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Timestamp: 2017-01-19 04:26:49+00:00
Document Index: 129388046

Matched Legal Cases: ['art.3', 'art.10', 'sentenza ', 'art.24', 'art.34', 'art.24', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art.24', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art.25', 'art.36', 'art.38', 'art.2', 'art.3']

Pensioni: illegittima la mancata rivalutazione negli anni 2012 e 2013 | Lavoro Fisso
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Da Redazione - 3 maggio 2015 0 36 È illegittima la norma del “Decreto Salva Italia” del 2011, che, per gli anni 2012 e 2013, ha di fatto bloccato l’adeguamento delle pensioni al costo della vita, disponendo la sospensione della perequazione automatica delle pensioni di importo complessivo superiore a tre volte il trattamento minimo INPS. Lo ha dichiarato la Corte costituzionale bocciando la mancata rivalutazione monetaria dei trattamenti pensionistici operata dal Governo Monti, nonostante una precedente pronuncia della Consulta avesse dato indicazioni di segno opposto. La norma ha irragionevolmente sacrificato, nel nome di esigenze finanziarie non illustrate in dettaglio, l’interesse dei pensionati, in particolar modo di quelli titolari di trattamenti previdenziali modesti.
La Corte Costituzionale ha dichiarato fondata la questione di legittimità, con riferimento agli art.3, 36, primo comma, e 38, secondo comma, Cost. della norma del “Decreto Salva Italia” del 2011, che, per gli anni 2012 e 2013, ha sospeso l’adeguamento delle pensioni al costo della vita, “bloccando” la sospensione della perequazione automatica delle pensioni di importo complessivo superiore a tre volte il trattamento minimo INPS.
La perequazione automatica, quale strumento di adeguamento delle pensioni al mutato potere di acquisto della moneta, fu disciplinata originariamente dall’art.10 della legge n.903/1965 in materia di pensione, con la finalità di fronteggiare la svalutazione che le prestazioni previdenziali subiscono per il loro carattere continuativo. Nel corso degli anni, per perseguire questo obiettivo in funzione delle mutevoli condizioni economiche, la disciplina ha subito numerose modificazioni.
In generale, semplificando, la disciplina prevede che soltanto le fasce più basse siano integralmente tutelate dall’erosione indotta dalle dinamiche inflazionistiche o, in generale, dal ridotto potere di acquisto delle pensioni. Contestualmente, nel corso degli anni si sono avvicendati gli interventi del legislatore che, con orientamenti diversi, hanno disposto sospensioni del meccanismo perequativo, nel tentativo di bilanciare le attese dei pensionati con variabili esigenze di contenimento della spesa. La Corte, con la sentenza n.70/2015, ricostruisce il quadro evolutivo di tutti questi interventi, sino ad arrivare all’esame dell’art.24, comma 25, del D.L. n.201/2011, oggetto di censura: tale norma ha stabilito che “In considerazione della contingente situazione finanziaria”, la rivalutazione automatica dei trattamenti pensionistici – in base al meccanismo stabilito dall’art.34, comma 1, della legge n.448/1998 – è riconosciuta, per gli anni 2012 e 2013, esclusivamente ai trattamenti pensionistici di importo complessivo fino a tre volte il trattamento minimo INPS, nella misura del 100%. Ciò ha determinato un’indicizzazione al 100% sulla quota di pensione fino a tre volte il trattamento minimo INPS, mentre le pensioni di importo superiore a tre volte il minimo non hanno ricevuto alcuna rivalutazione. In concreto, il blocco integrale della perequazione opera per le pensioni di importo superiore a euro 1.217,00 netti.
Si è trattato di un meccanismo per certi versi “nuovo” che si discosta sia da quello originariamente previsto dall’art.24, comma 4, della “legge finanziaria 1986”, e confermato nel 1992, che non discriminava tra trattamenti pensionistici complessivamente intesi, bensì tra fasce di importo, sia dagli interventi successivi, dato che, tra l’altro, la sospensione ha una durata biennale e essa incide anche sui trattamenti pensionistici di importo meno elevato. La Corte Costituzionale ha perciò richiamato i “doveri” del legislatore, già affermati in precedenti sentenze:
– il legislatore, sulla base di un ragionevole bilanciamento dei valori costituzionali deve “dettare la disciplina di un adeguato trattamento pensionistico, alla stregua delle risorse finanziarie attingibili e fatta salva la garanzia irrinunciabile delle esigenze minime di protezione della persona” (Cost., sentenza n.316/2010);
– per scongiurare il verificarsi di “un non sopportabile scostamento” fra l’andamento delle pensioni e delle retribuzioni, il legislatore non può eludere il limite della ragionevolezza (sentenza n.226/1993);
– al legislatore spetta, inoltre, individuare idonei meccanismi che assicurino la perdurante adeguatezza delle pensioni all’incremento del costo della vita.
Pertanto, il criterio di ragionevolezza, così come delineato dalla giurisprudenza, circoscrive la discrezionalità del legislatore e vincola le sue scelte all’adozione di soluzioni coerenti con i parametri costituzionali.
Se si considera il comma 25 dell’art.24 del D.L. n.201/2011 sotto i profili della proporzionalità e adeguatezza del trattamento pensionistico, si deve rotenere, invece, dice la Consulta, che siano stati valicati i limiti di ragionevolezza e proporzionalità, con conseguente pregiudizio per il potere di acquisto del trattamento stesso e con “irrimediabile vanificazione delle aspettative legittimamente nutrite dal lavoratore per il tempo successivo alla cessazione della propria attività” (sentenza n.349 del 1985). Sul punto, il Governo Monti non ha ascoltato il monito indirizzato al legislatore con la sentenza n.316/2010.
La disposizione concernente l’azzeramento del meccanismo perequativo (contenuta nel comma 24 dell’art.25 del D.L.201/2011, come convertito), si limita a richiamare genericamente la “contingente situazione finanziaria”, senza che emerga dal disegno complessivo la necessaria prevalenza delle esigenze finanziarie sui diritti oggetto di bilanciamento, nei cui confronti si effettuano interventi così fortemente incisivi.
L’interesse dei pensionati, in particolar modo di quelli titolari di trattamenti previdenziali modesti, è teso alla conservazione del potere di acquisto delle somme percepite, da cui deriva in modo consequenziale il diritto a una prestazione previdenziale adeguata. Tale diritto, costituzionalmente fondato, risulta irragionevolmente sacrificato nel nome di esigenze finanziarie non illustrate in dettaglio. Risultano, dunque, intaccati i diritti fondamentali connessi al rapporto previdenziale, fondati su inequivocabili parametri costituzionali: la proporzionalità del trattamento di quiescenza, inteso quale retribuzione differita (art.36, primo comma, Cost.) e l’adeguatezza (art.38, secondo comma, Cost.). Quest’ultimo è da intendersi quale espressione certa, anche se non esplicita, del principio di solidarietà di cui all’art.2 Cost. e al contempo attuazione del principio di eguaglianza sostanziale di cui all’art.3, secondo comma, Cost.
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