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Timestamp: 2020-06-02 23:25:16+00:00
Document Index: 179559995

Matched Legal Cases: ['art. 5', 'art. 1', 'art. 5', 'art. 5', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Il Commercialista in Rete: Tassazione
Solo gli usi combinati di prodotti energetici sfuggono a tassazione.
Causa C-426/13
La decisione si è concentrata proprio su tale ultima categoria di prodotti, ovvero quelli definiti ad uso combinato. La controversia vede pr...
Sono residente in Italia, ricevo da una società inglese somme a titolo di distribuzione utili. In Inghilterra non effettuano alcuna trattenuta. Vanno tassate in Italia?
In tema di tassazione dei redditi prodotti all'estero, il nostro ordinamento prevede il principio della worldwide taxation in base al quale, in capo al soggetto fiscalmente residente nel territorio dello Stato, sono imponibili tutti i redditi posseduti, anche se prodotti all'estero. In senso contrario, qualora il soggetto sia fiscalmente residente all'estero, sono imponibili in Italia solo i redditi qui prodotti (articolo 23 del Tuir). In base all'articolo 10 della convenzione contro le doppie imposizioni tra Italia e Gran Bretagna, i dividendi pagati da una società residente nel Regno Unito a un soggetto residente in Italia sono imponibili nel nostro Stato.
Sono residente in Italia, ricevo da una società inglese somme a titolo di distribuzione utili. In Inghilterra non effettuano alcuna trattenu...
Tassazione emolumenti arretrati.
Ho percepito nel 2013 degli arretrati di reddito da lavoro dipendente, da assoggettare a tassazione separata. Nel 2013 non ho reddito. Posso chiedere a rimborso le ritenute Irpef risultanti nel Cud?
L’aliquota per la tassazione separata degli emolumenti arretrati per lavoro dipendente corrisponde a quella prevista per la metà del reddito complessivo dei due periodi precedenti. Se in uno dei due anni anteriori non c’è stato reddito imponibile, si applica l’aliquota corrispondente alla metà del reddito complessivo netto dell’altro anno. Se non c’è stato reddito imponibile in nessuno dei due anni, si applica l’aliquota Irpef stabilita per il primo scaglione di reddito (articolo 21 del Tuir). L’Agenzia delle Entrate procede quindi alla riliquidazione dell’imposta (articolo 36-bis del Dpr 600/1973) e, in presenza di maggiore imposta dovuta, all’emissione di apposito avviso per darne comunicazione al contribuente. Qualora le imposte dovute a titolo definitivo risultino invece di ammontare inferiore alle ritenute subite, l’Amministrazione finanziaria provvederà a effettuare il rimborso dell’eccedenza. Se la somma a debito o a credito è inferiore a 100 euro non si dovrà né pagare ulteriori imposte, né si avrà diritto a un eventuale rimborso (Dl 223/2006).
Ho percepito nel 2013 degli arretrati di reddito da lavoro dipendente, da assoggettare a tassazione separata. Nel 2013 non ho reddito. Posso...
alle lunedì, maggio 05, 2014
“Pago le tasse regolarmente perché è mio dovere di cittadino”.
“Se pago le tasse regolarmente, è perché lo considero un mio dovere come cittadino”: quanto sei d’accordo con questa affermazione? È solo uno degli item di un questionario elaborato da un team di ricerca italo-austriaco, composto da Edoardo Lozza (Università Cattolica del Sacro Cuore), Barbara Kastlunger, Erich Kirchler e Alfred Shabmann (Università di Vienna).
L’obiettivo della ricerca (Powerful Authorities and Trusting Citizens: The Slippery Slope Framework and Tax Compliance in Italy) era verificare l’applicabilità del modello teorico dello slippery slope nel contesto italiano.
In sintesi, il modello della “china scivolosa” integra l’approccio classico degli economisti al problema evasione – centrato sugli elementi razionali e sulla valutazione costi-benefici – con quello socio-psicologico, nel quale assumono rilievo aspetti, quali la fiducia nell’autorità fiscale, la percezione del sistema fiscale e del comportamento degli altri contribuenti.
In questa ottica, la tax compliance può essere l’esito di due percorsi differenti:
l’uno basato sulla partecipazione convinta del contribuente all’obbligo tributario, concepito come un dovere civico, in un clima improntato alla fiducia reciproca tra Stato e cittadino
l’altro fondato sul potere dell’autorità di imporre il comportamento desiderato, grazie al ricorso agli strumenti coercitivi (in un contesto sociale marcato dalla sfiducia e dallo scollamento tra contribuenti e Stato).
La fiducia gioca in questo quadro un ruolo decisivo, poiché rende legittimo l’uso del potere autoritativo da parte dell’Amministrazione fiscale, che è in tal caso percepita come strumento di tutela degli interessi collettivi. Quando invece viene meno il legame fiduciario, quello stesso potere è percepito come coercitivo, una sorta di longa manus di uno Stato che non è accettato né riconosciuto.
Il campione e il disegno della ricerca
Il questionario strutturato è stato somministrato a un campione di 389 liberi professionisti e imprenditori distribuiti in quattro regioni italiane (Lombardia, Veneto, Trentino Alto Adige e Abruzzo), con caratteristiche eterogenee per età, genere, istruzione e reddito.
I risultati raccolti sono stati poi analizzati attraverso un modello statistico-matematico, interpretati in base ai fondamenti teorici dello slippery slope e verificati attraverso una serie di focus group.
Un primo elemento di interesse che emerge dalla ricerca (per la verità, già consolidato nella letteratura scientifica, meno nel dibattito pubblico) è la pressoché completa irrilevanza delle variabili demografiche: in altre parole, quale che sia l’età, il livello di istruzione, il reddito e il genere, questo non influisce in modo significativo sul comportamento fiscale. Né sembra mostrare effetti apprezzabili la provenienza geografica.
Archiviate le “profezie” lombrasiane, restano sul tavolo gli interrogativi chiave della ricerca: perché si pagano (o non si pagano) le tasse?
E soprattutto, quanto incide la relazione di fiducia tra contribuente e Stato sui comportamenti di compliance?
Le risposte del campione, come sempre, sono piuttosto eterogenee. C’è, ad esempio, un 30% di intervistati che candidamente ammette di subire il “fascino” dell’evasione, dicendosi completamente d’accordo sul fatto di occultare i ricavi di un lavoro commissionato da un’impresa “amica”; gli stessi, probabilmente, che, se anche pagano le tasse, lo fanno solo perché non si sentono ancora abbastanza scaltri da evadere “senza essere beccati”.
Ci sono però anche quelli che - non pochi - considerano il pagamento dei tributi “un mio dovere come cittadino” o, addirittura, lo ritengono “sottinteso”. Una parte del campione riconosce, in linea di principio, l’importanza del pagamento dei tributi, ma ammette che, in certe circostanze, può ricorrere a qualche escamotage per alleggerire il peso del fisco. C’è, ancora, chi paga “perché sa che sarà controllato” e chi invece adempie “per sostenere lo Stato e gli altri cittadini”.
Permane, in alcuni casi, una certa diffidenza nei confronti del Fisco, al quale qualcuno attribuisce intenzioni quasi persecutorie (“cerca a lungo nei documenti dei contribuenti fino a quando non trova qualcosa”). Percezione che potrebbe essere riconducibile - più che a un giudizio basato sull’esperienza diretta - agli stereotipi che circolano nella rappresentazione mediatica o, ancora, al sentimento di distanza, quando non addirittura sfiducia, nei confronti dello Stato e di tutto ciò che lo rappresenta.
A supporto di questa ipotesi è il fatto che gli intervistati effettivamente sottoposti a controlli fiscali presentano opinioni assimilabili a quelle espresse dai soggetti che non sono mai entrati in contatto con l’Amministrazione finanziaria: si tratta dunque, sostengono i ricercatori, di valutazioni che probabilmente non sono frutto di esperienze dirette, ma sono influenzate dalla “sfiducia generalizzata” verso le istituzioni (del resto- confermata da tutti i più recenti sondaggi di opinione).
Le indicazioni per le amministrazioni fiscali
In generale, i dati emersi dalla ricerca evidenziano la rilevanza della fiducia (nello Stato, nell’apparato pubblico, nella stessa Amministrazione fiscale) rispetto al comportamento del contribuente: chi nutre un sentimento di fiducia è naturalmente orientato alla compliance e tendenzialmente non evade, nemmeno qualora ne abbia la possibilità.
Viceversa, i contribuenti “sfiduciati” sono più decisamente orientati all’evasione oppure, nel migliore dei casi, si adeguano malvolentieri alla richiesta tributaria.
Appurato il ruolo della fiducia, resta da chiarire come agisce la leva del potere nei confronti dei contribuenti, specie di quelli meno motivati.
Ebbene, se nel breve termine una strategia basata sulla deterrenza può anche esercitare un effetto positivo in termini di tax compliance, nel lungo termine questa compliance “forzata” lascia il posto a comportamenti di evasione deliberata. In altre parole, un po’ come giocando a “guardie e ladri”: più i contribuenti “sfiduciati” si sentono obbligati a pagare, più sono portati a evadere.
In questo scenario, osservano i ricercatori, l’Amministrazione fiscale si trova davanti a un bivio. Una strada è quella di aumentare la fiducia dei contribuenti nell’apparato amministrativo (anche, ad esempio, attraverso l’attività di formazione che l’Agenzia delle Entrate sta realizzando, ndr), pur nella consapevolezza che sulla dimensione fiduciaria incidono altri importanti fattori: primo tra tutti l’equità distributiva, vale a dire il modo in cui le entrate sono gestite per alimentare i servizi pubblici.
L’altra strada è quella di consolidare il proprio potere, rafforzando la leva sanzionatoria e la capacità di controllo (e così esponendosi, nel lungo termine, a riflessi negativi).
Il primo passo per non “scivolare”, secondo i ricercatori, deve essere quello di conoscere le percezioni e le attitudini dei contribuenti, per poter combinare nel miglior modo possibile le leve della fiducia e del potere.
“Se pago le tasse regolarmente, è perché lo considero un mio dovere come cittadino”: quanto sei d’accordo con questa affermazione? È solo un...
alle mercoledì, giugno 12, 2013
Quesito: tasse USA e Italia.
Mia moglie è americana, ha lavorato fino al 13 luglio 2012 negli stati uniti. Da settebre 2012 lavora in Italia. Adesso è arrivato il momento per compilare tutta la documentazione per il pagamento delle tasse in USA. Sareste voi in grado di compilare questi documenti? il proplema nasce dal fatto che non è facile sapere come comportarsi dovuto al fatto che ha lavorato per 7 mesi negli USA e 4 in Italia
Mia moglie è americana, ha lavorato fino al 13 luglio 2012 negli stati uniti. Da settebre 2012 lavora in Italia. Adesso è arrivato il moment...
Etichette: Convenzione Italia-USA, Quesiti, Tassazione
alle lunedì, marzo 04, 2013
Più tassazioni, se l’autonomo ha dislocato l’attività in più Stati.
Secondo l’articolo 14 della convenzione italo-svizzera contro le doppie imposizioni, ratificata con legge n. 943 del 1978, i redditi che un soggetto residente di uno dei due Stati ritrae dall’esercizio di una libera professione o da altre attività indipendenti di carattere analogo sono imponibili soltanto in detto Stato, a meno che detto soggetto non disponga abitualmente nell’altro Stato di una base fissa per l’esercizio della sua attività (c.d. stabile organizzazione). In tal caso, i redditi sono imponibili limitatamente alla parte attribuibile a detta base fissa. Nel caso che la controversia riguardi il silenzio-rifiuto sulla restituzione di ritenute alla fonte su redditi di lavoro autonomo effettuate nello Stato è onere del ricorrente, in qualità di attore sostanziale, provare le circostanze di fatto relative alla mancanza della sede fissa d’affari nello Stato.
Sentenza n. 1680 del 24 gennaio 2013 (udienza 6 dicembre 2012)
Cassazione Civile, sezione V - Pres. MERONE Antonio - Est. SAMBITO Maria Giovanna
Imposte sui redditi – Divieto di doppia imposizione – Articolo 14 della Convenzione italo-elvetica contro le doppie imposizioni – Attività svolta tramite sede fissa d’affari
Secondo l’articolo 14 della convenzione italo-svizzera contro le doppie imposizioni, ratificata con legge n. 943 del 1978, i redditi che un...
alle lunedì, febbraio 18, 2013
Tassazione sulla retribuzione e somme non percepite.
Se la dipendente di una società non ha percepito lo stipendio del mese di Dicembre 2012 nonostante il cedolino sia stato elaborato ed eseguito il relativo conguaglio, come bisogna comportarsi rispetto al modello CUD? Se non è possibile rielaborare il cedolino, si potrebbe allegare al CUD una dichiarazione della dipendente che esclude di aver percepito le somme del mese in questione?
La tassazione delle retribuzioni segue il criterio di cassa, contrariamente a quanto avviene per la contribuzione. E' pertanto necessario rettificare il cedolino per quanto attiene la parte fiscale, ripetendo le operazioni di conguaglio di fine anno, operazione consentita dalla legge fino al 28 febbraio 2013. Il CUD deve rispecchiare l'effettivo imponibile; è una certificazione e non può essere il lavoratore, pertanto, a rettificarla unilateralmente.
Domanda Se la dipendente di una società non ha percepito lo stipendio del mese di Dicembre 2012 nonostante il cedolino sia stato elaborato...
alle lunedì, febbraio 04, 2013
Ho una ditta individuale e gestisco un negozio con distributori automatici in Sardegna. Vorrei sapere se trasferendo il mio negozio ad es...
Quesito: pressione fiscale su ditta individuale.
quante tasse e costi amministrativi andrà a pagare una ditta individuale senza dipendenti con un reddito di 48 mila euro annui, in prov di trento.
quante tasse e costi amministrativi andrà a pagare una ditta individuale senza dipendenti con un reddito di 48 mila euro annui, in prov di t...
alle mercoledì, novembre 28, 2012
Tassazione delle somme corrisposte al lavoratore.
Una agenzia di assicurazione ha sottoscritto un contratto di solidarietà ex L. 236/93, art. 5, comma 5 ed il Ministero del Lavoro ha concesso il relativo contributo. Tale contributo deve essere ripartito in parti uguali tra impresa e lavoratori e per questi ultimi esso non ha natura di retribuzione ai fini degli istituti contrattuali e di legge, ivi compresi gli obblighi contributivi. Si richiede pertanto se l'azienda, in fase di erogazione del contributo di competenza dei dipendenti, debba regolarmente assoggettare tali somme a Irpef o se le stesse, visto che sono esenti da Inps, siano completamente esenti anche da imposta Irpef.
- i contratti di solidarietà per le aziende rientranti nel campo di applicazione della disciplina in materia di CIGS (art. 1 Legge n. 863/84);
- i contratti di solidarietà per le aziende non rientranti nel regime di CIGS e per le aziende artigiane (art. 5, comma 5, Legge n. 236/93).
Alle imprese non rientranti nel campo di applicazione dell'articolo 1 del decreto-legge 30 ottobre 1984, n. 726, convertito, con modificazioni, dalla legge 19 dicembre 1984, n. 863, viene corrisposto, per un periodo massimo di due anni, un contributo pari alla metà del monte retributivo da esse non dovuto a seguito della riduzione di orario. Il contributo viene erogato in rate trimestrali e ripartito in parti uguali tra l'impresa e i lavoratori interessati. Per questi ultimi il contributo non ha natura di retribuzione ai fini degli istituti contrattuali e di legge, ivi compresi gli obblighi contributivi previdenziali ed assistenziali. La somma corrisposta al lavoratore è reddito a tutti gli effetti e il sostituto d'imposta che la eroga è tenuto ad operare la ritenuta d'acconto.
Domanda Una agenzia di assicurazione ha sottoscritto un contratto di solidarietà ex L. 236/93, art. 5, comma 5 ed il Ministero del Lavoro ha...
alle martedì, dicembre 06, 2011
Tassa sulla telefonia mobile, i Comuni non sono esentati.
La tassa di concessione governativa, da corrispondere per l’utilizzo dei cellulari, non è stata eliminata e va, dunque, applicata fino a quando non interviene un’espressa abrogazione. Legittimi, pertanto, i dinieghi opposti dagli uffici alle istanze di rimborso avanzate dai Comuni. Lo ha stabilito la Commissione tributaria regionale di Venezia, con la sentenza n.76/6/11.
La vicenda trae origine da alcune istanze di rimborso presentate nel 2009 all’ufficio delle Entrate di Vicenza 1, da parte di sette Comuni, per la restituzione di quanto versato a titolo di tassa di concessione governativa. La norma prevede il pagamento mensile, tramite il gestore di telefonia mobile in qualità di sostituto d’imposta, di un importo di 5,16 o 12,91 euro, per ogni singola utenza telefonica acquistata dall’ente locale.
Contro il diniego opposto dall’ufficio i Comuni vicentini presentavano ricorso davanti alla Commissione tributaria provinciale di Vicenza, censurando l’operato dell’Amministrazione finanziaria e chiedendo la declaratoria di illegittimità del rifiuto impugnato.
L’organo giudicante, con riferimento alle censure formulate dal patrocinio degli enti locali, previa declaratoria della non spettanza del rimborso de quo, nel dicembre 2009, con sentenza 154, ha accolto la tesi dell’ufficio di Vicenza 1, affermando che la tassa di concessione governativa non è stata eliminata nel 2003 con l’entrata in vigore del Codice delle comunicazioni, ma continua a essere applicata fino a quando non sarà espressamente abrogata dal legislatore.
I Comuni, quindi, non rientrando tra le Amministrazioni statali, non possono ritenersi esclusi dal versamento della tassa.
Nel caso di specie, i Comuni che avevano presentato ricorso, chiedevano il rimborso di 63.885,41 euro oltre agli interessi e, a seguito delle conclusioni del giudice di primo grado, proponevano appello, formulando numerosi e articolati motivi di gravame.
La sentenza della Ctr di Venezia
I giudici tributari di secondo grado, con dovizia di argomentazioni, hanno respinto tutte le eccezioni sollevate dal difensore dei Comuni contro la sentenza resa dal giudice a quo, ribadendo i principi chiave della diatriba sostenuti con successo dalla Dp di Vicenza.
L’attenta disamina della normativa di riferimento ha portato i giudici a ritenere tutt’ora vigente e applicabile agli enti locali la tassa in commento.
La tassa di concessioni governative sui servizi radiomobili venne introdotta dall’articolo 3 del Dl 151/1991, mediante l’aggiunta della voce 131 alla Tariffa annessa al Dpr 641/1972. Per consentire la speditezza dei commerci, il ministro delle Poste e delle Telecomunicazioni, considerando l’opportunità di provvedere all’aggiornamento della disciplina del servizio radiomobile pubblico terrestre di conversazione al fine di consentire l’impiego anche di apparecchiature terminali portatili ed estraibili, emanò il decreto 33 del 13 febbraio 1990.
Osserva la Commissione tributaria che l’articolo del citato decreto ministeriale non essendo, a differenza dell’articolo 318 del Dpr 156/73, abrogato da successive disposizioni, costituisce il presupposto legislativo per l’applicazione, ai contratti di servizio radiomobile, della tassa di concessione governativa.
Il Collegio veneziano, invero, ammette giustamente l’applicabilità al caso di specie dell’articolo 21, Tariffa allegata al Dpr 641/1972, sul presupposto che la vigenza e conseguente non abrogazione implicita dello stesso trova conferma nel fatto che l’articolo è stato oggetto di modifica con la legge 244/2007, con evidente esclusione della possibilità che la tassa anzidetta sia stata eliminata nel 2003, ex articolo 218 del Dlgs 259/2003. Tale norma, emanata in sede di approvazione del nuovo Codice delle comunicazioni, non avendo inciso in alcun modo sull’applicabilità della “tassa”, ha di fatto confermato la vigenza dell’articolo 21.
Partendo dalla disamina del Dpr 641/1972, si osserva ulteriormente come esso introduce una specifica “Disciplina delle tasse sulle concessioni governative”, assoggettando alle predette tasse “i provvedimenti amministrativi e gli altri atti elencati nell’annessa tariffa (...) nella misura e nei modi indicati nella tariffa stessa” (articolo 1).
L’articolo 21 della Tariffa annessa prevede l’applicazione di un tributo a fronte del rilascio di ciascuna “Licenza o documento sostitutivo per l’impiego di apparecchiature terminali per il servizio radiomobile pubblico terrestre di comunicazione”.
Ebbene, secondo i giudici regionali, appare evidente come sia la licenza sia il documento sostitutivo, che è costituito dall’abbonamento telefonico, rappresentano due tipologie di atti, alternativi, che il legislatore ha voluto assoggettare alle tasse menzionate.
In sostanza, posto che l’articolo 28 del Dm 484/88 dispone che ogni spesa, imposta o tassa, comunque inerente al contratto di abbonamento, è a carico dell’abbonato, nel caso in esame, la tassa sulle concessioni governative grava sulle Amministrazioni comunali che hanno concluso il contratto con il gestore. Infatti, l’abbonamento telefonico costituisce il documento sostitutivo della licenza che l’articolo 21 Dpr 641/72 della Tariffa individua quale presupposto della tassa in esame, alternativo alla licenza medesima.
I giudici di secondo grado confermano altresì la statuizione del Collegio vicentino in ordine alla equiparazione dei Comuni alle Amministrazioni dello Stato.
Secondo la Commissione regionale, atteso che se è vero che lo Stato è esonerato dal versamento a se stesso di un tributo di sua spettanza, è altrettanto pacifico che tale principio non possa trovare applicazione, in via analogica, a fattispecie diverse e non espressamente considerate dal legislatore. Come puntualmente già chiarito dai giudici di primo grado, perché si possa far luogo allo strumento dell’interpretazione analogica, è necessario che sussista un vuoto normativo da colmare mediante il rinvio ad altra norma che regolamenta una materia analoga. Ciò posto, nel caso della tassa di concessione governativa, con specifico riferimento alla questione delle esenzioni dalla tassa, non si evidenzia alcun vuoto normativo, stante la vigenza sia dell’articolo 13-bis del Dpr 641/1972, che espressamente individua i casi in cui è ammessa l’esenzione, sia dei singoli articoli dell’allegata Tariffa, in cui sono esplicitati i possibili casi di ulteriore esenzione.
Con la sentenza in commento, i giudici tributari tornano a occuparsi dell’annosa questione relativa al versamento, da parte degli enti locali, della tassa di concessione governativa per i telefonini. Attraverso una ricostruzione analitica delle norme disciplinanti la tassa in esame, il Collegio veneziano valorizza la vigenza (rectius non abrogazione) dell’articolo 3 del decreto ministeriale 33/1990, come presupposto normativo per l’applicazione, ai contratti di servizio radio mobile, della tassa di concessione governativa, concludendo per l’assoggettabilità anche del contratto di abbonamento a ogni imposta o tassa comunque allo stesso inerente.
E’ pertanto evidente che, risultando a tutt’oggi ancora vigente la norma che disciplina la tassa, stante la sua né esplicita né implicita abrogazione da parte del nuovo Codice delle telecomunicazioni ovvero da altra norma, anche gli enti locali, in quanto soggetti non esonerati, sono tenuti al suo versamento.
La tassa di concessione governativa, da corrispondere per l’utilizzo dei cellulari, non è stata eliminata e va, dunque, applicata fino a qua...
alle venerdì, dicembre 02, 2011
verso la fine di settembre 2010 ho acquistato la quota in una società snc al 50%. Gli utili derivanti dalla società per il 2010 mi vengono totalmente imputati nella dichiarazione dei redditi 2011, pur non avendoli percerpiti interamente. Sembra che ormai la cosa si fatta, ma non c'era nulla che io potessi fare come ad esempio rivalermi sul socio uscente, quello da cui ho acquistato la quota, che si è preso gli utili l'anno scorso e non ci paga le tasse quest'anno ? Magari suddividere la tassazione in proporzione, cioè imputandomi solo gli utili da fine settembre a chiusura esercizio ?
verso la fine di settembre 2010 ho acquistato la quota in una società snc al 50%. Gli utili derivanti dalla società per il 2010 mi vengono t...
alle lunedì, luglio 04, 2011
Tassazione dell'energia, pronta la proposta di revisione.
La Commissione UE ha presentato una proposta di revisione della normativa, ormai superata, sulla tassazione dei prodotti energetici nell'Unione europea. Le nuove norme sono finalizzate a ristrutturare i regimi fiscali per i prodotti energetici, eliminando gli attuali squilibri e tenendo conto sia delle emissioni di CO2 ad essi imputabili, sia del loro contenuto energetico. La proposta sarà ora discussa dal Parlamento europeo e dal Consiglio e dovrebbe entrare in vigore a partire dal 2013. È prevista, laddove necessario, l’introduzione graduale del nuovo regime di tassazione.
La proposta di revisione prevede che le imposte sull'energia vigenti siano divise in due componenti che, insieme, vanno a determinare l'aliquota d'imposta totale da applicare al prodotto:
•una parte, basata sulle emissioni di CO2 rilasciate dal prodotto energetico, ammonta a 20 euro per tonnellata di CO2;
•l'altra, basata sul contenuto energetico, ossia sull'energia effettiva generata dal prodotto misurata in gigajoule (GJ), corrisponde a 9,6 euro/GJ per i carburanti per motori, e 0,15 euro/GJ per i combustibili per riscaldamento. Essa si applica a tutti i carburanti e combustibili utilizzati per i trasporti e il riscaldamento. Agli Stati membri è comunque riconosciuta la facoltà di esentare interamente da imposta l'energia consumata dai nuclei famigliari a fini di riscaldamento, indipendentemente dal prodotto energetico utilizzato.
Per la direttiva riveduta è prevista l’entrata in vigore a partire dal 2013. Per allineare completamente la tassazione del contenuto energetico sono previsti lunghi periodi transitori, fino al 2023, in modo da lasciar tempo al settore di adeguarsi al nuovo regime.
Quali benefici dalla revisione della tassazione dell'energia?
- La proposta favorirà il ricorso alle fonti rinnovabili di energia e incoraggerà il consumo di energia da fonti che rilasciano meno emissioni di CO2.
- Il nuovo testo introdurrà un approccio più coerente alla tassazione dell'energia in tutta l'UE, evitando il moltiplicarsi di singole politiche nazionali e concorrendo a creare condizioni di parità per le imprese nell'UE.
- Per quanto riguarda la riduzione delle emissioni di gas serra, la direttiva riveduta punta a integrare il sistema dell'UE di scambio delle quote di emissioni applicando una tassa sul CO2 ai settori che non rientrano in tale sistema (trasporti, nuclei famigliari, agricoltura e piccoli impianti industriali).
- Questa iniziativa, infine, oltre ad aiutare l'UE a conseguire i propri obiettivi in materia di energia e cambiamenti climatici, come richiesto nelle conclusioni del Consiglio europeo del marzo 2008, rispecchia l'esito della conferenza ONU sui cambiamenti climatici tenutasi a Cancún, in Messico, nel dicembre 2010.
(Comunicato stampa Commissione UE 13/04/2011, n. IP/11/468)
La Commissione UE ha presentato una proposta di revisione della normativa, ormai superata, sulla tassazione dei prodotti energetici nell'...
Etichette: Energia, Tassazione
Su vendita e import di autoveicoli la tassa deve essere neutrale.
La domanda di pronuncia pregiudiziale, avanzata dai magistrati romeni ai giudici di Lussemburgo, verte sull'interpretazione dell'articolo 90 Ce, in vigore fino al 1° dicembre 2009, trasposto poi nell'articolo 110 del Tfue, secondo cui nessun Stato membro applica direttamente o indirettamente ai prodotti degli Stati membri imposizioni interne, superiori a quelle applicate ai prodotti nazionali similari. Nessuno Stato membro applica, altresì, a detti prodotti imposizioni interne atte a proteggere indirettamente altre produzioni.
Nella controversia oggetto della pronuncia, un cittadino romeno residente nel proprio Stato d'origine, acquistava un autoveicolo usato in Germania e immatricolato in questo Stato per la prima volta nello stesso anno di fabbricazione (1997). Tale veicolo sulla base del numero di posti a sedere e del peso massimo veniva inserito nella categoria M1, mentre sulla base delle emissioni era qualificato come Euro 2. Il contribuente, quindi, provvedeva a immatricolare l'autoveicolo in Romania, assolvendo alla tassa sull'inquinamento prevista dallo Stato. Il contribuente, ritenendo tale tassa incompatibile con il diritto dell'Unione sulla base della circostanza che i veicoli usati importati sarebbero stati maggiormente tassati rispetto a quelli similari già immatricolati in Romania, proponeva ricorso presso il giudice nazionale. Il tribunale, rilevata la complessità della questione, decideva di sospendere il procedimento e di sottoporre alla Corte la seguente questione pregiudiziale: se le disposizioni del decreto rumeno n. 50/2008 del 21 aprile 2008, e successive modifiche, siano in contrasto con le disposizioni dell'articolo 90 CE, e se tali disposizioni nazionali costituiscano effettivamente una misura manifestamente discriminatoria.
La normativa comunitaria in materia di autoveicoli, stabilisce degli "standard di inquinamento europei" ovvero dei limiti accettabili per le emissioni di gas e di scarico degli autoveicoli stessi (norma Euro 1, e successive discipline che hanno portato alla norma attualmente in vigore (Euro 5) e alla norma Euro 6 che entrerà in vigore a partire dall'anno 2014).
La normativa europea distingue, inoltre, tra i veicoli di categoria M, che identificano quelli per il trasporto di persone e con almeno quattro ruote, da quelli della categoria N, riferita ai veicoli per il trasporto di merci ed aventi almeno quattro ruote. Tali categorie, inoltre, per la categoria M, sono oggetto di suddivisioni a seconda del numero di posti a sedere e del peso massimo e, per la categoria N, a seconda soltanto del peso massimo.
La ratio di tali norme è quella di migliorare la qualità dell'aria dei Paesi dell'Unione.
Con decreto n. 50/2008 del 21 aprile 2008, attuato con regolamento del 24 giugno 2008, il governo romeno, per migliorare la qualità dell'aria e il rispetto dei limiti previsti dalla legislazione europea, ha istituito una tassa sull'inquinamento per i veicoli delle categorie Ml M3 e N1 N3. Lo stesso decreto sottolinea che le somme raccolte con la riscossione di tale tassa finanzieranno programmi e progetti di tutela ambientale.
L'obbligo di versamento della tassa sorge all'atto di prima immatricolazione di un autoveicolo in Romania mentre l'importo della tassa considerata tiene conto, mediante l'applicazione di tariffe forfetarie, della categoria di appartenenza del veicolo, della classe di inquinamento, della vetustà dell'autoveicolo, del chilometraggio medio annuo, dello stato meccanico e dell'equipaggiamento dello stesso.
Resta salva la possibilità per il contribuente di dimostrare che l'autoveicolo acquistato ha subito un deprezzamento maggiore rispetto alle tariffe forfetarie stabilite dalla legislazione nazionale. In caso di contestazione, infine, è possibile chiedere una perizia tecnica a spese del contribuente stesso.
Preliminarmente, i giudici comunitari chiariscono che la causa principale deve essere esaminata con riferimento al decreto n. 50/2008 nella sua versione iniziale senza tenere conto delle modifiche intervenute a partire dal 15 dicembre 2008 in quanto la causa stessa è relativa ad una tassa pagata in data 27 ottobre 2008.
Successivamente, i giudici sottolineano che la ratio dell'articolo 110 del Tfue è garantire la neutralità dei tributi interni rispetto alla concorrenza tra merci nazionali e merci importate. Nel caso di specie, occorre quindi valutare se si è in presenza di discriminazione diretta o indiretta tra merci nazionali e merci importate.
Per quanto attiene alla discriminazione diretta, i giudici comunitari rilevano che il decreto n. 50/2008 non distinguendo gli autoveicoli a seconda della provenienza o della cittadinanza dei proprietari, non attua alcuna forma di discriminazione diretta.
Per appurare, invece, l'esistenza di forme di discriminazione indirette, occorre verificare la neutralità della tassa rispetto alla concorrenza fra veicoli usati importati e quelli già presenti nel territorio nazionale, nonché la neutralità tra quelli importati e quelli immatricolati sul territorio prima dell'entrata in vigore del citato decreto 50/2008.
Affinché venga garantita la prima neutralità occorre che l'importo della tassa corrisposto sui veicoli importati non ecceda l'importo residuo della tassa incorporato nel valore dei veicoli usati già immatricolati sul territorio nazionale.
Nel caso di specie, i giudici comunitari ritengono che un sistema quale quello previsto dalla legislazione romena che tiene conto, non soltanto dell'inquinamento causato dai veicoli, ma anche del deprezzamento, dovuto alla vetustà o al chilometraggio annuo medio reale, e consentendo una perizia nel caso in cui l'applicazione delle tariffe forfetarie non rifletta il reale deprezzamento del veicolo, garantisce che la tassa che grava sui veicoli usati importati, non eccede l'importo residuo della tassa incorporato nel valore dei veicoli usati similari immatricolati precedentemente nel territorio nazionale.
Sulla neutralità dei veicoli usati importati rispetto a quelli usati similari immatricolati prima dell'entrata in vigore del decreto n. 50/2008, secondo il ricorrente prima dell'entrata in vigore di detto decreto, per un veicolo immatricolato in Romania con la stessa vetustà e le stesse caratteristiche tecniche di quello importato, non è dovuta o incorporata alcuna tassa di entità analoga a quella richiesta dal decreto, in quanto la disciplina nazionale non si applica ai veicoli immatricolati in Romania prima dell'entrata in vigore del decreto in esame e ciò causerebbe una violazione dell'articolo 110 del Tuef.
Secondo il governo romeno, invece, l'effetto discriminatorio non può essere invocato per il semplice motivo che la tassa gravi sui veicoli immatricolati dopo l'entrata in vigore della legge e non su quelli immatricolati prima dell'entrata in vigore in quanto ciò ricade nell'autonomia tributaria degli Stati membri.
Sul punto, i giudici comunitari chiariscono che sicuramente l'introduzione di una legge tributaria e la relativa fissazione della decorrenza può causare un'aliquota tributaria differente rispetto a quella precedentemente applicata e tale circostanza di per sé non causa discriminazione fra situazioni costituite prima e situazioni successive all'entrata in vigore della nuova normativa. Gli Stati membri, infatti, in materia tributaria mantengono ampie competenze e possono adottare una varietà di misure, purché non venga violato il divieto di discriminazione diretta o indiretta tra merci interne e merci importati da altri Paesi membri.
Nel caso di specie, i giudici rilevano che in realtà i veicoli usati importati e caratterizzati da un notevole vetustà sono soggetti a un'imposta che può arrivare anche al 30% del valore commerciale del bene mentre i veicoli similari posti in vendita sul mercato nazionale non sono soggetti ad alcuna imposta; di conseguenza ciò potrebbe disincentivare l'importazione di veicoli usati a favore di quelli nazionali.
Per le ragioni ora espresse, la Corte ha chiarito che l'articolo 110 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (TFUE) osta a che uno Stato membro stabilisca una tassa sull'inquinamento sugli autoveicoli in occasione della loro prima immatricolazione, qualora tale misura sia strutturata in modo tale da disincentivare l'immissione in circolazione, in detto Stato, di veicoli usati acquistati in altri Stati membri, senza però disincentivare l'acquisto di veicoli con la stessa vetustà e usura sul mercato nazionale.
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Etichette: Autoveicoli, Tassazione
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