Source: http://www.risarcitidallostato.it/2017/06/09/cassazione-civile-sez-iii-10012017-n-243/
Timestamp: 2017-08-20 17:19:57+00:00
Document Index: 6987436

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 360', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 1223', 'art. 41', 'art. 41', 'sentenza ']

Cassazione civile, sez. III, 10/01/2017, n. 243 - Risarciti dallo Stato
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p.1. Con il primo motivo si denuncia “violazione e falsa applicazione degli artt. 1176 e 1218 c.c., L. n. 833 del 1978, art. 2, artt. 2 e 32 Cost. – Omesso esame su fatti decisivi della controversia – Riferimento art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5″.
Il motivo esordisce con il ricordare che la corte etnea avrebbe riconosciuto l’obbligo di informazione gravante sul medico ed “il correlato diritto della M., rectius della famiglia M.” e, quindi, evidentemente alludendo alla motivazione che si vorrebbe criticare – osserva che essa, al rigo 21 della pagina 5, avrebbe aggiunto che il L.F. “comunque non ha mai fornito la prova del proprio adempimento, pur essendovi tenuto”, ancorchè “tuttavia quell’obbligo informativo” fosse “strumentalmente preordinato non tanto all’esercizio di una procreazione consapevole, sibbene alla possibilità di praticare l’interruzione della gravidanza”, per poi affermare che la domanda non poteva essere accolta in quanto gli appellanti avevano dedotto “quale unica conseguenza lesiva… la violazione dell’obbligo informativo del sanitario”.
Dopo avere così individuato la motivazione che si intende sottopone a critica, nella successiva illustrazione si argomenta che gli attori non avevano “limitato la loro pretesa risarcitoria alla violazione dell’obbligo informativo del medico“, adducendosi che era “stata lamentata sin dal primo grado (…) la lesione del diritto di sapere che ha precluso di scegliere consapevolmente se abortire o no”.
Nel primo caso si imputa alla sentenza d’appello di avere asserito che l’obbligo informativo del medico era finalizzato non all’esercizio di una procreazione consapevole, ma alla possibilità di praticare l’interruzione di gravidanza. Nel secondo si imputa alla Corte di merito di avere ritenuto che la mancanza di informazione sarebbe stata irrilevante perchè in ogni caso la M. non avrebbe abortito.
p.1.2. Peraltro, se si passa ad esaminare la sentenza impugnata, emerge che la prima delle brevissime frasi indicate nella prima parte dell’illustrazione del motivo è stata enunciata dalla Corte territoriale fra parentesi, dopo l’articolazione di una prima motivazione, imperniata in primo luogo sull’asserto che la pretesa risarcitoria derivante dalla lamentata violazione dell’obbligo informativo, “quantomeno così come espressa nell’atto di appello”, non era “mai stata ricondotta alla impossibilità, da parte della gestante, di far luogo alla interruzione della gravidanza, ma piuttosto unicamente al fatto di non aver potuto proseguire la gestazione con la consapevolezza di avere in grembo un feto affetto da sindrome di Down”, di modo che “nel caso in esame l’unica conseguenza lesiva che viene ricondotta alla violazione dell’obbligo informativo del sanitario” era “rappresentata unicamente dall’aver subito la M. al momento della nascita l’effetto “sorpresa” dal quale poi sarebbero scaturiti i dichiarati effetti dannosi alla di lei salute psico-fisica (nevrosi ansioso depressiva)”. Dopo di che la Corte di merito ha escluso la responsabilità del medicoadducendo che, poichè in atti era dimostrato un rifiuto della M. di sottoporsi all’amniocentesi, quel comportamento escludeva che potesse sul piano causale attribuirsi una qualche rilevanza riguardo al lamentato danno al comportamento del medico, pur inadempiente (in quanto non aveva fornito la prova del proprio adempimento: è qui che trovasi inserita l’espressione richiamata nel motivo), di modo che era corretta la valutazione in tal senso della sentenza di primo grado.
p.2. Con il secondo motivo si denuncia “violazione e falsa applicazione degli artt. 2727 e 2729 c.c. – Omesso esame su fatto decisivo della controversia – Riferimento art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5″.
L’illustrazione procede, dopo avere fatto richiamo a Cass. n. 7269 del 2013, particolarmente quanto all’affermazione, svolta in motivazione e pertinente rispetto alla decisione di merito allora impugnata, che “il rifiuto di sottoporsi ad amniocentesi, per i rischi ad essa connessi, è indice estremamente ambiguo, allorchè venga espresso in un contesto diagnostico non allarmante, di talchè la percezione del pericolo di danneggiare inutilmente un feto sano è ragionevolmente più forte del timore di mettere al mondo un bimbo gravemente malato”, con l’asserto che nella specie non si è tenuto in alcun conto che il rifiuto della M. era stato diretta conseguenza delle rassicurazioni ottenute dal L.F. due mesi prima, di modo che esse avevano fatto sì che la M., rassicurata sulla buona salute del bimbo, recepisse con “preoccupata, comprensibile diffidenza l’analisi propostale da medici diversi dal suo ginecologo”.
Ora, la corte di merito non ha giustificato il suo ragionamento facendo riferimento alle norme degli artt. 2727 e 2729 c.c., evocate nell’intestazione del motivo, ma ha, facendo riferimento al concetto di interruzione del nesso causale, fatto applicazione del criterio di causalità, che nel nostro ordinamento civile non ha un preciso referente normativo, se non in quello di consequenzialità immediata e diretta di cui all’art. 1223 c.c., il quale, com’è noto, induce e giustifica l’applicazione delle regole di causalità dettate dal codice penale negli artt. 40 e 41. Sostanzialmente il ragionamento della corte territoriale si è risolto nella surrettizia applicazione dell’art. 41, comma 2, poichè ha attribuito al rifiuto, quale fatto sopravvenuto all’inadempimento del L.F., efficacia causale esclusiva nella determinazione della sorpresa causativa del danno alla M..
Ebbene l’applicazione implicita dell’art. 41 c.p.c., comma 2, che è stata fatta dalla sentenza impugnata, risulta erronea, una volta assunti i criteri di individuazione della causa sopravvenuta di per sè sola sufficiente a determinare l’evento dannoso e ad elidere l’efficacia causale del comportamento del soggetto inadempiente.
Essendo avvenuta la scelta di rifiutare anche sulla base e, quindi, con il condizionamento del risultato dell’inadempimento della prestazione del medico non si può ritenere in astratto – cioè utilizzando il criterio dell’id quod plerumque accidit quando taluno prima si rivolge ad un medico di fiducia e confida nella sua diagnosi e poi, da parte di una struttura ospedaliera, ha una diagnosi diversa e si deve determinare – che il risultato della prestazione del L.F., cioè il suo inadempimento, sia di per sè divenuto privo di ogni efficienza causale. Poichè esso, sempre in astratto, ha condizionato la scelta di rifiutare la prescrizione della struttura, l’affermazione della corte di merito nel senso di attribuire alla scelta stessa un’efficacia causale sopravvenuta esclusiva non è corretta. Non è corretto cioè dire che, poichè la M. ha rifiutato l’amniocentesi a (OMISSIS), è solo tale rifiuto che ha cagionato la sorpresa dell’esito della gravidanza. L’efficacia causale esclusiva del rifiuto postulava il concreto accertamento che esso non dipendesse anche solo parzialmente dal fatto di confidare nella diagnosi del L.F..
Nè può interpretarsi il rifiuto come una sorta di rinuncia tacita a dolersi della perdita della detta chance. Il rifiuto si risolse solo nella perdita – peraltro astrattamente imputabile anche all’inadempimento – della possibilità di conoscere lo stato del feto a partire dal momento in cui venne espresso.
a) “qualora risulti che un medicoginecologo, cui fiduciariamente una gestante si sia rivolta per accertamenti sulle condizioni della gravidanza e del feto, non abbia adempiuto correttamente la prestazione, per non avere prescritto l’amniocentesi ed all’esito della gravidanza il feto nasca con una sindrome che quell’accertamento avrebbe potuto svelare, la mera circostanza che due mesi dopo quella prestazione la gestante abbia rifiutato di sottoporsi all’amniocentesi presso una struttura ospedaliera in occasione di ulteriori controlli, non può dal giudice di merito essere considerata automaticamente come causa efficiente esclusiva, sopravenuta all’inadempimento, riguardo al danno alla propria salute psico-fisica che la gestante lamenti per avere avuto la “sorpresa” della condizione patologica del figlio all’esito della gravidanza, occorrendo all’uopo invece accertare in concreto che sul rifiuto non abbia influito il convincimento ingenerato nella gestante dalla prestazione erroneamente eseguita”;
b) “qualora risulti che un medicospecialista in ginecologia, cui una gestante si sia rivolta per accertamenti sulle condizioni della gravidanza e del feto, non abbia adempiuto correttamente la prestazione per non avere prescritto l’amniocentesi ed all’esito della gravidanza il feto nasca con una sindrome che quell’accertamento avrebbe potuto svelare, la mera circostanza che, due mesi dopo quella prestazione, la gestante abbia rifiutato di sottoporsi all’amniocentesi, non elide l’efficacia causale dell’inadempimento quanto alla perdita della chance di conoscere lo stato della gravidanza fin dal momento in cui si è verificato e, conseguentemente, ove la gestante lamenti di avere subito un danno alla salute psico-fisica, per avere avuto la sorpresa della condizione patologica del figlio solo al termine della gravidanza, la perdita di quella chance dev’essere considerata un parte di quel danno ascrivibile all’inadempimento del medico“.
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