Source: http://www.cnj.it/home/en/information/jugoinfo/9048-8968-il-tpij-icty-ha-chiuso-da-un-anno-ma-fa-ancora-danno.html
Timestamp: 2019-02-18 10:24:31+00:00
Document Index: 101845852

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8968 Il TPIJ / ICTY ha chiuso da un anno... ma fa ancora danno
(english / deutsch / italiano)
Il Tribunale penale internazionale per i crimini nell'ex Jugoslavia (ICTY) ha chiuso da un anno... ma fa ancora danno
0) PRO-MEMORIA: Milano 1 Dic. 2018: "G. Torre" Award Ceremony / Premiazione del concorso "G. Torre"
1) Milošević per qualcuno è pericoloso anche da morto (Italo Slavo / Jacopo Zanchini, marzo 2018)
2) La giustizia che punisce solo i vinti (Paolo Mieli, dicembre 2017)
3) FLASHBACK: Provoking nuclear war by media (John Pilger on ICTY' de facto exoneration of Slobodan Milosevic, 2016)
Altri link / À lire aussi / Weiter lesen / Also recommended:
TPIY : L’ENQUÊTE SUR LE SUICIDE DE SLOBODAN PRALJAK EST CLOSE (Klix.ba | Traduit par Eléonore Loué-Feichter | lundi 5 novembre 2018)
L’enquête sur le suicide de Slobodan Praljak en pleine audience du TPIY, le 29 novembre 2017, n’a pas réussi à établir de quelle manière ni à quel moment l’ancien chef croate d’Herzégovine s’était procuré du cyanure de potassium. Aucune infraction pénale n’a donc pu être établie....
https://www.courrierdesbalkans.fr/Suicide-de-Slobodan-Prljak-au-Tribunal-de-La-Haye-l-enquete-est-close
Al link seguente un "articolo" sulla nuova sentenza per Seselj, nel quale però non si parla per niente di quello che avrebbe fatto Seselj per essere processato all'Aia ma in compenso il nome "Milosevic" è menzionato ben sette volte a mo' di insulto... e giù "soldataglia miloseviciana", "centinaia di migliaia di civili" assassinati, Vucic "oggetto di attentati" che si sposterebbe "solo in veicoli blindati", Mira Markovic che con "molti leader del clan panserbo-filorusso vivono oggi a Mosca, con ampi mezzi finanziari", Milosevic "morto suicida in carcere all'Aja", ed altre (come definirle?) invenzioni letterarie per le quali la NATO bombarda, saluta, ringrazia e paga lo stipendio (a cura di Italo Slavo):
SERBIA, LEADER ULTRANAZIONALISTA CONDANNATO IN APPELLO MA EVITA IL CARCERE (di Andrea Tarquini, 12 aprile 2018)
http://www.repubblica.it/esteri/2018/04/12/news/serbia_leader_ultranazionalista_serbo_condannato_in_appello_ma_evita_il_carcere-193652881/
JUSTIFIED GRIEVANCES? A QUANTITATIVE EXAMINATION OF CASE OUTCOMES AT THE INTERNATIONAL TRIBUNAL FOR THE FORMER YUGOSLAVIA (ICTY)
by Jovan Milojevich, February 2018 (Journal of Balkan and Near Eastern Studies, DOI: 10.1080/19448953.2017.1421414 )
Abstract: Scholars have long debated the impartiality of the ICTY. Some argue that the Tribunal is biased while others argue that it fairly and impartially seeks justice for all the victims of the war. The present study offers a narrower approach to the question of possible bias by examining whether certain case variables were associated with case outcomes. The results show strong evidence of an association between the ethnicity of the accused (and of the victims) and the verdict and years sentenced, which calls into question the Tribunal’s impartiality. Nonetheless, the main goal of this study was not to question or dispute its decisions but to assess the validity of certain grievances against the Tribunal. For instance, the Serbs feel the Tribunal has not delivered justice for their victims and—as a result—their ‘collective suffering’ has been disavowed by the other communities in the region as well as by the West. Western political elites have largely rejected the validity of the Serbs’ claim and have attributed their belief to a denial by the Serbs of their role in the war. Unfortunately, the contentious nature of this debate has contributed to the lack of peacebuilding and reconciliation efforts in the region.
https://www.researchgate.net/publication/322996754_Justified_grievances_A_quantitative_examination_of_case_outcomes_at_the_international_tribunal_for_the_former_Yugoslavia_ICTY
Die Webseite www.free-slobo.de, nach fünfjährigem Unterbruch, wird wieder topp-aktuell nachgeführt.. Die sie tragende deutsche Sektion des ICDSM (International Committee to Defend Slobodan Milosevic) hat schon zu Beginn des Jugoslawien Krieges (neben jungewelt.de) dezidiert und fundiert gegen die kriminellen Machenschaften der NATO, insbesondere auch der Dämonisierung von Slobodan Milosevic, Stellung bezogen. (Kaspar Trümpy, ICSM Schweiz)
Milano 1 Dic. 2018: "G. Torre" Award Ceremony / Premiazione del concorso "G. Torre"
evento facebook: https://www.facebook.com/events/587679318368616/
Working languages will be ITALIAN and ENGLISH – more info:
http://www.cnj.it/home/en/international-law/8923-milano-1-12-2018-g-torre-award-ceremony.html
La Commissione per l’attribuzione dei premi “Giuseppe Torre” per elaborati critici sul Tribunale per la ex Jugoslavia, ed. 2018, ha deciso di non attribuire il primo premio e di attribuire due secondi premi ex-aequo a Stefan Karganović e Jovan Milojevich – si veda il comunicato integrale della Giuria: http://www.cnj.it/home/it/diritto-internazionale/8917-i-vincitori-del-concorso-g-torre.html
La PREMIAZIONE dei vincitori si terrà a Milano sabato 1 dicembre p.v., dalle ore 10:30 presso la Galleria Milano, Via Turati 14. Per ragioni organizzative gli interessati a partecipare [ad eccezione dei membri di Jugocoord ed invitati] devono inviare richiesta di iscrizione all'indirizzo jugocoord @ tiscali.it specificando: nome, cognome, telefono di ciascun partecipante. Solo in caso di raggiungimento del massimo della capienza sarà inviata risposta negativa entro 1-2 giorni dalla sottomissione della richiesta.
ORE 10:30: Accoglienza
ORE 11:00: Saluti e introduzione del segretario della associazione promotrice Jugocoord Onlus: Andrea Martocchia.
ORE 11:15: Dichiarazione della Giuria del Concorso a cura del membro delegato: Jean Toschi Marazzani Visconti.
ORE 11:30: Premiazioni ed interventi dei vincitori
Stefan Karganović: "ICTY and Srebrenica" [Il TPIY e Srebrenica]
Jovan Milojevich: "When justice fails: Re-raising the Question of Ethnic Bias at the International Tribunal for the Former Yugoslavia (ICTY)” [Quando la giustizia fallisce: riprendendo la questione del pregiudizio etnico al Tribunale penale Internazionale sulla ex Jugoslavia (TPIY)]
ORE 12:00: Proiezione di stralci dal documentario "De Zaak Milosevic" ("Il caso Milosevic", di Jos de Putter / VPRO, Olanda 2003, V.O. sottotitolata).
ORE 12:15: Interventi degli invitati:
Gen. Giorgio Blais, già responsabile di missioni militari all'estero, esperto di Diritto internazionale ed umanitario e protezione dei Beni Culturali
Tiphaine Dickson, già avvocato difensore in casi di crimine internazionale, capo consulente al Tribunale Penale Internazionale sul Ruanda, ex consigliere legale nel processo Milosevic e ora docente alla Scuola di Amministrazione Mark O. Hatfield della Portland State University (Stati Uniti)
Massimo Nava, editorialista del Corriere della Sera, autore di saggi sulle questioni jugoslave tra cui "Imputato Milosevic. Il processo ai vinti e l'etica della guerra"
Slobodan Lazarević, giornalista, presidente del Consiglio Direttivo della Associazione Sloboda–Libertà, Belgrado
ORE 12:45: Discussione e conclusioni.
ORE 13:15: Aperitivo.
I lavori si terranno nelle lingue INGLESE ed ITALIANO
Slobodan Milošević per qualcuno è pericoloso anche da morto
L'articolo di Jacopo Zanchini, che linkiamo di seguito (1), è una difesa d'ufficio dell'operato del "Tribunale ad hoc" dell'Aia: un bel compitino che non convince più nessuno. Se persino Paolo Mieli la interpreta oramai diversamente (2), "Internazionale", tempio in cui officiano i sacerdoti del mainstream, preferisce andare dritta a testa bassa e con robusti paraocchi.
La sua ricostruzione della guerra fratricida in Bosnia e Jugoslavia è assai carente e faziosa, tutta piegata a dimostrare la vulgata della "aggressione serba"; però già la sintesi dell'operato del "Tribunale ad hoc" è inaccettabile, poiché non solo i numeri degli imputati e dei condannati palesano il pesantissimo squilibrio "etnico" delle accuse, ma soprattutto il loro trattamento prima, durante e dopo le sentenze andrebbe analizzato. Milosevic dal carcere è uscito con i piedi davanti, e non per cause naturali, e non è stato il solo. Come Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia ONLUS abbiamo promosso un concorso (premi "Giuseppe Torre") su questi temi, che non possono essere liquidati come fa Zanchini.
Sulla questione specifica, Zanchini trascura che la assoluzione de facto di Milosevic è stata persino reiterata negli incartamenti della sentenza contro Ratko Mladić a fine 2017 – vedasi il link (3) per tutti i dettagli. Ma non c'è peggior sordo di chi pensa che le fake news siano solo le fake news degli altri.
(1) Slobodan Milošević è pericoloso anche da morto - Jacopo Zanchini - Internazionale 28.3.2018.
https://www.internazionale.it/opinione/jacopo-zanchini/2018/03/28/amp/slobodan-milosevic-assoluzione-notizia-falsa
(2) La giustizia che punisce solo i vinti (di Paolo Mieli, 13 dicembre 2017 – riportato anche di seguito, al punto 2.)
http://www.corriere.it/opinioni/17_dicembre_14/giustizia-che-punisce-solo-vinti-jugoslavia-praljak-milosevic-745767b4-e035-11e7-b8cc-37049f602793.shtml
(3) Hague Tribunal Exonerates Slobodan Milosevic Again
http://www.slobodan-milosevic.org/news/smorg_aw113017.htm
(a cura di Italo Slavo)
Dopo ventiquattro anni sta per smobilitare il Tribunale penale internazionale dell’Aia per i crimini commessi nella ex Jugoslavia
di Paolo Mieli, 13 dicembre 2017
In punta di piedi, se ne andrà, tra quindici giorni, il Tribunale penale internazionale dell’Aia per i crimini commessi nella ex Jugoslavia. Ha operato — la Corte dell’Aia — per ventiquattro anni, nel corso dei quali sono stati portati alla sbarra 161 imputati: 90 hanno poi ricevuto una sentenza di condanna. L’ultima immagine di questo dibattimento giudiziario destinata a rimanere impressa è quella di fine novembre: il settantaduenne generale croato-bosniaco Slobodan Praljak che, appreso di dover stare in prigione vent’anni (due terzi dei quali, già scontati), si è suicidato ingerendo, davanti alle telecamere, una fiala di veleno. Per la cronaca, Praljak in un primo tempo era stato accusato di aver ordinato, nel 1993, la distruzione dello Stari Most. Si trattava del Ponte vecchio di Mostar, un gioiello architettonico realizzato tra il 1557 e il 1566 sulla Neretva dall’architetto ottomano Hajrudin Mimar per consentire alle comunità cristiana e musulmana di integrarsi tra loro. I giudici dell’Aia, però, avevano assolto Praljak per quell’ordine stabilendo che quel ponte era un «obiettivo legittimo» in quanto costituiva una «linea di rifornimento del nemico». E si erano limitati a condannarlo per altri crimini. Ma anche questo, evidentemente, era per lui intollerabile pur se gli anni da trascorrere in cella sarebbero stati davvero pochi. Del tutto diverso il suo dal caso di Hermann Göring a Norimberga, al quale pure era stato il generale croato impropriamente paragonato. Göring si era sì dato la morte nell’ottobre del 1946 con il cianuro, ma dopo essere stato condannato a morte. Sarebbe morto comunque. Prima di Praljak si erano suicidati altri imputati di questo interminabile processo: l’ex ministro dell’Interno serbo Vlajko Stojiljkovic, l’ex sindaco di Vukovar Slavko Dokmanovic e, nel marzo del 2006, il quarantottenne presidente della Repubblica serba di Krajina, Milan Babic, impiccatosi in cella mentre stava scontando una pena di tredici anni. Tutti casi di condanne relativamente lievi, ben diversi da quelli del numero due di Adolf Hitler.
Nel corso del tempo trascorso dal 1993, anno in cui il Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia fu istituito, ci sono stati altri decessi in cattività. Sei giorni dopo Babic, morì in cella il grande imputato di questo processo, Slobodan Milosevic. Un infarto, si disse, per giunta alla vigilia della condanna. L’ex presidente serbo aveva più volte avanzato il sospetto che i suoi carcerieri lo stessero avvelenando. Sospetti, non suffragati però da evidenze di alcun tipo. Come, peraltro, di dubbi non sorretti da prove ce ne sono stati più d’uno per le morti improvvise di alcuni dei reduci di quella guerra, rinchiusi nella prigione di Scheveningen. In ogni caso, restando a Milosevic, pur senza voler sminuire le sue colpe, va ricordato che nel 2016, dieci anni dopo la sua scomparsa, il Tribunale penale internazionale ha stabilito che non fu responsabile di crimini di guerra in Bosnia. I giudici dell’Aja lo hanno scritto a chiare lettere nella sentenza di duemila e cinquecento pagine con cui hanno condannato a quarant’anni di carcere il leader dei serbi di Bosnia Radovan Karadzic. Anzi, in quella sentenza è stato addirittura dato atto a Milosevic di aver cercato di convincere Karadzic che «la cosa più importante di tutte era mettere fine alla guerra» e che «l’errore più grande dei serbo-bosniaci era di volere la sconfitta totale dei musulmani in Bosnia». Ed è così potuto accadere che (sempre nel 2016) Prokuplje, una cittadina di trentamila abitanti nel Sud della Serbia, annunciasse l’intenzione di costruire un monumento a Milosevic. E che il capo dello Stato, Tomislav Nikolic, un ex leader del dissenso serbo, non ritenesse di dirsi «contrario» mettendo in imbarazzo l’uomo destinato a succedergli, l’allora primo ministro Aleksandar Vucic (il quale, nel merito del giudizio da dare sull’iniziativa di Prokuplje, se l’è cavata dicendosi «combattuto»).
Morale: il pur scrupoloso lavoro dei giudici dell’Aja ha avuto l’effetto di produrre addirittura una iniziale riabilitazione di Milosevic. Senza peraltro dare soddisfazione alle vittime di quella guerra degli anni Novanta. Come dimostra un effetto del già citato «caso Karadzic»: il 24 marzo 2016 la Corte dell’Aja ha condannato Radovan Karadzic — l’uomo che si vantò della «pulizia etnica» — a quarant’anni di carcere per dieci capi di imputazione su undici (quanti ne aveva individuato dall’accusa). Ripetiamo, dieci su undici: Karadzic è stato ritenuto responsabile del massacro di Srebrenica (1995), di altri cinque misfatti contro l’umanità e quattro di guerra. Ma è stato assolto dall’accusa di genocidio in sette comuni bosniaci, dove le forze militari serbe da lui comandate si sarebbero macchiate di esecuzioni, stupri di massa e avrebbero gestito campi di concentramento con l’intenzione di uccidere quanti più musulmani possibile. I giudici hanno sentenziato che di ciò non esisteva prova certa, ed è bastato questo perché il senso della loro decisione fosse capovolto. Un superstite di quelle stragi, Amir Kulagiv, ha dichiarato: «La condanna appare come un premio per quello che Karadzic ha fatto, non una punizione... Questa sentenza non rende giustizia nemmeno a una sola persona assassinata a Srebrenica, figuriamoci alle molte migliaia di morti». Dopodiché nella Republika Srpska, uno staterello bosniaco controllato dalla Serbia, la casa dello studente di Pale, (cittadina da cui fu lanciato l’assedio a Sarajevo), è stata battezzata con il nome di Karadzic e alla cerimonia di inaugurazione hanno presenziato la moglie del condannato nonché il Presidente Milorad Dodik. Ecco: chi è curioso di sapere come possa accadere che dei criminali di guerra possano, dopo qualche tempo, diventare oggetto di venerazione potrà d’ora in poi studiare con profitto il caso jugoslavo.
Quanto a noi, resta il dilemma che ci perseguita dai processi di Norimberga e Tokio, i quali sanzionarono le colpe di tedeschi e giapponesi alla fine della Seconda guerra mondiale. Si può considerare «giusto» un Tribunale che, al termine di un conflitto (a maggior ragione se si tratta di una guerra civile), scopra e punisca esclusivamente reati commessi dagli sconfitti? Possibile che non si riesca a trovare neanche una macchiolina sull’abito dei vincitori? Siamo proprio sicuri — ad esempio — che i musulmani bosniaci di Alija Izetbegovic non abbiano qualche morto sulla coscienza? E c’è qualcosa da dire anche a proposito di noi europei, delle Nazioni Unite, dell’Occidente nel suo insieme. Il generale serbo Ratko Mladic il 4 giugno del 1995 incontrò il generale francese Bernard Janvier che comandava le forze Onu nella ex Jugoslavia ed era disposto a qualsiasi concessione pur di ottenere la liberazione dei suoi caschi blu, in gran parte francesi, trasformati dai serbi in scudi umani. Mladic, in cambio del loro «rilascio», chiese la fine dei raid aerei della Nato; la ottenne e marciò su Srebrenica da cui il colonnello Thom Karremans, al comando del battaglione di caschi blu olandesi, l’11 luglio si ritirò chiudendo un occhio, anzi tutti e due, su quel che stava per accadere. Risultato una carneficina con un bilancio finale di ottomila morti. Per quella strage, pochi giorni fa, a fine novembre, Mladic è stato, giustamente, condannato all’ergastolo. Ma forse avrebbe dovuto essere sanzionato con un simbolico giorno di prigione anche qualcuno di coloro che consapevolmente gli consentirono di uccidere quelle migliaia di persone. Non tutti. Almeno uno.
http://johnpilger.com/articles/provoking-nuclear-war-by-media
by John Pilger, 23 August 2016
Albright delivered an "offer" to Milosevic that no national leader could accept. Unless he agreed to the foreign military occupation of his country, with the occupying forces "outside the legal process", and to the imposition of a neo-liberal "free market", Serbia would be bombed. This was contained in an "Appendix B", which the media failed to read or suppressed.. The aim was to crush Europe's last independent "socialist" state.
At the height of the bombing, the BBC's Kirsty Wark interviewed General Wesley Clark, the Nato commander. The Serbian city of Nis had just been sprayed with American cluster bombs, killing women, old people and children in an open market and a hospital. Wark asked not a single question about this, or about any other civilian deaths. Others were more brazen. In February 2003, the day after Blair and Bush had set fire to Iraq, the BBC's political editor, Andrew Marr, stood in Downing Street and made what amounted to a victory speech.. He excitedly told his viewers that Blair had "said they would be able to take Baghdad without a bloodbath, and that in the end the Iraqis would be celebrating. And on both of those points he has been proved conclusively right." Today, with a million dead and a society in ruins, Marr's BBC interviews are recommended by the US embassy in London.
The line of questioning owes much to the rise of Britain's liberal war-makers. The Labour Party and the media have long offered them career opportunities.. For a while the moral tsunami of the great crime of Iraq left them floundering, their inversions of the truth a temporary embarrassment. Regardless of Chilcot and the mountain of incriminating facts, Blair remains their inspiration, because he was a "winner".