Source: https://www.nuovefrontierediritto.it/immigrazione-cass-civ-83892012/
Timestamp: 2017-12-13 07:33:06+00:00
Document Index: 81319678

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 14', 'art. 14', 'art.5', 'art. 2', 'art. 14', 'art. 11', 'art. 2', 'art. 34', 'art. 32', 'art. 14', 'art. 5', 'art. 14', 'art. 14', 'sentenza ', 'art. 14', 'art. 5', 'art. 14', 'sentenza ']

Home » Massimario » Note a sentenza » Cassazione Civile » IMMIGRAZIONE – Cass. Civ. 8389/2012
‘Il principio della personalizzazione della minaccia o del danno non si applica alla protezione sussidiaria nel senso che anche “la minaccia grave e individuale alla vita o alla persona di un civile derivante dalla violenza indiscriminata tra situazioni di conflitto armato interno o internazionale” costituisce danno grave che giustifica il riconoscimento della protezione (art. 14, lett. c), d.lgs. n. 251 del 2007)’.
Il reclamante aveva dichiarato alla Commissione di aver lasciato il proprio paese essendo rimasto coinvolto in sanguinosi scontri verificatisi nel 2004 tra abitanti del proprio villaggio di etnia Shaklri – alla quale egli appartiene – e di etnia I. per la ripartizione dei proventi dello sfruttamento delle risorse petrolifere del villaggio stesso; che suo padre era rimasto ucciso negli scontri; che egli, rimasto solo, non aveva pensato di rivolgersi alla polizia ed era fuggito alla volta della Libia, ove era rimasto sino all’agosto 2008 per poi raggiungere l’Italia.
Il sig ***** ha quindi proposto ricorso per cassazione articolando due motivi di censura, cui l’amministrazione intimata non ha resistito.
La Corte di appello ha fondato il diniego sulla base del fatto che nel caso sottoposto al suo esame non risultavano integrati nè gli estremi della persecuzione (presupposto del riconoscimento dello status di rifugiato), trattandosi di una vicenda personale inserita in un localizzato contrasto tribale, né era rilevante, ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria, la minaccia grave e individuale alla vita o alla persona del reclamante, non essendo neppure dedotta una “Violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale” (art. 14, lett. c), d.lgs. 19 novembre 2007, n. 251). Inoltre, la Corte di appello affermava che le circostanze dedotte dall’appellante non erano adeguatamente suffragate da prove, utili a fondare l’accoglimento della richiesta di protezione internazionale. Si trattava invece di una contesa di natura meramente patrimoniale interessante un ambito circoscritto di soggetti in un’arca territoriale assai limitata (un villaggio) da regolarsi alla stregua di un problema di ordine pubblico, a cura delle autorità locali di polizia, e alla quale il reclamante avrebbe potuto comunque sottrarsi trasferendosi in un’altra zona del paese, mentre aveva preferito emigrare all’estero; sicché era del tutto inconferente il richiamo alle condizioni generali della Nigeria desumibili dai reports internazionali, non sussistendo in ogni caso alcun nesso di causalità fra tali condizioni e le motivazioni soggettive del reclamante ad emigrare.
Nel corso degli ultimi anni, si sono consolidate alcune linee interpretative già assunte dalla Corte, in tema di misure di protezione internazionale, così come attualmente disciplinate dai d.lgs 19 novembre 2007 n. 251 e n. 25 del 25 gennaio 2008, rispettivamente attuativi delle Direttiva 2004/83/Ce e 2005/85/CE. In particolare, nel riconoscere l’esistenza, accanto alle misure tipiche del rifugio politico e della protezione sussidiaria, espressamente disciplinate dalle norme di derivazione comunitaria, caratterizzate dal conseguimento di un titolo temporalmente stabile e dal godimento di diritti sociali, la Corte ha conservato dignità ed autonomia ai permessi umanitari disciplinati dall’art.5, comma 6 e 19, comma 2 del d.lgs n. 286 del 1998, delineandone con chiarezza le linee di demarcazione. Contestualmente, ha ribadito la peculiarità dei poteri istruttori officiosi del giudice in tali procedimenti dovuta al rilievo costituzionale ed al rango di diritti umani da riconoscere alle istanze degli asylum seekers. In ordine al primo dei due versanti esaminati, l’ordinanza della sesta sezione, sottosezione prima, n. 6880 del 24 marzo 2011, rv.617462 ha così individuato i criteri distintivi delle due misure tipiche “Il riconoscimento della protezione sussidiaria non richiede, diversamente da quanto previsto per lo “status” di rifugiato politico, l’accertamento dell’esistenza di una condizione di persecuzione del richiedente, ma è assoggettato a requisiti diversi, desumibili dall’art. 2 lettera g) e dall’art. 14 del d.lgs n. 251 del 2007. Tale diversità è stata ribadita dalla Corte di Giustizia (Grande sezione, procedimenti riuniti C 175-179/08), in sede d’interpretazione conforme dell’art. 11 n. 1 lettera e) della Direttiva 2004/83/CE, proprio al fine di evidenziare che l’eventuale cessazione delle condizioni riguardanti il riconoscimento dello “status” di rifugiato politico non può incidere sulla concessione della complementare misura della protezione sussidiaria, secondo il diverso regime giuridico di questa misura che si caratterizza, alla luce dell’art. 2 della direttiva, proprio perché può essere concessa a chi “non possiede i requisiti per essere riconosciuto come rifugiato”. Ne consegue che, quando il richiedente sia colpito da un mandato di arresto per fatti commessi durante una manifestazione di protesta, il giudice non può escludere la protezione sussidiaria, senza accertare preventivamente il titolo sulla base del quale è stato emesso il provvedimento restrittivo della libertà personale, limitandosi ad affermare che il ricorrente non risulta essere autore di opinioni politiche o ideologiche contrastanti con quelle del Governo, ma deve verificare se ricorra, per lo straniero, il rischio effettivo di essere sottoposto a ‘pena di morte o tortura o alla minaccia grave e individuale alla vita o alla persona di un civile derivante dalla violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale’.
Nel nuovo sistema normativo, la Corte, al riguardo, ha affermato che pur potendo riscontrarsi una sostanziale coincidenza di requisiti tra le due misure, tuttavia tale coincidenza, pur essendo riconosciuta espressamente dalla previsione della convertibilità, al momento dell’entrata in vigore della nuova normativa, dei permessi umanitari preesistenti in protezione sussidiaria, ai sensi dell’art. 34 del d.lgs. n. 251 del 2007, non esclude, nell’attuale sistema delle misure di protezione internazionale, la tutela residuale costituita dal rilascio di permessi sostenuti da ragioni umanitarie o diverse da quelle proprie della protezione sussidiaria o correlate a condizioni temporali limitate e circoscritte, come previsto dall’art. 32, terzo comma, del d. lgs. n. 25 del 2008, ai sensi del quale le Commissioni territoriali, quando ritengano sussistenti gravi motivi umanitari (evidentemente inidonei ad integrare le condizioni necessarie per la protezione sussidiaria) devono trasmettere gli atti al Questore per l’eventuale rilascio del permesso di soggiorno. Nella successiva ordinanza n. 24544 del 21 novembre 2011 (rv. 619702) emessa dalla sesta sezione, sottosezione prima, è stata ulteriormente precisata la differenza tra la misura tipica della protezione sussidiaria e quella atipica del permesso umanitario, riscontrandola non nella misura della gravità delle ragioni di protezione ma piuttosto nella presumibile limitazione temporale della seconda “vuoi per la speranza di una rapida evoluzione della situazione del paese di rimpatrio, vuoi per la posizione del richiedente, suscettibile di un mutamento che faccia venir meno l’esigenza di protezione” (art. 14 d.lgs. 251/2007).
Nel caso in esame, col primo motivo di ricorso, il ricorrente ha denunciato la violazione di norme di diritto e il vizio di motivazione della decisione di secondo grado; la Corte di appello ha negato la protezione sussidiaria in quanto ha affermato che , nel caso de quo, la vicenda subita dal ricorrente va ricondotta a una pura questione di ordine pubblico interno al suo paese d’origine, osservando che i reports internazionali, non presi in considerazione dai giudici di merito, avevano evidenziato la partecipazione delle stesse forze di polizia alle violazioni dei diritti umani. Inoltre, la medesima corte ha affermato che l’art. 5 comma 1, lett d), d.lgs. n. 251 del 2007, prevede che tali violazioni rilevano anche se commesse da soggetti “non statuali”, quando lo stato o le organizzazioni che lo controllano o controllano una parte del suo territorio “non possono o non vogliono fornire protezione”.
La S.C. ha respinto entrambi i motivi posti alla base del ricorso: sul primo ha statuito che il riferimento alla condotta dell’esercito nigeriano era generico e non attinente alla vicenda personale del ricorrente; respingendo il secondo motivo di ricorso, la S.C. ha affermato che esso è inammissibile in quanto il principio della personalizzazione della minaccia o del danno non si applica alla protezione sussidiaria nel senso che anche “la minaccia grave e individuale alla vita o alla persona di un civile derivante dalla violenza indiscriminata tra situazioni di conflitto armato interno o internazionale” costituisce danno grave che giustifica il riconoscimento della protezione (art. 14, lett. c), d.lgs. n. 251 del 2007). Ma la Corte d’appello ha escluso – con statuizione rimasta priva di specifica censura – che una tale situazione fosse stata dedotta in giudizio dal ricorrente.
A nulla vale il laconico commento della Corte d’appello di Catania quando afferma che il reclamante non aveva dedotto nemmeno una “Violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale” (art. 14, lett. c, d. lgs. 251/2007). Quella corte ha affermato che la situazione di instabilità politica interna della Nigeria andava ricondotta nell’alveo di una contesa di natura meramente patrimoniale che interessava un ambito circoscritto di soggetti in un ambito territoriale assai limitato (un villaggio) da regolarsi alla stregua di un problema di ordine pubblico, a cura delle autorità locali di polizia, e alle quali il reclamante poteva comunque sottrarsi trasferendosi in un’altra zona del paese, mentre aveva preferito emigrare all’estero. Intanto, la scelta di trasferirsi all’estero piuttosto che in altra zona del Paese è stata dettata da motivi che vanno ricercati nel bisogno di ottenere la protezione internazionale, trascorrendo un lungo lasso di tempo in terra libica. In via deduttiva, tale personalissima vicenda umana si spiega con la necessità di sfuggire immediatamente alla ferocia degli scontri che infuriavano in alcune regioni della Nigeria – visto che anche la polizia del Paese africano partecipava alle violazioni denunciate dal richiedente e dai reports internazionali – e, probabilmente, con la necessità di reperire i fondi necessari per assicurarsi un passaggio aldilà del mare nostrum. Tutte queste considerazioni, opportunamente integrate dagli elementi di fatto raccolti dalla viva voce del richiedente protezione internazionale – si ricorda che i due d. lgs. più volte citati, hanno procedimentalizzato l’iter burocratico al fine di ottenere quante più informazioni possibile dal medesimo – costituiscono un bagaglio di conoscenze che, laddove carenti, devono essere corroborate dalle ricerche consentite, specialmente ai giudici, utilizzando i poteri officiosi. È appena il caso di ricordare che, durante lo svolgimento del processo, è emerso dal racconto del ricorrente nigeriano che le medesime forze di polizia commettevano atti di violazione dei diritti umani: in situazioni del genere, è immaginabile quanto sia difficile ottenere giustizia da un apparato giurisdizionale corrotto – la Nigeria occupa il 143° posto (su 163) nella lista dei Paesi più corrotti al mondo – al punto che emigrare e lasciare gli affetti e il suolo natìo diventa la soluzione più facile.
www.altalex.it/immigrazione;
www.immigrazione.biz;
www.senato.it/documenti/repository/lavori/affariinternazionali/approfondimenti/87%20per%20sito.pdf;
www.meltingpot.org;
www.guidelegali.it/Legge/rifugiati-politici-attuazione-della-direttiva-2005-85-ce-recante-norme-minime-per-le-procedure-applicate-negli-stati-mem-3764.aspx;
www.guidelegali.it/Rifugiati%20politici%20%20Attuazione%20della%20direttiva%202005:85:CE%20recante%20norme%20minime%20per%20le%20procedure%20app;
http://www.unhcr.it/;
http://www.camera.it/parlam/leggi/deleghe/05140dl.htm;
Voce ‘Immigrazione’, a cura di Renato Finocchi Ghersi, ne Il Diritto – Enciclopedia giuridica del Sole 24Ore/ Corriere della sera, Vol. 7, pagg. 264-271.
Segue il testo dell’ordinanza oggetto di commento.
La Corte d’appello di Catania ha respinto il reclamo proposto dal sig. *****, di nazionalità nigeriana, avverso la sentenza del Tribunale della stessa città con cui era stato respinto il suo ricorso avverso il diniego di protezione internazionale disposto dalla competente Commissione territoriale. Il reclamante aveva dichiarato alla Commissione di aver lasciato il proprio paese essendo rimasto coinvolto in sanguinosi scontri verificatisi nel 2004 tra abitanti del proprio villaggio di etnia Shaklri -alla quale egli appartiene – e di ernia I. per la ripartizione dei proventi dello sfruttamento delle risorse petrolifere del villaggio stesso; che suo padre era rimasto ucciso negli scontri; che egli, rimasto solo, non aveva pensato di rivolgersi alla polizia ed era fuggito alla volta della Libia, ove era rimasto sino all’agosto 2008 per poi raggiungere l’Italia. La Corte di merito ha quindi osservato che ciò non integrava gli estremi né della persecuzione (presupposto del riconoscimento dello status di rifugiato), trattandosi di una vicenda personale inserita in un localizzato contrasto tribale, né era rilevante ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria per minaccia grave e individuale alla vita o alla persona del reclamante, non essendo neppure dedotta una “Violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale” (art. 14, lett. c), d.lgs. 19 novembre 2007, n. 251). Si trattava invece di una contesa di natura meramente patrimoniale interessante un ambito circoscritto di soggetti in un’arca territoriale assai limitata (un villaggio) da regolarsi alla stregua di un problema di ordine pubblico, a cura delle autorità locali di polizia, e alla quale il reclamante poteva comunque sottrarsi trasferendosi in un’altea zona del paese, mentre aveva preferito emigrare all’estero; sicché era del tutto inconferente il richiamo alle condizioni generali della Nigeria desumibili dai reperti internazionali, non sussistendo in ogni caso alcun nesso di causalità fra tali condizioni e le motivazioni soggettive del reclamante ad emigrare. Il sig ***** ha quindi proposto ricorso per cassazione articolando due motivi di censura, cui l’amministrazione inumata non ha resistito.
1. – Con il primo motivo di ricorso, denunciando violazione di norme di diritto e vizio di motivazione, si censura la riduzione della vicenda del ricorrente a una pura questione di ordine pubblico interno al suo paese d’origine, osservando che dai reports internazionali, non presi in considerazione dai giudici di merito, risultava la partecipazione delle stesse forze di polizia a violazioni dei diritti umani, e che l’art. 5 comma 1, lett d), d.lgs. n. 251 del 2007, prevede che tali violazioni rilevano anche se commesse da soggetti “non statuali” quando lo stato o le organizzazioni che lo controllano o controllano una parte del suo territorio “non possono o non vogliono fornire protezione”. 1.1. – Il motivo è inammissibile perché il dedotto riferimento al comportamento delle autorità statuali è generico e non specificamente attinente alla vicenda del ricorrente. 2. – Cori il secondo motivo, nuovamente denunciando violazione di norme di diritto e vizio di motivazione, si contesta l’applicazione, ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria, del principio della personalizzazione della minaccia o del danno. 3. – Anche questo motivo è inammissibile. Il principio della personalizzazione della minaccia o del danno non si applica alla protezione sussidiaria nel senso che anche “la minaccia grave e individuale alla vita o alla persona di un civile derivante dalla violenza indiscriminata tra situazioni di conflitto armato interno o internazionale” costituisce danno grave che giustifica il riconoscimento della protezione (art. 14, lett. c), d.lgs. n. 251 del 2007). Ma la Corte d’appello ha escluso – con statuizione rimasta priva di specifica censura – che una tale situazione, fosse stata dedotta in giudizio dal ricorrente. 4. – Il ricorso va pertanto respinto. In mancanza di attività difensiva della pare intimata non vi è luogo a provvedere sulle spese processuali.
Rigetta il ricorso. Depositato in Cancelleria il 25 maggio 2012.
Nota a cura dell’avv. Domenico Di Leo – RIPRODUZIONE RISERVATA.
«REGOLAMENTO (UE) N. 650/2012
Il momento interruttivo della prescrizione dopo la sentenza di primo grado – Cass. Pen. Sez. Un. 24.04.2012 n. 15933»