Source: https://smafmediazione.wordpress.com/scienze-sociali/scienze-sociali-come-topica-complessa/elementi-di-un-modello/
Timestamp: 2019-04-22 23:53:36+00:00
Document Index: 57844141

Matched Legal Cases: ['art. 814', 'art. 814', 'art. 814', 'art.814', 'art.814', 'art. 814', 'sentenza ']

Ragionamento legale: modello fuzzy | SMAF società e logica
LOGICA VAGA, RETORICA E L’ANALOGIA DEI PRESOCRATICI.
0. Interpretazioni retoriche, legge e logica fuzzy
Scopo del presente capitolo è approfondire la risposta al problema sulla natura dell’ordine logico di quel deposito concettuale di ragionamenti sul giusto che è il Diritto, il quale ha un “valore” per le precedenti tesi, dal momento che esso sicuramente orienta gli uomini, li protegge e non è riducibile né alle leggi né agli uomini.[1]
Fin qui si è detto che uno dei candidati alla formalizzazione dell’ordine logico del diritto è una topica, e che essa ha un struttura vaga o fuzzy.[2]
Ora, dopo aver considerato nelle precedenti pagine che la topica giuridica è il discorso rivolto a sé stessi, cioè ad un uditorio universale, ed aver discusso della struttura logica vaga di tale modello di ragionamento, il tema della presente parte del III capitolo è, invece, la retorica, come modello di interazione e comunicazione tra operatori del diritto, avente per oggetto la soluzione del conflitto tra opposte topiche.
Il discorso sulla topica, infatti, scolpiva il momento strettamente logico-generativo del ragionamento, mentre è ovvio che vi è anche un momento in cui i ragionamenti entrano in competizione tra loro e si richiede un’arte per la soluzione di tali controversie, che si crede debba essere soddisfatta dalla retorica come tecnica di comunicazione tra gli operatori topici del diritto.[3]
Perciò, allo scopo di meglio definire il ruolo, la funzione e la struttura di un retorica vaga del diritto si tenterà di dilatare uno spiraglio sull’orizzonte logico cui appartiene potenzialmente la Retorica giuridica, e cui si intende annettere una struttura logica vaga o fuzzy.
Chiuderà il capitolo una digressione sulle affinità tra la logica vaga e l’ontologia metafisica dei presocratici e il relativo concetto logico di analogia, che dilaterà ulteriormente l’orizzonte speculativo in cui si incide un discorso sulla retorica, per il resto piuttosto tecnico.
1. Struttura logica del linguaggio retorico nel diritto
In primo luogo, uno dei postulati generali della Logica Fuzzy è quello per cui il linguaggio quotidiano non fornisce una rappresentazione dei fatti “aletica”. Dove per aletica deve intendersi la una visione delle cose irrefutabilmente vera o falsa, in senso assoluto.[4]
Al contrario, per quanto detto in precedenza, la caratteristica del linguaggio, – quale strumento di valutazione e argomentazione della realtà e con la realtà (adattamento reciproco) e di reciproca manipolazione (il reale è una sfida, la sfida della complessità, che richiede di essere argomentata), – è quella di essere una porzione di un processo di adattamento dell’ordine semantico all’ordine ontologico.[5]
La qual cosa è anche sostenere che le proposizioni del linguaggio naturale, se si intende per verità la piena identità tra ordine semantico e ordine ontologico, non sono mai che parzialmente vere e per il resto, contemporaneamente false.[6]
Si voglia ora intendere per retorica epistemica una attività di conoscenza indifferenziata[7] e, in special modo, il ragionamento che parte da premesse, di cui è indifferente il valore “assoluto” di verità (nella sua accezione aletica, come verità “assoluta”), essendo adoperato proprio il linguaggio quotidiano (cui difetta tale verità), per formulare argomentazioni[8], deduzioni e ipotesi che, in un sistema compiuto, rappresentano, descrivono, illustrano, valutano, argomentano un sistema di relazioni “reali” tra soggetti e oggetti, sistema che è in senso metaforico un processo di comunicazione continuo, paragonabile all’argomentazione. Tale processo è irrisolto, data la complessità dell’oggetto e del soggetto, e vede l’oggetto in senso metaforico “persuadere” a sé il soggetto e, del pari, il soggetto persuadere a sé l’oggetto.[9]
Le conclusioni di una tale retorica dovranno, altresì, condividere il carattere incerto e approssimato delle premesse. Cioè, risulteranno esse stesse soltanto persuasive, perchè ciò che è incerto può, al più, essere persuasivo, ma non vero o falso.[10]
Se si accetta questa definizione, più che mai, generale di retorica, allora le mezze verità, – che appartengono al linguaggio naturale, così come ai linguaggi derivati, come quello giuridico (includendo, d’altro lato, tra i linguaggi “paronimici” quelli artificiali, come la matematica, – l’univocità semantica e/o sintattica dei cui termini non è garanzia di descrizione di un mondo reale), – e che si adoperano per descrivere la realtà oggettiva,- sono valutazioni retoriche, che emulano in modo analogico, approssimato, vago, sfumato, incerto, ma parzialmente vero il mondo che rappresentano.
E segue che, se si accetta la definizione convenzionale di retorica epistemica di cui sopra, lo stesso ragionamento descrittivo è affine a quello valutativo ed è definibile nei termini di un ragionamento retorico.
Le asserzioni di cui sopra sono una introduzione metodologica sintetica al seguente tema, riferito nel titolo come “interpretazioni retoriche, legge e logica fuzzy”.
Il seguito è, nel complesso, una speculazione “descrittiva”, basata sulle considerazioni metodologiche di sopra.
Le possibili conferme empiriche del modello teorico che ora si fornirà sono particolarmente difficili. Ma fortunatamente questo non è più che un discorso retorico nel senso sopra precisato, e, nello stesso tempo, una descrizione sfumata, ma parzialmente vera, anche se non so in quale parte e in quale misura, di alcune architetture logico-discorsive fondamentali per la pratica del diritto.[11]
Punti primari di interesse, su cui mi concentrerò, per focalizzare il tema del conflitto tra le topiche che rende necessaria una retorica, sono le relazioni intercorrenti tra: 1) leggi giuridiche, da un lato, e 2) interpretazioni di esse da parte di giuristi, dall’altro.
2. Alcune premesse sui rapporti tra topiche degli interpreti e legge
La realtà osservabile del comportamento giurisprudenziale, per lo più intangibile, in ordinamenti di Civil Law come l’Italia, o per lo meno evidente ad un’osservazione è, tra le altre ipotesi:
1) che esistono leggi giuridiche come strumenti concettuali, supportati per lo più da testi scritti, che hanno il ruolo di costituire, per lo più, valore di limite ad ogni interpretazione del diritto ad opera di parti.[12]
2) che le leggi, per lo più, consistono in argomentazioni linguistiche, proposte coattivamente (cioè con l’ausilio di un qualche forza organizzata) dal potere statale, intorno al regolamento di interessi di possibili parti di una lite, ma in astratto e in relazione a casi generali (ma solo “per lo più”, data l’esistenza di un enorme ventaglio di leggi a contenuto particolare).[13]
3) che le interpretazioni della legge da parte degli operatori giuridici sono, per lo più, non sempre, “discorsi” che “dettagliano” per casi concreti i concetti astratti della legge (o le relative argomentazioni astratte).[14]
4) che le interpretazioni, per lo più, sono attuate, spesso, in modo giustificato dagli interessi delle parti (tolti i giudici e i pubblici funzionari). Anche le leggi sono formulate per soddisfare a interessi, spesso però gli interessi sottesi dalle leggi sono o una superiore sintesi di interessi privati o l’espressione di scopi molto generali.[15]
5) Analiticamente, si può dire che le “convenzioni” legislative, sul regolamento degli interessi di possibili parti in conflitto, non costituiscono, per definizione, “descrizioni” di una “verità naturale” su soluzioni, obbligate dai fatti, dei problemi di rapporto tra parti in contesa giuridico-economica. Al contrario vi è, per lo più, una decisione del potere sul tipo di argomentazione da compiere in vista della soluzione dei problemi, che non può dirsi mai né esaustiva né coerente né completa (può essere qui richiamata l’esposizione del Capitolo I e del Capitolo II contro le tesi giuspositivistiche e la letteratura, che si è prodotta in filosofia del diritto, intorno ai giochi di lingua e alle caratteristiche, originariamente, performative, tautologiche e creative del diritto, prima ancora che prescrittive o descrittive).[16]
3. La legge classifica e interpreta le topiche dei giuristi
Se ciò è accettato, è un’argomentazione, in linea con quelle fin qui compiute (capitolo II e III), asserire che le leggi corrispondono a modelli astratti e analogici di una realtà oggettiva, salvo che, poi, tale realtà sia una somma di processi argomentativi.
Quindi, se le leggi giuridiche “rappresentano”, “modellizzano”, “descrivono” un qualche oggetto, accade sia che questo oggetto imponga analogicamente alla descrizione la forma delle relazioni che lo compongono, in quanto oggetto, sia, d’altro lato, che la “descrizione” giuridica importi nell’oggetto qualcosa della sua struttura, costituendolo, vale a dire le relazioni sintattico-semantiche che la configurano come descrizione. Oggetto di tale descrizione sono, tra le altre cose, le istituzioni, le condotte dei consociati, l’organizzazione del potere, ecc. Tale oggetti sono poi, per quanto detto in precedenza, processi argomentativi o stratificazioni istituzionali di ragionamenti topici (topiche degli interpreti).[17]
La “descrizione giuridica” della legge sarà perciò, per quanto detto in precedenza, una sorta di valutazione flessibile, una tipica valutazione fuzzy, che compone i suoi oggetti di valutazione (le topiche dei giuristi) in uno o più insiemi fuzzy.[18]
Detto altrimenti, e come corollario di precedenti argomentazioni (Capitolo II e III), in particolare, i modelli analogici della legge saranno una delle architetture logico-linguistiche (ma non l’unica) o uno dei fattori progettuali (ma non l’unico) delle istituzioni, del potere, delle condotte, ecc.
In ogni caso, la legge o le leggi come sistema, saranno con ogni probabilità grandi labirinti di relazioni tra insiemi fuzzy o regole fuzzy.
4. La struttura linguistica della legge: performative utterances e regole fuzzy
Tra i giochi linguistici che rientrano nella struttura linguistica e di ragionamento della legge, alcuni importanti elementi della sua architettura potrebbero, a buon titolo, essere proprio ciò che la letteratura inglese (Austin) definisce come “performative utterances“, un tipo di linguaggio che, d’altro lato, è stato oggetto di studio specificamente in relazione al tema delle istituzioni ed è ben rappresentato dai corollari delle “regole costitutive” (si faccia rinvio alle concezioni del “neoistituzionalismo” di Maccormick e Weimberger, Searle e Hart).
In Italia si deve a Gaetano Carcaterra (La forza costitutiva della norme, oltre che, più precisamente, dello stesso autore, Metodologia Giuridica, in Corso di studi superiori legislativi, Padova, CEDAM, 1990, pp. 122 e ss) una esemplificazione dei tipi di linguaggio illocutivo o performativo del diritto. L’autore, facendo riferimento all’opera dell’Austin (How doing things with words), identifica nei performativi verdittivi (io condanno, io assolvo, ecc.) il linguaggio d’elezione degli atti giudiziali, nei performativi esercitivi (io autorizzo, io nomino, ecc.) quello degli atti amministrativi e legislativi e nei performativi impegnativi (io prometto di, mi obbligo a, ecc.) quello degli atti di autonomia negoziale.
Le regole composte di tali elementi, ora, esibiscono molti caratteri della regole fuzzy. Infatti, sarebbero paragonabili, nei loro effetti, alle regole di un gioco, ma attenzione (!), non un gioco volontaristico e artificiale (al modo di un contratto sociale hobbesiano, intenzionale e consapevole). Tali regole e linguaggio performativi istituiscono, al contrario, un accordo su standard di procedure di azione e argomentazione, per qualsiasi scopo si possa rinvenire nei principi giuridici di un ordinamento, ma tale effetto ha un’origine pressocchè inintenzionale, tradizionale e storica, o è l’esito di procedure via via stratificatesi in istituzioni dei consociati, in dialettica continua con il potere. Infatti, sono portati del linguaggio naturale, di cui non è possibile rintracciare l’origine.
Tali regole, infatti, organizzano processualmente significati, condotte e “forme di vita” dei loquenti, ben più di quanto descrivano, artificialmente e intenzionalmente, una volta per tutte.
Al più, le performative utterances fanno entrambe le cose (A e non-A), sono “descrizioni” artificiali, ma anche “costituzione”, accordo, consuetudine, generazione di realtà nel e attraverso il linguaggio, e proprio per questo motivo sembrano regole fuzzy, perchè come quelle “descrivono” e, nello stesso tempo, “valutano-manipolano-creano”.[19]
Non solo, sono vaghe in quanto adoperano il linguaggio naturale.
E’ vero che un potere legislativo, riconosciuto istituzionalmente supremo, può creare linguisticamente limiti e condizioni per l’uso della violenza nell’appropriazione, conservazione e disposizione dei beni sociali, la qual cosa ha vantaggi che la scienza giuridica ha già individuato nella limitazione delle frizioni sociali, che scaturirebbero dall’uso della violenza privata o dalla guerra. E’ vero che può riuscirci grazie all’uso di sanzioni istituzionalizzate, applicate da una apposita organizzazione, terza rispetto alle parti in conflitto, la minaccia del cui intervento spessissimo vale a ottenere che il gioco delle relazioni di appropriazione, conservazione e disposizione dei beni sociali, avvenga senza alcun ricorso alla violenza fisica individuale a causa della minaccia del ricorso alle forze statali.[20]
Ciò non toglie che, in nessun modo, può essere disconosciuta la natura argomentativa delle performative utterances che il potere legislativo adopera. Esse sono regole vaghe e costituiscono l’esito di un processo comunicativo, che è intervenuto tra il potere, i consociati, le istituzioni, la legge e gli effetti inintenzionali delle azioni sociali, all’esito di una lunga, complessa, inconscia e inintenzionale tradizione.
5. Origine argomentativa delle performative utterances della legge
Le procedure dei performativi, contenuti nella legge e impiegati all’occorrenza dagli stessi consociati nell’autonomia negoziale, devono essere l’esito di una sorta di stereotipizzazione di procedure, analoga alla formazione delle figure, dei tropi e delle espressioni standardizzate della retorica.[21]
E suppongo esplicitamente, anzi, che tale standardizzazione sia direttamente scaturita da quella interazione, che a livello argomentativo si è determinata con l’andare del tempo, tra le interpretazioni del diritto, effettuate dalle parti, e la legge.
Forse tutte le procedure performative che si riscontrano nella legge e nell’autonomia negoziale hanno una comune origine nella relazione retorica tra due o più topiche, in primo luogo nella relazione argomentativa tra interpreti (topica degli) e legge (topica della).
Il tema dei performativi apre la via alla chiarificazione del concetto di legge come procedura o come stratificazione di processi e ragionamenti. Infatti i performativi sono frazioni di un labirinto di processi che evocano una pluralità di giochi linguistici cooperanti per l’esistenza e la comprensione di qualsiasi linguaggio giuridico.[22]
Per chiarire questo tema è però necessaria una ulteriore premessa argomentativa, intorno alla natura logica della legge.[23]
6. La legge come processo di classificazione vaga (o fuzzy) che valuta un linguaggio oggetto.
Se si annette alla legge positiva la natura di fatto complesso (e lo si può, richiamando alla mente il fatto che la legge è un’istituzione e quindi le osservazioni sulla complessità delle istituzioni compiute nella parte I del presente capitolo), occorrerà anche riconoscere che esso è un fenomeno storico singolare, complesso, ricorsivo, ologrammatico e ha natura di sistema sia aperto che chiuso.
Ciò fatto, presto si potrà considerare anche la legge come una realtà processuale.
E, anzi, occorrerà annettergli lo statuto di stratificazione simbolico-linguistica di precedenti argomentazioni. Il che collima con la natura tradizionale e stratificata delle procedure dei performativi.
Ora, posto che l’oggetto delle argomentazioni della legge è costituito, ricorsivamente, da istituzioni, da condotte, dall’organizzazione del potere e posto che, in vario modo, tali oggetti sono essi stessi processi argomentativi o stratificazioni di questi, – segue che il diritto legislativo, per tale via, essendo le argomentazioni sistemi di insiemi e di regole fuzzy, sarà classificazione vaga e creativo-adattiva degli insiemi o delle regole linguistiche fuzzy che sono istituzioni, condotte e potere (la cui natura è, a sua volta, ricorsivamente complessa e vaga in senso logico), e la cui natura è quella di un sorta di “linguaggio oggetto” che la legge classifica e manipola.
Non solo, in senso logico, la legge, o la sua topica, è un processo di conoscenza, interpretazione e contemporanea manipolazione (ciò è un argomentazione topica) di quegli oggetti (istituzioni, condotte, potere, ecc.) che non adopera proposizioni assolutamente vere. Dovendo e volendo esprimere un (sempre) parziale adattamento al linguaggio oggetto, sarà un sistema di proposizioni parzialmente vere, approssimate, e perciò persuasive e retoriche.[24]
7. La verità della legge
Dire che la legge è una retorica, o il frutto della stratificazione istituzionale di un’attività retorica, per di più strutturalmente vaga, – ha anche una altra implicazione: la legge può essere valutata, a livello logico, come portatrice di valori di verità, sia pure parziali, anzichè mediante valori deontici come la “validità”. Valori di giudizio, questi ultimi, pensati da alcuni logici come alternativi a quelli aletici, di cui, già in passato, era stata riconosciuta l’impossibilità di una piena applicazione.[25]
La legge può essere considerata come un insieme di giudizi veri, sia pure parzialmente, per una semplice ragione. Essa esprime una valutazione ed un adattamento, vaghi, ad una realtà che intende manipolare, cioè il comportamento simbolico-linguistico degli esseri umani, e ciò che si adatta (cioè la legge) deve stare in un certo rapporto di corrispondenza analogica con la data realtà, corrispondenza che non può non definirsi, in maniera non privilegiata, che come “verità”, sia pure parziale.[26]
Vorrei solo aggiungere che queste relazioni osmotiche tra ambiente (interpretazioni dei giuristi, dottrina, giurisprudenza, convinzioni giuridiche degli attori sociali, consuetudini, etc.) e legge sono competizioni retoriche tra processi topici, che implicano relazioni di confronto e retroazione tra sistemi di informazione. Ma nessuna di queste relazioni può essere esaminata, senza far riferimento alla verità, quale criterio di giudizio.
8. Rapporti logico-gerarchici tra interpretazioni individuali e legge
Ora interessa dire che le interpretazioni individuali del testo di legge contraggano un rapporto di dipendenza dal linguaggio legislativo.
Ovviamente, questo rapporto si basa sul fatto che le prime contengono, nel relativo discorso, regole giuridiche del secondo.
Si noterà che anche le interpretazioni individuali sono valutazione (in forma di regole) di un linguaggio oggetto, espresso in regole o in forma di dati: il linguaggio oggetto delle interpretazioni è, però, in questo caso la legge (come in modo simmetrico il linguaggio oggetto della legge erano state le interpretazioni).
Il conflitto tra due agenti sociali può scoppiare per l’interpretazione della legge o per qualsiasi altro motivo.
Supponendo che l’unico motivo sia il primo, allora, il rapporto tra le due topiche degli agenti sociali in lotta si pone in modo tale che occorra definire in modo più preciso il significato delle regole di legge.
Ora, posto che le regole della legge siano già “rappresentazioni costitutive” delle soluzioni argomentative del gioco-lotta di agenti sociali in lite, e che la legge costituisca un limite alle e rispettive condotte, – allora, vi saranno tre topiche in campo: le due topiche degli agenti sociali in lite e la topica della legge.
E la legge e le interpretazioni stanno in un rapporto di confronto simbolico, che vede la legge quale ragionamento-fonte di persuasione in merito alle linee generali del gioco, e le interpretazioni quali topiche che si dispiegano, in forma narrativa o espositiva, come retoriche che tentano di persuadere all’esistenza di regole-derivate valide per lo stesso gioco.
Quindi la legge è fonte e limite retorico per le retoriche individuali.
9. Rapporto tra controversia e retorica legale
Tecnicamente una lite è, nella massima parte dei casi, un contrasto tra interpretazioni della legge.
Questa premessa consente una speculazione sul rapporto che sussisterebbe tra “ragionevolezza” giuridica e “retorica” delle interpretazioni della legge.
Ma occorre innanzitutto circoscrivere le occasioni in cui le retoriche di interpretazione della legge vengono messe in atto, come manifestazione del comportamento degli attori sociali.
Credo che, ai fini della speculazione, si possano considerare esemplificativamente tre momenti principali, a prescindere da altre immaginabili occasioni, a tacere di altri momenti, che per adesso possono essere considerati irrilevanti.
Gli attori sociali si servono della legge per elaborare personali regole, pronte per un uso individuale, innanzitutto in un momento pre-processuale, quando una lite è già scoppiata, e in tale occasione si comunicano informalmente le reciproche interpretazioni, appellandosi alla legge come ad un arbitro retorico-simbolico che definisce la struttura del gioco-lotta, e determina chi, come, quando, etc. possa esercitare la forza legale per soddisfare i propri interessi.
Se le parti non risolvono il problema, gli attori sociali si appellano, in un secondo momento “processuale”, al giudice come mediatore istituzionale tra parti e legge, ed autore istituzionale di una interpretazione della legge maggiormente persuasiva delle retoriche di interpretazione delle parti.
In tal senso si può dire che il giudice è autore di un retorica istituzionalmente superiore.
Il terzo momento retorico sembra essere quello post-processuale, in cui la sentenza, cioè l’atto giudiziale di interpretazione della legge, è, per lo più (a tacere del costante riferimento alla fonte-limite della legge), il supporto retorico di una della interpretazioni.
Nei tre momenti, ora specificati (tacendo di altre occasioni per adesso irrilevanti), accade ciò che era l’oggetto di una delle premesse “empiriche” e osservative fatte al paragrafo 2 , da cui si vuol far partire una speculazione.
Tale premessa (la num.4 del par. 2) asseriva che “le interpretazioni, per lo più, sono attuate in modo giustificato dagli interessi delle parti”.
La speculazione conseguente vuole asserire i seguenti punti:
1) L’interesse delle parti, lungi dall’esaurirsi in una autonoma e isolata presa di posizione egoistica, rivela, nelle rispettive attività di ragionamento, l’esistenza di un processo di adattamento alle topiche della controparte e della legge, adattamento che si svolge per uno “scopo”, rappresentato appunto dall’interesse;
2) Dunque, il “ragionamento” retorico delle parti assumerà, per il fatto di supporre scopi, i caratteri di una decisione adattiva (attività efficiente per lo scopo), e tuttavia razionale (perchè basato su una “logica”, che definirò “retorica fuzzy”);
3) esiste una “logica”, che definirò retorica fuzzy o logica del ragionevole (facendo riferimento al termine impiegato dallo spagnolo Recasens per designare una logica giuridica di tipo adattivo) che costituisce l’esplicitazione delle regole della retorica delle interpretazioni.
Essa individua il metodo del processo adattivo, che è svolto nella decisione razionale, che conduce all’interpretazione adatta agli scopi di legge, parte e controparte.
Tale logica potrebbe essere basata su matematica fuzzy, perchè essa formalizza un adattamento, il quale è necessariamente fuzzy, implicando l’adattamento una approssimazione conoscitiva al proprio oggetto, che non può non impiegare concetti vaghi e sfumati, quindi fuzzy.
E’ probabile, seguendo alcuni teorici della logica fuzzy generale, che, tra l’altro, la retorica fuzzy sia più estesa e generale della logica formale di solito impiegata in diritto;
4) la retorica legale delle interpretazioni della legge è il tipo di attività umana in cui meglio si coglie lo stretto rapporto di commistione, che sussiste tra i termini, di solito dicotomici, di razionalità e decisione.
Tutto ciò pone forse in crisi la dicotomia ragione-decisione, relativizzando il concetto di ragione come organo intellettuale puro e distinto, rivendicando, invece, spazio alla retorica come spia rivelatrice di una mente che opera unificando decisione e razionalità.
Per discutere dei punti di sopra si esige, perciò prima, un precisazione sintetica su ciò che si intende per logica, dal momento che la logica è inscindibilmente legata al concetto di razionalità.
E il tema generale del paragrafo è, appunto, individuare il rapporto tra retorica legale e razionalità.
Credo che la definizione di logica possa darsi in termini di metodo e sistema delle regole del pensiero corretto, cioè l’insieme degli algoritmi che formalizzano il calcolo delle proposizioni usate nel ragionamento.[27]
Ora, questa definizione di logica mi fa porre questo interrogativo: che cosa è un ragionamento “corretto”, o quale è il criterio per definire “corretto” il ragionamento? Si può rispondere con sinonimi di corretto, dicendo che corretto significa rigoroso, razionale, preciso, ordinato, etc.
Ma questa risposta all’interrogativo sarebbe superficiale.
Mi sembra superficiale anche l’idea che basti a definire logico e corretto il ragionamento che concatena in modo deduttivo o induttivo le sue proposizioni, o le formula in modo tale che sia chiarito il nesso con una “motivazione” o una “ratio”.[28]
Di qui la “ragionevolezza” o “correttezza” di una logica mi appare, meglio e piuttosto, come quella caratteristica di un metalinguaggio (che determina regole per un ragionamento), tale per cui le sue regole fanno conseguire una “efficienza” nella manipolazione dei simboli, efficienza nell’adattamento armonico, e fonte di benessere, per mezzo di simboli agli interessi sottesi dalla retorica propria , a quelli di una controparte, a quelli di un sistema culturale- retorico consolidato e tradizionale.
Credo che, su questa falsariga, si possa anche dire che l’ “ordine” proprio della logica non sia altro che questa forma di correttezza, intesa come efficienza nell’armonizzazione di retoriche simboliche.
Quindi si esige chiarire alcuni punti: questa particolare concezione del ragionamento corretto e della logica, come metodo delle regole del ragionare corretto, mette capo ad una commistione tra “interessi”, “scopi”, etc, da un lato e la “ragione”, intesa come organo distinto (distintamente operante), facoltà, “intellectus”.[29]
Segue, per concludere, che i rapporti tra razionalità e retorica legale devono risultare, spero, chiariti da una tale concezione.
Quella per cui il diritto è un patrimonio di retoriche, di “ragionamenti” retorici basati su una “logica” (che definirò retorica sfumata o fuzzy), che si spiegano e operano come fattori di adattamento sociale per lo scopo generico della convivenza.[30]
10. La retorica sfumata o fuzzy della legge.
Più sopra una della premesse, credo facilmente constatabile, e spero evidente, asseriva che, in fatto di “legislazione”, “vi è, per lo più, una decisione del potere sul tipo di argomentazione convenzionale da seguire nella soluzione dei problemi giuridici” (le questioni giuridiche del regolamento di rapporti giuridici).
Percio’ segue che:
1) Occorrerà chiarire, in modo speculativo, che tipo di convenzione linguistica è quella relativa alla “creazione” legislativa di regole di argomentazione, specie in considerazione della posizione di potere del Parlamento dello Stato, che sembra contraddire alla pariteticità consensuale del concetto di “convenzione”. Il quale chiarimento avverrà per mezzo dell’inclusione della forza coattiva “nel campo di studio” della retorica o logica sfumata di cui sopra.
2) Poi mi do il compito di presentare i caratteri generali che dovrebbe possedere la logica del discorso retorico legislativo,- il quale è una decisione adattiva, retorica e razionale (perchè basata probabilmente sulla logica di cui sopra),- nonché, per riflesso, dei discorsi retorici delle interpretazioni (le quali sono a loro volta decisioni adattive di tipo analogo, non uguale, alla decisione legislativa).
11. Concetto di convenzione legislativa
Il concetto di convenzione legislativa richiama alla mente l’idea di un accordo che lega due o più loquenti in merito al significato da dare ad alcune espressioni.[31]
Ciò è vero a livello più superficiale, ma implica anche che i loquenti intendano servirsi del linguaggio per fare alcunchè di diverso, attraverso il sistema di significati che hanno determinato.
Ora, suppongo che l’attività comunicativa e informativa soddisfi ad uno scopo pragmatico di “organizzazione” del comportamento implicito (non verbale) ed esplicito (verbale) degli attori del processo linguistico.[32]
Ciò, innanzitutto, perchè il concetto di convenzione contiene quello di patto e di organizzazione, il che indica che ruolo della legge è “esplicitamente” quello di cambiare il comportamento sociale attraverso il modello organizzativo.[33]
Suo scopo è esigere che le regole convenzionali si traducano in condotte materiali.
Quel che voglio sostenere è, invece, altro: che la legge si impone grazie alla sua struttura logica, ma anche all’effetto persuasivo determinato da fattori quasi extra-linguistici (p.e. le forza, e spiegherò più giù l’uso dell’espressione quasi-extralinguistico riferito a fattori di persuasione come la forza).[34]
E’ come dire che la parità convenzione esiste quanto al comunicare e comprendere le regole del gioco-lotta dipinto dal diritto, ma che essa, ovviamente, si rompe, a favore del “persuasore” quando dalla “lettura e comprensione” del modello si passa “all’esigere” che il modello diventi “azione” e “pragma”.
In tal senso la legge è un modello persuasivo di comportamento, che consegue stabilmente una “vittoria retorica” nel processo di comunicazione linguistico, su qualunque retorica interpretativa difforme.
E in tale maggiore persuasività non è indifferente, come è intuibile, la forza coattiva.
12. la forza coattiva come retorica
In tutto ciò, nel fatto che la legge riesca ad alterare effettivamente, pragmaticamente e persuasivamente , il comportamento effettivo degli altri loquenti (conseguendo una stabile vittoria retorica), non è chiaramente indifferente (per chi conosca il modo di operare del diritto, e giusto considerato che la legge organizza l’ uso legale del potere nei giochi-lotta di disposizione dei beni sociali ) la forza coattiva del potere supremo, da cui proviene la legge, e dei suoi apparati.
Ma con ciò voglio asserire, anche, che la “forza coattiva” è parte integrante della simbologia del diritto e che, anzi, può essere oggetto di analisi da parte della logica, che ho chiamato retorica fuzzy, ed essere ritenuta molto di più che un elemento extra-giuridico ed extra-linguistico rispetto al diritto.[35]
Intendo asserire che la forza è una struttura simbolica e non un semplice mezzo di garanzia del diritto, come per i formalisti kelseniani, o, all’inverso, il fatto o l’energia su cui si fonda il diritto, come per un anti-formalista come Olivecrona.[36]
Il che mi è suggerito dall’approccio sfumato o fuzzy al problema.
Approccio che mi suggerisce che la forza coattiva è, in certa misura, una realtà linguistica (in senso lato), nella misura in cui essa è prevista da principi del diritto.[37]
Pervengo a ciò facendo a meno di una dicotomia, quella che suggerirebbe una non contraddittoria divisione tra forza e diritto.
In tal modo sostenendo che la forza è: sia una realtà extra-testuale al diritto (concepito come simbologia verbale e scritturale) sia una realtà simbolica (ove si intenda il diritto come una “lingua” o un codice di comunicazione che consta di strutture simboliche non solo verbali).
Mi preme quindi chiarire che non credo che la forza coattiva sia un fattore del tutto “extra-giuridico ed extralinguistico”. [38]
Non lo credo in quanto non è estranea alla imposizione di modelli di condotte concrete la sfera dei comportamenti impliciti o non verbali di persuasione, nella cui categoria potrebbe rifluire il concetto di forza coattiva dei teorici del diritto e qui essere analizzato nei suoi indubitabili riflessi retorici di persuasione.[39]
Non credo, per intenderci, che la convenzione linguistica della legge non faccia uso di comportamenti simbolici come quelli esprimenti coazione, potenza, prestigio, carisma, violenza, etc. comportamenti che non possono essere reputati privi di potere comunicativo, anzi tutt’altro.
Credo, al contrario che la solennità di cerimonie formali, rituali e riti di applicazione, p.e. processuale del diritto, e , all’estremo opposto, la stessa più triviale manifestazione di energie fisiche per rovesciare un governo, compiere una rivoluzione, uccidere una popolazione civile, siano comportamenti simbolici tutt’altro che inidonei a instaurare nella mente dei membri di una collettività sia pure elementari modelli di organizzazione giuridica.[40]
Se occorre pensare che, come riconosciuto dalla psico-biologia (L.V. Bertalaffy, Il sistema uomo, 1956), l’uomo è un essere “simbolico”, che vive immerso in un ambiente, non semplicemente fisico, ma al contrario fortemente modellato dalla cultura e dalle sue attività simboliche (Ernst Cassirer), – al punto che ogni elemento della sua esperienza ha un costante risvolto significativo e culturale, – allora, bisogna ammettere con la psico-biologia una categoria di simboli parallela,- non esclusiva in senso dicotomico-, ai c.d. simboli “rappresentativi” (come quelli verbali e, per estensione, i segni delle matematiche o delle scienze o delle arti), che si denoterà con l’espressione “simboli esperenziali”.[41]
Essi avrebbero innanzitutto una efficacia “persuasiva” molto forte, ben più forte di quella tipica dei simboli “rappresentativi” (ai quali tuttavia un approccio vago e fuzzy non potrà disconoscere una sia pur forse parziale e depotenziata efficacia persuasiva, che io comunque ritengo sminuita da un loro eventuale uso dissociato da un concorrente uso di simboli esperenziali).
Questa efficienza persuasiva deriverebbe a tali comportamenti dal loro essere azioni dal significato emotivo.[42]
Non penso che vi sia difficoltà a riconoscere in queste azioni parti della complessa simbologia del diritto e, soprattutto, espressioni di forza coattiva.[43]
E trattando la forza come una struttura simbolica, si deve lasciare aperta la possibilità anche di una analisi logica della forza coattiva, considerando che anche la coazione può avere rispetto alla simbologia verbale della legge una analoga, ma non uguale, struttura decisionale e razional-retorica di tipo adattivo.
13. Caratteri generali di una retorica fuzzy: correttezza logica e forza coattiva
Le decisioni razionali adattive della convenzione legislativa “persuadono”, in forza della propria struttura logica, ma anche della forza coattiva.
Ora, se riescono a “persuadere”, ciò accade perchè hanno, per così dire, vinto obiezioni o teorie avverse, conseguendo una “vittoria retorica” su qualcuno.
Con chi è svolta la gara retorica? Ma ovviamente con gli interpreti del diritto e chiunque sia subordinato alla legge.
Anzi la legge è proprio quel discorso che realizza una stabile vittoria retorica nei riguardi di questi soggetti, vincendo ogni obiezione, realizzando consenso e persuasione.
Riuscendovi in forza di un effetto retorico (la persuasione) legato, per quanto detto sopra, alla sua “correttezza logica” (efficienza per l’adattamento argomentativo, che è un qualche tipo di benessere sociale) ed alla forza coattiva (che, come sopra, dovrebbe essa stessa possedere una struttura simbolica).
Segue che la “correttezza logica” della convenzione legislativa e la “forza coattiva” concorrono a determinare la struttura retorica della legge.
Ciò che voglio supporre è che, volendo stabilire razionalmente (o decidere razionalmente) la natura della “reale retorica impiegata dai parlamentari o dal “legislatore”, essa apparirebbe come un tipo di retorica lievemente diversa da quella tradizionale.
Specie, se per ricostruirla, impiegherò alcune idee di logica fuzzy, ed anche un termine diverso: retorica vaga o fuzzy.
Il termine (va precisato) si farà derivare dalla contaminazione tra la generale logica fuzzy, che è stata elaborata nel settore dell’informatica e delle ricerche scientifiche sull’intelligenza artificiale, e la retorica come tradizionale logica dell’argomentazione retorica svolta tra due o più persone.[44]
Credo che, nel mio chiarimento della definizione, i termini di adattamento, retorica, correttezza logica, indifferenza dei postulati alla verità, decisione razionale siano, però, quelli maggiormente determinanti per chiarire la natura della retorica fuzzy in generale.
Infatti, i concetti o le azioni emotivamente significative (costituenti l’oggetto della decisione, cioè una certa convenzione linguistica su certe regole di condotta), quando sono “correttamente” “decise” (formulate o manifestate), costituiscono una “soluzione adatta” all’esperienza e agli scopi dei loquenti.
Se è una soluzione adatta, “persuade” retoricamente.
Supera il dubbio della confutazione, e “vince o prevale” su altre tesi, divenendo la “stabile decisione di una convenzione linguistica.
La convenzione linguistica è, perciò, l’oggetto della decisione.
E la decisione “legislativa” è, come caso particolare delle decisioni giuridiche, l’approdo di un procedimento logico- linguistico, di tipo prevalentemente concettuale, e prevale, dopo una gara retorica (talora implicita e virtuale), sulle decisioni razionali di regole di condotta ( giuridicamente rilevanti) effettuate dai cittadini o dai giuristi.
14. Carattere adattivo, ricorsivo e preventivo della retorica della legge
Si deve chiarire che la retorica fuzzy è “fuzzy”, perchè dovrebbe impiegare modelli di conoscenza, basati su regole fuzzy, “create” e impiegate al fine di costituire, comprendere e far comprendere (retoricamente) il linguaggio giuridico,- ma su questo argomento si ritorna appena più giù.
Rimane, ora, da chiarire perchè ho parlato di struttura retorica a proposito della natura logica della convenzione legislativa.
Si accetti la premessa per cui esiste una lotta argomentativa tra legislatore, tradizione e destinatari della legge, cioè una serie di relazioni gerarchiche o oppositive tra le retoriche della legge, della tradizione, dei destinatari.
Ora, questa affermazione va giustificata.
Lo si farà sostenendo che la soluzione del problema è legata, come si vedrà presto, alla forma adattiva del ragionamento.
L’assunto, circa la natura retorica del ragionamento del legislatore, allude al modo di essere di una “retorica” che vince le sue gare dialettiche con le interpretazioni date dagli avvocati, quasi senza essere entrata in una competizione effettiva con esse.[45]
Il che mi sembra provato dal fatto che la legge “si fa valere” (vince retoricamente) ancora prima di essere invocata, contro interpretazioni capziose o meno, nei tribunali.[46]
La legge va osservata, ancora prima di diventare oggetto di un confronto dialettico in tribunale.
Tra l’altro quando il giudice dichiara il dettato di legge a base della decisione, proclamando la vittoria retorica della legge, tutto ciò non sarebbe possibile, se la legge non avesse già cumulato in sè un potenziale di persuasione, già ben sperimentato ed efficiente, e se, in una parola, la legge non fosse già “retorica”.
Tutto ciò potrebbe essere spiegato, in prima approssimazione, come il fatto che la legge “ha già trovato le tesi giuste”, confutando dialetticamente da sè (di fatto, p.e., in una aula parlamentare) le tesi errate.
Il che mi fa concludere che la retorica legislativa in realtà è un ragionamento che procede come una retorica, per così dire, “senza interlocutore” (o davanti all’uditorio universale, cioè sé stessi, come una topica).[47]
E parallelamente tali devono essere (come dialettiche senza interlocutore o autonome) le interpretazioni dei giuristi.
Una ben precisa ragione per tutto ciò sta nel particolare rapporto logico che la retorica legislativa ha con la retorica delle interpretazioni, ma anche con una terza e seminascosta retorica, la tradizione dell’ordinamento giuridico.
Tali tre ordini di retoriche si influenzano a vicenda, vertono sullo stesso oggetto (la definizione ed il controllo dei giochi- lotta del diritto, sebbene a diversi livelli di astrazione), si adattano a vicenda, si fondano a vicenda (perchè anche le interpretazioni giurisprudenziali di un ordinamento di Civil Law, prima o poi, mutano la legge), in modo ricorsivo.
Ebbene se legge, tradizione e interpretazioni si “embricano“, pur mantenendo vincoli gerarchici di prevalenza (piuttosto labili in realtà, vaghi e “fuzzy”), ciò significa che ogni ragionamento,- attribuibile all’ “interprete” o al “legislatore” o all’ “autore della tradizione”,- potrebbe aver già attuato un preventivo adattamento alle possibili opposizioni retoriche, prima di manifestare la sua prevalenza gerarchica (i principi della tradizione o della costituzione sulla legge, la legge sull’interpretazione), prima di conseguire la vittoria retorica su tutte le altre retoriche. Anzi proprio la prevalenza gerarchica, p.e., della legge sulla giurisprudenza, è massimamente assicurata dal fatto che la legge, prima di manifestarsi nell’agone dialettico, abbia condensato in sè la massima “correttezza logica” nel rispettare, adattivamente e previsionalmente, gli scopi dei futuri interpreti, quelli della tradizione e i propri, comparandoli ai primi due.
L’effetto retorico e la vittoria retorica della legge sulle altre retoriche sono fortemente determinati dal fatto che essa ha una “intrinseca correttezza logica” (nel conciliare e attuare efficientemente scopi sociali diversi, quelli delle altre retoriche); cosa che non potrebbe accadere se la legge non avesse “emulato” o simulato una dialettica “virtuale” con le altre retoriche.[48]
Un ultimo appunto merita il fatto che, – esistendo due dialettiche, quella senza interlocutore e quella reale, a.e., in un tribunale, – è probabile che esse abbiano anche due logiche diverse.
E che quella retorica senza interlocutore, per lo più nascosta e oggetto di reticenza, osservi una logica laterale[49]; mentre l’altra, di tipo prevalentemente espositivo, che gode dell’efficienza retorica della prima, sia riducibile ad una logica verticale e formale, di tipo sillogistico.[50]
Tale logica laterale di una retorica senza interlocutore è, in realtà, lungi dall’essere una trovata, probabilmente un processo piuttosto generalizzato.[51]
15. Carattere fuzzy della retorica legislativa
La retorica, di cui propongo solo i principi, è vaga o fuzzy in quanto è o dovrebbe essere un processo che usa insiemi e regole fuzzy per valutare il linguaggio naturale, allo scopo di comprenderlo o enuclearne significati e principali strutture o manipolarlo, pur senza che la natura del sistema-linguaggio (che ha una complessità illimitata) sia chiarita in formule matematico- quantitative.
P.e. “Se vince la sinistra alle elezioni politiche, le questioni istituzionali saranno accantonate” è una regola fuzzy (se…, allora…) che dice qualcosa di vago, per mezzo di categorie vaghe (sinistra, questioni istituzionali, etc.), su un sistema non lineare e complesso come la politica, in pratica qualcosa sui fatti linguistici che esprimono valutazioni politiche. Sul presupposto che ogni fatto o dato raccolto su un sistema complesso come la politica sia già una valutazione.
Il processo logico che ha formulato, pertanto, la regola fuzzy ha compiuto un’operazione di retorica fuzzy. Ha valutato e ridotto in un pezzo di conoscenza esperta molti diversi fatti politici che erano già delle valutazioni.
Si noti, infatti che la “scelta” degli insiemi fuzzy “sinistra, questioni istituzionali etc., cioè delle categorie non è rigidamente determinata dall’esperienza; quindi un altro dei caratteri del modello conoscitivo fuzzy è anche la “decisionalità logica” insita nell’elaborazione di regole fuzzy, e la loro funzionalità pragmatica, cioè il loro essere-per-un-adattamento o apprendimento finalizzato.[52]
Posto, infine, che le regole fuzzy hanno sempre valore di verità parziale, un ultimo carattere della conoscenza fuzzy è il suo carattere retorico o persuasivo.[53]
16. Carattere teleologico o finalistico del processo logico della retorica fuzzy
La retorica c.d. “sfumata” , di cui parlerò più giù, dovrebbe essere, nelle mie intenzioni, un tipo particolare di retorica differente da quella tradizionale, per un altro punto ancora: essa intende determinare le regole di una struttura argomentativa, che si edifica su ciò che, in una logica formale, apparirebbe come conclusione del ragionamento, e che reperisce in seguito le sue premesse, presentando una catena deduttiva o induttiva di proposizioni intermedie, che costituiscono la ricostruzione a posteriori di un ragionamento “corretto”.
Ma si badi bene che il moto dalle conclusioni alle premesse non è una risalita confutatoria di una ragionamento preconfezionato, è , invece, una vera e propria euristica di percorsi logici, quando siano noti, in una forma all’inizio molto vaga (fuzzy), le conclusioni del ragionamento.[54]
Chiaramente le conclusioni incorporeranno sia scopi (valori, valutazioni, interessi, stati d’animo, approvazioni, disapprovazioni, etc.) che descrizioni, all’inizio molto approssimate, dei fatti che realizzano lo scopo.
Segue che il ragionamento è naturalmente adattivo, retorico, decisionistico, etc.
Intanto, però, ciò contraddice al rigore di un pensiero sillogistico e formale, ed anche alla “verticalità” del pensiero dialettico (che suppone che il discorso da confutare sia stato originariamente formulato come scaturente deduttivamente dalle sue premesse).[55]
Al contrario il carattere di una retorica sfumata, operante come sopra, sembra essere un prodotto di alcuni elementi tipici del pensiero-fuzzy: cioè tale retorica suppone, in generale, una epistemologia fuzzy, per cui la conoscenza è uno strumento di adattamento ed un apprendimento-decisione di regole di comportamento, e ancora, la conoscenza è una decisione razionale di un percorso logico, la conoscenza fa uso di concetti e proposizioni da cui esula la perfetta verità (appunto per questo vaghi o “fuzzy”, ed anche retorici).
Segue in particolare che la conoscenza retorica è una forma di scelta (attraverso i simboli verbali o esperenziali) di regole di comportamento, e una forma di persuasione ad esse.
E segue che, in particolare, un tale modello conoscitivo esige, differentemente dalla retorica tradizionale, l’ indeterminatezza e l’imprevedibilità, a -priori, della struttura argomentativa che viene “sposata” alle conclusioni.
Analiticamente tutto ciò implica allora:
1) che possano essere individuate almeno due logiche: una “laterale” ed una “verticale”(uso due termini presi in prestito dallo psicologo E. De Bono, ne “Il pensiero laterale“); di cui la prima, meno denunciata e maggiormente oggetto di reticenza, la seconda più manifesta ed espressamente teorizzata come sillogistica da Aristotele e posta a base del pensiero dimostrativo.[56]
2) che la logica laterale può essere contrassegnata dall’aggettivo “laterale”, perchè essa costituisce percorsi di “correttezza logica” a “lato” e in via metalinguistica rispetto alla finale vestizione logica del ragionamento retorico espositivo (che si può contrassegnare con “retorica verticale”), ed ha un andamento procedurale orizzontale rispetto ai casi concreti, si pone cioè su un piano di stretta aderenza al “qui ed ora”, investigando, come una logica del particolare, relazioni tra uno scopo dell’operatore e l’esperienza immediata dei dati del problema da risolvere.[57]
3) che una tale logica laterale è una delle parti più importanti della retorica fuzzy.
17. Mappatura generale del ragionamento del legislatore: i tre sistemi: ambiente, retorica, legge
Vorrei, ora, chiarire per mezzo della generale “logica sfumata” in che modo, p.e. la convenzione retorica legislativa crea delle regole giuridiche, trascurando per ora il modo, in parte analogo e in parte diverso, in cui un interprete o il giudice o la tradizione crea regole giuridiche o gli ordinamenti creano principi generali.
L’assunto base è quello per cui questa convenzione retorica (la legge) crea regole giuridiche con una “struttura decisionale-retorico-adattiva” che si serve di e si basa su “regole fuzzy”.
Queste ultime sono anche alla base dell’ appena diverso processo di pura comprensione del linguaggio giuridico, e di produzione dell’effetto retorico che gli è proprio, ma questi due processi, correlati alle regole fuzzy della retorica, verranno comunque in considerazione, perchè sono integrati nel processo decisionale che “crea” regole giuridiche.
Il punto è : le regole giuridiche esprimono un adattamento a che cosa? La risposta mi sembra essere: le regole esprimono un adattamento al linguaggio degli scopi degli operatori giuridici e ai fatti dell’esperienza sociale, anche essi espressi in un linguaggio ora tecnico ora naturale.
Questi fatti linguistici (scopi ed esperienza sociale) sono il sistema reale o il sistema ambientale, la cui modificazione diventa problema per il legislatore, esigendo una sua decisione razionale che attua l’adattamento.
Il legislatore è paragonabile all’organismo vivente, che intende conservare la sua struttura (le sue leggi), nel momento in cui, p.e. la “lacuna normativa”, minaccia la sua “integrità”.
Infatti, quando gli scopi degli operatori giuridici si sono modificati (p.e. si esige una classificazione tecnico-giuridica dell’energia elettrica, che per l’innanzi non poteva essere ridotta alla categoria dei beni materiali), e si è modificata l’esperienza sociale p.e. di una valutazione di beni sociali (si considera che l’energia elettrica è di fatto un bene di sicuro valore economico), manca nella codificazione di diritto civile una norma. Segue che la lacuna pone problemi interpretativi ai giudici e agli avvocati, la legge perde colpi, la certezza del diritto si affievolisce, il consenso verso una legge imperfetta diminuisce, l’integrità del sistema inizia, dal piccolo foro nel tessuto, ad essere messa in pericolo.
Quindi, esemplificativamente (esistono anche altri problemi), il problema dell’adattamento può essere un caso o una serie di casi irrisolti, cioè una situazione complessa che dimostra la lacunosità del tessuto di regole giuridiche preesistenti, la sua insufficienza, la necessità di decidere nuove regole per il gioco.
Esemplificando, ponendo che l’art. 814 c. civ. contiene la norma per cui “le energie naturali, che hanno valore economico, sono beni mobili”, questa norma è il punto di approdo di un processo di controllo, di decisione razionale e retorica, di adattamento.
Prima delle sua formulazione esisteva una “lacuna”.
Questa lacuna è stata rilevata quando i giuristi hanno appreso i “fatti” per cui , p.e., “l’energia elettrica può essere prodotta in modo industriale”, “la somministrazione dell’energia elettrica può essere misurata da contatori”, “l’energia elettrica può essere venduta”, etc.- tutti fatti fuzzy dai quali emerge un valore di mercato dell’energia in questione.
Apprendendo tali fatti i giuristi, dinanzi ai primi casi irrisolti che esigevano una precisa valutazione, in mancanza di una espressa codificazione civile che consentisse una tutela giuridica, formularono, innanzitutto, una rappresentazione minima (e vaga) di scopo, tra le altre che non si esaminano qui, del tipo “si esige una classificazione giuridica delle energie che hanno un valore economico”.
Tali fatti e scopi sono i dati del problema lacuna, e lo scopo di “colmare la lacuna” è formulato alla luce dei fatti.
L’art. 814 c.civ. è la risposta adattiva al “problema lacuna”, che implica un ragionamento-decisione, ed una logica.
Ed è immaginabile che nella mente dei parlamentari debba essersi attivato, con questo ragionamento, un processo di pensiero razionalizzabile per giungere all’art. 814, bisognerà quindi tentare di individuare le caratteristiche di questo processo logico, e porlo in relazione ad almeno due altri sistemi:
1) il sistema reale degli scopi giuridici e dei fatti sociali, che hanno scatenato il problema (tale sistema è paragonabile all’ambiente di esperienza globale del legislatore),
2) il sistema della legge quale strumento di adattamento (perchè le nuove norme nascono da una specie di parziale riutilizzo delle preesistenti norme) e deposito “codificativo” delle nuove norme.
Le relazioni tra i tre sistemi (logica dei parlamentari, scopi-fatti, strumento-deposito delle leggi) possono essere chiarite facendo ricorso alla retorica fuzzy.
Nella mia speculazione la retorica sfumata o fuzzy dovrebbe essere la logica adoperata dalla convezione legislativa, e dovrebbe coincidere primariamente con il “sistema per pensare” dei parlamentari.
Tale retorica dovrebbe trattare le relazioni tra i tre sistemi di cui sopra, e lo fa disponendo di modelli simbolici approssimati e fuzzy degli altri due.
Nei modelli simbolici,
1) il sistema ambientale degli scopi dei giuristi e dei fatti sociali, che pongono il problema della lacuna, è il sistema dei “dati di input”, (lo chiameremo sistema ambiente), mentre,
2) il sistema della legge in cui si codifica la soluzione è il sistema degli output, output-regole,- perchè la retorica “crea regole giuridiche” in risposta al problema, e se le regole sono nuova conoscenza, allora l’output è conoscenza giuridica (lo chiameremo sistema legge).
Va ora specificato che la struttura logica di tali tre sistemi (ambiente, retorica, legge) non si esprimerà con una matematica quantitativa,- quindi non sarebbe comprensibile nè da un computer nè da un software, che usa una matematica quantitativa e aletica, grazie a i suoi e per colpa dei suoi codici binari.
Questa condizione è necessitata dal fatto che i sistemi di cui sopra, che riguardano l’art.814 non sono lineari, e perchè, dunque, non esistono equazioni in grado di determinare tutte le variabili in gioco (linguistiche, grammaticali, logico linguistiche, e poi storiche, economiche, politiche, personali, etc.), nè quindi un modello matematico, in grado di definirli con precisione definitiva (da questo punto vista, l’art.814 potrebbe essere motivato dalla storia del mondo).
Ciò che si vuole e si può definire è solo una serie di superficiali e macroscopiche relazioni logiche (minime) tra tali sistemi, che tuttavia renderebbero capace sia l’interprete che il legislatore che l’ipotetico codificatore, rispettivamente, di capire, scrivere e accettare (nel proprio sistema) l’art. 814 c.c.[58]
18. Le norme giuridiche come prodotto della retorica fuzzy: le norme come frutto di valutazioni fuzzy (il teorema FAT della legge)
Questo paragrafo si occupa di mostrare i principi generali o la tipologia generale di un processo logico-retorico con cui il giurista (sia esso un legislatore, un giudice o un consulente) manipola il linguaggio giuridico per trarre – da fatti sociali (p.e. fatti economici) o giuridici (il fatto, p.e., della vigenza di certi contenuti di legge), cioè dalla sua esperienza fattuale, e in armonia con scopi e interessi, – una specifica serie di regole giuridiche. Con ciò compiendo una vera e propria valutazione di valutazioni, visto che i fatti sociali e giuridici sono già valutazioni.
Tutto ciò non è nuovo e può essere esposto come segue.
Le norme giuridiche,- emergano da un’interpretazione, una sentenza o una legge,- sono agevolmente classificabili:
1) come decisioni in quanto valutazioni flessibili e sfumate (manipolazioni) di fatti,
2) come decisioni razionali in quanto fanno dipendere la flessibilità della valutazione da scopi diversi (che poi armonizzano in modo “corretto” tra loro), e
3) come decisioni adattivo-cognitive in quanto rispecchiano modellisticamente dati e fatti e scopi in vista di un’attività pratica ( vincere una causa, dare giustizia, governare democraticamente un paese).
Ciò che è nuovo, in relazione alla logica fuzzy, è che la decisione razionale adattiva delle norme può essere teorizzata come valutazione fuzzy, – in forma di regole fuzzy,- di dati fuzzy che sono in realtà valutazioni-dati (in forma di aggregati linguistici informi di insiemi fuzzy, ancora disorganici ma potenzialmente organizzabili nella conoscenza-esperta di regole fuzzy e del relativo sistema di regole che approssimano fatti).[59]
La valutazione linguistica di dati su sistemi complessi (come la realtà sociale o giuridica) è quindi, per il teorema FAT, di cui si è già discorso in precedenza, una “qualificazione finalizzata” il cui grado di flessibilità (tra il generico e il preciso) è guidato dall’interesse, dal fine, dallo scopo di controllo, particolarmente evidente nei sistemi adattivi.
Ma ciò si vedrà con maggiore chiarezza, in un successivo studio, quando si esporrà un concreto sistema FAT giuridico.[60]
Per ora basti dire che il modello FAT di un ragionamento giuridico è un sistema di regole vaghe che valuta fatti vaghi.
In più un tale modello avrebbe una virtualità operativa: il modello (le norme) servirebbe a persuadere qualcuno a cambiare comportamento, risolverebbero persuasivamente un problema di adattamento sociale circa l’uso o no di un ruolo, di un diritto, di un potere, di un atto di sanzione legale, consentirebbe di decidere chi ha vinto una causa legale, di decidere un’organizzazione equa dei servizi pubblici, etc.
19. La retorica fuzzy del legislatore ed il teorema DIRO
Ora, per chiarire per mezzo della generale “logica sfumata” in che modo, p.e., la convenzione retorica legislativa crea delle regole giuridiche, trascurando per ora il modo, in parte analogo e in parte diverso, in cui un interprete o il giudice o la tradizione crea regole giuridiche o gli ordinamenti creano principi generali, – si deve fare il punto della situazione.
1. I fatti sociali o giuridici, il cui mutamento nel tempo, spinge, p.e., un legislatore a produrre nuove norme giuridiche sono una serie di valutazioni fuzzy di dati su sistemi complessi,
2. Le regole giuridiche sono valutazioni di tali valutazioni, in forma di valutazioni fuzzy regolistiche (regole fuzzy), elaborate nell’ambito di processi topici.
3. La retorica legislativa è una soluzione di conflitti tra topiche, ed essa stessa una topica di livello superiore, nella misura in cui persuade alle sue proprie “soluzioni” in modo retorico e laterale, per la sua correttezza logica e in virtù della retorica della forza coattiva,
4. E non occorre mai dimenticare che la conoscenza del diritto attuata dal legislatore è apprendimento di valutazioni ma anche manipolazione valutativa di modelli cognitivi preesistenti e stratificati (e quindi generazione del diritto).
Il che, ci riporta ai concetti già esposti di topica come attività cognitiva e generativa del diritto e a re-introdurre le osservazioni già compiute nella parte II del presente capitolo sul teorema della “macchina per pensare”, DIRO.
Vi è la possibilità di tradurre in un sistema adattivo informatico l’apprendimento, da parte del legislatore, di esperienza giuridica in forma di regole di conoscenza e lo sviluppo di un comportamento esperto, attivo e generativo.
Ritengo, cioè, che si possa impiegare questo sistema adattivo (teorema DIRO) per formalizzare il processo topico e retorico del legislatore che elabora valutazioni di valutazioni, armonizzandole, in forma di regole giuridiche, sia con gli scopi incorporati dai fatti valutati che con gli scopi delle regole valutanti.[61]
Tutto ciò alla condizione che:
1) si possa dimostrare che l’esperienza fattuale (sociale e giuridica), ed anche quella degli scopi (sociali e giuridici) è linguaggio fuzzy;
2) che le regole giuridiche, che il giurista ricava da tale esperienza, sono linguaggio fuzzy, ed ulteriori fatti fuzzy.
La retorica fuzzy sarà appunto un processo di trasformazione del linguaggio fuzzy, in cui a linguaggio regolistico input segue linguaggio regolistico output.
Quanto agli output sappiamo che si tratta di regole giuridiche, gli input invece sono regole sociali o giuridiche (e non fatti, come nel caso del teorema FAT) che indicano che l’ambiente in cui vive il legislatore si è modificato. Tali fatti sono stimoli per una retroazione Ambiente-Legislatore, il cui sottoprodotto è dato da Norme, Regole.
Ora una macchina per pensare che introduce dati (sotto forma di regole esperte) e produce regole diverse (cioè nuova conoscenza) è in logica fuzzy dei sistemi adattivi una DIRO, una scatola nera il cui nome deriva da “Data In – Rules Out”, e questa scatola è la mente di un esperto chiamato legislatore.
La logica fuzzy dei sistemi adattivi ha, in pratica, aperto la scatola nera DIRO, e si sostiene che l’acquisizione di conoscenza della DIRO, in forma di vecchie regole, segue un metodo logico, un processo algoritmico, che sarà globalmente un apprendimento di nuove regole fuzzy attraverso la valutazione di regole pre-esistenti per mezzo di insiemi fuzzy.[62]
20. Complessità, vaghezza e la razionalità dei presocratici
Saltando a piè pari le considerazioni tecniche fin qui compiute, e degne di approfondimento in altra sede che il presente testo, – i principi generali sulla vaghezza logica del diritto non sono stati, nelle pagine precedenti, che un corollario dell’impostazione data al problema della realtà dei valori.
La soluzione data è stata quella di considerare il diritto come una frazione dei processi labirintici di interazione tra soggetti e cose, che costituiscono la realtà del valore, e di considerare i valori come entità reali complesse e vaghe. Perciò, in senso gnoseologico, topica e retorica del diritto sono stati considerati come processi di argomentazione per comprendere e generare i valori giuridici.
E’, ora, il tempo di riconoscere che questo modo di pensare filosoficamente la logica dell’argomentazione non ha soltanto debiti verso la tradizione delle topica, della retorica e i più recenti verso la logica fuzzy, la teoria della complessità, la filosofia del linguaggio, ecc.
Ha anche, non debiti, ma forti affinità con una regione piuttosto remota del pensiero occidentale: il pensiero pre-socratico di Eraclito e Parmenide.
E’, infatti, sorprendente notare la sostanziale consonanza di pensiero tra le tesi sin qui discusse sulla struttura logica della complessità e della vaghezza e quelle espresse dai due filosofi, oltre duemila e cinquecento anni fa, in merito al tema dell’analogia, fin qui ampiamente toccato.[63]
Nell’ontologia e nella metafisica di Eraclito e Parmenide si rivela la stessa sorgiva attestazione dell’unità degli opposti che è base della logica della vaghezza, in luogo di ogni analisi e opposizione dicotomica del mondo in parti e della conoscenza in terminologie discrete e binarie.[64]
In particolare, l’idea logica di un rapporto tra un centro di analogia e un molteplice, che è alla base della geometria grafica e semantica degli insiemi fuzzy, si ritrova in entrambi i pensatori, nelle rispettive rappresentazioni metafisiche e ontologiche.[65] Come la logica vaga disvela la natura sfumata delle cose, che si embricano attraverso confini labili e aggrovigliati, in forza del citato principio di incompatibilità tra precisione di osservazione e corrispondenza del linguaggio dicotomico ad una realtà apparente come complessa e contraddittoria, – così, sin dalle origini il pensiero pre-socratico accusa e contesta la natura erronea, falsa e rinviante a un non-essere del linguaggio che pretende di separare, distinguere e assolutizzare il particolare dall’unità cosmica di un principio di tutte le cose.[66]
L’intera speculazione sull’analogia, in special modo di Parmenide ed Eraclito, sembra dispiegarsi intorno alla configurazione dei rapporti logici ed ontologici dei termini e degli enti allusi del “pànta” e dell’ “én” (tutto ed uno).[67]
Ma prima di addentrarci nel raffronto delle “somiglianze” tra i concetti di somiglianza e analogia nella logica fuzzy e nei presocratici, e fatta salva l’indicazione dell’origine concettuale della logica sfumata nel pensiero taoista, buddista e orientale quale si ritrova in Bart Kosko[68], il che provoca se non altro il curioso interrogativo sulle affinità tra il pensiero orientale e quello arcaico dei greci – occorre illustrare con maggiore precisione le declinazioni teoriche che il concetto di analogia trova presso la grecità arcaica.
Alla domanda su che cosa sia l’analogia si può rispondere, in termini logici, che è la proprietà di un predicato, cioè di un concetto, e, in senso ontologico, che è la proprietà di un principio dell’intera realtà delle cose o di cose particolari, ma in special modo la qualità di una sorta di sostanza o centro di attività che si differenzia ma in modo tale che, producendo le differenze e i particolari, questi ultimi conservano analogia tra loro ed con il principio stesso.[69]
Ora, l’analogia è sempre:
1) in senso logico, rapporto di un molteplice ad un centro di analogia,
2) mentre suppone, ontologicamente, un ente centrale o un essere, da cui raggiano molteplici trait d’union che sono e conducono a enti particolari.[70]
L’analogicità concettuale implica, quindi, che l’identità del concetto primario o centrale sia condivisa e diffusa e compartecipata in diverse misure ai concetti particolari e che, d’altro lato, tale somiglianza si basi sul fatto che l’identità del tutto (concetto principale) sia molteplice in sé (una specie di unitas multiplex) e che i concetti particolari assumano su di sé una simile identità (i particolari sono molteplici in sé, in modo che potrebbe dirsi frattale). [71]
Ora, il rapporto tra i termini greci “pànta” ed “én” è la chiave per penetrare il concetto pre-socratico di analogia. Ma per farlo, occorre in senso cronologico un breve passo in avanti rispetto ai presocratici.
Il primo filosofo greco che tratta l’analogia è, infatti, Platone (nel Timeo), con le espressioni che seguono: “non è possibile che due cose sole si compongano bene senza un terza. Bisogna che vi sia in mezzo un legame che le congiunge entrambe. E il più bello dei legami è quello che faccia, per quant’è possibile, una cosa sola di sé e delle cose legate: ora la proporzione (analoghìa) compie questo in modo bellissimo” [Timeo, 31.c].[72]
Una tale concezione dell’analogia platonica è fortemente impregnata ancora della riflessione pre-socratica, quindi ad essa si può far riferimento per notare quante affinità si rinvengano tra un tale concetto e la più volte indicata somiglianza tra parte ed intero propria alla logica sfumata del teorema dell’intero-nella-parte. L’analogia platonica è infatti l’insieme che lega le cose al punto di renderle unitarie, una cosa sola. Ma anche il tutto-contenitore è le cose…perciò l’insieme fa di sé e delle cose un tutto. Sia perché le cose contenute sono contenitori del tutto sia perché hanno la stessa struttura insiemistica del tutto. Segue che la circolarità contenutistica fa nascere un nuovo oggetto e l’espressione di Platone “per quant’è possibile” indica che, per Platone, ciò non avviene mai perfettamente, ma in diverse misure: la contenenza reciproca, cioè, è sempre parziale o, appunto, fuzzy, sfumata, per gradi e misure variabili (la somiglianza varia).[73]
Se, ora, un concetto analogo contiene in sé un molteplice, giacchè i contenuti “contengono” il concetto (e sono perciò molteplici a loro volta), – ne è conseguenza naturale che un concetto analogo non sia mai univoco, ma polisemico e la polisemicità apparirà come analogia tra i semi di significato e sarà variabile sia in senso intensivo che estensivo (cioè il concetto sarà più o meno univoco o polivoco).[74]
In conclusione, non è difficile rintracciare in tale concezione dell’analogia espresse similarità con una logica sfumata che includa in sé il teorema dell’intero-nella-parte (sotto-insiemità tra gli oggetti analoghi e loro ricorsività) e la polisemia, con i suoi correlati della polivalenza logica.
Veniamo alla comprensione più fine di tale idea, dopo questa premessa su Platone, che costituisce una spia o un’allusione al concetto più risalente di analogia nei Pre-socratici,.
Secondo Eberhard Jüngel i termini “pànta” (tutte le cose o il molteplice) ed “èn” (uno o il Principio) sono in un rapporto di analogia, il quale viene inteso da Parmenide prevalentemente come “avvio” (ansatz) del molteplice verso l’uno e, invece, come “opposizione”, dell’uno in sé stesso e del molteplice nelle sue parti in Eraclito (gegensatz).[75]
In Parmenide i due campi della “dòxa” e dell’ “alètheia” rimandano a due cosmi:
1) rispettivamente per la doxa, a quello dell’opinione, del molteplice, delle differenze, del divenire, ma anche, – se tali espressioni sono ritenute assolute o rinvianti ad entità autonome e discrete e non embricate con l’essere, – del nulla, del non-essere e dell’apparenza senza sostanza;
2) e per l’alètheia (dal verbo greco a-lanthano, io mi svelo, deriva forse il termine che allude alla verità come realtà prima nascosta e infine svelata[76]), a quello della verità, dell’essere, dell’unica realtà necessaria.[77]
Per Parmenide, in particolare, non è che il divenire manchi di verità, ma esso più che alcunchè di reale è una “via di accesso” (ansatz) all’essere ed “eikòs” (verosimile come ciò che ci fa accedere al vero), gli esistenti sono infatti determinazioni dell’essere, nelle quali però costantemente l’essere penetra e mai può esservi opposto o separato. Così, allora, devono essere intese le seguenti espressioni da un frammento: “ma tuttavia anche questo imparerai, come l’apparenza debba configurarsi, perché possa veramente apparire verosimile, penetrando il tutto in tutti i sensi”.[78]
Il che mi sembra un chiaro accenno al teorema fuzzy della parte nell’intero (il tutto penetra in ogni dove ed ogni parte contiene l’intero) e alla natura sfumata dei confini tra insiemi fuzzy (l’apparenza sfuma nell’essere, vi accede, in quanto ne condivide analogicamente e verosimilmente la natura, con confini sfumati e senza nette opposizioni).
Heidegger, poi, vide nel precedente frammento la testimonianza di un legame tra essere e divenire, un tale legame sarebbe l’analogia intercorrente tra unità e molteplicità.[79]
Vi saranno, infatti, in Parmenide tre modi per intendere l’analogia tra divenire ed essere, dòxa ed alètheia.
1) L’analogia come corrispondenza tra essere e divenire, come tra fuoco e luce che non si presentano né opposti né identici, bensì legati da corrispondenza e contiguità.
2) Vi sarà poi l’analogia come unità di opposti, che svela l’erroneità dell’individuazione di nette opposizioni, proprie al “nominare” (onomàzein). Solo quando il nominare tronca ogni legame tra le apparenze e l’essere, solo allora la doxa parla del nulla ed è nulla.
3) Infine, vi è l’analogia come possibile, non necessaria, omogeneità tra il dire dell’essere (èinai) e il dire del pensiero (noèin), tra il lèghein (che è un noèin ed il detto umano sul mondo e sul concatenarsi delle cose) e il lògos (che è il legame divino, naturale e insondabile delle cose, che talora si svela nel dire dell’èinai). La doxa non dice il nulla, ma dice in modo verosimile l’essere quando vi è la suddetta analogia tra leghein e logos. [80]
In tali accezioni non è difficile rintracciare:
1) l’idea fuzzy che essere e divenire siano rappresentabili da insiemi sfumati,
2) la condanna del pensiero dicotomico (propria della logica sfumata),
3) la sottoinsiemità del teorema l’intero-nella-parte, riferita ai rapporti tra leghein e logos.
Perciò, in base al frammento parmenideo n. 8,355, “bisogna che il dire (lèghein) e il pensare (lògos) siano l’essere”, – è più che mai possibile interpolare all’interno del frammento un’interpretazione della filosofia del nostro pensatore “aurorale”, tale per cui i nessi divini del mondo sono analogici ai nessi del pensiero e del dire umano (come testimoniato tra l’altro dalla vicinanza lessicale tra leghein e logos).[81] La natura dell’essere, anzi, in quanto analoga al leghein umano, è un dire, nel senso che è simile ad esso, sia pure in modo parziale. Sarà anche possibile dire che il logos divino dell’intero è la parola mai interamente svelata, giacchè, anche allusivamente, la parte (il dire umano) contiene il logos e ne condivide l’identità solo in parte (la misura della parte).[82]
In conclusione, dalle precedenti osservazioni si ricava con facilità che il logos divino è costitutivamente insondabile, che è perciò complesso (in quanto ricorsivamente è contenuto nel e contiene il dire umano, in quanto qualsiasi detto umano, in modo ologrammatico, incorpora vagamente e parzialmente la struttura dell’intero, in quanto l’intero è unità di opposti o unitas multiplex, ecc.), in quasi perfetta consonanza con l’odierna teoria delle complessità. Si ricava altresì che vi è una relazione di sottoinsiemità tra logos (intero) e leghein (parte), come nel teorema dell’intero nella parte della logica fuzzy.[83]
D’altro canto, Parmenide non sembra aver teorizzato, a differenza di Eraclito, l’aspetto del Principio di tutte le cose (l’Intero o il Logos divino) in forza del quale il divenire è analogo all’essere.[84]
Eraclito baserebbe l’analogia tra l’uno e il molteplice, tra essere e divenire, proprio sul seguente aspetto: l’uno o il Principio di tutte le cose (archè) è guerra (pòlemos), contraddizione e opposizione in sé (gegensatz), e similmente il divenire si presenta come lotta, opposizione, contraddizione interna, unità di opposti e contraddittori.[85]
L’essere è dunque un molteplice contraddittorio in sé dinanzi al pensiero (framm.67: “Il dio è giorno e notte, inverno ed estate…”, framm. 60: “la via in su è la via in giù”), è un molteplice “polivalente” per il pensiero originario, il quale però trascende le sue determinazioni (giacchè l’Uno è separato, framm.108: “pànton checorismènon”, separato da tutte le cose) ed è insondabile (framm. 123: “La natura delle cose ama celarsi”). Insondabile è, altresì, il principio, nel senso che di esso sono possibile rappresentazioni metaforiche (p.e. guerra, pòlemos, ecc.), allusive, per similitudine, ma non definizioni esaustive.[86]
Ora, il pensiero umano, può essere veritiero (e dire le cose come sono) se coglie la intrinseca contraddittorietà delle cose nel molteplice e del principio in sé stesso (archè). Il saggio (sophòs) può farsi veritiero e trascendere, per verità, qualsiasi discorso, similmente al principio, se comprende che l’analogia del molteplice con il principio risiede nel fatto che ogni singola cosa del divenire è governata dalla compresenza in sé della stessa forma logica originaria della lotta e contraddizione in sé del principio, il quale si manifesta in ogni cosa, ma il principio trascende ogni possibile determinazione e definizione, non essendo, peraltro, neanche riducibile alla somma di tutte le molteplici cose del divenire.[87]
In conclusione, anche nel caso specifico del pensiero “aurorale” di Eraclito è possibile rinvenire affinità con il tardivo frutto della logica fuzzy. Dalle precedenti osservazioni si ricava agevolmente che l’archè è un principio ontologico complesso (in quanto ricorsivamente è contenuto nel e contiene il divenire, pur senza ridursi in esso, dal momento che lo trascende, ed il divenire, d’altro lato, incorpora vagamente e parzialmente la struttura dell’intero, stante l’inesauribilità del principio, in modo ologrammatico). In ciò è possibile riconoscere la sopraddetta relazione di sottoinsiemità tra principio (intero) e divenire (parte), come nel teorema dell’intero nella parte della logica fuzzy.[88]
Non solo, se l’intero è unità di opposti, allora è simile ad una unitas multiplex in quasi perfetta consonanza con l’odierna teoria delle complessità.[89]
Si può anche notare, infine, che l’unità degli opposti (gegensatz), è un concetto che, lungi dall’avere un aspetto paradossale nella logica fuzzy e lungi dall’essere tacciato di auto-contraddizione ed insignificanza, è una naturale e comprensibile proprietà di doppia appartenenza insiemistica di un elemento a due distinti insiemi fuzzy. Ogni insieme fuzzy contiene tali elementi, bi- o pluri-appartenenti ad altri insiemi e il dato insieme, a tali condizioni, può anche essere definito come unità di opposti (in quanto elementi co-appartenenti in modo vago a diversi insiemi, anche opposti).[90]
Quanto appena riferito circa i rapporti tra pre-socratici e logica sfumata, non ha alcun conforto filologico. Ma ad evitare il pericolo denunciato da Nietzsche sulla saturazione da storia, vorrei incoraggiare, comunque, quella che è una ardita ipotesi sulla validità di un pensiero “sorgivo” come quello pre-socratico e della sua più audace traduzione logico-vaga.
Non è, infatti, una contingente accusa verso il pensiero dell’evidenza, – in quanto vi sono i conforti dell’esperienza scientifica della complessità e l’indubitabile inesauribilità del mondo e della nostra ignoranza, – quella che contesta la natura erronea, falsa e rinviante a un non-essere del linguaggio analitico che pretende di separare, distinguere e assolutizzare il particolare.
Tale è il pericolo, frantumando quel florilegio di comunicazioni, relazioni, argomentazioni degli oggetti con i soggetti e delle cose e dei soggetti tra di loro, che garantisce innegabilmente la vita di un cosmo, delle comunità dei viventi, degli uomini e dei sistemi sociali.
[1] Per alcuni cenni sulla teoria dell’ordinamento v. NORBERTO BOBBIO, Il positivismo giuridico, Giappichelli, Torino, 1979, pp.231-232.
[2] v. CAPITOLO III, Parte II
[3] Spunto per questa tesi è venuto dalle concezioni della c.d. “retorica epistemica” ( per cui rimando a FRANCESCA RIGOTTI, La verità retorica. Etica, conoscenza e persuasione, Feltrinelli, Milano, 1995, pp. 48-49), per cui usando del modello aristotelico, è possibile riguardare al retorica come discussione bilaterale (in cui oratore e ascoltatore interloquiscono), dotata di un metodo (l’evocazione persuasiva di una soluzione ad un quesito filosofico nell’interlocutore per mezzo di immagini, analogie e metafore) – e spunto è, altresì, derivato dalla teoria dell’ “Atto filosofico unico” di JOHNSTONE (Truth, Communication and Rhetoric, in Revue internationale de philosophie, 23, 1969, p.409), per cui vi è una confluenza in un atto filosofico unico di scoperta (topica), comunicazione e persuasione (retorica). Tali tesi, in particolare, suggeriscono il valore e cognitivo e generativo di ragionamenti sia della topica sia della retorica e pongono, altresì, l’attenzione sull’opportunità teoretica di accettare che la topica aspiri, nell’atto stesso del costituire il ragionamento, a comunicarsi, argomentare e persuadere.
[4] Per un’idea di verità propria alla c.d. logica aletica, v. ETTORE CASARI, Logica, ed. Tea, Milano, 1995, par. 3.1 (Stati di verità), pp.38-39. Le proposizioni sono vere o false in senso aletico, quando soddisfano i due fondamentali principi della logica tradizionale:1) bivalenza (gli stati di verità possibili sono due, vero o falso); 2) determinatezza (una proposizione si trova sempre in un solo stato, o vero o falso).
A tale tesi, quella sugli stati di verità aletica degli enunciati, è possibile contrapporre un concetto di verità parziale e sfumata quale è esposta in BART KOSKO, Il Fuzzy-Pensiero, Teoria e Applicazioni della Logica Fuzzy, cit., pp.104-106
[5] Vedi le conclusioni della parte I del CAPITOLO III
[6] Per la teoria della verità come corrispondenza semantica rimando ancora a A. TARSKI, The semantic conception of Truth, in Philosophy and Phenomenological Research, 4, 1943, pp. 341-375, specialmente sez.21 (ivi l’autore concepisce la verità di una proposizione come possibilità che corrisponda effettivamente ai fatti, il che si asserisce per mezzo di un metalinguaggio che pone in correlazione semantica asserti e fatti). Ma tale concezione tarskiana è ancora legata alla logica aletica, nella misura in cui riduce la corrispondenza tra enunciati e fatti alla coerenza semantica tra l’ordine ontologico dei fatti e quello sintattico-semantico delle proposizioni. Infatti, la verità per coerenza è vuota quando è soddisfatta (1=1), alludendosi ad un impossibile arrestarsi della conoscenza alla piena identità tra enunciati e fatti, mentre è autocontraddittoria (p.e. 0=1), quando non è instaurata (la coerenza) e vi è uno scarto tra proposizioni ed eventi, che fa crollare le premesse della teoria sui fatti (secondo il modus tollendo ponens, di cui parla proprio Popper, riferendosi alla semantica tarskiana).
Alternativo a tale modo di vedere è l’ideale di verità come somiglianza vaga tra enunciati e fatti, il che rimanda ad una teoria della corrispondenza come coerenza semantica tra fatti ed enunciati intermedia tra vero e falso (1 e 0), tale per cui un fatto (di valore 1) corrisponde all’enunciato in misura intermedia tra 1 ed 1- X (dove X contrassegna un valore semantico di verità dell’enunciato di punteggio compreso tra 1 e 0). Si avrà che l’enunciato sarà, allora, sia vero che falso, o per meglio dire, vero in certa misura e falso nella misura inversa [v. BART KOSKO, Il Fuzzy-Pensiero, Teoria e Applicazioni della Logica Fuzzy, cit., pp.108-110].
Quest’ultima concezione della verità come somiglianza semantica vaga, fa intendere gli sforzi di chiarificazione delle verità del linguaggio come tentativi di accuratezza, di piegatura flessibile degli insiemi fuzzy del linguaggio alla struttura ontologica dei fatti, come adeguamento degli enunciati ai fatti, per massimizzarne l’analogia.
Ma, le proposizioni sia vere che false rimandano ad una negazione o attenuazione del principio di non-contraddizione aristotelico (dato che una proposizione contemporaneamente vera e falsa contraddice al principio per cui essa deve essere o interamente vera o interamente falsa), ed in tal senso tali proposizioni posseggono un alone di incertezza semantica, nella relazione con la realtà che intendono descrivere, tale per cui le si può definire dotate di una struttura logica sfumata e fuzzy.
Nonostante che questa premessa non sembri più che generica, tuttavia, se la si accetta, conduce ad una particolare definizione di ogni ragionamento “descrittivo” in termini di ragionamento “retorico” o persuasivo. Se qualsiasi proposizione descrittiva del linguaggio naturale è sia vera che falsa (nel senso che anche le proposizioni della Scienza non sono che approssimazioni sfumate alla realtà degli oggetti p.e. fisici, chimici, etc), allora ogni concetto, dal più astratto a quello più concreto e dettagliato, emula soltanto in parte le caratteristiche “reali” dell’oggetto al quale si riferisce, e le relative proposizioni (che enunciano il concetto) non sono, in mancanza della certezza, che “persuasive” o “retoriche”.
[7] Il concetto appartiene ai temi di FRANCESCA RIGOTTI, La verità retorica. Etica, conoscenza e persuasione, Feltrinelli, Milano, 1995, pp. 22 e 47 e ss
[8] v. per un prisco riferimento alla concezione della retorica, come tecnica che in qualche misura prescinda dalla piena coerenza e corrispondenza, in ARISTOTELE, Retorica, libro I, 1354 a1, dove si accoglie la definizione di retorica come facoltà di trattare gli “entimemi” o ragionamenti ellittici e non rigorosi. Gli entimemi sono simili a sillogismi e riguardano il simile al vero (eikòs, verità ideale o via al vero o, forse anche, il probabile) [1355 a3-19]. La traduzione (M. Dorati, Mondadori, Milano, 1996) usa profusamente il termine probabile per definire il valore delle premesse retoriche di cui parla lo Stagirita e delle argomentazioni retoriche, le quali “devono essere costituite attraverso nozioni comuni…”[1355 a19-29]. L’uso di tali contenuti, i quali sono dichiarati per natura inferiori a quelli dialettici e a quelli dimostrativi, è giustificato da fini didattici, ma anche per confutare tesi ingiustificate, in quella forma pubblica, in cui non può riprodursi l’intero ragionamento da cui derivano le tesi difese, o per rendere convincenti tesi opposte, che arricchiscono una panorama di discorsi altrimenti riduttivo e al fine di non far “sfuggire l’essenza della questione” e rendere conto dei molteplici approcci ad un problema [ibidem].
Ne traggo spunto per associare al riferimento terminologico, ai termini probabile (in senso discorsivo e non statistico) e nozioni comuni, un concetto di proposizioni che prescindono, sia pure presentando o alludendo a proposizioni vere in senso aletico, dall’essere a loro volta vere in senso assoluto, bensì, nella loro vestizione retorica, quasi-vere, quasi-accurate e verosimili, ma in senso sfumato.
[9] v. per tale riconoscimento di una funzione cognitiva, alla retorica, ben al di là della tradizionale funzione espositiva, – FRANCESCA RIGOTTI, La verità retorica. Etica, conoscenza e persuasione, cit., pp.49-54. Da cui ho tratto spunto per le seguenti paronimie concettuali.
Il sistema delle relazioni “reali” tra soggetti ed oggetti è da intendersi come argomentazione tra essi, ma tale argomentazione non è intesa come apparenza vacua di simboli, bensì come flusso di comunicazione e fenomeno reale, per quanto impenetrabile nella sua ultima essenza, di interazione e comunicazione tra gli enti, per cui è solo metafora l’uso dell’espressione “argomentazione”. Se la retorica valuta e argomenta argomentazioni, le ricrea, le interpreta, e alla dicotomia tra res e verba si sostituisce l’olistico verba pro rebus (p.52), ciò non ha il senso della riduzione di un mondo oggettivo fuori di noi alla proiezione mistificante, in una realtà esterna al soggetto isolata e indipendente, di un fatto umano come l’argomentazione (seguendo una traccia da pp.50-52). Al contrario l’esperienza non è semplice argomentazione, è complessa interazione, per cui diventa metafora anche la parola “interazione” o “comunicazione” ecc. Al più, può dirsi che nell’esperienza non vi è mai un soggetto contrapposto a un oggetto (o ad un altro soggetto), ma vi è quella comunicazione continua, in cui né l’oggetto né il soggetto si impongono come metro unico, e vi è una complessità irrisolta che porta il soggetto a persuadere gli oggetti al suo ordine e/o l’oggetto a persuadere il soggetto. In questo senso verba pro rebus, l’esperienza, come continuum di una relazione reale e irrisolta tra soggetti e oggetti, esiste per la comunicazione, è metaforicamente verbum, e il pensiero soggettivo è rappresentare analogicamente, per mezzo di metafore, questa prima metafora in quanto simile al reale (p.52).
[10] Personalmente, però, sono anche convinto che le relazioni logiche, interne ad una retorica, siano esse stesse connettivi logici, ricorsivamente, incerti, vaghi, retorici, solo persuasivi, sfumati.
[11] In tale speculazione la retorica descrittiva parte da un minimo contenuto di osservazioni accessibili a chi si occupa di giurisprudenza, per poi essere una serie di ipotesi e inferenze che rappresentano sviluppi logici, i quali intendono “descrivere” ciò che “non” cade sotto osservazione diretta. Torno a dire, perciò, che la seguente speculazione è una retorica parzialmente vera, e per tale misura (una misura di verità non del tutto delimitata), e per le restanti deduzioni, convincente. Per la parte osservativa di premessa la si può considerare parzialmente vera, e per la parte consistente in mero convincente sviluppo logico deve essere reputata altrettanto semi-vera.
[12] E’ da considerare che le fonti del diritto sono oggetto di studio da tempo immemore e che nel nostro secolo si è formata una autonoma disciplina nota come Teoria delle fonti, v. NORBERTO BOBBIO, Il positivismo giuridico, cit., pp.189 e ss, che non disconosce alla consuetudine (non scritta) l’identica provenienza dallo Stato, dove i cittadini che vi danno luogo sono considerati persino organi dello Stato stesso (v. C.E. BALOSSINI, Consuetudini, usi, pratiche, regole del costume, Milano, Giuffrè, 1958).
[13] NORBERTO BOBBIO, Il positivismo giuridico, cit., pp.184-185
[14] NORBERTO BOBBIO, Il positivismo giuridico, cit., pp.251 e ss
[15] v. NORBERTO BOBBIO, Il positivismo giuridico, cit., pp.250-251, ivi è adombrata l’esistenza di una struttura teleologica dell’interpretazione nelle divisioni concettuali effettuate tra interpretazione dichiarativa e produttiva.
[16] Ho cercato di attenuare e circoscrivere le proposizioni realistico-descrittive (da 1) a 5)), di cui sopra, più che possibile, mediante profusione dell’inciso “per lo più”. Scopo di questa connotazione era di sottolineare, nonostante ciò sia già implicito nell’uso di parole (che sono termini polisemici), il valore vago e parzialmente veritativo delle premesse.
[17] CAPITOLO III, Parte II
[18] E’ questa particolare caratteristica di flessibilità dei modelli giuridici a farne descrizioni simboliche convenzionali, tautologiche, performative, creative di “istituzioni”, ove per istituzioni si intendano immagini di giochi sociali, anzi, per mia precisione, di “giochi- lotta” tra attori sociali. Tutto ciò è una serie di proposizioni, in parte, analitiche, rispetto alla premessa per cui le leggi giuridiche sono convenzioni linguistiche sul regolamento di possibili liti, in parte speculative, ove si rifletta al rimando che ho fatto ai performativi, e alla considerazione delle liti in forma di giochi sociali in CAPITOLO II, Prologo II, par.II.4 (citando H.L.A. HART, The Concept of Law, Clarendon Law series, 1961, pp. 60 ss e JOHN SEARLE, Atti Linguistici, trad. it. di Raimondo Cardona, Boringhieri, Torino, 1969, pp.82 ss)
[19] Le descrizioni costitutive, contenute nelle leggi giuridiche, definiscono i ruoli di azione sociale nel gioco di appropriazione, conservazione e disposizione dei beni sociali. Tali ruoli consistono approssimativamente in poteri, facoltà, diritti,doveri, cioè in ciò che la scienza giuridica ha da tempo catalogato in figure simboliche e concettuali consolidate. Ritengo, inoltre, che anche quando le norme effettuano costitutivamente “definizioni”, “distinzioni”, “qualificazioni di cose”, etc., tale “distinzione” sia in fondo uno “strumento di ruolo”, una sorta di abilitazione (o potere, facoltà, diritto, etc.) a manipolare la realtà, seppure in forma simbolica. Tutte le figure concettuali dei ruoli rimandano, tuttavia, chiaramente, a ciò che pragmaticamente può essere inteso come la serie, regolata, dei “limiti” e delle “condizioni” apposte convenzionalmente all’uso della “violenza legale” nei rapporti sociali.
[20] v. NORBERTO BOBBIO, Il positivismo giuridico, cit., pp. 268 e ss
[21] La stereotipia delle figure retoriche è per lo più inintenzionale, è un deposito della tradizione sulle prassi linguistiche dei loquenti, v. M. P. ELLERO, Introduzione alla retorica, Sansoni, Firenze, 1997, pp.150 e ss. E’ quasi impossibile non notare la somiglianza di struttura e di stratificazione delle metafore, delle figure di parola, dei codici stilistici, ecc., con i rituali fissi dei performativi.
[22] v. CAPITOLO II
[23] Se infatti si risale alla definizione di retorica, data all’inizio di questo scritto, si trova che la retorica è il ragionamento che parte da premesse, di cui è indifferente il valore “assoluto” di verità (nella sua accezione aletica, come verità “assoluta”), per formulare deduzioni o ipotesi che, in un sistema compiuto, rappresentano, descrivono, illustrano un sistema di relazioni “reali” tra diversi oggetti “reali”. Questa definizione l’ho assegnata per postulato anche alla descrizione teoretica (descrizione fattuale di oggetti p.e. fisici, chimici, fisiologici, psicologici, etc.), vorrei ora applicarla, con maggior merito, alla descrizione costitutiva degli istituti e delle istituzione del diritto contenuta nelle “regole costitutive” su cui si basa , per lo più, l’architettura fondamentale della legge.
[24] Anzi le descrizioni costitutive contenute nelle regole della legge sono, forse, retoriche nel senso forse più autentico del termine, dal momento che il relativo discorso legislativo non contiene proposizioni più che convincenti, persuasive emulazioni di fatti linguistici sul sociale, e nulla invece di paragonabile al discorso aletico. Per la precisione,- ma il senso di questa affermazione sarà più chiaro più avanti,- è una “retorica che crea regole, decidendo, in modo logico-retorico, un contenuto per queste regole che attui un adattamento sociale, un progresso adattivo rispetto ad una situazione pregressa”. L’adattamento si svolge in due direzioni, nel senso dell’adeguamento ai fatti del linguaggio oggetto valutato, e nel senso dell’adeguamento agli scopi della valutazione giuridica.
[25] Vedi il testo ormai classico di Von Wright, Logica deontica.
[26] La legge è parzialmente vera in relazione ad una realtà, che cerca sia di descrivere che di manipolare, cioè quel particolare comportamento simbolico-linguistico degli uomini di seguire e formulare linguisticamente regole giuridiche. La legge descrive veridicamente regole giuridiche, e si adatta a pregresse regole giuridiche o sociali , manipola con i suoi teoremi regole giuridiche o sociali (quelle degli attori sociali), adattandosi ad esse, incorporando informazioni su di esse e producendo altre informazioni sotto forma di regole giuridiche. Di modo che, in modo peculiare ai sistemi sociali, l’ambiente teorizzato dal diritto legislativo è un panorama di regole giuridico-sociali, ma anche la teoria legislativa è una serie di regole con l’ancor più peculiare proprietà polivalente di descrivere le prime, manipolarle, adattare sè ad esse, arricchire di nuovo contenuto informativo (regole) quel panorama. Con una relazione di corrispondenza, tra queste e quelle, che non può non definirsi come verità (sia pure parziale). V. CAPITOLO III, Parte II.
[27] In tal senso se tali algoritmi sono espressi in un linguaggio, quest’ultimo è un linguaggio gerarchicamente superiore a quello che contiene il ragionamento del quale si sono individuate le regole.
In altre parole la logica è un metalinguaggio, che esprime regole o algoritmi attraverso i quali si segue una procedura corretta di ragionamento.
[28] Preferisco pensare che un ragionamento simbolico (cioè attuato per mezzo di simboli o segni linguistici) sia corretto nella misura in cui determina un “adattamento” efficiente, dell’individuo che formula il ragionamento, alla realtà “simbolica” in cui questo vive, conseguendo per mezzo di esso un qualche tipo indeterminato di benessere personale o no.
Credo poi che questo benessere vada inteso, nel particolare piano in cui è conseguito, cioè il piano dell’adattamento sociale, come il piacere scaturente dalla soluzione di un problema simbolico di adattamento.
Ove per adattamento occorrerà intendere quel “ragionevole” modello di comportamento che pone in accordo le tendenze al piacere sociale della retorica del soggetto del ragionamento, gli scopi della retorica di una “langue culturale” (un sistema simbolico- retorico di adattamenti sociali predefinito, p.e. un codice legislativo, il cui valore retorico è riconosciuto come superiore ai ragionamenti retorici individuali) e gli scopi ( o le tendenze al piacere sociale) della retorica di una controparte.
Di modo che sia minimizzato il “dolore” dipendente dalla frizione tra queste retoriche e massimizzato il “piacere” dipendente dalla soluzione di queste frizioni.
[29] Se è tipico del ragionamento e della logica di usare e identificare, rispettivamente, regole corrette, in quanto efficienti per un adattamento, la “correttezza” si lega inscindibilmente ad un adattamento sociale che esige: 1)scopi per chi si adatta, 2)scopi di colui al quale ci si adatta, 3)scopi del sistema istituzionale che costituisce lo sfondo sociale in cui si vive. Il che suggerisce che la ragione faccia commistione con gli scopi di una “decisione”, e necessariamente, se si accetta la definizione di “correttezza” del ragionamento e della logica. Se infatti la logica è adattiva essa suppone un legame “logico” con una decisione razionale che “intende” conseguire l’adattamento. Ma ciò conduce invariabilmente a dovere riconsiderare i rapporti tra “intenzione” e “ragionevolezza”, a dover ammettere quanto sia labile il rapporto tra razionalità e non- razionalità, o meglio tra “correttezza logica” e “scopi o interessi dell’adattamento retorico”. Il che è rimarchevole ove si consideri che esiste una lunga tradizione, dai Tomisti a Kant, che determina la ragione come mero strumento mentale di calcolo, sia essa una “ragione teoretica” o una “ragione pratica”, anzi concepisce la ragione come “facoltà distinta” e le imputa la consistenza di potere mentale che comunica, ma non si mescola, con la”decisione”. Anzi esiste una dicotomia consolidata e tradizionale tra decisione e ragione, come dire tra imponderabile e ponderato, sentimento e dovere, razionale e irrazionale, sensibilità e intelletto, linguaggio prescrittivo e linguaggio descrittivo, volontà e conoscenza. A prescindere dal significato che questa dicotomia possa avere, sono dell’idea che essa sia un costruzione che deve essere riveduta e reinterpretata nel campo del diritto.
Le teorie classicamente decisioniste (p.e. Schmitt) o tradizionalmente formali e razionalistiche (p.e. Kelsen) hanno accentuato, ad esempio nella costruzione concettuale dell’ordinamento giuridico, uno dei termini interpretativi della dicotomia. Hanno compiuto una fondazione della validità del diritto sulla decisione o sullo schema razionale della norma. E queste operazioni sarebbero legittime se non fossero calcolati alcuni particolari, che questa speculazione mi fa prendere in considerazione. Si potrebbe basare l’ordinamento giuridico su una decisione, se non fosse che le decisioni devono essere comunicate, il che esige simboli ed una retorica adeguata, quindi una qualche forma di costruzione logicamente corretta di espressione, una proposta di un ordine “persuasivo” e “ragionevole”, che attui una qualche tipo di vantaggio sociale, prescindendo dai mezzi coattivi o carismatici con i quali un dittatore o una élite di governo ottiene l’effettività della decisione. Si potrebbe, all’inverso, basare un ordinamento sull’accumulo sistematico di schemi, di qualificazione del comportamento sociale, ben legati da relazioni di implicazione “nomodinamica”, ma gli scopi di una tale costruzione formale sarebbero sepolti nel mistero banale ed extra-giuridico dei fatti della storia, delle ideologie, delle valutazioni. E la stessa logica formale dell’ordinamento sarebbe qualificata “corretta” in base ad una definizione superficiale che prescinda dai suoi caratteri di “efficienza adattiva”. Questi scopi, questi interessi, queste irrazionali valutazioni sarebbero “formalmente” devitalizzate e negate come il fondamentale fattore pratico di adattamento sociale di ogni ordinamento giuridico. E la scienza giuridica sarebbe ridotta ad un corpo senza testa, all’analisi della struttura senza idea della sua funzione.
[30] Dunque il diritto si spiega ed opera come una decisione “logico-retorico-adattiva” che formula regole di “gioco” nella “lotta” per l’appropriazione, conservazione, disposizione dei beni sociali.
Per mezzo di tali regole, retoricamente formulate, si dovrebbe, a titolo di scopo adattivo, massimizzare razionalmente il benessere sociale dipendente dalla riduzione delle frizioni sociali o minimizzare il rischio delle stesse.
[31] I loquenti saranno nel caso in esame dei parlamentari. E l’accordo sarà un accordo retorico, determinato dall’adesione di alcuni parlamentari al chiarimento retorico di un oratore (v. p.e. CH. PERELMAN, Logica giuridica e nuova retorica, trad. it. G. Crifò, ed. Giuffrè, , 1979, Milano, p.165).
[32] E che il sistema dei significati di una convenzione linguistica soddisfi ad una tale scopo, progettando l’ “organizzazione” di una forma del comportamento sociale.
Perciò partendo dalla generale concezione della relazione lingua-comportamento, – intendendo tale relazione come macroscopica e nello stesso tempo generica,- la quale riconosce alla lingua il compito di influenzare il comportamento presente e futuro dei loquenti (a prescindere dal suo uso descrittivo, prescrittivo, espressivo, interiettivo, etc.),ritengo speculativamente che una convenzione del tipo legislativo si riveli come quell’attività linguistica che, assumendo la forma dell’accordo esplicito, più di ogni altro, modifica il comportamento sociale.
[33] Il che invece (modificare il comportamento) accade solo di riflesso e non deliberatamente, in caso di linguaggi descrittivi, interiettivi, espressivi, etc.
Poi, la convenzione linguistica legislativa, non si limita ad assegnare ruoli di comportamento, in senso puramente descrittivo-costitutivo. Non si limita cioè a “creare” un accordo puramente semantico sull’esistenza di ruoli potenziali, sull’esistenza di un modello simbolico di attività sociale.
Fa di più, esige che tali ruoli siano, nella forma più incisiva e concreta, modelli pratici di comportamento reale.
[34] Di modo che, mentre è necessaria la partecipazione semantica di tutti i loquenti sul piano paritetico e orizzontale della comprensione del codice segnico, -in cui si da la possibilità generica di ogni possibile comunicazione, quindi sullo stesso piano della lingua, in cui diventa possibile creare artificialmente enti giuridici -, la persuasività della legge suppone che , nel suo momento pragmatico, nella fase dell’ “uso” (per i suoi scopi di armonizzazzione e adattamento sociale), la lingua legislativa sia invece adoperata in modo che uno dei loquenti (il legislatore) si collochi in un ruolo linguistico gerarchicamente superiore.
[35] v. per una divisione concettuale netta tra la pressione psicologica esercitata dalla minaccia della forza e lo statuto psicologico del diritto K. OLIVECRONA, Il diritto come fatto, pp. 20 e ss
[36] K. OLIVECRONA, Il diritto come fatto, ibidem
[37] v. BART KOSKO, Il Fuzzy-Pensiero, Teoria e Applicazioni della Logica Fuzzy, cit., p. 303 sulla natura fuzzy dell’ordinamento giuridico, dei suoi principi e delle sue regole.
[38] Esso fornisce alla convenzione legale quella sua particolare incisività attuativa, nel senso preciso che: la forza non è il fattore essenziale e originario del potere e del diritto, e che rimane estraneo al processo linguistico di elaborazione dei giochi-lotta del diritto, il che per esempio è ritenuto da un autore come Olivecrona. Egli ritiene che la forza sia l’ elemento esterno all’organizzazione simbolica, capace di caricare di efficacia persuasiva il modello simbolico del diritto.
Il che potrebbe essere accettato come una ricostruzione dei fatti.
Sarebbe un buon modello se il diritto fosse un linguaggio esclusivamente esplicito, che si servisse solo di parole scritte o orali.
Ma una simbologia linguistica come il diritto,- nonostante l’uso dell’espressione”linguistico”, che può fuorviare- non adopera solo parole, nè le organizzazioni sociali si istituiscono soltanto attraverso parole.
[39] I comportamenti impliciti sono stati studiati dalla bio-psicologia, sono considerati simboli non rappresentativi, non linguistici, ma veicolanti emozioni e valori, e non possono essere trattati né dalla Teoria dell’Informazione binaria (Shannon) né dai bit dell’algebra di Boole. L. VON BERTALAFFY (Il sistema uomo. La psicologia nel mondo moderno, Isedi, Milano, 1971, p. 47) li definisce simboli esperenziali e su di essi immagina la possibilità di un campo di studio delle relative forme di comunicazione ed uno statuto logico differente dalla bivalenza.
Tutto ciò conforta l’immagine vaga data fin qui delle forme di comunicazione relative ai valori. Maggior conforto è poi dato alla ricostruzione della realtà dei valori, come processi argomentazione su argomentazioni stratificate, anche dalla definizione dell’autore dello specifico dell’uomo rispetto agli animali. Si trova nella letteratura della c.d. bio-psicologia (Kaplan, Cassirer, Werner, ecc., riferita da L. VON BERTALAFFY, Il sistema uomo. La psicologia nel mondo moderno, cit., p.39) che tale specifico è da additare nel tipo di interazioni contratte dall’uomo con il proprio ambiente simbolico. L’uomo non interagisce solo con un universo fatto di cose fisiche, cibo, ostacoli, nemici, ecc. L’uomo si relaziona con un mondo simbolico di linguaggi, pensiero, entità sociali, denaro, scienza, religione, arte, ecc. Ed il mondo oggettivo che lo circonda è materializzazione di attività simboliche, talchè l’uomo è più che animal rationale un animal symbolicum.
[40] Credere il contrario è come reputare la forza come un fattore di influenza sociale del tutto privo di persuasività, e come una realtà priva di valenza semantica e priva di una sua retorica e ideologia (si prendano ad esempio le retoriche guerrafondaie dei terroristi di tutti i tempi).
E’ come voler immaginare che l’azione coattiva sia priva di pensiero o che sia un atto di sfogo di energie rapsodiche, casuale, non preordinato, “pre-logico”, ma capace di instaurare, fondare e conservare le strutture “logiche” del diritto.
Il che (dire che qualcosa di “pre-logico” sia incapace di instaurare, fondare e conservare le strutture “logiche” del diritto) è una effettiva critica opposta alla teoria di Olivecrona.
Si noti però che la si può eludere, riaffermando il nocciolo del discorso sulla forza, proprio adottando un punto di vista opposto alle teorie di Olivecrona, vale a dire usando un approccio formalistico.
Basterà, infatti, come fa il normativismo, anzichè riconoscere alla forza il carattere di fattore originario ed essenziale del diritto ( inteso come mera simbologia verbale), all’inverso dire che i comportamenti di forza, prestigio, autorevolezza, solennità, carisma, violenza, etc., siano “mezzi” al servizio di simbologie verbali, come p.e. asserisce il pensiero di Kelsen.
E queste ultime (le simbologie verbali) sarebbero il “prius” rispetto alla forza, la quale rimarrebbe una fatto o un comportamento estraneo al diritto.
Anche in questo caso quei comportamenti “impliciti” e la “forza” tornerebbero ad essere realtà extra- linguistiche ed extra giuridiche.
Il mio approccio speculativo, però, è fuzzy o sfumato, e questa forma mentis mi induce a pensare che la linea di confine tra simbologia verbale e comportamento materiale di violenza e forza sia, appunto tutt’altro che netta.
[41] Sotto questa dicitura (simboli esperenziali) si dovrebbero appunto raccogliere quei comportamenti simbolici che influenzano il comportamento della controparte linguistica, senza avere forma verbale o scritturale o pittorica o ideografica, etc.[ L. VON BERTALAFFY, Il sistema uomo. La psicologia nel mondo moderno, cit., p. 47]
[42] Si badi, non si tratterebbe di azioni che “esprimono” stati d’animo come ciò è fatto dalle proposizioni verbali (le quali sono “azioni” verbali).
I simboli esperenziali sono comportamenti non verbali o comportamenti impliciti, eppure dotati di chiaro significato emotivo e “commotivo” (capaci cioè di suscitare emozioni e di legare anche concetti alle emozioni) come, esemplificativamente: ammainare una bandiera, varare una nave infrangendo contro la chiglia una bottiglia, uccidere un ribelle, uccidere con una pistola-silenziatore un oppositore di regime, schiacciare in segreto il bottone che scatena una guerra termonucleare, prendere in custodia i beni di un debitore pignorato, sfollare con gas lacrimogeni un corteo di disoccupati, etc. [ L. VON BERTALAFFY, Il sistema uomo. La psicologia nel mondo moderno, cit.]
[43] Al contrario, sono dell’idea che queste strutture simboliche siano l’asse portante del processo persuasivo di adattamento sociale, attraverso la creazione di regole, che è in atto quando si fa o si interpreta o si rispetta o si fa rispettare una legge.
[44] Il termine retorica, per tradizione, allude all’esistenza tra due o più persone di una relazione comunicativa svolta per mezzo di simboli, la cui generica struttura è quella di un’ attività svolta per ottenere, attraverso una “lotta” argomentativa, una “vittoria” simbolica di una certa concettologia personale su materie o topiche da cui esula , ma non è indifferente, la perfetta verità.
Vittoria che si designa quotidianamente con espressioni di senso comune come “l’aver ragione” o anche l’ “aver detto la verità” (espressione con cui di solito si allude, più che alla verità piena, alla correttezza dell’argomentazione), etc.
Poi, è facile notare che la vittoria è ottenuta mediante lo strumento retorico di persuasione del linguaggio, da cui esula la perfetta verità.
Ed il linguaggio naturale, ma anche quello giuridico (azioni di comunicazione esplicite o implicite), è di per sè sempre parzialmente vero o vago, è sempre retorico.
Ora, vorrei apportare dei primi cambiamenti a questa concezione, estendendola e reinterpretandola.
Innanzitutto con l’asserire che una tale generica definizione retorica potrebbe essere estesa, con qualche cambiamento, anche ai c.d. simboli “esperenziali” (le azioni implicite non verbali, aventi un significato emotivo, riguardanti nel diritto l’esercizio dei vari rituali di forza coattiva), per i quali vale una relazione comunicativa, in cui si ha, a livello quotidiano, “ragione di qualcuno”, o ci “si impone su qualcuno” o “si fa quel che è dovuto”, etc.
Perciò nella versione estesa ai simboli esperenziali, e in generale, tale relazione retorica implica ancora la consueta lotta comparativa tra le strutture simboliche argomentative (verbali o implicite) che suppone:
1) la comprensione di un comune linguaggio;
2) una parziale trasparenza , salvo il caso di eventuali reticenze, sul significato e la concatenazione logica delle proposizioni (azioni verbali) o delle azioni (azioni implicite o in simboli esperenziali) usate per esporre un modello di pensiero, per il quale è in genere indifferente il valore di verità delle premesse o postulati;
3) un controllo, di tipo confutativo, sulla correttezza logica delle concettologie verbali o dei significati delle azioni implicite (riguardanti la forza coattiva);
4) ma, prima di tutti questi elementi, una decisione adattiva razionale e retorica che concili i modelli concettuali in competizione, e da cui scaturisca il massimo di garanzia sulla “vittoria” della più corretta concettologia o sulla “prevalenza” della più “potente” azione implicita.
[45] Da JOHNSTONE (Truth, Communication and Rhetoric, in Revue internationale de philosophie, 23, 1969, p.409) lo spunto per pensare, con la teoria dell’atto filosofico unico, che la competizione o l’esposizione non sia necessaria per un atto topico che nasce già costitutivamente per-la-comunicazione. Tale teoria, infatti, accredita la tesi per cui non vi è topica, senza linguaggio, non vi è linguaggio senza esposizione retorica, non vi è metafora retorica senza conoscenza.
[46] La legge sembra indifferente, nel prevalere su ogni interpretazione del diritto attuata dalle parti di un processo, al buon o cattivo carattere delle difesa e dell’accusa, della pretesa attorea o di quella del convenuto. Sol omnibus lucet (PETRONIO, 100, 1).
[47] v. CH. PERELMAN, Trattato dell’argomentazione, Einaudi, Torino, 1989, p. 34
[48] Questa simulazione fa sì che il ragionamento, p.e., del legislatore, sia una retorica autonoma e senza interlocutore, perchè l’adattamento che esse esprime persegue uno scopo di correttezza logica, che esige processi dialettici autonomi e senza interlocutore.
Il che implica che la logica del legislatore è il processo topico del confutare le tesi errate, prima che siano confutate , e conservare quelle giuste e “corrette”, prima che esse siano accettate.
Il tutto perchè alla prova dei fatti possano “vincere”, in una competizione reale, p. e. ,in tribunale contro le retoriche distorsive di qualche avvocato.
[49] Ho presente un interessante testo di psicologia di E.DE BONO, intitolato Il pensiero laterale (Bur, Milano, 1995). Concorda in molti punti con il modello fin qui presentato di pensiero analogico, flessibile, vago, creativo, che ho definito topica e/o retorica vaga. De Bono usa il termine logica laterale per contrassegnare una sorta di inventio riferita sia ad argomentazioni che a tecniche organizzative, artistiche e ingegneristiche.
[50] Come una logica laterale, infatti, la retorica legislativa “senza interlocutore”, trova tesi corrette che soddisfano gli scopi di altre retoriche, svolgendo un processo di ragionamento che parte dalle conclusioni anzichè dalle premesse.
Proprio perchè le conclusioni attuano ed esprimono gli scopi.
Quindi le conclusioni, o meglio la prefigurazione delle conclusioni del ragionamento (che attuano gli scopi), devono , come in una logica laterale, precedere e condizionare la scelta di percorsi logici dalle premesse, anzi la scelta delle stesse premesse.
Si aggiunga che, al contrario, lo scopo , nella singola conclusione (in un modo, che chiarirò più giù), “precedendo” ogni scelta di percorsi logici, è già una molto vaga approssimazione dell’intero sistema di proposizioni che risolve il problema adattivo.
[51] Per la logica fuzzy ciò sarebbe vero atteso che la mente, in generale, ha già quel particolare approccio alla conoscenza, per cui intende quest’ ultima come apprendimento di esperienza, originariamente motivato da un qualche scopo o condizione-limite o stato che, l’essere che compie l’adattamento (cioè l’uomo o magari in futuro un computer), intende conseguire.
Quindi, è ben naturale che lo scopo conoscitivo preceda la conoscenza, e le conclusioni (o l’approssimazione globale di un ragionamento e dei suoi effetti) precedano il ragionamento concreto e le sue premesse.
[52] Non solo, lo scopo dell’adattamento chiarifica appunto l’esistenza di una fusione, nel processo conoscitivo, tra l’atto del “decidere” e “la correttezza logica o empirica”.
Nel senso che ogni conoscere fuzzy è concepito come “creazione” guidata e “limitata”dall’esperienza di “modelli vaghi” della realtà.
Nel senso che ciò che è conosciuto per mezzo di regole fuzzy, è anche “manipolato” in funzione di uno “scopo di controllo”.
Il che è anche dire che lo “scopo” implica una riduzione del numero e della qualità delle osservazioni, la cui “composizione in sistema”, in vista dello scopo, non può non implicare una “creatività teorica”, una “convenzionalità funzionale” degli insiemi fuzzy (categorie di classificazione vaghe) impiegati.
Infatti, sia dato il caso di una regola fuzzy,- fuzzy perchè ogni parola impiegata per formularla è un insieme fuzzy, – del tipo: “Se non voglio morire, a causa di un incidente stradale (decisione+descrizione finalizzata), devo frenare, quando l’auto sbanda (strumento finalizzato +esperienza della realtà).
Tutto ciò significa che “si decide” la regola di descrizione, sotto la pressione di uno scopo personale ( che restringe il campo di indifferenza delle osservazioni), ma poi l’esperienza svolge una contropressione sui modelli che “limita” l’arbitrarietà dell’adattamento (restringendo “logicamente” il numero delle regole realmente adatte a descrivere la porzione di realtà indagata).
[53] L’uso di informazioni parzialmente vere e conseguentemente solo persuasive è talmente comune, quotidiano e di uso così vitale per tutti i giorni, che non si vede come possa disconoscersi un valore alla retorica e alla vaghezza logica e alle percezioni e rappresentazioni non del tutto evidenti.
Propongo il seguente esperimento mentale.
Si immagini di dover decidere una strategia di comportamento, mentre la vostra auto sbanda pericolosamente su una strada innevata ed il cui tratto è coperto di nebbia,
Nella massima parte dei casi si frenerà con dolcezza e non di colpo, solo sulla base dei vaghi dati che si percepiscono scrutando al di là del parabrezza e della memoria vaga di molteplici situazioni analoghe.
A posteriori, non ci sarà stato alcun modo di stabilire se la mia strategia di frenare dolcemente, che corre il rischio di sbandare sulla neve, era l’unica possibile, in senso logico o dimostrativo.
Mentre frenavo potrei aver commesso un errore, visto che esperti corridori consigliano di non frenare su manti autostradali scivolosi, intanto però ho deciso, sfruttando le informazioni visive ed il bagaglio di ricordi di cui disponevo, etc.
E se ho agito è perchè la mia parziale conoscenza era stata per me “persuasiva”, governando, se si è sopravvissuti, per nebulas, una situazione complessa come un slittamento in auto [v. BART KOSKO, Il Fuzzy-Pensiero, Teoria e Applicazioni della Logica Fuzzy, cit., pp.187-188].
[54] BART KOSKO, Il Fuzzy-Pensiero, Teoria e Applicazioni della Logica Fuzzy, cit., ibidem
[55] BART KOSKO, Il Fuzzy-Pensiero, Teoria e Applicazioni della Logica Fuzzy, cit., ibidem
[56] Alludo alla sillogistica dei Topici e degli Analitici di ARISTOTELE. La logica laterale di cui fin qui si è argomentato, invece, parte dalle conclusioni e “decide di apprendere” le premesse particolari o generali, che essendo “adatte alle conclusioni”, siano anche “adatte allo scopo di formulare conclusioni razionali e corrette ” per una “corretta vittoria retorica”. Tutto ciò dovrebbe avvenire prima del confronto dialettico pubblico, in modo autonomo e segreto, senza mai staccarsi dall’esperienza immediata del problema (in modo orizzontale al “qui ed ora” del problema, e in modo laterale all’astrazione di quella dialettica p.e. aristotelica, che tende alla confutazione di ragionamenti, le cui conclusioni discendono verticalmente dalle premesse generali).
La seconda logica, quella verticale, è, nel mio schema, il punto finale di approdo della logica laterale, cioè una sorta di presentazione definitoria dei risultati, in una forma accessibile e tale da evidenziare pubblicamente la “correttezza” delle proprie tesi.
La seconda logica evidenzia le regole di un ragionamento che fa discendere “verticalmente” , o in via deduttiva da premesse generali conclusioni particolari o induttivamente da premesse particolari le conclusioni generali (riutilizzabili cone generali premesse per una nuova conclusione particolare).
[57] Anche quando tale logica fa appello a premesse di ordine generale, fa ciò in vista di un adattamento concreto, in cui è preminente l’utilità contingente della conclusione del ragionamento, e non l’attuazione incondizionata della premessa generale, la quale è, al contrario, messa alla prova di una sua attitudine logica a fungere da “prius” logico per la conclusione.
Di modo che è logicamente conseguente, e solo apparentemente contraddittorio, che un tale logica debba edificare sulle conclusioni le sue premesse.
[58] E per evidenziare queste macro-relazioni si rende necessario l’approccio fuzzy, che non usa equazioni, che è a-modellistico, in senso matematico, le cui regole fuzzy, anzi, possono essere “scritte” con simboli del linguaggio discorsivo, anzichè simboli matematici.
Queste relazioni sono regole fuzzy, cioè connessioni tra insiemi fuzzy, del tipo “se questo, allora quello” ,come dire “se piove, ci si bagna”[ BART KOSKO, Il Fuzzy-Pensiero, Teoria e Applicazioni della Logica Fuzzy, cit., pp.235 ss].
[59] Ciò che si vuole sostenere è che i fatti sociali o giuridici sono valutazioni insiemistiche, incorporanti scopi di controllo (la forma piccola o grande dei triangoli-insieme significa controllo preciso o impreciso).
[60] Proprio perchè nello stesso tempo sarebbe un processo cognitivo-adattivo, dal momento che la retorica fuzzy, con le sue regole fuzzy interpretanti i fatti fuzzy, creerebbe un modello conoscitivo-valutativo di realtà sociali. V. per il teorema FAT il CAPITOLO III, parte II.
[61] La retorica fuzzy credo che possa essere emulata dal teorema DIRO (Data In, Rules Out), perchè il teorema è una serie di regole fuzzy linguistiche che trasforma fatti linguistici fuzzy, che incorporano scopi e valutazioni, in regole fuzzy-linguistiche di comportamento “esperto”. Esso valuta linguaggio oggetto (input), per ricavarne linguaggio-regola (output). Quindi il teorema DIRO potrebbe essere impiegato per valutare esperienza sociale e giuridica in forma di regole fuzzy, per ottenere regole linguistiche fuzzy di comportamento “esperto”. V. per il teorema DIRO il CAPITOLO III, parte II.
[62] Si tenga. ora, presente, che nei sistemi adattivi (che imparano regole di conoscenza dall’esperienza) gli insiemi fuzzy sono strumenti ma anche dati del ragionamento fuzzy.
Sono “strumenti” perchè il ragionamento di un esperto, p.e. del legislatore, è una specie di macchina per pensare che produce, in forma di output, norme giuridiche, cioè regole linguistiche, e queste ultime sono necessariamente correlazioni tra insiemi fuzzy del metalinguaggio della logica dell’esperto giuridico.
Gli insiemi sono però anche “dati”, perchè il ragionamento legislativo manipola il linguaggio input, la cui natura è per lo più quella di grandi ammassi di insiemi fuzzy esprimenti un disordine o un ordine potenziale, e li governa e conosce e controlla, come detto, per mezzo di insiemi dello stesso tipo.
[63] Mi avvalgo di qui in poi dell’autorevole guida di E. BERTI, G. LAFONT, A. MOLINARO, E. NICOLETTI, Origini e sviluppo dell’analogia da Parmenide a S. Tommaso, a cura di G. Cassetta, Vallombrosa, Roma, 1987.
[64] E. BERTI, G. LAFONT, A. MOLINARO, E. NICOLETTI, Origini e sviluppo dell’analogia da Parmenide a S. Tommaso, cit., pp. 44-45
[65] cit., pp.17 e ss
[66] E. BERTI, G. LAFONT, A. MOLINARO, E. NICOLETTI, Origini e sviluppo dell’analogia da Parmenide a S. Tommaso, cit., pp. 37 e ss
[67] cit., p.37
[68] v. sul passato fuzzy, BART KOSKO, Il Fuzzy-Pensiero, Teoria e Applicazioni della Logica Fuzzy, cit., pp.89 e ss
[69] E. BERTI, G. LAFONT, A. MOLINARO, E. NICOLETTI, cit., pp.17-18
[70] cit., pp.19-20
[71] ibidem
[72] PLATONE, Timeo, 31.c dalle Opere complete, VI, Laterza, Bari, 1971, p. 379. Vi è l’idea che esista un insieme che contiene le cose ed è le cose, quasi che le cose contenessero a sua volta l’insieme. E’ impossibile non rinvenire in ciò una forte somiglianza tra il modello platonico di analogia e la logica sfumata del teorema dell’intero nella parte, dal quale agevolmente si ricava che la parte è simile al tutto, se l’intero è contenuto nella parte (in misura parziale).
[73] Osservazioni, queste, effettuate in margine a E. BERTI, G. LAFONT, A. MOLINARO, E. NICOLETTI, cit., p.27 (l’analogia in Platone) e a BART KOSKO, Il Fuzzy-Pensiero, Teoria e Applicazioni della Logica Fuzzy, cit., pp. 79 e ss (il teorema dell’intero nella parte).
[74] v. a conferma E. BERTI, G. LAFONT, A. MOLINARO, E. NICOLETTI, cit., pp.28-29.
[75] cit., p.37
[76] Interessante al riguardo il lascito semantico nella parola alètheia delle metafore del vero come svelamento, nudità, offerta libera alla vista. V., perciò, l’interessante serie di corollari filosofici che vengono dall’applicazione di tali metafore del vero in FRANCESCA RIGOTTI, La verità retorica. Etica, conoscenza e persuasione, Feltrinelli, Milano, 1995, pp.77-78
[77] E. BERTI, G. LAFONT, A. MOLINARO, E. NICOLETTI, cit., pp.37-39
[78] Tale è il senso non ambiguo del framm. 1, 10-14 tradotto in E. BERTI, G. LAFONT, A. MOLINARO, E. NICOLETTI, cit., p.40, da H.DIELS – W. KRANZ, Die Fragmente der Vorsokratiker, I, Hildebrand, Berlin, 1961), nel quale non è difficile rintracciare una apparizione del teorema dell’intero nella parte.
[79] E. BERTI, ecc., cit., 41-42
[80] cit., pp.42-44
[81] v. ,inoltre, F. CAVALLA, La verità dimenticata. Attualità dei presocratici dopo la secolarizzazione, CEDAM, Padova, 1996, pp. 72 e ss.
[82] E. BERTI, ecc., cit., pp.44. E’ il nominare umano che può rompere l’unità analogica del dire divino dell’essere (logos) ed è possibile riconoscere, invece, che il detto umano, quando si cautela contro le definizioni onomastiche che frammentano e analizzano l’essere, proprio allora ha in sé una dose di essere. La doxa è allora, per Parmenide, l’essere-per-i-mortali.
[83] cit., pp.44-47
[84] cit., pp.51 e ss
[85] cit., p.52
[86] F. CAVALLA, La verità dimenticata. Attualità dei presocratici dopo la secolarizzazione, CEDAM, Padova, 1996, pp. 127 e ss e MAURIZIO MANZIN, La natura del potere ama nascondersi, in AA.VV., Cultura moderna e interpretazione classica, cit., pp.97 e ss.
[87] F. CAVALLA, La verità dimenticata. Attualità dei presocratici dopo la secolarizzazione, cit., pp.136 e ss; cfr. MAURIZIO MANZIN, La natura del potere ama nascondersi, in AA.VV., Cultura moderna e interpretazione classica, cit., ibidem
[88] BART KOSKO, Il Fuzzy-Pensiero, Teoria e Applicazioni della Logica Fuzzy, cit., pp. ; cfr. E. BERTI, ecc., cit., pp.44-47
[89] Vedi BART KOSKO, cit., pp. 79 e ss; cfr. CAPITOLO II, Prologo II, par. III
[90] BART KOSKO, cit., ibidem; cfr. CAPITOLO II, Prologo II, par. III