Source: http://natafemmina.blogspot.com/2008/01/
Timestamp: 2018-05-26 21:51:55+00:00
Document Index: 84321162

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art.577', 'art. 29', 'art. 29', 'art. 2', 'art. 147', 'art. 29', 'art. 9', 'art. 29', 'art 15', 'sentenza ']

Nata Femmina: gennaio 2008
Non mi interesso di lunghezza o asprezza delle pene – che ritengo non servano (la questione è molto più complessa e ne parleremo, un po' ne abbiamo già parlato)- ma mi piace capire che valore viene attribuito alle persone sul piano morale e quindi legislativo.
Volente o nolente: la discussione che determina l'approvazione di una legge ha un impatto dal punto di vista culturale che rispetto alle questioni di genere in tanti anni è stata davvero fondamentale. La difficoltà di acquisire diritti - che ci vengono riconosciuti solo attraverso l'applicazione di leggi esistenti - anche sulla carta è una cosa con la quale ci scontriamo molto spesso.
Ricordo, giusto per fare riferimento alla nostra storia recente, le battaglie sulla legge per la Procreazione Medicalmente Assistita, la legge 194 su consultori e aborto perennemente rimessa in discussione, la proposta (quasi utopica) di legge sulle Unioni di Fatto (Pacs o Di.Co). Per ciascuna di queste leggi è stato ed è importante combattere contro moralismi di ogni genere che allontanano sempre di più la discussione dal piano dei diritti per reinserirla sul piano dei pregiudizi o delle ideologie tout court. Perciò, appunto, vi racconto questa storia che non sembra ancora essersi conclusa...
Torniamo al reato di stupro. Nella legge così com’era si trovava la distinzione tra violenza carnale e atti di libidine. Spesso molti processi si risolvevano in una ricerca minuziosa del livello di verginità anatomica violata. Questo perché – cosa infida e certamente non comprensibile per noi, adesso - si faceva una distinzione tra “congiunzione corporale” e “atti di libidine”. Ed era la Cassazione che con sentenze strabilianti definiva al centimetro di quanto doveva essere profonda la penetrazione perché fosse riconosciuto il reato di violenza carnale. Se il pene penetrava anche solo un tot sufficiente a consentirgli di riversare lo sperma dentro la vagina allora era considerato un “rapporto completo”. Se invece non c’era versamento spermatico o penetrazione ma “solo” un semplice contatto, anche intimo, offensivo, umiliante, molesto tanto da determinare nel molestatore un piacere equivalente al coito, non veniva considerato “congiunzione”. Se non c’era congiunzione non veniva riconosciuto il reato o cambiava l’entità della pena. Tutto ciò ovviamente senza parlare dell’effetto che un processo di quel tipo poteva avere sulle ragazze stuprate.
L’assurdità del matrimonio riparatore fu rivelata per la prima volta nel 1965 dal coraggioso gesto di una ragazza siciliana (alla quale almeno io – ma, credo, non solo - devo una infinita gratitudine), Franca Viola. Rapita ad Alcamo, in provincia di Trapani, Franca, 18 anni, rifiutò le nozze riparatrici e denunciò il suo rapitore, Filippo Melodia, in odor di mafia, e i suoi complici. Il caso sconvolse l’opinione pubblica e in particolare quella siciliana: non si era mai vista una “disonorata” sottrarsi al “matrimonio riparatore” violando una consuetudine che dava per scontata la sottomissione delle donne a questo tipo di violenza. Malgrado le intimidazioni e le difficoltà opposte dall’ambiente sociale, Franca Viola non tornò indietro: il processo contro Filippo Melodia e i suoi dodici complici si concluse nel dicembre 1966 con una condanna ad undici anni per lui, cinque assoluzioni e pene minori per gli altri. (Filippo Melodia finì male: scontata la pena. È stato ucciso nel 1978 in un paesino in provincia di Modena probabilmente per una vendetta di mafia).
Accanto alla violenza sessuale esiste un altro tipo di violenza meno clamorosa che viene perpetrata soprattutto ai danni di minori e donne. Per il codice penale si tratta di “abuso di correzione o di disciplina” e “maltrattamenti in famiglia..". La questione dell’abuso di correzione dipendeva dal fatto che nel codice civile, parte del diritto di famiglia, fino al 1975 il capofamiglia era uno solo (l’uomo) e aveva potere di picchiare – per fini correttivi e di disciplina - chiunque si trovasse ad abitare presso il suo domicilio (nonnina e cane incluso). Il codice civile fu in effetti, anch’esso, elaborato e promulgato in epoca fascista ed era in contrasto con la costituzione che invece sancisce la parità giuridica e morale dei coniugi.
Nel 1975 (quando fu messo in discussione il reato di adulterio e la giustificazione giuridica del delitto d'onore per gli uomini che dicevano di essere stati traditi: cioè gli uomini ammazzavano le donne e i tribunali li assolvevano o neppure li processavano perchè ritenuti in stato di legittima difesa. Avevano il diritto di ammazzare per difendere il proprio onore. Come ai tempi dei duelli...) fu introdotto il nuovo diritto di famiglia ma tuttavia rimasero in vita gli articoli del codice penale che supportavano quelli cambiati del codice civile. Cioè continuarono ad esistere (e io pensavo fossero stati abrogati o corretti ma dalle risorse consultate pare di no) quei chiari riferimenti agli abusi dei mezzi di correzione e di disciplina legittimando di fatto l’uso degli stessi. La pena stabilita (non perché mi interesso di lunghezza o asprezza delle pene – che ritengo non servano - ma giusto per capire che valore viene attribuito alle persone sul piano morale e quindi legislativo) si misura in anni solo in caso di morte del parente “corretto e disciplinato”.
In caso invece di una lesione dalla quale può derivare anche una malattia del corpo, la pena oscilla tra i sei mesi e l’anno (circa). Cioè: la non chiarezza degli articoli del codice penale di fatto consentono moralmente l’uso di violenza domestica consumata sulle donne a difesa dei valori della famiglia. Anche in questo caso si fa esplicito riferimento alla querela da parte della persona offesa: cioè è la donna picchiata e obbligata a restare nello stesso posto in cui vive il marito a doverlo denunciare – esponendosi a ogni forma di ritorsione – perché sia perseguito. Solo dopo il marzo 2001 con una legge si è fatto esplicito riferimento all'allontanamento da casa del parente dal quale si temono gravi violenze fisiche. Forse le donne però non sempre fanno in tempo a chiedere al giudice l'allontanamento del marito. In genere muoiono prima.
Per il resto sappiamo dell’esistenza delle case per le donne maltrattate che in genere agiscono su convenzione e finanziamenti non derivanti da una norma precisa in quella direzione. La loro condizione di dipendenza economica (senza una regola fissa, quindi a discrezione delle amministrazioni che via via si succedono) è tale da determinare situazioni pessime: la Casa delle Donne Maltrattate di Milano è cotretta nel 2007 a limitare i suoi servizi perchè nessun finanziamento è previsto in quella direzione. Al momento si guarda con grande interesse alla soluzione legislativa trovata dal governo Zapatero in Spagna perché è riuscito a trovare un po’ di soldi in bilancio (pare) per istituire strutture che rispondono unicamente a quel bisogno: tribunali, polizie, assistenza. Non so se hanno finanziato anche corsi di autodifesa, magari servirebbero a evitare alle donne di morire ammazzate prima di potere godere della magnifica efficienza delle nuove istituzioni spagnole. In Italia è in esame un disegno di legge (una proposta di legge non discussa ne' approvata) che tenta di regolamentare tutta la questione a partire da una maggiore attenzione per avviare campagne di sensibilizzazione. Nello stesso disegno di legge, che interverrebbe sul codice civile e penale, resta comunque prevista la querela di parte (e non la procedibilità d'ufficio) per il reato derivante dai maltrattamenti. Cioè: a fare la denuncia deve essere sempre la persona maltrattata.
Febbraio 2007. La cassazione non riconosce nessuna aggravante per chi alza le mani sulla propria compagna, perchè "soltanto" convivente ovvero non legato ad essa da vincolo di matrimonio. Così è stata annullata la condanna a due mesi di
reclusione, rideterminandola in mille euro di multa, inflitta a un uomo dalla Corte d'appello di Potenza per lesioni personali lievi ai danni della convivente. Per la Suprema Corte (quinta sezione penale, sentenza n.8121), "il mero rapporto di convivenza more uxorio non e' idoneo ad integrare l'aggravante" prevista all'articolo 577, comma 2, del codice penale, che contempla reati commessi contro il coniuge, ma non tocca la questione delle coppie di fatto.
"Questa Corte - si legge nella sentenza - ha da tempo puntualizzato che la questione di legittimita' costituzionale dell'art.577, comma 2, cp, nella parte in cui prevede come aggravante la commissione del fatto contro il coniuge, sollevata sotto il profilo della disparita' di trattamento rispetto all'ex coniuge e al convivente more uxorio, e' manifestamente infondata in quanto il diverso trattamento normativo nei confronti del coniuge non e' irrazionale, tenuto conto della sussistenza del rapporto di coniugio e del carattere di tendenziale stabilita' e riconoscibilita' del vincolo coniugale". La stessa Corte costituzionale, osservano ancora gli 'ermellini', ha messo in rilievo non soltanto esigenze di tutela delle relazioni affettive individuali, ma anche quella della protezione dell'istituzione familiare, basata sulla stabilita' dei rapporti, di fronte alla quale soltanto si giustifica l'affievolimento della tutela del singolo componente".
3 Comments on "I soliti sospetti: storia della legge sullo stupro. Quando c'erano i capi famiglia e lo Ius Corrigendi" »
La Pina said: leggi questo
24/02/2007, at 02:46 [ Replica ]
Porcari: "Lo scontro ideologico fa solo il gioco di Formigoni". Mulhbauer: "No, votarlo è stato un grave errore"
Vogliono vederci chiaro sulla sepoltura dei feti, le donne del movimento "Usciamo dal silenzio" nato in difesa della legge 194. Si riuniranno domani sera alle 21 in assemblea alla Camera del lavoro, dopo il discusso nuovo regolamento regionale che destina a sepoltura gli embrioni entro la 20ma settimana «prodotti del concepimento», mentre prima venivano smaltiti come «rifiuti solidi speciali». Quel testo stabilisce che si debba scegliere, su richiesta dell´Asl, al momento dell´interruzione di gravidanza se provvedere personalmente al funerale o se dare il via alla tumulazione in fossa comune. Norme che se da una parte fanno cantare vittoria al governatore Roberto Formigoni («finalmente riconosciuta la dignità del feto») dall´altra scatenano i dubbi delle femministe, che leggono nel provvedimento l´ennesimo attacco al diritto d´aborto e l´evocazione del tema simbolico della sepoltura per colpevolizzare le donne che rinunciano alla gravidanza.
Ne parleranno, le donne di Usciamo dal silenzio, così come affronteranno la questione dei Dico, la legge sulle coppie di fatto. Sui feti, la polemica è scoppiata anche all´interno della sinistra che quella legge l´aveva votata senza dissensi nell´aula del consiglio regionale. Domani alla Camera del lavoro andrà anche Carlo Porcari, responsabile del welfare dei Ds, che cercherà di spiegare perché il suo gruppo rivendica la decisione di votare quel regolamento: «Quelle delle femministe mi sembrano preoccupazioni ingiustificate. Dal 2005 era già prevista la scelta del tipo di smaltimento dopo l´aborto e non risulta che questo abbia creato problemi a nessuno. Questo scontro ideologico fa solo il gioco di Formigoni che mira solo a svuotare la legge 194». Di parere opposto i consiglieri di Rifondazione, fra i quali Luciano Mulhbauer che annuncia battaglia: «Abbiamo votato per errore questo regolamento e faremo di tutto perché venga cambiato». Di questa posizione si complimenta Susanna Camusso, sindacalista, una delle leader del movimento "Usciamo dal silenzio": «La colpevolizzazione e l´intimidazione che questo regolamento porta in sé è un´offesa profonda per tutte noi. Nel nostro Paese c´è una pericolosa deriva che la politica sta prendendo sulle libertà individuali, la laicità dello stato e la dignità della donna».
Una posizione intermedia fra le varie anime del dibattito la prende Alessandra Kustermann, storica ginecologa abortista della clinica Mangiagalli: «È un gran polverone per niente. Questo regolamento chiamando l´embrione "prodotto del concepimento" invece che "rifiuto solido" dice una cosa condivisibile credo per la gran maggioranza delle donne che scelgono di abortire. Seppellire questo prodotto, come si fa già per legge con gli arti e le parti del corpo riconoscibili, mi sembra un buon aiuto per quelle che, e sono tantissime, vivono l´aborto come un lutto da elaborare». Anche la Kustermann domani sera sarà all´assemblea in Camera del lavoro: «Spiegherò che di questo tema, in ospedale, saranno i medici non obiettori a parlare con le donne, medici che non hanno nessun interesse a colpevolizzare chi chiede l´applicazione della 194. Sarà solo una clausola fra i tanti consensi informati che si chiedono prima dell´intervento».
FikaSicula said:
24/02/2007, at 08:04 [ Replica ]
Grazie La Pina per l'articolo...
ora da una parte e dall'altra cercano di itirarsi forse fuori dall'impaccio o rivendicandosi il voto dato o dicendo magari più sinceramente che si erano sbagliate. di fatto tutto ciò è molto triste :|
rispetto all'opinione della ginecologa penso che non abbia chiaro il valore simbolico di una cosa di questo genere. potevano definirlo smaltimento di rifiuti solidi derivanti da operazioni chirurgiche ma la distinzione c'e' stata e chi l'ha proposta immagino non si sia posto solo un problema di terminologie ed esattezza descrittiva.
Buono che le donne di usciamo dal silenzio facciano casino. e' una cosa importante sul piano culturale perchè altrimenti negli ospedali dove già ci marciano a sufficienza per far semtire le donne delle assassine poi faranno a gara per portare il fogliolino che autorizza o sceglie i metodi di sepoltura a chi ha voluto interrompere la propria gravidanza.
Se c'e' qualche iniziativa di cui sai/sapete dite che la inseriamo sul blog
FikaSicula said: Da Liberazione sull'articolo 29
28/09/2007, at 01:18 [ Replica ]
L'articolo 29 attraverso
L'art. 29 della Costituzione viene spesso invocato a sostegno di una lettura arretrata della Carta costituzionale in materia di relazioni personali. In particolare, si parla dell'art. 29 come se esso legittimasse l'unicità del modello familiare. E' opportuno richiamarne innanzittutto il contenuto: «La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio». Si tratta naturalmente di una norma di compromesso, il cui senso attuale va tuttavia individuato alla luce di una interpretazione evolutiva della carta costituzionale.
Negli anni 70 la legge sul divorzio, la riforma del diritto di famiglia e la legge sull'aborto mutarono completamente lo scenario dell'ordinamento giuridico in materia familiare. Storicamente il matrimonio indissolubile fu il paradigma fondante del patriarcato in quanto unica forma storica delle relazioni eterosessuali. La famiglia si fondava sull'autorità assoluta del marito-padre, che poteva imporre la sua volontà alla moglie e ai figli e prendere le decisioni più importanti compreso il domicilio familiare. A questa posizione di potere facevano riscontro la trasmissione patrilineare del cognome e la presunzione di paternità, che rendeva possibile la certezza nella trasmissione della ricchezza familiare. L'indispensabile premessa di questo sistema era il possesso del corpo femminile, che assicurava la certezza della filiazione paterna, con il corollario della punizione dell'aborto e dell'adulterio della donna (non dell'uomo), e la non punizione del delitto d'onore. A richiamarlo oggi, questo quadro normativo fa orrore, ma si tratta del diritto in vigore fino a trenta anni fa.
Con le riforme degli anni 70 il paradigma cambia significativamente. Il principio di parità tra i coniugi scardina l'autocrazia maritale-paterna. Erano state già cancellate dalla Corte costituzionale le odiose norme penali contrarie al principio di uguaglianza. L'equiparazione dei figli legittimi e di quelli nati fuori del matrimonio apre la strada al riconoscimento della pluralità delle forme familiari, sia pure sotto il profilo - essenziale ma non esaustivo - dei diritti dei minori. In materia di procreazione, attraverso la giurisprudenza della Corte costituzionale prima, poi con la legge sull'aborto e la vittoria al referendum, sia pure con una formulazione di compromesso viene riconosciuto il principio di autodeterminazione delle donne. Il diritto di famiglia del 1975 opera un altro decisivo passaggio culturale e giuridico: nel vecchio ordinamento il valore essenziale del matrimonio risiedeva nel vincolo formale, fonte di certezza nello sviluppo e nella riproduzione dei rapporti familiari. Nel sistema del nuovo diritto di famiglia il valore del matrimonio non sta più nell'aspetto formale ma nello svolgimento delle relazioni familiari, che non sono più fondate sulla supremazia del capo della famiglia ma sull'interazione continua di tutti i suoi membri, di cui la legge riconosce e garantisce i diritti. Già la Costituzione all'art. 2 riconosce i diritti inviolabili dell'individuo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali in cui si svolge la sua personalità, compresa la famiglia. Il diritto di famiglia del 75 sviluppa questa indicazione non solo con riferimento ai diritti delle donne ma anche con riferimento ai diritti dei minori. Infatti l'art. 147 del codice civile impone ai coniugi l'obbligo di educare i figli tenendo conto delle loro capacità, inclinazioni e aspirazioni.
Dunque a un'idea di famiglia gerarchica e statica si sostituisce la pratica - già largamente viva nella realtà sociale - delle famiglie come realtà complesse e dinamiche, fondate su relazioni vere, complicate, plurali. Questo nuovo modello di matrimonio apre la strada al riconoscimento di forme diverse di organizzazione delle relazioni, anche se ancora non le legittima. Proprio perché fondato sulla garanzia delle libertà e dei diritti individuali, il matrimonio non può più proporsi come modello unico. Questo è il nuovo orizzonte di senso alla luce del quale anche l'art. 29 della Costituzione va necessariamente riletto. In questa fase storica il matrimonio resterà una delle forme principali delle relazioni personali, e lo Stato continuerà a riconoscerne il valore. Tuttavia il fulcro dell'ordinamento giuridico si è già spostato verso le libertà e i diritti individuali, che comprendono anche il diritto di regolare la propria sfera personale in piena autonomia, e in armonia con la propria personalità. L'assunzione piena di questo orizzonte di senso e la sua traduzione in norme giuridiche coerenti: questo è il passaggio ulteriore da affrontare oggi.
Una pesante ondata reazionaria in atto già da diversi anni vorrebbe riportare la discussione all'anno zero. Ma basta guardare al panorama europeo per rendersi conto di quanto la pretesa di esclusiva legittimazione del modello familiare fondato sul matrimonio sia anacronistica, ingiusta, e contraria ai diritti umani. La Carta europea dei diritti fondamentali dell'Ue adottata a Nizza nel 2000 prevede all'art. 9 il diritto di sposarsi e il diritto di fondare una famiglia. L'espressione, che separa nettamente i due diritti, comporta il riconoscimento della legittimità di forme diverse di famiglia. Inoltre l'eliminazione del riferimento a uomini e donne implica la possibilità di riconoscimento del matrimonio omosessuale. Occorre ricordare che, non essendo stata adottata la Costituzione europea, la Carta non è vincolante nel senso tradizionale del termine. Tuttavia nel caso Goodwin c. Uk del 2002 la Corte europea dei diritti umani ha richiamato la Carta Ue per avvalorare un'interpretazione evolutiva del corrispondente articolo 12 della Convenzione europea dei diritti umani in un caso di matrimonio di una transessuale, sottolineando proprio l'importanza della eliminazione del riferimento a uomini e donne nella Carta e richiamando i grandi cambiamenti intervenuti in materia di matrimonio nella società e nel diritto.
L'art. 29 della Costituzione, pur nella sua formulazione ormai datata, non è mai stato di ostacolo, e certo non lo è tuttora, a una interpretazione evolutiva del diritto di famiglia e al suo adattamento alla mutata realtà sociale. Chi sostiene il contrario vorrebbe trasformare la Costituzione italiana da quello strumento dinamico e aperto al cambiamento che le/i costituenti vollero per il nostro Paese, in una gabbia giuridica, strumento cieco della conservazione. Ora, l'adattamento del diritto alla molteplice realtà delle relazioni personali e familiari è oggi una necessità assoluta e non più rinviabile. L'Italia è uno dei pochissimi Paesi europei a non avere alcuna forma di riconoscimento dei diritti di chi vive in una convivenza omosessuale o eterosessuale.
Un dibattito simile a quello italiano si sta svolgendo in Austria sotto il nuovo cancellierato socialdemocratico, non a caso dopo molti anni di governi conservatori. Non è questa la sede per entrare nel merito dei possibili modelli di regolazione delle convivenze. Ma prima di tutto, se è vero che lo sviluppo della legislazione va nel senso della centralità dei diritti individuali, il vuoto di regolazione sui diritti dei conviventi non è più accettabile. L'insistenza sui diritti individuali non implica l'affermazione di un individualismo gretto e atomistico. Il pensiero e la pratica del femminismo offrono gli strumenti culturali per pensare a un riconoscimento dei diritti e delle libertà che sia non la negazione ma semmai la premessa di relazioni ricche, fondate sulla libertà, sulla responsabilità, sul desiderio, sul prendersi cura, in modo coerente con il proprio approccio alla vita, con il proprio orientamento e la propria identità sessuale, con il proprio modo di amare.
scritto da Serbilla alle 19:22
Etichette: storia dello stupro, stupro
Firenze, 23 Gennaio 2008. Intervento dell'on Donatella Poretti parlamentare radicale della Rosa nel Pugno, segretaria della Commissione Affari Sociali.
E' stata depositata oggi a mia prima firma e sottoscritta da altri deputati della Rosa nel Pugno (1), una mozione per la procreazione cosciente e responsabile come risposta all'assurda campagna per la moratoria sull'aborto portata avanti in queste ultime settimane.
Secondo l'ultima relazione annuale (dati 2006) del ministero della Salute sull’attuazione della legge 194 si e' avuto un calo del 2,1% delle interruzioni volontarie di gravidanza rispetto al 2005 e un decremento del 44,6% rispetto al 1982, anno in cui se ne e' registrato il più alto ricorso. Negli ultimi dieci anni e' invece triplicato il numero degli interventi effettuati da donne con cittadinanza estera, con una crescita del 66%.
Proprio ieri l'Aduc (associazione per i diritti degli utenti e consumatori) relativamente alla notizia di un giro di prostituzione a Bari, in cui un gruppo di nigeriane faceva in modo di rimanere incinte per poi chiedere fino a 800 euro per abortire, ha ricordato come sia necessario un intervento sulla legge 194, sia nella sua fase di prevenzione che esecutiva (2). Sono, infatti, queste situazioni, insieme a quelle che coinvolgono soprattutto gli adolescenti, che dovrebbero indurre a promuovere e rafforzare le iniziative di informazione sulla contraccezione in consultori, scuole, famiglie e luoghi ove e' più facile reperire la popolazione piu' a rischio.
Ma cosi' non e', anzi sono sempre maggiori i bastoni tra le ruote a chi voglia ricorrere alla igv. Devono fare riflettere le alte percentuali di obiezione di coscienza nel nostro Paese: a fronte di una media nazionale per i ginecologi del 58,7%, la stessa registra picchi massimi in Veneto (76,1%), Marche (78,4%), Lazio (77,7%) o Puglia (76,8%). Situazioni che per la donna significano un calvario e portano nei casi piu' estremi al ricorso all'aborto clandestino.
Per questo nella mozione presentata oggi chiediamo al Governo di impegnarsi a rafforzare le garanzie ed il rispetto dei diritti della donna attraverso:
- maggiore informazioni sulla contraccezione, promuovendo anche campagne ad hoc sulle fasce delle popolazione piu' a rischio, in particolare nei consultori e nelle scuole prevedendo anche l'inserimento dell'informazione sessuale tra le materie d'insegnamento;
- eliminare l'obbligo di ricetta per la pillola del giorno dopo e prevedere la disponibilita' gratuita per le adolescenti;
- consentire l’effettuazione delle ivg in intramoenia a tariffe analoghe ai DRG;
- permettere l'uso di tecniche abortive farmacologiche meno invasive gia' operanti in molti altri Paesi europei, come la pillola RU486 nel pieno rispetto dell'art 15 della legge 194;
- prevedere il rispetto di tempi certi per le strutture che debbono assicurare l'intervento allo scadere dei sette giorni o, in caso di procedura di urgenza, subito come prescrive la legge 194;
- garantire un riequilibrio del personale medico e infermieristico, come per altro previsto all'articolo 9 della legge 194, nell’ambito di livelli minimi e di una programmazione regionale, che preveda almeno il 50% di personale non obiettore.
(1) Marco Beltrandi, Enrico Buemi, Giovanni Crema, Cinzia Dato, Mauro Del Bue, Sergio D'Elia, Lello Di Gioia, Giacomo Mancini, Bruno Mellano, Lanfranco Turci, Maurizio Turco, Roberto Villetti
(2) http://www.aduc.it/dyn/comunicati/comu_mostra.php?id=207549
Il testo della mozione: http://www.aduc.it/dyn/parlamento/docu.php?id=207829
scritto da Serbilla alle 02:20
Etichette: aborto, legge
Etichette: aborto, varie
ABORTI CLANDESTINI E LEGGE DA CAMBIARE. LA MORATORIA PER SALVARE LE VERE VITTIME, LE DONNE: INFORMAZIONE, SBUROCRATIZZAZIONE, CONTRACCEZIONE
Firenze, 22 Gennaio 2008. Un fatto di cronaca della abituale disperazione del mondo degli immigrati clandestini, della tratta degli stessi, della prostituzione, della violenza indotta da leggi inadeguate, e' occasione per valutare coi piedi in terra, e non col cervello alle ideologie di chi perora una improbabile moratoria internazionale, cio' che occorre fare e anche subito in materia di aborto.
A Bari e' stato scoperto un giro di prostitute nigeriane che, messe incinta da clienti a cui facevano credere di essersi innamorate di loro, si facevano consegnare dagli stessi fino a 800 euro per abortire clandestinamente; i soldi finivano ai loro protettori che le inducevano ad ingerire un cocktail di farmaci ed alcolici che provocavano forti contrazioni addominali fino a farle abortire.
La vicenda potrebbe essere valutata sotto diversi aspetti: immigrazione clandestina e leggi attuali che la favoriscono; prostituzione e divieto che alimenta un mercato a totale gestione da parte della malavita, ovviamente dedita a far soldi senza scrupoli umani e sanitari sugli strumenti di questo business.
Aspetti su cui il legislatore potrebbe intervenire ma che, fino ad oggi, si e' solo parlato addosso o ha perorato riforme che, a nostro avviso, potrebbero peggiorare la situazione.
Un intervento semplice, invece, per cercare di ridurre il danno alle solite e vere vittime, sarebbe quello sulla legge che disciplina l'aborto, sia nella sua fase di prevenzione che esecutiva.
Siamo inondati di politici che propongono una improbabile moratoria dell'aborto a livello internazionale, basandosi su un divieto della pratica che, a nostro avviso, non potra' che fare aumentare i ricorsi all'aborto clandestino e quindi i pericoli per le donne. La moratoria invece, senza andare a scomodare ideologie reputate superiori e organismi internazionali, e' nei fatti della nostra quotidianita': creare le condizioni perche' non si debba ricorrere all'aborto e, quando questo diventa ineluttabile, far si' che sia praticabile nel modo piu' sicuro e semplice possibile.
Non ricorrervi significa prevenzione con la contraccezione, anche con l'acquisto/distribuzione senza ricetta della pillola del giorno dopo soprattutto per le donne piu' a rischio come le prostitute della nostra vicenda. Contraccezione da promuovere ovunque, soprattutto per strada, nei luoghi piu' tristi di quella nostra civicita' e civilta' che favorisce l'immigrazione clandestina e la tratta delle donne.
Quando dell'aborto non se ne puo' fare a meno, invece, bisogna far si' che le limitazioni dell'attuale normativa siano abolite: aborti anche negli ospedali privati, abolizione della ricetta medica che certifichi l'idoneita' della donna all'intervento, e tecniche farmacologiche di intervento (Ru486) che rendano meno invasive e problematiche le interruzioni.
Una mozione parlamentare in materia sta gia' circolando a Montecitorio grazie all'iniziativa dell'on. Donatella Poretti (radicali-Rnp) e, quando sara' ufficiale ne saremmo grandi sostenitori, ma sarebbe opportuno che anche nell'opinione pubblica maturasse la consapevolezza che, moratoria dell'aborto, puo' solo significare prevenzione e sburocratizzazione della normativa. Altrimenti si sara' fatto un buon servizio ad alcune ideologie ma, come al solito, sulla pelle delle donne piu' deboli.
Lombardia, cambia la 194. Nuovi limiti
Formigoni: non è una sfida. Critiche da Pd e Radicali
Il pool della Turco: neonati salvabili dopo 22 settimane
MILANO — E ora l'asticella della vita, per la prima volta, ha dei confini che la delineano ufficialmente, almeno dal punto di vista medico: è la 23esima settimana. Da qui viene riconosciuta la possibilità di vita autonoma di un neonato. Dopo mille polemiche sui due temi di bioetica più controversi degli ultimi mesi, doppia svolta ieri su aborto terapeutico e rianimazione dei bambini prematuri. In entrambi i casi sono stati fissati limiti «per aiutare i medici a decidere nelle situazioni più complesse».
Da un lato, la Regione Lombardia ha varato un manuale d'applicazione della legge 194, unico in Italia: come anticipato dal Corriere della Sera a inizio gennaio, il tempo limite per l'interruzione terapeutica della gravidanza viene fissato alla 22esima settimana e 3 giorni (la legge non ne fissa nessuno, anche se normalmente si considera la 24esima settimana). Dall'altro lato, il pool istituito dal ministro della Salute Livia Turco sulle cure ai prematuri ha stilato il suo documento conclusivo (trasmesso al Consiglio superiore di Sanità): sotto la 22esima settimana e 6 giorni la rianimazione è sconsigliata («Al neonato devono essere offerte solo le cure compassionevoli...»).
Due atti d'indirizzo per la soluzione di un unico dilemma. «Il principio è lo stesso — spiega Fabio Mosca, il neonatologo della clinica Mangiagalli tra i relatori di entrambe le linee guida —. Tutto ruota intorno alla 23esima settimana: l'aborto terapeutico può essere praticato fin qui, la rianimazione deve iniziare da qui, perché è proprio alla 23esima settimana che comincia la possibilità di vita autonoma di un neonato. Senza escludere mai l'autonomia del medico sul singolo caso». Il motivo dei tre giorni di differenza tra un regolamento e l'altro sono spiegati nel decreto della Regione Lombardia: «Per far fronte a eventuali margini di errore nella datazione della gravidanza ».
I riflettori sono puntati soprattutto sulla mossa della Lombardia. Le linee guida del Pirellone vincolano, tra l'altro, l'interruzione di gravidanza per motivi di salute della donna anche al via libera di un'équipe di specialisti (tra cui, eventualmente, anche uno psicologo). Il governatore Roberto Formigoni assicura: «Non è una sfida al Governo sulla legge 194. La nostra è un'iniziativa che mette a frutto l'esperienza di due ospedali lombardi all'avanguardia, la Mangiagalli e il San Paolo, dove le linee d'indirizzo sono già state applicate con risultati positivi. A vantaggio delle donne. Con un investimento di 64 milioni di euro, infatti, potenziamo anche le attività di prevenzione soprattutto nei consultori ». Ma le critiche al provvedimento non si fanno attendere. «È una decisione inutile, tutta politica — denuncia Silvio Viale, il ginecologo radicale che ha condotto al Sant'Anna di Torino la sperimentazione sulla Ru486 —. L'unico scopo è intimidire i medici non obiettori». Per il Pd la posizione di Formigoni è contraddittoria.
Perplesso anche Gianpaolo Donzelli, neonatologo al Meyer di Firenze e tra i papà della Carta sulle cure perinatali: «È uno degli effetti perversi della devolution sanitaria — dice —. Un atto inopportuno perché su questi temi è già in atto un dibattito che coinvolge il ministero della Salute, il Consiglio superiore di Sanità e il Comitato nazionale di bioetica». Ma la Lombardia ha preferito fare una fuga in avanti.
scritto da Serbilla alle 17:43
Etichette: aborto, diritti umani, famiglia, femminismo, legge
scritto da Serbilla alle 10:04
Etichette: adozione, diritti umani, famiglia, legge
Mifegyne (RU 486)|Metodo farmacologico per l'interruzione precoce di gravidanza
L’aspirazione puo' generalmente essere effettuata entro le 14 settimane a partire dal primo giorno dell’ultima mestruazione. L’intervento viene eseguito in ospedale o presso uno studio medico, sia come ambulante (dopo poche ore si puo' tornare a casa) sia come degente (restando anche di notte). A volte, per facilitare l'intervento, il collo dell’utero viene rilassato con un farmaco (prostaglandina), da prendersi o il giorno precedente o il giorno stesso dell’intervento.
L’intervento operatorio avviene sotto narcosi (anestesia generale) oppure sotto anestesia locale. Il collo dell’utero viene dilatato cautamente con dilatatori metallici fino ad un diametro da 6 a 12 mm. Viene in seguito inserita una fine canula per l’aspirazione che rimuove i tessuti embrionali dalla cavita' uterina. L’operazione dura circa 20 minuti. Il rientro a domicilio avviene tra le 2 a 8 ore seguenti l'intervento oppure il giorno dopo (cio' dipende dal luogo dove e' stato effettuato l’intervento).
In Svizzera, questo metodo puo' essere prescritto entro la 7a settimana a partire dal primo giorno dell’ultima mestruazione. L’interruzione viene effettuata ambulatoriamente, sia in clinica sia in uno studio medico, con due farmaci: la Mifegyne (conosciuta anche con il nome di RU 486) e una prostaglandina. La Mifegyne blocca gli effetti dell’ormone progesterone interrompendo lo sviluppo della gravidanza. La prostaglandina induce contrazioni uterine e provoca l’espulsione dei tessuti embrionali.
In presenza di personale medico, la donna assume tre compresse di Mifegyne. Poco dopo puo' rientrare a casa. Due giorni dopo, due compresse di prostaglandina sono anch'esse prese nello studio medico o in clinica. La donna rimane in osservazione per alcune ore. Per circa due terzi delle donne l’espulsione dei tessuti embrionali avviene in questo periodo, per alcune avviene piu' tardi a casa. A questo stadio molto precoce, l’embrione misura tra i 2 e gli 8 mm, a seconda della durata della gravidanza.
Si noti che la procedura puo' essere leggermente differente da quella descritta a seconda del luogo dove e' praticato l'intervento.
Solitamente dopo l’espulsione vi sono perdite di sangue un po' piu' abbondanti di una mestruazione normale. Durano circa 9 giorni, in alcuni casi anche piu' a lungo.
La narcosi puo' provocare nausea.
I rischi sono piccoli per entrambi i metodi. Le complicazioni gravi occorrono in meno dell’uno per cento dei casi. Raramente si manifestano ulteriori problemi di salute. L'intervento non aumenta il rischio di non piu' poter avere bambini ulterioramente. I problemi psichici non sono piu' frequenti con il metodo farmacologico che non quello chirurgico.
- Coaguli vascolari (trombosi)
Forti perdite di sangue o espulsione incompleta, con conseguente necessita' di una aspirazione per eliminare i resti dei tessuti embrionali rimasti nella cavita' uterina.
L'interruzione farmacologica si offre per le donne che sono giunte rapidamente alla chiara decisione di interrompere la gravidanza. Le donne che si decidono piu' tardi o hanno bisogno di un tempo di riflessione piu' esteso, devono ricorrere all’intervento chirurgico.
Le differenze piu' importanti nella percezione dell’intervento:
- Il momento dell’intervento e' pianificato e ben determinato. L'operazione dura poco tempo.
- Se effettuato sotto narcosi, l’intervento non e' vissuto coscientemente.
- L’interruzione puo' essere praticata molto precocemente, il che e' sovente percepito come un sollievo psichico.
scritto da Serbilla alle 07:45
scritto da Serbilla alle 07:10
Oltre che negli Stati Uniti e in Svizzera in Europa e' distribuita i Gran Bretagna, Svezia, Spagna, Olanda, Germania, Austria, Danimarca, Finlandia e Belgio. I Paesi che hanno chiesto l'autorizzazione sono Norvegia, Lussemburgo e Grecia. In Italia, Irlanda e Portogallo il prodotto non e' mai stato registrato.
scritto da Serbilla alle 19:42
Etichette: aborto, legge, Ru486
feto di plastica nella posta
Azione dimostrativa di un gruppo anti-abortista in Wisconsin con un bambolotto di «12 settimane»
RACINE (WISCONSIN/USA) – E' stata una clamorosa e controversa azione dimostrativa quella messa in atto in questi giorni dal potente gruppo anti-abortista americano «Right to Life» in una piccola cittadina statunitense, e sta suscitando un vespaio di polemiche. A più della metà degli abitanti di Racine, nel Wisconsin, sono arrivati per posta delle singolari buste. All'esterno apparentemente anonime, all'interno ccontenevano una lettera informativa dell'associazione contro l'interruzione della gravidanza e un piccolo bambolotto di plastica, a grandezza naturale, che voleva simboleggiare un feto umano. Il finto feto, grande quanto un mignolo della mano, è finito nella cassetta della posta di 44 mila persone .
Come riferisce l'emittente locale WISN non tutti hanno apprezzato l'azione dimostrativa. Molti si sono persino spaventati aprendo l'involucro. «E' un mio diritto scegliere cosa fare del mio corpo. Non sta ad altri dirmi cosa fare», ha detto Mystical Listrom. La pensa allo stesso modo la vicina di casa, Glenda Pollock, rimasta assai perplessa dal bambolotto trovato nella confezione. «Abbiamo voluto, una volta ogni tanto, far parlare la gente dell'argomento», ha spiegato l'ideatore dell'iniziativa, Dave Obernberger, della locale sezione di «Right to Life». Il bambolotto, secondo Obernberger, rappresenterebbe un feto alla 11-12esima settimana di vita. Con quest'azione Right to Life ha voluto anche celebrare il 35esimo anniversario della sentenza della Corte Suprema sul caso «Roe contro Wade» che ha legalizzato l'aborto nel Paese.
Fonte: http://www.corriere.it/cronache/08_gennaio_18/feto_plastica_05d6cf4e-c5e4-11dc-8434-0003ba99c667.shtml
scritto da Serbilla alle 08:48
Etichette: aborto, aggressione
PILLOLA ABORTIVA RU486. ECCO COME E PERCHE' SARA' PRESTO COMMERCIALIZZATA IN ITALIA. ATTENZIONE ALLA DISINFORMAZIONE IDEOLOGICA
3. L'Exelgyn ci ha confermato che la richiesta di mutuo riconoscimento sara' presentata a settembre/ottobre all'Aifa. Le smentite odierne di questa agenzia, che ribadisce di non aver ricevuto richieste, sono ovvie, quindi inutili e –probabilmente- strumentali a creare un clima di non-credibilita' di come si stanno invece svolgendo i fatti e di quali sono le procedure. Un contributo alla disinformazione ideologica.
STAMINALI CORDONE OMBELICALE,CONSENTITA CONSERVAZIONE AUTOLOGA
Le commissioni Affari Costituzionali e Bilancio riunite congiuntamente hanno approvato un emendamento a prima firma Donatella Poretti al decreto mille proroghe, che permettera' la conservazione autologa e anche presso banche private delle staminali del cordone ombelicale.
Lo riferisce Poretti, parlamentare radicale della Rosa nel Pugno, segretaria della Commissione Affari Sociali e membro della giunta dell'Associazione Coscioni, spiegando che l'emendamento e' stato approvato all'unanimita' con il parere favorevole di entrambe i relatori delle due commissioni e del Governo. Il testo prevede la proroga al 30 giugno 2008 del termine per la predisposizione di una rete nazionale di banche per la conservazione di cordoni ombelicali; "a tal fine, e per incrementare la disponibilita' di cellule staminali del cordone ombelicale ai fini di trapianto, e' autorizzata la raccolta autologa, la conservazione e lo stoccaggio del cordone ombelicale da parte di strutture pubbliche e private autorizzate dalle regioni o dalle provincia autonome, sentiti il CNT e il CNS. La raccolta avviene senza oneri per il SSN e previo consenso alla donazione per uso allogenico in caso di necessita' per paziente compatibile".
scritto da Serbilla alle 01:09
Etichette: cordone ombelicale, staminali
scritto da Serbilla alle 21:21
Etichette: bambini, legge, madre, perfidia, scuola
Ragazzina stuprata durante una festa
Violenza Una ragazzina di 15 anni, di origini ecuadoriane, è stata violentata da un suo connazionale di un anno più grande durante una festa tra adolescenti. Il giovane è ora in stato di fermo con l'accusa di violenza sessuale.
L'episodio è accaduto sabato, tra le 13 e le 17, in un appartamento in cui un gruppo di minorenni sudamericani si è ritrovato per passare il pomeriggio. Secondo la prima ricostruzione, i due, che non si frequentavano ma al massimo si conoscevano solo di vista, verso l'ora di pranzo si sono presentati separatamente all'appuntamento in un luogo preciso della città con alcuni degli invitati per recarsi poi, tutti insieme, alla festa. Forse lui, pur non conoscendola, le ha dato un passaggio in motorino.
Durante la festicciola, secondo la versione della giovane, il ragazzo avrebbe tentato più volte di infastidirla cercando di avvicinarla in modo abbastanza pesante anche nel bagno della casa. E poiché lei per più volte si è difesa, lui l'ha spinta con la forza in un luogo appartato dell'abitazione, forse in cantina, e, come lei stessa ha raccontato, "mi ha usato violenza e mi ha costretto ad abbassare i pantaloni".
Rincasata, sconvolta, la giovane ha raccontato tutto alla madre. Subito è stata portata al Svs, il servizio della Mangiagalli che presta soccorso a chi è stato violentato. Poi la denuncia e in tarda serata il riconoscimento del suo stupratore in Questura. Il 16enne è stato fermato dalla polizia e portato al centro di prima accoglienza del carcere minorile Beccaria.
Gli investigatori hanno già sentito gli amici che si trovavano ieri pomeriggio alla festa e che hanno raccontato di non aver visto né lui né lei per almeno un'ora. Proprio in quell'ora in cui, come risulta dagli accertamenti, la ragazza è stata violentata.
La possibilità di creare in vitro embrioni umani, congelarli, sottoporli a interventi manipolatori (per fini scientifici, terapeutici o eugenetici), impiantarli in un utero femminile a fini procreativi, costituisce uno dei capitoli più controversi all'interno della discussione bioetica. Il CNB, fin dalla sua istituzione, ha ritenuto indispensabile riflettere rigorosamente su questo insieme di tematiche per offrire alle istituzioni e alla pubblica opinione criteri di giudizio e di valutazione etica, anche al fine (che sembra ormai improcrastinabile) di elaborare in materia una legislazione sapiente, rispettosa sia delle esigenze della ricerca scientifica, che della dignità di tutti i soggetti coinvolti. Peraltro, per quanto consapevole dell'urgenza della questione, il Comitato non si è mosso affrettatamente: ha ufficialmente istituito un gruppo di lavoro in materia solo dopo che la riflessione sulle questioni bioetiche concernenti la fecondazione assistita era sostanzialmente conclusa.
Il gruppo inizialmente è stato diretto da Giovanni Berlinguer; successivamente, nel gennaio del 1995, è stato affidato a Evandro Agazzi; di esso han fatto originariamente parte i Proff. Benciolini, Cappelletti, Chieffi, Coghi, Danesino, De Carli, De Cecco, Fiori, Gaddini, Isidori, Leocata, Palumbo, Piazza, Romanini, Sgreccia, Stammati. Con il gruppo di lavoro hanno successivamente collaborato i Proff. Bompiani, Cattorini, Donati, Loreti-Beghè, Nordio, Mathieu, Rossi-Sciumè. Nel gruppo di lavoro si è fatta subito strada la convinzione che qualunque discussione bioetica che coinvolgesse l'embrione dovesse preliminarmente prendere le mosse da una adeguata risposta alla domanda sulla natura dell'embrione.
Una domanda quindi, per usare un termine impegnativo ma ineludibile, ontologica, avendo per oggetto la ricerca di una definizione di un'essenza; una domanda radicale, per rispondere alla quale si è reso indispensabile l'apporto della biologia, ma che non poteva ridursi a una mera domanda biologica, perché non poneva in questione ciò che la biologia percepisce e definisce -con i propri criteri metodologici interni- come embrione, ma ciò che quell' "oggetto" che la biologia studia e definisce come embrione è in se stesso. Insomma, mai come durante la riflessione sull'embrione è apparso evidente ai membri del Comitato che la bioetica presuppone (almeno in questo caso, ma si potrebbe dire ancora più esattamente in tutti i casi) una bio-ontologia.
Il gruppo di lavoro si è attivato nel febbraio del 1995 e alla fine di novembre dello stesso anno ha ritenuto esaurito il proprio lavoro istruttorio. Dal gruppo è emersa una indicazione importante, che il CNB, nella sua composizione plenaria, ha accolto (anche se non sono mancate in alcuni membri giustificate perplessità): ha deciso di dare al documento in elaborazione un carattere denso e soprattutto sintetico, di incentrarlo esclusivamente sulla questione ontologica e di rimandare a ulteriori documenti, che saranno dati al più presto alle stampe, l'approfondimento sia delle questioni giuridiche in tema di tutela dell'embrione che le numerose questioni etiche di carattere casistico.
Dopo numerose sedute plenarie (dal 14 dicembre 1995 al 22 giugno 1996), nelle quali la continua presenza e la vigile sensibilità di Agazzi hanno consentito al Comitato di superare numerose possibilità di stallo dialettico, il documento è stato approvato all'unanimità il 22 giugno 1996. Il lettore attento osserverà che questa unanimità è stata conquistata pagando un prezzo: quello di registrare all'interno del documento su alcuni punti particolari e spinosi alcune divergenze di opinione che si sono manifestate in seno al CNB e il cui componimento si è rivelato non solo impossibile, ma soprattutto inopportuno. Questo non significa affatto però, malgrado le apparenze, che l'unanimità raggiunta dal CNB non sia stata autentica o che sia stata in qualche modo incrinata dalle dichiarazioni suppletive che accompagnano il documento e nelle quali si esplicitano adeguatamente le divergenze di valutazione registrate nel documento principale con la doverosa sinteticità.
L'unanimità nel CNB è stata reale per quel che riguarda i profili essenziali della questione: il voto unanime che sigla il documento testimonia che ogni sua riga è stata letta, meditata, discussa da tutti i membri del CNB e che anche le opinioni dissenzienti sono passate attraverso un comune filtro di riflessione bioetica. Ma è stata reale anche sotto un altro profilo, perché le differenze di opinione presenti nel documento presuppongono una base comune di pensiero di cui non si potrà mai sottolineare abbastanza la rilevanza. L'embrione è uno di noi: questa frase, talmente semplice da suonare per alcuni irritante, esplicita bene l'atteggiamento bioetico fondamentale che emerge dal nostro testo: il senso del limite al nostro possibile operare tecnologico. E' vero: nel CNB si sono manifestate diverse opinioni sul come trattare gli embrioni prima che le loro cellule perdano la totipotenzialità. Ma anche coloro, tra i membri del CNB, che hanno aderito alle prospettive più "possibiliste", condividono comunque l'idea che gli embrioni non sono mero materiale biologico, meri insiemi di cellule: sono segno di una presenza umana, che merita rispetto e tutela. Su questo punto, che è in definitiva quello bioeticamente essenziale, il CNB è stato unanime; ed è per questo che nessuna divergenza di opinione tra i membri del CNB può rendere meno rilevante il loro accordo bioetico di principio. Il Presidente Francesco D'Agostino
Il Comitato è pervenuto unanimemente a riconoscere il dovere morale di trattare l'embrione umano, sin dalla fecondazione, secondo i criteri di rispetto e tutela che si devono adottare nei confronti degli individui umani a cui si attribuisce comunemente la caratteristica di persone, e ciò a prescindere dal fatto che all'embrione venga attribuita sin dall'inizio con certezza la caratteristica di persona nel suo senso tecnicamente filosofico, oppure che tale caratteristica sia ritenuta attribuibile soltanto con un elevato grado di plausibilità, oppure che si preferisca non utilizzare il concetto tecnico di persona e riferirsi soltanto a quell'appartenenza alla specie umana che non può essere contestata all'embrione sin dai primi istanti e non subisce alterazioni durante il suo successivo sviluppo.
Il Comitato ne ha dedotto unanimemente una serie di indicazioni circa i trattamenti moralmente illeciti nei confronti degli embrioni umani, a qualunque stadio del loro sviluppo:
- produzione di embrioni a fini sperimentali, commerciali o industriali;
- generazione multipla di esseri umani geneticamente identici mediante fissione gemellare o clonazione;
- creazione di chimere;
- produzione di ibridi uomo-animale;
- trasferimento di embrioni umani in utero animale o viceversa.
Una parte del Comitato ritiene che tale illiceità sussista incondizionatamente anche nei casi seguenti:
- soppressione o manipolazione dannosa di embrioni;
- diagnosi preimpianto finalizzata indiscriminatamente alla soppressione di embrioni;
- formazione in vitro di embrioni di cui non si intenda provvedere all'impianto nell'utero materno.
Il Comitato ha unanimemente ritenuto moralmente leciti:
- eventuali interventi terapeutici in fase sperimentale su embrioni, quando siano finalizzati alla salvaguardia della vita e della salute dei medesimi;
- le sperimentazioni su embrioni morti ottenuti da aborti.
Una parte del Comitato ritiene che la liceità morale si estenda ad alcuni casi ben precisi, ossia:
- la produzione di embrioni a fini procreativi;
- la decisione di non impiantare embrioni nel caso in cui, a seguito di diagnosi preimpianto, questi risultino affetti da gravi malformazioni o patologie genetiche;
- l'utilizzazione per scopi sperimentali o terapeutici di embrioni freschi o crioconservati che siano biologicamente inadatti all'impianto;
- l'utilizzazione per scopi sperimentali o terapeutici di embrioni crioconservati in "stato di abbandono", purché il loro ulteriore sviluppo non venga protratto oltre il termine in cui, in caso di sviluppo normale, avrebbero potuto impiantarsi.
Le indicazioni complete delle casistiche qui richiamate sommariamente a puro titolo riassuntivo, nonché delle condizioni da rispettare in alcune di esse, saranno esposte in ulteriori documenti del CNB, che vedranno presto la luce.
Il Comitato ha inoltre ritenuto che non avesse senso, in questo documento, indicare di volta in volta se una determinata posizione fosse sostenuta dalla maggioranza o da una minoranza dei suoi membri, dal momento che la presentazione delle posizioni etiche deve dar conto dei rispettivi argomenti, il cui valore non dipende dal numero di coloro che li propongono, ma da un giudizio intrinseco circa la loro validità.
scritto da Serbilla alle 10:33
Etichette: diritti umani, embioni
Aborto: lettera aperta di Paolo Pobbiati, presidente di Amnesty International Italia
Al presidente della Cei, Angelo Bagnasco. “Mai detto che l’aborto è un diritto umano, difendiamo le donne che hanno subito violenza sessuale. Mai ricevuti né sollecitati finanziamenti dalla Santa Sede.”
A questo proposito mi permetto di fare alcune considerazioni. Nonostante le numerose precisazioni e smentite che siamo stati costretti a fare nell’ultimo mese (e che, peraltro, il quotidiano “Avvenire” ha rifiutato di pubblicare, in spregio al diritto di replica), Ella ha attribuito ad Amnesty International un’affermazione mai fatta: che l’aborto sia stato da noi considerato un diritto umano.
Con i miei più deferenti saluti”
scritto da Serbilla alle 07:38
Etichette: aborto, Amnesty International, cattolicesimo, diritti umani
Tento' stupro, preso grazie a video
Verona, telecamera bus fa identificare aggressore
VERONA, 19 GEN - L'impianto di videosorveglianza di un autobus permette di identificare l'autore di una tentata violenza sessuale ai danni di una giovane. E' accaduto a Verona, dove da qualche tempo e' attivo questo sistema. L'uomo, che e' stato poi rintracciato, aveva molestato una ragazza a bordo del bus e poi, una volta scesa l'aveva seguita tentando di aggredirla e violentarla. La ragazza si era difesa riuscendo a fuggire e a rifugiarsi a casa.
scritto da Serbilla alle 03:59
Uccide la figlia di 8 anni e si suicida
L'omicida, un operaio di 37 anni, viveva ormai da separato in casa
Forse i problemi psicologici causati dalla crisi familiare all'origine del gesto
I cadaveri scoperti in casa dalla moglie
La donna avvertita da un amico, insospettito perché al telefono non rispondeva nessuno
La casa dell'omicidio-suicidio
FORMIGINE (MODENA) - Un uomo ha ucciso la figlia di quasi otto anni a coltellate e con la stessa lama si è suicidato. E' accaduto nella mattinata in un'abitazione di Formigine, nel modenese, in via Quattro Passi, ma l'omicidio-suicidio si è scoperto solo nel tardo pomeriggio. E' stata la moglie, dalla quale l'omicida, Antonio Bove, 37 anni, si stava separando, a scoprire i due cadaveri. Tornata a casa dopo essere stata allertata da un amico, che aveva cercato Bove per tutta la giornata senza successo, la donna non riusciva ad aprire, perché la porta era bloccata dall'interno, e ha chiamato i carabinieri, che l'hanno sfondata, trovando così i due cadaveri.
L'abitazione dove sono stati scoperti i corpi dell'uomo e della figlioletta si trova in una palazzina di recente costruzione, alla periferia sud di Formigine, paese a una decina di chilometri da Modena. Bove, di origine pugliese, a quanto si è appreso ha inferto più coltellate alla figlioletta Erica, nata nel 2000, e si è poi ucciso colpendosi con un fendente all'altezza del cuore. I corpi sono stati trovati nella camera da letto.
Bove era operaio alla Ferrari, dove lavora anche la moglie, Antonella Ferrone, trentaseienne, da cui da alcuni mesi era separato di fatto, anche se la coppia viveva sotto lo stesso tetto. Il movente, secondo i primi accertamenti dei carabinieri, potrebbe essere ricercato proprio nei problemi psicologici di cui pare l'uomo soffrisse a causa delle vicende familiari. Anche in azienda i colleghi sapevano dei suoi problemi e avevano cercato in più occasioni di aiutarlo.
Nell'azienda di Maranello Bove aveva anche un incarico sindacale per la Fiom; gli stessi compagni di lavoro lo avevano cercato oggi, perché non si era presentato in azienda nonostante una prevista manifestazione dei metalmeccanici, ma senza esito.
L'allarme è stato dato dopo che anche un amico aveva cercato con insistenza Bove durante la giornata sul telefono cellulare, ma inutilmente. Pure la bimba non si era recata questa mattina a scuola.
All'arrivo della moglie a casa nel tardo pomeriggio - secondo quanto si è saputo - la donna, presente l'amico, ha cercato di aprire la porta dell'abitazione con le chiavi, ma la porta era bloccata con un fermo dall'interno. Assieme ai carabinieri si è reso così necessario l'intervento dei vigili del fuoco, e la porta è stata sfondata. Subito dopo, la macabra scoperta. La donna, alla vista dei corpi, si è messa a gridare, sotto choc, ed è stato poi necessario il suo trasferimento all'ospedale di Sassuolo.
scritto da Serbilla alle 03:23
Etichette: aggressione, bambini, omicidio