Source: https://aquinaslands.wordpress.com/category/piani/
Timestamp: 2017-06-28 15:53:24+00:00
Document Index: 3995928

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 136', 'art. 142', 'art. 136', 'art 136', 'art. 41', 'art. 25']

Piani | Aquinas – Cultural and Historic Landscapes
Top Posts & Pages	Il 'Parco dell'Appia Antica' -1	June 2017
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Archaeology, History, Lazio, Paesaggio, Piani, Regioni
Poli Museali Regionali	Ad esclusione delle Regioni Sicilia, Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta, 17 Poli Museali si distribuiscono nelle restanti. I siti in elenco sono copiati dal web del MiBACT e mi rifiuto di controllare tutte le variazioni tra i vari decreti, se ci sono errori prendetevela con il Ministero.
PROVINCIA di CASERTA Anfiteatro Campano – Santa Maria Capua Vetere
PROVINCIA di SALERNO Certosa di San Lorenzo – Padula
PROVINCIA di AVELLINO Museo del Palazzo della Dogana dei Grani- Atripalda
Archaeology, Generali, Lazio, Paesaggio, Piani, Regioni
Parchi Archeologici di rilevante interesse nazionale	Con molta fatica, siamo arrivati agli ultimi elenchi. Al decreto 9 aprile 2016, recante «Disposizioni in materia di aree e parchi archeologici e istituti e luoghi della cultura di
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Musei e parchi archeologici dotati di autonomia speciale al Maggio 2017	(N.B. 03/05/17 Ho dovuto mettere mano alle circolari interne per capirci qualche cosa in più, e ad oggi è risultato questo. Ho dovuto togliere un poco di periferici qui e là perché erano ridondanti. Va detto che solo con sotto gli occhi la ripartizione degli stipendi mi è entrata in testa la cosa. Evidentemente essere espliciti in sede di scrittura di decreti circa al fatto che si tratta solo di vile pecunia fa poco fine. In poche parole, quando al regolamento del 2014 leggete l’articolo 2, co. 2, lo dovete leggere così:
Uffici Periferici: 1) il Complesso monumentale della Pilotta (dirigenziale non generale)
Parco Archeologico Autonomo – 2	Ci siamo quasi
Nasce infine l’Istituto Centrale per L’Archeologia, del DM 13/05/2016. Nessuno sa cosa faccia.
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Parco Archeologico “Autonomo” – 1	FASE I (correva l’anno 2014). L’avventura parte da un primo documento, il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 29 agosto 2014, n. 171: «Regolamento di organizzazione del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, degli uffici della diretta collaborazione del Ministro e dell’Organismo indipendente di valutazione della performance, a norma dell’articolo 16, comma 4, del decreto-legge 24 aprile 2014, n. 66, convertito, con modificazioni, dalla legge 23 giugno 2014, n. 89».
Alla Direzione Centrale Archivi 1. Istituto centrale per gli archivi
1) il Museo Nazionale Romano; che perciò rientrerebbe nel Gruppo A, salvo che gli altri non sono qualificati espressamente come periferici, quindi lo inseriamo in un gruppo nuovo che definiamo Gruppo A1 quali uffici di livello dirigenziale non generale periferici, che per quanto detto sopra con l’aggiunta del periferico definiamo come Gruppo B1
Alla Direzione Generale Musei tutti gli Istituti dotati di autonomia speciale dei Gruppi B e B1: 1. il Complesso monumentale della Pilotta
Le “Zone di interesse archeologico” – 2. Il Parco Archeologico	Stavamo di fronte ad un incrocio: prendiamo per Via Archeologia Preventiva oppure ci inoltriamo nel Parco Archeologico? Ho preso il sentiero attraverso il Parco, solo per il momento.
Essendo partiti dai Monumenti Naturali Regionali, abbiamo già valutato la presenza di numerose aree naturali sotto tutela, che per il Codice dei Beni Culturali ricadono nell’articolo 142 (Aree tutelate per legge), quello che incorpora gli elenchi della Legge Galasso.
Con il Parco archeologico, però, dobbiamo stare sul chi vive perché non tutti i Parchi possono ricadere solo nell’ambito dell’articolo 142. Esiste di fatto un altro articolo del codice, il n. 136 (Immobili ed aree di notevole interesse pubblico), che dichiara alcune aree di “notevole interesse pubblico”:
Sono soggetti alle disposizioni di questo Titolo per il loro notevole interesse pubblico:
d) le bellezze panoramiche [considerate come quadri] e così pure quei punti di vista o di belvedere, accessibili al pubblico, dai quali si goda lo spettacolo di quelle bellezze.
Parrebbero ripetersi ma non è così. L’articolo 136 riprende paro paro, con l’aggiunta specifica degli alberi monumentali, l’articolo 1 della legge 29 giugno 1939, n. 1497, «Protezione delle bellezze naturali». (G.U. 14 ottobre 1939, n. 241). Sempre di tutela attraverso leggi stiamo trattando, è ovvio, ma si può constatare che mentre la Legge Galasso 431/1985 sembra focalizzare sulle aree quali restituzioni naturali, ordinate in gruppi morfologicamente distinti, il focus della legge 1497 punta alla visione estetica del patrimonio paesaggistico, inserendo precisi riferimenti a manufatti inseriti nei contesti paesaggistici, oppure alberi ed anche centri storici che richiamano fortemente l’azione dell’uomo o una particolare azione della natura nel creare un composto esteticamente da salvaguardare, di cui l’uomo possa godere.
Quando poi chiarisce: “le ville, i giardini e i parchi, non tutelati dalle disposizioni della Parte seconda del presente codice, che si distinguono per la loro non comune bellezza”, ecco che i parchi in questione risultano un’aggiunta a quelle aree che già la Regione e la Soprintendenza abbiamo visto possono individuare (interesse archeologico).
A questo punto occorrerà accertare l’idea che sulla stessa area possano ricorrere più di una possibilità di tutela. Prima di cadere in preda al panico, è bene leggere l’allegato al D.M. 18.04.2012: “Linee guida per la costituzione e la valorizzazione dei parchi archeologici”. Da una parte il Parco si presenta chiaramente con un intento di tutela e di valorizzazione dell’oggetto archeologico, diciamo così, e quindi del muro, di una terma romana, della strada basolata, visto che nel testo si richiama espressamente l’articolo 136 di cui prima:
«L’art. 2 del Codice, definisce che il Patrimonio culturale è costituito dai beni culturali e dai beni paesaggistici, ed al comma 2 dello stesso articolo si riconoscono quali beni paesaggistici, gli immobili e le aree costituenti espressione dei valori storici, culturali, naturali, morfologici ed estetici del territorio. Tra le aree di notevole interesse pubblico quale bene paesaggistico, l’art. 136 individua le cose immobili che hanno cospicui caratteri di bellezza naturale, singolarità geologica o memoria storica, ivi compresi gli alberi monumentali ad ancora le bellezze panoramiche e i punti di vista di belvedere».
Ne dovrebbe risultare che il Parco Archeologico assume contorni di notevole interesse pubblico. Però si specifica poco oltre: «Considerato che le aree candidate a dare vita a un parco archeologico non possono che essere zone archeologiche e come tali riconducibili, come già si è detto, alla tutela paesaggistica ex lege (art. 142, comma 1, lett. m, del Codice), è auspicabile che il processo, tuttora in corso, di adeguamento al Codice della pianificazione paesaggistica regionale, riservi una particolare attenzione alla disciplina dei parchi archeologici. Per questa via, il piano paesaggistico si candida a divenire lo strumento principe nell’ambito del quale far confluire quelle che qui si indicano come «linee guida delle tutele».».
Questo piano paesaggistico comincia ad assumere l’importanza di una Bibbia. Ci trovavamo su due piani diversi che però all’atto pratico si potevano sovrapporre e che forse in casi che ora non ho presente sarà pure accaduto; a lume di naso, l’art. 136 del Codice Urbani si può invocare in altre situazioni, ma per le aree archeologiche basta e avanza il 142 per renderle potenziali candidate a Parco Archeologico, visto che sono già sottoposte a tutela, allorché dimostrino un adeguato potenziale.
Per far ciò, si deve ricorrere ad un ben preciso piano, un progetto-scientifico culturale, che le linee guida accompagnano nel dettaglio, insieme ad un progetto di tutela e valorizzazione, ed un piano di gestione, molto complesso.
Ho provato ad individuare alcuni parchi che possiedano già questi elementi organizzativi e ne ho trovato uno perfetto di livello statale:
http://www.archeocamuni.it/naquane_informazioni.html
Ne possono esistere pure da regionale a comunale, ad esempio: http://www.villaromanadelcasale.it/
Nel caso dell’Appia Antica o nel caso dei Campi Flegrei, si possono visitare due parchi naturali regionali che da poco devono convivere con due parchi archeologici in via di strutturazione. Dopo l’ennesima rilettura del DM 9 Aprile 2016 n. 198, non solo ho riscontrato la conferma che Parco Regionale dell’Appia e Parco Archeologico sono la stessa cosa sul piano dell’estensione territoriale, ma mi sono convinta che debbo comporre un post con una sintesi degli istituti denominati Parchi autonomi a mo’ di specchietto prima di proseguire oltre.
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L’Universo: “le zone di interesse archeologico” – 1	Punto primo: la legge Galasso non stabilisce che le aree sottoposte a vincolo non possano mai essere edificate, ma che per queste aree vige un regime di permessi molto più severi. Come sintetizza tale sito web: «La norma classifica come bellezze naturali soggette a vincolo tutta una serie di territori individuati in blocco e per categorie morfologiche senza la necessità di alcun ulteriore provvedimento formale da parte della pubblica amministrazione». Se vuoi costruire una baita a 1800 metri, lo sai già che non lo puoi fare se non tramite un sacco di passaggi da un ufficio all’altro, con architetti che ti possono prescrivere tutto il prescrivibile. Questo in teoria (vedi infatti voce “abusivismo”), ma sappiate che, se fosse per me, vieterei proprio tutto per legge perché stiamo per essere travolti dal cemento.
Punto secondo: come abbiamo visto dai documenti allegati ad ogni post, la legge Galasso 431/1985 raccoglieva i provvedimenti precedenti, elenchi e vincoli, e li riordinava in una lista che il codice accoglie e rende definitiva. Il problema che sorge ora riguarda le zone di interesse archeologico: che cosa sono? L’intera Italia è di interesse archeologico, che facciamo, mettiamo il vincolo dalle Alpi alle Piramidi e non ci pensiamo più? Io lo farei pure, ma non è praticabile.
Il problema, per come sono riuscita a condensarlo, parte dalla definizione di sito archeologico e continua nell’organizzazione di una conoscenza archeologica del territorio che si possa rapportare a quanto precedentemente visto. La zona di interesse archeologico, che non è il singolo sito archeologico visibile ma lo contiene, o potrebbe contenerlo, deve rappresentare un’area tutelabile, quindi circoscrivibile, e con ciò da sottoporre a vincolo. Poiché – come scherzavo prima- l’Italia è interamente archeologica, esiste un lungo numero di vincoli apposti sulla base della legislazione del 1939 (quando sarà, parleremo delle aree di notevole interesse pubblico ex art 136 del Codice, qui un esempio di vincolo; per la procedura attuale ad esempio qui) che la legge Galasso prima e il codice dopo ovviamente recepiscono in pieno, ma esistono altre aree dove l’interesse archeologico deve sostanziarsi attraverso delle tappe.
Le zone archeologiche possono essere tutto (e niente), il che è voluto, perché così è possibile tutelare il territorio nella sua interezza conferendo alla PA la possibilità di intervenire in sede di pianificazione, fermo restando che per tali “zone di interesse archeologico” vada – secondo tappe precise (“provvedimenti ricognitivi”)- messa in atto una procedura che ne avvii la trasformazione in “siti paesaggistici” oltre che “siti archeologici” tutelabili concretamente, allorchè perimetrabili e vincolabili.
Sono le “presenza archeologiche” che di primo impatto caratterizzano una zona di interesse archeologico, però attenzione, perché come segnato nel link da Girolamo Sciullo, alla nota 21: «Nei primi tre casi l’elemento di relazione è costituito dal mare, dai laghi, dai fiumi e dai torrenti, nel quarto da “presenze di rilievo archeologico“, senza la necessità dell’avvenuto accertamento dell’interesse archeologico in via amministrativa o legale, cfr. Cons. Stato, VI, n. 951/1990, cit. punto 4, presenze che, in considerazione dell’ampia formula contenuta nella lett. m) è da pensare che possano essere situate anche nel sottosuolo».
Attenzione. Si nota bene che all’articolo 142 del codice non si sta parlando di vincolo archeologico ma di vincolo paesaggistico. Quali siano le differenze si possono leggere in questo sunto:
Terra terra: il vincolo archeologico riguarda il singolo muro di una terma romana, il vincolo paesaggistico tutela il paesaggio circostante.
Siccome però, come dicevo in principio, l’Italia è tutta una terra archeologica, già i vincoli archeologici devono essere legati ad una dimensione territoriale (ancora meglio: spaziale), ergo delimitati, affinché siano gestibili. Questo non significa che una volta apposti non possano mai essere ampliati, ma che ad un certo punto della ricerca si deve perimetrare un’area precisa che sia possibile mappare cioè rappresentare cartograficamente e tutelare direttamente. Stessa cosa per i vincoli paesaggistici. Ecco quindi che si rende necessario per le zone di interesse archeologico un procedimento di perimetrazione con chiare competenze amministrative. Per comprendere questo si può assaporare l’articolo a seguire. Il fatto che oggi la tutela del paesaggio è accorpata (in senso di ufficio della Soprintendenza ASAP) alla tutela archeologica dovrebbe semplificare le cose. Il vincolo archeologico secondo la legge Galasso, per chiudere, a questo punto che cosa è?
«In particolare, come vincoli ambientali e paesistici si intendono i vincoli posti a tutela dei valori paesaggistici ed ambientali del territorio; già di competenza delle Sovraintendenze ai monumenti, sono oggi di competenza della Regione; si concretano in limitazioni all’uso di una determinata area o di una costruzione per la cui trasformazione è necessario il nullaosta regionale, che ha validità quinquennale (entro tale termine i lavori devono essere completati) e può formarsi per silenzio-assenso (60 giorni) ai sensi della L. 94/1982. Il vincolo di tutela ambientale può essere apposto mediante specifica procedura, disciplinata dalla L. 1497/1939, in relazione ai singoli beni, oppure in modo oggettivo per “categorie” di beni (la fascia compresa nei 300 m dalla riva del mare, i vulcani, i boschi e le foreste, le montagne al di sopra della quota di 1600 m ecc.) ai sensi della L. 431/1985. A termini di quest’ultima legge (meglio nota come “legge Galasso”) le Regioni possono individuare i beni e le aree da includere nel piano paesistico o nel piano urbanistico-territoriale. In ipotesi di abusi edilizi, la normativa appresta una tutela particolare (L. 47/1985).»
(da “Repertorio di Edilizia ed Urbanistica” de “Il Sole 24ore”, ripreso da qui)
Il ruolo della Regione lo si nota qui CAPO III (modalità di tutela delle aree tutelate per legge) art. 41 (protezione aree di interesse archeologico): «Sono qualificate zone di interesse archeologico quelle aree in cui siano presenti resti archeologici o paleontologici anche non emergenti che comunque costituiscano parte integrante del territorio e lo connotino come meritevole di tutela per la propria attitudine alla conservazione del contesto di giacenza del patrimonio archeologico».
Ecco quindi che si pongono in parallelo le zone di interesse archeologico e le aree archeologiche che includono uno o più siti archeologici. Nelle pieghe delle discussioni accademiche su che cosa sia oppure non sia un sito archeologico, altro grosso e connesso problema, si inseriscono i – che Dio li benedica – pareri dell’Ufficio Legislativo del Ministero dei Beni Culturali (documenti del 2011 n. 1 e n. 2), che mostrano esattamente come i due vincoli camminino in parallelo spesso intersecandosi e che ragionano però direttamente sulle “zone di interesse archeologico”. Non è necessario, si diceva, un vincolo archeologico per avere anche il vincolo paesaggistico su un’area, ma se in quell’area investita da indagine sussiste un bene archeologico questo non può essere soffocato nel suo contesto paesaggistico, che pertanto deve essere tutelato. Si intuisce inoltre che la considerazione di “zona di interesse archeologico” aiuta anche la progressiva individuazione, definizione, delimitazione e scoperta di un sito archeologico.
Ecco pertanto che ha senso la caterva di ricognizioni, di carte archeologiche, di sistemi GIS, di carte di vincoli, di etc etc etc che sono proliferate nel corso degli ultimi decenni, perché aiutano sia gli addetti ai lavori, sia i cittadini a battersi (anche per i propri interessi ma talvolta solo per quelli, che non sempre coincidono, come ad Orvieto, oppure a Veio).
Un esempio di sistema on line è quello della Regione Marche, ma sono veramente numerosi, si trovano facilmente. Tali sistemi sono molto utili per far rintracciare immediatamente anche un’area di notevole interesse pubblico che prenderemo in considerazione in seguito.
Con mia somma felicità, si confluisce ad un incrocio, dove divertono due strade parallele e talvolta incrociantesi: quella dell’archeologia preventiva da tempo in uso, quella della creazione dei parchi archeologici. Siccome sono masochista, allego un link al codice degli appalti, art. 25, ma il post è troppo lungo, per cui di archeologia preventiva si scriverà in seguito.
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