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Timestamp: 2014-09-15 04:02:16+00:00
Document Index: 110495615

Matched Legal Cases: ['art. 79', 'art. 79', 'art. 79', 'art. 656', 'art. 47', 'art. 4', 'art. 47', 'art. 79', 'art. 27', 'art. 79', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 3']

Legge svuotacarceri e esecuzione della pena presso il domicilio: ancora una variazione sul tema della detenzione domiciliare? 14 Dicembre 2010Considerazioni a margine della l. 26 novembre 2010, n. 199
[Sara Turchetti]
Sommario: 1. La lotta al sovraffollamento carcerario dopo la riforma dell’art. 79 Cost. 2. I risultati conseguiti.
3. Il c.d. indultino del 2003, l’indulto del 2006 e il perdurante sovraffollamento delle carceri: la condanna dell’Italia da parte della Corte EDU.
4. Una risposta estrema a condizioni di vita disumane: i suicidi in carcere. 5. Il ‘piano carceri’ del 2010. 6. La legge n. 199/2010 (c.d. svuotacarceri): i beneficiari del provvedimento.
7. “Esecuzione della pena detentiva presso il domicilio” e “detenzione domiciliare”. 8. Un problema comune: i controlli sul condannato. 1. La lotta al sovraffollamento carcerario dopo la riforma dell'art. 79 Cost.
Fino ai primi anni novanta del XX secolo, in Italia si è cercato di porre rimedio al problema del sovraffollamento carcerario soprattutto con gli strumenti dell’amnistia e dell’indulto[1]; dopo la riforma dell’art. 79 Cost.[2], realizzata nel 1992, il legislatore ha invece prevalentemente imboccato la strada delle riforme di istituti di diritto processuale o di diritto sostanziale[3].
Tra gli esempi più vistosi di questa seconda linea di intervento, quanto al versante processuale, la previsione della sospensione obbligatoria dell’esecuzione delle pene detentive fino tre anni[4]: l’art. 656 comma 5 c.p.p., nella versione della l. 165/1998 (c.d. legge Simeone), prevede che, nel momento in cui la condanna diviene definitiva, il pubblico ministero sospenda l’esecuzione della pena detentiva per un periodo di trenta giorni, durante i quali il condannato può proporre istanza di ammissione ad una misura alternativa. Una scelta, evidentemente, ispirata dalla volontà di incentivare al massimo il ricorso alle misure alternative, così da ridurre la presenza in carcere di condannati a pene detentive brevi (o medio-brevi).
Sul versante del diritto sostanziale, ad una logica di deflazione penitenziaria si riconducono, tra l’altro, svariate modifiche della disciplina delle pene sostitutive e, soprattutto, delle misure alternative. A proposito delle pene sostitutive, basterà rammentare la legge n. 134 del 2003, che ha portato a due anni il limite massimo per la sostituzione della pena detentiva (originariamente, il limite era collocato a sei mesi, portati ad un anno con la legge n. 187 del 1993)[5]. A proposito delle misure alternative alla detenzione, particolarmente significative risultano le complesse vicende che hanno interessato la detenzione domiciliare[6]: tale misura, introdotta nel 1986 con una fisionomia lato sensu umanitaria[7], da una parte, ha visto progressivamente espandersi i limiti massimi per la sua applicabilità (ad esempio, la forma originaria di detenzione domiciliare, prevista nell’art. 47 ter comma 1 ord. penit., può ora applicarsi fino a quattro anni di reclusione – originariamente erano due –); d’altra parte, a costo di tradire completamente la vocazione originaria della misura, si è stabilito che la detenzione domiciliare possa essere concessa a qualsiasi condannato (purchè non si tratti di recidivo reiterato o di condannato per uno dei reati di cui all’art. 4 bis ord. penit.) che debba scontare una pena detentiva fino a due anni, quando non ricorrano i presupposti per l’affidamento in prova al servizio sociale (art. 47 ter comma 1 bis ord. penit., introdotto dalla l. 165 del 1998 e modificato dalla l. 251 del 2005)[8].
Dunque: interventi strutturali, più o meno coerenti con il sistema, e non più periodici provvedimenti di clemenza.
2. I risultati conseguiti
Per valutare l’efficacia di questi interventi, si può guardare in due distinte direzioni.
Possiamo guardare ai dati statistici relativi alle sanzioni non detentive la cui applicabilità è stata potenziata dalle riforme. Così facendo, soprattutto se si focalizza l’attenzione sulle misure alternative alla detenzione, si ha l’impressione che il legislatore abbia centrato i propri obiettivi. Le misure alternative hanno infatti assunto un ruolo sempre più rilevante nella prassi: in particolare, sono stati applicati su larga scala, e in misura crescente sino all’indulto del 2006, l’affidamento in prova e la detenzione domiciliare (nel 2004 i provvedimenti di ammissione alle due misure ammontavano, rispettivamente, a quasi 13.500 e a 7.600)[9].
Se però, come sembra più significativo, si guarda all’andamento della popolazione penitenziaria, gli entusiasmi si spengono immediatamente: nel luglio 2006, alla vigilia dell’indulto, i nostri istituti penitenziari ospitavano più di 60.000 detenuti, a fronte di una capienza di circa 43.000 posti[10].
A dispetto delle svariate riforme legislative, il problema del sovraffollamento delle carceri continuava dunque a porsi in termini ineludibili.
3. Il c.d. indultino del 2003, l'indulto del 2006 e il perdurante sovraffollamento delle carceri: la condanna dell'Italia da parte della Corte EDU
Già con la legge 1 agosto 2003 n. 207, sotto la spinta della continua crescita della popolazione penitenziaria, il legislatore era sceso ad un primo compromesso: aveva cioè derogato alla linea degli interventi strutturali, per varare, ancora una volta, un provvedimento che, guardando al passato, mirava a far uscire dal carcere persone che – ad una certa data – avessero già riportato condanna ad una pena detentiva e stessero scontando la pena; inoltre si proponeva di evitare il carcere a soggetti che, condannati a pena detentiva, fossero in attesa dell’esecuzione di quella pena. Nel primo caso, doveva essere stata eseguita almeno metà della pena e il residuo non doveva superare i due anni; nel secondo caso, la pena inflitta doveva essere inferiore o pari a due anni. Si prevedeva che l’esecuzione della pena detentiva venisse sospesa, con imposizione di alcune prescrizioni al condannato, per il periodo corrispondente all’entità della pena (o a quella della pena residua): la pena era destinata ad estinguersi nel caso in cui non si verificasse alcuna violazione delle prescrizioni nel periodo di sospensione dell’esecuzione, né intervenisse altra causa di revoca. Un provvedimento, in definitiva, strettamente apparentato all’indulto, in particolare ad un indulto condizionato, che prestava il fianco a più di una censura di illegittimità costituzionale, sia in relazione all’art. 79 Cost. (la legge era stata approvata a maggioranza semplice), sia, per i suoi tratti di automatismo, in relazione all’art. 27 comma 3 Cost.[11].
La strada maestra dell’indulto è poi stata nuovamente imboccata, senza travestimenti verbali o finzioni, con la legge 31 luglio 2006 n. 241, approvata con la maggioranza qualificata richiesta dall’art. 79 Cost.: dell’indulto – nella misura massima di tre anni – hanno beneficiato gli autori di reati commessi entro il 2 maggio 2006[12]. Nel breve periodo, l’indulto del 2006 ha ottenuto risultati soddisfacenti. Al 31 agosto 2006, infatti, la popolazione penitenziaria era scesa a 38.000 unità, ma quell’effetto era destinato ad esaurirsi rapidamente[13]. A giugno 2009 la popolazione penitenziaria era risalita a quota 63.000, per poi superare 65.000 unità a metà gennaio 2010 e 68.000 unità a giugno dello stesso anno (la capienza delle carceri italiane, a quest’ultima data, superava di poco le 44.000 unità)[14].
Questo il quadro delle carceri italiane recentemente descritto dal Censis[15]: “Ci sono voluti quattro anni dall’ultimo provvedimento di indulto per riportare gli istituti carcerari a vivere gli stessi problemi di allora, con quasi 70.000 detenuti (nel 2006 erano 60.000) e un tasso di sovraffollamento che supera il 150%, ma che in alcuni casi (in Puglia, Emilia Romagna e Calabria) oltrepassa il 170%. Andando avanti di questo passo, a fine 2012 si dovrebbe sfiorare la quota di 100.000 detenuti. Oltre al sovraffollamento ci sono altri fattori di disagio: il 36,9% dei detenuti è straniero, il 24,5% è tossicodipendente, il 2,3% è dipendente da alcol, l’1,8% è infetto da Hiv, le guardie penitenziarie sono 39.569 rispetto alle 45.121 previste per legge, il costo medio giornaliero per detenuto è sceso dai 131,9 euro del 2007 ai 113,4 euro stimati per il 2010”.
Non sorprende, alla luce di questi elementi, che nel 2009, con la sentenza Sulejmanovic contro Italia[16], la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo abbia – per la prima volta – pronunciato una condanna nei confronti dell’Italia per violazione dell’art. 3 CEDU, a norma del quale “nessuno può essere sottoposto a… pene o trattamenti inumani o degradanti”. E se la Corte di Strasburgo, richiamandosi alla propria precedente giurisprudenza, ha escluso di “poter determinare, in maniera precisa e definitiva, la misura dello spazio personale che deve essere assicurato a ciascun detenuto in base alla Convenzione” (dal momento che rilevano anche la durata della privazione di libertà, le possibilità di accesso all’aria aperta o la condizione mentale o fisica del prigioniero), d’altra parte ha sottolineato che “in certi casi la mancanza di spazio personale per i detenuti può essere talmente flagrante da integrare da sola una violazione dell’art. 3”. Ed è quanto, secondo la Corte, si è verificato nel caso sottoposto al suo giudizio, posto che per due mesi e mezzo il ricorrente ha avuto a disposizione soltanto 2,70 mq. “Tale situazione non ha potuto che provocare disagi e inconvenienti quotidiani per il ricorrente, costretto a vivere in uno spazio estremamente esiguo, molto inferiore alla superficie minima considerata accettabile dal Comitato per la Prevenzione della Tortura”. Questa la conclusione della Corte: “L’evidente mancanza di spazio personale di cui il ricorrente ha sofferto integra, di per sé, un trattamento inumano o degradante”.
4. Una risposta estrema a condizioni di vita disumane: i suicidi in carcere
Un breve inciso, utile a mettere in ulteriore evidenza la drammaticità dei problemi (in primo luogo, quello del sovraffollamento) di cui soffre il nostro sistema penitenziario: riguarda la reazione estrema – il suicidio – che può essere opposta a condizioni di vita disumane in carcere. “Nei primi otto mesi del 2010 ben 42 detenuti si sono tolti la vita: 36 si sono impiccati, 5 hanno inalato gas, uno è morto tagliandosi la gola. Lo scorso anno (che pure fece registrare il numero più alto di suicidi registrato nella storia della Repubblica, con 71 episodi) i suicidi registrati a fine agosto