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Timestamp: 2018-09-19 17:27:41+00:00
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La sentenza di L’Aquila riaccende il dibattito sul rapporto tra scienza e potere politico | Epidemiologia & Prevenzione
Epidemiol Prev 2013; 37 (1): 89-90
La sentenza di L’Aquila riaccende il dibattito sul rapporto tra scienza e potere politico
L’Aquila verdict reignites the debate over science and political power
SVT Centre for the Study of the Sciences and the Humanities, Università di Bergen, Norvegia
Come già la messa sotto accusa, così pure la sentenza del processo di L’Aquila con cui sono stati condannati sette esperti e funzionari della Commissione nazionale per la previsione e prevenzione dei grandi rischi (in breve, CGR) ha suscitato grande scalpore e alimentato forti controversie che vanno anche al di là del caso specifico. Non è mia intenzione commentare qui la sentenza e neppure i tratti legali della vicenda in quanto tali. Intendo piuttosto discutere brevemente alcuni aspetti comunicativi, con riferimento a due diverse fasi temporali che affronterò in un ordine inverso: prima quella successiva all’incriminazione, poi quella che a tale incriminazione ha portato.
A seguito del sisma di magnitudo momento (Mw) 6,3, che ha colpito L’Aquila e la sua provincia il 6 aprile del 2009, sono morte 309 persone, i feriti sono stati circa 1.500, gli sfollati alcune decine di migliaia, la devastazione fisica enorme, i problemi logistici, organizzativi, psicologici e sociali giganteschi e a tutt’oggi ben lungi dall’essere in via di soluzione. I parenti di 37 vittime hanno sostenuto in Tribunale che la morte dei loro cari fosse da imputarsi alle informazioni rassicuranti fornite alla popolazione locale in occasione della riunione della CGR tenutasi a L’Aquila il 31 marzo 2009, su convocazione dell’allora Capo del Dipartimento nazionale della Protezione civile (DNPC) Guido Bertolaso, a cui avevano partecipato i sette condannati. La sentenza, pronunciata il 22 ottobre 2012, ha accolto le tesi di 30 casi fra quelli presentati.
COSA HANNO DETTO GLI IMPUTATI
La strategia comunicativa adottata dagli imputati (non mi riferisco al processo) è stata di presentare l’accusa come un attacco a sismologi e geofisici e, più in generale, alla comunità scientifica nel suo complesso, che sarebbe stata messa sotto inchiesta per «non aver previsto il terremoto», cosa indubbiamente impossibile allo stato attuale delle conoscenze. Posta in tali termini, la vicenda ha provocato ampia preoccupazione in vari ambienti e ha suscitato una vastissima, pur se non unanime, solidarietà nella comunità scientifica internazionale che si è impegnata in una sorta di “difesa sindacale” degli indagati (anche con un appello al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano), mentre da varie parti si denunciavano le oscure nubi che si starebbero addensando sulla scienza nel nostro Paese.3
In realtà, come la motivazione della sentenza ripete ad nauseam, il capo d’imputazione non era affatto, né poteva logicamente essere, quello di non aver saputo prevedere il terremoto, bensì di non aver valutato adeguatamente il rischio (nelle sue diverse componenti e non limitatamente alla probabilità di accadimento di un evento distruttivo) e di non aver fornito alla popolazione un’informazione chiara, corretta e completa sulla situazione. Come ci si poteva aspettare, la semplificazione si è rivelata comunicativamente molto efficace nell’attrarre l’attenzione, e possibilmente lo sdegno, di un vastissimo pubblico, scientificamente preparato e non, e nel creare un evento appetibile per i mass media di tutto il mondo. Mass media che ovviamente lo hanno coperto con i più diversi stili e livelli di approfondimento, ma che complessivamente hanno contribuito a dare nuovo impulso al (giustamente) mai sopito dibattito sul rapporto fra conoscenza scientifica e decisioni di policy, e più in generale fra scienza e potere politico. Il caso, infatti, a prescindere dagli esiti processuali presenti e futuri,4 si presta perfettamente alla trattazione di tali temi, che danno origine a forti divergenze di opinione e su cui conto di poter tornare più diffusamente in futuro.
RASSICURARE O RISPONDERE AL BISOGNO DI SICUREZZA?
Venendo ora alla riunione della CGR del 31 marzo 2009, il suo obiettivo ufficiale, come espresso nel comunicato stampa del DNPC del giorno precedente, era «di fornire ai cittadini abruzzesi tutte le informazioni disponibili alla comunità scientifica sull’attività sismica delle ultime settimane». Le modalità piuttosto inusuali della convocazione, dello svolgimento e della verbalizzazione della riunione,5 così come alcune dichiarazioni, ufficiali e non, che l’hanno preceduta e seguita, fanno emergere come prioritario l’obiettivo di tranquillizzare la popolazione abruzzese, allarmata da uno sciame sismico durato mesi e da voci ricorrenti di nuove imminenti scosse. Ma perché mai, a fronte di tale situazione, le informazioni disponibili alla comunità scientifica avrebbero dovuto essere rassicuranti, quando l’unica informazione unanimemente riconosciuta al suo interno come incontrovertibile è che allo stato attuale delle conoscenze non si possono prevedere i terremoti? E in effetti il contenuto di un’informazione incerta non può essere rassicurante in se stesso, ma lo può diventare se presentato all’interno di una «operazione mediatica» a cui sono chiamati a partecipare «i luminari del terremoto in Italia».6 Qui non interessano tanto le singole affermazioni, più o meno difendibili, di diversi soggetti, quanto il complesso dell’ormai tristemente famosa «operazione mediatica» organizzata con la riunione della CGR a L’Aquila il 31 marzo 2009. Da un punto di vista comunicativo, essa si rivelò efficace nel disegnare una realtà virtuale in cui, per così dire, tutto apparisse sotto controllo, ma che non poté reggere alla realtà fattuale che irruppe tragicamente in questo scenario con la scossa distruttiva del 6 aprile. Sulla base di una lunga tradizione di studi di scienze sociali sui disastri e della mia stessa esperienza nel settore, posso affermare che per le autorità preposte alla regolamentazione e gestione dei rischi (incluso a volte il legislatore) il «panico di massa» è una specie di ossessione, e ciò malgrado innumerevoli e puntualmente ignorati studi di tipo sociopsicologico7 abbiano confermato che il fenomeno è molto raro e il suo emergere soggetto a condizioni del tutto particolari. Tale «ossessione » si alimenta di alcuni fatti e di molti stereotipi e pregiudizi, e anche di una confusione semantica fra «panico» e «paura». Lasciando a un altro momento un approfondimento su tale aspetto, quello che voglio evidenziare è che le scelte decisionali e le strategie operative in una situazione di crisi derivano dalla definizione che si dà della stessa. In altre parole, se si persegue (o ci si lascia catturare) da un obiettivo formulato in termini di mantenimento dell’ordine pubblico, controllo del panico e simili, inevitabilmente (e forse inconsapevolmente) l’attenzione e l’azione verranno distratte da quello che dovrebbe essere l’obiettivo principale, ossia la protezione delle persone minacciate da un evento avverso. All’interno di tale principale obiettivo può sicuramente entrare anche quello di «tranquillizzare» la popolazione, ma in tal caso lo si perseguirà con una comunicazione mirata a incoraggiare e suggerire comportamenti di autoprotezione, oltre che a fornire informazioni precise e comprensibili sia sui fenomeni fisici in atto sia sulle attività degli enti preposti al monitoraggio, prevenzione e gestione dei rischi a questi connessi. Certamente quello che ognuno di noi vorrebbe sentirsi dire in qualsiasi circostanza della vita, è: «non ti preoccupare; non c’è nessun pericolo; non succederà niente di male né a te né ai tuoi cari; vivrete tutti a lungo, sani e felici». Ma per questo tipo di rassicurazioni, almeno per ora, ci si rivolge alle fattucchiere, e non agli scienziati, ai ricercatori, ai funzionari e ai tecnici pubblici, i quali sono appunto tenuti a rispondere a un bisogno di sicurezza e non di rassicurazione.
Da varie parti si è espressa preoccupazione che, a seguito del processo di L’Aquila, non si troveranno più esperti disposti a prestare la propria consulenza a organi decisionali in materia di rischio. Ritengo tale preoccupazione infondata; infatti è operativa una nuova CGR,8 pur se il seguente messaggio che compare sul sito del DNPC non aiuta a capirne l’attuale composizione, fra dimissioni presentate e no, ritirate e no: «A seguito della sentenze di condanna emessa del Tribunale di L’Aquila nei confronti di alcuni componenti della ex Commissione nazionale per la previsione e la prevenzione dei grandi rischi, l’Ufficio di Presidenza e parte dei membri dell'attuale Commissione hanno rassegnato le proprie dimissioni, ritenendo che fossero venute meno le condizioni per un sereno ed efficace andamento dei lavori della Commissione stessa. Successivamente, anche a seguito di diverse interlocuzioni con esponenti di Governo finalizzate a individuare le più opportune modalità per un sereno operato della Commissione, la quasi totalità dei componenti dimissionari ha sospeso le proprie dimissioni».9 Mi pare invece realistico ipotizzare, anche basandomi su comunicati diffusi in occasione di nuovi recenti eventi sismici, che si accentuerà la tendenza a cautelarsi, concentrandosi più sui rischi esistenti per l’emittente del messaggio che non su quelli per i destinatari dello stesso. Molti anni fa, con i colleghi Silvio Funtowicz e Jerry Ravetz, abbiamo effettuato una serie di interviste a soggetti con responsabilità in materia di pianificazione e gestione delle emergenze per costruire prima e testare poi una checklist dei diversi tipi di incertezza che essi si trovano ad affrontare in sede decisionale.10 Verificammo che l’incertezza scientifica ha spesso una rilevanza minore rispetto ad altri tipi di incertezza, fra cui quella che definimmo «legale» e che riguarda appunto le possibili conseguenze delle proprie decisioni sul piano giuridico. Penso che per progredire nel difficilissimo compito della comunicazione del rischio, oltre che puntare il dito nella direzione della gente che non capisce e dei mass media che distorcono, si debba guardare anche alle dinamiche intra- e inter-organizzative degli enti istituzionalmente preposti a compiti di protezione civile a livello sia centrale sia locale (inclusi i loro organi di consulenza), cercando di comprendere quali siano i meccanismi, i presupposti e le motivazioni che sfociano nell’emissione di «comunicati demenziali» e nell’organizzazione di «operazioni mediatiche»11 che possono rivelarsi tragicamente controproducenti.
Sentenza pronunciata dal Tribunale di L’Aquila il 22.10.2012. Fascicolo n. 2639/10 RGNR- n. 670/11 GIP.
Non tutti gli imputati erano componenti della CGR in carica in tale data, ma la sentenza li identifica come tali.
A titolo esemplificativo, si veda l’editoriale della rivista Nature, pubblicato poco dopo la sentenza: Murky Manoeuvres. Nature 2012;491(7422):7. doi:10.1038/491007a.
La sentenza è stata impugnata dalla difesa, che ricorrerà in appello.
Sia in sede processuale sia extra-processuale, alcuni fra gli stessi imputati hanno fatto riferimento ad anomalie.
Le parole fra virgolette sono state pronunciate da Guido Bertolaso nel corso della telefonata del 30 marzo 2009 all’assessore alla Protezione civile della Regione Abruzzo Daniela Stati, per annunciarle la riunione del giorno successivo. La registrazione della telefonata è riportata integralmente nella motivazione della sentenza, insieme alla testimonianza dell’ex capo del DNPC, sentito all’udienza del 15.02.2012.
Per una recente e agevole sintesi, si veda: Scanlon J. So what do we really learn from experience? An invited comment. Natural Hazard Observer 2013;XXXVII(3):11-3. Disponibile all'indirizzo: http://www.colorado.edu/ hazards/o/archives/2013/jan13_observerweb. pdf (ultimo accesso 18 febbraio 2013)
Il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 7 ottobre 2011 ha ridefinito l’organizzazione e le funzioni della Commissione e ne ha nominato i componenti. GU n.304 del 31.12.2011.
http://www.protezionecivile.gov.it/jcms/it/commissione_grandi_rischi.wp (ultimo accesso, 18 febbraio 2013).
De Marchi B, Funtowicz S, Ravetz JR. Seveso, a paradoxical classic disaster. In: Mitchell JK (ed.) The Long Road to Recovery: Community Responses to Industrial Disaster. Tokyo, New York, Paris. United Nations University Press, 1996, pp. 86-120.
Fra virgolette, ancora le parole di Guido Bertolaso. L’aggettivo «demenziale» è stato da lui usato nella sua testimonianza al processo per qualificare il comunicato stampa della Protezione civile della Regione Abruzzo diffuso dall’ANSA il 30 marzo 2009, in cui si diceva che non erano previste nuove scosse. Cfr. nota 6.