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Timestamp: 2017-01-20 16:11:44+00:00
Document Index: 95314012

Matched Legal Cases: ['art. 12', 'sentenza ', 'art. 8', 'sentenza ', 'art. 24', 'art. 8', 'art. 12', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 12', 'art. 12', 'art. 12', 'sentenza ', 'art. 8', 'sentenza ', 'art.\n24', 'art. 8', 'art. 61', 'art. 42', 'art. 22', 'art. 35', 'art. 27', 'art. 18', 'art. 35', 'art. 35', 'art. 3', 'art.\n11', 'art. 1', 'art. 11', 'art. 11', 'art. 11', 'art.\n11', 'art. 38', 'art. 388', 'art. 388', 'sentenza ', 'art. 388', 'art. 555', 'art. 492', 'art. 543', 'art. 2471', 'art. 812', 'art. 2470', 'art. 555', 'sentenza ', 'art. 388', 'sentenza ', 'art. 492', 'art. 31', 'art. 4', 'sentenza ', 'art. 19', 'art. 25', 'art. 19', 'art. 240', 'art. 19', 'art. 53', 'art. 19', 'art. 19', 'sentenza ', 'art. 1']

18/3/2015 - Studio Ducoli
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/ MERCOLED&Igrave;, 18 MARZO 2015
annullare nelle
indagini “a tavolino”
Incostituzionale la norma “salva
dirigenti” delle Entrate
/ Rodolfo LOCCO
Non &egrave; infrequente che l’avviso di
accertamento venga notificato al
contribuente, sottoposto a verifica, prima del decorso del termine dilatorio di 60 giorni sancito
dall’art. 12, comma 7 della L. n.
212/2000 e senza che siano state esplicitate nell’atto le ragioni di
particolare e motivata urgenza
che giustificherebbero il mancato
rispetto del termine citato.
Si rammenta come la richiamata
norma sanzioni con la nullit&agrave; gli
avvisi di accertamento emanati
prima che siano trascorsi 60 giorni dal rilascio al contribuente del
processo verbale di chiusura delle operazioni di controllo, salvo
casi di particolare e motivata urgenza.
Lo specifico aspetto, relativo alle
conseguenze scaturenti dalla
notifica dell’atto di accertamento prima del decorso del termine
dilatorio citato, ha [...]
Ieri, con la sentenza n. 37/2015, la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimit&agrave; dell’art. 8
comma 24 del DL 16/2012, e, per estensione,
degli artt. 1 comma 14 del DL 150/2013 e 1
comma 8 del DL 192/2014.
Si tratta delle discusse norme “salva dirigenti”
(da quanto emerge dalla sentenza del TAR n.
6884 del 2011, oggetto dell’appello al Consiglio
di Stato che ha rinviato tutto alla Consulta, sono
ben 767 le posizioni dirigenziali “a rischio”).
Rileviamo che la causa origina dall’impugnazione dell’art. 24 del regolamento di amministrazione dell’Agenzia delle Entrate secondo cui le
vacanze possono essere “provvisoriamente” coperte, previo interpello e salva l’urgenza, mediante la stipula di contratti individuali di lavoro a termine con propri funzionari, con l’attribuzione dello stesso trattamento economico dei dirigenti, e ci&ograve; fino alle procedure di accesso alla
dirigenza e comunque sino al 31 dicembre
2010, termine che &egrave; stato prorogato al 31 maggio 2012.
In questo contesto l’Esecutivo, a causa di una
manifesta “urgenza” nel provvedere, ha confezionato il DL 16/2012, ove, nell’art. 8 comma
24, ha “salvato” i dirigenti dell’Agenzia delle
Ora si riapre la partita sulla validit&agrave; degli atti impositivi sottoscritti dai
dirigenti che potranno essere dichiarati decaduti
Entrate e ammesso ulteriori proroghe; la
norma sancisce, per quanto rileva ai nostri fini, che “fermi i limiti assunzionali a legislazione vigente, in relazione all’esigenza urgente e inderogabile di assicurare la funzionalit&agrave;
operativa delle proprie strutture, volta a garantire una efficace attuazione delle misure di
contrasto all’evasione di cui alle disposizioni
del presente articolo, l’Agenzia delle dogane,
l’Agenzia delle entrate e l’Agenzia del territorio sono autorizzate ad espletare procedure
concorsuali da completare entro il 31 dicembre 2013 [termine prorogato sino al 31 dicembre 2015, ndr] per la copertura delle posizioni dirigenziali vacanti, secondo le modalit&agrave; di
cui all’articolo 1, comma 530, della legge 27
dicembre 2006, n. 296, e all’articolo 2, comma 2, secondo periodo, del decreto-legge 30
settembre 2005, n. 203, convertito, con modificazioni, dalla legge 2 dicembre 2005, n. 248.
Nelle more dell’espletamento di dette procedure l’Agenzia delle dogane, l’Agenzia delle
entrate e l’Agenzia del territorio, salvi gli incarichi gi&agrave; affidati, potranno attribuire incarichi dirigenziali a propri funzionari con la stipula di contratti di lavoro a tempo [...]
Regime degli scambi intracomunitari anche dopo
l’esclusione dal VIES
Al via la deduzione
IRAP per nuovi assunti
Rimborsi IVA “immediati” per i viaggiatori extra-Ue
Cessione di quote pignorate subito a rischio
DURC nei lavori edili privati, aggiornato anche lo
Sequestro e confisca ex “231”, il giudice penale verifica
la buona fede dei creditori
Accanto all’aumento delle deduzioni forfetarie per l’impiego di dipendenti a tempo indeterminato e per i soggetti passivi d’imposta
con base imponibile non eccedente
180.999,91 euro, dal periodo d’imposta in
corso al 31 dicembre 2014 altri benefici IRAP
attendono i contribuenti.
Infatti, in capo ai soggetti che, da tale periodo
d’imposta, incrementano il numero di dipendenti assunti con contratto a tempo indeterminato, rispetto al numero dei lavoratori assunti con il medesimo [...]
Accertamento anticipato da annullare nelle
Non vi &egrave; ragione di differenziare il trattamento a seconda del tipo di verifica
Non &egrave; infrequente che l’avviso di accertamento venga notificato al contribuente, sottoposto a verifica, prima del decorso del termine dilatorio di 60 giorni sancito dall’art. 12,
comma 7 della L. n. 212/2000 e senza che siano state esplicitate nell’atto le ragioni di particolare e motivata urgenza
che giustificherebbero il mancato rispetto del termine citato.
Si rammenta come la richiamata norma sanzioni con la nullit&agrave; gli avvisi di accertamento emanati prima che siano trascorsi 60 giorni dal rilascio al contribuente del processo verbale di chiusura delle operazioni di controllo, salvo casi di
particolare e motivata urgenza.
Lo specifico aspetto, relativo alle conseguenze scaturenti
dalla notifica dell’atto di accertamento prima del decorso
del termine dilatorio citato, ha trovato, peraltro, soluzione
con la sentenza n. 18184/2013 pronunciata dalle Sezioni
Unite della Cassazione, secondo cui il mancato rispetto del
termine dilatorio di 60 giorni, non giustificato da ragioni
effettive di particolare e motivata urgenza, d&agrave; luogo alla
nullit&agrave; dell’avviso di accertamento.
Superata tale problematica se ne &egrave; posta immediatamente
una nuova, che, in particolare, riguarda la portata della norma in commento, in funzione delle modalit&agrave; attraverso cui
vengono svolte le verifiche. Si tratta, in particolare, di stabilire se il termine dilatorio debba essere rispettato in ogni
caso e cio&egrave; anche in ipotesi di verifiche c.d. “a tavolino” (tesi garantista), ovvero se lo stesso trovi applicazione nelle sole fattispecie in cui la verifica venga effettuata nei locali dove il contribuente svolge la propria attivit&agrave; e che si conclude
con la redazione del processo verbale di constatazione
(interpretazione restrittiva).
Il dubbio &egrave; effettivo e non si ritiene di poter concordare con
l’opinione di chi pretende di affermare l’interpretazione restrittiva traendola dalla citata sentenza n. 18184/2013 delle
Sezioni Unite; infatti, se &egrave; vero che in tale pronuncia viene
preso in considerazione il caso dell’attivit&agrave; di verifica svolta
presso la sede del contribuente, appare altrettanto chiaro, ad
avviso di chi scrive, che il collegamento a tale modalit&agrave; di
verifica &egrave; solo incidentale, potremmo dire casuale, poich&eacute;
l’oggetto dell’analisi era esclusivamente circoscritto alla
valutazione delle conseguenze connesse alla mancata osservanza del termine dilatorio in assenza di valide e motivate
ragioni; in sostanza, non si dovrebbe poter ricavare dalla
decisione in commento l’enunciazione di un chiaro principio circa la portata della norma in relazione alle modalit&agrave; di
Ci&ograve; appare confermato, del resto, da una recente pronuncia
/ EUTEKNEINFO / MERCOLED&Igrave;, 18 MARZO 2015
della Cassazione (n. 2594/2014, successiva a quella delle Sezioni Unite) in cui, con specifico riferimento all’ampiezza
oggettiva della fattispecie di nullit&agrave; di cui all’art. 12, comma 7 dello statuto del Contribuente, viene espressamente
sancito come “questa Corte abbia di recente avuto occasione di affermare come la nullit&agrave; di che trattasi non sia limitata alla sola verifica da concludersi con sottoscrizione e consegna del processo verbale di constatazione (…)”.
Secondo tale sentenza, in pratica, il termine dilatorio si applicherebbe in ogni caso.
Detto ultimo arresto, peraltro, costituisce uno dei pilastri su
cui si fonda l’ordinanza n. 527/2015 con cui la Cassazione
ha rimesso la questione oggetto di analisi alle Sezioni Unite
In tale ordinanza, in particolare, vengono evidenziati diversi
aspetti sottesi alla materia che ci occupa e che assumono una
Tra quelli che rivestono maggiore rilievo e che potrebbero
far pendere l’ago della bilancia a favore dell’orientamento
pi&ugrave; garantista, si segnalano i seguenti.
La metodologia interpretativa “pi&ugrave; lineare per garantire il
contraddittorio processuale, nei procedimenti di verifica
c.d. “a tavolino” &egrave; quella di applicare anche a tali verifiche il
disposto della L. n. 212 del 2000, art. 12, comma 7”.
Ci&ograve;, peraltro, non darebbe luogo ad una “interpretazione
estensiva della L. n. 212 del 2000, art. 12, comma 7, ma di
una interpretazione analogica tendente a colmare la lacuna di
regolazione del contraddittorio endoprocedimentale delle
verifiche &laquo;a tavolino&raquo;, utilizzando la norma dettata per il diverso (ma analogo) caso delle verifiche in loco”.
Infine, “tale prospettiva risulterebbe del tutto coerente con il
principio (…)” gi&agrave; enunciato in giurisprudenza “(…)
dell’esistenza di un dovere generale dell’Amministrazione
di attivare il contraddittorio anche in difetto di una espressa
disposizione di legge, ogni volta che debba essere adottato
un provvedimento lesivo dei diritti e degli interessi del
Tralasciando qui gli ulteriori importanti principi ricavabili
dalla citata ordinanza ed i dubbi che essi sollevano e senza
la pretesa di volere anticipare la decisione delle Sezioni
Unite, si ritiene, tuttavia, che le argomentazioni evidenziate
e tratte dalla Ordinanza della Suprema Corte centrino il punto decisivo della questione che attiene al giusto contemperamento degli interessi in gioco, improntato alla ricerca
dell’effettivo equilibrio nel rapporto tra Fisco e
Incostituzionale la norma “salva dirigenti”
Ora si riapre la partita sulla validit&agrave; degli atti impositivi sottoscritti dai dirigenti che
potranno essere dichiarati decaduti
Ieri, con la sentenza n. 37/2015, la Corte Costituzionale ha
dichiarato l’illegittimit&agrave; dell’art. 8 comma 24 del DL
16/2012, e, per estensione, degli artt. 1 comma 14 del DL
150/2013 e 1 comma 8 del DL 192/2014.
Si tratta delle discusse norme “salva dirigenti” (da quanto
emerge dalla sentenza del TAR n. 6884 del 2011, oggetto
dell’appello al Consiglio di Stato che ha rinviato tutto alla
Consulta, sono ben 767 le posizioni dirigenziali “a rischio”).
Rileviamo che la causa origina dall’impugnazione dell’art.
24 del regolamento di amministrazione dell’Agenzia delle
Entrate secondo cui le vacanze possono essere “provvisoriamente” coperte, previo interpello e salva l’urgenza, mediante la stipula di contratti individuali di lavoro a termine con
propri funzionari, con l’attribuzione dello stesso trattamento
economico dei dirigenti, e ci&ograve; fino alle procedure di accesso
alla dirigenza e comunque sino al 31 dicembre 2010,
termine che &egrave; stato prorogato al 31 maggio 2012.
In questo contesto l’Esecutivo, a causa di una manifesta “urgenza” nel provvedere, ha confezionato il DL 16/2012, ove,
nell’art. 8 comma 24, ha “salvato” i dirigenti dell’Agenzia
delle Entrate e ammesso ulteriori proroghe; la norma sancisce, per quanto rileva ai nostri fini, che “fermi i limiti assunzionali a legislazione vigente, in relazione all’esigenza urgente e inderogabile di assicurare la funzionalit&agrave; operativa
delle proprie strutture, volta a garantire una efficace attuazione delle misure di contrasto all’evasione di cui alle disposizioni del presente articolo, l’Agenzia delle dogane, l’Agenzia delle entrate e l’Agenzia del territorio sono autorizzate ad
espletare procedure concorsuali da completare entro il 31
dicembre 2013 [termine prorogato sino al 31 dicembre
2015, ndr] per la copertura delle posizioni dirigenziali vacanti, secondo le modalit&agrave; di cui all’articolo 1, comma 530,
della legge 27 dicembre 2006, n. 296, e all’articolo 2, comma 2, secondo periodo, del decreto-legge 30 settembre 2005,
n. 203, convertito, con modificazioni, dalla legge 2 dicembre 2005, n. 248. Nelle more dell’espletamento di dette procedure l’Agenzia delle dogane, l’Agenzia delle entrate e
l’Agenzia del territorio, salvi gli incarichi gi&agrave; affidati,
potranno attribuire incarichi dirigenziali a propri funzionari
con la stipula di contratti di lavoro a tempo determinato, la
cui durata &egrave; fissata in relazione al tempo necessario per la
copertura del posto vacante tramite concorso”.
Come rilevato dalla Consulta, &egrave; palese che lo stillicidio di
proroghe che ha caratterizzato le norme richiamate si pone
in contrasto con la Costituzione, siccome le Agenzie fiscali,
l’Esecutivo e il Parlamento hanno aggirato la regola del concorso per l’accesso alle cariche pubbliche.
La Corte ripristina cos&igrave; la legalit&agrave; costituzionale violata,
con decisione contestabile e valida erga omnes.
Detto ci&ograve;, riemerge un argomento “scomodo”, sul quale non
si pu&ograve; non tacere: che fine fanno tutti gli atti impositivi sottoscritti dai dirigenti che potranno essere dichiarati decaduti
dai TAR e dal Consiglio di Stato a seguito dell’annullamento
della nomina?
Purtroppo per i contribuenti, &egrave; arduo affermare, senza mezzi termini, un’illegittimit&agrave; derivata del provvedimento: almeno due sono le obiezioni che potrebbero essere mosse a ci&ograve;.
In primo luogo, il tutto si scontra con le preclusioni caratterizzanti ogni processo, a cui vanno aggiunte quelle tipiche
Sono quindi “chiusi” gli atti sui quali si &egrave; gi&agrave; formato il giudicato, e lo stesso (salvo si intenda asserire la rilevabilit&agrave;
d’ufficio del vizio, cosa difficile alla luce dell’art. 61 del
DPR 600/73) dicasi per l’eventualit&agrave; in cui la censura non
sia stata inserita nel ricorso introduttivo.
Ma anche per i contribuenti che hanno censurato la validit&agrave;
dell’atto in quanto emesso da un dirigente la cui nomina &egrave; illegittima la strada &egrave; in salita.
L’Agenzia delle Entrate, in risposta ad un’interrogazione
parlamentare (si veda “Arrivate le motivazioni del Consiglio di Stato sulla norma &laquo;salva dirigenti&raquo;” del 28 novembre
2013), aveva richiamato la giurisprudenza amministrativa
secondo la quale l’annullamento della nomina di un
funzionario non travolge, in linea di principio, gli atti da
questo adottati nell’esercizio della sua funzione e riguardanti
soggetti diversi da quelli che hanno impugnato l’atto di
nomina stesso (Cons. Stato n. 992/2005).
Resta da vedere se questo orientamento indurr&agrave; i giudici tributari a respingere l’eccezione di nullit&agrave; dell’atto, oppure se
il disposto dell’art. 42 del DPR 600/73 sar&agrave; valutato in senso
rigoroso, accogliendo la tesi del contribuente.
Regime degli scambi intracomunitari anche
dopo l’esclusione dal VIES
Alla luce dei chiarimenti dell’Agenzia, per Assonime si potrebbe applicare il regime
anche alle operazioni realizzate dopo la comunicazione di esclusione
Con la circolare n. 6 di ieri, Assonime ha riepilogato le semplificazioni apportate dall’art. 22 del DLgs. n. 175/2014 (decreto semplificazioni) alla procedura di iscrizione al VIES
per la realizzazione di operazioni intracomunitarie, delineata dall’art. 35, commi 2 lett. e-bis, 7-bis, 7-ter e 15-quater del DPR 633/72 e dai provvedimenti del Direttore
dell’Agenzia delle Entrate nn. 2010/188376 e 2010/188381,
entrambi del 29 dicembre 2010.
Nell’ottica di migliorare l’affidabilit&agrave; del sistema VIES
(fonte primaria per verificare che la controparte di un’operazione intra-Ue sia un operatore esistente e in attivit&agrave;) e, dunque, con finalit&agrave; antifrode, a decorrere dal 21 maggio 2010
era entrato in vigore un nuovo regime (ex art. 27 del DL n.
78/2010) in base al quale i soggetti passivi IVA, al fine di
porre in essere operazioni intracomunitarie, sia attive che
passive, sia aventi ad oggetto beni che servizi, dovevano ottenere dall’Agenzia delle Entrate una preventiva autorizzazione che comportava l’inserimento della partita IVA nel
database VIES, decorsi 30 giorni dalla data di presentazione della richiesta e salvo espresso diniego.
La relazione illustrativa al DL n. 78/2010 prima e le posizioni della prassi poi (circ. n. 39/2011 e ris. n. 42/2012) erano
concordi nell’affermare che, nei 30 giorni intercorrenti tra la
presentazione della richiesta e l’inserimento della partita
IVA nel database, la soggettivit&agrave; attiva e passiva era “sospesa” ai fini delle operazioni intracomunitarie.
Come rilevato dalla stessa Assonime nei suoi primi interventi in materia (circ. nn. 16 e 25 del 2011 e 21 del 2012), tale
interpretazione era eccessivamente penalizzante per gli operatori economici e non del tutto in linea con i principi comunitari (art. 18 del Reg. 282/2011), che ammettono la possibilit&agrave; di provare lo status di soggetto passivo IVA, ai fini
del compimento delle operazioni intracomunitarie, con metodi alternativi alla verifica tramite sistema VIES.
La correttezza di tale filone interpretativo &egrave; stato validato anche dalla Corte di Giustizia Ue la quale, in due distinte occasioni (causa C-587/10 VSTR e causa C-273/11 Mecsek-Gabona), ha affermato che la definizione di soggetto passivo
IVA si riferisce a chiunque eserciti in modo indipendente
un’attivit&agrave; economica, senza subordinare tale status al possesso di un numero di identificazione IVA, che dunque costituisce solo un requisito formale, la cui mancanza non pu&ograve;
impedire l’applicazione del regime di non imponibilit&agrave; in
occasione di cessioni intracomunitarie, ove ricorrano i
Le modifiche apportate dal decreto semplificazioni alla disciplina del VIES comportano l’inserimento immediato, in
detto sistema, del numero di partita IVA del soggetto passivo, il giorno stesso della presentazione della richiesta. La sostituzione del comma 7-bis, l’abrogazione dei commi 7-ter e
15-quater e l’integrazione del comma 15-bis dell’art. 35
DPR 633/72 hanno permesso il superamento dei contrasti
tra noma interna e principi comunitari e si collocano nel
solco di quanto auspicato dalla stessa Associazione nei citati
interventi in materia.
Le disposizioni cos&igrave; integrate hanno determinato l’inoperativit&agrave; dei provvedimenti del Direttore dell’Agenzia delle Entrate nn. 2010/188376 e 2010/188381 e l’emanazione del
provvedimento n. 2014/159941 del 15 dicembre 2014. Un
ulteriore provvedimento, a quanto consta ad Assonime in
corso di elaborazione, discipliner&agrave; le modalit&agrave; di esecuzione dei controlli sui soggetti autorizzati in base a determinati
Invece, non &egrave; stato necessario, restando immutate le disposizioni di cui all’art. 35 comma 2 lett. e-bis, modificare la
modulistica gi&agrave; in uso. Le nuove disposizioni sono state
oggetto di commento al paragrafo 13 della circ. n. 31/2014, i
cui contenuti sono pi&ugrave; volte ripresi da Assonime nella sua
Un contributo interpretativo &egrave; stato fornito dall’Associazione in merito alla procedura di esclusione dal database
A mente dell’art. 3 del provvedimento n. 2014/159941, sono
esclusi dalla banca dati VIES i soggetti passivi che, a seguito di controlli formali, risultano non avere presentato alcun
elenco riepilogativo (Intrastat) per quattro trimestri consecutivi. Tale esclusione deve essere comunicata al soggetto
passivo e ha effetto a decorrere dal 60&deg; giorno successivo a
detta comunicazione, salvo che l’interessato non dimostri
concretamente di avere continuato ad effettuare scambi
comunitari o manifesti l’intenzione di effettuarne in futuro.
Alla luce dei chiarimenti forniti dall’Agenzia delle Entrate a
tale riguardo, Assonime si pronuncia ritenendo che sembra
dunque possibile applicare il regime degli scambi intracomunitari, senza che ci&ograve; dia adito a rilievi, anche alle operazioni realizzate dopo avere ricevuto, da parte dell’Ufficio
competente, la comunicazione di esclusione dal database
Al via la deduzione IRAP per nuovi assunti
Il contribuente deve valutare caso per caso se tale incentivo &egrave; pi&ugrave; conveniente di quelli
gi&agrave; esistenti
Accanto all’aumento delle deduzioni forfetarie per
l’impiego di dipendenti a tempo indeterminato e per i
soggetti passivi d’imposta con base imponibile non
eccedente 180.999,91 euro, dal periodo d’imposta in corso al
31 dicembre 2014 altri benefici IRAP attendono i
Infatti, in capo ai soggetti che, da tale periodo d’imposta, incrementano il numero di dipendenti assunti con contratto a
tempo indeterminato, rispetto al numero dei lavoratori assunti con il medesimo contratto mediamente occupati nel periodo d’imposta precedente, &egrave; prevista la deducibilit&agrave;, ai fini IRAP, del costo del predetto personale. &Egrave; l’effetto dell’art.
11 comma 4-quater del DLgs. 446/97, sostituito dall’art. 1,
comma 132, lett. a) della L. 27 dicembre 2013 n. 147 (legge
di stabilit&agrave; 2014).
A differenza dell’analogo incentivo operante nei periodi
d’imposta dal 2005 al 2008, ora non sono pi&ugrave; previsti limiti
temporali: l’attuale agevolazione si applica quindi a regime.
Come in passato, potranno fruire della deduzione in parola:
- le imprese (incluse banche, altre societ&agrave; finanziarie e assicurazioni);
- i titolari di reddito di lavoro autonomo (professionisti individuali e studi associati);
- i produttori agricoli titolari di reddito agrario (esclusi
quelli con volume d’affari annuo non superiore a 7.000 euro,
i quali si avvalgono del regime speciale di esonero degli
adempimenti IVA, semprech&eacute; non vi abbiano rinunciato);
- gli enti privati non commerciali (limitatamente ai lavoratori impiegati nell’attivit&agrave; commerciale eventualmente esercitata), ivi inclusi i trust (esercenti non in via esclusiva o
principale attivit&agrave; commerciali);
- le stabili organizzazioni di soggetti non residenti.
Restano invece esclusi dalla possibilit&agrave; di avvalersi del beneficio in commento (anche per l’eventuale attivit&agrave; commerciale esercitata) le amministrazioni pubbliche, le amministrazioni della Camera dei Deputati, del Senato, della Corte Costituzionale e della Presidenza della Repubblica, nonch&eacute; gli organi legislativi delle Regioni a statuto speciale.
La deduzione compete per il periodo d’imposta in cui &egrave; avvenuta l’assunzione e per i due successivi:
- per un importo annuale non superiore a 15.000 euro per
ciascun nuovo dipendente assunto;
- nel limite dell’incremento complessivo del costo del per-
sonale classificabile nelle voci B.9 e B.14 del Conto
Al fine di garantire che il livello occupazionale raggiunto
dopo le nuove assunzioni sia mantenuto, sono previste due
specifiche cause di decadenza dal diritto alla fruizione della
deduzione, qualora si risolva il rapporto di lavoro del dipendente agevolato, anche per un motivo non collegato alla volont&agrave; del datore di lavoro, oppure il numero complessivo dei
lavoratori dipendenti nell’esercizio in cui si intende fruire
della deduzione sia pari o inferiore a quello medio del periodo di riferimento.
Previste due cause di decadenza dal beneficio
In linea teorica, per ogni neo-assunto a tempo indeterminato
nel 2014, l’agevolazione in esame si presenta pi&ugrave; conveniente di quelle gi&agrave; esistenti, perch&eacute; consente la deduzione
analitica non soltanto dei contributi previdenziali e assistenziali (ai sensi dell’art. 11 comma 1 n. 4 del DLgs. 446/97),
ma anche della componente retributiva, attualmente
deducibile, per i dipendenti a tempo indeterminato assunti
prima del 2014, solo in via forfetaria (ai sensi dell’art. 11
comma 1 n. 2 e 3 del DLgs. 446/97).
Tale maggiore convenienza va per&ograve; valutata in concreto,
dipendente per dipendente: infatti, proprio il richiamato incremento degli importi forfetari potrebbe rendere maggiormente convenienti le precedenti deduzioni. Si consideri, ad
esempio, un lavoratore di sesso maschile con un’et&agrave; non
inferiore ai 35 anni impiegato nelle Regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia: per tale dipendente, in base alle “vecchie” disposizioni,
oltre alla deducibilit&agrave; dei contributi previdenziali e assistenziali, compete altres&igrave; una deduzione forfetaria pari, su base
annua, a 15.000 euro (coincidente con l’importo massimo
riconosciuto in deduzione dalla nuova norma).
Per ogni neo-assunto a tempo indeterminato nel 2014, quindi, la nuova deduzione sar&agrave; pi&ugrave; conveniente delle precedenti
soltanto nell’ipotesi cui le deduzioni forfetaria e analitica ex
art. 11 comma 1 n. da 2) a 4) del DLgs. 446/97 risultino di
importo inferiore a quello riconosciuto in deduzione ex art.
11 comma 4-quater dello stesso DLgs. 446/97.
Si ricorda, infine, che, per ogni dipendente, l’importo deducibile non pu&ograve; eccedere l’ammontare del relativo costo a carico del datore di lavoro.
Rimborsi IVA “immediati” per i viaggiatori
L’IVA sui beni di consumo acquistati in Italia sar&agrave; rimborsata in aeroporto senza
passare in Dogana
Nell’ottica delle semplificazioni in vista di EXPO Milano
2015, l’Agenzia delle Dogane ha predisposto un progetto
(c.d. “O.T.E.L.L.O.”) che digitalizza le procedure per ottenere il visto doganale da apporre sulla fattura affinch&eacute; i
viaggiatori domiciliati o residenti al di fuori dell’Unione europea possano ottenere il rimborso dell’IVA assolta sull’acquisto di beni in Italia di importo superiore a 154,94 euro.
Con la nota datata 6 marzo 2015 n. 30144, l’Agenzia delle
Dogane ha, quindi, rilasciato le istruzioni operative relative
al progetto “O.T.E.L.L.O.” (“Online tax refund at exit: light
lane optimization”).
Mediante la nuova procedura, il viaggiatore extra-Ue, se effettua acquisti presso commercianti affiliati alle societ&agrave; c.d.
“tax refund”, potr&agrave; ottenere il rimborso dell’IVA presentandosi agli sportelli degli stessi “tax refund” ubicati in aeroporto, senza necessit&agrave; di transitare per l’ufficio doganale.
Le condizioni per ottenere il rimborso dell’IVA assolta dai
viaggiatori extra-Ue sono fissate dall’art. 38-quater del DPR
633/72:
- i beni acquistati dal viaggiatore devono essere destinati
all’uso personale o familiare;
- sulla fattura devono essere riportati gli estremi del passaporto (o di altro documento equipollente) attestante che il
viaggiatore &egrave; residente o domiciliato al di fuori dell’Unione
- l’uscita dei beni acquistati dal viaggiatore dal territorio
dell’Unione europea deve avvenire entro il terzo mese successivo alla data di emissione della fattura e deve essere
comprovato dal visto doganale di uscita.
Per ottenere il rimborso, il viaggiatore deve recarsi all’Ufficio doganale di uscita ove richiedere l’apposizione del visto sulla fattura, previa verifica sui beni acquistati da parte
dei funzionari. Quindi, entro il quarto mese successivo
all’emissione della fattura, il viaggiatore recapita il documento “vistato” al commerciante, il quale procede al rimborso dell’IVA precedentemente assolta dal viaggiatore extra-Ue, “recuperando” a sua volta l’imposta mediante annotazione sul registro degli acquisti.
La procedura alternativa, prevista dalla prassi, &egrave; il ricorso ai
servizi dei c.d. “tax refund”, mediante i quali il viaggiatore
extra-Ue, prima di lasciare il territorio nazionale, consegna
la fattura ad una societ&agrave; di intermediazione che provvede al
rimborso al viaggiatore dell’IVA assolta in Italia.
Secondo quanto indicato dall’Agenzia delle Dogane, il nuovo sistema consente ai viaggiatori extra-Ue di ottenere immediatamente il rimborso dell’IVA sui beni acquistati in
Italia, sia nel caso in cui il viaggiatore abbia acquistato
presso esercenti non affiliati alle societ&agrave; di “tax refund” sia
nel caso in cui abbia acquistato avvalendosi dei servizi dei
“tax refund”.
Nel primo caso, al fine di ottenere il rimborso, il viaggiatore
si reca presso gli uffici doganali aeroportuali per effettuare i
controlli ai fini dell’apposizione del visto: l’ufficio, verificate le condizioni di rimborso, registra le fatture nel sistema
“O.T.E.L.L.O.” e le consegna al viaggiatore, munite dell’apposito visto doganale.
I viaggiatori in possesso di fatture emesse da esercenti associati a societ&agrave; di “tax refund”, invece, si recano presso il desk della societ&agrave; di rimborso presente in aeroporto. La societ&agrave; intermediaria trasmette ad “O.T.E.L.L.O.” i dati rilevanti (fattura, emittente, viaggiatore, titolo di viaggio) e il
sistema, verificata la correttezza dei dati e effettuata un’analisi dei rischi automatizzata, definisce la necessit&agrave; o meno di
un controllo fisico sui beni acquistati.
In assenza di controllo fisico sui beni (canale “verde”), il sistema rilascia il visto doganale: la societ&agrave; di rimborso memorizza il visto ottenuto e provvede a restituire l’IVA al
Nel caso in cui il sistema preveda il controllo fisico (canale
“rosso”) sui beni acquistati , la societ&agrave; di “tax refund”
riconsegna al viaggiatore le fatture, il quale si reca presso
l’ufficio doganale per il controllo dei beni.
In sostanza, salvo il caso di canale “rosso”, il viaggiatore
non dovr&agrave; pi&ugrave; passare in Dogana per richiedere il visto sulla
fattura e quindi consegnare il documento vistato alla societ&agrave; di “tax refund” per ottenere il rimborso dell’IVA, ma la
procedura potr&agrave; essere espletata interamente in aeroporto
presso il desk della societ&agrave; di rimborso.
Il nuovo sistema di comunicazione tra “tax refund” e Agenzia delle Dogane &egrave; attualmente operativo (dal 10 marzo
2015) presso l’aeroporto di Malpensa. Sar&agrave; esteso
successivamente all’aeroporto di Fiumicino e a tutti gli
aeroporti maggiormente coinvolti da EXPO 2015.
La Cassazione sottolinea che, per l’integrazione della fattispecie di cui all’art. 388 c.p.,
&egrave; sufficiente la sola notifica del pignoramento a debitore e societ&agrave;
Integra la fattispecie di “mancata esecuzione dolosa di un
provvedimento del giudice”, ex art. 388 comma 3 c.p., il
soggetto che, dopo la “notifica” del pignoramento della
propria quota di partecipazione in una srl, aliena la stessa ad
un terzo. Ai fini dell’apposizione del vincolo di indisponibilit&agrave; della quota, infatti, &egrave; sufficiente la notifica dell’atto di
pignoramento al debitore ed alla societ&agrave;, rilevando la successiva iscrizione dell’atto al Registro delle imprese a soli fini dichiarativi. A precisarlo &egrave; la sentenza n. 11302 della
Corte di Cassazione, depositata ieri.
Ai sensi dell’art. 388 comma 3 c.p., &egrave; punito con la reclusione fino a un anno e con la multa fino a 309 euro chiunque
sottrae, sopprime, distrugge, disperde o deteriora una cosa di
sua propriet&agrave; sottoposta a pignoramento ovvero a sequestro
giudiziario o conservativo.
Nel caso di specie, in particolare, nel ricorso per Cassazione
l’imputato contestava la sussistenza del reato in questione
dal momento che, all’atto dell’alienazione della propria partecipazione in una srl, la stessa non poteva dirsi sottoposta a
pignoramento, non essendosi ancora pienamente realizzata
la fattispecie procedimentale “bifasica” ex art. 555 c.p.c.
(in tema di espropriazione immobiliare); alla notifica al debitore del pignoramento, infatti, non aveva ancora fatto seguito la trascrizione dello stesso nel relativo Registro.
La Suprema Corte non condivide tale impostazione.
Si ricorda, innanzitutto, che, nell’ambito del richiamato pignoramento di beni immobili &egrave; discussa la natura costitutiva della trascrizione. Rilevano, inoltre, talune indicazioni generali: in primo luogo, ai sensi dell’art. 492 comma 1 c.p.c.,
“il pignoramento consiste in un’ingiunzione che l’ufficiale
giudiziario fa al debitore di astenersi da qualunque atto diretto a sottrarre alla garanzia del credito esattamente indicato i beni che si assoggettano all’espropriazione e i frutti di
essi”, cos&igrave; realizzando un vincolo di indisponibilit&agrave; del bene
in favore del creditore pignorante; relativamente al pignoramento presso terzi, inoltre, &egrave; stato precisato come l’atto di
intimazione, di cui all’art. 543 c.p.c., renda immediatamente indisponibili da parte del terzo le cose o le somme da lui
dovute, cos&igrave; segnando l’efficacia e l’esistenza del pignoramento (cfr. Cass. n. 1949/2009). In dottrina, inoltre, si &egrave;
affermato che, dopo la notifica, il pignoramento va iscritto al
Registro delle imprese per la mera opponibilit&agrave; ai terzi.
Quanto alle quote di srl, poi, rileva l’art. 2471 c.c. Nel primo comma di tale disposizione &egrave; stabilito che la partecipazione ad una srl pu&ograve; formare oggetto di espropriazione. Il
pignoramento si esegue mediante notificazione al debitore
e alla societ&agrave; e successiva iscrizione nel Registro delle im/ EUTEKNEINFO / MERCOLED&Igrave;, 18 MARZO 2015
prese. Ci si trova, quindi, al cospetto di una norma che, da un
lato, analogamente a quanto sancito per il pignoramento
presso terzi, richiede la notifica al debitore esecutato ed alla societ&agrave; da questi partecipata, e, dall’altro, analogamente al
pignoramento immobiliare, prevede l’iscrizione del pignoramento nel Registro delle imprese (senza, peraltro,
specificare il soggetto a ci&ograve; tenuto).
La quota di partecipazione in una srl, tuttavia, esprime una
posizione contrattuale obiettivata che va considerata come bene immateriale equiparabile al bene mobile non
iscritto in un pubblico registro, ai sensi dell’art. 812 c.c., per
cui ad essa possono applicarsi le disposizioni concernenti i
beni mobili e, in particolare, la disciplina delle situazioni
soggettive reali e dei conflitti tra di esse sul medesimo bene;
poich&eacute; la quota, pur non configurandosi come bene materiale, al pari dell’azione, ha tuttavia una valore patrimoniale oggettivo, costituito dalla frazione che rappresenta, e va perci&ograve;
configurata come oggetto unitario di diritti (cos&igrave; Cass. n.
22361/2009; cfr., peraltro, Trib. Ferrara 9 maggio 2005, a
giudizio del quale l’affermazione secondo cui le quote sono
beni “non iscritti in pubblici Registri” andrebbe considerata
un “obiter dictum” e, comunque, ulteriormente verificata
in relazione all’art. 2470 c.c. dopo la L. 310/1993 e la
riforma del diritto societario).
Ad ogni modo – diversamente da quanto sostenuto dalla difesa del ricorrente ed al di l&agrave; delle richiamate incertezze in
ordine alla natura costitutiva della trascrizione nel pignoramento di beni immobili – la disciplina sull’espropriazione
immobiliare (art. 555 e ss. c.p.c. ) non &egrave; applicabile alle
quote di srl. D’altra parte, la Suprema Corte, in sede penale,
nella sentenza n. 25796/2010, ha gi&agrave; chiarito che integra il
delitto di cui all’art. 388 comma 2 c.p. (elusione di un provvedimento del giudice civile che prescrive misure cautelari a
difesa della propriet&agrave;, del possesso o del credito) il soggetto
che provveda alla cessione di quote di srl sottoposte a sequestro conservativo nell’intento di vanificarlo, ancorch&eacute; tale
cessione avvenga prima della formale notifica
all’interessato del provvedimento cautelare che sia in s&eacute; gi&agrave;
Tale assunto, conclude la sentenza in commento, seppure
dettato in tema di sequestro conservativo, ben pu&ograve; essere
considerato anche per il pignoramento, in ragione del vincolo di indisponibilit&agrave; che i due istituti determinano e che,
nel caso del pignoramento, &egrave; notificato al debitore tramite
l’ingiunzione di cui al ricordato art. 492 c.p.c. Ne consegue
l’affermazione del principio indicato in premessa.
DURC nei lavori edili privati, aggiornato
anche lo Sportello unico previdenziale
Dopo il ritorno a 90 giorni del periodo di validit&agrave;, l’INPS ha reso noto di aver adeguato
l’applicativo dello Sportello
Facendo seguito alla nota n. 3899/2015, anche l’INPS interviene sul ripristino a 90 giorni del periodo di validit&agrave; del
DURC relativo ai lavori edili per soggetti privati, comunicando, con il messaggio n. 1894/2015, di aver altres&igrave; provveduto al conseguente adeguamento dello Sportello unico
Come gi&agrave; evidenziato su Eutekne.info (si veda “Validit&agrave; del
DURC nei lavori edili privati di nuovo ridotta a 90 giorni”
del 17 marzo), l’art. 31 del DL 69/2013 – nel fissare, in generale, la validit&agrave; temporale del DURC in 120 giorni – aveva disposto che tale previsione si applicasse anche ai DURC
per lavori privati in edilizia.
Ci&ograve;, per&ograve;, solo fino al 31 dicembre 2014.
Decorso detto termine e in attesa dell’emanazione del DM
attuativo dell’art. 4 del DL 34/2014 – con il quale verranno
ridefiniti i requisiti di regolarit&agrave; contributiva, i contenuti e le
modalit&agrave; di verifica della stessa – dal 1&deg; gennaio 2015, dunque, la situazione &egrave; tornata ad essere caratterizzata dalla distinzione tra:
- la validit&agrave; dei DURC rilasciati per i contratti pubblici di
lavori, servizi e forniture ovvero ai fini della fruizione di benefici normativi e contributivi in materia di lavoro e legislazione sociale o per l’accesso a finanziamenti e sussidi
previsti a livello comunitario, statale e regionale, che continua ad essere di 120 giorni dalla data del rilascio;
- la validit&agrave; dei DURC rilasciati nel settore dell’edilizia pri-
vata, la quale &egrave;, invece, nuovamente ridotta a 90 giorni (un
trimestre secondo quanto gi&agrave; stabilito dagli artt. 39-septies
del DL 273/2005 e 7, comma 2 del DM 24 ottobre 2007).
Ne &egrave; derivata la necessit&agrave; di adeguare l’applicativo dello
Sportello unico previdenziale – ossia l’apposito applicativo attraverso cui devono necessariamente essere effettuate,
con modalit&agrave; telematica, le richieste di DURC – nonch&eacute; di
aggiornare nuovamente (come gi&agrave; avvenuto alla luce delle
novit&agrave; del DL 69/2013; cfr. la nota INAIL n. 5727/2013) le
diciture sui certificati riguardanti il periodo di validit&agrave;.
Modificate le diciture sui certificati riguardanti il
Ecco, quindi, che, a differenza delle altre tipologie di
DURC – recanti la dicitura: “DURC valido 120 giorni dalla
data di emissione” (con l’eccezione, nell’ambito dei contratti pubblici, del DURC acquisito d’ufficio dalle stazioni
appaltanti per la verifica della dichiarazione sostitutiva resa
dagli interessati ai fini della partecipazione a gare d’appalto,
la cui validit&agrave; decorre, secondo il consolidato orientamento
della prassi amministrativa, “dalla data indicata per la verifica dell’autodichiarazione”) – ai DURC riferiti ai lavori
edili privati verr&agrave; apposta in calce la dicitura: “Il presente
certificato &egrave; valido 90 giorni dalla data di emissione”.
Sequestro e confisca ex “231”, il giudice
penale verifica la buona fede dei creditori
Per le Sezioni Unite, in relazione a beni di pertinenza della massa attiva di un
fallimento, tale giudice deve prendere in considerazione le ragioni dei terzi
Le Sezioni Unite della Cassazione si sono pronunciate, con
sentenza n. 11170 depositata ieri, sulla confisca per equivalente disposta nei confronti degli enti ai sensi dell’art. 19
comma 2 del DLgs. 231/2001.
Nel corso di un articolato procedimento in cui due societ&agrave; –
successivamente ammesse a concordato fallimentare – erano imputate per formazione fittizia di capitali e per aggiotaggio, ai sensi dell’art. 25-ter del DLgs. 231/2001 lett. i) e
r), si &egrave; riscontrato un contrasto di giurisprudenza in ordine
alla possibile comparazione tra le ragioni della curatela
fallimentare e la pretesa punitiva dello Stato, ai fini di
disporre il sequestro preventivo funzionale alla confisca per
La questione di diritto che le Sezioni Unite sono chiamate ad
affrontare riguarda il quesito se, per disporre il sequestro finalizzato alla confisca per equivalente di cui all’art. 19 comma 2 DLgs. 231/2001, con riferimento a beni di pertinenza
della massa attiva di un fallimento, il giudice penale debba prendere in considerazione le ragioni dei creditori in
buona fede e, in caso di risposta affermativa, se la verifica
delle ragioni dei singoli creditori debba essere compiuta dal
giudice penale o dal giudice fallimentare.
Gi&agrave; in precedenza le Sezioni Unite (n. 29951/2004) avevano
affrontato una simile tematica, sebbene a riguardo del sequestro finalizzato alla confisca facoltativa (art. 240 comma 1
c.p.). In quell’occasione, il contrasto era stato risolto escludendo, pur in mancanza di una previsione normativa espressa, la radicale insensibilit&agrave; del sequestro rispetto alla procedura concorsuale. Con la nozione di “insensibilit&agrave;” si
voleva precisare che il sequestro penale non &egrave; precluso in caso di fallimento a condizione che il giudice dia motivatamente conto della prevalenza delle ragioni sottese alla
confisca rispetto a quelle attinenti alla tutela dei legittimi
interessi dei creditori.
Per i giudici di legittimit&agrave; &egrave;, tuttavia, necessario discostarsi
oggi da quanto stabilito da tale precedente, che si fondava
sul presupposto della mancanza di disposizioni legislative
e, dunque, sulla necessit&agrave; per il giudice di contemperare le
diverse e contrastanti esigenze di tutela. Non pu&ograve;, infatti,
parlarsi – secondo le Sezioni Unite – di assenza di disciplina
perch&eacute;, per le misure previste nei confronti degli enti, la lettura dell’art. 19 del DLgs. 231/2001 fa emergere con tutta
evidenza la stretta connessione funzionale tra la misura
cautelare del sequestro (di cui all’art. 53 del medesimo decreto) e la conseguente confisca.
Quest’ultima rappresenta un elemento certamente innovativo nell’ordinamento italiano dal momento che, in ottemperanza alle indicazioni della Convenzione OCSE del 1997, &egrave;
una sanzione principale, obbligatoria e autonoma (cfr.
SS.UU. n. 26654/2008 e Cass. n. 34505/2012); e la Cassazione sottolinea come, effettivamente, il sistema sanzionatorio nei confronti degli enti fuoriesca dagli schemi tradizionali incentrati sulla distinzione tra pene e misure di sicurezza e tra pene principali e pene accessorie, mirando a stabilire uno stretto rapporto funzionale tra la responsabilit&agrave; accertata e la sanzione da applicare.
A fronte dell’obbligatoriet&agrave; di tale confisca, il legislatore pone anche dei limiti precisi per far salvi i diritti del danneggiato dal reato e dei terzi in buona fede, in forza della riferibilit&agrave; della clausola di salvaguardia contenuta nel comma 1
dell’art. 19 del DLgs. 231/2001 anche al sequestro per equivalente. Pare, infatti, evidente ai giudici di legittimit&agrave; che la
logica di tale disposizione richieda che la confisca dei proventi illeciti non avvenga in pregiudizio dei titolari di diritti acquisiti in buona fede su quegli stessi beni.
Tornando alla questione principale, bisogna osservare che le
finalit&agrave; dei due vincoli – quello imposto dall’apertura della
procedura fallimentare e quello derivante dal sequestro o
dalla confisca – sono del tutto differenti e tra loro non confliggenti. A parere delle Sezioni Unite esiste dunque un’unica interpretazione costituzionalmente legittima dell’art. 19,
per cui i citati vincoli possono coesistere; anzi, sotto certi
profili, si pu&ograve; affermare che sequestro e la confisca tutelano
in misura rafforzata anche gli interessi del ceto creditorio.
Per tali ragioni, viene infine enunciato il principio di diritto
per cui “la verifica delle ragioni dei terzi al fine di accertarne la buona fede spetta al giudice penale e non al giudice
fallimentare”; da ci&ograve; consegue anche che la sede naturale
ove far valere i diritti del terzo non potr&agrave; essere che quella
dell’incidente di esecuzione.
Il curatore non pu&ograve; “impugnare” il sequestro
Va peraltro tenuto presente che interferisce con tale tematica quella della legittimazione e dell’interesse concreto del
curatore fallimentare a proporre l’impugnazione contro il
provvedimento di sequestro. La sentenza in commento nega
tale legittimazione, escludendo che la massa fallimentare
possa subire alcun pregiudizio dai provvedimenti cautelari
nei confronti della persona giuridica.
Pronto l’elenco dei partiti politici a cui si pu&ograve;
devolvere il due per mille
Con la risoluzione 27, l’Agenzia delle Entrate ha indicato i partiti beneficiari della
destinazione volontaria per l’anno 2015
Con la risoluzione n. 27 di ieri, l’Agenzia delle Entrate ha
fornito l’elenco dei partiti politici ammessi al beneficio del
due per mille dell’IRPEF 2015, con riferimento ai redditi
2014, trasmesso dalla Commissione di garanzia degli statuti
e per la trasparenza e il controllo dei rendiconti dei partiti
politici, spiegando come esprimere la propria scelta utilizzando la scheda dedicata.
Il documento di prassi ricorda prima di tutto che, in relazione a quanto disposto dall’art. 1, comma 12-quater del DL n.
192/2014 (conv. L. n. 11/2015), la Commissione di garanzia degli statuti e per la trasparenza e il controllo dei rendiconti dei partiti politici ha trasmesso all’Agenzia l’elenco
dei partiti politici ammessi al beneficio della destinazione
volontaria del due per mille dell’imposta sul reddito delle
persone fisiche per l’anno 2015.
Sul piano pratico, ai sensi del DPCM 28 maggio 2014, per
esprimere la scelta a favore di uno dei partiti politici, il contribuente deve inserire la propria firma nell’apposito riquadro “Scelta per la destinazione del due per mille dell’IRPEF” presente nelle schede per la scelta della destinazione
dell’otto, del cinque e del due per mille dell’IRPEF, indi-
cando il codice del partito prescelto, desunto dalla tabella
allegata alla risoluzione e riportata in calce all’articolo.
Inoltre, la risoluzione chiarisce che il contribuente pu&ograve; esprimere la scelta per uno solo dei partiti politici beneficiari e
ricorda che le schede sono contenute nei modelli di dichiarazione dei redditi 730 e UNICO PF.
Scelta possibile anche per chi non deve presentare la
Anche i soggetti esonerati dall’obbligo di presentazione
della dichiarazione dei redditi possono effettuare la scelta
utilizzando la scheda resa disponibile sul sito www.agenziaentrate.gov.it, da presentare in busta chiusa, entro il 30
settembre 2015, allo sportello di un ufficio postale o a un
intermediario abilitato alla trasmissione telematica (professionista, CAF, ecc.).
In alternativa, la scheda per la destinazione dell’otto, del cinque e del due per mille dell’IRPEF pu&ograve; essere presentata direttamente dal contribuente avvalendosi dei servizi telematici dell’Agenzia.
PATT – Partito Autonomista Trentino Tirolese
Sinistra Ecologia Libert&agrave;
SVP - S&uuml;dtiroler Volkspartei
Union Vald&ocirc;taine