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Timestamp: 2017-07-27 09:23:30+00:00
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I giornali a processo: il caso 7 Aprile - PDF
I giornali a processo: il caso 7 Aprile
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1 FISICAMENTE Il testo che segue è un saggio storico equilibrato, corposo e meticoloso, utilissimo per capire cosa successe in quei giorni e negli anni a venire (il periodo coperto arriva fino al ritorno di Toni Negri in Italia, nel 1998). Luca Barbieri I giornali a processo: il caso 7 Aprile a Guido Bianchini (c) Si consente la riproduzione parziale o totale dell'opera e la sua diffusione per via telematica, purché non a scopi commerciali e a condizione che questa dicitura sia riprodotta. Indice Introduzione Capitolo I: Il contesto storico Perché un capitolo storico p.11 Gli anni Sessanta e la rottura della società italiana p.11 Sigle, movimenti, terrorismi. p.14 Capitolo II: 7 aprile, la storia Pagina 12 Una storia non raccontata p.31 Confini incerti p.31 I primi passi, le prime inchieste padovane su Autonomia p.32 Il Teorema Calogero p.33 Il blitz del 7 aprile 1979 p.33 Il blitz del 21 dicembre 1979 p.39 Negri telefonista p.40 Il caso Saronio e il ruolo di Carlo Fioroni p : in attesa del processo p.44 Il rinvio p.46 Inizia il processo p.46 La sentenza di primo grado p : la sentenza di Padova p.49 La sentenza d appello a Roma p.49 Capitolo III: La narrazione del 7 aprile sui quotidiani italiani Una periodizzazione p.51 Aprile 1979: le carte (truccate) in tavola p.52 Maggio: come tenere viva l attenzione p.69 Giugno-luglio: guerra tra giudici p.70 Il lungo settantanove e il blitz di Natale p : due blitz e poi Peci, il punto di non ritorno p : il lungo silenzio in attesa del processo p : il processo p : dissolvenza p.143 Schegge p.155 Cortocircuiti p.161 Capitolo IV: Individuazione dei ruoli 4.1 Introduzione: un intervista paradigma p.165 L ipotesi iniziale p.167 Padova, palco della scena p.169 Per una definizione dell operazione 7 aprile p.171 Il castello assediato p.181 Autonomi fascisti p.187 L eroe che non c è più p.190 La figura dell eroe, Pietro Calogero p.193 Toni Negri, l antieroe p.202 I garantisti, i fiancheggiatori p.212 Palombarini, il nemico interno p.215 Non si vedono ma ci sono: le prove tra fede e indiscrezioni p.220 Battaglia politica intorno al 7 aprile p.227 Pagina 23 Capitolo V: Distorsioni strutturali Elementi strutturali e di routine p.237 Le fonti del lavoro giornalistico p.237 Il problema linguistico p.244 Interventismo dei magistrati p.256 Apparati paratestuali p.259 La titolazione: rettifiche, assoluzioni, bufale p.271 Errori di ragionamento p.276 Capitolo VI: Quale ruolo per la stampa? Miopia a sinistra p.281 Media e conoscenza del fenomeno p.292 Il ruolo della stampa: semplice cronista o attore incosciente? p.303 Qualche considerazione di campo p.313 Conclusioni p.319 INTRODUZIONE Questo lavoro nasce da un vuoto e dall esigenza, tutta personale, di colmarlo. Nasce dalla percezione di una rimozione, di un tabù, di un assenza che emerge ai confini del discorso politico e pubblico di Padova, la mia città, ma anche del resto di Italia. Un riferimento allusivo, che non si trasformava mai in spiegazione, a un fatto accaduto alla fine degli anni Settanta (sì, ma quando esattamente?) e che dava alla mia Università, quella che avrei frequentato, e quella che poi ho effettivamente iniziato a frequentare, un carattere maledetto. Mi sono sorpreso poi, una volta svelato il mistero, a ricollegare a questo buco nero tutti i riferimenti sentiti, e subiti, alla facoltà di Scienze politiche, gli ammonimenti a non frequentarla (non era una facoltà seria, dicevano). E poi altri discorsi confusi eppure unanimi: il voto politico, la violenza estremista della città che lì avrebbe trovato il suo epicentro. Infine un nome, uno solo, Toni Negri, capace di evocare allo stesso tempo scandalo, sdegno e quasi paura. Sì, ma perché? La sensazione era che molti ne parlassero senza sapere, che questo non detto della storia padovana fosse diventato semplicemente un luogo comune, che a me però pareva pesare come un macigno, indiscusso e Pagina 34 indiscutibile. Lo strappo decisivo, dalla percezione di un assenza all azione per colmarla, è stata la scoperta, quasi casuale, del volto degli altri attori della vicenda. Più importanti, nella loro consistenza ed esistenza di tutte le chiacchiere di questo mondo. Nomi e volti che conoscevo e che facevano parte del mio paesaggio urbano. Storie personali, percorsi culturali, emozioni (sofferenze e gioie) che hanno coinvolto centinaia di padovani. Un numero che chiedeva di essere raccontato e che invece era ancora imprigionato da un velo di silenzio. Perché? Per questo, quello che ho scritto è in parte un lavoro sulla mia città, sui suoi silenziosi abitanti e su una storia che percepivo ma non riuscivo a leggere. E non ci riuscivo semplicemente perché non è mai stata scritta. Non esiste una storia del 7 aprile. Ne esistono giudizi, commenti, analisi, ricostruzioni parziali. E in maggior parte tutti lavori scritti e pubblicati nei primi anni Ottanta. Ma i processi poi, com erano andati a finire? Alla fine di tutto, il professor Negri di cosa era stato riconosciuto colpevole? Mi sembrava una necessità così banale, ma importante, che mi meravigliavo che nessuno avesse provato a ricostruire in un libro la storia del processo 7 aprile. Dalle accuse iniziali alla sentenza. Mi sembrava, e mi sembra tuttora, il primo passo da compiere, per uno che non si intenda di diritto, per poter poi parlare di tutto il resto. Da qui la necessità di ricorrere ai racconti personali e ai quotidiani per seguire l evolversi della vicenda. Anche perché il ruolo della stampa nella vicenda era stato, si diceva, di gran rilievo. L idea iniziale alla base di questo lavoro era quella di poter riuscire a confrontare due percorsi: quello della storia, e quello della storia raccontata dai quotidiani. Era un intento ingenuo perché i due percorsi in realtà si incrociano fino a dar forma ad un intreccio difficile da districare. Ne è uscito comunque un quadro, spero abbastanza chiaro, di quello che è stato il caso 7 aprile sulla stampa quotidiana, e cosa esso ha rappresentato per il Paese. In questo lavoro ho tentato innanzitutto di ricostruire il contesto storico della vicenda sotto diversi aspetti: uno più generale, che ha dato vita al capitolo primo, e uno più particolare che riguarda la storia dell operaismo, dei gruppi extraparlamentari e del terrorismo, con considerazioni ed elementi che sono stati sfruttati in diversi capitoli. Ho tentato poi, e questo forse è stato uno dei compiti più gravosi, di mettere ordine alla storia del 7 aprile (il capitolo secondo) prendendo ed incrociando informazioni da diverse fonti: i libri esistenti e le ricostruzioni giornalistiche. Informazioni abbastanza disomogenee e spesso incoerenti che hanno creato più di un grattacapo. Ho proceduto poi all analisi degli articoli recuperati nel corso di un anno, tra la fine del 2000 e il 2001, che ho utilizzato in due modi: tentare una ricostruzione della storia del 7 aprile come raccontata dai quotidiani (il capitolo terzo), ovvero la delineazione di una narrazione, e poi estraendo dagli stessi articoli il materiale che è servito ad individuare i ruoli e i personaggi che, nel racconto della carta stampata, abitano il 7 aprile (il capitolo quarto). Infine ho tentato di individuare nel capitolo quinto alcuni elementi strutturali, attinenti alla professione giornalistica, che hanno contribuito a creare distorsioni nel racconto della vicenda in esame; nel capitolo sesto, ho avanzato, anche grazie ai contributi di altri autori, qualche ipotesi sul ruolo della stampa nell intera vicenda. Infine, tra il novembre e il dicembre del 2001, ho ritenuto opportuno intervistare alcuni dei protagonisti di questa vicenda. Questo per due motivi: saperne di più, direttamente dai protagonisti, del rapporto stampa-magistratura, e avere in secondo luogo una lettura da parte di chi la vicenda 7 aprile l ha vissuta abbastanza da vicino. Ho così contattato tre giornalisti (Corriere della Sera, Gazzettino, lunità) e Pagina 45 due magistrati (Giovanni Palombarini e Pietro Calogero). Purtroppo il Procuratore capo della Repubblica di Padova Pietro Calogero, pubblico ministero al processo 7 aprile, non ha accettato la mia richiesta. I testi completi delle quattro interviste effettuate costituiscono l appendice. Nota metodologica Gli articoli alla base di questa analisi sono stati recuperati in gran parte nell archivio del Corriere della Sera a Milano nella storica sede di via Solferino, e in parte attraverso la consultazione dei microfilm disponibili nella biblioteca di Scienze politiche dell Università di Padova. Degli articoli presenti nell archivio del Corriere (diverse migliaia e di diverse testate), tutti archiviati sotto la voce Autonomia, ne sono stati selezionati e analizzati solamente alcuni in corrispondenza dei passaggi più significativi dell inchiesta e del processo. Dai microfilm si sono invece recuperati principalmente i quotidiani del 1979 (Repubblica, Unità, Manifesto e lo stesso Corriere): in modo sistematico per quanto riguarda i mesi di aprile e maggio e poi in corrispondenza delle altre date significative dell inchiesta. Fin dal principio avevo scelto di soffermarmi più sugli articoli di cronaca che su quelli che solitamente fanno opinione (editoriali ed interventi). Questo per due ragioni: la prima è che questi sono già stati esaminati con più attenzione da altri autori, e la seconda è che essi rientrano difficilmente in una analisi del lavoro giornalistico. Seguono cioè un altra logica, e sono meno utili per una ricostruzione di come la categoria dei giornalisti ha vissuto la vicenda. Alla fine l analisi sul testo intero dell articolo è stata condotta su un corpus di 544 articoli. Di questi 256, circa la metà, riguardano l annata 1979; 68 sono del 1980, 34 del 1981, 28 del 1982, 32 del 1983, 50 del 1984, e 46 degli anni dal 1985 al Una trentina di articoli riguardano gli anni Novanta. Per quanto riguarda le testate: 181 sono articoli dell Unità, 127 del Corriere della Sera, 94 di Repubblica, 74 del Manifesto, i restanti di altre testate (Gazzettino, La Stampa, Il Giorno, Paese Sera, Corriere d Informazione, Il Giornale, Gazzetta del Popolo, Lotta Continua, Avanti). Questi sono gli articoli di cui è stato utilizzato tutto il testo. Alcune considerazioni, in particolare sulla titolazione, sono state però condotte su testi consultati esclusivamente a video, attraverso i microfilm, ma non riprodotti. L analisi di Unità e Repubblica è anche stata arricchita dal contributo di Pasquino Crupi, che ha condotto un esame abbastanza sistematico di queste due testate per l anno 1979 nel suo libro Processo a mezzo stampa. Cosa manca? Avevo supposto all inizio di riuscire ad offrire una disamina accurata anche di quanto raccontato sulla vicenda dai giornali locali (Gazzettino e Mattino di Padova). Non vi sono invece riuscito in modo sistematico per diverse difficoltà, non ultime una sterminata mole di materiale in più, e la sensazione che avrebbero in qualche modo modificato la prospettiva di un lavoro che si stava indirizzando maggiormente sulla stampa nazionale. In effetti l atteggiamento della stampa locale, significativo e influenzato anche da dinamiche profondamente differenti rispetto alla stampa nazionale, meriterebbe un lavoro a parte. *** Pagina 56 CAPITOLO I IL CONTESTO STORICO 1. Perché un capitolo storico Parlare del caso 7 aprile richiede uno sforzo particolare. Non si tratta, con tutta evidenza, di un processo qualsiasi. Per leggere correttamente l evento, e il modo in cui esso fu raccontato, bisogna tener conto della storia (anzi delle storie) dei protagonisti, dei tempi in cui questa vicenda matura e si inserisce. Occorre, senza eccessive pretese, tentare di gettare uno sguardo sinottico, un fascio di luce sulla storia repubblicana dal 1960 al Questa ricostruzione non è l oggetto di questo lavoro e non ne occuperà quindi una parte troppo rilevante. Il primo capitolo servirà a porre le premesse indispensabili per capire i riferimenti e le riflessioni che verranno sviluppate nei capitoli seguenti. Non mi dilungherò troppo. Ma tutti gli elementi essenziali nella preparazione del lavoro, viaggeranno in background attraverso i capitoli e i paragrafi, emergendo qualora ce ne fosse la necessità. 2. Gli anni Sessanta e la rottura della società italiana Agli anni Settanta, che sono parte consistente, nel loro linguaggio, nelle loro vicende e nella loro mitologia, del processo 7 aprile, si arriva ripercorrendo da vicino la storia del movimento nato in Italia, come nel resto del mondo, negli anni Sessanta. Sono anni che segnano l avvio di una rivoluzione culturale: con la scolarizzazione di massa, l inurbazione, il boom economico, la società del nostro Paese cambia faccia. Cambiano i costumi, i rapporti all interno della famiglia e anche le lingue (nasce l Italiano di massa). Le conseguenze dal punto di vista politico, sono rilevantissime. Sia nella gestione del potere, che negli equilibri tra le forze politiche. All interno della sinistra, quella storica, si affacciano nuove esigenze e nuove istanze. E in parte una guerra dei figli contro i padri. E in parte, nella mitologia della sinistra italiana, la continuazione della guerra di Resistenza. Più corretto appare, soprattutto in riferimento ai protagonisti del caso in esame, far risalire questo movimento non tanto al 68, l anno simbolo di un intero processo, quanto ai primissimi anni Sessanta con la nascita, dopo i fatti di Piazza Statuto, di un gruppo di intellettuali socialisti di stampo operaista che si riuniscono inizialmente attorno alla pubblicazione dei Quaderni Rossi. Dimensione internazionale Il 1968 (in simbolica contrapposizione al 1848) segna la comparsa di un nuovo movimento a livello internazionale che nasce essenzialmente nell università per espandersi, abbastanza rapidamente, anche ad altri luoghi di socialità. Dalle università alle fabbriche e viceversa. Così in Francia come in Italia. Il rapido contagio della protesta segna un processo di contrapposizione tra quella che verrà poi designata vecchia sinistra (i partiti comunisti ma anche i socialdemocratici della sinistra storica) e la nuova sinistra, una galassia di movimenti e gruppi che coinvolgono non più solamente la classe operaia ma diversi elementi della società. Come dice Marco Revelli: I movimenti antisistemici dei tardi anni Sessanta al contrario, si costituiscono secondo una logica di esternità assoluta rispetto allo Stato nazionale. Con un rapporto, potremmo dire, fuori e contro nei confronti della statualità. Espressione e motore di un diffuso processo di nazionalizzazione delle masse, essi si fanno portatori di un parallelo effetto di de-statalizzazione della politica. [1] Pagina 67 Ma se la miccia viene accesa, quasi in contemporanea, in tutto il mondo, diversi saranno gli effetti e le durate. In sostanza gli esiti dei molteplici 68 si possono localizzare tra due estremi: da un parte c è il completo riassorbimento della protesta e del movimento da parte del sistema politico nazionale (ritorno alla legalità e immissione di nuova linfa nei partiti della sinistra), e dall altro situazioni che si incancreniscono prolungando per quasi un decennio livelli di conflittualità altissimi. Specificità italiana Nello scenario italiano il 68 e il 69 non segnano, come avviene per la maggior parte degli Stati, il momento critico di un processo che porterà poi ad un nuovo equilibrio. La situazione italiana rimane invece di forte squilibrio per più di un decennio (a testimoniarlo ci sono anche le statistiche sulle ore di sciopero, utilizzate come indice per capire il livello di conflittualità). Tanto che, a leggere il monte ore di sciopero nelle fabbriche, il culmine delle lotte si può più giustamente porre nel 1971 che nel Da quell anno in avanti la conflittualità comincerà lentamente a decrescere, ma rimarrà sempre a livelli molto elevati per tutto il periodo dal 1968 all inizio degli anni Ottanta. Responsabile di questa perenne turbolenza la capacità del movimento di spiazzare continuamente sia sindacati che partiti di sinistra. Una perenne fuga in avanti che le strutture storiche del movimento operaio non avranno mai in pugno. Ma la situazione italiana è sicuramente influenzata anche da fattori esogeni. Risente notevolmente insomma della tensione internazionale cui il nostro paese per motivi storici e geografici è sottoposto per tutta la guerra fredda. Paese di confine tra i paesi dell Alleanza atlantica e quelli del Patto di Varsavia, l Italia è per quasi vent anni terreno di scontro tra i servizi segreti dei due scacchieri. Il nostro Paese inoltre ospita il più grande partito comunista dell Occidente. E un sistema apparentemente bloccato. Dove il Partito comunista, forte di più di un terzo dei consensi del Paese, è essenzialmente un partito antisistema. Un partito cui la gestione del potere, a parte quello delle amministrazioni locali, è precluso. L apertura della Democrazia cristiana ai primi governi di centrosinistra segna un avanzamento del riformismo italiano. Ma si tratta sempre di riforme che, se da un lato liberano nuove energie, dall altra creano situazioni di forte tensione sociale. La riforma scolastica ad esempio rimane a metà. L accesso all università viene liberalizzato ma le strutture rimangono quelle arcaiche di prima, assolutamente insufficienti alle trasformazioni del Paese. Fattori di tensione che fanno delle università italiane luoghi di diffuso disagio. Con segnali di crescente intraprendenza da parte delle nuove figure sociali, con la costante crescita del Partito Comunista, si sviluppano, in ambienti filoatlantici e post-repubblichini, tentativi di scaricare sulla sinistra (sul movimento più che sul PCI) la responsabilità di tutti gli atti di violenza. Tentazioni di una spinta repressiva che dia un giro di vite alle crescenti richieste di democratizzazione. Si arriverà, come scritto sui manuali di storia e nelle sentenze dei tribunali, alla progettazione di veri e propri golpe, alle stragi fasciste appoggiate da ambienti statunitensi. La strategia della tensione, che prende origine proprio nell autunno-inverno 1969 e che si prolungherà profondamente nel decennio successivo, è esattamente questo: il tentativo di risoluzione delle contraddizioni politiche e sociali espresse dai movimenti impiegando non una risorsa tipica della società politica (come appunto la mobilitazione, il controllo di essa e la mediazione) ma una risorsa tipica dello Stato apparato (come la forza) [ ] L inconsistenza della mobilitazione di piazza della cosiddetta maggioranza silenziosa, ridottasi in pratica al puro uso squadristico di Pagina 78 gruppi neofascisti, da una parte; la difficoltà della Dc di sfruttare elettoralmente il panico dei ceti medi di fronte alla protesta sociale dovettero convincere una parte consistente della classe dirigente italiana a considerare l illegalità come una chance accettabile se non addirittura opportuna. [2] 3. Sigle, movimenti, terrorismi Alla sinistra del PCI In questo contesto bloccato, dopo il golpe cileno il Partito comunista guidato da Enrico Berlinguer si convince che non sia possibile, in quel contesto internazionale, un governo autonomo delle sinistre. Inizia il lento ma inesorabile avvicinamento dei comunisti alla Democrazia cristiana, dalla sinistra al centro dello schieramento politico. La possibilità di arrivare al compromesso storico crea forti tensioni e radicalizzazioni all interno della sinistra e negli ambienti più filoamericani della Democrazia cristiana. In Italia l onda lunga del 68 arriva a una situazione di guerra civile strisciante. Il Partito comunista in questa lunga marcia verso il governo del Paese è costretto a una costante dimostrazione di responsabilità che dovrebbe avvicinarlo ai ceti medi. Ma se il movimento nasce a sinistra, se il più grande Partito comunista d Occidente è costretto a guardare al centro, senza poter al tempo stesso essere scavalcato a sinistra, come sarà il suo rapporto con esso? Contrariamente al sindacato, infatti, il principale partito della sinistra non opta in questa fase per la mobilitazione competitiva. O comunque non sembra privilegiare la via della competizione diretta con le nuove identità politiche all interno dei movimenti stessi, sul piano della capacità di estendere e di radicalizzare la protesta sociale. Al contrario, pur con contraddizioni e differenze da situazione a situazione, lascia prevalere una linea di crescente distacco, e sempre più spesso di contrapposizione rispetto ai contenuti e alle forme di lotta prevalenti nell area della protesta. [3] L atteggiamento del PCI lascia così libero il campo alle diverse anime del movimento. Avviene quella che Revelli chiama civilizzazione del conflitto politico, la tendenza cioè da parte di soggetti tipicamente appartenenti alla società civile ad assumere il ruolo di soggetto politico generale. Inutile sottolineare che il danno arrecato dai nuovi movimenti ai partiti, soprattutto a sinistra, è rilevante. Il PCI da principale attore politico dell opposizione subisce un mutamento del proprio posizionamento. Subisce una profonda erosione delle risorse identitarie. Non più padrone della protesta operaia e partito esegeta del marxismo bensì partito pesante, poco presente sul luogo del conflitto e in cerca di potere più che di rappresentanza. Il discorso è leggermente diverso per la CGIL. Il sindacato ha un rapporto dialettico con il movimento per molteplici ragioni. Sviluppatosi tardi, relativamente debole in alcune regioni a forte radicamento religioso come il Veneto e la Brianza, il sindacato deve misurarsi con una nuova generazione di operai che, principalmente immigrati dal sud, si scontrano con i durissimi ritmi della produzione di fine anni Sessanta. «La debolezza sindacale spiega l iniziale tentativo di sfruttare la spontaneità come risorsa organizzativa», sostiene Revelli. Pagina 89 L esperienza dei Quaderni Rossi Ma dove e quando nasce il dissenso alla sinistra del PCI? Bisogna fare un salto indietro all inizio degli anni Sessanta con la nascita di una rivista, i Quaderni Rossi, che avrà un peso enorme nella storia della riflessione teorica della sinistra italiana. E ad essa infatti che si fa risalire l atto di fondazione della corrente che prenderà il nome poi di operaismo. In essa traggono infatti origine sia il gruppo di Potere Operaio che quello di Lotta Continua. Il primo numero dei Quaderni Rossi viene pubblicato il 30 settembre del 1961: si tratta di un volume interamente dedicato alle Lotte operaie nello sviluppo capitalistico. Vi scrivono, tra gli altri, Vittorio Foa, Sergio Garavini, Vittorio Rieser e Renato Alquati. Si tratta di una rivista teorica di studio della conflittualità operaia, e nel primo numero l attenzione si incentra sulla situazione della FIAT. I temi affrontati dalla rivista permeeranno il dibattito politico nei primi anni Settanta: il rifiuto del lavoro, l autonomia della classe operaia, i problemi legati al lavoro salariato. La storia dei Quaderni Rossi è ricostruita con puntualità dal giudice istruttore del troncone padovano del processo 7 aprile, Giovanni Palombarini: Pensata già nel 1959 e preparata da indagini condotte nelle fabbriche (Olivetti, Fiat) esce nell ottobre del 1961, rivelandosi subito come un espressione di rottura rispetto alla tradizione politica e culturale di larga parte del movimento operaio. Com è stato sottolineato, la rivista si pone infatti come il tentativo di un gruppo rivoluzionario di formazione prevalentemente intellettuale di abbandonare un ambito accademico di ricerca per immergere determinate ipotesi teoriche dentro la viva esperienza di lotta operaia, assunta come momento decisivo di verifica conoscitiva e politica e di stimolo e orientamento del successivo sviluppo teorico. Ed è un esperienza che si articola, principalmente, lungo tre filoni di ricerca: un attenta rilettura del Capitale e la scoperta dei Grundrisse di Marx (soprattutto Panzieri e Mario Tronti), l analisi condotta attraverso la conricerca della nuova composizione della classe operaia, osservata nei punti alti dello sviluppo. Questa esperienza, come s è accennato, accomuna militanti della sinistra di diversa provenienza, che non di rado rimangono divisi su alcuni temi politici di fondo (il rapporto con l antagonismo operaio, quello con le organizzazioni storiche del movimento operaio). Tali divisioni sono già evidenti nel primo numero della rivista, quando accanto alla linea interventista di Alquati e alla linea dei sociologi (Vittorio Rieser), appare di notevole consistenza quella della sinistra radicale (Foa, Sergio Garavini, Emilio Pugno), ancora legata alla precedente tematica del controllo operaio ; e si ripropongono nei numeri successivi quando si evidenzia la divaricazione tra la posizione di Panzieri e quella di Tronti. All inizio del 1962, appena apertosi il dibattito sul primo numero della rivista, da questa si ritira il gruppo dei sindacalisti; nel luglio dello stesso anno, dopo i fatti di Piazza Statuto, vi è una prima uscita di interventisti (che danno vita al foglio Gatto Selvaggio ). Tuttavia, ancora per qualche tempo Quaderni Rossi è capace di un forte intervento nel dibattito politico: è radicata in molti redattori i cosiddetti interventisti la convinzione della sussistenza di un processo di crescita organizzativa dell Autonomia operaia già in atto, in cui occorreva inserirsi per estenderne e svilupparne al massimo la portata. Nel quarto fascicolo dei Quaderni Rossi, la scheda che conclude la rivista afferma esplicitamente che i Quaderni Rossi sono partiti dalla convinzione che la crisi ideologica e teorica del movimento operaio non consente soluzioni che rispettino una continuità e si inseriscano in una tradizione, ma richiede un lavoro nuovo di costruzione ex novo. Un momento di rottura, come s è già detto, nella storia del movimento operaio. [...] La critica nei confronti della linea Pagina 910 politica delle organizzazioni storiche del movimento operaio e la convinzione della necessità di una nuova strategia tengono uniti per qualche tempo coloro che hanno dato vita alla rivista, ma a un certo punto è l estate del 1963 sorgono e si sviluppano motivi rilevanti di divisioni. [4] La divisione di cui parla Palombarini riguarda l ipotesi di sperimentare immediatamente la possibilità di organizzare l anarchia operaia. Da una parte, in una prospettiva teorica di riavvicinamento al PCI, c è Panzieri, e dall altra ci sono Tronti, Asor Rosa e Negri che daranno vita nel gennaio del 1964 a Classe Operaia. L esperienza dei Quaderni Rossi si esaurisce definitivamente nel In Veneto, negli stessi anni in cui prende corpo il progetto dei Quaderni Rossi, nasce un esperienza analoga. Già dal 1959 esce infatti il quindicinale socialista Il Progresso Veneto. Le due testate sono accomunate dalla presenza tra i propri redattori di Toni Negri, allora consigliere comunale del PSI a Padova. Direttore responsabile di Progresso Veneto, stampato in un migliaio di copie e con una uscita quindicinale, era Francesco Tolin, anch egli del PSI (nel 1969 verrà incarcerato, in qualità di direttore responsabile di Potere Operaio per un articolo dal titolo Si alla violenza operaia ). Sulla rivista appaiono frequentemente i nomi di Massimo Cacciari, Silvio Lanaro, Luciano Ferrari Bravo, Toni Negri, Mario Isnenghi e di Gianni De Michelis. «Il Progresso Veneto dice Luigi Urettini - è stato tra il dicembre 1961 e il marzo del 1962 il primo laboratorio politico dell operaismo veneto (in particolare di Porto Marghera), destinato a segnare fortemente le lotte operaie degli anni sessanta e settanta». [5] I rapporti tra le due riviste sono molto frequenti: Panzieri, Asor Rosa, Tronti e Alquati vengono spesso a Venezia e istituiscono un collegamento teorico stabile. In pratica la rivista veneta si trova ad affiancare a livello regionale i Quaderni Rossi nel trattare i temi dell operaismo nascente: quelli legati al risveglio della conflittualità nelle fabbriche e all evoluzione del sistema capitalistico italiano. La rivista veneta morirà a causa di una profonda frattura tra operaisti e socialisti che si consuma con il numero 54 del giugno Come abbiamo accennato prima, nel 1964 da una rottura all interno della redazione dei Quaderni Rossi nascerà Classe Operaia, rivista strettamente legata alla casa editrice Marsilio, cui partecipa anche una parte degli operaisti di Progresso Veneto. La nuova rivista è diretta da Mario Tronti: vi partecipano, almeno inizialmente anche Negri, Cacciari e Ferrari Bravo. Nuova rivista, nuova rottura: la redazione veneta di Classe Operaia inizia un lento processo di distacco da quella romana. Terreno di scontro, anche questa volta, l operaismo e il rapporto con il partito. La redazione veneta dà vita a Potere Operaio, una rivista-volantino distribuito come supplemento di Classe Operaia. I due gruppi, quello Veneto che si aggrega attorno a Potere Operaio e quello romano, con l avvicinamento di quest ultimo al PCI e il progressivo radicamento di quella veneto-emiliana tra le fabbriche di Porto Marghera, si allontanano definitivamente. Classe Operaia entra in agonia nel 1965 ma l ultimo fascicolo è del marzo Nello stesso mese nasce Potere Operaio, giornale politico degli operai di Porto Marghera. Potere Operaio La vicenda di Potere Operaio trova le sue origini nel discorso teorico di Quaderni Rossi, una rivista nata nel 1961 ma in realtà era stata già pensata in precedenza ad opera di alcuni intellettuali in prevalenza socialisti, ma anche comunisti, particolarmente attenti al fenomeno, che Pagina 1011 allora si andava compiendo, del passaggio dell economia italiana dalla fase prevalentemente agricola a quella industriale-agricola, caratterizzata, come negli altri paesi di capitalismo maturo, dalla prevalenza del capitalismo monopolistico di Stato; e convinti della necessità per il movimento operaio di modificare profondamente, di conseguenza, la propria strategia [ ] La critica nei confronti della linea politica delle organizzazioni storiche del movimento operaio e la convinzione della necessità di una nuova strategia tengono uniti per qualche tempo coloro che hanno dato vita alla rivista, ma a un certo punto è l estate del 1963 sorgono e si sviluppano motivi rilevanti di divisione. All interno dell esperienza dei Quaderni rossi nasce l ipotesi di una sperimentazione immediata del processo rivoluzionario, nel convincimento che sia già possibile procedere concretamente a una prima organizzazione autonoma dell anarchia operaia sulle linee elaborate dalla rivista. Avviene così una divisione (che ha anche motivazioni teoriche) fra coloro che credono a tale ipotesi e chi invece ritiene necessario, per l inesistenza di qualsiasi organizzazione politica adeguata e per la difficoltà di costruirla a breve scadenza, un ancora lungo periodo di preparazione. Sono in sostanza interventisti (Tronti, Asor Rosa, Negri) che escono dalla redazione e che danno vita, a partire dal 1964, a Classe Operaia; e nei Quaderni Rossi, rimasti in mano ai sociologi, nel 1966 avverrà l ultima rottura con la fuoriuscita di un gruppo che da vita al Potere Operaio di Pisa e Massa. [6] Una vicenda insomma molto disomogenea. Potere operaio, chiamato anche PotOp o PO, è formato da piccoli gruppi locali che si riconoscono e riuniscono in un unica rivista. Una storia che si perde per mille rivoli, in peculiarità geografiche e storiche. Carattere principale è quello di unire una serie di intellettuali che sperimenteranno poi, come al Petrolchimico di Porto Marghera, le proprie analisi teoriche sul campo. Un opera che vale loro il titolo di operaisti. L ala veneta del gruppo risale al 1961 tra Padova e Venezia. Il gruppo, come abbiamo visto, ha dato vita alla rivista Progresso Veneto. Un esperienza che si collega a quella sopraccitata dei Quaderni Rossi, e poi dà vita a Classe Operaia e, a livello locale, a Potere Operaio redazione veneta di Classe Operaia. A livello nazionale, in Classe Operaia si profilano, fin dai primi numeri, le due diverse autonomie l autonomia del politico, via via elaborata da Tronti e fatta propria dal gruppo che più tardi rientrerà nei partiti storici del movimento operaio, e l autonomia operaia, teorizzata soprattutto da Negri e dalla maggior parte del gruppo veneto, con una crescente prevalenza della prima nell ambito della rivista e una sostanziale egemonia della seconda nella pratica di chi faceva politica davanti alle fabbriche. Sicché, se la fine del 1966 vede il contrasto fra Tronti e Asor Rosa da una parte e Negri dall altra, e se nel 1967 Classe Operaia cessa, come s è detto, le pubblicazioni, il gruppo veneto continua il lavoro davanti alla fabbrica, trasformando il volantino citato nel giornale Potere operaio giornale politico degli operai di Porto Marghera. Il gruppo, oltre che adesioni nel Veneto, trova ben presto anche per la redazione del giornale collegamenti operativi con un analogo gruppo sorto in Emilia, essenzialmente nelle città di Bologna, Modena e Ferrara [7] Ma Potere operaio pur tentando, come gli altri gruppi della sinistra extraparlamentare, di darsi una struttura nazionale vive delle vicende autonome dei singoli gruppi. Anche Pagina 1112 la sua distribuzione geografica è altamente insoddisfacente. PotOp vivrà tra continue scissioni (il gruppo pisano di Potere Operaio con Adriano Sofri ad esempio darà vita a Lotta continua) e tentativi di aggregazione con altre formazioni (tentata più volte quella con il gruppo de Il Manifesto), di collaborazioni estemporanee e convergenze con altri gruppi e gruppuscoli (come i Gap di Giangiacomo Feltrinelli). Secondo Palombarini «il gruppo unisce i militanti del Potere operaio veneto-emiliano (con Antonio Negri, Emilio Vesce e Guido Bianchini: quest ultimo continua a rappresentare in particolare i militanti di Modena, Ferrara e Bologna), uno spezzone del movimento studentesco romano facente capo a Franco Piperno e Oreste Scalzone, militanti lombardi (Sergio Bologna, Ferruccio Gambino, Giairo Daghini) e piemontesi (Alberto Magnaghi)». La rivista Potere Operaio, voce ufficiale del movimento, nasce il 18 settembre del 1969 (l inizio dell autunno caldo) e muore, assieme al gruppo, nel giugno del 1973 (gruppi locali sopravvissero fino all estate successiva). Punto decisivo della crisi il convegno di Rosolina il 28 maggio del 1973, che segna la rottura del movimento. Il mito sempre inseguito della costruzione del partito contrapposto agli enormi problemi organizzativi che facevano dubitare della possibilità di poter concretamente perseguire l obbiettivo, ha portato Potere operaio allo scioglimento per la convinzione di molti suoi esponenti della necessità di trovare altre forme organizzative della autonomia operaia. PO fu innanzitutto un gruppo politico nato nelle fabbriche e nelle università tutto teso a valorizzare la centralità politica di una figura di operaio, l operaio-massa, che in quegli anni, tra il 1968 e il 1970 si era reso protagonista di lotte dure e generalizzate; e quella figura ideologicizzò sulla base di una rilettura dei classici del marxismo, dal Marx dei Grundrisse al Lenin del 1905.Ed è nell ambito di queste analisi che via via, con rovesciamenti improvvisi (proprio nei confronti dell Autonomia operaia vi furono atteggiamenti diversi), con divergenze interne (la linea di Negri si distinse ben presto da quella di Piperno) e con un distacco crescente da talune nuove realtà operaie (l incomprensione dei delegati fu sintomatica a tale proposito), una parte dei suoi dirigenti ritenne maturo uno scontro diretto contro lo Stato, teorizzando la via dell insurrezione armata e nella pratica dando vita, da un certo momento in poi, a forme invero artigianali di livelli clandestini, cercando contatti con quelle forze che, a sinistra, si erano poste o dicevano di essersi poste sulla via della rivoluzione. [8] Le attività dei suoi singoli esponenti, dopo lo scioglimento del gruppo, continueranno travasandosi in parte in altri gruppi, alcuni nell esperienze dell autonomia altri riconfluendo nel sindacato. Altri, non entreranno più in nessuna formazione politica terminando così la stagione del proprio impegno politico. Per alcuni, si può dire che la storia del movimento, del tentativo di conciliare i temi dell autonomia operaia con una struttura tutto sommato classica, si concluda qui. Come ricorda Lanzardo: Ho vissuto molto intensamente la fase di storia di 15 anni che inizia con le lotte del triennio e si conclude nel 74 con il recupero dell egemonia politica da parte del PCI sull insieme del movimento di classe. E come tutti quelli che hanno militato alla sinistra del PCI, ho fondato la mia ricerca di identità politico-sociale, cioè il mio ruolo nella lotta di classe, sulla ipotesi-osservazione diretta della autonomia operaia intesa come autonomia della lotta di ampi strati di classe non solo dal comando capitalistico, ma anche dalle tradizioni del Movimento operaio, dalla cultura dominante, dalla politica partitica; in alternativa, cioè, alla pratica che faceva coincidere gli interessi della classe operaia con la linea delle organizzazioni del Movimento operaio (PCI, PSI, CGIL). [9] Pagina 1213 Ma non per tutti la fine di Potere operaio è la fine della lotta. Autonomia Operaia L area dell autonomia propriamente detta nasce nel corso del 73, periodo in cui comincia a prendere consistenza il coordinamento nazionale delle assemblee e comitati autonomi. Il primo prodotto di questo coordinamento sarà il Bollettino degli organismi autonomi operai, che nasce nel maggio del 73 e porta le firme di: Assemblea autonoma Alfa Romeo, Assemblea autonoma Pirelli, Comitato di lotta Sit- Siemens, Gruppo operaio Fiat, Assemblee autonome di Porto Marghera, Comitato politico Enel, Comitato lavoratori-studenti policlinico, Unione sindacale comitati di lotta. [ ] L assemblea autonoma di Porto Marghera costituisce probabilmente la più vecchia e solida esperienza di organizzazione autonoma: le sue radici affondano nella rete di intervento del Potere Operaio veneto-emiliano della fine degli anni 60; confluita in Potere Operaio manterrà sempre una forte autonomia dalle strutture dell organizzazione ed un identità nettamente caratterizzata a partire dal 74 darà vita a Lavoro Zero. Quest area dopo il convegno di Rosolina si arricchirà delle forze uscite da Potere operaio con Negri che a Milano, assieme a ciò che resta del gruppo Gramsci dopo il processo di revisione in cui si è impegnato, daranno vita alla nuova serie di Rosso, giornale dentro il movimento, a partire dal dicembre 73 ed ai Comitati politici operai. Rosso diverrà ben presto il giornale più rappresentativo dell area per la sua capacità di aprire ai nuovi temi del proletariato giovanile, dell operaio sociale, della critica della politica. [10] Già nel 1973 quindi, con Potere operaio sulla via dello scioglimento, nasce il primo coordinamento dei primi gruppi dell Autonomia operaia. Si tratta di un insieme di esperienze difformi. Più che un movimento ben preciso l espressione Autonomia operaia definirà una cultura, un area che ruota attorno ad alcuni concetti chiave come il rifiuto del lavoro (già sviluppatosi in Potere Operaio) e la valorizzazione del potere di ogni singolo operaio (ma è meglio dire proletario) di bloccare il ciclo produttivo, e di rappresentare di per sé un contropotere soprattutto nella sua dimensione sociale. L Autonomia operaia si pone come una rottura netta con le esperienze precedenti del socialismo. Rifiuta gli schemi classici dell organizzazione socialista. Ma alcune sue esperienze, come si è visto, discendono direttamente dalle elaborazioni teoriche di Potere operaio. La dinamica che porta alla nascita di Autonomia, alla saldatura di componenti diverse tra loro, è spiegata anche da Palombarini: Da un lato s allenta progressivamente il vincolo che legava politicamente, e non di rado organizzativamente, ai gruppi una serie di organismi di base, soprattutto operai, che cercano autonomamente altre strade per una propria iniziativa politica. Dall altro nuovi organismi, che sorgono in un area sociale che inizia a non trovare un adeguata rappresentanza politica, si affiancano ai primi nella ricerca di un efficace linea operativa. [11] In sostanza, rispetto alle rotture operate dall operaismo sul corpus teorico del marxismo-leninismo, l esperienza autonoma aggiunge una concezione della crisi che non è più quella del collasso sociale, dell esplosione della incapacità di fondo del capitale di far fronte alle esigenze sociali, bensì quella dell esplosione di relazioni sociali troppo ricche per essere ricondotte al rapporto di capitale. Pagina 1314 Si tratta di un organizzazione che tenta di sfruttare e dare un ordine (relativo) allo spontaneismo che unisce le lotte e le proteste di studenti e proletari (largamente intesi). Autonomia operaia propugnava la lotta allo Stato e alle istituzioni sociali ed economiche esistenti attraverso atti di illegalità di massa e di disubbidienza civile. Tanto che l Autonomia, proprio per questa rottura con la tradizione socialista, viene anche definita l altro movimento operaio. Un fenomeno che sebbene riunito sotto l unico nome di Autonomia prende forme e contenuti molto diversi da città a città. Si va dalle lotte per l autoriduzione dei biglietti per il trasporto urbano ai contenuti ecologisti. Il luogo di crescita del fenomeno è soprattutto l università e comunque il tessuto urbano. I sintomi una violenza diffusa contro le istituzioni universitarie: gambizzazioni, violenze, piccoli attentati e agguati. In gran numero. Sistema di autofinanziamento molto usato le rapine. Un fenomeno che segna la vita di intere città come Padova. Un fenomeno questo che non può che entrare presto in conflitto con il mondo della sinistra tradizionale. Come spiega Rossana Rossanda: «La sua parte più originale e originaria non sono i gambizzatori di Padova, e neppure il gesto più o meno simbolico di violenza fisica, ma proprio l insieme delle pratiche di autoregolazione e rifiuto della mediazione politico-sindacale, che si sono diffuse non solo nella cultura giovanile o marginale, ma nei servizi pubblici e in parte in fabbrica» [12]. Gli anni d oro dell Autonomia sono il 1975, il 1976 e il 1977, l anno del movimento del 77. Ma è difficile stabilire quanto sia dovuto alla presenza di Autonomia e quanto alla genesi spontanea di proteste e movimenti. Le forme organizzate dell autonomie sono destinate ovviamente ad avere un peso non indifferente nell ambito del movimento, ma questo, nella sua ampiezza, le travalica. Accanto ai preesistenti organismi ne nascono di nuovi, anche di segno profondamente diverso (si pensi ai cosiddetti creativi ) che in alcuni casi sono dei semplici punti di aggregazione politica e sociale. Qui non c è soltanto la storia di organizzazioni più o meno clandestine. Attorno al 77 ci fu il precipitato politico di tutto un universo di convinzioni, soggettività, figure sociali sconosciute o almeno impreviste che sembrò trovare un suo cemento nella convinzione della non trasformabilità del sistema, almeno nelle forme della democrazia politica. La democrazia era considerata impotente, e al tempo stesso segnata da tentazioni repressive e totalitarie. L ipotesi armata diventava se non altro un ipotesi accettata all interno di movimenti più vasti e compositi; e sembrava assumere una capacità neutralizzante (la teoria dei compagni che sbagliano ) anche nei confronti di forze e posizioni da essa molto lontane. Ci fu insomma uno strano e forse irripetibile mescolarsi di disincanto post-industriale e post-rivoluzionario e di vecchi e nuovi ideologismi, più o meno armati, catalogati sotto la voce bisogno di comunismo. [13] Dopo il 77 si passa a una stagione di semiriflusso causata dai mancati sbocchi della protesta. Mentre Rosso cessa le pubblicazioni, a Padova, nell ottobre del 1978, nasce Autonomia (diretta da Emilio Vesce). Cosa succede dunque a Padova e in Veneto? In quello che Mino Monicelli chiama laboratorio veneto? In questo laboratorio, dal 1977 al 1979, gli episodi di violenza sono stati (con Pagina 1415 5 morti e 10 feriti), di cui 708 nella sola città Padova; e quelli ascritti ad Autonomia organizzata sono stati 972, cioè gli otto decimi del totale. E un tipo di eversione ramificata e diffusa, praticata da gruppi non clandestini, fatta di scontri di piazza, aggressioni, sabotaggi, espropri, attentati e notti dei fuochi. [14] Ma perché l Autonomia è così forte in Veneto, in una terra che i più considerano cattolica e mite? Una componente importante nella formazione di molti protagonisti dell Autonomia (ma anche delle BR) è proprio quella cattolica. Per violenza politica il Veneto, nel 1979, è al quarto posto in Italia. Ma per criminalità comune al terzo! Le ragioni per molti studiosi, Acquaviva e Camon su tutti, vanno individuate nella violenza dell inurbamento veneto che hanno trasformato l area compresa tra Padova, Venezia e Treviso in un unica grande metropoli. Una trasformazione che avrebbe scardinato irrimediabilmente la vecchia società contadina proiettando nella società di massa e nella scolarizzazione masse di giovani sprovviste delle categorie culturali adatte a interpretare correttamente la nuova realtà. Se poi si aggiungono le prediche dei cosiddetti cattivi maestri (Negri su tutti) e una sinistra storicamente orfana delle strutture sindacali, che in Veneto hanno poco attecchito, si capirebbe questa esplosione di violenza disorganizzata e spontanea. E una teoria che avrà una fortuna enorme tanto da vivere tuttora per spiegare alcuni avvenimenti veneti. Bassa cultura, bassa forma di acculturazione, bassa capacità espressiva, da una parte; e dall altra, alto livello di reazione, di isteria, di bisogno di vendetta. Modi di espressione più corporali che verbali, più gestuali che letterari, più a mezzo di slogan che di frasi. Se li senti parlare ti cascano le braccia. Però disprezzano i loro padri che sono entrati docili e acquiescenti in un ingranaggio che li stritolava. Quando tornano con i loro risparmi sudati, non gli dicevano bravo, gli dicevano stupido, mi vergogno di te. L Autonomia sarebbe un po il luogo e il mezzo che permette di dar sfogo a questa specie di ingorgo psicologico. [15] Che convincano o meno queste, assieme alle spiegazioni legate all eccessivo affollamento dell università patavina a fronte di servizi carenti e di una città esosa, quasi strozzina, sono le spiegazioni sociologiche più diffuse per spiegare il fenomeno dell Autonomia padovana. C è poi chi sostiene che Autonomia operaia sia un partito, chi puro spontaneismo. Spiegazioni a parte, l unica cosa certa rimangono i dati della violenza vissuta in città. Queste le vittime sul fronte universitario: In tre anni, dal 1977 al 1979, verranno aggrediti, sprangati o feriti a rivoltellate, i seguenti professori: Guido Petter (novembre 1977, maggio 1978, marzo 1979), Oddone Longo (marzo 1978), Ezio Riondato (aprile 1978), Angelo Ventura (settembre 1979). Altri docenti come Berti, Olivieri, Galante, Ceolin subiscono aggressioni, attentati alle abitazioni o alle auto e vengono a più riprese minacciati. [16] Il terrorismo Come si è visto, la grande trasformazione sociale che interessa il nostro Paese è accompagnata da tensioni molto vaste che inaugurano una lunga e crescente stagione di violenza politica che darà all intero decennio dei Settanta la denominazione di anni di piombo. Ma il fenomeno terroristico, pur rilevantissimo, non esaurisce la comprensione di un fenomeno così complesso come quello della protesta sociale. Ripercorrerne a grandi linee l evolversi è utile per capire il clima in cui giunse l operazione 7 aprile. Pagina 1516 I numeri della violenza terrorista già da soli ben descrivono una situazione in progressivo peggioramento: Nel quinquennio che va dal 1969 al 1974 i morti per fatti politici sono 92 di cui 63 a causa di violenze e atti terroristici di destra, 10 caduti in scontri con le forze dell ordine, 8 in altre circostanze, 2 in seguito ad azioni di ignoti, e infine 9 attribuibili, in modo diretto o indiretto a organizzazioni di sinistra; gli attentati nello stesso periodo sono 1706, dei quali 1222 (pari al 71,6%) attribuiti all estrema destra e 99 (pari al 5,8%) rivendicati o attribuiti all estrema sinistra (per 385 gli autori sono ignoti). Sono dati che testimoniano non solo di un salto in avanti quantitativo della violenza, di una vera e propria guerra civile strisciante, ma anche di una sua trasformazione qualitativa. [17] Il secondo quinquennio segna il punto più alto della violenza terrorista in Italia: 362 morti e 171 feriti tra il 1974 e il 1980, di cui 104 morti e 146 feriti attribuibili a organizzazioni terroristiche di sinistra; 1787 attentati compiuti da organizzazioni di sinistra (contro 1281 attribuiti ai neofascisti) e 984 atti di violenza (contro gli 892 della destra). Un bilancio che rovesciando le proporzioni della fase precedente tra violenza di sinistra e violenza di destra mostrava le differenze tra i due periodi. [18] Nel nostro Paese il terrorismo di sinistra si compone di molte sigle. Si va dalle Brigate Rosse, a Prima Linea, ai NAP (nuclei di armati proletari). A questi tre gruppi si aggiungano una miriade di gruppuscoli locali che hanno spesso la vita di un giorno, o di un delitto. Si tratta di gruppi dalla storia non lineare. Le Brigate Rosse nascono come gruppo adito a autoriduzioni proletarie, furti e altri piccoli crimini di autofinanziamento. Il loro scopo dichiarato è quello di colpire gli interessi materiali (i beni materiali e la vita) dei capitalisti e del padronato. Fino al 1973 questo gruppo intrattiene un dialogo discreto con tutti i gruppi extraparlamentari della sinistra, soprattutto Potere operaio, e con alcune frange del PCI (alcuni membri delle BR provenivano direttamente dai quadri della FGCI). In una intervista alle BR pubblicata in Potere Operaio del lunedì, n. 44 dell 11 marzo 1973, il Partito comunista viene definito come «una grande forza democratica che persegue con coerenza una strategia esattamente opposta alla nostra. Non sembra né utile né importante continuare ad attaccarlo con raffiche di parole...» Questo per dire come anche le Brigate Rosse, rimaste giustamente nell immaginario collettivo come il gruppo di fuoco del partito armato, nel corso di un decennio sviluppino posizioni anche molto differenti tra loro. E infatti solamente a partire dal 1974, con l assassinio di due esponenti del MSI avvenuto in via Zabarella a Padova il 17 giugno, che le Br fanno partire il contatore della lunga scia di delitti che segnerà la vita di questo gruppo eversivo. Il gruppo, mentre in un primo tempo, pur denunciando la necessità della violenza, aspira a mantenere un legame con il movimento, («La lotta politica dicono ancora nel 71 non può più essere sviluppata senza una precisa capacità militare. In questa logica le Br non operano un diretto attacco al potere, non si sostituiscono al movimento di massa»), in seguito perderà ogni contatto con gli altri gruppi puntando a trascinare con sé, nell attacco al cuore dello Stato, gli altri spezzoni del movimento. L ideologia delle Br subisce sostanziali variazioni nel tempo: altro è il contenuto Pagina 1617 dell opuscolo del 1971, altro quello dell intervista del 1973, e altro ancora sarà l ideologia che guiderà l attacco al cuore dello stato al tempo del rapimento del magistrato Mario Sossi (per parlare solo delle varianti intervenute quando l organizzazione era diretta dai militanti della prima generazione) Nell estate del 1971 le BR, pressoché sconosciute, avevano firmato alcuni isolati attentati alle cose; nel marzo 73 avevano già partecipato alle lotte Fiat e le loro azioni distruzioni di auto di fascisti, devastazione della sede Cisnal di Torino, sequestro per alcune ore del sindacalista della Cisnal Labate si intrecciano con una serie di azioni violente e di massa poste in essere dai cortei interni di lavoratori, culminati poi con l occupazione della fabbrica e il blocco delle merci; nel maggio del 1974 l azione delle Br, che hanno abbandonato l antifascismo e la fabbrica, punta direttamente contro le istituzioni dello Stato, facendo compiere un autentico salto di qualità alla propria pratica combattente. [19] Il 1977 è un anno di svolta nella storia del movimento. L anno, anzi l annata, come si usa dire per i vini di pregio, assume quasi valore epocale. Il 77, il movimento del 77, quasi come un 68, ma molto più pauroso e confuso. E l anno in cui Luciano Lama, segretario della CGIL, viene cacciato dall università di Roma dagli autonomi. Cos è successo? Con il PCI spinto verso posizioni sempre più moderate l insoddisfazione del movimento cresce a dismisura. Le lotte dell Autonomia si acuiscono. Città come Padova e Bologna sono scosse da un ondata di illegalità di massa. Una situazione che a qualcuno, nel mondo della sinistra extraparlamentare, fa parlare di un imminente rivoluzione. Le Brigate Rosse tentano di prendere la leadership del movimento alzando il tiro, tentando di trascinare il movimento nel loro attacco al cuore dello Stato. Questa è una delle interpretazioni che viene data da alcuni autonomi all operazione che nel 1978 porta al sequestro e all omicidio di Aldo Moro, il premier democristiano alfiere del compromesso storico. Un tentativo insomma di portare la crisi a un punto di rottura, a un punto di non ritorno, e costringere quindi il resto del movimento a prendere le armi. Seppure senza una vera e propria base sociale, il terrorismo italiano non è fatto che coinvolge solo poche decine di persone come avviene in Germania. Che il terrorismo italiano di sinistra sia durato così a lungo è un fatto anomalo nel contesto europeo. Secondo molti osservatori e suoi protagonisti, quello che è mancato per normalizzare in fretta la situazione italiana è stata una sponda riformistica intelligente che a sinistra, al contrario di quanto avvenne in Germania e in Francia, non ci sarebbe mai stata. Insomma sarebbe un intricato nodo di convenienze, ritardi nell analisi politica e congiunture internazionali ad impedire all Italia di uscire rapidamente dalla stagione protestatoria e in seguito terroristica. Questa insufficienza della risposta politica ha poi prodotto, secondo altri osservatori, la necessità per la magistratura di svolgere un attività di supplenza che ne avrebbe stravolto le funzioni. Ma che la risposta politica sia stata insufficiente è provato anche dall alto numero di fuoriusciti politici riparati all estero. Il terrorismo dopo il 7 aprile Ma cosa succede al terrorismo dopo il blitz 7 aprile? Le tesi sono sostanzialmente due: da una parte gli inquirenti, e con loro anche i giornalisti, sottolineano il calo del numero dei fenomeni di violenza dopo gli arresti del 7 aprile. Pagina 1718 Inizialmente come prova che si è colpito il vertice dell organizzazione (e quindi si è visto giusto). E poi (quando dal punto di vista giudiziario viene smentito il teorema Calogero) con l affermazione che comunque si è tolta l acqua nella quale l autonomia nuotava. Un ragionamento che giustifica agli occhi dei suoi autori anche gli errori processuali. dall altra parte, anche dagli imputati, si sottolinea come, dopo il 7 aprile, le Brigate Rosse abbiano fatto la propria comparsa in Veneto (prima ne erano pressoché assenti, a parte il famoso omicidio del 1975) e come in questo modo si siano spinti tanti giovani autonomi nelle sue braccia. Insomma la violenza diffusa non sarebbe scomparsa bensì sarebbe stata spinta, proprio dalle operazioni giudiziarie, nella direzione del vero e proprio terrorismo. *** CAPITOLO II IL 7 APRILE, LA STORIA 1. Una storia non raccontata Con il nome 7 aprile si indica l inchiesta partita a Padova il 7 aprile 1979 su ordine del procuratore della Repubblica Pietro Calogero. Ma tentare di scrivere una storia organica di quell ampia serie di procedimenti polizieschi e giudiziari che prendono il nome di 7 aprile non è impresa facile. Non esiste infatti nessun testo o lavoro che ripercorra la storia di questo avvenimento, pur così importante nella storia repubblicana, dall inizio alla fine. I testi riportati nella bibliografia di questo lavoro sono in gran parte stati scritti tra il 1981 e il Si tratta di pubblicazioni che si inseriscono nel lungo periodo che passa tra l inchiesta e il processo con il dichiarato intento di mettere ordine in una faccenda così complessa e offrire spunti critici. Parlano del blitz 7 aprile (il migliore e il più utilizzato in questa ricostruzione è sicuramente il testo di Ivan Palermo), ma non esistono testi che esaminino la vicenda nel suo complesso prendendo come suo inizio il 7 aprile 1979 e come data conclusiva la data della sentenza di secondo grado. La sintesi qui operata è quindi un difficile puzzle costruito con tasselli ricavati dalla stampa dell epoca, dalla bibliografia riportata, dagli stessi atti giudiziari. 2. Confini incerti La vicenda che va sotto il nome di 7 aprile pur avendo un inizio e protagonisti molto precisi non ha confini ben delimitati. L istruttoria sembra espandersi con una velocità esponenziale. Risulta difficile rinvenire una logica precisa, ricostruirne i confini e persino le imputazioni se non gli imputati. Dall inchiesta madre nascono infatti moltissime indagini locali, a Napoli, Milano, Roma. In ogni città italiana attraversata dall autonomia, sembra rintracciarsi l attività illegale del nucleo principale degli imputati padovani. Alcuni blitz partiti dall inchiesta madre (l ultimo è del giugno del 1983) verranno fatti rientrare nel processo 7 aprile (a sua volta sdoppiato in troncone padovano e romano). Altri daranno vita a processi autonomi. Anzi la cronaca dei quotidiani dell epoca intreccia la vicenda 7 aprile con quasi tutti i principali avvenimenti della storia repubblicana dalla fine degli anni Settanta ai primi anni Ottanta. Dagli episodi di esproprio proletario dei primi anni Settanta all omicidio Moro, a quello del giudice Alessandrini, all assassinio del giornalista del Corriere della Sera Walter Tobagi, al sequestro del generale Dozier. La ricostruzione qui fornita non cita tutti gli imputati e le azioni che possono essere ricondotte a tale Pagina 1819 vicenda, ma solamente quelle principali e maggiormente significative. 3. I Primi passi. Le prime inchieste padovane su Autonomia Prima di arrivare al blitz del 7 aprile 1979 sarà utile ripercorrere le tappe di avvicinamento della magistratura al mondo dell autonomia padovana. Il sostituto procuratore Pietro Calogero inizia le proprie indagini sul fenomeno due anni prima del famoso 7 aprile. Ancora nel 1977, quando il fenomeno è scarsamente considerato dalle forze politiche e dall opinione pubblica, Calogero comincia le sue indagini sui Collettivi politici padovani. Nel 1977 procede ad alcuni arresti e a ordini di comparizione nei confronti di Negri, Ferrari Bravo, Del Re, Bianchini e Serafini, tutti poi coinvolti nella retata del 7 aprile E importante ricordare questa inchiesta, perché con essa il procuratore Pietro Calogero comincia a delineare il suo metodo investigativo e i tratti principali di quello che sarà poi chiamato il teorema Calogero. Una volta prosciolti (nel gennaio del 1978 proprio su richiesta dello stesso procuratore) i cinque docenti universitari invitati a comparire, Calogero continua comunque la sua indagine contro ignoti. Una fase sotterranea dell indagine che proseguirà fino agli arresti del 7 aprile Ma mentre l indagine giudiziaria procede in sordina (senza comunicazione giudiziarie né imputazioni, solo qualche perquisizione e l assunzione di una gran mole di documenti) Calogero pubblicizza, attraverso una intervista rilasciata a Panorama il 23 maggio del 1978, la sua ipotesi di lavoro. Per Calogero «un unico vertice dirige il terrorismo in Italia. Un unica organizzazione lega le Br e i gruppi armati dell Autonomia. Un unica strategia eversiva ispira l attacco al cuore e alla base dello Stato». Le due organizzazioni per Calogero sarebbero in sostanza due facce della stessa medaglia. «Le differenze, a ben vedere, sono tutte labili, anche se i due gruppi continuano ad affermare che sono notevoli. Io credo che lo dicano solo allo scopo di creare confusione e disorientamento». Ma in questi due anni che separano l inizio delle indagini dal blitz, il Paese muta profondamente. Il livello della lotta armata, con il delitto Moro si alza notevolmente. E questo senza che da parte dello Stato si giunga veramente ad una risposta ferma ed efficace. L acuirsi e l estremizzarsi della spirale terroristica ha le sue importanti conseguenze anche sulle forze tradizionali della sinistra. Sindacato e Partito comunista sono in prima linea nel sostegno alla lotta al terrorismo. Non solo con una chiara presa di posizione ma anche con una mobilitazione effettiva, fatta di testi forniti alla magistratura e di attiva ricerca al proprio interno (come i questionari anonimi distribuiti dal sindacato torinese). 4. Il Teorema Calogero L ipotesi accusatoria sulla quale lavora il sostituto procuratore di Padova Pietro Calogero si può riassumere nella convinzione che l eversione e il terrorismo di sinistra in Italia sia un fenomeno manovrato da un unica direzione strategica. Non esisterebbero insomma tanti gruppuscoli eversivi scollegati tra loro ma un unica organizzazione, che Calogero chiama Autonomia operaia organizzata, che prende, per motivi strategici, più nomi e più forme. Anche un movimento come quello dell Autonomia vivrebbe quindi in perfetta simbiosi organizzativa con il gruppo di fuoco più avanzato, cioè le Brigate Rosse. Due facce della stessa medaglia. A capo di Autonomia operaia organizzata ci sarebbe il gruppo dirigente del disciolto Potere operaio, un gruppo della sinistra extraparlamentare che si sarebbe fintamente sciolto a Rosolina nel 1973 solamente per passare a gruppo illegale e clandestino. 5. Il blitz del 7 aprile 1979 Pagina 1920 Su questa ipotesi, il 7 aprile del 1979 una vasta operazione di polizia condotta dalla Digos si svolge su tutto il territorio nazionale (principalmente a Padova, Milano, Roma, Rovigo e Torino), e porta a decine di arresti di militanti identificati nell area della cosiddetta autonomia. Tra gli arrestati molti militanti di Potere operaio, il gruppo extraparlamentare di sinistra discioltosi nel 1973, e docenti in vista, appartenenti alla Facoltà di Scienze politiche dell Università di Padova. Gli ordini di cattura vengono firmati dal sostituto procuratore di Padova Pietro Calogero. Con l imputazione di aver in concorso tra loro e con altre persone, essendo in numero non inferiore a cinque, organizzato e diretto un associazione denominata Brigate Rosse, costituita in banda armata con organizzazione paramilitare e dotazione di armi, munizioni ed esplosivi, al fine di promuovere l insurrezione armata contro i poteri dello Stato e di mutare violentemente la costituzione e la forma di governo sia mediante la propaganda di azioni armate contro le persone e le cose, sia mediante la predisposizione e la messa in opera di rapimenti e sequestri di persona, omicidi e ferimenti, incendi e danneggiamenti, di attentati contro istituzioni pubbliche e private. [20] e di aver diretto ed organizzato un associazione sovversiva denominata Potere Operaio e altre analoghe associazioni variamente denominate ma collegate fra loro e riferibili tutte alla cosiddetta Autonomia Operaia Organizzata, dirette a sovvertire violentemente gli ordinamenti costituiti dello stato sia mediante la propaganda e l incitamento alla pratica della cosiddetta illegalità di massa e di varie forme di violenza e lotta armata (espropri e perquisizioni proletarie; incendi e danneggiamenti di beni pubblici e privati; rapimenti e sequestri di persona; pestaggi e ferimenti; attentati a carceri, caserme, sedi di partiti e associazioni) sia mediante l addestramento all uso delle armi, munizioni, esplosivi e ordigni incendiari sia infine mediante ricorso ad atti di illegalità, di violenza e di attacco armato contro taluni degli obiettivi precisati. [21] vengono arrestati: Antonio Negri, ordinario di Dottrina dello Stato dell Università di Padova; Luciano Ferrari Bravo, assistente; Emilio Vesce, direttore di Radio Sherwood e della rivista Autonomia; Oreste Scalzone, fondatore dei Comitati comunisti rivoluzionari; Mario Dalmaviva, esperto pubblicitario, leader torinese di Potere operaio; Giuseppe Nicotri giornalista del Il Mattino di Padova (su Repubblica con lo pseudonimo di Giuseppe Miccolis); Nanni Balestrini, poeta. Questi ultimi due imputati, a differenza dei precedenti, non hanno collegamenti con Potere operaio. Sfuggono invece all arresto: Franco Piperno, professore di fisica all Università di Cosenza; Giovanni Morongiu; Gianfranco Pancino, medico; Roberto Ferrari, direttore di un magazzino a Milano. Nello stesso giorno vengono arrestati, imputati di associazione sovversiva per aver organizzato e diretto un associazione denominata Potere Operaio : Alisa Del Re, Guido Bianchini e Sandro Serafini (tutti e tre lavorano alla Facoltà di Scienze politiche all Università di Padova), Carmela di Rocco, Ivo Gallimberti, Massimo Tramonte (impiegato libreria Calusca), Paolo Benvegnù, Marzio Sturaro. Sempre nella giornata del 7 aprile 1979 il Capo dell Ufficio del Tribunale di Roma, Achille Gallucci, spicca un mandato i cattura contro il professor Antonio Negri. Pagina 20 Vedere altro
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