Source: http://www.penalecontemporaneo.it/d/4475
Timestamp: 2016-10-25 10:08:58+00:00
Document Index: 148913955

Matched Legal Cases: ['art. 10', 'art. 673', 'sentenza ', 'art. 10', 'art. 10', 'art. 2', 'art. 10', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 2621', 'art. 530', 'art. 530', 'art. 530', 'art. 3', 'art. 10', 'art. 10', 'sentenza ']

DPC | Abolitio criminis e reati tributari 'sotto-soglia': uno dei primi ...
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19 febbraio 2016 | Stefano Finocchiaro , Abolitio criminis e reati tributari 'sotto-soglia': uno dei primi provvedimenti di revoca del giudicato
Trib. Udine, 1 febbraio 2016 (dep. 1 febbraio 2016), giud. R. Pecile, in funzione di giudice dell'esecuzione
1. Il provvedimento in oggetto - con cui il giudice dell'esecuzione presso il Tribunale di Udine ha disposto la revoca ex art. 673 c.p.p. di una sentenza definitiva di condanna per un reato di omesso versamento di ritenute certificate ex art. 10-bis d.lgs. 74/2000 - rappresenta un esempio delle rilevanti conseguenze pratiche derivanti dalla recente riforma dei reati tributari, operata dal d.lgs. 24 settembre 2015, n. 158[1].
2. Tra le varie modifiche apportate dalla riforma è stata infatti elevata la soglia di punibilità del reato di omesso versamento di ritenute certificate ex art. 10-bis d.lgs. 74/2000[2], che è passata così da 50.000 euro a 150.000 euro, per ciascun periodo d'imposta.
Secondo l'orientamento maggioritario[3] - fatto proprio anche dalle Sezioni Unite nel 2013[4] - la soglia di punibilità rappresenta un elemento costitutivo di tali delitti, in quanto elemento fattuale di cui si compone la situazione tipica, della quale contribuisce a definire il disvalore e che deve pertanto essere coperto da dolo. Un riposizionamento dell'asticella della punibilità nei termini anzidetti non poteva dunque che determinare il venir meno della rilevanza penale di una parte delle sotto-fattispecie precedentemente sussumibili all'interno di tali figure di reato. Dinanzi a un simile mutamento della fisionomia della fattispecie penale astratta, sembra dunque corretto parlare di una abolitio criminis parziale, fenomeno che soggiace - tanto quanto l'abolitio totale - alla regole generali di applicazione della legge nel tempo previste dall'art. 2, comma 2 c.p., in base alla quale "nessuno può essere punito per un fatto che, secondo una legge posteriore, non costituisce reato".
Tale conclusione, tuttavia, sembrerebbe scontrarsi con quell'insegnamento tradizionale, riportato da pressoché ogni manuale o commentario[5], in base al quale la formula da utilizzare in caso di abolitio criminis (così come nel caso di difetto di una norma incriminatrice, di dichiarazione di illegittimità costituzionale o di entrata in vigore della norma in epoca successiva al fatto) è quella "il fatto non è (più) previsto dalla legge come reato".
Tuttavia, ad avallare la posizione accolta dal giudice dell'esecuzione presso il Tribunale di Udine stanno due recenti sentenze della III Sezione della Cassazione[6] le quali - richiamando sul punto il principio di diritto affermato dalle Sezioni Unite Orlando del 2011[7] -, sostengono che la formula "il fatto non è previsto come reato" si applichi ai casi di fattispecie astratta mai esistita, abrogata o dichiarata (in toto) costituzionalmente illegittima, mentre dovrebbe essere adottata la formula "il fatto non sussiste" ogniqualvolta risulti mancante un elemento costitutivo del reato di natura oggettiva.
La questione - si può osservare per inciso - potrebbe echeggiare quella sorta quando fu la Corte costituzionale, con la sent. n. 80/2014, ad 'innalzare' (nella sostanza) la soglia di punibilità prevista dalla norma incriminatrice di cui all'art. 10-ter[8]: anche in quel caso, infatti, risultò assai discussa l'opportunità di usare l'una o l'altra formula[9]. Il richiamo non pare tuttavia determinante ai fini della questione che qui interessa, data l'impossibilità di equiparare l'ipotesi dell'abolitio legislativa a quella della dichiarazione di incostituzionalità: il primo, fenomeno fisiologico dell'ordinamento, il secondo, evento di patologia normativa[10]. Il riferimento sembra nondimeno rappresentare un segnale dell'aura di incertezza che circonda la scelta delle formule assolutorie in casi del genere.
In ogni caso, la posizione accolta dal giudice dell'esecuzione presso il Tribunale di Udine e dalle citate due sentenze della III Sezione della Cassazione[11] - secondo cui l'abolitio parziale in esame comporterebbe un'assoluzione per insussistenza del fatto qualora intervenuta prima della sentenza definitiva di condanna - potrebbe esporsi ad alcune obiezioni.
Anzitutto, il richiamo al principio contenuto nella citata sentenza delle Sezioni Unite Orlando non pare del tutto pertinente, giacché attinente ad un fatto di appropriazione indebita di denaro, contestato come "altrui", ma poi ritenuto dai giudici di proprietà dell'agente: in tal caso - conclusero le Sezioni Unite - andava utilizzata la formula "il fatto non sussiste" perché mancava l'elemento costitutivo dell'altruità della cosa; mentre si sarebbe dovuto usare la diversa formula "il fatto non è previsto come reato" solamente se (ma il caso sembra davvero difficilmente immaginabile) già nel capo d'imputazione fosse stata contestata l'appropriazione di denaro "proprio", condotta questa non incriminata dalla legge e quindi, appunto, "non prevista come reato". Quella pronuncia non riguardava quindi il caso di abolizione parziale intervenuta a modificare un elemento costitutivo del reato, ma si limitava a far dipendere la formula assolutoria dal "tenore letterale dell'addebito"[12]. Il principio sarebbe traslabile nel caso che ci interessa solamente qualora riferito all'immaginaria ipotesi in cui l'elemento dell'altruità fosse stato inserito nella fattispecie di appropriazione indebita per mezzo di una novella legislativa, il cui effetto fosse quello di depenalizzare la condotta appropriativa di denaro proprio.
Del tutto diversa, ci pare, è l'ipotesi in cui sia stato contestato un fatto di mancato versamento che ecceda l'attuale soglia di 150.000 euro, e il giudice addivenga, in esito all'istruzione probatoria, ad una rideterminazione dell'imposta evasa tale da riqualificare il fatto come 'sotto-soglia'. Qui l'assoluzione dovrebbe comunque essere motivata per insussistenza del fatto[13]. A giustificare una diversificazione di formula tra quest'ultima ipotesi e quella dell'abolitio criminis sta l'evidente differenza di situazione fra chi (a) imputato o condannato per una condotta penalmente illecita al momento del fatto, si trovi a beneficiare di una sopravvenuta depenalizzazione; e chi (b) venga accusato di un reato ma sia dichiarato innocente in quanto si accerta processualmente che la sua condotta era ab origine penalmente irrilevante, in quanto sprovvista di un carattere richiesto dalla legge quale elemento costitutivo del reato. Nel primo caso, infatti, il giudice ritiene sussistente il "fatto" contestato dal p.m., e anche la sua corretta qualificazione giuridica al tempo dell'imputazione, ma prende atto che quel "fatto" (contestato e accertato) non è più contemplato come reato dalla legislazione applicabile al momento della decisione, in forza dell'art. 2 c.p.; nel secondo caso, invece, all'esito dell'istruzione probatoria il giudice accerta che l'evasione è sotto-soglia, contrariamente a quanto risulta dal capo di imputazione, e dichiara pertanto non sussistente il "fatto" contestato dal p.m.
[1] Per leggere il testo della riforma clicca qui. Al riguardo cfr., ad es., C. Nocerino-S. Putinati (a cura di), La riforma dei reati tributari. Le novità del d.lgs. n. 158/2015, Giappichelli, Torino, 2015; e, su questa Rivista, La relazione dell'Ufficio del Massimario della Corte di Cassazione sulla riforma dei reati tributari, 6 novembre 2015; nonché, volendo, Finocchiaro S., La riforma dei reati tributari: un primo sguardo al d.lgs. 158/2015 appena pubblicato, in questa Rivista, 9 ottobre 2015. Per un commento allo schema di riforma, reso pubblico dal Governo lo scorso giugno, si veda Cavallini S., Osservazioni 'di prima lettura' allo schema di decreto legislativo in materia penaltributaria, in questa Rivista 20 luglio 2015.
[2] La disposizione è oggi, proprio in seguito alla riforma, rubricata "omesso versamento di ritenute dovute o certificate" e punisce l'omissione non solo delle ritenute certificate, ma anche di quelle "dovute sulla base della stessa dichiarazione". Ciò, oltre ad aver generato perplessità interpretative sulla sua portata innovativa, ha suscitato diversi dubbi di costituzionalità: al riguardo, si veda A. Ingrassia, I reati del sostituto d'imposta dopo la revisione del sistema penale tributario tra scelte d'incriminazione irragionevoli ed eccessi di delega, in questa Rivista, 2 febbraio 2016.
[3] In giurisprudenza, cfr., da ultimo, Cass., 5 novembre 2015 (dep. 25 gennaio 2016), n. 3098 in cui si conclude che "la soglia di punibilità rientra perciò tra gli elementi costitutivi (del fatto di) reato in quanto completa la realizzazione della condotta punibile e dunque partecipa pienamente all'integrazione giuridica della fattispecie penale, non potendo collocarsi tra le condizioni obiettive di punibilità che invece presuppongono un reato già strutturalmente perfetto nei profili oggettivi e soggettivi cosicché il verificarsi di un evento futuro ed incerto ne condiziona esclusivamente la punibilità, la quale è un elemento esterno alla struttura del reato"; cfr. Cass. pen., sez. III, 26 giugno 2014, n. 36859. Cfr. Corte cost. sent. 241/2004 (sulle soglie contemplate dalla previgente formulazione dell'art. 2621 c.c.). In dottrina, si veda, ad es., A. Lanzi-P. Aldrovandi, Diritto penale tributario, 2014, p. 332; cfr. G.L. Soana, Omesso versamento di ritenute certificate, in Rass. trib., 2005, p. 109; cfr. A Manduchi, Il ruolo delle soglie di punibilità nella struttura dell'illecito penale, in Riv. trim. dir. pen. econ., 2003, p. 1210. Contra, qualificando la soglia come condizione obiettiva di punibilità, cfr. ad es., Cass. pen., sez. IV, 16 dicembre 2014, n. 6705; Cass. pen., sez. III, 26 maggio 2011, n. 25213.
[4] Cfr. Cass., Sez. Un., 28 marzo 2013, n. 37424, Romano, su questa Rivista, con nota di A. Valsecchi, 18 settembre 2013.
[5] Cfr., fra gli altri, G. Conso-V. Grevi-M. Bargis, Compendio di procedura penale, VII ed. Cedam, 2014, p. 880; cfr., sub art. 530, Cod. proc. pen. comm., G. Canzio-G. Tranchida (a cura di), Giuffrè; nonché, sub art. 530, Cod. proc. pen. comm., A. Giarda-G. Spangher, Ipsoa; sub art. 530, Cod. proc. pen. comm., A. Gaito (a cura di), Utet.
[6] 3098/2016 1626/2016
[7] Cass. pen., Sez. Un., 25 maggio 2011, n. 37954, in questa Rivista, con nota di G. Romeo, Le Sezioni unite intervengono, di nuovo, sulla pretesa appropriazione indebita, da parte del datore di lavoro, di emolumenti dovuti al dipendente, 24 ottobre 2011.
[8] Era stata sollevata questioni in riferimento all'art. 3 Cost., in quanto la norma incriminatrice dell'omesso versamento dell'imposta, da parte di chi avesse comunque effettuato una corretta dichiarazione del dovuto, risultava punita a partire da una soglia quantitativa più bassa (50.000 euro) di quella fissata per l'analoga condotta di chi non presentasse la dichiarazione Iva o ne presentasse una fraudolenta (rispettivamente, 77.468,53 e 103.291,38 euro). Una severità irrazionale, posto che il disvalore della condotta di chi renda palese il proprio debito, con una corretta dichiarazione, è semmai inferiore a quello di chi, omettendo la dichiarazione o falsificandola, renda più difficoltoso l'accertamento dell'evasione compiuta. Infatti, con il decreto-legge n. 138 del 2011, la soglia di punibilità dell'omessa dichiarazione è stata diminuita a 30.000 euro e quella della dichiarazione infedele a 50.000 euro. Dunque, ad un importo inferiore, nel primo caso, e pari, nel secondo, a quello della soglia di punibilità dell'omesso versamento dell'IVA, rimasta per converso inalterata. Dato però che le nuove soglie si applicavano ai soli fatti successivi alla novella, in quanto modifiche peggiorative del trattamento del reo - una sperequazione illegittima rimaneva operante per tutti i fatti antecedenti. Da ciò la dichiarazione di illegittimità dell'art. 10-ter d.lgs. 74/2000 nella parte in cui, con riferimento ai reati commessi sino al 17 settembre 2011, puniva l'omesso versamento IVA per importi non superiori ad euro 103.291,38 (ossia la soglia che era prevista per il reato di cui all'art. 10-bis). In riferimento a tale sentenza, si veda, ad es., su questa Rivista N. Recchia, Le declinazioni della ragionevolezza penale nelle recenti decisioni della Corte costituzionale, 2 febbraio 2015.
[9] Cfr., ad es., Cass. pen., Sez. V, 3 giugno 2015, n. 25532 secondo cui la formula sarebbe "il fatto non è previsto dalla legge come reato"; e Cass. pen., Sez. III, 26 giugno 2014, n. 36859 secondo cui l'imputato va assolto perché "il fatto non è previsto dalla legge come reato", permanendo in tutti tali casi la possibile rilevanza del fatto in sede civile, mentre la formula "il fatto non sussiste", che esclude ogni possibile rilevanza anche in sede diversa da quella penale, andrebbe adottata quando difetti un elemento costitutivo del reato.
[10] Cfr., ad es., Cass. pen., Sez. Un., 29 maggio 2014, n. 42858, in questa Rivista, con nota di G. Romeo, 17 ottobre 2014 e di S. Ruggeri, 22 dicembre 2014. L'ontologica diversità tra le due ipotesi rende non del tutto sovrapponibili le considerazioni, in termini di formula assolutoria, per a) fatti legittimamente incriminati e poi depenalizzati e b) fatti la cui incriminazione era fondata su una legge incostituzionale, rimossa dall'ordinamento con efficacia ex tunc.
[11] Cass. pen., sez. III, 5 novembre 2015 (dep. 25 gennaio 2016), n. 3098; Cass. pen., sez. III, 28 ottobre 2015 (dep. 18 gennaio 2016), n. 1626.
[12] Così testualmente le Sezioni Unite nella sentenza n. 37954/2011, cit.
[13] Ciò almeno finché il corrispondente illecito amministrativo, sanzionabile in sede tributaria, continuerà ad essere considerato dall'orientamento prevalente della giurisprudenza di legittimità come un "fatto" diverso rispetto a quello penalmente rilevante (cfr., Cass. pen., Sez. Un, 28 marzo 2013, n. 37245 e n. 27424, su questa Rivista, con nota di A. Valsecchi, 18 settembre 2013); qualora invece si riconoscesse che quel medesimo fatto, non sanzionabile in sede penale per il mancato superamento della soglia, costituisce illecito sanzionabile in sede tributaria, la formula più adatta sarebbe, anche in questo caso, "il fatto non è previsto dalla legge come reato" (...ma, appunto, è previsto dalla legge come illecito amministrativo). Tale orientamento, tuttavia, non sembra in contrasto con la tesi qui enunciata secondo cui, in caso di abolitio criminis la formula dovrebbe sempre essere "il fatto non è (più) previsto come reato", giacché - sia che la riforma venga vista come una liceizzazione del "fatto" (perché lo si considera fatto diverso da quello amministrativo), sia che venga vista come una depenalizzazione (nel senso che mantiene l'illiceità del medesimo fatto in sede amministrativa) - l'assoluzione si rivolgerebbe ad un soggetto responsabile per un fatto che era penalmente illecito al tempo in cui fu commesso, e che dunque - per come contestato - non è "insussistente".