Source: http://www.bin-italia.org/reddito-minimo-garantito-il-diritto-ad-una-vita-libera-e-dignitosa/
Timestamp: 2018-05-20 15:55:07+00:00
Document Index: 164102395

Matched Legal Cases: ['art. 151', 'art. 22', 'art. 25', 'art. 11', 'art. 10', 'art. 30', 'art. 34', 'art. 51', 'art. 34', 'sentenza ']

Reddito minimo garantito: il diritto ad una vita libera e dignitosa - BIN Italia
Bin 30 maggio 2013 Società Nessun commento
Con reddito minimo garantito (nel lessico dei documenti ufficiali dell’Unione europea) si intende l’attribuzione ad un cittadino di uno Stato (e, a certe condizioni, anche al residente stabile in quel paese), che non disponga di redditi adeguati, di risorse monetarie sufficienti per condurre un’esistenza libera e dignitosa. Hanno funzioni e presupposti analoghi istituti variamente denominati come reddito minimo di inserimento, reddito di solidarietà attiva, reddito di sussistenza, l’RMI (revenu minimum d’insertion), ecc. Tutte queste forme di sostegno a persone in difficoltà condividono la caratteristica di non essere universali, in quanto presuppongono una situazione di concreto bisogno e, in genere, sono condizionate in vario modo, dall’obbligo di seguire corsi di formazione o di stipulare patti di reinserimento con i servizi sociali o con quelli di collocamento, sino al dovere di accettare offerte di lavoro disponibili. Per queste ragioni tali istituti si differenziano dall’idea del reddito di cittadinanza o reddito di base (basic income) che prevede, più radicalmente, l’attribuzione di risorse (adeguate per una vita libera e dignitosa) ai cittadini che compongono una determinata comunità politica (e ai residenti stabili in tale comunità), indipendentemente dalla loro condizione economica sociale ed occupazionale: pertanto il ” reddito di base” è per definizione universale (anche se nei limiti di una entità politica data, entità che potrebbe anche essere identificata in strutture sovra-nazionali come l’Unione europea) e incondizionato. Un vero e proprio reddito di cittadinanza – RDC- (anche se dall’importo piuttosto modesto di 2.000 dollari annui) è riconosciuto nel solo stato Usa dell’Alaska finanziato dai profitti petroliferi e vanta il solo altro precedente trentennale della città di Berlino (in Svizzera si svolgerà a breve un referendum propositivo sul tema). La diversa misura del reddito minimo garantito- RMG- costituisce una significativa istituzione molto diffusa a livello europeo (come si dirà in parte ormai “costituzionalizzata” a livello dell’Ue) e tendenzialmente assunta nel mondo da un numero crescente di Stati, tra cui – soprattutto – alcuni dei cosiddetti Brics, come India, Sudafrica e Brasile. Nel dibattito politico, soprattutto italiano, che ignora entrambe le misure, normalmente le due prospettive sono tra loro confuse e si parla di reddito di cittadinanza anche per intendere misure per contrastare l’esclusione sociale e la diffusione della povertà, rivolte a coloro che versano in stato di bisogno. Tuttavia questa confusione di termini è in parte giustificata in quanto anche quest’ultimi provvedimenti mirano, comunque, a rafforzare la coesione e la solidarietà sociale e quindi a rafforzare il legame tra cittadini, impendendo che, con la creazione di una sottoclasse di disoccupati stabili e/o di emarginati, vengano alterati il gioco democratico e l’effettiva partecipazione alla sfera pubblica. In quest’ottica, pur essendo il RMG generalmente connesso – soprattutto in Europa – alle politiche di occupazione e crescita, si richiama a quella tradizione di pensiero, di natura eminentemente filosofica o di teoria politica, che ha cercato di definire i presupposti, anche di ordine sociale, di una società giusta e partecipativa. E’ però importante, a parte la questione definitoria, chiarire che attualmente nell’agenda politica globale è iscritta (ed in parte già realizzata) la garanzia dell’accesso al soddisfacimento dei bisogni primari per coloro che sono a rischio di esclusione sociale, tema sul quale sembra essersi raggiunto un consenso internazionale piuttosto ampio. L’espressione ius existentiae, spesso usata nella letteratura sull’argomento, riassume in senso atecnico, la prospettiva di un diritto originario di ogni partecipante a una società di poter contribuire al benessere generale, senza essere emarginato e privato dei mezzi elementari di sussistenza, prospettiva che il Presidente Rooselvelt condensava nello slogan ” freedom from want”.
Prescindendo dalle esperienze storiche di “sostegno” sociale ai cittadini, conosciute sin dall’antichità (i riti dei pranzi sociali a Sparta e Atene o le distribuzioni di grano nella Roma repubblicana), rinnovate dalle città libere medioevali e in epoca moderna dalla Comune di Parigi, la letteratura è concorde nel rintracciare il primo riconoscimento del diritto (dopo gli accenni nella Costituzione giacobina del 1793 al “sacro diritto ai soccorsi” o in quelle della Repubblica Cisalpina e Cispadana sul ” dovere di alimentare i bisognosi”) nell’art. 151 della Costituzione di Weimar che stabiliva che “l’ordinamento della vita economica deve garantire a tutti un’esistenza degna”. Importanti sono alcune disposizioni della Dichiarazione universale del 1948: l’art. 22 prevede che “ogni individuo, in quanto membro della società ha diritto alla sicurezza sociale, nonché alla realizzazione, attraverso lo sforzo nazionale e la cooperazione internazionale e in rapporto con l’organizzazione di ogni Stato, dei diritti economici, sociali e culturali indispensabili alla sua dignità ed al libero sviluppo della sua personalità”; l’art. 25 sancisce a sua volta che “ogni individuo ha diritto a un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della propria famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari; ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia o in altro caso di perdita dei mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà”. Ancora l’art. 11 del Patto ONU sui diritti economico-sociali del 1966 stabilisce che “gli Stati parti del presente Patto riconoscono il diritto di ogni individuo a un livello di vita adeguato per sé e per la propria famiglia”. In Europa con il diffondersi di Costituzioni che assegnano alla tutela della dignità della persona il ruolo di architrave dell’intero impianto costituzionale (anche la Dichiarazione del 1948 rispecchia questa tendenza), il tema della garanzia di un “minimo vitale” per tutti i cittadini viene progressivamente individuato come necessaria conseguenza di una società che non può tollerare situazioni permanenti di emarginazione e esclusione sociale. Alcuni paesi sperimentano quindi già nel dopoguerra (ad esempio la Svizzera o i paesi scandinavi) forme di reddito minimo garantito sulla base del principio costituzionale di “pari dignità sociale” di ciascun cittadino, saldandolo alla più generale rete di protezione connessa all’erogazione di servizi sociali essenziali, come l’istruzione o la salute ed alle altre provvidenze del welfare state. Tuttavia questo beneficio, all’epoca e sino agli anni 80, appariva come una misura eccezionale, posto che le politiche keynesiane del pieno impiego ed anche le caratteristiche della produzione fordista assicuravano una vastissima partecipazione al mondo del lavoro, condivisa dalla forza lavoro femminile, connotata anche da stabilità d’impiego. In questo contesto il RMG sembrava dover riguardare solo eccezionali fenomeni di marginalità sociale (in genere radicati solo in settori di sottosviluppo localizzati) o situazioni di crisi economica contingenti, destinate ad essere superate nel tempo. Solo negli anni ‘90 il RMG diverrà, soprattutto in Europa, anche una componente delle “politiche di crescita e sviluppo” e si individuerà con maggiore precisione il rapporto tra disoccupazione e sostegno al reddito.
Una prima sanzione a livello continentale, ancora piuttosto imperfetta, si ha con la Carta comunitaria dei diritti sociali fondamentali del 1989, che all’art. 10 dispone “le persone escluse dal mercato del lavoro o perché non hanno potuto accedervi o perché non hanno potuto reinserirvisi e che sono prive di mezzi di sostentamento, devono poter beneficiare di prestazioni e di risorse sufficienti adeguate alla loro condizione personale”; la Carta sociale europea (revisionata a Torino nel 1996) all’art. 30 invece recita “Diritto alla protezione contro la povertà e l’emarginazione sociale. Per assicurare l’effettivo esercizio del diritto alla protezione contro la povertà e l’emarginazione sociale, le parti si impegnano; a) a prendere misure nell’ambito di un approccio globale e coordinato per promuovere l’effettivo accesso al lavoro, all’abitazione, alla formazione professionale, all’insegnamento, alla cultura, all’assistenza sociale e medica delle persone che si trovano o rischiano di trovarsi in situazione di emergenza sociale o di povertà e delle loro famiglie”. Queste norme sono state a loro volta le fonti della successiva, assai più importante, formalizzazione della misura come “diritto fondamentale” nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, proclamata a Nizza nel 2000 e resa vincolante con il Trattato di Lisbona, entrato in vigore il 1.12.2009. La Carta Ue all’art. 34, terzo comma, dispone che “al fine di lottare contro l’esclusione sociale e la povertà, l’Unione riconosce e rispetta il diritto all’assistenza sociale ed abitativa volto a garantire un’esistenza dignitosa a tutti coloro che non dispongano di risorse sufficienti”. Si tratta di una disposizione molto più chiara e felice sul piano espressivo rispetto alle sue fonti: è reso evidente il nesso strettissimo tra la garanzia di un’esistenza dignitosa per tutti e l’attribuzione di risorse a chi ne è privo, che devono essere comunque ” sufficienti” in relazione al fine perseguito. Proprio la Carta si apre con il principio dell’inviolabilità della dignità umana e le “Spiegazioni ufficiali” alla Carta specificano che ” la dignità della persona umana non è soltanto un diritto fondamentale in sé, ma costituisce la base stessa dei diritti fondamentali”. In questa chiave il RMG non è un sussidio di povertà, ma un sostegno adeguato per un cittadino che vanta il diritto di partecipare pienamente alla vita della comunità cui appartiene: il destinatario è il singolo in quanto tale (e non la sua famiglia) che viene in considerazione come individuo di per sé e non solo (come nella Carta comunitaria) come lavoratore escluso dal mercato. La Carta dei diritti fondamentali dell’UE riconosce la misura come un diritto, giustiziabile in linea di principio avanti i giudici ordinari e la Corte di giustizia, mentre sulle disposizioni della Carta sociale europea vi è solo un monitoraggio affidato al Comitato economico-sociale del Consiglio d’Europa e – sino ad oggi – sul piano giurisdizionale sono state poco significative le norme della Carta comunitaria del 1989. Tuttavia la Carta dei diritti Ue presuppone (cfr. art. 51), per l’applicabilità delle sue norme, che il caso esaminato presenti una qualche connessione con il diritto dell’Unione, situazione questa, per quanto riguarda il RMG, difficile da verificarsi posto che- allo stato- non hanno avuto successo i tentativi di adottare una direttiva in materia. La Corte di giustizia ha, ad esempio, richiamato più volte questo diritto sociale fondamentale (anche con riferimento all’art. 34 della Carta nella sentenza Kamberay del 14.4.2012), ma solo per stabilire la legittimità delle condizioni di accesso stabilite dagli Stati, precisando- ad esempio- quando si può affermare che un lavoratore comunitario migrante in altro Stato perda il diritto a godere del beneficio o se sia legittimo stabilire requisiti di anzianità di residenza troppo severi che potrebbero discriminare lavoratori che hanno esercitato il loro diritto alla libertà di circolazione. Pertanto il controllo della Corte di giustizia è limitato al profilo della non discriminazione da parte di uno Stato di soggetti che legittimamente lavorano sul suo territorio; in difetto di una direttiva un cittadino europeo non può chiedere che uno Stato inadempiente (come oggi sono solo la Grecia e l’Italia) assicuri questa misura, né può sindacare le scelte nazionali assumendo che non sono coerenti con la Carta dei diritti Ue.
Nel dicembre del 2007 il Consiglio dei Ministri dell’occupazione dell’Unione europea vara gli 8 principi di flexicurity che racchiudono in sintesi l’elaborazione dei vari MAC in materia sociale e che dovrebbero da quel momento ispirare le politiche interne, consentendo monitoraggi più precisi e, eventualmente, anche interventi della Commissione. In questo storico Documento il RMG è più volte richiamato come uno dei tre pilastri della flexicurity europea (insieme alla formazione permanente e continua ed al libero accesso a gratuiti ed efficienti servizi dell’impiego, previsti come autonomi diritti anche nella Carta dei diritti Ue). Nel 2010 la Lisbon Strategy è stata sostituita con la “Strategia 20-20″ che introduce uno specifico obiettivo di ordine sociale e cioè la riduzione del tasso di povertà di almeno 20% in dieci anni: una vasta letteratura ed anche Documenti della Commissione sottolineano che lo strumento giuridico per perseguire questo obiettivo è il RMG, senza il quale appare difficile se non impossibile raggiungere l’area del disagio sociale acuto e permanente.
Assai importante nel precisare i contorni del RMG è la Risoluzione del Parlamento europeo del 21.10.2010 approvata con 540 voti a favore e 19 contro, che ha riaffermato la centralità di questo strumento per la coesione continentale e per fronteggiare la crisi economica internazionale. Il Parlamento ha invitato tutti gli Stati che ne sono ancora privi, ad introdurre con urgenza tale diritto e tutti gli altri a mantenersi nei parametri quantitativi e qualitativi già indicati dalle due raccomandazioni del 1992 e del 2008 della Commissione. Inoltre si è ricordato che il RMG è un diritto sociale fondamentale, diretto a tutelare la dignità di ogni persona residente in via stabile nel territorio dell’Unione e che le modalità con cui tale diritto viene assicurato devono essere coerenti con tale finalità: sono pertanto inammissibili forme di erogazione che stigmatizzano l’individuo sottoponendolo a costrizioni e controlli irrazionali, che possono distruggere l’autostima e l’autodeterminazione del soggetto ” in carico” facendolo apparire come un parassita, inutile per il benessere della collettività.
Il quadro europeo mostra una varietà notevole di schemi di RMG sia nelle entità (che comunque devono essere parametrate sui livelli di reddito di ciascun paese), sia riguardo le condizioni di erogabilità. In genere vi è l’obbligo di accettare offerte di lavoro, anche se i paesi più avanzati a livello sociale dell’Europa del Nord prescrivono che tali offerte siano coerenti con il bagaglio professionale acquisito e con il livello di reddito precedentemente garantito, anche in ossequio al diritto internazionale e cioè alla Convenzione OIL n. 168/1988, applicabile per analogia, che impedisce di condizionare l’indennità di disoccupazione al dovere di accettare offerte di lavoro che non abbiano le caratteristiche prima indicate. E’ altresì diffuso l’obbligo per il sussidiato di seguire corsi di formazione professionali o percorsi di reinserimento concordati con gli uffici pubblici competenti; nei paesi più avanzati si consente ai soggetti un’ampia scelta anche tra istruzione superiore e/o universitaria, attività volontaria, di cura etc. in modo da consentire alla persona di trovare il ” proprio” modo di partecipare al benessere generale.
La situazione appare ancor più grave se consideriamo il grado di scarsa copertura del sistema interno di ammortizzatori sociali che non arriva a coprire idoneamente -persino per una indennità prevista costituzionalmente come quella di disoccupazione- lavoratori precari, lavoratori autonomi “etero-diretti” e varie forme di lavoro flessibile .
Tratto da Bollettino LDF LABORATORIO DIRITTI FONDAMENTALI – Osservatorio sul rispetto dei diritti fondamentali in Europa