Source: https://www.studiolegalelocatelli.net/contenuti/newsletter_1/06_2020_57
Timestamp: 2020-07-05 01:29:43+00:00
Document Index: 37254054

Matched Legal Cases: ['art. 2056', 'art. 41', 'art. 2051', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 590', 'art. 2051', 'art. 2051', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 149', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Studio Legale Locatelli - Newsletter - 06.2020
Cassazione civile, sezione III, ordinanza n. 9682 del 26 maggio 2020
Nell’ordinanza in commento, la Corte si pronuncia sulla questione relativa alla stima del danno patrimoniale, derivante dalla perdita della capacità di guadagno, patito da un soggetto che al momento dell’infortunio non risultava svolgere un’attività lavorativa.
Data l’impossibilità per il danneggiato di fornire la prova della contrazione del proprio reddito futuro, secondo la Corte, il giudice è chiamato ad effettuare una valutazione di verosimiglianza, applicando il seguente principio di diritto: il danno da perdita o riduzione della capacità lavorativa di un soggetto adulto che, al momento dell’infortunio, non svolgeva alcun lavoro remunerato, va liquidato stabilendo (con equo apprezzamento delle circostanze del caso, ex art. 2056 c.c.):
In primo luogo, se possa ritenersi che la vittima, se fosse rimasta sana, avrebbe cercato e trovato un lavoro confacente al proprio profilo professionale;
In secondo luogo, se i postumi residuati dell’infortunio consentano o meno lo svolgimento di un lavoro confacente al profilo professionale della vittima.
Principio dell’all or nothing in materia di rapporto di causalità
Cassazione civile, sezione III, ordinanza n. 8886 del 13 maggio 2020
Nell’ordinanza in oggetto, la Corte si pronuncia sul metodo da adottare per l’accertamento del nesso di causalità tra illecito ed evento dannoso nel caso in cui il paziente presenti una situazione patologica preesistente.
La Corte afferma la perdurante valenza del principio dell’all or nothing in materia di rapporto di causalità materiale, secondo il quale le concause naturali sono di regola irrilevanti, a meno che siano state da sole sufficienti a cagionare l’evento. Se esse operano indipendentemente dalla condotta del soggetto agente, questi resterà sollevato da qualsivoglia responsabilità; se invece quelle condizioni non possano dar luogo, senza l’apporto umano, all’evento lesivo, l’autore del comportamento imputabile dovrà farsi carico in toto del pregiudizio derivato. In ossequio a tale principio, una comparazione del grado di incidenza eziologica di più cause concorrenti può instaurarsi soltanto tra una pluralità di comportamenti umani colpevoli, ma non tra una causa umana imputabile ed una concausa umana non imputabile.
Pertanto, secondo la Corte, la comparazione tra cause imputabili a colpa/inadempimento e cause naturali è quindi esclusivamente funzionale a stabilire, in seno all’accertamento della causalità materiale, la valenza assorbente delle une rispetto alle altre: il nesso di causalità materiale tra illecito (o prestazione contrattuale) ed evento dannoso deve ritenersi sussistente – a prescindere dalla esistenza ed entità delle pregresse situazioni patologiche aventi valore concausale e come tali prive di efficacia interruttiva del rapporto eziologico ex art. 41 c.p., ancorché eventualmente preponderanti – ovvero insussistente, qualora le cause naturali di valenza liberatoria dimostrino efficacia esclusiva nella verificazione dell’evento, ovvero il debitore/danneggiante dimostri la assoluta non imputabilità dell’evento di danno.
Scissione del giudizio sull’an da quello sul quantum debeatur
Cassazione civile, sezione II, ordinanza n. 10323 del 29 maggio 2020
Nell’ordinanza in commento, la Corte si pronuncia sulla possibilità concessa o meno alle parti e al giudice di scorporare il giudizio sull’an debeatur da quello sul quantum debeatur.
Premesso che l’attore può limitare sin dall’inizio la propria domanda all’accertamento del solo an debeatur, con riserva di chiedere la liquidazione in separato giudizio, purché la limitazione si fondi su un accordo, anche tacito, con il convenuto, il quale ha diritto di opporsi alla limitazione della pronuncia all’an, chiedendo l’accertamento del quantum nello stesso processo, così obbligando il giudice a procedere alla liquidazione, in assenza di accordo delle parti o in caso di opposizione del convenuto, il giudice non può scindere il giudizio risarcitorio, che è di norma unitario, e deve decidere anche la domanda di quantificazione del danno, per accoglierla o per respingerla.
Pertanto, qualora sia stata proposta domanda specifica di risarcimento del danno, il giudice di appello non può pronunciare condanna generica ma l’istanza di liquidazione del danno deve avvenire secondo la normale struttura del giudizio risarcitorio.
Corollario di tale principio è che non è consentita la proposizione di una domanda subordinata limitata alla condanna generica in quanto il giudice, in base al principio di corrispondenza tra domanda e pronuncia giudiziale e a quello sulla ripartizione degli oneri probatori, ove sia carente la prova anche solo relativamente al quantum, deve rigettare la domanda principale e non può prendere in considerazione anche la domanda subordinata, che deve ritenersi improponibile.
Cassazione civile, sezione III, ordinanza n. 9693 del 26 maggio 2020
Nella pronuncia in commento, la Corte svolge un’approfondita analisi del concetto di caso fortuito in relazione alla responsabilità ex art. 2051 c.c. da cose in custodia e, richiamando le precedenti sentenze che si sono pronunciate sul tale questione (Cass. Civ. nn. 2478, 2480, 2482 del 1 febbraio 2018 e Cass. Civ. n. 25028 del 8 ottobre 2019) ribadisce i caratteri del caso fortuito:
Integra il caso fortuito, quale fattore estraneo alla sequenza originaria, avente idoneità causale assorbente e tale da interrompere il nesso con quella precedente, tutto ciò che non è prevedibile oggettivamente, ovvero tutto ciò che rappresenta un’eccezione alla normale sequenza causale (imprevedibilità va quindi intesa come obiettiva inverosimiglianza dell’evento);
Il caso fortuito può essere integrato dalla condotta del danneggiato quando essa si sovrapponga alla cosa al punto da farla recedere a mera occasione della vicenda produttiva di danno, assumendo efficacia causale autonoma e sufficiente per la determinazione dell’evento lesivo, così da escludere qualunque rilevanza alla situazione preesistente;
Il riconoscimento della natura oggettiva del criterio di imputazione della responsabilità da cose in custodia si fonda sul dovere di precauzione imposto al titolare della signoria sulla cosa custodita, in funzione di prevenzione dei danni che da essa possono derivare.
In applicazione di tali principi, nel caso specifico, avente ad oggetto l’utilizzo improprio da parte degli ospiti di un camping di un pontile posto sulla riva di un lago, la Corte ritiene che la funzione di prevenzione gravante sul custode imponeva che se ne prevenisse l’uso improprio, tanto più in relazione al contesto dal momento che le caratteristiche della cosa custodita plasmano e delimitano il caso fortuito, configurando l’obbligo custodiale sotto il profilo ex ante.
La Corte non nega che l’evento dannoso possa trovare causa o concausa nel comportamento della vittima, ma ribadisce come, affinché quest’ultimo assuma efficienza causale autonoma ed esclusiva, deve essere qualificabile come abnorme, cioè estraneo al novero delle possibilità fattuali congruamente prevedibili in relazione al contesto.
La prova del danno da mancato consenso informato
Cassazione civile, sezione III, ordinanza n. 9887 del 26 maggio 2020
La Corte, nell’ordinanza in esame, affronta la tematica della lesione del diritto all’autodeterminazione nell’ipotesi di mancanza di esaustività del consenso informato al trattamento sanitario.
Premessi i due principi fondamentali secondo cui:
in tema di attività medico-chirurgica, la manifestazione del consenso del paziente alla prestazione sanitaria costituisce esercizio del diritto fondamentale all’autodeterminazione in ordine al trattamento medico propostogli e trova fondamento diretto nella Carta costituzionale;
la violazione, da parte del medico, del dovere di informare il paziente, può causare due diversi tipi di danno: un danno alla salute, quando sia ragionevole ritenere che il paziente, se correttamente informato, avrebbe evitato l’intervento e le relative conseguenze invalidanti, e un danno da lesione del diritto all’autodeterminazione, rinvenibile quando, a causa del deficit informativo, il paziente abbia subito un pregiudizio diverso dalla lesione del diritto alla salute;
la Corte afferma che nell’ipotesi di omissione o inadeguatezza diagnostica che non abbia cagionato danno alla salute ma che abbia impedito l’accesso ad altri più accurati accertamenti, la lesione del diritto all’autodeterminazione sarà risarcibile ove siano derivate conseguenze dannose di natura non patrimoniale, le quali devono essere debitamente allegate dal paziente, sul quale grava l’onere di provare il fatto positivo del rifiuto che egli avrebbe opposto al medico.
Secondo la Suprema Corte, non essendo configurabile un danno risarcibile in re ipsa derivante esclusivamente dall’omessa informazione, il risarcimento non può prescindere dalla prova che la condotta del paziente, se correttamente informato, sarebbe stata certamente diversa: la omessa informazione assume di per sé carattere neutro sul piano eziologico, in quanto la rilevanza causale dell’inadempimento viene a dipendere indissolubilmente dalla alternativa consenso/dissenso che qualifica detta omissione.
Statuizione espressa sul riparto delle spese della Consulenza Tecnica d’Ufficio
Cassazione civile, sezione III, ordinanza n. 10804 del 5 giugno 2020
Nell’ordinanza in commento, la Corte si pronuncia in merito alle spese di consulenza tecnica nel processo civile e al problema della loro anticipazione, liquidazione e ripartizione tra le parti.
Premesso che la liquidazione del compenso dovuto all’ausiliario non ha nulla a che vedere con la regolazione delle spese di lite, la Corte sottolinea che la liquidazione va fatta con decreto motivato, modificabile solo dal Tribunale in sede di opposizione, che ha l’unico scopo di consentire al c.t.u. di disporre di un titolo esecutivo nei confronti della parte onerata.
Quale che sia il modo in cui il giudice abbia ripartito le spese tra le parti nel decreto di liquidazione, nella sentenza conclusiva del giudizio il giudicante dovrà, sempre e comunque, provvedere ex novo a regolare tra le parti le spese di consulenza. Infatti il decreto con il quale il giudice liquida le spese è un provvedimento che rileva unicamente nei rapporti tra le parti e il c.t.u.; nei rapporti tra le parti, invece, il riparto delle spese non può che essere regolato da una statuizione espressa contenuta nella sentenza conclusiva del giudizio, statuizione necessariamente destinata a travolgere, se non coincidenti, le disposizioni sul riparto contenute nel decreto di liquidazione. Pertanto, il silenzio serbato dalla sentenza circa la sorte delle spese di c.t.u. non può mai ritenersi un silenzio concludente.
La prova del danno da nascita indesiderata
Cassazione civile, sezione III, sentenza n. 11123 del 10 giugno 2020
Nella sentenza in oggetto, la Corte si pronuncia sull’onere probatorio a carico dell’istante nel caso di richiesta risarcitoria per danno da nascita indesiderata, ovvero il danno cagionato dalla omessa tempestiva diagnosi e rappresentazione alla gestante di gravi malformazioni del feto.
In tema di responsabilità medica da nascita indesiderata, il genitore che agisce per il risarcimento del danno ha l’onere di provare che la madre avrebbe esercitato la facoltà di interrompere la gravidanza – ricorrendone le condizioni di legge – ove fosse stata tempestivamente informata dell’anomalia fetale. La Corte ribadisce dunque che, considerati i presupposti richiesti dall’articolo 6, lett. b) della Legge n. 194 del 1978, la madre è tenuta a fornire la prova della malattia grave, fisica o psichica, che giustifichi il ricorso all’interruzione della gravidanza, nonché della sua conforme volontà di ricorrervi, rendendosi comunque necessaria la raccolta di plurimi e distinti elementi fattuali, indispensabili per poter risalire induttivamente alla prova presuntiva semplice.
Secondo la Corte, risulta poi infondata la questione posta dai ricorrenti di una presunta “lesione dell’affidamento incolpevole” negli arresti della giurisprudenza in materia attestanti una interpretazione della norma volta ad alleviare l'onere probatorio, poiché nel caso in questione non può richiamarsi la teoria del “prospective overruling” e della tutela incolpevole della parte processuale che si rende necessaria in conseguenza di “revirement” interpretativi della giurisprudenza in materia processuale.
Per invocare tale tutela sono indispensabili due presupposti, entrambi assenti nel caso in oggetto: che si tratti di mutamento di una regola del processo, tale da comportare un effetto preclusivo del diritto di azione o di difesa della parte, e che tale mutamento sia stato imprevedibile in ragione del carattere lungamente consolidato dell’orientamento giurisprudenziale preesistente.
Già da molto tempo prima della introduzione del giudizio di merito, la questione sulla esatta estensione dell’onere probatorio era stata oggetto di diverse soluzioni interpretative da parte della giurisprudenza di legittimità. Pertanto, non può costituire sorpresa l’affermazione dell’indirizzo giurisprudenziale secondo il quale la donna è tenuta a dimostrare con riguardo alla sua concreta situazione e secondo la regola del più probabile che non che l’accertamento dell’esistenza di rilevanti anomalie o malformazioni del feto avrebbe generato uno stato patologico tale da mettere in pericolo la sua salute fisica e psichica.
Dovere di ragionevole cautela nell’ambito della responsabilità da cose in custodia
Cassazione civile, sezione III, sentenza n. 9674 del 26 maggio 2020
Nella sentenza in commento, la Corte si pronuncia sulla responsabilità da cose in custodia, di cui all’articolo 2051 c.c., affermando che, benché si tratti di una responsabilità di tipo oggettivo che impone al custode la prova del caso fortuito per andare esente da responsabilità, non va esclusa la sussistenza di un dovere di cautela in capo a chi entra in contatto con la cosa, il quale deve adottare condotte idonee a limitare la possibilità di eventi pregiudizievoli.
Pertanto, la condotta del danneggiato che entra in interazione con la cosa richiede una valutazione che tenga conto del dovere generale di ragionevole cautela, riconducibile al principio di solidarietà ex articolo 2 Costituzione, sicché, quanto più la situazione di possibile danno è suscettibile di essere prevista e superata attraverso l’adozione delle giuste cautele, tanto più incidente deve considerarsi l’efficienza causale del comportamento imprudente nel dinamismo causale, fino a rendere possibile che detto comportamento interrompa il nesso eziologico tra fatto ed evento.
La normativa sulla circolazione stradale si applica anche al veicolo in sosta
Cassazione civile, sezione VI, ordinanza n. 10024 del 28 maggio 2020
Nell’ordinanza in oggetto la Corte si pronuncia sui confini del concetto di circolazione stradale di cui all’articolo 2054 c.c. ribadendo che quest’ultimo include anche la posizione di arresto del veicolo, e ciò in relazione sia all’ingombro da esso determinato sugli spazi addetti alla circolazione, sia alle operazioni propedeutiche alla partenza o connesse alla fermata, sia, ancora, rispetto a tutte le operazioni che il veicolo è destinato a compiere e per il quale può circolare sulle strade. In particolare, è stata ritenuta afferente alla circolazione la movimentazione degli sportelli a veicolo fermo.
L’imperizia è la colpa tipica del sanitario
Cassazione penale, sezione IV, sentenza n. 15258 del 18 maggio 2020
Nella sentenza in oggetto, la Corte propone una articolata disamina del concetto di colpa in materia di responsabilità medica.
Considerato che l’adattamento delle conoscenze scientifiche al caso specifico è un passaggio indefettibile nell’operare del medico e che, in tale momento, può sempre insediarsi un errore, il giudice deve saperlo riconoscere e misurare. Riconoscerlo significa, necessariamente, operare la corretta qualificazione della condotta, accertando se essa sia stata negligente, imprudente o imperita: opera tutt’altro che semplice, considerato che nella maggioranza dei casi uno stesso atto medico può mettere radici in causali diverse.
Con la dovuta prudenza, data la difficoltà di procedere ad una satisfattiva actio finium regundorum tra le diverse forme di comportamento colposo, il Collegio ritiene che ci si possa giovare della concettualizzazione per la quale l’imperizia è concetto proprio dell’esercizio di una professione e si configura nella violazione delle regole tecniche della scienza e della pratica (leges artis) con ciò differenziandosi dalla imprudenza e negligenza alla cui base vi è la violazione di cautele attuabili secondo la comune esperienza.
Pertanto, secondo la Corte:
la perizia è connotato di attività che richiedono competenze tecnico-scientifiche o che presentano un grado di complessità più elevato della norma per le particolari situazioni del contesto;
in linea di massima, l’agire dei professionisti, e quindi anche dei sanitari, si presta ad essere valutato primariamente in termini di perizia/imperizia;
Nel principio secondo cui l’imperizia è considerata la forma di colpa elettiva del professionista, trova fondamento l’esplicita limitazione alla imperizia del campo di applicazione della causa di non punibilità prevista dall’art. 590-sexies c.p..
In merito poi alla misura della colpa, la Corte ritiene che, comunque si qualifichino le linee guida, sia come mere raccomandazioni dal contenuto generico, sia come rigide regole cautelari, ciò che sussiste in ogni caso è l’esistenza di uno spazio valutativo affidato per intero al sanitario, che in solitudine è chiamato a individuare l’agire doveroso.
In tale contesto, si può ragionevolmente parlare di colpa grave solo quando si sia in presenza di una deviazione ragguardevole rispetto all’agire appropriato, quando cioè il gesto tecnico risulti marcatamente distante dalle necessità di adeguamento alle peculiarità della malattia ed alle condizioni del paziente. Allo stesso modo, quanto più la vicenda risulti problematica, oscura, equivoca o segnata dall’impellenza, tanto maggiore dovrà essere la propensione a considerare lieve l’addebito nei confronti del professionista.
L’onere probatorio nell’azione risarcitoria per omessa o insufficiente manutenzione della strada
Cassazione civile, sezione III, ordinanza n. 11096 del 10 giugno 2020
L’ordinanza in commento affronta il tema del riparto dell’onere probatorio in caso di richiesta risarcitoria, a seguito di sinistro stradale, dei danni conseguenti ad omessa o insufficiente manutenzione della strada.
Considerato che custodi sono tutti i soggetti, pubblici o privati, che hanno il possesso o la detenzione della cosa e che, ai sensi dell’articolo 14 del Codice della Strada, gli enti proprietari delle strade sono tenuti a provvedere alla manutenzione delle stesse, è senz’altro configurabile la responsabilità per cose in custodia disciplinata dall’art. 2051 c.c., in ragione del particolare rapporto con la cosa che ai medesimi deriva dalla disponibilità e dai poteri di effettivo controllo sulla medesima.
Pertanto, in caso di sinistro, dei danni conseguenti da omessa o insufficiente manutenzione il proprietario o il custode (tale essendo anche il possessore, il detentore e il concessionario) risponde ex art. 2051 c.c., salvo che della responsabilità presunta a suo carico si liberi dando la prova del fortuito: deve dimostrare che il danno si è verificato in modo non prevedibile né superabile con lo sforzo diligente adeguato alle concrete circostanze del caso.
In conclusione, non spetta al danneggiato dare la prova dell’insidia o del trabocchetto, e in particolare dell’anomalia della strada, incombendo viceversa al proprietario di strade pubbliche dare la prova liberatoria, dimostrando cioè di avere adottato tutte le misure idonee a prevenire ed impedire che il bene demaniale presenti per l’utente una situazione di pericolo occulto produttiva di danno a terzi.
Estensione automatica della domanda nei confronti del terzo
Cassazione civile, sezione III, ordinanza n. 11103 del 10 giugno 2020
Nell’ordinanza in commento la Corte si pronuncia in merito ai presupposti necessari affinché possa trovare applicazione l’estensione automatica della domanda nei confronti del terzo chiamato.
Tale estensione opera soltanto quando ricorra il presupposto della chiamata in causa del terzo con indicazione di esclusiva o concorrente responsabilità, ma non anche nel caso in cui la chiamata sia stata svolta solo a titolo di garanzia impropria o di regresso, ossia allorquando il chiamante faccia valere nei confronti del chiamato un rapporto diverso da quello dedotto dall’attore come causa petendi.
Infatti, nel caso in cui il convenuto, in un giudizio di risarcimento dei danni, chiami in causa un terzo con il quale non sussiste alcun rapporto contrattuale, indicandolo come il vero legittimato passivo, non si versa in un’ipotesi di chiamata in garanzia impropria (o manleva), la quale presuppone la non contestazione della suddetta legittimazione, ma di chiamata del terzo responsabile, con conseguente estensione della domanda al terzo che il giudice può e deve esaminare senza necessità che l’attore ne faccia esplicita richiesta.
L’estensione automatica della domanda dell’attore nei confronti del terzo chiamato in causa dal convenuto opera, dunque, solo quando tale chiamata sia effettuata dal convenuto per ottenere la sua liberazione dalla prestazione attorea. Al contrario, il principio non trova applicazione nel caso in cui il chiamante, senza postulare la esclusione della propria responsabilità (ed anzi presupponendola), faccia valere nei confronti del chiamato un rapporto diverso da quello dedotto dall’attore come causa petendi, come avviene nell’ipotesi di chiamata di un terzo in garanzia, propria o impropria, o di azione condizionata di regresso nei confronti del terzo chiamato in coobbligazione; in tal caso, è rimessa in via esclusiva all’attore la scelta di proporre o meno autonoma domanda anche nei confronti del terzo chiamato.
La presunzione di ripartizione paritaria dell’obbligazione risarcitoria tra struttura sanitaria e medico
Tribunale di Trieste, sentenza n. 258 del 9 giugno 2020
Il Tribunale di Trieste, nella sentenza in esame, si pronuncia sulla domanda di rivalsa avanzata da una casa di cura nei confronti del medico, con cui la struttura sanitaria vantava un rapporto di collaborazione libero-professionale al momento dei fatti, e sull’obbligazione risarcitoria solidale che sussiste tra struttura sanitaria e medico responsabile della condotta contestata.
Esclusa l’applicabilità della legge n. 24 del 2017, per essersi i fatti verificati anteriormente alla sua entrata in vigore, in tema di azione di rivalsa, si afferma che nel rapporto interno tra la struttura sanitaria e il medico, la responsabilità per i danni cagionati da colpa esclusiva di quest’ultimo deve essere ripartita in misura paritaria secondo il criterio presuntivo degli artt. 1298, comma 2, e 2055, comma 3, c.c., in quanto la struttura accetta il rischio connaturato all’utilizzazione di terzi per l’adempimento della propria obbligazione contrattuale. Per vincere tale presunzione, la struttura sanitaria è tenuta a dimostrare un’eccezionale, inescusabilmente grave, del tutto imprevedibile (e oggettivamente improbabile) devianza del sanitario dal programma condiviso di tutela della salute che è oggetto dell’obbligazione.
Pertanto, in assenza di prova (il cui onere grava sulla struttura sanitaria adempiente) in ordine all’assorbente responsabilità del medico intesa come grave, ma anche straordinaria, si applica il principio presuntivo di divisione paritaria dell’obbligazione risarcitoria.
Copertura assicurativa in caso di circolazione prohibente domino
Cassazione civile, sezione VI, ordinanza n. 10929 del 9 giugno 2020
Nell’ordinanza in oggetto la Corte si pronuncia in merito alla determinazione del concetto di circolazione prohibente domino ai fini dell’applicazione dell’articolo 122, 3° comma, del Codice delle Assicurazioni, secondo il quale l’assicurazione non ha effetto se la circolazione del veicolo è avvenuta contro la volontà del proprietario.
Secondo la Corte, perché si possa parlare di circolazione contro la volontà del proprietario è necessario non solo che il proprietario manifesti il proprio dissenso alla circolazione del veicolo, ma anche che abbia adottato tutte le misure ragionevolmente esigibili dall’uomo medio perché ciò non accada; la denuncia di furto alle autorità rientra pacificamente tra le predette misure.
Litisconsorzio necessario rispetto al danneggiante
Cassazione civile, sezione VI, ordinanza n. 6406 del 6 marzo 2020
Con l’ordinanza in commento la Corte riafferma il principio secondo il quale in materia di assicurazione obbligatoria della responsabilità civile per la circolazione dei veicoli, nella procedura di risarcimento diretto di cui al Decreto legislativo n. 209 del 2005, art. 149, promossa dal danneggiato nei confronti del proprio assicuratore, sussiste litisconsorzio necessario rispetto al danneggiante responsabile, analogamente a quanto previsto dallo stesso Decreto, all’articolo 144, comma 3.
Cassazione civile, sezione III, ordinanza n. 9682 del 26 maggio 2020.pdf
Cassazione civile, sezione III, ordinanza n. 8886 del 13 maggio 2020.pdf
Cassazione civile, sezione II, ordinanza n. 10323 del 29 maggio 2020.pdf
Cassazione civile, sezione III, ordinanza n. 9693 del 26 maggio 2020.pdf
Cassazione civile, sezione III, ordinanza n. 9887 del 26 maggio 2020.pdf
Cassazione civile, sezione III, ordinanza 10804 del 5 giugno 2020.pdf
Cassazione civile, sezione III, sentenza n. 11123 del 10 giugno 2020.pdf
Cassazione civile, sezione III, sentenza n. 9674 del 26 maggio 2020.pdf
Cassazione civile, sezione VI, ordinanza n. 10024 del 28 maggio 2020.pdf
Cassazione penale, sezione IV, sentenza n. 15258 del 18 maggio 2020.pdf
Cassazione civile, sezione III, ordinanza n. 11096 del 10 giugno 2020.pdf
Cassazione civile, sezione III, ordinanza n. 11103 del 10 giugno 2020.pdf
Tribunale di Trieste sentenza n. 258 del 9 giugno 2020.pdf
Cassazione civile, sezione VI, ordinanza n. 10929 del 9 giugno 2020.pdf
Cassazione civile, sezione VI, ordinanza n. 6406 del 6 marzo 2020.pdf