Source: https://www.meltingpot.org/articolo2615.html
Timestamp: 2020-06-01 17:27:07+00:00
Document Index: 125419302

Matched Legal Cases: ['art.1', 'art.17', 'art.9', 'art. 9', 'art.114', 'art.1']

Sul diritto di voto agli immigrati in Italia - Progetto Melting Pot Europa
Tratto dal sito di Sergio Briguglio
Sul diritto di voto agli immigrati in Italia
A cura della dott.sa Sabrina Bagnato
1) Elezioni UE, allargamento e diritto di voto
2) Allargamento o Restringimento? L’orientamento dei quindici paesi verso la “Nuova Europa”
3) Elezioni amministrative
4) Rappresentanza e partecipazione
5) Sulla naturalizzazione
I cittadini dei paesi aderenti all’UE, residenti in Italia, potranno votare alle prossime elezioni europee in programma il 13 giugno 2004. Lo stabilisce la circolare emanata dal Ministero dell’Interno il 30 Dicembre 2003 con la quale viene disciplinato l’esercizio del diritto di voto da parte dei cittadini provenienti da Repubblica Ceca, Estonia, Cipro, Lettonia, Lituania, Ungheria, Malta, Polonia, Slovenia e Slovacchia, e che vivono nel nostro paese.
La circolare, inviata ai Prefetti della Repubblica, cita: “si ritiene opportuno richiamare le disposizioni dettate in materia dal decreto-legge 24 giugno 1994, n.408, convertito in legge, con modificazioni, dall’art.1 della legge 3 agosto 1994, n.483, modificato dalla legge 24 aprile 1998, n.128. Con il suddetto provvedimento normativo è stata recepita la direttiva comunitaria n.93/109/CE del 6 dicembre 1993 che prevede l’elettorato attivo e passivo alle elezioni del Parlamento europeo per i cittadini dell’Unione Europea in uno Stato membro di cui non hanno la cittadinanza. Il principio che sottende la direttiva è quello della “Cittadinanza dell’Unione”, uno dei pilastri del trattato di Maastricht”.
Il provvedimento esplicita che i cittadini dell’Unione residenti in Italia, compresi quelli dei dieci Stati candidati all’adesione, per poter esercitare il diritto di voto per i rappresentanti dell’Italia al Parlamento europeo devono presentare al sindaco del comune di residenza, entro il novantesimo giorno anteriore a quello della votazione, e cioè entro il 15 marzo 2004, domanda di iscrizione nella lista aggiunta istituita dallo stesso comune. Sono esenti da quest’obbligo i cittadini dell’UE che hanno già esercitato il diritto di voto alle precedenti elezioni del 1999. Il testo “suggerisce” che sarebbe opportuno che i comuni utilizzassero anche un sistema di lettere personali dirette, inviate per posta agli elettori comunitari che risiedono sul proprio territorio. La circolare del Viminale prevede l’obbligo, inoltre, per i comuni di verificare il possesso della capacità elettorale negli Stati d’origine, mediante tempestiva istruttoria presso gli Uffici del casellario giudiziale, e li invita a ispirarsi, nel diffonderne i contenuti, ad una allegata bozza di manifesto, tradotto in lingua inglese, francese e tedesca.
Per quanto riguarda i cittadini del paesi dell’Est Europeo (Europa Centro-Orientale) un recente Dossier Statistico Immigrazione della Caritas/Migrantes ci da interessanti informazioni sui flussi di immigrazione alla luce dell’ultima regolarizzazione. Il dossier afferma che i paesi dell’Est Europa hanno inciso per ben il 60% sulle domande di regolarizzazione, hanno quasi raddoppiato la loro consistenza, sono ormai più di un terzo della popolazione immigrata e continueranno a premere per trovare nuovi sbocchi lavorativi. Inoltre dal 1999 ad oggi il consuntivo del fabbisogno aggiuntivo di lavoratori immigrati è pari a circa 200.000 unità all’anno. Secondo la presidenza del “Dossier statistico Immigrazione” si pone la questione sia di un adeguamento realistico delle quote programmate ma anche quello di un più adeguato collegamento tra domande e offerte di lavoro.
Nelle tabelle dell’indagine sui primi 40 gruppi di immigrati che hanno fatto domanda e ottenuto la regolarizzazione, i paesi che entreranno nell’UE statisticamente più rappresentativi sono la Polonia, che si colloca al 7° posto con 69.318 (soggiornanti più domande), l’Ungheria con 5.180 e la Slovacchia con 5.122. Da notare che rispetto all’anno scorso la Polonia ha raddoppiato il numero delle presenze a seguito della regolarizzazione.
Pertanto si stima approssimativamente che i cittadini potenziali elettori dei paesi dell’Est Europeo saranno sul numero di 100.000. Molti passeranno dalla condizione di immigrato irregolare a quella di cittadino comunitario, anche se per un periodo che può durare sette anni non avranno gli stessi diritti di libera circolazione e lavoro dei cittadini degli attuali paesi UE.
L’esercizio del diritto di voto è un passaggio fondamentale per dare efficacia sostanza al principio della partecipazione dei migranti alla vita pubblica.
Diventa essenziale allora, in questo momento, promuovere una campagna di partecipazione e responsabilizzazione al pieno esercizio di voto per questi cittadini, anche da parte delle istituzioni e del sindacato nel favorire un passaggio, spesso difficile, dall’accoglienza e assistenza all’informazione e formazione civile e politica.
L’orientamento dei quindici paesi “padri” dell’Unione Europea rispetto all’allargamento dei dieci paesi entranti è piuttosto ambivalente. Tredici Stati, infatti, hanno scelto la strada del divieto di soggiorno e di lavoro per i paesi che entreranno dal 1° Maggio 2004: i “nuovi” cittadini potranno entrare nei paesi dell’Unione Europea come turisti ma non saranno riconosciuti come immigrati regolari che ottengono il visto per l’immigrazione. Una discriminazione dei lavoratori dell’est, il giorno della festa dei lavoratori, interpretabile come il risultato di una psicosi da invasione in grado di peggiorare le prospettive occupazionali dei singoli stati. Durante questo periodo, infatti, i lavoratori dell’est saranno considerati come extracomunitari nelle prassi mentre sono cittadini comunitari per passaporto: strani soggetti multiformi che da un punto di vista legale saranno potenzialmente soggetti a discriminazioni multiformi.
Ecco in breve la posizione assunta sulle politiche per l’immigrazione da parte dei quindici paesi membri:
Germania: si posiziona sulle restrizioni all’immigrazione per i prossimi sette anni con l’eccezione per i lavoratori a contratto nell’edilizia, nell’agricoltura e nei servizi.
Francia: non assume una posizione chiara, prevedendo misure di controllo per i prossimi mesi ma non progettando restrizioni specifiche.
Spagna: si colloca sul versante “restringimento” limitando l’apertura completa per un arco di tempo dai due ai sette anni.
Danimarca: la questione dell’allargamento ha assunto toni allarmistici e polemici a causa del partito anti-immigrati e questo ha portato il Paese a decidere per la strategia delle restrizioni. Agli immigrati saranno concessi permessi di soggiorno per un periodo di soli sei mesi entro i quali dovranno per forza trovare un lavoro.
Portogallo: ha fissato un numero massimo di 6.500 permessi, che saranno utilizzati soprattutto per i settori con più richiesta di manodopera come l’agricoltura.
Olanda: per i prossimi due anni saranno concessi permessi per un massimo di 22.000. Anche l’Olanda si colloca fra i paesi che sono passati dalle politiche di allargamento a quelle di restringimento con la paura di un ‘“avanzata” dei nuovi paesi.
Belgio: si posiziona sul versante del restringimento pianificando provvedimenti che entreranno in vigore a partire da Maggio 2004.
Finlandia: l’allarmismo e la psicosi da invasione da parte dei paesi baltici hanno connotato l’opinione e conseguentemente le politiche di immigrazione finlandesi. Il congelamento degli ingressi, adottato attualmente, potrebbe essere mantenuto fino al 2006.
Svezia: dalla permissività alla preoccupazione, il governo si è bloccato sui potenziali carichi che l’allargamento potrebbe portare sul Welfare.
Austria: è probabile che si allinei alle politiche sull’immigrazione adottate dal governo tedesco.
Grecia: l’ingresso ai lavoratori immigrati sarà controllato e dunque ristretto per i prossimi due anni.
Lussemburgo: i nuovi cittadini saranno considerati extracomunitari e dunque verranno applicate loro le regole vigenti, fino al 2006.
Irlanda: si pronuncia a favore dell’ingresso dei lavoratori stranieri.
Gran Bretagna: non chiude le frontiere, l’economia inglese ha bisogno di manodopera non qualificata. Si tratta da un’apertura liberista che allarga i benefici dell’assistenza sociale e pubblica solo per chi ha un domicilio e un lavoro.
Italia: non si pronuncia in modo chiaro, condividendo in principio il trattato sull’allargamento dell’Unione che limita la libera circolazione dei lavoratori al possesso di un permesso di lavoro. Tale “fase di transizione” durerà per un periodo tra i due e i sette anni.
Il vuoto normativo che caratterizza l’Italia in questo momento, tuttavia, necessita di un “pronunciamento” in quanto i lavoratori dei paesi entranti non possono essere trattati come lavoratori extracomunitari ma non hanno neanche una legge apposita che disciplina, regolamenta e tutela il loro status. Sono recenti le dichiarazioni del ministro degli esteri Frattini che afferma come i cittadini dei dieci nuovi stati UE non avranno il libero accesso al mercato del lavoro per almeno due anni. Non sono esclusi “negoziati bilaterali” che poterebbero aggirare la moratoria. L’allargamento, secondo le stime dello stesso ministro, riguarda 80 milioni di cittadini. La preoccupazione sui flussi di immigrazione potenziale riguarda principalmente alcuni paesi come la Polonia e l’Ungheria. Sembra che la logica portata avanti sia comunque quella di regolare i flussi migratori dai nuovi stati caso per caso. Eccezione alla moratoria, per esempio, si potrebbe avere per la Slovenia con la quale l’Italia ha un rapporto che riguarda migliaia di lavoratori transfrontalieri. La Coldiretti ha replicato a queste dichiarazioni chiedendo che ci sia almeno un “allargamento” delle quote per lavoratori stagionali, non stagionali e autonomi che ogni anno arrivano in Italia da Repubblica Ceca, Estonia, Lituania, Lettonia, Polonia, Slovacchia, Slovenia e Ungheria.
Adottando la linea dei permessi di soggiorno per altri due anni l’Italia segue la strada e lo schieramento della “vecchia Europa”.
La Commissione europea si è pronunciata sulle stime di immigrazione da parte dei nuovi paesi membri che si preventivano intorno a 300.000 persone.
Non si tratta di cifre esorbitanti o invasive, la contraddizione che merita una riflessione di fondo riguarda il cambiamento di prospettiva da parte di alcuni paesi membri come i Paesi bassi e la Svezia, che dall’iniziale apertura delle frontiere, si sono chiusi facendo un passo indietro, per la paura e il rischio di essere “sommersi” e “invasi” dai lavoratori dell’est europeo.
E’ importante leggere il dibattito che si sta muovendo intorno alla questione spinosa dell’allargamento, per nulla scontata e invece connotata da paure, timori, pericoli e ostruzionismi poco motivati da un’analisi attenta della situazione reale.
“Le reazioni allarmate sono segnali di inquietudine- afferma Philippe Pochet, direttore dell’Osservatorio sociale europeo - che illustrano la totale impreparazione di questo allargamento e le contraddizioni dei 15 che non possono volersi proteggere dall’immigrazione e contemporaneamente tagliare le spese sociali”.
Come sottolineato, anche dal ministro degli interni britannico Blunkett, i paesi che adotteranno la “politica del muro” verso i cittadini dell’Europa dell’Est avranno come effetto di ritorno un aumento dell’immigrazione illegale.
E’ essenziale in questa fase di preparazione all’allargamento, invece, avere una visione progettuale per questi nuovi Paesi che entreranno, in modo da implementare le loro politiche di sviluppo. Gli obiettivi potrebbero seguire due percorsi paralleli e convergenti: da una parte investire su un lavoro regolare e qualificato per i cittadini che si muoveranno dall’Est verso i Paesi dell’Occidente e dall’altra definire degli standard di adeguamento per le imprese di questi Paesi in modo da consentire loro di partecipare all’interno della Comunità Europea con dei criteri comuni, condivisi, egualitari, uniformi.
Il rischio di una chiusura in questo momento di ingresso potrebbe comportare due rischi decisivi: da una parte accrescere la quota di lavoratori irregolari e quindi di lavoro sommerso e dall’altra bypassare l’emancipazione dei nuovi Paesi, aumentando il divario tra Paesi dell’Unione di serie A e Paesi dell’Unione di serie B (tra est e ovest nell’epoca della guerra fredda) e di conseguenza tra Cittadini di serie A e Cittadini di serie B. [Vedi tabella allegata]
Le barriere (studio di H. Brucker) alla libera circolazione di veni e capitali sono state già rimosse alla fine degli anni Novanta tant’è che le esportazioni verso quei paesi sono cresciute del 650 per cento mentre le importazioni sono aumentate del 450 per cento. Sono cresciuti pure i flussi di capitale…ma non è cresciuta la libera circolazione dei lavoratori.
La migrazione è un processo che spaventa la vecchia Europa molto più della questione dell’allargamento. Prendiamo per esempio Germania e Austria che sono preoccupate per la paura che di subire un calo nelle prospettive occupazionali dei lavoratori locali.
Si può notare che la vecchia Europa ha mancato nel trovare un accordo comune sulle politiche dell’immigrazione, accordo da proporre ai nuovi Stati. Si è mossa invece adottando un meccanismo di delega che ha portato la maggior parte dei quindici a scegliere la fase di transizione per salvaguardare il loro mercato del lavoro. La questione riguarda anche gli Stati che hanno optato per un’apertura delle frontiere e che si ritroveranno a gestire una quota di flussi più forte dovuta alla chiusura da parte dei paesi di forte immigrazione. La mancanza di una funzione di coordinamento a carico della vecchia Europa ha fatto si che i singoli stati si trovassero a gestire i processi di migrazione in modo isolato, difensivo, dunque restrittivo. Austria e Germania, paesi che assorbono il 75% degli immigrati dell’Europa centrale e orientale hanno da subito dichiarato che adotteranno i periodi di transizione. E i paesi scandinavi come Svezia e Danimarca che pensavano all’inizio di aprire il loro mercato del lavoro, ora stanno adottando misure più restrittive per paura di coprire quella quota di flussi diretti originariamente verso Germania e Austria.
Studi empirici indicano che una migrazione dell’1% della popolazione dell’Europa centrale e orientale verso i vecchi paesi UE potrebbe generare un guadagno per il Pil dell’UE allargata dello 0,2/0,3%. Se sono vere le stime fornite dalla Commissione di 300.000 persone migranti dall’Est all’anno, e del 3% della popolazione attuale di quei paesi nel lungo periodo, la libera circolazione dei lavoratori potrebbe incrementare il Pil dell’UE allargata del 0,6/0,9% nel lungo periodo e dello 0,1% nel breve.
C’è da considerare che i vantaggi e i benefici della migrazione riguardano principalmente gli stessi immigrati mentre le opportunità occupazionali possono diminuire nei paesi di destinazione soprattutto per i lavoratori non specializzati. Sempre altri studi indicano che l’offerta maggiore di lavoro attraverso la migrazione non ha nessuna conseguenza sui salari e sui posti occupazionali per i lavoratori nativi nei paesi interessati dalla probabile pressione migratoria..
C’è anche un fattore che vale la pena di riconoscere: il livello di formazione dei migranti dall’Europa centrale e orientale è più alto rispetto ai migranti del Sudest Europa o Nordafrica.
La libera circolazione delle persone può facilitare questo adattamento e integrazione, attraverso la legittimazione reciproca dei titoli di studio. Rimuovere fattori come la qualità della formazione e il livello di istruzione significa, accentuare quel rischio di cui si diceva prima, dell’allargamento dell’economia sommersa.
A seguito del recepimento della direttiva 94/80/CE del consiglio dell’unione europea del 19 dicembre 1994, con legge 6 febbraio 1996, n.52 e con successivo decreto legislativo di attuazione n.197 del 12 aprile 1996 sono state fissate le norme che consentono ai cittadini dell’Unione europea che risiedono in uno Stato membro, di cui non hanno la cittadinanza, di chiedere l’iscrizione in apposite liste elettorali aggiunte istituite presso il Comune di residenza stessa e, in virtù di tale iscrizione, di esercitare il diritto di voto per l’elezione del sindaco e del Consiglio del Comune e della Circoscrizione, nonché di essere eletti consiglieri, di essere altresì nominati come componenti della giunta, con esclusione della carica di Vicesindaco.
Per quanto riguarda la disciplina sul diritto di voto alle elezioni amministrative per i cittadini extracomunitari, si fa riferimento ai “principi delle norme primarie” (art.17 del D. LGS. N. 267/2000; D. LGS. 286/1998) e ai regolamenti e agli Statuti Comunali che sono fonti sub-primarie.
Il decreto legislativo 268/1998 prevede per gli immigrati “pari diritti” etc, nonché la partecipazione alla vita pubblica locale. L’art.9 del Decreto legislativo 25 luglio 1998, n.286 prevede espressamente il diritto di voto per gli stranieri extra UE. Tale articolo, che riguarda la Carta di soggiorno, al comma 4, afferma che il titolare della carta di soggiorno può “partecipare alla vita pubblica locale, esercitando anche l’elettorato quando previsto dall’ordinamento e in armonia con le previsioni del capitolo C della Convenzione sulla partecipazione degli stranieri alla vita pubblica a livello locale, fatta a Strasburgo il 5 febbraio 1992”. In altro senso l’art. 9 costituisce ordine di esecuzione del “capitolo C”.
Inoltre, il nuovo testo dell’art.114 Cost. comma 2 (“I Comuni, Le province, Le Città Metropolitane e le Regioni sono enti autonomi con propri statuti poteri e funzioni secondo i principi fissati dalla Costituzione”) porta a escludere il limite della legislazione ordinaria al contenuto degli Statuti Comunali e Provinciali. L’art.1 della Costituzione in sostanza “allarga” il concetto di popolo in quanto si afferma come il principio democratico vada calato nella realtà attuale dell’emigrazione nel nostro paese. La legge Bossi Fini introduce o meglio aggrava un principio di ammissibilità del permesso di soggiorno solo per chi lavora in Italia., dunque solo chi lavora e paga le tasse può risiedere legittimamente nel nostro paese.
Di recente è la proposta di legge effettuata dalla Maggioranza, AN, sul diritto di voto amministrativo: “Agli stranieri non comunitari che hanno raggiunto la maggiore età, che soggiornano stabilmente e regolarmente in Italia da almeno sei anni, che sono titolari di un permesso di soggiorno per un motivo che consente un numero indeterminato di rinnovi, che dimostrino di avere un reddito sufficiente per il sostentamento proprio e dei familiari e che non sono stati rinviati a giudizio per i reati per i quali è obbligatorio o facoltativo l’arresto, è riconosciuto il diritto di voto attivo e passivo nelle elezioni amministrative in conformità alla disciplina prevista per i cittadini comunitari”.
Tuttavia tale proposta, considerando le scadenze elettorali, sembra una strategia interna ai giochi politici del centro destra italiano.
Interessanti invece appaiono le proposte avanzate da alcuni comuni sulle modifiche dello Statuto per concedere il diritto di voto attivo e passivo agli stranieri extra-comunitari che risiedono nel territorio Comunale. Si tratta di proposte provenienti da diversi Comuni Italiani delle diverse Regioni: Venezia, Genova, Ragusa, Brescia per fare qualche esempio si stanno muovendo per dare il voto amministrativo agli stranieri extracomunitari.
Sono proposte, attualmente sempre più numerose e in fase di attuazione con la modifica degli Statuti comunali, che vengono “delegittimate” dal Ministero degli Interni, il quale, attraverso circolari, richiama all’ordine quei comuni come Cesena che, già dal 2002, avevano modificato lo Statuto per i consigli di quartiere e che ora hanno sospeso l’iniziativa per timore di istituire problemi elettorali.
Fanno riflettere alcuni sondaggi nazionali volti a comprendere la posizione della società civile e delle istituzioni locali in materia di diritto di voto agli immigrati. Da un recente sondaggio sul parere dei sindaci rispetto al tema del voto amministrativo per i cittadini non comunitari, emerge come il 53% dei sindaci intervistati sia favorevole al voto agli immigrati e, tra questi, i sindaci di centro sinistra favorevoli al voto salgono al 71%. Rispetto alla posizione della società civile, alcuni sondaggi effettuati mostrano alcune differenze. Il 59% degli intervistati è favorevole al voto amministrativo e tra questi, i più favorevoli sono imprenditori, dirigenti e impiegati (65,8%), studenti (60%). I più favorevoli hanno un’età compresa tra i 18 e i 24 anni, i contesti geografici più favorevoli sono il Sud e le isole (61%) e i centri con 100.000 abitanti (63%). Tra i contrari troviamo la categoria dei commercianti e la fascia di popolazione con più basso livello di istruzione e reddito pari o inferiore a 516 euro.
Le sperimentazioni di “buone prassi” volte a favorire la rappresentanza e la partecipazione alla vita pubblica locale dei migranti, attraverso esperienze pilota, si hanno a partire dagli anni ’90 con l’istituzione delle consulte di immigrati e l’elezione del Consigliere Aggiunto.
Per quanto riguarda l’elezione del Consigliere Aggiunto, si tratta di un’elezione di un cittadino “straniero” residente nel territorio comunale o circoscrizionale che è stato avviato da alcuni comuni da qualche anno. Il cittadino straniero eletto avrà diritto di parola, ma non di voto nel senso che non può votare Delibere ma può partecipare alla vita politica locale portando proposte e avanzando richieste da parte delle comunità migranti e dell’associazionismo dei migranti. Si riconosce l’elemento di debole rappresentanza, parziale perché effettivamente la proposta si colloca a metà tra cittadinanza formale e pieno esercizio dei diritti civili e politici. La parzialità è evidente dal momento che le comunità dei migranti in questi anni hanno sostenuto un ruolo democratico attivo nel collegare la loro posizione di cittadini non riconosciuti con il non riconoscimento dello Stato sociale e dei diritti dei lavoratori italiani.
Tuttavia nonostante le diverse difficoltà che si sono verificate a livello locale, l’elezione del Consigliere Aggiunto rappresenta un’occasione di visibilità, di espressione dei bisogni e delle esigenze da parte dei migranti, di influenzamento nelle scelte politiche istituzionali.
Tra le realtà più rappresentative che in passato hanno sostenuto buone prassi in questa direzione troviamo Torino, tra vitalità dell’accoglienza e opacità delle istituzioni; Roma con il progetto dei consiglieri aggiunti stranieri con il supporto di un Assemblea Rappresentativa degli immigrati; Lecce con un difficile percorso tra accoglienza e rappresentanza e le Marche con la centralità delle federazioni di associazioni stranieri. Sono esperienze da cui emerge una difficoltà della classe politica italiana a gestire tali processi e a volte a garantire trasparenza e un’adeguata pubblicizzazione degli organi che si andavano a eleggere. D’altra parte gli organi consultivi dovrebbero avere una funzione aggiuntiva, di raccordo tra istituzioni e comunità immigrate, e non sostitutiva di rappresentanza ad altri livelli più istituzionali.
Roma, nel suo attuale percorso, sta portando avanti e sollecitando la partecipazione al voto del consigliere aggiunto nella popolazione dei migranti, attraverso iniziative di confronto e di incontro con le comunità per supportare i cittadini stranieri ad un utilizzo consapevole e efficace di questo strumento. Numerosi sono i “Tavoli Intercultura” promossi dai diversi Municipi che si stanno organizzando come delle vere e proprie comunità urbane volte a favorire l’apertura e la partecipazione alle elezioni del Consigliere Aggiunto che si terranno a Marzo 2004.
Si tratta di favorire processi partecipativi con i migranti per promuovere un esercizio della cittadinanza attiva sulle scelte amministrative e sulle politiche interculturali e sociali. Una strategia che tenta di connettere la questione del diritto di cittadinanza e del diritto di voto, dando la priorità al concetto di “diritto” e tentando di renderlo efficace e operativo sul campo, sul territorio.
Certo le proposte non si possono arrestare al Consigliere Aggiunto, dovendo a nostro avviso, posizionarsi sulla cittadinanza di residenza. Questo è l’obiettivo verso cui muoversi e per cui promuovere una battaglia di diritti non solo “a parole”, ma anche nei “fatti” e nelle decisioni.
Di questi mesi poi è la proposta portata in Parlamento per concedere la cittadinanza ai figli degli stranieri che nascono in Italia e che vi giungono nei primi anni di vita e per ridurre da dieci a sei anni il periodo di presenza regolare in Italia necessario agli adulti per chiedere la naturalizzazione. Tale proposta di legge anärebbe a`modificare il testo sulìa cittadinanza del 1992î La proposta è ótata pråsentataàin Parlámento dall’Udc su sollecitazione della Ãomunitààdi Sant⃙Egidio.`La leggå attuale non riãonosce é bambiné nati iî Italiaàcome cittadini étaliani, ma concede la cittadinanza solo a 18 anni e con residenza legale senza interruzioni fin dalla nascita.
La proposta in discussione in Parlamento prevede invece la concessione della cittadinanza a “chi è nato nel territorio della Repubblica se il genitore è regolarmente presente in Italia da almeno due anni e titolare del permesso di soggiorno” per motivi di lavoro o per motivi familiari e a al “minore figlio di genitore straniero se fornisce prova della presenza continuativa in Italia da almeno sei anni e della partecipazione a un ciclo di formazione professionale oppure dello svolgimento di regolare attività lavorativa, unitamente alla conoscenza adeguata della lingua e cultura italiana”.
Diritto di voto, Europa
Tabella sulla condizione di base dei Paesi che entreranno nell’UE