Source: http://overlex.com/stampa.asp?id=124&txttabella=sentenze
Timestamp: 2020-07-07 10:12:02+00:00
Document Index: 163409918

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 335', 'art. 1176', 'art. 2236', 'sentenza ', 'art. 2236', 'sentenza ', 'art. 2236', 'art. 360', 'art. 2236', 'art. 2043', 'art. 6']

Responsabilità medica: responsabilità professionale e onere della prova - Responsabilità medica professionale danno responsabilità del medico colpa professionale onere della prova
Responsabilità medica: responsabilità professionale e onere della prova
La sentenza pone la responsabilità del medico e dell'ente ospedaliero sotto il profilo di responsabilità contrattuale
In caso quindi di errori nell'adempimento di visite ambulatoriali o ricoveri ci si riconduce alla normale responsabilità del professionista
La corte sottolinea che in caso di aggravamento della posizione del paziente, spettera al professionista dimostrare che le cause risieono in eventi inaspetttati, e non alla negligenza dello stesso.
Al paziente spetta invece l'obbligo di provare che l'intervento fosse facile e che sia stato trattato con misure o modi inidonei.
1. Il ricorso principale e quello incidentale devono essere riuniti a norma dell'art. 335 c.p.c.
2. Con il primo motivo di ricorso, i ricorrenti principali lamentano la violazione e falsa applicazione degli artt. 1218, 2729, 2697 c.c. e degli artt. 115 e 116 c.p.c. La Corte d'Appello di Bologna, dopo aver correttamente definito di natura contrattuale la responsabilità dell'ente ospedaliero (e implicitamente anche come contrattuale la responsabilità del medico), aveva erroneamente posto in capo al creditore l'onere della prova sull'esistenza della colpa, ritenendo che se il debitore dovesse dimostrare l'assenza di colpa, affronterebbe una prova negativa che non gli compete.
2.3. Trattandosi di obbligazioni inerenti all'esercizio di attività professionali, la diligenza nell'adempimento deve valutarsi, a norma dell'art. 1176, secondo comma, con riguardo alla natura dell'attività esercitata. Dispone poi l'art. 2236 c.c. che se la prestazione implica la soluzione di problemi di speciale difficoltà, il prestatore d'opera non risponde dei danni, se non in caso dì dolo e colpa grave.
2.6. A proposito della distribuzione dell'onere della prova, la Corte d'appello ha rilevato che non era sostenibile che, spettando al debitore l'onere di provare il corretto adempimento della prestazione, l'istituto di cura avrebbe dovuto provare che gli operatori ad esso preposti avevano agito in maniera immune da colpa, "perché in tal modo si ricondurrebbe la prova al mancato raggiungimento del risultato, che non costituisce oggetto dell'obbligazione, e si richiederebbe la formulazione di una prova negativa, quale la mancanza di errore o colpa dell'operatore". E' quindi pervenuta alla conclusione che l'ente ospedaliero adempie la propria obbligazione dimostrando di aver predisposto in maniera ottimale tutti i servizi e di essersi avvalso di personale idoneo e competente; "ma il suo onere non potrà mai spingersi a provare che la concreta attività posta in essere da tale personale è stata nel caso concreto, immune da colpa, perché in tal modo si verrebbe a gravare l'ente medesimo di una prova negativa quale è l'assenza di errori".
3. Con il secondo motivo i ricorrenti principali deducono la violazione e falsa applicazione degli artt. 2236 e 1176 c.c. e degli artt. 115 e 116 c.p.c. e il vizio di motivazione della sentenza impugnata. La Corte territoriale aveva ritenuto che l'alto tasso di esiti negativi nella distocia della spalla valeva a conferma del parere dei C.T.U., secondo i quali l'azione del prof. P. rientrava nell'ambito di quella particola re difficoltà di cui all'art. 2236 c.c., che prevede la responsabilità del prestatore d'opera solo in caso di dolo o colpa grave. Ma far dipendere la speciale difficoltà "dall'alto tasso di esiti negativi della distocia " è errato, poiché prende in considerazione, anziché i mezzi e i metodi attuati dal professionista, l'eventuale e incerto risultato; cioè un indice (del tutto indeterminato) che non ha nulla a che fare con la speciale difficoltà. La giurisprudenza di legittimità ha da tempo individuato quale sia il grado della speciale difficoltà dei problemi tecnici soprattutto nel campo della responsabilità dei medici riscontrandola laddove il caso non sia stato in precedenza adeguata mente studiato o sperimentato o quando nella scienza medica siano stati discussi sistemi diagnostici, terapeutici e di tecnica chirurgica diversi e incompatibili tra loro. In conclusione, la soluzione accolta dal la sentenza impugnata mostra al riguardo un'obbiettiva deficienza di criterio logico nella formazione del suo convincimento ed incorre quindi nel vizio motivazione.
Nel caso di specie la Corte territoriale ha ritenuto che l'intervento rientrava nell'ambito della particolare difficoltà prevista dall'art. 2236 c.c. e ha motivato questo convincimento facendo riferimento all'"alto tasso di esiti negativi nella distocia di spalla", che valeva a confermare "il parere chiaramente espresso dai C.T.U."
4. Con il terzo motivo si lamenta la violazione e falsa applicazione degli artt. 2236, 1176, 1218 e 2697 c.c. e degli artt. 115 116 c.p.c. in relazione all'art. 360 n. 3 e 5 c.p. c. I ricorrenti rilevano che secondo la giurisprudenza di legittimità la limitazione di responsabilità professionale del medico chirurgo ai soli casi di dolo o colpa grave, ai sensi dell'art. 2236 C.C., attiene esclusivamente alla perizia, per la soluzione di problemi tecnici di particolare difficoltà, con esclusione dell'imprudenza e della negligenza. Osservano quindi che i convenuti non avevano provato che il prof. P. avesse posto in essere alcuna delle manovre descritte dalla letteratura scientifica: né quella di Kristeller, né quella di Jacquemier, né altra fra quelle codificate, e neppure quella innominata, che i CTU assimilano alla manovra di Woods. Il giudice d'appello aveva svolto al riguardo un ragionamento meramente tautologico ed incoerente, circoscritto alla generica osservazione secondo la quale "certamente una qualche manovra venne compiuta", ed aveva addirittura concluso affermando "che la stessa presenza della lesione dimostra l'effettuazione di una qualche manovra". Tale ragionamento era privo di logica, dal momento che non aveva considerato quale modalità in concreto era stata seguita nella trazione e si risolveva nel vizio di difetto di motivazione. Spettava dunque al medico la prova di aver effettuato nel suo intervento le specifiche manovre necessarie quale mezzo al fine di facilitare il parto, mentre il giudice, non potendo presumere la loro esecuzione attraverso la generica ed indeterminata supposizione della loro effettuazione, era caduto nel vizio di motivazione.
5. Il quinto motivo di ricorso (con il quale si lamenta la falsa applicazione degli artt.61,115,116 c.p.c. e il vizio di motivazione, per non essersi la Corte di merito fatta carico delle critiche espresse alla consulenza tecnica) e il sesto motivo (con il quale si fa valere la violazione dell' art. 2043 e il vizio di motivazione, considerando la responsabilità del prof. P. anche a titolo di responsabilità extracontrattuale) restano assorbiti dall'accoglimento dei primi quattro motivi del ricorso.
La questione dei rapporti successori tra soppresse USL e neocostituite aziende sanitarie è stata diffusamente trattata e risolta dalla giurisprudenza di questa S C. (cfr. soprattutto Cass. S.U. 6 marzo 1997, n 1989, alla quale tutta la giurisprudenza successiva s'è adeguata) nel senso che, in virtù del d. lgs. n 502 del 1992 e della legge n. 724 del 1994 è stata realizzata una sorta di successione ex lege delle regioni nei rapporti obbligatori già di pertinenza delle soppresse USL, le quali proseguono la loro attività attraverso le apposite gestioni stralcio. La regione è il soggetto giuridico obbligato ad assumere integralmente a proprio carico i debiti relativi alle pregresse gestioni delle unità sanitarie locali. La funzione di commissario liquidatore da parte dei direttori generali delle aziende sanitarie locali è prevista nell'interesse e per conto della regione, agendo essi in qualità di organi di tale ente, laddove nessuna disposizione autorizza a ritenere che sia stato attuato anche un trasferimento alle neocostituite aziende degli obblighi già attribuiti alla stessa regione per il pagamento dei debiti delle pregresse gestioni delle unità sanitarie locali.
6.3. La Regione ricorrente, "nella denegata ipotesi di adesione alla tesi secondo la quale l'art. 6 l. 23 dicembre 1994, n. 724 sarebbe applicabile a tutte le obbligazioni delle USL, ivi comprese quelle derivanti da ipotesi di responsabilità iatrogena" solleva la questione di legittimità costituzionale della norma indicata per contrasto con gli artt. 81 e 119 Cost. Ritiene che la legge statale 11 febbraio 1997, n. 21 e la legge regionale 9 luglio 1997, n. 21 che hanno finanziato il disavanzo di parte corrente del debito del servizio sanitario nazionale non riguarderebbero anche i debiti quale quello in oggetto (risarcimento del danno per responsabilità professionale). La tesi è che la legge statale n. 21 del 1997 (più esattamente il d.l. 13 dicembre 1996, n. 630 conv. in 1. 11 febbraio 1997, n. 21 e recante "Finanziamento dei disavanzi delle aziende unità sanitarie locali al 31 dicembre 1994 e copertura della spesa farmaceutica per il 1996") concerneva la copertura del "disavanzo di parte corrente") e riguardava dunque solamente le spese ordinarie e non anche quelle straordinarie, quale sarebbe quella sottintesa alla pretesa fatta valere nella presente causa.
7. Il ricorso principale proposto nei confronti dell'Azienda Ospedaliera (omissis) va dichiarato inammissibile, non essendo state svolte doglianze nei confronti dell'Azienda e non ricorrendo un'ipotesi di inscindibilità di cause.