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Timestamp: 2020-05-25 21:34:11+00:00
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Sentenza Cassazione Civile n. 29938 del 20/11/2018 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 29938 del 20/11/2018
Cassazione civile sez. lav., 20/11/2018, (ud. 18/09/2018, dep. 20/11/2018), n.29938
sul ricorso 29261/2014 proposto da:
M.E., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA VALADIER 36,
presso lo studio dell’avvocato SIMONA GHIONNI, rappresentato e
difeso dall’avvocato GABRIELE SALVATORE;
ISTITUTO TECNICO INDUSTRIALE STATALE (OMISSIS), in persona del
avverso la sentenza n. 1414/2013 della CORTE D’APPELLO di L’AQUILA,
depositata il 09/12/2013; R.G.N.1466/12;
1. M.E., appartenente all’area del personale amministrativo tecnico ed ausiliario della scuola, aveva convenuto in giudizio il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e l’Istituto tecnico industriale statale “(OMISSIS) chiedendo il riconoscimento a fini economici dell’anzianità di servizio maturata alle dipendenze dell’ente locale prima del trasferimento nei ruoli del Ministero, disposto ai sensi della L. 3 maggio 1999, n. 124.
2. Il Tribunale di Vasto aveva accolto la domanda, ma la sentenza era stata riformata dalla Corte d’Appello di L’Aquila, che aveva posto a fondamento della decisione la norma, definita dal legislatore di interpretazione autentica, dettata dalla L. n. 266 del 2005, art. 1, comma 218, della quale la Corte Costituzionale aveva escluso l’incostituzionalità.
3. Con sentenza n. 25390 del 30 novembre 2011 questa Corte, ricostruiti i termini della vicenda relativa al trasferimento nei ruoli dello Stato del personale ATA degli enti locali, ha richiamato la pronuncia della Corte di Giustizia del 6 settembre 2011 in causa C – 108/10, e, in accoglimento del ricorso, ha cassato la sentenza gravata, rinviando alla stessa Corte territoriale in diversa composizione per un nuovo esame, finalizzato a “verificare la sussistenza o meno di un peggioramento retributivo sostanziale all’atto del trasferimento”.
4. Il giudizio di rinvio è stato definito dalla Corte d’Appello di L’Aquila con la sentenza qui impugnata che ha ritenuto infondata l’originaria domanda proposta dal ricorrente ed ha conseguentemente accolto il gravame del Ministero, riformando la pronuncia di prime cure.
La Corte territoriale ha premesso che la sentenza rescindente non aveva accertato in via definitiva il diritto del ricorrente al riconoscimento integrale dell’anzianità di servizio, ma aveva solo affermato, richiamando la statuizione della Corte di Giustizia, che la mancata valorizzazione della pregressa anzianità sarebbe stata illegittima qualora avesse comportato un peggioramento retributivo sostanziale.
Il giudice del rinvio ha escluso detto peggioramento, evidenziando che nè con l’originario atto introduttivo nè in sede di riassunzione il ricorrente aveva dedotto e provato di avere subito un decremento retributivo. Al riguardo ha precisato che non poteva essere valorizzato il mancato riconoscimento di talune indennità previste dalla contrattazione collettiva per il personale del comparto enti locali, posto che il confronto tra i due trattamenti retributivi doveva essere globale e solo un decremento “sensibilmente apprezzabile” avrebbe potuto comportare l’accoglimento della domanda.
Infine la Corte aquilana, sulla scorta di quanto già affermato da questa Corte con la sentenza n. 4049/2013, ha escluso che potesse essere disapplicata la norma di interpretazione autentica dettata dalla L. n. 266 del 2005, art. 1, comma 218 ed ha ritenuto manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale prospettata dalla difesa dell’appellata, perchè la Corte Costituzionale si era già espressa sulla costituzionalità della norma, della quale la Corte di Giustizia aveva fornito un’ interpretazione conforme al diritto dell’Unione.
5. Per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso il lavoratore sulla base di tre motivi, ai quali ha opposto difese il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca con tempestivo controricorso.
6. L’istituto scolastico è rimasto intimato.
7. Il ricorrente ha depositato memoria ex art. 378 c.p.c..
1. Il primo motivo di ricorso, formulato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, denuncia ” violazione e falsa applicazione della L. 3 maggio 1999, n. 124, art. 8, come interpretato dalla L. n. 266 del 2005, art. 1, comma 218, in relazione all’art. 117 Cost., comma 1^, all’art. 6 T.U.E., n. 2, in combinato disposto con l’art. 6 CEDU, come interpretato dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo con le decisioni del 7 giugno 2011, dell’11/12/2012 e del 14/1/2014 e artt. 46 e 47 Carta fondamentale dell’Unione Europea e art. 52, n. 3 Carta fondamentale dell’Unione Europea proclamata a Nizza il 7/12/2000″. Il ricorrente sostiene, in sintesi, che, una volta escluso il peggioramento retributivo sostanziale, il giudice del rinvio avrebbe dovuto valutare la compatibilità della norma di interpretazione autentica con le disposizioni sovranazionali richiamate in rubrica, posto che la Corte di Giustizia non si era pronunciata al riguardo, ritenendo la questione, sottoposta al suo esame dal Tribunale di Venezia, assorbita dalla risposta data in tema di applicazione ed interpretazione della direttiva 77/187 CEE. Evidenzia che la palese violazione del principio dell’irretroattività della legge avrebbe dovuto indurre la Corte territoriale a disapplicare la L. n. 266 del 2015, art. 1, comma 218, sulla base dei principi affermati dalla Corte E.D.U., successivamente alla pronuncia rescindente, con le sentenze dell’11 dicembre 2012 (De Rosa ed altri contro Italia) e del 14 gennaio 2014 (Montalto ed altri contro Italia).
2. Con la seconda censura il ricorrente si duole della “violazione e falsa applicazione della L. 3 maggio 1999, n. 124, art. 8,dell’art. 2112 c.c. e della direttiva 77/187 CEE” e deduce che, previa disapplicazione della norma di interpretazione autentica, la controversia doveva essere decisa solo sulla base della disposizione speciale dettata dalla L. n. 124 del 1999, art. 8. Richiama i principi di diritto già affermati da questa Corte con le sentenze nn. 4722 del 4/3/2005 e nn. 18652-18657 del 23/9/2005 ed insiste nel sostenere che al personale amministrativo, tecnico e ausiliario trasferito dagli enti locali allo Stato, al momento dell’immissione nei ruoli statali, dovevano essere applicati i trattamenti economici e normativi stabiliti dal C.C.N.L. del comparto scuola, considerandolo come appartenente al detto comparto fin dalla costituzione del rapporto con l’ente locale, a prescindere dal risultato retributivo finale (favorevole o svantaggioso).
3. In via subordinata il ricorrente prospetta, con il terzo motivo, questione di legittimità costituzionale della L. n. 124 del 1999, art. 8, come interpretato dalla L. n. 266 del 2005, art. 1, comma 218, con riferimento all’art. 117 Cost., all’art. 6 TUE ed all’art. 6 CEDU e rileva che le pronunce già rese dal Giudice delle leggi sulla costituzionalità della legge interpretativa sono state superate dai diversi principi affermati dalla Corte Europea con le sentenze richiamate in rubrica.
La sentenza rescindente, pubblicata il 30 novembre 2011, in epoca successiva alla pronuncia della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo del 7 giugno 2011, ha accolto l’impugnazione del ricorrente perchè “la violazione del complesso normativo, costituito dalla L. n. 124 del 1999, art. 8 e dalla L. n. 266 del 2005, art. 1, comma 218, deve essere verificata in concreto sulla base dei principi enunciati dalla Corte di Giustizia Europea” ed ha demandato al giudice del rinvio di “decidere la controversia nel merito verificando la sussistenza o meno di un peggioramento retributivo sostanziale all’atto del trasferimento”.
4.1. Il ricorrente non censura questa ratio decidendi della pronuncia e, nell’insistere sulla necessità di disapplicare la legge di interpretazione autentica e di valorizzare ai fini della decisione la L. n. 124 del 1999, art. 8, finisce sostanzialmente per sollecitare una revisione del principio di diritto affermato nella sentenza rescindente.
Tali ultime condizioni non ricorrono nel caso di specie, perchè il quadro normativo è rimasto immutato rispetto a quello apprezzato dalla sentenza rescindente, che ha con chiarezza indicato i limiti del giudizio di rinvio, subordinando l’accoglimento (o il rigetto) dell’originaria domanda all’esito di uno specifico accertamento di fatto, nella specie effettuato dalla Corte territoriale in termini negativi per l’originario ricorrente.
4.3. Quanto, poi, alla questione di costituzionalità della L. n. 266 del 2005, riproposta nel giudizio di rinvio ed in questa sede, premette il Collegio che la più recente giurisprudenza di questa Corte (Cass. n. 27082/2007 e Cass. n. 2114/2008; cfr. anche Cass. n. 3963/2016 che, dopo aver dato atto dei diversi orientamenti espressi dalla Corte, ha esaminato nel merito la questione, ritenendola non rilevante), in adesione all’orientamento consolidato espresso dalla Corte Costituzionale (cfr. Corte Cost. nn. 133/2009 e 173/2008 e la giurisprudenza ivi richiamata), ha evidenziato che l’effetto vincolante del principio di diritto nel giudizio di rinvio non può estendersi anche al profilo della validità costituzionale della normativa.
La questione, peraltro, è già stata ritenuta da questa Corte manifestamente infondata (cfr. Cass. n. 4049/2013 e fra le più recenti Cass. n. 6780, 7053, 7698 del 2018), pur apprezzando le pronunce della Corte E.D.U. successive alla sentenza della Corte Costituzionale n. 311/2009, in quanto il Giudice delle leggi, nell’escludere la violazione dell’art. 117 Cost. per contrasto della L. n. 266 del 2005, art. 1, comma 218, con l’art. 6 CEDU, ha ritenuto sussistenti i “motivi imperativi d’interesse generale”, valorizzati anche dalla giurisprudenza della Corte di Strasburgo, ed ha evidenziato che la decisione al riguardo implica una valutazione sistematica di profili costituzionali, politici, economici, amministrativi e sociali che la Convenzione Europea lascia alla competenza degli Stati contraenti, e, quindi, un bilanciamento di interessi che può essere compiuto solo dalla Corte Costituzionale (principio poi ribadito da Corte Cost. n. 264/2012 e da Corte Cost. n. 166/2017).
Alla soccombenza consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate come da dispositivo.
Sussistono i presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1.
La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 3.000,00 per competenze professionale, oltre al rimborso delle spese prenotate a debito.