Source: http://dirittolavoro.altervista.org/condottaantisindacale.html
Timestamp: 2017-05-27 11:52:18+00:00
Document Index: 33358358

Matched Legal Cases: ['art. 28', 'art. 28', 'art. 40', 'art. 28', 'art. 14', 'art. 16', 'art.19', 'art. 20', 'art. 21', 'art. 23', 'art. 25', 'art. 27', 'art. 2043', 'art. 28', 'art. 2043', 'art. 18', 'art. 388', 'art.\n28', 'art. 2043', 'art. 28', 'art. 28', 'art. 46', 'art. 28', 'art. 28', 'art. 28', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 28', 'art. 28', 'art. 28', 'art. 28', 'art. 2113', 'art. 28', 'art. 413', 'art. 28', 'art. 700', 'art. 28', 'art. 51', 'art. 669', 'art. 413', 'art. 151', 'art. 274', 'art. 151', 'sentenza ', 'art. 4', 'art. 28']

dell'intenzionalità nella condotta antisindacale
tre precedenti orientamenti in tema di condotta antisindacale
teoria “volontaristica”, quella della “obiettività” e quella
“compromissoria”.
decisione n. 5295 del 12.6.1997 delle Sezioni unite della Cassazione
critico e demolitivo delle sezioni unite e l’opzione per la teoria della
“obiettività” nel riscontro dell’antisindacalità della condotta datoriale
1. I tre precedenti
orientamenti in tema di condotta antisindacale
Con la decisione n. 5295 del
12 giugno 1997 le sezioni unite della
Cassazione hanno posto fine ad un contrasto interno alla sezione lavoro della
S. Corte, affermando l’importante – e secondo taluno dirompente - principio
dell’irrilevanza, per la concretizzazione della condotta antisindacale,
dell’elemento psicologico, cioè a dire dell’intenzione dolosa o colposa del
datore di lavoro, sufficiente risultando, in fatto, che il comportamento dello
stesso abbia implicato un pregiudizio alla libertà sindacale e al diritto di
Le sezioni unite si sono espresse nei seguenti
termini: “Per integrare gli estremi della condotta antisindacale di cui
all’art. 28 dello statuto dei lavoratori (l. n. 300 del 1970) è sufficiente che
tale comportamento leda oggettivamente gli interessi collettivi di cui sono
portatrici le organizzazioni sindacali, non essendo necessario (ma neppure
sufficiente) uno specifico intento lesivo da parte del datore di lavoro né nel
caso di condotte tipizzate perché consistenti nell’illegittimo diniego di
prerogative sindacali (quali il diritto di assemblea, il diritto delle
rappresentanze sindacali aziendali a locali idonei allo svolgimento delle loro
funzioni, il diritto ai permessi sindacali), né nel caso di condotte non
tipizzate ed in astratto lecite, ma in concreto oggettivamente idonee, nel
risultato, a limitare la libertà sindacale, sicchè ciò che il giudice deve
accertare è l’obiettiva idoneità della condotta denunciata a produrre l’effetto
che la disposizione citata intende impedire, ossia la lesione della libertà
sindacale e del diritto di sciopero”(1).
Precedentemente all’indirizzo sopra asserito, si erano andati formando tre
orientamenti in seno alla Cassazione: a) quello valorizzante l’elemento
“soggettivo, psicologico o intenzionale” del datore di lavoro affinchè il torto
o danno inflitto al sindacato potesse rivestire i requisiti della condotta
antisindacale repressa dall’art. 28 statuto dei lavoratori; b) quello che
riteneva sufficiente il solo elemento “oggettivo” dell’idoneità della condotta
datoriale a produrre nocumento in capo a diritti e prerogative del sindacato;
c) infine, quello “mediano”, “intermedio” o “compromissorio”, - affermatosi più
di recente - secondo il quale l’intenzionalità del comportamento posto in
essere dal datore di lavoro mentre è irrilevante nel caso di condotta
contrastante con norma imperativa (disponente, ad es., prerogative per il
sindacato, quali quelle accordate dal tit. II e III della L. n. 300/’70 o
dall’art. 40 Cost.), viceversa può assumere rilevanza quando tale condotta, pur
se lecita nella sua obiettività, presenti i caratteri dello “abuso di
diritto”, e perciò stesso collida
(con)od obliteri i principi di correttezza e buona fede che, integrativamente,
assistono le modalità di esecuzione delle obbligazioni tra le parti nel
2. I tre precedenti orientamenti in tema di condotta
Secondo la teoria di cui al punto a) - di recente sostenuta, fra le molte in precedenza,
da Cass. 19.7.1995 n. 7833 (2), da Cass. 12.8.1993, n. 7833 (3), da Cass.
30.7.1993, n. 8518 (4), da Cass. 5.12. 1991, n. 13085 (5), da Cass. 1.6.1990,
n. 207 (6), ecc. - il comportamento del
datore di lavoro poteva ritenersi antisindacale allorquando, oltre ad essere
causalmente idoneo a ledere l’art. 28, fosse stato dal datore di lavoro a tal
fine volontariamente indirizzato, cioè sorretto da una intenzione cosciente e
volontaria di ledere i diritti della controparte.
Non v’è chi non veda come questa tesi, accollando al
sindacato l’onere di dimostrare la volontarietà della condotta datoriale (7),
fornisse numerose scappatoie per l’imprenditore nel caso in cui il sindacato
ricorrente, a fronte di una plateale violazione dei propri diritti, non
riuscisse a fornire la prova che la lesione era inflitta sulla base di una
scelta consapevole, volontaria ed intenzionale del datore di lavoro che ad
essa, in ipotesi e strumentalmente, asseriva di essersi determinato
fortuitamente, senza dolo o colpa.
A questa teoria – caldeggiata dalla dottrina con propensioni datoriali – si opponeva
l’altra (di cui al punto b), sostenuta, tra le molte sentenze, da Cass.
22.7.1992, n. 8815 (8), da Cass. 16.7.1992, n. 8610 (9), da Cass. 3.7.1992, n.
8143 (10), ecc., secondo cui la condotta antisindacale doveva ravvisarsi
esclusivamente in base al c.d. “requisito oggettivo” o attitudine o idoneità
del comportamento datoriale a impedire o limitare la libertà sindacale, con la
conseguenza che una volta accertata giudizialmente la lesione del diritto, non
si rendeva in alcun modo necessaria un’ulteriore indagine circa l’intenzione
del datore di lavoro di porre in essere tale lesione.
La contrapposizione fra le due teorie aveva favorito
il sorgere di un tentativo compromissorio – estrinsecantesi in
quell’orientamento di cui al punto c) sostenuto tra l’altro (ed anche dopo l’attuale decisione delle sezioni
unite ma nelle more della pubblicazione e conseguente cognizione), da Cass.
5.7.1997, n. 6080 (11), da Cass.
8.9.1995 n. 9501 (12)da Cass. 15.7.1995, n. 7833 (inedita) - secondo il quale “in
tema di condotta antisindacale, l’intenzionalità del comportamento del datore
di lavoro, mentre è irrilevante nel caso di comportamento contrastante con
norma imperativa, può assumere rilevanza quando la condotta del medesimo, pur
se lecita nella sua obiettività, presenti i caratteri dell’abuso del diritto,
giacchè in tal caso l’esercizio del diritto da parte del titolare si esplicita
attraverso l’uso abnorme delle relative facoltà ed è indirizzato a fine diverso
da quello tutelato dalla norma, assumendo quindi …nel campo delle obbligazioni,
e del rapporto di lavoro in particolare, carattere di illiceità per contrasto
con i principi di correttezza e di buona fede, i quali assurgono a norma
integrativa del contratto di lavoro in relazione all’obbligo di solidarietà
imposto alle parti contraenti dalla comunione di scopo che entrambe, sia pure
in diversa e talora opposta posizione, perseguono” (così Cass. n.
9501/’95). Sostanzialmente quest’orientamento “mediano” o “compromissorio”
recuperava in parte la tesi volontaristica per la valutazione di comportamenti
datoriali lesivi di diritti c.d.
innominati del sindacato e delle R.S.A, nel senso di non appositamente
disciplinati da norme di legge quali quelli codificati nel tit. II e III dello statuto dei
lavoratori, afferenti (esemplificativamente e non esaustivamente) al diritto di
associazione sindacale (art. 14), al divieto di comportamenti discriminatori
(art. 16), al diritto di costituzione di R.S.A (art.19),di assemblea (art. 20),
di referendum (art. 21) di fruizione di permessi sindacali (art. 23 e 24), di
affissione (art. 25) e di locali aziendali per le R.S.A (art. 27).
3. La decisione n. 5295 del 12.6.1997 delle Sezioni
In questo contesto è intervenuta la decisione delle
sezioni unite, effettuando una decisa opzione verso l’orientamento “oggettivo”,
di cui al punto b) del nostro articolo.
Per negare qualsiasi spazio di validità alla teorica
“volontaristica” – implicante la ricerca dell’elemento intenzionale – le
sezioni unite hanno asserito che l’orientamento in questione era stato
costruito sul modello risarcitorio dell’illecito (ex art. 2043 c.c.), quando
invece la scelta legislativa codificata nell’art. 28 era caratterizzata dalla
tutela inibitoria, in vista di impedire il prodursi degli effetti dannosi ed il
loro reiterarsi in futuro.
Sostengono le sezioni unite che la tesi basata
“volontaristica” fondata sull’importanza paradigmatica dell’art. 2043 c.c.
(rubricato “risarcimento per fatti illeciti”, secondo cui “qualunque fatto
doloso o colposo, che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha
commesso il fatto a risarcire il danno”) “non tiene conto del fatto che in
tal modo una gran parte degli illeciti civili sarebbe del tutto priva di
sanzione, così quelli che non hanno prodotto, o non hanno prodotto ancora, un
danno patrimoniale; ovvero quelli in cui l’autore ha causato un danno
patrimoniale senza dolo o colpa”. “In tal modo …non si tiene presente che, nel
caso in cui la condotta illecita sia di natura che possa continuare a ripetersi
nel futuro, una reazione efficace non può essere costituita dalla sola azione
risarcitoria”…”In realtà quando l’illecito può continuare a ripetersi nel
futuro, l’unica reazione è costituita dall’azione inibitoria: un’azione
diretta ad ottenere non la condanna del
convenuto al risarcimento del danno che ha causato, ma l’ordine del giudice
rivolto alla parte soccombente di inibire la continuazione della condotta
illecità…o di cessazione del fatto lesivo...L’ordine può avere come contenuto
un non fare (inibitoria negativa nei casi di illecito commissivo…) o anche un
non fare (inibitoria positiva, nei casi di illecito omissivo…). L’emanazione
dell’ordine da parte del giudice non costituisce mera ripetizione di ciò che è
già prescritto dalla legge, ma produce effeti di carattere civile e penale. I
primi sono previsti, ad es….dall’art. 18, comma 7 della l. n. 300/’70 che
dispone che il datore di lavoro che non ottempera alla sentenza, è tenuto
anche, per ogni giorno di ritardo, al pagamento a favore del fondo adeguamento
pensioni di una somma pari all’importo della retribuzione dovuta al lavoratore.
Gli effetti penali sono invece previsti dall’art. 388 del c.p., per i casi di
mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice”. Sulla base di tali
affermazioni, le sezioni unite giungono alla conclusione che “ la natura
inibitoria dell’azione a tutela della libertà sindacale induce a ritenere che
ai fini della configurabilità di un comportamento antisindacale, sia
irrilevante l’elemento psicologico del datore di lavoro e che ciò che il
giudice deve accertare è l’obiettiva idoneità della condotta denunciata a
produrre il risultato che la legge intende impedire, e cioè, la lesione della
libertà sindacale e del diritto di sciopero.
Nella sua determinazione demolitiva dell’orientamento
delineato al punto a) del presente scritto, le sezioni unite proseguono
asserendo - con una doppia negazione
che secondo taluno (13) designerebbe
un’inequivocabile scelta di campo (evidentemente a favore del sindacato o
dell’opzione “oggettiva”) - che la
“sussistenza o meno di un intento del datore di lavoro di ledere tali diritti
non è necessaria né sufficiente. Non è necessaria perché un errore di
valutazione del datore di lavoro (che non si è reso conto della portata causale
della sua condotta ) non fa venir meno l’esigenza di una tutela della libertà
sindacale e della inibizione dell’attività oggettivamente lesiva di tale libertà.
Non è sufficiente in quanto l’intento del datore di lavoro non può far
considerare antisindacale un’attività che non appare obiettivamente diretta a limitare la libertà sindacale”.
Queste considerazioni hanno provocato l’irritata
reazione di dottrina “imprenditorialmente orientata” la quale, nel vedersi
sbriciolare una costruzione puntellata per anni, non ha potuto fare a meno di sottolineare,
con enfasi amplificativa dell’intento di dissociazione, che “la formula
espressiva (della doppia negazione, n.d.r ) suscita non poche perplessità, in
ragione del suo contenuto totalizzante. La doppia negazione …induce a svuotare
di qualsiasi possibile rilievo il profilo soggettivo, attribuendo ala
fattispecie normativa una valenza esclusivamente oggettiva. In effetti,
l’affermazione secondo la quale non sarebbe ‘necessario(ma neppure sufficiente)
uno specifico intento lesivo da parte del datore di lavoro’, tende
inequivocabilmente a svalorizzare il profilo volontaristico…E’ evidente,
infatti, che, se l’intento lesivo non dovesse ritenersi né necessario né
sufficiente, esso risulterebbe del tutto ininfluente, come tale svuotato di
alcuna specifica valenza, al punto da essere relegato in un limbo giuridico.
L’obiettivo i tal modo perseguito consiste nell’assegnazione alla nozione di
condotta antisindacale di una proiezione esclusivamente oggettiva,
generalizzando in tal modo l’assioma secondo il quale un qualsiasi
comportamento, seppure tecnicamente lecito, potrebbe incorrere nella
declaratoria di antisindacalità, ove come tale percepito da uno qualsiasi degli
organismi locali dei sindacati nazionali a ciò legittimato, e come tale
apprezzato dall’autorità giudiziaria”(14).
4. L’impegno critico e demolitivo delle sezioni unite e
l’opzione per la teoria della “obiettività” nel riscontro dell’antisindacalità
della condotta datoriale
Ma le sezioni unite non si limitano a queste
considerazioni. Infatti, sono anche svalorizzati, con opportuna analisi
critica, i tre principali criteri -
letterale, teleologico e sistematico – proposti e posti, dai loro sostenitori, a base della teorica della
rilevanza decisiva della “volontarietà” datoriale nell’inflizione del torto al
sindacato onde ritenere legittimamente operativa e legalmente legittima la reazione siandacale e la sanzione ex art.
28 statuto dei lavoratori.
Dai sostenitori della tesi avversata si era sostenuto
che: a) dal lato
letterale, l’espressione “comportamenti diretti a impedire o limitare” era
indicativa di una finalizzazione cosciente e volontaria della condotta datoriale.
Le sezioni unite sostengono, invece, che la locuzione ha solo fotografato la
situazione della “obiettiva” idoneità lesiva della condotta datoriale senza implicare alcun riferimento
all’intenzione datoriale di produrre quel determinato risultato. Anzi, poiché
quando il legislatore ha voluto far riferimento all’intenzionalità dolosa o
colposa, lo ha fatto espressamente -
nell’art. 2043 c.c. – il non aver ripetuto il precedente, porta al concludente
risultato che non ha ritenuto sussistesse una similare necessità;
b) dal lato
teleologico o finalistico, l’orientamento declinato (come l’altro opzionato)
sostenevano che la disposizione dell’art. 28 era stata posta per assicurare il
corretto svolgimento delle relazioni sindacali nei luoghi di lavoro, attraverso
una severa penalizzazione del comportamento datoriale non rispettoso delle regole. Se così è, come in effetti è – sostengono le sezioni unite –
tale finalità è meglio assicurata e perseguita con una tutela di tipo
“obiettivo”, non condizionata dalla ricerca dell’intenzionalità (o meno) del
datore di lavoro. Poiche, inoltre tutta la disciplina dell’art. 28 tende non
già a punire il datore di lavoro e ad assicurare il risarcimento del danno,
quanto a garantire l’inibizione e la repressione della condotta lesiva, tale
finalità, in questa come in tutte le azioni civilistiche di tipo inibitorio, è
meglio perseguita con una tutela di carattere obiettivo, atteso che l’eventuale
introduzione dell’elemento “soggettivo o volontaristico” finirebbe altresì per
determinare un’ingiustificata disparità di trattamento in casi che presentano
uguali necessità di tutela, in quanto uguale è l’interesse giuridicamente
rilevante, consistente – a prescindere dall’intenzionalità datoriale(o meno) –
nella inibizione della condotta lesiva della libertà sindacale;
c) dal lato
sistematico, i sostenitori della teorica della “intenzionalità” asserivano che
la c.d. “responsabilità oggettiva” era u istituto eccezionale sottoposto a
continua erosione. Le sezioni unite replicano asserendo che, al contrario, è in continuo sviluppo tanto da essere
considerato come un principio generale nell’attività imprenditoriale, con la nota ed oramai sempre più recepita
dottrina del cosiddetto “rischio d’impresa”.
Ricollegandosi poi, indirettamente, all’orientamento
“compromissorio” delineato al punto c) del nostro articolo, le sezioni unite –
per sgombrare definitivamente il campo da ogni equivoco o da residuati di costruzioni intellettualistiche (anche di un
certo pregio, esclusion fatta per l’inesatto riferimento alla “comunità d’impresa”, più pertinente al diritto tedesco
del lavoro che a quello italiano caratterizzato notoriamente dall’inattuazione
del modello partecipativo delineato nell’art. 46 Cost., riscontrabile in Cass.
n. 9501/’95) – asserisce che l’elemento
intenzionale non solo è irrilevante nelle condotte datoriali contrarie a
diritti sanciti da norme imperative (quelli del tit. II e III della l. n.
300/’70, di cui fornisce una esemplificazione) ma anche nei casi di lesione
diritti innominati e non codificati per la loro difficile ipotizzazione
legislativa, cioè a dire quando si versi nell’ipotesi del ricorso a strumenti o
soluzioni, in astratto leciti, ma, nelle circostanze concrete, oggettivamente
idonee, nel risultato, a limitare o comprimere la libertà sindacale. Si tratta di una decisione indubbiamente di notevole
rilevanza, destinata a conferire maggiore pienezza ed effettività all’art. 28
dello statuto dei lavoratori, cioè a dire alla più incisiva misura dissuasiva e
vanificatrice di atti diretti ad arrecare pregiudizio e nocumento al ruolo e
alle prerogative delle strutture sindacali. Decisione cui dovranno, d’ora in
poi, conformarsi le varie sezioni della Cassazione, considerato la funzione
assicuratrice di uniformità e standardizzazione delle statuizioni delle sezioni
unite della stessa.
(pubblicato in D&L, Riv, crit. dir. lav. 1998,
2, 293)
(1) Cass. sez. un. n. 5295 del 12.6.1997 – di
cui abbiamo riferito la massima - è
integralmente riportata in Mass. giur. lav. 1997, 541 (con nota
dissenziente di Papaleoni, Intenzionalità e condotta antisindacale)
nonché in Not. giurisp. lav.
1997, 335. Confermata successivamente da:
Cass. 1.12.1999, n. 13383; Cass. 22.2.2003, n. 2770; Cass. 22.4.2004, n. 7706.
(2) In Not. giurisp. lav.
1995, 516.
(3) In Not. giurisp. lav. 1993, 785.
it. dir. lav. 1994, II, 303, con nota di Pizzoferrato, Contenuto e
limiti del diritto alla trattativa nel settore pubblico.
(5) In Not. giurisp. lav. 1992, 165.
(6) In Not. giurisp. lav.
1990, 318.
(7) Vedi, tra le molte nella giurisprudenza di merito,
Pret. Bergamo 20.7.1991, in Riv. it. dir. lav. 1992, II, 340; Pret.
Pordenone 21.5.1986, ibidem 1986,II, 99 con nota di Cecchella; Trib.
Parma 1.10.1984, in Giur. it. 1985, I,2, 405 con nota di Ardau.
(8) In Not.
giurisp. lav. 1992, 611.
(9) In Riv. giur. lav.
1992, II, 841, con nota di Malpeli.
(10) In Mass. giur.
1992, 345.
(11) In Mass. giur. lav.,
Mass. Cass. 1997, 58, n. 179.
(12) In Mass. giur. lav.
1996, 14 con nota di Papaleoni, Nozione di antisindacalità e abuso del
(13) Papaleoni, in Intenzionalità
e condotta antisindacale, cit. 546.
(14) Così Papaleoni, in op. cit. 546.
Cassazione Sezione Lavoro n. 9250 del 18 aprile 2007, Pres. Sciarelli, Rel. Balletti.
L’intento di ledere i diritti del sindacato non è necessario né sufficiente a configurare il comportamento antisindacale – In base all’art. 28 St. Lav. – La definizione della condotta antisindacale data dall’art. 28 St. Lav. non è analitica ma teleologica, nel senso che la norma individua il comportamento illegittimo in base non a caratteristiche strutturali, bensì alla sua idoneità a ledere i “beni” protetti. Al riguardo è stato rilevato che la previsione della norma è volutamente indeterminata, poiché il legislatore del 1970 era consapevole del fatto che nella realtà del conflitto industriale a livello di azienda i “beni” in questione possono venire lesi in una varietà di modi difficilmente figurabili a priori in un testo di legge. In base a tale constatazione risulta evidente che siano sorti rilevanti problemi derivanti dalla evidente difficoltà di discernere fra comportamenti datoriali antagonisti rispetto al sindacato che si realizzano all’interno del conflitto inter partes e comportamenti che tale conflitto ostacolano: contrasto che, almeno in sede giudiziaria di legittimità, è stato superato dalle Sezioni Unite con la sentenza n. 5295/1997 a mente della quale per integrare gli estremi della condotta antisindacale è sufficiente che tale comportamento leda oggettivamente gli interessi collettivi di cui sono portatrici le organizzazioni sindacali, non essendo necessario (ma neppure sufficiente) uno specifico intento lesivo da parte del datore di lavoro, in quanto tale intento lesivo non può considerarsi necessario, atteso che un errore di valutazione del datore di lavoro che non si sia reso conto della portata causale della sua condotta non fa venire meno l’esigenza di una tutela della libertà sindacale e dell’inibizione dell’attività oggettivamente lesiva di tale libertà; né può considerarsi sufficiente poiché l’intento del datore di lavoro non può far considerare antisindacale un’attività che non appare obiettivamente diretta a limitare la libertà sindacale (Cassazione Sezione Lavoro n. 9250 del 18 aprile 2007, Pres. Sciarelli, Rel. Balletti).
“Qualora il datore di lavoro ponga in essere comportamenti diretti ad impedire o limitare l'esercizio della libertà e della attività sindacale nonché del diritto di sciopero, su ricorso degli organismi locali delle associazioni sindacali nazionali che vi abbiano interesse, il Pretore[2] del luogo ove è posto in essere il comportamento denunziato, nei due giorni successivi, convocate le parti ed assunte sommarie informazioni, qualora ritenga sussistente la violazione di cui al presente comma, ordina al datore di lavoro, con decreto motivato ed immediatamente esecutivo, la cessazione del comportamento illegittimo e la rimozione degli effetti.
L'efficacia esecutiva del decreto non può essere revocata fino alla sentenza con cui il pretore in funzione di giudice del lavoro definisce il giudizio instaurato a norma del comma successivo[3].
L'autorità giudiziaria ordina la pubblicazione della sentenza penale di condanna nei modi stabiliti dall'articolo 36 del Codice penale.”
L’alto senso di civiltà giuridica che permea l’idea stessa di diritto sindacale trova la sua sintesi in un particolare strumento apprestato dal Legislatore ai sindacati per la repressione della condotta antisindacale eventualmente posta in essere dal datore di lavoro. La disciplina di tale procedimento, dettata dall’art. 28, l. n. 300 del 1970 (c.d. Statuto dei lavoratori), oltre ad essere piuttosto articolata, è anche, si potrebbe dire, sui generis, viste le eccezioni procedurali di cui si compone rispetto agli altri procedimenti speciali del nostro sistema processuale civile. Nell’analisi di questo strumento, quindi, è necessario dapprima spiegare i motivi di tante specialità, partendo da considerazioni generali sui diritti che tutela, i quali coinvolgono tutto il diritto del lavoro. Per questo motivo la libertà e l’attività sindacale e il diritto di sciopero - espressamente richiamati dall’art. 28 - necessitano di una tutela giurisdizionale “effettiva” (inibitoria e ripristinatoria, rese “effettive” dalla sanzione penale prevista per l’inottemperanza all’ordine del giudice) contro il datore di lavoro che attenti al loro libero godimento. Questa è stata la volontà del Legislatore costituzionale, il quale non a caso a tutela dell’interesse sindacale si è occupato in varia misura.
Diretti beneficiari di tale procedimento sono i sindacati, i quali, grazie ad esso, sono stati riportati su di un piano di sostanziale parità rispetto ai datori di lavoro. Per molto tempo, infatti, le parti datoriali hanno approfittato di questa e di altre lacune legislative, attuando “di fatto” una supremazia incontrastata nei confronti delle Organizzazioni Sindacali, le quali non possedevano nessuno strumento di lotta in grado di contrastare validamente il loro potere. E’ così che è successivamente iniziata la stagione dei c.d. “pretori d’assalto”, forse troppo bramosi di vendetta nei confronti dei datori di lavoro che fino all’entrata in vigore dello Statuto (1970) e, quindi, del procedimento ex art. 28 avevano imperversato nelle singole situazioni aziendali[5] .
Interessanti a tale riguardo sono alcune riflessioni prodotte dalla dottrina, che si è chiesta se sia configurabile una condotta antisindacale nel caso in cui il datore di lavoro ammetta certi sindacati e non altri alle trattative aziendali. La risposta è stata affermativa, in considerazione del generale obbligo di intavolare trattative – seppure senza concluderle - che grava sul datore di lavoro, anche se non è riconosciuto nel nostro ordinamento un principio di parità tra associazioni sindacali[8].
Altra ipotesi particolare, nella quale si esclude la possibilità di ricorrere al procedimento ex art. 28, si ha nel caso in cui l’asserita condotta antisindacale ha ad oggetto la violazione di un diritto del lavoratore del quale questi ha disposto con rinuncia o transazione ex
art. 2113 c.c.. In tal caso, infatti, nei confronti di un diritto al quale il lavoratore ha rinunciato, non avrebbe senso la tutela ripristinatoria propria del procedimento per la repressione della condotta lesiva[9].
Non possiedono la legittimazione attiva nemmeno le rappresentanze sindacali unitarie, che vanno progressivamente sostituendosi a quelle aziendali sulla base del Protocollo d’intesa siglato dalle parti sociali e dal governo il 23 luglio 1993 e che è stato concretamente attuato dal successivo accordo interconfederale del 1° dicembre 1993. La ratio di tali esclusioni risiede nella particolare natura di dette rappresentanze di lavoratori, che, visto il loro diretto inserimento in azienda, non avrebbero quel giusto distacco, garante di un equilibrato utilizzo di un procedimento così dirompente.
Legittimato passivo del procedimento è il datore di lavoro. Non importa di che genere, non ha alcuna rilevanza l’elemento dimensionale dell’impresa, né interessa la natura imprenditoriale o meno dello stesso[15].
Ancora diverso, però, deve essere il punto di vista riguardante le cooperative di lavoro nei confronti di soci dipendenti, perché in questo caso il loro ruolo è di autentico datore di lavoro e risultano, quindi, legittimate passive del procedimento per la repressione della condotta antisindacale. Tale conclusione discende dalla nuova disciplina dettata dalla l. n. 142 del 2001, che ha imposto alle cooperative la costituzione di un rapporto corrispettivo di scambio - autonomo o subordinato - con il socio lavoratore.
Il giudice competente del procedimento per la repressione della condotta antisindacale è il giudice del lavoro di primo grado – Tribunale in composizione monocratica - del “luogo ove è posto in essere il comportamento denunziato” (art. 28, comma 1), con ciò derogando agli ordinari criteri che regolano la competenza territoriale ex art. 413 c.p.c. dinanzi al Giudice del lavoro.
Tale deroga è motivata dal fatto che il procedimento
de quo viene azionato a tutela dell’interesse del sindacato e non del lavoratore, di guisa che non avrebbe senso alcuno ancorare la competenza territoriale al luogo dove egli è addetto. Inoltre, come accennato, con il procedimento ex art. 28 la parte ricorrente chiede al giudice la cessazione della condotta antisindacale e la rimozione dei suoi effetti, quindi, assume rilevanza, per ottenere tali tipi di tutela, il luogo dove è stata posta in essere la condotta da far cessare e per la quale è necessaria la rimozione degli effetti.
Nella procedura per la repressione della condotta antisindacale, infatti, il giudice, non può decidere con decreto inaudita altera parte ed il ricorrente non è tenuto a provare la sussistenza di un
periculum in mora. Ciò perché l’interesse protetto dall’ordinamento (“l’esercizio della libertà e dell’attività sindacale nonché del diritto di sciopero”) viene considerato meritevole di una tutela tra le più significative e profonde[19]. Non così, ad esempio, per i provvedimenti d’urgenza ex art. 700 c.p.c., i quali possono essere concessi dal giudice solo ove ravvisi, oltre al fumus boni iuris, anche il periculum in mora e che, in alcune ipotesi, vengono anche concessi inaudita altera parte.
Il terzo comma dell’art. 28 prevede che l’opposizione al decreto sia presentata al giudice che ha deciso la fase sommaria. Ovviamente, si parla di ufficio, poiché competente per l’opposizione non può essere la stessa persona fisica, che incorrerebbe nel motivo di astensione obbligatoria o di ricusazione di cui all’art. 51, comma 4, c.p.c.
In mancanza di opposizione nel termine previsto o in caso di estinzione del giudizio, il decreto passa in giudicato. Diversamente da quanto accade per i provvedimenti cautelari, i quali perdono la loro efficacia, quando non vi è opposizione o si lascia estinguere il giudizio di merito (art. 669 novies e segg. c.p.c.). Questo dell’opposizione è, dunque, un altro grado del giudizio che segue le regole dell’art. 413 e segg. c.p.c., quelle riguardanti il rito speciale del lavoro.
Tale ultimo tema, inoltre, è stato toccato da uno dei recenti interventi del Legislatore per la riforma del codice di procedura civile. In particolare, il d.lgs. n. 40 del 2006 ha modificato l’art. 151 disp. att., il quale specificava e specifica tuttora la disciplina della riunione con riferimento ai procedimenti aventi ad oggetto controversie di lavoro, previdenza e assistenza mentre l’art. 274 c.p.c. - sulla riunione in generale - è rimasto invariato. In sostanza, il nuovo art. 151, disp. att., rispetto al passato, aggiunge che la riunione delle controversie in materia di lavoro e di previdenza e di assistenza “salvo gravi e motivate ragioni, è, comunque, disposta tra le controversie che si trovano nella stessa fase processuale. Analogamente si provvede nel giudizio di appello”.
L’ordine del giudice, sia esso impartito con decreto immediatamente esecutivo all’esito della fase sommaria o con sentenza immediatamente esecutiva che conclude l’opposizione, è espressione di due tipi di tutele: quella inibitoria – per la cessazione della condotta riconosciuta antisindacale - e quella ripristinatoria – per la rimozione degli effetti del comportamento lesivo.
Il nostro ordinamento prevede solo delle specifiche inibitorie che si caratterizzano per la rilevanza dei loro effetti e per l’esonero dalla prova del periculum in mora per la parte che vi ha interesse. Una tutela così forte si giustifica solo in considerazione dell’importanza del bene protetto che, se leso, è di difficile riparazione economica.
Quando l’ordine del giudice ha ad oggetto un fare o un dare “fungibili” e il debitore si rifiuta di adempiere, è sempre possibile - da parte del creditore - esperire l’azione per ottenere l’esecuzione forzata ed in questo modo soddisfare il suo interesse completamente, anche se con modalità diverse da quelle indicate dal giudice.
Anche l’interesse sindacale in gioco nel procedimento
de quo incontra tali limitazioni ed è proprio per ovviare a tale inconveniente che il Legislatore ha dato la possibilità al giudice di irrogare una sanzione penale al datore di lavoro inadempiente, per costringerlo, seppure indirettamente, ad ottemperare il suo ordine.
Concludendo, si parla di sanzione penale che colpisce l’inottemperanza all’ordine del giudice e, quindi, una sanzione che colpisce la condotta antisindacale solo indirettamente ma comunque scalfendo il principio - vicino al diritto penale e “causa” di varie fattispecie di reato - dell’incoercibilità degli obblighi infungibili.
Per quanto attiene, invece, al pubblico impiego in generale, in tema di condotta antisindacale non esisteva, fino all’entrata in vigore del d.lgs. n. 165 del 2001, una disciplina ad hoc. In tale ambito, quindi, fino al 2001, sono sorti molti problemi, faticosamente risolti dalla giurisprudenza. Basti ricordare la diatriba intorno al generale divieto per il giudice ordinario di condannare la Pubblica Amministrazione ad un facere
[25], risolta abbastanza facilmente sulla base del fatto che il procedimento in esame era stato introdotto da una legge ordinaria, evidentemente modificatrice dell’art. 4, all. E, Legge n. 2248 del 1865.
www.diritto.it, 21.12.2006)
[7] Cfr. ex multis Martinelli P., Interesse collettivo, interesse individuale, in Quale Giust., 1972, pag. 345 e segg.; Garofalo M. G., Interessi collettivi e comportamenti antisindacali dell’imprenditore, Napoli, 1979, pag. 55. [8] Cfr. ex multis Scarpelli F., Ancora in tema di discriminazione nelle trattative, efficacia soggettiva degli accordi stipulati soltanto con alcune organizzazioni sindacali e procedimento ex art. 28 st. lav., in Riv. It. Dir. Lav., 1992, II, pag. 848 e segg.; Meucci M., Ricusazione delle trattative e condotta antisindacale, in Lav. Prev. Oggi, 1987, pag. 2538 e segg.. Contra Treu T., L’obbligo dell’imprenditore di trattare, diritti sindacali e principio di uguaglianza, in Riv. Trim. Dir. Proc. Civ., 1972, pag. 1395; Lambertucci P., Diritti sindacali, criterio della maggiore rappresentatività e principio di uguaglianza tra sindacati, in Riv. Giur. Lav., 1981, II, pag. 734 e segg..
Vd. Cass. 5.2.2000, n. 1312.
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