Source: https://www.studiolegalelocatelli.net/contenuti/newsletter_1/marzo-2019_42
Timestamp: 2019-03-23 15:34:10+00:00
Document Index: 24245459

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 590', 'art. 5', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 5', 'sentenza ', 'art. 2051', 'art. 2051', 'art. 2051']

Studio Legale Locatelli - Newsletter - Marzo 2019
Il risarcimento del danno non patrimoniale può essere riconosciuto anche in capo all’ex coniuge
Cassazione Penale, sentenza n. 1182 dell’ 11 gennaio 2019
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha statuito che il risarcimento del danno non patrimoniale può essere riconosciuto al coniuge separato, in considerazione del pregresso rapporto matrimoniale, dell’esistenza di figli e della non definitività dello status di separazione, a condizione però che si dimostri l’esistenza di un legame affettivo tra i coniugi.
Nel caso sottoposto all’attenzione della Corte, il Giudice d’Appello aveva respinto la richiesta di risarcimento del danno avanzata dalla parte civile, in quanto ex moglie della vittima, non ritenendo provata la ripresa della vita coniugale e pertanto insussistente il danno non patrimoniale, correlato al dolore e alla sofferenza morale per la morte dell’ex coniuge.
La Cassazione, intervenuta sulla questione ha, invece, chiarito che il risarcimento del danno morale può essere dunque accordato anche al coniuge separato, per la morte dell’altro coniuge, in quanto lo stato di separazione personale non è incompatibile, di per sé, con tale ristoro, dovendo aversi riguardo, oltre che alla sua tendenziale temporaneità e alla possibilità di una riconciliazione, anche alle ragioni che hanno determinato la separazione e ad ogni altra utile circostanza idonea a chiarire se e in quale misura l’evento luttuoso, dovuto all’altrui fatto illecito, abbia procurato al coniuge superstite quelle sofferenze morali che di solito si accompagnano alla morte di una persona cara.
Cassazione Civile, sentenza n. 4309 del 14 febbraio 2019
La sentenza in esame si occupa del delicato tema del risarcimento del danno non patrimoniale conseguente ad emotrasfusione con sangue infetto. Nello specifico, la vicenda origina dalla richiesta di risarcimento della ricorrente – proposta nei confronti dell’Azienda sanitaria, della Regione e del Ministero della Salute – per i danni derivati dall’aver contratto epatopatia HVC a seguito di due trasfusioni eseguite in occasione di un intervento chirurgico.
Il Giudice di legittimità, nel caso in esame, ha rivolto la sua attenzione alla problematica della compensatio lucri cum damno fra indennizzo ex L. n. 210 del 1992 e risarcimento del danno, nonché all’inquadramento generale sulla non coincidenza soggettiva tra la persona del danneggiante e il soggetto erogatore della provvidenza (nel caso di specie, rispettivamente l’Azienda sanitaria e la Regione), ed è giunta ad enunciare il principio per cui anche nel caso in cui il danno conseguente a emotrasfusioni o alla somministrazione di emoderivati sia imputabile ad un’azienda sanitaria locale, deve trovare applicazione la compensatio lucri cum damno, mediante diffalco dell’indennizzo erogato ex l. 210/1992 dall’importo da liquidare a titolo di risarcimento del danno.
Più nello specifico, la Suprema Corte, ripercorrendo i principi più volte enunciati ed espressi anche dalle Sezioni Unite nel 2018, ha ritenuto che in caso di infezione conseguente ad emotrasfusioni o ad utilizzo di emoderivati, possa confermarsi il consolidato orientamento di questa Corte, predicativo dell’operatività della compensatio lucri cum damno fra l’indennizzo ex l. 210/1992 e il risarcimento del danno anche laddove non sussista apparente coincidenza – nella specie, di carattere soltanto formale – fra il danneggiante e il soggetto che eroga la provvidenza – nella specie, rispettivamente Azienda Sanitaria Locale e Regione Umbria -, allorquando possa comunque escludersi che, per effetto del diffalco, si determini un ingiustificato vantaggio per il responsabile, benché la l. 210/1992 non preveda un meccanismo di surroga e rivalsa in favore di chi abbia erogato l’indennizzo.
Dunque, la Corte di Cassazione ha ritenuto non vi fosse alcuna estraneità tra l’Azienda sanitaria responsabile rispetto alla Regione deputata al pagamento dell’indennizzo sicché la compensatio lucri cum damno trova giustificazione nell’esigenza di impedire un ingiustificato arricchimento per il danneggiato.
La responsabilità dell’esercente la professione sanitaria nel contesto dell’omicidio colposo e il fenomeno della successione di leggi nel tempo in ambito penalistico
Cassazione penale, sentenza n. 412 dell’8 gennaio 2019
La Corte di Cassazione, con la sentenza in esame, ha puntualizzato come nell'ambito dei giudizi di responsabilità medica, e più precisamente in relazione al delitto di cui all’art. 590 sexies c.p. (Responsabilità colposa per morte o lesioni personali in ambito sanitario) costituiscono aspetti di primaria importanza tanto l'accertamento del grado di colpa dell’esercente la professione sanitaria, quanto la conformità del suo comportamento nella fase esecutiva alle Raccomandazioni contenute nelle Linee Guida adeguate al caso di specie.
Il caso affrontato dalla Suprema Corte ha il pregio di fornire qualche precisazione circa la norma sopra citata, evidenziando come il rispetto da parte dell’esercente la professione sanitaria alle Linee Guida già previsto dal c.d. Decreto Balduzzi, sia ora stato espressamente affermato dal legislatore del 2017 che, con la c.d. Legge Gelli, ha inteso costruire un sistema istituzionale, pubblicistico, di regolazione dell’attività sanitaria, che ne assicuri lo svolgimento in modo uniforme, appropriato, conforme ad evidenze scientifiche controllate, predisponendo all’art. 5 della novella legislativa la necessaria osservanza, in relazione al caso specifico, delle raccomandazioni previste nelle Linee Guida, ed in mancanza delle buone pratiche clinico-assistenziali.
In accordo, dunque, con quanto disposto nella c.d. Legge Gelli, la Suprema Corte ha stabilito che in tema di responsabilità degli esercenti la professione sanitaria, in base all’art. 2 c.p., comma 4, la motivazione della sentenza di merito deve indicare se il caso concreto sia regolato da linee-guida o, in mancanza, da buone pratiche clinico-assistenziali, valutare il nesso di causa tenendo conto del comportamento salvifico indicato dai predetti parametri, specificare di quale forma di colpa si tratti (se di colpa generica o specifica, e se di colpa per imperizia, o per negligenza o imprudenza), appurare se ed in quale misura la condotta del sanitario si sia discostata da linee-guida o da buone pratiche clinico-assistenziali.
Appare evidente, però, che il principio espresso dalla Corte potrà dirsi pienamente attuabile non appena verrà emanato l’elenco delle Linee Guida e Raccomandazioni che, secondo l’art. 5 della legge n. 24/2017, doveva essere istituito e regolamentato con decreto del Ministro della salute, da emanare entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, e da aggiornare con cadenza biennale.
La responsabilità da cose in custodia di beni demaniali della Pubblica Amministrazione
Cassazione civile, sentenza n. 4963 del 20 febbraio 2019
La pronuncia in esame trae origine dalla richiesta di risarcimento dei danni avanzata da un motociclista nei confronti del Comune di Brindisi per il ristoro dei danni subiti in conseguenza di un incidente stradale occorso mentre si trovava alla guida del proprio motociclo a causa di una macchia d’olio presente sul manto stradale.
Con la decisione in commento la Suprema Corte si è interrogata circa l’estensione di responsabilità attribuibile all’Ente in relazione ai beni demaniali confermando che la responsabilità per i danni cagionati da cose in custodia, di cui all’art. 2051 c.c., opera anche per la P.A. in relazione ai beni demaniali con riguardo, tuttavia, alla causa concreta del danno specificando però che l’Ente deve considerarsi liberato dalla medesima responsabilità ove dimostri che l’evento sia stato determinato da cause estrinseche ed estemporanee create da terzi, non conoscibili né eliminabili con immediatezza, neppure con la più diligente attività di manutenzione, ovvero da una situazione (quale quella verificatasi nel caso affrontato dalla Suprema Corte) la quale imponga di qualificare come fortuito il fattore di pericolo, avendo esso esplicato la sua potenzialità offensiva prima che fosse ragionevolmente esigibile l’intervento riparatore dell’ente custode.
La responsabilità della Pubblica Amministrazione da sinistro stradale verificatosi in una intersezione priva di segnaletica
Cassazione Civile, ordinanza n. 4161 del 13 febbraio 2019.
La Corte con la pronuncia in esame è tornata sul noto argomento della custodia delle strade pubbliche e sulla conseguente responsabilità ex art. 2051 c.c.
Nel caso sottoposto all’attenzione della Corte, veniva coinvolto il Comune di Roma in relazione alla responsabilità ex art. 2051 c.c. per non aver ripristinato la segnaletica di precedenza esistente sulla strada, ove si è poi concretizzato l’evento.
I Giudici di legittimità dopo aver chiarito che il tratto di strada privo di segnaletica costituiva
mero teatro o luogo dell'incidente, mentre la serie causale determinativa dell'evento origina dal comportamento dei soggetti coinvolti nello scontro e in esso interamente si esaurisce.
Accanto alla responsabilità dei protagonisti dell’evento, si potrà eventualmente accostare quella dell’Ente per colpa, secondo la generale clausola aquiliana, ove il danneggiato alleghi e dimostri la sussistenza di una situazione di pericolo determinata dal contrasto tra le condizioni di transitabilità reali e quelle apparenti non percepibile dall'utente della strada con l'uso della normale diligenza e non rimediabile con l'osservanza delle regole del codice della strada.
Cass civ. n. 4963 del 2019.pdf
Cass pen. n. 1182 del 2019.pdf
Cass civ. n. 4161 del 2019.pdf
Cass pen. n 412 del 2019.pdf
Cass civ. n. 4309 del 2019.pdf