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Timestamp: 2020-03-31 20:39:20+00:00
Document Index: 121969741

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 654', 'art. 12', 'art. 25', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 116', 'art. 1']

Sentenza Cassazione Civile n. 2235 del 31/01/2011 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2235 del 31/01/2011
Cassazione civile sez. trib., 31/01/2011, (ud. 01/12/2010, dep. 31/01/2011), n.2235
L.M., elettivamente domiciliato in ROMA PIAZZA CAVOUR,
difeso dall’avvocato BIGINELLI GIANCARLO con studio in TORINO VIA
PALMIERI 63, (avviso postale), giusta delega in calce;
AGENZIA DELLE ENTRATE UFFICIO (OMISSIS), MINISTERO DELL’ECONOMIA E
avverso la sentenza n. 28/2005 della COMM. TRIB. REG. di TORINO,
L.M. impugna la sentenza della CTR, indicata in epigrafe, che, in accoglimento del gravame dell’agenzia delle entrate, disattendeva l’impugnativa del contribuente avverso il mancato rimborso delle imposte pagate a seguito di accertamento in rettifica di quelle sui redditi Irpef e Ilor per l’anno 1978, fondato su maggiori ricavi, come stabilito con sentenza già passata in giudicato.
A sostegno deduce tre motivi, mentre l’agenzia resiste con controricorso.
1) Col primo denunzia “violazione e/o falsa applicazione, errata interpretazione delle norme di diritto, in particolare del D.Lgs. n. 546 del 1992, artt. 11, 18 e 53, nonchè omessa, insufficiente e/o contraddittoria motivazione”: sostiene che il ricorso in appello era inammissibile, posto che non recava la sottoscrizione del direttore dell’ufficio, bensì di un funzionario che sarebbe stato munito di delega, il che non sarebbe consentito perchè non previsto da alcuna norma dell’ordinamento.
Il motivo è infondato. Il giudice di appello osservava che il mezzo di gravame era munito della sottoscrizione di funzionario, che a sua volta aveva ricevuto la delega da parte del direttore dell’ufficio, e ciò era sufficiente per ritenere regolare quell’atto. L’assunto è esatto. Infatti la sottoscrizione dell’atto di appello, pur non competendo ad un qualsiasi funzionario sprovvisto di specifica delega da parte del titolare dell’Ufficio, deve ritenersi validamente apposta quando proviene da quello preposto al reparto competente, poichè la delega da parte del titolare dell’Ufficio può essere legittimamente conferita in via generale mediante la preposizione del funzionario ad un settore di esso con competenze specifiche. Ciò poi è tanto più esatto allorquando, come nella specie, risulti che il funzionario abbia avuto specifica delega al riguardo (Cfr. anche Cass. Sentenze n. 13908 del 28/05/2008, n. 9600 del 23/04/2007).
2) Col secondo motivo deduce “violazione e/o falsa applicazione, errata interpretazione delle norme di diritto, in particolare degli artt. 654 c.p.p., artt. 324 e 395 c.p.c., artt. 2041 e 2042 c.c., oltre che omessa, insufficiente e/o contraddittoria motivazione”, atteso che l’azione del pagamento dell’indebito e quella di arricchimento senza causa erano già state esperite senza successo, mentre era intervenuto il giudicato penale con la sentenza n. 894/94 del tribunale di Genova, con cui L. era stato mandato assolto da ogni addebito di reato fiscale, sicchè non era necessario esercitare quella di revocazione.
La censura, che sotto un certo profilo è connotata da carattere di genericità e novità, comunque è priva di pregio. Invero, come esattamente rilevato dalla CTR, il pagamento delle imposte era stato effettuato in virtù di sentenze delle commissioni tributarie passate in giudicato, donde l’emissione della cartella. Circa quello penale, va invece osservato che esso, a parte che non è stato specificato il contenuto della relativa sentenza, nè quando esso si sarebbe formato, come pure non risulta presentata copia con il prescritto attestato di cancelleria, tuttavia va rilevato che ai sensi dell’art. 654 cod. proc. pen., che ha implicitamente abrogato il D.L. n. 429 del 1982, art. 12 (convertito nella L. n. 516 del 1982), poi espressamente abrogato dal D.Lgs. 10 marzo 2000, n. 74, art. 25, l’efficacia vincolante del giudicato penale non opera automaticamente nel processo tributario, poichè in questo, da un lato, vigono limitazioni della prova (come il divieto della prova testimoniale) e, dall’altro, possono valore anche presunzioni inidonee a supportare una pronuncia penale di condanna. Quindi nessuna automatica autorità di cosa giudicata può attribuirsi alla sentenza penale irrevocabile, di condanna o di assoluzione, emessa in materia di reati tributari nel separato giudizio tributario, ancorchè i fatti accertati in sede penale siano gli stessi per i quali l’Amministrazione finanziaria ha promosso l’accertamento nei confronti del contribuente. Ne consegue che il giudice tributario non può limitarsi a rilevare l’esistenza di una sentenza definitiva in materia di reati tributari, estendendone automaticamente gli effetti con riguardo all’azione accertatrice del singolo ufficio finanziario, ma, nell’esercizio dei propri autonomi poteri di valutazione della condotta delle parti e del materiale probatorio acquisito agli atti (art. 116 cod. proc. civ.) deve, in ogni caso, verificarne la rilevanza nell’ambito specifico in cui esso è destinato ad operare, e questa è stata esclusa in quello in esame (V. pure Sentenze n. 3724 del 17/02/2010, n. 5720 del 12/03/2007). Quindi alla luce di tali considerazioni neanche la revocazione era esperibile nella fattispecie, contrariamente all’assunto del giudice “a quo”.
3) Col terzo motivo il ricorrente lamenta violazione degli artt. 89, 112 c.p.c. e D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 1, posto che il giudice dell’impugnazione non disponeva la cancellazione di talune espressioni sconvenienti ed offensive contenute nel ricorso di appello, e che non erano necessarie ai fini difensivi.
La doglianza è inammissibile, dal momento che, oltre ad essere nuova, perchè non dedotta nel precedente grado, soprattutto appare all’evidenza formulata in modo generico, e cioè senza la specificazione dell’oggetto e l’indicazione delle frasi censurate.
Quindi anche in rapporto alle suindicate corrette valutazioni giuridiche, le persistenti doglianze del contribuente non riescono ad eluderle, onde vanno complessivamente disattese.
LA CORTE Rigetta il ricorso, e condanna il ricorrente al rimborso delle spese a favore della controricorrente, e che liquida in complessivi Euro 3.000,00 (tremila/00) per onorario, oltre a quelle prenotate a debito; alle generali ed agli accessori di legge.