Source: http://www.cesp-pd.it/spip/spip.php?article885
Timestamp: 2020-07-05 20:13:27+00:00
Document Index: 28608830

Matched Legal Cases: ['art. 18', 'e contrario', 'art. 18', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 10', 'art. 11']

JOBS ACT. PRECARIATO PER TUTTI. - Centro Studi per la Scuola Pubblica di Padova
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JOBS ACT. PRECARIATO PER TUTTI.
DA OGGI E’ IN VIGORE IL JOBS ACT.
NELLA CRISI DEL SETTIMO ANNO IL PRECARIATO DIVENTA PER LEGGE LA FORMA DEL LAVORO.
Che il rapporto tra il lavoro e il capitale fosse conflittuale, che gli interessi fossero, spesso, contrapposti, che ci fosse un nesso di amore e odio, sono tutti ingredienti che segnano i rapporti sociali nella società del capitale globalizzato, ma è il sarcasmo della Storia che ci conferma il detto popolare, posto che la pesante crisi, che connota questa fase, nel raggiungere appunto il suo settimo anno, ha determinato una rottura netta – in Italia – della dialettica tra le parti.
In questi giorni il Job Act ha concluso la sua attraversata parlamentare, passando attraverso Corte dei Conti e le varie Commissioni parlamentari, con le forzature che abbiamo visto, con il tardivo grido per lo sfregio del ruolo del Parlamento e, dal 1 marzo, diventa legge. Tutti noi siamo consapevoli che le leggi che afferiscono alla vita sociale, molto spesso, registrano il cambiamento che è già intervenuto nella società reale, che cristallizzano in articoli e commi i mutati rapporti di forza tra le forzi sociali, che le leggi sono lo specchio deforme della società in cui viviamo.
Il Job Act, in Italia, è il risultato di un lungo e accidentato percorso che si proponeva di smantellare quell’insieme di diritti che è stato il portato delle lotte operaie e sociali che hanno caratterizzato gli anni del trentennio 60/80 del novecento; un bene comune che è stato difeso con le unghie con i denti dai lavoratori ma che inesorabilmente ha dovuto fare i conti con i cambiamenti reali intervenuti nel mondo dei lavori, con lo sfarinamento di una data composizione di classe, con la trasformazione in quella che è stata defiita come la società liquida, in cui pensare ad un blocco sociale guida o di riferimento è e rimane pura ideologia.
Non si tratta, dunque, di cattiveria, di insipienza o di tradimento di questa o quella forza sociale o politica ma del puro e semplice interesse capitalistico che per materializzarsi ha bisogno anche di questi passaggi formali, di queste leggi per garantirsi il suo margine di profitto nella società globalizzata. Poco importa se per farlo si stravolgono i principi costituzionali che volevano il lavoratore protetto in quanto soggetto debole nel rapporto col capitale e il lavoro quale elemento centrale nella valorizzazione dell’intera società.
Per questo l’insistenza tutta politica della rottamazione dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori che rappresenta simbolicamente lo scalpo della classe operaia, ma anche la sua fattiva possibilità di organizzazione nei luoghi di lavoro, la chiusura di un lungo ciclo di lotte sociali; per questo la liberalizzazione dei licenziamenti collettivi dalle pastoie sindacali rappresenta, anche formalmente, il superamento definitivo del ruolo, fin qui conosciuto, delle Organizzazioni Sindacali tradizionali e non solo; per questo la dicotomia tra lavori nel pubblico e nel privato non viene più sopportata e presto tornerà all’ordine del giorno, con Ichino alfiere.
Nella crisi economica, in Italia, si è potuta produrre una specifica deriva economica e sociale per la particolare struttura produttiva del nostro paese fatta di centinaia di miglia di micro imprese, dove è – tuttora – concentrata la maggior parte dei lavoratori dipendenti, dove la dipendenza nella catena produttiva della divisione e distribuzione del lavoro con le medie e grandi imprese, nazionali ed internazionali, è totale, dove, per mantenersi a galla nella tenaglia della concorrenza globalizzata nella divisione internazionale del lavoro, si è compresso principalmente il costo del lavoro, inteso come insieme di tutele e diritti dentro e fuori i luoghi di lavoro, assunto anche come costo sociale della sua riproduzione, devastando il sistema delle garanzie e dei servizi ai cittadini, tagliandone la qualità, la quantità, la distribuzione e dislocazione.
I rinnovi contrattuali sono spariti per larghissime fasce di lavoratori, si calcola che negli ultimi 10 anni il potere d’acquisto pro capite per i lavoratori del Pubblico Impiego, dalla Sanità, agli Enti Locali, alla Scuola sia sceso dell’ordine di 3.000/6.000 € annui, per non parlare dei miliardi di risorse pubbliche disponibili tagliati in tutti i servizi essenziali e non. Di qui cui la necessità di ricondurre il lavoro e i lavoratori a condizioni ‘cinesi’: gioco forza nella società globalizzata la produttività e il costo del lavoro cinese sono il punto riferimento per tutti.
Di qui l’urgenza per tutti noi di, lasciando da parte miseri distinguo e interessi di bassa bottega, individuare collettivamente e di convergere su una piattaforma rivendicativa sociale che sia in grado di accogliere e sviluppare quella conflittualità che è il lievito e il sale di ogni percorso di trasformazione sociale; in questo senso molti punti sono stati colti e si possono intravvedere negli obiettivi e nel percorso delineati nel 2° Strike Meeting, tenutosi a Roma.
Vediamo, ora, quello che possiamo leggere nella legge che deriva dal Jobs Act. Dal primo marzo 2015 il contratto a tempo indeterminato per i nuovi assunti non sarà più regolato dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Il licenziamento per motivi economici sarà regolato da un indennizzo monetario anche quando l’interruzione di lavoro avverrà senza giusta causa. La reintegra resisterà soltanto per alcune fattispecie di licenziamenti disciplinari. E ovviamente per i licenziamenti discriminatori. Se il lavoratore accetterà la risoluzione immediata del contratto senza aspettare il giudizio di un tribunale, il risarcimento – che partirà da un minimo di due mesi e crescerà di un mese di retribuzione all’anno – sarà doppio.
L’indennità monetaria senza reintegra si applicherà anche per i licenziamenti collettivi senza giusta causa. Nonostante il parere contrario del Parlamento. Questo significa che nei prossimi anni – in caso di licenziamento collettivo infondato – alcuni lavoratori avranno diritto alla reintegra e altri no. In questa prima fase, il trattamento differenziato tra lavoratori assunti con le vecchie regole e quelli assunti con le nuove sarà forse eccessivo, ma più avanti (quando quasi tutti i lavoratori saranno regolati dal nuovo contratto) la differenza sui licenziamenti collettivi sparirà. Forse un compromesso poteva essere quello di posticipare di qualche anno l’applicazione della parte relativa ai licenziamenti collettivi. Ma il Governo ha voluto essere iperdecisionista, ha forzato la mano – facendosi rimbrottare dalla Boldrini e gridare al golpe dalla Camusso e Landini - e ha confermato in pieno le nuove regole, anche per i licenziamenti collettivi.
Quello che balza agli occhi immediatamente è la cancellazione sostanziale dell’art. 18; non basta lo zuccherino dell’art. 2 che mantiene la reintegrazione nel posto di lavoro per i licenziamenti discriminatori, nulli ed intimati in forma orale, perchè queste garanzie erano e sono previste dalla L. 604/1966, nonché da codice civile, costituzione e varie convenzioni internazionali.
La reintegra nel posto di lavoro è consentita, per i licenziamenti disciplinari, esclusivamente nel caso in cui “sia dimostrata in giudizio l’insussistenza del fatto materiale contestato al lavoratore, rispetto alla quale resta estranea ogni valutazione circa la sproporzione del licenziamento” (art. 3 Dlgs Jobs Act). In tutti gli altri casi c’è solo il risarcimento monetario, questo in rapporto crescente all’anzianità lavorativa. Insomma si sana una palese e acclarata ingiustizia nei confronti del lavoratore, ma col solo rimedio del dio denaro che tutto governa.
Quindi, ricapitolando: niente reintegro per i licenziamenti disciplinari (se non quando è appurata l’insussistenza del fatto materiale contestato (onere che tocca al lavoratore), niente reintegro per i licenziamenti economici sia individuali che collettivi.
Ed è questa la vera novità che Renzi ha tirato fuori all’ultimo minuto (cfr. le ultime due righe dell’art. 10) e che ha fatto infuriare particolarmente i sindacati confederali e la “sinistra” seduta in Parlamento. Con ciò i sindacati escono fortemente ridimensionati, perchè vedranno ulteriormente ridotti i loro margini di contrattazione, manovra e, in ultima analisi, di potere, ma ancor più penalizzati risultano i lavoratori, che si vedranno privati di una serie di garanzie e criteri oggettivi (la rotazione, l’anzianità, i carichi di famiglia) con cui finora si è cercato di limitare la discrezionalità padronale nel condurre ristrutturazioni, riconversioni, dislocazioni e quant’altro.
Allora, per i licenziamenti economici (individuali e collettivi) e disciplinari (tranne in caso di insussistenza materiale del fatto) riconosciuti illegittimi, i risarcimenti sono pari a 2 mensilità per ogni anno di anzianità aziendale, da un minimo di 4 ad un massimo di 24 mensilità. Le piccole e medie imprese (fino ai 15 dipendenti) versano un indennizzo risarcitorio, a seconda dell’anzianità, da 1 a 6 mensilità (in precedenza era da due e mezzo a sei mensilità).
Per i licenziamenti viziati da errori formali il risarcimento è pari ad una mensilità per ogni anno di anzianità aziendale, da un minmo di 2 ad un massimo di 12 (in precedenza l’indennizzo era compreso tra sei e dodici mensilità).
Cambia anche la conciliazione, prima era obbligatoria ed era precedente il licenziamento, si svolgeva esclusivamente presso la Dtl (Direzione territoriale del lavoro), ora diviene facoltativa, si realizza quando il licenziamento è ormai partito e serve a trovare un accordo, fuori dall’ambito giudiziario, sull’eventuale indennizzo nella misura di una mensilità per ogni anno di anzianità aziendale, da un minimo di 2 a un massimo di 18 mensilità, le somme pagate dal datore di lavoro sono esenti da tasse e contributi.
C’è infine (art. 11) il contratto di ricollocazione, per cui sono previsti 18 milioni di euro (+ altri 32) per il 2015 e 20 milioni per il 2016 di finanziamenti pubblici. Il lavoratore licenziato illegittimamente ha diritto di ricevere un voucher dal Centro per l’impiego territorialmente competente, che può presentare ad un’agenzia per il lavoro (pubblica o privata), con la quale può sottoscrivere un contratto di ricollocazione consistente nell’aiuto alla ricerca di una nuova occupazione, nella possibilità di frequentare corsi di addestramento o riqualificazione professionale; Occorre la massima disponibilità del lavoratore a cooperare con l’agenzia, egli non può rifiutare di frequentare i corsi e le offerte di lavoro, pena la perdita del voucher e la rescissione dello stesso contratto di ricollocazione; in tal modo il lavoratore è in completa balia dell’agenzia.
Nasce la NASp I (Nuova prestazione di Assicurazione Sociale per l’Impiego): i commentatori filogovernativi hanno sottolineato che la durata raddoppia, 2 anni, nei confronti della precedente ASpI istituita dalla Fornero, che era valida un anno per gli under 55 e 18 mesi per gli ultra cinquantacinquenni. La NASpI, che entrerà in vigore dal 1° maggio 2015, consiste in un’indennità garantita a chi rimane senza lavoro, che abbia accreditate, nei quattro anni precedenti, almeno 13 settimane di contribuzione e abbia lavorato almeno 18 giorni nell’anno che precede la disoccupazione.
La NASpI è commisurata al 75% della retribuzione imponibile media ai fini previdenziali degli ultimi quattro anni e, in ogni caso non può superare i 1.300 euro lordi; dall’inizio del quarto mese di fruizione diminuisce del 3%, e dal 1° gennaio del 2017 la durata della prestazione si riduce fino ad un massimo di 78 settimane, cioè 18 mesi non più 24.
Per i Co.co.co è già scattata dal 1° gennaio 2015 la Dis-Coll, che sostituisce la vecchia una tantum prevista a favore dei Collaboratori con un reddito annuo non superiore nel 2013 a 20.220 euro, che abbiano accreditati nell’anno precedente almeno 3 mesi di contributi; i criteri e gli importi sono uguali a quelli dell’indennità della NASpI, anche se la durata massima è fortemente accorciata, massimo di 6 mesi; e la platea dei beneficiari si è decisamente ristretta causa le compatibilità finanziarie di cassa, non più di 75/80.000 rispetto ai 296.000 virtualmente in possesso dei requisiti per usufruire del sussidio.
Altro che reddito di cittadinanza per tutti!!!