Source: https://www.insic.it/Giurisprudenza/80407
Timestamp: 2020-07-03 10:01:07+00:00
Document Index: 75994969

Matched Legal Cases: ['art. 2087', 'art. 2087', 'art. 17', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 40', 'art. 590', 'art. 2087', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 6', 'art. 69', 'art. 41', 'art. 521', 'art. 17', 'art. 28', 'art. 28', 'art. 2087', 'art. 28', 'art. 516', 'sentenza ', 'art. 521', 'art. 157', 'art. 616']

Il datore di lavoro deve vigilare sui comportamenti elusivi dei pr...
Cass. pen. Sez. IV, Sent., 20-02-2020, n. 6567
Numero: 6567
"In materia di prevenzione degli infortuni sul lavoro, il datore di lavoro quale responsabile della sicurezza, è gravato non solo dell'obbligo di predisporre le misure antinfortunistiche, ma anche di sorvegliare continuamente sulla loro adozione da parte degli eventuali preposti e dei lavoratori, in quanto, in virtù della generale disposizione di cui all'art. 2087 c.c., egli è costituito garante dell'incolumità fisica dei prestatori di lavoro.
Presso un impianto per la produzione di nobilitati, al fine di intervenire su un pannello non in linea, un lavoratore veniva accidentalmente a contatto con le parti mobili di un macchinario, del quale aveva eluso il meccanismo di sicurezza, disattivando temporaneamente le fotocellule antintrusione. L'infortunio (trauma cranico) veniva addebitato, a titolo di colpa ex artt. 40, co. 2, e 590, co. 3, c.p., al datore di lavoro, il quale, non avendo messo a disposizione del lavoratore un'attrezzatura idonea ai fini della sicurezza, avrebbe violato l'art. 2087 c.c. e gli artt. 64 e 71 T.U.S.L. Nel proporre ricorso, la difesa dell'imputato eccepiva che le fasi della lavorazione non prevedevano l'accesso del lavoratore alle zone pericolose ove era avvenuto l'incidente. Il ricorso è dichiarato infondato. L'art. 17 T.U.S.L. individua tassativamente gli obblighi non delegabili del datore di lavoro, il quale è tenuto a valutare tutti i rischi connessi all'attività e a redigere il D.V.R., a designare un R.S.P.P. e a vigilare continuamente sull'adozione delle misure di sicurezza imposte. Nel caso di specie, il profilo della responsabilità del datore di lavoro è riconnesso proprio all'inosservanza del dovere di vigilanza, emergente dalla facilità con la quale il lavoratore, disattendendo alla prescrizioni impartite, ha eluso il meccanismo di sicurezza del macchinario."
avverso la sentenza del 06/12/2018 della CORTE APPELLO di VENEZIA;
udita la relazione svolta dal Consigliere ESPOSITO ALDO;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore EPIDENDIO TOMASO che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso.
1. Con la sentenza in epigrafe la Corte di appello di Venezia ha confermato la sentenza del Tribunale di Treviso del 13 maggio 2016, con cui C.M. era stato condannato alla pena di Euro millecinquecento di multa in relazione al reato di cui all'art. 40 c.p., comma 2, e art. 590 c.p., comma 3 (colpa consistita nella violazione dell'art. 2087 c.c., D.Lgs. n. 81 del 2008, artt. 64 e 71, perchè, in qualità di legale rappresentante della Walco s.p.a., aveva messo a disposizione del lavoratore R.R. un'attrezzatura - impianto per la produzione di pannelli nobilitati - inidonea ai fini di sicurezza in quanto priva di sistema in grado di impedire efficacemente l'accesso alle zone degli elementi mobili, per cui cagionava al lavoratore lesioni gravi consistite in "trauma cranio non commotivo, scalpo del cuoio capelluto, plurime ferite lacere al volto e distacco parziale dell'orecchio destro, con conseguente incapacità di attendere alle ordinarie occupazioni" - in (OMISSIS)).
Durante la prova per l'utilizzo di una nuova colla presso un impianto per la produzione di pannelli nobilitati, il lavoratore R., avendo notato un pannello uscito non in linea dalla macchina (vedi sul punto la sentenza di primo grado), si introduceva nell'area di funzionamento degli elementi mobili, disattivando le fotocellule poste all'ingresso della macchina. Giunto nei pressi del punto di scarico dei pannelli, il pettine della macchina lo colpiva in testa e gli causava le lesioni descritte nel capo di imputazione.
2.1. Vizio di motivazione nella parte della sentenza in cui è assunto che il fondamento della responsabilità risiederebbe nella mera possibilità che i presidi di sicurezza (nella specie le fotocellule antintrusione), dei quali la macchina era dotata, potessero essere facilmente elusi dal lavoratore, consentendo così l'accesso alle zone interessate dalla presenza di componenti mobili, in violazione dell'All. V, parte I, art. 6.1, del D.Lgs. n. 81 del 2008).
Il lavoratore si era addentrato per diversi metri all'interno della linea 2 prima di essere attinto dal pettine, nei pressi del quale non era previsto nessun uso dell'attrezzatura D.Lgs. n. 81 del 2008, ex art. 69, comma 1, lett. b). Non sussistevano esigenze di manutenzione e l'entrata in quell'area era stata espressamente vietata al lavoratore. Non era stata dimostrata una tolleranza da parte del datore di lavoro di una prassi contraria alle predette istruzioni.
2.2. Violazione dell'art. 41 c.p., comma 2 e vizio di motivazione.
2.3. Violazione dell'art. 521 c.p.p..
Fonte primaria degli obblighi di sicurezza che fanno capo al datore di lavoro - com'è noto - è il D.Lgs. n. 81 del 2008, il cui art. 17 individua tassativamente gli obblighi non delegabili del datore di lavoro, individuandoli: "a) nella valutazione di tutti i rischi con la conseguente elaborazione del documento previsto dall'art. 28; b) nella designazione del responsabile del servizio di prevenzione e protezione dai rischi".
Il terzo obbligo non delegabile, cioè quello di vigilanza, viene ricavato, poi, dall'articolo immediatamente precedente che al comma 3 espressamente prevede che: "La delega di funzioni non esclude l'obbligo di vigilanza in capo al datore di lavoro in ordine al corretto espletamento da parte del delegato delle funzioni trasferite."; mutando, in questo caso, il contenuto della situazione d'obbligo del datore di lavoro: da obbligo di adempiere personalmente a obbligo di vigilanza sull'attività del delegato.
In proposito, va ricordato, innanzitutto, il principio affermato dalle Sezioni Unite (Sez. U, n. 38343 del 24/04/2014, Espenhahn, Rv. 261105), secondo cui, in tema di prevenzione degli infortuni, il datore di lavoro, avvalendosi della consulenza del responsabile del servizio di prevenzione e protezione, ha l'obbligo giuridico di analizzare ed individuare, secondo la propria, esperienze e la migliore evoluzione della scienza tecnica, tutti i fattori di pericolo concretamente presenti all'interno dell'azienda e, all'esito, redigere e sottoporre periodicamente ad aggiornamento il documento di valutazione dei rischi previsto dal D.Lgs. n. 81 del 2008, art. 28: all'interno del quale è tenuto a indicare le misure precauzionali e i dispositivi di protezione adottati per tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori.
Va dunque qui riaffermato il principio che in materia di prevenzione degli infortuni sul lavoro, il datore di lavoro quale responsabile della sicurezza, è gravato non solo dell'obbligo di predisporre le misure antinfortunistiche, ma anche di sorvegliare continuamente la loro adozione da parte degli eventuali preposti e dei lavoratori, in quanto, in virtù della generale disposizione di cui all'art. 2087 c.c., egli è costituito garante dell'incolumità fisica dei prestatori di lavoro (Sez. 4, n. 4361 del 21/10/2014 dep. 2015, Ottino, Rv. 263200; Sez. U, n. 5 del 25/11/1998, dep. 1999, Loparco, Rv. 212577). E' stato altresì precisato che, qualora sussista la possibilità di ricorrere a plurime misure di prevenzione di eventi dannosi, il datore di lavoro è tenuto ad adottare il sistema antinfortunistico sul cui utilizzo incida meno la scelta discrezionale del lavoratore, al fine di garantire il maggior livello di sicurezza possibile (Sez. 4, n. 4325 del 27/10/2015, dep. 2016, Zappalà, Rv. 265942).
Come si diceva, in tema di prevenzione degli infortuni, il datore di lavoro è tenuto a redigere e sottoporre ad aggiornamento il documento di valutazione dei rischi previsto dal D.Lgs. n. 81 del 2008, art. 28, all'interno del quale deve indicare in modo specifico i fattori di pericolo concretamente presenti all'interno dell'azienda, in relazione alla singola lavorazione o all'ambiente di lavoro e le misure precauzionali ed i dispositivi adottati per tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori; il conferimento a terzi della delega relativa alla redazione di suddetto documento non esonera il datore di lavoro dall'obbligo di verificarne l'adeguatezza e l'efficacia, di informare i lavoratori dei rischi connessi alle lavorazioni in esecuzione e di fornire loro una formazione sufficiente ed adeguata (Sez. 4, n. 27295 del 02/12/2016 dep. 2017, Furlan, Rv. 270355).
1.1. Al riguardo della certificazione CE, va ribadito quanto affermato dalla giurisprudenza di legittimità sul punto, ossia che il datore di lavoro, quale responsabile della sicurezza dell'ambiente di lavoro, è tenuto ad accertare la corrispondenza ai requisiti di legge dei macchinari utilizzati e risponde, pertanto, dell'infortunio occorso ad un dipendente a causa della mancanza di tali requisiti, senza che la presenza sul macchinario della marchiatura di conformità "CE" o l'affidamento riposto nella notorietà e nella competenza tecnica del costruttore valgano ad esonerarli dalla loro responsabilità.
In merito, questa Corte ha anche precisato che la responsabilità del costruttore, nel caso in cui l'evento dannoso sia stato provocato dall'inosservanza delle cautele infortunistiche nella progettazione e fabbricazione della macchina, non esclude la responsabilità del datore di lavoro sul quale grava l'obbligo di eliminare ogni fonte di percolo per i lavoratori dipendenti che debbano utilizzare la predetta macchina e di adottare tutti i più moderni strumenti che la tecnologia offre per garantire la sicurezza dei lavoratori e che a detta regola può farsi eccezione nel solo caso in cui l'accertamento di un elemento di pericolo nella macchina o di un vizio di progettazione o di costruzione di questa sia reso impossibile per le speciali caratteristiche della macchina o del vizio, impeditive di apprezzarne la sussistenza con l'ordinaria diligenza, il che non era nel caso di specie (Sez. 4, n. 54480 del 10/11/2016, Pucci, non massimata; Sez. 4, n. 26247 del 30/05/2013, Magrini, Rv. 256948).
D'altronde, l'All. V al D.Lgs. n. 81 del 2008, al punto 6.1, prevede che "le protezioni e i sistemi protettivi non devono essere facilmente elusi o resi inefficaci".
2. In ordine al secondo motivo di ricorso, relativo alla prevedibilità delle circostanze che hanno determinato l'evento lesivo del lavoratore, i giudici di merito hanno affermato la non eccentricità e la non imprevedibilità del comportamento del lavoratore ed hanno evidenziato come il comportamento negligente della vittima costituisse un ordinario accadimento fortuito, preventivamente controllabile e intuibile in anticipo.
La Corte di merito, con motivazione logica ed immune da censure, ha evidenziato che al comportamento del lavoratore non poteva essere considerato eccentrico rispetto alle sue mansioni: la macchina era in movimento, l'operaio vi stava lavorando e i sistemi di blocco erano agevolmente eludibili, per cui il C. non aveva provveduto a predisporre un sistema per impedire materialmente l'accesso.
Con riferimento alla circostanza ipotizzata dalla difesa, secondo cui la macchina era ferma al momento del fatto, la Corte di appello ha condiviso le valutazioni del giudice di primo grado che spiegava esaurientemente le ragioni della ritenuta attendibilità dell'infortunato R.R. in ordine all'accurata descrizione della dinamica del sinistro. Il R., in particolare, sosteneva di aver eseguito la manovra su incarico di S.P., responsabile della linea, e di averla già effettuata più volte in precedenza, al fine di non interrompere il processo produttivo.
Questa Corte ha altresì affermato che, nei procedimenti per reati colposi, la sostituzione o l'aggiunta di un particolare profilo di colpa, sia pure specifica, al profilo di colpa originariamente contestato, non vale a realizzare diversità o immutazione del fatto ai fini dell'obbligo di contestazione suppletiva di cui all'art. 516 c.p.p. e dell'eventuale ravvisabilità, in carenza di valida contestazione, del difetto di correlazione tra imputazione e sentenza ai sensi dell'art. 521 stesso codice (Sez. 4, n. 18390 del 15/02/2018, Di Landa, Rv. 273265).
4. Va infine precisato che, al periodo massimo di prescrizione di anni sette e mesi sei previsto dall'art. 157 c.p., per il reato contestato, va aggiunto il periodo di sospensione della durata di mesi uno e giorni ventidue, per cui la scadenza di detto termine va fissata al 22 ottobre 2019. Ne consegue che, alla data della presente decisione, il reato non è prescritto.
Al rigetto del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali (art. 616 c.p.p.).