Source: http://www.neldiritto.it/appgiurisprudenza.asp?id=14360
Timestamp: 2017-03-25 03:46:45+00:00
Document Index: 37304121

Matched Legal Cases: ['CGUE ', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 14', 'art. 12', 'sentenza ', 'art. 7', 'sentenza ']

Corte di Giustizia UE, Seconda Sezione, SENTENZA 9 marzo 2017, n.causa C-39
SABATO 25 MARZO AGGIORNATO ALLE 4:46	Sezioni
PRIVACY Privacy: diritto all’oblio e regolare tenuta del registro delle imprese Corte di Giustizia UE, Seconda Sezione, SENTENZA 9 marzo 2017, n.causa C-39RICOGNIZIONEdi Giulia Tenaglia
La Corte di Giustizia Europea è tornata ad affrontare il tema della privacy rispondendo al quesito sollevato dal giudice italiano relativo al trattamento dei dati personali nell’ambito delle iscrizioni obbligatorie nel registro delle imprese.
La questione sollevata atteneva ai dati personali di persone fisiche e prendeva le mosse dalla richiesta di un imprenditore di cancellare dal registro delle imprese o rendere anonimi i suoi dati relativi ad una società dichiarata fallita diversi anni prima in quanto, a suo dire, a causa di ciò non riusciva a trovare acquirenti degli immobili realizzati nell’esercizio della sua nuova attività di impresa.
La questione è arrivata innanzi alla Corte di Cassazione che ha rimesso gli atti alla CGUE alla quale ha chiesto di accertare se l’art. 6, par. 1, lett. e) dir. 95/46 imponga agli stati membri di consentire alle persone fisiche di chiedere all’autorità preposta alla tenuta del registro delle imprese, decorso un certo lasso di tempo dallo scioglimento della società e secondo una valutazione da compiersi caso per caso, di limitare l’accesso ai propri dati personali iscritti nel detto registro. Si è chiesto alla Corte Europea, in altre parole, se possa configurarsi un diritto all’oblio per le persone fisiche con riguardo alle iscrizioni imposte dalle legge in registri pubblici quale quello delle imprese. Dirimente è dunque l’interpretazione fornita dalla Corte dell’art. 6 della c.d. direttiva madre (95/46) ai sensi del quale “gli stati membri dispongono che i dati personali devono essere conservati in modo da consentire l'identificazione delle persone interessate per un arco di tempo non superiore a quello necessario al conseguimento delle finalità per le quali sono rilevati o sono successivamente trattati. Gli Stati membri prevedono garanzie adeguate per i dati personali conservati oltre il suddetto arco di tempo per motivi storici, statistici o scientifici”. Tale articolo è espressione di principi cardine della direttiva, recepiti dal nostro codice privacy, d.lgs. 196/2003, e confermati quale ratio ispiratrice dell’intera materia anche dal regolamento n. 679/2016, vale a dire i principi di finalità, necessità e proporzionalità del trattamento che devono sussistere in ogni tempo in cui il trattamento si svolge. In ipotesi di violazione dell’art. 6 dir. 95/46, l’interessato può sempre opporsi al trattamento ex art. 14 della medesima direttiva ed ottenere, ai sensi dell’art. 12, “a seconda dei casi, la rettifica, la cancellazione o il congelamento dei dati il cui trattamento non è conforme alle disposizioni della presente direttiva, in particolare a causa del carattere incompleto o inesatto dei dati”. Si tratta della disposizione fondante il c.d. diritto all’oblio sul quale diffusamente si è pronunciata la Corte di Giustizia nella nota sentenza Google Spain (2014/131). In proposito deve sottolinearsi il passaggio di detta pronuncia nella parte in cui impone all’interprete nazionale di procedere ad una ponderazione degli interessi in gioco considerando gli interessi personali delle parti: “ai sensi di tale articolo 14, primo comma, lettera a), gli Stati membri riconoscono alla persona interessata il diritto - almeno nei casi di cui all'articolo 7, lettere e) e f), della citata direttiva - di opporsi in qualsiasi momento, per motivi preminenti e legittimi derivanti dalla sua situazione particolare, al trattamento di dati che la riguardano, salvo disposizione contraria prevista dalla normativa nazionale. La ponderazione da effettuarsi nell'ambito di tale articolo 14, primo comma, lettera a), permette così di tener conto in modo più specifico di tutte le circostanze caratterizzanti la situazione concreta della persona interessata. In caso di opposizione giustificata, il trattamento messo in atto dal responsabile di quest'ultimo non può più riguardare tali dati”.
Dunque per comprendere se, nel caso di specie, il trattamento effettuato dalla Camera di Commercio sia lecito, o se debba essere riconosciuto all’interessato il c.d. diritto all’oblio, è necessario cogliere quale sia la finalità del trattamento nonché gli interessi tutelati dalla normativa in materia di registro delle imprese e quindi comprendere come essi debbano essere ponderati con l’interesse del singolo a non veder più pubblicato il suo nome in relazione alle vicende di un fallimento ormai chiuso da diversi anni.
La corte di Lussemburgo sottolinea la liceità del trattamento ab origine evidenziando come esso rientri in più di un’ipotesi tra quelle di cui all’art. 7 della direttiva. Vengono in rilievo le ipotesi di cui alle lettere c) obbligo di legge; e) esercizio di poteri pubblici o di compiti di pubblico interesse ed f) perseguimento di un interesse legittimo da parte del responsabile del trattamento. Se dunque gli estremi di liceità iniziale del trattamento senz’altro sussistono nel caso di iscrizioni in registri pubblici imposti dalla legge, è necessario comprendere se nel corso del trattamento la conservazione dei dati personali esuli dalle finalità per cui quel dato era stato raccolto. Ѐ quindi indispensabile indagare la ratio delle regole in materia di registro delle imprese. A tal riguardo la Corte prende in considerazione la direttiva 68/151 la quale, secondo l’intestazione del testo legislativo, è “intesa a coordinare, per renderle equivalenti, le garanzie che sono richieste, negli Stati membri, alle società a mente del trattato per proteggere gli interessi dei soci e dei terzi”. Afferma la Corte che “discende dai considerando e dal titolo della direttiva 68/151 che la pubblicità prevista dalla stessa mira a tutelare in particolare gli interessi dei terzi rispetto alle società per azioni e alle società a responsabilità limitata, dal momento che queste offrono come unica garanzia per i terzi il proprio patrimonio sociale. A tal fine, la pubblicità deve consentire ai terzi di conoscere gli atti essenziali della società interessata, certe indicazioni che la concernono e in particolare le generalità delle persone che hanno il potere di obbligarla”. La nozione di terzo utilizzata nella direttiva è inoltre molto ampia dovendosi riconoscere il diritto di qualsiasi interessato ad informarsi circa le condizioni di una società senza dover dimostrare alcun diritto o interesse specifico meritevole di tutela e ciò anche in ragione della necessità di garantire la libera circolazione di merci e capitali all’interno dell’Unione. La giurisprudenza della Corte di Lussemburgo infatti già in passato si è espressa nel senso “che il testo stesso dell’articolo 54, paragrafo 3, lettera g), del Trattato CEE, su cui si fonda detta direttiva, menziona l’obiettivo di tutela dei terzi in generale senza distinguere o escludere categorie fra questi ultimi, di modo che la nozione di terzi prevista da tale disposizione non può essere limitata, in particolare, ai soli creditori della società in questione” (sentenza del 4 dicembre 1997, Daihatsu Deutschland, C‑97/96, EU:C:1997:581, punti 19, 20 e 22, nonché ordinanza del 23 settembre 2004, Springer, C‑435/02 e C‑103/03, EU:C:2004:552, punti 29 e 33).
Data l’ampia cerchia dei soggetti ammessi a conoscere delle vicende di una società non può affermarsi che con lo scioglimento della stessa e decorso un certo lasso di tempo non sussista più la necessità di pubblicità in ordine alle vicende societarie. Alla luce della molteplicità dei possibili scenari, che possono prevedere attori in diversi Stati membri, risulta dunque impossibile, a parere della Corte, identificare un termine univoco, a far data dallo scioglimento di una società, allo spirare del quale non sarebbe più necessaria l’iscrizione nel registro e la pubblicità dei dati. Così la Corte sostiene che gli Stati membri “non sono tenuti a garantire alle persone fisiche di cui all’articolo 2, paragrafo 1, lettere d) e j), della direttiva 68/151 il diritto di ottenere, in ogni caso, decorso un certo periodo di tempo dallo scioglimento della società di cui trattasi, la cancellazione dei dati personali che le riguardano, iscritti nel registro ai sensi della disposizione da ultimo citata, o il congelamento degli stessi nei confronti del pubblico”.
Detto ciò potrebbe però sussistere un diritto dell’interessato all’oblio dei propri dati tanto forte da esser ritenuto prevalente in sede di ponderazione rispetto agli interessi perseguiti dalla legislazione in materia di pubblici registri. La Corte esclude la bontà di un discorso in termini tanto assoluti e sostiene che affermare la liceità del trattamento nel caso di specie, secondo l’interpretazione data dell’articolo 6, paragrafo 1, lettera e), e dell’articolo 12, lettera b), della direttiva 95/46, “non sfocia in un’ingerenza sproporzionata” nei diritti fondamentali delle persone interessate, ed in particolare nel loro diritto al rispetto della vita privata e alla tutela dei dati personali, garantiti dagli articoli 7 e 8 della Carta di Nizza. D’altra parte non può escludersi che nel caso concreto l’assetto degli interessi in gioco sia tale da non far ritenere prevalente quello alla speditezza e regolarità dei traffici giuridici rispetto a quello alla riservatezza della vita provata. Così in presenza di ragioni preminenti e legittime connesse al caso concreto della persona interessata è possibile secondo la Corte giustificare, in via eccezionale, che “l’accesso ai dati personali iscritti nel registro sia limitato, decorso un periodo di tempo sufficientemente lungo dopo lo scioglimento della società di cui trattasi, ai terzi che dimostrino un interesse specifico alla loro consultazione”. Non può tuttavia riscontrarsi nel vigente diritto dell’Unione un obbligo assoluto a limitare l’accesso ai dati di cui si tratta, per cui spetterà al giudice del rinvio verificare lo stato del proprio diritto nazionale su questo punto.
MASSIMAL’articolo 6, paragrafo 1, lettera e), l’articolo 12, lettera b), e l’articolo 14, primo comma, lettera a), della direttiva 95/46, in combinato disposto con l’articolo 3 della direttiva 68/151, devono essere interpretati nel senso che, allo stato attuale del diritto dell’Unione, spetta agli Stati membri determinare se le persone fisiche di cui all’articolo 2, paragrafo 1, lettere d) e j), della direttiva da ultimo citata possano chiedere all’autorità incaricata della tenuta del registro di verificare, in base ad una valutazione da compiersi caso per caso, se sia eccezionalmente giustificato, per ragioni preminenti e legittime connesse alla loro situazione particolare, decorso un periodo di tempo sufficientemente lungo dopo lo scioglimento della società interessata, limitare l’accesso ai dati personali che le riguardano, iscritti in detto registro, ai terzi che dimostrino un interesse specifico alla loro consultazione.
TESTO DELLA SENTENZACorte di Giustizia UE, Seconda Sezione, SENTENZA 9 marzo 2017, n.causa C-39 - Sentenza