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Timestamp: 2019-07-21 09:48:29+00:00
Document Index: 92222017

Matched Legal Cases: ['art. 17', 'art. 20', 'art. 9', 'sentenza ', 'art. 52', 'art. 49', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 21', 'sentenza ', 'art. 20', 'sentenza ', 'art. 20', 'art. 21', 'art. 20', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 20', 'art. 21', 'art. 22', 'art. 23', 'art. 24', 'art. 24', 'art. 24', 'art. 20', 'art. 20', 'art. 51', 'art. 6', 'art. 2', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 7', 'art. 2', 'art. 16', 'art. 3', 'art. 49', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 20', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 7', 'sentenza ']

Università degli Studi di Enna Kore - CITTADINANZA, LIBERTÀ DI CIRCOLAZIONE, DIRITTI UMANI NELLA GIURISPRUDENZA DELLA CORTE DI GIUSTIZIA DELL’UNIONE EUROPEA: RIFLESSIONI E PROSPETTIVE
Assistant Professor di Diritto dell’Unione Europea nell’Università Kore di Enna
Le recenti pronunce della Corte di Giustizia dell’Unione Europea (di seguito, cgue) in materia di libertà di circolazione e soggiorno all’interno del territorio dell’ue sembrano avere rappresentato i passaggi decisivi con riguardo all’emersione di una nuova e più forte idea di cittadinanza europea, e ciò in ragione, da un lato, dell’ermeneutica sviluppatasi relativamente alle innovazioni normative apportate in tema dal Trattato di Maastricht[1], e, dall’altro, dell’incessante espandersi dei fenomeni migratori caratterizzanti anche e soprattutto il territorio del Vecchio Continente: se, infatti, sulla base dell’art. 17 del Trattato istitutivo dell’Unione Europea (adesso art. 20 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, di seguito tfue), a norma del quale “E’ istituita una cittadinanza dell’Unione” ed “E’ cittadino dell’Unione chiunque abbia la cittadinanza di uno Stato membro” (in tal ultimo senso, anche l’art. 9 del nuovo Trattato sull’Unione Europea, di seguito tue), già a partire dalla sentenza Grzelczyk[2] è noto come i giudici di Lussemburgo non abbiano mancato occasione di ribadire che «lo status di cittadino dell’Unione è destinato ad essere lo status fondamentale dei cittadini degli Stati membri», e come, di conseguenza, gli stessi abbiano negli anni provveduto a specificare i contenuti ed i limiti di tale affermazione (v. oltre), appare fuor di dubbio l’influenza esercitata al riguardo anche dall’evoluzione caratterizzante i rapporti tra Stati ed individui così come riconducibile alla mobilitazione di masse di disperati in cerca di condizioni di vita migliori, o comunque di soggetti cittadini dell’odierno mondo globalizzato, e dunque non più indissolubilmente radicati nel proprio paese d’origine.
Nella prospettiva da ultimo indicata, in particolare, appare necessario fin d’ora specificare come la categoria della cittadinanza, anche in sede dell’accennata normativa primaria europea, abbia subìto la determinante influenza dell’ideologia dei diritti umani, costringendo a riformularne i caratteri costitutivi, ma prima ancora imponendo una sostanziale rivisitazione del concetto di sovranità statale, perlomeno avuto riguardo ad alcune delle proprie peculiarità. E in tal ultimo senso sembra innanzitutto potersi sostenere come non possa più argomentarsi nel senso di una corrispondenza assoluta tra cittadinanza e nazionalità, i due elementi che tradizionalmente hanno valso a contraddistinguere il senso e la ragione ultima di appartenenza ad una comunità statale. Come è stato al riguardo efficacemente osservato “L’innovazione introdotta da Maastricht (…) non è improvvisa in quanto va collocata nel quadro delle profonde modifiche prodotte nel concetto di cittadinanza nell’era della globalizzazione. I grandi flussi migratori e la sempre più mondializzata attività delle persone stanno progressivamente mutando, per alcuni addirittura rendendo obsolete, le definizioni di appartenenza e di cittadinanza. Quest’ultimo concetto si sta evolvendo e diventando progressivamente internazionale e rendendo sempre consistente, quindi anacronistica, la corrispondenza tra “nazionalità” e “cittadinanza”. La prima identifica una posizione passiva rispetto all’ordinamento statuale, la cui utilità consiste nel distinguere un membro dello Stato da uno straniero, la seconda è invece un fattore di coesione sociale che implica una partecipazione consapevole alla vita politica e l’adesione ad una comunità d’intenti (…). E ciò è dovuto soprattutto alla progressiva affermazione di atti e di strumenti internazionali relativi ai diritti umani fondamentali, che limitano il potere assoluto degli Stati nel determinare le proprie normative in materia di attribuzione e di negazione o privazione della cittadinanza; atti e strumenti che inoltre riconoscono comunque allo straniero un corpus sempre più significativo di diritti (…). Il nesso tra nazionalità e diritti (…), fino ad oggi perno della società democratica va necessariamente riconsiderato nei termini per i quali, nell’ambito dei grandi flussi migratori, rischia di produrre esclusioni e conseguenze antidemocratiche”[3].
Insomma, per quanto sopra sommariamente esposto, in nome di una riscoperta della centralità dell’individuo, perlomeno in linea teorica pare potersi ormai argomentare nel senso di un vero e proprio diritto fondamentale alla cittadinanza[4] ascrivibile al soggetto in quanto tale, e cioè a prescindere da un legame effettivo con il singolo Stato nei cui confronti lo stesso rivendica uno o più diritti attribuiti ai tradizionali citizens, tali per ius sanguinis o ius soli. E a tale rinnovata riflessione sui caratteri costitutivi della cittadinanza con particolare riguardo al contesto ordinamentale europeo sembra decisamente ispirarsi, come accennato, l’azione della giurisprudenza della cgue nella sua evoluzione ermeneutica relativamente ai contenuti dell’istituto da ultimo richiamato.
2. La cittadinanza europea nella recente giurisprudenza della Corte di Giustizia
Un primo punto di svolta con riguardo al tema che in tale sede più da vicino ci riguarda può certamente essere rappresentato dalla pronuncia emessa dalla cgue relativamente alla causa Micheletti (C-369/90) del 7 luglio 1992, e dunque antecedentemente all’entrata in vigore del Trattato di Maastricht, come accennato introduttivo dell’istituto della cittadinanza, “ma già nel clima in cui questa è stata istituita”[5], in particolare sotto il profilo della delimitazione delle competenze statali in materia di attribuzione della cittadinanza: i giudici di Lussemburgo in tale occasione, ritenendo nello specifico incompatibile con il diritto ue il diniego da parte del governo spagnolo della libertà di prestazione di servizi prevista dall’allora Trattato ce ad un professionista cittadino sia italiano che argentino, hanno, infatti, tra l’altro statuito che “La determinazione dei modi di acquisto e di perdita della cittadinanza rientrano, in conformità del diritto internazionale, nella competenza di ciascuno Stato membro, competenza che deve essere esercitata nel rispetto del diritto comunitario (oggi dell’Unione). Non spetta, invece, alla legislazione di uno Stato membro limitare gli effetti dell’attribuzione della cittadinanza di un altro Stato membro, pretendendo un requisito ulteriore per il riconoscimento di tale cittadinanza al fine dell’esercizio delle libertà fondamentali previste dal Trattato. Non è pertanto ammissibile un’interpretazione dell’art. 52 del Trattato (oggi art. 49 tfue[6]) secondo la quale, allorché il cittadino di uno Stato membro è simultaneamente in possesso della cittadinanza di uno Stato terzo, gli altri Stati membri possono subordinare il riconoscimento dello status di cittadino comunitario (oggi dell’Unione) ad una condizione come la residenza abituale dell’interessato nel territorio dello Stato”. “Ciò facendo [la cgue, ndr] si è distaccata dalla prassi tradizionale secondo cui la cittadinanza attribuita ad una persona da uno Stato è invocabile in un altro Stato solo se le è attribuita sulla base di un collegamento effettivo con questo. Lo ha potuto fare perché nell’ambito comunitario la cittadinanza di uno Stato membro è venuta ad essere percepita dagli altri Stati membri come avente un rilievo che prima non aveva divenendo, per le persone che la posseggono, il presupposto per l’acquisizione della cittadinanza dell’Unione”[7].
E’ da dire come l’indirizzo interpretativo evidenziato dalla cgue in occasione della pronuncia testé richiamata possa indubbiamente considerarsi alla stregua di un primo riflesso dell’evidente, a volte perfino sfacciato, favor civitatis nell’analisi e regolamentazione giurisprudenziale del rapporto tra cittadinanza europea e cittadinanza nazionali, in primis ispirate alla c.d “comunitarizzazione” di un numero sempre crescente di ambiti giuridici e, dunque, alla non casuale restrizione degli ambiti operativi della discrezionalità statale nei confronti delle (supposte) potenziali capacità espansive ascrivibili, sempre nell’opinione della Corte, alla cittadinanza europea con specifico riferimento ai diritti alla stessa riconducibili. A tal ultimo riguardo è da rimarcare che “Tale operazione ermeneutica è stata realizzata dai giudici di Lussemburgo trattando una serie di questioni come connesse ai principi di libera circolazione delle persone tra gli Stati membri, adottando, cioè, in relazione a diverse fattispecie, precedentemente ritenute di stretta competenza statale, una prospettiva di progressiva integrazione su scala transnazionale, tesa all’avvicinamento delle posizioni dei nazionali e dei cittadini di altri Stati dell’Unione nei Paesi ospitanti. In particolare, attraverso la coniugazione del principio di non discriminazione sulla base della nazionalità come corollario della cittadinanza europea, la Corte sembra essere riuscita a rendere sempre più effettivi i diritti conseguenti alle libertà fondamentali previste dal Trattato e dal diritto derivato, contemporaneamente privando gli Stati membri del potere di regolare una serie di posizioni sulla base del mero diritto interno. La cittadinanza dell’Unione, in definitiva, è stata utilizzata dalla Corte come strumento di valorizzazione, non solo delle libertà fondamentali previste dal Trattato, ma anche dei diritti individuali ad esse connessi”[8].
Ed è in occasione della sentenza resa dalla cgue con riguardo all’accennata causa Grzelczyk che l’opzione ermeneutica da ultimo richiamata si palesa in tutta la sua “drammaticità”: in tale sede, infatti, la Corte, interpellata dal giudice nazionale (belga) sulla possibilità che i principi di cittadinanza europea e di non discriminazione di cui ai Trattati precludessero la subordinazione del beneficio di una prestazione sociale di un regime non contributivo alla condizione in forza della quale i cittadini appartenenti ad altro Stato membro (in particolare, la Francia) fossero considerati lavoratori, condizione invece non applicabile ai cittadini dello Stato membro ospitante (appunto, il Belgio), come detto individuava nella cittadinanza dell’Unione la peculiarità della posizione attribuibile ai cittadini della stessa facenti parte. In particolare, la cgue, all’interno di una prospettiva di valorizzazione dell’individuo in sé considerato e da non considerarsi dunque più come mero attore economico relativamente al processo d’integrazione europeo, in tale sede ha colto l’occasione per statuire come il singolo cittadino dell’ue non possa subire discriminazioni in ragione della sua nazionalità con riguardo ai settori disciplinati dal diritto dell’Unione, e ciò proprio in ragione della vis espansiva e conseguentemente della preminenza ascrivibile, a suo dire, all’istituto in esame rispetto alle cittadinanze nazionali.
L’identificazione della cittadinanza europea con lo status fondamentale attribuibile ad ogni cittadino dell’Unione, in quanto cittadino di uno suo Stato membro, nei termini appena sommariamente descritti non poteva non trovare seguito nell’opinione giurisprudenziale dei giudici lussemburghesi successivamente alla sentenza da ultimo indicata: ad esempio, anche in occasione della sentenza Bidar[9], relativa alla valutazione della conformità con il diritto dell’Unione delle condizioni di concessione del supporto agli studenti previsto dalle legislazioni inglesi e gallesi ai fini della copertura dei costi di mantenimento sugli stessi gravanti, la Corte ha infatti ribadito come, sempre in base al principio di non discriminazione sulla base della nazionalità, l’istituto della cittadinanza europea non permetta un’arbitraria limitazione da parte del singolo Stato al diritto di soggiorno dei cittadini “comunitari”, diritto di soggiorno che al contrario può essere soggetto a limiti e condizioni nel rispetto del diritto dell’Unione e dei suoi principi generali.
Ancora, in occasione della sentenza pronunciata con riguardo al caso Bressol[10] la cgue ha confermato l’indirizzo ermeneutico precedentemente richiamato, in particolare rifacendosi agli artt. 18 e 21 del tfue: tali disposizioni, nello stabilire rispettivamente che “Nel campo di applicazione dei trattati, e senza pregiudizio delle disposizioni particolari dagli stessi previste, è vietata ogni discriminazione effettuata in base alla nazionalità. Il Parlamento europeo e il Consiglio, deliberando secondo la procedura legislativa ordinaria, possono stabilire regole volte a vietare tali discriminazioni” e che “1. Ogni cittadino dell'Unione ha il diritto di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri, fatte salve le limitazioni e le condizioni previste dai trattati e dalle disposizioni adottate in applicazione degli stessi. 2. Quando un'azione dell'Unione risulti necessaria per raggiungere questo obiettivo e salvo che i trattati non abbiano previsto poteri di azione a tal fine, il Parlamento europeo e il Consiglio, deliberando secondo la procedura legislativa ordinaria, possono adottare disposizioni intese a facilitare l'esercizio dei diritti di cui al paragrafo 1. 3. Agli stessi fini enunciati al paragrafo 1 e salvo che i trattati non abbiano previsto poteri di azione a tale scopo, il Consiglio, deliberando secondo una procedura legislativa speciale, può adottare misure relative alla sicurezza sociale o alla protezione sociale. Il Consiglio delibera all'unanimità previa consultazione del Parlamento europeo”, inevitabilmente limitano, con riguardo al caso specifico, anche i poteri statali in materia di istruzione e formazione professionale, contribuendo in prospettiva più ampia a configurare la cittadinanza dell’Unione come attributiva di una sorta di surplus di garanzie e prerogative, nei termini suesposti, a favore dei cittadini degli Stati membri da considerarsi, si ribadisce, in quanto tali, e dunque scevri da qualunque effettività e/o potenzialità economicamente rilevanti.
Già da questi sommari accenni alle posizioni della giurisprudenza lussemburghese con riferimento all’istituto della cittadinanza, appaiono intuibili la sua astratta capacità ipertrofica, e dunque le conseguenti tendenzialmente illimitate applicazioni interpretative allo stesso ascrivibili con particolare riguardo non semplicemente alla libertà di circolazione del soggetto cittadino, ma a) anche ad altri aspetti della vita dello stesso, oltretutto non più uti singuli considerato, e b) perfino avuto riguardo ai suoi familiari qualora non cittadini europei.
a) Arresto esemplare della Corte lussemburghese nella prospettiva per prima appena indicata e meritevole di considerazione ai fini che più da vicino ci riguardano è senza dubbio rappresentato dal dispositivo di cui alla sentenza Rottmann[11], in occasione della quale la cgue per la prima volta “invade” la tradizionale intangibile discrezionalità nazionale in tema di acquisto e perdita della cittadinanza, con particolare riguardo alle conseguenti in termini di apolidia derivanti dalla revoca della stessa, appunto, peraltro precedentemente acquisita in maniera fraudolenta. Segnatamente, in tale occasione la Corte, pur ribadendo la (teorica) insindacabilità del potere statale in materia, specifica come lo status di cittadino dell’Unione, in quanto destinato a rappresentare la posizione fondamentale dei cittadini europei, determini un corrispondente obbligo gravante sugli Stati membri di esercitare (anche) la propria competenza in materia di cittadinanza nel rispetto dello stesso diritto ue, e ciò in nome di un’asserita autonomia di cui lo status in questione sarebbe dotato. Conseguentemente, se è vero che la revoca della cittadinanza ottenuta in frode alla legge a fortiori astrattamente compete allo Stato, neanche in un caso del genere tuttavia potrà ignorarsi il diritto dell’Unione, con particolare riguardo, si specifica, al principio di proporzionalità, considerato che perdita della cittadinanza nazionale equivale anche a perdita della cittadinanza europea. Ciò per i giudici europei inevitabilmente importa che la cittadinanza dell’Unione si ponga come concreto limite alla suddetta discrezionalità statale, tanto che la Corte in tale sede si spinge perfino a “suggerire” al giudice nazionale alcuni criteri in base ai quali sindacare in merito alla legittimità o meno dell’azione statale con riguardo al contesto in esame: in particolare, andrà valutata la gravità dell’infrazione commessa alla base del provvedimento di revoca, il tempo intercorso tra la naturalizzazione e la perdita di cui sopra, nonché l’eventuale possibilità per l’interessato di riacquisire la cittadinanza originaria.
b) Dal secondo dei punti di vista appena indicati, come appresso meglio si vedrà, per la cgue sembra quasi scontato che dalla configurazione in chiave personalistica e non più meramente economica della cittadinanza europea come status fondamentale dei cittadini dell’Unione non possano non derivare diritti anche a favore di coloro che, per quanto non riconducibili all’ordinamento di nessuno Stato membro, appartengano al nucleo familiare del cittadino europeo, e ciò ai fini, è bene specificare, dell’effettività dello stesso status. Per i giudici europei si cadrebbe, in altri termini, in un’insuperabile incongruenza l’attribuire a favore del singolo cittadino ue una serie di diritti e privilegi di cui lo stesso, tuttavia, non potrebbe in pratica godere in ragione dell’appartenenza della propria famiglia d’origine alla realtà ordinamentale di un paese extracomunitario. Di conseguenza, il principale contesto relativamente al quale le potenzialità insite nel concetto di cittadinanza per come configurato dalla Corte di Giustizia hanno quasi da subito manifestato le proprie già accennate capacità di sviluppo è rappresentato dal diritto al ricongiungimento familiare, innanzitutto con specifico riguardo all’affidamento di un minore (cittadino ue) al familiare (non cittadino ue).
In tal ultimo senso indicato, ci si riferisce, segnatamente, alla pronuncia emessa dalla cgue con riguardo al noto caso Zhu e Chen[12], originato dalla politica della limitazione delle nascite in Cina, in conseguenza della quale i coniugi Chen decisero di far nascere all’estero, e precisamente a Belfast, capitale dell’Irlanda del Nord, il loro secondo figlio (una femmina), opzione peraltro niente affatto casuale atteso che il diritto irlandese attribuisce ai soggetti nati sull’isola la relativa cittadinanza. Successivamente alla nascita della bambina, dunque cittadina irlandese a tutti gli effetti, la madre, trasferitasi con la neonata a Cardiff, presentava alle competenti autorità gallesi una duplice richiesta di permesso di soggiorno di lunga durata che venne, però, respinta, nonostante la donna avesse dimostrato che lei e la piccola godevano di autosufficienza economica e di un’assicurazione malattia. La Corte, investita in merito alla legittimità o meno del suddetto rifiuto, in primis precisava che il raggiungimento dell’età (e dunque della capacità giuridica) necessaria ai fini dell’autonomo esercizio dei diritti al soggetto garantiti dal diritto primario e secondario ue non può porsi come condizione sospensiva con riguardo alla titolarità degli stessi; poi, una volta rimarcato l’effetto diretto del suindicato art. 21 tfue, conseguentemente intanto ribadiva che in forza del più volte richiamato status di cittadino di uno Stato membro, e dunque dell’Unione, il diritto di soggiorno della bambina poteva essere incondizionatamente rivendicato, successivamente allargando tale ultimo indicato diritto anche alla madre: in particolare, la Corte affermava che, nelle condizione specifiche del caso in esame, le stesse disposizioni che attribuiscono ad un cittadino in tenera età il diritto di soggiorno conferiscono tale diritto anche al genitore che ha effettivamente la custodia del cittadino. Il riconoscimento di tale diritto discenderebbe, sempre nell’opinione dei giudici del Lussemburgo, dal principio dell’effetto utile, in base al quale le disposizioni del diritto comunitario vanno interpretate e applicate in modo da realizzare pienamente gli obiettivi che intendono perseguire. È evidente, infatti, che una bimba in tenera età possa esercitare effettivamente il diritto di soggiorno solo se accompagnata alla persona che ne garantisce la custodia e a condizione che questa, pertanto, sia anch’essa titolare di un diritto di soggiorno all’interno dello Stato ospitante. Negare il diritto di soggiorno alla madre, quindi, “priverebbe di qualsiasi effetto utile il diritto di soggiorno” della figlia.
Sempre nel solco tracciato dalla sentenza appena richiamata, e ad ulteriore conferma della vis espansiva ascrivibile, secondo la Corte di Giustizia, alla cittadinanza europea, si pone la “rivoluzionaria” decisione pronunciata dalla stessa cgue relativamente al caso Zambrano[13]. Il caso, com’è noto, riguarda la richiesta avanzata da due coniugi colombiani, da tempo costretti dal perdurante stato di guerra civile all’interno del proprio Stato d’origine ad abbandonarne i confini, trasferitisi in Belgio al fine di ottenere un permesso di soggiorno permanente, tuttavia respinto al pari delle precedenti istanze volte al riconoscimento del diritto d’asilo a favore di entrambi. Successivamente alla nascita dei figli della coppia all’interno del territorio belga, e dunque dell’Unione, cittadini europei a tutti gli effetti anche in considerazione della mancanza di richiesta di registrazione della cittadinanza colombiana avanzata dai due genitori, i coniugi Zambrano presentavano una nuova richiesta di permesso di soggiorno e di lavoro, in difetto dei quali gli stessi sarebbero stati costretti ad abbandonare il continente europeo con i figli al seguito. La Corte lussemburghese, interpellata dal Tribunal du travail de Bruxelles in merito all’applicabilità del diritto dell’Unione al caso di specie anche qualora i figli (belgi) dei suddetti coniugi non abbiano mai esercitato il proprio diritto alla libera circolazione all’interno del territorio degli Stati membri, diversamente che dal passato sancisce la rilevanza per il diritto ue (anche) di una situazione puramente interna: se in precedenza, infatti, questioni del genere quale quella adesso in esame venivano prese in considerazione dalla cgue solo a condizione della loro riconducibilità all’accennato principio di libera circolazione degli individui tra gli Stati membri[14], in tal sede tale accennata prospettiva transnazionale viene accantonata e sostituita dal già accennato approccio di matrice decisamente più europea, e ciò segnatamente in forza della suindicata rinnovata considerazione dell’istituto della cittadinanza europea quale diritto ex se rilevante.
La Corte, in particolare, intanto sancisce al caso di specie l’inapplicabilità della direttiva 2004/38 relativa alla mobilità e soggiorno dei cittadini, e dei rispettivi familiari, dell’Unione in Stati membri diversi da quello di cittadinanza, statuendo però d’altro canto la rilevanza del diritto UE attraverso il richiamo al già indicato art. 20 tfue, il cui spettro applicativo è tale, sempre per i giudici europei, da impedire qualsiasi restrizione al godimento pieno ed effettivo dei diritti connessi allo status di cittadino dell’Unione per come sancito dalla citata pronuncia Grzelczyk e più volte in seguito ribadito. In altri termini, “la Corte di giustizia invoca un diritto a non vedersi costretti ad abbandonare il territorio dello dell’unione, qualificabile come dimensione negativa del diritto a stare nel territorio dell’Unione, nel cui alveo è ricompreso anche il diritto di soggiorno nel proprio Stato di appartenenza. Tale diritto viene direttamente collegato al possesso della cittadinanza europea e ad esso è attribuita una dimensione autonoma rispetto al fattore della previa circolazione da uno Stato membro all’altro. In particolare, suddetto diritto è fatto rientrare nella nuova categoria dell’essentiel des droits che è in grado di ricomprendere diritti riconducibili allo status di cittadino europeo anche non elencati specificamente nell’articolo 20, paragrafo 2, del tfue”[15]. Secondo la Corte, dunque, un diniego del diritto di soggiorno al genitore cittadino di un paese terzo, che abbia in carico due minori cittadini di uno Stato dell'Unione, rappresenta un'eccessiva compressione dei diritti di questi ultimi connessi alla cittadinanza dell'Unione e un ostacolo al pieno ed effettivo godimento degli stessi[16]. In aggiunta, al soggetto cittadino dello Stato terzo non deve essere nemmeno negato il permesso di lavoro, perché rischierebbe, altrimenti, di non disporre dei mezzi necessari per far fronte alle esigenze e ai bisogni primari del nucleo familiare[17].
Insomma, nell’opinione dei giudici della cgue “Se in passato (…) la cittadinanza dell’Unione era stata vista come lo strumento per promuovere il godimento dei diritti connessi allo status di cittadini di uno Stato membro, oggi assurge a elemento centrale per la protezione di un nucleo fondamentale di diritti. Fra questi rientra, e non può essere altrimenti, il diritto dei minori a non essere allontanati dai loro genitori o, comunque, a non essere costretti ad abbandonare il territorio dell’Unione per seguire i propri genitori”[18].
La svolta interpretativa sui contenuti della cittadinanza europea inaugurata nei termini suesposti in occasione della sentenza Zambrano non poteva certamente rappresentare un caso isolato con riguardo l’attivismo ermeneutico ascrivibile all’operato della cgue che, con riguardo ad altri casi simili a quelli cui si è sommariamente fatto cenno, non ha perso occasione per ribadire i propri rinnovati intendimenti sulla ratio ultima, a suo dire, attribuibile alla cittadinanza ue, seppur con le opportune precisazioni ed i dovuti distinguo, nello specifico da parte della cgue operati con riferimento ai casi McCarthy[19], Dereci e Maahanmuuttovirasto[20].
Segnatamente, il primo caso riguardava il rigetto di una richiesta di riconoscimento di un diritto di soggiorno ai sensi del diritto dell’Unione europea avanzata dalla sig.ra McCarthy, cittadina irlandese e del Regno Unito e dunque europea, dinanzi ad uno dei due Stati membri di cui la stessa possiede la cittadinanza e nel quale ha sempre risieduto, e finalizzata ad attribuire al proprio allora neoconiuge di nazionalità giamaicana, quindi non europea, un analogo diritto di soggiorno ai sensi della suindicata direttiva 2004/38, considerato che la normativa del Regno Unito in materia d’immigrazione non prevede la possibilità dell’attribuzione di un diritto di tal fatta[21]. Di fronte ai dubbi interpretativi sollevati al riguardo in sede di rinvio pregiudiziale da parte della Supreme Court of the United Kingdom, soprattutto relativamente alla possibilità di considerare un soggetto in possesso di doppia cittadinanza che, però, non ha mai esercitato il proprio diritto alla libera circolazione e soggiorno all’interno del territorio dell’Unione, “avente diritto” ai sensi della direttiva da ultimo richiamata, e volutamente tralasciando ogni considerazione sulla quantomeno originalità di una richiesta inoltrata per l’applicazione della direttiva 2004/38 da parte di un soggetto che già gode, in quanto titolare di un (doppia) cittadinanza europea, dei diritti di cui alla stessa, la Corte lussemburghese, sulla base di «un’interpretazione letterale, teleologica e sistematica», innanzitutto esclude anche qui l’applicabilità della richiamata direttiva [«che si occupa delle modalità di esercizio del diritto di circolare e soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri [e], non può essere destinata a trovare applicazione ad un cittadino dell’Unione che goda di un diritto di soggiorno incondizionato per il fatto che soggiorna nello Stato membro di cui ha la cittadinanza» (p.ti 31 e 34 della sentenza)], attesa la mancata realizzazione del presupposto essenziale ai fini dell’operatività della stessa, e cioè la circolazione da uno Stato all’altro, oltretutto al riguardo escludendo l’eventuale capacità “sanante” in tal senso espletata dal possesso della doppia cittadinanza, affrettandosi poi però a specificare, al pari di quanto già statuito con riferimento al caso Zambrano, che la testé indicata non applicazione non implica anche la non rilevanza all’interno dei singoli ordinamenti nazionali del diritto ue in casi del genere, e ciò sempre in considerazione della già esaminata rinnovata impostazione ermeneutica con riferimento all’art. 20 tfue [che, in questo caso, letto in connessione con l’art. 21 tfue, si ribadisce «osta a provvedimenti nazionali che abbiamo l’effetto di privare i cittadini dell’Unione del godimento reale ed effettivo del nucleo essenziale dei diritti conferiti dallo status suddetto» (p.to 47 della sentenza, che a sua volta riprende la decisione Zambrano, p.to 42)] donde l’affermazione in forza della quale lo status di cittadino dell’Unione è destinato a rappresentare lo status fondamentale dei cittadini degli Stati membri.
A differenza di quanto sancito con riguardo al caso Zambrano, tuttavia, la Corte in tal sede avalla il rigetto della suddetta (duplice) richiesta avanzata dalla sig.ra McCarthy, a proposito puntualizzando come la misura nazionale di rigetto di cui sopra “non ha come conseguenza che la sig.ra McCarthy si vedrà obbligata a lasciare il territorio dell’Unione”: segnatamente, la cgue in tal caso “fa leva soprattutto su un presupposto giuridico, ossia sulla circostanza che la sig.ra McCarthy gode, in virtù di un principio generale di diritto internazionale, di un diritto di soggiorno incondizionato nel Regno Unito, in quanto possiede la cittadinanza di tale Paese[22]. (…) la Corte muove dall’assunto che la sig.ra McCarthy non versi in una particolare situazione paragonabile a quella dei due cittadini Ruiz Zambrano per la loro minore età e che le misure nazionali non possano produrre su di lei l’effetto di farle abbandonare il territorio dell’Unione (…) è alla luce della diversa valutazione degli elementi fattuali alla base dei due casi che la Corte giunge a risultati diametralmente opposti: nel caso McCarthy, la Corte di giustizia dà per assodato che trattandosi di cittadina europea maggiorenne ed economicamente indipendente, il provvedimento nazionale non produca alcun effetto sul nucleo essenziale dei suoi diritti; al contrario, in Ruiz Zambrano veniva dato per assunto che i bambini cittadini dell’Unione avrebbero abbandonato il territorio dell’Unione”[23].
Analoga impostazione a quanto fin qui esaminato è conferita dai giudici lussemburghesi alla pronuncia riguardante il caso Dereci, anch’essa relativa a cittadini europei che non avevano mai esercitato il proprio diritto alla libera circolazione all’interno del territorio dell’Unione ed in occasione della quale, specificamente, la Corte ha ancora una volta confermato la bontà e l’efficacia, a suo dire, del criterio già in precedenza indicato e basantesi sul godimento reale ed effettivo dei diritti legati alla cittadinanza dell’Unione per tutelare la posizione di quei cittadini che, non autonomi, si troverebbero obbligati “di fatto, ad abbandonare il territorio non solo dello Stato membro di cui sono cittadini, ma anche dell’Unione considerata nel suo complesso” in presenza di un provvedimento nazionale di espulsione emesso nei confronti dei propri familiari, provvedendo al contempo però a restringere l’ambito della relativa disciplina.
In particolare, la Corte, interpellata in merito alla domanda pregiudiziale sollevata dal Verwaltungsgerichtshof austriaco avuto riguardo all’interpretazione del già citato art. 20 tfue, non ha mancato l’occasione di specificarne limiti e condizioni di applicabilità con riferimento al rifiuto opposto dal Ministero degli interni d’Austria alla richiesta di permesso di soggiorno presentata da vari soggetti, tutti provenienti da paesi terzi e familiari di cittadini dell’Unione Europea anche qui mai avvalsi dal proprio diritto alla libera circolazione tra Stati membri, con conseguenti provvedimenti d’espulsione o allontanamento dal territorio austriaco, e dunque dell’Unione: i giudici lussemburghesi, infatti, dopo avere escluso anche in questo caso l’applicabilità della direttiva 2004/38 di cui sopra, nonché della direttiva 2003/86 relativa al ricongiungimento familiare, riprendono il criterio guida ispiratore della citata sentenza Zambrano ispirata, come visto, alla garanzia, per i cittadini europei, del diritto di risiedere all’interno del territorio dell’Unione, come condizione necessaria per «il godimento effettivo e sostanziale dei diritti attribuiti dallo status di cittadino dell’Unione» (p.to 40 della sentenza in oggetto), offrendone tuttavia una lettura riduttiva facente leva sull’eccezionalità dello stesso, segnatamente giustificato dalla peculiare condizione dei soggetti (minori economicamente non autosufficienti) protagonisti della già esaminata vicenda svoltasi in Belgio, tanto da affermare che «questo criterio riveste [pertanto] un carattere molto particolare in quanto concerne l’ipotesi in cui, malgrado la circostanza che il diritto derivato relativo al diritto di soggiorno dei cittadini di Stati terzi non sia applicabile, un diritto di soggiorno non può essere negato, in via eccezionale, al cittadino di uno Stato terzo, familiare di un cittadino di uno Stato membro, a pena di trascurare l’efficacia pratica della cittadinanza dell’Unione di cui gode quest’ultimo» (p.to 67 della sentenza). Ed escludendo che tale ipotesi si verifichi con riguardo al caso Dereci, si giunge infine ad affermare che «la mera circostanza che possa apparire auspicabile al cittadino di uno Stato membro per ragioni economiche o per mantenere l’unità familiare nel territorio dell’Unione, che i suoi familiari, che non possiedono la cittadinanza di uno Stato membro, possano soggiornare con lui nel territorio dell’Unione, non basta di per sé a far ritenere che il cittadino dell’Unione sia costretto ad abbandonare il territorio dell’Unione qualora un tale diritto non gli venga concesso» (p.to 68 della sentenza), in ultima analisi rimettendo al singolo giudice nazionale la valutazione sulla compatibilità delle misure del proprio ordinamento con il diritto ue con riguardo specifico alle peculiarità del caso concreto.
Rilevanti analogie con i casi fin qui sommariamente esaminati presenta il caso Maahanmuuttovirasto, relativamente al quale la cgue si è pronunciata in merito alle domande pregiudiziali con cui il giudice nazionale (finlandese) chiede se le disposizioni del diritto dell’Unione in materia di cittadinanza dell’Unione debbano essere interpretate nel senso che esse ostano a che uno Stato membro neghi a un cittadino di un paese terzo un permesso di soggiorno per ricongiungimento familiare, sebbene tale cittadino intenda vivere con sua moglie, anch’essa cittadina di un paese terzo residente legalmente in tale Stato membro e madre di un bambino, nato da un primo matrimonio e che è cittadino dell’Unione, nonché con il figlio nato dalla loro unione, anch’egli in possesso della qualità di cittadino di un paese terzo[24]. La Corte al riguardo sostanzialmente conferma quanto già statuito in occasione dei casi esaminati in precedenza, con l’unica eccezione di considerare applicabile al caso in questione la direttiva 2003/86 sul ricongiungimento familiare tra cittadini europei e propri consanguinei appartenenti a Stati terzi: dopo avere, infatti, ribadito che “l’articolo 20 tfue deve essere interpretato nel senso che esso non osta a che uno Stato membro neghi a un cittadino di un paese terzo un permesso di soggiorno per ricongiungimento familiare, sebbene tale cittadino intenda vivere con sua moglie, anch’essa cittadina di un paese terzo residente legalmente in tale Stato membro e madre di un figlio, nato da un primo matrimonio e che è cittadino dell’Unione, nonché con il figlio nato dalla loro unione, anch’egli cittadino di un paese terzo, a condizione che un siffatto diniego non comporti, per il cittadino dell’Unione in questione, la privazione del godimento effettivo del nucleo essenziale dei diritti attribuiti dallo status di cittadino dell’Unione, circostanza che spetta al giudice del rinvio verificare”, i giudici lussemburghesi aggiungono che “domande di permesso di soggiorno per ricongiungimento familiare come quelle oggetto dei procedimenti principali rientrano nell’ambito di applicazione della direttiva 2003/86. L’articolo 7, paragrafo 1, lettera c), di quest’ultima deve essere interpretato nel senso che, se è pur vero che gli Stati membri possono chiedere che il soggiornante dimostri di disporre di risorse stabili e regolari sufficienti per mantenere se stesso e i suoi familiari, tale facoltà deve però essere esercitata alla luce degli articoli 7 e 24, paragrafi 2 e 3, della Carta, i quali impongono agli Stati membri di esaminare le domande di ricongiungimento familiare nell’interesse dei minori interessati oltre che nell’ottica di favorire la vita familiare, nonché evitando di pregiudicare sia l’obiettivo di tale direttiva sia il suo effetto utile. Spetta al giudice del rinvio verificare se le decisioni di diniego dei permessi di soggiorno oggetto dei procedimenti principali siano state adottate nel rispetto di tali requisiti”.
3. Riflessioni critiche sull’operato del legislatore europeo e della Corte di Giustizia con riferimento ai caratteri della (presunta) cittadinanza europea
Le posizioni ricoperte, nei termini testé sommariamente richiamati, dai giudici lussemburghesi con riferimento all’istituto della cittadinanza europea non convincono appieno.
Al riguardo, pare, tuttavia, opportuno premettere alcune considerazioni critiche relative alla categoria concettuale in oggetto, così come caratterizzata ed elaborata a far data dal Trattato di Maastricht.
Segnatamente, ciò che suscita più di una perplessità è rappresentato dalla stessa possibilità di intendere la cittadinanza europea al pari di quello status politico e giuridico, 1) insieme composito di diritti e doveri, nonché 2) sinonimo di partecipazione ed inclusione, che il singolo Stato, nell’esercizio della propria sovranità, attribuisce ai propri cittadini con riferimento all’articolazione e disciplina dei rapporti con lo stesso intercorrenti e dallo stesso originanti, e questo a dispetto della “solenne” investitura ricevuta dall’istituto in esame all’interno dei Trattati ue nei termini in precedenza richiamati (artt. 9 tue e 20 tfue): 1) da un lato, infatti, l’ordinamento dell’Unione Europea non può certamente intendersi come caratterizzato da un sufficiente grado di originalità ed autonomia rispetto ai contesti ordinamentali dei propri Stati membri tale da potere allo stesso ascrivere (anche) il carattere della sovranità, com’è noto condizione imprescindibile ai fini della reale individuazione della categoria in oggetto (al riguardo, v. oltre); dall’altro, dall’analisi delle disposizioni dei Trattati relative alla cittadinanza, per quanto sia possibile individuare più di un diritto dalla stessa conseguente, eguale affermazione non sembra possa valere con riguardo a doveri, obblighi e/o responsabilità di sorta, che, a loro volta, contraddistinguono il naturale legame instaurantesi tra Stato - collettività ed individuo, la cittadinanza appunto: così come statuito dallo citato art. 20 tfue e come specificamente disciplinato, infatti, dalle disposizioni allo stesso susseguenti il (presunto) cittadino europeo è titolare (solo) dei diritti di circolare e soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri (art. 21 tfue), del diritto di voto attivo e passivo al Parlamento europeo e alle elezioni comunali dello Stato membro in cui risiede (art. 22 tfue), del diritto di godere, nel territorio di un Paese terzo nel quale lo Stato membro di cui possiede la cittadinanza non è rappresentato, della tutela delle autorità diplomatiche e consolari di qualsiasi Stato membro, alle stesse condizioni dei cittadini di detto Stato (art. 23 tfue), il diritto di petizione al Parlamento Europeo (art. 24, c. II tfue), il diritto di ricorrere al Mediatore Europeo (art. 24, c. III tfue) ed il diritto di rivolgersi alle Istituzioni e agli organi consultivi dell’Unione in una delle lingue dei Trattati e di ricevere una risposta nella stessa lingua (art. 24, c. IV tfue), mentre traccia alcuna all’interno dei Trattati non pare rinvenibile con riferimento a doveri od obblighi nel senso suindicato, e ciò a dispetto della lettera dello stesso art. 20 tfue che al proprio punto 2 sancisce come i cittadini dell’Unione siano soggetti (anche) “ai doveri previsti nei Trattati”[25]. 2) Oltretutto, non può certamente considerarsi una novità la “cronica” carenza di partecipazione alla vita ed alla evoluzione delle Istituzioni europee da parte dei cittadini degli Stati ad esse appartenenti, non potendo certamente considerarsi in tal ultimo risolutivi i testé indicati diritti di cui all’art. 20 e alle norme successive: al riguardo, è noto, infatti, come il corretto funzionamento delle Istituzioni di Bruxelles, e dunque l’intero processo d’integrazione, sia inficiato dall’irrisolto problema del c.d. deficit democratico, autentica causa di privazione di legittimità democratica nei confronti delle stesse.
Ancora, non può né deve trascurarsi che, sempre ai sensi del contenuto di cui agli artt. 20 tfue e 9 tue, la discrezionalità in ordine all’individuazione di coloro da considerarsi cittadini sia da considerarsi prerogativa esclusiva degli Stati membri, con ciò fugando qualunque residuo dubbio in ordine ad una presunta legittimazione dell’ue in tale direzione: le disposizioni da ultimo richiamate, infatti, secondo la novella del Trattato di Lisbona, oltre a quanto già in precedenza richiamato, stabiliscono che “la cittadinanza dell’Unione si aggiunge alla cittadinanza nazionale e non sostituisce quest’ultima”. Al riguardo, e volutamente tralasciando ogni commento in merito alla discutibile inutile duplicazione del disposto di cui alle due norme appena citate, è utile specificare come la statuizione testé richiamata in realtà confermi la precarietà dell’istituto in questione proprio attraverso il rinvio alla competenza statale in materia, e dunque il proprio carattere eteronomo ed indiscutibilmente derivato. E, compiendo un passo indietro, ciò, a ben ragionare, non potrebbe essere diversamente, atteso il carattere non certo originario e le peculiarità dell’attuale impianto ordinamentale europeo che, sorto sulla base della spontanea iniziativa statale al fine specifico della gestione comune di determinate materie, ed ancora contraddistinto dal mancato compimento di ogni velleità federalista, perdura nella propria anomala condizione di ibrido organismo interstatale e transnazionale; in altri termini, ed anche con specifico riferimento all’istituto della cittadinanza europea, “Che piaccia o meno, l’Unione Europea non è uno Stato. La Comunità Europea è più che una mera area di libero scambio, più che una semplice unione doganale, più di un mercato comune con le sue quattro libertà ed il suo principio di non discriminazione in ragione della nazionalità. Esiste una forma di cittadinanza dell’Unione – conseguente all’entrata in vigore del trattato di Maastricht – ma questa non trasforma l’Unione o la Comunità Europea in uno Stato: l’esercizio delle loro competenze è sempre stato assoggettato innanzitutto al principio di attribuzione, così come accade in tutte le organizzazioni intergovernative, ivi compresa l’Organizzazione delle Nazioni Unite. I trattati che istituiscono la Comunità Europea e sull’Unione Europea non stabiliscono alcuna competenza in materia di attribuzione della nazionalità (…) “L’Unione europea non è uno Stato: essa non ha popolazione – le sue istituzioni non hanno alcuna competenza per attribuire la cittadinanza, che deriva automaticamente da una decisione dei suoi Stati membri e che essa non può contestare – né territorio: le istituzioni dell’Unione non hanno alcun titolo per ammettere un cittadino proveniente da uno Stato terzo nel territorio dell’Unione – più correttamente nel territorio dei suoi Stati membri – né tantomeno per rifiutargli l’accesso o per procedere all’espulsione”[26].
Tutto ciò premesso, l’affermazione in forza della quale «lo status di cittadino dell’Unione è destinato ad essere lo status fondamentale dei cittadini degli Stati membri», che, come già specificato, la cgue non ha mancato in più di un’occasione di ribadire, in realtà non pare potersi condividere, e ciò proprio in ragione della carenza genetica caratterizzante l’istituto della cittadinanza europea nei termini appena descritti; in altri termini, considerato che la categoria in questione nasce come inevitabilmente contraddistinta da strutturali quanto insuperabili elementi di precarietà, come accennato direttamente riconducibili al carattere derivato non semplicemente proprio ma dell’ordinamento europeo genericamente inteso, individuare nella stessa l’appiglio ideologico – normativo su cui fondare la posizione del cittadino europeo, per tal via specificamente rafforzata e garantita, secondo i giudici lussemburghesi, da un plus di diritti e vantaggi, sembra rappresentare un’insanabile contraddizione, e prima ancora un nonsenso giuridico ben difficilmente superabile.
Cioè, che un apparato ordinamentale ancora alla ricerca di sé quale quello caratterizzante l’architettura istituzionale e normativa del Vecchio Continente sia però già titolare di un sufficiente grado di sovrana legittimazione tanto che la posizione dei cittadini appartenenti a suoi Stati membri, solo perché tali, vedano significativamente arricchita la propria condizione rappresenta una tesi che lascia spazio a più di una perplessità, e ciò anche considerato che allo stato attuale non è ancora del tutto chiaro in cosa consista quel “nucleo essenziale di diritti” direttamente riconducibile, nell’opinione della Corte, allo status di cittadino europeo, come già indicato più volte dalla stessa richiamato con riferimento al mancato o meno godimento reale ed effettivo dei medesimi. A tal ultimo riguardo, infatti, appare tutt’ora oscuro se i diritti cui la cgue fa riferimento in occasione delle sentenze innanzi richiamate siano riconducibili ai Trattati o (anche) alla Carta dei Diritti Fondamentali, e dunque alla Convenzione Europea per i Diritti dell’Uomo: se ci sofferma, ad esempio, sul contenuto delle sentenze Dereci e McCarthy, infatti, il dubbio che i diritti in essa richiamati non coincidano con quelli di cui alla Carta di Nizza è suffragato dal doppio binario argomentativo seguito in tale sede dalla Corte. In particolare, “Colpisce che la Corte nell’esplicazione del proprio ragionamento abbia ritenuto di mantenere separate le due prospettive di analisi, fondate l’una sulle norme del Trattato in materia di cittadinanza dell’Unione e l’altra sul diritto al rispetto della vita privata e familiare. Quest’ultimo – come la maggior parte dei diritti contenuti nella Carta – è affermato in termini generali, rispetto a tutte le persone, ma ciò non dovrebbe escludere la possibilità di utilizzarlo nel contesto della riflessione sui contenuti della cittadinanza europea. I diritti connessi allo status di cittadino europeo sarebbero dunque diversi dai diritti fondamentali che l’Unione ha riconosciuto con la scrittura della Carta di Nizza come espressione della propria identità (costituzionale)? Questa domanda – a mio parere – riveste oggi, dopo l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, un ruolo essenziale per comprendere il significato della formula utilizzata dalla Corte di giustizia secondo cui «lo status di cittadino dell’Unione è destinato ad essere lo status fondamentale dei cittadini degli Stati membri». Le sentenze McCarthy e Dereci et al., pur mettendo al centro la cittadinanza europea, sembrano ancora legate nella definizione dei suoi contenuti ai diritti espressamente riconosciuti nei Trattati e in particolare alla libertà di circolazione e soggiorno. Non solo, nel momento in cui prende in considerazione i diritti fondamentali la Corte appare interessata soprattutto a circoscriverne la portata, insistendo sulle limitazioni poste dall’art. 51 all’efficacia della Carta. In forza di tale previsione, come è noto, le disposizioni della Carta si applicano agli Stati membri solo nell’ambito dell’attuazione del diritto dell’Unione e, in ogni caso, non incidono sulle competenze dell’Unione, né estendono l’applicazione del diritto europeo al di là di tali ambiti materiali”[27].
D’altra parte, è da aggiungere come l’utilizzo di formule dal contenuto vago ed indefinito non rappresenti certamente una novità nel lessico delle Istituzioni europee: anche il linguaggio del legislatore di Bruxelles, ad esempio, si contraddistingue sovente per il ricorso a espressioni contornate da una non indifferente aura d’incertezza, senza oltretutto indicare criteri di sorta ai fini dell’individuazione dell’esatto significato da attribuire alla lettera delle stesse. Tuttavia, il dubbio, peraltro già in altre sedi sollevato[28], è che in casi quali quello in esame l’incertezza ermeneutica rappresenti il fine ultimo perseguito dalla normativa europea, specificamente all’interno di una prospettiva di evidente favor per l’apparato ordinamentale europeo nei confronti dei singoli Stati nazionali, e che dunque il rifarsi ad espressioni ondivaghe ed eccessivamente generiche non costituisca di certo un accidente o una causalità all’interno dello stesso.
In altri termini, esiste il sospetto che l’estrema aleatorietà che non di rado, come detto, caratterizza anche il contenuto di disposizioni dei Trattati rappresenti l’esito di una precisa strategia volta a riempire di significato una determinata formula normativa a seconda delle necessità del singolo frangente e, quindi, della “convenienza” del legislatore e dell’interprete dell’Unione al fine specifico di riaffermare costantemente la presunta posizione di preponderanza dell’ordinamento ue nei confronti dei singoli apparati statali allo stesso appartenenti.
Non di rado, tuttavia, e non potrebbe essere diversamente, una diretta conseguenza riconducibile alla sostanziale prassi appena accennata consiste nell’emersione di veri e propri impasse interpretativi difficilmente superabili, fonti più di ulteriori dubbi che di esaustive risposte. Un riflesso piuttosto immediato di quanto testé sostenuto, anche per la prossimità di senso e contenuti con l’oggetto del presente studio, sembra essere rappresentato dalla (in)felice perifrasi delle “tradizioni costituzionali comuni” che, come noto, il punto 3 dell’art. 6 tue richiama con riguardo all’appartenenza al diritto ue dei diritti fondamentali come principi generali (“I diritti fondamentali, garantiti dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali e risultanti dalle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri, fanno parte del diritto dell'Unione in quanto principi generali”) e che ha con ogni probabilità costituito il principale, se non unico, riferimento letterale da cui i giudici lussemburghesi hanno tratto ispirazione proprio ai fini della statuizione con riguardo all’innanzi richiamato supposto “nucleo essenziale di diritti”.
Al riguardo, innanzitutto non è dato capire in cosa consistano tali famigerate tradizioni costituzionali comuni, ma prima ancora ci si chiede se la comunanza debba necessariamente riguardare tutti gli Stati facenti parte dell’Unione Europea o, considerato l’ormai non indifferente numero di membri della stessa, quelli dotati di maggior peso politico all’interno dell’ue. Ma in tale secondo, e certamente più realistico caso, si finirebbe, però, per tracciare un’inevitabile gerarchia di fatto tra gli Stati stessi, conseguentemente integrante anche gli estremi di una seppur indiretta forma di discriminazione ordinamentale, oltretutto all’interno di un contesto astrattamente ispirato ad uguaglianza e parità di diritti quale quello afferente al contesto dei diritti fondamentali[29]! Se poi ai fini in esame si decidesse di richiamare l’art. 2 dello stesso tue, secondo la cui lettera “L'Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell'uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini”, gli ostacoli alla soluzione dei dubbi ermeneutico – logistici di cui sopra aumenterebbero, e ciò specificamente in considerazione dell’appartenenza all’Unione Europea anche di Stati perfino costituzionalmente improntati a principi ed ideali in assoluta antitesi con quanto contenuto proprio nel disposto da ultimo richiamato: esemplificativo in tal ultimo senso il caso della Costituzione Ungherese, sostanzialmente del tutto indifferente alla tematica dei diritti fondamentali ed ispirata ad un pericoloso estremo nazionalismo[30].
Insomma, il disinvolto ricorso ad espressioni dal significato estremamente variabile da parte delle Istituzioni europee sembra potersi intendere come la diretta ricaduta in termini di diritto positivo dell’obiettivo ultimo dalle stesse perseguito, segnatamente consistente in un sempre maggiore rafforzamento dell’ordinamento ue nei confronti dei singoli apparati statali dello stesso facenti parte, in ultima analisi rispondente quindi a logiche essenzialmente politiche, contestualmente ed inevitabilmente generanti tuttavia ulteriori interrogativi ermeneutico – applicativi.
Al di là di quanto appena indicato con specifico riguardo al momento interpretativo, sembra comunque fuor di dubbio che le pronunce della cgue non di rado esulino i confini della logica strettamente giuridica, al contrario ispirandosi a ragioni strategico – politiche in ottica di continua legittimazione dell’ordinamento europeo, ma facilmente incappando in vere e proprie violazioni dei Trattati (ad esempio, l’avallo prestato alle direttive c.d. auto applicative) o nella costruzione di quanto meno ardite tesi prive di un reale fondamento logico e giuridico (una su tutte, la teoria del primato del diritto ue nei confronti dei singoli ordinamenti nazionali[31]). Ed operazione sostanzialmente analoga pare compiuta dalla Corte anche con riferimento alla cittadinanza europea, astrattamente priva, come accennato, di quei caratteri necessari al fine di un’autentica configurazione come categoria giuridica tout court, ma artificiosamente riempita di significato dalla originale giurisprudenza lussemburghese in combutta, affannosa e confusa, con il “temerario” legislatore di Bruxelles: la configurazione in un primo tempo, cioè, della cittadinanza come un istituto apparentemente contraddistinto, al pari delle singole cittadinanze nazionali, di un sufficiente grado di legittimazione ed autonomia al fine specifico del riconoscimento di determinati diritti, successivamente completata attraverso lo svelamento dell’asserita propria reale natura di status fondamentale di cui il cittadino europeo sarebbe titolare, pare anch’essa rispondere più alle accennate ragioni di matrice (auto) legittimante da parte dell’ordinamento europeo che fondarsi su rationes di puro diritto, giungendo oltretutto per tal via ad una sfrontata ed incontestabile sostanziale violazione del principio di attribuzione.
E le pronunce in precedenza sommariamente richiamate sembrano potersi pienamente inserire all’interno della prospettiva appena indicata: già in occasione della citata sentenza Micheletti, infatti, la Corte non ha perso l’occasione di sancire il principio in forza del quale l’attribuzione ad un individuo della cittadinanza non può essere messa in discussione da un altro Stato membro, che anzi dovrà adeguare il proprio concetto di cittadinanza in chiave “comunitaria”, e ciò proprio al fine di sancire la preminenza del diritto dell’Unione in tale materia, limitando la discrezionalità tradizionalmente ascrivibile ad una delle possibili forme di estrinsecazione della sovranità statale. Concetto, quest’ultimo, sostanzialmente ribadito anche con riguardo al caso Garcìa Avello ed in quelli più recenti Rottmann, Zambrano, Dereci e McCarthy, ove la cgue non ha mancato si ribadire come gli Stati membri, anche nell’esercizio delle proprie competenze esclusive, devono pur sempre rispettare il diritto dell’Unione, invocabile, sempre a detta della Corte, da parte dei cittadini europei anche qualora la materia interessata o la prestazione richiesta non siano dallo stesso disciplinate (“In altri termini, pur se la perdita della cittadinanza europea non costituisce tout court un limite alla perdita della cittadinanza di uno Stato membro, la Corte ha aperto le porte al possibile verificarsi di ipotesi in cui a cittadinanza dell’Unione è in grado di limitare in tal senso il potere discrezionale degli Stati membri di determinare le condizioni per l’acquisto e la perdita della cittadinanza nazionale”[32]), arrivando perfino a vincolare l’azione del giudice nazionale al rispetto dei principi generali del diritto dell’Unione Europea anche con riguardo al momento della revoca della cittadinanza acquisita in modo fraudolento (sentenza Rottmann), in ultima analisi giungendo ad anteporre quindi il diritto ue anche alla singola legislazione penale nazionale!
Ma vi è di più. Se, come accennato, cittadinanza tradizionalmente equivale anche ad inclusione, intendere la cittadinanza europea al pari di un vero e proprio status rischia concretamente e paradossalmente, anche da un punto di vista meramente lessicale, di dare, seppur indirettamente, ingresso a forme di discriminazione nei confronti dei non cittadini, e ciò a dispetto non semplicemente del richiamo ai diritti fondamentali, che come visto più volte ha caratterizzato le argomentazioni della cgue in materia, ma anche e soprattutto della configurazione della cittadinanza stessa come diritto di tal fatta.
Più precisamente, se in nome degli accennati epocali stravolgimenti socio - politici caratterizzanti l’attuale mondo globalizzato davvero è ormai possibile, così come accennato, riconoscere a favore del singolo un diritto fondamentale alla cittadinanza, in quanto tale perlomeno astrattamente quindi ispirato ai principi assoluti e universali di uguaglianza e solidarietà, intendere al tempo stesso, ed anzi quasi conseguentemente, la cittadinanza europea al pari di uno status, locuzione oltretutto sinistramente richiamante l’architettura immobile e corporativa caratterizzante le società antecedenti la rivoluzione francese, e dunque come una sorta di condizione di nicchia da concedersi, per grazia sovrana, solo ai pochi privilegiati appartenenti ad uno Stato membro ue, pare in realtà rappresentare un’invincibile incongruenza, in ultima analisi risolventesi in un criterio di sostanziale e sistematica esclusione nei riguardi di coloro non destinatari di tale benevola concessione.
Anche in tale ottica, dunque, la ricostruzione giurisprudenziale dell’istituto in esame nei termini innanzi descritti non sembra condivisibile, sostanzialmente avallando, ad un’analisi maggiormente approfondita, i sospetti sul sostanziale favor “europeista” come autentico principio ispiratore alla base della stessa, e soprattutto le perplessità sulla reale possibilità, almeno allo stato attuale, di intendere la cittadinanza europea al pari di un diritto fondamentale tout court.
Né tale ultima affermazione pare possa essere smentita da quanto dal legislatore di Bruxelles statuito con riguardo al diritto dei cittadini dell'Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri, nonché con riferimento al diritto al ricongiungimento familiare del cittadino europeo con i propri consanguinei extraeuropei di cui alle accennate direttive 2004/38 e 2003/86, il cui contenuto, al contrario, sembra confermare quanto in questa sede sostenuto. Segnatamente, anche a non volersi soffermare sulle singole disposizioni delle stesse e, dunque, a ritenerne sufficiente un’indagine non particolarmente approfondita, non può non assumere comunque risalto la capillare (e cavillosa) regolamentazione, peraltro figlia “legittima” della ormai tristemente famosa burocrazia caratterizzante i processi anche non meramente decisionali di Bruxelles, di un ambito certamente necessitante di interventi normativi, ma che regolato in maniera sì estrema e condizionante certamente non incoraggia l’inquadramento dell’istituto della cittadinanza europea all’interno dell’aureo contesto dei diritti fondamentali. Oltretutto, non solo le disposizioni legislative adesso in esame sembrano sostanzialmente rappresentare un terreno piuttosto fecondo avuto riguardo ai dubbi in precedenza avanzati, ma le stesse pare possano offrire ulteriori spunti di riflessione all’interno di una prospettiva di matrice specificamente mercantilistica, e ciò, si tenterà adesso di evidenziare, ad ulteriore avallo dell’inconfigurabilità della cittadinanza europea come diritto “assoluto”, da un lato, e dello svelamento della reale natura (ancora) caratterizzante l’idea stessa di Europa unita e dunque gli scopi ultimi dell’apparato ordinamentale europeo medesimo, dall’altro.
In particolare, lo spunto ermeneutico – argomentativo nella direzione da ultimo indicata sembra potere essere rappresentato, e a mero scopo esemplificativo, da alcuni passaggi di cui agli artt. 7 (Diritto di soggiorno per un periodo superiore a tre mesi) e 12 (Conservazione del diritto di soggiorno dei familiari in caso di decesso o di partenza del cittadino dell’Unione) della direttiva 2004/38, nonché alle condizioni necessarie alla richiesta di ricongiungimento familiare di cui anche all’art. 7 della direttiva 2003/86[33], i cui contenuti rispettivamente, tra l’altro, dispongono: “1. Ciascun cittadino dell'Unione ha il diritto di soggiornare per un periodo superiore a tre mesi nel territorio di un altro Stato membro, a condizione: a) di essere lavoratore subordinato o autonomo nello Stato membro ospitante; o b) di disporre, per se stesso e per i propri familiari, di risorse economiche sufficienti, affinché non divenga un onere a carico dell'assistenza sociale dello Stato membro ospitante durante il periodo di soggiorno, e di un'assicurazione malattia che copra tutti i rischi nello Stato membro ospitante; c) — di essere iscritto presso un istituto pubblico o privato, riconosciuto o finanziato dallo Stato membro ospitante in base alla sua legislazione o prassi amministrativa, per seguirvi a titolo principale un corso di studi inclusa una formazione professionale, — di disporre di un'assicurazione malattia che copre tutti i rischi nello Stato membro ospitante e di assicurare all'autorità nazionale competente, con una dichiarazione o con altro mezzo di sua scelta equivalente, di disporre, per se stesso e per i propri familiari, di risorse economiche sufficienti, affinché non divenga un onere a carico dell'assistenza sociale dello Stato membro ospitante durante il suo periodo di soggiorno; d) di essere un familiare che accompagna o raggiunge un cittadino dell'Unione rispondente alle condizioni di cui alle lettere a), b) o c) …”, “1. Senza pregiudizio delle disposizioni del secondo comma, il decesso del cittadino dell'Unione o la sua partenza dal territorio dello Stato membro ospitante non incidono sul diritto di soggiorno dei suoi familiari aventi la cittadinanza di uno Stato membro. Prima dell'acquisizione del diritto di soggiorno permanente, le persone interessate devono soddisfare personalmente le condizioni previste all'articolo 7, paragrafo 1, lettere a), b), c) o d). 2. Senza pregiudizio delle disposizioni del secondo comma, il decesso del cittadino dell'Unione non comporta la perdita del diritto di soggiorno dei familiari non aventi la cittadinanza di uno Stato membro e che hanno soggiornato nello Stato membro ospitante per almeno un anno prima del decesso del cittadino dell'Unione. Prima dell'acquisizione del diritto di soggiorno permanente, il diritto di soggiorno delle persone interessate rimane subordinato al requisito che esse dimostrino di esercitare un'attività lavorativa subordinata od autonoma o di disporre per sé e per i familiari di risorse sufficienti affinché non divengano un onere per il sistema di assistenza sociale dello Stato membro ospitante durante il loro soggiorno, nonché di una assicurazione malattia che copra tutti i rischi nello Stato membro ospitante, ovvero di fare parte del nucleo familiare, già costituito nello Stato membro ospitante, di una persona che soddisfa tali condizioni. Le risorse sufficienti sono quelle indicate all'articolo 8, paragrafo 4 ...[34]” e “1. Al momento della presentazione della domanda di ricongiungimento familiare, lo Stato membro interessato può chiedere alla persona che ha presentato la richiesta di dimostrare che il soggiornante dispone: a) di un alloggio considerato normale per una famiglia analoga nella stessa regione e che corrisponda alle norme generali di sicurezza e di salubrità in vigore nello Stato membro interessato; b) di un'assicurazione contro le malattie che copra tutti i rischi di norma coperti per i cittadini dello Stato membro interessato, per se stesso e per i suoi familiari; c) di risorse stabili e regolari sufficienti per mantenere se stesso e i suoi familiari senza ricorrere al sistema di assistenza sociale dello Stato membro interessato. Gli Stati membri valutano queste risorse rispetto alla loro natura e regolarità e possono tener conto della soglia minima delle retribuzioni e delle pensioni nazionali, nonché del numero di familiari …”.
Ora, quanto testé richiamato non pare rappresentare, in tutta onestà, l’immediato precipitato logico – giuridico caratterizzante la ratio, e dunque la normativa, di un contesto ordinamentale realmente ispirato ai principi ultimi di cui l’ideologia fondante i diritti dell’uomo è intrisa e si fa latrice, primo fra tutti, come accennato, la solidarietà fra individui, popoli e Nazioni, valore oltretutto più volte esplicitamente richiamato all’interno dei Trattati (ad esempio, v. art. 2 e 3 tue; a tal ultimo proposito v. tuttavia oltre); al contrario, condizionare l’ingresso ed il soggiorno, perfino se provvisorio, all’interno del territorio dell’Unione Europea al possesso di determinati requisiti di carattere economico al fine specifico di non gravare sui bilanci dello Stato ospitante, implicitamente dunque oltretutto escludendo l’alieno dal godimento degli ultimi brandelli di Stato sociale ancora esistenti in Europa, pare costituire l’espressione immediata del più bieco e spietato liberismo, del tutto indifferente nei confronti dei soggetti maggiormente disagiati (in primis, proprio coloro che mendicano di varcare i nostri confini), e dunque in posizione “naturalmente” del tutto antitetica alle astratte istanze egualitarie di cui appaiono fregiati i vessilli orgogliosamente ostentati dai sostenitori dei diritti fondamentali.
D’altro canto, che l’ordinamento ue, e prima ancora l’idea stessa di Europa unita appaia contraddistinta da innegabili caratteri ed obiettivi di matrice economico – mercantile già con riguardo alla sua genesi non rappresenta certamente una novità: al riguardo non può dimenticarsi, infatti, che gli iniziali abbozzi alla base dell’intero progetto d’integrazione “comunitaria” rispondevano al fine specifico della regolamentazione condivisa delle risorse carbosiderurgiche (ceca) ed alla creazione di un mercato che, finalmente scevro da ostacoli doganali di sorta, potesse appieno dare sfogo alle proprie potenzialità espansionistiche e fagocitanti (cee). L’idea di un apparato istituzionale interstatale che si preoccupasse anche di aspetti della vita dei cittadini appartenenti ai propri Stati membri che esulassero il contesto da ultimo richiamato sopraggiunge, com’è noto, nel tempo, e comunque mai in posizione sovraordinata alla creazione ed al mantenimento del “sacro” unico mercato. Il Vecchio continente, dunque, sconta la sua matrice fondamentalmente mercantile proprio attraverso le accennate incongruenze e contraddizioni nell’approccio, confuso ed impacciato, a temi particolarmente attuali e di gran “moda”, quali quello sui diritti dell’uomo, non meramente sostanzialmente estranei alla sua stessa natura, ma addirittura astrattamente in contrasto con la stessa. E diretta espressione di quanto in tale sede sostenuto pare possa essere rappresentato da alcuni passaggi anche dei Trattati istitutivi e perfino dalla discutibile Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, il cui art. 16 prevede, dunque come diritto assoluto, inviolabile o umano che dir si voglia, la libertà d’impresa, che, se astrattamente del tutto inconferente con l’oggetto del documento da ultimo in esame, pare tuttavia costituire un probante indizio nella direzione indicata, soprattutto se analizzato in combinato disposto con disposizioni, si ripete, di cui alla normativa primaria europea: ci si riferisce, nello specifico, innanzitutto all’art. 3 tue che in forza del proprio punto 3 prevede l’instaurazione di un mercato interno (“L'Unione instaura un mercato interno. Si adopera per lo sviluppo sostenibile dell'Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un'economia sociale di mercato fortemente competitiva…”) all’interno della stessa disposizione relativa all’individuazione degli obiettivi primari cui astrattamente l’azione dell’Unione europea è ispirata (“L'Unione si prefigge di promuovere la pace, i suoi valori e il benessere dei suoi popoli”, la piena occupazione ed il progresso sociale, un elevato livello di tutela e di miglioramento della qualità dell'ambiente. “Essa promuove il progresso scientifico e tecnologico. L'Unione combatte l'esclusione sociale e le discriminazioni e promuove la giustizia e la protezione sociali, la parità tra donne e uomini, la solidarietà tra le generazioni e la tutela dei diritti del minore. Essa promuove la coesione economica, sociale e territoriale, e la solidarietà tra gli Stati membri. Essa rispetta la ricchezza della sua diversità culturale e linguistica e vigila sulla salvaguardia e sullo sviluppo del patrimonio culturale europeo. Nelle relazioni con il resto del mondo l'Unione afferma e promuove i suoi valori e interessi, contribuendo alla protezione dei suoi cittadini. Contribuisce alla pace, alla sicurezza, allo sviluppo sostenibile della Terra, alla solidarietà e al rispetto reciproco tra i popoli, al commercio libero ed equo, all'eliminazione della povertà e alla tutela dei diritti umani, in particolare dei diritti del minore, e alla rigorosa osservanza e allo sviluppo del diritto internazionale, in particolare al rispetto dei principi della Carta delle Nazioni Unite” ) e, specificamente, immediatamente dopo la statuizione riguardante la creazione, testualmente definita tramite un irritante ed ipocrita ricorso al verbo “offrire”, di uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia (“2. L'Unione offre ai suoi cittadini uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia senza frontiere interne …”) ove, per ciò che ci riguarda più da vicino, si rimarca non con indifferente e trionfalistica enfasi la garanzia per la libera circolazione delle persone derivante dall’assenza di frontiere interne (“… in cui sia assicurata la libera circolazione delle persone insieme a misure appropriate per quanto concerne i controlli alle frontiere esterne, l'asilo, l'immigrazione, la prevenzione della criminalità e la lotta contro quest'ultima”).
Tale ultima disposizione richiamata, ancora, trova specifica applicazione in virtù del contenuto di cui agli artt. 26 e 67 tfue, proprio relative al mercato interno ed allo spazio di libertà, sicurezza e giustizia, e che sostanzialmente ribadiscono quanto già esaminato[35], anche se si ritiene l’art. 49 tfue, con particolare riguardo ai fini in tale sede in questione, la norma autenticamente rivelatrice del senso ultimo che sembra si possa attribuire al principio di libera circolazione e soggiorno dei cittadini all’interno dello spazio europeo. La stessa, infatti, dopo avere statuito che “le restrizioni alla libertà di stabilimento dei cittadini di uno Stato membro nel territorio di un altro Stato membro vengono vietate”, estende tale ultimo sancito divieto “alle restrizioni relative all'apertura di agenzie, succursali o filiali, da parte dei cittadini di uno Stato membro stabiliti sul territorio di un altro Stato membro”, giungendo infine ad individuare ciò che, si ripete, pare a tutti gli effetti la reale ratio ispiratrice alla base del tanto decantato diritto di stabilimento: “La libertà di stabilimento importa l'accesso alle attività autonome e al loro esercizio, nonché la costituzione e la gestione di imprese e in particolare di società ai sensi dell'articolo 54[36], secondo comma, alle condizioni definite dalla legislazione del paese di stabilimento nei confronti dei propri cittadini”. In altri termini, libertà di stabilimento sostanzialmente equivale alla possibilità riconosciuta a favore del singolo cittadino di partecipare, in maniera stabile e continuativa, alla vita economica di uno Stato membro diverso dal proprio Stato membro d’origine, ed oltretutto di trarne vantaggio, ed inoltre comporta l’accesso da parte dello stesso alle attività autonome alle medesime condizioni previste dalla normativa nazionale dello Stato di stabilimento con riguardo ai suoi cittadini.
In definitiva, da quanto appena richiamato non sembra infondato argomentare nella direzione di una perlomeno equiparabilità avuto riguardo agli intenti di natura autenticamente economico – mercantile rispetto ad obiettivi maggiormente nobili, quali quelli relativi ai diritti fondamentali o al benessere e alla pace fra i popoli e le Nazioni. Anzi, forse non costituirebbe un azzardo ipotizzare una sostanziale superiorità dogmatico – concettuale – finalistica a favore del rafforzamento del mercato e delle illimitate, dirette od indirette, potenzialità espressive e permeanti allo stesso attribuibili, e dunque considerare l’intera tematica dei diritti umani, nonché il ridondante richiamo ad ideali quali ad esempio la solidarietà o l’uguaglianza, come una sorta di propagandistico, e dunque politico, paravento da ostentare con strategica malizia soprattutto nei periodi di stagnazione del processo d’integrazione e dietro il quale comunque celare il vero telos alla base dell’intero progetto unitario.
Ed all’interno della prospettiva d’indagine ed interpretazione appena suggerita potrebbero con ogni probabilità inserirsi le decisioni in precedenza sommariamente richiamate, non fosse altro per l’amletico dubbio che ci tormenta: favorire l’ingresso, il soggiorno e la circolazione, seppur a determinate condizioni, anche del cittadino europeo c.d. “statico” e dei suoi familiari non (ancora) cittadini, non sarebbe forse da inquadrare all’interno di un più ampio disegno volto ad accrescere il numero degli operatori di mercato all’interno del territorio di cui l’Unione Europea è composta? Cioè, e al di là di ogni vuoto ed utopistico proclama relativo a diritti, principi e valori, non dovrebbe probabilmente e più realisticamente ammettersi l’equivalenza tra più soggetti e più consumatori, perlomeno (e non solo) con riguardo al nostro spazio giuridico?
[1] La dottrina in tema è sconfinata: v. tra gli altri Adam, Prime riflessioni sulla cittadinanza dell’Unione, in Rivista di Diritto Internazionale, 1992, p. 622 ss.; Close, Citizenship, Europe and Change, London, 1995; La Torre, European Citizenship, The Hague, 1993; Meehan, Citizenship and the European Community, London, 1993; Verhoeven, Les citoyens de l’Europe, in Annales de droit de Louvain, 1993, n. 2, pp. 165-191; Lippolis, La cittadinanza europea, Bologna, 1994; Villani, La cittadinanza dell’Unione europea, in Studi in ricordo di Antonio Filippo Panzera, II, Bari, 1995, p. 1001 ss.; Cartabia,voce Cittadinanza europea, in Enc.Giur.,vol.VI, Aggiornamento, Roma, 1995; Nascimbene, Nationality Laws and Citizenship of the European Union Towards a European Law on Nationality?, in Nascimbene, Nationality Laws in the European Union, Milano, 1996, p. 1 ss.; Grosso, Le vie della cittadinanza. Eterogeneità dei principi, pluralità delle forme, Padova, 1997;Haberle, La cittadinanza come teme di una dottrina europea della costituzione, in Rivista di diritto costituzionale, 1997; Bartole, La cittadinanza e l’identità europea, in Quaderni Costituzionali 2000, p. 39; Parsi (a cura di), Cittadinanza e identità costituzionale europea, Bologna, 2001; Cerrone, La cittadinanza europea fra costituzione ed immaginario sociale,in Rivista Critica di Diritto Privato, 2002, p. 203; Barver, Citizenship, Nationalism and the European Union, in European Law Review, 2002, p. 241; Rossi,Uguaglianza-Cittadinanza,in Rossi (a cura di), Carta dei diritti fondamentali e Costituzione dell’Unione europea, Milano, 2002, p. 109 ss.; Mura, Sulla nozione di cittadinanza, in Mura (a cura di ), Il cittadino e lo Stato, Milano, 2002; Costantinesco, La cittadinanza dell’Unione:una ‘vera’ cittadinanza?,in Rossi (a cura di), Il progetto di Trattato-Costituzione. Verso una nuova architettura dell’Unione europea, Milano, 2004, p. 223 ss.; Celotto, La cittadinanza europea, in Il Diritto dell’Unione Europea, 2005, p. 379 ss.; Lippolis, Cittadinanza dell’Unione, in Cassese (dir.), Dizionario di diritto pubblico, Milano, 2006, p. 925; Logroscino, La cittadinanza dell'Unione: la crisi dei concetti tradizionali, in Il Diritto dell’Unione Europea, 2006, pp. 407 ss.; Panella, L’affermarsi della cittadinanza europea, in Zanghì – Panella ( a cura di), 50 anni di integrazione europea. Riflessioni e prospettive, Torino, 2007, p. 221; Condinanzi – Lang – Nascimbene, Citizenship of the Unione and Free Movement of Persons, Bruxelles, 2008; Rossi, La cittadinanza dell’Unione Europea, in Tizzano (a cura di), Il processo di integrazione europea: un bilancio 50 anni dopo i Trattati di Roma, Torino, 2008; Sinagra, La cittadinanza nella evoluzione del diritto interno, del diritto internazionale e del diritto comunitario, in Lanchester – Serra (a cura di), “Et si omnes…”. Scritti in onore di Francesco Mercadante, Milano, 2008; Mengozzi, La cittadinanza dell’Unione e il contributo della Corte di Giustizia alla precisazione dell’identità europea, in Baruffi (a cura di), Cittadinanza e diversità culturale nello spazio giuridico europeo, Padova, 2010, pp. 3 ss.; Morviducci, I diritti dei cittadini europei, Torino, 2010; Spinaci, Libertà di circolazione, cittadinanza europea, principio di eguaglianza, Napoli, 2011; Triggiani ( a cura di), Le nuove frontiere della cittadinanza europea, Bari, 2011.
[2] Sentenza del 20 settembre 2001, causa C-184/99, in Raccolta, p. I-6193.
[3] Così Triggiani, La cittadinanza europea per la “utopia” sovranazionale, in Studi sull’integrazione europea, 2006, 3, p. 435 ss.. Al riguardo v. anche De Pasquale, Problemi interpretativi della nazione giuridica di cittadinanza: un concetto “europeizzato” di diritto pubblico interno? La controversa relazione tra cittadinanza dell’Unione Europea e cittadinanze nazionali degli Stati membri, in Rivista italiana di diritto pubblico comunitario, 2012, 3-4, pagg. 454-455, secondo cui “le crescenti migrazioni internazionali, da un lato, nonché l’affermazione della cultura dei diritti umani e dell’ideologia liberale, dall’altro, hanno certamente influito con insistenza sull’impossibilità per gli Stati, non solo di operare distinzioni eccessive tra cittadini e non cittadini dal punto di vista del godimento dei diritti, ma anche di pensare ai loro stessi cittadini come membri di una comunità culturale immutabile. Tali fattori e l’ideologia democratica in particolare, cioè, hanno determinato un’evoluzione della categoria della cittadinanza comportandone un parziale distacco sia dai diritti sia dal concetto di identità nazionale, tendenzialmente smettendo di essere, quindi, non solo il principale status per l’attribuzione dei primi, ma anche l’espressione giuridica della nazionalità. Invero, se, da un lato, non può non notarsi la tendenza generalizzata a consentire sia i fenomeni di doppia cittadinanza, sia quelli di naturalizzazione – allontanando così la cittadinanza dall’idea dell’assimilazione – dall’altro, sempre più frequentemente, i diritti sociali e talvolta anche politici, precedentemente connessi con l’idea dell’appartenenza alla nazione, dipendono adesso dalla mera residenza, così disgregando profondamente il connubio tra cittadinanza e nazionalità e la dicotomia tra cittadino e straniero”.
[4] In tal senso v. l’illuminante lavoro di Panella, La cittadinanza e le cittadinanze nel diritto internazionale, Napoli, 2008, in particolare pp. 50 e ss.: “(…) anche la dottrina più conservatrice riconosce che la libertà dello Stato di concedere o revocare la cittadinanza subisce una serie di limiti derivanti dal diritto internazionale sia generale che pattizio. Ciò è dovuto, in particolare, all’adozione (e l’entrata in vigore) di numerose convenzioni internazionali che obbligano gli Stati a garantire determinati diritti a tutti gli individui residenti sul proprio territorio, e alla contemporanea affermazione dei principi fondamentali di protezione dei diritti umani come norma imperativa di diritto internazionale. (…) il risultato rilevante che ha portato l’individuo ad ottenere la (quasi) soggettività internazionale, divenendo titolare di situazioni giuridiche soggettive tutelate dal diritto, è l’affermazione di un diritto individuale alla cittadinanza, come diritto fondamentale (…) Se la cittadinanza è (di regola) la condizione necessaria per il godimento di diritti ed obblighi di carattere civile all’interno di uno Stato e nell’ordinamento internazionale, essa stessa non può non essere considerata un diritto fondamentale dell’individuo”:
[5] Così Mengozzi, La cittadinanza dell’Unione e il contributo della Corte di Giustizia alla precisazione dell’identità dell’Unione Europea, cit., p. 3, nell’opinione del quale innanzitutto “La cittadinanza dell’Unione costituisce il portato di un processo che si è sviluppato nel tempo a partire dall’affermazione che la Corte di giustizia fa fatto nella sentenza Van Gend en Loos secondo cui la comunità costituisce un ordinamento giuridico di nuovo genere che riconosce come soggetti non soltanto gli Stati membri ma anche i loro cittadini”.
[6] Ai sensi del quale “Nel quadro delle disposizioni che seguono, le restrizioni alla libertà di stabilimento dei cittadini di uno Stato membro nel territorio di un altro Stato membro vengono vietate. Tale divieto si estende altresì alle restrizioni relative all'apertura di agenzie, succursali o filiali, da parte dei cittadini di uno Stato membro stabiliti sul territorio di un altro Stato membro. La libertà di stabilimento importa l'accesso alle attività autonome e al loro esercizio, nonché la costituzione e la gestione di imprese e in particolare di società ai sensi dell'articolo 54, secondo comma, alle condizioni definite dalla legislazione del paese di stabilimento nei confronti dei propri cittadini, fatte salve le disposizioni del capo relativo ai capitali”.
[7] Ancora Mengozzi, op. cit., p. 8. Al riguardo v. anche Valvo, Lineamenti di diritto dell’Unione europea. L’integrazione europea oltre Lisbona, 2011, pp. 95 ss..
[8] Così ancora De Pasquale, op. cit., pp. 460 – 461.
[9] Sentenza del 15 marzo 2005, C-209/03, in Racc. p. I-1219.
[10] Sentenza del 13 aprile 2010, C-73/08, in Racc. p. I-02735.
[11] Sentenza del 2 marzo 2010, C- 135/08, in Racc. p. I-01449.
[12] Sentenza del 19 ottobre 2004, C-200/02, in Racc. p. I-9925.
[13] Sentenza dell’8 marzo 2011, C-34/09. Al riguardo v. tra gli altri Mengozzi, La sentenza Zambrano: prodromi e conseguenze di una pronuncia inattesa, in Studi sull’integrazione europea, 3, 2011, p. 417; Palladino, Il diritto di soggiorno nel “proprio” Stato membro quale (nuovo) corollario della cittadinanza europea?, in Studi sull’integrazione europea, 2, 2011, p. 331; Aiello – Lamonaca, Diritto di soggiorno dei familiari del cittadino europeo: erosione del limite delle situazioni puramente interne e delimitazione del nucleo essenziale del diritto di cittadinanza, in Rivista Italiana di Diritto Pubblico Comunitario, 2012, p. 322.
[14] Si veda, ad esempio, la sentenza del 2 ottobre 2003, Carlos Garcìa Avello c. Stato belga, C-148/02, in Racc. p. 1-11613, ove la Corte aveva chiarito come la cittadinanza dell’Unione non avesse come fine ultimo ampliare la sfera d’applicazione ratione materiae del Trattato a situazioni nazionali che non avessero alcun collegamento con l’allora diritto comunitario.
[15] Così Palladino, Il ricongiungimento familiare nell’ordinamento europeo. Tra integrazione del mercato e diritti fondamentali, Cacucci, 2012, p. 132.
[16] «L’art. 20 tfue osta a provvedimenti nazionali che abbiano l’effetto di privare i cittadini dell’Unione del godimento reale ed effettivo dei diritti attribuiti dal loro status di cittadini dell’Unione» (p.to 42 della sentenza).
[17] Cfr. punto 44 della sentenza in oggetto ove la Corte si sofferma sulla circostanza secondo la quale l’eventuale diniego di soggiorno ai coniugi Zambrano “porterà alla conseguenza che tali figli, cittadini dell’Unione, si troveranno costretti ad abbandonare il territorio dell’Unione per accompagnare i loro genitori. Parimenti, qualora a una tale persona non venga rilasciato un permesso di lavoro, quest’ultima rischia di non disporre dei mezzi necessari a far fronte alle proprie esigenze e a quelle della sua famiglia, circostanza che porterebbe parimenti alla conseguenza che i suoi figli, cittadini dell’Unione, si troverebbero costretti ad abbandonare il territorio di quest’ultima”.
[18] Così Cantore, La sentenza Zambrano della cgue: una rivoluzione copernicana?, in www.diritticomparati.it, il quale al riguardo specifica che “I diritti connessi alla cittadinanza dell'Unione vengono, dunque, sganciati dal concreto esercizio alla libera circolazione finendo per fungere da pilastro portante per la protezione dei diritti fondamentali riconosciuti dalla Carta di Nizza e dalla cedu”.
[19] Al riguardo v., ad esempio, Rossi, Il caso McCarthy: la cittadinanza europea e la cruna dell’ago, in Diritto pubblico comparato ed europeo, III, 2011, pp. 1238 ss..
[20] Rispettivamente, sentenze del 5 maggio 2011, C-434/09, del 15 novembre 2011, C-256/11 e del 6 dicembre 2012, cause riunite C-356-357/11.
[21] Tanto che una prima richiesta in precedenza avanzata ai fini indicati era stata respinta dalle autorità britanniche considerato che la signora (e conseguentemente il proprio marito) non poteva considerarsi “persona avente titolo” (lavoratore autonomo o comunque soggetto capace di provvedere autonomamente al proprio sostentamento).
[22] Riaffermato all’articolo 3 del Protocollo n. 4 della cedu – del quale non può ritenersi che il diritto dell’Unione disconosca la vigenza nei rapporti tra Stati membri – tale principio osta a che uno Stato membro neghi ai propri cittadini il diritto di fare ingresso nel suo territorio e di soggiornarvi a qualunque titolo.
[23] Così ancora Palladino, op. cit., pp. 134-135.
[24] In altri termini, il giudice del rinvio chiede a tal riguardo se il fatto che il richiedente il permesso di soggiorno viva sotto lo stesso tetto con sua moglie, non sia il padre biologico del bambino, che è cittadino dell’Unione, e non eserciti il diritto di affidamento su tale bambino, possa incidere sull’interpretazione che occorre dare alle disposizioni in materia di cittadinanza dell’Unione.
[25] Al riguardo v., tra gli altri, Valvo, Lineamenti di diritto dell’Unione Europea, cit., p. 102, secondo la quale “Premesso che ogni collettività naturalisticamente esistente e istituzionalmente organizzata, come qualsiasi “corpo sociale”, si rende espressiva di una “potestas” (ubi societas ubi auctoritas) il cui esercizio viene normativamente disciplinato, non può non concludersi nel senso che la posizione dell’individuo nei confronti della collettività cui inerisce, è una posizione certamente fondativa di diritti, ma (ancor prima e ancor più) espressiva anche di una soggezione del cittadino nei confronti dello Stato”.
[26] Così Ziller, Il diritto di soggiorno e di libera circolazione nell’Unione Europea, alla luce della giurisprudenza e del Trattato di Lisbona, in Diritto amministrativo, 4, 2008, pp. 946 e 957.
[27] Così, Montanari, Quali diritti per i cittadini europei: la complessa definizione dei contenuti della cittadinanza europea tra interventi della Corte di Giustizia e ruolo dei giudici nazionali, in www.diritticomparati.it.
[28] Sia consentito rimandare a Tomaselli, Corte di Giustizia, primato del diritto e direttive dell’Unione Europea, Roma, 2012.
[29] Né ai fini indicati pare potere soccorrere il ricorso al principio maggioritario, atteso che anche per tal via sembra inevitabile giungere ad una distinzione classificatoria tra diversi apparati statali.
[30] Al riguardo, v. tra gli altri Vecchio, Teorie costituzionali alla prova. La nuova Costituzione ungherese come metafora della crisi del costituzionalismo europeo, Padova, 2012.
[31] A tal proposito, v. ad esempio Aguilar Calahorro, La primacía del derecho europeo y su invocación frente a los Estados: una reflexión sobre la constitucionalización de Europa, in KorEuropa, 2012, 1, http://www.unikore.it/index.php/home-koreuropa.
[32] Così ancora De PAsquale, op cit., p. 473.
[33] Come accennato, il contenuto dell’art. 7 della direttiva 2003/86 ha rappresentato, tra gli, altri l’oggetto del giudizio della cgue in occasione della sentenza Maahanmuuttovirasto.
[34] “Gli Stati membri si astengono dal fissare l'importo preciso delle risorse che considerano sufficienti, ma devono tener conto della situazione personale dell'interessato. In ogni caso, tale importo non può essere superiore al livello delle risorse al di sotto del quale i cittadini dello Stato membro ospitante beneficiano di prestazioni di assistenza sociale o, qualora non possa trovare applicazione tale criterio, alla pensione minima erogata dallo Stato membro ospitante”.
[35] Articolo 26 tfue: “1. L'Unione adotta le misure destinate all'instaurazione o al funzionamento del mercato interno, conformemente alle disposizioni pertinenti dei trattati. 2. Il mercato interno comporta uno spazio senza frontiere interne, nel quale è assicurata la libera circolazione delle merci, delle persone, dei servizi e dei capitali secondo le disposizioni dei trattati. 3. Il Consiglio, su proposta della Commissione, definisce gli orientamenti e le condizioni necessari per garantire un progresso equilibrato nell'insieme dei settori considerati”; articolo 67 tfue: “1.L'Unione realizza uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia nel rispetto dei diritti fondamentali nonché dei diversi ordinamenti giuridici e delle diverse tradizioni giuridiche degli Stati membri. 2. Essa garantisce che non vi siano controlli sulle persone alle frontiere interne e sviluppa una politica comune in materia di asilo, immigrazione e controllo delle frontiere esterne, fondata sulla solidarietà tra Stati membri ed equa nei confronti dei cittadini dei paesi terzi. Ai fini del presente titolo gli apolidi sono equiparati ai cittadini dei paesi terzi. 3. L'Unione si adopera per garantire un livello elevato di sicurezza attraverso misure di prevenzione e di lotta contro la criminalità, il razzismo e la xenofobia, attraverso misure di coordinamento e cooperazione tra forze di polizia e autorità giudiziarie e altre autorità competenti, nonché tramite il riconoscimento reciproco delle decisioni giudiziarie penali e, se necessario, il ravvicinamento delle legislazioni penali. 4. L'Unione facilita l'accesso alla giustizia, in particolare attraverso il principio di riconoscimento reciproco delle decisioni giudiziarie ed extragiudiziali in materia civile”.
[36] Ai sensi del quale “Le società costituite conformemente alla legislazione di uno Stato membro e aventi la sede sociale, l'amministrazione centrale o il centro di attività principale all'interno dell'Unione, sono equiparate, ai fini dell'applicazione delle disposizioni del presente capo, alle persone fisiche aventi la cittadinanza degli Stati membri Per società si intendono le società di diritto civile o di diritto commerciale, ivi comprese le società cooperative, e le altre persone giuridiche contemplate dal diritto pubblico o privato, ad eccezione delle società che non si prefiggono scopi di lucro”.
Alessandro Tomaselli, Cittadinanza, libertà di circolazione, diritti umani nella giurisprudenza della corte di giustizia dell’unione europea: riflessioni e prospettive