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Timestamp: 2018-12-09 19:09:58+00:00
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Newsletter n. 20 dell’ 8 giugno 2015, Studio Lana – Lagostena Bassi
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Newsletter n. 20 dell’ 8 giugno 2015
Pensioni: decreto ingiuntivo del Tribunale di Napoli per la mancata indicizzazione.
Epatite C: in Piemonte, salgono a 75 i decessi “sospetti”.
Legge Pinto: un accordo per velocizzare i pagamenti
Il processo penale per le vittime da sangue infetto
La Corte di Strasburgo autorizza l’eutanasia per un paziente francese
Corso di specializzazione sulla Convenzione europea dei diritti dell’uomo: quinto modulo.
Summer School sulla tutela europea dei Diritti fondamentali
Prosegue il dibattito in tema di rimborsi ed indicizzazione delle pensioni. Dopo l’entrata in vigore del decreto-legge del Governo, lo scorso 29 maggio, il Tribunale di Napoli ha emesso un decreto ingiuntivo con il quale ha riconosciuto il diritto di un pensionato ad ottenere dall’INPS il rimborso integrale delle somme dovute e non ereogate a causa del blocco dell’indicizzazione disposto dal c.d. “Decreto Salva Italia” del 2011. Per comprendere la rilevanza di tale statuizione del giudice partenopeo, occorre, tuttavia, tener conto che tale procedimento monitorio è stato proposto il 13 maggio 2015, quindi prima dell’entrata in vigore del decreto-legge n. 65/2015, mediante il quale il governo ha cercato di arginare la portata della sentenza della Corte Costituzionale. Pertanto, il provvedimento è stato emesso esclusivamente sulla base di quanto disposto dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 70 del 2015, che, come noto, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della mancata perequazione delle pensioni. Invero, il testo normativo varato dal Governo in risposta alla censura di incostituzionalità non applica pedissequamente la richiamata sentenza, poiché garantisce solo a coloro che percepiscono una pensione da 3 a 6 volte superiore al minimo un rimborso, per di più meramente parziale, da calcolare in base a criteri e percentuali, delle somme dovute per la mancata indicizzazione. D’altro canto, si consideri che un decreto ingiuntivo è un provvedimento provvisorio, emesso in assenza di contraddittorio, contro il quale la parte ingiunta può proporre formale opposizione nel termine di quaranta giorni dalla notifica del provvedimento, al fine di ottenere l’accertamento del diritto nel corso di un giudizio ordinario. Nel caso in esame, è molto probabile che l’INPS proponga opposizione, proprio in virtù del decreto-legge del 21 maggio u.s. A tal proposito, il Ministro del Lavoro Poletti ha già dichiarato che “ognuno ha il diritto ed è legittimato a proporre ricorso per ottenere il rimborso delle somme non corrisposte, ma non potrà essere ignorato, essendo già in vigore, il decreto sui rimborsi e la perequazione delle pensioni varato dal Governo”. In considerazione di quanto premesso, lo Studio sta analizzando il dettato normativo alla luce della pronuncia della Corte Costituzionale, nonché del recente provvedimento monitorio emesso dal Tribunale di Napoli. Riteniamo sia doveroso intraprendere una class action, al fine di tutelare un diritto costituzionalmente garantito come quello ad un trattamento previdenziale adeguato e ragionevole, diritto illegittimamente sacrificato in nome di esigenze finanziarie, neppure illustrate nel dettaglio, dalla c.d. “norma Fornero” e, adesso, solo parzialmente riaffermato dal decreto-legge n.65/2015. È evidente, inoltre, che il Governo, sebbene a causa di vincoli di bilancio nazionali e comunitari, non ha dato piena applicazione alla sentenza della Corte Costituzionale, lasciando dubbi sulla legittimità di questo nuovo provvedimento normativo. Coloro che volessero aderire alla predetta azione legale potranno prendere contatti con lo Studio al fine di conferire la procura alle liti per la promozione del menzionato giudizio.
Continua l’inchiesta della PM Guarinellosulla mancata prescrizione del farmaco Sofosbuvir (il cui nome commerciale è Sovaldi), in grado di curare l’epatite C, o comunque, nei casi più gravi, di evitare la degenerazione della malattia. Oltre alle ipotesi di reato di omissione di cure e lesioni colpose, il fascicolo aperto dalla Procura di Torino, ancora contro ignoti, prevede adesso anche l’imputazione per omicidio colposo. Nel giro di pochi giorni è salito a 75 il numero dei decessi tra i soggetti affetti da tale patologia nella regione Piemonte. A tal proposito, i carabinieri del Nas stanno procedendo a raccogliere le cartelle cliniche di ogni paziente ed una perizia medico-legale dovrà verificare, caso per caso, la sussistenza del nesso causale tra la mancata assunzione del farmaco ed il decesso. Tale accertamento dovrà tenere in considerazione i requisiti specifici stabiliti per individuare chi sia meritevole di accedere alla terapia a spese del Servizio sanitario nazionale. Come ormai noto, non tutti i malati di epatite C potranno beneficiare della sovvenzione statale, poiché, considerati gli ingenti costi del farmaco e l’elevato numero dei contagiati, l’Aifa prescrive di trattare solo i casi gravi ma stabili, con una prospettiva di vita di diversi mesi davanti. In attesa che emergano riscontri oggettivi nel corso delle indagini, ciò che più desta preoccupazione è la probabilità che il numero delle vittime sia destinato a salire. Infatti, benché il progresso scientifico ci consenta di disporre di un farmaco in grado di debellare il virus dell’epatite C, finora la maggior parte delle Regioni non l’ha ancora acquistato per mancanza di fondi, dovendo anticipare la spesa ed aspettare poi il rimborso da parte dello Stato. L’inchiesta in oggetto sta accendendo i riflettori su una questione molto delicata, frutto di un opinabile bilanciamento di interessi, che al momento vincola a meri fattori economici la somministrazione di un medicinale ‘salvavita’ per i malati di epatite C.
Lo scorso 18 maggio il Ministero della Giustizia e la Banca d’Italia hanno firmato un accordo programmatico volto a velocizzare i tempi di liquidazione degli indennizzi dovuti in base alla legge Pinto. Come noto, tale legge – n. 89/2011 – prevede la possibilità per il cittadino, leso dai lunghi ed irragionevoli tempi processuali, di fare ricorso alla Corte d’Appello competente per ottenere un equo indennizzo. Una volta riconosciuto dalla Corte d’Appello competente, il pagamento viene effettuato dal Ministero della Giustizia che deve, però, contestualmente fare anche i conti con le spese istituzionali. Per tale motivo i tempi della corresponsione dell’indennizzo sono stati fino ad oggi molto lunghi, creando un vero paradosso per i cittadini, che si trovano nuovamente costretti ad aspettare periodi infiniti per ottenere il risarcimento. La Corte Europea dei diritti dell’uomo ha più volte ripreso l’Italia per questo comportamento dilatorio. Con l’accordo recentemente siglato, il Ministero della Giustizia si impegna a saldare i futuri debiti dell’Amministrazione statale in tempi ben più celeri – 120 giorni – grazie alla collaborazione della Banca d’Italia. In base a quanto stabilito nell’accordo, infatti, quest’ultima, in qualità di Tesoreria dello Stato, potrà accedere ai database del Ministero in cui sono registrati i decreti e riceverà settimanalmente le copie notificate dei decreti di condanna mano a mano approvati. In questo modo, sarà la stessa Banca d’Italia – una volta effettuati i calcoli necessary – a preparare le minute dei mandati di pagamento da sottoporre ai controlli del Ministero e alla successiva firma. Il ruolo della Banca resta di puro supporto pratico, non assumendo alcuna responsabilità verso i terzi; tuttavia ci si aspetta che tale accordo, garantendo maggiore rapidità nei pagamenti, eviterà allo Stato il formarsi di nuovi debiti e nuovi costi e, al tempo stesso, gli permetterà di smaltire l’ingente carico dei debiti arretrati. Auspichiamo che un simile accordo venga raggiunto anche con il Ministero della Salute, al fine di permettere ai soggetti che hanno ottenuto una sentenza favorevole, un rapido pagamento del risarcimento loro spettanti.
Lo scorso 25 maggio si è tenuta innanzi al Tribunale penale di Napoli una nuova udienza del procedimento contro l’imprenditore toscano Guelfo Marcucci, amministratore e manager dell’azienda farmaceutica italiana di prodotti emoderivati, il “Gruppo Marcucci”.Tra i capi d’imputazione per i quali si procede- non solo contro di lui, ma anche nei confronti di altri dirigenti e amministratori di importanti aziende farmaceutiche italiane quali l’Aima Derivati, la Farmabiagini e la Sclavo – vi è l’omicidio plurimo colposo per i decessi dovuti a somministrazioni di sangue infetto e di emoderivati, aggravato dalla previsione degli eventi e dall’abuso di potere. Il Giudice Dott. Ceppaluni ha rinviato nuovamente all’udienza dell’1 luglio 2015, ore 10:30, in attesa che si valuti la possibilità di procedere con la riunione del procedimento penale pendente nei confronti dell’ex direttore generale del Servizio farmaceutico della Sanità, Duilio Poggiolini; ricordiamo che in entrambi i procedimenti in corso lo Studio legale Lana Lagostena Bassi si è costituito parte civile.
Il 5 giugno 2015 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha autorizzato l’interruzione dei trattamenti medici che mantengono in vita Vincent Lambert, cittadino francese di 38 anni, tetraplegico e in stato vegetativo dal 2008 a causa di un incidente stradale. Un caso, questo, che ha diviso la Francia intera, oltre che la stessa famiglia Lambert, riportando al centro del dibattito europeo le questioni dell’eutanasia e del testamento biologico. Tutto ha avuto inizio nel 2013, quando la moglie di Vincent Lambert e il suo medico curante, il dottor Kariger, appellandosi alla legge Leonetti del 2005, in base alla quale è vietato l’accanimento terapeutico, richiedevano l’interruzione delle cure che mantengono in vita il sig. Vincent. Dall’altro lato, i genitori di Vincent si sono sempre opposti al distacco del figlio dalle macchine. Il Consiglio di Stato francese, investito della questione, si era pronunciato anch’esso a favore dell’interruzione delle cure nel giugno del 2014. I genitori di Lambert, lamentando la violazione dell’art 2 della CEDU, hanno quindi deciso di proporre ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo, la quale ha sospeso la decisione del Consiglio di Stato in attesa di esaminare nel merito la questione. Con la decisione di venerdì scorso, la Corte ha affermato che, dato che non vi è un consenso unanime fra i paesi membri del Consiglio d’Europa sulla possibilità di interrompere le cure ai pazienti in stato vegetativo permanente, agli Stati dev’essere lasciato un ampio margine di apprezzamento. Tenuto conto che, nel caso di specie, sia la procedura seguita per giungere alla decisione finale sia l’interpretazione della legge Leonetti, data dal Consiglio di Stato, sono compatibili con i requisiti imposti dall’art. 2 della Convenzione, la Corte EDU ha escluso qualsiasi tipo di violazione e autorizzato i medici ad interrompere le cure somministrate a Vincent Lambert. Questo caso, che salutiamo con favore, ricordando l’epica battaglia interna nel caso di Eluana Englaro, dimostra ancora una volta quanto sia assolutamente necessaria una normativa sul testamento biologico che permetta alla persona stessa di esprimere in anticipo le proprie volontà.
Il 19 giugno, presso la Sala Seminari della Cassa Nazionale Forense, si terrà il quinto incontro del nuovo “Corso di specializzazione sulla convenzione europea dei diritti umani”, organizzato dall’Unione forense per la tutela dei diritti umani (UFTDU) con il patrocinio del Consiglio d’Europa di Venezia, ed articolato in sei distinti moduli tematici della durata di sei ore ciascuno. Questo quinto modulo avrà oggetto il diritto al rispetto della vita privata e familiare e vedrà la partecipazione dell’Avv. Paolo Cancemi, referendario presso la Cancelleria della Corte europea dei diritti dell’uomo, di Francesco Crisafulli, magistrato e già co-Agente del Governo italiano dinanzi alla Corte europea dei diritti dell’uomo, e dell’Avv. Maria Giovanna Ruo, Presidente di Cammino – Camera Nazionale Avvocati per la Famiglia e i Minorenni. Il corso è destinato ad avvocati, magistrati, praticanti avvocati, laureandi in giurisprudenza, operatori del diritto, rappresentanti delle ONG specializzate nel settore dei diritti umani, funzionari della pubblica amministrazione e, in generale, a tutti coloro che intendano conseguire una specializzazione nelle materie della CEDU.
L’Unione forense per la tutela dei diritti umani, in collaborazione con l’EIUC ha organizzato la Summer School sulla “Tutela europea dei diritti fondamentali”, che si terrà a Venezia da lunedì 20 luglio a venerdì 24 luglio 2015 (dalle ore 09:30 alle ore 16:30), per una durata complessiva di 30 ore. Si tratta di un’occasione imperdibile per approfondire la tematica degli strumenti europei di protezione dei diritti umani (dalla CEDU alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea) e per analizzare il funzionamento delle Corti europee e la conoscenza della giurisprudenza in materia. L’evento è destinato ad avvocati, magistrati, praticanti avvocati, neo laureati e laureandi, studenti universitari, funzionari pubblici, operatori del diritto, rappresentanti delle ONG specializzate nel settore dei diritti umani, nonché a tutti coloro che intendano conseguire una specializzazione nelle materie della CEDU, per l’esercizio della professione, la partecipazione a concorsi o l’accesso a organizzazioni internazionali operanti nell’ambito della tutela dei diritti umani. Gli incontri si terranno in una delle location più suggestive d’Italia, l’isola di San Servolo a Venezia (sede della Venice International University – VIU), per un numero massimo di 40 partecipanti. Tra I relatori, l’Avv. Anton Giulio Lana, il Prof. Enzo Cannizzaro, il Prof. Vittorio Manes, il Prof. Giuseppe Cataldi, il Prof. Andrea Saccucci, i referendari della Corte Paolo Cancemi e Andrea Tamietti e tanti altri ancora. Il termine ultimo per l’iscrizione è il 26 giugno 2015. Il programma e le modalità di iscrizione sono disponibili sul nostro sito.
Newsletter n. 15 del 26 novembre 2018