Source: https://www.laleggepertutti.it/160575_abuso-edilizio-niente-demolizione-per-piccole-violazioni
Timestamp: 2018-10-20 11:46:51+00:00
Document Index: 175106914

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 31', 'art. 34', 'art. 66', 'art. 43', 'sentenza ', 'art. 37']

Abuso edilizio: niente demolizione per piccole violazioni
Anche senza permesso di costruire, per gli abusi edilizi minori la demolizione può essere evitata in presenza di determinati requisiti.
Non sempre si deve demolire un abuso edilizio: se si tratta di una minima difformità dell’opera e la demolizione è impossibile (ad esempio perché potrebbe pregiudicare la stabilità dell’intero edificio) essa viene sostituita con una sanzione pecuniaria inflitta nei confronti dell’autore dell’abuso stesso. È quanto chiarito a più riprese dalla giurisprudenza. Ma procediamo con ordine e vediamo quando, in presenza di un abuso edilizio, non c’è demolizione se l’opera è piccola.
Cosa rischia chi compie un abuso edilizio? La regola vuole che, in presenza di un manufatto costruito senza permesso di costruire (la vecchia licenza edilizia) scattino sanzioni pecuniarie e penali (per il reato di abuso edilizio) nonché l’ordine di demolizione. Tuttavia, se il penale cade in prescrizione dopo 4 anni (che diventano 5 se il colpevole viene raggiunto da un rinvio a giudizio), l’ordine di demolizione può essere eseguito in qualsiasi momento, senza termini di scadenza, quindi anche a distanza di numerosi anni e se l’immobile ha cambiato proprietario.
Poiché ci siamo abituati a processi interminabili, dove le forme e le procedure condizionano il buon esito della condanna, e che pertanto si chiudono in gran parte dei casi per prescrizione, ciò che davvero fa paura all’autore dell’abuso edilizio non è più tanto la sanzione penale, quanto la demolizione, ossia l’ordine – impartito dal Comune – di ripristinare lo stato dei luoghi alla condizione in cui si trovavano prima dell’illecito.
Ma quando è possibile evitare la demolizione dell’abuso edilizio? Occupiamoci di questo particolare e delicato aspetto.
Mentre il Parlamento si sta apprestando ad approvare il disegno di legge che stabilisce l’ordine di priorità nelle demolizioni, privilegiando solo gli abusi edilizi più gravi e accantonando quelli invece minori (leggi Nessuna demolizione per gli immobili abusivi), già allo stato attuale è possibile individuare alcune ipotesi in cui, anche in presenza di costruzione abusiva, realizzata senza il permesso di costruire, è possibile evitare la demolizione.
Il primo di questi casi è quando l’opera risulti condonabile e la richiesta sia stata già presentata ma ancora non decisa dall’amministrazione (sul punto rinviamo ai due articoli Come evitare la demolizione di un abuso edilizio e Abuso edilizio, condono, demolizione e risarcimento danni).
La regola vuole che l’abuso edilizio debba essere sempre demolito; oltre all’ordine di demolizione e al ripristino dell’immobile allo stato anteriore, chi commette un abuso edilizio rischia il penale cui si collegano delle sanzioni pecuniarie. Ciò vale quando l’opera viene realizzata senza permesso di costruire, oppure, quando il permesso è stato richiesto, se l’opera presenta rispetto ad esso una “totale”, “sostanziale” o “parziale” difformità.
Tuttavia, nel caso di «parziale difformità», se è oggettivamente impossibile procedere alla demolizione (ad esempio se demolire la parte difforme comprometterebbe la stabilità dell’edificio), la legge acconsente al mantenimento della parte difforme dietro pagamento di una sanzione pecuniaria pari al doppio del valore di quanto difforme.
Questa possibilità è stata ribadita più volte anche dalla giurisprudenza e, da ultimo, con una sentenza del consiglio di Stato [1]. I giudici amministrativi hanno chiarito che:
la possibilità di evitare la demolizione dell’abuso edilizio, convertendo tale sanzione con una pena pecuniaria non vale per tutti gli illeciti, ma solo in presenza di una «parziale difformità» rispetto al permesso di costruire (che, quindi, deve essere stato richiesto e ottenuto). Dunque non si tratta di una regola generale applicabile a tutte le forme di abuso;
Evitare la demolizione con la richiesta di concessione in sanatoria
Se, come abbiamo detto, in presenza di una «parziale difformità» rispetto alla concessione edilizia è possibile evitare la demolizione con il pagamento di una “multa” pari al doppio del valore della difformità, cosa fare quando si costruisce senza il permesso del Comune? In questi casi è sempre possibile scongiurare la demolizione chiedendo la sanatoria (leggi Abuso edilizio: posso impedire la demolizione con la sanatoria?). Ma a tal fine è necessario un doppio requisito:
Dunque, in caso di interventi formalmente sprovvisti di permesso di costruire, ma che sono conformi alla disciplina edilizia (vigente sia al momento della realizzazione dell’abuso sia al momento della domanda), si può ottenere una sanatoria, pagando una oblazione pari al doppio del contributo di costrizione. In questo caso, l’ordinamento consente una sanatoria dell’abuso in ragione dell’accertata compatibilità della costruzione con la disciplina edilizia, sia in origine che successivamente.
[1] Cons. St. sent. n. 1484/2017 e n. 1912/2013.
Consiglio di Stato, Sezione VI, 30 marzo 2017 sentenza n. 1484
Sul concetto di parziale difformità: sulla soglia di rilevanza minima delle variazioni non costituenti illecito edilizio e sulla possibilità o meno di applicazione della stessa agli interventi su immobili “vincolati” eseguiti in difformità dalle autorizzazioni rilasciate ai sensi del d.lgs. 22 gennaio 2004, n. 42.
Il concetto di parziale difformità presuppone che un determinato intervento costruttivo, pur se contemplato dal titolo autorizzatorio rilasciato dall’autorità amministrativa, venga realizzato secondo modalità diverse da quelle previste e autorizzate a livello progettuale, come si desume in negativo dall’art. 31, d.P.R. n. 380 del 2001. In base alla norma infatti, mentre si è in presenza di difformità totale del manufatto o di variazioni essenziali, sanzionabili con la demolizione, quando i lavori riguardino un’opera diversa da quella prevista dall’atto di concessione per conformazione, strutturazione, destinazione, ubicazione, si configura la difformità parziale quando le modificazioni incidano su elementi particolari e non essenziali della costruzione e si concretizzino in divergenze qualitative e quantitative non incidenti sulle strutture essenziali dell’opera. Ai fini sanzionatori, per gli interventi eseguiti in assenza di permesso di costruire, in totale difformità o con variazioni essenziali, va senz’altro disposta la demolizione delle opere abusive; per gli interventi eseguiti in parziale difformità dal permesso di costruire, la legge prevede la demolizione, a meno che, non potendo essa avvenire senza pregiudizio della parte eseguita in conformità, debba essere applicata una sanzione pecuniaria. Il campo di applicazione dell’art. 34 del TUE è stato modificato dall’articolo 5, comma 2, lettera a), numero 5), del D.L. 13 maggio 2011, n. 70, convertito con modificazioni dalla legge 12 luglio 2011, n. 106. In particolare, proprio l’assenza di una compiuta definizione della categoria dei lavori ed interventi eseguiti in parziale difformità ha indotto il legislatore a fissare una soglia di rilevanza minima delle variazioni non costituenti illecito edilizio. Si tratta di quegli scostamenti dai parametri autorizzati di misura talmente contenuta da non potere essere considerati un illecito edilizio. Per questo è stata introdotta una soglia minima di rilevanza delle difformità parziali, che è esclusa «in presenza di violazioni di altezza, distacchi, cubatura o superficie coperta che non eccedano per singola unità immobiliare il 2 per cento delle misure progettuali» (comma 2-ter). L’ambito di applicazione della nuova disposizione viene espressamente circoscritto alla materia edilizia. Non opera, dunque, nel caso di interventi su immobili “vincolati” eseguiti in difformità dalle autorizzazioni rilasciate ai sensi del d.lgs. 22 gennaio 2004, n. 42. Ovviamente, inoltre, la disposizione opera unicamente nei rapporti con l’amministrazione, senza interferire con i
rapporti privatistici di vicinato.
I.1. Con il ricorso introduttivo, il sig. Giovanni Calcagno, proprietario di due appartamenti siti al quinto piano del fabbricato di via Benedetto Croce n. 45, Napoli, e titolare del diritto d’uso esclusivo del relativo soprastante terrazzo, ha impugnato la nota del Soprintendente per i Beni architettonici, il paesaggio ed il patrimonio storico e artistico e etnoantropologico della Provincia di Napoli prot. 13605 del 4 febbraio 2005, recante conferma condizionata del parere favorevole, precedentemente espresso dal Soprintendente in data 8 maggio 2001, alla realizzazione delle opere in corso nella proprietà del ricorrente, consistenti nel rifacimento della pavimentazione, nel restauro del parapetto, nella sostituzione della preesistente tettoia e nella realizzazione di due lucernari.
I.2. Con ricorso per motivi aggiunti, il signor Calcagno ha impugnato anche la nota n. 70565 del 14 aprile 2005, con cui l’Amministrazione dei Beni culturali ha confermato il contenuto del proprio precedente parere, evidenziando che il fabbricato in cui è ubicato l’appartamento in questione già nel passato era stato oggetto di numerosi interventi abusivi realizzati da più condomini, nei cui confronti erano stati emessi dei provvedimenti repressivi rimasti senza effetto.
I.4. Con la disposizione dirigenziale n. 761 del 2 dicembre 2005, il Comune di Napoli si è pronunciato sull’istanza di sanatoria prodotta dal sig. Calcagno il 22 giugno 2005, opponendovi un diniego motivato con la violazione dell’art. 66 delle norme tecniche di attuazione della variante generale al PRG approvata l’11 giugno 2004 (quanto al lucernario, che emerge per un metro, contro un massimo consentito di 80 centimetri), con la violazione del R.E.C. (quanto ai soppalchi interni, la cui altezza sarebbe inferiore a quella prevista dall’art. 43, comma II, lettera B, L. 45778 per i locali abitabili), nonché con il mantenimento del vano tecnico del quale la Soprintendenza aveva richiesto l’eliminazione.
– improcedibile il ricorso principale, in quanto l’impugnazione del parere del Soprintendente del 4 febbraio 2005 è stato oggetto di riesame da parte dell’organo competente, all’esito del quale è stato emesso il parere contenuto nella nota prot. 70565 dell’11 aprile 2005;
III. Il signor Calcagno ha proposto appello avverso la predetta sentenza n. 4735 del 5 agosto 2009, limitatamente alla parte in cui essa ha respinto il terzo ricorso per motivi aggiunti promosso avverso la citata disposizione dirigenziale n. 761 del 2 dicembre 2005, con la quale l’amministrazione comunale ha denegato l’istanza di accertamento di conformità presentata dal proprietario ed ha nuovamente ingiunto la remissione in pristino dello stato dei luoghi e il pagamento della sanzione pecuniaria, ai sensi dell’art. 37 DPR 3802001. DIRITTO
Ai fini sanzionatori, per gli interventi eseguiti in assenza di permesso di costruire, in totale difformità o con variazioni essenziali, va senz’altro disposta la demolizione delle opere abusive; per gli interventi
eseguiti in parziale difformità dal permesso di costruire, la legge prevede la demolizione, a meno che, non potendo essa avvenire senza pregiudizio della parte eseguita in conformità, debba essere applicata una sanzione pecuniaria.
II.2. Nel caso di specie, comparando sinteticamente il progetto allegato al titolo edilizio e il manufatto scaturente dalla complessiva attività di edificazione, risulta evidente la totale difformità di quest’ultimo rispetto al primo quanto a caratteristiche tipologiche, forma, collocazione e distribuzione dei volumi. Difatti, è stato realizzato un unico grande lucernario rettangolare con lati di 6 x 3 della dimensione di quasi 18 mq al posto dei due autorizzati, ognuno dei quali delle forma di un quadrato di lato 3 m. Tale apertura, essendo collocata in posizione diversa rispetto a quanto originariamente assentito ed emergendo dal piano di calpestio del terrazzo per circa un metro, ha comportato una diversa distribuzione delle luci e delle vedute, a cui, consegue una modifica della sagoma.
Condanna l’appellante al pagamento delle spese di lite, che si liquidano in € 4000,00 (quattromila) in favore del Comune di Napoli, oltre IVA e CPA come per legge, e in € 1.000,00 in favore del MIBACT. Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del giorno 2 febbraio 2017, con l’intervento dei magistrati:
Silvestro Maria Russo, Consigliere Marco Buricelli, Consigliere
Oreste Mario Caputo, Consigliere Dario Simeoli, Consigliere, Estensore
15/09/2017 alle 15:09