Source: http://www.quinonprofit.it/?p=4803
Timestamp: 2020-01-25 18:32:49+00:00
Document Index: 150432819

Matched Legal Cases: ['art 6', 'art 4', 'art 6', 'art 2', 'art 6', 'art 4']

You are at:Home»5 per mille»Riforma del Terzo Settore: ecco il testo tra buone e cattive notizie
By Carlo Mazzini on	 20 Agosto 2014 5 per mille, Riforme legislative
Il 6 agosto scorso, il Ministro Poletti e il Sottosegretario Bobba hanno presentato (finalmente) il disegno di legge delega della riforma del terzo settore. Eccolo
Habemus riformam?
Assolutamente no. Abbiamo il testo che andrà alle Camere (prima in commissione, poi in aula) e che, una volta licenziato, consentirà al Governo entro 12 mesi di emanare una serie di decreti legislativi.
Conoscete già le macro voci: riconoscimento giuridico, impresa sociale, riforma di volontariato e associazionismo di promozione sociale, revisione della fiscalità, istituzione di registro unico del non profit, servizio civile universale e compagnia cantando.
Vorrei soffermarmi qui su alcuni aspetti che ritengo particolarmente positivi del testo e su altri certamente negativi, con l’avvertenza che il testo di ddld rappresenta una sorta di cornice. I nostri Picasso in erba dovranno dipingerci un quadro che può aderire all’astrattismo (corrente preferita dai nostri politici, così poco addentro al vissuto di noi poveri sudditi) o al surrealismo (quei testi che quando leggi ti chiedi “ma che hanno voluto dire” o “non è possibile che abbiano scritto questo!!!”). Ovviamente tutti ci auguriamo che i nostri eroi abbraccino correnti veriste, si impongano nell’arte del realismo e non ci lascino con un accrocchio cubista, quelle immagini che non sai da quale parte appendere, se c’è un sopra e un sotto.
Ma vediamo cosa mi ha colpito in positivo di questo ultimo testo.
All’art 6, c 1, lett i) si parla finalmente di Onlus e delle attività connesse. Si sono accorti che le attività connesse delle Onlus rimangono – a 17 anni dalla 460 – un oscuro oggetto del desiderio e scrivono:
“revisione della disciplina riguardante le organizzazioni non lucrative di utilità sociale, in particolare prevedendo una migliore definizione delle attività istituzionali e di quelle connesse”.
All’art 4, c 1, lett d) si legge che può prevedersi una remunerazione del capitale per le imprese sociali, così finalmente qualche imprenditore che vuole investire nelle IS lo iniziamo a trovare; lì si legge
“previsione di forme di remunerazione del capitale sociale e di ripartizione di utili nel rispetto di condizioni e limiti prefissati”
All’art 6, c 1, lett b) leggiamo della volontà di semplificare i regimi di deducibilità / detraibilità delle erogazioni. Io ne ho contati circa una trentina, farraginosi e spesso in contrasto tra loro in termini di prassi o applicazione; pertantono scrivono
“razionalizzazione e semplificazione del regime di deducibilità e detraibilità dal reddito delle persone fisiche e giuridiche delle erogazioni liberali, in denaro e in natura, disposte in favore degli enti di cui all’articolo 1, al fine di promuovere i comportamenti donativi delle persone e degli enti”
In merito agli aspetti negativi, citerei il fatto che dopo tanto chiacchierare, quella che doveva essere un’Authority è diventata una “struttura di missione” collocata presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri (art 2, c 1, lett q). Come dire che da una struttura autonoma e indipendente dal potere politico (quella ipotizzata negli ultimi mesi) siamo arrivati a qualcosa di più di un ufficio nel sottoscala di Palazzo Chigi. In precedenza c’era l’Agenzia del Terzo settore che dipendeva dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri; ora abbiamo la “struttura di missione”. Alla prossima riforma avremo – che so? – un Camogli dell’Autogrill! Diciamo che non è un successo a 360 gradi dei nostri parlamentari “amici del non profit” (ogni volta che li cito mi vien da ridere, è più forte di me).
Poi c’è il 5 per mille. Non so come dirlo, nel senso che mi annoio a ripetere ciò che ho scritto più volte (qui l’ultima) e credo che vi annoiate anche voi a leggerlo. Ma qui la questione è semplice. All’inizio dell’anno è stato licenziato dalle Camere un disegno di legge delega che quindi è diventato una legge delega fiscale (L 23/14). Secondo quella norma, il Governo può già legiferare per un 5 per mille stabile. Perché non lo fanno? Sarà vera la voce di corridoio che afferma che la legge delega (sulla materia fiscale) ha come padre putativo un certo Letta (allora Presidente del Consiglio) e che Renzi voglia ottenere per sé il goal del 5 per mille stabile crossandosi da solo il testo e poi andando ad insaccare in solitaria?
Comunque sia, il testo – art 6, c 1, lett c) – è davvero pessimo. A voi la lettura
“riforma strutturale dell’istituto della destinazione del 5 per mille dell’imposta sul reddito delle persone fisiche in base alle scelte espresse dai contribuenti in favore degli enti di cui all’articolo 1, determinazione del relativo limite di spesa in coerenza con le risorse disponibili, razionalizzazione dei soggetti beneficiari e dei requisiti per l’accesso al beneficio, semplificazione e accelerazione delle procedure per il calcolo e l’erogazione dei contributi spettanti agli enti”.
Il testo precedente – quello della delega fiscale lettiana – non ci piaceva granché dato che afferma all’art 4, c 2
“Il Governo assicura, con gli stessi decreti legislativi, in funzione delle maggiori entrate ovvero delle minori spese realizzate anche conl’attuazione del comma 1 del presente articolo e del presente comma, la razionalizzazione e la stabilizzazione dell’istituto della destinazione del 5 per mille dell’imposta sul reddito delle persone fisiche in base alle scelte espresse dai contribuenti.”
Ma credo sia preferibile rispetto a quello dell’era renziana, in quanto il primo consente di anno in anno di contare sui maggiori risparmi derivanti dalla razionalizzazione delle agevolazioni fiscali (non solo quelle del non profit che sono pochissima cosa, ma tutte le altre) che oggi costano allo stato circa 250 miliardi di euro (di cui quelle per il non profit rappresentano il 2 per mille!).
Capite bene che limare da 250 miliardi è possibile e auspicabile (legge delega Letta), tenendo conto che una volta abolita o ridotta una agevolazione ad una qualche categoria, il risparmio è perpetuo ed i fondi per il 5 per mille sono assicurati. Con la riforma genziana, andiamo di volta in volta ad elemosinare le “risorse disponibili” (che dipendono dall’andamento dell’economia e dai capricci dei politici): sembra di tornare (ma non ci siamo mai usciti) al mercato delle vacche delle leggi finanziarie o di stabilità.
Non vi pare questo un modo della politica per farci rimanere sotto schiaffo?
Godetevi l’ultimo scampolo di questa pallida estate, che tra poco si ricomincia!