Source: http://www.eliolannutti.it/2011/06/page/2/
Timestamp: 2020-02-24 05:12:32+00:00
Document Index: 24763768

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'e contrario', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 21', 'art. 28', 'art. 21', 'sentenza ', 'art. 1455', 'sentenza ', 'art.8', 'art. 8', 'art. 239', 'art. 239', 'sentenza ', 'art. 239', 'sentenza ', 'art. 8', 'art. 8']

giugno – 2011 – Elio Lannutti - Page 2
Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05452
Atto n. 4-05452
alla domanda dell’intervistatore se alcune di queste persone citate parteciperanno all’imminente riunione del Bilderberg a St. Moritz il banchiere risponde di sì ed aggiunge che i partecipanti sono in una posizione di potere: «Hanno enormi quantità di denaro disponibile e lo utilizzano per distruggere interi paesi. Distruggono la nostra industria e la ricostruiscono in Cina. Dall’altra parte hanno aperto le porte a tutti i prodotti cinesi in Europa. La popolazione attiva europea guadagna sempre meno. Il vero obiettivo è quello di distruggere l’Europa»;
inoltre riguardo ai mass media in Occidente che «se ne stanno più o meno completamente in silenzio per quanto riguarda il gruppo Bilderberg» il banchiere sostiene che «esiste un accordo tra loro e i proprietari dei mezzi di comunicazione. Alle riunioni vengono invitate anche alcune personalità di spicco del mondo dei media, ma viene detto loro di non riferire nulla di ciò che vedono o sentono»;
come si legge nell’atto di sindacato ispettivo dell’interrogante 4-04265 «il Bilderberg opera nel segreto assoluto e per 50 anni non si è saputo nemmeno che esistesse. Solo di recente ha aperto un sito realizzato in grande economia e che dice di fatto pochissimo. Non si conoscono le sue finalità, i suoi membri, curiosamente, non vantano l’appartenenza al gruppo nei curricula vitae. Quando il club si riunisce in seduta plenaria ai giornalisti non è permesso avvicinarsi; tra i promotori del gruppo Bilderberg ci sono Bernhard van Lippe-Biesterfeld, presidente del Bilderberg fino a quando nel 1976 diede le dimissioni per lo scandalo di una tangente da 1,1 milioni di dollari dalla Lockheed Corporation per la vendita di aerei caccia all’aviazione olandese; Joseph Retinger, economista polacco, il quale fu tra i fondatori e segretario generale fino al 1952 dell’United european movement presieduto da Winston Churchill e finanziato dall’ACUE (American Committee for United Europe); (…) il gruppo ha svolto i seguenti incontri: 29-31 maggio 1954: Oosterbeek, Olanda; 18-20 marzo 1955: Barbizon, Francia; 23-25 settembre 1955: Garmisch-Partenkirchen, Germania dell’Ovest; 11-13 maggio 1956: Fredensborg, Danimarca; 15-17 febbraio 1957: St Simons Island, Georgia, USA; 4-6 ottobre 1957: Fiuggi, Italia; 13-15 settembre 1958: Buxton, Inghilterra; 18-20 settembre 1959: Yesilköy, Turchia; 28-29 maggio 1960: Bürgenstock, Svizzera; 21-23 aprile 1961: St Castin, Canada; 18-20 maggio 1962: Saltsjöbaden, Svezia; 29-31 maggio 1963: Cannes, Francia; 20-22 marzo 1964: Williamsburg, Virginia, USA; 2-4 aprile 1965: Villa d’Este, Italia; 25-27 marzo 1966: Wiesbaden, Germania dell’Ovest; 31 marzo-2 aprile 1967: Cambridge, Inghilterra; 26-28 aprile 1968: Mont Tremblant, Canada; 9-11 maggio 1969: Marienlyst, Danimarca; 17-19 aprile 1970: Bad Ragaz, Svizzera: 23-25 aprile 1971: Woodstock, Vermont, USA; 21-23 aprile 1972: Knokke, Belgio; 11-13 maggio 1973: Saltsjöbaden, Svezia; 19-21 aprile 1974: Megève, Francia; 25-27 aprile 1975: Çesme, Turchia; 22-24 aprile 1977 (nel 1976 non ci fu alcuna conferenza poiché il principe Bernhard fu coinvolto nello scandalo Lockheed): Torquay, Inghilterra; 21-23 aprile 1978: Princeton, New Jersey, USA; 27-29 aprile 1979: Baden, Austria; 18-20 aprile 1980: Aachen, Germania dell’Ovest; 15-17 maggio 1981: Bürgenstock, Svizzera; 14-16 maggio 1982: Sandefjord, Norvegia; 13-15 maggio 1983: Montebello, Canada; 11-13 maggio 1984: Saltsjöbaden, Svezia; 10-12 maggio 1985: Rye Brook, New York, USA; 25-27 aprile 1986: Gleneagles, Scozia; 24-26 aprile 1987: Villa d’Este, Italia; 3-5 giugno 1988: Telfs-Buchen, Austria; 12-14 maggio 1989: La Toja, Spagna; 11-13 maggio 1990: Glen Cove, New York, USA; 6-9 giugno 1991: Baden-Baden, Germania; 21-24 maggio 1992: Evian-les-Bains, Francia; 22-25 giugno 1993: Atene, Grecia; 3-5 giugno 1994: Helsinki, Finlandia; 8-11 giugno 1995: Zurigo, Svizzera; 30 maggio-1º giugno 1996: Toronto, Canada; 12-15 giugno 1997: Lake Lanier, Georgia, USA; 14-17 maggio 1998: Turnberry, Ayrshire, Scozia; 3-6 giugno 1999: Sintra, Portogallo; 1°-4 giugno 2000: Genval, Bruxelles, Belgio; 24-27 maggio 2001: Gothenburg, Svezia; 30 maggio-2 giugno 2002: Chantilly, Virginia, USA; 15-18 maggio 2003: Versailles, Parigi, Francia; 3-6 giugno 2004: Stresa, Italia; 5-8 maggio 2005: Rottach-Egern, Monaco, Germania; 8-11 giugno 2006: Ottawa, Canada; 31 maggio-3 giugno 2007: Istanbul, Turchia; 5-8 giugno 2008: Chantilly, Virginia, USA; 14-16 maggio 2009: Atene, Grecia; cui si aggiunge l’incontro avvenuto il 3-6 giugno 2010 a Sigtes in Spagna;
ancora dalla lettura del citato articolo del 10 giugno su “Liquida” si apprende che questi sono «alcuni dei partecipanti italiani che avrebbero preso parte agli incontri Bilderberg degli scorsi anni: Franco Bernabè, John Elkann, Mario Monti, Tommaso Padoa Schioppa, Paolo Scaroni, Giulio Tremonti, Gianni Agnelli, Umberto Agnelli, Alfredo Ambrosetti, Emma Bonino, Giampiero Cantoni, Lucio Caracciolo, Luigi G. Cavalchini, Adriana Ceretelli, Innocenzo Cipolletta, Gian C. Cittadini Cesi, Rodolfo De Benedetti, Ferruccio De Bortoli, Paolo Zannoni, Antonio Vittorino, Ignazio Visco, Walter Veltroni, Marco Tronchetti Provera, Ugo Stille, Barbara Spinelli, Domenico Siniscalco, Stefano Silvestri, Renato Ruggiero, Carlo Rossella, Virginio Rognoni, Sergio Romano, Gianni Riotta, Alessandro Profumo, Romano Prodi, Corrado Passera, Mario Monti, Cesare Merlini, Rainer S. Masera, Claudio Martelli, Giorgio La Malfa, Francesco Giavazzi, Gabriele Galateri, Paolo Fresco, John Elkann, Mario Draghi, Gianni De Michelis»;
in occasione della precedente riunione del gruppo Bilderberg, l’interrogante aveva presentato il citato atto di sindacato ispettivo, che ad oggi non ha avuto risposta, per chiedere ragione delle misteriose riunioni,
se il Governo non ritenga che l’assoluta segretezza che ha sempre caratterizzato le riunioni Bilderberg non sia accettabile considerato che politici e capi di Stato dovrebbero sempre render conto di tutte le riunioni che fanno ai propri cittadini, consentendo quindi ai mass media di seguire l’evento e fare domande circa l’agenda dettagliata dell’incontro Bilderberg e delle decisioni che si prenderanno in merito ai piccoli ed ai grandi problemi che coinvolgono tutti;
se non intenda, vista la partecipazione agli incontri del gruppo Bilderberg di Ministri ed esponenti dei vertici di aziende pubbliche italiane, favorire, nelle opportune sedi, la massima trasparenza delle riunioni, considerato che la riservatezza maniacale alimenta il sospetto e il mistero in democrazia è malsano;
se negli incontri riservati vengano decisi anche i rapporti di affari tra i banchieri, i governatori delle banche centrali, i “capitani di industria” ed i “vari faccendieri” che possono così effettuare allegre speculazioni.
Ing. Massimo Caputi- ex Aurum Pescara
Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05451
Atto n. 4-05451
LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze e per i rapporti con le Regioni e per la coesione territoriale. -
si apprende da notizie di stampa che il Comune di Pescara avrebbe pagato due volte per il progetto di ristrutturazione dell’Aurum;
si legge infatti su un articolo de “Il Centro” del 14 giugno 2011 che: «Nel 2006, l’ente ha versato 258.900 euro all’ingegnere Massimo Caputi per un progetto finito nel cestino. La stessa cosa è accaduta con la progettazione della riviera nord. Anche in quel caso l’elaborato non è stato mai utilizzato. in compenso, non è stato ancora pagato. Il progettista ha richiesto una parcella di circa 200mila euro e il Comune è in causa da quasi venti anni, perché non intende pagare. Il progettista è uno dei manager più noti dell’Abruzzo. Basti pensare che Massimo Caputi è stato amministratore delegato di società del calibro di Grandi stazioni e di Sviluppo Italia, nonché membro del cda di Acea, Monte dei Paschi di Siena e Banca agricola Mantovana. (…) All’epoca dei fatti Caputi aveva una società di progettazione la Proger, fondata insieme a un gruppo di professionisti: Ercole Falasca, Tommaso Gangai e Luciano Porfiri. A cavallo tra gli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, periodo d’oro della Dc di Remo Gaspari, sfornò, su richiesta del Comune di Pescara, decine di progetti per la città. “Quando mi sono insediato nel dicembre del 1994″, ricorda l’ex sindaco Carlo Pace, “ho trovato nei cassetti progetti importanti della Proger. Uno di questi riguardava il nuovo tribunale che io ho prontamente utilizzato”. Tra le carte lasciate in eredità c’era anche quella per la ristrutturazione dell’Aurum. “Non sono riuscito ad utilizzarla, perché mancavano i finanziamenti per realizzare l’opera”, racconta Pace, “ricordo che era un bel progetto, diverso da quello poi realizzato, più orientato al restauro conservativo”. I finanziamenti sono poi arrivati con l’amministrazione successiva, guidata dall’ex sindaco Luciano D’Alfonso. Ma il progetto di Caputi, di cui forse si ignorava l’esistenza, è rimasto nel cassetto. La giunta di centrosinistra ha deciso di ripartire da zero affidando, previa gara d’appalto, l’incarico al gruppo Di Vincenzo, il quale ha fornito tutto chiavi in mano, anche il progetto ex novo elaborato da Gaetano Cardano e Luciano Parenti. I lavori sono costati in tutto circa 10 milioni di euro. Ma nel 2006 è arrivata la sorpresa. Caputi e la Proger hanno presentato la parcella per il progetto finito nel cestino e la precedente giunta ha pagato. Lo conferma un estratto conto ritrovato ora, con data 4 dicembre 2006, per 258.900 euro»;
si legge ancora sulla pagina del sito Internet “Centocittà” dedicata alla città di Pescara che: «l’ex Aurum si trova nel cuore della Pineta Dannunziana di Pescara e fu concepito nel 1910 come elegante fabbricato a forma circolare – il cosiddetto Kursaal – in un contesto che prevedeva, nelle intenzioni dell’architetto Liberi, la realizzazione di stabilimenti balneari. Il progetto tuttavia restò incompiuto e, negli anni ’20, i fratelli Pomilio trasformarono la struttura nella distilleria Aurum, nome coniato da Gabriele D’Annunzio per indicare il liquore a base di arancia (dal latino aurantium) che vi veniva prodotto. Negli anni ’70 la fabbrica venne chiusa e per decenni la struttura rimase abbandonata correndo addirittura il rischio di essere perfino demolita. Nel 2003 il Comune di Pescara decise di acquistare e recuperare l’edificio, con l’intenzione di farne un contenitore culturale multifunzionale, atto ad ospitare mostre, eventi, seminari, convegni, ecc. La ristrutturazione, iniziata nel 2005, ha interessato una superficie complessiva di 10.000 mq, ed è stata attuata tenendo conto sia della ‘memoria’ degli antichi ambienti sia della necessità di recuperare nuovi spazi per le attrezzature tecnologiche e le moderne esigenze funzionali (aree di didattica e ricerca, locali di supporto per le esposizioni, uffici comunali, shopping centre). Nel luglio del 2007 l’ex Aurum è tornato ad essere utilizzato come nuovo opificio d’arte e cultura ed oggi è un luogo che accoglie i fermenti più vivi ed originali della ricerca e dell’espressione artistica»;
considerato che, sull’articolo citato da “Il Centro” si legge ancora che: «È sempre la Proger di Caputi la protagonista di un contenzioso con il Comune aperto circa venti anni fa. Riguarda anche in questo caso un progetto mai utilizzato dall’ente. Prevedeva la ristrutturazione di tutto il lungomare Matteotti con la realizzazione di parcheggi, verde attrezzato e spazi culturali nell’area dell’ex Fea. Nell’aprile dell’87 la Proget ricevette l’incarico di progettazione dalla giunta guidata da Nevio Piscione. Presentò l’elaborato e chiese il pagamento di una parcella pari a 961 milioni di vecchie lire. Il Comune decise di corrispondere un acconto sulle competenze dovute di 640 milioni di vecchie lire, pari all’anticipazione erogata dall’allora Agenzia per lo sviluppo del Mezzogiorno. Nonostante le sollecitazioni, l’ente non liquidò tutta la somma perché nel frattempo l’apposita delibera, che autorizzava il pagamento, venne annullata dal Coreco. Partì il contenzioso. Il Comune venne condannato in primo grado e ora la causa prosegue in Appello. La cifra è lievitata a 203.000 euro»,
se corrisponda al vero che il Comune di Pescara abbia versato 258.000 euro all’ingegner Caputi per il progetto di ristrutturazione dell’Aurum, lavoro però non realizzato per mancanza di fondi, così pagando due volte lo stesso progetto;
se risulti a quale titolo l’ingegner Massimo Caputi abbia ricevuto la somma in questione;
quali iniziative di competenza il Governo intenda assumere al fine di valutare se non vi sia stata una cattiva gestione del denaro pubblico dovuta a fenomeni di negligenza degli amministratori affinché non siano sempre i cittadini a pagare di tasca propria.
Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05469
Atto n. 4-05469
LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze, dell’interno e per i rapporti con le Regioni e per la coesione territoriale. -
la Commissione europea con la delibera C28/98 ha condannato il Comune di Roma ad una multa di oltre 112 miliardi di lire, in seguito all’indagine che ha condotto in merito agli aiuti di Stato in ordine alle misure adottate dal Governo italiano a favore della Centrale del latte di Roma, privatizzata nel 1957, dopo aver ripianato perdite per 215,1 miliardi di vecchie lire negli esercizi dal 1992 al 1997, antecedenti alla stessa privatizzazione;
a quanto risulta all’interrogante, finora la multa non è stata pagata;
risulterebbe che, all’epoca della cessione della privatizzazione della Centrale del latte, parteciparono alla gara 4 gruppi, tra cui Cirio e Parmalat. Il valore minimo venne stabilito dai periti, nominati dal Tribunale di Roma, in poco meno di 39 milioni di euro, ma secondo alcuni l’azienda ne valeva almeno il doppio. L’azienda venne ceduta alla Cirio di Cragnotti per 41 milioni di euro (l’offerta di Tanzi era stata di 26 milioni di euro). Ma, a parere dell’interrogante caso strano, dopo solo 13 mesi la Parmalat di Tanzi acquistò Eurolat dalla Cirio per 395 milioni di euro, e della società ceduta faceva parte anche la Centrale del latte di Roma;
la Acci di Roma, però, non poteva essere ceduta, per accordi con il Comune, prima di 5 anni. Cragnotti se la cavò con una penale di 15 miliardi di lire, ma intascò da Tanzi circa il doppio di quanto speso. Prima della cessione alla Cirio il Comune di Roma separò l’attività industriale, e il rimanente andò in liquidazione. E nella società liquidata fu scaricata la multa dell’Unione europea (UE), iscritta sotto la voce sopravvenienze passive;
d’altronde, come sostiene un professore di diritto internazionale che insegna a Bruxelles, la UE non può portare in detrazione le somme al Comune di Roma, in quanto i fondi speciali per la capitale passano per il Governo nazionale. Ne consegue che la UE, almeno per il momento, non avrebbe gli strumenti idonei per incassare la sanzione, anche se, a quanto appreso, si starebbero studiando le modalità del caso;
nel bilancio 2000 del Comune di Roma non compare più la partecipazione della Centrale del latte in liquidazione;
dopo il ripianamento delle perdite per 215 miliardi di lire per il periodo ’92-97, e dopo la cessione della Centrale del latte alla Cirio, la sanzione fu scaricata nella società in liquidazione, e di conseguenza estrapolata dal bilancio del Comune di Roma, probabilmente per seppellire definitivamente la richiesta della UE;
è dei primi di giugno la notizia che entro 60 giorni il Comune di Roma dovrà attivare le procedure per riacquisire la titolarità del pacchetto azionario di controllo della Centrale del latte di Roma, oggi nel portafoglio di Parmalat. Lo ha stabilito la Seconda sezione del Tar del Lazio, disponendo che il Campidoglio dichiari la nullità degli atti negoziali con cui nel 1998 cedette il 75 per cento della Centrale del latte alla Cirio di Sergio Cragnotti, quota rivenduta, grazie a una transazione col Comune, un anno più tardi alla Parmalat di Calisto Tanzi. Il Tar ha accolto in parte il ricorso per l’ottemperanza alla sentenza del Consiglio di Stato del 1° marzo 2010 presentato dalla società Ariete fattoria latte sano che nel 1998 era in lizza per l’acquisto della Centrale. Il Tar ha anche stabilito che, una volta riacquisito il pacchetto di maggioranza della Centrale, il Comune di Roma non sarà obbligato a indire una nuova gara per cedere la Centrale, ma potrà scegliere come disporne nel pubblico interesse. Il Tar ha infine ordinato al Campidoglio di pagare ad Ariete fattoria latte sano un risarcimento del danno, in via equitativa, di 8 milioni di euro più gli interessi,
se corrisponda al vero che il Comune di Roma non abbia pagato la multa di 112,5 miliardi di vecchie lire inflitta dalla UE per il disinvolto ripianamento delle perdite dal 1992 al 1997 al prezzo non congruo pari ad oltre 41 milioni di euro pagati dalla Cirio al Comune di Roma invece di quello giusto pari ad almeno il doppio;
quali siano i motivi per cui nel bilancio 2000 del Comune di Roma non compare più la partecipazione della Centrale del latte in liquidazione;
se corrisponda al vero che, dopo il ripianamento delle perdite per 215 miliardi di lire per il periodo ’92-97, e dopo la cessione della Centrale del latte alla Cirio, la sanzione fu scaricata nella società in liquidazione, e di conseguenza estrapolata dal bilancio del Comune di Roma;
quali iniziative di competenza intenda assumere il Governo al fine di accertare la regolare tenuta e gestione dei conti dell’ente capitolino e la corretta condotta degli amministratori pubblici responsabili del bilancio comunale.
Consob e autorità europee elaborano il metodo “Wat if” per identificare il grado di rischio dei prodotti finanziari
Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05466
Atto n. 4-05466
si apprende da notizie di stampa che la Consob e le autorità europee di regolamentazione starebbero per cambiare il metodo di esplicazione dei prodotti finanziari. Una scelta che in un momento come quello attuale, in cui una crisi generata proprio da titoli tossici non è ancora stata assimilata, né dai mercati né dagli investitori, appare all’interrogante quantomeno come imprudente;
sino ad oggi quando un investitore doveva valutare l’opportunità di scegliere o meno un determinato titolo, si trovava di fronte ad un’analisi obbligatoriamente fornita dall’istituto erogante, circa il profilo di rischio prescelto con quel prodotto;
nel caso di un prodotto finanziario rivelare la distribuzione dei valori futuri dell’investimento è la via maestra per la misurazione del rischio che si corre. Se si è informati che, in caso di investimento di 100 euro, con una probabilità del 40 per cento dopo un anno si può perdere il 25 per cento del valore investito, con una probabilità del 10 per cento si guadagna quanto un titolo a tasso fisso (il 2 per cento) e con probabilità del 50 per cento si ottiene un rendimento positivo in media del 35 per cento, si ha una buona visione del rischio assunto. Si è consapevoli per esempio che, in quattro casi su dieci, si rimane con 75 euro per ogni 100 investiti;
questo, in sintesi, era l’approccio che la Consob aveva adottato sin dal 2007 imponendo agli emittenti di titoli strutturati che il prospetto d’offerta contenesse un’efficace disclosure del rischio (nonché dei prezzi e costi dell’investimento, e anche dell’orizzonte appropriato, approccio denominato in gergo risk-based o “a 3 pilastri”);
come riporta l’articolo de “Il Sole 24 Ore” del 20 giugno 2011: «Ora pare che la Consob (assieme alle autorità europee) abbia intenzione di abbandonare questo approccio a favore di un altro cosiddetto “what-if”: in sintesi, si costruiscono tre scenari detti “sfavorevole”, “neutrale” e “favorevole” e si comunicano questi al cliente. La scelta di come definire i tre scenari è a discrezione dell’emittente, se ne considerano tre su infinite possibilità, non si dice nulla sulle probabilità di accadimento e quindi sulla quantificazione del rischio, il che non depone bene. Per capire le potenziali differenze applichiamo le due strategie a un caso concreto: quello del “Convertendo” Bpm 2009/2013, un’obbligazione con cedola 6,75% più una call americana lunga e una put europea corta sulle azioni Banca Popolare di Milano (un prodotto strutturato assurto recentemente agli onori della cronaca). Il prospetto che i sottoscrittori di questo titolo si trovarono di fronte seguiva il primo approccio. In esso si avvertiva il sottoscrittore che con il 68,5% di probabilità si sarebbe ottenuto a scadenza (nel 2013) una redditività negativa di circa il 40%, nel 24,3% dei casi un’elevata redditività (+62%) e nei casi rimanenti una redditività prossima a un titolo privo di rischio. Questa informazione fa capire anche a un risparmiatore sprovveduto che c’è un rischio molto elevato e asimmetrico: chi vuole fare una bella scommessa, si accomodi. Guarda caso, oggi, a quasi un anno e mezzo dal collocamento, lo strutturato Bpm ha perso almeno metà del suo valore e la banca sta cercando, in extremis, di intervenire migliorando i termini contrattuali della conversione. Si può dire, banalmente, che si sta verificando lo scenario a suo tempo valutato come il più probabile. Che cosa sarebbe stato comunicato all’investitore se si fosse seguito il secondo approccio, quello oggi proposto dalla Consob? Ebbene, che nello scenario “sfavorevole” il rendimento alla scadenza del titolo strutturato verrebbe presentato come negativo con perdita del -7% (ma all’anno), nello scenario “neutrale” positivo del +2,71% e nello scenario “favorevole” positivo del +6,75%. Ma, si noti bene, niente si dice delle probabilità dei tre scenari. È così verosimile che l’investitore li legga come equiprobabili. Ma nella realtà non è così: la probabilità di perdita (scenario sfavorevole) è più che doppia rispetto alla probabilità di rendimento positivo. Di fronte a questi dati, l’ultima cosa che verrebbe in mente è eliminare il prospetto a 3 pilastri dall’informativa per il comune risparmiatore. Eppure questo è quanto sembra stiano facendo le autorità preposte, in Italia come in Europa. Non è una buona idea. La strategia di come rivelare il rischio deve essere decisa dal regolatore. (…) Nel caso dei prodotti finanziari rivelare la distribuzione di probabilità dei rendimenti non impone nessun costo aggiuntivo all’emittente: quella distribuzione è infatti indispensabile per stabilire il prezzo del prodotto finanziario, proprio perché prezzo e misurazione del rischio sono l’uno la faccia dell’altro. Poiché ogni emittente deve saper prezzare un prodotto, è anche in grado di darne una valutazione in termini di rischio. Per di più alla lunga gli intermediari potrebbero anche beneficiarne: rivelare la rischiosità dei loro prodotti in modo ambiguo, come accade con l’approccio “what if”, sarà fonte di controversie ex post che potranno mettere a rischio la loro stessa reputazione. Se di questo aspetto gli intermediari non si curano direttamente non può non preoccuparsene il regolatore»;
considerato che c’è da interrogarsi:
su come sia possibile che una tale adulterata rappresentazione dei rischi finanziari abbia trovato non solo udienza ma addirittura l’approvazione delle Autorità poste a salvaguardia della correttezza e trasparenza dei mercati europei dopo gli errori (anche in vigilando) che hanno portato alla crisi finanziaria mondiale del 2008;
sull’efficacia di cambiare le regole in corso d’opera, soprattutto se, cambiandole, si ottiene una sorta di deregulation che rischia di lasciare libere le banche nella promozione del loro prodotto e tutela poco l’investitore nella percezione del rischio in un momento in cui l’Unione europea sta ancora pagando caro il conto di una crisi creata da titoli tossici,
se risulti vero quanto esposto in premessa;
quali iniziative di competenza intenda assumere affinché non venga dissipata un’importante lezione offerta dalla crisi, ossia l’importanza che il risparmiatore presti una costante attenzione ai rischi dei suoi investimenti e, fatto ancor più importante, che, quando investe i propri risparmi, abbia consapevolezza del rischio che assume;
quali iniziative urgenti intenda intraprendere al fine di trovare il modo di trasmettere un’informazione sul rischio, cui un investitore va incontro se investe in quel prodotto, che sia intellegibile e dia il senso delle eventuali conseguenze;
se non intenda provvedere, nelle competenti sedi, a dissipare ogni forma di confusione che possa disorientare i risparmiatori nonché evitare ogni artifizio collaterale lesivo dei diritti dei contraenti, con indubbi vantaggi per gli interessi dei banchieri a giudizio dell’interrogante adusi a speculare nell’opacità.
Inpdap- Viaggi vacanze figli dipendenti pubblici
Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05465
Atto n. 4-05465
ogni anno l’Inpdap propone numerosi soggiorni estivi di vacanza e studio per i figli dei dipendenti pubblici, della durata di 15 giorni, in Italia e all’estero;
è un’opportunità interessante in cui ai momenti ricreativi e sportivi si alternano varie attività culturali e gite, ma soprattutto, per l’estero, lo studio di una lingua straniera;
sono giunte all’interrogante segnalazioni di cittadini che lamentano l’anomala gestione delle graduatorie delle “colonie” Inpdap (ex ENPAS);
in particolare il caso di un dipendente che, come tutti gli anni, ha avviato le procedure per l’iscrizione del figlio di 10 anni al soggiorno estivo;
quest’anno l’Istituto ha adottato le procedure in forma telematica, quindi il dipendente ha fatto la richiesta on line, che si è definita in più periodi, per ultimo con l’indicazione delle priorità per la scelta della località. A quel punto ha reso note, come richiesto, le 5 località preferite, nonostante da una comunicazione ricevuta dall’Inpdap il figlio risultasse in posizione 4.800 a fronte di circa 3.800 posti disponibili;
quanto comunicato all’utente è subito risultato strano considerato che, tra l’altro, il suo reddito ISEE è molto basso, appena poco superiore ai 13.000 euro;
a procedura conclusa riceve l’e-mail dall’Inpdap nella quale si conferma l’esclusione del figlio dall’assegnazione del soggiorno vacanza, con eventuale ripescaggio;
conseguentemente il dipendente si è recato alla sede provinciale dell’Inpdap per avere chiarimenti ma gli uffici non hanno saputo dare alcuna risposta e il numero verde a disposizione allo stesso modo non dà risposte;
con cadenza annuale, l’Inpdap avvia una procedura aperta per l’affidamento dell’appalto dei servizi di organizzazione di viaggi relativi ai soggiorni estivi in Italia e vacanze studio all’estero da erogare in favore di ragazzi di età compresa tra i 7 ed i 18 anni;
tale servizio non è gestito direttamente dall’Istituto ma viene appaltato dall’ente ad operatori turistici specializzati ed autorizzati dalle normative vigenti mediante bandi di gara d’appalto a livello europeo;
notizie di stampa hanno sollevato il caso dei viaggi studio “beffa” per ragazzi dai 7 ai 18 anni dell’Inpdap affidati a operatori non in regola attivi tra Rimini e San Marino con carenze numerose nelle strutture alberghiere, episodi di mala gestione che continuano a ripetersi nonostante i numerosi esposti presentati da parte di diversi ragazzi disabili tra il 2009 e il 2010 per denunciare un sistema inadempiente da almeno 20 anni;
nonostante tali pesanti denunce, in questi anni le società degli operatori non risultanti in regola e che non prestano il servizio adeguato sono sempre presenti nell’elenco delle società vincitrici delle gare per l’affidamento dei servizi di organizzazione dei viaggi studio dell’Inpdap;
la questione dell’anomala gestione delle colonie ex Enpas è giunta all’attenzione del Parlamento attraverso atti di sindacato ispettivo per le evidenti carenze esistenti che non solo sono gravi ma mettono in luce quel senso civico e morale che un ente di tale rilevanza dovrebbe garantire,
se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza dei fatti; se non ritengano opportuno, per quanto di loro competenza, promuovere iniziative volte a verificare e chiarire la vicenda anomala esposta;
quali siano i criteri adottati dall’Inpdap per la ripartizione dei posti nelle varie categorie d’età dei figli dei dipendenti pubblici;
se risultino i motivi per cui per alcune categorie di studenti, come in quella del ragazzo del caso di specie, ci sono solo 3.800 posti e negli altri rispettivamente 8.447 e 13.876, nonostante sia stato aumentato il contributo a carico delle famiglie;
se risultino i motivi per cui alcuni ragazzi provenienti da famiglie, con redditi alti, vengono inseriti di diritto nelle graduatorie dei titolari dei soggiorni vacanza dell’Inpdap escludendo dal godimento i ragazzi di famiglie con redditi bassi e se questo non sia frutto di una politica clientelare dell’ente;
se risulti quali siano i motivi per cui l’Inpdap continui ad affidare alle stesse società, oggetto degli esposti di cui in premessa, senza effettuare la dovuta verifica circa il controllo e il monitoraggio dell’idoneità e dell’agibilità delle strutture destinate ad accogliere i ragazzi beneficiari dei soggiorni e delle vacanze studio erogate dall’ente;
se l’Inpdap abbia proceduto a verificare l’idoneità dei requisiti prescritti dalla legge delle compagini societarie affidatarie dei servizi banditi nonché degli organi rappresentativi delle medesime.
Divania-Unicredit sottoscrizione titoli di credito derivati
Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05464
Atto n. 4-05464
Divania, azienda con sede nella zona industriale di Bari, un tempo leader a livello nazionale nella produzione di divani e poltrone e che dava lavoro a 430 dipendenti, rischia il fallimento stritolata dalla bolla dei derivati, ma non solo;
la vicenda parte dall’inchiesta sul rapporto intercorso tra la società pugliese Divania e l’Unicredit relativo alla sottoscrizione di titoli di credito derivati;
nel gergo delle aziende di credito erano definiti «codici rossi» ovvero gli strumenti derivati che avevano accumulato una grossa perdita e che quindi si potevano «rimodulare» con nuovi contratti che partivano già in perdita al momento della sottoscrizione per effetto dei premi dovuti a Divania e che la banca non avrebbe pagato, causando al cliente perdite sempre più elevate che lo spingevano sempre più in basso. Questa la spirale perversa che ha ridotto sul lastrico la società;
se per 20 funzionari e dirigenti di Unicredit e Antonveneta (Gruppo Mps) la Procura di Bari si appresta a chiedere il rinvio a giudizio con l’accusa a vario titolo di truffa, appropriazione indebita ed estorsione, nei confronti del Banco di Napoli, invece, la magistratura inquirente ha da poco aperto un secondo fascicolo per usura aggravata. Accade che il Banco di Napoli presenta istanza di fallimento. Al 31 marzo 2010 sostiene di essere creditore di oltre due milioni di euro. L’azienda ritiene invece che il debito relativo ai finanziamenti ottenuti era di un milione e duecentomila euro. La banca replica che intende applicare gli interessi del 13,75 per cento fino al 31 marzo 2007 e del 12,25 per cento fino al 31 marzo 2010 quando ritiene risolta la convenzione con cui venivano ristrutturati i debiti contratti con un gruppo di banche, sulla base di una lettera che Divania contesta. Saverio Parisi, titolare dell’azienda, a questo punto, denuncia il Banco di Napoli. E la Procura apre un fascicolo per usura aggravata. L’ipotesi – l’indagine è solo all’inizio e al momento non sono state provate responsabilità penali dell’istituto – è che gli interessi avrebbero superato la soglia prevista dalla legge. Entrambe le inchieste, coordinate dal pubblico ministero inquirente Isabella Ginefra, sono partite da denunce dell’imprenditore;
per l’associazione Adusbef appare quanto mai singolare che il Banco di Napoli abbia depositato un’istanza di fallimento contro Divania dopo aver atteso quattro anni l’esito delle controversie insorte tra la società e Unicredit, e proprio nel momento in cui si è prossimi alla definitiva sentenza;
il problema è che il caso non sembra affatto isolato. A giudizio dell’interrogante, da un lato, si operano vessazioni sui clienti, dall’altro, si tende a minimizzare i rischi degli innumerevoli contenziosi ai quali la banca si espone, sì da poter accantonare nei bilanci somme irrisorie per fare fronte alle spese processuali occorrenti, scaricando poi sui malcapitati azionisti il ben più alto costo reale delle sentenze. Per l’associazione, decisivo è il ruolo delle istituzioni;
l’interrogante auspica che in questa situazione non venga dichiarato il fallimento di Divania e le sia consentito di ottenere le ormai prossime sentenze dei procedimenti civili avviati presso il Tribunale di Bari contro Unicredit per centinaia di milioni di euro;
in precedenti atti di sindacato ispettivo (4-04894, 3-01961) l’interrogante aveva sollevato la questione Divania e i comportamenti tenuti dalla relativa banca nei confronti della società,
alla luce del caso di specie, quali iniziative, nelle opportune sedi di competenza, il Governo intenda assumere per porre fine al comportamento paradossale tenuto dal ceto bancario per cui, trovandosi in difficoltà, la banca tenta di annientare l’ex cliente mettendolo a tacere al fine di evitare che alcune tematiche vengano puntualmente approfondite;
se i derivati altamente rischiosi suggeriti dagli istituti di credito, emessi con la finalità di finanziare stipendi e stock option dei banchieri, con sistemi di sofisticata ingegneria algoritmica, che portavano le banche a guadagni certi con calcoli probabilistici di matematica finanziaria con una probabilità vicina al 90 per cento, mentre ai contraenti restava la probabilità di copertura dei rischi che erano costretti ad assumere per perdite altamente probabili, non abbiano danneggiato migliaia di piccole e medie imprese, contribuendo in tal modo alla grave recessione ed alla crisi addossata sulle famiglie;
Bisignani – Montezemolo
Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00373
Premesso che anche il presidente della Ferrari, Luca Cordero di Montezemolo, molto solerte nel predicare le pubbliche virtù ed una moralità economica alle quali gli altri dovrebbero attenersi, chiese aiuto per l’ex compagna Edwige Fenech agli amici della televisione pubblica, quella Rai finanziata con i soldi dei cittadini, ma gestita con criteri fin troppo clientelari, offrendo in cambio una fuoriserie al direttore generale della televisione pubblica. «Montezemolo, la Maserati e la fiction della Fenech – Il figlio dell’ex piduista assunto a Maranello: “È in gamba”» è il titolo di un articolo pubblicato su “la Repubblica” del 21 giugno 2011. Vi si legge: «In quel telefono di Luigi Bisignani che non smette mai di squillare e trafficare, accade che si ascolti, in almeno tre occasioni, la voce di Luca Cordero di Montezemolo. Si parla di “cortesie”, sullo sfondo di un’assunzione alla “Ferrari” (il figlio di Bisignani) e di un’urgenza: lo sblocco del finanziamento di una serie di fiction prodotte per la Rai da una ex compagna di vita (Edwige Fenech). E ancora: di una Maserati in prova per l’amico Mauro Masi, di un’inimicizia dell’amministratore delegato di Ferrovie. E così, il 23 febbraio di quest’anno, il Presidente della Ferrari si ritrova di fronte ai pubblici ministeri napoletani per raccontare una storia che comincia nel 1989. “Era l’anno dei Mondiali di calcio in Italia e Bisignani, giovane giornalista, era all’Ansa – ricorda Montezemolo – Noi dell’organizzazione ottenemmo il suo distacco. Molti anni dopo, quando ero presidente di Confindustria, venni a sapere che lavorava per Eni e anche che suo figlio lavorava per la ‘Renault’, dal momento che Bisignani è amico di Briatore”. Dunque? Dunque, prosegue Montezemolo, “dal momento che ci serviva un ragazzo giovane che trattasse con gli sponsor, dissi a Domenicali (Stefano, direttore sportivo della Ferrari ndr.) di incontrare il ragazzo e di testarlo. So poi che è stato assunto e mi dicono che è in gamba”. Con Bisignani junior alla “Ferrari”, i contatti di Montezemolo con Bisignani senior si ripetono. “Gli chiesi – ricorda Montezemolo – di sondare Lucchini (Stefano Lucchini, capo delle relazioni esterne dell’Eni e braccio destro di Paolo Scaroni) per sapere quali fossero le posizioni dell’Eni sul rinnovo delle cariche di Confindustria a Napoli, perché per me Bisignani è sempre stato l’interfaccia di Scaroni”. E, “parlando con lui, mi disse che Moretti di Ferrovie ce l’aveva con me”. Fino alla telefonata in cui si discute di Rai. “Chiesi a Bisignani di intervenire su Masi – spiega Montezemolo – nell’interesse di Edwige Fenech, che è stata la mia compagna e che produce fiction per la Rai. Mi aveva detto infatti che la Rai si era impegnata a finanziare la produzione e che lei aveva dovuto affrontare delle spese preliminari. Per questo, inizialmente, chiamai direttamente Masi da Abu Dabi. E subito dopo chiamai Bisignani per dirgli di intervenire direttamente sul direttore generale”. In quella telefonata, a dire il vero, c’è anche dell’altro. Un’auto fuoriserie di cui il direttore generale della Rai si era invaghito. “Una Maserati”. “Sì – dice Montezemolo – Masi mi aveva chiesto di provarla e io gliela avevo mandata”. Non è dato sapere che fine abbia fatto l’auto. La Fenech invece, a dire del Presidente della Ferrari, è ancora in attesa che quel finanziamento Rai si sblocchi. C’è infine un’ultima telefonata tra Montezemolo e Bisignani. I pubblici ministeri la fanno ascoltare all’ex presidente di Confindustria perché offra qualche indicazione, ma la risposta non è di grande aiuto. “Non riesco a capire – dice Montezemolo – a cosa questa conversazione possa riferirsi. Mi risulta che Bisignani sia molto amico di Geronzi (Cesare, ex presidente di Generali ndr) e di Gianni Letta»,
se risulti al Governo che nel giro tra Briatore, Montezemolo, Bisignani ed altri compagni, che sembra, secondo le accuse dei magistrati, si siano dati da fare per piazzare loro uomini in posti strategici con scambio di favori, Mauro Masi, a quanto risulta all’interpellante, già braccio destro di Gianni Letta, sia stato beneficato di una Maserati e se tale regalia non possa configurare il reato di corruzione;
se il gruppo, che aveva riferimenti diretti in ambienti di Governo, non abbia operato anche per l’elezione di Luca Cordero di Montezemolo ai vertici di Confindustria, posto che Bisignani è sempre stato l’interfaccia di Paolo Scaroni e che anche l’Eni ha svolto un ruolo importante per i rinnovi dei vertici, in particolare sul rinnovo delle cariche di Confindustria a Napoli;
se il suddetto scambio di favori per cui Montezemolo riuscì ad ottenere il distacco dell’ex giornalista dell’Ansa Bisignani ai mondiali di calcio e, quando era presidente di Confindustria, ad assumere il figlio di Bisignani alla Ferrari, non possa configurare fattispecie di abuso a danno dei giovani talenti non raccomandati, che non riescono a trovare un posto di lavoro e sono costretti a vite da precari;
quali misure urgenti il Governo intenda attivare, compreso un monitoraggio attento sulle sponsorizzazioni e sugli investimenti pubblicitari delle aziende pubbliche importanti, quali Eni, Finmeccanica, Enel e Ferrovie dello Stato, che sono presiedute da Lamberto Cardia, a seguito di una nomina a giudizio dell’interpellante voluta dalla “cricca di potere” che ruota attorno a Bisignani per restituire trasparenza e moralità a pubbliche funzioni compromesse da atti corruttivi sempre a danno delle giovani generazioni e dei talenti più meritevoli.
Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00374
Atto n. 2-00374
LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare e dello sviluppo economico. -
il 5 novembre 2010, il Consiglio dei ministri ha deliberato la nomina dei componenti del consiglio direttivo dell’Agenzia per la sicurezza nucleare (ASN). Alla presidenza è stato nominato, su indicazione della Presidenza del Consiglio dei ministri, il professor Umberto Veronesi. Gli altri componenti sono Maurizio Cumo e Marco Enrico Ricotti, indicati dal Ministro dello sviluppo economico, Paolo Romani, e Michele Corradino e Stefano Dambruoso, indicati dal Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, Stefania Prestigiacomo;
secondo i ministri Prestigiacomo e Romani tale provvedimento prende il via la fase operativa dell’istituzione dell’ASN, organismo che rappresenta uno snodo fondamentale nell’ambito del complesso iter che porterà l’Italia a integrare con il nucleare la sua strategia energetica nazionale;
premesso altresì che a quanto risulta all’interpellante:
Maurizio Cumo è professore ordinario di impianti nucleari presso la facoltà di Ingegneria dell’università “La Sapienza”. Ha ricoperto diversi incarichi presso importanti centri di ricerca, tra cui il comitato scientifico del programma finalizzato energetica del Consiglio nazionale delle ricerche (CNR) e il comitato direttivo dell’International solar energy society (ISES). Fa parte della Commissione grandi rischi della Presidenza del Consiglio dei ministri ed è socio dell’Accademia nazionale delle scienze. Nel biennio 2000-2002 è stato presidente della Sogin, società per la gestione degli impianti nucleari italiani. Ha al suo attivo oltre 220 pubblicazioni scientifiche;
Marco Enrico Ricotti, laureato in Ingegneria nucleare, è professore ordinario presso il Dipartimento energia, divisione energia nucleare del Politecnico di Milano. Esperto in reattori nucleari di nuova generazione, sistemi e analisi di sicurezza, termoidraulica, simulazione dinamica ai fini di sicurezza e controllo, attualmente è rappresentante d’area presso il Senato accademico. È stato, tra l’altro, vicedirettore del Dipartimento di energia e membro del nucleo di valutazione di ateneo;
Michele Corradino, consigliere di Stato, è attualmente capo di gabinetto del Ministero dell’ambiente e ha svolto il ruolo di capo di gabinetto e di consigliere giuridico in diversi Ministeri. È stato docente di diritto amministrativo in diverse università.
Stefano Dambruoso, magistrato, già sostituto procuratore della Repubblica di Milano, è stato componente della Direzione distrettuale antimafia di Milano, consulente dell’Istituto internazionale dell’Onu per la ricerca sulla lotta al crimine organizzato e al terrorismo ed esperto giuridico presso la rappresentanza permanente italiana alla sede dell’Onu a Vienna. Attualmente è capo dell’Ufficio per il coordinamento dell’attività internazionale del Ministero della giustizia;
a seguito del parere contrario espresso dalle Commissioni riunite VIII (Ambiente, territorio e lavori pubblici) e X (Attività produttive, commercio e turismo) della Camera dei deputati sulla proposta di nomina di Michele Corradino, il Governo corse ai ripari avanzando la designazione di Stefano La Porta, il quale a fine gennaio 2011, con 63 si e 6 no delle citate Commissioni riunite della Camera, ebbe via libera alla nomina come quinto e ultimo componente dell’ASN, facendo seguito al voto favorevole precedentemente espresso dalle competenti Commissioni parlamentari del Senato. Il nome di La Porta (che ricopre attualmente la carica di direttore generale dell’Ispra e fino a qualche tempo fa era sub-commissario dell’Istituto) si aggiunge a quelli di Umberto Veronesi, Marco Ricotti, Maurizio Cumo e Stefano Dambruoso, già nominati dal Governo e ratificati dal voto nelle Commissioni parlamentari competenti che per legge devono esprimere un parere sulla candidatura. Una volta completata la cinquina che compone l’ASN (la cui ratifica viene fatta con decreto del Presidente della Repubblica), spetta ad un decreto del Presidente del Consiglio dei ministri la definizione della sede dell’organismo (ai tempi del ministro Claudio Scajola si parlava di Genova, ma in lizza c’erano anche Venezia e Roma), cui fa seguito un analogo provvedimento recante il regolamento di organizzazione e funzionamento. Ma il primo atto che dovrà assumere (all’unanimità) il nuovo consiglio direttivo dell’ASN sarà la designazione del direttore generale a cui fa capo tutta la struttura amministrativa con compiti di coordinamento e controllo;
a seguito della consultazione referendaria del 12 e 13 giugno 2011, indetta dalla raccolta di firme dell’Italia dei Valori contro il nucleare, oltre 25,5 milioni di cittadini su 27 milioni di votanti hanno votato sì e il quorum è stato abbondantemente raggiunto dopo ben 16 anni, nonostante la scarsa informazione da parte dei media, specie della Rai che ha occultato i referendum, e dopo che Governo e maggioranza avevano negato l’accorpamento con le amministrative procurando uno sperpero di fondi pubblici di ben 300 milioni di euro;
la stragrande maggioranza degli italiani ha così bocciato definitivamente il ritorno al nucleare, per l’enorme pericolo che l’energia atomica produce sulle popolazioni e sulla collettività, dopo i disastri di Chernobyl e di Fukushima, posto che i profitti da nucleare vengono incassati dalle banche che finanziano l’atomo e dalle aziende produttrici, mentre i costi sociali enormi, i rischi ed i pericoli sulla popolazione e sull’ambiente derivanti dagli “incidenti” e dallo smaltimento delle scorie vengono addossati sulla collettività, sulle comunità, sugli enti locali e sui Governi, che devono provvedere alle operazioni di cura della salute e di bonifica dell’ambiente inquinato che si protrae per secoli,
se il nuovo consiglio direttivo dell’ASN abbia già provveduto alla designazione del direttore generale; quante unità lavorative, oltre alle circa 100 già previste nella sede romana di via Sallustiana distaccate dall’Enea e dal Ministero dell’ambiente, abbiano iniziato l’attività all’ASN e quante consulenze siano già state deliberate;
se siano già state formalizzate le dimissioni del professor Umberto Veronesi e degli altri membri dalla presidenza e dal consiglio dell’ASN, dopo l’indiscutibile esito referendario, con ben 25,5 milioni di cittadini che hanno sconfessato le singolari teorie del ritorno al nucleare;
quali siano i compensi finora elargiti ai componenti designati, quali Umberto Veronesi, Marco Ricotti, Stefano la Porta, Maurizio Cumo, Stefano Dambruoso, e quali i costi economici e finanziari gravanti sui bilanci pubblici, finora sopportati per il funzionamento dell’ASN;
se il Governo, a seguito della volontà popolare espressa a stragrande maggioranza degli elettori nelle consultazioni referendarie del 12 e 13 giugno 2011, che ha bocciato sonoramente anche la privatizzazione e la mercificazione dell’acqua ed il legittimo impedimento, non abbia già provveduto a sciogliere l’ASN presieduta dal professor Umberto Veronesi o se tale delibera non sia prevista e calendarizzata in un prossimo Consiglio dei ministri, per evitare sperperi e sprechi di fondi pubblici in fantomatiche agenzie a danno della collettività;
quali misure urgenti intenda attivare per evitare che le scelte errate di politica energetica, propugnate dai banchieri e da ex ambientalisti pentiti come il Chicco Testa, possano ricadere sulle famiglie e sui consumatori, che già pagano, sulle salatissime bollette Enel, oneri impropri per oltre 4 miliardi di euro all’anno.
Sig. M. causa contro Intesa Sanpaolo per difetto di informativa
Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-02256
Atto n. 3-02256
LANNUTTI – Ai Ministri della giustizia, dell’economia e delle finanze e per la pubblica amministrazione e l’innovazione. -
la signora M., dal 1980 addetta al reparto sartoria di una nota casa di moda, apriva nello stesso periodo in Cariplo – Cassa di risparmio delle province lombarde, agenzia 4 di piazza di Spagna n. 3 a Roma, un conto corrente bancario per l’accredito del modesto stipendio di lavoratrice dipendente. Non disponendo di risorse alcune per investimenti ometteva di aprire il conto deposito titoli;
nel 1991 la signora veniva colta da improvviso malore. A seguito di lunghi e complessi esami clinici, le veniva diagnosticata una patologia gravemente invalidante (“conflitto neurovascolare tra arteria vertebrale di destra e VII nervo cranico omolaterale”);
iniziava così una lunga traversia tra ospedali, cliniche private e visite specialistiche. Le cure a cui si assoggettava comportavano notevoli costi e scarsi risultati tanto che da allora sono ancora in corso. In data 24 gennaio 1998, impossibilitata a continuare la propria attività lavorativa, presentava domanda di accertamento di grave invalidità all’INPS di Roma che, due anni dopo, in data 31 maggio 2000 veniva accolta con il riconoscimento del diritto al collocamento in quiescenza, assegno di invalidità ed erogazione del trattamento di fine rapporto pari a circa 26.000 euro;
in data 28 luglio 2000, la signora M. si recava in agenzia per accertare l’avvenuto accreditamento delle somme riconosciute e, constatato l’esito positivo, il preposto al servizio investimenti consigliava vivamente di investire la suddetta somma in prodotti finanziari;
la signora M. partecipava il preposto della sua grave situazione di salute che l’aveva costretta a lasciare il lavoro e lo informava che, per curarsi, avrebbe dovuto fare fronte a spese considerevoli per un programmato lungo ricovero a Bologna e per un probabile intervento chirurgico, ritenendo quindi insensato un impiego della suddetta somma;
il funzionario addetto al “borsino” la rassicurava informandola della possibilità di impegno a breve termine e le forniva assicurazioni sul fatto che comunque in qualunque momento avrebbe potuto vendere anticipatamente alla scadenza i titoli recuperando la liquidità e proponendo di investire tutti i suoi averi in bond argentini;
l’istante, che non aveva mai compiuto fino a quel momento operazioni di investimento e che, per cultura personale e professionale era totalmente ignara dei mercati finanziari, delle sue dinamiche e dei suoi strumenti, cedeva alle pressioni del fidato interlocutore;
così procedeva il 28 luglio 2000 all’acquisto di 26.000 quote di obbligazioni della Repubblica argentina – titolo di Stato 00-05 al tasso di interesse del 9.00 per cento con scadenza 24 maggio 2005 in euro per un controvalore di 26.337,93 euro;
nel 2001, attratta dalle notizie diffuse dai media televisivi circa la gravissima situazione economica e sociale argentina, la signora M. si recava in agenzia per assumere informazioni, e, constatando la perdita di quotazioni dell’investimento, decideva la vendita anticipata per salvare il salvabile, venendo tuttavia risolutamente dissuasa dal personale preposto che la rassicurava in vista di un non meglio precisato imminente intervento risolutivo del Fondo monetario internazionale e sul fatto che comunque mai avrebbe perso il capitale investito;
come tristemente noto, in data 23 dicembre 2001, la Repubblica argentina andava in default: la signora M., come altri 450.000 malcapitati risparmiatori italiani titolari di cosiddetti tango bond, si vedeva volatilizzare i propri risparmi impiegati nel primo ed ultimo investimento della sua vita;
nel 2008 citava in giudizio Intesa Sanpaolo SpA (nelle more succeduta a Cariplo, a seguito dei noti processi di fusione ed incorporazione) davanti al Tribunale civile di Roma deducendo i fatti descritti e richiedendo il risarcimento dei danni patiti per difetto d’informativa (non essendo stata minimamente informata dei rischi connessi all’investimento in obbligazioni argentine già ben noti agli operatori finanziari almeno sin dal 1998, trattandosi di titoli speculativi a basso rating (“B”) ed alto rischio), ed inadeguatezza dell’investimento e conseguente violazione delle regole di comportamento imposte agli intermediari finanziari dagli artt. 21 e seguenti del testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria di cui al decreto legislativo n. 58 del 1998 (TUF) e artt. 26 e seguenti del regolamento CONSOB di attuazione n. 11522 del 1998;
ritualmente si costituiva la banca difesa dall’avvocato Benedetto Gargani titolare dell’omonimo studio legale e il processo proseguiva secondo lo speciale rito societario introdotto dal decreto legislativo n. 5 del 2003 all’epoca vigente con l’istanza di fissazione dell’udienza collegiale dell’attrice, la nomina del giudice relatore, la fissazione dell’udienza generale di discussione originariamente per il 25 novembre 2009, poi rinviata al 23 febbraio 2011 per successione dello stesso giudice relatore;
a quest’ultima le parti concludevano rimettendosi, come per prassi in questi giudizi, agli atti trattandosi di un procedimento eminentemente documentale. Il collegio quindi si riservava;
il 6 giugno 2011 il Tribunale a scioglimento della riserva pronunciava la sentenza con cui respingeva le domande attoree e compensava le spese;
a fondamento del pronunciamento il giudice relatore dottor Francesco Remo Scerrato dedicava ben 18 delle 21 pagine di cui è costituita la sentenza a passare in rassegna gli obblighi di legge in capo agli intermediari alla luce delle citate e ben note previsioni di cui agli artt. 21 e seguenti del TUF, evocando in particolare l’art. 21, comma 1, lett. a), in cui era previsto, con riferimento all’epoca dei fatti, che “i soggetti abilitati devono: a) comportarsi con diligenza, correttezza e trasparenza, nell’interesse dei clienti e per l’integrità dei mercati;”, mentre, a seguito della modifica disposta con decreto legislativo n. 164 del 2007, è ora addirittura previsto che “i soggetti abilitati devono: a) comportarsi con diligenza, correttezza e trasparenza, per servire al meglio l’interesse dei clienti e per l’integrità dei mercati”; osservando come dalla novella fosse stato individuato un vero e proprio obbligo di salvaguardia degli interessi del cliente, a prescindere da come costui li abbia manifestati – e gli artt. 26 e seguenti del regolamento CONSOB n. 11522 del 1988 – rilevando come ex art. 28, comma 2, del regolamento “Gli intermediari autorizzati non possono effettuare o consigliare operazioni o prestare il servizio di gestione se non dopo aver fornito all’investitore informazioni adeguate sulla natura, sui rischi e sulle implicazioni della specifica operazione o del servizio, la cui conoscenza sia necessaria per effettuare consapevoli scelte di investimento o disinvestimento”, dettato a specificazione dell’obbligo previsto dall’art. 21, lettera b), del TUF, e le altrettanto note sentenze della suprema Corte di cassazione a sezioni unite 26724/2007 e la sentenza della I sez. civile 17340/2008 che avevano specificato, incrementato e puntualizzato gli obblighi degli intermediari a tutela dei risparmiatori;
dopo la lunga lezione di diritto, l’inquietante decisione: sulla base di tali considerazioni deve ritenersi che la banca non si sia comportata nella vicenda in esame con la dovuta chiarezza e trasparenza; ritiene tuttavia il Collegio che l’inadempimento della banca ai predetti obblighi di informativa e di condotta con trasparenza non sia stato di gravità tale da giustificare la risoluzione del contratto quadro in relazione all’ordine per cui è causa, atteso che l’art. 1455 del codice civile prevede la non scarsa importanza, con riguardo all’interesse dell’altra parte, per fondare la risoluzione. E, di seguito, in astratto si osserva che la violazione dei più volte richiamati obblighi di comportamento potrebbe assumere rilievo nella misura in cui, come inadempimento contrattuale, abbia prodotto un danno;
dunque per il giudice relatore dottor Francesco Remo Scerrato, la signora M., colpita da grave patologia invalidante al 100 per cento durante il lavoro, attualmente affetta da emiparesi, ricevuto il modesto trattamento di fine rapporto di 26.000 euro nel 2000, recatasi in banca per compiere l’unico investimento della sua vita in quelli che, consigliata dalla stessa come investimento tranquillo e conservativo, erano in realtà titoli altamente speculativi come considerati già all’epoca i bond argentini di cui le banche conoscevano tutti i rischi d’investimento, la quale, a distanza di un anno, perde tutti i suoi risparmi per le accertate responsabilità della banca convenuta, non merita, dopo 11 anni, di tornare in possesso dei suoi averi sebbene gravemente svalutati, giacché, sempre per il giudice dottor Francesco Remo Scerrato, perdere tutti i risparmi rappresentati dalla suddetta somma per una modesta lavoratrice non costituirebbe un danno;
si tratta evidentemente di un pronunciamento ostentatamente viziato da manifesta contraddittorietà, che apertamente reclama appello, a cui il giudice Francesco Remo Scerrato non è nuovo giacché, in una recente sua sentenza avente ad oggetto sempre bond argentini, come controparte sempre Intesa Sanpaolo difesa sempre dallo studio legale dell’avvocato Benedetto Gargani, si era espresso sempre in termini platealmente contraddittori evocando le manifeste inadempienze della banca ma respingendo le domande risarcitorie dei risparmiatori che venivano addirittura pesantemente condannati ad oltre 16.000 euro a titolo di spese legali,
se i Ministri in indirizzo siano al corrente dei fatti descritti;
se non ritengano opportuno attivare le procedure ispettive e conoscitive previste dall’ordinamento, anche al fine di prendere in considerazione ogni eventuale sottovalutazione di significativi profili di accertamento, garantendo l’immagine del Tribunale civile, universalmente considerata tra le più efficienti, che vanta magistrati di primo ordine, le cui sentenze hanno sovente anticipato l’ermeneutica della suprema Corte ed un personale di cancelleria sempre presente, cortese con gli avvocati ma sempre intransigente nel rispetto delle procedure;
quali iniziative il Governo abbia intrapreso per ricondurre i fenomeni di cui sopra a livelli fisiologici;
se non ritengano necessario valutare l’opportunità di modifiche normative volte a considerare, nei casi come quelli descritti, forme risarcitorie, sub specie, quanto meno, di esenzione dal pagamento delle corpose somme a titolo di contributo unificato per incardinare il giudizio di appello, e corsie preferenziali in corso di procedura, al fine di evitare l’attesa degli ulteriori sei anni (di cui ben quattro tra la prima udienza e quella di precisazione delle conclusioni) per il pronunciamento.
Decreto sviluppo- il governo ha deciso per la soppressione dell’art.8 comma 10 – rischio chiusura aziende che hanno lavorato legttimamente nel settore della riproduzione
Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-02255
Atto n. 3-02255
stanno giungendo all’interrogante numerose segnalazioni di piccole e medie imprese che lamentano la soppressione, a seguito dell’approvazione di un emendamento, del comma 10 dell’art. 8 del decreto-legge 13 maggio 2011, n. 70, cosiddetto decreto sviluppo, in discussione alla Camera dei deputati;
in particolare le aziende fanno presente che lavorano da anni nella piena legalità, non sono contraffattori, producono articoli di pubblico dominio ed hanno contribuito a diffondere il made in Italy nel mondo. Le società operanti nel settore, proprio come la Cassina riproducono la Chase Longue di Le Corbusier e gli altri prodotti degli autori dei primi del ’900. La Cassina non ha investito risorse in innovazione o progettazione di tali opere che sono in Italia di pubblico dominio da oltre 50 anni. Le aziende, parallelamente alla produzione dei classici, si vantano poi di fare da sempre innovazione con nuove collezioni che espongono da oltre 40 anni al Salone Internazionale del Mobile di Milano e di aver conseguito prestigiosi premi. Con la richiesta di soppressione della citata disposizione sostengono che non viene certo difeso il made in Italy, mentre si favorisce una forma di monopolio su tali opere, con il rischio che chiudano circa 700 imprese, che danno lavoro a 13.500 dipendenti. L’impostazione originaria voluta dal Governo invece faceva chiarezza, rafforzando ancor di più il made in Italy ed il design in quanto distingueva tra diritto d’autore e diritto industriale, laddove per tutte le produzioni di carattere industriale c’è la registrazione di disegni, modelli e brevetti che danno l’esclusiva per 25 anni all’azienda e/o al designer che ha creato il prodotto. Per cui c’è la possibilità di rientrare dell’investimento ed anche di guadagnarci abbondantemente. L’esempio più calzante è quello delle aziende farmaceutiche: il diritto esclusivo su un farmaco ha la durata di 15 anni, successivamente è di pubblico dominio e, quindi, è e deve essere patrimonio collettivo e dell’umanità intera;
presso la V Commissione permanente (Bilancio) della Camera dei deputati è stato approvato il richiamato emendamento volto a sopprimere il comma 10 dell’articolo 8, che aveva sostituito il testo dell’art. 239 del codice della proprietà industriale di cui al decreto legislativo n. 30 del 2005, già modificato numerose volte negli ultimi anni e da ultimo con il decreto legislativo n. 131 del 2010. Il comma 10 dell’articolo 8, prima dell’intervenuta approvazione dell’emendamento soppressivo, recitava: “La protezione accordata ai disegni e modelli ai sensi dell’articolo 2, n. 10), della legge 22 aprile 1941, n. 633, comprende anche le opere del disegno industriale che, anteriormente alla data del 19 aprile 2001, erano divenute di pubblico dominio a seguito della cessazione degli effetti della registrazione. Tuttavia i terzi che avevano fabbricato o commercializzato, nei dodici mesi anteriori al 19 aprile 2001, prodotti realizzati in conformità con le opere del disegno industriale allora divenute di pubblico dominio a seguito della scadenza degli effetti della registrazione, non rispondono della violazione del diritto d’autore compiuta proseguendo questa attività anche dopo tale data, limitatamente ai prodotti da essi fabbricati o acquistati prima del 19 aprile 2001 e a quelli da essi fabbricati nei cinque anni successivi a tale data e purché detta attività si sia mantenuta nei limiti anche quantitativi del preuso”;
l’argomento è assai dibattuto. Alla Presidenza di Confindustria la norma contenuta in origine nel decreto-legge non andava bene e in campo è sceso il presidente Emma Marcegaglia che nei giorni scorsi ha scritto una lunga lettera al Ministro dello sviluppo economico Paolo Romani e a quello dell’economia e delle finanze Giulio Tremonti per spiegare le sue ragioni. Secondo Confindustria l’articolo 8, comma 10, del decreto sviluppo priva della protezione attraverso il diritto d’ autore molte opere del design italiano, danneggia gravemente le imprese italiane che negli anni hanno investito nella creazione e nello sviluppo di tali opere esportandole in tutto il mondo. Si legge su un articolo pubblicato su “Il Corriere della sera” il 28 maggio 2011: «La Marcegaglia concludeva la missiva confidando in un “intervento urgente per eliminare una norma pregiudizievole e dare finalmente un segnale chiaro ed univoco sulle scelte di politica industriale che questo governo intende adottare”»;
non tutti sono delle stesso avviso. Si legge ancora nel citato articolo: «Nel 1995 è infatti nato il Consorzio Origini per raggruppare le piccole aziende che producono oggetti di design. Il presidente Stefano Casprini, 50 anni, è un socio di Confindustria Firenze e un ex collega della Marcegaglia nel gruppo dei giovani imprenditori. Casprini spiega che il Consorzio oggi rappresenta un centinaio di aziende e altre 400 dell’indotto, con circa 200 milioni di euro di fatturato e parecchie decine di migliaia di dipendenti. Associate ci sono imprese della Cna, della Confapi, della Confartigianato e anche di molte associazioni territoriali di Confindustria come Arezzo, Pisa, Siena, e di realtà lombarde, marchigiane e venete. Casprini racconta che a Romani e Tremonti loro hanno invece scritto una lettera per ringraziarli. “Le mie imprese sono iscritte a Confindustria da 30 anni – afferma Casprini – e non capisco quali aziende la Marcegaglia voglia oggi rappresentare”. “Penso che Emma abbia firmato quella lettera in buona fede – continua l’imprenditore pratese – anche se in questi anni ho cercato più volte di parlarle senza mai riuscirci”. “Noi non siamo contraffattori – spiega ancora Casprini – siamo produttori di opere di design disponibili a tutti e grazie a questa norma in linea con l’Europa oggi siamo pienamente nella legalità”. Per convincere il governo a non fare marcia indietro il Consorzio sta organizzando una mobilitazione con tutti i sindacati del settore e i politici locali. In ballo non ci sono solo le chaise lounge di Le Corbusier, oggetto di una disputa legale tra Cassina e alcune aziende lombarde e toscane, ma molti posti di lavoro»;
si segnala infine, come già accennato, che il decreto legislativo 13 agosto 2010, n. 131, aveva recentemente dettato una nuova formulazione dell’art. 239 che accordava la tutela prevista dal diritto d’autore a tutte le opere del disegno industriale precedenti al 2001 che, a prescindere dalla registrazione, erano divenute di pubblico dominio. Ciò con salvezza dei diritti acquisiti dai terzi che avevano fabbricato o commercializzato, nei dodici mesi anteriori al 19 aprile 2001, prodotti realizzati in conformità con le opere del disegno industriale allora in pubblico dominio, “limitatamente ai prodotti da essi fabbricati o acquistati prima del 19 aprile 2001 e a quelli da essi fabbricati nei cinque anni successivi a tale data e purché detta attività si sia mantenuta nei limiti anche quantitativi del preuso”;
di fatto, la norma attribuiva tutela in via retroattiva ad opere del disegno industriale;
va segnalata, sulla questione, la recente sentenza 27 gennaio 2011 della Corte di giustizia dell’Unione europea (causa C-189/2009) in risposta al rinvio pregiudiziale da parte del Tribunale di Milano (nel cosiddetto “caso Flos”), concernente la compatibilità dell’art. 239 del citato codice della proprietà industriale con la direttiva 98/71/CEE e, dunque la compatibilità della normativa italiana sulla protezione del design industriale ai sensi della legge sul diritto d’autore (in attuazione della citata direttiva) con il diritto europeo;
la Corte di giustizia dell’UE, affermando che gli Stati membri non possono negare l’accesso alla tutela di diritto d’autore alle opere di design che presentano i requisiti per l’ottenimento di detta tutela ai sensi della legge sul diritto d’autore, a prescindere dal momento in cui questi sono diventati di pubblico dominio, ha tuttavia precisato (al paragrafo 32 della motivazione) che ai sensi dell’articolo 17 della direttiva 98/71/CEE solo un disegno o modello che sia stato oggetto di una registrazione in uno Stato membro o con effetti in uno Stato membro, in conformità delle disposizioni di tale direttiva, può beneficiare, ai sensi della medesima, della protezione concessa dalla normativa sul diritto d’autore di tale Stato membro;
secondo la Corte (paragrafo 33) ne consegue che i disegni e modelli che, prima della data di entrata in vigore della normativa nazionale di trasposizione della direttiva 98/71/CEE nell’ordinamento giuridico di uno Stato membro, erano di pubblico dominio a causa della mancata registrazione non rientrano nell’ambito di applicazione di tale articolo;
la stessa sentenza della Corte ha però pure affermato che non si può escludere che la protezione del diritto d’autore per le opere che possano costituire disegni o modelli non registrati possa risultare da altre direttive in materia di diritto d’autore e, in particolare, dalla direttiva 2001/29/CE, se ricorrono le condizioni per la sua applicazione, il che deve essere verificato dal giudice del rinvio (paragrafo 34),
se, alla luce delle numerose segnalazioni, il Governo non intenda valutare attentamente le conseguenze relative alla modifica apportata all’art. 8, comma 10, del decreto sviluppo con il quale si modifica l’articolo 239 del codice della proprietà industriale e se non intenda sostenere, nel corso dell’esame parlamentare, l’approvazione di un emendamento volto a reintrodurre il testo recato nel testo originario;
qualora si fosse confermata la modifica apportata all’art. 8, comma 10, del decreto sviluppo quali iniziative intenda assumere al fine di salvaguardare i livelli occupazionali e le aziende che fino ad oggi quanto hanno lavorato legittimamente nel settore della riproduzione e che rischiano il fallimento.