Source: https://bmbarch.wordpress.com/2010/12/04/contro-le-commissioni-edilizie/
Timestamp: 2017-07-28 00:33:43+00:00
Document Index: 86891890

Matched Legal Cases: ['art. 4', 'art. 96', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 4']

Contro le Commissioni Edilizie
Written by bmbarchPosted on dicembre 4, 2010gennaio 7, 2015
Lo scopo di questo documento è, in via principale, sostenere la soppressione della Commissione per la Qualità Architettonica ed il Paesaggio, istituita dalla legge regionale umbra n. 1/2004. In subordine, in maniera forse più realistica e sicuramente più prosaica, indicare delle modeste proposte per migliorarne l’attività.
Se lo scopo principale della legge era (ed è), l’innalzamento della qualità dell’architettura e del paesaggio, credo che la commissione sia stato (e sia) uno strumento inefficace.
Innanzi tutto, la formazione della Commissione non è obbligatoria. L’art. 4 della LR 1/2004 ne prevede sì l’istituzione, al comma 1, ma in alcun luogo vi è un articolo che sanzioni la mancata istituzione. Se un Comune non volesse istituirla potrebbe tranquillamente farlo: non ci sarebbe nessuna procedura di infrazione, nessun commissario, nessuna sanzione. Anzi, è vero il contrario: il Comune dovrebbe dimostrare la necessità di tali organi. Una delle leggi “Bassanini” (L. 127/1997), obbligava il Comune, ogni anno, a dichiarare quali fossero gli organi consultivi da ritenere come indispensabili e, di conseguenza, a sopprimere gli altri. La norma è ripresa ora dall’art. 96 del Testo Unico sugli Enti Locali, del 2000.
Vediamo poi da vicino le norme che ne disciplinano l’istituzione e la formalizzazione in Umbria (art. 4 LR 1/2004).
“La Commissione costituisce organo a carattere tecnico, i cui componenti devono possedere un’elevata competenza e specializzazione. …” (art. 4, co. 4, lett. a))
Un pessimo comma. Primo: non si comprende perché a valle di un organo tecnico (il dirigente), ci debba essere un altro organo tecnico. La frase contiene la premessa implicita che il dirigente e la sua struttura, da soli, non siano in grado di valutare compiutamente, sotto il profilo tecnico, un progetto edilizio. Parlo ovviamente di figure tecniche già presenti nell’ente, già pagate per redigere un’istruttoria tecnica, facendo salvi quindi, nella maggioranza dei casi, il geologo e l’esperto ambientale.
Secondo: chi seleziona queste figure di elevata competenza e specializzazione? In base a quali criteri? Perché le figure che sono in commissione (va da sé), dovrebbero avere preparazione e titoli adeguati per poter valutare i progetti che provengono dal mondo professionale. Può insomma l’architetto Bruno Mario Broccolo valutare e giudicare un progetto di Mario Botta, di Renzo Piano, di Zaha Hadid? Rinviarlo perché non bene illustrato? “Bocciarlo” perché non conforme all’architettura tipica del luogo?
Terzo: ammesso di aver selezionato in maniera equa ed efficace queste figure, viste le ristrettezze di bilancio degli enti pubblici, con quali “gettoni di presenza” verrebbero pagate? Con quelli che normalmente i Comuni elargiscono ai commissari? Possiamo sperare dunque di avere nella Commissione personaggi quali Natalini, Grassi, Cucinella? Non credo. Ne deriva che in Commissione ci sono professionisti e tecnici del luogo.
“Il regolamento edilizio comunale può prevedere che la Commissione comunale per la qualità architettonica e il paesaggio sia presieduta dal Sindaco o suo delegato, senza diritto di voto” (art. 4, co. 4-bis). Altro pessimo comma. In parole povere, in Commissione c’è il Sindaco o l’assessore. Con quale ruolo, in un organo a carattere tecnico? Per avere il “polso” della situazione, Sindaco ed assessore possono andare, quando vogliono, negli uffici della struttura comunale, dal loro dirigente. E’ evidente allora che il potere politico vuole stare in Commissione per orientare le decisioni. Nulla di male, purché lo si dica e se ne traggano le conseguenze.
“La Commissione, all’atto dell’insediamento può redigere un apposito documento guida sui principi e sui criteri compositivi e formali degli interventi di riferimento per l’emanazione dei pareri” (art. 4, co. 5). Redigere un documento siffatto richiede un notevole sforzo di chiarezza di obiettivi prima, ed economico poi. Non so quanti comuni in Umbria l’abbiano fatto: credo pochi. Anche perché non riesco ad immaginare che cosa potrebbe ancora dire a priori, in astratto, un simile documento, dopo che il Comune abbia già recepito le prescrizioni del PTCP per gli ambiti vincolati, la LR 46/97, la DGR 420/2007, il RR 9/2008, la LR 17/2008, il RR 7/2010, i vari Manuali del recupero delle nostre città, il Regolamento delle Insegne, il Piano del colore… Sarebbe veramente difficile trovare un’area ancora libera su cui andare ad esercitare una potestà normativa.
“I pareri della Commissione di cui al presente articolo, obbligatori e non vincolanti…” (art. 4, co. 6). Altro pessimo comma. Non si può avere un organo collegiale che giudica e valuta senza assumersi le responsabilità di quello che fa. Anche se si è trovato la forma giuridica (organo consultivo), per una simile “stranezza”, credo che questo sia almeno irresponsabile, per non dire altro. Anche perché in caso di ritardi o dinieghi, il solo a rispondere davanti al tribunale è il povero dirigente. Inoltre l’autorità (morale, se non altro), della Commissione prevale su quella del dirigente, che rarissimamente firmerebbe un sì a fronte di un “no” della commissione stessa.
Finora abbiamo visto la Commissione sotto il profilo legale. Guardiamola molto velocemente nella realtà: nel quotidiano. Cosa succede spesso nelle commissioni? E’ facile immaginare la “terzietà” di un organo in cui il ruolo tra commissari e tecnici di parte, tra esaminatori ed esaminati, si inverte più volte in più Comuni, magari limitrofi. Una delle prime domande che viene pronunciata quando una pratica viene messa sul tavolo, è: “Chi è?” , “Chi è il tecnico?”, “Chi è il progettista?”. Accenno solamente, poi, alla prassi di Commissioni molto severe con il “piccolo”, e “timide” davanti al grande gruppo industriale o al tecnico che detiene un reale potere economico. Una volta usciti dalla Commissione, non manca mai una fitta serie di telefonate da e verso i commissari, che ovviamente hanno salvato in extremis un progetto che altrimenti avrebbe rischiato fortissimamente di essere “bocciato”.
Diciamo la verità, dunque: in Commissione, ci sono architetti e ingegneri, geometri e geologi, che sono alla pari dei colleghi di cui giudicano i progetti. La qualità dei tecnici di parte e dei giudici non può che essere dunque uniforme. Certo, si può sperare che un organo composto da persone di intelligenza media, di media capacità, migliori il progetto posto sul tavolo. Ma l’esperienza reale dimostra inequivocabilmente che ciò avviene raramente. Il passaggio in Commissione produce raramente qualità architettonica: più modestamente produce consenso, accettazione sociale. La Commissione agisce come un fattore di omogeneizzazione, mediando tutte le istanze che provengono dal territorio. Nulla di male: anche qui se ne prenda coscienza, però.
Ancora: siamo generalmente tutti d’accordo sul fatto che in questi ultimi 60 anni abbiamo distrutto il paesaggio, deturpandolo con costruzioni, infrastrutture, ecc. Dobbiamo allora ricordare anche che in questi 60 anni quasi tutti i Comuni hanno goduto della consulenza della Commissione Edilizia. A scala territoriale non sembra che essa abbia garantito risultati d’eccellenza. La Commissione Edilizia non ha evitato insomma delle “Punta Perotti” o più modesti e locali “Eco-mostri”. E non credo che in assenza di commissioni il territorio sarebbe stato ancor più massacrato. Il problema ha infatti una radice profonda e convive con una cattiva gestione politico-urbanistica del territorio: localizzazioni sbagliate di grandi complessi industriali, di infrastrutture, di lottizzazioni. In questi casi mi sembra che il potere delle Commissioni avrebbe potuto ben poco. Penso che prescrivere degli infissi verde bottiglia ai “capannoni” di una zona industriale in ambiti tutelati (prescrizioni di cui ho conoscenza diretta), non avrebbe potuto migliorare più di tanto. In questi casi l’errore è a monte, come si dice, e la Commissione, a quel punto, può solo tentare qualche palliativo, ma non rimediare del tutto. Un solo edificio, a meno che non sia un Corviale, non distrugge un paesaggio intero.
E qui voglio introdurre un altro elemento fondamentale. La Commissione Edilizia, in Umbria si chiama Commissione per la Qualità Architettonica e per il Paesaggio. Ora, forse la qualità architettonica riesce a farsi ingabbiare all’interno dei limiti amministrativi del Comune, ma il paesaggio no. Il paesaggio ha, deve avere, un’accezione ed un orizzonte più largo di quello dei confini del Comune.
Ritengo un vulnus concettuale l’aver ridotto il paesaggio entro i confini amministrativi dei Comuni. Davvero è pensabile che ci sia una Commissione che abbia degli intendimenti a Norcia ed un’altra, diversa, a Cascia? Davvero Cannara e Bevagna sono così diverse? Davvero quello che vale a Spoleto non vale più a Castel Ritaldi? Non è forse ora di pensare in termini di paesaggio (Commissione … per il Paesaggio!), e non più in termini di municipi?
L’unico ambito in cui la Commissione per la Qualità sembrerebbe dunque poter esercitare il suo potere è quello della città storica. Tuttavia, emerge più di una criticità. La prima è che spesso la città storica è terreno elettivo su cui la locale Soprintendenza esercita una notevole autorità. E per credo che quest’ultima sia più che sufficiente. Esaminare qui il ruolo della Soprintendenza nella gestione della città storica è fuori luogo. Basti dire che Soprintendenza (e Commissione), hanno teso nella stragrande maggioranza dei casi al mantenimento dello statu quo, a piccole modifiche manutentive, a prescrivere interventi minimali. O che anche qui, su richieste di grandi gruppi commerciali, a volte abbiamo visto molti palazzi antichi completamente sventrati e, dietro a facciate rinascimentali o ottocentesche, installarsi fast-food o negozi di abbigliamento con scale mobili pluripiano. In ogni caso, lasciando da parte facili polemiche od eventi patologici, l’interesse collettivo tutelato dalla Soprintendenza dovrebbe prevalere su quello tutelato dal Comune: per proteggere il Palazzo dei Priori, insomma, occorre un organismo di tipo superiore al Comune. Non si vede perché dobbiamo duplicare competenze e complicare procedimenti amministrativi, con profili di competenze e di government diversi.
Ritengo, per concludere, che così com’è la Commissione abbia ristretti ambiti di competenza, che anche in questi abbia poca incisività, e che nei pochi interventi possibili non abbia la capacità di elevare la qualità media dei progetti presentati.
Nell’attesa che la Commissione per la Qualità Architettonica e per il Paesaggio venga soppressa, propongo alcune misure, in via subordinata, riassumendole in tre punti.
1) AMBITO
* Le Commissioni siano istituite per Unità di Paesaggio, come individuate dal PUT e dal PTCP, comprendendo più comuni omogenei per caratteristiche pertinenti.
* La Commissione sia esonerata dai pareri sui beni tutelati dalla Soprintendenza.
* Le Commissioni si limitino realmente ad esprimere parere su progetti di una certa importanza.
* I Comuni (almeno quelli che insieme costituiscono l’Unità di Paesaggio), redigano una sola modulistica, stabiliscano procedimenti uniformi per i vari titoli abilitativi. E se vogliono redigano dei manuali di buone pratiche con alcune prescrizioni.
Le Commissioni siano composte anche da rappresentanti del mondo civile, dell’associazionismo, e da cittadini comuni.
Delle Commissioni non faccia parte alcun politico.
In Commissione non ci siano figure tecniche. Il parere del geologo può essere preso tramite consulenze specifiche, conferenze di servizi periodiche ed altre forme di accordo tra amministrazioni da una parte e tra consulenti e Comuni dall’altra.
Le Commissioni siano formate da consulenti scelti dai dirigenti dei Comuni dell’Unità di Paesaggio.
3) FUNZIONAMENTO
* Le sedute delle Commissioni siano pubbliche, e committente e tecnico capogruppo siano avvisati del giorno in cui il loro progetto andrà in Commissione.
* Si pubblichino in internet i verbali delle commissioni, mantenendo l’anonimato di committenti e tecnici.
* Per la Commissione si facciano degli elaborati anonimi (senza indicazioni del committente e dei tecnici).
* Il parere della Commissione sia obbligatorio e vincolante. La Commissione risponda in solido davanti al TAR in caso di impugnazione a seguito di diniego, e risponda in solido con il responsabile dell’ufficio in caso di richiesta di risarcimento del danno per eventuali ritardi ingiustificati.
* Ai commissari siano riconosciute delle vere e sostanziali indennità di presenza.
* I commissari firmino un documento in cui essi (e gli studi di cui sono parte), si impegnano a non accettare incarichi nell’Unità di Paesaggio di competenza per il periodo in cui sono in carica.
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