Source: https://www.torquatiassicurazioni.it/news/display/2009/Ordini-di-servizio-inutili-per-il-riconoscimento-di-mansioni-superiori/
Timestamp: 2019-07-21 01:09:34+00:00
Document Index: 68486893

Matched Legal Cases: ['art. 29', 'art. 2103', 'art. 2126', 'art. 97', 'art. 97', 'art. 97', 'art. 97', 'art. 52', 'art. 52', 'art. 15', 'art. 52', 'art. 52']

Area Medica : Ordini di servizio inutili per il riconoscimento di mansioni superiori
Contributo da Admin su 29 Mag 2009 - 17:26
TAR Lazio Roma - Sezione I bis, Sent. n. 3796 del 15.04.2009
Il Collegio ritiene, innanzitutto, inconferente la fonte normativa di cui all’art. 29 del DPR 761/1979 evocata dalla ricorrente a motivo di ricorso; ed invero, l’interessata è dipendente del ministero della sanità e non già di strutture pubbliche facenti parte del Servizio sanitario nazionale (usl – asl - ospedali – ecc…) per le quali soltanto, invero, può operare, per delimitato ambito oggettivo e soggettivo della norma, la disposizione in parola.
Tale requisito, dopo una serie di statuizioni oscillanti, è stato negli ultimi anni ritenuto indispensabile dalla giurisprudenza amministrativa (A.P. 23.2.2000 n. 11; A.P. 28.1.2000 n. 10; Sez. V, 4.11.1999 n. 1807). Esso mira – ad avviso del Collegio ed a tutta evidenza - ad impedire che il singolo dipendente, di propria iniziativa o con il consenso compiacente dei suoi superiori non titolari della potestas di immutazione dello status giuridico-economico del lavoratore, possa assumere incarichi, funzioni o compiti di livello superiore aggirando così le prescritte procedure di selezione/inquadramento del personale e/o di modifica della pianta organica, finendo per stravolgere l’assetto funzionale-organizzativo dell’ente ed esponendo l’erario d esborsi non assistiti dalla necessaria copertura di spesa.
In definitiva, l’assenza dell’indefettibile presupposto rappresentato dall’atto di incarico formale di assegnazione alle mansioni superiori, quest’ultimo proveniente ex ante dall’organo dell’amministrazione istituzionalmente competente ad incidere sullo status del dipendente e sull’assetto funzionale-organizzatorio dell’ente, fa ragione - per effetto del carattere formale che contrassegna l’organizzazione della p.a., in sintonia con i principi di legalità e di buon andamento – sulla infondatezza dell’intrapresa azione.
In virtù della citata norma costituzionale – che trova corrispondenza nel disposto di cui all’art. 2103 Cod. civ. - sussisterebbe, ad avviso della lavoratrice, l’obbligo d’integrare il trattamento economico del dipendente nella misura corrispondente alla qualità - quantità del lavoro effettivamente prestato. L’articolato, dunque, costituirebbe, nella prospettazione attorea, parametro precettivo di immediata applicazione - ovvero mediata dall’art. 2126 Cod. civ. - al rapporto di lavoro sicché sarebbe consentita, per tale via, l’attribuzione diretta del trattamento economico corrispondente alla superiore qualifica rivestita.
2. l’esercizio di mansioni superiori rispetto alla qualifica rivestita contrasta con il buon andamento e l’imparzialità dell'Amministrazione (art. 97 Cost.) nonché con la rigida determinazione delle sfere di competenza, attribuzioni e responsabilità proprie dei funzionari. La posizione di chi svolge mansioni superiori, infatti, non può essere assimilata (sotto il profilo giuridico-economico) a quella di colui che il medesimo incarico ricopre sulla base di una qualificazione professionale oggettivamente accertata all’esito di procedure selettive e/o concorsuali (art. 97, comma III, Cost.).
L'affidamento di mansioni superiori a pubblici dipendenti, invece, avviene spesso con criteri che non garantiscono l'imparzialità dell'Amministrazione (C.d.s. A.p. 22/99).
Nell’esercizio dei propri poteri d'organizzazione (art. 97, comma I Cost.) l’amministrazione potrebbe, per esigenze particolari di buon andamento dei servizi, prevedere in sede regolamentare - anche - la possibilità d'assegnazione temporanea di dipendenti a mansioni superiori alla loro qualifica senza, però, diritto a variazioni del trattamento economico (cfr. C.d.s. - A.p. - dec. 4/9/97, n. 20).
Le considerazioni che precedono inducono a ritenere, concordemente a quanto sostenuto dall’Alto Consesso, che “nell’ambito del pubblico impiego è la qualifica e non le mansioni il parametro al quale la retribuzione è inderogabilmente riferita, considerato anche l’assetto rigido della Pubblica amministrazione sotto il profilo organizzatorio, collegato anch’esso, secondo il paradigma dell'art. 97, ad esigenze primarie di controllo e contenimento della spesa pubblica” (A.p. n. 22/99).
Va considerato, che neppure sussistono i presupposti per l’applicazione al caso in esame della nuova normativa sul pubblico impiego. Ed invero, i decreti succedutisi dal 1993 al 2001, in attuazione delle leggi - delega sulla riforma del settore, contemplano una disciplina generale del conferimento di mansioni superiori valida per tutte le Amministrazioni pubbliche.
Tale normativa, la cui entrata in vigore è stata più volte rinviata dallo stesso legislatore per esigenze connesse alle problematiche organizzative interne degli Enti, regolamenta all’art. 52, del D. Lvo n. 165/01 (per la prima volta in un testo normativo di portata generale per il pubblico impiego) l’istituto dell’attribuzione temporanea di funzioni superiori. La norma prevede che al lavoratore spetta, in siffatti casi, la differenza di trattamento economico con la qualifica superiore anche nel caso d'assegnazione nulla per violazione delle condizioni ivi previste (art. 52 c. V, decreto citato).
La prefata disposizione, invero, è stata introdotta nel testo normativo originario del 1993 (n. 29) con l’art. 15, del D.L.vo n. 387/98: successivamente, il suo contenuto è stato riprodotto nell’attuale testo unico sul pubblico impiego – art. 52, c. V, citato - (in parte-qua, ricognitivo).
Ebbene, il riconoscimento legislativo del diritto di che trattasi possiede un evidente carattere innovativo per la sua apertura nei confronti del “mansionismo”; pertanto, va attribuito, con carattere di generalità, soltanto a decorrere dall'entrata in vigore del D.L. vo n. 387, del 1998 (cfr. A.p. n. 10, del 2000) mentre nella vicenda che occupa i fatti per cui è causa ricadono temporalmente in epoca antecedente.
Quanto, infine, alla pretesa della ricorrente di essere reinquadrata nel livello superiore, il Collegio osserva che la materia del pubblico impiego è informata dal principio – corollario a sua volta dei principii di diritto sopra enucleati ed esposti – secondo cui l’esercizio di fatto di mansioni non corrispondenti alla qualifica di appartenenza non ha effetto ai fini dell’inquadramento del lavoratore o dell’assegnazione a superiori e/o diversi incarichi. Tale principio lo si trova espresso anche nel nuovo T.U. del Pubblico Impiego approvato con D.Lvo n. 165/2001. In particolare, l’art. 52, c. 6 del citato decreto dispone – ratione temporis - che “ … in nessun caso lo svolgimento delle mansioni superiori rispetto alla qualifica di appartenenza può comportare il diritto ad avanzamenti automatici nell’inquadramento professionale del lavoratore”.
La differenza sostanziale tra studio medico e ambulatorio (da admin il 06/21/10 5949 pagine viste)