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Timestamp: 2018-06-25 19:50:56+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 1241', 'art. 1246', 'art. 1241', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1241', 'art. 1246', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

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La c.d. compensazione atecnica nella giurisprudenza di legittimità, la regolazione dei rapporti di dare e avere anche in mancanza dell'eccezione di parte
La c.d. compensazione atecnica è una modalità estintiva dell'obbligazione elaborata dalla giurisprudenza allorchè le reciproche poste creditoreie siano legate da un vincolo di sinallagmaticità o, in senso più ampio, allorchè scaturiscano da un unico rapporto giuridico.
In tale/i caso/i, non opera la disciplina limitativa di cui agli artt. 1241 cc e ss. con la conseguenza che il giudice potrà regolare le poste di dare ed avere anche a prescindere dalla rituale eccezione della parte.
Con la pronuncia n 14688 del 2012, in particolare, la S.C. ha affermato l'operatività della compensazione atecnica tra il diritto dell'agente alle indennità correlate alla cessazione del rapporto di agenzia e un credito risarcitorio azionato dalla mandante in relazione all'intercorso rapporto di agenzia (si trattava della responsabilità per omessa vigilanza su un subagente).
Invero, in ordine all'esatta portata applicativa della c.d. compensazione atecnica non sussiste uniformità di vedute.
In particolare, le Sezioni Unite avevano espresso il principio per il quale la deroga alle norme generali riguardanti la compensazione poteva ammettersi solo quando le reciproche obbligazioni non fossero autonome ma si ponessero in chiave sinallagmatica. In ogni altro caso, anche laddove il rapporto giuridico dal quale traevano origine i rispettivi crediti era unico, doveva operare la disciplina della compensazione di cui agli artt. 1241 c.c. e ss., in particolare, escludendo la possibilità di rilievo d'ufficio della stessa.
Con la sentenza n. 775 del 1999 le SS.UU.aveva infatti espresso il principio secondo cui ai fini della configurabilità in senso tecnico di cui all'art. 1241 c.c., non rileva la pluralità o unicità dei rapporti posti a base delle reciproche obbligazioni, essendo invece necessario solo che le suddette obbligazioni, quale che sia il rapporto da cui prendono origine, siano "autonome", ovvero "non legate da nesso di sinallagmaticità", posto che, in ogni altro caso, non vi sarebbe motivo per escludere l'applicabilità della disciplina prevista dall'art. 1246 c.c., che tiene conto anche delle caratteristiche dei crediti (specialmente in relazione alla - totale o parziale - impignorabilità dei medesimi) proprio per evitare, tra l'altro, che l'operatività della compensazione si risolva in una perdita di tutela per i creditori.
Cassazione civile sez. lav. 29/08/2012 14688
In tema di estinzione delle obbligazioni, è configurabile la cosiddetta compensazione atecnica allorché i crediti abbiano origine da un unico rapporto - la cui identità non è esclusa dal fatto che uno di essi abbia natura risarcitoria derivando da inadempimento - nel qual caso la valutazione delle reciproche pretese comporta l'accertamento del dare e avere, senza che sia necessaria la proposizione di un'apposita domanda riconvenzionale o di un'apposita eccezione di compensazione, che postulano, invece, l'autonomia dei rapporti ai quali i crediti si riferiscono. (Nella specie, in applicazione del principio, la S.C. ha cassato la decisione di merito che, ritenuta l'autonomia tra il credito di un agente per l'indennità di fine rapporto e il credito del preponente per il risarcimento dei danni da omessa vigilanza su un subagente, aveva dichiarato illegittima la compensazione operata dal preponente, senza considerare che la domanda giudiziale dell'agente diretta a ottenere l'intera indennità di fine rapporto aveva introdotto nel "thema decidendum" la questione della legittimità della trattenuta disposta dal preponente, pur in difetto di un'apposita riconvenzionale o eccezione di compensazione).
1.- Con l'unico motivo si denuncia violazione degli artt. 1241, 1242, 1246, 1753 e 1751 c.c., chiedendo a questa Corte di stabilire se "nell'ambito della gestione di un rapporto di agenzia di assicurazione e indennità di fine rapporto dovute dalla compagnia all'agente costituiscano una partita contabile scaturente dal rapporto di agenzia, regolabile contabilmente con l'addebito all'agente, da parte della compagnia di assicurazione, di un indennizzo relativo ad una polizza indebitamente emessa dall'agente, tramite un proprio subagente; e se, conseguentemente, l'ammissibilità di tale regolazione contabile - definita quale compensazione impropria - si colloca al di fuori delle previsioni dell'art. 1241, 1242 e 1246 c.c., per cui è lo stesso giudice che, anche senza una specifica domanda riconvenzionale, debba - d'ufficio - regolare contabilmente le indennità riconosciute all'agente (partita attiva dell'agente) e l'addebito dell'indennizzo (partita attiva per la compagnia di assicurazioni) definendo così il saldo relativo alla gestione del rapporto di agenzia in questione".
2.- Il ricorso deve ritenersi fondato nei limiti e nei termini appresso specificati.
La sentenza impugnata ha deciso la controversia facendo applicazione del principio affermato dalle sezioni unite di questa Corte con la sentenza n. 775 del 1999 - e recentemente ribadito, fra le altre, da Cass. n. 10629/2006 - secondo cui ai fini della configurabilità in senso tecnico di cui all'art. 1241 c.c., non rileva la pluralità o unicità dei rapporti posti a base delle reciproche obbligazioni, essendo invece necessario solo che le suddette obbligazioni, quale che sia il rapporto da cui prendono origine, siano "autonome", ovvero "non legate da nesso di sinallagmaticità", posto che, in ogni altro caso, non vi sarebbe motivo per escludere l'applicabilità della disciplina prevista dall'art. 1246 c.c., che tiene conto anche delle caratteristiche dei crediti (specialmente in relazione alla - totale o parziale - impignorabilità dei medesimi) proprio per evitare, tra l'altro, che l'operatività della compensazione si risolva in una perdita di tutela per i creditori. In ogni caso, secondo il suddetto orientamento, escludere che, in alcune ipotesi, possa operare l'istituto della compensazione disciplinato dal codice, non può essere un modo indiretto per poi ammettere una sorta di "compensazione di fatto", oltre i limiti previsti dalla disciplina codicistica e in fattispecie in cui tale disciplina non ammetterebbe la compensazione. Le c.d. "compensazioni atecniche", pertanto, in mancanza di espressa previsione testuale, non possono essere estese oltre le ipotesi in cui una compensazione non sia logicamente configurabile, dovendo, in ogni altro caso, ritenersi applicabile l'istituto della compensazione previsto dal codice, con i limiti e le garanzie della relativa disciplina.
3.- Tale indirizzo non è stato costantemente seguito da questa Corte, che, in alcune occasioni, ha affermato il diverso principio secondo cui è configurabile la c.d. compensazione atecnica allorchè i rispettivi crediti e debiti abbiano origine da un unico rapporto - la cui identità non è pertanto esclusa dal fatto che uno dei crediti abbia natura risarcitoria derivando da inadempimento -, nel qual caso la valutazione delle reciproche pretese comporta un accertamento che ha la funzione di individuare il reciproco dare ed avere senza che sia necessaria la proposizione di un'apposita domanda riconvenzionale o di un'apposita eccezione di compensazione (così, fra le altre, Cass, n. 28855/2008, cha ha confermato la decisione con cui i giudici di merito avevano ritenuto la compensabilità tra i crediti vantati da una banca e nascenti dal comportamento illecito di un suo dipendente, e le somme cui la banca stessa era tenuta a titolo di t.f.r. a favore di quest'ultimo, nonchè, da ultimo, Cass. n. 7624/2010, Cass. n. 8971/2011).
4.- Con la citata sentenza n. 28855 del 2008 questa Corte ha precisato, fra l'altro, che nell'ambito dell'unico rapporto "l'accertamento del dare ed avere va compiuto possibilmente in un unico contesto giudiziario, perchè si tratta di operazione funzionale alla verifica di quanta parte della pretesa vantata possa essere realmente riconosciuta" e ha ribadito che, proprio per questo motivo, quando si discute in giudizio della sussistenza di crediti derivanti da un unico rapporto, la controversia tra le parti sulla misura di tali crediti "comporta l'accertamento del dare e dell'avere nell'ambito di quel rapporto, senza che sia necessaria la proposizione di un'apposita domanda riconvenzionale o di un'apposita eccezione di compensazione, che postulano, invece, l'autonomia dei rapporti ai quali i crediti si riferiscono".
5.- Nella specie, peraltro, come evidenziato anche dalla sentenza impugnata, la domanda proposta da parte attrice, tendente ad ottenere il pagamento dell'indennità di fine rapporto nella misura intera, e non nella misura ridotta calcolata dalla R.A.S. portando in detrazione l'importo del proprio contocredito, presupponeva espressamente l'accertamento della illegittimità della trattenuta così operata dalla compagnia di assicurazione sulle indennità spettanti all'agente per la cessazione del rapporto di lavoro, sicchè la questione della legittimità di tale trattenuta e dell'esistenza del credito vantato dalla società (anch'essa espressamente contestata dal C.) era stata già introdotta dall'azione promossa da parte attrice ed era così entrata a far parte, comunque, del thema decidendum, senza che, già per questa sola ragione, dovesse ritenersi necessaria la proposizione di una apposita domanda riconvenzionale o di una apposita eccezione di compensazione. E tutto ciò a prescindere dalla pur assorbente considerazione che, secondo la giurisprudenza di questa Corte (cfr.
ex plurimis Cass. n. 2289/2000), la proposizione dell'eccezione di compensazione non necessità di formule sacramentali, essendo sufficiente che dal comportamento difensivo della parte risulti univocamente la volontà di opporre il contocredito (Cass. n. 7257/2006, Cass. n. 391/2006), e, pertanto, la stessa deve ritualmente e tempestivamente proposta nell'ipotesi in cui il convenuto, nell'effettuare i conteggi delle somme spettanti all'attore, abbia portato in detrazione l'importo del proprio contrapposto credito; come avvenuto appunto nella fattispecie in esame, nella quale la controversia è iniziata sul presupposto che la società convenuta avesse già operato, con la contestata trattenuta, la compensazione dei rispettivi crediti e la società, costituendosi in giudizio, ha ribadito la legittimità del proprio operato ed il suo diritto a trattenere le somme addebitate all'agente.
6.- Il ricorso deve essere pertanto accolto per quanto di ragione, con conseguente cassazione con rinvio della sentenza impugnata per l'applicazione alla controversia dei principi di diritto enunciati sub 5).
Il giudice del rinvio, che si designa nella Corte di appello di Catania, provvederà anche a regolare le spese del giudizio di cassazione.
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