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Timestamp: 2020-05-27 22:57:28+00:00
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Sentenza Cassazione Civile n. 22450 del 27/09/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22450 del 27/09/2017
Cassazione civile, sez. III, 27/09/2017, (ud. 21/12/2016, dep.27/09/2017), n. 22450
sul ricorso 7193-2014 proposto da:
F.R., F.P., elettivamente domiciliati in ROMA,
VIALE G. MAZZINI, 73, presso lo studio dell’avvocato ARNALDO DEL
VECCHIO, rappresentati e difesi dall’avvocato ANTONIO BOVE giusta
MILANO ASSICURAZIONI SPA, A.M.;
avverso la sentenza n. 1318/2013 della CORTE D’APPELLO di CATANZARO,
Con sentenza del 5/10/2013 la Corte d’Appello di Catanzaro ha respinto il gravame interposto dai sigg. F.P. e R. in relazione alla pronunzia Trib. Paola 15/9/2006, di parziale accoglimento della domanda proposta nei confronti del sig. A.M. e della società Milano Assicurazioni s.p.a. di risarcimento dei danni – patrimoniali e non patrimoniali – subiti in conseguenza del sinistro stradale avvenuto l'(OMISSIS) in località (OMISSIS), tra la Fiat Tempra tg. (OMISSIS) condotta dall’ A. e l’autovettura Mitsubishi Pajero tg. (OMISSIS) condotta dal sig. F.F., all’esito del quale quest’ultimo e la trasportata F.A. decedevano.
Avverso la suindicata pronunzia della corte di merito sigg. F.P. e R. propongono ora ricorso per cassazione, affidato a 3 motivi.
Con il 1 motivo i ricorrenti denunziano violazione degli artt. 143 e 148 c.c., art. 433 c.c., comma 2 e artt. 29 e 30 Cost., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.
Con il 2 motivo denunziano “violazione e falsa applicazione” degli artt. 115 e 116 c.c., art. 433 c.c., comma 2 e artt. 29 e 30 Cost., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3; nonchè “omesso esame” di fatto decisivo per il giudizio, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.
Con il 3 motivo denunziano “violazione e falsa applicazione” degli artt. 1226,2059 e 2727 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3; nonchè “omessa, insufficiente e contraddittoria” motivazione su punti decisivi della controversia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.
Va anzitutto osservato che esso risulta formulato in violazione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, atteso che atti e documenti del giudizio di merito dai ricorrenti posti a base delle censure (es., gli “atti del processo”, il “Modello Unico 2000”, la “busta paga prodotta nel primo grado di giudizio (allegato n. 10 dell’indice di produzione)”, “tutti gli scritti nel corso dei due gradi di giudizio”, le “sette copie conformi di cartelle cliniche relative ai ricoveri effettuati dal maggio 1997 sino al marzo 1999, tutte allegate alla relazione del C.T.U.”, gli “allegati n. 12, 13, 14, della produzione documentale nel primo grado del giudizio”, le “attestazioni dell’Ufficio dello Stato Civile di Amantea l'”atto di citazione introduttivo del giudizio di primo grado”, gli “atti difensivi nel corso dello stesso”, la “comparsa conclusionale”, la “precisazione delle conclusioni”) risultano meramente richiamati e non anche (per la parte strettamente d’interesse in questa sede) debitamente riportati nel ricorso ovvero, laddove riprodotti, non sono fornite puntuali indicazioni necessarie ai fini della relativa individuazione con riferimento alla sequenza dello svolgimento del processo inerente alla documentazione, come pervenuta presso la Corte di Cassazione, al fine di renderne possibile l’esame (v., da ultimo, Cass., 16/3/2012, n. 4220), con precisazione (anche) dell’esatta collocazione nel fascicolo d’ufficio o in quello di parte, e se essi siano stati rispettivamente acquisiti o prodotti (anche) in sede di giudizio di legittimità (v. Cass., 23/3/2010, n. 6937; Cass., 12/6/2008, n. 15808; Cass., 25/5/2007, n. 12239, e, da ultimo, Cass., 6/11/2012, n. 19157), la mancanza anche di una sola di tali indicazioni rendendo il ricorso inammissibile (cfr., da ultimo, Cass., Sez. Un., 19/4/2016, n. 7701).
Con particolare riferimento al 3 motivo va ulteriormente posto in rilievo che il denunziato vizio di motivazione inammissibile, atteso che alla stregua della vigente formulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nel caso ratione temporis applicabile, il vizio di motivazione denunciabile con ricorso per cassazione concerne solamente l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che sia stato oggetto di discussione tra le parti, dovendo riguardare un fatto inteso nella sua accezione storico-fenomenica, e non già i vizi dall’odierno ricorrente viceversa denunziati di omessa, contraddittoria e insufficiente motivazione su questioni decisive della controversia, e a fortiori di omesso o illogico o superficiale esame di determinate emergenze probatorie, essendo invero sufficiente che come nella specie il fatto sia stato esaminato, non essendo il giudice di merito tenuto a dare necessariamente conto di tutte le risultanze probatorie emerse all’esito dell’istruttoria come astrattamente rilevanti (cfr. Cass., Sez. Un., 7/4/2014, n. 8053, e, da ultimo, Cass., 29/9/2016, n. 19312).
Non può d’altro canto sottacersi, avuto in particolare al 2 motivo, che giusta principio consolidato nella giurisprudenza di legittimità la violazione degli artt. 115 c.p.c. è apprezzabile, in sede di ricorso per cassazione, nei limiti del vizio di motivazione di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, (che deve emergere direttamente dalla lettura della sentenza, non dal riesame degli atti di causa, inammissibile in sede di legittimità), e non anche sotto il profilo della violazione o falsa applicazione di norme di diritto ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, come nel caso dagli odierni ricorrenti viceversa prospettato.
Emerge dunque evidente come, lungi dal denunziare vizi della sentenza gravata rilevanti sotto i ricordati profili, oltre a risultare formulate secondo un modello difforme da quello delineato all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, le deduzioni dei ricorrenti in realtà si risolvono in un’inammissibile mera contrapposizione della loro tesi difensiva alle statuizioni contenuta nell’impugnata sentenza, nonchè nella mera doglianza circa la dedotta erronea attribuzione da parte del giudice del merito agli elementi valutati di un valore ed un significato difformi dalle loro aspettative (v. Cass., 20/10/2005, n. 20322), e nell’inammissibile pretesa di una lettura dell’asserto probatorio diversa da quella nel caso operata dai giudici di merito (cfr. Cass., 18/4/2006, n. 8932).
Per tale via in realtà sollecitano, cercando di superare i limiti istituzionali del giudizio di legittimità, un nuovo giudizio di merito, in contrasto con il fermo principio di questa Corte secondo cui il giudizio di legittimità non è un giudizio di merito di terzo grado nel quale possano sottoporsi alla attenzione dei giudici della Corte di Cassazione elementi di fatto già considerati dai giudici del merito, al fine di pervenire ad un diverso apprezzamento dei medesimi cfr. Cass., 14/3/2006, n. 5443).