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Timestamp: 2020-02-18 18:22:47+00:00
Document Index: 79666379

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 3', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 16', 'art. 16', 'art. 16', 'art. 7', 'art. 6', 'art. 16', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 7', 'art. 16', 'art. 16', 'art. 16', 'art. 3', 'art. 16', 'art. 16', 'art. 16', 'art. 221', 'art. 9', 'art. 9', 'art. 24', 'sentenza ', 'art. 27']

La legge, in chiaro – STUDIO LEGALE FORNER
Gli indirizzi PEC validamente utilizzabili per le notificazioni telematiche: una riflessione a margine e in seguito a Cass. Civ., Sez. III, (sent.) n. 3709/2019 e Cass. Civ., Sez. VI, (ord.) n. 24160/2019
I caso e gli equivoci: “Oportet ut scandala eveniant”
In una recente sentenza (Sezione III, n. 3709/2019) la Suprema Corte di Cassazione ha pronunciato un principio di diritto secondo il quale sarebbero invalide le notifiche telematiche (ex art. 3-bis L. 53/1994) rivolte a indirizzi estratti dall’INI-PEC e non, invece e soltanto, dal ReGIndE.
Una successiva ordinanza (Sezione VI, n. 24160/2019), richiamandosi alla citata sentenza, è parsa confermare quello che minaccia di divenire un pericoloso orientamento.
Severe critiche si sono levate, giustamente, all’indomani della prima pronuncia e, a maggior ragione, della seguente.
Sebbene l’argomento principale a fondamento di tali critiche (che, cioè, l’INI-PEC sia per legge e a pieno titolo un pubblico elenco dal quale trarre validi indirizzi ai fini della notificazione telematica) sia esatto e corretto, pare che finora sia mancata una più compiuta analisi della pronuncia incriminata e delle ragioni che la rendono, effettivamente, errata e aberrante.
Di ciò, appunto, ambisce a occuparsi questo scritto.
Andiamo, dunque, per ordine.
La sentenza n. 3709/2019: “Quandoque bonus dormitat Homerus”
Con la sentenza dd. 14/09/2018 — 8/02/2019, n. 3709, la Corte di Cassazione, Sezione III Civile, ha enunciato il seguente principio di diritto: «Il domicilio digitale previsto dal D.L. 179/2012, art. 16-sexies, convertito con modificazioni in L. 221/2012, come modificato dal D.L. 90/2014, convertito, con modificazioni, in L. 114/2014, corrisponde all’indirizzo PEC che ciascun avvocato ha indicato al Consiglio dell’Ordine di appartenenza e che, per il tramite di quest’ultimo, è inserito nel Registro Generale degli Indirizzi Elettronici (ReGIndE) gestito dal Ministero della giustizia. Solo questo indirizzo è qualificato ai fini processuali ed idoneo a garantire l’effettiva difesa, sicché la notificazione di un atto giudiziario ad un indirizzo PEC riferibile — a seconda dei casi — alla parte personalmente o al difensore, ma diverso da quello inserito nel ReGIndE, è nulla, restando del tutto irrilevante la circostanza che detto indirizzo risulti dall’Indice Nazionale degli Indirizzi di Posta Elettronica Certificata (INI-PEC)».
Di primo acchito, il principio surriportato appare in pieno e clamoroso conflitto con il disposto dell’art. 16-ter D.L. 179/2012, che, rubricato “Pubblici elenchi per notificazioni e comunicazioni”, così recita: «A decorrere dal 15 dicembre 2013, ai fini della notificazione e comunicazione degli atti in materia civile, penale, amministrativa, contabile e stragiudiziale si intendono per pubblici elenchi quelli previsti dagli articoli 6-bis [INI-PEC], 6-quater [Indice nazionale dei domicili digitali delle persone fisiche e degli altri enti di diritto privato] e 62 [Anagrafe nazionale della popolazione residente – ANPR] del decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82, dall’articolo 16, comma 12, del presente decreto [Registro PP.AA.], dall’articolo 16, comma 6, del decreto-legge 29 novembre 2008, n. 185 [registro delle imprese], convertito con modificazioni dalla legge 28 gennaio 2009, n. 2, nonché il registro generale degli indirizzi elettronici, gestito dal Ministero della giustizia» [abbiamo ritenuto di precisare fra parentesi quadre, per facilitare la lettura, i pubblici elenchi richiamati dalla norma; il successivo comma 1-bis del medesimo articolo estende l’applicazione di tale disposizione anche alla giustizia amministrativa].
Già solo per tale contrasto il principio enunciato dalla Suprema Corte si rivela fragorosamente errato; difatti, le critiche sollevate si sono concentrate su tale aspetto che, per la sua importanza, potrebbe dirsi “assorbente” di ogni ulteriore argomentazione.
E tuttavia v’è dell’altro, che emerge dalla lettura della motivazione per esteso nel cui contesto è stato pronunciato il principio di diritto oggetto di critica.
Richiamiamo, innanzitutto, alcuni punti fermi:
a) ciascun avvocato è tenuto, per legge (art. 16, comma 7, D.L. 29/11/2008 n. 185, richiamato anche dall’art. 7, comma 2, L. 247/2012), a dotarsi di un indirizzo di posta elettronica certificata e a comunicarlo al consiglio dell’ordine degli avvocati nel cui albo è iscritto; tale indirizzo costituisce il suo “domicilio digitale”, al quale saranno inviate le comunicazioni e notificazioni da parte degli uffici giudiziari nonché ogni altra notificazione ammessa e prevista dalla legge (incluse le notificazioni ex L. 53/1994);
b) il Registro Generale degli Indirizzi Elettronici (ReGIndE), di cui agli artt. 7 D.M. 44/2011 e 7-8 Provv. DGSIA 16/04/2014, contiene i dati identificativi e l’indirizzo di posta elettronica certificata dei cc.dd. “soggetti abilitati esterni” e degli utenti privati che a qualche titolo operano nel PCT senza essere “soggetti abilitati”, ed è alimentato, per quanto concerne gli avvocati, dai consigli dell’ordine che quotidianamente inviano l’albo aggiornato (ovviamente, per le informazioni che pertengono propriamente al ReGIndE stesso);
c) l’Indice Nazionale degli Indirizzi PEC delle imprese e dei professionisti (INI-PEC), di cui all’art. 6-bis D.Lgs. 82/2005 (Codice dell’Amministrazione Digitale) contiene i dati identificativi e l’indirizzo PEC di quei soggetti obbligati a dotarsene e a comunicarlo a un ente di riferimento, come stabilito nel D.L. 185/2008 ed è alimentato da quegli stessi enti (ordini, collegi, camere di commercio etc.), analogamente a quanto visto per il ReGIndE;
d) tanto il ReGIndE quanto l’INI-PEC sono “pubblici elenchi” “ai fini della notificazione e comunicazione degli atti in materia civile, penale, amministrativa, contabile e stragiudiziale”, per espressa previsione dell’art. 16-ter D.L. 179/2012.
Con ciò in mente, è ora il caso di esaminare il merito della vicenda sottostante la sentenza in commento.
La fattispecie si può così riassumere: una sentenza viene notificata pochi giorni dopo la sua pubblicazione, tramite PEC, all’Avvocatura Generale dello Stato di Roma; la stessa Avvocatura impugna per cassazione la sentenza, ma solo entro il termine semestrale di decadenza («ben oltre — si legge in motivazione della sentenza — la scadenza del termine c.d. “breve” di cui agli artt. 325 e 326 C.P.C.»); di contro all’eccezione di tardività, l’Avvocatura sostiene “l’inefficacia” (così nella motivazione; rectius: nullità) della notificazione telematica perché diretta a un indirizzo sì «risultante dall’indice Nazionale degli Indirizzi di Posta Elettronica Certificata (INI-PEC), ma non registrato al Registro Generale degli Indirizzi Elettronici (ReGIndE) gestito dal Ministero della Giustizia. In particolare, l’indirizzo elettronico in questione viene utilizzato dall’Avvocatura dello Stato per scopi amministrativi e non giudiziali» (sent. cit.).
A questo punto, è opportuno precisare che gli avvocati dello Stato — tanto dell’Avvocatura Generale di Roma, quanto delle varie Avvocature Distrettuali — sono sì censiti al ReGIndE, ma senza l’indicazione di una PEC a loro individualmente riferibile: compare, invero, solo il riferimento all’Avvocatura di appartenenza. Analogamente, neppure nell’INI-PEC è dato rintracciare un indirizzo PEC intestato a un avvocato dello Stato.
Di contro, nel sito istituzionale dell’Avvocatura dello Stato (http://www.avvocaturastato.it/) è presente una pagina intitolata “Elenco delle caselle di Posta Elettronica Certificata” (raggiungibile dal link “PEC” posto nel menu laterale), la quale a sua volta è suddivisa in tre sottopagine, rispettivamente intitolate a “Corrispondenza relativa ad attività legale”, “Corrispondenza relativa ad attività amministrativa” e (guarda, guarda…) “Notificazioni (Processo Civile, Penale, Amministrativo, Contabile e Tributario)”.
Entrando in quest’ultima, si trova l’elenco degli indirizzi PEC di ciascuna sede dell’Avvocatura di Stato, preceduto dalla dicitura «Indirizzi censiti nel registro denominato “Reginde”, previsto dall’art. 7 del D.M. n. 44/2011, e nel registro di cui all’art. 16, comma 12, del D.L. 179/2012, entrambi dichiarati “elenchi pubblici” dall’art. 16 ter del D.L. 179/2012».
Tutto a posto? Manco per idea!
Innanzitutto, se si tenta di effettuare nel ReGIndE un’interrogazione relativa a una qualsiasi sede dell’Avvocatura, si scopre che ciò… non è tecnicamente possibile: la maschera di ricerca richiede l’inserimento del nome del singolo avvocato — e difatti gli avvocati dello Stato sono effettivamente censiti, ma (come si è visto) senza alcun indirizzo PEC — e non accetta denominazioni “impersonali” (quali, appunto “Avvocatura dello Stato” aut similia).
Gli indirizzi PEC (validi per le notificazioni telematiche a’ sensi dell’art. 16-ter D.L. 179/2012) dell’Avvocatura di Stato sono censiti nel c.d. Registro PP.AA., accessibile dal PST del Ministero della Giustizia (e anche lì, mica è facilissimo trovarli… a meno di non inserire l’espressione di ricerca — invero, astrusa assai, per uno che non sia un poco addentro le cose informatiche — “%avvocatura%stato”).
Sarebbe forse interessante — e utile alla miglior comprensione della fattispecie — conoscere qualche dettaglio in più della specifica vicenda.
È comunque possibile enucleare i seguenti punti fermi:
a) quando fu effettuata la notificazione telematica “incriminata” (fine ottobre 2016) era già consolidata l’individuazione dei pubblici elenchi esclusivamente utilizzabili all’uopo: si trattava, in breve, del ReGIndE, dell’INI-PEC, del Registro PP.AA. e dell’elenco del domicilio digitale del cittadino (di cui all’art. 3-bis C.A.D.) [successivamente, vi sarebbe stata un’ulteriore modifica della norma, nel testo letto poco supra];
b) gli avvocati dello Stato non sono “normali” avvocati: nel senso che lo Stato è difeso dall’ente Avvocatura dello Stato, di cui gli avvocati sono organi privi di propria individualità (o, per dirla altrimenti, è l’Avvocatura che opera, sia pur pel tramite dei propri avvocati); difatti, gli avvocati dello Stato non sono iscritti negli albi tenuti dai consigli dell’ordine degli avvocati e sono disciplinati dalle leggi che regolano l’Avvocatura dello Stato (segnatamente, il R.D. 30/10/1933 n. 1611 e la L. 3/04/1979 n. 103); ciò spiega anche perché agli avvocati dello Stato non corrisponda un indirizzo PEC individuale censito nel ReGIndE, ma ogni comunicazione e notificazione telematica vada indirizzata alla casella PEC espressamente istituita per ricevere e trasmettere le comunicazioni e notificazioni telematiche relative ai processi.
A livello generale, va pure rilevato come all’epoca non vigesse più l’obbligo d’indicare espressamente negli atti introduttivi l’indirizzo PEC del difensore (sebbene molti continuino tuttora a farlo, probabilmente per scrupolo prudenziale…).
Dato il suesposto quadro, tuttavia, sorprendono due cose:
1) l’obiettiva negligenza del difensore che aveva proceduto alla notificazione telematica della sentenza, consistita nel non aver saputo reperire il corretto indirizzo PEC per la notificazione all’Avvocatura dello Stato;
2) la grossolana imprecisione della Suprema Corte nel redigere il principio di diritto, quasi anch’essa fosse ignara delle peculiarità dell’Avvocatura di Stato da un lato, e dall’altro quella che appare una fortemente imprecisa conoscenza dei presupposti e meccanismi della notificazione tramite PEC.
In altri termini, il principio suenunciato, prima ancora di discuterne l’eventuale fondatezza e rispondenza a legge, è del tutto estraneo alla materia da cui ha tratto origine.
Non ha senso, infatti, discettare di ReGIndE e INI-PEC quando il destinatario della notificazione telematica è un ente pubblico, il cui domicilio digitale ai fini giudiziari è incluso nel Registro PP.AA..
Ma, a parte ciò, è evidente che la Suprema Corte è incorsa in una macroscopica confusione degli elenchi degli indirizzi PEC, sia di quelli disponibili, sia di quelli validamente utilizzabili ai fini notificatori.
In particolare, occorre ribadire che l’INI-PEC è alimentato dagli stessi soggetti e con i medesimi dati che vengono contemporaneamente riversati nel ReGIndE e nel registro di cui all’art. 16, comma 6, D.L. 185/2008; di fatto, l’INI-PEC costituisce l’unione dei predetti due registri, solo che, a differenza di essi, è liberamente consultabile (senza, cioè, le restrizioni che caratterizzano, invece, gli altri due).
Pertanto, stabilire una gerarchia fra i pubblici elenchi di cui all’art. 16-ter D.L. 179/2012 è tanto illegittimo (perché la norma non pone alcuna distinzione di valore) quanto incongruo (perché i dati contenuti nell’INI-PEC sono, in effetti, ridondanti rispetto a quelli del ReGIndE e del registro delle imprese, cioè sono esattamente gli stessi).
Di talché, il principio in parola viene a rivelarsi addirittura inapplicabile, poiché (salvo l’improbabile caso di un eccezionale malfunzionamento dei sistemi informatici ministeriali — il ReGIndE è gestito dal Ministero della giustizia, l’INI-PEC dal Ministero per lo sviluppo economico) ogni indirizzo PEC di avvocato presente nell’INI-PEC è contemporaneamente contenuto nel ReGIndE (e sanzionare di nullità la notificazione solo perché il notificante abbia in ipotesi dichiarato di aver estratto l’indirizzo dall’INI-PEC sarebbe semplicemente aberrante).
Che l’estensore della motivazione fosse evidentemente distratto da altri pensieri quando ha redatto il principio di diritto può ricavarsi anche da ciò, che il suddetto principio fa riferimento espresso all’art. 16-sexies D.L. 179/2012: e tale norma cita, testualmente, “l’indirizzo di posta elettronica certificata, risultante dagli elenchi di cui all’articolo 6-bis del decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82 [l’INI-PEC!], nonché dal registro generale degli indirizzi elettronici, gestito dal ministero della giustizia”.
Insomma, se non fosse fuori luogo per uno scritto che ha pur sempre ambizioni scientifiche, potremmo concludere questo paragrafo con il noto (e un po’ volgare, invero) calembour che usualmente ricorre ogniqualvolta paia che la Suprema Corte sia uscita dal seminato…
L’ordinanza n. 24160/2019: “…perseverare diabolicum”
Anche il caso sottostante l’ordinanza n. 24160/2019 resa dalla Sezione VI della Suprema Corte è caratterizzato soprattutto dall’insipienza tecnica (giuridica) dei protagonisti, almeno da quanto è dato ricavare dalla scarna motivazione.
Si controverte, infatti, in tema di regolamento di competenza, in un caso di querela di falso ex art. 221 C.P.C. proposto da una delle parti di un giudizio civile contro lo stesso magistrato titolare del giudizio in parola.
Secondo la Suprema Corte, già l’intero impianto dell’azione è gravemente fallato in termini di rito; come “ciliegina sulla torta” viene l’ulteriore considerazione che «a prescindere dal fatto che il ricorso è stato notificato a mezzo PEC al [magistrato titolare] “con elezione di domicilio presso l’avvocato Tribunale di Firenze” a un indirizzo di posta elettronica che è quello della cancelleria dell’immigrazione del Tribunale di Firenze, ovvero anche all’indirizzo di posta elettronica del Protocollo del Tribunale di Firenze, estratto dall’indice nazionale degli indirizzi INI-PEC, elenco che, oltre a non essere riferibile alla posizione del [magistrato], è stato dichiarato non attendibile da Cass. n. 3709 del giorno 8 febbraio 2019, secondo cui “per una valida notifica tramite PEC si deve estrarre l’indirizzo del destinatario solo dal pubblico registro ReGIndE e non dal pubblico registro INI-PEC”. Questo indipendentemente dal fatto che la notifica ad un magistrato non può essere validamente effettuata presso l’indirizzo di posta elettronica della Cancelleria dell’immigrazione o del protocollo del Tribunale di appartenenza» (così l’ordinanza in esame).
Dati i casi in esame, si potrebbe inferire che l’insipienza degli avvocati si comporta come un maligno virus, capace d’infettare anche i giudici della Suprema Corte.
Difatti, l’estensore della motivazione dice cose sensate sino al punto che inizia con “è stato dichiarato non attendibile etc.”: l’inciso, infatti, oltre a essere errato per le ragioni viste al paragrafo precedente, è addirittura del tutto superfluo, poiché sarebbero state sufficienti le corbellerie commesse dall’avvocato notificatore a rendere irrimediabilmente nulla la notifica.
Probabilmente, l’estensore si sarà rifatto, acriticamente, al principio di diritto, ritenendo di aggiungere un quid pluris al proprio (e, sino a lì, corretto) ragionamento: peccato che quel quid pluris si sia rivelato la proverbiale goccia che fa traboccare il vaso.
Conclusione: “Homo sum, humani nihil a me alienum puto”
La Corte di Cassazione, si sa, è infallibile ex lege: nel senso che, non essendo previsto né possibile alcun rimedio alla sue pronunzie, può dire l’ultima parola; e se “le parole sono pietre”, quelle della Suprema Corte, talvolta, sono veri e propri macigni.
Restando in quest’ordine di pensiero, potremmo anche aggiungere che, nel caso di specie, non vi sarebbe interesse a invocare il rimedio (ove questo, ovviamente, esistesse): il disposto (in entrambi i casi esaminati) è corretto, sono le motivazioni sottostanti a essere errate, ma il risultato concreto non cambierebbe neppure se le motivazioni venissero opportunamente emendate.
Non dobbiamo, quindi, scandalizzarci più che tanto: la Corte è pur sempre composta di esseri umani (nonostante ogni eventuale diverso avviso…), e gli esseri umani, si sa, possono avere giornate storte e commettere errori.
L’importante, dunque, è che la Corte non creda alla propria infallibilità, e che questi due sciagurati precedenti restino incidenti isolati e senza seguito; in concreto, si sono rivelati, per quanto li riguarda, fondamentalmente innocui: il danno si verificherebbe se altri giudici vi si rifacessero pedissequamente e acriticamente.
Così, non sarà scandaloso se la lettera del Presidente del CNF al Primo Presidente della Corte di Cassazione non riceverà esplicita positiva risposta (c’è pur sempre una faccia da salvare, no?); l’importante è che, nei fatti, l’estrema giurisdizione rientri nell’alveo di ciò che giuridicamente è corretto, facendo preziosa lezione degli sbagli commessi.
E se nell’intitolare questo paragrafo abbiamo scomodato Terenzio, pare adeguato affidare la chiusura a Wittgenstein: «Wovon man nicht sprechen kann, darüber muß man schweigen (Di ciò di cui non si può parlare, si deve tacere)».
Avvocatura e liberalizzazioni
L’art. 9 D.L. 24 gennaio 2012 n. 1 ha introdotto l’obbligo per l’avvocato di pattuire previamente con il proprio cliente il compenso per l’incarico professionale (che dev’essere conferito con atto scritto), nel contempo abrogando le tariffe professionali.
Ciò è stato salutato da molti come “una salutare liberalizzazione, che comporterà significativi risparmi per il consumatore e un generale ridimensionamento dei costi di giustizia”.
L’avvocatura nel suo insieme, invece, ha fortemente criticato tale innovazione legislativa.
La reazione degli avvocati è stata da più parti bollata come “chiusura corporativa” e “difesa di una insostenibile rendita di posizione”.
Se si considera che la tariffa professionale è stata da sempre e sino a oggi un punto cardinale di riferimento per tutti gli operatori del servizio giustizia (avvocati, certo, ma anche magistrati), non deve sorprendere né tantomeno scandalizzare che un’intera (e nemmeno troppo ristretta, in termini numerici) categoria professionale si sia trovata all’improvviso disorientata e abbia reagito di conseguenza, tenuto conto, inoltre, che il citato art. 9 demolisce un sistema di determinazione dei compensi sedimentato da tempi pressoché immemorabili senza preoccuparsi di indicarne uno nuovo o almeno alternativo.
Si dice che così sia stata introdotta la concorrenza nei servizi professionali.
A dir il vero, questo effetto si era già avuto in occasione delle cosiddette “lenzuolate di Bersani”, quando era stata abrogata l’obbligatorietà dei minimi tariffari.
A mio sommesso avviso (ma non credo di essere isolato, al riguardo), l’errore di prospettiva sta nel considerare le professioni intellettuali alla stregua di una qualsiasi altra attività imprenditoriale o commerciale.
In tal senso dovrebbe leggersi anche quanto si è sentito a proposito dei limiti all’accesso alla professione (tirocinio post laurea ed esame di abilitazione).
In realtà, pare non volersi considerare un altro, fondamentale aspetto.
L’avvocato svolge una funzione costituzionale (garantisce il diritto di difesa: art. 24 della Costituzione), per certi versi obbligatoria (la difesa personale non è consentita dalla legge, salvo casi particolarissimi), trattando una materia vasta e complessa, nella quale la competenza professionale è, da un lato un obbligo del professionista, dall’altro un diritto della parte assistita.
Le scorciatoie in nome di una presunta “legge del mercato” si rivelano allora un pericolo di notevole entità per chi necessiti di ricorrere alle cure di un professionista.
Il caso degli abogados è illuminante, al riguardo: in Spagna è sufficiente la laurea per iscriversi all’albo professionale ed esercitare la professione forense; poiché la normativa europea consente ai professionisti di stabilirsi in qualunque paese dell’Unione per esercitare la professione, molti italiani, dopo aver conseguito la laurea in giurisprudenza in Italia, si sono trasferiti in Spagna, hanno ottenuto il riconoscimento del titolo di studio anche colà (sostenendo alcuni esami integrativi), si sono iscritti all’albo degli abogados e sono poi rientrati in Italia, pretendendo l’iscrizione negli albi italiani, così saltando a pie’ pari tirocinio ed esame di abilitazione (se non è un espediente in frode alla legge questo…).
Scusate la brutale franchezza, ma: vi fareste curare da un medico che non abbia sostenuto l’esame di Stato per l’abilitazione alla professione?
E all’avvocato non si affida forse la cura di interessi che possono essere vitali (per esempio: la difesa in un processo penale per un grave reato; oppure la richiesta di risarcimento di un grave danno alla persona da sinistro stradale)?
Meglio concludere su questa considerazione: si tutelerebbero davvero e meglio gli interessi del cittadino se si rendesse più efficiente il servizio giustizia e si assicurasse, più che l’economicità, la qualità del professionista.
Ma garantire la qualità comporta dei costi, che sono tutti a carico del professionista.
Se un avvocato è costretto a svendere il suo lavoro, non potrà sostenere gli oneri necessari per mantenere un livello qualitativo dignitoso e sufficiente, a tutto discapito del cliente.
Un avvocato low cost potrà rendere solo un servizio low quality.
Se queste sono “liberalizzazioni”…
Pubblicato il 4 Febbraio 2009 21 Agosto 2009
Quando una decisione è impopolare
Ha destato parecchio scalpore la recente decisione del Giudice per le Indagini Preliminari di Roma di concedere, su richiesta della Procura della Repubblica, gli arresti domiciliari a un uomo fermato perché accusato di aver commesso una violenza sessuale la notte di Capodanno.
Pare che l’uomo in questione abbia ammesso la violenza; sia reo confesso, dunque.
Perché allora non è rimasto in cella a scontare la sua colpa?
Per un elementare principio di civiltà giuridica, che talvolta pare si tenda a dimenticare.
In base a detto principio, non è possibile privare una persona della libertà se non in due casi:
1) perché la persona è stata condannata con sentenza divenuta irrevocabile;
2) perché sussistono comprovate esigenze cautelari.
Ora, nel caso in questione non c’è ancora alcuna sentenza, poiché il processo deve ancora essere celebrato.
Sarebbe stato quindi eventualmente possibile restringere in carcere l’indagato (il quale, si ricordi, è ancora sotto l’usbergo della presunzione di non colpevolezza di cui all’art. 27, comma secondo, della Costituzione, che vale per tutti gli indagati e gli imputati) solo nel caso vi fossero state esigenze cautelari, cioè si volesse evitare il rischio che l’indagato si dia alla fuga oppure cerchi di distruggere o alterare il quadro probatorio oppure ancora commetta nuovamente lo stesso reato.
Evidentemente, il Giudice ha ritenuto, anche in forza della resa confessione, che non sussistessero esigenze cautelari tali da giustificare la custodia in carcere, ma che si potessero legittimamente disporre solo gli arresti domiciliari.
Le notizie apparse sulla stampa, in effetti, paiono confermare la correttezza della decisione: se Procura o G.I.P. avessero provveduto in senso più prossimo al sentire popolare avrebbero sbagliato e l’indagato si sarebbe probabilmente visto scarcerare dal Tribunale del Riesame o da altro giudice d’impugnazione.
Certo, la vittima del reato ha avuto una reazione forte, ed è assolutamente comprensibile.
Ma la discussione “pubblica” del caso avrebbe dovuto arrestarsi qui: il sostrato tecnico–giuridico è troppo complesso per formare oggetto di soddisfacente disamina al di fuori delle sedi competenti.
È stato grave, invece, fare di tale argomento l’oggetto di un talk show della domenica pomeriggio, finendo non col fare informazione, ma il suo esatto contrario.
È invece il caso di rammentare alcuni, fondamentali capisaldi del diritto.
In primo luogo, che la legge è uguale per tutti.
Poi, che poco più d’una una quindicina d’anni fa la disciplina della custodia cautelare in carcere era molto meno rigida e restrittiva dell’attuale, tant’è vero che a molti pubblici ministeri fu (anche fondatamente) rimproverato d’avere le “manette facili”.
Fu dunque per ovviare a tale “facilità” che la disciplina delle misure cautelari ha assunto col tempo l’attuale assetto.
I maliziosi hanno inferito che così è stato per evitare che certi indagati “eccellenti” potessero essere incarcerati.
Quali che fossero le ragioni alla base di tale riforma, la concreta conseguenza è stata che, per reati la cui pena sia inferiore a una certa soglia edittale, la custodia cautelare in carcere non è possibile.
E siccome la legge è uguale per tutti, non si guarda al tipo di reato ma solo alla misura della pena prevista (salvo poche, ristrette eccezioni; allargare il novero delle quali avrebbe potuto concretare una disparità di trattamento non ammissibile a livello costituzionale).
Ergo: per “tener fuori” “qualcuno” è stato necessario “tenerne fuori” tanti altri.
Sono gli effetti collaterali di ciò che chiamano “stato di diritto”.
Ove ciò non accade, c’è la dittatura.
Chi fosse tentato di dire che lo preferirebbe, provi a pensare per un attimo di finire dalla parte sbagliata (magari anche solo per errore; più facile che capiti ove non ci sono controlli e garanzie)…
Aggiornamento: Alcuni giorni fa, il Senato ha approvato un emendamento al disegno di legge in materia di sicurezza, per cui sarebbe esclusa la possibilità di concedere gli arresti domiciliari a chi sia accusato di stupro (oltre ad altre restrizioni a carico dei colpevoli).
È presto per i commenti: occorrerà attendere l’approvazione definitiva della norma, ed esaminarne il testo finale; fin da subito, tuttavia, si può osservare come la norma paia nascere sull’onda dell’emozione per i recenti, odiosi fatti di cronaca, il che non è mai un buon viatico per una buona legge (nelle parole di un ex giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America: “Hard cases make bad laws¨).