Source: https://www.laleggepertutti.it/175999_come-scrivere-un-appello-in-commissione-tributaria-regionale
Timestamp: 2019-01-20 05:57:48+00:00
Document Index: 179441827

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 39']

Come scrivere un appello in Commissione tributaria regionale?
Come scrivere un appello, da presentare alla Commissione Tributaria Regionale per contestare l’inadeguata motivazione della Commissione Tributaria Provinciale che non ha motivato bene le contestazioni mosse dal ricorrente?
Pur essendo enucleati i motivi principali di doglianza, mancando la documentazione a corredo del ricorso, dal semplice testo dell’elaborato depositato presso la locale Commissione tributaria provinciale, non si possono individuare i fatti ed i documenti di prova che i giudici, tuttavia, hanno dichiarato non essere presenti nel fascicolo. Generalmente il ricorso avrebbe dovuto essere suddiviso fra motivi di legittimità e motivi di merito; in tal modo sarebbe stato possibile introdurre la violazione della norma [1] che prevede un accertamento di tipo analitico. La contestazione della falsa applicazione delle norme [2] sulle spese relative a più esercizi e principio di inerenza dovrebbe essere basata non soltanto sulla esibizione dei contratti di sponsorizzazione, ma anche delle foto dei manifesti, degli striscioni e di tutto il materiale pubblicitario utilizzato dalla associazione beneficiaria durante il periodo di validità del contratto, fino ad arrivare alla esibizione dei materiali suddetti in udienza (borse, magliette, gadgets vari, foto di premiazioni, coppe, trofei, ecc.). La prova dell’avvenuto sostenimento della spesa è inoltre un elemento fondamentale per dimostrare che il costo è effettivamente rimasto in capo allo sponsor, mentre da nessuna parte è stato indicato con forza che il corrispettivo era stato pagato dandone prova, contabile e bancaria, documentata. Sotto il profilo del merito si deve evidenziare che le percentuali indicate dalla Agenzia delle entrate erano errate e che la Commissione tributaria provinciale è stata indotta in errore confondendo il reddito con i ricavi, ma anche il contribuente nel ricorso non ha specificato le percentuali corrette rispetto ai ricavi e non al reddito, creando le premesse per alimentare la confusione. Ora tuttavia in sede di appello al contribuente non resta che:
impugnare la sentenza emessa dai giudici di primo grado che, nel frattempo, tuttavia ha consolidato la pretesa tributaria, evidenziando le lacune, soprattutto documentali e probatorie del contenuto del ricorso;
riproporre, ampliandone il contenuto fino ai limiti di quanto concesso dalla norma, i motivi di ricorso proposti in primo grado, essendo vietata l’introduzione di nuovi motivi non precedentemente esposti [3];
puntare sul fatto che la Commissione tributaria provinciale ha accolto le tesi dell’Agenzia delle entrate senza verificare se alla fattispecie fosse applicabile la presunzioni legale.
Si ricorda infatti che l’appello in Commissione tributaria provinciale deve contenere, pena la inammissibilità, i motivi specifici e dettagliati alla base dell’impugnazione della sentenza di primo grado, nonché deve contenere tutti i motivi di ricorso già esposti nel ricorso di prime cure, pena la inammissibilità totale o parziale dell’appello o dei motivi mancanti che si intenderebbero altrimenti abbandonati dall’appellante. Seppure, allo stato, i margini di manovra non sembrerebbero invero così ampi da consentire un giudizio ottimistico sulla sorte dell’appello, tuttavia esistono elementi oggettivi e giurisprudenza a favore delle tesi del contribuente. Occorre sfruttare nel modo migliore possibile detti fattori favorevoli. Alla lettura, la sentenza non sembra evidenziare alcuno degli elementi di contestazione indicati nel quesito (non motivava adeguatamente le contestazioni mosse dal ricorrente, ne dimenticava qualcuna, non si pronunciava sulle contestazioni mosse dall’Ufficio e riportate a base dell’avviso di accertamento emesso). Al contrario, il collegio giudicante ha esaminato dettagliatamente i motivi di doglianza del ricorrente ed ha deciso per l’assenza di sufficienti prove atte a confermare la natura di spesa pubblicitaria del costo sostenuto dal contribuente, specificando per quali motivi ha ritenuto di non aderire alle tesi del ricorrente stesso. Addirittura la Commissione tributaria provinciale ha stigmatizzato il comportamento anti-economico del contribuente collegandolo in modo sommario, per fortuna erroneamente, al conto economico ed al reddito, invece che ai ricavi. La sentenza di primo grado è molto circostanziata ed è basata sul convincimento dei giudici che l’operazione contestata fosse effettivamente non inerente al reddito d’impresa del contribuente e fosse eccessivamente gravosa rispetto al beneficio, in termini di potenziale ricavo, corrispondente, che l’impresa avrebbe potuto produrre a seguito della spese sostenuta. Tuttavia ai giudici è forse sfuggito un passaggio essenziale, l’unico che potrebbe essere validamente utilizzato dall’appellante per cercare di scardinare il disposto giurisprudenziale. Il passaggio è delicato e passa necessariamente, da una parte, per la dimostrazione del collegamento fra spesa sostenuta e prestazioni ricevute (tutte le prove sopra ricordate: foto o presentazione di oggetti sponsorizzati – magliette, borse, calendari, gadgets vari, trofei, coppe, ecc.). Inoltre, dall’altra parte, occorrerebbe anche vincere la presunzione che il contribuente avesse un solo cliente principale, ma che intendesse modificare la modalità di produzione e vendita, passando da terzista a grossista o a dettagliante, infatti i giudici hanno collegato la mancanza di economicità della spesa alla struttura di produzione e vendita del ricorrente, ritenuta fissa e rivolta alla sola attività di terzista per pochissimi clienti. Qualora l’appellante fosse in grado di produrre ulteriori elementi documentali relativi a detti motivi, già esposti nella prima impugnazione, si potrebbero ampliare le motivazioni già introdotte, ritenendo la sentenza carente di motivazione per mancata analisi dei documenti depositati in primo grado nonché per errato convincimento dei giudici sulla natura del contratto di sponsorizzazione e sulla sua potenziale utilità a produrre ricavi in capo alla impresa.
La Commissione tributaria provinciale ha ritenuto di aderire alla tesi della Agenzia delle entrate, cioè alla convinzione che la presunzione legale a favore del contribuente sia stata vinta dall’Ufficio che avrebbe provato, a contrariis, che mancavano gli elementi indicati nella norma come fondamentali per poter dedurre l’elemento di costo. La norma suddetta infatti richiama il Tuir, nel quale si prevede quale forma e quale sostanza debbano avere la specifica attività del beneficiario che deve essere svolta a fronte dell’erogazione del corrispettivo come da contratto di sponsorizzazione. Dunque nell’appello occorrerà impugnare questo motivo specifico allegando tutto quanto possibile allo scopo di dimostrare che l’appellante aveva ottenuto, e lo può documentare, la prestazione richiesta da parte della associazione beneficiaria. L’Agenzia delle entrate avrebbe dovuto dimostrare che la prestazione non era avvenuta come previsto per legge e non limitarsi a contestare la mancanza di prove sufficienti a documentare la controprestazione da parte del ricorrente.
[1] Art. 39 d.P.R. n. 600 del 29.09.1973.
[2] Artt. 108 e 109 Tuir.
[3] Ad esempio, violazione e falsa applicazione art. 39, d.P.R. n. 600 del 29.09.1973.