né l’uno né l’altro dei due orientamenti sia condivisibile.
5. La questione del rapporto tra parametri convenzionali e norme interne è stata affrontata e definitivamente risolta dalla Corte costituzionale a partire dalle sentenze (c.d. “gemelle”) nn. 348 e 349 del 2007.
Il primo dovere dell’interprete è di verificare se è effettivamente riscontrabile un contrasto tra norme interne delle quali debba farsi applicazione nel caso concreto e norme C.E.D.U., o se, invece, la disciplina nazionale sia in linea, anche attraverso una interpretazione adeguatrice, con quella convenzionale.
In quest’ultima ipotesi non può evidentemente sorgere alcun problema dall’applicazione della norma interna, mentre, nel caso di accertato insanabile contrasto, tale norma è soggetta al sindacato di costituzionalità ex art. 117 Cost., per violazione della norma convenzionale interposta, essendo escluso che possa direttamente farsi applicazione di quest’ultima obliterando il contrario disposto di una norma interna (si vedano ad esempio, per tale evenienza, i due recenti casi di incidente di costituzionalità promosso dalle Sezioni Unite penali con le ordinanze n. 41694 del 18/10/2012, Nicosia, e n. 34472 del 19/04/2012, Ercolano).
Altro aspetto, anch’esso definitivamente esplorato, è quello della forza vincolante della giurisprudenza della Corte EDU nei confronti del giudice nazionale. Data la natura eminentemente casistica di tali sentenze, che per di più si riferiscono a una pluralità di ordinamenti, il vincolo per il giudice nazionale sussiste esclusivamente con riguardo a un orientamento convenzionale “consolidato” ovvero a una decisione “pilota” in senso stretto, la quale, cioè, con riferimento a un determinato ordinamento nazionale, ne evidenzi lacune o contrasti strutturali con la C.E.D.U. (per tutte, da ultimo, Corte cost., sent. n. 49 del 2015).
6. Ciò che è stata evocata nel caso in esame è la giurisprudenza della Corte EDU, assurta a particolare risalto a seguito della decisione Dan c. Moldavia del 05/11/2011 (ma che in realtà trova espressione in precedente pronunce, a partire dal caso Bricmont c. Belgio del 07/07/1989, e poi, ex plurimis, nei casi Costantinescu c. Romania del 27/06/2000; Sigurpor Arnarsson c. Islanda del 15/07/2003; Destrehem c. Francia del 18/05/2004; Garda Ruiz c. Spagna del 21/01/2006), secondo cui l’affermazione nel giudizio di appello della responsabilità dell’imputato prosciolto in primo grado sulla base di prove dichiarative è consentita solo previa nuova assunzione diretta dei testimoni nel giudizio di impugnazione, a pena di violazione dell’art. 6 C.E.D.U., e in particolare del par. 3, lett. d), che assicura il diritto dell’imputato di “esaminare o fare esaminare i testimoni a carico e ottenere la convocazione e l’esame dei testimoni a discarico” (più recentemente, Manolachi c. Romania del 05/03/2013; Flueras c. Romania del 09/04/2013).
Nell’ambito di tale giurisprudenza assumono un particolare rilievo le decisioni con le quali si afferma che la lesione della norma convenzionale si verifica anche nella ipotesi in cui, come nel presente processo, né l’imputato né il suo difensore abbiano sollecitato una nuova escussione dei testimoni (v., da ultimo, Hanu c. Romania del 04/06/2013; e, ancor prima, Botten c. Norvegia del 19/02/1996; Danila c. Romania del 08/03/2007; Gaitanaru c. Romania del 26/06/2012; Flueras c. Romania, cit.).
Esattamente l’ordinanza di rimessione rileva che si tratta di un indirizzo consolidato. Esso, dunque, anche se non espresso con riferimento a procedimenti penali italiani, può dirsi vincolante anche per il nostro ordinamento.
7. Va peraltro considerato che tale consolidato indirizzo si pone in perfetta consonanza con la giurisprudenza interna (per tale constatazione, con conseguente dichiarazione di manifesta infondatezza di una questione di costituzionalità dell’art. 603 c.p.p., sollevata per contrasto con l’art. 117 Cost. , v. Sez. 2, n. 46065 del 08/11/2012, Consagra, Rv. 254726).
7.1. Già a partire da Sez. U, n. 45276 del 30/10/2003, Andreotti, Rv. 226093, era stato fatto riferimento al particolare dovere di motivazione che incombe sul giudice di appello che affermi la responsabilità dell’imputato già prosciolto in primo grado; e tale principio era stato poi ribadito e ulteriormente precisato da Sez. U, n. 33748 del 12/07/2005, Mannino, Rv. 231679, affermandosi che il giudice di appello che riformi totalmente la decisione di primo grado ha l’obbligo di delineare le linee portanti del proprio, alternativo, ragionamento probatorio e di confutare specificamente i più rilevanti argomenti della motivazione della prima sentenza, dando conto delle ragioni della relativa incompletezza o incoerenza, tali da giustificare la riforma del provvedimento impugnato.
Sulla stessa linea della sentenza Mannino, Sez. 6, n. 6221 del 20/04/2005, dep. 2006, Aglieri, Rv. 233083, ha affermato che “la sentenza di appello di riforma totale del giudizio assolutorio di primo grado deve confutare specificamente, pena altrimenti il vizio di motivazione, le ragioni poste dal primo giudice a sostegno della decisione assolutoria, dimostrando puntualmente l’insostenibilità sul piano logico e giuridico degli argomenti più rilevanti della sentenza di primo grado, anche avuto riguardo ai contributi eventualmente offerti dalla difesa nel giudizio di appello, e deve quindi corredarsi di una motivazione che, sovrapponendosi pienamente a quella della decisione riformata, dia ragione delle scelte operate e della maggiore considerazione accordata ad elementi di prova diversi o diversamente valutati”.
7.2. Successivamente, per effetto del rilievo dato alla introduzione del canone “al di là di ogni ragionevole dubbio”, inserito nell’art. 533 c.p.p. , comma 1 ad opera della L. 20 febbraio 2006, n. 46 (ma già individuato dalla giurisprudenza quale inderogabile regola di giudizio: v. Sez. U, n. 30328 del 10/07/2002, Franzese, Rv. 222139), si è più volte avuto modo di puntualizzare che nel giudizio di appello, per la riforma di una sentenza assolutoria, non basta, in mancanza di elementi sopravvenuti, una mera diversa valutazione del materiale probatorio già acquisito in primo grado ed ivi ritenuto inidoneo a giustificare una pronuncia di colpevolezza, occorrendo una “forza persuasiva superiore”, tale da far venire meno “ogni ragionevole dubbio” (ex plurimis, Sez. 3, n. 6817 del 27/11/2014, dep. 2015, S., Rv. 262524; Sez. 1, n. 12273 del 05/12/2013, dep. 2014, Ciaramella, Rv. 262261; Sez. 6, n. 45203 del 22/10/2013, Paparo, Rv. 256869; Sez. 2, n. 11883 del 08/11/2012, dep. 2013, Berlingeri, Rv. 254725; Sez. 6, n. 8705 del 24/01/2013, Farre, Rv. 254113; Sez. 6, n. 46847 del 10/07/2012, Aimone, Rv. 253718); posto che, come incisivamente notato da Sez. 6, n. 40159 del 03/11/2011, Galante, “la condanna presuppone la certezza della colpevolezza, mentre l’assoluzione non presuppone la certezza dell’innocenza ma la mera non certezza della colpevolezza” (in motivazione, a p. 3).
7.3. Inoltre, traendosi ispirazione ed argomenti proprio dalla giurisprudenza di Strasburgo in tema di c.d. overturning, si è progressivamente venuto a consolidare l’orientamento secondo cui il giudice di appello non può pervenire a condanna in riforma della sentenza assolutoria di primo grado basandosi esclusivamente o in modo determinante su una diversa valutazione delle fonti dichiarative delle quali non abbia proceduto, anche d’ufficio, a norma dell’art. 603 c.p.p. , comma 3, a una rinnovata assunzione (v. tra molte, sia pure con varie specificazioni, Sez. 6, n. 47722 del 06/10/2015, Arcone, Rv. 265879; Sez. 5, n. 29827 del 13/03/2015, Petrusic, Rv. 265139; Sez. 5, n. 52208 del 30/09/2014, Marino, Rv. 262115; Sez. 6, n. 44084 del 23/09/2014, Mihasi, Rv. 260623; Sez. 2, n. 6403 del 16/09/2014, dep. 2015, Preite, Rv. 262674; Sez. F, n. 53562 del 11/09/2014, Lembo, Rv. 261541; Sez. 2, n. 45971 del 15/10/2013, Corigliano, Rv. 257502; Sez. 5, n. 47106 del 25/09/2013, Donato, Rv. 257585; Sez. 3, n. 32798 del 05/06/2013, N.S., Rv. 256906; Sez. 6, n. 16566 del 26/02/2013, Caboni, Rv. 254623; Sez. 5, n. 38085 del 05/07/2012, Luperi, Rv. 253541).
8. La rinnovazione dell’istruzione dibattimentale è stata concepita dal legislatore del 1988, in aderenza ai criteri direttivi della legge-delega del 1987 (art. 2/94), come istituto di carattere residuale (si esprime in termini di “eccezionalità” Sez. U, n. 2780 del 24/01/1996, Panigoni).
Essa è subordinata alla richiesta di parte, e disposta solo se il giudice di appello ritiene di non essere in grado di decidere allo stato degli atti, con riguardo alla riassunzione di prove già acquisite o all’assunzione di prove preesistenti e conosciute ( art. 603 c.p.p., comma 1); è ugualmente subordinata alla richiesta di parte, ma in questo caso soggetta al solo limite di manifesta superfluità o irrilevanza, con riguardo alle prove sopravvenute o scoperte dopo il giudizio di primo grado ( art. 603 c.p.p. , comma 2, in combinato disposto con l’art. 495 c.p.p. , comma 1, e art. 190 c.p.p. , comma 1); è, infine, espressione di un potere officioso del giudice di appello, analogo a quello del giudice di primo grado (art. 507 c.p.p.), nel caso di valutazione di assoluta necessità ai fini della decisione ( art. 603 c.p.p., comma 3).
8.1. La disciplina in questione non prende in considerazione l’ipotesi in cui il giudice di appello interpreti le risultanze di prove dichiarative in termini antitetici alle conclusioni assunte in primo grado. Ma, mentre il ribaltamento in senso assolutorio del giudizio di condanna operato dal giudice di appello pur senza rinnovazione della istruzione dibattimentale è perfettamente in linea con la presunzione di innocenza, presidiata dai criteri di giudizio di cui all’art. 533 c.p.p. , diversamente è da dire nell’ipotesi inversa.