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Timestamp: 2017-02-28 09:55:07+00:00
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Diritto all’oblio, Cassazione: dati da cancellare e deindicizzare
Lo sai che? Pubblicato il 26 giugno 2016 Articolo di Angelo Greco Lo sai che? Diritto all’oblio, Cassazione: dati da cancellare e deindicizzare L’AUTORE: Angelo Greco
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Anche se il processo è ancora in corso, il privato ha diritto a vedere cancellato l’articolo da Google: i link non devono più essere indicizzati.
Ritorna finalmente la Cassazione ad affermare il diritto all’oblio, la possibilità cioè per ogni cittadino – colpevole o innocente che sia – di pretendere la cancellazione dal web dei propri dati, nome e cognome e ogni riferimento a fatti di cronaca non più attuali. I motori di ricerca, in pratica, non devono più pescare notizie obsolete, che non rivestano ormai i connotati dell’interesse pubblico. Risultato: il titolare del giornale web, che abbia deciso di pubblicare, oltre ai fatti, anche i nomi dei soggetti coinvolti, è tenuto – senza potersi trincerare dietro il diritto di cronaca – a cancellare immediatamente i dati e/o a deindicizzarli in modo tale che Google non “peschi” più l’articolo. Unica eccezione, quando l’evento riveste una portata storica tale da rimanere impresso nella memoria collettiva (come, ad esempio, la condanna di un brigatista, in un’epoca che ha segnato il nostro Paese).
Ma non è tutto: l’enorme valore della sentenza in commento [1] è che ammette anche il diritto all’oblio quando ancora il processo è in corso, se la notizia – intesa come fatto in sé e per sé – o la singola fase del processo cui si riferisce l’articolo sono ormai vecchi.
I precedenti del diritto all’oblio
Era stato nel 2012 che la Corte aveva emesso il suo vademecum in tema di cancellazione dei dati dal web (leggi “Oblio su internet, interviene la Cassazione”): il giornale è tenuto – a semplice richiesta dell’interessato – alternativamente a:
cancellare la pagina con la notizia;
oscurare il nome e cognome dell’interessato, rimuovendo i tag che collegano tali dati ai motori di ricerca, impedendo così che, alla digitazione degli estremi dell’interessato, l’articolo possa essere ripescato;
mantenere l’articolo nell’archivio interno del sito del giornale, ma provvedendo alla sua deindicizzazione.
La pronuncia era partita dall’idea che sul web, a differenza della carta stampata, il diritto all’oblio è di difficile tutela, posto che l’articolo è destinato a rimanere sempre online e la notizia, anche quando non più attuale, può essere riletta da chiunque, minando al reinserimento del colpevole nel mondo del lavoro o delle relazioni. Il che contraddice la funzione della pena che deve essere quella della rieducazione del reo e deve tendere al suo reinserimento nella società.
Del resto il codice della privacy autorizza il trattamento dei dati solo “per un tempo non superiore a quello necessario agli scopi per i quali sono stati raccolti o successivamente trattati”.
A tal sentenza era seguita l’importantissima presa di posizione della Corte di Giustizia UE (leggi “Rivoluzione nel diritto all’oblio: Google responsabile”), secondo cui ad essere responsabile sarebbe non solo – in via diretta – il proprietario del sito internet, ma anche Google, in quanto soggetto che tratta i dati di chi si trova, volontariamente o involontariamente, inserito in qualsiasi sito. Anche la società americana, quindi, deve provvedere alla deindicizzazione delle pagine non più attuali.
Dopo quanto tempo va cancellato l’articolo?
Il punto saliente di tutta la questione è che – in attesa dell’attuazione della nuova disciplina comunitaria sulla privacy, che dovrebbe regolamentare il diritto all’oblio, definendo i tempi massimi di permanenza dei nomi su internet – non è possibile ancora definire dopo quanto tempo debba essere deindicizzato o cancellato un articolo. Il tutto, quindi, viene messo nelle mani del singolo giudice (sebbene, ad oggi, due anni vengono considerati un tempo sufficiente). La Cassazione, però, ci aiuta a tracciare, su questo aspetto, una prima importante conclusione. L’attualità o meno della notizia va riferita non già al processo, il quale, se ancora in corso, rischierebbe di dilatare i tempi del diritto all’oblio in modo enorme, subordinandolo ai ritardi della giustizia italiana e, peraltro, differenziandolo da soggetto a soggetto. Al contrario bisogna avere a riferimento solo il fatto storico. Per cui, ad esempio, se la notizia si riferisce a una contestazione del 2013, cui poi sia seguito un processo con un rinvio di udienza al 2016, il fatto deve ritenersi ormai vecchio poiché, da esso, sono passati ben tre anni.
Come dire che la Cassazione, con la sentenza depositata l’altro ieri, ha “parcellizzato” il diritto all’oblio (considerato che la vicenda è tuttora in svolgimento) legandola a ogni singola fase procedimentale.
[1] Cass. sent. n. 13161/2016 del 24.06.2016.
Sentenza Cassazione Sentenza 24 giugno 2016, n. 13161
Data udienza 10 giugno 2016
sul ricorso 7598-2013 proposto da:
(OMISSIS), (C.F. (OMISSIS)), nella qualita’ di Direttore Responsabile del quotidiano on-line (OMISSIS) e nella qualita’ di legale rappresentante della (OMISSIS) (editore del medesimo quotidiano), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso l’avvocato (OMISSIS), rappresentato e difeso dall’avvocato (OMISSIS), giusta procura a margine del ricorso;
(OMISSIS), (P.I. (OMISSIS)), in perso del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso l’avvocato (OMISSIS), rappresentato e difeso dagli avvocati (OMISSIS), giusta procura a margine del controricorso;
(OMISSIS), (c.f. (OMISSIS)), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso l’avvocato (OMISSIS), rappresentato e difeso dagli avvocati (OMISSIS), giusta procura a margine del controricorso;
avverso la sentenza n. 3/2013 del TRIBULE DI CHIETI – SEDE DISTACCATA DI ORTO, depositata il 16/01/2013;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 04/11/2015 dal Consigliere Dott. MARIA CRISTI GIANCOLA;
udito il P.M., in perso del Sostituto Procuratore Generale Dott. (OMISSIS) che ha concluso per l’accoglimento del ricorso per quanto di ragione.
Con sentenza del 16.01.2013 il Tribule di Chieti, sezione distaccata di Orto, pronunciando sulle domande proposte nel 2(110 da (OMISSIS) e dal (OMISSIS) nei confronti sia di (OMISSIS), quale direttore responsabile del giorle ondine (OMISSIS), e sia della (OMISSIS). Editore della testata a) dichiarava cessata la materia del contendere sulla domanda introduttiva di rimozione dei dati persoli contenuti nell’articolo giorlistico ondine oggetto del ricorso; b) condanva il (OMISSIS), nelle predette qualita’, al risarcimento del danno in favore dei ricorrenti (OMISSIS)) e (OMISSIS), liquidandolo in Euro 5.000,00 per ciascuno di loro, oltre interessi legali dalle date di proposizione delle domande al saldo: c) condanva il (OMISSIS). sempre nelle medesime qualita’ alla refusione delle spese processuali in livore dei convenuti.
Il Tribule ossersava e riteneva che:
– con distinti ricorsi Decreto Legislativo n. 196 del 2003, ex articolo 152 (iscritto al n. 810/10 R.G.A.C.) ed ex articolo 702 bis c.p.c. (iscritto al n. 811/10 R.G.A.C) depositati in data 26.10,2010. (OMISSIS) gestore del (OMISSIS) e il (OMISSIS) in proprio avevano convenuto in giudizio (anche) la testata giorlistica on line “(OMISSIS)” chiedendo la rimozione delle pagine web contenenti un articolo su u vicenda giudiziaria di tura pele che li aveva coinvolti per un fatto avvenuto nel (OMISSIS) e che non si era ancora conclusa. lamentando il pregiudizio alla reputazione persole del (OMISSIS) e professiole del (OMISSIS) con conseguente danno all’immagine del locale derivante dal permanere dell’articolo nelle pagine web. I ricorrenti adducevano il cd. diritto all’oblio, consistente nell’interesse a non vedere esposta a tempo indetermito la proprio reputazione anche quando per il trascorrere del tempo fosse venuto meno l’interesse pubblico alla notizia di croca:
non contestate erano la permanenza e consultabilita’ nelle pagine web all’epoca della notifica del ricorso introduttivo, dell’articolo giorlistico, nonostante l’invito alla sua rimozione dalla rete inoltrato ad entrambi i convenuti con missiva del 6.09.2010, con dichiarazione resa al verbale (udienza del 23.05.2011 il difensore della convenuta (OMISSIS) di (OMISSIS) aveva reso nota l’avvenuta cancellazione dell’indicizzazione dell’articolo da parte della testata giorlistica, sia pure a mero scopo transattivo, la circostanza non era stata contestata dai ricorrenti nelle note conclusive depositate il 15.03.2012 con contestuale richiesta di cessazione della materia del contendere sulla relativa domanda;
l’avvenuta rimozione delle pagine web contenenti l’articolo giorlistico oggetto di causa comportava la declaratoria di cessazione della materia del contendere sulla domanda di cancellazione dell’articolo stesso. la cui fondatezza doveva tuttavia essere valutala ai fini della regolamentazione delle spese processuali, in applicazione del principio della cd. soccombenza virtuale, ed anche per le determizioni sulla consequenziale domanda introduttiva di risarcimento danni;
la domanda proposta dal (OMISSIS) e dal Ristorante era fondata. Richiamati i presupposti legittimanti l’esercizio del diritto di croca nell’ambito dell’attivita’ giorlistica (verita’ storica della notizia, interesse pubblico alla divulgazione) in presenza dei quali il diritto di croca prevaleva sui diritti costituziolmente garantiti alla riservatezza all’onore, alla reputazione ed all’immagine, nel caso di specie doveva esamirsi la rilevanza delle norme contenute nel Decreto Legislativo 30 giugno 2003, n. 196 (Codice in materia di protezione dei dati persoli) la cui filita’ era quella di garantire che il trattamento dei dati persoli si svolgesse nel rispetto dei diritti, delle liberta’ fondamentali e della dignita’ dell’interessato, con particolare riferimento al diritto alla riservatezza. Tali norme si applicavano, ai sensi dell’articolo 136 cit. Decreto, anche al trattamento dei chili persoli per scopi giorlistici. In particolare, in relazione al presente giudizio, doveva farsi riferimento: all’articolo 11) per il quale il trattamento dei dati persoli poteva avvenire per un periodo di tempo non superiore a quello necessario agli scopi per i quali i dati erano stati raccolti e trattati; all’articolo 25, che vietava la comunicazione e la diffusione dei dati quando fosse decorso il periodo di tempo indicato nell’articolo 11, all’articolo 7 che attribuiva all’interessato il diritto di ottenere la cancellazione, la trasformazione in forma anonima o il blocco dei dati trattati in violazione di legge, compresi quelli di cui non era necessaria la conservazione in relazione agli scopi per i quali i dati erano stati raccolti e successivamente ttrattati all’articolo 15, per il quale chiunque cagiova danno ad altri per effetto del trattamento di dati persoli era tenuto al risarcimento ai sensi dell’articolo 2050 c.c. con previsione, al secondo minima di risarcimento del danno non patrimoniale anche in caso di violazione dell’articolo 11. Nella fattispecie, l’articolo era stato pubblicalo il (OMISSIS) ed era rimasto in rete fino all’instaurazione del presente giudizio (e successivamente almeno fino al (OMISSIS)), nonostante l’invito alla cancellazione da parte dei ricorrenti a mezzo missiva del 6.092010. La facile accessibilita’ e consultabilita’ dell’articolo giorlistico, mollo piu’ dei quotidiani cartacei tenuto conto dell’ampia diffusione locale del giorle on line, consentiva di ritenere che dalla data di pubblicazione fino a quella della diffida stragiudiziale fosse trascorso sufficiente tempo perche’ le notizie divulgate con lo stesso potessero soddisfare gli interessi pubblici sintesi al diritto di croca giorlistica, e che quindi, almeno dalla data di ricezione della diffida. il trattamento di quei dati non potesse piu’ avvenire ai sensi degli articoli 11 e 15 citati. Il persistere del trattamento dei dati persoli aveva determito u lesione del diritto dei ricorrenti alla riservatezza ed alla reputazione e cio’ in relazione alla peculiarita’ dell’operazione di trattamento, caratterizzata da sistematicita’ e capillarita’ della divulgazione dei dati consultabili semplicemente digitando il nomitivo del ricorrente e la denomizione del ristorante sul motore di ricerca Google) e alla tura degli stessi dati trattati, particolarmente sensibili attenendo a giudiziaria pele. Ricorrevano pertanto i presupposti per l’applicazione del Decreto Legislativo n. 196 del 20033, articolo 7 che attribuiva all’interessato il diritto di ottenere la cancellazione, la trasformazione in forma anonima o il blocco dei dati trattati in violazione di legge, compresi quelli in cui non era necessaria la conservazione in relazione agli scopi per i quali i dati erano stati raccolti o successivamente trattati, come nel caso di specie:
meritava altresi’ accoglimento la domanda attorea di risarcimento danni fondata sull’articolo 15 legge cit. in relazione all’articolo 11, atteso che il trattamento dei dati persoli si era protratto per un periodo di tempo superiore a quello necessario agli scopi – esercizio del diritto di croca giorlistica per i quali i dati erano stati raccolti e trattati.
Trattandosi di danno non patrimoniale ed inerente a valori della perso di rango costituziole la liquidazione doveva avvenire necessariamente in via equitativa: a tal fine si riteneva di quantificare la somma dovuta a ciascun ricorrente dalla convenuta “(OMISSIS)” di (OMISSIS) in 5.000.00, oltre interessi nella misura legale dalla data della domanda al saldo.
Avverso questa sentenza il 11iancardi e la (OMISSIS) hanno proposto ricorso per cessazione affidato a quattro motivi illustrati da memoria e notificato il 7-14.03.2013 al (OMISSIS) ed al (OMISSIS), che il 17-19.04.2013 hanno l’esistito con distinti controricorsi di alogo tenore.
– Violazione e falsa applicazione del Decreto Legislativo 30 giugno 2003, n. 196, articolo 152, comma 7 e articolo 102 c.p.c. in relazione all’articolo 360 c.p.c., nn. 3 e 5 nullita’ della sentenza impugta, in ragione dell’omnessa notifica del ricorso al Garante per la protezione dei dati persoli.
Il motivo non ha pregio. Le due riunite cause di cui si discute non involgevano pronunce del Garante che percio’ non rivestiva in esse la qualita’ di parte e tanto meno quella di litisconsorte necessario in tesi pretermesso, pero’, data la tipologia delle esposte azioni, quell’Autorita’ avrebbe dovuto ricevere, in base al rubricato Decreto Legislativo n. 196 del 2003, articolo 152, comma 7 (nel testo origile applicabile ratione temporis, poi abrogato dal Decreto Legislativo n. 150 del 2011, articolo 34 la notificazione del ricorso e del decreto di fissazione dell’udienza di comparizioone, prescritta in funzione di “denuntiatio litis” a tutela dell’interesse pubblico, non sanziola da nullita’ della sentenza conclusiva per il caso di relativa carenza, evenienza questa nella specie peraltro non avveratasi, avendo il (OMISSIS) esaustivamente documentato la rituale esecuzione dell’incombente (in tema cfr. Cass. SU n. 8077 del 2012).
“Violazione e falsa applicazione del Decreto Legislativo 30 giugno 2003, n. 196, articoli 136, 127 e 139 (codice in materia di protezione dei dati persoli) in relazione all’articolo 360 c.p.c., nn. 3 e 5”.
I ricorrenti si dolgono sia dell’addebito di violazione delle rubricate norme in tema di trattamento dei dati persoli effettuato nell’esercizio della professione di giorlista e per esclusivo perseguimento delle relative filita’, in tesi non inclusive del limite temporale di cui al Decreto Legislativo n. 196 del 2003, articolo 11, sia del mancato apprezzamento delle regole poste dal Codice di deontologia professiole e sia dell’omissione di motivazione su un punto decisivo del giudizio.
“Violazione e falsa applicazione dell’articolo 99, commi 1 e 2 (Compatibilita’ tra scopi e durata del trattamento) e articolo 139 (Codice di deontologia relativo ad attivita’ giorlistiche) Decreto Legislativo 30 giugno 2003, n. 196, nonche’ degli articoli 1, 5, 6, 12 e 13 del codice di deontologia relative al trattamento dei dati persoli nell’esercizio dell’attgivita’ giorlistica del 29 luglio 1998 in Gazzetta Ufficiale 3 agosto 1998 n. 179, in relazione all’articolo 360 c.p.c., nn 3 e 5.
I ricorrenti censurano la pronuncia del Tribule dolendosi essenzialmente che siano stati valorizzati del Decreto Legislativo n. 196 del 2003, articolo 136 e gli articoli 7, 11, 15 e 25 e non invece gli articoli 99, 137 e 139 inerenti al trattamento dei dati persoli per scopi storici e filita’ giorlistiche, nonche’ le regole introdotte dal menziolo codice deontologico, ivi ivi inclusi gli articoli 1, 2, 5, 6 e 12. Assumono di avere legittimamente esercitato il diritto-dovere di croca e d’informazione rispetto a un fatto di rilievo pele accaduto nel (OMISSIS) e non ancora definito in sede giudiziario (al riguardo sottolineano pure che l’udienza dibattimentale si sarebbe tenuta il 24.05.2013 o il 9.05.2016), nonche’ di essersi limitati a conservare il contestato articolo all’interno dell’archivio informatizzato, sicche’ illegittimamente ne sarebbe ta ritenuta tardiva la deindicizzazione dal motore di ricerca e conseguentemente lesi i loro diritti alla riservatezza ed alla reputazione, a fronte pure dell’attualita’ della notizia, della persistenza dell’interesse pubblico all’informazione, dell’ipplicabilita’ del D.Lgs del 2003, articolo 7 e dell’erroneo richiamo al diritto all’oblio.
Il secondo ed il terzo motivo del ricorso, suscettibili di esame congiunto, non meritano favorevole apprezzamento.
Nella specie, per come gia’ evidenziato, l’illecito trattamento di dati persoli e’ stato dal Tribule specifficamente ravvisato non gia’ nel contenuto e nelle origirie modalita’ di pubblicazione e diffusione un fine dell’articolo di croca sul fatto accaduto nel (OMISSIS) ne’ nella conservazione e archiviazione informatica di esso (di cui anche all’articolo 2 Codice di deontologia), ma nel mantenimento del diretto ed agevole accesso a quel risalente servizio giorlistico pubblicalo il (OMISSIS) e della sua diffusione sul Web, quanto meno a fare tempo dal ricevimento della diffida in data 6.09.2010 per la rimozione di questa pubblicazione dalla rete (spontaneamente attuata solo nel corso del giudizio, come da non contestata notizia fornita il 23.05.2011 dal (OMISSIS)). In particolare il Tribule ha rilevato anche che:
a) era incontestato che digitando (tramite il motore esterno di ricerca Google) il nomitivo del (OMISSIS) o del ” (OMISSIS)”, si accedeva alla prima pagi del sito web che includeva, affiancato e associato alla reclamizzata attivita’ di ristorazione, anche il link sull’articolo di croca redatto nel (OMISSIS) sulla vicenda di rilevanza pele ed agevolmente visualizzabile;
b) la facile accessibilita’ e consultabilita’ dell’articolo giorlistico, superiore a quelle dei quotidiani cartacei, tenuto conto dell’ampia diffusione locale del giorle on line, consentiva di ritenere che dalla data di pubblicazione fino a quella della diffida stragiudiziale fosse trascorso sufficiente tempo perche’ le notizie divulgate potessero avere soddisfatto gli interessi pubblici sottesi al diritto di croca giorlistica;
c) il persistere del trattamento dei dati persoli aveva determito u lesione del diritto dei ricorrenti alla riservatezza ed alla reputazione, e cio’ in relazione alla peculiarita’ dell’operazione di trattamento, caratterizzata da sistematici e capillarita’ della divulgazione dei dati trattati cd alla tura degli stessi, particolarmente sensibili attenendo a vicenda giudiziaria pele.
Le dedotte censure, da esamuire tenendo anche presenti questo quadro di riferimento e le limitate filita’ attribuite alla decisione u volta spontaneamente espunta la pubblicazione dalla rete, si sostanziano in parte in immissibili rilievi critici generici o eccedenti il decisum, quanto anche a richiami di noti precedenti giurisprudenziali sul tema generale dei connotati della croca giorlistica, in altra parte, invece, si appuntano del pari irritualmente sulla motivazione della sentenza del 10.01.2013, la quale, concretandosi in puntuali e comprensibili dunque non apparenti argomentazioni, al sindacato di legittimita’ ai sensi della nuova Formulazione dell’articolo 360 c.p.c., n. 5, nella versione introdotta del Decreto Legge 22 giugno 2012, n. 83, articolo 54 convertito, con modificazioni, dalla L. 7 agosto 2012, n. 134, applicabile ratione temporis. Come ormai noto, tale normativa, circoscrivendo il vizio di motivazione deducibile mediante il ricorso per cassazione all’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che e’ stato oggetto di discussione tra le parti, costituisce espressione della volonta’ del legislatore di ridurre al minimo costituziole l’ambito del sindacato spettante al Giudice di legittimita’ in ordine alla motivazione della sentenza, restringendo l’anomalia motivaziole denunciabile in sede di legittimita’ ai soli casi in cui il vizio si converte in violazione di legge, per mancanza del requisito di cui all’articolo 132 c.p.c., n. 4 ossia ai casi in cui la motivazione manchi del tutto sotto l’aspetto materiale e grafico. Oppure formalmente esista come parte del documento, ma le sue argomentazioni siano svolte in modo talmente contraddittorio da non permettere d’individuarla, cioe’ di riconoscerla come giustificazione del decisum, e tale vizio emerga immediatamente e direttamente dal testo della sentenza (cfr. anche Cass. Sez. Un. 7 aprile 2014 nn. 8053 e 8054, Cass. Sez. 6, 8 ottobre 2014, n. 21257), ipotesi nella specie non ravvisabili.
Per il resto le doglianze in esame appaiono infondate rivelandosi la pronuncia di merito aderente alla normativa sul trattamento dei dati in ambito giorlistico integrata e modificata (Decreto Legislativo n. 196 del 2003, articolo 6, articolo 12, commi 1, 3 e 4, articolo 130 e 139 e provvedimento del garante del 29 luglio 1998) dalle disposizioni del codice di deontologia professiole, per la quale anche in questo specifico settore trovano applicazione le regole generali (Decreto Legislativo n. 196 del 2003, articoli 6 e 137) di cui pure all’articolo 7, comma 1, lettera e (in correlazione con l’articolo 2 dal codice licontologico), Decreto Legislativo n 196 del 2003, articolo 15 e articolo 25, comma 1, lettera a.
D’altra parte, se da un canto la persistente pubblicazione e diffusione sul sito web della notizia di croca in questione risalente al (OMISSIS), appare per l’oggettiva e prevalente componente divulgativa, esorbitare dal mero ambito del lecito trattamento d’archiviazione on line di dati giorlistici per scopi storici o redazioli (in tema cfr. anche cass. n. 8889 del 2001), dall’altro ai valorizzati fini risarcitori e di regolamentazione delle spese processuali, si rivela plausibile, in assenza di richiamati sopravvenuti aggiormenti della pubblicata vicenda, apparentemente priva di peculiari profili altrimenti atti a denotarne il permanente interesse anche sociale per la collettivita’ sia pure locale (cfr. cass. n. 3679 del 1998). la valutazione bilanciata del diritto all’informazione ed alla croca giorlistica con i diritti fondamentali della perso, quale quello alla riservatezza, espressa dal Tribule, per la quale nel contesto, dopo la diffida del 2010 alla deindicizzazione, e dato il tempo trascorso dall’evento, doveva reputarsi recessiva l’esigenza informativa e conoscitiva dei lettori cui la divulgazione presiedeva (cfr. Cass. n. 5525 del 2012; n. 1611 del 2013. In tema cfr anche la pronuncia della Corte di giustizia dell’Unione Europoea del 13 maggio 2014 in causa C -131112 e le linee guida sia dell’article 29 Data Prowedon Working Party sul diritto all’oblio, pubblicate il 26 novembre 2014, e sia in materia di trattamento di dati persoli per profilazione on line fornite il 19 marzo 2015 dal Garante per la protezione di dati persoli).
4 – Violazione e falsa applicazione del Decreto Legislativo n. 196 del 2001, articoli 15, 36, 117 e articolo 139 del codice di deontologia, nonche’ dell’articolo 2050 c.c. in relazione all’articolo 360 c.p.c., nn. 3 e 5.
Ribadita la liceita’ del trattamento dei dati persoli attuato per filita’ giorlistiche e conservative in archivi informatizzati, si assume in ogni caso l’insussistenza del danno non ravvisabile in re ipsa il difetto della relativa prova, ostativo alla relativa valutazione equitativa, e l’ipplicabilita’ dell’articolo 2050 c.c..
L’illecito protrarsi del trattamento di dati persoli giustificava l’accoglimento della pretesa risarcitoria espressamente assoggettata dal Decreto Legislativo n. 196 del 2003, articolo 15 alla discipli di cui all’articolo 2050 c.c., peraltro alla condizione che dagli interessati fosse stata allegata e dimostrata sia pure in via presuntiva, come nel Caso e avvenuto, l’esistenza di pregiudizi di tura non patrimoniale sofferti in sua conseguenza cass. nn. 15240 e 18812 del 2014) la cui liquidazione andava necessariamente operata con criteri equitativi, il ricorso ai quali e insito nella tura non economica del sofferto danno e nella funzione compensativa dell’attribuito risarcimento pecuniario (cfr. cass. n. 25739 del 20141 n. 25739 del 2007).
I profili di rilevante novita’ presenti nelle controverse questioni giustificano la compensazione per intero delle spese del giudizio di legittimita’.
Ai sensi del Decreto Legislativo n. 196 del 2003, articolo 52, comma 5 in caso di diffusione della presente sentenza si devono omettere le generalita’ e gli altri dati identificativi delle pani. Ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, articolo 13, comma 1 quater, da’ atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale/ricorso incidentale, a norma del cit. articolo 13, comma 1-bis.
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