Source: https://iusletter.com/archivio/sapore-dautore-non-centra-diritto/
Timestamp: 2019-03-25 18:08:24+00:00
Document Index: 16341586

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 2', 'art. 2', 'sentenza ', 'sentenza\n', 'CGUE\n']

Sapore d’autore, ma non c’entra il diritto - Iusletter
Sapore d’autore, ma non c’entra il diritto
Un anno e mezzo fa, in questa rivista (Quell’opera mi puzza, sull’ammissibilità del sensory copyright, 29 maggio 2017), ho segnalato un rinvio pregiudiziale operato dalla Corte d’appello di Arnhem-Leeuwarden, Paesi Bassi, sull’interpretazione della nozione di «opera», ai sensi della direttiva InfoSoc (Direttiva 2001/29/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 maggio 2001, sull’armonizzazione di taluni aspetti del diritto d’autore e dei diritti connessi nella società dell’informazione).
Nel mio contributo mi limitavo a citare le fonti più alte in materia: la Convenzione di Berna – alla quale l’Unione, benché non sia parte contraente, è tuttavia vincolata in forza dell’articolo 1, paragrafo 4, del trattato dell’OMPI sul diritto d’autore –, la Convenzione universale sul diritto d’autore riveduta a Parigi il 24 luglio 1971 e infine il già accennato trattato OMPI sul diritto d’autore. Facevo poi cenno agli ultimi approdi in tema di registrabilità dei marchi (sentenza Sieckmann del 12 dicembre 2002, C‑273/00, punto 55), pure richiamata dalla decisione in commento) e al fatto che, almeno con riguardo al marchio europeo, il limite della “rappresentazione grafica” (requisito necessario ai sensi dell’art. 4 del Regolamento (CE) n. 207/2009 sul marchio comunitario) stava cadendo con l’allora recente riforma sul marchio dell’Unione europea (v. art. 4 del Regolamento (UE) 2017/1001 che nella definizione di marchi non specifica più «che possono essere riprodotti graficamente»). Ciò poteva dare il destro per il riconoscimento del fatto che l’oggettività del bene oggetto di titolo poteva essere raggiunta anche attraverso metodi diversi dal segno scritto «purché la rappresentazione sia chiara, precisa, autonoma, facilmente accessibile, intellegibile, durevole e obiettiva» (Considerando 10 del RMUE).
Chiudevo lo scritto, rinviando il lettore all’esito del procedimento di rinvio. Ed eccoci qui.
Diciamo subito che sia l’AG che la Corte hanno ritenuto che un sapore (e un odore) non possono essere oggetto di tutela autorale per una serie di ragioni.
1. Opere sono solo quelle percepibili attraverso mezzi visivi o sonori
Secondo l’AG la Convenzione di Berna, benché non escluda espressamente (art. 2.1) che i sapori possano essere opere dell’ingegno, tutelerebbe solo libri e composizioni musicali, poiché non contempla produzioni percepibili attraverso altri sensi, quali il gusto, l’olfatto o il tatto. Ebbene, a parte il fatto che se la Convenzione avesse voluto limitare il suo ambito applicativo solo ai libri (rectius: a testi scritti) e musiche, lo avrebbe stabilito esplicitamente, va considerato che le opere dell’arte plastica sono percepibili anche con il tatto. Ma non solo. Altre forme moderne d’arte possono prescindere, o prescindono del tutto, dalla componente visiva. Si pensi alla interactive art o all’happening di Krapow che, come i nomi suggeriscono, sono una forma espressiva d’arte contemporanea dove allo spettatore è assegnato un ruolo attivo nella contemplazione dell’opera. E nulla cambia se quest’ultimo è non vedente: attraverso percezioni e associazioni sinestetiche, volutamente provocate dall’artista o elaborate dallo spettatore, è sempre consentito l’apprezzamento estetico. Occhi e orecchie, sono solo canali sensoriali che non discriminano le opere.
A mio avviso, quindi, non è corretto adottare una lettura restrittiva dell’art. 2.1 della Convenzione di Berna.
2. Un odore o un sapore non solo suscettibili di una identificazione precisa e oggettiva
Sotto un altro ordine di idee, l’AG, riportando le osservazioni del governo italiano, fa notare che «malgrado gli sforzi scientifici finora profusi per definire in modo inequivoco le proprietà organolettiche degli alimenti, allo stato attuale il “sapore” costituisce essenzialmente un elemento qualitativo, legato in prevalentemente al carattere soggettivo dell’esperienza gustativa. Le proprietà organolettiche degli alimenti sono, infatti, destinate ad essere percepite e valutate dagli organi di senso, principalmente il gusto e l’olfatto ma anche il tatto, in base all’esperienza soggettiva delle impressioni che l’alimento esercita su tali organi di senso; e non si è ancora raggiunta una caratterizzazione oggettiva di tali esperienze» (30). L’AG termina la sua riflessione in chiave possibilista: «Non escludo che in futuro le tecniche per identificare precisamente ed oggettivamente un sapore o un odore possano evolvere, spingendo il legislatore ad intervenire e a tutelarli a norma del diritto d’autore o in altro modo».
Sotto tale aspetto, la non tutelabilità dei sapori è una circostanza transeunte, destinata probabilmente a cambiare con il progresso tecnologico o con l’adozione di parametri oggettivi e condivisi.
La Corte fa suoi i ragionamenti e le conclusioni dell’AG, ma a mio avviso, in parte ne travisa il senso.
Secondo i Giudici del Lussemburgo, un sapore non è innanzi tutto tutelabile in quanto: «a differenza, ad esempio, di un’opera letteraria, pittorica, cinematografica o musicale, la quale è un’espressione precisa e obiettiva, l’identificazione del sapore di un alimento si basa essenzialmente su sensazioni ed esperienze gustative soggettive e variabili, in quanto dipendono, in particolare, da fattori connessi alla persona che assapora il prodotto in esame, come la sua età, le sue preferenze alimentari e le sue abitudini di consumo, nonché l’ambiente o il contesto in cui tale prodotto viene assaggiato» (punto 42).
Qui i giudici confondono la percezione dell’opera con il suo mutevole apprezzamento estetico. Chiariamo subito che nessuna percezione può prescindere mai dalle sensazioni ed esperienze del soggetto percepiente, dalla sua età, dall’ambiente e dai suoi gusti. Non fa eccezione il sapore. Non è quindi su questo piano che deve essere colta la differenza tra le opere degne di tutela e quelle indegne.
Vero è invece (punto 43 della sentenza in commento) il sapore sconta un limite tecnologico poiché non siamo oggi in grado di attribuire ad esso un’impronta univoca: mentre possiamo selezionare le informazioni che costituiscono un’opera visiva o sonora, non siamo ancora in grado di selezionare in modo discreto le informazioni che ci consentono di riprodurre un determinato sapore. Questo è il limite obiettivo che non consente a sapori e odori quel sufficiente grado di determinatezza per accedere alla tutela autorale. Rileva quindi un tema di certezza del diritto e certezza delle situazioni giuridiche soggettive che non possono rimanere vaghe per indeterminatezza dell’oggetto cui accedono.
Pare quindi che un sapore non possa essere un’opera dell’ingegno, e non solo per un mero limite tecnico (punto 43), ma proprio perché (punto 42) trattasi di un attributo sensoriale ontologicamente inidoneo ad essere percepito in sé.
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