Source: http://www.leggichefare.it/category/decreto-del-fare/
Timestamp: 2020-04-06 04:13:58+00:00
Document Index: 25001576

Matched Legal Cases: ['art. 9', 'art. 12', 'art. 15', 'art. 29', 'art. 71', 'art. 1', 'art. 73']

Segnalazioni | Leggi che fare
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Il decreto “del fare” è legge
Pubblicato il agosto 21, 2013 da Francesca Ciangola
E’ stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 20 agosto la legge di conversione del decreto del fare.
Il DL 69 del 21 giugno 2013 è stato convertito nella legge 98 del 9 agosto 2013.
Disponibile sulla stessa Gazzetta anche il testo coordinato.
La legge entra in vigore oggi, 21 agosto 2013.
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Il decreto del Fare blocca le incompatibilità e la Civit
Pubblicato il agosto 13, 2013 da Francesca Ciangola
I decreti attuativi della legge 190/2012 (anticorruzione), in particolare il decreto trasparenza (33/2013) e il decreto sulle inconferibilità/incompatibilità (39/2013), a poche settimane dalla entrata in vigore sono stati già soggetti a modifiche, quando ancora fervevano (e fervono) fondati dubbi interpretativi sulla concreta applicabilità.
Fino ad oggi, in applicazione dei poteri conferiti dalla legge 190, la CIVIT, quale Autorità nazionale Anticorruzione, ha emanato numerosi pareri interpretativi sul tenore delle disposizioni, a favore di svariate richieste di diversi enti.
Le intepretazioni suddette potevano dar luogo a fondati dubbi di legittimità relativamente alla gerarchia delle fonti del diritto, dubbi del resto già da tempo sollevati dalla deprecabile abitudine di interpretare norme di legge (a volte contro l’espresso dettato normativo) da parte di funzionari ministeriali che si sostituiscono, di fatto, all’interpretazione autentica di spettanza del solo legislatore.
Tuttavia, le deliberazioni della CIVIT erano state, soprattutto a riguardo dell’interpretazione della legge 190, abbastanza conformi al dettato normativo, di suo piuttosto rigido e comunque di consistente difficoltà interpretativa (oltre che di difficile lettura).
La deliberazione n. 46/2013 è intervenuta in tempi assai recenti (26 giugno), a proposito della immediata operatività delle norme sulle incompatibilità, ovvero se le stesse dovessero applicarsi anche agli incarichi già affidati oppure trovasse applicazione agli incarichi conferiti successivamente all’entrata in vigore del decreto.
La Commissione ha ritenuto che, riferendosi le norme ad incarichi di durata, non contrasta con i principi di successione delle leggi nel tempo la disposizione per cui anche agli incarichi in corso si applicherebbe il regime delle incompatibilità, obbligando l’interessato ad una scelta. Nel giungere a tale interpretazione, la Civit richiama proprio la legge 190, che avrebbe dovuto prevedere espressamente (come non ha fatto) un differimento di efficacia delle norme sulle incompatibilità, e che inoltre in molti punti (es. art. 9, art. 12) fa riferimento ad incompatibilità sopravvenute nel corso dell’incarico, ammettendo espressamente l’ipotesi di incompatibilità sopravvenuta.
Come del resto fa nell’art. 15, per cui il Responsabile anticorruzione può contestare ipotesi di incompatibilità sopravvenuta (dunque, in corso di incarico).
Una interpretazione pacifica quindi quella della CIVIT, conforme al testo normativo.
Interpretazione però sbugiardata in sede di conversione del c.d. “Decreto del fare”, dove si introduce ex novo una norma riferita al decreto 39 che non solo smentisce completamente le indicazioni precise della Civit, ma le stesse ipotesi disciplinate chiaramente dalla legge anticorruzione, allargando, di fatto in maniera evidente, le maglie del regime delle incompatibilità.
Ecco infatti cosa dispone l’art. 29 ter del testo ancora ufficioso e pubblicato sul sito Leggioggi:
(Disposizioni transitorie in materia di incompatibilità di cui al decreto legislativo 8 aprile 2013, n. 39) 1. In sede di prima applicazione, con riguardo ai casi previsti dalle disposizioni di cui ai capi V e VI del decreto legislativo 8 aprile 2013, n. 39, gli incarichi conferiti e i contratti stipulati prima della data di entrata in vigore del medesimo decreto legislativo in conformità alla normativa vigente prima della stessa data, non hanno effetto come causa di incompatibilità fino alla scadenza già stabilita per i medesimi incarichi e contratti ».
Tutte le disposizioni sulle incompatibilità quindi, comprese quelle riguardanti gli esponenti politici oggi incaricati di uffici passibili di incompatibilità, si applicano solo per il futuro, ovvero per gli incarichi assunti dopo l’entrata in vigore del decreto (4 maggio 2013).
Questa disposizione, passata sotto un generalizzato silenzio ferragostano, riduce di molto l’impatto della normativa anticorruzione, e, letta, insieme agli artt. 54 bis e ter (che ridimensionano in maniera tranciante il ruolo della Civit, e che hannno dato luogo al risentimento, espresso pubblicamente, dello stesso istituto), ridimensiona (è un eufemismo) il ruolo dell’Autorità Anticorruzione.
Ci si permette di sottolineare (chiaramente a titolo personale) che non è il ridimensionamento della Civit che preoccupa (la sostituzione del legislatore operata negli ultimi anni da parte di pareri, direttive, circolari di organismi a ciò nemmeno deputati dal sistema delle fonti è abitudine più volte ritenuta preoccupante) quanto la limitazione netta della portata della legge anticorruzione.
Una elasticità che non riguarda mai i lavoratori di retroguardia, sottoposti ad un regime di controlli, quindi di certosini e spesso farraginosi adempimenti, in un sistema di aumento di burocrazia, minacce di sanzioni (insieme all’ormai ordinario blocco contrattuale) e sfiducia generalizzata nei confronti di chi lavora per lo Stato.
Un beneficio diretto esclusivamente agli incarichi di vertice e agli organi politici, gli stessi che siedono sugli scranni istituzionali di oggi e che, da quegli scranni, decidono di non applicare su se stessi gli obblighi sulle incompatibilità: un sottosegretario amministratore di ente pubblico con incarico precedente al 4 maggio, quindi, potrà continuare ad esercitare ambedue le funzioni.
Attendiamo il testo ufficiale del decreto “del fare”, per darne maggiore contezza, e chiarimenti che definiscano il ruolo della CIVIT, soprattutto in ordine ai nuimerosoi pareri fino ad oggi resi.
Non attendiamo invece gli approfondimenti degli organi di stampa, solerti nell’attacco ai lavoratori, silenti nei confronti dei Governi di larghe intese.
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Pubblicato il agosto 10, 2013 da Francesca Ciangola
Cercando disperatamente di analizzare il decreto del “fare”, come lo hanno denominato, nella ricorrenza di Lorenzo Santo, dopo una serie di rimandi, rinvii, commi aggiunti e modificati, mi sono imbattuta nella mirabolante dimostrazione dell’impossibilità di poter lavorare con criterio a fronte delle attitudini manifeste del legislatore degli anni nostri.
Nonostante il Corriere e gli articoli di Rizzo, Stella e Panebianco, la burocrazia nulla può di fronte a questa dimostrazione di capacità.
L’articolo è il 71 del CAD (Codice Amministrazione Digitale, D.lgs. 82/2005).
Il testo illuminante, che dovrebbe spiegare quali regoli tecniche debbano soccorrere nella comunicazione tra pubbliche amministrazioni (per intenderci, si parla dell’abolizione del fax come riportato dai media con le fanfare dle caso) è questo:
1. Le regole tecniche previste nel presente codice sono dettate, con decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri o del Ministro delegato per la pubblica amministrazione e l’innovazione, di concerto con i Ministri competenti, sentita la Conferenza unificata di cui all’articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, ed il Garante per la protezione dei dati personali nelle materie di competenza, previa acquisizione obbligatoria del parere tecnico di DigitPA. 1-bis. COMMA ABROGATO DAL D.LGS. 30 DICEMBRE 2010, N. 235. 1-ter. Le regole tecniche di cui al presente codice sono dettate in conformita’ ((ai requisiti tecnici di accessibilita’ di cui all’articolo 11 della legge 9 gennaio 2004, n. 4,)) alle discipline risultanti dal processo di standardizzazione tecnologica a livello internazionale ed alle normative dell’Unione europea. 2. Le regole tecniche vigenti nelle materie del presente codice restano in vigore fino all’adozione delle regole tecniche adottate ai sensi del presente articolo.
Ecco. Quando cade la stella stasera, se proprio non avete un altro desiderio, ve ne suggerisco uno.
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Lavorare gratis, lavorare tutti. Le prime misure “per” i giovani del Governo Letta
Pubblicato il giugno 23, 2013 da Francesca Ciangola
I tirocini formativi nella pubblica amministrazione sono ipotesi già prevista e praticata da anni nelle articolazioni dello Stato, grazie alla legge 196/1997 in primo luogo e alla disciplina di attuazione recata dal D.M. 142/1998.
Negli anni, la poca attenzione alla corretta gestione di questi rapporti di lavoro anomali e la crescente disoccupazione che ha creato come conseguenza l’aumento della domanda per svolgere un’esperienza lavorativa purchessia, ovvero a prescindere da qualsivoglia retribuzione (anche sotto forma di rimborso spese), ha causato le ovvie distorsioni dell’istituto, trasformato in impiego di manovalanza a zero o basso costo invece che occasione concreta per arricchire il curriculum o ambire ad una stabilizzazione del rapporto di lavoro.
Anche per questo motivo è intervenuta la riforma del lavoro denominata riforma Fornero dal Ministro allora (pochi mesi fa) competente, tendente non solo a “liberalizzare” (diciamo così) la disciplina dei licenziamenti, motivo per cui è rimasta nell’immaginario collettivo dei più, ma anche ad inserire qualche cauta tutela nei confronti dei prestatori di lavoro.
Nell’art. 1 comma 34 della legge 92/2012 si prevede infatti l’inserimento di una “congrua indennità” a favore di chi svolge tirocini formativi, e la norma è rinforzata dal comma successivo, che introduce una sanzione fino a 6.000 euro per coloro che tale indennità non corrispondano.
Nel gennaio 2013, in attuazione di questa norma, è intervenuto un accordo in sede di Conferenza Stato Regioni, che disciplina le Linee guida in tema di tirocini formativi (valevoli per soggetti pubblici e privati) disegnando un sistema minimo di tutela, integrabile con disposizioni di maggior favore da parte delle Regioni e delle Province autonome, competenti in materia. L’accordo, proprio al fine di prevenire e limitare gli abusi insiti nell’istituto e perpetrati a mani basse negli ultimi anni, prevede alcune misure di tutela, quali ad esempio:
– la durata non superiore a sei mesi (tranne per il caso di lavoratori da reinserire nel mondo del lavoro e disabili, per cui può prevedersi un termine più lungo);
– il rispetto delle garanzie assicurative per gli infortuni sul lavoro presso l’INAIL e di responsabilità civile verso terzi presso idonee compagnie di assicurazione;
– la definizione di un numero massimo di tiorocinanti in relazione al personale occupato a tempo indeterminato;
– la previsione di una indennità minima di euro 300, passibile quindi di aumento e finalizzata, si ribadisce, ad evitare un uso distorto dell’istituto.
In attesa dell’attuazione concreta di tali disposizioni, nella brama di ambire ad uno stage finalmente retribuito, nella speranza che le Regioni legiferino con misure anche più benevole nei confornti dei giovani, magari laureati, senza lavoro, arriva il decreto del fare.
Che “fa”, evidentemente, senza tener in minima considerazione quanto detto, premesso e prescritto.
Nel capo II del decreto, corrispondente per la precisione dal decreto legge 69 del 22 giugno appena pubblicato, emerge di luce propria l’art. 73, in base al quale il laureati in giurisprudenza con una media in determinati esami di almeno 27/30 in alcune materie ed un voto di laurea di almeno 102/100 (una platea limitata per merito, diciamo), possono “ambire” ad esercitare uno stage presso gli uffici giudiziari di varie giurisdizioni.
Lo stage suddetto dura 18 mesi (ma non si era detto 6?) non dà diritto ad alcun compenso come dispone il comma 8 (ma non si era detto che era obbligatoria l’indennità, pena una salata sanzione per chi non scuciva neanche quella?) e comporta il diritto al riconoscimento di un anno per il compimento della “pratica” forense (che invece dà luogo ad un rimborso, pur parziale, come prevede la legge di riforma) e notarile e dà punteggio nei concorsi pubblici, a parità di merito, oltre a valere come l’abilitazione alla professione forense esclusivamente per la nomina a giudice di pace. Ovviamente, il tirocinio in questione non comporta alcun tipo di rapporto di lavoro nè in costanza di nè successivamente allo svolgimento.
Tra il dire e il “Fare”, passa la volontà di far finta di nulla delle competenze regionali neanche citate, dela Riforma Fornero e dell’Accordo in Conferenza Unificata, completamente ignorato.
Operazioni rese possibili dal colossale silenzio dell’informazione, che anche in questo caso si fa riconoscere per la completezza e la coerenza intrinseca. Nei commenti al decreto del fare, infatti., non risulta l’inserimento della rivoluzionaria e finalmente risolutiva per i giovani laureati disoccupati innovazione (leggiamo qui), mentre a proposito di stage formativi, addirittura si prefigura, nel prossimo Consiglio dei Ministri, la previsione di contribuire con 500 euro di indennità a favore di chi voglia (debba, o non abbia altre possibilità) intraprendere un tirocinio.
Questo quando si tratta di parlare.
Nell’attesa che i giovani laureati in giurisprudenza si mettano in fila per caricarsi, gratis, i faldoni nei tribunali svuotati di impiegati bloccati dal turn over, nei fatti, con norme imperative, si FA, altro che storie.
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