Source: http://www.giustiziaquotidiana.it/dblog/storico.asp?s=&m=&pagina=258&ordinamento=desc
Timestamp: 2019-06-16 15:05:21+00:00
Document Index: 97231668

Matched Legal Cases: ['art. 33', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Di Loredana Morandi (del 27/01/2010 @ 13:19:27, in Politica, linkato 1398 volte)
Di Loredana Morandi (del 26/01/2010 @ 18:54:03, in Politica, linkato 1134 volte)
I 10 punti del Manifesto di Cosimo Maria Ferri sulla Giustizia - adnkronos
Di Loredana Morandi (del 26/01/2010 @ 18:45:21, in Magistratura, linkato 1295 volte)
''L'obiettivo finale è migliorare il sistema nell'interesse dei cittadini''
''Politica-magistratura? Dialogo possibile''.
In 10 punti 'manifesto Ferri' sulla giustizia
ultimo aggiornamento: 25 gennaio, ore 20:14
Roma - (Adnkronos) - Il membro togato del Csm: ''Vuole costituire oltre che un contributo all'individuazione degli strumenti più idonei ad assicurare un rinnovato equilibrio tra poteri dello Stato, una testimonianza dell'urgenza, non più rinviabile, di tornare a sperare''
Roma, 25 gen. (Adnkronos) - "Aprire un dialogo tra gli esponenti del mondo della politica e della giustizia, proprio nel momento del cambio delle regole, può diventare possibile se l'obiettivo finale è lo stesso, ossia migliorare il sistema nell'interesse dei cittadini e dei loro diritti sanciti dalla Costituzione, con atteggiamenti scevri da diffidenze o riserve mentali". E' l'auspicio di Cosimo Maria Ferri che, attraverso l'ADNKRONOS, propone un manifesto per la giustizia in 10 punti che rappresentino altrettanti punti di partenza per un più ampio dialogo costruttivo, pur nei rispettivi ambiti di competenza, tra politica e magistratura, nell'interesse dei cittadini italiani":
1) apertura alla società civile dei tribunali, di modo che gli stessi, da cittadelle chiuse, diventino luoghi di ''dialogo'' con gli utenti del ''servizio giustizia'', i quali hanno il diritto di essere correttamente informati sulle cause che ostacolano il suo efficace funzionamento;
2) un associazionismo dei magistrati più inserito nel contesto culturale e sociale, per permettere un reale controllo della società sul suo operato, con un recupero, al tempo stesso, anche della sua funzione sindacale;
3) Anm che, meglio integrata nel tessuto sociale, si apra maggiormente alle istanze delle fasce deboli della società, che più risentono i rischi della crisi - non solo economica, ma talvolta anche di legalità - che colpisce larghi strati della nostra comunità nazionale. Penso anche ad iniziative concrete, come l'istituzione, ad esempio, di borse di studio annuali per minori appartenenti a face sociali a maggiore rischio di devianza;
4) maggiore autonomia degli appartenenti all'ordine giudiziario rispetto alle correnti, la cui essenziale funzione di aggregazione culturale deve costituire occasione per il miglioramento delle attività di servizio e non già per una preconcetta (e spesso solo artificiosa) divisione o per la difesa di posizione di parte;
5) una formazione che spinga verso la crescita culturale della categoria, anche attraverso la liberalizzazione dell'insegnamento e delle attività di ricerca, in conformità - del resto - alla previsione dell'art. 33 della Costituzione;
6) responsabilizzazione dei giudici basata su indicatori certi, anche agli occhi del cittadino, attraverso la definizione di obiettivi di produttività che siano chiari e che tengano conto del carico di lavoro eccessivo gravante sugli uffici giudiziari;
7) leale e corretta collaborazione da parte di tutti i dirigenti degli uffici per la revisione delle circoscrizioni giudiziarie, con relativa redistribuzione degli organici sul territorio nazionale in relazione alle effettive esigenze;
8) misure per far fronte alla emergenza dei vuoti di organico nelle procure, attraverso interventi dell'Autogoverno tesi a creare forme realmente appetibili di incentivo, non solo economico, ma anche di progressione in carriera per i magistrati che accettino trasferimenti in luoghi lontani dai propri affetti familiari e che comportano maggiori sacrifici professionali;
9) valorizzazione effettiva delle professionalità, basata, in via principale, proprio sull'attività giurisdizionale del magistrato;
10) unità delle giurisdizioni fra tutte le magistrature. Il sistema del bilanciamento tra i tre poteri (Legislativo, Esecutivo e Giudiziario) è di per sé astrattamente perfetto. La storia insegna però che la tentazione, per ognuno di essi, di ''interferire'' nei confronti di ciascun altro non manca mai, sicché i rapporti reciproci possono, in concreto, risentirne. Non è necessariamente un male, purché non si ecceda, in quanto è una "innegabile realtà degli ordinamenti degli Stati democratici contemporanei" il fatto che essi "non hanno mai attuato in modo letterale e meccanico il principio illuministico della divisione dei poteri", di talché "ciascuno dei poteri non esercita in modo esclusivo e rigoroso l'attività da cui prende il nome, ma partecipa, in via eccezionale, a qualche manifestazione delle funzioni degli altri: il che, del resto, corrisponde anche a quel principio di equilibrio e di reciproco controllo fra i poteri che contraddistingue la nostra Costituzione" (Corte costituzionale, sentenza n. 283 del 1986)".
"Questo manifesto, pertanto, vuole costituire - conclude Ferri - oltre che un contributo all'individuazione degli strumenti più idonei ad assicurare un rinnovato equilibrio tra poteri dello Stato, una testimonianza dell'urgenza, non più rinviabile, di tornare a sperare. Nell'interesse dei cittadini italiani.
Csm, no ai poteri del Guardasigilli sugli incarichi direttivi
Di Loredana Morandi (del 26/01/2010 @ 18:41:32, in Magistratura, linkato 1276 volte)
Roma, 26 gen (Velino) - La sesta commissione del Consiglio superiore della magistratura ritiene troppo ampi i poteri assegnati al Guardasigilli in materia di nomina dei capi degli uffici giudiziari e chiede al plenum convocato in riunione straordinaria giovedì prossimo, di dare un parere negativo. La norma, prima inserita nella riforma del processo penale, ed oggi nel decreto legge sulla sedi disagiate che modificato per accogliere alcuni rilievi della opposizione dell’Associazione nazionale dei magistrati, è in fase di approvazione. Secondo il Csm i criteri indicati nel dl pregiudicherebbero "le competenze che l'articolo 105 della Costituzione assegna al Csm".
Sono diverse le disposizioni che allarmano i consiglieri del Csm: la prima è quella che prevede l’obbligo - per i magistrati che concorrono per gli uffici direttivi - di frequenza di corsi presso la scuola della magistratura, che poi con una pagella fornirà le valutazioni sull'idoneità dei candidati. Il Csm sostiene che il nulla osta di idoneità delle toghe rimesso "a organi diversi dal Csm, non è conforme né al quadro normativo vigente, né all'articolo 105 della Costituzione". Altra norma del dl osteggiata dal Csm è quella che amplia il “potere di concerto” del ministro della Giustizia sempre sulle nomine relative agli incarichi apicali. Attualmente il Guardasigilli concede o no il concerto sulle nomine, nel dl il parere dovrà essere “specificatamente motivato” soprattutto sulle “capacità organizzative del candidato.
Stessa cosa, ed è una novità assoluta, il ministro dovrà fare quando si trattasse di confermare per un altro quadriennio il capo di un ufficio giudiziario. Per i consiglieri della sesta commissione del Csm, anche questa norma "non appare in linea con il quadro normativo vigente'' e chiedono una ''più chiara formulazione che tenga conto dell'insegnamento costituzionale”. Il parere, anche questa volta fortemente negativo di una iniziativa del governo, solleverà ulteriori polemiche sui poteri di verifica del Csm delle attività dell'Esecutivo in materia di giustizia. E ciò a 24 ore di distanza dalla presa di posizione del ministro della Giustizia Angelino Alfano sul ruolo delle correnti della magistratura e sull'allarme di una"democrazia giudiziaria" lanciato ieri dal presidente della Camera Gianfranco Fini.
(vum) 26 gen 2010 16:
Eurispes: gli Italiani e le Istituzioni. L'anno della svolta? - rassegna
Di Loredana Morandi (del 26/01/2010 @ 18:18:31, in Politica, linkato 1090 volte)
Il presidente e la Benemerita le istituzioni più rassicuranti, sindacati autoreferenziali e partiti traditori (punta max di sfiducia al 91% nel centro italia), cresce la fiducia nei magistrati ma grazie ai troppi falsi giustizialismi è la popolazione sinistra ad essere la più sfiduciata...
Eurispes, gli italiani e le Istituzioni:
Anticipazione del Rapporto Italia 2010
Si è trattato evidentemente di una crescita graduale se si prendono in considerazione gli ultimi tre anni quando, nel passaggio dal dato del 2008 a quello del 2009, si iniziava ad intravedere una lieve ripresa della fiducia degli italiani, ma marcata se si considera invece il periodo 2004-2008 all’interno del quale il numero dei fiduciosi non supera mai il 10%.
Segnatamente, la quota di cittadini che esprimono una diminuita fiducia nelle Istituzioni si attesta nel 2010 al 45,8% segnando rispetto all’anno precedente un calo di dieci punti circa. Stesso andamento si è registrato tra quanti affermano che la propria fiducia non ha subìto variazioni: un dato in forte calo nel 2010 (14,1%) rispetto al 2009 (32,6%), ma soprattutto se messo in relazione con i risultati degli anni precedenti.
Diminuiscono, allo stesso tempo, gli indecisi, che non hanno saputo o non hanno voluto fornire una risposta (1,1%). Per quel che riguarda le diverse aree geografiche di residenza, come per il 2009, si registra un aumento consistente della fiducia nel Sud (52,8%) e una ripresa del Settentrione con il 40,5% del Nord-Ovest. L’aumento minore di fiducia lo fanno invece registrare il Nord-Est (26%) e soprattutto le Isole (23,5%) dove, al contrario, è più alto il numero di chi dichiara diminuita la propria fiducia (54,4%).
Il gradimento dei cittadini nei confronti delle Istituzioni incrociato con l’area politica di appartenenza offre spunti interessanti: ad accordare maggiore fiducia sono soprattutto coloro che dichiarano di avere un orientamento politico di centro-sinistra (43,6%), seguiti da quanti invece non si riconoscono in nessuno schieramento politico presente nel nostro Paese (42,2%).
Per questi ultimi è necessario sottolineare che complessivamente rappresentano all’interno dell’intero campione intervistato il 27,5%, la percentuale maggiore rispetto a coloro i quali hanno indicato invece la propria area politica di riferimento. I “non rappresentati” costituiscono evidentemente una folta schiera degli elettori, sono per la maggior parte gli “estemporanei”, coloro cioè che si recano alle urne spostando il proprio voto a seconda delle politiche e dei programmi proposti nelle diverse tornate elettorali, dai diversi schieramenti politici. Ma sono anche quelli che, secondo numerosi studi di tendenza, sempre più spesso, decidono di esercitare il proprio diritto di voto attraverso l’astensione o l’annullamento.
Ancor più importante diventa allora analizzare il dato espresso da questi cittadini, anche quando indicano una diminuzione della propria fiducia nelle Istituzioni (47,8%), poiché segnalano in ogni caso un sentire basato su un’interpretazione della realtà che subisce minori condizionamenti di tipo ideologico.
Sull’altro versante, quello della diminuzione della fiducia accordata alle Istituzioni, si segnala il 50% delle indicazioni di chi si colloca al centro insieme al 49,4% degli elettori di sinistra che si discostano di pochi punti percentuali dalla area politica di destra (47,7%), di centro-sinistra (42,3%).
Infine, per il centro-destra il dato scende fino al 39,2%. Decisamente inferiore il numero di quanti affermano che la fiducia riposta nelle Istituzioni sia rimasta invariata: si passa dal 9% – sia di coloro i quali non si riconoscono in alcuna area politica sia dei cittadini di centro – al 13,2% di quelli del centro-sinistra, con un picco nel centro-destra (24,3%).
Nel sondaggio condotto in questa edizione del Rapporto Italia il campione intervistato sembra spaccarsi e collocarsi, diversamente dagli scorsi anni, su posizioni ben delineate quando si tratta di esprimere il proprio grado di adesione e apprezzamento rispetto al complesso delle Istituzioni presenti nel nostro Paese, dividendosi praticamente a metà tra chi sente aumentata la fiducia che ripone in esse e chi, al contrario, avverte un cambiamento in negativo.
La rilevazione di quest’anno evidenzia come, nonostante il giudizio dei cittadini sulle Istituzioni, viste nel loro insieme, sia nel complesso positivo e tendenzialmente in crescita rispetto agli anni passati, l’atteggiamento si modifica nel momento in cui si procede all’analisi delle singole Istituzioni. Si tratta infatti di una crescita che non è equamente distribuita. Protagonista di questa inversione di tendenza è la figura del Presidente della Repubblica. L’immagine e l’operato di Napolitano spostano in alto i consensi dei cittadini interpellati che sfiorano il 70%, mentre nel 2009 il dato si era attestato intorno al 62%. Nel contempo, cala il numero di coloro che esprimono sfiducia: dal 33,6% al 29,5% del 2010. GOVERNO: GIUDIZIO STABILE
Passando ad analizzare il giudizio espresso nei confronti del Governo la situazione si capovolge: i fiduciosi sono soltanto il 26,7% che segnano inoltre un calo seppur lieve rispetto al 2009 quando erano il 27,7%. Il dato sulla fiducia riposta dai cittadini nel Governo rappresenta comunque una costante degli ultimi anni, sia che si tratti di un governo di centro-destra sia di centro-sinistra. Infatti, nel periodo che va dal 2004 al 2010, questa tendenza si è mantenuta pressoché invariata, registrando cambiamenti minimi da un anno all’altro. La quota di quanti si dichiaravano fiduciosi nei confronti del Governo erano il 33,6% nel 2004, l’anno successivo diminuivano lievemente al 32,9% per poi scendere in maniera più evidente nel 2006 (23%). Il 2007 ha segnato una ripresa al 30,7% dei consensi che segnano successivamente un andamento decrescente, ma su valori nel complesso costanti, negli ultimi tre anni.
L’analisi effettuata per il Governo è similare a quella che è possibile evidenziare per il Parlamento che tra il 2004 e il 2010 si è mantenuto su una linea di tendenza che ha oscillato tra il 24% e il 36% dei consensi. Unica eccezione, rispetto a questo andamento, il 2008 che registrò un calo vistoso quando i cittadini che affermavano di avere abbastanza (17,5%) e molta fiducia (1,9%) nel Parlamento erano in totale il 19,4%. In particolare, la fiducia in quella che è l’Istituzione centrale di ogni democrazia e che rappresenta l’espressione del voto di tutti gli elettori ha raggiunto, nel 2010, il 26,9% discostandosi di poco, ma con segno positivo, dallo scorso anno: infatti, nel 2009, questo dato si attestava al 26,2% (tabella 5). Tra le Istituzioni è la magistratura, insieme alla figura del Presidente della Repubblica, che quest’anno acquista nuovo credito presso l’opinione pubblica: infatti se nel 2009 la fiducia dei cittadini era al 44,4%, nel 2010 si è evidenziato un aumento di 3,4 punti che fa crescere la percentuale fino al 47,8%. Si tratta di un trend in positivo e graduale che ha riguardato in particolare gli ultimi cinque anni partendo dal dato più basso registrato nel 2006 (38,6%), il successivo miglioramento del 2007 (39,6%) e del 2008 (42,5%) fino a sfiorare per quest’ultimo anno i consensi di quasi la metà degli intervistati. Si può quindi affermare che dopo un calo della fiducia registrato in maniera graduale e continuativa tra il 2004 (anno in cui la magistratura riscuoteva il massimo dei consensi del periodo considerato con il 52,4%) e il 2006, il 2007 ha segnato una svolta in senso positivo per la magistratura che è proseguita fino ad oggi. Per quanto riguarda le fasce d’età degli intervistati, il Presidente Napolitano ha maggiore appeal presso gli over 65 che gli accordano la propria fiducia nel 73,3% dei casi (contro il 25,4% degli sfiduciati della stessa classe d’età) e tra coloro i quali hanno tra i 45 e i 64 anni (73,7% vs 23,4%). Occorre evidenziare in ogni caso che si tratta di un consenso diffuso che tocca tutte le fasce d’età e non scende mai al di sotto del 60%. Accade così che anche la fascia intermedia dei 35-44enni mostri comunque una quota di consensi decisamente alta (66,1%), seguita da quella dei giovani tra i 25 e i 34 anni (61,5%) e dai 18-24enni (60,1%). Sul Governo, per quanto riguarda le aree geografiche fiducia e sfiducia sembrano essere uniformemente distribuite. Si nota l’atteggiamento degli intervistati del Nord-Est che esprimono fiducia nel 29,4% dei casi, molta (6,9%) e abbastanza (22,5%), e che rappresentano il dato più alto. Al contrario, il grado più basso di fiducia si registra nelle Isole dove il 22,8% degli intervistati ha molta (3,7%) e abbastanza (19,1%) fiducia nei confronti del Governo. Sul fronte delle sfiducia invece, ha poca e nessuna fiducia complessivamente il 70,1% degli intervistati residenti nelle regioni del Nord-Est, seguiti da quelli del Nord-Ovest (70,8%), dal Sud con il 71,3%. Il Centro con il 74,9% e le Isole con il 75,8% rappresentano le punte massime di non fiducia nei confronti del Governo. Più di tutti gli altri, gli elettori di centro-destra, nel 50,8% dei casi, seguiti dal 45,4% di chi dichiara di essere di destra, ripongono la propria fiducia nel Governo. Quest’ultimo raccoglie poi il 35,1% della fiducia di chi si colloca politicamente nell’area di centro. Un abbassamento del sentimento di fiducia nell’operato del Governo è condiviso invece tra gli intervistati che si definiscono di sinistra (17,9% di fiduciosi), di centro-sinistra (16,3%) e di quelli che non si identificano con alcun schieramento politico (13,3%). Nel centro-destra la fiducia nel Parlamento arriva al 43,4%, anche se gli sfiduciati rappresentano il 52,9%. A destra e nel centro gli orientamenti sono simili: le percentuali di fiduciosi fanno registrare rispettivamente il 34,8% e il 34,3%, mentre a non avere fiducia sono il 63,6% dei primi e il 64,2% dei secondi. La situazione cambia e il livello di fiducia scende nel centro-sinistra (23,9%) e lievemente di più a sinistra (23,5%). Nella maggior parte dei casi, l’82%, coloro che non si collocano in nessuna area politica rivelano di non avere fiducia nel Parlamento. Risulta di grande interesse poi analizzare il grado di fiducia nella magistratura attraverso l’incrocio con i dati riferiti all’appartenenza politica dei cittadini, anche in considerazione del dibattito aperto sui rapporti tra potere politico e potere giudiziario nel nostro Paese. Una minore fiducia nei confronti della magistratura viene espressa in egual misura da coloro i quali appartengono al centro-destra e alla destra che si dicono fiduciosi rispettivamente nel 35,4% dei casi e nel 35,6% dei casi e sfiduciati nel 61,4% e nel 62,1% dei casi. Contrariamente a quello che si potrebbe ipotizzare, a dare grandemente fiducia alla magistratura è il 53% dei cittadini che si collocano politicamente al centro. Anche a sinistra (58,1%) e al centro-sinistra (58,5%), comunque, l’apprezzamento si attesta su livelli che superano abbondantemente il 50%. Di grande interesse infine il dato di chi ritiene di non essere rappresentato da nessuno degli schieramenti politici italiani e che ripone la propria fiducia nella magistratura nel 44,7% dei casi contro il 52,2% degli sfiduciati. La magistratura raccoglie maggiore consenso nel Nord-Est (52%) e nel Centro Italia (50,7%) con l’apprezzamento di più della metà del campione dei residenti in queste aree. Mentre al Nord-Ovest con il 47,9%, nelle Isole con il 45,6% e soprattutto al Sud (43,1%) le percentuali subiscono una diminuzione. E d’altra parte sono sempre il Sud e le Isole ad esprimere il numero più elevato di cittadini sfiduciati, rispettivamente il 54,1% e il 51,5%.
Chiamati a rispondere sulla fiducia che accordano alle altre Istituzioni, gli italiani fanno emergere anche nell’indagine di quest’anno uno stretto legame con le Forze dell’ordine che la stragrande maggioranza dei cittadini continua ad identificare come sicuro punto di riferimento. In particolare, il gradimento nei confronti dell’Arma dei Carabinieri, che in tutte le rilevazioni effettuate dall’Eurispes si è sempre posizionata al primo posto per numero di consensi, è aumentato di quasi 6 punti percentuali passando dal 69,6% del 2009 al 75,3% nel 2010. A seguire, la Polizia di Stato, che segna anch’essa un incremento sensibile della fiducia accordata dai cittadini: nel 2009 era il 63,3% mentre nel 2010 si attesta al 67,2% (+3,9). Parallelamente cresce anche il dato relativo ai consensi nei confronti della Guardia di Finanza che lo scorso anno raggiungeva il 62,7% e nel 2010 guadagna oltre 4 punti arrivando al 66,9%, quasi allo stesso risultato ottenuto dalla Polizia. Di segno contrario, invece, l’andamento dei giudizi nei riguardi della Polizia penitenziaria che evidenziano una diminuzione del consenso di quasi cinque punti percentuali. Con tutta probabilità, questo risultato è anche il frutto dei recenti fatti di cronaca (presunte violenze nei confronti dei detenuti, ecc.) che hanno contribuito ad influenzare l’opinione pubblica. È opportuno segnalare come, nonostante le difficoltà da più parti segnalate (le carenze strutturali, la presenza sul nostro territorio di una criminalità diffusa e radicata, ecc.), le Forze dell’ordine riescano ancora a trasmettere ai cittadini un senso di solidità, di efficienza e affidabilità. Prendendo in esame l’area politica di riferimento emerge che tra coloro che si collocano nell’area di centro vi è una maggiore propensione nell’accordare fiducia ai Carabinieri (80,6%), seguiti dal centro-destra (78,3%). Di particolare interesse appare il giudizio positivo espresso dal centro-sinistra (78,2%) e dalla sinistra (75,4%), segno evidente del superamento di un’antica distanza e diffidenza che avevano segnato negli anni passati i rapporti tra l’opinione pubblica di sinistra e l’Arma dei Carabinieri. Fiduciosi nell’Arma, in misura minore anche rispetto a chi non si riconosce in nessuna area politica (71,7%) sono coloro i quali dichiarano di essere di destra (69,7%). Una maggiore fiducia nelle Forze dell’ordine si riscontra soprattutto tra le persone più anziane e nella fascia d’età compresa tra i 45 e i 64 anni. Accade così che gli over 65 accordino fiducia all’Arma dei Carabinieri nel 79,1% dei casi, alla Polizia nel 71,3% dei casi e alla Guardia di Finanza (69,3%). Stesso discorso per coloro i quali si trovano nella classe d’età dei 45-64 anni che esprimono il proprio gradimento soprattutto nei confronti dell’Arma (79,8%); segue il gradimento nei confronti della Polizia (68,3%) e nei confronti della Guardia di Finanza (66,5%).
Per dare un quadro ancora più esaustivo, si è voluto sondare insieme al grado di fiducia accordato alle Istituzioni politiche e alle Forze dell’ordine, anche quello relativo a quelle altre Istituzioni che rappresentano un punto di riferimento sociale, economico e religioso. Confrontando i risultati con la stessa indagine contenuta nel Rapporto Italia 2009 emerge un miglioramento per quasi tutte le Istituzioni prese in esame, con eccezione della scuola e dei partiti, che continuano a segnare una leggera flessione rispetto all’anno precedente (rispettivamente, -1,9 e -0,7 punti percentuali). Le associazioni di volontariato invece incrementano sensibilmente il grado di consenso (+10,8% rispetto al 2009), ben l’82,1% degli intervistati ha infatti dichiarato di essere fiducioso nei confronti di tali istituzioni. Segnali più che positivi anche per la Chiesa: il 47,3% degli intervistati ha infatti affermato di riporvi abbastanza o molta fiducia. Si tratta di una ripresa rispetto alla crisi di consensi, che avevamo segnalato nelle scorse edizioni del Rapporto. Rispetto allo scorso anno infatti il dato segna 8,5 punti in più e si riassesta sui valori del 2008. In riferimento alle posizioni politiche, circa un terzo (27,8%) degli intervistati vicini al centro-sinistra sostiene di avere abbastanza fiducia nella Chiesa, mentre solo il 12,9% di chi si dichiara di destra ripone la massima fiducia, percentuale quasi identica per gli intervistati dello schieramento politico opposto (12,3%). Le altre Confessioni religiose godono di relativa fiducia (23%) e ciò è probabilmente dovuto alla scarsa conoscenza e alla limitata presenza di altre confessioni oltre a quella cattolica sul territorio italiano e all’associazione, nell’immaginario collettivo tra il termine “altre religioni” e la religione islamica con il conseguente accostamento improprio ed ingiusto al terrorismo internazionale, oltreché ai problemi connessi con l’immigrazione. Degno di nota è anche l’aumento di fiducia riscosso dalle associazioni delle imprenditori (+14,7%), specialmente se si contestualizza il dato nella crisi economica che il Paese sta affrontando dalla fine del 2008. La Pubblica amministrazione segna un interessante miglioramento di fiducia (+3,7%). Segno evidente che gli sforzi compiuti in direzione di una maggiore trasparenza, una migliore organizzazione e di una diversa qualità dei rapporti con il cittadino sta producendo risultati positivi. Ma il tasso di sfiducia resta ancora altissimo (73,8%) (burocrazia e apparati pubblici). Inoltre, il 45,5% dei soggetti intervistati ha affermato di non nutrire alcuna fiducia nei confronti dei partiti. Tassi così alti di sfiducia vengono segnalati solo nei confronti dei sindacati (35,8%) e dalle altre confessioni religiose (35,9%) (tabella 20). Circa un terzo del campione si è detto invece abbastanza fiducioso nei confronti della Chiesa e più della metà nei confronti delle associazioni di volontariato, testimoniando di fatto una sostanziale disistima nei confronti degli ambienti legati al sistema di potere e una maggiore attenzione verso le organizzazioni ispirate da etiche e valori condivisi. Su un altro fronte i partiti e i sindacati dimostrano ancora una loro grande difficoltà a recuperare il rapporto con il tessuto sociale: quasi l’88% (nessuna fiducia, 45,5% e poca fiducia, 42,4%) e il 76,7% (nessuna fiducia, 35,8% e poca fiducia, 40,9%) degli intervistati hanno dichiarato di non nutrire fiducia verso queste due istituzioni (tabella 19). Come accennato precedentemente, la scuola è una delle due istituzioni che continua a perdere fiducia da parte degli italiani e in particolare da parte delle fasce giovanili: il 52,7% degli intervistati con un’età compresa tra i 18 e i 24 anni ha dichiarato di avere poca fiducia nei confronti dei soggetti a cui è deputata la formazione scolastica e il 10,1% non ha alcuna fiducia. Nonostante le riforme e l’attenzione dedicate dal Ministro dell’Istruzione Gelmini, la percentuale di poca fiducia verso la Scuola si raccoglie in maniera maggiore tra gli intervistati vicini al centro-destra e alla destra (50,3% e 43,2%).
Rispetto agli schieramenti politici, le organizzazioni sindacali segnalano un perdita del consenso soprattutto da parte degli intervistati che si dichiarano di sinistra e di centro-sinistra. Il 43,8% dei primi ha asserito di essere poco fiducioso (dato molto vicino alla percentuale degli intervistati di centro-destra) e quasi il 30% dei secondi di non esserlo per nulla. Colpisce questo dato proprio perché segnala il progressivo allontanamento tra il sindacato e quegli italiani che per cultura politica sono sempre stati più vicini alla vita e alle attività del sindacato. Sembra essersi insomma consumata una scissione tra il sindacato e la propria area culturale di riferimento, motivata forse dal fatto che soprattutto a sinistra e nel centro-sinistra al sindacato viene attribuito l’impegno a tutelare esclusivamente gli interessi degli occupati e dei pensionati mentre trascura o non è in grado di interpretare le attese e le esigenze di tutto quel mondo del precariato che è cresciuto nell’ultimo decennio.
La completa mancanza di fiducia nei confronti dei partiti è espressa in maniera quasi uniforme in tutte le aree geografiche del Paese con le punte del Centro (49,3%) e delle Isole (52,9%). Se si sommano le percentuali di coloro che non hanno nessuna fiducia e di coloro che ne hanno poca il picco della sfiducia si concentra ancora una volta nel Centro con il 91,5%, seguito dal Sud con l’87,6%, dal Nord-Est con l’87,5% e dal Nord-Ovest con l’87,2%. Le Isole con il loro 85,3% non producono nessun conforto ad una situazione che appare gravemente compromessa. La fiducia espressa dagli italiani nei confronti dei partiti politici è molto bassa a prescindere dalla loro area politica di appartenenza. In ciascuna di queste infatti il numero di chi dichiara di non avere “nessuna fiducia” e di chi comunque sostiene di riversarvene “poca”, supera (in totale) l’80%. Nonostante ciò, confrontando i dati registrati con quelli dello scorso anno, la fiducia nei partiti, nel corso del 2009, pare essere aumentata di circa il 5%. Rispetto all’anno precedente, infatti, in ogni area politica di appartenenza si registra una riduzione percentuale del numero di chi dichiara di non avere “nessuna fiducia”, compensata da un proporzionale aumento di chi dichiara al contrario di averne “abbastanza”.
LA CHIESA RIPRENDE QUOTA
Così come abbiamo segnalato nelle pagine precedenti (tabella n. 18) la Chiesa sembra aver superato la fase di stallo che aveva caratterizzato i recenti anni passati e la fiducia degli italiani nei suoi confronti segnala un sensibile incremento. Sembra ormai essersi esaurito l’effetto Wojtyla, la cui morte aveva provocato un forte senso di disorientamento tra i fedeli e che i primi anni del nuovo pontificato non erano evidentemente riusciti a colmare. Via via che il pontificato di Papa Benedetto XVI procede, il suo messaggio riesce a penetrare nell’immaginario collettivo anche per la sua fermezza, lucidità e chiarezza. Molto apprezzate sembrano essere le posizioni assunte recentemente sul ruolo e sulle responsabilità della Chiesa anche di fronte a temi e a questioni dolorosamente aperte dalla cronaca. La fiducia nella Chiesa ha un riscontro differente in ogni singola area politica. Se nell’area di sinistra è il 37% a non avere “nessuna fiducia”in questa istituzione, nel centro e a destra tale percentuale si abbassa notevolmente. registrando rispettivamente solo un 14,9 % e un 17,4%. È comunque nelle aree politiche di centro e di centro-destra che si registra la maggiore fiducia. In queste due aree politiche, infatti, il totale di chi dichiara di averne “abbastanza” e “molta ” è rispettivamente il 61, 9% e il 58,2%, contro il 46,2% della destra e il 40,1% della sinistra.
La risposta a questa domanda è netta e non lascia grande spazio all’interpretazione. Solo il 36% condivide e approva l’attuale sistema ordinamentale che accomuna indistintamente i magistrati dell’accusa, quelli che devono esercitare una funzione di controllo sull’operato dei primi nel corso delle indagini e coloro che invece attraverso il processo dovranno giudicare. Il 57,8% non condivide tale sistema e solo il 6,2% non sa o non è in grado di rispondere. Se si passa ad esaminare il rapporto tra dato e appartenenza politica si nota come i più favorevoli all’attuale sistema si concentrano nell’area della sinistra (53%) che però registra anche un sostanzioso 41,6% di contrari. Nel centro-sinistra, forse anche a sorpresa, i contrari superano i favorevoli; 51,2% contro il 41,7%. Gli elettori di centro esprimono per il 63,3% un parere negativo mentre nell’area di centro-destra quasi i tre quarti degli intervistati (71,7%) è contrario. Percentuale che lievita ulteriormente nell’area di destra sino ad arrivare al 75,9%. Anche tra coloro che dichiarano di non riconoscersi in nessuna area politica, la maggioranza (55,6%) esprime parere negativo nei confronti dell’attuale sistema. I favorevoli si concentrano, come prima segnalato, nella sinistra, ma diventano minoranza nel centro-sinistra e nelle altre aree politiche. Vi è quindi uno zoccolo duro concentrato in un’area politica e culturale ben delimitata che vede ogni possibile cambiamento come un pericolo. E tuttavia anche a sinistra la distanza tra favorevoli e contrari tende ad assottigliarsi. Tra coloro (36%) che condividono l’attuale sistema ordinamentale, più della metà (53,7%) afferma di avere fiducia nella capacità e nella indipendenza di giudizio dei magistrati italiani. Il 25,9%, cioè un italiano su quattro, è preoccupato della possibilità di separare le carriere poiché intravede il pericolo che il ruolo dell’accusa possa indebolirsi. Il 19% invece è convinto della bontà del nostro modello organizzativo e ritiene che i sistemi politici con carriere separate offrano minori garanzie di indipendenza ed affidabilità. Per quanto riguarda l’area politica di appartenenza i sostenitori dell’attuale sistema sono ampiamente rappresentati all’interno di tutti gli schieramenti politici. La fiducia massima nella capacità e nella indipendenza di giudizio dei magistrati viene espressa dagli intervistati di centro con il 65% seguita da quelli di centro-sinistra con il 57%, da quelli di sinistra con il 54,8%, da coloro che non si riconoscono in nessuna area politica con il 50%, dagli intervistati che si dichiarano di centro-destra con il 47,5% e da quelli di destra con il 40%. I più timorosi che la separazione delle carriere possa indebolire il ruolo dell’accusa sono nella destra con il 36%, nel centro-destra con il 35%, seguono la sinistra con il 27,4%, coloro che non si identificano in nessuna area politica con il 25%, il centro-sinistra con il 20,9% e il centro con il 20%. Pare, dunque, che i più preoccupati sul possibile indebolimento dell’accusa siano coloro che si collocano nel centro-destra e nella destra. Segno evidente che il tema della giustizia è fortemente sentito anche in quella parte dell’elettorato che secondo la vulgata comune dovrebbe avere un atteggiamento fortemente critico nei confronti dei pubblici ministeri. Una attenzione al tema che supera abbondantemente quella espressa dal centro-sinistra, area politica nella quale più forte si manifesta la solidarietà e la vicinanza nei confronti dei magistrati. Come si è visto, una larga maggioranza, il 57,8% degli intervistati ha espresso la propria contrarietà nei confronti dell’attuale organizzazione del sistema giudiziario (tabella 27). Il 28,3% di questi è convinto infatti che il sistema attuale pregiudichi l’imparzialità stessa dei magistrati. Il 18,9% è convinto invece che questo sistema non consenta la necessaria parità nel corso del procedimento penale tra accusa e difesa ma è sul raffronto con le altre esperienze, specialmente quelle dell’Inghilterra e degli Stati Uniti, che si concentra l’attenzione degli intervistati che esprimono la convinzione per il 51,5% dei casi che quei sistemi offrano maggiori garanzie di indipendenza ed affidabilità. Ora, convinti come siamo che la conoscenza effettiva del funzionamento della macchina giudiziaria in quei paesi non sia particolarmente approfondita presso la nostra opinione pubblica, esprimiamo la sensazione che il giudizio espresso dagli intervistati possa essere in qualche modo viziato da una troppo lunga esposizione ai telefilm d’Oltreoceano.
L’IMPARZIALITÀ DEI MAGISTRATI
La maggioranza degli intervistati (49%) ha abbastanza (39,1%) o molta (9,9%) fiducia nell’imparzialità dei magistrati. Di poco inferiore la quota percentuale dei non fiduciosi che nel 48,1% dei casi esprimono una completa sfiducia (poca nel 36,7%, nessuna nell’11,4%). Coloro che non si pronunciano rappresentano il 2,9% del campione interpellato. Le risposte alla domanda sull’imparzialità dei magistrati offrono un quadro che rappresenta la radicalizzazione dei giudizi ed una netta separazione tra le opinioni espresse dagli intervistati delle diverse aree. A sinistra dichiara di avere poca o nessuna fiducia il 32,1% mentre il 66,7% esprime abbastanza (50%) e molta fiducia (16,7%). Nel centro-sinistra la sfiducia cresce al 37,1% e la fiducia si abbassa al 60,2%. Nel centro esprime poca o nessuna fiducia il 47% degli intervistati e i fiduciosi calano al 50,7%. Nel centro-destra esprime sfiducia il 60,9% degli intervistati e solo il 35,4% ha abbastanza o molta fiducia. Nell’area di destra la percentuale di coloro che manifestano sfiducia sale al 66,7% e solo il 30,3% mostra di avere abbastanza (25,8%) o molta fiducia (4,5%). Anche tra coloro che dichiarano di non riconoscersi in nessuno degli schieramenti che il panorama politico offre, la percentuale dei non fiduciosi supera di qualche decimale il 50% (50,3%). Tra coloro che hanno espresso fiducia nell’imparzialità dei magistrati il 53,7% riconosce loro capacità di giudizio e confida nella loro indipendenza. Il rischio che la separazione delle carriere possa indebolire il ruolo dell’accusa è segnalato e condiviso dal 25,9%, mentre la convinzione che la separazione delle carriere dei magistrati possa comportare minori garanzie di indipendenza e di affidabilità è condiviso dal 19% del campione. Uno dei temi al centro del dibattito pubblico è rappresentato dalla presunta politicizzazione dei magistrati italiani che vengono spesso accusati, specialmente dai diversi esponenti politici, di essere guidati nella loro azione da pregiudizi di carattere politico o ideologico. L’accusa che viene loro rivolta è principalmente quella di non attenersi rigidamente ai compiti che la Costituzione e le leggi assegnano all’ordine giudiziario e di invadere campi e competenze che sono di precisa attribuzione politica. Gli intervistati al riguardo sembrano avere le idee molto precise. Il 20,2% è convinto che i magistrati non siano condizionati dalle loro idee politiche. Il 53,5% è convinto che le idee politiche delle quali sono portatori condizionino solo una parte dei magistrati, quella parte definita comunemente “politicizzata”. Il 20,7% è invece convinto che tutti i magistrati siano fortemente condizionati dalla loro appartenenza politica o ideologica. L’altra questione al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica è quella della durata dei processi sulla quale Governo e Parlamento sono impegnati. Questione che sta monopolizzando il confronto tra le diverse forze politiche e provoca forti attriti tra maggioranza e opposizione. Il Governo si propone di varare rapidamente una disciplina sulla durata dei processi con la cosiddetta “proposta del processo breve”. Su questo tema gli italiani sono quasi per la totalità d’accordo; infatti, il 96,3% giudica i processi troppo lunghi. Solo il 3,7% invece è convinto del contrario. Anche sulle cause e sulle responsabilità si evidenzia una certa consonanza tra gli intervistati: infatti il 55,5%, cioè la maggioranza, è convinto che siano troppi i passaggi burocratici che accompagnano i procedimenti mentre il 21,1% attribuisce al Governo, che non assicura i mezzi e le risorse necessarie, il cattivo funzionamento della macchina della giustizia. Solo un’esigua minoranza, l’8,8% del campione, attribuisce una qualche responsabilità agli avvocati della difesa che avrebbero, in linea teorica, interesse a prolungarne la durata mentre solo l’8,1% degli intervistati attribuisce la responsabilità ai magistrati accusati spesso di avere una scarsa predisposizione al lavoro. Questa domanda (tabella 39) tocca uno dei temi più delicati sul fronte della giustizia. Complici i mezzi di comunicazione di massa che spesso imbastiscono veri e propri processi mediatici assolvendo o condannando indipendentemente dallo svolgersi reale delle vicende, si è progressivamente affermata la prassi che vorrebbe che siano gli imputati di turno a dover dimostrare la propria innocenza. Infatti una delle frasi di rito pronunciata dagli stessi avvocati immediatamente dopo la formalizzazione di una qualche imputazione è “sapremo dimostrare la completa innocenza del nostro cliente”. E, dall’altra parte, spesso sono gli stessi magistrati ad esprimersi sulla stessa sintonia come se le leggi e la Costituzione fossero un optional. Gli italiani non sembrano avere dubbi: il 73,6% dichiara che deve essere il magistrato a dover dimostrare la colpevolezza dell’accusato e non questi la sua innocenza. Solo il 20,8% invece ritiene, con scarsa sensibilità nei confronti delle garanzie costituzionali, che debba essere l’accusato a dover dimostrare la propria innocenza. Questa schiacciante maggioranza segnala la sensibilità e la maturità degli italiani fortunatamente non del tutto annichilite da una strisciante sub-cultura giustizialista.
Il dibattito politico nel nostro Paese ormai da diversi anni è caratterizzato da una forte contrapposizione tra i due schieramenti principali. Governo e opposizione sembrano impegnati in una lotta all’ultimo sangue su questioni di carattere squisitamente politico nel migliore dei casi e squisitamente di potere nel peggiore, dimenticando spesso i veri problemi del Paese, le sue attese, le sue ansie e i suoi bisogni. Questo scontro continuo e l’incapacità di trovare punti di intesa, quando necessario per il bene della collettività, contribuiscono ad affermare l’immagine di una politica inadeguata e distante dagli interessi veri dei cittadini. Quanto detto appare confermato in pieno dalle risposte fornite alla domanda relativa al giudizio sul confronto tra le forze politiche: il 45,5% del campione, quindi quasi la metà, ritiene che all’origine di questo scontro infinito vi siano l’inadeguatezza e l’impreparazione degli esponenti politici, il 24,8% la ritiene una vera e propria patologia in grado di provocare gravi danni alla democrazia stessa. Solo il 9,5% degli intervistati ritiene che questo scontro debba considerarsi il normale risultato del confronto politico ed il 6,7% lo giudica il prodotto naturale della democrazia. Mentre per l’8,5% alla base vi sarebbe un conflitto sociale sottovalutato. Abbiamo quindi chiesto al nostro campione di pronunciarsi sulle tre affermazioni contenute nella tabella seguente. Complessivamente l’85,3% degli intervistati condivide molto (56,1%) e abbastanza (29,2%) l’idea secondo cui i partiti dovrebbero cercare di raggiungere il massimo di concordia possibile per il bene del Paese. L’opinione secondo cui la diversità di opinioni debba manifestarsi in ogni forma possibile divide a metà il campione: il 49,6% manifesta un chiaro dissenso (per niente 29,3%, poco 20,3%) mentre complessivamente il 43,6% si dichiara favorevole (abbastanza 28,2%, molto 15,4%). Tuttavia, il campione nella quasi totalità si dice abbastanza (23,1%) e molto (65,7%) per un totale di 88,8 punti percentuali convinto del fatto che occorra un rispetto comune per le regole della politica. Un altro tema che ha caratterizzato la recente vicenda politica è quello della riforma della legge elettorale che ha abolito il sistema delle preferenze. L’accusa che viene rivolta al nuovo sistema elettorale è da una parte di aver privato i cittadini della possibilità di scegliere direttamente il candidato per il quale votare e dall’altra di aver dato vita ad un sistema nel quale il Parlamento è di fatto nominato dai leader dei partiti. Si discute da tempo sulla possibilità di riformare l’attuale legge elettorale reintroducendo il sistema delle preferenze e quindi la possibilità per i cittadini di scegliere il loro candidato. Anche su questo fronte la risposta degli italiani è corale: l’83,1% è favorevole alle reintroduzione delle preferenze, solo un modesto 9,6% ne è contrario mentre il 7,3% non si sente in grado di prendere posizioni. Se è vero che l’obiettivo primario della politica è quello di saper cogliere e interpretare le attese e le indicazioni dell’elettorato, il messaggio, almeno su questo punto – ma non solo visti i risultati complessivi del sondaggio – appare chiaro.
http://www.etribuna.com/aas/index.php?option=com_content&task=view&id=23857&Itemid=78
ALDROVANDI BIS: LA MAMMA DI FEDERICO "LA POLIZIA CERCO' DI INSABBIARE TUTTO"
Di Loredana Morandi (del 23/01/2010 @ 16:12:29, in Indagini, linkato 1257 volte)
ALDROVANDI BIS: LA MAMMA DI FEDERICO
"LA POLIZIA CERCO' DI INSABBIARE TUTTO"
Patrizia Aldrovandi a CNRmedia: "Si tratta della costola del primo processo che ha condannato gli agenti che uccisero mio figlio. Gli imputati di questo procedimento sono i funzionari che cercarono di coprire l'omicidio"
Incontro fatale quello del ragazzo Federico Aldrovandi con quattro agenti di polizia, in via Ippodromo, nell'alba ferrarese del 25 settembre 2005. Forse una reazione scomposta del giovane, fermato senza motivo, scatena negli agenti una violenza cieca che lo uccide. La madre Patrizia non si arrende, non si spaventa, non molla: pubblica un blog, denuncia la vicenda e arriva a processo: in primo grado gli agenti vengono condannati a tre anni e sei mesi di reclusione.
Stamane si è tenuta l'udienza preliminare del procedimento già soprannominato Aldrovandi Bis: imputati quattro agenti della questura di Ferrara, accusati a vario titolo:"I capi d'imputazione riguardano quattro funzionari della questura che erano in servizio il 25 settembre e anche nei mesi successivi: le accuse sono falsi, omissioni, depistagli per insabbiare la morte di mio figlio - spiega a CNRmedia Patrizia Aldrovandi - Gli imputati sono Paolo Marino, l'ispettore, all'epoca dirigente dell'ufficio volanti, Luca Casoni, l'ispettore capo delle volanti in servizio quella mattina, Marcello Bulgarelli, che era il centralinista coordinatore degli interventi (avrebbe interrotto la comunicazione con Casoni da via Ippodromo), e Marco Pirani che era l'ufficiale di Polizia giudiziaria presso la procura, lavorava a stretto contatto con il pm che doveva condurre le indagini e che ha ammesso che il suo fascicolo era desolatamente vuoto".
La tenacia della madre di Federino, che aprì all'epoca anche un blog, coinvolgendo anche il mondo della Rete, ha bucato il muro dell'omertà, come è successo anche recentemente con il caso di Stefano Cucchi: "Sicuramente è stato grazie all'attenzione pubblica che ci ha sempre sostenuto che per fortuna siamo riusciti ad arrivare al primo processo che ha condannato gli agenti che hanno tolto la vita a mio figlio. Questo Aldrovandi Bis è una costola del primo procedimento dal quale sono emersi elementi che hanno portato ad un'indagine sull'attività di alcuni membri della polizia per coprire quello che si è provato essere stato un omicidio".
Francesca Sassoli CNRmedia 22/01/10
Silvia Costa PD: Tetto 5 bimbi immigrati per Classe, discriminazione su base etnica e razziale
Di Loredana Morandi (del 23/01/2010 @ 15:45:25, in Politica, linkato 1379 volte)
SILVIA COSTA (PD):
"TETTO DI 5 BIMBI IMMIGRATI PER CLASSE,
DISCRIMINAZIONE SU BASE ETNICA E RAZZIALE"
"E' gravissima questa interpretazione riduttiva e assolutamente discriminatoria dell'assessore del Comune di Roma Marsilio che, rispetto alla proposta del Ministero della Pubblica Istruzione di mettere un tetto del 30% all'iscrizione di bambini stranieri nelle scuole della città per consentire le condizioni di una maggiore integrazione, prevede addirittura il tetto di 5 bambini per classe nelle scuole materne senza distinguere fra nati in Italia e all'estero. Si tratta di una vera e propria discriminazione su base etnica e razziale e non in nome di una difficoltà maggiore rispetto all'uso della lingua. Questo dimostra tra l'altro la non consapevolezza dei dati che riguardano i bambini figli di immigrati". A sostenerlo è l'europarlamentare del PD Silvia Costa.
"Forse - afferma la parlamentare europea - l'assessore Marsilio non sa che il 70% dei bambini stranieri nelle scuole materne è nato in Italia e che comunque frequentando la scuola italiana imparerà contestualmente lingua materna e lingua italiana, come dimostrano tutte le statistiche, e quindi la loro presenza nelle scuole consentirà davvero una piena integrazione nel sentirsi parte di questo Paese. E' strano che l'assessore Marsilio appartenga allo stesso partito del presidente della Camera Fini che invece sembrerebbe d'accordo sulla possibilità di dare, come noi chiediamo da tempo, la cittadinanza italiana ai bambini nati in Italia. La differenza fra la nostra proposta e quella di Fini è che noi vogliamo che la cittadinanza venga data ai bambini nati in Italia alla nascita se i genitori sono regolari in Italia da un certo numero di anni, mentre la proposta di Fini prevede per i bambini cinque anni di frequanza scolastica".
"Vorrei ricordare infine - ha concluso Silvia Costa - che non è possibile fare politiche che prevedano tetti quando non si fanno anche politiche abitative diverse. La maggioranza degli immigrati a Roma è concentrata in alcuni quadranti della città e sarebbe ben strano che alla mamma di un bambino non ancora cittadino italiano non si consentisse il diritto di iscrivere il bambino alla scuola più vicina a casa. Qui, a mio parere, si vanno a toccare diritti costituzionali e previsti dalla Costituzione Onu sui diritti dell'infanzia. Sarà un tema che porremo anche a livello europeo".
PD Camera e Senato su Riforme e Processo Breve - 22 gennaio 2010
Di Loredana Morandi (del 23/01/2010 @ 15:42:06, in Politica, linkato 1189 volte)
FINI: VENTURA,
“Sul processo breve non finisce qui.
Daremo battaglia”
Il vicepresidente vicario dei deputati PD: non si strattona il Colle
“Non finisce qui sul processo breve. Siamo determinati a condurre la nostra battaglia alla Camera con i nostri emendamenti, con le eccezioni di costituzionalità, con l’opera di convincimento verso parlamentari della maggioranza che mal sopportano i diktat di Berlusconi”. Lo dice Michele Ventura, vicepresidente vicario dei deputati PD commentando le parole del presidente della Camera Gianfranco Fini.
“L’accordo politico di cui parlano alcuni deputati della Pdl potrebbe non essere eterno – continua Ventura - e il fatto che si pensi di programmare i tempi della discussione a dopo le Regionali, dimostra che il processo breve non è una buona pubblicità per il centrodestra e che i giochi sono ancora aperti”.
“Se e quando il provvedimento sarà legge, il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, interverrà con la sua decisione che noi rispettiamo fin d’ora – conclude il vicepresidente PD - . Non mi è mai piaciuto chi tenta di strattonare il Colle nella direzione che gli conviene”.
Processo breve, Pd: critiche non sono propaganda, è in gioco il senso dello Stato
Ferranti: servono modifiche radicali, chiederemo non applicazione ai processi in corso
“Se non ci sarà un passo in dietro definitivo chiederemo modifiche radicali tra cui la non applicazione delle norme ai processi in corso”. Così la capogruppo del Pd nella commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti commenta le aperture del presidente Fini a nuove modifiche parlamentari al ddl sul processo breve. “La retroattività della norma sarebbe devastante perché getterebbe al macero centinaia di migliaia di processi ledendo le legittime aspettative delle vittime. Un vero e proprio colpo di grazia per il sistema giudiziario con dei costi economici enormi per lo Stato che vedrebbe gettati al vento milioni e milioni di euro spesi per le indagini, le istruttorie, le pratiche processuali, le notifiche, le consulenze, le trascrizioni, e via dicendo: tutti costi che rimarranno esclusivamente a carico dello Stato. Per non parlare del costo che ricadrà sugli avvocati, specialmente quelli che operano nel penale, che rischiano di veder cancellato il loro lavoro e quindi di perdere le parcelle. E poi, tutte le vittime che non solo non vedranno accertata la responsabilità dei colpevoli ma che dovranno ricominciare da capo in sede civile per ottenere il risarcimento dei danni subiti. Insomma – sottolinea Ferranti – non si tratta di polemiche legate alla propaganda o allo scontro politico qui è in gioco il senso dello Stato. L’applicazione del ddl sul processo breve – conclude Ferranti - scardinerebbe completamente il sistema giustizia, minando la credibilità delle nostre istituzioni, ledendo le legittime aspettative delle vittime e discriminando i cittadini stabilendo che c'e' qualcuno più uguale degli altri".
Processo Breve, Boccuzzi (Pd): con ddl pugno in faccia a vittime Thyssen Krupp
“L’approvazione del ddl sul processo breve sarebbe un pugno in faccia per migliaia e migliaia di vittime del lavoro che non vedrebbero giustizia”. E’ la denuncia del deputato democratico Antonio Boccuzzi, superstite del rogo delle acciaierie Thyssen Krupp che annuncia: una vera e propria ‘battaglia parlamentare’ sul tema. “Lo stesso processo per le vittime della Thyssen Krupp – spiega Boccuzzi – potrebbe essere profondamente colpito dall’approvazione del provvedimento visto che, a quanto pare, rimarrebbe come imputato solo l'ad dell'azienda che è l'unico per cui la condanna potrebbe essere superiore ai 10 anni. Ne verrebbe fuori un verdetto incompleto che non tiene conto delle legittime aspettative delle vittime e di tutti i familiari. Mi auguro che la maggioranza risponda all’appello del presidente della Camera, Gianfranco Fini e modifichi concretamente il provvedimento. Personalmente – conclude Boccuzzi - lavorerò per cambiamenti radicali che impediscano questa colossale ingiustizia”.
RIFORME: MAGISTRELLI E MONACO, DIALOGO RESO IMPOSSIBILE
Dichiarazione di Marina Magistrelli e Franco Monaco, della direzione nazionale del Pd.
"Come si può ancora disporsi a riforme organiche della Costituzione, ordinamento giudiziario compreso, con interlocutori che, come abbiamo denunciato a gran voce al Senato, fanno scempio della giustizia e stravolgono principi supremi ed equilibri costituzionali, aggiungendo che comunque sono decisi a procedere unilateralmente?" Cosi la senatrice Marina Magistrelli e l'Onorevole Franco Monaco componenti della Direzione Nazionale del Pd.
"Se le nostre parole e i fatti altrui hanno un peso - continuano Magistrelli e Monaco - è difficile se non impossibile spiegarlo ai nostri elettori ma anche agli italiani. Si rischia la schizofrenia. Del resto, Zagrebelsky ci ha ammonito a non imboccare un sentiero oscuro e scivoloso. C'è modo e modo di arrivare all'eventuale e probabile referendum costituzionale confermativo. Una linea ferma, limpida e coerente - concludono - va praticata sin d'ora".
Gruppo Cellule Staminali: Gli Articoli Precedenti
Di Loredana Morandi (del 23/01/2010 @ 12:51:21, in Gruppo Cellule Staminali, linkato 2091 volte)
Gruppo Cellule Staminali
Attivo una nuova rubrica su questo sito, per accogliere quanto già pubblicato e tutto quello che verrà in merito all'argomento ed agli illeciti a questo collegati.
Gli articoli a firma Loredana Morandi sulla questione del furto del "Gruppo a Favore delle Cellule Staminali per Malattie Gravi" ai danni del signor Marco Franceschetti, risalenti all'agosto 2009, possono essere letti a questi link.
L'abc del ddl sul processo breve - rassegna Sole 24 ore
Di Loredana Morandi (del 22/01/2010 @ 18:06:06, in Magistratura, linkato 1367 volte)
L'abc del ddl sul processo breve
Passa da 3 a 10 articoli il ddl sul processo breve dopo l'esame di Palazzo Madama. Nel provvedimento di tutela del cittadino contro la durata indeterminata dei processi, fra le modifiche, si alza l'asticella della durata massima del giudizio penale, per reati puniti fino a 10 anni, che viene portata a tre anni, per il primo grado, due per il secondo e 18 mesi per la Cassazione.
Nella versione iniziale del disegno di legge, il tetto massimo, complessivo, per i primi due gradi di giudizio e per il ricorso in Cassazione, era fissato in 6 anni. Si prevede, poi, l'applicazione delle nuove norme sull'estinzione dei processi per violazione dei termini di durata ragionevole, anche, ai procedimenti relativi agli illeciti amministrativi, dipendenti da reato, di società, persone giuridiche e associazioni, di cui al Dlgs 231/2001. Le novità si applicheranno, anche, ai processi in corso: destinati all'estinzione, in particolare, saranno tutti i processi per reati coperti da indulto con pene massime inferiori a 10 anni, che non arrivano a sentenza entro 2 anni dalla richiesta di rinvio a giudizio. È previsto un aumento dei termini fino a 2 anni e 3 mesi in caso di nuove contestazioni da parte del Pm.
Rimangono, invece, fermi i termini per ritenere "ragionevole" un giudizio: 2 anni per ciascuno dei primi 2 gradi di merito, altri 2 anni per l'esame di legittimità, più un altro anno in ogni caso di giudizio di rinvio. Superati tali limiti, lo Stato dovrà risarcire l'interessato. Ecco, punto per punto, tutto quello che contiene il ddl sui "processi brevi", licenziato da Palazzo Madama , che sarà ora esaminato dalla Camera.
Entrata in vigore (articoli 9 e 10). Le nuove disposizioni sul processo breve entreranno in vigore il giorno successivo alla pubblicazione in Gazzetta. Scadenze e limiti diversi, per l'applicazione ai processi. In via generale, le novità legislative si applicano anche ai processi in corso: destinati all'estinzione tutti i processi per reati coperti da indulto con pene massime inferiori a 10 anni, che non arrivano a sentenza entro 2 anni dalla richiesta di rinvio a giudizio. È previsto un aumento dei termini fino a 2 anni e 3 mesi in caso di nuove contestazioni del Pm. Nei giudizi, poi, di responsabilità contabile, le nuove norme si applicano anche ai giudizi in corso, quando dal deposito della citazione a giudizio nella segreteria della competente sezione della Corte dei Conti siano trascorsi almeno 5 anni e non si è concluso il giudizio di primo grado. Sul fronte, invece, delle aziende è prevista l'estinzione dei processi per reati commessi prima del 2006 per i quali non si sia ancora giunti a sentenza entro 2 anni.
Equo indennizzo (articolo 1). Arriva una razionalizzazione delle procedure di equo indennizzo previste dalla legge Pinto nei casi di violazione del diritto alla ragionevole durata dei processi. Si motiva la scelta per gli ingenti costi che, ogni anno, l'Italia paga per l'eccessiva durata dei giudizi: 14,7 milioni di euro, nel 2007, 25 milioni, nel 2008, 13,6 milioni, solo nel primo semestre 2009. Le nuove norme prevedono, in particolare, che la domanda di equa riparazione sia subordinata a una specifica istanza di sollecitazione, che la parte deve presentare nel processo (civile, penale o amministrativo) entro 6 mesi dalla scadenza dei termini di non irragionevole durata. In questo modo, il meccanismo potrà assumere una funzione non solo risarcitoria, ma, anche, acceleratoria del giudizio. Presentata l'istanza di sollecitazione (nei confronti del ministero della Giustizia, per procedimenti del giudice ordinario, di quello della Difesa, per procedimenti militari e al ministero dell'Economia, in tutti gli altri casi), i processi godranno di una corsia preferenziale, sotto la vigilanza del capo dell'ufficio interessato, e la sentenza che definisce il giudizio potrà essere sinteticamente motivata (fanno eccezione le sentenze penali). Si fissa, poi, un termine "presuntivo" di irragionevole durata del processo: 2 anni per ciascuno dei primi 2 gradi di merito, altri 2 anni per l'esame di legittimità, più un altro anno in ogni caso di giudizio di rinvio. Non si tratta, però, una presunzione assoluta, visto che il magistrato che decide sulla domanda di equa riparazione (vale a dire la corte d'appello competente) potrà aumentare il termine fino alla metà nei casi di complessità del caso e valutato, pure, il comportamento delle parti private e del giudice. Ai fini dell'equa riparazione, il processo si considera iniziato, in ciascun grado, alla data del deposito del ricorso introduttivo del giudizio o dell'udienza di comparizione indicata nella citazione, ovvero alla data del deposito dell'istanza di fissazione dell'udienza. Si considera, invece, terminato con la pubblicazione della decisione. Il processo penale si considera iniziato alla data di assunzione della qualità di imputato. Si chiarisce, inoltre, per valorizzare la speditezza, ma, anche, la lealtà processuale, che dal termine di ragionevole durata del processo sono esclusi i periodi relativi ai rinvii richiesti o consentiti dalla parte, nel limite di 90 giorni ciascuno. Le nuove norme prevedono anche che, nella liquidazione dell'indennizzo, il giudice debba tener conto del valore della domanda proposta, o accolta, nel procedimento nel quale si è verificata la violazione del termine di ragionevole durata. L'indennizzo si riduce di un quarto, quando il procedimento, cui si riferisce la domanda di equa riparazione, è stato definito con il rigetto delle richieste del ricorrente, ovvero quando ne è evidente l'infondatezza. La decisione sulla domanda di equa riparazione arriva con decreto, da emettere entro 4 mesi dal deposito della richiesta, contro cui è ammessa opposizione entro 60 giorni.
Estinzione del processo (articoli 5 e 8). Si prevede l'estinzione dell'azione penale e, quindi, del processo, per la violazione dei termini di ragionevole durata. Sarà emessa una sentenza ad hoc. L'imputato, tuttavia, può dichiarare di rinunciare all'estinzione del processo. La dichiarazione (volontaria) deve essere formulata personalmente in udienza o presentata dall'interessato o a mezzo di procuratore speciale. Secondo le nuove norme l'estinzione processuale avviene secondo un doppio canale. Per i reati puniti con pena pecuniaria o detentiva, inferiore nel massimo a 10 anni, il giudice pronuncia l'estinzione del processo in 4 casi. Primo, quando dall'esercizio dell'azione penale, da parte del Pm, siano decorsi più di 3 anni senza arrivare alla pronuncia delle sentenza di primo grado. Secondo, quando dalla sentenza di primo grado siano decorsi più di 2 anni senza che sia arrivata la decisione di appello. Terzo, quando dall'appello siano passati più di 18 mesi senza che sia stata pronunciata la decisone di legittimità da parte della Cassazione. Ultimo, stop, invece, quando dal giudizio di rinvio, è decorso più di un anno per ogni ulteriore grado di processo. Nella versione iniziale del provvedimento il tetto massimo complessivo per i primi due gradi di giudizio e per il ricorso in Cassazione era fissato in 6 anni. Aumenta, anche, il limite massimo di durata del processo per reati puniti con oltre 10 anni di carcere: 4 anni per il primo grado, 2 per l'appello e 18 mesi per il ricorso in Cassazione. Per i casi di mafia e terrorismo sono previsti 5 anni per il primo grado, 3 per l'appello e 2 per il ricorso in Cassazione. Solo per questi ultimi è possibile una dilatazione di un terzo dei tempi processuali, ma solo se il processo si rilevi particolarmente complesso o vi sia un elevato numero di imputati. Si indicano, poi, i casi in cui "l'orologio" dei termini è sospeso: per i periodi di sospensione del processo previsti dalla legge (autorizzazione a procedere o deferimento della questione a altro giudizio) o, nell'udienza preliminare e nella fase di giudizio, durante il tempo in cui l'udienza o il dibattimento sono sospesi o rinviati per impedimento dell'imputato o del suo difensore o quando il rinvio è stato disposto su loro richiesta, sempre che la sospensione o il rinvio non siano stati disposti per assoluta necessità di acquisire una prova. A queste ipotesi, va aggiunta anche quella in cui il blocco del procedimento si verifica per una causa esterna, non imputabile agli organi giudiziari, come, quando, sia in atto l'estradizione dell'imputato. Si prevede poi che, quando in dibattimento vengono effettuate nuove contestazioni dal pubblico ministero, il termine di fase non può essere aumentato complessivamente per più di 3 mesi. Le nuove norme specificano, inoltre, che la sentenza di non doversi procedere, per estinzione del processo, una volta definitiva, produca l'effetto preclusivo del cosiddetto ne bis in idem. Si prevede, inoltre, che la parte civile che si sia costituita nel processo colpito dalla estinzione, quando trasferisce l'azione in sede civile, ha diritto sia alla riduzione della metà dei termini a comparire, sia alla trattazione prioritaria del processo relativo all'azione trasferita. Infine, le nuove norme sull'estinzione dei processi per violazione dei termini di durata ragionevole si applicano anche ai procedimenti relativi agli illeciti amministrativi dipendenti da reato di società, persone giuridiche e associazioni, di cui al Dlgs 231/2001.
Incompetenza del giudice (articolo 6). Si prevede che se, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento, il giudice dichiari, con sentenza, l'esistenza di una causa di non punibilità in ordine al reato appartenente alla sua competenza per territorio, con la stessa sentenza, è tenuto a dichiarare la propria incompetenza in ordine al reato per cui si procede e trasmettere gli atti al Pm presso il nuovo giudice competente.
Monitoraggio sui costi del nuovo "processo breve" (articolo 7). Si introduce una sorta di "clausola di salvaguardia", che assegna al ministero dell'Economia il compito di assumere «conseguenti iniziative legislative» nel caso in cui si riscontri che dall'attuazione del presente ddl sul processo breve si rechi pregiudizio al conseguimento degli obiettivi di finanza pubblica.
Responsabilità contabile (articolo 4). Si prevede l'estinzione del giudizio di responsabilità davanti alla Corte dei conti in due ipotesi. Quando, dal deposito dell'atto di citazione in giudizio nella segreteria della competente sezione siano trascorsi tre anni senza che sia stato emesso il provvedimento che definisce il giudizio in primo grado. Il termine scende a due se il danno erariale non supera il valore di 300mila euro. E, quando, poi, dalla notifica o pubblicazione del provvedimento che chiude il primo grado siano decorsi più di due anni senza che sia stato emesso il provvedimento che definisce l'eventuale giudizio d'appello. Tali termini si sospendono nel caso in cui l'udienza o la discussione siano sospese o rinviate su richiesta del convenuto, o del suo difensore, per necessità di acquisire prove. Si prevede, infine, che la Corte dei conti, a Sezioni unite, possa giudicare, anche, con sentenza definitiva di accertamento, sui ricorsi proposti dagli organi politici di vertice delle amministrazioni contro le delibere conclusive di controlli su gestioni di particolare rilevanza per la finanza pubblica. Tali ricorsi vanno proposti entro il termine perentorio di 60 giorni dalla formale comunicazione delle delibere.
Spese di giustizia (articolo 2). Si stabilisce che il procedimento per equo indennizzo è soggetto al pagamento del contributo unificato, fissato nella misura di 70 euro (come, attualmente, si paga per i processi di valore superiore a 1.100 euro e fino a 5.200 euro, per quelli di volontaria giurisdizione, nonché per i processi speciali di cui al libro IV, titolo II, capo VI, del codice di procedura civile, cioè, i procedimenti in camera di consiglio). Le nuove norme si applicano ai procedimenti iscritti successivamente alla data di entrata in vigore del presente ddl. Per tutti gli altri, invece, continua ad applicarsi l'esenzione dal pagamento del contributo unificato.
Stato: danno all'immagine (articolo 3). Si fornisce un'interpretazione autentica all'articolo 17, comma 30-ter, del decreto anticrisi 2009. In particolare, si prevede che «qualunque atto istruttorio o processuale posto in essere in violazione delle disposizioni sull'azione per danno erariale, salvo che sia stata già pronunciata sentenza di merito anche non definitiva alla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto anticrisi, è nullo e la relativa nullità può essere fatta valere in ogni momento, da chiunque vi abbia interesse, innanzi alla competente sezione giurisdizionale della Corte dei conti, che decide nel termine perentorio di 30 giorni dal deposito della richiesta».
Il Sole 24 ore - 22 gennaio 2010
16/06/2019 @ 17.05.19