Source: https://www.camerepenali.org/il-diritto-alloblio-quale-strumento-funzionale-al-reinserimento-sociale-a-seguito-dellespiazione-della-pena/
Timestamp: 2020-07-10 15:50:40+00:00
Document Index: 19162643

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 2', 'art. 8', 'art. 7', 'art. 27', 'art. 21', 'art 3']

Il diritto all’oblio quale strumento funzionale al reinserimento sociale a ...
Il diritto all’oblio quale strumento funzionale al reinserimento sociale a seguito dell’espiazione della pena.
28 Apr Il diritto all’oblio quale strumento funzionale al reinserimento sociale a seguito dell’espiazione della pena.
Posted at 11:12h in Articoli del presidente avv. Alexandro Maria Tirelli	by	Alexandro Tirelli
Le Sezioni Unite Civili con sentenza n. 19681/2019 hanno riaffermato la portata del diritto all’oblio, il quale, pur non ricevendo una diretta tutela costituzionale è corollario del diritto alla riservatezza e risulta protetto da diverse fonti interne e sovranazionali.
In primo luogo, dalla Costituzione, che all’art. 2 tutela tutti i diritti inviolabili dell’uomo e che, nelle disposizioni successive, tutela il diritto alla riservatezza del domicilio, alla segretezza della corrispondenza, quali sfaccettature del generale diritto alla riservatezza. In secondo luogo, è dato cogliere una tutela ampia della riservatezza anche nelle disposizioni della CEDU, dove all’art. 8 prevede che ciascuno abbia il diritto al rispetto della vita privata e familiare, del suo domicilio e della sua corrispondenza; diritto ribadito anche dall’art. 7 della Carta di Nizza, dove alla parola corrispondenza è stato sostituito il più attuale “comunicazioni”.
Il diritto all’oblio, che ha avuto i primi decisi riconoscimenti negli anni Novanta, si esprime nella sua massima estensione in questo momento storico in cui Internet rappresenta un potente mezzo diffusione e conservazione di dati personali. Esso è stato definito dalla Corte di Cassazione come “il giusto interesse di ogni persona a non restare indeterminatamente esposta ai danni ulteriori che arreca al suo onore e alla sua reputazione la reiterata pubblicazione di una notizia in passato legittimamente divulgata”.
Sempre più spesso il diritto all’oblio ha rappresentato uno strumento di tutela per coloro i quali sono stati sottoposti ad una condanna, o, più semplicemente, a indagini preliminari poi concluse con un provvedimento di archiviazione di cui sia stata data notizia sui giornali, cartacei od online. Talvolta tali notizie sono state oggetto di divulgazione a distanza di tempo rispetto alla relativa commissione oppure, nel caso di informazioni solo provvisorie su vicende giudiziarie in corso, sono state pubblicate senza ricevere aggiornamento in ordine a sopravvenuti provvedimenti favorevoli.
In entrambi i casi è facile immaginare il danno all’immagine e alla reputazione che subisce chi, di quelle vicende giudiziarie, ne era protagonista.
Il quesito recentemente sottoposto alla Cassazione concerne la possibilità di rievocare vicende giudiziarie ormai concluse a carico di determinati soggetti ed in quali limiti, considerato che il diritto all’oblio riceve una tutela piena.
La Cassazione ha chiarito che il diritto di cronaca differisce dal diritto di rievocazione storiografica, consistente nella rievocazione di fatti non più di attuale interesse, anche essa attività di primaria importanza nella ricostruzione della storia di un popolo, ma destinato a soccombere di fronte al diritto all’oblio (the right to be left alone, come denominato nelle primissime definizioni date del concetto), ritenuto il più delle volte prevalente, salvo che la notizia non risulti di nuova attualità o riguardi un personaggio pubblico.
E’ stato chiarito che il diritto all’oblio è inscindibilmente collegato alla funzione rieducativa della pena di cui all’art. 27 comma 3 della Costituzione.
La ripubblicazione di fatti di cronaca giudiziaria, ormai datati, potrebbe infatti vanificare l’intento risocializzante della pena espiata. L’individuo che, a seguito di una condanna, abbia subito la pena irrogata e seguito un processo di risocializzazione che gli ha consentito di ricostruire la propria vita personale e lavorativa non può essere leso nuovamente nella propria immagine e reputazione per fatti passati.
Non è possibile, quindi, perpetuare nel tempo gli effetti di una condanna che il soggetto ha ormai scontato; non è possibile, dietro l’egida di un diritto costituzionalmente tutelato quale quello di cronaca (art. 21 Costituzione), sortire effetti punitivi deteriori di quelli riservati alla pena, strumento di esclusiva spettanza dello Stato.
Non a caso il Testo Unico dei doveri del giornalista chiarisce all’art 3 co. 2 che il giornalista nel diffondere i dati identificativi di un individuo protagonista di fatti di cronaca giudiziaria deve verificare l’incidenza della pubblicazione sul percorso di reinserimento sociale personale e familiare, tenendo conto che la risocializzazione è un percorso complesso che può avvenire a fine pena o in maniera graduale.
A fronte quindi di una rievocazione di fatti passati, la Cassazione impone la regola dell’anonimato: la notizia può avere diffusione, ma senza indicare il nome della persona protagonista di quella vicenda che subirebbe notevoli conseguenze in termini reputazionali.
D’altra parte, lo stesso problema si pone con riguardo alle notizie già presenti in Internet, in relazione alla quali il diritto di oblio può atteggiarsi quale diritto alla cancellazione o all’aggiornamento delle stesse, su cui la Cassazione, tuttavia, non si pronuncia.
Nel primo caso visto, il diritto all’oblio intende evitare la produzione di un danno, in questo caso evita che la vicenda giudiziaria possa continuare a produrre effetti nel futuro.
In relazione a questo specifico aspetto, si è pronunciata, tuttavia, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea che ha riconosciuto il diritto alla deindicizzazione dei dati, nel caso Google Spain, chiarendo che il trattamento di dati personali da parte dei motori di ricerca, ritenuti titolari degli stessi, può risultare contrastante con l’allora vigente direttiva n. 46/95 (sostituita poi dal Regolamento UE del 2016) considerava illegittimo il trattamento non solo se i dati sono inesatti, ma anche se sono inadeguati, non pertinenti, eccessivi o non aggiornati o conservati per un arco di tempo superiore a quello necessario, salvo che la conservazione non sia necessaria ai fini storici, statistici o scientifici.
Si tratta di una conclusione pienamente conforme con quanto stabilito dalle Sezioni Unite del 2019, i cui esiti potranno allora ritenersi estensibili anche in campo digitale, dove la lesione di immagine e reputazione si fa altissima.