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Timestamp: 2018-12-10 15:50:40+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 74', 'Cass. Sez. ', 'art. 2', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1260', 'art. 144', 'art. 1374', 'art. 1261']

Cassazione penale , sez. III, sentenza 11.07.2013 n° 29735
La sezione III penale della Corte di Cassazione con la decisione n. 29735/2013 esamina un particolare aspetto connesso al risarcimento del danno non patrimoniale già dibattuto in giurisprudenza e non risolto in maniera univoca.
Si tratta in particolare della configurabilità della condanna al risarcimento del danno non patrimoniale in favore dei nonni della vittima di un incidente stradale, quando gli stessi non sono conviventi con il nipote deceduto.
Come è noto l’art. 74 del cod. proc. penale distingue il diritto al risarcimento “iure proprio”, che è il diritto del soggetto al quale il reato ha direttamente recato danno, dal diritto al risarcimento “iure successionis”, che spetta solo ai successori universali e che sorge quando si sia verificato un depauperamento del patrimonio della vittima in conseguenza dell’accadimento. Di conseguenza i successibili, che non siano, in concreto, anche eredi, non possono agire “iure successionis”, non escludendosi però, per i successibili che siano prossimi congiunti della vittima, la legittimazione ad agire “iure proprio” per il ristoro dei danni patrimoniali e, soprattutto, non patrimoniali sofferti.
In tale ottica, secondo un orientamento giurisprudenziale (Corte di Cass. Sez. IV n. 38809, 21.10.2005), è sicuramente ammissibile la legittimazione alla costituzione di parte civile dei nonni della vittima di omicidio colposo da incidente stradale, a prescindere dal requisito della convivenza, in quanto gli stessi possono ben collocarsi tra i soggetti cui il reato ha recato danno, sia esso patrimoniale o, soprattutto, non patrimoniale, ponendo l’accento sul ruolo assunto nel tempo dai nonni quali supplenti dei genitori, impegnati entrambi, nella maggioranza dei casi, in attività di lavoro, circostanza, questa, che li lega maggiormente nel passato ai nipoti, anche se ormai adulti. In altri termini secondo questa interpretazione fondamentale è il vincolo di sangue che risente, sul piano affettivo, della morte, ancorché colposa, del congiunto.
Di ben altro avviso è altra giurisprudenza della Corte di Cassazione che ha affermato che nell’ambito del danno non patrimoniale da perdita di congiunto, il rapporto reciproco tra nonni e nipoti, per essere giuridicamente qualificato e rilevante deve essere ancorato alla convivenza, escludendo che, in assenza di questo presupposto, possa provarsi in concreto l’esistenza di rapporti costanti e caratterizzati da affetto reciproco e solidarietà con il familiare defunto (Sez. III civ. n. 4253, 16 marzo 2012, che riprende Sez. III civ. n. 6938, 23 giugno 1993).
La convivenza viene, quindi, individuata come connotato minimo attraverso cui si esteriorizza l’intimità dei rapporti parentali, anche allargati, caratterizzati da reciproci vincoli affettivi, di pratica della solidarietà, di sostegno economico”, specificando che “solo in tal modo il rapporto tra danneggiato primario e secondario assume rilevanza giuridica ai fini della lesione del rapporto parentale, venendo in rilievo la comunità familiare come luogo in cui, attraverso la quotidianità della vita, si esplica la personalità di ciascuno (art. 2 Cost.).
Nel caso di specie la Suprema Corte esaminando le contrapposte ragioni dei diversi orientamenti giurisprudenziali giunge alla conclusione che non possa ritenersi determinante il requisito della convivenza, poiché attribuire a tale situazione un rilievo decisivo porrebbe ingiustamente in secondo piano l’importanza di un legame affettivo e parentale la cui solidità e permanenza non possono ritenersi minori in presenza di circostanze diverse, che comunque consentano una concreta effettività del naturale vincolo nonno-nipote: ad esempio, una frequentazione agevole e regolare per prossimità della residenza o anche la sussistenza – del tutto conforme all’attuale società improntata alla continua telecomunicazione – di molteplici contatti telefonici o telematici (oggi ormai estremamente agevoli).
A ben guardare, anzi, è proprio la caratteristica suddetta di intenso livello di comunicazione in tempo reale che rende del tutto superflua la compresenza fisica nello stesso luogo per coltivare e consentire un reale rapporto parentale e ciò vale tanto per i nonni verso i nipoti quanto per i genitori verso figli che lavorano o studiano in altra città o addirittura all’estero.
Cassazione civile , sez. III, sentenza 19.06.2013 n° 15302
Perché il proprietario o il gestore di un’autostrada sia esente da ogni responsabilità non basta che abbia realizzato l’opera conformemente alle leggi, poiché eventuali situazioni di pericolo per l’utilizzatore potrebbero far insorgere una responsabilità accertabile sulla base di parametri indicati dalla giurisprudenza di legittimità.
E’ quanto ha stabilito la Corte di Cassazione nella sentenza 19 giugno 2013, n. 15302 avente ad oggetto il caso di una donna che, nello scavalcare il guard-rail, è caduta nel vuoto riportando lesioni gravissime che l’hanno resa invalida al 100%. La domanda di risarcimento danni proposta contro Autostrade s.p.a. è stata rigettata sia in primo che in secondo grado; lo stato dei luoghi è stato ritenuto conforme alla legge e i giudici di merito hanno addebitato la colpa esclusiva alla danneggiata, la cui “gravissima imprudenza” avrebbe interrotto il nesso causale.
La Suprema Corte ha dichiarato che l’imprudenza non è consistita nell’attraversare a piedi la corsia dell’autostrada, ma nell’aver scavalcato la barriera laterale, “comportamento quest’ultimo, che, di per sé solo e per quanto è normalmente prevedibile ex ante, può considerarsi non particolarmente pericoloso da chi ritenga di poter usufruire dello spazio intermedio fra il guard-rail superato e quello protettivo dell’opposta corsia”.
Gli Ermellini lamentano che la Corte d’appello non si sia accertata della presenza di segnalazioni nel viadotto, o comunque se fosse percepile la presenza del vuoto ad un automobilista attento, considerando anche l’ora notturna e la mancanza di illuminazione.
La motivazione relativa alla valenza assorbente ed esclusiva assegnata al comportamento dell’infortunata è stata ritenuta insufficiente, se non del tutto mancante, e Autostrade s.p.a. è stata dichiarata colpevole per non avere adottato le misure idonee ad impedire modalità di utilizzazione del bene particolarmente rischiose, essendo necessario adottare anche delle misure volte ad impedire comportamenti inconsulti. In un caso analogo in cui un automobilista oltrepassando il guardrail era caduto nel vuoto, la società Autostrade era stata ritenuta responsabile per non aver predisposto una barriera protettiva od altra efficace segnalazione. (Cass. Civ. Sez. 3, 7 dicembre 2005, n. 26997).
A tal proposito la Suprema Corte ha fornito dei parametri per individuare le misure esigibili necessarie per prevenire situazioni di pericolo derivanti da comportamenti avventati: il grado di prevedibilità dei comportamenti temerari o pericolosi, la loro frequenza e la maggiore o minore facilità di compierli, la natura e la praticabilità delle misure di prevenzione e l’entità degli oneri.
La condotta di un utente che in autostrada si trovi a dover oltrepassare il guardrail può verificarsi frequentemente per una serie svariata di motivi, come potrebbe avvenire nel caso della sosta obbligata per un incidente, ed è quindi da escludersi che possa essere qualificata come un’imprudenza grave a tal punto da interrompere il nesso causale.
Il ricorso infondato è stato dichiarato fondato per omessa e insufficiente motivazione circa l’interruzione del nesso causale e l’esclusione di ogni concorso di colpa.
La Corte di Cassazione ha condiviso il rilievo della ricorrente affermando che: “la conformità dell’opera alle leggi ed alla tecnica costruttiva non vale ad escludere ogni responsabilità del proprietario o del gestore qualora, nonostante una tale conformità, l’opera presenti insidie o pericoli per l’utilizzatore”.
Sinistro con veicolo non identificato: risarcimento limitato ai danni personali
Cassazione civile , sez. III, sentenza 27.08.2013 n° 19591
In caso di sinistro cagionato da veicolo non identificato, la responsabilità del Fondo di garanzia delle vittime della strada, attraverso l’impresa a ciò designata, è limitata ai danni alla persona, non potendo essere in alcun modo riconosciuto il risarcimento del danno alla vettura.
Cassazione civile , sez. III, sentenza 03.10.2013 n° 22601
La terza sezione civile della Corte di cassazione interviene, con la sentenza in commento, a dipanare ogni dubbio in merito alla cedibilità del credito per risarcimento del danno non patrimoniale derivato da sinistro stradale affermando l’applicabilità della disciplina civilistica della cessione del credito ex art. 1260 e s. c.c.
A queste conclusioni gli ermellini pervengono attraverso un argomentale che, ripercorrendo le più significative pronunce in materia cedibilità del credito per il risarcimento del danno patrimoniale avente medesima fonte, affronta le eccezioni espresse a sostegno della tesi tendente a negare l’applicabilità di detta disciplina.
In primo luogo si ricorda che la cessione si perfeziona con l’accordo tra cedente e cessionario, mentre l’adesione del ceduto a seguito di notifica o accettazione, ha efficacia meramente ricognitiva del negozio di cessione in sé già perfetto ed è funzionale a parametrare la buona fede del ceduto in caso di pagamento effettuato a mani del cedente in periodo successivo alla cessione stessa.
Si ricorda, inoltre, che la cessione del credito ha ad oggetto il credito medesimo ed i suoi accessori, ossia privilegi, garanzie personali e reali, ma anche i poteri connessi al contenuto e all’esercizio del diritto, ossia la legittimazione attiva nei confronti del responsabile civile e della sua compagnia di assicurazione: tale legittimazione avrebbe fonte non già nell’art. 144 Cod. Ass. – evidentemente non applicabile – ma sarebbe corollario naturale del contratto di cessione ex art. 1374 c.c.
La cedibilità del credito in parola (risarcimento del danno patrimoniale) non trova limitazione:
né nella natura “strettamente personale del credito” essendo il credito ceduto privo di tale natura, non sussistendo l’interesse del debitore a soddisfare pretese vantate da un soggetto diverso da quello inizialmente accettato come creditore (come avviene, ad esempio, nel caso di credito alimentare);
né nel disposto dell’art. 1261 c.c. che non contempla questa ipotesi tra quelle in relazione a cui opera di divieto di cedibilità.
Tutto ciò premesso, la Corte ritiene che tali principi siano applicabili anche al credito per il risarcimento del danno non patrimoniale.
Il motivo è molto semplice: poiché tale diritto può circolare mortis causa (nel senso che è trasmissibile agli eredi dell’eventuale titolare defunto iure hereditatis) allo stesso modo deve poter circolare per effetto di atti inter vivos.
Viene precisato inoltre che, neanche in questo caso si tratterebbe di credito strettamente personale perché la natura del danno è cosa ben diversa dalla natura del diritto: se è vero, infatti, che l’interesse personale leso (salute) ha natura strettamente personale, lo stesso non può dirsi con riguardo al credito relativo alla lesione di detto bene, perché la transazione ( da intendersi quale negozio traslativo di cessione) sul risarcimento del danno subito determina la trasformazione del diritto personale alla integrità fisica in un diritto patrimoniale sulla somma.
Il che è come dire che la cedibilità del credito per risarcimento del danno patrimoniale alla salute si applica anche al danno non patrimoniale perché, a seguito della transazione sul risarcimento (ovvero l’individuazione della somma da corrispondere a titolo di ristoro) il danno non patrimoniale perde la sua connotazione originaria e si trasforma in danno patrimoniale.
Ne dovremmo ricavare che, dunque, il problema della cedibilità del credito per risarcimento del danno non patrimoniale non si pone, essendo le due specie di danno ridotte ad una sola, quella patrimoniale: il che riduce fortemente la portata innovativa della pronuncia.
Altra criticità che si può evidenziare è legata al fatto che -pare- mentre la valutazione della cedibilità del credito per risarcimento del danno non patrimoniale viene fatta ex post, (cioè a seguito degli effetti che la cessione ha prodotto sulla natura del credito) quella sulla cedibilità del credito per danno patrimoniale venga eseguita ex ante, con evidente effetto discriminatorio tra le due ipotesi.
“DANNO ESISTENZIALE E MORALE: I DUE VERI VOLTI DELLA SOFFERENZA”
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DANNO MORALE, BIOLOGICO ED ESISTENZIALE: TUTTI RISARCIBILI
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