Source: https://serraingegneria.it/coronavirus-in-azienda-il-dvr-va-aggiornato/
Timestamp: 2020-08-05 08:17:44+00:00
Document Index: 125531306

Matched Legal Cases: ['art. 2087', 'art. 28', 'art. 2087', 'art. 25', 'art. 28', 'art. 28', 'art. 28', 'art. 2087']

AGGIORNAMENTO DVR COVID - Studio Serra Ingegneria Cagliari
Aggiornamento DVR COVID – Quali rischi per il datore di lavoro
Secondo alcuni giuristi non vi è ragione per l’aggiornamento DVR COVID
Perchè non è necessario l’aggiornamento del DVR
Una parte della magistratura è a favore dell’aggiornamento DVR COVID
Perchè è necessario l’aggiornamento del DVR
Per concludere: il mancato aggiornamento DVR COVID espone il datore di lavoro a probabili conseguenze
A quale rischio si espone il datore di lavoro nel caso in cui non provveda all’aggiornamento DVR COVID con l’introduzione del rischio di contrarre la covid-19 da Sars-CoV-2, anche detto coronavirus? E cosa rischiano il responsabile del servizio di prevenzione e protezione e il medico competente?
“A chi spetta tutelate la salute dei lavoratori contro il rischio di infezione da covid-19?”. In altre parole ci si è chiesti se la pandemia di covid-19 in corso comporti la necessità di aggiornamento DVR COVID o se invece il rischio di infettarsi debba essere considerato estraneo all’obbligo di valutazione del rischi posto in capo al datore di lavoro.
Il primo paziente colpito da coronavirus è stato segnalato già dal 01.12.2019 in Cina. La coppia di turisti cinesi positivi al coronavirus è stata ricoverata per covid-19 allo Spallanzani di Roma già dal 30.01.2020. Ciononostante molti di noi hanno pensato che l’epidemia della malattia covid-19 causata dal virus Sars-CoV-2 riguardasse solo la Cina e pochi altri casi circoscritti e chissà se e quando questa sarebbe arrivata alla porta delle nostre case.
Solo il 18.02.2020, a seguito dello “scoprimento” del cosiddetto paziente 1 si è capito che la covid-19 era già arrivata silenziosamente fin dentro alle nostre case. Era in circolazione nel nostro paese presumibilmente già dal mese di gennaio.
Come spesso accade i segnali di pericolo sono stati sottovalutati dalla politica. Nonostante ci fosse tutto il tempo di correre ai ripari, nulla è stato fatto fino al momento dei primi ricoveri diagnosticati.
Da oltre un mese l’emergenza è conclamata. Lentamente i datori di lavoro pubblici e privati e molti responsabili del servizio di prevenzione e protezione si sono chiesti la stessa cosa. La domanda più importante: “Si lavora in condizioni di sicurezza rispetto al rischio da coronavirus?”.
I più attenti si sono chiesti anche una questione aggiuntiva non di dettaglio: “A chi spetta tutelate la salute dei lavoratori contro il rischio di infezione da covid-19?”. In altre parole ci si è chiesti se la pandemia di covid-19 in corso comporti la necessità di aggiornamento DVR COVID o se invece il rischio di infettarsi debba essere considerato estraneo all’obbligo di valutazione del rischi posto in capo al datore di lavoro.
La questione è tutt’altro che banale e vede personalità di spicco del settore quali consulenti esperti, giuristi e magistrati schierarsi su una posizione o su un’altra.
Questo contributo non ha la pretesa di essere esaustivo e voler dire la parola fine sul tema. Al contrario prende in considerazione le ragioni dell’una e dell’altra voce, valutandole e ragionando sul merito delle questioni.
Le fonti normative da chiamare in soccorso sono tante, ma le principali sono le seguenti:
articolo 2087 del codice civile (“L’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro”);
articolo 1 comma 1 del D.Lgs. 81/2008 (“Il datore di lavoro non può delegare le seguenti attività: la valutazione di tutti i rischi con la conseguente elaborazione del documento previsto dall’articolo 28” (che è il documento di valutazione dei rischi, ndr));
articolo 2 comma 1 lettera q del D.Lgs. 81/2008 (“valutazione globale e documentata di tutti i rischi per la salute e sicurezza dei lavoratori presenti nell’ambito dell’organizzazione in cui essi prestano la propria attività, finalizzata ad individuare le adeguate misure di prevenzione e di protezione e ad elaborare il programma delle misure atte a garantire il miglioramento nel tempo dei livelli di salute e sicurezza”);
articolo 28 del del D.Lgs. 81/2008
articolo 271 comma 1 del D.Lgs. 81/2008 (“Il datore di lavoro, nella valutazione del rischio di cui all’articolo 17, comma 1, tiene conto di tutte le informazioni disponibili relative alle caratteristiche dell’agente biologico e delle modalità lavorative [omissis]”);
Protocollo condiviso di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus Covid-19 negli ambienti di lavoro, sottoscritto il 14.03.2020
Un saggio del prof. Pascucci, ordinario di diritto del lavoro presso l’Università di Urbino Carlo Bo, espone in modo preciso ed esaustivo una interpretazione del corpus normativo condiviso da molti altri giuristi e operatori del settore.
Essa è da associare per coerenza del punto di vista con il saggio del dott. Pelusi, dottore di ricerca in diritto del lavoro presso l’Università di Bergamo.
In esso il prof. Pascucci dapprima traccia una linea di separazione tra quelli che devono intendersi rischi specifici dell’ambiente di lavoro e quelli che invece devono essere considerati rischi esterni, o esogeni o generici. I primi sono intrinsecamente legati all’attività produttiva, ossia sono generati da essa, i secondi sono rischi che sono presenti nell’attività lavorativa come nel resto del territorio. Appartiene alla prima categoria per esempio il rischio del personale sanitario di contrarre infezioni nell’ambiente ospedaliero, mentre appartiene alla seconda il rischio di contrarre patologie dovute all’inquinamento ambientale.
Dopo una breve digressione sugli ormai noti DPCM che hanno regolamentato diversi aspetti della vita pubblica e privata, imponendo dei limiti all’attività imprenditoriale privata e alla libera circolazione delle persone, avendo la pubblica autorità avocato a sé certe scelte nell’interesse della collettività, il prof. Pascucci conclude esponendo la tesi secondo la quale gli articoli 1, 2 e 271 del D.Lgs. 81/2008 sono da applicarsi esclusivamente ai rischi specifici che sono connessi al contesto strutturale, strumentale, procedurale e di regole che il datore di lavoro ha concepito e messo in atto per il perseguimento delle proprie finalità produttive e non anche ai rischi aspecifici, come viene categorizzato il rischio di infezione da coronavirus in attività produttive non sanitarie.
Usando le parole del professore: “se il problema riguarda la salute pubblica e solo “di rimando” l’organizzazione imprenditoriale, pare di poter escludere che, negli “ambienti di lavoro non sanitari”, in seguito alla comparsa del coronavirus il datore di lavoro sia obbligato a procedere con l’aggiornamento DVR COVID con la valutazione dei rischi ed il relativo documento come se si trattasse dell’emersione di un rischio insito nella propria organizzazione (in quanto tipico della stessa)”
“se il problema riguarda la salute pubblica e solo “di rimando” l’organizzazione imprenditoriale, pare di poter escludere che, negli “ambienti di lavoro non sanitari”, in seguito alla comparsa del coronavirus il datore di lavoro sia obbligato a procedere con l’aggiornamento DVR COVID con la valutazione dei rischi ed il relativo documento come se si trattasse dell’emersione di un rischio intrinseco della propria organizzazione (in quanto tipico della stessa)”
Ma d’altro canto, se il rischio del contagio da coronavirus emerge in un’azienda non sanitaria, il datore di lavoro non potrà ignorarlo, ma dovrà comunque assumere le cautele precauzionali imposte dal suo generale obbligo di sicurezza ex art. 2087 c.c. Pur non dovendosi fare carico dell’applicazione del citato Titolo X del d.lgs. n. 81/2008 sull’esposizione ad agenti biologici, dato che il coronavirus è un agente biologico non ontologicamente insito in quell’organizzazione, per cui esso dà luogo ad un rischio biologico generico e non specifico, il datore di lavoro dovrà tuttavia farsi garante dell’applicazione in azienda delle misure di prevenzione dettate dalla pubblica autorità, spettandogli comunque di valutare e decidere come adottarle nella propria azienda ove esse presentino margini di discrezionalità. Si tratta, fra gli altri, di dare applicazione al protocollo condiviso del 14.03.2020, le quali non devono integrarsi nel documento di valutazione dei rischi di cui all’art. 28 del D.Lgs. 81/2008, essendo il protocollo un documento negoziale valido tra le parti che lo hanno firmato e non una norma di carattere pubblicistico.
Le conseguenze dell’inquadramento normativo delle misure anti-contagio covid-19 non sono solo di forma, ossia legate all’inserimento o meno delle procedure aziendali all’interno del DVR o meno, ma sono anche e soprattutto di sostanza. E per capire la differenza basti pensare al fatto che l’apparato sanzionatorio, di natura prevalentemente penale, previsto dal D.Lgs. 81/2008, non è presente nei provvedimenti dell’autorità contenuti nei vari DPCM e Decreti di recente emanazione per fronteggiare l’emergenza sanitaria in corso. Pertanto secondo la visione del prof. Pascuci, l’apparato sanzionatorio applicabile è limitato al risarcimento del danno conseguente dalla disapplicazione dell’art. 2087 del codice civile, dalle responsabilità derivanti dagli articoli 589 e 590 del codice penale e dall’applicazione dell’art. 25-septies del D.Lgs. 231/2001.
Diametralmente opposta alla visione del prof. Pascucci è quella del dott. Raffaele Guariniello, magistrato ormai in pensione, ma sempre attivo in vari ambiti legati alla tutela della sicurezza sul lavoro, noto per la sua attività nell’ambito del processo Tyssenkrupp e per svariate sue pubblicazioni sul tema.
La visione del dott. Guariniello è tratta dalla sua ultima pubblicazione, edita da Wolters-Kluwer, intitolata “La sicurezza sul lavoro al tempo del coronavirus”. L’esistenza stessa di tale pubblicazione suggerisce il fatto che la visione del dott. Guariniello non combacia con quella del prof. Pascucci. A che servirebbe d’altronde un manuale di sicurezza sul lavoro inutile perché inapplicabile al caso del coronavirus?
Il dott. Guariniello, senza mostrare alcun dubbio o incertezza e senza neppure menzionare la tesi opposta, guida a colpi di sentenze interpretative della norma, verso una piena applicazione del D.Lgs. 81/2008 a tutte le aziende, comprese quelle non sanitarie.
Secondo il suo parere a dare la risposta circa l’applicabilità del D.Lgs. 81/2008 al caso del rischio di contagio di covid-19 è lo stesso D.Lgs. 81/2008, il quale art. 28, comma 2, lett. a) recita “valutazione di tutti i rischi per la sicurezza e la salute durante l’attività lavorativa”. L’espressione “durante” è altamente significativa, in quanto fa intendere che debbono essere valutati tutti i rischi che possono profilarsi, non necessariamente a causa dell’attività lavorativa, bensì durante l’attività lavorativa: come appunto il coronavirus.
“in forza dell’art. 28, comma 2, D.Lgs. n. 81/2008, il DVR, oltre all’analisi del rischio coronavirus, deve contenere l’individuazione delle misure di prevenzione e protezione adottate contro tale rischio.”
Egli approva pienamente i contenuti dell’interpello n. 11 del 25 ottobre 2016 che sottolinea che “il datore di lavoro deve valutare tutti i rischi, compresi i potenziali e peculiari rischi ambientali legati alle caratteristiche del Paese in cui la prestazione lavorativa dovrà essere svolta, quali a titolo esemplificativo, i cosiddetti rischi generici aggravati, legati alle condizioni sanitarie del contesto geografico di riferimento non considerati astrattamente, ma che abbiano la ragionevole e concreta possibilità di manifestarsi in correlazione all’attività lavorativa svolta”
In definitiva il dott. Guariniello chiude il capitolo attestando senza ombra di dubbio che “in forza dell’art. 28, comma 2, D.Lgs. n. 81/2008, il DVR, oltre all’analisi del rischio coronavirus, deve contenere l’individuazione delle misure di prevenzione e protezione adottate contro tale rischio.” In sostanza è favorevole all’aggiornamento DVR COVID.
Le due tesi esposte provengono entrambe da studiosi della materia di chiara fama. Ciononostante sono contrapposte. Dall’esposizione dei punti di vista sopra richiamati devono spingere il consulente, sia esso ingegnere o di altra estrazione formativa, a lavorare per la tutela del proprio cliente.
Il principio di precauzione suggerisce che, qualora sussista quantomeno il ragionevole dubbio sul fatto che il datore di lavoro debba prendere in considerazione l’effettuazione di un aggiornamento DVR COVID con la valutazione del rischio a seguito della pandemia di coronavirus, allora egli lo deve fare.
In conclusione: per la tutela del datore di lavoro in qualunque sede, è caldamente consigliato procedere con l’aggiornamento DVR COVID. E non perchè sia fuori dubbio che le norme cogenti dei vari DPCM debbano essere applicate dal datore di lavoro. E neppure perché è fuori dubbio che debbano essere applicate anche le norme previste nel protocollo condiviso, almeno nella stragrande maggioranza dei casi. Ma perché le sanzioni previste nei casi più estremi sono pur sempre quelle del codice penale.
Stando così le cose, appare evidente che il responsabile del servizio di prevenzione e protezione, sia esso ingegnere o professionista di altra area, e il medico competente quando nominato, non possano delegare a terzi l’attività di consulenza al datore di lavoro. Né possono evitare di prestare il proprio supporto proprio nel momento di maggior confusione, affinché il quadro normativo attuale e conseguente alla pandemia di coronavirus sia applicato in azienda, con tanto di valutazione del rischio e di redazione di procedure, dove opportuno.
In conclusione: per la tutela del datore di lavoro in qualunque sede, è caldamente consigliato procedere con l’aggiornamento DVR COVID.
Una eventuale presa di posizione opposta da parte del responsabile del servizio di prevenzione e protezione e del medico competente non farebbe altro che esporre il datore di lavoro al rischio di sanzioni. Le sanzioni, giova ricordarlo, sarebbero quantomeno amministrative, nel caso di applicazione dell’art. 2087 del codice civile, quando non penali, nel caso di applicazione dell’apparato sanzionatorio del D.Lgs. 81/2008, oltre a quelle eventualmente rivenienti dall’applicazione del D.Lgs. 231/2001 riguardante la responsabilità amministrativa delle organizzazioni.
E tutto questo senza contare il rischio di non aver fatto tutto il possibile per proteggere i lavoratori esposti al rischio. I quali, lasciati soli e senza la guida del datore di lavoro, non potrebbero autonomamente né disporre dei mezzi di prevenzione e protezione adeguati, né arrogarsi il diritto di forzare l’applicazione nell’ambiente di lavoro.
Letture dell'articolo: 84
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