Source: https://renatodisa.com/2017/10/05/le-societa-cooperative-e-le-mutue-assicuratrici/6/
Timestamp: 2018-04-26 00:48:11+00:00
Document Index: 179403817

Matched Legal Cases: ['art. 2532', 'art. 8', 'art. 2437', 'art. 1359', 'e contrario', 'art. 2533', 'art. 2533', 'art. 2533', 'sentenza ', 'art. 2534', 'art. 2528', 'art. 2530', 'art. 2535', 'art. 56', 'art. 2533', 'art. 56', 'art. 2536', 'art. 2537', 'art. 2352', 'art. 2531', 'art. 2537']

Le società cooperative e le mutue assicuratrici - Pagina 6 di 13 - Avvocato Renato D'Isa
5) LO SCIOGLIMENTO DEL RAPPORTO SOCIALE LIMITATAMENTE AD UN SOCIO
La morte, il recesso, e l’esclusione sono regolate sulla falsariga di quanto avviene nelle società di persone[92].
art. 2532 [93] c.c. recesso del socio
il socio cooperatore può recedere dalla società nei casi previsti dalla legge e dall’atto costitutivo. Il recesso non può essere parziale (la motivazione sta nel fatto che nella società cooperativa ciò che rileva è la persona del socio, in ordine al rapporto mutualistico, mentre nella S.p.A ciò che è importante è la partecipazione azionaria e non già la posizione del socio azionista, il quale può ben voler rischiare di meno e continuare ancora a partecipare alla società, conservando la sua ualità di socio).
La dichiarazione di recesso deve essere comunicata con raccomandata alla società. Gli amministratori devono esaminarla entro sessanta (60) giorni dalla ricezione. Se non sussistono i presupposti del recesso, gli amministratori devono darne immediata comunicazione al socio, che entro sessanta giorni dal ricevimento della comunicazione, può proporre opposizione innanzi il tribunale.
In forza di una pronuncia della S.C.[94], ante riforma, in tema di società cooperative, il recesso convenzionale, contemplato dagli artt. 2518 e 2526 c.c. (nel testo anteriore alle modifiche introdotte dall’art. 8 del d.lgs. 17 gennaio 2006, n. 6), in quanto previsto dall’atto costitutivo, costituisce manifestazione della volontà negoziale, la quale può legittimamente disciplinarlo attraverso clausole che ne determinino il contenuto, ammettendo l’esercizio di tale facoltà in situazioni specifiche, ovvero limitandolo o subordinandolo alla sussistenza di determinati presupposti o condizioni, in particolare all’autorizzazione o all’approvazione del consiglio d’amministrazione o dell’assemblea dei soci. Tali clausole, volte a garantire il perseguimento dell’oggetto della società attraverso la conservazione dell’integrità della compagine sociale, attribuiscono ai predetti organi un potere discrezionale, che non può tuttavia essere esercitato in modo arbitrario, né tradursi in un rifiuto di provvedere o in un diniego assoluto ed immotivato dell’approvazione, i quali, oltre a contrastare con i principi di correttezza e buona fede, che vanno rispettati anche nell’esecuzione del contratto sociale, comporterebbero una sostanziale vanificazione del diritto di recesso, il cui esercizio, ai sensi dell’art. 2437 terzo comma c.c. (applicabile anche alle società cooperative), non può essere escluso o reso eccessivamente gravoso. La violazione di tale diritto, per inosservanza dei predetti principi, rende applicabile l’art. 1359 c.c., in virtù del quale la condizione si considera avverata, qualora sia mancata per causa imputabile alla parte che aveva interesse contrario al suo avveramento. La necessità dell’autorizzazione non comporta infatti la trasformazione della fattispecie in un accordo, nell’ambito del quale la determinazione della società venga ad assumere la funzione di accettazione della proposta del socio, configurandosi pur sempre il recesso come un negozio unilaterale, corrispondente al diritto potestativo di uscire dalla società o di rinunciare a conservare lo stato derivante dal rapporto giuridico nel quale il socio è inserito, e rispetto al quale la deliberazione del consiglio di amministrazione o dell’assemblea opera come condizione di efficacia.
Ulteriormente, secondo altra sentenza[95] ante riforma oltre al recesso legale del socio, previsto dagli artt. 2523 e 2437 c.c. (norma, quest’ultima dettata per le società per azioni, ma estensibile alle società cooperative) l’ordinamento prevede il recesso convenzionale (artt. 2518 e 2526 c.c.) e se il primo non può essere limitato o soppresso neppure da clausole statutarie, attraverso la previsione dell’approvazione degli organi statutari (la quale finirebbe per trasformare l’esercizio di un diritto potestativo in una proposta negoziale e per rimetterne l’efficacia alla discrezione di un terzo), non altrettanto può affermarsi per il recesso statutario, il quale, nascendo con l’atto costitutivo, come atto di manifestazione della volontà negoziale, dalla stessa volontà può essere disciplinato attraverso clausole, determinative del contenuto, sia quando attribuiscono al socio la facoltà di recedere in situazioni specifiche, sia quando questa stessa facoltà limitano o condizionano. Ne consegue che è legittima la disciplina convenzionale che subordina il recesso a determinati presupposti o condizioni, tra i quali l’autorizzazione o l’approvazione del consiglio d’amministrazione o dell’assemblea dei soci.
art. 2533 [96] c.c. esclusione del socio
1) nei casi previsti dall’atto costitutivo (nel senso che le cause di esclusione devono essere indicate in modo specifico e determinato);
4) nei casi previsti dall’articolo 2286 (interdizione e inabilitazione);
5) nei casi previsti dell’articolo 2288, primo comma (fallimento).
L’esclusione deve essere deliberata (da ciò si desume che l’esclusione non opera di diritto) dagli amministratori o, se l’atto costitutivo lo prevede, dall’assemblea.
Qualora l’atto costitutivo non preveda diversamente, lo scioglimento del rapporto sociale determina anche la risoluzione dei rapporti mutualistici pendenti (ciò significa che l’esclusione, di regola, determina oltre allo scioglimento del rapporto sociale, anche la risoluzione del rapporto mutualistico in termini di immediatezza, a differenza del recesso).
Ante riforma, sul punto, ai fini processuali, la Cassazione[97] ha più volte affermato che il procedimento di opposizione all’esclusione del socio di cooperativa è del tutto distinto dai normali mezzi di impugnazione delle delibere assembleari di cui agli articoli 2377 – 2379 c.c.; sennonchè, proprio sul presupposto dell’assoluta diversità fra le due fattispecie procedimentali, ha costantemente affermato che il socio escluso dalla cooperativa può far valere i vizi della relativa delibera esclusivamente mediante l’opposizione ex articolo 2527 c.c. da proporre entro il termine di trenta giorni dalla comunicazione[98].
Successivamente la medesima Casaszione[99] ha precisato che il termine di sessanta giorni previsto dal’art. 2533 c.c. per proporre opposizione avverso la delibera di esclusione del socio di società cooperativa, decorre dalla comunicazione della stessa, restando irrilevante la conoscenza del provvedimento “aliunde” acquisita; la prova dell’avvenuta comunicazione, da intendersi come partecipazione al socio non soltanto dei contenuti della delibera, ma anche delle sue motivazioni onde assicuragli il pieno esercizio del diritto di difesa nel termine breve assegnato, deve essere fornita in modo rigoroso, in ragione della gravità degli effetti derivanti al decorso del termine, senza che sia sufficiente la mera circostanza della proposizione di un’impugnativa stragiudiziale, che prova una semplice conoscenza di fatto dell’avvenuta esclusione.
Inoltre, la stessa Corte Suprema[100] ha anche precisato che nel giudizio di opposizione contro la deliberazione di esclusione del socio di una società cooperativa, incombe sulla società – che, pur se formalmente convenuta, ha sostanziale veste di attore – l’onere di provare i fatti posti a fondamento dell’atto impugnato.
Ancora, per la medesima Cassazione[101], in tema di espulsione del socio dalla cooperativa l’apprezzamento della sussistenza dei gravi motivi non è rimesso all’esclusiva discrezionalità degli organi associativi giacchè rientra tra i compiti del giudice del merito, adito in sede di opposizione avverso la deliberazione di esclusione, riscontrare l’effettiva sussistenza della causa di esclusione posta a fondamento della detta deliberazione e la sua inclusione fra quelle previste per legge o dallo statuto, nonché accertare la congruità della motivazione adottata a sostegno della ritenuta gravità
Per Giurisprudenza di merito[102] in tema di esclusione del socio (art. 2533 c.c.), la comunicazione della delibera di esclusione necessaria per salvaguardare il diritto di difesa del socio lavoratore, in forza dei medesimi principi valevoli per il provvedimento di licenziamento, deve avere un contenuto minimo necessario per garantire quel diritto di difesa e, che, non può dirsi rappresentato dalla mera restituzione della quota sociale.
Ancora per altra sentenza di merito[103] sono valide ed efficaci le clausole di esclusione del socio a contenuto generico, inserite nell’atto costitutivo o nello statuto della società cooperativa, giacché il procedimento di esclusione sostituisce, sia pure con contraddittorio giudiziale posticipato alla delibera di esclusione, l’azione generale di risoluzione del contratto per l’inadempimento, dalla quale ripete i relativi presupposti applicativi. In presenza di clausole di esclusione dal contenuto generico, pertanto, non si legittima sul piano generale un giudizio di nullità contenutistica, dovendosi per contro scrutinare la correttezza della valutazione operata dagli organi sociali; di talché il giudice, dopo aver accertato la fondatezza sul piano oggettivo del fatto contestato, è tenuto, oltre che a spiegare in che modo il medesimo atto rientri nella categoria ipotizzata come causa di esclusione, a ponderarne la rilevanza in riferimento allo specifico interesse della società che sarebbe stato leso e con riguardo alla gravità dell’inadempimento. (Nel caso concreto, deve escludersi che la condotta contestata al socio, consistita nella presentazione di una denuncia nei confronti degli amministratori, era passibile si essere sanzionata con la misura espulsiva, difettando i connotati di strumentalità, irragionevolezza o inescusabile negligenza nella proposizione della stessa.)
2534 [104] c.c. morte del socio
Affinché gli eredi possano partecipare alla coop sono necessarie alcune condizioni
1) previsione dell’atto costitutivo
2) che gli eredi siano provvisti dei requisiti per l’ammissione alla società
3) in caso di pluralità di eredi, questi debbono nominare un rappresentante comune
Per una pronuncia di merito[105] la previsione di cui all’art. 2534 c.c., nella parte in cui dispone che l’atto costitutivo può prevedere il subentro nella partecipazione del socio deceduto degli eredi provvisti dei requisiti per l’ammissione, mostra chiaramente di ritenere che la società, a differenza dal passato, ha l’obbligo di apprezzarne preventivamente la sussistenza, non spiegandosi altrimenti, né sul piano letterale né tanto meno sotto il profilo dell’interpretazione logica e sistematica, l’esplicito riferimento alle condizioni che possano legittimare l’adesione. Tale riferimento, totalmente assente dal testo del previgente art. 2528 c.c., ora esprime e sintetizza la necessità di una misurata valutazione circa la compatibilità delle qualità personali e soggettive degli eredi con la natura e con le finalità mutualistiche del sodalizio ed al tempo stesso, di riflesso, impone di motivare il diniego dell’autorizzazione. Ciò è tanto più innegabile alla luce dell’analoga fattispecie disciplinata dall’art. 2530 c.c., laddove è riconosciuta al socio, al quale la cooperativa abbia opposto il proprio rifiuto al trasferimento della quota, la possibilità di proporre opposizione al Tribunale per far valere in quella sede le proprie ragioni. Se, dunque, tale diritto compete al socio in relazione al possibile ingresso di soggetti totalmente estranei alla compagine sociale, a maggior ragione lo si deve riconoscere a coloro che rappresentano la continuazione della persona del socio defunto, dovendosi diversamente propendere per una disparità di trattamento che non appare giustificata alla luce della sostanziale omogeneità delle posizioni giuridiche soggettive e della identità del contesto nel quale assumono rilevanza. Nel caso concreto, deve trovare accoglimento la domanda della parte attrice, avente ad oggetto la declaratoria di illegittimità della deliberazione assunta dal consiglio di amministrazione, la revoca della stessa ed al diritto dell’erede di subentrare nella posizione sociale del de cuius, mentre gli ulteriori requisiti previsti per l’ammissione non hanno formato oggetto di alcuna valutazione da parte della cooperativa e restano pertanto estranei all’ambito oggettivo della pronunzia, che non può investire aspetti in merito ai quali la società non si è espressa.
art. 2535 [106] c.c. liquidazione della quota o rimborso delle azioni del socio uscente
Il pagamento deve essere fatto entro centottanta giorni dall’approvazione del bilancio. L’atto costitutivo può prevedere che, per la frazione della quota o le azioni assegnate al socio ai sensi degli articoli dell’articolo 2545-quinquies e 2545-sexies, la liquidazione o il rimborso, unitamente agli interessi legali, possa essere corrisposto in più rate entro un termine massimo di cinque anni
Per la Cassazione[107] in tema di società cooperative, l’insorgenza del diritto del socio alla quota di liquidazione e del relativo credito si verifica soltanto in presenza di una causa di scioglimento del rapporto sociale, anteriormente vantando tale soggetto esclusivamente una mera aspettativa legata all’eventualità che, all’atto del verificarsi di detta causa, il patrimonio della società abbia una consistenza tale da permettere l’attribuzione “pro quota” di valori proporzionali alla sua partecipazione; ne consegue che, in caso di esclusione dalla società a seguito della dichiarazione di fallimento del socio, il credito di quest’ultimo relativo alla quota di liquidazione nasce – o almeno diviene certo – esclusivamente per effetto della dichiarazione di fallimento, ciò implicando l’assenza dei presupposti necessari per ritenerne la compensabilità, ex art. 56, legge fall., con i contrapposti crediti vantati dalla società nei suoi confronti. (Principio affermato dalla S.C. in un caso di insinuazione al passivo nel fallimento del socio da parte di una banca cooperativa, condannata alla restituzione di quanto ricavato dalla vendita delle azioni realizzata dopo il fallimento).
Per le Sezioni Unite[108], in tema di società, la costituzione del rapporto societario e l’originario conferimento, pur rappresentando il presupposto giuridico del diritto del socio alla quota di liquidazione, non rilevano come fatto direttamente genetico di un contestuale credito restitutorio del conferente, configurandosi la posizione di quest’ultimo come mera aspettativa o diritto in attesa di espansione, destinato a divenire attuale soltanto nel momento in cui si addivenga alla liquidazione (del patrimonio della società o della singola quota del socio, al verificarsi dei presupposti dello scioglimento del rapporto societario soltanto nei suoi confronti), ed alla condizione che a tale momento dal bilancio (finale o di esercizio) risulti una consistenza attiva sufficiente a giustificare l’attribuzione “pro quota” al socio stesso di valori proporzionali alla sua partecipazione. Pertanto, il credito relativo alla quota di liquidazione vantato dal socio di una cooperativa escluso dalla società per effetto della dichiarazione di fallimento (ovvero, ai sensi dell’art. 2533 n. 5 c.c., nel testo introdotto dal d.lgs. 17 gennaio 2003, n. 6 a seguito della delibera di esclusione che è in facoltà della società adottare in caso di fallimento del socio) nasce o comunque diviene certo esclusivamente nel momento in cui interviene quella dichiarazione (o quella delibera), con la conseguenza che, non potendosi considerare detto credito anteriore al fallimento, viene a mancare il presupposto necessario, ai sensi dell’art. 56 della legge fallimentare, per la compensabilità dello stesso con i contrapposti crediti vantati dalla società nei confronti del socio.
art. 2536 [109] c.c. responsabilità del socio uscente e dei suoi eredi
art. 2537 [110] c.c. creditore particolare del socio
il creditore particolare del socio cooperatore, finché dura la società, non può agire esecutivamente sulla quota e sulle azioni del medesimo (si vuole evitare che attraverso azioni esecutive –– possano entrare a far parte della società soggetti privi dei requisiti statutari o di legge, invece, si ritiene cheil creditore possa compiere atti conservativi sulla quota di liquidazione del socio e fare valer i propri diritti sugli utili spettanti al socio suo debitore. Inoltre non possono essere sottoposte a pegno o ad usufrutto ex art. 2352 c.c.).
Sul punto la Cassazione[111] ha avuto modo di affermare che il creditore particolare del socio, sebbene non possa – ai sensi dell’art. 2531 c.c., applicabile “ratione temporis” (ora art. 2537 c.c.) – agire esecutivamente sulla quota o sulle azioni del socio debitore finché dura la società cooperativa, può, tuttavia, agire in via cautelare, con la conseguenza che tale disposizione non può ritenersi ostativa all’ammissibilità dell’azione revocatoria ordinaria nei confronti del socio (in quanto tenderebbe alla revoca dell’attribuzione patrimoniale di un bene – la quota o le azioni della società – non suscettibile di espropriazione), poiché anche nell’ipotesi in cui il bene, oggetto dell’atto di cui si chiede la revoca, non sia più nella disponibilità dell’acquirente per essere stato alienato a terzi, il creditore ha comunque interesse ad agire in revocatoria, il cui accoglimento consentirebbe all’acquirente di promuovere, nei confronti dell’alienante, le azioni di risarcimento del danno o di restituzione del prezzo dell’acquisto.
Visite totali ad oggi: 11,525,995