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Timestamp: 2018-02-21 15:24:58+00:00
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Sentenze motivate per relationem: il pensiero della cassazione
La recente sentenza della Cassazione, n. 3329 del 22 novembre 2007, depositata il 12 febbraio 2008, ci porta ad alcune riflessioni in ordine alla problematica relativa alla validità delle sentenze motivate per relationem, ovvero con rinvio ad un’altra decisione del medesimo organo giudicante.<?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" />
Il tema è di estremo interesse nel processo tributario (1), ove è frequente che davanti al giudice vengano portate questioni identiche, per le quali comunque vanno emesse distinte sentenze, in tutti quei casi in cui non è avvenuta la riunione dei procedimenti.
In via di principio, sulla falsariga di quanto previsto per la motivazione per relationem relativa all’accertamento, motivare la sentenza per relationem è legittimo, purché sia individuabile con precisione l’oggetto del rinvio, non essendo comunque possibile un generico rinvio a “precedenti pronunce“, senza neanche l’indicazione degli estremi delle sentenze richiamate.
Sempre partendo da questo principio, la motivazione per relationem ad altre statuizioni è da considerarsi censurabile quando non sia possibile comprendere il procedimento logico seguito dal giudice, per l’impossibilità di individuarne la ratio decidendi, atteso che la sentenza deve contenere l’esposizione – anche concisa – dei fatti rilevanti della causa e delle ragioni giuridiche, ai fini della decisione.
Sembrerebbe, invece, ammissibile il rinvio nell’ipotesi in cui la decisione, pur avendo rinviato ad un precedente del medesimo organo giudicante, abbia esplicitato la ratio decidendi con specifico riferimento alla fattispecie esaminata.
La dottrina ha rilevato che (2) “un problema più specifico è costituito dall’ipotesi in cui la sentenza d’appello, nel confermare la decisione di primo grado, si limiti a rinviare ai motivi contenuti in quest’ultima. Si suole in proposito affermare che il giudice d’appello possa utilizzare argomentazioni esposte dal giudice di prime cure, ma senza limitarsi ad un loro generico richiamo. L’organo di secondo grado, infatti, deve rendere note le ragioni che si trovino a fondamento della sua pronuncia in relazione ai motivi d’impugnazione proposti. In applicazione di questo principio, la giurisprudenza ammette la motivazione per relationem quando dall’interpretazione della sentenza si evinca che il giudice d’appello non si sia limitato a far proprie le argomentazioni contenute nella sentenza di primo grado, ma abbia anche confutato le censure proposte con i motivi di gravame (3), senza limitarsi ad un generico rinvio alla comparsa di risposta dell’appellato (4)”.
PRECEDENTI GIURISPRUDENZIALI DI CASSAZIONE
La sentenza n. 15833/2006
Non è sufficientemente motivata una sentenza che si limiti a richiamare altre sentenze di organi giudicanti senza riferirne neppure succintamente le argomentazioni.
E’ questa la massima della sentenza n. 15833 del 26 gennaio 2006, depositata il successivo 12 luglio.
<?xml:namespace prefix = st1 ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:smarttags" />La Commissione tributaria regionale del Lazio aveva rigettato l’appello dell’Agenzia delle Entrate – ufficio di Roma 6 – avverso la sentenza della Commissione tributaria provinciale.
Le doglianze dell’Amministrazione finanziaria hanno, invece, trovato accoglimento da parte della Corte di Cassazione.
Per quel che qui ci interessa, il vizio di motivazione della sentenza “è invece fondato per quanto di ragione, in quanto non può essere ritenuta sufficientemente motivata una sentenza che richiami per relationem sentenze della Commissione tributaria provinciale di Roma già prodotte nel giudizio di primo grado senza riportarne, neppure succintamente le argomentazioni”.
La sentenza n. 1248/2006
Con sentenza n. 1248 del 21 dicembre 2005 (dep. il 23 gennaio 2006) della Corte Cass., Sez. tributaria – è stato affermato che non è in sé nulla la sentenza motivata per relationem al contenuto di altra sentenza pronunciata contestualmente. È pertanto onere del ricorrente che la impugni dedurre che le circostanze di fatto e di diritto, su cui si fondano le due sentenze, non sono identiche e che, di conseguenza, il rinvio alla motivazione di altra sentenza è insufficiente.
Il ricorso – secondo i giudici di Cassazione -è infondato: “osserva il Collegio che dalla comunanza dei presupposti di fatto sussistente fra il contenzioso attinente all’accertamento del diritto all’esenzione Ilor ed all’agevolazione Irpeg di cui agli artt. 101 e 105 del D.P.R. n. 218/1978 e quello riguardante il consequenziale accertamento dei redditi connesso al diniego da parte dell’ufficio tributario della spettanza dell’esenzione e dell’agevolazione in parola, discende un nesso di consequenzialità fra l’uno e l’altro di tali contenziosi, in virtù del quale, nel caso di autonoma e distinta instaurazione delle relative vertenze dinanzi al medesimo organo giudicante si rende inevitabile che la contestuale decisione intervenuta nel primo dei suddetti contenziosi si rifletta sulla pronuncia afferente al secondo, il che impone, analogamente a quanto ritenuto da questa Corte con riferimento al caso della comunanza dei presupposti di fatto esistente fra il contenzioso attinente all’accertamento dei redditi di una società e quello riguardante l’accertamento dei relativi redditi di partecipazione da imputarsi ai soci (cfr. da ultimo Cass. n. 14417/2005), al giudice chiamato a statuire su quest’ultimo di prendere atto della decisione intervenuta nella prima controversia”.
La Corte fa però rilevare che nel caso di specie la parte ricorrente non ha dedotto, quale specifico mezzo di gravame, la nullità della sentenza in quanto motivata per relationem e come tale priva del requisito di autosufficienza, così che esula dal tema decidendum della presente controversia la questione se e quando il medesimo organo giudicante si trovi a pronunciare contestualmente più decisioni in cui siano affrontate questioni legate fra di loro con un vincolo di consequenzialità necessaria, sia o meno consentito che la motivazione di una decisione consista in un mero rinvio alle argomentazioni svolte nell’altra.
La sentenza n. 19110/2006
La Suprema Corte di Cassazione, con sentenza n. 19110 del 16 giugno 2005 (dep. il 29 settembre 2005), ha statuito che la decisione della controversia relativa al reddito conseguito dai soci può dipendere (laddove i soci non abbiano contestato l’avvenuta distribuzione degli utili, la qualità di soci, l’ammontare della quota di partecipazione o altre eccezioni di carattere personale), pregiudizialmente, dalla decisione della controversia promossa dalla società. Pertanto, il giudice della controversia relativa al socio può motivare mediante il richiamo alla sentenza relativa al reddito prodotto dalla società; deve però indicare gli estremi della sentenza cui rinvia nonché dare atto se essa è passata in giudicato (e, in caso contrario, sospendere il processo). Qualora manchino queste indicazioni la sentenza motivata per relationem è nulla (rectius, inesistente).
Secondo i Supremi giudici, il ricorso appare fondato per carenza di motivazione della sentenza impugnata. “Infatti, i giudici di appello si sono limitati ad affermare che la decisione dei primi giudici, relativa ai soci, deve essere confermata perché è stata confermata la decisione relativa alla società partecipata. Così facendo, la Commissione tributaria regionale rinvia ad una decisione esterna, della quale: a) non si conosce il contenuto sostanziale (e, quindi, le parti in causa non hanno la possibilità di verificare se siano state fornite risposte convincenti e legittime alle censure proposte con i motivi di appello); b) non si sa se abbia acquistato la forza del giudicato formale, seppure esterno, ex art. 324 del codice di procedura civile, perché riverberi gli effetti probatori (nei limiti stabiliti dall’art. 2909 del codice civile) sul giudizio relativo ai soci”.
Pur se l’esito del giudizio promosso con il ricorso della società abbia valore pregiudiziale rispetto al giudizio promosso dai singoli soci, il giudice non si può limitare a prendere atto, acriticamente, della decisione assunta nel giudizio pregiudiziale, proiettandone gli effetti sul giudizio relativo alle partecipazioni. “In linea di principio, il ragionamento sarebbe anche giusto se fosse provata l’esistenza della decisione presupposta (intesa come sentenza passata in giudicato) e se se ne conoscessero i contenuti. Nella specie, invece, non è dato sapere se la sentenza relativa al giudizio della società è passata in giudicato e quale sia la sua motivazione. In definitiva, siamo in presenza di una motivazione per relationem che richiama una sentenza della quale non si conosce né l’an, né il quomodo. L’errore del giudice di merito, che rende totalmente vuota (rectius, inesistente) la motivazione della sentenza impugnata è costituito dal fatto che si esaurisce in un rinvio ad una entità giuridica ignota nei contenuti e negli effetti. Dal punto di vista logico, il ragionamento della Commissione tributaria regionale è costituito da un sillogismo del seguente tipo: a) se A perde, allora perde anche B (premessa maggiore valida, a condizione che i soci non abbiano formulato eccezioni personali o relative all’avvenuta divisione degli utili); b) siccome A ha perduto (premessa di fatto della quale non si conosce il valore di verità); c) allora, anche B deve perdere (conclusione valida, ma solo a condizione che sia vera l’affermazione intermedia, sub b) e che non ricorrano le ipotesi limitative precisate sub a).
La sentenza n. 3329/2008
Il contribuente, impugnava in sede giurisdizionale, la cartella esattoriale, emessa ex art. 36-bis del D.P.R. n. 600 del 1973, sottesa ad ottenere il pagamento degli acconti ILOR e dell’IRPEF dovuti per l’anno 1992.
L’adita C.T.P. di Napoli, accoglieva il ricorso, con decisione che veniva confermata dalla C.T.R..
In particolare, la Commissione Regionale riteneva infondati nel merito i motivi dell’appello, poiché “la motivazione della decisione dei primi giudici è condivisibile sotto il profilo giuridico, in quanto ha esaminato la questione ed ha argomentato in ordine ai motivi proposti nel ricorso presentato dal contribuente in tale grado di giudizio” e che, d’altronde, l’appello dell’Ufficio era a ritenersi infondato, in quanto i relativi motivi, non trovavano in atti riscontro probatorio e non potevano considerarsi idonei ad infirmare la motivazione della decisione impugnata.
La Corte di Cassazione, chiama a pronunciarsi sul ricorso delle Entrate:
considerato che i Giudici di merito hanno confermato la sentenza di prime cure, verso la quale, sostanzialmente, hanno espresso “ acritica condivisione, utilizzando un periodare ed argomentazioni, di per sé inidonee a dare contezza del percorso decisionale”;
posto che detti Giudici hanno effettuato “ un generico richiamo alla sentenza di primo grado, limitandosi, per altro, a rilevare che l’amministrazione non aveva offerto la prova del proprio assunto, senza indicare i concreti elementi, ritenuti rilevanti e posti a base della decisione”;
ritenuto che, ciò stante, le doglianze prospettate dall’Agenzia sono manifestamente fondate, giacché le espressioni utilizzate non assolvono all’obbligo motivazionale, essendo principio consolidato sia quello secondo cui “la motivazione di una sentenza per relationem ad altra sentenza, è legittima quando il Giudice, riportando il contenuto della decisione evocata, non si limiti a richiamarla genericamente ma la faccia propria con autonoma e critica valutazione” (Cass. n. 1539/2003; n. 6233/2003; n. 2196/2003; n. 11677/2002), sia pure l’altro, per il quale è configurabile l’omessa motivazione, “quando il Giudice di merito omette di indicare nella sentenza gli elementi da cui ha tratto il proprio convincimento ovvero indica tali elementi senza una approfondita disamina logico – giuridica, rendendo in tal modo impossibile ogni controllo sull’esattezza e sulla logicità del ragionamento (Cass. n. 890/2006, n. 1756/2006, n. 2067/1998)”.
ha cassato la sentenza di secondo grado, con rinvio della causa ad altra sezione della C.T.R. della Campania perché, adeguandosi al citato orientamento, pronunci sul merito.
Da questa carrellata il filo conduttore sembrerebbe unico: nel rinviare ad altra decisione occorre rendere note le ragioni a fondamento della pronuncia.
La giurisprudenza ammette la motivazione per relationem quando dall’interpretazione della sentenza si evinca che il giudice non si sia limitato ad un generico richiamo ma abbia fatto propria l’altra sentenza richiamata.
Non adempie il dovere di motivazione il giudice del gravame che si richiami per relationem alla sentenza impugnata di cui condivida le argomentazioni, senza dar conto di aver valutato criticamente sia il provvedimento censurato che le censure proposte (5).
Anche in sede di processo tributario, occorre quindi rendere esplicito il percorso logico seguito dal giudice nel rendere la sentenza.
Infatti, la concisa esposizione dello svolgimento del processo – richiesto dal n. 2, del comma 2, dell’art. 36, del D.Lgs.n.546/92 – e la succinta esposizione dei motivi in fatto e diritto, richiesto dal n. 4 del citato secondo comma dell’art. 36 – non sottrae rilevanza ad una esauriente esplicitazione dell’accaduto, con la naturale conseguenza che la sua assenza è motivo di nullità (6).
L’estensore della motivazione deve ricostruire il percorso logico giuridico che ha condotto il Collegio alla scelta delle prove e delle argomentazioni a base della deliberazione. Il difetto di motivazione sussiste, pertanto, solo nel caso in cui quest’ultima si risolva in semplici affermazioni non suffragate da relativi ragionamenti o giustificazioni.
Resta fermo che la motivazione deve essere comunque espressa, essendo consentito un semplice rinvio a motivazioni contenute in altri atti del processo (motivazione per relationem), solo nel caso in cui accolga quella contenuta in atti in cui (ad esempio, la perizia del consulente tecnico d’ufficio) vi sia una esplicita ed esaustiva ricostruzione dell’iter logico giuridico adottato. Se, invece, la sentenza dissente dalle conclusioni contenute nell’atto è ovviamente necessaria una motivazione espressa.
Emblematica appare la sentenza n. 23138 del 28.11.2005 della Corte di Cassazione con la quale è stato sottolineato che “…non vi è dubbio che il giudice di merito sia però tenuto a giustificare le determinazioni adottate mediante congrua e corretta motivazione; non può ritenersi né congrua né corretta una motivazione che si risolva nell’affermazione vista la documentazione in atti, si osserva, senza che sia dato alcun conto delle ragioni che hanno indotto il giudice di merito a ritenere tale documentazione adeguata a sorreggere una conclusione e non l’altra“; e ancora, “…non costituiscono sufficienti indici di esplicitazione dei criteri di valutazione effettivamente utilizzati dal giudice la apodittiche espressioni: dopo ampia dissertazione giuridica, dopo approfondita disamina, non sono emersi elementi aggiuntivi rispetto a quelli già esaminati in primo grado, ritiene di confermare la decisione impugnata, ritenendone condivisibile ogni sua parte”.
In particolare, per i giudici di legittimità, la sentenza impugnata risultava completamente priva dell’esposizione dello svolgimento del processo e dei fatti rilevanti della causa e conteneva una motivazione in diritto “estremamente succinta e di per sola sostanzialmente inintelligibile” (7).
(1) Sul tema cfr. MANNINI, Sentenza della Corte di Cassazione, Sez. tributaria, n. 7937 del 26 aprile 2004: processo tributario e sentenze motivate per relationem, “il fisco”, n. 23/2004, pag. 3532
(2) MANNINI, Sentenza della Corte di Cassazione, Sez. tributaria, n. 7937 del 26 aprile 2004: processo tributario e sentenze motivate per relationem, “il fisco“, n. 23/2004, pag. 3532
(3) Si veda anche Cass. civ., Sez. III, 19 luglio 2000, n. 9497, in “Rep. Foro It.”, 2002, voce Impugnazioni civili, n. 108; Cass. civ., Sez. II, 10 aprile 2000, n. 4485, in “Rep. Foro It.”, 2000, voce Sentenza civile, n. 37; Cass. civ., Sez.un., 8 giugno 1998, n. 5612, in “Rep. Foro It.”, 1998, voce Sentenza civile, n. 57; Cass. civ., Sez. lav., 5 dicembre 1997, n. 12379, in “Rep. Foro It.”, 1997, voce Sentenza civile, n. 52; Cass. Civ., sez. III, 23 aprile 1998, n. 4185, in “Rep. Foro It.”, 1998, voce Sentenza civile, n. 58.
(4) Cfr. Cass. civ., Sez. lavoro, 24 ottobre 2001, n. 13087, in “Rep. Foro It.”, 2001, voce Sentenza civile, n. 55.
(5) Cass. 3547/2002.
(6) Cfr. ANTICO-CONIGLIARO-FARINA, Il contenzioso Tributario”, Il Sole24ore, Milano, 2006
(7) Cfr. LA FACE, Il difetto di motivazione rende nulla la pronuncia, in Fiscoggi del 21.12.2005.