Source: http://www.fog.it/giurisprud/ca-08-03095-t.htm
Timestamp: 2019-02-18 03:42:12+00:00
Document Index: 31284189

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Testo cassazione 3095/2008
Sez. L, Sentenza n. 3095 dell'8 febbraio 2008
Presidente: Mattone S. Estensore: La Terza M. Relatore: La Terza M. P.M. Salvi G. (Conf.)
Az. Prov. Trasp. Spa (Corubolo ed altri) contro Verone (Zanolla ed altro)
(Sentenza impugnata: App. Trieste, 4 Febbraio 2005)
Dott. MATTONE Sergio - Presidente -
A.P.T. - AZIENDA PROVINCIALE TRASPORTI s.p.a., in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA VIA G MENGARINI 88, presso lo studio dell'avvocato VENDITTI STEFANO, rappresentata e difesa dagli avvocati CORUBOLO MARIO, MALENA MASSIMO, giusta procura speciale atto notar ARMENIO GERMANO in RONCHI DEI LEGIONARI, del 7.12.2007 n. Rep. 64130;
VERONE FRANCESCA, elettivamente domiciliata in ROMA VIALE - G. MAZZINI 146, presso lo studio dell'avvocato SPAZIANI TESTA EZIO, rappresentata e difesa dall'avvocato ZANOLLA MARCO, giusta delega in atti;
avverso la sentenza n. 4/05 della Corte d'Appello di TRIESTE, depositata il 04/02/05 - R.G.N. 154/2003;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 17/12/07 dal Consigliere Dott. LA TERZA Maura;
udito l'Avvocato MALENA;
udito l'Avvocato ZANOLLA;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. SALVI Giovanni, che ha concluso per il rigetto del ricorso.
Varone Francesca era stata assunta dalla Azienda Provinciale Trasporti spa con contratto di formazione e lavoro con la qualifica di conducente di linea per la durata di 24 mesi dal 10 luglio 1997;
il 21 dicembre successivo aveva subito in incidente extralavorativo a seguito del quale era stata assente per malattia, con prolungamento del contratto per il periodo di assenza; a seguito del giudizio di inidoneità a svolgere le mansioni di conducente, l'Azienda le aveva comunicato la risoluzione del contratto di formazione dal 23 settembre 1999; assumendo di essere invece idonea all'espletamento delle mansioni concordate, la Varone adiva il Tribunale di Gorizia per la declaratoria di illegittimità della risoluzione ante tempus del rapporto, chiedendo la condanna dell'Azienda medesima al risarcimento dei danni conseguenti alla mancata retribuzione ed alla mancata formazione. Nel contraddittorio con l'Azienda, che si opponeva alla domanda, il Tribunale adito, espletata consulenza medica che aveva accertato la idoneità a svolgere le mansioni concordate, dichiarava V la illegittimità del recesso e condannava il datore al pagamento, a titolo di risarcimento, di tre mensilità per il danno professionale e di tre mensilità per la perdita delle retribuzioni. Su impugnazione della società soccombente, la Corte d'appello di Trieste confermava la statuizione di primo grado. I Giudici d'appello disattendevano la tesi dell'Azienda - per cui la risoluzione del rapporto era conseguente all'accertamento di inidoneità rimesso, ai sensi del D.P.R. n. 88 del 1999, alla competenza esclusiva della Sede Centrale della Direzione Sanità delle Ferrovie dello Stato - richiamandosi alla sentenza della Corte Costituzionale n. 420 del 1998 avente ad oggetto la L. n. 300 del 1970, art. 5, con la quale era stato affermato che la dichiarazione di inidoneità fisica in esito alle procedure di cui al cit. art. 5, non ha carattere di definitività, potendo pervenirsi, in sede giudiziale, a diverse conclusioni sulla base della consulenza tecnica. Nè poteva avere rilevanza il fatto che sì trattava di azienda di trasporto pubblico cui sono ancora applicabili norme speciali, giacché nessuna disposizione imponeva all'Azienda di attenersi acriticamente all'accertamento medico demandato all'organo amministrativo. Ed infatti il decreto n. 88 del 1999 dispone che le visite vanno eseguite prioritariamente a cura della Direzione Sanitaria delle Ferrovie ed all'art. 3, prevede che, a seguito dell'accertamento, l'azienda adotta i provvedimenti di competenza, ma la società che vi si attiene è esposta ad un rischio di impresa non potendo ignorare che diverso potrebbe essere il giudizio di idoneità in sede giudiziale.
Avverso detta sentenza la Azienda Provinciale Trasporti spa propone ricorso affidato tre motivi illustrati da memoria.
Resiste la lavoratrice con controricorso.
Con il primo motivo si denunzia falsa applicazione di norma di diritto del D.P.R. n. 88 del 1999, sull'assoggettamento obbligatorio di essa azienda, in quanto esercente trasporto pubblico di persone, al parere, che sarebbe obbligatorio e vincolante, della direzione sanitaria delle Ferrovie dello Stato, di talché sarebbe erronea la argomentazione della sentenza impugnata sulla insussistenza dell'obbligo di attenersi acriticamente al risultato dell'accertamento medico demandato a questo organo, perché ciò provocherebbe la sostanziale disapplicazione del citato D.P.R.. Inoltre i provvedimenti di competenza che, a seguito del parere dell'organo deputato al giudizio di idoneità, essa era tenuta ad adottare, non potevano che risolversi nel licenziamento, non potendo peraltro addivenirsi ad una modifica delle mansioni, trattandosi, nella specie, di contratto di formazione e lavoro; ne' sarebbe ipotizzabile, come affermato in sentenza, una azione di risoluzione contrattuale, perché come rimedio avverso il parere medico era previsto un giudizio di appello presso la sede centrale della direzione sanità delle Ferrovie dello Stato Con il secondo motivo si denunzia falsa applicazione della L. n. 300 del 1970, art. 18, per avere fatto surrettizia applicazione della L. n. 300 del 1970, art. 18, sulla scorta della sentenza della Corte Costituzionale n. 420/98, giacché mentre l'art. 18 dello Statuto prevede, in caso di licenziamento illegittimo, una presunzione iuris e de iure sulla esistenza del danno, nella misura di cinque mensilità, analoga presunzione non varrebbe in relazione al contratto di formazione e lavoro intercorrente tra le parti.
Si solleva altresì questione di legittimità costituzionale del D.M. n. 88 del 1999.
Con il terzo mezzo si denunzia difetto di motivazione, per non avere la sentenza impugnata illustrato le ragioni per cui la vigenza di una disciplina speciale non comporti alcuna deroga alle previsioni di ordine generale in tema di rapporti di lavoro.
Come è già stato affermato dalla sentenza di questa Corte n. 7311 del 20 maggio 2002, il ritenere insindacabile in sede giudiziaria accertamenti tecnici e/o sanitari, effettuati in sede amministrativa (su circostanze configuranti elementi costitutivi del diritto fatto valere), finirebbe per tradursi in una violazione dei disposto dell'art. 24 Cost., perché in tal modo si perverrebbe al risultato di condizionare lo stesso riconoscimento del diritto a momenti decisori sottratti alla dialettica processuale svuotandosi così di contenuto la generale regola costituzionale, che vuole che ogni controversia intorno ad un diritto sia decisa, in definitiva, dal Giudice.
Inoltre nessun accertamento di carattere tecnico effettuato al di fuori del processo, anche se, come nella specie, sia contemplata la possibilità di far ricorso in sede amministrativa, riveste un tale carattere di definitività da impedire la sua verifica nel processo, come ritenuto dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 420 del 1998, cui i Giudici di merito hanno fatto riferimento, e che riguardava una fattispecie del tutto analoga alla presente di incolpevole affidamento, da parte del datore, nella dichiarazione di inidoneità fisica in esito alle procedure di cui all'art. 5 dello Statuto, con la quale si è affermato che "il datore di lavoro, nel momento in cui opta per l'immediato licenziamento del dipendente, anziché chiedere, secondo le normali regole contrattuali, la risoluzione giudiziaria del rapporto di lavoro per sopravvenuta impossibilità della prestazione, agisce a suo rischio, che rientra nel principio del "rischio d'impresa", secondo una scelta del legislatore chiaramente rivolta a tutela del soggetto più debole". Il datore di lavoro infatti, è vincolato solo in ordine alla scelta dell'organo amministrativo di controllo della idoneità, ma non gli è precluso di adire immediatamente il Giudice per sottoporre il relativo parere alla verifica di congruità, chiedendo, secondo le normali regole contrattuali, la risoluzione giudiziaria del rapporto di lavoro per sopravvenuta impossibilità della prestazione. Mentre il medesimo datore, non potendo ignorare che l'esito della procedura non è incontrovertibile, nel momento in cui opta per l'immediato licenziamento del dipendente agisce evidentemente a suo rischio, che il Giudice delle leggi definisce come "rischio d'impresa" che viene oggettivamente a gravare su chi intraprende una simile attività. D'altra parte, diversamente opinando, il rischio di un errato a accertamento da parte dell'organo amministrativo deputato verrebbe fatalmente a gravare sul lavoratore, che si troverebbe a subire la risoluzione del rapporto anche in assenza di una causa giustificativa.
2. Invero, non si tratta, come si sostiene in ricorso, di disapplicare il D.M. n. 88 del 1999, che impone l'organo cui sottoporre il lavoratore in relazione al giudizio di idoneità, ma di escludere che il relativo parere rivesta efficacia vincolante al di fuori della fase amministrativa, tale da precluderne il controllo in sede giurisdizionale.
Il suddetto D.M. n. 88 del 1999, è legittimo e non sospettabile di incostituzionalità (ancorché, non avendo il valore di legge, mai potrebbe essere sottoposto al giudizio della Corte Costituzionale), tuttavia il parere espresso dall'organo così deputato, è un mero atto di verifica sanitaria, da cui è esclusa ogni discrezionalità, per il quale quindi non possono richiamarsi i principi sulla impugnazione degli atti amministrativi.
3. Va altresì esclusa la lamentata "surrettizia applicazione della L. n. 300 del 1970, art. 18", per avere i Giudici di merito seguito i principi enunciati dalla Corte Costituzionale con la citata sentenza n. 420/98, che si riferiva a tale norma dello Statuto, giacché è stato tenuto ben presente che, nella specie, si trattava di contratto di formazione e lavoro, e quindi a tempo determinato, per cui, una volta accertato che la risoluzione prima della scadenza era ingiustificata, si è condannata la attuale ricorrente al pagamento delle retribuzioni per il periodo residuo, oltre che al risarcimento del danno (questione rispetto alla quale non sono state svolte specifiche censure).
4. Quanto alle argomentazioni di cui all'ultimo motivo, non si dubita che il D.M. 88 del 1999, costituisca una normativa speciale, e cogente per il datore di lavoro, quanto all'organo deputato agli accertamenti ed alla relativa procedura, ma detta specialità e cogenza, valgono esclusivamente nella prima fase di verifica amministrativa, ma non precludono successivamente il controllo in sede giudiziale.
La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese liquidate in Euro 27,00, oltre Euro duemila, per onorari oltre spese generali e accessori di legge.
Così deciso in Roma, il 17 dicembre 2007. Depositato in Cancelleria il 8 febbraio 2008