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Timestamp: 2020-07-02 22:23:47+00:00
Document Index: 143307981

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 53', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 48', 'art. 3', 'art. 53', 'art. 92', 'art. 44', 'art. 53', 'art. 53', 'art. 53', 'art. 9', 'art. 9']

Consiglio di Stato, Sez. V, 11 dicembre 2014, n. 6110 – funerali.org
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Consiglio di Stato, Sez. V, 11 dicembre 2014, n. 6110
funerali.org Pubblicato il 11/12/2014 da Laura 03/06/2017
sul ricorso numero di registro generale 1731 del 2014, proposto dalla signora Autiero Clementina, rappresentata e difesa dagli avvocati Francesco Senese, Egidio Lamberti e Andrea Orefice, con domicilio eletto presso il signor Massimiliano Marsili in Roma, viale dei Parioli, 44;
Il Comune di Napoli, rappresentato e difeso dagli avvocati Fabio Maria Ferrari, Anna Pulcini e Bruno Crimaldi, con domicilio eletto presso il signor Gian Marco Grez in Roma, corso Vittorio Emanuele II, n.18;
della sentenza del T.A.R. CAMPANIA – NAPOLI: SEZIONE VII n. 4031/2013, resa tra le parti, concernente la revoca decadenziale della concessione di suolo cimiteriale;
Relatore nell’udienza pubblica del giorno 8 luglio 2014 il Cons. Fulvio Rocco e uditi per le parti l’avvocato Orefice, in proprio e per delega dell’avvocato Lamberti, e l’avvocato Crimaldi;
1.1.L’attuale appellante ha impugnato innanzi al T.A.R. per la Campania il provvedimento con il quale è stata disposta nei suoi confronti la decadenza dalla concessione di suolo cimiteriale a suo tempo rilasciata a terzi nel Cimitero di Napoli – Barra, e ciò in dipendenza della circostanza che essa aveva acquistato per atto tra vivi tale sepoltura.
Il Dirigente del Servizio autonomo Servizi Cimiteriali di Napoli ha disposto la decadenza della predetta concessione cimiteriale e l’acquisizione del relativo manufatto al patrimonio del Comune, con la contestuale avvertenza che il manufatto medesimo doveva “essere reso libero da salme, resti mortali e arredi funebri entro 90 giorni dalla ricezione del provvedimento”.
Secondo il Comune la compravendita anzidetta violava l’art. 53 del Regolamento di Polizia Mortuaria approvato con deliberazione del Consiglio Comunale n. 11 dd. 21 febbraio 2006.
L’attuale appellante ha impugnato – per l’appunto – tale provvedimento innanzi al T.A.R. per la Campania, il quale peraltro ha respinto il ricorso con la sentenza indicata in epigrafe
1.2. Con il presente appello la parte soccombente in primo grado chiede pertanto la riforma di tale sentenza, deducendo al riguardo i seguenti motivi:
a) violazione e falsa applicazione degli artt. 3 e 97 Cost., violazione dell’art. 3 della L. 7 agosto 1990, n. 241, difetto di istruttoria, errore nei presupposti, sviamento di potere, illegittimità del regolamento di polizia mortuaria del Comune di Napoli.;
b) violazione e falsa applicazione degli artt. 3 e 97 Cost., violazione dell’art. 48 del Regolamento di polizia mortuaria del Comune di Napoli, violazione dell’art. 3 della L. 241 del 1990, eccesso di potere, mancanza dei presupposti essenziali;
c) violazione dell’art. 53 del Regolamento di polizia mortuaria;
d) violazione e falsa applicazione degli artt. 3 e 97 Cost., violazione degli artt. 3 e 21 –quinquies della L. 241 del 1990; eccesso di potere; difetto dei presupposti essenziali, violazione del principio del tempus regit actum;
e) abnormità della condanna al pagamento delle spese processuali.
1.3. Si è costituito in giudizio il Comune di Napoli, eccependo preliminarmente l’inammissibilità dell’appello e concludendo comunque per la sua reiezione.
2. Alla pubblica udienza dell’8n luglio 2014 la causa è stata trattenuta in decisione.
3.1. Tutto ciò premesso, l’appello in epigrafe va respinto per quanto qui appresso specificato,
potendo pertanto prescindersi dall’esame dell’eccezione di inammissibilità formulata dalla difesa dell’appellata amministrazione comunale.
3.2. Occorre premettere che, come del resto rilevato dai primi giudici, nella materia de qua questa Sezione (8 marzo 2010, n. 1330) ha avuto modo di rilevare che in coerenza con gli indirizzi consolidati del giudice ordinario lo “ius sepulchri”, ossia il diritto, spettante al titolare di concessione cimiteriale, ad essere tumulato nel sepolcro, garantisce al concessionario ampi poteri di godimento del bene e si atteggia come un diritto reale nei confronti dei terzi. Ciò significa che, nei rapporti interprivati, la protezione della situazione giuridica è piena, assumendo la fisionomia tipica dei diritti reali assoluti di godimento. Tuttavia, laddove tale facoltà concerna un manufatto costruito su terreno demaniale, lo ius sepulchri costituisce, nei confronti della pubblica amministrazione concedente, un “diritto affievolito” in senso stretto, soggiacendo ai poteri regolativi e conformativi di stampo pubblicistico. In questa prospettiva, infatti, dalla demanialità del bene discende l’’intrinseca “cedevolezza” del diritto, che trae origine da una concessione amministrativa su bene pubblico (Consiglio Stato, sez. V, 14 giugno 2000, n. 3313)”.
E’ stato quindi sottolineato che “…come accade per ogni altro tipo di concessione amministrativa di beni o utilità, la posizione giuridica soggettiva del privato titolare della concessione tende a recedere dinnanzi ai poteri dell’amministrazione in ordine ad una diversa conformazione del rapporto”, trattandosi “…di una posizione soggettiva che trova fonte, se non esclusiva, quanto meno prevalente nel provvedimento di concessione”, così che “…a fronte di successive determinazioni del concedente” sussistono posizioni di interesse legittimo.
E’ stata anche ritenuta non persuasiva la tesi “…secondo cui, una volta costituito il rapporto concessorio, questo non potrebbe essere più assoggettato alla normativa intervenuta successivamente, diretta a regolamentare le concrete modalità di esercizio dello ius sepulchri, anche con riferimento alla determinazione dall’ambito soggettivo di utilizzazione del bene”, non essendo “…pertinente…il richiamo al principio dell’articolo 11 delle preleggi, in materia di successione delle leggi nel tempo, dal momento che la nuova normativa comunale applicata dall’amministrazione non agisce, retroattivamente, su situazioni giuridiche già compiutamente definite e acquisite, intangibilmente, al patrimonio del titolare, ma detta regole destinate a disciplinare le future vicende dei rapporti concessori, ancorché già costituiti” (in termini anche Cons. St., sez. V, 27 agosto 2012, n. 4608).
4.1. Ciò posto, i singoli motivi di gravame, che per la loro stretta connessione possono anche essere esaminati congiuntamente, non possono essere accolti.
4.2. Non può essere accolto il primo ordine di motivi, che enuncia principi assolutamente contrari con i coerenti principi di diritto dianzi enunciati in ordine assimilabile alla dianzi ribadita assimilabilità dello ius sepulchri al diritto di superficie, il quale come detto innanzi – dà luogo a posizioni di interesse legittimo nei confronti degli atti della pubblica amministrazione nei casi in cui esigenze di pubblico interesse per la tutela dell’ordine e del buon governo del cimitero impongono o consigliano alla pubblica amministrazione il potere di esercitare la revoca della concessione, essendo nella specie manifestamente inapplicabile, a fronte della cessione contra legem del diritto affievolito di cui trattasi, l’art. 92 del D.P.R. 10 settembre 1990 n. 2895 che per le concessioni di durata eccedente i 99 anni la revoca delle stesse po’ avvenire dopo i 50 anni dalla sepoltura dell’ultima salma e si verifichi una grave insufficienza del cimitero rispetto al fabbisogno della comunità locale.
Nella specie, infatti, va disposta – semmai – la decadenza dalla concessione per l’inosservanza dei propri obblighi (cfr. sul punto, ad es., Cons. St. Sez. V, 2 agosto 2011 n. 842).
4.3. Né può essere accolta l’ulteriore censura secondo la quale il giudice di primo grado avrebbe di fatto individuato ipotesi decadenziali diverse da quelle espressamente previste dal Regolamento di polizia mortuaria di Napoli, non risultando la fattispecie in esame normata quale revoca ovvero quale decadenza (cfr. al riguardo gli artt. 44 e 48 del Regolamento di polizia mortuaria) ed essendo comunque il provvedimento impugnato in primo grado qualificato formalmente quale decadenza per inadempienza del concessionario, anche con riferimento all’abusiva costruzione del manufatto(art. 44, comma 9, del Regolamento comunale).
La realizzazione di tale fattispecie a contenuto sanzionatorio esclude, comunque, che la parte appellante possa ottenere a’ sensi della’at. 48 del Regolamento di fonte comunale l’assegnazione di altra area in sostituzione di quella da essa illecitamente acquisita,
4.4. Neppure può essere considerata la prospettazione dell’appellante secondo la quale l’art. 53 del Regolamento comunale non osterebbe alla cessione dei diritti superficiari costituiti su manufatti installati dal concessionario qualora i manufatti medesimi non siano mai entrati nella disponibilità del Comune: e ciò in quanto l’art. 53, comma 1, del Regolamento anzidetto dispone, in via del tutto generale, nel senso che “è vietata qualunque cessione diretta tra privati”.
4.5. Né può affermarsi che l’art. 53 predetto non sia applicabile alle concessioni rilasciate prima della sua entrata in vigore.
Al riguardo, si deve osservare che il principio di irretroattività postula di per sé l’inapplicabilità di una disposizione di legge ad un fatto avvenuto nel passato, prima della sua emanazione: fattispecie che tuttavia non si riscontra nel caso di specie in cui, per la natura di ‘provvedimento di durata’ riferibile alla concessione, è ben possibile che i relativi rapporti, nel loro concreto ed effettivo dipanarsi nel tempo, possano essere sottoposti anche ad una disciplina diversa da quella in vigore al momento della emanazione del provvedimento concessorio.
4.6. Da ultimo va rilevato che la condanna alle spese di giudizio comminata dal giudice di primo grado, in quanto espressiva della discrezionalità di cui dispone il giudice in ogni fase del processo, può essere modificata in appello solo se è modificata la decisione principale e non è sindacabile, salvo manifesta abnormità (così Cons. St., Sez. V, 29 ottobre 2013 n. 5222) nella specie in alcun modo rilevabile.
5. Le spese e gli onorari del presente grado di giudizio seguono la regola della soccombenza di lite, e sono liquidati nel dispositivo.
Va – altresì – dichiarata irripetibile la somma corrisposta dall’appellante nel presente grado dio giudizio a titolo di contributo unificato, a’ sensi dell’art. 9 e ss. del T.U. approvato con D.P.R. 30 maggio 2002 n. 115.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quinta), definitivamente pronunciando sull’appello n. 1731 del 2014, come in epigrafe proposto, lo respinge.
Condanna l’appellante al pagamento delle spese e degli onorari del presente grado di giudizio, complessivamente liquidati nella misura di € 5.000,00.- (cinquemila/00), oltre ad I.V.A. e C.P.A.
Dichiara – altresì – irripetibile il contributo la somma corrisposta a titolo di contributo unificato per il presente grado di giudizio, a’ sensi dell’art. 9 e ss. del T.U. approvato con D.P.R. 30 maggio 2002, n.115.