Source: http://astratto.info/la-vendita-di-cosa-futura.html
Timestamp: 2019-04-23 06:24:33+00:00
Document Index: 51200436

Matched Legal Cases: ['art. 1472', 'art. 1472', 'art. 3', 'art. 1472', 'art. 1348', 'art. 1472', 'art. 1498', 'art. 1472', 'art. 1472', 'art. 1360', 'art. 1472', 'art. 1472', 'art. 1479', 'art. 1478', 'art. 1478', 'art. 1479', 'art. 1453', 'art. 1472', 'art. 1555', 'art. 2645', 'art. 1498', 'art. 1472', 'art. 1472', 'art. 1472', 'art. 1472', 'art. 1218', 'art. 1472', 'sentenza ', 'art. 1472', 'art. 1472', 'sentenza ', 'art. 1472', 'art. 378', 'art. 1472', 'art. 1472', 'art. 1472', 'art. 821', 'sentenza ', 'art. 1453', 'art. 1463', 'art. 1464', 'art. 1537', 'art. 1538', 'art. 1464', 'art. 1218', 'art. 1464', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1464']

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1. La vendita di cosa futura. Legislazione
1.1. Vendita di cosa futura e contratto condizionato.
1.2. Natura giuridica della vendita di cosa futura.
1.3. Continua: La vendita di cosa futura come negozio a consenso anticipato.
1.4. Continua: la vendita di cosa futura come negozio ad efficacia sospesa.
1.5. Continua: la vendita di cosa futura come negozio obbligatorio.
1.6. La disciplina della vendita di cosa futura: la venuta ad esistenza della cosa.
1.7. Continua: il momento della venuta ad esistenza del bene futuro.
1.8. Continua: la legge 30/1997.
1.9. Conseguenze della mancata venuta ad esistenza della cosa futura.
1.10. Continua: la “nullità” ex art. 1472, u.c., c.c., nell’elaborazione giurisprudenziale.
1.11. Continua: la differenza fra emptio spei ed emptio rei speratae nella giurisprudenza.
1.12. Il D.L.vo 20 giugno 2005, n. 122.
SOMMARIO: 1. La vendita di cosa futura – 1.1. Vendita di cosa futura e cotratto condizionato – 1.2. Natura giuridica della vendita di cosa futura – 1.3. Continua: la vendita di cosa futura come negozio a consenso anticipato – 1.4. Continua: la vendita di cosa futura come negozio ad efficacia sospesa – 1.5. Continua: la vendita di cosa futura come negozio obbligatorio – 1.6. La disciplina della vendita di cosa futura: la venuta ad esistenza della cosa – 1.7. Continua: il momento della venuta ad esistnza del bene futuro – 1.8. Continua: la legge 30/1997 – 1.9. Conseguenze della mancata venuta ad esistenza della cosa futura – 1.10. Continua: la “nullita” ex art. 1472, u.c., c.c., nell’elaborazione giurisprudenziale – 1.11. Continua: la differenza fra emptio spei ed emptio rei speratae – 1.12. Il D.L.vo 20 giugno 2005, n. 122 - 1.13 Continua: conclusioni.
1. La vendita di cosa futura.
Legislazione c.c. 1218, 1348, 1360, 1453, 1455, 1458, 1463, 1464, 1472, 1476 n. 2, 1479, 1498, 1537, 1538, 1555, 2645 bis; d.l. 31.12.1996 n. 669 conv. nella l. 28.02.1997 n. 30, art. 3; d.l.vo 20.06.2005 n. 122.
Bibliografia: Lipari 1960 - Perlingeri 1962 - Rubino 1971 – Bianca 1993 – Falzone 1995 – Luminoso 1995.
La vendita di cosa futura (altrimenti detta emptio rei speratae), quale contratto tipico, è disciplinata dall’art. 1472 del c.c.
Tale previsione rappresenta una specificazione di quanto previsto dal c.c. nella parte generale sul contratto ed in specie nell’art. 1348 c.c.
La figura codicistica di vendita di cosa futura, ha per oggetto un bene attualmente inesistente come autonomo oggetto di diritti di godimento (secondo la definizione del Bianca 1993, 372). Non si tratta, però, sempre e soltanto di inesistenza materiale del bene, sebbene anche di inesistenza giuridica.
La vendita di cose future comprende, più precisamente: 1) le cose non ancora esistenti in natura; 2) le cose esistenti in natura che non sono di proprietà di alcuno e che sono suscettibili di occupazione; 3) i prodotti d’opera ancora non formati nella loro individualità economica; 4) i prodotti naturali non ancora staccati dalla cosa madre e insuscettibili di proprietà separata
(Bianca 1993, 373).
Per un autore (Falzone 1995, 594) il concetto di “inesistenza giuridica” non equivale al concetto di “inesistenza come autonomo oggetto di diritti”. Infatti accogliendo la prima definizione il concetto di futurità si dovrebbe riferire a cose alle quali il mondo giuridico non dà alcuna rilevanza, mentre accogliendo la seconda definizione, per bene futuro, si dovrebbe intendere non solo la cosa giuridicamente irrilevante ma anche la cosa che, pur esistente e rilevante per il mondo del diritto, attualmente non può formare oggetto di diritti. Tale differenziazione, se può sembrare, ad una prima lettura, estremamente rigorosa e precisa, rischia di creare confusione.
Infatti, se è vero che il concetto di futurità si deve riferire alla rilevanza giuridica di un bene, allora i due concetti non possono che coincidere, poco importando quale sia la motivazione dogmatica per la quale quel dato bene non possa attualmente formare oggetto di diritti. La distinzione, poi, non trova considerazione nella giurisprudenza, la quale, nel definire la cosa futura, utilizza indifferentemente l’uno e l’altro concetto.
Al contrario, pare importante puntualizzare il senso della definizione normativa che si riferisce alla cosa futura e nel caso di specie alla vendita di cosa futura di cui all’art. 1472 c.c. La dizione si deve intendere come una forma contratta per esprimere un concetto giuridicamente più corretto. Ciò che è oggetto di vendita non è la cosa, ma sono i diritti sulla cosa; a questo proposito si è osservato che:
Nella previsione normativa della vendita di cosa futura, il diretto riferimento alla cosa è conforme al corrente linguaggio e deve intendersi nel senso che il venditore aliena il diritto di proprietà avente ad oggetto la cosa futura. E poiché la proprietà e gli altri diritti reali di godimento non esistono se non esiste in atto il loro oggetto, la vendita di cose future è in definitiva vendita di diritti futuri. La nozione della vendita di diritti futuri si pone tuttavia in termini più ampi. Diritti futuri, non sono solamente i diritti reali su cose future ma, in generale, i diritti non ancora esistenti per mancanza dell’oggetto o della fattispecie costitutiva. Accanto alla vendita dei diritti reali su cose future – o, senz’altro, alla vendita di cose future – si pone, così, la vendita di diritti futuri, intesa come vendita di diritti derivanti da fattispecie negoziali o legali non ancora perfezionate
(Bianca 1993, 374-375).
La vendita di cosa futura (o meglio di diritto futuro) deve tenersi distinta dalla vendita di diritto condizionato. Tale fattispecie si riferisce ad un diritto già esistente e perfettamente commerciabile ma appartenente, attualmente, ad un soggetto diverso da quello che ne vuole disporre:
Il diritto futuro, derivante da fattispecie incompleta, dev’essere tenuto distinto rispetto al diritto condizionato. Il diritto condizionato è un’autonoma posizione di vantaggio di cui può attualmente disporsi come di un diritto presente. Il trasferimento di tale diritto realizza la vicenda assunta ad oggetto della vendita: e relega il verificarsi o il mancato verificarsi della condizione ad un evento che concerne ormai la sfera giuridica del nuovo titolare
(Bianca 1993, 375).
Non costituisce vendita di cosa futura l’alienazione di diritti inesigibili e nemmeno la vendita di diritti futuri dedotti in contratto come attuali. Infatti in tal caso non ci troviamo di fronte ad una vendita di cosa futura ma ad una vendita il cui oggetto è attualmente indisponibile o inesistente. A tal proposito per taluno il contratto sarebbe affetto da nullità in quanto avente oggetto impossibile o comunque temporaneamente inefficace fino alla venuta ad esistenza del bene qualora il contratto fosse sottoposto a termine o a condizione (Rubino 1971, 225).
Per altri la fattispecie costituirebbe un valido vincolo contrattuale ed il venditore sarebbe obbligato all’attribuzione del bene, restando in capo all’acquirente la tutela per l’inadempimento, ed eventualmente il risarcimento dei danni analogamente a ciò che spetta, nella vendita di cosa altrui, al compratore di buona fede (Luminoso 1995, 76), tanto che si potrebbe parlare di nullità solamente nel caso in cui l’oggetto fosse perito o insuscettibile di venire ad esistenza e come tale, quindi, impossibile in radice:
L’alienazione è originariamente impossibile, infatti, quando il bene alienato è in suscettibile di esistenza o di identificazione, mentre nella vendita di cosa futura la venuta ad esistenza del bene rientra tra gli accadimenti normalmente possibili. Tenendo fermo questo criterio non è da condividere l’opinione secondo la quale il contratto sarebbe nullo se il venditore aliena come attuale un bene che in realtà non è ancora venuto ad esistenza. Piuttosto, quando il bene venduto è identificabile ed è normalmente suscettibile di venire ad esistenza, il vincolo contrattuale si costituisce e il venditore è impegnato all’attribuzione del bene, salva la possibilità del compratore di ricorrere alla tutela contro l’inadempimento
(Bianca 1993, 374).
La natura giuridica della vendita di cosa futura è ancora oggi oggetto di discussione sia in dottrina che in giurisprudenza. L’aspetto maggiormente problematico riguarda la configurabilità di un valido negozio nel quale, attualmente, manchi un elemento essenziale, l’oggetto appunto.
Le opinioni proposte sono sostanzialmente tre.
Secondo un primo orientamento la vendita di cosa futura sarebbe un negozio a consenso anticipato.
Si tratterebbe di un negozio in itinere perfetto e completo per quanto riguarda il consenso ma carente dell’oggetto, appunto, futuro. Si tratterebbe, in definitiva, di un fenomeno in cui viene invertito cronologicamente il normale iter di formazione del contratto:
Si ha cioè un caso di negozio a consenso anticipato, il quale a sua volta è una delle ipotesi di inversione dell’ordine cronologico di formazione degli atti giuridici in genere e dei negozi giuridici in particolare. Il negozio giuridico comprende generalmente diversi elementi. Fra questi ve ne sono alcuni i quali normalmente sussistono già prima della formazione del consenso, però può anche accadere che in tale momento ancora manchino, ma la legge consenta che sopravvengano in seguito. In quest’ultima ipotesi, perciò, quando le parti concludono il contratto prima ancora che qualcuno di quegli elementi si sia realizzato, esse anticipano tale formazione del consenso
(Rubino 1971, 178).
Conseguenza di tale impostazione è che la mancanza della cosa, in quanto futura, non farebbe neppure sorgere l’obbligazione di pagamento del prezzo, salvo patto contrario, in quanto ai sensi dell’art. 1498, secondo comma, c.c., l’obbligo del pagamento del prezzo sorge alla consegna del bene:
In specie non si verifica il trasferimento del diritto e le parti stesse per prime non intendono che ciò avvenga immediatamente, perché sanno che non può ancora avvenire; ma neanche sorgono per il momento le obbligazioni definitive della compravendita, e segnatamente l’obbligazione di consegnare la cosa (perciò il nostro non è un caso di compravendita obbligatoria, nel significato tradizionale di questa espressione, come invece comunemente si ritiene)
(Rubino 1971, 181 - 182).
Non poteva considerarsi oggetto del contratto, poi, l’obbligo di far venire ad esistenza la cosa ma solamente l’obbligo di non impedirne la nascita:
Questa obbligazione ha sempre almeno un semplice contenuto negativo, cioè di non impedire la futura nascita del diritto cui la vendita si riferisce, e quindi della cosa materiale si tratta di proprietà
(Rubino 1971, 182).
Inoltre la definitiva mancanza della cosa produrrebbe la nullità del contratto ma in tal caso si dovrebbe parlare di nullità in senso improprio in quanto non originaria, poiché il contratto avrebbe prodotto già degli effetti, appunto il consenso anticipato:
Se da un dato momento diviene certo che la cosa non verrà più ad esistenza, o comunque che il diritto non nascerà più, il contratto rimane definitivamente incompleto. L’art. 1472 2° comma dice che il contratto è nullo; ma in realtà qui la situazione non è quella della nullità in senso proprio, la quale per sua natura è originaria. E’ analoga ad essa, in quanto anche ora rimane per sempre escluso che possano sorgere gli effetti definitivi della vendita; ma ora, a differenza che nella nullità vera e propria, sono sorti medio tempore gli effetti preliminare anzidetti
(Rubino 1971, 184 - 185).
In tal senso si era anche espressa una giurisprudenza oramai datata:
La vendita di cose future è negozio destinato a produrre, fino a quando la cosa non venga ad esistenza soltanto effetti preliminari, mentre gli effetti definitivi del contratto, sia traslativi che obbligatori, sono destinati a prodursi nel momento in cui la cosa venga ad esistenza.
Pertanto ,nel caso di vendita di frutti futuri, qualora il compratore non abbia provveduto alla raccolta di cui aveva assunto l’obbligo,non essendo il contratto ancora perfezionato, il suo inadempimento determina una obbligazione di risarcimento e, in quanto tale, debito di valore
(Cass., 13.06.1956, n° 2048, GI 1957, I, 1, 719).
La vendita di cosa separata è una vera e propria vendita di cosa futura, come tale a carattere meramente obbligatorio e a consenso anticipato, che si perfeziona e produce i suoi effetti definitivi solo quando sia nato il diritto e sia venuta ad esistenza la cosa venduta, mentre nell’emptio spei, contratto aleatorio (la quale non può essere presunta per la sua eccezionalità, ma deve risultare da un’espressa volizione delle parti o da clausole stabilite ed accettate), il compratore, ai sensi dell’art. 1472, 2° comma, codice civile, s’impegna incondizionatamente a pagare un prezzo determinato al venditore anche se la cosa o il diritto ceduto non vengano mai ad esistenza
(Cass., 8.11.1962, n° 3090, GC, 1963, I, 9).
Una differente opinione configura la vendita di cosa futura come contratto ad efficacia sospesa fino alla venuta ad esistenza del bene. L’evento che sospende l’efficacia di tale contratto è inquadrato, per lo più, come condizione sospensiva volontaria, da alcuni, mentre da altri è inquadrata come condicio juris (Perlingeri 1962, 152).
In tal senso anche qualche giurisprudenza:
(…) La vendita di cose future non produce immediatamente effetti reali essendo sottoposta alla condizione che la cosa venga ad esistenza giuridica, ed ha perciò medio tempore, effetti meramente obbligatori (…)
(Cass., 29.07.1971, n° 2422, MFI, 1971, 1406).
Tale teoria, che si riconduce alla condizione sospensiva volontaria ha incontrato dure critiche.
Si osservava che, infatti, l’acquisto del bene non poteva che avvenire ex nunc alla venuta ad esistenza del bene. Tanto che si sarebbe dovuto parlare di condizione non retroattiva ai sensi dell’art. 1360 del c.c. oppure di condicio juris come tale non retroattiva.
Inoltre si criticava anche l’ammissibilità della deduzione in condizione di un elemento essenziale del contratto, quale l’oggetto (Rubino 1971, 179).
Una terza opinione, che sembra essere quella che ha riscosso e riscuote maggiori consensi sia in dottrina che in giurisprudenza, è quella che inquadra il fenomeno come vendita obbligatoria.
Dal contratto non nasce un obbligo di trasferire ma il trasferimento della proprietà si verificherà automaticamente alla venuta ad esistenza della cosa.
Nell’ambito di tale teoria, poi, si afferma, da parte di alcuni, la necessità che il venditore si attivi al fine di far venire ad esistenza la cosa non essendo sufficiente una mera astensione dal porre in essere comportamenti contrari alla venuta ad esistenza della stessa:
La tesi secondo la quale la vendita di cosa futura sarebbe un contratto in via di formazione muove da un assunto che non può essere condiviso: quello cioè che la mancanza del bene equivarrebbe a mancanza dell’oggetto, come mancanza di un requisito essenziale del contratto. In realtà (…) l’oggetto è l’insieme di risultati programmati e come tale esso integra l’accordo senza che occorra la presenza attuale del bene sul quale devono cadere gli effetti previsti. La tesi della incompletezza delle vendita di cosa futura urta poi contro un elementare significato del negozio: quello cioè dell’immediata operatività del vincolo contrattuale per quanto attiene all’impegno traslativo dell’alienante. (…) non può dirsi che il venditore è in mera attesa di un evento futuro e incerto né può spiegarsi la sua posizione in termini di non ingerenza o di buona fede. Il venditore è piuttosto obbligato al risultato traslativo e all’attività strumentale positiva necessaria per realizzarlo
(Bianca 1993, 379 ss.).
La giurisprudenza non sembra prendere posizioni nette riguardo tale aspetto, anche se si evince che l’obbligo di far venire ad esistenza il bene non possa che formare oggetto di autonomo patto e non possa certo derivare dalla sola futurità del bene:
L’obbligo del venditore di cosa futura (appartamento da costruire) di provvedere alla costruzione ancorché collegato, con rapporto di causa ad effetto, con quello fondamentale del venditore di procurare l’acquisto della cosa e di consegnarla, deve ritenersi in sé insuscettibile di coercibilità, essendo inammissibile l’esecuzione specifica della prestazione di dare una cosa inesistente in natura.
In caso di inadempimento dell’obbligo di costruire l’appartamento, lo strumento di riequilibrio della prestazione mancata non può non consistere nel risarcimento dei danni, i quali debbono comprendere anche il lucro che il compratore avrebbe realizzato dal contratto
(Cass. 18.7.1972, n° 2464, MFI, 1973, 938).
Dalla massime giurisprudenziali sembra, quindi, che l’obbligazione di attivarsi per far venire ad esistenza la cosa debba formare oggetto di altra ed apposita pattuizione integrando, in tal caso, gli estremi di un ulteriore e collegato contratto d’opera. In tal senso si è espressa anche una parte della dottrina (Lipari 1960, 845).
A parere di chi scrive sembra preferibile la posizione che ravvisa nella vendita di cosa futura una fattispecie ove l’obbligazione del venditore di attivarsi per la venuta ad esistenza della cosa sia estranea a tale fattispecie. Infatti qualora vi sia anche una obbligazione in tal senso l’oggetto del contratto viene ad arricchirsi non solo della cosa futura ma anche di una obbligazione di fare dando luogo o a fattispecie miste di vendita ed appalto o a contratti collegati.
Fondamentale è stabilire il momento in cui la cosa futura venga ad esistenza. Infatti tale momento coincide con il realizzarsi dell’effetto traslativo a meno che vi sia un patto contrario e salvo che si tratti di alberi o frutti di un fondo: in tale ultimo caso la proprietà si acquista quando gli alberi sono tagliati o i frutti sono separati non essendo sufficiente la semplice venuta ad esistenza di tali beni (art. 1472, primo comma, c.c.). Ciò viene ben chiarito anche dalla giurisprudenza, la quale si concentra sul momento in cui il bene venga ad esistenza, basandosi, anche sulla volontà delle parti in merito alla conformazione dell’oggetto del contratto:
Anzitutto è errata l'affermazione del Tribunale che la situazione di fatto dedotta in primo grado costituisse ipotesi di vendita reale, con effetti traslativi immediati della proprietà. La vendita di alberi da tagliare (o di frutti del fondo da raccogliere) non può mai avere effetto reale immediato, perché un prodotto naturale, fino a quando non sia staccato dalla cosa madre, è insuscettibile di proprietà separata e pertanto, come testualmente dispone l'art. 1472 c.c., per il quale la proprietà si acquista quando gli alberi siano tagliati o i frutti separati, ha natura meramente obbligatoria.
La prima ragione giustificatrice della ritenuta novità di domanda in appello affermata dal Tribunale (vendita reale in primo grado - vendita di cosa altrui e quindi obbligatoria in appello) non ha quindi fondamento.
L'ipotesi prospettata dall'attore in appello, in conseguenza delle allegazioni difensive della convenuta, era in realtà quella di vendita di cosa altrui con buona fede del compratore (art. 1479 c.c.).
La vendita di cosa altrui è disciplinata dal legislatore all'art. 1478 c.c., il quale prevede che le parti, al momento del contratto, siano a conoscenza della alienità della cosa e in tal caso dispone l'obbligo del venditore di procurarne l'acquisto al compratore, che ne diventa proprietario al momento in cui il venditore acquista la proprietà della cosa.
Se viceversa la vendita non è stata convenuta come vendita di cosa altrui, perché il compratore ignorava al momento del contratto che la cosa non era di proprietà del venditore, si realizza un'ipotesi di inadempimento del venditore di trasferire la proprietà al compratore e quindi la difesa a questi attribuita è quella della risoluzione del contratto per inadempimento. Sempre in questa seconda ipotesi il venditore ha una mera facoltà di far acquistare al compratore la proprietà della cosa (più esattamente un onere, se vuole evitare la risoluzione del contratto).
Ciò comporta che il compratore in buona fede può certamente sollecitare il venditore a procurargli la proprietà della cosa, ma non ha diritto ad ottenere, anche coercitivamente, questo risultato (a differenza della tipica vendita di cosa altrui di cui allo art. 1478 nella quale sussiste l'obbligo del venditore di far acquisire al venditore la proprietà e quindi il corrispondente diritto del compratore ad ottenerla).
Consegue ancora - con riferimento alla fattispecie - che la sola domanda consentita al Ferrari (non essendo mai stato allegato da nessuno che la vendita fosse stata ab origine pattuita come vendita di cosa altrui) era quella, da lui formulata in subordine, di risoluzione del contratto per inadempimento ai sensi del primo comma dell'art. 1479 c.c..
Ciò posto non serve neppure attardarsi a considerare se la domanda di risoluzione dovesse ritenersi compresa o meno in quelle di primo grado, in quanto, anche se proposta per la prima volta in appello, non avrebbe costituito domanda nuova (art. 1453 2° comma, secondo la costante interpretazione giurisprudenziale dello stesso che ne consente la proposizione anche in appello e anche in sede di rinvio).
L'affermazione del Tribunale di non poter esaminare la domanda d'appello per novità e quindi - per gli assorbenti rilievi sopra svolti - infondata.
(Cass. 21.1.1987, n. 2827, banche dati giuridiche “Aurum”, UTET, 2, 2004).
Quanto alla venuta ad esistenza della cosa la giurisprudenza si esprime in modo costante e chiaro. Dalle pronunce si evince infatti che questa si ha quando la stessa si sia prodotta
(…) nella sua completezza, restando irrilevante soltanto la mancanza di rifiniture o di qualche accessorio non indispensabile alla sua utilizzazione (…)
(Cass. 10.3.1997, n. 2126, GI, 1998, 648).
Sostanzialmente la dottrina si esprime nello stesso senso affermando la necessarietà della venuta ad esistenza in modo sostanzialmente completo del bene futuro, infatti:
Alla venuta ad esistenza del bene consegue, in linea di massima, un automatico trasferimento del diritto in capo al compratore
(Bianca, 1993, 382).
E’ necessario, quindi, stabilire in quale momento si possa considerare perfezionato il processo di venuta ad esistenza del bene avendo riguardo alle sue componenti essenziali. In tal senso è chiara la giurisprudenza, la quale si sofferma circa la determinazione del momento in cui possa dirsi venuta ad esistenza la cosa futura:
Ha osservato la Corte che, a differenza di quanto ritenuto dal primo giudice, poteva dirsi certo che il fabbricato era stato costruito integralmente (e poi crollato per effetto del sisma, nell'imminenza della consegna della singola unità agli attori e agli altri aventi diritto, che il Lettieri non aveva potuto ancora effettuare perché in attesa di alcuni marginali adempimenti amministrativi, tra cui il rilascio della licenza di abitabilità), come emergeva dalla documentazione prodotta dall'appellante, in particolare dalla relazione 26 settembre 1984 dell'ing. Luigi Persico (che fu anche redattore delle schede predisposte dalla Regione Campania per la richiesta e la concessione del risarcimento spettante ai danneggiati), dalle attestazioni giurate dei vari promissari a corredo della domanda di contributo e, infine, dall'attestato di utenza dell'acquedotto avellinese.
La Corte di Appello, invero, ha correttamente osservato che, essendo provata la costruzione dell'edificio, se ne deve dedurre che il Mignone e la Garofalo, pur senza ottenere il materiale possesso, acquistarono la proprietà delle unità immobiliari loro spettanti in permuta per l'effetto traslativo prodottosi automaticamente in loro favore a norma dell'art. 1472, primo comma, c.c..
Tale norma, dedotta per la vendita di cose future, è applicabile anche alla permuta di cosa presente con cosa futura in forza dell'art. 1555 c.c..
La predetta Corte ha fatto puntuale applicazione del principio giurisprudenziale secondo cui il contratto con il quale il proprietario di un'area fabbricabile trasferisce questa ad un costruttore in cambio di parti dell'edificio che l'acquirente si impegna a realizzare sull'area medesima deve qualificarsi come permuta di cosa presente con cosa futura e produce l'effetto del trasferimento immediato della proprietà dell'area e della costituzione dell'obbligazione dell'acquirente di tenere il comportamento necessario affinché la cosa da consegnare venga ad esistenza; evento, questo, sufficiente da solo a determinare l'acquisto della proprietà al permutante dell'area, senza necessità di altre dichiarazioni di volontà (v. sent. 17 aprile 1980 n. 2508).
La Corte, inoltre, ha a ragione osservato che è sufficiente, perché possa dirsi che un bene è venuto ad esistenza, che il processo produttivo abbia realizzato il bene nelle sue componenti essenziali (donde l'ininfluenza, nel caso di specie, della mancanza della licenza di abitabilità).
Anche su questo punto la decisione è aderente alla giurisprudenza di questa Corte, che, con riferimento alla vendita di cosa futura, ha appunto affermato che l'acquisto della proprietà si verifica non appena la cosa viene ad esistenza, e a tal fine va individuato il momento in cui si perfeziona il processo produttivo della cosa nelle sue componenti essenziali, essendo irrilevante che essa manchi di alcune rifiniture o di qualche accessorio non indispensabile per la sua realizzazione (v. sent. 17 febbraio 1983 n. 1219).
Dal pari esattamente la Corte d'Appello ha osservato che, trattandosi di bene immobile, la costruzione, come ritiene la prevalente dottrina, deve intendersi ultimata, e l'immobile venuto ad esistenza, quando siano state eseguite le opere murarie e non al momento in cui siano state eseguite anche le opere di rifinitura: infatti l'attività di edificazione in senso proprio si esaurisce appunto nelle opere murarie.
(Cass. 20.7.1991, n. 8118, FI, 1992, I, 785 e ss.).
La stessa giurisprudenza, a tal proposito, ha affermato che l’accertamento della venuta ad esistenza del bene costituisce un giudizio di fatto riservato al giudice di merito e non sindacabile in Cassazione:
Nella vendita di cosa futura, l'acquisto della proprietà si verifica non appena la cosa viene ad esistenza, ed a tal fine va individuato il momento in cui si perfeziona il processo produttivo della cosa nelle sue componenti essenziali, essendo irrilevante che essa manchi di alcune rifiniture o di qualche accessorio non indispensabile per la sua utilizzazione; siffatto accertamento costituisce giudizio di fatto riservato al giudice del merito, insindacabile in cassazione se congruamente e correttamente motivato
(Cass. 17.2.1983, n. 1219, M. 1983).
Di sicuro interesse è la segnalazione di un importante dato normativo in ordine all’accertamento della venuta ad esistenza del bene futuro. La legge 30/1997 (di conversione del d.l. 669/1996) ha previsto la trascrivibilità dei preliminari aventi ad oggetto beni futuri ed in specie l’art. 2645 bis, da questa legge introdotto nel c.c., ha previsto, nel caso di preliminare di vendita di edifici da costruire, che si intenda venuto ad esistenza “l’edificio nel quale sia stato eseguito il rustico, comprensivo delle mura perimetrali delle singole unità, e sia stata completata la copertura”.
Il legislatore ha, quindi, mostrato la propria sensibilità al problema rilevando la necessità di una certezza in ordine alla venuta ad esistenza di una cosa futura, momento dal quale il diritto viene effettivamente trasmesso dal venditore al compratore.
La previsione normativa, in tema di preliminare ha però sostanzialmente anticipato la venuta ad esistenza del bene in un momento anteriore all’effettivo completamento dell’opera, laddove la giurisprudenza si è sempre espressa per una completezza sostanziale del bene futuro. La ragione di ciò consiste probabilmente nella volontà di avvantaggiare il compratore e tutelarlo nell’effettivo acquisto del bene futuro; in tal modo, però, lo stesso viene esposto anticipatamente al rischio del perimento del bene. Inoltre considerare venuto ad esistenza il bene in una fase prematura all’effettivo completamento dell’opera, crea, in mancanza di pattuizioni diverse, l’obbligo di pagare il prezzo ai sensi dell’art. 1498 c.c. il quale afferma che, salvo patto contrario, il prezzo è dovuto al momento della consegna, consegna resa possibile dalla affermata venuta ad esistenza del bene.
Il dato normativo è quello fornito dall’art. 1472 ultimo comma, c.c. Si legge che la vendita di cosa futura è nulla se la cosa non viene ad esistenza (e le parti non abbiano voluto concludere un contratto aleatorio).
Il legislatore usa forse in modo troppo disinvolto la nozione di nullità. Il significato da attribuire al disposto dell’art. 1472, secondo comma, c.c. è, infatti, oggetto di contrastanti opinioni.
Il concetto di nullità potrebbe ben attagliarsi alla concezione che inquadra la vendita di cosa futura nello schema di contratto a consenso anticipato. Tuttavia anche secondo tale concezione non si potrebbe parlare propriamente di nullità in quanto non si tratterebbe di vizio originario esistente alla conclusione del contratto, come richiede il concetto di nullità, ma di un vizio sopravvenuto tale da incidere su di un contratto che ha già prodotto degli effetti:
L’art. 1472 2° comma dice che il contratto è nullo; ma in realtà qui la situazione non è quella della nullità in senso proprio, la quale per sua natura è originaria. E’ analoga ad essa, in quanto anche ora rimane per sempre escluso che possano sorgere gli effetti definitivi della vendita; ma ora, a differenza che nella nullità vera e propria, sono sorti medio tempore gli effetti preliminari anzidetti. Comunque siccome rimane preclusa la nascita degli effetti definitivi, non arriva più a sorgere l’obbligazione di pagare il prezzo e, se questo era già stato versato, in tutto o in parte, il compratore ha diritto di averlo restituito
(Rubino, 1971, 184-185).
L’ambigua formula normativa che dichiara nulla la vendita quando la cosa non venga ad esistenza (art. 1472, secondo comma, cod. civ.), deve appunto essere spiegata tenendo presente la sicura iniziale validità del contratto e l’operatività del vincolo che impegna il venditore a procurare il diritto al compratore. La certezza che il bene non possa venire ad esistenza rileva quindi in una fase successiva alla costituzione del contratto, e precisamente in sede di esecuzione del rapporto. Ciò significa che il contratto si risolve ma che, trattandosi di una impossibilità che colpisce la prestazione, la responsabilità del venditore è esclusa solo in quanto tale impossibilità non sia a lui imputabile secondo la regola dell’inadempimento (art. 1218 cod. civ.)
(Bianca, 1993, 387).
Se la dottrina lamenta una problematica di interpretazione arrivando ad affermare, da parte di alcuno, che si tratterebbe di un fenomeno di risoluzione di diritto derivante dalla inutilità del contratto (Perlingeri, 1962, 175 ss.) anche la giurisprudenza rivela la difficoltà di inquadrare tale nullità nello schema proprio. Si parla, infatti, accanto alla nullità, di inefficacia, proprio a significare la atecnicità del termine usato dal legislatore:
La Corte leccese respingeva l'appello del Caroli sul rilievo che, versandosi in una fattispecie di vendita in massa di frutti naturali futuri con corrispettivo determinato a corpo, ed essendo i frutti venuti ad esistenza, sia pure in scarsa quantità, non potesse fondatamente sostenersi l'invalidità del contratto ai sensi dell'art. 1472 comma 2 cod. civ., tale invalidità essendo correlata alla sola ipotesi in cui la massa non nasca affatto e non anche a quella in cui la sua quantità risulti inferiore a quella prevista o prevedibile al tempo della conclusione del contratto.
Avverso detta sentenza ha proposto ricorso per cassazione il Caroli con un unico motivo di gravame. Ha depositato controricorso, illustrato con memoria il Pietanza.
(Cass. 15.6.1988, n. 4094, AC, 1989, 39 e ss.).
Deduce il ricorrente che l'orientamento giurisprudenziale cui i giudici di merito hanno conformato la statuizione di rigetto della domanda di risoluzione del contratto di compravendita de quo (vendita del frutto di un carciofeto con corrispettivo determinato a corpo) avrebbe potuto giustificare la soluzione accolta solo se si fosse trattato di una vendita di massa di frutti naturali futuri destinati a venire ad esistenza - e quindi, ad essere distaccati - in un unico contesto ed entro un limitato arco temporale, ma non anche nel caso, ricorrente nella specie, di vendita di frutti il cui ciclo di maturazione si protrae, per diversi mesi (nella fattispecie, da novembre a maggio).
In quest'ultima ipotesi - aggiunge - deve invece trovare applicazione il principio, aderente al dettato normativo, secondo cui nella vendita di frutti naturali futuri, che è una vendita con effetti obbligatori in rapporto all'oggetto da realizzare, è il momento del distacco dei frutti dalla pianta quello che segna il trasferimento della proprietà ed il passaggio del rischio del venditore al compratore (sent.n.1475-59 ed altre, precedenti, conformi).
La vendita di massa di frutti naturali futuri, quando il corrispettivo sia determinato "a corpo" e non "a misura" ha, limitatamente alla quantità dell'oggetto negoziale (la massa dei frutti), cautem abratorio, senza che ciò tuttavia valga a trasferirne la collocazione della figura dell'"emptio rei speratae", in cui la vendita è soggetta alla condicio iuris che la cosa venga ad esistenza, a quella dell'"emptio spei", che ricorre quando il compratore si impegna incondizionatamente a pagare un prezzo determinato al venditore, anche se la cosa o il diritto venduto non vengano mai ad esistenza.
La vendita in questione conserva quindi la propria efficacia a prescindere dalla quantità della massa venuta ad esistenza, l'inefficacia potendo conseguire, ai sensi dell'art. 1472 comma 2 c.c., solo nel caso in cui la massa non venga affatto ad esistenza, neppure in scarsa quantità.
In linea con tali principi, più volte ribaditi dalla giurisprudenza di questa Corte (sent. n. 2838 del 14-1-1959, n.2735 dell'8-11-1966 e n. 966 del 5-4-74), correttamente il giudice d'appello ha escluso che nella fattispecie l'acquirente potesse fondatamente dedurre la nullità del contratto di acquisto - con prezzo determinato a corpo - del carciofeto del Pietanza, per il fatto che la quantità della massa venuta a esistenza (carciofi raccolti prima della gelata) era risultata inferiore a quella da lui prevista e prevedibile al tempo della conclusione del contratto medesimo.
Né può condividersi l'assunto del ricorrente secondo cui i principi anzidetti non potrebbero trovare applicazione quando, come nella specie, i frutti naturali futuri venduti (in massa) abbiano un ciclo di maturazione che si protrae per diversi mesi.
Nella vendita di una massa di frutti naturali futuri con corrispettivo determinato a corpo, l'assunzione, da parte dell'acquirente, dell'alea della quantità, non avviene certo in astratto ma in relazione ed in funzione dell'oggetto concreto del contratto, e, quindi, non senza considerare l'epoca e la durata del periodo in cui i frutti verranno a maturazione e potranno essere separati e raccolti.
(Cass. 15.6.1988, n. 4094, AC, 1989, 41 e ss.).
Ancora sulla differenza fra la emptio spei e la emptio rei speratae:
Ciro Di Cristo, nel convenire in giudizio Michele Cardascia, esponeva che questi nell'agosto 1976 gli aveva venduto l'uva pendente nel suo vigneto di Castellaneta per il prezzo contestualmente versato in 34 milioni, ma che la produzione, prima che fosse raccolta, era stata totalmente distrutta dalla violentissima grandinata abbattutasi nella zona il giorno 18 agosto. Tanto premesso, l'attore deduceva (per quanto qui interessa) la nullità del contratto ai sensi del capoverso dell'art. 1472 c.c., dato che i frutti pendenti non erano venuti ad autonoma esistenza mediante la separazione, e chiedeva la condanna del convenuto a restituire la corrisposta somma da rivalutare, oltre gli interessi.
E in questo senso (esclusa la rivalutazione monetaria) decideva l'adito Tribunale di Taranto con sentenza del 4 gennaio/30 aprile 1985, riformata in appello.
Ribadito che si trattava di "emptio rei speratae" e non di "emptio spei", la Corte di Lecce rigettava la domanda dopo aver via via stabilito: a) l'avvenuta vendita di tutta l'uva pendente nel vigneto per un prezzo globale, senza alcun collegamento con la quantità, concretava vendita di massa futura, la cui nullità ex cpv. art. 1472 c.c. sarebbe stata configurabile solo se la massa non fosse nata affatto; b) nella specie era invece acquisito in forza dell'espletato accertamento tecnico preventivo che Di Cristo "aveva già iniziato il raccolto prima ancora della grandinata facendo propri q.li 57,96 di uva per un valore di Lit. 1.159.000", mentre era rimasto da raccogliere un ulteriore quantitativo, "ancorché difficilmente commerciabile, per un valore di Lit. 4.900.000"; c) pertanto il contratto produceva tutti i suoi effetti, essendo a carico del compratore il rischio della quantità.
Contro questa sentenza, in data 20-30 giugno 1988, il soccombente Di Cristo ha proposto due motivi di ricorso per cassazione, illustrati poi da memoria a norma dell'art. 378 c.p.c.. A sua volta l'intimato Cardascia ha depositato controricorso, pure sorretto da memoria.
(Cass. 3.2.1993, n. 1329, Contr, 1993, 451 e ss.).
In motivazione la Corte analizza le differenze fra queste due fattispecie di vendita di cosa futura evidenziando la rispettiva disciplina:
Nel primo motivo il ricorrente dapprima contesta la qualifica giuridica del contratto come vendita di massa futura e poi sostiene (in buona sostanza) che comunque la Corte di Lecce, una volta correttamente esclusa l'ipotesi dell'emptio spei, ha errato nel ritenere a carico del compratore il rischio della quantità perché una conseguenza del genere, nella previsione del capoverso dell'art. 1472 c.c., implica la denegata aleatorietà del rapporto.
Sennonché pare ovvio che l'oggetto di una vendita assume il connotato della massa quando, come nella specie, si fa riferimento a tutta la produzione di un determinato fondo. E del resto il motivo non pone alcuna concreta alternativa all'adottata soluzione, nella quale certamente non interferisce (se non per convalidarla) la duplice qualità ("Primus e Italia") dell'uva pendente nel vigneto de quo con tempi diversi di maturazione.
Tanto chiarito, l'altra allegazione si rivela infondata alla stregua delle precisazioni che seguono anche con funzione integrativa della fornita motivazione.
La determinazione di un prezzo a corpo, ossia in cifra globale o forfettaria, comporta necessariamente una certa alea in quanto il compratore si assume il rischio della quantità (eventualmente minore rispetto alla quantità prevista o prevedibile) della massa che poi verrà ad esistenza. Peraltro è evidente che codesto rischio non assurge a tipico elemento della causa negoziale, e il contratto non si trasforma in aleatorio ma resta commutativo. Se così è, come nessuno dubita, la denunciata violazione del capoverso dell'art. 1472 c.c. sarebbe ravvisabile soltanto se la massa non fosse venuta ad esistenza neppure di scarsa quantità.
Ciò che il ricorrente prospetta specialmente nel secondo motivo, con il quale addebita alla Corte territoriale di non aver considerato che, secondo la disciplina del primo comma del cennato art. 1472 c.c. (in rel. all'art. 821 c.c.), i frutti (maturi o meno) non vengono ad autonoma esistenza prima della separazione. Tuttavia a questo indiscutibile principio la Corte di Lecce si è attenuta per aver collegato l'esistenza della massa alla già eseguita raccolta di q.li 57,96. Se ne trae che dev'essere condiviso il giudizio finale dell'impugnata sentenza perché il deterioramento dell'uva ancora da raccogliere e la perdita di quella in via di maturazione, a seguito della sopravvenuta grandinata di eccezionale intensità, sono conseguenza del fortuito e gravano sul compratore tenuto a sopportare (si è visto) il rischio della quantità.
Il ricorso va dunque rigettato, ma giusti motivi inducono alla compensazione delle relative spese
(Cass. 3.2.1993, n. 1329, Contr, 1993, 452 e ss.).
Per completezza si segnala il decreto legislativo 20 giugno 2005 n. 122, il quale ha regolamentato alcuni aspetti della vendita di immobili da costruire, quindi futuri.
Il provvedimento legislativo è nato dall’esigenza di fornire una adeguata tutela all’acquirente di un edificio da costruire, ponendo, da un lato, obblighi in capo al promittente venditore il quale è obbligato a prestare garanzia fideiussoria e assicurativa in relazione alla futura esistenza ed ai vizi eventuali dell’edificio.
Dall’altro lato, ha previsto una puntuale elencazione del contenuto del contratto preliminare avente ad oggetto l’edificio futuro.
La previsione normativa che è di maggiore interesse, per il presente lavoro, riguarda l’obbligazione, da parte del costruttore, di prestare, all’atto della stipula del contratto preliminare (o che comunque abbia come finalità il trasferimento non immediato della proprietà o di altro diritto reale di godimento su un immobile da costruire odi un atto avente le medesime finalità) o in un momento precedente, una fideiussione avente la funzione di garantire, sostanzialmente, il “valore” del suo adempimento.
L’importanza di tale previsione sta nella previsione espressa della nullità in caso di mancata prestazione della detta fideiussione.
Si tratta, in vero, di una particolare forma di nullità, identificata dalla dottrina e dalla giurisprudenza, come nullità relativa. Infatti può essere fatta valere unicamente dal promissario acquirente, il quale sarà, quindi, arbitro della propria tutela.
La normativa in questione ha posto subito, e porrà sicuramente in futuro, molte difficoltà interpretative.
Infatti la sua applicabilità è circoscritta a determinate tipologie costruttive e richiede determinati requisiti soggettivi in capo a chi promette di vendere ed in capo a chi si obbliga ad acquistare; problemi notevoli, poi, riguardano anche le tipologie contrattuali alle quali questa normativa vada applicata: problematiche tutte che esulano dall’economia del presente lavoro.
1.13. Conclusioni.
Dalla panoramica sopra riportata, la posizione prevalente circa la natura della vendita di cosa futura, sembra essere quella che inquadra il fenomeno come vendita obbligatoria. In questa ottica le conseguenze di una mancata venuta ad esistenza o di una ridotta venuta ad esistenza della cosa porteranno diverse conseguenze a seconda che il fatto sia o no imputabile al venditore.
Nel caso in cui vi sia imputabilità in capo al venditore, si applicherà la disciplina dettata per l’inadempimento dell’obbligazione di fare acquistare la proprietà della cosa o il diritto, se l’acquisto non è effetto immediato del contratto (1476 n. 2, c.c.). Il rimedio, quindi, sarà quello della risoluzione per inadempimento unitamente al risarcimento del danno (ai sensi dell’art. 1453 c.c.).
Qualora non vi sai imputabilità in capo al venditore, si applicherà la risoluzione per impossibilità sopravvenuta ai sensi dell’art. 1463 c.c.
Lo stesso criterio si applicherà nel caso in cui la cosa venga ad esistenza ma in misura inferiore a quanto pattuito. Se la situazione è imputabile al venditore, il compratore potrà richiedere la risoluzione del contratto o la riduzione del prezzo (salvi i danni), mentre nel caso in cui non vi sia imputabilità del venditore, si applicherà sempre la risoluzione per impossibilità sopravvenuta nella previsione di cui all’art. 1464 c.c. .
Tale disciplina sarà certamente applicabile se il prezzo sia determinato a “misura” (in accordo a quanto prevede l’art. 1537 c.c.). Nel caso in cui la vendita sia a “corpo” l’acquirente assumerà il rischio della riduzione della quantità della cosa nei limiti di cui all’art. 1538 c.c. Pertanto il rimedio di cui all’art. 1464 c.c. non potrà essere utilizzato nella sua pienezza:
La certezza che il bene non possa venire ad esistenza rileva quindi in una fase successiva alla costituzione del contratto, e precisamente in sede di esecuzione del rapporto. Ciò significa che il contratto si risolve ma che, trattandosi di una impossibilità che colpisce la prestazione, la responsabilità del venditore è scusa solo in quanto tale impossibilità non sia a lui imputabile secondo la regola dell’inadempimento (art. 1218 cod. civ.).
Questo intendimento della tutela del compratore sul piano dell’inadempimento contrattuale trova pieno riscontro nell’applicazione giurisprudenziale. Così se la mancata nascita del bene è imputabile a dolo o colpa del venditore, il quale abbia omesso di svolgere la necessaria attività di produzione, si riconosce che non si tratta di nullità del negozio ma di inadempimento dell’obbligo già sorto al momento della stipulazione del contratto.
Conseguente a questa valutazione in termini di inadempimento è l’ulteriore ammissione che il risarcimento del danno non è limitato all’interesse negativo ma si estende a tutto l’interesse positivo. Si tratta, cioè, del risarcimento del danno per la violazione dell’interesse all’esecuzione del contratto.
La tutela del compratore contro l’inadempimento del venditore s’impone anche quando la negligente condotta di quest’ultimo abbia provocato una diminuzione della quantità dei prodotti. In tal caso compete all’acquirente il risarcimento del danno e la riduzione del prezzo se questo sia stato convenuto globalmente. Se il prezzo è stato convenuto a misura esso si determina secondo la quantità effettivamente prodotta ma spetta all’acquirente il risarcimento del danno rappresentato principalmente dal mancato guadagno.
Il compratore può anche chiedere la risoluzione del contratto se l’inadempimento non è di scarsa importanza avuto riguardo al suo interesse (1455 cod. civ.).
Agli stessi rimedi può farsi ricorso, notiamo infine, se l’inadempimento attiene all’obbligo della consegna del venditore, il quale trattiene o sottrae abusivamente una parte del prodotto.
La mancata o ridotta produzione del bene può essere provocata dallo stesso compratore, il quale ometta o trascuri il compimento di atti produttivi di sua competenza. Qui occorre distinguere: se l’atto è nell’esclusivo interesse del compratore, si tratta di un mero onere di quest’ultimo, e il suo mancato compimento non dà luogo ad alcuna pretesa risarcitoria. Se, invece, l’atto interessa anche il venditore, il suo compimento rileva come un obbligo dell’acquirente. E può importare una responsabilità a suo carico
(Bianca, 1993, 387-389).
Anche la giurisprudenza è concorde con tali affermazioni:
Nel contratto a prestazioni corrispettive, in caso di impossibilità parziale della prestazione dovuta da una delle parti, è solo la parte creditrice della prestazione divenuta parzialmente impossibile che ha il diritto di avvalersi dei rimedi previsti dall'art. 1464 c.c., e che quindi può, in difetto di un interesse apprezzabile all'adempimento parziale, recedere dal contratto invece che usufruire di una riduzione della sua prestazione. (Nella specie, in relazione ad un contratto preliminare di vendita di un immobile da costruirsi a cura del promittente venditore, questi aveva chiesto la risoluzione del contratto per impossibilità sopravvenuta inerente a ostacoli urbanistici, ma il giudice di merito aveva rigettato tale domanda ed accolto invece la domanda di risoluzione per colpa del promittente venditore; la S.C. nel confermare tale sentenza ha enunciato il riportato principio, con riferimento al rilievo del ricorrente che la costruzione sarebbe stata possibile solo con riduzione delle superfici e dei volumi)
(Cass.14.3.1997, n. 2274, M, 1997).
Si riporta una stralcio della motivazione della precedente Cassazione per meglio evidenziare la problematica:
Rimane la questione dell'inadempimento contrattuale del Mineri, ritenuto dal giudice del merito. Va precisato che la motivazione della sentenza impugnata si articola in più punti, avendo la Corte di Appello affermato - dopo aver rilevato che la scrittura del 21 gennaio 1966 deponeva per un completo scollegamento delle assunte obbligazioni dalle vicende in sede amministrativa - che "in ogni casa" l'asserita impossibilità sarebbe stato soltanto temporanea (annullato dal giudice amministrativo il diniego di approvazione dell'ultimo progetto presentato dal Mineri, la concessione venne infine rilasciata) talché permaneva l'obbligazione di adempimento" (sent. fog. 8-9). L'affermazione della Corte e' esente da vizi logici e giuridici. Non sussistono i denunciati vizi della motivazione e-o violazione degli artt. 1453, 1463, 1464 e 1458 c.c. Invero il ricorrente medesimo prospetta una sopravvenuta impossibilità solo temporanea (sino al 30.5.1990) e l'impossibilita' d'altra parte di realizzare la cosa futura come prevista in contratto "per le necessarie modifiche che comportavano riduzione di cubature e minore superficie per piano", sostenendo di essersi visto perciò costretto a cedere il terreno ed a sciogliersi dal contratto stipulato il 21 gennaio 1966. E' di tutta evidenza l'inconsistenza di detta linea difensiva. A norma dell'art. 1464 c.c. (impossibilità parziale) quando la prestazione di una parte e' divenuta solo parzialmente impossibile e' l'altra parte che ha diritto ad una corrispondente riduzione della prestazione da essa dovuta, potendo anche recedere dal contratto qualora non abbia un interesse apprezzabile all'adempimento parziale. In fattispecie analoga a quella in esame questa Corte ha già affermato che i rimedi possibili sono invocabili dal promissario, che riceve una prestazione minore o comunque non pienamente satisfattiva del suo interesse, non già dal promittente, che invece riceve esattamente quanto pattuito e che non può profittare delle deficienze della sua prestazione per sottrarsi alle proprie obbligazioni (sent. 24.2.1982, n. 1139). La Corte di Appello ha poi ritenuto, in relazione alla domanda risarcitoria, che la relativa censura, in quanto fondata sul diniego di sussistenza di responsabilità, restava assorbita dal rigetto delle precedenti doglianze. Con l'atto di appello infatti non furono formulate specifiche censure in ordine al "quantum" del danno ma si sostenne che andava esclusa la condanna al risarcimento del danno in quanto non vi era responsabilità del debitore e tanto venne ribadito nella richiesta conclusiva dell'atto ("e rigettare la domanda del risarcimento del danno proposta dagli attori; non sussistendo alcuna responsabilità del convenuto Mineri Orazio" ). (…)
(Cass.14.3.1997, n. 2274, banche dati giuridiche “Aurum”, UTET, 2, 2004).