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Timestamp: 2020-08-15 07:05:12+00:00
Document Index: 35813955

Matched Legal Cases: ['art. 3', 'art. 36', 'art. 34', 'art. 117', 'art. 3', 'art. 36', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 118', 'art. 2']

LES: Tema di diritto ed economia politica | Edscuola
Il tema proposto chiede di sviluppare l’argomentazione del welfare state nell’epoca della globalizzazione con riguardo ai principi costituzionali e a quelli dell’Unione Europea, ispiratori dello Stato del benessere e alle modalità con cui porre rimedio alla disoccupazione e alle disuguaglianze economiche.
La scienza economica e i suoi limiti
Le riflessioni del filosofo F. Galimberti vanno al cuore del problema evidenziando i limiti della scienza economica che osserva solo il comportamento concludente dell’agire umano, ma non le precondizioni che spiegano le ragioni di quell’agire.
Così l’economia politica non indaga sulle diverse situazioni di partenza, considerando come fossero tutti sullo stesso piano e dissertando solo sui comportamenti osservabili, sia pure considerando vincoli e scelte condizionate.
Non va alla ricerca dell’etica, l’economia, in condizioni di bisogno e quindi di domanda superiore all’offerta, può considerare economico pagare un prezzo inusitato per un bicchiere d’acqua nel deserto, ma non si chiede se sia giusto che a dissetarsi possa essere solo un miliardario, uno su mille.
Ma l’economia politica è pur sempre una scienza sociale e allora occorre andare a ragionare sulle precondizioni, chiedersi perché possa esserci un privilegio di sopravvivenza a fronte di condizioni di povertà di molti.
In questo viene in aiuto il mondo del diritto, in specie la Costituzione che nell’art. 3 ci parla di uguaglianza, ma soprattutto al secondo comma parla appunto delle diverse condizioni di partenza, delle situazioni di svantaggio che è cura della Repubblica sanare e livellare.
Un’uguaglianza nella diversità.
Affinché un comportamento economico possa essere valutato come tale, ovvero rispondente ai principi di razionalità e del tornaconto, devono poter essere perseguiti liberamente, riducendo al minimo le contraddizioni e lo stato di disagio preliminare.
Galimberti parla della necessità di considerare tutto ciò che viene prima del “margine”, ovvero di non potersi contentare di una utilità marginale che spiegherebbe le scelte economiche del consumatore, spingendolo a livellare il proprio livello di soddisfazione nella scelta tra più beni, dati il loro prezzo.
Sono principi della microeconomia neoclassica che nel mondo prefetto della libera concorrenza spiegano il comportamento dell’homo oeconomicus.
a così non è. Non solo la Costituzione repubblicana, ma anche nel il Trattato di Roma del ’57 si è sancito il divieto di pratiche monopolistiche, assunto che la libera concorrenza, come dimostrato dagli studi di J.Robinson[1], è un’utopia.
Ancora, è la Carta dei diritti fondamentali dell’unione europea del 2000 a sancire il diritto alla dignità dell’uomo, ciò che nella nostra Costituzione è legato al diritto ad una retribuzione “proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa” (art. 36 Cost.), e tornando alla Carta dei diritti UE, all’art. 34, Sicurezza sociale e assistenza sociale, è stabilito che “L’Unione riconosce e rispetta il diritto di accesso alle prestazioni di sicurezza sociale e ai servizi sociali che assicurano protezione in casi quali la maternità, la malattia, gli infortuni sul lavoro, la dipendenza o la vecchiaia, oltre che in caso di perdita del posto di lavoro, secondo le modalità stabilite dal diritto comunitario e le legislazioni e prassi nazionali”.
Dunque, sia la nostra Costituzione che la Carta dei diritti UE si preoccupano di garantire dignità e sicurezza sociale in termini di previdenza ed assistenza[2], ai cittadini e ai lavoratori.
Relazioni tra mercato e welfare state nell’epoca della globalizzazione
Tappe miliari questi principi giacché anche nel Terzo Millennio, in piena era di globalizzazione non siamo in realtà lontani dai tempi del Rapporto Beveridge che nel lontano ’42 gettava le basi del Welfare State, costatate le condizioni di povertà della popolazione, cercando di garantire un sistema di tutele dei cittadini “dalla culla alla tomba”.
Da allora molte sono state le critiche allo Stato del benessere, rivelatosi un apparato talora inefficiente e costoso, molti rivendicando la flessibilità del mercato e la sua leggerezza.
Ma anche questi miti sono da sfatare, giacché i fallimenti del mercato sono sempre più evidenti, a fronte dell’inasprimento delle disuguaglianze economiche e della concentrazione della ricchezza nel sempre minor numero di persone e questo non solo a livello dei singoli paesi, ma mondiale.
Uno degli effetti della globalizzazione è difatti proprio l’estendersi delle condizioni di povertà nel mondo.
Non sono state raggiunte le condizioni di uno sviluppo tecnologico e di progresso riproponibili in ogni dove, ma sono state esasperate le situazioni di povertà e di disagio socio economico.
Non solo nei paesi in preesistenti condizioni di povertà per il meccanismo perverso del c.d. “circolo vizioso della povertà” (bassi redditi/bassi risparmi/bassi investimenti), ma anche in Europa l’onda lunga della recessione colpisce e mina la capacità di reddito.
Nel secondo brano proposto, quello di C. Saraceno, si fa riferimento ad un volume comparativo sugli anni pre-crisi, “quando in Europa è aumentato il tasso di occupazione ma non è diminuito quello di povertà”, a dimostrazione del fatto che non bastano le politiche di empowerment del mercato del lavoro per risollevare una domanda di lavoro che ancora non c’è, supposto “che ci si riesca in un contesto di domanda debole”, ma ciò che occorre è che le scelte di governo siano sensibili alla richiesta di aiuto dei soggetti più deboli, dai giovani alle famiglie monoreddito che sopportano il peso degli anziani o dei malati o dei giovani disoccupati.
In questo senso, le “condizioni di base”, come le chiama Galimberti, per un corretto spiegamento dell’agire economico, devono essere oggetto di attenzione da parte delle istituzioni.
E’ il governo, la Repubblica in senso più lato, come si esprime la Costituzione, intendendo quindi non solo le istituzioni, ma anche i corpi sociali intermedi a garantire assistenza e cura ai ceti sociali più svantaggiati.
I beni “indivisibili”.
Come? Innanzitutto garantendo la fornitura dei “ beni indivisibili”, quelli per cui non si può richiedere un prezzo di mercato, ma oggetto di imposte generali. Quei beni di cui non si può quantificare il benessere che ciascuno ne ricava, potendo ognuno non averne mai bisogno o potendo rivolgersi a strutture private, ma essendo nella necessità di altri, che non avrebbero altro modo di goderne, risultato estromessi dal poter condurre una vita dignitosa.
Sanità, Istruzione, Previdenza, Assistenza: i quattro pilastri dello Strato sociale sono ancora le pre-condizioni per assicurare ai meno abbienti una vita libera e dignitosa.
E questo anche nell’interesse delle classi agiate che vedrebbe così diminuire il conflitto sociale e quindi di poter godere dei propri privilegi, conquistati magari per merito personali, senza dover sentire un vago senso di colpa visti i baratri delle disuguaglianze.
Oggi che sempre più importante è garantire i diritti di cittadinanza come strumenti di partecipazione alla vita sociale, non si può non sottolineare come l’esercizio di questi diritti passa attraverso una situazione reddituale minima che possa garantire libertà nelle proprie scelte politiche e sociali.
Un reddito minimo di cittadinanza affranca i ceti sociali più deboli dal degrado sociale e supporta i “fallimenti del mercato” nelle fasi economiche di crisi e recessione.
Si chiede al candidato di sviluppare due tra quattro quesiti.
n.1 uali s
Il problema pensionistico
Le pensioni rappresentano la voce più importante di spesa previdenziale italiana e dunque Il sistema pensionistico è il vero “nodo gordiano” che mette a dura prova le capacità di gestione della finanza pubblica da parte dei governi che man mano si sono provati a scioglierlo.
In virtù di questo, diverse sono state le riforme che dagli anni ’90 hanno interessato il sistema pensionistico.
Riforme che hanno avuto ad oggetto da un lato la revisione dell’età pensionabile, dall’altro il sistema in base al quale viene ad essere determinato l’ammontare della pensione che andrà ad essere percepita, o in base alla retribuzione (più favorevole per i pensionati) o in base alla contribuzione (più favorevole per i conti pubblici).
Il problema di fondo è che la disoccupazione giovanile fa sì che siano pochi a versare i contributi a fronte di milioni di pensionati, data l’età media che si è allungata.
Così dal ’92 in avanti con le riforme Amato prima e poi Dini, si è da un lato elevato l’età pensionabile e dall’altro passati dal sistema retributivo ad uno contributivo, fino alla riforma Fornero che conferma le pensioni di vecchiaia con requisiti più elevati, gli assegni determinati con il contributivo anche per coloro che avevano conservato il più vantaggioso metodo retributivo, e la sostanziale cancellazione per le pensioni di anzianità.
Con l’attuale governo sono allo studio ulteriori modifiche al sistema pensionistico che sembrano voler tenere conto della flessibilità in uscita dei lavoratori, ma con penalizzazioni.
In questo modo si cerca di bilanciare il fatto che i conti previdenziali in rosso impongono di mandare in pensione sempre più tardi, con il fenomeno della disoccupazione per cui larga fetta della popolazione attiva, ovvero i giovani, sono fuori dal mercato del lavoro e forse non è così opportuno allungare sine die l’età pensionabile.
L’assistenza sanitaria in Italia è una delle più avanzate al mondo, oggetto di imitazione anche da parte del presidente Obama, almeno nel corso della sua prima previdenza.
Raggiungere un sistema che garantisca l’effettivo diritto alla salute è stato un traguardo che nel nostro Paese è stato raggiunto con la famosa riforma sanitaria del 1978 con la quale si istituì il Servizio Sanitario nazionale (Ssn). Con esso, venivano abolite le diverse forme d assistenza sanitaria previgenti e si istituivano le Aziende Sanitarie locali aventi autonomia di gestione e attraverso le quali le Regioni provvedevano a garantire i livelli essenziali di assistenza sanitaria (Lea).
Si dava attuazione così al dettato costituzionale di cui all’art. 117 Cost., secondo comma, lettera m).
Il finanziamento di questo servizio sanitario nazionale dal 2001 è in capo alle Regioni, stante però un fondo perequativo nazionale con l’intento di mantenere una certa perequazione, ovvero uniformi livelli di prestazione tra le regioni, in considerazione del fatto che si tratta dell’erogazione di servizi essenziali per il cittadino.
Quali conseguenze sul welfare state (stato sociale) ha avuto, a partire dagli anni ’70, il rallentamento dei tassi di crescita del prodotto interno lordo?
Il PIL e l’ISU
La ricchezza di una nazione, come è noto, è misurata dal suo livello di prodotto interno lordo. Questo d’altra parte non misura il livello di benessere, ma solo di ciò che in un anno è prodotto in un paese in termini di beni e servizi.
Più un paese produce e più e ricco, questo ci dice il suo Pil. Nulla sappiamo con il Pil dei servizi e delle facilitazioni di vita all’interno di uno Stato che possono metter il cittadino anche in condizioni di lavorare di meno accettando un reddito più basso, ma potendo usufruire di efficienti servizi pubblici.
Per misurare questo, occorre il ricorso ad un altro strumento, l’ISU (Indice di Sviluppo Umano).
Ma senza addentrarci in questa dissertazione, di sicuro occorre tener d’occhio il PIL per verificare che la spesa pubblica non superi il livello del Pil.
Dopo la grande crisi economica del ’29 e il passaggio ad una finanza funzionale, l’intervento dello Stato nell’economia con finalità di redistribuzione del reddito, ha comportato un notevole aumento della spesa pubblica.
Un aumento che a partire già dalla fine degli anni ’60 del secolo scorso, nella maggior parte dei Paesi industrializzati, ha posto il problema della “sostenibilità dello Stato sociale, visti i bassi livelli di crescita economica.
Ovvio che se il Pil rallenta o cresce dello 0,1%, lo Stato non ha le entrate sufficienti per le spese ormai considerate indispensabili per il cittadino, quelle appunto per il welfare state.
Le prime conseguenze ad una situazione in cui le spese sociali superano i livelli di crescita del Paese sono quelle di un deficit nei conti pubblici, laddove si voglia mantenere inalterate le prestazioni sociali, o al contrario una drastica riduzione delle spese stesse.
Il problema può essere risolto pure con un inasprimento fiscale o con l’indebitamento (emissioni di titoli pubblici). Si è fatto ricorso a queste modalità nel nostro Paese, facendo peraltro i conti con l’aumento dell’evasione fiscale (a fronte di un inasprimento delle imposte) o con un enorme disavanzo pubblico con gli strumenti di “finanza creativa”, come ebbe a dire l’allora Ministro delle Finanze, G. Tremonti.
Inevitabile quindi il ricorso a politiche restrittive, di stampo liberista, che negli anni ’80 hanno visto il trionfo della destra reaganiana negli USA e della politica di tagli alla spesa pubblica perpetrata dal primo Ministro M. Thatcher in Inghilterra.
Sicuramente gli anni ’80 hanno visto una inversione di tendenza rispetto alle scelte in favore di un welfare State, anche in considerazione dell’effetto spiazzamento degli investimenti privati (crowding out) delle spese stesse.
Gli obiettivi della finanza pubblica dunque non sono stati più volti ad assicurare livelli di benessere per tutti, ma a salvaguardare i conti pubblici.
I diktat dell’Europa
Nel ’92 il Trattato di Maastricht prima e il Patto di stabilità e di sviluppo hanno fissato obiettivi di contenimento della spesa pubblica con il vincolo del rispetto di precisi parametri con riguardo ai rapporti tra disavanzo e Pil (non superiiore al 60%), come pure tra deficit e Pil (non superiore al 3%), che hanno comportato per i paesi membri l’adozione di politiche di rigore in vista di un futuro sviluppo e di una ripresa possibile.
Di fatto, nonostante il rigore, il Pil da solo flebili segnali di ripresa, anche in questa prima metà del secondo decennio degli anni 2000, mentre crescono le sofferenze economiche e sociali delle popolazioni, soprattutto in alcuni Paesi europei.
Anche nel nostro Paese la riduzione del welfare state, avvertito soprattutto in materia pensionistica ma anche di insufficienti trasferimenti alle famiglie, in presenza di alti tassi di disoccupazione, è fonte di malessere da parte di larghi strati della popolazione.
3. Qual è il rapporto tra Pubblica Amministrazione e organizzazioni private nel Welfare mix?
Il Welfare State e l’uguaglianza
Lo Stato sociale o “Welfare State” si fonda sul principio di uguaglianza sostanziale (art. 3 Cost.) e sull’idea della sicurezza sociale, in cui lo Stato garantisce a tutti i cittadini servizi ritenuti indispensabili, quali il diritto allo studio, ad una abitazione, all’assistenza in caso di malattia, alla previfdenza come lavoro differito, alla maternità e in generale ad un’esistenza “libera e dignitosa” (art. 36 Cost.).
Ma vista la difficoltà di mantenere alti livelli di welfare, considerata la politica di risanamento dei conti pubblici imposta anche dall’appartenenza all’UE, sono auspicabili forme di cooperazione tra il settore pubblico e quello no profit.
Con la legge quadro n. 328/2000 è venuto a delinearsi un nuovo sistema di protezione sociale (c.d. sistema integrato di interventi e servizi sociali), passando da un welfare state ad un welfare mix (o community).
In questo modo lo Stato non è il solo erogatore di servizi pubblici, ma lascia che siano anche altre organizzazioni di comunità (settore non profit o terzo settore) che, affiancandosi alle istituzioni locali, possano meglio rispondere, attraverso una rete di servizi, ai bisogni sociali e sanitari.
In questo modo, è maggiormente rispettato il dettato costituzionale che vuole sia la Repubblica (art. 3, secondo comma, Cost.), quindi non solo lo Stato, ma anche le altre “formazioni sociali” (art. 2 Cost.) ad affiancare e sostenere la comunità tutta nella risposta ai bisogni pubblici della popolazione.
D’altra parte, tra i modelli organizzativi dello Stato sociale, accanto a quello di tipo scandinavo , in cui lo Stato svolge direttamente ed esclusivamente le funzioni di programmazione, gestione, controllo, e al modello anglosassone, dove la gestione viene delegata ai privati, (c.d contracting-out dei servizi), applicato nel Regno Unito, in Olanda, in Belgio e in parte della Germania, vi è il terzo modello, quello di tipo misto nel quale esistono combinazioni tra pubblico e privato, con interventi del “terzo settore (organizzazioni non profit, cooperative sociali, volontariato e associazioni).
P.A. e organizzazioni private
Il rapporto tra Pubblica Amministrazione e organizzazioni private in questa nuova forma di Welfare mix è dunque di interfaccia e di collaborazione reciproca, avendo come obiettivo comune quello di innalzare i livelli di benessere dei cittadini.
Inoltre, in base al principio di sussidiarietà (art. 118 Cost.), tutte le comunità, semplici o complesse, dall’individuo alle famiglie fino agli enti locali, che formano una società, devono svolgere un ruolo prioritario rispetto allo Stato e la Pubblica Amministrazione, in quanto articolazione centrale e periferica dello Stato, deve potersi disporre in posizione di ascolto e di accoglienza delle proposte di solidarietà espresse dalla comunità tutta. Giacché è proprio nell’aiuto e nel riconoscimento reciproco che si realizza la solidarietà di cui all’art. 2 della nostra Costituzione.
I processi di globalizzazione hanno portato ad una riduzione della disuguaglianza a livello globale, ma anche ad importanti aumenti della disuguaglianza tra paesi e all’interno di ciascuno di essi. Quali sono i principali meccanismi che possono spiegare queste dinamiche.
La globalizzazione e altro.
La globalizzazione che si è imposta grazie all’imponente sviluppo delle comunicazioni ha da un lato prodotto un notevole aumento degli scambi commerciali internazionali, dall’altro una sempre più marcata interdipendenza fra i Paesi.
E non solo, ha anche prodotto l’aumento della disuguaglianza registratasi in molti paesi negli ultimi anni e che appare essere un fenomeno pervasivo, destinato a generalizzarsi a tutte le economie avanzate, sotto la spinta sia della “globalizzazione”, che della “rivoluzione informatica, come pure della cosiddetta “finanziarizzazione” dell’economia.
Tutti fenomeni che hanno influenzato la diseguaglianza tra paesi e all’interno di ciascuno di essi, in relazione alla collocazione del paese nell’economia internazionale.
Infatti il processo di integrazione internazionale ha finito infatti con lo stimolare, per il tramite delle esportazioni di beni, servizi e capitali, solo alcune zone/settori dei diversi paesi, accentuando i divari regionali nonché quelli tecnologici e occupazionali, e quindi, alla fine, anche le diseguaglianze distributive.
Gli studiosi dell’economia hanno classificato in vario modo i diversi tipi di disuguaglianza.
Così si parla di “diseguaglianza tra paesi” Intercountry inequality, prescindendo dalla diversa numerosità della popolazione, oppure di “diseguaglianza internazionale” ( Intercountry inequality), come divario tra i redditi pro capite dei diversi paesi tenendo conto questa volta della numerosità della popolazione, ed infine di “diseguaglianza globale” (Global inequality), che misura la diseguaglianza nella distribuzione dei redditi fra i cittadini (individui o famiglie) considerati come appartenenti tutti ad un unico territorio: il mondo.
Coloro che ritengono che gli effetti positivi della globalizzazione siano stati molto numerosi sottolineano come, i divari di reddito pesati per la popolazione, e dunque misurati con l’International inequality, siano diminuiti. Coloro che, invece, sono critici nei confronti della globalizzazione preferiscono considerare l’Intercountry inequality come misura della crescente divergenza nei redditi pro-capite dei diversi paesi.
Le disuguaglianze all’interno dei paesi.
Inoltre, alla disuguaglianza tra i paesi e all’interno di ciascuno di essi, contribuisce un aumento della disparità salariali dovuto anche ad una minore rappresentatività dei sindacati, ma soprattutto al diverso capitale umano in termini di knowledge.
Infatti la diffusione di tecnologie ha favorito il lavoro qualificato a scapito di quello meno qualificato.
Quale che sia la causa principale, queste tendenze trasferite poi ai redditi familiari complessivi, valgono a spiegare le differenze reddituali all’interno di un paese considerato che se non compensate da politiche di redistribuzione dei governi, potrebbero aumentare le disuguaglianze.
Per concludere, se da una parte la globalizzazione “come impostazione economica generale è in grado, sulla carta, di garantire ai poveri una quantità di benefici superiori a qualsiasi altra strategia”, come afferma Muhammad Yunus, premio Nobel per la pace 2006, dall’altra il libero mercato, sempre Yunus, “senza vincoli di sorta, così come è oggi concepito, non è pensato per affrontare i problemi sociali, anzi, può portare ad aggravare povertà, inquinamento e disuguaglianze e a diffondere corruzione e criminalità.”
[1] Cfr. Robinson, Joan Violet Economics of imperfect competition, 1933.
[2] Cfr. Artt. 38 Cost. e 35 Carta diritti UE.
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