Source: https://www.laleggepertutti.it/117550_appello-necessario-indicare-un-motivo-specifico
Timestamp: 2018-10-17 23:44:06+00:00
Document Index: 156951952

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Appello: necessario indicare un motivo specifico
Anche se l’appello ha effetto devolutivo, è necessario chiarire le ragioni per cui la sentenza di primo grado è viziata: il motivo di impugnazione è richiesto a pena di inammissibilità.
Non basta criticare genericamente la sentenza di primo grado per poter fare appello: è anche necessario indicare uno specifico motivo di impugnazione.
Linea dura della Suprema Corte alla possibilità di appellare la sentenza del tribunale o del Giudice di pace: con un orientamento che sembra richiamare le norme in materia di ricorso per Cassazione (le quali, come noto, impongono l’indicazione dei vizi dell’atto impugnato), un sentenza di qualche giorno fa [1] mette a serio rischio di inammissibilità numerosi ricorsi in secondo grado.
Quando è possibile fare appello?
Il codice di procedura civile consente, con l’appello, una revisione completa del giudizio di primo grado, garantendo così una seconda valutazione di tutto il giudizio di primo grado, delle prove presentate, delle norme applicate e, insomma, di tutto l’iter logico-giuridico seguito dal giudice nel definire la vicenda con la sentenza. Ma attenzione: non basta formulare generiche contestazioni contro quella che è stata la decisione finale del magistrato per poter accedere in secondo grado, ma bisogna essere quanto più precisi possibile nelle critiche. Secondo infatti il nuovo orientamento della Cassazione – che contraddice precedenti pronunce sul tema – per appellare una sentenza è necessario che il giudizio di appello contenga uno o più specifici motivi di impugnazione.
È vero: il giudizio di appello mira a una completa revisione dell’operato del giudice di primo grado, ma ciò non toglie che l’avvocato debba necessariamente evidenziare le precise ragioni per cui ritiene erronea la sentenza impugnata.
Il codice di procedura civile stabilisce [2] che l’atto di appello debba contenente (a pena di inammissibilità):
l’indicazione delle parti della sentenza che si intende appellare e delle modifiche richieste alla ricostruzione del fatto compiuta dal giudice di primo grado;
l’indicazione di quelle che, secondo la parte appellante, sono state le violazioni di legge avvenute in primo grado e della loro rilevanza ai fini della decisione impugnata. Si tratta, cioè, dell’enunciazione dei motivi specifici di impugnazione: essi devono contestare in modo dettagliato il ragionamento del giudice che ha condotto alla decisione definitiva. Sono insufficienti censure vaghe e superficiali.
È proprio con riguardo a questo secondo aspetto che, nella sentenza in commento, la Corte pone una indiretta restrizione ai generici atti di appello. L’impugnazione deve necessariamente contenere la specifica formulazione di un motivo con il quale si segnali l’errore commesso dal giudice di primo grado. Tali ragioni potrebbero esaurirsi, comunque, anche nell’evidenziare la mancata adozione in sentenza di una decisione sulla domanda proposta.
Con questa sentenza la Cassazione rivede i propri precedenti orientamenti: in particolare era stato affermato che, in caso di omessa pronuncia da parte del giudice di primo grado su un punto della domanda, l’appellante – ai fini della specificità del motivo di appello – può limitarsi a reiterare la richiesta non esaminata dal magistrato [3].
[1] Cass. sent. n. 2855/2016 del 12.02.2016.
[2] Art. 342 cod. proc. civ.
[3] Cass. sent. n. 9485/2014 e n. 3054/1978.
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE SECONDA CIVILE Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. PICCIALLI Luigi – Presidente
Dott. PARZIALE Ippolisto – Consigliere Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Consigliere Dott. FALABELLA Massimo – Consigliere Dott. CRISCUOLO Mauro – rel. Consigliere ha pronunciato la seguente:
sul ricorso 5905-2010 proposto da:
(OMISSIS) (OMISSIS), (OMISSIS) (OMISSIS), (OMISSIS) (OMISSIS), elettivamente domiciliati in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentati e difesi dall’avvocato (OMISSIS), in virtu’ di procura speciale a margine del ricorso;
MINISTERO BENI ATTIVITA’ CULTURALI, elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope legis;
avverso la sentenza n. 216/2009 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI, depositata il 22/01/2009 nonche’ la sentenza non definitiva n. 1903/2007 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI, depositata l'(OMISSIS) giugno 2007;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 17/12/2015 dal Consigliere Dott. MAURO CRISCUOLO;
udito l’Avvocato (OMISSIS) che ha concluso riportandosi al contenuto del ricorso;
udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CAPASSO Lucio, che ha concluso per il rigetto del primo motivo e l’accoglimento del secondo motivo.
Con atto di citazione notificato il 7/12/1989 (OMISSIS), nella qualita’ di erede di (OMISSIS), conveniva in giudizio dinanzi al Tribunale di Napoli il Ministero dei Beni Culturali, affinche’ fosse condannato al pagamento dell’indennizzo per i danni subiti dal 21/1/1980 all’attualita’, ai sensi della Legge n. 1089 del 1939, articolo 43, determinato, secondo i criteri di cui alla Legge n. 2359 del 1865, articolo 68, nonche’ al pagamento del premio dovuto per il rinvenimento di cose di interesse storico-archeologico ai sensi della Legge n. 1089 del 1939, articolo 44, oltre interessi legali e rivalutazione monetaria; in via subordinata, che fosse condannato al pagamento dell’indennizzo dovuto ex articolo 43 citato per il periodo dal 21/1/1980 al 21/1/1982, in relazione quindi al periodo previsto nell’originario decreto di occupazione dei terreni di sua proprieta’, oltre al risarcimento del danno derivante dall’occupazione dei terreni proseguita oltre il biennio e fino all’attualita’, e del premio di cui all’articolo 44, con interessi legali e rivalutazione monetaria; in via ulteriormente subordinata chiedeva la condanna del Ministero al pagamento dell’indennizzo ex articolo 43, sino alla data del 21/1/1985 oltre al risarcimento del danno derivante dall’occupazione dei terreni proseguita oltre il quinquennio previsto dalla Legge n. 865 del 1971, articolo 20, in assenza del decreto di rinnovo, unitamente al pagamento del premio per il rinvenimento di cose di interesse storico-archeologico, interessi legali e rivalutazione monetaria. Nelle premesse in fatto, deduceva che nel Comune di Arienzo, in localita’ (OMISSIS), fin dal 1958, erano stati messi in luce cospicui resti di una grande villa romana che costituiva un complesso di notevole interesse storico- archeologico. Tale rinvenimento aveva interessato anche terreni di proprieta’ esclusiva di (OMISSIS), madre dell’attore, e precisamente i terreni riportati in catasto al foglio 5, particella (OMISSIS) e foglio (OMISSIS) particelle nn. (OMISSIS).
Con nota del 14/1/1958 il Soprintendente alle Antichita’, prendendo atto del rinvenimento, intimava il divieto di scavi ed altre ricerche in attesa della redazione di un dettagliato piano di ricerche.
Con nota del 16/1/1958 la proprietaria aveva formulato ampia riserva di tutti propri diritti e con successiva nota del 28/2/1958 aveva dato l’autorizzazione ai lavori di scavo, facendo salvi tutti i diritti di sua spettanza in virtu’ della Legge n. 1089 del 1939.
I lavori erano iniziati in data 24/10/1960, ma erano stati sospesi il successivo 23/1/1961.
Con una nota del 29/9/1968 la (OMISSIS) aveva richiesto il pagamento di quanto dovuto per il risarcimento dei danni, reiterando le successive richieste in data 17/7/1979, 8/10/1979, 23/1/1980 e 20/5/1980.
Con apposito Decreto Ministeriale 21 gennaio 1980 il Ministero convenuto aveva disposto l’occupazione dei predetti immobili per la durata di due anni, e con successivo Decreto Ministeriale 18 giugno 1991, era stato apposto il vincolo archeologico sui fondi di proprieta’ dell’attore.
Si costituiva il Ministero che contestava la fondatezza della domanda chiedendone il rigetto. Disposta consulenza tecnica d’ufficio, nel corso del giudizio decedeva l’attore e la causa veniva riassunta unicamente dai ricorrenti, nella qualita’ di figli del defunto, avendo il coniuge superstite rinunciato all’eredita’ del marito.
Con sentenza non definitiva n. 1052 dell’11/9/2002 il Tribunale dichiarava il Ministero tenuto al pagamento in favore degli attori dell’indennita’ di occupazione a far data dal 22/3/1980 sino all’attualita’, da determinarsi sulla base delle tabelle regionali di cui alla Legge n. 865 del 1971, articolo 16, con rivalutazione monetaria ed interessi legali, disponendo il prosieguo del giudizio per la riconvocazione del c.t.u..
Depositata la relazione suppletiva e richiesti ulteriori chiarimenti all’ausiliare, il Tribunale con sentenza definitiva n. 5022 del 5/5/2005 condannava il Ministero al pagamento in favore dei ricorrenti della somma di euro 90.584,42, oltre rivalutazione monetaria ed interessi legali dal 5/5/2004 al soddisfo, nonche’ al pagamento delle spese di lite.
Avverso tale sentenza proponevano appello (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS) chiedendo accertarsi e dichiararsi il loro diritto ad ottenere il pagamento del premio di cui alla Legge n. 1089 del 1939, articolo 44, oltre al risarcimento dei danni subiti per la diminuzione di valore del terreno di loro proprieta’ in conseguenza dell’apposizione del vincolo archeologico ed il pagamento dell’indennita’ di occupazione in misura maggiore rispetto a quanto stabilito dal giudice di primo grado.
La Corte di Appello di Napoli con la sentenza non definitiva n. 1903 del 8/6/2007 rigettava il primo motivo di appello, concernente la prescrizione del diritto al risarcimento dei danni per gli scavi, e dichiarava il difetto di giurisdizione dell’autorita’ Giudiziaria Ordinaria in ordine al pagamento del premio per il ritrovamento di cose di interesse storico ed archeologico, assegnando alle parti il termine di mesi sei per la riassunzione davanti al Tar Campania. Nel prosieguo del giudizio disposta la comparizione del c.t.u., e formulata riserva di ricorso in cassazione avverso la sentenza non definitiva, la Corte territoriale con la sentenza definitiva n. 216 del 22/1/2009 dichiarava inammissibili la domanda finalizzata ad ottenere il risarcimento dei danni per la perdita di valore del terreno di proprieta’ degli appellanti, nonche’ la domanda finalizzata ad ottenere la condanna al pagamento dell’indennita’ di occupazione ovvero del risarcimento dei danni in una somma maggiore di quella liquidata dal giudice di primo grado. (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS) hanno proposto ricorso per la cassazione delle sentenze della Corte di Appello di Napoli sulla base di due motivi.
Disposta la rinnovazione della notifica del ricorso. Il Ministero proponeva controricorso, concludendo per il rigetto dell’impugnazione.
Nell’imminenza dell’udienza i ricorrenti hanno depositato memorie ex articolo 378 codice procedura civile.
Preliminarmente occorre dare atto che benche’ non risulti essere stata comunicata la fissazione dell’udienza alla difesa del Ministero, tuttavia, in ossequio al principio della durata ragionevole del processo, si reputa tale omissione priva di rilevanza, attesa la evidente infondatezza del ricorso principale, e la conseguente inidoneita’ del mancato avviso a determinare un concreto pregiudizio al diritto di difesa del contro ricorrente.
Con il primo motivo di ricorso, ed in relazione a quanto stabilito dalla sentenza non definitiva n. 1903 del 2007, si lamenta la violazione e falsa applicazione dell’articolo 2934 codice civile e articolo 2943 codice civile, comma 4, in relazione all’articolo 360 codice procedura civile, n. 3, nonche’ l’omessa ovvero insufficiente motivazione su di un punto decisivo della controversia in relazione all’articolo 360 codice procedura civile, n. 5.
Con la sentenza impugnata, la Corte distrettuale, nell’esaminare la domanda risarcitoria ricollegata ai danni derivanti dagli scavi compiuti in occasione del ritrovamento archeologico, ha confermato la sentenza del Tribunale che aveva ritenuto prescritta la pretesa in oggetto. In dettaglio riteneva che le note del 16/1/1958 del 28/2/1958 (peraltro irrilevanti ai fini della decisione, in quanto il termine prescrizionale decorreva dal 1958-1960) non potevano avere efficacia interruttiva in quanto con le
stesse la proprietaria dell’epoca si limitava a voler far salvi i propri diritti, con una dichiarazione priva del carattere dell’intimazione e dell’espressa richiesta formale rivolta al debitore, non ricorrendo pertanto i presupposti dell’atto interruttivo della prescrizione a mente dell’articolo 2943 codice civile, comma 4.
Inoltre, l’unico atto potenzialmente idoneo ad acquisire efficacia di interruzione della prescrizione, risaliva al 29/9/1968, e risultava posto in essere dopo il decorso del termine di prescrizione quinquennale decorrente dal 1958-1960, risultando pertanto del tutto irrilevante.
A fronte di tale motivazione, con il motivo di ricorso, corredato dal seguente quesito di diritto: “Ferma la distinzione tra costituzione in mora ed atto interruttivo della prescrizione, atti morfologicamente eterogenei, per la validita’ e legittimita’ del secondo (atto interruttivo della prescrizione) e’ sufficiente una dichiarazione che, esplicitamente o per implicito, manifesti puramente e semplicemente l’intenzione di esercitare il diritto spettante al dichiarante, e tale dichiarazione puo’ consistere nella concisa espressione “fatti salvi tutti diritti”?”, si sostiene che il giudice del merito avrebbe erroneamente omologato l’atto di costituzione in mora, strutturalmente e funzionalmente destinato all’intimazione ovvero alla richiesta di adempimento, con l’atto di interruzione della prescrizione, trattandosi in realta’ di atti assolutamente eterogenei.
Pertanto, poiche’ l’interruzione della prescrizione non deve necessariamente consistere in un’intimazione, “e’ innegabile, nella specie, come tale manifestazione di volonta’ di “esercizio” sia legittimamente riconducibile agli atti posti in essere dalla signora (OMISSIS) che, dapprima personalmente e, successivamente, a mezzo dei suoi legali, ha, ai fini interruttivi della prescrizione, costantemente manifestato la volonta’ di esercitare il diritto alla stessa spettante nei confronti del Ministero competente……”.
Il motivo e’ evidentemente inammissibile e cio’ per un duplice ordine di ragioni.
In primo luogo lo stesso non risulta redatto in ossequio al cosiddetto principio di autosufficienza che deve connotare il ricorso in cassazione, quale positivamente sancito all’articolo 366 codice procedura civile, comma 1, n. 6), (cfr. Cass. 20.1.2006, n. 1113).
Infatti, dal contenuto del ricorso per cassazione, formato dalle premesse e dello svolgimento dei motivi, “id est” dalla sola lettura di esso, escluso l’esame di ogni altro documento e della stessa sentenza impugnata, deve necessariamente essere desumibile una precisa cognizione dell’origine e dell’oggetto della controversia, dello svolgimento del processo e delle posizioni assunte dalle parti, delle decisioni adottate e delle ragioni di esse, in modo da consentire al giudice di legittimita’ una adeguata comprensione del significato e della portata delle critiche mosse alla pronunzia (“ex plurimis” Cass. 16 settembre 2004 n. 18648, 29 luglio 2004 n. 14474, 21 luglio 2004 n. 13550, 19 aprile 2004 n. 7392, 19 luglio 2001 n. 9777 etc.). Alla luce di tali principi assolutamente consolidati nella giurisprudenza di questa Corte, i ricorrenti reclamano un’erronea valutazione degli atti che assumono avere efficacia interruttiva della prescrizione, senza peraltro riportarne il contenuto nel ricorso stesso ne’, in via ancor piu’ gradata, indicare quando siano stati prodotti nel corso dei precedenti gradi di giudizio ed in quale parte dei loro fascicoli sia dato poterli rinvenire. L’assenza di tali ineludibili indicazioni, che imporrebbe alla Corte la ricerca degli atti all’interno dei fascicoli precedenti gradi di giudizio, in palese contrasto con la finalita’ del suddetto principio di autosufficienza, non puo’ che indurre all’affermazione di inammissibilita’ del motivo di ricorso.
In ogni caso l’inammissibilita’ appare discendente anche dal non aver adeguatamente considerato che il rigetto della domanda, in ragione dell’intervenuta prescrizione del diritto fatto valere, secondo le argomentazioni del giudice di appello e’ derivato oltre che dall’impossibilita’ di poter attribuire
alle dichiarazioni della (OMISSIS) del 1958, il contenuto di un atto di intimazione, e quindi l’efficacia interruttiva della prescrizione, anche dalla considerazione per la quale, iniziando a decorrere il termine prescrizionale quinquennale dal 1958-1960, anche a voler prendere in considerazione l’atto del 29/9/1968, a tale ultima data risultava abbondantemente decorso il suddetto termine.
In sostanza afferma la Corte partenopea che, anche laddove volesse attribuirsi agli atti del 1958 efficacia interruttiva della prescrizione, cio’ non avrebbe rilevanza nella fattispecie, in quanto il termine prescrizionale inizierebbe a decorrere al piu’ tardi dal 1960. Inoltre, mancherebbe tra quest’ultima data ed il 1968 il compimento di un altro atto idoneo ad interrompere la prescrizione.
Appare alla Corte che in realta’ i ricorrenti non abbiano colto le duplici rationes decidendi poste a
fondamento della sentenza impugnata (asserita inidoneita’ degli atti invocati a fungere da cause di interruzione della prescrizione, e compimento degli stessi a prescrizione ormai maturata, e senza la prova di un atto interruttivo intermedio), di modo che appare invocabile il costante orientamento (cfr. Cass. sez. 2 30/04/2013 n. 10196) secondo cui quando una decisione di merito, impugnata in sede di legittimita’, si fonda su distinte e autonome “rationes decidendi” ognuna delle quali sufficiente, da sola, a sorreggerla, perche’ possa giungersi alla cassazione della stessa e’ indispensabile, da un lato, che il soccombente censuri tutte le riferite rationes, dall’altro che tali censure risultino tutte fondate, con la conseguenza che il motivo va dichiarato inammissibile anche sotto questo diverso profilo.
Con il secondo motivo di ricorso si deduce la violazione e falsa applicazione degli articoli 342 e 346 codice procedura civile, in relazione all’articolo 360 codice procedura civile, n. 3, ovvero l’omessa e/o insufficiente motivazione su di un punto decisivo della controversia in relazione all’articolo 360 codice procedura civile, n. 5. Nella sentenza definitiva n. 216 del 22/1/2009, la Corte d’appello ha ritenuto inammissibile la domanda degli appellanti finalizzata ad ottenere il risarcimento dei danni derivanti dalla perdita di valore del loro terreno in conseguenza dell’apposizione del vincolo storico-archeologico, osservando che con l’atto di appello non era stata mossa alcuna censura in ordine all’omessa decisione di tale domanda da parte del giudice di primo grado.
Sostengono i ricorrenti che nelle conclusioni formulate nell’atto di appello nonche’ nelle due comparse conclusionali depositate nel corso del giudizio di secondo grado, avevano espressamente richiesto tale voce di danno cosi’ che “attesa la mancata statuizione sul punto da parte del Tribunale, hanno riproposto nelle conclusioni formulate in Appello, quanto precedentemente richiesto, non sviluppando un autonomo motivo di censura”.
Orbene, se come dedotto da parte degli stessi ricorrenti, i giudici di primo grado, nonostante l’asserita rituale proposizione di una domanda avente tale contenuto, hanno omesso qualsivoglia decisione sulla stessa, e’ evidente che le sentenze del tribunale risulterebbero affette dalla violazione della previsione di cui all’articolo 112 codice procedura civile.
Sebbene in caso di omessa pronuncia, alla parte sia data la possibilita’ alternativa di riproporre la domanda non decisa in separata sede ovvero di reiterare la richiesta in sede di impugnazione, e’ pero’ ineludibile che laddove si opti per tale seconda soluzione, la riproposizione della domanda debba essere veicolata mediante la formulazione di un apposito motivo di appello, volto per l’appunto a far valere la violazione della norma processuale che ha determinato l’omissione di pronuncia.
In tal senso non appare sufficiente, cosi’ come vorrebbero i ricorrenti, limitarsi a riprodurre nelle conclusioni dell’atto di appello la richiesta non esaminata da parte del giudice di primo grado, sicche’ correttamente la sentenza impugnata, ancorche’ in relazione al testo dell’articolo 342 codice procedura civile, applicabile ai procedimenti gia’ pendenti alla data del 30/4/1995, ha rilevato l’inammissibilita’ della domanda in assenza della formulazione di una specifica censura circa la sua mancata disamina da parte del giudice di primo grado.
Reputa sul punto il Collegio di non poter condividere quanto in precedenza affermato dalla stessa Corte, da ultimo nella sentenza del 30 aprile 2014 n. 9485, nella quale si e’ invece sostenuto che in caso di omessa pronuncia da parte del giudice di primo grado su di un punto della domanda, l’appellante, ai fini della specificita’ del motivo di gravame deve soltanto reiterare la richiesta non esaminata in prime cure (in senso conforme Cass. 20 giugno 1978 n. 3054).
Ad avviso del Collegio tale principio non tiene adeguatamente conto di quella che e’ la reale natura del giudizio di appello, quale scaturente dall’inquadramento offertone dalla piu’ recente giurisprudenza delle Sezioni Unite.
Ed, infatti, ancorche’ al fine di determinare la corretta applicazione della regola di giudizio di cui all’articolo 2697 codice civile, in grado di appello, la Corte (Cass. Sez. Un., n. 3033 dell’08/02/2013) ha affermato che: “Nel vigente ordinamento processuale, il giudico d’appello non puo’ piu’ dirsi, come un tempo, un riesame pieno nel merito della decisione impugnata (“novum judicium”), ma ha assunto le caratteristiche di una impugnazione a critica vincolata (“revisio prioris instantiae”) (in senso conforme Cass. Sezioni Unite n. 28498 del 23/12/2005).
Ne consegue che poiche’ il giudizio di appello mira ad una revisione in chiave critica dell’operato del giudice di primo grado, del quale deve essere evidenziata l’erroneita’ sia nella corretta applicazione delle norme che regolano il processo, sia nella concreta attivita’ valutativa dei fatti di causa, sia nella corretta applicazione delle norme di diritto, la critica deve essere necessariamente veicolata mediante la specifica formulazione di un motivo di gravame, in ossequio al dettato dell’articolo 342 codice procedura civile, di modo che, anche il vizio di omessa pronuncia, ove la parte intenda denunziarlo con l’appello, anziche’ avvalersi della possibilita’ di riproposizione della domanda non decisa in separata sede, deve costituire oggetto di un puntuale motivo di appello, con il quale si segnali l’errore commesso dal giudice di primo grado, sebbene la specificazione delle ragioni poste a fondamento del motivo possa esaurirsi nell’evidenziare la mancata adozione in sentenza di una decisione sulla domanda ritualmente proposta. Solo a tali condizioni, e cioe’ imponendosi che le critiche alla sentenza impugnata trovino formale esplicitazione in un espresso motivo di impugnazione, e’ possibile assicurare che il giudizio di appello conservi la natura di revisio prioris instantiae, in quanto ad opinare diversamente, e proprio in relazione al caso in esame, la semplice riproposizione della domanda non esaminata, non accompagnata anche dalla concreta individuazione dell’errore commesso dal giudice di primo grado, determinerebbe l’assimilazione del giudizio di secondo grado ad un iudicium novum, con effetto devolutivo pieno, in contrasto coni suddetti arresti delle Sezioni Unite.
Le spese del presente giudizio seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo che segue.
La Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti al rimborso delle spese del grado che liquida in euro 2.000,00 oltre spese prenotate a debito ed accessori come per legge.