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Timestamp: 2019-05-19 11:11:45+00:00
Document Index: 174472350

Matched Legal Cases: ['art.49', 'art. 49', 'art. 17', 'art. 49', 'art. 49', 'art. 11', 'art. 99']

PER UNA NUOVA DEMOCRAZIA: DEI, NEI E CON I PARTITI
Presento in questa sede il testo integrale di una relazione preparata per un dibattito organizzato dal PD metropolitano di Firenze dal titolo “REGOLE E DEMOCRAZIA” (18 Aprile 2013), alla presenza di esponenti politici e costituzionalisti. Purtroppo, a causa di un grave lutto familiare, non sono stato in condizione di partecipare a tale dibattito. Credo opportuno, comunque, presentare i risultati di questa mia fatica, anche se a posteriori. Il Movimento dei Popolari Toscani Europei (PTE), già da tempo, intende dare priorità a questa problematica, cruciale per le sorti della democrazia italiana e la rifondazione del sistema dei partiti. Colgo l'occasione per ringraziare il Prof. Andrea Poli per il prezioso contributo dato all'ideazione ed alla stesura della presente relazione.
PREMESSA: è mia intenzione partire più da una scaletta di valori che da una mera scansione metodologica. In tale contesto preferirei “leggere” il titolo proposto seguendo il seguente ordine: bene comune; democrazia, partiti, regole, leggi elettorali.
Da qui si può evincere una chiara proposta di una gerarchia di valore, che prende avvio priorirario da un fine ultimo (il bene comune); procede attraverso un passaggio che è, insieme, strumento e fine secondo (democrazia); passa da uno strumentoin quanto tale, sebbene nobile (il partito) e dalle ineliminabili regole per un suo funzionamento virtuoso; per finire all'elaborazione dei meccanismi migliori atti a far funzionare il circuito del bene comune (leggi elettorali).
La mia relazione seguirà proprio, anche cronologicamente, questi passaggi.
PRIMO: ALLA LEGGE ELETTORALE SI ARRIVA, DA ESSA NON SI PARTE
Il dibattito sulla legge elettorale per le elezioni politiche ha un valore esemplare, anche se negativo, perché indica un errore che non deve essere riprodotto anche nel dibattito regionale. Si potrebbe dire che quel dibattito si muove in una prospettiva paradossale: da un lato, l'esigenza di cambiare è dichiarata quasi unanimemente sia dal mondo politico che dai commentatori, compresi i giuristi e i costituzionalisti; dall'altra parte, forse proprio per questa unanimità di consenso, vige una pressoché completa sopravvalutazione delle stessa legge elettorale, ed un parimenti preoccupante silenzio su quanto la Costituzione pur limpidamente prevede in materia, all'art.49: il “metodo democratico” dei partiti.
Per esempio, è significativa la perfetta coincidenza di vedute, nelle pagine de Il Corriere della Sera (di domenica 7 aprile), fra l'editoriale di prima pagina (firmato da Luciano Fontana), il quale auspica “una nuova legge elettorale che restituisca ai cittadini il potere di scegliere i parlamentari e l'esecutivo”, e l'intervista al navigatissimo politico già terza carica dello Stato (P. F. Casini), che invoca “una legge elettorale che consenta agli italiani di scegliersi i parlamentari”. Ora, se il commentatore o il professore di diritto costituzionale può difettare di esperienza pratica in materia, il politico di mestiere non può non sapere che quella compiuta dai cittadini alle elezioni è in realtà una seconda scelta: perché la prima scelta viene fatta dai partiti, e consiste nella compilazione della lista dei candidati da parte dei partiti medesimi.
SECONDO: OLTRE IL VOTO, PER UN'ESEGESI PIU' LARGA DELL'ARTICOLO 49 DELLA COSTITUZIONE
Vorrei partire da una domanda: il popolo esercita la propria sovranità solo per mezzo del voto? A mio parere, no. Ecco, allora, la necessità di un'esegesi non solo letterale dell'art. 49 della nostra Costituzione: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.
Focalizziamo l'attenzione su alcuni vocaboli e/o concetti di tale articolo.
A. Partiti come libere associazioni: è nostra convinzione che il termine libertà sia da intendere a tutto tondo ed in modo bi-univoco. Ciò può significare solo che ai partiti non si giura fedeltà a vita. Come il vincolo si crea, cambiando la situazione di partenza, si può sciogliere. L'adesione è dunque un patto condizionato, non una fede a prescindere.
Come direbbe Luigi Sturzo, occorre riprendere consapevolezza del fatto che il “partito è medio di un contratto”. Detto ancor più esolicitamente, l'associazione – partito è strumento verso un fine. Non può essere assolutizzato, dunque è reversibile. E' addirittura salutare che sia reversibile.
Questo ci porta ad affermare che non è la Repubblica per i partiti, ma viceversa.
Se poi leggiamo contestualmente gli art. 17 e 18, si evince che la libertà di associazione (fatte salve le leggi) rende queste ultime indefinite per numero e fisiologicamente plurali.
Ed è da questo “fare comune” tra pluralità non omologabili, anzi entro questo più ampio “fare comune associato”, che nasce il tessuto politico, in senso greco, nella sua dimensione intrinseca e nel successivo sviluppo.
B. Concorrere con metodo democratico: come direbbe Aristotele, il metodo democratico è un “abito”, non un'opzione leva e metti. E tale abito è da indossare sia dentro che fuori il partito.
Il metodo democratico non è esclusivo appannaggio di qualcuno; è un concorso, anzi un libero concorso. Solo nei pressi di tale incrocio si trova la democrazia, solo imboccando la giusta direzione conseguente si varca quella via maestra che determina ed è determinata dalla politica “maiuscola”.
TERZO: IDEA, FUNZIONE E FUNZIONAMENTO REALE DEI PARTITI. RIPRISTINO O RIFONDAZIONE?
Il riavvicinamento degli elettori alla politica deve avvenire certamente tramite una nuova legge elettorale, ma prima di tutto deve attuarsi per mezzo del ripristino di un meccanismo pienamente democratico all'interno dei partiti, secondo lo spirito e la lettera dell'art. 49 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.
In altri termini, la discussione sulla legge elettorale presuppone un'idea della funzione e del significato dei partiti: su questo, ci sembra utile tornare alla riflessione di chi, come per esempioLuigi Sturzo, alla riflessione, allo studio e all'esperienza, si trovò a unire il sacrificio personale e l'indipendenza di giudizio, pagati con ventidue anni di esilio e con la solitudine anche da senatore a vita (tanto è vero che il fondatore del Partito Popolare aderì al gruppo misto del Senato).
Perchè alla Costituzione non seguì subito un livello applicativo dell'art. 49? Ad esempio, norme specifiche garanzie sul funzionamento dei partiti e sulla democrazia interna. O, almeno, disposizioni circa il controllo delle norme statutarie dei partiti. I motivi “storici” sembrano essere plurimi.
A. Esigenza di rafforzamento dei neonati partiti rispetto ad istituzioni di governo, che, in piena guerra-fredda, non erano ancora elemento di sicura garanzia;
B. Coincidenza tra cultura cattolica e marxista (pur in presenza di notevoli differenze) su un punto di fondo. Per entrambe era da scongiurare, almeno in questa fase iniziale, un controllo pubblico sui partiti (leggi: loro trasformazione in soggetti di diritto pubblico). Vedi la paura per l'ipertrofia statalista dei cattolici (reduci dall'esperienza risorgimentale e del fascismo) ed il timore dei marxisti per una possibile connotazione “di parte” del nascente Stato italiano.
C. Questione dei finanziamenti “esteri”.
Sulla problematica dei partiti rientrò negli anni '50 Don Luigi Sturzo con una sua Proposta di Legge (n. 124 del 16 Settembre 1958), con la volontà di colmare le lacune sopra evidenziate.
Cerchiamo di ripercorrere, sebbene in sintesi, i passaggi e, soprattutto, lo spirito della proposta sturziana, che, ancora oggi, presenta una straordinaria attualità.
A. La politica è un “contratto con gli elettori”. Di questo contratto il partito è l'organo intermedio, potremmo dire il garante. E la domanda, a questo punto, si sposta: chi garantisce per il garante?
B. Il partito deve essere il luogo privilegiato della responsabilità. Ma affinchè possa essere percepito in sintonia con tale funzione, è necessario che la sua responsabilità sia riconoscibile anche legalmente. Il partito, avendo una sua distinta personalità, è anche atto di volontà collettiva. Sturzo proponeva, al riguardo, che gli statuti dei partiti fossero depositati (compreso le successive variazioni) presso le cancellerie dei tribunali. Gli stessi rendiconti economici, che sono atti pubblici, dovrebbero essere a disposizione di ogni cittadino in forma analitica.
C. Finanziamento ai partiti: da considerarsi come una forma del controllo dei cittadini sul partito, secondo il principio che chi finanzia un partito lo controlla. In sostanza, si devono escludere finanziamenti pubblici e non nominativi: Stato, aziende, enti pubblici e privati non devono finanziare i partiti; il finanziamento deve essere un semplice rimborso per le spese elettorali effettivamente sostenute, con precisi limiti di spesa.
Proprio in tale contesto si inserisce la recente proposta Capaldo, supportata nel corso del 2012 da più di 50.000 firme di cittadini. In breve: il finanziamento ai partiti avviene su base volontaria e compete ai singoli cittadini. Deve essere registrato e compensato da un credito d'imposta pari al 95% (con un tetto limite di 2 mila euro per anno). Il finanziamento volontario dovrà essere esteso oltre i partiti e riguardare anche tutto il mondo delle associazioni (riportando così il discorso a quanto da noi detto al punto secondo, parte A, della presente relazione).
Se mi è permesso, vorrei però fissare altri e più aggiornati punti rispetto alla griglia proposta da Luigi Sturzo.
Posto che un sobrio ed equo rimborso elettorale è comunque necessario per ovvie ragioni democratiche, ci sembra opportuno che (come in Portogallo dal 1997) debba essere vincolato rigorosamente al rispetto del metodo democratico all'interno del partito.
Mi viene in mente, al riguardo, una frase di Gandhi: “Una rosa non può nascere dalla gramigna”.
Non a caso, l'art. 11 della Costituzione tedesca ha una filosofia di fondo, che, opportunamente sintetizzata, suona così: i partiti devono render conto al popolo dell'origine dei loro mezzi.
Per inciso, non dimentichiamoci che in Germania, in occasione di riunioni di partito particolarmente rilevanti, c'è la presenza di pubblici ufficiali.
Ma vorrei aggiungere ancora altri passaggi.
Il funzionamento interno dei partiti deve assolutamente ispirarsi al pincipio di sussidiarietà: nessun livello del partito deve esser scavalcato da quello superiore, nè per la selezione della classe dirigente, nè per i programmi. E' da prevedere il “voto segreto”, ad ogni livello, per la designazione alle cariche elettive sia interne che esterne. Da contemplare anche, come sopra accennato, anche la verbalizzazione obbligatoria delle riunioni, che è da collegarsi, come risvolto, alla completa consultabilità degli atti dei partiti.
Un capitolo a parte, ma non meno importante, quello delle garanzie per le minoranze interne e, soprattutto, la fissazione del limite dei mandati elettivi ed il divieto di cumulabilità degli incarichi.
QUARTO: LEGGI ELETTORALI COME “EFFETTO”. IL POSSIBILE ESEMPIO DELLA NUOVA LEGGE ELETTORALE TOSCANA
In autunno, il Consiglio regionale della Toscana dovrebbe discutere la nuova legge elettorale. Cerchiamo di proporre alcuni suggerimenti, proprio allo scopo di alimentarela discussione.
A. Bene la diminuzione dei consiglieri, portandone il numero a 40. A nostro parere, meglio 38+2, comprendendo automaticamente i Presidenti delle due coalizioni più votate. Crediamo opportuno che gli Assessori scelti siano interni al Consiglio stesso;
B. Tener ben saldo il bi-polarismo, che non coincide con il bi-partitismo.Privilegiare un meccanismo che assicuri una chiara governabilità alla coalizione che vince, senza eccedere in sovrabbondanti premi elettorali. Soglia alta di accesso per le coalizioni (8 – 10 %), limite più basso per le liste all'interno delle coalizioni (3 %);
C. No a liste bloccate. Sì alla preferenza unica (quella plurima evoca la pratica disdicevole delle “cordate”). No al collegio uninominale, anche nella formula del recupero dei migliori perdenti (che creerebbe figli e figliastri, candidati di serie A e di serie B), in una fase di scarsa democrazia e fondamentale opacità dei partiti, argomento di questa stessa relazione. In tale contesto non ci sembra condizione adeguata neppure quella delle primarie, se intese come sostitutive della preferenza. Attraverso le primarie, la competizione che conta si svolge entro un perimetro di “appartenenza”. I giochi si chiudono prima della campagna elettorale, bloccando il vero circuito democratico. Con la preferenza, a fronte di candidature scelte democraticamente (ecco, di nuovo, che la formula elettorale è effetto e non causa di quel processo di garanzia da noi ampiamente evocato), la competizione si protrae per tutta la campagna elettorale e si intreccia con le novità che da essa potranno scaturire. Non solo: la competizione spostata fino all'ultimo giorno, tiene costantemente aperto il ventaglio delle opzioni a disposizione dei vari “mondi” sociali, civili ed economici;
D. Sì a strumenti di garanziaper cui, abbassando il numero degli eletti, sia possibile tutelare, nella nostra Toscana fatte di tante Toscane: le identità culturali plurime; le presenze territoriali diffuse; le minoranze. Al riguardo, occorre valutare bene l'opzione tra Collegi provinciali e Collegio unico regionale.
CONSIDERAZIONI FINALI: da quanto detto, mi sembra importante, anzi decisivo, comprendere che la democrazia da perseguire non è solo quella dei e nei partiti. Una concezione moderna di democrazia non può che configurarsi come DEMOCRAZIA CON I PARTITI.
Riprendendo un esempio legato alla discussione dello Statuto regionale della Toscana, nel 2001, torna di nuovo la necessità di arricchire il livello della rappresentanza politico-partitica con un'altra, non sostitutiva, ma complementare. Allora si discusse dell'opportunità di creare un CNEL toscano, sull'onda di quanto previsto dall'art. 99 della Costituzione e, soprattutto, a completamento, in tutti i sensi, della funzione del Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro.
Oggi, non è nostro compito, discutere sulla pletoricità e reale funzionalità del CNEL. Sono e saranno altre le occasioni per farlo. Certo nessuno vorrebbe un doppione regionalizzato, per giunta con mera funzione di consulenza.
Nella nostra intenzione c'è qualcosa di più e di diverso, che affonda le radici nelle stesse discussioni dei costituenti e nell'elaborazione del pensiero cristiano-sociale. L'idea è quella di completare la politica-partitica, appunto, con una politica delle sussidiarietà sociali, professionali ed economiche. Quasi un “secondo consiglio”, nuovo canale di democrazia al passo con i tempi, tentativo lucido, a notro parere, per risaldare Paese formale e Paese reale, regione formale e regione reale.
Firenze, Aprile 2013