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Timestamp: 2019-08-22 11:54:49+00:00
Document Index: 161450136

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 68', 'art. 53', 'sentenza ', 'art. 53', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 19', 'art. 11', 'art. 23', 'art. 44', 'art. 20', 'art. 824', 'sentenza ', 'art. 19', 'art. 1', 'art. 44', 'art. 44', 'sentenza ']

Consiglio di Stato, Sez. V, 29 ottobre 2014, n. 5369 – funerali.org
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sul ricorso numero di registro generale 2046 del 2014, proposto dalla signora Anna Pandolfi, rappresentata e difesa dall’avvocato Corrado Diaco, con domicilio eletto presso lo studio dell’avvocato Carmelo Giurdanella in Roma, via dei Barbieri, n. 6;
il Comune di Napoli, rappresentato e difeso dagli avvocati Fabio Maria Ferrari, Anna Pulcini e Bruno Crimaldi, con domicilio eletto presso lo studio dell’avvocato Gian Marco Grez in Roma, corso Vittorio Emanuele II, n. 18;
della sentenza del T.A.R. CAMPANIA – Napoli Sezione VII n. 4179/2013, resa tra le parti, concernente una revoca di una concessione di un suolo cimiteriale – risarcimento danni
I.1- Il Comune di Napoli con delibera di Giunta Municipale n. 276 del 16 ottobre 1981 concedeva ai signori Cortese Antonietta e Armento Michele un appezzamento di suolo nel Cimitero di Poggioreale, Isola 19 bis (di 4,08 mq., oltre 2,82 mq. di gavetta) per la costruzione di una cappella funeraria, stabilendo, tra l’altro, che il diritto d’uso della stessa era regolato ai sensi dell’art. 68 del vigente Regolamento di Polizia Mortuaria e degli artt. 91 e 93 del d.P.R. 21 ottobre 1975, n. 803.
I concessionari, realizzato il manufatto funerario, con rogito per notaio Filippo Improta repertorio n. 9174, lo trasferivano alla signora Anna Pandolfi, dando comunicazione della cessione all’amministrazione concedente.
La signora Pandolfi procedeva alla sepoltura del figlio signor Gennaro Capano deceduto il 17 febbraio 2007.
I.2. Con provvedimento dirigenziale n. 25 del 15 ottobre 2012, previa rituale comunicazione di avvio del procedimento è stata disposta la “…revoca decadenziale della concessione di suolo cimiteriale di cui alla delibera di G.M. n. 276 del 16 ottobre 1981, con acquisizione del realizzato manufatto funerario ivi realizzato.
b) i signori Cortese Antonietta e Armento Michele avevano alienato il manufatto funerario alla signora Pandolfi Anna in violazione del predetto art. 53 del nuovo Regolamento di Polizia Mortuaria;
f) l’atto di compravendita era pertanto nullo ed inefficace nei confronti dell’amministrazione concedente, che aveva un interesse concreto ed attuale a rientrare nella disponibilità del manufatto funebre per procedere alla sua rassegnazione nel rispetto delle procedure ad evidenza pubblica.
II.2. Il Tribunale amministrativo regionale per la Campania, sezione VII, con la sentenza n. 4179 del 6 settembre 2013, nella resistenza dell’intimata amministrazione comunale, ha respinto il ricorso proposto dalla signora Pandolfi Anna avverso il ricordato provvedimento di revoca decadenziale, ritenendo infondati tutti i motivi di censura (imperniati sulla violazione di legge ed illegittimità della revoca per illegittimità ovvero falsa applicazione dell’art. 53 del regolamento e per violazione degli artt. 4 e 11 delle preleggi, nonché degli artt. 953 e 1379 del codice civile; sulla violazione di legge e carenza di potere, eccesso di potere per sviamento, illogicità manifesta, difetto di motivazione, contraddittorietà manifesta, illegittimità o nullità della revoca ovvero inesistenza del potere di revoca per violazione degli artt. 21 quinquies della legge n. 241 del 1990, degli artt. 2 e 19, 42 e 97 Cost., dell’art. 1 del Primo Protocollo della CEDU, eccesso di potere per contraddittorietà manifesta e violazione del precetto di logica, contraddizione con precedenti manifestazioni di volontà, violazione dei principi di affidamento o proporzionalità, mancata osservanza dei limiti auto – imposti, travisamento ed erronea valutazione dei fatti).
II.3. La signora Pandolfi Anna ha chiesto la riforma della sentenza n. 4179 del 2013, lamentando l’erroneità e l’ingiustizia alla stregua di sei motivi di gravame, cosi rubricati: “Errata ricostruzione del fatto storico”; “Violazione dell’art. 19 Cost. Diritto di sepolcro, suo rilievo costituzionale e carattere “in affievolibile”; “Violazione art. 11 Preleggi e 1 prot. add. CEDU. Irretroattività del Regolamento. Ipotesi di espropriazione senza indennizzo”, “Violazione art. 23 Cost. e artt. 44 e 53 del regolamento del Comune di Napoli. Inesistenza di una ipotesi di revoca – sanzione. Violazione del principio di proporzionalità”; “Violazione art. 44 Regolamento comunale. Diritto sul manufatto costruito e diritto sul suolo o sul manufatto comunale. Differenze. Ambito applicativo del divieto di cessione” e “Violazione dell’art. 20 L. 241/90. Eccesso di potere per contraddittorietà con precedenti manifestazioni di volontà e travisamento dei fatti”.
In definitiva nel nostro ordinamento il diritto sul sepolcro già costituito nasce da una concessione da parte dell’autorità amministrativa di un’area di terreno o di porzione di edificio in un cimitero pubblico di carattere demaniale (art. 824 c.c.) e tale concessione, di natura traslativa, crea a sua volta nel privato concessionario un diritto soggettivo perfetto di natura reale (suscettibile di trasmissione per atti inter vivos o mortis causa) e perciò opponibile iure privatorum agli altri privati, assimilabile al diritto di superficie, che ha la tutela propria dell’interesse legittimo nei confronti degli atti della pubblica amministrazione nei casi in cui esigenze di pubblico interesse per la tutela dell’ordine e del buon governo del cimitero impongono o consigliano alla pubblica amministrazione il potere di esercitare la revoca della concessione (Cass. civ., sez. II, 30 maggio 2003, n. 8804; 7 ottobre 1994, n. 8197; 25 maggio 1983, n. 3607; Cons. St., sez. V, 7 ottobre 2002, n. 5294).
III.3.1. Deve innanzitutto respingersi il primo motivo di doglianza, con cui l’appellante ha lamentato “errata ricostruzione del fatto”, sostenendo che i primi giudici avrebbero malamente interpretato (pronunciando in tal senso una sentenza punitiva, con condanna alle spese) come una machinatio ai danni del Comune l’atto di compravendita stipulato tra il sub – concessionario e i concessionari (accompagnato da una procura in favore dell’acquirente per la gestione ordinaria e straordinaria del manufatto), giacché esso costituiva invece una semplice vendita del manufatto, del tutto lecita e consentita, senza alcun intento di lucro o speculativo (peraltro solo asserito, ma non provato).
III.3.2. Ugualmente infondato è il secondo motivo di gravame, con cui l’appellante ha denunciato “Violazione art. 19 Cost.; Diritto di sepolcro, suo rilievo costituzionale e carattere “inaffievolibile”.
E’ sufficiente al riguardo rinviare a quanto esposto sub. III.1., in quanto, se è vero che il diritto sul sepolcro è un diritto soggetto perfetto di natura reale assimilabile al diritto di superficie, suscettibile di possesso e di trasmissione sia inter vivos e mortis causa nei confronti degli altri soggetti privati, è altrettanto vero che esso non ha la stessa consistenza e natura di diritto soggettivo nei confronti del comune, proprietario del suolo demaniale cimiteriale, dato in concessione, titolare di potere di revoca e decadenza della concessione (in presenza dei quali vi è la posizione soggettiva di interesse legittimo).
D’altra parte non può sottacersi che titolare del diritto reale o della posizione di interesse legittimo è esclusivamente il legittimo concessionario, cui non possono neppure essere assimilati il richiedente la sub – concessione, in mancanza del formale provvedimento dell’amministrazione, e l’acquirente del bene demaniale dal richiedente la sub – concessione, qual è la posizione giuridica dell’appellante.
Quanto poi alla prospettata violazione dell’art. 1 del Protocollo addizionale alla Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, con cui l’appellante ha dedotto che il provvedimento impugnato darebbe luogo ad un’ipotesi paradigmatica di espropriazione della proprietà senza indennizzo, appena il caso di rilevare che, come già evidenziato in precedenza, la predetta appellante, signora Anna Pandolfi quale richiedente il subentro nella originaria concessione non vanta nei confronti del Comune di Napoli alcuna posizione legittimante, spettando tale legittimazione solo all’originario concessionario, nei confronti del quale tuttavia risulta correttamente esercitato il potere di decadenza dalla concessione stessa.
Non possono infatti condividersi le tesi dell’appellante, secondo cui, per un verso, la legittimità della revoca – sanzione in esame presupponeva un’apposita previsione normativa di rango legislativa in tal senso, in omaggio al principio di legalità e dei corollari di chiarezza e prevedibilità, e, per altro verso, la decadenza prevista dall’art. 44, comma 9, lett. b), avrebbe riguardato esclusivamente l’inadempimento concernente la fase di costruzione del manufatto (insussistente nel caso di specie): fermo restando infatti il rilievo che tali censure potevano essere prospettate soltanto dal legittimo concessionario e non dall’appellante che, ancora una volta si ribadisce, non ha alcun titolo al riguardo, è sufficiente osservare non solo che la revoca in questione è espressamente prevista dal regolamento comunale di polizia mortuaria approvato con la delibera consiliare n. 11 del 21 febbraio 2006, che non è stato oggetto di apposita impugnazione, per quanto essa non ha neppure natura sanzionatoria in senso stretto, conseguendo piuttosto all’inadempimento degli obblighi discendenti dall’esatta osservanza della concessione, non limitati, secondo il richiamato comma 9, lett. b), dell’art. 44 del regolamento alla sola inosservanza dei termini fissati per l’esecuzione delle opere, ma estesi altresì alla fase della costruzione dei manufatti e loro mantenimento, proprio a quest’ultimo profilo avendo fatto riferimento l’amministrazione comunale, come già rilevato in precedenza.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quinta) definitivamente pronunciando sul ricorso in appello n. 2046 del 2014, proposto dalla signora Anna Pandolfi avverso la sentenza del Tribunale amministrativo regionale della Campania n. 4179 del 6 settembre 2013, lo respinge.