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Timestamp: 2019-01-23 14:36:10+00:00
Document Index: 7686259

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19 novembre 2018 /0 Commenti/in Area legale /da Giovanni
Dal Garante la lista delle fattispecie per cui è obbligatoria la valutazione di impatto
Dai dati di soggetti vulnerabili alle geolocalizzazioni
L’articolo citato ha affidato alle autorità di controllo dei singoli stati europei il compito di precisare quando un titolare del trattamento (un’impresa, un ente pubblico ecc.) deve stilare, a pena di pesantissime sanzioni amministrative, un documento sulla sicurezza dei trattamenti.
Questo documento si chiama appunto valutazione di impatto privacy, noto anche come data protection impact assessment (siglato Dpia).
L’obbligo di compilazione scatta a fronte di trattamenti di dati personali fonti di un elevato rischio per le persone.
Si tratta di un adempimento molto delicato, perché si chiede al titolare del trattamento di ponderare bene le misure tecniche e organizzative, che devono costituire barriere idonee a impedire che le persone subiscano danni (ad esempio furti di identità, manipolazione dei dati con effetti negativi, sostituzione di persona e così via).
Proprio per questo, nel corso della stesura del documento deve essere chiesto il parere del responsabile della protezione dei dati (dpo), figura questa da nominare obbligatoriamente nelle pubbliche amministrazioni e nelle imprese, se trattano su larga scala dati sensibili, genetici e biometrici o se fanno monitoraggio su larga scala.
Il regolamento Ue indica alcuni esempi (sono tre) in cui scatta l’obbligo di compilazione della dpia: profilazione, sorveglianza sistematica su larga scala di zona accessibile al pubblico, trattamento su larga scala di particolari categorie di dati (ovvero dati sensibili, genetici e biometrici).
Il gruppo dei garanti europei (già Gruppo lavoro articolo 29), nel 2017, ha adottato linee guida, disponibili sul sito del garante italiano. Queste linee guida, fatte proprie dal comitato europeo per la protezione dei dati, hanno indicato nove casi di trattamento a rischio elevato. Ora il garante della privacy italiano, alla luce delle indicazioni del comitato, ha compilato un elenco di 12 tipi di trattamenti da sottoporre a valutazione d’impatto, tra i quali ci sono i seguenti. Il primo riguarda i trattamenti valutativi o di scoring su larga scala, profilazione, attività predittive anche online o attraverso app; decisioni automatizzate che producono effetti giuridici sull’interessato (ad esempio screening dei clienti di una banca attraverso l’utilizzo di dati di una centrale rischi); osservazione, monitoraggio o controllo degli interessati, trattamento di identificativi univoci in grado di identificare gli utenti di servizi della società dell’informazione (compresi i trattamenti di metadati); trattamenti su larga scala di dati aventi carattere estremamente personale; trattamenti nel rapporto di lavoro mediante sistemi tecnologici (anche con riguardo ai sistemi di videosorveglianza e di geolocalizzazione); trattamenti non occasionali di dati relativi a soggetti vulnerabili (minori, disabili, anziani, infermi di mente, pazienti, richiedenti asilo); trattamenti effettuati attraverso l’uso di tecnologie innovative (IoT; intelligenza artificiale; assistenti vocali online attraverso lo scanning vocale e testuale; monitoraggi con dispositivi indossabili; tracciamenti di prossimità come il wi-fi tracking); scambio tra diversi titolari di dati su larga scala con modalità telematiche; interconnessione, combinazione o raffronto di informazioni, compresi i trattamenti che prevedono l’incrocio dei dati di consumo di beni digitali con dati di pagamento (ad esempio mobile payment); trattamenti di categorie particolari e di dati relativi a condanne penali e a reati interconnessi con altri dati personali raccolti per finalità diverse; trattamenti sistematici di dati biometrici; trattamenti sistematici di dati genetici.
L’elenco, in corso di pubblicazione nella Gazzetta ufficiale, non è esaustivo. Pa e aziende, infatti, hanno l’obbligo di adottare una Dpia anche quando ricorrano due o più criteri individuati dal Gruppo di lavoro articolo 29 nelle Linee guida del 2017 oppure quando un titolare ritenga che un trattamento che soddisfa anche solo uno dei criteri richieda una valutazione di impatto.
10 luglio 2017 /0 Commenti/in Area legale, Incidenti stradali /da Giovanni
Si configura un concorso di colpa per il sinistro stradale causato da un automobilista che impegna l’incrocio a velocità non prudenziale e uno che non rispetta il segnale di stop.
Cassazione penale sez. IV, 13/01/2017 n. 27989
19 giugno 2017 /0 Commenti/in Area legale /da Giovanni
Con sentenza 8 marzo 2017, n. 5787, la Corte di Cassazione torna ad occuparsi dei presupposti applicativi dell’art. 1227 co. 1 c.c.
Oggetto di indagine dei giudici di piazza Cavour è la sentenza emessa dalla Corte di Appello Aquilana con cui i giudici di merito avevano sancito un principio di co-responsabilità tra il ricorrente e la parte convenuta nella causazione del danno emerso in giudizio.
Nella specie, il caso riguardava l’investimento di un pedone e, più in particolare, di un minore che si era allontanato inaspettatamente dal controllo dei genitori esercenti la potestà genitoriale.
In sede di legittimità, i ricorrenti genitori contestavano l’asserito principio di co-responsabilità sia sul profilo processuale che sul profilo motivazionale della sentenza di secondo grado.
Sul profilo processuale i ricorrenti contestavano che la pronuncia non potesse essere resa nei confronti dei genitori per l’esercizio della potestà genitoriale sul minore ma, piuttosto, per l’inosservanza del dovere di vigilanza sul minore.
Inoltre si contestava l’incompletezza della motivazione nella misura in cui non specificava se il concorso del fatto colposo afferisse alla condotta del minore o dei genitori.
I giudici del Supremo Consesso hanno ritenuto infondate tali doglianze affermando che dal testo della sentenza impugnata si comprende chiaramente che il fatto colposo concorrente afferisca alla condotta imprudente del minore.
In virtù di tale assunto, la Corte ha indagato la sussistenza dei presupposti applicativi dell’art. 1227 co. 1 c.c.
In particolare, in continuità con i principi sanciti dalle sezioni unite con sentenza n. 13902/2013, la Corte ha affermato che ai fini dell’accertamento del concorso di responsabilità ex art. 1227 co. 1 c.c., il fatto colposo del creditore che abbia contribuito al verificarsi dell’evento dannoso è rilevabile d’ufficio dal giudice (sempre che risultino prospettati gli elementi di fatto dai quali sia ricavabile la colpa concorrente).
Pertanto la sua prospettazione non richiede la proposizione di un’eccezione in senso proprio, avente natura di mera difesa.
Inoltre, la Corte prosegue ribadendo il principio ermeneutico già consolidato, secondo cui l’incapacità di intendere e di volere del creditore non è un elemento idoneo ad escludere la colpa del fatto concorrente.
Sul punto, la Corte di Cassazione ha più volte chiarito che quando la vittima di un fatto illecito abbia concorso, con la propria condotta, alla produzione del danno, l’obbligo del responsabile di risarcire quest’ultimo si riduce proporzionalmente, ai sensi dell’art. 1227, comma primo, cod. civ., anche nel caso in cui la vittima fosse incapace di intendere e di volere (per minore età o altra causa); ciò in quanto la locuzione «fatto colposo» contenuta nel citato art. 1227 deve intendersi come sinonimo di comportamento oggettivamente in contrasto con una regola di condotta, e non quale sinonimo di comportamento colposo, per cui l’indagine deve essere limitata all’accertamento dell’esistenza della causa concorrente nella produzione dell’evento dannoso, prescindendo dalla imputabilità del fatto all’incapace e dalla responsabilità di chi era tenuto a sorvegliarlo (così Cass. 22/06/2009, n. 14548; Cass. 10/02/2005, n. 2704; Cass. 05/05/1994, n. 4332).