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Timestamp: 2020-06-06 18:36:19+00:00
Document Index: 101026091

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Sentenza Cassazione Civile n. 22930 del 29/09/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22930 del 29/09/2017
Cassazione civile, sez. I, 29/09/2017, (ud. 23/06/2017, dep.29/09/2017), n. 22930
sul ricorso 22266/2015 proposto da:
V.R.F.M.P., in persona del procuratore
generale F.R.J., elettivamente domiciliato in Roma,
Corso Trieste n. 85, presso lo studio dell’avvocato Ajello
Ajello Tiziana, giusta procura in calce al ricorso;
B.D., elettivamente domiciliata in Roma, Piazza S.
Andrea della Valle n. 3, presso lo studio dell’avvocato Mellaro
Massimo, che la rappresenta e difende, giusta procura a margine del
avverso la sentenza n. 1014/2015 della CORTE D’APPELLO di ROMA,
ALBERTO che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso (e
cancellazione parziale delle frasi offensive);
udito, per la controricorrente, l’Avvocato Mellaro Massimo che ha
1. La Corte d’appello di Roma ha respinto il gravame principale, oltre che quello incidentale, proposti, rispettivamente, dalla signora B.D. e dal signor V.R.F.M.P., contro la sentenza del Tribunale di quella stessa città che, a parziale modifica dell’originario assetto dei rispettivi obblighi di mantenimento del loro figlio, Simone, nato fuori dal matrimonio, come dato dalla sentenza n. 8858/09 di quel giudice circondariale, in parziale accoglimento della domanda del secondo, aveva stabilito che, ferma l’entità dell’assegno di mantenimento del minore, affetto da grave patologia, le ingenti spese straordinarie sanitarie necessarie per la sua cura, sebbene da ultimo ridottesi (per le minori esigenze di assistenza infermieristica), fossero ripartite nella misura del 75% a carico della madre e del 25% del padre, regolando poi le altre richieste e le spese processuali.
1.1. Secondo il giudice distrettuale, per quello che ancora rileva in questa sede, la domanda avanzata dal V.R. doveva essere respinta in quanto tutte le circostanze di fatto allegate come nuove erano state, in realtà, già esaminate nel corso del giudizio conclusosi con la sentenza del 2009 e, quelle nuove (il trasferimento in Brasile, presso di sè, del figlio L. nato dal suo matrimonio), per quanto sopravvenute (così come la regolarizzazione del suo permesso di soggiorno nello stato sudamericano), deponeva a favore del miglioramento delle sue condizioni economiche, atteso che nel quadro del rinnovato accordo con la madre del primo figlio, la sorella era posta a carico della stessa e gli oneri per il primogenito si erano venuti a semplificare.
2. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione il signor V.R., con tre mezzi di impugnazione.
3. La signora B. ha resistito con controricorso e memoria illustrativa.
1. Con il primo motivo di ricorso (Nullità assoluta della sentenza per violazione del principio di terzietà del giudice: art. 360 c.p.c., n. 3) il ricorrente lamenta la presenza nel collegio di appello della D.ssa P., ossia dello stesso magistrato che, in relazione alla domanda giudiziale proposta dalla B., aveva pronunciato l’originario decreto ex art. 148 c.c., poi opposto e che era stato definito con la sentenza del tribunale di Roma n. 8858 del 2009, non impugnata, e il cui assetto è stato oggetto di domanda di revisione delle parti, con il procedimento che ha dato luogo alla sentenza di appello impugnata in questa sede, nel corso della quale la stessa persona fisica si sarebbe pronunciata sulla stessa res litigiosa per la seconda volta, con violazione del principio di terzietà del giudice in relazione alla cd. forza della prevenzione del suo componente.
2. Con il secondo (violazione degli artt. 316 – bis, in relazione al precedente disposto degli artt. 147,148 e 155 c.c.) il ricorrente, in relazione all’affermata mancanza di elementi di novità delle situazioni economico-patrimoniali e reddituali dei due genitori, lamenta la violazione del principio di proporzionalità in rapporto alle rispettive capacità di lavoro che sarebbero peggiorate proprio a causa delle limitazioni personali che non gli consentirebbero di trarre profitto dalla sua professione, già esercitata con successo in Italia ed ora sacrificata in Brasile (ove risiederebbe per la necessità di sottrarsi ai procedimenti penali promossi dalla controparte).
3. Con il terzo mezzo (omesso esame di un punto decisivo in ordine all’incredibile ammontare delle spese mediche asseritamente sostenute per le cure del figlio: art. 360 c.p.c., n. 5) il ricorrente denuncia la mancata risposta da parte del giudice distrettuale alle sue specifiche contestazioni sull’entità, la giustificazione e la ragionevolezza delle spese sanitarie sostenute per il figlio.
4. Il primo dei tre mezzi di cassazione è manifestamente infondato alla luce del principio affermato dalle Sezioni unite di questa Corte (Ordinanza n. 12345 del 2001), secondo cui ” i casi di astensione obbligatoria del giudice stabiliti dall’art. 51 c.p.c., ai quali corrisponde il diritto di ricusazione delle parti, in quanto incidono sulla capacità del giudice, determinando una deroga al principio del giudice naturale precostituito per legge, sono di stretta interpretazione e non sono, pertanto, suscettibili di applicazione per via di interpretazione analogica; ne consegue che l’obbligo di astensione sancito dal n. 4 del citato articolo nei confronti del giudice che abbia conosciuto della causa come magistrato in altro grado del processo – rivolto ad assicurare la necessaria alterità del giudice chiamato a decidere, in sede di impugnazione, sulla medesima regiudicanda nell’unico processo – non può essere inteso nel senso di operare in un nuovo e distinto procedimento, ancorchè riguardante le stesse parti e pur se implicante la risoluzione di identiche questioni.”.
4.1. Infatti, il magistrato persona fisica che ha duplicato la sua personale cognizione sui fatti di causa, è stato chiamato, nel 2007 a pronunciarsi sulla richiesta di decreto ex art. 148 c.c., che ha rilasciato, in un procedimento originato dalla opposizione e che è stato definito con la sentenza del Tribunale di Roma n. 8858 del 2007, in diversa composizione.
4.2. Una volta formatosi il giudicato, rebus sic stantibus, la odierna parte ricorrente ha chiesto, nel corso del 2010, la modifica di quell’assetto di interessi e la sentenza del Tribunale (ancora una volta di Roma) è stata esaminata in sede di appello da parte di un collegio comprendente anche la persona fisica che aveva rilasciato il provvedimento ex art. 148 c.c.,di cui si è già detto.
4.3. E’ evidente, alla luce di tale cronologia, che i procedimenti – sia pure relativi alla stessa materia litigiosa – siano stati due, non uno e che il magistrato che ha provveduto in ordine al decreto che ha originato il primo ha composto il collegio di appello del secondo, ossia una causa avente un oggetto diverso da quello del primo giudizio: la revisione del contenuto dei provvedimenti già oggetto di un giudicato (sia pure rebus sic stantibus).
4.4. In ogni caso, “in difetto di ricusazione, la violazione dell’obbligo di astenersi da parte del giudice non è deducibile in sede di impugnazione come motivo di nullità della sentenza” (Cass. Sez. 3, Sentenza n. 13935 del 2016).
5. La seconda censura è palesemente inammissibile.
5.1. Con tale mezzo si chiede la riforma della decisione del giudice distrettuale sulla base di un sostanziale riesame dei fatti allegati nel corso della fase di merito che, com’è noto, non può formare oggetto di revisione in questa sede.
6. La terza ed ultima censura è inammissibile perchè non autosufficiente, mancando di dire “come, quando e dove”, le richieste disattese dal giudice di appello siano state proposte.
7. Va a questo punto esaminata l’istanza di cancellazione delle espressioni “gravemente sconvenienti ed offensive” (p. 12 del controricorso) avanzate, ai sensi dell’art. 89 c.p.c., dalla difesa della signora B., con “espressa riserva di agire per il risarcimento del danno non patrimoniale”.
7.1. Osserva la Corte, che le espressioni censurate (e riportate alla p. 13, in tre virgolettati: uno, attinente alla vicenda della gravidanza ed al “finto aborto”; l’altra, in cui si parla di “testimonianze e documentazione falsa, adeguatamente prezzolate”; l’ultima, di “una patologia del tutto inesistente”, rilevata da una schiera di medici “al suo servizio”) consistono in prese di posizioni, per quanto dure e assertive, di fronte ai fatti allegati nel processo e riguardanti la vicenda della nascita del figlio, alla sua patologia ed alle deposizioni testimoniali relative a tali vicende, in cui si vuol rimarcare l’inattendibilità della signora B. e dei suoi consulenti.
7.2. Si tratta di vicende, perciò, direttamente attinenti al thema probandum, in ordine alle quali – indipendentemente dalla responsabilità per la loro affermazione, in questa sede non esaminabile – le parti hanno dedotto e controdedotto davanti ai giudici allo scopo di ottenere un accertamento che, nel caso dell’odierno ricorrente, potesse giungere alla negazione di fatti decisivi per la risoluzione della controversia.
7.3. Va pertanto escluso un intento meramente spregiativo da parte del ricorrente, il quale ha allegato tali circostanze per indebolire (senza successo) la posizione processuale della sua avversaria e portare i giudici a svalutarne le allegazioni (offrendo le proprie, per quanto crude e oggettivamente “offensive”) e le prove, e così mostrare come certa una diversa realtà, per quanto sgradevole nei riguardi della controparte.
7.4. Questa Corte ha da tempo affermato la regola di diritto, a cui va data sostanziale continuità anche in questa occasione, secondo cui la cancellazione delle espressioni offensive o sconvenienti contenute negli scritti difensivi, prevista dall’art. 89 c.p.c. e che può essere disposta anche nel giudizio di legittimità, rientrando tra i poteri officiosi del giudice, va esclusa allorquando le espressioni in parola non siano dettate da un intento meramente dispregiativo e non rivelino perciò una vis esclusivamente offensiva nei confronti della controparte (o dell’ufficio), ma, conservando pur sempre un rapporto, anche indiretto, con la materia controversa, siano preordinate a dimostrare, attraverso una valutazione negativa del comportamento dell’avversario, la scarsa attendibilità delle sue affermazioni e la veridicità di quelle proprie.
8. In conclusione, il ricorso deve essere respinto e il ricorrente condannato alle spese di questa fase, liquidate come da dispositivo.
Respinge il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese sostenute dalla resistente che si liquidano in complessivi Euro 6.200,00 di cui Euro 200,00 per esborsi oltre spese generali forfettarie ed accessori di legge.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della la sezione civile, il 23 giugno 2017.