Source: https://www.gazzettafiscale.com/2020/04/18/diritto-penale-tributario/
Timestamp: 2020-08-07 12:50:45+00:00
Document Index: 69522964

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 10', 'art. 17', 'art. 6', 'art. 110', 'art. 2', 'art. 8', 'art. 12', 'art. 10', 'art. 2']

Intervista ad Aldo Areddu - Gazzetta Fiscale
I reati tributari a vent’anni dalla riforma. Uno sguardo d’assieme di una normativa “giovane” ed attualissima.
Quando si pensa al diritto penale la mente corre istintivamente ai delitti di sangue, ai salotti televisivi con esperti, vittime e plastici per spiegare ogni risvolto del caso mediatico del momento, agli arresti all’alba di esponenti di sodalizi malavitosi.
Ma i penalisti, gli avvocati esperti del settore, che difendono imputati e parti civili ci ricordano sempre dell’esistenza di illeciti che non fanno clamore televisivo e spesso sono ignoti ai più (e talvolta mal conosciuti anche dagli addetti ai lavori).
Facciamo il punto sui reati tributari e sulle principali problematiche che sollevano nella pratica giudiziaria quotidiana con Aldo Areddu, avvocato penalista.
D.: Buongiorno avvocato, in piena pandemia ha senso parlare di questo segmento, spesso oscuro, del diritto penale?
R.: Il COVID 19 ha inciso forzatamente anche sull’attività processuale, attiva al momento solo su vicende di stretta urgenza che coinvolgano detenuti ed arrestati in applicazione di misure cautelari custodiali. Va peraltro rimarcato che i limiti edittali previsti dalle norme di riferimento sono ora – con le recenti riforme innestate sulla disciplina generale, il decreto legislativo n. 74 del 2000, che proprio in questi giorni ha compiuto vent’anni – assai elevati e pienamente compatibili con l’applicazione di misure cautelari; pensiamo ai reati più gravi quali la dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti (art. 2) o l’emissione di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti: il range attuale, a seguito cioè della riforma di cui alla legge n. 157/19 di conversione del d.l. n. 124 dello stesso anno, va dai 4 agli 8 anni di reclusione. Una cornice edittale che li avvicina ai più gravi illeciti contro la pubblica amministrazione quali corruzione, concussione e peculato.
Senza contare, opino, che in questo inedito periodo di crisi diffusa anche – e soprattutto – di liquidità e di generale timore per il futuro la tentazione di sottrarsi alle imposte può elevarsi…
Purtroppo è una prospettiva tutt’altro che irrealistica anche considerando tra l’altro che le normative di urgenza che si stanno avvicendando in queste settimane non paiono confrontarsi adeguatamente con le scadenze fiscali imminenti, con gli imprenditori esposti sin d’ora a fronteggiare oneri correnti, dagli stipendi alle spese di gestione dell’attività, rateazioni e carichi rottamati. Sforzandoci di pensare in modo positivo, proprio questo periodo inquietante fa sorgere una riflessione per tornare nel vivo del nostro tema: rispetto ad una legislazione confusa e poco comprensibile anche solo grammaticalmente come quella di questi giorni (sebbene giustificata dall’emotività e rapidità di esecuzione imposte dall’emergenza), il decreto legislativo n.74/00 si staglia come esempio mirabile di normativa fluida ed equilibrata: tutto il diritto penale tributario è racchiuso in soli 25 articoli, oggi con i nuovi bis e ter compensati però dalle abrogazioni ed al netto di previsioni transitorie e di mero coordinamento, siamo attestati grosso modo sullo stesso numero. Presenta due macroaree di delitti: quelli dichiarativi ossia legati alle dichiarazioni annuali e quelli documentali afferenti cioè ai documenti utilizzabili al fine illecito dei primi, cui si aggiungono fattispecie di omesso versamento. Figurano poi una serie di previsioni speciali derogative/eccettuative dei principi generali: pensiamo alla esclusione del tentativo e del concorso per taluni reati o alle ipotesi di circostanze speciali. Su questa trama lineare le tre riforme dell’ultimo decennio – il dl. 138/11, conv. in l. 148/11, il d.lgs. 158/15 e da ultimo il ricordato decreto della fine dello scorso anno – non hanno operato stravolgimenti ma innesti “chirurgici” che hanno mantenuto pienamente la leggibilità del testo. Paradossalmente, l’unico vero sconvolgimento poteva astrattamente scaturire dalla giurisprudenza euro unitaria.
In che senso? Allude alla sentenza Taricco del 2015?
Esattamente. In massima sintesi, la Corte di Giustizia, Grande camera, aveva stabilito che il giudice italiano dovesse disapplicare gli articoli del codice penale in materia di prescrizione per i reati di frode in danno dell’Unione europea che avrebbero determinato, secondo i giudici di Lussemburgo, l’esclusione di sanzioni realmente afflittive e dissuasive in numerosi casi di frode lesivi degli interessi finanziari dell’UE e/o termini prescrizionali più brevi di quelli della legge nazionale per casi analoghi di frode in danno dello stato membro. Comprensibile che nei mesi successivi si affacciassero presso i tribunali e le corti italiane severi dubbi applicativi: la Corte costituzionale, dopo aver nuovamente richiesto alla Corte di giustizia di esprimersi, ha chiarito nel 2018 la contrarietà della “regola Taricco” con i principi costituzionali di determinatezza e di legalità sostanziale, sminando di fatto il terreno da pericolose ed incerte applicazioni. Per chiarezza conviene comunque precisare, a prescindere dal caso Taricco, che i termini di prescrizione nel diritto penale tributario sono per i reati originari, ossia dall’art. 2 all’art. 10, aumentati di un terzo per effetto della modifica operata all’art. 17 dal d.l. n. 138/11 convertito in l. 148/11.
Accennava ad alcune peculiarità della normativa speciale del 2000 rispetto al codice penale. Può chiarircele?
Una prima, come anticipato, è l’esclusione del tentativo (art. 6) per i più importanti reati dichiarativi, ossia quelli di cui agli articoli da 2 a 4 del testo. Sarebbe d’altronde arduo ipotizzare atti preparatori idonei ed univocamente diretti a commettere reati che si integrano con la presentazione di imposte sui redditi o sul valore aggiunto, senza contare che si impone il dolo specifico, ossia la prova della finalità elusiva. Una seconda, come pure detto, riguarda il concorso di persone nel reato rispetto alla regola generale dell’art. 110 del codice penale: l’emittente di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti non è punibile nel reato di dichiarazione fraudolenta dell’art. 2, come pure chi si avvale di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti non è punibile nel reato di emissione di tali fatture di cui all’art. 8. Peraltro, seguendo un recente filone giurisprudenziale, capita sovente – seguo direttamente alcuni casi – vedere contestato all’amministratore della società A che abbia ricevuto la fattura falsa emessa dalla società B senza però avvalersene nella propria dichiarazione, il concorso nel reato di emissione a carico dell’amministratore della stessa società B. Ciò, afferma la Corte suprema di cassazione, non infrange il divieto di legge perché al primo non si contesta l’aver utilizzato la fattura falsa: in tal caso, punirlo anche per l’emissione sarebbe incongruo perché tale violazione sarebbe di fatto contenuta nella prima. Puniremmo cioè due volte la stessa persona per una condotta unitaria. Il disvalore penale sta solo nell’aver ad es. stimolato la società emittente a predisporre il giustificativo inesistente. Sono le sfumature che le norme, anche le più chiare, inevitabilmente aprono e con le quali gli operatori del diritto devono misurarsi costantemente.
Un altro tema “rovente” della disciplina penal tributaria è la confisca cosiddetta per equivalente. Di che si tratta chiaramente?
E’ un tema rovente, a dire il vero, in tutti gli ambiti del diritto penale ed in particolare nei reati contro la pubblica amministrazione e nei delitti di criminalità organizzata, strumento usato (e talvolta abusato) che ha trovato nella disciplina speciale tributaria, per così dire, il suo “brodo di coltura”. L’art. 12-bis, inserito nel 2015, stabilisce che in caso di condanna o cd. patteggiamento per uno dei delitti previsti dal decreto legislativo 74/2000 è sempre ordinata la confisca dei beni appartenenti all’imputato che ne costituiscono il profitto, ossia il lucro ritratto, oppure il prezzo, vale a dire quanto percepito/ottenuto per commetterlo. Quando ciò non sia possibile, scatta la confisca di quelli, dice letteralmente la norma, di cui il reo “ha la disponibilità”, per un valore corrispondente a tale prezzo o profitto. Ebbene, la formula ampia autorizza l’apprensione non solo del denaro in quanto tale, ma anche ad esempio di immobili, titoli di stato, azioni etc.; insomma, qualsiasi bene non necessariamente di proprietà ma semplicemente di cui il condannato, a qualsiasi titolo, disponga. Ammessa, anzi obbligata, tale confisca appunto definita “per equivalente”, per ulteriore corollario si giustifica il sequestro di questi beni in quanto funzionale e strumentale alla confisca; sequestro che notoriamente può intervenire, e di norma interviene, nella fase delle indagini preliminari.
La crisi economica spinge professionisti ed imprenditori pur di far – disperatamente – cassa a trattenere l’iva anziché versarla allo Stato. Cosa si rischia?
Il rischio è il reato previsto e punito, con la reclusione da sei mesi a due anni, dall’art. 10-ter, introdotto nel 2006 e poi modificato nel 2015. La soglia è di 250 mila euro per ogni periodo di imposta.
Decreto legislativo n. 23 del 2001. Come impatta il d.lgs. n. 74/00 sulla responsabilità amministrativa degli enti?
La recente modifica del 2019 ha incluso le più importanti fattispecie di reato tributario tra quelle che possono determinare la responsabilità amministrativa dell’ente e dunque le sanzioni previste dal d.lgs. 231/01. Ad esempio per la dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti è stabilita la sanzione pecuniaria di 500 e 400 quote a seconda della gravità del reato previsto dall’art. 2. E’ aumentabile poi di un terzo in caso di profitto di rilevante entità. La “quota” va da un minimo di 258 ad un massimo di 1.549 euro, diversamente graduata in base alle condizioni economiche e finanziarie dell’ente. Sono infine previste alcune sanzioni interdittive, quali il divieto di contrattare con la pubblica amministrazione, salvo che per ottenere le prestazioni di un pubblico servizio, l’esclusione da agevolazioni, finanziamenti, contributi o sussidi (e l’eventuale revoca di quelli già concessi) e il divieto di pubblicizzare beni o servizi.
Si potrebbe parlare per ore e si dovrebbe fare un quadro del trattamento sanzionatorio e dei numerosi meccanismi attenuativi della pena, magari in un prossimo incontro.
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