Source: https://www.laleggepertutti.it/215584_stipendi-diversi-ma-stessa-mansione-e-lecito
Timestamp: 2018-11-13 17:05:22+00:00
Document Index: 31448640

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 63', 'art. 437', 'sentenza ', 'art. 2095', 'art. 3', 'art. 1175', 'art. 112', 'art. 437']

Stipendi diversi ma stessa mansione: è lecito?
Stipendi diversi per mansioni uguali e identico inquadramento contrattuale: che margini di autonomia ha l’azienda di discriminare i propri lavoratori dipendenti.
Sono anni ormai che lavori per la stessa azienda. Sei considerato un dipendente affidabile e non hai mai ricevuto alcun provvedimento disciplinare: nei tuoi riguardi non ci sono mai state contestazioni di alcun tipo. Tuttavia, hai saputo che, di recente, il datore di lavoro ha assunto un nuovo dipendente con il tuo stesso inquadramento e, nonostante la minore anzianità di servizio, gli ha riconosciuto una busta paga superiore alla tua (anche se di poche centinaia di euro). Ogni mese ricevi uno stipendio conforme a quanto previsto dai contratti collettivi, ma il fatto che ci sia una discriminazione a tuo discapito non ti fa veder bene la cosa e ti porta a chiederti se sia legittimo o meno questo comportamento. In altri termini il datore di lavoro può pagare due dipendenti in modo diverso? È lecito prevedere stipendi diversi ma la stessa mansione? La risposta è stata fornita a riguardo dalla giurisprudenza della Cassazione [1]. Alla Corte è stato cioè chiesto se l’azienda può pagare in modo disuguale due lavoratori che hanno gli stessi compiti e che sono stati inquadrati nello stesso modo all’atto dell’assunzione. Ecco qual è stata la risposta dei giudici supremi.
1 Libera iniziativa economica e non discriminazione
2 Il principio di uguaglianza nell’ambito del lavoro
3 La parità di trattamento retributivo
4 Si può chiedere uno stipendio superiore
Libera iniziativa economica e non discriminazione
Il principio di libera iniziativa economica sancito dalla nostra costituzione [2] non comporta solo il diritto di intraprendere qualsiasi attività economica non contraria alla legge, ma anche di organizzarla come meglio si crede. L’imprenditore è libero di allocare capitali le risorse lavorative nel modo in cui ritiene preferibile, anche se le sue decisioni sono il frutto di scelte sbagliate che possono portare a una crisi dell’attività. Esiste infatti anche la libertà di sbagliare.
Dall’altro lato però esiste anche il principio di non discriminazione. In particolare, la legge [3] stabilisce che il datore di lavoro non può trattare in modo diverso i lavoratori nell’attribuzione delle mansioni se i motivi della discriminazione riguardano il sesso, la razza, la religione, la lingua, l’handicap ed età, le opinioni politiche o sindacali, l’orientamento sessuale o le convinzioni personali. Naturalmente è anche vietata qualsiasi discriminazione tra uomini e donne, specialmente nella progressione nella carriera [4].
In caso di violazione del principio di non discriminazione il datore di lavoro è tenuto, su ordine del giudice competente, a versare una somma corrispondente all’importo concesso a titolo di aumento per ragioni discriminatorie al Fondo adeguamento pensioni.
Il principio di uguaglianza nell’ambito del lavoro
La Cassazione chiarisce però che il principio costituzionale di eguaglianza, in materia di lavoro subordinato, non implica che all’identità di mansioni svolte debba corrispondere identico trattamento economico, ma esclude che le differenze di trattamento siano rimesse al mero arbitrio del datore di lavoro.
In buona sostanza, non essendo previsto dalla nostra legge un principio generale di «parità di trattamento» in materia di lavoro, i lavoratori che svolgono mansioni di analogo contenuto possono occupare qualifiche differenti e, quindi, ricevere trattamenti differenziati. Il datore di lavoro, tuttavia, è tenuto a:
garantire il minimo retributivo previsto dai contratti collettivi nazionali;
rispettare il principio di non discriminazione di cui sopra.
In materia di promozioni, il datore di lavoro ha le mani legate solo se i contratti collettivi stabiliscono la suddetta promozione a categoria, grado o classe superiore, quale effetto diretto e immediato di determinati presupposti di fatto; in tal caso il dipendente ha un vero e proprio diritto soggettivo all’avanzamento di carriera.
La parità di trattamento retributivo
Sul punto è intervenuta anche la Corte Costituzionale [5] chiamata a chiarire la portata di tutte le norme che, nel nostro ordinamento, stabiliscono la parità di trattamento retributivo. Il principio della parità di trattamento dei lavoratori – tutelato dalla Costituzione, da leggi e da convenzioni internazionali – prevede che a parità di lavoro deve corrispondere lo stesso trattamento; tuttavia quando si parla di stipendi tale principio è solo teorico. Anche la Consulta infatti ammette la possibilità per il datore di lavoro di favorire economicamente un lavoratore rispetto ad un altro.
Datore di lavoro e lavoratore sono dunque liberi di fissare gli elementi retributivi dovuti al lavoratore, rispetto a quelli di base.
Si può chiedere uno stipendio superiore
In definitiva il dipendente può chiedere un aumento dello stipendio solo quando ciò dipenda dalle mansioni superiori a questi attribuite (leggi Quando spetta l’aumento dello stipendio), ma non può pretendere che gli sia corrisposta una retribuzione maggiore solo perché altri lavoratori con pari qualifica o mansioni sono trattati in modo più favorevole.
Anche la concessione ingiustificata ad un lavoratore di un determinato beneficio nel corso del rapporto non dà diritto al collega che si trova nell’identica posizione a pretendere lo stesso beneficio, né determina l’insorgenza di un danno risarcibile, poiché non sussiste la lesione di un diritto [6].
[1] Cass. sent. n. 11525/1992.
[3] Art. 15 Legge n. 300/1970.
[4] Art. 29 del DLgs. 198/2006.
[5] C. Cost. sent. n. 103/1989.
[6] Cass. sent. n. 132/2002, n. 8296/2001.
Cassazione civile, sez. lav., 22/10/1992, n. 11525
Con ricorso del 26 luglio 1984 al Pretore di Bologna, Luigi Galli esponeva di essere stato assunto, il 15 settembre 1964, dalla s.p.a.
Compagnia renana di assicurazioni come impiegato di seconda categoria; di essere stato assegnato, nell’aprile 1966, all’ufficio sinistri di Firenze, di fatto con le mansioni di capo ufficio in assenza di titolare; di avere svolto, dal 1 maggio 1970 al 15 giugno 1973, le funzioni di capo dell’ispettorato di Parma, mantenendo però soltanto la qualifica di vice capo ufficio; di essere divenuto titolare dell’ispettorato di Modena il 15 giugno 1973, in occasione della fusione della suddetta s.p.a. con la s.p.a. Latina assicurazioni (la nuova società aveva assunto la denominazione di s.p.a. Latina Renana assicurazioni) svolgendo numerose e delicate funzioni ma conservando la vecchia qualifica; di avere ricevuto, il 2 maggio 1980, l’incarico di dirigere il Servizio portafoglio e contenzioso di Bologna senza tuttavia mai conseguire la qualifica di funzionario, malgrado le sue richieste.
Tanto esposto, il Galli chiedeva che il Pretore li riconoscesse la qualifica ora detta dal 1 maggio 1970 o dalla diversa data di inizio della relative mansioni e condannasse la s.p.a. Latina Renana assicurazioni a pagargli le differenze retributive, con rivalutazione monetaria ed interessi legali.
Costituitasi la convenuta, la domanda veniva respinta con sentenza del 19 aprile 1985.
Questa decisione veniva confermata con sentenza 22 luglio 1989 dal Tribunale di Bologna il quale osservava, sulla base delle deposizioni testimoniali, che l’attività dell’attore corrispondeva a quella del liquidatore; che, come risultava da prove documentali, egli aveva bensì, effettuato pagamenti anche per mezzo di un proprio conto corrente bancario, ma saltuariamente e senza esservi autorizzato dalla datrice di lavoro; che egli poteva firmare solo la corrispondenza interna e non era munito di poteri rappresentativi, così come non poteva sottoscrivere assegni per l’incasso nè, senza controfirma di un dirigente o di un funzionario, i mandati di pagamento (cosiddette reversali); che una verifica di contabilità era stata da lui eseguita in esecuzione di disposizioni di un dirigente.
Il tribunale aggiungeva che, a norma dell’art. 63 del contratto collettivo di categoria del 21 luglio 1983, la qualifica di funzionario, pretesa dal Galli, poteva essere attribuita – a parte alcuni casi tassativamente elencati e non ricorrenti nella fattispecie – a dipendenti discrezionalmente scelti dalla datrice di lavoro per i loro meriti, a prescindere dalle mansioni effettivamente esercitate; nè esistevano motivi per sindacare la scelta negativa effettuata nel caso di specie.
In conclusione non poteva essere riconosciuta all’attore la qualifica di funzionario. Il Tribunale notava ancora che la domanda di riconoscimento della qualifica di capo ufficio dal 1 maggio 1970 al 15 giugno 1973 era stata proposta per la prima volta in appello e perciò era inammissibile ai sensi dell’art. 437 cod. proc. civ.
Contro questa sentenza ricorre per cassazione il Galli; resiste con controricorso la s.p.a. Renana assicurazioni, già s.p.a. Latina Renana assicurazioni, la quale ha altresì presentato memoria in prossimità dell’udienza.
Con il primo motivo il ricorrente lamenta la violazione degli artt. 2103, 2203, 2697, 1362, 1363, 1365, 1369 cod. civ. nonché omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione.
Egli sostiene che il Tribunale ha violato le norme codicistiche di ermeneutica negoziale, quanto alla norma del contratto collettivo che imponeva di considerare funzionari di dipendenti delle imprese di assicurazioni muniti di procura speciale, ai gerenti di agenzia in economia, ai vice gerenti muniti di procura ed ai procuratori di agenzia in economia. Il Tribunale, inoltre, avrebbe svolto in modo lacunoso l’istruzione circa le mansioni effettivamente esercitate da lui, corrispondenti a quelle di liquidatore ufficiale o di institore.
Il motivo è infondato poiché con esso il ricorrente pretende un sindacato, inammissibile in questa sede di legittimità, su valutazioni di merito già espresse dal giudice d’appello in ordine alle risultanze istruttorie.
Con motivazione completa e coerente quel giudice ha negato, sulla base delle testimonianze e dei documenti, che il Galli fosse munito di poteri di rappresentanza esterna e così che fosse preposto ad una sede o ad un ramo dell’impresa assicurativa, così come ha escluso che egli fosse autorizzato a far fronte agli impegni dell’impresa con un conto corrente bancario proprio. Risulta così incensurabile la negazione della qualifica di funzionario.
Nè tali apprezzamenti del Tribunale contrastano con alcun principio di diritto.
Infatti questa Corte ha già affermato che la qualifica di funzionario è di estrazione meramente contrattuale giacché, non essendo contemplata tra quelle elencate nell’art. 2095 cod. civ., la sua previsione è interamente demandata all’autonomia collettiva, che ne fissa i tratti essenziali disciplinandone altresì i criteri di appartenenza. Ed ove la contrattazione collettiva colleghi la qualifica di funzionario alla facoltà del dipendente di impegnare il datore di lavoro (ciò che, come si è detto, avvenne nel caso di specie) non è sufficiente che il dipendente stesso abbia contatti con i terzi, ma occorre il conferimento del potere di rappresentanza ossia l’espressa attribuzione della facoltà di firma (che nella specie mancò) (Cass. 1 agosto 1986 n. 4942; 12 marzo 1986 n. 1667).
Nè la detta facoltà di forma può essere surrogata dall’importanza delle mansioni preparatorie o consultive (Cass. 12 giugno 1986 n. 3923).
In definitiva l’infondatezza del motivo di ricorso discende dal consolidato principio secondo cui la valutazione, da parte del giudice del merito, della corrispondenza delle mansioni di fatto svolte a quelle contrattualmente previste come proprie di una determinata qualifica è censurabile, in sede di legittimità, solo per vizi di motivazione nonché, quanto alla definizione della categoria contrattuale di riferimento, per violazione delle regole di ermeneutica contrattuale (Cass. 20 dicembre 1989 n. 5726).
Col secondo motivo il ricorrente afferma la violazione degli artt. 2103, 1175, 1375 cod. civ., omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione sostenendo l’arbitrarietà del comportamento della datrice di lavoro, la quale gli negò la qualifica di funzionario sulla base di un’asserito potere libero ed insindacabile, in materia di qualifiche. Ritiene il ricorrente che il Tribunale abbia illegittimamente riconosciuto tale potere e correlativamente negato il principio di parità di trattamento dei lavoratori a parità di condizioni.
Dal principio di eguaglianza di cui all’art. 3 Cost. discende, in materia di lavoro subordinato, non già che all’identità di mansioni svolte debba corrispondere identico trattamento (Cass. 17 ottobre 1988 n. 5649) nè, dal lato opposto, che le differenze di trattamento siano rimesse al mero arbitrario del datore di lavoro, ma piuttosto che a quest’ultimo spetti un potere privato, il cui corretto esercizio è sindacabile dal giudice, principalmente sulla base dell’art. 1175 cod. civ.. Da ciò discende che, quando la disciplina, anche contrattuale, del rapporto di lavoro garantisca la promozione a categoria, grado o classe superiore quale effetto diretto ed immediato di determinati presupposti di fatto, di cui sia accertata l’esistenza indipendentemente da ogni potere valutativo del datore di lavoro, dev’essere ravvisato un diritto soggettivo del lavoratore alla promozione (Cass., 4 aprile 1986 n. 2358) mentre lo eventuale potere discrezionale del datore in materia può essere sindacato dal giudice solo in caso di esercizio illegittimo o manifestamente arbitrario (suole parlarsi in tal caso di mero interesse legittimo di diritto privato, di cui è titolare il lavoratore).
Nel caso di specie il Tribunale, come già si è detto, ha accertato che la contrattazione collettiva attribuiva questo potere discrezionale alla datrice di lavoro, nè la circostanza è ora negata dal ricorrente. Non è perciò censurabile la valutazione del Tribunale stesso che, dopo attenta ed assai diffusa analisi delle mansioni effettivamente svolte dal Galli, ha escluso che la società di assicurazioni abbia irragionevolmente misconosciuto i suoi meriti e perciò gli abbia arbitrariamente negato la promozione dalla qualifica di funzionario.
Col terzo motivo il ricorrente afferma essere incorso il Tribunale nel vizio di omessa pronuncia (art. 112 cod. proc. civ.) avendo considerato come inammissibile, in quanto proposta per la prima volta in appello, la domanda di riconoscimento della qualifica di capo – ufficio nel periodo 1 maggio 1970-15 giugno 1973.
Questa Corte ha bensì ritenuto che il giudice di merito possa ritenere implicitamente compresa nella domanda di riconoscimento di una qualifica superiore quella di riconoscimento di una qualifica inferiore e possa perciò pronunciarsi su quest’ultima senza ricorrere nel vizio di extrapetizione (Cass. 24 giugno 1986 n. 4214), ma ha precisato che il più limitato petitum deve fondarsi sui medesimi fatti rispetto a quello più ampio, realizzandosi altrimenti un mutamento di causa petendi.
Nel caso di specie il Tribunale ha negato che nella domanda di riconoscimento della qualifica di funzionario fosse compresa quella di riconoscimento della minore qualifica di capo ufficio, ancorché per breve periodo, così testualmente ed esattamente motivando: “nel ricorso di primo grado (l’attore) insistè soltanto nella richiesta di attribuzione della qualifica di funzionario e di pagamento delle differenze di retribuzione; non fece alcuna riserva in merito alla decorrenza della nomina a capo ufficio (ottenuta nel 1978) e non indicò il periodo non riconosciuto dalla Società, nè chiese le differenze retributive imputabili a quel titolo e neppure ne determinò l’ammontare o gli elementi di calcolo”.
Fu dunque il mutamento del thema decidendum nei sui elementi di fatto che legittimamente indusse il Tribunale a dichiarare inammissibile la pretesa, formulata per la prima volta in grado d’appello (art. 437 cod. proc. civ.).
Al rigetto del ricorso consegue la condanna al pagamento delle spese processuali, che si liquidano come in dispositivo.
La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali in lire 88.000 oltre a lire duemilioni per onorario.
Così deciso in Roma il 24 giugno 1991.