Source: https://studiolegaleramelli.it/2019/01/29/bancarotta-fraudolenta-patrimoniale-per-la-cassazione-la-prova-della-distrazione-o-delloccultamento-delle-somme-non-puo-essere-desunta-dalle-mere-annotazioni-nelle-scritture-contabili/
Timestamp: 2019-09-22 20:16:16+00:00
Document Index: 78163730

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 87', 'sentenza ']

Bancarotta fraudolenta patrimoniale: per la cassazione la prova della distrazione o dell’occultamento delle somme non può essere desunta dalle mere annotazioni nelle scritture contabili. – Avvocato Diritto Penale Roma Eur
Si segnala ai lettori del blog la sentenza di legittimità n.3518/2019 – depositata il 24.01.2019 che affronta il tema dell’onere di motivazione che incombe sul giudice di merito in ordine alla prova della distrazione di somme dal patrimonio sociale.
La vicenda processuale può essere così riassunta: la difesa dell’imputato ha proposto ricorso per cassazione contro la pronuncia della Corte distrettuale, recante la parziale riforma, in punto di rideterminazione in melius del trattamento sanzionatorio, della sentenza emessa nei confronti del giudicabile dal Tribunale di Cosenza.
L’affermazione di penale responsabilità dell’imputato riguardava addebiti di bancarotta fraudolenta patrimoniale per distrazione correlati alla gestione di una società unipersonale dichiarata fallita nel giugno 2009; il prevenuto, nella qualità di amministratore, si sarebbe reso responsabile di varie distrazioni e segnatamente: della somma di € 45.660,00, prelevata dalla cassa contanti in vista di un pagamento IVA in realtà mai avvenuto e della somma complessiva di circa € 56.000,00, prelevata in più occasioni da un libretto di deposito intestato alla suddetta società.
La Suprema corte ha accolto parzialmente l’interposto ricorso per cassazione, annullando la sentenza impugnata con rinvio alla Corte di Appello di Catanzaro per nuovo esame.
In particolare, la Corte si legittimità, ha ritenuto sussistente il denunciato vizio di motivazione in ordine alla pretermessa analisi delle doglianze sollevate in appello circa l’interpretazione (diversa da quella offerta dal giudice dell’appello) delle scritture contabili che avrebbe evidenziato l’inesistenza delle somme distratte pari ad € 45.660,00 in contraddizione con gli esiti delle erifiche bancarie sulle quali aveva riferito il Curatore fallimentare.
Di seguito si riportano i passaggi motivazionali di maggior interesse:
(i) Sulla ripartizione dell’onere probatorio circa la destinazione impressa dall’imprenditore ai beni costituenti il patrimonio sociale a soddisfare obbligazioni verso i creditori in luogo della contestata distrazione, il Collegio di legittimità ha ritenuto infondate le deduzione difensive dando continuità ad un orientamento già consolidato:
“… per consolidata giurisprudenza di legittimità – «in tema di bancarotta fraudolenta, la prova della distrazione o dell’occultamento dei beni della società dichiarata fallita può essere desunta dalla mancata dimostrazione, da parte dell’amministratore, della destinazione dei beni suddetti» (Cass., Sez. V, n. 8260/2016 del 22/09/2015, Aucello, Rv 267710; v. anche, nello stesso senso, Cass., Sez. V, n. 11095 del 13/02/2014, Ghirardelli). Nella motivazione della sentenza Aucello, sopra richiamata e già puntualmente invocata anche dalla Corte di merito a sostegno delle proprie determinazioni, si legge più in particolare che la responsabilità dell’imprenditore per la conservazione della garanzia patrimoniale verso i creditori e l’obbligo di verità, penalmente sanzionato, gravante ex art. 87 legge fall. sul fallito interpellato dal curatore circa la destinazione dei beni dell’impresa, giustificano l’apparente inversione dell’onere della prova a carico dell’amministratore di una società fallita in caso di mancato rinvenimento di beni aziendali o del loro ricavato. Non può, in definitiva, intendersi sufficiente una vaga allegazione secondo cui alcune risorse sarebbero state assorbite da costi gestionali non documentati, ovvero – come dedotto nel caso di specie – impiegate genericamente per il soddisfacimento di creditori non determinati ed in misura parimenti non dettagliata. A quest’ultimo fine, non vale a fungere da presunto riscontro il contributo del curatore della (omissis), ove si consideri che – come segnalato dalla Corte territoriale – l’organo della procedura si limitò a dare atto che nel 2008 l’entità complessiva dei debiti della società era diminuita rispetto al dato dell’anno precedente, mentre nel 2009 vi erano stati “pochissimi” pagamenti in favore dei creditori”.
(ii) Sulla inattendibilità delle scritture contabili rispetto ai riscontri eseguiti sul conto corrente inidonee da sole a fornire la prova della contestata distrazione, si riporta integralmente il passaggio della motivazione che ha accolto il relativo motivo di ricorso conducendo all’annullamento della sentenza impugnata per vizio di motivazione:
“La Corte calabrese, in prima battuta, smentisce l’assunto che le scritture della [omissis] sarebbero non attendibili, segnalando come la ricostruzione del patrimonio sociale e della situazione debitoria sarebbe stata comunque possibile proprio in base alla contabilità; inoltre, a fronte di un pagamento IVA annotato a libro giornale, per quanto non risultante dai mastrini, sarebbe sufficiente prendere atto che di versamenti di imposte, nel periodo considerato, non ve ne furono affatto.
Le argomentazioni dei giudici di merito, tuttavia, non offrono risposta esauriente allo specifico motivo di appello con cui – come oggi ribadito – la difesa aveva piuttosto osservato come la sostanza delle cose fosse da leggere in termini ben diversi: a prescindere dall’annotazione che attestava il pagamento di un debito tributario (che, per inciso, avrebbe potuto giustificarsi ex se quale appostazione mendace, onde fornire a terzi una immagine di apparente regolarità di gestione), le risultanze processuali deponevano ancora a monte per l’inesistenza delle somme che avrebbero dovuto avere l’impiego ivi documentato. Nel dolersi della decisione di primo grado, più precisamente, il difensore del [omissis] aveva spiegato che «il conto cassa contanti della contabilità non trovava riscontro con i depositi bancari della società, essendo indiscutibile che le somme riscosse dalla società non potevano essere custodite in un cassetto, ma solo depositate in banca. Al riguardo, il curatore nell’istruttoria dibattimentale ha riferito che i depositi bancari della società, nel periodo in cui si assume che sarebbe stato effettuato il pagamento dell’IVA, registravano saldi negativi […]. E’ lo stesso curatore, poi, ad evidenziare che tutti i pagamenti venivano effettuati tramite banca […]. Lo spaccato che emerge è relativo ad un presunto pagamento dell’IVA che non avrebbe potuto avere luogo perché in banca la società fallita non aveva alcuna disponibilità».
Integra il reato di sottrazione fraudolenta dal pagamento delle imposte la costituzione... Commette furto con destrezza il medico che sottrae costose fiale di medicinale...