Source: https://issuu.com/agendacoscioni/docs/supplementomaggio2008
Timestamp: 2017-01-20 03:02:25+00:00
Document Index: 186147105

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 232', 'art. 2', 'art. 2659', 'art. 261', 'art. 537']

Supplemento Agenda Coscioni anno III n.05: giugno 2008 by AGENDA COSCIONI - periodico di iniziativa politica e nonviolenta dell'Associazione Luca Coscioni - issuu
In esclusiva alcuni degli interventi più significativi
del Convegno “Amore Civile”, tenutosi a Roma dal
10 al 12 maggio 2008
In una società democratica è necessario
tutelare ogni forma di convivenza
indipendentemente da quella che è la
tradizionale concezione della sessualità.
RIFORME LAICHE / IL CORAGGIO DI UN NUOVO DIRITTO DI FAMIGLIA
C’è bisogno di amore civile
La conferenza "Amore civile", svoltasi a
Roma dal 10 al 12 maggio scorso, è il secondo appuntamento di una riflessione e
di un'azione partita un anno fa in contrapposizione al Family day, la manifestazione convocata a piazza San Giovanni
dalle maggiori organizzazioni del cattolicesimo militante in opposizione al disegno di legge sui Dico.
Allora, prendendo spunto da una letteratura ricchissima quanto poco conosciuta,
tentammo di contrapporre alla parola
d'ordine del "diritto naturale", con cui si
tenta di fondare la difesa di un modello
tramontato di famiglia fondato sulla riproduzione, la parola "amore civile", come paradigma alternativo per leggere le
trasformazioni dei legami affettivi.
Il nuovo appuntamento ha ulteriormente arricchito questa riflessione, come dimostrano gli interventi riportati da Agenda Coscioni di Enrichetta Buchli, l'autrice di questa bellissima locuzione ("Il mito
dell'amore fatale", Baldini Castoldi Dalai
2006), Piergiorgio Donatelli, Luigi Manconi e Anna Laura Zanatta.
In particolare, nel suo intervento Piergiorgio Donatelli ha sottolineato il legame che
esiste tra la regolamentazione, e quindi il
riconoscimento pubblico, di modalità diverse di legami affettivi, e la vitalità dell'intero contesto sociale. «Ciò che è in gioco
qui non è solo l'affermazione di sé e del
proprio privato – afferma nel suo intervento – ma è in gioco la trasformazione
del modo in cui i legami personali contribuiscono a dare forma allo spazio pubblico. Una società dominata da rapporti personali e familiari, da concezioni della sessualità che decostruiscono la cellula gerarchica e claustrofobica della famiglia tradizionale e che inventano nuovi legami,
nuove forme di vita associata, e quindi anche nuove forme giuridiche – una società
di questo tipo è anche una società diversa
sotto altri aspetti del tutto indipendenti,
è una società politica, economica, culturale diversa».
Il sottolineare l'importanza per l'intera società di un'apertura a nuove possibilità di
sperimentazione nei rapporti affettivi e
sessuali ha trovato una ricaduta pratica
nelle proposte avanzate dai rappresentanti del Conacreis (di cui Agenda Coscioni
riporta l'intervento) e dell'Istituto per lo
studio del Cohousing. Si tratta di organizzazioni che promuovono nuove forme di
vita associata, che superano, senza negarle, la realtà familiare mononucleare promuovendo lo sviluppo di comunità intenzionali. Una sorta di modernizzazione della forma familiare più tradizionale del
mondo, quella della famiglia allargata, dove tuttavia il carattere "intenzionale" trasforma il legame di sangue in legame affettivo.
Ma senza spingersi verso territori pionieristici, è già la realtà della famiglia attuale a
dar vita a forme di famiglia allargata di fatto. Come definire altrimenti le tantissime
famiglie ricostituite, o la situazione dei figli di genitori separati, che magari hanno
dato vita a nuovi nuclei familiari. Situazioni che richiedono regole e tutele rispetto alle quali il riferimento alla famiglia naturale è del tutto vuoto e privo di significato. Ce ne hanno dato un'idea gli interventi delle associazioni dei padri separati (vedi l'intervento di Maurizio Quilici).
La famiglia che si apre quindi alla società,
si democratizza, assume forme diverse, e
che necessita anche di essere accolta. Se si
lasciano gli individui soli e rinchiusi nelle
mura domestiche i rischi sono elevatissimi. Per questo la conferenza Amore civile
si è occupata anche del tema della violenza sulle donne (anche con la proiezione e
il successivo dibattito del bellissimo film
"Ti do i miei occhi", summa di molti degli argomenti affrontati durante il convegno) e della mediazione familiare.
C'è quindi bisogno di amore civile per le
famiglie italiane, ma anche, e forse soprattutto, per la politica italiana, incapace di
esprimere alcuna capacità di governo delle relazioni affettive.
A un anno dal Family day non sono certo
aumentati gli asili nido, i servizi di assistenza a anziani e disabili, gli aiuti per l'autonomia economica dei giovani, insomma tutte quelle forme di sostegno concreto alle famiglie che sono state evidentemente invocate soltanto in modo strumentale, non per aiutare la famiglie esistenti, ma per impedire alle nuove di potersi creare.
Per questo la conferenza Amore civile si è
conclusa il 12 maggio, anniversario del referendum sul divorzio, con una conferenza stampa in cui è stato annunciato
l'obiettivo politico dell'iniziativa, quello
di presentare un disegno di legge di riforma complessiva del diritto di famiglia e di
raccogliere in un movimento di pressione
tutte le associazioni interessate a questi temi.
Il messaggio è stata subito raccolto. Inter-
risse ideologiche, probabilmente provare
un approccio complessivo che cerchi di riportare ogni argomento all'interno di un
quadro generale che è quello della riforma
del diritto di famiglia potrebbe essere un
approccio che dà un'impostazione più serena all'analisi e anche più organica».
Proprio mentre appaiono ulteriormente
chiudersi tutte le possibilità di far passare
in questo parlamento riforme laiche e il riconoscimento dei diritti civili, la conferenza Amore civile rilancia proponendo
una riforma a tutto campo del diritto di
famiglia. E questo non solo perché non
abbiamo paura della sfide ambiziose. Soprattutto perché riteniamo che sia questo
il solo modo per essere riconosciuti, per
far comprendere che la laicità non è soltanto neutralità o indifferenza, ma elaborazione di visioni morali, di prospettive
complessive di lettura e governo dei fenomeni sociali, di promozione di una ricerca intima e anche spirituale di felicità non
fondata sui miti della tradizione e sulla sopravvivenza di tabù e proibizioni.
Direttore di RadioRadicale.it, membro della Direzione di Radicali
Italiani, è anche dirigente dell’Associazione Luca Coscioni
venendo alla conferenza stampa, il presidente dell'Arcigay, Aurelio Mancuso, ha
affermato che «questa conferenza stampa
rappresenta per noi un primo buon segnale in una situazione sociale per noi preoccupante». Roberto Giachetti, parlamentare del Partito democratico, ha ad esempio esplicitamente aderito «a un'impostazione, dopo che noi per parecchi anni abbiamo capato nel mazzo una serie di questioni che si sono trasformate in delle vere
@approfondisci
La Conferenza si è già messa al lavoro
per elaborare la proposta di riforma del
diritto di famiglia ed è aperta al contributo di tutti. Per chi volesse partecipare
www.radioradicale.it/amorecivile o scrivere a internet@radioradicale.it
LA DEMOCRAZIA FA BRECCIA NELLE RELAZIONI PRIVATE
Dall’amore fatale
all’amore civile
Sono molto contenta che questo breve capitolo sia stato così importante per tutti noi e
ci abbia aiutato a riflettere su un processo generale di civilizzazione di un’umanità che è
ancora evidentemente lontana e, sopratutto,
quello che poi riguarda il mio lavoro, per una
possibilità di salute mentale.
L’idea naturalmente è stata ispirata anche dal
libro di Giddens che insiste sul tentare una
democrazia all’interno dell’intimità. Sembrerebbero cose molto scontate ma io sono rimasta sempre molto impressionata dalle storie
dei pazienti, sia delle storie di coppie che delle storie familiari, in quanto invece mi sono
resa conto di come la democrazia non entri
nelle mura domestiche e lì viga un clima di
tirannia. C’è uno psicanalista francese che ha
scritto un bel libro e ve lo consiglio; lui si
chiama Racamié, “Incesto e incestuale”, dove
assoggettare,
schiavi d’amore:
che percorre la
assoluto è un
in realtà la problematica incestuale non è soltanto legata a poche famiglie patologiche ma
è un po’ un clima che è paradossalmente diffuso.
Paradossalmente la famiglia nucleare si barrica sempre di più in una sorta di isolamento,
non ci sono molte relazioni sociali e pubbliche sopratutto nelle famiglie urbane, si vedono le storie di crimini come ad esempio nella
trasmissione “Amori criminali” dove man
mano la coppia si isola sempre di più e l’uomo vuole avere il dominio assoluto e totale
sulla donna. Quasi sempre questo è quello
che succede e quasi mai, anzi mai, è viceversa,
fino poi alla distruzione progressiva. L’incestuale non è l’incesto nel senso libidico ma è
un modo di abusare e di de-umanizzare completamente la persona, privandola, esattamente come succede nelle situazioni di schiavitù, dei suoi diritti umani, anche della facoltà e della possibilità di parlare; questo è tipico
delle tirannie, questo succede nei genitori rispetto ai figli che però non impostano una regola.
Racamié non parla del super-io come la legge
generale che dovrebbe poi, all’interno della
famiglia, rispecchiare anche la legge della società. Non è il padre, in questo senso, portatore del logos e delle regole e della civiltà
quanto il soggetto che si impone, l’abuso narcisistico, “Tu devi fare quello che voglio io”
per una sorta di arcaico giudizio. Ecco che
qui, nella civiltà postmoderna, si ritorna a forme di arcaismo primitivo dove prevale la legge del sangue; “io ti ho fatto, io ti posso uccidere, se mi abbandoni ti uccido o mi faccio
fuori io. Se tu diventi quello che devi essere, se
tu realizzi il tuo sé, secondo il diritto di tutte
le civiltà e anche quelle antiche - pensiamo a
quello che c’è scritto nel Vangelo e anche prima - se tu realizzi i tuoi bisogni psichici, individuali, spirituali, neghi me”. Dunque il messaggio esplicito o, quasi sempre, implicito è
“Non essere, non esistere. Tu devi essere un
prolungamento della mia imposizione, di
quello che voglio io”. Si tratta di problematiche e di sintomi che hanno a che fare con scissioni della personalità perché la vera personalità deve essere negata dal figlio, dalla moglie,
dalla persona e quindi poi si creano una serie
di situazioni gravissime, dalle incidenze di
sintomi come fobie, panico, problemi alimentari, disperazioni, depressioni, mancanza di voglia di vivere all’impossibilità o impotenza di contrapporsi, di far valere i propri diritti anche nel mondo del lavoro. Insomma si
tratta di molestie morali rispetto alle quali
purtroppo la legge non può fare niente per il
momento - mentre qualcosa si comincia a fare con la violenza fisica - se questa violenza è
nella psiche, ma nell’anima e non nel corpo
non si può fare niente. Adesso si comincia a
fare comunque qualcosa, sopratutto in Spagna ci sono tribunali che studiano anche queste questioni delle molestie morali che una
volta magari si potevano chiamare plagio o
crudeltà mentale, però, siccome non sono
quantificabili questi delitti, sono ancora invisibili, le persone soggette -e sono tantissime,
quasi tutte le famiglie- ancora non possono
fare niente. Ricordate che nella tragedia greca
Sofocle è uno dei primi che comincia, già nell’iniziale prima forma di democrazia ateniese, a contrapporre le idee arcaiche, tiranniche
e sanguinarie del diritto del sangue contro le
leggi della democrazia di Apollo che vorrebbe
qualche cosa che riguarda il rispetto dell’individuo e del soggetto.
Perché è l’amore fatale questo? Perché questi
rapporti attuali e antichi contengono una patologia che confluisce all’interno di tanti fattori tra cui anche purtroppo questo mito, che
si è imposto nel Medioevo, dell’amore assoluto – pensate che tutti noi siamo andati a
scuola leggendo queste bellissime poesie di
Dante, di Cavalcanti, di Petrarca… – però se
guardiamo bene, io ho studiato bene queste
poesie d’amore, non hanno niente ha che fare con l’amore vero rispetto a un soggetto perché l’altro, in questo caso la donna, è un prodotto immaginario -direbbe una psicanalista
americana, tra l’altro femminista, Benjamin,
che sono “oggetti soggettivamente concepiti”
- quindi una figura del femminile che parte
da una fantasia che non ha niente a che vedere con la donna; la Dea, infatti la donna angelicata è un prodotto dell’immaginazione . Tristano e Isotta è il primo grande romanzo di
questo tipo, che guarda caso si inserisce in un
codice non di eros ma di guerra . Tutta la terminologia che percorre la storia dell’umanità
fino ai giorni nostri, purtroppo, tutto il vocabolario è un vocabolario di guerra; conquistare, assoggettare, schiavi d’amore. E’ una guer-
ra. Denis de Ruchmont che è il primo che si
è occupato di questa problematica in “Amore in Occidente” dice che questo non c’entra
niente con l’amore, c’entra con un discorso
perverso di conquista e di assoggettamento di
un altro, in nome di questo immaginario e
dove la donna si contrappone come essere
reale in carne ed ossa viene vissuta come limite a questo immaginario e quindi deve essere
fatta fuori. Comunque tutta la storia di questa passione che è stata tanto esaltata dalla letteratura è un amore che è amore-morte e se
non c’è l’ingrediente della distruzione finale
- anche un libro che è andato per la maggiore nei primi del Novecento di Bataille “La mistica dell’amore” deve poi portare alla dissolu-
da generazione in generazione ci sono dei codici che passano da inconscio ad inconscio
compresi i peccati così come dice la bibbia
purtroppo Freud, Young che da un lato hanno fornito strumenti per salvarci da queste
patologie nello stesso tempo hanno pensato
che ci fosse l’aspetto del femminile e del maschile biologicamente motivati, addirittura
una allieva di Freud, Hellen, Doich, parla di
masochismo della donna biologicamente
motivato, mentre Freud diceva che la donna
è incapace di sublimazione.
Passiamo all’amore civile l’amore civile è rispettare gli altri non in relazione al desiderio
che l’altro si comporti come voglio io. Le
donne che subiscono questo pensano sia giu-
Filosofa, psicoanalista, diplomata all’Istituto Jung di Zurigo,
didatta e docente della Scuola di Psicoterapia. Per
Baldini&Castoldi ha recentemente pubblicato:“Il mito dell’amore
fatale”.
zione perché l’unica vera unione con l’altro è
la dissoluzione. Ma non può essere un’unione
con l’altro perché l’altro è un soggetto, incarnato nello spazio e nel tempo, che non potrà
mai aderire né alle fantasie immaginarie, né
essere re-inglobato magicamente in un corpo
fisico; quindi anche prima della nuova legge
sulla violenza delle donne – è come se il desiderio fosse quello di cannibalizzare l’altro, facendolo diventare una preda – c’è stato anche
qualche killer seriale che preso da questa pulsione estrema si è mangiato la vittima.
Cosa succede all’interno di una storia molto
complicata e anche qui si inserisce l’atra questione colludendo col tema dell’amore assoluto e fatale, una trasformazione dei rapporti
familiari che fino al 700 erano di tipo patriarcale, qui parliamo di storia e non diamo delle valutazioni certamente per i bambini è meglio avere delle famiglie allargate che due genitori pieni di stress che trasmettono involontariamente o volontariamente tutte le loro angosce della sopravvivenza su di loro che non
hanno strumenti per difendersi quindi per i
figli e meglio una quantità di persone che
possono essere anche testimoni di eventuali
violenze. La rivoluzione industriale ha creato
la famiglia mononucleare ed ha coniugati il
mito dell’amore assoluto con il matrimonio.
Con questa famiglia cominciano le patologie
e nasce infatti la psicanalisi perché la donna
non può più parlare come faccio io adesso.
Nel settecento le donne erano, infatti, infinitamente più libere, ma non soltanto nelle corti dove ci sono scienziate, amanti-consulenti
dei re, anche nella popolazione, si accentua lo
stereotipo di genere e l’ideale della donna dice Young, che ha l’io nell’ombra, si radica nell’ottocento, anche nei vestiti, pensiamo l’uomo nel 600 e nel 700 vestiva con parrucche,
merletti, cipria, mentre nel 800 si veste di nero, marrone, le donne erano vestite diversamente. Anche i padri della psicoanalisi hanno
navigato in questa cultura.
L’uomo per sopravvivere non può mangiare
la carne cruda che strappa con le mani, l’uomo per sopravvivere ha iniziato la tecnica, e
sono iniziati degli strumenti culturali, anche
il dire cosa deve fare l’uomo cosa la donna è
tutto un rapporto di esperienze che passano
sto corrispondere completamente ai desideri
dell’altro e non esigono rispetto, la questione
è parlare, è creare dei piccoli parlamenti sia
fuori di se che dentro di se, in questo senso
un altro psicanalista, Winnicot, diceva l’equilibrio di una persona è creare una democrazia interiore, e dunque negoziare sempre tutto dichiarare, secondo i bisogni e le necessità
del momento di entrambi i protagonisti della relazione, le soluzioni possibili non valgono
per tutti, per esempio Sartre e Simone de Beauvoir, vissero la loro relazione civile intellettuale in case separate, quindi le soluzioni possono essere diverse e giuste a secondo delle
esigenze di ognuno.
Amore civile: una bibliografia
Enrichetta Buchli, Il mito dell’amore fatale,
D.De Rougemont, L’amore e l’occidente, tr. it.
Rizzoli, Milano 1993
M.Hurni, G.Stoll-Simona, L’odio dell’amore.
Le perversioni nelle relazioni umane,
tr.it.L’Harmattan Italia, Torino 1998
S. Filippini, Relazioni perverse. La violenza
psicologica nella coppia, Franco Angeli, Milano
AAVV, I generi della violenza, Franco Angeli,
S.Mitchell, L’amore può durare?, Tr. it. Cortina,
P.C.Racamier, Incesto e incestuale, tr.it. Franco
Angeli, Milano 2003
M.Benasayag, G.Schmit, L’epoca delle passioni
tristi, tr.it. Feltrinelli, Milano 2004
Giddens, La trasformazione dell’intimità, tr.it. Il
Mulino, Bologna, 1995
Z.Bauman, Amore liquido, tr.it. Laterza, Bari
U.Beck, E.Beck-Gernsheim, Il normale caos
dell’amore, Bollati Boringhieri, Torino 1996
M.T. Giannelli, Comunicare in modo etico,
Cortina, Milano 2007
“Amore civile” in movimento
Riforma del diritto di famiglia, Festival dell’amore civile, democrazia diretta:
le nuove libertà NON sono soltanto questioni di “minoranze”
m.cappato@agendacoscioni.it
“questione femminile” che la “questione
omosessuale”.
Amore civile è il tentativo di “tenere tutto insieme”, di non occuparsi solo di una questione particolare, come è stato fatto in questi anni, quando è stata ridotta tutta la questione
delle “famiglie” a una sorta di “rappresentanza di interessi particolari”.
Occuparsene significa occuparsi di realtà sociali assolutamente maggioritarie, andando
oltre la della difesa di una minoranza. Esiste,
certo, un problema di discriminazione, che
va affrontato. Lo ricordava Bruno de Filippis:
discriminazione dei figli nati fuori dal matrimonio, di un’unione rispetto all’altra, di un
sesso rispetto all’altro. E’ difficile “chiamare a
raccolta” sui singoli temi, perché è difficile
“chiamare” in termini di comunicazione, ed è
anche difficile “raccogliere”, cioè dare uno
strumento, uno sbocco politico ai diversi interessi in gioco. Va recuperata la radicalità dello scontro, perchè nei due anni di dibattito su
“DICO e dintorni” si è persa di vista la questione epocale: quella della famiglia e delle famiglie. La natura umana è anche storia, e
cambia con la storia dei rapporti sessuali, dei
rapporti di famiglia. Siamo arrivati a un tempo in cui non c’è più un legame obbligato tra
sesso-amore-riproduzione-convivenza.
Fagioli ha parlato dell’identità sessuale, quasi
dicendoci: “non esiste un’identità sessuale”.
E’ un’idea importante, che dobbiamo tenere
presente come risultato possibile in una società dove lo Stato è completamente neutrale
nei confronti delle scelte di vita e di sessualità, rendendo superfluo cercare la propria
vanno superate
facendo “causa
comune” tra i
“minoranze”, per
una battagla
antropologica che
riguarda il 100%
identità nel comportamento sessuale. Oggi
però delle discriminazioni ci sono, e vanno
superate non certo riducendo il problema a
quello di minoranze che più fanno sentire la
propria voce e meglio riusciranno a eliminare la propria specifica discriminazione. Questo schema ha fallito. Non è più nemmeno
vero per il mondo del lavoro, dove il lavoratore non definisce più la propria identità nell’essere tale, né il “padrone” nell’essere “padro-
L’altro strumento del quale dobbiamo disporre riguarda la forma-partito, l’organizzazione
politica. Come Associazione Luca Coscioni
abbiamo cercato di farlo a partire da quel
motto “Dal corpo dei malati al cuore della
politica”. Oggi esiste la possibilità tecnologica di collegare persone e iniziative. Intorno a
una grande idea di fondo sulla libertà e responsabilità, c’è finalmente la possibilità tec-
Stiamo facendo una battaglia che non riguarda una minoranza, ma la stessa antropologia,
il 100% delle libertà sessuali, di convivenza,
di amicizia, di rapporti produttivi, persino di
politiche abitative. Le nuove tecnologie sulla
fecondazione assistita, sugli anticoncezionali
separano nessi obbligati tra sesso, amore,
convivenza, lavoro. Tutto ciò sta già accadendo indipendentemente dalle leggi. Il nostro
problema è allora quello di salvare il valore
delle leggi e della democrazia, perché quando le leggi e la democrazia corrispondono così poco a una realtà sociale, la possono in parte bloccare, producendo danni enormi sulle
persone, ma il danno lo subisce la legge stessa. Lo Stato di diritto diventa una cosa che
funziona sempre di meno, ha un ruolo sempre meno importante ad aiutare in positivo le
“Soccorso civile”
sulle unioni di fatto:
così come “dal
corpo dei malati al
politica”, bisogna
partire “dal corpo,
dalla carne e
dall’amore”
Ripartiamo attraverso la proposta legislativa,
per l’eliminazione di ogni discriminazione di
comportamenti sessuali e familiari. Riproponiamo la radicalità di questo scontro in tutta
la sua chiarezza, poi ci possono essere compromessi. Ripartiamo anche dalla questione
transnazionale, perché la dove ci sembra che
non ci sia più nulla da fare nel nostro Paese
possiamo riferirci alla libera circolazione delle persone all’interno dell’Unione Europea.
nologica di “tenere assieme”, di connettere
l’impegno su fronti diversi: le scelte di autodeterminazione sulla salute e la libertà di cura, l’eutanasia, il testamento biologico, la fecondazione assistita, le scelte di sessualità, di
Dovremmo anche cercare di recuperare chiedere una mano al mondo dell’arte, della cultura, del cinema, della canzone. Ho sentito a
Eurodeputato radicale, Segretario dell’Associazione Luca
ne”, ma sono tutti al tempo stesso produttori, lavoratori, consumatori. Ancora meno vero è perciò quando è in gioco un insieme
molto più complesso di interessi, quell’”amore civile” dove la libertà sessuale, la libertà nel
mettere su una famiglia, la non discriminazione nell’accesso al lavoro riguardano sia la
vile”, per recuperare quello che ormai non si
osa più fare (perché troppa è stata la burocratizzazione, la strumentalizzazione, il conformismo di regime delle corporazioni anche sul
piano culturale, a partire dai concerti del Primo maggio). Dovremmo riprovare a chiedere aiuto al mondo dell’arte per raccontare che
cosa significa l’”amore civile”, per raccogliere
la sfida rispetto a chi fa bandiera ideologica
della famiglia tradizionale.
Radio Radicale un dibattito nel quale Gianfranco Fini si diceva apertamente in disaccordo con gli altri oratori (Aznar e Casini) sul
Sessantotto. Fini aveva detto che le ragioni del
’68 erano di per sé positive.. Amore civile può
essere appuntamento annuale non solo di dibattito, ma anche un “Festival dell’amore ci-
Abbiamo la necessità di recuperare un radicamento nella società su queste battaglie, senza avere la pretesa di dire “io sono rappresentante dei malati di questa malattia, o delle
donne, o degli omosessuali,...”. Questa impostazione è stata una delle ragioni dei fallimenti recenti. Nonostante la società e le tecnologie andassero verso una direzione, siamo
stati incapaci nel nostro Paese – al contrario
di altri - di realizzare riforme di libertà. Non
voglio con questo dire che la “rappresentanza”
non serva più a nulla, che non ci sia bisogno
di difendere anche sindacalmente i diritti della persona omosessuale discriminata in quanto omosessuale. E’ importantissimo farlo, sulla questione del matrimonio e su tutte le altre
alle quali Bruno de Filippis sta cercando di
dare una sistematicità giuridica. Dobbiamo
lavorarci, senza però illuderci che i rappresentanti, le corporazioni, i partiti vanno poi a
“mediare” in Parlamento. La vecchia idea della “cinghia di trasmissione” - in base alla quale c’è un problema sociale, c’è chi si batte per
il problema sociale, poi c’è il rappresentante
del problema sociale nel sindacato e poi c’è il
rappresentante del problema sociale in Parlamento - è un’idea perdente. Dobbiamo ripartire dai casi individuali: così come “dal corpo
dei malati al cuore della politica”, bisogna
partire “dal corpo, dalla carne e dall’amore”
delle persone. Oggi serve un nuovo modello
di associazione “aperta”, che raccoglie anche
la sfida del caso individuale, cercando di fare
provare a chiedere
aiuto al mondo
l’“amore civile”
“massa critica” di singoli problemi senza pretese di omogeneità “ideologica”. Ciò non obbliga a fare tutti le stesse battaglie, ma pone la
sfida di non essere settari sul piano dello
schieramento, sul singolo problema, e aprirsi il più possibile ai problemi degli altri.
In questo senso l’amore civile può essere molto di più di un appuntamento di convegno,
può essere il luogo dove si aggancia il pacchetto legislativo della riforma del diritto di famiglia con l’azione di associazioni, storie e persone che mantengono tutta la loro identità e
Un esempio concreto è il portale “Soccorso
Civile” dell’Associazione Luca Coscioni, dove forniamo questo servizio: un tuo parente
ha bisogno dell’eutanasia? Noi ti spieghiamo
come andare in Svizzera per l’eutanasia, oppure come ottenere legalmente in Italia la sospensione delle terapie (come ha fatto Piergiorgio Welby dopo tre mesi di lotta con
l’aiuto di giuristi, di avvocati, di medici); oppure spieghiamo come ottenere la cannabis
terapeutica per malati. Ora abbiamo inserito
la questione di cui parlava Bilotti: la registrazione delle unioni civili.
L’altro strumento che ci prepariamo ad usare
è quello dell’iniziativa popolare, sulla questione delle non discriminazione nei servizi pubblici e sociali nei confronti delle unioni di fatto e quindi anche delle unioni omosessuali.
Vogliamo utilizzare la democrazia diretta,
l’iniziativa popolare per mettere in rete nel
singolo comune il singolo problema, la singola persona.
Proviamo a collegare tutto questo, a unire le
forze delle persone che hanno intelligenza e
passione da dedicare a queste libertà, a creare
il movimento dell’amore civile.
PER LA RIFORMA DEL DIRITTO DI FAMIGLIA
Riforma radicale per un diritto
influenzato ancora da Ippocrate
C’è un romanzo, “La cattedrale del mare” di
Ildefonso Falcones, un avvocato spagnolo
che si è molto documentato sulla storia dei
secoli passati. Egli utilizza una bella immagine: nel XIV secolo, quando Barcellona era
minacciata, le campane suonavano e la gente accorreva. Questa immagine la prendo in
prestito. Campane che suonano per chiamare a raccolta i cittadini, quando vi è qualcosa
di inaccettabile.
Trasferiamoci nel 1968, allorché vigeva una
legge che puniva l’adulterio della donna con
il carcere. L’uomo, invece, era punito solo il
concubinato. Intervenne la Corte Costituzionale e abrogò questa norma. Ci aspetteremmo che tutti, all’epoca, fossero d’accordo e anzi fossero lieti dell’eliminazione di una
tale ingiustizia. Ho invece di recente seguito
una trasmissione Rai intitolata: “Le voci del
società tra uguali,
affermava la
civile, fino ad allora,
diceva che il marito
è il capo della
vigenza della
potestà maritale.
1968”, nella quale si riportava il commento
di un politico, un giornalista ed uno studioso a questa abrogazione e il commento era
negativo. Essi s’indignavano per tale decisione, richiamando una vignetta apparsa su di
un giornale, che rappresentava un carabiniere nell’atto di scoprire due amanti e dire loro:
“In nome della legge… continuate”. Costoro volevano che il diritto penale continuasse
a perseguire l’adultera e il suo compagno. Essi dimenticavano che l’adulterio era comunque sanzionato civilmente oppure ciò, per loro, non bastava: volevano il carcere per gli
“adulteri”. Tale reazione sembra incredibile,
Nel ‘75 è stata realizzata la riforma del diritto di famiglia, la quale, pur non eliminando
tutte le ingiustizie, ha posto termine ad alcu-
ne di esse. Dopo la riforma, il marito non era
più “il capo”, ma tutti erano uguali, i figli
erano tutti uguali sia se nati fuori che dentro
il matrimonio. Nulla di più giusto e inoppugnabile. C’è tuttavia chi non è d’accordo e
addirittura vi è una sentenza (tribunale di
Modena, 19 aprile 1991), in cui si dice che
in un giudizio di separazione necessariamente soccombenti sono i figli, i quali non possono difendersi contro “il sopruso della legge e
dello Stato”. Leggo testualmente: “sembra
infatti che questo nuovo tipo di uomo moderno sia tanto sazio e tanto disperato da assumere, come il comportamento dei protagonisti della presente causa e di tante altre, e
come associato comportamenti come quelli
che derivano dalla riforma del diritto di famiglia , comportamenti di tale egolatria da
non rispettare nemmeno le regole naturali
proprie degli stessi altri animali che sono in
La riforma che pone fine alle ingiustizie viene definita come comportamento che non
rispetta le regole naturali! La mia campana
suona per dire: chi è d’accordo con questa
motivazione non venga qui, chi la ritiene incredibile invece accorra.
La cosa incredibile, a mio avviso, è che qualcuno possa non essere d’accordo e non plaudire dinanzi al fatto che i figli, con la riforma
del diritto di famiglia, siano finalmente divenuti tutti uguali.
Gli esempi che possono farsi sono tanti.
In una rivista del 1974, in un’epoca in cui i
figli adulterini non potevano essere riconosciuti e, quindi, per legge non potevano avere un padre (la riforma del diritto di famiglia
ha eliminato questa assurdità) un autore affermava che la categoria dei figli adulterini
era espressione dell’interesse sociale di difesa
dell’istituzione del matrimonio “contro la
prevaricazione e la sfida dell’adulterio”.
Vi era quindi allora e forse vi è ancora adesso, chi pensa che i figli nati in questa situazione non debbano avere diritti. Chi la pensa in questo modo, per me è nemico della civiltà e del progresso giuridico.
Si sono fatti dei passi avanti dal 1948, epoca
in cui una sentenza del tribunale di Ferrara,
dovendo decidere a chi affidare i figli in seguito ad una separazione, disse semplicemente che i figli dovevano essere affidati alla
madre “perché religiosissima” e non al padre
perché “ateo perfetto”.
Da allora per fortuna il diritto di famiglia ha
fatto dei passi in avanti. Facciamone ancora.
La riforma ha detto che la famiglia è una società tra uguali, come già affermava la Costituzione, mentre il codice civile, fino al 1975,
diceva che il marito è il capo della famiglia e
affermava la vigenza della potestà maritale.
Oggi la completa uguaglianza ancora non
c’è. Basta pensare alla disciplina del cognome dei figli. Elaboriamo un progetto che finalmente svecchi tutto.
Nel nostro diritto c’è ancora l’influenza di Ippocrate, vissuto nel quattrocento avanti Cristo. L’attuale art. 232 del codice civile stabilisce se il figlio è nato dentro o fuori il matrimonio, e quindi è legittimo o meno, in base
a presunzioni che risalgono alla scienza medica di Ippocrate. Oggi abbiamo altri metodi, ma il problema non è questo. La presenza di Ippocrate nel codice del 2000 può costituire solo una curiosità.
Il guaio è che questa trasmissione pedissequa
delle regole del passato conduce a violazioni
di diritti fondamentali. Ad esempio, abbiamo una norma come il 147 del codice civile,
la quale stabilisce i diritti dei figli nei confronti dei genitori. Questa norma, invece di
essere collocata nel capitolo relativo alla filiazione, si trova nel capitolo matrimonio.
Abbiamo un sistema che è stato tramandato
dal diritto canonico, perché tutto il diritto di
famiglia deriva dal diritto canonico. Il sistema si è perpetuato comprimendo il diritto di
molte persone, ad esempio, i diritti degli
omosessuali. Come si è detto, in passato la
Costituzione affermava che marito e moglie
sono uguali, mentre il codice civile diceva
che il marito è il capo famiglia. La situazione
è ora analoga sotto un altro aspetto: mentre
l’articolo 3 della Costituzione dice che tutti i
cittadini sono uguali senza nessuna discriminazione, vi sono chiare discriminazioni nei
Si deve concludere che abbiamo un diritto di
famiglia tramandatoci dal passato e dal diritto canonico. Ora che siamo in Europa, non
passa giorno che non arrivino raccomandazioni aventi ad oggetto svariati aspetti del diritto di famiglia, che puntualmente ignoriamo.
L’Europa ci invita a elaborare un diritto di famiglia più moderno e noi invece conserviamo quello vigente, e abbiamo suggestioni di
tipo medievale, desiderando imitare Paesi nei
quali l’influenza della religione è ancora maggiore.
Ovviamente c’è molto altro da dire, ad esempio sulla legge sul divorzio che è estremamente punitiva per chi vuole divorziare e reclama di essere semplificata, e su numerosi
giurista esperto di diritto di famiglia
confronti degli omosessuali.
Queste discriminazioni non si giustificano,
anche per il contenuto dell’art. 2 della medesima Carta Costituzionale, la quale affer-
altri aspetti del diritto in tema di rapporti familiari, procreazione e violenza intrafamiliare.
Il guaio è che nel
nostro diritto la
pedissequa delle
regole del passato
violazioni di diritti
l’Europa ci invita ad
elaborare un diritto
di famiglia più
ma il diritto di realizzare la propria personalità. Non si comprende perché gli eterosessuali possono realizzarsi tramite un rapporto
di coppia e gli omosessuali no.
Dire che questi ultimi possono realizzarsi tramite un rapporto con un nome diverso dal
matrimonio sarebbe un buon compromesso, ma neanche ciò è, secondo l’ordinamento vigente, possibile.
Tutto il retaggio del passato è foriero di discriminazioni.
Si è capito che se le truppe sparse della procreazione assistita si recano a combattere una
battaglia, gli omosessuali a combatterne
un’altra, etc. sono considerate tutte battaglie
di categorie, espressione di interessi e, spesso, risultano purtroppo battaglie perdenti.
Se invece vi è un progetto complessivo, in
grado di unire e di motivare, la situazione
cambia. Questa iniziativa deve essere un’iniziativa con la “I” maiuscola; o si fa un grande
progetto o niente.
Non si può coltivare l’idea di riformare il diritto di famiglia come se fosse una delle tante proposte in campo. Per le implicazioni che
la riforma ha, le ricadute su ogni aspetto della vita civile e politica, essa deve avere una
forte, se non assoluta, priorità.
Il progetto non sarà un “pacchetto di proposte di legge”, ma una riscrittura del libro II
Non si tratta, ad esempio, di presentare una
proposta di legge sull’adozione, ma della riscrittura di tutto il capitolo sulla filiazione,
dentro la quale deve essere inserita la disciplina dell’adozione.
Il primo articolo di questa materia deve dire
che “Tutti i figli sono uguali e hanno gli stessi diritti a prescindere di come siano nati”, il
secondo articolo deve precisare quali sono
questi diritti.
Per quanto concerne le “linee guida” del
nuovo diritto di famiglia, penso che esso dovrebbe basato sui punti che seguono, cominciando dall’istituto matrimoniale.
Il matrimonio dovrebbe essere costruito in
modo di realizzare una pluralità di figure,
aventi tutte pari dignità, idonee a far stare insieme le persone in un rapporto di tipo familiare.
Nel capitolo matrimonio dovrebbe esservi il
matrimonio tradizionale (possono esservi
motivi per abrogare il matrimonio concordatario o gli accordi che sono stati fatti nel
1984 da Craxi, ma non per abolire la figura
del matrimonio tradizionale), ma accanto ad
esso dovranno essere previste ipotesi alternative, del tipo Pacs o Di.Co.. Devono esservi
possibilità aperte all’autonomia privata, nel
senso che persone le quali vogliano scegliere
modelli diversi siano libere di farlo.
Queste figure devono essere aperte a tutte le
persone senza nessuna distinzione. Una volta che sono stati indicati il matrimonio e le
possibilità di unione familiare alternative ad
esso, non è giusto dire ad alcun cittadino che
non può accedervi, per qualsiasi ragione, oppure che, per la sua “diversità”, può accedere
solo ad una di esse e non alle altre.
Per la separazione e il divorzio devono esservi due obiettivi fondamentali. Il primo deve
essere quello di abolire la necessità di un doppio giudizio, perché questa è una singolarità
dell’ordinamento italiano, frutto di un’ottica
dissuasiva, se non apertamente punitiva.
La “ratio” dell’esistenza di un doppio giudizio per pervenire ad un unico risultato è la
stessa che intende impedire, pur in un ordinamento che ammette l’interruzione della
gravidanza, l’uso della “pillola del giorno dopo”. Vale a dire si vuol rendere più gravoso
l’accesso all’istituto, perché le persone siano
indotte a meditare e possano rendersi conto
della gravità del problema. L’ottica dissuasiva, in tema di divorzio, opera raddoppiando
i tempi e i costi del processo. Anche in questo settore l’Italia deve adeguarsi agli standars
europei. E’ poi necessario, nella separazione
e nel divorzio, l’intervento della mediazione
familiare. Dei tribunali, dei giudici c’è bisogno, ma sullo sfondo, nel caso in cui le persone non riescano a trovare da sole una soluzione con l’aiuto della mediazione. Con
un’immagine già altre volte richiamata, si
può dire che attuare giudizi di divorzio o di
separazione senza la mediazione familiare è
come effettuare interventi chirurgici senza
anestesia. Si tratta di un’incomprensione della situazione e della sofferenza delle persone
coinvolte, che bisogna eliminare.
Deve poi essere previsto il capitolo relativo a
fecondazione assistita, aborto e clonazione
terapeutica. Proposte già elaborate su questi
argomenti devono entrare nel codice, così
come deve entrarvi l’interruzione della gravidanza. Il codice è una somma di leggi che
rappresenta tutto quello che c’è in quella determinata materia, in quel determinato argomento. Sul codice civile italiano in tema di
diritto di famiglia è stata giocata questa partita per ragioni di carattere ideologico e non
si è voluto che determinati istituti entrassero
nel codice. Finanche il divorzio non è mai
entrato nel codice, è rimasto come legge speciale. Il divorzio deve essere invece inserito
nel codice civile, dove è giusto che sia, come
deve essere inserita nel codice la legislazione
speciale relativa alla procreazione assistita.
Questo inserimento deve avvenire nel capitolo dedicato alla filiazione, perché la PMA è
uno dei modi in cui è giusto che si possano
avere dei figli e si possano avere figli sani.
Analogamente deve entrare nel codice la legge sull’interruzione della gravidanza.
Si è più volte accennato al discorso dei figli
legittimi e naturali, al fatto che oggi sono
soggetti a sperequazioni. In ragione di ciò,
uno degli obiettivi di fondo, dell’ossatura del
nuovo diritto di famiglia, deve essere il discorso della parità dei figli, comunque essi
siano nati. La parità tra uomo e donna deve
diventare totale. Ancora oggi c’è la questione
del cognome della moglie e dei figli, che alcuni ritengono marginale, ma invece è un segno del non definitivo riconoscimento della
parità. Per le successioni dovrebbe essere prevista una maggiore libertà. L’argomento delle successioni è unito a quello della famiglia
per effetto degli obblighi previsti per la successione legittima. La legge si adegua alla tradizione secondo cui il patrimonio familiare
non deve mai uscire, se non in piccola parte,
dalla famiglia. Il testatore non è libero di
provvedere diversamente, quali che siano i
rapporti che egli ha con i suoi familiari. Anche questo è un argomento da discutere e da
LEGA PER IL DIVORZIO BREVE
Divorziare stanca.
Una riforma per abbreviare l’iter.
Il 12 maggio del 1974 gli italiani approvavano con un referendum la legge sul divorzio;
nel 1987 viene introdotto il divorzio su richiesta congiunta e si abbrevia il tempo intercorrente dalla separazione dei coniugi all’ottenimento del divorzio, portandolo a 3
anni. Sono passati oltre 20 anni da questo
provvedimento e la situazione in Italia è decisamente cambiata. Non è più in discussione
solo la durata della separazione, ma la necessità stessa del giudizio di separazione, inutile
duplicazione che comporta, per ognuno dei
giudizi, tre possibili gradi. Un iter che non lascia al cittadino la libertà di scegliere di acce-
che non dovrebbe avere eccessive discussioni.
Ma poi ci sono picchi: si raggiungono tranquillamente i 10 anni. Picchi che hanno
spinto magistrati come Francesco Greco,
procuratore aggiunto di Milano, a sentenziare che in Italia si fa prima ad uccidere il coniuge piuttosto che a divorziare. E ultima,
ma non ultima, la parcella per gli avvocati:
un giro d’affari che è stato stimato dalla stampa, ma sembra per difetto, tra i 500 milioni e
il miliardo di euro l’anno. Nel resto d’Europa, a parte le cattoliche Irlanda e Polonia, e a
Malta dove sono ammessi solo i divorzi registrati in altri paesi, si sono adottate legislazioni che tendono a ridurre al massimo i tempi
dere immediatamente al giudizio di divorzio,
che riteniamo contenga già in sé i tempi di
riflessione e di pausa necessari ad una valutazione da parte della coppia.
Ma cosa ci dicono i dati? Che una modifica
della legge coinvolgerà migliaia di cittadini
italiani è di tutta evidenza, i divorzi sono in
crescita in questi ultimi 10 anni, così come le
separazioni. I primi sono aumentati del 74%,
le seconde del 57,3%; addirittura negli ultimi anni l’aumento in percentuale è sensibile: solo tra il 2005 e il 2006 i divorzi sono aumentati del 25%, e solo una piccola parte dei
divorzi ha rispettato i tempi, i tre anni necessari di separazione, nel 37% dei casi si superano i 4 anni. Al 2006 ci vogliono 670 giorni, in media, per concludere un divorzio giudiziale e ben 130 per un divorzio congiunto,
Obbiettivo della
per il divorzio breve
responsabilità dei
singoli attraverso
l’eliminazione della
procedura della
e i costi per ottenerlo.
Obbiettivo della Lega italiana per il divorzio
breve è quello di valorizzare la volontà e la responsabilità dei singoli attraverso l’eliminazione della procedura della separazione, magari inserendo al suo posto un passaggio di
mediazione familiare, o un breve iter giudiziario con funzione “riconciliativa”, al termine del quale si può accedere direttamente al
divorzio. Eliminare comunque la procedura
della separazione in caso di accordo tra coniugi sulle condizioni che li riguardano. Riducendo in questo modo il carico di lavoro
gravante sulla giustizia civile ed i costi per le
parti coinvolte. Però è necessario fare i conti
con una realtà politica che vede i vari tentativi intrapresi nelle passate legislature non riu-
scire a concludersi in modo positivo per
un’opposizione a tutto campo della Gerarchia della Chiesa cattolica che, intervenendo
direttamente nel dibattito politico, ha criticato questa presunta minaccia alla famiglia.
Nella legislatura appena conclusa il tentativo
di rivedere la legge sul divorzio aveva fatto dei
passi avanti significativi: una volta licenziato
il testo base nella II Commissione –giustiziadel Senato, la possibilità che approdasse in
Aula un testo condiviso era molto alta. Purtroppo la fine anticipata della legislatura ha
impedito che ciò accadesse.
Non abbiamo ancora idea di cosa possiamo
aspettarci da questo nuovo Parlamento. E’
necessario che si ripeta quello che avvenne
nella scorsa legislatura, giungere ad una proposta condivisa trasversalmente agli schieramenti, che possa ottenere una maggioranza
parlamentare. Quindi il nostro lavoro deve
essere in queste settimane, in questi mesi,
quello di raggiungere tra opposizione e maggioranza la condivisione di una proposta che
veda il Parlamento farsi carico di questa urgenza sentita da molti cittadini che sono ormai da troppo tempo in attesa di rifarsi una
vita, di normalizzare i propri rapporti ed i
rapporti con i propri familiari.
All’interrogativo: se provare a creare una
maggioranza trasversale, anche se su un testo
non del tutto adeguato, e intanto porre rimedio a situazioni difficili; o affrontare il giudizio parlamentare con una riforma radicale
della legge, non sembrerebbe esserci altra via
che un tentativo di mediazione. Il tutto però
se è inserito in una riforma complessiva del
diritto di famiglia che comporta una serie
d’interventi che con il tempo possono attenuare l’inadeguatezza di quelle proposte che
fin’ora hanno ottenuto maggior successo. Insomma, solo una globale riforma del diritto
di famiglia, come fu nel ’75, può in realtà dare un respiro più ampio alla nostra battaglia,
e quindi su questo non possiamo che contribuire con la necessaria energia.
@pprofondisci
Il sito della Lega italiana
per il Divorzio Breve: www.divorziobreve.it
“Famiglia”:
Nelle sfere dei legami affettivi, dell’intimità e della sessualità l’uomo, storicamente,
ha “sperimentato”. Una “buona società” gli deve consentire di poterlo fare ancora.
Possiamo affrontare la sfera degli affetti, dei legami personali e della sessualità da varie prospettive. Un’idea che vorrei suggerire è che, mai
come in questa sfera, ciò che ci appare di volta
in volta naturale, essenziale, costituivo della natura umana è invece l’esito complicato di processi di sviluppo storico, di consolidamento di
pratiche, percezioni, sentimenti. Credo che sia
utile tenere presente la varietà ampia di cose
che gli esseri umani hanno fatto della loro capacità di legame, di affetto, di esperienza sessuale, per allargare la nostra visione, per superare una certa ottusità e una mancanza di immaginazione che può stringere i nostri pensie-
diversi in cui queste sfere sono state messe al
centro della considerazione delle società umane e degli individui. Voglio proporre questa
idea: nei modi specifici in cui gli affetti umani
sono stati imbrigliati, plasmati sotto l’effetto di
interessi diversi da quelli della formazione libera della propria soggettività, gli esseri umani
hanno trovato e direi possono ancora trovare i
modi di rispondere criticamente per affermare
se stessi. Ora credo che sia interessante vedere
la varietà di modi in cui gli affetti e l’intimità
umana sono stati plasmati.
Un primo asse da seguire è chiaramente quello del diritto e dell’economia, in particolare
con l’idea che al centro della società ci sono gli
uomini, mariti e padri, e quindi l’idea del patriarcato. Questa è forse la storia di più lunga
durata perché, se pensiamo ai cambiamenti
enormi che sono intercorsi tra le società classiche, in Grecia e a Roma, e le società europee
cristianizzate, oltre alle trasformazioni interne
a queste stesse società, ebbene l’elemento di
continuità principale è proprio nel ruolo di dominio, giuridico ed economico, del maschio
sulla donna. Dal punto di vista della storia del
diritto e dell’economia i cambiamenti centrali sono davvero molto recenti, a partire dagli
anni Cinquanta dello scorso secolo, e riguardano il ruolo occupazionale della donna che è
andato imponendosi in modo significativo in
alcune società e le parità dal punto di vista giuridico che sono state guadagnate. In alcune società, come quelle scandinave, il nuovo ruolo
occupazionale delle donne, la parità nei diritti
e un intelligente welfare, hanno prodotto una
parificazione nei fatti tra uomo e donna, una
Docente di Bioetica all’Università di Roma “La Sapienza”
Pensare ai legami
privati come forme
di amicizia, con le
idee di eguaglianza
esplorativo e
aperto che esse
portano con sé, mi
potenzialità positiva
ri e i nostri sentimenti. In questo senso è utile
fare una ragionevole decostruzione dei nostri
Dobbiamo nutrire il nostro senso della giustizia e della simpatia umana con l’immaginazione e riuscire a inventare modi nuovi e inediti
di vivere, di sperimentare la vita. In questo senso Mill diceva che una buona società consente
di fare una molteplicità di esperimenti di vita,
da cui imparare per migliorare e trasformarsi,
personalmente e come collettività. Ora mi
sembra che le sfere dell’intimità, quelle dei legami e della sessualità, siano invece aree di
esperienza in cui spesso gli esseri umani hanno cercato di imbrigliare le possibilità di sperimentazione. Proverei a vedere con voi i modi
Stencil / Melfeasance
erosione dell’asimmetria non solo culturale ma
anche biologica insita sia nel collegamento tra
sessualità e procreazione sia nella stessa capacità procreativa della donna. Con una adeguata
cultura sessuale e con l’aiuto intelligente dello
Stato alle donne in gravidanza, in modo da
non favorire una dipendenza dagli aiuti statali, è possibile erodere l’asimmetria e generare
un’eguaglianza, cioè una liberazione delle donne dal bisogno del maschio, che è la caratteristica di lunga durata della storia della sessualità e dei generi.
In questa linea possiamo fare anche la storia
della famiglia. Le rivendicazioni di diritti delle
donne, la rivendicazione dei diritti di nuove famiglie gay, la rivendicazione di avere la possibilità di fare bambini innanzitutto come donne
e non come mogli di qualcuno (come è scritto
invece nella Legge 40) o di crescere i figli innanzitutto come persone singole o in coppia,
responsabili e desiderose di maternità e di paternità, indipendentemente dalla continuità
biologica o dall’orientamento sessuale – queste rivendicazioni appartengono a questa storia, come un rovesciamento, una critica interna a questo modo di vedere giuridico ed economico della sfera degli affetti. La democrazia
che entra nella famiglia – un’idea difesa con
grande forza già da Mill negli anni Cinquanta
dell’Ottocento e riproposta da Giddens –,
l’amore e la sessualità e la procreazione che diventano civili, sono idee che appartengono al-
significati che un
tempo avevano
una vita, i gusci di
forme di vita da cui
lo spirito è volato
via - come diceva
Weber continuano a
governare le vite
la storia giuridica ed economica della sessualità. Potremmo porre la questione in questo modo: la ricerca umana della felicità è stata imbrigliata con gli strumenti del diritto che ha codificato un certo tipo di famiglia eterosessuale
gerarchica e discriminatoria; dall’interno del
mondo del diritto con il tipo di universalità
che gli appartiene, le persone hanno rivendicato nuovi diritti, altri diritti, e hanno rovesciato questa costruzione con le tappe che conosciamo, con i diritti della donna, dei figli, con
il nuovo diritto di famiglia e ora fuori dal nostro paese con il matrimonio gay e con le altre
legiferazioni che sono andate in questa direzione. Questo mi sembra un primo asse di spiegazione dei cambiamenti che sono intervenuti.
Un altro asse di spiegazione è quello della percezione dei corpi e quindi anche della sessualità. La sessualità umana è tra le cose più sorprendenti. Dovremmo evitare la via facile secondo cui la sessualità sarebbe una sfera quasi
istintuale, molto vicina alla nostra natura meramente biologica, rispetto alla quale si è esercitato in modo più o meno repressivo il pote-
re della società. Non perché non vi siano stati
processi di repressione e di liberazione. Non c’è
dubbio, ad esempio, che nell’Ottocento si è registrata una fase repressiva che è stata seguita
nei primi decenni del Novecento da una altrettanto incredibile atmosfera di apertura e di sperimentazione, in alcuni luoghi in particolare,
come la Berlino di Weimar o in alcune città degli Stati Uniti, e a cui è seguito a sua volta un
lungo periodo repressivo, realizzato in vari modi, attraverso le atrocità dei nazisti o con i metodi più dolci delle democrazie. Ma la spiegazione in termini di repressione e di liberazione
non è sufficiente, perché nasconde l’enorme
diversità di ciò che di volta in volta si vuole reprimere o che trova il modo di liberarsi. In realtà, nel corso dell’umanità la sessualità è stata
molte cose diverse. Possiamo fare alcuni esempi. La sessualità nel mondo classico è fondamentalmente una questione di ruolo sociale,
non ha nessun carattere di intimità come ce lo
rappresentiamo noi ora: è legata essenzialmente al proprio ruolo pubblico. In questo senso
ci spieghiamo la totale assenza di qualcosa che
assomigli alla nostra nozione di eterosessualità
e omosessualità nel mondo greco, ad esempio,
e la concentrazione davvero molto bizzarra sulle modalità della condotta sessuale più che sull’oggetto, legate a idee di mascolinità e femminilità pensate in termini totalmente pubblici:
cioè nei termini del contrasto tra il dominio attivo di sé e della città, da una parte, e la condizione di subordinazione e sudditanza, dall’altra.
La sessualità dei lunghi secoli dell’Europa cristiana è una cosa molto diversa, legata al suo
carattere generativo. Ma la stessa connessione
tra sessualità e procreazione non è sufficiente a
spiegare il processo che rende la sessualità gradualmente qualcosa di personale e di intimo e
in fondo alla vicenda una vera cifra ineludibile della nostra identità: qualcosa di impensabile per i greci. Questo avviene con i controlli
sempre più stretti che il cristianesimo comincia
a instaurare, prima delle condotte e poi dei
pensieri e degli aspetti più intimi dell’immaginazione. Rispetto a questa storia, la medicalizzazione della sessualità a partire dalla metà dell’Ottocento trasforma questa scena ma a suo
modo la radicalizza e ci consegna oggetti che
ci sono ben presenti come gli eterosessuali e gli
omosessuali. C’è un salto enorme tra il sodomita e l’omosessuale, tra il vizio e l’anormalità
della propria natura che è anche però un passaggio di radicalità: dalla condotta viziosa e dal
peccato si passa a una cifra se vogliamo proprio
indelebile, che è quella della natura medica e
psichiatrica della persona.
Ho voluto accennare a questa storia per suggerire che i materiali storici dell’Europa moderna
che hanno generato questo concetto di sessualità sono stati reimpiegati anche per opporvi
una resistenza e alla fine per rovesciarne i contenuti. Come sappiamo, da principio l’invenzione di categorie psichiatriche come quella di
omosessualità fu vista dai primi difensori pubblici e politici di queste condotte, come il movimento contro l’abolizione del paragrafo 175
del codice tedesco che sanciva l’interdizione
dei diritti civili per atti omosessuali, fu vista da
costoro (Kertbeny, Hirschfeld) come una
chance di cambiamento. Ma la resistenza e se
vogliamo il rovesciamento è stato operato solo
in seguito nei decenni più vicini a noi, con la liberazione sessuale che ci ha consegnato l’idea
di identità sessuale: gay, lesbica, transgender. E
quindi non più l’omosessuale, questa parola
avvolta da tutta la sua diabolica maestosità, come scrive Edmund White nella sua autobiografia, ma le persone gay e tutte le altre identità in via di definizione. L’idea di avere una
identità di cui essere orgogliosi, una identità
che è la trama del proprio essere e che si situa
quindi sul confine tra la natura e la cultura, ma
che è al contempo l’esito tutto culturale, sociale e politico dei movimenti di liberazione che
l’hanno prodotta e delle società democratiche
che l’hanno accolta, è la risposta, il rovesciamento, la resistenza alla creazione di una identità malata nel sesso, la risposta che afferma una
identità che è invece il coronamento felice del
Ma c’è ancora un asse lungo il quale possiamo
esaminare la sfera dei legami personali e della
sessualità. Questa in effetti è stata non solo una
storia giuridico-economica e una storia di corpi ma è stata anche una storia di governo delle
società. La famiglia diventa a un certo momento un ganglio fondamentale nel governo delle
persone. Il concetto di famiglia, che molti ancora nella nostra società chiamano naturale e
che in larga parte non corrisponde più alla vita reale delle persone, la famiglia borghese, padre madre figli tutti sotto lo stesso tetto, organizzata secondo un’etica familiare, questa famiglia è figlia anche dell’interesse dei governi
per la società. L’interesse e il controllo dei governi della salute, della sessualità, delle condotte private potenzialmente pericolose, ha come
punto di appoggio la famiglia, diciamo a partire dal XVIII secolo. Rispetto alle altre due
storie a cui ho accennato, questa è la storia più
recente, la storia delle società industriali, borghesi, che si strutturano attorno alla centralità
di una società produttiva, commerciale e di
consumo funzionante. In questo contesto la
famiglia è lo snodo fondamentale della società
in termini di popolazione, di salute, di moralità pubblica. Ora quando questo fenomeno è
compiuto la famiglia si è caricata di tutti questi significati sociali. Il rifiuto della famiglia non
appare più come una scelta tra le altre, magari
bizzarra ma niente più di questo, ma come una
insubordinazione al modello stesso della società.
In questo senso possiamo leggere ancora una
volta i movimenti di liberazione come movimenti di resistenza a questo tipo di modello. I
movimenti di liberazione femminile nell’Ottocento sono presi all’inizio con incredulità e
scherno proprio perché appaiono sovvertire
una intera etica civile, il ruolo assegnato a ciascuno dentro la società, appaiono sovvertire la
società stessa. E lo stesso vale naturalmente per
il movimento di liberazione gay. Ma allora possiamo leggere questi movimenti come forme
di resistenza che hanno di mira la formulazione di un modo nuovo di essere in società.
Quindi ciò che è in gioco qui non è solo l’affermazione di sé e del proprio privato ma è in gioco la trasformazione del modo in cui i legami
personali contribuiscono a dare forma allo spazio pubblico. Una società dominata da rapporti personali e familiari, da concezioni della sessualità, che decostruiscono la cellula gerarchica e claustrofobica della famiglia tradizionale e
che inventano nuovi legami, nuove forme di
vita associata, e quindi anche nuove forme giuridiche – una società di questo tipo è anche
una società diversa sotto altri aspetti del tutto
indipendenti, è una società politica economica culturale diversa.
Credo che i nuovi legami personali, intimi, di
coppia, sessuali, faticosamente stiano inventando e depositando nuove forme che metterei
in collegamento con l’idea di amicizia. L’amicizia come sappiamo è la forma di legame più
antica e precedente alla famiglia cioè quando
la famiglia, come nel mondo classico, era in
larga parte un istituto giuridico patrimoniale
che riguardava i beni tra cui vi era la prole. Ora
credo che l’amicizia sia qualcosa da esplorare. I
nuovi legami familiari che non vogliono adattarsi al concetto di matrimonio e di famiglia
tradizionali stanno in effetti sperimentando
forme di amicizia. Le coppie gay che vivono
come famiglie esplorano anch’esse cosa significa l’amicizia. L’amicizia è un rapporto tra pari
e ha un carattere esplorativo, i cui criteri non
sono tutti fissati in anticipo. Il modello dell’amicizia mi sembra che porti con sé delle potenzialità trasformative anche per quanto riguarda lo spazio pubblico. Quando Mill ripensava al matrimonio proponeva il rapporto tra i
due sessi come un rapporto tra amici che si stimano e si confrontano in una emulazione reciproca: un rapporto che doveva educare anche
al proprio ruolo pubblico, di cittadini. Pensare ai legami privati come forme di amicizia,
con le idee di eguaglianza ma anche con il carattere esplorativo e aperto che esse portano
con sé, mi sembra che contenga una potenzia-
lità positiva nei confronti della trasformazione
Ho presentato tre modi diversi di leggere le trasformazioni che hanno riguardato le sfere degli
affetti e della sessualità, in fondo tre modi diversi di leggere le nostre battaglie attuali. Sono
battaglie giuridico-economiche, sono battaglie
per un nuovo concetto di sessualità, sono battaglie per inventare nuove forme di convivenza, nuovi modi di essere se stessi nella società.
Non voglio dire niente del nostro paese. Nei
fatti, credo, la famiglia tradizionale, la cosiddetta famiglia naturale, è in larga parte morta.
In termini quantitativi le famiglie eterosessuali riproduttive sono sempre meno e si formano
a un’età sempre più avanzata, vi sono sempre
più celibi e il tasso di fecondità totale è tra i più
bassi al mondo. Ma è un paese che ci tiene
molto a non mettere in circolazione la varietà
di stili di vita che nonostante tutto stanno crescendo a dispetto della famiglia tradizionale,
un paese che non tesaurizza questa varietà, che
la nasconde. È una società sprofondata sempre
più sotto il peso gigantesco dell’ipocrisia. Ma,
come sappiamo, un fenomeno peculiare è
purtroppo quello in cui i gusci vuoti di pratiche, istituzioni e significati che un tempo avevano una vita, i gusci di forme di vita da cui lo
spirito è volato via (come scrive Weber), continuano a loro modo a governare le vite delle
persone. Questa mi sembra per molti aspetti
la condizione nel nostro paese e non è una
CREDENTI IN ALTRO CHE NEL POTERE
“Non è bene che l’uomo sia solo. Gli farò un aiuto che gli corrisponda, che sia adatto a lui”. Anche le sacre scritture riconoscono la compagnia come bisogno umano per
“Non è bene che l’uomo sia solo”. E’ la frase
che nel secondo racconto biblico della creazione Dio pronunciò dopo aver modellato e
animato Adamo, da Adamah, terra, l’essere
tratto dalla terra.
Questa storia, come tutte le storie bibliche
fondative, va col linguaggio del mito, al cuore dell’esperienza umana, dei suoi bisogni
Ecco allora che la Scrittura riconosce la compagnia come il bisogno umano per eccellenza immediatamente dopo quello del cibo, del
dono, e non è più
quando diventa per
uno dei due o per
tutti e due un peso
non liberamente
portato. Dio in
questo non c’entra
se non nella
preghiera l’uno per
mo, prese una delle costole di lui e richiuse la
carne al suo posto e con la costola che aveva
tolta all’uomo formò la donna”.
Al risveglio l’uomo si aprì al linguaggio e al
linguaggio della poesia che, come accade, nasceva dalla sorpresa e dalla scoperta. Fu il linguaggio immediato del riconoscimento dell’altra come l’essere che gli corrispondeva, in
ebraico anche nel nome, Ish, uomo, ishah,
“Questa finalmente è ossa delle mie ossa e
carne della mia carne”
Miriadi di cose sono state dette in tutte le
epoche a partire da questo testo. Si è voluta
fondare qui la subordinazione della donna all’uomo, si è letta in queste righe l’origine divina del matrimonio monogamico… non è
di queste interpretazioni che pure sono importanti – ma solo per essere confutate – che
vorrei parlarvi oggi.
Vorrei solo riflettere ad alta voce con voi su
questo bisogno che abbiamo dentro di compagnia, di relazione alla pari, di questa necessità di verbalizzazione perfino poetica dell’importanza dell’altro/a per noi, questo bisogno
di corrispondenza di ossa, di carne, di pelle
con l’altro/a di fronte a noi. Questa capacità
sempre nuova di stupirci dell’altro o dell’altra
per il solo fatto che prima non c’era e ora c’è
di fronte a noi. Un dono inatteso.
Perché l’esistenza “di fronte” a noi (la corrispondenza) e l’esistenza “con noi” (la compagnia) precedono in importanza perfino il
concetto di aiuto reciproco.
Le prime due creature umane sono create sul
piano di assoluta parità (il concetto di corrispondenza) perché non siano sole, e poi anche perché si aiutino.
L’essere con viene prima dell’essere per.
L’esistenza dell’altro/a come mio compagno/a
viene prima della sua utilità per me.
Anche la procreazione in questo racconto
fondante c’è, ma viene solo molto dopo. In
questo primo quadro, potrà stupire, ma all’orizzonte ancora non c’è.
lavoro, del luogo dove vivere, richiamati nel
testo subito prima. Non è bene che l’uomo
sia solo. Gli farò un aiuto che gli corrisponda, che sia adatto a lui.
“Così - dice la Scrittura – Dio formò dalla terra tutti gli animali dei campi e tutti gli uccelli del cielo e li portò all’uomo perché desse loro dei nomi…. Ma per l’uomo non si trovò
un aiuto che fosse adatto a lui.”
Il primo tentativo di Dio di dare una compagnia all’uomo, attraverso gli animali, dunque
La solitudine, disagio esistenziale profondo
della creatura umana, vuoto dell’anima, non
era alleviata.
E’ così che la storia si evolve: Dio diviene il
grande anestesista e chirurgo:
“Dio fece cadere un profondo sonno sull’uo-
E la compagnia è anche un concetto teologico importante. La fede ebraico cristiana crede
e afferma che c’è un solo Dio ma non conosce
la tristezza di un Dio solo. Il Dio che nel primo racconto della creazione crea parlando è
l’Iddio che entra in relazione con il creato e
con la creatura umana con la parola, appunto.
Il Dio cristiano, che è in sé trinitario, radicalizza ancor di più questa caratteristica del Dio
che non è solo. Dio non è solo perché entra in
relazione, perché cerca compagnia stabilendo un legame di amicizia con l’umano prima
e con un popolo specifico poi. Ma si dice di
più: il Dio trinitario non è mai stato solo in se
stesso e lo rivela nell’incarnazione quando vive e conosce la “compagnia” con noi e sceglie
di vivere questa compagnia fino alla più totale identificazione con l’umano, fino a diventare “uno di noi”, un compagno che ci cam-
mina al fianco. Quando Dio viene e ci incontra il suo nome è Emmanuele, l”Iddio con
noi”. Dunque la compagnia del Dio trinitario è una compagnia aperta, che tende a includere chi si fida, chi ha fede.
Ultima osservazione in questa sommaria carrellata, aspetto storico di quanto appena detto: la prima comunità cristiana era una compagnia di discepole e discepoli intorno, insie-
sa, carne della mia carne, questa esperienza è
possibile soltanto fra un uomo e una donna?
Oppure può essere anche scoperta e vissuta
fra persone dello stesso sesso?
La risposta a questa domanda, come si sa divide, le chiese cristiane trasversalmente.
Una minoranza di tali chiese avendo ascoltato persone dello stesso sesso che ne hanno fatto esperienza, sostiene che tale corrispondenza possa ritrovarsi fra due persone concrete
Presidente dell’Unione cristiana evangelica battista d'Italia
me a Gesù, il Cristo, che con lui condivisero
idee, progetti, successi, fallimenti, esperienze
entusiasmanti, delusioni, abbandoni, soldi
(pochi), tutto. Era un gruppo fluido da cui si
poteva entrare e uscire in libertà. La sua caratteristica fondamentale era però la capacità
di fare spazio a tutti, nessuno escluso. Mangiare insieme era il simbolo di questa capacità di accoglienza. La tavola comune come anticipazione del grande progetto di cui Gesù
era precursore: il Regno di Dio.
E così, in parte almeno, avvenne anche per le
comunità dei credenti dei primi secoli dell’era
cristiana. Man mano poi le cose sono cambiate ma mai, in nessuna epoca, si è spenta
del tutto l’eco di questa realtà della fede cristiana. Magari era qualche gruppo eretico, o
così chiamato, che riviveva l’antica compagnia dei discepoli e delle discepole del Signore con libertà e capacità visionaria. Si è spesso
cercato di cancellarli, farli sparire, ma risorgevano da qualche altra parte, sempre. Dando
fastidio. Fino a oggi.
Ma questo discorso che appare astratto e lontano dalla vita di tutti i giorni, questi accenni
a categorie e simboli così antichi, come possono aiutarci? Possono davvero orientare l’attuale ricerca di comprensione della nostra vita e delle nostre relazioni?
Cosa voglio proporvi a partire da una fede
cristiana che si situa non nel cattolicesimo ma
nell’ambito culturale e teologico del protestantesimo?
Ho cinque parole da lasciare alla vostra riflessione, cinque più una fuori quota. Accompagno queste parole con domande aperte e
qualche traccia di riflessioni. Non ho risposte
definitive, ma questo è il metodo della ricerca biblica: sempre più domande che risposte.
Le parole le abbiamo già sentite, sono: corrispondenza, compagnia, aiuto reciproco, inclusione, progetto.
La prima parola è “corrispondenza”. La domanda è: ma l’esperienza che Adamo fa davanti alla creatura posta di fronte a lui, l’esperienza verbalizzata del riconoscimento della
reciproca corrispondenza: ossa delle mie os-
uniche indipendentemente dalla loro appartenenza sessuale.
La maggioranza delle chiese cristiane ritiene
invece che fra due persone dello stesso sesso
non ci sia corrispondenza ma identità e che
questa relazione non può perciò rientrare nei
piani originali di Dio nella creazione.
La prima posizione ha una prevalenza pastorale, la seconda risponde maggiormente all’esegesi biblica tradizionale.
Domande che ne aprono altre: se mi accade
che io riconosco in te, colui o colei che più
profondamente mi corrisponde, se vivo questo come una scoperta, come un dono che mi
sorprende, chi potrà definire l’essenza e la
qualità di questa esperienza se non io stessa?
Se sono una credente poi mi chiedo: c’entra
Dio in questa scoperta? E Lui che mi ha fatto
questo dono? Ho la libertà di vivere l’incontro come un dono? Chi ha l’autorità di togliermi questa libertà? Quali sono i limiti di
questa libertà?
La seconda parola è “compagnia”. Le domande: la compagnia fra due persone che si ritrovano e si riconoscono, quella compagnia che
vince la solitudine ed è verbalizzata nella reciprocità è, per due credenti, benedetta da Dio
solo se istituzionalizzata pubblicamente nel
matrimonio? Oppure la benedizione di Dio
precede ed è indipendente dalla sua eventuale pubblica istituzionalizzazione?
E una volta istituzionalizzata nel matrimonio,
perché tale compagnia liberamente scelta e riconosciuta dovrebbe diventare per Dio vincolo irrevocabile anche quando non sussistono più le condizioni originarie?
Queste domande investono questioni complesse che hanno a che fare con le diverse teologie delle chiese cristiane. E’ noto che chiese
diverse danno risposte diverse e non abbiamo
tempo di approfondire. Dico solo, ed è il mio
punto di vista, che nella compagnia perché
rimanga tale e sia una benedizione c’è bisogno di riconoscimento reciproco riconfermato ogni giorno. Non è facile ma è possibile.
La compagnia perde la sua caratteristica di
dono e non è più una benedizione quando
diventa per uno dei due o per tutti e due un
peso non liberamente portato. Dio in questo
non c’entra se non nella preghiera l’uno per
l’altro, quando c’è, nel sostegno spirituale
della comunità di fede, quando c’è, e nel rispetto degli impegni presi l’uno verso l’altra.
La terza parola è aiuto reciproco. Vorrei richiamare a questo punto un bel testo del libro del Qoelet: “Ho anche visto un’altra vanità sotto il sole: un tale è solo, senza nessuno
che gli sia vicino, non ha né figlio, né fratello,
e tuttavia si affatica senza fine, i suoi occhi
non si saziano mai di ricchezza.(...) Due valgono più di uno solo, perché son ben ricompensati della loro fatica. Infatti se l’uno cade,
l’altro rialza il suo compagno, ma guai a chi è
solo e cade senz’avere un altro che lo rialzi!
Così pure se due dormono assieme, si riscaldano, ma chi è solo come farà a riscaldarsi”(4,
Ho messo l’aiuto reciproco al terzo posto, ma
è un posto di tutto rispetto. Questo è un
aspetto delle convivenze che può non avere
nulla a che fare con l’intimità affettiva e sessuale, tuttavia va preso nella giusta considerazione. Non dovrebbero tutte le convivenze,
a richiesta dei conviventi, essere riconosciute
come fonte di alcuni importanti diritti e relativi doveri, anche quelle non caratterizzate
da rapporti di particolare intimità fisica?
La quarta parola è “inclusione”. Nel documento preparatorio a questo convegno si di-
Anche il cristianesimo ha proposto valori in
contrasto con una visione morale confinata
all’interno della famiglia. E’ stato Cristo a dire «sono venuto a dividere il figlio da suo padre, la figlia da sua madre, la nuora dalla suocera; e i nemici dell’uomo saranno quelli stessi di casa sua. Chi ama padre o madre più di
me, non è degno di me; e chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me» (Mt 10,
34-37). Nel primo nucleo di discepoli di Cristo i legami familiari non sembrano aver giocato un ruolo primario, al contrario erano
importanti i legami elettivi incentrati sulla figura di Cristo e sulla comunanza di fede e di
ricerca comune della volontà di Dio. E come
abbiamo già visto i legami fra discepoli non
erano esclusivi, bensì molto inclusivi. Anzi tale estremismo dell’inclusività provocò non
poche critiche a Gesù e ai suoi compagni accusati di mangiare e bere con le prostitute,
con gli odiati esattori delle tasse per l’impero
romano, con gente da nulla, pazzi, ubriaconi
e indemoniati.
La domanda è, ma questa volta è una domanda retorica: se la mensa di Cristo era così aperta a gente emarginata, fallita, esclusa, come
mai l’eucaristia è diventata per alcune chiese
luogo esclusivo al quale alcune categorie di
persone non possono avvicinarsi? Divorziati
risposati per esempio. Chi ha il diritto e il potere di chiudere il cerchio? Quella tavola è nostra o è Cristo che ci invita a cena? C’è qual-
cuno che pensa davvero di esserne degno? Più
Ecco la quinta parola: progetto. All’inizio di
questo contributo abbiamo detto che nel
quadro originario della creazione (racconto
numero due) la prole non è contemplata, ma
viene dopo. Ed è così. Non posso dilungarmi
sulla poesia e la misericordia che precede l’assegnazione del nome alla donna che viene
chiamata Eva, dalla parola ebraica che significa Vita. Dico soltanto che i figli nella tradizione biblica sono importanti perché sono il
mezzo che consente agli umani di immaginare un domani per la terra che sanno di dover
lasciare. Se ci saranno i figli, i figli loro e i figli
degli altri, forse penseranno con più serietà a
cosa lasciare dopo di loro.
Le nuove generazioni dunque è sano che rimangano nell’orizzonte degli adulti e poi degli anziani. Ne va della loro salute, del loro
equilibrio vitale, ne va della terra che era stata loro affidata, come ad Adamo “perché fosse coltivata e custodita”.
Vorrei quasi concludere questa riflessione
proprio con la parola progetto, nella doppia
accezione di regno dei cieli e di terra affidataci, luogo dove Dio desidera che “il diritto
scorra come acqua e la giustizia come un torrente perenne”, secondo le parole del profeta
Amos (5,24).
La condivisione di un progetto di vita che si
snodi nell’orizzonte ampio della giustizia, della pace, della preservazione della terra, della
costruzione di un futuro accogliente per le
nuove generazioni, non dovrebbe mancare
fra chi si incontra, si riconosce, si fa compagnia.
Per i credenti dunque non l’istituzione con le
sue strutture, anche giuste e utili, non le leggi, che pure vanno rispettate, costituiscono il
cuore della benedizione di Dio, ma la condivisione di un progetto che è sempre davanti,
che precede, di cui si attende fattivamente fino alla fine la realizzazione. Teologicamente
l’altro nome di questo progetto è speranza.
Essa si alimenta prendendosi cura delle nuove generazioni e ci sono molti modi per farlo.
E la speranza è compagna stretta di una parola che non ho osato finora pronunciare perché mille volte abusata e travisata, è la sesta
parola, quella fuori quota, parola che pronuncio sempre a fatica, con pudore, parola che
però porta con sé un’esperienza primordiale
di cui nessuno di noi può fare a meno, come
l’aria, come l’acqua. Amore. Senza amore ci
si lascia morire.
Forse ho scoperto mentre riflettevo in vista di
questo incontro che amore civile e amore di
Dio non sono in fin dei conti poi tanto lontani.
LO PSICHIATRA “ERETICO”
L’insostenibile identità
Appena arrivato ho sentito una frase che mi è
sembrata interessante: “la sessualità non è soltanto una questione del corpo, non è soltanto
una questione legale, non è soltanto una questione sociale”. E’ vero. Io però vorrei criticare questa affermazione, nel senso che la sessualità è anche una questione che riguarda la
mente. Forse mi potrete accusare di deformazione professionale però io son convinto che
sia anche e soprattutto una questione della
mente. Questo è il fondamento, la base per
cominciare a fare una ricerca sull’identità
Il fondamento della storia dell’identità umana
è il fatto che l’umano non è soltanto un fatto
lo zigote come se la realtà umana fosse un fatto biologico punto e basta. Mentre poi, abbiamo detto, non è la sessualità un fatto biologico. Essendo una questione della mente, perché altrimenti sarebbe sessualità animale, dobbiamo iniziare a pensare e vedere l’altra questione, ovvero quella dell’“identità”. La sessualità umana è una questione di identità. E qui
iniziano i problemi. Perché tutto quello che è
un discorso, una lotta, una campagna del tutto apprezzabile degli omosessuali, per proporre un’identità sociale della sessualità, è un problema enorme. E’ forse molto coraggioso, però parte – credo – da un difetto. Il difetto di
dire che l’identità legata alla sessualità è una
cosa già risaputa.
Laureatosi in Medicina all'Università di Roma e specializzatosi in
Neuropsichiatria, dopo una lunga analisi personale e circa 10 anni
di pratica psicoanalitica individuale, propone nel 1971 agli
ambienti psicoanalitici il risultato delle sue esperienze e della sua
formazione con il volume "Istinto di morte e conoscenza". La sua
elaborazione teorica suscita la reazione della Società
Psicoanalitica Italiana che decreta la sua espulsione nel 1976.
biologico, perché c’è questa emergenza o nascita del pensiero dalla realtà biologica. Ma come mai – mi è stato chiesto – la Chiesa Cattolica considera che la realtà umana sia soltanto
un fatto biologico quando va a sostenere che
uno è “individuo”, cioè ha un’identità, fin dal-
Sono cinquant’anni di che mi occupo di queste cose e mi pare che la parola sessualità è legata a tutto un tipo di ricerca, non si sa mica
cosa sia esattamente. Nella misura in cui è legata all’identità, è funzione dell’identità, ci
troviamo di fronte al fatto che le identità per-
sonali sono le più varie possibili; c’è da pensare che siano sei miliardi, le identità umane,
ognuna diversa dall’altra. Il volto esprime questo. Esistono sei miliardi di volti diversi. Mentre è difficile distinguere il muso di un cervo
dal muso di un altro cervo; così il muso di una
leonessa dal muso di un’altra sua simile. Nella società e nella storia invece le due cose sono
del tutto separate. Le identità sociali non sono
identità fisiche. E questa è una cosa importante per il discorso laico, per il discorso che si
può accettare del logos occidentale. Nella società esistono identità sociali e professionali,
non personali. Per cui, anche per pari opportunità, la donna ingegnere è uguale a un uomo ingegnere. Quello che conta è l’identità
professionale nella società.
A livelli più profondi dobbiamo considerare
che c’è un livello di indifferenza nella società
assolutamente necessario: non si può vivere
troppo passionalmente la guida di una macchina perché allora si arriva a centocinquanta
all’ora e ci si spacca la testa; non si può legare
ad altra cosa che non sia questo fondamento
razionale dell’essere e del movimento nella società. In questo caso appunto ci sono identità
che poi – con una brutta parola – sono chiamate “di appartenenza”. Ma poi sappiamo che
in un regime laico le identità religiose non devono essere prese in considerazione, per cui se
uno è ebreo o mussulmano, è liberissimo di
esserlo e nessuno si deve occupare delle credenze religiose degli altri. Perché allora si deve
occupare della sessualità? Quando poi a me risulta non essere una cosa definita. Essere medico o essere ingegnere o essere quel che volete è questione abbastanza definita, come è abbastanza definita quello che è un corpo sano
da un corpo malato. Ma quando andiamo alla mente, qual’è quella malata? Qual’è quella
sana? Qual’è questa sessualità… come se fosse un punto di arrivo, invece no, io credo sia
Dunque se c’è una associazione degli omosessuali, c’è anche magari un’“associazione di casti”! Hanno fatto un’identità della castità. Un
altro potrebbe fare un gruppo in cui rivendica
la masturbazione. Però io non credo che si
possa portare nella società un’identità per cui
“tu sei ingegnere?” “no, io sono un masturbatore”. Non è un’identità che può essere portata nella società. Per cui la critica è questa. [...]
E poi che significa essere omosessuali? Significa, fare certe cose, sfregandosi il corpo etc.?
No, signori miei! La sessualità umana non è
animale, per cui basterebbe il funzionamento
ormonale e il discorso della scarica…La cosa
finisce li? No, è un confronto di identità umane; e se nella società c’è un confronto dialettico più o meno tra chi è più bravo e chi è più
intelligente, più libero e tutte queste caratteristiche della coscienza, nel rapporto privato,
una volta che uno ha chiuso la porta, cadono
tutte le identità di appartenenza. Non solo se
uno è ingegnere o principe o operaio etc. perché deve venir fuori l’identità. Nell’identità
umana c’è una questione non solo di “rapporto di corpi” ma c’è anche un “rapporto di
menti”. Non è solo una questione di scariche
ormonali che arrivano a sedici anni per cui bisogna sfogarsi. Una cosa di questo genere legalizza i violentatori e addirittura i violentatori
dei bambini che non potrebbero fare a meno
di scaricarsi, uccidendo il bambino. E non esiste accettare questo. Si tratta, invece, di una
dialettica tra persone dal corpo diverso. [...]
* Stralcio dell’intervento, non rivisto dall’autore.
UNA NUOVA AGENDA PER LA POLITICA ITALIANA
Intimità democratica
Amore omosessuale, aborto ed eutanasia non sono questioni pre-politiche.
Nelle democrazie mature costituiscono il cuore dei conflitti etico-giuridici.
Vorrei cogliere anzitutto un passaggio di questo dibattito, il riferimento alla necessità di
abbandonare stereotipi e pregiudizi, anche
pregiudizi positivi, perché non si deve avere
ritrosia ad affrontare le questioni complesse e
aggrovigliatissime che la globalizzazione ci
consegna e dunque ad affrontare i conflitti
culturali ed etici che le migrazioni portano
nel nostro paese e che vivono, in maniera
spesso dirompente, all’interno delle stesse comunità straniere che vivono nel nostro Paese. E dunque il riferimento a culture altre,
presenti in Italia, che riproducono elementi
di disparità nel rapporto uomo-donna è un
passaggio obbligato che abbiamo tardato a
considerare. Quando per la prima volta, una
quindicina d’anni fa, mi capitò d’interessarmi alla grande questione - così dolente e dolorosa - delle mutilazioni sessuali, appresi un
Fino ad oggi si è
consentito che il
dibattito su questi
temi fosse
rappresentabile in
Ovvero, da una
parte la morale
tradizionale che ha
monogamica e
procreatrice, il suo
modello; dall’altra
parte, una sorta di
dato che da allora mai ho dimenticato e che
in ogni occasione mi preoccupo di ricordare, ovvero il fatto che la mobilitazione contro infibulazione e mutilazioni sessuali ha
avuto, nei paesi dove esse vengono praticate,
come ruolo fondamentale di lotta contro
quelle pratiche efferate, i movimenti femminili.
Ma contemporaneamente noi dobbiamo
considerare anche i più classici meccanismi
del pregiudizio e dell’intolleranza. Per vent’anni di migrazioni nel nostro paese la situazione è stata, in qualche misura, sotto con-
trollo. Di più: l’Italia è stato l’unico Paese europeo, attenzione, l’unico Paese europeo, che
non aveva all’interno del quadro politico un
partito che ponesse l’espulsione degli stranieri come prima e fondante ragione della propria identità. Ciò a differenza di tutti gli altri
Paesi europei dove abbiamo avuto in questi
decenni partiti che si caratterizzavano eminentemente con la lotta contro lo straniero e
con l’obiettivo dell’espulsione di esso. Si nominavano, si definivano attraverso questo
obiettivo. Questa situazione che con ironia
amara si può definire di relativo privilegio, è
stata rotta esattamente nell’anno di grazia
2008: le elezioni politiche nazionali del 1314 aprile e le elezioni per il Comune a Roma
hanno visto la rottura di quello che chiamerei un “patto di civiltà pubblica”. Cos’era
questo patto di civiltà pubblica? Consisteva
nel fatto di non accogliere quella che, nella
sua sintesi estrema, era la scellerata equazione “rumeno uguale stupratore”. Pur ignorando questioni come quella dell’intolleranza,
della discriminazione e della xenofobia, l’effetto diretto dell’equazione “rumeno uguale
stupratore”, dobbiamo assumere come decisivo il fatto che quell’equazione scellerata è
falsa perché nel momento in cui viene assunta come verità pubblica, cancella la vera realtà dei fatti, ovvero “italiano uguale stupratore”, ovvero “stupro uguale pratica domestica, familiare”, come si può dire, “infra-muraria”. Ecco quindi l’effetto devastante che
quella affermazione razzistica determina poi
nella società, nella mentalità comune e nel
senso collettivo che, introducendo e definendo quella equazione, occulta quell’altra realtà.
Ma non voglio sottrarmi invece ai
temi che più direttamente riguardano l’incontro di oggi, e qui mi preme unirmi ai
molti che hanno molto apprezzato, oltre come è giusto - allo sviluppo del dibattito, il
suo titolo. L’amore civile è una definizione
che non va considerata come una tra le molte. Penso che sia felicissima come formulazione letteraria e sapientissima come senso
politico; perché noi stiamo parlando appunto di “amore civile”, cioè stiamo parlando appunto di quella democrazia dell’intimità che
costituisce tema del lavoro di Giddens, ma
che è poi l’esito di una discussione che ha, in
Italia e in Europa, una storia ormai quasi
quarantennale e che partendo da una attività critica contro quella che Habermas definiva la “colonizzazione del quotidiano”, ha
fatto sì che si considerasse la sfera delle relazioni private, l’ambito degli affetti, la dimensione dei rapporti personali, come questione
politica decisiva. E’ qualcosa che già a metà
degli anni ‘70 emergeva con forza grazie al
movimento femminista, e che poi via via è
diventato posta in gioco dei movimenti collettivi e dei conflitti che attraversano tutte le
democrazie mature, tutte senza eccezioni. Io
non mi stanco di ricordare che alle elezioni
presidenziali americane precedenti due dei
decisivi dibattiti televisivi tra candidati vertevano esattamente su tali temi: l’amore
omosessuale, l’aborto, il testamento biologico e l’eutanasia, ovvero le questioni che la
cultura più gretta all’interno di tutto lo schieramento politico, considera impolitiche o
pre-politiche - precedenti cioè alla politica
vera e propria, quella economico sociale - o
comunque prive di implicazioni politiche.
Questioni che hanno costituito e costituiscono, in tutte le democrazie mature, il cuore
dei grandi conflitti etico-giuridici che appas-
sionano le opinioni pubbliche e però arrivano a determinare le opzioni, quelle che poi
formano le maggioranze e le minoranze in
quei Paesi. Per ragioni storiche ben note, tutto ciò avviene – seppur tardivamente - anche
in Italia. Dunque la “democrazia dell’intimità”, assieme alle grandi questioni di vita e di
morte, diventano, grazie al Cielo, cuore dell’azione pubblica. E’ fondamentale che questo, chi ha avuto la fortuna di intuirlo, possa
oggi operare per metterlo almeno all’interno
dell’agenda politica come domanda, come
rivendicazione, come capacità di apertura di
conflitti. Dal momento che temiamo seriamente che non sarà questo Parlamento a
considerarlo tra le proprie priorità, allora sarà compito di chi dentro al parlamento vuo-
società, ma poi sul piano culturale, istituzionale e infine politico-parlamentare - abbia
molto a che vedere con un dato. Sintetizzo
in maniera brutale: non per colpa dei presenti, anzi, nonostante i presenti, il dibattito su
questi temi si è consentito che fosse rappresentabile in maniera caricaturale. Ovvero, da
una parte la morale tradizionale che ha nella
famiglia eterosessuale, monogamica e procreatrice, il suo modello; dall’altra parte, una
sorta di diritto al libertinaggio. Da una parte un pieno di morale, dall’altra parte una
sorta di amoralità secolarizzata. Questa rappresentazione caricaturale, che peraltro grava
pesantemente su tutti i conflitti etico-giuridici che affrontiamo, compreso quello relativo al testamento biologico, rimanda all’enor-
Membro della direzione dell’Associazione Coscioni è un politico,
sociologo e giornalista italiano, già portavoce nazionale e
senatore dei Verdi, oggi del Partito Democratico, è stato
le giocare un ruolo attivo e dinamico, far sì
che sia posto come problema, che sia aperto
come conflitto, che sia interpellato come
questione che non può essere rinviata.
A me è capitata la fortuna, che ritengo davvero tale, di presentare il primo disegno di legge sulle unioni civili in Italia nel 1995. Questo fatto io oggi lo posso considerare sotto
due punti di vista; un punto di vista mi indurrebbe a dire: “Ahimè, ahinoi, nulla è successo da allora!”. Tredici anni sono passati invano senza che si facesse un passo avanti nonostante che, esattamente nell’ultima legislatura, abbiamo sperato che qualche passo
avanti si potesse fare. Questa prospettiva disincantata è profondamente motivata ma
credo sia consentita anche un’altra prospettiva, ovvero il fatto che nel 1995, quando io
presentai quel disegno di legge, la formula
“unioni civili” era sconosciuta ai più e sconosciutissima alla stragrande maggioranza dei
parlamentari. In tredici anni non è più così:
soprattutto nella società è cresciuto in misura rilevantissima il consenso intorno a questo tema. In misura rilevantissima. La società è davvero cambiata da questo punto di vista. C’è una trasformazione materiale delle
domande e delle forme di vita che nessuno
può ignorare e che, nel momento in cui la
classe politica e il parlamento chiudessero gli
occhi di fronte a esse, a quelle domande,
questo implicherebbe un costo per la classe
politica. Dunque iniziative come quella di
oggi, il lavoro meticoloso, paziente, persino
umile - chiedo scusa per l’uso di un termine
equivoco -, che è stato fatto in questi anni,
che bisogna continuare a fare e che la creazione dell’associazione Certi Diritti, il lavoro
dell’associazione Luca Coscioni, garantiscono, io penso che sia decisivo. Perché abbiamo tutto l’interesse a che, se il parlamento e
la classe politica vorranno davvero ignorare
queste tematiche, siano queste tematiche a
interpellare, con la forza di una mobilitazione civile, il parlamento e la classe politica.
Per concludere: io penso che la
possibilità di successo a tutti i livelli e nelle
diverse dimensioni - intanto in quello della
me responsabilità di chi non è religioso nel
non aver lavorato per elaborare un proprio
sistema di valori. Questa rappresentazione
caricaturale funziona eccome. Funziona perché, ad esempio, la domanda di riconoscimento politico delle unioni civili, nella versione più “indulgente”, viene considerata da
parte degli avversari come una sorta di concessione a un principio di autodeterminazione che nelle moderne società delle libertà è
difficile comprimere, o comunque l’accoglimento di una rappresentazione sociologica
per cui vi sono varie forme di famiglie, ma
esse – tutte – rimandano sostanzialmente a
una sorta di sfera della sregolatezza, della licenziosità, appunto, una sorta di diritto al libertinaggio. Ovviamente non ho nessun pregiudizio contro il diritto al libertinaggio, mi
piacerebbe persino praticarlo se ne fossi capace, ma non è questo il punto: è che lo ritengo poca e debole istanza rispetto a quell’apparato ideologico, fondato su una morale tradizionale che si vuole “naturale”, e dunque destinato a soccombere di fronte a questa morale tradizionale definita come naturale. Ritengo che sulle unioni civili, ma anche su altri temi, noi dobbiamo rivendicare
con forza e con fierezza, senza mai scordarcene, che noi stiamo chiedendo riconoscimento di diritti individuali, prerogative di civiltà, garanzie sociali, sulla base del fondamento morale di una forma di unione civile
che è tale, cioè ha un suo fondamento morale altrettanto degno, dunque degno di tutela
quanto altre forme coniugali, in quanto
l’unione civile esprime anch’essa un progetto, una reciprocità, una mutualità, dunque
un sistema di valori. E allora quei diritti civili che si chiedono e di cui si vuole il riconoscimento giuridico, hanno anche un loro
fondamento morale. Io ritengo che questo
noi questo dobbiamo cominciare a dire e ciò,
e solo ciò, a mio avviso, potrà aiutarci a sfuggire a quella condizione di sostanziale subalternità che il dibattito pubblico su questi temi costantemente ci assegna.
AGGREGAZIONI SPECIALI
Per un riconoscimento giuridico
delle Comunità Intenzionali
ELFO FRASSINO (ANTONIO BERNINI)
Le comunità rappresentano una tra le forme
più antiche di aggregazione tra esseri umani:
oggi possono costituire avanzati laboratori di
sperimentazione sociale, eppure non esistono strumenti giuridici per regolare le svariate attività che queste realtà comprendono.
L’Italia ha una lunga e ricca storia di esperienze comunitarie, che i sociologi indicano
con il termine “intenzionali” per distinguerle dalle "comunità di fatto", cioè quelle che si
formano spontaneamente: ma dispetto di
una storia così ricca e vivace, le esperienze comunitarie non hanno trovato finora collocazione nell’ordinamento giuridico italiano. La
questione che si solleva interessa altre espe-
limitarsi ad osservare le comunità che si costituiscono in territori extra-urbani, ma anche quelle che si costituiscono nelle grandi
E' sempre più frequente leggere sulle prime
pagine dei giornali notizie su come l'inflazione abbia raggiunto dimensioni preoccupanti, con conseguente impennata dei prezzi relativi ai generi di prima necessità e la difficoltà ad "arrivare alla fine mese" per un numero crescente di famiglie. I dati Istat pubblicati lo scorso anno indicano che più di
13.000.000 di persone sono a rischio di povertà nel nostro Paese e, purtroppo, si tratta
di un trend in aumento.
Parallelamente occorre considerare che un
Presidente Conacreis, Coordinamento Nazionale Associazioni e
Comunità Etica, Interiore e Spirituale
rienze di fatto che risultano, appunto, prive
di propri diritti e, proprio per questo, con
minori opportunità di esprimere le loro caratteristiche e potenzialità, e quindi discriminate.
Con l'espressione "riconoscimento giuridico delle Comunità Intenzionali" intendiamo
in primo luogo affermare l'esistenza di un
modello sociale, economico e di valori, che
rivendica la piena dignità della propria esperienza. In altri termini, l'idea di un "riconoscimento" non indica la richiesta di vantaggi
di parte, ma rappresenta il modo per poter
efficacemente esprimere - con pienezza di
comprensione ed in coerenza con l'Ordinamento giuridico italiano - ciò che si è e si fa,
inquadrandolo nel contesto in cui si è inseriti.
L’utilità sociale delle Comunità
Nel concepire l'idea di una legge che riconosca le Comunità Intenzionali è necessario conoscere le molteplici opportunità di utilità e
crescita sociale che queste costituiscono, non
solo per il territorio sul quale sono insediate,
quanto per lo Stato stesso.
A questo proposito, basti ricordare il ruolo
svolto nella tutela, nel recupero e nella valorizzazione di siti spesso marginalizzati, nei
quali l'operosità comunitaria produce il miglioramento di terre incolte, procedendo con
elementi quali la riforestazione, la pratica
dell'agricoltura biologica, la valorizzazione
dei prodotti tipici, il riutilizzo di infrastrutture, il recupero delle consuetudini che erano
alla base degli usi civici, così come molto altro ancora.
In altri termini le comunità possono essere
considerate i sensori dei bisogni del territorio, la cui efficacia potrebbe essere amplificata se esistessero apposite convenzioni con le
istituzioni. [...]
Per ampliare le considerazioni su come le
Comunità Intenzionali possano costituire
importanti risorse per la società, occorre non
problema crescente della nostra società è costituito dallo sfilacciamento del tessuto sociale, che unitamente a problemi di isolamento e solitudine, si amplifica soprattutto
nei grandi centri. La riduzione della quantità e qualità delle relazioni interpersonali è la
carenza più grossa che può affliggere una società, in quanto nessuna politica pubblica
può avere efficacia se non ha una base, anche
culturale, su cui poggiare.
In risposta a questi disagi stanno nascendo
risposte spontanee da parte di gruppi di cittadini che si organizzano in forma solidale,
per affrontare insieme problemi comuni che
altrimenti, da soli, non si potrebbero risolvere.
Ad esempio, nelle grandi città si stanno diffondendo forme di collaborazione interfamiliari per svolgere acquisiti condivisi (Gruppi
di Acquisto Solidale), esempi di applicazione
a fattispecie diverse dei modelli comunitari,
che la recente Legge Finanziaria ha voluto incentivare attraverso trattamenti fiscali agevolati.
Recentemente stanno nascendo, anche nel
nostro Paese, vere e proprie comunità urbane, ispirate all'esperienza nord europea del
co-housing, altrimenti detti “condomini solidali“.
Si tratta di esperienze che non hanno nulla a
che vedere con gli squatter e le case occupate: sono infatti tradizionali nuclei familiari e
singole persone che scelgono di vivere assieme per fronteggiare, uniti, problemi economici e disagi difficili da affrontate in solitudine.
Dalla coabitazione, nata così per necessità di
una vita più serena e facile, si sviluppano accordi reciproci, forme organizzate di muto
aiuto e gestioni economiche condivise, creando ad esempio per le spese condivise una
"cassa comune", fino ad arrivare a regole di
vita comuni, condivisione di tempi, di auto,
di lavatrici, e altre situazioni comuni scelte,
alle quali ispirarsi. Così facendo si attivano
processi compensativi che permettono di
ammortizzare tra più persone quei costi e
oneri e difficoltà che altrimenti sarebbero in-
sostenibili per un solo nucleo familiare, contrastando nel contempo i problemi derivanti dal crescente isolamento.
Dopo aver riassunto come le Comunità Intenzionali costituiscano delle straordinarie
opportunità di utilità sociale, vediamo ora
quali difficoltà queste affrontino e di quali
strumenti giuridici possono disporre.
- la proprietà, da intendersi in forma collettiva;
- le opportunità urbanistiche, da applicare a
misura della socialità comunitaria;
- i diritti ed i doveri tra gli appartenenti alla
Non esistendo attualmente una disciplina
che possa consentire al modello comunitario
di esprimersi completamente, le comunità
fanno ricorso agli istituti giuridici vigenti,
evidenziando i limiti della loro applicazione.
Tra criteri per l'iscrizione al suddetto registro
sarà opportuno stabilire l'anzianità minima
ed il numero di aderenti, scoraggiando eventuali impieghi impropri e strumentali del
nuovo isituto. Il carattere da evidenziare in
questo senso è la stabilità del percorso comunitario svolto fino al momento del riconoscimento, pertanto, a titolo indicativo, potranno risultare congrui gli istituti comunitari
sorti con almeno 5 anni di attività e la composizione di 20 soggetti appartenenti, minori compresi.
Tra gli elementi identificativi dovranno altresì essere misurabili, in termini oggettivi, quali sono le ricadute di utilità sociale che le comunità costituiscono per la collettività. A
questo proposito potrà essere opportuno definire l'attività profusa in termini di volontariato, od equivalente impegno quantificabile, che consenta anche di stabilire forme di
collaborazione concertata con le Istituzioni.
Uno strumento che si può impiegare in tal
senso è il Bilancio-Etico-Sociale, rendicontando tramite esso sulle attività svolte e sulle
ricadute di queste, delineando un quadro
omogeneo, puntuale e trasparente della
complessa interdipendenza tra i fattori economici e quelli socio-politici connaturati e
conseguenti alle scelte fatte.
La proprietà potrà essere intesa in forma collettiva, ai sensi degli art. 2659 e 2660 del codice civile, con l’obbligo di destinare i beni
ricevuti e le loro rendite al conseguimento
delle finalità istituzionali.
Le Comunità intenzionali potranno stabilire
rapporti di lavoro al loro interno in regime
di agevolazione fiscale, in ragione della loro
accertata utilità e di quanto espressamente
affermato nelle finalità statutarie. Si richiama a tal proposito quanto illustrato sopra in
merito alla collocazione del lavoro svolto in
ambito comunitario, in una posizione mediana tra le attività "non profit" e quelle precipuamente finalizzate al profitto.
Oltre al lavoro, le risorse economiche attraverso cui le Comunità Intenzionali potranno finanziarsi riguarderanno, a titolo non
esaustivo: donazioni, lasciti, eredità ed erogazioni liberali, contributi di amministrazioni od enti pubblici, entrate derivanti da prestazioni di servizi verso terzi privati o pubblici.
La disciplina dovrà anche prevedere la regolazione dei rapporti intercorrenti tra i membri conviventi della comunità, ribadendo come diritti e doveri abbiano una natura mutualistica e solidaristica, equiparati a quelli
tra familiari come disciplinati dal Codice Civile, anche ai fini dell’assistenza sanitaria, rispetto ai conviventi residenti.
Sarà inoltre opportuno prevedere la possibilità di concedere opportunità urbanistiche
secondo parametri ed indici che tengano
conto delle esigenze di gruppi umani comunitari. Tali possibilità saranno recepite all'interno dei Piani Regolatori comunali, anche
ricorrendo allo strumento delle Aree Speciali.
La normativa di riferimento per quanto non
espressamente previsto dalla legge potrebbe
rimandare alla disciplina delle associazioni di
promozione sociale (L. 383/2000).
Sul sito dell’Associazione Luca Coscioni puoi
leggere una prima stesura della proposta di
legge, oggetto del confronto che si sta svolgendo tra le comunità italiane aderenti al Conacreis ed al Rive (Rete Italiana Villaggi Ecologici): www.lucacoscioni.it/cohousing
L’iniziativa necessaria,
L’iniziativa “Amore civile” sta lavorando alla
composizione di un “Tavolo di Lavoro permanente per la Riforma del Diritto di Famiglia”.
Al Tavolo già oggi partecipano numerosi studiosi, di molteplici discipline, i quali hanno tutti dichiarato la propria disponibilità per fornire
un contributo di riflessione e studio, con
l’obiettivo di unificare le proposte progressiste
che attualmente pendono in tema di Diritto di
Famiglia e dar vita ad un progetto globale di riforma, paragonabile a quello che fu trasformato in legge nel 1975.
Con la riforma del 1975, parità tra le persone,
libertà e pari dignità di scelte diverse sono state
in parte affermate, ma resta ancora da compiere buona parte del cammino. Il “Tavolo per la
Riforma” vorrebbe dare un contributo in questa direzione.
A tal fine, gli organizzatori dell’iniziativa hanno previsto – assieme agli esponenti politici e
parlamentari che parteciperanno la presentazione di alcune proposte “simbolo” della Riforma in cantiere. Si tratta di proposte che ovviamente non esauriscono il lavoro da compiersi,
ma vogliono farne comprendere i principi di
fondo e, al tempo stesso, sollecitare l’attenzione
dell’opinione pubblica, favorendo il coinvolgimento di altri studiosi nell’iniziativa. Queste sono alcune delle proposte di legge già depositate dai deputati radicali che fanno parte del coordinamento.
1.Modifiche al codice civile in tema di
impedimenti matrimoniali e di cognome dei coniugi
Con essa, non si vuole ribadire la scelta in favore del matrimonio tradizionale (il taglio complessivo del progetto di riforma è anzi in favore
di una ampia libertà di scelta e di valorizzazione dell’autonomia privata), ma si vuole affermare la netta opposizione ad ogni discriminazione o creazione di categorie di persone alle
quali, in aperta violazione degli artt. 2 e 3 della
Costituzione, non vengano riconosciuti gli stessi diritti degli altri.
2.Modifiche e aggiornamenti alla legge 4 maggio 1983, n. 184, in tema di
Essa è rappresentativa del medesimo principio
di non discriminazione, nella parte in cui, in
Italia, l’adozione da parte delle persone singole
esiste, ma è considerata di “serie B”. (Si noti che,
secondo la nostra legge, un single può adottare
un bambino portatore di handicap, ma senza
che a quest’ultimo siano riconosciuti i diritti
che spettano nell’adozione piena). Dall’altro, la
scelta in favore dell’adozione da parte delle persone singole è simbolo della necessità di adeguarsi, senza sotterfugi, alla normativa europea,
perché l’Italia, in questa materia, ha approvato
la relativa Convenzione, ha ratificato la legge
conseguente, ma non vi ha mai dato concreta
attuazione, restando a tutt’oggi inadempiente.
3.Modifiche alla legge 4 aprile 2001,n.
154 violenza nelle relazioni familiari
Anche in questo caso, l’obiettivo è quello di evitare “diritti negati” e discriminazioni. La pro-
posta prevede modifiche alla legge esistente,
tendenti ad assicurare l’effettività della tutela
per i soggetti deboli, tutela che, in alcune aree
territoriali del Paese, appare ancora sostanzialmente negata.
ción registral de la mención relativa al sexo de
las personas del 2007, il riconoscimento giuridico dell'identità di genere non deve necessariamente dipendere dall'intervento chirurgico
di riattribuzione dei genitali.
4.Modifiche al codice civile in materia
di figli legittimi e naturali
7. Norme contro le discriminazioni
fondate sull'orientamento sessuale o
sull'identità di genere
La riforma del diritto di famiglia del 1975, modificando l'art. 261 del codice civile, ha sancito
il principio dell'eguaglianza dei diritti tra figli
legittimi e figli naturali. Nonostante questo,
permangono numerose differenze – soprattutto in materia di successione (art. 537 e 565 c.c.)
- che occorre eliminare.
5.Modifiche al codice civile in materia
Il cognome dell'uomo -marito o genitore- oggi prevale, persino come consuetudine nei casi
in cui la legge tace, come per i figli nati nell'ambito del matrimonio. E' necessaria e urgente,
invece, una modifica del Codice Civile che rispecchi non solo i cambiamenti di costume ma
che prenda atto dell'uguaglianza uomo-donna.
6.Norme in materia di correzione dell'attribuzione di sesso
Come riconosciuto dalla giurisprudenza della
Corte europea dei diritti dell'uomo, e affermato con le recenti leggi approvate in Gran Bretagna con il Gender Recognition Act del 2004, e
la Spagna con la legge reguladora de la rectifica-
La presente proposta di legge ha l'obiettivo di
garantire l'attuazione delle direttive sulla parità
di trattamento in maniera conforme alle disposizioni europee, con particolare riferimento alla direttiva 2000/78/CE del Consiglio, del 27
novembre 2000, che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di
occupazione e di condizioni di lavoro, e alla direttiva 2000/43/CE del Consiglio, del 29 giugno 2000, che attua il principio della parità di
trattamento fra le persone indipendentemente
dalla razza e dall'origine etnica.
8.Modifiche al codice civile e altre disposizioni in materia di unione civile
Con la modifica al libro I del codice civile che
istituisce il registro delle unioni civili tra persone di diverso o dello stesso sesso e la corrispondente disciplina normativa si intende dare forma e sostanza giuridica alla vita di decine di
migliaia di «coppie di fatto», oltre che «copertura» normativa a tutti quegli ambiti di
espressione e di svolgimento della personalità finora lasciati giuridicamente inespressi.
LA PELLICOLA DI ANDERS NILSSON
“Racconti da Stoccolma”.
g.cercone@agendacoscioni.it
Non c’è personaggio che con più immediatezza provochi l’immedesimazione, come colui che ha patito un’ingiustizia (secondo solo,
credo, all’innamorato).
Sarà che nella vita associata, l’ingiustizia è un
rischio, se non una realtà effettiva, incombente su ognuno; o sarà che, più oscuramente, ci sentiamo tutti defraudati dei nostri diritti. Fatto sta che, come gli sceneggiatori di
Hollywood sanno bene, i casi di ingiustizia
e di successiva vendetta o riparazione, toccano un nervo scoperto; sono una garanzia
quasi certa, di presa emotiva.
Ne è una riprova il film svedese “Racconti da
Stoccolma” di Nillson (vincitore del premio
di Amnesty International al festival di Berlino).
L’autore non va troppo per il sottile. L’ingiustizia prende qui le forme inequivocabili della violenza fisica contro chi è ritenuto più debole: una ragazza, in una famiglia di immigrati arabi, sospettata di rapporti sessuali fuori del matrimonio; una giornalista picchiata
e umiliata dal marito, invidioso del suo successo professionale; il buttafuori e il proprietario di una discoteca, nel mirino di un gruppo di teppisti, perché in odore di omosessualità.
Le vittime sono generalmente comprensive
nei confronti dei loro carnefici; disposte, in
un primo momento, alla riconciliazione; ma
poi, viste le recidive, spesso coraggiose e coerenti nella rivendicazione dei propri diritti. I
carnefici sono tetragoni, compenetrati quasi
senza incrinature nella volontà di perpetrare
il male (con una significativa, quanto poco
verosimile, eccezione); disposti alle violenze
più efferate come alle astuzie più subdole.
Sul volto di uno dei teppisti, si dipinge una
smorfia truce delle labbra, che non stonerebbe disegnata in un fumetto.
In due casi su tre, la polizia sembra misteriosamente paralizzata, incapace di proteggere
le vittime e di catturare i carnefici. Almeno
in un caso, la società civile si stringe perfino
a protezione del colpevole.
(E perché le ragazze arabe, con una poco credibile perseveranza nell’errore, continuano a
fidarsi della loro madre, e cadono nei suoi
turpi tranelli, quando l’hanno già ampiamente scoperta ossequiente alle legge dei Padri?). Ma è proprio grazie all’elementarietà
del racconto - i cui personaggi, specie i “cattivi”, sono maschere rigide, inflessibilmente
ancorate al loro ruolo – che il film crea una
forte atmosfera; sembra farci precipitare in
un sogno angoscioso (vagamente kafkiano),
dove non si comprendono a fondo le ragioni
di quel che accade, ma tutto obbedisce a una
logica misteriosa, che vuole la nostra sofferenza, la nostra punizione e anche la nostra
Così “Racconti da Stoccolma” finisce per
coinvolgere ed emozionare.
E l’immagine conclusiva dei tre aerei che nello stesso tempo, sullo stesso cielo, conducono in salvo le vittime (in un caso, a Bruxelles,
al Parlamento Europeo, per denunciare
quanto in patria è accaduto), credo che faccia
esultare ogni spettatore come un segno di
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Supplemento Agenda Coscioni anno III n.05: giugno 2008
Agenda Coscioni - supplemento giugno 2008