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Corte di Cassazione, sezione II penale, sentenza 8 febbraio 2017, n. 5806 – Avvocato Renato D'Isa
Corte di Cassazione, sezione II penale, sentenza 8 febbraio 2017, n. 5806	By Avv. Renato D'Isa on 9 marzo 2017	• ( Lascia un commento )
In presenza di un processo “principale” all’esito del quale i giudici dispongono la confisca di un bene, sarebbe irrazionale considerare la possibilità che un terzo sia legittimato a instaurare un processo parallelo che potrebbe portare ad un contrasto di decisioni
sentenza 8 febbraio 2017, n. 5806
avverso la ordinanza del 15/09/2016 del Tribunale di L’Aquila;
sentita la relazione svolta dal consigliere Marco Maria ALMA;
lette le richieste del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. BALDI Fulvio, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso.
1. Con ordinanza in data 15 settembre 2016, a seguito di giudizio di appello ex articolo 322 bis c.p.p., il Tribunale di L’Aquila ha dichiarato l’inammissibilita’ del gravame proposto nell’interesse di (OMISSIS) avverso l’ordinanza in data 26 luglio 2016 della Corte di Appello di L’Aquila con la quale era stata rigettata l’istanza di restituzione delle somme sottoposte a sequestro preventivo (pari ad un ammontare di Euro 1.900.500).
La (OMISSIS) era stata rinviata a giudizio e poi assolta all’esito dell’udienza preliminare in relazione al reato di cui all’articolo 240 bis c.p., con la formula perche’ il fatto non costituisce reato.
All’esito del giudizio di primo grado tuttavia il Tribunale ha riconosciuto la responsabilita’ delle societa’ (OMISSIS) S.r.L. e (OMISSIS) S.r.L. per l’illecito amministrativo dipendente dal suddetto reato commesso a proprio vantaggio, ritenendo la somma sopra indicata e della quale e’ stato invocato il dissequestro come profitto del reato de quo.
Detta somma di denaro risulta sequestrata su di un conto corrente acceso presso l’Agenzia della (OMISSIS) dalla societa’ fiduciaria ” (OMISSIS)” del medesimo gruppo bancario.
Il Tribunale del riesame ha, al riguardo, evidenziato che il soggetto al quale il denaro e’ stato sequestrato e’ la societa’ fiduciaria e non gia’ la (OMISSIS), ritenendo giuridicamente irrilevante la posizione della stessa di fiduciante.
A cio’ si aggiunge – prosegue sempre il Tribunale – che la (OMISSIS) non potrebbe dolersi neppure della confisca disposta con la sentenza di primo grado ai sensi del Decreto Legislativo n. 231 del 2001, articolo 19, non essendo la stessa destinataria del provvedimento ablatorio e che non e’ fondata l’affermazione della stessa che la somma de qua non costituirebbe profitto del reato ma denaro della donna che le menzionate societa’, ricevuto il finanziamento, ebbero a restituire alla predetta a fronte delle anticipazioni, in passato ricevute in buona fede dalla stessa quale soggetto estraneo al reato.
2. Ricorre per Cassazione avverso il predetto provvedimento il difensore della (OMISSIS) (munito di idonea procura speciale), deducendo con un unico articolato motivo la nullita’ del provvedimento stesso per violazione degli articoli 322 bis e 579 c.p.p., Decreto Legislativo n. 231 del 2001, articolo 19, nonche’ degli articoli 24, 42 e 111 Cost., oltre che per omessa motivazione.
Evidenzia al riguardo la difesa delle ricorrente che la (OMISSIS), contrariamente a quanto ritenuto dal Tribunale del riesame, sarebbe invece legittimata a richiedere la restituzione delle somme sequestrate con conseguente revoca della confisca disposta a carico delle societa’ menzionate avendo essa subito gli effetti pregiudizievoli del provvedimento ablativo. Infatti, le disposizioni di legge sopra richiamate non consentirebbero la confisca qualora i beni appartengano ad una persona estranea al reato, trattandosi di soggetto terzo comunque titolare di specifici diritti anche procedurali.
Avrebbe, inoltre, errato il Tribunale laddove ha affermato che l’impugnazione della (OMISSIS) avrebbe ad oggetto non gia’ un provvedimento cautelare ma una pronuncia di merito contestabile con un diverso strumento di impugnazione e dinanzi ad altro giudice.
Sebbene, infatti, gli articoli 573, 579 e 593 c.p.p., non consentono al terzo proprietario di proporre appello avverso la decisione di primo grado che ha disposto la confisca cio’ non toglie che l’odierna ricorrente ha regolarmente presentato istanza di restituzione del denaro alla Corte di appello e che poteva comunque valersi del rimedio di carattere generale di cui all’articolo 322 bis c.p.p..
Nella giurisprudenza di legittimita’, poi, esistono due diversi orientamenti nel caso in cui nel procedimento principale sia stata pronunciata sentenza di primo grado non irrevocabile, il primo che afferma che il proprietario dei beni caduti in sequestro ha diritto a contestare innanzi al Tribunale del riesame il permanere delle condizioni giustificative del vincolo ed il secondo che lo nega. La situazione descritta imporrebbe, quindi, secondo parte ricorrente, la rimessione del presente ricorso alle Sezioni Unite ex articolo 610 c.p.p., comma 2.
Nel caso in cui si volesse ritenere l’orientamento contrario a quello caldeggiato dalla difesa, si dovrebbe porre la questione di legittimita’ costituzionale delle norme di legge indicate atteso che sarebbe illegittimo ritenere che il terzo proprietario del bene confiscato, una volta intervenuta la sentenza di primo grado debba attendere l’irrevocabilita’ della sentenza di condanna per poi essere legittimato a tutelare i propri diritti di rango costituzionale innanzi al giudice dell’esecuzione.
Ancora, e’ di tutta evidenza, secondo la difesa della ricorrente, che le somme sequestrate non appartengono ad un coimputato, ne’ alle societa’ sopra indicate essendo stato provato il titolo in forza del quale la (OMISSIS) aveva ottenuto sul proprio conto corrente la somma oggetto di sequestro. Da cio’ ne consegue che la ricorrente avrebbe anche il diritto a contestare l’entita’ dell’importo confiscabile nei suoi confronti poiche’ e’ l’unica persona pregiudicata dal provvedimento ablativo, anche perche’ il Decreto Legislativo n. 231 del 2001, articolo 19, prevede espressamente che la confisca puo’ essere disposta “salvo per la parte che puo’ essere restituita al danneggiato” ed il mancato accertamento da parte del giudice del processo principale non puo’ di certo pregiudicare la ricorrente.
A cio’ si aggiunge il rilievo che l’articolo 19, menzionato fa salvi i diritti acquisiti dai terzi in buona fede e non si vede come si possa ritenere sussistente una preclusione processuale alla tutela dei diritti stessi se non incorrendo in una violazione di carattere processuale.
Infine, rileva la difesa della ricorrente che la confisca e’ stata disposta nei confronti delle societa’ (OMISSIS) S.r.L. e (OMISSIS) S.r.l., mentre poi le somme sono state sequestrate alla (OMISSIS) perche’ la stessa era indagata. Ora non essendo rimasto il profitto del reato nella disponibilita’ delle predette societa’ il giudice del merito non avrebbe potuto ordinare la confisca “diretta” delle somme stesse nei confronti di un soggetto diverso.
a) che erroneamente il Pubblico Ministero ha ritenuto che la (OMISSIS) sia soggetto “fiduciante” delle societa’ (OMISSIS) e (OMISSIS) nei confronti delle quali e’ stata disposta la confisca Decreto Legislativo n. 231 del 2007, ex articolo 19, mentre il rapporto fiduciario esisteva tra la (OMISSIS) e la ” (OMISSIS)”;
b) che la (OMISSIS) e’ legittimata a ricorrere perche’ il sequestro e’ stato emesso nei confronti della stessa sebbene poi la somma sia stata trasferita dal conto corrente della medesima su quello della ” (OMISSIS)”;
c) che la (OMISSIS) e’ stata prosciolta dal G.u.p. per difetto di una consapevole partecipazione al reato contestatole;
d) che il Tribunale in luogo della confisca diretta delle somme nei confronti della (OMISSIS) avrebbe dovuto procedere alla confisca per equivalente nei confronti delle societa’ che in tal modo hanno ottenuto un ingiusto vantaggio dal provvedimento.
Nella memoria sono state inoltre ribadite le richieste di remissione del ricorso alle Sezioni Unite e la richiesta di sollevare questione di legittimita’ costituzionale delle quali si e’ gia’ detto sopra.
1. La primaria questione di diritto attorno alla quale ruota la vicenda processuale sottoposta all’attenzione di questa Corte di legittimita’ riguarda all’evidenza la legittimazione – esclusa dal Tribunale del riesame – della (OMISSIS) ad impugnare il provvedimento della Corte di appello di mancata restituzione del denaro oggetto di sequestro nonche’ di contestare le decisioni di confisca emesse nel processo di merito del quale la stessa non e’ piu’ formalmente parte essendo intervenuta nei confronti della stessa una sentenza di assoluzione.
Solo dalla positiva (per la ricorrente) risoluzione della questione pregiudiziale de qua consegue, poi, la possibilita’ di esaminare le questioni relative al diritto della odierna ricorrente ad ottenere la restituzione delle somme in questione.
E’ quindi primario stabilire se la ricorrente aveva la possibilita’ di agire seguendo la via processuale che ha inteso intraprendere.
Come correttamente rilevato dalla stessa difesa della ricorrente esistono due contrapposti orientamenti nella giurisprudenza di legittimita’.
Secondo il primo di essi “Permane l’interesse del proprietario di beni caduti in sequestro a contestare attraverso l’appello proposto al tribunale del riesame il permanere delle condizioni giustificative del vincolo, anche quando sia intervenuta sentenza non irrevocabile che abbia disposto la confisca degli stessi beni” (In motivazione la Corte ha chiarito che le statuizioni contenute in una sentenza non ancora irrevocabile non mutano il titolo giuridico dell’ablazione) (Sez. 3, n. 42362 del 18/09/2013, Ariano, Rv. 256976). Nella motivazione della decisione menzionata si e’ anche precisato che, secondo il consolidato indirizzo interpretativo della Corte di legittimita’, avverso il provvedimento di rigetto dell’istanza di dissequestro e’ previsto, ex articolo 322 bis c.p.p., l’appello al Tribunale del riesame, che e’ rimedio di carattere generale, autonomamente esperibile avverso tutti i provvedimenti diversi da quello impositivo della misura.
Secondo un orientamento contrapposto, invece, si e’ affermato che “In tema di misure cautelari reali, quando sia intervenuta una sentenza non irrevocabile di condanna, al terzo interessato e’ precluso fino alla formazione del giudicato di rivolgersi al giudice della cognizione per far valere i propri diritti sui beni in sequestro” (Sez. 2, n. 5380 del 10/01/2015, Purificato, Rv. 262283).
Nella motivazione della sentenza da ultimo menzionata si e’ evidenziato che:
a) l’articolo 323 c.p.p., comma 3, stabilisce che “Se e’ pronunciata sentenza di condanna, gli effetti del sequestro permangono quando e’ stata disposta la confisca delle cose sequestrate”;
b) che la Corte di legittimita’ ha gia’ avuto modo di stabilire che quando sia intervenuta una sentenza non irrevocabile di condanna deve escludersi, non solo la possibilita’ di restituire i beni di cui e’ stata disposta la confisca, ma anche l’immediata esecutivita’ dei provvedimenti restitutori dei beni sottoposti a sequestro preventivo di cui non sia stata disposta la confisca, potendo quest’ultima intervenire nel successivo grado di giudizio di merito e, ricorrendo l’ipotesi di confisca obbligatoria, anche in sede esecutiva (Sez. 1, n. 8533 del 09/01/2013, Zhugri, Rv. 254927; Sez. 6, n. 40388 del 26/05/2009, Armenise, Rv. 245473);
c) che, in sostanza, se nel corso delle indagini preliminari e durante il giudizio di primo grado, il terzo puo’ far valere – dinanzi all’A.G. procedente – i propri diritti sui beni sequestrati, allo stesso e’ invece precluso di rivolgersi al giudice della cognizione dopo la sentenza non irrevocabile di condanna e fino alla formazione del giudicato di condanna. Non puo’ ammettersi, invero, che la statuizione di confisca contenuta nella sentenza sia posta in discussione – durante la pendenza del processo e al di fuori dello stesso – da un soggetto terzo, che non e’ parte del rapporto processuale instaurato dinanzi al giudice della cognizione. Cio’ non vuoi dire che il terzo non possa, dopo la sentenza di condanna che ha disposto la confisca dei beni, tutelare i propri diritti. Egli, a tal fine, dopo il passaggio in giudicato della sentenza di condanna dell’imputato e sempreche’ la confisca sia divenuta irrevocabile, potra’ promuovere apposito incidente di esecuzione dinanzi al giudice di cui all’articolo 665 c.p.p., giudice che e’ specificamente designato a decidere in ordine alla confisca e alla restituzione delle cose sequestrate (articolo 676 c.p.p.). Va ricordato in proposito che, secondo la giurisprudenza di questa Corte, in tema di misure di sicurezza patrimoniali, l’ordine di confisca contenuto in una sentenza irrevocabile di condanna fa stato “inter partes”; pertanto, quando il provvedimento risulta disposto illegittimamente sussistendo la causa impeditiva prevista dall’articolo 240 c.p., comma 3, il soggetto estraneo al reato, e percio’ rimasto estraneo al procedimento penale, al quale la cosa confiscata appartiene puo’ chiedere di invalidare quel capo della sentenza ed ottenere la revoca della misura di sicurezza inflitta all’imputato condannato (Sez. 5, n. 15394 del 06/03/2014, Russo, Rv. 260218). A tal fine, il terzo estraneo al reato puo’ far valere il diritto alla restituzione con la proposizione di incidente di esecuzione, nell’ambito del quale, escluso che possano essere rivalutate le ragioni della confisca, puo’ dimostrare la sussistenza del diritto di proprieta’ e l’assenza di ogni addebito di negligenza (Sez. 1, n. 47312 del 11/11/2011, Lazzoi, Rv. 251415; Sez. 6, n. 29124 del 02/07/2012, Carlon, Rv. 253180).
Ritiene l’odierno Collegio di aderire al menzionato e piu’ recente orientamento giurisprudenziale di questa Sezione (sent. 5380/2015 cit.) condividendone in toto le argomentazioni e cio’ senza che si renda necessaria l’emissione di ordinanza ex articolo 618 c.p.p..
Del resto appare doveroso osservare che se neppure l’imputato ha la possibilita’ di impugnare autonomamente una statuizione di confisca contenuta in una sentenza non definitiva pronunciata a suo carico, potendo proporre gravame contro la decisione ablatoria solo contestualmente al gravame contro la sentenza nel suo complesso, non si vede per quale ragione il terzo non piu’ parte del processo possa farlo all’interno di un sub-procedimento cautelare che segue una strada autonoma. Ben inteso, la (OMISSIS) allorquando era indagata e financo a quando era imputata innanzi al G.u.p. ben avrebbe potuto avanzare in quelle fasi la richiesta di restituzione dei beni in sequestro dei quali rivendica la proprieta’, poi seguendo, in caso di esito negativo delle proprie istanze, l’iter delle impugnazioni previste dalla legge, ma nel momento in cui il Giudice del processo di merito ha emesso una sentenza nella quale ha disposto la confisca dei beni (nella specie il denaro de quo), l’unica strada percorribile dall’odierna ricorrente – come detto non piu’ parte del processo – non potra’ che essere quella di rivolgersi a tempo debito al Giudice dell’esecuzione.
Il sistema descritto non si pone assolutamente in contrasto con i principi costituzionali anche in materia di protezione del diritto di proprieta’, il che determina la valutazione di manifesta infondatezza della relativa istanza di rimessione della questione al Giudice delle leggi contenuta nel ricorso che qui ci occupa. Per contro detto sistema risponde ad una precisa ratio che riguarda i tempi ed i modi nei quali il terzo puo’ far valere i propri diritti sui beni e garantisce comunque al terzo reclamante la restituzione dei beni dei quali e’ stata disposta la confisca il rimedio processuale del ricorso al Giudice dell’esecuzione.
Irrazionale sarebbe invece ritenere possibile, in presenza di un processo “principale” all’esito del quale i Giudici – all’evidenza sulla base delle prove raccolte – hanno ritenuto di disporre la confisca di un bene, prevedere la possibilita’ che un terzo possa determinare la contestuale instaurazione di un “procedimento parallelo” (quindi non meramente incidentale rispetto a quello principale, potenzialmente fondato anche su elementi diversi e senza neppure la partecipazione degli imputati del processo principale) che potrebbe portare ad un irrimediabile contrasto di decisioni.
Ne consegue che l’odierna ricorrente (OMISSIS) non era legittimata in questa fase all’instaurazione della procedura che ha portato all’odierna decisione.
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Corte di Cassazione, sezione VI civele, sentenza 8 febbraio 2017, n. 3295