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Timestamp: 2018-01-20 17:06:45+00:00
Document Index: 22563739

Matched Legal Cases: ['arte 1', 'art. 78', 'art. 78', 'art. 78', 'art. 17', 'art. 17', 'art. 17', 'art. 17', 'art. 25']

Indicazioni di comportamento di un volontario carcerario
Milano, 15 marzo 2001
Questa relazione è il frutto del lavoro di riflessione di un gruppo ristretto di volontari. La prima edizione portava la data del 19 gennaio 1997. Scopo della relazione è saper arrivare al cuore, al momento più profondo della attività del volontario, cioè l’incontro con il detenuto. Tutto il resto - procurare gli indumenti, espletare pratiche, far avere sussidi e magari la casa, il lavoro, etc. - è importante, ma la solitudine del detenuto resterebbe anche se quei problemi fossero risolti.
La relazione è divisa in 6 parti:
1) Il principio informatore della attività dell’ assistente volontario;
2) Natura del sostegno morale;
3) Il carcere e il detenuto;
4) Qualità e ruolo del volontario;
5) Forma del colloquio;
6) Una specie di decalogo di cose da fare e di cose da non fare.
Parte 1°: Il principio informatore della attività del volontario
1) Il comando "Non giudicare"
Il principio che dà criterio e norma alla attività dei volontari carcerari, appartenenti alla Associazione Sesta Opera San Fedele, è un comando evangelico : "Non giudicare".
Nessuno infatti potrà mai sapere quanto l’ educazione, l’ambiente, le esperienze abbiano giocato sulla responsabilità di un colpevole.
Il volontario ha di fronte soltanto un uomo privato della libertà. Di lui non sa nulla, non sa come sia cresciuto, che genitori ha avuto, etc. Non sa come è giunto in carcere, per quali percorsi di violenze (magari subìte), di immoralità, di educazione al male, di brutalità, di assenze di valori, di miserie. Chi può dire che un altro, cresciuto in quelle condizioni, si sarebbe comportato diversamente? Per questi motivi il volontario non può giudicare.
Nella Sacra Scrittura questo comando è categorico. Esso viene ripetuto parecchie volte con parole forti e chiare.
In termini meno solenni, il saggista Hein diceva "Quando si è pieni di voglia di giudicare, resta poco spazio per la saggezza".
Da questo comando discende una linea ed uno stile di comportamento.
2) Il volontario e la questione della innocenza o della colpevolezza del detenuto
Il volontario non deve mai entrare nella questione della innocenza o della colpevolezza del detenuto.
C’è stato un arresto, un processo o una misura decisa dalla Magistratura e a questo il volontario deve attenersi.
Il volontario non sa nulla del reato commesso o ascritto, salvo quanto il detenuto ha voluto raccontargli; non sa nulla del processo, delle prove; non ha udito le ragioni dei Giudici.
E si dice ciò non perché il volontario se ne debba informare, ma per fargli notare che sbaglia sia quando sposa unilateralmente le ragioni del detenuto, sia quando giustifica le azioni compiute o le minimizza.
Cavalcare unilateralmente le "ragioni" del detenuto, potrebbe solo servire a rinforzargli la convinzione che ha subìto una ingiustizia.
Così facendo non gli si porta reale aiuto. Non lo si conduce, sia pur gradualmente, a fargli comprendere le gravi sofferenze che il suo gesto, se colpevole, ha inferto a se stesso, alla parte lesa e ai suoi famigliari spesso lasciati allo sbaraglio.
3) Atteggiamento di ascolto
Il volontario non deve fare domande che riguardano il reato, né tanto meno assumere atteggiamenti indagatori: lascerà al detenuto l’iniziativa di una maggior o minor confidenza.
Il volontario potrà invece chiedere quale è la posizione giuridica del detenuto: se è in attesa del giudizio di primo grado, se è appellante (in attesa del giudizio di appello), se ricorrente (inattesa del giudizio di Cassazione), se definitivo (condannato definitivamente) (vedi punti 8 e 19).
4) La tentazione di ammirare il male
Capita che il detenuto racconti al volontario perché è finito in carcere. Si deve però sottolineare che il volontario deve guardarsi dalla tentazione di "ammirare il male", dall’essere risucchiato dalla voglia di volerne sapere di più, di girarci attorno con una certa morbosità.
Se un volontario soggiace a questo tipo di tentazione, abbandoni questo servizio: non è fatto per lui e il Signore gliene renderà merito.
Parte Seconda - Natura del sostegno morale
5) L’art. 78 della Legge 354/75
L’art. 78 della legge 354/75 , che istituisce la figura del volontario carcerario, recita :
L’amministrazione penitenziaria può, su proposta del magistrato di sorveglianza autorizzare persone idonee all’assistenza e alla educazione a frequentare gli istituti penitenziari allo scopo di partecipare all’opera rivolta al sostegno morale dei detenuti e degli internati, e al futuro reinserimento nella vita sociale.
Gli assistenti volontari possono cooperare nelle attività culturali e ricreative dell’istituto sotto la guida del direttore , il quale ne coordina l’azione con quelle di tutto il personale addetto al trattamento.
Gli assistenti volontari possono collaborare con i centri di servizio sociale per l’affidamento in prova, per il regime di semilibertà e per la assistenza ai dimessi e alle loro famiglie"
L’art. 78 sostanzialmente afferma che l’opera del volontario deve essere volta :
- al sostegno morale;
- al futuro reinserimento sociale;
- al sostegno dei suoi diritti.
6) Natura del sostegno morale
Il sostegno viene manifestato sostanzialmente porgendo attenzione al detenuto, non solo con le labbra, ma con il cuore. Il volontario non deve tirar dritto per la sua strada, ma fermarsi come il samaritano.
Il volontario si deve accostare al detenuto con grande serenità di animo, avendo lasciato dietro la porta i propri problemi.
Il detenuto deve capire che il volontario è lì per lui, che è a sua disposizione, che null’altro in quel momento è più importante di lui.
L’atteggiamento fondamentale, irrinunciabile è il primato dell’ascolto.
7) Situazione del detenuto
Il detenuto è una persona essenzialmente sola, strappata ai suoi affetti. Magari è senza colloqui, come succede ai detenuti la cui famiglia non c’è o è lontana (questa è la situazione di molti tossici e di tutti gli extracomunitari).
È una persona che si trova in fondo ad un pozzo. Giocoforza si dibatte, cerca di attirare l’attenzione su di sé, si agita, chiede lo stesso intervento a più volontari per essere sicuro di essere aiutato; cerca di impietosire.
Il volontario deve prestargli attenzione e comprenderne la situazione. Ma nello stesso tempo non deve farsi strumentalizzare andando a fare cose impossibili, od inutili, o peggio dannose, solo perché è impietosito dal caso.
Il volontario deve aiutare l’uomo che ha di fronte a rientrare in sé, a darsi linee interiori di rettitudine, a trovare la misura della sincerità e della verità, che sempre creano benessere interiore. Il rischio grande in carcere è che il detenuto bari con tutti, a cominciare da sé stesso.
8) Educare il detenuto
Educare è un’arte difficilissima per la quale è impossibile dare regole precise. Il detenuto (soprattutto quello italiano) spesso proviene da periferie disastrate. Raramente ha chiara la distinzione tra il bene e il male, ma possiede solo un groviglio di pensieri poveri e confusi, un mucchio di notizie contraddittorie. Dirimere, fare ordine, instillare un metodo di ragionamento, fargli distinguere ciò che è bene da ciò che è male, è educare. Questo sarebbe il compito primario di tutta la struttura rieducativa: ma è difficile e manca il tempo. I volontari spesso non ne sono all’altezza.
Ma attenzione. Le cose che contano sono due : la gratuità del volontario (testimonianza di esempio) e poche sagge parole di "invito al bene". Del volontario quello che più importa è che sia saggio piuttosto che colto : per questo motivo volontari semplici, ma di buon senso, sono preziosissimi.
9) Sostegno dei diritti del detenuto
Il volontario deve aiutare il detenuto che é nelle condizioni previste dalla legge per poter uscire dal carcere, ma che non ha forza sufficiente per rimuovere gli ostacoli, a volte puramente burocratici.
Questo rientra pienamente nell’ambito di azione del volontario, che continua a non entrare nel merito della innocenza o della colpevolezza, ma che aiuta il detenuto a far valere diritti previsti dalla legge (punto 19).
Parte Terza - Il carcere e il detenuto
10) Cosa dichiarano i detenuti
Molti detenuti (forse la maggioranza) si dichiarano innocenti (e alcuni sono veramente tali); molti si dichiarano colpevoli, ma riducono subito la portata del reato a "sciocchezza", rovesciando così il torto sui Giudici che hanno comminato una condanna che appare spropositata; infine pochi si dichiarano pienamente colpevoli. Di fronte al detenuto che si dichiara innocente, il volontario non può che prenderne atto, non fare commenti, tacere ogni dubbio che gli venisse in mente.
11) Il detenuto tossicodipendente
I detenuti tossicodipendenti sono molti. Per mostrare quanto è importante comprendere i caratteri generali di una categoria di detenuti, riportiamo quanto scrive un esperto a proposito di essi:
"Il tossicodipendente è estremamente seduttivo e fantasioso, capace di coinvolgerci e raggiraci secondo le proprie necessità, fermo restando gli indubbi vissuti di disagio e di sofferenza che egli prova. Se ci mettiamo dalla sua parte, facciamo solo il suo gioco, che lo porta all’ autodistruzione. Chiedo soprattutto alle donne di stare inguardia, perché in questi casi l’istinto materno viene particolarmente stimolato e seguirlo può condurre a commettere gravi errori, peggiorando la situazione".
Ogni categoria di detenuti ha un proprio profilo generale: diverso è il caso del tossico da quello del trafficante, dell’ usurario o del piromane psicopatico.
Come ovviamente diverso è il rapporto con una persona che ha preso quattro mesi per un oltraggio o con chi invece ha sulle spalle l’ergastolo, o se lo aspetta. Altri saranno gli approcci, altri i contenuti dell’assistenza.
12) Gli extracomunitari in carcere Gli extracomunitari in carcere
Le condizioni degli extracomunitari sono particolarmente penose. Accanto a qualche terribile figura di impietoso e crudele sfruttatore di bambini e di giovani donne, c’è un mondo di poveracci, buttati dentro senza tanti complimenti.
Ragazzi giovani, giovanissimi, in carcere a migliaia di chilometri da casa, lontani dagli affetti, senza futuro, senza soldi, spesso con la grande vergogna di essere stati incarcerati.
Molti di loro ritengono di poter tornare alle loro case solo da "vincitori": ricchi e trionfanti. L’impossibilità del ritorno in queste condizioni li rende eternamente esuli, randagi e costretti alla recidività.
Parte Quarta- Qualità e ruolo del volontario
13) Atteggiamento del volontario
Il sostegno morale non consiste nel dare ragione a priori al detenuto. Il volontario non resta indifferente di fronte agli arrovellamenti, alle contorsioni mentali del detenuto, per le quali egli non può non provare comprensione.
Ma non deve farsi tirar dentro dal detenuto. Come pure il volontario non deve farsi trascinare nelle diatribe o invettive o polemiche verso i giudici.
Il volontario deve aiutare il detenuto a dare un senso alla sua sofferenza giusta o ingiusta. Potrebbe essere nel peggiore dei casi espiazione di colpe (anche se converrebbe espiare con forme più razionali della privazione della libertà tramutata in ozio) e nei migliori dei casi uno strumento per crescere in forza umana.
L’ideale sarebbe di riuscire a fare del carcere una positiva forza di vita, anziché, come può accadere, una scuola di delinquenza.
14 ) Il volontario deve stare al suo posto
Il volontario deve imparare a stare al suo posto, rispettare la sua identità. Ognuno fa il suo mestiere: il volontario non deve fare mestieri di altri, inventarsi di essere qualcosa per mostrare al detenuto (o a se stesso) che si dà da fare.
Il volontario può entrare in relazione con i vari operatori (giudici, avvocati, psicologi, educatori, etc). Anzi uno scambio di opinioni può essere utile per comprendere meglio quanto si può fare per il detenuto.
La sottolineatura che qui si vuol fare è un’altra : è quella di evitare invasioni di campo, confusioni.
Il volontariato maturo esige il rispetto dei ruoli.
15) Stile del volontario
Il volontario deve avere un comportamento molto discreto, magnanimo, cordiale, trasparente. L’atteggiamento sereno di colui che passa attraverso il male senza esserne toccato. Sono fuori luogo gli atteggiamenti da allegri compagnoni, come pure atteggiamenti moralistici da fine ottocento.
16) Qualità del volontario
Il volontario "ideale" possiede delle "capacità elettive" quali :
- l’umiltà che lo dispone sia a correggersi, sia ad apprendere;
- il rispetto dell’altro, della sua storia personale, cultura, tradizione, provenienza;
- l’accoglienza, accettare l’altro per quello che è;
- il desiderio di far emergere il bene da una persona.
È bene tuttavia che conservi un sano distacco, una certa "distanza relazionale", non per esprimere una superiorità che non c’è, quanto per attrarlo verso comportamenti differenti, fargli nascere la nostalgia del bene; indurlo a "discernere" ciò che è bene da ciò che è male; sapere dire, quando è necessario, di "no".
Il controllo di sé permette di comprendere meglio la situazione : un coinvolgimento emotivo non dominato, non è un atteggiamento maturo.
17) Identità del volontario
La nostra Associazione ritiene che il volontario non debba mai far parte di commissioni, équipe, etc, sia pur in qualità di osservatore. Perderebbe subito la fiducia dei detenuti e snaturerebbe la sua identità. Il volontario è l’unica persona non pagata che il detenuto incontra in carcere e che non fa parte della struttura: egli è "altro" dall’istituzione, è "oltre" l’istituzione e non deve pertanto essere assorbito dalla istituzione.
Il volontario rappresenta la semplice "normalità", il testimone della vita corrente che corre parallelamente a quella del carcere. È una persona che vive del proprio lavoro, fa andare avanti la casa, vive in famiglia, è integrato nella comunità, cerca di fare opera sociale. Se è vero che il volontario deve conoscere alcuni elementi basilari del diritto penale e delle misure alternative, è pur vero che egli resta pur sempre un volonteroso che fa quello che può, quando può e, quando esce dal carcere, fa tutt’altro. Egli cercherà di diventare un "esperto di umanità", l’unica "professionalità" che ci si deve attendere da lui. Una professionalità difficile, il cui apprendimento è molto particolare, che richiede saggezza e serietà, piuttosto che scienza.
18) Soddisfazioni di un volontario
Il volontario non deve attendersi soddisfazioni se non quelle di avere fatto buone azioni. L’esperienza ha mostrato che certe delusioni sono quasi scontate. Capita di non ricevere neppure un grazie, dopo essersi dati magari tanto da fare. Succede anche che il detenuto con il quale il volontario ha un ottimo rapporto, una volta liberato, scompaia, nonostante le assicurazioni di eterna amicizia che aveva dato.
Parte Quinta- Forma del colloquio
19) Dare del "lei" o dare del "tu"
In generale è bene dare del "lei" per una forma di rispetto, soprattutto all’inizio. Molti detenuti sono stati a lungo mal vessati : un atteggiamento rispettoso li aiuta a ricuperare il senso della propria dignità, a sentirsi trattati finalmente da uomini degni.
È possibile poi che dal "lei" si passi al "tu", quando la confidenza e la prolungata frequentazione permettono di dare al rapporto un senso di affettuosità e in un certo qual modo di amicizia.
È un passaggio che viene da sé, senza forzature e quindi non toglie niente al rispetto dovuto ad ogni uomo.
Anche sotto questo profilo i colloqui vanno personalizzati e niente deve essere uguale per tutti.
20) Il primo colloquio con il detenuto
Uno schema di primo colloquio con un detenuto potrebbe essere il seguente: il volontario chiede l’età; quando è entrato in carcere; se è in attesa del processo o se è appellante o ricorrente o definitivo; qualora fosse stato giudicato, quale pena gli è stata inflitta. Confrontando la pena con la data di ingresso in carcere si incomincia a capire se il detenuto è in prossimità di godere dei benefici di legge.
Poi gli si può chiedere se è sposato, dove abita la famiglia, se ha figli. In ogni caso occorre tener presente che quello che più importa è stabilire una relazione con il detenuto.
21) Gradualità dell’intervento del volontario
Il detenuto ha bisogno innanzi tutto di essere incoraggiato, soprattutto se è appena entrato in carcere per la prima volta. All’inizio al volontario è richiesto di far coraggio. La maggior parte dei detenuti sono persone giovani e, come tutti i giovani, hanno un gran bisogno di essere incoraggiati.
Il volontario deve anche fare da parafulmine agli sfoghi e alle rabbie. Infine lentamente deve trasmettere semplici e chiari "input" per un corretto discernimento: imparare a distinguere ciò che è bene da ciò che è male e assumere la responsabilità di questa scelta.
Da qui si può iniziare a guardare insieme gli eventi per rimettere a posto i vari tasselli, per comporre una vita più vera, più autentica.
22) Spronare
È vero che, perlomeno a San Vittore, le condizioni di detenzione sono tali da far passar ogni voglia di far qualcosa. Tuttavia il volontario deve spronare,incoraggiare il detenuto a reagire , a non restare soltanto sulla branda a guardare la TV.
Occorre raccomandare di tenersi in efficienza a tre livelli : a livello del corpo, a livello della mente, a livello dello spirito, pur sapendo che tra questi 3 livelli c’è correlazione e non netta separazione: basta pensare ai disturbi psicosomatici così frequenti in carcere.
Per il corpo si raccomandi di andare all’aria, di fare per quanto possibile la ginnastica, di tenersi in movimento.
Per la mente si raccomandi la lettura di libri o perlomeno di giornali (meglio comunque la Gazzetta dello sport che la TV) , lo studio, magari lo scrivere (p.e. tenere un diario).
Per lo spirito si raccomandi la riflessione (magari scritta); se la persona è ricettiva, si può gradualmente aprire il discorso etico/religioso, un percorso formativo.
23) Cosa domandare ai detenuti
Nei colloqui chiedere se è sposato , se ha figli, come si chiamano, se ha legami con la famiglia, con gli amici. Prendere nota di queste notizie, di modo che la volta successiva, avendo guardato prima gli appunti, si è in grado di chiedere come stanno i figli, nominandoli per nome. Il detenuto avrebbe un segno di attenzione particolare che sicuramente gli farà piacere.
Se il detenuto ha trascurato, per vari motivi, la famiglia, occorre aiutarlo a riannodare i fili piuttosto consumati, specialmente con i figli.
Purtroppo ci sono detenuti che non hanno famiglia e che non sono attesi da nessuno: hanno un fallimento alle spalle e un futuro senza prospettive.
Qui occorre il coraggio del volontario per assumersi il carico di non por fine al dialogo neppure alla fine della detenzione.
24) Gesti di amicizia del detenuto
Occorre raccomandare gesti di amicizia verso i compagni di cella, soprattutto i più indifesi, di sostegno dei compagni in crisi, di aiuto, di conforto: il dolore degli altri, spesso molto grande, ridimensiona il proprio.
25) Raccomandazioni al detenuto
Se il detenuto ha figli occorre raccomandargli di scrivere a loro frequentemente: essi devono sapere che il papà li pensa, li ama. Essendo venuta meno la presenza fisica, il ricordo deve essere di più alta intensità.
Fargli capire che è sciocco dire "tanto lo sanno che gli voglio bene" , perché alla stessa stregua i famigliari potrebbero non venire a trovarlo in carcere "tanto lo sa che gli vogliamo bene". I figli non hanno bisogno di tante parole, ma di gesti concreti , di scritti che correggano la sensazione di abbandono; di piccoli doni, di oggetti fisici, come una cartolina, che quasi faccia loro sentire "l’odore" del papà.
Fra le tante problematiche della famiglia quella educativa è certamente prioritaria. In molti detenuti è radicata ancora l’idea che educare significhi "fai quello che ti dico e non guardare quello che faccio". La discrepanza tra principi e vita ha creato dei grossi danni nei figli adolescenti. Questo punto merita di essere approfondito nei colloqui con i detenuti.
La presenza idealmente più profonda del papà è di vitale importanza per i figli.
26) L’incoraggiamento del volontario credente
I detenuti, soprattutto se giovani, vanno molto incoraggiati.Il Signore sa trasformare un periodo tetro e duro in un periodo benedetto. La gran parte dei nostri detenuti è molto giovane : tutta la vita sta ancora davanti a loro perché possa essere riacciuffata.
Il volontario deve infondere molto coraggio. Tutto è ancora possibile. Poiché si è toccato il fondo, adesso non si può che risalire.
Il volontario deve sostenere l’ascesa, che non sarà senza smarrimenti, come per ogni percorso spirituale. Quello che conta è fare tutto il possibile per riuscirci. Il resto lo metterà il Signore : questo vale in tutte le cose della vita.
Per i detenuti giovani c’è da imbastire il discorso della speranza che troverà nelle risorse personali, nel rafforzamento della volontà, nella ricerca coraggiosa delle vie oneste, anche dopo il marchio della trasgressione.
Il volontario credente può trovare modo di proporre la Parola del Signore, che spalanca un domani di salvezza.
27) L’incoraggiamento del volontario non credente
Se il punto precedente è visto da parte del credente, non meno vera, non meno forte è la condivisione del volontario non credente dei temi del coraggio, della umana risalita, della speranza.
La dignità, l’ onestà, la magnanimità, l’essere giusto, tutte queste "cose belle" (cose di lassù, le chiamerebbe san Paolo) sono certamente "cose belle" per i volontari non praticanti o non credenti.
La speranza non è solo la speranza cristiana, ma anche la speranza laica di un mondo migliore.
28) Il detenuto cambia raggio o cambia carcere
Se il detenuto cambia carcere, è molto difficile seguirlo epistolarmente. I trasferimenti sono molto frequenti ed è quasi impossibile star dietro a tutti.
Se un volontario intende mantenere un rapporto epistolare con un detenuto, valuti bene se poi è veramente in grado di farlo.
29) Il detenuto va agli arresti domiciliari
Se il detenuto viene mandato agli arresti domiciliari e il volontario intende andare a trovarlo, deve farsi autorizzare dal Magistrato di Sorveglianza.
Andare agli arresti domiciliari, vuol dire che il detenuto dipende da un’altra autorità. Non vuol dire che è quasi in libertà.
Parte Sesta - Indicazioni di cose da fare e da non fare
30) Indicazione generale
Lo stesso detenuto non deve essere seguito da più volontari. Quando un volontario si accorge che un detenuto è seguito da un altro volontario, dovrebbe contattare l’altro volontario per accordarsi sul da farsi.
In alcuni casi particolari (p.e. nel caso di un detenuto depresso e ammalato) è addirittura utile che più volontari si alternino nel seguire lo stesso detenuto.
In altri casi è opportuno che un volontario chieda l’intervento di una volontaria, quando, per esempio, si deve contattare la famiglia del detenuto e ci sono di mezzo dei bambini.
Deve essere tuttavia salvaguardato il diritto del detenuto a scegliere il volontario che desidera. Questa scelta , quando c’è, è prioritaria rispetto a qualsiasi accordo tra i volontari.
31) Numero di detenuti da seguire
Il numero di detenuti da seguire non deve essere troppo alto, altrimenti essi verrebbero seguiti male.
È importante che il volontario trovi la giusta misura per lavorare bene e per non stressarsi troppo.
Un numero ragionevole di detenuti evita anche disguidi in caso di assenza prolungata.
32) La domandina : procedura per San Vittore
Il volontario può parlare solo con i detenuti che hanno fatto regolare "domandina". Se un detenuto chiede ad un volontario di potergli parlare, bisogna dirgli di fare la domandina nella quale egli indica esplicitamente di poter parlare con lui.
Ma, ripetiamo, il volontario non può avere colloqui con un detenuto senza una autorizzazione, quella che gli viene conferita dalla domandina presentata e vistata.
La domandina vale per un solo colloquio. Se il detenuto vuole vedere altre volte il volontario, sulla domandina deve richiedere di avere colloqui "in via permanente".
33) Osservanza delle regole del carcere
Il volontario deve scrupolosamente osservare alla lettera le regole vigenti in carcere, non dimenticando mai che il mondo della giustizia è molto formale, molto "procedurale". Si interroghi frequentemente su quello che fa e se ha dubbi si rivolga alla Direzione o per lo meno ad un volontario esperto.
34) Segreto professionale
Il volontario deve essere molto riservato circa nomi, tipo di reati, etc. In qualche modo è tenuto ad una sorta di segreto professionale. A maggior ragione in un periodo di "privacy".
35) Contatti con i magistrati
Come già detto più volte, il volontario deve agire nell’ambito dell’articolo 78 della Legge 354/75, riportato al punto 7. Questo deve essere il termine di riferimento, la "stella polare" dell’azione del volontario.
Gli unici magistrati con i quali il volontario può avere contatti sono i magistrati del Tribunale di Sorveglianza. Il volontario deve, negli eventuali contatti con questi magistrati, soltanto "informarsi" e non discutere, consigliare, sottoporre. Un volontario non può, tanto per capirci, andare da un magistrato di sorveglianza e dirgli che deve liberare assolutamente un detenuto.
36) Il volontario e la parte lesa
Il volontario non viene praticamente mai in contatto con la parte lesa. Ed è bene così. Il volontario non deve infatti mai cercare la parte lesa per invocare pietà o peggio per giustificare il colpevole. Sarebbe una mossa che travalicherebbe di moltissime volte il nostro compito e che probabilmente sarebbe penalmente perseguibile. Non fatelo mai !. C’è stato un reato : la giustizia provvederà.
Nel caso di un delitto verificatosi all’interno della famiglia, la parte lesa è ovviamente la famiglia stessa. In questo caso non prendete contatto con la famiglia!
37) L’art. 17 della Legge 354/75
Il volontario che invece entra con l’art. 17 della Legge 354/75 deve ovviamente attenersi all’ambito di tale articolo, che recita così:
Art. 17 (Partecipazione della comunità esterna all’azione rieducativa): La finalità del reinserimento sociale dei condannati e degli internati deve essere perseguita anche sollecitando ed organizzando la partecipazione di privati e di istituzioni o associazioni pubbliche e private all’azione rieducativa.
Le persone indicate nel comma precedente operano sotto il controllo del direttore.
Sostanzialmente si entra in carcere con l’art. 17 per un "progetto" o un "servizio" preciso, voluto dalla Direzione del carcere. Per esempio: un servizio scolastico (insegnamento di materie scolastiche), un servizio culturale (gestione di una biblioteca), un servizio sociale (distribuzione di indumenti), un "progetto" (redazione di una rivista scritta da detenuti), etc.
Il volontario che entra in carcere con l’art. 17, si attenga rigorosamente all’ambito definito: se, ad esempio, entra in carcere per insegnare l’inglese e i detenuti lo portano a parlare di indulto, deve dir loro che lui è lì soltanto per insegnare l’inglese. Un volontario deve essere sempre formalissimo: lo ripeteremo alla nausea.
38) Correttezza delle informazioni
Il volontario, quando dà al detenuto delle informazioni, soprattutto se di tipo legale o legislativo, deve essere ben sicuro di quello che dice.
39) Non portar dentro "nulla" in carcere
Il volontario non deve porta dentro in carcere "nulla" (libri compresi), senza la formale autorizzazione scritta della Direzione del carcere.
È concesso di fatto che si possa offrire una sigaretta o una caramella, come atto di amicizia, come pure qualche foglio da lettera, qualche busta, francobolli per una affrancatura, ma sempre in modo molto aperto, alla luce del sole.
40) Non portare fuori "nulla"
Il volontario non deve neppure portare fuori "nulla", senza la formale autorizzazione scritta della Direzione del carcere.
Se un detenuto chiede ad un volontario di imbucare una lettera o di consegnare a qualcuno un messaggio scritto, questi non deve mai accettare. Gli si danno i francobolli per l’affrancatura, se questo è il problema, e gli si dice di consegnare la lettera a chi di dovere.
41) Evitare scambi
Se un volontario parla con un detenuto davanti alla porta di una cella, rimanga sempre ad una certa distanza, in modo da evitare il sospetto che qualcosa possa essere scambiato. Se il detenuto vuole per esempio passargli un foglietto che riporta semplicemente un indirizzo o un numero di telefono, non lo prenda, ma chiami l’agente per farselo consegnare.
42) Le telefonate per conto dei detenuti
Anche le telefonate che si fanno per conto dei detenuti, richiedono attenzione. Occorre la conoscenza della posizione giuridica del detenuto : se è in attesa di giudizio, le sole telefonate che il volontario può fare sono quelle all’avvocato difensore, al Sert, al Tribunale, al Consolato, agli Enti assistenziali, etc. Tuttavia, prima di chiamare l’avvocato, è bene controllare sull’elenco degli avvocati se effettivamente la persona indicata è un avvocato.
Se il detenuto è già stato giudicato (in primo grado o in appello) il volontario può telefonare anche alla moglie o alla madre per piccoli avvisi (p.e. portare al prossimo colloquio la biancheria). In ogni caso occorre qualificarsi come assistente volontario.
Il volontario non deve accettare di telefonare con la richiesta esplicita di non qualificarsi come assistente volontario per lasciare messaggi a chissà chi.
Le telefonate è bene che siano fatte da un telefono pubblico o dal telefono della Associazione.
43) Commissioni per detenuti
Occorre molta prudenza nell’accettare commissioni per i detenuti. Chiedete possibilmente sempre l’autorizzazione della Direzione. In ogni caso riflettete su quanto vi viene chiesto.
Se un detenuto vi chiede di far sostituire la pila del proprio orologio (per la qual cosa vi sarete già fatti autorizzare), ma vi impone di andare da un determinato orologiaio, non accettate, perché ciò è sospetto.
Se un detenuto vi chiede di comprare un pacchetto di sigarette da un particolare tabaccaio, non fatelo mai. Quando offrite le sigarette, siano poche e sciolte, mai un pacchetto intero.
44) Le telefonate alle mogli dei detenuti
Ancora a proposito di telefonate. Tenete presente la situazione: il marito è in carcere, è isolato, non sa bene cosa succede fuori. Le notizie che gli arrivano spesso sono di seconda o di terza mano con tutte le deformazioni che esse subiscono passando da persona a persona.
Se il volontario -incaricato di telefonare alla moglie per chiedere come mai non si è presentata al colloquio l’ultima volta - dirà brutalmente al detenuto che non l’ha mai trovata in casa, lui subito penserà che è andata con un altro. L’abbiamo già detto : stando 21 ore in cella la testa va in tilt. Lui non penserà mai che il volontario ha telefonato in orari sbagliati!
Occorre assumere una posizione molto neutrale, tenendo presente che, nella maggior parte dei casi, è più "lei" ad avere ragioni, che non "lui".
45) Non dare nominativi di avvocati
È fatto divieto al volontario di consigliare la nomina di un particolare avvocato difensore: é proibito per legge (art. 25 DPR 431/1976). Il motivo è ovvio: il volontario potrebbe essere sospettato di interesse personale.
46) Non ritirare nulla senza autorizzazione
Se un detenuto vi chiede di andare a casa sua a ritirare un vestito o un documento, facendosi dare le chiavi dalla portinaia o da qualcun altro, ditegli che avete assolutamente bisogno della autorizzazione del magistrato, che lui stesso deve chiedere. Se insiste, ditegli che voi siete operatori carcerari previsti dalla legge e che non potete fare nulla, come è vero, senza la autorizzazione del magistrato o del direttore del carcere.
Se il detenuto vi chiede di andare alla stazione a ritirare uno zaino, rinunciate. L’esperienza ha mostrato che può essere una fonte di guai. Innanzitutto il ritiro è molto costoso, perché lo zaino è in deposito da tanti giorni, alle volte da diversi mesi ed il contenuto non vale questo prezzo.
Ma c’è una questione molto più delicata: nello zaino ci può essere refurtiva, magari droga. È vero che avreste ritirato lo zaino con il permesso scritto della Direzione (dopo quanto abbiamo detto lo diamo per scontato), ma non è comunque piacevole, né privo di rischi andare dalla stazione al carcere con uno zaino magari pieno di droga.
Per impietosire il volontario, il detenuto magari vi inventa che nello zaino ci sono le uniche fotografie che possiede dei suoi bambini: dategli un francobollo per farsele rispedire da casa.
47) Recapiti dei volontari
Il volontario deve essere riservato e prudente. Non deve dare l’indirizzo di casa, il numero di telefono, se non quando la conoscenza si è molto approfondita.
Qualora il volontario entrasse in corrispondenza con un detenuto, lasci questo recapito:
c/o Sesta Opera San Fedele
48) Il volontario lavoratore
Durante l’orario di lavoro, il volontario non deve fare telefonate (o scrivere lettere o altro) per un detenuto. Non sarebbe corretto nei confronti della ditta per la quale lavora. Il lavoro è una cosa, il volontariato è un’altra.
Se un detenuto chiede al volontario di fare telefonate che non potrebbero essere fatte se non durante l’orario di lavoro, egli deve dirgli tranquillamente, senza paura di apparire scortese o di non volerlo aiutare, che non lo può fare per etica professionale e che eventualmente chiederà a qualcun altro se potrà farlo.
49) Impegno del volontario carcerario
Il volontariato carcerario esige un impegno minimo, costante: andare una volta alla settimana in carcere. Diversamente sarebbe impossibile tenere un filo continuo di rapporti con i detenuti.
Se un volontario non può offrire un impegno costante, allora è bene che si accompagni con un altro volontario costante. Egli potrà seguire con profitto, anche se più episodicamente, i detenuti.
Così pure se un volontario deve assentarsi per un periodo lungo, deve provvedere ad affidare ad un altro volontario i detenuti da lui seguiti.
A San Vittore ciò riuscirebbe più facile se un gruppetto di persone (3/4 volontari) frequentasse lo stesso raggio nello stesso giorno.
50) Priorità da osservare
Prima del volontariato vengono la famiglia, il lavoro, lo studio, gli affetti. Un marito non può arrivare a casa, dire che è stanco perché è stato in carcere e non far niente in famiglia. Un ragazzo non può star indietro negli studi perché fa il volontario. Prima si deve fare ciò che si deve fare, poi il resto secondo la giusta priorità. Fare una cosa buona non deve essere un alibi per non fare (o rimandare) ciò che il proprio stato impone, perché in sostanza sarebbe non fare il proprio dovere.
51) I volontari giovani
I volontari molto giovani che si trovano davanti un detenuto con un vissuto molto delicato farebbero bene a chiedere la collaborazione di un volontario più esperto che gli dia indicazioni e consigli ed eventualmente che partecipi a qualche colloquio.
Comunque, se appena avvertisse un disagio, non indugi, ma si faccia aiutare da un volontario esperto.
52) Umiltà di chiedere
Il nostro lavoro richiede sempre molto scrupolo, molta attenzione, molta concentrazione. Non si possono fare errori per leggerezza, pressappochismo, che, oltre a danneggiare il detenuto, metterebbero in dubbio anche la nostra presenza. Il volontario deve avere la umiltà di chiedere.
53) Nuovi volontari
Noi chiediamo che i nuovi volontari rimangano per un tempo adeguato in accompagnamento degli assistenti più anziani di servizio.
Appendice - Le scritture (a proposito del giudizio)
"Sei dunque inescusabile, chiunque tu sia, o uomo che giudichi" (2,1)
"Chi sei tu per giudicare un servo che non è tuo ? " (14,4)
"Ma tu, perché giudichi il fratello ? " (14,10)
"Cessiamo dunque dal giudicarci gli uni gli altri. " (14,13)
"Il mio giudice è il Signore. Non vogliate perciò giudicare nulla prima del tempo, finché venga il Signore. Egli metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori; allora ciascuno avrà la sua lode da Dio" (4,5)
"Chi sei tu che ti fai giudice del tuo prossimo ? " (4,12)
"Non giudicate per non essere giudicati; perché con il giudizio con cui giudicate sarete giudicati e con la misura con la quale misurate sarete misurati. Perché osservi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio ?" (7,1-2)
"Misericordia io voglio e non sacrificio" (Mt 12,7)
"È venuto Giovanni il Battista che non mangia pane e non beve vino, e voi dite : Ha un demonio: È venuto il Figlio dell’uomo che mangia e beve, e voi dite: Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori" (Lc 22, 33-34)
"Non giudicate secondo le apparenze, ma giudicate con giusto giudizio" (7,24)