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Timestamp: 2018-12-10 01:02:59+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 143', 'sentenza ']

Che succede se la moglie abbandona casa e marito
> Donna e famiglia Pubblicato il 18 dicembre 2016
Se la moglie va via di casa: l’abbandono del tetto, la separazione tra i coniugi e la dichiarazione di addebito; le conseguenze per chi non ha un buon motivo per scappare.
Anche se lo stereotipo consegnatoci da cinema e narrazione popolare è quello del marito che abbandona la moglie per scappare con una donna più giovane, non mancano i casi in cui è la moglie che scappa di casa. E la prova è una recente sentenza della Cassazione [1]. Certo, ognuno ha le proprie ragioni: la fine dell’amore, un litigio, l’intollerabilità della convivenza, l’ambizione lavorativa, la necessità di tutelarsi da un compagno violento; ma solo alcuni di questi motivi non fanno scattare la responsabilità. Responsabilità che, nel gergo di famiglia, si chiama “addebito”.
Come abbiamo già detto in Abbandono tetto coniugale e in Se il marito o la moglie va via di casa, l’abbandono della casa, senza un valido motivo, costituisce:
un illecito civile: si ha infatti una violazione dei doveri del matrimonio, basato appunto sulla convivenza [2], sulla cooperazione e sull’assistenza reciproca. La sanzione è il cosiddetto addebito: il giudice, in pratica, addossa la colpa della fine del legame al coniuge che ha commesso la condotta illecita. Le conseguenze dell’addebito sono solo due: I) il coniuge responsabile, anche se più “povero” dell’altro, non ha diritto al mantenimento; II) il coniuge responsabile, qualora l’altro dovesse morire prima del divorzio, non sarà considerato suo erede;
un illecito penale: si tratta del reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare [3].
Esistono però delle valide ragioni che possono consentire l’abbandono del tetto coniugale. Queste non possono mai essere i litigi, salvo che, in questo caso, vi sia una lettera – firmata da entrambi i coniugi – con cui gli stessi danno reciprocamente atto dell’ormai intervenuta cessazione dell’unione familiare e si autorizzano vicendevolmente a vivere separati. Un fac-simile lo si può trovare cliccando qui.
Se il marito ritiene che la fine del matrimonio sia per colpa della moglie, in quanto allontanatasi senza motivo dalla casa, può chiedere l’addebito a suo carico. Secondo la sentenza in commento, nel caso in cui ci si trovi di fronte all’«allontanamento dalla casa coniugale», è automatico parlare di «violazione dell’obbligo di convivenza», con relativo «addebito» al coniuge che ha abbandonato l’abitazione familiare.
Per smentire questa visione, ed evitare la dichiarazione di addebito, la moglie che è andata via di casa a provare, dinanzi ai giudici d’appello, la «giusta causa dell’allontanamento», facendo riferimento ad esempio a «un comportamento negativo del marito», per evitare l’«addebito della separazione». Un comportamento «negativo» non può essere uno o più litigi. Ma può essere il grave rischio per la propria incolumità fisica o dei figli.
[1] Cass. ord. n. 25966/16 del 15.12.2016.
[2] Art. 144 cod. civ.
Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 16 settembre – 15 dicembre 2016, n. 25966
Presidente/Relatore Dogliotti
In un procedimento di separazione personale, tra Z.A.G. e M. A., la Corte d’Appello di Firenze con sentenza del 7/6-27/6/2013, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Pistoia, rigettava la domanda di addebito proposta dal marito nei confronti della moglie e disponeva il versamento a suo favore di un assegno di €. 400,00 mensili.
Il giudice a quo richiama la giurisprudenza consolidata di questa Corte ( tra le altre, Cass. n. 9074 del 2011 e 2059 del 2012) per cui, per la pronuncia di addebito nella separazione, è necessaria non solo l’esistenza di una violazione degli obblighi tra coniugi nascenti dal matrimonio, ai sensi dell’art. 143 c.c., ma pure quella di uno stretto rapporto di causalità tra tale violazione e l’elemento della intollerabilità della convivenza. Ciò in generale per qualsiasi violazione degli obblighi, ivi compreso quello di fedeltà.
Diversa peraltro è la situazione, nella specie dedotta, dell’allontanamento del coniuge dalla casa coniugale, che, se non assistito da una giusta causa, costituisce violazione dell’obbligo di convivenza: viene meno in tal senso da parte del richiedente l’obbligo di provare il rapporto di causalità tra la violazione e l’intollerabilità della convivenza; sarà l’altra parte a dover provare la giusta causa dell’allontanamento che potrebbe consistere in un comportamento negativo del coniuge o magari in un accordo tra i due coniugi per dare vita, almeno temporaneamente, ad una separazione di fatto, in attesa di una successiva formalizzazione.
Nulla aggiunge a quanto osservato la memoria difensiva della resistente, che richiama richieste istruttorie formulate nelle fasi di merito, ma peraltro non ha proposto al riguardo ricorso incidentale condizionato.
La Corte accoglie il ricorso; cassa la sentenza impugnata e rinviai anche per le spese alla Corte di appello di Firenze, in diversa composizione.
GIULIO STERLE ha detto:
21/12/2016 alle 11:09
Non gli succederà mai nulla!!! Basta che vada in un centro antiviolenza e che dica di aver subito violenze psicologiche (anche se poi nella causa vengono smentite da una approfondita CTU).
Nessun giudice andrà contro a una donna. Così è stato nel mio caso.