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Timestamp: 2020-05-31 12:14:52+00:00
Document Index: 65140455

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Alcoltest: l’accusa deve provare il regolare funzionamento dell’etilometro
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La Cassazione penale muta orientamento in tema di guida in stato di ebbrezza, affermando il principio di diritto secondo cui “allorquando l’alcoltest risulti positivo, costituisce onere della pubblica accusa fornire la prova del regolare funzionamento dell’etilometro, della sua omologazione e della sua sottoposizione a revisione”
A seguito di giudizio abbreviato il Tribunale di Pavia, condannava l’imputato alla pena di quattro mesi di arresto e mille euro di ammenda in relazione al reato di guida in stato di ebbrezza dovuto alla assunzione di sostanze alcoliche (nella specie era stato accertato un valore corrispondente al tasso alcolemico pari a 1,88 g/l alle ore 21.40 e 1,84 g/l al secondo accertamento eseguito alle ore 21.53).
La Corte d’Appello di Milano, pur rilevando che il verbale di Polizia Stradale non contenesse alcuna espressa menzione circa l’esecuzione della revisione dell’apparecchio, confermava la sentenza del giudice di primo grado, ritenendo che l’esito positivo dell’alcoltest fosse idoneo a costituire prova della sussistenza dello stato di ebbrezza, e semmai, l’imputato avrebbe dovuto fornire la prova contraria a tale accertamento, dimostrando vizi o errori di strumentazione o di metodo nell’esecuzione dell’aspirazione ovvero vizi correlati all’omologazione dell’apparecchio.
La sentenza è stata impugnata con ricorso per Cassazione da parte dell’imputato, a mezzo del proprio difensore di fiducia.
L’etilometro, a detta del ricorrente, risultava solo omologato e non sottoposto alla revisione periodica prescritta dall’art. 379, comma 8, D.P.R. n. 495/2002 ed inoltre, l’onere della prova sul punto, spettava alla pubblica accusa, posto che la revisione costituisce l’unica operazione a garanzia della precisione dello strumento, della sua affidabilità e della sua attendibilità nel risultato.
La Quarta Sezione Penale della Cassazione (sentenza n. 38618/2019) ha accolto il ricorso perché fondato.
Secondo il tradizionale orientamento di legittimità, in tema di guida in stato di ebbrezza, allorquando l’alcoltest risulti positivo, costituisce onere della difesa fornire una prova contraria a detto accertamento quale, ad esempio, la sussistenza di vizi dello strumento utilizzato, oppure l’utilizzo di una errata metodologia nell’esecuzione dell’aspirazione, non potendosi essa limitare a richiedere il deposito della documentazione attestante la regolarità dell’etilometro e non essendo sufficiente la mera allegazione di difettosità o assenza di omologazione dell’apparecchio.
È stato anche aggiunto che il D.P.R. n. 495/1992, art. 379, commi 6, 7 e 8 (regolamento di esecuzione ed attuazione del codice della strada) si limita ad indicare le verifiche alle quali gli etilometri devono essere sottoposti per poter essere omologati ed adoperati, ma non prevede nessun divieto la cui violazione determini espressamente l’inutilizzabilità delle prove acquisite.
In quest’ottica, si è inserita la pronuncia della corte costituzionale n. 113 del 29 aprile 2015 che ha dichiarato la parziale illegittimità dell’art. 45, co. 6 D.Lgs. 285/1992, nella parte in cui non prevedeva che tutte le apparecchiature impiegate nell’accertamento delle violazioni dei limiti di velocità (c.d. autovelox) fossero sottoposte a verifiche periodiche di funzionalità e di taratura, così esonerando, secondo l’interpretazione datane dal diritto vivente, gli utilizzatori dall’obbligo di verifica periodica di funzionamento e taratura delle apparecchiature.
Tale principio in tema di autovelox è stato applicato al caso dell’etilometro dalla Cassazione civile, la quale ha affermato che “in tema di violazione al codice della strada, il verbale di accertamento effettuato mediante tale strumento, deve contenere, alla luce di un’interpretazione costituzionalmente orientata, l’attestazione della verifica che l’apparecchio da adoperare per l’esecuzione del cd. “alcoltest”, sia stato preventivamente sottoposto alla prescritta ed aggiornata omologazione ed alla indispensabile corretta calibratura; l’onere della prova del completo espletamento di tali attività strumentali grava, nel giudizio di opposizione, sulla P.A. poiché concerne il fatto costitutivo della pretesa sanzionatoria”.
In seguito, la questione dell’onere della prova della regolarità dell’etilometro è stata sottoposta all’attenzione della Quarta Sezione della Cassazione Penale, che ha accennato alla esigenza di affrontare il problema della coerenza della soluzione fino ad allora prescelta coi principi espressi dalla corte costituzionale e dalla giurisprudenza civile (n. 17494/2019), ma in concreto tale tematica non è stata mai affrontata perché nelle fattispecie esaminate risultava dimostrata l’effettuazione dell’omologazione e della revisione dell’apparecchio.
Ebbene, con la sentenza in commento, i giudici della Quarta Sezione Penale della Cassazione hanno dichiarato di voler modificare il tradizionale orientamento sino ad oggi seguito: “ritenere sufficiente l’omologazione dell’apparecchio ha comportato il gravoso onere per il privato, sia in sede civile sia penale, di dimostrare la sussistenza, nel caso concreto, di un difetto di funzionamento. La prova del malfunzionamento dell’etilometro appare tanto più difficoltosa in considerazione dell’apparecchio in capo alla pubblica amministrazione”.
Nella sentenza n. 113 citata, la corte costituzionale ha enunciato un canone di razionalità pratica, sottolineando la soggezione di qualsiasi apparecchio, specie se elettronico, ad invecchiamento e a variazioni delle sue caratteristiche, per cui la mancata sottoposizione a manutenzione appariva intrinsecamente irragionevole, incidendo l’obsolescenza e il deterioramento sull’affidabilità delle apparecchiature in un settore di particolare rilevanza sociale, quale quello della sicurezza stradale. Il giudice delle leggi ha, quindi, mostrato di comprendere l’esigenza di non ritenere sufficiente la sola omologazione dell’apparecchio utilizzato e di considerare indispensabile la sol prova della revisione del medesimo.
Ebbene, non v’è ragione – ha aggiunto la Suprema Corte – di non riconoscere tali principi, affermati in tema di autovelox ed estesi dalla giurisprudenza civile in relazione all’etilometro, anche in ambito penale.
In caso contrario, si creerebbe un’evidente ed irragionevole distonia –tra i settori civile, amministrativo e penale, nella parte in cui l’onere della prova del funzionamento dell’etilometro spetterebbe alla pubblica amministrazione in sede civile e all’imputato in sede penale.
Addirittura ne deriverebbe la conseguenza irrazionale, sotto il profilo sostanziale, secondo cui una medesima fattispecie potrebbe costituire solo illecito penale non illecito amministrativo.
Sotto il profilo processuale, invece, il principio è conforme a quello di carattere generale secondo cui l’accusa deve provare i fatti costituitivi del reato, mentre spetta all’imputato dimostrare quelli estintivi o modificativi d una determinata situazione, rilevanti per il diritto.
La parte che allega un fatto (nella specie: il superamento del tasso alcolemico), affermandolo come storicamente avvenuto, deve introdurre nel processo elementi di prova idonei a dimostrarne la veridicità. L’onere della prova dell’imputato di dimostrare il contrario può sorgere solo in conseguenza del reale ed effettivo accertamento da parte del PM del regolare funzionamento e dell’espletamento delle dovute verifiche dell’etilometro.
In definitiva, è stato affermato che “in tema di guida in stato di ebbrezza, allorquando l’alcoltest risulti positivo, costituisce onere della pubblica accusa fornire la prova del regolare funzionamento dell’etilometro, della sua omologazione e della sua sottoposizione a revisione”.
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