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Timestamp: 2017-07-23 04:36:21+00:00
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centrodestra: "La P2 non cospirò contro lo Stato".
La Repubblica— 28 marzo 1996 pagina 18 sezione: CRONACA di RomaLa Loggia P2 non cospirò contro le istituzioni dello Stato. Lo ha stabilito la seconda corte d' assise d' appello di Roma che ha confermato la sentenza di assoluzione nei confronti di una serie di aderenti alla organizzazione fondata da Licio Gelli. Erano appunto accusati del reato di "cospirazione politica mediante associazione". Lo stesso del quale avrebbe risposto anche l' ex maestro venerabile se una questione tecnico-giuridica (la Svizzera a suo tempo non concesse l' estradizione per questa imputazione) non l' avesso impedito. A Gelli è stata confermata la condanna a 17 anni (cinque condonati) per millantato credito e calunnia ai danni dei magistrati milanesi Giuliano Turone, Guido Viola e Gherardo Colombo. MA IL CUORE del processo era la cospirazione politica, cioè l' individuazione della vera natura della loggia segreta. "La storia del nostro paese - disse lo scorso 11 marzo il procuratore generale Giorgio Santacroce nella sua requisitoria - non passa soltanto attraverso la P2 che pure rappresenta una brutta pagina di storia e di politica civile dell' Italia". La tesi di Santacroce - che chiese l' assoluzione di tutti gli imputati dal reato principale "per non aver commesso il fatto" - è stata accolta dalla corte d' assise d' appello presieduta da Vincenzo Frunzio dopo quasi quattro ore di camera di consiglio. Severi nel sanzionare i fatti specifici - un altro imputato, l' ex dirigente del servizio segreto Gian Adelio Maletti, è stato condannato a quattordici anni per procacciamento di notizie riservate - i giudici d' appello sono stati altrettanto fermi nel non attribuire alla P2 la natura di una associazione destabilizzante. La loro decisione limita all' ambito politico, escludendo quello penale, i giudizi espressi da personalità come Sandro Pertini (fu lui uno dei primi a definire la P2 "una associazione a delinquere") e dal Parlamento. Scrissero nel 1984 i membri della commissione d' inchiesta presieduta da Tina Anselmi: "La P2 si è posta come motivo d' inquinamento della vita nazionale mirando ad alterare in modo spesso determinante il corretto funzionamento delle istituzioni". La sentenza di ieri, invece, riduce a una seppur ardita proposta di riforma istituzionale il famoso "Piano di Rinascita democratica" col quale Gelli si proponeva di diventare il "burattinaio" dell' Italia. Grande è infatti la soddisfazione dell' ex Venerabile. Trascurando la circostanza della pesante condanna per la calunnia contro i magistrati, Gelli, poco dopo la sentenza, dalla sua villa di Arezzo ha parlato col tono del vincitore: "Mi è stato restituito quanto mi si doveva senza interessi". E ancora. "Ora dobbiamo chiederci: chi pagherà le spese per quindici anni di indagini e di processi inutili? Non c' era allora nessun motivo per avviare queste indagini ma solo un teorema dei giudici. E allora bisogna che a pagare siano i giudici. A questo punto comunque speriamo che da oggi lascino riposare in pace la P2". Nell' elenco degli assolti ci sono nomi che, anche in tempi recenti, hanno occupato le cronache dei misteri d' Italia. Per esempio quello di Demetrio Cogliandro, l' ex dirigente del servizio segreto militare nella cui abitazione alcuni mesi fa fu scoperto un archivio segreto su abitudini, vizi, opinioni politiche di varie personalità. Ci sono poi l' imprenditore Umberto Ortolani, i generali Franco Picchiotti e Antonio Viezzer, il capitano Antonio Labruna, e quindi Enzo Giunchiglia, Salvatore Bellassai e Pietro Musumeci. La vicenda per la quale è stato condannato Maletti - che da anni vive all' estero - è quella della divulgazione del dossier chiamato in codice Mi.Fo.Biali che tra l' altro parlava di un tentativo, sostenuto attraverso finanziamenti ottenuti con traffici illeciti di petrolio, di dar vita a un secondo partito cattolico di stampo conservatore. La vicenda del fascicolo Mi.Fo.Biali (che fu trovato nell' archivio di Mino Pecorelli, assassinato nel marzo del 1979) è l' unica dove si è verificato un contrasto tra la tesi del Pg e la sentenza. Santacroce infatti aveva chiesto la condanna a dieci anni di reclusione del generale Antonio Viezzer, accusandolo d' essere il responsabile della sottrazione del documento. (la Repubblica)
Contro Andreotti una sentenza politica. Parola dei magistrati di PalermoIl senatore a vita era un mafioso? Baciò Totò Riina? Sono passati molti anni dalla sentenza, ma un carteggio inedito che ora Affaritaliani rivela contiene un clamoroso retroscena. Luigi Bitto, ex alto magistrato di Bergamo, afferma: "Mentre era in corso il processo d’appello contro Andreotti ho avuto un colloquio a Palermo con un magistrato della Corte d’Appello, che mi accennò ad una forte preoccupazione dell’organo giudicante di non lasciare del tutto scoperta la Procura (...)
ANDREOTTI MAFIOSO O NOSui vari forum, e persino in articoli di giornale, moltissimi affermano che Andreotti non è stato assolto dall’accusa di essere un mafioso. Si dice: è stato processato per mafia ed è stato prosciolto, ma nella motivazione l’estensore ha affermato che Andreotti è stato un mafioso in anni per i quali non poteva essere processato, per intervenuta prescrizione. Dunque che Andreotti sia stato un mafioso è stabilito in sentenza; poi, che egli non sconti nessuna pena, se così vuole la legge: ma il fatto rimane. Le cose non stanno così. La sentenza fa stato per ciò che segue le famose tre lettere P.Q.M., Per Questi Motivi, cioè per il dispositivo. Se dopo c’è scritto “condanna”, l’imputato è dichiarato colpevole; se dopo c’è scritto “assolve”, l’imputato è dichiarato innocente. La motivazione non è Vangelo in ogni sua parte: ha la funzione di permettere ai difensori di sapere contro quali accuse, contro quali prove, contro quali ragionamenti difendersi e vale solo per la sua efficacia. Nelle aule si raggiunge soltanto una “verità giudiziaria” e nessuno può escludere che in seguito la storia dimostri un’altra verità: si chiama errore giudiziario. Comunque, la stessa “verità giudiziaria” si limita al dispositivo e non si estende alla motivazione. Un giudice, condannando un ladro, può scrivere che “per quanto bruttissimo, il dipinto ha un grande valore commerciale”: e conteggiare dunque l’aggravante del danno patrimoniale di rilevante gravità. Ma nessuno potrà poi sostenere che quel quadro è bruttissimo perché così è scritto in una sentenza.Per Giulio Andreotti, riguardo ai fatti che, eventualmente, sarebbero poi dovuti ricadere nell’ambito della prescrizione, l’estensore sarebbe potuto giungere solo ad una di queste due soluzioni. Se dall’esame superficiale dei fatti fosse risultata evidente la non colpevolezza dell’imputato, non avrebbe dovuto applicare la prescrizione ma avrebbe dovuto assolvere nel merito. Se invece dall’esame superficiale dei fatti l’innocenza non fosse risultata del tutto evidente, avrebbe dovuto applicare la prescrizione.Si è parlato di esame superficiale perché il giudice, sapendo che su certi fatti non potrà in nessun caso arrivare ad una condanna, non perderà certo il tempo di fare approfondite indagini.
11 gennaio, 2010 17:15
L’art.152 del Codice di Procedura Penale cpv stabilisce infatti: “Quando risulta una causa di estinzione del reato, ma già sussistono le prove le quali rendono evidente che il fatto non sussiste o che l’imputato non lo ha commesso...” il giudice assolve nel merito. Dunque, applicando la prescrizione non si dichiara la colpevolezza dell’imputato, si dichiara soltanto che LA SUA INNOCENZA NON È EVIDENTE. Nel caso di Andreotti, se l’estensore ne ha affermato la colpevolezza per gli anni coperti dalla prescrizione, è andato oltre i suoi poteri e la sua affermazione è giuridicamente inefficace. Il giudice non ha l’obbligo di motivare l’automatica applicazione della prescrizione (basta il decorso del tempo): deve solo motivare l’eventuale assoluzione nel merito. Questa infatti costituisce l’eccezione rispetto alla regola della prescrizione. Comunque non può permettersi di dichiarare un cittadino colpevole per fatti non sottoposti al suo giudizio.Qui si impone una nota. Qualcuno, con logica acuta, potrebbe obiettare che, per sapere se si possa applicare la prescrizione - graduata secondo la gravità delle accuse - bisogna conoscere i fatti, almeno in generale. Ma nel caso di Andreotti, dal momento che i reati per i quali si procedeva contro di lui erano gli stessi di quelli per i quali è stato assolto, l’indagine per gli anni coperti dalla prescrizione era un’assoluta perdita di tempo.Che questa sia la realtà giuridica e processuale non può essere messo in dubbio. Infatti, se la sentenza potesse affermare la colpevolezza dell’accusato assolto per prescrizione, l’accusato sarebbe assolto in giudizio e condannato socialmente. Questo è talmente contrario alla nostra civiltà giuridica che è stata persino abolita la condanna per insufficienza di prove. Non si può lasciare un cittadino esposto in aeternum ad un sospetto infamante. Fra l’altro, nel caso della prescrizione, si avrebbe una condanna (morale) senza concedere all’accusato la possibilità di dimostrare la propria innocenza. Infatti per quei fatti non si sono svolte adeguate indagini e non gli è stata data – perché non necessaria – la possibilità di difendersi.L’imputato, anche se innocente, ha comunque interesse ad accettare sempre la prescrizione: chi, potendo evitare l’alea di un processo penale, la corre volontariamente? Ha scritto Piero Calamandrei: “Se mi accusassero di avere rubato la Torre di Pisa, mi darei alla latitanza”. A tal punto è grande il rischio che qualunque competente vede in un processo penale. Fra l’altro, per processi di mafia con ampio uso di “pentiti”, anche Papa Ratzinger avrebbe di che temere.In conclusione sappiamo che Andreotti è giuridicamente innocente delle accuse per cui è stato processato; sappiamo pure che, a credere all’estensore, la sua innocenza, rispetto alle accuse riguardanti anni lontani, non è solare. Non sappiamo altro.
UNA CONFERMA AUTOREVOLEPrima di inviare a qualche giornale on line e agli amici il mio testo su “Andreotti mafioso o no”, per prudenza l’ho spedito al dr. Luigi Bitto, ex alto magistrato di Bergamo, di cui mi onoro d’essere un amico epistolare. Gli ho chiesto se per caso avessi detto qualche sciocchezza giuridica ed ho ricevuto da lui questa risposta, che mi ha autorizzato a pubblicareMentre era in corso il processo d’appello contro il senatore Andreotti ho avuto un colloquio a Palermo con un magistrato della Corte d’Appello, che mi accennò ad una forte preoccupazione dell’organo giudicante di non lasciare del tutto scoperta la Procura dopo che l’apparato probatorio era stato smentito dalle risultanze dell’istruttoria dibattimentale, svoltasi durante il processo di primo grado. Quel bravissimo magistrato, alle mie perplessità, rispose con accenni accorati, invitandomi a considerare le condizioni dell’ordine pubblico a Palermo, quando i magistrati inquirenti e le loro scorte saltavano in aria e illustri uomini politici venivano trovati stesi a terra da scariche di mitra. In una situazione del genere, i magistrati della Procura erano sottoposti ad una pressione eccezionale, che li portava a dare ascolto alle voci dei pentiti.Compresi il senso di questo discorso, quando, poco dopo, venne pronunziata la sentenza della Corte.L’accorgimento, al quale fecero ricorso per salvare capra e cavoli, fu di dividere la permanenza nel reato in due periodi: uno, successivo all’introduzione del reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, per il quale le accuse dei pentiti risultavano smentite, l’altro, più risalente nel tempo e perciò coperto dalla prescrizione, nel quale non si erano registrate smentite così clamorose. Sarebbe stato facile osservare che le smentite successive valevano anche per il passato, tranne ipotizzare una conversione improvvisa, tipo quella dell’Innominato, assolutamente improbabile e comunque non provata, ma le soluzioni politiche dei processi, che sono sempre esistite nella storia, checché se ne dica, esercitano un notevole fascino. Sicché il marchingegno, del tutto estraneo al giudizio di primo grado, resse in Cassazione, che peraltro è la sede delle soluzioni politiche, essendo sua funzione adeguare l’interpretazione della norma giuridica alle nuove esigenze della società in rapida trasformazione.Come può vedere, la sentenza d’appello non afferma in nessun modo la colpevolezza del senatore: per il periodo più recente la esclude in radice, per il periodo più antico lascia le cose in un limbo di incertezza, senza affermare esplicitamente alcuna colpevolezza. La contraddizione sarebbe stata troppo stridente mancando la prova della notte dell’Innominato.Il giudizio da lei espresso, perciò, è, a mio parere, esatto.Luigi Bitto
Acchiappa,di chi è l'articolo?
11 gennaio, 2010 18:12
di Gianni pardo da affaritaliani.http://www.affaritaliani.it/politica/andreotti110110.html
12 gennaio, 2010 11:29
Sempre su AIAndreotti? Per comodità, mafiosoLunedí 11.01.2010 17:16Di Giuseppe MorelloIllumina la scivolosa logica della discussione giudiziaria italiana, l'articolo che ha scritto per Affaritaliani.it Gianni Pardo, il quale smentisce (con la conferma di un importante ex magistrato) il luogo comune che vuole Andreotti mafioso certificato da una sentenza.Pardo e il magistrato Luigi Bitto ci chiariscono che le cose sono più complesse e che è un'aberrazione pensare che una persona possa essere giuridicamente prosciolta (per esempio per prescrizione) ma condannata moralmente perché la sentenza dice che aveva commesso quei reati. Non è così e anche nel caso Andreotti la prescrizione lascia le cose in un limbo di indecidibilità: in altre parole, non si può affermare che Andreotti fosse colpevole. Eppure è sempre passato il luogo comune che Andreotti fosse un mafioso che ha evitato la pena causa prescrizione, come ripete sempre anche Travaglio (vedi Annozero del 30/5/2008).Qui non si tratta di riabilitare Andreotti, di cui non ci importa granché, né si tratta di assolverlo dalle pesanti responsabilità politiche che ha avuto in oltre 40 anni di storia italiana. Si tratta invece di capire cosa viene grossolanamente inoculato nell'opinione pubblica e con che mentalità si scrive la storia del paese (non molto diverso il caso Craxi, la cui parabola politica è ormai ridotta alla vicenda giudiziaria, anche in sede storiografica).In più il magistrato Bitto ci rivela che la sentenza di Palermo fu una sentenza "politica", non perché salvò la pelle di Andreotti, ma perché salvò la faccia di magistrati che avevano allestito il circo ma in aula arrivarono con prove deboli.Ma vuoi mettere come è più comodo concludere che Andreotti era mafioso e chi si è visto si è visto?giuseppe.morello@affaritaliani.it
In conclusione sappiamo che Andreotti è giuridicamente innocente delle accuse per cui è stato processato; sappiamo pure che, a credere all’estensore, la sua innocenza, rispetto alle accuse riguardanti anni lontani, non è solare. Non sappiamo altro.l'ho sempre pensato
12 gennaio, 2010 15:58
Bitto il magistrato che scrive(-va?) sul Foglio e il Giornale...ma allora esistono anche le toghe azzurre e politicizzate?
12 gennaio, 2010 16:02
Naturalmente se una persona legge solo quello che fa comodo , arriva a conclusioni del tutto contrarie a quelle della discissione.andatevi a vedere quello che scrive precedentemente , e confermato da Bitto.
13 gennaio, 2010 12:07