Source: http://invisibili.corriere.it/2014/01/29/lo-strano-calcolo-del-comune-di-chieti/
Timestamp: 2018-12-11 02:53:09+00:00
Document Index: 71032448

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 27', 'art. 3', 'art. 7']

Lo strano calcolo del Comune di Chieti | InVisibili
Simona Petaccia e, alla sua sinistra, l'avvocato Anna Guarini
Non vorrei passasse sotto silenzio quello che è successo ad una lavoratrice teatina, che solo dopo la recente sentenza del tribunale civile di Chieti sessione lavoro (causa n. 1556/2011 r.g.a.c. e sentenza del 15 gennaio 2014) ha visto riconosciuto il suo diritto all’assunzione presso il Comune della sua città.
Tutto è cominciato nel 2011, quando la dottoressa Simona Petaccia ha partecipato ad un concorso del Comune per l’assegnazione di 10 posti per istruttore amministrativo. Regolarmente iscritta e posizionata al 19º posto, secondo il Comune non avrebbe avuto diritto all’assunzione perché la porzione di personale da assumere nelle quote di riserva era satura, mentre per l’avvocato Anna Guarini, legale della Petaccia, non lo era affatto. Le parti, in una contesa durata anni, erano divise da questioni di metodo. Il Comune nel computo delle quote di riserva, cioè dei posti da riservare alle opportune categorie (persone con disabilità, orfani e coniugi di deceduti per cause di lavoro, profughi rimpatriati…), valutava tale percentuale a partire dalla totalità degli assunti, mentre l’avvocato pretendeva che andassero considerate solo le persone inquadrate nella categoria professionale per cui era stato bandito il concorso (categoria C-posizione economica C1). Riguardo alle assunzioni la legge di riferimento è la 68/99 e stabilisce, fra l’altro, che i datori di lavoro sono obbligati a riservare dei posti di lavoro in base al numero dei propri impiegati e che, in caso di bando, devono essere serbati fino al 50% dei posti in totale messi a concorso (articolo 7).
I due differenti metodi portavano nel primo caso alla conclusione che non ci fossero ulteriori posti da assegnare se non quelli che il Comune aveva già assegnato ad altri aventi diritto, mentre nel secondo risultavano tre posti liberi. Tre posti liberi, cioè, nella categoria per cui era stato bandito il concorso. Nel frattempo il Comune aveva esteso l’assunzione di personale, facendo passare il totale dei reclutamenti dai 10 iniziali a 16, e prorogato i contratti.
Fatti i debiti calcoli all’avvocato risultava che la sua assistita avrebbe dovuto essere stata assunta nei periodi in cui era prevista l’assunzione a tempo determinato e tale convincimento è stato avallato dal tribunale che, appunto, ha condannato il Comune di Chieti ad assumere la lavoratrice nel periodo dal 22/4/2011 al 21/4/2012 e dall’1/7/2013 al 31 dicembre 2013, oltre che per gli altri periodi in cui i contratti sono stati prorogati. In altre parole il giudice del lavoro Laura Ciarcia ha condannato l’amministrazione a pagare lo stipendio che Simona avrebbe percepito se fosse stata assunta come istruttore amministrativo, più i contributi previdenziali e assicurativi, nonché le spese processuali. La sentenza è esecutiva, quindi il Comune deve risarcire immediatamente la concittadina, tuttavia ha sei mesi di tempo per un eventuale ricorso.
Simona Petaccia, presidente della onlus Diritti diretti, non commenta, ma il suo comunicato è ampiamente esplicativo: «Non rilascio dichiarazioni, la sentenza si commenta da sola. Per me, comunque, uno stress psico-emotivo durato oltre due anni e ci vorrà tempo per superarlo».
A certuni potrebbe venire il dubbio che la posizione del Comune sia un escamotage per evitare l’assunzione di una persona con disabilità. Io preferisco concentrarmi su una certezza: a meno di smentite di ulteriori livelli di giudizio, qualcuno ha sbagliato a fare i conti. E che sia un ente pubblico, cioè qualcuno che manteniamo noi con le nostre tasse, ci costa e ci rappresenta, non mi sta per niente bene. I conti vanno saputi fare. C’è stata vessazione nei confronti delle persone con disabilità? Forse. Certamente per il tribunale c’è stato chi non ha applicato correttamente le regole del gioco e se è sgradevole quando lo fa chicchessia è irritante che lo faccia lo Stato.
30 gennaio 2014 | 22:29
‘Io direi che se mettiamo Simona in grado di lavorare come si deve, e come le leggi prevedono, lei può essere produttiva e questo deve essere concesso, nei limiti di proporzionalità disciplinati dal legislatore, anche a chi vive una condizione che la società contribuisce a rendere svantaggiata. ‘
Concordo pienamente,perchè anche io la penso così oltre a considerare le leggi e la Convenzione Onu.
Purtroppo nel nostro Paese si vanno le leggi e poco vanno osservate e talvolta applicate..
Oppure delle leggi si osserva e applica ciò che si vuole osservare e applicare. Non è così che si rispetta e tutela la persona,individuo e cittadino di una comunità. Maria Grazia
Antonio Giuseppe Malafarina 31 gennaio 2014 | 11:54
Grazie, assidua Maria Grazia! I tuoi commenti migliorano il nostro Paese.
30 gennaio 2014 | 11:04
Conosco personalmente Simona Petaccia, per averla, tra l’altro, avuta tra le mie collaboratrici molti anni fa, e posso testimoniarne le capacità e la dedizione. Posso altresì confermare, anche se non ha certo bisogno della mia testimonianza al riguardo, che non ci tiene affatto a “sfruttare” la sua condizione. Questa, però, la pone davvero in condizioni di diversità rispetto ai cosiddetti normodotati. Il suo 19° posto in graduatoria, per le difficoltà con cui convive, vale un 1°. E lo stesso può dirsi per molti altri disabili.
In altre parole, sono convinto che la sua disabilità abbia sicuramente favorito i 18 che l’hanno preceduta in graduatoria, anche se probabilmente non è stata la sola.
Su una cosa, però, invito sempre quanti si occupano del tema a insistere fino allo sfinimento: non riservare il proprio sdegno solo contro l’ipocrisia verso le disabilità, ma anche verso quello di quanti approfittano, in altro modo, delle disabilità altrui, a cominciare, per esempio, dagli “accompagnatori” che non rinunciano a servirsi del contrassegno anche quando sono soli, perché sono questi comportamenti a motivare lo scetticismo, se non l’ostilità, verso le ragioni dei disabili.
Antonio Giuseppe Malafarina 30 gennaio 2014 | 11:13
Vero, caro lettore. Chi sbaglia sbaglia e noi ci tiriamo indietro dal condannarlo.
29 gennaio 2014 | 20:25
Perdonatemi, ma la storia delle “categorie protette” fa esattamente il contrario degli interessi di tali “categorie”. La disabilità della signora non le impedisce di poter partecipare al concorso, al quale si è classificata in XIX posizione, con 10 posti disponibili: perché dovrebbe essere assunta? Non è stata la sua disabilità a metterle 18 persone davanti… Vorrei un vostro parere. Saluti
Antonio Giuseppe Malafarina 30 gennaio 2014 | 11:07
Gentile lettore, grazie per il commento che consente di approfondire l’argomento. Dunque, il diritto al lavoro per le persone disabili è garantito dalla convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità (art. 27), dalla 104/92 e, soprattutto, dalla 68/99, che all’articolo 1 recita: «La presente legge ha come finalità la promozione dell’inserimento e della integrazione lavorativa delle persone disabili nel mondo del lavoro attraverso servizi di sostegno e di collocamento mirato». Come ogni diritto, quello al lavoro non avvantaggia gli uni rispetto agli altri, ovvero serve a mettere tutti sullo stesso piano e le quote di riserva, previste all’art. 3 della summenzionata 68/99, rientrano nel campo delle assunzioni obbligatorie (stesso articolo), cioè in un piano che serve a prendere in considerazione lavoratori altrimenti emarginati. Le assunzioni obbligatorie e le relative quote di riserva, allora, servono ad obbligare i datori di lavoro ad assumere personale che altrimenti non prenderebbero in considerazione sull’errato presupposto di non essere sufficientemente produttivo. Le assunzioni obbligatorie, concludo, colmano un gap. La dottoressa Petaccia avrebbe dovuto essere stata assunta pur essendo arrivata 19ma perché i posti a concorso erano sì 10, ma 5 di questi erano implicitamente destinati alle quote di riserva (art. 7 della stessa 68/99) se quest’ultime non fossero già state sature (come l’avvocato ha dimostrato che non fossero). La Petaccia, quindi, doveva essere assunta come prima lavoratrice classificata fra i cinque destinatari dei posti che per legge il Comune garantiva nel bando avendo ancora posti riservati da colmare. Se 18 persone sono arrivate davanti a lei è legato al fatto che fosse disabile perché lei lo è, pertanto ogni sua azione è condizionata, nel bene e nel male, da questo stato, tuttavia la collettività è chiamata a colmare ogni fattore che contribuisce a creare la disabilità. Data questa concezione, che altri siano arrivati prima è ininfluente visto che c’erano dei posti liberi nella sua categoria, posti che la legge garantisce, come detto, per fornire a chi è idoneo possibilità di lavoro. 18 persone più brave di Simona? Io direi che se mettiamo Simona in grado di lavorare come si deve, e come le leggi prevedono, lei può essere produttiva e questo deve essere concesso, nei limiti di proporzionalità disciplinati dal legislatore, anche a chi vive una condizione che la società contribuisce a rendere svantaggiata. Questo il mio pensiero.
29 gennaio 2014 | 16:49
Siamo alle solite: fin che si tratta di bei proclami siamo tutti d’accordo però, al momento di rendere esecutivi i “bei proclami”… tocca sempre a qualche altro.
Parliamo dell’assunzione obbligatoria (nella percentuale dei dipendenti) di lavoratori portatori di disabilità.
Nelle intenzione del legislatore, quando impose per legge che, nel numero dei dipendenti, dovesse esserci una percentuale di portatori di disabilità, ci fu un’ovazione di consensi. Anche perché, sempre nelle intenzioni del legislatore, non è che in “tutti” i posti di lavoro potesse essere collocato una persona portatrice di disabilità, ma solo in quelle posizioni in cui la redditività del lavoro fosse la stessa. In altre parole la persona portatrice di disabilità doveva essere collocata in posti dove potesse svolgere proficuamente, alla pari degli altri, il proprio lavoro.
Però l’ostruzionismo strisciante nei confronti delle categorie (cosiddette) protette, a distanza di anni, continua: certi imprenditori privati preferiscono pagare delle penali piuttosto che assumere un lavoratore portatore di disabilità mentre certi Enti Pubblici, in certi casi, preferiscono fare “orecchio da mercante” oppure pensare “visto che devo pagare una persona meglio sia disponibile al 100%” senza pensare che, in certe posizioni di lavoro, oltre alle gambe ed alle braccia, conta anche un cervello.
Ultima considerazione, ma non meno importante, è la seguente: assumere un dipendente portatore di disabilità, in certe posizioni (dove ad esempio oltre al cervello occorre usare anche il cuore), può essere un “business” per tutti, a cominciare dal datore di lavoro.
Ma non tutti i datori di lavoro, purtroppo per loro, hanno il fiuto per capire certe cose…
Antonio Giuseppe Malafarina 29 gennaio 2014 | 16:57
Grazie, Germano! Soprattutto bello il pensiero sul “cuore” come qualità in più per fare business.
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