Source: https://www.eius.it/giurisprudenza/2017/691
Timestamp: 2018-09-20 15:37:52+00:00
Document Index: 23095734

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 391', 'art. 391', 'art. 391', 'art. 368', 'art. 568', 'art. 358', 'art. 111', 'art. 368', 'art. 358']

EIUS - Corte di cassazione, sezione IV penale, sentenza 6 dicembre 2017, n. 14551
1. Con provvedimento del G.I.P. presso il Tribunale di Pescara del 5 luglio 2007, previo parere conforme del Pubblico Ministero, è stata rigettata l'istanza, formulata ex art. 391-quater c.p.p., con cui i difensori di Ilario L., sindaco di Farindola ed Enrico C., tecnico comunale del medesimo comune avevano sollecitato l'acquisizione delle e-mail inviate e ricevute dai dirigenti della Protezione Civile della Regione Abruzzo, a partire dal mese di marzo 2014.
2. Avverso il provvedimento propongono ricorso per cassazione Ilario L. ed Enrico C., a mezzo dei loro difensori, affidandolo a due distinti motivi, preceduti da una premessa sul tessuto investigativo, posto a giustificazione dell'istanza formulata al giudice per le indagini preliminari. Sottolineano che la richiesta si inscrive nell'indagine relativa al disastro di Rigopiano, nell'ambito della quale il sindaco del comune di Farindola è accusato di avere cagionato la morte di 29 persone. La difesa degli interessati rileva di avere rintracciato, insieme ad un team di esperti, prove di gravi responsabilità a carico dell'amministrazione regionale, per l'incuria con cui era stato gestito il settore della prevenzione, nonostante il notorio pericolo di valanghe dell'area. In questo ambito è stata formulata al giudice per le indagini preliminari istanza di sequestro probatorio della corrispondenza elettronica dei responsabili e dirigenti della protezione civile, proprio per dimostrare la non ascrivibilità ai due ricorrenti di responsabilità di carattere penale. Al fine di acquisire la prova di detta mancanza di intervento in ordine ai pericoli insistenti sull'area la difesa ha promosso l'istanza di acquisizione, respinta dal giudice.
4. Con il secondo motivo, richiamati i principi fondamentali sottostanti l'istituto delle indagini difensive, anche quali emergenti dalla Relazione della Commissione Giustizia sul disegno di legge di riforma del codice di procedura penale del 20 ottobre 1998, osservano l'insussistenza di limiti posti dal legislatore alle indagini difensive, diversi ed ulteriori al rispetto delle forme prescritte dagli artt. 391 e segg. c.p.p. Lamentano che la giurisprudenza di legittimità, negando ogni rimedio avverso decisioni che impediscano il reale esercizio del potere difensivo, finisce per rimettere alla sola discrezionalità del giudice il diritto della parte di "difendersi provando" e che, in assenza della previsione di strumenti di impugnazione, ciò implica una vera e propria elusione incostituzionale dei diritti difensivi. D'altro canto, l'esegesi della Suprema Corte, pretende, contrariamente al dato normativo testuale, un controllo di rilevanza, laddove, invece, le norme escludono ogni valutazione, introducendo un automatismo derivante dalla richiesta difensiva, inammissibile solo qualora proveniente da soggetto non legittimato o quando formulata al di fuori dei presupposti normativi o infine manifestamente inconferente. Rilevano che le indagini difensive così come le indagini del pubblico ministero hanno finalità esplorativa e la loro rilevanza non può essere oggetto di valutazione a priori, costituendo il vaglio dell'autorità giudiziaria un'ingerenza indebita sulla scelte della linea difensiva. Una lettura costituzionalmente orientata della disciplina sulle indagini difensive impone di assicurare ex artt. 3 e 111 Cost. l'effettiva parità delle parti nel processo, assicurando alla difesa la stessa possibilità esplorativa intrinseca alle indagini del pubblico ministero, anche perché la mancata previsione di un mezzo di reazione al diniego di quest'ultimo o del giudice per le indagini preliminari rende impossibile emendare il difetto di investigazione, rivolgendosi al giudice per l'udienza preliminare o a quello del dibattimento, molto tempo dopo la realizzazione del vulnus, dando così luogo ad una disparità incolmabile fra le parti. Una simile violazione del principio di parità verrebbe, nondimeno, esclusa dall'enunciazione del principio di diritto - opposto a quello espresso dall'orientamento della Corte - secondo il quale l'istanza difensiva, ai sensi dell'art. 391-quater c.p.p. può essere rigettata solo per ragioni afferenti ai criteri formali della richiesta ed all'insequestrabilità del documento secondo la disciplina generale. Con la conseguenza della necessaria trasmissione degli atti alla Corte costituzionale nell'ipotesi in cui la Suprema Corte non ritenesse di discostarsi dall'esegesi vigente. Concludono chiedendo l'annullamento del provvedimento del G.I.P. presso il Tribunale di Pescara, in quanto implicante un'inammissibile forma di vaglio del pubblico ministero e del giudice per le indagini preliminari, incompatibile con la lettura costituzionalmente orientata della norma; o in via subordinata, l'annullamento dell'atto impugnato in quanto abnorme, od ancora, in via ulteriormente subordinata, valutata la non manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 391-quater c.p.p. in relazione agli artt. 3, 24 e 111, commi 2 e 3, la rimessione degli atti alla Corte costituzionale.
11. In primo luogo, la mancanza di uno strumento di impugnazione del provvedimento con cui il giudice delle indagini preliminari, al quale il P.M. ha trasmesso gli atti a norma dell'art. 368 c.p.p., respinge la richiesta di emissione di un ordine di sequestro probatorio presentata dalla parte privata, stante il principio di tassatività fissato dall'art. 568 c.p.p. Sul punto deve affermarsi che l'assenza di previsione legislativa di un simile mezzo di gravame non è il riflesso del diniego interpretativo della parità fra accusa e difesa, perché una simile impostazione dimentica che al pubblico ministero la Carta Fondamentale riserva l'esercizio dell'azione penale, cui consegue più che la discrezionalità nella ricerca della prova, l'obbligo del suo reperimento ai fini del corretto svolgimento del compito costituzionalmente assegnatogli. Se è vero, infatti, che egli deve anche svolgere, ai sensi dell'art. 358 c.p.p., accertamenti su fatti e circostanze a favore della persona sottoposta alle indagini, costituendo questa una delle estrinsecazioni proprie del principio di parità di cui all'art. 111 Cost., è anche vero che un simile dovere è controbilanciato dall'obbligo di tutela dell'azione penale, il cui concreto esercizio non può subire l'inquinamento di una discovery anticipata e nociva alla prosecuzione delle investigazioni. Il problema, ovviamente, si pone nel caso in cui l'indagine difensiva necessiti dell'esercizio di un potere impositivo di cui la parte è priva, così come avviene per il sequestro rivolto alla acquisizione di cose pertinenti il reato. Sentinella della parità delle parti, a fronte della richiesta del soggetto interessato (che peraltro può coincidere anche con la persona offesa), è l'obbligo, sancito dall'art. 368 c.p.p. di rimettere la richiesta, corredata dal parere del pubblico ministero, al giudice delle indagini preliminari, la cui terzietà consente di valutare la prevalenza della segretezza o del diritto di difesa, valori entrambi di rango costituzionale, ma diversamente apprezzabili in ciascuna ipotesi di specie. Ed infatti, nonostante l'acuta e tuttavia suggestiva esegesi suggerita dai ricorrenti, affermare il dovere tout court del pubblico ministero di dar corso ad ogni richiesta della parte, senza alcuna previa valutazione della sua influenza effettiva sul quadro probatorio in formazione, implica non solo un gravissimo intralcio alla necessaria speditezza delle investigazioni, ma l'introduzione di un vulnus alla segretezza indispensabile alla funzione costituzionale dell'accusa. Tuttavia per evitare scelte del pubblico ministero sugli accertamenti impostigli dall'art. 358 c.p.p. connotate da un cattivo esercizio del potere di ricerca delle prove a discarico, da acquisirsi attraverso i poteri pubblici, il legislatore ha previsto l'obbligo di controllo del G.I.P. sul suo operato, imponendogli la trasmissione degli atti, con lo scopo di consentire la valutazione concreta dell'incidenza dell'atto richiesto sull'effettività della difesa, anche avuto riguardo alla tempestività dell'acquisizione ed alla sua non rinviabilità. L'intervento del giudice, quindi, tende a stabilire, rispetto ad un atto dal contenuto determinato come il sequestro, quando la disparità funzionale del pubblico ministero, consistente fra l'altro nella disponibilità dei poteri impositivi preclusi alla persona sottoposta alle indagini - o alla parte offesa -, debba essere posta a servizio di questa al fine di assicurare una difesa che, altrimenti, sarebbe vanificata dal corso del tempo o dal successivo corso delle indagini. Dunque la parità delle parti, negata in prima battuta dal pubblico ministero, si realizza proprio attraverso la positiva decisione del giudice per le indagini preliminari che, nondimeno, trova il suo limite nella rilevanza della richiesta. È chiaro, infatti, che la "rilevanza" costituisce la misura dell'intervento del giudice, perché l'inesistenza di un margine di intervento equivarrebbe al puro e semplice assoggettamento dei poteri pubblici alla richiesta della parte privata che non li possieda, anche per fini pretestuosi e di semplice intralcio, che nulla hanno a che fare con l'uguaglianza delle armi.
D'altro canto il diritto allo svolgimento di indagini difensive, anche a mezzo del potere del pubblico ministero, non coincide, contrariamente a quanto ritenuto, con la possibilità di mera esplorazione. Non solo perché l'onerato della prova è il pubblico ministero, ma perché colui che si difende conosce con esattezza il suo rapporto con il fatto o la mancanza del suo rapporto con il fatto ed i suoi poteri di indagine difensiva sono limitati entro quei confini, non potendo pretendersi una loro estensione, a mezzo dell'uso del potere pubblico, che si sostituisca a questo, con finalità differente da quella di "cercare una prova" a sé favorevole. Non può, insomma, chi sia sottoposto ad indagini o qualsiasi altra parte in esse coinvolta, pretendere di usare i poteri proprii del pubblico ministero per finalità esplorative di indagine, magari semplicemente alternative a quelle dal medesimo intraprese.