Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-9322-del-11-04-2017
Timestamp: 2020-08-13 21:15:09+00:00
Document Index: 159317097

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 43', 'sentenza ', 'art. 43', 'art. 37', 'art. 43', 'art. 57', 'sentenza ', 'art. 43', 'art. 57', 'art. 2', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 5', 'art. 24', 'art. 2', 'art. 1', 'art. 405', 'sentenza ', 'art. 10', 'art. 2', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 13', 'art. 13', 'art. 13', 'art. 13']

Sentenza Cassazione Civile n. 9322 del 11/04/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9322 del 11/04/2017
Cassazione civile, sez. VI, 11/04/2017, (ud. 08/03/2017, dep.11/04/2017), n. 9322
sul ricorso 5259/2016 proposto da:
PROFINS SRL, in persona del legale rappresentante pro tempore,
elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA SS. APOSTOLI, 66, presso
lo studio dell’avvocato MAURIZIO LEO, (Studio “Leo Libroia e
Associati”) che la rappresenta e difende;
avverso la sentenza n. 3445/2015 della COMMISSIONE TRIBUTARIA
REGIONALE della Lombardia, depositata il 22/07/2015;
Nella controversia concernente l’impugnazione da parte della Profins s.r.l., in persona del legale rappresentante pro tempore, dell’avviso di accertamento relativo ad Ires ed Irap dell’anno di imposta 2005, la Commissione tributaria regionale, con la sentenza indicata in epigrafe, confermava la decisione di primo grado di rigetto del ricorso introduttivo. In particolare, il Giudice di appello riteneva legittimo l’accertamento impugnato, in quanto l’Amministrazione finanziaria non era decaduta dal relativo potere, trovando applicazione l’istituto previsto dal D.P.R. n. 600 del 1973, art. 43.
In ordine alle sanzioni, la C.T.R. rilevava che i giudici di primo grado avevano correttamente considerato la gravità del meccanismo fraudolento posto in essere dalla Società e dai suoi soci.
Avverso la sentenza ricorre la Società affidandosi a due motivi.
1. Con il primo motivo si deduce la violazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 43, laddove la C.T.R. aveva confermato la ripresa a tassazione malgrado la stessa fosse intervenuta ben oltre lo spirare degli ordinari termini decadenziali, non essendo operante l’istituto del “raddoppio dei termini” per più ordini di ragioni, prime fra tutte la prescrizione del reato ipotizzato.
1.1. La censura è infondata. Ai fini del raddoppio dei termini in questione, per come disposto dal D.L. n. 223 del 2006, art. 37, comma 24, convertito nella L. n. 248 del 2006, che ha modificato il D.P.R. n. 602 del 1973, art. 43, comma 3 e il D.P.R. n. 633 del 1972, art. 57, comma 2 bis (nei testi applicabili ratione temporis), non è necessaria l’effettiva presentazione della denuncia (nè tanto meno la produzione di questa in giudizio).
Come, infatti, statuito dalla Corte Costituzionale (sentenza n. 247/2011), l’unica condizione per il raddoppio dei termini è costituita dalla sussistenza dell’obbligo di denuncia penale, indipendentemente dal momento in cui tale obbligo sorga ed indipendentemente dal suo adempimento, sicchè “il raddoppio dei termini consegue dal mero riscontro di fatti comportanti l’obbligo di denuncia penale” ed “il giudice tributario dovrà controllare, se richiesto con i motivi di impugnazione, la sussistenza dei presupposti dell’obbligo di denuncia, compiendo, al riguardo, una valutazione ora per allora (cosiddetta “prognosi postuma”) circa la loro ricorrenza ed accertando, quindi, se l’amministrazione finanziaria abbia agito con imparzialità od abbia, invece, fatto uso pretestuoso e strumentale delle disposizioni denunciate al fine di fruire ingiustificatamente di un più ampio termine di accertamento”. Questa Corte, poi, in recente pronuncia (Cass. n. 26037/2016), ha così statuito, chiarendo come devono essere correlati tra loro i successivi interventi legislativi di cui al D.Lgs. n. 128 del 2015, ed alla L. n. 208 del 2015: “In tema di termini per l’accertamento tributario stabiliti dal D.P.R. n. 600 del 1973, art. 43 (per le imposte sui redditi) e del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 57 (per l’IVA): a) il regime transitorio introdotto dal D.Lgs. n. 128 del 2015, art. 2, comma 3 (in vigore dal 2 settembre 2015) non è abrogato dal successivo regime transitorio previsto dalla L. n. 208 del 2015, art. 1, comma 132 (in vigore dal 10 gennaio 2016); b) il primo regime transitorio (D.Lgs. n. 128 del 2015) stabilisce che del D.Lgs. n. 128 del 2015, art. 2, i commi 1 e 2, non si applicano nè in relazione agli avvisi di accertamento, ai provvedimenti che irrogano sanzioni amministrative tributarie ed agli altri atti impugnabili con i quali l’Agenzia delle entrate fa valere una pretesa impositiva o sanzionatoria, notificati alla data del 2 settembre 2015, nè in relazione agli inviti a comparire di cui al D.Lgs. n. 218 del 1997, art. 5, notificati alla data del 2 settembre 2015, nè in relazione ai processi verbali di constatazione redatti ai sensi della L. n. 4 del 1929, art. 24, dei quali il contribuente abbia avuto formale conoscenza entro il 2 settembre 2015, sempre che i relativi atti recanti la pretesa impositiva o sanzionatoria siano notificati entro il 31 dicembre 2015; e) il secondo regime transitorio (L. n. 208 del 2015) disciplina diversamente il regime ordinario del raddoppio dei termini di accertamento previsto dal D.Lgs. n. 128 del 2015, art. 2, commi 1 e 2, disponendo che della L. n. 208 del 2015, art. 1, i commi 130 e 131, non si applicano agli avvisi relativi ai periodi d’imposta precedenti a quello in corso al 31 dicembre 2016 e introducendo per tali periodi d’imposta anteriori una specifica normativa transitoria per le sole ipotesi in cui a detti periodi non sia applicabile il precedente regime transitorio dettato dal D.Lgs. n. 128 del 2015”.
In riferimento, poi, alla specifica questione relativa all’eventuale prescrizione del reato questa Corte ne ha affermato l’irrilevanza statuendo che ai fini del solo raddoppio dei termini per l’esercizio dell’azione accertatrice, rileva l’astratta configurabilità di un’ipotesi di reato e l’intervenuta prescrizione del reato non e di per se stessa d’impedimento all’applicazione del termine raddoppiato per l’accertamento, proprio perchè non rileva ne l’esercizio dell’azione penale da parte del p.m., ai sensi dell’art. 405 c.p.p., mediante la formulazione dell’imputazione, ne la successiva emanazione di una sentenza di condanna o di assoluzione da parte del giudice penale, atteso anche il regime di “doppio binario” tra giudizio penale e procedimento e processo tributario (Cass. n. 20043/2015).
Alla luce di tutti i superiori principi, privo di pregio appare, allora, il rilievo, proposto in ricorso e ribadito dalla ricorrente in memoria, relativo all’inconferenza della notizia di reato tramessa dalla DP.II di Milano in quanto la contestazione recata nell’Avviso, relativa all’omessa esecuzione di ritenute alla fonte, avrebbe potuto sussumersi nella fattispecie astratta di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 10 bis, rispetto alla quale non risultavano superate le soglie di punibilità.
Ed invero, alla luce dell’accertamento in fatto compiuto dal Giudice di appello in ordine al riscontro di fatti comportanti l’obbligo di denuncia penale per il reato di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 2, la diversa qualificazione dei fatti, peraltro postuma, soggettivamente effettuata dalla ricorrente in diversa ipotesi di reato è ininfluente.
2. Con il secondo motivo si deduce la violazione e/o falsa applicazione del D.Lgs. n. 472 del 1997, art. 7, per avere la C.T.R. confermato l’applicazione delle sanzioni amministrative nella misura dei massimi edittali malgrado essa Società avesse evidenziato l’illegittimità di detta irrogazione alla luce della lettera del D.Lgs. n. 472 del 1997, art. 7 e alla luce degli errori di calcolo compiuti dall’Ufficio che, pur affermando (all’interno dell’Avviso) di voler applicare “per ognuna delle violazioni accertate..le misure minime previste aveva, all’opposto, sviluppato i calcoli relativi al cumulo materiale e giuridico assumendo le sanzioni massime.
2.1. La censura, è in parte infondata e in parte inammissibile. E’ infondata laddove, a fronte del chiaro dettato legislativo e della motivazione resa dalla C.T.R. in punto di tipologia della violazione accertata e di gravità del meccanismo fraudolento posto in essere dalla Società e dai soci, non si ravvisa la dedotta violazione di legge mentre, peraltro ed ancor prima, il mezzo è carente di autosufficienza non esplicitando le circostanze delle quali la C.T.R. non avrebbe tenuto conto al fine della valutazione di legittimità della misura delle sanzioni irrogate. Rispetto alla norma invocata, poi, ipotesi del tutto distinta è quella del dedotto errore di calcolo, commesso dall’Ufficio, nel cumulo materiale e giuridico delle sanzioni; questione, però, che non risulta essere mai stata specificamente sollevata sotto tale profilo.
3. Ne consegue il rigetto del ricorso e la condanna della ricorrente, soccombente, alle spese di lite, liquidate come in dispositivo.
4. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.
Condanna la ricorrente alla refusione in favore dell’Agenzia delle Entrate delle spese di questo giudizio liquidate in complessivi Euro 2.500,00 oltre eventuali spese prenotate a debito.
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il corso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.