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Matched Legal Cases: ['art. 1136', 'art. 1136', 'art. 69', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 21', 'art. 21', 'art. 5', 'art. 133', 'sentenza ', 'art. 133', 'sentenza ', 'art. 24', 'art. 3']

Aggiornamento giurisprudenziale settimanale 25/11/2013 civile modificazione delle tabelle millesimali Cass civ., 13 maggio 2013, n. 11387 Massima: Le tabelle millesimali costituiscono atto di accertamento privo di contenuto valutativo
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Cons. St., Sez. V, 12 novembre 2013, n. 5421 Massima
Istituto di Studi Giuridici MC. Militerni. Coordinatore : dott. Alessandro De Santis
AGGIORNAMENTO Giurisprudenziale settimanale 25/11/2013
Modificazione delle tabelle millesimali
Cass. civ., 13 maggio 2013, n. 11387
Le tabelle millesimali costituiscono atto di accertamento privo di contenuto valutativo, non dotato di natura negoziale; pertanto, per la loro approvazione non occorre il consenso comune dei condomini, essendo sufficiente la maggioranza qualificata di cui all’ art. 1136, co. 2, c. c.. La legge di riforma del condominio (in vigore dal 18 giugno 2013) è nel medesimo senso.
Singolare pronuncia della Cassazione. I giudici di legittimità recepiscono l’ indirizzo espresso dalle Sezioni Unite nel 2012, a guisa del quale le tabelle millesimali devono considerarsi dotate di natura regolamentare, e non negoziale, poiché esse non incidono sui diritti dei singoli condomini sulle unità immobiliari di proprietà esclusiva, ma si limitano a tradurre in termini aritmetici il preesistente rapporto di valore tra dette unità immobiliari e l’ intero edificio. Ne consegue la modificabilità di dette tabelle con la maggioranza di cui all’ art. 1136, co. 2, c. c. (stessa maggioranza prevista per la modificazione del regolamento di condominio, cui sono allegate).
Tuttavia, la Suprema Corte procede dichiarando la piena compatibilità di tale orientamento con il regime giuridico delineato dalla riforma del condominio, entrata in vigore dal 18 giugno 2013. Detta affermazione desta non poche perplessità, atteso che la nuova formulazione dell’ art. 69 disp. att. c. c. individua, quale regola generale, la modificabilità all’ unanimità delle tabelle millesimali, risultando la modificabilità a maggioranza relegata alla due ipotesi tassativamente individuate dalla norma stessa (sebbene dette ipotesi presentino un ampia portata operativa).
Giurisprudenza conforme: non sussistono precedenti “post – riforma”; Cass. civ., Sez. Un., n. 18477/2010.
Riferimenti normativi: artt. 68 e 69 disp. att. c. c.; artt. 1123, 1135, 1136, 1138, 1139 c. c.
Reati in materia di stupefacenti ed “efficacia drogante”
Cass. Pen., Sez. III, 1 ottobre 2013, n. 4062
Per i reati in materia di stupefacenti (sia quelli in materia di coltivazione sia di cessione), che pongono in pericolo - in forme più o meno incisive - la salute degli assuntori, è essenziale la dimostrazione della probabilità di un evento lesivo, attraverso la prova dell’efficacia drogante della sostanza.
Il reato di cessione di sostanze stupefacenti sussiste anche in relazione a dosi inferiori a quella media singola di cui al D.M. 11 aprile 2006, con esclusione soltanto di quelle condotte afferenti a quantitativi di stupefacente talmente tenui da non poter indurre, neppure in maniera trascurabile, la modificazione dell'assetto neuropsichico dell'utilizzatore"
I giudici della Suprema Corte estendono i risultati interpretativi cui erano pervenuti in tema di coltivazione di sostanze stupefacenti, all’ intera area dei reati di pericolo in materia di stupefacenti, valorizzando espressamente la dimensione concreta dell’ offensività, diretta al giudice, che si affianca a quella astratta, diretta al legislatore.
In considerazione di siffatte osservazioni, affermano che il superamento dei limiti tabellari di cui al D. M. 11 aprile 2006 non è necessario per la configurazione del reato di cessione di sostanze stupefacenti, risultando sufficiente la verifica della concreta efficacia drogante del quantitativo ceduto. Al contrario, il superamento dei suddetti limiti tabellari detiene rilievo ai fini della distinzione della detenzione per uso meramente personale (penalmente irrilevante) dalla detenzione per uso non personale (penalmente rilevante).
In definitiva, gli ermellini, valorizzando massimamente il risvolto concreto del principio di offensività, superano anche l’ impostazione espressa dalla recente sentenza n. 34758/2012, secondo la quale, per la configurazione della cessione di stupefacenti, risultava necessaria la verifica dell’ efficacia drogante della sostanza, ma in aggiunta al supermento dei limiti tabellari.
Ne deriva che la sentenza oggetto di appello va annullata con rinvio alla Corte d’ appello, in quanto i giudici di merito avevano assolto in virtù del solo mancato superamento della soglia tabellare.
Giurisprudenza conforme: non sussistono precedenti “pienamente” conformi
Riferimenti normativi: artt. 13, 25, 27 Cost.; artt. 26, 73, 74, 75, 80 d. P. R. 309/1990.
Concorsi pubblici e art. 21octies, comma 2, L. 241/1990
Cons. St., Ad. Plen., 29 novembre 2013, n. 26
Nelle prove scritte dei pubblici concorsi o delle pubbliche selezioni di stampo comparativo una violazione non irrilevante della regola dell’anonimato da parte della Commissione determina de iure la radicale invalidità della graduatoria finale, senza necessità di accertare in concreto l’effettiva lesione dell’imparzialità in sede di correzione.
Il criterio dell’anonimato nelle prove scritte delle procedure di concorso – nonché in generale in tutte le pubbliche selezioni - costituisce il diretto portato del principio costituzionale di uguaglianza nonché specialmente di quelli del buon andamento e dell’imparzialità della pubblica amministrazione, la quale deve operare le proprie valutazioni senza lasciare alcuno spazio a rischi di condizionamenti esterni e dunque garantendo la par condicio tra i candidati. Tale criterio, costituendo appunto applicazione di precetti costituzionali, assume una valenza generale ed incondizionata, mirando esso in sostanza ad assicurare la piena trasparenza di ogni pubblica procedura selettiva e costituendone uno dei cardini portanti.
Mutuando la terminologia penalistica, può affermarsi che la violazione dell’anonimato da parte della Commissione nei pubblici concorsi comporta una illegittimità da pericolo c.d. astratto e cioè un vizio derivante da una violazione della presupposta norma d’azione irrimediabilmente sanzionato dall’ordinamento in via presuntiva, senza necessità di accertare l’effettiva lesione dell’imparzialità in sede di correzione.
La massima assise di giustizia amministrativa puntualizza che la violazione della regola dell’anonimato nei concorsi e nelle pubbliche selezioni viene nella prassi in rilievo sotto due profili, che è opportuno tenere distinti. Nell’ipotesi statisticamente più frequente, si tratta di controversie innescate dall’ esclusione da procedure concorsuali di candidati che abbiano apposto al proprio elaborato segni di riconoscimento. In questo caso – allorché, dunque, la violazione è addebitata al candidato - afferma costantemente la giurisprudenza che la regola dell'anonimato degli elaborati scritti non può essere intesa in modo tanto tassativo e assoluto da comportare l'invalidità delle prove ogni volta che sussista un'astratta possibilità di riconoscimento, perché, se così fosse, sarebbe materialmente impossibile svolgere concorsi per esami scritti, giacché non si potrebbe mai escludere a priori la possibilità che un commissario riconosca una particolare modalità di stesura; è invece necessario che emergano elementi atti a provare in modo inequivoco l'intenzionalità del concorrente di rendere riconoscibile il suo elaborato.
Nel diverso caso, statisticamente meno frequente, in cui la mancata osservanza della regola dell’anonimato è addebitata all’Amministrazione nel contesto di una selezione di stampo comparativo, l’indirizzo giurisprudenziale maggioritario considera tale violazione rilevante in sé, senza che sia necessario (per inferirne l’ illegittimità) ricostruire a posteriori il possibile percorso di riconoscimento degli elaborati da parte dei soggetti chiamati a valutarli. Non occorre accertare se il riconoscimento della prova di un candidato si sia effettivamente determinato, essendo sufficiente la mera, astratta possibilità dell’avverarsi di una tale evenienza. E ciò in quanto il criterio dell’ anonimato delle prove scritte della procedura di concorso, costituisce applicazione dei principi costituzionali dell’ uguaglianza, dell’ imparzialità e del buon andamento della P. A., configurandosi quale cardine portante di tutte le procedure pubbliche selettive.
Non deve, dunque, aderirsi all’ opposto indirizzo che, in applicazione del principio di conservazione degli atti amministrativi di cui all’ art. 21-octies, comma 2, l. 7 agosto 1990 n. 241, sostiene che la violazione della regola procedimentale dell'anonimato in un procedimento amministrativo relativo a un concorso è irrilevante quando la prova concorsuale consista nella soluzione di quesiti a risposta multipla e non risultino, perciò, riconosciuti all'amministrazione margini di discrezionalità valutativa, se non sia stata fornita prova del fatto che l'osservanza della regola procedimentale dell'anonimato avrebbe determinato un differente esito procedimentale.
Giurisprudenza conforme: Cons. St., n. 5220/2006; Cons. St., n. 3747/2013.
Giurisprudenza difforme: Tar Catania, n. 2105/2011; CGA Sicilia, n. 168/2010.
Riferimenti normativi: artt. 3 e 97 Cost.; artt. 1, 21octies, L. 241/1990.
Concessioni amministrative e riparto di giurisdizione
Cons. St., Sez. V, 12 novembre 2013, n. 5421
Sulle concessioni amministrative il giudice ordinario è dotato di giurisdizione esclusivamente nelle controversie concernenti il corrispettivo dovuto al concessionario, nelle quali non venga in rilievo l’esercizio di poteri pubblicistici dell’autorità concedente, e, dall’altro lato, che rientrano invece nella giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo (ai sensi dell’art. 5 l. n. 1034/1971, ora sostituito dall’art. 133, comma 1, lett. c, cod. proc. amm.) tutte le controversie che in qualche modo attengano al rapporto concessorio, incidendo sulla durata o sull’esistenza stessa, nonché sulla sua rinnovazione.
Le controversie relative alla decadenza da una concessione sono attratte alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo, in base alla considerazione che, in tali casi, ciò che viene posto in discussione è il rapporto stesso nel suo aspetto genetico e funzionale e ciò anche in assenza di impugnativa di un atto o provvedimento della autorità pubblica e indipendentemente dalla natura delle posizioni giuridiche dedotte alla fonte.
Con la sentenza in epigrafe, il Consiglio di Stato precisa che, nelle concessioni, l’ interesse pubblico perseguito riveste sempre carattere predominante, anche nel corso dell’esecuzione del rapporto scaturente dalla concessione stessa. In particolare, a differenza di quanto avviene nell’appalto, l’amministrazione concedente conserva un indubbio interesse circa le modalità con le quali il servizio viene gestito dal concessionario in propria sostituzione, poiché esso, anche quando affidato a privati, non perde la caratteristica fondamentale della sua finalizzazione a bisogni collettivi. E’ proprio alla luce di questo ineliminabile connotato che si giustifica dal punto di vista logico, oltre che costituzionale, l’ampiezza della giurisdizione esclusiva prevista dall’ art. 133, comma 1, lett. c, C. p. a.; tuttavia, l’ operatività di quest’ultima viene esclusa quando la controversia tra autorità concedente e privato concessionario verta su questioni puramente civilistiche, attinenti gli aspetti patrimoniali scaturenti dal rapporto.
In definitiva, il criterio discretivo che deve essere applicato al fine di stabilire il riparto di giurisdizione è sempre quello, pienamente conforme ai principi sanciti dalla Corte costituzionale nella nota sentenza n. 204/2004, della spendita dei poteri autoritativi da parte della P. A., a prescindere dalla forma di cui questi sono concretamente rivestiti. D’ altra parte, l’ istituto della concessione si configura quale forme di organizzazione cui l’amministrazione può ricorrere per lo svolgimento di attività di interesse generale, in alternativa alla gestione diretta, interponendo il concessionario privato tra sé e la collettività.
Giurisprudenza conforme: Cons. St., n. 5173/2012; Cass. civ., n. 12736/2007.
Riferimenti normativi: art. 24, 103 e 113 Cost.; artt. 7 e 133 C. p. a.; art. 3, comm 12, Codice appalti.
Aggiornamento settimanale a cura:
del Dipartimento di ricerca e sviluppo dell’ Istituto di Studi Giuridici M&C. Militerni.
Coordinatore : dott. Alessandro De Santis.