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Timestamp: 2018-09-21 10:49:13+00:00
Document Index: 30993944

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 21', 'art. 100', 'art. 107', 'art. 159', 'art. 1', 'art. 100', 'art. 50', 'art. 22', 'art. 64', 'art. 15', 'art. 3', 'art. 8', 'art. 3', 'art. 1', 'art. 3', 'art. 97', 'art. 1', 'art. 3', 'art. 22', 'art. 64', 'art. 15', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 15', 'art. 1223', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Open Shop 24, naturalmente pagate voi: 7.100 euro di risarcimento e 2 mila euro di spese legali a carico del Comune di Parma
Era chiaro che a pagare sareste stati voi, non c’era dubbio sull’argomento: la illegittima chiusura dell’ Open Shop 24 di via Bixio (quasi piazza Corridoni), che il Tar aveva già definito nella propria fisionomia normativa ( PER APPROFONDIRE LEGGI E VAI A RITROSO NEI LINK ) alcune settimane fa, costerà alle casse del Comune di Parma 7.100 euro “di risarcimento dei danni patrimoniali conseguenti alla chiusura forzosa dell’attività commerciale, compete una somma complessiva pari ad € 7.100,00 euro (6.400,00 + 660,00 per i minori incassi al riavvio dell’attività)” , oltre “al pagamento delle spese di giudizio che liquida in euro 2.000,00 (duemila), oltre IVA e CPA come per legge” . Il Comune di Parma è stato infatti condannato.
A nulla sono valsi gli sforzi del trio legale Caroppo-Dilda-Priori (sul cui utilizzo si è recentemente espressa la Corte dei Conti PER APPROFONDIRE LEGGI): Gianluca Cantarelli , legale rappresentante della ditta che gestisce l’anfratto zeppo di macchinette distributrici, aveva ragione da vendere, dato che in nessun luogo ed in nessun settore merceologico è consentito di penalizzare un tizio che rispetti ognuna delle leggi e dei regolamenti che normano la vita comune. Nella vicina Reggio Emilia, dove del resto lo stesso Cantarelli ha uno spazio similare, gli amministratori locali hanno per esempio deciso di imporre una serrata notturna, proprio per limitare problemi di ordine pubblico. Ma non l’hanno imposto al Cantarelli: lo hanno imposto a TUTTI i gestori di spazi di distribuzione automatica.
La sentenza del Tar solleva almeno due questioni:
- la prima riguarda il “chi paga”: non importa quanto sia platealmente scema o lontana dalla norma la decisione di un amministratore locale, non è comunque lui che pagherà. Sono i soldi dei contribuenti che prenderanno il volo.
- la seconda riguarda “l’energia dei pareri” dati dai professionisti alla parte politica: se ci è bastato un dialogo di 3 minuti con un amico avvocato per capire che piega avrebbero preso gli eventi significa che essi erano piuttosto ben definiti, sul piano legale. Ecco che quindi chi deve dare pareri in quell’ambito (Salvatore Caroppo, tanto per non girarci attorno) avrebbe dovuto dire all’assessore Cristiano Casa qualcosa del tipo: “l’omo, se seguiamo questa strada c’è un’alta probabilità di incappare nel triplete degli orrori sconfitta-figuraccia-risarcimento”. O magari lo ha fatto ma è rimasto inascoltato: vallo a sapere.
Un po’ come per il discorso che facevamo sull’utilizzo dei comunicatori dell’ Ufficio Stampa ( PER APPROFONDIRE LEGGI ), il tema affrontato da questa testata non è né il profilo professionale né la singola scelta compiuta, ma più in generale la direzione, funzionale alla pars politica, che si fa della struttura. In definitiva, quindi, della democrazia agita nell’uso della mole di lavoro sviluppata da chi opera nelle strutture, nei cosiddetti “uffici”.
Questa sentenza dimostra come tale modo di incedere sovente implichi esborsi dalle tasche dei cittadini, e questo non è bene.
LA SENTENZA DEL TAR IN FORMA INTEGRALE:
Comune di Parma, in persona del legale rappresentante p.t., rappresentato e difeso dagli avvocati Salvatore Caroppo, Laura Maria Dilda, Francesca Priori, con domicilio eletto presso lo studio dell’avv. Laura Maria Dilda in Parma, Strada Repubblica n.1;
Questura di Parma, in persona del legale rappresentante p.t., rappresentata e difesa per legge dall'Avvocatura Distrettuale di Bologna, domiciliata in Bologna, via Guido Reni, 4;
Visti gli atti di costituzione in giudizio di Comune di Parma e di Questura di Parma;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 21 marzo 2018 il cons. Anna Maria Verlengia e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
Con ricorso, spedito per la notifica il 30 novembre 2017 e depositato il successivo 5 dicembre, la Omen Sas di Cantarelli Gianluca impugna il provvedimento del Dirigente del Settore Pianificazione e Sviluppo del Territorio del Comune di Parma con il quale si dispone la chiusura dell’esercizio commerciale di vicinato a mezzo distributori automatici ubicato in Parma, Via Bixio n. 6/A.
Avverso il predetto provvedimento parte ricorrente articola i seguenti motivi di doglianza:
1) incompetenza assoluta/difetto assoluto di attribuzione (nullità del provvedimento ex art. 21 septies L. 241/1990); violazione e falsa applicazione dell’art. 100 T.U.L.P.S. (R.D. 18.6.1931 n. 773), dell’art. 107 d.lgs. 18.8.2000 n. 267, dell’art. 159 d.lgs. 112/1998, dell’art. 1 D.M. Interno 5.8.2008 e degli artt. 4 e 12 della Legge 18.4.2017 n. 48 di conversione del d.l. 20.2.2017 n. 14 recante “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città”, violazione dei principi di cui alla Circolare Ministero dell’Interno 18.7.2017 n. 11001/123/111, atteso che la chiusura dell’esercizio per finalità di sicurezza, ordine, incolumità pubblica e ambiente urbano, compromessi dalla presenza di persone in evidente stato di alterazione psico-fisica per abuso di sostanze alcoliche e stupefacenti, nonché di soggetti presumibilmente dediti all’attività di spaccio di sostanze stupefacenti, spetta al Questore ai sensi dell’art. 100 T.U.L.P.S., con conseguente nullità per difetto assoluto di attribuzione/competenza;
2) violazione e falsa applicazione degli artt. 50, 54 e 107 d.lgs.. 18.8.2000 n. 267, degli artt. 1-2 D.M. Interno 5.8.2008 e degli artt. 4 e 12 della legge 18.4.2017 n. 48 di conversione del d.l. 20.2.2017 n. 14 recante “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città”, violazione dei principi di cui alla Circolare Ministero dell’Interno 18.7.2017 n. 11001/123/111, in quanto solo al Sindaco, ex art. 50 o 54 TUEL, e non al Dirigente, spetterebbe l’intervento a tutela della pubblica incolumità e della sicurezza urbana;
3) violazione del principio di legalità e di tipicità degli atti amministrativi - violazione e falsa applicazione dell’art. 22 d.lgs. 31.3.1998 n. 114, dell’art. 64 d.lgs. 26.3.2010 n. 59 e dell’art. 15 L.R. Emilia Romagna 26.7.2003 n. 14, degli artt. 12-13-14-15-18 e 29 del “Regolamento per l’esercizio dell’attività di somministrazione di alimenti e bevande”, approvato dal Comune di Parma con Delibera di C.C. n. 1 del 20.01.2015, in quanto il provvedimento risulta adottato in totale carenza di una disposizione normativa o regolamentare che preveda la chiusura di un esercizio commerciale in assenza di precedenti violazioni e/o precedenti ordinanze rimaste inosservate;
4) violazione e falsa applicazione dell’art. 3, co. 1, lett. d-bis Legge 248/2006, dell’art. 8, co. 1, lett. g) e h) d.lgs. 59/2010, dell’art. 3, co. 1 lett. c) e d) legge 148/2011 e dell’art. 1, co. 2, legge 27/2012, eccesso di potere per difetto d’istruttoria e travisamento dei fatti, per motivazione carente, illogica, contraddittoria e perplessa, per errore nei presupposti, illogicità, ingiustizia manifesta e disparità di trattamento, violazione e falsa applicazione dell’art. 3 Legge 7.8.1990 n. 241 (come modif. e integrata), dell’art. 97 Cost., atteso che le gravi problematiche di sicurezza per il cui contrasto si è adottato il gravato provvedimento si verificano nel quartiere fin dal 2009, ben prima dell’apertura dell’Open Shop, e riguardano un’area molto più ampia di quella contigua al negozio che ha il suo fulcro in Piazza Corridoni, né trovano un nesso con l’attività di somministrazione svolta atteso che sono altri i negozi che nel raggio di poche decine di metri vendono al pubblico, liberamente ed a tutte le ore, prodotti alcolici e superalcolici, rispetto ai quali l’Amministrazione Comunale e l’Autorità di Pubblica Sicurezza non risulta essere mai intervenuta con analoghi ordini di chiusura;
5) eccesso di potere per mancata valutazione e contemperamento degli interessi pubblici e privati coinvolti, per violazione del principio di proporzionalità dell’atto amministrativo, violazione dell’art. 1 Legge 241/1990, eccesso di potere per violazione dell’affidamento ingenerato nel privato, violazione degli artt. 35 co. 1, 41 e 97 Cost. in quanto il provvedimento sarebbe stato adottato senza una previa adeguata valutazione comparativa degli interessi pubblici con quelli del privato coinvolto, denunciata dalla mancanza di un preventivo contraddittorio e della ricerca di misure parallele o alternative alla chiusura;
6) violazione e falsa applicazione degli artt. 7 e 10 Legge 7.8.1990 n. 241 (come modif. e integrata) - violazione del corretto contraddittorio procedimentale, violazione dei principi di cui agli artt. 24 e 97 Cost., essendo mancata la comunicazione di avvio del procedimento che ha impedito la partecipazione del ricorrente, pur in mancanza dei presupposti per la deroga a tale istituto non trattandosi di provvedimento vincolato o urgente, dato il tempo trascorso tra la denuncia dei residente e l’adozione del provvedimento (un anno e mezzo circa).
Il ricorrente conclude chiedendo l’annullamento del provvedimento ed il risarcimento del danno conseguente.
Con decreto monocratico n. 168/2017 il Presidente del Tribunale dispone incombenti istruttori a carico del Comune che ottempera il 12 dicembre 2017.
Con successivo decreto n. 169/2017 il Presidente respinge l’istanza di misure cautelari monocratiche non ravvisando l’urgenza di provvedere e fissa la Camera di Consiglio per la trattazione collegiale della cautela il 10 gennaio 2018.
Il 22 dicembre 2017 si costituisce il Comune con memoria formale per chiedere la reiezione del gravame.
Il 5 gennaio 2018 il Comune deposita memoria di controdeduzioni ai motivi di ricorso evidenziando la normalizzazione della situazione nell’area interessata a seguito dell’adozione del provvedimento impugnato.
A seguito della Camera di Consiglio tenutasi il 10 gennaio 2018 il Tribunale ha accolto la misura cautelare con ordinanza n. 6/2018 non impugnata.
Il 12 gennaio 2018 si è costituita la Questura di Parma con atto di rito.
Il 5 febbraio 2018 la ricorrente ha depositato Relazione del consulente di parte, il dottore commercialista Manini Paolo, con cui illustra la quantificazione dei danni per il periodo di chiusura dell’esercizio (9/11/2017-12/01/2018) e che determina in complessivi euro 13.290,00.
Il giorno 8 febbraio 2018 il Comune deposita copia di una lettera al direttore della Gazzetta di Parma a firma, verosimilmente, di una delle residenti del quartiere interessato dalla vicenda, nella quale si manifesta “sbigottimento” per l’ordinanza del Tar ove avrebbe “tutelato l’interesse del singolo a discapito del benessere della comunità”.
Il 15 febbraio 2018 la ricorrente deposita memoria con la quale insiste nelle proprie doglianze e deposita documentazione (fotografie ed articoli di stampa) a sostegno del perdurare dei “bivacchi” e del degrado in Piazza Corridoni anche a seguito della chiusura dell’open shop. Quanto al danno aquiliano risarcibile, la ricorrente lo quantifica in euro 9.600,00 per lucro cessante, prendendo a base del calcolo gli incassi del medesimo periodo dell’anno precedente, ed euro 2.690,00 per danno emergente, rappresentato dagli oneri e spese inutilmente sostenuti nel periodo di chiusura oltre ad euro 1.000,00 per la flessione registrata nel primo periodo a seguito della riapertura, a causa del disorientamento/dispersione della clientela.
Con memoria depositata il 16 febbraio 2018 il Comune insiste nella legittimità del provvedimento gravato “in quanto apparso, (dalle evidenze degli accertamenti) come il solo adeguato alla tutela di una pacifica convivenza ed in grado di far cessare il degrado urbano ivi determinatosi dopo l’apertura dell’ “Open shop24 (..) avvalendosi delle disposizioni di cui all’ art. 3 c.1 del D.L. 138/2011 così come convertito dalla L 148/2011 e della L. n. 27/2012 in base alle quali sono consentite limitazioni alla libera iniziativa economica, seppur esclusivamente per motivi imperativi di interesse generale”, e rispondendo all’invito ” rivolto dalla Questura al Comune di Parma, a voler intervenire a por fine alla situazione di degrado”.
Sulla domanda risarcitoria il Comune esclude la sussistenza dei presupposti allegando la scusabilità dell’errore, che esclude la colpa, “indotto da equivocità del dato normativo, da contrasti giurisprudenziali, da interpretazioni divergenti fornite da altri organi amministrativi, dalle risultanze di istruttorie procedimentali ovvero dalla particolare complessità e difficoltà dell’azione amministrativa, deve essere esclusa la colpa”. Il Comune si riserva di contestare l’inconferenza della documentazione prodotta dalla ricorrente per la quantificazione del danno.
Con successiva memoria il Comune replica al ricorrente e contesta anche la quantificazione del danno.
Alla pubblica udienza del 21 marzo 2018 sentite le parti presenti il ricorso è stato trattenuto in decisione.
Il ricorso è fondato, come già anticipato nell’ordinanza cautelare n.6/2018, in accoglimento del terzo motivo di gravame con particolare riguardo alla violazione del principio di legalità e di tipicità degli atti amministrativi ed eccesso di potere per carenza dei presupposti di legge e di regolamento che disciplinano l’adozione di analoghi provvedimenti da parte dell’amministrazione comunale.
Con il gravato provvedimento il Dirigente del Settore Pianificazione e Sviluppo del Territorio del Comune di Parma dispone la chiusura dell’esercizio commerciale di vicinato a mezzo distributori automatici ubicato in Parma, Via Bixio n. 6/A, in quanto:
· gli interventi del personale della Questura e l'attività di monitoraggio operata dalla Polizia municipale, unitamente alla ponderosa documentazione foto-cinematografica a supporto, confermano che le modalità di conduzione di detto esercizio, caratterizzate dall'assenza di qualunque misura idonea ad evitare lo stazionamento incontrollato degli avventori, hanno reso l'esercizio un catalizzatore di fattori di degrado e compromissione dell'incolumità pubblica.
Nella suddetta motivazione non è dato riscontrare alcuno dei presupposti previsti dall’art. 22 d.lgs. 114/1998 e dall’art. 64 d.lgs. 59/2010 n. 59, nonché dall’art. 15 L.R. 14/2003, né dagli articoli 12, 13, 14 e 15 del “Regolamento per l’esercizio dell’attività di somministrazione di alimenti e bevande”, approvato dal Comune di Parma con Delibera di C.C. n. 1 del 20.01.2015, che legittimano il Dirigente Comunale a disporre la chiusura sine die dell’attività commerciale.
Il Comune ha invocato l’art. 3 c.1 del d.l. 138/2011 così come convertito dalla legge 148/2011 e della legge n. 27/2012 in base ai quali sono consentite limitazioni alla libera iniziativa economica, seppur esclusivamente per motivi imperativi di interesse generale”, e rispondendo all’invito “rivolto dalla Questura al Comune di Parma, a voler intervenire a por fine alla situazione di degrado”.
Quanto al primo profilo l’art. 3 del d.l. 138/2011 prevede che:
“Comuni, Province, Regioni e Stato, entro il 30 settembre 2012, adeguano i rispettivi ordinamenti al principio secondo cui l'iniziativa e l'attività economica privata sono libere ed è permesso tutto ciò che non è espressamente vietato dalla legge nei soli casi di:
2. Il comma 1 costituisce principio fondamentale per lo sviluppo economico e attua la piena tutela della concorrenza tra le imprese.”.
Dalla lettura del disposto appare evidente che la norma in questione disciplina l’attività amministrativa/normativa generale ovvero gli ordinamenti, prevedendo limiti alla libertà di iniziativa economica solo se rientranti in determinate ipotesi, tra cui “danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana e contrasto con l'utilità sociale”.
Ne consegue che tale previsione non abilita il dirigente comunale a sanzionare con la chiusura il singolo esercizio commerciale che pure, come altri della specie, opera con determinate modalità, espressamente consentite e non vietate dalla disciplina generale.
Diverso discorso sarebbe stato prevedere nel Regolamento del Comune di Parma la chiusura di tutti gli Open Shop 24 presenti sul territorio comunale (oppure modalità limitative della localizzazione e del funzionamento), a fronte di situazioni, come quella qui denunciata, ove si dovesse ritenere che siano imputabili a tali esercizi la messa in pericolo della sicurezza e del decoro urbano.
La previsione del d.l. 138/2011 non è peraltro oscura nell’individuare i suoi destinatari e l’ambito di operatività laddove espressamente menziona l’adeguamento degli ordinamenti degli enti.
La circostanza, poi, che il Comune abbia risposto all’invito della Questura, atteso che un tale invito non può giustificare in alcun modo lo sconfinamento dalle rispettive attribuzioni, risulta confermare l’errata applicazione delle norme e dei rimedi che l’ordinamento assegna all’amministrazione comunale.
L’unico ambito di legittimo intervento configurabile doveva essere quello di una verifica della regolarità dei titoli edilizi e delle autorizzazioni e della assenza di violazioni o inadempimenti da parte del gestore, non certo bloccare ad libitum una lecita e regolare attività commerciale la cui unica colpa consisterebbe nel non avere impedito la situazione di degrado che caratterizza le vicinanze.
Come, già anticipato in sede cautelare, non trova alcuna base normativa nemmeno il trasferimento a carico del privato esercente di un regolare esercizio commerciale del potere/dovere di mettere in atto azioni positive di prevenzione di criticità di ordine pubblico e di contrasto ad un degrado urbano (spaccio, bivacchi, molestie) dal quale è lo stesso esercente, quale cittadino, ad avere titolo a pretendere tutela dalle Forze di Polizia dello Stato e dalla Polizia Municipale.
Il provvedimento impugnato è lesivo del principio di legalità e di tipicità degli atti amministrativi, non esistendo alcuna norma di legge o di regolamento che attribuisca al dirigente comunale la prerogativa di disporre la chiusura definitiva di un esercizio commerciale per fronteggiare situazioni di degrado e di ordine pubblico non causati da inadempienze o violazioni commessi dal titolare dell’esercizio.
I suddetti principi sono alla base dello Stato di diritto come recepito dal nostro ordinamento e rappresentano una garanzia contro l’arbitrio del potere amministrativo.
Ciò premesso- previo assorbimento degli altri motivi di ricorso - il provvedimento va annullato, perché illegittimo.
Anche la domanda risarcitoria è fondata, nei limiti e nei termini di seguito esposti.
Per quanto sopra osservato deve ritenersi sussistente la colpa dell’amministrazione la quale ha adottato un provvedimento in totale mancanza dei presupposti di legge, nella inescusabile ignoranza della insussistenza delle condizioni e dei presupposti di cui al d.lgs. 114/1998, al d.lgs. 59/2010 n. 59, nonché all’art. 15 L.R. 14/2003 ed agli articoli 12, 13, 14 e 15 del “Regolamento per l’esercizio dell’attività di somministrazione di alimenti e bevande”.
Non si ravvisa alcun errore scusabile, atteso che la norma invocata dal Comune di cui si sostiene l’applicazione alla fattispecie, come già osservato, è di immediata comprensione e non richiede una diligenza superiore a quella ordinariamente esigibile da parte di un dirigente comunale.
Quanto al nesso causale, deve ritenersi accertato che la chiusura dell’attività dal 9/11/2017 al 12/01/2018 abbia determinato danni risarcibili per mancati guadagni nei circa due mesi di chiusura dell’esercizio ed una flessione nelle entrate nei primi giorni di riavvio dell’attività.
Ai sensi dell’art. 1223 cod. civ., si deve avere riguardo al danno emergente e al lucro cessante e, cioè, rispettivamente, alla concreta diminuzione reale del patrimonio del privato e alla perdita di un’occasione di guadagno o, comunque, di un’utilità economica connessa all’adozione o all’esecuzione del provvedimento illegittimo.
Se i mancati guadagni si identificano nei mancati ricavi al netto dei costi della merce non deperibile, quindi riutilizzabile, essi comprendono ed assorbono anche i costi fissi.
Rientrano quindi nel danno emergente eventuali costi inutilmente sostenuti (qui non allegati), ma non i costi fissi che la ricorrente avrebbe comunque sopportato anche se il locale fosse rimasto aperto.
Quanto al minore incasso nei primi 15 giorni della riapertura (14-31 gennaio) certamente spiegabile con la temporanea dispersione della clientela, anche detti minori incassi per 1000 euro vanno calcolati al netto del costo dei prodotti invenduti.
Mediante il risarcimento per equivalente la ricorrente non può conseguire un beneficio maggiore rispetto a quello che avrebbe conseguito se il provvedimento annullato non fosse stato adottato, cosa che avverrebbe ove all’utile si aggiungessero i costi fissi sostenuti.
Ciò premesso, ai 9.600 euro di asseriti mancati incassi vanno certamente detratti i costi per i prodotti invenduti che il Comune quantifica in circa un terzo, quota che si reputa congrua.
Si possono quindi quantificare in 6.400,00 euro i mancati guadagni da risarcire alla ricorrente.
Non rientrano, invece, nel danno risarcibile i costi che Omen avrebbe comunque sostenuto quali energia elettrica, locazione etc. che quantifica in euro 2.690,00.
In conclusione alla ricorrente, a titolo di risarcimento dei danni patrimoniali conseguenti alla chiusura forzosa dell’attività commerciale, compete una somma complessiva pari ad € 7.100,00 euro (6.400,00 + 660,00 per i minori incassi al riavvio dell’attività).
Sulla tale somma decorrono gli interessi, al tasso legale, dalla data di deposito della presente sentenza e fino all’effettivo saldo, in conseguenza della conversione in obbligazione di valuta del credito risarcitorio.
Nei termini sopra esposti, pertanto, il ricorso va accolto.
Alla luce della condanna dell’ente comunale al risarcimento dei danni si ravvisano i presupposti per la trasmissione della presente sentenza alla Procura Regionale della Corte dei Conti competente per territorio per le valutazioni di spettanza.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per l'Emilia Romagna sezione staccata di Parma (Sezione Prima), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, accoglie in toto il gravame e, per l’effetto, annulla il provvedimento impugnato ed accoglie la domanda risarcitoria nei termini sopra meglio specificati, condannando il Comune di Parma al risarcimento del danno come sopra liquidato.
Condanna il Comune al pagamento delle spese di giudizio che liquida in euro 2.000,00 (duemila), oltre IVA e CPA come per legge.
Ordina alla Segreteria di trasmettere copia della presente sentenza alla Procura regionale della Corte dei Conti per le valutazioni di competenza.
Così deciso in Parma nella camera di consiglio del giorno 21 marzo 2018 con l'intervento dei magistrati:
Anna Maria Verlengia Sergio Conti