Source: https://renatodisa.com/consiglio-di-stato-sezione-vi-sentenza-26-gennaio-2015-n-319-la-realizzazione-di-una-tettoia-anche-se-in-aderenza-a-un-muro-preesistente-non-puo-essere-considerata-un-intervento-di-manutenzione/
Timestamp: 2020-05-30 14:49:51+00:00
Document Index: 26073766

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 3', 'art. 27', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 27', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 27', 'art. 27', 'sentenza ', 'sentenza ']

Consiglio di Stato, sezione VI, sentenza 26 gennaio 2015, n. 319. La realizzazione di una tettoia, anche se in aderenza a un muro preesistente, non può essere considerata un intervento di manutenzione straordinaria ai sensi dell'art. 3, comma 1, lettera b) del d.P.R. n. 380 del 2001, in quanto non consiste nella rinnovazione o nella sostituzione di un elemento architettonico, ma nell'aggiunta di un elemento strutturale dell'edificio, con modifica del prospetto. Il Comune è competente a sanzionare gli abusi realizzati su immobili vincolati stante che il potere di vigilanza di cui all'art. 27, comma 1, del d.P.R. n. 380 del 2001 deve intendersi come potere di carattere generale, appartenente al medesimo ente locale e riguardante l'intera attività edilizia sul territorio - Renato D'Isa
Home Sentenze - Ordinanze Consiglio di Stato Consiglio di Stato, sezione VI, sentenza 26 gennaio 2015, n. 319. La...
Consiglio di Stato, sezione VI, sentenza 26 gennaio 2015, n. 319. La realizzazione di una tettoia, anche se in aderenza a un muro preesistente, non può essere considerata un intervento di manutenzione straordinaria ai sensi dell'art. 3, comma 1, lettera b) del d.P.R. n. 380 del 2001, in quanto non consiste nella rinnovazione o nella sostituzione di un elemento architettonico, ma nell'aggiunta di un elemento strutturale dell'edificio, con modifica del prospetto. Il Comune è competente a sanzionare gli abusi realizzati su immobili vincolati stante che il potere di vigilanza di cui all'art. 27, comma 1, del d.P.R. n. 380 del 2001 deve intendersi come potere di carattere generale, appartenente al medesimo ente locale e riguardante l'intera attività edilizia sul territorio
sentenza 26 gennaio 2015, n. 319
So.Lu., rappresentata e difesa dagli avvocati Pi.Fe., En.Ro., Ma.St.Ma., con domicilio eletto presso quest’ultima in Roma, via (…);
Comune di Ardenno in persona del sindaco in carica, rappresentato e difeso dagli avvocati En.Ma. e Al.Sa., con domicilio eletto presso quest’ultima in Roma, (…);
della sentenza del T.A.R. LOMBARDIA – MILANO: SEZIONE II n. 1308/2013, resa tra le parti, concernente ingiunzione di demolizione di opere edilizie.
Relatore nell’udienza pubblica del giorno 2 dicembre 2014 il consigliere Roberta Vigotti e uditi per le parti gli avvocati Ma.St.Ma. e Al.Sa., e l’avvocato dello Stato Va.;
La signora Lu.So. chiede la riforma della sentenza, in epigrafe indicata, con la quale il Tribunale amministrativo della Lombardia ha respinto il ricorso proposto avverso l’ordinanza in data 16 luglio 2012 del responsabile del servizio tecnico del Comune di Ardenno (Sondrio) recante ingiunzione di demolizione della tettoia posta sul lato nord dell’edificio noto come palazzo Paravicini Sabini, vincolato come bene culturale con decreto ministeriale del 16 giugno 1980 ai sensi della l. 1 giugno 1939, n. 1089.
2) Come ha ritenuto il Tribunale amministrativo, l’opera di cui trattasi deve essere qualificata quale nuova costruzione: questo Consiglio di Stato ha già osservato che, contrariamente a quanto pretende l’appellante, la realizzazione di una tettoia, anche se in aderenza ad un muro preesistente, non può essere considerata un intervento di manutenzione straordinaria ai sensi dell’art. 3, comma 1, lettera b) del d.P.R. n. 380 del 2001, in quanto non consiste nella rinnovazione o nella sostituzione di un elemento architettonico, ma nell’aggiunta di un elemento strutturale dell’edificio, con modifica del prospetto (per tutte, sez. VI, 5 agosto 2013, n. 4086). La sua costruzione, pertanto, necessita del previo rilascio di permesso di costruire, e non è assentibile mediante semplice denuncia di inizio di attività, anche attesa la perdurante modifica dello stato dei luoghi che produce sul tessuto urbano: la mancanza del previo assenso legittima, quindi, l’applicazione della sanzione demolitoria, che costituisce atto dovuto per l’Amministrazione comunale, a prescindere dal lasso di tempo intercorso dalla realizzazione abusiva (per tutte, Consiglio di Stato, sez. VI, 2 giugno 2000, n. 3184), soprattutto quando, come nel caso di specie, l’abuso incide su un immobile sottoposto a vincolo.
3) Il potere di vigilanza di cui all’art. 27 comma 1 del citato d.P.R. n. 380 del 2001 deve intendersi come potere di carattere generale, appartenente al Comune e riguardante l’intera attività edilizia sul territorio: di conseguenza, non è fondata la pretesa esclusione della competenza comunale per effetto del comma 2 del medesimo art. 27, in favore di quella del Soprintendente laddove trattasi di abusi realizzati su immobili vincolati (cfr. Cons. Stato, VI, 18 aprile 2013, n. 2150). Il doveroso raccordo tra le due amministrazioni comporta dal punto di vista dell’ordine urbanistico-edilizio (che qui rileva) che, ferma la competenza del Comune, l’attività ripristinatoria e demolitoria incidente su immobili soggetti a vincolo sconti l’intervento, su richiesta del Comune (o delle altre autorità preposte alla tutela) della Soprintendenza nelle concrete specificazioni delle modalità operative, e quindi nello svolgimento materiale delle operazioni di ripristino dello stato preesistente al fine di prevenire che i valori culturali cui il vincolo si riferisce siano materialmente offesi dalle operazioni di riduzione in pristino. Resta naturalmente ferma la possibilità di dar corso alla parallela e autonoma potestà ripristinatoria ad opera degli organi di tutela del patrimonio culturale ai sensi di quelle leggi. Anche la censura appena esaminata è, quindi, infondata.
IV) Poiché ai motivi sopra considerati, e respinti, possono essere riportati tutti i motivi che lo compongono, l’appello non merita accoglimento.
La sentenza impugnata deve, quindi essere confermata.
Le spese del giudizio seguono la soccombenza, e si liquidano in dispositivo.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Sesta) definitivamente pronunciando sull’appello in epigrafe indicato, lo respinge e, per l’effetto, conferma la sentenza impugnata.
Condanna l’appellante a rifondere alle Amministrazioni resistenti le spese del secondo grado del giudizio, nella misura di 2.000 (duemila) euro oltre accessori di legge, con solidarietà passiva.
renatodisa - 3 Gennaio 2017