Source: https://nichilismomonamour.wordpress.com/2014/08/12/la-caduta-dei-totem-larticolo-18/
Timestamp: 2017-11-25 11:33:01+00:00
Document Index: 70291179

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La caduta dei totem: l’articolo 18 | Charly's blog
La caduta dei totem: l’articolo 18
Di tanto in tanto rispunta la polemica sull’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori e a questo giro è stato Alfano a rispolverare la questione [1]:
Perché la disoccupazione giovanile “adesso è la priorità” e “il governo deve saper superare i vecchi totem degli anni settanta”.
La finalità è quella di favorire l’occupazione:
Non vogliamo favorire i licenziamenti ma incrementare le assunzioni. Non vogliamo togliere diritti a chi già lavora ma dare una occasione a chi non ce l’ha, e penso soprattutto a quella metà di ragazzi del Sud che langue nella disoccupazione senza una speranza. Se “sblocchiamo” l’idea che un’assunzione sia un matrimonio a vita, sono sicuro che il mondo delle imprese risponderà. Al Sud come al Nord.
Capito chi vuole fare cosa, passiamo a che cos’è la suddetta cosa.
Che cos’è l’art 18?
L’articolo 18 si trova nello Statuto dei Lavoratori [2] e si tratta di una sanzione che segue un iter giudiziario. Questo punto è importante: non è vero che l’art. 18 proibisca il licenziamento quanto tale, ma solo quello illegittimo con alcuni importanti caveat:
_ la dimensione: si applica soltanto nelle imprese con più di 15 lavoratori (più di 5 nel caso di quelle agricole);
_ si applica solo ai lavoratori con contratto di formazione o a tempo indeterminato;
_ il lavoratore deve dimostrare l’illegittimità del licenziamento;
In origine l’art. 18 prevedeva il reintegro nell’azienda e nel caso di quelli discriminatori si aggiungeva il diritto al risarcimento (con tanto di contributi arretrati). Di recente la cosa è cambiata eliminando il reintegro con un risarcimento di 15-24 mensilità, mentre il reintegro è possibile ma non più obbligatorio. Per chi se lo chiedesse, le controversie giudiziarie in merito sono poche migliaia.
Considerata la nanica dimensione delle imprese italiane ci si aspetterebbe un ambito di applicazione molto ridotto. La CGIA di Mestre, invece, argomenta l’esatto contrario [3]. Se è vero che solo 156.500 aziende su 5.250.000 superano i 15 addetti, è altrettanto vero che in quelle 150.000 aziende lavora il 65,5% dei lavoratori dipendenti. Ecco i dati raccolti dalla CGIA:
Dimensione imprese Addetti %
Meno 15 dipendenti 4.108.086 34,52%
Più 15 dipendenti 7.790.429 65,47%
Totale 11.898.515 100
Le variazioni di questa norma, quindi, sono tutto fuorché marginali sul piano prettamente numerico.
La ratio originale della norma era quella di tutelare contro i licenziamenti illegittimi (tipo le avances rifiutate) prendendo in considerazione il posto del lavoro in quanto tale piuttosto che altri aspetti anche più importanti. Ad esempio, si poteva ottenere lo stesso esito scindendo il reddito dal salario. Con un sussidio universale di disoccupazione unito ad un mercato del lavoro più fluido si può lavorare alla cosa colpendo ai fianchi [4]. Invece di tornare in azienda esponendosi al rischio di mobbing, sarebbe più sensato abbandonare quel postaccio in cerca di lidi migliori obbligando il datore di lavoro a migliorare le condizioni offerte pena la mancata disponibilità dei lavoratori stessi. Senza dimenticare che il sussidio si applica a tutti, anche quelli non coperti dall’art. 18.
Stando all’Alfano di turno, l’abrogazione dell’art. 18 porterebbe ad un aumento dell’occupazione perché le imprese avrebbero paura di assumere pena la mancata licenziabilità dell’assunto. Una teoria alquanto ardita dato che come si è visto l’ambito di applicazione dell’art. 18 non è universale e basterebbe usare le forme contrattuali non previste. In più che io sappia le aziende assumono per fronteggiare un fabbisogno lavorativo e non perché è più facile licenziare. Licenziare sarà diventato anche più facile, ma lo è ancor di più non assumere.
Viceversa non mi aspetterei neanche effetti particolarmente forti sul numero dei licenziamenti. Se un’azienda è in difficoltà il passaggio di rito è la Cassa Integrazione dato che scarica l’onere della condizione lavorativa sulla società e non c’è un atto definitivo come un licenziamento. Si parcheggia l’esubero e se si va bene lo si riprende, se va male l’azienda chiude. La CI conviene anche alle imprese perché permette di passare la nottata, sperando in una congiuntura migliore, senza intervenire su altri aspetti (tipo aprire il portafoglio). Il sussidio di disoccupazione, invece, tutela il lavoratore ma spinge fuori dal mercato l’azienda ormai bollita.
Sia come sia, quel che conta maggiormente, però, è la totale assenza nel dibattito politico del sussidio di disoccupazione universale. E ci credo, visto che costa come poco altro. In più si dimentica il contesto macro economico caratterizzato dalla recessione, dalla deflazione e dall’instabilità geopolitica. Però si discute su cambiare un paio di parole in una legge, abolendo questo o quell’articolo. Stranezze della vita.
Su un punto Alfano, però, ha ragione: l’art. 18 è davvero un totem. Tanto a sinistra quanto a destra.
[1] Cfr. http://www.repubblica.it/politica/2014/08/11/news/angelino_alfano_l_articolo_18_va_abolito_entro_la_fine_di_agosto_solo_un_totem_anni_70_servono_atti_straordinari-93543013/.
[3] Cfr. http://www.cgiamestre.com/2012/02/articolo-18-interessa-solo-il-3-delle-imprese-ma-tutela-il-65-dei-dipendenti-italiani/.
[4] Con conseguente aumento dei dipenndenti pubblici. Prima o poi i Fare boys capiranno che in Danimarca il 30% o quasi dei lavoratori sono dipendenti pubblici.
Questa voce è stata pubblicata il 12 agosto 2014 da Charly in economia con tag disoccupazione, economia, lavoro, politica.
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