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Timestamp: 2017-09-20 05:44:24+00:00
Document Index: 79941711

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N.3305/2005 Reg.Dec.
N. 9147/2000 Reg.Ric.
sul ricorso in appello n. 9147 del 2000, proposto dal Ministero per i beni e le attività culturali, in persona del Ministro pro tempore, e la Soprintendenza archeologica per l’Etruria meridionale, in persona del Soprintendente pro tempore, rappresentati e difesi dalla Avvocatura Generale dello Stato, presso i cui uffici sono domiciliati in Roma, alla via dei Portoghesi, n. 12;
la s.r.l. Cooperativa Casaverde, in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentato e difeso dall’avvocato Luca Bonifazi, presso il cui ufficio è elettivamente domiciliato in Roma, alla via Attilio Regolo n. 19, int. 1;
della sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio, Sez. II, 9 giugno 2000, n. 4848, e per la reiezione del ricorso di primo grado n. 8775 del 1997;
Vista la memoria depositata dalla società appellata in data 17 dicembre 2001;
Data per letta la relazione del Consigliere di Stato Luigi Maruotti alla pubblica udienza dell’11 marzo 2005;
Uditi per le parti i difensori risultanti dal verbale di udienza; Considerato in fatto e in diritto quanto segue:
1. Col decreto di data 7 aprile 1997, il Ministro per i beni e le attività culturali ha apposto vincoli diretti e indiretti su un terreno di complessivo 8.000 mq, di proprietà della s.r.l. Cooperativa Casaverde.
La società, col ricorso n. 8775 del 1997, ha impugnato il decreto innanzi al TAR per il Lazio.
Il TAR, con la sentenza n. 4848 del 2000, ha accolto il ricorso, ha annullato l’atto impugnato ed ha compensato tra le parti le spese e gli onorari del giudizio.
2. Col gravame in esame, il Ministero per i beni e le attività culturali e la Soprintendenza archeologica per l’Etruria meridionale hanno impugnato la sentenza del TAR ed hanno chiesto che, in sua riforma, sia respinto il ricorso di primo grado.
La società appellata si è costituita in giudizio, depositando una memoria depositata in data 17 dicembre 2001, con cui ha controdedotto ed ha chiesto il gravame sia respinto.
3. All’udienza dell’11 marzo 2005 la causa è stata trattenuta in decisione.
1. Nel presente giudizio, è controversa la legittimità del decreto con cui, in data 7 aprile 1997, il Ministero per i beni e le attività culturali ha sottoposto a vincolo archeologico diretto e indiretto un’area estesa 8000 mq, di proprietà della società appellata.
Con la sentenza impugnata, il TAR per il Lazio ha annullato il decreto, per eccesso di potere, poiché:
- l’area era già stata sottoposta a vincolo archeologico con decreto ministeriale del 25 marzo 1953, poi seguito da un decreto ministeriale di data 8 giugno 1992, che aveva ‘stralciato’ l’area in questione, perché non interessata da presenze archeologiche riferibili alla Villa Pulcherrima dell’imperatore Traiano;
- dopo l’emanazione del decreto dell’8 giugno 1992, “alla luce della corposa perizia di parte depositata in giudizio, non sono emersi dal 1996 significativi ritrovamenti, se non reperti archeologici relativi a manufatti già conosciuti o, comunque, già sottoposti a vincolo nel 1953 e nel 1996 (come il tratto di acquedotto romano, tutelato con D.M. 2 agosto 1996)”.
2. Con l’articolato gravame, le Amministrazioni appellanti hanno dedotto che il provvedimento impugnato in primo grado non è affetto dai profili di eccesso di potere rilevati dal TAR, poiché:
- a seguito dell’emanazione del decreto dell’8 giugno 1992, la società appellata ha dato avvio ai lavori di sbancamento dell’area, per realizzare alcune costruzioni, assentite dal Comune di Civitavecchia;
- durante i lavori di sbancamento, sono stati rinvenuti ulteriori reperti archeologici, che hanno condotto all’emanazione di un ulteriore decreto di vincolo di data 2 agosto 1996, avente per oggetto un ‘complesso di acquedotti’;
- col decreto di data 7 aprile 1997, il Ministero – tenuto conto della complessa articolazione della Villa Pulcherrima e degli altri beni archeologici – ha ragionevolmente sottoposto le aree in questione al vincolo archeologico diretto e a quello indiretto.
Ad avviso delle appellanti, a seguito dello stralcio dell’originario vincolo, disposto col decreto ministeriale dell’8 giugno 1992, sono stati acquisiti non solo gli elementi che hanno giustificato l’imposizione del vincolo col decreto del 2 agosto 1996, ma anche quelli che hanno condotto all’emanazione del decreto del 7 aprile 1997, riguardanti aree poste nello stesso sito archeologico.
3. Ritiene la Sezione che le così riassunte censure delle Amministrazioni appellanti risultano fondate e vanno accolte.
3.1. Va premesso che, per la giurisprudenza di questo Consiglio, il provvedimento di imposizione del vincolo archeologico, ai sensi della legge 1° giugno 1939, n. 1089, costituisce espressione di valutazioni tecnico-discrezionali, sindacabili sotto il profilo della congruità e della logicità della motivazione (Sez. VI, 7 maggio 2001, nn. 2526, 2523 e 2522; Sez. VI, 15 novembre 1999, n. 1811; Sez. VI, 20 ottobre 1998, n. 1398; Sez. VI, 19 luglio 1996, n. 950; Sez. VI, 19 settembre 1992, n. 674; Sez. VI, 26 settembre 1991, n. 596).
Per salvaguardare l’integrità, il decoro e il godimento del complesso archeologico, l’Amministrazione può sottoporre al vincolo un’ampia area, considerata come parco o complesso archeologico, dove sono stati rinvenuti reperti (Cons. giust. Amm., 29 dicembre 1997, n. 579; Sez. VI, 11 ottobre 1996, n. 1316; Sez. VI, 19 luglio 1996, n. 950; Sez. VI, 26 settembre 1991, n. 596).
In tal caso, per l’imposizione del vincolo non è necessario che siano stati riportati alla luce tutti i reperti (Cons. giust. Amm., 29 dicembre 1997, n. 579; Sez. VI, 11 ottobre 1996, n. 1316; Sez. VI, 19 luglio 1996, n. 950; Sez. VI, 18 novembre 1991, n. 874), bastando che essi siano stati rinvenuti in alcuni terreni tra quelli vincolati (Sez. VI, 6 ottobre 1999, n. 1309; Sez. VI, 29 novembre 1985, n. 616).
Dalla motivazione del provvedimento di vincolo, peraltro, devono emergere le specifiche ragioni che manifestino la razionalità della valutazione sulla unitarietà della zona di pregio archeologico (Sez. VI, 1° ottobre 1996, n. 1275).
Al riguardo, può motivatamente rilevare (con una valutazione di per sé insindacabile: Sez. VI, 5 settembre 1989, n. 1194) che i ruderi disseminati su una vasta estensione di terreno facciano parte di un complesso inscindibile: oltre alla loro scoperta e valorizzazione in funzione della conoscenza e delle ricerche nei vari settori scientifici, i beni archeologici possono essere tutelati anche in funzione della immutabilità o della conservazione dell’unitario contesto ambientale in cui si trovano (Cons. giust. Amm., 18 ottobre 1989, n. 400; Sez. VI, 22 dicembre 1983, n. 923).
3.2. Ciò premesso, osserva la Sezione che il decreto impugnato in primo grado non è affetto dai profili di eccesso di potere rilevati dal TAR.
Dalla documentazione acquisita nel corso del giudizio, emerge che il decreto di imposizione del vincolo (con la relazione di pari data) ha riguardato un’area posta al centro tra due ulteriori aree, già sottoposte a vincolo archeologico con atti precedenti, a sua volta già vincolata col decreto del 25 marzo 1953 (e poi oggetto del ‘decreto stralcio’ dell’8 giugno 1992, seguito dalle attività di scavo, dalla individuazione del ‘complesso di acquedotti’ e dall’ulteriore decreto di vincolo di data 2 agosto 1996).
Col provvedimento impugnato in primo grado, il Ministero – anziché rimuovere in via di autotutela il precedente atto dell’8 giugno 1992 – ha dunque preferito ricostituire l’unità dell’area archeologica con un ulteriore atto di vincolo, in ragione di ulteriori elementi oggettivi e univoci (analiticamente descritti nella relazione storico-artistica e manifestatisi dopo il ‘decreto stralcio’), dai quali è risultata corroborata la valutazione secondo cui le aree vincolate in data 7 aprile 1997 (come la Villa Pulcherrima e le altre aree in precedenza vincolate) si inseriscono in un unitario e più ampio contesto archeologico.
4. Per le ragioni che precedono, l’appello in esame va accolto, sicché, in riforma della sentenza impugnata, va respinto il ricorso di primo grado.
Sussistono sufficienti ragioni per compensare tra le parti le spese e gli onorari dei due gradi del giudizio.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Sesta) accoglie l’appello n. 9147 del 2000 e, in riforma della sentenza impugnata, respinge il ricorso di primo grado n. 8775 del 1997.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio tenutasi il giorno 11 marzo 2005, presso la sede del Consiglio di Stato, Palazzo Spada, con l’intervento dei signori:
LUIGI MARUOTTI GLAUCO SIMONINI
il...22/06/2005
Reg.ric.n. 9147/2000