Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-15072-del-21-07-2016
Timestamp: 2020-05-29 06:57:52+00:00
Document Index: 105637477

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Sentenza Cassazione Civile n. 15072 del 21/07/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15072 del 21/07/2016
Cassazione civile sez. II, 21/07/2016, (ud. 16/06/2016, dep. 21/07/2016), n.15072
sul ricorso 4207-2011 proposto da:
DEL MASCHERINO 72, presso lo studio dell’avvocato ANTONELLA
PETRILLI, rappresentato e difeso dagli avvocati ERNESTO FAUSTO
VENTA, VALENTINO VENTA;
CANADIAN HOTEL s.r.l., in persona del rappresentante
C.J.P., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA GERMANICO 96, presso
lo studio dell’avvocato BRUNO TAVERNITI, rappresentato e difeso
dagli avvocati FIORENZO CIERI e ROSALBA MASELLI;
avverso la sentenza n. 493/2009 della CORTE D’APPELLO di L’AQUILA,
depositata il 23/12/2009;
e sul ricorso sul ricorso 11042-2014 proposto da:
P.S., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEL
MASCHERINO 72, presso lo studio dell’avvocato ANTONELLA PEIRILLI,
rappresentato e difeso dagli avvocati ERNESTO FAUSTO VENTA e
VALENTINO VENTA;
C.A., in proprio e quale rappresentante della CANADIAN
HOTEL s r l, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA GERMANICO 96,
presso lo studio dell’avvocato BRUNO TAVERNITI, rappresentato e
difeso dagli avvocati FIORENZO CIERI e ROSALBA MASELLI
avverso la sentenza a 4/2014 della CORTE D’APPELLO di L’AQUILA,
16/06/2016 dal Consigliere Dott. ANTONIO SCARPA;
uditi gli Avvocati Alberini, per delega dell’Avvocato Ernesto Fausto
Venta, e Cieri;
CELESTE Alberto, il quale ha concluso per il rinnovo della
notificazione, o, in subordine, per il rigetto dei ricorsi.
1. P.S. ha proposto ricorso per cassazione, portante R.G. n. 4207/2011, nei confronti di C.A., quale rappresentante della S.r.l. Canadian Hotel, avverso la sentenza emessa dalla Corte d’Appello di L’Aquila il 23 dicembre 2009, n. 493/2009. Il procedimento aveva avuto inizio con decreto ingiuntivo emesso dal Tribunale di L’Aquila il 30 gennaio 1992 e richiesto dall’ingegnere P. a titolo di compenso per l’attività di progettazione e costruzione di un complesso alberghiero. Con tale decreto era stato intimato ad C.A., in proprio e quale rappresentante della S.r.l. Canadian Hotel, di pagare in favore dell’ingegnere P. la somma di Lire 208.990.984. Contro tale decreto ingiuntivo erano state proposte tre distinte opposizioni: le prime due, formulate da C.A. in proprio, decise dal Tribunale di L’Aquila con la sentenza n. 137/1999, che aveva dichiarato improcedibile la prima e inammissibile la seconda; la terza, avanzata da C.A. nella qualità di rappresentante della S.r.l. Canadian Hotel, cui era conseguita la sentenza n. 880/2002 del medesimo Tribunale, la quale aveva revocato il decreto ingiuntivo, condannando la società a pagare in favore del creditore la minor somma di Euro 72.863,00 e respingendo le domande riconvenzionali proposte da entrambe le parti. Quest’ultima sentenza veniva appellata sia dal C. quale rappresentante della S.r.l. ingiunta, sia dal P. in via incidentale e la Corte d’Appello di L’Aquila, con la sentenza n. 493/2009, riduceva l’importo dovuto, revocava il decreto ingiuntivo opposto e rigettava il gravame incidentale. La Corte aquilana dapprima respingeva le eccezioni pregiudiziali legate al difetto di legittimazione ad appellare di C.A. in proprio, alla tardività dell’impugnazione, nonchè al difetto di specificità dei motivi di gravame. Quanto al merito della lite, la sentenza della Corte di L’Aquila aderiva alle conclusioni raggiunte dal CTU nominato in rinnovazione nel giudizio di secondo grado, sia quanto al costo complessivo delle opere che al conseguente ammontare del compenso professionale. La Corte d’Appello, in particolare, dava per accertata la regolare direzione dei lavori per le opere strutturali in cemento armato da parte del P., addebitandogli, invece, la mancata sorveglianza quanto alle opere architettoniche, la mancata verifica della regolare esecuzione dei lavori ed assistenza al collaudo, la mancata verifica delle misure e dei quantitativi delle forniture; per tali inadempimenti il giudice d’appello negava ogni compenso al P.. Sempre attenendosi alle risultanze peritali di secondo grado, la Corte d’appello definiva fondati i rilievi dell’appellante S.r.l. Canadian Hotel sulla progettazione degli impianti tecnologici, parzialmente fondati i rilievi sulla progettazione dell’impianto elettrico, fondati i rilievi sulla progettazione e la messa in opera degli arredi, fondate le doglianze sul calcolo degli onorari, così pervenendo a rideterminare nella cifra già indicata l’importo del compenso professionale in contesa.
Avverso la sentenza n. 493/2009 della CORTE D’APPELLO di L’AQUILA ha proposto ricorso per cassazione P.S., articolato in cinque motivi. Con ordinanza interlocutoria del 22 febbraio 2016, questa Corte ordinava al ricorrente la rinnovazione della notificazione del ricorso alla Canadian Hotel s.r.l., essendo la stessa avvenuta non nel domicilio eletto da Canadian Hotel s.r.l. presso lo studio dell’avvocato Gianpiero Berti De Marinis, in via San Martino, 2, L’Aquila, ma presso il domicilio della parte. Eseguita tale rinnovazione della notificazione, ha contraddetto con controricorso la Canadian Hotel s.r.l., in persona del rappresentante C.J.P..
2. P.S. aveva proposto altresì atto di citazione per revocazione nei confronti di C.A., in proprio e quale rappresentante della S.r.l. Canadian Hotel, avverso la sentenza emessa dalla Corte d’Appello di L’Aquila il 23 dicembre 2009, n. 493/2009, agli effetti dell’art. 395 c.p.c., n. 5, perchè in contrasto con la precedente sentenza n. 137/1999, emessa dal Tribunale di L’Aquila il 24 marzo 1999 e passata in giudicato. Nel domandare la revocazione, P.S. chiedeva altresì il conseguente rigetto dell’appello proposto avverso la sentenza n. 880/2002 del medesimo Tribunale. Si costituiva nel giudizio di revocazione dapprima C.A. in proprio, chiedendo dichiararsi il suo difetto di legittimazione passiva, e poi lo stesso anche quale rappresentante della S.r.l. Hotel Canadian, chiedendo di dichiararsi l’inammissibilità o improcedibilità dell’azione.
Con sentenza n. 4/2014 del 3 gennaio 2014, la CORTE D’APPELLO di L’AQUILA dichiarava il difetto di legittimazione passiva di C.A. in proprio e rigettava la domanda di revocazione. Sul primo punto, la Corte aquilana osservava che C.A. in proprio non era stato parte del giudizio culminato nella sentenza impugnata per revocazione, in quanto svoltosi tra Sandro P. e la Canadian Hotel S.r.l. Sul motivo di revocazione ex art. 395 c.p.c., n. 5, la Corte di L’Aquila evidenziava come tra la sentenza n. 493/2009 e la sentenza, passata in giudicato, n. 137/1999 del Tribunale di L’Aquila, non sussistesse la necessaria identità delle parti in causa, essendo stata la prima pronunciata tra il P. e la Canadian Hotel S.r.l., rappresentata da C.A., e la seconda, invece, tra il P. e C.A. in proprio. Per di più, evidenziava la Corte aquilana, la sentenza, passata in giudicato, n. 137/1999 del Tribunale di L’Aquila si era limitata a dichiarare l’improcedibilità e l’inammissibilità delle due opposizioni a decreto ingiuntivo avanzate in proprio dal C., senza entrare nel merito della vicenda, sicchè, in quanto sentenza di mero rito, essa era pure non suscettibile di passare in giudicato.
Avverso la sentenza n. 4/2014 della CORTE D’APPELLO di L’AQUILA ha proposto ricorso per cassazione P.S., articolato in due motivi, portante R.G. numero 11042/2014. Canadian Hotel s.r.l. e C.A. si difendono con controricorso, chiedendo dichiararsi inammissibile, o comunque rigettarsi il ricorso avverso. Il ricorrente ha presentato memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c. in data 7 giugno 2016.
1. Come già affermato nell’ordinanza interlocutoria del 22 febbraio 2016, devono riunirsi i due ricorsi RG n. 4207/2011 e RG n. 11042/2014, in quanto proposti, rispettivamente, contro la sentenza d’appello e contro quella che ha deciso l’impugnazione per revocazione avverso la prima. La riunione è disposta in applicazione analogica (trattandosi di gravami avverso distinti provvedimenti) dell’art. 335 c.p.c., il quale impone la trattazione in un unico giudizio di tutte le impugnazioni proposte contro la stessa sentenza. Tale riunione, pur non espressamente prevista dal codice di rito, discende dalla connessione esistente tra le due pronunce, poichè sul ricorso per cassazione proposto contro la sentenza revocanda può risultare determinante la pronuncia di cassazione riguardante la sentenza resa in sede di revocazione (Cass. 22 maggio 2015, n. 10534).
Le irregolarità della notificazione del ricorso eccepite dal Pubblico Ministero nell’udienza di discussione rimangono comunque sanate con efficacia ex tunc dalla costituzione in giudizio della Canadian Hotel s.r.l., da cui si può desumere che l’atto abbia raggiunto il suo scopo.
E’, dunque, pregiudiziale l’esame del ricorso RG n. 11042/2014, proposto contro la sentenza che ha deciso l’impugnazione per revocazione.
Il primo motivo di ricorso deduce violazione e/o falsa applicazione dell’art. 395 c.p.c., n. 5. Osserva il ricorrente che erroneamente la Corte di L’Aquila ha negato portata di giudicato alla sentenza n. 137/1999 del Tribunale di L’Aquila, avendo la declaratoria di improcedibilità della prima opposizione e di inammissibilità della seconda, piuttosto, determinato il passaggio in giudicato ex art. 647 c.p.c. del decreto opposto. Continua la censura che, pur volendosi ammettere che i debitori condannati nelle due pronunce siano diversi, ovvero nell’una C.A. in proprio e nell’altra C.A. quale rappresentante della Canadian Hotel s.r.l., non potrebbe ignorarsi che petitum e causa petendi siano esattamente gli stessi.
Col secondo motivo, il ricorrente critica la ravvisata carenza di legittimazione passiva di C.A. in proprio nel giudizio di revocazione, dovendo questi considerarsi quanto meno litisconsorte facoltativo per l’evidente connessione tra i diversi giudizi pendenti, ed essendo lo stesso coobbligato al pagamento dell’importo di cui al decreto ingiuntivo, nonchè parte dell’originario giudizio in cui ebbe a formarsi il giudicato.
Il primo motivo è palesemente infondato.
Deve convenirsi che, a differenza di quanto affermato dalla Corte di L’Aquila, allorquando venga proposta intempestiva opposizione a decreto ingiuntivo, oppure l’opponente si costituisca tardivamente pur dopo essersi tempestivamente opposto, il decreto, tramite la sentenza che dichiara inammissibile o improcedibile l’opposizione (quale appunto risulta la dedotta sentenza n. 137/1999 del Tribunale di L’Aquila), acquisisce la stessa efficacia di giudicato formale e sostanziale che ha a verificarsi nei casi della mancata opposizione o costituzione ex art. 647 c.p.c. (Cass. 6 giugno 2006, n. 13252).
Tuttavia, l’istanza di revocazione, prevista dall’art. 395 c.p.c., n. 5, suppone che la sentenza da revocare sia contraria ad altra precedente avente tra le parti autorità di cosa giudicata, tant’è che essa è ammissibile solo quando si tratti di giudicato risultante da un giudizio separato e sempre che, con la sentenza da revocare, il giudice non abbia pronunciato sull’eccezione di giudicato esterno (Cass. 8 gennaio 2014, n. 155).
Al riguardo, i ricorrenti sostengono che sia sufficiente l’identità del petitum e della causa petendi tra la sentenza da revocare e il giudicato, pur se diversi siano i soggetti debitori. La ricostruzione proposta non è affatto corretta. Ai fini dell’applicazione dell’art. 395 c.p.c., n. 5, perchè una sentenza possa considerarsi contraria ad altra precedente avente tra le parti autorità di cosa giudicata, e, quindi, essere oggetto di revocazione, occorre, piuttosto, che tra i due giudizi vi sia identità non solo di oggetto, ma anche di soggetti, tale che tra le due vicende sussista un’ontologica e strutturale concordanza degli estremi sui quali deve essere espresso il secondo giudizio, rispetto agli elementi distintivi della decisione emessa per prima, nel senso che la precedente sentenza deve avere ad oggetto il medesimo fatto o un fatto ad esso antitetico (Cass. 11 dicembre 1999, n. 13870; Cass. 7 ottobre 1996, n. 8761). Perchè possa ravvisarsi una pronuncia avente autorità di cosa giudicata, con riguardo alla quale sia da confrontare la sentenza da revocare, è indispensabile che tra i due giudizi vi sia, quindi, identità di parti, essendo l’efficacia soggettiva ed oggettiva del giudicato circoscritta chiaramente dall’art. 2909 c.c. sulla base dei tradizionali comuni canoni di identificazione delle azioni (“persone”, “petitum” e “causa petendi”). La sentenza n. 493/2009 della Corte di L’Aquila, di cui si domanda la revocazione, agli effetti dell’art. 395 c.p.c., n. 5, non può, quindi, mai intendersi contraria alla sentenza passata in giudicato n. 137/1999 del Tribunale di L’Aquila, essendo stata la prima pronunciata tra il P. e la Canadian Hotel S.r.l., rappresentata da C.A., e la seconda, invece, tra il P. e C.A. in proprio. Qualora, invero, una parte venga convenuta in giudizio sia in proprio, sia nella sua qualità di amministratore di una società di capitali, costituente, com’è noto, in forza della autonomia patrimoniale e della personalità giuridica, un centro di imputazione di proprie distinte situazioni giuridiche, il passaggio in giudicato della decisione di condanna emessa contro di essa in proprio non produce il conseguimento di identica autorità della sentenza di condanna emessa contro la società, in quanto si tratta di statuizioni diverse, sebbene rivolte contro la medesima persona fisica, e che possono altresì assumere in concreto un contenuto non del tutto coincidente (Cass. 27 febbraio 1978, n. 976).
Anche il secondo motivo del ricorso è infondato. Vi si sostiene che C.A. in proprio fosse munito di legittimazione passiva nell’intentato giudizio di revocazione, nonostante lo stesso non fosse stato parte del procedimento culminato con la sentenza della Corte d’Appello di L’Aquila n. 493/2009, resa tra Sandro P. e la Canadian Hotel S.r.l. Invece, anche per la revocazione devono trovare applicazione i principi generali sulla legittimazione nei giudizi di impugnazione che disciplinano i rimedi ordinari, di tal che una sentenza può essere impugnata per revocazione soltanto dagli stessi e nei confronti degli stessi soggetti processuali che abbiano assunto la qualità di parti nel giudizio in cui la sentenza stessa venne pronunciata (Cass. 7 luglio 2000, n. 9065).
Consegue in definitiva il rigetto del ricorso RG n. 11042/2014.
3. Il primo motivo del ricorso RG n. 4207/2011 censura il vizio di motivazione e la violazione della L. n. 143 del 1949, art. 19, lett. g, quanto alle carenze nella direzione e nell’alta sorveglianza dei lavori relativi alle opere architettoniche, alla valutazione della CTU e delle deposizioni testimoniali di C.P. e Ci.Al. ed all’esonero totale del diritto al compenso del professionista per le relative attività.
Il secondo motivo di ricorso allega il difetto di motivazione circa il punto che gli elaborati grafici sarebbero stati timbrati e firmati da altro professionista, con conseguente negazione del relativo diritto all’onorario preteso dall’ingegnere P.. Si rappresenta che tale conclusione contrasti con la ricostruzione operata dal CTU. Il terzo motivo critica, sempre ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, il mancato riconoscimento del diritto al compenso per la progettazione dell’impianto elettrico, ancora una volta invocandosi la CTU e le prove testimoniali.
Il quarto motivo lamenta il difetto di motivazione sul mancato riconoscimento del diritto al compenso per la progettazione degli arredi e la direzione della relativa messa in opera, ritenuto dalla Corte di merito per la mancanza di apposito incarico. Si afferma nella censura che la L. n. 143 del 1949, art. 14 elenca gli arredi tra le opere architettoniche, sicchè alcuno specifico incarico occorreva al riguardo.
Il quinto motivo di ricorso, ancora ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, contesta il valore complessivo delle opere stimato dal CTU e recepito dalla Corte d’Appello in Lire 2.971.075.498, contrastando tale valore con le risultanze di collaudo, che stimava i lavori eseguiti in Lire 5.190.508.222. Da ciò la necessità della rideterminazione di tutti gli onorari calcolati dal CTU, pena la violazione degli artt. 12 e seguenti del T.U. tariffario.
4.1 I primi quattro motivi di ricorso, che possono essere esaminati congiuntamente per la connessione delle questioni in essi affrontate, sono infondati. Tali motivi censurano per vizi di motivazione (ed il primo ed il quarto anche per violazione della L. n. 143 del 1949) le pagine 9 e 10 della sentenza impugnata, laddove questa, aderendo di volta in volta alle conclusioni raggiunte dal CTU nominato in grado d’appello:
1) ha accertato la regolare direzione dei lavori per le opere strutturali in cemento armato da parte del P., e addebitato, invece, al professionista la mancata o carente direzione ed alta sorveglianza de i lavori quanto alle opere architettoniche; come la mancata o inadeguata verifica della regolare esecuzione dei lavori ed assistenza al collaudo; ancora, la mancata verifica delle misure e dei quantitativi delle forniture. Per tali inadempimenti, la Corte di L’Aquila ha escluso l’applicabilità della L. n. 143 del 1949, art6. 16 e, ritenuta la particolare importanza degli stessi, tali da privare la direzione dei lavori delle sue più importanti funzioni, ha negato ogni compenso all’ingegnere P.;
2) sempre attenendosi alle risultanze peritali di secondo grado, la Corte d’appello ha poi definito fondati i rilievi dell’appellante S.r.l. Canadian Hotel sulla progettazione degli impianti tecnologici, in quanto i relativi elaborati grafici e illustrativi risultavano timbrati e firmati da altro professionista, con conseguente esclusione del diritto al compenso;
3) la Corte di L’Aquila ha quindi reputato parzialmente fondati i rilievi dell’appellante Canadian Hotel sulla progettazione dell’impianto elettrico, avendo il P. provveduto al solo progetto di massima ed alla redazione dei capitolati, e non anche al progetto esecutivo; fondati i rilievi sulla progettazione e la messa in opera degli arredi e la direzione della relativa messa in opera, essendo stata la progettazione di massima eseguita da altro professionista e la progettazione esecutiva eseguita dal fornitore, e non essendo stato il P., del resto, incaricato di tali opere.
Ora, certamente nei giudizi aventi per oggetto l’accertamento di un credito vantato da un professionista, relativamente al compenso dovutogli per le prestazioni professionali eseguite in favore del cliente, la prova dell’avvenuto conferimento dell’incarico e dell’effettivo espletamento dello stesso incombe al professionista, anche nel particolare caso in cui il giudizio si svolga a seguito di opposizione a decreto ingiuntivo intimato da quest’ultimo. In particolare, al professionista, il quale assuma di essere creditore per attività professionale prestata a favore del cliente, incombe l’onere di dimostrare non solo che l’opera è stata posta in essere, ma anche l’entità delle prestazioni, al fine di consentire la determinazione quantitativa del suo compenso (Cass. Sez. 2, Sentenza n. 2176 del 11/03/1997).
Nel primo motivo di ricorso si sostiene l’insindacabilità del giudizio dell’ingegnere circa l’espletamento del necessario numero di visite periodiche, si oppongono diverse risultanze probatorie e si contesta l’esclusione dell’onorario per la direzione dei lavori delle opere architettoniche.
Secondo consolidato orientamento di questa Corte, invece, il direttore dei lavori per conto del committente presta un’opera professionale in esecuzione di un’obbligazione di mezzi e non di risultati ma, essendo chiamato a svolgere la propria attività in situazioni involgenti l’impiego di peculiari competenze tecniche, deve utilizzare le proprie risorse intellettive ed operative per assicurare, relativamente all’opera in corso di realizzazione, il risultato che il committente – preponente si aspetta di conseguire, onde il suo comportamento deve essere valutato non con riferimento al normale concetto di diligenza, quanto alla stregua della “diligentia quam in concreto”. Rientrano, pertanto, nelle obbligazioni del direttore dei lavori l’accertamento della conformità sia della progressiva realizzazione dell’opera al progetto, sia delle modalità dell’esecuzione di essa al capitolato e/o alle regole della tecnica, nonchè l’adozione di tutti i necessari accorgimenti tecnici volti a garantire la realizzazione dell’opera senza difetti costruttivi. Pertanto, è inadempiente ai propri obblighi contrattuali il professionista che ometta di vigilare e di impartire le opportune disposizioni al riguardo, nonchè di controllarne l’ottemperanza da parte dell’appaltatore e di riferirne al committente, ovvero, in particolare, il direttore dei lavori che si sottragga all’attività di alta sorveglianza delle opere, la quale, pur non richiedendo la presenza continua e giornaliera sul cantiere nè il compimento di operazioni di natura elementare, comporta il controllo della realizzazione dell’opera nelle sua varie fasi, e, pertanto, l’obbligo del professionista di verificare, attraverso periodiche visite e contatti diretti con gli organi tecnici dell’impresa, da attuarsi in relazione a ciascuna di tali fasi, se sono state osservate le regole dell’arte e la corrispondenza dei materiali impiegati (Cass. Sez. 2, Sentenza n. 10728 del 24/04/2008; Sez. 2, Sentenza n. 4366 del 27/02/2006).
Ne consegue che il direttore dei lavori che ometta l’attività di alta sorveglianza delle opere per conto del committente, attraverso periodiche visite e contatti diretti con gli organi tecnici dell’impresa, rimane inadempiente ai propri obblighi contrattuali, il che abilita il committente a rifiutare di corrispondere il compenso, avvalendosi dell’eccezione di inadempimento di cui all’art. 1460 c.c..
D’altro canto, l’accertamento dell’effettivo espletamento delle attività professionali per le quali l’ingegnere P. reclamava il compenso, come dei contestati suoi inadempimenti, comportano, in ogni caso, l’apprezzamento di circostanze di fatto che rientrano nel compito esclusivo del giudice di merito e che sono sindacabili in sede di legittimità soltanto sotto il profilo della illogicità della motivazione. In proposito, il ricorrente prospetta vizi di motivazione della sentenza, in forma di insufficiente spiegazione logica relativa all’apprezzamento, operato dal giudice di merito, dei fatti della controversia e delle prove raccolte, proponendo una spiegazione di tali fatti e delle risultanze istruttorie secondo una logica alternativa che non riveste il connotato della decisività di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. Il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (pur nella formulazione, qui ancora applicabile, antecedente alla modifica operata dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54 conv. in L. n. 134 del 2012), dovendo, infatti, incidere su un fatto “decisivo del giudizio”, legittima il ricorso per cassazione unicamente per vizi di omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione e non certo per consentire alla Corte di sola legittimità di scegliere sulla base di criteri possibilistici o probabilistici tra due prospettazioni, ambedue logiche ma nello stesso tempo alternative (cfr. tra le tante, Cass. Sez. 1, Sentenza n. 25927 del 23/12/2015).
E’ pure da ribadire che la parte che lamenti nel giudizio di cassazione l’acritica adesione del giudice di merito alle conclusioni del consulente tecnico d’ufficio non può limitarsi a far valere genericamente lacune di accertamento o errori di valutazione commessi dal consulente o dalla sentenza che ne abbia recepito l’operato, ma, in ossequio al criterio di specificità di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, ed al carattere limitato del mezzo di impugnazione, ha l’onere di indicare specificamente le circostanze e gli elementi rispetto ai quali invoca il controllo di logicità, trascrivendo integralmente nel ricorso almeno i passaggi salienti e non condivisi della relazione e riportando il contenuto specifico delle critiche ad essi sollevate, al fine di consentire l’apprezzamento dell’incidenza causale del difetto di motivazione (Cass. Sez. 1, Sentenza n. 16368 del 17/07/2014).
Il secondo motivo di ricorso trascura, poi, la ratio decidendi seguita al riguardo dalla Corte di L’Aquila, secondo la quale, essendo risultato che gli elaborati grafici e illustrativi degli impianti tecnologici erano stati timbrati e firmati da altro professionista, non poteva riconoscersi al P. il diritto all’onorario. Ciò in base alla L. 2 marzo 1949, n. 43, art. 23 (Testo unico della tariffa degli onorari per le prestazioni professionali dell’ingegnere e dell’architetto), secondo il quale “Quando il professionista, col consenso del committente, ritenga necessario ricorrere all’opera od al consiglio di specialisti, questi hanno diritto al loro compenso indipendentemente dalle competenze del professionista”. Di tal che, l’ingegnere P. per la progettazione degli impianti tecnologici, secondo quanto accertato ed esposto dalla Corte di merito, avrebbe potuto domandare il rimborso delle spese sostenute per averne anticipato i compensi ai professionisti incaricati, e non invece pretenderne in prima persona l’onorario.
Il terzo motivo, sul mancato riconoscimento del diritto al compenso per la progettazione dell’impianto elettrico, trascura che la sentenza impugnata, al suo punto 18, ha accordato al P. il compenso per il progetto di massima e la redazione dei capitolati relativi a tale impianto. Là dove il terzo motivo di ricorso lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, di aver richiesto non l’onorario per la progettazione dell’impianto elettrico, ma per la relativa direzione dei lavori, effettivamente eseguita, la censura si rivela inammissibile, facendo al riguardo questione di “difetto di motivazione sul punto”. L’omessa pronuncia sui motivi di appello, integra, infatti, un difetto di attività del giudice di secondo grado, che deve essere fatto valere dal ricorrente non con la denuncia del vizio di motivazione ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nè della violazione di una norma di diritto sostanziale, in quanto siffatte censure presuppongono che il giudice del merito abbia preso in esame la questione oggetto di doglianza e l’abbia risolta in modo giuridicamente non corretto ovvero senza giustificare (o non giustificando adeguatamente) la decisione al riguardo resa, ma attraverso la specifica deduzione del relativo error in procedendo e della violazione dell’art. 112 c.p.c. (Cass. Sez. 1, Sentenza n. 11844 del 19/05/2006).
Il quarto motivo è parimenti inammissibile, per quanto appena detto, nella parte in cui censura, sempre alla stregua dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, e non come violazione dell’art. 112 c.p.c., di aver richiesto il compenso non per la progettazione, ma per la direzione dei lavori relativi agli arredi. Lo stesso motivo è poi infondato nel richiamo alla L. 2 marzo 1949, n. 4, art. 14 il quale suddivide soltanto le classi e le categorie delle opere ai fini della determinazione degli onorari dovuti al professionista, e certamente non esonera il professionista, che vanti un credito per le prestazioni di progettazione e messa in opera degli arredi, di dare prova dell’avvenuto conferimento dell’incarico e dell’effettivo espletamento dello stesso.
Quanto al quinto motivo di ricorso, che critica, ma sempre solo come vizio di motivazione, il valore complessivo delle opere stimato dalla Corte d’Appello sulla base delle risultanze peritali, ed oppone in proposito le risultanze del collaudo, così pervenendosi a rideterminare l’importo del compenso professionale in contesa, deve solo ribadirsi che, secondo orientamento consolidato di questa Corte, ove un ingegnere o un architetto, in base ad un incarico originariamente completo, presti la propria opera professionale, consistente nell’assistenza allo svolgimento dell’opera – dalla compilazione del progetto, alla direzione dei lavori, al collaudo ed alla liquidazione – il compenso a lui spettante va calcolato ai sensi della L. 2 marzo 1949, n. 143, art. 15 ossia in base alla percentuale (indicata nella tabella A) del consuntivo lordo previsto per l’opera stessa, ovvero la somma degli importi effettivamente liquidati alle varie imprese per lavori e forniture computate al lordo di eventuali ribassi e aumentati di eventuali importi suppletivi, includendo le detrazioni che possono scaturire da contestazioni o altre particolarità del rapporto (Cass. Sez. 2, Sentenza n. 12521 del 21/05/2010; Cass. Sez. 2, Sentenza n. 20732 del 30/07/2008; Cass. Sez. 2, Sentenza n. 3904 del 30/03/2000). Poichè il quinto motivo di ricorso censura la valutazione dell’importo lordo delle opere accertato dalla Corte d’Appello in Lire 2.971.075.428 soltanto sotto il profilo della omessa motivazione sulla stima operata dalla Commissione di Collaudo, si tratta di critica mal posta, in quanto allega un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa, ma per circostanza fattuale esterna rispetto all’esatta interpretazione della norma di cui alla L. 2 marzo 1949, n. 143, art. 15 circostanza di per sè inerente alla tipica valutazione fattuale spettante al giudice di merito, laddove il tema andava proposto in questa sede, semmai, come vizio di violazione di legge, ovvero come deduzione di un’erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata dalla norma di legge citata.
Consegue, dunque, il rigetto altresì del ricorso RG n. 4207/2011.
5. Le spese del presente giudizio di legittimità seguono la soccombenza e vengono liquidate come in dispositivo.
Essendo l’impugnazione relativa al ricorso RG n. 11042/2014 respinta integralmente, sussistono i presupposti dell’obbligo di versamento per il ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato a norma del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17.
La Corte rigetta i ricorsi riuniti RG n. 4207/2011 e RG n. 11042/2014 e condanna il ricorrente a rimborsare ai controricorrenti le spese del giudizio di legittimità, che liquida, per ciascun dei due ricorsi, in complessivi Euro 4.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre a spese generali e ad accessori di legge;
ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza, quanto al ricorso RG n. 11042/2014, dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso principale.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 16 giugno 2016.