Source: https://anief.org/stampa/rassegna-stampa/12116-recensioni-dalla-stampa-al-10-aprile-2015
Timestamp: 2020-07-04 19:04:43+00:00
Document Index: 175091728

Matched Legal Cases: ['art.2', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 21', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 7', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 7', 'art. 11']

www.latecnicadellascuola.it - 05/04/2015
“Concorso a preside in Campania, non è ancora finita”
░ "Un'organizzazione in grado di condizionare illecitamente tutti i settori della Pubblica Amministrazione che ricadono in ambito Usr". Tra i 657 candidati risultati idonei c’è chi tiene a specificare che ordinanza o decreto di cancellazione della procedura non sono mai arrivati: il parere negativo del Consiglio di Stato è in contrasto con le numerose sentenze del TAR e dello stesso Consiglio di Stato che, più volte e unanimi, hanno affermato la legittimità della selezione. L'ultima parola sulla vicenda, su cui nel 2014 la Procura di Napoli ha emesso 23 avvisi di garanzia, rimane quindi ancora da scrivere. Di Alessandro Giuliani
Ha destato delle reazioni contrariate la notizia del possibile annullamento del concorso per dirigenti scolastici della Regione Campania: l'ipotesi, ripresa dalla Tecnica della Scuola su indicazioni provenienti dalla provincia di Avellino, ha messo in allarme molti dei 657 candidati idonei, inseriti nella graduatoria a scorrimento, su 224 posti previsti dal bando della procedura concorsuale bandita il 15 luglio del 2011. Quella fonte riportava che la sezione consultiva del Consiglio di Stato, eccependo sulla irregolarità della nomina di due commissari d'esame, il 2 aprile "ha annullato tutte le procedure concorsuali".
Ora, però, alcuni di quegli idonei tengono a far sapere che le cose non stanno proprio così. Perché “ancora non è stato emesso il decreto del Presidente della repubblica, che recependo il parere del Consiglio di Stato, potrebbe annullare il concorso”, spiega uno dei docenti che ha partecipato al concorso e che segue con trepidazione gli esiti della battaglia legale venutasi a determinare…. per arrivare ad un giudicato definitivo non è sufficiente un semplice parere motivato del Consiglio di Stato peraltro in contrasto con altre sentenze sempre da questo emesse”.
Lo stesso concetto è stato espresso da un altro dei vincitori del concorso a dirigente scolastico della Campania. Il quale tiene a sottolineare che se è vero che “esiste un parere consultivo di un giudice del Consiglio di Stato” negativo, è altrettanto vero che questo risulta “in contrasto con le numerose sentenze dei giudici amministrativisti del TAR e del Consiglio di Stato che, più volte e unanimi, hanno affermato, dimostrandolo appieno, la legittimità dell'intera procedura concorsuale”. … Vale la pena ricordare, per completezza, che a proposito delle presunte irregolarità nello sviluppo del concorso per dirigenti scolastici campano, 14 mesi fa sono stati notificati 23 avvisi di garanzia, a seguito di un'inchiesta condotta dalla Procura di Napoli: dall’indagine è emersa la presenza di "un'organizzazione in grado di condizionare illecitamente tutti i settori della Pubblica Amministrazione che ricadono in ambito Usr" ed in particolare, sempre la Procura campana, ha desunto che "i componenti di tale associazione agiscono con allo scopo di condizionare gli esiti di un concorso". C’è poi infine da ricordare che sia idonei che inidonei hanno presentato all'Ufficio scolastico regionale delle diffide giudiziali dai contenuti opposti: la prima puntava ad ottenere la pubblicazione della graduatoria di merito; la seconda a chiedere la ripetizione del concorso.
tuttoscuola.com - 06/04/2015
“Per il Servizio Studi della Camera intoppi per l’inglese nella primaria”
░ Il Servizio Studi della Camera ha predisposto una serie di schede di lettura del Ddl C. 2994 di riforma del sistema scolastico. Tra queste, una è dedicata all’insegnamento dell’inglese nella scuola primaria.
In proposito il Servizio Studi osserva che “Il comma 14 del’art.2 dispone che l’insegnamento della lingua inglese nella scuola primaria è assicurato, nell’ambito delle risorse finanziarie o di organico disponibili, utilizzando docenti madrelingua o “abilitati all’insegnamento nella relativa classe di concorso”, in qualità di specialisti, ovvero ricorrendo alla “fornitura di appositi servizi“. Sembrerebbe, dunque, – osserva il Servizio – che si intenda consentire l’insegnamento della lingua inglese da parte di soggetti specialisti della materia, non necessariamente in possesso del titolo di abilitazione all’insegnamento nella scuola primaria. In particolare, tra detti soggetti – continua il Servizio Studi – rientrerebbero docenti madrelingua e docenti abilitati all’insegnamento nella “relativa classe di concorso”, classi di concorso che, allo stato, risultano istituite solo per l’insegnamento nella scuola secondaria di primo e di secondo grado. Fatte queste osservazioni, il Servizio suggerisce ai parlamentari che Sembrerebbero necessarie alcune esplicitazioni, sia con riferimento alla necessità (o meno) del possesso del titolo di abilitazione all’insegnamento nella scuola primaria, sia con riferimento all’eventuale ordine di priorità nell’utilizzo, nonché ai docenti madrelingua (ad esempio, con riguardo ai titoli posseduti) e alla “fornitura di appositi servizi”. Da ultimo, occorre procedere all’abrogazione della normativa vigente incompatibile con le novità proposte.
orizzontescuola.it - 07/04/2015
ANIEF: “Siamo contrari alla chiusura delle GaE. I docenti delle GI vanno inseriti in una graduatoria provinciale”
░ Un accurato servizio che riporta le dichiarazioni di Marcello Pacifico.
"E - afferma Marcello Pacifico in audizione presso la VII Commissione cultura - devono continuare a grantire il 50% delle assunzioni". Nella relazione tecnica della legge di Stabilità 2015, afferma Pacifico, "si prevedeva un piano di 150mila immissioni in ruolo, oggi questo piano - da un'altra relazione tecnica - è sceso a 100mila assunzioni. Dovremmo capire cosa è successo in questi ultimi 8 mesi". Il Miur "aveva annunciato un censimento sui posti vacanti, entro il 31 dicembre, ma che non è stato fatto". "Su 120mila posti dati al 30 giugno - ha aggiunto - più di 90mila sono vacanti. Allora non potendo metterli in organico di diritto, il governo ha deciso di fare questi 100 mila assunzioni, la metà sull'organico di diritto e gli altri 50mila posti dall'organico assunzionale, con una fuga in avanti perché viene prevista una chiamata diretta". "Si cambiano le regole della governance della scuola - ha proseguito Pacifico - prima 'condivisa' e con il ddl una governance fatta dalla leadership del dirigente scolastico, che decidere addirittura cosa offrire nel Piano triennale dell'offerta formativa. Su questo abbiamo chiesto di tornare indietro". "Bisogna - secondo Pacifico - inserire nelle Graduatorie ad esaurimento i docenti delle Graduatorie d'Istituto, perché con il sistema delle GI ci sarà un'aggravante, perché si esprimono solo 20 scuola, quindi dovrò chiamare da terza fascia e reitereremo il problema del precariato". "Le sentenze - continua Pacifico - ci dicono che il governo soccombe nei confronti delle richieste di risarcimento danni. I docenti delle Graduatorie d'Istituto vanno inseriti in Graduatoria provinciale". Nella memoria dell'ANIEF anche i docenti idonei del concorso, che dovrebbero essere assunti. Per quanto riguarda le supplenze, Pacifico si scaglia anche contro la scelta del Governo di impedire le supplenze otre i 36 mesi per non incappare nei limiti della sentenza della Corte di giustizia europea che ha condannato l'Italia per la reiterazione dei contratti a termine. "La sentenza - afferma Pacifico - non dice di bloccare le supplenze dopo 36 mesi di supplenza, ma che bisogna assumere". Tra i problemi del ddl Buona scuola "quello dell'organico funzionale". Anche l'Anief chiede di sapere se la parte sulle assunzioni sarà scorporata dal ddl Buona scuola per essere inserita in un provvedimento a parte. "Ci sono dei tempi da rispettare - ricorda in audizione a Montecitorio il presidente, Marcello Pacifico - anche se il Parlamento riesca a convertire questo ddl come un decreto legge, quindi entro 60 giorni, arriveremmo al 31 maggio", giorno di scadenza previsto per la richiesta degli organici. "Il preside - ha proseguito - dovrà emanare il Piano, convocando a giugno il collegio e il consiglio d'istituto e inviare tutto all'Ufficio scolastico regionale che a sua volta lo invia al Miur". Il ministero "a luglio e agosto dovrà poi fare un decreto autorizzando degli organici che saranno sottodimensionati rispetto alle richieste delle scuole perché legati al vincolo di bilancio del Mef". Il ddl "è riuscito a mettere contro tutti i precari della scuola" perché "sono in molti a scoprirsi fuori" dal Piano assunzionale. "Innanzitutto restano fuori i 30mila dei 130mila inseriti nella Gae". Restano fuori "23mila della scuola dell'infanzia, 7mila della primaria, da 3 a 7mila delle scuole superiori, 7mila idonei e 70mila delle graduatorie di istituto che non vengono contemplati nel piano assunzionale".
www.roars.it/online/ - 08/04/2015
░ Riportiamo parte dell’accurato studio di Enrico Rebuffat.
Agli interrogativi sui fini e sui mezzi della riforma, in verità, sarebbe più facile dare risposta se il disegno di legge che è stato presentato fosse semplicemente un disegno di legge: un testo cioè nel quale il Parlamento e l’opinione pubblica trovino, fissati in articoli e commi, tutti i cambiamenti che il Governo intende apportare alla scuola pubblica, così da poterli valutare, criticare, emendare. Ma non è questo il caso: perché l’articolo di gran lunga più esteso del testo e senz’altro il più importante è il n. 21, che si intitola Delega al Governo in materia di Sistema Nazionale di Istruzione e Formazione. L’articolo 21 stabilisce che: «il Governo è delegato ad adottare, entro diciotto mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi» in merito a tutta una serie di argomenti che vengono distintamente elencati in ben 13 punti… L’articolo 21 è, insomma, una vera e propria legge-delega per la riforma della scuola, incapsulata nel disegno di legge: legge-delega che però il Governo non riceve dal Parlamento, ma cerca di scriversi da solo…
La realtà è che il Governo chiede la delega allo scopo di… normare la parte maggiore di La Buona Scuola con uno strumento che non soggiace, come il decreto-legge, alla conversione in legge da parte del Parlamento né a speciali requisiti di necessità e urgenza, ma semplicemente all’eventuale verifica da parte della Corte Costituzionale della conformità rispetto ai suddetti «principi e criteri direttivi»…. Si può almeno sperare che il Parlamento stralci dal disegno di legge la legge-delega dell’art. 21, per esaminarla in un secondo momento completato l’iter legislativo della legge di riforma, con tutta l’attenzione richiesta da una materia così delicata e ponendo precisi paletti. Ma sarebbe assai meglio che su temi come la riforma degli organi collegiali di democrazia scolastica, la formazione dei futuri insegnanti e altro – se proprio su di essi si sente il bisogno di una riforma – non ci fosse alcuna delega all’esecutivo…. I fini. L’art. 1 li esprime così: «flessibilità, diversificazione, efficacia, efficienza del sistema scolastico; integrazione e miglior utilizzo delle risorse e delle strutture; introduzione di tecnologie innovative; coordinamento con il contesto territoriale», tutto ciò come espressione di un generale principio di «autonomia»…. Il principale problema delle scuole statali sarebbe quello di essere ingessate, inceppate dalla loro insufficiente autonomia, e pertanto incapaci di corrispondere ad esigenze formative che – lo si dà per sicuro – non possono che essere diversificate sul territorio. Dunque aumentare la loro autonomia le metterà in condizione di risolvere il loro problema principale. Questi fini rispondono a esigenze manifestate dalla scuola pubblica del nostro tempo? Direi di no. Perché le differenti esigenze del territorio (territorio: un altro concetto di cui nella scuola non si può più fare a meno, dilagato dall’enogastronomia in ogni ambito della vita sociale italiana) possono pur esserci, e in certi luoghi saranno anche cospicue; ma resta che un buon 90% della scuola pubblica consiste – finché scuola pubblica esista – in insegnamenti comuni, gli stessi peraltro dei quali il Ministero vuole a tutti i costi verificare la realizzazione omogenea e standardizzata con quelle famigerate prove Invalsi cui tanto si affida, nonostante le forti critiche di insegnanti e studenti (con la mano sinistra avanti tutta con l’autonomia, con la destra indietro tutta col dirigismo?). E anche se, invece che di materie da imparare, per essere docenti moderni si deve oggi parlare di competenze da acquisire, chi e come ha dimostrato che nei diversi contesti territoriali i coetanei italiani del nostro tempo abbiano bisogno di strumenti “diversificati e flessibili” per acquisirle? La verità è che quello dell’autonomia delle scuole è divenuto – piuttosto fuori dalle scuole che dentro – un totem ideologico oggetto di una venerazione molto generica e poco razionale: negli istituti si è avuto semmai il desiderio di essere autonomi, per usare un eufemismo, da certe circolari ministeriali, non quello di potersi autonomamente dotare di maggiore flessibilità e diversificazione…. Bisogna precisare di quale autonomia parla la riforma: autonomia di chi, rispetto a che cosa? Proprio perché alla parola si attribuiscono connotazioni tanto positive, non può esserci equivoco sulla titolarità del suo godimento. Ed ecco la sorpresa dell’art. 2: il quale prima parla di autonomia delle istituzioni scolastiche, le quali esprimeranno tutte le loro esigenze autonomistiche, compresi i potenziamenti dell’offerta formativa e le attività progettuali (attenzione: oggi deliberati dai collegi dei docenti senza il placet del dirigente e senza interferenze esterne se non quella, indubbiamente pesante, dell’entità delle risorse complessivamente erogate dal ministero al fondo di istituto) nel Piano triennale dell’offerta formativa; ma poi specifica che i piani saranno sottoposti alla doppia validazione prima degli uffici scolastici regionali e poi del ministero, il quale finanzierà e renderà attuabili solo le attività che corrispondano… a uno dei 15 obiettivi che lo stesso ministero predetermina nel comma 3 dello stesso articolo. È difficile, mi pare, giudicarlo un passo in avanti sulla via dell’autonomia delle istituzioni scolastiche. La verità, ben diversa, arriva nel comma 9: «il piano triennale è elaborato dal dirigente scolastico sentito il consiglio dei docenti e il consiglio d’istituto, nonché i principali attori economici, sociali e culturali del territorio». Dunque l’autonomia targata Renzi-Giannini non ha niente a che fare con quella delle scuole rispetto al ministero, della periferia rispetto al centro; questa si ridurrà, perché il ministero eserciterà un controllo preventivo su qualsiasi attività dei singoli istituti. L’autonomia della Buona Scuola è, non ci sono altre parole per dirlo, l’autonomia del dirigente scolastico rispetto ai suoi docenti. Al collegio dei docenti, che oggi il Piano dell’offerta formativa lo delibera, rimane una funzione meramente consultiva («sentito il collegio dei docenti»), alla stregua di uno degli «attori del territorio» identificati e designati anche loro dall’equanime – e, inutile dirlo, autonoma – sagacia del dirigente…. Quello a cui viene attribuito maggiore rilievo è il piano straordinario di assunzioni. Finalmente la relazione tecnica, che accompagna il disegno di legge, fornisce cifre certe (è tenuta a farlo, per l’obbligo di quantificare gli oneri di spesa): saranno assunti tutti i vincitori dell’ultimo concorso e tutti i docenti iscritti nelle odierne graduatorie ad esaurimento…. Stabilito di assumerli, la questione è come inquadrarli. Poco pubblicizzata, a fatica percepibile tra le fanfare del Tutti assunti!, avanza quella che, per gli insegnanti della scuola pubblica italiana, sarà l’autentica rivoluzione della Buona Scuola Renzi-Giannini. L’art. 7 comma 4 stabilisce infatti che, a partire dall’approvazione della legge di riforma, tutti i docenti che via via saranno assunti non avranno più una titolarità (una cattedra, come si dice) in un istituto, come finora è stato, ma saranno inseriti in un «ruolo regionale», ripartito in «albi territoriali». Da questi albi (comma 2) i dirigenti scolastici «propongono gli incarichi di docenza», ogni tre anni, ai docenti da loro ritenuti adeguati all’attuazione del piano triennale. Ai docenti già assunti in ruolo alla data di approvazione della legge è garantito il mantenimento della loro titolarità; ma i dirigenti di altri istituti potranno proporre l’incarico di docenza anche a loro. Dunque la riforma crea nell’immediato per il corpo docenti un doppio inquadramento, cui grosso modo corrispondono due diversi mansionari: i ‘vecchi’ docenti con titolarità di cattedra copriranno essenzialmente le ore curricolari nel proprio istituto, dove continueranno ad avere sede stabile; i ‘nuovi’ docenti iscritti negli albi territoriali, chiamati dai dirigenti, copriranno (art. 6 comma 3) le ore curricolari che risultino scoperte e quelle che via via lo diverranno con i pensionamenti («posti vacanti e disponibili»), le supplenze fino a dieci giorni, le attività extracurricolari e progettuali contenute nel piano triennale, il sostegno (art. 6 commi 4 e 5). Ma col passare degli anni la proporzione numerica tra i due gruppi, in un primo tempo a favore dei ‘vecchi’, si invertirà rapidamente: anche le ore curricolari dovranno essere assegnate in misura sempre maggiore ai docenti degli albi, fino al giorno in cui tutti i docenti della scuola pubblica risulteranno inseriti in un albo. Il travaso sarà reso più rapido dal fatto che, se un ‘vecchio’ docente si troverà nella necessità di chiedere un trasferimento (la mobilità territoriale) o vorrà passare ad altra classe di concorso o ordine di scuola (la mobilità professionale), anche costui sarà inserito in un albo divenendo ‘nuovo’…. la condizione dei docenti peggiorerà! E come potrebbe non peggiorare? Quale sarebbe per gli insegnanti il vantaggio di essere privi di una scuola propria, esposti ogni tre anni alla selezione dei dirigenti, assegnabili secondo l’arbitrio di questi a una classe o a dieci oppure a nessuna ma confinati in attività opzionali, di potenziamento o chissà cosa, e addirittura utilizzabili «in classi di concorso diverse da per quelle per le quali possiedono l’abilitazione» (art. 7 comma 3)? E per quale stupefacente ragione, in queste condizioni, un docente dovrebbe insegnare meglio ai propri studenti? E la selezione contemporanea delle centinaia di insegnanti di un albo da parte di decine di dirigenti, con quale procedura sarà attuabile? La legge non lo dice. Inevitabilmente ci saranno docenti richiesti contemporaneamente da molti dirigenti: come sarà determinato l’istituto assegnatario? Non si sa. Ci saranno docenti non richiesti da nessun dirigente, come saranno assegnati a un istituto? Si vedrà. Quale sarà l’estensione geografica degli albi? Lo stabiliranno gli uffici regionali. Se la selezione dei docenti avviene ogni tre anni, come sarà possibile garantire continuità didattica agli studenti che iniziano un percorso triennale (le medie inferiori, il triennio delle superiori) l’anno dopo quello della selezione o quello ancora successivo? E nel caso di percorsi di studio biennali? Mistero. Dettagli, minuzie, flosculi sul cammino della modernità… Un altro mezzo previsto per conseguire i fini della riforma, corollario dell’assioma precedente, è il riconoscimento del merito dei docenti, cui è dedicato l’art. 11, Valorizzazione del merito del personale docente… «sulla base della valutazione dell’attività didattica in ragione dei risultati ottenuti in termini di qualità dell’insegnamento, di rendimento scolastico degli alunni e degli studenti, di progettualità nella metodologia didattica utilizzata, di innovatività e di contributo al miglioramento complessivo della scuola»….
TuttoscuolaNEWS n. 686 - 9 aprile 2015
“Quando una classe si può dire ‘pollaio’?”
░ Non esiste una definizione ufficiale delle cosiddette classi ‘pollaio’. Quando si può dire che la numerosità di una classe supera il limite di gestione e di sicurezza?
Per la scuola primaria, come nell’infanzia, il limite è fissato a 26 alunni, elevabili a 27 al massimo. Da 28 in su si può parlare di classe ‘pollaio’. Per la secondaria di I grado il limite normale è 27, elevabile a 28. Da 29 in su è classe ‘pollaio’. Nelle classi prime delle superiori il numero massimo è di 30 alunni. Dopo è ‘pollaio’. Se si considera, invece, il limite di sfollamento fissato dal decreto del ministero degli Interni del 26 agosto 1992 che ha dettato Norme di prevenzione incendi per l'edilizia scolastica, il numero massimo di persone che normalmente possono stare in un’aula è fissato in 26: 25 alunni più l’insegnante.
Il punto 5.0 (Affollamento) del decreto stabilisce, infatti, che Il massimo affollamento ipotizzabile è fissato in 26 persone/aula. Qualora le persone effettivamente presenti siano numericamente diverse dal valore desunto dal calcolo effettuato sulla base della densità di affollamento, l’indicazione del numero di persone deve risultare da apposita dichiarazione rilasciata sotto la responsabilità del titolare dell’attività. Per la sicurezza, dunque, il numero massimo di alunni non può superare le 25 unità, limite di deflusso dall’aula con una sola porta. Se il numero di alunni supera quel limite, è il dirigente scolastico ad assumerne la responsabilità. Cosa succederebbe se i dirigenti scolastici si rifiutassero di autorizzare presenze per aula oltre 25 alunni? Prevarrebbe la norma di sicurezza o quella di organizzazione del servizio?
orizzontescuola.it – 10/04/2015
“Appello di 27 associazioni al Parlamento: modificate il DDL Scuola
Rappresentiamo studenti, insegnanti, genitori, forze sociali e sindacali, associazioni interessate a una scuola buona”.
░ Un folto schieramento si muove contro la proposta, del tutto irricevibile, del governo e va ad aggiungersi al fronte del no. Aderiscono: Agenquadri AIMC RCI AUSER CGD CGIL CIDI CISL CISL Scuola Edaforum FNISM FLC CGIL IRSEF-IRFEDM Legambiente Legambiente Scuola e Formazione Link Coordinamento Universitario MCE Movimento Studenti di Azione Cattolica Movimento di Impegno Educativo di Azione Cattolica Proteo Fare Sapere Rete della Conoscenza Rete degli Studenti Medi Rete29Aprile UCIIM UDU Unione degli Studenti UIL UIL Scuola. Riportiamo.
Ci rivolgiamo al Parlamento per chiedere di cambiare il disegno di legge sulla scuola presentato dal Governo. Rappresentiamo studenti, insegnanti, genitori, forze sociali e sindacali, associazioni interessate a una scuola buona. I vari governi che si sono succeduti dal 2011 a oggi, tuttavia, nonostante le proposte di confronto avanzate, non ci hanno mai dedicato uno spazio di ascolto. L'investimento di tre miliardi nella scuola pubblica può essere una positiva inversione di tendenza, se finalizzato a innalzare i livelli di istruzione e di competenza di tutto il Paese e a contrastare le gravi diseguaglianze socio-culturali e territoriali che condizionano gli esiti scolastici. Siamo convinti che senza la partecipazione attiva dei soggetti che rappresentiamo, nessuna riforma possa raggiungere questi obiettivi decisivi per lo sviluppo del Paese. La consultazione sui temi della “Buona Scuola”, come dimostrato dagli stessi dati esposti dal MIUR, non ha purtroppo coinvolto il Paese nell'auspicato dibattito capillare. Pertanto, consideriamo indispensabile aprire un ampio confronto nel Paese per delineare una visione generale, il più possibile condivisa, sul nuovo ruolo della scuola nella società della conoscenza. A questo proposito riteniamo decisivo partire dal diritto di ogni persona all'apprendimento permanente come base per un progetto complessivo di cambiamento del sistema educativo italiano. Pur rappresentando organizzazioni con punti di vista anche molto diversi, abbiamo individuato in cinque punti le proposte per cambiare il disegno di legge presentato dal governo. Diseguaglianze.I risultati delle indagini internazionali dicono che la nostra scuola è penalizzata dall'essere tra le più diseguali d'Europa, con il rendimento degli studenti legato non tanto al merito individuale quanto al contesto territoriale e alle scelte dell'indirizzo e dello specifico istituto. Il fatto che ci siano, di norma, basse differenze di rendimento all'interno della stessa scuola e alte differenze fra scuole diverse significa che il contesto socio-economico delle scuole stesse incide al momento più di quello delle famiglie sui risultati dei discenti. Potenziare l'autonomia scolastica significa allora ridurre le diseguaglianze che frenano il diritto al successo formativo di ogni studente e la crescita di qualità dell'intero sistema. L'organico dell'autonomia non deve essere destinato prioritariamente alla copertura delle supplenze, ma al rafforzamento delle strategie per combattere la dispersione scolastica e a promuovere il successo scolastico di tutti. Si deve sviluppare quel progetto di scuola che non è la somma di mille progetti, ma corrisponde alla costruzione di curricoli che sappiano misurarsi con i nuovi modi di apprendere e di vivere dei giovani, facendo della scuola un laboratorio permanente di innovazione educativa, partecipazione ed educazione civica. Per fare questo ci vogliono sperimentazione e costante ricerca, così che la scuola possa assumere anche un ruolo centrale nel sistema nazionale di formazione degli insegnanti. E' altresì fondamentale garantire l'accesso al diritto allo studio, nel rispetto della Costituzione e come primo essenziale strumento di uguaglianza sostanziale, adottando una legge quadro nazionale che imponga dei livelli essenziali di prestazione e che sia soprattutto finanziata: qualsiasi intervento legislativo in materia di diritto allo studio che non preveda un grande investimento dello Stato sarebbe semplicemente inutile. È poi necessario, in secondo luogo, potenziare gli strumenti di welfare studentesco attraverso un sistema di servizi, che garantiscano una piena inclusione degli studenti e delle studentesse non solo nella dimensione scolastica ma anche in quella di cittadini. La strategia di innalzamento dei livelli di istruzione e competenza riguarda anche la popolazione adulta, come ci ricorda l'indagine Ocse-Piaac. Un significativo investimento di una quota di organico funzionale per lo sviluppo dell'Istruzione degli Adulti rappresenta un passo decisivo per la costruzione del Sistema Integrato dell'Apprendimento Permanente (Legge 92/2012). Governance. Occorre rafforzare l'autonomia nel senso pieno del DPR 275 e quindi come "garanzia di libertà di insegnamento e di pluralismo culturale", strumento per porre al centro l'apprendimento degli studenti e "garantire loro il successo formativo". A questi fini è nata l'autonomia scolastica, come strumento di democratizzazione della scuola: tramite il decentramento dei livelli decisionali e attivando una reale partecipazione delle componenti, la scuola deve diventare una comunità che si auto-governa, dove tutti sono soggetti attivi del processo educativo e delle scelte chiave. In questo modo la scuola potrà rispondere alle nuove esigenze della società odierna, così multiforme e diseguale. Invece l'eccessivo accentramento dei poteri nelle mani del preside-manager, previsto nel ddl, e la conseguente completa estromissione degli studenti, dei docenti, dei genitori e del personale ATA dai processi decisionali non rispondono affatto alle necessità di corresponsabilità e partecipazione che riteniamo essere imprescindibili per conseguire le finalità originarie dell'autonomia. Vanno quindi riviste a fondo le prerogative previste per il dirigente scolastico, che nell'articolato del ddl ne vede enfatizzati poteri e ambiti di competenza, evidenziando una parallela compressione della dimensione collegiale della scuola: riaffermiamo il valore degli organi collegiali come cuore di una comunità educante che svolge anche la funzione di palestra di democrazia per gli studenti. La scuola ha fondato le sue conquiste più importanti su un clima di cooperazione reso possibile proprio dalla impersonalità delle norme e dalla crescita di un sistema complesso a responsabilità diffusa. I poteri del dirigente scolastico non escono né umiliati né diminuiti dal fatto che le sue responsabilità sono chiamate a coesistere con le prerogativa affidate agli altri soggetti della scuola: il dirigente dirige, ma non dei “sottomessi”. La responsabilità è certo necessaria ma non deve essere monocratica e unilaterale, perché la partecipazione attiva delle componenti si concretizza solo se queste hanno un effettivo potere decisionale.
E' necessario perciò affinare gli strumenti di gestione dei processi educativi e formativi, che costituiscono in definitiva l'essenziale ragion d'essere del sistema scolastico, affinché sia perseguibile un sostanziale esercizio delle distinte e sinergiche responsabilità nel processo di costruzione delle decisioni. Riteniamo dunque importante riformare gli organi collegiali in direzione radicalmente opposta ed incentrata su una maggiore partecipazione di studenti e famiglie, così da rendere la gestione della scuola sempre più collettiva, responsabilizzando tutte le componenti del tessuto scolastico nell'elaborazione dell'offerta formativa, nella scrittura di progetti, nell'individuazione di punti deboli e strategie collettive di miglioramento. Sono improrogabili interventi per valorizzare il lavoro nella scuola nel rispetto della funzione contrattuale, indispensabile per raggiungere soluzioni efficaci e condivise. Risorse economiche. La scuola italiana necessita urgentemente di un aumento dei finanziamenti pubblici, almeno fino a riallineare il nostro paese con la media europea. Sono inammissibili le dichiarazioni per cui lo Stato non può coprire le spese per l'istruzione. È tuttavia possibile prevedere forme di finanziamento aggiuntivo, che in ogni caso non possono andare a finanziare singole istituzioni scolastiche: le diseguaglianze tra regioni e tra scuole della stessa regione sono altrimenti destinate ad aumentare, nonostante gli interventi perequativi che si possano prevedere. Riteniamo indispensabile quindi che forme di finanziamento privato totalmente libere e dirette, come la cessione del 5 per mille, siano finalizzate a potenziare il sistema educativo pubblico migliorandone i livelli di qualità ed equità. Il F.I.S. e il M.O.F., i canali con cui viene ordinariamente finanziata l'attività autonoma delle singole scuole, devono essere rinforzati e stabilizzati, così come peraltro annunciato nelle linee guida della “Buona Scuola”. La ripresa di una politica di investimenti nel sistema educativo pubblico deve inoltre essere accompagnata a un piano pluriennale che permetta all'Italia di raggiungere la media europea.
Rapporto scuola e lavoro. Lo sviluppo del rapporto-scuola lavoro deve essere orientato ad arricchire il percorso educativo e potenziare le opportunità occupazionali di tutti i giovani, assicurando a ognuno effettive capacità di apprendimento lungo tutto il corso della vita. Deve essere superato il pregiudizio, ancora molto radicato, dei percorsi per il lavoro destinati a chi è ritenuto poco adatto per gli studi. Tutti i percorsi scolastici devono essere aperti alla cultura del lavoro anche attraverso concrete esperienze di alternanza scuola-lavoro. I periodi di apprendimento mediante esperienze di lavoro devono essere articolati secondo criteri di gradualità e progressività rispettosi dello sviluppo personale, culturale e professionale degli studenti in relazione alla loro età. Per questo ha grande rilievo la qualità della funzione tutoriale svolta dal docente tutor scolastico e dal tutor formativo. I diritti delle studentesse e degli studenti in alternanza scuola lavoro devono essere garantiti per mezzo di uno Statuto che impedisca la creazione di sacche di lavoro gratuito mascherate da opportunità formative. La didattica laboratoriale deve essere sostenuta e diffusa in tutti i percorsi formativi. A ogni giovane, a conclusione del percorso formativo, deve essere assicurata la certificazione di tutte le competenze acquisite e la possibilità di accedere all'università. Un'idea molto diversa si rintraccia nel DDL laddove si prevede la possibilità di svolgere l'alternanza nelle pause estive, affidando alle sole imprese la gestione del percorso formativo; così facendo si afferma un'idea che dequalifica l'idea di apprendistato prevedendo una remunerazione nulla o irrisoria per le ore di formazione. L'utilizzo del contratto di apprendistato per l'acquisizione di titoli di studio deve essere esclusivamente finalizzato all'apprendimento e comunque successivo al conseguimento dell'obbligo di istruzione. La possibilità di acquisire un diploma di istruzione in apprendistato deve essere reintrodotta per dare continuità e sviluppo al programma sperimentale per lo svolgimento di periodi di formazione in azienda e come opportunità per i giovani NEET privi di diploma. Deleghe al Governo. Riteniamo che le numerose deleghe al Governo previste nel ddl siano un errore perché vi sono previsti temi troppo importanti, cruciali per il miglioramento della scuola italiana, che non possono essere affrontati senza un serio dibattito parlamentare. Crediamo inoltre che i criteri direttivi previsti siano insufficienti e spesso troppo vaghi, per determinare in quale direzione debbano andare queste importanti riforme; allo stesso tempo è inaccettabile la specifica previsione di non finanziare queste deleghe, perché temi come il diritto allo studio necessitano prioritariamente di un finanziamento da parte dello Stato. L'idea che il Parlamento abdichi alla sua funzione legislativa in favore del Governo, delegando senza i necessari criteri direttivi e senza finanziamenti su materie che sono determinanti per una qualsiasi riforma scolastica, è per noi ingiusta e inammissibile. Davvero oggi occorre cambiare la scuola, per cambiare l'Italia. Dunque riteniamo che, su un tema tanto cruciale per il futuro del nostro Paese, la discussione parlamentare non possa essere sottoposta a scadenze perentorie, ma anzi debba essere aperta all'ascolto e al confronto con il mondo della scuola e la società civile. Studenti, docenti, famiglie e personale hanno diritto a una “buona scuola”, già dal prossimo anno scolastico. Auspichiamo dunque che il Parlamento possa inserire nel proprio dibattito le questioni che abbiamo voluto segnalare come qualificanti, per la costruzione di una scuola che risponda ai dettati costituzionali e alle sfide del moderno contesto nazionale e comunitario. Per consentire di portare a sistema interventi ambiziosi come quelli che noi, tutti insieme, portiamo all'attenzione, riteniamo necessario lo stralcio del tema delle assunzioni per garantire il regolare ed efficace avvio del prossimo anno scolastico e dare una risposta ai tantissimi docenti precari che da anni tengono in piedi la nostra scuola. Tempi adeguati all'ascolto e al confronto non sono un modo per rallentare o, peggio, per rinviare i primi interventi di rilancio della scuola pubblica. Sono, invece, la condizione per correggere gli errori contenuti nel testo di ingresso e creare il necessario clima di condivisone per avviare nel minor tempo possibile i primi interventi di cambiamento.