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Timestamp: 2018-06-19 16:01:32+00:00
Document Index: 162940666

Matched Legal Cases: ['art. 378', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 360', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 444']

Deve, in primo luogo, rilevarsi che le c.d. "note d'udienza" depositate dalla controricorrente quale replica alle conclusioni del Procuratore Generale costituiscono in realtà una memoria ex art. 378 cpc tardivamente depositata - della quale pertanto non può tenersi conto - poiché non vi è alcuna connessione con le affermazioni e le richieste del PG, il quale, del resto, ha concluso per il rigetto del ricorso.
2) La Corte ha affermato che i rapporti con il gruppo F. venivano gestiti direttamente dal C. nell'ambito delle facoltà della filiale sebbene all'epoca dei fatti il direttore di filiale poteva concedere fidi per un tetto massimo di 100 milioni di lire e non 1000 come riportato in sentenza con la conseguenza che l'esposizione finanziaria del gruppo Folgori non poteva essere ricondotto integralmente ai poteri dispositivi del direttore di filiale.
3) la Corte ha affermato che era risultato che inizialmente il C. si atteneva alle direttive interne circa il deposito degli assegni esteri e che successivamente tale situazione era mutata e gli assegni venivano accreditati sul conto apponendo il cosiddetto blocco di disponibilità. Secondo la Corte a partire dal mese di luglio 98 le somme portate dagli assegni esteri vennero accreditati immediatamente e ciò in coincidenza con l'interessamento del C. e del F. all'acquisto di un albergo. Osserva che tale coincidenza temporale era contraddetta da quanto accertato dal giudice penale il quale riferisce che la cessione di quote relative all'albergo era datata 26 febbraio 1999 ed anche oltre;
5) la Corte ha rilevato la totale mancanza di diligenza del C. e che ciò era avvenuto in coincidenza con l'interessamento dello stesso e del F. all'acquisto di un albergo. La Corte in tal modo afferma il dolo del dipendente in contrasto con l'affermazione della mancanza di diligenza in precedenza sostenuto. 11 ricorrente rileva, inoltre, che risultava provata l'applicazione del ed blocco dare e che, invece, la banca non aveva fornito alcuna prova di una sua eventuale successiva disattivazione;
7) la Corte non spiega se il C. debba ritenersi responsabile a titolo di colpa o di dolo. Il C. lamenta l'insussistenza di proporzionalità tra la sanzione espulsiva ed i fatti considerato che gli altri dipendenti (R. , D.M. , A. e S. ) sono stati esonerati da qualsiasi responsabilità;
Con il secondo motivo il ricorrente denuncia violazione dell'articolo 444 e 445 c.p.p. in quanto dalla sentenza di patteggiamento non era possibile far discendere la prova dell'ammissione di responsabilità da parte dell'imputato.
Denuncia, altresì, violazione degli articoli 1 e 2 del d.p.r. n. 180 del 1950 e dell'articolo 1246 CC e 545 c.p.c. per illegittima compensazione dei crediti.
Le censure, congiuntamente esaminate stante la loro connessione, sono infondate. La sentenza impugnata appare adeguatamente motivata, priva di difetti logici o contraddizioni, oltre che immune da errori di diritto, circa l'affermata responsabilità del C. per i danni subiti dalla Banca. Le censure di difetto di motivazione o di sua contraddittorietà di cui all'elenco contenuto nel primo motivo del ricorso si risolvono in contestazioni relative ad elementi non decisivi per la decisione o, comunque, in una diversa ricostruzione dei fatti rispetto a quella sostenuta dalla Corte territoriale. Il sindacato di legittimità, demandato alla Corte di Cassazione ai sensi dell'art. 360 n. 5 cod. proc. civ., consiste nel controllo dell'operato del giudice di merito in ordine al dovere di esaminare i fatti costitutivi, estintivi o modificativi del rapporto in contestazione, e nello stabilire se la decisione sia sorretta da adeguata e logica motivazione, al fine di accertare, attraverso la esposizione dei motivi di convincimento espressi dallo stesso giudice, se l'indagine sia stata compiuta con un procedimento logico esente da manchevolezze, lacune o contraddizioni, e che non sia stato omesso l'esame di alcun punto decisivo della controversia. Pertanto, allorché la valutazione degli elementi di merito risulti eseguita senza alcun vizio logico, non è consentito, in sede di legittimità, di procedere ad una rivalutazione degli stessi elementi, per trame un convincimento conforme a quello sostenuto dalla parte.
Il ricorrente si limita a proporre una diversa valutazione dei fatti, formulando in definitiva una richiesta di duplicazione del giudizio di merito,senza evidenziare contraddittorietà della motivazione della sentenza impugnata o lacune così gravi da risultare detta motivazione sostanzialmente incomprensibile o equivoca. Costituisce principio consolidato che "Il ricorso per cassazione conferisce al giudice di legittimità non il potere di riesaminare il merito dell'intera vicenda processuale sottoposta al suo vaglio, ma solo la facoltà di controllo, sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico - formale, delle argomentazioni svolte dal giudice di merito, al quale spetta, in via esclusiva, il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di controllarne l'attendibilità e la concludenza, di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad essi sottesi, dando così liberamente prevalenza all'uno o all'altro dei mezzi di prova acquisiti, salvo i casi tassativamente previsti dalla legge. Ne consegue che il preteso vizio di motivazione sotto il profilo della omissione, insufficienza, contraddittorietà della medesima, può legittimamente dirsi sussistente solo quando, nel ragionamento del giudice di merito, sia rinvenibile traccia evidente del mancato (o insufficiente) esame di punti decisivi della controversia, prospettati dalle parti o rilevabili d'ufficio, ovvero quando esista insanabile contrasto tra le argomentazioni complessivamente adottate, tale da non consentire l'identificazione del procedimento logico-giuridico posto a base della decisione". (Cass. n. 2357 del 07/02/2004; n. 7846 del 4/4/2006; n. 20455 del 21 /9/2006; n. 27197 del 16/12/2011).
La Corte d'Appello ha valutato correttamente il comportamento del lavoratore con giudizio immune da vizi che investendo una questione di merito sfuggono al sindacato della Cassazione. In particolare la Corte ha escluso che il C. avesse osservato la normativa della banca sull'acquisizione, al momento dell'inizio del rapporto con il F. e le società allo stesso facenti capo, delle necessaire informazioni (accertamenti anagrafici, visure camerali, visure protesti, accertamenti delle proprietà immobiliari). Le censure sul punto formulate dal ricorrente circa l'affidamento ad altri dipendenti della banca dei relativi accertamenti, non valgono ad esonerarlo da responsabilità - e pertanto non costituiscono gli elementi decisivi di cui all'art. 360 n. 5 cpc - competendo al C. valutare la documentazione, accertarne eventuali lacune o informazioni insufficienti prima di accordare gli affidamenti richiesti nell'ambito delle facoltà della filiale (limitate ad L. 100 milioni e non L. 1.000 milioni, erroneamente indicato in sentenza senza, peraltro, conseguenze sulla correttezza della motivazione).
Circa l'inosservanza delle direttive della Banca sull'incasso degli assegni tratti su banche tedesche, l'emissione di titoli di pagamento o bonifici in favore del F. o di soggetti giuridici a lui legati, la Corte territoriale ha esaminato con rigore la normativa della banca applicabile ed ha concluso che il ricorso al ed blocco di disponibilità (o preavviso dare) inserito dal C. (sebbene sconsigliato dall'addetto all'ufficio estero, ed in presenza di segnalazione di rischio ed anomalia da parte di S. e di operatività sospetta da altra addetta alla filiale), peraltro, solo in una decina di casi, aveva consentito al F. di disporre immediatamente delle somme versate mentre la banca veniva ad apprendere se il titolo era coperto o meno solo dopo vari giorni.
Le censure, sia con riferimento alla valutazione da parte della Corte delle dichiarazioni rese dai testi S. ed A. , sia in relazione all'affermazione della Corte che il ricorso al blocco di disponibilità fu adottato dal C. in concomitanza del suo interessamento all'acquisto di un albergo con il F. , risultano inidonee ad evidenziare insufficienza della motivazione della sentenza impugnata. Deve ribadirsi che resta riservato al giudice di merito individuare le fonti del proprio convincimento e, all'uopo, di valutare le prove, controllarne attendibilità e concludenza e scegliere, tra le risultanze probatorie, quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti oggetto del giudizio (cfr Cass. ord. n. 7921/2011). Deve sottolinearsi, inoltre, che ove il convincimento del giudice di merito, come nella fattispecie in esame, si sia realizzato attraverso una valutazione dei vari elementi probatori acquisiti, considerati nel loro complesso, il ricorso per cassazione deve evidenziare l'inadeguatezza, l'incongruenza e l'illogicità della motivazione, alla stregua degli elementi complessivamente utilizzati dal giudice, e di eventuali altri elementi di cui dimostri la decisività, onde consentire l'apprezzamento dell'incidenza causale del vizio di motivazione sul "decisum", non potendo limitarsi, in particolare, ad inficiare uno solo degli elementi della complessiva valutazione (cfr Cass. 15156/2011).
Sono, altresì, infondate le censure relative alla proporzionalità tra il provvedimento adottato ed i fatti contestati. In tema di verifica giudiziale della correttezza del procedimento disciplinare, il giudizio di proporzionalità tra violazione contestata e provvedimento adottato si sostanzia nella valutazione della gravità dell'inadempimento del lavoratore e dell'adeguatezza della sanzione, tutte questioni di merito che ove risolte dal giudice di appello con apprezzamento in fatto adeguatamente giustificato con motivazione esauriente e completa, si sottraggono al riesame in sede di legittimità (cfr Cass. n. 7948/2011). Nella specie le censure del ricorrente sul punto si concretizzano nella denuncia di disparità di trattamento posta in essere dalla banca per aver licenziato il C. e non anche altri dipendenti, quali A. o S. , circostanza questa non idonea a ridurre la responsabilità del lavoratore e, dunque, ad evidenziare la mancanza di proporzionalità tra i fatti contestati e la sanzione irrogata.
Circa, infine, la quantificazione del danno la Corte ha ritenuto raggiunta la prova attraverso la documentazione prodotta, richiamata dalla Corte in modo specifico, oltre che con le dichiarazione dei testi. Prive di fondamento sono le censure del ricorrente di mancata esposizione nella sentenza del ragionamento in base al quale la Corte è pervenuta alla quantificazione del danno o di mancato svolgimento di attività istruttoria risultando, invece, chiaramente enunciato che il danno è rappresentato dai saldi passivi di due conti correnti (Synergy spa e Kaufhof Italia spa). Infine, deve rilevarsi l'infondatezza del secondo motivo del ricorso.
Il ricorrente censura l'affermazione della Corte secondo la quale la richiesta di patteggiamento presentata dal C. nel giudizio penale mal si conciliava con la tesi dallo stesso sostenuta di essere vittima incolpevole ed ignara dell'altrui condotta delittuosa.
Secondo i principi affermati dalla giurisprudenza di questa Corte, e pienamente condivisi dal Collegio "la sentenza penale di applicazione della pena ex art. 444 c.p.p. (cosiddetto "patteggiamento") costituisce indiscutibile elemento di prova per il giudice di merito...... Detto riconoscimento, pertanto, pur non essendo oggetto di statuizione assistita dall'efficacia del giudicato, ben può essere utilizzato come prova nel corrispondente giudizio di responsabilità in sede civile". (cfr Cass. n. 23906/2007; n. 132/2008; n. 15889/2011).
Nel caso di specie, la Corte si è attenuta ai principi affermati da questa Corte. 11 ricorrente ha chiesto l'applicazione concordata della pena, e questo comportamento poteva essere apprezzato in sede civile come indizio, anzi doveva esserlo, né il C. ha spiegato in alcun modo le ragioni che lo avevano indotto a chiedere il patteggiamento, pur negando la propria responsabilità in ordine ai fatti che erano oggetto dell'imputazione.
Con il secondo motivo il ricorrente denuncia, altresì, violazione di legge per avere la Corte territoriale operato un'illegittima compensazione dei crediti del lavoratore per TFR con le somme riconosciute alla datrice di lavoro.
Anche tale censura è infondata. Deve, infatti, precisarsi che l'istituto della compensazione presuppone l'autonomia dei rapporti cui si riferiscono i contrapposti crediti delle parti, mentre è configurabile la cosiddetta compensazione impropria allorché i rispettivi crediti e debiti abbiano origine da un unico rapporto, nel qual caso la valutazione delle reciproche pretese importa soltanto un semplice accertamento contabile di dare ed avere.... (cfr Cass. n. 7624/2010, n 5024/2009). Nella specie la Corte territoriale ha confermato la decisione del Tribunale nella parte in cui il primo giudice aveva precisato che la somma riconosciuta a favore della banca era stata determinata " previa estinzione, sino a concorrenza, di ogni credito del convenuto derivante dal rapporto di lavoro". In tal modo risulta chiaramente che la Corte ha tenuto conto del credito del lavoratore.
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