Source: http://www.tidona.com/pubblicazioni/20070525.htm
Timestamp: 2015-05-05 02:10:51+00:00
Document Index: 22854411

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 1', 'art. 106', 'art. 2', 'art. 6', 'art. 8', 'art. 6', 'art. 106', 'art. 8', 'art. 1', 'art. 106', 'art. 106', 'art. 12', 'art. 106', 'art. 106', 'art. 106', 'art. 106', 'art. 106', 'art. 106', 'art. 7', 'art. 106', 'art. 113', 'art. 106', 'art. 106', 'art. 106', 'art. 106', 'art. 1', 'art. 156', 'art. 10', 'art. 155', 'art. 155', 'art. 106', 'art. 106', 'art. 106', 'art. 41', 'art. 106', 'art. 106', 'art. 107', 'art. 113', 'art. 132', 'art. 106', 'art. 107', 'art. 111', 'art. 111', 'art. 106', 'art. 106', 'art. 106', 'art. 106', 'art. 107', 'art. 106', 'art. 106', 'art. 106', 'art. 4', 'art. 1', 'art. 106', 'art. 1', 'art. 106', 'art. 106', 'art. 113', 'art. 106', 'art. 132', 'art. 106', 'art. 107', 'art. 18', 'art. 59', 'art. 1', 'art. 107', 'art. 2', 'art. 155', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 18', 'art. 2', 'art. 18', 'art. 18', 'art. 199', 'art. 201', 'art. 18', 'art. 19', 'art. 201', 'art. 201', 'art. 31', 'art. 31', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 31', 'art. 106', 'art. 18', 'art. 106', 'art. 1', 'art. 18', 'art. 18', 'art. 199', 'art. 201', 'art. 18', 'art. 20', 'art. 31', 'art. 31']

Gli Intermediari Finanziari Residuali ex artt. 106 e 107 t.u.b. HOME
Gli Intermediari Finanziari Residuali ex artt. 106 e 107 t.u.b.
Corso di perfezionamento in Diritto penale d�impresa e dei mercati finanziari.
1. Dal monopolio delle banche nell�intermediazione all�innovazione finanziaria: i nuovi intermediari tipici.
2. Intermediari residuali e lotta al riciclaggio.
3. La nozione di intermediario finanziario.
4. Gli intermediari finanziari a riserva residuale.
5. Oggetto esclusivo degli intermediari finanziari.
6. L�iscrizione negli elenchi generale e speciale. 7. Le attivit� esercitate ex artt. 106 e 107 T.U.B 8. Attivit� finanziarie e ripartizione fra gli intermediari.
9. Gli intermediari autorizzati all�esercizio di servizi di investimento.
Le societ� quali �operatori qualificati� del mercato finanziario: le difficolt� interpretative per la loro esatta definizione.
� 1. Dal monopolio delle banche nell�intermediazione all�innovazione finanziaria: i nuovi intermediari tipici.
Fino agli anni settanta l�intermediazione in Italia si � caratterizzata per il �monopolio delle banche�[1], il che spiega la scarsa attenzione riposta in passato dal legislatore nei confronti dei soggetti operanti nel settore finanziario.
In realt� la legge bancaria del 1936 assoggettava a controllo l�accesso all�attivit� bancaria e il suo esercizio ma non riservava alle banche ogni attivit� di intermediazione finanziaria, bens� solo �la raccolta di risparmio tra il pubblico sotto ogni forma e l�esercizio del credito� (art. 1, legge bancaria del 1936). Inoltre le attivit� considerate dalle legge dell�epoca erano solo quelle relative a �fondi rimborsabili�, vale a dire a denaro ceduto con obbligo di restituzione. Vi erano pertanto ampi comparti di attivit� non coperti da riserva che, per�, per l�arretratezza delle nostra cultura finanziaria legata alla cosiddetta �monocultura del mutuo�, non registravano la presenza di intermediari in grado di operare in significativa concorrenza con le banche.
L�inerzia del legislatore era altres� motivata dal fatto che il rischio connesso all�attivit� realizzata da questi soggetti, per lo pi� limitata all�esercizio del credito svincolato dalla raccolta del risparmio tra il pubblico, non era considerato particolarmente alto nei confronti degli utenti. Rischio considerato, viceversa, solo nei confronti della clientela bancaria e consistente nella possibilit� di non restituzione dei valori conferiti.
Tuttavia un primo tentativo di regolamentazione del settore pu� farsi risalire alle devoluzioni di poteri, avvenute nel maggio 1936, contemporaneamente al varo della legge bancaria, da parte del Comitato dei Ministri al Capo dell�Ispettorato per la difesa del risparmio e per l�esercizio del credito, concernenti la facolt� di �stabilire la presentazione di notizie sulla costituzione e le attivit�, nonch� notizie di bilancio, da servire anche a fini statistici�. Il riferimento era rivolto a quelle societ�, antesignane delle attuali finanziarie, che esercitavano il credito, senza apparentemente raccogliere risparmio tra il pubblico.
La Banca centrale, che svolse in quegli anni le funzioni di vigilanza tramite l�Ispettorato con le Istruzioni, pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale n. 122 del 27 maggio 1937, deline� le prime regolamentazioni, che consistevano nell�obbligo, per tali societ�, di fornire indicazioni circa: �denominazione dell�azienda, forma di costituzione, specie di attivit� svolta, ammontare del capitale sociale o del fondo di conferimento e delle riserve, sede sociale e delle eventuali dipendenze�[2].
Si trattava di un intervento, basato su obblighi di natura meramente informativa e su aspetti prevalentemente di natura patrimoniale, rivolto essenzialmente allo scopo di prevenire ed eventualmente reprimere possibili forme di abusivismo bancario, collegate al fatto che le aziende in questione avrebbero potuto raccogliere in qualche modo risparmio tra il pubblico, incorrendo cos� nella violazione dell�art. 1 della legge bancaria allora vigente.
L�intenzione del legislatore era solo quella di rivitalizzare il mercato mobiliare allo scopo di aumentare l�afflusso diretto del pubblico risparmio verso il capitale di rischio delle imprese, ma la convinzione era che l�obiettivo richiedesse, innanzi tutto, un ammodernamento dell�istituto societario, oltre all�introduzione di forme di controllo pubblico a tutela della massa dei risparmiatori interessati al mercato mobiliare.
Negli anni ottanta, l�aumento e la diversificazione delle funzioni e delle attivit� esercitate dalle societ� finanziarie e la consapevolezza che il finanziamento del sistema produttivo richiedesse anche interventi in materia di intermediazione finanziaria, hanno costituito la base dei successivi interventi di regolamentazione del settore. La legge 23 marzo 1983 n. 77, infatti, ha istituito dei fondi comuni di investimento mobiliare aperti; la legge 2 gennaio 1991 n. 1 ha istituito le Sim; il d. lgs. 25 gennaio 1992 n. 84 le Sicav e la legge 14 agosto 1993 n. 344 i fondi di investimento mobiliare chiusi. In tal modo, dunque, si � realizzata l�esigenza di convogliare il pubblico risparmio verso il capitale di rischio delle imprese, ma attraverso la creazione di intermediali finanziari specializzati.
Questi nuovi intermediari, c.d. tipici, sono soggetti a controlli pubblici che riflettono la preoccupazione, da un lato, della tutela del cliente come �contraente debole�; dall�altro la necessit� che effettivamente il danaro raccolto sia convogliato verso il sistema produttivo. Anche se la raccolta ad essi consentita non � raccolta di fondi rimborsabili, tanto meno raccolta congiunta all�esercizio del credito, ma raccolta di fondi destinati a fini speculativi, soggetti al rischio dell�investimento, tali nuovi soggetti sono l�espressione di una nuova cultura che mette in discussione la vocazione monopolistica delle banche nel settore dell�intermediazione finanziaria[3].
Accanto ad essi si affermano altres� altri intermediari che concedono anch�essi credito, anche se mediante prodotti o servizi finanziari atipici, non previsti cio� n� disciplinati dalla legge, e provvedono alla provvista dei mezzi finanziari raccogliendo denaro a credito, anche se, diversamente dalle banche, non tra il pubblico. Si tratta dei c.d. intermediari atipici, societ� di factoring, di leasing, di credito al consumo, che occupano spazi del nostro mercato finanziario privi di regolamentazione e risultano in origine soggetti al solo diritto comune, sia per l�organizzazione che per l�esercizio dell�attivit�.
Le banche di fronte all�evolversi ineluttabile del mercato finanziario hanno preferito, inizialmente, piuttosto che combatterlo, governarlo dall�interno, partecipandovi con proprie societ�[4]. Su indicazione della Banca d�Italia, che ritiene inopportuno l�estendersi dell�attivit� bancaria verso il modello europeo della �banca universale�, le banche interessale ad estendere la loro attivit� ad altri prodotti finanziari sono costrette ad utilizzare societ� bancarie da esse controllate (societ� del parabancario), attraverso il modello di organizzazione nolo come �gruppo polifunzionale�[5].
La partecipazione delle banche alle societ� finanziarie ha posto allora, per la prima volta, l�esigenza di una regolamentazione anche delle attivit� di intermediazione finanziaria che non raccolgono risparmio fra il pubblico, denominate �residuali�, in quanto prive di specifica disciplina. E� emersa, quindi, l�esigenza di estendere il controllo pubblico all�intero gruppo di cui la parte la banca e pi� in generale a tutte le societ� che operano nel settore finanziario. Da un canto, infatti, la stabilit� e la solvibilit� di una banca che faccia parte di un gruppo non pu� essere misurata avendo riguardo soltanto alla banca, ma deve considerare le altre societ� del gruppo, la cui insolvenza pu� propagarsi alla prima; dall�altro canto, una disciplina differenziata della banca e delle societ� che operano nel settore finanziario, che lasci queste ultime prive di controlli e in grado di operare in condizioni diverse dalla prima, si presta alla produzione di effetti distorsivi della concorrenza tra banche ed operatori finanziari[6].
Sulla base delle suesposte considerazioni, hanno preso cos� corpo le disposizioni di cui alla legge 17 aprile 1986 n. 114 (Controllo delle partecipazioni bancarie in attuazione della direttiva CEE n. 83/350 del 13 giugno 1983 in tema di vigilanza su base consolidata degli enti creditizi) e il d.lgs. 20 novembre 1990 n. 356 sulla ristrutturazione del gruppo creditizio volte ad introdurre le prime forme di controllo di vigilanza sulle societ� finanziarie aventi funzioni di capogruppo. L�insieme degli interventi normativi di settore cos� delineati ha costituito le fondamenta di quella che, in tempi pi� vicini, viene a rappresentare la prima compiuta regolamentazione dell�attivit� di intermediazione finanziaria: l�art. 106 e ss. del Testo Unico del 1993 (d.lgs. 1� settembre 1993 n. 385).
Con tale intervento il legislatore ha provveduto a definire un corpo organico di norme applicabili a tali intermediari allo scopo di sottoporli a forme di vigilanza, pi� o meno intense a seconda dell�attivit� svolta e delle caratteristiche di �rischio�[7] dell�intermediario, onde fornire adeguate garanzie ai risparmiatori e agli investitori che si rivolgono a tali intermediari. Il risultato complessivo � quello di ridurre il rischio che fenomeni di crisi trasmigrino dal settore finanziario a quello bancario e di rendere pi� profondi i controlli delle autorit�, finalizzati ai fini pubblici della stabilit� e trasparenza ed anche di realizzare una effettiva concorrenza tra gli intermediari finanziari e le banche[8].
� 2. Intermediari residuali e lotta al riciclaggio.
Una vera e propria generalizzata disciplina degli intermediari residuali nasce in primo luogo in relazione al fatto che le attivit� poste in essere da questi soggetti potevano e possono prestarsi ad essere realizzate in maniera tale da consentire alla ricchezza di provenienza illecita di essere riciclata.
La delinquenza organizzata infatti utilizza spesso proprio le istituzioni finanziarie per il riciclaggio del denaro sporco, da qui l�esigenza di sottoporre a controllo pubblico tutti i soggetti che operano nel settore finanziario, anche quelli che non fanno raccolta del risparmio tra il pubblico, poich� un controllo per combattere la criminalit� non consente di distinguere tra le diverse forme di attivit� finanziaria.
L�assoggettamento a controllo di intermediari finanziari con la specifica finalit� di combattere il riciclaggio si ha per la prima volta con la legge 21 febbraio 1991 n. 52, relativa alla disciplina della cessione dei crediti di impresa[9].
La legge era stata voluta ritenendo inadeguata la disciplina di diritto comune della cessione dei crediti per la regolamentazione dei crediti di impresa ceduti a intermediari finanziari, che esercitavano professionalmente l�attivit� di acquisto di questo tipo di crediti. Ma proprio per combattere il fenomeno del riciclaggio attraverso gli intermediari finanziari non bancari e non facenti parte di un gruppo bancario, esenti all�epoca da qualsiasi controllo pubblico, si disponeva che �la Banca d�Italia esercita il controllo sul corretto svolgimento della suddetta attivit�, anche ai fini di impedire l�impiego di danaro, beni o utilit� di provenienza illecita� (art. 2, oggi abrogato dal T.U.).
Dopo non molto tempo venne emanato il d.l. 3 maggio 1991, 143, convertito con modificazioni nella legge 5 luglio 1991, n. 197. Con questo provvedimento la portata della disciplina degli intermediari finanziari residuali si allarga sino a comprendere gli �intermediari� esercenti le attivit� di �concessione di finanziamenti sotto qualsiasi forma, compresa la locazione finanziaria; assunzione di partecipazioni; intermediazione in cambi; servizi di incasso, di pagamento e di trasferimento di fondi anche mediante emissione e gestione di carte di credito� Per l�esercizio di queste attivit�, in via prevalente, sono richieste l�iscrizione degli intermediari �in apposito elenco tenuto dal Ministro del Tesoro, che si avvale dell�Ufficio Italiano Cambi� (art. 6 d.l. n. 143/1991), e resistenza in capo ai soci e a determinati esponenti aziendali di requisiti di onorabilit� (art. 8 d.l. 143/1991). La lotta al riciclaggio, dunque, diventa occasione per sottoporre a controllo pubblico gli intermediari finanziari che sono ancora privi di disciplina, secondo un progetto che tende a considerare l�intero mercato dell�intermediazione finanziaria al fine di garantirne il buon funzionamento[10].
Deve porsi in evidenza, infatti, come agli intermediari finanziari, che esercitano �nei confronti del pubblico� o che erogano credito al consumo �anche se nell�ambito dei propri soci�, vengano imposti la forma della societ� per azioni o in accomandita per azioni o a responsabilit� limitata o cooperativa, un certo capitale sociale minimo, e il possesso da parte degli esponenti aziendali di particolari requisiti di professionalit� (art. 6 d.l. 143/1991): tutti requisiti, che riguardano sia il momento dell�avvio, sia quello dell�esercizio dell�attivit�, e che in qualche misura assolvono ad una finalit� �prudenziale�, di garanzia cio� della loro stabilit�, per sua natura diversa da quella antiriciclaggio[11].
Inoltre, per gli intermediari finanziari di maggiore rilievo da un punto di vista dimensionale, individuati, sulla base di �criteri oggettivi riferibili all�attivit� svolta, alla dimensione e al rapporto tra indebitamento e patrimoni�, dal Ministro del Tesoro, sempre per� tra quelli esercenti attivit� rivolte al pubblico o di credito al consumo, viene prevista una vigilanza di tipo informativo, regolamentare, ispettivo, che accentua la finalit� prudenziale[12].
Il T.U.B. ridisegna la disciplina degli intermediari finanziari residuali con la previsione di un obbligo di iscrizione in un �elenco generale�, tenuto dall�Ufficio Italiano Cambi, degli intermediari che esercitano nei confronti del pubblico le �attivit� di assunzione di partecipazione, di concessione di finanziamenti sotto qualsiasi forma, di prestazioni di servizi di pagamento e di intermediazione in cambi�. Viene poi dettata una disciplina speciale per gli intermediari di maggior rilievo, che qui si avvia con la previsione dell�obbligo della loro iscrizione anche in un �elenco speciale� tenuto dalla Banca d�Italia. I soggetti non operanti nei confronti del pubblico sono invece assoggettati ad una distinta disciplina con finalit� soprattutto di censimento e sono iscritti in un elenco che costituisce �apposita sezione� dell�elenco generale tenuto dall�U.i.c.
Nel T.U. si evidenzia una maggiore severit� della disciplina degli intermediari finanziari residuali iscritti nell�elenco generale, riscontrabile gi� nella norma che fa loro divieto di svolgere attivit� diverse da quelle finanziarie. La differenza con la precedente disciplina � evidente. Infatti, nel d.l. 143/1991, venivano in considerazione solo gli intermediari che svolgevano in via prevalente l�attivit� finanziaria, e solo per questi era prevista l�iscrizione all�albo e l�assoggettamento a controlli; per gli altri, anche se esercenti la loro attivit� nei confronti del pubblico, non vi era, invece, nessuna particolare restrizione.
A sua volta, il divieto introdotto dal T.U. di svolgere attivit� non finanziarie porta, per gli intermediari finanziari iscritti nell�elenco speciale (che restano quelli individuati �sulla base di criteri oggettivi riferibili all�attivit� svolta, alla dimensione e al rapporto fra indebitamento e patrimoni�, dal Ministro del Tesoro), ad un ulteriore avvicinamento della loro disciplina a quella delle banche. Questi intermediari non solo continuano ad essere sottoposti alla disciplina di vigilanza, simile a quella delle banche introdotta dalla legge antiriciclaggio, ma, ancora come le banche, possono esercitare solo attivit� finanziare e attivit� connesse o strumentali[13].
� 3. La nozione di intermediario finanziario.
La legge, quindi, riserva l�esercizio di determinate attivit� nei confronti del pubblico ad �intermediari finanziari iscritti in un apposito elenco ...�, cos� come previsto dall�art. 106 T.U. pi� volte citato.
I soggetti iscritti a questo elenco potranno svolgere pertanto solo le attivit� finanziarie, oltre a quelle strumentali o connesse alle stesse, come consente l�art. 8 d.m. 6 luglio 1994, e nei limiti dello stesso.
Si ritrova quindi nella norma richiamata l�attuale conclusione legislativa di quel processo di �legificazione di tutte le attivit� finanziarie� che era stato introdotto nel nostro ordinamento una prima volta attraverso la legge c.d. antiriciclaggio del 1991, precedentemente richiamata[14].
In realt� il testo unico bancario preferisce non dettare alcuna nozione d�intermediario finanziario, prediligendo, piuttosto, riportare come la precedente legge n. 197/1991, un riferimento alle attivit� il cui svolgimento comporta l�assoggettamento di chi esercita le stesse alla legislazione speciale, effettuato attraverso l�elencazione generale delle attivit� medesime, piuttosto che dettare una definizione dei soggetti che possono qualificarsi come intermediari finanziari, e del contenuto di tale posizione d�intermediazione.
Nel campo finanziario, infatti, si � sempre presentata la dicotomia tra regolamentazione soggettiva o piuttosto oggettiva. La direttiva europea n. 89/646, c.d. seconda direttiva bancaria, prevede all�art. 1.6 una regolamentazione soggettiva, cio� di ente finanziario dedicato esclusivamente a svolgere attivit� di tale tipo, e detta quindi una disciplina che appare residuale rispetto a quella dell�ente creditizio, anche se in realt� non evita di elencare poi le attivit� specifiche che danno luogo alla nozione di attivit� finanziaria.
In Inghilterra vengono invece definite principalmente le attivit� e non piuttosto il soggetto, attraverso il Financial Service Act del 1986[15]. Ciononostante, per�, il rinvio operato dalla legge alla nozione d�intermediario finanziario appare esplicito in senso anche soggettivo, mentre la disciplina di legge appare senza dubbio indirizzata alla stabilit� degli operatori e non pare quindi possibile evitare di tentare di attribuire un contenuto dapprima letterale alla definizione legislativa[16].
Il termine intermediario, infatti, non pu� che venire interpretato come connesso ad un concetto di tramite, di collegamento, d�intermediazione appunto. Una simile espressione in un contesto di attivit� finanziarie pu� quindi venire utilizzata solo per configurare un collegamento tra i risparmiatori e il mercato, o tra soggetti anche non risparmiatori, intesi per� nel senso di �consumatori� del mercato finanziario, ed � questa appunto la nozione pi� accreditata del significato d�intermediario finanziario[17].
Gli intermediari finanziari, secondo questa accezione letterale del termine, sono pertanto coloro che �intervengono in un rapporto tra soggetti diversi avente contenuto finanziario�[18]. Il tramite effettuato dagli intermediari cos� individuati, quindi, consiste soprattutto nell�erogare credito utilizzando all�uopo fondi raccolti sul mercato, soprattutto od esclusivamente tra i risparmiatori.
In questo senso gli intermediari medesimi svolgono quindi una funzione che interessa il mercato, cio� di tipo economicamente e socialmente rilevante, che consiste appunto nella trasformazione degli attivi raccolti sul mercato in strumenti di credito da riversare sul mercato stesso[19]. Non appartiene, pertanto, a questa nozione letterale il soggetto che eroga credito �valendosi di denaro proprio�, sia perch� in tal caso manca un indebitamento verso terzi della societ� erogante, e quindi manca l�intermediazione[20], sia anche perch� la rilevanza della figura per la legislazione di controllo, indirizzata alla stabilit� dei soggetti peranti sul mercato, ricorre allorch� vi sia raccolta di risparmio, cio� operativit� esterna della societ� sul mercato medesimo[21], ove per esterno si intende anche l�ambito dei soggetti estranei al �gruppo� societario cui appartiene la societ� erogante il credito.
In verit� lo scopo della precedente legge d�emergenza del 1991, la legge antiriciclaggio, poteva anche ritrovarsi proprio nel sospetto che poteva essere suscitato dal ripetuto presentarsi di operazioni di erogazione del credito svincolate dalla raccolta del risparmio[22], in quanto possibile indice di un approvvigionamento non lecito dei mezzi finanziari occorrenti.
Va considerato in merito che, da un lato, una norma di tipo generale, quale quella di cui all�art. 106 T.U., che abbia rispetto alla normativa antiriciclaggio la differente ed esplicita funzione di sistemare la materia nel complesso, non pu� certamente venire assoggettata ai limiti propri di una regolamentazione straordinaria, definita infatti correttamente �d�emergenza�, d�origine e di funzione principalmente penalistica, e, dall�altro, che come risulta ben dalla modifica del decreto ministeriale del luglio 1994, questa appare comunque originata da intento del tutto estraneo alle preoccupazioni della legge antiriciclaggio.
Ci� soprattutto perch� le garanzie prestate dalle societ� eroganti sono esplicitamente a loro volta coperte da garanzie proprie verso le banche, rappresentate dai patrimoni aziendali dei garanti medesimi, che sono per definizione, e salvo eventuali eccezioni che si potrebbero facilmente riscontrare, societ� commerciali esplicitamente presenti sul mercato come fornitori all�ingrosso di prodotti di pi� largo consumo[23].
Non vi � luogo quindi per ritrovare normalmente, in tal caso, un approvvigionamento irregolare di mezzi finanziari da parte delle medesime societ� garanti. Ma, soprattutto, i contratti che queste societ� eroganti le garanzie pongono in essere con i propri garantiti (all�interno dei quali la prestazione della garanzia costituisce non l�oggetto principale delle reciproche obbligazioni, che �, invece, la compravendita dei prodotti, ma un mero accessorio, se pure ritenuto dalle parti essenziale per la conclusione del contratto globale), hanno una causa de! tutto chiara ed evidente, che � quella di agevolare l�acquisto da parte dei garantiti dei beni venduti o commercializzati dai garanti, e si pongono quindi come supporto patrimoniale indiretto e aggiuntivo rispetto all�attivit� aziendale dei garantiti stessi, e non come erogazione concreta professionale che esaurisce in s� la propria causa. Si tratta, al contrario, di un interesse del medesimo datore del credito invece mediato e riferito ad altro scopo, come all�opposto non avverrebbe con qualunque altra implicazione contrattuale tra le parti[24].
In sostanza, e sotto un aspetto prevalentemente privatistico, la prestazione di fideiussione si pone negli accordi in esame come un elemento integrato ma non principale nel contratto di compravendita concluso tra le parti, ed � quindi munito, di conseguenza, della specifica causa di quello. Non si presenta quindi come riconducibile a quei contratti autonomi di garanzia che ricorrono comunemente ad esempio all�interno dei gruppi societari, in cui � pi� difficile, o comunque certo pi� astratto, ricercare una causa oggettiva alla dazione di garanzia, soprattutto nella comune ipotesi in cui venga prestata gratuitamente[25].
In verit�, in questi ultimi, � certo possibile riscontrare comunque un elemento comune con le garanzie oggetto dei contratti di vendita, dato dall�interesse che il garante ha nell�attivit� economica del finanziato, dei cui risultati indirettamente � partecipe[26], o quale componente del gruppo, come nel primo caso di societ� collegate, ovvero quale fornitore di merce e quindi creditore verso un�impresa commerciale, come in quello, pi� specifico, in esame. Ma si tratta di problematiche di complessa risoluzione cui si � accennato per completezza, ma che esulano dalla specificit� della trattazione di nostro interesse. � 4. Gli intermediari finanziari a riserva residuale.
L�assoggettamento a specifica disciplina, quella della legge antiriciclaggio prima e del Titolo V del T.U.B. poi, di quelli che erano intermediari finanziari residuali, a cominciare da quelli esercenti il credito, ha posto anche un problema, quello cio� della loro denominazione, che in realt� nasconde le difficolt� di comprensione della nozione stessa di intermediario finanziario nell�attuale stato della nostra legislazione.
Per gli intermediari finanziari oggi disciplinati dal Titolo V del T.U.B., appaiono ormai superati i nomi che via via sono stati loro dati. Per essi, non pu� pi� parlarsi di intermediari finanziari �non bancari�, perch� essi sono s� finanziari non bancari, ma non sono i soli intermediari finanziari non bancari, n� parlarsi di intermediari parabancari, perch� essi possono essere s� partecipati dalle banche, ma possono anche non esserlo. Non sembra altres� esatto chiamarli intermediari finanziari atipici, perch� anch�essi sono diventati tipici, essendo ormai dotati di una loro specifica disciplina, come nemmeno sembra davvero esatto chiamarli residuali, almeno nel significato che si d� in genera a tale espressione. Infatti, non pu� dirsi che residuano dopo quelli disciplinati (visto che ora sono anch�essi disciplinati), n� che residuano dopo gli intermediari che esercitano determinate attivit� oggetto di specifiche discipline (perch� sono anch�essi specificamente disciplinati in vista dell�esercizio di determinate attivit�), n� che residuano perch� residuale � la foro disciplina[27].
Si � in verit� sostenuto, commentando la normativa antiriciclaggio, che il carattere �residuale�, che la disciplina dettata dal decreto assume rispetto ai regimi di vigilanza dettata da normative speciali, comporta che la prima debba ritenersi automaticamente erosa ogni qualvolta il legislatore interverr� a disciplinare l�esercizio di determinate attivit� finanziarie prevedendo specifiche forme di vigilanza[28]. Potrebbe per� obiettarsi che l�automatica erosione sembra gi� derivare dall�antico principio secondo cui la legge speciale deroga alla legge generale, precedente o successiva. A stretto rigore, di intermediari finanziari �atipici� o di intermediari finanziari �residuali� si potrebbe, oggi, continuare a parlare solo con riferimento a quelli, che esercitano solo attivit� tipizzate e prive di specifica disciplina. Solo questi davvero �residuano� senza specifica disciplina in un ordinamento che, come il nostro, ha ormai la pretesa di regolare l�universo delle attivit� finanziarie[29].
Non �residuano�, invece, quelli esercenti le attivit� finanziarie considerate nell�art. 106 del T.U.B., per i quali pu� solo dirsi che essi, secondo le previsioni normative, possono esercitare, accanto alle attivit� tipiche, previste nell�arti. 106 T.U.B., altre attivit� finanziarie, per le quali non esista riserva, dunque, altre attivit�, oggi, �residuali� o, se si preferisce, �atipiche�[30].
Proprio per questo, � da ritenere, che i compilatori della legge antiriciclaggio pensarono, in un primo momento, di chiamare intermediari �residuali�, mentre quelli che andavano a disciplinare �societ� finanziarie�; ma, nel corso dei lavori preparatori, ritennero opportuno eliminare l�ambiguit� implicita nel termine �societ� finanziarie� sostituendolo con l�espressione �intermediari operanti nei settore finanziario�. Infatti, si osserv�, �non tutte le societ� finanziarie attive nella realt� economica possono a rigor di termini essere considerati intermediari�[31].
Parve, insomma, che il nome �societ� finanziaria� fosse tale da comprendere anche societ� esercenti attivit� finanziaria senza intermediazione, mentre l�intenzione era quella di regolare solo le societ� di intermediazione, per cui gli fu preferita l�altra espressione pi� che altro descrittiva (�intermediari operanti nel settore finanziario�), anche se, contraddittoriamente, si fin� con indicare con questo nome anche operatori del settore finanziario che, per non operare nei confronti del pubblico, non era esatto definire �intermediari�. Non minore � la difficolt� che dimostra il legislatore del T.U.B., malgrado l�evidente attenzione dedicata anche alle scelte lessicali. Il T.U.B. ha definito, nel glossario dell�art. 12, gli �intermediari finanziari� come i �soggetti iscritti nell�elenco previsto dall�art. 106�, ma ha precisato che la definizione � valida solo per la lettura delle sue disposizioni, facendo cos� intendere che la definizione non ha pretesa di scientificit�, ma solo un limitato valore riferito ai soggetti iscritti nell�elenco generale di cui all�art. 106.
Anche il T.U.B. denuncia, dunque, la difficolt� dei suoi compilatori a trovare un nome adatto alle figure di intermediari finanziari in esame, perch� difficilmente pu� attribuirsi altro significato all�attribuzione, a questi intermediari, dello stesso nome di �intermediari finanziari�, di per s� amplissimo e capace di comprendere anche le banche, nonch�, almeno secondo alcuni, addirittura le imprese assicuratrici, e perci� tale da necessitare di una qualche specificazione, a seconda del significato, pi� o meno stretto, che si intenda attribuirgli[32]. Bisogna inoltre aggiungere che i compilatori individuano le speciali figure di intermediari sulla base di un mero criterio formale, quello della iscrizione in un particolare elenco. Non dicono, cio�, che sono �intermediari finanziari� coloro che esercitano le attivit� di cui all�art. 106, ma coloro che sono iscritti nell� �elenco generale�di cui all�art. 106.
Pertanto, la verit� � che esistono notevoli difficolt� a trovare un nome comune, che non sia puramente convenzionale, agli intermediari finanziari iscritti nell� �elenco generale� succitato, ai quali � riservato l�esercizio nei confronti del pubblico delle attivit� di assunzione di partecipazioni, concessione di finanziamenti, prestazione di servizi di pagamento, e intermediazione in cambi. Le attivit� �riservate�, anche alla luce del d.m. 6 luglio 1994, che il Ministro del Tesoro ha dettato per determinare il loro contenuto, non hanno caratteristiche comuni, salvo quella di essere tutte riconducibili alla categoria delle attivit� finanziarie, e di essere, in quanto tali, tutte esercitabili dalle banche. Pu�, infatti, notarsi che, se l�attivit� di concessione di di finanziamento � sicuramente riconducibile all�esercizio del credito, non sono riconducibili all�esercizio del credito n� l�assunzione di partecipazioni n� le altre attivit� menzionate nell�art. 106 T.U.B. Nell�attivit� di assunzione di partecipazioni nei confronti del pubblico, poich� secondo il suddetto d.m., essa si risolve in quella tradizionalmente chiamata di merchant banking, sono necessari, oltre l�investimento di capitale al momento dell�assunzione della partecipazione, �interventi volti alla riorganizzazione aziendale o allo sviluppo produttivo o al soddisfacimento delle esigenze finanziarie delle imprese partecipate anche tramite il reperimento di capitale di rischio�, vale a dire interventi nei quali operazioni di vero e proprio finanziamento s� presentano solo come eventuali. Le attivit� di prestazione di servizi di pagamento e di intermediazione in cambi sono, a loro volta, anch�esse operazioni intuitivamente non riconducibili ad operazioni di finanziamento, che anche qui potranno al pi� presentarsi come eventuali.
Quello che resta allora � che l�esercizio di queste attivit� da parte degli intermediari finanziari iscritti nell�elenco generale pu� aversi, come stabilito dall�art. 106 T.U.B. e nell�art. 7 decreto del Ministro del tesoro, solo nel rispetto delle �riserve di attivit� previste legge�[33]. Pertanto, gli intermediari finanziari iscritti nell�elenco generale sono intermediari che godono si di una riserva, ma di una riserva che non solo non � esclusiva, ma che pu� operare solo negli spazi non coperti da altre riserve, a cominciare da quella che riguarda negli specifici settori la raccolta del risparmio tra il pubblico, a favore di altri intermediari tipici[34].
Gli intermediari finanziari, iscritti nell�elenco generale possono allora, nel loro insieme, essere individuati, guardando alle caratteristiche delle loro attivit�, come intermediari finanziari tipici che, in via di principio, non raccolgono risparmio tra il pubblico o, in relazione alle caratteristiche della loro riserva, come intermediari finanziari �a riserva residuale�, con la differenza, prima precisata, che, secondo la disciplina vigente, possono ritenersi �intermediari finanziari tout court residuali� solo gli intermediari che svolgano attivit� finanziarie ancora non specificamente disciplinate[35].
� 5. Oggetto esclusivo degli intermediari finanziari.
Rispetto alla legge antiriciclaggio, la disciplina che si rinviene nel T.U., pur risultando perfezionata rispetto al suo antecedente normativo, presenta ugualmente vari profili problematici. Ai sensi del pi� volte citato art. 106, comma 2 T.U., gli intermediari finanziari devono avere un oggetto esclusivo. Solo per i soggetti che non operano nei confronti del pubblico, ai sensi dell�art. 113 del medesimo testo unico, si richiede il diverso requisi�to della prevalenza dell�attivit� finanziaria che, invece, era comune a tutti gli intermediari regolati dalla legge antiriciclaggio.
Sembra opportuno, allora, individuare quali sono i confini dell�oggetto esclusivo, poich� le ricadute pratiche possono essere notevolmente diver�se a seconda delle soluzioni ipotizzate. L�oggetto esclusivo pu� intendersi esteso: a) indistintamente a tutte le attivit� finanziarie con esclusione del�le attivit� industriali; b) solo alle attivit� elencate dall�art. 106, comma 1; c) ad una sola attivit� finanziaria.
Per la risoluzione di questo problema � necessario esaminare alcuni dati normativi offerti dal T.U. In primo luogo, lo stesso art. 106, comma 1, che definisce l�area delle attivit� finanziarie rilevanti ai fini dell�applicabi�lit� della disciplina di cui al Titolo V, mediante una elencazione ad ampio raggio, comprendente attivit� di assunzione di partecipazioni, di presta�zione di servizi di pagamento, di cambio, di concessione di finanziamenti sotto ogni forma. La disposizione ha fissato una elencazione gi� contenuta, pur se in modo non sistematico, nella legge an�tiriciclaggio. Il T.U., quindi, non modifica ma riordina la precedente elencazione, creando categorie molto ampie. Tanto ampie da risultare di incerti confini, al punto che lo stesso T.U. assegna al Ministro del Tesoro il potere di specificare il contenuto delle attivit� finanziarie, sulla base dell�elenco di cui all�art. 106, comma 1[36].
Il secondo dato normativo utile ai fini della risoluzione del problema si ricava dall�art. 106, comma 2, secondo il quale �gli intermediari finan�ziari indicati nel comma 1 possono svolgere esclusivamente attivit� finan�ziarie, fatte salve le riserve di attivit� previste dalla legge� (si tratta di SIM, fondi co�muni, SICAV).
Un terzo dato � fornito dal fatto che le societ� di factoring ricadono nella disciplina del Titolo V del T.U. Quest�ultimo � intervenuto con alcune limature sulla legge che regola la cessione dei crediti d�impresa (legge n. 52 del 1991), ed � intervenuto in particolare con una norma diretta ad individuare la configurazione dell�oggetto sociale dell�impresa cessionaria. Nella versione originaria, la norma (art. 1, comma 1) stabiliva che l�oggetto sociale del cessionario potesse prevedere anche l�acquisto dei crediti d�impresa. Nella modificata dal T.U. (art. 156, comma 2), l�inciso �anche� � stato eliminato. Non appare per� chiaro quale sia l�effettiva portata di tale modificazione. Infatti, se � ipotizzabile una regola secondo cui l�intermediario finanziario factor debba prevedere nel proprio oggetto sociale in via esclusiva lo svolgimento dell�attivit� di cessione di crediti di impresa, la stessa regola non � certo ipotizzabile per una banca che svol�ga tale attivit�, dato che il suo oggetto sociale deve quanto meno ricom�prendere l�attivit� tipica e riservata di cui all�art. 10 T.U., poich�, diversamente, non sarebbe neanche possibile qualificare l�intermediario come banca[37].
Il quarto dato riguarda ancora un particolare tipo di intermediario fi�nanziario: le societ� per l�innovazione e lo sviluppo, regolate da una legge n. 317 del 1991, sulla quale pure � intervenuto il T.U. con l�art. 155. Questa legge prevedeva che tali societ� avessero come oggetto sociale esclusivo l�assunzione di partecipazioni minoritarie e temporanee al capi�tale di piccole imprese. L�art. 155, comma 2, si occupa di queste societ�, riconducendole nell�ambito di applicazione del Titolo V del T.U. e non modificando la prescrizione della legge preesistente che, per questa par�te, non � stata abrogata.
Dai dati normativi citati, dunque, si evidenzia un panorama molto disomogeneo, essendovi alcuni casi specifici in cui l�esclusivit� dell�oggetto sembrerebbe essere intesa come limitazione ad una singola, unica attivit� finanziaria. Il problema che si pone, pertan�to, � stabilire se questi dati siano tali da indurre ad interpretare la prescri�zione dell�esclusivit� dell�oggetto, posta dall�art. 106, comma 2, nel senso che tutti gli intermediari finanziari devono scegliere una sola attivit� tra quelle elencate[38].
Tale soluzione sembrerebbe, per�, da escludere. Anzitutto perch� i dati normativi richiamati attengono a fattispecie nate in contesti particolari e, non a caso, regolate da leggi speciali; ma, soprattutto, perch� nella prescrizione generale dell�art. 106, comma 2, non vi � alcun elemento che consenta un�interpretazione tanto restrittiva. L�unico discrimine che la norma pone � la contrapposizione tra attivit� finanziaria e attivit� non finanziaria, collegandosi ad una imposta�zione di separatezza tra i due mondi che caratterizza tutto il T.U.
Si pu� inoltre ritenere che il novero delle attivit� finanziarie rientranti nell�oggetto di questi intermediari non sia limitato dalla elenca�zione di cui all�art. 106, comma 1, perch� quest�ultima serve solo ad indi�viduare quali sono le attivit� che, se esercitate nei confronti del pubblico, risultano riservate agli intermediari iscritti[39]. Del resto, questa operazio�ne selettiva pu� essere compiuta dal Ministro del Tesoro in forza di quel potere di definizione delle attivit� elencate, anche per�ch�, altrimenti, si tratterebbe di provvedimento limitativo della libert� d�impresa, tu�telata dall�art. 41, comma 3, Cost. con una riserva di legge assoluta.
Tale interpretazione pare confermata in un�altra prescrizione del�l�art. 106, vale a dire nel comma 4, lett. b), che conferisce al Ministro del Tesoro, sentiti Banca d�Italia ed U.i.c., il potere di graduare diversa�mente il controllo prudenziale, agendo sia sulla forma giuridica che sui requisiti patrimoniali, per gli intermediari finanziari che svolgono deter�minati tipi di attivit�. Da ci� si pu� dedurre che l�intermediario � libero, sem�pre con il limite della riserva di attivit�, di configurare il proprio oggetto statutario di fatto come meglio crede, mentre l�intervento delle autorit� di vigilanza appronta delle reti protettive diversificate, consone alle di�verse configurazioni delle iniziative imprenditoriali dell�intermediario[40].
In ultimo, va considerato che il potere conferito al Ministro � tale da fornirgli uno strumento di controllo forte sulle opzioni imprenditoriali degli intermediari, per cui, se quel vincolo di controllo diventa troppo intenso, � chiaro che l�intermediario sar� guidato a strutturarsi in un modo piuttosto che in un altro nella scelta delle attivit�, il che fa comprendere anche l�ampio dosaggio di discrezionalit� nei poteri di vigilanza che attraversa l�intero testo unico[41].
� 6. L�iscrizione negli elenchi generale e speciale.
Un secondo ordine di problemi attiene poi all�iscrizione e alla cancellazione dagli elenchi genera�le e speciale, di cui rispettivamente agli artt. 106 e 107 T.U.
Il sistema creato � molto articolato, per cui l�universo degli intermediati finanziari che rientrano nell�ambito di applicazione del Tito�lo V si riconduce all�iscrizione in diversi elenchi, il che esprime l�esistenza di differenti regimi applicabili.
Anzitutto, vi � un elenco generale, di cui si � detto nei paragrafi precedenti, tenuto dal Ministro del Tesoro, che si avvale dell�U.i.c., in cui si devono iscrivere tutti gli intermediari che esercitano, nei confronti del pubblico, le attivit� elencate nell�art. 106, comma 1. Vi � poi un elenco speciale, tenuto dalla Banca d�Italia, in cui devono iscriversi tutti gli intermediari che presentino un particolare rischio individuato, secondo determinati parametri, dal
Ministro del Tesoro, ai sensi dell�art. 107, comma 1. Vi �, ancora, una fa�scia residuale di intermediari (che non svolgono la propria atti�vit� nei confronti del pubblico) che devono, a loro volta, iscriversi in una particola�re sezione dell�elenco generale e rientrano nell�area disciplinata dall�art. 113 T.U.[42]
La funzione di fondo assolta dall�elenco generale � quella di filtrare, attraverso l�iscrizione in apposite liste, l�accesso al mercato delle attivit� finanziarie, proprio perch� l�esercizio nei confronti del pubblico di tali attivit� � riservato agli intermediari iscritti. Se l�attivit� viene esercitata senza iscrizione, si incorre nel reato di abusivo esercizio di attivit� finanziaria, sanzionato penalmente dall�art. 132 del testo unico bancario.
L�iscrizione assume, quindi, la funzione di autorizzazione all�esercizio di atti�vit� riservata, autorizzazione che si configura come atto dovuto, poich� nel momento in cui ricorrono tutte le condizioni previste per l�iscrizione, elencate nell�art. 106, commi 2 e 3, l�intermediario matura il diritto a vedersi iscri�vere nell�elenco generale. Diversamente strutturata �, invece, la disciplina dell�accesso all�e�lenco speciale, nella formulazione del quale il versante dell�obbligo di iscrizione prevale su quello del diritto all�iscrizione nello stesso. L�art. 107, comma 1, dispone, infatti, che �il Ministro del Tesoro, sentite la Banca d�Italia e la Consob, determina criteri oggettivi, riferibili all�atti�vit� svolta, alla dimensione e al rapporto tra indebitamento e patrimonio, in base ai quali sono individuati gli intermediari che si devono iscrivere in un elenco speciale tenuto dalla Banca d�Italia�. Questa disposizione con�ferisce all�iscrizione nell�elenco speciale un carattere di obbligatoriet�, che manca invece all�iscrizione nell�elenco generale, tant�� che, se un intermediario iscritto nell�elenco generale presenta i requisiti che im�pongono l�iscrizione nell�elenco speciale, questa pu� essere compiuta d�ufficio dalla Banca d�Italia[43].
I connotati di tale obbligo vanno delineati con accortezza, non essendo configurabile un generalizzato obbligo di iscrizione. Ci� significa, ad esempio, che sicuramente l�iscrizione d�ufficio pu� esperirsi nei confronti dell�intermediario gi� iscritto nell�elenco generale che pre�senti gli aggiuntivi, ulteriori, requisiti per l�iscrizione nell�elenco speciale, ma non nei confronti dell�intermediario che non risulti iscritto in alcun elenco, neanche in quello generale. In tal caso, infatti, non gli si pu� imporre l�iscrizione, ma soltanto comminargli la sanzione penale prevista per l�abusivo esercizio dell�attivit� finanziaria[44].
Il rapporto tra questi due elenchi pone poi ulteriori problemi, essen�dovi una sorta di vizio di fondo nella struttura di questa disciplina che sembra basarsi sul presupposto per cui gli intermediari inseriti nell�elen�co speciale siano gi� iscritti in quello generale. Si tratta di un presupposto gi� contenuto nella legge antiriciclaggio, ora abrogato, ma che non � stato espresso a chiare lettere nel testo unico, il quale sembra soltanto presupporre tale collegamento.
Le conseguenze di una simile impostazione possono essere rilevanti. Infatti, basti pensare al caso di un intermediario che presenta i requisiti per iscriversi nell�e�lenco speciale. Se si ritenesse necessaria la previa iscrizione nell�elenco ge�nerale, esso dovrebbe avviare una duplice procedura con tutti i tempi che ci� richiede, quindi dovrebbe prima rivolgersi all�U.i.c. per l�i�scrizione nell�elenco generale, dopo di che dovrebbe rivolgersi alla Banca d�Italia per avviare la procedura di iscrizione nell�elenco speciale, soppor�tando i tempi e i costi relativi[45].
Posto che non sembra vi siano efficaci for�me di coordinamento fra i due organi di controllo, sembrerebbe che tale previsione possa integrare una lesione dei diritti degli intermediari, dato che impedisce di fatto l�iscrizione diretta nell�elenco speciale[46].
Problemi di coesistenza tra i due elenchi si pongono, inoltre, anche sotto il profilo della cancellazione dagli stessi.
L�art. 111, rubricato �Cancellazione dall�elenco generale�, in apparenza non sembra disciplinare la cancellazione dall�elenco speciale. La mancanza di una disciplina sulla cancellazione pu� essere spiegata considerando che quest�ultimo elenco � gestito dalla Banca d�Italia ed � quindi que�st�ultima che ne decide le sorti.
L�art. 111 stabilisce che �il Ministro del Tesoro dispone la cancella�zione dall�elenco generale per il mancato rispetto delle disposizioni dell�art. 106, comma 2, qualora venga meno una delle condizioni indicate nell�art. 106, comma 3, lettere a), b) e c), ovvero qualora risultino gravi violazioni di norme di legge o delle disposizioni emanate ai sensi del pre�sente decreto legislativo�. Come pu� vedersi, quindi, il Ministro del Tesoro risulta competente a disporre la cancellazione per motivi che sono per un verso pi� ristretti, per un altro maggiormente discrezionali rispetto a quelli individuati dalla corrispondente norma della legge antiriciclaggio. Essi appaiono pi� ristretti, perch� nella legge antiriciclaggio si stabiliva che la cancellazione dovesse conseguire alla perdita di una qualunque delle condizioni previste per l�iscrizione, mentre il T.U., in maniera forse pi� opportuna, seleziona ed esclude da tale conseguenza una delle condizioni per l�iscrizione, ossia il venir meno dei requisiti dei soci e degli esponenti aziendali, trattandosi, verosimilmente, di elementi che possono modificarsi, senza che ci� giustifichi la cancellazione dell�intermediario dall�elenco. Si tratta, quindi, di condizioni ritenute insufficienti per integrare gli estremi che consentono di provvedere in tal senso[47].
Per altro verso, poi, si � ampliata la discrezionalit� nella cancellazione, per�ch� essa pu� conseguire, in generale, alla violazione di disposizioni di leg�ge, di disposizioni assunte ai sensi del T.U. e al mancato rispetto delle di�sposizioni dell�art. 106, comma 2, che prescrive l�esclusivit� dell�oggetto. Il principio dell�esclusivit� dell�oggetto riceve cos� una sanzione notevol�mente marcata, destinata ad operare sia nell�ipotesi remota di un in�termediario che formuli statutariamente un oggetto difforme da quello ri�chiesto sia (forse soprattutto) nei casi di una differenza formale dell�oggetto rispetto all�attivit� di fatto svolta dall�intermediario[48].
La cancellazione pu� essere proposta da Banca d�Italia, Consob, U.i.c. nell�ambito delle rispettive com�petenze. Si prevede, inoltre, che l�intermediario iscritto, che venga cancellato, debba assumere provvedimenti che lo portino fuori dall�eser�cizio dell�attivit� riservata, cio� debba modificare l�oggetto sociale ovvero porsi in liquidazione.
Dal fatto che la cancellazione possa essere disposta anche dalla Ban�ca d�Italia pu� trarsi l�argomento secondo cui, normalmente, coin�cidono l�iscrizione nell�elenco generale e quella nell�elenco speciale. Ci� comporta, dunque, che se la Banca d�Italia dovesse accorgersi di una causa di cancellazio�ne per l�intermediario iscritto nell�elenco speciale pu� sollecitare il prov�vedimento del Ministro, producendo una cancellazione dall�elenco ge�nerale che, di conseguenza, automaticamente porterebbe alla decadenza dall�elenco speciale. Ma siamo nel campo delle ipotesi, vista la mancanza di una disposizione che sancisca la connessione dell�iscrizione nei due elenchi[49].
Nell�elen�co generale, in cui gli intermediari sono soggetti al controllo dell�U.i.c., le forme di controllo sono poco gravose. Infatti, l�U.i.c., una volta concessa l�iscri�zione attraverso un riscontro cartolare dei requisiti di cui all�art. 106, comma 3, ha soltanto limitati poteri di vigilanza informativa per verificare la permanenza di quelle condizioni durante l�iscrizione. Se, invece, i soggetti ricadono nell�elenco speciale tenuto dalla Banca d�Italia, si trovano sottoposti a veri e propri controlli bancari, a forme di vigilanza informativa, regolamentare, ispettiva, cio� ad un regime profondamente diverso.
Ci� evidenzia la rilevanza dell�accesso all�uno o all�altro elenco. La norma di cui all�art. 107 predetermina i criteri in base ai quali si esplica il potere regolamentare del Ministro, poich� stabilisce che questi � tenuto a determinare criteri oggettivi rispetto a dati parametri: attivit� svolta, di�mensione, rapporto fra indebitamento e patrimonio. Se si osservano con attenzione questi parametri, si comprende come essi siano tali da garantire totale libert� di azione alla normazione secondaria. Affermare, ad esempio, che il Ministro deve stabilire criteri oggettivi �riferibili all�attivit� svolta�, non pu� che attestare il possesso della facolt� di selezionare le attivit� a seconda della valutazione che di volta in volta compie del rischio sistemico dell�intermediario. L�unico ve�ro limite che questa norma pone � che si deve trattare di criteri oggettivi e, quindi, di carattere generale.
Il Ministro del Tesoro, sulla scorta di analoga norma della legge anti�riciclaggio, ha emanato un decreto indicando tali criteri. Dalla lettura del decreto in questione emerge che tutte le attivit� di cui all�art. 106 possono presentare un rischio siste�mico che pu� essere congiuntamente o disgiuntamente valutato insieme alla ricorrenza degli altri parametri (rapporto tra indebitamento e patrimonio, dimensione), per cui chiunque pu� rientrare, anche d�ufficio, nel�l�elenco qualora presenti questi amplissimi requisiti, cos� come pu� uscirne se li dovesse perdere durevolmente (cio� per un periodo di tempo pari almeno a due o tre esercizi contabili, a seconda dei requisiti richiesti)[50].
Come si pu� notare gli elementi di certezza sono abbastanza esigui, dovuti a una mancanza di assoluta chiarezza della normativa esaminata. I vari profili sin qui analizzati mostrano poca preoccupazione, da parte del legislatore, verso la certezza del diritto, riproponendo un modello di rapporto tra cittadini e Pubblica Amministrazione che non sembra confacente ai principi vigenti in materia di azione amministrativa[51]. Permangono quindi gli irrisolti dubbi circa l�esatta interpretazione delle norme fondamentali in materia di iscrizione e cancellazione dagli elenchi degli intermediari, secondo le argomentazioni che abbiamo poc�anzi esposto.
� 7. Le attivit� esercitate ex artt. 106 e 107 T.U.B.
Dopo quanto finora affermato e precisato in ordine alla disciplina dell�intermediazione finanziaria prevista dal T.U.B., l�attenzione si deve dirigere verso gli aspetti pi� rilevanti concernenti le attivit� che gli intermediari possono porre in essere. In particolare, si deve considerare la disciplina di cui all�art. 106 T.U., che fornisce la nozione di attivit� finanziaria e riserva il suo esercizio nei confronti del pubblico agli intermediari iscritti nei c.d. elenco generale, i quali, come aggiunge il secondo comma, dovranno svolgere �esclusivamente� attivit� finanziarie. E� fatta comunque salva, dall�ari. 113, la possibilit� di esercitare non nei confronti del pubblico, e solo in via prevalente e non esclusiva, le atti�vit� indicate nel primo comma dell�art. 106, ma anche tale possibilit� � ri�servata, precisamente ai soggetti iscritti in un�apposita sezione dell�elenco generale.
La nuova nozione di attivit� finanziaria coincide solo parzialmente con quella di cui al secondo comma dell�art. 4 della legge n. 197/1991, vale a dire solo per le attivit� di concessione di finanziamenti sotto qualsiasi forma e di assunzione di partecipazioni, mentre � scomparso il riferimento specifico alle attivit� di �servizi di incasso� e di �trasferimento di fondi anche mediante emissione e gestione di carte di credito�. Se il trasferimento di fondi ben pu� rientrare fra i servizi di paga�mento (anche se l�art. 1, numeri 4 e 5 T.U. tiene a distinguere i servizi dalla emis�sione e gestione di mezzi di pagamento), parrebbe inevitabile escludere la prestazione dei servizi di incasso dall�ambito delle attivit� riservate. In tal senso sembra orientarsi il commento dell�Assonime[52], anche se esso aggiunge che una �precisazione ministeriale� avrebbe avvertito che la mutata formulazione della norma non restringe l�area delle attivit�, in quanto la nozione di �servizio di pagamento� andrebbe latamente intesa come �sistema di pagamento�[53].
Sempre in merito alle attivit� consentite agli intermediari finan�ziari, va precisato che esse non si limitano a quelle indicate al primo comma dell�art. 106, configurabili come �tipiche�, ma ricompren�dono tutte le attivit� finanziarie, fatte salve quelle �riservate� per legge. Tali �altre� attivit� finanziarie sono state individuate in quelle �ammesse al mutuo riconoscimento�[54]. Vi sono, comunque, autori che hanno ampliato la nozione di �attivit� finanziarie� fino a ri�comprendervi la ulteriore zona grigia che concorre a determinare il peri�metro dell�attivit� finanziaria in generale e cos� il limite massimo di esten�sione dell�attivit�, sia delle banche sia degli intermediari finanziari�[55].
Che l�elenco di cui all�art. 1, comma 2, lett. f) non esaurisca la gamma delle possibili attivit� finanziarie � confermato dal n. 15 della norma medesima, ove si fa riferimento a quelle �altre attivit�� aggiunte all�elenco allegato alla seconda direttiva comunitaria. La nozione di attivit� finanziaria che si evince dal secondo comma dell�art. 106 �, perci�, destinata ad una certa genericit�, nonostante la norma preveda l�esclusivit� dell�oggetto sociale degli intermediari finanziari. Ritornando sulla riserva di attivit� riconosciuta agli intermediari iscritti nell�elenco generale, va precisato che essa non pu� dirsi assoluta. In primo luogo, le attivit� stesse possono essere esercitate, come gi� evidenziato, dalle banche. Non potrebbe anzi escludersi, viceversa, che un soggetto svolga una delle attivit� finanziarie in via prevalente rispetto a quella ban�caria. Esso resterebbe, tuttavia, ente creditizio e quindi non sarebbe assoggettato al titolo V del T.U.
In secondo luogo, quelle attivit� indicate nell�art. 106 potranno ancora essere svolte anche da altre imprese commerciali, non in via prevalente, ma in collegamento e in dipendenza di altre attivit� principali, secondo quanto disposto dal successivo art. 113 T.U. In proposito, vi sono stati alcuni equivoci provvedimenti di giudici dell�omologazione[56], forse dettati da ecces�sivo zelo nell�applicazione delle norme di cui alla legge n. 197/1991, che pur affermando in via generale i principi poc�anzi ricordati, hanno negato liceit� alle clausole statutarie di societ� finanziarie che prevedevano l�esercizio di attivit� finanziaria insieme all�attivit� commerciale principale, per il sem�plice fatto che non si precisava che la prima non sarebbe stata svolta nei confronti del pubblico, cos� negandosi anche la mera possibilit� di conce�dere ipoteche, in s� ritenuta attivit� finanziaria.
Le attivit� indicate nell�art. 106 T.U. sono riservate solo se svolte profes�sionalmente ed in via esclusiva nei confronti del pubblico ovvero in via prevalente e se ci� � previsto nell�oggetto sociale ovvero avviene di fatto. L�occasionalit� o la strumentalit� delle attivit� rimane perci� consen�tita anche a soggetti diversi dagli intermediari iscritti.
Si � precisato, da parte dei primi commentatori della normativa in esame, in relazione all�art. 132 T.U. che prevede una sanzione penale per �chiunque svolge una o pi� delle attivit� finanziarie previste dall�ari. 106�, che al di l� di quel che appare dalla lettura della norma, il legislatore ha inteso san�zionare solo �quei casi nei quali un soggetto non iscritto nell�elenco abbia svolto attivit� che non era legittimato a svolgere se non a condizione di essere iscritto�[57].
Senza soffermarsi sulle singole fattispecie di attivit� finanziarie indicate all�art. 106, non si pu� non rilevare come il legislatore del T.U. abbia confermato che la mera o generica assunzione di partecipazioni costitui�sce attivit� di intermediazione finanziaria, indipendentemente dalla natura statica o dinamica della stessa e quindi assoggettando, definitivamente forse, le holdings alla disciplina �generale� dei soggetti intermediari[58].
Seppur, per�, si possa riconoscere il carattere �intermediario� in senso stretto dell�attivit� di assunzione di partecipazioni[59], resta il fatto che, quando tale attivit� sia statica, riuscir� difficile pensare che essa sia svolta nei confronti del pubblico. In effetti, la Circolare ministeriale n. 1 del 26 giugno 1992 teneva a specificare che ricorre �la caratteristica di ope�rativit� nei confronti del pubblico nell�ipotesi in cui le assunzioni di par�tecipazioni in imprese, anche costituende, abbiano carattere temporaneo, siano finalizzate all�alienazione e, per il periodo di detenzione, siano ca�ratterizzate da interventi volti alla riorganizzazione aziendale e/o allo svi�luppo produttivo, nonch� al soddisfacimento delle esigenze finanziarie delle aziende partecipate anche tramite il reperimento di capitale di ri�schio e di credito�.
Ci si � quindi chiesti se, ai fini dell�assunzione di partecipazioni svolta nei confronti del pubblico debba allora ricorrere il requisito della �temporaneit�� e quindi della ne�cessaria successiva destinazione al mercato delle partecipazioni stesse. Rispetto a tale quesito la dottrina che per prima si � occupata della questione ha rilevato come, nonostante la riforma attuata con il T.U.B., sia rimasto incerto il confine tra attivit� finanziaria, (assunzione di partecipazioni e attivit� mobiliare) e negoziazione di partecipazioni, qua�lora esse vengano svolte nei confronti del pubblico[60].
In ordine, poi, alla disciplina ex art. 107 T.U., tralasciando le questioni concernenti l�iscrizione nell�elenco speciale e sui poteri della Banca d�Italia di cui si � gi� detto, resta da operare la concreta individuazione degli intermediari che devono iscriversi nell�elenco speciale, che risulta ancora una volta affidata alla normativa regolamentare. Infatti, il Ministro del Tesoro, sentite la Banca d�Italia e la Consob, provvede ad individuare con decreto tali intermediari in base all�attivit� svolta, alla dimensione e al rapporto tra indebitamento e patrimonio.
Con decreto del Ministero del Tesoro del 13 maggio 1996 e con provvedimento della Banca d�Italia del 26 giugno 1996 sono stati fissati i criteri per l�iscrizione nell�elenco speciale. Essi si suddividono in criteri quantitativi e qualitativi. In ordine ai primi, si deve trattare: a) di soggetti esercenti attivit� di finanziamento sotto qualsiasi forma che abbiano un volume di attivit� finanziaria pari o superiore a �. 200 miliardi, ovvero mezzi patrimoniali pari o superiori a �. 10 miliardi, nonch� di intermediari esercenti l�attivit� di assunzione di partecipazioni con un volume di attivit� finanziaria pari o superiore a �. 100 miliardi, ovvero mezzi patrimoniali pari o superiori a �. 50 miliardi; b) sempre con tale criterio sono stati inclusi nell�elenco speciale i soggetti che svolgono in via esclusiva o prevalente attivit� di concessione di finanziamento nei confronti del pubblico sotto forma di rilascio di garanzie.
Circa il criterio qualitativo: a) si deve trattare di intermediari esercenti attivit� di intermediazione in cambi con assunzione di rischi in proprio; b) di intermediari esercenti l�attivit� di emissione e gestione di carte di credito e di debito; c) ovvero di intermediari per i quali ricorrono le condizioni stabilite dalla Banca d�Italia in armonia con le disposizioni comunitarie riguardanti il mutuo riconoscimento, ai sensi dell�art. 18 del Testo Unico.
Gli intermediari finanziari residuali, in quanto esercenti la loro attivit� ai sensi dell�art. 59, comma 1, lett. b) del Testo Unico, hanno l�obbligo di redigere il bilancio in osservanza della disciplina dettata dal d.lgs. 27 gennaio 1992 n. 87. Il riferimento a tale normativa non assume rilievo solo strettamente contabile, ma anche sostanziale, in quanto tale normativa offre i criteri di determinazione del �volume di attivit� finanziaria� e �mezzi patrimoniali�, che sono i parametri per la verifica delle condizioni quantitative ai fini dell�iscrizione nell�elenco speciale.
La Banca d�Italia, con nota n. 298275 del 15 novembre 1993 ha specificato che sono escluse dall�ambito applicativo dell�art. 1 del d.lgs. n. 87/1992 sia le societ� finanziarie che svolgono il ruolo di societ� capogruppo (holding) di gruppi di imprese non bancarie o finanziarie, ancorch� svolgano attivit� di finanziamento e sempre che l�attivit� stessa sia esercitata nei confronti delle imprese del gruppo, sia i soggetti che pur svolgendo un�attivit� di assunzione e gestione delle partecipazioni, non finalizzano l�attivit� medesima ad un loro successivo realizzo[61].
Un�innovazione � rappresentata dalla sottoposizione al regime di vigilanza di cui all�art. 107 delle societ� finanziarie per l�innovazione e lo sviluppo, previste dall�art. 2 della legge 5 ottobre 1991 n. 317, ai sensi dell�art. 155, comma 2 del Testo unico. A tali societ� non si applicano le regole di cui al capo II della legge antiriciclaggio sulla base della interpretazione data dalla circolare del Ministero del Tesoro del 22 giugno 1992 n. 1. La permanenza nell�elenco generale indica in primo luogo che i soggetti da iscrivere nell�elenco speciale debbono esercitare la loro attivit� nei confronti del pubblico, ai sensi del d.m. 6 luglio 1994 e nei limiti sopra descritti.
L�esclusione � motivata dalla assimilazione delle attivit� infragruppo alle attivit� non svolte nei confronti del pubblico[62], tenendo altres� presente che il concetto di �finanziamento sotto qualsiasi forma� va inteso in senso lato, tanto che la giurisprudenza ha ravvisato tale operativit� nell�acquisto per conto terzi di titoli azionari ed obbligazionari da vendersi con pagamenti rateali[63].
Sempre il criterio quantitativo ha portato all�inclusione nell�elenco speciale dei soggetti che svolgono in via esclusiva o prevalente attivit� di concessione di finanziamenti nei confronti del pubblico sotto forma di rilascio di garanzie, disciplinati dal decreto del Ministro del Tesoro del 2 aprile 1999, sulla base del combinato disposto dell�art. 2 del decreto 2 aprile 1999 e dell�art. 2 lett. a) del decreto del 13 maggio 1996. Con il parametro qualitativo sono stati invece individuati gli intermediari esercenti attivit� di intermediazione in cambi con assunzione di rischi in proprio ed emissione e gestione di carte dei credito. Una categoria residuale � poi rappresentata dagli intermediari per i quali ricorrono le condizioni stabilite dalla Banca d�Italia sulla base delle disposizioni comunitarie concernenti il mutuo riconoscimento ex art. 18 del Testo Unico (art. 2, comma 2, del D.M. 13 maggio 1996)[64].
� 8. Attivit� finanziarie e ripartizione fra gli intermediari.
Al termine di un�evoluzione durata diversi anni, il Testo Unico della Finanza ha cercato di mettere ordine nell�ambito dei servizi di investimento e dei soggetti autorizzati al suo esercizio, assegnando a ciascuno di tali soggetti quelli che strutturalmente o funzionalmente possono essere dagli stessi esercitati[65]. Lo sforzo fatto dal legislatore, sicuramente apprezzabile, non sembra essere riuscito, per�, a fornire la definizione di ciascuna delle attivit� esercitabili, con il coordinamento tra servizi e soggetti (art. 18 TUF) che viene effettuato in maniera semplificata. La norma di chiusura (art. 18, comma 5) elimina ogni ulteriore eventuale incertezza, ed affida al Ministro del Tesoro il compito di allargare l�ambito di intervento delle disposizioni contenute nel Testo Unico solo, per�, sotto un profilo oggettivo, verso, cio�, quei nuovi servizi che dovessero svilupparsi sul mercato, assegnandoli conseguentemente ai soggetti gi� descritti all�interno del Testo Unico stesso. Non sembra, secondo quanto sostenuto in dottrina[66], che questa capacit� espansiva attribuita al Ministro del Tesoro possa, invece, essere ricondotta alla individuazione di nuove categorie di ope�ratori, anche se il legislatore gli ha assegnato un poco confortante compito di attuazione ed integrazione delle riserve di attivit� definite nel Testo Unico, che lascia margini talmente ampi da rischiare di rendere inattuabile ogni intervento.
Occorre considerare che con il Testo Unico l�opera di tipizzazione delle attivit� lato sensu finanziarie viene ad essere definitivamente com�pletata, seppure essa fosse gi� stata avviata, nell�ambito del diritto del mercato mobiliare, sin dalla legge sulle SIM e portata avanti dal d.lgs. n. 415/1996. Se oggi, per�, si � in grado di definire che cosa si intenda per attivit� bancaria, quali servizi identifichi il termine attivit� finanziarie, quali siano i servizi di investi�mento e che cosa si intenda per servizio di gestione collettiva del risparmio, ci� deve essenzialmente ricondursi ad una presa di coscienza del legislatore che ha voluto costruire un sistema chiuso, non accessibile dall�esterno se non con determinati criteri selettivi utilizzando l�istituto delle riserve di attivit� per rag�giungere la definizione formale dei confini. La riserva di attivit�, se da un lato, persegue l�obiettivo di circoscrivere il settore attribuito alla competenza di un determinato soggetto limitandone l�azione al di fuori, al contempo gli garantisce una posizione di privilegio rispetto a quanti siano privi delle caratteristiche operative e funzionali del soggetto abilitato. Nell�ambito del mercato finanziario la riserva d�attivit� mantiene un valore assoluto per tutti coloro che operano fuori di esso, nel senso che senza selezione all�ingresso nessuno pu� entrare nel settore riservato, mentre presenta una certa relativit� al suo interno dal momento che il legislatore, definiti i rispettivi ambiti di applicazione e stabilito che non vi pu� essere alcuna sovrapposizione tra attivit� finitime, si � preoccupato di tracciare alcune linee di confine affinch� non sussistessero invasioni tra un settore e l�altro o, per meglio dire, le invasioni fossero controllate. In tale contesto deve, quindi, considerarsi che le uniche attivit� che non possono essere esercitate da altri soggetti se non da quelli a ci� abilitati sono l�attivit� bancaria e quella di gestione collettiva, dal momento che i servizi di investimento e le attivit� finanziarie vedono la presenza di altri intermediari autorizzati al loro esercizio. Ne consegue che, secondo una ripartizione attivit�-soggetti che tenga conto delle indicazioni provenienti a livello normativo, alle banche l�unica attivit� preclusa � proprio quella di gestione collettiva e, quindi, esse rappresentano il soggetto che spazia in pi� riserve di attivit�.
Per quel che riguarda gli intermediari finanziari[67], essi svolgono le attivit� finanziarie, oltre a quei servizi di investimento pi� affini al loro core business ed individuati nella negoziazione per conto proprio, limitatamente agli strumenti derivati, ed al collocamento. Alle imprese di investimento � affidato il compito di esercitare servizi di investimento unitamente a quelli accessori, che sono in parte derivazione di attivit� lato sensu bancarie e, dall�altra, sono espressione di attivit� finanziarie seppure con espresse limitazioni operative[68]. Si pensi, al riguardo, alla custodia ed amministrazione, attivit� strettamente con�nessa ai servizi di investimento, ma elaborata a livello operativo e contrattuale nell�ambito del sistema creditizio; si consideri, inoltre, la concessione di finan�ziamenti, attivit� finanziaria disciplinata dal Testo Unico Bancario, della quale �, per�, consentito lo svolgimento anche da parte degli intermediari mobiliari solo se viene effettuata per consentire un�operazione in strumenti finanziari attraverso l�intervento obbligatorio dell�intermediario che ha concesso il finanziamento, oppure, ancora, l�intermediazione in cambi che si configura come attivit� acces�soria ai servizi di investimento solo se collegata alla loro prestazione, preclu�dendone ogni ulteriore funzionalizzazione[69].
In ordine alle societ� di gestione del risparmio deve rilevarsi l�intento del legi�slatore di costruire un sistema che accentri le capacit� gestorie in soggetti a ci� appositamente autorizzati e, quindi, la conseguenziale attribuzione a costoro della possibilit� di esercitare anche il servizio di gestione individuale di patri�moni, oltre a quello di collocamento unicamente per la distribuzione delle quote di fondi dalle stesse istituiti e gestiti. Sempre nell�ambito della gestione patri�moniale, si deve segnalare ancora la presenza delle c.d. societ� fiduciarie SIM (art. 199 TUF), costituenti un�elaborazione di quelle previste dalla legge 23 novembre 1939, n. 1966, cui fu consentito, in un�epoca in cui forse aveva ancora valore la differenza tra operare in nome e per conto proprio o operare in nome proprio e per conto altrui, di effettuare gestioni individuali di patrimoni a patto che nella denominazione sociale apparisse la dizione �SIM� al fine di distin�guere chi agiva o meno in regime di intestazione fiduciaria[70].
Infine, per quanto concerne gli agenti di cambio (art. 201 TUF)[71], l�unica attivit� al cui esercizio non risultano abilitati � quella di negoziazione per conto proprio e l�omologa attivit� di collocamento con assunzione di garanzia o acquisto a fermo in ossequio a retaggi del passato, quando a questi soggetti era proibito qualsiasi coin�volgimento in termini di rischi nelle operazioni compiute per conto della clien�tela. Coerentemente con tale impostazione, anche le attivit� accessorie sono ben specificate, includendosi la concessione di finanziamenti, limitata ulteriormente alle sole operazioni in uso sul mercato, alla consulenza in strumenti finanziari ed alla intermediazione in cambi.
� 9. Gli intermediari autorizzati all�esercizio di servizi di investimento.
Nell�analisi delle categorie di soggetti che possono essere autorizzati a svolgere i servizi di investimento, una prima distinzione deve essere compiuta tra intermediari polifunzionali e intermediari privi di tale caratteristica. La tendenza seguita dal legislatore � stata quella di ragionare sempre in termini di polifunzionalit� ed � per questo motivo che si migr� a suo tempo da un sistema monocentrico, quello degli agenti di cambio, ad uno tendenzialmente plurioperativo. L�ordinamento consente quindi agli intermediari di poter svolgere tutti i servizi di investimento prescritti dalla normativa, ma poi � lasciata alla discrezionalit� degli stessi decidere l�assetto pi� confacente alle loro esigenze. In molti casi, tale scelta � orientata dalla presenza di vincoli operativi o patrimoniali, che influenzano le decisioni strategiche in ma�teria; in altri, invece, le limitazioni provengono dalle fonti normative del settore che, pur volendo estendere l�esercizio dei servizi a tutti i soggetti in qualche misura coinvolti, non hanno effettuato in maniera estensiva questa opera di allargamento. Il Testo Unico ha infatti voluto che non esistessero zone d�ombra nella ripartizione dei servizi di investimento ed ha cercato di riportare in questo alveo attivit� svolte da parte di soggetti autorizzati ad altro titolo, ma che per tale motivo potevano restare senza una specifica disciplina; dall�altro, non ha esteso a tutti gli intermediari le medesime capacit� operative, distinguendo tra coloro che possono esercitare tutti i servizi e coloro che incontrano limiti a tale esercizio complessivo. Quindi, secondo il dettato legislativo di cui all�art. 18 T.U. della Finanza, si possono individuare due categorie di intermediari, la prima tendenzialmente polifunzionale[72], rappresentate dalle imprese di investimento e dalle banche, l�altra a limitata funzionalit� costituita dagli intermediari finanziari, dalle societ� di gestione del risparmio, dalle societ� fiduciarie SIM e dagli agenti di cambio.
Le societ� di intermediazione mobiliare, dunque, sono definibili intermediari tendenzialmente polifunzionali e fanno par�te della categoria delle imprese di investimento unitamente a quelle comunitarie ed extracomunitarie. Intorno alla loro figura si snoda la disciplina del Testo Unico, dal momento che questa figura professionale trova in tale ambito la sua tipizzazione e la sua regolamentazione come operatore del mercato. La SIM nasce per la volont� di soci in possesso di determinate caratteristiche soggettive e con esponenti aziendali selezionati con specifiche qualit� professionali, presenta in sede autorizzatoria un programma di attivit� iniziale ed una relazione sull�assetto organizzativo che intende adottare nel corso dello svolgimento dei servizi prescelti, viene iscritta all�Albo tenuto dalla Consob ed avvia l�operativit� in un contesto di comportamenti e di momenti organizzativi indicati dall�ordinamento o realizzati dalla societ� in osse�quio alle strategie costruite dai soci e dagli esponenti aziendali[73]. In quanto atto a contenuto meramente ricognitivo, l�iscrizione all�Albo segue le sorti dell�autorizzazione all�esercizio dei servizi di investimento, nel senso che non pu� esistere una SIM autorizzata e non iscritta all�Albo, essendo l�iscrizione atto dovuto e posto in essere d�ufficio dalla Consob senza alcuna istanza dell�interme�diario interessato, cos� come non pu� figurarsi l�ipotesi di un intermediario iscritto e non autorizzato, atteso che la revoca per provvedimento ministeriale o per rinuncia o la decadenza dalle autorizzazioni ha come conseguenza diretta quella della cancellazione dell�intermediario dall�Albo[74]. Non sono previsti casi in cui le Autorit� di vigilanza possano derogare a questa connessione tra provvedimento autorizzatorio e iscrizione, sia in fase di avvio dell�attivit� che in quella di chiusura, non essendo ipotizzabile un ulteriore vaglio dei requisiti di ingresso o ulteriori indagini nel caso di interruzione dell�attivit� su volont� dell�intermediario o di rinuncia all�esercizio dei servizi di investimento. L�unica possibilit� concessa in questi casi agli organismi di controllo riguarda la verifica dei comportamenti dell�intermediario che si propone di uscire dal mercato in maniera definitiva. Deve comunque consi�derarsi che il venir meno dei presupposti per l�esercizio delle attivit� e la mancanza di ulteriori indagini da espletare nei confronti dei richiedenti la revoca dell�autoriz�zazione impone l�adozione del correlato provvedimento da parte della Consob ed ogni ingiustificato differimento, oltre a poter provocare danni all�intermediario, non rende chiara la situazione nei confronti dei terzi che hanno davanti un soggetto iscritto all�Albo, non pi� operante ma ancora in possesso di un�autorizzazione perch� non ufficialmente dichiaratone privo[75].
Nell�ambito della nostra trattazione, infine, appare necessario individuare gli �altri intermediari�, diversi da banche, societ� di gestione del risparmio e SIM che operano all�interno del mercato finanziario in qualit� di soggetti autorizzati all�esercizio dei servizi di investimento. Ai soggetti cui spetta in esclusiva l�esercizio delle attivit� finanziarie, il Testo Unico ha ritenuto opportuno concedere anche la possi�bilit� di esercitare servizi di investimento selezionando quelli pi� affini alla loro prevalente attivit�. La scelta � cos� ricaduta sulla negoziazione per conto proprio di strumenti derivati e sul collocamento. Servizi che possono essere esercitati non da tutti gli intermediari finanziari ma, quanto a quello di negoziazione, solo dai soggetti che svolgano attivit� di concessione di finanziamenti, assunzione di parte�cipazioni ed intermediazione in cambi e, quanto a quello di collocamento, dagli intermediari finanziari autorizzati allo svolgimento della concessione di finanzia�menti e di assunzione di partecipazioni. L�unica attivit� che resta isolata e che, quindi, impone una specializzazione dell�intermediario � la prestazione di servizi di paga�mento. Ne consegue che la categoria degli intermediari finanziari presenta, da un punto di vista soggettivo, capacit� espansive verso i servizi di investimento limitate e parziali in ordine al profilo di attivit� prevalente adottato nell�ambito delle attivit� finanziarie[76].
Mentre per l�attivit� di collocamento non sembrano sussistere dubbi sull�utilit� e sull�attribuzione agli intermediari finanziari di compiti coerenti con il ruolo dagli stessi svolto abitualmente sul mercato, nel caso della negoziazione di strumenti derivati pu� sollevarsi qualche dubbio. Infatti, se si presta attenzione al fatto che l�intervento estensivo si era gi� compiuto nella vigenza del d.lgs. n. 415/1996 e trovava allora giustificazione nell�esigenza di porre questi soggetti in posizione paritetica rispetto ai loro colleghi comunitari, ma non, quindi, in specifiche esigenze operative legate ad ampliamenti naturali di attivit�, i dubbi permangono.
Per certi versi, lo stesso concetto di negoziazione per conto proprio alimenta i dubbi poc�anzi espressi, ed essi non possono che aumentare in un contesto dominato dagli strumenti derivati, dove il pubblico cui rivolgere questi servizi appare limitato in numero e in qualit�, senza considerare l�impatto organiz�zativo e strutturale che un tale ampliamento porta con s�[77].
In ogni caso, sulle auto�rizzazioni all�esercizio dei servizi di investimento da parte degli intermediari finan�ziari vigila e sovraintende la Banca d�Italia (art. 19, comma 4), seppure in un ambito comportamentale regolato dalla Consob e nel quale trovano applicazione le regole sui requisiti di professionalit� degli esponenti aziendali, quelle sulle modalit� di deposito di liquidit� e strumenti finanziari, le disposizioni sui sistemi di indennizzo e la disciplina sulle sanzioni amministrative pecuniarie con connessa procedura sanzionatoria[78].
In merito alle societ� fiduciarie SIM, inoltre, si deve riconoscere che esse costituiscono il retaggio di un passaggio evolutivo che ha fatto crescere la sensibilit� della Consob verso il settore del risparmio gestito. Esse rappresentano un intermediario limitato funzionalmente a livello normativo, essendo comunque prevista una loro migrazione verso la polifunzionalit�, qualora si elimini la possibilit� di usufruire della intestazione fiduciaria quale mezzo per non far apparire il nome del cliente tra le posizioni aperte presso la fiduciaria SIM. Se ben si analizza, tale facolt� assume rilievo modesto nei confronti di un mercato nel quale si opera solitamente in regime di mandato senza rappresentanza, non spendendosi il nome del cliente nelle opera�zioni effettuate, ma acquisisce rilevanza nell�ambito della strutturazione interna della fiduciaria SIM, dovendo la stessa organizzarsi in modo da rendere effettiva l�inte�stazione dei patrimoni della clientela in coerenza con il regime di separazione che deve comunque applicarsi anche nel caso di specie[79].
Deve rilevarsi, al riguardo, una particolarit� consistente nel fatto che il mercato si � andato in questo ambito orientando verso forme pi� sofisticate di intestazione statica e di gestione di patrimoni trovando anche legittimazione da parte delle au�torit� di vigilanza. Si sono affermate, infatti, operazioni di incarico di intestazioni fiduciarie a societ� fiduciarie (non SIM) le quali, su mandato del cliente, hanno avviato rapporti gestori con soggetti abilitati. In questi casi, la struttura contrattuale che sorregge e disciplina la prestazione del servizio di gestione patrimoniale � composita, poggiando, da un lato, sul mandato fiduciario avente ad oggetto l�inte�stazione del connesso contratto di prestazione del servizio di gestione e, dall�altro, su quest�ultimo complesso di disposizioni negoziali. Ne consegue che in tale maniera, e relativamente al portafoglio in gestione, si realizza una dicotomia tra la sua inte�stazione alla fiduciaria, che ha carattere solo formale, ed una posizione di interesse sostanziale sottostante che � nella esclusiva titolarit� del cliente (fiduciante), dico�tomia che funzionalmente tende a far s� che il centro di imputazione effettivo dei rapporti contrattuali non sia di immediata visibilit� all�esterno da parte del gestore. In tale contesto appare evidente come il servizio prestato dalla fiduciaria alla propria clientela abbia una sua autonomia funzionale rispetto al servizio di gestione che ne costituisce l�oggetto, essendo nettamente distinguibili le cause sottostanti i due ne�gozi: l�utilizzo legittimo di uno schermo giuridico per il mandato fiduciario e la delega a gestire il proprio patrimonio per il contratto di gestione. Nell�ambito del mandato fiduciario il principale compito attribuito alla fiduciaria riguarda la sele�zione della struttura professionale abilitata alla prestazione del servizio di gestione e la garanzia che il rapporto instaurato con il gestore non sia spersonalizzato o tarato sulle caratteristiche ed esigenze di investimento della fiduciaria[80]. Inoltre, il cliente deve essere in ogni momento identificabile in modo univoco da parte dell�interme�diario e deve poter ricevere i flussi informativi da questi provenienti attraverso la fiduciaria che si far� garante della veridicit� delle affermazioni rilasciate dal cliente e della riferibilit� al medesimo, nonch� della loro correttezza e completezza[81].
Circa gli agenti di cambio, infine, si � gi� detto abbondantemente della loro particolare posizione all�interno della categoria degli intermediari finanziari. I problemi ancora da affrontare riguardo a tale categoria si pongono in relazione alle modalit� di svolgimento dei servizi di investimento ai quali sono abilitati. Essi, infatti, rappresentano un soggetto a polifunzionalit� limitata, che rispetto agli altri non deve procedere ad alcuna richiesta di estensione di autorizzazione, stante l�inquadramento operativo a seguito del superamento dell�esame di abilitazione, seppur oggi sia precluso l�ingresso nel mercato di nuovi agenti di cambio, dato il divieto di effettuare nuovi concorsi.
Riguardo ai servizi che possono svolgere, dunque, essi devono osservare le stesse regole previste per gli altri intermediari abilitati, il che sembra corretto in relazione ad un�esigenza di uniformit� di trattamento. Il controllo contabile sul bilancio dell�attivit� svolta, sull�organizzazione e le procedura interne adottate e sulla situazione patrimoniale dei clienti facenti capo all�agente di cambio � stato imposto a livello regolamentare, onde consentire una pi� ampi assimilazione della figura rispetto a quella degli altri intermediari autorizzati. Nella stessa logica deve poi inquadrarsi la disciplina della crisi dell�agente di cambio, di cui all�art. 201, commi 13 � 15, mutuata dal regime omologo degli altri intermediari abilitati, che vede la presenza di provvedimenti di sospensione unitamente ad ipotesi di cancellazione dall�Albo e di nomina conseguenziale di un commissario addetto alla restituzione dei patrimoni alla clientela[82]. Immutato appare invece il regime sanzionatorio, che trova applicazione integrale nei confronti degli agenti di cambio (art. 201, comma 12) per violazioni attinenti allo svol�gimento dei servizi di investimento, seppure tale regime esplichi efficacia anche per violazioni che attengono precipuamente allo status proprio di questi soggetti (tenuta delle scritture contabili, incompatibilit�, divieto di operare per conto proprio)[83].
� 10. Le societ� quali �operatori qualificati� del mercato finanziario: le difficolt� interpretative per la loro esatta definizione.
La problematica in questione costituisce argomento di primaria importanza nell�ambito dell�intermediazione finanziaria, posto che l�esistenza della disposizione di cui all�art. 31, comma 2, del c.d. regolamento intermediari, che offre la definizione di �operatore qualificato� del mercato finanziario, appare ancora poco studiata nonostante la notevole importanza ai fini del corretto funzionamento dei complessi meccanismi di garanzia del risparmiatore che la legge si � preoccupata di adottare[84].
La decisione pi� recente che si rinviene in argomento � del Tribunale di Milano, il quale, in merito all�offerta fuori sede di prodotti finanziari, interpretando le norme di cui agli artt. 30 e ss. T.U. della Finanza ha statuito che, laddove l�offerta fuori sede sia realizzata dall�intermediario nei confronti di un c.d. �operatore qualificato�, secondo il tribunale milanese �non si applicano le norme pi� rigorose dettate per le offerte fuori sede, norme che, come � noto, richiedono la presenza di un promotore finanziario, n� gli obblighi informativi fissati in capo alle banche nella prestazione di servizi di investimento�[85].
Quindi, volendo semplificare la massima suesposta, la natura di �operatore qualificato� attribuita all�acquirente di uno strumento finanziario consente di superare una serie di barriere che sono solitamente poste nell�ambito del mercato finanziario, con la conseguenza che la suddetta natura consente altres� di sollevare l�intermediario finanziario da tutta una serie di adempimenti informativi specifici cui altrimenti dovrebbe soggiacere. D�altra parte, per�, si comprende quanto possa essere delicato la questione relativa all�attribuzione della qualifica in questione nei confronti di una qualsivoglia investitore, stante la diminuzione di tutela che ne consegue[86].
Quello che subito emerge dall�analisi della disposizione di cui all�art. 31, comma 2, Reg. intermediari � l�inadeguatezza del dato letterale. Del resto si tratta di una norma regolamentare, come gi� pi� volte evidenziato, che come tale � stata adottata nei limiti dei poteri normativi delegati e riconosciuti alla Consob dall�art. 6, comma 2, T.U.F., in base al quale l�esercizio della potest� regolamentare deve �tener conto delle differenti esigenze di tutela degli investimenti connesse con la qualit� e l�esperienza professionale dei medesimi�[87].
Quindi, l�art. 6 T.U.F. non fa altro che imporre alla Consob di realizzare il giusto equilibrio fra tutela dell�investitore ed efficienza e flessibilit� della disciplina, con minore protezione laddove l�investitore stesso presenti caratteristiche per cui la sua esperienza professionale non possa collocarlo sullo stesso piano dell�investitore completamente ignaro del funzionamento e delle caratteristiche del mercato finanziario. Se una tutela maggiore deve quindi garantirsi, essa deve essere indirizzata verso la seconda tipologia di investitore, questo sembra voler dire il legislatore, attraverso una scelta che viene incontro alla necessit� di velocizzare operazioni finanziarie che altrimenti metterebbero in crisi il mercato stesso.
Pertanto, seguendo la ratio legislativa suesposta, la Consob ha individuato quali �operatori qualificati� una serie di imprenditori che esercitano attivit� tipicamente finanziarie, nonch� le persone fisiche che abbiano documentato la �concreta e stabile prestazione della loro attivit� professionale�[88]. La norma regolamentare implica la necessit� dell�esperienza professionale dei soggetti cos� qualificati, che deve essere concretamente dimostrata nel caso delle persone fisiche. Il problema per� si complica laddove ci si riferisca alle persone giuridiche o alle societ�, poich� esse possono essere considerate quali �operatori qualificati� nel caso in cui il legale rappresentante delle medesime dichiari per iscritto il �possesso di una specifica competenza ed esperienza in materia di operazioni in strumenti finanziari�[89]. Infatti, non vi � chi non veda come, nella fattispecie in esame, vi sia stata un�eccessiva elasticit� e superficialit� nel criterio adoperato al fine di superare le necessarie protezioni dell�investitore. L�elementare considerazione che si pu� fare � che non si comprende il motivo per cui, nel caso di specie, venga meno quella indagine approfondita circa l�effettiva competenza che � prevista per le persone fisiche, ma ancor meno si comprende come possa assimilarsi una qualsivoglia societ� commerciale ad una societ� finanziaria che, invece, ha palese esperienza nell�operare sui mercati mobiliari.
Per �professionalit��, come viene comunemente riconosciuto nell�ambito del diritto commerciale, si deve intendere una certa continuit� e stabilit� in riferimento a certi atti giuridici da cui, nel caso in esame, poter evincere la necessaria competenza ed esperienza finanziaria che esclude pregnanti forme di tutela. Il problema � di notevole importanza perch�, laddove non si riesca sul piano esegetico ad offrire una �interpretazione giuridicamente corretta� della norma, si rischia che la medesima possa essere investita da problemi di illegittimit� per eccesso di delega[90]. Quindi bisogna verificare se sul piano esegetico residuino possibilit� di ricondurre la norma ad interpretazione che evitino la sua declaratoria di illegittimit�, il che sembrerebbe possibile se l�aggettivo �specifica� potesse essere considerato come sinonimo di �professionale�, nel senso che la competenza e l�esperienza in materia di investimenti finanziari delle societ� o persone giuridiche sia pi� che dell�esperienza e della competenza ordinarie, derivanti magari da investimenti occasionali[91].
Lo stesso criterio di accertamento di tale �competenza ed esperienza� lamenta gli stessi dubbi gi� espressi per la definizione dell�operatore, poich� lascia ad una dichiarazione scritta del rappresentante legale della societ� la dimostrazione di essa. Il problema sembra essere ancor pi� complesso laddove, pur potendo vantare in organico persone �esperte e competenti� ex art. 31, comma 2, la societ� si veda attribuire il possesso di tali competenze ed esperienze a titolo definitivo. In realt�, la soluzione preferibile � che la dichiarazione de qua no abbia valore permanente ma precario, poich� strettamente dipendente dalle risorse umane di cui dispone l�investitore nel momento in cui effettua l�investimento, quindi �competenza ed esperienza� da dichiarare volta per volta in relazione a singoli investimenti[92].
A parte il caso di specie poc�anzi esposto, la norma rimane comunque inadeguata ai fini della tutela dell�investitore, proprio per le modalit� con cui si concreta la prova delle competenze ed esperienze richieste dal regolamento. Sicuramente, laddove la certezza della competenza professionale non passi attraverso una specifica attivit� di vigilanza delle apposite autorit�, �l�obbligo per l�investitore di documentare le sue qualit� ed esperienze professionali all�intermediario offerente costituisce una garanzia del livello minimo di diligenza che lo stesse intermediario offerente deve soddisfare in sede di offerta, cui verosimilmente poter ancorare un eventuale giudizio di responsabilit�; garanzia che, invece, assieme ad ogni verifica da parte dell�autorit� di vigilanza, pu� tranquillamente mancare del tutto nel caso della dichiarazione che attribuisce la qualifica di operare qualificato alle societ� o alle persone giuridiche�[93].
Il dato letterale, quindi, si presta ad ingiustificate violazioni delle norme poste a protezione degli investitori, dando per scontata una competenza che deve essere tutta dimostrata. Per questo, il Tribunale di Milano, la cui decisione � stata citata in apertura di paragrafo, pur applicando il criterio formale previsto dalla normativa esaminata, si mostra riluttante verso le modalit� di accertamento della competenza e dell�esperienza, cercando di ricavarle aliunde, senza per� chiarire, sul piano tecnico-giuridico, il percorso che ha sollecitato tali ulteriori accertamenti[94].
Forse, per�, la soluzione a questo problema potrebbe a breve derivare dall�adozione di una direttiva comunitaria relativa ai mercati finanziari, la direttiva n. 2004/39/CE del 21 aprile 2004, al momento ancora inattuata. La direttiva de qua, oltre a individuare l� �operatore qualificato�, rende pi� certi i confini dell�accertamento delle competenze e delle esperienze eliminando qualsivoglia dichiarazione di parte e aprendo ad un�indagine ad hoc della societ� di investimento. Infatti, l�intermediario dovrebbe obbligatoriamente acquisire, in via preventiva, le informazioni relative alle caratteristiche proprie dell�investitore; informare preventivamente lo stesso cliente che dalle informazioni in suo possesso risulta essere un cliente professionale; fornire, a seguito di specifico accordo scritto, ulteriore protezione verso l�investitore che, pur avendone le caratteristiche, richieda un pi� elevato livello di protezione[95]. Quindi, allo stato dell�arte, non rimane che attendere la piena attuazione della direttiva summenzionata che, a primo acchito, sembra in grado di colmare le lacune normative che l�ermeneutica non sembra in grado, da s�, di superare.
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[1] Cfr. BARCA � MANGHETTI, L�Italia delle banche, Roma, 1976, p. 36 ss.
[2] Cfr. CARACCIOLO, La Banca d�Italia tra l�autarchia e la guerra, Bari, 1945, p. 61 ss.
[3] Cfr. PORZIO, Il concetto di attivit� bancaria, in AA. VV., L�attivit� parabancaria, Milano, 1985, p. 159 ss.
[4] Cfr. PORZIO, Il concetto di attivit� bancaria, cit., p. 163 ss.
[5] Cfr. SALANITRO, Gruppo polifunzionale e banca universale, in Dir. fall., 1991, p. 580 ss.
[6] Cfr. GRAZIANI � MINERVINI � BELVISO, Manuale di diritto commerciale, Napoli, 1994, p. 491 ss.
[7] Cfr. Circ. ASSONIME, n. 110 del 9 agosto 1991.
[8] Cfr. PORZIO, Il concetto di attivit� bancaria, cit., p. 165 ss.
[9] Cfr. BELVISO, Le modifiche alla legge sulla cessione dei crediti d�impresa, in Banca, borsa e tit. cred., 1996, p. 434 ss.
[10] Cfr. ANTONUCCI, Gli intermediari finanziari �residuali�. Dalla legge antiriciclaggio al testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia, in Rass. econ., 1994, p. 245 ss.
[11] Cfr. ANTONUCCI, Gli intermediari finanziari �residuali�, cit., p. 248 ss.
[12] Cfr. CONERLI, La disciplina degli intermediari finanziari nella legge n. 197 del 5 luglio 1991, in Banca, impresa, societ�, 1992, p. 272 ss.
[13] Cfr. PRINCIPE, L�impresa finanziaria, Milano, 1998, p. 156 ss.
[14] Cfr. BARBIERA � CONTENTO, Lotta al riciclaggio del denaro sporco. Nuova disciplina dei pagamenti dei titoli di credito e delle attivit� finanziarie, Milano, 1991, p. 130 ss.
[15] Cfr. PRINCIPE, L�impresa finanziaria, cit., p. 6 ss.; DE ANGELIS, Il �Financial service act� e la riforma del diritto dei valori mobiliari nel Regno Unito, in Riv. soc., 1989, p. 401 ss.
[16] Cfr. PRINCIPE, L�impresa finanziaria, cit., p. 53 ss. L�Autore prosegue nella sua analisi enucleando, a livello comunitario, quale possa essere la nozione di impresa finanziaria, e ritrovandola quindi in ci�: �l�ente creditizio, l�impresa d�assicurazioni, l�impresa d�investimento, l�organismo d�investimento collettivo in valori mobiliari o un�impresa che concorre alla sua attivit��. Il confine tra previsione delle attivit� o regolamentazione dei soggetti appare, perci�, come esposto nel testo, piuttosto labile, e comunque non pare recare alcun elemento decisivo per la concreta regolamentazione della materia.
[17] Cfr. FAZIO, L�intermediazione finanziaria non bancaria, in Riv. soc., 1986, p. 935 ss.; SODA, Commento agli artt. 1 e 2, in AA. VV., La disciplina degli intermediari e dei mercati finanziari, Padova, 1997, p. 2 ss.
[18] Cfr. BARBIERA � CONTENTO, Lotta al riciclaggio, cit., p. 115 ss.
[19] Cfr. CUERVO � RODRIGUEZ � SAIZ � PARGAJO � CALVO, Manuale del sistema finanziario spagnolo, Barcellona, 1987, p. 9 ss. [20] Cfr. D�ALESSANDRO, Intermediazione finanziaria non bancaria, in Il diritto del marcato finanziario alla fine degli anni �80, a cura di R. Costi, Milano, 1990, p. 73 ss. Secondo l�Autore non pu� essere qualificato intermediario finanziario chi eroghi credito con denaro proprio, in quanto in tal caso �manca un rapporto obbligatorio tra la societ� che esercita l�attivit� finanziaria ed i soci apportatori di capitali.
[21] Cfr. MARCHETTI, La disciplina degli intermediari, in AA. VV., Sistema finanziario e controlli dalle imprese al mercato, Milano, 1986, p. 117 ss.
[22] Cfr. CLEMENTE, Commentario al testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia, a cura di G. Capriglione, sub art. 106, p. 542 ss.; OPPO, Diritto dell�impresa e morale sociale, in Riv. dir. civ., 1992, p. 15 ss.
[23] Cfr. CLARIZIA, La causa del finanziamento, in Banca, borsa, tit. cred., 1980, p. 580 ss.
[24] Cfr. CLARIZIA, La causa del finanziamento, cit., p. 582 ss.
[25] Cfr. MIOLA, Le garanzie infragruppo, Torino, 1993, p. 96 ss. Secondo l�Autore la differenza pu� in realt� consistere nell�interesse diretto della societ� controllante, rispetto a quello meramente indiretto della societ� legata solo commercialmente agli acquirenti dei propri prodotti. [26] Cfr. MIOLA, Le garanzie infragruppo, cit., p. 97 ss.
[27] Cfr. BELVISO, La raccolta del risparmio, in Annali della Facolt� di Economia di Benevento, 1998, p. 339 ss.
[28] Cfr. Circ. ASSONIME, n. 110, cit., [29] Cfr. BELVISO, La raccolta del risparmio, cit., p. 342 ss.
[30] Cfr. BELVISO, La raccolta del risparmio, cit., p. 343 ss.
[31] Cfr. BARBIERA � CONTENTO, Lotta al riciclaggio, cit., p. 378 ss.
[32] Cfr. SALANITRO, Societ� per azioni e mercati finanziari, cit., p. 153 ss.
[33] Cfr. SALANITRO, Societ� per azioni e mercati finanziari, cit., p. 155 ss.
[34] Cfr. PRINCIPE, L�impresa finanziaria, cit., p. 154 ss.
[35] Cfr. BELVISO, La raccolta del risparmio, cit., p. 345 ss.; PRINCIPE, L�impresa finanziaria, cit., p. 156 ss.
[36] Cfr. ANTONUCCI, Gli intermediari finanziari �residuali�, cit., p. 247 ss.; CASTALDI, Il testo unico bancario tra innovazione e continuit�, Torino, 1995, p. 141 ss.; COTTERLI, Gli intermediari finanziari nel Testo Unico sul credito, in Banca, impresa, societ�, 1994, p. 89 ss.
[37] Cfr. COTTERLI, Gli intermediari finanziari, cit., p. 93 ss.
[38] Cfr. ANTONUCCI, Gli intermediari finanziari �residuali�, cit., p. 248 ss.
[39] Cfr. ANTONUCCI, Gli intermediari �residuali�, cit., p. 249 ss.; CASTALDI, Il Testo Unico bancario, cit., p. 145 ss.
[40] Cfr. ANTONUCCI, Gli intermediari �residuali�, cit., p. 250 ss.; CERA, Gli intermediari finanziari nel testo unico in materia bancaria, in Giur. comm., 1995, p. 214 ss.
[41] Cfr. ANTONUCCI, Gli intermediari �residuali�, cit., p. 252 ss.; CERA, Gli intermediari finanziari, cit., p. 220 ss.; COTTERLI, Gli intermediari finanziari, cit., p. 94 ss.
[42] Cfr. CERA, Gli intermediari finanziari, cit., p. 222 ss.
[43] Cfr. ANTONUCCI, Gli intermediari �residuali�, cit., p. 251 ss.; COTTERLI, Gli intermediari finanziari, cit., p. 93 ss.
[44] Cfr. COTTERLI, Gli intermediari finanziari, cit., p. 95 ss.
[45] Cfr. CERA, Gli intermediari finanziari, cit., p. 216 ss.
[46] Cfr. CASTALDI, Il Testo Unico bancario, cit., p. 147 ss.
[47] Cfr. COTTERLI, Gli intermediari finanziari, cit., p. 95 ss.
[48] Cfr. ANTONUCCI, Gli intermediari finanziari �residuali�, cit., p. 253 ss.
[49] Cfr. ANTONUCCI, Gli intermediari finanziari �residuali�, cit., p. 252 ss.
[50] Cfr. CERA, Gli intermediari finanziari, cit., p. 220 ss.; COTTERLI, Gli intermediari finanziari, cit., p. 96 ss.
[51] Cfr. ANTONUCCI, Gli intermediari finanziari �residuali�, cit., p. 255 ss.
[52] Cfr. Circ. ASSONIME, n. 3/1994, in Riv. soc., 1994, p. 1360 ss.
[53] Piuttosto, � significativo che dei servizi d�in�casso non parla nemmeno l�art. 1, comma 2, lett. f) del t.u. quando enumera le c.d. attivit� ammesse al mutuo riconoscimento, dove, al n. 4, vengono indicati solo i servizi di pagamento. Quindi, si pu� fondatamente opinare che il legislatore del t.u. abbia inteso l�espressione nel doppio o reciproco senso di pagamento-incasso. Cfr. MARCHETTI, Note introduttive al testo unico delle leggi bancarie e creditizie, in Riv. soc., 1993, p. 1148 ss.
[54] Cfr. DI CHIO � PERASSI, La disciplina degli intermediari finanziari, in Le nuove leggi commentate, 1993, p. 1057 ss.
[55] Cfr. MARCHETTI, Note introduttive al testo unico, cit., p. 1157 ss.
[56] Cfr. Trib. Cassino, 2 aprile 1993, in Societ�, 1993, p. 1251 ss.
[57] Cfr. Circ. ASSONIME, n. 3/1994, cit., p. 1365 ss.
[58] Cfr. VELLA, Le societ� holding, Milano, 1993, p. 66 ss.
[59] Cfr. COTTERLI, Gli intermediari finanziari, cit., p. 98 ss.
[60] Cfr. COTTERLI, Gli intermediari finanziari, cit., p. 97 ss.
[61] Cfr. LEO � MONACCHI � SCHIAVO, Le imposte sui redditi, Milano, 1996, p. 1797 ss.
[62] Cfr. PORTALE, Normativa �antiriciclaggio� e �finanziarie di gruppo�, in Banca, borsa, tit. cred., 1992, p. 82 ss.
[63] Cfr. Trib. Bologna, 6 dicembre 1995, in Banca, borsa, tit. cred., 1996, p. 645 ss.
[64] Cfr. ANELLO, Il bilancio e il reddito delle banche, Milano, 1995, p. 39 ss.
[65] Cfr. AA. VV., Intermediari finanziari, mercati e societ� quotate, a cura di A. Patroni Griffi, M. Sandulli, V. Santoro, Torino, 1999, p. 128 ss.
[66] Cfr. CARDI, Bancoposta e mercati: verso un diritto comune, Bologna, 1999, p. 23 ss.
[67] Cfr. VOLPE, L�esercizio nei confronti del pubblico dell�attivit� finanziaria, in Banca, borsa, tit. cred., 2000, p. 643 ss.
[68] Cfr. SODA, Commento all�art. 18, in AA. VV., Commentario al Testo Unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, a cura di G. Alpa e F. Capriglione, Padova, 1998, p. 195 ss.
[69] Cfr. SODA, Commento all�art. 18, cit., p. 197 ss.
[70] Cfr. MEZZACAPO, Commento all�art. 199, in AA. VV., Commentario al Testo Unico, cit., p. 1788 ss. L�Autore sottolinea la scarsa capacit� creativa del Testo Unico nella materia delle societ� fiduciarie, che ha, infatti, lasciato inalterato un regime di vigilanza su questi soggetti ancora legato al Ministero dell�Industria, seppur esse siano oggi regolate nel loro agire monofunzionale in misura determinante dalla disciplina Consob e Banca d�Italia.
[71] Cfr. BRUNETTI VECCHIARELLI, Commento all�art. 201, in AA. VV., Commentario al Testo Unico, cit., p. 1804 ss. L�Autore rileva che il legislatore nel riscrivere le disposizioni applicabili agli agenti di cambio ha compiuto lo sforzo maggiore perch� ha dovuto adattare le vecchie norme sull�operativit� e divieti ai nuovi schemi di funzionamento dell�intermediario. Ci si chiede, per�, se tale sforzo fosse davvero necessario, dato che quella degli agenti di cambio era una categoria congelata e destinata ad esaurirsi nel tempo.
[72] Cfr. SODA, Commento all�art. 18, cit., p. 198 ss.
[73] Cfr. ANTONELLI, Commento all�art. 20, in AA. VV., Commentario al Testo Unico, cit., p. 206 ss.
[74] Cfr. MEO, La liquidazione volontaria delle SIM: effetti sull�autorizzazione e sull�iscrizione all�Albo; i poteri delle autorit� di vigilanza, in Banca, borsa, tit. cred., 2000, p. 737 ss.
[75] Cfr. MEO, La liquidazione volontaria delle SIM, cit., p. 739 ss.
[76] Cfr. SANGUINETTI � FORTE, Le societ� di gestione del risparmio, Milano, 2000, p. 49 ss.
[77] Cfr. SANGUINETTI � FORTE, Le societ� di gestione del risparmio, cit., p. 53 [78] Cfr. Regolamento della Banca d�Italia in materia di intermediari del mercato mobiliare, 30 settembre 2000.
[79] Cfr. AA. VV., Il nuovo diritto societario e dell�intermediazione finanziaria, a cura di C. Di Noia e R. Razzante, Padova, 1999, p. 125 ss.
[80] Cfr. AA. VV., Il nuovo diritto societario, cit., p. 129 ss.
[81] Cfr. Comunicazione Consob n. DI/98086703 del 4 novembre 1998.
[82] Cfr. Art. 4, Delibera Consob n. 12191/1999.
[83] Cfr. Art. 201, ultimo comma, T.U. della Finanza.
[84] Cfr. CHIONNA, L�accertamento della natura di �operatore qualificato� del mercato finanziario rispetto ad una societ�, in Banca, borsa, tit. cred., 2005, p. 38 ss.
[85] Cfr. Trib. Milano, ord. 3 aprile 2004, in Banca, borsa, tit. cred., 2005, p. 36 ss.
[86] Cfr. CHIONNA, L�accertamento della natura di �operatore qualificato�, cit., p. 40 ss.
[87] Cfr. CHIONNA, L�accertamento della natura di �operatore qualificato�, cit., p. 41 ss.
[88] Cfr. CHIONNA, L�accertamento della natura di �operatore qualificato�, cit. p. 42 ss.
[89] Cfr. Art. 6, comma 2, T.U.F.
[90] Cfr. CHIONNA, L�accertamento della natura di �operatore qualificato�, cit., p. 46 ss.
[91] Cfr. CHIONNA, L�accertamento della natura di �operatore qualificato�, cit., p. 47 ss. Secondo l�Autore, nella terza categoria di cui all�art. 31, comma 2, Reg. intermediari possono trovare collocazione coloro i quali �siano divenuti esperti perch� hanno svolto non occasionalmente un�attivit� in qualche modo riconducibile all�investimento in strumenti finanziari senza che tuttavia essa sia stata esclusiva o permanente, o abbia assunto i tratti dell�impresa, tanto meno finanziaria, il cui esercizio � subordinato ad una abilitazione di ordine pubblico�.
[92] Cfr. CHIONNA, L�accertamento della natura di �operatore qualificato�, cit., p. 48 ss.
[93] Cfr. CHIONNA, L�accertamento della natura di �operatore qualificato�, cit., p. 49 ss.
[94] In sostanza, la qualifica di �operatore qualificato� � stata salvata, nel caso di specie, in virt� del concreto accertamento secondo il quale, la societ� in questione, rientrava fra le societ� e gli enti che soddisfano almeno due dei seguenti requisiti: a) totale bilancio non inferiore a venti milioni di euro; b) fatturato netto non inferiore a venti milioni di euro; c) patrimonio netto non inferiore a due milioni di euro. Restano comunque le perplessit� per la scelta operata, poich� si tratta di requisiti appartenenti ad un �progetto di riforma� e non alla normativa vigente in materia di intermediazione finanziaria e per il criterio formale adoperato per l�interpretazione dell�art. 31, comma 2, Reg. intermediari, senza invece cercare un�interpretazione coerente con la norma primaria da cui deriva quella regolamentare. Cfr. CHIONNA, L�accertamento della natura di �operatore qualificato�, cit., p. 51 ss.
[95] Cfr. CHIONNA, L�accertamento della natura di �operatore qualificato�, cit., p. 54 ss.