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Timestamp: 2018-07-21 03:40:25+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 28', 'art. 9', 'art. 35', 'art. 36', 'art. 6', 'art. 8', 'art. 21', 'art. 22', 'art. 365', 'art. 661', 'art. 362', 'art. 365', 'art. 13', 'arte 1', 'arte 2']

Codice deontologico e professione: principi morali e norme all’interno del gruppo – LE IMPRONTE DELLE MIE MANI
Il termine “deontologia” (coniato, col titolo del libro uscito postumo nel 1838, “Deontologia o scienza della moralità” da Jeremy Bentham), proviene dal verbo greco δέω che significa “ho bisogno, é necessario”; la deontologia sta all’ontologia come il dover essere sta all’essere. E’, quindi, un “discorso” (λογος) che attiene agli obblighi: obbligo di essere e obbligo di fare.
Nell’accezione corrente, il termine si associa normalmente all’aggettivo professionale, per indicare quell’insieme di obblighi che sono tipici di quel particolare professionista.
La storia mostra come ogni processo di professionalizzazione produca l’esigenza di regolare la pratica in base ad alcuni principi morali e di disciplinare le condotte all’interno del gruppo professionale, secondo alcuni standard comportamentali. La deontologia è quindi il prodotto dell’applicazione di certe norme morali all’attività professionale (E. Calvi 2011).
Ricordando Max Weber, si può affermare che nei codici deontologici si rinviene l’affermazione dell’“etica della responsabilità” (che orienta la condotta sulla considerazione degli effetti dell’azione), piuttosto che dell’“etica della convinzione” (secondo la quale l’azione è regolata da ciò che, a livello di coscienza, è considerato giusto).
Bentham, a sua volta, disse che il giusto e l’ingiusto non dipendono dai motivi dell’azione, quanto piuttosto dalle conseguenze di essa, intendendo la tendenza ad evitare mali fisici e dispiaceri morali che ci induce ad evitare l’azione ingiusta e, ancor prima, a giudicarla tale.
Ippocrate, dal canto suo, con il Giuramento prescriveva quale precetto fondamentale: “Mi asterrò da nocumento e ingiustizia”, perché alla base delle norme deontologiche troviamo che “nocumento” (e cioè “danno”) e “ingiustizia” (e cioè “abuso”) sono le forma tipiche e, insieme, le conseguenze di ogni illecito deontologico (E. Calvi 2011).
Qualsiasi professione poggia su due pilastri fondamentali: da un lato, la competenza, e cioé il possesso di particolari abilità derivanti a loro volta da una specifica formazione acquisita solitamente attraverso il percorso di un “curriculum studiorum”; tale competenza implica il possesso di determinate “teorie della tecnica” che consentono di compiere una serie di “atti professionali” tecnici fondati su basi scientificamente accettate. D’altro lato, ogni professione richiede che tali atti professionali siano compiuti con l’osservanza di certe norme di comportamento, che descrivono la liceità o la illiceità della condotta del professionista.
Ciò significa che devono sussistere delle regole di condotta che pongono alla libertà, dello Psicologo, dello Psicoterapeuta o del Counsellor (nel caso della nostra attività professionale), ulteriori limitazioni rispetto a quanto avviene per il comune cittadino. In altre parole, vi sono delle prescrizioni che hanno come destinatario particolare lo Psicologo, lo Psicoterapeuta ed il Counsellor e che impongono loro dei vincoli, che sono specifici dello status professionale, vincoli che non si sostituiscono alle leggi comuni, ma che in linea di massima si aggiungono ad esse.
L’insieme di tali prescrizioni costituisce la deontologia professionale, che si concretizza in un corpo di norme di comportamento. Molto frequentemente le prescrizioni deontologiche e quelle tecniche sono pressoché coincidenti: lo stabilire una relazione erotica con una paziente (o con un paziente, é lo stesso) non solo contravviene ad una evidente regola di deontologia, ma é altresì un errore sul versante competenziale, posto che pregiudica senza alcun dubbio la possibilità di condurre avanti un efficace rapporto terapeutico.
A fondare la giustezza o l’ingiustezza di un comportamento è, a questo punto, la considerazione delle sue conseguenze e più esattamente della innocuità o della dannosità delle stesse.
Un Codice deontologico é, dunque, un insieme di precetti che attengono alla morale professionale, ed in quanto tale é rivolto ai professionisti di quella specifica professione; d’altra parte, lo stesso Codice appare essere una sorta di carta d’identità della professione medesima, che si presenta agli occhi dell’attuale o potenziale utenza come un insieme di operatori vincolati da una serie di regole di comportamento.
Vi sono alcune linee guida che hanno ispirato il Codice deontologico degli Psicologi, linee guida che tuttavia erano già presenti nel comune sentire della nostra comunità professionale. Occorre infatti ribadire che la costruzione di un Codice di deontologia professionale non significa altro che recepire, con la maggior aderenza possibile, le regole di morale professionale già diffuse nel gruppo e non certamente inventare regole nuove.
Tali linee guida si concretizzano innanzi tutto in quattro finalità:
la prima è la tutela del cliente, sia esso il committente o il diretto utente dei servizi professionali dello Psicologo, come persona o ente che entra in relazione con esso per portargli una sua domanda tesa a soddisfare un suo bisogno. Da ciò, le regole di correttezza professionale, che si fondano sul rapporto di fiducia che intercorre con il professionista. Si pensi, ad esempio, alle norme che riguardano il segreto professionale, (artt. 11 a 17), a quelle che impongono il divieto di trarre vantaggi, economici o di altra natura, che vadano al di là del giusto compenso (art. 28/4), o all’obbligo della corretta informazione (art. 9).
La seconda é la tutela del professionista nei confronti dei Colleghi , tutela che si sconcretizza nei doveri di solidarietà e di colleganza, quali, ad esempio, quelli relativi al divieto di appropriarsi fraudolentemente dei prodotto del pensiero dei Colleghi (art. 35), o al divieto di esprimere pubblicamente giudizi negativi a proposito della formazione e della competenza di altri psicologi (art. 36).
La terza linea guida riguarda la tutela del gruppo professionale considerato nel suo complesso; di qui le regole che attengono al decoro e alla dignità della professione, all’autonomia (art. 6), all’obbligo di denunciare l’abusivismo (art. 8).
Infine, la quarta linea guida concerne la responsabilità nei confronti della società, dalla quale discende il dovere di utilizzare le conoscenze del comportamento umano per promuovere il benessere psicologico dell’individuo, del gruppo e della comunità (artt. 3 e 34).
Tali fini sono sembrati raggiungibili attraverso quattro imperativi guida, che debbono ispirare la condotta professionale:
Il primo imperativo guida é quello di meritare la fiducia del cliente: tale imperativo nasce dalla concezione della professione come servizio; lo Psicologo può fare soltanto ciò che viene a vantaggio di chi richiede la sua prestazione professionale e di chi ne è destinatario. Ciò significa che ogni altra utilità, ogni altro beneficio che provenga allo psicologo o a terzi non può contrastare con i vantaggi che derivino al committente o all’utente. E’ per tale ragione che si deve parlare del rapporto con lo Psicologo come di un rapporto professionale fiduciario, nel senso che la condotta del professionista deve essere tale da consentire, a quanti ne utilizzano le competenze, di poter “confidare” in modo assoluto e totale che tale condotta sarà dettata dall’obiettivo prioritario dell’interesse del cliente. (art. 21)
Il secondo imperativo é quello di possedere una competenza adeguata a rispondere alla domanda del cliente. Ciò implica la consapevolezza dei limiti del proprio sapere professionale, con il conseguente rifiuto di compiere atti che esulino dalla propria personale preparazione. Come si é accennato, spesso l’incompetenza si risolve in una violazione di una norma deontologica. Anche questo imperativo é connesso alla fiduciarietà del rapporto professionale: chi si rivolge allo Psicologo, deve essere sicuro che quest’ultimo non assumerà l’incarico professionale se ritiene che tale incarico non possa essere adempiuto perché al di fuori delle conoscenze e delle abilità del professionista. E’ evidente che, ad esempio, uno Psicologo del lavoro non si proporrà come Psicoterapeuta, né quest’ultimo come esperto di Organizzazione Aziendale e ciò al di là dell’etichetta formale (artt. 5, 22 e 37).
Il terzo imperativo guida é quello di usare con giustizia il proprio potere. Il rapporto professionale é, per sua definizione, un rapporto asimmetrico, posto che da un lato c’è il detentore di certe specifiche competenze, di uno specifico sapere e di uno specifico saper fare che lo fornisce degli strumenti per poter comprendere ed affrontare la domanda del cliente e dall’altra parte c’è il portatore di un bisogno, che é un incompetente, in quanto non detiene tali competenze. Usare con giustizia il proprio potere, significa regolare la propria condotta professionale secondo i tre cardini della giustizia stessa, ben individuati dal giureconsulto Gaio: il neminem laedere, e cioè il non causare danno (art. 22); il suum cuique tribuere e, quindi, rispettare la personalità e l’autonomia del cliente, non “usandolo” a proprio vantaggio (artt. 4 e 18), e, infine, l’honeste vivere e pertanto mantenere una condotta consona al decoro ed alla dignità della professione, sia nei confronti del proprio cliente che dei Colleghi e della società nel suo complesso (artt. 28, 38, 39 e 40)
Infine, il quarto imperativo consiste nel difendere l’autonomia professionale. Questo imperativo potrebbe essere facilmente inteso, riduttivamente, come una sorta di pretesa corporativa volta alla difesa degli interessi della categoria professionale, ma non è così.
Oltre che essere un carico di oneri, la deontologia (ed il Codice in cui si palesa e si concretizza) rappresenta anche un elemento fondativo della professione, in quanto costitutivo della identità professionale.
La legge prevede che, nel caso si riscontrino violazioni delle regole di deontologia, siano comminate delle sanzioni disciplinari.
Tali sanzioni sono, nella loro natura, predeterminate dalla stessa legge e consistono nelle seguenti pene:
– l’avvertimento, che é una semplice diffida al colpevole a non protrarre la condotta scorretta né a ricadere nella mancanza commessa;
– la censura, che é una dichiarazione di biasimo per la scorrettezza compiuta;
– la sospensione, cioè l’inibizione ad esercitare la professione per un massimo di un anno;
– la radiazione, che consiste nella cancellazione dall’Albo e, quindi, nell’espulsione dal gruppo professionale, con il conseguente divieto di esercitare l’attività professionale.
Il problema del segreto professionale
Le norme deontologiche sono normalmente “aggiuntive” rispetto alla legge comune e tali norme, in qualche caso, possono entrare in conflitto con la legge, più precisamente con la legge penale.
In alcuni casi, dunque, venuto lo Psicologo a conoscenza di situazioni particolarmente gravi, si rende necessaria la presa di una posizione:
l’art. 365 del codice penale dispone che “chiunque, avendo nell’esercizio di una professione sanitaria, prestato la propria assistenza o opera in casi che possano presentare i caratteri di un delitto per il quale si debba procede di ufficio, omette o ritarda di riferirne all’autorità indicata nell’art. 661, é punito con la multa fino a lire 1.000.000. Questa disposizione non si applica quando il referto esporrebbe la persona assistita a procedimento penale”.
Ancora più difficile é la situazione dello Psicologo che operi quale dipendente di un ente pubblico, quale una ASL o una ASO, poiché in tali casi, secondo l’art. 362 del c.p., ha l’obbligo di denunciare all’autorità giudiziaria (o ad altra autorità che abbia l’obbligo di riferirne) un reato perseguibile d’ufficio del quale abbia avuto notizia nell’esercizio o a causa del servizio, anche se ciò espone la persona assistita a procedimento penale, con la sola esclusione dei responsabili delle comunità terapeutiche socio riabilitative per fatti commessi da persone tossicodipendenti affidate per l’esecuzione del programma definito da un servizio pubblico.
L’art. 365 contiene, dunque, un’incongruenza interna difficilmente risolvibile, che non esenta lo Psicologo dall’obbligo di fare l’informatore nemmeno se ciò comporta l’esposizione del paziente a conseguenze penali, per cui é ancor maggiormente lecito chiedersi che tipo di rapporto di fiducia possa intercorrere tra paziente e Psicoterapeuta, quando quest’ultimo é tenuto per legge a violare il segreto professionale.
L’art. 13 del Codice deontologico è frutto di una sorta di compromesso, disponendo che “nel caso di obbligo di referto o di obbligo di denuncia, lo Psicologo limita allo stretto necessario il riferimento di quanto appreso in ragione del proprio rapporto professionale, ai fini della tutela psicologica del soggetto”. Dunque, l’obbligo di conservazione del segreto professionale, pur nella sua assoluta rilevanza in ragione del carattere fiduciario del rapporto che intercorre tra Psicologo e cliente, può soffrire delle eccezioni. Alcune di queste sono imposte dalla legge comune (nel caso dell’obbligo di referto e di denuncia), altre appaiono essere, per così dire, “interne” alla stessa deontologia e queste ultime sono dettate dall’obiettivo della difesa della salute psicofisica, in primo luogo del paziente, e secondariamente di terzi.
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“Lezioni di deontologia per gli studenti di Psicologia” del prof. Eugenio Calvi (2011) – Università degli Studi di Torino.
http://docs.google.com/gview?url=http://www.psicologia.unito.it/do/didattica
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