Source: http://stamparomana.it/2019/04/01/cassazione-prescitta-la-condanna-dellex-direttore-del-tg1-rai-augusto-minzolini/
Timestamp: 2019-07-20 11:36:20+00:00
Document Index: 69433069

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Cassazione: prescitta la condanna dell'ex direttore del Tg1 RAI Augusto Minzolini - Stampa Romana
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Cassazione: prescitta la condanna dell’ex direttore del Tg1 RAI Augusto Minzolini
E’ un altro caso della cronica lentezza della giustizia in Italia: essendo trascorsi ben 9 anni dai fatti é caduta inesorabilmente in prescrizione la condanna dell’ex direttore del Tg1 RAI ed ex senatore di Forza Italia Augusto Minzolini a 4 mesi di reclusione per abuso d’ufficio nei confronti della giornalista Tiziana Ferrario.
E’ questo il verdetto della 6^ Sezione Penale della Cassazione (sentenza n. 13710 depositata il 28 marzo scorso). Spetterà ora alla Corte d’appello civile di Roma riesaminare a fondo gli aspetti civili e valutare gli eventuali indennizzi su una clamorosa vicenda che ha fatto molto discutere dentro e fuori le aule giudiziarie.
La Suprema Corte ha infatti spiegato che “se può ritenersi idoneamente delineata una condotta, oggettivamente violativa dell’art. 2103 del codice civile” per essere stata la Ferrario rimossa dalla conduzione dell’edizione serale del TG 1 e lasciata inattiva sino all’intervento dell’autorità giudiziaria, non risulta idoneamente motivato il fine ritorsivo della condotta e l’intento di Minzolini di arrecarle un danno ingiusto e lesivo della sua professionalità”.
Cassazione 6^ Sezione Penale sentenza n. 13710 del 28 marzo 2019 – udienza 12 febbraio 2019 (Presidente Giorgio Fidelbo, relatore Anna Criscuolo)
http://www.italgiure.giustizia.it/xway/application/nif/clean/hc.dll?verbo=attach&db=snpen&id=./20190328/snpen@s60@a2019@n13710@tS.clean.pdf
1. Con la sentenza in epigrafe la Corte di appello di Roma ha confermato la sentenza in data 15 dicembre 2015 del Tribunale di Roma, che aveva dichiarato Minzolini Augusto colpevole del reato di abuso d’ufficio limitatamente alla condotta compresa tra il marzo ed il dicembre 2010 e, con il riconoscimento delle attenuanti generiche, lo aveva condannato alla pena, sospesa, di mesi quattro di reclusione oltre al risarcimento dei danni in favore della parte civile da liquidarsi in separata sede. Secondo i giudici di merito il Minzolini, in qualità di direttore del TG1-Rai, abusando delle sue funzioni e del suo ufficio ed in violazione dell’art. 2103 cod. civ. e degli artt. 15 Iegge n.300/70 e 3 d.lgs. 216/03, aveva intenzionalmente procurato un danno ingiusto a Tiziana Ferrario, giornalista e redattore capo ad personam, in quanto, dopo averla rimossa dalla conduzione del TG1 delle ore 20.00, aveva omesso, di fatto, di attribuirle qualsiasi mansione nell’ambito della redazione esteri in ragione della posizione critica, assunta dalla Ferrario nei confronti della linea del direttore, manifestata aderendo nel luglio 2009 alle proteste espresse dal comitato di redazione per assenza di indipendenza della linea del direttore e rifiutando di aderire ad un documento di sostegno alla linea editoriale del direttore, redatto in data 4 marzo 2010, a seguito delle polemiche seguite alla nota del 2 marzo 2010, nella quale il comitato di redazione stigmatizzava l’informazione, fortemente errata, fornita dal TG1 sull’esito del processo MiIls.
2. Avverso la sentenza hanno proposto ricorso i difensori del Minzolini, che ne chiedono l’annullamento per i seguenti motivi:
3. Con memoria, depositata il 7 febbraio 2019, i difensori del ricorrente ribadiscono i motivi di ricorso, ampliando le argomentazioni a sostegno degli stessi e da ultimo, rilevano l’intervenuta prescrizione del reato in data 18 ottobre 2018.
1. Preliminarmente va rilevato che il termine di prescrizione massimo, comprensivo delle due sospensioni verificatesi nel giudizio di appello per impedimento del difensore, è ormai decorso, essendo maturato il 18 ottobre 2018. Ne discende l’obbligo di immediata declaratoria di tale causa di non punibilità ex art. 129, comma 1, cod. proc. pen., non emergendo dagli atti in termini di “evidenza”, secondo l’insegnamento delle Sezioni Unite di questa Corte (Sez. U, n. 35490 de128/05/2009, Tettamanti, Rv. 244275) elementi per pervenire ad una pronuncia assolutoria ai sensi dell’art. 129, comma 2, cod. proc. pen. E’ principio consolidato che la formula di proscioglimento nel merito prevale sulla dichiarazione di improcedibilità per intervenuta prescrizione soltanto nel caso in cui sia rilevabile, con una mera attività ricognitiva, l’assoluta assenza della prova di colpevolezza a carico dell’imputato ovvero la prova positiva della sua innocenza, e non anche nel caso di mera contraddittorietà o insufficienza della prova, che richiede un apprezzamento ponderato tra opposte risultanze (Sez. 4, n. 23680 del 7/5/2013, Rizzo ed altro, Rv.256202; conf. Sez. 6, n. 10284 del 22/1/2014, Culicchia, Rv.259445), il che nella fattispecie non è. La stessa richiesta di una integrazione probatoria rende evidente l’inoperatività nella fattispecie della disposizione dettata dall’art. 129, comma 2, cod. proc. pen. La rilevata causa di estinzione del reato comporta, pertanto, l’annullamento senza rinvio della sentenza agli effetti penali.
2. Le censure del ricorrente muovono dalle conclusioni raggiunte dal giudice del lavoro nel giudizio di merito, di segno opposto rispetto a quelle favorevoli alla Ferrario del giudizio cautelare, considerato dal Tribunale, e, pertanto, sottoposte alla valutazione della Corte di appello perché ritenute in grado di destrutturare il ragionamento del Tribunale, in quanto il giudice del lavoro aveva riconosciuto l’effettivo demansionamento della giornalista nel periodo considerato, ma aveva escluso la natura politico-discriminatoria del provvedimento di rimozione dall’incarico di conduttore dell’edizione serale del Tgl, ritenendo effettivi e prestigiosi gli incarichi offerti alla Ferrario, nell’immediatezza a Mosca, e poi in Iran, sebbene con esito negativo, ma per motivi non addebitabili alla RAI.
3. Come detto in precedenza, la Corte di appello ha operato integrale rinvio alla sentenza di primo grado, ritenendone la completezza per la dettagliata esposizione delle deposizioni testimoniali e dell’istruttoria compiuta e condividendo la valutazione operata dal Tribunale; ha dato atto della fondatezza del rilievo difensivo circa la mancata valutazione nella sentenza di primo grado delle conclusioni del giudice del lavoro nel giudizio di merito, invece, considerate e disattese, per concentrarsi sui rilievi difensivi, valorizzando elementi non considerati dal Tribunale, desunti dall’audizione del Minzolini e ritenuti decisivi per la sussistenza dell’abuso d’ufficio e per l’affermazione di responsabilità dell’imputato. Alla luce della ritenuta completezza dell’istruttoria dibattimentale, la Corte di appello ha ritenuto ininfluente la richiesta di escussione di alcuni testimoni, non sentiti in primo grado, ritenendo scontato che il direttore non avesse necessità di sollecitare posizioni in sua difesa (circostanza sulla quale avrebbe dovuto deporre il Sangiuliano) e certa la posizione sovraordinata del direttore rispetto ai caporedattori (Maggioni e Manzione), responsabili delle scelte e delle assegnazioni degli incarichi nei rispettivi settori.
4. La censura sul punto, oggetto del primo e terzo motivo di ricorso, è infondata, trattandosi di testimoni ammessi (Maggioni e Manzione) ai quali la difesa aveva rinunciato, decadendo dalla prova, con conseguente preclusione a richiedere la medesima prova in sede di impugnazione; analoga preclusione sussisteva per il teste (Sangiuliano), non indicato nella lista testimoniale, ma solo in udienza, sollecitando il potere officioso di integrazione probatoria, che il Tribunale aveva ritenuto di non esercitare, con la conseguenza che la mancata assunzione di tale prova decisiva non poteva essere validamente dedotta quale motivo di ricorso, proponibile solo in relazione ai mezzi di prova di cui sia stata chiesta l’ammissione a norma dell’art. 495, secondo comma, cod. proc. pen. e non nel caso in cui il mezzo di prova sia stato sollecitato dalla parte attraverso l’invito al giudice di merito ad avvalersi dei poteri discrezionali di integrazione probatoria di cui all’art. 507 cod. proc. pen. e da questi sia stato ritenuto non necessario ai fini della decisione (Sez. 5, n.4672 del 24/11/2016, dep. 2017, Fiaschetti, Rv. 269270-01).
5. La Corte di appello ha ritenuto sussistente la qualità di incaricato di pubblico servizio del ricorrente, contestata nel secondo motivo di ricorso in ragione della natura privata della RAI e dei poteri del direttore, disciplinati da norme di diritto privato per quanto riguarda i rapporti di lavoro e l’organizzazione. Il motivo è infondato. La qualifica di incaricato di pubblico servizio prescinde dalla natura dell’ente e dal rapporto di servizio con l’ente, in quanto è legata dall’art. 358 cod. pen. ad un criterio oggettivo funzionale, cosicché occorre guardare all’attività in concreto svolta dal soggetto, essendo sufficiente che il servizio, anche se attuato attraverso organismi privati, realizzi finalità pubbliche. Questa Sezione ha già avuto modo di sostenere che il direttore di un telegiornale RAI riveste la qualità di incaricato di pubblico servizio in ragione della rilevanza pubblicistica dell’attività di informazione svolta dal servizio pubblico, che nell’interesse generale deve fornire una informazione corretta, completa e pluralista, trattandosi di servizio diretto alla generalità dei cittadini (Sez. 6, n. 6405 del 12/11/2015, dep.2016, Minzolini, Rv. 265830) e a tale precedente il Collegio reputa di doversi attenere.
6. Quanto al profilo soggettivo della condotta, la Corte di appello ha ritenuto di valorizzare, quali elementi di contesto, che fanno da sfondo alla vicenda in esame ed illuminano sul dolo e sul movente ritorsivo di natura politica, individuato dai giudici, le dichiarazioni del Minzolini sia in ordine alla rilevanza del TG1, quale canale giornalistico di maggior rilievo e seguito rispetto agli altri canali della RAI, sia in ordine all’interesse di ogni governo ad avere nel ruolo delicato e rilevante di direttore del TG1 persone indipendenti, ma sostanzialmente in linea con le posizioni del governo, sottolineando che l’imputato stesso aveva ammesso che l’incarico gli era stato proposto dall’allora Presidente del Consiglio (pag. 3 della sentenza impugnata). Secondo i giudici di appello tali elementi rilevano per la lettura della vicenda, che aveva acuito il contrasto con il direttore all’interno della redazione del TG1 (l’errata informazione dell’assoluzione anziché della prescrizione del reato contestato all’avv. Mills, accusato di corruzione per aver percepito una somma di denaro dall’allora Presidente del Consiglio per una deposizione testimoniale compiacente, data nell’edizione delle 13,30 del TG1 del 26 febbraio 2010) e che era stata oggetto del documento redatto il 2 marzo 2010 dal Comitato di redazione, sottoscritto dalla Ferrario e da altri 68 giornalisti, diretto ai vertici aziendali per segnalare la situazione di disagio, generata dal suddetto errore all’interno della redazione, minandone la credibilità; tale iniziativa, non condivisa da altri giornalisti, aveva avuto come risposta la redazione, in data 4 marzo 2010, di un documento di sostegno alla linea editoriale del Minzolini, nel quale si escludeva ogni situazione di disagio e si contestava l’iniziativa del Comitato di redazione, ritenuta arbitraria, non concordata e rischiosa per l’immagine della testata. In tale episodio, secondo i giudici di appello, andava individuato il momento di frattura e di interruzione definitiva del rapporto di fiducia con la Ferrario, per ammissione dello stesso imputato, e tale ammissione è stata ritenuta determinante ed illuminante per la individuazione del dolo, che ha ispirato e sorretto la condotta successiva dell’imputato, rivelandone l’abuso del ruolo nel demansionamento della Ferrario. La Ferrario era stata infatti, rimossa dalla conduzione del Tg 1 dal 31 marzo 2010 ed aveva subito un demansionamento effettivo sino al 28 dicembre 2010 ovvero sino all’emissione, in sede cautelare, dell’ordinanza del giudice del lavoro, che ordinava alla RAI di adibire la ricorrente alle mansioni di conduttrice del TG1 e di inviata speciale per i grandi eventi sino all’assegnazione di mansioni equivalenti.
7. Come già detto, diametralmente opposta è la valutazione del giudice del lavoro, sulla quale il ricorrente fonda i motivi di ricorso. Sul punto deve ritenersi corretto il riferimento dei giudici di appello ai diversi parametri ed ambiti di valutazione dei due giudizi, anche alla luce della diversa latitudine ed ampiezza temporale del giudizio civile, instaurato dalla giornalista e delle domande formulate dall’attrice, che regolano e vincolano quel giudizio, nonché della controparte citata (l’azienda e non il ricorrente), per giustificare l’autonomia delle divergenti valutazioni espresse. A fronte di tali elementi risulta generica la contestazione del ricorrente, atteso che la stessa difesa aveva riconosciuto nell’atto di appello (pag. 3) l’autonomia di un giudice rispetto alla decisione assunta da un altro giudice; risulta, altresì, priva di rilievo la dedotta contraddittorietà della motivazione in ordine alla differente valutazione, in punto di responsabilità, effettuata dal Tribunale in relazione al periodo successivo al 28 dicembre 2010, non rientrando tale segmento temporale nella valutazione dei giudici di appello, bensì del giudizio civile: peraltro, il motivo non risultava dedotto in appello e pertanto, non era proponibile per la prima volta nel ricorso.
8. Infatti, se alle critiche sull’effettività e concretezza degli incarichi prestigiosi a Mosca ed in Iran, offerti alla giornalista, la Corte di appello ha fornito congrua risposta, giustificandone la fittizietà per le ragioni illustrate in precedenza, che smentiscono la dedotta effettività dell’incarico a Mosca, rimasto privo di contenuti e di ulteriori specificazioni, e di quello in Iran, ab origine inattuabile, altrettanto non può dirsi per la risposta fornita in punto di dolo, anche in relazione all’operazione di ringiovanimento dei conduttori del TG1, ritenuta speciosa e non rispondente ad effettive esigenze di riorganizzazione del servizio.
9. Minimamente motivata è la sussistenza del requisito della doppia ingiustizia, richiesta per la configurabilità del reato, alla stregua del quale deve essere contra legem non solo la condotta, ma anche il fine perseguito dall’agente. Secondo il costante orientamento di questa Corte, danno ingiusto rilevante ai fini della configurabilità del reato di abuso di ufficio è anche il danno che attiene alla sfera dei diritti o anche solo degli interessi non patrimoniali di un soggetto: si è ritenuto, infatti, che tale elemento fosse integrato dall’aggressione ingiusta alla sfera della personalità per come tutelata dai principi costituzionali (Sez. 5, n. 32023 del 19/02/2014, Omodeo Zorini, Rv. 261899; Sez. 6, n.4945 del 15/01/2004, Ottaviano, Rv.227281, in cui si afferma che realizza l’evento del danno ingiusto ogni comportamento che determini un’aggressione non iure alla sfera della personalità per come tutelata dai principi costituzionali, in modo indebito e come ritorsione, in quanto ciò determina, oltre che un danno economico, anche una perdita di prestigio e decoro nei confronti dei colleghi di lavoro).
10. Per le ragioni esposte deve concludersi che, se ai fini penali non è emersa né è ipotizzabile l’evidenza della prova dell’innocenza dell’imputato, vertendosi in un caso di motivazione carente, che imporrebbe il rinvio al giudice penale per un nuovo giudizio sul punto, precluso dall’intervenuta prescrizione del reato e dalla mancata rinuncia dell’imputato alla prescrizione, ai fini civili, per le rilevate carenze motivazionali, la questione va rimessa al giudice civile competente per valore in grado di appello, che provvederà anche alla regolamentazione delle spese tra le parti del presente giudizio di legittimità.