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Timestamp: 2020-04-04 01:54:57+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 73', 'art. 12', 'art. 73', 'art. 12', 'art. 73', 'art. 12', 'art. 73', 'art. 12', 'art. 73', 'art. 12', 'art. 12', 'art. 12', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 12', 'sentenza ', 'art. 12', 'sentenza ', 'art. 12', 'art. 12', 'art. 444', 'art. 416', 'art. 629', 'art. 630', 'art. 644', 'art. 1', 'art. 644', 'art. 648', 'art. 648', 'art. 12', 'art. 73', 'art. 74', 'art. 416', 'art. 295', 'art. 12', 'art. 12', 'art. 12', 'art. 12']

Giurisprudenza di merito - Numero 5-1999, October 1999 - Archivio della nuova procedura penale - Libri e Riviste - VLEX 466238
Pagine: 545-552
Stupefacenti - Commercio clandestino - Fatto attenuato ex art. 73, comma 7, del D.P.R. n. 309/1990 - Patteggiamento - Confisca ex art. 12 sexies della L. n. 356/1992 - Applicabilità - Condizioni - Prova della sproporzione dei beni rispetto al reddito dichiarato o all'attività svolta dall'imputato - Dichiarazione dell'imputato di essere disoccupato - Sufficienza (...)
@TRIBUNALE DI FERMO Ufficio del Gip 21 luglio 1999. Est. Fanuli - Imp. X.
Stupefacenti - Commercio clandestino - Fatto attenuato ex art. 73, comma 7, del D.P.R. n. 309/1990 - Patteggiamento - Confisca ex art. 12 sexies della L. n. 356/1992 - Applicabilità - Condizioni - Prova della sproporzione dei beni rispetto al reddito dichiarato o all'attività svolta dall'imputato - Dichiarazione dell'imputato di essere disoccupato - Sufficienza.
In caso di patteggiamento per il reato di cui all'art. 73 comma 1 D.P.R. n. 309/1990, con la concessione dell'attenuante della «collaborazione» di cui al settimo comma dell'anzidetta disposizione, è applicabile l'istituto della confisca del denaro e delle altre utilità ex art. 12 sexies L. n. 356/1992 e succ. mod., essendo espressamente esclusa dall'ambito di applicazione dell'istituto in questione solo la fattispecie attenuata di cui al quinto comma dell'art. 73 cit. Ai fini della prova della sproporzione tra il denaro e gli altri valori rispetto al reddito dichiarato dall'imputato ai fini delle imposte dirette o all'attività economica dallo stesso svolta, che rappresenta una delle condizioni per disporre la confisca ex art. 12 sexies cit. è sufficiente, in mancanza di elementi di segno contrario, che l'imputato abbia dichiarato ex artt. 66 comma 1 c.p.p. e 21 att. c.p.p., di essere disoccupato. (D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, art. 73; L. 7 agosto 1992, n. 356, art. 12 sexies) (1).
(1) Sulla prima parte della massima, v., in senso conforme, Cass. pen., sez. IV, 26 agosto 1995, Mohtadi, in questa Rivista 1996, 444.
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO E MOTIVI DELLA DECISIONE. - Prima dell'udienza preliminare l'imputato chiedeva l'applicazione di pena ex artt. 444 e 447 c.p.p. ed il pubblico ministero prestava il proprio consenso (Omissis).
Quanto al denaro ed agli altri beni di valore sequestrati all'imputato (telefoni cellulari) si ritiene che non possano essere restituiti all'imputato, dovendo, invece essere obbligatoriamente confiscati a norma del disposto dell'art. 12 sexies comma 1 L. 7 agosto 1992 n. 356 e succ. mod.
L'ipotesi particolare di confisca prevista dall'art. 12 sexies del D.L. 8 giugno 1992 n. 306, convertito, con modificazioni, nella legge 7 agosto 1992, n. 356, è stata introdotta dall'art. 2 D.L. 22 febbraio 1994, n. 123/94, reiterato dal D.L. 246/94 e ancora dal D.L. 20 giugno 1994, n. 399, convertito, con modificazioni, nella legge 8 agosto 1994, n. 501, subito dopo l'intervento della Corte costituzionale che con la sentenza n. 48 del 17-23 febbraio 1994 aveva dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 12 quinquies, comma 2, D.L. 8 giugno 1992, n. 306 (possesso ingiustificato di valori).
Tale ultima norma, come è noto, prevedendo una autonoma fattispecie incriminatrice, puniva con la reclusione coloro nei cui confronti pendeva procedimento penale per alcuni reati tassativamente indicati, ovvero era in corso di applicazione o comunque si procedeva per l'applicazione di una misura di prevenzione, i quali, anche per interposta persona, risultassero titolari o avessero la disponibilità di denaro, beni o utilità di valore sproporzionato al reddito o alla loro attività economica, e dei quali non erano in grado di giustificare la legittima provenienza, ed inoltre disponeva la confisca del denaro, dei beni e delle utilità suddette.
A seguito della ricordata sentenza della Corte costituzionale, il Governo ispirato dalle medesime ragioni di politica criminale che lo avevano indotto ad emanare l'art. 12 quinquies citato, emanava, qualche giorno prima della pubblicazione della sentenza della Corte al fine di evitare, almeno in alcuni casi, la caducazione degli effetti prodotti dalla norma abrogata, il D.L. n. 123/94, reiterato più volte fino a giungere all'ultimo D.L. n. 399/94, convertito nella legge n. 501/1994, con il quale, aggiungendo l'art. 12 sexies, introduceva la confisca in questione.
Il legislatore, con l'art. 12 sexies, però non ha introdotto una autonoma figura di reato ma ha previsto soltanto una ipotesi particolare di confisca, il cui presupposto non è più lo status processuale di imputato o di indagato del soggetto bensì la sua condanna (o l'applicazione della pena su richiesta ai sensi dell'art. 444 c.p.p.) per determinati reati.
Inoltre la norma non ha posto a carico del prevenuto l'obbligo di giustificare la «legittima» provenienza beni, ma quello di giustificare la provenienza di essi. Su tale punto comunque si tornerà specificamente più avanti per chiarire la portata interpretativa della nuova formulazione letterale utilizzata dal legislatore.
Esaminando più analiticamente la norma in questione, si osserva dunque che presupposto della confisca è la condanna o l'applicazione della pena su richiesta per uno dei seguenti reati: associazione di stampo mafioso (art. 416 bis c.p.), estorsione (art. 629 c.p.), sequestro di persona a scopo di estorsione (art. 630 c.p.), usura e usura impropria (art. 644 c.p. così come risulta ora modificato dall'art. 1 legge 7 marzo 1996 n. 108 che ha abrogato l'art. 644 bis c.p.), ricettazione (art. 648 comma 1 c.p.), riciclaggio (art. 648 bis), trasferimento fraudolento dei valori (art. 12 quinquies comma 1 D.L. 8 giugno 1992, n. 306, convertito, con modificazioni, nella legge 7 agosto 1992, n. 356) ovvero per taluno dei reati relativi al traffico di sostanze stupefacenti previsti dall'art. 73, escluse la fattispecie di lieve entità, e dall'art. 74 D.P.R. n. 309/90; ed inoltre per uno dei delitti commessi avvalendosi delle condizioni previste dall'art. 416 bis c.p. ovvero al fine di agevolare l'attività delle associazioni previste dallo stesso articolo, nonché per un delitto in materia di contrabbando nei casi di cui all'art. 295.
Perché i beni o le altre attività vengano confiscati è necessario che concorrano due condizioni: che essi siano di valore sproporzionato rispetto al reddito dichiarato dal condannato ai fini delle imposte sul reddito o all'attività economica dallo stesso svolta; e che di essi il condannato, avendone la titolarità o la disponibilità, anche per interposta persona fisica o giuridica, non riesca a giustificare la provenienza.
Come già detto l'art. 12 sexies, a differenza dell'abrogato art. 12 quinques secondo comma, non richiede al prevenuto di giustificare la legittima provenienza dei beni ma impone al condannato di giustificarne soltanto la provenienza.
Ovviamente la differente formulazione letterale della norma, ha fatto molto discutere sul piano interpretativo, dando luogo a svariate osservazioni: la prima riguarda la equipollenza attribuita alle due espressioni letterali nel senso che l'espressione «giustificare la provenienza» dei beni, secondo alcuni, equivarrebbe comunque alla precedente espressione «giustificare la legittima provenienza» dei beni; la seconda attiene all'onere della prova che, per altri, sarebbe ormai meno gravoso, dovendosi il condannato limitare a giustificare la provenienza dei beni senza dover dare conto della legittimità di essa; una terza osservazione riguarda infine il mantenimento anche nell'art. 12 sexies dell'inversione dell'onere della prova della provenienza dei beni, posto ancora a carico del soggetto e non già del P.M.
Esaminando ancora più approfonditamente le questioni indicate, va subito detto che le prime due sono state già affrontate dalla Corte di cassazione, la quale ha avuto modo di affermare (sez. I, 2 giugno 1994, Malasisi) che all'espressione «giustificare la provenienza» deve attribuirsi un significato sostanziale ed economico e non formale e giuridico, nel senso che il soggetto deve spiegare in termini economici come sia riuscito e con quali mezzi ad acquisire i beni al proprio patrimonio, fornendo così una esauriente spiegazione della lecita provenienza dei beni di valore sproporzionato al reddito e all'attività economica svolta.
La Corte, con la stessa sentenza, ha inoltre chiarito che «È ovvio, quindi, che la soppressione nel testo della disposizione in questione della qualifica "legittima" riferita alla "provenienza", che figurava nel testo dell'art. 12 quinquies secondo comma legge n. 369/93, dichiarato incostituzionale, non ha altra significazione se non quella di una innovazione semantica di scarso rilievo dato che la espressione "giustificare la provenienza" equivale, proprio per il significato pregnante che ha il verbo "giustificare", a dimostrare la legittimità della provenienza».
Anche in ordine alla questione attinente all'inversione dell'onere della prova la Cassazione ha avuto modo di pronunciarsi (sez. VI, 15 aprile 1996, Berti), precisando sul punto che «il legislatore. . . ha introdotto una presunzione relativa di illecita accumulazione patrimoniale, trasferendo sul soggetto che ha la titolarità o la disponibilità dei beni, l'onere di giustificarne la provenienza, con allegazione di elementi che, pur senza avere la valenza probatoria civilistica in tema di diritti reali, possessori e obbligazionari, siano idonei a vincere tale presunzione».
Tuttavia non manca chi sostiene che nel caso in esame non si tratterebbe di una vera e propria inversione dell'onere della prova ma di una diversa ripartizione di esso. Ossia si afferma che a carico del pubblico ministero è posto l'onere di provare le due circostanze che costituiscono gli elementi della riconducibilità del patrimonio alle attività illecite del condannato e cioè la titolarità o la disponibilità dei beni da parte del soggetto e la sproporzione di essi rispetto al suo reddito o alla sua attività. Al prevenuto spetta invece l'onere di vanificare la portata indiziante delle due circostanze dimostrando di avere legittimamente acquisito al proprio patrimonio i beni in questione.
Le condizioni richieste dalla norma perché possa (rectius: debba) disporsi la confisca sono dunque: la condanna del prevenuto o l'applicazione nei suoi confronti della pena a seguito di patteggiamento per taluno dei reati tassativamente indicati dalla norma...