Source: https://www.laleggepertutti.it/273311_spese-spedizione-bolletta-sono-dovute
Timestamp: 2019-02-23 18:01:37+00:00
Document Index: 64633267

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 1341', 'sentenza ', 'art. 1341', 'art. 1341', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 13', 'art. 13']

Spese spedizione bolletta: sono dovute?
Il cliente che riceve la fattura del telefono da Tim o da qualsiasi altro operatore è obbligato a corrispondere le spese di emissione e trasmissione di tale documento? A carico di chi sono le spese postali?
Si tratterà pure di pochi euro nell’arco di un anno (all’incirca 14), ma a molti utenti non va ancora giù di dover pagare le spese postali per le bollette del telefono. Così è tutto un fiorire di richieste di rimborso, disdette di contratto e interpelli alle associazioni di tutela dei consumatori. Le quali, in passato, non poche volte si sono battute per l’epurazione di tale voce dalle fatture mensili, tuttavia con alterne vicende. La Cassazione ha quasi sempre dato ragione alle compagnie telefoniche, ma per questioni cavillose. L’ultima puntata è un’ordinanza di qualche giorno fa [1], sempre a firma della Suprema Corte, che sembra mettere un punto definitivo sulla vicenda stabilendo una via mediana tra i due interessi contrapposti. Come la pensano i giudici in merito? Sono dovute le spese di spedizione sulla bolletta? A chi spetta pagare le famose «spese postali»: all’utente o al gestore?
Chi dice l’utente fa leva sulla natura della bolletta cartacea, un atto emesso solo nell’interesse del cliente; il quale potrebbe in alternativa optare per modalità differenti di ricezione della fattura, ad esempio con invio tramite email o download dal sito internet (senza addebiti) o ritirando la stessa all’ufficio più vicino della società telefonica.
Chi invece sostiene che le spese di spedizione della bolletta debbano ricadere sul gestore si appiglia a una nozione ampia dei diritti del consumatore: a questi spetterebbe solo l’obbligo di pagare i consumi e non anche voci aggiuntive. Il tutto per come confermato da una veloce lettura della legge sull’Iva [2] la quale recita nel seguente modo: «Le spese di emissione della fattura e dei conseguenti adempimenti e formalità non possono formare oggetto d’addebito a qualsiasi titolo».
A ben vedere però una cosa è l’emissione della bolletta, un’altra è invece la spedizione. La prima è un procedimento interno e necessario, volto a creare ab origine il documento tramite la contabilizzazione degli “scatti”. La spedizione invece è un atto eventuale (come detto, l’utente potrebbe rinunciare al ricevimento della busta cartacea) che si estrinseca nel trasporto e comunicazione della fattura una volta che è stata emessa.
Dunque, come stanno le cose? Come abbiamo anticipato la Cassazione ha adottato una soluzione salomonica che, senza calpestare i diritti dei consumatori, viene anche incontro alle società del telefono costrette a fare i conti con tonnellate di spedizioni tutti i giorni.
Tra i due interessi contrapposti la via di mezzo si chiama «autonomia contrattuale», quella regola del nostro ordinamento che lascia i privati liberi di regolare i propri rapporti commerciali per come meglio credono. In buona sostanza, la Tim – o chi per lei – è autorizzata ad addebitare i costi di spedizione delle bollette sull’utente a patto però che questi abbia espressamente accettato tale addebito all’atto della conclusione del contratto. Si tratta dunque di verificare se tale costo è menzionato nelle condizioni generali di contratto e se queste sono state sottoscritte dal cliente. Ed è proprio qui il punto: se non risulta alcuna firma da parte di quest’ultimo o magari l’originale è andato smarrito, la società del telefono è costretta a restituirgli gli importi eventualmente versati negli ultimi cinque anni (tale è infatti la prescrizione in merito alle somme dovute con cadenza annuale o infra annuale).
La Cassazione ci tiene a precisare: la clausola con cui le spese postali vengono poste a carico del cliente non è vessatoria e, quindi, non deve essere specificamente approvata per iscritto (ossia con una seconda firma). Tuttavia resta la regola generale, imposta dal Codice civile, secondo cui le condizioni generali di contratto – e quindi tutti gli accordi tra le parti – sono valide solo se “conosciute o conoscibili” dal consumatore. E per dimostrare ciò non v’è altra via che chiedere una sottoscrizione a tergo del modulo prestampato.
Ecco perché, se vuoi capire se, nel tuo caso, è legittima la voce in bolletta «spese di spedizione» dovresti recuperare il contratto che hai firmato con la società all’atto dell’attivazione dell’utenza telefonica e accertarti che sia indicata la previsione di tale addebito mensile o annuale.
Resta sempre la possibilità per il consumatore di chiedere l’invio della bolletta in forma telematica, ossia tramite email; in quest’ultimo caso ogni addebito per spese postali sarebbe illegittimo in quanto non sostenuto effettivamente dal gestore.
Insomma, quando si tratta di grosse società, non è vero che il cliente ha sempre ragione.
[1] Cass. ord. n. 2997/19 del 31.01.2019.
Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza 20 dicembre 2018 – 31 gennaio 2019, n. 2997
1. Gi. Fa. convenne in giudizio, davanti al Giudice di pace di Barletta, la Telecom Italia s.p.a., chiedendo che fosse condannata a rimborsargli la somma complessiva di Euro 13,41 a titolo di spese di spedizione di alcune Iatture telefoniche.
Il Giudice di pace accolse la domanda e condannò la società telefonica al pagamento della somma suindicata, oltre interessi e con il carico delle spese di giudizio.
2. La pronuncia è stata impugnata dalla società telefonica e il Tribunale di Trani, con sentenza del 23 marzo 2016, ha rigettato l’appello ed ha condannato l’appellante al pagamento delle ulteriori spese del grado.
Ha osservato il Tribunale, tra l’altro, che non risultava agli atti la sottoscrizione, da parte del cliente, delle condizioni generali di abbonamento e, pertanto, della clausola che prevedeva l’addebito delle spese telefoniche. Pertanto, come già aveva affermato il Giudice di pace, era da ritenere che il Fa. non fosse a conoscenza delle suindicate condizioni generali, mentre doveva essere la società Telecom a dimostrare che tale conoscenza vi fosse. Nella specie, però, non risultava che detto onere di prova tosse stato assolto, così come non vi era dimostrazione né che le condizioni generali fossero state allegate al contratto né che l’elenco telefonico fosse stato consegnato all’utente; per cui il Tribunale ha ritenuto che l’addebito delle spese di fattura non avesse formato oggetto di apposita pattuizione. In ordine, poi, al quantum della pretesa, il Tribunale ha ritenuto che l’appellato avesse dimostrato l’effettivo esborso della somma richiesta.
3. Contro la sentenza del Tribunale di Tram propone ricorso la Telecom Italia s.p.a. con atto affidato a due motivi.
Resiste Gi. Fa. con controricorso.
Il ricorso è stato avviato alla trattazione in camera di consiglio, sussistendo le condizioni di cui agli artt. 375, 376 e 380-bis cod. proc. civ., e la società ricorrente ha depositato memoria.
1. Con il primo motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360, primo comma, n. 3) e n. 5), cod. proc. civ., violazione e falsa applicazione degli artt. 1341 e F342 cod. civ., degli artt. 115 e 116 cod. proc. civ., nonché omesso esame di un fatto decisivo che è stato oggetto di discussione tra le parti.
Osserva la ricorrente che il Tribunale avrebbe confuso le due diverse ipotesi dell’art. 1341, primo e secondo comma, cit., richiedendo l’espressa approvazione per iscritto anche della clausola che prevede l’addebito delle spese di fattura; senza considerare che essa non potrebbe in alcun modo considerarsi vessatoria, dato il carattere tassativo di tale previsione. D’altra parte, il contratto è stato posto a fondamento della pretesa del cliente, la quale ha chiesto dichiararsi la nullità della relativa clausola con ciò stesso ammettendone la conoscenza; circostanza che, tra l’altro, avrebbe dovuto essere ritenuta notoria.
1.1. Il motivo è inammissibile, perché non coglie la ratio decidendi della sentenza impugnata.
Risulta dalla motivazione della stessa che il Tribunale non ha considerato vessatoria la clausola con la quale le spese di spedizione venivano poste a carico del cliente e non ha preteso che la stessa venisse approvata per iscritto ai sensi dell’art. 1341 cod. civ., ma ha fatto applicazione, invece, del primo comma dell’art. 1341 cit., in base al quale le condizioni generali di contratto predisposte da uno dei contraenti «sono efficaci nei confronti dell’altro, se al momento della conclusione del contratto questi le ha conosciute o avrebbe dovuto conoscerle usando l’ordinaria diligenza». Sulla base di tale inquadramento normativo il Tribunale ha ritenuto, con un accertamento di merito non sindacabile in questa sede, che non vi fosse la prova che la citata clausola, inserita nelle condizioni generali di contratto, fosse conosciuta dal cliente, non avendo la società telefonica fornito la relativa prova, gravante a suo carico; ed ha aggiunto che non potevano considerarsi opponibili al cliente le condizioni generali inserite in un documento trasmessogli dopo la conclusione del contratto.
E’ appena il caso di aggiungere che non può ritenersi che il fatto stesso di invocare la nullità di una clausola equivalga alla prova della sua conoscenza. Né a favore della ricorrente può richiamarsi la sentenza di questa Corte 13 febbraio 2009, n. 3532, nella quale si è affermato che le spese di spedizione della fattura telefonica trovano disciplina nell’ambito del diritto civile e della volontà negoziale delle parti.
2. Con il secondo motivo si lamenta, in riferimento all’art. 360, primo comma, n. 3) e n. 5), cod. proc. civ., violazione e falsa applicazione degli artt. 2697 cod. civ. e 115 cod. proc. civ., nonché omesso esame di un fatto decisivo che è stato oggetto di discussione tra le parti. Osserva la ricorrente che il l’arma non avrebbe fornito la prova dell’effettivo pagamento delle somme delle quali aveva chiesto la restituzione, non potendo tale prova derivare dalla semplice allegazione delle fatture.
2.1. Il motivo è inammissibile, posto che il Tribunale, con un accertamento di fatto non sindacabile in questa sede, ha ritenuto che vi fosse la prova dell’effettivo esborso, da parte del cliente, di una somma corrispondente alle spese di spedizione della fattura.
Sussistono inoltre le condizioni di cui all’art. 13, comma 1-quater del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, per il versamento, da parte della società ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.
La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna la società ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in complessivi Euro 600, di cui Euro 200 per spese, oltre spese generali ed accessori di legge.
Al sensi dell’art. 13, comma 1-quater del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 1 15, dà atto della sussistenza delle condizioni per il versamento, da parte della società ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.