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Timestamp: 2020-04-09 14:49:10+00:00
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Opera dogmatica...eretici pretesi riformati: testo - IntraText CT
Opera dogmatica...eretici pretesi riformati
SESSIONE XIV. Del sacramento della penitenza.
CAP. III. Delle parti della penitenza.
17. Nel cap. 3 si trattò delle parti e de' frutti di questo sacramento, e si disse che la forma del sacramento della penitenza in cui sta la sua forza, sono le parole del ministro: ego te absolvo a peccatis tuis; a cui lodevolmente si aggiungono certe preghiere, che per altro non son necessarie all'essenza della forma. Si disse di più che gli atti del penitente, cioè la contrizione, confessione e soddisfazione sono quasi materia di questo sacramento e si ricercano per istituzione divina, per l'integrità del sacramento e per la piena rimessione de' peccati, e perciò si dicono parti della penitenza. Del resto la sostanza e gli effetti di questo sacramento, per quel che spetta alla sua efficacia, è la riconciliazione con Dio, che alle volte dagli uomini pii, i quali divotamente si confessano, suol riceversi con gran consolazione di spirito. Con ciò il concilio (si disse in fine) condanna la sentenza di chi dice esser le parti della penitenza la fede ed i terrori incussi alla coscienza. Ecco le parole del concilio: Docet praeterea s. synodus sacramenti poenitentiae formam, in qua praecipue ipsius vis sita est, in illis ministri verbis positam esse: ego te absolvo etc.: quibus quidem de ecclesiae sanctae more preces, quaedam laudabiliter adiunguntur, ad ipsius tamen formae essentiam nequaquam spectant, neque ad ipsius sacramenti administrationem sunt necessariae. Sunt autem, quasi materia huius sacramenti ipsius poenitentis actus, nempe contritio, confessio et satisfactio. Qui, quatenus in poenitente ad integritatem sacramenti ad plenamque peccatorum remissionem ex Dei institutione requiruntur, hac ratione poenitentiae partes dicuntur. Sane vero res et effectus huius sacramenti, quantum ad eius vim et efficaciam pertinet, reconciliatio est cum Deo: quam interdum in viris piis et cum devotione hoc sacramento percipientibus conscientiae pax ac serenitas cum vehementi spiritus consolatione consequi solet. Haec de partibus et effectus huius sacramenti sancta synodus tradens, simul eorum sententiam, damnat qui poenitentiae partes incussos conscientiae, terrores et fidem esse contendunt.
18. A questo capo 3 corrisponde il can. 4, ove disse: Si quis negaverit ad integram et perfectam peccatorum remissionem requiri tres actus in poenitente, quasi materia sacramenti poenitentiae, videlicet contritionem, confessionem et satisfactionem, quae tres poenitentiae partes dicuntur; aut dixerit duas tantum esse poenitentiae partes, terrores scil. incussos conscientiae, agnito peccato, et fidem conceptam ex evangelio vel absolutione, qua credit quis sibi per Christum remissa peccata, anathema sit.
19. Lutero incolpa i cattolici, dicendo insegnarsi da essi che per questo sacramento basta il dolore de' peccati, senza che vi sia la fede; ma erra, perché la chiesa cattolica ben insegna che vi bisogna la fede che Iddio in questo sacramento perdona i peccati per li meriti di Gesù C., purché siamo disposti colla contrizione, la quale non può aversi senza la fede, ma non quella fede che stabilisce Lutero; ed è eresia il dire che al peccatore per ricevere il perdono basti fermamente credere di essergli rimessi i peccati. Ma di ciò da qui a poco tornerà il discorso. Né è vero quel che dice Lutero, che la nostra chiesa insegna che noi dobbiamo
sempre star incerti del perdono e dubitare se Cristo è morto per li nostri peccati. No, non dubitiamo noi che Cristo è morto per ottenerci il perdono, né dubitiamo che nel sacramento per li meriti di lui si rimettano le colpe, ma solo siamo incerti della propria disposizione, se sia tal qual si ricerca; e perciò diciamo esser eresia il dover credere fermamente che, credendo di esser perdonati, allora siam perdonati.
20. Tre sono le sentenze degli eretici circa le parti del sacramento della penitenza. La prima è di Lutero1 , il quale dice che due sono le parti della penitenza, cioè la contrizione e la fede; per contrizione intende i terrori della coscienza incussi dalle minacce della legge; per fede poi intende la fiducia certa della remissione de' peccati per ragion della promessa, come dice, fatta nel vangelo: e dichiarò egli eretica la dottrina de' lovaniesi2 , che assegnavano la contrizione, confessione e soddisfazione come parti del sacramento. E lo stesso tennero poi con Lutero Melantone, i magdeburghesi, Kemnizio ed altri seguaci.
21. La seconda sentenza è di coloro che alla contrizione ed alla fede aggiungono la terza parte, cioè tutte le buone opere che si fanno dopo la giustificazione, col proposito di astenerci da' peccati, chiamato da essi nuova ubbidienza.
22. La terza sentenza è di Calvino, il quale3 , con Teodoro Beza assegna due parti costitutive della penitenza, la mortificazione, cioè l'astinenza da' vizj, e la vivificazione, cioè l'attenzione a viver bene.
23. Alla prima sentenza di Lutero diciamo in primo luogo che il terrore incusso dalla legge non può esser parte del sacramento: questo terrore è bensì una di quelle cose che preparano il peccatore alla giustificazione, come insegna il concilio, sess. 6, c. 6, ma non può esser parte della penitenza; mentre la considerazione del castigo non è pentimento del peccato commesso, sebbene induce al pentimento, secondo scrisse l'apostolo: Gaudeo, non quia contristati estis, sed quia contristati estis ad poenitentiam4 . Se tal contristamento fosse vera penitenza, san Paolo ne avrebbe goduto; onde s. Gio. Grisostomo, esponendo il citato testo, dice: Non gaudeo de tristitia, gaudeo de fructu, cioè della penitenza che ne siegue. Oltreché, il terrore delle pene spesso non nasce dal pentimento, ma dall'amor proprio che fa temere il castigo. I demonj credunt et contremiscunt5 . E quanti peccatori, vivendo malamente, temono i castighi e tuttavia seguitano a mal vivere! Inoltre molti hanno il pentimento del peccato non per cagione delle pene ma per l'amore che portano a Dio, come disse Gesù Cristo della Maddalena: Remittuntur ei peccata multa, quoniam dilexit multum6 . Se dunque può esservi la remissione de' peccati senza il terrore, dunque il terrore non è parte della penitenza.
24. In secondo luogo la fede del perdono, richiesta da Lutero come parte del sacramento, ella similmente dispone ed anche è necessaria alla penitenza, ma né pure è parte della penitenza. Gli avversarj adducono per essi il testo: Poenitentiam agite, et credite evangelio7 . Ma questo testo è contra di loro, mentre ivi si distingue le fede dalla penitenza: ivi non dicesi, agite credentes, ma agite et credite. Le parti della penitenza son quelle che nascono dalla penitenza; la fede non nasce dalla penitenza, ma la precede: Crediderunt viri ninivitae in Deum, et praedicaverunt ieiunium, et vestiti sunt saccis a maiore usque ad minorem8 . Ma come mai alcuno può credere essergli rimessi i peccati, senza che prima gli abbia detestati? I santi padri definiscono la penitenza: Praeterita peccata plangere, et plangenda non admittere9 . E sant'Ambrogio: Commissa flagitia condemnare10 . Quando all'incontro noi diciamo esser necessaria la fede per la remissione dei peccati, intendiamo parlare della fede cattolica, la quale insegna che Dio perdona i peccati per li meriti di G. Cristo, come dicesi nel tridentino, sess. 6, cap. 6, ma non giù della fede eretica, cioè che la fede (o sia fiducia) e credenza certa del perdono è quella che giustifica e perciò è parte della penitenza.
25. Alla seconda sentenza, che tutte le opere buone che si fanno dopo la giustificazione sono parti della penitenza per mezzo del proposito di vivere bene per l'avvenire, si risponde che quantunque un tal proposito è necessario per la giustificazione e ben si appartiene alla penitenza, altrimenti senza questo non è buona la contrizione, nondimeno né tal proposito né altra opera buona dopo la giustificazione è parte della penitenza. Molte opere buone che si fanno da' penitenti non si fanno già per riguardo dei peccati
commessi, ma per atto di mera carità verso Dio o per amor della giustizia o per ossequio della religione; e così non possono essere queste parti della penitenza.
26. Alla terza sentenza di Calvino, che la mortificazione e la vivificazione (secondo parla) cioè l'astinenza da' vizj e lo studio delle virtù, sono le due parti della penitenza, si risponde similmente ciò esser falso. Calvino confonde la penitenza colla giustificazione; anzi fa precedere la giustificazione alla penitenza, mentre dice che la penitenza è frutto della fede (intesa a suo modo) che giustifica. Ma le scritture fan precedere la penitenza alla giustificazione: Si quis poenitentiam egerit..., omnium iniquitatum eius... non recordabor1 . Sed si poenitentiam non egeritis, omnes similiter peribitis2 . Poenitemini... ut deleantur peccata vestra3 . Se dunque la penitenza precede la giustificazione, tanto più dee precedere quella mortificazione e vivificazione di Calvino, che secondo lui sono frutti della fede giustificante.
27. Oppongono che la contrizione non può esser parte del sacramento, perché ella interna e non è sensibile. Si risponde che non è sensibile in sé, ma si fa sensibile per la confessione o per la domanda dell'assoluzione o per alcun altro segno esterno. Né importa che talvolta si prenda il sacramento senza la confessione de' peccati, come avviene ne' destituti da' sensi; perché in essi basta la confessione fatta allora o prima per cenni o segni, la quale in tali casi è vera confessione. Replicano che neppure la confessione può esser parte del sacramento, perché ella è segno del peccato commesso, ma non già della grazia o sia della remissione del peccato. Si risponde che la confessione divisa dall'assoluzione non è già segno della grazia, ma ben lo è unita coll'assoluzione o sia forma del sacramento: ego te absolvo etc.; siccome l'acqua nel battesimo né pur è segno della grazia, ma ben lo è unita colla forma: ego te baptizo etc. Nei sacramenti dunque, acciocché la materia sia segno della grazia, basta che sia tale unita colla forma.
28. Oppongono di più che Giuda adempì le tre parti della penitenza colla contrizione, confessione e soddisfazione, e con tutto ciò non gli fu rimesso il peccato. Si risponde che Giuda non ebbe alcuna delle tre parti: non ebbe né la contrizione né la confessione, perché queste, per esser vere parti della penitenza, doveano esser unite colla confidenza del perdono ne' meriti di Gesù Cristo; ma questa confidenza egli non l'ebbe: né pure pose la parte della soddisfazione, perché quel darsi volontariamente la morte non fu atto di soddisfazione ma di disperazione.
29. Oppone di più Kemnizio che le tre parti da noi ammesse potrebbe fingerle anche un ipocrita, e pure riceverebbe la remissione. Ma ciò è falso, perché il perdono dei peccati si riceve solo da chi sinceramente, non fintamente, riceve questo sacramento; altrimenti mancherebbe la miglior parte, ch'è la vera contrizione.
30. Ma circa le parti della penitenza non solo abbiamo a contendere cogli eretici, ma anche co' nostri cattolici. Dice Scoto4 , che la sola assoluzione costituisce l'essenza del sacramento della penitenza; ed in ciò è seguitato da Ukamo, Almaino, Giovanni Maggiore e da altri: questi nonperò, quantunque neghino che la contrizione e confessione sieno parti essenziali della penitenza, nulladimanco non negano esser parti necessarie; non già come essenziali, ma come condizionali, senza le quali sarebbero nullo il sacramento. Ed all'opposizione che potrebbe loro farsi, che in tal modo mancherebbe il segno sensibile, rispondono che questo segno sensibile si ha nel suono delle parole dell'assoluzione. Ma contra questa opinione di Scoto la sentenza contraria è comune con s. Tomaso5 e sembra ella indubitabile, secondo le parole del concilio fiorentino e poi del tridentino. Nel concilio di Firenze, parlandosi del sacramento della penitenza, si disse così: Quartum sacramentum est poenitentia, cuius quasi materia sunt actus poenitentis, (cioè come appresso ivi soggiungesi) cordis contritio cum proposito non peccandi de cetero, oris confessio et satisfactio pro peccatis. E poi si assegna la forma: ego te absolvo a peccatis tuis. Si aggiunge a ciò quel che disse Lucio III. nel cap. Abolendam, de haeret., ove chiama sacramenti il battesimo, la confessione de' peccati e il matrimonio; se la confessione non si appartenesse all'essenza del sacramento della penitenza, il pontefice non avrebbe potuto chiamar la confessione sacramento.
31. Nel tridentino poi al capo 3 si dice che quegli atti sono le parti della penitenza, che il concilio asserisce esser la di lei quasi materia; ecco le sue parole; Sunt autem quasi materia huius sacramenti ipsius poenitentis actus, nempe contritio,
confessio et satisfactio; qui, quatenus in poenitente ad integritatem sacramenti, et ad plenam et perfectam peccatorum remissionem ex Dei institutione requiruntur, poenitentiae partes dicuntur; sicché il concilio quegli atti che chiama quasi materia, immediatamente appresso li chiama parti della penitenza, e dice che si appartengono all'integrità del sacramento ed alla piena remissione de' peccati secondo la divina istituzione. Sacramenti vero partes sunt illi intrinsecae (argomenta il Giovenino, theol. de poenit. tom. 7, pag. 303, concl. 2); atqui materia intrinseca et materia ex qua idem omnino sunt; ergo illi actus sunt materia ex qua sacramenti poenitentiae, quos concilium tridentinum asseruit esse quasi illius materiam, esse illius partes. Onde giustamente dice il Bellarmino al cap. 15 che Scoto e gli altri han parlato così perché han parlato prima del concilio fiorentino e tridentino, da' quali sono state queste cose più accuratamente spiegate, e soggiunge: Quod si hoc tempore superessent, sine dubio ecclesiae definitioni ac sententiae acquiescerent. Chiama pertanto il Bellarmino verissima la sentenza che gli atti del penitente sono come la materia di questo sacramento, e l'assoluzione del sacerdote è la forma; ed attesta essere stata ella di s. Tomaso, di Riccardo, Durando e di altri quasi comunemente1 . Il rito poi di imporre le mani sul penitente fu in uso anticamente, ma è certo che non si appartiene all'essenza del sacramento, come scrive s. Tomaso2 .
32. Dice un certo occulto partigiano di Scoto (il p. Morelli camaldolese, che fa il compendio del card. Pallavicino ecc. §. 220): “Il concilio non chiama quelli tre atti del penitente materia, ma quasi materia del sacramento; e così confermò la sentenza di Scoto, che non siano veramente materia, ma bensì circostanze necessarie del sacramento”. Ma erra affatto il mentovato autore: perché comunemente sentono gli altri che in ciò né pure per pensiero ebbe il concilio intenzione di confermare, come dice l'autor citato, la sentenza di Scoto; ma colle parole che espresse confermò la sentenza comune, contraria a quella di Scoto, che tutte le tre parti sono essenziali al sacramento, e non già la sola assoluzione. Oltreché Scoto nel luogo citato parlò molto confuso, dicendo tra le altre cose: Poenitentia est absolutio poenitentis facta certis verbis etc. Dice il Bellarmino che l'assoluzione è bensì azione del sacerdote, ma la penitenza non è azione del sacerdote, bensì del penitente; e dall'una e dall'altra si compone il sacramento, come insegna san Tomaso, secondo appresso vedremo.
33. Ma perché il concilio chiamò i tre atti del penitente quasi materia, e non li chiamò materia? Risponde il Bellarmino che il tridentino li chiamò quasi materia; non quod non sint vere materia qualem sacramenta requirunt, sed quod non sint res aliqua solida ac tractabilis, qualis in aliis sacramentis cernitur. E dello stesso risponde il catechismo romano: Sed quia eius generis materiae non sunt quae extrinsecus adhibentur, ut aqua in baptismo et chrismatio in confirmatione. Giacché dice che per la materia del sacramento altro non si richiede che un segno sensibile che poi colle parole della forma si dichiari; e di tal sorta appunto sono gli atti del penitente. Del resto di niun sacramento può dirsi che la materia è propria materia, fisicamente parlando.
34. Con tutto ciò non lasciano gli avversarj di replicare, dicendo che il concilio intanto chiama gli atti del penitente quasi materia e parti della penitenza in quanto essi richiedonsi all'integrità del sacramento ed alla piena remissione dei peccati; ma non già intrinsecamente essi compongano il sacramento, come l'acqua compone il battesimo. Risponde il Giovenino che, se valesse questo argomento, potrebbe ancora dirsi che gli atti di fede, speranza e carità anche sieno quasi materia del battesimo, mentre quelli anche son necessarj a ricever nel battesimo la grazia. Dice di più che il concilio, trattando delle disposizioni necessarie ad ottener la grazia nel battesimo o negli altri sacramenti, non mai ha detto che quelle disposizioni sieno quasi materia e parti del sacramento. Dicendo dunque che nella penitenza gli atti del penitente sono quasi materia e parti della penitenza, certamente non ha inteso che quelle sieno mere disposizioni, ma vere parti del sacramento.
35. Oppongono di più gli scotisti e dicono: il sacramento dee esser segno dell'effetto che per lo sacramento si cagiona: l'effetto della penitenza è la remissione de' peccati, che non per la contrizione né per la confessione, ma solo per l'assoluzione vien significata: dunque nell'assoluzione consiste solamente l'essenza propria del sacramento. Ma si risponde che siccome il sacerdote, assolvendo, significa
di rimettere il peccato, così il penitente confessandosi umilmente, per la contrizione che ha delle offese fatte a Dio, significa recedere dal peccato; onde dice s. Tomaso1 , che la forza sacramentale benché più principalmente risiede nella potestà delle chiavi, per la quale il sacerdote assolve, nondimeno risiede anche negli atti del penitente, in quanto Iddio si vale di quelli per significare e cagionare la giustificazione: ecco le parole del santo Dottore: Omne autem sacramentum producit effectum suum non solum virtute formae sed etiam virtute materiae; ex utroque enim est unum sacramentum. Unde sicut remissio culpae fit in baptismo, non solum virtute formae sed etiam virtute materiae, (scil. aquae), principalius tamen virtute formae, ex qua et ipsa aqua virtutem recipit; ita etiam et remissio culpae est effectus poenitentiae, principalius quidem ex virtute clavium, quas habent ministri, ex quorum parte accipitur id quod est formale in hoc sacramento, secundario autem ex vi actuum poenitentis pertinentium ad virtutem poenitentiae; tamen prout hi actus aliqualiter ordinatur ad claves ecclesiae: et sic patet quod remissio culpae est effectus poenitentiae secundum quod est virtus, principalius tamen secundum quod est sacramentum.
36. Oppongono di più che gli atti del penitente non possono esser materia del sacramento della penitenza, poiché fra essi si numera la soddisfazione, senza la quale anche può esser valida la confessione, come accade nel caso che dal penitente la soddisfazione non può adempirsi. Si risponde che la soddisfazione è parte della penitenza ma non è materia totalmente essenziale; è materia integrale per cui si compone la penitenza; ed è materia ancora anche essenziale inadequata del sacramento, in modo che, se il penitente non avesse intenzione di adempirla, il sacramento sarebbe affatto nullo.
37. Nel capo 4 si trattò della contrizione. Lutero e Calvino diceano che la contrizione era frutto della fede giustificante; onde negavano ch'ella fosse parte della penitenza. Inoltre dicea Lutero che la vera contrizione non è l'odio e detestazione della vita fatta, ma l'amore della giustizia e la vita nuova: ed aggiungea che la tristezza che si sente per li peccati commessi facit hominem hypocritam, immo magis peccatorem etc. Optima poenitentia nova vita. Ma da questa falsità si scostarono Kemnizio e Calvino, i quali dissero che il peccatore per ottenere il perdono dee odiare il mal fatto, essendo in ciò troppo chiare le scritture: Convertimini ad me in toto corde vestro, in ieiunio et in fletu et in planctu, et scindite corda vestra et non vestimenta vestra; et convertimini ad Dominum Deum vestrum, quia benignus et misericors est etc.2 . Nullus est qui agat poenitentiam super peccato suo, dicens: quid feci3 ? Recogitabo tibi omnes annos meos in amaritudine animae meae4 . E lo stesso insegnano tutti i santi padri. Dice s. Cipriano: Dolentes peccata vestra perspicite5 . E così parlano ancora s. Ambrogio6 , s. Gio. Grisostomo7 , s. Girolamo8 , s. Agostino9 , s. Gregorio10 , ed altri.
38. Non ha dubbio che nella contrizione s'include necessariamente anche il proposito di far vita nuova; ma questo proposito non è parte del sacramento, egli va unito colla contrizione. Se poi il proposito debba essere esplicito, vi sono più autori i quali dicono bastar che sia implicito; nondimeno il Bellarmino11 , con Pietro Lombardo, Alessandro de Ales, s. Tomaso, Scoto e colla sentenza comune, tiene che dee esser esplicito e formale; e questa dee tenersi, mentre si tratta di valore di sacramento, secondo la proposizione I. dannata da Innocenzo XI. Tanto più che il concilio, come vedremo, definendo la contrizione, vi esprime anche il proposito: Contritio est detestatio etc., cum proposito non peccandi de caetero.
39. Del resto, checché si dicano i novatori, il concilio nel capo 4 dichiarò che la contrizione è il dolore e detestazione del peccato commesso, col proposito di più non peccare. Dicesi che la contrizione è stata necessaria in ogni tempo per ottenere il perdono e ch'ella prepara l'uomo alla remissione de' peccati, se si congiunge colla fiducia della divina misericordia e col desiderio di adempire tutto l'altro che si richiede a prender questo sacramento. Quindi si dichiara che la contrizione non è già una mera cessazion da' peccati, col principiar nuova vita, ma è ben anche un odio della vita passata. Dicesi di più che la contrizione quantunque talvolta, essendo ella perfetta per ragion della carità, riconcilii l'uomo con Dio prima del sacramento, nondimeno la
riconciliazione sempre si ascrive alla contrizione per ragion del voto o sia desiderio del sacramento, che in quello almeno implicitamente sempre è racchiuso. Si dice di più che la contrizione imperfetta, chiamata attrizione, la quale comunemente si concepisce o per la bruttezza del peccato o per lo timore dell'inferno e delle pene, sempre che esclude la volontà di peccare e vi è la speranza del perdono, ella è dono di Dio, col quale il penitente si fa strada alla giustizia. E benché quest'attrizione senza il sacramento non vale a giustificare, nondimeno dispone ad impetrar la grazia nel sacramento. Onde falsamente alcuni calunniano gli scrittori cattolici come insegnassero che il sacramento della penitenza conferisce la grazia a' penitenti senza alcun buon moto; il che non mai è stato insegnato o inteso dalla chiesa. Dicesi finalmente esser falso che la contrizione sia estorta e forzata, non già libera e volontaria.
40. Ecco le parole del concilio nel cap. 4: Contritio, quae primum locum inter dictos poenitentis actus habet, animi dolor ac detestatio est de peccato commisso, cum proposito non peccandi de caetero. Fuit autem quovis tempore ad impetrandam veniam peccatorum hic contritionis motus necessarius; et in homine post baptismum lapso ita demum praeparat ad remissionem peccatorum, si cum fiducia divinae misericordiae et voto praestandi reliqua coniunctus sit quae ad rite suscipiendum hoc sacramentum requiruntur. Declarat igitur sancta synodus hanc contritionem non solum cessationem a peccato et vitae novae propositum et inchoationem, sed veteris etiam odium continere, iuxta illud: Proiicite a vobis omnes iniquitates vestras in quibus praevaricati estis, et facite vobis cor novum et spiritum novum. Et certe qui illos sanctorum clamores consideraverit: Tibi soli peccavi, et malum coram te feci: Laboravi in gemitu meo, lavabo per singulas noctes lectum meum: Recogitabo tibi omnes annos meos in amaritudine animae meae; et alios huius generis, facile intelliget, eos ex vehementi quodam anteactae vitae odio et ingenti peccatorum detestatione manasse. Docet praeterea, etsi contritionem hanc aliquando charitate perfectam esse contingat, hominemque Deo reconciliare priusquam hoc sacramentum actu suscipiatur, ipsam nihilominus reconciliationem ipsi contritioni, sine sacramenti voto, quod in illa includitur, non esse adscribendam. Illa vero contritionem imperfectam quae attritio dicitur, quoniam vel ex turpitudinis peccati consideratione vel ex gehennae et poenarum metu communiter concipitur, si voluntatem peccandi excludat cum spe veniae, declarat non solum non facere hominem hypocritam et magis peccatorem, verum etiam donum Dei esse et Spiritus sancti impulsum, non adhuc quidem inhabitantis, sed tantum moventis, quo poenitentes adiutus viam sibi ad iustitiam parat. Et quamvis sine sacramento poenitentiae per se ad iustificationem perducere peccatorem nequeat, tamen eum ad Dei gratiam in sacramento poenitentiae impetrandam disponit. Hoc enim timore utiliter concussi ninivitae, ad Ionae praedicationem, plenam terroribus poenitentiam egerunt, et misericordiam a Domino impetrarunt. Quamobrem falso quidam calumniantur catholicos scriptores, quasi tradiderint sacramentum poenitentiae absque bono motu suscipientium gratiam conferre: quod nunquam ecclesia docuit, nec sensit. Sed et falso docent contritionem esse extortam et coactam, non liberam et voluntariam.
41. A questo capo 4. corrisponde il canone 5, ove si disse: Si quis dixerit eam contritionem quae paratur per discussionem, collectionem et detestationem peccatorum, qua quis recogitat annos suos in amaritudine animae suae, ponderando peccatorum suorum gravitatem, multitudinem, foeditatem, amissionem aeternae beatitudinis et aeternae damnationis incursum, cum proposito melioris vitae, non esse verum et utilem dolorem nec praeparare ad gratiam, sed facere hominem hypocritam et magis peccatorem, demum illam esse dolorem coactum et non liberum ac voluntarium, anathema sit.
42. Or qui entra la gran questione, se per ricevere il sacramento della penitenza basta l'attrizione, e se in quella si ricerca l'amore incoato. Circa l'amore incoato bisogna sapere che nel 1667 Alessandro VII. con suo decreto vietò sotto scomunica: Ne quis audeat alicuius theologicae censurae alteriusve iniuriae nota taxare alterutram sententiam, sive negantem necessitatem aliqualis dilectionis Dei in attritione ex metu gehennae concepta, quae hodie inter scholasticos communior videtur; sive asserentem dictae dilectionis necessitatem. Del resto al presente son d'accordo i teologi in affermare che basta l'attrizione, ma che in quella si richiede l'amore incoato: poiché non
ha dubbio che una delle disposizioni necessarie acciocché il peccatore sia giustificato (siccome insegna il concilio di Trento nella sessione 6 al capo 6) è ch'egli Deum tanquam iustitiae fontem diligere incipiat, ac propterea moveatur adversus peccata per odium aliquod et detestationem. Ma il punto sta se quest'amore incoato debba essere carità predominante con cui si ami Dio sovra ogni cosa, come vogliono Giovenino, Merbesio, Habert, Morino, Concina ed Antoine. È sentenza molto comune che non si richiede tal carità predominante; così tengono Gonet, Melchior Cano, il Petrocorese, Tournely, Collet, Cabassuzio, Wigandt ed altri innumerabili. E Benedetto XIV1 , asserisce che, dopo il Tridentino, tutte le scuole han ricevuta con applauso questa sentenza. La ragione è, perché se nell'attrizione si richiedesse l'amor divino super omnia, il sacramento della penitenza non sarebbe più sacramento de' morti, ma de' vivi, perché tutti i penitenti verrebbero a ricevere il sacramento della penitenza già posti in grazia; giacché ogni contrizione che nasce dalla carità predominante cancella i peccati ed è vera contrizione, come insegna s. Tomaso2 . E ciò avviene sempreché dispiace all'uomo più la perdita della grazia che di ogni altro bene. Ed essendo vera quella contrizione, toglie i peccati, quantunque piccolo sia il dolore: Quantumcumque parvus sit dolor, dummodo ad contritionis rationem sufficiat, omnem culpam delet. E s. Tomaso parla fuori del sacramento come lo replica in altro luogo3 : Per solam contritionem dimittitur peccatum; sed si, antequam absolvatur, habeat hoc sacramentum in voto. E ciò si ha dalle stesse parole del concilio: Etsi contritionem hanc aliquando charitate perfectam esse contingat hominemque Deo reconciliare priusquam hoc sacramentum actu concipiatur etc. Né osta il dire che il concilio, parlando della contrizione charitate perfectam, non intende parlare della carità rimessa, ma dall'intensa, fervida ed ardente; perché il fervore non si appartiene all'essenza della contrizione o alla di lei perfezione, ma solamente allo stato, come dice s. Tomaso, o sia al modo, non essendo quel fervore che una circostanza che si aggiunge per accidente alla sostanza della contrizione, giacché plus et minus non variant speciem.
43. E che il concilio, parlando della contrizione, che chiama charitate perfectam, non intenda parlare della carità intensa ma semplicemente della contrizione che nasce dalla carità predominante, apparisce dallo stesso contesto delle parole, mentre distingue la contrizione perfetta che nasce dalla carità (charitate perfectam) dalla contrizione imperfetta che nasce dalla turpitudine del peccato o dal timore dell'inferno. Illam vero contritionem imperfectam quae attritio dicitur, quia vel ex turpitudinis peccati consideratione, vel ex gehennae vel poenarum metu concipitur. E di questa dice che, sebbene sia dono di Dio e prepari a ricever la giustizia, fuori del sacramento non produce la grazia. Che poi ogni contrizione, benché rimessa, giustifichi, è certo, mentre è atto formale di carità, e la carità non può star col peccato e coll'odio di Dio, come consta da tante Scritture; Ego diligentes me diligo4 . Qui... diligit me, diliget eum Pater meus5 . Omnis qui diligit ex Deo natus est6 . E ciò l'insegnano comunemente i santi padri ed i teologi con s. Tomaso7 , che dice: Charitas non potest esse cum peccato mortali. E qui per carità non può intendere il santo la carità intensa, mentre spiega in altro luogo8 . Actus peccati mortalis contrariatur charitati, quae consistit in hoc quod Deus diligatur super omnia. Ed in altro luogo9 , dice che la carità perfetta, cioè intensa, nella sua essenza niente differisce dall'imperfetta: Charitas perfecta et imperfecta non differunt secundum essentiam, sed secundum statum.
44. Ciò si fa più chiaro poi dalla proposizione 32 di Baio dannata da Gregorio XIII, la quale dicea: Charitas illa quae est plenitudo legis non semper est coniuncta cum remissione peccatorum. L'amore il quale est plenitudo legis, cioè che basta per adempire il precetto della carità, certamente è quello con cui si ama Dio sopra ogni cosa, come dicono tutti con s. Tomaso, il quale spiegando il precetto: Diliges Dominum Deum tuum ex toto corde tuo, dice: Cum mandatur quod Deum ex toto corde diligamus, datur intelligi quod Deum super omnia debemus diligere. Posto dunque ciò che la carità predominante, quantunque rimessa, non può stare col peccato, è certo ancora che ogni contrizione, la quale formalmente anch'è atto di carità, cancella il peccato. Ond'è che se si vuole che l'amore incoato richiesto nell'attrizione
sia amore predominante, in tal modo ogni peccatore andrebbe giustificato a confessarsi, ed il confessore, assolvendo, in sostanza altro non farebbe che dichiararlo assoluto, come dicea Lutero. Ma no, replicano i contrarj, perché il peccatore sempre resta assoluto in vigor dell'assoluzione sacramentale, della quale se ne ha il desiderio. Ma rispondiamo che in questo modo il sacramento della penitenza non mai avrebbe il suo effetto di rimettere i peccati nell'atto che si amministra, com'è proprio di ogni sacramento di causare il suo effetto nell'attuale amministrazione; il che non si dee asserire né credere senza una prova chiara di tal differenza dagli altri sacramenti. Se poi nell'attrizione si desidera un amore incoato che non sia amore perfetto e predominante, ma solamente un principio d'amore, secondo le parole del Tridentino, Deum diligere incipiunt, come disposizione alla giustificazione, ciò non si nega, e diciamo che questo principio già vi è intrinsecamente ed attualmente in ogni attrizione, così per ragion del timore de' castighi divini, Timor Dei initium dilectionis erit1 , come per la speranza del perdono e della beatitudine, dicendo s. Tomaso: Ex hoc quod per aliquem speramus bona, incipimus ipsum diligere2 . Riferisce il cardinal Pallavicino3 , che a quelle parole diligere incipiunt alcuni del concilio dissero doversi aggiungere per actum charitatis: ma il concilio ripugnò, e non si posero.
45. Ma, prescindendo dalle ragioni di sovra addotte, la nostra sentenza si prova cogli stessi testi del concilio di Trento. Nel capo 4, come abbiam veduto, parlandosi dell'attrizione conceputa dal timor dell'inferno, Lutero dicea che tale attrizione rende l'uomo più peccatore. Ma ciò non è vero: se egli detesta il peccato per timor dell'inferno, in modo tale che seguirebbe a peccare se non vi fosse inferno, questo timore rende l'uomo più colpevole; ma chi esclude la volontà di peccare, come dice il concilio, ed odia il peccato commesso per l'inferno che si ha meritato, costui non solo non pecca, ma, come insegna il concilio, fa un atto buono, ch'è dono di Dio e impulso dello Spirito santo, e dispone l'uomo ad ottener la grazia nel sacramento: Et quamvis sine sacramento poenitentiae per se ad iustificationem perducere peccatorem nequeat, tamen eum ad Dei gratiam in sacramento poenitentiae impetrandam disponit. È vero che prima si era posto sufficit, ma i padri non ebbero difficoltà a mutar quella parola in disponit, perché in sostanza lo stesso importava; giacché quel disponit (come scrivono il p. Gonet ed altri teologi) pare che non poteva intendersi della disposizione rimota, mentre il concilio già prima avea dichiarato che l'attrizione ex metu gehennae etc. era dono di Dio ed impulso dello Spirito santo e per conseguenza era disposizione per la giustificazione; onde dicendo tamen ad Dei gratiam in sacramento impetrandam disponit, sembra che debba intendersi della disposizione prossima. E ciò apparisce più chiaro dalla stessa connessione de' sensi: poiché se il concilio avesse inteso della sola disposizione rimota, incongruamente avrebbe detto: et quamvis sine sacramento ad iustificationem perducere nequeat, tamen ad Dei gratiam in sacramento impetrandam disponit; ma avrebbe dovuto piuttosto dire: et quamvis sine sacramento non disponat ad illam impetrandam. Avendo dunque detto: e benché l'attrizione senza il sacramento non può condurre il peccatore alla giustificazione, può congetturarsi che, connettendo i termini delle parole, abbia inteso dire che nel sacramento giustifica il peccatore; e per conseguenza ha parlato della disposizione prossima, non della rimota.
46. Ciò si conferma più chiaramente da quello che quasi immediatamente dopo soggiunge, dicendo: Quamobrem falso quidam calumniantur catholicos scriptores, quasi tradiderint sacramentum poenitentiae absque bono motu suscipientium gratiam conferre; quod numquam ecclesia Dei docuit, nec sentit. Gli eretici con Lutero non mai han calunniati i cattolici perché dicessero conferirsi la grazia a' peccatori contriti, ma solamente perché diceano darsi agli attriti, per causa che questi hanno già il buon moto che li dispone a ricever la grazia del sacramento; contra quel che diceva Lutero: Tristitia ob foeditatem peccatorum, amissionem beatitudinis etc. facit magis peccatorem; et tales indigne absolvuntur: e perciò riprova coloro qui vocant attritionem hanc proxime disponentem ad contritionem. Questi dunque son quelli che dice il concilio esser falsamente calunniati dagli eretici, cioè quelli qui vocant attritionem hanc proxime (non remote) disponentem ad contritionem; ed in questo medesimo senso certamente parlò il concilio (per non dire che nello stesso
discorso ora abbia parlato di un senso ed ora di un altro) quando disse: ad gratiam impetrandam disponit. Così la discorre saggiamente il Petrocorese; e da tale argomento non vedo come possano sbrigarsene gli avversarj. Si aggiunge la dottrina di s. Tomaso circa il battesimo: le disposizioni per ricever la grazia nel battesimo sono le stesse che ci vogliono per ricever la grazia nel sacramento della penitenza; e s. Tomaso dice con Gonet, Soto, Cano ed altri comunissimamente: Ad hoc ut homo se praeparet ad gratiam in baptismo, praeexigitur fides, sed non caritas; quia sufficit attritio praecedens, etsi non contritio1 .
47. Queste cose per altro già le ho scritte a lungo nella mia Teologia morale, ma era necessario in questo luogo, come proprio, replicarle. Del rimanente questa è una controversia che poco si appartiene alla pratica; mentre non ha dubbio che il penitente dee procurare per quanto può, allorché va a prendere questo sacramento, di ottenere la contrizione più perfetta, affin di accertare la remissione dei suoi peccati; né il confessore dee per sua parte insinuargli gli atti più perfetti di contrizione e di carità. Ma giova la nostra sentenza per non disperare almeno della salute di quei peccatori dei quali per l'enormità e moltitudine de' loro peccati facilmente può dubitarsi se nel ricevere il sacramento della penitenza giungano ad avere la carità predominante. Circa questa materia vi sono molte altre questioni che si appartengono più alla morale che alla dogmatica; e di queste già ne ho parlato nella mia Teologia morale.
1 - L. contra bull. anticr.
2 - Propos. 27.
3 - Instit. l. 3. e c. 3. §. 8.
4 - 2. Cor. 7. 9.
5 - Iac. 2. 19.
6 - Luc. 7. 47.
7 - Marc. 1. 15.
8 - Ion. 3. 5.
9 - S. Greg. homil. 34.
10 - In ps. 37.
1 - Ezech. 18. 21. et 22.
2 - Luc. 13. 5.
3 - Act. 3. 19.
4 - In 4. sent. dist. 14. q. 4.
5 - 3. p. q. 90. a. 2. et 3.
1 - In 4. sent. dist. 14.
2 - Opusc. 22. de forma absol.
1 - 3. p. q. 86. a. 6.
2 - Ioel. 2. 12.
3 - Ierem. 8. 6.
4 - Isa. 38. 15.
5 - Serm. de lapsis.
6 - L. 2. de poenit. c. 10.
7 - L. 1. de compunct.
8 - In c. 31. Hierem.
9 - Ench. c. 65.
10 - Hom. 24. in evang..
11 - De poenit. l. 2. c. 6.
1 - De synod. l. 7. c. 13. ex n. 6.
2 - Suppl. 1. 5. a. 3.
3 - Quodlib. 4. a. 1.
4 - Prov. 8. 17.
5 - Io. 14. 21.
6 - 1. Io. 4. 1.
7 - 2. 2. q. 45. a. 4.
8 - 2. 2. q. 24. a. 12.
9 - 2. 2. q. 44. a. 8. ad. 2.
1 - Eccli. 25, 16.
2 - 1. 2. q. 40. a. 7.
3 - L. 8. c. 13.
1 - In 4. sent. dist. 6. quaest. 1. a. 3. ad 5.