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Timestamp: 2017-03-26 05:27:16+00:00
Document Index: 122170973

Matched Legal Cases: ['art. 323', 'art. 97', 'art. 323', 'art. 117', 'art. 115', 'art. 347', 'art. 323', 'art. 2043', 'art. 323', 'art. 3', 'art. 323', 'art. 323', 'art. 323', 'art. 323', 'sentenza ', 'e contrario', 'art. 97', 'art. 323', 'art. 97', 'art. 323', 'art. 12', 'art. 5', 'art. 323', 'art. 110', 'art. 48', 'art. 323', 'art. 323', 'art. 61', 'art. 1', 'art. 97']

Autore Avv. Alberto Scherma Altri articoli dell'autore
Il bene protetto e la persona offesa L’oggetto giuridico del delitto p. e p. dall’art. 323 c.p., è identificato nel buon andamento e nell’imparzialità della P.A., tali requisiti sono altresì richiamati dall’art. 97 Cost.
Al riguardo, la giurisprudenza(1) prevalente ritiene che nella prima ipotesi richiamata ovvero della prevaricazione, la persona che subisce un danno riveste qualità di persona offesa del reato poiché in tale ipotesi, il delitto è idoneo a ledere oltre l’interesse pubblico al buon andamento della P.A., il concorrente interesse del privato a non essere turbato nei suoi diritti dal comportamento illegittimo del pubblico ufficiale. Pertanto, nell’ipotesi della prevaricazione, si avrà reato plurioffensivo.
Può essere configurabile un concorso formale di reati? Secondo l’opinione dello scrivente no, poiché l’art. 323 c.p. apre con la clausola di sussidiarietà che prescrive: “salvo che il fatto costituisca più grave reato”.
Per quanto riguarda, l’ipotesi del favoritismo, la persona danneggiata dall’operato del P.U. non potrà assumere secondo la giurisprudenza(2) la qualità di persona offesa.
La clausola limitatrice dello “svolgimento nelle funzioni o nel servizio”. Il legislatore del 1997 ha introdotto nella fattispecie incriminatrice una clausola limitatrice della rilevanza penale delle condotte tipizzate
L’opinione esposta è stata confermata anche dalla giurisprudenza(3).
Soltanto una pronuncia(4) ha ritenuto ravvisabile in ipotesi del genere la sussistenza del reato in esame.
Per una parte della dottrina, tale condotta sarebbe atipica per difetto dell’inerenza allo svolgimento delle funzioni o del servizio(5).
Si deve rilevare che in merito alla raccomandazione, possono verificarsi due ipotesi, ovvero la medesima può trovare accoglimento oppure essere respinta.
Nel primo caso, se l’adesione avrà provocato una condotta violatrice di una norma di legge o di regolamento unitamente ad un ingiusto vantaggio patrimoniale si dovrà ritenere integrato il delitto di abuso d’ufficio a titolo di concorso dell’estraneo nel reato proprio ai sensi dell’art. 117 c.p. Nel secondo caso avremo una mera istigazione non raccolta, non punibile nemmeno a titolo di tentativo ex art. 115 c.p.
Nella ipotesi di incompetenza relativa sarà integrato il delitto di abuso d’ufficio, come confermato da giurisprudenza recentissima(6). Nella vicenda relativa alla pronuncia appena richiamata, la Giunta Comunale recepiva nella delibera la proposta presentata dal dirigente del Servizio Urbanistico riguardante l’approvazione di un preliminare di sistemazione urbanistica. La Suprema Corte ha ritenuto ricorrente l’ipotesi dell’incompetenza relativa in quanto l’assessore all’urbanistica che faceva parte della Giunta Comunale, esercitava un potere spettante al dirigente del Servizio Urbanistico e la Giunta Comunale si pronunciava su una materia riservata per legge al Consiglio Comunale.
Per quanto riguarda il vizio di incompetenza assoluta, sarà integrato ove ne ricorrano gli estremi, il delitto di usurpazione di pubbliche funzioni p. e p. dall’art. 347 c.p.(7)
Infatti, la giurisprudenza(8) ha affermato da tempo che in materia di abuso, la nozione di atto è più ampia di quella di provvedimento e comprende qualunque specie di atto, interno o esterno, decisionale, consultivo, preparatorio, ed anche le condotte materiali.
D’altronde, anche la giurisprudenza più recente(9) ha confermato l’opinione esposta.
Nella specie si è affermata la responsabilità di un medico specialista che aveva inviato i pazienti presso l’ambulatorio privato di cui egli era socio in quanto la struttura ospedaliera pubblica non era dotata dell’attrezzatura necessaria per compiere le attività successive alla visita dei pazienti quali l’esame del fondo oculare; tali prestazioni erano stare ritenute fondamentali dal medico. Quest’ultimo aveva altresì richiesto ed ottenuto le spese degli onorari relativi alle prestazioni sanitarie nella struttura privata.
Secondo questa opinione ricorrerebbe violazione della suddetta norma costituzionale laddove si faccia riferimento alle norme regolamentari(10), anche n virtù del fatto che le medesime non danno luogo ad un’integrazione meramente tecnica del precetto(11).
Infatti, non è incriminata qualsiasi violazione di obblighi, ma soltanto un più ristretto numero di situazioni individuate dall’ingiustizia dell’esito(12). Proprio l’ingiustizia dell’esito costituisce un requisito ulteriore di illiceità speciale e non può essere ricondotta ad una generica antidoverosità della condotta.
Per quanto attiene il concetto di legge una parte della dottrina(13) e della giurisprudenza(14), in ossequio al principio di precisione della fattispecie espunge dalle “norme di legge” rilevanti ex art. 323 c.p. quelle aventi un contenuto di principio e le clausole generali.
Si è così fatto ricorso all’art. 2043 c.c. per ritenere colpevole ex art. 323 c.p., il titolare di una cattedra universitaria che non aveva permesso ad un professore associato in medicina di partecipare all’attività operatoria, in tal modo menomando il suo interesse legittimo alla manifestazione della sua personalità(15).
La giurisprudenza(16)ha ravvisato la violazione di norme di legge nell’inosservanza del dovere di motivazione di cui all’art. 3 L. 241/90.
Per quanto riguarda il concetto di regolamento, si è affermata la tesi formale e restrittiva per ragioni di certezza del diritto. Quindi, il concetto di regolamento ricomprende solo gli atti normativi adottati ai sensi della L. n. 400/88 e del TUEL.
In questo senso è orientata la giurisprudenza(17) prevalente, per la quale i decreti ministeriali non possono intendersi come regolamenti ai sensi dell’art. 323 c.p.
Tutto questo vale anche per le deliberazioni di una giunta comunale con le quali si disciplina un dato servizio pubblico(18), per le circolari(19) (a meno che la violazione sia da ricondurre alla norma di legge o di regolamento che la medesima ha correttamente interpretato).
Al riguardo sembra preferibile la risposta affermativa poiché si tratta di atti dotati del carattere formale richiesto. La dottrina(20) è di opinione contraria.
Una dottrina(21) in virtù della sovraordinazione di tali fonti rispetto ai regolamenti comunali e provinciali sostiene la soluzione favorevole.
Tuttavia, sembra più verosimile la tesi contraria(22) che sostiene il divieto di analogia in malam partem. Pertanto, in virtù di tale argomento, il precetto penale deve ritenersi integrato soltanto dalle norme qualificabili come regolamento, anche previo riconoscimento dell’irragionevole disparità di trattamento cui dà luogo la norma.
La giurisprudenza(23) sostiene l’irrilevanza dell’intervenuta abrogazione della norma richiamata dall’art. 323 c.p.
Una parte della giurisprudenza(24) ha elaborato un criterio selettivo delle norme integratrici dell’art. 323 c.p. ulteriore a quello formale del carattere legale o regolamentare della fonte.
Tale orientamento è stato fortemente ridimensionato(25) e secondo la giurisprudenza(26) prevalente, è rilevante soltanto l’efficacia causale della violazione riscontrata rispetto ad uno degli eventi tipizzati nella fattispecie in esame.
Altra pronuncia(27) ha precisamente affermato che i piani di recupero e di riqualificazione urbana devono ritenersi equiparati alle norme regolamentari.
La dottrina prevalente(28) riconosce questo indirizzo, soltanto voci minoritarie(29) sono di contrario avviso.
Tale orientamento è sostenuto anche dalla giurisprudenza.(30)
La dottrina è al riguardo unanime, mentre in giurisprudenza(31) si registrano orientamenti contrastanti.
Tale opinione è stata riconosciuta dalla giurisprudenza.(32) Occorre inoltre la certezza dell’efficacia causale della condotta di astensione in merito alla produzione all’evento tipizzato.
L’orientamento dottrinale prevalente(33) sostiene la prima ipotesi.
La giurisprudenza(34) aderisce al secondo orientamento.
Ad avviso dello scrivente, è interessante precisare che in tema di composizione di una commissione esaminatrice, la giurisprudenza più recente(35) ha ritenuto che l’obbligo di astensione debba essere espressamente previsto dalla legge.
La suddetta pronuncia ha messo in evidenza che le cause d’incompatibilità siano tassative data la necessità di assicurare certezza all’azione amministrativa e stabilità alla composizione delle commissioni giudicatrici. Bisogna precisare il concetto di interesse.
Un orientamento dottrinale minoritario(36) sostiene l’esclusiva rilevanza patrimoniale dell’interesse, ma l’orientamento maggioritario(37) ed anche la giurisprudenza(38) sostengono la rilevanza di tutti gli interessi personali anche non economici ed anche quello affettivo.
Per quanto riguarda la figura del convivente more uxorio si è rilevato(39) che l’interesse del partner convivente integrerà il delitto in esame.
Tale opinione è sostenuta da un orientamento dottrinale(40) mentre un altro orientamento(41) si attiene ad un’interpretazione strettamente esegetica.
In applicazione di questo assunto, la giurisprudenza(42) ha ritenuto lecita la condotta posta in essere dal consigliere comunale che approva un PRG riguardante anche i propri interessi.
Il consigliere comunale è stato invece ritenuto responsabile ai sensi dell’art. 323 c.p(43). per avere partecipato a delibere su opposizioni a PRG riconducibili ad interessi personali dello stesso.
Infine, è importante precisare che per la giurisprudenza(44), il dovere di astensione riguarda anche le attività materiali non solo il compimento di atti formali.
In dottrina vi è un orientamento contrario.(45)
Al riguardo, la dottrina è unanime.(46)
È dello stesso avviso la giurisprudenza(47) che ha ritenuto la sussistenza del reato in esame, nella condotta dei vigili urbani che non procedevano all’accertamento di alcune violazioni in materia di circolazione stradale.
La giurisprudenza ritenne di seguire l’intenzione del legislatore fin dalla fondamentale sentenza Tosches.(48)
Anche le successive decisioni(49) sono state dello stesso avviso.
Anche un orientamento dottrinale(50) condivide tale impostazione.
Un’autorevole dottrina(51) ha però osservato che punire l’eccesso di potere non significa, per il giudice, sindacare la discrezionalità amministrativa.
Infatti, l’eccesso di potere riguarda il modo di formazione dell’atto ed inoltre, esercitare la discrezionalità amministrativa contro l’interesse pubblico significa non esercitare il potere legittimamente conferito dalla legge.(52)
La rilevanza penale dell’eccesso di potere è sostenuta(53) da varie argomentazioni.
Un orientamento dottrinale contrario(54) replica affermando che il rinvio ai principi generali contenuti nell’art. 97 Cost., come norme integranti il delitto di cui all’art. 323 c.p., non sia attuabile poiché la norma di principio avrebbe soltanto lo scopo di introdurre criteri guida su cui devono poi essere costruite vere regole di condotta.
Una pronuncia giurisprudenziale(55) ha sostenuto la rilevanza dell’art. 97 Cost. ai sensi dell’art. 323 c.p.
Infatti, in base a tale impostazione è stata affermata(56) la responsabilità penale di un Assessore che, irritato per essere stato multato dalla Polizia Municipale, inviava missive al Sindaco, lamentandosi della condotta del Comandante dei vigili urbani e chiedendo altresì la promozione di procedimenti disciplinari nei confronti del predetto.
Per altre decisioni(57), la violazione della norma di legge comprende anche la mancata osservanza della ratio della norma.
Tale conclusione è ad avviso dello scrivente ragionevole poiché vanificare la ratio di una norma equivale a violare la predetta. Tale opinione trova fondamento anche nell’art. 12 delle Preleggi, il quale prescrive che la norma può essere ricavata dalla disposizione di legge, soltanto in base al significato letterale della medesima.
Per vantaggio patrimoniale s’intende qualsiasi apprezzabile miglioramento della sfera economica del beneficiario(58).
La giurisprudenza(59) ad esempio ha ritenuto vantaggio patrimoniale la dichiarazione di edificabilità di un terreno.
Una isolata pronuncia(60) non ha ritenuto configurabile l’ingiusto vantaggio nella condotta di un professore presso l’Università che aveva pilotato un esame universitario per favorire un determinato soggetto.
Un autorevole orientamento dottrinale(61) ritiene tale aggettivo pleonastico, poiché ciò che è frutto di un a condotta di abuso è necessariamente ingiusto.
Un altro orientamento(62) sostiene invece il requisito della c.d. “doppia ingiustizia”.
Secondo questa opinione, l’evento del reato in esame, deve essere ingiusto in via autonoma dalla condotta (illecita) che lo ha prodotto. La prima tesi è criticabile poiché ritenere pleonastico il dato testuale deve essere, nei limiti del possibile, evitato.
La giurisprudenza(63) ha aderito alla seconda tesi soltanto una volta.
Una terza teoria, attualmente seguita dalla giurisprudenza(64), si colloca a metà strada fra le suddette.
Così, la giurisprudenza(65) in ambito concorsuale ha ritenuto che il momento consumativo, si identifica con la proclamazione del vincitore del concorso. Non ha rilievo, sotto questo profilo, il momento della dettatura delle tracce del compito assegnato.
La giurisprudenza(66) ritiene che si tratti di errore sul precetto penale, ed in quanto tale, irrilevante ai sensi dell’art. 5 c.p.
Anche un orientamento dottrinale(67) sostiene questa conclusione.
Al riguardo, un orientamento dottrinale(68) sostiene l’impostazione suddetta ed argomenta che l’agente nella specie, non si rappresenta l’ingiustizia dell’evento, pertanto, non sussiste il dolo della fattispecie.
La dottrina(69) sostiene che l’art. 323 c.p., richieda il dolo intenzionale e siano esclusi dalla punibilità il dolo diretto ed a maggior ragione il dolo eventuale.
Questa tesi è stata ulteriormente ridimensionata dalla giurisprudenza. Infatti, la Cassazione(70) ha escluso la sussistenza del reato ogni qualvolta il fatto tipico sia stato posto in essere al fine di realizzare un interesse pubblico.
Tale conclusione non può essere accettabile(71) poiché il legislatore quando ha voluto configurare il dolo esclusivo come elemento tipico della fattispecie, lo ha espresso formalmente.
La giurisprudenza più recente(72), a conferma dell’opinione su esposta, ha affermato che l’evento del reato in esame deve essere voluto dall’agente non è al riguardo sufficiente l’accettazione del rischio della produzione del medesimo.
Infatti, la giurisprudenza(73) afferma che si possa concorrere ex art. 110 c.p. in un reato a dolo specifico anche per chi agisca con dolo diretto o eventuale, purché almeno uno dei rei operi con il dolo intenzionale tipizzato e gli altri ne siano consapevoli.
Per esempio, i membri di un collegio risponderanno di abuso d’ufficio ove siano consapevoli dell’altrui intenzione di trarre vantaggio patrimoniale o di arrecare un danno, come conseguenza di una deliberazione illegittima.(74)
La giurisprudenza(75) ha voluto precisare che per l’integrazione del reato, non è sufficiente la mera coincidenza fra la richiesta del privato ed il provvedimento illegittimo del pubblico ufficiale.
Tale opinione è stata recepita anche dalla giurisprudenza.(76)
La giurisprudenza(77) ha escluso tale possibilità sostenendo l’incompatibilità tra l’art. 48 e l’art. 323 c.p.
La giurisprudenza ha ritenuto così il reato in esame assorbito in quello di peculato(78), in quello di concussione(79), in quello di truffa aggravata(80) e nella corruzione quando l’atto abusivo sia stato l’oggetto dell’accordo corruttivo(81).
C’è invece un orientamento che ha affermato il concorso con il reato di turbativa d’asta(82).
Infine, per quanto riguarda i delitti di falso, secondo un orientamento dottrinale(83), il concorso non è ipotizzabile, in virtù dell’assunto secondo cui la violazione di leggi penali generali non può costituire violazione di norme ex art. 323 c.p., poiché tale fattispecie richiama soltanto le norme disciplinanti le modalità di svolgimento dell’azione amministrativa.
La giurisprudenza(84) non ha accolto tale opinione. Infatti, l’attività della P.A. è disciplinata anche da norme generali ed inoltre, la clausola dello “svolgimento delle funzioni o del servizio” non seleziona assolutamente le norme richiamabili nella fattispecie.
Un orientamento(85) sostiene che il fatto di abuso non può mai essere sussunto in quello di falso anche se le condotte coincidono. Tutto questo perché ciascuna delle norme incriminatrici tutela un bene diverso ed inoltre, la medesima condotta produce due distinti fatti di reato ovvero il falso ed un ingiusto danno o un ingiusto vantaggio patrimoniale ed un secondo costituito da un falso e da un pericolo per la fede pubblica conseguente.
Il secondo orientamento(86) sostiene che in tal caso opera comunque la clausola di riserva e quindi si verificherà l’assorbimento del reato di abuso nel reato di falso laddove quest’ultimo sia più gravemente sanzionato.
Una recentissima pronuncia(87) ha stabilito che ricorre l’ipotesi di consunzione ove la condotta tipica dell’abuso d’ufficio sia sussumibile nel paradigma di una fattispecie incriminatrice più grave.
L’elemento della gravità deve essere valutato in base a parametri oggettivi, tuttavia appare ragionevole un criterio soggettivo da applicarsi in via sussidiaria.(88)
In virtù del carattere di specialità dell’aggravante in esame, la giurisprudenza(89) ha ritenuto inapplicabile all’abuso d’ufficio l’aggravante di cui all’art. 61 n. 7 c.p.
(1) Cass. Pen. 25.9.1998, in Guida Dir. 1998, n. 43, 100
(2) Cass. Pen. , 25.11.1999, n. 3499, in Riv. Pen., 2000, 499
(3) Cass. Pen., 10.01. 2001, in Giur. It., 2002, 770.
(4) Cass. Pen., 19.03.1999, in Guida Dir., 1999, n. 21, 113.
(5) Padovani, Commento dell’art. 1 della legge 16 luglio 1997 n. 234, in Legislazione Pen., 1997, 743.
(6) Cass. Pen., 29.01.2009, n. 7105.
(7) Cass. Pen., 25.02.1998, n. 5118, in Cass. Pen., 1999, 1184.
(8) Cass. Pen., 28.05.1997, in Guida Dir., 1997, n. 23, 90, 569; Cass. Pen., 02-04-1992 in Cass. Pen., 1993, 527
(9) Cass. Pen., 08.07.2008, n. 27936.
(10) MANNA, Abuso d’ufficio e conflitto d’interessi nel sistema penale, Torino, 2004, 38 e ss.
(11) INFANTE, SALCUNI, Diritto penale del comportamento e disvelamento della necessaria “politicità” del giudizio degli esperti. Abbandono dell’integrazione del precetto penale ad opera delle fonti secondarie “tecniche”, in Annali della Facoltà di Giurisprudenza di Foggia, Milano, 2005, 1153 e ss.
(12) LICCI, Abuso d’ufficio analisi di un enunciato normativo, in Studi in onore di Marcello Gallo, Scritti degli allievi, Torino, 2004, 483.
(13) BENUSSI, I delitti contro la Pubblica Amministrazione, Milano, 2002, 576; DI MARTINO, Abuso d’ufficio, in Bondi, Di Martino, Fornasari, Reati contro la P.A., Torino, 2008, 249; CARMONA, La nuova figura di abuso d’ufficio: aspetti di diritto intertemporale, in Cass. Pen., 1998, 1845; PAVAN, La nuova fattispecie di abuso d’ufficio e la norma di cui all’art. 97, I comma Cost., in Riv. Trim. dir. pen. economia, 1999, 288
(14) Cass. Pen., 14.07.2000, ivi, 2000, n. 8, 123.
(15) Cass. Pen., 19.04.2000, in Riv. Pen., 2000, 575.
(16) Cass. Pen., 19.11.1999, in Riv. Pen., 2000, 612.
(17) Cass. Pen., 29.04.1999, in Riv. Pen., 1999, 549.
(18) Cass. Pen., 18.05.2001, in Riv. Pen., 2002, 829.
(19) Cass. Pen., 24.10.2005, in Cass. Pen., 2007, 122.
(20) PINELLI, Profili costituzionalistici del reato di abuso d’ufficio, in Giur. It., 2000, 1096; BENUSSI, I delitti cit., 580.
(21) BENUSSI, I delitti cit., 580
(22) LEONI, Il nuovo reato di abuso d’ufficio, Padova, 1998, 26
(23) Cass. Pen., 07.04.2005, in Cass. Pen., 2007, 178.
(24) Cass. Pen.., 05.08.1999, in Riv. Pen., 2000, 173.
(25) SEGRETO, DE LUCA, I delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione, Milano, 1999., 499; RIZ, L’abuso d’ufficio nella pianificazione urbanistica, in Studi Pisapia, I, 2000, 875; ROMANO, I delitti contro la Pubblica Amministrazione, Milano, 2000, 265.
(26) Cass. Pen., 07.04.2005, in Cass. Pen., 2007, 178
(27) Cass. Pen., 09.04.2008, in Giur. It., 2009, V, 1232.
(28) ROMANO, Op. cit., 266; SEGRETO, DE LUCA, Op. cit, 505; BENUSSI, I delitti cit., 595.
(29) DI MARTINO, Op. cit., 251.
(30) Cass. Pen., 18.05.2000, in Guida Dir., 2000, n. 32, 77.
(31) Cass. Pen., 14.07.2000, in Guida Dir., 2000, n. 8, 123; Cass. Pen., 29.05.2000, in Guida Dir., 2000, n. 21, 72.
(32) Cass. Pen., 20.05.1998, in Riv. Pen., 1999, 301.
(33) LEONI, Op. cit., 84; DI MARTINO, Op. cit., 256; BENUSSI, I delitti cit., 609; FURIN, I reati dei pubblici ammnistratori, Piacenza, 2007, 148.
(34) Cass. Pen., 06.11.1998, in Riv. Pen., 1998, 985; Cass. Pen., 19.11.2001, in Giust. Pen., 2002, II, 421.
(35) Cass. Pen., 20.05.2008., n. 25525.
(36) BENUSSI, I delitti cit., 607.
(37) ROMANO, Op. cit., 269; BEVILACQUA, I reati dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione, Padova, 2003, 910.
(38) Cass. Pen., 21.12.2001, in Guida Dir., 2002, n. 5, 90; Cass. Pen., 04.02.1998, in Cass. Pen., 1999, 1441.
(39) BENUSSI, Il nuovo delitto di abuso d’ufficio, Padova, 1998, 127.
(40) ROMANO, I delitti cit., 267; BEVILACQUA, Op. cit., 915
(41) BENUSSI, I delitti cit., 609; LEONI, Op. cit., 84; DI MARTINO, Op. cit., 256.
(42) Cass. Pen., 13.11.2000, in Riv. Pen., 2002, 830.
(43) Cass. Pen., 09.10.1998, in Cass. Pen., 1999, 2109.
(44) Cass. Pen., 17.12.1998, in Guida Dir., 1999, n. 19, 69.
(45) BENUSSI, I delitti, cit., 603; BEVILACQUA, Op. cit., 912.
(46) STILE, CUPELLI, voce Abuso d’ufficio in Dizionario di diritto pubblico, I, Milano, 2006, 41; RIZ, Op. cit., 886; SEGRETO, DE LUCA, Op. cit., 529; DI MARTINO, Op. cit., 255; BEVILACQUA, Op. cit., 943; BENUSSI, I delitti cit., 590.
(47)Cass. Pen., 23.12.1999, in Riv. Pen., 2000, 189.
(48) Cass. Pen., 04.11.1997, in Foro It., 1998, II, 258.
(49) Cass. Pen., 01.12.2000, in Guida Dir., 2001, n. 2, 122; Cass. Pen., 05-09-2000, ivi, n. 42, 96.
(50) BENUSSI, I delitti cit., 585; CARMONA, Op. cit., 1843; LEONI, Op. cit., 13; ROMANO, Op. cit., 263; DI MARTINO, Op. cit., 249; STILE CUPELLI, Op. cit., 39; BEVILACQUA, Op. cit., 877, FURIN, Op. cit., 140.
(51) PAGLIARO, L’antico problema dei confini tra eccesso di potere ed abuso d’ufficio, in Dir. Pen. e processo, 1999, 106.
(52) PAGLIARO, La nuova riforma del delitto di abuso d’ufficio, in Dir. Pen. e processo, 1997, 1399.
(53) MANES, Abuso d’ufficio, violazione di legge ed eccesso di potere, in Foro It., 1998, II, 393; TESAURO, Violazione di legge ed abuso d’ufficio. Tra diritto penale e diritto amministrativo, Torino, 2002, 237.
(54) BENUSSI, I delitti, cit., 587; FURIN, Op. cit., 137; BEVILACQUA, Op. cit., 877; MANNA, Op. cit., 47; SEGRETO, DE LUCA, Op. cit., 497.
(55) Cass. Pen., 18.12.2001, in Dir. Pen. e processo, 2002, 290.
(56) Cass. Pen., 15.05.1998, in Cass. Pen., 1999, 1762.
(57) Cass. Pen., 14.01.2002, in Dir. Pen. e processo, 2003, 444.
(58) ROMANO, Op. cit., 271
(59) Cass. Pen. 27.08.1999, in Guida Dir., 1999, n. 42, 99.
(60) Cass. Pen., 05.02.2008, n. 24663.
(61) FIANDACA, Questioni di diritto transitorio in seguito alla riforma dei reati di interesse privato e abuso innominato di ufficio, in Foro It., 1990, II, 642. (62) SEGRETO, DE LUCA, Op. cit., 534; BENUSSI, I delitti, cit., 610; ROMANO, I delitti, cit., 273.
(63) Cass. Pen., 04.04.2000, in Guida Dir., 2000, n. 20, 75.
(64) Cass. Pen., 13.05.1996, in Giust. Pen., 1997, II, 235.
(65) Cass. Pen., 30.04.1999, in CED, 214376.
(66) Cass. Pen., 16.06.1999, in Cass. Pen., 2000, 2636.
(67) MANNA, Op. cit., 39.
(68) TESAURO, Op. cit., 268; BENUSSI, I delitti cit., 621.
(69) PAGLIARO, Principi di diritto penale, Parte speciale, I, Milano 2008, 304; SEMINARA, Il nuovo delitto di abuso d’ufficio, in Studium iuris, 1997, 1257; PADOVANI, Op. cit., 748; LEONI, Op. cit., 94; SEGRETO, DE LUCA, Op. cit., 545; BEVILACQUA, Op. cit., 950.
(70) Cass. Pen., 01.06.2000, in Cass. Pen., 2001, 2681.
(71) SEGRETO, DE LUCA, Op. cit., 548; BENUSSI, I delitti cit., 619.
(72) Cass. Pen., 27.06.2008., n. 33844.
(73) Cass. Pen., S.U., 12.07.2005, in Foro It., 2006, II, 80.
(74) BENUSSI, I delitti cit., 629.
(75) Cass. Pen., 14.10.2003, in Cass. Pen., 2004, 3194.
(76) Cass. Pen., 29.05.2000, in Guida Dir., 2000, n. 37, 56.; Cass. Pen., 14.10.2003, in Cass. Pen., 2004, 3194.
(77) Cass. Pen., 21.03.2006, in Cass. Pen., 2007, 598.
(78) Cass. Pen., 12.07.2000, in Guida Dir., 2000., n. 8, 122.; (799 Cass. Pen., 13.02.1991, in Cass. Pen., 1992, 635.
(80) Cass. Pen., 12.09.2000, in Guida Dir., 2000, n. 41, 111.
(81) Cass. Pen., 07.11.1998, in Riv. Pen., 1999, 208.
(82) Cass. Pen., 15.12.1997, in Riv. Pen., 1998, 32.
(83) ROMANO, I delitti cit., 281.
(84) Cass. Pen., 13.11.2003, in Guida Dir., 2004, n. 14, 85.
(85) Cass. Pen., 31.07.2001, in Cass. Pen., 2002, 1014; Cass. Pen., 01.02.2000, in Guida Dir., 2000, n. 16, 85.
(86) Cass. Pen., 10.11.2005, in Cass. Pen., 2007, 580; Cass. Pen., 21.10.1998, in Cass. Pen., 1999, 2873.
(87) Cass. Pen., 06.06.2008, n. 38338.
(88) ROMANO, I delitti cit., 279.
(89) Cass. Pen., 03.05.2005, in Riv. Pen., 2006, 835.