Source: http://www.dirittounioneeuropea.eu/index.php?option=com_content&view=category&Itemid=140&id=78&lang=en
Timestamp: 2019-05-25 11:11:02+00:00
Document Index: 145712401

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 21', 'art. 4', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 117', 'sentenza ', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 11', 'art. 11', 'art. 93', 'art. 8', 'art. 93', 'art. 106', 'sentenza ', 'art. 10', 'art. 267', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 45', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 12', 'sentenza ', 'art. 26', 'sentenza ', 'art. 107', 'art. 108', 'sentenza ', 'art. 49', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 43', 'art. 325', 'art. 267', 'art. 325', 'sentenza ', 'art. 267', 'sentenza ', 'art. 9', 'sentenza ', 'art. 50', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 260', 'sentenza ', 'art. 267', 'art. 50', 'art. 50', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 133', 'art. 50', 'art. 50', 'art. 4', 'sentenza ', 'art. 649', 'art. 187', 'art. 185', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 43', 'sentenza ', 'art. 43', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 18', 'art. 4', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 4', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 258', 'sentenza ', 'art. 4', 'art. 43', 'sentenza ', 'art. 9', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 19', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 242', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 101', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 325', 'sentenza ', 'art. 8', 'sentenza ', 'art. 105', 'sentenza ', 'art. 17', 'art. 12', 'art. 2', 'art. 288', 'art. 267', 'sentenza ', 'art. 2', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 76', 'art. 12', 'art. 50', 'art. 10', 'sentenza ', 'art. 117', 'art. 4', 'art. 649', 'art. 21', 'sentenza ', 'art. 21', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 43', 'art. 4', 'sentenza ', 'art. 45', 'art. 34', 'art. 12', 'sentenza ', 'art. 34']

La Corte costituzionale fa salva la soglia di sbarramento del 4% prevista per l’elezione dei membri italiani del Parlamento europeo
Il 21 dicembre 2018 è stata depositata la sentenza 239/18 della Corte costituzionale con cui sono state giudicate non fondate le questioni di costituzionalità - sollevate dal Consiglio di Stato con riferimento al principio democratico, al principio di ragionevolezza e a quello di eguaglianza del voto - delle disposizioni dell’art. 21 della legge 24 gennaio 1979 n. 18 concernente l’elezione dei membri del Parlamento europeo spettanti all'Italia (quale modificata dalla legge 20 febbraio 2009 n. 10), che limitano l’accesso alla distribuzione dei seggi ai partiti che hanno ottenuto a livello nazionale almeno il 4% dei voti validi.
Sentenza 239/2018
Mozzarella di Bufala Campana e modalità per la produzione di prodotti DOP: il Consiglio di Stato rinvia alla Corte di giustizia
Con ordinanza del 22 agosto 2018 il Consiglio di Stato ha chiesto alla Corte di giustizia di stabilire se i principi relativi alla libertà di concorrenza, alla libera circolazione delle merci e alla creazione di un mercato agricolo comune (di cui agli artt. 3, 26, 32, 40 e 41 del TFUE) nonché gli artt. 1, 3, 4, 5 e 7 del Regolamento 1151/2012/UE, recante la disciplina sulle Denominazioni di Origine Protette, ostino a una norma di diritto nazionale (art. 4, d. l. 24 giugno 2014, n. 91, così come convertito dalla l. 11 agosto 2014, n. 116) che, per l'attività di produzione della Mozzarella di Bufala Campana DOP, impone la separazione degli spazi per la produzione di prodotti DOP da quelli per la lavorazione di altri prodotti caseari.
Il Consiglio di Stato scrive la parola “fine” sulla questione della nomina di cittadini di altri Stati membri alla direzione di musei italiani
Con una sentenza depositata il 25 giugno 2018, la n. 9/2018, l’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato ha definitivamente deciso la questione della nomina di un cittadino europeo non italiano a direttore di un museo, riformando, a seguito della rimessione da parte della Sesta Sezione del Consiglio, una sentenza del TAR Lazio del 24 maggio 2017 che aveva accolto il ricorso al riguardo proposto da una dirigente di nazionalità italiana del ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo in ragione del fatto che la normativa vigente non consetirebbe di attribuire a cittadini stranieri alcun incarico di livello dirigenziale
L’attuale sentenza stabilisce, in particolare, che «la normativa Ue (articolo 45 del Trattato di Roma) non consente di escludere un cittadino dell’Unione europea da una selezione pubblica, a meno che non si tratti di una posizione caratterizzata dall’esercizio esclusivo o prevalente di poteri autoritativi (per esempio magistrati, militari, forze di polizia)». Essa afferma, di conseguenza, che «il Dpcm n. 174 del 1994 (il quale vieta in effetti di attribuire ai cittadini Ue qualunque posto dirigenziale, anche se di contenuto meramente gestionale) risulta in contrasto con il diritto dell’Unione europea e non può quindi essere applicato dal Giudice nazionale».
Ennesima sentenza della Corte costituzionale sulle concessioni demaniali marittime per uso turistico
Nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 3, comma 3, della legge della Regione Abruzzo 27 aprile 2017, n. 30 (Tutela del legittimo affidamento dei concessionari balneari), che stabilisce che «[n]ell’esercizio delle proprie funzioni i Comuni garantiscono che il rilascio di nuove concessioni avvenga senza pregiudizio del legittimo affidamento degli imprenditori balneari titolari di concessioni rilasciate anteriormente al 31 dicembre 2009», la Corte costituzionale con sentenza n. 118 depositata il 7 giugno 2018 ha ritenuto fondato il ricorso sotto il profilo della violazione della competenza esclusiva dello Stato in materia di tutela della concorrenza e, dunque, dell’art. 117, secondo comma, lettera e), Cost.
Sentenza 118/2018
Secondo la Corte costituzionale, la legge regionale ligure che subordina alla residenza in Italia per dieci anni l’assegnazione di alloggi pubblici a cittadini extracomunitari lungo soggiornanti è costituzionalmente illegittima
Con sentenza n. 106, depositata il 24 maggio 2018, la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 4, comma 1, della legge della Regione Liguria 6 giugno 2017, n. 13, che subordina l’assegnazione di alloggi di edilizia residenziale pubblica a cittadini di paesi extracomunitari al requisito di una regolare residenza «da almeno dieci anni consecutivi nel territorio nazionale». Secondo la Corte, infatti, tale previsione è in manifesto contrasto con le disposizioni della direttiva 2003/109/CE del Consiglio, del 25 novembre 2003 (recepita in Italia con il d.lgs. n. 3 del 2007), la quale riconosce lo status di soggiornante di lungo periodo ai cittadini di paesi terzi che risiedano regolarmente in uno Stato membro da almeno cinque anni (art. 4) e prevede che essi siano equiparati ai cittadini dello Stato membro in cui si trovano ai fini, tra l’altro, del godimento dei servizi e prestazioni sociali (art. 11), tra i quali rientra l’assegnazione di alloggi di edilizia residenziale pubblica, come testualmente conferma la lettera f) del suo art. 11, con il riferirsi alla «procedura per l’ottenimento di un alloggio».
Sentenza 106/2018
L'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato rimette alla Consulta una questione di legittimità costituzionale in merito alle norme che sottraggono talune condotte notarili dal suo controllo
Con ordinanza n. 1 del 3 maggio 2018, pubblicata nel Bollettino n. 17, il Collegio dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha sollevato, per la prima volta, la questione di legittimità costituzionale relativamente all’art. 93-ter, comma 1-bis, della legge n. 89/1913 (Ordinamento notariato) e all’art. 8, comma 2, della legge n. 287/1990 (Norme per la tutela della concorrenza e del mercato), in riferimento agli artt. 3, 41 e 117, comma 1, Cost. L’Antitrust sostiene che per effetto del citato art. 93-ter talune condotte dei Consigli notarili sarebbero sottratte al suo controllo nella misura in cui la disposizione in esame non chiarisce cosa debba intendersi per "atti funzionali all'attività disciplinare", esulando pertanto i ristretti limiti imposti dall'eccezione contemplata dall'art. 106, comma 2, TFUE e sacrificando in maniera ingiustificata la tutela della concorrenza.
La Corte costituzionale ritorna sulla sua giurisprudenza in materia di controllo decentrato di compatibilità europea
Con un obiter dictum inserito nella sentenza n. 269 del 14 dicembre 2017, riguardante due incidenti di costituzionalità (ordinanza del 2 maggio 2016 e del 25 ottobre 2016) sollevati dalla Commissione tributaria provinciale di Roma rispetto alla legittimità costituzionale del sistema di finanziamento dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, quale disciplinato dall’art. 10, commi 7-ter e 7-quater, della l. n. 287/1990 (Norme per la tutela della concorrenza e del mercato), la Corte costituzionale è ritornata dopo lungo tempo sulla questione dei «limiti entro i quali la previa delibazione del contrasto con il diritto dell’Unione europea debba ritenersi imposta al giudice a quo a pena di inammissibilità delle questioni sollevate».
Modificando affermazioni contenute in sue precedenti (e ripetute) pronunce, la Corte vi afferma, infatti (parr. 5.1 e 5.2), che “laddove una legge sia oggetto di dubbi di illegittimità tanto in riferimento ai diritti protetti dalla Costituzione italiana, quanto in relazione a quelli garantiti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea in ambito di rilevanza comunitaria”, il giudice di merito è tenuto a sollevare “la questione di legittimità costituzionale, fatto salvo il ricorso al rinvio pregiudiziale per le questioni di interpretazione o di invalidità del diritto dell’Unione, ai sensi dell’art. 267 del TFUE”. Ciò perché la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea è divenuta, a seguito del Trattato di Lisbona,“parte del diritto dell’Unione dotata di caratteri peculiari in ragione del suo contenuto di impronta tipicamente costituzionale”. E quindi, intersecando la stessa “in larga misura i principi e i diritti garantiti dalla Costituzione italiana, … può darsi il caso che la violazione di un diritto della persona infranga, ad un tempo, sia le garanzie presidiate dalla Costituzione italiana, sia quelle codificate dalla Carta dei diritti dell’Unione, come è accaduto da ultimo in riferimento al principio di legalità dei reati e delle pene”; circostanza che fa sì che “le violazioni dei diritti della persona postulano la necessità di un intervento erga omnes diquesta Corte, anche in virtù del principio che situa il sindacato accentrato di costituzionalità delle leggi a fondamento dell’architettura costituzionale”.
Il Consiglio di Stato ribalta la sentenza del TAR Lazio sul direttore del Parco archeologico del Colosseo
In data 20 luglio 2017 il Consiglio di Stato ha accolto il ricorso proposto dal Ministero dei beni e delle attività Culturali e del Turismo avverso la sentenza emessa dal TAR Lazio in data 7 giugno 2017, che ha ritenuto che l’incarico di direttore del Parco archeologico del Colosseo possa essere attribuito soltanto a cittadini italiani, la quale si inscrive nell’ambito di un più generale orientamento discriminatorio nei confronti dei cittadini stranieri da parte del TAR laziale (vedi qui). Secondo il Consiglio, infatti, il bando oggetto della sentenza del TAR Lazio è contrario alle norme europee in materia di libera circolazione dei lavoratori, ed in particolare all’art. 45 TFUE. Infatti, la norma regolamentare esclude, in modo generalizzato,che i dirigenti statali possano essere cittadini non italiani. Essa, pertanto – non assegnando rilevanza alla tipologia di attività che possono venire in rilievo – si basa sul criterio “strutturale-statico” e non su quello “funzionale-dinamico”. Essendo, infatti, i dirigenti organi mediante i quali la pubblica amministrazione pone in essere all’esterno attività amministrativa, affermare che i dirigenti statali devono essere tutti italiani significa di fatto ritenere che ciò che rileva è l’esistenza di una “pubblica amministrazione” che conferisce l’incarico e non l’esistenza di un incarico espressione, diretta o indiretta, di un pubblico potere.
La Corte costituzionale dichiara l’esistenza di profili di illegittimità della legge della Toscana sulle concessioni demaniali marittime
Con una sentenza del 7 luglio 2017 la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità dell’art. 2, co. 1, lett. c) e d), della legge della Regione Toscana 9 maggio 2016, n. 31 (Disposizioni urgenti in materia di concessioni demaniali marittime. Abrogazione dell’articolo 32 della l.r. 82/2015), in riferimento agli artt. 9 e 117, co. 1 e 2, lett. a), e), l) e s) della Costituzione. Le disposizioni di cui all’art.. 2, co. 1, della legge regionale prevedono, alla scadenza naturale del rapporto concessorio, l’acquisizione, da parte dell’ente concedente, del «valore aziendale relativo all’impresa insistente» sull’area demaniale (lett. c). Al concessionario uscente è riconosciuto un indennizzo pari al novanta per cento del valore aziendale di riferimento, attestato da una perizia redatta da un professionista abilitato, acquisita a cura e spese del concessionario richiedente il rilascio della concessione ultrasessennale; indennizzo che è fatto gravare sul concessionario subentrante, obbligato a pagarlo integralmente, prima dell’eventuale subentro (lett. d). Tali disposizioni violerebbero l’art. 12, par. 2, della direttiva del 12 dicembre 2006, n. 2006/123/CE che impedisce l’attribuzione di qualsiasi vantaggio al concessionario uscente, nonché la competenza esclusiva statale in materia di tutela della concorrenza.
Quota di riserva in favore di disabili: le attività di vigilanza privata non costituiscono una eccezione alla regola
Con una sentenza del 23 maggio 2017 la Corte di Cassazione, sez. lavoro, ha stabilito che è illegittimo il licenziamento del lavoratore disabile quando non sia rispettata la quota di riserva espressamente prevista dalla legge n. 68 del 1999, recante “Norme per il diritto al lavoro dei disabili”. Secondo la Corte, infatti, tale disciplina deve essere letta nell’ambito del ruolo sempre più pregnante che la tutela dei disabili ha assunto nell’ambito dell’Unione europea, con particolare riferimento all’art. 26 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. La Corte ricorda, inoltre, che la direttiva 2000/78/CE per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro è stata attuata in Italia dal d. lgs. 9 luglio 2003, n. 216. Alla luce di tale regime, la Corte ha ritenuto che la legge n. 68 del 1999 indica dettagliatamente le ipotesi di esclusione dagli obblighi di collocamento obbligatorio in ragione del settore di attività in cui si opera, con una elencazione di carattere tassativo che non permette di estendere analogicamente l’eccezione prevista tanto nella citata legge quanto nel testo della direttiva a favore di forze armate e servizi di polizia, penitenziari e di soccorso alle attività di vigilanza privata esercitate dal ricorrente.
Il TAR Lazio effettua un nuovo rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia dell’Unione europea in materia di pratiche commerciali scorrette>
Accodandosi al rinvio già effettuato dal Consiglio di Stato il 17 gennaio 2017 (v. in questa Rubrica), il 17 febbraio 2017 il TAR Lazio ha emanato tre ordinanze “gemelle” di rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia dell’Unione europea affinché si pronunci in merito ai rapporti tra la direttiva “generale” a tutela dei consumatori n. 2005/29/CE e le direttive settoriali n. 2009/72/CE e 2009/73/CE.
ordinanza 9769
ordinanza 9815
ordinanza 9999
Secondo il TAR il finanziamento del CINECA da parte del MIUR costituisce un aiuto di Stato illegale e deve essere sospeso
Una articolata sentenza del TAR Lazio dell’11 febbraio 2017, pubblicata il 27 febbraio, ha stabilito che i fondi (18,7 milioni di euro) previsti per il 2015 a titolo del Fondo di finanziamento ordinario del MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) per il consorzio CINECA, centro di ricerca e di supercalcolo, sono da considerare aiuti di Stato illegittimi in base al par. 1 dell’art. 107 del TFUE in ragione della loro mancata notifica ai sensi del par. 3 dell’art. 108 dello stesso Trattato, e ha pertanto ordinato allo stesso Ministero di sospenderne l’erogazione.
Alla base di questa sentenza, emessa su ricorso di una società fornitrice di servizi tecnologici e informatici analoghi a quelli assicurati dal CINECA, vi è la considerazione che quest’ultimo, pur se partecipato dal MIUR e da 90 atenei, non può essere assimilato a un soggetto pubblico, in quanto ha assunto negli anni, come riconosciuto del resto dal suo Statuto, una veste imprenditoriale e commerciale, producendo e vendendo servizi non solo agli enti consorziati, ma anche a terzi e in particolare privati.
La conclusione cui è giunta la sentenza del TAR, sulla base peraltro di una particolarmente approfondita e quasi manualistica analisi della disciplina europea degli aiuti di Stato, completa per certi versi la valutazione del CINECA da parte della giustizia amministrativa (cui spetta la giurisdizione esclusiva in materia di aiuti di Stato ai sensi dell’art. 49, co. 2, della L. 24 dicembre 2012, n. 234), visto che già nel 2015 (sentenza n. 2660 del 26 maggio 2015) il Consiglio di Stato aveva affermato che esso non può essere considerato un soggetto in house, tanto da non poter ricevere affidamenti diretti senza gare dai propri consorziati (MIUR e Università). Secondo il Consiglio di Stato, infatti, la posizione di primazia spettante tra questi al MIUR porta ad escludere che la partecipazione paritaria, ancorché con diritto di voto, da parte delle Università consorziate al Consiglio consortile del CINECA sia sufficiente ad assicurare il controllo analogo in forma congiunta, come richiesto dalla Corte di giustizia in fattispecie analoghe; e, in ogni caso, il già ricordato svolgimento di attività imprenditoriale verso l’esterno attribuisce allo stesso CINECA una vocazione commerciale che impedisce comunque di considerarlo un soggetto in house, alla stregua di un mero organo delle Amministrazioni consorziate.
Diritto di rivalsa: il TAR Lazio accoglie il ricorso del Friuli Venezia Giulia
Con sentenza dell’8 febbraio 2017 il TAR Lazio ha accolto il ricorso presentato dalla Regione Friuli Venezia Giulia per l'annullamento della nota del Ministero dell’Economia e delle Finanze con la quale è stata esperita, per la prima volta, una azione di rivalsa nei confronti della Regione Friuli Venezia Giulia e dei Comuni di Muggia, Trivignano Udinese e Majano, in esecuzione della sentenza della Corte di Giustizia UE del 2.12.2014 che ha condannato la Repubblica Italiana al pagamento di sanzioni pecuniarie per violazione di direttive in materia di discariche (v. in questa Rubrica). Secondo il Tribunale, la normativa in materia – in particolare, l’art. 43 della legge n. 234 del 2012 e gli artt. 250 e 252 del D. Lgs.vo n. 152 del 2006 – richiede lo svolgimento di una fase propedeutica a quella dell’esercizio dell’azione di rivalsa, vale a dire l’individuazione delle relative responsabilità, che postulano il mancato esercizio del potere di provvedere: nel caso di specie, invece,l’Autorità procedente ha automaticamente escluso la responsabilità statale ed ha individuato i Comuni e la Regione come responsabili in solido della violazione, in assenza di qualsivoglia istruttoria volta all’accertamento delle responsabilità attribuite. Per l’effetto, l’atto impugnato è stato annullato.
La Corte costituzionale chiede alla Corte di giustizia di pronunciarsi in via pregiudiziale, nell’ambito della vicenda Taricco, sulla questione dei controlimiti
Con l’ordinanza n. 24 del 26 gennaio 2017 la Corte costituzionale si è pronunciata sui giudizi di legittimità promossi dalla Corte d’appello di Milano il 18 settembre 2015 e dalla Corte di cassazione l’8 luglio 2016, in relazione alla questione della disciplina interna in tema di prescrizione di reati in ambito IVA dichiarata incompatibile con l’art. 325, par. 1 e 2, TFUE dalla Corte di giustizia dell’Unione europea nel caso Taricco (vedi in questa Rubrica). Al riguardo la Corte costituzionale ha deciso di sottoporre in via pregiudiziale agli stessi giudici di Lussemburgo, ai sensi dell’art. 267 TFUE, tre questioni d’interpretazione dell’art. 325, l’ultima delle quali riguarda in particolare il punto del se la citata sentenza Taricco “debba essere interpretata nel senso di imporre al giudice penale di non applicare una normativa nazionale sulla prescrizione che osta in un numero considerevole di casi alla repressione di gravi frodi in danno degli interessi finanziari dell’Unione europea, ovvero che prevede termini di prescrizione più brevi per frodi che ledono gli interessi finanziari dell’Unione europea di quelli previsti per le frodi lesive degli interessi finanziari dello Stato, anche quando tale omessa applicazione sia in contrasto con i principi supremi dell’ordine costituzionale dello Stato membro o con i diritti inalienabili della persona riconosciuti dalla Costituzione dello Stato membro”.
L’ordinanza chiede anche alla Corte di giustizia di pronunciarsi con procedimento accelerato.
Sui rapporti tra sezione del Consiglio di Stato e Adunanza Plenaria: la sesta Sezione ordina il rinvio alla Corte di giustizia dell’Unione europea>
Con una ordinanza pubblicata il 17 gennaio 2017, la Sezione sesta del Consiglio di Stato ha sollevato rinvio pregiudiziale ex art. 267 TFUE, affinché la Corte di giustizia si pronunci su una questione relativa all’interpretazione della direttva 2005/29/CE. L’ordinanza è di rilievo in quanto affronta il tema dei rapporti fra singole sezioni del Consiglio di Stato e Adunanza Plenaria. La Sezione, infatti, ha ritenuto di essere competente a rivolgersi alla Corte di giustizia affinché valuti la compatibilità del principio fissato dall’Adunanza Plenaria con il diritto europeo, pur essendosi formato il giudicato interno per effetto della definizione di talune questioni da parte dell’Adunanza Plenaria.
La Cassazione rifiuta l’estradizione verso la Turchia sulla base di un’interpretazione “europea” del principio del ne bis in idem
Con la sentenza n. 54467/16 del 21 dicembre 2016 la Sesta Sezione penale della Corte di cassazione si è pronunciata in senso negativo su una richiesta di estradizione verso la Turchia in base a un’interpretazione evolutiva ed “europea” del principio del ne bis in idem.
Il caso riguardava un soggetto, accusato di associazione e traffico di stupefacenti e già processato e condannato in Germania, dove ha anche scontato la pena inflitta, nei cui confronti la Turchia avanzava richiesta di estradizione per gli stessi fatti.
La Corte d’appello di Venezia, nell’aprile 2016, aveva ritenuto tale richiesta meritevole di accoglimento non ritenendo operante nel caso specifico il principio del ne bis in idem sancito dall’art. 9 della Convenzione europea di estradizione, che riguarda l’ipotesi diversa in cui la sentenza definitiva a carico dell’estradando sia stata emessa dallo stesso Stato cui è indirizzata la richiesta. La stessa Corte, inoltre, non aveva considerato sufficientemente provati i rischi di trattamenti disumani e degradanti all’interno dell’ordinamento giuridico turco e, in particolar modo nel sistema carcerario, in quanto fondati su fatti tratti da documenti pubblicati su internet.
La Suprema Corte ha ora annullato senza rinvio, contestando ambedue i punti toccati dalla pronuncia d’appello. Ma merita in particolare sottolineare che, per quanto riguarda il principio del ne bis in idem, la Cassazione, facendo leva anche sull’art. 50 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione, ha concluso nel senso che esso si identifica ormai come garanzia individuale operante nell’intero spazio giudiziario europeo. Ne consegue, a suo avviso, che “ogni sentenza emessa da uno Stato membro deve valere quale sentenza di ogni singolo Stato, sul presupposto che si tratta di ordinamenti fondati sul rispetto dei diritti umani”. Nel caso di specie, quindi, trattandosi pur sempre di Stati membri dell’Unione, a nulla rileva che lo Stato destinatario della richiesta di estradizione non sia lo stesso che ha emesso la sentenza definitiva di condanna.
Sentenza 54467/2016
Una recente sentenza della Cassazione sul recupero degli aiuti a suo tempo concessi a società c.d. ex municipalizzate
Il 23 novembre 2016 la Corte di cassazione (Cassazione civile, sez. trib., n. 23797) si è pronunciata su ricorso di una società coinvolta nella vicenda del recupero degli aiuti di Stato consistenti in esenzioni fiscali e prestiti agevolati concessi in favore di imprese e servizi pubblici a prevalente capitale pubblico (c.d. ex municipalizzate) dichiarati illegittimi e incompatibili dalla Commissione, vicenda che ha dato luogo a una procedura d’infrazione (procedura n. 2006/2456) arrivata alle soglie del secondo ricorso ex art. 260 TFUE alla Corte di giustizia per mancato recupero di detti aiuti, ma poi sospesa a fronte dei progressi dimostrati dallo Stato italiano nell’azione di recupero. Questa nuova sentenza tocca vari profili anche di diritto dell’Unione europea, concentrandosi in particolare sulla questione degli interessi applicabili alle somme oggetto di recupero.
Sentenza 23797/2016
Un nuovo rinvio pregiudiziale in tema di principio del ne bis in idem
Si segnala una nuova ordinanza di rinvio pregiudiziale ex art. 267 TFUE della Corte di Cassazione del 15 novembre in tema di interpretazione del principio ne bis in idem nella disciplina delle sanzioni amministrative e penali previste per il reato di abuso dei mercati (articoli 187 bis e 187 quater, Testo Unico della Finanza), che segue di poche settimane l’altra ordinanza sullo stesso tema già segnalata in questa Rubrica (ord. 13 ottobre 2016, n. 20675).
In questo caso, tuttavia, la domanda posta alla Corte di giustizia si presenta diversa da quella di ottobre, sostanziandosi nei seguenti quesiti:
- “Se l'art. 50 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione vada interpretato nel senso che in presenza di un accertamento definitivo dell'insussistenza della condotta che ha integrato l'illecito penale, sia precluso, senza necessità di procedere ad alcun ulteriore apprezzamento da parte del giudice nazionale, l'avvio o la prosecuzione per gli stessi fatti di un ulteriore procedimento che sia finalizzato all'irrogazione di sanzioni che per la loro natura e gravità siano da qualificarsi penali;
- "Se il giudice nazionale, nel valutare l'efficacia, proporzionalità e dissuasività delle sanzioni, ai fini del riscontro della violazione del principio del ne bis in idem di cui all'art. 50 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione, debba tener conto dei limiti di pena posti dalla dir. 2014/57/UE”.
Ordinanza 23232/2016
Buona scuola e rinnovo dei contratti oltre i 36 mesi: la Corte di cassazione nega il diritto al risarcimento ai precari
Con sentenza del 7 novembre 2016, la prima di sette sentenze pilota in materia di abuso dei contratti a termine, la Corte di cassazione ha ritenuto che il rinnovo del contratto a tempo determinato che superi il limite di 3 anni costituisce abusiva reiterazione dei contratti a tempo determinato da parte della pubblica amministrazione, ma che il piano di assunzioni straordinario operato con la legge 13 luglio 2015, n. 107 costituisce una idonea misura risarcitoria.
Come è noto, sulla questione si sono già pronunciate la Corte di giustizia nel 2014 (sentenza 26 novembre 2014, cause riunite C-22/13, da C-61/13 a C-63/13 e C-418/13) e la nostra Corte costituzionale, con sentenza n. 187/2016 (vedi in proposito in questa Rubrica), che hanno dichiarato illegittima la reiterazione dei contratti a tempo determinato con durata complessiva, anche non continuativa, superiore a 3 anni per la copertura di cattedre e posti vacanti.
Dopo il piano straordinario di assunzioni avviato per effetto della c.d. riforma Buona scuola, ai lavoratori assunti spetta ora, secondo la Cassazione, la ricostruzione della carriera ma non il risarcimento. L'assunzione in ruolo, infatti, rappresenterebbe già di per sé una sorta di risarcimento. Lo stesso vale per il personale docente e ATA stabilizzati a seguito dei pregressi concorsi e selezioni.
sentenza 7 novembre 2016
Il Consiglio di Stato si pronuncia definitivamente sul contributo per il rilascio del permesso di soggiorno
Con sentenza del 26 ottobre 2016 che respinge il ricorso presentato dalla Presidenza del Consiglio contro la sentenza del TAR Lazio n. 6095 del 24 marzo 2016, il Consiglio di Stato ha definitivamente dato applicazione alla sentenza pregiudiziale a suo tempo emanata dalla Corte di giustizia su rinvio dello stesso TAR (vedi in questa Rubrica), che aveva censurato come "irragionevole e discriminatorio" l’importo (tra 80 e 200 euro) del contributo che gli immigrati devono pagare per ottenere il permesso di soggiorno in Italia, indicando come cifra congrua "quella pagata dai cittadini italiani per prestazioni simili".
Con questa pronuncia, infatti, il Consiglio di Stato conferma l’annullamento, a suo tempo deciso dal TAR, del decreto del Ministero dell'Economia e delle Finanze del 6 ottobre 2011, che fissava le tariffe per il contributo da pagare per i permessi. Va peraltro ricordato che, in prossimità del pronunciamento di merito del Consiglio di Stato, il Ministero dell'Interno con una circolare del 20 settembre aveva invitato le questure a chiedere "l'intero importo dovuto" agli stranieri.
Ancora Taricco in una recente sentenza della Cassazione
Con una sentenza del 7 giugno 2016, depositata il 24 ottobre, la Corte di Cassazione ha ritenuto non applicabili a ipotesi di frode fiscale che hanno comportato un’evasione dell’IVA per importi inferiori a 100 mila euro, e a circa 126 mila euro per annualità, i principi fissati dalla Corte di giustizia nella sua sentenza dell’8 settembre 2015, causa C-105/14, ormai universalmente nota come sentenza Taricco.
Nella specie la Suprema Corte ha affermato, vincolando il giudice a considerare il numero e la gravità dei diversi episodi di frode per i quali si procede, che:
- nel concetto di “frode grave”, suscettibile di ledere gli interessi finanziari dell’U.E. devono ritenersi incluse tutte le fattispecie previste dal D.Lgs. 74/2000, dirette all’evasione dell’IVA;
- il superamento dell’importo di € 50.000 di cui all’art. 2, par. 1, della Convenzione PIF non può essere ritenuto di per sé sufficiente a connotare la gravità della frode, dovendosi invece fare riferimento al complesso dei criteri contenuti nel primo comma dell’art. 133 cod. pen.
Con riferimento alla verifica dell'ineffettività delle sanzioni previste “in un numero considerevole di casi di frode grave”, rimessa dalla Corte di giustizia al giudice nazionale, la Corte di cassazione fornisce un'interpretazione molto particolare affermando che un tale accertamento, “ove si considerasse in astratto, ovvero con riferimento all'integralità dei procedimenti pendenti dinanzi alle autorità giudiziarie italiane, (...) implicherebbe una prognosi di natura statistica che esula dai limiti cognitivi e valutativi del giudice”. Per questa ragione, ad avviso della Corte, il requisito del “numero considerevole di casi di frode grave” non può che “intendersi, in concreto, con riferimento alle fattispecie oggetto del singolo giudizio, potendosi ritenere sufficiente anche una singola frode solo qualora questa sia di rilevantissima gravità. Nell'applicare tale requisito nel caso concreto, il giudice dovrà, dunque, considerare il numero e la gravità dei diversi episodi di frode per i quali si procede, nonché il contesto complessivo e le ragioni di connessione fra gli stessi”.
Sul cumulo di sanzioni penali e amministrative. Un rinvio pregiudiziale della Corte di Cassazione in relazione al principio del ne bis in idem di cui all’art. 50 della Carta dei diritti fondamentali
Con ordinanza di rinvio del 13 ottobre 2016, la Corte di Cassazione ha sottoposto alla Corte di giustizia la questione dell’interpretazione del principio fondamentale del ne bis in idem di cui all’art. 50 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, così come interpretato, in relazione all’analogo art. 4, del Protocollo n. 7 alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, dalla nota sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo nel caso Grande Stevens, del doppio binario sanzionatorio (amministrativo e penale) previsto dal D.Lgs 24 febbraio 1998, n. 58 (Testo Unico della Finanza - TUF) in materia di abusi di mercato (artt. 185 e 187 ter, come modificati a seguito della l. 18 aprile 2005, n. 62, in attuazione della direttiva 2003/6/CE sul Market Abuse) e non escluso dall’art. 649 c.p.p., che limita l’applicazione del principio in parola al solo ambito penale (nel caso di specie, si trattava di una pesante sanzione amministrativa irrogata a un imprenditore per l’illecito di manipolazione del mercato ai sensi dell’art. 187-bis del TUF, illecito sottoposto contemporaneamente, in applicazione dell’art. 185 dello stesso TUF, a procedimento penale, conclusosi con sentenza di patteggiamento definitiva).
Si ricorda che l’attuale ordinanza della Cassazione segue di pochi mesi la sentenza 12 maggio 2016, n. 102, con la quale la Corte costituzionale ha dichiarato inammissibili tre questioni di legittimità costituzionale promosse sempre dalla Corte di Cassazione sulla stessa normativa interna, rilevando, in particolare, come il giudice remittente avesse omesso di sciogliere i dubbi “quanto alla compatibilità tra la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo e i principi del diritto dell'Unione europea - sia in ordine all’eventuale non applicazione della normativa interna, sia sul possibile contrasto tra l'interpretazione del principio del ne bis in idem prescelta dalla Corte europea dei diritti dell'uomo e quella adottata nell'ordinamento dell'Unione europea, anche in considerazione dei principi delle direttive europee che impongono di verificare l'effettività, l'adeguatezza e la dissuasività delle sanzioni residue - dubbi che dovevano invece essere superati e risolti per ritenere rilevante e non manifestamente infondata la questione sollevata”.
Cass. 20675/16
Diritto di rivalsa: una sentenza della Corte costituzionale
Con una sentenza del 12 ottobre 2016 la Corte costituzionale si è pronunciata per la prima volta sull’esercizio del diritto di rivalsa esercitabile dallo Stato nei confronti di amministrazioni locali ai sensi dell’art. 43 della legge 234/2012, recante norme generali sulla partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea. La sentenza riguarda, nello specifico, un’ipotesi di rivalsa originata da una condanna a sanzioni pecuniarie comminata nei confronti dello Stato italiano, per comportamento di un suo comune, dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, visto che il citato art. 43 risulta applicabile, in virtù del suo comma 10, anche rispetto a questo tipo di condanne. Ma la sentenza qui allegata affronta questioni certamente attinenti anche a ipotesi di rivalsa esercitate in relazione a violazioni del diritto dell’Unione europea.
Il Consiglio di Stato ritiene Ungheria e Bulgaria paesi “non sicuri” ai fini del trasferimento di richiedenti asilo
Accogliendo gli appelli presentati contro due pronunce del T.A.R. Lazio, il Consiglio di Stato ha annullato, con due sentenze del 27 settembre 2016, i provvedimenti con cui il Ministero dell’Interno aveva disposto il trasferimento di due richiedenti asilo verso l’Ungheria e la Bulgaria, paesi di primo ingresso, in quanto Stati membri “non sicuri” ai sensi dell’art. 3, par. 2, del regolamento (UE) n. 604/2013 del 26 giugno 2013, che stabilisce i criteri e i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda di protezione internazionale presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un paese terzo o da un apolide. Diversamente, infatti, da quanto concluso dal T.A.R., il Consiglio ha ritenuto che la situazione esistente in ambedue i paesi dal punto di vista del sistema di asilo d’asilo in essi vigente e delle condizioni di accoglienza di chi ne faccia richiesta rendeva fondato il rischio che il trasferimento dei ricorrenti ai sensi dell’art. 18 del regolamento sopra citato esponesse gli stessi alla possibilità di subire trattamenti in contrasto con i principi umanitari e con l’art. 4 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.
Consiglio di Stato Ungheria
Consiglio di Stato Bulgaria
Illegittimità dei rinnovi dei contratti a tempo determinato nella scuola: la Corte costituzionale si pronuncia a seguito della sentenza della Corte di giustizia nel caso Mascolo
Con un comunicato del 12 luglio 2016, la Corte Costituzionale ha reso noto che una sua recente sentenza ha stabilito l'illegittimità dell’art. 4, co. 1 e 11, legge 3 maggio 1999, n. 124, nella parte in cui autorizza, in violazione della normativa comunitaria, il rinnovo potenzialmente illimitato di contratti di lavoro a tempo determinato per la copertura di posti vacanti e disponibili di docenti nonché di personale amministrativo, tecnico ed ausiliario, senza che ragioni obiettive lo giustifichino.
Tuttavia, la Corte ha evidenziato che l’illegittimità è stata limitata perché l’illecito comunitario è stato cancellato dalla legge 13 luglio 2015, n. 107, che prevede la misura riparatoria del piano straordinario di assunzioni, mentre per quanto riguarda il personale amministrativo, tecnico ed ausiliario prevede, in mancanza di analoga procedura di assunzione, il risarcimento del danno.
Tale legge è stata infatti adottata a seguito della sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea relativa al caso Mascolo (cause riunite C‑22/13, da C‑61/13 a C‑63/13 e C‑418/13), che ha accertato la contrarietà della normativa italiana alla direttiva 1999/70/CE relativa all’accordo quadro CES, UNICE e CEEP sul lavoro a tempo determinato, che autorizza il rinnovo di contratti di lavoro a tempo determinato per la copertura di posti vacanti e disponibili di docenti nonché di personale amministrativo, tecnico e ausiliario, senza indicare tempi certi per l’espletamento di dette procedure concorsuali ed escludendo qualsiasi possibilità, per tali docenti e detto personale, di ottenere il risarcimento del danno eventualmente subito a causa di un siffatto rinnovo.
Contributi per il permesso di soggiorno: il Tribunale di Milano attua la sentenza della Corte di giustizia che ha dichiarato la contrarietà della normativa italiana al diritto europeo
Con un’ordinanza dell’8 luglio 2016 il Tribunale di Milano, dando attuazione a una recente sentenza della Corte di giustizia in materia di contributi per il permesso di soggiorno, ha accolto il ricorso di alcuni cittadini di Stati terzi non europei soggiornanti in Italia e ha condannato le amministrazioni resistenti al rimborso di parte del contributo da essi pagato a tale titolo. In effetti, il 2 settembre 2015 la Corte di giustizia, chiamata a decidere sul rinvio pregiudiziale del TAR Lazio avente ad oggetto il D.M. 6.10.2011 che stabilisce i contributi dovuti per il rilascio o il rinnovo dei permessi di soggiorno (causa C-309/2014), aveva affermato che nonostante gli Stati membri possano subordinare il rilascio dei permessi di soggiorno, a titolo della direttiva 2003/109/CE, alla riscossione di contributi, il livello cui sono fissati detti contributi non deve creare un ostacolo al conseguimento dello status di soggiornante di lungo periodo conferito da tale direttiva nonché degli altri diritti che derivano dalla concessione di tale status. Pertanto, secondo la Corte di Lussemburgo, la suddetta direttiva “osta ad una normativa nazionale …, che impone ai cittadini di paesi terzi che chiedono il rilascio o il rinnovo di un permesso di soggiorno nello Stato membro considerato di pagare un contributo di importo variabile tra EUR 80 e EUR 200, in quanto siffatto contributo è sproporzionato rispetto alla finalità perseguita dalla direttiva ed è atto a creare un ostacolo all'esercizio dei diritti conferiti da quest'ultima”. Il Tribunale di Milano, nel dare appunto attuazione alla sentenza sopra richiamata, ha dunque riconosciuto la sussistenza di una discriminazione tra cittadini richiedenti il rinnovo del permesso di soggiorno e cittadini italiani, relativamente ai costi connessi al rilascio o rinnovo dei documenti per l’identificazione. Peraltro, la citata sentenza arriva a pochi giorni di distanza dalla sentenza n. 06095/2016, con la quale il TAR Lazio ha accolto il ricorso presentato da CGIL e INCA per i medesimi motivi.
Si segnala, peraltro, che nel febbraio 2015 la Commissione ha aperto in materia una procedura d’infrazione (n. 2014/4253) nei confronti dell’Italia, inviandole una lettera di messa in mora ex art. 258 TFUE per presunta violazione della direttiva 2003/109/CE relativa allo status dei cittadini di paesi terzi che siano soggiornanti di lungo periodo.
Esercizio della rivalsa da parte dello Stato per violazioni del diritto dell’Unione che hanno condotto a sentenze di condanna: la Consulta si pronuncia sul ricorso della Regione Campania
Il 22 giugno 2016 è stata pubblicata la sentenza n. 147 della Corte costituzionale, con la quale la Consulta si è pronunciata in merito al ricorso presentato il 4 maggio 2015 dalla Regione Campania circa la legittimità dell’art. 4 bis del decreto-legge n. 1 del 2015, che aggiungeva il co. 9 bis all’art. 43 della legge n. 234 del 2012 (v. in questa Rubrica).
In particolare, con la suddetta sentenza la Corte ha dichiarato l’inammissibilità della questione alla stessa sottoposta, ritenendo cessata la materia del contendere. Infatti, l’art. 9, co. 8, del decreto-legge 19 giugno 2015, n. 78, ha sostituito la formula censurata «sentite» con la formula «d’intesa con» le Regioni, la quale è stata ritenuta pienamente satisfattiva delle pretese del ricorrente.
sentenza 147/2016
La direttiva europea sulla non discriminazione per ragioni di età e trattenimento in servizio. Una recente sentenza della Corte costituzionale
Con una decisione pubblicata in data 15 giugno 2016, la Corte costituzionale si è pronunciata in merito alla legittimità costituzionale dell'art. 1, co. 1, 2 e 3, del decreto-legge 24 giugno 2014, n. 90 (Misure urgenti per la semplificazione e la trasparenza amministrativa e per l'efficienza degli uffici giudiziari), convertito, con modificazioni, dall'art. 1, co. 1, della legge 11 agosto 2014, n. 114, il quale abolisce l’istituto del trattenimento in servizio anche per i docenti e i ricercatori universitari nonché gli avvocati di Stato.
Il dubbio di costituzionalità sollevato dai giudici remittenti riguardava anche il contrasto delle disposizioni di cui sopra con gli artt. 1, 2 e 6, par. 1, della direttiva 27 novembre 2000, n. 2000/78/CE (Direttiva del Consiglio che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro), in particolare per quel che concerne il divieto di non discriminazione in ragione dell'età sancito da tale direttiva.
Nel dichiarare non fondati o manifestamente infondati i ricorsi, la Corte costituzionale ha dunque confermato l’impossibilità per i professori universitari e gli avvocati dello Stato di continuare a restare in servizio oltre l’età pensionabile, non ravvisando, tra gli altri, i profili di incompatibilità comunitaria prospettati nei ricorsi.
La Corte Costituzionale si pronuncia sulla legittimità della legge sulla elezione dei membri del Parlamento europeo spettanti all’Italia
Con l’ordinanza del 14 giugno 2016, n. 165, la Corte Costituzionale ha dichiarato manifestamente inammissibili le questioni di legittimità costituzionale degli artt. 12, co. 9, 21, co. 1, nn. 1) e 3), e 22, co. 2 e 3, della legge 24 gennaio 1979, n. 18 relativa alla elezione dei membri del Parlamento europeo spettanti all’Italia e successive modifiche. Secondo i giudici remittenti, il dubbio di legittimità costituzionale deriverebbe dal fatto che le suddette disposizioni consentono solo alle liste di candidati eventualmente presentate da partiti o gruppi politici espressi dalle minoranze di lingua francese della Valle d’Aosta, di lingua tedesca della Provincia autonoma di Bolzano e di lingua slovena del Friuli-Venezia Giulia, di sottrarsi al limite della soglia di sbarramento del quattro per cento, se coalizzate con altra lista della stessa circoscrizione presente in tutte le circoscrizioni, e che le stesse sarebbero dunque lesive degli artt. 3, 48, co. 2, e 51, co. 1, Cost., in quanto favorirebbero le liste espresse dalle tre minoranze linguistiche rispetto alle liste eventualmente presentate da altre minoranze linguistiche. La Corte ha tuttavia ritenuto non adeguatamente motivate le questioni di legittimità costituzionale relativamente all’appartenenza dei ricorrenti alle minoranze linguistiche asseritamente discriminate.
Ordinanza 165/2016
Rinvio pregiudiziale del Tribunale di Milano sui ricorsi giurisdizionali contro dinieghi di protezione internazionale
Con ordinanza del 14 giugno 2016 il Tribunale di Milano ha chiesto alla Corte di giustizia l’interpretazione della direttiva 2013/32/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 giugno 2013, recante procedure comuni ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di protezione internazionale (c.d. direttiva procedure), con riferimento alla possibilità, prevista dal diritto italiano (dlgs. del 1° settembre 2011, n. 150, art. 19, co. 9), di procedere all’esame del ricorso giurisdizionale contro la decisione resa della Autorità amministrativa di diniego della protezione internazionale con procedura de plano, senza cioè ascoltare ulteriormente il richiedente.
ordinanza 14 giugno 2016
Azione di rivalsa dello Stato: la Regione Emilia-Romagna propone ricorso per conflitto di attribuzione
Il 14 giugno 2016 la Regione Emilia-Romagna ha presentato ricorso per conflitto di attribuzione, mirante a contrastare la prosecuzione dell’azione di rivalsa da parte dello Stato relativamente alla discarica abusiva ubicata nel Comune di San Giovanni in Persiceto, già oggetto della sentenza di condanna della Corte di Giustizia del 2 dicembre 2014 (v. in questa Rubrica). In particolare, la Regione sostiene di aver fato tutto quello che poteva per realizzare la bonifica della discarica, e che l’infrazione deve essere imputata allo Stato per le strutturali carenze normative nonché inerzie e omissioni emerse nella citata sentenza della Corte di giustizia. Inoltre, la Regione richiede che si cerchi in sede politica un’intesa circa l’esistenza di responsabilità regionali. Il ricorso in oggetto costituisce, invero, l’ultimo di una serie di ricorsi avviati dalla Regione Emilia Romagna in merito al caso in questione: con il ricorso n. 1 del 2016 è stato impugnato l'atto di diffida del Presidente del Consiglio dei ministri rivolto sia al Comune di San Giovanni in Persiceto, che alla Regione Emilia Romagna, «di rilasciare il provvedimento di conclusione del procedimento, ai sensi dell'art. 242 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152», atto conclusivo che sarebbe richiesto dalla Commissione per ritenere superata l'infrazione e venuto meno l'inadempimento; con il ricorso n. 3 del 2016 è stata impugnata la risposta negativa alla richiesta inoltrata a firma del Presidente della Regione Emilia Romagna, di ritiro della diffida per insussistenza di responsabilità della Regione e contenente l'invito ad avviare un procedimento effettivo di leale collaborazione.
ricorso n. 4-2016
Nuova e definitiva sentenza del Consiglio di Stato sulla vicenda dell’affidamento della realizzazione della Cittadella giudiziaria di Bari
Con la sentenza n. 11 del 9 giugno 2016 il Consiglio di Stato mette la parola fine a una lunga vicenda giudiziaria che l’aveva visto pronunciarsi ben quattro volte su una controversia tra la società di costruzioni Pizzarotti e il Comune di Bari (in ragione di tre sentenze di ottemperanza di una prima sentenza del 2007 favorevole alla ricorrente), controversia relativa all’affidamento a quest’ultima, apparentemente a titolo di locazione di cosa futura, della realizzazione della Cittadella giudiziaria di Bari. La vicenda, che è anche oggetto di una procedura d’infrazione della Commissione per violazione delle regole europee in materia di appalti di lavori (2012/4000, tuttora aperta a livello di parere motivato), è stata altresì oggetto da ultimo, su richiesta proprio del Consiglio di Stato, di una pronuncia pregiudiziale della Corte di giustizia dell’Unione (sentenza 10 luglio 2014, causa C-213/13), che ha negato la compatibilità comunitaria dell’affidamento di cui sopra, e a seguito della quale il Consiglio di Stato è ritornato, con la sentenza qui allegata, sul suo precedente giudicato, favorevole invece alle pretese della Pizzarotti.
In particolare, ricordando che le sentenze pregiudiziali interpretative della Corte di giustizia hanno la stessa efficacia vincolante delle disposizioni interpretate, i giudici di Palazzo Spada hanno ritenuto, con questa quinta pronuncia, che la sentenza di Lussemburgo del luglio 2014 sia “equiparabile a una sopravvenienza normativa, la quale, incidendo su un procedimento ancora in corso di svolgimento e su un tratto di interesse non coperto dal giudicato ha determinato non un conflitto ma una successione cronologica di regole che disciplinano la medesima situazione giuridica”, con la conseguenza che “la prevalenza della regola sopravvenuta (rispetto al tratto di rapporto non coperto dal giudicato) si impone già in base ai comuni principi (sopra richiamati) che regolano secondo il diritto nazionale il rapporto tra giudicato e sopravvenienze”. E del resto, “a prescindere … dalla questione se il giudicato sia intangibile anche quando risulta contrario al diritto euro-unitario (questione … non direttamente rilevante nella fattispecie), deve, comunque, evidenziarsi come sia già, invece, presente nel nostro ordinamento il principio che impone al giudice nazionale di adoperarsi per evitare la formazione (o la progressiva formazione) di un giudicato anticomunitario o, più in generale, contrastante con norme di rango sovranazionale cui lo Stato italiano è tenuto a dare applicazione”.
Un’altra puntata su Taricco: la Cassazione rinvia la questione alla Corte costituzionale
Con un’ordinanza del 30 aprile 2016, la terza Sezione penale della Corte di Cassazione (causa R.G. 2055/2016) ha rinviato alla Corte costituzionale la questione della legittimità della disapplicazione di alcune disposizioni del codice penale - che costituisce un obbligo del giudice in base alla sentenza della Corte di giustizia nel caso Taricco (vedi in questa Rubrica) - nel caso in cui dalla disapplicazione derivi l’impunità delle frodi in materia di IVA, nonostante che dal prolungamento del termine di prescrizione discendano effetti sfavorevoli per l’imputato.
Occorre ricordare, peraltro, che una recente pronuncia della Corte di Cassazione (si veda sempre in questa Rubrica) ha escluso la disapplicazione delle medesime disposizioni del codice penale in presenza di alcune condizioni.
Rinvio pregiudiziale del Consiglio di Stato alla Corte di giustizia nell’ambito del contenzioso tra AGCM e Roche/Novartis relativo all’accertamento di un accordo anticompetitivo tra le due società volto ad ottenere una “differenziazione” artificiosa dei farmaci Avastin e Lucentis
Con un’ordinanza dell’11 marzo 2016, il Consiglio di Stato ha rinviato alla Corte di giustizia una serie molto dettagliata di quesiti pregiudiziali, nell’ambito del ricorso in appello proposto dal gruppo farmaceutico Roche avverso la sentenza del TAR Lazio (sez. I, n. 12168/2014) che ha integralmente confermato il provvedimento con cui, il 27 febbraio 2014, l’Autorità Garante per la Concorrenza e il Mercato (AGCM) ha accertato che la Roche si sarebbe accordata illecitamente con il gruppo concorrente Novartis per ostacolare la diffusione dell’uso di un farmaco molto economico, Avastin, nella cura della più diffusa patologia della vista tra gli anziani e di altre gravi malattie oculistiche, a vantaggio di un prodotto molto più costoso, Lucentis, differenziando artificiosamente i due prodotti.
Secondo l’AGCM, l’intesa avrebbe comportato per il Sistema sanitario nazionale un esborso aggiuntivo stimato in oltre 45 milioni di euro nel solo 2012, con possibili maggiori costi futuri fino a oltre 600 milioni di euro l’anno. Di conseguenza a Novartis e Roche sono state imposte sanzioni rispettivamente di 92 e 90,5 milioni di euro.
I quesiti oggetto del rinvio alla Corte di giustizia riguardano, in estrema sintesi: i) l’applicazione dell’art. 101 TFUE a imprese parti di un accordo di licenza; ii) talune peculiarità della definizione di mercato rilevante nel settore farmaceutico, anche alla luce della direttiva 2001/83/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 6 novembre 2001, recante un codice comunitario relativo ai medicinali per uso umano; iii) l’applicabilità della nozione di intesa restrittiva “per oggetto” al caso in esame.
Roche Novartis ordinanza di rinvio pregiudiziale
La Corte di cassazione ritorna sulla sentenza Taricco: applicabile la disciplina interna sulla prescrizione breve in caso di frodi IVA di lieve entità
Con una sentenza del 25 gennaio 2016 la Corte di cassazione si è nuovamente pronunciata sulla questione della disciplina interna in tema di prescrizione di reati in ambito IVA, dichiarata incompatibile con l’art. 325, par. 1 e 2, TFUE dalla Corte di giustizia nel caso Taricco (vedi in questa Rubrica). Tuttavia, diversamente da quanto aveva concluso in una precedente pronuncia del 17 settembre 2015, la Suprema Corte ha escluso questa volta la disapplicazione di quella disciplina imposta dalla sentenza Taricco per due ordini di motivi. A questa diversa conclusione essa è stata indotta dalla diversità della fattispecie all’origine della nuova pronuncia. In primo luogo, non vi era, a suo avviso, quella soglia minima di gravità della frode che la Corte di giustizia ha indicato come precondizione essenziale per dar luogo alla disapplicazione della norma interna. In secondo luogo, si trattava di un reato dichiarato estinto per il decorso dei termini di prescrizione, situazione che agli occhi della Cassazione, non appariva “pregiudicabile per effetto di una forma atipica di ius superveniens come quella introdotta dalla Corte di Lussemburgo”.
Il Consiglio di Stato rinvia nuovamente alla Corte di Giustizia nell’ambito del contenzioso tra Telecom e AGCom in merito all’assegnazione delle frequenze per il digitale terrestre
Con rinvio pregiudiziale del 17 dicembre 2015 il Consiglio di Stato ha chiesto alla Corte di giustizia l’interpretazione di taluni articoli del TFUE (artt. 56, 101, 102 e 106), nonché delle direttive del Parlamento europeo e del Consiglio 2002/20/CE e 2002/21/CE del 7 marzo 2002 (rispettivamente c.d. “direttiva autorizzazioni” e “direttiva quadro”) e 2002/77/CE del 16 settembre 2002 (c.d. direttiva “concorrenza”), nel quadro del contenzioso avviato da Telecom Italia Media Broadcasting S.r.l (in seguito “Telecom IMB”, divenuta in corso di causa Persidera S.p.a.) nei confronti dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (AGCom) in relazione alla complessa vicenda dell’assegnazione in Italia delle frequenze per il digitale terrestre. In merito alla medesima vicenda la stessa Sezione del Consiglio di Stato, nell’ambito di un diverso contenzioso, aveva peraltro già disposto, il precedente 16 ottobre, analogo rinvio rinvio alla Corte (causa C-560/15).
Va peraltro segnalato che le modalità di assegnazione delle frequenze in tecnica digitale nel nostro Paese sono oggetto di una procedura di infrazione (n. 2006/5086), avviata dalla Commissione europea nel 2006, in ragione della discriminazione a danno degli operatori che non operavano già in tecnica analogica prevista dalla normativa nazionale, secondo la quale le frequenze per le trasmissioni in tecnica digitale venivano, di fatto, assegnate ad operatori già attivi in tecnica analogica.
Dal canto suo, il contenzioso interno trae origine dal ricorso che Telecom IMB ha a suo tempo introdotto al TAR Lazio per l’annullamento delle determine con cui il Ministero dello sviluppo economico aveva assegnato i diritti d’uso delle frequenze per la radiodiffusione televisiva terrestre in tecnica digitale (da ultimo provv. del 28 giugno 2012), nonché di talune deliberazioni dell’AGCom presupposte, lamentando che l’assegnazione in suo favore fosse stata limitata a tre sole frequenze digitali, a fronte delle quattro reti (due analogiche e due digitali) legittimamente esercite prima del c.d. switch off. Con tale ricorso, la ricorrente aveva anche dedotto, per quanto qui interessa, l’illegittimità comunitaria dell’art. 8-novies, comma 4 del d.l. 59/2008, convertito in legge n. 101/2008. E a seguito dell’appello proposto da Persidera contro la sentenza negativa del TAR, il Consiglio di Stato, tenuto conto anche della persistente vigenza della procedura di infrazione sopra citata, ha ritenuto appunto necessario sottoporre alla Corte di giustizia due articolati quesiti pregiudiziali in merito alla compatibilità della predetta disposizione nazionale con le sopra ricordate fonti di diritto dell’Unione.
C-112/16
C-560/15
Misure di contrasto all’emergenza Xylella. Rinvio pregiudiziale del TAR Lazio alla Corte di giustizia sulla validità della decisione della Commissione
Il 16 dicembre 2015 il TAR Lazio, decidendo sui ricorsi dei proprietari di uliveti del Salento contro l'abbattimento dei loro ulivi per contrastare la c.d. malattia degli ulivi (imputata alla diffusione del batterio Xylella fastidiosa), ha disposto la rimessione alla Corte di giustizia dell'Unione europea, con richiesta di trattazione d’urgenza ai sensi dell’art. 105 del Regolamento di procedura, di una serie di questioni pregiudiziali relative all’interpretazione della direttiva 2000/29/CEE del Consiglio, dell'8 maggio 2000, concernente le misure di protezione contro l'introduzione nella Comunità di organismi nocivi ai vegetali o ai prodotti vegetali e contro la loro diffusione nella Comunità, e alla validità della decisione di esecuzione della stessa 2015/789/UE del 18 maggio 2015, con la quale la Commissione ha imposto all’Italia “misure per impedire l'introduzione e la diffusione nell'Unione della Xylella fastidiosa”. Ambedue gli atti sono infatti all’origine dei provvedimenti italiani oggetto dei ricorsi al TAR.
Alla Corte è stato in particolare richiesto di valutare se i principi di "adeguatezza e proporzionalità ostino all'applicazione della decisione di esecuzione" che sarebbe secondo i giudici italiani "lacunosa nella motivazione non contenendo una qualsivoglia indicazione in ordine all'avvenuta valutazione, da parte della Commissione, della necessaria proporzione tra gli interventi imposti [e in particolare l’abbattimento degli ulivi] e l'impatto ambientale, paesaggistico, economico-sociale e culturale che tali interventi avrebbero comportano nel territorio".
A seguito di questo rinvio pregiudiziale il procedimento dinanzi al TAR è stato sospeso, lasciando quindi in vigore l'ordinanza di sospensione dei tagli emessa in fase cautelare per gli ulivi sani che si trovano nel raggio di 100 metri rispetto a quelli infetti.
Al riguardo va peraltro segnalato che la questione è oggetto anche di un procedimento penale nei confronti del Commissario straordinario di governo all’emergenza e di alcuni funzionari e studiosi coinvolti nell’adozione dei provvedimenti di attuazione della decisione 2015/789 della Commissione prima citata; e nell’ambito di questo procedimento, il 18 dicembre 2015 la Procura della Repubblica di Lecce ha decretato, al fine di bloccare il loro abbattimento, il sequestro preventivo d’urgenza “di tutte le piante di ulivo interessate dalle operazioni di rimozione”, decreto convalidato il 28 dicembre successivo dal GIP competente.
TAR Lazio rinvio pregiudiziale
Affidamenti in house e requisito della “attività prevalente”. Un recente rinvio pregiudiziale del Consiglio di Stato alla Corte di giustizia
Chiamato a pronunciarsi per riforma della sentenza del TAR Abruzzo n. 929/2014 relativa all'affidamento in house da parte del Comune di Sulmona del servizio di gestione del ciclo integrato dei rifiuti urbani, il Consiglio di Stato ha rimesso il 20 ottobre 2015 alla Corte di giustizia due questioni pregiudiziali riguardanti l’interpretazione del requisito della “attività prevalente” svolta a favore degli enti affidanti, quale requisito della sussistenza di una relazione in house tra questi e la società affidataria. In particolare, il Consiglio di Stato ha chiesto alla Corte di chiarire, anche alla luce della disciplina dell’in house per la prima volta dettata in via normativa dalle direttive 2014/23/UE (art. 17), 2014/24/UE (art. 12) e 2014/25/UE, che compongono il c.d. nuovo pacchetto appalti:
a) «se, nel computare l’attività prevalente svolta dall’ente controllato, debba farsi anche riferimento all’attività imposta da un’amministrazione pubblica non socia a favore di enti pubblici non soci»; e
b) «se, nel computare l’attività prevalente svolta dall’ente controllato, debba farsi anche riferimento agli affidamenti nei confronti degli enti pubblici soci prima che divenisse effettivo il requisito del c.d. controllo analogo».
Decisione della Commissione europea divenuta inoppugnabile dinanzi agli organi giurisdizionali europei: il Tribunale di Enna chiede alla Corte costituzionale di pronunciarsi in merito alla legittimità costituzionale della legge di esecuzione del TFUE
Con una ordinanza del 14 marzo 2016 il Tribunale di Enna ha chiesto alla Corte costituzionale di pronunciarsi circa la legittimità costituzionale dell'art. 2 della legge 2 agosto 2008, n. 130 con cui viene ordinata l'esecuzione del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea nella parte in cui, ai sensi dell’art. 288 TFUE, così come interpretato dalla costante giurisprudenza della Corte di giustizia, si prevede che la decisione della Commissione rivolta agli Stati, ormai divenuta inoppugnabile dinnanzi agli organi giurisdizionali comunitari, sia obbligatoria e vincolante in tutti i suoi elementi, anche per i giudici nazionali, in ragione del contrasto della norma con gli artt. 24, 101 e 104 Cost..
Il Tribunale ha inoltre sollevato il dubbio di legittimità costituzionale della suddetta disposizione anche ai sensi dell'art. 267 TFUE, così come interpretato nella sentenza della Corte di giustizia nel caso Köbler del 2003 (causa C-224/01), allorché si prevede che nell’attività interpretativa il giudice debba tenere conto delle posizioni espresse dalle istituzioni europee non giurisdizionali, in ragione del contrasto della norma con gli artt. 24, 101 e 104 Cost.
Inoltre, il giudice a quo ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell'art. 2, co. 3 e 3-bis, della legge13 aprile 1988, n. 117 nella parte in cui include tra le ipotesi di manifesta violazione del diritto dell'Unione europea il contrasto tra un atto o un provvedimento giudiziario e l'interpretazione espressa dalla Corte di giustizia dell'Unione europea sulla vincolatività delle decisioni della Commissione europea per il giudice nazionale, in ragione del contrasto della norma con gli artt. 24, 101 e 104 Cost.
In data 13 giugno 2016 è peraltro intervenuto nel giudizio il Presidente del Consiglio dei Ministri, contestando le questioni di costituzionalità sollevate dal giudice siciliano.
Ordinanza Tribunale di Enna
Sui limiti della delega al governo per il recepimento di una direttiva. Una recente sentenza della Corte costituzionale
Con la sentenza n. 210 del 7 ottobre 2015, la Corte costituzionale si è pronunciata sui limiti della delega concessa al governo dalla legge comunitaria (ora legge di delegazione europea) per il recepimento di una direttiva. Il TAR Lazio aveva infatti rimesso alla Corte la questione della compatibilità con l’art. 76 Cost., per violazione dei principi e criteri della legge delega, della previsione di limiti più stringenti di affollamento pubblicitario per le emittenti televisive a pagamento, disposta con l’art. 12 del d.lgs. 15 marzo 2010, n. 44, adottato, sulla base della delega contenuta nella legge comunitaria 2008, per il recepimento della direttiva 2007/65/CE relativa al coordinamento di determinate disposizioni legislative, regolamentari e amministrative degli Stati membri concernenti l’esercizio delle attività legislative; ciò perché, secondo il giudice remittente, tale previsione appariva del tutto innovativa e non giustificata da alcuna disposizione espressa, né da alcuna ratio implicita della legge delega e della stessa direttiva cui si era data attuazione. La Corte costituzionale ha giudicato invece non fondata la censura di costituzionalità, in quanto ha ritenuto, alla luce di taluni considerando della direttiva, che la disposizione contestata rientrasse nell’area di operatività di questa e quindi nel perimetro tracciato dal legislatore delegante.
Corte costituzionale 210 2015
Cumulo di sanzioni di carattere amministrativo e penale nella disciplina italiana relativa all’imposta sul valore aggiunto. Possibile incompatibilità con la Carta dei diritti fondamentali. Ne bis in idem. Rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia del 16 settembre 2015
Il Tribunale penale di Bergamo, con l’ordinanza riportata, ha posto alla Corte di giustizia un quesito pregiudiziale sulla compatibilità con il principio del ne bis in idem, sancito dall’art. 50 della Carta dei diritti fondamentali, dell’art. 10 ter del d.lgs. n. 74/2000, per effetto del quale uno stesso soggetto può essere sottoposto a procedimento penale dopo essere stato oggetto per i medesimi fatti di una sanzione amministrativa, che, alla luce dei parametri enunciati proprio dalla Corte di giustizia nella sentenza Hans Åkerberg (26 febbraio 2013, causa C-617/10), presenterebbe, ad avviso del giudice remittente, lo stesso carattere afflittivo e la stessa funzione deterrente.
La questione del doppio binario sanzionatorio in materia di IVA è stata già oggetto di alcune pronunce della Corte di cassazione, che hanno escluso l’incompatibilità prospettata nell’ordinanza del Tribunale di Bergamo. E’ da notare, tuttavia, che il Tribunale penale di Bologna (ordinanza 21 aprile 2015) ha sollevato questione di legittimità costituzionale per violazione dell'art. 117, primo comma, della Costituzione, in relazione all'art. 4 del Protocollo n. 7 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, riguardo alla medesima norma di cui sopra, nonché, più in generale, riguardo all’art. 649 cod. proc. pen., “nella parte in cui non prevede l'applicabilità di un divieto di un secondo giudizio al caso in cui all'imputato sia già stata comminata, per il medesimo fatto nell'ambito di un procedimento amministrativo una sanzione alla quale debba riconoscersi natura penale ai sensi della Convenzione EDU”.
Elezioni al Parlamento europeo. La Corte costituzionale dichiara inammissibile il ricorso contro la soglia di sbarramento del 4%
Il 14 maggio 2015 la Corte costituzionale ha dichiarato inammissibile la questione di legittimità costituzionale della soglia di sbarramento per le liste che non abbiano conseguito sul piano nazionale almeno il 4% dei voti validi espressi, previstadall’art. 21, primo comma, numeri 1-bis) e 2), della legge 24 gennaio 1979, n. 18 (Elezioni dei membri del Parlamento europeo spettanti all’Italia), sollevata, in riferimento agli artt. 1, secondo comma, 3 e 48 della Costituzione, dal Tribunale ordinario di Venezia.
Riprendendo argomenti posti dal Bundesverfassungsgericht tedesco a base di due sentenze del 2011 e del 2014 che hanno bocciato analoghe soglie del 5% e del 3% previste dalla legge elettorale europea di quel Paese, il Tribunale di Venezia aveva contestato l’introduzione ex lege di una soglia di sbarramento in un sistema di tipo proporzionale, come quello italiano, perché essa limiterebbe irragionevolmente la rappresentanza politica, senza che ricorra l’esigenza di evitare una eccessiva frammentazione dei partiti, posto che “al Parlamento europeo non sono attribuite funzioni elettive o di investitura fiduciaria di un governo dell’Unione, né esso avrebbe un ruolo determinante nella produzione legislativa, limitandosi invece a collaborare con il Consiglio nella discussione e nell’approvazione degli atti normativi, nonché a esercitare il controllo sulle altre istituzioni dell’Unione e ad approvarne il bilancio”.
La Corte costituzionale ha ritenuto però che, al di fuori di una determinata vicenda elettorale nella quale sia dedotta la violazione di uno specifico diritto di voto, non può essere ritenuta ammissibile un’azione con la quale venga richiesto l’accertamento in astratto del contenuto di tale diritto, sull’asserito presupposto dell’illegittimità costituzionale di queste disposizioni. Ciò perché, a differenza di quanto si verifica per l’analogo quesito posto rispetto alla legge elettorale al Parlamento nazionale (sentenza n. 1/2014), questioni relative a eventuali profili di illegittimità costituzionale della normativa che disciplina l’elezione del Parlamento europeo ben possono pervenire al vaglio della Corte costituzionale attraverso l’ordinaria applicazione del meccanismo incidentale, nell’ambito di un giudizio principale promosso a tutela del diritto di voto, passivo o attivo, avente ad oggetto la vicenda elettorale e, in particolare, i suoi risultati, così come si è già verificato per lo stesso art. 21, primo comma, numero 2) (sentenza n. 271/2010, pronunciata nell’ambito di giudizi principali di impugnazione dell’atto di proclamazione degli eletti al Parlamento europeo in esito alle elezioni svoltesi il 6 e il 7 giugno 2009), nonché per altre leggi elettorali, diverse da quelle per il Parlamento nazionale (come in particolare la normativa sulla quale è stata pronunciata più di recente la sentenza n. 275/2014, in tema di elezioni comunali).
Pronuncia 110/2015
La Regione Campania solleva questione di legittimità costituzionale del decreto legge n. 1 del 2015 relativamente all’esercizio della rivalsa da parte dello Stato per violazioni del diritto dell’Unione che hanno condotto a sentenze di condanna
In data 4 maggio 2015 la Regione Campania, in conformità a quanto stabilito con delibera della Giunta regionale n. 171 del 31 marzo 2015, ha proposto ricorso dinanzi alla Corte costituzionale avverso il decreto legge n. 1 del 5 gennaio 2015, che ha aggiunto il co. 9 bis all’art. 43 della legge n. 234 del 2012, il quale disciplina il diritto di rivalsa dello Stato nei confronti delle Regioni e degli enti locali che si sono resi responsabili di violazioni del diritto dell’Unione europea che hanno generato sentenze di condanna, esercitato dal Fondo di rotazione.
Secondo la Regione Campania, infatti, l’art. 4 bis del decreto legge n. 1 del 2015 violerebbe gli artt. 114, co. 2, 117, co. 3, 118, co. 1 e 2, 119, 121, 123 e 97 e 120 Cost. In particolare, la Regione lamenta il fatto che il provvedimento statale leda la sua autonomia finanziaria, incidendo sull'autonomia organizzativa e sulla programmazione delle attività regionali, in quanto le modalità di rivalsa non sono con essa concordate.
Ricorso Regione Campania
Il Consiglio di Stato si pronuncia in merito alla nomina di un cittadino europeo alla presidenza di un’Autorità portuale
Si riporta la sentenza del Consiglio di Stato del 10 marzo 2015, in materia di nomina di un cittadino europeo alla presidenza dell’Autorità portuale di Brindisi, resa a seguito della pronuncia della Corte di giustizia in via pregiudiziale del 10 settembre 2014, causa C-270/13, nella quale la Corte ha interpretato l’art. 45, par. 4, TFUE nel senso di non consentire agli Stati membri di applicare la deroga alla libertà di circolazione dei lavoratori ivi prevista per gli impieghi nella pubblica amministrazione all’esercizio della funzione di presidente di un’Autorità portuale.
Concessioni demaniali marittime. Ancora sulla compatibilità europea della proroga per legge al 2020 delle concessioni demaniali marittime, lacustri e fluviali a uso turistico-ricreativo. Un nuovo rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia
Dopo il TAR Lombardia (vedi in questa Rubrica), anche il TAR Sardegna ha sollevato in via pregiudiziale dinanzi alla Corte di giustizia, il 28 gennaio 2015, la questione della compatibilità con “i principi della libertà di stabilimento, di non discriminazione e di tutela della concorrenza, di cui agli articoli 49, 56, e 106 del TFUE” della proroga al 31 dicembre 2020 di tutte le concessioni demaniali marittime, lacustri e fluviali a uso turistico-ricreativo in essere al 30 dicembre 2009, disposta dall’art. 34-duodecies del decreto-legge 18 ottobre 2012, n. 179, recante ulteriori misure urgenti per la crescita del Paese (GU n. 245 del 19 ottobre 2012, s.o. n. 194), convertito con modificazioni dalla L. 17 dicembre 2012, n. 221 (G.U. 18 dicembre 2012, n. 294, s.o. n. 208). A differenza del citato rinvio pregiudiziale del TAR Lombardia, l’ordinanza del TAR Sardegna pone la questione della compatibilità della proroga anche rispetto all’art. 12 della direttiva 2006/123/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 12 dicembre 2006, relativa ai servizi nel mercato interno. Il rinvio pregiudiziale è stato registrato presso la cancelleria della Corte con il numero di causa C-67/15.
Concessioni demaniali marittime. Sulla compatibilità europea della proroga per legge al 2020 delle concessioni demaniali marittime, lacustri e fluviali a uso turistico-ricreativo. Rinvio pregiudiziale del TAR Lombardia alla Corte di giustizia
Con sentenza del 26 settembre 2014 il TAR Lombardia ha sollevato in via pregiudiziale dinanzi alla Corte di giustizia la questione della compatibilità con “i principi della libertà di stabilimento, di non discriminazione e di tutela della concorrenza, di cui agli articoli 49, 56, e 106 del TFUE” della proroga al 31 dicembre 2020 di tutte le concessioni demaniali marittime, lacustri e fluviali a uso turistico-ricreativo in essere al 30 dicembre 2009, disposta dall’art. 34-duodecies del decreto-legge 18 ottobre 2012, n. 179, recante ulteriori misure urgenti per la crescita del Paese (GU n.245 del 19-10-2012 , s.o. n. 194), convertito con modificazioni dalla L. 17 dicembre 2012, n. 221 (G.U. 18/12/2012, n. 294, s.o. n. 208). Il rinvio pregiudiziale è stato registrato presso la cancelleria della Corte con il numero di causa C-458/14.