Source: https://www.carabinieri.it/editoria/rassegna-dell-arma/la-rassegna/anno-2004/n-4---ottobre-dicembre/studi/il-figlicidio
Timestamp: 2019-12-13 11:40:51+00:00
Document Index: 125075297

Matched Legal Cases: ['art. 131', 'art. 435', 'art. 316', 'art. 349', 'art. 387', 'art. 320', 'art. 579', 'art. 369', 'art. 364', 'art. 578', 'art. 578', 'art. 578', 'art. 575', 'art. 578', 'art. 578', 'art. 2', 'art. 95', 'art. 578']

2. Cenni storico-giuridici
3. Aspetti psichiatrico-forensi e medico legali
4. Comportamento della madre dopo l’uccisione del figlio
Fabio Iadeluca (*)
In una società come quella attuale, dove il bambino viene tutelato e difeso, da norme giuridiche specifiche, il fenomeno del figlicidio rimane uno dei delitti che suscita nell’opinione pubblica un sempre più forte allarme sociale, sia perché lo sfondo dove si verificano queste azioni violente è quello familiare, sia per la estrema efferatezza con cui spesso si manifesta la condotta omicidiaria. La perpetrazione di queste condotte, poste in essere all’interno del nucleo familiare, evidenzia drammaticamente come la considerazione del “luogo familiare” - basato su vincoli di amore e solidarietà, che ha lo scopo di tutelare i membri che ne fanno parte, permettendo nel contempo di svilupparsi, socializzare e realizzarsi - sia una realtà molto difficile da attuare . Casi di violenza nei confronti di un bambino si possono realizzare in qualsiasi contesto, anche insospettabile.
Esistono comunque dei fattori e situazioni ambientali tali in cui è potenzialmente elevato il rischio di violenze, ragion per cui diviene importantissimo agire a livello preventivo. La storia e l’antropologia contemporanea ci mostrano come in passato ed anche attualmente, in molte civiltà uccidere il proprio figlio non solo era tollerato, ma in alcuni casi “era” ed “è”permesso e incentivato da valori sociali e culturali. Nel corso dello studio svolto, dopo aver accennato agli aspetti antropologici del figlicidio, sono stati esaminati di seguito gli aspetti strettamente psicologici riguardanti le madri assassine, con il duplice intento di elaborare una classificazione delle motivazioni che possono portare al delitto e di dare una spiegazione ad un evento che agli occhi dell’opinione pubblica è incomprensibile, anche e non solo, per il particolare legame che unisce i protagonisti. Inoltre, nel prosieguo dello studio sono stati trattati gli elementi caratterizzanti il fenomeno del figlicidio, nello specifico i sentimenti inadeguati di maternità, la presenza di malattie mentali, l’abuso di sostanze stupefacenti e/o alcoliche, nonché la presenza di situazioni stressanti che in una madre possono costituire l’ultimo stadio che può far scattare il compimento dell’agito omicidiario. Oltretutto, è stato esaminato il comportamento che contraddistingue la madre assassina dopo il delitto, estendendo tale esame anche prima, durante e dopo il processo e durante la detenzione in carcere.
Lo studio in questione è stato realizzato con la volontà di cercare di costruire una griglia di indagine capace di individuare e valutare gli elementi che entrano in gioco nel momento in cui si scatena la condotta omicidiaria e questo sia dal punto di vista fenomenologico descrittivo, sia dal punto di vista psicopatologico forense.
Il tema dell’assassinio del figlio è un avvenimento che ricorre anche in numerose religioni. Dallo studio dell’antropologia e della storia emergono ulteriori conferme: nell’Impero Romano il pater familias aveva il diritto di vita e di morte non solo sugli schiavi, ma anche sui propri figli. A livello giuridico, nell’antica Roma, il fanciullo appena nato era sottoposto all’insindacabile volontà del padre, quest’ultimo era l’unico che poteva decidere sulla sua sorte. La madre rimaneva passiva nell’assistere; non aveva nessun potere di intervento in quanto era prevista la sacra patria potestà.
Durante le fasi dell’eventuale riconoscimento, l’ostetrica deponeva il neonato in terra, gesto da ricollegare alla venerazione per la madre Terra che genera tutte le cose e a cui appartiene, dunque, anche il bambino appena nato, dopo di che lo consegnava al padre che, secondo il mos maiorum, in base al suo potere di pater familias, poteva decidere di tenere il bambino oppure farlo uccidere, esercitando in questo modo lo ius vitae ac necis. Se riteneva di tenere il figlio nella sua famiglia, allora lo prendeva e lo sollevava in alto fra le sue braccia nel caso fosse un maschio, oppure lo consegnava alla madre, perché lo allattasse, nel caso si trattasse di una femmina. Se la decisione era invece di non accettarlo, allora il pater familias ordinava all’ostetrica di tagliare il cordone ombelicale più del dovuto, provocando un’ emorragia letale, oppure ordinava che venisse annegato. Il padre, comunque deciso a disfarsi del bimbo, ma non volendolo uccidere, almeno direttamente, poteva ordinare che il figlio venisse esposto fuori della porta di casa, oppure che venisse buttato vivo nello scarico dei rifiuti se il neonato presentava qualche difetto, o se il capofamiglia aveva già troppi figli.
Seneca giustificava con questi termini i comportamenti del pater familias: per i ricchi “È una giusta riflessione quella di eliminare alcuni figli e non per rabbia, visto che si possono smembrare delle eredità”; mentre per i poveri affermava “La soppressione è una necessità per il bene della società”. Il sacrificio dei figli compare anche nelle storie dell’Egitto e della Grecia e i dati antropologici ne confermano la presenza in quasi tutte le culture. Il sacrificio totale, cioè la morte, verrà gradualmente sostituito dai riti d’iniziazione in cui la circoncisione, che per gli Ebrei sancisce il patto fra Dio e l’uomo, sarà una delle pratiche più diffuse, assieme ad interventi più radicali come la castrazione. L’infanticidio, in alcuni casi tratti dai costumi dell’Africa e dell’India, non è considerato un delitto, essendo il neonato appena venuto al mondo non ancora un essere umano completo, provvisto di diritti e doveri. Il neonato secondo queste culture, deve essere trasformato poco alla volta in un essere umano.
Nel corso della storia, moltissimi sono gli esempi degli eserciti invasori che si sono resi protagonisti di genocidi delle popolazioni, in particolar modo di donne incinte e bambini. L’uccisione dei neonati e dei ragazzi era dovuta al fatto che si volevano impedire - per il futuro - le ribellioni, le rivoluzioni allorquando bimbi e ragazzi sarebbero divenuti adulti e in grado di combattere. La scelta di praticare l’infanticidio alcune volte è stata dovuta anche ad una scelta politica al fine di ridurre in qualche modo le nascite e le persone cui uno Stato deve provvedere. Questa politica introdotta, in Cina negli anni ’70 con la denominazione della “politica del figlio unico”, è ancora oggi imposta con severe sanzioni per arrestare la crescita demografica.
Comunque, tale legge produsse drammatiche conseguenze: l’infanticidio femminile; la mancata registrazione di milioni di bambini all’anagrafe; l’abbandono dei neonati, la morte prematura per mancanza di cure, nonché aborti. Inoltre bisogna indicare che, in relazione al vero fulcro della cultura e della religione cinese, solo ai discendenti maschi è concesso di perpetuare il culto degli antenati; potendo concepire un solo figlio, questo non poteva che essere maschio. In questa situazione si è creata una specifica vittimologia nei confronti delle femmine. Negli ambienti rurali, all’interno delle famiglie numerose, i bambini venivano lasciati morire quando il cibo era insufficiente. Qui dobbiamo menzionare gli infanticidi mirati verso il sesso femminile nell’ambiente rurale francese del IX secolo, in quanto definite “bocche da sfamare non utili al lavoro nei campi”. Si deve rilevare, inoltre, che in Cina, società prevalentemente rurale, l’abbandono o l’uccisione della femmina avviene in quanto meno utile ed idonea alla lavorazione agricola. Facendo riferimento alle osservazioni sull’Africa poste in essere dall’ antropologa Mary Douglas, si rileva che in alcune tribù, quando nascono due gemelli, se ne uccide uno, in quanto in questa cultura la nascita di due gemelli viene ritenuta un’anomalia sociale.
La popolazione di queste tribù non tollera che due esseri umani possano nascere nello stesso tempo e luogo da parte di un solo essere umano, ovverosia la madre. Nella tribù Yanomani Venezuelana (Amazzonia), viene esercitato in maniera abituale l’infanticidio verso le femmine, allo scopo di controllare la crescita della popolazione, ed in alcuni casi viene effettuato secondo un preciso rituale. Nello specifico si deve indicare che, se il neonato è deforme, la madre provvede alla sua soppressione. Nel parto gemellare sarà soppresso il soggetto più debole, nel caso invece in cui i neonati siano di sesso diverso sarà la femmina ad essere sacrificata. Questo tipo di comportamento può essere spiegato col fatto che in questo modo si assicura la sopravvivenza della specie: il neonato deforme sarebbe un peso per il gruppo, mentre il secondo gemello non potrebbe essere allattato e allevato dalla madre già sottoposta ad un duro lavoro. I bambini vengono allattati fino ai tre anni; se in questo periodo la madre partorisce un secondo figlio, quest’ultimo sarà ucciso poiché il latte materno risulterebbe inquinato e tutte e due le creature sarebbero condannate.
L’infanticidio è giustificato anche dal fatto della presenza di un padre illegittimo; la giovane partorirà da sola nella foresta, poi sopprimerà il neonato. Questo comportamento non provocherà nessuna critica, in quanto la madre ha solamente ubbidito alla legge non scritta della tradizione. In Australia, presso alcune tribù, le donne che uccidevano volontariamente i neonati lo facevano nel pieno accordo con i valori sociali che garantivano la piena impunità alle madri che ammazzavano i figli per non avere alcuna seccatura per allevarli. In epoca medioevale, in certe regioni, i figli non desiderati potevano essere abbandonati o spesso uccisi in apparenti incidenti e disgrazie. La storia delle religioni e delle sette è ricca di episodi di sacrifici rituali e sacrali che evidenziano l’uccisione di bimbi o l’obbligo dei genitori di uccidere i propri figli. Molteplici sono gli episodi nell’ambito delle sette religiose e sataniche nei quali il sacrificio del nuovo nato è spesso legato all’acquisizione, da parte di chi lo sacrifica, di giovinezza, bellezza, sessualità e fortuna.
La motivazione, che guida i cultori del diavolo e dei suoi seguaci, è il desiderio di seguire l’esempio prevaricatore del diavolo nella vana illusione di acquistare una totale indipendenza da Dio. In quest’ottica il culto demoniaco è spesso praticato ossequiando il dio del denaro e del potere, che richiede il sacrificio dei poveri e degli indifesi. Dentro le sette sataniche sono numerosi e diversi i riti effettuati con sacrificio di bimbi. Comunque, il reato di infanticidio ben raramente possiede, nelle epoche più remote, una propria autonomia giuridica, nel senso oggi inteso di uccisione del neonato in particolari circostanze psicologiche o ambientali; in genere esso andava a confondersi nella più ampia tematica del liberticidio. La tutela giuridica dei figli, specie in tenera età, viene garantita dalla legge in epoche relativamente recenti. Facendo un excursus giuridico del reato di infanticidio, si deve indicare che - già nel tardo Medioevo - si sviluppa la figura di un delitto sui generis, concettualmente differente dall’omicidio e spesso incriminato a parte.
Si deve attendere la dottrina illuministica e postilluministica - ed i codici dell’800 ad essa ispirati - per vedere l’infanticidio come ipotesi attenuata di omicidio, in funzione della particolare causa sceleris. Per contro nel passato - dal Medioevo fino a tutto il 1700 - l’infanticidio fu sempre considerato un delitto grave, anche più orrendo dell’omicidio e punito alcune volte con maggiore durezza. Anticamente, facendo riferimento alla civiltà greco-romana, l’infanticidio veniva punito tenendo conto delle concezioni dominanti nelle diverse culture circa il potere di disposizione spettante ai genitori sui figli, e in considerazione del fatto che questa figura delittuosa si trova commista a quella del parricidio improprio. Quindi, mentre l’uccisione del figlio pare fosse punita nelle antiche civiltà egizia e persiana e dal diritto mosaico, in Grecia i genitori potevano uccidere ed esporre i figli, mentre nel diritto romano antico era punita solo la madre che uccideva il proprio figlio. Di seguito, con gli imperatori cristiani, la repressione si fa più netta e severa.
La pena capitale, espressamente prevista per gli infanticidi, mette in risalto con quale durezza questo delitto sarà in seguito trattato e punito nell’arco di tempo che va dal Medioevo fino a tutto il secolo XVIII. Al fine di prendere coscienza di tale situazione si devono citare le Decretali di Gregorio IX, le quali prescrissero durissime penitenze per l’intera vita per i genitori che si fossero resi protagonisti dell’uccisione dei propri figli ; giova far presente, comunque, che cardine della pena dei vari statuti per la prevenzione della condotta dell’infanticidio fu sempre la morte, talvolta con un mezzo più atroce di quello riservato ai casi di omicidio. In un contesto diverso da quello italiano, nel Medioevo e in seguito, l’infanticidio fu quasi dovunque punito con la pena capitale. Gli “Stabilimenti” di San Luigi comminavano il rogo alle madri infanticide e lo statuto 21 del re Giacomo I d’Inghilterra prescrisse ugualmente la morte per la madre che sotterrasse il figlio illegittimo; inoltre anche l’art. 131 della Costituzione carolina considerò l’infanticidio passibile di pena capitale.
La Francia si contraddistinse per l’attuazione di una legislazione durissima che caratterizzò un periodo che va dal Medioevo fin ai codici post rivoluzionari. Infatti, mentre nel codice del 1804 l’infanticidio veniva punito con la deportazione, nel 1810 tale delitto era passibile di pena capitale. Questo distacco dalla figura dell’omicidio comportò, soprattutto nella dottrina dell’800, l’intento di sottovalutare le ragioni per una mitigazione delle pene, fino ad allora riservate alle madri infanticide. La spinta ad un mutamento di indirizzo era venuta dalla cultura illuministica, che predispose l’animo del legislatore ad una maggiore mitezza. Quindi, fatta eccezione per la Francia - che ad un certo momento vede un inasprimento sanzionatorio nel trattamento dell’infanticidio - a partire dal codice austriaco del 1803 venne scomparendo nei vari sistemi penali europei prima di tutto la pena di morte, sostituita con la detenzione, per lo più temporanea; e in special modo venne meno l’indole del gravissimo delitto, che la tradizione aveva conservato all’infanticidio. Nonostante questo, comunque, non si eliminò la convinzione che questo delitto era di estrema gravità.
Il codice per il Regno d’Italia del 1808 (art. 435) seguì l’esempio del codice austriaco per quanto concerne la mitigazione della pena; inoltre, allargò per la prima volta il concetto legislativo dell’infanticidio oltre i confini rappresentati dall’uccisione del neonato ad opera della madre. Analizzando i vari sistemi legislativi preunitari, si evidenzia una varietà nella definizione dell’infanticidio; nello specifico, il codice toscano (art. 316), il codice estense (artt. 351, 352) e il regolamento gregoriano (artt. 276, 280) lo ravvisavano nell’uccisione ad opera della madre del neonato illegittimo, mentre nel codice parmense e in quello sardo, veniva definito, più specificamente, come l’uccisione del fanciullo “di recente nato”. Il codice delle Due Sicilie del 1819 stabilì che si doveva considerare infanticidio l’omicidio posto in essere a danno di un fanciullo di recente nato e non ancora battezzato o inscritto nei registri dello stato civile (art. 349). La pena per tale condotta era quella di morte, ma successivamente l’art. 387 prevedeva una specifica circostanza attenuante, ovvero “quando il fatto fosse diretto ad occultare per ragione d’onore una prole illegittima”.
Di differente complessità era il codice toscano del 1853, che faceva una differenziazione tra prole legittima e illegittima, nonché a seconda che la decisione di uccidere fosse stata posta in essere dalla madre prima o dopo l’incalzare dei dolori del parto, prevedendo comunque un’attenuazione della pena se l’infanticidio fosse “stato commesso”per evitare “sovrastanti sevizie”e un’ulteriore attenuante, nell’ipotesi che il neonato fosse nato vivo, ma non vitale. L’art. 320 prevedeva la figura delittuosa dell’infanticidio colposo, non punibile se in persona di un neonato non vitale. Bisogna indicare che tutti i codici italiani preunitari accolsero il principio di punire con relativa mitezza l’infanticidio, se commesso per causa d’onore. Da quanto emerge dal codice sardo del 1839, che tra l’altro equiparava l’infanticidio all’omicidio comune, anche in questo caso erano state previste delle circostanze attenuanti in favore della madre che avesse soppresso il figlio illegittimamente concepito (art. 579). All’indomani dell’Unità d’Italia, emerse il bisogno di unificare i diversi sistemi legislativi preesistenti e la formulazione anche del delitto dell’infanticidio; venne ispirato dalla disciplina contenuta nel codice delle Due Sicilie e in quello toscano, che fornirono i principi fondamentali a cui il legislatore si ispirò nella formulazione del codice Zanardelli e in quello del 1930, ancora oggi in vigore. Nel codice Zanardelli l’infanticidio venne configurato come ipotesi circostanziata e attenuata dell’omicidio.
L’art. 369 del codice del 1889 stabiliva che “quando un delitto preveduto nell’art. 364 sia commesso da persona nei confronti di un infante non ancora scritto nei registri dello stato civile, e nei primi 5 gg. dalla nascita, per salvare l’onore proprio, o della moglie, della madre, della discendente, della figlia adottiva o della sorella, la pena è della detenzione da 3 a 12 anni”. Si arriverà così alla stesura dell’art. 578 del codice penale Rocco del 1930, nel quale viene prevista l’ipotesi delittuosa dell’infanticidio per causa d’onore, figura criminosa diversa da quella dell’omicidio e per tale motivo sanzionata con pene diverse. Tale fattispecie delittuosa sarà oggetto di modifica tutt’ora in vigore, in relazione al disposto della Legge 5 agosto 1981, n. 442, che sostituirà nell’art. 578 il primo comma, il quale testualmente recita “… la madre che cagiona la morte del proprio neonato immediatamente dopo il parto o del feto durante il parto, quando il fatto è determinato da condizioni di abbandono materiale e morale connesse al parto, è punita con la reclusione da 4 a 12 anni”.
Con il termine di figlicidio si indica l’uccisione del figlio da parte del genitore (sia il padre sia la madre). Nel nostro ordinamento penale, non esiste il reato di figlicidio, ma vengono punite le condotte criminose che si configurano nei reati di “infanticidio” (art. 578 c.p.) e di “omicidio volontario” (art. 575 c.p. e segg.). Per quanto riguarda il reato di infanticidio, esiste un trattamento penale “particolare”, in quanto considerato una fattispecie criminosa meno grave di omicidio posto in essere nei confronti del neonato, in circostanze difficili e sotto la spinta di pressioni sociali. Nell’infanticidio la condotta punita (art. 578 c.p.) è “… la procurata morte del neonato immediatamente dopo il parto o del feto durante il parto, da parte della propria madre, quando il fatto è determinato da condizioni di abbandono materiale e morale connessi al parto”, ed è punito con la reclusione da quattro a dodici anni. In questa fattispecie criminosa il soggetto attivo può essere soltanto la madre(1). Questo reato risveglia reazioni sociali spesso contraddittorie e difformi: da un lato l’uccisione del neonato da parte della madre viene considerata una grave trasgressione ad un ruolo e ad una regola di comportamento ritenuti naturali e quasi biologici, quale può essere il legame tra madre e figlio; dall’altro c’è un comportamento di comprensione che fa giudicare l’infanticida con maggiore (1) - Sentenza della Corte di Cassazione in materia di infanticidio: “Il delitto di cui all’art. 578 cod. pen., dopo la modifica intervenuta in virtù dell’art. 2 della legge 5 agosto 1981, n. 442, si differenzia dalla precedente ipotesi criminosa per la qualità del soggetto passivo, che è la madre e non più “chiunque”e sul piano soggettivo perché, quanto indulgenza se si verificano certe circostanze di condizionamento o di pressione culturale e sociale(2). Questo è dovuto al fatto che nella percezione sociale, per l’infanticida, si vengono a considerare le pressioni ambientali,ovvero le c.d. “condizioni di abbandono materiali e morali”; inoltre c’è chi vede l’infanticida in chiave prevalentemente psicopatologica. Alcuni parlano di sindrome dell’infanticida(3), al fine di sottolineare la molteplicità dei fattori che intercorrono nella condotta criminosa, altri autori(4) invece, danno particolare rilievo alla presenza di tratti caratteriali, quali la disaffettività, l’aggressività, la mancanza di senso morale; altri, ancora, hanno sottolineato come la maggior parte delle donne infanticide siano state pesantemente maltrattate durante l’infanzia, se addirittura non abbiano riportato seri traumi sessuali, da cui deriverebbe l’ostilità e il senso della rivalità; spesso uno o entrambi i genitori erano soggetti a scoppi incontrollabili d’ira, durante i quali la futura infanticida era oggetto degli atti di violenza; in molti casi appare notevolmente disturbata la relazione con il partner.
Inoltre si deve rilevare che sono state messe in evidenza anche delle importanti differenze tra le madri che uccidono il neonato e le madri che uccidono il figlio ancora minore. alla madre, il “fatto”deve essere stato determinato dalle condizioni di abbandono materiale e morale connesse al parto e, quanto ai correi, in presenza di tali condizioni, perché essi devono agire “al solo scopo di favorire la madre”, abbandonandosi, perciò, sul piano normativo, la ragione dell’incriminazione consistente nel fine di salvare l’onore proprio o di un prossimo congiunto. Rispetto alla previgente formulazione immodificato è invece il momento del fatto: immediatamente dopo il parto, trattandosi di un neonato, o durante il parto trattandosi di un feto”. Sez. 1 sent. 3326 del 14 marzo 1988 (ud. 10 novembre 1987) rv. 177864.
Uccidere il figlio appena nato è psicologicamente differente che ucciderlo quando vi è stata una lunga convivenza e si sono intrecciati legami derivanti anche dalla comunanza di vita. Esiste, in primo luogo, una frequente e ben nota necessità di “maturazione affettiva”della madre nei confronti del neonato: come se l’amore materno, per estrinsecarsi pienamente, necessitasse di un certo periodo di tempo. Sentimenti di ostilità o di estraneità non sono rari nelle puerpere; il neonato può essere sentito non come individuo, ma quale oggetto, quale parte del corpo materno, di cui si ha piena disponibilità. Sul piano soggettivo, il vissuto di alcune infanticide sembra essere, piuttosto che quello di uccidere un essere sentito come vivente, quello di impedire al neonato di incominciare a vivere; l’uccisione del neonato immediatamente dopo il parto può spesso intendersi, nella dinamica psicologica, come un aborto tardivo, effettuato sotto la spinta di circostanze “difficili” che impediscono alla donna di affrontare la maternità. Un altro aspetto è quello relativo alla ricorrenza di patologie mentali nell’infanticida.
Tra le condizioni morbose, hanno largo spicco le oligofrenie(5), le psicosi (specialmente la schizofrenia), le psicosi puerperali, le immaturità, le forme depressive, gli stati epilettici, l’etilismo. Il numero limitato dei casi rende, comunque, impossibile ogni generalizzazione, per cui non si può fare un ritratto tipo, sia psicologico che socioambientale, della madre infanticida. La legalizzazione dell’aborto rappresenta forse un fattore sociale che maggiormente ha inciso sulla rilevante diminuzione del fenomeno nella nostra società. Nel figlicidio, particolare attenzione è stata rivolta all’uccisione del figlio non neonato ma ancora bambino, ovverosia del figlio nei cui confronti dovrebbe essersi instaurato quel complesso di legami affettivi, di interdipendenza, di convivenza di vissuto comune che caratterizza il rapporto genitore-figlio, rapporto che, peraltro, per essere la vittima ancora piccola, è caratterizzato dalla persistenza di un particolare legame di dipendenza, dovuta alla non raggiunta maturità biologica e psichica e alla non conseguita autonomia sociale.
Il figlicidio, che rientra nella fattispecie criminosa punita dal codice penale nel reato di omicidio aggravato per il legame di parentela, si distacca nettamente oltre che dalla conflittualità fra genitori e figli adulti, anche da quella dell’infanticidio per la mancanza di quelle pressioni sociali legate a circostanze ambientali difficili, o al discredito di una maternità irregolare, che sono pur sempre caratteristiche spesso ricorrenti nell’uccisione del neonato subito dopo il parto. L’interesse verso il figlicidio si colloca nel filone più generale verso lo studio della violenza perpetrata a danno dei bambini da parte dei genitori, fenomeno che purtroppo è in aumento. Anche per quanto concerne questo delitto, non si può dare un’interpretazione univoca, sia per quanto attiene alle dinamiche psicologiche sia per le modalità e l’intervento di meccanismi psicopatologici. È comunque da tener presente che c’è una elevata frequenza, emergente da studi casistici, di situazioni psicopatologiche fra gli autori del figlicidio; il delitto non è però appannaggio esclusivo di malati di mente, anche se statisticamente i rei giudicati affetti da vizio di mente al momento del fatto costituiscano la grande maggioranza.
Dal punto di vista delle dinamiche psicopatologiche si rileva che, con grande prevalenza, esse attengono a tematiche depressive, senso di inadeguatezza, auto-svalutazione, perdita della (o non acquisita) capacità di svolgere il ruolo materno, ruminazioni suicidiarie. Frequenti sono pure i pregressi comportamenti anomali verso il bambino, spesso non desiderato, ed i convincimenti pessimistici e ansiosi sul futuro fisico o mentale del figlio (ritenuto incapace di crescere per anoressia, o destinato a rimanere mentalmente menomato), talora accompagnati da idee ossessive e coattive di poter nuocere ai figli. Sono abbastanza frequenti tematiche negative nei confronti del partner (gelosia, relazioni disturbate, intenti vendicativi nei suoi confronti privandolo del figlio ecc.). Le tematiche di depressione sarebbero dunque le più frequenti e il figlicidio si realizzerebbe per lo più nella forma dell’omicidio allargato; in tale prospettiva la madre con intenzionalità suicida vorrebbe portare con sé il figlio uccidendolo, posto che questi, in situazioni psichiche morbose o disturbate, può essere percepito a livello profondo, con meccanismo simil-psicotico, non come individuo autonomo, ma come prolungamento e propaggine della propria persona, privo pertanto di individualità.
È comunque elevata la frequenza - fra le madri - di tentativi di suicidio antecedenti al figlicidio o contestuali allo stesso, nonché di ricoveri in nosocomi per problemi depressivi. Non mancano casi nei quali viene posto in essere da parte della madre un comportamento nel quale si evidenzia iracondia, disaffettività, insensibilità, prepotenza, ecc. Al di là delle forme depressive prevalenti ma non esclusive, sono segnalate altre più rare condizioni psicopatologiche: oligofrenia, immaturità o anomalie della personalità, ansietà, nevrosi ossessiva o isteria, schizofrenia, paranoia, psicosi puerperali, reazioni psicotiche. Facendo un’analisi del fenomeno nel nostro paese, secondo i dati ISTAT relativa a tutti gli omicidi volontari compiuti sul territorio nazionale nel 1998, su un totale di 670 casi, 128 risultano essere omicidi effettuati in famiglia, di questi il 17% è rappresentato da casi di figlicidio. Analizzando i dati, si può rilevare che il sesso dei figli uccisi è equamente distribuito, mentre l’età è inferiore ai 25 anni; in alcuni casi essi risultano affetti da handicap.
Un’altra particolarità che si evince è quella che gli omicidi in famiglia vengono consumati in contesti socio-economici disagiati (48%), nella maggior parte dei casi da donne non coniugate aventi un’età compresa tra i 21 e 28 anni. Comunque, giova far presente che questi dati sono inferiori alla reale dimensione del fenomeno, dove si rileva un certo numero oscuro. In particolare molti decessi catalogati come “incidenti”o “disgrazie”possono in realtà nascondere dei progetti omicidiari di madri che hanno compiuto un omicidio per omissioni con gravi e volontarie carenze di cure e di attenzioni (bimbi che vengono soffocati in culla, che cadono dalla finestra). Il figlicidio è un delitto che provoca violente e penose emozioni a causa della crudeltà, efferatezza ed apparente scarsa o nulla comprensibilità. Nella nostra società, molto attenta ai diritti del minore, sensibile ad ogni tipo di abuso sull’infanzia, il delitto di figlicidio appare in tutta la sua gravità e incomprensibilità sociale e morale.
Tra le varie motivazioni che possono spingere una madre al delitto di figlicidio, dobbiamo indicare: - atto impulsivo delle madri che sono solite maltrattare i figli. Vi è una tipologia di madre che è solita abusare dei figli ed in particolare usare violenza fisica in modo inadeguato, sadico e crudele. Queste madri, in seguito a una stimolazione del giovane figlio (ad esempio urla, pianti ecc.), vanno incontro ad un improvviso, rapido e impulsivo agito aggressivo per cui possono percuotere il figlio con un oggetto contundente, soffocarlo, accoltellarlo, defenestrarlo, ecc. Si tratta di madri che non hanno messo in atto un progetto omicidiario preordinato. Queste madri vivono spesso situazione familiari problematiche, con numerosi figli a cui badare; condizioni economiche indigenti, problemi di separazione con il marito o con il proprio compagno; difficoltà legate all’alloggio, al lavoro, ecc. Queste donne, che si contraddistinguono per abusare in modo regolare e continuo (usano violenza fisica; trascuratezza; promiscuità sessuale, ecc.) dei loro figli, spesso provengono a loro volta da famiglie poliproblematiche, ove loro stesse sono state vittime di maltrattamenti ed abusi in giovani età; - l’agire omissivo delle madri passive e negligenti nel ruolo materno. In alcuni casi la morte del figlio, soprattutto se in giovane età (allorquando necessita di particolari attenzioni e cure), può essere dovuta ad atti omissivi della madre che non accudisce e tutela in modo adeguato.
Ad esempio la madre non vuole vestirlo in modo consono alle temperature, o portarlo dal medico a farsi curare in tempi utili, provvedendo a nutrirlo in modo efficace e continuo. In questi casi l’omicidio avviene spesso in modo passivo, con l’alimentazione incongrua o insufficiente, malattie non curate, incidenti apparentemente dovuti a fatalità; - la vendetta della madre nei confronti del compagno. In alcuni casi la madre può uccidere il figlio per vendicarsi dei torti reali o presunti subiti dal marito. Con l’uccisione del figlio la madre cerca così di infliggere un dolore al proprio compagno. Questa dinamica è nota con il nome di “Sindrome di Medea”. La storia di Medea si ricava dalla tradizione greca della leggenda degli Argonauti ed è riproposta da Euripide, Esiodo, Pindaro, Eschilo, Sofocle, Ovidio, Diodoro fino a Corbeille. Il tema risale, comunque, almeno al V secolo a.C.: Medea, esperta in arti magiche e nipote di Circe, era figlia del re della Colchide, Eete, custode del Vello d’oro. All’arrivo degli Argonauti, presa d’amore per Giasone, lo aiuta nell’impresa di conquistare il Vello d’oro, uccidendo il proprio fratello Absirto: lo fa a pezzi per ritardare l’inseguimento del padre.
Tale comportamento avrebbe forse dovuto mettere in guardia Giasone sul carattere della futura sposa e suggerirgli maggiore cautela nei suoi confronti, tanto più che Medea, prima dei figlicidi, commetterà altre nefandezze. In ogni caso, dopo il tradimento della patria, la perfidia nei confronti del padre e l’assassinio del fratellino, Medea fugge con Giasone e con lui vive per un po’ di tempo a Corinto, fino al giorno in cui Creonte, re greco e non barbaro come Medea, incautamente propone di bandire Medea e di dare la propria figlia in sposa all’eroe, il quale, spergiuro ed ancor più improvvido, accetta. A questo punto Medea, oltre a Creonte e alla figlia di questi promessa a Giasone, uccide i figli che ella stessa aveva avuto dall’eroe, appunto per vendicarsi del suo tradimento, tanto più grave in quanto lei, per seguirlo, aveva reciso tutti i propri vincoli e violato tutte le norme più sacre: da qui la tradizione che vede Medea come esempio mitico della figlicida per vendetta contro il coniuge. Sotto il profilo psicodinamico, i figli possono essere stati uccisi da Medea non solo perché si interrompa la linea di discendenza da Giasone, ma anche per il desiderio di realizzazione allucinatoria del possesso totale dei propri figli, estromettendo il padre.
I figli di Medea diventeranno un bene materiale a cui ella nel suo sentimento di onnipotenza ha dato la vita, ma a cui ella può anche toglierla; - le madri che uccidono i figli indesiderati. Alcune madri uccidono in modo attivo, deliberato e cosciente (cioè in piena lucidità mentale) il loro figlio perché non era desiderato. Sono madri che non hanno desiderato la gravidanza e spesso il figlio “non voluto” ricorda loro momenti molto tristi e penosi della propria vita, indigenza economica, abbandono da parte dell’uomo amato, episodi depressivi, violenze sessuali subite. Si tratta di madri che presentano tratti di personalità impulsivi antisociali, spesso hanno una storia personale di comportamenti devianti e di abuso di droghe; - le madri che uccidono i figli trasformati in capri espiatori di tutte le loro frustrazioni. Vi sono madri che si autoconvincono che i figli abbiano rovinato completamente, drammaticamente e inesorabilmente la loro esistenza. Queste madri hanno la percezione che la gravidanza abbia sformato il loro corpo, le abbia condizionate a vivere in un ambiente a loro non gradito, le obblighi ad accettare un compagno che non amano oppure a non vivere felici col compagno che amano, le costringa a trascorrere tutta la giornata per badare alle malattie reali o presunte. Queste donne somatizzano tutte le loro frustrazioni di vita sul bambino ritenuto la causa unica e drammatica del loro percepito fallimento esistenziale.
Può trattarsi di madri insicure, con tratti border-line di personalità, ovvero madri conflittuali che presentano anche tratti impulsivi e aggressivi; - le madri che negano la gravidanza e fecolizzano il neonato. Vi sono delle madri che uccidono o lasciano morire il neonato nell’immediatezza del parto. In genere si tratta di madri di giovane età, che non hanno una situazione sociale chiara e definita con il compagno: questi in genere è una persona più adulta che, dopo aver messo incinta la partner, l’abbandona. Queste madri hanno spesso una forte dipendenza dai legami familiari, presentano caratteristiche personali di immaturità, tratti regressivi, infantili, narcisistici. Tali madri presentano spesso la caratteristica di negare in modo isterico la gravidanza, si comportano come se non fossero incinte. Si vestono in modo da dissimulare alla loro famiglia, ai loro compagni sul luogo di lavoro, la gravidanza, non richiedono durante la stessa consulenze ginecologiche o altre visite mediche. Sono madri che tendono a partorire da sole, in situazioni non gestite da specialisti (medici/ostetriche) ed in condizioni di clandestinità. Successivamente gettano spesso il feto partorito nelle discariche o nei luoghi ove è raccolta la spazzatura, come se si trattasse di un prodotto fecale, e cioè un oggetto privo di vita, di umanità. Altre madri invece abbandonano il feto in luoghi pubblici con la speranza che possa essere notato e salvato da altre persone; - le madri che ripetono sul loro figlio le violenze che avevano subito dalla propria madre. Numerose figlicide hanno avuto, a loro volta, una madre che non si comportava, nei loro confronti, in modo adeguato e corretto.
Le madri che uccidono il proprio figlio a loro volta hanno spesso avuto una madre che le minacciava di abbandono, non rispettava la loro individualità, le utilizzava come oggetti, le ha rese vittima di abusi psicologici, di violenza, di promiscuità sessuale, di trascuratezza. Queste donne assassine, che hanno avuto una madre cattiva, non sono riuscite ad avere una buona identità materna, non tollerano frustrazioni, sono confuse nel ruolo femminile; pur desiderando, a livello conscio, di non essere “una madre cattiva”, in realtà con i figli non riusciranno nell’intento e ripeteranno gli stessi errori della loro madre; - le madri spostano il desiderio di uccidere la loro madre cattiva ed uccidono il loro figlio cattivo. Tra i problemi fondamentali che stimolano una madre al figlicidio, si possono annoverare l’odio e l’astio che quest’ultima ha nei confronti della propria madre vissuta come cattiva. In questo senso la figlicida è originariamente legata ad un grave conflitto con la propria madre cattiva, che vorrebbe distruggere e annientare. Molti studiosi riconoscono un denominatore comune nel desiderio della figlicida di uccidere la propria madre cattiva e poi, secondariamente, di spostare la propria aggressività omicidiaria verso il figlio; - le madri che desiderano uccidersi e uccidono il figlio. Vi sono madri affette da depressione che non scorgono più alcuna possibilità di vivere su questa terra e decidono di togliersi la vita.
Queste madri vivono in una situazione depressiva senza speranza, senza possibilità di ricevere nessun aiuto, afflitte dalla loro percepita pochezza e indegnità e si convincono sempre di più che il figlio non potrà vivere in un mondo ostile, cattivo, crudele, senza di loro. Per questo motivo uccidono il figlio e spesso dopo il figlicidio si uccidono. Si tratta di madri che si muovono in un progetto di “suicidio allargato”nell’ambito spesso di patologie di tipo depressivo e paranoideo; - le madri che uccidono il figlio perché pensano di salvarlo. Vi sono madri che si muovono in un contesto mentale di tipo paranoideo persecutorio, per cui ritengono che l’unico modo di poter sfuggire ad un mondo crudele e maligno che le perseguita sia la morte propria e del figlio. Queste madri, oltre a presentare aspetti depressivi, deliranti, persecutori, possono essere anche vittime di allucinazioni uditive di tipo imperativo, e perciò sono convinte di udire voci che esigono e chiedono in modo continuo e minaccioso la morte del bimbo come unica possibilità di salvezza, come sacrificio per una vita migliore. Può trattarsi in questo caso di figlicidio di tipo altruistico, ove la motivazione all’omicidio è legata al fatto che l’unico mezzo per poter salvare il figlio da un mondo minaccioso e crudele è quello di ucciderlo; - le madri che uccidono il figlio per non farlo soffrire.
Si tratta di figlicidi dove, in linea teorica, non vi dovrebbero essere guadagni secondari per la madre che decida di uccidere il figlio esclusivamente per non farlo più soffrire per malattie reali. Nei casi più classici, il figlio soffre di una malattia reale grave, a decorso ingravescente che lo obbliga a soffrire giornalmente grandi dolori, con un grave deterioramento progressivo; - le madri che prodigano cure affettuose al figlio ma in realtà lo stanno subdolamente uccidendo. La “Sindrome di Munchhausen per procura”, è propria di quelle madri che provocano nel figlio lesioni spesso gravi che simulano delle malattie al fine di ottenere, in modo particolare, l’attenzione da parte del medico. Queste madri somministrano di nascosto dei farmaci o sostanze dannose alla salute sino a poter causare veri e propri avvelenamenti al figlio. Sono madri che mantengono un atteggiamento, di fronte alle persone, di estrema cura, premura, attenzione alla salute del proprio figlio che portano continuamente ed ossessivamente dai medici per farlo curare. In alcuni casi tali donne non sono riconosciute dai medici come affette da una “Sindrome di Munchausen per procura” ed il figlio può andare incontro a morte a causa di gravi lesioni provocategli dalla madre.
È molto importante sottolineare che la diminuzione dell’infanticidio in tutti i paesi della nostra area culturale è da attribuire al mutamento di fattori socio-culturali, che possono riassumersi in: - la rivoluzione nella morale e nei costumi sessuali, col mutato atteggiamento sociale non più emarginante e di censura nei confronti della ragazza madre; - la diffusione delle pratiche anticoncezionali ; - la facilità e la liberalizzazione dell’aborto. Di contro, l’infanticidio persiste quale fenomeno delittuoso numericamente rilevante nei paesi ove la morale pubblica è ancora severa nei confronti della madre illegittima. Se dobbiamo però costruire uno stereotipo di infanticida, si può delineare come una persona che vive in condizioni economicamente disagiate, che attraversa situazioni di grosse difficoltà psicologico-ambientali, che deve affrontare da sola parto e puerperio, che ha avuto conflitti con il partner, che ha tenuta nascosta la gravidanza, che è stata colta dalle doglie inaspettatamente e che partorisce senza assistenza(6).
Tra le psicopatologie di cui può soffrire la madre al momento dei fatti omicidiari si possono indicare: a. disturbi depressivi, compresa la depressione post-partum; b. le patologie a sfondo paranoideo, ove il figlio è percepito come un persecutore, o come soggetto che deve essere protetto a tutti i costi da un mondo maligno, intrusivo, invadente; c. disturbi di personalità in cui vi è maggiore facilità al passaggio all’acting out (ad esempio i disturbi borderline di personalità); d. disturbi psichici correlati all’uso di sostanze voluttuarie. L’abuso di sostanze voluttuarie, con particolare riguardo all’eroina ed alla cocaina, può esercitare una duplice azione nel favorire il figlicidio. Da un lato la loro assunzione e l’eventuale sindrome di astinenza possono portare a fenomeni di irritabilità, eccitazione, disinibizione, stati depressivi e/o disforici, ecc., che possono favorire il passaggio all’atto omicidiario. Dall’altro lato l’abuso di sostanze voluttuarie può favorire la slatentizzazione di sintomi psicotici in madri che presentano una “doppia diagnosi”, e cioè una malattia mentale e contemporaneamente una tossicofilia, una tossicomania o una tossicodipendenza(7).
Comunque, al di là dei casi di “doppia diagnosi”, occorre ricordare che, ai sensi dell’art. 95 c.p., soltanto lo stato di cronica intossicazione da alcool o da sostanze stupefacenti può incidere sul giudizio di imputabilità.
Non si può certamente tracciare uno schema di comportamento dopo l’uccisione del figlio valido per tutte le madri. Ogni caso va considerato nella sua specificità. Il comportamento posto in essere dalla figlicida, dopo la commissione del delitto, può dipendere da molteplici varianti; nello specifico: la presenza e il tipo di malattia mentale; il rapporto con la famiglia d’origine e la famiglia acquisita; la capacità di introspezione e di accettazione in relazione all’omicidio; il tipo e la qualità di vita nel contesto penitenziario; l’accettazione e la sensibilità a trattamenti psicoterapeutici e farmaceutici. Nelle fasi successive all’arresto è comunque altissima la percentuale di rischio suicidiario.
Tale rischio può essere riscontrato nelle madri depresse, incapaci di vivere, che hanno ucciso il figlio in un contesto suicidiario allargato e che possono, immediatamente dopo l’omicidio, cercare di uccidersi con più o meno successo. Durante la stesura degli atti d’indagine la madre figlicida può verbalizzare di aver fatto un patto di suicidio con il suo bambino e quindi di dover uccidersi al più presto. Altre madri, invece, parlano di una promessa vaga di uccidersi, ad esempio di date ritenute importanti (es:. ricorrenza della morte del figlio). Giova far presente che, nella fase successiva all’arresto, i membri della famiglia in genere prestano aiuto alle madri che hanno ucciso il figlio. In questo momento fondamentale e particolarmente delicato per l’identificazione dell’autore del reato, i familiari cercano spesso - in un processo velato di negazione - di attribuire la colpa di quanto successo non alla madre, bensì a terze persone, oppure a stati temporanei di malattia: il tutto finalizzato alla protezione e continuazione di una relazione con l’autrice del delitto.
Nella fase che precede la conclusione del processo, invece, la madre figlicida risulta a disagio, revoca la sintomatologia ansiosa e ciò per svariate ragioni che, da un lato, vedono l’instaurarsi della reazione da lutto, dall’altro, una condizione recettiva dovuta allo stato di detenzione in prigione, con tutti i problemi connessi alla perdita della libertà, all’etichettamento attraverso i mezzi stampa, alla difficoltà a parlare, muoversi e gestirsi attraverso un particolare ambiente come quello dell’istituzione penitenziaria. In questi frangenti è solito il verificarsi continuo di momenti pericolosi che possono stimolare il passaggio all’atto suicidiario. Invece, dopo il processo, le donne che hanno ucciso il proprio figlio vanno incontro, generalmente, grazie al meccanismo di negazione, ad una fase temporanea di apparente relativa tranquillità e riduzione dell’ansia. Altre invece, senza una partecipazione emotiva adeguata e profonda, si sentono sollevate dall’ansia e dai sentimenti di colpa a causa della pena inflitta, come se fosse una moneta con la quale pagare il delitto compiuto.
Altre ancora ritengono la pena troppo mite e breve perché meriterebbero, dopo l’orrendo delitto compiuto, di restare in “prigione per l’eternità”. Passata questa fase di negazione irrompe il reale, ovvero il fatto che diventa sempre più chiaro alla loro coscienza che il bimbo non c’è più, che è stato ucciso da loro e che loro sono le uniche responsabili della morte del figlio innocente. In questa fase di contatto duro e penoso con la realtà aumentano i rischi suicidiari che non sempre sono rilevati. Molte di queste madri, in ambiente carcerario, pur coltivando nel loro interno desideri suicidiari, in realtà manifestano nella vita organizzata un buon adattamento mostrandosi attente, riguardose, premurose, curando l’igiene personale, partecipando alla vita sociale e mascherando la loro depressione, la loro ansia e le loro intenzioni suicidiarie. Un comportamento di tale genere in periodi immediatamente successivi al processo, non può che essere attentamente vagliato ed approfondito in ragione del possibile rischio suicidiario.
Facendo un quadro conclusivo per quanto concerne il fenomeno del figlicidio, nonché cercando di fornire quegli elementi che permettano una visione oggettiva e particolareggiata del problema, si può affermare - in base ai risultati di studi specifici - che un terzo dei casi è riconducibile ad una motivazione inerente a una grave malattia mentale in relazione soprattutto a patologie facenti parte della serie depressiva (spesso nell’ambito di un progetto patologico di suicidio allargato) e paranoidea (omicidio altruistico per salvare il bambino da forze persecutorie, maligne e mortifere)(8); nei restanti due terzi, le figlicide sono affette da disturbi di personalità (antisociale, bordreline, immatura, ecc.), disturbi questi che non permettono loro una gestione normale di situazioni di vita difficili e penose (es. perdita di familiari, allontanamenti, frustrazioni sociali e personali, ecc.), di problemi legati alla tossicodipendenza, in situazioni emotive caratterizzate da difficoltà ad acquisire un ruolo materno consapevole e responsabile. Indipendentemente dalla eventuale patologia del soggetto, prima di arrivare alla condotta di reato ci possono essere dei sintomi inequivocabili che, se analizzati con le dovute cautele, possono mettere in allarme e far intravedere che le condizioni psico-fisiche della persona al momento sono deficitarie e necessitano di cure o quantomeno di un intervento medico immediato.
La trascuratezza che accompagna la “madre” abbisognevole di aiuto, dal punto di vista morale e/o materiale, può essere determinante. Ad un certo momento la madre si sente abbandonata e depressa, nelle forme più gravi può diventare imprevedibile e può esplodere improvvisamente in modo crudele. In alcuni casi la depressione può essere scatenata proprio dal puerperio e la malattia può manifestarsi in modo particolarmente grave fino ad arrivare a veri e propri deliri come nella psicosi puerperale. Giova far presente che il puerperio può essere un momento drammatico e pericoloso, tanto che nelle famiglie di un tempo la donna che aveva avuto un bambino veniva assistita e circondata da protezione. La puerpera veniva seguita per diversi mesi perché tutto il gruppo familiare sapeva che in quella fase non si poteva escludere il rischio di gravi crisi psico-fisiche. Ecco l’importanza della famiglia, che dovrebbe rappresentare quell’aiuto morale e materiale che la donna post-partum cerca e che invece spesso le viene drammaticamente negato. Durante il puerperio, per esempio, la donna cambia tipo di alimentazione, diminuiscono le ore di sonno, possono comparire febbri o infezioni. Ma soprattutto, con il parto l’organismo della donna vive una profonda crisi di astinenza dagli ormoni che l’hanno protetta durante la gravidanza.
Quindi risulta molto importante, in determinati momenti, il comportamento della famiglia di origine e di quella acquisita. Ma la famiglia di oggi è in crisi. La famiglia odierna, specialmente nella società urbana industrializzata, è una famiglia ristretta. Oggi, marito e moglie sono soli, l’uno di fronte all’altro, molte volte non c’è dialogo, devono inventare ogni mattina il loro rapporto. Nella vecchia famiglia estesa, il gruppo primario concedeva al marito o alla moglie in crisi qualche scappatoia o uscita di emergenza. All’interno del gruppo vi era sempre qualche persona pronta ad ascoltare, dare consigli, intervenire se necessario. Adesso, purtroppo nella maggioranza dei casi non è così: c’è la solitudine che è diventata un vero e proprio nemico da combattere giornalmente. Oggi la futura mamma può trovarsi nella condizione di non poter contare su nessun aiuto da parte sia della famiglia d’origine sia di quella acquisita e le difficoltà, che la vita pone giornalmente sulla sua strada, diventano ancora più grandi.
(*) - Maresciallo Capo dei Carabinieri, laureato in Sociologia, collabora con la cattedra di Criminologia (Professoressa Gemma Marotta), della Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università “La Sapienza”di Roma, in servizio presso il Comando Operativo di vertice Interforze.
(2) - Nel reato di infanticidio di cui all’art. 578 cod. pen. così come modificato dalla legge 5 agosto 1981, n. 442, le condizioni di abbandono materiale e morale menzionate dalla norma devono sussistere congiuntamente; esistere oggettivamente; essere connesse al parto nel senso che, in conseguenza della loro oggettiva esistenza, la madre ritenga di non potere assicurare la sopravvivenza del figlio, subito dopo il parto - Sez. 1 sent. 7997 del 12 settembre 1985 (ud. 16 aprile 1985) rv. 170384.
(3) - T. TATSUNUMA et Al. CHILD MURDER SYDROME (1-2-3) ACT. CRIM. JAPON, 1982, 48, 99- 108/163 175/205-210.
(4) - G. PONTI, P.G. FIORENTINI, Criminologia dei reati omicidiari e del suicidio, in TRATTATO DI CRIMINOLOGIA, MEDICINA CRIMINOLOGICA E PSICHIATRIA FORENSE, a cura di F. FERRACUTI, n.7, 1988, cap. 7.5, pag. 149.
(5) - B. BISIO, Sui rapporti fra insufficienza mentale e infanticidio per causa d’onore, in QUADERNI DI CRIMINOLOGIA CLINICA, 1975, pagg. 381-402.
(6) - H.WINNIK e M. HOROVITZ, The Problem of Infanticide, BRIT. J. CRIMINOL., 1961, 2/1 40-52; M. SCHACHTER, Studio sull’infanticidio e sua psicopatologia, in QUADERNI DI CRIMINOLOGIA CLINICA, 1961, 538-541; J. GREGER, Killing by Schizophrenic Mothers of Their Own Children, PSYCHIAT. CLIN., 1969, 2/1, 14/24; L. KRAUSKOPFT, Die Kindestotung in deutschalan Frankreich und der Schweitz, Druck Henzi, Koniz, 1971; E. LANGE SCHAUMAN U., Special Psychiatric- Psychological Aspects in expert Opinions on Woman Accused of Infanticide, in MEDICOLEGAL BORDERLINE QUESTIONS, Fischer Jena 1971.
(7) - Per tossicomania si indica quel legame che si viene ad instaurare nel solo caso in cui la sostanza impiegata è dotata della capacità di dar luogo ad una dipendenza grave e tenace; per tossicodipendenza si deve, invece, intendere una condizione di intossicazione cronica o periodica, dannosa per l’individuo ed alla società, prodotta dall’uso ripetuto di una sostanza chimica o naturale o di sintesi, le cui caratteristiche sono: il desiderio incontrollabile di continuare ad assumere la sostanza e di procurarsela con ogni mezzo; la tendenza ad ammettere la dose per ottenere gli stessi effetti (tolleranza); la dipendenza psichiatrica e, a volte, anche fisica dagli effetti della sostanza. Infine per tossicofilia si intende la propensione di coloro per i quali la droga è un bene appetibile.
(8) - R. FUGARE, R. ROY, Le passage à l’acte figlicide, in LE PASSAGE À L’ACTE, 1988, Massan, Paris.