Source: https://www.leggioggi.it/2012/02/05/la-rivoluzione-copernicana-della-responsabilita-dei-giudici-chi-giudica-chi/
Timestamp: 2019-02-17 19:41:07+00:00
Document Index: 104325512

Matched Legal Cases: ['art. 28', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 4', 'art. 7', 'art. 4', 'art. 5', 'art. 6', 'art. 28']

La rivoluzione copernicana della responsabilità dei giudici: chi giudica chi? | LeggiOggi
Home Varia Giustizia La rivoluzione copernicana della responsabilità dei giudici: chi giudica chi?
La rivoluzione copernicana della responsabilità dei giudici: chi giudica chi?
Nel 1987, sulla scia del “caso Tortora”, più dell’80% degli italiani votò perche fosse introdotta la responsabilità civile dei magistrati.
Un anno dopo, dietro l’impulso dell’allora Ministro della Giustizia Vassalli nacque la legge del 13 aprile 1988 sul “risarcimento dei danni cagionati nell’esercizio nelle funzioni giudiziarie e sulla responsabilità civile dei magistrati“.
Giovedì scorso, il colpo di scena con Governo battuto a scrutinio segreto.
La Corte di Giustizia aveva chiesto, anzi “intimato” più volte all’Italia di cambiare la legge Vassalli a causa della sua mancata corrispondenza con quanto previsto dal diritto comunitario poichè la responsabilità andava estesa anche agli errori commessi dal magistrato per un’interpretazione errata delle norme europee e per una valutazione sbagliata di fatti o prove.
In realtà, questo è stato il pretesto per modificare invece un principio ben più rilevante per il nostro ordinamento: non più solo lo Stato a rispondere degli errori commessi dal magistrato ma anche la responsabilità diretta del giudice, con conseguente risarcimento del danno.
In particolare, l’emendamento Pini approvato dalla Camera stabilisce che “chi ha subito un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento” di un magistrato “in violazione manifesta del diritto o con dolo o colpa grave nell’esercizio delle sue funzioni o per diniego di giustizia”, possa rivalersi facendo causa sia allo Stato che al magistrato per ottenere un risarcimento.
Immediata la levata di scudi delle toghe che hanno già fatto sapere che martedì 7 ci sarà la riunione del consiglio direttivo; per ora Luca Palamara, presidente dell’Anm ha definito il provvedimento come «un ennesimo tentativo di vendetta contro la magistratura», mentre per il segretario Anm Giuseppe Cascini: «È incostituzionale. Non è esclusa – avverte – qualsiasi forma di protesta anche le più estreme, non a tutela degli interessi dei magistrati ma in difesa della libertà dei cittadini».
Le novità rispetto alla legge Vassalli fondamentamente sono due:
1. la responsabilità è genericamente estesa alla “manifesta violazione del diritto”;
2. il cittadino può citare in giudizio direttamente il magistrato e non solo lo Stato.
Viene modificata, in particolare, quella parte della norma per la quale costituisce colpa grave del magistrato la grave violazione di legge “determinata da negligenza inescusabile” con una previsione per la quale “chi ha subito un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento giudiziario posto in essere dal magistrato in violazione manifesta del diritto o con dolo o colpa grave nell’esercizio delle sue funzioni, ovvero per diniego di giustizia può agire contro lo Stato e contro il soggetto riconosciuto colpevole per ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e anche di quelli non patrimoniali che derivino da privazione della libertà personale“.
Ciò che ha fatto gridare allo “scandalo” i magistrati è stata la definizione del “dolo” cui è stato riconosciuto addirittura “il carattere intenzionale della violazione del diritto“, facendo invocare , per questo passaggio, le proteste più estreme quali lo sciopero immediato.
Il rimedio, come invocato dalla Corte Europea, sarebbe peggiore del male, visto – si obietta – che una norma simile non esiste nella maggior parte degli ordinamenti degli stati membri, prevedendo al più che il cittadino faccia causa allo Stato, il quale, a sua volta può rivalersi nei confronti del magistrato condannato per l’illecito.
Giova tuttavia considerare che, attualmente, in Italia, dall’entrata in vigore della legge Vassalli ad oggi, ci sono stati solo 4 condanne di giudici su 406 cause avviate da cittadini, a riprova della estrema complessità di un giudizio sottoposto a ben nove livelli di “controllo” da parte di altri “colleghi” magistrati.
La modifica dovrà comunque essere ratificata dal Senato e il Guardasigilli Severino non ha escluso che una “seconda lettura” del provvedimento…
“Era semplicemente un giudice giusto: e per questo lo chiamavano ‘rosso’ (perché sempre, tra le tante sofferenze che attendono il giudice giusto, vi è anche quella di sentirsi accusare, quando non è disposto a servire una fazione, di essere al servizio della fazione contraria)”.
(Pietro Calamandrei Elogio dei giudici, prefazione alla III edizione, pag. XIV)
Articolo precedenteDecreto semplificazioni al via, ma mancano alcune norme
Articolo successivoDal Consiglio d’Europa “sì al biotestamento, no all’eutanasia”
Francesco 7 febbraio 2012 at 19:07
a Manlio Tummolo
Il suo commento ovviamente si pone in una realtà parallela, con una diversa costituzione. Poi, riguardo al riferimento del giudizio della responsabilità dei magistrati negli altri Paesi, le consiglio di leggere un interessante articolo comparso qualche giorno fa in questa rivista che fa un raffronto con gli altri ordinamenti europei (che come potrà notare, non presentano forme di responsabilità come la nostra e anzi perlopiù propongono una assoluta immunità per gli atti del giudice nell’esercizio delle sue funzioni)
Manlio Tummolo 6 febbraio 2012 at 23:10
Sulla responsabilità civile in sede anche penale, ho avuto modo di verificare personalmente e con più denunce, quanto poco e mal applicata sia in Italia. Perché ? Al di là delle solite questioni e dei discorsi di parte, va precisato che, in Italia come nel resto del mondo, il magistrato è l’unico membro di una categoria di pubblici dipendenti, che viene giudicato, non solo disciplinarmente, ma anche civilmente, amministrativamente o penalmente da colleghi, i quali, per ciò stesso e perché non tocchi poi a loro la stessa cosa, si rivelano, il più delle volte, largamente indulgenti. Ora, il magistrato è l’unico cittadino di uno Stato che non è giudicato da giudice terzo, bensì da un membro della propria categoria. Onde se ne deduce che, per porlo in condizioni sostanzialmente uguali a quelle degli altri, necessita creare un Organo di Vigilanza, Indagine e Giudizio sui magistrati, costituito da esperti giuristi, ovviamente, ma altrettanto ovviamente non magistrati, quali potrebbero essere docenti di Diritto costituzionale, civile, amministrativo, penale e procedurale civile e penale, eletti dal popolo per una durata quinque- o settennale al massimo, in modo da non creare rapporti durevoli, e quindi reciproche chiusure d’occhi ed ulteriori indulgenze. Tale Organo dovrebbe valutare, su denuncia pubblica o privata, ogni illecito civile, amministrativo e penale, per reati sia d’ufficio, sia comuni, compiuti da magistrati. Questo, assai più che la tanto declamata separazione delle carriere (impossibile a realizzarsi in senso assoluto), potrebbe servire a liberare la categoria dei magistrati, inquirenti, giudicanti, amministrativi, civili o penali che siano, da quel privilegio corporativo che finisce per essere il più delle volte abusato. Altrimenti qualunque legge sulle responsabilità dei giudici e dei magistrati o norma penale finirebbe per essere di fatto vanificata.
Maria Giuliana Murianni 6 febbraio 2012 at 20:04
Dal sito del CSM:” La responsabilità civile del magistrato
La responsabilità disciplinare consegue alla violazione dei doveri funzionali che il magistrato assume nei confronti dello Stato nel momento della nomina. Diversa ed ulteriore è la responsabilità civile che il magistrato assume, invece, nei confronti delle parti processuali o di altri soggetti a causa di eventuali errori o inosservanze compiute nell’esercizio delle sue funzioni.
Tale ultima forma di responsabilità, analoga a quella di qualunque altro pubblico dipendente, trova il suo fondamento nell’art. 28 Cost.
La materia, dopo gli esiti di una consultazione referendaria che ha importato l’abrogazione della previgente disciplina, fortemente limitativa dei casi di responsabilità civile del giudice, trova la sua attuale regolamentazione nella l. 13 aprile 1988, n. 117.
Sotto il profilo sostanziale, la legge afferma il principio della risarcibilità di qualunque danno ingiusto conseguente ad un comportamento, atto o provvedimento giudiziario posto in essere da un magistrato con *dolo+ o *colpa grave+ nell’esercizio delle sue funzioni ovvero conseguente *a diniego di giustizia+ (art. 2).
La legge, dopo avere puntualmente fornito le nozioni di *colpa grave+ (art. 2, comma 3) e del *diniego di giustizia+ (art. 3), chiarisce, comunque, che non possono dare luogo a responsabilità l’attività di interpretazione di norme di diritto e quella di valutazione del fatto e delle prove (art. 2, comma 2): sotto questo profilo, all’evidenza, la tutela delle parti è esclusivamente endoprocessuale, attraverso il ricorso al sistema delle impugnazioni del provvedimento giurisdizionale che si assume viziato.
Mentre, ferma restando l’insindacabilità nel merito dell’attività giurisdizionale, può esservi eventualmente spazio per la responsabilità disciplinare del magistrato, laddove, secondo la costante giurisprudenza della Sezione disciplinare del C.S.M., ci si trovi in presenza di un’abnorme o macroscopica violazione di legge ovvero di un uso distorto della funzione giudiziaria.
Sotto il profilo processuale, va segnalato che la responsabilità per il risarcimento dei danni grava sullo Stato, nei confronti del quale il danneggiato può agire (art. 4), ma in caso di affermazione della sua responsabilità lo Stato può rivalersi, a determinate condizioni, sul magistrato (art. 7).
L’azione di responsabilità e il relativo procedimento soggiacciono a regole particolari: tra esse, le più significative riguardano la subordinazione della procedibilità dell’azione all’esperimento di tutti i mezzi ordinari d’impugnazione e degli altri rimedi per la modifica o la revoca del provvedimento che si assume causativo di danno ingiusto e la previsione di un termine di decadenza per l’esercizio di essa (art. 4); la delibazione dell’ammissibilità dell’azione, ai fini del controllo dei relativi presupposti, del rispetto dei termini e della valutazione della eventuale *manifesta infondatezza+ (art. 5); la facoltà d’intervento del magistrato nel giudizio contro lo Stato (art. 6).
Per garantire la trasparenza e l’imparzialità del giudizio, nel sistema è configurato lo spostamento della competenza a conoscere delle cause di che trattasi (artt. 4 e 8), onde evitare che possa essere chiamato a conoscerne un giudice dello stesso ufficio nel quale presta o ha prestato servizio il magistrato dalla cui attività si assume essere derivato un danno ingiusto. I criteri di individuazione del giudice competente sono stati di recente modificati, con l. 2 dicembre 1998, n. 420, proprio per evitare qualsivoglia rischio di pregiudizio nella cognizione delle cause di che trattasi.”.
Tradotto in soldoni, significa che , ante emendamento Pini,prima di arrivare al giudizio di responsabilità contro un magistrato, il cittadino avrebbe dovuto “attraversare” nove gradi di giudizio – tre per l’ammissibilità del procedimento, tre per individuare la responsabilità, tre per l’eventuale rivalsa da parte del ministero della Giustizia … Con la protezione di S. Nicola Pellegrino.
Bartolo da Sassoferrato 5 febbraio 2012 at 16:01
La solita scemenza è il solito provincialismo da parte del popolo italico(altro motivo per cui ai giudici dico sempre che in Italia mal vedrei la giuria…qui la pancia pesa più della testa).Il fatto che si citi lo stato e poi il giudice è ammissibilie,ma il pretendere di sostituirsi a lui persino nella valutazione delle prove significa di fatto introdurre il quarto grado di giudizio(come se i gradi attuali non bastassero…e poi singnifica sconfessare la lagica che sta alla base dell’esistenza di un giudice).Inoltre una volta che si citi in giudizio il giudice(spero non sia ammesso durante il dibattimento)questo dovrà spogliarsi per conflitto di interesse e quindi sarà introdotta una specie di legittima suspicione(che tra l’altro vedrete come il giudice sarà cosi propenso ad assolvere i ricchi che potranno sostenere un eventuale accusa,mentre il meno abbiente resterà fregato…poi con meno condanne qualcuno esulterà perchè finalmente abbiamo svuotato le carceri).Il bello sarà poi quando la sezione che deciderà sul giudice (conoscendo gli italiani) darà torto al cittadino che ha fatto ricorso,il quale immancabilmente,penserà o di citare a loro volta i giudici del giudice del dibattimento o dirà come al solito in modo qualunquistico “tra cani non si morsicano”…tanto per ricordare che per gli italiani i gradi di giudizio non bastano mai.Poi in genere la respondabilità mi capita di sentirla invocare o da chi ha perso una causa(mai si ammetterà in italia che la colpa è propria e non del giudice) o da chi per giustificarla ogni volta ricorre al caso tortora(sempre tipico degli italiani…quando c’è un errore bisogna cambiare l’intero sistema….poi una volta cambiato se c’è un altro errore via con un altra revisione).Una norma del genere può funzionare in un sistema dove il giudice ammette solo le prove e fa un accertamento di diritto lasciano la decisione ad una giuria che emette un verdetto immotivato(e quindi non attaccabile), ma come ripeto, la giuria in Italia, con un popolo pilotato dalla tv, che ragiona di pancia, sempre pronto a perdonare tutto (magari con la scusa che tanto lo fanno tutti),e dove nelle regioni del sud ogni decisione è controllata significa creare il paese dell’impunità…come se questo non lo fosse già abbastanza.Che poi i poveri avvocati tentino di introdurre con atteggiamento lobbistico il sistema accusatorio (sistema che io disprezzo al massimo) puro per farla da padroni nelle aule di giustizia la dice lunga…quando seguo le udienze l’ultima persona di cui mi fido è il mio avvocato e non il giudice.
Francesco 5 febbraio 2012 at 15:36
Il provvedimento in esame potrebbe risultare un’arma a doppio taglio. Da un lato garantirebbero maggiormente i cittadini da decisioni arbitrarie giudiziarie, ma dall’altro costringerebbe pm e giudici a essere in ogni caso oggetto di attacchi giudiziari da parte di chi sarà giudicato sfavorevolmente. Quindi i soggetti considerati rei, per il processo penale, in particolare se facoltosi e circondati da vari avvocati, difficilmente si asterranno dal citare in giudizio il giudice o il pm di turno contro una loro qualsiasi decisione, dato che, da parte loro, queste saranno sempre contra jus.
Questo comporterebbe il fatto che il magistrato oltre che fare il proprio lavoro in modo diligente come richiesto, dovrà costantemente recarsi in tribunale per difendersi da tutti coloro che non considerino corrette le loro valutazioni.
immaginate quindi il condizionamento a cui saranno soggetti i magistrati nelle loro decisioni. E’ evidente che quanto più ci sarà il rischio di subire un procedimento, tanto più il giudice non sarà sereno nella propria decisione e si asterrà dal prendere decisioni che potranno portargli danno.
Infine, vorrei chiedere all’autore, chi pensa che dovrebbe giudicare i magistrati per i loro errori se non i magistrati stessi (data la sottile ironia manifestata verso al fine dell’articolo). Non capisco quindi se l’autore vorrebbe applicare ad una particolare categoria di cittadini (individuata secondo criteri soggettivi, perché riferenti al loro mestiere), una giurisdizione speciale, peraltro vietata dalla Costituzione.
Domenico Corradini H. Broussard 5 febbraio 2012 at 11:35
«Forse che Niccolò Machiavelli era infelice perché da Segretario della Seconda Cancelleria della Repubblica fiorentina doveva rispondere dei propri errori?».
Non è un reato di lesa maestà stabilire per legge la responsabilità civile dei magistrati: è un attuare l’art. 28 della Costituzione.
La Bongiorno, che forse si sente gratificata dal favoruccio ricevuto dai giudici di Perugia nel processo d’Appello Amanda & Raffaele, ha strillato senza argomentare. Ha lontane radici fasciste, la Bongiorno. Sta più dalla parte dello «statalismo» che dalla parte del «garantismo». Ottima allieva di Giovanni Gentile e della sua filosofia dello «Stato etico». Ottima nipotina del fascista Giorgio Almirante. Ottima figlietta dell’«ex» fascista Gianfranco Fini.
La Severino poteva risparmiarsi la battuta sulla «norma spot»: non è degna di un ministro della Repubblica, che per Costituzione ha il dovere d’esercitare le funzioni «affidatigli», non solo «attribuitigli», e la filologia e la semantica giuridiche non sono un’opinione, «con disciplina ed onore».
Può spiacere che l’emendamento sia stato proposto dal leghista Gianluca Pini. Ma non è che se un leghista dice che l’acqua è bagnata o che i corpi sono estesi, gli si possa dar torto.
L’Anm minaccia scioperi. E non si accorge che così minacciando, rafforza nel cittadino comune la non balzana idea che i magistrati costituiscano una corporazione che procede a testuggine quando la si tocca nei privilegi che ha e non intende perdere. Fu l’errore di Palamara, che a furia di dare addosso a Berlusconi fece il gioco di Berlusconi e dei seguaci suoi e ne amplificò le voci.
E veniamo alla «violazione manifesta del diritto». Investita della questione, la Corte Costituzionale boccerebbe? E chi lo sa, san Nicola Pellegrino?
E stiano allora calmini il segretario dell’Anm Giuseppe Cascini e il componente del parlamentino dell’Anm Nello Rossi. E si ricordino che per Costituzione i giudici sono soggetti alla legge e non sono legislatori. E studino bene Montesquieu e i classici dell’Illuminismo giuridico, da Verri a Beccaria. Stiano calmini e non si sentano «intimiditi».
Passerà l’emendamento al Senato? Credo che molto dipenda da come nei prossimi giorni «marcerà» il processo Mills. L’elegante inventore dell’elegante bunga bunga, ai conti nel suo libro della partita doppia, è avvezzo: il «dare» ha almeno da tornare in pareggio con l’«avere».
Il governo Monti, mio collega con cui non lego perché alla faccia della Costituzione e del diritto dei lavoratori a conservare il proprio posto di lavoro si è permesso di proclamare che «il posto fisso è monotono», si regge su uno sputo. E in questo sputo è costretto a navigare, barcamenandosi per non naufragare.
Il giustizialista dialettale Di Pietro. Anche lui, dopo l’approvazione dell’emendamento Pini, senza nemmeno sapere che fine farà al Senato, ha subito invitato il presidente della Repubblica a vagliare con attenzione il «provvedimento». Queste le sue parole: «Napolitano ci pensi prima di firmare».
Ma se ancora il «provvedimento» non c’è, se non c’è ancora la legge, è una stupidità giuridica invitare il presidente della Repubblica a riflettere se promulgare o non promulgare. Tanto più che proprio Napolitano non ha esitato a promulgare le varie leggi ad personam Berlusconis, con la benedizione guardasigillata di Angelino Alfano, ministro ad personam Berlusconis.
Sono in molti a confidare nel potere di «moral suasion» del presidente della Repubblica. Solo che nella Costituzione questo potere non c’è. E c’è il potere del presidente della Repubblica d’inviare messaggi alle Camere. A mia memoria, Napolitano non ha mai inviato messaggi alle Camere. A mia memoria, seguendo la prassi di qualche suo predecessore troppo ciarliero, ha sempre preferito «esternare» al di fuori dei canali istituzionali con buona dose di populismo se non pure di demagogia. E così «custode della Costituzione» non è stato.
L’ex poliziotto Di Pietro, poliziotto è rimasto. E poliziesco è rimasto il suo linguaggio: contro la responsabilità civile dei magistrati, «il popolo alzerà i forconi», ha detto.
Il popolo, che già si pronunciò con il referendum «tradito» del 1987, non alzerà alcun forcone.
Il forcaiolo Di Pietro, che non pare conosca il garantismo su cui la Costituzione si fonda, è meglio che usi il suo forcone per l’hobbistica che gli è cara e congeniale: coltivare la terra in quel di Montenero di Bisaccia.