Source: https://www.tidona.com/la-possibile-disapplicazione-della-sentenza-cass-n-24418-2010-in-materia-di-prescrizione-della-domanda-di-ripetizione-di-somme-addebitate-in-conto-corrente-la-prescrizione-dopo-dieci-anni-dalla-no/
Timestamp: 2020-05-25 07:29:12+00:00
Document Index: 156265209

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1852', 'art. 1824', 'sentenza ', 'art. 1852', 'sentenza ']

La possibile disapplicazione della sentenza Cass. n. 24418/2010 in materia di prescrizione della domanda di ripetizione di somme addebitate in conto corrente: la prescrizione dopo dieci anni dalla notifica dell'atto introduttivo. | Studio Legale Tidona e Associati | Diritto Bancario e Finanziario
29 Novembre 2012 In Diritto bancario
“L’azione di ripetizione di indebito, proposta dal cliente di una banca, il quale lamenti la nullità della clausola di capitalizzazione trimestrale degli interessi anatocistici maturati con riguardo ad un contratto di apertura di credito bancario regolato in conto corrente, è soggetta all’ordinaria prescrizione decennale, la quale decorre, nell’ipotesi in cui i versamenti abbiano avuto solo funzione ripristinatoria della provvista, non dalla data di annotazione in conto di ogni singola posta di interessi illegittimamente addebitati, ma dalla data di estinzione del saldo di chiusura del conto, in cui gli interessi non dovuti sono stati registrati. Infatti, nell’anzidetta ipotesi ciascun versamento non configura un pagamento dal quale far decorrere, ove ritenuto indebito, il termine prescrizionale del diritto alla ripetizione, giacché il pagamento che può dar vita ad una pretesa restitutoria è esclusivamente quello che si sia tradotto nell’esecuzione di una prestazione da parte del “solvens” con conseguente spostamento patrimoniale in favore dell’accipiens” (Cass. civ. n. 24418/2010).
Il Tribunale di Cremona, con la sentenza del 29 maggio 2012 ha ritenuto di potere disapplicare il principio di diritto espresso dalle SS.UU. della Corte di Cassazione, affermando che la prescrizione del diritto del cliente si compia sempre con il decorso di dieci anni antecedenti alla notifica dell’atto introduttivo del giudizio, senza potersi operare alcuna distinzione tra atti solutori o ripristinatori delle rimesse in conto.
Tale distinzione – nell’interpretazione del giudice cremonese – non sarebbe però utile né richiamabile in tema di prescrizione dell’azione di ripetizione da parte del cliente perché l’addebito degli interessi da parte della banca non ha mai l’effetto, tipico di una rimessa, di riespandere il fido, bensì e al contrario quello di aumentare l’indebitamento del cliente e di ridurre la disponibilità di denaro in suo favore.
Se si volesse sostenere che l’addebito degli interessi, periodicamente effettuato dalla banca, non costituisca pagamento, anche tale assunto contrasterebbe inevitabilmente con il disposto dell’art. 1852 c.c., in forza del quale, nelle operazioni regolate in conto corrente, il cliente può sempre disporre del saldo risultante in proprio favore. Quel saldo discenderebbe difatti dalla somma delle operazioni attive e di quelle passive, tra le quali rientrerebbe anche l’addebito periodico degli interessi, in un gioco di ripetute compensazioni, le quali costituiscono l’essenza del rapporto regolato in conto corrente e costituirebbero una forma di estinzione dell’obbligazione debitoria.
Nel ragionamento adottato dal tribunale cremonese la conferma della correttezza di tale tesi si rinverrebbe nell’art. 1824 c.c., per il quale non possono essere inseriti nel conto crediti non suscettibili di compensazione, il che dimostrerebbe come la compensazione sia tecnica trasversale applicabile a tutti i rapporti strutturati sullo schema del conto corrente.
Il giudice cremonese nota peraltro criticamente che nella sentenza a sezioni unite della Cassazione non si rinviene alcun cenno alla questione dell’applicazione nei rapporti de quo dell’art. 1852 c.c. il quale prevede: “Qualora il deposito, l’apertura di credito o altre operazioni bancarie siano regolate in conto corrente, il correntista può disporre in qualsiasi momento delle somme risultanti a suo credito, salva l’osservanza del termine di preavviso eventualmente pattuito”.
Per tali motivi la pronuncia delle Sezioni Unite – nell’interpretazione del giudice cremonese – non può essere seguita e deve essere disapplicata.
In merito alle ragioni che possano condurre un giudice inferiore a disapplicare un principio di diritto del giudice di legittimità, il magistrato cremonese fa notare che il principio dello stare decisis, esplicitamente richiamato dalla L. 69/2009 quale espressione delle istanze di certezza, tutela dell’affidamento e uguaglianza proprie di uno stato di diritto, comporta sempre un onere a carico del giudice di legittimità, nella stesura delle motivazione della sentenza, di esprimere compiutamente le ragioni di diritto sulle quali quel principio riceva legittimazione, in quanto è proprio la ratio della sentenza, enucleabile dalle argomentazioni contenute nella motivazione, che può far conseguire un vincolo di interpretazione per i giudici inferiori, o comunque di consentire una interpretazione diversa se non sia condiviso il principio espresso e motivato.
In difetto di una completa argomentazione in punto di diritto il vincolo posto ai giudici inferiori dalle sentenze del giudice superiore discenderebbe altrimenti da un mero atto autoritativo , da una scelta d’imperio dell’interpretazione da seguire tra le varie possibili, senza però avere espresso, il giudice superiore, le ragioni di diritto che abbiano condotto a quella decisione, il che non può essere consentito in un sistema di diritto.
Pertanto, nella considerazione che la motivazione della sentenza della Cassazione a sezioni unite n. 24418/2010 si leghi a teorie relative alla diversa problematica della revocatoria fallimentare e non affronti gli argomenti più volte sollevati dalla giurisprudenza e dalla dottrina, di cui si è dato cenno, in favore della decorrenza della prescrizione da ciascun saldo, autorizza – nell’interpretazione del giudice cremonese – i giudici inferiori a non seguirne il principio, con facoltà di disapplicazione.