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Timestamp: 2019-08-19 18:25:37+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 8', 'art. 6', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 7', 'sentenza ', 'art.8', 'sentenza ']

CSLnews: prima edizione – Centro Studi Laicità
Categoria: CSLnews: prima edizione
Pubblicato il 19 Luglio 2013 24 Settembre 2013
Sono sei le confessioni religiose che fino ad oggi hanno stipulato un’intesa con lo Stato ai sensi dell’articolo 8, 3° co. della Costituzione e l’UAAR (Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti), che opera allo stato attuale come associazione non riconosciuta, ha presentato più volte istanza al Governo per addivenire ad un’intesa con lo Stato italiano. L’ultima richiesta diretta alla Presidenza del Consiglio dei Ministri ha ricevuto un diniego esplicito nel 1996, contenuto in una semplice nota a firma del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. L’UAAR, con un ricorso straordinario al Capo dello Stato del 1996, sottolinea l’illegittimità di tale provvedimento che, oltre ad essere viziato da violazioni della legge nell’iter di stesura della risposta, pecca di eccesso di potere per travisamento dei fatti. In primis la l.400/1988 prevede che gli atti concernenti i rapporti previsti dall’articolo 8 della Costituzione devono essere sottoposti a deliberazione del Consiglio dei Ministri e non possono essere liquidati con una semplice nota. In più dallo Statuto dell’Unione e dai documenti congressuali emerge con chiarezza che quest’associazione di ateismo militante si interpreta come una religione. La stessa afferma nel testo del ricorso che il Governo, demolendo ogni forma di assimilazione ad una confessione religiosa ai sensi dell’articolo 8 della Costituzione, disconosce l’identità e la causa associativa dell’Unione che è quella di “rappresentare un’opinione in materia di religione concorrente con quella delle religioni positive”. Negando così surrettiziamente la richiesta inoltre, viene violato un principio enunciato dalla stessa Corte Costituzionale e cioè, il diritto alla parità di trattamento nei confronti dell’ateismo che è protetto non solamente nell’ambito della libertà di manifestazione del pensiero, ai sensi dell’articolo 21 Cost, ma anche nel raggio dall’articolo 19 della Cost., come vera e propria libertà di religione. Questo perché “l’ateismo attivo è sempre una ricerca o un’indagine su Dio che approda ad una risposta negativa, laddove le religioni positive propongono invece una soluzione affermativa (…) L’adesione all’associazione avviene sulla base di una precisa scelta religiosa in senso negativo e caratterizzata ulteriormente da una positiva adesione al razionalismo”.
Il Consiglio di Stato nel 1997 accoglie la domanda presentata con ricorso straordinario dall’UAAR nell’anno precedente e conferma la pretesa prospettata dalla ricorrente: il Consiglio dei Ministri, cui compete il compito di deliberare sulle materie concernenti i rapporti tra Stato e confessioni religiose sottoposte al regime dell’articolo 8 della Costituzione, ha l’onere di motivare il diniego dell’avvio delle trattative e non può respingere l’istanza con una semplice nota del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, in contrasto con quanto previsto dalla legge. In ossequio a tali disposizioni, nel 2003 il CdM ribadisce il suo rifiuto ad aprire un piano di trattative per la stipulazione di un’intesa, motivata sul rilievo che “la professione dell’ateismo, certamente da ammettersi al pari di quella religiosa quanto al libero esercizio in qualsiasi forma (…) non possa essere regolata in modo analogo a quanto esplicitamente disposto dall’art. 8 della Costituzione per le sole confessioni religiose”, dove per “confessione religiosa” si deve intendere esclusivamente “un fatto di fede rivolto al divino e vissuto in comune tra più persone che lo rendono manifesto alla società tramite una particolare struttura istituzionale”. L’esecutivo esclude quindi la natura religiosa e confessionale dell’associazione, requisiti che costituiscono invece la base per ogni forma di intesa con lo Stato e comunità religiose situate sul territorio italiano.
Il rifiuto ad aprire le trattative ai fini della stipulazione di un’intesa è stata impugnata di fronte al T.A.R. del Lazio che nel 2008 si è limitato a dichiarare inammissibile il ricorso presentato dall’UAAR per difetto assoluto di giurisdizione, considerando che l’atto dell’esecutivo è di natura puramente politica e quindi insindacabile da parte degli organi giurisdizionali. Avverso quest’ultima decisione l’Unione ricorre in appello per violazione del diritto costituzionale ad agire in giudizio per i propri diritti e quindi anche per violazione del diritto all’equo processo ex art. 6 CEDU, infine il ricorrente eccepisce anche l’insussistenza del carattere politico dell’atto impugnato.
Il Consiglio di Stato, con sentenza depositata nel 2011, accoglie il ricorso e annulla con rinvio la sentenza di primo grado. I giudici di palazzo Spada non rilevano la natura politica dell’atto impugnato per impossibilità di ricondurlo ad una suprema scelta in materia di costituzione, salvaguardia e funzionamento dei pubblici poteri, considerazione che invece aveva consentito al T.A.R. di definire l’insindacabilità dell’atto. Ciò che di più rilevante i giudici evidenziano è il carattere discrezionale che connota “le scelte relative all’avvio delle trattative finalizzate all’eventuale stipula di intese (…) : ciò con riferimento sia all’an dell’intesa, sia – prima ancora – alla stessa individuazione dell’interlocutore in quanto confessione religiosa. Tale discrezionalità è suscettibile di dar vita a un sistema fondato su evidenti discriminazioni, diversi potendo essere i contenuti delle intese stipulate dallo Stato con diverse confessioni religiose e diversa potendo essere la posizione delle organizzazioni per le quali il Governo non ritenga di addivenire ad un’intesa; il tutto con l’ulteriore apparente discrasia derivante dalla presenza della Chiesa cattolica, per la quale la condizione di privilegio discende dalle stesse scelte del Costituente consacrate nel già citato art. 7 Cost.” (così afferma la sentenza al punto7). Sulla base di questo, anche l’accertamento preliminare del carattere religioso dell’organizzazione richiedente non può essere ritenuta insindacabile poiché la capacità di ogni confessione religiosa a stipulare un’intesa è espressione del principio di eguale libertà della stessa di fronte alla legge ai sensi dell’art.8, 1°co. della Costituzione. Quindi, il Consiglio di Stato afferma che almeno l’avvio delle trattative deve considerarsi obbligatorio vista la facoltà dell’esecutivo di non stipulare un’intesa alla conclusione delle trattative nonché la facoltà del Parlamento di non tradurre in legge l’intesa stessa.
Questa decisione per molti versi innovativa, ha ricevuto l’approvazione di diversi giuristi e la soddisfazione dell’UAAR. Dello stesso parere non è stato però il nuovo Governo Monti che, per tramite dell’Avvocatura dello Stato chiede in Cassazione l’annullamento della sentenza stessa poiché “al fine di salvaguardare la sfera di libertà dell’Esecutivo, non consente a nessun altro potere di sindacare le sue scelte in materia religiosa” posto che il governo sostiene di “essere libero di determinarsi come meglio crede”. E senza indorare la pillola con fuorvianti giri di parole, afferma esplicitamente che “la sua funzione di indirizzo politico non tollera interferenze da parte del potere giudiziario”. È significativo che un governo tecnico, la cui funzione sarebbe stata soltanto quella di risanare l’Italia dalla crisi economica, si senta legittimato a prendere decisioni di natura politica che invece richiederebbero un consenso democratico. Forse la vicinanza al mondo cattolico da parte di alcuni dei ministri in carica è in grado di far luce su alcune questioni. Non rimane che confidare in un approccio più laico da parte della Corte di Cassazione che ora è stata chiamata a pronunciarsi.
Erika Malatini e Damiano Priante
anonimo su Ancora nessuna possibilità per atei e agnostici di stipulare un’intesa con lo Stato
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