Source: https://www.laleggepertutti.it/107971_no-piu-decreti-ingiuntivi-sullo-stesso-credito-per-evitare-opposizioni
Timestamp: 2018-06-18 00:10:05+00:00
Document Index: 153161407

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 183', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 111', 'art. 88', 'art. 2', 'art. 111', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

No più decreti ingiuntivi sullo stesso credito per evitare opposizioni
Lo sai che? No più decreti ingiuntivi sullo stesso credito per evitare opposizioni
Illegittima la richiesta di decreto ingiuntivo con frazionamento della richiesta di pagamento per evitare pretestuose contestazioni avversarie.
Chi è creditore di una somma di denaro non può agire, nei confronti del debitore, con più richieste di decreti ingiuntivi, ciascuno per una frazione del credito, neanche se lo scopo è quello di evitare, almeno con riferimento ad una parte delle somme, pretestuose contestazioni avversarie. È quanto riferisce il Tribunale di Perugia con una recente sentenza [1].
3 La conseguenza
Una ditta vantava un credito di circa 45 mila euro nei confronti di una donna per l’esecuzione di alcuni lavori in riferimento ai quali erano sorte alcune contestazioni da parte della committente. Senonché, per recuperare tali somme, l’appaltatore aveva agito inizialmente con un primo decreto ingiuntivo per la parte di lavori su cui non vi erano stati contrasti e, dopo, con un secondo. In questo modo il creditore aveva tentato di evitare che l’opposizione al decreto ingiuntivo – scontata per la seconda richiesta di pagamento – potesse impedirle di recuperare la prima trance di denaro.
Il giudice ricorda l’orientamento della Cassazione in merito alle richieste di pagamento frazionate: un orientamento che, sebbene inizialmente permissivista [2], è poi mutato [3]: oggi, la Corte ritiene che dividere i ricorsi per decreto ingiuntivo relativi allo stesso credito gravi eccessivamente sul debitore (sottoponendolo a spese legali che, altrimenti, sarebbero dovute una sola volta). Ciò è contrario alle regole di correttezza e buona fede (oltre che a caricare di lavoro le aule di giustizia).
Secondo i giudici supremi, si abusa del processo quando si esercita l’azione “in forme eccedenti, o devianti, rispetto alla tutela dell’interesse sostanziale”. Di conseguenza, “la parcellizzazione o frazionamento del credito – afferma il Tribunale – è strategia processuale che incide di certo in senso pregiudizievole sulla posizione del debitore”: ciò perché si “prolunga il vincolo coattivo cui questi deve sottostare per liberarsi dell’obbligazione nella sua interezza”, ma anche perché si aggravano le spese a carico del debitore.
Il frazionamento del credito dà luogo “a una inutile duplicazione delle iniziative giudiziarie”, il che è in “netto contrasto con il principio sancito dalla costituzione della ragionevole durata del processo [4]”.
La conseguenza di tale interpretazione è, per il creditore, catastrofica: egli, cioè, non può più recuperare – benché non ancora prescritte – le parti del credito che non abbia richiesto con il primo decreto ingiuntivo. Infatti, il giudice, stando tale orientamento, rigetterà i ricorsi successivi al primo, se traggono origine dallo stesso rapporto contrattuale e, quindi, costituiscono parte del medesimo credito unitario.
Per non rendere il frazionamento del credito un abuso di processo e, quindi, ottenere un successivo decreto ingiuntivo, è necessario che il creditore dimostri che, dopo la prima richiesta di pagamento, siano mutate le circostanze di fatto, tali da eliminare gli ostacoli che, inizialmente, avevano impedito l’unitaria ingiunzione di pagamento. Solo così il creditore può agire per chiedere anche la seconda parte del credito.
[1] Trib. Perugia sent. n. 1745 del 27.11.2015.
[2] Cass. sent. n. 108/2000.
[3] Cass. sent. n. 23726/2007.
nella causa civile iscritta al n. 1526 del Ruolo Generale dell’anno 2008, trattenuta in decisione all’udienza del 17.06.15, vertente tra:
(A), C.F. …, nata a … il …, residente in …, via …, rappresentata e difesa dall’avv. …, con studio in …, via … n. .., unitamente e disgiuntamente all’avv. …, con studio in …, via … n. .., elettivamente domiciliata in …, via … n. …, presso lo studio dell’avv. …, come da procura speciale estesa in calce alla memoria di costituzione di nuovo difensore depositata l’11.06.15;
(B) s.r.l., corrente in …, via … n. .., P.IVA …, in persona del legale rappresentante pro tempore sig. …, rappresentata e difesa dall’avv. … ed elettivamente domiciliata presso il suo
studio in …, via … n. .., giusta procura a margine della comparsa di costituzione e risposta; Opposta
Avente ad oggetto: opposizione a decreto inguntivo n. 111/08, emesso dal Tribunale di
Perugia il 21/23.01.08.
Conclusioni: per l’opponente: “Voglia l’Ecc.mo Tribunale adito, in persona del G.U., ogni contraria istanza, eccezione e deduzione disattesa:
Respingere l’eccezione di litispendenza formulata dalla Società opposta;
Accertare e dichiarare la nullità del decreto ingiuntivo opposto per le ragioni esposte nell’atto di citazione in opposizione sub A), B) e C);
Accertare e dichiarare l’avvenuto pagamento da parte della Sig.ra (A) in favore della (B) S.r.l. della somma di € 272.364,42, quale corrispettivo per i lavori svolti;
Accertare e dichiarare l’ammontare del corrispettivo per i lavori svolti dalla società opposta nonché la responsabilità della (B) S.r.l. per i fatti contestati in atto di citazione in opposizione ai capitoli sub lett. C);
Condannare (B) a pagare alla Sig.ra (A) le seguenti somme:
€ 30.554,35 quale corrispettivo indebitamente pagato all’impresa
€ 19.500,00 quali penali per il ritardo nell’esecuzione dei lavori
€ 12.739,39 quale diritto della Sig.ra (A) di trattenere le ritenute a garanzia ai sensi degli artt. 8 e 9 del contratto di appalto
€ 2.549,83 quali interessi moratori non dovuti di cui al precetto dell’08.03.2007 ovvero quelle maggiori o minori che saranno ritenute di giustizia.
Respingere ogni altra domanda avanzata dalla (B) S.r.l..
In via istruttoria, insiste per l’ammissione dei mezzi di prova tutti come articolati nei precedenti scritti difensivi.
Il tutto con vittoria di spese non imponibili, compenso professionale, oltre rimborso forfettario, Iva e cap come per legge
Chiede concedersi termine di legge per il deposito di Comparsa Conclusionale e Memoria di Replica.
Chiede di essere autorizzato al ritiro del fascicolo di parte”;
per la opposta: come da memoria ex art. 183 co. 6 n. 1 c.p.c. depositata il 3.02.09.
Con il decreto n. 111/08, emesso dall’intestato Tribunale il 21/23.01.08 su ricorso della (B)
s.r.l., veniva ingiunto a (A) il pagamento della somma di €. 19.489,54, oltre interessi di mora e spese, per residuo pagamento relativo a lavori costituenti oggetti di contratto di appalto inter partes, secondo l’importo quantificato dal ctu nominato in sede di procedimento di accertamento tecnico preventivo.
Nell’atto di opposizione si deduce: l’assenza di prova scritta e la inesigibilità del credito, non potendo considerarsi prova scritta sufficiente la perizia resa dal ctu nell’ambito del procedimento di accertamento tecnico preventivo, che aveva quantificato i lavori svolti dall’impresa in complessivi €. 260.435,91, perché contestata dall’opponente, incompleta e inattendibile, dovendo ritenersi invece che l’ammontare complessivo dei lavori svolti dalla (B) ammontasse ad €. 232.509,69, come rilevato dal consulente di parte ing. …; nullità del decreto ingiuntivo per avere ritenuto dovuti gli interessi moratori nella misura di cui al d. lgs. 231/02 in una fattispecie, l’appalto, non assimilabile alla transazione commerciale. L’opponente precisava di avere pagato all’impresa la somma di €. 272.364,42, sì da essere creditrice della somma di €. 1.511,08 pagata in eccesso, oltre che della penale per ritardo, nella misura di €. 19.500,00 calcolata tenendo conto dei giorni di ritardo, e delle ritenute in garanzia sorte a seguito e causa del subappalto ad altre imprese, operato senza il consenso della committente. La (A) concludeva chiedendo in via preliminare la riunione al procedimento recante n. 2701/07, relativo ad opposizione ad altro decreto ingiuntivo ottenuto dalla (B) e, nel merito, la revoca del decreto ingiuntivo, previa dichiarazione di avvenuto pagamento del corrispettivo dovuto.
La (B) s.r.l., costituitasi, evidenziava la tardività della già pendente opposizione a decreto ingiuntivo e la non ammissibilità, nella presente sede, di duplicazioni di accertamenti ormai passati in giudicato, contestava i pagamenti in tesi effettuati dall’opponente, soprattutto quelli in contanti, si opponeva alla chiesta riunione e chiedeva confermarsi il decreto ingiuntivo opposto.
La richiesta di riunione, cui dava seguito il precedente giudice istruttore, non veniva accolta dal giudice della prima opposizione a decreto ingiuntivo sul rilievo che la prima causa era già stata mandata in decisione sulla questione relativa alla ammissibilità della opposizione tardiva.
Rigettate, in prima battuta, le richieste di prova orale avanzate dalle parti, la causa veniva trattenuta in decisione, per la prima volta, all’udienza dell’11.06.13, ma veniva poi rimessa sul ruolo per assumere la prova orale chiesta dalla parte opposta.
Assunta la prova orale e rigettata la richiesta di sospensione del presente procedimento in attesa dell’esito del procedimento di appello relativo alla prima opposizione a decreto ingiuntivo, la causa veniva nuovamente e definitivamente trattenuta in decisione all’udienza del 17.06.15, sulle conclusioni sopra riportate.
Deve preliminarmente darsi atto che con sentenza della Corte di Appello n. 452/15, pubblicata il 28.07.15, è stata definita l’impugnazione avverso la sentenza di primo grado che dichiarava inammissibile l’opposizione tardiva al primo decreto ingiuntivo (recante n. 1591/06) emesso, nei confronti della (A), su ricorso della (B).
E’ bene ricordare che con il primo ricorso la (B) aveva chiesto ed ottenuto, nei confronti della (A), decreto ingiuntivo per la somma di €. 23.389,54, ottenuta sottraendo al totale dei lavori stimato dal CTU ing. … in sede di a.t.p., quanto già pagato dalla committente; nel corpo di questo primo ricorso monitorio l’impresa dichiarava di voler detrarre per intero la penale contrattuale sì come conteggiata dal CTU, eventualmente dovuta alla (A) ove fossero stati accertati ritardi e riservava di agire in separata sede per il pagamento anche della detta penale.
Con il ricorso monitorio che ha condotto all’adozione del decreto ingiuntivo qui opposto, l’impresa, ulteriormente riservando separate azioni per il pagamento di somme residue, agiva invece per ottenere il pagamento della somma di €. 19.489,54, oltre interessi di mora ex d. lgs. 231/02.
Solo nel corso del giudizio è divenuto chiaro che il secondo decreto ingiuntivo è stato chiesto ed ottenuto per il pagamento della penale di €. 19.500,00, quantificata in sede di a.t.p. ma, secondo la prospettazione dell’impresa, non dovuta alla (A) stante la non addebitabilità all’impresa dei ritardi nella consegna dei lavori.
Il creditore, in tutta evidenza, ha deliberatamente agito frazionando il credito derivante dal medesimo rapporto contrattuale e cristallizzato in un unico accertamento peritale, perché ha chiesto il primo decreto ingiuntivo per ottenere il pagamento della somma, a suo dire, “indiscutibilmente dovuta”, detraendo la somma conteggiata dal CTU a titolo di penale per evitare la formulazione di “strumentali ed ulteriormente pretestuose contestazioni avversarie” e contando di poter ottenere la concessione dell’immediata esecutività del decreto (invero non concessa); una volta ottenuta questa prima ingiunzione di pagamento ed il relativo pagamento da parte della (A), ha agito per ottenere il pagamento della somma dovuta a titolo di penale, sebbene non la ritenesse, nel primo ricorso, “indiscutibilmente dovuta” e sebbene non fossero intervenuti, nelle more, eventi di sorta tali da renderla certamente dovuta, incidenti sulla liquidità ed esigibilità della detta somma.
Va, in proposito, ricordato come le Sezioni Unite abbiano ormai da tempo stigmatizzato la condotta processuale di frazionamento del credito, sulla base di osservazioni pienamente condivise da chi scrive e perfettamente calzanti alla fattispecie odierna.
In particolare, se in primo momento, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, componendo un precedente contrasto, avevano ritenuto ammissibile la domanda giudiziale con la quale il creditore di una determinata somma, derivante dall’inadempimento di un unico rapporto, chiedesse un adempimento parziale, con riserva di azione per il residuo, ritenendo si trattasse di un potere non negato dall’ordinamento e rispondente ad un interesse del creditore meritevole di tutela, che non sacrificava il diritto del debitore alla difesa delle proprie ragioni (cfr. Cass. S.U. n. 108/00), in un secondo momento avevano rimeditato la detta soluzione, valorizzando sia le regole di correttezza e buona fede, specificative degli inderogabili doveri di solidarietà di cui all’art. 2 Cost., che il principio del “giusto processo”, di cui all’art. 111 Cost. (cfr. Cass. S.U. n. 23726/07, non smentita da pronunce successive).
Procedendo, dunque, ad una lettura costituzionalmente orientata delle norme di riferimento, ed in particolare dell’art. 88 c.p.c., che impone alle parti doveri di lealtà e probità, le Sezioni Unite hanno osservato: che non può considerarsi “giusto” il processo frutto appunto, di abuso del processo, “per esercizio dell’azione in forme eccedenti, o devianti, rispetto alla tutela dell’interesse sostanziale, che segna il limite, oltreché la ragione dell’attribuzione, al suo titolare, della potestas agendi”; hanno evidenziato che la costituzionalizzazione del canone generale di buona fede oggettiva e correttezza, in ragione del suo porsi in sinergia con il dovere inderogabile di solidarietà di cui all’art. 2 Cost., costituisce, per il giudice, strumento atto a controllare, anche in senso modificativo o integrativo, lo statuto negoziale, in funzione di garanzia del giusto equilibrio degli opposti interessi; evidenziato che l’originario equilibrio del rapporto obbligatorio, in coerenza a quel principio, deve essere mantenuto fermo in ogni successiva fase, anche giudiziale, dello stesso e non può quindi essere alterato, ad iniziativa del creditore, in danno del debitore.
La parcellizzazione o frazionamento del credito è strategia processuale che incide di certo in senso pregiudizievole sulla posizione del debitore, poiché prolunga il vincolo coattivo cui questi deve sottostare per liberarsi della obbligazione nella sua interezza ed aggrava, spesso in termini consistenti, le spese che questi deve sostenere, sia quelle della fase monitoria che quelle processuali per le molteplici opposizioni.
Senza tacere di considerare che il frazionamento del credito finisce per dar luogo, come nel caso di specie, ad una inutile duplicazione delle iniziative giudiziarie, rallentandole in alcuni casi, come avvenuto nella fattispecie, in cui la durata del procedimento è in buona parte addebitabile alle interferenze, prospettate più che effettive, con il procedimento relativo alla prima opposizione. Non è da sottovalutarsi, allora, l’effetto inflattivo connesso alla duplicazione di iniziative giudiziarie, in netto contrasto con il principio, pure costituzionalizzato nell’art. 111 Cost. citato, della “ragionevole durata del processo”.
Per altro nel nostro caso l’impresa non ha mai dedotto alcunché sulla sussistenza di ragioni obiettive che la hanno indotta al frazionamento del credito, potendolo in tesi renderlo giustificabile o non emulativo.
A maggior ragione va, allora, ritenuto che la disarticolazione, da parte del creditore, dell’unità sostanziale del rapporto (sia pur nella fase patologica della coazione all’adempimento), attuata nel processo e tramite il processo, si sia risolta in abuso dello stesso, ponendosi in contrasto con il precetto inderogabile del processo giusto e dando luogo al rischio della formazione di giudicati praticamente contraddittori, cui può certamente dar luogo la pluralità di iniziative giudiziarie collegate allo stesso rapporto.
Stante l’ormai pacifico principio giurisprudenziale che vieta il frazionamento del credito nascente da unico rapporto obbligatorio in plurime richieste giudiziali, non rileva la riserva di agire separatamente per il pagamento di altra parte del credito, quando, come nel nostro caso, il creditore disponesse fin dal momento della prima iniziativa giudiziale di tutti gli elementi di fatto e di diritto per far valere contestualmente i crediti dovutigli.
In altri termini, quando unica è la causa del credito ed unico il momento di maturazione dello stesso, unica deve ragionevolmente essere l’azione diretta a conseguirne il pagamento, non potendo perciò consentirsi che il giudice riesamini più volte lo stesso rapporto obbligatorio e gli attribuisca, eventualmente, una diversa consistenza di volta in volta.
La domanda giudiziale avente ad oggetto una seconda frazione dell’unico credito va dichiarata improponibile, dovendo pertanto concludersi per la revoca dell’opposto decreto ingiuntivo.
Le spese di lite devono, come reso evidente dalle argomentazioni che precedono, gravare sulla parte opposta, nella misura indicata in dispositivo.
Il Tribunale, in composizione monocratica, definitivamente pronunziando sulla domanda proposta da (A), con atto di citazione notificato il 17.03.08, in opposizione al decreto ingiuntivo n. 111/08 emesso dal Tribunale di Perugia il 21/23.01.08, ogni altra istanza, eccezione e deduzione disattesa, così provvede:
1) Dichiara improponibile la domanda azionata dalla (B) srl con ricorso monitorio depositato il 5.12.07 e, per l’effetto, revoca il decreto ingiuntivo n. 111/08, emesso dal Tribunale di Perugia il 21/23.01.08.
2) Condanna parte opposta a rifondere alla opponente le spese di lite, che liquida in complessivi €. 4.835,00 per compensi professionali, comprese le spese ed oltre accessori di legge.
Contratti – Esecuzione secondo buona fede – Obbligazione pecuniaria relativa a compensi professionali – Frazionamento giudiziale – Abuso del processo – Esclusione.
L’attore che agisca a tutela di un unico credito dovuto in forza di un unico rapporto obbligatorio con ricorso monitorio per la somma provata documentalmente e con il procedimento sommario di cognizione per la parte residua, non incorre in un abuso dello strumento processuale per il frazionamento del credito in quanto tale comportamento non si pone in contrasto né con il principio di correttezza e buona fede, né con il principio del giusto processo.
• Corte cassazione, sezione II, sentenza 18 maggio 2015 n. 10177
Contratti – Esecuzione di buona fede – Credito complessivamente portato da più fatture – Frazionamento giudiziale – Contrasto con il principio di correttezza e buona fede ed abuso del processo – Condizioni.
È contrario al principio di correttezza e buona fede – e si risolve in un abuso del processo – il frazionamento giudiziale, contestuale o sequenziale, di un credito complessivamente portato da separate fatture, qualora tale credito derivi non già da molteplici rapporti obbligatori sussistenti tra le parti, bensì da un unico contratto.
• Corte cassazione, sezione VI – 1, ordinanza 9 marzo 2015 n. 4702
Contratti – Esecuzione secondo buona fede – Ambito di operatività della clausola generale di buona fede e correttezza -Frazionamento della domanda di adempimento di un’unica pretesa creditoria – Contrasto col principio del giusto processo – Configurabilità – Improponibilità della domanda.
Non è consentito al creditore di una determinata somma di denaro, dovuta in forza di un unico rapporto obbligatorio, di frazionare il credito in plurime richieste giudiziali di adempimento, contestuali o scaglionate nel tempo, in quanto tale scissione del contenuto dell’obbligazione, operata dal creditore per sua esclusiva utilità con unilaterale modificazione peggiorativa della posizione del debitore, si pone in contrasto sia con il principio di correttezza e buona fede, che deve improntare il rapporto tra le parti non solo durante l’esecuzione del contratto ma anche nell’eventuale fase dell’azione giudiziale per ottenere l’adempimento, sia con il principio costituzionale del giusto processo, traducendosi la parcellizzazione della domanda giudiziale diretta alla soddisfazione della pretesa creditoria in un abuso degli strumenti processuali che l’ordinamento offre alla parte, nei limiti di una corretta tutela del suo interesse sostanziale. In conseguenza del suddetto principio, pertanto, tutte le domande giudiziali aventi ad oggetto una frazione di un unico credito sono da dichiararsi improponibili.
• Corte cassazione, sezione III, sentenza 11 giugno 2008 n. 15476
Contratti – Esecuzione secondo buona fede – Clausola generale di buona fede e correttezza – Ambito di operatività – Estensione fino alla fase giudiziale – Frazionamento della domanda di adempimento di unica pretesa creditoria – Contrasto col principio del giusto processo – Configurabilità.
Non è consentito al creditore di una determinata somma di denaro, dovuta in forza di un unico rapporto obbligatorio, di frazionare il credito in plurime richieste giudiziali di adempimento, contestuali o scaglionate nel tempo, in quanto tale scissione del contenuto della obbligazione, operata dal creditore per sua esclusiva utilità con unilaterale modificazione aggravativa della posizione del debitore, si pone in contrasto sia con il principio di correttezza e buona fede, che deve improntare il rapporto tra le parti non solo durante l’esecuzione del contratto ma anche nell’eventuale fase dell’azione giudiziale per ottenere l’adempimento, sia con il principio costituzionale del giusto processo, traducendosi la parcellizzazione della domanda giudiziale diretta alla soddisfazione della pretesa creditoria in un abuso degli strumenti processuali che l’ordinamento offre alla parte, nei limiti di una corretta tutela del suo interesse sostanziale.
• Corte cassazione, sezione Unite, sentenza 15 novembre 2007 n. 23726