Source: http://www.saladellamemoriaheysel.it/STAMPA%20e%20WEB/Articoli_Stampa_1989.html
Timestamp: 2019-03-23 23:39:11+00:00
Document Index: 155762531

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ARTICOLI STAMPA 1989
ARTICOLI STAMPA GENNAIO 1989
Processo dell’Heysel
Processo Heysel, scandalo !
ARTICOLI STAMPA FEBBRAIO-MARZO 1989
ARTICOLI STAMPA APRILE 1989
L'Inghilterra torna in Europa dal 1990-91
La notte dell'Heysel con il terrore negli occhi
Avremo oltre Heysel e Sheffield ?
Domani la sentenza per i morti all'Heysel
Heysel, 14 condanne
"Giustizia per i morti dell'Heysel"
Heysel, una sentenza piccola piccola ?
Heysel, la sentenza di Bruxelles
Tutti fuori, nessuno paga per i morti dell’Heysel
Dalla Thatcher agli hooligan un sospiro di sollievo
Inchiesta ignobile. Sentenza amara
"È tutta una presa in giro. Come al solito i veri colpevoli non pagano"
Boniperti: "Niente vale quegli affetti perduti"
"Anche la legge ha perso la sua partita"
Per la strage dell'Heysel nessuno finisce in carcere
L'unione belga rifiuta di risarcire le famiglie
ARTICOLI STAMPA MAGGIO 1989
In appello sentenze strage Heysel
Per i morti dell'Heysel l'Europa ha stanziato oltre tre miliardi di lire
L’arcivescovo di Torino chiede giustizia per l’Heysel
ARTICOLI STAMPA GIUGNO-AGOSTO 1989
ARTICOLI STAMPA SETTEMBRE 1989
Sarà abbattuto l'Heysel nascerà uno stadio sicuro
ARTICOLI STAMPA NOVEMBRE-DICEMBRE 1989
Pubblico ministero generoso. Chieste pene irrisorie per hooligan e autorità.
BRUXELLES - Una requisitoria debole, costellata da numerose contraddizioni, assoluzioni e infine una richiesta di pene miti, che hanno sollevato la reazione della parte civile. Queste sono le prime risultanze del processo dell’Heysel, in corso di svolgimento a Bruxelles, dopo l'intervento del pubblico ministero, che si è rimesso al giudizio della Corte e confessando di non riuscire a valutare con esattezza se le cariche e gli atti teppistici degli hooligan inglesi, durante la finale della Coppa dei Campioni di calcio Juventus-Liverpool, disputata allo stadio Heysel di Bruxelles il 29 maggio dell’85, fossero premeditate o meno. Un’ammissione che potrebbe partorire una conclusione scandalosa del processo, con numerosi imputati, che potrebbero venirne fuori con pene irrisorie in pieno contrasto con i gravi fatti avvenuti in quella terribile serata, dove persero la vita 39 persone di cui 32 italiane. Il pubblico ministero ha praticamente scagionato tutte le "teste d’uovo" belghe direttamente interessate all’avvenimento, cioè i "grandi capi" della gendarmeria, quelli della federazione calcio e il sindaco della città, che ha concesso l'utilizzo di uno stadio non adeguato all’avvenimento, privo delle necessarie misure di sicurezza. Imputati erano 26 teppisti inglesi per i quali sono state chieste due assoluzioni piene, otto assoluzioni con il beneficio del dubbio e 15 condanne da un minimo di tre ad un massimo di quattro anni. Per l’allora segretario generale della Unione calcio belga e per i due responsabili del servizio d’ordine, la richiesta di condanna non è stata neanche quantificata. Sarà la Corte a decidere. Nessun accenno all’Uefa e alla Municipalità chiamate a correo dalle parti civili, per i quali l’accusa ha chiesto l’assoluzione. Lunedì cominceranno le arringhe della difesa. Il dibattito dovrebbe concludersi verso metà marzo, il verdetto a metà aprile.
Pene irrisorie per i maggiori responsabili dei 39 morti. Per i 25 teppisti imputati, 10 assoluzioni e 15 condanne da 3 a 4 anni; per i responsabili dell'ordine nello stadio non è nemmeno quantificata la pena.
TORINO - Pene miti, troppo miti, per i 25 teppisti inglesi imputati. Pene neanche quantificate per Albert Roosens, l'allora segretario generale dell'unione calcio belga, responsabile dell'organizzazione, e per i due ufficiali della gendarmeria che avrebbero dovuto garantire l'ordine nello stadio. Queste le richieste avanzate ieri pomeriggio dal pubblico ministero, il procuratore del Re Pierre Erauw, al processo per la strage di Heysel, 29 maggio 1985, finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool. Gli "hooligans" inglesi, fradici di birra, causarono con una carica sulle gradinate: 39 morti, 32 dei quali tifosi italiani della Juventus giunti in Belgio con migliaia di altri appassionati. Tra i morti ci furono anche due torinesi, Domenico Russo e Giovacchino Landini. Gli imputati principali sono 26 teppisti inglesi. La posizione di uno di loro è stata stralciata, essendo in carcere in Gran Bretagna. Per gli altri 25, l'accusa ha chiesto due assoluzioni piene, otto assoluzioni col beneficio del dubbio, e 15 condanne a tre o quattro anni. Il pubblico ministero si rimette inoltre al giudizio della corte per quel che riguarda la "premeditazione" della carica. Il procuratore del re ha detto di non essere in grado di valutare se la carica dei tifosi britannici fosse premeditata o no. Non è un particolare secondario: se si propende per la premeditazione, la pena è fino a 10 anni (e l'accusa diventa di lesioni volontarie e omicidio preterintenzionale) al contrario, il massimo della condanna è cinque. L'accusa, come detto, si rimette alla Corte, ma intanto si è limitata a chiedere quattro anni. Per l'allora segretario generale dell'unione calcio belga, e per i due responsabili del servizio d'ordine (i tre, comunque, rischiano un massimo di due anni) la richiesta di condanna non è neanche stata quantificata, tutto è rimesso alla corte. Le reazioni alla requisitoria sono state ovviamente negative. La parte civile, ma anche altri avvocati, perfino alcuni difensori di imputati britannici, l'hanno giudicata debole, poco incisiva, ed, in alcuni casi, contraddittoria. Lunedì cominciano le arringhe della difesa, che dureranno almeno un mese. Verso la metà di marzo la fine del dibattito in aula, quattro settimane dopo la sentenza.
Lo ha deciso ieri il comitato esecutivo dell'Uefa riunito a Lisbona - Per il Liverpool, che deve scontare una pena suppletiva di due anni, sarà necessario però un provvedimento speciale - Il presidente Georges: "Ora tocca ai tifosi responsabili separarsi dai teppisti".
LISBONA - Il comitato esecutivo dell'Uefa, riunito a Paimela (40 km da Lisbona) ha deciso ieri di riammettere i club inglesi nelle coppe europee di calcio, a partire dalla stagione 1990-1991. "Questa riammissione sarà fatta sotto riserva dell'applicazione integrale della convenzione della Comunità europea sulla lotta contro la violenza", è scritto in un comunicato dal presidente Georges. L'esclusione a tempo indeterminato dalle coppe europee delle squadre inglesi fu decisa dopo la tragedia dell'Heysel, lo stadio di Bruxelles, dove gli hooligans causarono la morte di 39 spettatori (in massima parte tifosi juventini) e il ferimento di centinaia di persone, in occasione della finale di coppa Campioni del 29 maggio '85 fra Juventus e Liverpool (1-0). Per la squadra dei "reds" sarà necessario un provvedimento speciale, poiché le fu comminata una sospensione suppletiva di due anni. Il comitato esecutivo dell'Uefa dovrà tuttavia confermare la decisione presa nel giugno del '90 sulla base di un rapporto che sarà elaborato da Georges, dopo che questi si sarà recato a Londra in aprile per incontrare, tra gli altri, il ministro inglese dello Sport. La decisione dovrà inoltre essere ratificata dai membri Uefa in una riunione con il governo britannico e i dirigenti del calcio europeo. Sulla decisione dell'Uefa ha pesato il giudizio emesso in mattinata da un parlamentare europeo a Strasburgo, secondo cui "l'interdizione unilaterale" pronunciata dall'Uefa verso i club inglesi era "senza basi giuridiche" e "contraria alla libera circolazione delle persone". Favorevoli le prime reazioni. Dopo la conferenza stampa ufficiale, il presidente dell'Uefa ha aggiunto: "Ora la palla passa nel campo dei tifosi inglesi responsabili. Essi debbono separarsi da quei teppisti che fanno tanto male al calcio inglese. Se l'Inghilterra si qualifica ai mondiali italiani, essi avranno una magnifica occasione per dimostrarlo". Gli ha fatto eco Jack Dunnet, presidente della Lega inglese: "Siamo molto felici per questa decisione, a nostro avviso importante e positiva. Sono stato sempre ottimista riguardo ad un provvedimento di questo genere che mette fine ad una punizione già piuttosto pesante per il calcio inglese". A sua volta il direttore esecutivo della federazione calcistica inglese, Graham Kelly ha ribadito: "E’ stata fatta giustizia. Il calcio inglese non può essere ritenuto responsabile, da solo, degli atti di alcuni teppisti che, tuttavia, andranno isolati". Il ministro britannico dello Sport, Colin Moynihan, ha fatto intendere che il sostegno del governo inglese verrà concesso soltanto se all'inizio della stagione 1990-91 sarà operativo il piano governativo sui tifosi, compreso il provvedimento riguardante il documento di riconoscimento. "Sono molto lieto. Ho sempre ritenuto che sarebbe stato troppo presto riammettere le squadre inglesi a partire dalla stagione 1989-90, poiché nessuna nuova misura è stata presa dopo le finali del campionato europeo '88". "Mi aspetto comunque - ha proseguito Moynihan - che il piano sui tifosi sarà pronto e in opera dopo la fine della prossima stagione e dei campionati mondiali in Italia che saranno un importante banco di prova per i tifosi inglesi all'estero. I veri tifosi saranno ben coscienti delle loro responsabilità. Ho sempre sperato che i club inglesi fossero riammessi per la stagione 1990-1991; l'Uefa ha voluto decidere con largo anticipo".
﻿TORINO - Giampiero Boniperti, presidente della Juventus, è rimasto visibilmente scosso quando la televisione ha diramato ieri le prime immagini dei tragici fatti avvenuti nello stadio inglese di Sheffield. Troppo vivo è in lui come in tutta la squadra, il ricordo della notte dell'Heysel, di una Coppa dei Campioni vinta con il cuore affranto. "E’ una cosa terribile - ha detto Boniperti - non ci sono purtroppo parole di fronte a queste tragedie". Non è riuscito ad aggiungere altro. Il presidente juventino è sempre stato uno dei primi fautori del ritorno in Europa delle squadre inglesi, annunciato proprio questa settimana dall'esecutivo Uefa di Lisbona. E proprio l'altro giorno, nel commentare la novità, aveva ribadito: "Ora tocca al Liverpool. Speriamo in un'amnistia". La gloriosa formazione della città di Liverpool infatti non rientra in Europa nel '90, come gli altri club inglesi, a causa di una condanna suppletiva. Antonio Cabrini sottolinea: "Questa è la più brutta pubblicità che il calcio potrebbe mai ricevere. Sembra una iella, a pochi giorni dalla decisione di riaprire le porte europee ai club inglesi. Non è possibile neppure spiegarsela, forse hanno venduto biglietti in eccesso rispetto alla capienza di quello stadio". L'allenatore della Juventus, Zoff, ricorda: "In Italia l'ordine pubblico e la sicurezza negli stadi sono migliorati anche in seguito alla tragedia dell'Heysel e tra le misure prese c'è la drastica riduzione della capienza negli stadi. A Torino è stata decurtata di un terzo. Ora, in vista dei mondiali, probabilmente saranno aumentati i controlli sulla capienza. Ma ci sarà comunque un calo di spettatori dovuto agli effetti di questa disgrazia in Inghilterra". Il portiere Tacconi cerca di scindere i due avvenimenti: "Non ci sono punti in comune tra Bruxelles e Sheffield. All'Heysel ci fu la provocazione da parte degli hooligans, questa è invece una disgrazia provocata probabilmente dal sovraffollamento e dall'inadeguatezza dello stadio britannico". E il vice allenatore Scirea si pone dinanzi al quesito più amaro: "Sembra incredibile che si possa morire per il calcio. Non resta che trovare i colpevoli, allora come oggi".
I morti di Sheffield si aggiungono alle 39 vittime (quasi tutte italiane) di Bruxelles
﻿La carica degli hooligans ai tifosi juventini, il crollo, le urla e la tragedia. Il 29 aprile la giustizia belga arriverà forse alla sentenza: chiuderà un processo nel quale sono imputati 26 sostenitori del Liverpool.
Altri 95 morti da stadio si aggiungono ai 39 (trentadue Italiani, tifosi della Juventus) rimasti sul cemento dello stadio Heysel di Bruxelles. Era la notte del 29 maggio '85, sono passati quattro anni. Il 29 aprile, fra poco, la giustizia della capitale belga arriverà forse alla sentenza. Chiuderà un processo nel quale erano imputati (blandamente) 26 hooligans di Liverpool e dintorni, alcuni dei quali sono già sfuggiti fra le maglie della procedura. Non subiranno condanne i veri colpevoli: la gendarmeria di Bruxelles, i dirigenti del calcio belga, i dignitari della Federazione europea (Uefa). Tutti responsabili di scarsi controlli, di nessuna precauzione malgrado gli hooligans avessero messo a soqquadro la città nella vigilia del match. Le notizie da Sheffield escludono risse, come scintilla. Le colpe sono di chi in uno stadio dovrebbe impedire sovraffollamenti, invasioni di settore. Nel tragico catino dell'Heysel le due componenti (incuria e violenza) si sono unite in una miscela esplosiva. Eravamo a Bruxelles, quella notte, dove Liverpool e Juventus giocavano la finale della Coppa dei Campioni. Il come, il perché, i motivi, ammesso che ne esistessero di comprensibili, li abbiamo cercati nei giorni successivi fra ospedali, parenti, polizia (subito reticente), funzionari (presto spariti), tifosi scampati. Sul momento, bastavano gli occhi sbarrati della gente, le grida di aiuto, il sangue, i morti allungati uno per uno nel retro della tribuna. La ressa in uno stadio ha qualcosa di spaventoso. I buchi nelle porte sfondate, nelle reti divelte, nessuno li trova al momento della fuga. Quando la paura prende. Si rimane nel folto, intrappolati, pestati. E attorno, per un poco, l'altro pubblico neppure sa, non avverte. Che la mischia è diventata mortale, molte persone in zone lontane dello stesso stadio lo apprendono dalle sirene. Di ambulanze che vanno e vengono e dalle auto della polizia. La curva maledetta dell'Heysel (a sinistra della tribuna) era contrassegnata dalla lettera zeta. Una Z" dipinta con vernice bianca sul muretto in basso. I primi subbugli attorno alle 19. Il settore era diviso a metà, verticalmente, da una rete metallica (si è saputo dopo che era arrugginita e troppo debole). Nella parte destra, guardando dal campo, gli hooligans. Nell'altra tanti Italiani ma non i gruppi del tifo organizzato. Erano stati indirizzati (una precauzione era stata presa: sulla curva opposta. Sono bastate alcune bandiere bianconere, qualche berretto, ad accendere gli hooligans. Grida, lanci di bottiglie (ecco, le bottiglie dentro uno stadio...), pressioni sulla rete divisoria che accennava a cedere. Non è giusto, non è onesto, sostenere che un italiano quella sera è stato ucciso da un folle fan inglese. Ma è sacrosanto dire che la paura degli hooligans (bisogna vederli da vicino nella pazza euforia di gruppo, per capire) ha avviato la tragedia. La gente si è accalcata sul basso della curva, per scappare. Quella rete non ha ceduto anche perché dal basso la polizia addetta alla "protezione del campo ancora deserto, minacciava con gli sfollagente chi cercava una via di fuga. La tragedia si consumava in dieci minuti nella trappola ai piedi della curva. Morti schiacciati, asfissiati. Quando la rete si spaccava e consentiva la fuga, era tardi. Uomini, donne, ragazzi, correvano impazziti cercando parenti, figli, amici. La foto dell'uomo piangente, impietrito, che abbracciava la moglie trovata nella fila delle salme ha fatto il giro dei giornali del mondo. Ma non è bastata.
La tragedia di sabato ha fatto rivivere ai torinesi quella di 4 anni fa in Belgio
Avremo altre Heysel e Sheffield ?
Troppe le deficienze di organizzazione e delle misure di sicurezza - I pareri di Cardetti, Porcellana e Zanalda.
TORINO - Quanto accaduto sabato a Sheffield, all'inizio della partita Liverpool-Nottingham, ha riportato alla mente dei torinesi la tragica notte di quattro anni fa all'Heysel, in Belgio, con i suoi 39 morti, quasi tutti italiani, mezz'ora prima del fischio d'inizio dell'incontro di finale della Coppa dei campioni, tra la Juventus e il Liverpool. Anche in quell'occasione la diretta televisiva portò il dramma nelle case con le immagini brutali degli hooligans scatenati e delle forze dell'ordine impassibili. Un "deja vu" che si è ripetuto con sinistra puntualità. Giorgio Cardetti era sindaco di Torino nell'85. "Mi sembra che anche questa tragedia sia stata causata da un lato dall'assurdo comportamento di teppisti che confondono il tifo con altri fenomeni. Ma sembra ci siano anche altre gravi responsabilità se è vero che qualcuno ha aperto i cancelli. E anche all'Heysel, quel 29 maggio di quattro anni fa, pur senza cancelli sfondati le misure di sicurezza non erano certo adeguate. Episodi come questo pongono sempre più urgente il problema della sicurezza degli stadi che devono essere costruiti e dotati di tutte le misure più moderne, con posti a sedere e controlli agli ingressi. Una nota mi sembra opportuna: in questa circostanza almeno si è sospeso l'incontro. Ricordo invece che dopo aver avuto la notizia della tragedia di Bruxelles, prima ero corso a Palazzo Civico, poi avevo fatto un breve giro in città, da piazza San Carlo a piazza Castello. E di fronte ai caroselli di auto e alle scene di festa avevo provato grande amarezza. Il fatto sportivo non ha davvero più senso quando si hanno morti e feriti". Il sociologo Filippo Barbano analizza il comportamento della folla. "Una volta la spiegazione era la violenza negli stadi e quindi con questa formula si trovava un qualche motivo per rendersi conto di quel che succedeva. Adesso sembra ancora sia sempre violenza negli stadi ma ci sono da mettere insieme delle componenti e conseguenze inattese che dipendono da fatti tecnici: probabilmente da come sono fatti gli stadi, da come viene regolato l'afflusso della gente. Logico che se si sommano queste due componenti, una di natura psicologica e collettiva e l'altra che fa un po' pensare ad una specie di ingovernabilità delle situazioni, si ottiene una somma di irrazionalità collettiva e di inefficienza laddove ci dovrebbe invece essere razionalità. In pratica il curarti di quel che può avvenire in una partita di calcio, con annessi e connessi architettonici e di ordine pubblico, si presume debba essere governato da criteri di razionalità. Invece ne ritroviamo ben poca. Mi sembra però che oggettivamente la situazione sia diversa rispetto a quattro anni fa a Bruxelles, anche se in definitiva c'è la presenza di una violenza potenziale o virtuale che esplode sia come causa che come effetto". Sintetico il prosindaco Giovanni Porcellana: "Vedendo questi fatti si capisce come il problema della sicurezza che molti tendono a sottovalutare comporti invece il merito di preservare e salvare vite umane. E' una riflessione che ancora una volta trova conferma: ciò che può apparire oltremodo costoso e fonte di ritardi è invece fondamentale e quanto mai necessario se ha lo scopo di salvare anche una sola vita". Questo infine il parere di Anselmo Zanalda, neuropsichiatra: "Noi stiamo assistendo al giorno d'oggi ad un super-investimento affettivo sul presente. Questo è il presupposto psicologico del consumismo. Il consumismo quindi diventa un investimento sul piano affettivo presente che si manifesta in vari modi. Fra questi modi vi è anche il tifo che non è espressione di una mentalità sportiva ma esclusivamente un interesse che non ha futuro. Di lì nasce la violenza come bisogno di ottenere, a qualunque costo, ciò che al momento si desidera. Ad esempio, la vittoria della propria squadra, l'assistere alla partita anche se non c'è posto. Senza preoccuparsi delle conseguenze future. Attendiamoci altre manifestazioni di violenza e di suggestioni collettive se non cambiamo la nostra mentalità di vivere il presente. I posti a sedere e le misure di sicurezza sono ottime cose. Ma non sono sufficienti, perché anche stando seduto posso dare un pugno al mio vicino".
A quattro anni dalla strage nello stadio di Bruxelles
L'ombra del dramma di Sheffield su un processo che non trova colpevoli.
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE. BRUXELLES - Risvegliati dal dramma di Sheffield, i fantasmi dell'Heysel battono alla porta della giustizia. Ma dalla sentenza che pronuncerà domani il giudice Verlinden, sotto la grande cupola del tribunale di Bruxelles, difficilmente emergerà un esauriente quadro delle colpe per i 39 spettatori - 32 erano italiani - uccisi la sera del 29 maggio 1985. A conclusione di un processo durato più di sei mesi, le labili prove portate contro gli hooligans del Liverpool non apriranno la strada alle severe condanne che si erano auspicate. Quasi dimenticato e stancamente avviato verso il suo esito inconcludente, il processo dell'Heysel riflette inevitabilmente l'angoscia dell'ultima tragedia calcistica britannica: protagonisti in entrambi i casi i supporters inglesi, anzi proprio quelli del Liverpool, è difficile sfuggire alla conclusione che la meccanica dei due incidenti può essere stata diversa, ma che identica - la violenza - ne è stata la matrice. Probabilmente la sentenza di domani non sarà l'ultimo atto dell'Heysel. Seguiranno infatti ricorsi e azioni civili; ma per 39 morti e per i 600 feriti, per i loro familiari, per tutti coloro che hanno sofferto in seguito agli avvenimenti di quella notte, è come se si chiudesse la rincorsa alla giustizia. Dei 26 hooligans portati in giudizio dopo oltre tre anni di indagini, undici sono stati esonerati dalla stessa accusa: uno era in carcere in Gran Bretagna e due sono stati ritenuti estranei ai fatti, mentre per altri otto è stata chiesta l'assoluzione col beneficio del dubbio. Per i rimanenti quindici sono state chieste condanne di tre o quattro anni, non meglio specificate, per le quali il pubblico ministero si è rimesso al giudizio della corte. Questo può significare che l'accusa non ritiene di avere dimostrato gli estremi della premeditazione, che si tradurrebbe in pene massime di dieci anni; peggio, che non è neppure convinta di avere dimostrato le lesioni volontarie e l'omicidio preterintenzionale. Come ha ben sottolineato la difesa, inoltre, non esiste nella giurisprudenza belga il concetto di "reato collettivo". I gesti di alcuni singoli, cioè, non possono essere "collettivizzati"; e quindi non può esserci condanna per la causa principale dei decessi, il soffocamento dovuto ai grandi spostamenti di folla, sebbene questi siano stati a loro volta dovuti a gesti teppistici di singoli individui. E se anche il giudice Verlinden indicherà responsabilità civili per gli autorevoli personaggi che hanno diviso con gli hooligans il banco degli accusati, mossa che aprirebbe la via ai risarcimenti da parte delle compagnie assicuratrici, pochi saranno gli strascichi penali. Per il presidente e per il segretario dell'Uefa, Jacques Georges e Hans Bangerter, nonché per il sindaco di Bruxelles Hervé Brouhon e per l'assessore allo sport Vivianne Baro, è stata la stessa accusa a chiedere l'assoluzione. Per gli altri imputati - il segretario della federazione belga Albert Roosens e i due gendarmi responsabili della sicurezza nello stadio, il maggiore Michel Kensier e il capitano Johan Mahieu, tutti passibili di pene massime di due anni - il pubblico ministero non ha fatto una richiesta precisa: come per gli hooligans, si è rimesso alla volontà della corte. Potrebbe davvero finire con tutti in libertà, sia pure attraverso i benefici della condizionale. A meno che l'esigenza di un capro espiatorio spinga all'esemplare condanna di almeno una persona.
Sentenza stamane per la strage di Juve-Liverpool.
BRUXELLES - Un processo per la strage dello stadio di Heysel si concluderà con la condanna di 14 dei 25 tifosi teppisti britannici. Questo l'annuncio che ha dato stamani il presidente del tribunale, Pierre Verlinden, iniziando la lettura delle conclusioni del procedimento. Gli altri 11 teppisti, i tristemente famosi "hooligans" a giudizio, saranno assolti. Le richieste della pubblica accusa erano state: la condanna di 15 teppisti e l'assoluzione, per non avere commesso il fatto o per insufficienza di prove, di dieci di essi. L'entità delle pene, ha detto il presidente del tribunale, sarà annunciata in un secondo tempo, probabilmente nella tarda serata. Si è potuto constatare alla lettura delle conclusioni del processo che il tono del presidente nei confronti degli imputati è stato estremamente duro e severo. Si sta esaurendo così, dopo un lungo e travagliato periodo di indagini non sempre condotte secondo quanto speravano e pretendevano i familiari delle vittime, il primo atto di una delle più tragiche vicende che abbiano funestato il mondo dello sport. Il dibattito iniziatosi il 17 ottobre racchiude in 564 pagine la "verità" su quella terribile serata del 29 maggio 1985 in cui morirono allo stadio dell'Heysel 39 persone delle quali 32 italiane. Soltanto il 9 settembre del 1987 gli hooligans furono trasferiti dall'Inghilterra a Bruxelles e rinchiusi nel carcere di Leuven. Ma la detenzione durò soltanto un mese, il 17 ottobre 1988 ebbe finalmente inizio il processo che rischiò subito la paralisi giacché i difensori degli hooligans chiesero che fossero lette in aula tutte le 48 mila pagine agli atti. Per fortuna, il presidente volle sfoltire la procedura, ma lo scorso 13 febbraio vi fu un nuovo colpo di scena. Dopo le arringhe dei difensori, il procuratore del re chiese due assoluzioni con formula piena e 8 con formula dubitativa per gli imputati inglesi e per gli altri 15 condanne a discrezione della corte. Inoltre, chiese l'assoluzione per l'Uefa e per la città di Bruxelles individuando solo nel capitano della gendarmeria Mahieu e nel segretario dell'Unione belga Roosens eventuali responsabili. Questa mattina alle ore 9, il presidente del tribunale ha dato inizio alla lettura della sentenza che continuerà per tutta la giornata di oggi. In aula oltre agli imputati, erano presenti 150 giornalisti provenienti da tutto il mondo (una decina dall'Italia).
BRUXELLES - Nessuna vendetta, chiediamo solo giustizia. Lidia e Salvatore Mastroiaco parlano con un filo di voce. Si tengono per mano, gli occhi lucidi, sconvolti da una tragedia immensa. La sera del 29 maggio 1985 il loro figlio Gianni era lì, nel settore Z della curva allo stadio di Heysel. Era partito da Rieti con un gruppo di amici. "C'era la Juve, finale della Coppa dei Campioni - ricordano. Era un ragazzo felice, spensierato. Non lo abbiamo più visto, l'ha ucciso la furia degli hooligans. Una violenza senza ragione, bestiale, immotivata... Cosa ci aspettiamo ? Solo giustizia. Vogliamo che venga punito chi ha assassinato nostro figlio". Sul DC9 Alitalia diretto a Bruxelles rabbia e speranza dominano i racconti. A bordo ci sono una trentina di parenti dei 32 italiani morti dopo l'assalto dei red del Liverpool. Madri e padri che hanno perso i loro cari. Mogli rimaste improvvisamente vedove. Sguardi spenti che si perdono nel vuoto. Stamani saranno tutti lì, nella grande aula del tribunale del Palais de Justice di Bruxelles, per ascoltare il verdetto della corte chiamata a giudicare 32 imputati del massacro di Heysel. Dai 25 supporter del Liverpool (la posizione di un tifoso è stata stralciata perché in galera in Inghilterra), inchiodati dalle riprese Tv, a Jacques Georges e Hans Bangerter, presidente e segretario della Uefa. Da Hervé Brouhon, sindaco di Bruxelles, a Vivianne Baro, assessore allo sport, ad Albert Roosens, segretario dell'Unione calcio belga, a Michel Kensier e Johans Mahieu, rispettivamente maggiore e capitano della Gendarmerie, entrambi responsabili del servizio d'ordine allo stadio della città. Saranno presenti anche gli avvocati di parte civile. Uno stuolo di legali, deciso e combattivo. Per tutti questi mesi hanno seguito le udienze del dibattimento, incalzando la corte con una serie di richieste. Per tutti parla l'avvocato Bruzio Pirroncelli, del Foro di Roma. Da questa sentenza ci aspettiamo ben poco, ammette. Gli hooligans, probabilmente, saranno assolti per insufficienza di prove. Ma quello che non riusciamo ad accettare è l'assoluzione del responsabili della Uefa. Loro hanno organizzato l'incontro, loro hanno incassato l'83 per cento degli introiti, loro hanno svolto un ruolo determinante in tutta la vicenda. Ci aspettiamo la condanna dell'Unione calcio belga e dei responsabili del servizio d' ordine. Interviene Otello Lorentini, 54 anni. E' il presidente dell'associazione che raccoglie i familiari delle vittime di Heysel. Nello stadio della morte ha perso un figlio, Roberto. Una tragedia nella tragedia. Si era salvato dalle cariche bestiali degli hooligans. Ma, in quanto medico, era tornato indietro per assistere i feriti. La seconda carica lo ha travolto. Il padre non si dà pace: Come faccio a dimenticare quella gente ? Io li ho visti, con i miei occhi. Ci aggredivano con violenza, con rabbia. Armati di spranghe, di bastoni, di pietre, ci spingevano verso il muro. Li ho visti picchiare, sputare, lanciare in aria, in segno di spregio, i documenti e gli oggetti personali dei feriti e dei moribondi. Adesso ci chiedono di perdonare, come la Candy, che sponsorizza la squadra del Liverpool... No, purtroppo, non ce la sentiamo di perdonare. E' ancora troppo presto. Il massacro di Sheffield forse avrà insegnato loro qualcosa. Avranno finalmente capito cosa si prova quando si muore in modo così assurdo"... Ma la requisitoria del Pubblico ministero, Pierre Erauw, ha spianato la strada verso un verdetto mite. Gli hooligans hanno continuato a gridare la loro innocenza. I filmati, acquisiti agli atti del processo, mostrano due, tre giovani che brandiscono dei bastoni e lanciano alcune pietre. Prove che, per la pubblica accusa, sono insufficienti per incastrare i responsabili. E, motivo determinante, per accogliere la tesi della premeditazione. Alla fine, ha chiesto l'assoluzione per otto hooligans, e la condanna per altri quindici. Nessuno azzarda previsioni. Anche se molti sono convinti che l'unico a pagare il prezzo della strage sarà il capitano della Gendarmerie, Johans Mahieu. Era la sua prima esperienza di ordine pubblico allo stadio ed in aula ha ammesso che i walkie-talkie della polizia non erano muniti di batterie. In questo clima di generale indifferenza, creato da una città che vuole rimuovere e dimenticare l'incubo di un assurdo massacro, i parenti delle vittime si aggrappano all'ultima speranza. La speranza di una condanna che apra la strada verso il risarcimento.
Oggi a Bruxelles si conclude il processo
Indizi confusi e giuridicamente dubbi: dei 32 imputati (25 hooligan) nessuno rischia condanne troppo dure. L'ombra della tragedia di Sheffield. Solo la recente strage in Inghilterra ha in parte ravvivato l’interesse per una vicenda che dura dal luglio ’86.
Tre anni e undici mesi dopo quella maledetta sera del 29 maggio 1985, sulla strage dello stadio di Heysel (39 morti, travolti dalla furia scatenata dei tifosi del Liverpool) cala il sipario della giustizia. Oggi il tribunale di Bruxelles emetterà la sentenza di un processo che dura, ormai, dal luglio dell'86. Dei 92 imputati nessuno rischia condanne troppo dure.
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE. BRUXELLES - Per leggere la sentenza, si prevede, il presidente del tribunale Pierre Verlynden impiegherà diverse ore, per dar tempo agli interpreti di tradurla. Ma tanta lentezza non rischia davvero di rovinare la "suspense": dalla conclusione del processo per la tragedia di Heysel nessuno si aspetta fatti sconvolgenti, né giustizie esemplari. Dei 32 imputati, 25 "hooligan" britannici (all'inizio erano 26, poi la posizione di uno è stata stralciata perché è già condannato, per altri motivi, in patria), due ufficiali della gendarmeria belga, l'ex segretario dell’Unione calcistica belga, il presidente e il segretario generale della Uefa, il borgomastro e l'assessore allo Sport della città di Bruxelles, nessuno rischia più di tanto. Gli elementi a carico dei teppisti, identificati sulla base delle riprese televisive, sono abbastanza confusi e giuridicamente dubbi, al punto che lo stesso pubblico ministero, nel corso del dibattimento, ha messo in Iuce il fatto che per molti regga l'imputazione di omicidio preterintenzionale. L'Unione calcistica belga e la Uefa rischiano al massimo una condanna simbolica e pro-forma, che servirebbe solo a permettere alle assicurazioni di pagare (chissà quando) il premio alle famiglie delle vittime e ai feriti di quel 29 maggio. Il borgomastro e l'assessore allo sport di Bruxelles sono già, praticamente, usciti dal processo: "puliti", come si dice. L’unico che ha da temere, fra gli imputati belgi, è il capitano della gendarmeria Johan Mahieu, che quella sera maledetta era "responsabile" dell'ordine pubblico all’Heysel e sbagliò tutto. "Fino ad allora - si è giustificato al processo - non avevo mai messo piede in uno stadio"... Il suo superiore diretto, il maggiore Michel Kensier, invece, ha ottime probabilità di passarla liscia; Il principio delle responsabilità di chi comanda, in questa tristissima storia, non ha mai contato molto. Fin dall’inizio, quando, poche ore dopo la strage, il ministro degli interni Charles-Ferdinand Nothomb a chi gli chiedeva le dimissioni rispose: "E perché mai ? lo che c’entro ?". È ben difficile, insomma, che i parenti dei 32 morti di Heysel, una trentina, attesi a Bruxelles per stamani, scioperi aerei permettendo, possano aver almeno la consolazione di veder fatta giustizia. D'altronde, nonostante l'impegno dei legali di parte civile, coordinati dall’avvocato italo-belga Daniel Vedovatto, il processo aveva preso un andamento discutibile fin dalle prime battute. Per ottenere l'estradizione dei 26, poi diventati 25, "hooligans" riconosciuti nelle riprese tv, le autorità belghe avevano impiegato mesi e mesi. Poi, in base ad accordi mai chiariti del tutto con il governo di Londra, li aveva sistemati in prigioni di tutto comodo (il che provocò addirittura la rivolta dei detenuti "normali" in due carceri di Bruxelles) e quindi rilasciati su una serie di cauzioni che non si sa chi abbia, alla fine, pagato. La prima apertura del procedimento, il 2 luglio dell’86, fu una specie di finta giuridica: gli atti, oltre 50 mila pagine, che il tribunale pretendeva che venissero pagate, e a peso d’oro, erano del tutto sconosciuti agli avvocati, cosicché fu necessario un rinvio di oltre due anni, fino all'ottobre dell‘88. Tra le schermaglie legali e le lungaggini, il dibattito aveva finito per perdere ogni interesse e la fiducia che arrivasse a una conclusione significativa si era ben presto persa. Dalle udienze, a poco e poco, scomparivano i vestiti a lutto dei parenti delle vittime e i giornali relegavano la cronaca nelle pagine interne. La tragedia di Sheffield ha riacceso l'attenzione su una storia che cominciava a divenire "lontana" nel tempo e, soprattutto, nelle coscienze. Resta da chiedersi se quello che è successo nello stadio inglese, la ripetizione di una follia che dopo Heysel era sembrata davvero irripetibile, influirà in qualche modo sulla conclusione del processo di Bruxelles. Ma c’è da dubitarne.
Sedici condannati e sei assolti. Riconosciuta la responsabilità della Federcalcio belga ma non dell’Uefa. Duri commenti dei parenti delle vittime.
Strage archiviata. Assoluzione per i padroni del pallone. Sedici condanne e sedici assoluzioni; tre anni di reclusione con la condizionale per 14 dei 25 teppisti britannici individuati tra la folla; pene minori per due degli accusati belgi; negata ogni responsabilità dell’Uefa. Il processo per la strage dell’Heysel si è chiuso ieri con una sentenza che lascia l'amaro in bocca. Quattro anni dopo, nessuno dei responsabili di quella follia è in carcere.
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE. BRUXELLES - Delle meticolose misure di sicurezza dispiegate il 17 ottobre scorso, quando il processo per la strage dell'Heysel si era aperto (o, meglio, riaperto, dopo una prima falsa partenza) sono rimasti il "metal detector" all'ingresso dell'aula e un cordone di poliziotti annoiati. Il grande processo alla follia della violenza negli stadi non eccita più gli animi, e da un bel po' di tempo. Sotto la cupola enorme del palazzo di giustizia di Bruxelles, che dovrebbe simboleggiare nel suo neoclassico "kitsch" la sacralità della Giustizia, si affollano giornalisti e cameramen, ma di curiosi, stavolta, non ce ne sono molti. Di avvocati, sì, invece, in tocco e toga e sir Henry Livermoore, il super patron degli accusati inglesi, anche con la parrucca in testa, come si usa a casa sua. Tanti avvocati perché questo è un processo difficile, molto "tecnico", come dice chi se ne intende, e senza precedenti, almeno in Belgio: 50 mila pagine di atti istruttori, elementi di prova inediti, come le riprese tv che hanno permesso di identificare 26 persone (su quanti: cinquecento, mille ?) "nella massa scatenata che quella sera, tre anni e 11 mesi fa, travolse la tribuna "Z" e lasciò per terra 39 morti, un complicato intreccio di elementi penali ed elementi civili, i risarcimenti per i sopravvissuti e i parenti delle vittime… Quando il presidente della Corte Pierre Verlynden comincia, verso le 10 del mattino, a leggere la sentenza, le ultime curiosità si sono già spente. Come finirà questo processo "esemplare", più o meno già si sa. A fugare le ultime incertezze, il giudice Verlynden ha fatto discretamente sapere in giro che la sua sentenza era pronta da tempo, da prima, per intenderci, del nuovo massacro della "guerra degli stadi", quello di Sheffield, che così qualcuno aveva pensato avrebbe potuto influire sul giudizio. Solo dalle file in cui si sono raggruppati i parenti dei morti, le vedove con il nero del lutto, le madri, i padri, i fratelli viene ancora qualche segno di passione, scambi di occhiate inquiete, qualche parola a bassa voce, qualche messaggio per gli avvocati di parte civile. Più avanti, dove sono seduti i 32 imputati, l'atmosfera è distesa: nessuno rischia troppo. E tutti già lo sanno. Pian piano, in francese prima e in inglese poi, si sgranano le cifre della sentenze. Undici degli accusati inglesi sono assolti: la Corte non ha potuto provare nessuna particolare colpevolezza, pur se li ha riconosciuti tutti nella massa inquadrata dalle telecamere quella sera maledetta. Assolto il maggiore Michel Kensier, che quella sera dirigeva dal suo ufficio le operazioni della gendarmeria dentro e intorno allo stadio: non ha sbagliato nulla, secondo il tribunale, e una responsabilità particolare, per chi risponde dell'operato dei propri sottoposti, non esiste, evidentemente. D’altronde, neppure il ministro degli Interni del tempo, Charles Ferdinand Nothomb, sentì il dovere di dimettersi (figuriamoci) e neppure di scusarsi... Assolta anche l'Uefa, nelle persone del presidente Jacques George e del segretario generale Hans Baugerter. L’idea di far giocare una partita "calda" come la finale della Coppa dei Campioni fra il Liverpool e la Juventus in uno stadio per niente attrezzato come quello di Bruxelles fu certo un errore, ma non è una colpa, secondo la giustizia belga. Assolti e questo era previsto fin dall’inizio anche il borgomastro di Bruxelles Hervé Brouhon e l’assessore allo sport Viviane Baro. La signora Baro, la sera del 29 maggio '85, era anche lei allo stadio, ma se ne andò quando cominciarono gli incidenti. Non aveva visto, non sapeva che le tribune dell’Heysel erano insicure, una trappola nel caso di scontri fra tifosi o di aggressioni. Ed ecco le condanne. Quattordici dei 26 teppisti chiamati in giudizio (la posizione di uno è stata poi stralciata perché sconta già una pena in patria) sono stati riconosciuti colpevoli di colpi e lesioni tali da provocare la morte e condannati a tre anni di reclusione con sospensione condizionale della metà della pena per un periodo di cinque anni. Significa un anno e mezzo di carcere a meno che, nel corso dei prossimi cinque anni, e qui in Belgio, non vengano condannati per qualche altro reato penale. A quell'anno e mezzo vanno tolti sei mesi, già scontati di carcerazione preventiva. Ma anche i dodici mesi che restano è molto, molto difficile che li debbano trascorrere davvero in prigione. Il pubblico ministero Pierre Erauw avrebbe dovuto chiedere l'ordine d'arresto, e fino a ieri sera non lo aveva fatto. E dei quattordici condannati britannici, alla riapertura dell'udienza del pomeriggio, nell'aula del processo non restava che la memoria e la preoccupazione di un'avvocatessa belga che aveva visto sparire il suo cliente e, probabilmente, la parcella. In teoria i 14 potrebbero essere riestradati in Belgio, ma chi ci crede ? Tanto per confermare l'impressione che, anche in questo caso, la giustizia sia particolarmente severa solo con i pesci piccoli, il tribunale, che ha assolto il suo diretto superiore, ha condannato invece 9 mesi con la condizionale e una fortuna in indennizzi alle parti lese per il maggiore della gendarmeria Johan Mahieu che quella sera era sul posto. E l’ex segretario dell'Unione calcistica belga Albert Roosens che si è preso sei mesi con la condizionale sacrificato sull’altare della necessità di considerare comunque responsabile l'Unione in modo da assicurare una "parte solvente" per i risarcimenti civili. L'udienza del mattino si conclude ed è il momento, amaro, dei commenti: "Volevamo una sentenza esemplare e non l'abbiamo avuta" dice Otello Lorentini, che all’Heysel ha perso un figlio e dirige l’associazione dei parenti delle vittime – quindi che vuole che dica ? Siamo delusi. Avrebbero almeno dovuto condannare l'Uefa: sono i dirigenti del calcio internazionale che hanno sbagliato allora e che potrebbero sbagliare ancora". "Una sentenza deludente - aggiunge Marilena Fabbro che ha perso il marito - non cercavamo vendetta, ma giustizia quella sì, ci era dovuta". Poche ore più tardi comincia la lettura del dispositivo civile della sentenza: i risarcimenti e gli indennizzi per i morti e i feriti. Il presidente spiega chi e quanto deve pagare, e a chi e perché in una contabilità crudele, che stabilisce quanto "valga" un morto, quanto si debba "pagare" un lutto, o il dramma di chi porta ancora sul corpo o nella mente le ferite di quella sera maledetta. A pagare saranno, probabilmente le assicurazioni e l'Unione calcistica perché gli accusati britannici non sono "solvibili". Si tratta di povera gente. E anche questo è un aspetto amaro della storia dell’Heysel che arriva alla sua fine.
Miti condanne per la strage allo stadio di Bruxelles che costò la vita a 39 persone. Liberi (tre anni con la condizionale) 14 hooligan, 9 mesi al capo della sicurezza, assolta la Uefa.
Sedici assoluzioni e sedici condanne, ma nessuno è in carcere, e nessuno probabilmente ci andrà, per la strage dello stadio di Heysel che costò la vita, il 29 maggio di quattro anni fa, a 39 persone. Il Tribunale di Bruxelles ha condannato 14 "hooligan", ma ha assolto i dirigenti del calcio internazionale e le autorità belghe che della follia di quella sera portano responsabilità non facili da dimenticare.
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE. BRUXELLES - "Volevamo una sentenza esemplare e non l'abbiamo avuta". Otello Lorentini nella tragedia del Heysel ha perso un figlio, ed è presidente dell'associazione dei parenti delle vittime: il suo commento vale più di ogni altra spiegazione sul significato della sentenza con cui ieri si è concluso il lungo e difficile processo per la strage del 29 maggio dell'85. Trentanove morti (trentadue italiani), uccisi sulle gradinate dello stadio di Bruxelles dalla furia dei teppisti del Liverpool, ma anche dall'insipienza, dagli errori e dalla irresponsabilità di chi avrebbe dovuto impedire che una simile tragedia avvenisse: l'Uefa, che aveva organizzato la finale della Coppa dei Campioni, Juventus-Liverpool, in uno stadio manifestamente inadatto; la gendarmeria belga, che non seppe mantenere l’ordine; le autorità di Bruxelles, che non si erano "accorte" che l'Heysel era in realtà una trappola pericolosa. La sentenza punisce solo una parte dei colpevoli, lascia la sensazione amara che i morti di Heysel non abbiano diritto alla giustizia e il dubbio inquietante che il fenomeno della violenza negli stadi (riesploso in forma ancor più tragica a Sheffield) possa continuare a sfuggire ai principi di responsabilità che regolano la vita civile. Dei condannati i 14 teppisti, un ufficiale della gendarmeria e il segretario dell'Unione calcistica belga nessuno è in prigione e nessuno, probabilmente, ci andrà mai. Riconosciuti colpevoli di "colpi e lesioni tali da provocare la morte", sono stati condannati a tre anni di reclusione con sospensione condizionale di metà della pena per un periodo di cinque anni. Un anno e mezzo di carcere; quindi, e in Belgio, a condizione che entro i prossimi cinque anni non vengono condannati per altri reati nello stesso territorio belga. I britannici se ne sono tornati a casa prima ancora che fosse finita la lettura della sentenza ed è molto improbabile che vengano in futuro rinviati in Belgio. Gli altri due beneficeranno della condizionale. Per quanto riguarda i risarcimenti e gli indennizzi per i morti e per i feriti, si incaricheranno probabilmente le assicurazioni e l'Unione calcistica, dal momento che gli accusati britannici non sono "solvibili".
LONDRA - C'è grande sollievo a Liverpool e in tutta l’Inghilterra dopo la sentenza pronunciata ieri a Bruxelles. Il segretario all'Interno Douglas Hard si è dichiarato soddisfatto del verdetto. "Il governo venne criticato quando decidemmo di permettere l'estradizione dei tifosi in Belgio, ma ora gli eventi hanno provato la giustezza della nostra posizione. Il sistema giudiziario belga è diverso dal nostro, ma nel complesso tutto si è svolto secondo le regole". Alla domanda se consentirà l'estradizione dei quattordici tifosi che sono stati condannati nel caso le autorità belghe decidano di procedere alla loro incarcerazione, Hurd ha risposto: "È troppo presto per dare una risposta. Probabilmente ci sarà un appello. Vedremo". Anche a Downing Street dove la Thatcher proprio oggi ha ricevuto Ciriaco De Mita l'impressione è che le cose siano andate secondo i piani. Il premier è riuscito a dimostrare agli altri paesi della Comunità che quando si tratta di hooligan non c’è protezione che tenga. Se un tribunale straniero li vuole, deve averli, affinché venga fatta giustizia. Ma il sollievo negli ambienti governativi è anche dovuto al fatto che la natura della sentenza non crea problemi a livello diplomatico tra i due paesi. Anche sir Harry Livermoore, l'avvocato di Liverpool che ha difeso alcuni degli imputati, si è dichiarato soddisfatto. In passato aveva criticato le procedure legali belghe trattandole come inferiori a quelle britanniche tanto da sollevare dubbi sulla possibilità di un'equa sentenza. "Le assoluzioni sono ok. Mi pare però che una condanna alla prigione dopo che sono trascorsi quattro anni dagli avvenimenti, sia un po’ forte. Allo stesso tempo devo dire che, se fossero stati processati in Gran Bretagna, le cose sarebbero andate peggio". Ha confermato che ci sarà un appello entro i prossimi quindici giorni. "Anche se non lo chiediamo noi, lo chiederanno i rappresentanti degli altri imputati belgi che sono stati condannati. Speriamo solo che questo non ci riporti indietro creando complicazioni per i nostri giovani. Hanno sofferto abbastanza". Uno degli imputati che non è andato a Bruxelles per ascoltare la sentenza ha dichiarato: "Sono stato trattato ottimamente dalle autorità belghe. La sentenza è giusta". Ma una reazione completamente diversa è venuta da un tifoso presente alla lettura del verdetto. Si è alzato ed è uscito quasi di corsa senza aspettare di conoscere la sentenza e, scontrandosi coi cameramen inglesi, ha gridato: "È caos completo, tutto il processo è stato un caos". La frase è servita a ricordare che lo scorso anno questa definizione venne usata da quasi tutti i tifosi, dai loro avvocati e dalla maggior parte dei media britannici per indicare la loro mancanza di fiducia nella giustizia belga. Secondo un loro imputato, Alan Woodray, "il processo è stato preordinato e la sentenza non è venuta dal giudice, ma da qualche altra fonte". John Smith, dirigente del Liverpool Football Club, ha dichiarato; "Spero che ora si sia giunti alla fine di questa storia. Si è protratta troppo a lungo ed è tempo che le cose tornino alla normalità". La sentenza era attesa con particolare ansia a Liverpool e a Sheffield dove proprio ieri sono iniziati i lavori dell'inchiesta per stabilire le responsabilità della tragedia di Hillsborough dove hooliganismo, cattiva organizzazione e deficienze nelle misure di sicurezza dentro e fuori lo stadio, hanno causato la morte di novantacinque tifosi.
Non saranno molto soddisfatti, i parenti delle vittime di Bruxelles, di questa sentenza blanda seguita a un'istruttoria pigra. Ci si chiede quale "soddisfazione giudiziaria", e insomma quanti anni di galera, ci vorrebbero per lavare una macchia di dolore così indelebile perché così stupida e inutile. Gli hooligans se la cavano a buon prezzo; anche nel loro caso, del resto, nessun castigo sembrerebbe in grado di ricondurli alla ragione, visto che neppure i cento morti di Sheffield (quasi tutti tifosi del Liverpool) sono serviti a placare i gruppetti di potenziali assassini che riempiono gli stadi d’Europa. La sentenza di Bruxelles (imperdonabile per la pilatesca decisione di non coinvolgere nemmeno da lontano i capoccioni dell'Uefa, che decisero di assegnare a uno stadio pateticamente vecchio e insicuro una finale "calda" come Liverpool-Juventus) attribuisce almeno la responsabilità civile dell'eccidio alla Federcalcio belga. Cosa che consentirà ai parenti delle vittime, probabilmente, di ottenere lo straccio di un risarcimento. Ma è scandaloso, per tutti gli uomini di buona volontà, che i padroni del calcio (coloro, per entrare nel merito, che ci mangiano sopra e sul pallone ritagliando fette di potere) continuino a godere di una sostanziale impunità per tutto ciò che dentro al calcio accade.
Le reazioni a Torino
TORINO - Una sentenza che ha lasciato sconcertati. Quattordici condanne per la strage dell'Heysel, tutti hooligans. Altri undici teppisti liberi, nessuna pena per i poliziotti e le autorità belghe. A Torino sono stanchi di ripetere le stesse cose. La fiducia nella giustizia belga era già venuta meno in questi quattro lunghi anni di attesa. Nessuno si illudeva più di tanto, come aveva detto Scirea in questi giorni, facendosi portavoce di una sensazione generale. Il presidente della Juve, Giampiero Boniperti, ha detto: "Come sempre, purtroppo, si è rivelato estremamente difficile individuare e colpire i responsabili. Condivido e capisco l'amarezza dei parenti delle vittime. Nessuna sentenza avrebbe mai potuto ripagarli, né restituire loro gli affetti che hanno perso". Ma le loro reazioni autentiche non lasciano dubbi sui sentimenti con cui la notizia della sentenza viene accolta. Tiziana Russo, vedova del marito Domenico, si era già espressa pessimisticamente in altre circostanze. È ancora l'amarezza che sgorga dalle sue parole: "Non è che la logica conclusione dei fatti di questi anni. Prima il tentativo di insabbiare tutto, poi i rinvii e adesso la sentenza che è una presa in giro. Non si capisce perché i colpevoli siano solo i teppisti e perché, fra loro, una parte sia meno colpevole". Carlo Duchene, pinerolese, fu preso a sprangate da James Mcgill, tifoso del Liverpool. Rimase invalido, mentre l'inglese se la cavò con 40 mesi di carcere e una multa di 5 milioni di franchi. "Avrebbe dovuto restare in prigione per tutta la vita - dice Duchene. Ora sono diventato anche più cattivo di allora, il calcio non mi interessa più, è finito tutto quella sera nel settore dell'Heysel. La sentenza conferma l'atmosfera che c'era al processo: gli avvocati degli hooligan" hanno avuto il coraggio di accusare gli italiani. Ormai si va allo stadio par sfogarsi, non più per divertirsi. Isabella Landini, nipote di Gioacchino Landini, perito all’Heysel, va controcorrente, solo per affermare l'angoscia accumulata e per testimoniare uno stato d'animo vicino alla rassegnazione: "Pensavamo peggio. Dopo tutti i rinvii, gli insabbiamenti, il minimo che ci si poteva aspettare era una manciata di assoluzioni. E’ vero, le pene non sono state né severe, né distribuite con equità. Non vedo nomi di poliziotti o di autorità tra i condannati. Eppure la polizia non ha fatto niente per evitare il massacro, anzi, respingeva la folla che cercava di scappare. Gli hooligans non sono stati i soli responsabili. E poi, perché punirne solo una parte ? La follia collettiva è stata responsabilità di tutti". Per lei, diciannovenne, sarà un po’ più facile dimenticare. Per suo padre, no. "Non bisogna fare di tutte le erbe un fascio: e la mia famiglia ha cercato di mantenere il senso della giustizia senza odiare indiscriminatamente tutti. Ma rimarrà sempre un senso di profonda ingiustizia fuori, quando ti presenti agli occhi della gente e non puoi nascondere il peso che ti si legge in viso".
Giampiero Boniperti, presidente della Juventus, ha così commentato la sentenza di Bruxelles sull'Heysel: "Purtroppo si è rivelato molto difficile, come spesso accade, individuare e colpire i responsabili. Anche se la tragedia dell'Heysel è stata così atroce, da lasciare in tutti noi una ferita profonda, che non potrà rimarginarsi facilmente. Non abbiamo elementi sufficienti per giudicare con serenità e competenza, la giustizia ha fatto il suo corso, però capisco e condivido l'amarezza dei parenti delle vittime: nessuna sentenza avrebbe mai potuto ripagarli, né restituire loro gli affetti che hanno perso per una assurda follia collettiva che è difficile, realisticamente, imputare soltanto a pochi teppisti". In Gran Bretagna la sentenza ha scatenato la protesta delle famiglie dei tifosi condannati. "Sono disgustata - è la reazione di Gillian Evans, moglie di uno dei 14 tifosi del Liverpool indicati come colpevoli dalla corte belga - ancora una volta siamo stati trattati come capri espiatori. Questa non è giustizia". Joan Hurst, a capo di un'associazione di solidarietà fra le famiglie degli accusati, si è detta "addolorata per le mamme dei condannati. Questa sentenza scarica addosso alle famiglie un ulteriore carico di pressioni e problemi dopo che hanno già sofferto cosi tanto". Il presidente del Liverpool, John Smith, ha detto: "Processo è durato fin troppo, spero che sia l'epilogo di questo sconvolgente disastro. Ora potremo ritornare il più presto alla normalità". Il portavoce laborista Barry Sheerman ha detto alla Bbc: "Se qualcuno va all'estero per commettere reati di violenza e di aggressione è lecito che si aspetti di essere portato davanti ad un tribunale nel Paese dove ha commesso il crimine". r. s.
I parenti delle vittime e gli scampati reagiscono con sdegno alla sentenza sull'Heysel
"E le responsabilità degli organizzatori ?" - si chiede Carlo Duchene che rimase in coma per 27 giorni. "Non volevamo vendette, non abbiamo avuto giustizia" dice Otello Lorentini che perse il figlio. "Provo gli stessi sentimenti di allora" confessa Tiziana Russo, che non rivide, più il marito.
TORINO - La disperazione e la rabbia di quei giorni si sono stemperate, ma tutti dicono: "Volevamo giustizia e non c'è stata; siamo delusi, e sconfitti". Carlo Duchene ha oggi 38 anni. Il 29 maggio 1985 fu preso a sprangate da un tifoso del Liverpool mentre già era lontano dallo stadio: "Mi aggredì alle spalle, ma io non ricordo più nulla. Ho ancora in mente l'eco festosa della tifoseria italiana, lo sventolare delle bandiere. Poi tutto è confuso. Non voglio più pensare, altrimenti impazzirei". Rimase in coma per 27 giorni, poi si riprese; la moglie dice: "Un miracolo". Abitavano a Pinerolo, nel Torinese; da un mese la famiglia si è trasferita a Bordighera, un negozio di parrucchiere nel centro, due passi dal mare. "Mi aiuta Yvette, mia moglie; Claude, nostra figlia, ha 11 anni. Se sono vivo debbo molto a lei". Non c'erano più speranze, i medici di Bruxelles suggerirono di far sentire a Carlo Duchene la voce della figlia, registrata su un nastro. Lui ora mormora: "Sento ancora quelle parole, anelli di una catena che mi ha ancorato alla vita". Sulla sentenza dice: "Troppe assoluzioni, pare che nessuno abbia colpe, solo i teppisti, coloro che materialmente ci hanno aggrediti. E le responsabilità degli organizzatori ? No, non chiedetemi un giudizio: io sono vivo, molti hanno perso mariti, figli, parenti. Loro, solo loro, hanno diritto a parlare". Otello Lorentini è presidente dell'Associazione parenti delle vittime: ieri è uscito dal tribunale a capo chino: "Avremmo voluto una sentenza esemplare, siamo profondamente delusi". All'Heysel ha perso il figlio. "Lo so, lo sappiamo, nessuna sentenza avrebbe potuto restituirci i nostri cari. Non volevamo vendette, ma non abbiamo avuto giustizia". Una "giustizia" che invocava anche Carola Bandiera Landini. Abita a Torino in via (omissis), quel giorno all'Heysel ha perso il marito. Ieri mattina era in aula. E' una donna timida, ha portato i figli. Monica ed Andrea. Aveva detto ai vicini, chiudendo casa: "voglio esserci, voglio guardare negli occhi i giudici, voglio capire e sapere perché Gioacchino, mio marito, è morto". E' uscita dall'aula del tribunale con gli occhi gonfi di lacrime: chissà se ha saputo, se ha capito. A Bruxelles doveva andare anche Tiziana Russo. 30 anni, abita a Moncalieri, all'Heysel perse il marito Domenico. In quelle ore drammatiche, quando le prime notizie rimbalzavamo confuse e contraddittorie, aveva "rifiutato" l'ipotesi che il marito fosse tra le vittime. I parenti: "Capitela, è incinta al settimo mese, come può essere così sfortunata ? Continua a ripetere che Domenico è vivo". Poi la bara dal Belgio, le corone dei fiori, il cordoglio della città. "Eravamo felici per il bimbo che doveva nascere, lui non voleva andare, "non ti lascio ", diceva; fui io ad insistere. La morte lo attendeva in quello stadio". Anche lei dai magistrati di Bruxelles aspettava "solo giustizia, ma non basta punire solo qualche tifoso: ci sono le responsabilità degli organizzatori. dell'Uefa, di chi ha venduto biglietti per una zona riservata agli inglesi. Sono passati quattro anni, provo gli stessi sentimenti di allora: dolore, rabbia". Per non rivivere quei momenti, per non ritrovarsi in un incubo, Marco Manfredi, 44 anni, dipendente dell'ospedale Santa Croce di Moncalieri ha preso qualche giorno di ferie ed è fuggito a Massa, in casa di parenti. "Voglio essere lasciato in pace, non voglio neppure sapere", ha detto ai colleghi di lavoro. Era in quello stadio, riuscì a scappare: come, rimarrà sempre un mistero. Si perse, girovago per una settimana, finì in Francia, rientrò in Italia e fu trovato da un amico a Torino. Era in stato confusionale, di quei momenti ha ricordi vaghi, confusi: un "buco nero". Si è ripreso, lavora sempre in ospedale. "Ma è cambiato" - dicono i compagni.- "Parla, ride, ma ogni tanto gli occhi si appannano, fissi nel vuoto, in quel vuoto durato sette lunghi giorni". Delusione, profonda delusione per la sentenza dei giudici di Bruxelles. "Eppure - sono ancora parole di Carlo Duchene - bisogna trovar la forza per perdonare. Ma anche fare di tutto per impedire che quei momenti debbano ripetersi". Lui, strappato alla morte dalle parole della figlia incise su un nastro, ha seguito per televisione quanto è accaduto a Sheffield, altri 95 tifosi massacrati in uno stadio: "Mi sono sentito lì tra loro: qualcuno mi spingeva, stavo cadendo, sono caduto, mi hanno calpestato. Ancora, come quel giorno, quattro anni fa".
Condannati, ma con la condizionale, i tifosi che causarono 39 morti
Assolti Comune di Bruxelles e Uefa. I parenti delle vittime: "I nostri figli si sono uccisi da soli ?".
BRUXELLES - Nessuno in carcere per la strage dell'Heysel. Così hanno deciso i giudici nel processo di primo grado, la cui sentenza è stata letta ieri. I parenti dei 39 tifosi uccisi nel vetusto stadio di Bruxelles chiedevano giustizia. "Ma questa sentenza è un'offesa" hanno detto alla fine. Molti ricorreranno in appello, ma intanto oggi torneranno in Italia "con il cuore pieno di tristezza. Così sembra proprio che i nostri figli si siano uccisi da soli", come dice scuotendo il capo Otello Lorentini, presidente dell'Associazione famigliari delle vittime dell'Heysel. "Volevamo una sentenza esemplare, ma non l'abbiamo avuta. Siamo delusi". La lettura della sentenza per la strage prima di Liverpool-Juventus prende sei ore abbondanti. E riserva qualche sorpresa. Le previsioni della vigilia facevano temere ancor peggio. Soprattutto per gli hooligans, nei confronti dei quali si parlava di un'ampia assoluzione. Non è stato proprio così. Pur escludendo la premeditazione, il tribunale ha ritenuto che non ci siano dubbi sul fatto che 14 dei 25 tifosi inglesi incriminati abbiano capeggiato le cariche selvagge che hanno ferito e ucciso i tifosi: lesioni volontarie, dunque, e tre anni a tutti. Seppur attenuati dalla circostanza che per la metà della pena (decurtata del periodo di detenzione preventiva effettuato, circa sei mesi) viene concessa la condizionale per cinque anni. Ma in galera non finisce nessuno. Il pubblico ministero (Pierre Erauw, che ha brillato per assenza) avrebbe potuto chiederne l'arresto immediato, ma non lo ha fatto. Del resto, probabilmente sarebbe stato troppo tardi. Quando, nella mattinata, le condanne hanno cominciato a prendere forma si è visto un immediato sfoltimento tra i ranghi dei 18 hooligans che si erano presentati in aula. Altre due le condanne, ambedue importanti. Una scontata: quella del capitano della gendarmeria Mahieu. Era lui il responsabile della sicurezza sul campo quella sera. Ha sbagliato tutto, rifugiandosi pateticamente dietro alla circostanza di avere ricevuto ordini sbagliati. "Anche se è vero, ed è tutt'altro che provato - ha detto con durezza il presidente - un ufficiale responsabile adegua gli ordini all'evoluzione delle circostanze e non si comporta da esecutore cieco". A Mahieu sono stati inflitti nove mesi con la condizionale, una multa di 30 mila franchi belgi (poco più di un milione di lire), più un indennizzo simbolico di 5 franchi. 175 lire, per ogni vittima. Condannato anche Albert Roosens, segretario dell'Associazione calcio belga. Sei mesi con la condizionale, più multa e rimborso simbolico. Ma i toni del giudice verso di lui sono stati meno duri. Comprensione, stima per una carriera onorata: ma evidenza penale che era lui il responsabile dell'organizzazione della partita, organizzazione curata con negligenza, così come "insufficiente controllo ed anarchica leggerezza" è stato rivelato dalla sentenza nella vendita dei biglietti, un elemento centrale nella meccanica della tragedia: italiani e britannici non si sarebbero dovuti mai trovare fianco a fianco come avvenne quella sera. Maggiori controlli, poi, dovevano essere fatti perché non erano mancate le "avvisaglie", prima della gara: bande di hooligans avevano sfasciato vetrine e negozi, seminando panico in città. L'importanza della condanna di Roosens è comunque nel fatto che essa trascina con sé la responsabilità civile dell'Unione calcio belga, che dovrà pagare i risarcimenti. E quello dei risarcimenti è un capitolo doloroso. Avviato, seppur non confuso, nella sentenza, sembra promettere molto poco. I danni morali assegnati dalla Corte appaiono bassissimi, oscillando tra i 4 ed i 7 milioni. Ma i belgi spiegano che questi sono i parametri del Paese. Tempi lunghi, invece, per i danni materiali. Nella maggioranza dei casi il giudice ha sì affermato il principio della loro esigibilità, ma ha assegnato una cifra simbolica di rimborso, rinviando tutto ad ulteriori accertamenti peritali. Che sembra aprire la strada ad una serie di transazioni. Poche le decisioni in materia prese già ieri: il rimborso più alto è stato assegnato alla vedova del figlio di Otello Lorentini: 300 milioni di lire. Esce di scena, invece, l'Uefa. La sentenza ne esclude ogni responsabilità, e la stessa cosa ha deciso per il Comune di Bruxelles. Fisicamente alla sbarra erano presidente e segretario generale dell'Uefa, Jacques George e Hans Bargerter, e sindaco ed assessore allo sport di Bruxelles, Hervé Brouhon e Vivianne Baro. Mentre l'assoluzione della municipalità appariva scontata e non ha suscitato reazioni, quella dell'Uefa è stata accolta male dalle parti civili. Insomma, una triste conclusione dopo 5 mesi di processo, 84 udienze, 260 ore di dibattito. E qualcuno mormora che senza la tragedia di Sheffield le cose potevano andare ancora peggio. Non che volessimo vendetta - mormora Marilena Fabbro, che all'Heysel ha perso marito e figlio - ma la giustizia non l'abbiamo avuta. g. e.
Sentenza Heysel, vergognoso ricorso in appello
I commenti inglesi: "Le radici delle stragi nella cultura del nostro calcio".
BRUXELLES - "Sentenze come questa non riusciranno a tenere alla larga il teppismo", sostiene l'avvocato Claudio Pasqualin che insieme ad altri cinque legali ha rappresentato al processo sui fatti dell'Heysel i congiunti delle vittime. E aggiunge: "I giudici sono stati troppo indulgenti ed il pubblico ministero Pierre Eraux non ha neppure ordinato l'arresto dei colpevoli dopo la sentenza". Amarezza nelle parole di Marilena Fabbro che nella strage di Bruxelles ha perduto il marito: "In base alla legge belga i quattordici teppisti riconosciuti colpevoli avrebbero potuto essere condannati ad una pena massima di cinque anni di reclusione. Un avvocato, che ha chiesto di conservare l'anonimato, ha spiegato che i giudici si sono trovati in difficoltà nel verdetto perché consapevoli che nella strage erano rimasti coinvolti altri tifosi del Liverpool mai assicurati alla giustizia". La delusione dei familiari delle vittime dell'Heysel è ribadita da Otello Lorentini, presidente dell'associazione costituita dopo la strage. Lorentini ha rilevato una cauta soddisfazione solo per le responsabilità riconosciute all'Unione calcio belga. Ma ha espresso amarezza per la completa assoluzione dell'Uefa e del governo belga. Nel commentare la sentenza il presidente dell'Uefa, Jacques Georges, prosciolto da ogni accusa, se l'è cavata con un generico: "Spero ardentemente che il calcio non debba mai più trovarsi in veste di imputato nell'aula di un tribunale". La stampa inglese non ha accennato soddisfazione per la sentenza, il "Guardian" spera che proprio la tragedia di Sheffield "possa aiutare Liverpool a comprendere l'angoscia in Italia per il disastro dell'Heysel. Nessuna somma offerta dal governo britannico, a parte le miserevoli 5000 sterline pagate per ogni vittima, può compensare le perdite sofferte dalle famiglie italiane". Per l'Independent la sentenza mette in risalto: "...Le radici dei disastri sono insite nella cultura del calcio inglese". Intanto, fatto clamoroso, l'Unione calcio belga riconosciuta civilmente responsabile della tragedia dell'Heysel, e quindi tenuta a risarcire i danni alle famiglie delle vittime, intende ricorrere in appello contro la sentenza. Fra i condannati solo per risarcimento danni anche 14 teppisti, l'ex segretario dell'Unione calcio belga Roosens, un capitano della gendarmeria. La Federazione belga è considerata l'unica parte solvibile, sia per disponibilità proprie sia perché coperta da forti assicurazioni. c. p.
BRUXELLES - Le sentenze emesse per la strage dell'Heysel saranno riesaminate in appello. La magistratura belga ha dato parere favorevole alle istanze presentate dai difensori degli imputati e dai rappresentanti delle parti civili al termine del processo di primo grado, conclusosi il 28 aprile. Non è stata ancora fissata la data d'inizio del nuovo processo, che riguarderà tutti gli imputati, con l'eccezione del vicesindaco della capitale belga Viviane Baro. In primo grado i giudici hanno condannato 14 tifosi inglesi a tre anni e ne hanno assolto altri 11.
ROMA - A favore delle famiglie colpite tre anni fa dall'eccidio allo stadio Heysel, sarebbero stati stanziati complessivamente in ambito Cee, 205 mila sterline (oltre 870 milioni di lire), 200 mila Ecu (300 milioni di lire), 100 mila marchi tedeschi (più di 70 milioni) e oltre due miliardi di lire. Lo rende noto il ministro del Turismo, Sport e Spettacolo, Franco Carraro, in un documento con cui risponde ai deputati Francesco Servello e Adriana Poli Bortone (msi-dn) autori di una interrogazione "sulle gravi difficoltà finanziarie" delle famiglie delle vittime dell'Heysel. I due parlamentari chiedevano fra l'altro al ministro se non ritenesse necessario promuovere "appropriate iniziative" di sostegno economico "sia direttamente, sia presso la Federazione italiana Gioco Calcio". L'elenco delle iniziative rese note dal ministro comprende: 1°) un accredito del governo britannico presso la propria ambasciata a Roma di 155 mila sterline (da destinare alle famiglie colpite), oltre all'istituzione di un fondo supplementare di 50 mila sterline. 2°) 200 mila Ecu stanziati dalla Comunità europea che ha provveduto alla "distribuzione diretta delle relative quote alle famiglie interessate". 3°) L'iniziativa del Belgio per il sostegno "delle spese ospedaliere e funebri". 4°) 100 mila marchi raccolti e distribuiti direttamente dall'Uefa. 5°) Il complesso delle iniziative italiane per oltre 2 miliardi di lire, di cui 197 milioni erogati dal ministero degli Interni e ripartiti "sulla base delle condizioni economiche dei rispettivi nuclei familiari". Fra le altre iniziative italiane si contano 34 milioni di donazioni private "suddivise secondo gli stessi criteri assistenziali del ministero dell'Interno"; 320 milioni, corrispondenti a 10 milioni per ogni congiunto deceduto, sono stati erogati dalla Federazione italiana Gioco Calcio che ha provveduto anche ad un "ulteriore contributo diretto" di 611 milioni. Infine la Fondazione Agnelli è intervenuta con 970 milioni, di cui 812 distribuiti alle famiglie delle 32 vittime e 158 milioni ai 34 feriti, escludendo i 220 casi di feriti leggeri.
"Chiediamo giustizia per le vittime dell'Heysel se ancora non è stata fatta del tutto". Così ha detto l’Arcivescovo di Torino, mons. Giovanni Saldarini, durante l’omelia della messa in occasione del quinto anniversario della tragedia di Bruxelles in cui ha ricordato le "vittime di uno dei tanti gesti irragionevoli che si compiono sulla terra quando si perde la misura". Alla cerimonia religiosa erano presenti molti tifosi, dirigenti e giocatori della Juventus, fra cui il presidente Boniperti e gli allenatori Zoff e Scirea.
﻿Sarà abbattuto l'Heysel nascerà uno stadio sicuro
BRUXELLES - Entro il 1991 lo stadio Heysel di Bruxelles sarà interamente ricostruito. I lavori di demolizione delle strutture attuali cominceranno l'anno prossimo. Lo ha deciso il Consiglio comunale della capitale belga. Il nuovo stadio - destinato a sostituire quello in cui 39 tifosi italiani trovarono la morte il 29 maggio 1985 sotto l'urto degli hooligans del Liverpool, prima della finale di Coppa Campioni con la Juventus - sarà in regola con le più rigorose norme di sicurezza. Lo ha assicurato il borgomastro di Bruxelles, Hervé Brouhon, commentando ieri sera la decisione adottata dal Consiglio comunale. Nell'analisi delle cause della tragedia dell'Heysel, Brouhon era stato severamente criticato: lo stadio infatti appartiene al Comune e il sindaco è responsabile della sicurezza delle strutture che risultarono inadeguate la sera di quella tragica finale.