Source: https://quidnovi.wordpress.com/2006/11/02/i-software-e-i-brevetti/
Timestamp: 2018-07-16 17:47:08+00:00
Document Index: 90719560

Matched Legal Cases: ['art. 52', 'art. 52', 'art. 1', 'art. 52', 'art. 27', 'sentenza ']

I software e i brevetti | Quid novi
I software e i brevetti
Il mio articolo su brevetti e software l’indomani della bocciatura della direttiva 92/02. Pubblicato sulla rivista LinuxPro n.31 del 2005
Il 6 luglio scorso, nella sede del Parlamento Europeo di Strasburgo, è giunto, finalmente, il voto che ha segnato la fine del lungo iter che avrebbe dovuto portare alla brevettabilità delle invenzioni attuate per mezzo di elaboratore elettronico (le cosiddette CII, ossia Computer Implemented Inventions). Con 648 voti contrari, 14 a favore e 18 astenuti la proposta di direttiva (denominata COM(2002)0092) più odiata dal popolo del software libero è stata respinta dal Parlamento Europeo. L’esito della votazione del 6 luglio costituisce anche un precedente assoluto: mai prima d’ora il Parlamento Europeo aveva bocciato la proposta del Consiglio in questa fase. In attesa della votazione si trovavano da un lato le grandi imprese del software, dall’altro le PMI (Piccole e Medie Imprese) europee unite sotto la bandiera dell’associazione UEAPME, il movimento dei NoPatents ed in genere tutto il popolo degli utenti del software libero.
Il relatore Michel Rochard (PSE, Fr), ex premier francese, nel tentativo di arginare il rischio di ritenere brevettabile il software in sè, aveva proposto altri 256 emendamenti. La Commissione giuridica ne ha respinto 248. E’ chiaro che si arrivava al voto in una situazione di forte instabilità. In fase di discussione, quindi, i maggiori gruppi europarlamentari hanno concordato con Rochard sul fatto che fosse meglio non avere nessuna direttiva piuttosto che una fatta male.
Le operazioni di voto sono state precedute dal discorso del relatore Rochard, il quale ha colto l’occasione per bacchettare sia la Commissione che il Consiglio per il comportamento irriguardoso nei confronti del Parlamento Europeo (PE), tenuto per tutto l’iter di approvazione della proposta di direttiva. Il suo discorso termina, ironicamente, con l’augurio che la sonora bocciatura possa servire da lezione al Consiglio.
Prima degli anni ottanta la brevettabilità del software era sconosciuta sia agli USA che all’Europa. In quest’ultimo continente, infatti, sin dal 1973 è in vigore la Convenzione Europea dei Brevetti di Monaco (CEB del 5 ottobre 1973), che esclude espressamente, all’art. 52 secondo comma lett. c), il software dalla categoria delle invenzioni suscettibili di essere brevettate poichè non è in grado di soddisfare il requisito dell’applicabilità industriale.
A partire dalla metà degli anni ottanta l’European Patent Office (EPO), sulla scorta della giurisprudenza dell’U.S. Patent & Trademark Office (USPTO), iniziò, in violazione dell’art. 52 della CEB, a concedere brevetti sul software, arrivando ai circa 30000 brevetti attuali.
Oggetto della tutela brevettuale, come anche della tutela apprestata dalle norme sul diritto d’autore è sempre e comunque un’opera dell’ingegno. Tuttavia, mentre il diritto d’autore nasce con lo scopo di tutelare le espressioni creative-artistiche dell’ingegno umano quali la musica, la letteratura etc., il brevetto trova applicazione nella tutela delle invenzioni suscettibili di applicazione industriale. Le opere dell’ingegno, in senso stretto, devono soddisfare tre requisiti fondamentali per poter essere brevettate: devono essere nuove, devono implicare un’attività inventiva e devono essere idonee ad avere un’applicazione industriale.
L’invenzione è frutto di un’insieme di idee che, unite alla componente della possibilità di creazione materiale, ossia della costruzione, costituisce una innovazione. Ma quando possiamo dire di trovarci di fronte a qualcosa di innovativo? Esiste un parametro al quale ci si affida: vi è innovazione se, allo stato dell’arte (ossia nel momento in cui nasce l’invenzione), un esperto del ramo non potrebbe raggiungere quella stessa invenzione per mezzo di un semplice ragionamento. In sostanza l’invenzione deve essere il frutto di una intuizione innovativa.
Ma non basta. Perché sia brevettabile, l’invenzione deve poter avere applicazione industriale, ossia deve consistere in qualcosa di riproducibile o applicabile all’industria, alla produzione in serie e che, normalmente, produca altri beni o servizi. La scoperta deve, quindi, avere applicabilità industriale per assurgere a rango di invenzione.
La tutela brevettuale, il cui istituto giuridico ha origine oltre sei secoli fa, trova le sue ragioni, in epoca moderna, con la nascita delle prime industrie e con l’avvento della produzione di massa. In tale contesto viene facile comprendere quali fossero gli effetti positivi dati dal brevetto all’industria. Immaginate una industria. Questa industria sa che stare sul mercato in una posizione di monopolio è molto redditizio, specialmente se ciò che viene prodotto è qualcosa di utile e richiesto. Per ottenere la posizione di monopolio nella produzione di un determinato bene occorre avere la titolarità esclusiva alla produzione di quel bene. Tale titolarità esclusiva è data dal brevetto che è l’atto che ha effetti costitutivi nel limite spaziale dell’ordinamento che l’ha concesso e per un determinato periodo di tempo (solitamente un ventennio). Tale ampio lasso temporale è, nell’ottica degli investimenti di un’industria, quello che si presume sufficiente ad ammortizzare i costi derivanti da tutte le fasi della produzione industriale: dall’ideazione alla produzione. Decorso questo termine cessano gli effetti della tutela brevettuale e il titolare originario del brevetto non potrà più esercitare le azioni legali volte a far cessare un indebito utilizzo dell’invenzione.
In che modo il brevetto può stimolare il progresso della tecnica? Il limite ventennale della tutela brevettuale induce le singole industrie alla ricerca di nuovi “trovati” al fine di perpetuare la propria attività, che, altrimenti, sarebbe destinata a morte sicura, posto che perderebbe di competitività.
Tuttavia l’efficacia di tale logica di mercato andrebbe valutata volta per volta, a seconda della natura dell’opera dell’ingegno che si intenda brevettare. Viene difficile immaginare una tutela brevettuale su un qualcosa che non abbia, sia pur potenzialmente, un’applicazione pratica. Occorre, pertanto, interrogarsi sugli effetti dell’impatto, in relazione al software, della tutela brevettuale sullo stimolo alla crescita tecnologica, all’innovazione ed alla cooperazione. A quale ritmo corre il progresso scientifico nell’ottica del programma per elaboratore elettronico? La vita di un software è relativamente breve. Pensate ad un programma che girava su un personal computer del 1990. Pensate a cosa sarebbe dell’albero genealogico dei software attuali se la innovazione e la tecnica potesse subire l’ibernazione ventennale! Allora, il vero problema è quello di capire se la funzione tipica della tutela brevettuale sarebbe comunque rispettata anche quando ad essere brevettato fosse il software, o se, al contrario, l’obiettivo del progresso tecnologico, in questa particolare ipotesi, si troverebbe scalzato dagli interessi economici di pochi.
Sin dagli anni 70, in Europa, ci si pose il problema di conferire tutela giuridica ai programmi per elaboratore elettronico. In particolare ci si chiese se fosse più corretto seguire la strada della tutela per mezzo del copyright ovvero del brevetto. Pur senza raggiungere una unanimità di vedute sul punto, si decise di seguire la prima strada. Nacque così la direttiva CEE 250 del 1991, poi seguita dalla n. 29 del 2001, in base alla quale gli Stati membri avrebbero dovuto introdurre nei propri ordinamenti delle norme idonee a tutelare anche i programmi per elaboratore con la normativa sul copyright. Grazie a questa direttiva, infatti, fu introdotto in Italia, il secondo comma dell’art. 1 della legge sul diritto d’autore (la L. 22 aprile 1941 n. 633), in virtù del quale i programmi per elaboratore sono protetti dalle norme sul diritto d’autore allo stesso modo delle opere letterarie.
La tutela derivante dal diritto d’autore, contrariamente a quella brevettuale, non ha bisogno di alcuna registrazione ma nasce nel momento stesso in cui l’opera-software viene alla luce. L’istituto della “registrazione del software” previsto dal nostro ordinamento ha, come funzione prevalente, quella di conferire data certa alla creazione, ossia, sul lato pratico, ha la funzione di smascherare chi ha copiato da chi. Un’opera che sia sicuramente anteriore ad un’altra sarà, molto probabilmente, quella originale.
La tutela di copyright, abbiamo detto, viene riconosciuta all’atto della nascita dell’opera senza bisogno di alcun riconoscimento esterno (purché si tratti di un’opera originale, ossia degna di tutela in quanto espressione dello spirito creativo dell’autore). L’autore in questione può anche decidere di non pubblicare la sua opera, ossia di tenerla per sé, esercitando, quindi, il suo diritto di inedito.
Chi intenda, invece, tutelare la sua opera di ingegno, la sua invenzione, per mezzo del sistema brevettuale non può tenere segreto il modo in cui la sua invenzione può avere applicazione industriale. Lo deve dichiarare esplicitamente, presentando documentazione e progetti idonei a far comprendere al “nostro” esperto nel ramo come riprodurre quella determinata invenzione. Non è possibile, in sostanza, brevettare il “l’effetto” di un processo produttivo industriale senza dettagliarne “la causa”. Ci si troverebbe, altrimenti, in una situazione di forte incertezza, dovuta al fatto che ad essere coperta da brevetto sarebbe l’idea, il principio a monte dell’invenzione, e non l’invenzione nel vero senso del termine. In questa situazione il limite all’utilizzo da parte di altri si estenderebbe al concetto insito nell’invenzione e non sarebbe limitato al risultato del procedimento di “costruzione”.
L’oggetto di un’invenzione brevettata non dovrebbe essere, quindi, segreto. Nella prassi dell’Ufficio Europeo dei Brevetti (EPO), come anche del suo omologo americano, la domanda di brevetto sul software non viene mai corredata del codice sorgente. E’ ovvio che l’identità di due programmi per elaboratore non deriva dal fatto che entrambi abbiano la stessa utilità pratica o svolgano identiche funzioni. Due programmi per elaboratore, invero, sono identici soltanto quando identico è il loro codice sorgente. Se, tuttavia, il codice sorgente di quel programma brevettato non è conosciuto, perchè non depositato con la domanda di brevetto, significa che, di fatto, l’oggetto di quel brevetto non è il software ma un qualcosa a monte: l’idea.
Nell’ipotesi in cui fosse stato possibile brevettare un software, quindi, si sarebbe dovuto depositare anche il suo codice sorgente, e questo avrebbe creato inevitabilmente degli attriti con la normativa in tema di copyright. Posta, infatti, l’iperprotettività delle norme in materia di copyright sul software (si pensi alla direttiva 29 del 2001), risulterebbe quasi impossibile per un programmatore verificare se la sua opera violi o meno uno dei tantissimi brevetti esistenti. Da ciò deriverebbe sicuramente un disincentivo, in particolare per le PMI produttrici di software, alla produzione. In primo luogo perchè le PMI difficilmente si troverebbero nella situazione di avere in tempi brevi un parco-brevetti così ampio da permettergli di gestire un eventuale patent-sharing (ossia un patto di non belligeranza tra titolari di brevetti che consente l’utilizzo reciproco da parte di uno delle invenzioni brevettate dall’altro). Infine, in caso di violazione brevettuale, potrebbero non avere sufficienti risorse economiche per resistere in causa.
Tutela del copyright e tutela brevettuale differiscono anche sul versante della durata. La tutela delle norme in tema di diritto d’autore è, solitamente, ben più durevole del ventennio concesso dalla tutela brevettuale.
Pur essendo molti gli aspetti che distinguono la tutela brevettuale da quella derivante dal copyright, tuttavia, non è da escludersi la possibilità di coesistenza di entrambi i tipi di tutela su un unico bene: prendete ad esempio una lampada che abbia caratteristiche estetico-artistiche tali da poter esser considerata originale espressione del genio creativo e che porti con sé, allo stesso tempo, delle innovazioni tecnologiche rilevanti al punto tale da poter esser considerata come invenzione brevettabile.
Per quanto riguarda il software non è concepibile la convivenza delle due tutele. Il software, in quanto tale, riceve adeguata protezione dalle norme sul diritto d’autore ed una tutela brevettuale andrebbe a discapito dell’innovazione e dello sviluppo tecnologico, a tutto vantaggio di quelle poche grandi aziende con risorse economiche sufficienti da impiegare in battaglie a tutela dei propri brevetti che vedrebbero incrementato il loro vantaggio. Non basta parlare di “invenzioni attuate per mezzo di elaboratore elettronico” per fugare ogni perplessità sulla possibile introduzione di una prassi distorta che porti alla brevettabilità del software in quanto tale.
Con il voto del 6 luglio scorso il Parlamento Europeo ha fatto un passo importante e decisivo, al punto da portare il portavoce del Commissario al Mercato Interno, Charlie McCreevy ad affermare che nessun’altra proposta di direttiva sulla brevettabilità del software sarebbe stata avanzata. Il Commissario Benita Ferrero Waldner ha, inoltre, ventilato la possibilità di una futura proposta di direttiva per l’armonizzazione della normativa sul brevetto europeo in genere. A questo punto l’EPO dovrebbe prendere atto della volontà del Parlamento Europeo di avere un Europa senza brevetti sui software e, di conseguenza, rifiutare il deposito di nuove domande di brevetto. A tal proposito il presidente della FSFE, Georg Greve, propone l’istituzione di un supervisore dell’attività dell’EPO. Sempre con riferimento al dopo voto il senatore Cortiana dichiara: “Dopo questa vitale vittoria, che dà fiato al nostro sistema delle imprese, dobbiamo avviare il processo che porta alla costruzione di una direttiva che valorizzi il software libero, le creative commons e la libera condivisione del sapere”.
Il positivo esito di una battaglia non deve, quindi, indurre ad abbassare la guardia, ma anzi occorre sensibilizzare i vertici delle isituzioni sull’importanza, per lo sviluppo tecnologico e culturale, di un software senza catene.
Breve cronologia della proposta di direttiva COM(2002)0092.
Nel 1999 la Commissione europea sente il bisogno di armonizzare la distonia portata dai tribunali nazionali degli Stati membri e decide di predisporre la modifica dell’art. 52 della CEB tramite una proposta di direttiva tesa a dichiarare espressamente la brevettabilità dei programmi per elaboratore.
Il 19 aprile del 2000 iniziano le consultazioni pubbliche, per mezzo delle quali la Commissione raccoglie i suoni delle varie campane. Suonano forti quelle del mondo accademico, delle PMI europee, degli utenti e degli sviluppatori di software libero. Suonano anche quelle della BSA (Business Software Alliance tra i cui membri annovera Microsoft, Adobe, Macromedia, Novell, Compaq, Intel ed altre grosse aziende), a favore dell’armonizzazione della normativa sui brevetti relativa alle invenzioni attuate per mezzo di computer. La proposta di direttiva vede, quindi, la luce il 20 febbraio del 2002 sotto l’egida della Unità per la Proprietà Industriale della Commissione Europea, e viene successivamente affidata alla Commissione Affari Legali e Mercato Interno, la cui relatrice è la laburista britannica Arlene McCarthy.
Nel frattempo imprenditori, PMI europee, ricercatori, studiosi e semplici cittadini dimostrano la loro assoluta contrarietà all’approvazione della proposta, ormai ribattezzata McCarthy, con varie iniziative quali conferenze, forum, manifestazioni di piazza e in rete, e-mail alla Commissione etc.
Il 24 settembre 2003 il PE giunge all’approvazione, in prima lettura, della proposta McCarthy con 361 voti favorevoli, 157 contrari e 28 astenuti. Il testo approvato è quello emendato (e parte degli emendamenti sono proprio della McCarthy) dal PE in cui si è dovuto specificare che oggetto del brevetto sarebbero state, eventualmente, le invenzioni attuate mediante computer e non il software in quanto tale. Gli emendamenti approvati sono 64 dei 129 proposti. Il Commissario europeo ritiene che solo 25 dei 64 emendamenti siano accettabili e la trattazione del problema viene rinviato.
Nel maggio del 2004, probabilmente nel timore di violare l’art. 27 TRIPS (Agreement on Trade-Related Aspects of Intellectual Property Rights), il Consiglio riapprova il testo della proposta della direttiva senza tener conto degli emendamenti approvati dal Parlamento Europeo. Si ritiene, infatti, che il riferimento del TRIPS alla concessione dei brevetti “in all fields of technology” sia suscettibile di ricomprendere anche le “invenzioni attuate per mezzo di elaboratore elettonico”.
Siamo al luglio 2004. Il Consiglio, sotto la presidenza olandese, decide di riproporre il testo originario del 2002 senza tener in nessun conto le modifiche votate dal Parlamento Europeo. Unico voto contrario quello della Polonia che chiede espressamente di non passare direttamente alla votazione ma di discuterla nuovamente. Si cerca, comunque, di velocizzare la procedura di approvazione anche cercando di “saltare l’ostacolo polacco”, ignorando la sua richiesta di nuova discussione per un’asserito vizio nella procedura. Arriviamo alla data dell’8 marzo 2005. La Direzione Generale del Mercato Interno, Industria e Ricerca, ritiene di dover accogliere la direttiva nella sua versione originaria mandandola così in seconda lettura pur con il voto contrario di Spagna, Portogallo, Polonia e Danimarca e con l’astensione dell’Italia. Si giunge, infine, alla discussione del 5 luglio ed alla votazione del giorno seguente.
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