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Timestamp: 2020-05-27 09:19:45+00:00
Document Index: 15798430

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 6', 'art. 115', 'art. 360', 'art. 49', 'sentenza ', 'art. 13']

Sentenza Cassazione Civile n. 2560 del 07/12/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2560 del 07/12/2016
Cassazione civile sez. VI, 07/12/2016, (ud. 04/10/2016, dep. 07/12/2016), n.25060
sul ricorso 4356/2015 proposto da:
T.C., in proprio e nella qualità di erede di
A.S., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE DELLE MILIZIE 22,
presso lo studio dell’avvocato IGOR TURCO, rappresentato e difeso
dall’avvocato GIUSEPPE LIMBLICI, giusta procura in calce al ricorso;
V.A.M., elettivamente domiciliato in ROMA, LARGO GENERALE
GONZAGA DEL VODICE 2, presso lo studio dell’avvocato FRANCESCA
GUZZI, rappresentato e difeso dagli avvocati FRANCESCO RUSSO
BAVISOTTO e SEBASTIANO SANGUEDOLCE, giusta procura a margine del
avverso la sentenza n. 1452/2014 della CORTE D’APPELLO di PALERMO,
emessa il 19/09/2014 e depositata il 31/10/2014;
udito l’Avvocato Calogero Ignazio Dimino (delega verbale Avvocato
Giuseppe Limbici), per il ricorrente, che insiste per l’accoglimento
udito l’Avvocato Francesca Guzzi (delega orale Avvocato Francesco
Russo Bavisotto), per la controricorrente, che si riporta agli atti.
“1. Con ricorso alla Sezione specializzata agraria del Tribunale di Agrigento V.A.M. convenne in giudizio T.C., V., P., A. e R., chiedendo che venisse riconosciuta la validità della disdetta da lei intimata in relazione alla conduzione di un fondo agricolo, con conseguente ordine di rilascio.
Il Tribunale accolse la domanda, dichiarò cessato il contratto, ordinò il rilascio del fondo e condannò i convenuti al pagamento delle spese di lite.
2. I,a pronuncia è stata sottoposta ad appello da parte dei convenuti soccombenti e la Corte d’appello di Palermo, Sezione specializzata agraria, con sentenza del 31 ottobre 2014, ha respinto il gravame, confermando la pronuncia del Tribunale e condannando gli appellanti al pagamento delle ulteriori spese del grado.
3. Contro la sentenza d’appello ricorre il solo T.C. con atto affidato a due motivi.
Resiste V.A.M. con controricorso.
5. Il primo motivo di ricorso denuncia, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), violazione e falsa applicazione della L. 3 maggio 1982, n. 203, art. 6 e dell’art. 115 c.p.c.; il secondo motivo di ricorso denuncia, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), violazione e falsa applicazione della medesima L. n. 203 del 1982, artt. 2, 4 e 49.
A supporto di entrambi si sostiene che il ricorrente avrebbe dimostrato lo svolgimento, da parte sua, dell’attività di coltivatore diretto, sicchè il contratto di affitto stipulato in origine con suo nonno T.C. e poi con suo padre T.G. si sarebbe prorogato a titolo di successione, ai sensi del citato art. 49.
5.1. I due motivi sono entrambi, quando non inammissibili, comunque privi di fondamento.
La Corte d’appello ha ritenuto – richiamando la giurisprudenza di questa Corte sul punto – che il subentro nel contratto agrario sia possibile all’erede, a condizione che questi dia prova di avere svolto attività di imprenditore agricolo a titolo principale (sentenza 31 gennaio 2013, n. 2254). Nella specie, però, gli appellanti si erano costituiti tardivamente in primo grado, incorrendo perciò nelle decadenze relative alla possibilità di provare l’esistenza del presupposto (contestato) di essere coltivatore diretto del fondo già coltivato dal proprio dante causa; ed analogamente non potevano produrre tardivamente in appello documenti, in quanto non sopravvenuti.
A fronte di siffatta motivazione, i due motivi di ricorso non contestano tale fondamentale ratio decidendi, ma si limitano ad affermare – richiamando prove in modo non rispettoso del principio di autosufficienza e sostenendo che delle stesse il giudice di merito non avrebbe tenuto alcuna considerazione – che il T. aveva dimostrato di possedere la qualità di imprenditore agricolo e che il contratto, perciò, non poteva considerarsi cessato a seguito della disdetta inviata dalla concedente V..
In tal modo, però, i motivi si risolvono in un evidente tentativo di ottenere in questa sede un nuovo e non consentito esame del merito, senza superare la citata ratio decidendi della Corte d’appello.
tale esito segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate ai sensi del D.M. 10 marzo 2014, n. 55.
Pur sussistendo le condizioni di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, non va tuttavia disposto il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, trattandosi di causa esente per legge.