Source: http://www.angpl.it/diventare-giornalista-pubblicista-e-svolgere-attivita-da-pubblicista/
Timestamp: 2017-12-15 04:13:10+00:00
Document Index: 118953357

Matched Legal Cases: ['art. 35', 'art. 35', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2', 'sentenza ']

Diventare giornalista pubblicista e svolgere attività da pubblicista | Angpl.it
Diventare giornalista pubblicista e svolgere attività da pubblicista
Articolo di Franco Abruzzo 13.05.2004
(presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia dal 15 maggio 1989 e direttore di Tabloid dal settembre 1986, è docente a contratto di Storia del Giornalismo all’Università degli Studi di Milano Bicocca e di Diritto dell’informazione all’Università Iulm di Milano)
Chi è il giornalista pubblicista.
Dice l’articolo 1 (IV comma) della legge n. 69/1963: <Sono pubblicisti coloro che svolgono attività giornalistica non occasionale e retribuita anche se esercitano altre professioni o impieghi>. La Corte di Cassazione (Cass. pen., 2 aprile 1971, in Riv. dir. sportivo, 1971, 121) ha stabilito esattamente la differenza fondamentale tra pubblicisti e professionisti in base alla <professionalità esclusiva> di questi ultimi, laddove i primi, pur svolgendo sempre un’attività non occasionale e retribuita, possono anche esercitare altre professioni. E’ dunque arbitraria -secondo la Suprema Corte – una discriminazione qualitativa tra la natura e l’ampiezza degli scritti che sarebbero permessi all’una o inibiti all’altra categoria. “Nell’ordinamento della professione di giornalista, di cui all’art. 35 l. 3 febbraio 1963 n. 69, l’iscrizione nell’elenco dei pubblicisti dipende, non dal livello qualitativo degli articoli scritti, ma dal concorso di requisiti e condizioni previsti dall’art. 35 della stessa legge, mentre all’organo professionale non spetta alcuna valutazione discrezionale, neppure tecnica, sull’istanza dell’aspirante, ma il mero riscontro della sussistenza dei richiesti presupposti, essendo da escludere che detta iscrizione abbia la funzione di garantire il buon livello qualitativo della stampa (richiami a Corte cost. n. 11 e 98 del 1968 e n. 424 del 1989)”. (Cass. civ. Sez.III 14-01-2002, n. 360; Giordanelli c. Cons. naz. Ord. giornalisti e altri; FONTI Mass. Giur. It., 2002, Foro It., 2002, I).
L’articolo 35 della legge citata disciplina le <modalità d’iscrizione nell’elenco dei pubblicisti> e precisa che <la domanda deve essere corredata…..anche dai giornali e periodicicontenenti scritti a firma del richiedente, e da certificati dei direttori delle pubblicazioni, che comprovino l’attività pubblicistica regolarmente retribuita da almeno due anni>. L’articolo 34 del Regolamento per l’esecuzione della legge professionale (Dpr n. 115/1965) precisa che <ai fini dell’iscrizione nell’elenco dei pubblicisti, la documentazione prevista dall’articolo 35 della legge deve contenere elementi circa l’effettivo svolgimento dell’attività giornalistica nell’ultimo biennio>.
L’articolo 34 del Regolamento detta norme: a) per chi esplica la propria attività concorrispondenze e articoli non firmati (l’attestazione del direttore in questo caso è fondamentale); b) per i collaboratori dei servizi giornalistici della radio televisione, delle agenzie di stampa e dei cinegiornali; c) per i telecinefotoperatori. L’articolo 34 del Regolamento afferma, infine, nell’ultimo comma: <Il Consiglio regionale può richiedere gli ulteriori elementi che riterrà opportuni in merito all’esercizio della attività giornalistica da parte degli interessati>.
c) <Del pari non fondata è la questione relativa al primo comma dell’articolo 35, impugnato nella parte in cui stabilisce che al fine dell’iscrizione nell’elenco dei pubblicisti il richiedente deve offrire la dimostrazione di aver svolto attività retribuita da almeno due anni. Il timore espresso dal giudice a quo che questa norma consenta un sindacato sulle pubblicazioninon ha ragione di essere, perché la certificazione dei direttori e la esibizione degli scrittisono elementi richiesti solo al fine di consentire che venga accertato se l’attività sia stata esercitata né occasionalmente né gratuitamente e per il tempo richiesto dalla legge, e non anche allo scopo di imporre o di permettere una valutazione di merito capace di risolversi, come afferma l’ordinanza, in “una forma larvata di censura ideologica”>.
Il pretore di Vasto, con sentenza n. 87 del 4 giugno 1993 (pubblicata nel Bollettino dell’Uspi), ha esaminato la legittimità delle pattuizioni individuali, che prevedano per le collaborazioni professionali compensi inferiori a quelli stabiliti dal tariffario approvato dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei Giornalisti. Il pretore ha osservato che l’articolo 2233 del Codice civile, in tema di prestazioni a carattere intellettuale, stabilisce che il compenso, se non è convenuto dalle parti e non può essere determinato secondo le tariffe e gli usi, è determinato dal giudice previo parere del competente Ordine professionale. In presenza di pattuizioni definite tra le parti e, quindi, ricorrendo il primo dei criteri previsti dall’articolo 2233, si rende necessario, ad avviso del pretore, determinare se tali pattuizioni debbano considerarsi nulle per contrasto con norme imperative di legge che stabiliscono minimi di tariffa inderogabili. In tema di compensi professionali, la giurisprudenza della Corte di Cassazione -ha rilevato il pretore – sancisce che la semplice previsione di minimi tariffari non di per sé sufficiente a comportarne l’inderogabilità, stante il principio della libera negoziabilità del compenso sancito dal Codice civile. L’inderogabilità del tariffario potrebbe infatti conseguire solo dal recepimento dello stesso nell’ambito di specifiche disposizioni di legge. Ne deriva, ad avviso del pretore, che il tariffario adottato dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, non essendo recepito in alcun atto formale o sostanziale di legge, può essere legittimamente derogato in pejus nell’esercizio della libera volontà delle parti stipulanti il compenso.
b) <Gli Ordini professionali nell’esaminare le istanze di iscrizione ai relativi albi devono solo verificare se l’aspirante sia in possesso dei requisiti prescritti dalla legge senza operare alcuna valutazione del pubblico interesse ad accogliere la domanda…> (Consiglio di Stato, sezione VI, 9 giugno 1986, n. 432).
f) La qualità di proprietario dl un periodico non è incompatibile con quella di giornalista.La prima sezione del Tribunale Civile e Penale di Venezia, con sentenza n.1413 del 6 maggio 1993, ha accolto il ricorso del Sig. G.G., editore di un periodico che si era visto respingere la domanda d’iscrizione all’Ordine, prima dal Consiglio Regionale e poi dal Consiglio Nazionale; in particolare il Consiglio Nazionale aveva rilevato che la periodicità trimestrale della rivista, il suo contenuto, la modestia della retribuzione e la circostanza che il ricorrente fosse contemporaneamente giornalista e proprietario della testata, non consentivano di concretizzare il requisito della non occasionalità della collaborazione. Al riguardo la sentenza testualmente rileva:
<…. premesso che non è più controversa la sussistenza del requisito dello svolgimento da parte del G. dl attività giornalistica retribuita da almeno due anni, in ordine all’altro requisito della “non occasionalità” della prestazione – che è evidentemente cosa diversa dall’esercizio esclusivo o prevalente dell’attività giornalistica – osserva il Tribunale che nessuno degli elementi addotti dal Consiglio Nazionale dell’Ordine appare idoneo a giustificare l’esclusione. Ed invero, come la qualità di proprietario della testata non è incompatibile con 1a qualità di giornalista, a prescindere dal tempo ad esse in concreto dedicato, così lamisura della retribuzione (purché effettiva e documentata, come nella fattispecie), la frequenza della pubblicazione e il contenuto degli articoli nulla hanno a che vedere con la continuità o meno dell’attività, la quale postula unicamente un impegno costante nel tempo, concretantesi in pubblicazioni di qualsivoglia contenuto e frequenza. Quanto al lavoro svolto dal ricorrente, è indubbio che esso, ancorché pubblicato su di una rivista trimestrale, non è limitato alla stesura materiale del testo, ma presuppone tutta una attività diretta alla ricerca e alla raccolta di dati materiali e notizie, inconciliabile con l’asserita occasionalità della prestazione. La serietà e continuità dell’impegno del G. nel settore della divulgazione culturale e dell’attualità emergono del resto inequivocabilmente dall’elevato numero degli articoli pubblicati in un arco di tempo molto superiore al richiesto biennio>.
“Il Comitato esecutivo del Consiglio nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, rendendosi interprete delle sollecitazioni proposte da numerosi Consigli regionali, giustamente desiderosi di potersi avvalere, nei loro giudizi, di parametri certi e omogenei in relazione alla dibattuta questione della retribuzione richiesta per l’iscrizione nell’elenco dei pubblicisti;
– fermo restando, per l’aspirante pubblicista, l’obbligo, previsto dalla legge, di una attività pubblicistica svolta per almeno due anni e regolarmente retribuita,
– sia giusto valutare la domanda anche tenendo conto della misura del compenso che, come ha rilevato la Commissione legislativa, deve essere concreto e non simbolico.
E ciò sia. per garantire un idoneo rispetto dell’articolo 35 della legge 69 del 3/2/1963 (che pretende una regolare retribuzione), sia per recepire in modo corretto le indirette indicazioni dell’articolo 36 della Costituzione (che esige un proporzionale rapporto tra l’impegno lavorativo e la retribuzione che lo compensa), sia, infine, per riaffermare il decoro di una funzione che non deve subire umilianti dequalificazioni.
Pertanto il Comitato esecutivo del Consiglio nazionale dell’Ordine dei Giornalisti reputa che, pur tenendo conto delle diverse potenzialità economiche espresse da regioni italiane fra loro anche molto differenziate, sia indispensabile giudicare adeguata una retribuzione che, per ognuna delle previste prestazioni giornalistiche, almeno non sia inferiore al 25% della somma prevista dal Tariffario stabilito ogni anno per le prestazioni professionali autonome dei giornalisti.
La quantità delle prestazioni che debbono essere fornite nel biennio proposto all’esame dei Consigli dell’Ordine sarà giudicata con il criterio della ragionevole logica applicata, in modo adeguatamente flessibile, alla diversa periodicità delle testate che ospitano gli apporti degli aspiranti pubblicisti., ma che comunque non deve essere inferiore a 40 servizi o articoli.
Gli Ordini dei Giornalisti, pertanto, nell’affrontare la domanda di iscrizione nell’elenco dei pubblicisti, valuteranno la congruità della dichiarata retribuzione, attivandosi – in nome della maggiore attendibilità dei giudizio che si accingono ad esprimere – anche per verificare, con indagini opportune e possibili, la verità delle affermazioni sottoscritte dall’aspirante pubblicista e dal. suo editore.
Qualora la produzione pubblicistica non sia stata retribuita per colpevole inadempimento del committente, gli. Ordini esigeranno una sentenza dell’Autorità giudiziaria (che condanna l’inadempiente) o un verbale di conciliazione (che prende atto dell’omesso compenso).
Il Comitato esecutivo del Consiglio nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, .infine, ritiene che il rigoroso rispetto della sentenza della Corte Costituzionale (la numero 11 del 21 marzo 1968) giustamente attenta ad evitare che il giudizio sulla qualità delle pubblicazioni. prodotte sfoci in una forma larvata di censura ideologica – non impedisca di analizzare gli effettivi requisiti giornalistici della produzione professionale pasta a sostegno della domanda di iscrizione all’elenco”.
entro il 30 settembre il giornalista che ritenga di non conseguire nell’anno un reddito superiore a 1.500 euro, potrà inviare alla Gestione separata una dichiarazione in cui attesta di trovarsi in tale situazione reddituale. In tal caso non dovrà corrispondere i contributi minimi (soggettivo ed integrativo), né il contributo di maternità;
l’anno successivo comunque, l’interessato sarà tenuto ad inviare copia della dichiarazione dei redditi per la parte riguardante l’attività giornalistica autonoma;
infine, se le previsioni formulate il 30 settembre si rivelassero errate, e se entro la fine dell’anno i redditi da lavoro autonomo superassero i 1.500 euro, il collega sarà tenuto a darne comunicazione e a corrispondere il contributo minimo, provvedendo al saldo l’anno successivo.
Il comma 2 dell’articolo 44 della legge n. 326/2003 (Disposizioni urgenti per favorire lo sviluppo e per la correzione dell’andamento dei conti pubblici) dice: “A decorrere dal 1° gennaio 2004 i soggetti esercenti attività di lavoro autonomo occasionale e gli incaricati alle vendite a domicilio di cui all’articolo 19 del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 114, sono iscritti alla gestione separata (Inps, ndr) di cui all’articolo 2 (comma 26) della legge 8 agosto 1995 n. 335, solo qualora il reddito annuo derivante da dette attività sia superiore ad euro 5.000. Per il versamento del contributo da parte dei soggetti esercenti attività di lavoro autonomo occasionale si applicano le modalità ed i termini previsti per i collaboratori coordinati e continuativi iscritti alla predetta gestione separata”. Questa legge in sostanza definisce, come la “riforma Bagi”, il concetto di “lavoro occasionale”, che è quello prefigurato da un compenso annuo fino a 5mila euro. L’Inps finora, comunque, aveva escluso che il lavoro occasionale inglobasse l’obbligo dell’iscrizione alla gestione separata. I confini ora tracciati sono netti. La nuova normativa è applicabile anche all’Inpgi, ente sostitutivo dell’Inps, in virtù del punto 4 dell’articolo 76 della legge 388/2000: “Le forme previdenziali gestite dall’INPGI devono essere coordinate con le norme che regolano il regime delle prestazioni e dei contributi delle forme di previdenza sociale obbligatoria, sia generali che sostitutive”. L’Inpgi da poco tempo accorda un trattamento “ridotto” a coloro che percepiscono compensi complessivi fino a 1.500 euro all’anno. Non basta.
Con parere n. 881/1998, emesso su richiesta del Ministro del Lavoro, il Consiglio di Stato (adunanza II sezione) ha fissato questo principio: “Non sussiste obbligo di iscrizione alla Cassa di previdenza per i soggetti iscritti nell’Albo che esercitano un’attività professionale in maniera occasionale……. il requisito per la tutela previdenziale obbligatoria non è la mera iscrizione nell’albo o nell’elenco professionale, ma è dato dallo “svolgimento” effettivo dell’ attività di libera professione senza vincolo di subordinazione”. Il Ministero del Lavoro aveva posto il quesito il 13 maggio 1998, allegando l’avviso del Ministero del Tesoro (Ragioneria Generale dello Stato) espresso con nota n. 134012 del 9 aprile 1998. Si legge nel parere: “Il Ministero (del Lavoro) esprime l’avviso, in linea con il Ministero del Tesoro, che l’attività professionale occasionale non genera l’obbligo di iscrizione”. Il Consiglio di Stato, quindi, ha accolto l’impostazione dei due Ministeri.
Per completezza informativa va segnalato che l’articolo 61 (comma 2) del Dlgs n. 276/2003 (”Riforma Biagi”) considera lavoro occasionale quel rapporto di lavoro la cui durata complessiva non sia superiore a 30 giorni nel corso dell’anno solare con un medesimo committente “ salvo che il compenso complessivamente percepito nel medesimo anno solare sia superiore a 5 mila euro”. Quando il compenso supera i 5mila euro “trovano applicazione le disposizioni relative ai rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, prevalentemente personale e senza vincolo di subordinazione, riconducibili a uno o più progetti specifici o programmi di lavoro o fasi di esso determinati dal committente e gestiti autonomamente dal collaboratore in funzione del risultato, nel rispetto del coordinamento con la organizzazione del committente e indipendentemente dal tempo impiegato per l’esecuzione della attività lavorativa”. Sul rovescio, quindi, si può dire che è occasionale il lavoro retribuito complessivamente fino a 5mila euro all’anno. Dal campo di applicazione dell’articolo 61 della “riforma Biagi”, dice il comma 3 di questo articolo, “sono escluse le professioni intellettuali per l’esercizio delle quali è necessaria l’iscrizione in appositi albi professionali”. E’ evidente che nel nostro caso, quando si discute di professioni intellettuali, si parla soltanto dei giornalisti professionisti, cioè di coloro che hanno sostenuto l’esame di Stato “per l’abilitazione all’esercizio professionale” e che “esercitano in modo esclusivo e continuativo la professionale di giornalista”. “L’esperienza dimostra che il giornalismo, se si alimenta anche del contributo di chi ad esso non si dedica professionalmente, vive soprattutto attraverso l’opera quotidiana del professionisti” (sentenza n. 11/1968 Corte costituzionale). Dai contratti a progetto, quindi, sono esclusi i giornalisti professionisti, ma non i pubblicisti
Non è possibile, sotto il profilo dell’articolo 3 della Costituzione, che le gestioni separate dell’Inps e dell’Inpgi abbiano regole contrastanti tali da creare disuguaglianze economiche e attentati alla pari dignità sociale dei cittadini (si veda sul punto la sentenza n. 437/2002 della Corte costituzionale in www.odg.mi.it/437articolo.htm ). Dopo la sentenza n. 5280/2003 del Tar Lazio (in www.odg.mi.it/inpgi%2Dfieg0%2D1.htm ), l’Inpgi è maggiormente tenuto a rispettare le regole che sono dell’Inps (punto 4 dell’articolo 76 della legge n. 388/2000). Il Tar Lazio ha deciso che l’esercizio da parte dell’Inpgi della potestà di autonomia normativa, a decorrere dalla entrata in vigore della legge n. 388/2000 (Finanziaria 2001), ”richiede il coordinamento specifico con le norme generali che regolano il sistema contributivo e delle prestazioni previdenziali”. La sentenza del Tar Lazio riflette il principio fissato nella sentenza n. 15/1999 della Corte costituzionale: “La garanzia dell’autonomia gestionale, organizzativa, amministrativa e contabile degli enti privatizzati, che costituisce un principio direttivo della delega, non attiene tanto alla struttura dell’ente quanto piuttosto all’esercizio delle sue funzioni. In tal senso il legislatore delegato ha recepito la formulazione della norma delegante inserendo tale garanzia nella disposizione che disciplina la gestione degli enti privatizzati (art. 2 del decreto legislativo n. 509 del 1994). Ma anche se, considerando isolatamente i singoli segmenti della formula normativa adottata dal legislatore, si intendesse l’autonomia organizzativa come elemento del tutto distinto dalla organizzazione della gestione amministrativa e contabile, riferita quindi alla struttura dell’ente ed alla composizione dei suoi organi, essa non implicherebbe un’assoluta libertà di configurare le strutture dell’ente e non escluderebbe l’eventuale indicazione di limiti entro i quali l’autonomia debba essere esercitata”. Il punto 4 dell’articolo 76 della legge n. 388/2000 in effetti fissa dei paletti: l’esercizio da parte dell’Inpgi della potestà di autonomia normativa, a decorrere dalla entrata in vigore della legge n. 388/2000, ”richiede, (come afferma il Tar Lazio, ndr), il coordinamento specifico con le norme generali che regolano il sistema contributivo e delle prestazioni previdenziali”. L’ordinamento generale statale non può trattare “in modo ingiustificatamente diverso situazioni sostanzialmente uguali” perché se ciò dovesse accadere tale comportamento si tradurrebbe in una violazione dell’articolo 3 della Costituzione, mentre “l’iscrizione ad albi o elenchi per lo svolgimento di determinate attività è, infatti, prescritta a tutela della collettività ed in particolare di coloro che dell’opera degli iscritti intendono avvalersi” (sentenza n. 437/2002 della Corte costituzionale). I cittadini non possono avere più diritti o meno diritti in quanto iscritti o non iscritti a un Albo professionale. Il discorso della Consulta è limpido e non crea perplessità.
“Il Comitato esecutivo del Consiglio nazionale dell’Ordine dei Giornalisti reputa che, pur tenendo conto delle diverse potenzialità economiche espresse da regioni italiane fra loro anche molto differenziate, sia indispensabile giudicare adeguata una retribuzione che, per ognuna delle previste prestazioni gíornalistiche, almeno non sia inferiore al 25% della somma prevista dal Tariffario stabilito ogni anno per le prestazioni professionali autonome dei giornalisti. La quantità delle prestazioni che debbono essere fornite nel biennio proposto all’esame dei Consigli dell’Ordine sarà giudicata con il criterio della ragionevole logica applicata, in modo adeguatamente flessibile, alla diversa periodicità delle testate che ospitano gli apporti degli aspiranti pubblicisti., ma che comunque non deve essere inferiore a40 servizi o articoli”.
C’è da sperare che diventi legge la proposta presentata il 7 aprile 2004 alla Camera dall’onorevole Marco Rizzo (PdCI), che all’articolo 2 dice: “Ai giornalisti liberi professionisti è riconosciuto un trattamento economico che tenga conto del diritto all’assistenza e alla previdenza previsti per l’intera categoria dei giornalisti attraverso voci aggiuntive a carico degli editori nella determinazione del compenso. Il tariffario minimo dovrà essere parametrato al costo per gli editori dei giornalisti assunti. La determinazione del compenso viene definito attraverso apposito Tariffario dei compensi minimi concordato fra le parti sociali, sindacati di categoria, associazioni imprenditoriali e l’Ordine professionale”.
← Lettera per S.Em. Cardinale Bagnasco Crowdfunding e giornalismo: liberi, indipendenti e credibili #ijf15 →