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Timestamp: 2019-11-14 17:31:32+00:00
Document Index: 78219935

Matched Legal Cases: ['art. 3', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 32', 'art. 1', 'art. 8', 'art. 117', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 3', 'art. 34', 'art. 31', 'art. 3', 'art. 31', 'art. 1', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 8', 'sentenza ']

TRANSESSUALISMO UN DIRITTO CAMBIO SESSO CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. I CIVILE - SENTENZA 20 luglio 2015, n.15138: Il fenomeno del transessualismo ha subito delle mutazioni da quando è entrata in vigore la l. n. 164 del 1982
30 Giugno 2016 armaroli 0 Comments
aveva richiesto al Tribunale di Piacenza nel 1999 l’autorizzazione al trattamento medico chirurgico per la modificazione definitiva dei propri caratteri sessuali primari al fine di ottenere la rettificazione dei caratteri anagrafici. Il Tribunale aveva accolto la domanda.
In subordine venivano formulati dubbi sulla costituzionalità dell’art. 3 della l. n. 164 del 1982 sotto il profilo della violazione dell’art. 2 (diritto all’identità di genere inteso come interesse della persona a vedere rispettato nei rapporti esterni ciò che il soggetto è e fa); violazione del diritto all’autodeterminazione (art. 2 Cost.) nella misura in cui il trattamento chirurgico fosse da ritenersi coattivo; violazione dell’art. 32 Cost. dal momento che la obbligatorietà del trattamento chirurgico può esporre la persona a conseguenze lesive della sua integrità psico¬fisica; violazione degli art. 1 e 3 della carta di Nizza nonché dell’art. 8 e 14 CEDU quali parametri di costituzionalità ai sensi dell’art. 117 Cost.
I consulenti concordemente hanno ritenuto che il reclamante abbia ottenuto una consolidata modifica dei caratteri sessuali secondari e abbia raggiunto sul piano psichico il convincimento ormai radicato di appartenenza al genere femminile senza avvertire il contrasto con la sua realtà anatomica e la necessità di sottoporsi all’intervento chirurgico di amputazione dei genitali maschili e di costruzione dell’organo genitale femminile. La consulenza medica ha accertato che la somministrazione di ormoni femminilizzanti ha determinato un quasi azzeramento dell’attività testicolare come si evince dalle ridotte concentrazioni sieriche di testosterone e ha concluso che le caratteristiche femminili siano da ritenersi integrate con l’identità psicofisica del M. ‘da ritenersi per
lo più irreversibili se non attraverso complessi interventi farmacologici e chirurgici’.
L’elaborato medico concludendo per il ‘quasi azzeramento’ e per la modificazione ‘per lo più’ irreversibile esclude che le funzioni sessuali siano del tutto scomparse e ritiene che quelle femminili risultino immodificabili. In particolare, secondo la Corte territoriale, non è esclusa la possibilità di un’ulteriore modifica futura. L’inclusione anche dei caratteri sessuali primari è giustificata dall’interpretazione storico sistematica.
Il fenomeno del transessualismo ha subito delle mutazioni da quando è entrata in vigore la l. n. 164 del 1982. Vi sono persone transessuali che sono biologicamente di sesso maschile e viceversa. La scoperta dell’identità di genere costituisce un percorso che, grazie al minor stigma sociale, prende spesso avvio già in età preadolescenziale e si compone di terapie ormonali, di chirurgia estetica, sostegno psicoterapeutico. Lo stesso disturbo dell’identità di genere non è più menzionato nel DSM V (il manuale statistico diagnostico delle malattie mentali) ma si fa soltanto riferimento alla ‘disforia di genere’. Allo stato attuale si possono individuare tre componenti dell’identità di genere : il corpo, l’autopercezione e il ruolo sociale.
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. I CIVILE – SENTENZA 20 luglio 2015, n.15138 – Pres. Forte – est. Acierno
Pur dovendosi riconoscere che la norma in questione contempla l’operazione chirurgica quale intervento non indefettibile, facendo uso dell’avverbio ‘quando’ deve ritenersi che tale prescrizione vada calata nello specifico contesto storico nel quale è stata emanata la legge, così ponendosi in rilievo la sua esclusiva funzione di sanare la situazione di chi ad un intervento demolitorio¬ricostruttivo si era già sottoposto o non ne aveva bisogno per ragioni congenite.
Nel terzo motivo viene dedotta la violazione e falsa applicazione dell’art. 3 l. n. 164 del 1982 con riferimento all’interpretazione accolta dalla Corte d’Appello della locuzione ‘quando risulta necessario un adeguamento dei caratteri sessuali da realizzare mediante trattamento medico chirurgico’.
La Corte d’Appello ha ritenuto che le conclusioni della CTU endocrinologica di ‘quasi azzeramento delle funzioni sessuali maschili’ non siano rassicuranti in ordine al profilo della sterilità. Da ciò la necessità dell’intervento chirurgico. L’interpretazione in questione è censurabile in quanto, da un lato, non giustificata dal testo della legge, dall’altro in contrasto con il pacifico principio costituzionale d’impossibilità d’imporre un qualsiasi trattamento sanitario che violi la dignità umana.
L’espressione identità di genere è da poco entrata nel nostro ordinamento attraverso la Direttiva 2011/95/UE che ha previsto nel trentesimo considerando ‘l’identità di genere’ tra gli aspetti connessi al sesso del richiedente che possono essere motivi di persecuzione. Ha, pertanto, assunto il rilievo di una caratteristica peculiare dell’individuo attinente all’espressione dell’identità personale. Non può pertanto condividersi l’assunto della Corte territoriale secondo il quale il ricorrente può vivere tranquillamente la propria transessualità anche senza la rettifica dei dati anagrafici. Deve, al contrario ritenersi fortemente lesivo del diritto costituzionale all’identità personale dover evidenziare il contrasto tra dati anagrafici e la rappresentazione esterna (oltre che la percezione interiore) di un genere diverso.
La riconduzione del diritto al cambiamento di sesso nell’area sopra delineata dei diritti inviolabili della persona è stata sancita dalla sentenza n. 161 del 1985 della Corte Costituzionale secondo la quale ‘la legge n. 164 del 1982 si colloca, dunque, nell’alveo di una civiltà giuridica in evoluzione, sempre più attenta ai valori, di libertà e dignità, della persona umana, che ricerca e tutela anche nelle situazioni minoritarie ed anomale’.
E’ necessario secondo tali incisive indicazioni che l’interpretazione della l. n. 164 del 1982 tenga conto dell’iscrizione del diritto al riconoscimento dell’identità di genere in ‘una civiltà giuridica in continua evoluzione’ in quanto soggetta alle modificazioni dell’approccio scientifico, culturale ed etico alle questioni inerenti, nella specie, alle domande di mutamento di sesso e al fenomeno del transessualismo e più in generale alle scelte relative al genere e alla sfera dell’identità personale.
L’art. 1 della l. n. 164 del 1982 stabilisce che la rettificazione di sesso si fonda su un accertamento giudiziale passato in giudicato che attribuisca ad una persona di sesso diverso da quello enunciato nell’atto di nascita ‘a seguito d’intervenute modificazioni dei suoi caratteri sessuali’.
L’art. 3, abrogato nella sua originaria formulazione per effetto dell’art. 34 comma 39 del d.lgs n. 150 del 2011, è attualmente trasfuso, senza variazioni testuali, nel quarto comma dell’art. 31 del d.lgs n. 150 del 2011 e stabilisce che ‘quando risulta necessario’ un adeguamento dei caratteri sessuali da realizzare mediante trattamento medico-chirurgico il tribunale lo autorizza. Il procedimento non è più bifasico nel senso che non richiede, dopo l’entrata in vigore del d.lgs n. 150 del 2011, due pronunce, una, volta all’autorizzazione sopra indicata, e l’altra, finalizzata dalla modificazione dell’attribuzione di sesso.
Sarà, di conseguenza, preliminarmente necessario verificare se si possano prospettare soluzioni interpretative diverse ed alternative, in ordine alla necessità della modifica preventiva per via chirurgica dei caratteri sessuali primari o se, invece, nonostante il richiamo a clausole ‘in bianco’ quali ‘quando risulti necessario’ e onnicomprensive quali ‘caratteri sessuali’, le norme abbiano un contenuto precettivo univoco, ed infine, in tale seconda ipotesi, se tale contenuto sia compatibile con i parametri costituzionali e convenzionali che sorreggono il riconoscimento del diritto all’identità di genere.
L’esame degli apparati normativi di paesi europei, caratterizzati da una cultura giuridica e da una sensibilità costituzionale analoga alla nostra può costituire un utile punto di partenza per l’indagine da svolgere. In Germania, secondo l’originaria prescrizione normativa, per procedere alla effettiva rettificazione di sesso (cd. grande soluzione, ‘grosse losung’) e non solo al cambiamento del nome (cd. piccola soluzione, ‘kleine losung’ per la quale la legge riteneva sufficiente il trattamento ormonale) erano necessarie l’incapacità di procreare e un intervento chirurgico in grado di avvicinare il più possibile le caratteristiche sessuali della persona a quelle dell’altro sesso. La Corte Costituzionale tedesca, nel 2008 ha ritenuto ‘impretendibili’ (l’espressione tedesca, tradotta in forma sostanzialmente letterale è unzumutbar) tali condizioni per il mutamento di sesso. Analogamente l’Austria con una pronuncia del Tribunale amministrativo federale coeva ha stabilito che l’intervento chirurgico, così invasivo, quale quello richiesto per l’eliminazione delle caratteristiche sessuali primarie ‘non può considerarsi necessario per un chiaro avvicinamento all’apparenza esteriore dell’altro sesso’. La Corte Edu, infine nella recente pronuncia del 10 marzo 2015 (Caso XY contro Turchia) ha stabilito che non può porsi come condizione al cambiamento di sesso la preventiva incapacità di procreare da realizzarsi ove necessario mediante intervento chirurgico di sterilizzazione ostandovi il diritto alla vita privata e familiare e alla salute. La Corte Edu perviene alla decisione dopo un’ampia panoramica delle normative dei paesi aderenti e rilevando come anche grazie ai rapporti delle Nazioni Unite (17 marzo 2011) e dello stesso Consiglio d’Europa (nel 2009 e nel 2011) si sia data sempre maggiore rilevanza al profilo del diritto alla salute nel riconoscimento del diritto al mutamento di sesso e nell’operazione di bilanciamento d’interessi da svolgere.
Come già rilevato, nella legge n. 164 del 1982 non sono previste precondizioni espresse relative allo stato (libero) del richiedente o all’incapacità procreativa. Il mutamento richiesto riguarda i ‘caratteri sessuali’senza specificazioni, nonostante la conoscenza al momento della sua entrata in vigore, dell’esistenza delle due tipologie dei caratteri sessuali, i primari ed i secondari. Nel successivo art. 3, attualmente confluito nel quarto comma dell’art. 31 del d.lgs n. 150 del 2011, è stabilito che l’adeguamento di tali caratteri mediante trattamento medico chirurgico deve essere autorizzato ‘quando risulta necessario’. L’esame congiunto delle due norme consente, quanto meno sul piano testuale, di escludere che, come invece riscontrato nel sistema normativo originario tedesco ed austriaco, si possano identificare limitazioni normative preventive al riconoscimento del diritto. Tale rilevante differenza ha giustificato nel sistema tedesco ed austriaco, la necessità del diretto intervento soppressivo delle predette condizioni da parte delle Corti al fine di ristabilire la compatibilità del regime di diritto positivo con i parametri costituzionali. Nel sistema creato con la l. n. 162 del 1984 tale correzione ‘chirurgica’ non è imposta dal testo delle norme in esame, essendo sufficiente procedere ad un’interpretazione di esse che si fondi sull’esatta collocazione del diritto all’identità di genere all’interno dei diritti inviolabili che compongono il profilo personale e relazionale della dignità personale e che contribuiscono allo sviluppo equilibrato della personalità degli individui, mediante un adeguato bilanciamento con l’interesse di natura pubblicistica alla chiarezza nella identificazione dei generi sessuali e delle relazioni giuridiche ma senza ricorrere a trattamenti ingiustificati e discriminatori, pur rimanendo ineludibile un rigoroso accertamento della definitività della scelta sulla base dei criteri desumibili dagli approdi attuali e condivisi dalla scienza medica e psicologica.
In primo luogo, pertanto, deve escludersi, anche in sede d’interpretazione logica, che l’esame integrato degli artt. 1 e 3 della l. n. 162 del 1984 conduca univocamente a ritenere necessaria la preventiva demolizione (totale o parziale) dei caratteri sessuali anatomici primari. La diversa conclusione della Corte d’Appello non risulta condivisibile per due ragioni. In primo luogo non può ritenersi che l’art. 1, non specificando se i caratteri sessuali da mutare siano primari o secondari, si sia riferito soltanto ai primi perché anche i secondari richiedono interventi modificativi anche incisivi come è emerso anche dalle consulenze tecniche d’ufficio disposte nel giudizio di merito (trattamenti ormonali di lungo periodo, interventi di chirurgia estetica modificativi di tratti somatici appartenenti al genere originario, interventi additivi o ricostruttivi quali quelli relativi al seno, in caso di mutamento dal genere maschile o femminile). Peraltro tale lettura è logicamente coerente con la successiva previsione dell’intervento chirurgico demolitivo dei caratteri sessuali anatomici primari ‘solo quando risulti necessario’.
In secondo luogo l’interpretazione definita ‘storico¬sistematica’ dalla Corte d’Appello non è condivisibile risultando fondata su una lettura esclusivamente storico¬originalista, di carattere del tutto statico, del complesso normativo costituito dagli artt. 1 e 3 della legge n. 164 del 1982, in palese contrasto con la precisa indicazione contenuta nella sentenza n. 161 del 1985 della Corte Costituzionale secondo la quale i diritti in gioco costituiscono parte integrante di una civiltà giuridica in continua evoluzione.
In particolare non è sostenibile ritenere che l’esclusione dell’obbligo indefettibile della demolizione chirurgica, desumibile dalla locuzione ‘quando risulti necessario’ possa essere spiegato, come ha ritenuto la Corte d’Appello con l’esigenza di evitare 1′ intervento a chi lo avesse già subito prima dell’entrata in vigore della legge o non ne avesse necessità per ragioni congenite. L’impossibilità in natura di essere sottoposti ad un intervento demolitorio chirurgico esclude in radice la necessità di una norma che possa anche solo astrattamente imporne l’esecuzione. L’interpretazione proposta, in conclusione, non è sostenibile perché priva di efficacia prescrittiva la previsione ‘quando risulti necessario’.
Il diritto a non sacrificare la propria sfera d’integrità psico-fisica e a non sottoporsi ad un trattamento chirurgico di carattere oggettivamente invasivo e non privo di rischi all’esito di un percorso di riconoscimento del proprio genere caratterizzato da un processo di mutamento significativo se non irreversibile dei propri caratteri sessuali secondari, certificato da risultanze medico¬psicologiche, deve comunque ritenersi recessivo secondo il bilanciamento d’interessi in conflitto prospettato dalla Corte territoriale.
Tale valutazione non risulta fondato su una corretta individuazione dei diritti costituzionali inviolabili che compongono la determinazione personale verso il mutamento di genere ed in particolare non risulta colto dalla Corte territoriale l’intreccio tra autodeterminazione e ricorso a trattamenti medico-psicologici che accompagna il percorso di avvicinamento del ‘soma alla psiche’ così efficacemente identificato dalla Corte Costituzionale nella sentenza più volte richiamata.
La percezione di una ‘disforia di genere’ (secondo la denominazione attuale del D.S.M. V, il manuale statistico diagnostico delle malattie mentali) determina l’esigenza di un percorso soggettivo di riconoscimento di questo primario profilo dell’identità personale né breve né privo d’interventi modificativi delle caratteristiche somatiche ed ormonali originarie. Il profilo diacronico e dinamico ne costituisce una caratteristica ineludibile e la conclusione del processo di ricongiungimento tra ‘soma e psiche’ non può, attualmente, essere stabilito in via predeterminata e generale soltanto mediante il verificarsi della condizione dell’intervento chirurgico.
Negli anni ’80, quando è entrata in vigore la legge n. 164 del 1982 il mutamento dei caratteri anatomici era ritenuto un requisito necessario per poter portare a termine il processo di mutamento del sesso. La stessa sentenza della Corte Costituzionale n. 161 del 1985 ne riconosce l’importanza ma come mezzo rivolto a porre fine ad una situazione di ‘disperazione od angoscia’ e, conseguentemente, entro tali confini soggettivi, come uno strumento liberatorio. Nella pronuncia viene costantemente in rilievo il profilo individuale della condizione drammatica e discriminatoria nella quale versava il transessuale prima dell’entrata in vigore della legge e l’esigenza di ripristinare la pluralità dei diritti costituzionali violati. (artt. 2,3, 32 Cost.)
La complessità del percorso, in quanto sostenuto da una pluralità di presidi medici (terapie ormonali trattamenti estetici) e psicologici mette ulteriormente in luce l’appartenenza del diritto in questione al nucleo costitutivo dello sviluppo della personalità individuale e sociale, in modo da consentire un adeguato bilanciamento con l’interesse pubblico alla certezza delle relazioni giuridiche che costituisce il limite coerentemente indicato dal nostro ordinamento al suo riconoscimento. L’individuazione del corretto punto di equilibrio tra le due sfere di diritti in conflitto oltre che su un criterio di preminenza e di sovraordinazione, può essere ancorata al principio di proporzionalità. Tale parametro, elaborato dalla giurisprudenza della CEDU al fine di stabilire il limite dell’ingerenza dello Stato all’esplicazione del diritto alla vita privata e familiare (art. 8 CEDU, cfr. per una recente applicazione del principio, la sentenza del 25 settembre 2012 Godelli contro Italia in tema di diritto all’accesso alle informazioni sulle proprie origini al figlio adottivo non riconosciuto) si fonda sulla comparazione tra il complesso dei diritti della persona e l’interesse pubblico da preservare mediante la compressione o la limitazione di essi. In particolare si richiede la valutazione della necessità del sacrificio di tali diritti al fine di realizzare l’obiettivo della certezza della distinzione tra i generi e delle relazioni giuridico-¬sociali.
Tali caratteristiche, unite alla dimensione tuttora numericamente limitata del transessualismo, inducono a ritenere del tutto coerente con i principi costituzionali e convenzionali un’interpretazione degli artt. 1 e 3 della l. 164 del 1982 che, valorizzando la formula normativa ‘quando risulti necessario’ non imponga l’intervento chirurgico demolitorio e/o modificativo dei caratteri sessuali anatomici primari.