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Timestamp: 2020-08-03 18:05:39+00:00
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26 | Settembre | 2016 | Edscuola
Archivi giornalieri: lunedì 26 Settembre 2016
La scuola è iniziata, ma non per gli alunni disabili di Milano
Redattore Sociale del 26-09-2016
MILANO. “La scuola è cominciata, ma non per tutti”. All’appello mancano infatti gli studenti disabili milanesi, perché la Città metropolitana non ha ancora attivato i servizi di assistenza e trasporto di cui hanno bisogno. È quanto denuncia il Forum del Terzo settore di Milano, al quale aderiscono una trentina di associazioni, cooperative e onlus. “Ad oggi infatti non è stato ancora chiarito se gli alunni e gli studenti con disabilità potranno andare a scuola, quante ore di assistenza saranno garantite, se sarà attivato il servizio di trasporto e se potranno godere degli ausili tiflo-didattici – si legge in un comunicato stampa -. Lo scorso 12 settembre l’amministrazione della Città Metropolitana ha inviato ai genitori degli alunni una lettera in cui si scusa ‘per il disagio arrecato e per i possibili ritardi nell’avvio degli interventi’ e annuncia che ‘per attivare nei tempi più brevi possibili gli interventi a favore dei figli intende chiedere la collaborazione agli Uffici di Piano del Territorio metropolitano e agli istituti scolastici'”.
Ad oggi però nulla è cambiato e non si conoscono ancora i tempi nei quali i sevizi come il trasporto, l’assistenza ad personam, l’assistenza alla comunicazione, la consulenza tiflopedagogica/informatica e la fornitura testi in formato adeguato verranno erogati, servizi essenziali per garantire il diritto all’istruzione e allo studio.
“Ancora una volta – sottolinea Rossella Collina, presidente di Anffas Milano e viceportavoce del Forum del Terzo Settore di Milano – a fare le spese dell’inefficienza del passaggio di competenze tra Provincia e Città Metropolitana sono i più fragili. Ancora una volta, come recentemente accaduto per l’inserimento lavorativo (Piano Emergo), viene leso un diritto fondamentale, l’accesso all’istruzione, che si configura oggettivamente come una vera e propria discriminazione”.
BENE LO SBLOCCO DEI FONDI ALLE SCUOLE PARITARIE
BENE LO SBLOCCO DEI FONDI ALLE SCUOLE PARITARIE, MA LA LIBERTA’ DI SCELTA EDUCATIVA CHIEDE ALTRI PASSI
“Lo sblocco dei fondi alla scuola paritaria è una rivincita del buon senso
sull’ottusità della burocrazia”. Così si pronuncia Roberto Gontero, Presidente
dei genitori di scuola cattolica,all’indomani del tanto sospirato sblocco. Quei
500 milioni di euro erano dovuti, ancorché con grande ritardo, e non
risolveranno certo il problema tutto italiano della mancanza di libertà di
scelta educativa. Si tratta infatti di soli 500 euro l’anno, rimasti congelati
per 16 mesi, per l’alunno che frequenta la paritaria, a fronte dei 9.000 euro
di spese correnti per ogni alunno della scuola statale. “Io non voglio difendere
la scuola cattolica – afferma Gontero – bensì il diritto costituzionale dei
genitori di scegliere liberamente la scuola per i figli. I sistemi scolastici
statale e paritario devono essere virtuosamente concorrenziali. In Italia invece
vince il centralismo e le scuole paritarie agonizzano. Abbiamo 35.000 alunni a
rischio abbandono scolastico – sono dati Eurispes – praticamente una cittadina
di provincia che non apre mai un libro. Con questi dati, che portano al 15%
l’abbandono scolastico, pure guadagnando 4 punti dal 2009 ma mantenendo il
nostro Paese tra i peggiori delle 28 nazioni, l’Italia rimane lontana
dall’obiettivo europeo del 10% entro il 2020. E nonostante ciò lo Stato lascia
chiudere 350 scuole paritarie che ampliano l’offerta formativa, senza muovere un
dito in difesa della libertà di educazione”. Non solo: nel nuovo modello di
‘Scuola al centro’ per combattere la dispersione scolastica, i finanziamenti
vengono destinati solo alle sole scuole statali, ignorando di fatto la legge
dello Stato 62/2000. In questo modello le scuole paritarie e quindi studenti e
famiglie non hanno un ruolo, anzi vengono discriminate perché non statali. Alla
fine il vincolo economico penalizza ancora una volta la famiglia, tartassata e
dimenticata, cellula fondamentale su cui si fonda la nostra Repubblica, e che
invece viene minata dall’affermazione di altre formazioni sociali, in una
confusione indescrivibile di modelli. ‘Non bastano i fertility day – continua
Gontero – per smettere di essere un Paese per vecchi. Un Paese dove chi chiede
di vedere applicata la libertà di scelta educativa e un sistema scolastico
pluralistico, viene confuso con chi chiede privilegi. ‘Non sono privilegi
quelli che chiediamo – conclude Gontero – bensì diritti negati, in una
Repubblica ancora malata di statalismo e di scarsa libertà’.
Nel suo discorso a Petralia Sottana (PA) il sottosegretario all’istruzione David Faraone ha detto tra l’altro: “Finora abbiamo avuto un unico modello educativo che veniva applicato più o meno in maniera uniforme in tutto il Paese, dal capoluogo di provincia alla cittadina di montagna. Con la legge 107, invece, le scuole possono finalmente progettare il proprio Piano dell’offerta formativa in coerenza con le esigenze e le peculiarità dei territori e organizzarsi in rete, lavorando sinergicamente ed evitando un’inutile e dannosa frammentazione”.
Faraone non conosce la nostra scuola né la sua storia né le norme che la disciplinano. Con la legge 59/97 (Delega al Governo per il conferimento di funzioni e compiti alle regioni ed enti locali, per la riforma della Pubblica Amministrazione e per la semplificazione amministrativa) e il successivo regolamento applicativo in materia di autonomia delle istituzioni scolastiche, il dpr 275/99, il modello educativo uniforme è caduto. Gli articoli 4, 5 e 6 del citato dpr riguardano rispettivamente l’autonomia didattica, l’autonomia organizzativa e l’autonomia di ricerca, sperimentazione e sviluppo. E le reti di scuole sono chiaramente contemplate dall’articolo 7. Per non dire che le scuole hanno piena competenza per la definizione dei curricoli. L’articolo 8, c. 2 così recita: “Le istituzioni scolastiche determinano, nel Piano dell’offerta formativa, il curricolo obbligatorio per i propri alunni in modo da integrare, a norma del comma 1, la quota definita a livello nazionale con la quota loro riservata che comprende le discipline e le attività da esse liberamente scelte. Nella determinazione del curricolo le istituzioni scolastiche precisano le scelte di flessibilità previste dal comma 1, lettera e”. Per non dire poi che le Indicazioni nazionali (primo ciclo e licei) e le Linee guida (istituti tecnici e professionali) sono, appunto, indicazioni e linee operative e non hanno nulla di prescrittivo. I programmi ministeriali di un tempo, eguali per tutte le scuole del Regno e poi della Repubblica ormai non esistono più. Mi sembra che in tale materia la legge 107 e il nostro sottosegretario abbiano scoperto l’acqua calda!
Il discorso da farsi, invece, è un altro: la pericolosità che discende da una sorta di liberalizzazioni che sono state concesse alle istituzioni scolastiche con la legge 107. Ad esempio, l’assunzione dei docenti: a che vale avere vinto un concorso, se poi è il dirigente scolastico che, a seguito di una serie di colloqui, sceglie quel docente che, a suo vedere – per non dire della debolezza tutta italica relativa all’amico dell’amico – è più in grado di un altro di condurre il suo lavoro? Addio scuola pubblica dello Stato! E allora diamo addio anche ai concorsi! Assolutamente obsoleti a fronte degli eventuali capricci di un dirigente che sceglie chi vuole sulla base di un colloquio che potrebbe essere anche guidato, laddove l’amico dell’amico dell’amico vale molto di più di una laurea con lode e di un primo posto in una graduatoria. Si abbia allora il coraggio di abolire i concorsi a cattedre!
Si tratta di una liberalizzazione non dichiarata, ma di fatto, estremamente pericolosa, che comporta una progressiva differenziazione tra scuola e scuola, in ordine all’offerta formativa che propone. Da sempre la scuola pubblica statale è tenuta ad adoperarsi per raggiungere al meglio le finalità e gli obiettivi di cui alle Indicazioni nazionali e alle Linee guida… e soprattutto alle indicazioni costituzionali (artt. 2, 3, 9, 33, 34). Le “esigenze e le peculiarità dei territori” sono già da tempo considerate nell’offerta formativa di un istituto scolastico, che ovviamente è declinata senza però che siano modificate le vocazioni, le finalità e gli obiettivi che la “norma” gli conferisce. L’unica differenza tra il vecchio e il nuovo riguarda la programmazione che da annuale diventa triennale. Ma! I miei dubbi sono grossi così!
La programmazione ha un senso quando ha un durata annuale: l’insegnante “lavora” con quegli alunni e, sulla base delle indicazioni nazionali o delle Linnee guida, si propone quelle finalità e propone agli alunni quegli obiettivi. Tre anni sono troppi e un alunno in età evolutiva cambia di anno in anno, se non di mese in mese. Per non dire della variazione che si ha in un triennio nella composizione stessa di una classe. Una programmazione triennale può riguardare le finalità che un insegnante si propone, non gli obiettivi (il saper fare, se non le competenze) che sono proposti a un alunno. Chi ha progettato la programmazione triennale ne sa poco di scuola! I tempi lunghi riguardano un’azienda, almeno di una certa tipologia, non un’istituzione che ha a che fare con l’età evolutiva Il che non significa che un dirigente e i suoi insegnanti non debbano “guardare lontano”; ma con alunni che giorno dopo giorno – è tipico dell’età evolutiva – cambiano atteggiamenti, attese, comportamenti, è estremamente difficile proporsi una progettazione/programmazione triennale.
Comunque, Faraone è un esperto di problemi di scuola e di età evolutiva e poi è anche sottosegretario di una ministra che, ovviamente – in quanto ministra – è più esperta di lui! E non ditemi che sono cattivello!!! Anzi, ditemelo!!!
Effetto domino dopo la sentenza di Torino: pioggia di richieste per disdire il servizio mensa
Forse, molti sindaci e dirigenti scolastici confidavano nel fatto che la sentenza di Torino passasse sotto traccia. Che il riconoscimento del diritto a consumare a scuola il pasto da casa rimanesse un affare circoscritto a quelle 58 famiglie che avevano fatto causa. O che, comunque, non provocasse l’effetto domino che invece ha provocato anche oltre i confini piemontesi. Altrimenti non si spiega il ritardo – la sentenza è di giugno – con cui oggi, a lezioni ampiamente iniziate, si fronteggia il caos del proliferare di dinieghi, proteste, indicazioni contraddittorie, circolari e pareri in decine di città italiane, dopo la pioggia di richieste di disdette al servizio mensa. Un panorama così frammentato e confuso che, ora, si è mossa l’Anci, per chiedere ai ministeri dell’Istruzione e della Salute indicazioni e linee guida su come si devono comportare i Comuni italiani.
Una disfida lunga anni
L’emergenza attuale nasce dall’inerzia di fronte a un problema che, ancora prima che nelle aule di giustizia, era già finito a più riprese sul tavolo di Comuni, presidi e Asl. Almeno da tre anni le proteste contro le tariffe troppo care delle mense e le lamentele sulla qualità del servizio si sono fatte via via più forti, più organizzate. È successo a macchia di leopardo, da Pomezia a Lucca, da Brescia a Genova, da Potenza a Napoli. Ai reclami, si accompagnava spesso l’ultima spiaggia della richiesta del pasto da casa: se non si possono abbassare le tariffe, se la qualità del cibo non ci soddisfa, lasciate almeno che siamo noi genitori a preparare il pasto ai nostri figli.
Motivi igienici?
I no sono sempre stati categorici sulla base di due motivi. Quello ideologico, l’assunto per il quale la mensa è una conquista sociale e un momento educativo; e quelli igienico-sanitari: non si possono introdurre a scuola cibi diversi da quelli del servizio di ristorazione. Perché quelli, dicono i Comuni e le scuole, sono controllati. E poi, ci sarebbe il rischio «contaminazione»: che succede se il bambino allergico che mangia in mensa (che ha il suo pasto diversificato) assaggia il cibo preparato a casa dalla mamma del suo compagno? Queste sono le uniche obiezioni rimaste in piedi, perché ogni argomento ideologico è stato spazzato via dalla sentenza emessa in nome del popolo italiano. «Popolo italiano», non cittadini piemontesi o torinesi, né genitori che hanno fatto ricorso, come il Miur ha cercato di sostenere a luglio, e come hanno affermato in questi giorni vari dirigenti scolastici. Come ha detto addirittura il Comune di Milano in una circolare alle scuole, salvo fare marcia indietro dopo il caso della bimba allontanata dalla mensa perché aveva il panino da casa.
I giudici, in realtà, hanno risposto anche sulle questioni sanitarie. E pare un ovvietà: la ditta di ristorazione è responsabile di quello che serve, i genitori sono responsabili del cibo che cucinano; e gli insegnanti e il personale della scuola devono vigilare, come peraltro già fanno. L’importante è che non ci siano discriminazioni e che si mangi tutti insieme: magari a tavoli separati, ma non è tollerabile un apartheid degli alunni col panino.
A Torino, dove la consapevolezza dei genitori del diritto ottenuto con la sentenza è più forte, nella maggior parte delle scuole i dirigenti se ne sono fatti una ragione: la mensa mista è già realtà, in tavoli separati ma nello stesso refettorio, dopo aver fatto firmare ai genitori uno scarico di responsabilità. Ma casi come quello milanese della bimba allontanata, non sono isolati: è successo anche in Friuli. In generale, si va da divieti assoluti che continuano a essere opposti ai genitori, ad aperture con convocazione di incontri per capire come organizzarsi. Quello che non è discutibile è il diritto a scegliere il pasto da casa: i genitori lo possono rivendicare subito, aspettare che la scuola si organizzi è una gentile concessione, e a Torino c’è una squadra di penalisti pronti a intervenire contro le resistenze più strenue. Perchè «in Italia il cibo è una cosa seria» come ha detto la Bbc dovendo spiegare agli inglesi perché il «packed lunch» che per loro è quotidianità, qui finisce sulle prime pagine dei giornali.
È l’istituti Pacinotti Archimede di Roma la scuola “più imprenditoriale d’Italia”. L’istituto romani, insieme ad altre 16 scuole europee, ha infatti rricevuto la scorsa settimana a Riga, in Lettonia, l’«Entrepreneurial School Award», il riconoscimento europeo destinato alle migliori scuole superiori che hanno attuato programmi di educazione imprenditoriale per i loro studenti. Il premio inaugura il nuovo anno scolastico diJunior Achievement Italia , la prima associazione non profit per l’educazione economica e imprenditoriale nella scuola che – in collaborazione con Miur e il ministero del Lavoro- ha messo in campo l’iniziativa “Impresa in azione”, un progetto che lo scorso anno ha coinvolto 13mila studenti tra i 16 e i 19 anni in 700 classi in tutta Italia e che ha creato 650 imprese scolastiche.
Il Pacinotti Archimede, spiegano da Junior Achievement, è un esempio su come è possibile adottare con successo «Impresa in azione» all’interno del più ampio progetto di alternanza scuola lavoro previsto dalla legge sulla Buona scuola, sfruttando la propria specifica esperienza con i laboratori didattici per la robotica e l’Information technology per fare impresa. A dimostrazione della validità della proposta, 15 classi del Pacinotti hanno aderito nell’ultimo anno scolastico e numerose aziende del territorio, piccole e grandi, hanno dato il proprio contributo affinché si creasse un vero e proprio ecosistema a supporto dell’imprenditorialità dei giovani.
Oltre a promuovere l’imprenditoralità giovanile nell’ambito del Piano d’azione italiano del “Pact For Youth”, Junion Achievement è è capofila di un “hub per l’educazione imprenditoriale” (EE-Hub), che mette in rete gli attori impegnati su questo tema e permette la diffusione di modelli virtuosi su scala nazionale.
Sono 954 i progetti di educazione al patrimonio culturale offerti gratuitamente per il 2016/2017 dal ministero per i Beni culturali alle scuole, ma estese anche agli insegnanti e alle famiglie. Lo comunica il Miur in una nota, spiegando che l’ opuscolo con l’offerta formativa completa del Mibact – con l’elenco di tutte le attività realizzate da istituti, soprintendenze, archivi, biblioteche, musei e luoghi della cultura – è disponibile on line sul sito del ministero , anche suddiviso per regioni.
L’offerta formativa – spiega il Mibact – confluisce nel Piano nazionale per l’educazione al patrimonio culturale, con « l’obiettivo di favorire la conoscenza del patrimonio culturale e contribuire alla formazione di cittadini consapevoli della sua importanza quale bene comune del Paese, strumento di crescita e integrazione sociale».
Docenti trasferiti da Sud a Nord, è andata bene: dovevano essere 9mila in più
In Italia, la maggior parte delle cattedre libere si trovano al Nord ma sarebbero dovute essere quasi 9mila in più.
Basterebbe solo che il rapporto alunni per classe fosse uguale per tutti i territori. È quanto si evince dalle conclusioni di uno studio nazionale realizzato da Tuttoscuola sul rapporto alunni per classe rilevato dal Miur nei giorni scorsi: ebbene, nell’anno scolastico appena cominciato il numero di alunni medio è stato pari a 21,09, in leggera diminuzione rispetto agli ultimi anni. Ma le risultanze che si hanno in determinate regioni sono diverse da altre.
In Calabria, ad esempio, le classi ospitano in media 19,01 alunni, mentre in Emilia Romagna per ogni classe ci sono in media 22,25 alunni. Le due regioni rappresentano la punta di un fenomeno che riguarda le aree geografiche di appartenenza: al Nord il rapporto alunni/classe si attesta a 21,63, al Sud e nelle Isole a 20,36.
“Oltre che sul piano didattico e organizzativo, questo squilibrio – sottolinea Tuttoscuola – ha delle conseguenze anche in termini di cattedre: se il rapporto medio nazionale di 21,09 fosse uguale per tutti i territori, andrebbero ridistribuiti ben 8.900 posti dal Sud al Nord”.
Insomma, dovevano essere in numero maggiore le cattedre al nord, verso le quali si sarebbero dovuti spostare probabilmente docenti meridionali. Quindi, alcune migliaia di loro, quindi, si sarebbero vista assegnata una cattedra vicino casa anche grazie al più favorevole rapporto alunni/classe consentito dal Miur.
Del resto, è appurato, rileva anche Tuttoscuola, che l’offerta di insegnanti è concentrata ormai nel Mezzogiorno (il 74% degli insegnanti interessato ai trasferimenti per mobilità di questa estate era meridionale, a fronte del 38% dei posti disponibili al Sud e nelle Isole).
Con lo studio, sono stati confrontati i dati degli alunni e delle classi delle scuole statali dell’ultimo decennio, dal 2007/08 al 2016/17. Ed è stata scoperta una costante: rispetto al rapporto medio nazionale il Sud e le Isole sono sempre state sotto la media e nel corso del decennio la forbice con gli altri territori è andata sempre più allargandosi.
In conclusione, per la rivista lo spostamento obbligato al nord di tanti docenti meridionali non solo è dovuta a fenomeni demografici e sociali, ma risulta anche “mitigata dalla politica degli organici che i governi hanno seguito almeno nell’ultimo decennio, con l’intensificarsi del trend di diminuzione di nascite, e quindi di studenti e di cattedre, al sud del paese”.
Una politica confermata dal governo Renzi, che dopo aver introdotto le assunzioni su area nazionale ha comunque lanciato la ciambella di salvataggio dell’assegnazione provvisoria sugli organici di fatto subito dopo l’anno di prova, con quest’ultimo già svolto in moltissimi casi nella provincia di residenza grazie alla trasformazione legalizzata della supplenza annuale in anno di straordinariato.
In generale, infine, per i ricercatori di Tuttoscuola “una diversa distribuzione dei posti di docente avrebbe potuto determinare un certo riequilibrio nel numero delle classi e un rapporto alunni/classe più armonico ed equo, con effetti non indifferenti sul piano didattico ed organizzativo”.
Non c’è traccia dei docenti della primaria nella bozza di accordo che permetterà di lasciare il lavoro a 63 anni senza restituire i soldi dell’anticipo di 3 anni e 7 mesi.
Buone possibilità hanno sempre, invece, i docenti della scuola dell’infanzia. Sono queste le ultime indicazioni che trapelano in vista dell’incontro tra governo e sindacati in calendario martedì 27 settembre.
Sembra quindi cadere sul nascere l’auspicio della Uil, che nei giorni scorsi aveva scritto: “ci stiamo battendo affinché l’Ape sociale sia a costo zero per i disoccupati di lungo corso, per chi svolge lavoro di cura assistendo un familiare disabile e per i lavoratori che svolgono mansioni particolarmente faticose, come operai del settore edile, insegnanti della scuola primaria e d’infanzia”.
In generale, per le misure dovrebbero essere stanziati nel complesso poco più di due miliardi ma si stanno affinando i conti sui vari capitoli in vista dell’incontro previsto per martedì 27. Ecco in sintesi le ipotesi sul tappeto raccolte dall’Ansa.
– APE, ANTICIPO PENSIONISTICO: chi compie 63 anni e quindi è distante meno di 3 anni e sette mesi dall’età di vecchiaia potrà andare in pensione anticipata grazie al prestito pensionistico. Il costo per chi ha un lavoro e non rischia di perderlo potrebbe essere molto elevato con una rata che può sfiorare il 25% dell’importo della pensione per 20 anni nel caso di anticipo per la durata massima (vanno considerati oltre la restituzione del prestito, pari a circa il 5% l’anno, anche il tasso di interesse e il premio assicurativo). Sarà prevista la possibilità di uscire a costi molto ridotti per le fasce più disagiate come coloro che hanno perso il lavoro a pochi anni dalla pensione (con la cosiddetta ‘Ape social’), quelli che assistono familiari disabili e per alcune categorie con lavori molto faticosi come gli operai dell’edilizia, alcune tipologie di infermieri e i maestri di scuola dell’infanzia. Dovrebbero inoltre essere previste misure anche per le uscite dovute a crisi aziendali con oneri a carico delle imprese. Per l’Ape dovrebbero essere stanziati circa 500 milioni per il 2017.
– AUMENTO PENSIONI BASSE, SI ESTENDE QUATTORDICESIMA: il Governo punta a estendere la platea di coloro che percepiscono la cosiddetta ‘quattordicesima’ (ora 2,2 milioni di persone) incrementando anche l’importo per coloro che la percepiscono già. Si dovrebbe comprendere nel beneficio coloro che hanno un reddito personale complessivo e non solo pensionistico tra 1,5 (circa 750 euro al mese) e due volte il minimo (circa 1.000). La platea dovrebbe incrementarsi di poco più di 1,1 milioni. La quattordicesima vale tra i 336 euro per chi ha meno di 15 anni di contributi e 504 per chi ha oltre 25 anni di contributi ed è erogata una volta l’anno a luglio. Questa misura dovrebbe costare circa 600 milioni. Un terzo delle risorse dovrebbe servire ad aumentare gli importi per coloro che percepiscono la somma aggiuntiva già ora.
– EQUIPARAZIONE NO TAX AREA PENSIONATI LAVORATORI DIPENDENTI: per l’equiparazione della no tax area dei pensionati con i lavoratori dipendenti a 8.000 euro dovrebbero essere stanziati circa 250 milioni di euro eliminando la distinzione ora esistente tra under e over 75.
– PRECOCI IN PENSIONE PRIMA: è il tema più controverso perché rischia di essere la misura più costosa. Sembra prevalere l’ipotesi di dare vantaggi per l’uscita anticipata solo a coloro che hanno cominciato a lavorare prima dei 16 anni rispetto agli sconti (tre mesi per ogni anno lavorato prima dei 18 anni) per tutti coloro che hanno hanno lavorato un anno prima della maggiore età. Il Governo ha proposto per questi “super-precoci” un anticipo di un anno e quindi l’uscita a 41 anni e 10 mesi di contributi (gli uomini) invece dei 42 e 10 mesi previsti per la pensione anticipata. I sindacati chiedono sconti ulteriori. Per questa misura il Governo ha messo sul tavolo 600 milioni. La platea dovrebbe aggirarsi sulle 25.000 persone (con una pensione media di 1800-1900 euro al mese).
– RICONGIUNZIONI ONEROSE: il Governo ha intenzione di rendere possibile l’unificazione dei periodi contributivi evitando costi aggiuntivi. Questa misura dovrebbe costare circa 100 milioni.
– USURANTI: è confermata anche l’intenzione di rendere più semplice l’uscita per chi è stato impegnato a lungo in attività usuranti allargando le maglie delle attività considerate. Anche per questa misura le risorse dovrebbero aggirarsi sui 100 milioni.
Secondo il segretario generale della Uil, Carmelo Barbagallo, sulle pensioni, in questi mesi “si sono fatti importanti passi avanti. Abbiamo incalzato il Governo rappresentando la necessità di appostare risorse adeguate a dare le risposte che pensionandi, pensionati e giovani si attendono da questo confronto. È necessario ancora compiere un ultimo sforzo per arrivare ad un’intesa accettabile: auspichiamo che ciò accada nell’incontro del giorno 27”.
Abbiamo intervistato la prof.ssa Marina Boscaino sulle problematiche riscontrate dall’attuazione della legge 107/2015 e sulle sorprese che arriveranno con le deleghe alla legge.
Toccafondi: pronti a erogare contributi alle scuole paritarie
Gabriele Toccafondi, sottosegretario al Miur, a margine dell’inaugurazione della scuola paritaria La Traccia di Missaglia (Lc), in merito alla sentenza del Consiglio di Stato sui fondi per gli istituti paritari, ha detto: “Bene il risultato, il Consiglio di Stato ha rigettato la richiesta di sospensiva che bloccava il decreto del riparto dei fondi per le scuole paritarie. Adesso procediamo velocemente con l’erogazione dei contributi, a rischio sono migliaia di stipendi e il regolare svolgimento delle attività delle scuole paritarie”.
“Questo clamoroso ritardo, che non è dipeso dal Miur – ha aggiunto -, è la conferma che circa 1 milione di famiglie, 13mila scuole e quasi 100mila dipendenti ovvero il settore della parità scolastica, non possono vivere nell’incertezza. Questo governo ha fatto molto per stabilizzare e aumentare le risorse, aiutare le famiglie attraverso sgravi fiscali, combattere i cosiddetti ‘diplomifici’ e dare più attenzione agli studenti con disabilità con uno stanziamento economico di 12 milioni di euro. Ma tutto questo non basta. Questo sistema ha bisogno di stabilità e certezze, ha bisogno di ragionevolezza e buonsenso non certo di battaglie ideologiche”.
Faraone in Sicilia: la scuola volano di crescita
Agli “Stati generali dell’Istruzione – Strategia Nazionale Aree Interne – Madonie Aree Prototipale”, che si sono tenuti a Petralia Sottana, in provincia di Palermo, è intervenuto il sottosegretario all’istruzione, Davide Faraone. Di Palermo, il sottosegretario spiega che bisogna valorizzare le aree interne del Paese partendo dal sistema scuola per far crescere i territori, creando opportunità occupazionali legate alle specificità locali. Una idea di sviluppo che parte dall’istruzione e che si rivolge alle aree interne del Paese viste come risorsa.
“La Buina scuola ha dato un contributo fondamentale per intervenire in situazioni di criticità del nostro sistema d’istruzione – ha detto il Sottosegretario all’Istruzione Davide Faraone – e per trasformarle in occasioni di riscatto e crescita del Paese. Le aree interne, che coprono circa il 30, 6% del territorio nazionale, sono sempre più spopolate e vedono le nuove generazioni emigrare in centri con più servizi. Grazie alla legge 107 possiamo dare autonomia agli istituti per far sì che creino i loro progetti formativi in linea con l’identità dei territori. Questo vuol dire non disperdere un patrimonio culturale ma innovarlo. Vuol dire diversificare l’offerta e costruire occupazione evitando la desertificazione. Vuol dire fare rinascere l’economia di una zona a partire dalle sue migliori risorse, professionali e naturali. È una sfida che dobbiamo raccogliere”.
“Finora – ha spiegato Faraone – abbiamo avuto un unico modello educativo che veniva applicato più o meno in maniera uniforme in tutto il Paese, dal capoluogo di provincia alla cittadina di montagna. Con la legge 107, invece, le scuole possono finalmente progettare il proprio Piano dell’offerta formativa in coerenza con le esigenze e le peculiarità dei territori e organizzarsi in rete, lavorando sinergicamente ed evitando un’inutile e dannosa frammentazione. Senza contare i vantaggi dell’introduzione in queste aree dell’alternanza scuola-lavoro, grazie alla quale i giovani potranno sperimentare in maniera innovativa l’enorme patrimonio paesaggistico, culturale, ambientale della zona in cui vivono, declinandolo in termini di occupazione nuova e creativa. Dobbiamo far crescere in queste aree la cultura dell’innovazione: ampliare l’offerta formativa terziaria, per combattere la dispersione e intercettare le richieste dei giovani e del territorio, promuovere la creazione di fablab e startup. Spingere affinché si faccia ricerca in maniera mirata che possa avere nel tempo ricadute sul territorio”.
“Solo così potremo ridare vita a queste aree, far crescere il concetto di cittadinanza attiva e addirittura farne punti strategici per la ripresa del Paese. Questo governo – ha aggiunto – ha destinato alla Strategia nazionale aree interne 680 milioni di euro tra risorse nazionali e regionali ma la scuola è un primo tassello fondamentale di quest’azione riformatrice. E anche in questo caso ci sono gli strumenti, ci sono le risorse, ci sono i margini di autonomia per poter intervenire su un patrimonio culturale che deve essere meglio valorizzato e sfruttato in positivo. Sono sicuro – ha concluso – che avremo il coraggio e la determinazione per vincere anche questa partita”.
Ai Direttori Generali e ai Dirigenti responsabili degli Uffici Scolastici Regionali
Ai Componenti dell’Osservatorio per l’Intercultura
e p.c. Al Dipartimento per le Libertà civili e l’Immigrazione
Autorità Responsabile FAMI – Ministero dell’Interno
Piazza Viminale, 1
Al Sindaco di Lampedusa e Linosa
Al Dirigente Scolastico dell’Istituto Omnicomprensivo “L. Pirandello” di LAMPEDUSA e LINOSA
Al Comitato 3 Ottobre
Oggetto: 3 Ottobre 2016. Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione. Legge n. 45 del 21 marzo 2016.
Oggetto: Giornata mondiale del Teatro 2017 – Bando di scrittura teatrale denominato “Scrivere il Teatro”.
ConcorsiEventiTeatro
Scuola, Giannini: “4,3 milioni per 25 percorsi didattici innovativi”
“L’Avviso che pubblichiamo oggi ha un contenuto altamente innovativo. Da un lato, spinge il mondo della scuola a riflettere su come educare i nostri ragazzi ad affrontare le nuove sfide della cittadinanza digitale, su come aiutarli a sviluppare nuove competenze. E rende la scuola protagonista e capofila nella scrittura di questi percorsi. Dall’altro, invita anche realtà esterne – università, imprese, enti di ricerca, associazioni – a fare rete con gli istituti scolastici e a condividere la partecipazione a questo processo mettendo a disposizione la propria esperienza e i propri strumenti. Si tratta di un’altra occasione per avvicinarci al modello di scuola aperta e far crescere comunità educative creative, capaci di costruire il domani”, commenta il Ministro Stefania Giannini.
http://www.istruzione.it/scuola_digitale/curricoli_digitali.shtml