Source: https://www.linklav.it/le-sentenze-della-cassazione/8355-cassazione-non-e-motivo-di-licenziamento-se-il-dipendente-in-sede-di-colloquio-non-ha-comunicato-di-essere-stato-licenziato-precedentemente-per-giusta-causa.html
Timestamp: 2018-08-16 22:11:18+00:00
Document Index: 169613882

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 2119', 'sentenza ', 'art. 106', 'art. 7', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 3', 'sentenza ', 'sentenza ']

Il lavoratore, non ha l'obbligo di comunicare di essere stato licenziato,precedentemente, per giusta
Written by Administrator on 01 Gennaio 2017 . Pubblicato in Le sentenze della Cassazione
01-01-2017 Secondo una sentenza della Cassazione di qualche giorno fa , la risoluzione del contratto di lavoro (ossia il licenziamento) non può però scattare se il dipendente, in sede di colloquio di lavoro, non informa la nuova azienda di essere stato, in passato, licenziato da un’altra azienda per un suo grave comportamento: la reticenza sul pregresso licenziamento disciplinare non è una condotta tanto grave da porte essere sanzionata con la perdita del nuovo lavoro. Alla fine – volendo interpretare sinteticamente il pensiero della Suprema Corte – ciò che conta non è tanto il passato di un dipendente, ma il suo presente, ossia come questi si sta comportando con il nuovo datore di lavoro. Dunque se la sua condotta è impeccabile e non è mai stata macchiata da procedimenti disciplinari, gli scheletri rimangono dentro l’armadio e, anche se qualcuno apre le ante, il precedente licenziamento non essere una “macchia” sul nuovo rapporto di lavoro.
Con il primo motivo la ricorrente, denunciando violazione e falsa applicazione dell'art. 2119 cod. civ., rileva che, diversamente da quanto sostenuto dalla Corte di merito, la gravità dei fatti doveva essere valutata con riferimento al loro compimento e non alla loro scoperta, avvenuta successivamente, nonché in relazione alla loro portata soggettiva ed oggettiva, alle circostanze in cui erano stati commessi e all'intensità dell'elemento intenzionale. Non poteva pertanto la sentenza impugnata attribuire rilevanza, ai fini dell'esclusione della proporzionalità della sanzione, al comportamento tenuto dal lavoratore nel periodo successivo alla commissione dei fatti oggetto di contestazione. 2. Con il secondo motivo la ricorrente, denunciando violazione e falsa applicazione dell'art. 106 cod. civ. e dell'art. 7 della legge n. 300 del 1970, deduce che di nessun rilievo è la circostanza che il lavoratore non abbia commesso altre mancanze né assume alcuna rilevanza il comportamento tenuto dal lavoratore successivamente ai fatti che diedero luogo alla contestazione. I comportamenti disciplinari in tanto possono assumere rilievo in quanto commessi prima della condotta oggetto della contestazione disciplinare. 3. Con il terzo motivo la ricorrente denuncia omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti (art. 360, primo comma, n. 5, cod. proc. civ.), rilevando che con il ricorso in appello era stata dedotta anche la lesione dell'immagine aziendale, essendo stata la società oggetto di critiche da parte di alcune organizzazioni sindacali, circostanza questa non tenuta in considerazione dalla sentenza impugnata. 4. Con il quarto motivo la ricorrente, denunciando violazione e falsa applicazione dell'art. 3 della legge n. 604 del 1966, deduce che il fatto contestato al lavoratore integra quanto meno l'ipotesi del giustificato motivo soggettivo del licenziamento, ove la condotta a lui ascritta non sia sussumibile sotto la fattispecie della giusta causa. 5. Il ricorso, i cui motivi vanno trattati congiuntamente in ragione della loro connessione, non è fondato. La Corte di merito ha ritenuto che la sanzione espulsiva non fosse proporzionata alla violazione commessa ed ha aggiunto che, se è pur vero che la condotta addebitata al lavoratore in occasione della prima assunzione a tempo determinato - consistente nell'aver taciuto di essere stato in precedenza licenziato per giusta causa da altro datore di lavoro -, poteva assumere rilevanza sulla complessiva valutazione dell'azienda circa l'affidabilità che il datore di lavoro deve riporre sui propri dipendenti, tuttavia essa non era tale da ledere irrimediabilmente la fiducia che sta alla base del rapporto di lavoro. Il lavoratore aveva infatti dimostrato, nel corso del rapporto (a termine e a tempo indeterminato), assoluta correttezza e diligenza nello svolgimento dell'attività lavorativa e non aveva mai dato adito a rilievi di sorta, dimostrandosi professionalmente idoneo. La Corte territoriale ha dunque verificato la condotta del lavoratore con riferimento ai fatti che avevano determinato il licenziamento, ritenendo che non fossero tali da giustificare il recesso, tenuto anche conto che nel corso del rapporto il lavoratore, addetto al maneggio del denaro, quale esattore, aveva dimostrato di adempiere diligentemente ai doveri fondamentali posti a carico del prestatore di lavoro, onde, la mancanza commessa, valutata in relazione a tale diligente comportamento, non rivestiva il carattere di grave negazione degli elementi essenziali del rapporto di lavoro, anche sotto il profilo del giustificato motivo soggettivo. In sostanza la sentenza impugnata, per stabilire se la lesione dell'elemento fiduciario, su cui si basa la collaborazione del prestatore di lavoro, fosse tale in concreto da giustificare la massima sanzione espulsiva, ha valorizzato la diligente e corretta condotta tenuta dal lavoratore nel corso del rapporto, anche in relazione alle delicate mansioni di esattore da lui espletate, ritenendo che nel giudizio di proporzionalità tra infrazione e sanzione disciplinare, essa costituiva elemento rilevante, dal quale non si poteva prescindere. La valutazione che precede, in quanto priva di errori logici e giuridici, si sottrae alle censure che le vengono mosse, dovendosi peraltro aggiungere, per completezza, che l'assunzione a tempo indeterminato del lavoratore non fu determinata dalla condotta reticente tenuta dal medesimo nel formulare il questionario relativo alle sue pregresse esperienze lavorative. Ed infatti, come risulta dalla sentenza impugnata, le parti in data 7 novembre 2008 sottoscrissero un verbale in sede sindacale, con il quale veniva transatta e conciliata "ogni pretesa derivante dai precedenti rapporti a termine a fronte dell'assunzione a tempo indeterminato quale esattore, con orario di tempo parziale, assunzione che aveva effettivamente luogo in data 8.11.07". Tale assunzione dunque avvenne non già perché la società fu indotta in errore dal dipendente, ma in forza della rinuncia del medesimo ad ogni pretesa derivante dai pregressi rapporti di lavoro, con esclusione quindi di ogni collegamento fra i due eventi. Il ricorso deve pertanto essere respinto.
Non v'è luogo a provvedere sulle spese del presente giudizio, essendo il lavoratore rimasto intimato. P.Q.M. La Corte rigetta il ricorso, Nulla per le spese.