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Timestamp: 2020-06-01 00:06:45+00:00
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Legami personali: rilevanza per la residenza fiscale
L’Amministrazione finanziaria può utilizzare i legami personali del contribuente trasferito all’estero e iscritto all’Aire per ricondurre la sua residenza fiscale in Italia. Interessante sentenza della Corte di Cassazione che utilizza i legami personali (conti correnti, assicurazioni, etc), come elementi idonei a considerare residente un contribuente.
Trasferirsi all’estero definitivamente senza avere a che fare con il Fisco italiano può non essere cosa semplice. Approfittiamo di una interessante sentenza della Corte di Cassazione (n. 12311/2016), per fare alcune riflessioni in merito all’importanza della residenza fiscale, e alle presunzioni che il Fisco utilizza per riportare in Italia la residenza fiscale dei contribuenti che hanno lasciato l’Italia.
Abbiamo già parlato in passato di residenza fiscale, e dei passi da fare quanto ci troviamo nella situazione di dover effettuare un trasferimento per lunghi periodi all’estero. L’obiettivo, in questi casi, è sempre quello di evitare fastidiosi problemi legati a presunzioni che possano riportare la residenza fiscale del soggetto italia, cosa che comporterebbe la tassazione di tutti i redditi percepiti all’estero. L’aspetto importante di questa sentenza sta nel fatto che riepiloga alcuni principi cardine in materia di determinazione della residenza fiscale delle persone fisiche.
Le presunzioni di residenza fiscale
Come abbiamo già avuto modo in di indicarvi con maggiore dettaglio nel contributo che trovate a questo link, quando si parla di trasferimento della residenza, il principio fondamentale è indicato all’articolo 2, comma 2, del Tuir, il quale prevede tre diversi criteri per individuare la residenza fiscale in Italia di un contribuente. In particolare, si considera residente fiscalmente in Italia il contribuente che, per almeno 183 giorni all’anno (metà periodo di imposta), alternativamente:
Sia iscritto all’Anagrafe della popolazione residente;
Abbia nel territorio italiano la propria residenza (civilistica), luogo in cui la persona ha la propria dimora abituale ex articolo 43 del codice civile;
Abbia nel territorio italiano il proprio domicilio, luogo in cui la persona ha stabilito la sede dei propri affari o interessi ex art. 43 del codice civile.
I tre criteri sono alternativi tra loro, quindi, è sufficiente a configurare la residenza fiscale in Italia, anche solo il verificarsi di uno degli stessi. Quello che voglio dire e che ancora non è chiaro ai più, è che da sola, l’iscrizione all’AIRE di un contribuente (ovvero la cancellazione dello stesso dall’Anagrafe della popolazione residente) da sola non è sufficiente ad escluderne in maniera pacifica la propria residenza fiscale in Italia. Perché ciò possa avvenire è necessario che lo stesso contribuente non disponga in Italia: né della residenza, né del domicilio. Vedasi a questo fine le seguenti sentenze (Cassazione. n. 13803/2001; 10179/2003; n. 14434/2010; 24246/2011; 29576/2011; 678/2015).
Per approfondire: Residenza fiscale delle persone fisiche: la guida
L’onere della prova, tranne nel caso in cui il contribuente non si trasferisca in Paese Black list, è a carico dell’Amministrazione finanziaria, che è chiamata a dimostrare con presunzioni gravi, precise e concordanti, l’effettiva residenza del contribuente nel nostro Paese. Naturalmente, il contribuente deve farsi trovare preparato e conservare idonea documentazione che dimostri la sua residenza estera, fin dal momento del suo arrivo nel nuovo Paese. Si tratta, quindi, di una partita a scacchi con gli uffici, per cui è bene esserne preparati fin da subito.
Le presunzioni di residenza fiscale in Italia a cui gli uffici possono fare riferimento sono quelle riprese anche dalla giurisprudenza della Corte di Giustizia europea, la quale ha affermato che, ai fini della determinazione della residenza fiscale delle persone fisiche, devono essere presi in considerazione, oltre ai concetti già richiamati di domicilio e residenza, anche i legami professionali e personali dell’interessato, sia la loro durata ed, ove tali principi individuino la residenza in più Stati, è necessario dare preminenza ai legami personali sui legami professionali.
Nella sentenza in commento, i giudici della Suprema Corte hanno preso a riferimento proprio questi legami personali dell’interessato per ricondurre in Italia la sua residenza fiscale. In pratica la Corte arriva a cassare la sentenza di merito che aveva escluso la residenza fiscale in Italia sulla sola base dell’iscrizione all’AIRE del contribuente, senza attribuire rilievo agli elementi indicati dall’Agenzia delle Entrate ai fini di dimostrare la conservazione dei legami personali del contribuente con l’Italia.
Sono proprio i legami personali, prima anche di quelli professionali, su cui il soggetto deve porre massima attenzione quanto effettua un trasferimento all’estero nell’ottica di modificare anche la sua residenza fiscale. Nella sentenza la Cassazione, fa riferimento ad alcuni di questi legami personali, dotati di “potenziale valore decisivo“, al fine di determinare la residenza fiscale del soggetto. Questi elementi erano stati rilevati dall’Agenzia e indicati nel ricorso in appello, ma non considerati dal Giudice in quella sede. Tali legami personali presenti in questa controversia erano stati i seguenti:
Apertura, da parte del contribuente, di numerosi conti correnti in Italia, dopo il suo trasferimento estero;
Numerose tracce di frequenti soggiorni in Italia;
Numerosi contratti di sponsorizzazione stipulati dal contribuente prevedessero come foro competente, in caso di controversie, quello italiano;
Avvenuta stipula da parte del contribuente di polizze assicurative in Italia;
Recapito della corrispondenza ad un indirizzo italiano.
Questi rappresentano evidentemente soltanto un esempio dei possibili legami personali che legano il contribuente con l’Italia e che l’Agenzia delle Entrate può utilizzare per ricondurre la residenza fiscale in Italia del contribuente trasferito all’estero (anche iscritto all’Aire). Infatti, nel caso di specie, il contribuente trasferito all’estero risultava iscritto all’Aire, ma tale iscrizione, da sola, non è sufficiente a dimostrare l’effettiva residenza estera, ai fini fiscali.
In questa fattispecie, delineata dall’articolo 2, comma 2, del Tuir, l’onere della prova è a carico dell’Amministrazione finanziaria, che come abbiamo visto ha utilizzato una serie di elementi, i c.d. legami personali, al fine di ricondurre in Italia la residenza fiscale di un contribuente trasferitosi all’estero. Accanto a questa fattispecie, vi è il caso del comma 2-bis del Tuir, ove avviene l’inversione dell’onere della prova. Infatti, il comma 2-bis contiene una disposizione che fissa una presunzione di residenza fiscale in Italia per i soggetti trasferiti in Stati a fiscalità privilegiata (Stato avente un regime fiscale più conveniente di almeno il 50% rispetto a quello vigente in Italia).
In breve, in base al comma 2-bis, può essere considerato fiscalmente residente in Italia il soggetto che si sia trasferito in un paese a fiscalità privilegiata, a meno che egli dimostri di non avere in Italia né il domicilio né la residenza. Il comma 2-bis, in concreto, determina un’inversione dell’onere della prova in virtù della quale, in contrasto con la regola generale (che pone a carico dell’Agenzia delle Entrate, che voglia sostenere la residenza fiscale in Italia del soggetto trasferito all’estero, l’onere di dimostrare che questi abbia in Italia il domicilio o la residenza), spetta al contribuente che voglia sostenere di essere residente in un paradiso fiscale fornire la prova di avere all’estero la propria residenza fiscale, ovvero, di non avere più in Italia né il domicilio né la residenza.
Si tratta di una fattispecie più gravosa per il contribuente in quanto la stessa Amministrazione finanziaria cerca di disincentivare il trasferimento in questi Paesi, in quanto spesso è esclusivamente fittizio e volto soltanto ad effettuare meccanismi di evasione fiscale.
Per approfondire: Trasferimento della residenza all’estero: come fare?
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