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Timestamp: 2020-04-10 09:51:18+00:00
Document Index: 101463477

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 570', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 570', 'art. 556', 'art. 558', 'art. 564', 'art. 143', 'Cass. Sez. ', 'art. 570']

Cassazione Penale n. 20133 del 2015
La vicenda al vaglio degli organi giudicanti, si fonda su dinamiche fattuali sempre più comuni nella società odierna.
Sostrato degli accadimenti ècostituito proprio dalla separazione tra coniugi e successivo divorzio. Con la riforma del processo civile (d.l. 132/2014), peraltro, si è data via libera alla separazione facile e si è detto addio ad una legge vecchia di ben 40 anni.
Nello scenario italiano, dove il numero dei matrimoni è costantemente in calo a partire dal 1995, il fenomeno delle separazioni e dei divorzi è in progressivo aumento ed è spesso caratterizzato dal coinvolgimento di bambini ed adolescenti, proprio come avvenuto nel caso oggetto di disamina.
Per farsi un’idea sommaria del dilagante fenomeno, basta riflettere sui numeri riportati dalle ultime statistiche in tema: 311 separazioni e 174 divorzi ogni 1000 matrimoni.
La vicenda vedeva come protagonisti due ex coniugi, uno dei quali, il marito, obbligato al versamento di una somma a titolo di mantenimento per la moglie, i due figli minorenni ed un terzo maggiorenne.
Si rammenta che l’assegno di mantenimento è un provvedimento economico assunto dal giudice (ma che può essere rimesso anche ad accordi liberamente sottoscritti dai coniugi) in sede di separazione, consiste nel versamento di una somma di denaro, suscettibile di revisione nel tempo, al coniuge economicamente più debole ed agli eventuali figli nati dal matrimonio.
Il più controverso aspetto economico della separazione è proprio quello definito “tenore di vita precedente”, che serve per quantificare gli assegni per coniuge e figli.
E’ noto come la separazione, di per sé, comporti un impoverimento per entrambi i partner.
Le ormai numerose associazioni di padri separati, però, pongono l’accento sulla situazione
particolarmente critica dell’uomo, che dovrà cercarsi un’altra abitazione da ammobiliare, versare un assegno per figli e frequentemente per l’ex moglie, sostenere le spese per gli spostamenti che la qualità di genitore non conviventecomporta.
In Italia i padri separati sono circa quattro milioni e di questi 800mila rasentano la soglia della povertà.
L’uomo protagonista del caso era appunto tenuto a pagare il mantenimento, risultava invalido civile, titolare di pensione di invalidità ammontante ad € 240,00 mensili e formalmente disoccupato.
Ben diversa però la realtà, difatti, lavorava da sempre presso il mobilificio del fratello percependo un reddito evidentemente congruo e sostanzioso, dato che, dalle risultanze processuali, emergeva che lo stesso fornivaanche un aiuto economico al padre;
Il Tribunale erroneamente aveva fissato in € 90,00 la somma da versare come contributo al mantenimento: la cifra, in realtà, andava rapportata a quanto percepito come pensione di invalidità.
Fatto sta che per lunghi periodi, non aveva versato né alla moglie né ai figli i necessari mezzi di sussistenza: altre volte, invece, contribuiva un mese sì e uno no, l’altro magari con diversi giorni di ritardo.
Un’abitudine, questa, pericolosamente e talmente diffusa che vi è chi, pur di pagare di meno decide di sperimentare altre vie: dal trust al prestanome, dal farsi assumere all’estero, al contratto part time fittizio.
Oggi, le strategie adottate per far risultare più esiguo il proprio stato patrimoniale, sono le stesse adoperate per non pagare le tasse.
In sostanza, il protagonista della vicenda cui ci interessiamo, era solito omettere il versamento o nella migliore delle ipotesi pagava a singhiozzo e con una lentezza estenuante.
Il processo prendeva avvio, a seguito di querela, dinanzi al giudice penale di primo grado ove si discuteva se l’imputato, con la sua condotta, avesse o meno integrato gli estremi del reato di cui all’articolo 570 c.p, rubricato, appunto “violazione degli obblighi di assistenza familiare”.
Il Giudice di prime cure, appurata la sussistenza del reato de quo, condannava l’uomo, già obbligato al versamento dei mezzi di sussistenza, alla pena di due mesi di reclusione oltre alla multa ammontante ad € 200,00 con riconoscimento delle attenuati generiche.
Si provvedeva ad impugnare la sentenza di condanna ed in data 22 maggio 2014 sopraggiungeva la pronuncia della Corte di Appello di Caltanissetta, sezione II penale.
La Corte territoriale competente confermava integralmente la decisione di primo grado.
Il successivo ricorso in Cassazione, al vaglio della VI Sezione Penale, veniva dichiarato inammissibile per genericità e manifesta infondatezza con pronuncia n. 12033/2015.
Inadempienze sporadiche
L’imputato incentrava la linea difensiva sull’impossibilità reale nel versamento della somma a titolo di mantenimento per ex moglie e figli; impossibilità dovuta alle precarie condizioni economiche nelle quali dichiarava di versare.
In particolare, il ricorrente in Cassazione, nell’eccepire la violazione di legge e vizio di motivazione in punto di affermazione della penale responsabilità per il reato di cui all'art. 570 c.p., sosteneva che la Corte di Appello non avesse adeguatamente considerato che, nel caso in esame, si sarebbe trattato di inadempienze sporadiche ed estemporanee, non volontarie, non serie e non sufficientemente protratte nel tempo.
L’accusa, ovviamente, asseriva la piena integrazione del reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare sia con riferimento all’elemento soggettivo che con riguardo all’elemento oggettivo.
Ricorso Respinto dalla Cassazione
La Corte di Cassazione, con la sentenza in commento, dichiarava inammissibile il ricorso presentato dal ricorrente condannato nei precedenti due gradi di giudizio.
Alla dichiarazione di inammissibilità seguiva la condanna al pagamento delle spese processuali e della somma di € 1.000,00, determinata secondo equità, in favore della Cassa delle ammende.
In particolare, la Corte rilevava la genericità nonché manifesta infondatezza del ricorso.
In motivazione, i giudici del Supremo Consesso davano atto di come la Corte di Appello competente avesse già esaminato e respinto, con adeguata motivazione, le censure riproposte, rilevando che le risultanze processuali avevano dimostrato che l'imputato, pur essendo formalmente disoccupato e invalido civile, aveva sempre lavorato percependo adeguata retribuzione.
Ad avviso della Corte, il ricorrente richiedeva, in realtà, una nuova valutazione della prova, rientrante nella facoltà esclusiva del giudice di merito e dunque fuori dalla cognizione in sede di giudizio di legittimità.
La sentenza confermava le deduzioni dei giudici di appello, sottolineando il completo ed approfondito esame delle risultanze processuali, in nessun modo censurabile sotto il profilo della congruità e della correttezza logica.
Tralasciate le precisazioni squisitamente processuali, preme sottolineare che si è pienamente avallata la condanna per il reato di cui all’articolo 570 c.p: pertanto, dictumessenziale è che il versamento saltuario e sporadico dell’assegno di mantenimento, fa scattare il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare.
Non scrimina la circostanza per la quale le inadempienze siano state soltanto sporadiche, estemporanee e legate alle possibilità economiche del momento, proprie del soggetto obbligato.
In particolare, per la Corte, l’impossibilità economica esclude la configurabilità del reato solamente nel caso in cui sussista per tutto il periodo durante il quale si protraggano le inadempienze.
Decisive nella condanna due circostanze: la percezione della pensione di invalidità e la conferma dell’effettiva attività lavorativa dell’imputato.
La responsabilità per omessa prestazione dei mezzi di sussistenza non è giustificata dall’incapacità di adempiere ogniqualvolta questa sia dovuta, anche solo parzialmente, a colpa dell’agente (si pensi al disoccupato che non si preoccupi di trovare nuova occupazione o che si sia dimesso dal lavoro per incompatibilità ambientali).
Dunque, l’indicazione della condizione di disoccupato non è di per sé solo sufficiente a far venire meno l’obbligo di fornire i mezzi di sussistenza alla famiglia: infatti, è necessario che, oltre a ciò, il soggetto obbligato al versamento dimostri che le sue difficoltà economiche si siano tradotte in uno stato di vera e propria indigenza economica.
La pronuncia appare di preminente interesse in quanto offre lo spunto per una più ampia riflessione sul rapporto di coniugio ed in particolare sui diritti e doveri coniugali.
I diritti e doveri che nascono fra marito e moglie, per effetto del matrimonio, risultano, essenzialmente, dai commi 2 e 3 dell’articolo 143 c.c. così come modificato dalla riforma del 1975.
Dal tenore letterale della disposizione si evince chiaramente come, alcuni di tali obblighi, hanno natura esclusivamente o prevalentemente personale ( gli obblighi di fedeltà e di coabitazione); altri hanno, invece, una connotazione più marcatamente patrimoniale (obbligo di contribuzione ai bisogni della famiglia); in altri, si mescolano aspetti patrimoniali e non patrimoniali (l’obbligo di collaborazione nell’interesse della famiglia e l’obbligo di assistenza cui la legge attribuisce il duplice contenuto, morale e materiale).
Il marito e la moglie acquistano gli stessi diritti ed assumono i medesimi obblighi; a ben vedere, i doveri elencati per un coniuge, divengono diritti per l’altro.
I diritti ed i doveri familiari presentano caratteristiche peculiari, proprio in ragione della natura particolare del rapporto da cui scaturiscono. Essi sono diritti fondamentali della persona per la primaria rilevanza che assumono nella vita dell’individuo; sono, inoltre, diritti indisponibili in quanto non possono essere oggetto di alienazione, rinuncia, transazione, prescrizione o comunque di deroghe. Possiedono natura non patrimoniale proprio perché diretti a tutelare situazioni non suscettibili di valutazione patrimoniale anche se con contenuto economico. Tali diritti, risultano intrasmissibili mortiscausa e non soggetti ad azione surrogatoria.
L’inosservanza delle norme che regolano la nascita e l’esercizio di diritti e doveri familiari, comporta conseguenze sia sul piano civile che penale.
Le sanzioni civili hanno natura risarcitoria, esecutoria o invalidatoria; inoltre, la violazione dei doveri può comportare anche l’addebito della separazione.
Le sanzioni penali, invece, puniscono il familiare che faccia mancare all’altro i mezzi di sussistenza (art. 570 c.p.), la bigamia (art. 556 c.p.) l’induzione al matrimonio con inganni (art. 558 c.p.), l’incesto (art. 564 c.p.).
Uno dei primi doveri, come accennato, è quello reciproco alla fedeltà.
Attualmente, a seguito della depenalizzazione della relazione adulterina e del concubinato, l’obbligo di fedeltà può esser letto come impegno globale di devozione a tutti gli aspetti della vita familiare.
Dal matrimonio, discende, altresì, l’obbligo reciproco di assistenza morale e materiale. Si ritiene che il dovere di assistenza morale sia strettamente connesso all’obbligo di fedeltà, nel senso che, ove vi sia violazione di questo, sussista anche violazione del primo. Il dovere di assistenza materiale, invece, si identifica nel dovere di mantenimento, cioè nel dovere di provvedere ai bisogni della vita del coniuge nel caso in cui quest’ultimo non sia in grado di farvi fronte autonomamente.
Tra i doveri che gravano reciprocamente sui coniugi, sussiste anche quello di collaborare nell’interesse della famiglia: precisamente, questo si traduce nello stabilire e mantenere le condizioni più adeguate all’unità e continuità del gruppo familiare.
Inoltre, il 3 comma dell’art. 143 c.c., stabilisce che entrambi i coniugi sono tenuti, ciascuno in relazione alle proprie sostanze ed alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo, a contribuire ai bisogni della famiglia.
A dissipare i dubbi in questo ambito, sono intervenute molteplici pronunce.
In particolare, Cass, Pen., VI Sezione, n. 17691, 2014, ha avuto il merito di chiarire la nozione penalistica di “mezzi di sussistenza” , affermando che in essa debbono ritenersi compresi non più solo i mezzi per la sopravvivenza vitale (quali il vitto e l’alloggio), ma anche gli strumenti che consentano, in rapporto alle reali capacità economiche ed al regime di vita personale del soggetto obbligato, un sia pur contenuto soddisfacimento di altre complementari esigenze della vita quotidiana (quali, ad es., abbigliamento, libri di istruzione per i figli minori; mezzi di trasporto; mezzi di comunicazione).
Ancora, il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare, risulta integrato dalla condotta del genitore separato che non adempia agli obblighi di versamento imposti dal giudice civile in favore dei figli minori, essendo escluso ogni accertamento in sede penale sulla effettiva capacità proporzionale di ciascun coniuge di concorrere al soddisfacimento dei bisogni dei minori, e spettando al solo giudice civile tale verifica, in quanto la disposizione incriminatrice si limita a sanzionare la condotta di inadempimento ( in tal senso, Cass. Sez. VI, n. 46750 del 18/10/2012 ).
La configurabilità del reato di cui all’art. 570 c.p., è esclusa soltanto se, l’impossibilità economica si protragga per tutto il periodo delle inadempienze, nel senso che a queste non devono corrispondere introiti, percepiti o meno in maniera regolare, e a condizione che non vi sia colpa dell'obbligato.
Lo stato formale di disoccupazione, non fa venire meno gli obblighi di assistenza familiare: "è necessario che, oltre a ciò, il soggetto obbligato al versamento dimostri che le sue difficoltà economiche si siano tradotte in uno stato di vera e propria indigenza economica e nell'impossibilità di adempiere, sia pure in parte, alla suddetta prestazione" (Cass. 35612/2011).
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