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Timestamp: 2018-03-17 12:37:28+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 416', 'art. 240', 'art. 1', 'art. 322', 'art. 322', 'art. 322', 'art. 322', 'sentenza ', 'sentenza ']

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ART 240 CP CONFISCA PENALE AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA MILANO
da Armaroli | Dic 7, 2016 | avvocato difesa penale | 0 commenti
ART 240 CP CONFISCA PENALE AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA
Nel caso di condanna, il giudice può ordinare la confisca delle cose che servirono o furono destinate a commettere il reato, e delle cose che ne sono il prodotto o il profitto.
È sempre ordinata la confisca: 1) delle cose che costituiscono il prezzo del reato; 2) delle cose, la fabbricazione, l’uso, il porto, la detenzione o l’alienazione delle quali costituisce reato, anche se non è stata pronunciata condanna.
La disposizione del n. 2 non si applica se la cosa appartiene a persona estranea al reato e la fabbricazione, l’uso, il porto, la detenzione o l’alienazione possono essere consentiti mediante
L’associazione per delinquere – a differenza della più grave ipotesi associativa di cui all’art. 416 bis c.p. – non è un reato di per sé idoneo a produrre ricchezze illecite. Di talché, l’omesso accertamento circa la sussistenza dei reati scopo della costituita associazione non consente la confisca dei beni in precedenza sequestrati all’imputato, non configurandosi il vincolo di pertinenzialità imposto dall’art. 240, comma 1, c.p..
Pur tuttavia – e fermo restando che la recente proliferazione di ipotesi speciali di confisca intra ed extra codicem ha segnato una distanza probabilmente incolmabile con la figura tradizionale ex art.
Per cose destinate alla commissione del reato si intendono quelle che seppur disposte a tal fine dal reo, non furono utilizzate perché in esubero o non sufficienti o per l’intervento di forze estranee alla volontà del reo.
Si ritiene comunemente che il legislatore nell’utilizzare l’espressione “il reato” abbia voluto riferirsi ai soli reati dolosi, in quanto le parole “furono destinate” e “servirono” esprimono un’intenzione finalistica dell’agente.
Anche per le cose che costituiscono il prodotto del reato va tenuta ferma l’esigenza di diretta ed immediata derivazione dall’illecito commesso, intendendosi per prodotto il risultato empirico dell’attività criminosa (es le sostanze alcoliche distillate illecitamente).
Cassazione penale sez. I 20 gennaio 2015 n. 7860
In materia di misure di sicurezza patrimoniali, per effetto della disciplina transitoria prevista dall’art. 1, comma 194, l. 24 dicembre 2012 n. 228, nel caso di sequestro preventivo finalizzato alla confisca, antecedente all’1 gennaio 2013, ai fini dell’opponibilità del diritto di garanzia sul bene oggetto del provvedimento ablatorio, nel conflitto tra l’interesse del creditore a soddisfarsi sull’immobile ipotecato e quello dello Stato a confiscare i beni, che siano frutto o provento di attività mafiosa, deve prevalere il secondo, con la conseguenza che è inopponibile allo Stato l’ipoteca iscritta anteriormente al sequestro, salvo che non sia stata già disposta alla data dell’1 gennaio 2013 l’aggiudicazione del bene al terzo acquirente in buona fede (V. sezione Un. civ. n. 10532 del 2013). (Annulla con rinvio, Trib. lib. Salerno, 28/02/2014 )
Cassazione penale sez. II 11 luglio 2014 n. 32683 autorizzazione amministrativa.
Nell’ottica di un più deciso contrasto ai patrimoni mafiosi è intervenuta la riforma del 2009 che ne ha dilatato i confini di applicazione. Difatti il legislatore ha scelto di prescindere dalla pericolosità attuale dell’imputato per la confisca dei beni, accontentandosi a tal fine della pericolosità originaria, cioè del collegamento tra i beni oggetto di apprensione e l’attività mafiosa (o comunque illecita) mentre non si richiede che detto legame permanga fino al momento dell’applicazione della misura. La prova del collegamento viene raggiunta non solo attraverso l’accertamento dell’incapacità dell’imputato di fornire la prova della provenienza dei beni e la sproporzione del loro valore rispetto ai redditi dello stesso, ma anche attraverso la valutazione della circostanza che non vi sia stato un significativo lasso temporale tra la presunta entrata del soggetto nella consorteria criminale e l’acquisto dei beni (questo onde evitare l’indiscriminata acquisizione di beni che non siano necessariamente collegati all’attività illecita, permettendo l’aggressione di beni conseguiti solo successivamente a tale momento,salvando quelli acquisiti legittimamente in precedenza).ù
a giurisprudenza distingue a seconda che si tratti di confisca diretta ovvero di confisca per equivalente, ammettendo, non senza contrasti, la confiscabilità dei beni costituenti il prezzo o il profitto del reato prescritto solo nel primo caso, cioè solo in presenza di una confisca qualificabile come misura di sicurezza; mentre, nel caso di confisca per equivalente la giurisprudenza tende a ritenere precluso il provvedimento ablatorio in presenza di un reato prescritto, in quanto attribuisce a tale tipo di confisca natura sostanzialmente sanzionatoria.
Come è noto quella per equivalente è una forma di confisca che trova il suo fondamento e limite nel vantaggio tratto dal reato e prescinde dalla pericolosità derivante dalla res, in quanto non è commisurata né alla colpevolezza dell’autore del reato, né alla gravità della condotta, avendo come obiettivo quello di impedire al colpevole di garantirsi le utilità ottenute attraverso la sua condotta criminosa.
Ne consegue che nonostante la definizione codicistica dell’istituto come misura di sicurezza patrimoniale, l’effettiva ratio di questo tipo di confisca consiste in un ampliamento oggettivo delle cose confiscabili per finalità prevalentemente sanzionatore. Proprio l’inadeguatezza del modello tradizionale di confisca – che deve riguardare necessariamente gli stessi beni su cui ha avuto incidenza il reato e che richiede, quindi, la sussistenza del nesso di pertinenzialità tra bene e reato – ha determinato il legislatore ad introdurre l’ipotesi della confisca cd. di valore, che può essere disposta solo quando non è possibile procedere alla confisca “ordinaria”. La giurisprudenza ha evidenziato come scopo di questo istituto è quello di superare le angustie della confisca “tradizionale”, rispetto alla quale si pone in un rapporto di alternatività – sussidiarietà, per la sua attitudine a costituire un rimedio alle difficoltà di apprensione dei beni coinvolti nella vicenda criminale, cioè a supplire agli ostacoli connessi alla individuazione del bene in cui si incorpora il profitto e di consentire la confisca anche nel caso in cui l’apprensione del prezzo o del profitto derivante dal reato non sia più possibile in conseguenza dell’avvenuta cessione a terzi oppure a causa di forme di occultamento o, semplicemente, perché i beni sono stati consumati.
In questi casi la confisca per equivalente consente di aggredire ugualmente il profitto illecito perché si riferisce al valore illecitamente acquisito. È evidente, quindi, come il nesso eziologico tra i beni oggetto di confisca e il fatto-reato dimostri una tendenza ad allentarsi fino a scomparire, in quanto il provvedimento ablatorio colpisce i beni indipendentemente dal loro collegamento, diretto o mediato, con il reato. Allora, la provenienza dei beni da reato non rappresenta più oggetto di prova, dal momento che scompare ogni relazione di tipo causale.
Ed è proprio in base a queste caratteristiche della confisca per equivalente che la giurisprudenza – sostenuta dalla dottrina – ne valorizza la natura sanzionatoria.
Ebbene, secondo le decisioni citate la natura sanzionatoria è desumibile dalla confiscabilità di beni che, oltre a non avere alcun rapporto con la pericolosità individuale del reo, non hanno un collegamento diretto neppure con il singolo reato e la cui ratio è quella di privare il reo di un qualunque beneficio economico dell’attività criminosa, anche di fronte all’impossibilità di aggredire l’oggetto principale, nella convinzione della capacità dissuasiva e disincentivante di tale strumento.
Ne consegue che proprio la natura sanzionatoria impedisce che la confisca per equivalente possa trovare applicazione anche in relazione al prezzo o al profitto di reato derivante da un reato estinto per prescrizione: una volta che questo tipo di confisca viene accostata ad una sanzione di natura penale è indispensabile che sia preceduta da una pronuncia di condanna, dovendo escludersi che possa trovare applicazione il regime sulle misure di sicurezza patrimoniale, come gli artt. 200, 210 e 236 c.p. che, come si è visto, derogano ai principi penalistici della irrevocabilità e della inapplicabilità della sanzione penale in caso di estinzione del reato. Del resto appare difficile offrire una diversa lettura delle specifiche disposizioni contenute nell’art. 322-ter c.p. che appunto subordina la confisca, anche quella di valore, alla condanna o all’applicazione della pena su richiesta delle parti: la confisca per equivalente può essere applicata, al pari delle sanzioni penali, solo a seguito dell’accertamento della responsabilità dell’autore del reato.
Meno omogeneo è il quadro offerto dalla giurisprudenza con riferimento al medesimo tema, riferito però alla confisca-misura di sicurezza. Infatti, se la giurisprudenza appare tendenzialmente compatta nell’escludere la confiscabilità del prezzo (o profitto) del reato in presenza dell’intervenuta prescrizione nel caso di confisca per equivalente, sussiste un contrasto nella diversa ipotesi di confisca intesa come misura di sicurezza, dal momento che le sentenze più recenti sembrano aver superato l’insegnamento delle Sezioni unite De Maio.
Ciò posto, deve rilevarsi un ulteriore e collegato problema relativo alle modalità della confisca del denaro sequestrato sul conto corrente e costituente il prezzo del reato.
Un primo e più recente orientamento è nel senso di ritenere che nel caso in cui il prezzo o il profitto tratto da uno dei reati indicati nell’art. 322-ter c.p. sia costituito dal denaro, il giudice deve disporre la confisca obbligatoria del profitto in forma diretta, ai sensi della prima parte del comma 1 del citato art. 322-ter cit., e non la confisca per equivalente ai sensi della seconda parte del predetto comma, attesa la fungibilità del bene in questione.
Secondo queste decisioni quando il prezzo (o il profitto) del reato è costituito da numerario la confisca può essere disposta in via diretta trattandosi di sottoporre a sequestro le disponibilità di conto corrente dell’imputato, cioè cose fungibili.
Si tratta di un orientamento che ha ricevuto l’avallo anche delle Sezioni unite che, in una recente decisione, hanno ribadito che quando il profitto del reato è costituito da somme di denaro è legittima la confisca diretta disposta ai sensi della prima parte dell’art. 322-ter, comma 1, c.p. sul conto corrente nella disponibilità dell’imputato.
Questa sentenza propone un deciso ampliamento dei casi di confisca diretta, sostenendo che quando il profitto sia costituito da denaro l’adozione del sequestro – e della successiva confisca – “non è subordinato alla verifica che le somme provengano dal delitto e siano confluite nella effettiva disponibilità dell’indagato, in quanto il denaro oggetto di ablazione deve solo equivalere all’importo che corrisponde per valore al prezzo o al profitto del reato, non sussistendo alcun nesso pertinenziale tra il reato e il bene da confiscare”.
In questo modo, anche nella confisca diretta avente ad oggetto il denaro, che sia prezzo o profitto del reato, diventa del tutto indifferente l’accertamento del collegamento pertinenziale tra bene e reato, così come avviene nel caso di confisca per equivalente, determinando, sotto questo profilo, una sostanziale identità funzionale delle due tipologie di provvedimenti ablatori.
Tuttavia, come si è visto, a tale identità funzionale finiscono per corrispondere conseguenze diverse proprio in materia di possibilità di disporre la confisca in presenza di reati prescritti.
Una diversa impostazione sottolinea invece – sempre in materia di sequestro/confisca di somme di denaro – l’esigenza di una diretta derivazione causale dall’attività del reo, intesa quale stretta relazione con la condotta illecita, al fine di evitare un’estensione indiscriminata ed una dilatazione indefinita ad ogni e qualsiasi vantaggio patrimoniale, indiretto o mediato, che possa scaturire da un reato.
In conclusione, la sesta sezione penale rileva come in questa materia, in continua evoluzione, vi sono orientamenti contraddittori su aspetti particolarmente rilevanti e delicati in cui si fronteggiano decisioni che si richiamano a principi affermati dalle Sezioni unite, ma in ambiti diversi, situazione questa che giustifica un intervento chiarificatore del Supremo Consesso.
Una prima questione, dunque, attiene alla possibilità di disporre la confisca del prezzo del reato nonostante questo sia dichiarato prescritto ovvero quando manchi una sentenza di condanna o di applicazione concordata della pena: in questo caso, il contrasto è interno all’orientamento che ritiene che in tali casi la confisca debba essere disposta in via diretta.
Inoltre, vi è anche un’altra questione, collegata alla prima, relativa alle modalità da osservare in caso di confisca di somme di denaro depositate sul conto corrente, se cioè debba disporsi la confisca per equivalente ovvero quella diretta, e in quest’ultimo caso se debba o meno ricercarsi e in che limiti il nesso pertinenziale tra denaro e reato.
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