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Timestamp: 2017-06-27 00:14:02+00:00
Document Index: 154613094

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1120', 'art. 1148', 'sentenza ', 'art. 335', 'art. 116', 'art. 2697', 'art. 163', 'art. 1220', 'art. 163', 'sentenza ', 'art. 1220', 'art. 1182', 'art. 116', 'art. 1148', 'sentenza ', 'art. 1148', 'art. 114', 'art. 92', 'art. 2', 'art. 92', 'art. 752', 'art. 649', 'art. 116', 'sentenza ', 'sentenza ']

INCAPACITA’ NATURALE PER FARE TESTAMENTO Si tratta, infatti, dell'eventualità in cui un soggetto, di per sè ordinariamente in grado di attendere ai propri interessi (con specifico riferimento alla capacità di testare), viene a trovarsi, per eventi contingenti, in una condizione di impossibilità di rendersi conto della portata delle proprie azioni, eventualità che giammai potrebbe essere qualificata in chiave di incapacità giuridica | Avvocato a Bologna - Studio Legale Bologna Avvocato Sergio Armaroli
CHIAMA SUBITO!!!	051.6447838	INCAPACITA’ NATURALE PER FARE TESTAMENTO Si tratta, infatti, dell’eventualità in cui un soggetto, di per sè ordinariamente in grado di attendere ai propri interessi (con specifico riferimento alla capacità di testare), viene a trovarsi, per eventi contingenti, in una condizione di impossibilità di rendersi conto della portata delle proprie azioni, eventualità che giammai potrebbe essere qualificata in chiave di incapacità giuridica
INCAPACITA’ NATURALE PER FARE TESTAMENTO
Si tratta, infatti, dell’eventualità in cui un soggetto, di per sè ordinariamente in grado di attendere ai propri interessi (con specifico riferimento alla capacità di testare), viene a trovarsi, per eventi contingenti, in una condizione di impossibilità di rendersi conto della portata delle proprie azioni, eventualità che giammai potrebbe essere qualificata in chiave di incapacità giuridica
La prova che si richiede al riguardo è quella che il soggetto sia stato assolutamente privo della coscienza dei propri atti nel momento in cui confezionava le proprie ultime volontà, spettando all’impugnante dar conto di una siffatta situazione (Cass. Civ., Sez.II, 25155/10), salvo che il testatore non risultasse affetto da totale incapacità (Cass. Civ. Sez.II, 26002/08). Cass. civ. Sez. II, Sent., 13-12-2010, n. 25155
– Il sig. Pu.Sa. convenne in giudizio innanzi al Tribunale di Catania N.P., C., Co., V. e P.A. e B.A. quale esercente la potestà sul figlio minore P.S.S., esponendo che in data (OMISSIS) era deceduto il proprio cugino Pe.An., lasciando eredi legittimi i predetti convenuti (madre, sorelle e nipoti in rappresentazione del foglio premorto dello stesso defunto); che il de cuius aveva, con testamento pubblico del (OMISSIS), legato all’attore la casa di sua proprietà in (OMISSIS); che questi aveva inutilmente chiesto agli eredi, dopo la pubblicazione del testamento, di rilasciare l’immobile, ottenendone un rifiuto. Ciò premesso, l’attore chiese che il Tribunale dichiarasse aperta la successione di Pe.An., e che dichiarasse che in virtù del predetto testamento era stata legata all’attore la casa di (OMISSIS), con condanna dei convenuti al rilascio dell’immobile e restituzione dei frutti dalla data di apertura della successione sino al rilascio.
I convenuti, costituitisi in giudizio, chiesero, in via riconvenzionale, dichiararsi nullo o comunque annullarsi per incapacità di intendere e di volere del testatole nel momento in cui era stata redatto, il testamento pubblico del de cuius, e, per l’effetto, dichiarare aperta la successione legittima di Pe.
A., e, in via subordinata, limitarsi l’ambito dei legato alla porzione di immobile costituente il primo piano della casa di (OMISSIS). All’udienza del 18 febbraio 1994, il procuratore dei convenuti dichiarò l’intervenuto decesso di N.P. e la volontà degli altri convenuti di proseguire il giudizio anche nella qualità di eredi della defunta.
Con sentenza non definitiva depositata il 30 maggio 2000, il Tribunale di Catania dichiarò aperta la successione e che in virtù di testamento pubblico il Pe. aveva legato al Pu. la casa di cui si tratta, condannando i convenuti all’immediato rilascio della detenzione dell’immobile a favore dell’attore, rigettandone le domande riconvenzionali, e dispose per il prosieguo del giudizio ai fini della decisione sulla domanda attorea di corresponsione dei frutti. Quindi, dopo l’esperimento di ulteriore consulenza tecnica, con sentenza depositata il 26 giugno 2001, il Tribunale condannò solidalmente i convenuti al pagamento in favore dell’attore del complessivo importo di L. 20.751.000 a titolo di frutti percepibili dal 3 settembre 1989 sino al settembre 2000, con rivalutazione monetaria ed interessi legali,nonchè degli ulteriori frutti dall’1 ottobre 2000 fino alla data dell’effettivo rilascio.
– Entrambe le sentenze furono impugnate da C., Co., V., P.A. e da P.S. S. innanzi alla Corte d’appello di Catania, che, in parziale accoglimento del gravame, condannò gli appellanti in solido alla corresponsione, in favore dell’appellato, della minor somma di Euro 9416,73 a titolo di frutti percepibili dall’anno 1990 al 2000, escludendo il periodo anteriore alla domanda giudiziale, con gli interessi legali sulle somme relative a ciascun anno. Condannò il Pu. a restituire agli appellanti le somme da costoro eventualmente corrispostegli a titolo di fruttificazione in misura eccedente detto importo.
La Corte giudicò infondate le censure relative al mancato riconoscimento della incapacità di intendere e di volere del de cuius al momento della redazione del testamento, ritenendo che la istruttoria avesse dimostrato che la patologia dalla quale era risultato affetto il Pe. non lo aveva privato in modo assoluto, permanente ed abituale della consapevolezza dei propri atti e della capacità di autodeterminarsi, avendo, invece, determinato solo episodi di momentanea dimenticanza e di riduzione solo intermittente della capacità di intendere e di volere, e che le numerose deposizioni testimoniali in tal senso acquisite rendevano poco convincenti le conclusioni cui era pervenuto il c.t.u. senza aver potuto mai esaminare il Pe. in vita ed esprimendo il suo parere solo sulla base delle cartelle cliniche dei ricoveri e della ulteriore documentazione medica, senza, peraltro, tener conto di alcuni elementi specifici emergenti da tale documentazione, oltre che dalla letteratura scientifica.
In tale situazione, osservò la Corte che sarebbe spettato ai convenuti l’onere di provare che il testamento fu redatto proprio in un momento di incapacità di intendere e di volere.
Infondata fu altresì ritenuta la censura relativa all’accoglimento della domanda di corresponsione dei frutti del bene legato, nonostante le reiterate offerte non formali di restituzione dell’immobile avanzate dai convenuti. Secondo la Corte, infatti, l’offerta di rilascio nella specie formulata dal procuratore dei convenuti nel verbale di causa non presentava i caratteri della serietà, della concretezza e della tempestività necessari ai sensi dell’art. 1120 c.c. per escludere la mora debendi.
Quanto alla censura relativa all’avvenuto riconoscimento che l’immobile legato all’attore aveva potuto produrre frutti, osservò poi la Corte che, non essendovi prova che l’attore avesse richiesto ai convenuti il rilascio dell’immobile in questione prima del giudizio, tali frutti, certamente dovuti ex art. 1148 c.c., non andavano corrisposti con decorrenza dall’apertura della successione, ma dalla data della domanda giudiziale, che valeva come atto di costituzione in mora dei convenuti stessi.
Nè poteva essere condiviso il calcolo del reddito ipoteticamente ricavabile dall’immobile, in quanto esso presupponeva che venissero effettuate opere di ristrutturazione che lo rendessero abitabile.
Sicchè andava riconosciuta all’attore per la fruttificazione, in via equitativa, una somma pari ad un terzo del reddito percepibile, quantificata in Euro 9416,73.
La Corte di merito rigettò poi la censura relativa all’avvenuto riconoscimento che l’immobile in questione fosse stato legato per intero all’attore, per avergliene il de cuius legato solo il primo piano. Al riguardo, la Corte osservò che dal testamento non si desumeva una tale limitazione.
Fondata fu invece ritenuta la doglianza relativa all’avvenuto riconoscimento in favore dell’attore della rivalutazione monetaria sulle somme calcolate dal c.t.u. a titolo di fruttificazione, trattandosi di somme già rivalutate alla data della c.t.u. il giudice di secondo grado rigettò poi la censura con la quale si lamentava la condanna solidale dei convenuti al pagamento della fruttificazione, in base al rilievo che il principio della divisione dei debiti ereditari non poteva essere invocato nel caso di specie, non potendo essere considerato debito ereditario quello sorto dopo l’apertura della successione direttamente in capo ai coeredi.
Fondata, infine, fu ritenuta la censura alla condanna dei convenuti alla rifusione delle spese processuali in favore dell’attore, rilevando la Corte nella specie la sussistenza di giusti motivi per la compensazione delle stesse.
– Per la cassazione di tale sentenza ricorrono, sulla base di sette motivi, illustrati anche da successiva memoria, C. e Pe.Co.. Resiste con controricorso Pu.Sa., che propone altresì ricorso incidentale fondato su due motivi. A sua volta, P.S.S. propone ricorso incidentale.
– Deve, preliminarmente, procedersi, ai sensi dell’art. 335 c.p.c., alla riunione del ricorso principale e di quelli incidentali, siccome proposti nei confronti della medesima sentenza.
– Con il primo motivo del ricorso principale, si lamenta la violazione dell’art. 116 c.p.c. nonchè la contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia. Avrebbe errato la Corte di merito nel porre a fondamento della decisione circa la ritenuta capacità di testare di Pe.An. le risultanze pur non univoche delle deposizioni testimoniali – tra l’altro non disinteressate – scartando come non attendibili o non convincenti ovvero erronee le conclusioni del c.t.u. medico-legale, sul presupposto che costui avesse operato ex post una valutazione in astratto dello stato di salute del Pe., riferito ad epoca anteriore o contestuale alla redazione del testamento in questione, laddove siffatte conclusioni, disattese sulla base di valutazioni necessariamente atecniche dei giudici di merito, si sarebbero potute infirmare solo a seguito delle risultanze di una nuova consulenza medico-legale. Nel ricorso si sottolinea, tra l’altro, la circostanza, posta in luce dal c.t.u., che la patologia dalla quale risultava affetto il Pe. poteva esteriorizzarsi nei confronti dei terzi con un’apparente, anche se saltuaria, normalità psichica, mentre in effetti la ubicazione e la gravità del meningioma frontale che lo affliggeva escludeva senza possibilità di dubbio le sue capacità cognitive e volitive. Del resto, la descrizione dello stato nEuropsichico del de cuius all’ingresso all’ospedale di Catania il 25 luglio 1986 e all’ospedale di (OMISSIS) il successivo 31 luglio delineava una condizione di grave alterazione del sensorio e delle sue capacità cognitive (senza che il paziente presentasse, nel corso della degenza, intervalli liberi nella sintomatologia), e segnalava il trattamento con sedativi, destinati ad alleviare la cefalea, con verosimile diminuzione del livello di coscienza e di vigilanza. Si evidenzia, ancora, che i dati cimici e strumentali al momento del ricovero segnalavano una condizione di ipertensione endocranica in stadio avanzato (sindrome di Foster-Kennedy) secondaria alla presenza di un meningioma voluminoso, sia per massa propria sia per i vasi neoformati. Sia lo stato di sofferenza cerebrale legato alla grave ipertensione endocranica, sia la dimensione della neoplasia cerebrale, unitamente alla sintomatologia nEuropsichica presentata dal soggetto all’atto del primo ricovero e del successivo ingresso presso l’Ospedale di (OMISSIS) deponevano per una condizione di grave infermità cronica in stadio avanzato e con esclusione di fasi di lucido intervallo, come confermato nella seconda relazione depositata dal c.t.u. Si aggiunge nel ricorso che la incapacità naturale del P. lo rendeva soggetto alla facile induzione da parte di terzi a compiere qualsiasi atto senza comprenderne la portata e senza possibilità di opporvisi, come nel caso dell’allontanamento dall’Ospedale e della visita al notaio per la redazione della disposizione testamentaria a favore di Pu.Sa., del quale avrebbe incredibilmente ricordato la data ed il luogo di nascita.
3.1. – La censura si rivela immeritevole di accoglimento.
3.2. – Secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, che il Collegio intende ribadire, l’annullamento di un testamento per incapacità naturale del testatole postula l’esistenza non già di una semplice anomalia o alterazione delle facoltà psichiche ed intellettive del de cuius, bensì la prova che, a cagione di una infermità transitoria o permanente, ovvero di altra causa perturbatrice, il soggetto sia privo in modo assoluto, al momento della redazione dell’atto di ultima volontà, della coscienza dei propri atti ovvero della capacità di autodeterminarsi (cfr., in tal senso, Cass., sentt. n. 9081 del 2010, n. 25845 del 2008, n. 1444 del 2003).
Ne consegue la configurabilità dell’onere, a carico di chi quello stato di incapacità assuma, di provare che il testamento fu redatto in un momento di incapacità di intendere e di volere (v., da ultimo, Cass. sent. n. 9081 del 2010, cit.).
3.3. – Nella specie, la Corte di merito ha fornito una articolata ed esauriente motivazione delle ragioni del proprio convincimento in ordine alla natura solo parziale ed intermittente della incapacità del de cuius di autodeterminarsi, attraverso una ricostruzione analitica e puntigliosa dei passaggi delle deposizioni testimoniali, ritenute plausibilmente attendibili, dalle quali, a suo avviso, era desumibile, da un lato, una patologia a carico del Pe. tale da non privarlo del tutto ed in modo permanente della sua capacità di intendere e di volere, e, dall’altro, una genuina, consapevole e non coartata volontà di effettuare la disposizione testamentaria a titolo particolare in favore del cugino Pu.Sa..
3.4. – Tra gli elementi di particolare spicco in siffatta ricostruzione si colloca, poi, accanto alle richiamate testimonianze, la circostanza che il notaio presso il quale il Pe., allontanatosi dall’ospedale, si recò per dettare il suo testamento, non avesse avuto alcun dubbio sulla capacità dello stesso.
A fronte di tali concordanti risultanze, la Corte di merito ha ritenuto non convincente la c.t.u., sottolineando, per un verso, che essa era stata redatta senza che il medico legale avesse potuto procedere ad una visita diretta del Pe., già deceduto, per l’altro, che erano stati obliterati alcuni dati emergenti dalle stesse cartelle cliniche, quale, in particolare, il passaggio di quella relativa al ricovero presso l’ospedale di (OMISSIS) il 25 luglio del 1986 – solo cinque giorni prima del testamento – nel quale si descriveva il paziente come “sveglio, lento nell’eloquio, a tratti disorientato temporo-spazialmente amnesia della memoria”, ed escludendo che da tale descrizione potesse desumersi una esclusione assoluta della capacità di intendere e di volere del Pe..
Senza considerare che il convincimento della Corte etnea circa la intermittenza dello state di confusione mentale di quest’ultimo trovava conferma in alcune affermazioni presenti nella letteratura scientifica, e richiamate nella stessa sentenza, relative all’andamento progressivo, e non immediato, del meningioma dal quale era affetto il Pe., con alternanza di momenti di assoluta lucidità e di altri caratterizzati da segni più o meno gravi di demenza.
3.5. – Così valutato il quadro probatorio, con motivazione giuridicamente corretta e congrua sul piano logico – e perciò incensurabile nella presente sede -, la Corte ha esattamente ritenuto, sulla baso dei principi di diritto enunciati sub 3.2., che sarebbe spettato ai convenuti l’onere di provare che il testamento fosse stato dettato in un momento di incapacità di autodeterminarsi, e che, in mancanza di tale prova, la domanda di annullamento del testamento non poteva che essere rigettata.
4.1. – Le esposte considerazioni danno, altresì, conto della infondatezza della seconda censura, con la quale si deduce la violazione dell’art. 2697 c.c. e dell’art. 163 c.p.c., n. 5, nonchè la contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia, per essere derivata dal grave stato di infermità del Pe. una inversione dell’onere della prova che il de cuius versasse in una fase di lucido intervallo al momento della redazione della disposizione testamentaria di cui si tratta: prova che, invece, non sarebbe stata fornita dal Pu., non essendo le deposizioni testimoniali acquisite univoche, nè affidabili, provenendo da soggetti a lui legati da vincoli di parentela o di amicizia.
4.2. – Resta solo da aggiungere, con riguardo a tale censura, che l’asserita inattendibilità dei testi, esplicitamente esclusa dalla Corte di merito, risulta priva di dimostrazione, e che, comunque, essa trova smentita nella concordanza delle deposizioni prese in esame nel giudizio di merito.
– Con il terzo motivo, si deduce, subordinatamente al mancato accoglimento dei primi due, la violazione dell’art. 1220 c.c. in relazione all’art. 163 c.p.c., n. 5. Si lamenta che la sentenza impugnata non abbia tenuto conto dell’effetto liberatorio, nei confronti della mora debendi, delle ripetute offerte, pur se non formali, della disponibilità e delle chiavi dell’immobile di cui si tratta. Non influirebbe sulla serietà e completezza dell’offerta la circostanza della provvisoria e temporanea permanenza di pochi beni mobili di irrisorio valore presso l’appartamento di (OMISSIS), teoricamente attribuibili al lo stesso Pu. per effetto del legato. Del resto, l’offerta formale sarebbe stata impedita dal fatto che quest’ultimo non risiedeva in Catania o in luogo sicuramente individuabile.
6.1. – Anche tale censura risulta infondata.
6.2. – L’offerta non formale della prestazione esclude la mora del debitore ai sensi dell’art. 1220 c.c. preservandolo dalla responsabilità per il ritardo, solo se sia reale ed effettiva, abbia cioè i caratteri della serietà, tempestività e completezza e consista nell’effettiva introduzione dell’oggetto della prestazione dovuta nella sfera di disponibilità del creditore nei luoghi indicati dall’art. 1182 c.c. per l’adempimento dell’obbligazione (v., sul punto, Cass., sentt. n. 16579 del 2002, n. 4588 del 2000, n. 3108 del 1999) in modo che quest’ultimo possa aderirvi senza ulteriori accordi e limitarsi a ricevere la prestazione (v. Cass., sent. n. 9058 del 2002).
6.3. – Nella specie, la Corte di merito ha correttamente escluso che l’offerta di rilascio dell’immobile in questione formulata dal procuratore dei convenuti nel verbale dell’udienza del 10 ottobre 2000 presentasse tali requisiti, sia per essere rimasta allo stato di mera dichiarazione, sia per non essere esaustiva, nel senso che la riconsegna avrebbe comportato un’attività del creditore, quella di prendere in custodia i beni mobili contenuti nell’appartamento in questione, cui lo stesso non aveva consentito.
– Con il quarto motivo, del pari subordinato al mancato accoglimento delle prime censure, si denuncia la falsa applicazione dell’art. 116 c.p.c. nonchè la omessa e contraddittoria motivazione in ordine alla determinazione della fruttificazione o reddito locativo dell’immobile di (OMISSIS). La Corte territoriale avrebbe interpretato in modo distorto i dati forniti al riguardo dal c.t.u. sulla base di un criterio virtuale, teorico ed astratto, con riferimento ad immobili similari, senza tenere nel debito conto quanto riferito dallo stesso professionista in ordine al pessimo stato di conservazione del bene, risalente ad epoca anteriore all’apertura della successione del Pe. ed all’inizio del possesso da parte dei suoi eredi legittimi, ai quali non era quindi addebitabile la mancata esecuzione di opere manutentive, che non avrebbero potuto comunque ovviare a carenze radicali dell’edificio che non ne consentivano una decente abitabilità e, quindi, una possibilità locativa.
– Sempre in via subordinata, si lamenta la violazione dell’art. 1148 c.c. e la contraddittoria motivazione in ordine alla statuizione relativa alla condanna degli appellanti alla corresponsione in favore del Pu. di una somma a titolo di frutti percepibili dall’immobile in questione. La Corte di merito avrebbe errato nel disporre tale condanna pur riconoscendo che gli appellanti erano possessori di buona fede, sulla base del convincimento che le opere necessarie per ripristinare la normale fruibilità e redditività locativa dell’immobile avrebbero dovuto essere eseguite dagli stessi.
Ed a questo punto essa avrebbe compiuto una valutazione della somma dovuta al Pu. a titolo di fruttificazione -somma peraltro già corrisposta al Pu. a seguito della sentenza di primo grado – in via equitativa, riducendo di un terzo, in corrispondenza del costo dei lavori ritenuti indispensabili, il teorico reddito locativo, senza neanche considerare che la pronunzia secondo equità non può operarsi se non su concorde richiesta delle parti, ed inoltre attenendosi al calcolo delle opere di ristrutturazione, il cui compimento rientrerebbe nella comune diligenza del buon padre di famiglia, per di più con l’impiego di una somma, arbitrariamente preventivata dalla stessa Corte in misura modestissima, certamente inadeguata alle spese da compiere effettivamente.
9.1. – Le censure, che possono essere esaminate congiuntamente in quanto attinenti al tema della fruttificazione dell’edificio in questione, sono infondate.
9.2. – Premesso che, ai sensi dell’art. 1148 c.c., il possessore di buona fede risponde verso il rivendicante dei frutti percepiti e di quelli che avrebbe potuto percepire usando la diligenza del buon padre di famiglia, deve ritenersi che, nella specie, correttamente la Corte di merito abbia ritenuto che gli eredi legittimi del Pe. dovessero corrispondere al Pu. la somma corrispondente alla fruttificazione del bene de quo. E, se è vero che dalla c.t.u. era emersa una scarsa suscettibilità dell’immobile alla locazione, e quindi alla produttività di reddito, adeguati lavori di ristrutturazione, cui i possessori erano, come si è visto, tenuti avrebbero consentito il conseguimento di un reddito, calcolato dal giudice di secondo grado mediante ricorso all’equità.
Nè tale scelta risulta censurabile, avuto riguardo alla possibilità di determinare i costi in via equitativa anche in assenza di concorde richiesta delle parti, versandosi al di fuori delle ipotesi di cui all’art. 114 c.p.c..
– Con il sesto motivo, si lamenta la violazione degli artt. 91 e 92 c.p.c., nonchè la contraddittoria motivazione sul punto della condanna alle spese. La Corte di merito, che aveva compensato le spese dei due gradi del giudizio in considerazione del parziale accoglimento del gravame, della riconosciuta buona fede degli appellanti e dei motivi che li avevano indotti alla richiesta di annullamento della deposizione testamentaria de qua come evidenziato nella motivazione della sentenza, avrebbe errato nel condannare il Pu. a restituire loro le spese e compensi processuali di primo grado, anzichè condannarlo anche al pagamento delle spese e compensi del secondo grado.
11.1. – La censura è inammissibile.
11.2. – In tema di spese processuali e con riferimento al testo dell’art. 92 c.p.c. nella sua versione anteriore alla sua sostituzione intervenuta per effetto della L. 28 dicembre 2005, n. 263, art. 2, comma 1, lett. a) (e succ. modif. ed integr.), la valutazione dell’opportunità della compensazione totale o parziale delle stesse rientra nei poteri discrezionali del giudice di merito, senza che sia richiesta una specifica motivazione al riguardo.
Pertanto, la relativa statuizione, quale espressione di un potere discrezionale attribuito dalla legge, è incensurabile in sede di legittimità, salvo che non risulti violato il principio secondo cui le spese non possono essere poste a carico della parte totalmente vittoriosa, ovvero che la decisione del giudice di merito sulla sussistenza dei giusti motivi ai sensi del citato art. 92 c.p.c. sia accompagnata dall’indicazione di ragioni palesemente illogiche e tali da inficiare, per la loro inconsistenza o la evidente erroneità, lo stesso processo formativo della volontà decisionale espressa sul punto (v., tra le altre, Cass., sent. n. 14964 del 2007).
– Con la settima censura, sollevata in via subordinata, si deduce la violazione degli artt. 752 e 1295 c.c., nonchè contraddittoria motivazione sul punto della solidarietà tra gli eredi legittimi di Pe.An. nella esecuzione del legato e nelle obbligazioni consequenziali, con l’erronea motivazione secondo la quale non potrebbe considerarsi debito ereditario quello sorto dopo l’apertura della successione. Al contrario, la consegna o il rilascio dell’oggetto de) bene legato sarebbe un debito di provenienza e di natura ereditaria, e quindi divisibile e non solidale tra gli eredi, al pari della eventuale obbligazione accessoria relativa alla fruttificazione per la mancata o ritardata inosservanza dell’obbligo di consegna o di rilascio della cosa legata.
13.1. – Il motivo è infondato.
13.2. – Il debito ereditario di cui all’art. 752 c.c. è quello esistente in capo al de cuius al momento della sua morte – che si trasmette, insieme con il suo patrimonio, ai suoi successori, ex lege o per testamento, ripartendosi automaticamente tra di loro (cfr., sul punto, Cass., sent. n. 562 del 2000); mentre il debito relativo alla consegna del bene legato o alla fruttificazione dello stesso successivamente all’apertura della successione è a carico degli eredi, i quali sono obbligati in solido al soddisfacimento dello stesso.
– Per le ragioni esposte, sono poi infondati tutti i motivi del ricorso incidentale proposto da P.S.S., che riproduco esattamente quelli del ricorso principale.
– Quanto al ricorso incidentale proposto da Pu.Sa., con il primo motivo dello stesso si lamenta la violazione degli artt. 649 e 1143 c.c.. Avrebbe errato la Corte di merito nel ritenere che gli eredi, in quanto possessori di buona fede, dovessero corrispondere al legatario la somma corrispondente alla fruttificazione dell’immobile de quo dalla data della domanda anzichè fin dall’apertura della successione, poichè, ai sensi dell’art. 649 c.c., il legatario acquista la proprietà del bene legato fin da tale momento.
16.1.- La doglianza è fondata.
16.2. – Il Pu., in quanto legatario dell’immobile del Pe., ne è proprietario sin dal momento dell’apertura della successione, sicchè egli ha diritto alla somma corrispondente alla fruttificazione già dal 3 settembre 1989, data di tale apertura.
– Con il secondo motivo del ricorso incidentale, si denuncia la violazione dell’art. 116 c.p.c., nonchè la insufficiente e contraddittoria motivazione in relazione alla disposta riduzione di un terzo della somma corrispondente alla fruttificazione dell’immobile legato al Pu., come calcolata dal c.t.u., deducendo da essa l’importo relativo ai lavori di. ristrutturazione dei bene, laddove lo stato manutentivo dello stesso era già stato tenuto presente nella consulenza.
18.1. – La censura è infondata.
18.2. – Correttamente la Corte territoriale ha operato la detrazione dal reddito dell’immobile de quo, individuato dal c.t.u. come ipoteticamente ricavabile dal bene nello stato in cui. si trovava, dell’importo corrispondente al costo dei lavori indispensabili per l’abitabilità dell’edificio.
– Conclusivamente, il ricorso principale va rigettato, come il ricorso incidentale proposto dal P.S.. Va, invece, accolto il primo motivo del ricorso incidentale del Pu., e rigettato il secondo. La sentenza impugnata va cassata in relazione al motivo accolto, e, non essendo necessari ulteriori accertamenti in fatto, la causa può essere decisa nel merito, con condanna dei ricorrenti in solido al pagamento in favore del Pu. della somma di L. 20.751.000 (pari ad Euro 10716,99) a titolo di frutti percepibili dall’immobile oggetto di legato dal 3 settembre 1989 al 30 settembre 2000, con gli interessi legali.
Le spese del presente giudizio – che vengono liquidate come da dispositivo – devono, in ossequio al criterio della soccombenza, essere poste a carico di P.C., Pe.Co. e P.S.S..
La Corte, riuniti i ricorsi, rigetta il ricorso principale e il ricorso incidentale di P.S.S., rigetta il secondo motivo del ricorso incidentale di Pu.Sa. e ne accoglie il primo. Cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e, decidendo nei merito, condanna i ricorrenti in solido al pagamento in favore del Pu. della somma di L. 20.751.000 (pari ad Euro 10716,99) a titolo di frutti percepibili dall’immobile oggetto di legato dal 3 settembre 1989 al 30 settembre 2000, con gli interessi legali. Condanna P.C., Pe.Co. e P.S.S. in solido al pagamento in favore di Pu.Sa. delle spese del presente giudizio, che liquida nella somma complessiva di Euro 3200,00, di cui Euro 3000,00 per onorari.
La mera inettitudine a sottoscrivere non è di per sè segno di incapacità (Cass. Civ., Sez. II, 6978/11), anche se è il caso di osservare come al testatore che sia impossibilitato alla scrittura non rimanga altro se non fare testamento pubblico.
Elementi valutativi possono anche ritrarsi dalla congruenza delle disposizioni di ultima volontà (Cass. Civ., Sez. II, 230/11).
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