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Timestamp: 2019-05-27 06:09:56+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 3', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 18', 'sentenza ', 'art. 155', 'art. 155', 'art. 155', 'sentenza ', 'art. 570', 'art. 155', 'art.156', 'art. 155']

Pubblicato Domenica, 16 Settembre 2012 19:15
La Legge 241/90 - Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi – meglio conosciuta come Legge sulla trasparenza amministrativa, prevede che l'accesso ai documenti amministrativi costituisca un generale principio dell'attività amministrativa, volta a garantire la partecipazione dei cittadini alla vita pubblica, assicurando trasparenza e imparzialità. Il diritto di accesso agli atti amministrativi è un diritto riconosciuto al cittadino in funzione dei rapporti con lo Stato e con la Pubblica Amministrazione, è il diritto degli interessati ad esaminare ed eventualmente ottenere copia dei documenti amministrativi. Il diritto di accesso ai documenti amministrativi è legato sia ad esigenze di tutela del singolo che a finalità di interesse generale. È implicita la possibilità per il cittadino di effettuare un controllo democratico sull'attività dell'amministrazione e della sua conformità ai precetti costituzionali. Titolari del diritto di accesso sono tutti i soggetti interessati, cioè i privati che abbiano un interesse diretto, concreto e attuale, l'Autorità ha sostenuto che l'accesso ai documenti amministrativi sia riconosciuto a chiunque vi abbia un interesse personale e concreto per la tutela di situazione giuridicamente rilevanti. Oggetto del diritto di accesso è il documento amministrativo, ossia ogni rappresentazione grafica, fotocinematografica, elettromagnetica o di qualunque altra specie del contenuto di atti, formati dalle Pubbliche Amministrazionio comunque utilizzati ai fini dell'attività amministrativa. Il diritto di accesso si esercita in via informale tramite richiesta anche verbale all'ufficio che detiene il documento. L'accesso in via informale avviene quando è possibile provvedere immediatamente all'esibizione del documento o alla sua riproduzione. Anche in caso di richiesta verbale sarà cura dell'ufficio provvedere a riscontrare l'identità dei richiedente compilare apposito verbale di accesso agli atti. Qualora non sia possibile provvedere in via informale, l'interessato dovrà produrre formale domanda scritta (su moduli statuiti o carta libera). È possibile inviare tale richiesta anche per fax, mail o posta, non occorre l'autentica di firma, ma basta allegare copia del documento di riconoscimento, sarà poi cura dell'Ufficio effettuare le opportune verifiche. Entro 30 giorni dalla richiesta la Pubblica Amministrazione se accoglie la richiesta indica le modalità e fissa il termine (non inferiore e 15 giorni) per prendere visione dei documenti o ottenerne copia, se rifiuta l'accesso, o lo differisce il Responsabile del procedimento deve motivare il provvedimento. Nel caso in cui trascorrano 30 giorni dalla richiesta senza che l'amministrazione si sia pronunciata, questa si intende respinta, pertanto l'interessato può attivare il rimedio giurisdizionale di ricorso al Tar o presentare ricorso innanzi la commissione per l'accesso ai documenti amministrativi.
Pubblicato Lunedì, 13 Agosto 2012 15:58
Una recente sentenza della Corte di Cassazione, la n. 8862 del 1° giugno 2012, chiarisce la responsabilità risarcitoria derivante dalla violazione dell'obbligo di fedeltà coniugale; tale sentenza si inserisce in una evoluzione della giurisprudenza -di merito e legittimità- che ha esteso anche al diritto di famiglia -con riferimento ai rapporti tra i coniugi e tra genitori e figli- la logica e i metodi della responsabilità civile (sono i cd danni endofamiliari). Questa la vicenda giudiziaria. Il Tribunale di Macerata pronunciava la separazione giudiziale tra i coniugi AB e CD con addebito al marito, assegnando la casa coniugale alla moglie, disponendo l'affidamento congiunto delle figlie minori, ponendo a carico del marito assegni a favore delle figlie, ma escludendo l'assegno di mantenimento ed il risarcimento dei danni non patrimoniali (morali) per la moglie. La moglie appellava la sentenza, lamentando, appunto, sia la mancata concessione di un assegno in suo favore, sia il mancato riconoscimento e risarcimento dei danni non patrimoniali a suo favore; la Corte di Appello modificava solo gli importi degli assegni a favore delle figlie minori confermando, per il resto, la sentenza. La moglie ricorreva quindi dinanzi alla Corte di Cassazione; il marito proponeva ricorso incidentale. La Suprema Corte rigettava integralmente il ricorso incidentale proposto dal marito, mentre accoglieva quello principale proposto dalla moglie. Circa il mancato riconoscimento dell'assegno di mantenimento a favore della moglie la Corte osservava quanto segue. E' orientamento consolidato ( ved. Cass.
6698/2009) che per determinare l'assegno di separazione (o di divorzio) l'inadeguatezza dei redditi del coniuge richiedente l'assegno va commisurata al tenore di vita goduto durante la convivenza matrimoniale, accertato il quale il Giudice dovrà valutare se i mezzi economici a disposizione del richiedente gli permettano di conservarlo e, in caso negativo, dovrà procedere alla valutazione comparativa dei mezzi a disposizione di ciascun coniuge. La sentenza impugnata (e cassata dalla Corte) ha, da un lato, accertato la sussistenza di un tenore di vita molto elevato durante la convivenza matrimoniale e, dall'altro - con una motivazione insufficiente e, almeno in parte, contraddittoria- ha precisato che la moglie non avrebbe dimostrato la propria inadeguatezza dei redditi, svolgendo attività lavorativa retribuita; il Giudice non aveva verificato nulla circa i mezzi economici della coniuge richiedente l'assegno, quasi che una qualsiasi attività lavorativa sia in grado
di escludere l'assegno di mantenimento. Circa il mancato riconoscimento del risarcimento dei danni non patrimoniali, la Corte ha cassato la sentenza con una motivazione più complessa. La sentenza impugnata viene fortemente criticata nella parte in cui, ritenendo non "antigiuridica" la condotta del marito, ha rigettato la richiesta di risarcimento dei danni morali della moglie, soprattutto in considerazione che la "legge ha eliminato il carattere illecito dell'adulterio" e, quindi, il desiderio di "libertà e felicità" del marito, pur comportando disgregazione della famiglia, sarebbe sanzionato solo con l'addebito della separazione, escludendo (secondo la Corte d'Appello) la possibilità di
poter considerare il comportamento del marito come fonte di risarcimento danni. La Cassazione ha chiaramente affermato come il giudice della sentenza impugnata non abbia tenuto conto della evoluzione giurisprudenziale degli ultimi anni, che ha esteso anche al diritto di famiglia, con
particolare riferimento ai rapporti tra i coniugi e tra i genitori e i figli, l'area della responsabilità risarcitoria. La Corte di Cassazione ha affermato come, se è vero che l'adulterio non ha più rilevanza penale, sia altrettanto vero che, oggi, i danni non patrimoniali non sono solo quelli derivanti
da reato; la Corte, infatti, ha ripetutamente precisato che la violazione dei diritti fondamentali
della persona, incidendo sui beni essenziali della vita, da luogo a responsabilità risarcitoria per danni non patrimoniali ( ved. Cass. nn. 7281, 7282, 7283 del 2003). La Cassazione ha precisato come la responsabilità del coniuge nei confronti dell'altro coniuge, o del genitore nei confronti del figlio, non si fondi sulla mera violazione dei doveri, matrimoniali o genitoriali, ma sulla lesione, a seguito dell'avvenuta violazione di tali a doveri, di beni inerenti la persona umana, come la salute, la privacy, i rapporti relazionali (ved. Cass. 9801/2005 e, specifi camente sull'obbligo di fedeltà, Cass. 18853/2011 e 610/2012). La Cassazione ha censurato la sentenza impugnata anche nella parte in cui riteneva l'addebito della separazione (strumento più sanzionatorio che risarcitorio) non cumulabile
ad una condanna al risarcimenti dei danni non patrimoniali. La Cassazione, sul punto, ha rilevato come la violazione di obblighi nascenti dal matrimonio, da un lato, è causa di intollerabilità della convivenza e giustifica la pronuncia di addebito, e, da altro lato, tale violazione si confi guri come
comportamento (doloso o colposo) che incide sui beni essenziali della vita e produce
un danno ingiusto, con conseguente obbligo di risarcimento a favore dell'altro coniuge; per la Cassazione, quindi, possono sicuramente coesistere pronuncia di addebito e condanna al risarcimento dei danni. La Corte di Appello non ha esaminato gli effetti negativi, provati dalla moglie, del comportamento del marito sulla privacy, sulla salute e sulla reputazione della moglie stessa. La Cassazione, quindi, ha cassato la sentenza impugnata, rinviando alla Corte di Appello di Ancona che, in diversa composizione rispetto a quella che ha pronunciato la sentenza cassata, dovrà pronunciarsi sia sull'assegno di mantenimento a favore della moglie e sia sul risarcimento dei danni non patrimoniali subiti dalla stessa a causa della violazione dei doveri coniugali da parte del marito.
Pubblicato Lunedì, 02 Luglio 2012 15:50
Nel 2004 un minore veniva sottoposto alla vaccinazione trivalente MPR (contro morbillo, parotite e rosolia) presso la competente Ausl, e nello stesso giorno insorgevano sintomi preoccupanti, quali diarrea e nervosismo; successivamente lo stesso minore manifestava segni di un grave disagio psico- fisico, e nel 2007 veniva riconosciuta invalidità totale e permanente del 100%. Nel 2008 i genitori presentavano domanda al fine di ottenere l'indennizzo previsto dalla legge 210 del 1992 a favore dei soggetti danneggiati per complicazioni di tipo irreversibile a causa di vaccinazioni obbligatorie, ma la commissione medica ospedaliera respingeva la domanda poiché la vaccinazione trivalente MPR non risultava essere obbligatoria per legge. I genitori, quindi, si rivolgevano al tribunale di Rimini il quale, riformando la decisione della commissione, condannava il ministero della Salute al pagamento, a favore del minore, dell'indennizzo previsto dalla legge 210/1992 la quale, appunto, prevede la erogazione di un indennizzo a favore di soggetti danneggiati da complicanze di tipo irreversibile a causa di vaccinazioni obbligatorie o trasfusione; la sentenza, pronunciata e pubblicata in data 15.3.2012, presenta almeno tre aspetti meritevoli di essere esaminati. Applicabilità della legge 210/1992 anche in ipotesi di vaccinazioni non obbligatorie La sentenza sancisce chiaramente che la riconducibilità della invalidità permanente ad una vaccinazione non obbligatoria, come quella trivalente MPR, non è ostativa al fine del riconoscimento dell'indennizzo previsto dalla legge citata. La Corte Costituzionale, infatti, con le sentenze n. 27/98 e 423/00, ha dichiarato la illegittimità costituzionale, per violazione degli artt. 2 e 32 della Carta Costituzionale, dell'art. 1, comma 1, della legge 210/1992, nella parte in cui non prevedeva l'erogazione dell'indennizzo a favore di persone sottoposte a vaccinazioni non obbligatorie a seguito di campagne promosse dall'autorità sanitaria per la diffusione di tali vaccinazioni. Le vaccinazioni non obbligatorie, come quella trivalente MPR, sono state fortemente incentivate dalla Stato con campagne pubblicitarie ed informative, anche se non sono state imposte come obbligatorie; la Corte Costituzionale ha ritenuto non lecito, ai sensi degli artt. 2 e 32 della Costituzione, richiedere, da un lato, al singolo cittadino di esporre la propria salute per un interesse collettivo senza che, da altro lato, la collettività stessa non sia disposta a condividere (con la modalità dell'indennizzo) le eventuali e possibili conseguenze negative. Di conseguenza, ai fi ni della erogazione dell'indennizzo previsto dalla legge, non vi è alcuna differenza tra l'ipotesi in cui il trattamento sanitario è imposto dalla legge ed è, quindi, obbligatorio, e quella in cui il trattamento sanitario non è obbligatorio, ma solo promosso dalla autorità sanitaria, al fine di diffonderlo tra la popolazione; in altri termini l'indennizzo è dovuto a prescindere se la vaccinazione sia obbligatoria ovvero non sia obbligatoria (come la vaccinazione trivalente MPR nel caso in questione). Riconducibilità della patologia di autismo alla somministrazione del vaccino trivalente MPR L'altro aspetto rilevante della sentenza, di natura sostanzialmente tecnico-medica, riguarda la riconducibilità della patologia di autismo alla somministrazione del vaccino trivalente MPR. A seguito di una consulenza tecnica d'ufficio il giudice ha ritenuto come la patologia
di "disturbo autistico associato a ritardo cognitivo medio" fosse riconducibile alla somministrazione del vaccino al piccolo, avvenuto presso la competente Ausl nel 2004. La consulenza tecnica, quindi, confermando il collegamento tra la inoculazione del vaccino trivalente MPR e l'insorgenza della patologia di autismo, ha permesso al
giudice di accogliere il ricorso dei genitori e concedere l'indennizzo mensile al minore affetto dalla patologia invalidante. Termine entro il quale presentare la domanda per ottenere l'indennizzo
La sentenza, infi ne, contiene una ulteriore osservazione circa il termine entro il quale
presentare la domanda per ottenere l'indennizzo, specificando quale sia il dies a quo. L'art. 3 della legge 210/1992 stabilisce che il termine di tre anni per i danni derivanti dalle vaccinazioni (che sale a dieci anni se i danni derivano da emotrasfusioni) decorre dal momento in cui l'avente diritto risulti aver avuto conoscenza del danno; la sentenza del giudice del Lavoro ha sancito che detto termine inizia a decorrere non dalla semplice conoscenza della diagnosi della patologia, ovvero dal momento
in cui si ha il mero sospetto della produzione della patologia a causa della somministrazione del vaccino, ma detto termine decorre dal momento in cui si ha la consapevolezza della correlazione eziologica, vale a dire del rapporto causa/effetto, tra la vaccinazione e il danno irreversibile. Nel caso di specie il termine era ampiamente rispettato, in quanto nel 2008 il medico specialista consultato dai genitori attestava la riconducibilità della patologia alla vaccinazione eseguita, e nel medesimo anno i genitori avevano provveduto a formulare la richiesta di indennizzo ex lege 210/1992, rigettata dalla commissione medica ospedaliera, ma successivamente concessa dalla sentenza del tribunale ordinario; tale autorità giudiziaria, con la sentenza del 15.3.2012, ha enunciato tre principi applicabili in tutte le ipotesi di richiesta di indennizzo per danni permanenti causati da vaccinazioni, sia obbligatorie e sia non obbligatorie.
Pubblicato Mercoledì, 06 Giugno 2012 18:34
Alla data di andare in stampa, l'articolo 18 dello Statuto dei Lavori è ancora sul tavolo del Governo. Cerchiamo di capire la logica di fondo che ha portato a valutare la rivisitazione di questo articolo. Oggi lo Statuto dei lavoratori prevede che il dipendente non può essere licenziato in mancanza di giusta causa (sono inclusi quei comportamenti talmente gravi da non consentire la prosecuzione del rapporto)o di giustificato motivo soggettivo (ossia inadempimenti meno gravi degli obblighi contrattuali, un esempio può essere l'abbandono ingiustificato del posto di lavoro). Si parla di licenziamento disciplinare dovuto a comportamenti colposi o dolosi del lavoratore e che, a seconda della gravità degli stessi, si qualificano come licenziamenti per giusta causa o licenziamenti per giustificato motivo(soggettivo). Rientra nel campo di applicazione dell'attuale art. 18 anche il licenziamento effettuato in mancanza di giustificato motivo oggettivo, vale a dire per ragioni attinenti ad un'eventuale crisi aziendale, per motivi di natura economica e/o tecnica, quali la riorganizzazione del lavoro, le innovazioni tecnologiche, la modifica dei cicli produttivi. Il lavoratore che sia stato licenziato in mancanza di giusta causa o di giustificato motivo (soggettivo od oggettivo) può fare ricorso all'Autorità Giudiziaria, la quale – accertata l'illegittimità del licenziamento, emette una sentenza avente ad oggetto l'obbligo del datore di lavoro di reintegrare il lavoratore ingiustamente licenziato. In alternativa, se il lavoratore non intenda tornare ad occupare il posto di lavoro, la legge consente e di chiedere il pagamento di una indennità sostitutiva, pari a 15 mensilità della sua retribuzione globale di fatto "tutela reale". Questa norma si applica a tutte le aziende con più di quindici dipendenti. Nelle aziende che hanno fino a 15 dipendenti, invece, laddove il giudice dichiari illegittimo il licenziamento, il datore può scegliere tra la riassunzione del lavoratore e un risarcimento in suo favore "tutela obbligatoria". Come cambia l'articolo 18? Secondo lo Statuto dei lavoratori è nullo qualsiasi atto o patto diretto a licenziare un lavoratore a causa della sua affiliazione o attività sindacale, o della sua partecipazione ad uno sciopero, altrettanto nulli sono i licenziamenti attuati ai fini di una discriminazione politica, religiosa razziale. Tale punto non è stato messo in discussione dalla riforma. Nel caso in di licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo soggettivo, legato cioè a motivi disciplinari, si lascia al Giudice la scelta tra il reintegro o l'equo indennizzo, su questo punto ci sono pareri contrastanti, la Cgil vorrebbe mantener l'obbligo del reintegro; Confindustria spinge per limitare quest'ultimo solo a particolari situazioni. Quando il giudice accerta che un licenziamento è avvenuto senza giustificato motivo oggettivo, cioè senza i cosiddetti motivi economici, legati a ragioni organizzative e produttive, è previsto un indennizzo economico. Su questo punto la Cgil ha mostrato meno resistenze.
Coppie in crisi tra figli e casa
MANTENIMENTO DEI FIGLI. Il quarto comma dell'art. 155 c.c. prevede che, fatti salvi gli accordi sottoscritti dai genitori,ciascun genitore provvede al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito; il giudice è tenuto a stabilire una somma da corrispondere solo se necessario, e la norma indicata individua anche cinque criteri guida per la determinazione di tale assegno. La norma, quindi, individua due forme di mantenimento, quello diretto e quello indiretto; nel mantenimento diretto ogni genitore provvedere direttamente al mantenimento della prole secondo le proprie capacità, senza alcune determinazione giudiziale dell'assegno; nel mantenimento indiretto, invece, il giudice fissa un assegno da corrispondere. Il mantenimento diretto è quello"preferito" dal legislatore, in quanto in linea con la legge 54/2006 e con i criteri ispiratori: il minore ha due genitori che, anche se non sono più coppia, restano genitori, con i quali il minore ha diritto ad intrattenere un rapporto continuativo ed equilibrato. Se i genitori riescono ad assolvere alla loro funzione, e sussiste anche il concorso di altre condizioni il mantenimento diretto deve e può essere prescelto. Se le condizioni oggettive non sussistono, il giudice interviene fissando l'importo di un assegno periodico, che solitamente è mensile. L'assegno di mantenimento, sino a quando il figlio è minore, viene percepito dall'altro genitore, mentre, quando il figlio diventa maggiorenne, il giudice può disporre che l'assegno sia versato direttamente al figlio maggiorenne non economicamente indipendente; tale possibilità è prevista dall'art. 155 quinquies. La legge, quindi, allo scopo di tutelare il figlio, equipara la situazione del minore alla situazione del figlio maggiorenne che non ha raggiunto la indipendenza economica; ma l'obbligo di mantenimento non è senza termine ma, per giurisprudenza costante (Cass. Civ. 24.9.2008, n. 24018, Tribunale Monza, 28.9.2010, Tribunale Cassino 12.1.2010 ed altre) cessa quando il genitore provi il raggiungimento della indipendenza economica, ovvero una condotta "colpevole" del figlio, che è inerte, inattivo nella ricerca di un lavoro, ovvero rifiuta senza giustificazioni una attività lavorativa. In maniera molto opportuna, il secondo comma dell'art. 155 quinquies c.c., equipara ai figli minori - rendendo loro applicabili tutte le norme dettate per i figli minori – anche i maggiorenni affetti da grave disabilità ai sensi della legge 104/1992. Auto ridurre l'assegno stabilito dal giudice è reato poiché, come si legge testualmente nella sentenza n. 5752/2011 della Suprema Corte: "Il corretto adempimento dell'obbligazione gravante sul genitore in favore dei minori consiste nella dazione (messa a disposizione del minore) dei mezzi di sussistenza, nella qualità e nel valore fissato dal giudice e comporta, di necessità ed agli effetti dell'applicazione dei disposti normativi dell'art. 570 cpv. c.p., n. 2, l'apprestamento solo ed esclusivamente di quel bene o di quel valore che il giudice della separazione o del divorzio ha ritenuto di determinare, nel dialettico confronto delle parti e nel superiore interesse del soggetto debole, oggetto di tutela privilegiata". Non è, pertanto, consentito al soggetto tenuto al mantenimento dei figli l'autoriduzione dell'assegno disposto a favore di questi ultimi, salva la sua comprovata incapacità di far fronte al suddetto impegno. ASSEGNAZIONE DELLA CASA FAMILIARE. L'art. 155 quater c.c. tratta il tema dell' assegnazione della casa familiare. Per la giurisprudenza il temine "casa familiare" è utilizzabile in due significati: casa intesa come bene immobile, individuabile fisicamente; casa familiare come luogo degli affetti, degli interessi e delle consuetudini (Cass. Civ., s.u., 23.4.82,n. 2494; Cass. Civ., s.u. 21.7.2004, n. 13603). In tale immobile, dopo la disgregazione della coppia, continuerà a vivere un nucleo composto dal/dai figlio/figli ed un genitore. L'assegnazione della casa familiare è strettamente connesso al secondo concetto e, quindi, non vi è ragione di attribuire l'abitazione al coniuge affidatario, qualora l'immobile non è più "casa familiare" in tale secondo significato,ovvero se i figlio sono maggiorenni ed autosufficienti, ovvero se vi è stato un allontanamento definitivo dal luogo in cui si condividevano affetti, consuetudini e interessi (Cass. 13.2.2006, n. 3030). La Giurisprudenza ha più volte chiarito come in tema di separazione personale dei coniugi, la disposizione dell'articolo 155, comma 4, c.c. è dettata nell'esclusivo interesse della prole minorenne, sicché essa non è applicabile, neppure in via di interpretazione estensiva, al coniuge non affidatario, ancorchè avente diritto al mantenimento; né a quest'ultimo l'abitazione nella casa familiare può essere assegnata in forza in forza dell'art.156 c.c., che non conferisce al giudice il potere di imporre al coniuge obbligato il mantenimento di adempiervi in forma diretta e non mediante prestazione pecuniaria. Il diritto a godere della casa familiare viene meno quando il genitore inizia una convivenza, oppure contrae matrimonio, oppure cessa di risiedere nella casa familiare (seconda parte art. 155 quater c.c.).
Liberalizzazioni: cosa cambia per il professionista
IMU Questa semisconosciuta
SEPARAZIONI: “Diritto”di visita dei nonni