Source: https://renatodisa.com/2012/06/01/corte-di-cassazione-sezione-i-sentenza-28-maggio-2012-n-8451-in-tema-di-responsabilita-per-esercizio-di-attivita-pericolosa-la-presunzione-di-colpa-a-carico-del-danneggiante-posta-dallart-2050/
Timestamp: 2018-12-12 11:41:33+00:00
Document Index: 14228961

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 2050', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2050', 'art. 15', 'art. 2050', 'art. 152', 'art. 15', 'art. 2050', 'art. 15', 'art. 2050', 'art. 2050', 'sentenza ']

Corte di Cassazione, sezione I, sentenza 28 maggio 2012, n.8451. In tema di responsabilità per esercizio di attività pericolosa, la presunzione di colpa a carico del danneggiante posta dall'art. 2050 cod. civ. presuppone il previo accertamento dell'esistenza del nesso eziologico - la cui prova incombe al danneggiato - tra l'esercizio dell'attività e l'evento dannoso, non potendo il soggetto agente essere investito da una presunzione di responsabilità rispetto ad un evento che non è ad esso in alcun modo riconducibile. Sotto il diverso profilo della colpa, incombe invece sull'esercente l'attività pericolosa l'onere di provare di avere adottato tutte le misure idonee a prevenire il danno - Renato D'Isa
Home Corte di Cassazione Cassazione civile 2012 Corte di Cassazione, sezione I, sentenza 28 maggio 2012, n.8451. In tema...
Corte di Cassazione, sezione I, sentenza 28 maggio 2012, n.8451. In tema di responsabilità per esercizio di attività pericolosa, la presunzione di colpa a carico del danneggiante posta dall’art. 2050 cod. civ. presuppone il previo accertamento dell’esistenza del nesso eziologico – la cui prova incombe al danneggiato – tra l’esercizio dell’attività e l’evento dannoso, non potendo il soggetto agente essere investito da una presunzione di responsabilità rispetto ad un evento che non è ad esso in alcun modo riconducibile. Sotto il diverso profilo della colpa, incombe invece sull’esercente l’attività pericolosa l’onere di provare di avere adottato tutte le misure idonee a prevenire il danno
Stante il disposto dell’art. 15, comma primo, del d.lgs. n. 196 del 2003, secondo cui “Chiunque cagiona danno ad altri per effetto del trattamento di dati personali è tenuto al risarcimento ai sensi dell’articolo 2050 del codice civile”, in tema di responsabilità per esercizio di attività pericolosa, la presunzione di colpa a carico del danneggiante posta dall’art. 2050 cod. civ. presuppone il previo accertamento dell’esistenza del nesso eziologico – la cui prova incombe al danneggiato – tra l’esercizio dell’attività e l’evento dannoso, non potendo il soggetto agente essere investito da una presunzione di responsabilità rispetto ad un evento che non è ad esso in alcun modo riconducibile. Sotto il diverso profilo della colpa, incombe invece sull’esercente l’attività pericolosa l’onere di provare di avere adottato tutte le misure idonee a prevenire il danno.
SENTENZA 28 maggio 2012, n.8451
Con ricorso ex art. 152 del Dlgs 196/03, F..B. chiedeva accertarsi l’illecito trattamento del suoi dati personali e la violazione del segreto bancario da parte della UGC Banca spa avvenuto con l’invio della missiva datata 3/5/2006 alla genitrice G.I. la quale, in ragione della intervenuta conoscenza della grave esposizione debitoria del figlio, avrebbe revocato la decisione di donargli l’immobile sito in (OMISSIS);
chiedeva pertanto il risarcimento del danno patrimoniale (pari al valore di mercato dell’immobile di via (OMISSIS) ) e non patrimoniale.
Il ricorrente con il primo motivo di ricorso sostiene, deducendo il vizio di violazione di legge, che, risultando provato il comportamento illecito della banca, era onere di questa, in osservanza dell’art. 15 della legge sulla privacy, che richiama l’art. 2050 c.c., fornire la prova che non si era verificato alcun danno in capo ad esso ricorrente,dovendo il danno stesso considerarsi in re ipsa.
Va ricordato,come premessa che l’art. 15, comma primo, del d.lgs. n. 196 del 2003 espressamente stabilisce che ‘Chiunque cagiona danno ad altri per effetto del trattamento di dati personali è tenuto al risarcimento ai sensi dell’articolo 2050 del codice civile’.
In applicazione dei criteri stabiliti dal citato articolo 2050 del codice civile in tema di responsabilità per esercizio di attività pericolosa, questa Corte ha ripetutamente affermato che la presunzione di colpa a carico del danneggiante posta dall’art. 2050 cod. civ. presuppone il previo accertamento dell’esistenza del nesso eziologico – la cui prova incombe al danneggiato – tra l’esercizio dell’attività e l’evento dannoso, non potendo il soggetto agente essere investito da una presunzione di responsabilità rispetto ad un evento che non è ad esso in alcun modo riconducibile. Sotto il diverso profilo della colpa, incombe invece sull’esercente l’attività pericolosa l’onere di provare di avere adottato tutte le misure idonee a prevenire il danno (Cass. 5080/06; Cass. 19449/08; Cass. 4792/01; Cass. 12307/98).
Nel caso di specie non rileva infatti l’inversione dell’onere della prova previsto dall’art. 2050 c.c., secondo cui chi cagiona un danno nell’esercizio di una attività pericolosa è tenuto a risarcire i danni se non prova di avere adottato tutte le misure necessarie a risarcire il danno, poiché non è stato su tale elemento che il Tribunale ha fondato la propria decisione, ma, come detto, sulla mancanza di nesso di causalità tra il comportamento illecito e l’evento dannoso, in relazione al quale non si rinviene alcuna esplicita censura in punto di diritto.
Per lo stesso motivo è del tutto priva di rilevanza la censura che si riferisce alla esistenza del danno in re ipsa, non essendosi anche in tal caso il Tribunale pronunciato in alcun modo sulla inesistenza del danno né sulla prova del suo ammontare.
A tale proposito il Tribunale ha acclarato, tramite la deposizione del commercialista della madre del ricorrente e la lettera inviata dal primo a quest’ultima in data 14.3.2006, che, a fronte della urgenza di stipulare l’atto prima delle elezioni politiche dell’aprile 2006, a seguito delle quali sarebbe stato prevedibile che le donazioni tra genitori e figli sarebbero state sottoposte nuovamente a tassazione, ed alla data già fissata per la stipula innanzi al notaio, la signora G. aveva ritenuto di non dar corso alla vicenda. Da tale circostanza ha desunto che quest’ultima non aveva maturato alcuna decisione in proposito onde non poteva ritenersi che la comunicazione della banca della situazione debitoria del figlio l’avesse dissuasa da una decisione ormai presa.
Il ricorrente censura tale motivazione affermando che la stessa era basata su un esame parziale degli atti e che da una valutazione completa degli stessi, e, in particolare, delle lettere della signora G. del 6 settembre 2006 e del 18 agosto 2007 nonché dalle sue stesse dichiarazioni, sarebbe emerso con tutta chiarezza che in realtà fu proprio la comunicazione della Banca a far cambiare idea alla signora G. .
Sul punto è appena il caso di rammentare che l’onere di adeguatezza della motivazione non comporta che il giudice del merito debba occuparsi di tutte le allegazioni della parte, ne1 che egli debba prendere in esame, al fine di confutarle o condividerle, tutte le argomentazioni da questa svolte. È, infatti, sufficiente che il giudice dell’impugnazione esponga, anche in maniera concisa, gli elementi posti a fondamento della decisione e le ragioni del suo convincimento, così da doversi ritenere implicitamente rigettate tutte le argomentazioni incompatibili con esse e disattesi, per implicito, i rilievi e le tesi i quali, se pure non espressamente esaminati, siano incompatibili con la conclusione affermata e con l’iter argomentativo svolto per affermarla (Cass., n. 696 del 2002; n. 10569 del 2001; n. 13342 del 1999); è cioè sufficiente il riferimento alle ragioni in fatto ed in diritto ritenute idonee a giustificare la soluzione adottata, (Cass. n. 9670 del 2003; n. 2078 del 1998).
È infatti evidente che, se non esiste il nesso di causalità tra il fatto illecito e l’evento dannoso, tale circostanza vale sia in riferimento al danno patrimoniale che a quello non patrimoniale, come correttamente affermato dal tribunale.
Corte di Cassazione, sezione II, sentenza del 18 settembre 2012, n....