Source: http://www.farelinsegnante.it/materiali-didattici/76-la-tutela-della-riservatezza-dei-minori.html
Timestamp: 2017-06-28 01:47:05+00:00
Document Index: 97463166

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 14', 'art. 15', 'art. 19', 'art. 24', 'art. 32', 'art. 21', 'art. 7', 'art. 12', 'art. 8', 'art. 6', 'art. 57', 'art. 33']

Libreria onlineCorsi OnLineAbbonamentiHome Cerca	Sei qui: Home Materiali Didattici La tutela della riservatezza dei minori
Ma la protezione giuridica della sfera della riservatezza ha registrato una progressiva evoluzione ordinamentale che, dalla dimensione socio-relazionale ne ha definito i contorni in relazione ai contenuti informazionali dell’individuo, partendo cioè dalla necessità di difenderlo dai molteplici casi in cui sarebbe possibile configurare un controllo tramite i dati personali e la loro indiscriminata circolazione. Si è così passati al diritto alla protezione dei dati personali e al diritto all’autodeterminazione informativa, configurando così un nuovo diritto, in grado di tutelare i flussi informativi connessi ai dati personali in ogni settore pubblico e privato, estendendo o comunque declinando in termini più ampi il concetto di riservatezza.
Il diritto alla privacy trova riconoscimento in Italia anzitutto grazie all’adesione del nostro Paese agli ordinamenti sovranazionali. È alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, ai Trattati Ue e agli atti derivati comunitari che dobbiamo principalmente ringraziare se in Italia si è potuta affermare una solida cultura giuridica sull’importanza delle garanzie nel trattamento e nella circolazione dei dati personali. Il nostro Paese si è adeguato ad elevati standard di protezione solo a partire da metà anni Novanta – peraltro, con una perentoria trasformazione dell’ordinamento da poco e solo sporadicamente attento in vera e propria avanguardia garantistica nel panorama continentale.
La spinta proveniente dall’Europa è stata pienamente raccolta dall’Italia grazie ad un ordinamento costituzionale che, collocando il pieno sviluppo della persona umana al centro dei fini che devono essere perseguiti dai poteri pubblici e riconoscendo nonché garantendo i diritti inviolabili dell’uomo, fornisce un’ampia tutela alla sfera della riservatezza. È specificamente l’art. 2 Cost., nella sua accezione di clausola a “fattispecie aperta”, a consentire al diritto alla privacy di trovare posto tra i diritti fondamentali della persona, in particolare nella sua accezione di vero e proprio diritto della personalità – lettura ormai unanimemente e indubitabilmente condivisa dalla dottrina, dai giudici e dal legislatore.
Proprio per queste ragioni il diritto alla privacy ha una collocazione costituzionale complessa, soprattutto per quanto concerne il suo rapporto con altri interessi di carattere costituzionale.
In via di estrema sintesi, potremmo operare questa distinzione:
da una parte abbiamo tutte quelle situazioni in cui il diritto alla privacy si salda con altri diritti costituzionali, giungendo così ad un decisivo rafforzamento della garanzia personalista: pensiamo agli evidenti legami con il diritto al domicilio (art. 14) e alla libertà e segretezza delle comunicazioni private (art. 15), sottolineati anche dalla Corte costituzionale; oppure alla libertà religiosa (art. 19), al diritto alla difesa (art. 24) e alla protezione della famiglia (artt. 29 ss.), che chiamano in causa aspetti strettamente privati (rispettivamente, la fede, le vicende giudiziarie e la sfera intima familiare); pensiamo altresì al settore sanitario (art. 32);
dall’altra parte abbiamo invece quei momenti in cui il diritto alla privacy appare contrapposto ad altre esigenze costituzionali, e quindi occorre necessariamente individuare un bilanciamento che sia in grado di coniugare tutti gli interessi in campo senza che ne sia intaccato il nucleo essenziale. Pensiamo al controverso rapporto con libertà di espressione (art. 21), che oggi può venire in rilievo in molteplici modi: nella divulgazione da parte della stampa di particolari privati non necessari a fini informativi; nella proliferazione delle forme di comunicazione interpersonale, dovuta alla potente e rapida diffusione delle Information and Communication Technologies(Ict); nella crescente pubblicazione di dati, da parte di soggetti che utilizzano risorse pubbliche, quale strumento di prevenzione degli illeciti.
Questo premesso, il diritto alla protezione dei dati personali rappresenta uno straordinario veicolo per tutelare chi si trova in una condizione di “vulnerabilità esistenziale” come i minori, la cui personalità è in via di formazione, e il cui sviluppo può essere compromesso più facilmente rispetto ad individui già formati.
Il d.lgs. 196/2003 (cd. Codice privacy), al fianco delle statuizioni generali su principi e regole applicabili in ciascuna situazione (a partire dai fondamentali principi di liceità, finalità, necessità e proporzionalità),si occupa nello specifico dei minori in due settori:
quello della pubblicità dei procedimenti giudiziari, che deve comunque garantire la non identificazione dei minori (artt. 51 e 52), certamente nella loro qualità di vittime, dirette o indirette, ma anche di persone coinvolte a qualsiasi titolo;
quello della cronaca giornalistica, dove il diritto alla riservatezza del minore prevale sempre e comunque di fronte alla libertà di espressione (art. 7 del relativo codice deontologico).
E proprio queste previsioni hanno consentito al Garante di attivare i suoi poteri di vigilanza: sia assicurando interventi provvedimentali puntuali; sia richiamando le testate giornalistiche al rispetto della dignità degli interessati; sia sensibilizzando la collettività nonché le altre istituzioni (a partire dal legislatore) al fine di elevare il livello di tutele effettive.
Da questo punto di vista, il nuovo Regolamento europeo in materia di protezione dei dati personali – entrato in vigore nel maggio 2016 ma applicabile a partire dal maggio 2018 – nell’aggiornare il quadro delle garanzie,recepisce le accresciute esigenze di protezione che stanno rapidamente emergendo.
In una logica di maggiore protezione vengono primariamente potenziati gli strumenti centrali dell’autodeterminazione informativa: a partire proprio dalla stessa informativa, che deve presentare “un linguaggio semplice e chiaro, in particolare nel caso di informazioni destinate specificamente ai minori” (art. 12).
Ma soprattutto, vi è un intero articolo dedicato alle “Condizioni applicabili al consenso dei minori in relazione ai servizi della società dell'informazione” (art. 8), ai sensi del quale èconsentito l’accesso ai servizi online ai soli minori ultrasedicenni, poiché per gli infrasedicenni occorre l’autorizzazione dei genitori; i singoli Stati possono abbassare questa età minima di accesso fino a non meno di tredici anni.
In sede di elaborazione di questa ultima disposizione il dibattito si è rivelato piuttosto vivace. Infatti, da una parte si è apprezzata la volontà di introdurre dei meccanismi che in qualche modo fornissero una tutela più elevata alla navigazione sul web quando davanti allo schermo ci sono dei minori. Si deve altresì registrare la scelta di lasciare comunque agli Stati una certa discrezionalità nello stabilire a quale età, compresa tra i 13 e i 16 anni, riconoscere una sorta di “maturità digitale” in capo ai minori, consentendo loro di accedere ai siti internet in totale autonomia. Dall’altra parte, non sono mancati alcuni rilievi critici: primo fra tutti il timore di un isolamento dalla Rete per tutti quei minori sotto-soglia che scontano la presenza di genitori poco “tecnologizzati”. A ciò si aggiunga un’ulteriore questione che è stata sollevata, comunque cedevole rispetto al primario interesse alla tutela dei minori: se occorre prevedere dei meccanismi di certificazione effettiva del superamento della soglia di età da parte del giovane (come potrebbe essere la produzione di copia di un documento rilasciato dall’autorità competente), allora il rischio insito è che possano essere messi in circolazione dati personali del minore a vantaggio dei titolari dei siti o, peggio ancora, alla mercé di chiunque sia in grado di intercettare flussi di dati su canali di trasmissione che sicuri non sono, con conseguenze in termini anzitutto di furto d’identità e riutilizzo illecito.
Tornando alle novità del Regolamento, ai titolari del trattamento è imposto, nell’ottica di una maggiore responsabilizzazione, di prestare particolare attenzione ai minori nel momento in cui effettuano dei trattamenti anche in assenza del consenso o di altra base legale (art. 6, comma 1, lett. f)).
Ma anche il Garante, nello svolgere la sua consueta attività di sensibilizzazione, dovrà soffermarsi sulla necessità di rafforzare le tutele in favore dei minori (art. 57, comma 1, lett. b)).
2. La privacy a scuola
Nell’ottobre 2016 il Garante ha pubblicato un vademecum diretto a fornire alcune indicazioni utili su un corretto trattamento di dati personali all’interno dell’istituti scolastici: si chiama “La scuola a prova di privacy” ed è liberamente scaricabile dal sito del Garante (www.garanteprivacy.it), rinvenibile già dalla homepage.
Si tratta di un libretto agile e di facile fruizione, rivolto in primo luogo agliistituti stessi, i veri e propri “titolari del trattamento”, cioè i vertici delle istituzioni scolastiche, composti da presidi, dirigenti e organismi collegiali interni: infatti, sono loro che prendono le decisioni circa gli indirizzi generali e le azioni concrete da dare alla scuola, e per farlo utilizzano necessariamente i dati personali degli studenti.
Questo vademecum si rivolge in qualche modo anche agli studenti, fruitori dei servizi educativi, e alle loro famiglie, poiché rappresenta uno strumento utile ad accrescere la consapevolezza dei propri diritti, e quindi anche a renderli partecipi di un miglioramento generale della vita scolastica, che rappresenta per loro una parte fondamentale (in termini di educazione civica) e rilevante (in termini di impegno temporale) della loro crescita.
Per quanto riguarda poi gli insegnanti, è bene precisare che il loro ruolo, relativamente al trattamento dei dati personali degli alunni, è quello di soggetti preposti dall’istituzione scolastica stessa, per cui è nell’ambito delle decisioni adottate dagli organismi direzionali, e più in generale delle funzioni istituzionali perseguite, che possono effettuare trattamenti: ciò vale dall’utilizzo del registro di classe alla gestione dei voti di interrogazioni e compiti. Nel fare ciò dovranno pertanto prestare estrema attenzione a non uscire dai canoni della liceità, finalità e proporzionalità.
Il tutto sapendo che un utilizzo diverso di questi dati personali (anagrafici, valutativi, ma anche eventuali foto e video, o addirittura i contenuti dei temi) li renderebbe autonomi titolari del trattamento, e quindi soggetti ad una responsabilità diretta ed autonoma rispetto a quella istituzionale della scuola: il che di conseguenza comporta l’applicazione a loro di tutte le regole del Codice privacy (informativa, consenso, trattamenti effettuabili, modalità di utilizzo e conservazione, misure di sicurezza, ecc.), a meno che non si configuri un trattamento per fini esclusivamente personali (trattamento da cui però sono escluse la comunicazione sistematica e la diffusione).
Tutto ciò premesso, qui di seguito si riportano in maniera sintetica alcune delle regole fornite dal Garante con questo vademecum:
anzitutto, una corretta e completa informazione è il presupposto imprescindibile per la comprensione di tutto quello che succede ai propri dati una volta entrati nel circuito scolastico;
la raccolta dei dati da parte della scuola, ad esempio al momento dell’iscrizione, deve essere inoltre improntata al canone della pertinenza e non eccedenza delle informazioni richieste: a questo fine, risulterebbe poco giustificabile conoscere i nomi dei parenti diversi dai genitori (o da chi esercita comunque la potestà legale) o l’indirizzo della casa al mare;
poi c’è la questione del consenso, mai molto chiara in capo agli operatori (di qualsiasi settore). In generale, ai sensi del Codice privacy, la regola del consenso espresso al trattamento dei dati personali non vale quando a trattare i dati è un soggetto pubblico: ne discende pertanto che le scuole pubbliche (tra cui si annoverano anche le scuole paritarie degli enti locali, come i nidi comunali) non dovranno chiedere il consenso degli studenti (o dei loro genitori), purché agiscano nell’ambito delle finalità istituzionali. Passando ora all’ambito privato, la regola generale del Codice è quella del consenso espresso, libero, specifico e documentato, salvo alcune eccezioni. Come si declina questa regola nel mondo della scuola privata? Anzitutto non è necessario richiedere il consenso per trattare i dati richiesti ai fini dell’iscrizione o di altre attività scolastiche, in quanto la normativa esonera da tale adempimento quando, ad esempio, il trattamento è previsto da un obbligo di legge, o, come nel caso dell’iscrizione a scuola, quando i dati sono necessari per rispondere a una richiesta dell’interessato, oppure per adempiere a un contratto. Il consenso al contrario deve essere acquisito per lo svolgimento di attività non strettamente connesse a quelle didattiche o non previste già dall’ordinamento scolastico, come potrebbero essere particolari iniziative di tipo ricreativo o culturale quali corsi di lingue, di informatica, di teatro, ecc.;
attenzione poi a quando vengono in gioco dati sensibili e giudiziari, il cui trattamento richiede particolari cautele, a partire da una valutazione di stretta indispensabilità rispetto a finalità di rilevante interesse pubblico: si pensi ai dati idonei a rivelare una convinzione religiosa, come l’adesione all’insegnamento della religione cattolica o l’indicazione di alcune preferenze alimentari per il servizio mensa; oppure, si pensi ai dati idonei a rivelare lo stato di salute, come i certificati connessi allo svolgimento dell’attività sportiva o il servizio di sostegno a studenti disabili o con disturbi dell’apprendimento;
per quanto riguarda l’ambito di circolazione delle informazioni all’interno dell’istituto occorre utilizzare particolari accortezze: per riprendere quanto detto sopra, l’accesso ai dati degli studenti con disturbi dell’apprendimento deve essere consentito ai soli docenti preposti al loro piano formativo, come anche la redazione delle circolari interne non dovrebbe indicare i nomi di quegli studenti protagonisti di episodi delicati quali violenze o bullismo;
la gestione dei voti e della loro conoscibilità, in particolare in occasione degli esami di Stato, è un tema da sempre di particolare interesse. Bisogna sgombrare il campo da qualsiasi incertezza: si tratta di informazione pubbliche, soggette ad un generale dovere di trasparenza, e quindi come tali conoscibili da chiunque. Spetta comunque al Ministero dell’Istruzione stabilire modalità e forme di questa pubblicità;
ciò che sicuramente non può essere pubblicato sul portale web della scuola è il nominativo degli studenti (o dei genitori) in ritardo col pagamento del servizio di mensa, o che usufruisce gratuitamente di tale servizio per ragioni reddituali. Come non può essere pubblicato l’elenco dei bambini che usufruiscono del servizio di scuolabus: in alcuni casi il Garante ha addirittura accertato che ad essere diffuse erano pure le indicazioni sulle singole fermate, informazioni peraltro in grado di mettere in grave pericolo l’incolumità stessa dei bimbi;
la normativa consente anche il trasferimento dei dati degli studenti dalla scuola al mondo del lavoro, al fine di agevolare l’orientamento e l’inserimento professionale: ciò a condizione che gli studenti ne siano adeguatamente e previamente informati, e che siano loro stessi a fare specifica richiesta per il godimento di questo servizio. Queste informazioni possono essere diffuse liberamente, o anche solo comunicate, a destinatari che possono essere individuati in aziende, centri territoriali per l’impiego, strutture formative accreditate, realtà associative come Almadiploma, la cui missionè proprio l’intermediazione tra scuola secondaria e mondo del lavoro, al fine di aiutare i diplomati nella scelta del proprio percorso e le aziende nella scelta di profili consoni da inserire;
le riprese audiovideo effettuate coi telefonini o con i tablet sono generalmente consentite purché le registrazioni siano utilizzate per fini esclusivamente personali: si pensi alla registrazione di una lezione da riascoltare a casa o alle foto scattate durante le gite scolastiche da conservare nel proprio archivio. Quando però questi files diventano oggetto di comunicazione sistematica (l’invio ripetuto o ad un ampio numero di persone, ad esempio tramite servizi di messaggistica istantanea come Whatsapp) o di diffusione (quale il caricamento su piattaforme online come Youtube o i social network) allora occorre aver acquisito il consenso informato degli interessati. Si devono però considerare gli enormi rischi connessi al riutilizzo: come la cronaca ci racconta con feroce attualità, l’invio di una foto ad un singolo amico può trasformarsi nel primo anello che poi porta ad una lunga catena di inoltri successivi e/o multipli, e quindi a creare situazioni di forte lesione della dignità della persona ritratta nella foto o nel video.
3. La videosorveglianza negli asili: un problema aperto
Il tema della videosorveglianza in questa sede ci interessa con riferimento alla delicata questione dell’installazione di telecamere all’interno di asili nido e scuole dell’infanzia, attualmente oggetto di dibattito parlamentare.
Dopo un’accesa discussione alla Camera e due audizioni del Garanteil progetto di legge, ad oggi fermo in Commissione al Senato, consente l’installazione di telecamere, previa verifica preliminare al Garante e accordo con le organizzazioni sindacali (o autorizzazione dell’Ispettorato territoriale del lavoro): le immagini vengono acquisite in maniera cifrata, e l’accesso è consentito esclusivamente all’autorità giudiziaria; un d.m. sarà chiamato a stabilire “le modalità per assicurare la partecipazione delle famiglie alle decisioni relative all’installazione e all’attivazione dei sistemi di videosorveglianza negli asili nido e nelle scuole dell’infanzia”. La finalità di questa misura è quella “prevenire e contrastare, in ambito pubblico e privato, condotte di maltrattamento o di abuso, anche di natura psicologica, in danno dei minori negli asili nido e nelle scuole dell’infanzia (…), nonché di disciplinare la raccolta di dati utilizzabili a fini probatori in sede di accertamento di tali condotte” – per completezza, va ricordato che questo testo si occupa allo stesso modo anche delle strutture ove sono ricoverati anziani o disabili.
Al di là della questione del controllo a distanza dei lavoratori che si verrebbe a ingenerare, ciò su occorre soffermarsi è altro. È vero che oggi la cronaca ci dipinge un allarme sociale relativamente a fenomeni di maltrattamenti di minori nei luoghi deputati alla loro educazione.
Ma è d’altra parte vero che l’esigenza di tutela dei bambini non è di per sé sola sufficiente per legittimare la previsione normativa dell'uso generalizzato di telecamere negli spazi didattici degli asili, riprendendo in modo massivo e continuato educatori e bambini: ciò potrebbe sviluppare in questi ultimi, soggetti la cui personalità è in via di formazione, una concezione distorta della propria libertà, per cui sarebbe considerato normale essere sempre controllati. Ma non solo, perché una sorveglianza prolungata, per il solo fatto che sia effettiva – e quindi a prescindere dalle persone legittimate ad accedervi e dalle circostanze a ciò legittimanti –, andrebbe a incidere sensibilmente la libertà di insegnamento che l’art. 33 della Costituzione sancisce e che la Corte costituzionale ha sempre efficacemente custodito rispetto a ogni tipo di ingerenza.
Accedere all’idea secondo cui è una telecamera a far sentire noi genitori più sicuri circa l’integrità fisica e psicologica dei nostri figli, vorrebbe dire utilizzare una “scorciatoia tecnologica” per certificare, in fin dei conti, che non vi è più alcuna fiducia nelle istituzioni, neanche quelle più prossime ai cittadini e che erogano i servizi fondamentali. Peraltro, nel delicato settore dell’istruzione ciò avrebbe un’immediata ricaduta negativa non solo nelle modalità di insegnamento (dobbiamo essere controllati) ma anche nell’oggetto dell’insegnamento (non devi avere fiducia) rivolto a personalità in via di formazione, e quindi più fragili e sensibili.
Già l’8 maggio 2013 il Garante si era espresso con riferimento all’installazione di webcam in un asilo nido (vedi il provv. su www.garanteprivacy.it, doc. web n. 2433401), bocciando questa eventualità poiché in contrasto con i principi di necessità e proporzionalità. Nel caso di specie non erano state portate significative circostanze atte a dimostrare che vi fosse una situazione reale di pericolo per l’incolumità fisica dei minori, per cui questo sistema di videosorveglianza sarebbe servito semplicemente a soddisfare mere esigenze di “maggior tranquillità” rappresentate dai genitori. Peraltro, il sistema era configurato in maniera tale che le immagini venissero trasmesse direttamente sugli smartphone dei genitori, con conseguenti problemi in termini sia di sicurezza dei canali di comunicazione (con potenziali accessi da parte di terzi non legittimati), sia di visione di immagini non circoscritte al proprio figlio (e quindi riprese focalizzate anche sugli altri bimbi, nonché sugli educatori).
4. I minori e le nuove tecnologie
Minori e riservatezza al giorno d’oggi vuol dire soprattutto il rapporto con i nuovi media. Computer, ma soprattutto smartphone e tablet sono degli straordinari canali di accesso attraverso cui chiunque, e soprattutto i cd. “nativi digitali”, può accedere al web non solo per fruire dei suoi infiniti contenuti, ma anche per produrne di nuovi e condividerli con platee illimitate di persone.
Un incredibile potenziale tecnologico come questo, peraltro piuttosto “anarchico” rispetto alla possibilità di una sua regolamentazione in qualche modo stringente, rappresenta un terreno su cui facilmente fioriscono comportamenti denigratori e inaccettabili. Soprattutto quando di mezzo ci sono i minori, che non sono in grado di comprendere appieno le conseguenze delle loro azioni, e che possono scambiare gravi lesioni della dignità altrui per scherzi inoffensivi; oppure confidare nell’impunità in nome di una presunta anonimità.
Da quando nel 2006 abbiamo acceso i riflettori sul caso Google-Vividown è trascorso un decennio in cui sempre più frequentemente la cronaca ci racconta di episodi di vere e proprie violenze perpetrate tramite la diffusione di parole e immagini a mezzo social network.
Proprio a questo proposito recentemente il Garante ha adottato un provvedimento molto innovativo, volto a introdurre anche nello sfuggente mondo dei social media un più elevato livello di garanzie ricavate dal Codice (provv. del 23 febbraio 2017, su www.garanteprivacy.it, doc. web n. 6163649). Al di là della natura dei dati in questione (che comunque sono informazioni su minori contenute in decisioni giurisdizionali), il provvedimento del Garante rileva per un importante principio stabilito in relazione alla circolazione di dati sui social networks (nel caso, Facebook): “non può essere provata la natura chiusa del profilo e la sua accessibilità a un numero ristretto di “amici”, in ragione del fatto che esso è agevolmente modificabile da “chiuso” ad “aperto” in ogni momento da parte del titolare[l’utente], nonché della possibilità per qualunque “amico” ammesso al profilo stesso di condividere sulla propria pagina il post rendendolo, conseguentemente, visibile ad altri utenti (potenzialmente tutti gli utenti di Facebook)”. Da ciò discende, pertanto, che postare sul proprio profilo Facebook dati personali di terzi rappresenta, proprio per la natura mai definitivamente “chiusa” della piattaforma, una comunicazione sistematica, quindi assoggettata a tutte le regole del Codice.
Di fronte all’incremento di questa violenza oggi si sta muovendo il legislatore, che sta portando a compimento l’approvazione della legge contro il cd. cyberbullismo, la cui direttrice principale consiste nella responsabilizzazione del gestore del sito che veicola il messaggio diffamante.
In altre parole, attraverso il meccanismo tipico dell’esercizio dei diritti connessi alla protezione dati – peraltro nel frattempo allargato anche alla rimozione di risultati dai motori di ricerca – sarà possibile chiedere la cancellazione di questi contenuti in prima battuta al titolare del sito, e, in caso di inerzia, al Garante stesso, il quale poi potrebbe esercitare il potere inibitorio legale.
Il corretto funzionamento di questa procedura (analogamente a quella tipica dei ricorsi al Garante) potrà avere ottimi risultati in termini di efficacia e di tempistica.
Il disegno di legge si concentra però anche su altri aspetti, volti a prevenire la commissione degli illeciti. Vanno in questo senso le misure volte a incentivare la costruzione di piattaforme web in grado di garantire fin dalla progettazione meccanismi di garanzia o quantomeno di allarme qualora venissero caricati contenuti sgradevoli. Questa è la privacy by designche il nuovo Regolamento Ue sulla privacy tende a porre quale regola generale di trattamento; una privacy by designche faccia proprie tecnologie child-frienldy, cioè pensate prima di tutto a tutela dei bambini.
È però evidente che prima di tutto è l’educazione ad un corretto e consapevole uso dei nuovi media a segnare il punto di svolta decisivo, in grado di frenare questo pericoloso processo di regressione culturale.
Le Autorità di protezione dati, nel corso della consueta Conferenza annuale tenutasi lo scorso 18 ottobre, si sono fatte carico proprio del tema dell’“educazione digitale”, adottando una risoluzione (che ha visto il Garante italiano tra i suoi principali fautori) volta a raccomandare l'inclusione dell’educazione digitale nei programmi di studio e curriculari, nonché la formazione degli educatori sui temi della privacy e della protezione. In quella sede è stato altresì adottato l’“International Competency Framework”, una cornice di principi volti a fornire agli studenti una conoscenza di base della protezione dei dati, da promuovere all’interno dei singoli Paesi come parte integrante dei programmi curriculari degli educatori (tutti questi documenti sono reperibili sul sito https://icdppc.org/document-archive/adopted-resolutions/).
L’Autorità italiana si è già mossa lungo questa direttrice, grazie ad una costante attività di leale collaborazione con le altre istituzioni competenti.
Resta comunque la consapevolezza di quanto sia imprescindibile la funzione della scuola (dalle istituzioni che la governano al corpo docente che vi dà corpo e sostanza) di formare le persone di domani.È infatti la scuola il luogo privilegiato in cui far comprendere ai giovani quanto oggigiorno sia importante sviluppare una piena consapevolezza e un senso critico rispetto al trattamento di dati personali online, oltre ai benefici e ai rischi per i diritti fondamentali relativi all'utilizzo delle nuove tecnologie.