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Timestamp: 2020-08-15 02:41:24+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 3', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 2', 'art. 360', 'art. 54']

Sentenza Cassazione Civile n. 25874 del 15/12/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25874 del 15/12/2016
Cassazione civile, sez. VI, 15/12/2016, (ud. 05/10/2016, dep.15/12/2016), n. 25874
sul ricorso iscritto al n. 22764 – 2015 R.G. proposto da:
S.R. – c.f. (OMISSIS) – rappresentato e difeso
margine del ricorso dall’avvocato Italia Ferraro e dall’avvocato
Silvio Ferrara ed elettivamente domiciliato in Roma, alla via
Sardegna, n. 29, presso lo studio dell’avvocato Alessandro Ferrara.
Avverso il decreto dei 24.11.2014/24.2.2015 della corte d’appello di
Roma, assunto nel procedimento iscritto al n. 50.815/2011 V.G..
Con ricorso ai sensi della L. n. 89 del 2001, art. 3, alla corte d’appello di Roma depositato in data 1.2.2011 S.R. si doleva per l’eccessiva durata, pari a quattordici anni. otto mesi e ventiquattro giorni, del fallimento della “Costruttori” s.p.a., fallimento dichiarato dal Tribunale di Napoli con sentenza del 3.4.1996 ed al cui passivo era stato ammesso con decreto del 9.5.1997 per il credito alla corresponsione di spettanze lavorative insolute e del t.f.r..
Chiedeva condannarsi il Ministero della Giustizia a corrispondergli a ristoro dei danni tutti subiti un equo indennizzo, da determinarsi in Euro 23.000,00, ovvero, in subordine, nella diversa, maggiore o minore, somma ritenuta di giustizia; con il favore delle spese di lite da attribuirsi al difensore anticipatario.
Con Decreto dei 24.11.2014/24.2.2015 la corte d’appello di Roma accoglieva il ricorso e condannava il Ministero resistente a pagare al ricorrente per l’irragionevole durata del giudizio “presupposto – la somma di Euro 3.500,00 nonchè a pagare al difensore anticipatario del ricorrente le spese di lite liquidate in Euro 915,00, oltre accessori di legge.
Esplicitava – la corte – che la durata ragionevole della procedura fallimentare doveva determinarsi in sette anni, sicchè il periodo di irragionevole durata si specificava a sua volta del pari in sette anni.
Esplicitava ulteriormente che, in considerazione della “posta in gioco” e dell’esito della lite, l’indennizzo per ciascun anno eccedente la durata ragionevole ben poteva essere quantificato in Euro 500,00, sicchè l’indennizzo complessivo era da determinare in Euro 3.500.00.
Avverso tale decreto ha proposto ricorso sulla scorta di un unico motivo S.R.; ha chiesto che questa Corte ne disponga la cassazione, eventualmente decidendo nel merito, con condanna del Ministero alle spese e del primo giudizio, da distrarsi in favore dell’avvocato Massimo Ferraro, e del giudizio di legittimità, da distrarsi in favore dell’avvocato Silvio Ferrara.
Con l’unico motivo il ricorrente in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, denuncia la violazione e mancata applicazione della L. n. 89 del 2001, art. 2; la violazione degli artt. 6, par. 1, 13. 19 e 53 della C.E.D.U. e degli artt. 24 e 111 Cost..
Deduce che la quantificazione dell’indennizzo, quale operata dalla corte di merito, non si conforma nè ai parametri individuati dalla giurisprudenza di legittimità, che li ha indicati in Euro 750,00 per i primi tre anni di irragionevole durata ed in Euro 1.000,00 per gli anni successivi, nè ai parametri individuati dalla giurisprudenza comunitaria.
Deduce altresì che la corte distrettuale non ha in alcun modo esplicitato l’iter logico – argomentativo che l’ha indotta all’operata quantificazione, nè ha tenuto conto delle sue prospettazioni, ancorate all’importanza della -posta in gioco”, segnatamente alla natura dei crediti – da lavoro subordinato – azionati ed alla sua non più giovane età.
Si rappresenta previamente che questa Corte spiega che, in tema di equa riparazione per violazione del diritto alla ragionevole durata del processo, i criteri di liquidazione applicati dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo non possono essere ignorati dal giudice nazionale, il quale, tuttavia, può apportare le deroghe giustificate dalle circostanze concrete della singola vicenda, purchè motivate e non irragionevoli (cfr. Cass. 28.5.2012, n. 8471: Cass. 30.7.2010. n. 17922).
In questi termini la liquidazione di un indennizzo in misura inferiore a quella ordinariamente applicata dalla Corte E.D.U. non costituisce, a rigore, violazione di legge ed, al più, può integrare vizio della motivazione (cfr. Cass. 7.11.2011. n. 23029).
Conseguentemente la denuncia veicolata dall’unico motivo di ricorso riveste rilievo esclusivamente in relazione alla previsione del n. 5) dell’art. 360 c.p.c., comma 1, ben vero nella formulazione applicabile catione temporis, ossia in relazione alla formulazione scaturita dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, convertito nella L. n. 134 del 2012.
Su tale scorta si rappresenta che la corte territoriale ha debitamente dato atto della valenza della “posta in gioco” nell’ambito del giudizio – presupposto – e dell’esito della lite “presupposta”.
La motivazione addotta a supporto dell’operata quantificazione dell’indennizzo annuo risulta dunque più che congrua. E ciò tanto più giacchè la corte d’appello ha da decidere con decreto, sicchè ben può la motivazione assumere caratteri di sommarietà a condizione che si riescano ad individuare – siccome nel caso de quo – almeno per grandi linee ed anche dall’insieme delle indicazioni espresse nel provvedimento, i fondamentali elementi di giudizio sui quali la decisione è basata (cfr. Cass. 18.2.2013, n. 3934).
D’altro canto, va doverosamente rimarcato che questa Corte spiega che, in tema di equa riparazione, ove il processo “presupposto” sia un procedimento fallimentare, la sua durata, ai fini dell’accertamento in ordine alla violazione del termine ragionevole, deve, propriamente, essere commisurata, per il creditore insinuato, al periodo compreso tra la proposizione della domanda di ammissione al passivo e la distribuzione finale del ricavato (cfr. Cass. 29.1.2010, n. 2207), cosicchè ai fini del giudizio di equa riparazione non assume rilevanza il precedente periodo di svolgimento della procedura concorsuale cui il creditore è rimasto estraneo (cfr. Cass. 19.3.2015, n. 5502; Cass. 6.7.2016, n. 13819).
In dipendenza del rigetto del ricorso S.R. va condannato a rimborsare al Ministero della Giustizia le spese del presente giudizio di legittimità.
La liquidazione segue come da dispositivo (si tenga conto che, in sede di condanna del soccombente al rimborso delle spese del giudizio a favore di un’amministrazione dello Stato – nei confronti del quale vige il sistema della prenotazione a debito dell’imposta di bollo dovuta sugli atti giudiziari e dei diritti di cancelleria e di ufficiale giudiziario – riguardo alle spese vive la condanna deve essere limitata al rimborso delle spese prenotate a debito: cfr. Cass. 18.4.2000, n. 5028: Cass. 22.4.2002, n. 5859).
La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente, S.R., a rimborsare al Ministero della Giustizia le spese del presente giudizio di legittimità, che si liquidano in Euro 800,00 per compensi, oltre spese prenotate a debito.