Source: https://www.ambientelegaledigesta.it/magazine/tribunale-004
Timestamp: 2020-07-10 16:31:28+00:00
Document Index: 151968593

Matched Legal Cases: ['art. 49', 'art. 34', 'art. 212', 'art. 208', 'art. 243', 'art. 242', 'art. 250', 'art. 242', 'art. 192', 'art. 242', 'art. 5']

AUTORIZZAZIONI - Tar Emilia Romagna, Parma, Sez. I, 30 giugno 2016, n. 218
Giudizio compatibilità ambientale – Discrezionalità amministrativa – Sindacato del Giudice amministrativo.
La giurisprudenza è consolidata nel ritenere che il giudizio di compatibilità ambientale è reso sulla base di oggettivi criteri di misurazione e attraversato da profili particolarmente intensi di discrezionalità amministrativa sul piano dell'apprezzamento degli interessi pubblici in rilievo e della loro ponderazione rispetto all'interesse dell'esecuzione dell'opera; apprezzamento che è sindacabile dal Giudice Amministrativo soltanto in ipotesi di manifesta illogicità o travisamento dei fatti, nel caso in cui l'istruttoria sia mancata o sia stata svolta in modo inadeguato e risulti perciò evidente lo sconfinamento del potere discrezionale riconosciuto all'Amministrazione.
L'amministrazione, nel rendere il giudizio di valutazione ambientale, esercita un'amplissima discrezionalità che non si esaurisce in un mero giudizio tecnico, in quanto tale suscettibile di verificazione tout court sulla base di oggettivi criteri di misurazione, ma presenta al contempo profili particolarmente intensi di discrezionalità amministrativa e istituzionale in relazione all'apprezzamento degli interessi pubblici e privati coinvolti, con conseguenti limiti al sindacato giurisdizionale sulla determinazione finale emessa.
La valutazione di impatto ambientale non è perciò un mero atto (tecnico) di gestione ovvero di amministrazione in senso stretto, trattandosi piuttosto di un provvedimento con cui viene esercitata una vera e propria funzione di indirizzo politico - amministrativo con particolare riferimento al corretto uso del territorio (in senso ampio), attraverso la cura ed il bilanciamento della molteplicità dei (contrapposti) interessi pubblici (urbanistici, naturalistici, paesistici, nonché di sviluppo economico - sociale) e privati.
AUTORIZZAZIONI - Tar Veneto, Sez. II, 27 giugno 2016, n. 685
Piano di gestione dei rifiuti - Ampliamenti di strutture di smaltimento.
Costituisce orientamento consolidato quello diretto a distinguere, all’interno delle disposizioni dei piani regolatori o dei piani attuativi, le prescrizioni che in via immediata stabiliscono le potenzialità edificatorie della porzione di territorio interessata e, ancora, le altre regole che, più in dettaglio, disciplinano l'esercizio dell'attività edificatoria, generalmente contenute nelle norme tecniche di attuazione del piano o nel regolamento edilizio.
Si è sostenuto, infatti, che “mentre per le disposizioni appartenenti alla prima categoria s'impone, in relazione all'immediato effetto conformativo dello ius aedificandi dei proprietari dei suoli interessati che ne deriva, ove se ne intenda contestare il contenuto, un onere di immediata impugnativa in osservanza del termine decadenziale a partire dalla pubblicazione dello strumento pianificatorio, a diversa conclusione deve pervenirsi con riguardo alle prescrizioni di dettaglio contenute nelle norme di natura regolamentare destinate a regolare la futura attività edilizia, che sono suscettibili di ripetuta applicazione ed esplicano effetto lesivo nel momento in cui è adottato l'atto applicativo e, dunque, possono essere oggetto di censura in occasione della sua impugnazione”.
Ciò premesso per quanto concerne la natura e i caratteri della normazione contenuta nei piani urbanistici va evidenziato come questo Tribunale abbia già avuto modo di precisare che le prescrizioni del piano regionale dirette a limitare o vietare del tutto di realizzare ampliamenti di strutture di smaltimento di rifiuti siano assimilabili alle prescrizioni "conformative" della proprietà presenti nei piani urbanistici.
ALBO - Tar Lazio, Latina, Sez. I, 22 giugno 2016, n. 427
Requisito dell’iscrizione all’Albo Gestori Ambientali – Appalto - Istituto avvalimento – Inapplicabilità.
Come noto, il comma 1-bis dell’art. 49 del D.Lgs n. 163/2206, inserito dall’art. 34 comma 2 del d.l. 12 settembre 2014 n.133, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 novembre 2014 n. 164, prevede esplicitamente che l’avvalimento non è applicabile al requisito di iscrizione all’Albo nazionale dei gestori ambientali, di cui all’art. 212 del decreto legislativo 3 aprile 2006 n.152.
È comunque chiara la ratio della norma di legge, che richiede, per i partecipanti al particolare tipo di gara costituito dal trasporto e smaltimento rifiuti, il possesso diretto del requisito di iscrizione al suddetto albo; norma che non risulta derogata né da disposizioni di legge che disciplinano il global service, né da quelle che riguardano le società titolari di imprese di smaltimento ed in possesso di AIA.
AUTORIZZAZIONI - Tar Calabria, Catanzaro, Sez. I, 20 giugno 2016, n. 1302
Autorizzazione – Art. 208, c. 6, d.lgs. n. 152/2006.
Secondo la costante giurisprudenza amministrativa, il presupposto per un legittimo esercizio del potere di annullamento di ufficio non può ricondursi al mero ripristino della legalità, occorrendo dar conto della sussistenza di un interesse pubblico attuale e concreto alla rimozione dell’atto; occorre inoltre una comparazione tra detto interesse pubblico e l'entità del sacrificio imposto all'interesse privato, tanto più quando, in ragione del tempo trascorso, l'interessato abbia maturato un legittimo affidamento alla conservazione del bene della vita. Tuttavia, l’annullamento d’ufficio che intervenga entro breve tempo dall'adozione del provvedimento annullabile, quando le situazioni giuridiche coinvolte non si siano consolidate, è soggetto a un obbligo di motivazione attenuato. Si tratta, come noto, di un provvedimento ad alto contenuto discrezionale, con il quale l'Amministrazione persegue la tutela dell'interesse pubblico nella sua dinamicità temporale, senza poter prescindere dalla comparazione del medesimo con gli interessi privati coinvolti, ancorando a presupposti oggettivi e a una rigorosa motivazione la decisione di cambiare idea rispetto ad una decisione già presa. Se è vero che ai sensi del sesto comma dell’art. 208 del d.lgs. 158/2006 “l'approvazione sostituisce ad ogni effetto visti, pareri, autorizzazioni e concessioni di organi regionali, provinciali e comunali, costituisce, ove occorra, variante allo strumento urbanistico e comporta la dichiarazione di pubblica utilità, urgenza ed indifferibilità dei lavori”, è altrettanto vero che in sede di conferenza di servizi si può stabilire quali siano i provvedimenti sostituiti ed escluderne altri, prescrivendo espressamente all’istante o ad altre amministrazioni la necessità di ottenere ulteriori atti, come è avvenuto nel caso di specie.
RESPONSABILITA - Tar Marche , Sez. I, 3 giugno 2016, n. 347 ’
Principio “chi inquina paga”- Rifiuti liquidi - Acque emunte in disinquinamento della falda.
Conformemente al principio “chi inquina paga”, l'obbligo di riparazione incombe agli operatori solo in misura corrispondente al loro contributo al verificarsi dell'inquinamento o al rischio di inquinamento e che è possibile presumere l’esistenza di un nesso di causalità tra determinati operatori e l’inquinamento accertato attraverso indizi plausibili quali la vicinanza dell'impianto dell'operatore all'inquinamento accertato e la corrispondenza tra le sostanze inquinanti ritrovate e i componenti impiegati da detto operatore nell'esercizio della sua attività. Quando disponga di indizi di tal genere, l'autorità competente è allora in condizione di dimostrare un nesso di causalità tra le attività degli operatori e l'inquinamento diffuso rilevato.
Non è fondata la tesi dell’esclusione a priori, ai sensi dell’art. 243, della riconduzione al regime proprio dei rifiuti liquidi delle acque emunte in disinquinamento della falda, poiché al contrario l’individuazione del regime normativo concretamente applicabile non può non tenere conto della particolare natura dell'oggetto dell'attività posta in essere, siccome individuati dal legislatore quali rifiuti liquidi, come emerge dalla classificazione attraverso i codici CER allegati al decreto. L’allegato D alla parte quarta del medesimo decreto legislativo, nell’elencare i rifiuti conformemente all'articolo 1, lettera a), della direttiva 75/442/CEE e all'articolo 1, paragrafo 4, della direttiva 91/689/CEE relativa ai rifiuti pericolosi di cui alla decisione della Commissione 2000/532/CE del 3 maggio 2000 e alla direttiva del Ministero dell'ambiente 9 aprile 2002, ha infatti espressamente previsto, sub 19.13.07 e 19.13.08, i rifiuti liquidi acquosi e concentrati acquosi prodotti dalle operazioni di risanamento delle acque di falda.
BONIFICHE - Tar Trento, 13 aprile 2016, n.202
Bonifiche – Responsabile dell’inquinamento – P.a. – Interventi.
La predisposizione del piano di caratterizzazione del sito contaminato costituisce un adempimento obbligatorio ex lege a seguito del solo accertamento dell'avvenuto superamento del livello della concentrazione soglia di contaminazione, anche per un solo parametro; in tal senso il comma 3 dell’art. 242 recita: “il responsabile dell'inquinamento ne dà immediata notizia al comune ed alle province competenti per territorio con la descrizione delle misure di prevenzione e di messa in sicurezza di emergenza adottate. Nei successivi trenta giorni, presenta alle predette amministrazioni, nonché alla regione territorialmente competente il piano di caratterizzazione”.
Più in generale, gli artt. 239 e seguenti del d.lgs. n. 152 del 2006 addossano l'obbligo di effettuare gli interventi di recupero ambientale, comprese le prime misure di messa in sicurezza e la presentazione del piano di caratterizzazione, al responsabile dell'inquinamento, che le autorità amministrative hanno l'onere di ricercare. Tuttavia, nell'ipotesi di mancata esecuzione dei prescritti interventi da parte del responsabile dell'inquinamento, l’art. 250 stabilisce che le procedure e gli interventi di recupero ambientale devono essere eseguiti dalla Pubblica amministrazione competente, che potrà rivalersi sul soggetto responsabile nei limiti del valore dell'area bonificata, anche esercitando, ove la rivalsa non vada a buon fine, le garanzie gravanti sul terreno oggetto degli interventi. E, come si è già detto, uniche condizioni di legittimità per l’esercizio del potere sostitutivo è il decorso del termine e la non controversa inerzia del soggetto chiamato ex lege ad eseguire le procedure codificate dagli artt. 242 e seguenti.
RESPONSABILITA' - Tar Lombardia, Brescia, Sez. I, 12 maggio 2016, n. 669
Curatela fallimentare – Obbligo di rimozione dei rifiuti - Piano di caratterizzazione ex art. 242 comma 3 del Dlgs. 152/2006.
Occorre dare atto della presenza di un orientamento giurisprudenziale secondo cui la curatela fallimentare non può essere costretta a eseguire i suddetti interventi, in quanto da un lato è estranea alla causazione dell’inquinamento, e dall’altro non è titolare di un potere sui beni fallimentari tale da costituire una posizione di garanzia per la salute dei terzi.
Questa soluzione interpretativa non appare condivisibile. In realtà, la curatela fallimentare è attualmente il detentore dei rifiuti secondo il diritto comunitario, e dunque ha l’obbligo di rimuovere gli stessi e di avviarli a smaltimento o recupero. Nel diritto comunitario la categoria del possesso comprende anche la detenzione secondo il diritto interno (compresa la categoria che qualifica il tipo di detenzione esercitato sui beni del fallimento).
In base al diritto comunitario i costi della gestione dei rifiuti sono sostenuti dal produttore iniziale, o dai detentori del momento, o dai detentori precedenti dei rifiuti. Solo chi non è detentore dei rifiuti, come il proprietario incolpevole del terreno su cui gli stessi sono collocati, può invocare l’esimente interna dell’art. 192 comma 3 del Dlgs. 152/2006. La curatela fallimentare, che assume la custodia dei beni del fallito non può evidentemente avvantaggiarsi di tale norma, lasciando abbandonati i rifiuti.
Ne consegue che alla curatela fallimentare può essere chiesta sia la rimozione dei rifiuti sia la predisposizione del piano di caratterizzazione ex art. 242 comma 3 del Dlgs. 152/2006. Resta poi ferma per la curatela la facoltà di dimostrare che il peso economico non deve essere sopportato, in tutto o in parte, dall’attivo fallimentare, e di agire in regresso nei confronti dei produttori dei rifiuti o dei detentori precedenti, a tutela delle ragioni dei creditori.
DISCARICHE - Tar Lombardia , Brescia, Sez. I, 7 aprile 2016, n. 507
Piano di sorveglianza – Discariche- Fasi di realizzazione, gestione e post-chiusura - Eventuali modificazioni della situazione di fatto o emergenze di dati non precedentemente conosciuti - Obbligo di revisione finalizzato a verificare l’adeguatezza e l’efficienza delle misure adottate.
Ai sensi dell’art. 5 dell’allegato 2 del d. lgs. 36/200 il Piano di sorveglianza è “documento unitario comprendente le fasi di realizzazione, gestione e post-chiusura, relativo a tutti i fattori ambientali da controllare, i parametri ed i sistemi unificati di prelevamento, trasporto e misura dei campioni, le frequenze di misura ed i sistemi di restituzione dei dati”.
Esso è, dunque, finalizzato a garantire che:
È buona norma e si pone, dunque, come razionalmente logico - considerata la sua lunga durata nel tempo - che lo stesso debba essere adattato ad eventuali modificazioni della situazione di fatto o emergenze di dati non precedentemente conosciuti e che possa, dunque, ritenersi sussistere una sorta di obbligo di revisione finalizzato a verificare l’adeguatezza e l’efficienza delle misure adottate e il grado di attuazione della politica e degli obiettivi.