Source: https://www.questionegiustizia.it/articolo/covid-19-e-gestione-dei-rifiuti-cosa-cambia-emergenza-permanente_13-05-2020.php
Timestamp: 2020-07-12 16:46:25+00:00
Document Index: 77387561

Matched Legal Cases: ['art. 191', 'art. 191', 'art. 191', 'art. 113', 'art. 113', 'art. 183', 'art. 183', 'art. 130', 'art. 174']

2) Documento approvato dal Consiglio SNPA (Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente) in data 23 marzo 2020 con “Prime indicazioni generali per la gestione dei rifiuti - emergenza CoViD-19” che, partendo dal rapporto ISS, formula alcune considerazioni aggiuntive sulla raccolta e gestione dei rifiuti urbani in questo periodo evidenziando altresì ulteriori problematiche nel settore dei rifiuti connesse con le carenze dell’attuale sistema di fronte alla nuova situazione di emergenza.
Quanto al loro smaltimento, il documento Snpa dispone che i rifiuti indifferenziati provenienti da abitazioni in cui sono presenti soggetti positivi al tampone, in quarantena obbligatoria (prima categoria), qualora raccolti “con giro dedicato”, siano prioritariamente avviati a incenerimento senza alcun trattamento preliminare, e che “laddove tale modalità di gestione non possa essere attuata, i rifiuti sono conferiti agli impianti di trattamento meccanico biologico (Tmb) se garantiscono l'igienizzazione del rifiuti nel corso del trattamento biologico (bioessicazione o biostabilizzazione) e la protezione degli addetti dal rischio biologico, agli impianti di sterilizzazione o direttamente in discarica, senza alcun trattamento preliminare (previo eventuale inserimento dei sacchetti integri all'interno di appositi big-bags), limitando il più possibile, nella fase di coltivazione della discarica, la movimentazione dei rifiuti che andranno possibilmente confinati in zone definite della discarica. Deve essere garantita la copertura giornaliera dei rifiuti con adeguato strato di materiale protettivo, tale da evitare ogni forma di dispersione”.
Il ricorso alle ordinanze contingibili ed urgenti[11] è previsto attualmente dall’art. 191 d.lgs n. 152/06, il quale fissa precisi presupposti e impone dettagliate condizioni e limiti per il suo esercizio, in assenza dei quali la ordinanza si considera illegittima; ed anche, sotto il profilo penale, la costante giurisprudenza della suprema Corte, partendo dalla premessa che l’ordinanza di necessità non costituisce un titolo di legittimazione sostitutivo dell’autorizzazione regionale, bensì una causa speciale di giustificazione per quelle attività di smaltimento di rifiuti non autorizzate che diversamente integrerebbero un’ipotesi di reato, afferma che “il giudice penale ha il potere-dovere di verificare la legittimità formale e sostanziale delle ordinanze contingibili ed urgenti, e, in caso di illegittimità, la conseguente disapplicazione (recte: l'inefficacia del provvedimento ad integrare la causa di esclusione della tipicità) comporta l'integrazione dei reati in materia di smaltimento illecito di rifiuti”[12], quali, ad esempio, il reato di discarica abusiva o di stoccaggio abusivo.
Appare, quindi, evidente che l’indicazione alle Regioni di ricorrere ad ordinanze contingibili ed urgenti contenuta nella citata circolare del Ministero dell’ambiente deve essere sempre coniugata con la esigenza del rispetto di tutti i requisiti, formali e sostanziali, di cui all’art. 191 d.lgs n. 152/06. Esigenza, peraltro, sottolineata e dettagliata proprio dal Ministero dell’ambiente in altra articolata “circolare” (stranamente mai ricordata nella circolare Covid in esame), prot. 0005982/RIN del 22 aprile 2016 (“chiarimenti interpretativi relativi alla disciplina delle ordinanze contingibili ed urgenti di cui all’art. 191 d.lgs 152/06”)[13], ove, in 5 paragrafi e 10 pagine, vengono analizzati in maniera approfondita l’ambito applicativo della norma ed il suo rapporto con altri strumenti emergenziali, il contenuto dei provvedimenti contingibili ed urgenti, i presupposti per la loro adozione, il rispetto del principio di proporzionalità, i requisiti formali e la durata delle ordinanze. E dove, tra l’altro, si mettono in evidenza i requisiti - “pena la radicale illegittimità” dell’ordinanza - della esistenza di “adeguata istruttoria tecnica”[14] e del rispetto del “principio di proporzionalità” secondo cui “le misure oggetto delle ordinanze in commento devono essere proporzionate alla concreta situazione da fronteggiare” in modo da “comportare il minor sacrificio possibile per gli interessi concorrenti”. Insomma, devono essere contenute al minimo indispensabile per far fronte all’emergenza.
Infine, come già accennato, deve essere menzionato l’unico provvedimento legislativo che si occupa della gestione dei rifiuti nell’emergenza Covid, e cioè il decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18, coordinato con la legge di conversione 24 aprile 2020, n. 27, c.d. “Cura Italia” (“Misure di potenziamento del Servizio sanitario nazionale e di sostegno economico per famiglie, lavoratori e imprese connesse all'emergenza epidemiologica da COVID-19. Proroga dei termini per l'adozione di decreti legislativi”[15]), con gli art. 113 e 113 bis che riportiamo integralmente:
b) presentazione della comunicazione annuale dei dati relativi alle pile e accumulatori immessi sul mercato nazionale nell'anno precedente, di cui all'articolo 15, comma 3, del decreto legislativo 20 novembre 2008, n. 188, nonche' trasmissione dei dati relativi alla raccolta ed al riciclaggio dei rifiuti di pile ed accumulatori portatili, industriali e per veicoli ai sensi dell'articolo 17, comma 2, lettera c), del decreto legislativo 20 novembre 2008, n. 188;
c) presentazione al Centro di Coordinamento della comunicazione di cui all'articolo 33, comma 2, del decreto legislativo 14 marzo 2014, n. 49;
d) versamento del diritto annuale di iscrizione all'Albo nazionale gestori ambientali di cui all'articolo 24, comma 4, del regolamento di cui al decreto del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare 3 giugno 2014, n. 120[16].
Fermo restando il rispetto delle disposizioni in materia di prevenzione incendi, il deposito temporaneo di rifiuti, di cui all'articolo 183, comma 1, lettera bb), numero 2), del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, e' consentito fino ad un quantitativo massimo doppio, mentre il limite temporale massimo non puo' avere durata superiore a diciotto mesi.
In proposito, vale la pena di notare che, a parte le proroghe di cui all’art. 113, l’articolo successivo (aggiunto dalla legge di conversione) riprende integralmente, con valore legislativo, l’indicazione (sugli aumenti) fornita alle Regioni nel n. 2 della circolare Covid sul deposito temporaneo, senza tuttavia limitare la deroga al periodo dell’emergenza. Trattasi, quindi, di modifiche apportate in modo permanente all’art. 183, comma 1, lett. bb), n. 2, che ora, per la qualificazione come “deposito temporaneo” richiede (in parentesi la dizione originaria) che “2) i rifiuti devono essere raccolti ed avviati alle operazioni di recupero o di smaltimento secondo una delle seguenti modalità alternative, a scelta del produttore dei rifiuti: con cadenza almeno trimestrale, indipendentemente dalle quantità in deposito; quando il quantitativo di rifiuti in deposito raggiunga complessivamente i 60 (30) metri cubi di cui al massimo 20 (10) metri cubi di rifiuti pericolosi. In ogni caso, allorché il quantitativo di rifiuti non superi il predetto limite all'anno, il deposito temporaneo non può avere durata superiore a diciotto mesi (ad un anno)”.
Si palesa, quindi, quanto mai opportuno ricordare la precisazione della suprema Corte secondo cui “il deposito temporaneo, inteso quale raggruppamento di rifiuti effettuato prima della raccolta nel luogo in cui sono prodotti, e nel rispetto delle condizioni fissate dall'art. 183 del d.lgs. n. 152 del 2006 (tra cui l'osservanza delle relative norme tecniche), è comunque soggetto al rispetto dei principi di precauzione e di azione preventiva che le direttive comunitarie impongono agli stati nazionali in forza dell'art. 130 (ora art. 174) del Trattato CE (v. Corte di Giustizia Europea, Sez.4, del 5.10.1999, Lirussi e Bizzaro, cause riunite C-175/98 e 177/98); di qui, dunque, la necessità, addirittura intrinseca ad un deposito che, come quello temporaneo, è preliminare o preparatorio alla gestione, che i rifiuti siano conservati con modalità adeguate allo scopo”[17]; e che, comunque, l’onere della prova in ordine al rispetto delle (poche) condizioni previste dalla legge ricade sul produttore di rifiuti[18].
A questo punto dobbiamo dire la verità: dopo aver diligentemente riassunto le novità sui rifiuti connesse all’emergenza Covid, ci viene il dubbio che, in realtà, a parte le (doverose) indicazioni igienico-sanitarie, l’aumento spropositato che oggi si consente per stoccaggio e smaltimento di rifiuti sia dovuto ad una emergenza rifiuti di tipo strutturale e permanente che va ben oltre la Covid. Anzi, la lettura delle motivazioni addotte per questo aumento e delle richieste che lo hanno invocato fa sorgere il sospetto che qualcuno voglia aggirare i limiti imposti dalla disciplina vigente a tutela della salute e dell’ambiente, utilizzando questa emergenza per rimediare ad una situazione già, di per sé, in molte Regioni al limite della sostenibilità. Tanto è vero che, in una legge come la Cura Italia, nata per l’emergenza - la cui validità e ragion d’essere, quindi, non può che essere strettamente limitata all’emergenza - stranamente compare una gravissima norma derogatoria permanente in tema di rifiuti.
In caso contrario, si rischia - lo abbiamo visto e lo dice giustamente il Ministero - la “radicale illegittimità” del provvedimento di urgenza, con tutte le conseguenze a livello amministrativo e penale, relativamente alle quali, di fronte al proliferare di ordinanze regionali emesse per la emergenza in atto, è auspicabile un adeguato controllo, anche in sede giudiziaria, per verificare il rispetto di quanto previsto dalla legge per la loro emanazione, soprattutto con riferimento agli aspetti appena richiamati.
[1] Per un primo quadro espositivo V. Vattani, La gestione dei rifiuti al tempo dell’emergenza connessa alla diffusione del virus Covid 19 in www.dirittoambiente.net, 31 marzo 2020.
[2] Tutti reperibili nei relativi siti istituzionali (i primi tre sono riportati anche in www.dirittoambiente.net).
 smaltire il rifiuto dalla propria abitazione quotidianamente con le procedure in vigore sul territorio (esporli fuori dalla propria porta negli appositi contenitori, o gettarli negli appositi cassonetti condominiali o di strada)”.
[5] si raccomanda, altresì, “ di chiudere adeguatamente i sacchetti, utilizzando guanti monouso, senza comprimerli, utilizzando legacci o nastro adesivo e di smaltirli come da procedure già in vigore (esporli fuori dalla propria porta negli appositi contenitori, o gettarli negli appositi cassonetti condominiali o di strada)”.
[12] Da ultimo, Cass. pen. sez. 3, 11 febbraio-13 aprile 2016, n. 15410 in www.lexambiente.it, 18 aprile 2016
[15] in GU n.110 del 29-4-2020 - Suppl. Ordinario n. 16
[16] Cui si deve aggiungere la circolare n. 4 del 23 marzo 2020 con cui l’Albo nazionale gestori ambientali (in www.dirittoambiente.net) ha fornito precisazioni in merito.
[18] Cass. pen., sez. 3, 15 gennaio- 8 febbraio 2013, n. 6295, Zangirolami, in www.lexambiente. it, 21 febbraio 2013: giurisprudenza costante.
[19] Basta leggere, ad esempio, le dichiarazioni (ADN Kronos, 27 marzo 2020) del presidente CONAI (Consorzio nazionale imballaggi), il quale, dopo aver premesso che “la compromissione delle attività presidiate da Conai può mettere a repentaglio la raccolta differenziata, inficiando i positivi risultati che siamo riusciti ad ottenere negli anni e determinando conseguenze gravissime sull’intero sistema di gestione dei rifiuti urbani, già congestionato”, evidenziava di avere richiesto di inserire nel D.L. Cura Italia “almeno quattro modifiche. Innanzitutto aumentare la capacità annua e istantanea di stoccaggio di tutti gli impianti già autorizzati alle operazioni di gestione dei rifiuti, fino a raddoppiarla. Aumentare poi anche la capacità termica, consentita dalla legge, di tutti i termocombustori esistenti, fino a saturazione. Semplificare in terzo luogo le procedure burocratiche necessarie per l’accesso alle discariche. E infine autorizzare spazi e capacità aggiuntive per il trattamento e lo smaltimento delle frazioni non riciclabili, che in questa fase non trovano sbocco a termovalorizzazione”. Analoghe richieste sono state inoltrate, tra l’altro, da Assorimap (Associazione per il riciclo delle materie plastiche), Corepla (Consorzio nazionale per la raccolta ed il riciclo degli imballaggi di plastica) e Utilitalia (Federazione che riunisce le Aziende operanti nei servizi pubblici dell'Acqua, dell'Ambiente, dell'Energia Elettrica e del Gas).
[23] In proposito, si rinvia ai nostri L'allegra economia circolare all'italiana, in www.lexambiente.it, 30 novembre 2018, e Viva la allegra via italiana alla economia circolare, ivi, 21 dicembre 2018, di cui riportiamo la conclusione “ E' vero, invece, che, troppo spesso, il riciclo esiste solo sulla carta, al fine di lucrare contributi pubblici. Ma, se poi si fanno controlli adeguati (oggi quasi inesistenti), si scopre che, in realtà, molti rifiuti conteggiati come riciclo o recupero, tramite vari giri e girobolla, cambiano pelle e finiscono in inceneritori o in discariche più o meno abusive (nazionali ed estere), magari mascherati da fanghi di depurazione; ovvero, se proprio non si può fare altro, scompaiono in qualche incendio provvidenziale di impianto (più di 400 negli ultimi 3 anni). Tanto c'è l'autocombustione. Ma questa non è economia circolare, e non è neppure allegra. E' traffico illecito di rifiuti”.