Source: http://juriswiki.it/provvedimenti/ordinanza-int-corte-di-cassazione-civile-i-19443-2018-it
Timestamp: 2018-09-23 15:45:52+00:00
Document Index: 89154196

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 437', 'sentenza ', 'art. 156', 'art. 5', 'art. 158', 'sentenza ', 'art. 164', 'art. 163', 'art. 21', 'art. 3', 'art. 21', 'art. 28', 'art. 28', 'art. 1226', 'sentenza ', 'art. 9', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 52', 'art. 5', 'art. 17', 'art. 4', 'art. 28', 'art. 2', 'sentenza ', 'art.\n2', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 3', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 10', 'art. 18', 'art. 9', 'art. 21', 'art. 16', 'art.\n267', 'art. 9', 'art. 267', 'art. 295']

Corte di Cassazione Ordinanza Interlocutoria 19443, 2018 | JurisWiki.it
Corte di Cassazione Ordinanza Interlocutoria 19443, 2018
0020-07-18
0030-05-18
Testo Ordinanza Interlocutoria
La Corte d'appello di Brescia con sentenza del 23 gennaio 2015 ha respinto l'impugnazione proposta avverso l'ordinanza del Tribunale di Bergamo, in funzione di giudice del lavoro, in data 6 agosto 2014, la quale ha dichiarato illecito, in quanto a carattere discriminatorio, il comportamento tenuto dall'odierno ricorrente, consistito nell'avere egli affermato, nel corso di un'intervista radiofonica, di non volere assumere e di non volersi avvalere della collaborazione, nel proprio studio, di persone omosessuali, condannandolo al risarcimento del danno nella misura di € 10.000,00 ed ordinando la pubblicazione in estratto del provvedimento su di un quotidiano nazionale.
1. - I motivi de/ricorso.
Con il primo motivo, il ricorrente deduce la violazione o la falsa applicazione dell'art. 437 cod. proc. civ., non avendo la corte territoriale provveduto alla lettura del dispositivo in udienza, con nullità della sentenza ex art. 156, comma 2, cod. proc. civ., trattandosi di rito del lavoro.
Con il secondo motivo, censura la violazione o falsa applicazione degli artt. 75, 81 e 100 cod. proc. civ., nonché la falsa applicazione dell'art. 5 d.lgs. 9 luglio 2003, n. 216, avendo la corte del merito ravvisato la capacità processuale e la legittimazione ad agire dell'associazione, mentre questa è composta esclusivamente da avvocati, o praticanti tali, ed è specializzata nella difesa giudiziaria dei diritti di tali persone, restando dunque priva di rilievo l'enunciazione dell'intento di diffonderne la "cultura", mero presupposto ideologico dell'associazione medesima; viceversa, un'associazione può dirsi portatrice di interessi collettivi ed ente di essi esponenziale solo ove partecipata dai soggetti attivi di tali interessi.
Con il terzo motivo, lamenta la violazione o falsa applicazione delle regole sulla competenza, non sussistendo quella funzionale del giudice del lavoro, con conseguente violazione dell'art. 158 cod. proc. civ. e carenza di potere giurisdizionale; infatti, non si tratta di una controversia neppure «latamente» di lavoro, come invece affermato dalla sentenza impugnata, non essendo mai stato dedotto un
subordinati. Con il quarto motivo, deduce la violazione o falsa applicazione dell'art. 164, comma 3, cod. proc. civ., per la mancanza nell'atto introduttivo dell'avvertimento di cui all'art. 163, comma 1, n. 7, cod. proc. civ., il quale avrebbe in ogni caso imposto al giudice di primo grado di fissare una nuova udienza.
Con il quinto motivo, deduce la violazione o falsa applicazione degli artt. 2, comma 1, lett. a), e 3 d.lgs. 9 luglio 2003, n. 216, posto che il ricorrente non si presentò affatto come datore di lavoro, ma, al contrario, semplicemente andava ragionando quale privato cittadino, essendosi limitato ad esprimere un'opinione in riferimento alla categoria degli avvocati: ciò era palese per il contesto stesso delle dichiarazioni, rese non a fronte di un'offerta di lavoro pubblicamente esternata, ma durante una trasmissione radiofonica scherzosa e basata sulla provocazione, in cui egli aveva espresso a tinte forti il proprio pensiero, tuttavia del tutto astratto ed avulso da qualsiasi ambito lavorativo effettivo: non si trattava, cioè, della manifestazione pubblica di una politica di assunzione, come è dato accertato, oltretutto essendo egli in pensione; mentre, nelle sentenze europee Feryn e Asociatia, citate dal giudice del merito, vi era una procedura di assunzione in corso. Opinare il contrario comporta l'inammissibile compressione dei diritti di cui all'art. 21 Cost. Il giudice del merito avrebbe dovuto fare applicazione della teoria dei controlimiti per il contrasto con i principi supremi del nostro ordinamento e sollevare la questione pregiudiziale comunitaria, come presupposto di ammissibilità della questione di legittimità costituzionale, invece direttamente disattesa.
Con il sesto motivo, solleva la questione di legittimità costituzionale degli artt. 2, lett. a) e b), e dell'art. 3 d.lgs. n. 216 del 2003, in relazione all'art. 21 Cost., chiedendo di proporre la questione pregiudiziale comunitaria innanzi alla Corte di giustizia dell'Unione europea, al fine di permettere alla Corte costituzionale il controllo sul rispetto dei controlimiti suesposti.
Con il settimo motivo, il ricorrente censura la violazione dell'art. 28 d.lgs. n. 150 del 2011, con riguardo all'onere probatorio, avendo la corte del merito ritenuto onere del medesimo di provare l'insussistenza della discriminazione: ma egli ha dimostrato di non avere in corso nessuna assunzione, né essendovi nessuna "prassi" di assunzione presso di lui, mancando così il presupposto per l'applicazione della normativa.
Con l'ottavo motivo, deduce la violazione o falsa applicazione dell'art. 28, comma 5, d.lgs. n. 150 del 2011, posto che l'associazione avversaria non ha soggettività giuridica e non avrebbe quindi potuto richiedere il risarcimento; non vi è stata nessuna condotta discriminatoria; è errato procedere alla liquidazione del danno sulla base del parametro della notorietà del ricorrente e della diffusione delle sue dichiarazioni, incongrui alla stregua dell'art. 1226 cod. civ. e rivelanti un intento di mera sanzione discrezionale; mentre la sola pubblicazione del provvedimento avrebbe potuto raggiungere lo scopo riparatorio in modo adeguato.
La sentenza impugnata ha accertato, in punto di fatto, che, in una conversazione tenuta nel corso di una trasmissione radiofonica, l'intervistato profferì una serie di frasi, via via sollecitate dallo stesso interlocutore, al fine di sostenere il proprio astio generico per una data categoria di persone, tanto da non volerle intorno sé nel suo studio professionale, né in una fantomatica scelta dei collaboratori; ha accertato altresì che non vi era nessuna selezione di lavoro aperta, e neppure programmata per il futuro. Ciò posto, la controversia presenta due differenti profili, contenuti nel secondo e nel quinto motivo di ricorso, che si palesano centrali e per i quali la Corte ritiene di richiedere, in via pregiudiziale,
l'intervento interpretativo della Corte di giustizia dell'Unione. Essi prospettano, invero, a questa Corte le seguenti questioni:
4. - Prima questione: a) legittimazione attiva in capo ad
un'associazione di avvocati.
La direttiva del 27 novembre 2000, n. 2000/78/CE, stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro. L'art. 9, che riguarda i mezzi di ricorso, al comma 2, dispone: «Gli Stati membri riconoscono alle associazioni, organizzazioni e altre persone giuridiche che, conformemente ai criteri stabiliti dalle rispettive legislazioni nazionali, abbiano un interesse legittimo a garantire che le disposizioni della presente direttiva siano rispettate, il diritto di avviare, in via giurisdizionale o amministrativa, per conto o a sostegno della persona che si ritiene lesa e con il suo consenso, una procedura finalizzata all'esecuzione degli obblighi derivanti dalla
Il considerando 29 premetteva, appunto, l'esigenza che al «fine di assicurare un livello più efficace di protezione, anche alle associazioni o alle persone giuridiche dovrebbe essere conferito il potere di avviare una procedura, secondo le modalità stabilite dagli Stati membri, per conto o a sostegno delle vittime, fatte salve norme procedurali nazionali relative alla rappresentanza e alla difesa in giudizio».
Al riguardo, rilevano anche la raccomandazione della Commissione europea dell'Il giugno 2013 (2013/396/UE), sui principi comuni per i meccanismi di ricorso collettivo di natura inibitoria e risarcitoria, e la comunicazione COM(2013)401, Verso un quadro orizzontale europeo per i ricorsi collettivi, le quali si propongono di offrire un quadro giuridico preciso agli Stati, al fine di creare un sistema uniforme e coerente di tali azioni. A proposito della legittimazione ad agire, tra i criteri ivi individuati accanto alla pertinenza tra lo scopo statutario e i diritti lesi viene sottolineata l'assenza di scopo di lucro.
Attuando il precetto ricordato, l'art. 5 d.lgs. 9 luglio 2003, n. 216, Attuazione della direttiva 2000/78/CE per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, prevede, quanto alla legittimazione ad agire, che: «l. Le organizzazioni sindacali, le associazioni e le organizzazioni rappresentative del diritto o dell'interesse leso, in forza di delega, rilasciata per atto pubblico o scrittura privata autenticata, a pena di nullità, sono legittimate ad agire ai sensi dell'articolo 4, in nome e per conto o a sostegno del soggetto passivo della discriminazione, contro la persona fisica o giuridica cui è riferibile il comportamento o l'atto discriminatorio.
4.2.1. - Sulla base della direttiva n. 2000/78/CE, come pure della legge nazionale, non tutte le associazioni possono agire per conto altrui oppure vantare una posizione giuridica soggettiva propria: ma soltanto quelle in capo alle quali, sotto il primo profilo, sussista un potere delegato dal titolare del diritto soggettivo, o, sotto il secondo profilo, sia riconoscibile un «interesse legittimo a garantire che le disposizioni della presente direttiva siano rispettate» o, ai sensi della terminologia interna, siano «rappresentative del diritto o dell'interesse leso». La tutela, predisposta dalla direttiva e dal provvedimento di attuazione, contro le condotte discriminatorie sul lavoro appartiene dunque al soggetto che le subisca e non alla collettività, non ponendosi come interesse diffuso, onde il primo è l'unico legittimato a farla valere, alla stregua delle regole generali. Tuttavia, nel caso in cui la discriminazione risulti attuata verso un'intera categoria di soggetti coinvolti fra quelle cui la disciplina intende offrire tutela, che non sia possibile nominatim individuare - dunque verso una "collettività" - subentra l'autonoma fattispecie legittimante ex art. 5, comma 2, d.lgs. n. 216 del 2003. In tal modo la norma, dopo aver contemplato, al primo comma, la figura ordinaria della delega conferita all'associazione perché rappresenti in giudizio l'interesse di un soggetto determinato, ha attribuito ad essa, nel secondo comma, la rappresentanza ex lege per conto di una collettività indeterminata, postulandone la natura esponenziale degli interessi contro la discriminazione, in tale fattispecie rivolta ad una pluralità di soggetti aventi analoghe caratteristiche. Il legislatore non ha prescelto di individuare con chiarezza inequivoca - ad esempio, mediante l'iscrizione in un registro o albo o elenco - le associazioni rappresentative di dati interessi, sulla base di precisi requisiti: come, invece, ha fatto in altri settori, legittimando all'azione o all'intervento a tutela di interessi collettivi solo le associazioni iscritte in apposito albo (cfr. elenco ex art. 5 d.lgs. 9 luglio 2003, n. 215, di attuazione della direttiva direttiva 2000/43/CE, con riguardo alla discriminazione a causa della razza; art. 52, comma 1, lett. a), d.P.R. 31 agosto 1999, n. 394, in tema di registro delle associazioni, degli enti e degli altri organismi privati che svolgono le attività a favore degli stranieri immigrati; artt. 137 e 139 d.lgs. 6 settembre 2005, n. 206, Codice del consumo, in merito al quale Cass., sez. un., 16 novembre 2016, n. 23304, ha negatoall'associazione di consumatori priva del requisito dell'iscrizione nell'elenco ministeriale la legittimazione attiva) oppure formalmente individuate dalla pubblica amministrazione (v., in materia di danno ambientale, gli artt. 13 e 18 della legge 8 luglio 1986, n. 349, Istituzione del Ministero dell'ambiente, secondo cui le associazioni di protezione ambientale a carattere nazionale e quelle presenti in almeno cinque regioni, individuate con decreto del Ministro dell'ambiente, possono intervenire nei giudizi per danno ambientale e ricorrere in sede di giurisdizione amministrativa).
4.2.2. - Nell'ipotesi di associazione privata, occorre, in generale, distinguere il caso in cui l'associazione agisca facendo valere un diritto altrui in forza di una delega dell'interessato, dal caso in cui operi quale portatrice di un interesse collettivo che alla stessa faccia direttamente capo, quale c.d. ente esponenziale, non costituente ex ante una posizione soggettiva in capo ai singoli, ma nato come posizione sostanziale direttamente e solo in capo all'ente, dunque sorta di "derivazione" dell'interesse diffuso, per sua natura adespota. L'esigenza di un interesse qualificato risponde a criteri di selezione razionale dei soggetti che possano far valere un diritto in giudizio, per evitare l'espansione eccessiva dei legittimati, pur quando il fine primario sia propriamente altro, rispetto a quello di farsi portatori di un interesse prima diffuso. Sembra, poi, che l'interesse qualificato ad agire in giudizio non si possa riconoscere - pena la tautologia - unicamente in base al fatto che si tratti di associazione di avvocati operante, per definizione, mediante le azioni legali: in tal caso, tutte le associazioni di avvocati specializzate in date controversie dovrebbero automaticamente ritenersi titolari in proprio del diritto di azione (nonché, come nel caso di specie, del diritto a richiedere una condanna risarcitoria in proprio favore).
4.2.3. - Mancando, nella specie, un sicuro criterio formale di attribuzione della legittimazione attiva, essa va individuata volta per volta. L'art. 5, comma 2, d.lgs. n. 216 del 2003 prevede una doppia indagine, richiedendo di accertare: a) l'impossibilità di individuare il soggetto o i soggetti singolarmente discriminati;
b) la rappresentatività dell'associazione rispetto all'interesse collettivo in questione. Una volta operato il duplice accertamento, ne deriva la titolarità ex lege della legittimazione ad agire. L'azione proposta dall'associazione, in tal caso, è a diretta tutela dell'interesse collettivo proprio dell'ente esponenziale, legittimato a farne valere la lesione: onde il medesimo avrà, altresì, la facoltà di richiedere il risarcimento del danno in proprio favore (art. 17 direttiva n. 2000/78/CE; art. 4, comma 5, d.lgs. n. 216 del 2003; art. 28, comma 5, d.lgs. n. 150 del 2011). Il requisito sub a) postula che la discriminazione, in quanto in violazione della parità di trattamento sul lavoro, abbia colpito una categoria indeterminata di soggetti, rientrante nel disposto dell'art. 2 d.lgs. n. 216 del 2003.
Il requisito sub b) va verificato sulla base dell'esame dello statuto
dell'interesse collettivo assunto a scopo dell'ente, che di esso si
proprio dell'associazione, perché in connessione immediata con il fine
dell'ente, il quale contempli e persegua un fine ed un interesse,
come tale oggetto di un diritto dell'ente stesso.
europea dell'Il giugno 2013 (2013/396/UE), rileva che l'associazione
sia priva di scopo di lucro. E la Corte di giustizia dell'Unione ha più
tratti di un'attività funzionale al procacciamento di entrate
4.2.4. - La sentenza impugnata ha ritenuto l'associazione,
odierna intimata, legittimata all'azione per il fatto che, secondo l'art.
2 dello statuto, l'associazione si propone, in generale,
delle persone» con date preferenze sessuali «sollecitando l'attenzione
giudiziaria, nonché l'utilizzazione degli strumenti di tutela collettiva,
Dal momento che si tratta di un'associazione di avvocati e che lo
statuto, oltre all'indicazione del fine di diffondere il rispetto dei diritti
giudiziaria, si pone la questione se sia sufficiente l'enunciazione del
primo fine per rendere l'associazione legittimata ad agire a tutela
L'art. 1 della direttiva del 27 novembre 2000, n. 2000/78/CE,
sugli "obiettivi", dispone: «La presente direttiva mira a stabilire un quadro generale per la
personali, gli handicap, l'età o le tendenze sessuali, per quanto
«1. Ai fini della presente direttiva, per "principio della parità di
trattamento" si intende l'assenza di qualsiasi discriminazione diretta o
indiretta basata su uno dei motivi di cui all'articolo 1.
qualsiasi dei motivi di cui all'articolo 1, una persona è trattata meno
favorevolmente di quanto sia, sia stata o sarebbe trattata un'altra in
particolare tendenza sessuale (...).
necessarie alla sicurezza pubblica, alla tutela dell'ordine pubblico, alla
a) alle condizioni di accesso all'occupazione e al lavoro, sia
b) all'accesso a tutti i tipi e livelli di orientamento e formazione
all'occupazione e alle condizioni di lavoro, comprese le
d) all'affiliazione e all'attività in un'organizzazione di lavoratori o
L'art. 1 d.lgs. n. 216 del 2003, rubricato "oggetto", dispone:
«Il presente decreto reca le disposizioni relative all'attuazione
religione, dalle convinzioni personali, dagli handicap, dall'età e
dall'orientamento sessuale, per quanto concerne l'occupazione e le
fattori non siano causa di discriminazione, in un'ottica che tenga
«1. Ai fini del presente decreto (...) per principio di parità di
trattamento si intende l'assenza di qualsiasi discriminazione diretta o
handicap, dell'età o dell'orientamento sessuale. Tale principio
situazione di particolare svantaggio rispetto ad altre persone. (...)».
L'art. 3, in tema di "àmbito di applicazione", prevede:
le forme previste dall'articolo 4, con specifico riferimento alle seguenti
accesso all'occupazione e al lavoro, sia autonomo che
d) affiliazione e attività nell'àmbito di organizzazioni di lavoratori,
erogate dalle medesime organizzazioni.(...)».
L'àmbito di applicazione della tutela antidiscriminatoria è riferito -
sia dalla fonte eurounitaria, sia dalla fonte nazionale - alla situazione
che concerne l'instaurazione, l'esecuzione o la conclusione di un
accade nelle forti eurounitarie grazie all'ampio preambolo che le
«in materia di occupazione» (considerando 7), il fine di promuovere l'inserimento sociale sul
posto che «l'occupazione e le condizioni di lavoro» sono elementi
«politica dell'occupazione,
L'art. 1 definisce l'oggetto del decreto come recante disposizioni
«relative all'attuazione della parità di trattamento fra le persone ...
per quanto concerne l'occupazione e le condizioni di lavoro»; l'art. 2
menziona, in dettaglio, i momenti dell'accesso, della formazione, delle
dell'aderenza alle organizzazioni di lavoratori o datoriali.
dalla fase della sua instaurazione, al fine di assicurare l'aumento
dell'occupazione e con esse il miglioramento delle condizioni di vita.
5.2.2. - Incidenza della tutela antidiscriminatoria sull'iniziativa
L'ambito proprio della tutela è perciò quello dell'autonomia
mezzi processuali per la tutela dell'onore, della reputazione o
dell'identità personale, di cui siano titolari i citati soggetti; né è volta
ad operarne il bilanciamento con l'altrui diritto alla libera
manifestazione del pensiero: categorie concettuali estranee all'ambito
fondamentale, ai sensi dell'art. 10 della Carta diritti fondamentali
dell'Unione europea, dell'art. 18 del Patto internazionale relativo ai
dall'Assemblea delle Nazioni Unite, dell'art. 9 Convenzione europea di
salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali e
dell'art. 21 Cost.
soggetto che se ne duole; dall'altra, quello riservato a chi non
dell'assunzione - che è quella rilevante nel caso di specie - è dubbio
un'offerta al pubblico di lavoro.
non presentino almeno le caratteristiche di un'offerta al pubblico (cfr.
sanzionatorio dell'intenzione, che sembra incompatibile con i principi
Sotto questo profilo, la Corte dei giustizia dell'Unione ha emesso
quesito di rimessione da parte dell'Arbeidshof te Brussel, che
datore di lavoro, dopo aver collocato un'offerta di lavoro destinata a
richiamare l'attenzione, dichiari in pubblico»
Ivi risulta, dalle conclusioni dell'Avvocato generale, che «All'inizio
del 2005 la Feryn cercava operai per l'installazione di porte basculanti
lungo l'autostrada Bruxelles-Anversa un grande cartellone per la
ricerca di personale» (conclusioni dell'avvocato generale M. Poiares
parole, bensì compie un "atto linguistico"
("speech acta)»,
in corso (conclusioni dell'avvocato generale, punto 16).
pubblicamente esposta dall'impresa la propria effettiva politica di
una procedura di assunzione e, quindi, prima dell'eventuale decisione
sull'assunzione ed anche in mancanza di candidati identificabili.
all'omosessualità del predetto giocatore, avevano condotto alla
manifestazione di un'opinione che, per quanto criticabile e non
giustizia dell'Unione, al bilanciamento degli interessi coinvolti, in
parimenti riconosciuti dalla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione
un'immagine di neutralità rientra nella libertà d'impresa, riconosciuta
dall'art. 16 della Carta).
che richiede l'esatta interpretazione e delimitazione delle norme poste
sottoporre alla Corte di giustizia dell'Unione europea, ai sensi dell'art.
267 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (TFUE) le
1) «Se l'interpretazione dell'art. 9 della direttiva n. 2000/78/CE
sia nel senso che un'associazione, composta da avvocati specializzati
«Se rientri nell'ambito di applicazione della tutela antidiscriminatoria predisposta dalla direttiva n. 2000/78/CE, secondo l'esatta interpretazione dei suoi artt. 2 e 3, una dichiarazione di
omosessuali, con la quale, in un'intervista rilasciata nel corso di una
trasmissione radiofonica di intrattenimento, l'intervistato abbia
La Corte, visto l'art. 267 del Trattato sul funzionamento
dell'Unione europea e l'art. 295 cod. proc. civ., chiede alla Corte di
giustizia dell'Unione europea di pronunciarsi, in via pregiudiziale, sulle
Spiegazione Ordinanza Interlocutoria