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Timestamp: 2018-06-18 11:43:31+00:00
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Studi di settore a professionista dipendente pubblico - Cassazione sentenza n. 25983 del 2013 - Studio Cerbone
Studi di settore a professionista dipendente pubblico – Cassazione sentenza n. 25983 del 2013
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La Corte di Cassazione, sezione tributaria, con la sentenza n. 25983 depositata il 20 novembre 2013 intervenendo in tema di accertamento standardizzato ha sancito che anche se il professionista lavora mezza giornata come dipendente è legittimo l’accertamento basato sugli studi di settore.
La vicenda ha riguardato un architetto a cui veniva notificato un avviso di accertamento da parte dell’Agenzia delle Entrate, basato sugli studi di settore.
Il contribuente avverso tale atto impositivo ricorreva alla Commissione Tributaria Provinciale i cui giudici accoglievano le doglianze del ricorrente. L’Amministrazione Finanziaria impugnava la decisione del giudice di prime cure dinanzi alla Commissione Tributaria Regionale. I giudici di appello in riforma della sentenza di primo grado hanno ritenuto legittimo l’avviso di accertamento con il quale erano stati accertati maggiori ricavi derivanti dall’attività di architetto, con conseguente maggiore IRPEF e volume d’affari IVA.
La controversia viene dal contribuente proposta in Cassazione con ricorso basato su un unico motivo di censura.
Gli Ermellini ritenendo infondato il motivo respingono il ricorso che aveva motivato lo scostamento del suo reddito dagli studi di settore con la sua attività di dipendente della pubblica amministrazione.
I giudici di legittimità hanno ritenuto che “la procedura di accertamento tributario standardizzato mediante l’applicazione dei parametri o degli studi di settore costituisce un sistema unitario che non si colloca all’interno della procedura di accertamento di cui all’art. 39 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, ma la affianca, essendo indipendente dall’analisi dei risultati delle scritture contabili, la cui regolarità, per i contribuenti in contabilità semplificata, non impedisce l’applicabilità dello standard, né costituisce una valida prova contraria, laddove, per i contribuenti in contabilità ordinaria, l’irregolarità della stessa costituisce esclusivamente condizione per la legittima attivazione della procedura standardizzata”.
Nella sentenza si legge che tale tipo di procedura di accertamento “costituisce un sistema di presunzioni semplici, la cui gravità, precisione e concordanza non è ex lege determinata dallo scostamento del reddito dichiarato rispetto agli standards in sé considerati – meri strumenti di ricostruzione per elaborazione statistica della normale redditività – ma nasce solo in esito al contraddittorio – contraddittorio che risulta attivato e svolto nel caso in esame – da attivare obbligatoriamente, pena la nullità dell’accertamento, con il contribuente.
In tale sede, quest’ultimo ha l’onere di provare, senza limitazione alcuna di mezzi e di contenuto, la sussistenza di condizioni che giustificano l’esclusione dell’impresa dall’area dei soggetti cui possono essere applicati gli standards o la specifica realtà dell’attività economica nel periodo di tempo in esame, mentre la motivazione dell’atto di accertamento non può esaurirsi nel rilievo dello scostamento, ma deve essere integrata con la dimostrazione dell’applicabilità in concreto dello standard prescelto e con le ragioni per le quali sono state disattese le contestazioni sollevate dal contribuente.
L’esito del contraddittorio, tuttavia, non condiziona l’impugnabilità dell’accertamento, potendo il giudice tributario liberamente valutare tanto l’applicabilità degli standards al caso concreto, da dimostrarsi dall’ente impositore, quanto la controprova offerta dal contribuente che, al riguardo, non è vincolato alle eccezioni sollevate nella fase del procedimento amministrativo e dispone della più ampia facoltà, incluso il ricorso a presunzioni semplici, anche se non abbia risposto all’invito al contraddittorio in sede amministrativa, restando inerte”.
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