Source: http://www.eliolannutti.it/2012/11/page/2/
Timestamp: 2019-03-21 22:25:24+00:00
Document Index: 185738318

Matched Legal Cases: ['art. 11', 'art. 33', 'art. 53', 'art. 40', 'art. 26', 'art. 24', 'art. 35', 'art. 32']

novembre – 2012 – Elio Lannutti - Page 2
Nuovo Statuto SIAE
Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08763
Atto n. 4-08763
LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro per i beni e le attività culturali. -
Premesso che scrive Guido Scorza per “il Fatto Quotidiano” sul nuovo statuto della Società italiana degli autori ed editori (Siae): «Doveva essere lo Statuto della rinascita della gloriosa Società italiana autori ed editori che fu di Giuseppe Verdi, Giosuè Carducci e Edmondo De Amicis quello approvato lo scorso 9 novembre dal Presidente del Consiglio dei Ministri su proposta del Ministero per i beni e le attività culturali e di concerto con il Ministro dell’Economia. Era questa, d’altra parte, la missione affidata non tanto all’ultranovantenne Commissario Straordinario Gian Luigi Rondi ma ai suoi due sub commissari, Mario Stella Richter e Luca Scordino. “Il Commissario Straordinario ha l’incarico di adottare gli atti necessari ed opportuni al fine di assicurare il risanamento finanziario e l’equilibrio economico” della Società, recita, infatti, il Decreto del Presidente della Repubblica con il quale, nel marzo del 2011, la Siae era stata, ancora una volta, commissariata. Rischia, invece, di essere l’ultimo Statuto della storia ultracentenaria della Siae che, difficilmente, potrà sopravvivere alle fortissime tensioni tra i suoi associati determinate dall’adozione di regole profondamente ingiuste prima ancora che illegittime che consegnano la Società nelle mani dei più ricchi, relegando i più numerosi al ruolo di gregari. Pochi, anzi, pochissimi, decideranno le sorti di tutti. È questo il senso della sciagurata disposizione che rappresenta il cuore del nuovo Statuto appena approvato dal Presidente del Consiglio dei Ministri, contenuta al comma 2, dell’art. 11, secondo la quale “ogni associato ha diritto di esprimere nelle deliberazioni assembleari almeno un voto e poi un voto per ogni euro (eventualmente arrotondato per difetto) di diritti d’autore percepiti nella predetta qualità di Associato a seguito di erogazioni della società nel corso dell’esercizio precedente”. Basterà una squadretta di cinque o sei ricchi beneficiari di diritti – tali, peraltro, sulla base di regole di riparto che potranno autodeterminare in solitudine – per porre nel nulla la volontà di decine di migliaia di associati. Il più ricco, diventa, automaticamente anche l’autore ed editore più attivo e produttivo e, per questo, quello più meritevole di governare un Ente al quale, anche il nuovo Statuto, attribuisce ruoli e funzioni di tutela e promozione della cultura che vanno ben al di là della semplice gestione economica dei compensi da diritto d’autore intermediato. Si tratta di un gravissimo ed inaccettabile fraintendimento – per usare un eufemismo – del ruolo dell’autore e dell’editore nel sistema culturale con il quale si pretende, in modo miope ed arrogante, di cancellare una storia ultracentenaria nella quale non sempre gli autori e gli editori che hanno contribuito di più all’arricchimento ed alla crescita culturale del nostro Paese sono stati anche i più ricchi». L’articolo prosegue, spiegando che la disposizione citata porta «la firma del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Paolo Peluffo al quale il Presidente Monti ha attribuito la delega in materia e quella del Ministro per i beni e le attività culturali, Lorenzo Ornaghi. Il nuovo Statuto della Siae, infatti, sottintende una visione del sistema culturale di inaudita povertà sotto il profilo ideologico e politico: arte e cultura come semplici strumenti di produzione economica e finanziaria. E non è un caso, infatti, se le uniche esperienze nelle quali la governance di un Ente è affidata al “voto pesante dei più ricchi” si ritrovano negli Istituti bancari e creditizi dove, evidentemente, soldi e moneta fanno da padroni». L’articolo critica inoltre le dichiarazioni rese dal ministro Ornaghi dinanzi alla VII Commissione (Cultura, scienza e istruzione) della Camera dei deputati nell’ambito dell’indagine conoscitiva sulla Siae, il quale «aveva anticipato la propria posizione sulle prime indiscrezioni circa il contenuto del nuovo Statuto ricordando che “Il decreto di commissariamento…ha indicato la strada del voto ponderato ed appare difficile oggi contestare al Commissario il fatto di aver eseguito il mandato scritto nel decreto di commissariamento”. Il Decreto di commissariamento – che, peraltro, non è una carta di diritti costituzionali intangibili e non è il risultato di un processo necessariamente esente da errori ed indebiti condizionamenti – tuttavia, si limita, a dire che il Commissario, nel proporre le modifiche statutarie, avrebbe dovuto, tra l’altro, preoccuparsi di assicurare adeguata rappresentatività agli associati in rapporto ai relativi contributi economici. Nulla che giustifichi – o renda addirittura indispensabile – la scelta di consegnare la Siae nelle mani di un manipolo di associati, trasformando gli altri in figuranti, tecnicamente impossibilitati a partecipare democraticamente alla vita dell’Ente ed annullando, in via preventiva e su base aritmetica, il loro peso in qualsiasi delibera assembleare. La stessa Commissione parlamentare (…), nelle scorse settimane, nel chiudere i propri lavori, aveva proposto una soluzione alternativa, egualmente rispettosa delle “indicazioni” contenute nel decreto di Commissariamento: “Riguardo poi all’attribuzione di poteri differenziati di elettorato attivo, potrà adottarsi una formula che assegni a ciascun associato un uguale voto di base; integri tale voto con un punteggio aggiuntivo in misura fissa, da attribuirsi agli autori ed agli editori (produttori) che siano iscritti alla Siae da almeno dieci anni e che abbiano maturato, nel corso dell’ultimo quinquennio, una quota media di proventi non inferiore ad un limite che dovrà essere predeterminato a seconda dei generi di opere”. L’assetto del nuovo statuto – che, per inciso, non contiene nessuna previsione idonea a superare le tante ragioni di inefficienza che hanno condotto la società nell’attuale situazione di crisi – è iniquo ed illegittimo con l’ovvia conseguenza che, nelle prossime settimane, saranno, ancora una volta – come già spesso accaduto in passato – i giudici ad essere chiamati a decidere sulla sorte delle regole di quella che avrebbe dovuto essere la nuova Siae ed è, invece, destinata ad essere l’ultima. Si apre una nuova lunga stagione di battaglie giudiziarie che, inesorabilmente, paralizzerà ulteriormente l’azione della Società che già esce da oltre un anno di commissariamento e le impedirà di giocare – come sarebbe stato auspicabile – il suo ruolo in un momento straordinariamente delicato per il mondo della cultura e del diritto d’autore. E’, probabilmente, il peggiore degli epiloghi possibili di una gestione Commissariale drammaticamente inadeguata e di un Governo, sin dall’inizio, apparso incapace di occuparsi del sistema culturale italiano perché, tra l’altro, privo della necessaria sensibilità e competenza. La Siae, ora, rischia di spegnersi, dopo una lunga agonia, nella vergogna»;
in questo modo la Siae sarà libera di continuare a difendere in via preferenziale l’interesse dei grandi centri di interesse economico lungo la filiera della produzione e distribuzione dei prodotti culturali ed artistici;
la gestione dei diritti d’autore non può essere un affare solo per ricchi e, soprattutto, non può essere solo una questione di soldi, ma principalmente di cultura;
un semplice comma come questo sancisce in modo definitivo come la nuova Siae sia ritornata ad un sistema che, a parere dell’interrogante, somiglia ad una spartizione “feudale” dei poteri e quindi dei profitti;
si tratta di una regola probabilmente accettabile in una società per azioni che non persegua altra finalità ed obiettivo che non la massimizzazione degli utili e che, soprattutto, proceda poi alla distribuzione degli utili in maniera trasparente e proporzionale al numero di azioni che ciascun socio detiene, ma inaccettabile nell’ambito di un ente cui lo Stato affida, per di più in regime di monopolio, compiti e finalità tanto importanti e centrali per lo sviluppo della cultura nel Paese, nonché la tutela dei diritti e degli interessi di tutti i soggetti della filiera e non solo dei più ricchi tra loro;
il potere di voto in Siae significa la possibilità di riscrivere, o anche semplicemente di non cambiare, le regole che hanno generato queste posizioni dominanti negli anni, distorsioni, ingiustizie e molte zone d’ombra più volte criticate da più parti,
si chiede di sapere quali urgenti iniziative intenda assumere il Governo al fine di modificare la disposizione in questione per garantire a tutti gli associati Siae una democratica espressione di voto nelle deliberazioni assembleari, riconoscendo anche ai più ricchi di arte e cultura, ma più poveri in termini economici, la rappresentatività che meritano.
Sistema finanziario ombra
27 novembre 2012 Segreteria Leave a comment
Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08755
Atto n. 4-08755
Pubblicato il 26 novembre 2012, nella seduta n. 842
Marco Lettieri e Paolo Raimondi scrivono per “Italia Oggi” sul rapporto del Financial Stability Board, sull’incredibile dimensione e sulle implicazioni del sistema bancario ombra;
nell’articolo citato si legge: «Il Financial Stability Board (Fsb), l’istituto internazionale di coordinamento dei governi, delle banche centrali e degli organi di controllo per la stabilità finanziaria a livello globale, ha appena pubblicato un importante studio sul sistema bancario ombra, lo “shadow banking” mondiale. I risultati ci sembrano decisamente sconvolgenti. Lo studio fatto sull’eurozona e su altri 25 paesi evidenzia che a fine 2011 ben 67.000 miliardi di dollari erano gestiti da una “finanza parallela”, al di fuori, quindi, dei controlli e delle regole bancarie vigenti. La cifra complessiva è pari al 111% del Pil mondiale. È la metà delle attività bancarie globali ed è circa un quarto dell’intero sistema finanziario. In dieci anni è cresciuta di ben 41mila miliardi di dollari. Oggi supera il picco di 62mila miliardi raggiunto nel 2007 prima della crisi. È più che mai allarmante il fatto che sia aumentata di oltre 7mila miliardi solo nel 2011 (…) In barba a tutti i summit internazionali dedicati alla riforma della finanza speculativa! Ciò ovviamente conferma il sostanziale fallimento dei vari G8 e G20. Il sistema bancario ombra è composto da tutte le transazioni finanziarie fatte fuori dalle regolari operazioni bancarie che, come noto, operano attraverso i conto correnti e con i risparmi dei cittadini e delle imprese. Esse sono operazioni fatte da differenti intermediari finanziari, come certi hedge fund, fondi monetari e obbligazionari, certi fondi equity, broker dealer e soprattutto operatori collocatori di derivati finanziari. Sono tutte attività rigorosamente “over the counter” (otc), cioè stipulate fuori dai mercati borsistici e spesso tenute anche fuori dai bilanci. Ma al di la degli aspetti tecnici e dei differenti settori economici di applicazione, si tratta di strumenti finanziari che creano forme di credito a lungo termine sulla base però di fondi a breve e brevissimo termine, che operano con una leva finanziaria pazzesca, spesso di parecchie centinaia di volte superiore al sottostante iniziale. Lo studio indica anche come il cosiddetto “maturity/liquidity transformation”, cioè il difficile rapporto tra le scadenze di lungo termine di certe operazioni finanziarie e la necessità di trovare la liquidità a breve in caso di necessità, sia sempre stato e sia la fonte principale dell’attuale crisi sistemica. Dei 67.000 miliardi, gli Usa ne gestiscono 23.000 mentre la zona euro 22.000. Ma è la Gran Bretagna che, non in termini assoluti ma in rapporto al suo effettivo e limitato potere economico, gioca la parte del leone con ben 9.000 miliardi. Si ricordi che il suo Pil è quasi un settimo di quello americano, ma manovra un volume più di un terzo delle operazioni ombra americane. Dopo la crisi lo “shadow banking” di Londra è cresciuto annualmente del 10%. Un caso particolare tutto da studiare è quello dei Paesi Bassi che hanno visto un tasso di crescita del 45%. In verità la storia ci ha fatto conoscere un sistema bancario e finanziario “anglo-dutch” che ha sempre determinato gli assetti geopolitici e coloniali. Quindi non è un caso se oggi mette i bastoni tra le ruote dell’Unione europea, dell’euro e dei lavori della grande riforma finanziaria. Oltre alle sue gigantesche dimensioni, l’altro aspetto di grande preoccupazione del sistema bancario ombra è il suo rapporto con il sistema bancario ufficiale. Noi possiamo affermare che il “sistema ombra” spesso è un’emanazione delle grandi banche internazionali che hanno interesse ad aggirare le regole e i controlli cui sono sottoposte. Secondo noi lo “shadow banking” non è fatto da pirati completamente fuorilegge e contro ogni autorità preposta. I banchieri ombra sono forse più simili ai bucanieri “indipendenti”, come il noto Francis Drake che imperversava nei mari terrorizzando navi e mercantili, ma era al servizio della corona britannica. Davvero disarmante è poi la parte dello studio del Fsb dedicata alle misure di riforma da intraprendere. Si è ancora in alto mare. Si parla di raccolta dati, di catalogare i vari intermediatori finanziari e le varie operazioni secondo i settori di intervento, ecc. Questa situazione di incertezza evidentemente rivela la forte influenza della lobby dello “shadow banking” e delle grandi banche finanziarie. Non è tollerabile che a 4 anni dal fallimento della Lehman Brothers non si sia fatto nulla per riformare la grande finanza. Naturalmente non è colpa del Fsb. È tutta colpa dei governi e della loro subalternità ai veri poteri forti della finanza mondiale»;
si legge in un articolo di Luciano Gallino dal titolo “La lettura sbagliata della crisi” pubblicato su “La Repubblica” il 30 luglio 2012: «La finanza ombra è formata da varie entità che operano come banche senza esserlo. Molti sono fondi: monetari, speculativi, di investimento, immobiliari. Il maggior pilastro di essa sono però le società di scopo create dalle banche stesse, chiamate Veicoli di investimento strutturato (acronimo Siv) o Veicoli per scopi speciali (Spv) e simili. Il nome di veicoli è quanto mai appropriato, perché essi servono anzitutto a trasportare fuori bilancio i crediti concessi da una banca, in modo che essa possa immediatamente concederne altri per ricavarne un utile. Infatti, quando una banca concede un prestito, deve versare una quota a titolo di riserva alla banca centrale (la Bce per i paesi Ue). Accade però che se continua a concedere prestiti, ad un certo punto le mancano i capitali da versare come riserva. Ecco allora la grande trovata: i crediti vengono trasformati in un titolo commerciale, venduti in tale forma a un Siv creato dalla stessa banca, e tolti dal bilancio. Con ciò la banca può ricominciare a concedere prestiti, oltre a incassare subito l’ammontare dei prestiti concessi, invece di aspettare anni come avviene ad esempio con un mutuo. Mediante tale dispositivo, riprodotto in centinaia di esemplari dalle maggiori banche Usa e Ue, spesso collocati in paradisi fiscali, esse hanno concesso a famiglie, imprese ed enti finanziari trilioni di dollari e di euro che le loro riserve, o il loro capitale proprio, non avrebbero mai permesso loro di concedere. Creando così rischi gravi per l’intero sistema finanziario. I Siv o Spv presentano infatti vari inconvenienti. Anzitutto, mentre gestiscono decine di miliardi, comprando crediti dalle banche e rivendendoli in forma strutturata a investitori istituzionali, hanno una consistenza economica ed organizzativa irrisoria. Come notavano già nel 2006 due economisti americani, G. B. Gorton e N. S. Souleles, “i Spv sono essenzialmente società robot che non hanno dipendenti, non prendono decisioni economiche di rilievo, né hanno una collocazione fisica”. Uno dei casi esemplari citati nella letteratura sulla finanza ombra è il Rhineland Funding, un Spv creato dalla banca tedesca Ikb, che nel 2007 aveva un capitale proprio di 500 (cinquecento) dollari e gestiva un portafoglio di crediti cartolarizzati di 13 miliardi di euro. L’esilità strutturale dei Siv o Spv comporta che la separazione categorica tra responsabilità della banca sponsor, che dovrebbe essere totale, sia in realtà insostenibile. A ciò si aggiunge il problema della disparità dei periodi di scadenza dei titoli comprati dalla banca sponsor e di quelli emessi dal veicolo per finanziare l’acquisto. Se i primi, per dire, hanno una scadenza media di 5 anni, ed i secondi una di 60 giorni, il veicolo interessato deve infallibilmente rinnovare i prestiti contratti, cioè i titoli emessi, per trenta volte di seguito. In gran numero di casi, dal 2007 in poi, tale acrobazia non è riuscita, ed i debiti di miliardi dei Siv sono risaliti con estrema rapidità alle banche sponsor. La finanza ombra è stata una delle cause determinanti della crisi finanziaria esplosa nel 2007. In Usa essa è discussa e studiata fin dall’estate di quell’anno. Nella Ue sembrano essersi svegliati pochi mesi fa. Un rapporto del Financial Stability Board dell’ottobre 2011 stimava la sua consistenza nel 2010 in 60 trilioni di dollari, di cui circa 25 in Usa e altrettanti in cinque paesi europei: Francia, Germania, Italia, Olanda e Spagna. La cifra si suppone corrisponda alla metà di tutti gli attivi dell’eurozona. Il rapporto, arditamente, raccomandava di mappare i differenti tipi di intermediari finanziari che non sono banche. Un green paper della Commissione europea del marzo 2012 precisa che si stanno esaminando regole di consolidamento delle entità della finanza ombra in modo da assoggettarle alle regole dell’accordo interbancario Basilea 3 (portare in bilancio i capitali delle banche che ora non vi figurano). A metà giugno il ministro italiano dell’Economia – cioè Mario Monti – commentava il green paper: “È importante condurre una riflessione sugli effetti generali dei vari tipi di regolazione attraverso settori e mercati e delle loro potenziali conseguenze inattese”»,
se il Governo ritenga che, in questo momento delicatissimo a livello di crescita mondiale, un sistema di shadow banking così articolato e grande possa essere un preoccupante fattore di rischio, sia per volumi che per ingestibilità, anche relativamente ad una possibile crisi di liquidità di questi intermediari che metterebbe a rischio l’intero sistema finanziario globale, nonché determinate aree dove queste istituzioni operano, anche perché le stesse lavorano a leva e quindi con rischi ancora maggiori rispetto alla media;
quali iniziative, nelle opportune sedi di competenza, intenda assumere al fine di regolamentare tutto il sistema dello shadow banking e il processo sottostante, dall’origine dei titoli (cartolarizzazione) al loro collocamento sul mercato monetario (cosiddetti money market funds e repo), alle attività degli intermediari non bancari, così contenendo i rischi che dallo shadow banking possono ricadere sulle banche stesse, trascinando con esse i loro finanziamenti alle imprese con effetti nefasti su investimenti, consumi, occupazione e salari, considerato che le banche europee hanno avuto un ruolo di primissimo piano nello scoppio della crisi (sono passati 5 anni) a causa delle operazioni finanziarie in cui si sono impegnate, emulando e in certi casi superando quelle americane mentre a loro volta i Governi europei hanno tagliato pensioni, salari, fondi per l’istruzione e la sanità, personale della Pa, adducendo a motivo l’inaridimento dei bilanci pubblici, che in realtà a parere dell’interrogante è dovuto principalmente ai 4 trilioni di euro spesi o impegnati nella Unione europea al fine di salvare gli enti finanziari.
Inail-graduatorie ultimo bando
27 novembre 2012 27 novembre 2012 Segreteria Leave a comment
Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08756
Atto n. 4-08756
LANNUTTI – Ai Ministri del lavoro e delle politiche sociali e dello sviluppo economico. -
il quotidiano “Italia Oggi” ha rilevato un’anomalia nelle graduatorie dell’ultimo bando Inail: «Gli incentivi Inail roba per Flash, il supereroe della velocità. In vista dell’uscita del prossimo bando Inail, ItaliaOggi ha analizzato le graduatorie dell’ultimo bando, rese note a luglio e per cui le imprese agevolate sono ancora in attesa delle comunicazioni definitive di finanziamento ad opera dell’Istituto. Dalla verifica è emerso che alcune istanze sono state inviate con tempi di reazione che farebbero la felicità di ogni esperto informatico. Il riferimento è al meccanismo del click day, fissato in date diverse di luglio per aree geografiche, che a conti fatti si è trasformato in un vero e proprio click nanosecond. Vediamo perché. Per diverse imprese beneficiarie di agevolazione è stato sufficiente meno di un secondo per far comparire la pagina internet predisposta dall’Inail, copiare il codice della propria istanza nell’apposito box e fare click sul pulsante di invio. Tempi che sembrano impossibili per gli umani, ma che invece risultano tra i tempi registrati da diverse graduatorie regionali. Non solo. Circolano voci non confermate, sul fatto che alcune imprese sarebbero state contattate da “telefonisti”, che avrebbero garantito loro il 100% di risultato sul prossimo bando. Questi due fatti portano a ipotizzare che qualcuno, magari all’insaputa della stessa azienda beneficiaria di agevolazione, abbia utilizzato software per l’invio delle istanze. Cosa esplicitamente proibita dal bando Inail. Uno strumento agevolativo, va ricordato, molto ambito dalle imprese, perché finanzia contributi a fondo perduto, a copertura del 50% dei costi sostenuti dalle imprese per interventi legati alla messa in sicurezza dei lavoratori. Come funziona il sistema. Lo scorso bando emesso dall’Inail era accessibile da parte delle aziende che raggiungevano un punteggio minimo, determinato da alcuni parametri. Solo queste aziende avevano diritto a concorrere all’ottenimento dei fondi stanziati. Per farlo, le aziende hanno dovuto compilare la richiesta di contributo sul sistema telematico dell’Inail, confermando poi la domanda. A questo punto, tutte queste imprese hanno ricevuto un codice, rappresentato da una stringa identificativa di numeri e lettere, da utilizzare successivamente all’apertura dello sportello telematico, diversa a seconda delle regioni sia nella data che nell’orario. L’Inail aveva predisposto una procedura che limitasse al minimo gli accessi contemporanei, per evitare che il sistema non reggesse all’eccessivo traffico, come accaduto nella precedente edizione del bando. Per determinare quali aziende fossero ammesse, considerando che i fondi disponibili erano pari a soli 205 milioni e quindi largamente insufficienti a soddisfare le richieste, l’Inail aveva stabilito che le istanze sarebbero state finanziate in ordine cronologico. Quindi, le imprese che più velocemente sono riuscite a inserire il codice e a inviarlo hanno di fatto ottenuto il contributo. Questo ha determinato che, una volta inserite nel sistema, le imprese erano in concorrenza tra di loro e dovevano cercare di fare l’invio prima delle altre, in una gara contro il tempo. In questi casi, come si è visto, anche una frazione di secondo ha determinato l’ammissione o meno al contributo. L’invio telematico dell’istanza. La procedura di aggiornamento della pagina, inserimento del codice e click sul pulsante di invio era influenzata sia dalla velocità del collegamento internet e del sistema a disposizione sia dalla manualità dell’operatore addetto. Coloro che hanno avuto modo di confrontarsi direttamente con il sistema sostengono che i tempi minimi di esecuzione della suddetta procedura sono stati di 2,5/ 3/4/5 secondi, con punte fino a 20. In alcune regioni tuttavia, tra cui Toscana, Lombardia, Lazio, Liguria, Abruzzo, Friuli-Venezia Giulia e Umbria, alcune domande sono state inviate in meno di un secondo, in altre invece sono stati registrati tempi comunque vicini al secondo. La possibile spiegazione. Considerato che i tempi di invio sembrano inferiori rispetto a quelli ritenuti normali, sembrerebbe ipotizzabile che qualcuno, magari avendo letto il bando distrattamente, abbia utilizzato dei software appositamente realizzati per effettuare l’invio delle richieste. E le conseguenze. Leggendo il bando in maniera attenta, però, emergono alcune indicazioni che portano a riflettere e rendono potenzialmente illegale l’utilizzo dei software di invio. Il bando, infatti, dispone che “non possono essere usati strumenti informatici di invio” e, nel caso, è prevista la facoltà per l’Inail di invalidare i codici identificativi inviati con tali strumenti. Resterà quindi da vedere se l’Inail bloccherà o meno l’erogazione sulle posizioni dubbie. Questa disposizione discende dal timore che l’utilizzo di software porti a una moltiplicazione degli accessi tale da mandare il sistema in tilt. Nell’ultimo bando, fortunatamente, questo problema non si è verificato, ma nessuno può escludere che un massiccio utilizzo di software di invio possa bloccare il sistema. Infatti, se molti si “attrezzassero”, anche incoraggiati da eventuale impunità, è opportuno ricordare che l’ultimo bando prevedeva che “qualsiasi azione atta omissis ad interrompere il servizio, costituisce illecito penalmente perseguibile”. Quindi, se la prossima edizione vedesse il manifestarsi del blocco del sistema causato dai software, gli amministratori delle imprese responsabili si potrebbero ritrovare con una denuncia penale, non trasferibile agli esecutori materiali, anche se esterni, in quanto il bando prevede che: “Si raccomanda di non divulgare gli indirizzi acquisiti durante la fase 1: in tal modo essi saranno conosciuti e utilizzati solo dagli aventi diritto”. Ovviamente, rimane aperta la possibilità per l’Inail di implementare ulteriormente il sistema telematico per impedire effettivamente l’utilizzo di software»,
se ai Ministri in indirizzo risulti corrispondente al vero che alcune imprese sarebbero state contattate da telefonisti, che avrebbero garantito loro il 100 per cento di risultato sul prossimo bando;
se risulti rispondente a verità che alcune istanze sono state inviate in meno di un secondo, per cui per diverse imprese beneficiarie di agevolazione è stato sufficiente meno di un secondo per far comparire la pagina Internet predisposta dall’Inail, copiare il codice della propria istanza nell’apposito box e fare click sul pulsante di invio;
quali urgenti iniziative il Governo intenda assumere al fine di verificare le ragioni di tale procedure ed in particolare se tutto questo sia stato reso possibile perché qualcuno, magari all’insaputa della stessa azienda beneficiaria di agevolazione, ha utilizzato software per l’invio delle istanze;
come intenda intervenire al fine di garantire alle aziende graduatorie trasparenti e procedure legali nel concorrere all’ottenimento dei fondi stanziati, considerato che il bando in questione rappresenta uno strumento agevolativo molto ambito dalle imprese, perché finanzia contributi a fondo perduto, a copertura del 50 per cento dei costi sostenuti dalle imprese per interventi legati alla messa in sicurezza dei lavoratori.
BancaCredito Cooperativo Alberobello e Sammichele di Bari
Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08757
Atto n. 4-08757
Premesso che per quanto risulta all’interrogante:
con atto del 24 dicembre 2011, la Banca di credito cooperativo di Alberobello e Sammichele di Bari società cooperativa, ha nominato Presidente del Consiglio di amministrazione, nonché consigliere, l’avvocato Carlo Antonio Modesto Colucci. Successivamente, con atto del 28 dicembre, il medesimo avvocato Colucci è stato nominato Presidente del Comitato esecutivo del medesimo istituto di credito;
tale nomina operata dalla banca appare assolutamente illegittima, nonché lesiva dei diritti dei soci dell’istituto di credito a carattere cooperativo, concretizzando un’evidente situazione di conflitto di interessi;
invero, l’avvocato Carlo Colucci, iscritto presso il foro di Bari, da tempo presta il proprio patrocinio legale in favore del medesimo istituto di credito, essendo costituito in qualità di difensore della BCC di Alberobello e Sammichele di Bari in numerose cause civili;
nello specifico, la banca ha inteso nominare Presidente del Consiglio di amministrazione il proprio legale fiduciario, il quale anche successivamente alla nomina ha continuato, nel disinteresse della banca verso la violazione dei requisiti di indipendenza connessi alla carica de qua, ad esercitare la propria attività professionale in favore della banca, non astenendosi persino dall’intraprendere azioni giudiziarie contro alcuni “soci” del medesimo istituto di credito;
in particolare, e per quanto concerne direttamente i coniugi Maselli-Frittoli, la Banca di credito cooperativo di Alberobello è parte di alcuni giudizi aventi ad oggetto l’accertamento delle responsabilità della banca nell’aver negoziato in danno della propria clientela investimenti ad alto rischio, anche concernenti i noti bond argentini;
in tali azioni, la posizione della banca è ovviamente avversa a quella dei suoi stessi soci e clienti: tale situazione è oggi aggravata dalla nomina a Presidente del Consiglio di amministrazione dello stesso difensore della Banca, avvocato Colucci, già costitutitosi in numerosi giudizi;
il cumulo di incompatibili funzioni nella persona dell’avvocato Colucci non solo è palesemente inopportuno, ma anche gravemente lesivo sia del carattere di autonomia e indipendenza del Consiglio di amministrazione della banca, sia dei diritti degli stessi soci dell’istituto a carattere cooperativo, ad oggi non rappresentati certamente da un organo terzo e imparziale;
la nomina genera pertanto non poche perplessità, anche per l’immanente violazione di diverse norme statutarie e nello specifico, viola l’art. 33, comma 3, dello statuto della banca, approvato dall’assemblea straordinaria dei soci in data 11 dicembre 2011;
tale norma espressamente dispone che: “Non può essere nominato presidente, salvo che nel caso di ricambio totale del consiglio di amministrazione, o nei casi in cui la Banca d’Italia abbia formulato una specifica richiesta di rinnovo ai sensi dell’art. 53 del Testo Unico Bancario, l’amministratore che non abbia già compiuto almeno un mandato quale amministratore o quale sindaco effettivo della Società”;
nel caso de quo non risulta che l’avvocato Colucci rivestisse, precedentemente all’atto di nomina del 24 novembre 2011, la qualifica di amministratore o di sindaco effettivo della società, né risulta che vi sia stato il ricambio totale del consiglio di amministrazione: è evidente, quindi, il difetto di requisito;
inoltre, risulta palese che la nomina a Presidente del Consiglio di amministrazione dello stesso procuratore della BCC, costituitosi in giudizio direttamente avverso gli stessi soci, generi un evidente conflitto di interessi, o quantomeno uno “sconveniente” cumulo di poteri e funzioni;
in particolare, appare opportuno precisare che, ai sensi dell’art. 40 del medesimo statuto, il Presidente del Consiglio di amministrazione “promuove l’effettivo funzionamento del governo societario, garantendo l’equilibrio di poteri tra gli organi deliberanti della Società, con particolare riferimento ai poteri delegati. Egli presiede l’assemblea dei soci, convoca e presiede il Consiglio di Amministrazione, e provvede affinché adeguate informazioni sulle materie iscritte all’ordine del giorno vengano fornite ai componenti del Consiglio”. E ancora “Al Presidente del Consiglio di Amministrazione spetta la rappresentanza legale della Società di fronte ai terzi e in giudizio, nonché l’uso della firma sociale”;
è evidente che tali poteri, nonché il carattere di indipendenza proprio della funzione di Presidente del Consiglio di amministrazione mal si conciliano con la volontà della banca di consentire che vi sia il contemporaneo svolgersi della prestazione professionale a carattere legale;
al riguardo, si evidenzia che il Presidente del Consiglio di amministrazione presiede e dirige con pieni poteri l’assemblea dei soci (art. 26 dello statuto), ovvero l’organo che, anche ai sensi dell’art. 24, rappresenta l’”universalità dei soci”, ivi inclusi (quanto meno in linea di principio) coloro che nel rapporto societario hanno subito ingenti perdite e hanno conseguentemente adito l’autorità giudiziaria;
tra i poteri del Consiglio di amministrazione rientra espressamente “la promozione di azioni giudiziarie ed amministrative di ogni ordine e grado di giurisdizione, fatta eccezione per quelle relative al recupero dei crediti” (art. 35 dello statuto). Appare pertanto palesemente inopportuno che il Presidente del Consiglio di amministrazione affidi a se stesso incarichi professionali inerenti a presunte violazioni commesse dalla banca nello svolgimento delle proprie funzioni;
l’art. 32 (“Composizione del Consiglio di Amministrazione”) dello statuto prevede espressamente, al comma 2, punto e), tra le cause di ineleggibilità e decadenza dei componenti del Consiglio di amministrazione “la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato o di collaborazione”: orbene, pur non rientrando direttamente la predetta nomina tra le cause di ineleggibilità e decadenza, non si può tuttavia negare che anche la situazione descritta sembra, a parere dell’interrogante, rientrare in via analogica e prudenziale nel contenuto di detta norma, non garantendo il fondamentale requisito di indipendenza degli amministratori,
quali iniziative di competenza intenda assumere al fine di adottare tutte le iniziative che riterrà opportune, anche al fine di tutelare gli interessi emersi nella vicenda relativa alla Banca di credito cooperativo di Alberobello e Sammichele di Bari.
Vegas-Consob
26 novembre 2012 Segreteria Leave a comment
Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00549
Atto n. 2-00549
Pubblicato il 22 novembre 2012, nella seduta n. 841
in occasione dell’audizione resa il 2 febbraio 2012 alla 6a Commissione permanente (Finanze e tesoro) del Senato, il Presidente della Consob, Giuseppe Vegas, ha dichiarato che lo svolgimento dei compiti di controllo dell’autorità include anche la disponibilità ad incontrare chi chiede di essere incontrato;
in tale prospettiva evidentemente il Presidente della Consob ha incontrato l’amministratore delegato di Mediobanca, Alberto Nagel, e altri soggetti coinvolti nell’operazione Unipol-FondiariaSai, come risulta, fra l’altro, da un articolo pubblicato sul sito Internet di “Linkiesta” del 19 settembre intitolato “La Consob ha un Presidente che detesta il mercato”;
a quanto risulta all’interpellante, il Presidente della Consob ha dichiarato che l’incontro sarebbe avvenuto presso la sede di Mediobanca, circostanza che accresce l’anomalia della condotta, anche considerato che non sono mai state assunte iniziative simili da parte di precedenti presidenti dell’Autorità;
gli articoli di stampa, tra cui quello citato, hanno più volte ripreso l’episodio, e nessuna smentita sarebbe stata effettuata, né in via ufficiale né ufficiosa, dall’ufficio stampa della Consob;
il 25 ottobre 2012, in occasione di un’audizione resa alla VI Commissione permanente (Finanze) della Camera per rendere conto delle recenti modifiche organizzative attuate, Vegas è tornato sull’episodio dell’incontro con Nagel. L’interpellante ha visionato con la massima attenzione il video relativo a tale audizione (non essendo ancora disponibile il resoconto stenografico della stessa) e ha riscontrato che nel corso dell’intervento Vegas, in piena contraddizione rispetto alle precedenti dichiarazioni citate, ha affermato che: “Siccome c’è stato un episodio che è stato (…) contestato da alcune parti, circa il fatto che avrei incontrato l’amministratore delegato di Mediobanca pendant la vicenda Ligresti. È del tutto ovvio che se – cosa che tra l’altro avevo ricordato essere vera non in sede di Mediobanca perché questo non è mai avvenuto – io non ho mai messo piede in Mediobanca – ma nella sede Consob alla presenza di funzionari della Consob”;
le dichiarazioni rilasciate sull’episodio dall’ex garante etico della Consob, Guido Rossi, che ha affermato la propria non competenza, in qualità di garante etico della Consob, ad esprimersi su un episodio riconducibile alla discrezionalità del Presidente della Commissione e non ha invece mai chiarito se tale episodio sia conforme o meno al codice etico, risultano di dubbia imparzialità, considerato che (come riportato dagli organi di stampa, tra cui l’articolo intitolato “Fonsai, controllati e controllori. I balletti di Vegas e Guido Rossi” apparso sul sito di “la Repubblica” il 25 ottobre stesso), al momento di tali dichiarazioni, Guido Rossi era in evidente posizione di conflitto di interessi essendo contestualmente consulente di Unipol;
è di pubblico dominio il ruolo centrale che Mediobanca ha avuto nella “gestione” della vicenda Unipol-FondiariaSai per assicurarsi il recupero dei crediti vantati da piazzetta Cuccia verso le due società di assicurazione e verso Premafin, la società che controllava FondiariaSai;
è altresì di pubblico dominio che proprio la “gestione” dell’operazione ad opera di Mediobanca ha determinato una fortissima penalizzazione delle minoranze azionarie di FondiariaSai, sia per l’esenzione di Unipol dall’obbligo di OPA su FondiariaSai (che è stata accordata dalla Consob di Vegas), sia per l’effetto ultra-diluitivo dell’aumento di capitale effettuato dalla FondiariaSai nel mese di luglio, a seguito dell’autorizzazione rilasciata dalla Consob;
nell’audizione del 25 ottobre, Vegas ha dichiarato che “tutta la parte dell’attività istruttoria, tradizionalmente – non da quando ci sono io, da sempre – è stata svolta direttamente dal Presidente”, dichiarazione oltremodo anomala, atteso che (da quanto consta all’interpellante) i procedimenti istruttori competono alle strutture della Commissione, ossia uffici e divisioni, e non al Presidente. Infatti, ai sensi dell’articolo 1, comma 6, del decreto-legge n. 85 del 1974, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 216 del 1974, il Presidente “sovrintende all’attività istruttoria”, cosa ben diversa dal concreto svolgimento di tale attività;
ancora, durante la medesima audizione, nel rendicontare di alcune scelte organizzative da lui compiute, a giudizio dell’interpellante discutibili, Vegas ha offerto una singolare spiegazione della sua decisione di costituire un ufficio di Presidenza posto sotto il suo esclusivo coordinamento. Egli ha infatti sostenuto che la ragion d’essere di tale ufficio va riconnessa alla circostanza che “Se la Commissione deve giudicare le carte che gli portano gli uffici ci deve essere un minimo di filtro”, sottintendendo (neanche troppo velatamente) che è l’ufficio di Presidenza a fare da filtro dell’attività istruttoria;
la spiegazione fornita da Vegas risulta priva di consistenza: la Consob è governata da un proprio ordinamento e, in particolare, l’articolo 2, comma 3 del regolamento del personale Consob (consultabile sul sito Internet della Commissione) stabilisce che il coordinamento degli uffici compete, senza eccezione alcuna, al Direttore generale. Di conseguenza, la costituzione dell’ufficio di Presidenza, a cui è stata preposta la dottoressa Francesca Amaturo (assunta a contratto in Consob con qualifica dirigenziale, senza previa selezione a neanche due mesi dall’entrata in carica di Vegas), a giudizio dell’interpellante risulta in violazione dell’ordinamento della Consob;
a ricoprire l’incarico di Segretario generale e, successivamente, di Direttore generale della Consob, Vegas ha nominato Gaetano Caputi, il quale tuttavia al momento della nomina ricopriva anche l’incarico di componente della Commissione di garanzia per l’attuazione della legge sugli scioperi nei servizi pubblici essenziali. Per quanto a conoscenza dell’interpellante, tale incarico è tuttora ricoperto da Caputi;
l’articolo 2, comma 6, del decreto-legge n. 85 del 1974 stabilisce che “Al personale in servizio presso la Commissione è in ogni caso fatto divieto di assumere altro impiego o incarico o esercitare attività professionali, commerciali o industriali”;
il divieto è inoltre ripreso dall’articolo 20, comma 1, lettera e), del regolamento del personale della Consob che proibisce al personale “di svolgere comunque attività lavorativa subordinata od autonoma, sia pure occasionalmente ovvero in periodi nei quali non presti effettivo servizio”;
a quanto risulta, Vegas avrebbe liquidato la questione limitandosi a dire che Caputi, nell’accettare gli incarichi sopradetti all’interno della Consob, aveva dichiarato ai sensi di legge gli altri incarichi da lui ricoperti e che a suo avviso, essendo cose che attengono ad altri settori, non dovrebbe sussistere alcun problema di conflitto di interessi;
le sue dichiarazioni (e le sue personali valutazioni circa l’esistenza o meno di un conflitto di interessi in capo all’attuale Direttore generale della Consob) non risolvono a giudizio dell’interpellante il problema di incompatibilità del doppio incarico di Caputi in piena violazione della legge istitutiva della Consob e del regolamento del personale;
al riguardo, il 18 ottobre, la Federconsumatori ha reso noto con proprio comunicato stampa di aver lanciato una diffida alla Consob, i cui contenuti (condivisi dall’interpellante oltre che da una primaria sigla sindacale quale la CGIL) includono appunto anche la questione del doppio incarico di Caputi, come si può leggere su un articolo dello stesso giorno pubblicato sul “Corriere della sera”;
la perdurante opacità sulle procedure di nomina e sull’attività svolta dall’attuale Direttore generale della Consob potrebbe integrare, ad avviso dell’interpellante, un illecito penale ai sensi dell’articolo 328 del codice penale (“Rifiuto di atti d’ufficio. Omissione”);
considerato che sarebbe opportuno appurare:
se il 27 gennaio 2012 il Presidente della Consob, Giuseppe Vegas, si sia effettivamente recato presso la sede di Mediobanca per incontrarne l’amministratore delegato ed esponenti delle società coinvolte nell’operazione Unipol-FondiariaSai e se, oltre a quello del 27 gennaio, vi siano stati altri incontri tra il Presidente della Consob ed esponenti delle società coinvolte, e, in caso affermativo, se tali ulteriori incontri abbiano avuto luogo presso la sede della Consob o piuttosto presso la sede di uno dei soggetti sottoposti alla vigilanza della Consob medesima;
se il Presidente della Consob abbia assunto precauzioni per garantire che l’incontro (o gli incontri) non potessero ledere la sua autonomia decisionale né il mantenimento, da parte sua, di un’assoluta imparzialità rispetto all’operazione Unipol-FondiariaSai, come previsto dall’articolo 2 del codice etico per i componenti della Commissione nazionale per le società e la borsa, e quali siano;
per quali ragioni sia stato violato l’ordinamento della Commissione con la costituzione di un ufficio di Presidenza posto al di fuori del coordinamento del Direttore generale;
quale sia l’effettivo ruolo dell’ufficio di Presidenza e in quale modo sia stato assicurato che la sua attività di “filtro istruttorio” non comprometta la disponibilità, per tutti i componenti della Commissione, di tutte le informazioni necessarie all’espletamento delle loro funzioni decisorie;
in che modo la Consob intenda risolvere concretamente la questione connessa al doppio incarico di Caputi e, in particolare, se sia stata verificata, su basi oggettive ed in relazione alle leggi vigenti, la sussistenza di un’incompatibilità di incarichi in capo all’attuale Direttore generale;
se effettivamente sia prefigurabile in capo ai componenti della Commissione nazionale per le società e la borsa un’ipotesi di illecito penale per omissione di atti d’ufficio ai sensi dell’articolo 328 del codice penale,
si chiede di sapere se il Governo sia a conoscenza della vicenda e quali iniziative normative di competenza intenda assumere per potenziare l’indipendenza e la trasparenza dell’attività delle autorità di controllo, ed in particolare della Consob, che dovrebbe assicurare un’effettiva tutela dei risparmiatori.
hudge fund acquistano dallae banche crediti non rimborsati
Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08746
Atto n. 4-08746
Premesso che scrivono Luca Davi e Fabio Pavesi per “il Sole 24-Ore” del 20 novembre 2012 sulle sofferenze bancarie: «Quella zavorra è sempre più pesante. E più passano i mesi più il suo carico si fa quasi insopportabile. La zavorra che immobilizza le mani dei banchieri e tiene sotto scacco la redditività degli istituti italiani è quella dei prestiti “cattivi”. Quelli di difficile rientro. A partire dalle sofferenze, i più problematici, passando per gli incagli fino ad arrivare alle esposizioni ristrutturate e scadute. Quel fardello di crediti deteriorati lordi vale solo per le prime 4 banche italiane la bellezza di 166 miliardi di euro. I primi due big del credito, UniCredit e Intesa, fanno ovviamente la parte del leone in questa speciale classifica. Lo stock di crediti deteriorati lordi per UniCredit ha toccato a fine settembre 2012 la cifra di 80,4 miliardi; Intesa Sanpaolo ne ha per 47,5 miliardi. Mps vanta uno stock di crediti dubbi per un valore di 28,2 miliardi e Ubi ne ha per 10,3 miliardi. Si aggiungano i 15,8 miliardi del Banco Popolare e le prime 5 banche del paese arrivano ad avere in pancia prestiti a rischio per oltre 181 miliardi. Certo non è detto che tutti questi prestiti siano andati persi. Qualche credito ristrutturato o scaduto sarà alla fine ripagato; e qualche incaglio tornerà riscuotibile. Più difficile il recupero delle sofferenze, le più problematiche, che contano comunque per i primi 5 istituti la cifra ragguardevole di 100 miliardi. (…) Il fardello pesante è figlio della crisi e dell’epoca del credito facile degli anni dal 2003 al 2007. Imprese e famiglie vanno in difficoltà e non ripagano i crediti contratti. Le banche subiscono il colpo a posteriori. La prova? L’accelerazione violenta delle sofferenze lorde dell’intero sistema che sono raddoppiate dalla fine del 2009 a oggi. E che solo dall’inizio dell’anno sono aumentate del 9,5%, passando da 93 a 102 miliardi per i primi sei istituti italiani: in pratica un miliardo al mese. Ed è proprio la dinamica della crescita vertiginosa dei crediti a rischio nelle banche a impressionare. Solo nell’ultimo trimestre la progressione è stata del 5% e su base annua l’incremento è stato del 17%. E pare che dopo più di due anni di crescita esplosiva ancora non si veda la fine. Ma più si accumulano i prestiti di difficile incasso più le banche incamerano perdite. Ogni trimestre infatti rettifiche e accantonamenti sui crediti tendono a salire. E se per il 2012 gli analisti del Credit Suisse stimano per le prime 4 banche (UniCredit, Intesa, Mps e Ubi) accantonamenti per perdite su crediti per 14 miliardi, il quadro non cambia per il 2013 e gli anni fino al 2015. Per l’anno prossimo infatti le stime parlano di accantonamenti su crediti per 13 miliardi e per quasi 11 miliardi anche nel 2014. (…) E così quella zavorra non solo ha fermato gli utili delle banche, ma è destinata a tenerli compressi anche per i prossimi anni. I ricavi, con i tassi ai minimi storici, e i volumi del credito in contrazione sono declinanti. L’unica voce che sale nei conti delle banche è quella del trading finanziario sui BTp e i propri titoli. Non proprio l’attività tipica di un banca tradizionale, ma piuttosto quella di una merchant bank. Tuttavia questo è l’unico modo che gli istituti italiani hanno per tenere in piedi i conti. Già sotto la linea della gestione ordinaria le banche devono mettere in conto le perdite su sofferenze e incagli. Il risultato finale è che la redditività sul capitale della media degli istituti è al lumicino da anni. Le stime per il 2012 di Credit Suisse indicano un Roe tra il 2,5 e il 4% e anche per il 2013 i livelli di redditività resteranno compressi sotto il 5%. Questo pone un problema in prospettiva agli investitori. Con un costo del capitale assai più pesante, una regulation sul fronte patrimoniale sempre più stringente e uno scenario macroeconomico a tinte fosche, la bassa profittabilità futura delle banche è più che una certezza. Se a questo si aggiunge l’effetto spread, che svaluta i titoli di Stato in pancia agli istituti, si capisce perché gli investitori rimangano scettici sul futuro degli istituti. Nonostante le violente oscillazioni giornaliere, i prezzi di borsa sul medio termine dei titoli del comparto rimangono di fatto fermi. Segno inequivocabile della cautela degli operatori sulle sorti borsistiche del settore»;
considerato che scrive Francesco De Dominicis per “Libero” del 19 novembre: «Gordon Gekko, personaggio interpretato da Michael Douglas in un famoso film degli anni ’80, è uno spregiudicato speculatore finanziario. E con i boss della banda della Magliana, almeno nell’immaginario collettivo, non ha granché in comune. Eppure l’accostamento appare meno forzato dopo aver scoperto quello che stanno facendo le banche italiane (e non solo). La storia ce l’ha raccontata ieri un banchiere che, vista la delicatezza del caso, chiede di restare anonimo. Il succo è questo: chi non paga qualche rata del mutuo corre il rischio di finire in mano agli avvoltoi, cioè gli speculatori finanziari. Che poi per rientrare dei loro quattrini – come riconoscono, di fatto, gli stessi i banchieri – non guardano in faccia a nessuno: vale a dire che manderebbero sotto casa di un debitore financo i peggior delinquenti. Romanzo criminale? Mica tanto. La faccenda prende le mosse dalle sofferenze delle banche, cioè i prestiti e i finanziamenti che non vengono rimborsati regolarmente da famiglie e imprese. Fenomeno in forte crescita, tra bufera economica e piena recessione. Un guaio per l’industria bancaria: le sofferenze, infatti, si traducono in poste negative sui conti degli istituti che, per alleggerire i bilanci, si liberano dei “crediti problematici” e li vendono a società specializzate. Peccato che la crisi finanziaria abbia cambiato qualche pedina. Perché le sofferenze hanno scatenato l’appetito degli hedge fund internazionali. I fondi d’investimento più spregiudicati, spiega il nostro banchiere, stanno acquistando a mani basse i crediti non rimborsati. Stiamo parlando di una montagna di denaro che vale 113 miliardi di euro. Un macigno, come accennato, sui conti delle banche del nostro Paese. Che pur di liberarsi dei non performing loan – questo il termine tecnico – stanno bussando, appunto, alle porte degli hedge fund. I quali comprano i “prestiti anomali” con forte sconto, scommettendo sull’attività di recupero dagli ex clienti degli istituti per guadagnare. Ed è proprio questo aspetto che preoccupa (in ritardo) i vertici degli istituti. Spiega ancora il banchiere: “È suonato un mezzo campanello d’allarme e dobbiamo gestire con grande attenzione la situazione perché esistono criticità” proprio in relazione alle “modalità con cui vengono gestiti i recuperi dei crediti ceduti”. In ballo, dice, c’è pure la “reputazione” delle stesse banche. È tutto chiaro: i banchieri prima si sono liberati dell’immondizia per far quadrare i conti e poi si sono accorti di aver commesso un grave errore. Lo stesso banchiere parla di “effetto boomerang”, anche se la botta potrebbe arrivare in faccia ai consumatori e agli imprenditori. Sì perché Gordon Gekko, ora che ha “comprato” il mutuo di una famiglia che non rimborsa le rate o il prestito di un’azienda che non rispetta le scadenze dei versamenti in banca, potrebbe usare qualsiasi mezzo per fare cassa. E magari non avrebbe alcuna remora nel rivolgersi a un boss della banda della Magliana»;
si legge invece su “la Repubblica” dello stesso giorno: «l’aumento delle sofferenze bancarie è particolarmente preoccupante per le famiglie ed è la “prova provata di una crisi lunga e difficile che interessa soprattutto l’Italia”, ma è anche la conseguenza di certe “allegre erogazioni del credito”, sostiene l’associazione di consumatori Adusbef, aggiungendo che si tratta di “prestiti che devono essere iscritti quasi totalmente a perdite nei bilanci delle banche”. L’Adusbef chiede un monitoraggio e sanzioni sulle “sofferenze bancarie derivanti da erogazioni ed affidamenti deliberati fuori dai criteri prudenziali sulle meritorietà del credito ad alcuni grandi gruppi industriali, da tempo decotti, ma tenuti in vita da robuste iniezioni di denaro, mediante fidi incautamente rinnovati, se non aumentati”. Con la crisi dei mercati e delle borse, continua l’Adusbef “il fenomeno di incagli e sofferenze, che attualmente viaggia ben oltre il 10 per cento degli impieghi, è destinato ad accentuarsi, e Bankitalia farebbe per una volta opera meritevole qualora riuscisse ad entrare nel merito degli affidamenti (relazionali) erogati da alcune grandi banche a soggetti senza alcuna meritorietà di credito, a volte concessi o per esigenze clientelari o per pressioni (amicali), per dare un segnale di sobrietà e rigore, anche con procedure sanzionatorie, a quei comitati fidi che escono dai canoni della prudente gestione del credito e del risparmio”»,
se risulti corrispondente al vero che le banche stiano cedendo i propri crediti non rimborsati agli hedge fund che li comprano a prezzi vantaggiosi, scommettendo sull’attività di recupero dagli ex clienti degli istituti per guadagnare;
se il Governo sia a conoscenza di iniziative della Banca d’Italia a riguardo;
quali iniziative intenda adottare al fine di tutelare i mutuatari da possibili episodi, che l’interrogante considera di puro “far west“, messi in atto da fondi speculativi pregiudicati che hanno come unico scopo di guadagno il recupero dei crediti acquistati a tutti i costi;
se, nelle opportune sedi di competenza, non intenda avviare un monitoraggio e promuovere l’adozione di eventuali sanzioni sulle sofferenze bancarie derivanti da erogazioni ed affidamenti deliberati fuori dai criteri prudenziali sulle meritorietà del credito ad alcuni grandi gruppi industriali, tenuti in vita da robuste iniezioni di denaro, mediante fidi incautamente rinnovati, se non aumentati;
se non ritenga doveroso attivare un osservatorio sul credito, in considerazione dell’accentuarsi della crisi dei mercati e delle borse;
quale sia l’esatto ammontare di incagli e sofferenze, e quali siano le prime 20 imprese finanziate da un sistema bancario, che invece di finanziare i migliori talenti che vogliono intraprendere un’attività, nonché piccole e medie imprese e famiglie, continua ad erogare allegri affidamenti agli stessi personaggi poco puliti, mettendo a repentaglio i risparmi depositati in banca.
Agostino Cordova-Antonio Perfetti
Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08745
Atto n. 4-08745
LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri della giustizia e dell’interno. -
continua a far discutere, dopo 20 anni, l’inchiesta dell’ex procuratore capo Agostino Cordova;
scrive Antonio Massari per “il Fatto Quotidiano” il 19 novembre 2012: «”Ha dimestichezza con Internet? Sa che digitando su Google le parole ‘Cordova’, ‘massoneria’ e ‘flop’, il web sforna migliaia di documenti?”. “La domanda non è ammessa!” interviene il giudice, Giuseppa Ferrucci, stoppando l’avvocato. Nel frattempo Agostino Cordova risponde comunque che no, Internet non lo usa, precisando di aver “applicato la legge sempre in modo inflessibile”. Affermazione che fa sobbalzare Antonio Perfetti, gran maestro aggiunto del Goi, il Grande Oriente d’Italia, la loggia di Palazzo Giustiniani, che siede a due metri dall’ex procuratore capo di Palmi: “Da questo processo – dirà alla fine dell’udienza – dipende la dignità e l’orgoglio del Goi”. A 20 anni esatti dall’inizio di questa storia – il fascicolo di Cordova sulla massoneria fu aperto il 16 ottobre 1992 – il capo massone e l’ex procuratore tornano a scontrarsi: in un’aula di giustizia. Siamo alla stretta finale. Alla salvezza dell’onore. Da entrambi i lati: Cordova rivendica il rigore del suo lavoro, Perfetti ambisce al crisma della persecuzione, subìta dal Goi, per mano giudiziaria. Tutto poggia su una denuncia per diffamazione, presentata da Cordova contro Perfetti, per via di un’intervista che il Gran Maestro ha rilasciato due anni fa accusando il procuratore d’aver sperperato denaro pubblico, d’aver privilegiato l’indagine sulla massoneria lasciando morire i fascicoli contro i delinquenti. Lamentando perquisizioni e sequestri senza alcun titolo. Così ogni domanda diventa un processo sul processo. Nel ’92 tutto nacque da un’intercettazione: un mafioso pugliese chiedeva l’aiuto di Licio Gelli per aggiustare il processo di due criminali. Da lì si giunse alla super loggia coperta. Oggi l’avvocato di Perfetti insinua la totale incapacità di Cordova con una semplice domanda: “Conosce la differenza tra massoneria regolare e deviata?”. Cordova sarà pure anziano ma è combattivo. L’udito è indebolito e la memoria – ammetterà più tardi – gli difetta un pò da quando gli hanno impiantato cinque bypass. “Nel Grande oriente d’Italia c’erano 7mila massoni coperti. Poi questo procedimento fu trasferito a Roma: per ragioni che tuttora ignoro. Sono trascorsi vent’anni, ho prodotto i documenti, non posso ricordare tutto con precisione”, risponde l’uomo che istruì – incassando una lunghissima sfilza di archiviazioni – la più corposa inchiesta mai svolta sulla massoneria. E questa è la resa dei conti, dinanzi a un giudice che fatica a tenere i due contendenti sul tema del contendere senza riaprire il vaso di Pandora: impresa impossibile, poiché è proprio lì, in quel vaso, il corpo della diffamazione. Entra in aula un’altro teste chiamato da Cordova – che è assistito dall’avvocato Michele Miccoli – e siede per essere interrogato: “Mi chiamo Francesco Neri”. Nel ’92 era un sostituto di primo pelo: oggi – dopo aver istruito, tra i tanti, il fascicolo sulla strage di Ustica – è consigliere della Corte d’Appello di Roma. Negli occhi gli leggi l’affetto e la riconoscenza che si deve al vecchio maestro. “Cosa ricorda della perquisizione al Goi?”. “Ad aprirmi la porta fu Giorgio de Stefano”. Cala il silenzio: parliamo del fratello del Mammasantissima di Reggio Calabria, tra i capi di una guerra che costò 200 morti. L’avvocato Vigna incassa e punge sul punto più incredibile. Perfetti sostiene che siano avvenute perquisizioni senza mandato, sequestri senza deleghe, con la sparizione di oggetti sequestrati. “Sempre tutto regolare” spiega Neri. “Dalla Loggia Fratelli Bandiera – dice Perfetti dopo l’udienza – è sparito materiale da collezione”. È per questo che Vigna domanda a Cordova: “Tutto ciò che fu sequestrato finì a Roma? O qualcosa fu custodito nel palazzo di giustizia di Palmi?”. Un’accusa incredibile, che sarà vagliata, se qualcuno oserà pronunciarla nel prossimo scontro in aula. Che si aprirà con un colpo di scena. Cordova ha presentato il documento che certifica: Perfetti non fu mai indagato»;
scriveva il 9 settembre 2009 Rita Pennarola per “la Voce delle Voci”: «Negli ultimi vent’anni le inchieste sulla massoneria coperta che hanno fatto maggior clamore sono due e portano rispettivamente la firma di Agostino Cordova (inizio anni ’90) e di Luigi De Magistris (2007-8). Partiamo da Cordova, un protagonista del pianeta giustizia in Italia cui – secondo attenti osservatori – proprio quelle indagini sono costate assai care, dal punto di vista della carriera e anche della salute. 26 ottobre 1992, Agostino Cordova, ancora in servizio alla Procura di Palmi (la Calabria, sempre…), pone sotto sequestro il computer del Grande Oriente d’Italia, contenente l’archivio elettronico di tutte le logge massoniche italiane. Così manda i militari a piantonare l’apparecchio, dal momento che gli esperti ritengono rischioso trasferirlo da Roma a Palmi, per il possibile danneggiamento dei files. Cosa era successo? Nell’ambito di una delicata indagine sulla mafia Cordova ritiene necessario acquisire gli elenchi degli iscritti alla massoneria calabrese. A Villa Vascello, sede del Grande Oriente nella capitale, di fronte all’ordine della Procura vengono stampati e consegnati gli elenchi ufficiali. Ma un militare esperto d’informatica spedito a Roma da Cordova scopre l’esistenza, nel computer, di una memoria “coperta”. “Procuratore, ci vogliono fare fessi, che faccio?”, è il senso della telefonata. E Cordova, dall’altro capo del filo, dispone ad horas il primo “piantonamento informatico” della storia giudiziaria italiana. Si trattava anche della prima applicazione – dieci anni dopo la sua entrata in vigore – della legge Anselmi che vieta le società segrete e punisce fino a cinque anni di carcere chi le organizza. Gustavo Raffi, oggi gran maestro del GOI, era all’epoca avvocato della massoneria. Insieme al collega e confratello Enzo Gaito invia una secca smentita agli organi di stampa: niente elenchi coperti. Ma i nomi erano stati già acquisiti dalla Procura. Provvidenziale arrivò l’ordine di trasferire per competenza a Roma le indagini. E ancor più salvifico fu il ruolo del pm che venne delegato. Era Augusta Iannini, moglie di Bruno Vespa, che sarebbe diventata di lì a poco personalità di spicco a via Arenula nei governi (…) Berlusconi. Quell’inchiesta naufraga nel 2001 in una colossale archiviazione. “E da allora – raccontò Cordova alla Voce in un’intervista di qualche anno fa, alla vigilia del suo trasferimento forzato dalla Procura di Napoli – quei faldoni sono rimasti a marcire dentro i sotterranei di Piazzale Clodio”. Quanto a lui, l’ex “minotauro” descritto da Giorgio Bocca nell’Inferno, oggi è un anonimo magistrato di Cassazione, dopo le ripetute punizioni inflittegli dal Csm. E nel cuore malandato porta due o tre bypass»;
l’ex procuratore capo Agostino Cordova fu trasferito per incompatibilità ambientale e funzionale ed espulso da quello stesso Consiglio superiore della magistratura, che prima lo aveva osannato con un elogio a giudizio dell’interrogante cerchiobottista (4-07240);
Cordova, magistrato serio, ha ottenuto numerosi successi combattendo contro la ‘ndrangheta, i colletti bianchi, la borghesia mafiosa, la zona grigia, l’imprenditoria collusa e corrotta, i servizi segreti deviati e la massoneria;
non risultano chiari i motivi per cui Agostino Cordova, nonostante le innumerevoli lodi ricevute per il suo encomiabile lavoro, invocato come “salvatore”, preferito per la superprocura addirittura a Giovanni Falcone, ritenuto per la sua integerrima carriera di magistrato, un valido, prestigioso ed imparziale baluardo di legalità, non condizionabile da fattori di natura politica, sia stato estromesso dall’ufficio e non è certo che a tale rimozione non abbiano contribuito le potenti logge massoniche coperte, le cui attività spesso eversive e illecite lo stesso Cordova ha aiutato a svelare;
non sono chiare le ragioni in base alle quali Agostino Cordova fu dichiarato incompatibile con l’ambiente e con le funzioni vista anche l’ispezione del Ministero della giustizia che riconosceva un notevole recupero di efficienza dell’attività giurisdizionale grazie al grosso sforzo organizzativo compiuto dal Procuratore della Repubblica dottor Agostino Cordova per risolvere i problemi causati dalla unificazione della Procura della Repubblica presso il Tribunale con la Procura della Repubblica presso la Pretura (4-07240),
si chiede di sapere se il Governo non ritenga opportuno attivare le procedure ispettive e conoscitive previste dall’ordinamento, anche al fine di prendere in considerazione ogni eventuale sottovalutazione di significativi profili di accertamento.
Querelato Programma Report
Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08743
Atto n. 4-08743
si apprende da notizie di stampa che l’emittente televisiva “Abc” e il suo editore, Ilaria Sbressa, hanno querelato il programma di inchieste Rai “Report”;
riporta “il Fatto Quotidiano” in un articolo del 20 novembre 2012: «L’emittente televisiva Abc e il suo editore, Ilaria Sbressa, hanno denunciato Report. Il servizio di Sigfrido Ranucci e Giorgio Mottola dedicato alla Banca popolare di Milano andato in onda domenica 18 novembre viene definito come “un attacco diffamatorio senza precedenti”. La Sbressa accusa la redazione anche di “ricettazione” per aver mandato in onda un video che è stato rubato da casa sua. Sono state già depositate alla procura della repubblica di Roma due “querele con una richiesta di risarcimento di danni, stimati in 35 milioni di euro, nei confronti di Milena Gabanelli, Sigfrido Ranucci e Giorgio Mottola, nonché dei più alti vertici della Rai”. Oggetto della prima querela sono le affermazioni “erronee, tendenziose e gravemente lesive della reputazione della Sbressa e di Abc”. E la richiesta di risarcimento danni è quantificata in 25 milioni di euro. Nella seconda, Ilaria Sbressa e il marito Andrea Ambrogetti denunciano “il furto nella loro abitazione (da parte di ignoti) e la successiva ricettazione (da parte della redazione di Report, che ne ha trasmesso in prima serata alcuni spezzoni previa l’effettuazione di tagli, manipolazioni e adattamenti) di una copia del dvd privato girato in occasione della loro festa di matrimonio, celebrato il 21 giugno 2008″. Nella denuncia i coniugi precisano di essersi resi conto del furto “solo nel corso della visione del programma” e definiscono il fatto “gravissimo e penalmente rilevante”, sottolineando che è stato poi mandato in onda “in prima serata con un rilievo di carattere nazionale e con anticipazioni addirittura sui quotidiani Il Fatto Quotidiano e il Corriere della Sera”. La richiesta di danni in questo caso è di 10 milioni di euro, anche per violazione della privacy. Pronta la risposta di Milena Gabanelli che ha dichiarato di avere prove filmate e documentali “che ci riserviamo di produrre nelle sedi opportune”. La conduttrice ha detto che le informazioni sulle imprese di Ilaria Sbressa sono “ampiamente documentate e provengono da documentazioni ufficiali, acquisite presso Ministeri della Pubblica amministrazione, da informazioni raccolte dagli stessi manager dei ministeri competenti, da interviste e testimonianze degli stessi dipendenti che hanno lavorato per mesi nelle aziende della signora Sbressa, e le cui affermazioni sono state ulteriormente verificate analizzando documenti e dagli stessi filmati prodotti dallo stesso canale Abc”. Per quanto riguarda i rapporti tra Sbressa e Antonio Cannalire, uomo di fiducia del banchiere Massimo Ponzellini, “sono agli atti dell’inchiesta sulla Bpm – spiega Gabanelli – oggetto della Procura di Milano. E’ agli atti anche il ruolo che ha avuto Cannalire nel favorire la dottoressa Sbressa nel percepire il finanziamento di 300mila euro alla sua azienda. Un finanziamento per il quale è emerso anche un interessamento dell’ex ministro Paolo Romani. Nelle copiose intercettazioni – prosegue la giornalista di Report – emerge chiaramente anche il rapporto in essere tra la Sbressa e Cannalire e l’attività di lobby effettuata dal braccio destro di Ponzellini in suo favore presso istituti finanziari e Enti pubblici quali la Consip, dove è stato depositato il format delle famigerate Pillole del sapere”. La Gabanelli ha aggiunto che il suo programma “ha chiesto più volte un’intervista alla dottoressa Sbressa su quanto aveva raccolto nel corso dell’inchiesta giornalistica. Ma la Sbressa non solo non ha mai risposto alla nostra richiesta, ma ha messo in atto tutte le tecniche possibili per evitare un confronto nel quale avrebbe avuto ampiamente modo di raccontare il suo punto di vista»;
nel corso dei 12 anni di trasmissione Milena Gabanelli e lo staff di “Report” hanno ricevuto svariate denunce in seguito alle inchieste condotte, senza tuttavia riportare alcuna condanna, a conferma dello svolgimento incontrovertibile delle stesse;
ogni inchiesta condotta dalla trasmissione è sempre stata condotta ascoltando tutte le parti in causa e con la comprovata documentazione;
a giudizio di molti, Milena Gabanelli è una delle migliori giornaliste italiane, che mai si è lasciata allettare da facili meccanismi scandalistici per cercare notorietà, che nei suoi interventi riesce a distinguere i fatti dalle opinioni, con competenza e spiccato altruismo, puntando a formare e a far crescere i giovani professionisti che collaborano con lei e che come pochi altri giornalisti italiani ha una storia di merito personale ed ha rischiato in prima persona le conseguenze del proprio lavoro,
si chiede di sapere quali iniziative di competenza intenda assumere il Governo, nelle opportune sedi normative, al fine di garantire un’informazione libera e indipendente da ogni gioco di potere e tentativi di censura, ben meno giustificabili nei confronti di persone che svolgono un lavoro di testimonianza dei fatti, ricerca della verità, trasparenza dell’azione pubblica, critica e stimolo all’approfondimento, affinché ogni cittadino possa essere messo a conoscenza dei fatti quando questi sono opportunamente documentati.
Sea-Quotazione in borsa-Banche
22 novembre 2012 22 novembre 2012 Segreteria Leave a comment
Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00548
Atto n. 2-00548
Pubblicato il 21 novembre 2012, nella seduta n. 839
la storia recente dei mercati azionari insegna che le quotazioni in borsa di società, corredate con il nulla osta del prospetto informativo approvato dalla Consob, costituiscono un affare per le banche collocatrici, che tendono sempre a gonfiare il valore delle quotande per poter incamerare laute commissioni commisurate al valore stimato, un pessimo affare se non vere e proprie frodi per i piccoli azionisti, che si lasciano convincere dalle campagne pubblicitarie di accompagnamento dei titoli in borsa ad effettuare l’investimento;
anche la quotazione della Sea, che ha depositato il prospetto informativo necessario per sbarcare a Piazza Affari, con una operazione, che punta a portare il gruppo sul listino milanese il 6 dicembre 2012, rappresenta un’offerta di vendita e sottoscrizione ed ha per oggetto massime 58,5 milioni di azioni, di cui massime 24,4 milioni rivenienti dall’aumento di capitale e massime 34,1 milioni messe in vendita dalla Asam, la società veicolo della Provincia di Milano. L’offerta al pubblico indistinto riguarda un minimo di 8,7 milioni di azioni, pari al 15 per cento dell’offerta globale, mentre il collocamento istituzionale è di massime 49,7 milioni di azioni (85 per cento restante) ed è riservato a investitori istituzionali in Italia ed all’estero. L’offerta, che partirà lunedì 26 novembre per chiudersi il 30 novembre 2012, è stata curata dai coordinatori Banca Imi, Mediobanca, Morgan Stanley e UniCredit, affiancati da Bnp Paribas e Deutsche Bank;
un lancio dell’Agenzia Radiocor del 20 novembre, dà atto di uno scambio di lettere con accuse reciproche sulla quotazione, con F2i che scrive ai vertici aziendali ed il Comune di Milano che ribatte, in mezzo i piccoli azionisti investitori allettati da promesse di facili guadagni. I consiglieri di minoranza della Sea, espressione del fondo F2i di Vito Gamberale, hanno preso carta e penna accusando i vertici aziendali di non avere comunicato al mercato dati sensibili sull’andamento della società. In particolare, secondo quanto risulta a Radiocor, quelli che riguardano il traffico degli ultimi due mesi negli aeroporti di Linate e Malpensa, con specifico riferimento a riduzioni significative dei voli. In più, sempre negli ultimi mesi e sempre secondo quanto è scritto nella lettera inviata, risultano aumentati i tempi di riscossione dei crediti della Sea nei confronti di compagnie aeree come Meridiana, Blu Panorama e Wind Jet. La lettera è stata trasmessa per conoscenza alla Consob. Sempre in giornata è sceso in campo anche il Comune di Milano, azionista di riferimento della stessa Sea. La missiva, in questo caso, è stata indirizzata a F2i e contiene affermazioni perentorie: l’invito esplicito a rispettare i patti parasociali che vincolano F2i a collaborare con il Comune nella riuscita della quotazione in Borsa della società;
un articolo firmato da Giorgio Meletti per “il Fatto Quotidiano” del 21 novembre, ipotizza che l’operazione potrebbe essere destinata a risolversi in un duello giudiziario: «”Ieri, primo giorno di raccolta delle prenotazioni da parte degli investitori, i due consiglieri d’amministrazione espressi dall’azionista di minoranza, il Fondo F2i, hanno scritto al presidente della società, l’ex deputato leghista Giuseppe Bonomi, con accuse gravissime. La lettera è stata trasmessa alla Consob, l’autorità di vigilanza sui mercati finanziari. In pratica la mossa equivale a un esposto, del quale la Consob non potrà non tener conto. Secondo i due consiglieri Mauro Maia e Renato Ravasio (quest’ultimo (…) è anche vicepresidente della Sea) (…), nel prospetto informativo di 662 pagine i vertici aziendali non hanno “comunicato al mercato dati sensibili sull’andamento della società”. Secondo quanto riportato dall’agenzia Radiocor, sarebbero stati omessi i dati “che riguardano il traffico degli ultimi due mesi negli aeroporti di Linate e Malpensa, con specifico riferimento a riduzioni significative dei voli”. Inoltre il mercato sarebbe stato tenuto all’oscuro dell’aumentato tempo di riscossione dei crediti nei confronti di compagnie aeree che navigano in cattive acque, come Meridiana, Blu Panorama e Wind Jet. Il prospetto informativo è stato già approvato dalla Consob. Le accuse sono gravissime. Il vicepresidente Ravasio accusa in sostanza il presidente Bonomi di aver dato un quadro edulcorato delle prospettive della Sea. Due giorni fa Bonomi, presentando l’operazione di collocamento in Borsa della società aeroportuale, aveva promesso che le azioni Sea avrebbero dato un rendimento doppio rispetto ai Btp decennali: cioè un dividendo vicino al 10 per cento del prezzo di collocamento dell’azione, che sarà compreso in una forchetta tra i 3,2 e i 4,3 euro. Sulla pelle dei risparmiatori, chiamati a comprare azioni Sea anche da una martellante quanto entusiastica campagna pubblicitaria, si sta giocando una partita senza esclusione di colpi tra soggetti pubblici. Da una parte ci sono il Comune e la Provincia di Milano. Nell’operazione di collocamento la Provincia venderà al mercato tutte le sue azioni in Sea (il 14 per cento del capitale), mentre, collocando un ulteriore 10 per cento di nuove azioni, cioè un aumento di capitale che finirà nelle casse della Sea, verrà in sostanza finanziato un dividendo straordinario di 147 milioni di euro destinato principalmente alle casse del Comune. Il bastian contrario è il Fondo F2i, soggetto pubblico-privato gestito da un manager di lungo corso come Vito Gamberale (ex Tim ed ex Autostrade). F2i ha come socio principale la Cassa Depositi e Prestiti (statale), e tra gli altri azionisti le due maggiori banche italiane (Unicredit e Intesa Sanpaolo) e le Fondazioni bancarie. L’anno scorso F2i ha acquistato dal Comune di Milano il 30 per cento delle azioni Sea, a un prezzo di oltre 5 euro per azione. Adesso si sta mettendo di traverso alla quotazione a 3,2 euro (la parte bassa della forchetta sembra quella più probabile per il prezzo definitivo), che gli imporrebbe un’immediata, drastica svalutazione dell’investimento, pari a 385 milioni di euro. Nello stesso tempo però i due rappresentanti di F2i denunciano che il prospetto informativo sarebbe edulcorato, con il risultato, se le accuse risultassero corrispondenti al vero, di gonfiare il prezzo delle azioni messe sul mercato rispetto al valore reale della società. Lo scontro è ormai aperto. Proprio ieri il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, ha scritto una lettera ufficiale a F2i (non si sa se indirizzata formalmente all’amministratore delegato Vito Gamberale o al presidente Ettore Gotti Tedeschi) invitando l’azionista di minoranza di Sea a rispettare i patti parasociali siglati al momento dell’ingresso di F2i nella compagine azionaria di Sea: tra gli impegni c’è quello di collaborare nella riuscita della quotazione in Borsa. Se l’impegno è stato, a giudizio di Pisapia, disatteso finora, sarà arduo ottenere da F2i una marcia indietro tale da convincere i risparmiatori che in effetti il prospetto informativo è stato fatto a regola d’arte»;
non è chiaro quale sia stato il ruolo della Consob nell’approvare un prospetto informativo, documento composto da ben 662 pagine, che dovrebbe indurre i piccoli risparmiatori a valutare la bontà dell’investimento in azioni che conservano un’alea di fortissimo rischio e di probabili oscillazioni, e che non ha tenuto conto di informazioni sensibili sul prezzo richiesto pari a 3,2 euro ad azione;
sarebbe opportuna l’adozione di iniziative da parte della Consob, l’autorità che sembra non abbia vigilato sui mercati finanziari per offrire ai risparmiatori informazioni suppletive evitando di far acquistare pacchetti azionari ad un valore non congruo, come risulterebbe dai rilievi mossi dal vicepresidente Ravasio che accusa in sostanza il presidente Bonomi di aver dato un quadro edulcorato delle prospettive della Sea,
se risulti rispondente al vero che il Fondo F2i, in una lettera inviata al presidente della Sea, l’ex deputato leghista Giuseppe Bonomi, dopo aver lanciato accuse gravissime che possono incidere sul valore delle azioni, abbia accusato la società di omissioni su dati importanti quali la riduzione dei voli negli aeroporti di Linate e Malpensa e l’allungamento dei tempi di riscossione dei crediti nei confronti di compagnie aeree che navigano in cattive acque, come Meridiana, Blu Panorama e Wind Jet;
quali misure urgenti il Governo intenda assumere per evitare che ancora una volta siano le banche collocatrici, a giudizio dell’interrogante con l’assenza di vigilanza preventiva della Consob, a conseguire guadagni sulla pelle del mercato e dei risparmiatori.
22 novembre 2012 Segreteria Leave a comment
Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-08728
Atto n. 4-08728
Pubblicato il 21 novembre 2012, nella seduta n. 838
il decreto-legge n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 214 del 2011, cosiddetto decreto SalvaItalia, oltre ad aver istituito una piccola patrimoniale sugli investimenti, pari all’1 per mille per il 2012, l’1,5 per mille dal 2013, ha previsto che dal 1° gennaio 2012, gli estratti conto annuali dei conti correnti bancari inviati dalle banche ai clienti, gli estratti di conto corrente postale e i rendiconti dei libretti di risparmio saranno tassati per 34,20 euro se il cliente è una persona privata, con esenzione per i depositi inferiori a 5.000 euro, mentre per le società e le persone giuridiche l’imposta sale da 73,8 a 100 euro l’anno;
novità più sostanziali sono invece quelle che riguardano il bollo sugli investimenti finanziari, la cosiddetta patrimonialina o mini patrimoniale, che colpirà praticamente tutti i prodotti finanziari: fondi di investimento, polizze vita, titoli di Stato, obbligazioni varie;
dal 2012 il prelievo sarà dell’uno per mille annuo, calcolato in misura proporzionale all’investimento e, dove possibile, sul valore di mercato, piuttosto che su quello nominale o di rimborso. L’aliquota passa all’1,5 per mille nel 2013. Rimangono esclusi solo i fondi sanitari, i fondi pensione e i buoni postali fruttiferi con valore di rimborso inferiore a 5.000 euro;
su questo terreno l’innovazione principale è la cancellazione del limite massimo da pagare per i contribuenti, che in precedenza era stato fissato a 1.200 euro. Rimane invece invariata la soglia minima a 34,2 euro, stessa cifra del bollo sui conti correnti. Con un prelievo dell’un per mille, questo significa che pagheranno più del minimo soltanto gli italiani che hanno investito più di 34.000 euro. Chi invece, ad esempio, ha investito tre milioni di euro, si ritrova a pagarne 3.000;
stessa aliquota e stesso metodo di calcolo, infine, per le persone fisiche che detengono investimenti all’estero. Le differenze sono solo due: il prelievo dell’un per mille sarà applicato anche sull’anno in corso e sarà possibile dedurre eventuali patrimoniali già pagate fuori confine;
in una intervista rilasciata ad Andrea Greco e pubblicata su “La Repubblica” del 17 novembre 2012 dal titolo: “Foà: ‘L’imposta di bollo è una patrimoniale sui poveri’”, il gestore di AcomeA afferma che: «”Sta arrivando una misura regressiva e distorsiva, che desertificherà l’industria del risparmio a vantaggio di banche, poste e assicurazioni”. Si avvicina la fine dell’anno, e il giorno del Veglione gli italiani gusteranno la prima “patrimoniale sui poveri”. La chiama così Alberto Foà, presidente di AcomeA, tra i pochi gestori italiani che hanno saputo “mettersi in proprio”, offrendo in modo autonomo e indipendente consulenza e investimenti. Quella che Foà apostrofa, e critica pesantemente, è la nuova imposta di bollo del decreto “Salva Italia”, che il 31 dicembre chiederà ai risparmiatori l’1 per mille (con soglia minima di 34,20 e massima di 1.200 euro) su tutti i prodotti e strumenti finanziari. L’aliquota salirà all’1,5 per mille dal 2013, senza più tetto massimo. Il trattamento è preferenziale, invece, per chi tiene i soldi sui conti correnti bancari e postali, o li investe in polizze rivalutabili (ramo I). In questi casi, la nuova imposta si limita a un forfait di 34,20 euro annui, non applicabile per le giacenze medie sotto i 5mila euro. Un doppio binario che Foà ritiene frutto di “un misto di insipienza, arroganza e cultura retrograda, oltre che del lavorio delle lobby creditizie e assicurative”. E che trova pericoloso per l’industria del risparmio gestito, “destinata a desertificarsi”» (…) «Chi ha pochi soldi» dice Foa «dovrà per forza metterli sui conti in banca o alle poste, che continueranno a corrispondere interessi bassissimi e lucreranno sui depositi comprando Btp che rendono un 3% l’anno. Mentre i ricchi veri, che si possono permettere private banker e consulenti esclusivi, questa tassa non la pagheranno proprio. Le spiego il giochino: dato che l’imposta va pagata sui depositi amministrati al 31 dicembre, le loro banche proporranno il 28 dicembre un’operazione di prestito titoli, che poi saranno restituiti il 3 gennaio, mettendo nel frattempo il corrispettivo sul conto corrente. Così chi possiede un patrimonio da 10 milioni, e dovrebbe pagare 15mila euro, potrà limitare l’imposta a 34,20 euro. Per tutti gli altri, invece, dopo il primo salasso di fine 2012 potrebbe esserci una migrazione verso forme di risparmio meno tassate, che desertificherà ulteriormente l’industria del risparmio gestito»;
in sede di esame del disegno di legge di stabilità per il 2013 è stata prospettata la possibilità di modificare l’articolo 19 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, prevedendo la tassazione di un conto corrente in Svizzera analogamente a quelli italiani;
nessuna disparità di trattamento, quanto a imposta di bollo fissa applicabile, tra i conti correnti e i libretti di risparmio detenuti in Paesi dell’Unione europea (Ue) e quelli detenuti in Paesi extra Ue. L’attuale articolo 19, comma 20, del decreto-legge n. 201 del 2011 prevede invece che il bollo fisso di 34,20 euro sia applicabile ai soli conti correnti e libretti detenuti dai contribuenti italiani in Stati dell’Ue o aderenti allo Spazio economico europeo, prevedendo quindi una diversa e maggiore tassazione per quelli detenuti in Paesi extra Ue come, per esempio, Svizzera, San Marino, Montecarlo o Singapore. Una novità richiesta dagli operatori bancari esteri, ed in particolare da quelli localizzati in determinati Stati, presso i quali molti Italiani hanno deciso di aprire un conto corrente vuoi per motivi di diversificazione del rischio Paese, vuoi per timori di rischio default del sistema bancario, vuoi per semplici ragioni emotive. Il disegno di legge di stabilità prevede, inoltre, che l’imposta sulle attività finanziarie detenute all’estero (cosiddetta Ivafe) così come l’imposta di bollo fissa di 34,20 euro sui conti correnti e sui libretti detenuti all’estero, trovino applicazione solo a partire dall’anno 2012, eliminando quindi il riferimento all’anno 2011 che tanti dubbi aveva generato nell’applicazione della nuova imposta;
è distorsiva della concorrenza e contraria al principio di proporzionalità una imposizione che sembra favorire banche, polizze e posta, visto che, per tutti i patrimoni inferiori a 34.200 euro (e a 22.800 dal 2013) investiti in strumenti finanziari, l’imposta è regressiva;
non è equo, in una fase di gravissima crisi economica e di desertificazione del risparmio, consentire a banche, speculatori e professionisti dell’elusione di norme, di poter eludere l’imposta solo con la dismissione dell’investimento qualche giorno prima del 31 dicembre di ogni anno, la cui liquidità sul conto non viene intaccata,
quali siano le valutazioni del Governo su quanto richiamato in premessa e in particolare quali ragioni abbiano indotto il Governo a non sostenere la progressività dell’imposta anche su conti bancari, postali e polizze ramo I, che sono così esentati dall’imposta che continuerà a gravare sui meno abbienti;
se il Governo intenda sostenere, nel corso dell’esame del disegno di legge di stabilità, la modifica delle disposizioni relative alla cosiddetta patrimonialina sui poveri, affinché sia sostituita da una vera e propria imposta patrimoniale che possa colpire i cespiti superiori a 2 milioni di euro, eccetto gli immobili adibiti a prima abitazione;
quali misure urgenti il Governo intenda adottare per evitare che sui depositi amministrati, le banche possano proporre operazioni fittizie di prestito titoli, che poi saranno restituiti il 3 gennaio, mettendo nel frattempo il corrispettivo sul conto corrente, configurando una beffa per i piccoli risparmiatori ed un favore per coloro che possiedono patrimonio di 10 milioni di euro, i quali con tali espedienti invece di pagare 15.000 euro, finiranno per pagare un’imposta di 34,20 euro.