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Timestamp: 2020-08-08 10:00:04+00:00
Document Index: 58163587

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Sentenza Cassazione Civile n. 7629 del 24/03/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7629 del 24/03/2017
Cassazione civile, sez. trib., 24/03/2017, (ud. 15/11/2016, dep.24/03/2017), n. 7629
Dott. VIRGILIO Bigio – Presidente –
sul ricorso 8344-2010 proposto da:
US LADISPOLI SRL in persona del legale rappresentante pro tempore,
elettivamente domiciliato in ROMA VIA A. GRAMSCI 54, presso lo
studio dell’avvocato GIAMPIERO TASCO, che la rappresenta e difende
avverso la sentenza n. 3/2009 della COMM. TRIB. DEL LAZIO, depositata
il 20/02/2009;
udito per il ricorrente l’Avvocato POZZI per delega dell’Avvocato
TASCO che si riporta agli atti;
udito per il resistente l’Avvocato GUIZZI che ha chiesto il rigetto;
1. Con sentenza emessa in data 5/11/2008, depositata in data 20/02/2009, la Commissione tributaria regionale di Roma, in accoglimento parziale dell’appello proposto dall’Agenzia delle Entrate, uff. Civitavecchia, annullava la sentenza emessa dalla Commissione Tributaria Provinciale di Roma, rigettando l’appello nel resto e compensando le spese processuali di ambedue i gradi di giudizio. La controversia ha ad oggetto cinque avvisi di accertamento emessi dall’Agenzia delle Entrate nei confronti della U.S. Ladispoli s.r.l.; gli stessi traevano origine da un PVC della GdF riguardanti imposte IRPEG, ILOR ed IVA relativamente agli anni dal 1997 al 2000; il recupero a tassazione era stato giustificato dall’esclusione della attuale ricorrente da parte dell’Ufficio dalle società beneficiarie del regime delle associazioni sportive dilettantistiche senza fini di lucro.
a) la US Ladispoli è costituita come società di capitali (s.r.l.) e pertanto il proprio reddito deve essere considerato reddito di impresa determinato secondo le disposizioni del Tit. 2, Capo 2, del TUIR relative alle società ed agli enti commerciali;
b) non può sostenersi che la stessa rientri tra le società sportive dilettantistiche senza fini di lucro, nuovi soggetti giuridici introdotti dalla L. n. 289 del 2002, essendo la legge successiva agli anni di imposta accertati (dal 1997 al 2000);
c) inoltre, quest’ultima legge prevede alcune limitazioni statutarie cui la società non risulta essersi uniformata, in particolare non facendo riferimento lo statuto della US Ladispoli all’esercizio di attività sportiva dilettantistica non avente fini di lucro, aggiungendosi poi che le accurate indagini svolte dalla GDF hanno dato modo all’Ufficio di accertare l’esistenza nella società della caratteristiche giuridiche e di fatto che ne dimostrano la natura di impresa commerciali avente fine di lucro.
Conclude la CTR affermando che la natura commerciale della società fa ritenere legittimi i recuperi di imposta effettuati dall’ufficio, i cui avvisi di accertamento vanno confermati integralmente.
4. All’udienza del 15/11, presente l’Avv. G. Pozzi per delega dell’Avv. G. Tasco per la parte contribuente e l’Avv. R. Guizzi dell’Avvocatura Gen.le dello Stato per l’Agenzia delle Entrate, il ricorso è stato trattenuto in decisione, chiedendone il Dott. Del Core S., in rappresentanza della P.G. presso questa S.C., il rigetto.
5. Contro la prefata sentenza della Commissione tributaria Regionale ha proposto ricorso la parte contribuente U.S. Ladispoli s.r.l., impugnando la decisione con cui deduce sei motivi, di seguito enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione.
5.1. Deduce, con il primo motivo, il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c. e D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 53.
In sintesi la censura attinge l’impugnata sentenza in quanto, sostiene la ricorrente, la sentenza impugnata avrebbe completamente omesso di pronunciarsi in relazione ai motivi di appello proposti dalla società; in particolare, sostiene che la CTR avrebbe solo ritenuto che la società non rientrasse fra quelle dilettantistiche senza fine di lucro, errando nell’analizzare lo Statuto societario che evidenzia invece come la società in questione (art. 2) non persegue fini di lucro; si formula pertanto il seguente quesito di diritto: dica la S.C. se violi le evocate norme la sentenza che, in relazione ad un atto di appello con cui la società contribuente aveva contestato la fondatezza e la legittimità nel merito degli avvisi di accertamento impugnati sia nella parte relativa alla ripresa sui contributi corrisposti dal Comune di Ladispoli, sia nella parte relativa alla ripresa sui proventi conseguiti dalla scuola calcio, sia nella parte relativa alla ripresa sulle anticipazioni del Consiglio Direttivo e Presidente, ometta qualsiasi pronuncia confermando le riprese impugnate.
5.2. Deduce, con il secondo motivo, il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per omessa, insufficiente motivazione su un punto decisivo della controversia.
In sintesi la censura attinge l’impugnata sentenza in quanto, sostiene la ricorrente, la sentenza impugnata avrebbe completamente ignorato quanto esposto dalla società in sede di appello; la sentenza si sarebbe limitata a risolvere la questione sulla erronea base della non appartenenza alle società senza fine di lucro, omettendo di vagliare i motivi di appello evidenziati dalla pag. 3 alla pag. 9 nei quali aveva riproposto tutte le eccezioni di merito che, a causa della dichiarazione di inammissibilità del ricorso, non erano state analizzate dai giudici di prime cure;
5.3. Deduce, con il terzo motivo, il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia, prospettato dalle parti o rilevabile di ufficio.
In sintesi la censura attinge l’impugnata sentenza in quanto, sostiene la ricorrente, la sentenza impugnata sarebbe mancante di motivazione sul fatto controverso e decisivo costituito dall’appartenenza o meno della società ricorrente nella categoria delle società sportive dilettantistiche senza fine di lucro, o quanto meno sarebbe affetta dal vizio di contraddittorietà della motivazione sul punto, rilevando la non appartenenza della società alla categoria delle società senza fine di lucro per essere la legge n. 289/02 successiva agli anni di imposta accertati, poi aggiungendo che la società contrariamente alle evidenze documentali non avrebbe uniformato lo statuto e comunque non facendo quest’ultimo riferimento all’esercizio di attività sportiva dilettantistica.
5.4. Deduce, con il quarto motivo, il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia, prospettato dalle parti o rilevabile di ufficio.
In sintesi la censura attinge l’impugnata sentenza in quanto, sostiene la ricorrente, la sentenza impugnata sarebbe mancante di motivazione o quantomeno affetta dal vizio di insufficiente motivazione sul fatto controverso e decisivo costituito dalla omessa considerazione di prove vertenti su fatto decisivo e quindi dalla omessa verifica dell’attendibilità, fondatezza e efficacia delle prove prodotte dalla società ricorrente, segnatamente costituite dalla lettera della Lega Nazionale Dilettanti 25/10/04 che evidenzia all’art. 2 dello Statuto che la US Ladispoli non persegue fine di lucro ed ha per scopo l’esercizio di attività sportiva dilettantistica; la sentenza omette di motivare sull’accertamento negativo del fatto decisivo rilevando solamente la non appartenenza della società tra quelle senza fine di lucro senza valutare la prova e senza dare alcuna giustificazione, senza indicare gli elementi sui quali ha inteso fondare il suo convincimento e l’iter seguito nella valutazione degli stessi per giungere alle proprie conclusioni.
5.5. Deduce, con il quinto motivo, il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 3, per violazione dell’art. 2697 c.c. e del D.P.R. n. 917 del 1986, artt. 1, 5 ed 87, della L. n. 398 del 1991, artt. 1 e ss., e degli artt. 3, 24, 53 e 97 Cost..
In sintesi la censura attinge l’impugnata sentenza in quanto, sostiene la ricorrente, la sentenza impugnata sarebbe affetta da error in procedendo, formulando all’uopo il seguente motivo di diritto: dica la Corte se violi le norme predette, secondo cui grava sull’Ufficio l’onere della prova della pretesa impositiva, la sentenza che respinga l’appello del contribuente sovvertendo il principio dell’onere della prova a carico dell’Ufficio, richiamandosi ad un presunto iter logico circa la non appartenenza della società nella categoria delle società sportive senza fini di lucro non supportato di alcun concreto elemento probatorio.
5.6. Deduce, con il sesto motivo, il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per violazione del D.P.R. n. 917 del 1986, artt. 1, 5 ed 87, della L. n. 398 del 1991, artt. 1 e ss. e dell’art. art. 2697 c.c..
In sintesi la censura attinge l’impugnata sentenza in quanto, sostiene la ricorrente, la sentenza impugnata sarebbe affetta dal vizio denunciato, formulando all’uopo il seguente motivo di diritto: dica la S.C. se violi le norme predette la sentenza che ometta di verificare l’attendibilità e l’efficacia delle prove prodotte dalla società ricorrente, segnatamente la lettera della Lega nazionale dilettanti richiamata in precedenza, così sovvertendo ogni principio dell’onere della prova, prove che, ove avvertite, avrebbero potuto far concludere per l’esistenza di una società sportiva dilettantistica senza fine di lucro anzichè di una società commerciale.
6. Il ricorso è infondato e dev’essere rigettato.
7. La sentenza della CTR non presta il fianco alle censure di violazione di legge e difetto motivazionale svolte dalla parte ricorrente.
Ed invero, osserva il Collegio, deve anzitutto rilevarsi il mancato rispetto del disposto dell’art. 366 – bis c.p.c. applicabile ratione temporis (ciò poichè la L. n. 69 del 2009, che ha abrogato la predetta norma processuale, è entrata in vigore il 4 luglio 2009 e le disposizioni in essa contenute “si applicano ai ricorsi per cassazione proposti avverso i provvedimenti pubblicati a decorrere dalla data di entrata in vigore della medesima legge” purchè successivi – è ovvio – all’entrata in vigore del D.Lgs. n. 40 del 2006 – proprio come nel caso di specie).
In particolare, tutti i quesiti posti, sia quelli attinenti alle violazioni di legge che al vizio motivazionale, non rispondono, in ragione della loro genericità ed astrattezza, ai criteri di formulazione richiesti dall’art. 366 bis c.p.c., individuati dalla consolidata giurisprudenza di questa Corte.
Essa esige, infatti, quanto – in particolare – alle censure di violazione di legge, la formulazione di un quesito di diritto in termini tali da costituire una sintesi logico-giuridica della questione, così da consentire al giudice di legittimità di enunciare una regula iuris suscettibile di ricevere applicazione anche in casi ulteriori rispetto a quello deciso dalla sentenza impugnata (al fine, quindi, del miglior esercizio della funzione nomofilattica); è pertanto inammissibile il motivo di ricorso sorretto da quesito la cui formulazione si riveli inadeguata a chiarire l’errore di diritto imputato alla sentenza impugnata in riferimento alla concreta fattispecie e quale sia, secondo la prospettazione del ricorrente, la regola da applicare (per tutte, Cass., sez. un., n. 26020 del 2008 e n. 19444 del 2009).
Quanto, poi, alle censure di vizi motivazionali, essa esige la chiara e sintetica indicazione – che costituisca un quid pluris rispetto all’illustrazione del motivo – del fatto controverso in riferimento la quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, o delle ragioni per le quali la dedotta insufficienza della stessa la rende inidonea a giustificare la decisione (Cass. nn.2652 e 8897 del 2008, 27680 del 2009, 5858 del 2013 e numerose successive conformi).
8. In ogni caso, le censure sono del tutto infondate in diritto, atteso che per pacifica giurisprudenza di questa Corte gli enti di tipo associativo possono godere del trattamento agevolato previsto dal D.P.R. n. 917 del 1986, art. 111 e il D.P.R. n. 633 del 1972, art. 4, come modificati, con evidente finalità antielusiva, dal D.Lgs. n. 460 del 1997, art. 5, – a condizione non solo dell’inserimento, negli loro atti costitutivi e negli statuti, di tutte le clausole dettagliatamente indicate nel D.Lgs. n. 460 cit., art. 5, ma anche dell’accertamento effettuato dal giudice di merito con congrua motivazione – che la loro attività si svolga, in concreto, nel pieno rispetto delle prescrizioni contenute nelle clausole stesse (Sez. 5, Sentenza n. 11456 del 12/05/2010, Rv. 612991; Sez. 5, n. 8623 del 30/05/2012, Rv. 622732).
Nella specie i giudici di appello hanno motivato, evidenziando come gli accertamenti della GDF escludevano che l’attività della società fosse senza scopo di lucro. Soprattutto deve rilevarsi che si procedeva per anni di imposta antecedenti all’entrata in vigore della L. n. 289 del 2002, donde nessun rilievo può essere mosso alla sentenza (nè risulta mosso nel ricorso) laddove afferma che non potrebbe tenersi conto di quanto introdotto dalla legge predetta in quanto entrata in vigore successivamente. La normativa, infatti, non ha carattere retroattivo e solo a partire dall’entrata in vigore dell’art. 90 della legge citata (1 gennaio 2003) è stato stabilito che “le disposizioni della legge 16 dicembre 1991, n. 398, e successive modificazioni, e le altre disposizioni tributarie riguardanti le associazioni sportive dilettantistiche si applicano anche alle società sportive dilettantistiche costituite in società di capitali senza fine di lucro”. Ne discende, dunque, che per il periodo antecedente le norme tributarie riguardanti le ASD non trovavano applicazione alle società di capitali, come la US LADISPOLI s.r.l..
In ragione di quanto sopra, ne discende che i prospettati vizi motivazionali – oltre che prestare il fianco alle censure di inidoneità ai sensi dell’art. 366 – bis c.p.c. e di genericità già evidenziate nel paragrafo che precede – individuano pretese cadute logiche della motivazione o si appuntano su elementi del percorso argomentativo dell’impugnata sentenza che sono del tutto secondari rispetto al nucleo essenziale della decisione, relativo alla (in)applicabilità della L. n. 289 del 2002, non attinta, come già detto, ex professo dal ricorso. Ne consegue che i detti, presunti, vizi motivazionali perdono di qualsiasi spessore argomentativo, venendo in definitiva ad essere assorbiti dall’omessa censura della decisione impugnata quanto alla ratio principale, nei termini dianzi descritta.
9. Per le motivazioni suesposte ed ogni altra eccezione disattesa restando assorbita da quanto prefato, il ricorso della parte contribuente dev’essere respinto, con conseguente conferma integrale dell’impugnata sentenza.
10. Alla soccombenza deve seguire la condanna della parte contribuente al pagamento delle spese di giudizio che vengono liquidate come da dispositivo, in base ai parametri disciplinati dal D.M. n. 55 del 2014, recante “Determinazione dei parametri per la liquidazione dei compensi per la professione forense ai sensi della L. 31 dicembre 2012, n. 247, art. 13, comma 6”, liquidate in Euro 4000,00 per compensi in ragione del valore della causa (scaglione da Euro 260.001 a 520.000), oltre alle spese prenotate a debito.
La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese, che liquida in Euro 4000,00 per compensi, oltre alle spese prenotate a debito.