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Timestamp: 2020-08-05 08:49:18+00:00
Document Index: 137124249

Matched Legal Cases: ['art. 6', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 55', 'art. 13', 'art. 1']

Sentenza Cassazione Civile n. 26977 del 23/12/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26977 del 23/12/2016
Cassazione civile, sez. VI, 23/12/2016, (ud. 15/09/2016, dep.23/12/2016), n. 26977
sul ricorso 3067-2015 proposto da:
avverso il decreto n. 960/2014 della Corte d’appello di Perugia,
depositato il 2 luglio 2014;
che l’adita Corte d’appello rigettava la domanda rilevando che la pretesa azionata nel giudizio presupposto doveva ritenersi temeraria e quindi preclusiva del riconoscimento dell’indennizzo di cui alla L. n. 89 del 2001, atteso che la stessa era stata proposta in totale spregio delle disposizioni legislative e di consolidati indirizzi giurisprudenziali, non essendo comunque di ostacolo a tale conclusione la mancata condanna nel giudizio presupposto per lite temeraria;
che con l’unico motivo di ricorso i ricorrenti deducono violazione e/o falsa applicazione dell’art. 6 della CEDU e della L. n. 89 del 2001, art. 2 richiamando la giurisprudenza di questa Corte, per cui la configurabilità del danno risarcibile ex L. n. 89 del 2001, derivante dalla irragionevole durata del processo, non può essere esclusa sulla base dell’esito sfavorevole del giudizio a meno che dagli atti del giudizio non risulti la prova per cui la parte, che richiede il risarcimento del danno, abbia proposto una lite temeraria, al solo fine di perseguire l’irragionevole durata del giudizio;
che, dunque, ad avviso dei ricorrenti, la mera consapevolezza della scarsa probabilità di successo dell’iniziativa giudiziaria sarebbe irrilevante al fine di escludere il diritto al risarcimento per la durata irragionevole del processo potendo semmai rilevare ai fini della quantificazione del danno;
che nella giurisprudenza di questa Corte il diritto all’equa riparazione è escluso per ragioni di carattere soggettivo: a) nel caso di lite temeraria (v. fra le tante, Cass. n. 28592 del 2011; Cass. n. 10500 del 2011 e Cass. n. 18780 del 2010), cioè quando la parte abbia agito o resistito in giudizio con la consapevolezza del proprio torto o sulla base di una prete sa di puro azzardo; b) nell’ipotesi di causa abusiva (cfr. tra le tante, Cass. n. 7326 del 2015; Cass. n. 5299 del 2015; Cass. n. 23373 del 2014), che ricorre allorchè lo strumento processuale sia stato utilizzato in maniera distorta, per lucrare sugli effetti della mera pendenza della lite; e c) in tutte le ipotesi in cui la specifica situazione processuale del giudizio di riferimento dimostri in positivo, per qualunque ragione, come la parte privata non abbia patito quell’effettivo e concreto pregiudizio d’indole morale, che è conseguenza normale, ma non automatica e necessaria, della violazione del diritto alla ragionevole durata del processo (v. per tutte e da ultimo, Cass. n. 7325 del 2015); che, inoltre, la L. n. 89 del 2001, art. 2, comma 2-quinquies, aggiunto dal D.L. n. 83 del 2012, art. 55, comma 1, lett. a), n. 3) convertito, con modificazioni, in L. n. 134 del 2012, ha previsto, con elencazione da ritenersi non tassativa, talune ulteriori ipotesi di esclusione dell’indennizzo, in presenza delle quali il giudice non dispone di margini d’apprezzamento della fattispecie;
che, nella specie, la Corte d’appello si è attenuta ai principi suindicati, procedendo ad un’autonoma valutazione in ordine alla sussistenza di una situazione di colpa grave in capo ai ricorrenti per la proposizione del giudizio presupposto; valutazione, questa, che implicando apprezzamenti di fatto si sottrae alle proposte censure;
che il ricorso va quindi rigettato, con conseguente condanna dei ricorrenti, in solido tra loro, al pagamento delle spese processuali, liquidate come da dispositivo;
che, risultando dagli atti del giudizio che il procedimento in esame è considerato esente dal pagamento del contributo unificato, non si deve far luogo alla dichiarazione di cui al testo unico introdotto con il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17.
La Corte rigetta il ricorso; condanna i ricorrenti, in solido tra loro, al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in Euro 800,00 per compensi, oltre alle spese prenotate a debito.