Source: http://www.multestop.it/
Timestamp: 2017-08-19 16:55:51+00:00
Document Index: 96558572

Matched Legal Cases: ['art. 126', 'art. 126', 'art. 7', 'sentenza ', 'art. 97', 'sentenza ', 'art. 97', 'art 97', 'art. 96', 'art. 7', 'art. 7', 'art.7', 'art.7', 'art.7', 'art. 3', 'art. 4', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 201', 'art. 36', 'sentenza ']

Multestop!Come fare ricorso e dire stop alle multe stradali
Revisione patente di guida per azzeramento del punteggio – comunicazione Ufficio provinciale della Motorizzazione – art. 126 comma 6 codice della strada – atto dovuto – medesima natura dei provvedimenti sanzionatori – competenza del giudice ordinario – sussiste
Tale indicazione, ovvero a chi rivolgere ricorso per azzeramento punti patente, non è di poco conto si considera la differenza di costo tra il presentare un ricorso al Giudice di Pace o a TAR.
Come detto la Suprema Corte ha indicato il giudice ordinario, nelle vesti del giudice di pace, l’ufficio competente a ricevere questo tipo di ricorso. Ciò perché: ”il provvedimento con il quale viene disposto che il titolare della patente di guida deve sottoporsi all’esame di idoneità tecnica, a seguito di azzeramento dei punti patente, è un atto dovuto a norma di quanto previsto dell’art. 126, comma 6 del codice della strada e partecipa della medesima natura di sanzione accessoria propria dei provvedimenti sanzionatori relativi alla perdita dei punti. La giurisdizione di conseguenza, in base a quanto previsto dall’art. 7, comma 4, del d.lgs. n. 150 del 2011 è del giudice ordinario, e non giudice amministrativo” (Cass.SSUU. 15690/2016).
Detto in altre parole, l’atto con il quale la motorizzazione dispone l’obbligo di ripetere l’esame di idoneità tecnica alla guida è un atto dovuto per legge, ovvero vincolato, conseguente all’azzeramento dei punti e accessorio alla sanzione principale. Diverso sarebbe il caso, invece, come ben spiegato nella citata sentenza, se la ripetizione dell’esame di guida fosse disposto in seguito all’esercizio dei poteri discrezionali della motorizzazione in seguito ad esempio ad un dubbio da parte di quest’ultima sulla persistenza in capo a un determinato soggetto dei requisiti psicofisici per mantenere l’abilitazione alla guida, in tal caso, infatti, la competenza spetterebbe, per quel che qui rileva, invece, al Tribunale Amministrativo Regionale, in quanto ufficio deputato a ricevere ricorsi contro gli atti discrezionali della pubblica amministrazione.
In conclusione, viene ribadito come la competenza a conoscere degli atti vincolati conseguenti le sanzioni per una violazione del codice della strada spetti, con le dovute eccezioni, al giudice di pace.
E’recente la pubblicazione della sentenza n.25039 emessa in data 17.12.15 dal Tribunale di Roma con la quale viene condannata Equitalia per lite temeraria.
Per lite temeraria si intende la situazione in cui una delle parti del processo si sia costituita in giudizio senza avere le minime basi in fatto e/o in diritto per poterlo fare (con malafede o colpa grave). Detto in altre parole nei casi in cui è eclatante la mancanza della ragione fatta valere, per mancanza dei fatti posti a fondamento o, addirittura, per mancanza del diritto fatto valere (cartella di Equitalia per multa mai notificata, cartella Equitalia prescrizione, cartella Equitalia senza avviso bonario, cartella Equitalia nulla, cartella Equitalia multa già pagata).
In tali casi, cioè quando il giudice accerta la temerarietà della lite, oltre la condanna alle spese legali sostenute dalla controparte del giudizio, il soggetto condannato si può ritrovare a pagare anche una somma maggiorata a titolo punitivo oltre il possibile raddoppio del contributo unificato (il bollo per avviare la causa)!
Nel caso in esame la condanna di Equitalia per lite temeraria è stata riconosciuta poiché nello specifico aveva inviato all’attore una cartella esattoriale nulla, ovvero senza verificare la regolarità della notifica a suo tempo fatta dall’ente impositore.
A tal proposito giova ricordare sì che Equitalia riscuote le somme per conto di altri enti (ad esempio sanzioni per violazioni al codice della strada comminate dai comuni), ma che, tuttavia, essendo comunque una società a partecipazione pubblica, deve agire secondo i dettami dell’art. 97 della Costituzione, che afferma: “[…] i pubblici uffici sono organizzati secondo disposizioni di legge, in modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione […]”.
Leggiamo cosa ha detto il Tribunale di Roma con la sentenza in esame: “anche se l’attività di formazione dei verbali e l’attività di notificazione degli stessi non è attività riferibile ad Equitalia ma agli Enti creditori (nel caso di specie il Comune di Roma) l’Agente per la riscossione è comunque responsabile nel caso abbia attivato la procedura esecutiva inviando la cartella esattoriale, senza procedere alle preventive verifiche relative quantomeno ai vizi più comuni di forma, quali ad esempio quelli relativi alla notifica. La ratio di una tale pronuncia risiede nella enorme proliferazione delle opposizioni a sanzioni amministrative per violazioni al codice della strada derivanti da errori, ritardi e vizi procedurali e di notifica da parte dell’Ente creditore, attività nota ad Equitalia. Infatti Equitalia spa non è un privato qualsiasi, ma una società partecipata da Agenzia delle Entrate a cui è applicabile l’art. 97 della Costituzione relativo al buon andamento della pubblica amministrazione. Si ravvisa pertanto una carenza di diligenza nello svolgimento dell’attività di riscossione per violazione del suddetto art 97 Cost. in quanto Equitalia di consueto ha piena consapevolezza della presenza di vizi nella formazione del titolo prima della spedizione della cartella esattoriale, dovuta all’invio del ruolo con la copia dei verbali e delle relative notifiche, che per prassi sono comunicate dall’Ente territoriale. Sulla base di tali atti e dati Equitalia ben potrebbe instaurare, in collaborazione con l’Ente creditore dei protocolli di controllo attivabili prima di procedere esecutivamente (mediante anche l’utilizzo di strumenti informatici volti ad ottenere informazioni o a segnalare anomalie) che eviterebbero l’insorgenza di contenziosi inutili. Tenendo conto poi che in base al disposto dell’art. 96 cpc se risulta che la parte soccombente ha agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave, il giudice può condannarlo oltre che al pagamento delle spese anche al risarcimento del danno, meglio qualificabile come indennizzo oppure sanzione per aver appesantito inutilmente l’ufficio giudiziario, nel caso di specie è pienamente ravvisabile la colpa grave in capo ad Equitalia, liquidata in via equitativa in 3000 euro di risarcimento” (Tribunale di Roma n. 25039/15).
Alla luce di quanto riportato, perciò, la posizione dei cittadini risulta maggiormente tutelata nei confronti della disorganizzazione della pubblica amministrazione (enti e società di riscossione). Quanto detto dal Tribunale di Roma, a parere di chi scrive, risulta altresì valido anche nei confronti di tutte le altre pubbliche amministrazioni che effettuano il recupero in proprio delle somme senza verificare il regolare iter formativo delle notifiche.
Motivo per il quale in un eventuale ricorso, oltre all’annullamento della cartella o atto equivalente o ad esso prodromico, in seguito alle considerazioni svolte, potrà contenere la richiesta al giudice competente di condannare per lite temeraria l’ente impositore/agente di riscossione che ha proceduto alla formazione del titolo esecutivo a fronte di un iter notificatorio viziato.
Prossimo post ”l’eterna questione: le cartelle esattoriali inviate a mezzo raccomandata a.r. sono nulle?”
Multa blocco traffico a Milano. Come sempre arrivano la pioggia e la neve a risolvere i problemi di inquinamento, a molti restano, però, le multe da pagare.
Non sarà sfuggita a molti la notizia di stampa secondo cui si ipotizzava l’ illegittimità delle multe comminate in base all’ordinanza di blocco traffico n. 87/15.
In particolare ciò che è sotto esame è l’applicazione della sanzione – per l’inosservanza del provvedimento – ai sensi dell’art. 7, comma 13 bis, del CdS, che prevede una multa da 164 a 663 euro, anziché l’applicazione del comma 13, stesso articolo, il quale prevede una sanzione minore da 84 a 338 euro.
Differenza evidentemente rilevante, sopratutto agli occhi dell’automobilista, visto l’importo multa blocco traffico. Detto ciò, da dove nasce questo dubbio sulla correttezza dell’ordinanza di blocco traffico Milano?
La polemica prende le mosse dal confronto con l’ordinanza del comune di Bergamo, il quale per combattere la concentrazione di smog ha previsto l’istituzione delle targhe alterne prevedendo l’applicazione nei confronti del trasgressore della sanzione (multa) prevista ai sensi dal comma 13 (quella minore).
Di seguito le norme in discussione L’art. 7, comma 1 lett. b) CdS dispone:
“1. Nei centri abitati i comuni possono, con ordinanza del sindaco: b) limitare la circolazione di tutte o di alcune categorie di veicoli per accertate e motivate esigenze di prevenzione degli inquinamenti e di tutela del patrimonio artistico, ambientale e naturale, conformemente alle direttive impartite dal Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, sentiti, per le rispettive competenze, il Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio ed il Ministro per i beni culturali e ambientali”.
Mentre il comma 13, art.7, dice: “chiunque non ottemperi ai provvedimenti di sospensione o divieto della circolazione, è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 85 a euro 338”.
Infine, il comma 13 bis, art.7, afferma: “chiunque, in violazione delle limitazioni previste ai sensi della lettera b) del comma 1, circola con veicoli appartenenti, relativamente alle emissioni inquinanti, a categorie inferiori a quelle prescritte, è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 164 a euro 663 e, nel caso di reiterazione della violazione nel biennio, alla sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida da quindici a trenta giorni ai sensi delle norme di cui al capo I, sezione II, del titolo VI”.
Premesso ciò appare evidente come la scelta di applicare un regime piuttosto che un altro – seppur in regime di autonomia amministrativa dell’ente – non può certamente sfociare nell’illogicità, errore o addirittura nell’arbitrarietà.
Si ricorda che l’ordinanza in esame, come ogni provvedimento amministrativo, deve essere improntata al buon andamento e trasparenza dell’azione della pubblica amministrazione. Tradotto si potrebbe dire con rispetto della normativa e dei diritti di tutti cittadini effettuando un bilanciamento di tutti gli interessi in gioco.
Il provvedimento del comune di Milano in seguito ad analisi appare tuttavia errato se non illogico.
In particolare, rispetto a quanto fatto dal Comune di Milano, il comma 13 sembra quello corretto da utilizzare nel caso in esame, ovvero nell’ipotesi di blocco repentino del traffico per motivi contingenti – come fatto dal Comune di Bergamo – anziché il comma 13 bis finalizzato ,invece, al sanzionamento dei soggetti che non rispettino le previsioni di limitazione al traffico aventi carattere strutturale e programmato a lungo termine.
Ciò deriva a parere di chi scrive non solo dalla previsione letterale delle norme, ma anche da una lettura integrale e sistematica dell’ordinanza.
Dal punto di vista letterale il comma 13 pone riferimento esclusivo al blocco o alla sospensione della circolazione, mentre, il comma 13 bis, sanziona chiunque si viola le limitazioni previste dal comma 1,art.7,lett b) ma con veicoli da definirsi inquinanti secondo la relativa classificazione d’appartenenza (per intenderci: euro 1,2,3,4, etc..).
Detto in altre parole il comma 13 bis – applicato nel caso in esame – fa riferimento alla sanzione relativa al divieto di circolare con una categoria d’auto cui è interdetta la circolazione in base alla sua classe inquinante (ad esempio con auto euro 2 nel centro storico), non in assoluto, poiché per quel tipo di divieto è sanzionato dal comma 13.
Tale impostazione è confortata, oltretutto, dal riferimento operato dalla stesa ordinanza comunale la quale a sua volta fa riferimento alla legge regione Lombardia n.24 del 11 dicembre 2006 in materia di “prevenzione e riduzione delle misure inquinanti” che si riferisce alle fattispecie inerenti la programmazione e riduzione dell’inquinamento, non ai provvedimenti urgenti e/o contingenti.
Anche la diversa entità della cornice edittale prevista tra i due commi corrobora oltremodo tale impostazione.
Il comma 13, che sanziona la violazione del blocco o sospensione del traffico veicolare, è minore poiché applicata in maniera contingente ed emergenziale e,quindi, con un alta probabilità che non tutti i potenziali utenti della strada vengano raggiunti in tempo dall’informazione sull’applicazione del divieto (nell’ordinanza in discussione non viene neanche dato conto delle modalità di pubblicità, cfr. Cass. 15769/09), in tal caso quindi si contempererà l’esigenza di disporre con urgenza il blocco traffico alla concreta possibilità che l’automobilista non ne venga a conoscenza per tempo. Diversamente il comma 13 bis sanziona, invece, addirittura con la previsione della sospensione della patente in caso di reiterazione, chi viola la restrizione alla circolazione applicata in maniera programmata e sicuramente non repentina in quanto frutto dell’attività programma dell’amministrazione. In tal ultimo caso ,invece, appare meno presente se non assente il rischio che l’automobilista non venga a conoscenza del provvedimento in quanto frutto di attività programmata nei lunghi termini da parte della pubblica amministrazione.
Alla luce di quanto detto chi scrive ritiene come il provvedimento emesso dal comune di Milano, sia errato nonché illogico, ovvero non si capisca realmente quale sia il comportamento sanzionato, la circolazione al blocco traffico totale o la circolazione con auto avente classe d’inquinamento non autorizzata. Per tale motivo proponendo ricorso il giudice dovrebbe disapplicare tale ordinanza con conseguente annullamento delle multe comminate.
La materia, cioè la comunicazione dati conducente, è stata oggetto di innumerevoli interventi giurisprudenziali, amministrativi e normativi in seguito agli innumerevoli ricorsi contro le sanzioni presentati dagli automobilisti (spesso in seguito a multe autovelox, o multe tutor).
Di solito questo tipo di multe arrivano in seguito a infrazioni al codice della strada per passaggio col semaforo rosso, multa autovelox, multa tutor.
1. notifica della multa principale oltre i termini di legge (un esempio a questo articolo), in tal caso la multa principale è nulla e può essere impugnata.
Una multa autovelox annullata grazie all’utilizzo di google maps come mezzo di prova.
Secondo quanto riportato dal SecoloXIX Google maps è stato d’aiuto a un automobilista nel dimostrare che il tratto stradale, in cui è stata rilevata la multa autovelox a suo carico, non era un centro abitato ma, bensì, una strada extraurbana.
Prima di spiegare perchè tale classificazione sia rilevante ai fini dell’annullamento del verbale d’accertamento si ricorda quale sia una delle differenze prinicipali tra i due tipi di strada, cioè tra quella che percorre il centro abitato e quella definita extraurbana, ovvero il diverso limite di velocità.
Nel centro abitato la velocità prescritta è di 50 km/h mentre sulle strade extraurbane secondarie o locali il limite di velocità è di 90 km/h. Capirete bene la rilevanza della differenza per un’automobilista che ha preso la multa perché andava a 70 km/h!
Ricordiamoci che il Codice della Strada all’art. 3 definisce il centro abitato: “insieme di edifici, delimitato lungo le vie di accesso dagli appositi segnali di inizio e fine. Per insieme di edifici si intende un raggruppamento continuo, ancorché intervallato da strade, piazze, giardini o simili, costituito da non meno di venticinque fabbricati e da aree di uso pubblico con accessi veicolari o pedonali sulla strada”, dove il limite di velocità è fissato in 50 km/h col fine di salvaguardare la sicurezza della cittadinanza che risiede nell’agglomerato urbano.
Diversamente la strada extraurbana è un’arteria stradale al di fuori dei centri abitati dove il limite di velocità è di norma 90 km/h in quanto, oltre a essere progettate in modo diverso rispetto a quelle cittadine, non attraversa zone con alta densità di popolazione, da cui un minore rischio per le persone e per l’ambiente.
Detto questo, cerchiamo di ricostruire l’iter logico giuridico che quasi sicuramente ha portato all’annullamento della multa autovelox.
Il ricorrente avrà sostenuto che il comune nell’identificare il tratto di strada in questione come centro abitato, anziché come strada extraurbana, abbia sbagliato emettendo, perciò, un atto illegittimo.
Al riguardo,probabilmente, non tutti sanno che i comuni nell’installare un autovelox devono verificare la sussistenza di determinati requisiti richiesti dalla legge e motivare il provvedimento con cui ne stabiliscono l’installazione (art. 4 D.L. 121/2002).
In pratica il comune avrebbe dovuto classificare la strada secondo il tipo di strada extraurbana di riferimento è giustificare la fissazione del limite inferiore. Facendo diversamente, invece, ha emesso un atto viziato da profili di illegittimità.
Il giudice, pertanto, nel caso concreto, posto davanti all’atto illegittimo può disapplicarlo e, di conseguenza, annullare l’atto derivato, che può benissimo essere una multa stradale. (Cassazione n. 3701/2011; ex multis Cassazione n. 310/09, Cassazione n. 19085/2012).
Detto in altre parole, quando si prospetta al giudice l’illegittimità dell’atto autorizzativo e il comune non riesce a domostrarne la legittimità, l’atto derivato – la multa stradale – può essere annullata.
In questo caso, quindi, sarà stata contestata la scorretta classificazione del tratto stradale, fornendone la prova con le foto di google maps, senza che il comune sia riuscito da parte sua a giustificare la legittimità della classificazione della strada e del conseguente limite di velocità imposto.
Alla luce di ciò il giudice avrà disapplicato l’atto presupposto (la delibera comunale di classificazione della strada) e annullato il verbale d’accertamento.
Multa passaggio semaforo rosso, tema costante in materia di sanzioni per infrazione al codice della strada.
Spesso gli automobilisti ricevono questo tipo di multe senza essersi resi conto di aver commesso l’infrazione al codice della strada, in altri casi, invece, hanno avuto l’impressione che la durata del semaforo giallo fosse fin troppo breve, rendendo di fatto impossibile, quando ci si trova già in prossimità della linea d’arresto, sia l’arresto del veicolo sia oltrepassare l’incrocio prima che scatti il semaforo rosso.
Sembrerà strano ai più, ma nel codice della strada non esiste una norma specifica che fissi la durata minima (o massima) del semaforo giallo!
Tuttavia molti automobilisti hanno pagato con le proprie tasche questa mancanza del codice della strada, a vantaggio, invece, di quelle situazioni in cui la durata del semaforo giallo è stata fissata in un lasso di tempo talmente breve da rendere inevitabile non commettere l’infrazione al codice della strada qualora ci si trovi in prossimità della linea d’arresto.E’ evidente a tutti come la situazione appena descritta giovi in maniera particolare alle casse di molti comuni.
Ad ogni modo, per capire di quanto debba essere la durata della luce del giallo, ci viene in soccorso la sentenza della cassazione n.27348/2014.
Riguardo alla durata del semaforo giallo, questa sentenza afferma molto chiaramente: ”il tempo di permanenza della luce semaforica gialla deve avere una durata superiore ai 3 secondi e che tale lasso temporale è da ritenersi congruo (Cass. /9/2014 n. 18470) sulla base di quanto indicato dalla risoluzione del Ministero dei Trasporti n.67906 del 16.7.2007 e di uno studio del C.N.R. pubblicato il 10/9/2001 in cui si stabilisce che 3 secondi costituiscono il tempo di arresto di un veicolo che procede ad una velocità non superiore ai 5O Km/h.”
Questo vuol dire che quando ricevete una multa passaggio semaforo rosso dovete procurarvi le due foto (spesso scattate col sistema traffiphot) che fotografano la vettura al momento del passaggio dalla linea d’arresto e verificare, utilizzando anche l’orario stampato sulle foto stesse, la durata del semaforo giallo, se la sua durata sarà inferiore ai 3 secondi vorrà dire che sussistono gli estremi per proporre un ricorso avverso la contestazione multa semaforo rosso.
A tal proposito, essendo ancora la questione di attualità per le tasche di molti automobilisti Milanesi e non, rispieghiamo da quando partono i termini di notifica della multa.
Infatti, riguardo alla contestazione delle infrazioni rilevate per mezzo di autovelox è fatto noto dalla cittadinanza Milanese e dei comuni limitrofi, ormai, come il comune di Milano stia continuando a non rispettare il termine notifica multa.
La norma generale di riferimento è l’art. 201 Codice della Strada, come modificato dall’art. 36 della Legge n.120/2010, in base al quale è disposto che qualora non sia possibile contestare immediatamente l’infrazione al codice della strada la notifica del verbale d’accertamento dell’infrazione deve essere effettuato entro novanta giorni dall’accertamento dell’infrazione o comunque da quando la pubblica amministrazione è in grado di procedere con l’identificazione del trasgressore e/proprietario del mezzo.
La parte della norma relativa ai termini, è opportuno ricordarlo, trova la propria ragione d’essere (ratio) nel rendere certi i tempi di notifica che la pubblica amministrazione deve rispettare nella notifica violazione Codice della Strada. Si ricorda, inoltre, che la normativa previgente prevedeva un termine di 150 giorni successivamente modificato con l’attuale termine di 90 giorni.
Da tale modifica risulta evidente, quindi, l’intento del legislatore di accorciare il termine notifica multa a vantaggio di una maggiore certezza del diritto e, più in generale, di efficienza e trasparenza dell’operato della Pubblica Amministrazione garantendo, altresì, il diritto alla difesa da parte del cittadino.
Di tale norma il comune di Milano, però, continua a darne una interpretazione non corretta, peraltro smentita da più fonti come più avanti si dirà, ritenendo che la data da cui far decorrere il suddetto termine notifica multa 90 giorni, ovvero l’accertamento dell’infrazione, decorre dalla data in cui in cui l’agente della Polizia Comunale di Milano visiona la fotografia e redige il verbale d’accertamento, anziché nel momento in cui viene scattata la fotografia.
Come ben argomentato dalla nota sentenza della Corte Costituzionale (168/1996), l’amministrazione che utilizza autovelox è già in grado dal giorno in cui rileva l’infrazione di accedere alle banche dati degli autoveicoli per identificare il proprietario della vettura.
Il ritardo nell’effettuare tale operazione, argomenta sempre la Corte, dovuta a disorganizzazione non può essere posta a carico del cittadino, infatti, una diversa interpretazione, come evidente, dilaterebbe oltre misura ed in maniera indefinita il periodo entro il quale il Comune può notificare la sanzione frustrando oltre modo la ratio della norma in esame, o perlomeno un suo aspetto, e cioè la certezza dei tempi di notifica, ovvero termine notifica multa, che in buona sostanza è finalizzata a garantire il diritto di difesa del cittadino.
Sul momento da quando partono i termini di notifica della multa, ovvero entro quando notificare la sanzione sono intervenuti come detto, dei chiarimenti sia da parte del Ministero dell’Interno in seguito ad una richiesta in tal senso pervenuta da parte della Prefettura di Milano investita da decine di ricorsi per multe cavalcavia ghisallo, sia da parte del Giudice di Pace di Milano anche esso investito da innumerevoli ricorsi (rispettivamente nota della prefettura di Milano n.16968 del novembre 2014, Giudice di Pace di Milano n.13347 del 20.11.14), i quali hanno stabilito che il giorno da cui bisogna far decorrere i fatidici 90 giorni per notificare la sanzione è quello in cui è stata scattato la foto.
In conclusione, se siete stati multati con uno degli ultimi autovelox installati (ad esempio cavalcavia ghisallo a Milano), in particolare nell’ipotesi in cui vi siano state recapitate più sanzioni, ed avete ricevuto la notifica verbale oltre 90 giorni dalla data in cui è stata commessa l’infrazione, sappiate che ci sono tutti gli estremi per valutare la proposizione di un ricorso (ricorso prefetto, ricorso giudice di pace).
Si ricorda che il motivo di ricorso appena descritto è il più evidente nel caso esaminato, potrebbero residuare altri motivi di ricorso per multa, sia derivante da specifiche circostanze del momento in cui è stata commessa l’infrazione al codice della strada, sia da eventuali errori formali contenuti nel verbale di accertamento.
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