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Timestamp: 2020-03-31 07:37:46+00:00
Document Index: 21855489

Matched Legal Cases: ['art. 2506', 'art. 2506', 'art. 2506', 'art. 2504', 'art. 2506', 'art. 2506', 'art. 2506', 'art. 2506', 'art. 2437', 'art. 2473']

La scissione non proporzionale - Le operazioni societarie straordinarie: questioni di interesse notarile e soluzioni applicative - e.library - Fondazione Italiana del Notariato
All'uopo, appare opportuno fugare il campo da un primo dubbio che potrebbe sorgere ad una rapida lettura delle disposizioni dettate dal legislatore comunitario (cfr. articoli 2 e 21 della VI direttiva Cee n. 82/891/Cee del 17 dicembre 1982) [nota 2] e da quello nazionale (cfr. art. 2506, comma 1, c.c.) [nota 3]. Le norme ora richiamate, infatti, pongono in evidenza il profilo dell'estinzione/costituzione dell'ente, finendo per attribuire a tale aspetto il ruolo di elemento caratterizzante la scissione. Proprio in considerazione del rilievo apparente del momento "estintivo" della scissione, parte della dottrina e della giurisprudenza [nota 4] - con interpretazione alquanto restrittiva del fenomeno - hanno ritenuto che la scissione possa essere utilizzata solo ed esclusivamente quale modalità di cessazione dell'impresa sociale, nella forma dello scioglimento senza liquidazione.
La versatilità della scissione discende dalle stesse scelte operate dal legislatore nazionale che, in sede di recepimento della VI direttiva [nota 9], ha dilatato quanto più possibile il campo di applicazione dell'istituto, così da consentire all'operatore di usufruire di una "cornice" idonea a soddisfare molteplici e svariate esigenze di riorganizzazione delle strutture imprenditoriali e di rimodellamento delle compagini sociali [nota 10].
Per quanto riguarda, invece, la scissione c.d. "non proporzionale", la fattispecie si verifica allorquando le azioni o quote delle beneficiarie sono assegnate ai soci della scissa, senza considerare le originarie percentuali di partecipazione al capitale sociale della società che si scinde: all'esito dell'operazione, quindi, i soci della scissa saranno anche soci (nell'ipotesi di scissione parziale) o soltanto soci (nel caso di scissione totale) di una o più delle società beneficiarie [nota 11], in ogni caso con percentuali di partecipazione diverse da quella originaria. Naturalmente, poichè la non proporzionalità della scissione non può incidere sulla neutralità economica dello scambio di partecipazioni in capo ai soci della scissa, è chiaro che, in ogni caso, ai soci della scissa dovranno essere attribuite partecipazioni nelle beneficiarie che siano complessivamente di valore economico (tenuto conto anche di eventuali conguagli) equivalente al valore della partecipazione precedentemente detenuta (ex art. 2506-bis, comma 4, seconda parte, c.c.) [nota 12].
Infatti, se si tiene presente che la ripartizione di azioni o quote in senso proporzionale non può incidere sugli assetti proprietari (ovviamente nei rapporti interni tra i soci della scissa) [nota 13], la scissione proporzionale potrà essere utilizzata laddove si vogliano esclusivamente perseguire gli obiettivi di (i) concentrazione aziendale e crescita dimensionale (mediante, ad esempio, un'integrazione fra soggetti esercenti attività economiche che presentino profili di reciproca connessione o complementarietà) [nota 14]; (ii) decentramento organizzativo (nel caso di società esercenti attività economiche suddivise o suddivisibili in più rami o settori e si intenda dare autonomia giuridica ad un determinato ramo dell'azienda dotato di una più o meno accentuata autonomia operativa) [nota 15]; (iii) ristrutturazione finanziaria del gruppo (nel caso in cui si intendano tenere distinti determinati rami produttivi che presentano possibilità di crescita rispetto ad altri da cui la società voglia uscire).
Il dato normativo sembrerebbe, quindi, conservare all'assegnazione delle partecipazioni il ruolo di fase necessaria dell'operazione di scissione e, come tale, rientrante nell'impianto causale dell'istituto. In realtà, si ritiene [nota 19] che tale assegnazione possa anche mancare e che, soprattutto, la stessa non sia elemento caratterizzante tutti i tipi o forme di scissione. Tale considerazione richiede alcune precisazioni.
Per identificare la causa della scissione [nota 20], occorre preliminarmente distinguere le ipotesi in cui l'operazione coinvolge un unico centro di interessi rappresentato da un'unica compagine sociale - dove l'interesse nella vicenda non può che essere univoco, in assenza di altri soggetti che svolgano il ruolo di controparte - dai casi in cui i centri di imputazione di tali interessi siano due o più, pur se eventualmente rappresentati dalla stessa compagine sociale.
L'esempio tipico dell'unico centro di imputazione degli interessi è rappresentato dal caso in cui dalla società scissa nascono una o più società di nuova costituzione e le partecipazioni di queste sono attribuite proporzionalmente ai soci della scissa [nota 21]. In tale fattispecie, la causa non può che consistere nella ridistribuzione di elementi patrimoniali, quale strumento per una diversa partecipazione dei soci allo scopo di lucro mentre l'assegnazione delle azioni o quote diviene una semplice modalità esecutiva dell'operazione, risolvendosi in un meccanismo meramente aritmetico di attribuzione del capitale della o delle nuove società [nota 22].
L'indagine interpretativa si era peraltro mossa nel solco di un interesse pratico: infatti, secondo taluni, una siffatta configurazione della scissione avrebbe potuto essere utilmente adottata allo scopo di evitare il recesso dei soci nelle ipotesi previste ante-riforma (ad esempio, in conseguenza delle modificazioni statutarie concomitanti alla scissione). In particolare, alla stregua di tale opinione, strutturando l'assetto distributivo delle partecipazioni post-scissione in modo da consentire a uno o più soci di restare nella società originaria, il diritto di recesso, a quei soci altrimenti spettante, avrebbe potuto essere sterilizzato [nota 28]. Anche la giurisprudenza aveva avuto modo di occuparsi del problema (in sede di omologazione), risolvendolo in modo contrastante [nota 29].
Tenuto presente quanto precede, non sembrano ricomprese nell'ipotesi in parola (e, quindi, restano soggette all'approvazione, secondo l'ordinario principio della maggioranza), le seguenti operazioni:
In conclusione, per quanto vi siano anomalie nella norma dettata dal legislatore per disciplinare la scissione c.d. asimmetrica (e la stessa differenza di regime non sia così agevolmente percepibile [nota 34]), pare difficile forzare il dato testuale e, quindi, il sistema delineato dalla legge di riforma del 2003 può essere così ricostruito: la maggioranza dei soci può deliberare una distribuzione non proporzionale in tutti quei casi in cui la stessa non sia realizzata in modo tale da ricadere nel tipo della scissione c.d. asimmetrica (tipo quindi a se stante), per la cui legittimità è richiesto l'assenso di tutti i soci della società originaria.
L'art. 2506, comma 2, 2 [nota a] proposizione, c.c., richiamato nel precedente paragrafo, è stato considerato dai primi commentatori della riforma anche come riconoscimento giuridico di un'altra forma "estrema" di scissione non proporzionale, ovvero la scissione parziale a favore di un'unica beneficiaria, la cui legittimità era stata contestata in passato da una parte della dottrina e dalla, invero non copiosa, giurisprudenza [nota 35].
Lo scopo della norma in commento appare essere quello di «agevolare e incentivare, da parte delle società in liquidazione, il ricorso a soluzioni organizzative tali da consentire la conservazione almeno parziale dell'attività e dunque la prosecuzione dell'investimento in essa» [nota 58]. Ecco, quindi, un'ulteriore funzione che potrà essere perseguita attraverso l'operazione di scissione, ferma restando la necessità di risolvere alcuni problemi applicativi insiti nella disposizione in commento. Non è, infatti, chiaro se la società possa deliberare una scissione nel caso in cui sia stato già approvato il bilancio finale di liquidazione, pur non avendo dato materialmente inizio alla liquidazione dell'attivo. In tali casi, il dubbio maggiore consiste nella possibilità di deliberare la scissione a maggioranza, oppure se sia richiesta l'unanimità in considerazione del diritto soggettivo alla liquidazione della quota che, con tale approvazione, è già sorto in capo a ciascun socio. Un altro profilo dubbio concerne la necessità o meno di deliberare la revoca della liquidazione, per avviare il procedimento di scissione. Secondo l'opinione preferibile, la delibera di revoca non parrebbe necessaria in considerazione dello stesso obiettivo perseguito dal legislatore con l'introduzione della norma in commento, ovvero quello di rendere più snello il passaggio dalla fase liquidativa a quella di prosecuzione dell'attività. La procedura di revoca della liquidazione, appesantendo l'operazione, parrebbe porsi in aperto contrasto con tale finalità legislativa.
Secondo la dottrina prevalente [nota 64], il conguaglio può essere previsto solo a favore dei soci della scissa, non anche a favore di quelli della beneficiaria e deve necessariamente avere un'applicazione di carattere generale, non potendo riguardare solo alcuni azionisti per i quali, a seguito del concambio, vi siano dei resti. Inoltre, il limite fissato dal legislatore (10% del valore nominale delle azioni o delle quote attribuite) ha la funzione di evitare che un conguaglio eccessivamente elevato riduca in modo determinante il valore della partecipazione del socio nella società beneficiaria (o incorporante), evitando così che il conguaglio possa essere utilizzato intenzionalmente dalla maggioranza come strumento per escludere soci indesiderati e, allo stesso tempo, impedendo la possibilità di esercitare un sostanziale recesso, senza il rispetto delle norme previste per questo istituto [nota 65]- [nota 66].
La soppressione della norma che prevedeva il diritto di ciascun socio di optare per la partecipazione a tutte le società interessate dall'operazione in proporzione della quota di partecipazione detenuta nella società scissa (cfr. art. 2504-octies, comma 4, secondo periodo, c.c.) [nota 71] e la sua sostituzione con il "diritto di acquisto" di cui al citato art. 2506-bis, comma 4, c.c. suggerisce un'ulteriore riflessione.
Non può, infatti, negarsi che tale "sostituzione" di diritti si traduca, sostanzialmente, in un incremento del potere della maggioranza ed in un corrispondente ridimensionamento delle situazioni soggettive dei soci e degli strumenti di tutela della minoranza contro il pericolo di abusi da parte della maggioranza. Infatti, in caso di scissione con distribuzione non proporzionale delle partecipazioni, il socio in disaccordo è posto dinnanzi all'alternativa di uscire dalla società, monetizzando la propria partecipazione ovvero subire la distribuzione delle partecipazioni predisposta dagli amministratori (distribuzione che, tra l'altro, potrà essere stabilita con molta discrezionalità da parte degli amministratori medesimi).
L'obbligo di designazione dell'esperto (e, quindi, la redazione stessa del parere di congruità) sussiste solo nel caso in cui sia previsto un criterio di distribuzione non proporzionale delle azioni o quote. In altri termini, la redazione del parere non è richiesta nel caso di assegnazione proporzionale delle partecipazioni nelle beneficiarie (ex art. 2506-ter, comma 3, c.c.), in considerazione del fatto che la parità di trattamento dei soci della società che si scinde è, in tale caso, garantita dalla loro partecipazione proporzionale in tutte le società beneficiarie. Si ritiene, inoltre, che la relazione degli esperti non sia necessaria allorquando la scissione non comporti variazione al valore delle partecipazioni possedute dai soci partecipanti all'operazione [nota 75].
Ora la differenza di disciplina tra le SpA e le altre società (salvo che sia da ascrivere ad un difetto di coordinamento) potrebbe essere dettata dall'intento del legislatore di sottrarre, a minoranze riottose, strumenti che possano impedire il compimento di operazioni ritenute strategiche dalla maggioranza [nota 82]. In altri termini, la ratio della scelta operata dal legislatore della riforma, potrebbe consistere nella decisione di tutelare l'interesse imprenditoriale alla conclusione del procedimento di scissione societaria. In conclusione sul punto, il socio di SpA, che sia in disaccordo sull'operazione, (i) in caso di scissione proporzionale, non potrà che subirla, mentre (ii) in caso di scissione non proporzionale, potrà avvalersi del diritto di cui all'art. 2506-bis, comma 4, c.c.
La tutela del socio al diritto di uscita nel caso di scissione non proporzionale è naturalmente limitata nel caso di inserimento nel progetto (come a tutt'oggi consentito) della facoltà di ciascun socio di optare per la partecipazione in tutte le società beneficiarie in misura proporzionale alla partecipazione detenuta nella società che si scinde. In tale ipotesi è, infatti, chiaro che non ricorre quell'alterazione forzosa della posizione amministrativa e patrimoniale del socio che giustifica, da un lato, il diritto di exit (e, quindi, la vendita della partecipazione ai soggetti indicati nel progetto) e, dall'altro, la necessaria prestazione del consenso unanime dei soci. Secondo una autorevole dottrina, la previsione di tale facoltà di opzione per una distribuzione proporzionale delle partecipazioni renderebbe, inoltre, superflua tale tutela anche nelle ipotesi limite della scissione asimmetrica con attribuzione ad alcuni dei soci di azioni o quote solo della scissa [nota 85].
[nota 4] Sull'argomento, si vedano: U. BELVISO, «La fattispecie della scissione», in Giur. comm., 1993, I, p. 521; R. MARINONI e D. VENTURINO, «La scissione», in Dir. prat. soc., 2004, 12, p. 20. In tal senso, in giurisprudenza, si vedano ancora recentemente: Cass., 27 aprile 2001, n. 6143, in Giur. comm., 2002, II, p. 173; Cass., 6 dicembre 1998, n. 9897, in Giust. civ., 1999, I, p. 741 (l'orientamento della corte non è, tuttavia, univoco).
[nota 34] è, infatti, difficile ravvisare una maggiore "pericolosità" della scissione asimmetrica: anche in tale ipotesi, la salvaguardia dell'equilibrio fra le rispettive partecipazioni nella società originaria (parità di trattamento in senso sostanziale) è rimessa alla congruità dei rapporti di cambio, da indicare nel progetto, fra le azioni della scissa e quelle di ciascuna delle beneficiarie. Sul punto, si veda: F. D'ALESSANDRO, Problemi civilistici controversi in tema di scissione: distribuzione delle azioni e delle quote sociali, cit., p. 38.
[nota 35] Per l'inammissibilità - ante riforma - si veda ad esempio: E. PAOLINI, «Divieto di distribuzione ai soci di quote non proporzionali nella scissione parziale con unica beneficiaria», in Le società, 2000, p. 451e ss.; . In giurisprudenza: Trib. Verona, 2 dicembre 1999, cit., p. 268 (contra, Corte d'App. di Venezia, 16 marzo 2000, cit., p. 268 e ss.).
[nota 42] In merito, si vedano: in giurisprudenza: Trib. Verona, 6 novembre 1992, cit.; S. ACCETTURA, Profili giuridici della scissione, in Le operazioni straordinarie a cura di A. Tamborrino, Milano, 2004, p. 162 (nt. 26); in dottrina, G. BUFFELLI - M. SIRTOLI, Le operazioni straordinarie delle società, Milano, 2004, p. 173 e ss. Secondo gli autori da ultimo citati, per determinare il «valore positivo» dell'incremento patrimoniale, non sarebbe sufficiente fare riferimento al valore contabile del patrimonio, ma occorrerebbe una valutazione sulla base dei valori effettivi dei beni trasferiti» (i.e., rapporto di cambio pari allo zero).
[nota 48] In questo senso, si veda: L.G. PICONE, Commento all'art. 2506-bis, cit., p. 1124.
[nota 69] Si ritiene che, in caso di contestazione del socio venditore su tale ammontare, possano trovare applicazione gli art. 2437-ter, comma 6, c.c. (per le SpA) e l'art. 2473, comma 3, c.c. (per le Srl). In merito, si veda: S. SANTANGELO, La scissione nella riforma, cit., p. 563.
[nota 80] Il comma due del citato articolo 5 della direttiva prevedeva, come correttivo, che in caso di scissione non proporzionale, gli azionisti di minoranza avessero diritto «di far acquistare le proprie azioni» contro un corrispettivo pari al valore delle stesse. Tale forma di tutela non era stata prevista nella normativa di recepimento, in quanto considerata «un pericoloso sfondamento della linea sulla quale è oggi attestata, nel nostro diritto, la tutela delle minoranze» (cfr. F. D'ALESSANDRO, La scissione delle società, cit., p. 873).