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Timestamp: 2019-05-23 12:02:30+00:00
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Rapporti sessuali con minore: l’ignoranza sull’età non esclude il reato
Condannato in primo grado per il reato di violenza sessuale nei confronti di una ragazza, all’epoca dei fatti minore di anni 14, consistito in rapporti sessuali completi consumati tra l’ottobre e il dicembre del 2005
In appello, la condanna veniva confermata, tuttavia la corte territoriale rideterminava la pena, facendo applicazione dell’attenuante di cui all’art. 609-quater, quarto comma, cod. pen.
Cosicché la vicenda giungeva dinanzi ai giudici della Cassazione su ricorso presentato dall’imputato il quale insisteva per l’assoluzione vista la mancanza del dolo richiesto dalla norma incriminatrice. Egli dichiarava, infatti, di essere stato ingannato sull’età della ragazza e che tutti i rapporti erano stati consensuali.
Ma il ricorso non è stato accolto.
Già il primo Giudice aveva dimostrato come le dichiarazioni dell’imputato, lungi dal giustificare un’ipotesi assolutoria, avevano finito per suffragare la sua responsabilità.
Tali conclusioni sono state condivise dalla Corte territoriale e confermate dai giudici della Cassazione.
E’ da tempo stato affermato che l’ignoranza o il dubbio dell’età della persona offesa scriminano solo se diligentemente valutati dall’imputato, ciò che nella specie non era avvenuto come accertato dai Giudici di merito con motivazione non manifestamente illogica o contraddittoria.
Il principio è stato di recente ribadito dalla Terza Sezione Penale della Cassazione con la sentenza n. 29640/2019 che ha affermato che ”In tema di rapporti sessuali con un minore degli anni quattordici, l’ignoranza sull’età esonera da responsabilità penale solo se vi sia stata diligenza nei dovuti accertamenti e elementi univoci indichino che il minorenne sia invece maggiorenne: non sono invece sufficienti le sole rassicurazioni verbali circa l’età fornite dal minore né elementi quali la presenza nel soggetto di tratti fisici di sviluppo tipici di maggiorenni o rassicurazioni verbali circa l’età, provenienti anche da terzi, nemmeno se contemporaneamente sussistenti.
Il fatto tipico scusante previsto in relazione all’ignoranza inevitabile circa l’età della persona offesa – dalla citata disposizione come da quella, di identico tenore, di cui all’art. 602-quater cod. pen. – è invece configurabile solo se emerga che nessun rimprovero, neppure di semplice leggerezza, possa essere rivolto all’agente, per avere egli fatto tutto il possibile al fine di uniformarsi ai suoi doveri di attenzione, di conoscenza, di informazione e di controllo, attenendosi a uno standard di diligenza direttamente proporzionale alla rilevanza dell’interesse per il libero sviluppo psicofisico dei minori (Sez. 3, n. 3651 del 10/12/2013).
Per tali motivi la decisione impugnata è stata confermata in via definitiva.
L’uomo, inizialmente accusato anche di violenza sessuale, era finito a giudizio per stalking nei confronti di una dottoressa in servizio presso un ambulatorio di guardia medica
Sei mesi di reclusione. E’ la pena inflitta dal giudice monocratico del Tribunale di Bari a un 52enne della provincia di Bari finito a giudizio per stalking nei confronti di una dottoressa in servizio presso un ambulatorio di guardia medica.
L’uomo inizialmente era stato posto agli arresti con l’accusa di violenza sessuale. Tuttavia, in seguito alla dichiarazione di improcedibilità del reato da parte del Tribunale del Riesame per querela tardiva, era stato scarcerato nel novembre del 2017. La dottoressa, infatti, aveva denunciato la violenza a nove mesi di distanza dal fatto, quindi oltre i se mesi previsti per legge. All’indagato, quindi gli erano stati concessi prima i domiciliari e poi la misura alternativa del divieto di avvicinamento alla vittima.
Gli atti persecutori denunciati dalla vittima e accertati dagli inquirenti sarebbero iniziati a ottobre 2016 e avrebbero costretto il medico a cambiare tre diverse sedi di lavoro. L’uomo si recava spesso in ambulatorio per farsi misurare la pressione, ma soprattutto, in base a quanto raccontato dalla vittima, per “chiacchierare”.
La disponibilità all’ascolto sarebbe stata travisata dall’imputato, il quale, come sostenuto dall’accusa, “in modo pressante e vessatorio, iniziava a perseguitare insistentemente” la donna.
Il tutto attraverso “una serie continua e reiterata di telefonate, di messaggi telefonici e di azioni moleste e minacciose”. Una condotta che finiva per ingenerare nella persona offesa “un sentimento crescente di ansia e di paura per la propria incolumità”.
Secondo il Pubblico ministero titolare del fascicolo, la professionista sarebbe stata vittima di “un’opera di lenta e crescente persecuzione”. L’indagato, infatti, in base a quanto scritto nel capo d’imputazione, avrebbe maturato “una vera e propria ossessione” nei suoi confronti.
Il giudice, nel determinare la pena, ha tenuto in considerazione solamente per gli episodi relativi agli ultimi mesi. In tale periodo l’uomo era arrivato a minacciare il medico di far “saltare il palazzo” o di far “scoppiare la bombola del gas” se non lo avesse ascoltato. La donna, inoltre, era stata perseguitata con continue telefonate, anche notturne.
Il legale difensore ha fatto sapere che la vicenda giudiziaria non terminerà qui. “Sebbene la sentenza abbia riconosciuto la colpevolezza del mio cliente solo per l’ultimo periodo in contestazione – ha dichiarato – preannuncio appello”.
AGGREDITA FISICAMENTE IN GUARDIA MEDICA, LO SFOGO DI UNA DOTTORESSA
Fa discutere una sentenza della Corte d’appello di Ancona, annullata dalla Corte di Cassazione, che assolve due giovani accusati di stupro evidenziando come la presunta vittima sia ‘piuttosto mascolina’
Poco credibile che sia stata stuprata in quanto piuttosto mascolina. Più probabile che si sia inventata tutto. Questo, secondo quanto riporta Repubblica, il ragionamento di tre giudici, peraltro tutte donne, della Corte di appello di Ancona, nell’ambito di un procedimento per stupro.
La sentenza è stata annullata con rinvio dalla Suprema Corte di Cassazione, che ha ravvisato alcune congruenze e vizi di legittimità. Tuttavia, la decisione di secondo grado sta facendo discutere. Nello specifico la Corte territoriale aveva assolto due giovani che erano stati condannati in Tribunale rispettivamente a 5 e 3 anni per violenza sessuale.
Ad accusarli era stata una ragazza di origini peruviane di 22 anni. La donna, nel 2015, si era presentata in ospedale con la madre. Aveva riferito di aver subito una violenza sessuale alcuni giorni prima da parte di un coetaneo, mentre un amico di lui faceva da palo.
In base alla testimonianza della donna i tre frequentavano una scuola serale e il giorno del presunto stupro dopo le lezioni avevano deciso di bere una birra insieme.
Il tasso di alcol nel corso delle serata si era alzato e la ragazza aveva avuto rapporti sessuali con uno dei due giovani. Secondo i due uomini sarebbero stati consensuali, secondo la parte offesa, invece, a un certo punto vi sarebbe stata una esplicita manifestazione di dissenso.
I medici oltre ad aver verificato la presenza di lesioni compatibili con una violenza sessuale, hanno anche riscontrato un’elevata quantità di benzodiazepine nel sangue della presunta vittima. Sostanza che quest’ultima non ricorda di aver mai assunto.
In primo grado, gli imputati erano stati dunque condannati. Ma in appello la pronuncia era stata ribaltata. La ricostruzione della parte offesa non era stata infatti ritenuta credibile. Nelle motivazioni, in particolare, i magistrati avevano scritto che all’imputato principale “la ragazza neppure piaceva”. Ne aveva addirittura registrato il numero di cellulare sul proprio telefonino con il nominativo “Vikingo” con allusione a una personalità piuttosto mascolina. Circostanza, affermano le tre togate, che “la fotografia presente nel fascicolo processuale appare confermare”.
INERZIA COLPEVOLE NEL REPERIRE UN’OCCUPAZIONE, NEGATO IL MANTENIMENTO
Lesioni personali commesse per realizzare un altro reato. La sentenza
Aveva abusato sessualmente di una giovane donna e quando il fratello di costei aveva cercato di fermarlo, l’imputato lo aveva colpito procurandogli lesioni personali
In primo e secondo grado di giudizio, l’uomo era stato ritenuto responsabile del reato di lesioni personali e violenza sessuale aggravata dal cd. fine teleologico.
Dalla ricostruzione accusatoria era emerso, infatti, che la volontà dell’aggressore era stata quella di commettere il reato di violenza sessuale sulla donna e che, a tale scopo, egli si era servito del reato-mezzo di cui all’art. 582 c.p., ossia delle lesioni nei confronti del fratello. Quest’ultimo era intervenuto in difesa della sorella che aveva appena subito le violenze da parte di quell’uomo.
E perciò era evidente che l’azione in danno di quest’ultimo era stata, anche se di poco, successiva rispetto alla violenza e posta in essere non già allo scopo di realizzare la violenza sessuale, che si era già consumata, quanto piuttosto di assicurarsi l’impunità, situazione parimenti contemplata dall’art. 61 c.p., n. 2 tra le circostanze aggravanti.
A ricorrere per Cassazione era stata la difesa, denunciando l’assenza dei presupposti strutturali per l’applicazione dell’aggravante del nesso teleologico.
Ma i giudici della Suprema Corte, nel respingere il ricorso, hanno affermato il seguente principio di diritto: “sussiste la circostanza aggravante del nesso teleologico (art. 61 c.p., comma 1, n. 2) nel caso in cui l’agente, subito dopo aver commesso il delitto di cui all’art. 609 bis c.p., per procurarsi l’impunità provochi lesioni personali in danno di chi sia intervenuto in difesa della vittima della violenza sessuale”.
L’aggravante della connessione teleologica tra reati
Le tre ipotesi previste dall’art. 61 n. 2 c.p. che danno luogo alla cosiddetta connessione teleologica o consequenziale di reati sono le seguenti:
– un reato-mezzo è commesso per eseguire un reato-fine;
– un reato è commesso per conseguire o assicurare a sé o ad altri il prodotto e, quindi, il risultato, il profitto e, dunque, il vantaggio economico, o il prezzo, ossia il corrispettivo atteso, di altro reato;
– un reato è commesso per occultarne un altro oppure per conseguire o assicurare a sé o ad altri l’impunità.
Ebbene, per la sussistenza dell’aggravante, è sufficiente che l’agente commetta il reato per uno dei fini specificati, anche se non pone in essere il reato-fine; in tali casi, l’aumento di pena è giustificato dall’esistenza di una maggiore volontà criminosa del soggetto agente che non cede di fronte a niente pur di commettere il reato presupposto.
Può escludere l’esistenza di un rapporto violento e indurre l’agente a ritenere sussistente il consenso della vittima, la richiesta del preservativo da parte di quest’ultima prima del rapporto?
In una recente sentenza (n. 727/2019) i giudici della Suprema Corte di Cassazione si sono interrogati sul punto affermando il seguente principio di diritto: “Non può avere fondamento la tesi difensiva del consenso putativo: la richiesta del preservativo da parte della ragazza aveva avuto il senso di elidere o ridurre le conseguenze negative dell’atto non voluto”.
Era stato giudicato responsabile del delitto di violenza sessuale; accusato di aver costretto una giovane ragazza di 14 anni a subire atti sessuali abusando delle sue condizioni di inferiorità psichica e fisica, in considerazione della sua giovane età e della mancanza di esperienza.
In particolare, secondo la ricostruzione dell’accusa, l’uomo le aveva fatto credere di essere un pubblico ufficiale. Le aveva, a tal proposito, mostrato un finto tesserino di poliziotto e l’aveva così invitata ad entrare nella sua autovettura. Giunti in una zona di campagna, in un terreno di sua proprietà, l’aveva inizialmente fatta sdraiare su un sedile previamente abbassato, le aveva sfilato i leggings e le mutande e nonostante la vittima gli avesse chiesto ripetutamente di non farlo, aveva brutalmente abusato di lei.
Alla sentenza di condanna l’imputato rispondeva con un ricorso per cassazione, lamentando l’erronea valutazione dei fatti operata dai giudici di merito.
Nella specie la difesa asseriva che il rapporto sessuale non era stato per nulla violento, né imposto, ma al contrario consensuale. Non vi era stata nessuna strumentalizzazione dell’inferiorità della ragazza. Come anche era risultato dagli accertamenti peritali, la quattordicenne presentava una maturità emotiva, cognitiva e relazionale adeguata all’età che le permetteva di agire e reagire in modo adeguato.
La stessa non aveva provato alcun disagio o sottomissione ed anzi aveva chiesto al finto poliziotto di utilizzare il preservativo.
Ebbene, la richiesta dell’uso del preservativo era un dato che i giudici di merito non potevano ignorare, posto che in esso vi era l’indubbia valenza dimostrativa della convinzione di agire con il consenso della ragazza.
Ma è proprio così? E cosa dice, a tal riguardo la giurisprudenza?
Secondo l’orientamento giurisprudenziale prevalente, in tema di atti sessuali commessi con persona in stato di inferiorità fisica o psichica, perché sussista il reato di cui all’art. 609-bis, secondo comma n. 1 c.p. è necessario che il giudice accerti: 1) la condizione di inferiorità sussista al momento del fatto; 2) il consenso dell’atto sia viziato dalla condizione di inferiorità; 3) il vizio sia accertato caso per caso e non può essere presunto, né desunto esclusivamente dalla condizione patologia in cui si trovi la persona quando non sia di per sé tale da escludere radicalmente, in base ad un accertamento se necessario fondato su basi scientifiche, la capacità stessa di autodeterminarsi; 4) il consenso sia frutto dell’induzione; 5) l’induzione, a sua volta, sia stata posta in essere al fine si sfruttare la (e approfittare della) condizione di inferiorità per carpire un consenso che altrimenti non sarebbe stato dato; 6) l’induzione e la sua natura abusiva non si identifichino con l’atto sessuale, ma lo precedano (Sez. 3, sent. n. 18513/2015).
Quanto al caso in esame, i giudici di merito – affermano i giudici della Cassazione – hanno puntualmente verificato tutte tali condizioni perché hanno valorizzato la notevole differenza d’età (trent’anni, l’uomo e quattordici la ragazza), l’inganno sull’età e sulla professione esercitata, l’inesperienza ed immaturità della ragazza, la ripetuta insistenza nel cercare il rapporto sessuale pur a fronte delle resistenze della persona offesa, il contesto creato per raggiungere lo scopo, ovvero l’auto condotta in zona appartata e la coazione fisica sulla ragazza che era rimasta impietrita. In questa situazione, anche un eventuale consenso risulta viziato perché strumentalizzato dall’induzione.
La richiesta del preservativo
Non può avere alcun fondamento- aggiungono i giudici della Corte – la tesi difensiva del consenso putativo desumibile dalla richiesta dell’uso del preservativo, avendo ben spiegato il senso dell’invito da parte della ragazza che aveva pensato di elidere o ridurre le conseguenze negative dell’atto non voluto.
Il ricorso deve pertanto essere dichiarato infondato e confermata la sentenza di condanna a carico dell’imputato.
FALSA ACCUSA DI ABUSI SESSUALI SULLA FIGLIA, E’ CAUSA DI ADDEBITO
In assenza di altre circostanze dell’azione, la mera circostanza di tempo (tarda sera) non consente, da sola, di ritenere sussistente la circostanza aggravante di cui all’art. 61 c.p., n. 5, che deve, pertanto, essere esclusa anche in relazione al reato di violenza sessuale
L’imputato era stato ritenuto responsabile del reato di violenza sessuale perpetrato ai danni della vittima. Secondo la ricostruzione accusatoria, l’uomo, approfittando dell’assenza degli altri coinquilini, aveva costretto la persona offesa a subire atti di violenza: l’aveva afferrata per le braccia e seguita fino in camera da letto; poi l’aveva sollevata di peso, buttata sul letto e costretta a subire atti sessuali, con l’aggravante di aver commesso il fatto approfittando delle circostanze di tempo (sera) e di luogo (assenza dei coinquilini dell’appartamento) tali da ostacolare la privata difesa, oltre che con abuso di coabitazione.
La sentenza di primo grado, veniva confermata anche dai giudici dell’appello che avevano condiviso appieno la ricostruzione dei fatti e la valutazione delle prove operate del Tribunale, confermando altresì la solidità del compendio probatorio costituito, in primis, dalle dichiarazioni rese dalla persona offesa da quelle rese nel corso delle sommarie informazioni testimoniali.
La corte d’appello aveva però, in parziale riforma della sentenza di primo grado, ridotto la pena inflitta all’imputato ad anni uno e mesi quattro di reclusione, con il riconoscimento della circostanza di cui all’art. 609 bis c.p., comma 3 (“nei casi in cui il fatto è di minore gravità la pena è diminuita in misura non eccedente i due terzi”) e delle circostanze attenuanti generiche in misura prevalente alle contestate aggravanti. Con la medesima sentenza, aveva altresì concesso il beneficio della non menzione della condanna nel certificato del casellario giudiziale, oltre al già concesso beneficio della sospensione condizionale della pena.
Avverso la predetta sentenza presentava ricorso per Cassazione l’imputato, a mezzo del proprio difensore di fiducia, chiedendone l’annullamento.
Nella specie, lamentava la ricostruzione dei fatti operata dalla vittima e la sua stessa attendibilità.
Ma la Cassazione rigetta il ricorso, posto che l’asserito vizio di motivazione della sentenza non era stato specificato nell’atto di impugnazione.
Il vizio di motivazione, che risulti dal testo del provvedimento impugnato o da altri atti del processo specificamente indicati, in tanto sussiste se ed in quanto si dimostri che il testo del provvedimento sia manifestamente carente di motivazione e/o di logica, e non invece quando si opponga alla logica valutazione degli atti effettuata dal giudice di merito una diversa ricostruzione, magari altrettanto logica (Sez. U, n. 16 del 19/06/1996).
Non c’è, in altri termini, come richiesto nel ricorso presentato dall’imputato, la possibilità per i giudici della Cassazione di andare a verificare se la motivazione corrisponda alle acquisizioni processuali. Infatti, il giudice di legittimità non può procedere ad una rinnovata valutazione dei fatti ovvero ad una rivalutazione del contenuto delle prove acquisite, trattandosi di apprezzamenti riservati in via esclusiva al giudice del merito.
Nel ricorso, il difensore dell’imputato aveva dedotto il vizio della motivazione anche in relazione alla asserita sussistenza della circostanza aggravante della minorata difesa della vittima.
La Corte d’appello aveva confermato la sussistenza della menzionata aggravante, sul presupposto che i fatti si erano verificati “in orario notturno e in un contesto di coabitazione che avrebbe, a sua volta, agevolato la realizzazione della condotta di reato”.
Ma cosa dice a tal proposito, la giurisprudenza di legittimità?
Ebbene, secondo i più recenti approdi giurisprudenziali, ai fini della configurabilità della circostanza aggravante della minorata difesa, il tempo di notte, di per sé solo, non realizza automaticamente tale aggravante, dovendo con esso concorrere altre condizioni che consentono, attraverso una complessiva valutazione, di ritenere in concreto realizzata una diminuita capacità di difesa sia pubblica che privata, non essendo necessario che tale difesa si presenti impossibile ed essendo sufficiente che essa sia stata soltanto ostacolata.
Il richiamato indirizzo giurisprudenziale si è formato principalmente in tema di reato di furto in tempo di notte, nel quale è stato affermato che ai fini della applicazione della suddetta circostanza aggravante è necessario valutare in concreto le condizioni che hanno consentito di facilitare l’azione criminosa, non rilevando l’idoneità astratta di una situazione, quale il tempo di notte.
Il tempo di notte avrà rilievo, secondo questa impostazione interpretativa, qualora concorrano ulteriori condizioni che abbiano effettivamente annullato o sminuito i poteri di difesa pubblica o privata (Sez. 4, n. 53570 del 05/10/2017; Sez. 4, n. 53343 del 30/11/2016).
Detto in altri termini, è sempre richiesto accertare in concreto, piuttosto che sulla base di una condizione astrattamente considerata, se le circostanze in cui si è verificato il fatto abbiano effettivamente favorito la commissione del reato, per cui è necessario individuare ed indicare in motivazione tutte quelle ragioni che consentano di ritenere che in una determinata situazione si sia in concreto realizzata una diminuita capacità di difesa sia pubblica che privata.
Tali considerazioni dovevano trovare applicazione anche nel caso in esame, con riferimento al reato contestato di violenza sessuale.
In tal caso, in assenza di altre circostanze dell’azione, la mera circostanza di tempo (tarda sera) non consentiva, da sola, di ritenere sussistente la circostanza aggravante di cui all’art. 61 c.p., n. 5, circostanza aggravante che deve, pertanto, essere esclusa.
DODICI MESSAGGI INVIATI ALLA VITTIMA VIA WATSAPP: CONDANNATO PER STALKING
Violenza sessuale e pedopornografia, medico agli arresti
In manette un professionista di 56 anni accusato di violenza sessuale da una paziente che aveva in cura nel 2010
Ripetutamente abusata dal medico che l’aveva in cura. E’ l’accusa mossa da una trentenne nei confronti di un camice bianco di 56 anni specializzato in psicologia clinica, arrestato nelle scorse ore per violenza sessuale e pedopornografia.
La vicenda, come riporta il Resto del Carlino, risale al 2011. La giovane si era rivolta a una clinica privata di Forlì per dei disturbi alimentari. Vi si era recata tre volte a settimana per tre mesi. Nel corso di tali sedute, secondo gli inquirenti, la paziente sarebbe stata “costretta a subire atti sessuali contro la sua volontà”.
La vittima, successivamente, aveva infatti trovato il coraggio di denunciare l’accaduto ed era stata ritenuta attendibile dagli investigatori.
Gli uomini della Squadra Mobile avevano quindi condotto una perquisizione domiciliare presso l’abitazione del professionista indagato. Sul suo computer erano stati stato rinvenuti immagini e video a contenuto pedopornografico.
Il medico era stato condannato dal Tribunale di Forlì nel marzo del 2014 a quattro anni di reclusione. I successivi gradi di giudizio avevano confermato la responsabilità penale. Era cambiata solamente l’entità della pena: da quattro anni a tre anni e due mesi. Intanto la clinica aveva interrotto ogni rapporto con il dottore, che tuttavia aveva continuato a lavorare privatamente.
Poco prima di Natale, dopo il rigetto dell’ultimo ricorso da parte della Corte di Cassazione, l’uomo è stato arrestato su disposizione della Procura del capoluogo di provincia romagnolo. Ora si trova in carcere e non potrà chiedere misure alternative prima di un anno.
Nel corso dell’operazione sono state denunciate per resistenza anche la madre e la convivente del camice bianco. La prima, secondo la ricostruzione del Resto del Carlino, avrebbe infatti negato di sapere dove si trovasse il compagno. La seconda, si sarebbe rifiutata in un promo momento di aprire ai poliziotti, sostenendo di essere sola in casa. Gli agenti, tuttavia, insospettiti dall’atteggiamento della donna, sarebbero poi riusciti a entrare in casa trovando il medico nascosto in una stanza al buio.
MOLESTIE SU 30 PAZIENTI: UN RADIOLOGO FINISCE A GIUDIZIO