Source: http://www.slideshare.net/orianacrocano/mobbing-corte-supremadicassazione
Timestamp: 2017-02-19 19:47:25+00:00
Document Index: 143495455

Matched Legal Cases: ['e contrario', 'art. 118', 'art. 168', 'art. 122', 'art. 4', 'art. 618', 'art. 75', 'art. 67', 'art. 80', 'art. 1', 'art. 16', 'art. 2087', 'art. 2049', 'art. 2', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 7', 'art. 8', 'art. 10', 'art. 11', 'sentenza ', 'art. 10', 'sentenza ', 'art. 139', 'art. 13', 'art. 6', 'art. 610', 'art. 582', 'art. 586', 'art. 580', 'art. 660', 'art. 609', 'art.\n572', 'art. 323', 'art. 15', 'art. 61', 'sentenza ', 'art. 572', 'art. 571', 'art. 572', 'art. 572', 'art. 56', 'art. 7', 'art. 33', 'art. 69', 'art. 41', 'sentenza ', 'art. 2087', 'sentenza ', 'art. 2087', 'art. 2087', 'sentenza ', 'art. 421', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2087', 'art. 2049', 'sentenza ', 'art. 2087', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE – RELAZIONE TEMATICA: TUTELA DELLE CONDIZ…
CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE – RELAZIONE TEMATICA: TUTELA DELLE CONDIZIONI DI LAVORO/CONDOTTA IDONEA A DETERMINARE UNA CONDIZIONE DI "MOBBING" DEL LAVORATORE
RELAZIONE TEMATICA - LAVORO - LAVORO SUBORDINATO - DIRITTI ED OBBLIGHI DEL DATORE E DEL PRESTATORE DI LAVORO - TUTELA DELLE CONDIZIONI DI LAVORO - CONDOTTA IDONEA A DETERMINARE UNA CONDIZIONE DI "MOBBING" DEL LAVORATORE – MOBBING VERTICALE E MOBBING ORIZZONTALE – RESPONSABILITÀ
Oggetto: LAVORO - LAVORO SUBORDINATO - DIRITTI ED OBBLIGHI
DEL DATORE E DEL PRESTATORE DI LAVORO - TUTELA DELLE
CONDIZIONI DI LAVORO - Condotta
idonea a determinare una
condizione di "mobbing" del lavoratore – Mobbing verticale e mobbing
orizzontale - Responsabilità.
È noto che la sociologia ha mutuato il termine mobbing da una branca
dell’etologia per designare un complesso fenomeno consistente in una serie di atti o
comportamenti vessatori, protratti nel tempo, posti in essere nei confronti di un
lavoratore da parte dei componenti del gruppo di lavoro in cui è inserito o dal suo
capo, caratterizzati da un intento di persecuzione ed emarginazione finalizzato
all’obiettivo primario di escludere la vittima dal gruppo.
Le forme che il mobbing può assumere sul posto di lavoro nei confronti di un
lavoratore sono diverse, e possono consistere in:
d) minacce od atteggiamenti miranti ad intimorire ingiustamente od avvilire, anche
in forma velata ed indiretta;
f) delegittimazione dell'immagine, anche di fronte a colleghi ed a soggetti estranei
all'impresa, ente od amministrazione;
g) esclusione od immotivata marginalizzazione dall'attività lavorativa ovvero
svuotamento delle mansioni;
h) attribuzione di compiti esorbitanti od eccessivi, e comunque idonei a provocare
seri disagi in relazione alle condizioni fisiche e psicologiche del lavoratore;
i) attribuzione di compiti dequalificanti in relazione al profilo professionale
l) impedimento sistematico ed immotivato all'accesso a notizie ed informazioni
inerenti l'ordinaria attività di lavoro;
m) marginalizzazione immotivata del lavoratore rispetto ad iniziative formative, di
riqualificazione e di aggiornamento professionale;
n) esercizio esasperato ed eccessivo di forme di controllo nei confronti del
lavoratore, idonee a produrre danni o seri disagi;
o) atti vessatori correlati alla sfera privata del lavoratore, consistenti in
In ogni caso, la fattispecie assume rilevanza, secondo gli studi di settore, una volta
che gli atti di persecuzione acquistino i requisiti della sistematicità e della durata, per
quanto non si esclude che anche un singolo atto lesivo possa rilevare ove i reltivi
effetti siano duraturi.
Secondo un sondaggio (all. 1 e 2) svolto tra 21.500 lavoratori dalla Fondazione
europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro (Fondazione di
Dublino), nel corso del 2000 l'8% dei lavoratori dell'Unione europea, pari a 12 milioni
di persone, è stato vittima di mobbing sul posto di lavoro, e si può presupporre che il
dato sia notevolmente sottostimato. Se ciò è vero, e il fenomeno è diffuso nella realtà
lavorativa pubblica e privata, i casi di mobbing emersi a livello giurisprudenziale non
sono invece molti, ed ancor meno quelli conclusisi con il riconoscimento del
fenomeno e l'attribuzione di tutela giurisdizionale al lavoratore ricorrente.
A livello internazionale, hanno cominciato ad interessarsi al problema le grandi
organizzazioni specializzate dell’ONU, come l’Organizzazione mondiale della sanità
(OMS) e, soprattutto, l’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) che ha
promosso azioni contro la violenza sul luogo di lavoro. Quest’ultima, in uno studio
(promosso nel corso della “Conferenza internazionale sul trauma sul luogo di lavoro” tenutasi
l’8 e 9 novembre 2000 a Johannesburg), intitolato “La violenza sul lavoro: la minaccia
globale”, da cui è emerso un nuovo approccio alla violenza sul lavoro, che attribuisce
uguale enfasi sia ai comportamenti lesivi dell’integrità fisica del lavoratore, sia a quelli
che mirano ad intaccare il suo equilibrio psicologico.
In ambito europeo, il 16 luglio 2001 la Commissione occupazione ed affari
sociali del Parlamento europeo, ha presentato una relazione sul mobbing sul posto di
lavoro (A5-0283/2000: all.3) sulle problematiche del mobbing nella quale analizza il
fenomeno sotto vari punti di vista: definizione del fenomeno, ricerca delle cause della
sua rapida espansione, individuazione degli effetti sulla salute del lavoratore e
sull’efficiente ed economica organizzazione delle aziende, ricerca di strumenti efficaci
per contrastarlo. Da un punto di vista più strettamente giuridico, la relazione
evidenzia la necessità di chiarire se la vigente direttiva quadro per la salute e la
sicurezza sul lavoro, la n. 89/391/CEE, possa essere interpretata estensivamente in
modo da ricomprendere nel suo ambito applicativo anche i casi di mobbing. La
relazione è stata quindi allegata alla Risoluzione sul mobbing che nel settembre 2001 il
Parlamento europeo ha approvato (2001/2339(INI): all.3).
Con tale risoluzione, si è evidenziata la necessità per gli Stati membri di
approfondire lo studio del fenomeno delle violenze psicologiche in ambito lavorativo,
al fine di pervenire ad una comune definizione della fattispecie del mobbing e creare
una più solida base statistica sulla sua diffusione. In particolare, il Parlamento ha
esortato gli Stati membri, le parti sociali e le istituzioni comunitarie a farsi carico di
questa problematica invitando la Commissione ad un’analisi dettagliata sulla situazione
del mobbing negli ambienti lavorativi con riferimento ad ogni Stato membro e ad un
programma d’azione concernente le misure comunitarie contro il mobbing.
La risoluzione ha evidenziato, tra l’altro, che dai dati provenienti da uno degli Stati
membri risulta che i casi di mobbing sono di gran lunga più frequenti nelle professioni
caratterizzate da un elevato livello di tensione, professioni esercitate più comunemente
da donne che da uomini e che hanno conosciuto una grande espansione nel corso
degli anni 90, ed ha sottolineato che gli studi e l'esperienza empirica convergono nel
rilevare un chiaro nesso tra, da una parte, il fenomeno del mobbing nella vita
professionale e, dall'altra, lo stress o il lavoro ad elevato grado di tensione, l'aumento
della competizione, la riduzione della sicurezza dell'impiego nonché l'incertezza dei
compiti professionali.
Sono degni di specifica menzione, in particolare, due richiami dell’atto, uno volto
ad evidenziare che tra le cause del mobbing vanno ad esempio annoverate le carenze a
livello di organizzazione lavorativa, di informazione interna e di direzione, e che
problemi organizzativi irrisolti e di lunga durata si traducono in pesanti pressioni sui
gruppi di lavoro e possono condurre all'adozione della logica del "capro espiatorio" e
al mobbing; l’altro secondo il quale il continuo aumento dei contratti a termine e della
precarietà del lavoro, in particolare tra le donne, crea condizioni propizie alla pratica di
varie forme di molestia.
La risoluzione ha quindi esortato gli Stati membri a rivedere e, se del caso, a
completare la propria legislazione vigente sotto il profilo della lotta contro il mobbing
e le molestie sessuali sul posto di lavoro, nonché a verificare e ad uniformare la
definizione della fattispecie del "mobbing"; ha inoltre raccomandato agli Stati membri
di imporre alle imprese, ai pubblici poteri nonché alle parti sociali l'attuazione di
politiche di prevenzione efficaci, l'introduzione di un sistema di scambio di esperienze
e l'individuazione di procedure atte a risolvere il problema per le vittime e ad evitare
sue recrudescenze; ha raccomandato, in tale contesto, la messa a punto di
un'informazione e di una formazione dei lavoratori dipendenti, del personale di
inquadramento, delle parti sociali e dei medici del lavoro, sia nel settore privato che
nel settore pubblico, ricordando a tale proposito la possibilità di nominare sul luogo di
lavoro una persona di fiducia alla quale i lavoratori possono eventualmente rivolgersi.
Infine, ha esortato la Commissione ad esaminare la possibilità di chiarificare o
estendere il campo di applicazione della direttiva quadro per la salute e la sicurezza sul
lavoro oppure di elaborare una nuova direttiva quadro, come strumento giuridico per
combattere il fenomeno delle molestie, nonché come meccanismo di difesa del
rispetto della dignità della persona del lavoratore, della sua intimità e del suo onore,
sottolineando sia l’importanza dell’adozione di misure preventive, sia l’importanza
dell’ampliamento della responsabilità del datore di lavoro in ordine alla messa in atto
di misure sistematiche atte a creare un ambiente di lavoro soddisfacente.
Inoltre, il Parlamento europeo ha già provveduto all’istituzione, nell’ambito della
propria organizzazione interna, di un apposito Comitato consultativo sulle molestie
morali che, in base all’articolo 3 del suo regolamento «ha come compito principale la
prevenzione da ogni azione verbale, fisica e professionale costituente molestia morale contro il
personale, funzionari ed agenti, del Parlamento europeo. Il comitato sulla base delle denunce, delle
segnalazioni ricevute o di propria iniziativa, dispone l’audizione dei denuncianti e di ogni altra
persona reputata utile ai fini dell’istruzione della pratica».
Qualche riferimento indiretto al mobbing emerge da alcuni documenti comunitari
relativi ai settori della tutela della salute e sicurezza dei lavoratori, delle condizioni di
lavoro, del rispetto e della dignità dell’individuo, e della parità di trattamento 1 .
In particolare, si richiamano:
- la direttiva 76/207/CEE del Consiglio del 9 febbraio 1976 relativa all’applicazione del principio di uguaglianza tra
uomini e donne per quanto concerne l’impiego, la formazione, la promozione professionale e le condizioni di
- la direttiva quadro 89/391/CEE del Consiglio del 12 giugno 1989, relativa all’applicazione delle misure finalizzate
alla promozione del miglioramento della sicurezza e salute dei lavoratori sul lavoro;
- la risoluzione del Consiglio del 29 maggio 1990, concernente la protezione della dignità della donna e dell’uomo al
lavoro secondo la quale “ogni comportamento indesiderato a connotazione sessuale, o qualsiasi altro
comportamento basato sul sesso, che offenda la dignità degli uomini e delle donne nel mondo del lavoro, può in
determinate circostanze essere contrario al principio della parità di trattamento ai sensi degli articoli 3, 4 e 5 della
Direttiva del Consiglio 76/207/CEE". La medesima risoluzione contempla, inoltre, l'ipotesi della creazione di un
"ambiente di lavoro intimidatorio, ostile o umiliante" (c.d. molestia ambientale);
In materia è intervenuta anche la Corte di Giustizia delle Comunità Europee in
una sua pronuncia del 12 novembre 1996, C-84/94, Regno Unito/Consiglio, nella
quale si è occupata indirettamente di mobbing quando, richiesta di chiarire le nozioni
di “ambiente di lavoro” “sicurezza” e “salute” richiamate dall’art. 118A del trattato
UE, ha fornito un'interpretazione molto ampia del concetto di ambiente di lavoro e
delle sue implicazioni di natura psicologica, avvicinandosi alla concezione scandinava
dell'ambiente di lavoro, particolarmente attenta all'integrazione psicosociale del
lavoratore nella comunità di lavoro.
Quanto alla tutela giuridica contro il mobbing al di fuori dell’Europa, negli USA vi
è una ricca disciplina antidiscriminatoria che costituisce la base della tutela contro il
mobbing, che non è tuttavia disciplinato a livello federale.
Particolarmente utile al riguardo si è dimostrato il Titolo VII del “Civil Rights Act”
del 1964” in base al quale “è illegittima ogni pratica lavorativa posta in essere dal datore di
lavoro per licenziare o sottoporre il lavoratore a trattamenti discriminatori in relazione a retribuzione,
condizioni, termini o trattamenti privilegiati (benefits) a causa della sua razza, colore della pelle,
religione, sesso o nazionalità”.
Da qualche anno la Suprema Corte degli Stati Uniti ha cominciato a
ricomprendere nella tutela di cui al Titolo VII del “Civil Right Act” anche il c.d. hostile
environment, ossia i casi in cui il lavoratore sia costretto a prestare la propria attività
lavorativa in un ambiente ostile a causa delle continue intimidazioni, offese, scherni ed
insulti che permeano l’ambiente lavorativo e che comportano l’alterazione delle stesse
condizioni di lavoro. Ai fini della qualificazione di un ambiente come ostile, la
Suprema Corte richiede i seguenti requisiti: ripetitività e gravità della condotta,
carattere minaccioso in senso fisico o umiliante della condotta (la quale può essere
costituita anche soltanto con espressioni offensive); irragionevole interferenza della
condotta con la performance lavorativa. In giurisprudenza, si richiamano in proposito le
sentenze della U.S. Supreme Court del 1998, Burlington Industries v. Ellerth e
Faragher v. City of Boca Raton, ove si è esteso il concetto di hostile environment fino a
ricomprendervi oggettivamente i fatti posti in essee dai dipendenti nei confronti dei
Questo tipo di interpretazione costituisce del resto la base giuridica da sempre
utilizzata dalle corti americane per la tutela contro le molestie sessuali e potrà ora
essere esteso con altrettanto successo anche al mobbing.
Una forma di tutela più specifica contro il mobbing è stata, invece, rinvenuta nelle
recenti norme che alcuni Stati Americani (Ontario, Oregon, Arizona, California,
- la raccomandazione 92/131/CEE della Commissione del 27 novembre 1991, sulla protezione della dignità degli
uomini e delle donne al lavoro alla quale è allegato un codice di condotta su come evitare e combattere le molestie
- la direttiva 2000/43/CE del Consiglio del 29 giugno 2000, relativa all’applicazione del principio di uguaglianza di
trattamento delle persone indipendentemente dall’origine razziale o etnica;
- la direttiva 2000/78/CE, del Consiglio del 27 novembre 2000, che stabilisce un quadro generale per la parità di
trattamento in materia di occupazione e condizioni di lavoro e per la quale le molestie sono da considerarsi una
discriminazione in caso di comportamento indesiderato adottato sulla base della religione o delle convinzioni
personali, degli handicap, dell’età o delle tendenze sessuali e avente lo scopo o l’effetto di violare la dignità di una
persona e di creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante od offensivo.
Iowa, Wyoming) hanno introdotto nei loro ordinamenti volte diciplinare la workplace
violence, a definire una antimobbing policy ed infine a riconoscere espressamente ai
lavoratori il diritto ad ottenere il risarcimento per i danni mentali (mental injury) patiti in
conseguenza dello stress lavorativo o dell’esposizione ad altri stimoli mentali nei
luoghi di lavoro. In questi casi il risarcimento del danno spetta indipendentemente dal
fatto che il soggetto abbia anche riportato danni fisici.
Nelle singole legislazioni nazionali dei Paesi europei, la Svezia è stata il primo
Paese europeo a dotarsi di una legge nazionale sul mobbing.
L’Ente nazionale per la salute e la sicurezza svedese (Arbetaskyddsstyrelsen) ha
emanato, in data 21 settembre 1993, una specifica ordinanza (AFS 1993/17), entrata
in vigore il 31 marzo 1994, recante misure contro qualsivoglia forma di «persecuzione
psicologica» negli ambienti di lavoro. A questa, sono poi seguiti, nel 1997, nuovi atti
dispositivi relativi alle misure da adottare contro le forme di persecuzione psicologica
L'ordinanza fornisce ai datori di lavoro precise indicazioni su come affrontare il
problema della persecuzione psicologica in via preventiva attraverso il sostegno dei
comitati aziendali e l'interazione continua tra la dirigenza e i dipendenti. In particolare
l’ordinanza prevede alcuni principi fondamentali cui i datori di lavoro devono
attenersi nell’organizzazione dell’attività lavorativa della loro azienda:
1) il datore di lavoro è tenuto a pianificare ed organizzare il lavoro in modo da
prevenire, per quanto possibile, ogni forma di persecuzione nei luoghi di lavoro;
2) il datore di lavoro deve informare i lavoratori, con forme adeguate ed
inequivocabili, che queste forme di persecuzione non possono essere assolutamente
tollerate nel corso dell'attività lavorativa;
3) devono essere previste procedure idonee ad individuare immediatamente i
sintomi di condizioni di lavoro persecutorie, l'esistenza di problemi inerenti
all'organizzazione del lavoro o eventuali carenze per quanto riguarda la cooperazione
che possono costituire il terreno adatto all'insorgere di forme di persecuzione
psicologica durante l'attività lavorativa;
4) qualora poi, nonostante l’attività preventiva, si verifichino ugualmente
fenomeni di mobbing, dovranno essere adottate immediatamente efficaci
contromisure volte anche ad individuare le eventuali carenze organizzative causa
dell’insorgere del fenomeno;
5) il datore di lavoro dovrà, infine, prevedere forme di aiuto specifico ed
immediato per le vittime del mobbing.
Diversamente, la Norvegia ha preferito optare per una tutela a livello legislativo
del mobbing attraverso l’introduzione del paragrafo 12 della legge 24 giugno 1994, n.
41, (Arbeidsmiljoven) che così recita: “Le tecnologie, l’organizzazione del lavoro, gli orari di
lavoro ed i sistemi retributivi devono essere disposti in modo da non esporre i lavoratori a gravosi
sforzi fisici o psichici” e che “I lavoratori non devono essere esposti a molestie o ad altri
comportamenti sconvenienti”.
In Francia, nel 2000, è stata votata la legge “lutte contre le harcèlement moral au travail”
(l. 202-73, ritenuta conforme alla Costituzione dal Conseil constitutionnel 12 gennaio
2002, n. 2001-455), specifica sul mobbing, ove il fenomeno viene definito come un
“insieme di azioni ripetute di violenza morale che hanno per oggetto e per effetto la degradazione delle
condizioni di lavoro suscettibile di recare offesa ai diritti e alla dignità del salariato, di alterare la sua
salute psicologica o mentale e compromettere il suo avvenire professionale” (art. 168-180).
Vi si stabilisce (nuovo art. 122-49 cod. trav.) che: “Nessun lavoratore deve subire atti
ripetuti di molestia morale che hanno per oggetto o per effetto un degrado delle condizioni di lavoro
suscettibili di ledere i diritti e la dignità del lavoratore, di alterare la sua salute fisica o mentale o di
compromettere il suo avvenire professionale. Nessun lavoratore può essere sanzionato, licenziato o
essere oggetto di misure discriminatorie, dirette o indirette, in particolare modo in materia di
remunerazione, di formazione, di riclassificazione, di qualificazione , di promozione professionale, di
mutamento o rinnovazione del contratto, per aver subito, o rifiutato di subire, i comportamenti definiti
nel comma precedente o per aver testimoniato su tali comportamenti o averli riferiti”.
Le due peculiarità di maggior interesse riguardano l’introduzione dell’istituto della
c.d. inversione dell’onere della prova (in realtà si tratta di una agevolazione probatoria
per cui è sufficiente che il lavoratore adduca elementi di fatto che lascino supporre
l’esistenza della molestia ripetuta ed è il soggetto accusato di aver posto in essere
azioni dirette o indirette di violenza morale in ambito lavorativo a dover dimostrare
l’estraneità a qualsiasi forma di responsabilità) e la previsione di apposite sanzioni
civilistiche e penali su fatti costituenti mobbing. In particolare, sotto tale profilo, la
legge prevede, quale rimedio generale la nullità per ogni atto di modificazione
contrattuale in peius delle condizioni lavorative del dipendente (mansioni,
rimunerazione, assegnazione, destinazione, trasferimenti), per ogni atto di rottura del
rapporto di lavoro (dimissioni o licenziamenti), per le sanzioni disciplinari qualora
siano in qualche modo ricollegabili a pratiche di mobbing ai danni del lavoratore.
La legge contiene, poi, tutta una serie di disposizioni che mirano a favorire la
prevenzione del fenomeno mobbing nei luoghi di lavoro attraverso l’informazione tra
i vari attori delle relazioni lavorative (datori di lavoro e vertici aziendali, lavoratori,
sindacati), l’attivazione di procedure di conciliazione interne, l’estensione del concetto
di salute del lavoratore anche agli aspetti psichici e psicologici della personalità, la
previsione di un obbligo generale in capo al datore di lavoro di vigilare sul corretto
svolgimento delle relazioni sociali nei luoghi di lavoro
e di adottare le misure, anche di tipo disciplinare, che prevengano comportamenti
vessatori ai danni dei lavoratori.
La nuova legge prevede, inoltre, l’introduzione di un’apposita figura di reato
dedicata al mobbing con l’inserimento nel codice penale francese di una nuova
sezione intitolata, per l’appunto, all’harcèlement moral e di un articolo, il 222-33-2,
che sanzionava espressamente “il fatto di molestare gli altri attraverso comportamenti ripetuti
aventi per oggetto o per effetto una degradazione delle condizioni di lavoro suscettibili di ledere i suoi
diritti e la sua dignità, di alterare la sua salute fisica o mentale o di compromettere il suo avvenire
professionale.”: la pena prevista è della reclusione fino a un anno o la multa di 15.000
La loi n° 2003-6 du 3/1/2003 portant relance de la négociation collective en
matière de licenciements économiques ha disciplinato due aspetti novellando la legge
precedente e in materia di charge de la preuve e di médiation. 2
Anche in Belgio vi è una legge (dell'11 giugno 2002, intitolata Proposition de loi
relative au hacèlement moral par la dègradation dèliberèe des condition de travail) per
regolamentare il fenomeno attraverso la previsione dell’obbligo per il datore di lavoro
di designare, in accordo con i rappresentanti dei lavoratori, un Consigliere per la
prevenzione (interno od esterno a seconda delle dimensione dell’impresa) con
specifiche competenze psico-sociali in particolare riferite all’ambiente lavorativo. Le
imprese al di sopra di 20 dipendenti, qualunque sia il settore di attività, dovranno
disporre del servizio interno di prevenzione, mentre quelle con meno di 20 dipendenti
che ne sono prive saranno affiliate ad un servizio esterno di prevenzione interaziendale che raggruppa specialisti di cinque discipline (medicina del lavoro, sicurezza,
igiene industriale, ergonomia e psicologia). Da alcuni anni, poi, grazie all’azione svolta
dal sindacato, si è costituita presso i servizi pubblici per la prevenzione e protezione
sul lavoro, una commissione “d’avviso” composta da rappresentanti dei lavoratori e
dei datori di lavoro, con lo scopo di offrire ai lavoratori vittime del mobbing
un’assistenza al di fuori della realtà lavorativa.
In Spagna, in data 23 novembre 2001, sono state presentate al Congreso de los
Deputatos, da parte del Gruppo parlamentare socialista, due nuove proposte di legge
(la n. 122/000157 intitolata “derecho a no sufrir acoso moral en el trabajo” e la n.
122/000158 intitolata “Organica por la que se incluye un articulo 314 bis en el Codigo Penal
tipiticando el acoso moral en el trabajo” miranti a regolare normativamente l’ acoso moral e, in
data 14 aprile 2001, il Parlamento catalano ha esamninato una proposta sul mobbing,
con la quale quale, tra l’altro, si vuole modificare l’attuale legge di prevenzione dei
rischi lavorativi in modo da includere la prevenzione dell’acoso moral tra le
obbligazioni del datore di lavoro.
Forme alternative di tutela giuridica contro il mobbing possono poi trarsi da
normative di portata generale come lo Statuto dei Lavoratori (Estatuto de los Trabajores ET), nella legge di prevenzione dei rischi lavorativi (Ley de Prevenciòn des Riesgos
Laborales – LPRL) (artt. 4.2.d e 4.2.e), che stabiliscono rispettivamente il diritto del
lavoratore alla sua integrità fisica e al rispetto della sua intimità e dignità compresa la
protezione contro offese verbali o fisiche di natura sessuale.
Sotto il primo profilo (Article L. 122-52 nouveau (dispositif sur la charge de la preuve), si prevede che "En cas de
litige relatif à l'application des articles L. 122-46 et L. 122-49, dès lors que le salarié concerné établit des faits qui
permettent de présumer l'existence d'un harcèlement, il incombe à la partie défenderesse, au vu de ces éléments, de
prouver que ces agissements ne sont pas constitutifs d'un tel harcèlement et que sa décision est justifiée par des
éléments objectifs étrangers à tout harcèlement. Le juge forme sa conviction après avoir ordonné, en cas de besoin,
utiles".
Sotto il secondo profilo (L. 122-54 nouveau (dispositif sur la médiation), si disciplina il nuovo istituto della
mediazione: "Une procédure de médiation peut être engagée par toute personne de l'entreprise s'estimant victime de
harcèlement moral. Elle peut être également mise en oeuvre par la personne mise en cause. Le choix du médiateur
fait l'objet d'un accord entre les parties".
Per “rischio derivante dal lavoro” si deve intendere, ai sensi dell’art. 4.2 LPRL, “la
possibilità che un lavoratore soffra un determinato danno in conseguenza del lavoro” e per “danno
derivante dal lavoro”, “tutte le infermità, patologie o lesioni sofferte a causa o in occasione del lavoro”
comprese a pieno titolo le lesioni di natura psicologiche.
In Germania, pur non essendoci ancora alcuna legge specifica, alla Volkswagen
nel 1996 è stato firmato un accordo tra azienda e sindacato con l’obiettivo di
prevenire molestie sessuali, mobbing ed ogni forma di discriminazione al fine di creare
un clima di lavoro positivo basato sulla reciproca collaborazione.
Oltre all’art. 618 del codice civile tedesco (Burgerliches Gesetzbuch), che stabilisce
l’obbligo generale di adozione delle misure di sicurezza, la legge sulla sicurezza sul
lavoro (Arbeitsschutzgesetz) del 7 agosto 1996 affronta indirettamente la questione del
mobbing laddove si occupa dei difetti organizzativi del lavoro, delle manchevolezze
nella conduzione aziendale e dei complessi rapporti sociali, che possono essere alla
base dei danni alla salute.
Una tutela più specifica contro i fenomeni del mobbing nei luoghi di lavoro viene
fornita da normative più specifiche come il Betriebsverfassungsgesetz (BetrVG) del 23
dicembre 1988 (legge costituzionale sullo statuto delle imprese), il "Hessisches
Personalvertretungsgesetz" (HPVG) ed il "Bundes Personalvertretungsgesetz" (BpersVG che
contiene principi per il trattamento dei dipendenti).Si tratta per lo più di forme di cura
ed assistenza preventiva contro il mobbing, stabilendosi dall'art. 75 del BetrVG e
dall'art. 67 del BpersVG che il datore di lavoro ed il Consiglio d'azienda sono tenuti a
tutelare e a promuovere la libera espressione della personalità dei dipendenti
dell'azienda. In particolare è previsto che il Consiglio d'amministrazione (Betriebsrat)
e i datori di lavoro siano obbligati a tenere colloqui mensili e ad attivare eventuali
procedure di conciliazione all’interno dell’azienda.
L’art. 80 del BetrVG attribuisce, poi, al Consiglio d’azienda il compito di proporre
al datore di lavoro le misure che possano servire all'azienda e alla comunità; misure
che il datore di lavoro è obbligato ad adottare. Gli artt. 62 del HPVG e 68 del
BpersVG, inoltre, riconoscono: 1) il diritto del datore di lavoro, nell’ambito del suo
potere-dovere di sorveglianza, di interrogare i dipendenti, anche attraverso questionari
anonimi, sui comportamenti adottati sui luoghi di lavoro e in generale su ogni
elemento che potrebbe avere attinenza con eventuali fenomeni di mobbing
nell'ambiente di lavoro; 2) il diritto dei lavoratori a ricorrere al datore di lavoro contro
comportamenti mobbizzanti; 3) il dovere del Consiglio di prendere in esame tali
ricorsi con la possibilità di autorizzare il datore di lavoro a raggiungere forme di
conciliazione. Il Betriebsverfassungsgesetz (BetrVG) riconosce a tutti il diritto di
ricorrere al datore di lavoro.
Infine, l’104 del BetrVG che prevede che il Consiglio d'azienda possa pretendere
l'allontanamento o anche il licenziamento del lavoratore che abbia disturbato la pace
aziendale ripetutamente e volontariamente.
In Svizzera non vi è una disciplina specifica del mobbing a livello legislativo, ma
vi è una disciplina sulla sicurezza nel lavoro molto evoluta che permette di offrire
tutela al lavoratore mobbizzzato.
In caso di violazione della disciplina sulla sicurezza sul lavoro, il lavoratore può
rivolgersi all’Ispettorato del lavoro cantonale, competente per l’applicazione di tutte le
disposizioni in materia di legge federale sul lavoro, affinché intervenga per far cessare
le offese alla sua personalità. L’Ispettorato di Ginevra, denominato “Office Cantonal de
l’inspection et des relations du travail” (OCIRT), ha emanato un’apposita “brochure” per
regolare le procedure da seguire nei casi di “sofferenza psicologica sul lavoro (mobbing)”,
nella quale viene stabilito che ogni qual volta il lavoratore lamenti di aver subito
molestie morali sul lavoro, sarà tenuto a specificare, in un apposito documento, a che
tipo di molestia morale, tra i 45 atti di mobbing individuati dal Leymann, è stato
sottoposto e, se possibile, dovrà indicare anche la data di accadimento di ognuno di
essi. Sulla base della denuncia presentata l’OCIRT procederà, quindi, all’effettuazione
di un’inchiesta all’interno dell’azienda in questione, al fine di accertare la fondatezza
delle accuse esposte dal lavoratore e di far prendere coscienza ai vertici aziendali delle
responsabilità che essi hanno in queste situazioni. Una volta accertata l’offesa alla
personalità del soggetto, l’OCIRT potrà richiedere alla direzione aziendale la
cessazione dei comportamenti ostili negoziando eventualmente con essa le
contromisure da adottare per evitare che simili situazioni si ripetano in futuro. Se,
però, l’azienda si rifiuta di collaborare, l’OCIRT di fatto non dispone di alcun potere
Un’esplicita menzione del termine mobbing è rinvenibile poi in Austria,
all’interno del piano d’azione per la parità uomo-donna approvato il 16 maggio 1998,
che così recita: “tra i comportamenti che ledono la dignità delle donne e degli uomini nel luogo di
lavoro vanno annoverati in particolare le espressioni denigratorie, il mobbing e la molestia sessuale. Le
collaboratrici devono essere edotte sulle possibilità giuridiche di tutela delle molestie sessuali”.
In Gran Bretagna è in discussione una proposta di legge che dispone l'adozione
da parte del datore di lavoro di una politica mirata a prevenire il fenomeno da
sottoporre alla consultazione dei rappresentanti sindacali e dei rappresentanti dei
lavoratori per la sicurezza. Il progetto di legge per la tutela della dignità del lavoratore
nei luoghi di lavoro, “The Dignity at Work Bill”, che stabilisce all’art. 1 che “ogni
lavoratore ha diritto al rispetto della propria dignità sul lavoro”. Il datore di lavoro viene
considerato responsabile di violazione di tale diritto “ogni qual volta il lavoratore venga
esposto, durante il rapporto di lavoro, a molestia da parte dello stesso datore di lavoro o al bullying o
ad ogni altro atto, omissione o condotta che causi la stessa”.
Aggiungendosi alla tutela offerta dal Sex Discrimination Act del 1977 e dall’ Health
and Safety at work Act del 1974, la disciplina introdotta dal Protection from Harassment Act
e dall’ Employment relations Act del 1997 rappresenta la principale disciplina britannica
per la protezione contro le molestie morali ai danni di un soggetto ed è fondata sul
principio generale in base al quale: "una persona non deve porre in essere una condotta che
possa risultare molesta nei confronti di un'altra persona e di cui egli conosca o debba conoscere il
carattere molesto".
Venendo ora ad esaminare la situazione normativa italiana, va evindeziato che a
livello nazionale non vi sono allo stato normative specificamente rivolte a disciplinare
il fenomeno del mobbing, ma solo -e da diversi anni- alcuni disegni e proposte di
legge (su cui si dirà infra).
Va peraltro ricordato che di molestie sul lavoro si parla nella disciplina, di rango
legislativo e di derivazione comunitaria, antidiscriminatoria.
Infatti, la nozione comunitaria di discriminazione, recepita dal nostro
ordinamento nei decreti legislativi 215 e 216 del 2003, include le molestie e l'ordine di
discriminazione (a prescindere dalla sua esecuzione) a causa dei motivi tipizzati: "le
molestie sono da considerarsi una discriminazione in caso di comportamento indesiderato adottato e
avente lo scopo o l'effetto di violare la dignità di una persona e di creare un clima intimidatorio, ostile,
degradante, umiliante od offensivo”.
Sotto il profilo pratico, l'equiparazione della molestia alla discriminazione
consente l'applicazione del regime probatorio agevolato e l'apparato sanzionatorio
particolarmente incisivo previsto dalla disciplina antidiscriminatoria.
Peraltro, va ricordato che le fonti normative prevedono espressamente i motivi
rilevanti per configurare una discriminazione: nella disciplina comunitaria, e poi nei
decreti di recepimento, si tratta delle razza, origine etnica, religione, convinzioni
personali, handicap, età, sesso, tendenze sessuali; nella disciplina nazionale, oltre ai
predetti motivi, rilevano lingua, credo politico, credo religioso, appartenenza
sindacale, partecipazione ad attività sindacali, sieropositività.
Si tratta qui dei motivi tipici di discriminazione, ossia dei motivi a base degli atti o
comportamenti che l'ordinamento qualifica in senso tecnico come discriminatori
approntandovi una tutela specifica.
Altro aspetto disciplinato dal legislatore nazionale che può avere rilevanza
indiretta ai fini del mobbing è dato dalla disciplina sulla sicurezza sul lavoro,
dettata da ultimo dal decreto legislativo 9. 4. 2008, n. 81.
Questa non riguarda il mobbing direttamente ma contiene varie norme comunque
utili: basti pensare alla stessa definizione di salute del lavoratore (quale stato di
completo benessere fisico, mentale e sociale, non consistente solo in un'assenza di
malattia o d'infermità) ovvero al contenuto ampio e genrale della «valutazione dei
rischi» cui obbligatoriamente, e con compito e responsabilità non delegabile (art. 16), è
chaiamato il datore di lavoro (che deve effettuare una valutazione globale e
documentata di tutti i rischi per la salute e sicurezza dei lavoratori presenti nell'ambito
dell'organizzazione in cui essi prestano la propria attività, finalizzata ad individuare le
adeguate misure di prevenzione e di protezione e ad elaborare il programma delle
misure atte a garantire il miglioramento nel tempo dei livelli di salute e sicurezza), o
infine all’ambito di applicazione della disciplina sulla sicurezza (che riguarda tutte le
tipologie di rischio, in ogni attività).
Al di fuori di tali norme, vi è poi il principio generale di cui all’art. 2087 cod. civ.
intitolato "tutela delle condizioni di lavoro”, che stabilisce -quale effetto legale del contratto
e non mero effetto naturale, non essendo un obbligo derogabile- l’obbligo del datore
di lavoro di tutelare l’integrità fisica e la personalità morale del prestatore di lavoro; a
tale obbligo si connette poi il combinato disposto degli art. 2049 e 2059 cod.civ., ed il
regime di corresponsabilità del datore di lavoro per i fatti dei propri dipendenti che
cagionino ad altri dipendenti danni non patrimoniali.
Tale disciplina, quale “norma di chiusura” del sistema, pone a carico del datore di
lavoro uno speciale ed autonomo obbligo di protezione della persona del lavoratore e
reca una previsione particolarmente ampia ed elastica, comprensiva non solo del
rispetto delle condizioni e dei limiti imposti dalle leggi e dai regolamenti per la
prevenzione degli infortuni e per l’igiene del lavoro, ma anche dell’introduzione e
manutenzione delle misure idonee, nelle concrete condizioni aziendali, a prevenire
infortuni ed eventuali situazioni di pericolo per il lavoratore, derivanti da fattori
naturali o artificiali di nocività o penosità presenti nell’ambiente di lavoro, e che
possano incidere non solo sul profilo dell’integrità psico-fisica dei lavoratori, ma
anche a quello della loro personalità morale.
Anche il legislatore nazionale si è interessato al mobbing da tempo e, da alcune
legislature, sono stati presentati numerosi progetti di legge: ai primi disegni e
proposte di legge del 1999, se ne sono aggiunti presto altri (fino ad arrivare a 19
nella precedente legislatura, 12 al Senato e 7 alla Camera), e oggi sono all’esame del
Parlamento diversi progetti di legge.
Un esame anche diacronico delle iniziative parlamentari evidenzia la diversità degli
approcci dei vari testi proposti: alcuni progetti di legge affrontano la questione dal
punto di vista penalistico, prevedendo la reclusione e l’interdizione dai pubblici uffici
per chi pone in essere atti di violenza o terrore psicologico, altri si caratterizzano per
la funzione preventiva che intendono svolgere, finalizzata ad informare e
sensibilizzare tutti i soggetti interessati alla gravità del fenomeno del mobbing; altri si
occupano della responsabilità disciplinare in materia, e alcuni delineano anche forme
di tutela giurisdizionale in favore del lavoratore.
A tal proposito, alcuni progetti di legge prevedono una agevolazione della prova
del mobbing e valorizzano in sede probatoria il ricorso alle presunzioni; sotto altro
profilo, alcuni progetti disciplinano un procedimento speciale urgente sulla falsariga di
quello antidiscriminatorio; quanto poi alla tutela, alcuni progetti prevedono l’obbligo
di ripristino delle situazioni professionali colpite, oltre al risarcimento del danno,
anche mediante la pubblicazione della sentenza, ed alla nullità degli atti lesivi.
Dapprima la legge regionale del Lazio 11 luglio 2002, n.16, (all.4) recante
disposizioni per prevenire e contrastare il fenomeno del mobbing nei luoghi di lavoro,
che –con l’elencazione di atti riportata in premessa di tale lavoro- definisce mobbing
(art. 2) “gli atti e comportamenti discriminatori o vessatori protratti nel tempo, posti in essere nei
confronti di lavoratori dipendenti, pubblici o privati, da parte del datore di lavoro o da soggetti posti
in posizione sovraordinata ovvero da altri colleghi, e che si caratterizzano come una vera e propria
forma di persecuzione psicologica o di violenza morale”.
Con sentenza 19 dicembre 2003, n. 359, (all.5) la Corte costituzionale ha
dichiarato l’illegittimità costituzionale in toto della legge della Regione Lazio,
accogliendo il ricorso presentato dalla Presidenza del Consiglio dei ministri: quanto
alle ragioni dell’incostituzionalità della normativa, si è escluso che il mobbing, nei suoi
aspetti generali e per quanto riguarda i principi fondamentali, possa essere oggetto di
discipline territorialmente differenziate, sicché resta precluso alle regioni di
intervenire, in ambiti di potestà normativa concorrente, dettando norme che vanno ad
incidere sul terreno dei principi fondamentali (quali la salvaguardia sul luogo di lavoro
della dignità e dei diritti fondamentali del lavoratore, la tutela della salute e della
sicurezza del lavoro, l’incidenza, sotto il profilo della regolazione degli effetti sul
rapporto di lavoro, nell’ordinamento civile).
Sono invece ancora vigenti altre leggi regionali (che, disciplinando specifici aspetti
del mobbing, hanno invece superato il vaglio di costituzionalità: sentenza Corte cost.
27 gennaio 2006, n. 22, e sentenze 22 giugno 2006, n. 238 e 239) (all. 6-7-8).
La legge Regione Abruzzo 11 agosto 2004, n. 26 (recante intervento della
Regione Abruzzo per contrastare e prevenire il fenomeno mobbing e lo stress psicosociale sui luoghi di lavoro), (all.6) ha istituito un Centro di riferimento regionale
presso l'ASL di Pescara ed un centro di ascolto per ogni altra ASL della Regione, con
compiti di monitoraggio ed analisi del fenomeno mobbing e dello stress psico-sociale
ed assistenza medico-legale e specialistica ai lavoratori in situazioni lavorative
riconducibili a mobbing.
La legge Regione Umbria 28 febbraio 2005, n. 18 (recante tutela della salute
psicofisica della persona sul luogo di lavoro e prevenzione e contrasto dei fenomeni di
mobbing), (all.7) ha promosso la costituzione di sportelli anti-mobbing l'Osservatorio
regionale sul mobbing e altre iniziative di informazione sul mobbing, e soprattutto
azioni di formazione professionale sul fenomeno mobbing, rivolti, in particolare, a
vari operatori pubblici e ad operatori delle associazioni sindacali dei lavoratori e dei
datori di lavoro nonché ai responsabili della gestione del personale nel settore
pubblico e privato, di assistenza medico-legale e psicologica. Si è poi previsto la
concessione di incentivi regionali alla realizzazione di supporti e terapie psicologiche
di sostegno e riabilitazione per il lavoratore vittima del mobbing ed i suoi familiari. Da
ultimo, si è previsto che il Servizio di prevenzione e sicurezza negli ambienti di lavoro,
sulla base delle segnalazioni ricevute o nell'ambito della sua attività istituzionale,
effettua apposite ispezioni nel luogo di lavoro per accertare l'esistenza di azioni di
mobbing e l'eventuale stato di malattia del lavoratore.
La legge Regione Friuli Venezia Giulia 8 aprile 2005, n. 7 (portante interventi
regionali per l’informazione, la prevenzione e la tutela delle lavoratrici e dei lavoratori
dalle molestie morali e psico-fisiche nell’ambiente di lavoro), (all.8) ha promosso la
realizzazione di progetti contro le molestie morali e psico-fisiche sul posto di lavoro,
progetti che possono possono prevedere l'attivazione di appositi centri, dotati di
personale qualificato, di sostegno e di aiuto nei confronti delle lavoratrici e dei
lavoratori, denominati “Punti di Ascolto” Si è previsto poi che un’apposita Agenzia
regionale del lavoro e della formazione professionale compie attivita’ dirette a
migliorare la conoscenza delle problematiche che concorrono a determinare il
fenomeno delle molestie morali e psico-fisiche sul luogo di lavoro e a definire idonee
misure di prevenzione del medesimo.
Da ultimo, il Regolamento Regione Liguria 19 maggio 1997, n. 2, ha dettato
un codice di comportamento contro le molestie e gli atti lesivi della dignità personale
sul luogo di lavoro, prevedendo che “Ciascun dipendente ha diritto al rispetto della propria
dignità personale. Pertanto non sono permesse né tollerate le molestie sessuali, che sì configurano come
comportamenti indesiderati con manifestazioni fisiche, verbali o non verbali ed inoltre ogni altra
molestia derivante da esibizioni del proprio potere o da manifestazioni di ostilità. Tali comportamenti
sono considerati gravi - e i dipendenti hanno il diritto di denunciarli ove si verifichino - in quanto
inquinano l'ambiente di lavoro, ledono la dignità delle persone che li subiscono e possono favorire un
clima intimidatorio, ostile, umiliante, con conseguenti effetti deleteri sulla salute, il morale, il
rendimento. Le molestie come definite all'art. 2 assumono particolare gravità qualora siano
accompagnate da minacce o ricatti inerenti la condizione professionale del dipendente. Gli atti relativi
alla condizione professionale, per i quali venga accertato un diretto collegamento a siffatti
comportamenti, sono soggetti ad annullamento”.
Il codice di comportamento prevede azioni di prevenzione, assistenza e
repressione contro le molestie. Con riferimento a queste ultime, in particolare, l’art. 7
del regolamento prevede che il dipendente che ha subito molestia può perseguire due
strade, l'una delle quali non esclude l'altra, per la soluzione del problema: a) la via
"privata o pacifica"; b) la via "ufficiale". Per soluzione in via privata o pacifica si
intende “il tentativo di sanare la situazione mediante un incontro tra il dipendente che abbia subito
molestie e l'autore delle stesse. All'incontro può partecipare, su richiesta del dipendente che abbia
subito molestie, il Presidente del Comitato per le Pari Opportunità. La controparte può farsi assistere
durante l'incontro da un collega a conoscenza dei fatti o da un rappresentante delle organizzazioni
sindacali. Il dipendente che abbia subito molestie può delegare il Presidente del Comitato per le Pari
Opportunità a rappresentarlo. In nessun caso possono essere assunte iniziative senza l'espresso
consenso della parte lesa.”(art. 8).
Per i casi in cui l'interessato ritenga che non convenga tentare la via della
soluzione pacifica, o qualora un tentativo in tal senso sia stato respinto, può ricorrere
alla procedura formale, con rilevanza in sede disciplinare nei confronti del soggetto
riconosciuto colpevole di molestie.
Particolarmente importante la norma dell’art. 10, che stabilisce l'obbligo dei
dirigenti di rispettare il codice di comportamento, di spiegarlo al personale e di
garantirne l'applicazione prevenendo i casi di molestie, ed in particolare prevede che il
dirigente deve “mostrarsi disponibile a dare ascolto a chiunque gli si rivolga per protestare contro
un episodio di molestia, favorendo, ove possibile, un chiarimento tra le parti; individuare e stroncare
sul nascere comportamenti che, se lasciati liberi di consolidarsi, potrebbero alla fine configurarsi come
molestie; conservare il segreto sui casi di cui venga a conoscenza; adoperarsi affinché, una volta risolto
un episodio di molestie anche attraverso l'intervento del Presidente del Comitato per le Pari
Opportunità, il caso non si ripeta e non si instauri una persecuzione a danno del dipendente che l'ha
denunciato”.
Quanto ai dipendenti, si prevde che (art. 11) “i dipendenti hanno l'obbligo di trattare con
rispetto i colleghi di lavoro nell'osservanza di quanto stabilito dal codice”.
Sul tema, è bene ricordare che era interventuto anche l’INAIL con propria
circolare 17 dicembre 2003, n. 71, avente ad oggetto i “disturbi psichici da costrittività
organizzativa sul lavoro, il rischio tutelato e diagnosi di malattia professionale, le modalità di
trattazione delle pratiche”. (all.9)
Il riconoscimento della competenza Inail in materia di mobbing è derivato da un
lato dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 179/1988 e nel Decreto
Legislativo n. 38/2000 (art. 10, comma 4), in base ai quali sono malattie
professionali, non solo quelle elencate nelle apposite Tabelle di legge, ma anche tutte
le altre di cui sia dimostrata la causa lavorativa, e dall’altro lato dalla norma del citato
decreto che prevede l’indennizzo Inail anche per il danno biologico.
L’Inail ha ritenuto nella detta circolare che secondo un’interpretazione aderente
all’evoluzione delle forme di organizzazione dei processi produttivi ed alla crescente
attenzione ai profili di sicurezza e salute nei luoghi di lavoro, la nozione di causa
lavorativa consente di ricomprendere non solo la nocività delle lavorazioni in cui si
sviluppa il ciclo produttivo aziendale (siano esse tabellate o non) ma anche quella
riconducibile all’organizzazione aziendale delle attività lavorative; secondo l’Istituto,
tuttavia, tali condizioni ricorrano esclusivamente in presenza di situazioni di
incongruenza delle scelte in ambito organizzativo, situazioni definibili con
l’espressione “costrittività organizzativa”, e consistenti in una marginalizzazione dalla
attività lavorativa, uno svuotamento delle mansioni, una mancata assegnazione dei
compiti lavorativi, con inattività forzata, una mancata assegnazione degli strumenti di
lavoro, in ripetuti trasferimenti ingiustificati, in una prolungata attribuzione di compiti
dequalificanti rispetto al profilo professionale posseduto o per converso di compiti
esorbitanti o eccessivi anche in relazione a eventuali condizioni di handicap psicofisici, nell’impedimento sistematico e strutturale all’accesso a notizie,
nell’inadeguatezza strutturale e sistematica delle informazioni inerenti l’ordinaria
attività di lavoro, nell’esclusione reiterata del lavoratore rispetto ad iniziative
formative, di riqualificazione e aggiornamento professionale, ed infine nell’esercizio
esasperato ed eccessivo di forme di controllo.
Il rischio coperto riguarda le patologie psichiche derivanti dalle enunciate
condizioni lavorative, e in tale rischio tutelato può essere compreso anche il cosiddetto
“mobbing strategico” specificamente ricollegabile a finalità lavorative.
L’Inail peraltro ha espressamente precisato che le azioni finalizzate ad allontanare
o emarginare il lavoratore rivestono rilevanza assicurativa solo se si concretizzano in
una delle situazioni di “costrittività organizzativa” di cui all’elenco sopra riportato o in
altre ad esse assimilabili; le incongruenze organizzative, inoltre, devono avere
caratteristiche strutturali, durature ed oggettive e, come tali, verificabili e
documentabili tramite riscontri altrettanto oggettivi e non suscettibili di discrezionalità
Sono invece esclusi dal rischio tutelato sia i fattori organizzativo/gestionali legati
al normale svolgimento del rapporto di lavoro (nuova assegnazione, trasferimento,
licenziamento), sia le situazioni indotte dalle dinamiche psicologico-relazionali comuni
sia agli ambienti di lavoro che a quelli di vita (conflittualità interpersonali, difficoltà
relazionali o condotte comunque riconducibili a comportamenti puramente soggettivi
che, in quanto tali, si prestano inevitabilmente a discrezionalità interpretative).
La circolare è stata peraltro annullata dal TAR Lazio n. 5454 del 2005, (all.42)
per profili di legittimità di carattere formale.
Sul tema, va ricordato che la richiamata sentenza del TAR Lazio ha annullato la
circolare INAIL ma non il d.m. 27 aprile 2004, (all.10) recante l’elenco delle malattie
per cui è obbligatoria la denuncia, ex art. 139 d.P.R. n. 1124 del 1965, nella parte i cui
inserisce nella lista il “gruppo 7”, relativo alle malattie psichiche e psicosomatiche da
disfunzioni dell'organizzazione del lavoro (c.d. costrittività organizzative): si tratta
delle malattie psichiche e psicosomatiche quali il disturbo dell'adattamento cronico
(con ansia, depressione, reazione mista, alterazione della condotta e/o della emotività,
disturbi somatiformi) ed il disturbo post-traumatico cronico da stress.
Al fenomeno del mobbing hanno dedicato attenzione anche le parti sociali, che vi
hanno dedicato appositi spazi nella contrattazione collettiva nazionale.
Nel settore pubblico, ad esempio, il mobbing viene definito come una serie di atti,
atteggiamenti o comportamenti, diversi e ripetuti nel tempo in modo sistematico ed
abituale, aventi connotazioni aggressive, denigratorie e vessatorie tali da comportare
un degrado delle condizioni di lavoro idoneo a compromettere la salute o la
professionalità o la dignità del lavoratore stesso nell’ambito dell’ufficio di
appartenenza o, addirittura, tale da escluderlo dal contesto lavorativo di riferimento.
La contrattazione quindi prevede distinte forme di intervento: vengono creati dei
Comitati paritetici presso ciascuna amministrazione con il compito di raccogliere dati
quantitativi e qualitativi sul fenomeno del mobbing, individuare le possibili cause del
fenomeno, con particolare riferimento alla verifica dell’esistenza delle condizioni di
lavoro o fattori organizzativi o gestionali che possono determinare l’insorgere di
situazioni persecutorie o di violenza morale, formulare proposte di azioni positive per
il superamento delle situazioni critiche, formulare proposte per norme di
comportamento dai inserire nei codici di condotta.
É prevista poi per la prima volta l’espressa inclusione del mobbing tra i
comportamenti che possono avere un rilievo disciplinare, previsione questa
particolarmente rilevante se si considera da un lato il principio di tassatività delle
condotte disciplinarmente rilevanti e dall’altro lato la possibilità di porre in essere
mobbing anche con atti in sé formalmente ed astrattamente leciti.
L’art. 13 del codice disciplinare del comparto ministeri prevede oggi la sanzione
disciplinare della sospensione dal servizio e dalla retribuzione fino ad un massimo di
10 giorni per i sistematici e reiterati atti o comportamenti aggressivi, ostili, e
denigratori che assumano forme di violenza morale o di persecuzione psicologica nei
confronti di un altro dipendente; è stabilita poi la sanzione della sospensione dal
servizio e dalla retribuzione da 11 giorni a 6 mesi per l’esercizio, attraverso sistematici
atti e reiterati atti e comportamenti aggressivi ostili e denigratori di forme di violenza
morale o di persecuzione psicologica nei confronti di un altro dipendente al fine di
procurargli un danno in ambito lavorativo o addirittura di escluderlo dal contesto
lavorativo; infine, è prevista una sanzione espulsiva, il licenziamento con preavviso,
per la recidiva nel biennio relativa al compimento, anche nei confronti di persona
diversa, di sistematici e reiterati atti e comportamenti aggressivi ostili e denigratori e di
forme di violenza morale o di persecuzione psicologica nei confronti di un collega al
fine di procurargli un danno in ambito lavorativo o addirittura di escluderlo dal
Inoltre, l'art. 6 del CCNL Comparto ministeri prende atto della diffusione del
fenomeno (che ricollega tra l'altro alla flessibilità delle strutture e relativa mancanza di
certezza dei ruoli, nonché al crescente clima sociale competitivo) e prevede la
costituzione di un comitato paritetico sul fenomeno del mobbing e l'istituzione della
figura del consigliere/consigliera di fiducia.
In materia di mobbing nelle pubbliche amministrazioni, si segnala anche
l'intervento del Ministero per la Funzione Pubblica che ha emanato la direttiva 24
marzo 2004, recante misure finalizzate al miglioramento del benessere organizzativo
nelle pubbliche amministrazioni (all.12).
Tra i fattori idonei ad incidere su tale benessere sono state individuate, tra l'altro, il
riconoscimento e la valorizzazione delle competenze; la chiarezza degli obiettivi
organizzativi e coerenza tra enunciato e pratiche organizzative, le caratteristiche
dell'ambiente nel quale il lavoro si svolge, la comunicazione intraorganizzativa
circolare e la circolazione delle informazioni, la creazione di un clima relazionale
franco e collaborativi, la giustizia operativa, lo stress, la conflittualità.
Da ultimo, si richiama l´accordo europeo quadro dell'8 ottobre 2004 contro lo
stress su lavoro (all.13 e 14): si tratta di un accordo sottoscritto dalle quattro
maggiori organizzazioni europee di lavoratori ed imprenditori (e precisamente la
Confederazione europea dei sindacati - CES, l' Unione delle confederazioni industriali
d´Europa - UNICE, l'Unione europea dell´artigianato e delle PMI - UEAPME e il
Centro europeo delle imprese pubbliche e delle imprese di interesse economico
generale - CEEP) e quindi sottoposto alla Commissione europea.
Tale accordo rileva che stress da lavoro può derivare da fattori di stress
"oggettivi", quali l´organizzazione del lavoro, le condizioni e l´ambiente lavorativi, la
comunicazione, ovvero da fattori "soggettivi", quali le le pressioni psicologiche e
sociali, la sensazione di incapacità ad affrontarle, l´impressione di non essere sostenuti.
L'accordo impegna i datori di lavoro, se il problema di stress da lavoro è
identificato, ad agire per prevenirlo, eliminarlo o ridurlo, stabilendo le misure adeguate
da adottare, le quali saranno attuate con la partecipazione e la collaborazione dei
lavoratori e/o dei loro rappresentanti.
L’accordo europeo è stato recepito con accordo interconfederale del 9 giugno
2008 (all. 15).
Fatti di mobbing possono essere reato (con conseguente risarcibilità del danno
morale), ove siano integrati gli estremi della violenza privata (art. 610 c.od.pen.), delle
lesioni personali (art. 582 cod.pen), morte o lesioni come conseguenza di altro delitto
(art. 586 c.p.), istigazione al suicidio (art. 580 c.p.), delle molestie (art. 660 cod.pen.),
delle molestie sessuali o violenza sessuale (art. 609 bis c.p.), dei maltrattamenti (art.
572 c.p.), dell’ingiuria o della diffamazione (artt. 594 e 595 cod.pen.), dell’abuso di
ufficio (art. 323 cod.pen.), della condotta discriminatoria (art. 15 e 38 st.lav., e 4 d.lgs.
216 del 2003), restando poi applicabile l’aggravante comune ex art. 61 n. 11 cod.pen.
Sulla responsabilità penale del datore di lavoro per fatti costituenti mobbing, la
Suprema Corte si è pronunciata in diverse occasioni.
La sentenza Cass., VI sez. pen., 22 gennaio 2001, n. 10090, (all.16) ha posto
alcuni punti fermi in ordine alla astratta configurabilità del delitto di maltrattamenti
nell’ambito dei rapporti di lavoro subordinato, rilevando che <<Integra il delitto di
maltrattamenti previsto dall'art. 572 cod. pen., e non invece quello di abuso dei mezzi di correzione o
di disciplina (art. 571 cod. pen.), la condotta del datore di lavoro e dei suoi preposti che, nell'ambito
del rapporto di lavoro subordinato, abbiano posto in essere atti volontari, idonei a produrre uno stato
di abituale sofferenza fisica e morale nei dipendenti, quando la finalità perseguita dagli agenti non sia
la loro punizione per episodi censurabili ma lo sfruttamento degli stessi per motivi di lucro personale
(Fattispecie relativa a un datore di lavoro e al suo preposto che, in concorso fra loro, avevano
sottoposto i propri subordinati a varie vessazioni, accompagnate da minacce di licenziamento e di
mancato pagamento delle retribuzioni pattuite, corrisposte su libretti di risparmio intestati ai
lavoratori ma tenuti dal datore di lavoro, al fine di costringerli a sopportare ritmi di lavoro
intensissimi)>>.
In altra vicenda, la Suprema Corte (Cass. 29 agosto 2007, n. 33624), (all.17) ha
chiarito che << È legittima la decisione con cui il G.u.p. dichiara non luogo a procedere in ordine
al reato di lesioni personali volontarie aggravate dovute ad un'alterazione del tono dell'umore di un
insegnante, riconducibile, secondo la prospettazione accusatoria, ad una condotta di "mobbing" posta
in essere dal preside dell'istituto, senza specificare i singoli atti lesivi e causativi di tale malattia,
considerato che il fenomeno evocato presuppone una mirata reiterazione di plurimi atteggiamenti
convergenti nell'esprimere ostilità verso la vittima e preordinati a mortificare e a isolare il dipendente
nell'ambiente di lavoro; d'altra parte, tale fenomeno, così come definito, appare più prossimo alla
fattispecie di cui all'art. 572 cod.pen. (maltrattamenti commessi da soggetto investito di autorità), la
cui integrazione richiede, comunque, la ravvisabilità dei parametri di frequenza e durata nel tempo
delle azioni ostili al fine di valutarne il complessivo carattere persecutorio e discriminatorio (nella
specie non compiutamente contestati). >>.
La sentenza, pur escludendo nel caso di specie la congruità dell’imputazione in
relazione alla fattispecie contestata, ha precisato che “la condotta di mobbing suppone non
tanto un singolo atto lesivo, ma una mirata reiterazione di una pluralità di atteggiamenti, anche se
non singolarmente connotati da rilevanza penale, convergenti sia nell'esprimere l'ostilità del soggetto
attivo verso la vittima sia nell'efficace capacità di mortificare ed isolare il dipendente nell'ambiente di
lavoro”. Pertanto la prova della relativa responsabilità "deve essere verificata, procedendosi
alla valutazione complessiva degli episodi dedotti in giudizio come lesivi... che può essere dimostrata
per la sistematicità e durata dell'azione nel tempo, dalle sue caratteristiche oggettive di persecuzione e
discriminazione, risultanti specificamente da una connotazione emulativa e pretestuosa”. Secondo
la decisione “la figura di reato maggiormente prossima ai connotati caratterizzanti il cd. mobbing è
quella descritta dall'art. 572 c. p., commessa da persona dotata di autorità per l'esercizio di una
E’ stato deciso da Cass., VI sez. pen., 21 settembre 2006, n. 31413, (all.18) un
caso giudiziario (divenuto tristemente famoso, relativo al mobbing di massa della
Palazzina LAF di Taranto, che ha visto il riconoscimento dei reati di tentata violenza
privata e di frode processuale. Secondo la decisione, << È configurabile il reato di violenza
privata, consumata o tentata, a carico di datori di lavoro i quali costringano o cerchino di costringere
taluni lavoratori dipendenti ad accettare una novazione del rapporto di lavoro comportante un loro
"demansionamento" (nella specie costituito da declassamento dalla qualifica di impiegato a quella di
operaio) mediante minaccia di destinarli, altrimenti, a forzata ed umiliante inerzia in ambiente
fatiscente ed emarginato dal resto del contesto aziendale, nella prospettiva di un susseguente
licenziamento>>.
Cassazione, VI sez. pen,, 11 giugno 2007, n. 22702, e Cassazione, VI sez.
pen., 7 novembre 2007, n. 40891, (all.19-20) hanno applicato la norma sull’abuso in
atti d’ufficio: la prima pronuncia in un caso di demansionamento e diffamazione
compiuta dal superiore gerarchico (che non aveva contestato formalmente al
subordinato le proprie manchevolezze, ma le aveva affermate apoditticamente in
lettere indirizzate ai superiori); la seconda decisione, affermando che << In materia di
abuso d'ufficio, integra il requisito della violazione di legge il mutamento di destinazione di una
dipendente comunale dallo svolgimento delle mansioni di coordinatrice economa a quelle di prevenzione
ed accertamento delle violazioni in materia di sosta, deliberato dal Sindaco in violazione dell'art. 56
D.Lgs. n. 29 del 1993 sui dipendenti delle pubbliche amministrazioni e dell'art. 7 C.C.N.L. dei
dipendenti degli enti locali recepito nel d.P.R. n. 593 del 1993. (Nella motivazione, la Corte ha
precisato che tali norme, pur consentendo che un dipendente possa essere adibito a svolgere compiti di
qualifica immediatamente inferiore, richiedono, tuttavia, l'occasionalità della destinazione e la
possibilità che ciò avvenga con criteri di rotazione). >>.
Da ultimo, si segnala che, nella giurisprudenza penale di merito, Trib. Torino del
3 maggio 2005 ha approfondito la problematica dello rilevanza, nell’ambito di una
imputazione di maltrattamenti, dello jus corrigendi del datore di lavoro in relazione ai
comportamenti illeciti del lavoratore, escludendone la valenza scriminante anche per
la tipicità delle sanzioni disciplinari cui il datore di lavoro può ricorrere, in presenza di
violazioni delle regole nella corretta esecuzione della prestazione lavorativa da parte
Sotto il profilo civilistico, la Cassazione ha chiarito intanto la giurisdizione in
materia. Si è al riguardo sottolineato che il mobbing non è altro che un aspetto della
violazione dell’obbligo di sicurezza del datore di lavoro, e che si tratta di responsabilità
contrattuale del datore di lavoro, con conseguente competenza funzionale del giudice
del rapporto di lavoro. La giurisdizione è in linea generale della magistratura ordinaria
anche se la pretesa coinvolge aspetti organizzativi di servizi pubblici (nella specie,
sanitari), atteso che l’art. 33, comma 2 lettera e, del D.L.vo n. 80/98, nel testo
modificato dalla L. 21 luglio 2000, n. 205, esclude dalla giurisdizione amministrativa
"le controversie meramente risarcitorie che riguardano il danno alla persona o a cose".
Nel caso affrontato da Cass. SU 4 maggio 2004, n. 8438, (all.21) venivano in
rilievo una serie di specifici atti di gestione del rapporto di lavoro -illeciti istantanei
con effetti permanenti, e non illeciti permanenti-, con i quali si era realizzata
compiutamente una fattispecie di inadempimento contrattuale, lesiva delle posizioni
soggettive tutelate, ancorché l'esistenza dell'evento dannoso si sia protratta
autonomamente: tali atti erano tutti riferiti ad epoca antecedente al 30 giugno 1998,
con conseguente giurisdizione del giudice amministrativo, restando irrilevante invece
l'epoca della manifestazione delle patologie denunciate dal ricorrente. Secondo il
regime transitorio della disciplina devolutiva al giudice ordinario della giurisdizione
sulle cause di pubblico impiego, nella specie, residuava la giurisdizione del giudice
amministrativo. La decisione ha così affermato che <<Ai fini del riparto di giurisdizione
rispetto ad una domanda di risarcimento danni proposta da un pubblico dipendente nei confronti
dell'amministrazione, che non sia assoggettata alla nuova disciplina introdotta dal D.Lgs. n. 80 del
1998, assume valore determinante l'accertamento della natura giuridica dell'azione di responsabilità
in concreto proposta, in quanto, se si tratta di azione contrattuale, la cognizione della domanda
rientra nella giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo, mentre, se si tratta di azione
extracontrattuale, la giurisdizione appartiene al giudice ordinario. (Nella specie, relativa ad azione
risarcitoria fondata sull'esistenza di comportamenti vessatori posti in essere dalla P.A. e configuranti
- secondo il pubblico dipendente - un'ipotesi di "mobbing", la S.C. ha dichiarato la giurisdizione del
giudice amministrativo, sul presupposto che gli atti asseritamente lesivi - tutti avvenuti in epoca
antecedente al 30 giugno 1998 - si riferivano a violazioni di specifici obblighi contrattuali derivanti
dal rapporto di pubblico impiego) >>.
Cass. SU 12 giugno 2006, n. 13537, (all.22) ha quindi precisato successivamente
che <<In tema di lavoro pubblico cosiddetto privatizzato, ai sensi della norma transitoria contenuta
nell'art. 69, settimo comma, del d.lgs. 30 marzo 2001, n. 165, nel caso in cui il lavoratore-attore,
sul presupposto dell'avverarsi di determinati fatti, riferisca le proprie pretese (nella specie, accertamento
del diritto ad una superiore qualifica e alle conseguenti differenze retributive) ad un periodo in parte
anteriore ed in parte successivo al 30 giugno 1998, la competenza giurisdizionale non può che essere
distribuita tra giudice amministrativo in sede esclusiva e giudice ordinario, in relazione ai due periodi.
Tale regola del frazionamento della domanda trova temperamento in caso di illecito permanente:
qualora la lesione del diritto del lavoratore abbia origine da un comportamento illecito permanente del
datore di lavoro (ad esempio, dequalificazione, comportamenti denunciati come "mobbing"), si deve
fare riferimento al momento di realizzazione del fatto dannoso e, quindi, al momento della cessazione
della permanenza, con la conseguenza che va dichiarata la giurisdizione del giudice ordinario allorché
tale cessazione sia successiva al 30 giugno 1998>>.
Da ultimo sul problema della giurisdizione, si è pronunciata Cass. SU 27
novembre 2007, n. 24625, (all.23) secondo la quale <<In tema di lavoro pubblico
contrattualizzato e in riferimento a questioni successive al 30 giugno 1998, qualora la domanda,
individuata sulla base del "petitum" sostanziale in funzione della "causa petendi", del dipendente
pubblico (nella specie dirigente sanitario di primo livello) miri alla tutela di posizioni giuridiche
soggettive afferenti il rapporto di lavoro, asseritamente violate da atti illegittimi, vessatori e
discriminatori (tra cui un atto di sospensione del servizio alla cui direzione il dirigente era preposto,
dedotto come atto di "mobbing" e non come atto organizzatorio in ipotesi contrastante con i principi
di buona amministrazione), la giurisdizione appartiene al giudice ordinario, cui spetta pure la
domanda di risarcimento del danno da "mobbing", atteso che, anche se fosse qualificabile come
responsabilità contrattuale (e non extracontrattuale) le questioni concernono il periodo di lavoro
successivo al 30 giugno 1998>>.
Varie sentenze sono state emesse sul tema dalla sezione Lavoro della Suprema
Corte, la quale, in assenza di diretti riferimenti normativi sul mobbing ed attraverso la
difficile opera ricostruttiva e di inquadramento delle fattispecie negli istituti
giuslavoristi consolidati e nei strumenti classici di tutela dei diritti, ha riconosciuto le
prime incisive forme di tutela giurisdizionale del lavoratore vittima di mobbing ed
hanno altresì definito i “contorni” giuridici di una fattispecie non direttamente
tipizzata.
Sul tema, va preliminarmente osservato che, se talora le attività costituenti
mobbing sono penalmente rilevanti, più spesso esse sono rilevanti solo sul terreno
civilistico; altre volte ancora, si è in presenza di atti o fatti non illegittimi se riguardati
singolarmente, e talora addirittura giuridicamente neutri, eppure rilevanti, unitamente
ad altri, quali elementi di una fattispecie complessa che nel suo insieme ha portata
lesiva della dignità, sicurezza e salute del lavoratore (ossia dei limiti,
costituzionalmente rilevanti ex art. 41 Cost., apposti all’attività datoriale privata).
Risulta poi utile richiamare la distinzione tra la fattispecie del mobbing c.d.
verticale, direttamente promanante dal datore di lavoro, e del mobbing c.d.
orizzontale, promanante dai colleghi di lavoro della vittima: la giurisprudenza ha
avuto modo di pronunciarsi relazione a fattispecie rientranti in entrambi i tipi,
precisandone caratteri e responsabilità e risolvendo le diverse questioni che nei due
casi si pongono sul piano giuridico.
Una delle prime sentenze sul tema è stata resa da Cass. 19 gennaio 1999, n. 475,
(all.24) che si è occupata di un caso di vessazioni sul lavoro, ritenendo che è
risarcibile il danno derivato al dipendente da un comportamento illegittimo e
persecutorio del datore di lavoro, consistito nella richiesta a più riprese all'Inps
dell'effettuazione di visite mediche domiciliari di controllo dello stato di malattia del
lavoratore, attestato dal certificato del medico curante, nonostante la malattia fosse
stata già accertata dai controlli precedenti. (nella specie, la S.C. ha confermato la
sentenza d'appello secondo la quale il comportamento del datore di lavoro aveva
causato un aggravamento della malattia del lavoratore tale da portare ad una invalidità
permanente con riduzione della capacità di lavoro, riformandola, tuttavia per quanto
attiene alla determinazione del risarcimento del danno morale e di quello patrimoniale
derivante dalla ridotta capacità di lavoro).
Cass. 6 marzo 2006, n. 4774, (all.25) ha ritenuto che una serie di
comportamenti consistiti in provvedimenti di trasferimento, ripetute visite mediche
fiscali, attribuzione di note di qualifica di insufficiente, irrogazione di sanzioni
disciplinari, privazione della abilitazione necessaria per operare al terminale ed altri
episodi, può astrattamente costituire mobbing ed esporre il datore di lavoro all’azione
risarcitoria del lavoratore ove si tratti di fatti rientranti in un medesimo disegno
persecutorio del datore. Più specificamente la Corte, pur in concreto escludendo la
sussistenza del mobbing, ha affermato che << L'illecito del datore di lavoro nei confronti del
lavoratore consistente nell'osservanza di una condotta protratta nel tempo e con le caratteristiche della
persecuzione finalizzata all'emarginazione del dipendente (c.d. "mobbing") - che rappresenta una
violazione dell'obbligo di sicurezza posto a carico dello stesso datore dall'art. 2087 cod. civ. - si può
realizzare con comportamenti materiali o provvedimentali dello stesso datore di lavoro
indipendentemente dall'inadempimento di specifichi obblighi contrattuali previsti dalla disciplina del
rapporto di lavoro subordinato. La sussistenza della lesione del bene protetto e delle sue conseguenze
deve essere verificata - procedendosi alla valutazione complessiva degli episodi dedotti in giudizio come
lesivi - considerando l'idoneità offensiva della condotta del datore di lavoro, che può essere dimostrata,
discriminazione, risultanti specificamente da una connotazione emulativa e pretestuosa, anche in
assenza della violazione di specifiche norme attinenti alla tutela del lavoratore subordinato. (Nella
specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito impugnata che, con congrua motivazione, si era
attenuta a tali criteri escludendo la configurabilità, in capo al datore di lavoro, di un disegno
persecutorio realizzato mediante i vari comportamenti indicati dal lavoratore come vessatori)>>.
Cass. 23 marzo 2005, n. 6326, (all.26) ha affrontato altra problematica, relativa
alla possibilità della qualificazione del comportamento datoriale come mobbing in
Nel caso, si discuteva in particolare della possibilità per il lavoratore di unificare
in appello i fatti già dedotti in primo grado attraverso la loro considerazione globale
quale mobbing, ritenendosi da questo che non trattavasi di domanda “nuova”, tanto
più che il concetto di mobbing aveva carattere metagiuridico ed al momento mancava
di una espressa previsione normativa, ed obiettandosi dal datore di lavoro che il
mobbing non è solo l’individualità degli episodi ma la loro considerazione finalistica,
che finisce per farne una categoria separata, caratterizzata nel senso di comportamenti
compositi, unificabili e finalizzati, sicché la novità della domanda era implicita nel
fatto che, di fronte ad un’azione risarcitoria, in concreto esercitata, l’indagine era stata
rivolta a comportamenti considerati singolarmente, mentre, in ipotesi di mobbing. la
rilevanza andrebbe assegnata alle classi comportamentali e non ai singoli episodi. Sul
punto, la S.C. ha osservato che <<Qualora il lavoratore, agendo in giudizio per il danno
derivante da demansionamento, chieda anche la componente di danno alla vita di relazione o
cosiddetto danno biologico deducendo sin dall'atto introduttivo la lesione della propria integrità psico fisica in relazione, non solo al demansionamento, ma anche al globale comportamento antigiuridico del
datore di lavoro, la successiva qualificazione come "mobbing" del suddetto comportamento, non
comporta domanda nuova ma solo diversa qualificazione dello stesso fatto giuridico, in considerazione
della mancanza di una specifica disciplina del "mobbing" e della sua riconduzione (anche secondo la
sent. della Corte cost. n. 359 del 2003) alla violazione dei doveri del datore di lavoro, tenuto, ai sensi
dell'art. 2087 cod. civ., alla salvaguardia sul luogo di lavoro della dignità e dei diritti fondamentali
del lavoratore>>.
Più di recente, Cass. 20 maggio 2008, n. 12735, (all.27) si è occupata del tema:
ritenendo il mobbing un fenomeno unitario caratterizzato dalla reiterazione e dalla
sistematicità delle condotte lesive e dalla intenzionalità delle stesse in direzione del
risultato perseguito di isolamento ed espulsione della vittima dal gruppo in cui è
inserito, la Corte territoriale ne aveva escluso la ricorrenza per l'assenza di tali
caratteristiche di reiterazione, sistematicità e intenzionalità delle condotte denunciate;
la S.C. ha cassato la decisione impugnata in quanto, proprio perché il nostro
ordinamento giuridico non prevede una definizione del fenomeno mobbing, la
mancata ricorrenza del mobbing non esclude che i fatti allegati dal lavoratore possano
essere rilevanti per altro profilo, ai fini del richiesto risarcimento dei danni, in relzione
agli obblighi gravanti sull'imprenditore a norma dell'art. 2087 c.c., da accertare alla
stregua delle regole ivi stabilite per il relativo inadempimento contrattuale, le quali
prescindono dalla necessaria presenza del dolo.
Ha riguardato anche il mobbing Cass. 29 gennaio 2008, n. 1971, (all.28) che ha
confermato la sentenza impugnata, che aveva escluso per difetto di prova il mobbing,
pur in presenza di un demansionamento.
Della prova del mobbing e dei poteri ufficiosi in materia si sono occupate altre
pronunce: secondo Cass. 24 ottobre 2007, n. 22305, (all.29) <<È carattere tipico del
rito del lavoro il contemperamento del principio dispositivo con le esigenze della ricerca della verità
materiale, di guisa che, allorquando le risultanze di causa offrano significativi dati di indagine, il
giudice ove reputi insufficienti le prove già acquisite non può limitarsi a fare meccanica applicazione
della regola formale di giudizio fondata sull'onere della prova, ma ha il potere-dovere di provvedere
d'ufficio agli atti istruttori sollecitati da tale materiale ed idonei a superare l'incertezza dei fatti
costitutivi dei diritti in contestazione, indipendentemente dal verificarsi di preclusioni o di decadenze in
danno delle parti. Peraltro, mentre deve esserci sempre la specifica motivazione dell'attivazione dei
poteri istruttori d'ufficio ex art. 421 cod. proc. civ., il mancato esercizio di questi va motivato soltanto
in presenza di circostanze specifiche che rendono necessaria l'integrazione probatoria. (Nella specie, la
S.C., affermando il su esteso principio, ha confermato la sentenza di merito che aveva ritenuto
decaduto il rincorrente dalla prova di asseriti fatti di mobbing, non essendo stata tale prova richiesta
specificamente nel ricorso introduttivo del giudizio e non essendovi le condizioni per l'integrazione
probatoria officiosa)>>.
In precedenza, Cass. 29 settembre 2005, n. 19053, (all.30) aveva affermato che
<<In tema di licenziamento individuale per giusta causa la domanda di risarcimento del danno
proposta dal lavoratore per "mobbing" e conseguente malattia depressiva, in relazione a
comportamenti datoriali che abbaino determinato il dipendente alle dimissioni, è soggetta a specifica
allegazione e prova in ordine agli specifici fatti asseriti come lesivi. (Nella specie, la sentenza di
merito, confermata dalla S.C., aveva ritenuto non sostenuta da prova sufficiente la tesi della ricorrente
lavoratrice della sussistenza di comportamenti della società datrice di lavoro finalizzati a nuocerle per
indurla alle dimissioni e comunque per provocarle danno, sostenendo in particolare che i mutamenti
nell'attribuzione della clientela e l'eliminazione del supporto del "merchandiser" avevano trovato
ampia giustificazione, da un lato, nella ristrutturazione aziendale, che aveva implicato una riduzione
di organico e la soppressione della posizione professionale di tutti i "merchandiser"; dall'altro, nei
ripetuti e prolungati periodi di assenza della lavoratrice che avevano imposto la distribuzione della
clientela di sua competenza agli altri venditori>>.
Di recente, la Cassazione si è occupata anche del mobbing orizzontale,
precisandone i caratteri in relazione alla responsabilità del datore di lavoro.
Ha affermato Cass. 11 settembre 2008, n. 22858, (all.31) che la responsabilità
del datore di lavoro per mobbing sussiste anche ove, pur in assenza di un suo
specifico intento lesivo, il comportamento materiale sia posto in essere da altro
dipendente, per la colpevole inerzia nella rimozione del fatto lesivo; né ad escludere
tale responsabilità, quando il mobbing provenga da un dipendente posto in posizione
di supremazia gerarchica rispetto alla vittima, può bastare un mero tardivo intervento
"pacificatore", non seguito da concrete misure e da vigilanza. Secondo la decisione, (la
cui massima provv. si riporta), <<integra la nozione di mobbing" la condotta del datore di
lavoro protratta nel tempo e consistente nel compimento di una pluralita' di atti (giuridici o
meramente materiali, ed, eventualmente, anche leciti)
persecuzione od
all'emarginazione del dipendente, di cui viene lesa - in violazione dell'obbligo di sicurezza
posto a carico dello stesso datore dall'art. 2087 cod. civ. - la sfera professionale o personale,
intesa nella pluralita'delle sue espressioni (sessuale, morale, psicologica o fisica); ne' la circostanza
che la condotta di "mobbing" provenga da un altro dipendente posto in posizione di supremazia
gerarchica rispetto alla vittima vale ad escludere la responsabilita' del datore di lavoro - su cui
incombono gli obblighi ex art. 2049 cod. civ. - ove questi sia rimasto colpevolmente inerte nella
rimozione del fatto lesivo, dovendosi escludere la sufficienza di un mero (e tardivo) intervento
pacificatore, non seguito da concrete misure e da vigilanza (nella specie, la S.C., nel cassare la
sentenza impugnata, ha rilevato che il giudice di merito aveva valutato le condotte in termini non
solo incompleti ma anche con un approccio meramente atomistico e non in una prospettiva unitaria,
con sottovalutazione della persistenza del comportamento lesivo, durato per un periodo di sei mesi,
piu' che sufficiente ad integrare l'idoneita' lesiva della condotta nel tempo, che - nella
sostanziale inerzia del datore di lavoro – era consistita nell'inopinato trasferimento, da parte di
un altro dipendente gerarchicamente sovraordinato, di una dipendente (incaricata della
trattazione di un progetto aziendale di rilevanza europea) dal proprio ufficio in un'area "open",
senza che venisse munita di una propria scrivania e di un proprio armadio, con sottrazione
delle risorse utili allo svolgimento dell'attivita', con creazione di reiterate situazioni di disagio
professionale e personale per aver dovuto trattare in un luogo aperto al passaggio di chiunque
attivita' che presupponevano riservatezza e per essere stata, in piu' occasioni, insultata con espressioni
grossolane).>>
Sempre con riferimento al mobbing orizzontale, in precedenza, si è pronunciata
Cass. 20 luglio 2007, n. 16148 (all.32): questa, in un caso di un ex dipendente
dell’Enel che, per molti anni, era stato sottoposto dai colleghi a continue vessazioni,
aggressioni e minacce riportando, in un primo momento, una forte debilitazione
psico-fisica, seguita poi da un infarto e che, solo all’esito di un procedimento penale
aveva chiesto i danni per mobbing, aveva rilevato, in riferimento alla responsabilità
aziendale per violazione art. 2087 c.c., attesa l’unicità della fattispecie di mobbing, che
il dies a quo del decorso della prescrizione per comportamento illegittimo permanente
va individuato nel momento in cui la produzione del danno diviene oggettivamente
Particolarmente interessanti le problematiche affrontate da Cass. 29 agosto
2007, n. 18262, (all.33) che ha approfondito il tema della rilevanza delle
caratteristiche soggettive del soggetto mobbizzato ai fini della esclusione del nesso
causale dell’illecito.
Secondo la decisione, che ha recepito sul punto le conclusioni della ctu, l'affezione
del dipendente è “disturbo post-traumatico da stress compatibile con situazione occupazionale
anamnesticamente vissuta come avversativa. Così concludendo il collegio peritale ha quindi ben tenuto
presente i tratti della personalità, sottolineati in ricorso, che rendevano il periziando particolarmente
fragile, ma ha anche ritenuto che detta fragilità non valesse ad interrompere il collegamento eziologico
tra la affezione riscontrata e le molestie subite, avendo precisato che una eventuale preesistenza di
disturbi psichici poteva determinare un peso particolare e peculiare nella valutazione del danno, non
nella determinazione del nesso di causalità”.
Non vi è spazio qui per una disamina approfondita delle varie sentenze di merito
(per la quale si rimanda all’approfondimento allegato (BUFFA, in BUFFA e CASSANO, Il
danno esistenziale nel rapporto di lavoro, Utet, 2005, (all.47) che ha distinto le
problematiche del mobbing in relazione al rapporto di lavoro privato o pubblico; si
allegano inoltre le sentenze di merito edite successive a quelle ivi analizzate: all. da 36
a 41), ma si reputa opportuno richiamare le problematiche principali affrontate.
In linea generale, la giurisprudenza attribuisce rilevanza al mobbing in quanto
ravvisi in concreto una reiterazione nel tempo di condotte lesive: per il tribunale di
Trieste (sentenza 23 dicembre 2003, in www.ipsoa.it/ngonline, con nota di BUFFA,
Il mobbing apicale tra responsabilità dell’ente e responsabilità personale del mobber: all.48), la reale
natura di atti vessatori è tradita e svelata da una serie di elementi quali la frequenza, la
sistematicità, la durata nel tempo, la progressiva intensità, e, sopra e dentro tutti, la
coscienza e volontà di aggredire, disturbare, perseguitare, svilire la vittima (e proprio
l’elemento soggettivo del mobber consente di collegare tra loro fatti apparentemente
del tutto diversi tra loro ed indipendenti ed accaduti in contesti spaziali e temporali
eterogenei), che ne riporta un danno, anche alla salute psico-fisica.
Tribunale Civitavecchia, sentenza 20 luglio 2006, evidenzia la unicità della
fattispecie del mobbing, rilevando che “elementi caratterizzanti il mobbing sono l’aggressione o
la vessazione psicologica del lavoratore, la durata nel tempo dei detti comportamenti e la reiterazione
delle azioni ostili, che le rende sistematiche (cfr. Corte d’Appello Milano, 27 agosto 2003, in Or.
Giur. Lav. 2003, 510; Tribunale Milano, 28 febbraio 2003, in Riv. Crit. di Dir. del Lav. 2003,
655). Ciò che preme evidenziare, tuttavia, è il fatto che la nozione di mobbing – come
condivisibilmente sottolineato dalla giurisprudenza di merito (cfr. Trib.Forlì, 28 gennaio 2005, n.
28, in www.altalex.it, annotata in Giurisprudenza di merito, 2005, 2593) - non si esaurisce in una
comodità lessicale ma contiene un valore aggiunto – costituito, appunto, dalla finalità vessatoria,
dall’esistenza di una strategia persecutoria - che consente di arrivare a qualificare come tale, e quindi
a sanzionare, anche quel complesso di situazioni che, valutate singolarmente, possono anche non
contenere elementi di illiceità ma che, considerate unitariamente ed in un contesto mobbizzante,
assumono un particolare valore molesto che non sarebbe stato possibile apprezzare senza il quadro
d’insieme che il mobbing consente invece di valutare”.
Trib. Bergamo 20 giugno 2005, in Foro it. 2005, I, 3356, ha distinto
espresamente tra mobbing e straining, qualificando quest’ultimo quale stress forzato sul
luogo di lavoro che può derivre anche da una singola azione, cui si ricollega un effetto
permanente sul lavoratore, e che tuttavia non costituisce mobbing.
Il mobbing, proprio in quanto caratterizzato dalla compresenza nella fattispecie
lesiva di atti e fatti non sempre illegittimi e giuridicamente rilevanti, postula l’analitica
indicazione degli elementi costitutivi della fattispecie e la precisa individuazione della
portata lesiva dei fatti dedotti (tribunale di Lecce 4 giugno 2003, in
www.salentolavoro.it, e Trib. Como 22 febbraio 2003, in Mass. Giur. Lav. 2003, 329,
hanno addirittura dichiarato la nullità del ricorso ai sensi del combinato disposto degli
artt. 414 n° 4) e 156 cpv. c.p.c., per oggettiva insufficienza nella esposizione dei fatti e
degli elementi di diritto su cui è fondata la domanda) e, quindi, la prova degli stessi e
dei relativi asseriti effetti pregiudizievoli.
Una disamina delle decisioni in materia dei giudici del lavoro evidenziano che le
maggiori difficoltà del mobbizzato riguardano la prova della reiterazione delle
condotte illecite ed il superamento del livello di conflittualità ordinaria del vivere
sociale e, in particolare, degli ambienti di lavoro. In tale contesto, il Tribunale di
Milano (sent. 20 maggio 2000) ha affermato che non è configurabile un danno
psichico del lavoratore, del quale il datore di lavoro sia obbligato al risarcimento,
conseguente ad una allegata serie di vicende persecutorie lamentate dal lavoratore
stesso (c.d. “mobbing”), qualora l’assenza di sistematicità, la scarsità di episodi, il loro
oggettivo rapportarsi alla vita di tutti i giorni all’interno di una organizzazione
produttiva, che è anche luogo di aggregazione e di contatto (e di scontro) umano,
escludano che i comportamenti lamentati possano essere considerati dolosi.
La sentenza ricorda che il prestatore di lavoro non ha alcun diritto ad essere felice
e, anzi, come in ogni altro ambiente basato su relazioni continuative, l'azienda stessa è
luogo di continui conflitti e tensioni, in parte inevitabili e prevenibili mercè sfoggio di
virtù morali ed umane che non sono oggetto di obbligo giuridico; l'illecito non
coincide con quanto viene avvertito come sgradevole sul piano morale e che in ogni
caso, la illegittimità di una condotta non può farsi derivare dal semplice verificarsi del
danno ove accertato: infatti l'alterazione dell'integrità psicofisica di un soggetto può
derivare da fattori differenti, dalla vita familiare, da uno stato di difficoltà emotiva che
connota il lavoratore, ed anche da comportamenti legittimi del datore di lavoro,
inevitabili ma accettati in modo irragionevole dal prestatore di lavoro.
Secondo Tribunale di Cassino 18 dicembre 2002, assolutamente necessario è
individuare la linea di confine del mobbing rispetto ai normali "conflitti d'ufficio" o,
nel caso del settore scolastico qui in esame, rispetto alle polemiche sorte in seno al
Collegio dei docenti dell'istituto, conflitti tutti rientranti nella fisiologica prassi
quotidiana della generalità dei luoghi di lavoro e che, soltanto per superficialità di
approccio indotta dalla diffusione avuta anche a livello di mezzi di informazione di
massa dal fenomeno, si pretende di ricondurre sempre e soltanto a mobbing dinanzi al
Tribunale di Bari 12 marzo 2004, (all.36) in www.giurisprudenzabarese.it, ha
puntualizzato i parametri del mobbing, la cui mancanza esclude la configurabilità della
fattispecie lesiva: la frequenza delle azioni ostili; la durata nel tempo di dette azioni; il
tipo di azioni ostili (che vengono normalmente suddivise in cinque categorie: 1)
attacchi ai contatti umani e alla possibilità di comunicare; 2) isolamento sistematico; 3)
cambiamenti delle mansioni lavorative; 4) attacchi alla reputazione; 5) violenze e
minacce di violenza); il carattere persecutorio e discriminatorio delle stesse; la
posizione di inferiorità del lavoratore; il preciso intento persecutorio e vessatorio del
comportamento datoriale.
Il mobbing dunque richiede una situazione lavorativa di conflittualità sistematica,
persistente ed in costante progresso in cui una o più persone vengano fatte oggetto di
azioni ad alto contenuto persecutorio da parte di uno o più aggressori in posizione
superiore, inferiore o di parità, con lo scopo di causare alla vittima danni di vario tipo
e qualità. Nel caso, la richiamata sentenza ritiene che verosimilmente lo stato ansiosodepressivo in cui incontestabilmente versava il ricorrente, fosse in qualche modo
ricollegabile alla intervenute modifiche dell'organizzazione del lavoro e, in specie del
settore logistica dove il predetto aveva prestato la propria attività per notevole tempo;
ciò peraltro in un'ottica assolutamente fisiologica, e senza che configurabile una
responsabilità risarcitoria del datore di lavoro.
In proposito la sentenza rammenta che “il prestatore di lavoro non ha alcun diritto ad
essere felice e, anzi, come in ogni altro ambiente basato su relazioni continuative, l’azienda stessa è
luogo di continui conflitti e tensioni, in parte inevitabili e prevenibili mercé sfoggio di virtù morali ed
umane che non sono oggetto di obbligo giuridico”, ed aggiunge che non può dimenticarsi che
l’illecito non coincide con quanto viene avvertito come sgradevole sul piano morale e
che in ogni caso, la illegittimità di una condotta non può farsi derivare dal semplice
verificarsi del danno ove accertato. Del resto, l'alterazione dell'integrità psicofisica di
un soggetto può derivare da fattori differenti, dalla vita familiare, da uno stato di
difficoltà emotiva che connota il lavoratore, ed anche da comportamenti legittimi del
datore di lavoro, inevitabili ma accettati in modo irragionevole dal prestatore di
lavoro. In difetto quindi di una prova positiva del nesso di causalità tra il dedotto stato
depressivo ed un comportamento identificabile sul piano oggettivo come illegittimo,
la pronuncia ha ritenuto che la pretesa di risarcimento del danno non possa trovare
Ma quanto detto rende evidente che la fattispecie del mobbing si presenta spesso
di difficile enucleazione, specie quando ancorata a meri fatti formalmente leciti ma
rilevanti in una dimensione che li consideri unitamente, o per l’elemento soggettivo
che li unifica o ancor più per gli effetti obiettivi degli atti: in particolare, è certo
difficile sceverare, nell’ambito di fatti in sé neutri, quei fatti che possono rilevare quali
integrativi del mobbing; specie ove i rapporti tra i dipendenti siano conflittuali, può
risultare problematico stabilire in concreto fin dove si spinga la subordinazione del
dipendente e dove emerga l’abuso del superiore, fin dove i conflitti lavorativi rientrino
nella normale dinamica dei rapporti umani sul lavoro e dove sfocino invece nella
patologia dei rapporti, fin dove i disagi e gli stress da lavoro siano irrisarcibili in
quanto normali (anche se mal tollerati dal dipendente) o frutto di disciplina
particolarmente serrata e dove invece essi diventino oggettivamente intollerabili o
espressione di abuso.
Si tratta indubbiamente di valutazioni da effettuare in relazione al singolo caso di
volta in volta oggetto di giudizio, ad istruttoria probatoria ultimata.
Che l’importanza giuridica della categoria del mobbing stia proprio
nell’unificazione delle condotte datoriali, sicché anche condotte in sé giuridicamente
insignificanti o neutre assumono rilevanza quali elementi di una fattispecie complessa
che è lesiva degli interessi del lavoratore, è stato riconosciuto anche da Trib. Lecce 9
giugno 2005, (all.34) in www.personaedanno.it ed in dirittolavoro.altervista.org, in
un caso in cui, oltre alla durata nel tempo delle vessazioni, risultava l’isolamento del
ricorrente, il demansionamento, le minacce di licenziamento, l’abuso nei controlli
datoriali e l’imposizione illeciti di comportamenti non rilevanti ai fini della
Riconosce peraltro la sentenza che importante è delineare forme di tutela del
lavoratore anche nel caso in cui al datore competono poteri unlaterali di
conformazione del rapporto, rispetto ai quali il lavoratore ha astrattamente una
posizione di mero pati: “il lavoratore ha una posizione soggettiva di fondamentale importanza
che è l'interesse -inquadrabile nella categoria degli interessi legittimi, ma di tipo privatistico- ad un
corretto esercizio da parte del datore di lavoro dei poteri unilaterali di gestione; a questo interesse, che è
alla base di una funzione di controllo che può espletare il lavoratore sulla posizione del datore di
lavoro, corrisponde quello che è il generale obbligo di buona fede e di correttezza del datore di lavoro”,
obbligo che è violato “innanzitutto quando il datore di lavoro abusa dei propri poteri, cioè,
giuridicamente, fa un uso dei propri poteri dirigendoli a fini diversi da quelli previsti dalla norma che
assegna il potere unilaterale al datore di lavoro”.
Con riferimento al pubblico impiego contrattualizzato, l’ordinanza collegiale del
Tribunale di Lecce, 23 agosto 2001, in Lav.prev.oggi, 2001, 1428, ed in www.lpp.it
e www.dirittolavoro.web1000.com/justice/impegno, (all.35) in un caso di doloso
svuotamento professionale delle mansioni di una dirigente, accompagnato da accuse
infondate e calunniose per attività svolte sul lavoro, nel ravvisare nel caso un vero e
proprio bullying, ossia comportamento mobbizzante intenzionalmente volto ad
arrecare danni, ha ritenuto che l'amministrazione avesse il preciso dovere (come si
suppone noto all'amministrazione medesima per le sue specifiche competenze, anche
ispettive, in materia di lavoro) di intervenire per rimuovere una situazione non più
tollerabile all'interno dell'ufficio, e di evitare un'ulteriore lesione della personalità fisica
e morale della lavoratrice. L’ordinanza salentina inoltre ha precisato analiticamente
l’ambito del potere del giudice ordinario nei confronti della pubblica amministrazione
e l’assenza di limiti per un intervento inibitorio del mobbing, neppure nel caso in cui
la fattispecie importasse incidenza sull’organizzazione della pubblica amministrazione:
si è in particolare ritenuto che il giudice ordinario potesse prendere provvedimenti che
valessero ad impedire al dirigente mobbizzante la reiterazione della condotta lesiva nei
confronti della dipendente, ed anche se ciò si fosse tradotto inevitabilmente in una
compressione dei poteri del dirigente del servizio (trattandosi di una situazione
necessitata dall'esigenza di prevenire abuso dei poteri medesimi e di evitare l'incidenza
lesiva degli stessi sulla persona della dipendente). Vengono così ammesse interferenze
del potere giudiziario nella sfera organizzativa dell'amministrazione, essendo tali
provvedimenti giurisdizionali consentiti nell'assetto normativo seguente al d.lgs. 29/93
(come modificato dal d.lgs. 80/98 e 387/98, e poi confluito nel d.lgs. 165 del 2001),
atteso che a seguito della c.d. seconda privatizzazione dei rapporti di pubblico
impiego, la pubblica amministrazione agisce "con i poteri e la capacità del privato
datore di lavoro", e che il giudice ordinario "può adottare nei confronti
dell'amministrazione tutti i provvedimenti richiesti dalla natura dei diritti tutelati”.
Da ultimo, va evidenziato che la giurisprudenza, sia di merito che di legittimità,
sono ricche di pronuce relative alle molestie sessuali sul luogo di lavoro; si tratta di
problematica che è solo connessa con quella del mobbing, e per la quale si fa rinvio
pertanto alla documentazione allegata (BUFFA, in BUFFA e CASSANO, Il danno esistenziale
nel rapporto di lavoro, Utet, 2005) (all.47).
Con riferimento alla gurrisprudenza amministrativa, si è già richiamata Tar Lazio
n. 5454 del 2005, (all.42) che ha annullato la circolare INAIL n. 71 del 2003.
Altre pronunce del giudice amministrativo hanno evidenziato poi, in ordine agli
aspetti inerenti strettamente il rapporto di lavoro, la stretta correlazione tra tale
rapporto e la domanda avente ad oggetto il mobbing.
Nel regime precedente la devoluzione del contenzioso sulle controversie di
pubblico impiego al giudice ordinario, secondo Consiglio di Stato 9 ottobre 2002, n.
5414, appartengono alla giurisdizione amministrativa esclusiva tutte le controversie
relative al risarcimento danni dei pubblici dipendenti, senza che sia dato distinguere
tra responsabilità contrattuale e responsabilità aquiliana dell'ente pubblico non
economico datore di lavoro, non potendo ricondursi quest'ultima - sempre che
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