Source: http://legislazionetecnica.it/52483/fonte/d-min-llpp-02-04-1968-n-1444?parts=2452633
Timestamp: 2019-03-21 06:12:49+00:00
Document Index: 100359463

Matched Legal Cases: ['art. 9', 'art. 9', 'art. 9', 'art. 9', 'art. 879', 'art 873', 'art. 9', 'art. 9', 'art. 9', 'art. 907', 'art. 9', 'art. 9', 'art. 323', 'art. 32', 'art. 22']

1. Edilizia e urbanistica - Titoli abilitativi - Impugnazione da parte del confinante - Giurisdizione del giudice amministrativo. 2. Edilizia e urbanistica - Titoli abilitativi - Impugnazione - Legittimazione del confinante - Specifico pregiudizio - Necessità - Esclusione. 3. Edilizia e urbanistica - Titoli abilitativi in sanatoria - Impugnazione - Decorrenza del termine dalla conoscenza dell’atto. 4. Edilizia e urbanistica - Distanze tra costruzioni - Art. 9, D.M. n. 1444/1968 - Precisazioni.
1. La controversia derivante dall’impugnazione di un permesso di costruire da parte del vicino che lamenti la violazione delle distanze legali, costituisce una disputa non già tra privati, ma tra privato e P.A., nella quale la posizione del primo - in correlazione all’atto autoritativo abilitativo lesivo - si atteggia a interesse legittimo, con conseguente spettanza della giurisdizione al giudice amministrativo.
2. In materia edilizia, la vicinitas, ossia l'esistenza di uno stabile collegamento con il terreno interessato dall'intervento edilizio, è circostanza sufficiente a comprovare la sussistenza sia della legittimazione che dell'interesse a ricorrere, senza che sia necessario al ricorrente allegare e provare di subire uno specifico pregiudizio per effetto dell'attività edificatoria intrapresa sul suolo limitrofo.
3. Il termine d'impugnazione di un titolo in sanatoria decorre dal momento in cui si conosce la circostanza del rilascio del medesimo atto per una determinata opera già esistente, la cui conoscenza deve essere dimostrata in giudizio al fine di far valere la tardività dell'impugnazione.
4. Nella verifica dell’osservanza delle distanze ai sensi dell’art. 9 D.M. 2 aprile 1968, n. 1444, vanno considerati i balconi, nonché tutte le sporgenze destinate per i loro caratteri strutturali e funzionali ad ampliare la superficie abitativa dei vani che vi accedono. Pertanto, la disciplina imperativa sancita dall’art. 9 cit. è applicabile anche laddove una sola delle due pareti frontistanti sia finestrata e l’altra consista nella scalettatura per una parte della facciata posta a distanza inferiore di 10 metri. Né la distanza è derogabile nel caso in cui - con riferimento all’altra facciata fronteggiante - la sopraelevazione si trovi ad un diversa altezza rispetto all’altra costruzione.
La scala esterna in ferro per l’accesso al terrazzo sovrastante (installata a distanza superiore a quella minima prescritta dall’edificio confinante) integra una mera pertinenza dell’immobile principale, sfornita di un autonomo valore di mercato e di impatto volumetrico, insuscettibile di destinazione distinta da quella del predetto immobile e, comunque, di aggravare il carico urbanistico, tanto da non richiedere, ai fini della sua legittimazione, il preventivo rilascio di un permesso di costruire né da comportare violazioni dei vigenti parametri urbanistico-edilizi.
Edilizia e immobili - Distanze tra costruzioni - Art. 9, D.M. n. 1444/1968 - Finalità - Tutela dell’interesse alla salubrità dei fabbricati.
La prescrizione dettata dall’art. 9 del D.M. n. 1444/1968 in tema di distanze minime tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti non è volta a tutelare il diritto alla riservatezza o alla conservazione della prospettiva da parte dei proprietari frontisti, ma l’interesse alla salubrità dei fabbricati, evitando la formazione di intercapedini pericolose dal punto di vista igienico-sanitario. (Nel caso di specie è respinto il ricorso contro l’approvazione di un intervento pubblico di interconnessione pedonale consistente nella creazione di un sovrappasso costituito da una passerella sospesa a una quota superiore a quella del colmo del tetto dell’abitazione di proprietà dei ricorrenti).
Il mutamento di destinazione d’uso, anche solo funzionale, comporta un aggravio di carico urbanistico quando implica un passaggio tra categorie urbanisticamente differenti e deve quindi essere annoverato tra gli interventi di tipo oneroso. In particolare la modifica della destinazione d’uso, anche senza opere, degli immobili da artigianale a commerciale costituisce un passaggio urbanisticamente significativo, stante il maggiore carico urbanistico determinato dalla destinazione commerciale rispetto a quella artigianale (come si desume dal D.M. n. 1444 del 1968) che comporta l'obbligo di pagamento degli oneri di urbanizzazione, non rilevando a tal fine l'assenza del piano di distribuzione e localizzazione delle funzioni.
In tema di distanze legali, è legittimo un piano comunale di localizzazione che, relativamente alle rivendite di giornali poste sulla via pubblica, deroghi, in riduzione, alle prescrizioni dell'art. 9 del D.M. 1444/1968, giacché le costruzioni erette su suolo pubblico (nella specie, edicola realizzata su di un marciapiede), in confine con i fondi dei proprietari frontisti, sono soggette solo alle disposizioni delle leggi e dei regolamenti che specificamente le riguardano, ex art. 879 del Codice civile, comma 2, non trovando applicazione la disciplina di cui all'art 873 del Codice civile.
1. Edilizia e urbanistica - Distanze legali tra le costruzioni - Sporgenze del fabbricato - Distanze legali dai confini - Opere di contenimento - Computabilità - Criterio. 2. Edilizia e urbanistica - Distanze legali tra le costruzioni - Nozione di costruzione ai fini dell’osservanza. 3. Edilizia e urbanistica - Distanze legali tra le costruzioni - Distanza tra pareti finestrate di cui all’art. 9 del D.M. 1444/1968 - Natura - Prevalenza su disposizioni difformi presenti negli strumenti urbanistici. 4. Edilizia e urbanistica - Distanze legali tra le costruzioni - Distanza tra pareti finestrate di cui all’art. 9 del D.M. 1444/1968 - Rilascio di permesso di costruire in difformità - Illegittimità - Dolo del funzionario pubblico - Conseguenze penali.
1. In tema di distanze legali tra edifici o dal confine, mentre non sono a tal fine computabili le sporgenze estreme del fabbricato che abbiano funzione meramente ornamentale, di finitura od accessoria di limitata entità, come le mensole, le lesene, i cornicioni, le grondaie e simili, invece, rientrano nel concetto civilistico di costruzioni, le parti dell’edificio, quali scale, terrazze e corpi avanzati (c.d. “aggettanti”) che, se pur non corrispondono a volumi abitativi coperti, sono destinate ad estendere ed ampliare la consistenza del fabbricato. Lo stesso può dirsi per le opere di contenimento che, comunque progettate in relazione alla situazione dei luoghi ed alla soluzione esteticamente ritenuta più confacente dal committente, hanno una struttura che deve essere idonea per consistenza e modalità costruttive ad assolvere alla funzione di contenimento ed una funzione, che non è quella di delimitare, proteggere ed eventualmente abbellire la proprietà, ma essenzialmente di sostenere il terreno al fine di evitare movimenti franosi dello stesso. Opere tali da dovere essere riguardate, sotto il profilo edilizio, come opere dotate di una propria specificità ed autonomia, in una accezione che comprende tutte le caratteristiche proprie dei fabbricati, donde l’obbligo di rispetto di tutti gli indici costruttivi prescritti dallo strumento urbanistico e, in particolare, delle distanze dal confine privato.
2. Ai fini dell’osservanza delle norme sulle distanze legali tra edifici di origine codicistica o prescritte dagli strumenti urbanistici in funzione integrativa della disciplina privatistica, la nozione di costruzione non si identifica con quella di edificio ma si estende a qualsiasi manufatto non completamente interrato che abbia i caratteri della solidità, stabilità, ed immobilizzazione al suolo, anche mediante appoggio, incorporazione o collegamento fisso ad un corpo di fabbrica preesistente o contestualmente realizzato, indipendentemente dal livello di posa e di elevazione dell’opera.
3. In tema di distanze tra edifici la disposizione di cui all’art. 9 del D.M. 1444/1968, comma 1, n. 2, essendo volta non alla tutela del diritto alla riservatezza, bensì alla salvaguardia d’imprescindibili esigenze igienico-sanitarie, e quindi tassativa e inderogabile, non solo impone al proprietario dell’area confinante col muro finestrato altrui di costruire il proprio edificio ad almeno 10 metri da quello, senza alcuna deroga neppure per il caso in cui la nuova costruzione sia destinata a essere mantenuta a una quota inferiore a quella dalle finestre antistanti e a distanza dalla soglia di queste conforme alle previsioni dell’art. 907 del Codice civile, comma 3, ma vincola anche i Comuni in sede di formazione o revisione degli strumenti urbanistici, con la conseguenza che ogni previsione regolamentare in contrasto con l’anzidetto limite minimo è illegittima e va annullata ove oggetto di impugnazione, o comunque disapplicata, stante la sua automatica sostituzione con la clausola legale dettata dalla fonte sovraordinata, atteso che l’art. 9 del D.M. 1444/1968, per la sua natura di norma primaria, sostituisce eventuali disposizioni contrarie contenute nelle norme tecniche di attuazione.
4. È illegittimo il permesso di costruire rilasciato per l’edificazione di un fabbricato che non rispetti le distanze minime tra gli edifici, previste dall’art. 9 del D.M. 1444/1968, le cui previsioni non sono derogabili da parte degli strumenti urbanistici. Ne consegue che, in caso di dolosa violazione della disciplina in tema di distanze legali da parte del pubblico ufficiale preposto al rilascio del titolo abilitativo edilizio, questi risponde del delitto di abuso d’ufficio ai sensi dell’art. 323 del Codice penale.
L'incidenza di un intervento edilizio sul carico urbanistico dev'essere considerata con riferimento all'aspetto strutturale e funzionale dell'opera, ed è rilevabile anche nel caso di una concreta alterazione dell'originaria consistenza sostanziale di un manufatto in relazione alla volumetria, alla destinazione o all'effettiva utilizzazione, tale da determinare un mutamento dell'insieme delle esigenze urbanistiche valutate in sede di pianificazione, con particolare riferimento agli standard fissati dal D.M. 02/04/1968, n. 1444.
La normativa edilizia prevede che il Comune possa rilasciare autorizzazione per varianti al progetto approvato, che la giurisprudenza distingue in varianti in senso proprio, varianti essenziali e varianti c.d. minime. Le varianti in senso proprio si configurano quando il progetto non ne venga sostanzialmente e radicalmente mutato. Il nuovo provvedimento si collega in sostanza con quello originario; e se la variante contempla un’opera completamente diversa da quella originaria, si è in presenza, non di una variante, ma di un nuovo permesso di costruire. Le varianti essenziali (vedi art. 32, D.P.R. 380/2001) sono quelle incompatibili con il progetto originario sotto l’aspetto qualitativo e quantitativo. Le c.d. varianti minime sono le c.d. varianti leggere o minori in corso d’opera per le quali occorre solo la denuncia di inizio attività (vedi l’art. 22, comma 2, D.P.R. 380/2001).