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Timestamp: 2017-11-23 16:39:46+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 21', 'art. 3', 'art. 43', 'sentenza ', 'art. 45', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 10', 'art. 195', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 21', 'sentenza ', 'art. 43', 'art. 43', 'art. 21', 'art. 3', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 195', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 3', 'art. 14', 'art. 27', 'art. 14']

Penale.it - Corte Costituzionale, sentenza 15 luglio 1976 (dep. 28 luglio 1976), n. 202
Corte Costituzionale, sentenza 15 luglio 1976 (dep. 28 luglio 1976), n. 202
Amarcord 1976: radio libera non è reato. Un passo enorme verso il pluralismo dell'informazione.
In relazione alla natura dell'impianto che ha dato luogo al procedimento penale nel corso del quale é stata sollevata, la questione é prospettata limitatamente all'assunto che il monopolio statale non debba estendersi agli impianti televisivi via etere a raggio locale, per i quali dovrebbe adottarsi il sistema dell'autorizzazione, come già si é fatto per le trasmissioni via cavo.
1) la violazione dell'art. 21 della Costituzione con le sentenze di questa Corte, in astratto, non é stata mai negata, ma partendo dalla premessa della limitazione dei canali utilizzabili e tenendo presenti le trasmissioni su scala nazionale si é rilevato che fatalmente si sarebbe reso necessario, per le ingenti spese sia d'impianto, sia di gestione, un monopolio o un oligopolio, attraverso i quali la libertà di espressione del pensiero sarebbe stata praticamente se non proprio neutralizzata, assai limitata.
3) la violazione dell'art. 3 della Costituzione é, infine, denunziata attraverso il raffronto con la televisione via cavo più costosa e perciò, di fatto, pressoché oligopolica.
Si é costituita la Presidenza del Consiglio dei ministri, rappresentata e difesa dall'Avvocatura generale dello Stato che, con l'atto di costituzione, chiede che la questione venga dichiarata infondata, deducendo, in sostanza, quanto segue:
a) la questione é già stata giudicata infondata dalla Corte e non sono stati dedotti argomenti che possano giustificare una diversa soluzione;
b) non é esatta l'asserita possibilità tecnica d'installazione di una molteplicità di emittenti televisive locali, in accordo con le convenzioni internazionali e, comunque, anche se esatto, sarebbe irrilevante, perché non varrebbe ad escludere la legittimità del monopolio statale, che trova il suo fondamento giuridico nell'art. 43 della Costituzione, in quanto ha per oggetto il soddisfacimento di un interesse pubblico essenziale;
3. - Con sentenza istruttoria in data 22 settembre 1975 il pretore di Reggio Emilia dichiarava non doversi procedere, perché il fatto non costituisce reato, contro il direttore ed il proprietario della emittente denominata "Telereggio" che erano stati imputati del reato di cui agli artt. 1, 183 e 195 del d.P.R. 29 maggio 1973, n. 156, come modificati dall'art. 45 della legge 14 aprile 1975, n. 103, per averé, senza la prescritta concessione, irradiato nell'area cittadina trasmissioni televisive via etere, occupando nelle ore pomeridiane la frequenza di Capodistria.
La sentenza veniva motivata con la considerazione che il monopolio dello Stato é limitato alla sola diffusione televisiva circolare, mentre le trasmissioni di Telereggio, sfruttando un'antenna di 43 gradi, presentavano un diagramma di radiazione angolare.
Sostanzialmente, con tale ordinanza, attraverso una motivazione molto diffusa: richiamate ed analizzate le sentenze di questa Corte n. 225 e n. 226 del 1974 e posto in rilievo come con la prima si é ammessa, previa semplice autorizzazione, la installazione di ripetitori di trasmissioni estere e con la seconda si é deciso altrettanto per le emittenti via cavo a carattere locale; posto, altresì, in rilievo come nella specie si utilizza la frequenza di Capodistria, nelle ore in cui non é usata dalla stazione jugoslava; fatto presente, col richiamo anche alla conferenza di Stoccolma riguardante il numero dei canali televisivi assegnato all'Italia nonché ad una consulenza tecnica depositata dagli imputati; si sostiene la tesi che le considerazioni, in base alle quali, anche con la sentenza n. 225, si é affermata la legittimità del monopolio statale sulle trasmissioni a scala nazionale non sono applicabili alle trasmissioni a scala locale e se ne trae la conseguenza della violazione degli artt. 21, 41 e 43 della Costituzione.
In questo giudizio é intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, che con l'atto d'intervento chiede che la questione venga dichiarata infondata, per le stesse deduzioni sopra riportate - riguardanti l'ordinanza del pretore di Ragusa - tranne quelle relative all'art. 10 della Costituzione, la cui violazione con l'ordinanza in esame non é stata denunziata.
b) detta normativa non può considerarsi legge più favorevole al reo, in quanto, in mancanza di "autorizzazione" oggi richiesta, il contravventore é soggetto a sanzione identica a quella già prevista dal citato art. 195 del d.P.R. 29 marzo 1973, n. 156;
Non vi é stata costituzione di parti.
Nel giudizio così promosso é intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato che, con l'atto d'intervento, in base a deduzioni identiche a quelle relative all'ordinanza del pretore di Ragusa, sopra riferite, chiede che la questione venga dichiarata infondata.
Anche se dalla motivazione di tale ordinanza potrebbe apparire che la dedotta illegittimità costituzionale dovrebbe estendersi a tutto, in genere, il monopolio statale sulle trasmissioni radiotelevisive via etere, dalla circostanza che oggetto del giudizio a quo é un impianto radiofonico su scala locale e che la violazione dell'art. 3 della Costituzione é dedotta in riferimento al diverso trattamento usato dal legislatore (in seguito alla sentenza di questa Corte n. 226 del 1974) per le trasmissioni televisive via cavo, si può dedurre che, invece, si tende a fare estendere anche alle trasmissioni radiotelevisive su scala locale il regime dell'autorizzazione.
Comunque, mentre da quanto precede già risulta sotto quale profilo é dedotta la violazione dell'art. 3, per quanto attiene all'art. 21 della Costituzione la violazione é dedotta sotto il profilo della grave, e non giustificata da motivi d'interesse pubblico, limitazione della libertà di espressione del pensiero che deriverebbe dal regime di monopolio.
Anche in questo giudizio é intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato che, con l'atto d'intervento, ha chiesto che la questione venga dichiarata infondata per gli stessi motivi dedotti in relazione all'ordinanza del pretore di Ragusa e sopra riportati.
Premesso che, anche con la sentenza di questa Corte n. 225 del 1974, si é riconosciuta la legittimità costituzionale del monopolio statale in considerazione: a) della limitatezza dei canali realizzabili; b) della inclusione dei servizi relativi tra le categorie di imprese cui é applicabile l'art. 43 della Costituzione; c) della ricorrenza dei requisiti del preminente interesse generale e della utilità generale occorrenti per l'applicazione dell'art. 43; d) della concreta impossibilità di una utilizzazione generale del mezzo; tanto premesso nell'ordinanza si afferma che tali ragioni non sussistono per gli impianti utilizzabili soltanto su scala locale - anche col richiamo allo studio compiuto dal Centro delle Microonde dell'Università di Firenze - e, pertanto, si conclude sostenendo la tesi che la grave limitazione della libertà di espressione del pensiero che deriva dal monopolio non é giustificata per gli impianti a raggio limitato, con la conseguente violazione dell'art. 21, comma primo, della Costituzione.
Nel giudizio così promosso é intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato che, con l'atto d'intervento, chiede che la questione venga dichiarata infondata, per gli stessi motivi già dedotti negli altri casi di intervento di cui sopra.
Si deduce, poi, anche la violazione dell'art. 3 della Costituzione, in quanto non si é estesa alle trasmissioni via etere a raggio locale la stessa disciplina adottata per le analoghe trasmissioni via cavo (autorizzazione e non concessione).
Anche in questo giudizio é intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato che, con l'atto d'intervento, ha chiesto che la questione venga dichiarata infondata per le stesse ragioni già sopra esposte.
Anche con questa ordinanza, partendo dall'assunto che per tali trasmissioni non sussistono le limitazioni di canali e le conseguenze che ne possono derivare - che costituiscono il motivo fondamentale per cui si é affermata la legittimità costituzionale del monopolio statale sulle trasmissioni radiotelevisive a raggio nazionale - si sostiene che la omessa estensione alle trasmissioni radio-televisive via etere a raggio locale della stessa disciplina adottata dal legislatore per le analoghe trasmissioni via cavo, implica la violazione degli artt. 2, 21, 41 e 43 della Costituzione.
Anche in questo giudizio é intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato che, con l'atto d'intervento, ha chiesto che la questione venga dichiarata infondata per gli stessi motivi sopra più volte richiamati.
che in conseguenza é necessario che la Corte esamini nella sua globalità le questioni che rivelano la deviazione nella detta applicazione pratica, delle linee fondamentali indicate dal legislatore costituente;
che a tal fine, é forse, sovrabbondante la denuncia delle norme costituzionali di cui si deve lamentare la violazione.
É intervenuto nel giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, che con l'atto d'intervento ha chiesto che la questione venga dichiarata irrilevante ed inammissibile.
Si é costituita poi per resistere la RAI- Radiotelevisione italiana, il cui patrocinio, con la memoria di costituzione, ha chiesto che la questione venga dichiarata inammissibile o, comunque, dichiarata infondata, con riserva di ogni altra deduzione ed eccezione.
Si é costituito, altresì l'Anastasio, imputato nel giudizio a quo, il cui patrocinio, con ampia memoria, chiede che la questione venga dichiarata irrilevante, in quanto, secondo la giurisprudenza di numerosi pretori, le denunziate norme della legge n. 103 del 1975 non comprendono nella riserva allo Stato della radiodiffusione le emittenti operanti in uno ristretto ambito locale; in ogni caso confermando la dichiarazione di illegittimità costituzionale di cui alle sentenze di questa Corte n. 225 del 1974 e n. 1 del 1976, o dichiarando, all'occorrenza, la illegittimità costituzionale degli artt. 1, 2 e 45 della legge n. 103, nella parte in cui riservano allo Stato le trasmissioni radio-televisive locali, riportandosi sostanzialmente, al riguardo, alla motivazione dell'ordinanza di rinvio.
a) Chiarisce in primo luogo che la questione sollevata con l'ordinanza del pretore di Ancona é irrilevante perché le censure mosse da quel giudice si rivolgono non alla legge, della quale, anzi, si afferma la validità, ma alla sua asserita disapplicazione, mentre proprio l'imputazione della quale deve giudicare ne costituisce applicazione; inammissibile perché attribuzione della Corte é controllare la legittimità delle leggi, non già - sul metro della Costituzione o, peggio, della legge ordinaria - il comportamento tenuto da organi parlamentari o amministrativi o perfino da persone private in sede di applicazione della legge;
b) In secondo luogo, rilevate che tutte le questioni - sollevate con le varie ordinanze di cui sopra - che vengono oggi all'esame della Corte, anche se con la denunzia della violazione di norme costituzionali in parte diverse - compresa quella del pretore di Ancona - hanno per oggetto l'assunto che anche per le trasmissioni radio-televisive via etere su scala locale deve adottarsi il regime dell'autorizzazione, come, in seguito alla sentenza di questa Corte n. 226 del 1974, si é fatto per le trasmissioni via cavo, si deduce che questo assunto é infondato.
Poiché soltanto per il giudizio promosso con l'ordinanza del pretore di Ancona vi é stata tempestiva costituzione in giudizio e tale ordinanza presenta peculiari caratteristiche per le quali non sono ad essa pertinenti le deduzioni che riguardano le altre, ovviamente tale memoria può essere presa in considerazione limitatamente alla parte strettamente attinente a detta ordinanza del pretore di Ancona, ossia limitatamente al punto indicato nell'indice con il n. 7.
Come si é detto in narrativa, infatti, con l'ordinanza in esame, vengono denunziati, in riferimento agli artt. 1, 2, 9, 10, 11, 21, 33, 49, 138 e "ai principi generali della Costituzione", gli artt. 1, 2, 3, 4, 45, 46, 47 e 48 della legge n. 103 del 1975 e comunque l'intera legge - che pur si afferma non presentare vizi di costituzionalità "sul piano teorico" - in base all'asserzione che nell'applicazione pratica si rileva la deviazione dalle linee fondamentali indicate dal legislatore costituente.
L'unico rilievo specifico, attraverso il quale si potrebbe giungere ad identificare la violazione di talune norme costituzionali a riferimento é quello relativo alle tecniche d'attribuzione dei posti negli organi deliberanti ed alle nomine di funzionari di grado elevato e dei dirigenti, ma é chiaro che tutto ciò non ha alcuna rilevanza ai fini dell'oggetto del giudizio a quo.
Conseguentemente, essendo nel frattempo intervenuta la sentenza di questa Corte n. 225 del 1974, con la quale l'impugnato art. 195 del t.u. del 1973, n. 156 é stato dichiarato costituzionalmente illegittimo, la questione deve essere dichiarata manifestamente infondata, come già é stato deciso, in casi identici, con la sentenza di questa Corte n. 1 del 1976.
4. - Le altre otto ordinanze (due delle quali e precisamente quella del pretore di Ragusa e quella del giudice istruttore presso il tribunale di Reggio Emilia si riferiscono ad impianti per trasmissioni televisive via etere, le altre ad impianti per trasmissioni radiofoniche via etere) senza contestare la legittimità costituzionale del monopolio statale per le trasmissioni radiofoniche e televisive su scala nazionale - e richiamandosi, anzi, alle motivazioni delle sentenze di questa Corte che l'hanno affermato - contestano la legittimità della estensione del regime di monopolio agli impianti ed all'esercizio di stazioni radiofoniche e televisive via etere su scala locale, per i quali chiedono l'assoggettamento a regime di autorizzazione in analogia con quanto é stato dichiarato con la sentenza di questa Corte n. 226 del 1974 ed attuato con la legge n. 103 del 1975 nella parte relativa alle trasmissioni televisive via cavo.
Comune a tutte queste otto ordinanze é la tesi che il motivo fondamentale che ha indotto questa Corte a riconoscere la legittimità del monopolio statale é la limitatezza dei canali utilizzabili (sentenze n. 59 del 1960 e n. 225 del 1974) e che questo motivo se può ritenersi tuttora valido, allo stato attuale, per le trasmissioni su scala nazionale, non lo é per quelle su scala locale.
Il patrocinio della RAI-TV, inoltre, ammette sostanzialmente l'esistenza dello stato di fatto asserito nelle ordinanze, ma deduce che é reso possibile soltanto transitoriamente, in quanto é in corso di completamento lo studio da parte degli organi tecnici statali, per la realizzazione, su scala nazionale, di due nuove reti televisive, realizzazione che assorbirebbe gran parte della disponibilità di canali attualmente esistenti.
L'Avvocatura generale dello Stato, infine, prospetta, senza peraltro insistervi, una eccezione di difetto di rilevanza, comune a tutte le ordinanze in esame, che dovrebbe trovar fondamento nella considerazione che, agli effetti penali, sia in regime di concessione, sia in regime di autorizzazione, la sanzione, in caso di inosservanza delle norme che li disciplinano, é identica.
5. - La eccezione di difetto di rilevanza prospettata, nei termini sopra esposti dall'Avvocatura generale dello Stato é priva di giuridico fondamento.
6. - Nel passare, quindi, all'esame del merito delle proposte questioni, é necessario tener presente che, come si é posto in rilievo in narrativa, la legittimità costituzionale del monopolio statale per quanto attiene alle trasmissioni radiofoniche e televisive su scala nazionale non é contestata dalle ordinanze di rimessione; le quali anzi - in conformità con le statuizioni della sentenza di questa Corte n. 225 del 1974 recepite dal legislatore nell'art. 1 della legge n. 103 del 1975 - ne riconoscono il carattere di servizio pubblico essenziale e di preminente interesse generale.
La tesi fondamentale - comune a tutte le ordinanze e sopra ricordata - sulla quale poggiano le denunziate violazioni di norme costituzionali, consiste nell'affermazione che il presupposto del riconoscimento della legittimità di tale monopolio é la limitatezza dei canali disponibili e che tale presupposto non sussiste per quanto attiene alle trasmissioni su scala locale.
Ai fini del decidere é, quindi, necessario accertare se e sino a qual punto siano esatti i termini giuridici e di fatto sui quali poggia la tesi come sopra riassunta.
A tale riguardo é da rilevare che dalle sentenze n. 59 del 1960 e n. 225 del 1974 risulta in modo del tutto evidente che questa Corte al riconoscimento della legittimità del monopolio statale é pervenuta sul presupposto della limitatezza dei canali utilizzabili.
Stante ciò, ove si constati - come é ragionevole fare sulla base delle diffuse cognizioni tecniche e delle pratiche realizzazioni in atto esistenti - la ingiustificatezza, allo stato attuale, della tesi secondo cui sussisterebbe una concreta limitatezza in ordine alle frequenze utilizzabili per le trasmissioni radiofoniche e televisive, deve riconoscersi su scala locale che il relativo presupposto non possa ulteriormente essere invocato.
Sotto il profilo della violazione dell'art. 3, in quanto che, se non sussiste la illimitatezza di frequenze, propria delle trasmissioni via cavo, esiste, tuttavia, per le trasmissioni su scala locale via etere una disponibilità sufficiente a consentire la libertà di iniziativa privata senza pericolo di monopoli od oligopoli privati, dato anche il costo non rilevante degli impianti, cosicché il non consentirla - al contrario di quanto si é fatto per le trasmissioni via cavo - implica violazione del principio di eguaglianza, sancito dalla norma a riferimento.
Ove concorrano le condizioni, da stabilire nei modi sopra indicati, il rilascio dell'autorizzazione é vincolato e non meramente discrezionale, con tutte le conseguenze giuridiche che tale natura dell'atto comporta nel nostro ordinamento.
9. - Va, infine, rilevato che nell'art. 14, comma primo, lett. d), della legge n. 103 del 1975 é posta a carico della società concessionaria "la realizzazione graduale di altri impianti radiofonici e televisivi, ad esaurimento delle disponibilità consentite dalle frequenze assegnate all'Italia dagli accordi internazionali per i servizi di radiodiffusione"; e va considerato che dalla presente declaratoria di illegittimità costituzionale consegue, a norma dell'art. 27 della legge 11 marzo 1953, n. 87, la stessa declaratoria per il detto art. 14 per la parte in cui é previsto l'esaurimento delle disponibilità.
Paolo ROSSI - Luigi OGGIONI - Angelo DE MARCO - Ercole ROCCHETTI - Enzo CAPALOZZA - Vincenzo Michele TRIMARCHI - Vezio CRISAFULLI - Nicola REALE - Leonetto AMADEI - Giulio GIONFRIDA - Edoardo VOLTERRA - Guido ASTUTI - Antonino DE STEFANO.
Depositata in cancelleria il 28 luglio 1976.