Source: https://it.scribd.com/doc/145868116/Contro-La-Democrazia-Immediata
Timestamp: 2019-12-07 01:42:00+00:00
Document Index: 2915276

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'in fine', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 42', 'art. 2', 'art. 42', 'art. 9', 'art. 28', 'art. 9', 'art. 9', 'art. 9', 'art. 2', 'art. 18', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 4', 'art. 24', 'art. 25']

democrazia partecipativa e deliberativa rappresentanza partiti politici
SalvaSalva Contro La Democrazia Immediata per dopo
Versione provvisoria - 30 gen 2009
antonio.floridia@regione.toscana.it
CONTRO LA DEMOCRAZIA IMMEDIATA: DEMOCRAZIA E PARTECIPAZIONE NEI PARTITI
Premessa Il fantasma della democrazia interna I modelli elitistico-elettoralistici di partito e le possibili alternative .. Il modello teorico della democrazia deliberativa: possibile applicarlo ai partiti?..... Modelli di democrazia e modelli di partito a) La selezione dei candidati e le primarie: contro i partiti o per i partiti?............ b) Modelli di primarie e modelli di partito c) Ipotesi su un possibile uso razionale delle primarie. 6. I partiti, tra democrazia immediata e democrazia rappresentativa . a) Leadership e programmi b) Il falso dilemma fra efficacia e democrazia 7. Il Partito Democratico, oggi: quale idea di partito? .. a) Congressi o Convenzioni? ....................................................................... b) Le forme di partecipazione e il mito della E-democracy .. 8. Conclusioni .. Riferimenti bibliografici .. 1. 2. 3. 4. 5. p. 2 p. 5 p. 7 p. 11 p. 11 p. 14 p. 17 p. 20 p. 20 p. 23 p. 24 p. 28 p. 30 p. 36 p. 39
Versione provvisoria - 30 gen 2009 1. PREMESSA In questo nostro testo, vorremmo ripercorrere alcuni aspetti della ricerca teorica sui partiti e sulle loro trasformazioni alla luce di un particolare punto di osservazione: quello dei modelli di democrazia che hanno caratterizzato e caratterizzano oggi la vita interna e la struttura organizzativa dei partiti. Cercheremo di farlo, mettendo in relazione la natura e la dinamica interna della democrazia nei partiti con i fondamentali modelli teorici e nodi problematici che si confrontano oggi sul terreno della riflessione politica e filosofica sulla democrazia, tout court, e sui possibili, e ben diversi, aggettivi che in genere accompagnano questo sostantivo: democrazia rappresentativa, democrazia deliberativa, democrazia partecipativa, democrazia diretta, democrazia plebiscitaria (e forse anche altri se ne potrebbero aggiungere), costruendo un continuum tra due dimensioni estreme: il carattere pi o meno mediato o immediato della democrazia. Sarebbe impossibile, ovviamente, in questa sede, pensare di poter affrontare compiutamente un tema cos complesso: ci limiteremo perci a proporre alcune osservazioni che mirano soprattutto ad offrire una prospettiva critica per il presente, soprattutto su tre terreni fondamentali per qualsivoglia analisi organizzativa di un partito: la selezione dei candidati del partito alle cariche pubbliche, il rapporto tra leadership, iscritti, elettori; il ruolo e la concezione della partecipazione nella vita del partito. Nellultima parte guarderemo infine al modo con cui questi temi vengono affrontati nello Statuto del PD: naturalmente, e questo vale per tutti i partiti, uno Statuto riflette solo parzialmente leffettiva vita di un partito e il suo modo di operare e funzionare; e questo vale ancor di pi per un partito come il PD che vive ancora nel pieno di una sua fase costituente. Tuttavia, al di l della sua ancora molto parziale attuazione, ci domanderemo se quanto delineato nello Statuto del PD si possa considerare un modello auspicabile di democrazia interna o, al di l del giudizio di valore che si pu esprimere, un modello comunque inevitabile, lunico che oggi si pu misurare con le sfide della nostra societ. Questioni e domande molto complesse, proprio perch quello della struttura organizzativa che il Pd si sta dando, un campo ancora aperto a diversi, possibili sbocchi, e proprio perch il partito stesso, oggi, pu essere visto ancora come una sorta di cantiere aperto, dalla struttura ancora indefinita, allinterno del quale si stanno confrontando, in modo ancora troppo criptico, diverse possibili risposte agli interrogativi che la precedente riflessione ci ha proposto. Insomma, che tipo di partito , di fatto, il PD? Come si sta costruendo e come vorremmo che fosse? 2. IL FANTASMA DELLA DEMOCRAZIA INTERNA Alle origini della scienza politica contemporanea, il ruolo dei partiti come struttura portante della politica e della democrazia di massa, si accompagnata ad una visione dei partiti in cui si assumeva, non senza elementi che oggi possono sembrarci fortemente paradossali, che il loro modo di essere e di operare fosse segnato da principi fondamentalmente non democratici: la visione di Michels ha segnato fortemente limmagine dei partiti di massa come partiti destinati ad essere retti da una logica oligarchica e burocratica. E altrettanto influente stata poi la visione di Weber, che legava la genesi stessa dei partiti e il loro operare alla dimensione carismatica della leadership e alla dimensione della razionalit burocratica: e non si pu certo dire che burocrazia, oligarchia e carisma fossero elementi di per s congruenti con un processo di democratizzazione che segnava il progressivo allargamento dei limiti della democrazia liberale. Insomma, diffusa stata lidea, come ebbe a scrivere un illustre scienziato della politica, che democracy is not to be found in the parties, but between the parties (Schattschneider, 1942, p. 60)1 Possiamo certo chiederci se questa immagine sia stata sempre, e comunque, rispondente ai processi reali e non siamo certo qui in grado di rispondere a questo interrogativo: tuttavia, non appare dubbio che nei partiti di massa (ovviamente, in misura diversa, nelle diverse situazioni storiche e nei diversi
Ed questa, sostanzialmente, la posizione di Sartori, di cui si vedano, ad esempio, le pagine dedicate a Michels, (1993, p. 105-107)
Versione provvisoria - 30 gen 2009 partiti, dovendosi distinguere soprattutto tra il contesto della prima fase di democratizzazione e quello successivo alla II guerra mondiale) operavano anche meccanismi che possiamo ricondurre ad una logica propria della democrazia rappresentativa2. E operavano altres meccanismi che s fondavano sulla partecipazione democratica dei cittadini. 3 Naturalmente, nello studio della vita dei partiti, bisogna sempre distinguere tra le procedure formali, fissate negli statuti, e leffettivo modo di vivere e di operare della struttura organizzativa; ma, in ogni caso, possiamo riconoscere alcuni fondamenti comuni alle varie esperienze storiche. E il principio era semplice: la base associativa era comunque chiamata a concorrere, attraverso le procedure congressuali, ad una legittimazione dei gruppi dirigenti e conferiva cos una delega agli eletti negli organismi dirigenti, che a loro volta, in molti casi, eleggevano degli organismi esecutivi. In forme certo molto diverse, - per le quali, indubbiamente contava molto la forza, il prestigio e lautorevolezza della leadership centrale, questi organi dirigenti ed esecutivi erano poi chiamati a rispondere periodicamente del loro operato. Ed era attraverso le procedure congressuali, o la dialettica interna agli organismi dirigenti, che passava anche il conflitto interno, la battaglia politica per il controllo del partito e la formazione di quelle che Panebianco ha poi definito le coalizioni dominanti interne. Tuttavia, il modo di funzionare di questa democrazia rappresentativa poteva rivelarsi molto diversificato e, soprattutto, poteva combinarsi, in ciascun partito, con una struttura e una logica organizzativa molto diversificata. E lo stesso richiamo al modello della democrazia rappresentativa rischia di rivelarsi insufficiente o generico, se non viene arricchito di ulteriori specificazioni, relative soprattutto alle modalit specifiche con cui tale modello si coniugava con la struttura organizzativa dei partiti. Esula dai compiti che ci siamo prefissi in questa sede, ma indubbiamente il caso dei due maggiori partiti di massa nella storia dellItalia repubblicana potrebbe essere utilmente ripensato e riconsiderato dal punto di vista che qui abbiamo adottato4. Come che sia, lepoca dei partiti di massa, o dei partiti che si avvicinavano al modello ideal-tipico di partito di massa, oramai archiviata e, dopo lanalisi di Duverger, che risale agli anni Cinquanta, si sono succedute, com noto, varie proposte teoriche e vari tentativi di classificazione dei partiti5:
Come ha notato Massari (2004, p. 63), il centro il vero luogo del potere, anche perch i legami verticali prevalgono su quelli orizzontali. Ma la legittimazione dei centri di autorit e di potere avviene per via democratica, attraverso lelezione dei delegati delle istanze inferiori sino a quelle superiori e attraverso la partecipazione dal basso, in cui la figura prevalente e privilegiata quella dei militanti. 3 Ci pare condivisibile quanto scrive, a questo proposito, Alfio Mastropaolo (2000, p. 126): per quanto eterodiretta fosse la partecipazione entro e mediante i partiti, questi ultimi, quelli di massa in special modo, per un filone non marginale (ed anzi influentissimo dopo il travaglio delle dittature) della teoria costituzionale e politica, quello che segner le costituzioni del dopoguerra, [tra cui, innanzi tutto, Kelsen, n.d.a], costituiranno cos - come gi per Ostrogorski un elemento indispensabile per assicurare continuit e quotidianit alla democrazia, in grado di offrire al cittadino una sede e unopportunit per partecipare, informarsi, discutere pubblicamente, condividere le scelte politiche, se non influenzarle, per interagire con i rappresentanti, tra una consultazione elettorale e laltra. E in effetti proprio questo sono stati per lungo tempo i partiti, malgrado i loro limiti. Sono stati luogo di partecipazione, eterodiretta forse, ma pur sempre tale, in cui il cittadino veniva educato alla politica, dove si accrescevano i suoi livelli di competenza politica, dove lo si coinvolgeva e lo si gratificava. 4 Ad esempio, come funzionava veramente il centralismo democratico del PCI? Era solo una formula di accentramento burocratico delle decisioni, o di soffocamento del dissenso, o non funzionava anche come un circuito efficace di partecipazione e rappresentanza, dotato di una propria logica di accountability dei dirigenti nei confronti della base? E, per la DC, non si pu forse parlare di una sorta di poliarchia competitiva che, attraverso il meccanismo delle correnti, e il rapporto con lassociazionismo esterno, assicurava anchesso partecipazione e rappresentanza? 5 E dobbligo citare il partito catch-all, (Kirchheimer, 1966), il partito professionale-elettorale, (Panebianco, 1982), e pi recentemente il cartel-party , teorizzato da Katz e Mair (1995, tr.it. 2006). Accanto a ci, crescente stata poi lattenzione intorno alla personalizzazione della leadership, e al fenomeno del cosiddetto partito personale (Calise, 2004; Poguntke-Webb, 2005). Per una sintesi sullo stato attuale della riflessione sui partiti, Massari (2004). Tra le opere pi recenti e significative, citiamo qui, Dalton e Wattenberg [2000]; Diamonds e Gunther [2001]; Farrell, Holliday e Webb [2002]; Luther e Mueller-Rommel [2002]; Gunther, Montero e Linz [2002]. Allinterno di questi volumi ci sono molti saggi, anche di valore diseguale: tra i pi utili, ai fini dei temi qui trattati, Scarrow (2000), Scarrow-Webb-Farrell (2000), Poguntke (2002). Per una rassegna su questi studi, Ignazi [2004] e Hopkins [2004]. Una raccolta importante di
Versione provvisoria - 30 gen 2009 ma, nellultimo ventennio, il quadro si molto pi complicato. Limpressione che si ricava, oggi, dalle numerose ricerche pubblicate, quella di un quadro teorico che, in effetti, non sembra riuscire a tenere dentro un sistema concettuale che sia nello stesso tempo flessibile e comprensivo, la ricchezza e la variet dei fenomeni che oggi investono i partiti nelle democrazie contemporanee. Per quanto significativi e promettenti siano alcuni recenti contributi che cercano di ricostruire un quadro analitico compiuto delle diverse dimensioni empiriche che oggi possono concorrere ad una rinnovata analisi organizzativa dei partiti in chiave comparata6, la ricerca teorica si come frastagliata, e lo stesso moltiplicarsi di opere collettive che mettono a fianco molti casi di studio nazionali mostra come il tentativo di ricostruire una classificazione esaustiva dei modelli di partito, o una vera e propria nuova teoria dei partiti (ammesso che sia possibile o auspicabile, o che non sia preferibile quella che viene definita una middle-range theory), oggi stia incontrando non poche difficolt. Tuttavia, tra i terreni su cui la ricerca riuscita a fornire un qualche contributo di rilievo, si pu individuare proprio quello che costituisce loggetto della nostra attenzione, i modelli di democrazia interna, e la valutazione e interpretazione di un processo di democratizzazione che viene, da molti autori, individuato come una delle tendenze pi significative che sembrano oggi investire la vita interna dei partiti e la loro trasformazione: il problema di definirne le motivazioni, la natura, le finalit, i limiti e i possibili effetti. Sulle motivazioni, le spiegazioni pi ricorrenti sono abbastanza scontate: un bisogno di legittimazione della leadership, a fronte della crescente impopolarit dei partiti; un tentativo di ricostruire un rapporto con iscritti ed elettori sempre pi debole e sfilacciato; un bisogno di sperimentare nuove forme di coinvolgimento dellopinione pubblica. Sul senso e sugli effetti di queste tendenze, invece, le opinioni si dividono, soprattutto a proposito di una delle interpretazioni pi diffuse e accreditate, che proviene dallinterno del quadro teorico incentrato sul modello del cartel part y, ma che si poi allargata al di l dei limiti di questo modello. Secondo questa interpretazione, i partiti sono sempre pi proiettati nella dimensione del central office e concentrati nelle attivit dei public offices (ossia, per dirla in un linguaggio che pi abituale a chi, in Italia, ha vissuto e vive lesperienza dei partiti, sempre pi accentrati intorno alla leadership nazionale e alle attivit dei propri eletti nelle istituzioni) e sempre meno attenti alla dimensione del partito on the ground, ossia al partito che vive sul territorio, che assegnava un forte ruolo agli iscritti e ai militanti. E tuttavia, con un dato solo in apparenza paradossale, questi partiti, che pure hanno visto, generalmente, una costante diminuzione del numero dei loro iscritti, hanno anche vissuto una tendenza a conferire un accresciuto potere decisionale alla loro base, specialmente in alcuni momenti chiave per la vita di un partito, quale la selezione dei candidati e la scelta della leadership. Come spiegare questo fenomeno? Secondo linterpretazione pi ricorrente, la logica che ha guidato questo processo rimanda ad una consapevole strategia della leadership, alla ricerca di una legittimazione diretta dalla base, by-passando, per cos dire, tutte quelle procedure, tipiche del vecchio partito di massa, che davano peso ad uno strato ampio di militanti e attivisti di base e ai gruppi dirigenti intermedi. Da qui, lappello diretto agli iscritti, o anche ad una base esterna di elettori e simpatizzanti, e la creazione di un circuito immediato di consenso tra leadership e membership, che permetta uninvestitura dal basso, ma conceda anche una larga autonomia strategica e libert di manovra dallalto. Una prassi e una concezione del partito che, molto spesso, non rifugge da venature plebiscitarie e populistiche, accentuando la contrapposizione tra i
saggi, in italiano, in Bardi [2006]. Sulla pi recente evoluzione dei partiti italiani, Bardi-Ignazi-Massari (207) e Morlino-Tarchi (2006). 6 Per unanalisi recente delle dimensioni organizzative dei partiti, si veda, in particolare, Raniolo [2006]. Montero e Gunther (2002, in particolare, pp. 8-19) hanno proposto uninteressante ricostruzione, non tanto dei modelli teorici di partito, ma degli approcci generali di teoria politica con cui si guardato e si guarda ai partiti: lapproccio strutturalfunzionalista, quello rational-choice (in diverse versioni, pi o meno soft), e un approccio di tipo induttivocomparativistico.
Versione provvisoria - 30 gen 2009 cosiddetti apparati e il leader, e additando le resistenze degli stessi apparati come fattore di freno al libero ed efficace dispiegarsi della strategia del vertice. Questa interpretazione dei processi di democratizzazione, e della loro ambivalenza, consente indubbiamente di cogliere il senso di molti processi di cambiamento organizzativo che hanno caratterizzato i partiti europei nellultimo ventennio. Tuttavia, appare piuttosto schematica la visione secondo cui la middle-level elite, scavalcata e depotenziata dalle procedure di elezione diretta, sarebbe portatrice di posizioni ideologiche un po retr, o pi radicali, che impedirebbero la pi disinvolta capacit di manovra dei nuovi leader modernizzanti. E uninterpretazione che, come stato osservato, appare ricalcare troppo, e limitarsi a generalizzare, una vicenda sicuramente significativa, ma pur sempre circoscritta, quale stata quella del New Labour di Tony Blair, e assume come un dato scontato, e non sempre comprovato dalla ricerca sul campo che gli elettori siano pi docili degli iscritti o dei militanti. Non c dubbio che questa fosse la situazione nel Labour Party pre-Blair, a causa dello storico legame con le Trade Unions; ma non pare che sia una diagnosi sempre e comunque valida7. A noi sembra piuttosto che, in questo modello interpretativo, variamente declinato da diversi autori, risulti pi significativo, e forse pi generalizzabile, un altro elemento, che avremo modo di riprendere ampiamente nel corso di questo lavoro: quello di una visione atomizzata e individualistica della partecipazione democratica che sembra prevalere oggi in molti partiti. La creazione di un circuito immediato di legittimazione tra la leadership e la base, in altri termini, presuppone non solo il superamento delle procedure di democrazia rappresentativa che vigevano nei vecchi partiti, ma anche linaridimento di unaltra classica funzione dei partiti, quello di essere luoghi di discussione politica, di confronto e di elaborazione programmatica e, con ci stesso, di formazione di una cultura politica condivisa. Come scrive Mair, i partiti, in effetti, stanno operando unattenta e consapevole distinzione tra diversi elementi allinterno del party on the ground, nel senso che il processo di democratizzazione interno si va estendendo ai membri in quanto individui piuttosto che a ci che possiamo definire il partito organizzato sul territorio (Mair, 1994, 16). Si tratta di un giudizio a nostro parere largamente condivisibile e comprovato da numerose esperienze concrete: un giudizio da tenere ben presente, nel momento in cui affrontiamo il tema dei modelli di democrazia che oggi caratterizzano i partiti o che potrebbero caratterizzare i partiti. 3. I MODELLI ELITISTICO-ELETTORALISTICI DI PARTITO E LE POSSIBILI ALTERNATIVE Se si eccettua questa recente riflessione sul senso dei processi di democratizzazione che sembrano caratterizzare, in varia misura, le attuali tendenze dei partiti contemporanei, non si pu dire che il tema della democrazia interna, e dei modelli cui si ispirano, abbia trovato un rilevante spazio autonomo nellanalisi e nella ricerca sulle trasformazioni dei partiti8
Per alcune osservazioni critiche, Carty, (2006, pp. 96-97) e Scarrow-Farrell-Webb (2000, p. 133). In particolare, Bosco (2000, pp. 34-35) sottolinea la rigidit dello schema oppositivo tra leaders e attivisti, contestando che la membership possa essere vista, in modo indifferenziato, come un ostacolo al mutamento. Sulle vicende del New Labour Party, si vedano Calise (2000, pp. 39-48), Massari (2004, p. 145), Webb (2002). 8 Valga per tutti, a significare questa assenza, il caso di un importante contributo, com stato quello di Angelo Panebianco (1982). Panebianco faceva perno sul primato dellanalisi organizzativa dei partiti e conseguentemente poneva al centro il tema del potere organizzativo, ovvero una visione dei partiti in grado di spiegarne il funzionamento e le attivit organizzative soprattutto in termini di alleanze e conflitti per il potere tra i diversi attori che compongono lorganizzazione (p. 11). Non vi era quindi uno spazio teorico autonomo per una riflessione sul modello di democrazia che nei diversi partiti poteva manifestarsi. Ed significativo annotare come Panebianco tratti apertamente il classico tema della democrazia di partito solo allinterno di una nota, riconducendolo (e cos ridimensionandolo) al problema dei margini di manovra dei leaders vis--vis con gli altri membri dellorganizzazione, come espressione di uno dei possibili dilemmi organizzativi che i partiti si trovano a fronteggiare, quello tra efficacia e democrazia, considerato per dallautore solo come collegato ai dilemmi che egli considera principali (e in particolare a quello che vede libert dazione vs. costrizioni organizzative)
Versione provvisoria - 30 gen 2009 Tuttavia, a ben guardare, le linee di tendenza con cui comunemente vengono descritte tali trasformazioni toccano tutte profondamente il tema della democrazia interna e vanno nel senso di un modello di partito che possiamo definire elitistico-elettoralistico. Se ne possono indicare qui alcune caratteristiche: a) Una crescente professionalizzazione dei partiti: dalla tradizionale burocrazia, dotata di competenze politico-amministrative si va verso una struttura dominata da professionisti dotati di specifiche competenze specialistiche. E evidente che, in questo passaggio, conta molto poco un principio di legittimazione democratica: se la burocrazia rappresentativa dei vecchi partiti di massa (Panebianco, 1982, pp. 418-421) doveva comunque passare attraverso meccanismi di controllo elettorale interno, oggi la scelta degli staff specialistici che affiancano i leader esclude in partenza, e a priori, una qualche procedura democratica: da una forma di cooptazione in qualche modo legittimata collettivamente, si passa ad una pura e semplice nomina, fuori da un qualche circuito che investa il corpo del partito. Resta tutto da dimostrare, poi, che gli specialisti-professionisti svolgano solo un ruolo tecnico di supporto alla leadership, ossia che essi siano solo burocrati esecutivi: anzi, appare ben fondata una diffusa valutazione sul fatto che esse svolgano in realt un ruolo di direzione politica, e una funzione tuttaltro che subordinata in molte arene di definizione delle policies di un partito. b) La perdita di peso e di rilevanza politica di una membership diffusa e la crescente dimensione elettoralistica dei partiti. Questo tema pone il problema dei confini organizzativi di un partito: un partito , e rimane, per definizione, unassociazione volontaria9, fondata sulladesione di individui che ne condividono identit, progetti e programma, che vogliono concorrere alla loro elaborazione e costruzione e che sono disposti a contribuire attivamente, attraverso varie forme e gradi di partecipazione politica, allaffermarsi e al successo dellorganizzazione di cui sono parte. Il confine che separa un partito dallambiente esterno dato appunto dalla possibilit di identificare una membership e di delinearne la sfera dei diritti e dei doveri, delle prerogative e degli impegni. Se si ritiene che la vocazione del partito sia solo quella di produrre un messaggio o cercare un contatto diretto con una pi vasta opinione pubblica, perde interesse lidea o la prassi secondo cui questo messaggio e contatto debba avvenire anche attraverso una rete diffusa di presidi territoriali locali, e attraverso lattivazione di un personale di confine cui tutto il partito, nel suo insieme, possa fidarsi e in cui possa riconoscersi. Per usare una metafora militare, il quartier generale, per cos dire, sembra molto potente e influente, ma la catena di comando molto fragile, se non proprio spezzata. E le truppe sul campo appaiono s autonome, ma anche, molto spesso, disorientate, non in grado di comprendere come si muove il resto dellesercito. c) Da un partito fondato sulla preminenza dei dirigenti interni e dalla direzione di organi collegiali, il passaggio verso il partito professionale elettorale sarebbe segnato dalla prevalenza dei rappresentanti pubblici (gli eletti) e da forme di direzione personalizzate. Da quanto detto in precedenza evidente come la questione del progressivo svuotamento degli organi di direzione collegiale e del conseguente ridimensionamento del potere dei dirigenti eletti da tali organi, a favore di forme di leadership personalizzata, costituisca il cuore dei problemi con cui oggi chiamato a misurarsi chi voglia riflettere sul destino dei partiti. Potremmo riassumere cos il nodo da affrontare: se il partito di massa, nelle sue varie declinazioni conosciute anche nel nostro paese, sembra tramontato e irrecuperabile, davvero lalternativa obbligata quella descritta dal modello ideatipico di partito professionale elettorale o elististico-elettoralistico? e se, come abbiamo visto, la
Che, oggi, i partiti non siano solo associazioni volontarie, e svolgano anche un ruolo pubblico, perci stesso legittimando una qualche forma di regolazione legislativa, indubbio: basti pensare al tema del finanziamento pubblico e al tema connesso del controllo su questi fondi. Ma ci non toglie che la definizione di partito presuppone comunque una dimensione associativa su basi volontarie.
Versione provvisoria - 30 gen 2009 dimensione democratico-rappresentativa che regolava, in forme molto varie, la dinamica organizzativa dei vecchi partiti di massa, sembra insufficiente, davvero la scelta, o la tendenza ineluttabile, quella che ci porta a forme di democrazia interna di tipo immediato e plebiscitario? Inoltre, in questo quadro interpretativo, viene anche meno il ruolo del partito come forma di partecipazione dei cittadini: si elimina, per cos dire, alla radice il problema stesso dei caratteri possibili di questa partecipazione, sia che essa fosse vista, nei partiti del passato, solo come una forma di mobilitazione indotta dallalto, sia che se ne sottolineasse il ruolo che essa poteva svolgere, caso per caso, come fonte di legittimazione democratica dei dirigenti e della linea del partito. Di fronte a parties without partisans (Dalton-Wattenberg, 2000), quale che sia il giudizio sul passato, il tema di una democrazia interna dei partiti tende oggi ad eclissarsi e ci che sembra affermarsi oramai quello che possiamo definire un modello elitista di democrazia. Che vi sia una forte tendenza ad una trasformazione dei partiti odierni nel senso qui sommariamente richiamato, o che quello che abbiamo definito un modello elitistico di democrazia interna sia oggi un paradigma dominante, appare indubbio: quel che vorremmo provare a contestare che questo sia oramai un modello senza possibili alternative. In particolare, di fronte alla scarsa plausibilit di un mero ritorno alle logiche organizzative dei vecchi partiti di massa, si pone il problema di definire una concezione diversa della democrazia interna dei partiti (o, meglio, di quelli che, tra di essi, si pongono obiettivi di trasformazione democratica della societ): noi crediamo che una possibile linea di ricerca sia quella che attinga ad una rinnovata concezione della democrazia rappresentativa, integrandola e arricchendola con le feconde acquisizioni teoriche e pratiche che provengono da uno dei pi promettenti filoni del pensiero politico democratico contemporaneo: quello della democrazia deliberativa. 4. IL MODELLO TEORICO DELLA DEMOCRAZIA DELIBERATIVA: E POSSIBILE APPLICARLO AI PARTITI? Il tema dei modelli di democrazia che possono guidare e caratterizzare la vita di un partito si pu porre a partire da alcune cruciali funzioni che i partiti, oggi, continuano ad esercitare: la selezione dei candidati alle cariche pubbliche, la scelta e la legittimazione della leadership e quella dei propri gruppi dirigenti, le forme dellelaborazione programmatica e la costruzione di unidentit collettiva. Ciascuna di queste funzioni pu essere concepita, declinata e praticata secondo due diversi modelli che assumiamo qui, naturalmente, in termini idealtipici: il primo pu essere appunto, definito, come abbiamo appena visto, come elitistico-elettoralistico (o anche, in alcune sue versioni, o per alcuni suoi aspetti, elitistico-plebiscitario); il secondo, come democratico-rappresentativo e democraticodeliberativo. Per questo, prima di affrontare pi direttamente lanalisi delle tre funzioni dei partiti sopra richiamate e vederne la diversa declinazione nei due modelli idealtipici che abbiamo prospettato, appare opportuno una breve digressione per chiarire in che senso una concezione deliberativa della democrazia possa oggi essere applicata anche ad un oggetto del tutto peculiare, quale appunto la democrazia interna di un partito. La riflessione e il confronto critico sul modello teorico della democrazia deliberativa hanno assunto oramai dimensioni molto ampie ed essa costituisce senza dubbio uno dei pi rilevanti terreni su cui si sta esercitando la riflessione contemporanea sulla democrazia: non possiamo certo, in questa sede, - n sarebbe utile ai nostri fini addentrarci su questo terreno, anche perch, sulla base dellispirazione di autori diversi tra loro come Habermas e Rawls (o, pi indietro nel tempo, Dewey), vi sono sviluppi, versioni e interpretazioni differenti di questo modello Quel che va
Versione provvisoria - 30 gen 2009 sottolineato che vi per un nucleo comune di principi, ai quali appare opportuno riferirsi anche da unottica molto particolare quale quella che qui stiamo adottando10.. Va precisato, innanzi tutto, che la democrazia deliberativa si pone come un modello normativo, ma che essa offre, proprio per questa sua natura, un quadro teorico di riferimento per lanalisi dei concreti processi democratici di decision-making e, nello stesso tempo, per la progettazione e la sperimentazione di pratiche partecipative innovative rispetto ad una tradizionale concezione della partecipazione democratica. Come scrive Jon Elster (1998, pp. 1-8, nostra traduzione), nellintroduzione ad una delle migliori raccolte di saggi su questo tema, democrazia deliberativa un processo decisionale condotto per mezzo di una discussione tra cittadini liberi ed eguali, alla cui base vi lassunzione secondo cui la democrazia si fonda sulla trasformazione pi che sulla mera aggregazione delle preferenze. Il luogo in cui le preferenze si trasformano la discussione pubblica: ovvero, scrive ancora Elster, un processo di collective decision-making che democratico in quanto prevede la partecipazione di tutti coloro sono coinvolti in una decisione o dei loro rappresentanti; e che deliberativo in quanto si svolge attraverso argomenti offerti da, e a , partecipanti che siano orientati [committed] da valori di razionalit e imparzialit [corsivi nostri]. Troviamo qui sintetizzati gli aspetti cruciali del modello normativo: lidea che le preferenze (i valori, gli interessi, le opinioni) dei cittadini non possano e non debbano solo essere contate o aggregate, attraverso procedure di voto, ma possano e debbano formarsi e trasformarsi nel corso di una discussione pubblica che si svolga su basi di imparzialit, parit e di eguaglianza; lidea che una decisione collettiva possa essere assunta sulla base di argomenti razionali, e sulla base di informazioni e conoscenze condivise (e non, necessariamente, sulla base di un negoziato tra interessi contrapposti e/o di un conflitto che veda una tesi prevalere sullaltra) ; lidea che una decisione collettiva debba essere assunta sulla base della partecipazione di tutti coloro che sono, in varia misura, coinvolti nella decisione stessa, ovvero sulla base di un principio di massima inclusivit. Ci che conta che tutti coloro che abbiano qualcosa da dire su una decisione che, in varia misura, li tocca direttamente, abbiano la possibilit di farlo; e che possano riconoscere il fatto che, comunque, della loro opinione si sia discusso e che, in una qualche misura, essa sia stata presa in considerazione e abbia contribuito al definirsi di una soluzione quanto pi possibile condivisa e di una base comune di consenso. Sulla base di questi assunti, naturalmente, si sono sviluppate diverse versioni o interpretazioni, sul senso e le finalit che pu assumere una concezione deliberativa della democrazia11 . In particolare,
Sulla democrazia deliberativa la letteratura oramai molto vasta: ci limitiamo qui a segnalare le raccolte antologiche pi significative: Elster (1998), Macedo (1999), Bohman-Rehg (1997). Sugli sviluppi e le applicazioni di questo approccio negli USA, Gastil.-Levine (2005), e i testi di Guttman-Thompson (1996 e 2004). Il testo di riferimento, dal punto di vista filosofico, quello di Habermas (1992). In italiano si vedano i saggi di Luigi Bobbio (2005 e 2007), Pellizzoni (2005), Lanzara (2005), Regonini (2005), Giannetti (2007). Sulla legge regionale della Regione Toscana sulla partecipazione, che alla democrazia deliberativa si ispira, Floridia (2007). In Italia, unazione meritoria di divulgazione stato svolta dalla rivista Reset e dal suo direttore Giancarlo Bosetti, rischiando tuttavia di appiattire (con non pochi possibili equivoci) la ricchezza di prospettive di questo filone del pensiero democratico, per uneccessiva identificazione con le proposte avanzate dal politologo americano Fishkin (2003) e con la specifica proposta metodologica da questi avanzata, il Deliberative Poll , che ne costituisce solo una delle possibili applicazioni. 11 Mastropaolo (2001, p. 1626-1627) riassume efficacemente le varie posizioni in campo: la teoria deliberativa non sempre si pone il medesimo traguardo, n i suoi traguardi sono tutti ugualmente realistici. Talvolta richiede ai cittadini un impegno di marca repubblicana a spogliarsi delle loro preferenze private, a esercitare la virt civica e a perseguire nellattivit deliberativa il bene comune. Talaltra propone uno standard per misurare la legittimit democratica delle decisioni, indicando una procedura deliberativa ideale che pretende che i cittadini concorrano a tali decisioni in condizioni di piena libert, uguaglianza e pubblicit. Talvolta ancora lo standard fissato per definire quando una decisione sia equa o moralmente corretta. Se non che, se questo genere di dibattiti testimonia il diffuso disagio sulle procedure attualmente vigenti nelle democrazie sviluppate, si d anche il caso che la deliberazione pi modestamente e pi realisticamente si proponga quale tecnica utile a rafforzare la vocazione delle istituzioni democratiche a
Versione provvisoria - 30 gen 2009 sulla base di questo modello normativo, si possono sviluppare concezioni pi o meno esigenti o restrittive delle condizioni che permettono di definire come democratico un processo collettivo di decisione politica. Non possiamo, in questa sede, addentrarci su questo terreno: a noi qui interessa comprendere quali spunti possano derivarne per un tipo particolare di decisioni politiche, o di procedure democratiche, quali sono quelle che possono svilupparsi in un partito politico. A noi sembra che la chiave di volta, per affermare una rinnovata visione della partecipazione democratica anche allinterno di un partito, sia quella che prospetta unalternativa tra logiche aggregative e logiche trasformative. Logiche aggregative sono quelle che scelgono, nella costruzione di una decisione, di assumere come date (o esogene) le preferenze (opinioni, giudizi, credenze) degli attori e che si limitano a sottoporle ad una procedura di voto: a contarle, secondo regole che, generalmente, nel caso di procedure democratiche, sono di tipo elettorale e si fondano su un principio di maggioranza. Logiche trasformative sono quelle che assumono invece una visione complessa delle preferenze iniziali degli attori: come opinioni e giudizi (o pre-giudizi) fondati su una base informativa parziale, o anche distorta, e su schemi cognitivi parziali e non sempre dotati di una propria coerenza interna; e come preferenze spesso volatili o contraddittorie, caratterizzate da un grado mutevole di consapevolezza riflessiva. Proprio perch assumono questo stato delle condizioni iniziali di un processo decisionale, le logiche trasformative proprie di una concezione deliberativa della democrazia affidano un grande ruolo alla costruzione di spazi dialogici, e di procedure regolate e strutturate, attraverso cui a) si possa sviluppare uno scambio razionale di argomenti tra gli attori; b) si possano confrontare, letteralmente, diversi punti di vista su un problema; c) si possa costruire un processo di apprendimento collettivo e una base informativa comune e quanto pi possibile condivisa; d) in definitiva, si possa verificare un processo di mutamento delle opinioni e dei giudizi iniziali e si possa misurare il grado ed il livello di consenso tra gli attori che in tal modo stato perseguito o raggiunto. Una procedura propriamente definibile come deliberativa pu anche concludersi con un voto e pu anche intrecciarsi o combinarsi con unaltra possibile modalit del decidere, cio il negoziato ; ma il voto, o lo scambio negoziale, in questi casi, emergono solo come esito di una processo che si fondato sulla discussione pubblica di argomenti e sullo scambio dialogico tra i partecipanti12. In questa visione della democrazia deliberativa, non vi una generica propensione partecipazionista, o unillusoria riproposizione della democrazia diretta; anzi, ne siamo agli antipodi. Qui, laccento cade sulle procedure attraverso cui si costruisce uno spazio deliberativo, sulle regole condivise (tempi e modi della discussione) attraverso cui si costruisce un processo decisionale. Come ha notato Jon Elster, in uno dei suoi testi pi importanti, non a caso dedicato a un tema quanto mai politico quale quello dei processi di elaborazione delle Costituzioni, la procedura agisce sulla trasformazione, lespressione e laggregazione delle preferenze in forme che possono essere cruciali per lesito finale (2005, p. 46)13. Ovvero, il come si discute, la definizione di un setting deliberativo, incide sulla qualit democratica della deliberazione. Ed solo attraverso
comporre i conflitti, sfruttando non solo la modificabilit delle preferenze, ma anche la difficolt a sostenere in sede di dibattito pubblico che una data soluzione preferibile in quanto avvantaggia i suoi proponenti. Il riferimento, in queste ultime parole, alle tesi di Elster sulla forza civilizzatrice dellipocrisia (su cui si veda la nota successiva). 12 Elster afferma che sono tre le procedure attraverso cui pu essere assunta una decisione politica: arguing, bargaining and voting e che, naturalmente, possono darsi situazioni in cui le tre procedure (o due tra di esse) si combinano: in particolare, nelle procedure di bargaining, pu darsi un uso strategico dellargomentazione. Inoltre, anche in unarena deliberativa, un individuo pu essere mosso da una logica self-interested, ma nondimeno indotto ad utilizzare argomentazioni che si appellano allinteresse generale. E quella che Elster definisce appunto come the civilizing force of hypocrisy, che costituisce, in fondo, come scrive lautore, a further, second best argument for deliberation (1998, p. 12). 13 La citazione tratta da un testo di Elster che offre un magistrale esempio di analisi delle dinamiche proprie di un contesto deliberativo, in cui si combinano strategie argomentative e strategie negoziali: la ricostruzione che egli propone di due momenti cruciali di fondazione della democrazia dei moderni, lAssemblea costituente francese del 1789 e la Convenzione di Philadelphia del 1787 (J. Elster, 2005).
Versione provvisoria - 30 gen 2009 una corretta determinazione delle procedure, che la discussione pubblica pu produrre i suoi benefici effetti: una maggiore legittimazione della decisione finale, un arricchimento delle capacit critiche degli individui, (delle loro virt civiche, secondo la classica posizione di John Stuart Mill), la produzione di maggiori legami sociali e di fiducia reciproca. Il quadro fin qui delineato del modello normativo della democrazia deliberativa, naturalmente, si scontrato e si scontra con numerose obiezioni, che investono soprattutto il grado di realismo o di praticabilit delle assunzioni, o lesistenza effettiva dei requisiti (innanzi tutto, le basi informative e gli schemi cognitivi) che possono garantire il carattere democratico della deliberazione e i principi di eguaglianza e razionalit su cui esso deve fondarsi (la situazione discorsiva ideale, di cui ha parlato Habermas). Ma un modello normativo tale, appunto, se propone dei paradigmi attraverso cui valutare i processi reali o a cui ispirarsi nella costruzione di strategie innovative. Piuttosto, per avvicinarci al nostro tema, si pone il tema di come si concilia questa visione della democrazia deliberativa con i principi e le procedure della democrazia rappresentativa. Una pratica deliberativa, evidentemente, possibile ed auspicabile allinterno degli organismi della democrazia rappresentativa (non a caso, abbiamo o dovremmo avere dei Parlamenti) 14, allinterno di un organismo collegiale, o anche allinterno di un qualsiasi gruppo di individui (cos, ad esempio, si potuto parlare della logica deliberativa che guida alcune associazioni o movimenti sociali); ma, ecco il punto, possibile anche allinterno di una peculiare associazione politica quale un partito? Il tema del rapporto tra modelli e pratiche di democrazia deliberativa e le istituzioni della democrazia rappresentativa , evidentemente, molto pi ampio; cos come quello del ruolo che i partiti, nella loro classica funzione di raccordo e di intermediazione tra societ e istituzioni, possono e potrebbero svolgere nella creazione e nello sviluppo di una sfera pubblica di discussione e di confronto che interagisca attivamente con il lavoro delle istituzioni rappresentative15. Ma linterrogativo che qui ci interessa un altro: a fronte di un possibile (e molto concreto, visibile e operante sotto i nostri occhi, nelle democrazie contemporanee) modello elitistico-plebiscitario di democrazia e a modelli di partito che alla stessa logica mostrano di ispirarsi, possibile, o realistica, unalternativa, teorica e pratica, che punti a rifondare un modello di democrazia rappresentativa e ad integrarlo, arricchirlo o rinnovarlo, con le acquisizioni che ci provengono dal modello della
Per un approccio originale allanalisi dei discorsi parlamentari, fondato sulla teoria degli speech acts, si veda Steiner-Bchtiger-Sprndli-Steenberger (2004). 15 Da questo punto di vista, come ha osservato J. Johnson (2005), in uno dei rarissimi contributi che sono stati dedicati al tema del rapporto tra democrazia deliberativa e partiti, alcuni spunti presenti in alcuni importanti autori che hanno contribuito allo sviluppo di questo filone del pensiero democratico, non sono stati raccolti e sviluppati dalla ricerca successiva. In particolare, Manin (1995, pp. 356-7) ha ricordato come i partiti possano essere considerati come uno strumento importante per superare la natura necessariamente limitata della deliberazione: in altri termini, i partiti possono operare per focalizzare la discussione e il dibattito pubblico su un qualche sotto-insieme dei possibili modi di risolvere un qualsiasi conflitto; o, come sottolinea un altro autore (Christiano, 1996), per strutturare la discussione su alcune public issues, in modo da renderle accessibili agli elettori non specialisti. Insomma, i partiti, secondo una classica visione del loro ruolo, dovrebbero svolgere un ruolo di costruzione di una sfera pubblica che alimenti e irrobustisca il circuito della rappresentanza e della partecipazione. Sulle ragioni che, tuttavia, a parte queste eccezioni, hanno condotto il pensiero deliberativista ad ignorare il ruolo dei partiti, la valutazione di Johnson molto netta: alla base vi lassunzione dei partiti come modi di coordinamento dei cittadini per obiettivi elettorali, ossia una visione dei partiti come organizzazioni strutturalmente guidate da una logica aggregativa, e quindi divisiva, estranee per loro natura alla logica della deliberazione, che mira alla ricerca del consenso. Questa posizione simmetrica a quella di quanti (ad es, Mouffe, 2000) vedono nella democrazia deliberativa una logica che cerca di annullare o depotenziare il conflitto sociale -, ignora, secondo Johnson, la possibilit di superare una rigida dicotomia tra aggregazione e deliberazione: in particolare, possibile concepire la sfera e il dibattito pubblico come il luogo di una comprensione condivisa delle preferenze, come un luogo di strutturazione delle preferenze, che le renda meno volatili e instabili, e dunque produca una comprensione condivisa delle dimensioni del conflitto [che] non elimina un sostanziale disaccordo sui modi migliori di risolvere il conflitto stesso. E dunque, conclude Johnson, forse pi appropriato affermare che la deliberazione struttura il disaccordo, pi che insistere sul fatto che essa produca accordo. Se cos, il ruolo dei partiti pu essere utilmente riconsiderato e offre anche dei buoni argomenti ai sostenitori della democrazia deliberativa, permettendo di collocare il loro lavoro pi stabilmente nella tradizione di teorici della democrazia come Madison, Stuart Mill e Dewey, i quali tutti difesero il governo rappresentativo in quanto comprensivo sia di aspetti aggregativi che di aspetti deliberativi.
Versione provvisoria - 30 gen 2009 democrazia deliberativa? E questo il tema dei prossimi paragrafi, che cercheremo di affrontare nel modo pi concreto possibile, analizzando dapprima la forma molto diversa che possono assumere alcune funzioni-chiave dei partiti, e poi direttamente analizzando il modello di procedure democratiche che viene delineato in un testo particolarmente interessante anche come caso di studio: lo Statuto di un partito, il PD, che vive ancora, di fatto, in una fase costituente. 5. MODELLI DI DEMOCRAZIA E MODELLI DI PARTITO Il tema dei modelli di democrazia che possono guidare e caratterizzare la vita di un partito si pu porre a partire da alcune cruciali funzioni che i partiti, oggi, continuano ad esercitare: a) la selezione dei candidati alle cariche pubbliche; b) la scelta e la legittimazione della leadership e quella dei propri gruppi dirigenti; c) le forme dellelaborazione programmatica e la costruzione di unidentit collettiva. Nelle pagine seguenti ne analizzeremo le caratteristiche, ponendo a confronto le diverse possibili declinazioni che esse possono ricevere, sulla base di due modelli idealtipici di partito: quello che abbiamo definito elitistico-elettoralistico e quello rappresentativo-deliberativo. a) La selezione dei candidati e le primarie: contro i partiti, o per i partiti? Nel linguaggio corrente, almeno in Italia, invalso luso di comprendere sotto il comune termine primarie fenomeni di natura ben diversa. E la prima distinzione da compiere riguarda proprio loggetto di queste procedure elettorali. Il termine primarie rispettando cos uno standard internazionale largamente condiviso va esclusivamente riservato alle elezioni che hanno come oggetto la selezione dei candidati di un partito alle cariche pubbliche: le elezioni che, invece, hanno come oggetto la scelta del leader del partito (nazionale o ad altri livelli) non sono propriamente definibili come primarie, per quanto possa esservi unambiguit, o una sovrapposizione, laddove la scelta del leader del partito coincida anche, per convenzione o per una regola statutaria, con la scelta del candidato che il partito propone per la carica di capo del governo16. Gi questa prima distinzione ci introduce al tema cruciale del nostro discorso: come si conciliano meccanismi di elezione diretta e struttura organizzativa di un partito? Che modello di partito compatibile con luso sistematico di procedure elettorali che prevedano la legittimazione e linvestitura diretta dei leader e/o dei candidati? In questo paragrafo, affronteremo il tema della primarie, propriamente definite, riservando ad un paragrafo successivo il tema della selezione della leadership di partito. Sui modi con cui i partiti, in passato e oggi, abbiano svolto svolgano la propria funzione di reclutamento, formazione, e selezione dei propri candidati alle elezioni, esistono oramai numerose analisi: ma a noi, qui, interessa soprattutto richiamare una posizione di principio: se formare e selezionare il personale politico compito insostituibile dei partiti, ad essi spetta il compito e la responsabilit di proporre i propri candidati. Ed una loro autonoma prerogativa, che deriva dalla loro natura di associazioni volontarie di individui che condividono valori, programmi e obiettivi e che si organizzano per cercare di affermarli nella competizione politica ed elettorale. In quanto associazione volontaria ed autonoma, ciascun partito pu adottare le procedure che ritiene pi adatte alla propria natura e che i loro stessi iscritti, militanti o elettori possono accettare o rifiutare. E spetta ai partiti trovare e praticare, eventualmente, metodi democratici al proprio interno per individuare i candidati da proporre agli elettori. Possono anche non farlo: partiti con una leadership
Le primarie del 14 ottobre 2007, che hanno eletto Veltroni alla segreteria del PD, si collocano appunto lungo questo crinale: innanzi tutto, sono state la scelta del leader del nuovo partito, ma anche lindicazione del candidato del partito alla carica di Presidente del Consiglio, in caso di vittoria alle successive elezioni politiche. Ma il voto del 14 ottobre, come si ricorder, ha riguardato anche lelezione dei segretari regionali del partito: in questo caso, non vi stata alcuna sovrapposizione e non possiamo quindi propriamente parlare di primarie, ma di un meccanismo di elezione diretta dei leader regionali del partito.
Versione provvisoria - 30 gen 2009 dalle spiccate caratteristiche carismatiche, o partiti dalla spiccata natura personale, possono anche ignorare qualsiasi istanza democratica nelle procedure di selezione dei propri candidati e possono anche, come accade, delegare tale funzione ad un gruppo ristretto o, anche, in ultima istanza, ad una sola persona. Il punto dirimente allora il grado di autonomia e di controllo che un partito esercita sulle proprie procedure di selezione dei candidati, e le caratteristiche che assumono queste procedure: il tema delle primarie va posto allinterno di un tale contesto, per il quale risulta dunque decisivo il grado di istituzionalizzazione e di strutturazione del partito e il tipo di sistema politico e istituzionale in cui un tale partito agisce. Da questo punto di vista, uneccellente sistemazione teorica quella che stata fornita da due politologi israeliani, Hazan e Rahat17, che hanno costruito una griglia interpretativa fondata su quattro dimensioni: a) la maggiore o minore esclusivit (o inclusivit) del cosiddetto selectorate, ovvero il corpo che ha titolo a decidere o a partecipare alla selezione dei candidati; b) la maggiore o minore ampiezza della candidacy, ovvero linsieme di coloro che hanno diritto o possono accedere alla candidatura; c) il maggiore o minore grado di centralizzazione del processo decisionale18; d) il carattere elettorale della procedura di selezione dei candidati, o il suo essere fondata su un potere o un atto di nomina. Allinterno di questo schema teorico, si va quindi da un estremo in cui lintero elettorato, potenzialmente, a poter concorrere alla scelta del candidato di un partito ( il caso di alcuni modelli di primarie negli Stati Uniti) al caso opposto, in cui solo il leader del partito a decidere, passando attraverso le situazioni in cui sono solo gli iscritti, o solo gli organi collegiali, di un partito ad esercitare questo potere di nomina. Analogamente, vi possono essere casi in cui tutti i cittadini possono essere candidati, quelli in cui sono solo gli iscritti a poterlo essere, o in cui (caso estremo di esclusivit) oltre alliscrizione si richiedono ulteriori requisiti. Le primarie, evidentemente, si collocano, nello schema qui delineato, tra le forme di selezione pi inclusive: gi, ma che tipo di primarie, e per che tipo di partito? Una lettura ricorrente del significato delle primarie pone questo strumento come un fattore di indebolimento dei partiti. Lorigine di questa interpretazione, in effetti, si fonda su solide ragioni storiche19: come ha scritto Fabbrini (2005, p. 68) nel movimento riformatore che, alla fine dellOttocento, ha sostenuto le primarie dirette, ha convissuto una doppia esigenza, quella di aprire i partiti e quella di superarli. Le primarie furono uno degli strumenti con cui si scardinarono i vecchi confini organizzativi dei partiti americani, aprendo una funzione-chiave, quale appunto la nomina dei candidati alle elezioni, allinfluenza di una pi vasta platea di attori. Rileggere oggi i testi dei discorsi che accompagnarono nel 1903, in Wisconsin, lapprovazione della seconda legge statale americana che istituiva e rendeva obbligatorie le primarie (la prima fu quella della Carolina del Sud, nel 1896), risulta per molti versi di sorprendente attualit, per il confrontarsi di argomenti che richiamano, da una parte, le ragioni del libero e autonomo associarsi dei partiti e, dallaltra, una radicata cultura di ostilit e diffidenza verso i partiti (identificati come fazioni), ma anche
Numerosi i contributi di questi due autori: in italiano disponibile un saggio di Hazan (in Bardi, 2006). Si veda anche Hazan Rahat, 2006, e Hazan 2002. 18 Altri autori, come la politologa americana Norris [2005, p.93], hanno in particolare sottolineato limportanza della variabile centralizzazione nel processo decisionale attraverso cui si giunge alla nomination di un candidato, notando come, molto spesso, questo processo comporti una complessa sequenza di passaggi, a partire dalliniziale decisione di considerare possibile una candidatura, con un processo di selezione che vede operare molteplici poteri di veto ai diversi livelli (nazionale, regionale, locale o di corrente), fino alla sede formale in cui si adotta la decisione finale 19 Sulle origine delle primarie negli USA, esiste unampia letteratura storiografica e politologica, che qui ci possiamo limitare a richiamare solo in parte: Fabbrini (2005), Calise (1989, 1992, 2000), Testi (1992, 2008), Massari (2205, pp. 132-140), Melchionda (2005). .
Versione provvisoria - 30 gen 2009 linnegabile forza delle ragioni di quanti sottolineavano la chiusura e i vizi di quella che oggi chiameremmo partitocrazia20. Nel corso del Novecento americane, dopo alterne vicende, che qui non possiamo ripercorrere, e per le quali rimandiamo ai testi citati, le primarie si affermarono sempre pi nel sistema politico americano, soprattutto a partire dalla celebre e contrastata Convenzione del Partito Democratico che si tenne a Chicago, nel 1968. Ma la peculiare genesi delle primarie, e il ruolo che hanno svolto nel determinare le caratteristiche dei partiti americani, ha continuato a segnarne la visione e linterpretazione. La stessa American Political Science Association, in una celebre dichiarazione del 1950, afferm che le primarie aperte tendono a distruggere il concetto di membership come base dellorganizzazione partitica (APSA, 1950, 71). E ancora in un recente testo (Dalton e Wattenberg, 2002, p. 13), per citarne solo uno tra i tanti, viene esplicitamente teorizzato una sorta di trade-off tra la forza dei partiti e il ricorso a primarie aperte, interpretando la diffusione delle primarie come un sintomo, tout court, dellindebolimento dei partiti: un crescente numero di partiti, o di interi sistemi di partito, hanno accettato primarie, o altri metodi, che di fatto indeboliscono il loro ruolo nella selezione dei candidati. Lo stadio pi avanzato di questo fenomeno negli Usa, dove lespansione di primarie aperte o non-partisan ha minato la capacit di reclutamento dei partiti21. Noi riteniamo che una tale equazione non risponda, sempre e comunque, agli effetti che le primarie possono produrre22: riteniamo, anzi, che tali effetti dipendano in modo decisivo proprio dal grado di istituzionalizzazione dei partiti grado che, a sua volta, non pu essere addebitato allo strumento e alla pratica delle primarie, in quanto tale, ma ad un complesso di altri fattori e di altre condizioni politiche ed istituzionali e allo stesso modello di democrazia interna di partito entro cui si pu inscrivere il ricorso alle primarie. E riteniamo altres che tali effetti dipendano anche, in modo decisivo, dal modello di primarie che viene adottato. Da quanto fin qui osservato, il tema decisivo quello dei confini organizzativi e dellautonomia politica dei partiti, in relazione ad una loro funzione essenziale: il loro diritto di scegliere il volto con cui si presentano agli elettori, ma anche il loro dovere, la responsabilit politica che i partiti sono chiamati ad assumersi nel formare, selezionare e proporre i propri candidati ad una carica pubblica. Se assumiamo come punto di riferimento quelli che, comunemente, sono considerati i cinque modelli di primarie che sono oggi utilizzati negli Stati Uniti, possiamo trovare un ampio spettro di soluzioni procedurali che possono essere classificate lungo un continuum che vede un maggiore o minore grado di apertura e, conseguentemente, un maggiore o minore grado di controllo del partito sulla procedura elettorale.23 E possiamo senzaltro dire che ladozione di
Dobbiamo ad un lavoro del compianto Enrico Melchionda, la possibilit di leggere, in italiano, questi rari documenti, tra cui il celebre discorso,Menace of the Machine, con cui il leader del Progressive Movement, Robert La Follette, lanci nel 1897 la campagna per lintroduzione delle primarie nella legislazione del Wisconsin (Melchionda, 2005). 21 Nello stesso senso, Katz-Kolodny (1994), secondo cui i partiti, a causa delle primarie aperte diventano come un vascello vuoto a disposizione del comandante vincitore. 22 Questo legame causale diretto, tra primarie e debolezza dei partiti, tuttaltro che scontato per gli stessi Stati Uniti: in particolare, non detto che siano le primarie la causa della scarsa coesione dei partiti e della loro debolezza(specie a livello centrale) e che il livello centrale sia esso stesso davvero debole, come solitamente si ritiene. Su questi temi, si veda Massari (2004, 139-140).. 23 Oggi, negli Stati Uniti, come noto, possibile individuare almeno cinque possibili modelli di primarie (con molte possibili e ulteriori sfumature, da stato a stato): dalle primarie closed, a quelle closed ma aperte agli indipendenti, a quelle open declaration, fino a quelle private choice e a quelle blandet. Rimandiamo ai lavori di Massari, [2004, 132140]; Fabbrini, [2002, e 2005, 66-74), Gerber-Morton, (1998), Valbruzzi (2006), per un approfondimento dei caratteri di questa tipologia.. Ai nostri fini va segnalato, in particolare, il dibattito molto acceso che si sviluppato negli USA a proposito delle primarie blanket, oggetto di una controversia su cui si pronunciata la stessa Corte Suprema, in particolare con una sentenza del 2000 (530 US 567, California Democratic Party vs. Jones). Le primarie blanket sono quelle che prevedono ununica scheda, contenente tutti i candidati di tutti i partiti. Al centro, una questione di cruciale importanza: la sovranit di un partito nella scelta dei propri candidati e nelladozione stessa delle procedure con cui selezionarli. Questa, come pure altre sentenze, ha scritto O. Massari, [2004, 138-9] hanno riaffermato, nel nome della libert di associazione privata proclamata dal primo emendamento della Costituzione, il diritto dei partiti, contro le legislazioni statali, di decidere delle modalit in cui si debbano svolgere le primarie (Massari, 2004, pp. 138-139). In
Versione provvisoria - 30 gen 2009 un tipo o un altro di primarie, nel contesto europeo ed italiano, comporta conseguenze ben diverse sui partiti e in particolare su quelli che abbiamo definito i confini organizzativi di un partito, le sfere della sua autonomia e sovranit nellesercitare una funzione basilare quale quella della selezione dei propri candidati. b) Modelli di primarie e modelli di partito La prima distinzione da introdurre riguarda la concezione stessa delle primarie: e il criterio dirimente dato dalla possibilit di definire le primarie come una forma aperta e visibile di partecipazione politica e, in quanto tale, come una procedura elettorale per la quale il principio della segretezza del voto non pu essere posto negli stessi termini con cui si pone per elezioni democratiche che determinino lassegnazione di una carica istituzionale. Queste caratteristiche di partecipazione politica pubblica segnano il possibile rapporto con il partito che promuove le primarie: primarie che consentono allelettore una scelta privata (come in alcuni modelli americani) non costruiscono alcun legame con il partito che chiama gli elettori a pronunciarsi sulla selezione dei propri candidati; primarie che richiedano, invece, una libera e aperta manifestazione di volont politica da parte dellelettore, possono a certe condizioni instaurare un legame associativo e politico con il partito. Lelettore che, ad esempio, recandosi alle urne per le primarie, dichiara apertamente (come nel modello open declaration) di voler partecipare alle primarie di un determinato partito, richiedendo una specifica scheda o accettando di essere registrato in un apposito elenco, compie un gesto di rilevanza politica pubblica e la pubblicit di questa espressione di volont politica lunico vero antidoto al prodursi di fenomeni opportunistici diffusi e sistematici. Quali che siano le reali possibilit che fenomeni diffusi di cross over voting si producano 24, ad essi comunque oppone un argine decisivo ladozione del criterio sopra definito: ossia, non si pu applicare alle primarie il vincolo della segretezza del voto negli stessi identici termini con cui si pone per altre elezioni. Questo vincolo si pone bens, ovviamente, per le scelte relative allo specifico oggetto di unelezione primaria, e quindi certo segreto il voto per il candidato prescelto, ma non si pone negli stessi termini per quanto riguarda la decisione stessa di partecipare alle primarie di un determinato soggetto politico, piuttosto che a quelle di un altro. Affermare questa visione delle primarie, come forma visibile e pubblica di partecipazione politica, porta ad escludere quei tipi di primarie che, di fatto, annullano ogni possibilit di comunicazione, conoscenza e contatto tra i partiti e gli elettori che scelgono di concorrere alla selezione dei candidati di un determinato partito Le primarie, a certe condizioni, possono rivelarsi un canale di scambio informativo tra un partito e i suoi potenziali elettori: ma perch ci avvenga, occorre che tra partiti
particolare, con la citata sentenza del 2000, la Corte suprema ha accolto un ricorso del Partito Democratico californiano, dichiarando incostituzionale uniniziativa legislativa dello stato della California che mirava ad introdurre, obbligatoriamente, per lappunto, le primarie di tipo blanket. Come ha scritto Sergio Fabbrini,[2004, 72-73] il partito democratico californiano aveva argomentato che tale forma di primaria diretta [quella blanket] costituiva una negazione del suo diritto a preservare la propria organizzazione. 24 La ricerca teorica e le analisi empiriche sullesperienza delle primarie, soprattutto in USA, mostrano come il fenomeno del cosiddetto cross over voting, o fenomeni simili, siano in realt molto limitati: perch le interferenze opportunistiche e strumentali possano davvero incidere sul risultato occorre infatti che vi siano a) pochi votanti e b) un elevato grado di coordinamento strategico e di capacit di mobilitazione dei militanti ed elettori avversi, a tal punto da rendere determinanti i loroi voti. Peraltro, negli USA, come nota Gratteri, (2006, pp. 243-254) si tende a distinguere il vero e proprio cross over voting (che espressione di adesione sincera degli elettori di un partito avversario), dai fenomeni di raiding (intrusioni vere e proprie) e di hedging (elettori di un partito che transitano nel campo avverso per sostenere un candidato affine e limitare le conseguenze della eventuale sconfitta..; il c.d. hedging il comportamento degli scommettitori che puntano pro e contro la medesima opzione (ivi, p. 253). Analogamente, Gerber e Morton (1998) distinguono tra sincere cross over voting, con il quale un elettore sceglie effettivamente il candidato preferito di un altro partito, e negative cross over voting, con cui un elettore (mosso da fin troppo sofisticati, e improbabili, intenti strategici, occorre dire) sceglie, tra i candidati di un partito avverso al proprio, il candidato che ritiene possa essere pi facilmente sconfitto. Su questa tipologia di voto nelle primarie americane, si veda anche Valbruzzi (2005, pp. 114-115)
Versione provvisoria - 30 gen 2009 ed elettori vi sia un rapporto chiaro e trasparente. Primarie di tipo blanket o private choice annullano alla radice la possibilit di questo rapporto: le primarie, in questi casi, non sono pi un momento di partecipazione democratica alla selezione dei candidati della parte politica a cui un elettore dichiara di essere, vicino o interessato, ma un indifferenziato momento di confusione in cui ogni soggetto politico perde di fatto ogni sovranit sulle proprie scelte, n in grado, soprattutto, di costruire un qualche rapporto politico trasparente, di comunicazione e informazione, con i propri elettori o di sollecitarne la mobilitazione25. Questa prima distinzione (scelta privata o pubblica) decisiva, ma non risolutiva: segnala tuttavia un problema che si pone soprattutto nei casi in cui vige una qualche forma di regolamentazione legislativa delle primarie (ed infatti, si posto nellunico caso di legislazione italiana sulle primarie, la legge della Regione Toscana)26. Laddove si tratti di primarie auto-gestite da un partito e regolate da specifiche norme statutarie, non si pone tanto una questione di segretezza e privatezza del voto, quanto di livelli e forme di controllo che il partito pu esercitare sulle procedure e sul punto di equilibrio che si ritiene di poter individuare tra apertura e chiusura della potenziale platea di elettori. Ed opportuno qui precisare che, per controllo, non si deve intendere una finalit strumentale e manipolativa del partito, tesa a limitare o condizionare le scelte degli elettori, ma la capacit del partito di ricondurre il ricorso alle primarie ad una logica unitaria, governata da un soggetto politico che vuole mantenere il suo carattere di attore organizzativo unitario, e che assume le primarie come uno strumento consapevole della propria strategia di rapporto con gli elettori27. Escluse le forme di primarie che presuppongono una scelta privata, di fronte ad un partito che voglia mantenere la propria autonomia e assumere le primarie come una forma di partecipazione politica alla scelta dei propri candidati, si apre comunque un arco molto ampio di possibili soluzioni, sia per quanto riguarda la candidacy, ossia i criteri che regolano laccesso dei candidati alle primarie, sia per quanto riguarda il selectorate, ossia lampiezza del potenziale corpo elettorale che poi procede alla selezione. Dal punto di vista del selectorate, possiamo individuare un continuum di soluzioni, che vanno dalle primarie propriamente chiuse (solo gli elettori preventivamente registrati, in Usa; solo gli iscritti, nei partiti europei), alle primarie aperte con dichiarazione pubblica. Il nodo cruciale, ci che pu fare molta differenza, sta nella natura di questa dichiarazione pubblica, ovvero nel grado di impegno che si richiede allelettore potenzialmente interessato a partecipare ad una primaria. E evidente, infatti, che qui contano moltissimo le procedure di contorno, per cos dire, ovvero le regole che presiedono allo svolgimento delle primarie. Sono dettagli che possono avere rilevanti, e anche molto diverse, conseguenze. Ad esempio, primarie aperte, per le quali si chiede solo il pagamento di un obolo pressoch simbolico, o per le quali si richieda solo latto di presentarsi al seggio, costruiscono un rapporto labile e volatile tra il partito e il suo selectorate. Al contrario, primarie che, oltre al pagamento di una quota e alladesione ad una carta di intenti politici, prevedano (sin dallinizio, con un patto chiaro ed esplicito nei confronti dei partecipanti) che lelettore sia stabilmente inserito in una lista ufficiale di simpatizzanti o sostenitori, se da un lato possono ridurre lampiezza della potenziale platea di elettori, dallaltra possono costruire un rapporto pi solido e strutturato tra il partito e questi segmenti dellelettorato. Naturalmente, il partito che deve decidere che grado di apertura assegnare alle primarie; e qui contano evidentemente le finalit politiche e, in particolare, il modello organizzativo che un partito
Su questa funzione della primarie come canale di informazione e comunicazione tra i partiti e gli elettori, insistono Pasquino (2006) e Valbruzzi (,2005 e 2007). 26 Sulle vicende, e sulle diverse stesure, dellunico caso italiano di una legge sulle primarie, quella della Regione Toscana, si veda Floridia, (2006) e Fusaro (2006). Sulle prime esperienze di primarie in Italia, AA.VV (2006) e, ora, Venturino-Pasquino (2009). 27 Sul tema del controllo che i partiti possono esercitare sui processi di selezione dei candidati, si veda Hazan (2002, pp, 119-120): Se il partito non funziona come meccanismo di filtro, allora gli attori chiave del processo possono divenire i candidati stessi, che mobiliteranno direttamente i loro sostenitori. Lintero processo di selezione potrebbe dunque essere guidato dai candidati e non dai partiti. Il risultato potrebbe essere un indebolimento della disciplina e della coesione dei partiti e la creazione di una fonte duale di legittimazione dei candidati.
Versione provvisoria - 30 gen 2009 pratica e/o vuole perseguire (o, possiamo anche dire, la filosofia implicita che presiede alle sue scelte organizzative). Il vero punto discriminante, che pu distinguere profondamente usi e approcci alle primarie solo in apparenza simili, pu essere individuato proprio nel grado di strutturazione che un partito possiede e nel ruolo che, in questo specifico contesto, alle primarie viene affidato: un generico bisogno di legittimazione? Unoccasione di mobilitazione e di propaganda? Uneffettiva verifica sulla forza di alcune candidature? Oppure, oltre a ci, anche un canale di stabilizzazione della rete associativa di un partito? Naturalmente, accanto alle dimensioni del selectorate, e alle regole che ne determinano ampiezza e caratteristiche, contano in modo decisivo le regole che presiedono alla candidacy, cio laccesso dei potenziali candidati alla corsa delle primarie: ovvero, chi ha diritto ad essere candidato? Chi ha diritto a candidare e come si decide di candidare qualcuno alle primarie? Anche in questo caso, i dettagli contano e le possibili soluzioni procedurali si possono moltiplicare, combinandosi con quelle relative allelettorato attivo. E tuttavia, al di l delle possibili combinazioni di inclusivit e di esclusivit dei criteri, ci imbattiamo qui in quello che possiamo definire una sorta di imperativo sistemico per un partito, ovvero la sua prima ragion dessere, la fonte della propria autonomia, ci che legittima il senso stesso dallappartenenza ad un partito. Soprattutto, se vogliamo definire il terreno di una possibile e proficua coesistenza tra un partito che si vuole autonomo e strutturato e il metodo delle primarie, il controllo sulle possibili candidature da sottoporre al voto delle primarie rappresenta un vincolo decisivo, difficilmente aggirabile. Proporre una serie di candidati alle primarie, tra i quali una platea pi o meno ampia di elettori chiamata poi a scegliere, rappresenta comunque una prerogativa che non pu non essere riservata agli iscritti, al corpo di coloro che costituiscono il partito stesso. Naturalmente, spetta alle regole interne ad un partito, a loro volta, stabilire se questo momento preliminare sia esso stesso oggetto di una procedura democratica (ad esempio, fissando una certa soglia di sottoscrizioni, tra gli iscritti o i membri di un organismo dirigente, per poter presentare una candidatura; o fissando regole per evitare una pletora incontrollata di candidature 28), o sia invece guidato da una prassi oligarchica o leaderistica. Ma questo la sovranit del partito e dei suoi iscritti - un limite difficilmente superabile: permettere, ad esempio, che semplici elettori senza altre specificazioni o altri limiti regolamentari - possano proporre una candidatura alle primarie potrebbe significare rendere permeabile il cuore dei processi costitutivi di un partito e aprirlo alle pi svariate incursioni. Trovare un punto di equilibrio, ancora una volta, dipende dalle finalit politiche che si affidano alle primarie e, pi in generale, da quale modello di democrazia ispira il modello organizzativo del partito. Da una parte, se le primarie sono viste come un momento di mobilitazione e di investitura plebiscitaria, la massima apertura dal versante del selectorate si pu benissimo combinare con il massimo della chiusura oligarchica dal versante della candidacy; dallaltra parte, e allopposto, se le primarie sono considerate, oltre che una fase di selezione competitiva delle candidature e una fonte per la loro legittimazione, soprattutto come unoccasione per la costruzione e la stabilizzazione dei legami tra un partito e una pi larga platea di sostenitori, - se cos, allora si possono trovare soluzioni procedurali opportune, che permettano di modulare e conciliare diverse esigenze. Ad esempio, si possono trovare soluzioni che possono evitare, sia una visione ristretta e chiusa della candidacy (ossia, evitare che il diritto di presentazione di una candidatura sia riservato solo agli iscritti o agli organismi dirigenti del partito), sia un allargamento indistinto e confuso del selectorate (ossia di chi ha diritto a votare). Il punto decisivo da riconsiderare, da questo punto di vista, il concetto stesso di membership: questo concetto, solitamente riservato ai soli iscritti di un partito, pu essere articolato e arricchito,
Possiamo applicare anche alla competizione interna ai partiti il principio che Sartori [1976, 292] formul a proposito della competizione elettorale tra i partiti, avvertendo come ever more competitiveness is not an unmixed blessing: ovvero, i principi che definiscono un mercato come veramente concorrenziale (lassenza di barriere allingresso e la presenza di una ricca e paritaria pluralit di agenti), non possono essere semplicemente trasposti nella sfera della competizione politica. Latomizzazione dellofferta elettorale, anche quella delle primarie, non certo sintomo di buona salute democratica.
Versione provvisoria - 30 gen 2009 differenziandolo per livelli di intensit e di relativi poteri: si pu prevedere, ad esempio, che anche gli elettori regolarmente registrati in appositi e pubblici elenchi possano avere, a certe condizioni, il diritto di proporre candidature alle primarie, o che possano partecipare ad alcuni passaggi rilevanti della vita interna di un partito ( non sempre: ch, altrimenti, per definizione, diverrebbero militanti a tutti gli effetti). Ma appunto, anche in questo caso, un confine va comunque posto: oltre o senza, finirebbe lidea stessa di partito. Un partito, se vuole essere tale, non pu rinunciare ad una delimitazione della sfera della propria autonomia organizzativa rispetto allambiente in cui opera: e, come ogni organizzazione, deve saper offrire ai propri aderenti un insieme di incentivi collettivi e selettivi. Come ha scritto Hazan [2005, 115], segnalando i rischi insiti nella tendenza a rendere sempre pi inclusivo il metodo di selezione dei candidati, una accresciuta ed equivalente partecipazione politica alla selezione dei candidati danneggia nei partiti la struttura differenziata di ricompense (o di incentivi selettivi), nel momento in cui i privilegi accordati agli attivisti leali e di lunga data sono resi pari a quelli concessi ai nuovi, temporanei e infedeli, elettori registrati. Come a dire: perch mai dovrei iscrivermi ad un partito, se le prerogative e i poteri di cui posso godere, sono del tutto simili a quelli di un qualsiasi altro elettore? c) Ipotesi su un possibile uso razionale delle primarie Le primarie per la selezione dei candidati di un partito ad una carica pubblica possono assumere dunque significati anche molto diversi in relazione al contesto istituzionale e organizzativo del partito che le promuove e delle finalit che le vengono affidate. Si tratta ora di vedere alcuni possibili esempi, con particolare attenzione al contesto italiano. Un partito puramente office-seeking o voter-seeking29 pu benissimo ritenere adeguata alla propria logica organizzativa e politica ladozione delle forme pi aperte e incontrollate di elezioni primarie, sia dal versante del selectorate che da quello della candidacy: in fondo, conta selezionare un candidato vincente, e cosa di meglio, in questo senso, se non chiamare a pronunciarsi una platea quanto pi larga e indifferenziata di elettori, potenzialmente rappresentativa (anche in senso speculare e statistico) dellintera platea dei futuri votanti alle elezioni? Se un partito funziona in modo stratarchico ( e non gerarchico), ovvero adotta la logica aziendale del modello di gestione in franchising (Carty, 2006), non conta molto controllare i possibili esiti di una competizione: si affida al vincente di quelle primarie il compito di difendere e valorizzare il marchio del partito, attraverso uno scambio di risorse tra centro e periferia. Limportante aumentare il volume delle vendite (ossia, massimizzare i voti, e quindi gli offices conquistati). Proviamo ad immaginare, invece, un partito strutturato, con una propria autonoma base associativa su base volontaria, con procedure decisionali interne fondate sui principi della democrazia rappresentativa, diretto da organismi non solo pienamente legittimi sul piano formale ma anche pienamente riconosciuti e accettati come tali dalla base associativa, dotato di regole e luoghi di discussione pubblica e collettiva. In linea teorica, questo modello di partito pu anche fare a meno delle primarie: pu affidare la selezione dei propri candidati alla decisione e alla valutazione dei propri organi dirigenti e pu coinvolgere, in varie forme, la propria base associativa, raccogliendone proposte e giudizi, come pure pu delegare alle proprie organizzazioni territoriali il potere decisionale sulle candidature locali, magari con qualche forma di controllo e di ratifica dallalto. Un partito siffatto pu anche adottare procedure elettorali di selezione dei propri candidati e chiamare solo i propri iscritti a votare: in questo caso, saremmo di fronte a primarie chiuse. Ma scatta qui la peculiare razionalit che pu rendere consigliabile e conveniente il ricorso a forme di primarie aperte, anche per un partito ideale quale quello che qui abbiamo immaginato. La razionalit delle primarie sta nel fatto che un partito, per quanto strutturato in forme che lo mettano in grado di percepire efficacemente le sfide ambientali, rappresenta comunque un
Per la distinzione tra partiti office-seeking, voter-seeking e policy-seeking, Wolimetz (2002).
Versione provvisoria - 30 gen 2009 organismo collettivo caratterizzato da limiti cognitivi e informativi e, spesso, da unelevata dose di incertezza strategica. E larena elettorale costituisce, per definizione, un ambiente ricco di insidie e di incertezze: oggi, specialmente, quando non si pu contare pi su unelevata quota di elettori stabilmente identificabili. Da questo punto di vista, possiamo anche elencare almeno cinque buone ragioni a favore di un uso ben regolato delle primarie. Le primarie, propriamente intese, possono infatti produrre una serie di benefici effetti, ovvero svolgere, potenzialmente, le seguenti funzioni: produrre una pi trasparente selezione delle candidature; produrre una pi elevata legittimazione delle candidature che il partito proporr alle elezioni; produrre una verifica preventiva della forza o dellefficacia di tali candidature; creare incentivi e occasioni per una pi intensa mobilitazione del partito, dei suoi iscritti e dei suoi simpatizzanti; permettere di controllare e regolare la conflittualit interna, rendendola pi aperta e trasparente e, in definitiva, pi produttiva; e separandola, temporalmente, dalla competizione esterna.
Insomma, se un partito agisce come un attore razionale, trover opportuno areare, non solo le classiche smoke-filled rooms, laddove ce ne siano, ma anche uno spazio interno che, anche nelle migliore delle ipotesi, rischia di rivelarsi asfittico, di fronte alle incognite della futura competizione elettorale. Di fronte alle incertezze e alle sfide strategiche che vengono dallesterno, molto pi razionale e prudente una condotta che cerchi di verificare preliminarmente i possibili costi e i possibili benefici delle diverse soluzioni. Sbagliare candidato, si sa, a volte pu costare molto caro30. Primarie aperte, dunque: ma di che tipo? Qui potrebbe utilmente esercitarsi la nostra fantasia organizzativa, anche perch, come stato notato, le primarie possono rivelarsi uno strumento eclettico, versatile e multifunzionale (Valbruzzi, 2007, p. 24). Limitiamoci perci ad un solo possibile, esempio di un uso ragionevole delle primarie, che si inscriva allinterno di quello che abbiamo definito un modello di democrazia interna di partito fondato sui principi della rappresentanza e della partecipazione. Un partito che voglia mantenere e arricchire la propria rete associativa, e non intenda delegittimarla delegando ad un corpo elettorale esterno e indistinto la scelta dei propri candidati, potrebbe scegliere forme di primarie che, ad esempio, prevedano questi momenti: la richiesta di un contributo monetario non simbolico e ladesione ad una carta di intenti o ad una dichiarazione politica e programmatica. La misura dellentit del contributo minimo da richiedere ai partecipanti alle primarie viene in genere vista come una possibile barriera allaccesso di una pi larga fetta di elettori; ma vale anche un principio opposto, che ben noto alla luce dei normali comportamenti dei consumatori e cio che, a volte, il prezzo un indice del valore, anche simbolico, che si attribuisce ad una merce. Nel nostro caso, svalutare troppo il costo della partecipazione alle primarie ne abbassa la percezione del valore politico e dei possibili benefici.
In relazione allo specifico contesto americano, Gerber e Morton [1998] hanno motivato la maggiore efficacia delle primarie aperte, rispetto a quelle chiuse, sulla base di unapplicazione del modello downsiano dellelettore mediano. Sulla base delle loro ipotesi, e di un tentativo di verifica empirica, essi giungono (con un eccesso meccanicistico e deterministico, a nostro parere) alla conclusione che una competizione chiusa si costruisce in modo centripeto intorno allelettore mediano nel partito: ma il candidato cos selezionato rischia di non corrispondere alla domanda politica dellelettore mediano nellinsieme dellelettorato. Le primarie aperte, riflettendo meglio il contesto competitivo esterno, possono invece portare alla selezione di un candidato pi rappresentativo e quindi con maggiore probabilit di vittoria. Si tratta di un argomento forse un po schematico, che per segnala indubbiamente una possibile virt delle primarie aperte.
Versione provvisoria - 30 gen 2009 lautorizzazione ad inserire il nome e i recapiti dei partecipanti alle primarie in un elenco di soci sostenitori, a cui inviare regolarmente, ad esempio, una newsletter del partito e a cui chiedere, in particolari occasioni, pareri e valutazioni sulle scelte programmatiche e politiche del partito. Certamente, la raccolta e la gestione di questi elenchi esige una particolare cura e una particolare trasparenza: si deve sapere chi e come custodisce e gestisce gli elenchi, e chi ha diritto allaccesso e alluso. Soluzioni di questo tipo, va da s, abbisognano di un partito che, per cos dire, ci creda e investa sulla costruzione di questo tessuto associativo, e richiede un partito ben organizzato, dove siano chiaramente assegnate, e imputabili, le responsabilit politiche. E sono soluzioni, inoltre, che richiedono unopera di manutenzione ordinaria, sorretta da un adeguato livello di accuratezza organizzativa e da rilevanti risorse tecnologiche e professionali. Laddove questa rete associativa esterna si sia consolidata, magari dopo una prima prova riuscita, il partito pu anche prevedere forme di primarie che richiamino il modello americano delle primarie open declaration, o anche un modello di primarie chiuse, laddove per il diritto di voto non sia riservato solo agli iscritti, ma anche ai sostenitori che abbiamo riconfermato, per un congruo periodo di tempo, la loro adesione. E una valutazione politica che spetta agli organismi dirigenti compiere: si tratta, volta a volta, di valutare quale sia il grado di apertura delle primarie che si ritiene pi opportuno adottare. Il che, ancora una volta, presuppone organismi e gruppi dirigenti non solo legittimati formalmente a compiere queste valutazioni e a decidere sulle procedure, ma anche pienamente riconosciuti nel loro diritto a farlo e pienamente rappresentativi dellinsieme del partito. Solo organismi di questa natura, ad esempio, possono fissare delle regole (che non vengano percepite come arbitrarie e discrezionali) che limitino il numero dei concorrenti alle primarie: il diritto a porre alcune barriere allaccesso, to screen out frivolous candidacies (Norris, 2006, p. 91), costituisce il tipico caso in cui la piena operativit e la legittimit di organismi rappresentativi il primo, essenziale presupposto di qualsivoglia, sensata regolamentazione delluso delle primarie. Agli iscritti deve essere riconosciuta una serie rilevante di incentivi selettivi, ossia una serie di poteri specifici e di prerogative esclusive. Una delle pi importanti quella del diritto di avanzare una candidatura (non importa se di un iscritto, o meno, al partito), sulla base di determinate regole che devono, naturalmente, esse stesse, discusse, approvate e legittimate dalle decisioni degli organi dirigenti rappresentativi. Nel caso di una rete associativa esterna, purch stabile e consolidata, si possono poi prevedere altre regole, pi selettive, che consentano anche alla cerchia esterna di sostenitori un diritto di proposta. Infine, un partito deve anche scegliere e adattare lo stesso sistema elettorale con cui si svolgono le primarie: un aspetto, in genere, largamente ignorato, ma che pu avere una sua decisiva importanza sul tipo di effetti che le primarie inducono nella dinamica competitiva interna al partito. Cos, ad esempio, se vi in palio una carica monocratica e vi un numero ragionevole di candidati, si pu adottare il modello classico di voto, tipico di una competizione in un collegio uninominale; ma se, ad esempio, si tratta di selezionare una lista per la quale decisiva, ai fini della futura elezione, la posizione del singolo candidato, si possono anche adottare sistemi di voto fondati sullespressione di un ordinamento delle preferenze, - sistemi, che possono avere anche un effetto secondario non privo di vantaggi, ossia quella di stemperare la conflittualit tra i candidati e consentire agli elettori di esprimere anche lintensit delle loro preferenze. 31
Ci riferiamo ai sistemi del voto alternativo, o del voto singolo trasferibile. Nel caso di primarie che hanno come posta in gioco una candidatura monocratica, e qualora non si potesse o volesse porre delle barriere allingresso nel numero delle possibili candidature, potrebbe rivelarsi molto efficace ladozione di una loro variante, quella del voto supplementare adottata per lelezione del sindaco di Londra, che viene definita solitamente come ballottaggio in un colpo solo (si veda, Gallagher-Mitchell, 2005, pp. 580-581).
Versione provvisoria - 30 gen 2009 E, dunque, riassumendo, modelli diversi di primarie possono adattarsi a modelli diversi di partito: questaffermazione, in s scontata, pu essere articolata e motivata. Il punto dirimente, tuttavia, legato al se e al come il ricorso alle primarie possa anche rivelarsi un fattore di costruzione e stabilizzazione del tessuto associativo di un partito , senza intaccarne i confini organizzativi e senza lederne lautonomia. Le primarie, insomma, possono agire da moltiplicatore dei legami associativi di un partito, ma possono anche rivelarsi l unico legame, e quindi un legame molto debole, nel rapporto tra partiti, iscritti ed elettori. E, naturalmente, giunti a questo punto del discorso, si va ben oltre la questione delle primarie: la fondatezza della ricorrente affermazione secondo cui le primarie sono un metodo che distrugge i partiti pu essere vagliata solo se, oltre al tipo di primarie, si prende in considerazione il tipo di partito. Lalternativa che si prefigura netta: le primarie si inscrivono dentro la logica di un partito elitistico-elettoralistico,, o dentro una rinnovata concezione del partito come associazione politica che vive e si alimenta di una logica democratica fatta di rappresentanza e partecipazione?
6. I PARTITI, TRA DEMOCRAZIA IMMEDIATA E DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA Le primarie affossano i partiti, dunque? Dipende.dipende dal grado di autonomia e di istituzionalizzazione che un partito possiede e dal contesto istituzionale in cui opera. In particolare, possiamo ipotizzare questa prima risposta, dipende dal modello di democrazia a cui un partito ispira il suo concreto modus operandi . Un modello di democrazia formalizzato nelle regole statutarie, ma poi di fatto praticato nella vita della sua organizzazione, e che non investe solo la selezione delle candidature, ma anche altre due fondamentali funzioni dei partiti: a) la formazione e la selezione dei propri gruppi dirigenti e della propria leadership, e b) lelaborazione delle policies, dei programmi che un partito intende sostenere e affermare con la propria azione. a) Leadership e programmi Abbiamo gi ricordato sopra quanto sia improprio, e solo fonte di confusione, definire come primarie quelle che sono invece procedure di elezione diretta della leadership di un partito; ma del tutto trascurato sembra anche laltro tema, quello della partecipazione che la membership (ristretta o allargata, che sia) possa o debba avere nella definizione dei contenuti programmatici di un partito, nei processi di decision-making di cui fatta, concretamente e quotidianamente, lazione di un partito. Da questo punto di vista, anzi, sembra affermarsi nei fatti, o sembra che la si debba accettare come ineluttabile, una visione secondo cui lofferta politica di un partito possa essere solo il frutto di unazione strategica delle lites, elaborata dai gruppi parlamentari (nella migliori delle ipotesi) e/o da ristretti think-tanks, e/o contrattata con gruppi di pressione esterni, e/o definita dagli staff di esperti professionali al servizio del leader; e che questa offerta di policies, cos come viene proposta agli elettori in occasione delle scadenze elettorali, pu essere semplicemente prospettata anche alla membership del partito, come base sufficiente per chiederne ladesione e magari motivarne lazione volontaria. E anche da questo versante, come si pu notare, rischia di scomparire ogni incentivo selettivo che fondi la creazione di unautonoma base associativa. Anche in questo caso, infatti, pu sorgere un interrogativo: perch mai iscrivermi ad un partito, se il mio compito, al pari di un qualsiasi altro elettore, solo quello di dire s o no ad un pacchetto di proposte politiche pre-confezionato? Di fronte a queste logiche che oggi sembrano affermarsi in modo ineluttabile nella vita e nel modo di operare dei partiti, occorre allora chiedersi in che misura possa essere ripensato un modello alternativo, che possa essere ricondotto ai principi della democrazia rappresentativa, ma con le necessarie integrazioni e gli opportuni adattamenti, posto che una mera riproposizione del passato non sembra sufficiente e credibile.
Versione provvisoria - 30 gen 2009 Ora, la chiave di volta di questo modello alternativo, se ne vogliamo definire il profilo normativo, la costruzione di unefficace circolarit di rappresentanza e partecipazione, di un flusso comunicativo (per definizione, bi-univoco) tra rappresentanti e rappresentati: ossia, per restare ai partiti, loperare di una struttura e di una dinamica organizzativa che permetta di attivare meccanismi permanenti di accountability e di responsiveness, dei gruppi dirigenti nei confronti della base associativa, e meccanismi di partecipazione attiva della stessa membership, in grado di legittimare, discutere e valutare loperato dei dirigenti e, soprattutto, di contribuire allelaborazione politica e programmatica del partito. E solo grazie allattivarsi di questa circolarit che si pu arricchire la qualit del processo di decision-making delle politiche di un partito, grazie soprattutto allapporto di conoscenze, competenze ed esperienze che pu venire da una rete associativa ampia e ramificata, in grado di interagire e comunicare con i luoghi deputati alla decisione, che siano a loro volta caratterizzati da uneffettiva collegialit32. E possiamo collocare qui anche la riflessione sul rapporto tra partito e intellettuali, tra partito e competenze specialistiche, che andrebbe sottratto ad una logica rapsodica, sostanzialmente casuale come spesso accade oggi -, legata alle relazioni individuali (o anche amicali) che, volta a volta, si possono creare tra un leader politico e singoli gruppi intellettuali, per essere invece concepito come un rapporto stabile, sistematico, di inserimento e di valorizzazione delle competenze specialistiche entro il circuito di una elaborazione politico-culturale collettiva 33. Naturalmente, si pu ritenere del tutto anacronistico prospettare un siffatto modello: si pu ritenere, cio, con freddo realismo, oramai irreversibile laffermazione di tuttaltro modello di democrazia, quello elitistico, che guarda con diffidenza e scetticismo al grado e al livello di competenza politica dei cittadini ordinari (o, nel nostro caso, dei semplici iscritti) e che vede in un partito, secondo la classica definizione di Schumpeter, nullaltro che un team di politici tesi alla conquista di cariche pubbliche attraverso la competizione elettorale. E si pu ritenere altres comprovata oramai empiricamente (e non pi rovesciabile) anche laltra, classica affermazione di Downs, secondo cui i partiti formulano proposte politiche per vincere le elezioni; non cercano di vincere le elezioni per realizzare proposte politiche (Downs, 1957, tr. it, 1980, p. 60). O, ancora, assumere come un dato oramai irreversibile linquietante conclusione cui, pi recentemente, sono giunti Webb e Poguntke (2005, p. 354), secondo cui le democrazie moderne stanno muovendo verso una fusione tra modelli elitisti e modelli plebiscitari di democrazia. Se cos , (o si ritiene, al di l dei possibili giudizi di valore o dei personali auspici, che questo sia lo scenario allinterno del quale concepire una possibile forma-partito in questo scorcio del XXI secolo), allora le forme di democrazia immediata che si sono diffuse in molti partiti contemporanei, sono certamente quelle pi funzionali e coerenti ad un tale stato di cose: forme di democrazia, tendenzialmente plebiscitarie, che assumono come data la dimensione atomizzata e individualistica della societ contemporanea, che assumono la cittadinanza come una somma di individui dissociati (Urbinati, 2006, p. 30), che non hanno bisogno di corpi e strutture intermedie, che tendono ad instaurare un rapporto diretto tra la leadership e la base, - una base, a sua volta, non organizzata e non strutturata, caratterizzata (presuntivamente) da una bassa propensione
Vale qui riportare un giudizio di Poguntke (2004, p. 5), su uno dei possibili effetti dellassenza o dellindebolimento dei legami organizzativi sulla qualit stessa delle proposte di policies che un partito formula: le elites di partito hanno risposto allindebolimento dei legami organizzativi espandendo il ricorso a tecniche di marketing sempre pi sofisticate. Sebbene queste possano includere focus group in cui le discussioni di gruppi attentamente selezionati possono servire come surrogato di discussioni reali, questo fenomeno segnala una tendenza per cui sempre pi i partiti collazionano pi che aggregare interessi sociali rilevanti. Gli strateghi di partito possono anche, in tal modo, identificare gruppiobiettivo allinterno dellelettorato, e tentare di soddisfare le loro domande pi immediate, ma non c alcun adeguato meccanismo per pesare la rilevanza generale di tali domande. Come risultato, abbiamo che le policies rischiano di diventare sempre pi contraddittorie o erratiche. 33 Sul rapporto tra il PCI, prima, e poi il PDS-DS, e gli intellettuali, si veda lintervento di Biasco (2006), che ricostruisce appunto come, alla vecchia concezione organica degli intellettuali che era stata propria del PCI, non si sia sostituita, a partire dagli anni Novanta, alcuna diversa capacit di inserire stabilmente gli intellettuali, e le competenze specialistiche di cui sono portatori, in un effettivo processo di costruzione ed elaborazione collettiva, in grado di arricchire il patrimonio condiviso di cultura politica del partito e di interagire realmente con le funzioni dirigenti.
Versione provvisoria - 30 gen 2009 partecipativa e tuttal pi, appunto, da coinvolgere solo in alcuni momenti elettorali, quali appunto rischiano di essere e ridursi le primarie. In questo quadro, se vero, come abbiamo visto sopra, che le primarie possono essere uno strumento flessibile, che pu adattarsi a diversi contesti istituzionali e organizzativi, e assumere cos un segno molto diverso, le procedure di elezione diretta della leadership non sembrano davvero, in ogni caso, una via che possa essere vista e considerata come uninnovazione positiva sulla via di una maggiore democratizzazione della vita dei partiti. Come insegnano molte esperienze, allargare (in forme anche innovative, come il voto postale, o liscrizione via internet) la membership chiamata ad eleggere un leader, serve (forse) al leader stesso ad ottenere una maggiore legittimazione, ma porta soprattutto a svincolare la leadership da ogni procedura di accountability e di responsiveness: cos come agli elettori rimane il potere (certo, fondamentale e basilare, ma indubbiamente povero) di cacciare i governanti dimostratisi incapaci o inefficienti, cos ai membri di un partito non rimane altro che stare a guardare e giudicare lazione del leader prescelto, riservandosi di poterne scegliere eventualmente un altro (se ci saranno primarie veramente competitive, peraltro, e non governate o manipolate dallalto). Un modello rinnovato di democrazia rappresentativa, per un partito che voglia ancora caratterizzarsi per una propria e autonoma base associativa, presuppone tuttaltra logica: quella che possiamo definire, sulla scia di Habermas, una dimensione discorsiva e deliberativa della democrazia. Questo presuppone una specifica riconoscibilit dei poteri e delle prerogative della base associativa: non solo la partecipazione alle procedure congressuali (tradizionali quanto si vuole, ma ben difficilmente sostituibili, se si vuole un partito almeno potenzialmente democratico), ma il diritto di accesso ai luoghi e alle sedi dellelaborazione programmatica e del decision-making. Poi, certamente, non tutti gli iscritti avranno modo e tempo di usare, in modo continuativo, questo diritto di accesso; ma devono essere messi in grado, quanto meno, di essere tempestivamente informati, di avere canali riservati di comunicazione e di avere anche occasioni e momenti di partecipazione effettiva ai processi decisionali. Si tratta, per cos dire, di creare una sorta di opinione pubblica strutturata allinterno del partito , che non si pu certo sostituire ai gruppi dirigenti legittimamente eletti, ma pu in varie forme esercitare una certa influenza sul farsi della politica e delle politiche di un partito. Creare questi spazi dialogico-deliberativi una condizione essenziale perch si possa scongiurare il pericolo di un partito oligarchico e plebiscitario (se si vuole evitare questo pericolo, beninteso), e si possa ricostruire un ambiente interno in grado anche di formare e mettere alla prova nuove capacit di direzione politica. E perch si possa costruire una cultura politica condivisa, che non pu pi essere certo il frutto di schemi ideologici calati dallalto. Senza questa circolarit tra rappresentanza e partecipazione, anche lagognato rinnovamento o ringiovanimento dei gruppi dirigenti rischia di poggiare su basi dargilla: anzi, rischia di riprodurre, peggiorandole, le vecchie pratiche della cooptazione (che, per lo meno, nei vecchi partiti di massa, presupponevano lesistenza di procedure di legittimazione e portavano alla costituzione di quella che Panebianco (1982, pp. 418-421), definiva una burocrazia rappresentativa, ossia un corpo di funzionaridirigenti selezionato attraverso procedure in cui si combinavano cooptazione e principio elettivo, allinterno comunque di meccanismi di controllo elettorale interni al partito e con un decisivo intervento, formale e informale, dei giudizi e delle valutazioni che si formavano collettivamente. Inoltre, pensare che, nelle condizioni sociali e culturali odierne, si possa preservare una base di lavoro volontario solo sulla base di tradizionali risorse identitarie, puramente illusorio: una folla solitaria di iscritti o simpatizzanti, chiamati solo a pronunciarsi di tanto in tanto, non forma un partito, non fa partito, e alla lunga le risorse di mobilitazione che, ad esempio, nelle campagne elettorali (per quanto mediatizzate esse siano) si rivelano ancora essenziali, rischiano di venire totalmente a mancare, se a questa base associativa non viene riconosciuta alcuna peculiare e specifica capacit di interazione e integrazione nei processi decisionali del partito.
Versione provvisoria - 30 gen 2009 b) il falso dilemma fra efficacia e democrazia Lidea che i partiti, in realt, siano solo delle organizzazioni in mano ad una lite politica, del resto, non certo una novit di questi anni. Come abbiamo ricordato allinizio di questo lavoro. unillustre e antica scuola di pensiero ha assunto come inevitabile la natura tendenzialmente oligarchica dei partiti e ha sostanzialmente sottovalutato o ridimensionato il tema della democrazia interna dei partiti. Questa visione oggi viene riproposta in nome del dilemma tra efficacia e democrazia: in nome dellefficacia, infatti, che si cerca di motivare e giustificare una rinnovata visione leaderistica dei partiti. Gli argomenti sono noti e, come tutto ci che assume la forza del senso comune, sembra li si debba oramai accettare acriticamente. La complessit e la velocit della nostra societ, si sostiene, richiede anche nei partiti unadeguata e corrispondente capacit decisionale, non sopporta lunghe discussioni e defatiganti mediazioni interne; e cos come diffusa uninsofferenza verso le lungaggini delle procedure parlamentari, sembra invalsa unanaloga attitudine allinterno dei partiti, molto spesso condita da un appello alla base, dal chiaro sapore populistico, contro tutto ci che viene etichettato come apparato. Ora, che tra efficacia e democrazia vi sia un dilemma, o un trade-off , in realt questione tuttaltro che scontata: si pu anzi sostenere per restare ai partiti che lesercizio efficace di una leadership non si fondi tanto sulla libert di manovra del leader, libero di posizionarsi come meglio crede sullo scacchiere delle proposte politiche da offrire agli elettori, ma sulla costruzione, e sulla ordinaria manutenzione, di un tessuto associativo e organizzativo in grado di seguire e contribuire al farsi di una linea politica. Un leader svincolato da un effettivo processo di comunicazione e interazione con la sua base non pi efficace, o pi decisionista: rischia anzi solo di rivelarsi come un generale in battaglia che emana bens le proprie direttive, ma non ha pi alcuna catena di comando attraverso cui farle giungere alle truppe disposte sul campo. O forse questo spesso il non detto, quando si parla di partiti, oggi -, si ritiene che i messaggeri non siano pi quei militanti che battono i sentieri faticosi delle retrovie e magari cercano di attraversare le linee nemiche, ma siano semplicemente i messaggi che vengono veicolati dai mass-media e dalla televisione. O che i sondaggi possano supplire ad una comprensione della societ esercitata collettivamente e capillarmente. E che, in definitiva, sia sufficiente saper costruire questi messaggi, per costruire il consenso necessario al successo politico ed elettorale di una strategia; e che magari, alla fin fine, non poi cos necessario avere delle vere e proprie truppe disposte sul campo di battaglia. Come si pu notare, anche qui, in definitiva, ritroviamo il dilemma che abbiamo incontrato pi volte nel corso del nostro discorso, quello tra una visione atomizzata della partecipazione politica, e una visione che riafferma la centralit di una dimensione associativa e organizzata dei partiti. La necessaria flessibilit e prontezza di cui deve godere una leadership nel gestire le contingenze della vita politica non si fonda su una legittimazione una tantum, conferita dai meccanismi dellelezione diretta, ma per risultare efficace, ed essere compresa, deve fondarsi su un tessuto associativo che sia coinvolto in modo permanente nella costruzione della cornice programmatica e politica del partito. La legittimazione di un leader, beninteso, pu anche avere un proprio momento istitutivo e fondativo; ma perch essa possa davvero efficacemente essere poi esercitata, occorre che vi sia, per cos dire, una quotidiana reinvestitura, cha nasca dalla discussione pubblica e dal confronto. Questa visione potr essere accusata di rispolverare una visione mitica e partecipazionista della democrazia e degli stessi partiti; ma non cos. Il tema un altro: quello di re-instaurare nei partiti (o, se si vuole, instaurare per la prima volta) e applicare i principi propri della democrazia rappresentativa, assumendo per una concezione forte ed esigente della rappresentanza come processo che leghi chi dirige ed responsabile di unorganizzazione alla propria base associativa, attraverso una dimensione comunicativa e deliberativa, in modo strutturato e secondo regole
Versione provvisoria - 30 gen 2009 condivise34. Un processo di costruzione della rappresentanza e di costante tessitura della sua significativit politica: e non un atto isolato e puntiforme di delega, un mandato di cui rispondere solo a tempo debito. In questa contrapposizione tra processo e atto, si gioca anche il senso in cui possibile parlare di una democratizzazione della vita dei partiti. Meccanismi isolati di selezione-legittimazione della leadership, regolati da procedure di elezione diretta, richiamano un altro aggettivo, tra quelli con cui si pu qualificare la democrazia: quella diretta, appunto, (o peggio, plebiscitaria) che nulla a che fare con la democrazia rappresentativa e con una visione deliberativa della politica35. E quindi, non unaffermazione dal sapore retr, quella di ritenere pi democratica, e non meno democratica, una classica procedura di tipo congressuale che porti allelezione di organismi rappresentativi, i quali a sua volta eleggano segretari e organismi esecutivi, chiamati periodicamente a rispondere del loro operato, a verificare il grado di consenso che la loro azione ha riscosso, a confrontarsi e discutere collegialmente, raccogliendo apporti e contributi che possano venire da una platea pi ampia, attraverso meccanismi di apprendimento collettivo e la costruzione di procedure di indagine pubblica36. In fondo, possiamo applicare ai partiti anche le acquisizioni teoriche che provengono dal ricco filone di riflessioni teoriche sulla razionalit dei processi decisionali: davvero si pensa che un leader, sol perch eletto direttamente e legittimato a decidere, sia in grado di possedere una visione sinottica delle scelte da compiere e delle alternative che si trova dinanzi? O che possa supplire a questo costitutivo deficit cognitivo e informativo ricorrendo agli staff degli esperti? Ci pare molto pi proficuo e saggio adottare unidea di razionalit limitata, e quindi ritenere pi proficua, oltre che realistica, una visione dei processi decisionali affidata al confronto argomentato, alla discussione pubblica, e anche alla mediazione tra opinioni diverse (laddove necessaria), in grado di superare, nella misura del possibile, linevitabile parzialit dei punti di osservazione e degli schemi cognitivi da cui ciascun individuo (e anche un leader politico) guarda al mondo che lo circonda e alle scelte che necessario compiere per affrontarne le sfide. 7. IL PD, OGGI: QUALE IDEA DI PARTITO? Lanalisi svolta fin qui, come si sar notato, ha alternato un approccio di tipo analitico (cosa sono oggi i partiti, cosa sono e come funzionano le primarie) e un approccio di tipo normativo (cosa pensiamo debbano essere i partiti, e come pensiamo possano funzionare le primarie). Cercheremo ora di applicare alcuni degli schemi interpretativi che abbiamo fin qui individuato allanalisi di un particolare oggetto: il Partito Democratico. Anche in questo caso, si pu adottare una duplice prospettiva: cercare di capire i processi che investono questo partito e proporne una
Su alcuni esempi di quali possano essere queste strutture e regole condivise, in grado di dare sostanza, alla visione qui proposta di una concezione deliberativa della democrazia, e della sua possibile integrazione entro un quadro di democrazia rappresentativa, ci soffermeremo nel prossimo paragrafo, discutendo alcuni istituti previsti dallo Statuto del PD. Ma disponibile, oramai, una vasta letteratura teorica, e anche un gran mole di esperienze pratiche, che possono offrire numerosi spunti anche per ci che riguarda i modelli di democrazia interna dei partiti. 35 Sulla democrazia rappresentativa, e sulla circolarit tra rappresentanza e partecipazione che ne caratterizza il profilo normativo, si veda Urbinati, 2006. 36 I concetti di apprendimento collettivo e di public inquiry rimandano ad uno dei padri del pensiero democratico del novecento: John Dewey, un pensatore che potrebbe avere ancora molte cose da dirci, in tema di democrazia, legato come stato ad una stagione della cultura e della politica americana, che certamente una delle eredit pi significative del secolo che ci siamo lasciati alle spalle. Del Dewey politico si veda un testo del 1927, The Public and its Problems: An Essay in Political Inquiry (tr. it.., 1971); sulla presenza di Dewey nella riflessione contemporanea sulla democrazia deliberativa, si veda Lanzara (2005). Un richiamo a Dewey anche in Katz (2006, p. 41), laddove in contrapposizione alla visione schumpeteriana dellincompetenza politica dei cittadini --, si richiama la visione delle democrazia che Dewey propugnava, fondata sulle capacit dei cittadini di sviluppare le proprie capacit e la propria self-mastery, come membri di una comunit in grado di esprimere giudizi politici e valutazioni pubbliche sui beni e gli interessi della collettivit
Versione provvisoria - 30 gen 2009 chiave interpretativa, ma anche cercare di fissare quali possibili linee di sviluppo sono ipotizzabili (o auspicabili, per coloro che sono interessati al futuro di questo progetto politico). Questa duplicit di approccio, nel caso del PD, resa ancor pi necessaria dalla peculiare condizione di questo partito: nato ufficialmente da poco pi di un anno, da molti considerato un cantiere aperto, con un modello organizzativo solo in parte delineato. Dal punto di vista politologico, un eccellente caso di studio, un laboratorio sperimentale su cui vagliare le diverse ipotesi sui cambiamenti organizzativi dei partiti che oggi si confrontano in sede teorica. In questa sede, proporremo alcune considerazioni che prendono le mosse dallanalisi dello Statuto del PD: naturalmente, come hanno sempre osservato tutti coloro che hanno proposto unanalisi organizzativa dei partiti, vi uno scarto tra le regoli formali dettate dagli statuti dei partiti e la loro prassi concreta, le modalit effettive di funzionamento di un partito. Nel caso del PD, poi, questo scarto ancor pi accentuato da un altro dato obiettivo: di fatto, siamo di fronte ad un partito che vive una fase magmatica di istituzionalizzazione, ancora del tutto aperta una fase costituente dellorganizzazione del partito, molte norme statutarie non sono state applicate e lo Statuto stesso rimanda, in molte materie, allapprovazione di successivi Regolamenti, che a loro volta sono ancora in gran parte da stendere e da approvare 37. Questo dato, di per s, testimonia del carattere ancora largamente in fieri del partito: un rischio, date le circostanze turbolente della politica italiana in cui il partito chiamato ad operare ogni giorno, ma anche unopportunit, se se dedicasse unadeguata attenzione e un dibattito pubblico alle molte scelte che sono ancora da compiere e che lo Statuto lascia largamente indeterminate. Dedicheremo una particolare attenzione ad alcuni dei temi che abbiamo affrontato nelle pagine precedenti, in particolare il tema dei confini organizzativi del partito, la concezione implicita della democrazia che si pu leggere tra le righe dello Statuto, il ruolo e la funzione che viene assegnata alle procedure di elezione diretta della leadership e alle primarie per la selezione dei candidati alle cariche elettive. a) elettori e iscritti
Appare singolare la scelta che lo Statuto compie, sin dallart. 1, - titolato principi della democrazia interna - di definire il PD come un partito costituito da elettori ed iscritti (comma 1) o la dichiarazione (c. 2) secondo cui si affida alla partecipazione di tutte le sue elettrici e di tutti i suoi elettori le decisioni fondamentali che riguardano lindirizzo politico, lelezione delle pi importanti cariche interne, la scelta delle candidature per le principali cariche istituzionali. E, come si pu notare, in questa seconda formulazione, manca del tutto un richiamo agli iscritti e allidea che un partito sia comunque, prima di tutto, una libera associazione di cittadini che si organizzano per affermare dei valori e dei programmi politici comuni38. Ma il problema pi evidente riguarda i confini organizzativi del partito: quali sono i ruoli e i compiti, le prerogative e i poteri, che vengono assegnati , rispettivamente, agli iscritti e agli elettori?
Leggendo lo statuto del Pd abbiamo contato, se non andiamo errati, ben 13 richiami a successivi regolamenti. Il sito ufficiale del partito, ad oggi, ne elenca 3: il regolamento quadro per le primarie, il regolamento finanziario e un regolamento per il tesseramento. Lo Statuto stesso, nelle norme finali, ne prevedeva lapprovazione entro sei mesi.. Vale la pena elencare loggetto di questi richiami: il funzionamento dellAssemblea nazionale; lelezione del segretario e dellA.N.; lelezione degli organismi regionali e locali; regolamenti per le primarie, uno per ciascun livello, allinterno di un regolamento quadro nazionale; regolamento per la nomina dei candidati alle cariche parlamentari; regolamento per le primarie di coalizione; per i referendum, tra elettori e/o iscritti; per la Conferenza permanente delle donne democratiche; per la Conferenza programmatica annuale; per i Forum tematici; il regolamento finanziario; il regolamento della Commissione di garanzia; e, infine, il regolamento per la tenuta degli albi degli elettori e dellanagrafe degli iscritti. 38 Sembra che gli estensori dello Statuto si siano ispirati ad una delle classificazioni sui partiti, in particolare quella proposta a suo tempo dal politologo americano Key [1942), che distingueva appunto tra un party in the electorate, the party as organization e the party in office. Sui problemi che pone questa distinzione, cfr. Massari, [2004, 33-39]
Versione provvisoria - 30 gen 2009 Una possibile risposta la si pu cercare nel successivo art. 2, laddove si dichiara che il Pd aperto a gradi diversificati e a molteplici forme di partecipazione, identificando due soggetti della vita democratica interna: gli iscritti e gli elettori. Nelle successive definizioni, gli iscritti sono coloro che sottoscrivono il Manifesto dei valori, il presente Statuto e il Codice etico e accettino di essere registrati nellAnagrafe degli iscritti e delle iscritte(c. 2); mentre elettori/elettrici sono tutti coloro che dichiarino di riconoscersi nella proposta politica del Partito, di sostenerlo alle elezioni, e accettino di essere registrati nellAlbo pubblico delle elettrici e degli elettori (c. 3)39. Come si pu notare, viene introdotta qui una dimensione organizzativa nuova: lidea di un albo degli elettori. Un tale istituto, potenzialmente, risponde ad unesigenza che abbiamo gi incontrato, nellanalisi precedente: ossia, la necessit, o la razionalit, per un partito, di costruire una pi larga rete associativa, rispetto a quella costituita dai soli iscritti. Tuttavia, si pongono qui almeno tre problemi rilevanti: il primo, in un certo senso pi contingente, riguarda lapplicazione e la realizzazione di questa norma statutaria, e di quella connessa (art. 42), in cui, opportunamente, si dettano norme per la tenuta degli albi e loro pubblicit.40 Non risulta affatto che il PD, in questo suo primo anno di vita, abbia dedicato molta attenzione a questo punto; ma soprattutto, (se vero che le circostanze della vita politica italiana nel corso del 2008 hanno certamente imposto altre priorit organizzative) non risulta nemmeno che questo tema sia stato adeguatamente impostato: quanti, veramente, sanno che, nello Statuto del partito, sarebbe previsto un tale istituto? Qualcuno si sta preoccupando di attivarlo? Il secondo aspetto riguarda la scelta di definire come un soggetto della vita democratica interna gli elettori in quanto tali: una scelta quanto meno discutibile sul piano terminologico, ma che forse sottende qualche altra e pi rilevante assunzione. Ovvero, si potrebbe osservare, forse un po maliziosamente, che ladozione di questa terminologia sia quasi un lapsus rivelatore: come una dichiarazione implicita sulla natura del PD come partito elettorale, strettamente vote-seeking, con una sorta di adesione ad alcuni dei modelli di partito che la recente ricerca politologica ha tentato di individuare. Per quegli studiosi che hanno sottolineato la crescente centralit del party in central office e del party in public office, rispetto ad un party on the ground dai confini indistinti e magmatici, queste dichiarazioni statutarie del PD potrebbero essere considerate come una sorta di conferma empirica della correttezza delle loro ipotesi teoriche. Si dir: lespressione si riferisce evidentemente a quei cittadini che non ritengono di doversi iscriversi, ma che intendono esprimere una qualche forma di sostegno al partito che vada oltre la semplice scelta di voto, nel momento delle elezioni. Ma, se cos, perch non definirli, come si fa spesso in molte realt associative, semplicemente come dei soci sostenitori o, con una vecchia espressione molto in voga ai tempi del PCI, come dei simpatizzanti? Gli elettori sono altra cosa: sono semplicemente quei cittadini che votano per un partito. Nel momento in cui compiono unaltra azione di partecipazione politica, ad esempio dichiararsi sostenitori e accettare di farsi registrare in un apposito elenco, non sono pi soltanto elettori. Ma il terzo aspetto ancora pi rilevante: i criteri distintivi tra iscritti ed elettori. Qui appare opportuno riprodurre schematicamente e confrontare i contenuti dei commi 4 e 5 dellart. 2: dapprima si definiscono i diritti degli elettori, successivamente si elencano i diritti aggiuntivi degli iscritti:
Diritti degli elettori (c. 4)
Diritti aggiuntivi degli iscritti (c. 5)
a) partecipare alla scelta dellindirizzo politico del a) partecipare allelezione diretta dei Segretari e partito mediante lelezione diretta dei Segretari e delle Assemblee ai livelli territoriali inferiori a
Naturalmente, anche gli iscritti sono registrati in questo Albo degli elettori. Lart. 42 rimanda ancora una volta ad un successivo Regolamento, indicando le materie che esso deve disciplinare: composizione, tenuta e pubblicit degli albi degli elettori e degli iscritti: modalit di accesso a tali albi; funzioni della Commissione di garanzia nella vigilanza sulluso dei dati e sulle modalit della loro composizione
delle Assemblee al livello nazionale, nonch ai quello regionale livelli territoriali inferiori, ove questo sia previsto dagli statuti regionali b) partecipare alle elezioni primarie per la scelta dei candidati del partito alle principali cariche istituzionali b) essere consultati sulla scelta delle candidature del Partito Democratico a qualsiasi carica istituzionale elettiva c) avanzare la propria candidatura a ricoprire incarichi istituzionali d) prendere parte a Forum tematici e) votare nei referendum aperti alle elettrici e agli c) votare nei referendum riservati agli iscritti elettori e prendere parte alle altre forme di consultazione d) partecipare alla formazione della proposta politica del partito e alla sua attuazione e) avere sedi permanenti di confronto e di elaborazione politica f) avere accesso alle informazioni su tutti gli aspetti f) essere compiutamente informati ai fini di una della vita del partito partecipazione consapevole alla vita interna del partito g) prendere parte alle assemblee dei circoli h) ricorrere agli organismi di garanzia g) avanzare la propria candidatura per gli organismi dirigenti ai diversi livelli e sottoscrivere le proposte di candidatura per lelezione diretta da parte di tutti gli elettori h) sottoscrivere le proposte di candidatura a ricoprire incarichi istituzionali
E possibile tracciare un chiaro confine tra i diritti degli uni e degli altri? La nostra risposta negativa. Se analizziamo da vicino queste formulazioni, troviamo infatti che, per una delle prerogative fondamentali, se non proprio quella decisiva, su cui un cittadino deve poter contare, nel momento stesso in cui aderisce ad unorganizzazione politica, - ossia, partecipare alla scelta dellindirizzo politico del partito -, ebbene, per questo diritto di partecipazione non vi di fatto alcun criterio selettivo che distingua tra luna e laltra dimensione associativa. Elettori ed iscritti possono partecipare allo stesso titolo allelezione diretta dei Segretari nazionale e regionale e delle corrispettive Assemblee: lunica differenza, invero molto marginale e di per s immotivata, a favore degli iscritti, che questi possono sempre partecipare anche allelezione dei segretari ai livelli territoriali inferiori, mentre per gli elettori occorre una precisa disposizione degli statuti regionali che glielo consenta. Per quanto riguarda il diritto di voto alle primarie che hanno come oggetto la scelta dei candidati a cariche istituzionali elettive, anche qui, non vi alcun criterio selettivo: come vedremo meglio tra poco, lo Statuto del PD adotta una versione particolarmente rilassata delle primarie open (public declaration) vigenti in alcuni stati americani: nel successivo art. 9 (c. 2) si legge che possono partecipare alle elezioni primarie indette dal PD gli elettori gi registrati nellalbo nonch quelli che lo richiedano al momento del voto. Se poi listituto dellalbo, come finora accaduto, non venisse applicato o non fosse gestito accuratamente, di fatto si eliminerebbe ogni filtro: e non si tratta tanto di temere una diffusa azione di cross over voting , quanto piuttosto del fatto che, in tal modo, le primarie diventano un mero canale di selezione e di competizione elettorale tra i candidati, non uno strumento di partecipazione politica di cui il partito, nel suo complesso, si avvale per arricchire
Versione provvisoria - 30 gen 2009 la propria rete associativa e allargare il circuito informativo e comunicativo con una pi larga base del proprio potenziale elettorato. Quanto alla candidacy, vi qui qualche differenza: lelettore ha il diritto di proporre solo se stesso per una candidatura istituzionale, mentre gli iscritti (lettera g), possono anche proporsi per gli organismi dirigenti interni e possono sottoscrivere le candidature altrui. Qui si pu osservare chiaramente come prevalga una visione atomizzata della cerchia esterna degli elettori: perch mai, infatti, negare che essi possano anche associarsi tra loro e presentare una proposta collettiva di candidatura, magari prevedendo soglie pi alte e selettive (rispetto agli iscritti) e un qualche potere di controllo e di veto da parte degli organismi dirigenti? Una ratio, in effetti, c, leggendo tra le righe: si teme che la proposta di candidatura dallesterno possa diventare un canale di pressione lobbyistica, il canale attraverso cui gruppi di interesse esterni lancino una sorta di scalata, una OPA ostile, alle candidature del partito. Ma questo rischio, del tutto plausibile, pu divenire concreto a) se non previsto un qualche filtro (da parte di organismi dirigenti collegiali, legittimi e rappresentativi), b) se lAlbo degli elettori rimane sulla carta e non diviene una specifica dimensione associativa, permanente e strutturata, della vita del partito; e c) se, soprattutto, la stessa adesione ad un tale Albo viene di fatto liberalizzata, o svuotata, dalla previsione che un elettore possa chiedere di aderire semplicemente presentandosi al seggio il giorno stesso delle elezioni primarie: perch non prevedere, come in alcuni stati americani, che questa registrazione debba avvenire, ad esempio, almeno tre mesi prima delle elezioni ? Non sarebbe questo un potente incentivo ad una pi ampia e permanente mobilitazione del partito e ad una strutturazione pi stabile di questa specifica dimensione associativa esterna? E, del resto, cosa accaduto recentemente negli Stati Uniti, nel corso della lunga preparazione delle elezioni presidenziali e della lunga campagna per le primarie, quando il Partito Democratico si fortemente impegnato in unazione di registrazione dei propri elettori? b) Congressi o Convenzioni? Limpressione, insomma, che lo statuto del PD contenga una corretta intuizione, quella di una duplice dimensione associativa nella vita del partito, ma che essa rimanga piuttosto ambigua e mal definita, imprigionata da una visione direttistica, individualistica e atomizzata, della membership, Ne deriva una concezione della democrazia interna che potremmo definire immediata, tutta incentrata sullidea che il votare, e i meccanismi di elezione diretta, siano quelli che veramente conferiscono uno spessore alla democraticit della vita del partito. Si tratta di una visione che viene peraltro confermata dallintroduzione, nella vita del partito, dello strumento principe della democrazia diretta, il referendum, per il quale si prevede un diritto di voto differenziato, sulla base del carattere aperto o meno agli elettori della specifica iniziativa referendaria. Anche in questo caso, siamo ancora ad uno stadio largamente indefinito dei possibili usi di questo strumento: lart. 28, che regola questo istituto, rimanda ad un ulteriore Regolamento, ancora da stilare e approvare, e si limita ad indicare i titolari della proposta di indizione: il segretario (e si pu immaginare qui un potenziale uso plebiscitario del referendum), la maggioranza assoluta della Direzione nazionale, il 30% dellAssemblea nazionale, il 5% degli iscritti. Resta da considerare laltro grande ambito della democrazia interna del partito: la partecipazione alla elaborazione della proposta politica e programmatica. Ritornando alla tabella, notiamo che, agli elettori concesso il diritto a partecipare ai Forum tematici (torneremo su questo istituto) e di partecipare alle assemblee dei Circoli di base; mentre, per gli iscritti, si affermano due principi molto generali: partecipare alla formazione della proposta politica del partito e alla sua attuazione e avere sedi permanenti di confronto e di elaborazione politica. Naturalmente, sarebbe irrealistico pretendere che, nella formulazione di uno statuto, si possa concretamente specificare in che modo tali principi si possano attuare: lo si potr e dovr verificare nei fatti, nelle forme e nei modi con cui un partito quotidianamente agisce e funziona. Tanto pi questa avvertenza vale per un partito come il PD, che deve ancora entrare a regime. 28
Versione provvisoria - 30 gen 2009 Tuttavia, anche in una sede statutaria, alcuni meccanismi possono essere analizzati e se ne possono valutare le implicazioni. Ad esempio, possiamo considerare il passaggio procedurale che, storicamente, ha rappresentato il momento clou della partecipazione politica nei partiti: il congresso. Ebbene, nello Statuto del PD, la parola stessa congresso non compare: anzi, la stessa formulazione del titolo dellart. 9 conferma una visione elettoralistica delle procedure democratiche del partito: Scelta dellindirizzo politico mediante elezione diretta del Segretario e dellAssemblea nazionale (corsivo nostro). Posto che, anche in questo caso, si rimanda per molte questioni ad uno specifico e ulteriore Regolamento (c.1), il congresso sostituito, espressamente, da un procedimento elettorale (c.2), che viene distinto in due fasi: nella prima, sono sottoposte al vaglio degli iscritti le candidature a Segretario nazionale e le relative piattaforme politicoprogrammatiche. Questa fase si articola attraverso le riunioni dei Circoli, delle Convenzioni provinciali e si conclude con la Convenzione nazionale, nel corso delle quali vengono presentate le piattaforme dei candidati esi svolge intorno ad esse un dibattito aperto a tutti gli elettori. Della seconda fase si dice solo che consiste nello svolgimento delle elezioni: lindeterminatezza di questa formulazione aprir la via probabilmente, anche alla luce dei successivi regolamenti, ad una certa variet di soluzioni procedurali. E possibile, ad esempio, che la seconda fase sia semplicemente il momento delle votazioni che concludono ciascuna riunione, a tutti i livelli, da quello dei circoli di base a quello provinciale, (e questa interpretazione sembra supportata dal fatto che, al comma 6 dello stesso art. 9, si parla esplicitamente di elezione dei delegati alle Convenzioni provinciali e alla Convenzione nazionale). Se cos fosse, si potrebbe osservare, saremmo di fronte, pi o meno, ad una tradizionale procedura congressuale, e il mutamento terminologico potrebbe essere considerato solo come un pedaggio pagato ad una certa idea pi moderna di partito. Solo che, a ben guardare, sono tutte le disposizioni statutarie ad essere appunto definite come un procedimento elettorale finalizzato allelezione diretta del segretario nazionale (a cui sono collegate le liste dei candidati allelezione nellAssemblea nazionale). Sar, con tutta probabilit, lesperienza concreta a dirci se sar possibile, e in che misura, un vero dibattito politico e un confronto argomentato tra gli iscritti in grado di determinare anche una formazione e una trasformazione delle opinioni e degli orientamenti o un vero confronto argomentato tra idee, proposte, prospettive diverse; ma tutto lascia presagire che lintero percorso sia fortemente pregiudicato dalle finalit elettorali con cui stato concepito e che lo spazio per un effettivo dibattito politico risulti quanto meno contratto o puramente strumentale. Un tale giudizio sembra avvalorato anche dai meccanismi previsti per lelezione dellAssemblea nazionale: lo Statuto ripropone la soluzione che gi stata sperimentata, con pessimi risultati, in occasione delle primarie del 14 ottobre 2007, ovvero la possibilit che possano essere presentate una o pi liste collegate a ciascun candidato segretario. Che senso ha prevedere questa possibilit? Perch prevedere questa sorta di sotto-correnti a supporto della stessa candidatura? La ratio sta, evidentemente, nella volont di offrire ai gruppi dirigenti locali uno spazio per una competizione interna che misuri, semplicemente, i rapporti di forze esistenti localmente, svincolandolo dalla necessit di offrire un supporto politico a questo o a quel candidato nazionale. Una logica tipica del modello di partito in franchising: i leader nazionali ricevono comunque un sostegno, lasciando campo libero allo scontro per la conquista del marchio in periferia. E del tutto probabile che, in tal modo, si innesti una dinamica esasperata di tipo correntizio e sub-correntizio e che, allombra delle procedure per lelezione del segretario, si scateni di fatto una competizione elettorale locale per il controllo del partito aperta alle pi svariate incursioni e manipolazioni. Con buona pace del diritto degli iscritti a partecipare alla formazione della proposta politica del partito e alla sua attuazione. Ma il punto forse ancor pi problematico, strettamente legato al precedente, - e, a nostro parere, foriero di una possibile, totale de-strutturazione del partito, fino a renderlo del tutto volatile --, quello costituito dalla definizione del corpo elettorale chiamato a concorrere allelezione diretta del Segretario. Al comma 8 dellart. 9 si dice infatti che sono ammesse a partecipare alle elezioni, in 29
Versione provvisoria - 30 gen 2009 qualit di elettrici e di elettori, tutte le persone che al momento del voto rientrino nei requisiti di cui allart. 2, comma 3: che , per lappunto, il passaggio dello Statuto in cui si definisce la figura dellelettore/elettrice come quella di coloro che dichiarino di riconoscersi nella proposta politica del Partito e accettino di essere registrate nellAlbo pubblico delle elettrici e degli elettori. Ora, tralasciando un dato che pu essere considerato contingente (il fatto, cio, che di questo Albo non pare vi sia alcuna traccia, n che si stia pensando di organizzarlo), un dato risalta comunque agli occhi: gli iscritti non sono nemmeno citati. O meglio, con una certa contraddittoriet, sono richiamati in un altro passaggio, laddove si demanda al Regolamento di stabilire le modalit di votazione da parte degli iscritti sulle candidature a Segretario nazionale (c. 6). Ci si pu chiedere, allora: ma chi ha veramente diritto a votare per eleggere il segretario? Dove finiscono gli iscritti e iniziano gli elettori? Non sembra molto chiaro. E poi, per gli elettori che intendono concorrere allelezione diretta del segretario, vale la stessa regola stabilita per le primarie, propriamente dette?, ossia che possono partecipare, oltre agli iscritti allAlbo, anche coloro che lo richiedano al momento del voto (art. 18, c. 3)? c) Le forme di partecipazione e il mito della E-democracy Lanalisi fin qui condotta potrebbe essere accusata di avere tendenziosamente isolato quelle parti dello Statuto del PD che meglio si prestano ad una critica della presunta concezione direttistica, o immediatistica, del modello di democrazia interna prefigurato per il partito. Come abbiamo ricordato sopra, analizzando in modo comparato i diritti, rispettivamente, degli elettori e degli iscritti, abbiamo visto come lo Statuto, in effetti, richiama alcuni importanti principi (ed a questo, anche, serve uno statuto: a fissare dei valori e dei principi, senza necessariamente dettagliarne i modi di attuazione): lidea che gli iscritti debbano partecipare alla formazione della proposta politica del partito e alla sua attuazione e che debbano avere sedi permanenti di confronto e di elaborazione politica. Tuttavia, senza pretendere da uno Statuto ci che esso non pu offrire, pur sempre possibile continuare nella nostra lettura interpretativa del modello di democrazia che questo testo sottende o prefigura. Com noto, quando si parla di partecipazione politica, spesso si intendono cose molte diverse e variegate. Senza poter entrare qui nel merito di una possibile definizione 41, si pu convenire che uno dei presupposti, affinch un cittadino sia posto in grado di partecipare efficacemente alla vita politica (o, nel nostro caso, un iscritto o un elettore alla vita di un partito), sia quello di unadeguata base informativa, sulle questioni che sono al centro, ad esempio, di un processo decisionale e su cui sia in corso una discussione pubblica, un confronto argomentato tra possibili opzioni. Un cittadino, in linea di principio, di fronte alle scelte delle istituzioni, ha diritto ad uninformazione equa e pluralistica, deve poter scegliere tra diverse fonti informative, deve essere messo in grado di conoscere motivazioni e argomenti delle varie parti e di giudicare le scelte che le istituzioni compiono. Sulla base di questa dotazione informativa, un cittadino pu scegliere tra una vastissima gamma di forme partecipative, da quelle pi passive (limitarsi ad informarsi e farsi una propria opinione, e riservandosi di esprimere poi un giudizio politico in occasione delle successive elezioni) a quelle pi attive: tra queste, certamente, quella di entrare in contatto, o addirittura, iscriversi ad un partito, tra le pi impegnative. Per un iscritto ad un partito, vi pu essere un altrettanto variegato arco di possibili gradi e livelli di coinvolgimento: sappiamo, ad esempio, che, nei vecchi partiti di massa, anche nei loro momenti migliori, solo una piccola parte degli iscritti partecipava attivamente ai congressi; e sappiamo che solo in occasione delle campagne elettorali una pi larga quota di iscritti si mobilitava nelle iniziative di partito. Non si pu dunque avere, neanche per coloro che pure decidono di esprimere una forma pi impegnativa di partecipazione politica, quale il gesto di iscriversi ad un partito, una
Per una sintesi, e una ricca documentazione bibliografica, cfr. Raniolo, 2007.
Versione provvisoria - 30 gen 2009 visione eroica, o troppo esigente, del grado di coinvolgimento che possibile attendersi o che bisogna sollecitare. Tuttavia, un conto assumere questa visione realistica della propensione partecipativa dei cittadini, altra cosa quando si delinea un modello organizzativo di un partito disegnare un insieme di regole e di procedure, di strumenti e di canali, che mettano comunque in grado un iscritto di essere pienamente partecipe della vita del partito, o che potenzialmente lo mettano in grado di esprimere attivamente la propria disponibilit o volont di partecipazione. Nellanalisi di queste regole e di queste procedure, poi, occorre cogliere in che misura vi siano specifici incentivi alla partecipazione degli iscritti, ma anche che tipo di partecipazione essi si trovano a sollecitare. Anche per un partito, la prima condizione di unefficace partecipazione degli iscritti o dei sostenitori costituita da unadeguata dotazione informativa: e tuttavia, occorre qui distinguere, tra due fondamentali modelli del rapporto tra informazione e partecipazione nella vita interna di un partito. Il primo , ancora una volta, riconducibile ad una visione elitistica ed elettoralistica del partito: sulla base di questo modello, la leadership assume le proprie decisioni, e certamente possiede forti ed evidenti motivazioni ad attivare tutto quanto possibile per farle conoscere e a comunicarle adeguatamente. Fuori dal partito, innanzi tutto, per evidenti ragioni: ci si rivolge agli elettori, per cercare consensi, ad esempio attorno ad una determinata proposta di policy. Ma anche dentro il partito: per consolidare il consenso e ladesione della membership e dei gruppi dirigenti intermedi e di base, informando linsieme del partito sulle decisioni assunte, in modo che, accanto ai circuiti mediatici, vi possa essere anche una divulgazione delle posizioni del partito attraverso canali pi informali e decentrati. Tuttavia, in questa visione e in questa prassi, non vi un reale spazio partecipativo: o meglio, sia per gli elettori che per gli iscritti, i possibili comportamenti sono quelli riconducibili alla classica e nota tripartizione proposta da Hirschman: defezione, lealt e protesta. Si esce, se non si condivide radicalmente una scelta, e questa sia ritenuta discriminante; si protesta, magari inviando una mail, se non la si condivide, ma si ritiene che possa essere ancora modificata; si rimane leali, magari mugugnando, se comunque le ragioni di unadesione sono ancora pi forti di quelle di uneventuale defezione. Come che sia, si rimane dentro un modello che presuppone in primo luogo unazione strategica della leadership e una possibile reazione della membership: poi, certo, si possono produrre meccanismi di feedback (i vertici possono constatare una diffusa propensione allexit; le voices possono farsi sentire in modo rumoroso e politicamente imbarazzante) e si possono attivare processi di correzione e aggiustamento; ma tutto ci avviene pur sempre in una logica top-down. Laltro modello si ispira ad una concezione rappresentativa e deliberativa della democrazia: qui, la leadership (legittimata da procedure democratiche di elezione) ha certamente il diritto/dovere di assumere le decisioni che ritiene necessarie, in una logica di responsabilit politica e di accountability, - specie quando i tempi della vita politica esigono flessibilit e prontezza delle mosse strategiche; ma il quadro entro cui tali decisioni possono essere assunte e, come tali, accettate e riconosciute, e magari anche applicate, dalla membership, molto diverso. Intanto, per un partito, possiamo distinguere almeno tre livelli di azione strategica che possono essere sottoposti a diverse procedure di elaborazione e formulazione. Il primo, quello pi generale, quello definito dallinsieme dei valori e dei principi costitutivi di un partito, quale ad esempio si esprime in una Carta o in un Manifesto. E la cornice generale, su cui si esprime unadesione generale alle ragioni di un partito, alle sue finalit storiche, alla sua missione, ai suoi ideali. Questa cornice non soggetta ad una ri-discussione permanente e non ha bisogno di una costante opera di ridefinizione: in occasione dei Congressi, ad esempio, la si pu adeguare, integrare, correggere. Ma chiunque, nel partito, in qualsiasi momento, deve poter proporre una riflessione sulla cultura politica del partito; e dovrebbe avere le sedi in cui sviluppare questo tipo di confronto, che non pu avere ricadute immediate, ma pu pur tuttavia arricchire un patrimonio condiviso di idee e di valori.
Versione provvisoria - 30 gen 2009 Il secondo livello quello che definisce lorizzonte politico-strategico di breve e medio periodo di un partito: i principi programmatici generali, sulle diverse e principali aree di policy; la linea politica in materie di alleanze, le scelte di strategia elettorale, ecc. Insomma, ci che si definisce come lindirizzo politico del partito. Qui, un grande ruolo spetterebbe agli organismi rappresentativi di direzione politica espressi dal congresso (che non dovrebbero essere pletorici): riunioni e discussioni periodiche, che permettano di misurare opinioni e orientamenti presenti nel partito. Anche su queste scelte possibile, o necessario, che si esprima quella che possiamo definire una pi larga opinione pubblica del partito, attraverso riunioni degli organi dirigenti periferici e assemblee di base, e attraverso anche in questo caso luoghi e sedi di dibattito, che non potranno avere ricadute immediate sugli orientamenti degli organismi rappresentativi, ma possono nondimeno creare un clima di opinione su cui misurare il grado di condivisione, ma anche di acquisizione e comprensione, che la linea politica del partito riceve. Il terzo livello quello che riguarda il processo di elaborazione delle specifiche policies di un partito. Un partito vive di una azione permanente di proposta e di elaborazione su un insieme di questioni, anche minori, su cui si misura la sua capacit di entrare in contatto e intercettare la domanda politica che emerge dalla societ. Se per i primi due livelli possiamo anche, al limite, ipotizzare una leadership particolarmente illuminata e lungimirante, in grado di prospettare mete affascinanti e convincenti agli elettori e agli iscritti, o anche una leadership carismatica in grado di trascinare le masse, -- per questo terzo, essenziale livello, non possibile e realistico pensare che vi sia una concentrazione di saperi e di competenze tale da poter essere racchiusa e compresa nella ristretta cerchia del partito in the central office, o magari del partito parlamentare (i gruppi e i loro staff di consulenti). Si misura qui la potenzialit di un partito che sappia attrezzare canali e procedure adeguate ad un pi largo coinvolgimento di saperi, esperienze, competenze, diffuse nel corpo del partito e nei terminali periferici che esso pu essere in grado di attivare. E, naturalmente, risultano qui decisive le fasi e i tempi del processo decisionale: un partito non pu essere un forum permanente (o, pi brutalmente, un luogo di chiacchiere inconcludenti): deve produrre proposte di policy, con la necessaria concretezza e la giusta concisione dei tempi di produzione della decisione. Un partito che si ispiri ad una visione deliberativa della democrazia costruisce le condizioni perch si possano strutturare e organizzare rigorosamente le fasi e i momenti dellelaborazione programmatica e perch queste possano vedere il pi largo coinvolgimento possibile dei soggetti che risultino, a vario titolo, interessati ad una specifica issue. Ma la condizione essenziale che la possibile partecipazione avvenga in una fase preliminare del processo, quando ancora sono possibili diverse opzioni, quando opinioni e giudizi dei partecipanti si possono formare e trasformare, costruendo contesti dialogici strutturati, che permettano di valorizzare lapporto di tutti i punti di vista. Cambia dunque radicalmente il ruolo dellinformazione: nulla a che fare con la logica mediatica top-down che caratterizza un modello elitistico ed elettoralistico di partito. Qui uninformazione corretta (la definizione del problema, i dati necessari ad una sua corretta formulazione, i dati necessari per una corretta valutazione dei costi e dei benefici delle diverse possibili soluzioni, ecc.) sono un requisito ex ante della partecipazione. Qui, propriamente, entra in gioco la comunicazione, che presuppone uno scambio informativo; e mentre nel modello precedente, al pi, entra in gioco la consultazione, qui possiamo parlare di partecipazione o, a certe condizioni, di una pratica deliberativa. Si pu tornare ora a rileggere lo Statuto del PD, per capire se vi sono tracce delluna o dellaltra concezione. Ritornando alla tabella di comparazione tra i diritti degli elettori e quelli degli iscritti, troviamo innanzi tutto un richiamo ai diritti di informazione, ma senza una particolare differenziazione tra i due livelli42. Oltre alle dichiarazioni di principio, sopra ricordate, sui diritti degli iscritti, vale poi citare il c. 10 dellart. 1, dove si afferma il principio secondo cui il PD promuove la circolazione delle idee e delle opinioni, lelaborazione collettiva degli indirizzi
avere accesso alle informazioni su tutti gli aspetti della vita del partito, per gli elettori; essere compiutamente informati ai fini di una partecipazione consapevole alla vita interna del partito
Versione provvisoria - 30 gen 2009 politico-programmatici, la formazione di sintesi condivise, la crescita di competenze e capacit di direzione politica, anche attraverso momenti di studio e di formazione. Principi importanti; ma resta da vedere se e come il modello organizzativo complessivamente delineato dallo Statuto preveda istituti e strumenti che possano far pensare alla loro attuazione. Possiamo distinguere due ambiti, a questo proposito: gli strumenti telematici di partecipazione e listituzione dei Forum tematici Il primo strumento quello che viene definito, con una certa solennit, un Sistema informativo per la partecipazione, basato sulle tecnologie telematiche, adeguato a favorire il dibattito interno e a far circolare rapidamente tutte le informazioni necessarie a tale scopo. Dietro lenfasi della formula, come si precisa subito dopo, si nasconde semplicemente il possibile uso del sito internet ufficiale del partito, per favorire laccesso alle informazioni, ma anche per permettere ad elettori e iscritti di partecipare al dibattito interno e di fare proposte. Entriamo qui dunque su un terreno nuovo, e molto importante: luso delle Information and Communication Technologies (dora in poi, ICT), come strumento (e/o canale, e/o forma: i termini non sono indifferenti, come vedremo) della partecipazione democratica. Conviene dunque guardare subito anche gli altri passaggi dello Statuto in cui le ICT sono richiamate come uno strumento della vita interna del partito. Un primo passaggio, molto rilevante, quello dellart. 2 (c.8): liscrizione al partito cos come la registrazione nellAlbo degli elettori e delle elettrici possono avvenire anche per via telematica. Non si aggiunge nulla circa possibili controlli, verifiche o interazioni con le strutture, per cos dire, fisiche, dellorganizzazione del partito. Laltro punto rilevante riguarda le organizzazioni di base del partito: i circoli. Qui, oltre ai circoli territoriali, e a quelli di ambiente (legati alla sede di lavoro e/o di studio), si istituiscono anche i circoli on line , che vengono costituiti sulla rete internet e ai quali possibile aderire indipendentemente dalla sede di residenza, di lavoro e di studio. Si tratta, tuttavia, di un circolo che ha uno status inferiore a quello degli altri due tipi: se ai loro iscritti spetta comunque il diritto di partecipazione alla vita politica interna ed allelezione degli organi dirigenti, per essi fatto obbligo di indicare il circolo territoriale o il circolo di ambiente dove esercitare gli altri propri diritti, ai sensi del presente Statuto. Non precisato, ma si pu presumere che, ad esempio, la partecipazione alla procedura di elezione diretta del Segretario e dellAssemblea nazionale (la cui composizione definita su base territoriale dallart. 4), per gli iscritti dei circoli on line debba avvenire attraverso i canali degli altri circoli. Naturalmente, si pu osservare, luso principale della Rete, per un partito, non tanto quello interno, ma quello che proietta il partito allesterno, come dimostra la crescente importanza di Internet nelle campagne elettorali; e qui, ovviamente, uno Statuto, di per s, non ha molto da dire. Tuttavia, la disposizione che prevede liscrizione per via telematica ha un suo notevole rilievo: in questo il PD pu dirsi accomunato ad altri partiti europei, che hanno sperimentato o introdotto questa possibilit, del tutto coerente con lidea di una membership sempre pi atomistica, fondata su un rapporto immediato e individuale tra il singolo e il Partito, con questultimo che tende a perdere le caratteristiche di unentit associativa e di un luogo collettivo43. Per il resto, lidea di un Sistema informativo per la partecipazione non sembra prefigurare una visione particolarmente innovativa delluso del Web: sostanzialmente, siamo ancora ad un uso del sito come contenitore di informazioni e documenti. E vero che viene anche prospettata lidea che, attraverso questo sito, gli iscritti possano partecipare al dibattito politico, o fare proposte e che, in tal modo, sembra prefigurarsi un uso diverso della rete, ispirato ai principi del social networking ; ma ancora tutta
Tra le esperienze di iscrizione telematica, va senzaltro ricordata quella che precedette la vittoria di Sgolene Royal nella corsa alla nomination per la candidatura alle elezioni presidenziali francesi del 2007. In quella occasione, la possibilit di iscrizione al partito via Internet favor il successo della Royal, e il tema fu oggetto di aspre polemiche allinterno del Ps francese. Ma liscrizione telematica oramai prevista in molti altri partiti, ed generalmente interpretata come una conseguenza, o un sintomo, dellindebolimento delle tradizionali forme di membership dei partiti, - una sorta di legame debole tra il partito e i suoi iscritti
Versione provvisoria - 30 gen 2009 da verificare la qualit e la natura stessa delle discussioni politiche che possibile attivare con strumenti di questo tipo. In molti casi, facile ipotizzarlo, ci troveremo dinanzi a spazi confusi di confronto tra gli habitu della rete, luoghi che si prestano particolarmente allinvettiva populistica, e soprattutto luoghi virtuali senza alcuna reale interazione con i processi decisionali del partito, o nella migliore delle ipotesi luoghi che testimoniano, di per s, del radicale impoverimento delle sedi in cui si possa svolgere un reale confronto politico, o di strumenti che possano soddisfare la propensione partecipativa di quanti, con un senso di frustrazione, e in modo solipsistico, non riescono a trovare altro da fare che inviare un post al blog del sito del partito, per sfogare i loro malumori44. Pi in generale, il tema delle ICT richiama la concezione, o spesso i miti, che ne stanno accompagnando la diffusione. Da questo punto di vista, la grande mole di ricerche e di proposte, anche di natura teorica, che si sono sviluppate intorno alla cosiddetta E-democracy, sembrano potersi raggruppare intorno a tre possibili modelli, tra loro alternativi, il primo che vede nei nuovi media loccasione per praticare e rilanciare vecchie e nuove forme di democrazia diretta, superando quei vincoli spazio-temporali che, tradizionalmente, sono stati visti come una giustificazione della democrazia rappresentativa; il secondo, che si ispira al pensiero comunitarista, vede nella rete il luogo per rinsaldare vincoli e identit comunitarie; il terzo, che si ispira alla democrazia deliberativa, vede nelle nuove tecnologie un possibile ausilio alla creazione di un nuovo spazio pubblico discorsivo45. A quale, tra questi possibili modelli, si possa ispirare la democrazia interna di un partito, a noi sembra chiaro: non certo quello direttistico (che presuppone un rapporto plebiscitario tra la leadership e gli utenti-partecipanti); e nemmeno quello comunitario. Lapproccio deliberativo, certamente, quello potenzialmente pi promettente: ma a certe condizioni. La pi importante, tra queste condizioni, che la sfera pubblica virtuale sia effettivamente inserita in modo organico nei circuiti decisionali ordinari del partito e che coloro che ne fanno parte abbiano altri, non virtuali, momenti e sedi di partecipazione politica. In altri termini, la Rete offre straordinari strumenti per allargare e velocizzare la circolazione delle idee e delle opinioni, ma non pu essere una rete parallela e non comunicante con la laltra rete, fondamentale per un partito, quella associativa e collettiva. Lesempio dei Forum tematici, sopra ricordato, (un istituto introdotto dallo Statuto del PD, e anchesso peraltro inattuato, e per il quale ancora una volta lo Statuto richiama ad un successivo Regolamento) pu essere un ottimo esempio, per chiarire quanto appena detto. Le finalit dei Forum sono: la libera discussione, la partecipazione alla vita pubblica, la formazione degli elettori e degli iscritti al partito ed il coinvolgimento dei cittadini nellelaborazione di proposte programmatiche (art. 24, c. 1)). Dai Forum, si aggiunge, sono prodotti materiali utili alle decisioni e alliniziativa politica del PD. I Forum sono aperti a tutti e i partecipanti, qualora lo accettino, vengono registrati nellAlbo degli elettori (c. 2). Chi promuove i Forum? Si indicano due soggetti (c.3): i responsabili delle aree e dei settori tematici del partito; e un gruppo di almeno dieci cittadini, la cui proposta deve essere per approvata a maggioranza da parte della Direzione nazionale del partito. Infine, gli organi del Partito sono tenuti ad esprimersi sui materiali prodotti dai Forum quando discutono o deliberano su
Ed in effetti, se si va sul sito, e si clicca sulla voce partecipa, si apre una pagina che dedicata al Pdnetwork, cio al social network dei sostenitori on line del PD, cui segue un invito a iscriversi, ad inviare articoli, ad aprire un blog o aggregarne uno esistente. . Al 27 gennaio erano segnalati sul sito 29271iscritti e 5.994 blogDa segnalare, una delle discussioni in corso sul sito, titolata appunto Per un Pdnetwork pi interattivo tra utenti e PD. 45 Per una discussione su questi tre possibili modelli di democrazia elettronica, si veda Lusoli, 2007, che cos ne sintetizza le diverse prospettive, che originano da specifiche dottrine democratiche: diretta, comunitaria e deliberativa. Tre logiche sistemiche sono sussunte in altrettanti modelli e-democratici: la capacit dei nuovi media di favorire la democrazia diretta tramite maggiore informazione e partecipazione diretta: la capacit di sostenere i bond e i bridges richiesti dallazione collettiva, attraverso la creazione di norme, fiducia e reciprocit favorite dalla rete; infine, la possibilit di discutere razionalmente in rete su questioni socialmente rilevanti, sfuggendo ai limiti epistemici, temporali e geografici della deliberazione di massa (115).
Versione provvisoria - 30 gen 2009 contenuti attinenti. Da ultimo, un Forum pu essere sciolto se alle sue attivit non abbiano attivamente partecipato, anche per via telematica, almeno cento persone nel corso dellanno Fatti salvi i contenuti del futuro Regolamento, che potranno in larga misura determinare leffettivo valore e loperativit di questo istituto, quello che risalta , ancora una volta, una concezione dei circuiti democratici del partito che mettono in connessione diretta i vertici e la massa indistinta della base (e qui, nemmeno di elettori o iscritti, ma di semplici cittadini). Davvero, si pensa che la Direzione nazionale del Partito possa seriamente prendere in considerazione proposte che vengano, direttamente, da appena dieci cittadini? Lidea suona persino un po grottesca, ma rivela, al fondo, una malintesa, e populistica, visione di cosa possa essere veramente, in un partito, partecipazione. Non vi alcuna integrazione tra i meccanismi della democrazia rappresentativa, che fondino la responsabilit politica dei gruppi dirigenti, e lattivazione di luoghi di discussione politica che preparino la decisione e arricchiscano il processo decisionale. Certo, si dice anche che i Forum possono essere attivati dai responsabili dei settori di lavoro del Partito: e questa sarebbe in effetti, a nostro parere, la via che potr rendere efficace questo istituto, se il Regolamento interverr adeguatamente; ma anche qui, a certe condizioni, ossia che essi siano inseriti in una concezione veramente deliberativa del processo di decision-making delle proposte programmatiche del partito. Qui, veramente, la rete telematica potrebbe svolgere un grande ruolo: ma contano le procedure democratiche in cui essa inserita. Intanto, ha poco senso una proliferazione incontrollata di Forum: frantumare le discussioni il modo migliore per renderle del tutto ininfluenti e inconcludenti, ed anche il modo pi efficace per scoraggiare la partecipazione e deludere i partecipanti. Ma poi conta il livello della responsabilit politica: e conta il fatto che vi sia un partito organizzato. Il percorso per rendere efficaci tali Forum potrebbe essere questo: il responsabile politico nazionale, (o regionale, nel caso si tratti di policies territorialmente circoscritte) decide prima di definire in modo compiuto una posizione programmatica del partito di aprire un percorso di discussione pubblica nel partito, circoscritto nei tempi, creando una sorta di policy community interna al partito, coinvolgendo i gruppi parlamentari o consiliari, i responsabili locali della stessa area di lavoro, esperti e specialisti portatori di competenze specifiche; e sollecitando, attraverso un insieme di strumenti di comunicazione, anche il coinvolgimento di elettori e iscritti interessati. Il percorso deliberativo si pu svolgere attivando una serie di strumenti partecipativi, che possono anche assumere il nome di forum tematici, ma che devono essere adeguatamene concepiti e strutturati dal punto di vista metodologico: non ha senso, e non produce nulla, convocare semplici assemblee che, magari vengono chiamate forum, ma che riproducono tutti i vizi della tradizionale democrazia assembleare o i riti del tradizionale convegno politico. Per un percorso di questo tipo essenziale il ricorso a strumenti telematici di comunicazione: newsletters, che periodicamente facciano il punto sullo stato della discussione; un sito dedicato con la pubblicazione dei documenti di base della discussione e la pubblicazione dei contributi pervenuti, ed anche qui pu essere davvero utile un web-forum, con una discussione on line, regolata da un moderatore non il susseguirsi confuso dei post degli utenti, con il linguaggio tipico dei blog: frasi smozzicate, o scambi diretti di battute tra due utenti che rimangono incomprensibili agli altri. Ma un punto deve essere chiaro: questi processi partecipativi non possono annullare la responsabilit politica di chi stato chiamato a dirigere un settore di lavoro. Al termine del processo, vi deve essere un meccanismo di accountability: il responsabile politico rende conto della discussione che c stata, produce una sorta di rapporto conclusivo sulle posizioni emerse, ed alla fine si assume lonere di decidere (o meglio, trasmette la proposta agli organismi dirigenti). Il momento della restituzione ai partecipanti degli esiti della discussione e della decisione cui si pervenuta un momento decisivo: se non si crea questo circuito tra responsabilit politica e partecipazione, la partecipazione stessa alla fine mancher del tutto: e non perch, come vorrebbe una vulgata populistica, alla fine la base non conta, ma perch non stata adeguatamente inserita in un processo decisionale chiaramente definito e politicamente imputabile, che sia chiamato a risponderne.
Versione provvisoria - 30 gen 2009 Qui potrebbe utilmente inserirsi un altro, e positivo, nuovo strumento che lo Statuto ha previsto: la Conferenza programmatica annuale (art. 25): che potrebbe essere benissimo concepita come il momento di raccordo di questo percorsi decisionali e deliberativi, il momento in cui si tirano le fila dei discorsi, e si aggiorna il quadro politico e programmatico. Il concetto-chiave, qui, quello di policy community: per definizione, in ogni partito, c sempre un network che decide sulle posizioni programmatiche da assumere in una determinata arena delle policies in cui il partito impegnato: si tratta di capire come e da chi formata questa rete di attori rilevanti che determinano la definizione di una proposta; si tratta di capire se questa rete pubblica e politicamente responsabile, o chiusa ed auto-referenziale; se e come aperta allinfluenza di gruppi di pressione esterni e se questo rapporto avviene in modi trasparenti o sotterranei; se il rapporto con gli intellettuali e il mondo delle competenze specialistiche costruito in modo da valorizzare tutti i possibili apporti, o se non si creano, piuttosto, circuiti ristretti di expertise che monopolizzano lelaborazione politica e programmatica del partito. Si potrebbe discutere, ad esempio, per quanto riguarda il PD, come la scelta di costituire il governo-ombra abbia inciso nella costruzione dei policy networks del partito: limpressione che essi risultino, in gran parte, schiacciate sul lavoro dei gruppi parlamentari e che debolissimi siano i canali con cui questo lavoro si raccorda alle strutture periferiche e regionali del partito. Da qui, anche, la ricorrente lamentela sul carattere romanocentrico del partito Qui si apre lo spazio per un lavoro di analisi e di ricerca, su come effettivamente, oggi, funzionano i partiti; e uno spazio di discussione su come pensiamo debbano funzionare; un lavoro e un dibattito necessario, fosse anche solo per concludere che, s, oggi funzionano male, ma che non realistico pensare che possano funzionare altrimenti. Per quanto riguarda il PD, in particolare, - proprio perch un partito in fieri -, questa duplice prospettiva, analitica e normativa, ci pare quanto mai opportuna. Chi interessato alle sorti di questo partito non pu sottrarsi al compito di misurare quale modello organizzativo (e quale modello implicito di democrazia), di fatto, ha operato in questo suo primo anno di vita, quale modello inscritto nelle scelte statutarie, quanto esso sia ancora indeterminato e aperto a diversi esiti: e quindi, quali scelte sono ancora possibili, per comprenderne bene le implicazioni e gli effetti, e per decidere, quindi, se possibile, a ragion veduta, per il suo futuro, quali alternative perseguire.
8. CONCLUSIONI Abbiamo ricordato allinizio come il dibattito teorico e politico intorno al destino dei partiti passi anche attraverso atteggiamenti che possono essere definiti realisti e posizioni che invece mantengono un approccio di tipo normativo. Le due cose non sono necessariamente alternative: si pu essere crudamente realisti, circa il ruolo che oramai rivestono i partiti, e ritenere che di queste trasformazioni (piacciano o meno) occorre semplicemente prendere atto; ma si pu anche accettare la diagnosi realista (ad esempio, la tendenza alla personalizzazione della leadership dei partiti; o la loro crescente professionalizzazione elettorale; o il loro crescente ruolo come agenzie parastatali, o come strutture di servizio alle macchine elettorali dei candidati) e ritenere, pur tuttavia, che vi siano le condizioni per frenare o invertire queste tendenze, o che vi sia la necessit, per una buona qualit della democrazia, che i partiti sappiano anche rinnovarsigi, ma in che direzione, e per fare cosa? Un dato di analisi ricorrente, e molto diffuso, tende a richiamare alcuni elementi fondamentali: le funzioni chiave, per le quale i grandi partiti del Novecento sono nati, sono oggi esaurite. Integrazione sociale, formazione e socializzazione politica, costruzione di identit collettive, espressione e politicizzazione dei grandi cleavages socialisembrano tutti compiti che oramai appartengono al passato. Lipotesi che qui vorremmo avanzare che, pur in forme completamente diverse dal passato, la societ contemporanea non pu fare a meno di attori politici organizzati che si propongano ancor oggi di svolgere questi compiti, e che il ruolo dei partiti potrebbe anche essere 36
Versione provvisoria - 30 gen 2009 quello di tornare a reinterpretare quelle funzioni e a scoprirne di nuove. Ad esempio, siamo proprio certi che, in una societ liquida, caratterizzata bens da segmenti di un moderno individualismo critico e post-materialistico, ma soprattutto da diffuse solitudini, frammentazione sociale, impoverimento culturale di massa, tele-dipendenza , la politica (e i partiti) non possano pi far nulla per recuperare, re-inventare, unazione di integrazione e ricostruzione della coesione sociale? O ancora, la costruzione dellofferta di policies, e la possibilit di percorsi condivisi per la loro elaborazione e discussione, non potrebbe essere unoccasione per spezzare la spirale dei microcorporativismi? I partiti possono opporre qualcosa alla deriva che sembra portare ad una sorta di concezione solipsistica della partecipazione democratica ? O si devono semplicemente piegarsi a questa ondata, cercando di volgerla a proprio vantaggio? E ancora: nel momento in cui le stesse analisi dei risultati elettorali continuano a mostrare limportanza delle fratture di cultura politica che attraversano la societ, la vischiosit delle strutture del senso comune, la resistenza dei frames cognitivi che orientano le scelte politiche degli elettori, pensiamo che questo senso comune (oggi, molto spesso, naturaliter, conservatore, chiuso, impaurito) possa essere modificato solo da quegli stessi media che gi oggi, in gran parte, lo plasmano? E che non ci sia spazio, dunque, per unazione di ricostruzione di una cultura politica democratica, che passi attraverso la creazione di una nuova rete di associazionismo politico e culturale, e per lattivazione di nuove logiche integrative, di cui i partiti potrebbero essere ancora protagonisti, seppure certo in modo non esclusivo? Nellera della democrazia del pubblico (Manin, 1995), i partiti che non vogliono adeguarsi al quadro cognitivo e al senso comune spontaneamente prodotto da canali mediatici atomizzati, non devono tornare a puntare su canali organizzativi fondati sullinterazione comunicativa diretta tra individui e gruppi di individui, su forme collettive di organizzazione e azione, su una formazione dialogico-discorsiva dei giudizi politici e delle opinioni?
Sono domande che toccano particolarmente il futuro del PD. E, a questo proposito, non si possono non sottoscrivere le osservazioni di Piero Ignazi, sulla scelta americana che mette a rischio il radicamento territoriale del partito46, e quelle di Roberto DAlimonte, sul rapporto sostanzialmente irrisolto e mai veramente affrontato, nel Pd, tra primarie e organizzazione di partito47. Lidea di partito che emerge dalle scelte compiute con lelaborazione dello Statuto unidea riconducibile, nella sua ispirazione fondamentale, ad un modello di democrazia elitisticoelettoralistica e ad una concezione individualistica della partecipazione. Non basta dire, per cercare di temperare questo giudizio, che leffettivo modello organizzativo resta ancora largamente indeterminato, che molte scelte rilevanti sono ancora da compiere e che dunque possibile ancora discutere su opzioni o soluzioni diverse; vero, ma spesso le organizzazioni vivono anche di una loro forza inerziale, facile smontare, ben pi difficile ricostruire; e anche i tempi con cui un (eventuale) ripensamento dellattuale modello organizzativo del PD potr avvenire, non sono indifferenti. Si potr anche ritenere che un tale modello sia lunico possibile, o si possono avere
Prima ancora delle difficolt politico-strategiche il PD risente della indeterminatezza della sua vita interna. Il partito vive ancora in un limbo di regole, norme, prassi, mal definite, applicate a macchia di leopardo, contestate e mai accettate fino in fondoa ci si aggiunga la scelta per un partito rivolto verso lelettorato e la societ civile piuttosto che verso i suoi iscritti e militantiGi il Pds e i Ds avevano ceduto al mainstream culturale che aveva decretato la morte del partito pesante, fatto di sezioni e militanti, e inneggiato al nuovo, al partito leggero, televisivo, rivolto agli elettori e non ai membri, senza la zavorra dei quadri locali e delle burocrazie. E il Pd, ovviamente, si accodato. Salvo poi scoprire che un bel partito radicato nel territorio, con le sue strutture e i suoi militanti, ora considerato la chiave del successo, visto che si attribuisce il buon risultato della Lega alla sua mitizzata organizzazione territoriale. Ecco quindi il Pd preso in contropiede dalla sua americanizzazione spinta, fatte di elezioni primarie sempre e comunque, di disdegno per il partito dantan (P. Ignazi, Il vero nodo la transizione infinita, Il sole-24 ore, 11 dicembre 2008). 47 In gioco ci sono due diverse concezioni della democrazia e del ruolo dei partiti. Non si pu avere tutto e il contrario di tutto, - partiti forti e primarie vere, democrazia dei partiti e democrazia diretta -, senza aver approfondito come questi due diversi elementi possano coesistere in una sintesi coerente (R. DAlimonte, Quelle primarie affossano il partito, Il Sole-24 ore, 9 dicembre 2008).
Versione provvisoria - 30 gen 2009 anche argomenti che lo difendano e lo giustifichino; ma una riflessione consapevole e un aperto dibattito politico, in ogni caso, sembrano non pi rinviabili. Speriamo, con questo nostro contributo, di aver fornito qualche possibile elemento di analisi e di valutazione.
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