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Timestamp: 2017-05-27 10:02:27+00:00
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Corte di Cassazione, sezione I civile, sentenza 5 aprile 2017, n. 8800 – Avvocato Renato D'Isa
Corte di Cassazione, sezione I civile, sentenza 5 aprile 2017, n. 8800	By Avv. Renato D'Isa on 12 maggio 2017	• ( Lascia un commento )
Nella delibazione della sentenza ecclesiastica di scioglimento del matrimonio una lunga convivenza (nel caso di specie 36 anni) ha la capacità di sanare eventuali vizi genetico del matrimonio
sentenza 5 aprile 2017, n. 8800
(OMISSIS) rappresentato e difeso dall’avv. (OMISSIS), con domicilio eletto presso il suo studio in (OMISSIS);
(OMISSIS) rappresentata e difesa dagli avv.ti (OMISSIS) e (OMISSIS), elettivamente domiciliata presso il loro studio in (OMISSIS);
avverso la sentenza della Corte di appello di Roma, n. 3061/2015, depositata in data 18 maggio 2015.
sentita la relazione svolta all’udienza pubblica del 30 settembre 2016 dal consigliere Dott. CAMPANILE Pietro;
sentito per la controricorrente l’avv. (OMISSIS);
udite le richieste del Procuratore Generale, in persona del sostituto Dott.ssa Ceroni Francesca, che ha concluso per il rigetto del ricorso
con condanna del sig. (OMISSIS) al pagamento della somma ritenuta di ragione.
1. Con la sentenza indicata in epigrafe la corte di appello di Roma ha rigettato la domanda proposta dal sig. (OMISSIS) nei confronti della sig.ra (OMISSIS), relativa al riconoscimento dell’efficacia nello Stato italiano della pronuncia emessa in data 6 aprile 2011 dal Tribunale Ecclesiastico Regionale del Lazio, con la quale era stata dichiarata la nullita’ – per incapacita’ dell’uomo, per cause di natura psichica, di assumerne gli obblighi essenziali – del matrimonio dagli stessi contratto, con il rito concordatario, in (OMISSIS).
1.1 – La Corte territoriale, richiamata l’evoluzione della giurisprudenza di legittimita’ sul punto, ha osservato che doveva trovare applicazione l’orientamento fondato sulla contrarieta’ all’ordine pubblico della recisione di un vincolo coniugale caratterizzato da una lunga convivenza, protrattasi nella specie per trentasei anni.
1.2 – La sussistenza di un matrimonio-rapporto meritevole di tutela e’ stata affermata sulla base delle caratteristiche della suddetta convivenza, caratterizzata – sulla base della valutazione del materiale probatorio acquisito – da reciproco affetto, consuetudine di vita, interessi comuni, riconoscibilita’ esteriore, comune responsabilita’ genitoriale, nonche’ intense relazioni familiari estese ai discendenti.
1.3 – Per la cassazione di tale decisione il sig. (OMISSIS) propone ricorso, affidato a quattro motivi, illustrati da memoria, cui la sig.ra (OMISSIS) resiste con controricorso.
Soccorre al riguardo il principio, affermato dalla prevalente dottrina, secondo cui il potere di impugnazione del pubblico ministero e’ escluso quando la sentenza abbia accolto le conclusioni prese dallo stesso.
Si osserva in proposito che il presupposto indefettibile dell’impugnazione e’ la difformita’ della pronuncia dalle conclusioni formulate dalle parti, essendo a tal fine irrilevanti sia la struttura del soggetto sia la sua peculiare legittimazione ad causam. Tale orientamento trova positivo riscontro nella giurisprudenza di questa Corte, che, con riferimento ai casi di intervento obbligatorio del P.M., ha costantemente affermato che la notifica del ricorso per cassazione al P.G. presso la corte d’appello e’ finalizzata a consentire l’esercizio dell’impugnazione, precisando che la sua omissione non comporta alcuna conseguenza nei confronti di tale organo, e non e’ causa di inammissibilita’, quando il provvedimento impugnato sia conforme alle sue conclusioni, poiche’ l’interesse ad impugnare, in ragione del quale dovrebbe farsi luogo ad integrazione del contraddittorio, e’ costituito dalla soccombenza, mentre il controllo sulla legittimita’ della decisione e’ assicurato dall’intervento del P.G. presso la Corte di cassazione (Cass., 21 maggio 2014, n. 11211; Cass., 5 marzo 2008, n. 5953; Cass., 28 febbraio 2007, n. 4764).
1.1 Con il primo motivo, denunciando violazione e falsa applicazione, degli articoli 2 e 8 dell’accordo fra la Santa Sede e la Repubblica Italiana del 18 febbraio 1984, nonche’ del punto 4 lettera B) del Protocollo addizionale, in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3, il ricorrente sostiene che la corte territoriale avrebbe illegittimamente rielaborato le risultanze del processo canonico.
1.2. Con il secondo mezzo si afferma che, in violazione della L. n. 121 del 1985, articolo 8, della L. n. 218 del 1995, articolo 64, dell’articolo 797 c.p.c. e degli articoli 120, 121, 123 e 428 c.c. e dell’articolo 29 Cost., la Corte di appello avrebbe erroneamente applicato alla decisione canonica delibanda, inerente alla nullita’ del matrimonio a causa del vizio del consenso, per incapacita’ psichica da parte dell’uomo, i principi affermati dalle Sezioni Unite di questa Corte con la nota decisione del 17 luglio 2014, n. 16739.
1.3. Con la terza censura la violazione delle norme sopra indicate viene prospettata in riferimento alla specificita’ del vizio psichico in base al quale era stata dichiarata la nullita’ del matrimonio da parte del giudice ecclesiastico: l’analogia fra l’incapacita’ di assumere gli oneri essenziali del rapporto e l’incapacita’ di intendere e di volere posta a fondamento dell’articolo 120 c.c. comporterebbe l’inapplicabilita’ del principio secondo cui un congruo periodo di convivenza, non inferiore al triennio, comporterebbe accettazione del rapporto e, quindi, la sanatoria di quel vizio che inficiava l’atto di matrimonio. Si sostiene, a tale riguardo, che nell’ordinamento italiano, in forza del citato articolo 120 c.c., l’azione non puo’ essere proposta se vi e’ stata coabitazione per un anno, a far tempo dal recupero, da parte del coniuge incapace, delle proprie facolta’ mentali: tale recupero, da parte del ricorrente, non sarebbe mai avvenuto.
1.4. Con il quarto motivo si deduce, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’omesso esame del fatto decisivo inerente alla insussistenza di una vera convivenza fra le parti.
3. Premesso, invero, che si impone la necessita’ di ricercare e indicare la “ragione piu’ liquida” (Cass. Sez. U., 18 novembre 2015, n. 23542; Cass., Sez. U., 8 maggio 2014, n. 9936), deve constatarsi che la sentenza impugnata si fonda su un’unica ratio decidendi, incentrata sulla lunga protrazione della convivenza fra i coniugi, come tale ostativa, per contrarieta’ all’ordine pubblico, al riconoscimento della sentenza ecclesiastica.
4. Il contrasto relativo all’esistenza di un limite di ordine pubblico alla declaratoria di efficacia delle sentenze emesse dai tribunali ecclesiastici in merito alla nullita’, secondo l’ordinamento canonico, dei matrimoni celebrati con il rito c.d. concordatario, limite costituito dalla necessita’ di tutela del c.d. “matrimonio – rapporto”, connotato da una congrua convivenza matrimoniale, e’ stato risolto dalle Sezioni Unite di questa Corte con le decisioni nn. 16379 e 16380 del 17 luglio 2014, con le quali si e’ in primo luogo osservato che il “matrimonio – rapporto”, al quale va ricondotta la situazione giuridica “convivenza fra i coniugi” o “come coniugi”, trova un solido fondamento “nella Costituzione, nelle Carte Europee dei diritti e nella legislazione italiana”, in maniera tale da costituire la rappresentazione “di molteplici aspetti e dimensioni dello svolgimento della vita matrimoniale, che si traducono, sul piano rilevante per il diritto, in diritti, doveri, responsabilita’”.
4.1. In tale quadro la convivenza fra i coniugi costituisce elemento essenziale, che lo connota “in maniera determinante”; anche alla luce di significativi interventi della Corte costituzionale, della Corte EDU e della Corte di giustizia UE, il complesso dei diritti, dei doveri, delle aspettative correlati, in maniera autonoma, al rapporto matrimoniale rappresentano una situazione giuridica che. “in quanto regolata da disposizioni costituzionali, convenzionali ed ordinarie, e’ percio’ tutelata da norme di ordine pubblico italiano, secondo il disposto di cui all’articolo 797 c.p.c., comma 1, n. 7”.
4.2. Le Sezioni Unite hanno altresi’ specificato i caratteri che deve assumere, per i fini che qui interessano, la convivenza coniugale, sotto il profilo della riconoscibilita’ dall’esterno – attraverso fatti e comportamenti che vi corrispondano in modo non equivoco, nonche’ della stabilita’ – individuando, sulla base di specifici riferimenti normativi (L. n. 184 del 1983, articolo 6, commi 1 e 4) una durata minima di tre anni.
4.3. E’ stato poi rilevato che il suddetto limite di ordine pubblico opera in presenza di qualsiasi vizio genetico posto a fondamento della decisione ecclesiastica di nullita’ e che la convivenza triennale “come coniugi”, quale situazione giuridica di ordine pubblico ostativa alla delibazione della sentenza canonica di nullita’ del matrimonio, essendo caratterizzata da una complessita’ fattuale strettamente connessa all’esercizio di diritti, adempimento di doveri e assunzione di responsabilita’ di natura personalissima, e’ oggetto di un’eccezione in senso stretto, non rilevabile d’ufficio, ne’ opponibile dal coniuge, per la prima volta, nel giudizio di legittimita’.
4.4. Si e’ quindi ulteriormente precisato, distinguendo opportunamente le varie ipotesi, che detto limite non puo’ operare in presenza di domanda di delibazione presentata congiuntamente dalla parti e che, nel caso di domanda proposta da uno solo dei coniugi, “l’altro – che intenda opporsi alla domanda, eccependo il limite d’ordine pubblico costituito dalla “convivenza coniugale”.. – ha l’onere, a pena di decadenza, ai sensi dell’articolo 167 c.p.c., commi 1 e 2, (si veda l’articolo 343 c.p.c., comma 1): 1) di sollevare tale eccezione nella comparsa di risposta; 2) di allegare i fatti specifici e gli specifici comportamenti dei coniugi, successivi alla celebrazione del matrimonio, sui quali l’eccezione medesima si fonda, anche mediante la puntuale indicazione di atti del processo canonico e di pertinenti elementi che gia’ emergano dalla sentenza delibanda; 3) di dedurre i mezzi di prova, anche presuntiva, idonei a dimostrare la sussistenza di detta “convivenza coniugale”, restando ovviamente salvi i diritti di prova della controparte ed i poteri di controllo del giudice della delibazione quanto alla rilevanza ed alla ammissibilita’ dei mezzi di prova”.
In proposito il Collegio condivide il richiamo alla compresenza di “dati oggettivi”, strettamente connessi ad “una pluralita’ di diritti inviolabili, di doveri inderogabili, di responsabilita’ anche genitoriali in presenza di figli, di aspettative legittime e di legittimi affidamenti degli stessi coniugi e dei figli, sia come singoli sia nelle reciproche relazioni familiari”. Il limite d’ordine pubblico ostativo alla delibazione non scaturisce immediatamente da una precisa disposizione, ma deve trarsi da una situazione giuridica complessa – la convivenza coniugale, appunto – caratterizzata essenzialmente da circostanze oggettive esteriormente riconoscibili e, quindi, allegabili e dimostrabili in giudizio.
5. La sentenza impugnata e’ conforme ai principi sopra richiamati, che il Collegio condivide ad ai quali, anzi, intende dare continuita’.
6. I temi che il ricorso propone sono sostanzialmente due: la compatibilita’ fra i principi affermati dalle Sezioni Unite nelle decisioni sopra indicate e la natura del vizio – ritenuto assimilabile all’articolo 120 c.p.c. – che ha condotto alla declaratoria di nullita’ del vincolo in sede ecclesiastica e – in caso di risposta positiva a detto quesito – la corretta riconduzione, sotto il profilo motivazionale, delle risultanze probatorie in una convivenza coniugale effettiva, come tale ostativa alla delibazione.
7. Quanto al primo profilo deve innanzitutto rilevarsi (rimanendo il primo motivo assorbito) la novita’ della questione, che non risulta affrontata nella sentenza impugnata, ne’ proposta dalle parti in sede di merito. Com’e’ noto, si ha questione nuova, come tale preclusa nel giudizio di cassazione, ogni volta che la parte ricorrente ponga, a base della sua censura, la violazione di una norma di diritto non invocata davanti ai giudici di merito e si richiami, per sostenerne l’applicabilita’, ad elementi di fatto non dedotti nelle precedenti fasi del giudizio (Cass., 9 luglio 2013, n. 17041; Cass. 30 marzo 2007, n. 7981; Cass., 27 novembre 1999, n. 13256; Cass., 13 febbraio 1996, n. 1084).
7.1. Per mera completezza di esposizione vale bene rilevare come le stesse Sezioni Unite abbiano affermato, ai fini dell’applicazione del limite di ordine pubblico in esame, l’impossibilita’ di distinguere tra i vizi genetici comportanti la nullita’ del matrimonio, accertati e dichiarati secondo il diritto canonico.
8. Il thema decidendum e’ quindi incentrato sulla ricorrenza o meno di una convivenza fra i coniugi ostativa al riconoscimento della sentenza ecclesiastica; tema proposto con la quarta censura, formulata ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5, che introduce nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo.
Le Sezioni unite di questa Corte, nella nota decisione n. 8053 del 2014, hanno affermato: “La riformulazione dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’articolo 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimita’ sulla motivazione. Pertanto, e’ denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in se’, purche’ il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione”.
Ne consegue che il cattivo esercizio del potere di apprezzamento delle prove non legali da parte del giudice di merito, non essendo riconducibile ne’ nel paradigma del n. 5, ne’ in quello del n. 4, non trova di per se’ alcun diretto referente normativo nel catalogo dei vizi denunciabili con il ricorso per cassazione.
8.1. Nel caso di specie la Corte di appello ha esaminato in maniera adeguata l’eccezione proposta dalla (OMISSIS) in merito all’incompatibilita’ della decisione ecclesiastica con l’ordine pubblico, affermando, sulla base di specifiche risultanze (la sentenza emessa nell’ambito del giudizio di separazione giudiziale, la corrispondenza intercorsa tra l’attore e la convenuta e anche fra l’attore e la nipote Delfina, le riproduzioni fotografiche riguardanti momenti di vita familiare, le disposizioni patrimoniali finalizzate ai bisogni della famiglia), che “tra i coniugi si e’ realizzata una convivenza per oltre 36 anni (dal marzo 1969 all’anno 2006) caratterizzata da reciproco affetto, consuetudine di vita, interessi economici comuni, riconoscibilita’ esteriore in una vita di intensi contatti sociali connessi all’attivita’ del (OMISSIS), comune responsabilita’ genitoriale, intense relazioni familiari estese ai discendenti”.
Sulla base di tale ricostruzione, insindacabile in questa sede per le indicate ragioni, la corte distrettuale ha correttamente applicato i principi affermati da questa Corte, rilevando che “una tale convivenza, espressione di una perdurante volonta’ rafforzata di vivere insieme in un nucleo caratterizzato da diritti e doveri, alla quale e’ collegabile la piena accettazione del rapporto matrimoniale, ha avuto capacita’ sanante di eventuali vizi genetici del matrimonio atto”.
9. Le spese seguono la soccombenza. Non puo’ pronunciarsi condanna del ricorrente ai sensi dell’articolo 96 c.p.c., comma 3, in quanto i temi proposti, con particolare riferimento ai rapporti fra decadenza ex articolo 120 e accettazione dei vizi genetici dell’atto di matrimonio, al di la’ delle ragioni processuali ostativi al loro esame, non risultano privi di spessore e non evidenziano, quindi, la ricorrenza dei presupposti di natura soggettiva richiesti per l’applicazione di detta norma.
La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alle spese relative al presente giudizio di legittimita’, liquidate in Euro 7.200,00, di cui 200,00 per compensi, oltre accessori di legge.
Da’ atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso articolo 13, comma 1 – bis.
Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalita’ e gli altri dati significativi.
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Corte di Cassazione, sezioni unite, sentenza 4 aprile 2017, n. 8687