Source: https://www.tuttoambiente.it/sentenze-premium/acqua/?s_item=ec7f346604f518906d35ef0492709f78
Timestamp: 2019-12-07 16:07:25+00:00
Document Index: 143781876

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 131', 'sentenza ', 'art. 137', 'art. 137', 'art. 25', 'art. 5', 'art. 173', 'sentenza ', 'art. 12', 'art. 12', 'art. 131', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 3', 'art. 27', 'art. 47', 'art. 125', 'art. 124', 'art. 124', 'art. 25', 'art. 49', 'art. 131', 'art. 131', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 6', 'art. 5', 'art. 6', 'sentenza ', 'art. 12', 'art. 131', 'art. 737', 'sentenza ', 'art. 8', 'art. 131', 'sentenza ', 'art. 651', 'art. 8', 'art. 131', 'art. 131']

Cass. Pen. Sez. III 15/03/2019 n. 11518 - Perché la condotta di scarico non autorizzato merita una sanzione? - Tuttoambiente.it
n. 11518
Per quanto concerne la disciplina in tema di inquinamento idrico, la finalità dell'autorizzazione non è soltanto quella di permettere l'apertura e l'effettuazione dello scarico, ma anche di porre l'amministrazione competente nelle condizioni di verificare la sussistenza delle condizioni di legge per il rilascio del titolo abilitativo ed effettuare ogni successiva attività di controllo e prevenzione, con la conseguenza che l'apertura o l'effettuazione di uno scarico in assenza dell'autorizzazione denota una effettiva offensività della condotta, in quanto determina una evidente lesione dell'interesse protetto dal precetto penale.
1.La Corte d'Appello di Milano, con sentenza del 17 maggio 2018 ha parzialmente riformato la decisione con la quale, il 29 giugno 2017, il Tribunale di quella città aveva affermato la responsabilità penale D.R.G.e della B. s.p.a., assolvendo il primo del reato di cui al capo b) dell'imputazione a norma dell'art. 131-bis cod. pen., ritenuto il fatto di particolare tenuità e confermando, nel resto, la sentenza impugnata.
L’imputazione concerneva, al capo a), la violazione dell'art. 137, comma 5, primo periodo, d.lgs. 152/2006, perché il G., in qualità di procuratore delegato ambientale della società B. s.p.a, nell'effettuazione di uno scarico di acque reflue industriali in pubblica fognatura, generata dal attività di concia, tintura e finitura di pelli, superava il valore limite fissato nella Tabella 3 dell'Allegato 5 alla Parte Terza del predetto decreto in relazione alla sostanza "cromo totale", compresa tra quelle di cui alla Tabella 5 dell'Allegato 5 alla Parte Terza dello stesso decreto, concentrazione accertata 29,2 mg/I, come da campionamento in data 15 marzo 2012 (fatto commesso in Cuggiono. Reato dichiarato estinto per prescrizione nel giudizio di primo grado).
Il capo b), sempre riferito al G., riguardava la violazione di cui all'art. 137, comma 2 in relazione al comma 1 del d.lgs. 152/06, perché costui, nelle medesime qualità, effettuava uno scarico di acque reflue industriali in pubblica fognatura, contenenti sostanze pericolose comprese tra quelle di cui alla Tabella 5 dell'Allegato 5 alla Parte Terza del predetto decreto, generate dell'attività di concia, tintura e finitura pelli esercitata nel suddetto impianto, in assenza della prescritta l'autorizzazione (fatto commesso in Cuggiono, in permanenza fino al 17 giugno 2014, data di rilascio del titolo).
Alla società B. s.p.a, erano invece ascritti, ai capi c) e d) della rubrica, gli illeciti di cui all'art. 25-undecies, comma 2, lett. a), punto 1 e 25-undecies, comma 2, lett. a), punto 2 d.lgs. 231/01, per la responsabilità, in via amministrativa, di fatti commessi dal G. nell'interesse o, comunque, a vantaggio della società ed in assenza delle cause di esclusione della responsabilità di cui all'art. 5, comma 2 del d.lgs. 231/01.
2.Avverso tale pronuncia D.R.G.e la B. s.p.a. propongono separati ricorsi per cassazione tramite il comune difensore di fiducia, deducendo i motivi di seguito enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione, ai sensi dell'art. 173 disp. att. cod. proc. pen.
3.Ricorso di D.R.G.
3.1.Con un secondo motivo di ricorso deduce la violazione di legge in relazione alla necessaria sussistenza dell'offensività della condotta, da considerarsi anche con riferimento ai reati di pericolo presunto, quali quelli contestati nella fattispecie.
3.2.Con un terzo motivo di ricorso deduce il vizio di motivazione in relazione alla sussistenza dei reati contestati, osservando che la Corte territoriale si sarebbe limitata a riproporre le argomentazioni offerte dal giudice di primo grado senza esprimere una propria posizione sulle censure proposte con l'impugnazione, segnatamente in ordine alla prova della consapevolezza, in capo all'imputato, della carenza dell'atto autorizzativo, circostanza che avrebbe escluso la sussistenza dell'elemento soggettivo e che avrebbe consentito l'assoluzione dell'imputato quantomeno ai sensi del comma 2 dell'articolo 530 cod. proc. pen.
4.Ricorso della B. s.p.a.
4.1.Con un secondo motivo di ricorso censura la sentenza impugnata nella parte in cui motiva la sussistenza dei requisiti dell'interesse e vantaggio in capo alla società, osservando che, in mancanza di pronunce sulla specifica materia in esame, vanno considerati i principi espressi dalla giurisprudenza in tema di reati colposi derivanti da infrazioni della normativa antinfortunistica, sulla base dei quali avrebbe dovuto escludersi la responsabilità dell'ente.
Rileva, inoltre, che considerazioni analoghe devono effettuarsi con riferimento allo scarico di acque reflue industriali in pubblica fognatura senza autorizzazione, rispetto al quale la Corte territoriale avrebbe individuato l'interesse e vantaggio, sempre con affermazione apodittica, negli utili connessi alla produzione aziendale, i quali non sarebbero stati realizzati se la società avesse sospeso o interrotto l'attività aziendale fino al conseguimento dell'autorizzazione, senza spendere neppure una parola sulla asserita consapevolezza della B. circa l'assenza di autorizzazione.
4.2.Con un terzo motivo di ricorso deduce la violazione di legge nella parte in cui esclude il riconoscimento dell'attenuante di cui all'art. 12, comma 3 d.lgs. 231/2001 per la non configurabilità dell'attenuante di cui all'art. 12, comma 2, lett. a) del medesimo decreto, osservando, quanto alle condotte risarcitorie richieste dalla norma, che la lesione al bene giuridico tutelato cagionata dalle condotte ascritte alla società non avrebbe dato luogo ad alcuna lesione patrimoniale o non patrimoniale economicamente risarcibile e, quindi, tale condotta non poteva ritenersi esigibile.
4.3.Con un quarto motivo di ricorso deduce il vizio di motivazione in relazione alla mancata applicazione all'ente della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto di cui all'art. 131-bis cod. pen.
4.5.Con un quinto motivo di ricorso deduce l'illegittimità costituzionale dell'art. 1, comma 2 d.lgs. 16 marzo 2015 n. 28 nella parte in cui non prevede l'applicabilità della esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto ai soggetti di cui all'art. 1 del d.lgs. 231/2001 per violazione del principio di uguaglianza e ragionevolezza di cui all'art. 3 della Costituzione e della finalità rieducativa della pena di cui all'art. 27, comma 3 della Costituzione.
1.I ricorsi sono inammissibili, perché basati su motivi manifestamente infondati.
2.Occorre preliminarmente osservare che i giudici dell'appello, nel dare conto delle ragioni che li hanno condotti alla decisione oggetto di ricorso per cassazione, hanno premesso un positivo apprezzamento sulla accuratezza della decisione di primo grado e sulla completa analisi, effettuata dal Tribunale, delle deduzioni difensive, pervenendo così ad un richiamo per relationem della decisione appellata pienamente legittimo.
3.Fatta tale premessa, deve rilevarsi, con riferimento al primo motivo del ricorso di D.R.G., che le argomentazioni volte a sostenere l'erronea esclusione, da parte dei giudici del merito, della sussistenza della causa di non punibilità di cui all'art. 47 cod. pen., in ragione dell'erronea convinzione, da parte dell'imputato, dell'esistenza di un valido titolo abilitativo, risultano del tutto destituite di fondamento.
4.Invero, è il caso di ribadirlo, l'articolo 124, d.lgs. 152/06 prevede la necessaria, preventiva autorizzazione per tutti gli scarichi, indicando anche la procedura per il suo rilascio e tale titolo abilitativo, come è stato più volte affermato dalla giurisprudenza di questa Corte, non può essere sostituito da equipollenti, quali (come pure ricordato dal Tribunale) i pareri o nulla osta dei servizi comunali, che rivestono natura meramente interna al provvedimento (Sez. 3, n. 11556 del 6/10/1994, P.M. in proc. Martino, Rv. 200521); l'autorizzazione sanitaria (Sez. 3, n. 2078 del 7/5/1996, Cilento, Rv. 206812, non massimata sul punto e relativa ad attività di caseificio. V. anche Sez. 3, n. 2877 del 21/12/2006 (dep. 2007), Camurati, Rv. 235880).
Si pensi, ad esempio, alla necessità dell'indicazione delle caratteristiche, anche tecniche, dello scarico e della sua destinazione finale (art. 125, comma 1); alla possibilità di stabilire prescrizioni e limiti per particolari tipologie di scarico in presenza di determinate condizioni (art. 124, comma 8), ovvero in relazione alle caratteristiche tecniche dello scarico, alla sua localizzazione e alle condizioni locali dell'ambiente interessato (art. 124, comma 10); alla necessità del versamento della somma di cui al comma undicesimo dell'articolo 124, nonché alle verifiche che caratterizzano lo specifico procedimento amministrativo, sicché non può ritenersi sostituibile da altri atti o provvedimenti rilasciati per finalità diverse ed all'esito di procedure stabilite da altre disposizioni normative.
Scopo dell'autorizzazione è, infatti, quello di consentire una preventiva verifica della rispondenza di un'attività, potenzialmente pericolosa per l'ambiente, a quanto stabilito dalla legge.
5.Ne consegue che l'apertura o, comunque, l'effettuazione di uno scarico richiede il preventivo rilascio di una formale, espressa autorizzazione rilasciata dalle competenti autorità sulla base dei criteri e nelle forme indicate dalla legge e non ammette equipollenti.
6.Sulla base di quanto appena affermato, appare evidente anche la infondatezza del secondo motivo di ricorso, laddove si sostiene la mancanza di inoffensività della condotta di scarico in assenza di titolo abilitativo, il cui rilascio viene definito un "mero adempimento burocratico".
Occorre richiamare, a tale proposito, quanto già osservato, peraltro da lungo tempo, dalla giurisprudenza di questa Corte in materia di inquinamento atmosferico in relazione all'analogo reato formale di pericolo presunto di cui all'art. 25, comma primo, dell'ormai abrogato d.P.R. 203/1988, ricordando come l'autorizzazione richiesta da quella disposizione fosse finalizzata alla realizzazione di un controllo anticipato, da parte delle autorità competenti, anche per le emissioni degli impianti esistenti, con evidente scopo di prevenzione (Sez. 3, n. 2321 del 11/12/1991 (dep. 1992), Forte, Rv. 189887. V. anche Sez. 1, n. 5702 del 12/4/1996, P.M. in proc. Mazzi, Rv. 205269; Sez. 3, n. 13143 del 28/1/2005, Orsini ed altro, Rv. 231216; Sez. 3, n. 192 del 24/10/2012 (dep. 2013), Rando, Rv. 254335 e, con riferimento alla disciplina attualmente in vigore, Sez. 3, n. 28764 del 9/6/2015, P.M. in proc. Amoruso e altri, Rv. 264881) e ciò in quanto la legge assume un concetto ampio di inquinamento atmosferico, con la conseguenza della sottoposizione alla disciplina normativa di tutte le attività da cui derivi anche soltanto uno degli effetti contemplati: alterazione delle normali condizioni ambientali, alterazione della salubrità, pericolo o danno alla salute, alterazione di risorse biologiche ed ecosistemi, compromissione di usi legittimi da parte di terzi. Pertanto, si concludeva, per aversi inquinamento atmosferico non è necessario il pericolo di danno alla salute dell'uomo, per la presenza di sostanze inquinanti o tossiche o nocive, ma e' sufficiente che l'alterazione dell'atmosfera incida negativamente sui beni naturali o anche semplicemente sull'uso di essi (Sez. 3, n. 2321 del 11/12/1991 (dep. 1992), Forte, Rv. 189887, cit. V. anche).
In altre pronunce si è precisato che l'autorizzazione ha lo scopo evidente di consentire la verifica della rispondenza dell'intervento eseguito con le finalità di tutela dell'ambiente perseguite dalla legge, sicché deve intervenire prima dell'esecuzione dell'intervento ed è escluso, proprio in considerazione delle finalità che essa persegue, che il rilascio di un'autorizzazione postuma possa avere efficacia sanante della violazione (Sez. 3, n. 11836 del 18/11/1997, Pasini, Rv. 209340).
7.Tali principi, pienamente condivisibili ed ancora attuali, sono senz'altro applicabili anche alle disposizioni in materia di inquinamento idrico, sottoposte anch'esse a regime autorizzatorio avente finalità analoghe a quelle perseguite dalle disposizioni dianzi richiamate.
8.Deve conseguentemente affermarsi, anche per quanto concerne la disciplina in tema di inquinamento idrico, che la finalità dell'autorizzazione non è soltanto quella di permettere l'apertura e l'effettuazione dello scarico, ma anche di porre l'amministrazione competente nelle condizioni di verificare la sussistenza delle condizioni di legge per il rilascio del titolo abilitativo ed effettuare ogni successiva attività di controllo e prevenzione, con la conseguenza che l'apertura o l'effettuazione di uno scarico in assenza dell'autorizzazione denota una effettiva offensività della condotta, in quanto determina una evidente lesione dell'interesse protetto dal precetto penale.
9.Venendo al caso in esame, deve pertanto decisamente escludersi, in linea generale, che la mancanza del titolo possa ricondursi nell'alveo di un mero inadempimento formale.
Il ricorrente rileva, tuttavia, che una tale situazione possa ritenersi verificata nella fattispecie, poiché sussistevano in astratto tutte le condizioni per il rilascio dell'autorizzazione, mancando il solo il provvedimento formale.
Invero, non soltanto è mancata una formale attestazione delle condizioni per il rilascio del titolo da parte dell'amministrazione competente, ma l'assenza dell'autorizzazione ha precluso la eventuale imposizione di specifiche prescrizioni, la complessiva attività di "monitoraggio ecologico" che la legge richiede, circa la permanenza delle condizioni che hanno consentito il rilascio del titolo ed il rispetto dei termini di efficacia stabiliti dalla legge per il titolo medesimo e, cioè, tutti quegli adempimenti finalizzati, come si è detto, alla sottoposizione di attività potenzialmente pericolose per l'integrità dell'ambiente ad una disciplina rigorosa e puntuali controlli.
10.La questione della offensività della condotta in tali ipotesi è stata da tempo valutata, osservando, con riferimento all'ormai abrogata legge 319/1976, che in tali casi il reato è integrato dal mero sforamento tabellare, in quanto un danno all'ambiente, in tali ipotesi, è presunto per legge, con la conseguenza che non è logicamente possibile - senza scardinare il sistema, aprendolo a possibili gravi oscillazioni operative con diversità di trattamento tra operatori - dedurre la non offensività della trasgressione in concreto basata sulla natura limitata o temporanea della violazione (così Sez. 3, n. 10578 del 1/10/1993, Pizzocaro, Rv. 196448. Ma si vedano anche Sez. 3, n. 4346 del 17/12/2013 (dep.2014), Roda, Rv. 259247 in tema di rifiuti, Sez. 3, n. 44161 del 23/10/2001, Zucchini A, Rv. 220624 in tema di inquinamento atmosferico).
11.Alla luce delle considerazioni sopra esposte resta assorbita la questione della applicabilità dell'art. 49, comma 2 cod. pen, pure prospettata dal ricorrente richiamandosi alla giurisprudenza costituzionale.
12.Infondata, risulta, infine, la dedotta violazione dell'art. 131-bis cod. pen. riferito allo scarico senza autorizzazione (avendo la Corte territoriale riconosciuto la causa di non punibilità in relazione al reato di cui al capo b) della rubrica).
L’ assunto è palesemente errato.
13.Va ricordato, in primo luogo, come prima dell'entrata in vigore del d.lgs. 258\2000, l'originario testo del previgente d.lgs. 152\99 prevedesse anche la nozione di "immissione occasionale", contemplata nelle disposizioni relative alle sanzioni.
Dunque, ancora sotto la vigenza del d.lgs. 152/99, era stata riconosciuta la rilevanza penale anche dello scarico occasionale e tale concetto è stato ribadito pure in relazione al vigente d.lgs. 152/06, sostenendo la irrilevanza, in ordine alla nozione di scarico, di considerazioni attinenti alla accidentalità dello scarico stesso o alla sua episodicità (Sez. 3, n. 47038 del 7/10/2015, Branca, Rv. 265554. Conf. Sez. 3, n. 5239 del 15/12/2016 (dep. 2017), Buja, Rv. 268989)
14.Inconferente, infine, il richiamo all'art. 131-bis cod. pen., il quale, come già affermato dalla giurisprudenza di questa Corte, opera su un piano distinto, rispetto al principio di offensività, presupponendo, il primo, un reato perfezionato in tutti i suoi elementi, compresa l'offensività, benché di consistenza talmente minima da ritenersi "irrilevante" ai fini della punibilità ed attenendo, il secondo, al caso in cui l'offesa manchi del tutto, escludendo la tipicità normativa e la stessa sussistenza del reato (così Sez. 6, n. 5254 del 10/11/2015 (dep. 2016), Pezzato e altro, Rv. 265642, ma v. anche Sez. U, n. 13681 del 25/2/2016, Tushaj, Rv. 266589).
La questione della consapevolezza, in capo all'imputato, della la carenza dell'atto autorizzativo viene peraltro posta in maniera fuorviante, richiamando testualmente solo una parte della più ampia motivazione della sentenza impugnata, la quale non si limita ad un formale richiamo, ma evidenzia le ragioni per le quali ritiene che all'imputato fosse nota la mancanza del titolo abilitativo, dell'esistenza del quale avrebbe dovuto accertarsi all'atto del conferimento della delega di funzioni, dando conto anche del fatto che, pur avendo avuto formale conoscenza della mancanza di autorizzazione nel 2012, aveva comunque continuato a mantenere in essere lo scarico.
16.Altrettanto deve dirsi per ciò che concerne il reato di scarico con superamento dei limiti tabellari, rispetto al quale vengono opposti, nuovamente, argomenti in fatto e per il quale la motivazione della sentenza impugnata risulta esaustiva e corretta nel ribadire quanto già affermato dal primo giudice (e ricordato in precedenza) in ordine alla prevedibilità di ciò che poi è accaduto.
17.Anche il ricorso della della B. s.p.a. è basato su motivi la cui infondatezza è di macroscopica evidenza.
18.Nel primo motivo di ricorso si afferma, sostanzialmente, che i giudici del merito avrebbero rinvenuto la responsabilità dell'ente esclusivamente sulla base della mancata adozione di modelli di organizzazione e gestione, i quali, però, costituiscono esclusivamente una condizione esimente della responsabilità, con la conseguenza che l'omessa adozione di questo modello non può costituire automaticamente una responsabilità dell'impresa, dovendosi individuare l'elemento soggettivo di responsabilità dell'ente nella colpa, cosa non avvenuta nella fattispecie, avendo la società fornito ampia dimostrazione di avere adottato misure necessarie ad impedire la commissione di reati del tipo di quello realizzato.
La premessa da cui muove la ricorrente è corretta, poiché richiama compiutamente il contenuto dell'art. 6 d.lgs. 231/01, ma viene poi utilizzata per introdurre, come già è avvenuto con il ricorso del G., dati fattuali e richiami ad atti e documenti del processo ai quali questa Corte non ha accesso, per proporre, ancora una volta, la propria versione dei fatti.
In realtà i giudici del merito, con motivazione adeguata, dopo aver individuato la posizione del G.all'interno della società, collocandolo tra i soggetti richiamati dall'art. 5, lett. a) del d.lgs. 231/2001, hanno escluso la sussistenza delle condizioni indicate dall'art. 6 per l'esenzione di responsabilità, ritenendo che le procedure di monitoraggio e controllo adottate dall'ente prima dell'adozione del modello di organizzazione, nel 2016, non fossero idonee a prevenire la commissione di reati della specie di quelli per cui si è proceduto.
20.Anche il secondo motivo di ricorso è manifestamente infondato e la motivazione della sentenza impugnata non presenta i vizi denunciati.
21.Per ciò che concerne, poi, il terzo motivo di ricorso, deve rilevarsi che il Tribunale ha applicato alla società l'attenuante di cui all'art. 12, comma 2, lett. b) d.lgs. 231/2001, avendo la società dimostrato, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento, di aver adottato e reso operativo un modello organizzativo idoneo a prevenire reati della specie di quelli verificatisi. Ha invece escluso la sussistenza dell'ipotesi di cui alla lettera a) del medesimo comma, non risultando alcuna condotta riparatoria posta in essere dall'ente.
La concorrenza delle due condizioni, che avrebbe consentito, ai sensi del comma 3 dell'art. '12, di applicare una riduzione della sanzione dalla metà a due terzi, è stata esclusa dalla Corte territoriale per le medesime ragioni evidenziate dal primo giudice.
22.Per ciò che concerne il quarto motivo di ricorso, deve osservarsi che lo stesso prende spunto dal contenuto di una decisione di questa Corte (Sez. 3, n. 9072 del 17/11/2017 (dep. 2018), PG. in proc. Ficule, Rv. 272447) i cui contenuti vengono ricordati, richiamando anche il principio di diritto affermato, giungendo tuttavia alla errata conclusione, frutto della personale lettura della decisione richiamata, secondo la quale con essa si sarebbe implicitamente riconosciuta al giudice del merito la possibilità di ritenere il fatto addebitato all'ente di particolare tenuità escludendone la punibilità ai sensi dell'art. 131-bis cod. pen.
Si censura, conseguentemente, la mancata pronuncia, sul punto, da parte dei giudici del gravame, in tal senso sollecitati dalla difesa, la quale, nel rassegnare le proprie conclusioni in sede di discussione, ha posto la questione, che non avrebbe potuto esporre nell'atto di appello, depositato prima della decisione richiamata.
La citata pronuncia ha affermato il principio di diritto così massimato: "in tema di responsabilità degli enti ai sensi del d.lgs. 8 giugno 2001, n. 231, qualora nei confronti dell'autore del reato presupposto sia stata applicata la causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto, ai sensi dell'art. 737-bis cod. pen., il giudice deve procedere all'autonomo accertamento della responsabilità amministrativa della persona giuridica nel cui interesse e nel cui vantaggio l'illecito fu commesso, che non può prescindere dalla verifica della sussistenza in concreto del fatto di reato, non essendo questa desumibile in via automatica dall'accertamento contenuto nella sentenza di proscioglimento emessa nei confronti della persona fisica".
La seconda, invece, ritiene non ragionevole il fatto che l'ente non sia esente da responsabilità nelle ipotesi, indicate dall'art. 8, lett. b) di estinzione del reato per cause diverse dall'amnistia e non anche quando il reato sia accertato ma non punibile, come nei casi stabiliti dall'art. 131-bis cod. pen., la cui applicazione comporta conseguenze anche pregiudizievoli quali l'iscrizione della sentenza nel casellario giudiziale e l'effetto di giudicato quanto all'accertamento della sussistenza del fatto, della sua illiceità penale e all'affermazione che l'imputato lo ha commesso nel giudizio civile o amministrativo di danno ai sensi dell' art. 651-bis cod. proc. pen.
23.Deve dunque essere ribadita l'esclusione di ogni automatismo tra l'eventuale riconoscimento della particolare tenuità del fatto nei confronti dell'autore del reato e l'accertamento della responsabilità dell'ente, la cui autonomia è stabilita dal già citato art. 8 d.lgs. 231/2001, nel quale, come è noto, si afferma che la responsabilità dell'ente sussiste anche quando l'autore del reato non è stato identificato o non è imputabile, nonché quando il reato si estingue per una causa diversa dall'amnistia.
Ciò posto, deve osservarsi come la dedotta applicabilità dell'art. 131-bis cod. pen. al caso di specie, oltre che errata, tragga spunto dalla diffusa tendenza a non considerare l'effettivo ambito di operatività della disposizione codicistica che il legislatore ha puntualmente delineato, attraverso una lettura della norma che, privilegiando le finalità deflattive perseguite dal legislatore, ne determina l'applicazione anche al di fuori dei casi consentiti dai precisi limiti imposti.
24.Considerando quindi i criteri così individuati per l'applicazione dell'art. 131- bis cod. pen. con riferimento allo specifico sistema delineato dal d.lgs. 231/01 per la responsabilità degli enti, deve escludersi la possibilità di applicare la causa di non punibilità.
25.I ricorsi, conseguentemente, devono essere dichiarati inammissibili e alla declaratoria di inammissibilità consegue l'onere delle spese del procedimento, nonché quello del versamento, in favore della Cassa delle ammende, della somma, equitativamente fissata, di euro 2.000,00 per ciascun ricorrente.
L’ inammissibilità del ricorso per cassazione, dovuta alla manifesta infondatezza dei motivi, non consente il formarsi di un valido rapporto d'impugnazione e preclude, pertanto, la possibilità di rilevare e dichiarare ammissibile la questione di legittimità costituzionale proposta con il quinto motivo di ricorso (Sez. 6, n. 22439 del 15/5/2008, P.M. in proc. Balbi De Caro e altri, Rv. 240513).