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Timestamp: 2019-01-17 21:34:35+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 5', 'art. 6', 'art. 1', 'art. 29', 'art. 1023', 'art. 4', 'art. 29', 'art. 2', 'art. 1', 'art.31', 'art.3', 'art. 44', 'sentenza ', 'art. 337', 'art. 8', 'art. 14', 'art. 8', 'art. 29', 'art. 12', 'art. 17', 'art. 7', 'art. 8', 'art.33', 'art. 4']

Portale di Informazione Antidiscriminazioni LGBT http://www.portalenazionalelgbt.it identità, diritti, informazione Wed, 18 Jan 2017 11:43:29 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.7.2 Famiglie plurali: guida alla normativa e alla giurisprudenza http://www.portalenazionalelgbt.it/famiglie-plurali-guida-alla-normativa-e-alla-giurisprudenza/ Fri, 23 Sep 2016 12:48:46 +0000 http://www.portalenazionalelgbt.it/?p=5118
A cura di Joëlle Long, Dipartimento di Giurisprudenza, Università degli Studi di Torino.
Nell’ordinamento italiano manca una definizione giuridica unitaria di ‘famiglia’, cioè del nucleo i cui componenti hanno diritto a un trattamento particolare (tendenzialmente premiale) poiché le relazioni interne al gruppo sono ritenute meritevoli di tutela per il loro rilievo sociale.
L’analisi del diritto positivo mostra in effetti che i modelli di famiglia delineati dal legislatore sono plurimi e variano in relazione al contesto di riferimento. Le coppie eterosessuali di conviventi more uxorio possono per esempio accedere alle tecniche di fecondazione medicalmente assistita (art. 5 legge 40/2004), ma sono escluse dall’adozione dei minorenni abbandonati (art. 6 legge n.184/1983)1. A seguito dell’introduzione delle cosiddette “unioni civili” (legge 20 maggio 2016 n.76, art. 1 c. 11 e ss.), le coppie dello stesso sesso possono godere di un trattamento simile a quello delle coppie coniugate nella relazione “orizzontale” tra i partner , ma non nei rapporti con la prole. Ai fini del ricongiungimento familiare sono considerati ‘familiari’ anche i figli minori del coniuge e i minori sotto tutela (art. 29 TU imm.). Una vecchia norma del codice civile, inoltre, include nella nozione di ‘famiglia’ ai fini dell’individuazione del contenuto del diritto reale di abitazione i prestatori di lavoro domestico conviventi con la famiglia, per esempio colf, tata, badante… (art. 1023 cod. civ.). Infine, nella nozione di ‘famiglia anagrafica’ rilevante per la determinazione della situazione economica di riferimento per l’accesso e la partecipazione ai costi degli interventi e dei servizi sociali (es. asili nido, assegnazione di una casa popolare) sono ricomprese tutte le persone che hanno la stessa residenza anagrafica e sono legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o anche solo da ‘vincoli affettivi’, autocertificati dagli interessati (art. 4 del DPR n. 223/89)2.
Con riferimento specifico alla relazione di coppia, si è sostenuto che la lettera dell’art. 29 comma 1° Cost. («La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio») ancori in via esclusiva la nozione di famiglia all’istituto matrimoniale eterosessuale. Secondo l’interpretazione oggi prevalente, tuttavia, la norma ha l’unico effetto di impegnare il legislatore alla tutela dell’unione coniugale tra persone di sesso diverso, senza però precludere la possibilità di interventi legislativi a favore di altri nuclei sociali. Anzi: in forza dell’art. 2 Cost., lo Stato ha il dovere di attivarsi per proteggere i diritti individuali della persona all’interno delle ‘formazioni sociali’, e quindi anche della ‘famiglia’ così come l’individuo sceglie di viverla. In quest’ottica, come già accennato, il legislatore ha riconosciuto alle coppie dello stesso sesso il diritto di formalizzare la loro relazione mediante l’unione civile con conseguenze simili alla celebrazione del matrimonio, pur evitando di qualificare esplicitamente tale unione come “famiglia” (l’art. 1 c. 1 della legge 20 maggio 2016 n.76 la definisce infatti «specifica formazione sociale ai sensi degli articoli 2 e 3 della Costituzione»).Parla invece esplicitamente di vita familiare tra i partner dello stesso sesso la Corte di Cassazione, secondo cui «I componenti della coppia omosessuale… quali titolari del diritto alla ‘vita familiare’ e nell’esercizio del diritto inviolabile di vivere liberamente una condizione di coppia e del diritto alla tutela giurisdizionale di specifiche … possono adire i giudici comuni per far valere, in presenza appunto di ‘specifiche situazioni’, il diritto ad un trattamento omogeneo a quello assicurato dalla legge alla coppia coniugata» (Cass. 4184/2012)4.
Anche per quanto concerne la relazione verticale tra il minorenne e il genitore, la situazione è complessa ed incerta. La giurisprudenza è pacifica nell’affermare che, in forza del principio del migliore interesse del minore, contenuto in nuce nell’art.31 Cost. e poi canonizzato nell’art.3 Conv. ONU dir. infanzia, la condizione di omosessualità non esclude di per sé l’idoneità della persona a svolgere funzioni genitoriali (cfr. in materia di affidamento e diritto di visita a seguito della scissione della coppia genitoriale Cass. civ., sez. I, 11 gennaio 2013, n. 601; Trib. Genova, 30 ottobre 2013; Trib. Nicosia, ord. 14 dicembre 2010; Trib. Firenze, ord. 10 aprile 2009; Trib. Bologna, decr. 15 luglio 2008). Anzi, una coppia dello stesso sesso è stata ritenuta una preziosa risorsa per l’affidamento familiare di un minore (Trib. min. Palermo, 4 dicembre 2013). Tuttavia, come già accennato, le coppie dello stesso sesso, indifferentemente unite da unione civile o conviventi di fatto, sono escluse dall’adozione dei minori abbandonati e dalla procreazione medicalmente assistita. Malgrado ciò, parte della giurisprudenza di merito, oggi con l’autorevole avallo della Cassazione, ha riconosciuto la genitorialità della coppia dello stesso sesso che abbia perseguito un progetto procreativo comune utilizzando quale strumento l’istituto dell’adozione in casi particolari di cui all’art. 44 lett. d legge n.184 del 1983, un tipo di adozione “minore” previsto dal legislatore in tutt’altre situazioni) (cfr. Trib. min. Roma, 30 luglio 2014,confermata da App. Roma, 23 dicembre 2015 e avallata dalla Cassazione con la sentenza n. 12962 del 22 giugno 2016; Trib. min. Roma 22 ottobre 2015 e Trib. min. Roma 23 dicembre 2015). Altri giudici hanno ammesso direttamente o la trascrizione dell’atto di nascita formato all’estero e che indicava i due partner dello stesso sesso come genitori, conformemente al diritto locale (App. Torino, 29 ottobre 2014). Sempre il principio del migliore interesse del minore è stato poi invocato per garantire, dopo la rottura della relazione di coppia tra i genitori, la frequentazione tra una donna e i figli biologici della compagna che fino a quel momento erano stati cresciuti insieme dalle due donne (Trib. Palermo, 15 aprile 2015 e, sulla medesima vicenda, App. Palermo 31 agosto 2015 che solleva questione di legittimità costituzionale dell’art. 337bis cod. civ. nella parte in cui non consente al giudice di valutare, nel caso concreto, se risponda all’interesse del minore conservare rapporti significativi con l’ex partner del genitore biologico). Proprio la frammentarietà e la disorganicità del diritto di origine nazionale impongono di prestare particolare attenzione al diritto internazionale, in particolare alla Conv. eur. dir. uomo, così come interpretata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo5. Nel corso degli anni, i giudici di Strasburgo hanno infatti delineato con sufficiente precisione la ‘vita familiare’ meritevole di tutela ai sensi dell’art. 8 Conv., nonché individuato un livello minimo di tale tutela. Sebbene la Corte europea tenda a evitare dichiarazioni di principio adottando un approccio casistico e sebbene la mancanza di consensus tra i diversi ordinamenti sulle relazioni di coppia idonee a costituire ‘famiglia’ abbiano indotto per lungo tempo alla cautela, con preferenza per il rinvio agli ordinamenti nazionali, negli ultimi quindici anni i giudici di Strasburgo hanno progressivamente ridotto l’autonomia degli ordinamenti nazionali nel riconoscimento di modelli familiari ‘altri’ rispetto a quello tradizionale della coppia coniugata eterosessuale con figli biologici di entrambi i partner.
Per quanto concerne la relazione di coppia, le ragioni di tale percorso devono essere individuate nell’interpretazione evolutiva del divieto di discriminazioni di cui all’art. 14 CEDU, in particolare sotto il profilo dell’orientamento sessuale6, nonché nella progressiva diffusione tra gli Stati membri del Consiglio d’Europea del diritto delle coppie dello stesso sesso di formalizzare la loro relazione di coppia mediante matrimonio o unione civile (cfr. da ultimo “Oliari c. Italia del 21 luglio 2015” che condanna il nostro Paese per il diniego alle coppie dello stesso sesso della possibilità di formalizzare la loro relazione al fine di fruire di un regime sostanzialmente analogo a quello del matrimonio). Esemplari in questo senso sono le sentenze “Karner c. Austria” (24 luglio 2003) e “X e altri c. Austria” (19 febbraio 2013) che hanno condannato l’Austria per aver trattato in modo ingiustificatamente diverso coppie conviventi omo ed eterosessuali con riferimento rispettivamente alla successione nel contratto di locazione intestato al defunto e all’accesso all’adozione del figlio del partner. La celebre pronuncia “Schalk and Kopf c. Austria” (24 giugno 2010), invece, ha per la prima volta incluso la relazione omosessuale nella vita familiare di cui all’art. 8 Conv. («Data quest’evoluzione [sociale e giuridica] la Corte ritiene artificiale sostenere l’opinione che, a differenza di una coppia eterosessuale, una coppia omosessuale non possa godere della vita familiare ai fini dell’articolo 8. Conseguentemente la relazione dei ricorrenti, una coppia omosessuale convivente con una stabile relazione di fatto, rientra nella nozione di vita familiare, proprio come vi rientrerebbe la relazione di una coppia eterosessuale nella stessa situazione»).
In merito alla relazione verticale tra genitori e figli, il grimaldello per il riconoscimento di modelli familiari “nuovi” è quello, già illustrato con riferimento al diritto nazionale, del principio del migliore interesse del minore. Per esempio, nella controversa pronuncia “Paradiso e Campanelli c. Italia” (27 gennaio 2015) il nostro Paese è stato condannato dalla Corte di Strasburgo per l’allontanamento dalla coppia italiana committente del figlio avuto dalla stessa in Ucraina mediante il ricorso alla maternità surrogata (vietata in Italia) in considerazione del fatto che i ricorrenti erano stati giudicati genitori inidonei per il solo fatto di essersi procacciati il figlio all’estero in violazione delle norme interne sulla procreazione medicalmente assistita.
Infine, un contributo importante alla determinazione della nozione di famiglia viene dal diritto dell’Unione europea. La comune appartenenza all’Unione europea, infatti, impone di ripensare la nozione di ordine pubblico internazionale (che come noto vieta l’ingresso nello Stato del diritto straniero che rischi di produrre nell’ordinamento interno una violazione dei principi fondamentali dell’ordinamento), anche alla luce della comune appartenenza alla comunità internazionale e soprattutto all’UE che presuppone la comunanza di valori e dei principi fondamentali tra gli Stati membri. Così, la Cassazione, pur negando la trascrivibilità dei matrimoni same sex celebrati all’estero da cittadini italiani, esclude che possa essere invocato il limite dell’ordine pubblico «sia perché altrimenti si determinerebbero effetti palesemente discriminatori in base all’orientamento sessuale, sia perché disposizioni comunitarie ed interne vietano esplicitamente discriminazioni fondate su tale orientamento» (Cassaz. 4184/2012). Isolate pronunce di merito hanno invece ammesso la trascrizione8 o comunque il rilascio del permesso di soggiorno al coniuge dello stesso sesso9. Oltre a ciò, assume rilievo il progressivo riconoscimento, nell’ottica della libertà di circolazione delle persone all’interno dell’Unione (riconosciuta dall’ art. 29 Trattato UE e dagli artt.34 e 45 Carta di Nizza) e per evitare la formazione di situazioni giuridiche claudicanti (cioè produttive di effetti in un ordinamento, ma invalide in un altro), della libertà di circolazione degli status familiari e dunque di un diritto individuale al riconoscimento della posizione giuridica soggettiva acquisita in virtù dei rapporti familiari intrattenuti, pur nel rispetto della competenza dei singoli Stati a definire presupposti e contenuto delle modalità di formalizzazione delle relazioni familiari (cfr. il Reg. n. 2201/2003, relativo alla competenza, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale, ma anche la Direttiva 2004/38/CE sulla libera circolazione delle persone che include tra i familiari «il partner che abbia contratto con il cittadino dell’Unione un’unione registrata sulla base della legislazione di uno Stato membro, qualora la legislazione dello Stato membro ospitante equipari l’unione registrata al matrimonio e nel rispetto delle condizioni previste dalla pertinente legislazione dello Stato membro ospitante»7).
[1] Un’interessante ricognizione dei diritti dei conviventi etero ed omosessuali è contenuta nel Vademecum dei diritti dei conviventi del Comune di Milano, Milano, 2013.
[2] La disciplina del nuovo ISEE (Indicatore della Situazione Economica Equivalente), peraltro, prevede che il nucleo familiare rilevante ai fini dell’ISEE possa variare considerando anche persone esterne alla famiglia anagrafica (il coniuge che non abbia la stessa residenza anagrafica, i figli della persona non autosufficiente anche se non convivano con la stessa, il genitore non convivente nel nucleo, non coniugato con l’altro genitore e che abbia riconosciuto il figlio), salvo il caso in cui i servizi sociali attestino che tali soggetti sono estranei in termini di rapporti affettivi ed economici (DPCM 5 dicembre 2013 n. 159).
[3] In senso sostanzialmente analogo si esprime Corte cost. 170/2014.
[4] Conforme Cass. civ. 8097/2015 che – pronunciandosi sulla stessa vicenda di Corte cost. 170/2014 – parla di «nucleo affettivo e familiare» (corsivo aggiunto) con riferimento a una coppia di donne, sposatesi prima che una delle due intraprendesse il percorso per la rettificazione del sesso da maschile a femminile, che chiedevano di rimanere coniugate, malgrado il divorzio loro imposto ex lege in conseguenza della rettificazione.
[5] Numerose altre fonti di origine extranazionale riconoscono agli individui «il diritto al rispetto della vita familiare»: l’art. 12 Dich. univ. dir. uomo; l’art. 17 Patto int. dir. civ. e pol.; l’art. 7 (che ricalca l’art. 8 CEDU) e l’art.33 (che protegge la famiglia «sul piano giuridico, economico e sociale») Carta di Nizza. Il particolare interesse per la Convenzione europea dei diritti dell’uomo è dato dell’efficace sistema di controllo e sanzione delle violazioni previsto dalla Convenzione stessa e, soprattutto, dal dinamismo della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo.
[6] Secondo i giudici europei, le differenze motivate unicamente da considerazioni relative all’ orientamento sessuale sono inaccettabili e le differenze basate sull’orientamento sessuale devono essere giustificate da motivi impellenti o, altra formula utilizzata a volte, da «ragioni particolarmente solide e convincenti» in quanto il margine di apprezzamento degli Stati è limitato. Anche l’Unione europea è stata negli anni molto attiva sul fronte della lotta contro le discriminazioni sulla base del sesso, dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere (vd. da ultimo il cosiddetto “Rapporto Lunacek”, che delinea una tabella di marcia «contro l’omofobia e la discriminazione, legata all’orientamento sessuale e all’identità di genere», sollecitando la Commissione a lavorare per «il riconoscimento reciproco degli effetti di tutti gli atti di stato civile nell’Unione europea, compresi i matrimoni, le unioni registrate e il riconoscimento giuridico del genere, al fine di ridurre gli ostacoli discriminatori di natura giuridica e amministrativa per i cittadini e le relative famiglie che esercitano il proprio diritto di libera circolazione»). L’impatto del suo contributo alla rimeditazione della nozione di famiglia è stato tuttavia a oggi assai più limitato di quello della Corte europea dei diritti dell’uomo.
[7] In senso analogo si esprime la Direttiva 2003/86/CE relativa al diritto al ricongiungimento familiare il cui art. 4 rimette agli Stati membri di consentire il ricongiungimento anche al ‘familiare’ che sia «partner non coniugato… che abbia una relazione stabile duratura debitamente comprovata… , o… legato… da una relazione formalmente registrata».
[8] Trib. Grosseto, ord. 3 aprile 2014.
[9] Trib. Pescara, ord. 15 gennaio 2013; Trib. Reggio Emilia, 13 febbraio 2012.
]]> Orientamento sessuale: guida alla normativa e alla giurisprudenza http://www.portalenazionalelgbt.it/orientamento-sessuale-guida-alla-normativa-e-alla-giurisprudenza/ Fri, 23 Sep 2016 12:40:17 +0000 http://www.portalenazionalelgbt.it/?p=5116
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]]> Adolescenza e omosessualità in un’ottica evolutiva http://www.portalenazionalelgbt.it/adolescenza-e-omosessualita-in-unottica-evolutiva/ Thu, 07 Jul 2016 09:41:16 +0000 http://www.portalenazionalelgbt.it/?p=4927
Adolescenza e omosessualità in un’ottica evolutiva: coming out, compiti di sviluppo, fattori di protezione [1]
A cura di Vittorio Lingiardi e Roberto Baiocco
Come avviene la ‘scoperta’ della propria omosessualità? È un fulmine a ciel sereno o l’esito di una lunga serie di ‘indizi’? Avviene prima, durante o dopo l’adolescenza? Quante cose vissute ‘prima’ vengono comprese ‘dopo’? Ma prima e dopo cosa? C’è un momento in cui un/a adolescente dice “sono gay”, “sono lesbica”? Quali dubbi e certezze, tristezze e gioie, paure e curiosità accompagnano un ragazzo o una ragazza nel riconoscimento del proprio orientamento sessuale e nell’acquisizione di consapevolezza della propria identità? E poi, tempi e modi di questo percorso sono gli stessi per tutti e per tutte?
Questo contributo si propone di affrontare alcuni aspetti dello sviluppo dell’orientamento (omo)sessuale e dell’identità di genere in adolescenza, evidenziando alcune specificità che i percorsi formativi spesso trascurano.
Scrivere di omosessualità è sempre un problema perché si rischia di isolare questa dimensione nucleare dell’identità dall’esperienza umana generale. D’altra parte, non scrivendone, si rischia di tacere un elemento fondamentale della vita di molte persone. È necessaria perciò la capacità di mantenersi in equilibrio tra differenze e uguaglianze. Inoltre, le forme dell’omosessualità sono così tante che il tentativo di elaborare una teoria comprensiva dell’omosessualità è realizzabile solo al prezzo di una grave distorsione delle differenze che esistono tra le persone omosessuali. Infatti, molte e diverse sono le (etero-)(bi-)-(omo-)-sessualità, e sempre plasmate dai contesti culturali e di genere. Sappiamo ancora ben poco di come le forze biologiche, le identificazioni, i fattori cognitivi, l’uso che il bambino fa della sessualità per risolvere i conflitti dello sviluppo, le pressioni culturali alla conformità e il bisogno di adattamento contribuiscano alla formazione dell’individuo e alla costruzione della sua sessualità (LeVay, 2011). Eppure, per molti anni l’omosessualità è stata un argomento controverso, che ha impegnato psicologi e psicoanalisti nella ricerca di modelli esplicativi e nella costruzione di teorie che, anche se diversamente articolate, hanno a lungo confinato le persone omosessuali nel territorio della psicopatologia.
Non è da molto che la comunità psicoanalitica ha avviato una radicale revisione delle teorie che vedevano nell’omosessualità un esito patologico o comunque ‘non riuscito’ dello sviluppo. Tali teorie prendevano le mosse dal modello cosiddetto ‘psicosessuale’, che prevedeva l’esistenza di un’unica linea di sviluppo ‘sana’ e pressoché ‘invariabile’, che tendeva al raggiungimento di un culmine eterosessuale e assicurava la maturità e la salute mentale. Eventuali differenze dovute al genere erano tenute in scarsa o nessuna considerazione, e la possibilità di un orientamento omosessuale ‘normale’ neppure contemplata. L’omosessualità (per lo più maschile) era ‘spiegata’ ricorrendo a costellazioni familiari ‘tipiche’, come un rapporto troppo intimo con la madre o l’assenza della figura paterna (Lingiardi, 2016).
È solo dalla fine del secolo scorso che, in ambito psicoanalitico, prende consistenza e riceve considerazione una letteratura sull’omosessualità non gravata dal pregiudizio. Per la prima volta, psicoanalisti e studiosi omosessuali escono dalla clandestinità e prendono la parola (Drescher, 1998; Isay, 1989; Roughton, 2002). È l’inizio del cosiddetto processo di “depatologizzazione” dell’omosessualità.
Sul piano della pratica clinica avvengono cambiamenti sostanziali. Gli approcci terapeutici, fino a quel momento caratterizzati da modelli che consideravano l’omosessualità un disturbo da curare (e che daranno vita alle cosiddette ‘terapie riparative’, inefficaci e dannose) cedono il posto a una visione dell’omosessualità come normale variante non patologica della sessualità umana. Finalmente, sul finire del secolo scorso, le ripercussioni negative della stigmatizzazione/discriminazione sociale sui percorsi evolutivi delle persone gay e lesbiche iniziano a essere riconosciute. La ricerca sull’omosessualità inizia così a cedere il passo alla ricerca sull’omofobia. La domanda non è più “perché lei è omosessuale?” (domanda destinata a rimanere senza risposta), ma “perché lei ha ostilità, paura, disgusto verso l’omosessualità e gli omosessuali?” (Lingiardi, Nardelli, 2014).
All’incirca a partire dai due anni, i bambini mostrano una chiara preferenza per il gioco con bambini dello stesso genere. Se interagiscono con bambini di genere differente, generalmente fanno un gioco parallelo oppure si limitano a osservare il gioco dell’altro.
La scuola primaria è uno dei luoghi dove vengono ‘prodotte’ specifiche pratiche di genere. Anche i libri tradizionali di favole veicolano stereotipi, rafforzando i ruoli di genere e la contrapposizione maschile vs. femminile: per esempio, le principesse sono solitamente buone e fragili e vengono salvate da principi forti e coraggiosi. Fin dalla primissima infanzia i bambini associano al ‘maschile’ caratteristiche quali assertività, forza e coraggio e al ‘femminile’ aspetti come dipendenza, emotività e cura per gli altri. Già a partire dai tre-quattro anni, i ruoli e i comportamenti tendono a venire determinati dal genere d’appartenenza e ogni forma di atipicità viene giudicata negativamente e ostacolata, sia dal gruppo dei pari sia dagli adulti (Baumgartner, 2010).
I bambini e le bambine tra i quattro e i sei anni sembrano cogliere con chiarezza le ‘differenze’ tra uomini e donne; inoltre, per assimilazione, possono annettere un significato negativo alle parole ‘gay’ e ‘lesbica’, anche quando non ne conoscono con precisione il significato. Mentre le bambine sembrano più portate a interessarsi anche ai giochi ‘da maschi’, i bambini cercano di evitare i giochi ‘da femmine’ (Martin, Fabes, Hanish, Leonard, Dinella, 2011). Queste modalità diverse di interazione spesso portano i maschietti alla chiusura e alla segregazione e, di conseguenza, anche le bambine iniziano a incontrare difficoltà e così hanno scarse possibilità di partecipare al gioco dei compagni maschi.
A scuola, tra i sette i dieci anni, possono comparire i primi comportamenti vessatori verso chi è percepito come ‘diverso’. I bambini, in particolare i maschi, iniziano a usare parole offensive nei confronti dei gay e dell’omosessualità (Rivers, 2011; Toomey et al., 2010). Generalmente la segregazione di genere è massima tra gli 11 e i 12 anni. Il difficile cammino per la ‘conquista’ della propria identità spinge molti ragazzi a rifiutare la diversità e i comportamenti non conformi al genere d’appartenenza. Così, i ragazzi che si discostano dai ruoli di genere mediamente attesi spesso vengono stigmatizzati e isolati.
Anche senza volerlo, genitori e insegnanti propongono stereotipi e pregiudizi di genere, finendo per rinforzare la segregazione sessuale. Inoltre, spesso tendono a far coincidere l’orientamento sessuale con i comportamenti non conformi al genere di appartenenza (per esempio, un bambino che gioca con le bambole è ‘destinato’ a diventare gay). Tali dimensioni, entrambe connesse all’identità sessuale, non sono invece né obbligatoriamente né univocamente correlate.
Molti adulti gay e lesbiche fanno risalire all’età di 4-5 anni i primi ricordi della ‘sensazione’ di essere ‘diversi’ o ‘diverse’ dai propri coetanei rispetto alle preferenze nei giochi e alla scelta dei propri compagni, ad aspetti del carattere o a un comportamento ‘atipico’ rispetto alla visione convenzionale del genere d’appartenenza; per esempio, bambine che prediligono giochi d’azione e bambini che prediligono giochi sociali e appaiono più ‘sensibili’ (Lingiardi, Carone, 2016).
In giovani gay e lesbiche l’amicizia infrange più facilmente la segregazione di genere: scelgono infatti come amici o ‘amici del cuore’ un bambino o una bambina non del proprio genere (Baiocco, Di Pomponio, Nigito, Laghi, 2012). Al tempo stesso, l’adolescente può scegliere interessi e amici in modo ‘conformistico’ come effetto della pressione esercitata dalla socializzazione con i coetanei. In particolare, il timore di essere scambiati per gay o lesbiche spinge la maggioranza dei ragazzi, indipendentemente dall’orientamento sessuale, a modellare il proprio comportamento in funzione più delle aspettative (interne e esterne) di genere che delle proprie preferenze e attitudini personali.
Nell’infanzia, il sentimento predominante può invece essere quello di sentirsi diversi senza comprenderne i motivi. In questo caso il processo di individuazione non rafforza un’idea di sé come soggetto unico e degno di valore, ma spesso come individuo strano e non assimilabile al gruppo dei coetanei. In adolescenza, o quando si diventa adulti, tali differenze possono essere attribuite in particolare all’orientamento sessuale, che può essere visto, anche soggettivamente, come una tra le possibili spiegazioni delle difficoltà provate nell’infanzia.
È importante sottolineare che queste linee evolutive, sebbene ricorrenti, non rappresentano la storia di tutti i giovani gay e lesbiche. Come le eterosessualità, anche le omosessualità sono molte, e molti, dunque, i modi in cui possono essere vissute. Meglio dunque parlarne al plurale: le omosessualità (le bisessualità, le eterosessualità). Alcuni, per esempio, sono diventati consapevoli del proprio orientamento sessuale solo da adulti, magari dopo i trent’anni e varie esperienze di tipo eterosessuale. Altri raccontano di essersi sempre sentiti ‘diversi’ dalla maggior parte dei propri coetanei, ma di aver dato un nome a tale ‘diversità’ attraverso le parole degli altri che, per primi, li hanno ‘identificati’ come gay o lesbiche, spesso purtroppo chiamandoli con appellativi offensivi. Anche le reazioni a queste scoperte possono variare in modo sostanziale: fonte di turbamento per alcuni, semplice fastidio limitato a poche esperienze negative per altri; spunti di resilienza e affermazione di sé per alcuni, elementi traumatici destinati a segnare l’intero corso della vita per altri.
Alcuni autori differenziano il concetto di formazione dell’identità da quello di integrazione dell’identità. Con il primo si intende lo sviluppo della consapevolezza del proprio orientamento sessuale, iniziare a domandarsi se si è gay oppure bisessuali, conoscere e frequentare contesti nei quali incontrare altre persone omosessuali. L’integrazione dell’identità si riferisce invece all’accettazione della propria identità omosessuale, alla risoluzione dell’omofobia interiorizzata (assimilare il pregiudizio sociale anti-omosessuale e rivolgerlo contro se stessi o se stesse), alla valorizzazione degli aspetti positivi della propria identità, al sentirsi privatamente e pubblicamente a proprio agio con il fatto che gli altri possano ‘conoscere’ o ‘intuire’ il proprio orientamento sessuale, all’essere in grado di comunicare senza problemi e imbarazzi la propria omosessualità (Rosario et al., 2006). Ovviamente la formazione e l’integrazione dell’identità sono due processi intimamente connessi.
Il coming out può configurarsi quindi come un vero e proprio compito di sviluppo specifico per gli adolescenti omosessuali e rappresenta per molti giovani gay e lesbiche un “crocevia esistenziale” (Pietrantoni, 1999) che sancisce un ‘prima’ e un ‘dopo’ per diventare, in seguito, un processo decisionale che viene attivato tutte le volte che la situazione interpersonale lo richiede (Chiari, 2006). Anche molti genitori ricordano il momento in cui il proprio figlio o la propria figlia ha parlato con loro del suo orientamento sessuale come un momento fondamentale della loro vita e del loro modo di essere genitori: una frattura, ma anche una possibilità di rinascita come ‘genitori’. Due volte genitori è appunto il titolo di un bel documentario (Cipelletti, 2008) realizzato con la collaborazione dell’AGEDO cioè dell’Associazione Genitori di Omosessuali (http://www.agedonazionale.org).
Uno dei modelli più conosciuti per spiegare lo sviluppo dell’identità di giovani gay e lesbiche è quello proposto da Vivienne Cass (1979). Secondo tale modello la persona ha un ruolo attivo nell’acquisizione dell’identità omosessuale attraverso un’interazione continua con l’ambiente. Sebbene nei processi di socializzazione vi siano differenze legate al genere, il modello può essere applicato nel caso sia di ragazzi sia di ragazze. Si tratta di un modello a sei stadi: 1) pre-coming out, relativa confusione, scarsa consapevolezza (può esserci consapevolezza della propria ‘differenza’ rispetto a ragazzi/e non-gay, ma una certa incapacità a cogliere il motivo di tale differenza); 2) iniziale coming out o confronto dell’identità (maggiore consapevolezza dei propri sentimenti e affetti; viene colto il significato delle differenze con ragazzi non-gay e inizia il coming out prima con se stesso/a, poi con gli amici); 3) esplorazione dell’identità (inizia la sperimentazione sociale e sessuale; ricerca di contesti supportivi dove potersi esprimere con maggiore libertà e dove è possibile fare, con se stessi e con gli altri, affermazioni del tipo: “credo di essere gay”); 4) accettazione dell’identità (maggiore capacità di gestire e stabilire relazioni con persone sia etero sia omosessuali); 5) orgoglio (attribuzione di valore alla propria identità omosessuale); 6) sintesi dell’identità (la propria omosessualità è vissuta in modo sereno, senza paura e dinamiche reattive).
Un modello successivo (McCarn e Fassinger, 1996) riprende il modello di Cass, ma individua due dimensioni separate nello sviluppo dell’identità omosessuale: una riguarda gli aspetti individuali e l’altra comprende le dinamiche legate al gruppo d’appartenenza. Entrambe le dimensioni sono caratterizzate da quattro stadi progressivi: a) consapevolezza o sensibilizzazione; b) esplorazione; c) impegno; d) sintesi o integrazione dell’identità. Pur interagendo, le due dimensioni, individuali e di gruppo, possono procedere a velocità diverse, per cui un giovane può trovarsi nello stadio dell’impegno per la dimensione individuale e nello stadio della consapevolezza rispetto alle dinamiche relative al gruppo d’appartenenza.
Tali modelli sono stati criticati, non del tutto a torto, in quanto eccessivamente ‘lineari’ o troppo rigidi nel determinare gli stadi di sviluppo dell’identità. Approcci teorici più recenti pongono maggiore attenzione al contesto sociale e ai processi di costruzione psicosociale delle identità omosessuali, considerando non solo il ruolo svolto dalla persona nell’interpretare la realtà, ma anche le influenze del contesto politico, giuridico, economico e socioculturale.
[1] Questo contributo è tratto da: Lingiardi, V., Baiocco, R. (2015). “Adolescenza e omosessualità in un’ottica evolutiva: coming out, compiti di sviluppo, fattori di protezione”. In E. Quagliata, D. Di Ceglie (a cura di). L’identità sessuale e l’identità di genere. Astrolabio-Ubaldini Editore, Roma (pp. 127 – 149).
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One in two Thousand di Ajae Clearway (USA, 2006)
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Ordre des mots, L’ di Cynthia Arra e Melissa Arra (Francia, 2007)
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Spork di JB Ghuman Jr. (USA, 2011)
Intersexion di Mani Bruce Mitchell (USA, 2012)
Predestination di Michael Spierig e Peter Spierig (Australia, 2014)
Arianna di Carlo Lavagna (Italia, 2015)