Source: http://ciocci.blog/2012/02/perche-larticolo-18-e-un-non-problema/
Timestamp: 2019-05-19 23:09:51+00:00
Document Index: 146231428

Matched Legal Cases: ['art.18', 'art.18', 'art.18', 'art.18', 'art.18', 'art.18', 'art. 2119', 'art.18']

Perché l’articolo 18 è un non problema. – Ciocci Thinks
Letto? Poi vi interrogo eh.
Quindi in pratica si dice che per evitare licenziamenti individuali discriminatori (ti licenzio perché sei iscritto a tal sindacato, ti licenzio perché mi stai antipatico) viene inserita con l’art.18 una tutela reale, che comporta la restituzione al lavoratore ingiustamente licenziato del posto di lavoro, o in alternativa la scelta di rinunciare alla reintegrazione in cambio di 15 mensilità.
I sostenitori della modifica o cancellazione dell’art.18 sostengono che togliendo questo vincolo le aziende (solo quelle sopra ai 15 dipendenti però, perché alle altre non viene applicato l’art.18) siano più disposte a fare contratti a tempo indeterminato.
Vediamo un po’ di numeri però: fatti un po’ di calcoli viene fuori che l’art.18 copre circa il 33% dei lavoratori italiani, i dati sulle vertenze dicono come solo qualche centinaio di lavoratori l’anno viene reintegrato sotto l’ombrello dell’art.18 e come viene affermato pure dai sindacati nella maggioranza dei casi il lavoratore sceglie l’indennizzo, c’è però una forte componente psicologica e sociale nella formula dell’art.18 che funziona da deterrente verso possibili soprusi della parte forte, perché il rapporto di lavoro non è e non sarà mai un contratto tra pari, per questo il diritto del lavoro è importante a riequilibrare queste differenze.
Allo stesso tempo esistono le leggi sui licenziamenti individuali (legge 604 del 1966) e quelli collettivi (legge 223 del 1991) che consentono alle aziende . Nella prima il licenziamento è previsto per ragioni soggettive: quindi per giustificato motivo (“notevole inadempimento degli obblighi contrattuali”) o per giusta causa (art. 2119 c.c), ma anche per ragioni oggettive (“ragioni inerenti all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa”), cioè in pratica per ragioni economiche e organizzative, così come previsto per i licenziamenti collettivi.
In europa non è che ci siano molte differenze rispetto a noi, in alcuni paesi sono un po’ più rigidi, in altri un po’ meno, però tutele di questo genere, compresa la possibilità di reintegro ci sono praticamente ovunque, quello che non c’è è una giustizia lenta come la nostra.
Quindi in definitiva, per me è sacrosanto non toccare l’art.18, come chiesto dalla CGIL e pensare piuttosto a un piano di investimenti per il lavoro, a ridurre le forme contrattuali presenti in Italia e a rendere meno conveniente il lavoro precario; tutte cose queste, che potrebbero davvero aiutare noi giovani, ma anche i nostri genitori e l’intero paese a uscire dalla crisi. Non è la flessibilità in uscita il problema dell'Italia, basta guardare gli indicatori OCSE e vedere che siamo molto più vicini alla Danimarca della flexicurity che non la Germania delle rocciose relazioni industriali. Il problema è crearli i posti di lavoro, per farlo bisogna investire in innovazione di prodotto, investire sulle donne, sui giovani, estendere gli ammortizzatori sociali.
Autore ciocciPubblicato il 8 Febbraio 2012 Categorie politicaTag articolo 18, cgil, diritti, governo, italia, lavoro, libertà, politica, riforme, sindacati
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