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Timestamp: 2020-02-24 05:55:58+00:00
Document Index: 94900487

Matched Legal Cases: ['e contrario', 'art. 23', 'art. 15', 'art. 8', 'sentenza ', 'art. 106', 'art. 49']

luglio – 2012 – Elio Lannutti - Page 2
Intervento Aula su Riforme costituzionali
20 luglio 2012 Segreteria Leave a comment
Legislatura 16ª – Aula – Resoconto stenografico della seduta n. 772 del 19/07/2012
(24) PETERLINI. - Modifica agli articoli 55 e 57 e abrogazione dell’articolo 58 della Costituzione in materia di composizione del Senato della Repubblica e di elettorato attivo e passivo
(216) COSSIGA. - Revisione della Costituzione
(873) PINZGER e THALER AUSSERHOFER. - Modifiche agli articoli 92 e 94 della Costituzione in materia di forma di governo
(894) D’ALIA. - Modificazione di articoli della parte seconda della Costituzione, concernenti forma del Governo, composizione e funzioni del Parlamento nonché limiti di età per l’elettorato attivo e passivo per le elezioni della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica
(1086) CECCANTI ed altri. - Modifiche alla Costituzione relative al bicameralismo e alla forma di governo
(1114) PASTORE ed altri. - Modifiche alla Parte II della Costituzione e all’articolo 3 della legge costituzionale 22 novembre 1967, n. 2, in materia di composizione e funzioni della Camera dei deputati e del Senato federale della Repubblica, formazione e poteri del Governo, età e attribuzioni del Presidente della Repubblica, nomina dei giudici costituzionali
(1218) MALAN. - Revisione dell’ordinamento della Repubblica sulla base del principio della divisione dei poteri
(1548) BENEDETTI VALENTINI. - Modifiche all’articolo 49, nonché ai titoli I, II, III e IV della Parte seconda della Costituzione, in materia di partiti politici, di Parlamento, di formazione delle leggi, di Presidente della Repubblica, di Governo, di pubblica amministrazione, di organi ausiliari, di garanzie costituzionali e di Corte costituzionale
(1589) FINOCCHIARO ed altri. - Modifica di articoli della parte seconda della Costituzione, concernenti la forma del Governo, la composizione e le funzioni del Parlamento nonché i limiti di età per l’elettorato attivo e passivo per l’elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica
(1590) CABRAS ed altri. - Modifiche alla Parte II della Costituzione, concernenti il Parlamento, l’elezione del Presidente della Repubblica e il Governo
(1761) MUSSO ed altri. - Modifiche agli articoli 56 e 57 della Costituzione, in materia di elezioni alla Camera dei deputati e al Senato della Repubblica
(2319) BIANCO ed altri. - Modifica dell’articolo 58 della Costituzione, in materia di abbassamento dell’età anagrafica per l’elettorato attivo e passivo del Senato della Repubblica
(2784) POLI BORTONE ed altri. - Modifiche alla Costituzione in materia di istituzione del Senato delle autonomie, riduzione del numero dei parlamentari, soppressione delle province, delle città metropolitane e dei comuni sotto i 5.000 abitanti, nonché perfezionamento della riforma sul federalismo fiscale
(2875) OLIVA. - Modifiche agli articoli 56 e 57 della Costituzione, in materia di riduzione dei parlamentari, di eliminazione della disposizione che prevede l’elezione dei senatori nella circoscrizione Estero e di riduzione del limite di età per l’elettorato passivo per la Camera dei deputati
(2941) Disposizioni concernenti la riduzione del numero dei parlamentari, l’istituzione del Senato federale della Repubblica e la forma di Governo
(3183) FISTAROL. - Modifiche al titolo V della Parte II della Costituzione in materia di istituzione del Senato federale della Repubblica, composizione della Camera dei deputati, del Senato federale della Repubblica, del Governo e dei Consigli regionali, nonché in materia di accorpamento delle regioni, di popolazione dei comuni e di soppressione delle province
(3204) CALDEROLI ed altri. - Disposizioni concernenti la riduzione del numero dei parlamentari, l’istituzione del Senato federale della Repubblica e la forma di Governo
(3210) RAMPONI ed altri. - Modifica degli articoli 56 e 57 della Costituzione, in materia di presenza delle donne nel Parlamento
(3252) CECCANTI ed altri. - Modifiche alla Costituzione relative al bicameralismo, alla forma di governo e alla ripartizione delle competenze legislative tra Stato e regioni
LANNUTTI (IdV). Signor Presidente, non essendo un giurista, come è a tutti noto, noto, non sono intervenuto finora come tanti illustri colleghi nel dibattito sulle riforme costituzionali. Il Senato è impegnato da più giorni e senza relatore in una sorta di commedia degli inganni, per una riforma costituzionale che tutti sappiamo non potrà mai entrare in vigore prima del 2018 (semmai dovesse entrare in vigore).
Ciò mentre fuori dal Palazzo il Paese brucia, non solo per la dittatura degli spread (che oscillano attorno a 500 punti, nonostante le manovre “lacrime e sangue” degli ultimi 18 mesi, del valore di 330 miliardi di euro), ma anche per il trasferimento volontario di sovranità e senza partecipazione popolare a quel nostro mostro giuridico denominato Meccanismo europeo di stabilità (MES), acutamente definito “mostro di Loch Mes”.
Signor Presidente, colleghi, oggi, in prima pagina, non sul mio giornale, ma sul «Secolo d’Italia» si legge il titolo: «110 miliardi» di euro (quelli che dobbiamo conferire a questo mostro giuridico), «Dove li prendiamo?». Oggi approveranno alla Camera questo nuovo trattato, però ci sono tanti dubbi, anche sul salvataggio dell’euro; è in pericolo la sopravvivenza dell’euro. E si domanda Elena Polidori, nell’articolo su «la Repubblica» relativamente ai provvedimenti necessari, di questo trasferimento di sovranità e di soldi a questo mostro giuridico, peggio della Banca centrale europea, quale uso verrà fatto: lo decideranno lorsignori. E questo fondo MES deve poter ricapitalizzare direttamente le banche. Di questo si tratta, signor Presidente.
Fuori dal Palazzo le famiglie soffrono una delle crisi economiche – sistemiche più gravi dal 1929, dalla grande depressione; crisi iniziata il 7 luglio 2007 con lo scoppio dei subprime.
PRESIDENTE. Senatore Lannutti, lei mi perdonerà, ma deve attenersi al tema, perché subisco anche le pressioni degli altri colleghi. In ogni occasione e su ogni argomento parliamo sempre di questo. Quindi la pregherei – se può – di concludere rapidamente.
LANNUTTI (IdV). Signor Presidente, concludo e la ringrazio anche del richiamo, l’accetto volentieri, perché il tema è anche quello di ciò che sta fuori dal Palazzo, non solo quello che avviene qui dentro, con tutto il rispetto. Esodati, costo 9 miliardi: noi siamo qua dentro, dibattiamo di riforme che non entreranno in vigore, e fuori la gente soffre. E lo dico proprio a lei, signor Presidente, che a tali questioni è molto sensibile.
Termino il mio intervento facendo presente che, con tutto il rispetto per l’Aula e per i colleghi, soprattutto negli ultimi otto-nove mesi, forse perché siamo stati commissariati dalla dittatura degli spread e dei mercati, secondo me non stiamo offrendo all’attenzione della pubblica opinione un dibattito all’altezza dei tempi e di una situazione grave, della cui gravità forse non tutti hanno autentica percezione.
Signor Presidente, mentre facciamo questi dibattiti nelle Aule chiuse, non meravigliamoci poi se fuori dal Palazzo, con la grande difficoltà e sottovalutazione della crisi, un comico come Beppe Grillo riesce ad essere più credibile della politica e delle istituzioni. (Applausi del senatore Peterlini).
Intervento Aula su Manipolazione Euribor
20 luglio 2012 20 luglio 2012 Segreteria Leave a comment
Legislatura 16ª – Aula – Resoconto stenografico della seduta n. 769 del 18/07/2012
Per lo svolgimento di un’interpellanza e di interrogazioni
LANNUTTI (IdV). Signora Presidente, nel giorno in cui è stata pubblicata la deposizione del presidente della Banca centrale europea Draghi, acquisita agli atti del pubblico ministero di Trani Michele Ruggiero, che sta indagando sulle agenzie di rating, giudicate inaffidabili, piene di conflitti d’interesse e che continuano a sfornare rating criminali, con danni di 120 miliardi di euro quantificati dalla Corte dei conti, chiedo risposta ad alcune interrogazioni (l’ultima delle quali è la 3-02969) riguardanti lo scandalo Libor, tasso di interesse utilizzato negli Stati Uniti e in Gran Bretagna per tanti contratti di mutui alle famiglie, e la manipolazione dell’Euribor, tasso utilizzato in Italia e in Europa, oggetto di gravissima manipolazione per arricchire un cartello di banche a spese di milioni di mutuatari e di prenditori di prestiti bancari.
Libor ed Euribor sono stati sistematicamente manipolati, e di tale manipolazione erano al corrente sia la Banca d’Inghilterra sia la FED. Migliaia di italiani che hanno sottoscritto mutui a tasso variabile per acquistare una casa conoscono sulla propria pelle cosa significa pagare una rata agganciata all’Euribor, che nel 2008 era arrivato fino al 5 per cento; si pagava l’Euribor del 5 per cento, più il tasso concordato con la banca, che poteva essere il 3 o il 4 per cento, per un totale quindi del 7-8 per cento. È stato calcolato che sulla platea dei mutuatari italiani tale manipolazione, quella dell’1 per cento, abbia comportato oneri maggiori per almeno 3 miliardi di euro.
Anche su questo scandalo, insieme agli altri scandali, Adusbef e Federconsumatori hanno depositato esposti penali ad alcune procure. «Meno male che c’è un giudice a Trani», titolava qualche giorno fa un importante giornale d’opinione, riferendosi al magistrato che ha aperto un’indagine penale per accertare i danni inferti ai consumatori e alle famiglie.
Chiedo quindi, signora Presidente, perché, a differenza dell’Italia, dove li abbiamo al Governo, in tutto il mondo i banchieri sono sotto processo. Ieri, ad esempio, a Washington è stata una giornata epocale, in cui il Senato americano ha messo sotto torchio con un fuoco di fila di domande il presidente della Federal Reserve Ben Bernanke, per lo scandalo della manipolazione del Libor e quindi anche per quello dell’Euribor. Sono sotto processo per i derivati avariati le grandi banche Goldman Sachs e J.P. Morgan, che emettono denaro dal nulla.
Signora Presidente, noi stiamo approvando un decreto in cui offriamo 3,9 miliardi di euro al Monte dei Paschi di Siena del signor «Profumo di derivati», rinviato a giudizio per frode fiscale ai danni dello Stato. Almeno il Governo venga a rispondere sulla manipolazione dell’Euribor, che ha danneggiato milioni di famiglie. (Applausi dal Gruppo PdL).
Intervento Alua su provvedimento Vigili del Fuoco
Legislatura 16ª – Aula – Resoconto stenografico della seduta n. 767 del 17/07/2012
(3365) Conversione in legge del decreto-legge 20 giugno 2012, n. 79, recante misure urgenti per garantire la sicurezza dei cittadini, per assicurare la funzionalità del Corpo nazionale dei vigili del fuoco e di altre strutture dell’Amministrazione dell’interno, nonché in materia di fondo nazionale per il servizio civile
(410) COSTA. - Riconoscimento dello stato di Forza di polizia e delega al Governo per la riforma del rapporto di lavoro e per la riforma del servizio volontario del Corpo nazionale dei vigili del fuoco
(1644) MASCITELLI ed altri. - Disposizioni in materia di stabilizzazione dei vigili del fuoco volontari discontinui
Sull’emendamento 5.0.100 la Commissione bilancio ha espresso parere contrario ai sensi dell’articolo 81 della Costituzione.
LANNUTTI (IdV). Signora Presidente, non facendo parte, come dice il presidente Azzollini, dei “bilancisti”, resto un po’ stupefatto dalle decisioni della Commissione bilancio che, a volte senza neanche documentare con precisione le scoperture, pone veti dichiarando che “non si può fare” ai sensi dell’articolo 81 della Costituzione. (Commenti del senatore Azzollini). Lo abbiamo visto su mille questioni, però quando abbiamo rifinanziato, addirittura in un provvedimento che non c’entrava nulla, le banche con 24,7 miliardi di euro allora non c’era scopertura. In quei casi le coperture si trovano immediatamente.
Essendo firmatario, insieme ad altri colleghi del Gruppo, dell’emendamento 5.0.100, insisto sulla proposta, anche perché le dichiarazioni del sottosegretario Polillo non convincono. Ci troviamo di fronte ad un sistema, di fronte ad uno Stato biscazziere che quest’anno disporrà di 80-90 miliardi di euro, però quando si devono trovare i soldi per aiutare i consumatori e le famiglie non riusciamo a fare nulla.
Concludo, signora Presidente, ricordando un altro aspetto. Quello attuale è il Governo tecnico, il Governo che ha detto che avrebbe diminuito. Abbiamo approvato l’ESM: la Corte costituzionale tedesca ha detto che ci sono dei problemi, noi però siamo stati i primi della classe.
Voglio ricordare che, secondo i dati della Banca d’Italia pubblicati ieri, il debito pubblico ammonta a 1.966,303 miliardi di euro; nonostante la cura del Governo monti è aumentato di 61,443 miliardi di euro dall’insediamento, con un ritmo di 10 miliardi di euro al mese che ha polverizzato i record dei precedenti Governi (con il Governo Prodi cresceva al ritmo di 3,919 miliardi di euro al mese e con quello Berlusconi di 6,181 miliardi di euro al mese). Secondo i dati dell’ISTAT, inoltre, risultano otto milioni di nuovi poveri. Continuate ad aiutare le banche mentre la gente è disperata e non ce la fa più ad arrivare alla fine del mese! (Applausi dal Gruppo IdV).
Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08001
Atto n. 4-08001
Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07998
Atto n. 4-07998
LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri degli affari esteri e dell’interno. -
dal 26 giugno 2012, in seguito alla circolare del Ministero dell’Interno n. 2081 del 15 marzo 2012, tutti i minori italiani che viaggiano devono essere muniti di documento di viaggio individuale, per cui l’iscrizione sul passaporto dei genitori non è più sufficiente;
moltissime sono le famiglie dirette nei Paesi UE respinte agli aeroporti italiani a causa dell’assenza proprio dei documenti dei figli minorenni;
a riguardo il quotidiano “la Repubblica” riporta la testimonianza di una lettrice: «Gentile Direttore, le scrivo in periodo di vacanze, nella speranza che la spiacevole esperienza capitata a me e ai miei bambini possa essere evitata ad altre famiglie. Si tratta di una questione alla quale forse non è stata data la dovuta pubblicità sui media. L’11 luglio scorso sono stata bloccata all’aeroporto di Ciampino dove, come nei mesi passati, ero andata per prendere un volo per una destinazione europea insieme ai miei due figli, entrambi minori ed entrambi iscritti sul mio passaporto. I miei figli hanno un passaporto individuale ma questa volta era rimasto a casa, perché sapevamo che era necessario solo per i viaggi extra Ue. Ed in effetti era proprio così. Però, dal 26 giugno scorso le regole sono cambiate. Una circolare del ministero degli Esteri ha comunicato agli uffici competenti (ministero dell’Interno) che, in ottemperanza a una raccomandazione dell’Unione Europea, dal 26 giugno ogni viaggiatore – anche minore – deve possedere un documento di viaggio individuale. Confesso che la novità mi era sfuggita e che non ne ero al corrente. Come me – ho scoperto il giorno dopo in questura – moltissime altre famiglie: tutte bloccate in aeroporto, tra bambini piangenti e vacanze sfumate. Tutte, come me, accusate – senza garbo e con arroganza – di ignorare la legge e di doverne pagare le conseguenze. E si tratta di un conto salato, com’è facile immaginare, tra prenotazioni alberghiere perse e biglietti aerei familiari da rifare. Ma è davvero mia la colpa? Vorrei fare un breve ragionamento. Faccio il mio caso: aeroporto di Ciampino, dove partono quasi tutti voli Ryanair, per i quali il controllo dei passaporti avviene all’ultimo momento, direttamente all’imbarco. Di conseguenza, arrivo al gate e mi accorgo del problema all’ultimo momento. Lì per lì mi trattano talmente male, che davvero penso che sia colpa mia, poi però mi ricordo che: 1. non ho ricevuto alcun avvertimento dalla compagnia aerea. Ma io ho acquistato i biglietti il 4 giugno, cioè prima ancora delle nuove disposizioni, e sul sito internet della compagnia aerea c’era scritto che si poteva viaggiare con il solo passaporto dei genitori. La compagnia aerea, tuttavia, non ritiene sia affar suo: loro non sono tenuti a dare informazioni sulle normative di sicurezza nazionale, e scaricano la responsabilità sulle autorità italiane. 2. non ho visto nessun avviso in aeroporto, da nessuna parte, che informasse delle nuove disposizioni. Nessuna informazione nel luogo in cui più è necessario. Quando ho protestato per la mancata partenza, la responsabile degli imbarchi mi ha fatto vedere (dopo parecchie insistenze) una comunicazione del ministero: solo a casa, però, quando ricontrollo su internet, scopro che c’è un’altra parte della nota, che non mi ha fatto vedere. In questa parte, il ministero degli Esteri invita gli uffici competenti a dare la massima diffusione alla novità per evitare disagi alle famiglie: addirittura chiede, ove possibile, di individuare tutti i minori iscritti sui passaporti dei genitori e di contattare direttamente le famiglie per informarle delle nuove disposizioni. E sottolinea che è indispensabile che tutti gli uffici dove c’è un costante afflusso di pubblico dotino gli ambienti di appositi avvisi sulle novità. È evidente che – per incuria, incapacità, disorganizzazione o malafede – io non sono stata messa in grado di rispettare le nuove disposizioni. E che ho pagato per le mancanze di qualcun altro: della compagnia aerea, con la quale è impossibile parlare; della direttrice dell’aeroporto di Ciampino, che quando le ho chiesto di affiggere un avviso per evitare che nelle prossime settimane lo stesso problema capiti ad altri, mi ha risposto che lei non è autorizzata ad affiggere alcunché; della responsabile degli imbarchi, che ci ha trattato con maleducazione come spesso fa chi si compiace di poter esercitare con alterigia ed arroganza quel poco di potere che deriva dalla posizione. Gentilissima invece è stata la polizia di frontiera, che si è fatta in quattro per assisterci, per spiegarci le nuove disposizioni e che ha persino giocato con i bambini fino a farli smettere di piangere»,
quali iniziative, nelle opportune sedi di competenza, intenda assumere al fine di prevedere forme di risarcimento a carico degli uffici competenti, che non hanno dato la massima diffusione alla nuova disposizione, per l’ingente danno economico arrecato alle famiglie che, non potendo partire, hanno perduto le prenotazioni alberghiere e i biglietti aerei.
Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08000
Atto n. 4-08000
19 luglio 2012 Segreteria Leave a comment
Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00504
Atto n. 2-00504
Pubblicato il 18 luglio 2012, nella seduta n. 770
in data 17 aprile 2012 è entrato in vigore il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 23 marzo 2012, recante “Limite massimo retributivo per emolumenti o retribuzioni nell’ambito di rapporti di lavoro dipendente o autonomo con le pubbliche amministrazioni statali” (pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 89 del 16 aprile 2012);
il decreto, adottato in attuazione dell’art. 23-ter del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, recante “Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici”, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, fissa il livello remunerativo massimo onnicomprensivo annuo degli emolumenti spettanti a ciascuna fascia o categoria di personale che riceva a carico delle finanze pubbliche emolumenti o retribuzioni nell’ambito di rapporti di lavoro dipendente o autonomo con le pubbliche amministrazioni statali, di cui all’articolo l, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, nonché a quelli in regime di diritto pubblico di cui all’articolo 3 del medesimo decreto legislativo;
pertanto il trattamento economico annuale complessivo non potrà superare quello spettante al primo Presidente della Corte di cassazione, pari nell’anno 2011 a 293.658,95 euro;
secondo tale decreto, inoltre, per i dipendenti collocati fuori ruolo o in aspettativa retribuita, presso altre pubbliche amministrazioni, la retribuzione per l’incarico non potrà superare il 25 per cento del loro trattamento economico fondamentale;
tali somme così sbloccate confluiranno nel fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato;
l’articolo 3, comma 2, del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 23 marzo 2012, sancisce che ai fini dell’applicazione della disciplina, «sono computate in modo cumulativo le somme comunque erogate all’interessato a carico del medesimo o di più organismi, anche nel caso di pluralità di incarichi conferiti da uno stesso organismo nel corso dell’anno», stabilendo l’obbligo di produrre tali dichiarazioni entro 30 giorni dalla data di pubblicazione del decreto;
per alcuni dei dipendenti interessati ciò comporterà una forte variazione in termini economici. Perché tra le decine di manager pubblici il cui stipendio “oltrepassa” quello del primo Presidente di Cassazione (291.000 euro all’anno), ce ne sono alcuni che guadagnano il doppio. A quanto risulta all’interrogante a guidare la classifica è il capo della polizia Antonio Manganelli, che porta a casa ogni anno la bellezza di 621.253 euro lordi; secondo, anche se piuttosto staccato, è il ragioniere generale dello Stato Mario Canzio con 562.331 euro; chiude il “podio” l’ex capo Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Franco Ionta, con 543.954 euro. Vincenzo Fortunato, capo di gabinetto del Ministero dell’economia e delle finanze, arriva a 536.906 euro. Il primo dei militari presenti in classifica è il capo di Stato maggiore della difesa, Biagio Abrate, che guadagna 482.019 euro; il direttore generale dei Monopoli di Stato, Raffaele Ferrara, 481.214 euro; il capo di Stato maggiore dell’esercito, Giuseppe Valotto, 481.021; il collega della Marina, Bruno Branciforte, 481.006. Restando in campo militare, il comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, Leonardo Gallittelli, si ferma a 462.642 euro; prima di lui, nella classifica, i tre presidenti di Authority (Giovanni Pitruzzella dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, Corrado Calabrò dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni e Pier Paolo Bortoni dell’Autorità per l’energia elettrica ed il gas) a 475.643 euro all’anno. Seguono il segretario generale dell’Aeronautica Giuseppe Bernardis con 460.000 euro, il segretario generale della difesa Claudio de Bertolis con 451.000 e il segretario generale degli esteri, Giampiero Massolo, con 412.000. Valeria Termini, Luigi Carbone, Rocco Colicchio e Alberto Biancardi, tutti dell’Autorità per l’energia, prendono 396.000 euro;
come noto “la Casta” è il titolo di un libro di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, pubblicato nel 2007, che metteva in luce, tramite il desueto strumento del giornalismo d’inchiesta, sprechi e ruberie del sistema politico italiano a tutti i livelli, dal Parlamento ai Comuni;
il libro è riuscito ad alimentare il già diffuso disprezzo dell’opinione pubblica nei confronti del sistema politico e di una classe politica definita “casta”, etichetta applicata a chiunque eserciti attività politica a qualunque titolo, e, d’altro lato, a ridurre l’attenzione alla razionalizzazione del sistema politico-istituzionale al puro e semplice dato economico;
la classe politica è caduta così in basso perché non è stata in grado di dare soluzioni ai problemi del Paese, dei cittadini impoveriti e delle famiglie taglieggiate da banche, monopoli ed oligopoli, che secondo alcune stime, solo con il pretesto dell’euro, hanno sottratto dal 2002 ben 200 miliardi di euro dalle tasche di tutti coloro che hanno subito prezzi e tariffe, a vantaggio di coloro che hanno avuto la possibilità di determinarli, a prescindere dalla qualità dei servizi, anche di origine pubblica o semi-pubblica, deteriorati, specie nel settore dei trasporti;
la classe politica quindi è diventata il capro espiatorio anche per l’incapacità di ribellarsi alle campagne scandalistiche, ma soprattutto per aver subito, in silenzio, le direttive della burocrazia anche di tipo ministeriale, che si è messa al riparo da tagli e politiche di sacrifici sempre a spese delle famiglie e dei consumatori utenti, oggetto di una pressione fiscale senza precedenti;
scrivono Stefano Feltri e Carlo Tecce per “il Fatto Quotidiano” del 17 luglio 2012: «Sono ricchi, talvolta ricchissimi, hanno storie diverse, alcuni lavorano tantissimo, altri hanno solo cariche di rappresentanza ma ben remunerate. Ma hanno tutti una cosa in comune: lavorano per la Pubblica amministrazione. Grazie a una legge del 1982, ogni anno i “titolari di cariche elettive e direttive di alcuni enti”, cioè manager scelti dalla politica per guidare pezzi del potere economico statale o parastatale, devono rendere nota la loro dichiarazione dei redditi dell’anno precedente e la loro situazione patrimoniale, le auto che possiedono e le società di cui hanno azioni. Attenzione: si parla dei redditi complessivi, non degli stipendi pagati dalla pubblica amministrazione (anche se per molti le due cose coincidono, soprattutto per quelli al vertice di istituzioni che rendono incompatibili gli incarichi privati). Dal bollettino pubblicato ieri sui redditi 2010 che Il Fatto Quotidiano ha potuto consultare emerge uno spaccato della società italiana, il racconto di chi sono i veri ricchi di questo Paese (almeno i veri ricchi che non evadono, o quasi). Nell’elenco compaiono alcuni politici, tipo Piero Fassino (128.191 euro) o Matteo Renzi (109.573 euro) in quanto presidenti di fondazioni locali, a Torino il teatro Regio, a Firenze il Maggio Fiorentino. Gianni Alemanno, citato in quanto presidente della Fondazione teatro dell’Opera di Roma, dichiara 152.055. Ma sembrano indigenti a confronto degli altri. Gli stipendi più alti si trovano nella prima linea delle società controllate dal Tesoro, nomi poco conosciuti al grande pubblico ma strapagati: guadagna 727.170 euro Domenico Arcuri, amministratore delegato di quell’Invitalia che aveva scelto lo squattrinato Massimo Di Risio per rilevare la Fiat di Termini Imerese (ora è stato scaricato da tutti, dopo aver fatto perdere un anno di tempo). Il vicepresidente di Fintecna, società che sta passando dal Tesoro alla Cassa depositi e prestiti, Vincenzo Dettori, dichiara 392.392 euro. Mentre i due vertici della Cassa depositi e prestiti sono su un altro ordine di grandezza: il presidente Franco Bassanini ha un reddito di 567.262, l’amministratore delegato Giovanni Gorno Tempini 1.925.997. Ci sono anche figure di cui ci eravamo un po’ dimenticati: a fine 2011 il professor Augusto Fantozzi si è dimesso da commissario straordinario di Alitalia, incaricato di liquidare quel che restava della bad company, ma per il 2010 ha dichiarato un reddito di 3.686.272. Il suo compenso per l’attività di commissario è sempre stato misterioso e tuttora non sappiamo quanta parte di quei 3,6 milioni sia dovuta a tale attività. Il suo successore Stefano Ambrosini, che nel 2010 ancora non era subentrato a Fantozzi, si ferma a 957.379. L’ex leghista Dario Fruscio è stato per anni nel cda dell’Eni, poi è passato all’Agea, la società che gestisce i finanziamenti all’agricoltura, Umberto Bossi lo aveva rimosso e lui è riuscito a riprendersi la poltrona a colpi di ricorsi al Tar: deve essere ben pagata, visto che nel 2010 Fruscio ha dichiarato 1.048.478 euro. Un altro manager di area leghista, il varesotto Giuseppe Bonomi, alla Sea che gestisce l’aeroporto di Malpensa, dichiarava 919.847 euro. Nel rapporto curato dalla presidenza del Consiglio ci sono anche curiose eccezioni verso l’alto e verso il basso. L’imprenditrice milanese Diana Bracco, che figura in quanto presidente di Expo 2015, ha un reddito di 5,6 milioni di euro, ma non stupisce più di tanto, è noto che il suo gruppo sia redditizio. Sorprende invece un po’ la situazione di Mauro Cipollini, amministratore delegato di TechnoSky, una controllata dell’Enav, l’ente nazionale per l’aviazione civile che è finito al centro di alcune inchieste per presunte tangenti. Cipollini nel 2010 ha dichiarato soltanto 3.987 euro. Eppure nel 2007 ha comprato una Mini Cooper e l’anno successivo, nel 2011, immatricola una Porche Cayenne. Altra curiosità: nell’elenco c’è perfino il professor Francesco Alberoni, un tempo guru della sociologia all’Università di Trento oggi pensionato ed editorialista (nel 2010 ancora al Corriere della Sera) e presidente del Centro sperimentale di cinematografia: reddito da 396.389 euro. Chi lavora alla Rai e alla Banca d’Italia ha redditi decisamente superiori. L’ex presidente della tv pubblica, il giornalista Paolo Garimberti, nel 2010 guadagnava 670.304 euro, l’allora direttore generale Mauro Masi ne dichiarava quasi altrettanti, 695.466, la sua sostituta Lorenza Lei si fermava a 424.106. Alla Banca d’Italia nel 2010 il più ricco era Mario Draghi, allora governatore, con 1,021 milioni di euro. Il suo direttore generale, Fabrizio Saccomanni, che ora potrebbe essere riconfermato dopo aver sfiorato la nomina a governatore, non se la passava tanto peggio: 838.596 euro. Ignazio Visco, suo vice all’epoca e oggi governatore, dichiarava la metà ma comunque cifre consistenti: 405.201 euro. Poi c’è Finmeccanica, società controllata dal Tesoro e di cui tutto è noto, visto che è quotata in Borsa. O meglio, sono noti gli stipendi dei suoi top manager ma non le loro dichiarazioni dei redditi. Eccole: nel 2010 Giuseppe Orsi, oggi presidente, dichiarava 1,654 milioni, l’allora presidente Pier Francesco Guarguaglini 5,5 milioni, Giorgio Zappa e Alessandro Pansa, entrambi con la carica di direttore generale, avevano rispettivamente un reddito di 2,5 e 2,6 milioni. (…) Qualche mese fa il presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua, reddito 2010 da 1,36 milioni, si era detto sicuro che nel 2013 avrebbe dichiarato soltanto i 294 mila euro previsti dal governo»,
se al Governo risulti che il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 23 marzo 2012 copra tutte le cariche direttive;
se le disposizioni approvate di cui al citato decreto del Presidente del Consiglio dei ministri abbiano ottenuto gli effetti desiderati in tema di riduzione degli stipendi e, in caso affermativo, a quanto ammontino le minori spese a carico della finanza pubblica conseguenti alla riduzione.
Imu-Fondazioni bancarie
Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07983
Atto n. 4-07983
si legge su un lancio di agenzia dell’Asca del 12 luglio 2012 che «Fondazione Cariplo fa sapere di aver pagato l’Imu. In un comunicato spiega infatti che ”in quanto soggetto non profit la Fondazione Cariplo, come del resto tutte le fondazioni di origine bancaria, è sottoposta al regime fiscale degli enti non commerciali e non gode di alcun regime specificatamente favorevole in relazione all’imposta municipale unica. E infatti Fondazione Cariplo lo scorso giugno ha pagato regolarmente la prima rata per un importo complessivo di 22.732 euro e, stando alla normativa in essere, la seconda rata sarà di importo uguale o superiore alla prima, sulla base delle decisioni che assumerà il Comune di Milano. È l’occasione per dimostrare coi fatti – si legge nel comunicato – che per mesi è stata fatta una costante e pretestuosa disinformazione in materia di Imu, sostenendo che le fondazioni di origine bancaria non l’avrebbero pagata per favoritismi nei loro confronti, suscitando così tra le persone sdegno e disagio verso chi, come Fondazione Cariplo, opera invece per il bene comune»;
Franco Bechis su “Libero” del 12 maggio racconta di una cittadella fatta di molti palazzi, che non pagherà l’Imu allo Stato centrale;
si legge infatti: «La cittadella è in realtà sparsa un po’ in tutta Italia, perché si tratta delle partecipazioni immobiliari dirette di tutte le fondazioni bancarie. Quelle grandi e grosse che sono dietro ai principali gruppi del credito italiano, come la Fondazione Cariplo e la Compagnia di San Paolo di Torino (Banca Intesa-San Paolo) o la fondazione della cassa di Verona, Vicenza, Belluno e Ancona (Unicredit). Ma ci sono anche le piccoline, nate alle spalle di una cassa di risparmio locale talvolta inglobata in gruppo più grande, altre volte rimasta solitaria sul territorio di origine. Le fondazioni hanno ben più di quei 1.572 immobili censiti dalla banca dati dell’Agenzia del catasto, perché molte di loro hanno costituito società immobiliari strumentali: “Queste ultime però non possono beneficiare di alcuna esenzione totale ai fini dell’Imu e quindi non sono state considerate nel calcolo della cittadella a prova di fisco. Anche per i 1.572 immobili il regime fiscale è diversificato. (…) Alcuni godono solo di agevolazioni comuni ai palazzi storici, perché le fondazioni bancarie spesso hanno la sede principale nei palazzi originari delle banche poi confluite in grandi gruppi. Sono esentasse, e quindi non pagano un centesimo di Imu, tutti gli immobili utilizzati dalle fondazioni per quella che loro chiamano “l’esercizio dell’attività filantropica”, e cioè per finalità sociali e culturali come non si stanca di precisare il direttore generale dell’Acri, Giorgio Righetti. Questo è il punto più controverso della vicenda, che in queste settimane ha alimentato numerose polemiche. Perché il fine dell’utilità sociale e dello sviluppo del territorio assegnato alle fondazioni per renderle omogenee a tutti gli enti non commerciali, si trasforma inevitabilmente in un ombrello assai largo per mettere al riparo dello sguardo indiscreto del fisco troppe attività. Agevolazioni fiscali per altro sono già previste dalla legislazione vigente per gli investimenti nelle attività stesse, e a questo vantaggio che già premia la quota di patrimonio investita in utilità sociale, si aggiunge in modo meno comprensibile anche l’esenzione Imu per l’immobile strumentale. Le polemiche sul regalo alle Fondazioni bancarie si sono moltiplicate quando nell’aprile scorso il governo di Mario Monti ha bocciato un emendamento parlamentare trasversale che sopprimeva l’esenzione Imu per le fondazioni, sostenendone l’incostituzionalità e proteggendo i banchieri piuttosto degli anziani ricoverati in ospizio, che verranno invece tassati sugli immobili di proprietà. Monti ha sostenuto che è impossibile per il fisco raggiungere la cittadella della cuccagna bancaria, perché si farebbe loro torto rispetto agli altri enti non commerciali: enti religiosi, onlus, associazioni (come l’Arci) varie. Certo per provare la reazione della Corte costituzionale di fronte a questa presunta disparità, bisognerebbe provare a tassare le fondazioni bancarie. Prima si incassa e poi si vede. Una differenza rispetto a tutti gli altri enti non commerciali è evidente non solo al cittadino comune. Gli enti non commerciali non hanno modo di fare soldi per altra via, quindi si detassa una attività benefica a chi non ha entrate diverse dalla generosità dei propri associati e benefattori. Le fondazioni bancarie, nonostante lo spirito originario della legge che diede loro vita fosse quello di separarle definitivamente dagli istituti di credito, hanno ancora floride partecipazioni nelle banche conferitarie. È cosi nella stragrande maggioranza dei casi: delle 88 fondazioni esistenti solo 18 non hanno partecipazioni negli istituti di credito. Per 70 è ancora così. E di queste 15 hanno ancora la proprietà assoluta della banca (più del 50% diretto). Le altre 55 hanno partecipazioni inferiori alla maggioranza, ma di fatto sono le padrone delle banche unendo le loro partecipazioni (caso lampante quello di Unicredit). (…) Nel 2010 dalle loro partecipazioni bancarie, in un anno definito di crisi, le fondazioni hanno ricevuto proventi per 1,98 miliardi di euro. Quale ente religioso, quale associazione benefica, quale onlus può contare su questa entrata annuale (nel 2009 ammontava a ben più di 2 miliardi) per avere diritto alla detassazione Imu in aggiunta alle agevolazioni fiscali già previste per gli investimenti di utilità sociale? La vera disparità che la Corte costituzionale dovrebbe sanare è proprio questa. Riportando la cittadella della cuccagna sotto l’alveo del fisco. E tassando con l’Imu (che poi non sarebbe una tragedia: porterebbe via loro una decina di milioni di euro) tutti gli immobili delle fondazioni bancarie indipendentemente dalla attività ivi svolta. E avrebbe dovuto farlo il governo per primo. Impossibile però chiederlo a Monti, il premier portato a palazzo Chigi dalle banche e dalla grande finanza. Hanno sempre più ragione quelli che descrivono un governo tecnico duro e forte con i deboli, debole e impaurito con i forti»;
le fondazioni bancarie, in quanto azioniste degli stessi istituti di credito, non possono essere considerate alla stregua di associazioni benefiche e non devono, a giudizio dell’interrogante, quindi poter godere delle stesse agevolazioni sul pagamento dell’Imu;
a giudizio dell’interrogante, prima della beneficenza, bisognerebbe pagare le tasse. Le fondazioni beneficiano tutte dello status di enti non profit, pertanto sono esentate dal pagare le tasse, persino degli utili usurati che ricevono dal prestare il denaro ai cittadini; la beneficenza, se non c’è prima la giustizia sociale, risulta essere solo restituzione del maltolto;
la fondazione Cariplo è la seconda socia di maggioranza del gruppo Intesa Sanpaolo (dopo Goldman Sachs), da sempre nella lista delle banche che commerciano in armi;
i sacrifici dovrebbero esser fatti in ragione della capacità contributiva di ognuno soprattutto in un periodo di crisi economica come quello attuale,
quali iniziative legislative il Governo intenda promuovere affinché le fondazioni bancarie, che realizzano un giro di affari di miliardi di euro, siano chiamate a pagare l’imposta comunale sugli immobili anche rivedendo la normativa varata a suo tempo per avvantaggiare particolari enti non commerciali e a scopi assistenziali attraverso specifiche esenzioni del pagamento dell’imposta medesima;
Fondazioni bancarie-Dichiarazione Ministro Grilli
Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07982
Atto n. 4-07982
a Predazzo, nel corso di un convegno del 23 giugno 2012 organizzato dalla fondazione Caritro alla Scuola alpina della Guardia di finanza, dal titolo “Le fondazioni quale bene originario delle comunità locali”, sono intervenuti il Vice Ministro dell’economia e delle finanze pro tempore, Vittorio Umberto Grilli, l’amministratore delegato della Cassa depositi e prestiti, Giovanni Gorno Tempini, il presidente del Consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo, Giovanni Bazoli, il presidente dell’Acri (Associazione di fondazioni e casse di risparmio), Giuseppe Guzzetti e la Magnifica comunità di Fiemme, fondazione trentina dalla storia secolare;
in quell’occasione l’allora Vice Ministro ha espresso un giudizio molto positivo sull’operato delle fondazioni bancarie e sulla guida loro offerta dall’Acri, l’Associazione che le riunisce (come si legge su “La Voce.info” del 26 giugno 2012, Grilli avrebbe asserito «le fondazioni sono rigorose e solidali al tempo stesso e, grazie alla leadership di Guzzetti, hanno capito che devono lavorare insieme»). Fondazioni un elemento di certezza per il sistema bancario italiano, secondo Grilli: una posizione che vede sullo stesso fronte il massimo rappresentante del Tesoro e quello delle associazioni bancarie, Guzzetti, come ha sottolineato Bazoli (si veda ancora l’articolo citato);
a riguardo Boeri e Guiso scrivono una lettera aperta al ministro Grilli su “la Repubblica”: «La sua valutazione sembra però in contrasto con un insieme di indicatori che si sono andati cumulando sull’operato delle fondazioni di origine bancaria, non ultimo un recente studio di Mediobanca che ha cercato di rendere un po’ più trasparente il mondo delle 88 fondazioni bancarie associate all’Acri con una analisi sistematica del loro modello. Secondo questo studio, le fondazioni sono tuttora le principali azioniste delle banche conferitarie, nonostante la legge prevedesse da tempo la loro graduale fuoriuscita dal capitale delle stesse e la incentivasse fiscalmente. Questa concentrazione ha fatto precipitare i rendimenti degli investimenti delle fondazioni rispetto a indici rappresentativi di portafogli ben diversificati sovraesponendole ai rischi che si sono poi materializzati negli ultimi due anni. Oggi le fondazioni hanno visto crollare le loro entrate – fonte unica della loro attività – dato che le banche non sono più in condizione di distribuire dividendi; allo stesso tempo hanno visto impoverire il loro patrimonio, la cui conservazione è l’unico presidio a garanzia della sostenibilità delle loro attività. Indicativo il caso della Fondazione Monte Paschi, che si è indebitata per partecipare all’aumento di capitale Mps e sembra avere i giorni contati dato che la banca conferitaria dovrà nei prossimi anni destinare 350 milioni di utili a ripagare i Tremonti bonds. Ma non è l’unica. Per esempio, la fondazione Banco di Sicilia ha perso quasi 1/3 del suo valore proprio a causa della concentrazione in Unicredit della sua dotazione. Ma i limiti gestionali delle Fondazioni erano visibili anche prima della crisi; la crisi li ha solo portati alla luce e magnificati. Per molte fondazioni bancarie i costi di struttura superavano abbondantemente la metà del valore delle erogazioni; in alcune eccedeva l’80 per cento (ad esempiola Fondazione Cassadi Risparmio di Calabria e Lucania: 87%), Fondazione Banca Nazionale delle Comunicazioni (91%), Fondazione Cassa di Risparmio di Fano (101%), Cassa di Risparmio di Puglia (120%) e, al top dell’inefficienza, la Fondazione Bancodi Sicilia con spese totali di amministrazione e funzionamento pari al 182% delle erogazioni! Per raffronto, si noti che nella Ford Foundation l’incidenza dei costi di gestione sulle erogazioni è dell’8% nel 2011 e solo del 5.6% nel 2010. Una delle ragioni di queste inefficienze risiede nella dispersione degli impieghi in una ampia gamma di progetti in aree diverse, nonostante la legge chieda alle fondazioni di circoscrivere i loro impieghi in tre aree al massimo. In assenza di una mission ben definita, le fondazioni hanno visto ridursi la produttività del loro personale del 30 per cento in dieci anni, proprio mentre i costi crescevano 7 volte di più delle entrate. Le fondazioni sostengono altissimi costi fissi per il compenso dei loro pletorici organi statutari. Tanto pletorici da portare un membro di questi organi ad amministrare in media 150 milioni, dieci volte meno del capitale amministrato da un membro del board nelle grandi fondazioni nonprofit statunitensi. Non solo i board sono pletorici, essi difettano pure delle abilità necessarie per la funzione, mancando della preparazione economica e finanziaria indispensabile per la posizione che occupano. Solo l’1 per cento dei membri dei Cda ha competenze di finanza. Le cariche vengono, in effetti, assegnate come presidio di gruppi di interesse con un quarto delle poltrone ai vertici delle fondazioni occupato da politici. Queste nomine vengono puntualmente ripagate da scelte di finanziamento favorevoli alle constituency di riferimento (più medici nei board, maggiori gli investimenti in sanità, più i professori negli organi statutari, maggiore la quota di investimenti in istruzione, e così via). In conseguenza della rischiosa strategia di investimento perseguita, della costosa struttura di governance e della scelta di non concentrare gli interventi su alcune priorità, oggi le fondazioni stanno erogando patrimonio mettendo a serio rischio la loro stessa sopravvivenza. Le sei fondazioni più grandi, quelle che raccolgono i due terzi del patrimonio totale, hanno addirittura visto dimezzarsi negli ultimi cinque anni il valore della loro dotazione. Come documentano i calcoli e le simulazioni fatte nel rapporto Mediobanca, il modello gestionale basato su un rapporto simbiotico con la banca conferitaria è insostenibile per la maggior parte delle principali fondazioni bancarie, condannandole all’estinzione. Signor ministro, alla luce di queste evidenze ci permettiamo di rivolgerle alcune domande: 1. Sulla base di quali informazioni o considerazioni ha espresso un giudizio così positivo sull’operato delle fondazioni nel seminario di Predazzo? 2. In virtù del suo ruolo istituzionale, non ritiene utile richiamare le fondazioni ad una aderenza maggiore allo spirito della legge e alle norme di gestione finanziaria che ispirano il comportamento di tutte le fondazioni del mondo: ovvero una stretta diversificazione dei loro impieghi, il cui rispetto ovviamente comporta una forte diluizione delle partecipazioni spesso cospicue che ancora intrattengono nel capitale delle banche conferitarie? 3. Data la situazione di difficoltà delle finanze pubbliche oggi affidate alla sua competenza, non pensa che, in mancanza di una virata nel modello gestionale delle fondazioni, il Paese possa usare le risorse delle dotazioni che ad esse fanno capo per abbattere lo stock del debito pubblico?»;
il Ministero dell’economia è l’autorità che per legge esercita la supervisione sull’operato delle fondazioni;
le fondazioni bancarie hanno origine dalle antiche casse di risparmio, associazioni private nate nell’Europa centrale ed affermatesi in Italia agli inizi del XIX secolo, quando si manifestò il bisogno di sostenere lo sviluppo produttivo dei ceti medio-piccoli dopo le disastrose guerre napoleoniche e di raccogliere i flussi di liquidità derivanti dalla nascente rivoluzione industriale;
l’attività delle casse di risparmio (nate su iniziativa prevalentemente privata) era diversa dall’attività bancaria vera e propria: le casse raccoglievano capitali con una sottoscrizione iniziale e poi con successivi depositi, mentre le banche nascono su iniziativa di gruppi ristretti ed hanno fini commerciali e speculativi; le casse svolgevano attività di assistenza e beneficenza, mediante elargizione di beni indirizzati gratuitamente verso i ceti più umili, mentre le banche raccoglievano e remuneravano il piccolo risparmio. All’inizio degli anni ’90 è emersa dunque la necessità di trasformare l’intero sistema bancario italiano per aggiornarlo rispetto alla cosiddetta «unità economica europea» che si andava delineando. L’Italia doveva affrontare l’apertura dei propri mercati ai partner europei. All’epoca, più della metà degli enti creditizi era di diritto pubblico;
il Governatore della Banca d’Italia pro tempore Carlo Azeglio Ciampi trovò la soluzione per rendere le banche più appetibili per gli investitori stranieri: separare in due diverse entità le funzioni di diritto pubblico dalle funzioni imprenditoriali, cioè scorporare le fondazioni dalle banche ex pubbliche (SpA): la legge n. 218 del 1990 dispose che gli enti bancari diventassero società per azioni, sotto il controllo di fondazioni, le quali successivamente avrebbero dovuto collocare le proprie azioni sul mercato;
la legge del 1990 configura le fondazioni bancarie come holding pubbliche che gestiscono il pacchetto di controllo della banca partecipata ma non possono esercitare attività bancaria; i dividendi sono intesi come reddito strumentale ad un’attività istituzionale (quella indicata nello statuto), che deve perseguire fini di interesse pubblico e di utilità sociale. Nella prima fase (1990-1997), prevale un’ambiguità di fondo: attività bancaria e finalità istituzionali sono ancora piuttosto confuse, anche perché le fondazioni bancarie, da un lato, devono controllare la banca e, dall’altro, devono perseguire scopi non di lucro. L’unico elemento chiaro di attività “sociale” delle fondazioni bancarie si ritrova nel dettato della legge n. 266 del 1991 istitutiva delle organizzazioni di volontariato: l’art. 15 dispone che un quindicesimo dei proventi di questi enti venga devoluto ai fondi regionali per il volontariato. L’evoluzione normativa degli anni seguenti mira proprio ad eliminare questa confusione: un sistema misto di incentivi e vincoli mette in moto il mercato, nonostante la regolamentazione delle attività istituzionali sia ancora carente;
le ricche fondazioni bancarie con un patrimonio stimato di oltre 50 miliardi di euro, i cui membri, cooptati spesso con criteri feudali, vere “combriccole” di amici che non sembrano rispondere ad alcuno del loro operato, erogano finanziamenti insindacabili su progetti delle comunità locali; invece di offrire un contributo al risanamento del Paese, e scrollarsi di dosso l’accusa di clientelismo, continuano a gestire fondi e patrimoni con criteri “amicali”. Gli amministratori delle ex banche e casse di risparmio che hanno accumulato ingenti risorse nel tempo, ricorrendo all’anatocismo e a clausole contrattuali vessatorie ed illegali penalizzando utenti, consumatori ed imprenditori, invece di restituire alla collettività il frutto di una quota parte del “maltolto”, deliberano ingenti fondi a se stessi ed alle loro “combriccole” di amici;
purtroppo gli effetti deleteri delle fondazioni sulle banche sono forse il male minore. Esse sono una causa fondamentale di quell’intreccio perverso fra economia e politica, di quella cultura dell’incompetenza e del clientelismo che imperversano nel Paese. Con un patrimonio complessivo di oltre 50 miliardi di euro, e quote sostanziali in quasi tutte le maggiori banche, le fondazioni bancarie sono una fonte inesauribile di potere per i politici in carica, e il refugium peccatorum di ex politici bocciati dagli elettori, di professionisti e notabili locali, e di amici degli amici. I loro consigli sono designati in gran parte dalle maggioranze del momento di Comuni, Province e Regioni, e in parte dalla cosiddetta società civile, cioè da camere di commercio, università, e persino vescovi; molti vengono addirittura cooptati dal consiglio in carica. Nessuno deve rendere conto a nessuno, eccetto che ai politici se si vuole essere rinnovati. Le fondazioni sono tanto più pericolose perché sono pervase di buone intenzioni e ammantate di una patina di rispettabilità. Nell’immaginario collettivo esse finanziano progetti meritori nel campo della cultura e del volontariato, e beneficano la società civile. Ma il prezzo da pagare è altissimo, una rete fittissima di clientelismo a monte e a valle delle fondazioni, per ingraziarsi il potere politico, acquisire consenso, e distribuire prebende;
e così da anni la compagnia San Paolo di Torino, azionista di maggioranza relativa di Intesa Sanpaolo, è il teatro di una battaglia di tutti contro tutti in cui sindaci, ex sindaci, presidenti di Province, di Regione, di banche, di fondazioni, docenti universitari e intere correnti di partito si lanciano accuse e messaggi in codice che ormai solo un esegeta può decifrare. Il Governo Monti ha già dimostrato di non guardare in faccia a nessuno nel suo tentativo di modernizzare l’Italia. Con le fondazioni ha l’opportunità di dare un altro segnale importante, per togliere l’humus di cui si alimenta il sottobosco della politica e del clientelismo. Si è consapevoli che non sarà facile, soprattutto perché le fondazioni sono state preveggenti, e in un pasticcio legislativo hanno strappato nel 1992 lo status di enti di diritto privato, benché i loro patrimoni appartengano alla collettività;
le fondazioni bancarie sono in totale 89 e dispongono di un patrimonio complessivo di oltre 50 miliardi di euro, oltre la metà in mano alle prime 5 (Cariplo, MPS, compagnia di San Paolo, ente Cassa di risparmio di Roma e fondazione Cariverona), due terzi in mano alle prime 11; le altre 8 sono fondazione CR di Torino, ente CR di Firenze, CR di Cuneo, fondazione Banco di Sardegna, fondazione CR di Genova e Imperia, fondazione CR di Padova e Rovigo;
da questo capitale le fondazioni ricavano ogni anno lauti guadagni, devoluti ad attività di utilità sociale: il settore maggiormente finanziato è quello artistico e culturale. È opinione diffusa che tale predilezione sia dovuta al fatto che le manifestazioni culturali siano un’ottima occasione per fare pubblicità alla propria banca. Questa la suddivisione dei comparti: artistico e culturale 29 per cento, istruzione 16,5, assistenza sociale 12,5 per cento, filantropia e volontariato 12 per cento, sanità e ricerca 10 e 9 per cento. I soggetti privati hanno ricevuto il 57,4 per cento degli importi, i soggetti pubblici il 42,6 per cento;
le fondazioni in questione beneficiano tutte dello status di non profit, pertanto sono esentate dal pagare le tasse, persino degli utili che ricevono dal prestare il denaro ai cittadini; la beneficenza, se non c’è prima la giustizia sociale, è solo restituzione del maltolto;
i contributi elargiti, oltre ad essere squilibrati rispetto alla destinazione d’uso, sono squilibrati anche da un punto di vista geografico. Infatti circa l’82 per cento dei contributi è a favore di iniziative del Nord, mentre al Centro va il 16 per cento ed al Sud ed isole solo il 2 per cento (fonte: Acri). Ciò accade perché le fondazioni distribuiscono i contributi nel territorio in cui risiedono: poiché la maggior parte di esse ha sede al Nord, risulta spiegata l’anomalia;
la fondazione Cariplo è la seconda socia di maggioranza del gruppo Intesa San Paolo (dopo Goldman Sachs), da sempre nella lista delle banche che commerciano in armi;
sono pertanto inaccettabili i privilegi fiscali delle fondazioni bancarie nonché l’esenzione delle stesse dal pagare le tasse;
il crollo delle banche in borsa sta trascinando nel gorgo molte fondazioni di origine bancaria. Si tratta di un fenomeno assai preoccupante, ancorché poco se ne parli. Nella prima fase della crisi finanziaria internazionale, seguita al crac Lehman, le fondazioni avevano dato un contributo essenziale alla stabilità del sistema del credito, sottoscrivendo aumenti di capitale d’emergenza, anche oltre le quote di competenza, in Unicredit e garantendo di poterlo fare altrove come poi è accaduto in Intesa Sanpaolo e Monte dei Paschi. Negli annali dell’Acri, resta l’invito del presidente Giuseppe Guzzetti al Governo a non insistere con i Tremonti bond: le banche, sostenute dalle fondazioni, se la sarebbero cavata da sole. Forse anche per questo un pubblico riconoscimento era stato tributato alle fondazioni dalla Banca d’Italia, nonostante la cultura del governatore Mario Draghi sia lontana da quella, prevalentemente cattolica e nazionale, di queste istituzioni. Ma alla fine di quest’estate drammatica, i margini per fare da architrave al sistema si vanno riducendo a vista d’occhio. Non è ancora detto che il disastro si compia. Le quotazioni delle banche italiane risentono pesantemente della crisi di fiducia sui titoli di Stato, che possiedono in non modica quantità, e questa crisi di fiducia potrebbe essere contenuta, e forse parzialmente ribaltata, da un Governo diverso, più credibile di fronte ai mercati. E i numeri fanno impressione. E dai numeri bisogna partire, come sempre ricordava ai chiacchieroni Raffaele Mattioli, il banchiere che riscattò la grande Comit dal tracollo degli anni ’30. I bilanci ufficiali e completi dell’anno in corso si faranno nella primavera del 2012. Un’era geologica più in là, verrebbe da dire. E tuttavia già adesso si vede quanto pesante sia l’impatto dei funesti mesi di agosto e settembre sugli stati patrimoniali. Il “CorrierEconomia” lo ha calcolato nelle 12 fondazioni maggiori limitandosi ai valori delle banche conferitarie, come si chiamano in gergo le aziende bancarie estratte dalle casse di risparmio, dai Monti di pietà e dagli istituti di diritto pubblico che, nell’occasione, assunsero la veste giuridica di fondazioni secondo la legge n. 218 del 1990, cosiddetta legge Amato-Carli. Nelle banche conferitarie, infatti, le fondazioni conservano partecipazioni quasi sempre non più rilevanti, se singolarmente prese, a causa delle fusioni bancarie nel frattempo intervenute, ma spesso rilevantissime nell’equilibrio del proprio portafoglio di investimenti. Delle 12 fondazioni, solo due stanno ancora bene: la Carimonte Holding, cui la fondazione Carimodena e la fondazione del Monte di Bologna avevano conferito le loro quote di Rolo banca ora in Unicredit, e la fondazione Carige, per quanto la gestione dei Berneschi sia di quando in quando discussa. Tutte le altre hanno a libro le partecipazioni nelle loro vecchie banche a cifre ormai lontane dalla realtà. La situazione peggiore emerge alla fondazione Cariverona, presieduta da Paolo Biasi, che registra una minusvalenza teorica dell’80 per cento su Unicredit, di cui è il primo azionista italiano. Segue, con una minus teorica del 75 per cento, la fondazione Roma di Emmanuele Emanuele, erede dell’antica Cassa di risparmio della capitale che, gerente Cesare Geronzi, assorbì il banco di Santo Spirito e il Banco di Roma e poi la Bipop-Carire per consegnare il tutto a Unicredit. A ruota, con una perdita teorica del 74 per cento, la fondazione Caricuneo: ceduta la Banca regionale europea alla banca San Paolo di Brescia, poi confluita in Ubi, oggi la fondazione presieduta da Ezio Falco ha il 2 per cento, ma un solo voto, perché Ubi è una popolare. In questa classifica del segno meno vengono poi, nell’ordine, le fondazioni Crt (58 per cento, presidente Andrea Comba), Mps (57 per cento, Lionello Mancini), compagnia di San Paolo (56 per cento, Angelo Benessia), Cariplo (50, Giuseppe Guzzetti), Cariparo (49 per cento, Antonio Finotti), Carifirenze (43 per cento, Michele Gremigni) a Carisbo (27 per cento Fabio Roversi Monaco). Sono percentuali da leggere anche e soprattutto in relazione al totale delle attività di ogni fondazione, nonché al patrimonio netto e ai debiti finanziari che qua e là cominciano ad affiorare. La tabella offre la possibilità di fare un po’ di calcoli. Ma balza subito all’occhio che un conto sono i casi della Caricuneo o della Cariplo e ben altro conto sono quelli di Verona e Siena. Nella fondazione piemontese della Provincia Granda, la minusvalenza teorica sulla banca è ingente di per sé, ma incide solo per il 10 per cento sul totale delle attività e poco di più sul patrimonio netto. Stesso discorso per la grande fondazione lombarda, dove la diversificazione degli investimenti è spinta. Nella fondazione scaligera, invece, la perdita teorica sulla banca assorbe il 49 per cento delle attività totali e il 60 per cento del patrimonio netto. E nella città del palio, siamo al 49 e al 55 per cento, ma con l’aggravante di avere 760 milioni di euro di debito, 600 dei quali fatti per poter sottoscrivere l’aumento di capitale. Un’altra analisi andrebbe dedicata al resto del portafoglio, investito in obbligazioni e azioni pubbliche e private, italiane ed estere, e in altri strumenti finanziari. Ma ora è impossibile: i rendiconti sono a fine d’anno. Qualcosa, tuttavia, si vede. Chi ha investito in altre banche (Cariverona, Siena e Crt hanno un po’ di Mediobanca, Crt ha un piedino anche in Société générale e banco Sabadell), assicurazioni (Crt e Verona in Generali) e infrastrutture (Crt ha il 6,7 per cento di Atlantia) sta imbarcando altra acqua. E pure la diversificazione estrema soffre, a meno che si sia fuggiti dall’Occidente per scommettere sui Paesi emergenti o sull’oro. Questo impervio passaggio metterà a dura prova l’attendibilità dei bilanci delle fondazioni. Che, del resto, dipende in larga misura dall’attendibilità dei bilanci bancari,
se il Governo intenda promuovere la revisione della disciplina fiscale delle fondazioni in modo da prevedere anche a loro carico il pagamento dell’imposta municipale unica di cui all’art. 8 del decreto legislativo 14 marzo 2011, n. 23;
quali iniziative abbia assunto per vigilare sulla gestione delle fondazioni bancarie, considerato che queste hanno concentrato il proprio patrimonio nelle banche locali, invece di diversificarlo, provocando ingenti perdite;
quali iniziative intenda assumere al fine di riportare trasparenza ed efficienza nella gestione delle fondazioni bancarie, al di fuori di ogni forma clientelare e di prevaricazione politica anche prevedendo la pubblicizzazione delle stesse in modo da riacquisire i patrimoni bancari di origine pubblica, privatizzati in virtù della cosiddetta legge Amato-Carli, a beni dello Stato, per destinare i ricavi, pari a oltre 50 miliardi di euro, alla riduzione esclusiva del debito pubblico;
se non intenda intervenire, promuovendo opportune iniziative legislative, affinché le fondazioni rendano ancor più chiaro il processo decisionale sulle modalità con le quali esercitano i diritti di voto nelle società partecipate e definiscano i criteri in base ai quali selezionano i candidati da proporre per le cariche degli organi di governo delle società partecipate, anche alla luce dell’esigenza di non candidare soggetti caratterizzati da conflitto di ruoli;
se non intenda promuovere opportune iniziative normative al fine di disporre che la nomina degli stessi organi di governance delle fondazioni e la gestione del patrimonio siano ispirate a criteri oggettivi e trasparenti nonché al fine di garantire la trasparenza sui criteri di gestione del patrimonio e la completezza informativa;
se non ritenga opportuno richiamare le fondazioni ad una aderenza maggiore allo spirito della legge e alle norme di gestione finanziaria che ispirano il comportamento di tutte le fondazioni degli altri Paesi e se a riguardo non intenda agevolare l’iter dell’Atto Senato 3388 nell’intento di rendere incisivo il ruolo dell’intervento pubblico nelle fondazioni e provvedere a rivedere i criteri di nomina degli organi di governance, anche stabilendo che le stesse nomine vengano sottoposte al vaglio delle competenti Commissioni parlamentari e che nella gestione del patrimonio delle fondazioni bancarie vengano osservati criteri prudenziali di rischio, così da conservarne il valore ed ottenerne una redditività adeguata, facendo altresì in modo che il patrimonio degli enti venga gestito in modo coerente con la natura delle fondazioni quali enti senza scopo di lucro che operano secondo principi di trasparenza e moralità.
Affare Fonsai-Nagel
18 luglio 2012 Segreteria Leave a comment
Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07971
Atto n. 4-07971
Pubblicato il 17 luglio 2012, nella seduta n. 768
si legge sul sito “Dagospia”: «L’affare Fonsai si è concluso con la vittoria del gruppo Unipol e con la riaffermazione della centralità di Mediobanca che è riuscita per l’ennesima volta, celebrando uno dei tanti conflitti d’interessi italiani, a salvare il suo azionista Salvatore Ligresti, grazie anche alla galassia bancaria di piazzetta Cuccia»;
da indiscrezioni si apprende che in realtà Matteo Arpe aveva e ha come obiettivo Alberto Nagel. L’articolo citato prosegue: «È di venerdì la scia giudiziaria della battaglia Fonsai che vedeva da un lato Unipol-Mediobanca e dall’altro il gruppo Sator che fa capo a Arpe e Meneguzzo. “A seguito della comunicazione da parte di Sator-Palladio di presentare appello al Consiglio di Stato contro la sentenza del Tar, abbiamo deciso di avviare, a nostra volta, una procedura legale nei loro confronti per capire se possano esserci le condizioni per chiedere un risarcimento danni per quanto accaduto e capire quali sono i reali motivi che spingono ogni volta i soggetti interessati ad avviare procedure che bloccano o possono bloccare il progetto Unipol”. Lo dichiara in una nota il Ceo della Proto Organization, Alessandro Proto, aggiungendo che “è assolutamente da irresponsabili in questo momento pensare di bloccare ancora l’operazione Fonsai. Hanno già portato avanti diverse cause e le hanno perse tutte, capisco che non è sempre bello perdere e gli sta capitando spesso, ma sarebbe il caso che Arpe e Meneguzzo prendessero atto del fatto che non hanno i requisiti per governare Fonsai e chiudessero definitivamente la porta dietro di loro lasciando lavorare chi ha maggiori disponibilità economiche e un progetto industriale più valido del loro, mettendo fine a questa agonia che va avanti da mesi e dando finalmente un po’ di respiro alla compagnia d’assicurazione e ai suoi investitori che hanno già perso abbastanza in queste settimane”. L’ostruzionismo giudiziario di Arpe e compagni non andrà molto lontano, sostengono gli uomini che hanno seguito la vicenda Fonsai da vicino, ma nei circoli ristretti della finanza, qualcun aggiunge con certezza: “Tutti sanno che in realtà il gruppo Sator e in particolare Matteo Arpe avevano e hanno come obiettivo Alberto Nagel, reo di aver messo nelle mani di Unipol il gigante Fonsai. Una guerra di potere, quella di Arpe, che non fa altro che rafforzare la posizione dell’amministrazione delegato di Mediobanca”. (…) Dopo il killeraggio nei confronti di Antonello Perricone della Rcs e di Giovanni Perissinotto delle Generali, un altra vittima [di Nagel] potrebbe essere Franco Bernabè presidente di Telecom Italia. Qui la battaglia è dura perché (…) Bernabè (…) è protetto dal padre nobile di Banca Intesa: Abramo Bazoli. Il presidente di Intesa sta gettando sul mercato tutto il suo peso finanziario per la creazione di un nuovo network ma i tempi sono difficili e se Bernabè non dà segnali concreti, non trova ad esempio un modo di aggirare i progetti di Gamberale con una alleanza, la concorrenza di Tre e di Vodafone lo getterà ancora di più nel panico della crisi. E Alberto Nagel non aspetta altro per affondare il coltello, ricordando a Franco Bernabè la grande esposizione bancaria del gruppo. Per (…) Nagel sarebbe la conclusione di un progetto di ristrutturazione del capitalismo italiano che gli consentirebbe tra l‘altro di far dimenticare agli azionisti di piazzetta Cuccia che anche Mediobanca perde un sacco di quattrini»;
“Linkiesta” definisce il caso Ligresti “il manuale dei conflitti di interessi in finanza”. Nell’articolo del 17 luglio 2012 si legge: «Un cortocircuito tra Unicredit e Mediobanca. Piazza Cordusio e Piazzetta Cuccia, come è noto, sono entrambi creditori della filiera Fonsai. L’uno a monte, l’altro a valle della catena di controllo. Se l’istituto guidato da Alberto Nagel vanta crediti per 1,1 miliardi di euro nei confronti della compagnia assicurativa, la banca amministrata da Federico Ghizzoni è invece esposta per quasi 400 milioni di euro verso le società immobiliari Imco e Sinergia, che insieme detengono il 20% di Premafin e che ora sono in mano ai curatori fallimentari nominati dal Tribunale di Milano. A sua volta, Premafin controlla il 35% di Fonsai. L‘interesse di Mediobanca, artefice della fusione tra Fondiaria-Sai e Unipol, è quindi mettere sicurezza i prestiti subordinati che ha erogato negli anni a Fondiaria-Sai. L‘interesse della Procura è preservare i diritti dei creditori, tra cui Unicredit. La strada che i curatori fallimentari hanno intrapreso per farlo è chiedere la riconvocazione dell‘assemblea di Premafin che, lo scorso 12 giugno, ha dato il via libera all‘aumento di capitale riservato a Unipol. E qui il percorso si complica: Unicredit, infatti, è anche azionista all‘8,6% di Piazzetta Cuccia, e vuole evitare a tutti i costi che il suo investimento “di sistema“ perda di valore. Un bel dilemma per il curatore fallimentare Alessandro Della Chà. Come si evince dal prospetto informativo dell‘aumento che ha preso il via stamattina, Unicredit ha un‘esposizione di circa mezzo miliardo di euro verso tutta la filiera, di cui 204 milioni verso Sinergia Holding, e altri 163 milioni di euro verso Imco, sui quali è stato siglato un accordo di stand still fino al 2013. Sinergia Holding e Imco, che detengono, rispettivamente, una partecipazione pari al 10,229% e 9,776% ciascuna in Premafin, sono in mano al curatore fallimentare Alessandro Della Chà. Il quale, come si evince da una nota con la data di ieri ma diffusa stamattina dalla holding – che fa riferimento a tre lettere spedite a Premafin su richiesta Consob lo scorso 11 luglio – esprime “la più ampia riserva di esercizio” del diritto di recesso, limitato agli azionisti di riferimento di Premafin, essendo le società del tutto estranee a tali accordi. Tuttavia, spiegano fonti finanziarie a Linkiesta, per il momento Ghizzoni e Nagel sono sulla stessa lunghezza d‘onda, e lo saranno fino a operazione conclusa. Il 26 giugno scorso il custode giudiziale chiede ai vertici della Premafin di convocare urgentemente una nuova assemblea straordinaria per riesaminare, ed eventualmente revocare, la delibera del 12 giugno, che prevede l‘aumento di capitale da 400 milioni riservato a Unipol. Secondo Repubblica, il cda di Premafin – che al momento non ha ancora ricevuto dalla Procura i documenti che certificano il possesso delle azioni di Imco, Sinergia e dei trust Heritage ed Evergreen – potrebbe convocare un‘assemblea a fine agosto, nella quale potrebbe succedere di tutto. In particolare, l‘assemblea potrebbe votare a favore della proposta di Sator e Palladio – ieri le società di Arpe e Meneguzzo hanno presentato appello al Consiglio di Stato contro la decisione del Tar del Lazio di non procedere nei confronti dell‘Isvap contro l‘ok all‘operazione – causando un risarcimento promosso dal curatore fallimentare per valorizzare il 20% di Premafin. Teoricamente, i curatori fallimentari avrebbero un‘altra strada da percorrere. Essendo cambiati i proprietari della maggioranza dei controllanti di Fondiaria-Sai, ma non le circostanze in base alle quali la Consob ha concesso l‘esenzione dell‘Opa, essenzialmente il “salvataggio di società in crisi” (combinato disposto combinato disposto di art. 106 comma 5 del Tuf e dell‘art. 49 comma 1 lett. B) n 2 del Regolamento Emittenti), il provvedimento potrebbe essere impugnabile al Tar. Una mossa che non garantirebbe però l‘annullamento automatico della decisione dell‘authority guidata da Giuseppe Vegas. In Piazza Affari, intanto, ieri i titoli di Fonsai e Unipol sono schizzati alle stelle, al contrario dei diritti d‘opzione. FonSai non è riuscita a fare prezzo, segnando un rialzo teorico del 120 per cento, quindi superiore alla soglia del 50% sul prezzo di chiusura del giorno precedente fissata dal regolamento di Borsa Italiana. Unipol sale del 43% a 3,58 euro per azione, mentre le privilegiate della compagnia delle Coop guadagnano il 27% a 1,48 euro per azione, mentre il diritto sulle Fonsai ordinarie è sceso da 44,47 a 26,69 euro (-39,98%), quello sulle risparmio da 39,28 a 23,57 euro (-39,99%), quello sulle ordinarie Unipol da 10 a 4,74 euro (-52,6%) e quello sulle privilegio da 3,738 a 1,45 euro (-61,21%). Secondo quanto riferisce un trader di un primario istituto di credito italiano, il motivo tecnico dietro alla salita repentina dei titoli sta nel cosiddetto short squeeze, cioè nella ricopertura delle posizioni allo scoperto, che costringono gli operatori ad acquistare al meglio sul mercato le azioni che avevano preso in prestito per scommettere al ribasso. Le opzioni e i future su Fonsai, osserva l‘operatore sotto garanzia di anonimato, scadono venerdì, mentre le azioni derivanti dall‘aumento di capitale saranno disponibili soltanto la prossima settimana. Le posizioni “corte“ sono inoltre amplificate dal fattore di rettifica dell‘aumento di capitale. Insomma, si preannuncia una settimana di fuoco. Anche per la Consob, che dovrà monitorare le posizioni allo scoperto in base al divieto di vendite nude, cioè senza l‘effettiva disponibilità dei titoli sottostanti»;
sono ignote le motivazioni degli omessi controlli dei bilanci del gruppo Ligresti da parte dell’Isvap le cui carenze hanno prodotto un deficit da 1,1 miliardo di euro, e le ragioni che hanno indotto l’Isvap a muovere i primi rilievi soltanto nel marzo 2011, quando la disinvolta gestione ed il “saccheggio” dei gruppi assicurativi non potevano più essere evitati;
sono oscure le ragioni che hanno indotto le silenti, e a giudizio dell’interrogante forse compiacenti, autorità, quali Isvap, Consob e Banca d’Italia, ad omettere precisi interventi, tenuto conto che non hanno mai eccepito alcunché alla gestione dei Ligresti, per oltre 10 anni gestori-padroni della seconda compagnia del Paese, che ha prodotto costi e danni enormi agli azionisti minori, che la Consob dovrebbe tutelare, ed a quei detentori delle polizze Fonsai, che l’Isvap dovrebbe proteggere,
se, a quanto risulta al Governo, la conclusione dell’affare Fonsai, con la vittoria del gruppo Unipol e con la riaffermazione della centralità di Mediobanca, ottenendo per l’ennesima volta il salvataggio di Ligresti, si sia svolto secondo le regole di legalità e trasparenza richieste;
se il Governo non ritenga che l’operazione di salvataggio sollevi numerosi conflitti di interessi, sia per il coinvolgimento di Piazzetta Cuccia (che lavorerebbe in pieno conflitto di interessi essendo il principale azionista di Generali ed essendo stata obbligata in passato dall’Autorità di garanzia della concorrenza e del mercato a uscire dall’azionariato di Fondiaria Sai e dalla sua governance, ma è rimasta creditrice del gruppo di Ligresti con un’esposizione di oltre un miliardo di euro, che rischiava di svalutarsi pesantemente se la società non veniva posta velocemente fuori pericolo), sia per il ruolo che svolge Unicredit, a sua volta azionista di Mediobanca e Fonsai e creditore per 550 milioni di euro verso il gruppo Ligresti a vari livelli della catena;
quali iniziative normative intenda promuovere affinché le banche siano chiamate ad un’assunzione di responsabilità, come nel caso Fonsai, in quanto finanziatrici della gestione di Ligresti, a parere dell’interrogante scellerata, considerato che non scontano l’errore di aver sostenuto a lungo un gruppo così malgestito e di conseguenza tengono immobilizzati ingenti prestiti che assorbono capitale, sottraendolo così al sostegno delle imprese produttive, senza contare gli eventuali nuovi crediti per finanziare l’operazione;