Source: https://responsabilecivile.it/stato-vegetativo-dopo-lincidente-familiari-risarciti-per-lassistenza-continua/
Timestamp: 2020-05-31 12:06:19+00:00
Document Index: 164393424

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2727', 'art. 1223', 'sentenza ', 'sentenza ']

Stato vegetativo dopo l'incidente: familiari risarciti per l’assistenza continua
Home Il parere degli esperti Stato vegetativo dopo l’incidente: familiari risarciti per l’assistenza continua
Stato vegetativo dopo l’incidente: familiari risarciti per l’assistenza continua
Il familiare della vittima di incidente stradale, ridotto in stato vegetativo, ha diritto di essere risarcito anche per la forzosa rinuncia alla propria vita di relazione, conseguente alla necessità di prestare assistenza alla vittima
A causa di un brutto incidente stradale la vittima subì gravi lesioni personali che lo ridussero in uno stato vegetativo per tre anni, prima di morire.
I congiunti della vittima citarono in giudizio il conducente del veicolo investitore al fine di ottenere il risarcimento di tutti i danni patiti.
Il processo si concluse con sentenza del Tribunale di Brescia che attribuì alla vittima un concorso di colpa paritario.
La decisione fu appellata dagli eredi dinanzi alla Corte d’appello di Brescia che, invece, attribuì al danneggiato un concorso di colpa del 75 %; liquidò il danno biologico in favore di quest’ultimo per l’intervallo tra le lesioni e la morte riducendo proporzionalmente la misura standard del risarcimento, al fine di tenere conto della vita effettivamente vissuta; ed infine, confermò la quantificazione del danno non patrimoniale patito dagli attori, applicando i minimi previsti dalle tabelle milanesi.
La sentenza è stata nuovamente impugnata dagli eredi della vittima, i quali tra gli altri motivi, hanno dedotto l’errore commesso dai giudici di merito che, nel liquidare il danno da essi patito direttamente in conseguenza della morte del loro parente, avevano applicato i minimi previsti dalle tabelle milanesi, senza tenere conto dell’assistenza che gli stessi avevano dovuto prestare al proprio congiunto ridotto in stato vegetativo e dunque, totalmente incapace di intendere e di voler e totalmente invalido.
Tale danno era, nella specie, consistito nella forzosa rinuncia alle attività di relazione e ricreative, rinuncia conseguente per l’appunto alla necessità di prestare assistenza alla vittima; nonché nella pena e nell’angoscia da essi provate per la condizione di quest’ultima.
Ebbene, il motivo è stato accolto.
“Il pregiudizio non patrimoniale – hanno affermato gli Ermellini – è un pregiudizio atipico. Ferma la sua unitarietà come concetto giuridico, esso può manifestarsi in modo proteiforme”.
Con particolare riferimento al danno non patrimoniale patito da chi abbia perso un congiunto in conseguenza d’un fatto illecito, la Cassazione ha già ripetutamente affermato che nella stima di tale danno i giudice deve procedere attraverso due passaggi:
Deve in primo luogo, tenere conto delle conseguenze che, anche presuntivamente ex art. 2727 c.c., l’uccisione d’un congiunto non può non causare in tutte le persone di comune sentire che dovessero patire quel particolare tipo di afflizione, e liquidare tale pregiudizio con un criterio standard, uguale per tutti, necessario per garantire la parità di trattamento a parità di danni;
Deve poi, accertare se nel caso di specie sussistano circostanze peculiari, che abbiano reso il pregiudizio patito dalla vittima diverso e più grave rispetto ai casi consimili, come nel caso di specie, di vittima in stato vegetativo.
Le conseguenze dannose e il risarcimento del danno
Le conseguenze del primo tipo possono trarsi, in assenza di argomenti di segno contrario che è onere del convenuto fornire, anche dalla sola dimostrazione dell’esistenza della morte della vittima primaria e del suo rapporto di stretta parentela con chi domanda il risarcimento; le conseguenze dannose del secondo tipo esigono, invece, la prova concreta dell’effettivo (e maggior) pregiudizio sofferto rispetto ai casi consimili.
La liquidazione di esse esige, in particolare, che il giudice di merito indaghi e valuti “le specifiche ricadute che l’evento della morte [della vittima primaria] ha determinato nella vita di ciascuno dei suoi congiunti e conviventi”.
Nel caso di specie, la Corte d’appello di Brescia non aveva fatto corretta applicazione dei suddetti principi, avendo escluso il diritto dei familiari della vittima ad una variazione in aumento del risarcimento del danno non patrimoniale, in considerazione della duratura e prolungata assistenza al proprio congiunto e senza tenere conto di tutte le conseguenze che ne erano derivate.
Tale decisione viola in effetti l’art. 1223 c.c.
Ed invero, ha aggiunto la Suprema Corte (sentenza n. 28168/2019) – “Se una persona, a causa di lesioni personali, dopo tre anni di coma muoia, i suoi familiari patiscono teoricamente due diversi tipi di pregiudizi: durante il periodo di sopravvivenza patiscono la pena provocata dal vedere un proprio caro sofferente; dopo la morte di quest’ultimo patiscono la pena rappresentata dal lutto”.
Erroneamente, la corte d’appello aveva confuso e sovrapposto i pregiudizi (preesistenti) derivati dall’assistenza continua alla vittima, costretta in uno stato vegetativo, col danno da lutto. Ma se è vero che “una entità reale preesiste ad un’altra, la prima non può identificarsi con la seconda, giacché l’identità presuppone la coesistenza, come logica insegna da molti secoli”.
La sentenza è stata, perciò, cassata con rinvio alla corte d’appello che nell’esaminare di nuovo il motivo, dovrà attenersi al seguente principio di diritto:
“il pregiudizio non patrimoniale patito dai prossimi congiunti di persona gravemente ferita, e consistito tanto nell’apprensione per le sorti del proprio caro, quanto nelle forzose rinunce indotte dalla necessità di prestare duratura e prolungata assistenza della vittima, è un danno identico per natura, ma diverso per oggetto, dal pregiudizio patito della medesime persone, una volta che il soggetto ferito sia venuto a mancare. Ne consegue che se una persona venga dapprima ferita in conseguenza d’un fatto illecito, ed in seguito muoia a causa delle lesioni, nella stima del danno patito iure proprio dai suoi familiari il giudice deve tenere conto sia del dolore causato dalla morte, sia dalle apprensioni, dalle sofferenze e della rinunce patite dai suoi familiari per tutto il tempo in cui la vittima primaria fu invalida e venne da loro assistita”.
VITTIMA DI INCIDENTE NON SPOSATA E SENZA FIGLI: EREDI NON RISARCITI
familiari della vittima
lesione alla vita familiare
Articolo precedenteEx Ilva, Ancelor Mittal annuncia il ritiro
Articolo successivoLa notizia della bocciatura, poi il suicidio: nessun risarcimento alla famiglia