Source: https://avvemilianomancino.blogspot.com/2015/05/
Timestamp: 2020-04-01 10:49:21+00:00
Document Index: 127855220

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 3', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2059', 'art. 32', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 628', 'art. 2', 'art. 628', 'art. 628', 'art. 628', 'art. 626', 'art. 628', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 143', 'art. 612', 'sentenza ', 'art. 90', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 570', 'art. 570', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Studio Legale Mancino: maggio 2015
By Studio Legale Mancino a maggio 30, 2015
Agenzia Entrate: da lunedì gli aggiornamenti catastali si faranno solo online
Dal primo giugno gli atti di aggiornamento catastale viaggeranno esclusivamente online.
Diventa obbligatorio, infatti, l'invio via web all'Agenzia delle Entrate, da parte dei professionisti, dei documenti Docfa e Pregeo per l'aggiornamento delle banche dati catastali.
Secondo quanto ha comunicato l'Agenzia delle Entrate, in caso di nuove costruzioni o se si effettuano variazioni su un immobile come fusioni, frazionamenti, ampliamenti o ristrutturazioni, è necessario presentare all'Agenzia delle Entrate i documenti Docfa e Pregeo, per consentire l'aggiornamento della banca dati catastale. Fino a oggi l'invio telematico è stato possibile in via facoltativa: da lunedì prossimo, invece, i professionisti (come geometri, ingegneri, architetti, dottori agronomi e periti) potranno inviare gli atti di aggiornamento catastale solo via internet, utilizzando il software messo a disposizione dalle Entrate.
fonte: www.italiaoggi.it//Agenzia Entrate: da lunedì gli aggiornamenti catastali si faranno solo online - News - Italiaoggi
L'azienda può creare un falso profilo facebook per controllare il lavoratore
Non è illegittima la condotta dell'azienda che crea un falso profilo Facebook per incastrare il dipendente negligente. Provando in questo modo la propensione ad assentarsi dal posto di lavoro, tanto da arrivare al licenziamento. Sul punto, e sulla più generale questione dei controlli sul lavoratore, interviene la Corte di cassazione, sezione Lavoro, con la sentenza n. 10955 depositata ieri. La pronuncia ritiene accertati i fatti sulla base dei giudizi di merito, nei quali era emerso come il capo del personale dell'impresa avesse creato un falso profilo femminile su Facebook con richiesta di amicizia a un dipendente che già era stato sorpreso ad assentarsi dal posto di lavoro per una telefonata di oltre un quarto d'ora, lasciando incustodito un macchinario che, durante l'assenza, si era bloccato. Quello stesso giorno era stato trovato nel suo armadietto aziendale un Ipad acceso e collegato alle rete elettrica.
Nei giorni successivi, in seguito alla richiesta di amicizia arrivata dal falso profilo Facebook, il dipendente aveva chattato a lungo e in più occasioni in orari che coincidevano con quelli di lavoro. Sulla base di tutti questi elementi era scatta la procedura di licenziamenti per giusta causa, adesso avallata dalla decisione della Cassazione.
fonte: www.ilsole24ore.com//L'azienda può creare un falso profilo facebook per controllare il lavoratore
Fonte: www.dirittoegiustizia.it /Matrimonio annullato, l’assegno per il mantenimento del figlio lo stabilisce il giudice ordinario - La Stampa
By Studio Legale Mancino a maggio 29, 2015
By Studio Legale Mancino a maggio 28, 2015
Litigio verbale prima e aggressione fisica poi, dinanzi ai clienti: licenziato
Scontro tra gli scaffali del supermercato: protagonisti due dipendenti. Tutto sotto gli occhi sorpresi e incuriositi dei clienti. In particolare, a uno dei due contendenti viene addebitato, dall’azienda, di avere dato prima il ‘la’ al diverbio e poi di essere passato direttamente alle mani, aggredendo il collega. Ciò è sufficiente, alla luce della ricostruzione dell’increscioso episodio, a legittimare il licenziamento deciso dalla società proprietaria della struttura commerciale (Cassazione, sentenza 10842/15).
Passaggio decisivo, nella battaglia giudiziaria, è quello in Appello, dove i giudici, in controtendenza rispetto a quanto stabilito in Tribunale, dichiarano la «legittimità del licenziamento» deciso da una società – proprietaria di una nota catena di supermercati – nei confronti di un dipendente, resosi responsabile, nel contesto di una delle strutture disseminate in Italia, di un «diverbio oltraggioso con un collega», con successivo «ricorso alle vie di fatto». A rendere più grave l’episodio, poi, anche la constatazione che esso si è concretizzato «in presenza della clientela».
Decisiva, per i giudici, l’«attendibilità delle testimonianze», che non possono essere messe in discussione, nonostante i «testi» siano «dipendenti della società datrice di lavoro». Rilevante, allo stesso tempo, anche il ‘peso specifico’ attribuibile alla condotta del dipendente, ‘protagonista’, come detto, di un «diverbio litigioso, seguito da vie di fatto, nocivo al normale esercizio dell’attività aziendale». Dinanzi ai giudici della Cassazione, però, il lavoratore – oramai ex dipendente – batte nuovamente sulla tesi della ‘precaria’ «valutazione delle prove» in Appello, con particolare riferimento alla «attendibilità» dei testi. Perché, viene domandato, è credibile un «dipendente della società», e non un «cliente dell’esercizio commerciale», il quale propone una versione diversa del litigio?
Allo stesso tempo, peraltro, l’uomo contesta la «sanzione disciplinare espulsiva» ritenendola non proporzionale rispetto alla condotta a lui addebitata. Ogni obiezione, però, si rivela inutile. Perché, per i giudici del ‘Palazzaccio’, è sostanzialmente corretta la visione adottata in Appello, sia sul valore delle «deposizioni testimoniali» che sul fronte della «proporzionalità della sanzione» adottata dall’azienda. Su quest’ultimo punto, in particolare, alla luce del «contratto collettivo nazionale di settore», appare evidente la gravità delle azioni compiute dal dipendente, «contrarie ai doveri civici». Ciò comporta, alla luce del «diverbio litigioso» ‘coronato’ dallo scontro fisico e sicuramente «nocivo al normale esercizio dell’attività», la conferma della «legittimità del licenziamento», con buona pace del lavoratore.
Fonte: www.dirittoegiustizia.it /Litigio verbale prima e aggressione fisica poi, dinanzi ai clienti: licenziato - La Stampa
Manovre insidiose in macchina per “influenzare” l’altra auto, è violenza privata
E' reato di violenza privata la condotta del conducente di un veicolo che compie deliberatamente manovre insidiose per interferire con la condotta di guida di un altro utente della strada, il quale si viene a trovare nell’impossibilità di eseguire una qualsiasi manovra di emergenza, di arresto o deviazione del veicolo, per evitare la collisione. Lo afferma la Cassazione nella sentenza 19551/15.
La Corte d’appello di Firenze condannava un’imputata per violenza privata e danneggiamento. Secondo le accuse, guidando in maniera pericolosa ed aggressiva, avrebbe costretto gli occupanti di un’altra macchina (tra cui una donna che aveva instaurato una relazione sentimentale con l’ex-convivente dell’imputata) ad effettuare a loro volta manovre pericolose e ad arrestare poi la marcia della propria macchina sul ciglio della strada. Inoltre, aveva strappato di mano un cellulare alla stessa donna, rompendo il display.
L’imputata ricorreva in Cassazione, deducendo che il comportamento tenuto, guidando un veicolo, non integrerebbe gli estremi della violenza privata. La Corte di Cassazione ricorda però che, in tema di delitto di violenza privata, integra l’elemento della violenza la condotta che impedisca il libero movimento del soggetto passivo, ponendolo nell’alternativa di non muoversi oppure di muoversi con il pericolo di menomare l’integrità degli altri, compreso l’agente. Allo stesso modo, integra il reato di violenza privata la condotta del conducente di un veicolo che compia deliberatamente manovre insidiose al fine di interferire con la condotta di guida di un altro utente della strada, realizzando così una privazione della libertà di determinazione e di azione della persona offesa, la quale si viene a trovare nell’impossibilità di eseguire una qualsiasi manovra di emergenza, di arresto o deviazione del veicolo, per evitare la collisione.
Infine, i giudici di legittimità ricordano che integra l’ipotesi di reato anche la condotta di un conducente di un veicolo che, eseguendo una brusca sterzata oppure affiancando o sorpassando un’altra auto, costringa il conducente di quest’ultima a cambiare direzione di marcia per evitare la collisione. Per questi motivi, la Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso.
Fonte: www.dirittoegiustizia.it /Manovre insidiose in macchina per “influenzare” l’altra auto, è violenza privata - La Stampa
By Studio Legale Mancino a maggio 27, 2015
Parte il divorzio breve: l’ingorgo nei tribunali rischia di allungare i tempi
Legge retroattiva: riguarda anche chi ha già iniziato il percorso
Attesissima, scatta oggi l’ora X per il Divorzio Breve. Entra in vigore la riforma e non sono più necessari 3 anni di separazione per arrivare al divorzio. Da oggi sono sufficienti 6 mesi se la decisione è consensuale oppure 12 se giudiziale. Ed è una grande novità anche che la comunione dei beni si sciolga quando il giudice autorizza i coniugi a vivere separati o al momento di sottoscrivere la separazione consensuale; prima della riforma occorreva il passaggio in giudicato della sentenza di separazione. A questo punto, però, si teme l’onda anomala di decine di migliaia di coppie che hanno già maturato un anno o due di separazione e vorranno, legittimamente, approfittare della velocizzazione. Il rischio è che si crei un ingorgo nei tribunali. La legge, infatti, è retroattiva. Non distingue tra chi inizia oggi il percorso e chi l’ha già iniziato. Dice semplicemente che la tappa di arrivo è stato spostata in avanti per tutti.
Gli addetti ai lavori sono in allarme: i tribunali civili rischiano di andare in affanno. «Secondo le nostre stime - dice l’avvocato Gian Ettore Gassani, presidente dell’associazione matrimonialisti italiani - quest’anno ci sarà il doppio di richieste di divorzio: normalmente sono cinquantamila procedimenti all’anno, ma dato che si sono create d’improvviso le condizioni per tanti che erano a metà percorso, ne arriveranno altrettanti tra giugno e luglio».
Se alcuni giudici sono molto preoccupati dal fenomeno dell’onda anomala (Gloria Servetti, presidente della sezione che si occupa di diritto di famiglia a Milano, ha detto al Sole 24 Ore: «Questa riforma ci affosserà»), l’avvocato è più ottimista: «Ci sarà un contraccolpo nei primi mesi, ma i tribunali si sono attrezzati e non più tardi di ottobre-novembre avranno smaltito questa mole un po’ eccezionale di lavoro». Inutile illudere, invece, chi ha contenziosi difficili. I nodi restano.
Facile oltre che breve
In parallelo con la riforma che ha accelerato i tempi, sforbiciando sui tempi della separazione, è entrata in vigore un’altra riforma importante, detta del Divorzio Facile. Si può cioè divorziare senza passare da un tribunale, ma con la cosiddetta negoziazione assistita di un avvocato (o due, se ciascuno dei coniugi in crisi ha il proprio legale di fiducia) o addirittura senza avvocati e davanti al sindaco (ma solo qualora non ci siano figli né trasferimenti immobiliari). Quest’ultima procedura ha il grande vantaggio di essere stra-economica: con 16 euro di bolli è tutto fatto. La parcella degli avvocati è ovviamente più salata.
I primi risultati di questo Divorzio Facile - che oggi saranno illustrati al ministero della Giustizia - sembrano incoraggianti, ma non rivoluzionari. Nei primi cinque mesi del 2015, sono state 250 le coppie che hanno scelto la via alternativa a Milano. A Genova erano 9 coppie a febbraio, 28 a marzo. A Roma, 42 a febbraio e 132 a marzo. «C’è ancora molta ritrosia ad affidarsi solo agli avvocati - riconosce Gassani -. Se si creerà un ingorgo nei tribunali, però, molti sceglieranno le formule alternative». Ed è quanto spera il governo: che sempre più coppie rinuncino al tribunale.
C’è chi pensa che la legge sia stata un’occasione perduta. Per l’avvocato matrimonialista Francesca Zanasi il limite è la persistenza stessa della separazione obbligatoria per arrivare al divorzio. «Dovrebbe essere facoltativa o abolita, per approdare al divorzio diretto, come peraltro avviene già in molti Paesi europei».
fonte: www.lastampa.it//Parte il divorzio breve: l’ingorgo nei tribunali rischia di allungare i tempi - La Stampa
By Studio Legale Mancino a maggio 26, 2015
Apatia e depressione non sono sufficienti ad ottenere la pensione di reversibilità
La nozione di inabilità, rilevante per il riconoscimento del diritto alla pensione di reversibilità, va intesa come assoluta e permanente impossibilità di svolgere qualsiasi attività lavorativa a causa di infermità o difetto fisico o mentale, il cui accertamento rende superflua la verifica di una residua possibilità d’impiego compatibile con la condizione dell’interessato. Lo ha chiarito la Cassazione con l’ordinanza 9500/15.
La Corte d’appello di Firenze accoglie il ricorso dell’INPS contro la sentenza del Tribunale di Lucca che aveva a sua volta accolto la domanda di una donna diretta all’accertamento del diritto a percepire la pensione di reversibilità della propria madre, in quanto figlia maggiorenne ed inabile al lavoro. La ricorrente si duole del fatto che la Corte territoriale abbia utilizzato un concetto di «totale inabilità» diverso da quello normativamente richiesto ai fini del diritto alla pensione di reversibilità, rilevando non la totale inabilità, ma la concreta impossibilità di dedicarsi ad un’attività lavorativa che consenta di soddisfare le esigenze primarie di vita.
La Cassazione prende le mosse dalla legge 222/1984, la quale ha introdotto una nozione d'inabilità ai fini del riconoscimento del diritto alla pensione di inabilità, di reversibilità e ad altre prestazioni assistenziali, oltre che ai fini del diritto agli assegni familiari: «si considerano inabili le persone che, a causa di infermità o difetto fisico o mentale, si trovino nell’assoluta e permanente impossibilità di svolgere qualsiasi attività lavorativa», requisito più stringente rispetto a quanto previsto dalla disciplina previgente che considerava inabili le persone che si trovassero nell’assoluta e permanente impossibilità di svolgere «un proficuo lavoro», condizione rilevante in termini concreti, anche in considerazione alle condizioni del mercato del lavoro, e diretta ad accertare il possesso di una generica capacità lavorativa.
Ciò che assume rilevanza è l’assoluta e permanente incapacità di svolgere una qualsiasi attività lavorativa, nel senso che «questa deve essere determinata esclusivamente dalla infermità ovvero dal difetto fisico o mentale», senza che debba verificarsi un’eventuale possibilità di impiego delle residue energie lavorative in un’attività compatibile con tali condizioni soggettive. Nel caso, la negazione del diritto alla reversibilità della pensione della madre della ricorrente si fonda sul mancato accertamento di una situazione di assoluta incapacità lavorativa, come risulta dalla CTU disposta dal giudice d’appello anche in riferimento alla condizione psichiatrica della ricorrente, la quale risultava in una condizione di apatia e depressione che, tuttavia, non era mai sfociata in un ricovero psichiatrico né in un trattamento di psicoterapia. Per questi motivi, la Corte di Cassazione rigetta il ricorso.
Fonte: www.dirittoegiustizia.it /Apatia e depressione non sono sufficienti ad ottenere la pensione di reversibilità - La Stampa
Diminutivo fatale in ambito militare: è offensivo dare del "tenentino"
Fonte: www.dirittoegiustizia.it /Diminutivo fatale in ambito militare: è offensivo dare del "tenentino" - La Stampa
By Studio Legale Mancino a maggio 25, 2015
La sospensione della patente non contrasta con il diritto al lavoro
Il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere dispone la sospensione della patente di guida per 7 mesi a carico di un imputato per il reato guida in stato d’ebbrezza (articolo 186, comma 2, lett. b del Codice della strada). L'imputato ricorre in Cassazione, prospettando l’incostituzionalità delle norme del codice della strada in tema di sospensione della patente e possibilità di concessione di limitati permessi orari di guida.
La Cassazione (sentenza 19167/15) ribadisce che, in riferimento all’applicazione della sanzione amministrativa della sospensione della patente di guida, è manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale, in riferimento al criterio di ragionevolezza di cui all’art. 3 Cost., per la mancata previsione da parte della normativa applicabile della possibilità per il giudice di regolamentare l’applicazione della sanzione stessa in modo tale da non ostacolare il lavoro del condannato, qualora la patente sia un requisito indispensabile allo svolgimento della sua attività lavorativa.
Nessun pregio merita la prospettata questione di legittimità costituzionale anche con riguardo al diritto fondamentale al lavoro, «rientrando nell’insindacabile discrezionalità del legislatore, ancora una volta, la tutela della pubblica incolumità anche con il sacrificio delle possibilità lavorative del condannato sul rilievo che le peculiarità insite in una attività lavorativa che comporti frequenti spostamenti, in tanto possono trovare equilibrato soddisfacimento, in quanto le relative modalità attuative non finiscano per svuotare integralmente di contenuto la sanzione applicata». Per questi motivi la Suprema Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Fonte: www.dirittoegiustizia.it /La sospensione della patente non contrasta con il diritto al lavoro - La Stampa
Danni non patrimoniali spettano anche alla fidanzata non convivente
Tribunale, Firenze, sez. II civile, sentenza 26/03/2015 n° 1011
Danni non patrimoniali spettano anche alla fidanzata non conviventeLa sentenza in commento affronta il tema della risarcibilità di danni non patrimoniali in favore dei “prossimi congiunti” di una persona deceduta in conseguenza dell'altrui illecito, riconoscendo la configurabilità di un danno, e del conseguente diritto al risarcimento, anche in capo alla fidanzata non convivente del de cuius.
Richiamando preliminarmente le note “Sentenze di San Martino” (Cass. Civ., Sez. Un., 11.11.2008), il Giudice evidenzia come il danno non patrimoniale costituisca una categoria risarcitoria ampia, comprendente ogni danno determinato dalla lesione di interessi inerenti alla persona non connotati da rilevanza economica. Nell'ambito di tale categoria di danni - risarcibili tanto nei casi espressamente previsti dalle leggi ex art. 2059 c.c., quanto in caso di lesione dei diritti inviolabili della persona riconosciuti dalla Costituzione, fra cui il diritto inviolabile alla salute (art. 32 Cost.) - si possono individuare diverse voci di danno, quali il danno biologico, il c.d. danno morale e il danno c.d. esistenziale, che per la giurisprudenza di legittimità, salvo alcune pronunce in senso difforme (cfr. Cass. Civ., III Sez. , Sent. 3.10.2013, n. 22585), non costituiscono autonome categorie di danno ma descrivono diversi tipi di pregiudizi, e quindi vanno valutati e quantificati nell'ambito di un'unica categoria di danno, pena l'inammissibile duplicazione di risarcimenti.
Conseguentemente il danno c.d. morale, ossia l'intima sofferenza subìta dagli stretti congiunti della persona deceduta in conseguenza dell'altrui illecito, e il c.d. danno da perdita parentale, derivante dall' intangibilità della sfera degli affetti e della reciproca solidarietà nell'ambito della famiglia, dalla inviolabilità della libera e piena esplicazione delle attività realizzatrici della persona umana nell'ambito di quella peculiare formazione sociale che è la famiglia (art. 2, 29 e 30 Cost.) non possono essere attribuiti congiuntamente, ed invero l'unitaria quantificazione del danno andrà valutata in relazione, nel caso di specie, alla giovane età della persona deceduta, alla gravità del fatto illecito, all'intensità del vincolo parentale, alla relazione di convivenza e a tutti quegli elementi che, nella fattispecie concreta, rendano adeguato e non simbolico il risarcimento del danno.
Il danno c.d. biologico, inteso come lesione all'integrità psico-fisica eziologicamente riconducibile, nel caso di specie, all'evento morte, troverà invece una distinta valutazione e quantificazione sulla base delle risultanze delle consulenze tecniche espletate.
E pertanto il Giudice, nell'esaminata sentenza, riconosce ai parenti del de cuius importi diversi in relazione al danno c.d. parentale e al danno c.d. biologico (oltre che per danno emergente per spese documentate), riconoscendo un danno non patrimoniale anche in favore della fidanzata non convivente del de cuius, facendo propria una recente pronuncia della Cassazione penale, (Cass. Pen., IV Sez., Sent. 10.11.2014, n. 46531), ove i Giudici di legittimità hanno stabilito che il riferimento ai “prossimi congiunti” della vittima primaria, quali soggetti danneggiati iure proprio, deve essere inteso nel senso che, in presenza di un saldo e duraturo legame affettivo tra questi ultimi e la vittima, è proprio la lesione che colpisce tale peculiare situazione affettiva a connotare l'ingiustizia del danno e a rendere risarcibili le conseguente pregiudizievoli che ne siano derivate (se e in quanto queste siano allegate e dimostrate quale danno-conseguenza), a prescindere dall'esistenza di rapporti di parentela, affinitià o congiudio giuridicamente rilevanti come tali. E per “convivenza” non deve intendersi la sola situazione di coabitazione tra prossimo congiunto e vittima primaria di un illecito, quanto piuttosto lo stabile legame tra due persone connotato da duratura e significativa comunanza di vita e di affetti. Nel caso di specie la fidanzata della vittima aveva dato ampio riscontro probatorio di un rapporto sentimentale risalente nel tempo e che, in mancanza del tragico evento, avrebbe trovato nel matrimonio la piena realizzazione; difatti i due fidanzati avevano acquistato una casa sin dal 2/5/2001 in ragione del 50% cadauno, vi avevano trasferito la residenza sin dal 26/5/2001, e avevano formalizzato le reciproche promesse con la richiesta di pubblicazione del matrimonio, che si sarebbe celebrato il 8/02/2003 se non si fosse invece verificato il tragico evento del 26/01/2003. Conseguentemente il Giudice riconosce alla fidanzata del de cuius il danno da c.d. perdita parentale, applicando il parametro relativo al coniuge non convivente di cui alle tabelle del Tribunale di Roma, riconoscendo altresì il danno biologico come da risultanze peritali e il danno emergente per spese documentate.
Va infine evidenziato che, nelle motivazioni di cui all'esaminata sentenza, il Giudice, richiamando consolidata giurisprudenza (ex multis, Cassaz. Civ. III Sez., n. 458/2009; Cass. Civ,, III Sez., n. 28423/2009) esclude, per tutti i congiunti, la risarcibilità del danno non patrimoniale iure hereditario, stante l'immediatezza del decesso conseguente all'illecito e quindi la non configurabilità in capo al de cuius né di un danno biologico trasferibile agli eredi (costituendo la morte non la massima lesione possibile della salute ma la perdita del bene giuridico della vita) né un danno morale, non essendovi stato il tempo, per la vittima, di maturare la percezione del proprio stato.
fonte: www.altalex.com//Danni non patrimoniali spettano anche alla fidanzata non convivente | Altalex
By Studio Legale Mancino a maggio 24, 2015
Risponde di rapina il soggetto che s’impossessa del telefono della fidanzata allo scopo di leggere gli sms
Con la sentenza in epigrafe la Cassazione ha ritenuto integrato il delitto di rapina nella condotta dell'imputato che, con violenza, sottraeva il telefono cellulare alla ex fidanzata, allo scopo di far leggere al padre di lei gli SMS ivi memorizzati, dai quali si evinceva che la donna lo tradiva con un altro uomo. La S.C. ha così disatteso la doglianza difensiva che faceva leva sull'assenza del dolo specifico (la finalità di perseguire un "ingiusto profitto") richiesto dall'art. 628 c.p.
Sul punto, la Cassazione ha infatti ravvisato, in applicazione di principi giurisprudenziali ormai consolidati, tanto la sussistenza del profitto, qualificandolo come «qualsiasi utilità, anche solo morale, qualsiasi soddisfazione o godimento che l'agente si riprometta di ritrarre, anche non immediatamente, dalla propria azione, purché questa sia attuata impossessandosi con violenza o minaccia della cosa mobile altrui, sottraendola a chi la detiene»; quanto il carattere ingiusto del profitto medesimo, sottolineando come l'imputato, con la condotta in esame, avesse violato il diritto alla riservatezza della persona offesa, nonché inciso negativamente sulla sua sfera della libertà, comprimendone il diritto all'autodeterminazione. La Suprema Corte ha rilevato infatti come «l'instaurazione di una relazione sentimentale tra due persone appartiene alla sfera della libertà e rientra nel diritto inviolabile all'autodeterminazione fondato sull'art. 2 della Costituzione, dal momento che non può darsi una piena ed effettiva garanzia dei diritti inviolabili dell'uomo (e della donna) senza che sia rispettata la sua libertà di autodeterminazione». Gli Ermellini hanno poi precisato che «la libertà di autodeterminazione nella sfera sessuale comporta la libertà di intraprendere relazioni sentimentali e di porvi termine».
La pronuncia della Suprema Corte suscita alcune perplessità in ordine alla nozione di profitto adottata, invero talmente estensiva da rischiare di perdere qualsivoglia portata autenticamente selettiva delle condotte meritevoli del nomen di rapina e dunque della sanzione prevista dall'art. 628 c.p.
In termini generali, la nozione di profitto - concetto richiamato dall'art. 628 c.p. come oggetto del dolo specifico e presente altresì in diversi altri delitti contro il patrimonio - ha ricevuto due diverse interpretazioni, una estensiva ed una restrittiva.
La tesi estensiva prescinde dall'elemento patrimoniale e ricomprende nel concetto di profitto ogni utilità e vantaggio. I sostenitori di tale interpretazione sottolineano come dall'esame del dato letterale non emerga alcun riferimento al carattere necessariamente patrimoniale del profitto e di conseguenza come ogni limitazione, volta ad escludere utilità di tipo morale o psichico, risulterebbe arbitraria.
La tesi restrittiva, invece, assegna al profitto una natura intrinsecamente patrimoniale, o quanto meno economicamente valutabile, anche alla luce della collocazione del delitto di rapina all'interno del titolo dedicato ai reati contro il patrimonio.
Da tempo la giurisprudenza di legittimità è unanime nell'abbracciare la tesi estensiva, qualificando come profitto idoneo ad integrare il delitto di rapina ogni utilità, vantaggio o godimento che il soggetto agente possa trarre, pur in via indiretta, dalla condotta penalmente rilevante; un profitto, quindi, che non debba avere necessariamente natura economico-patrimoniale, bensì anche morale o psichica.
In via esemplificativa, la giurisprudenza ha rinvenuto gli estremi del delitto di rapina in un'ipotesi in cui l'agente ha agito al solo scopo di umiliare la persona offesa, gettando la refurtiva in mare immediatamente dopo essersene impossessato. Ancora, il delitto di cui trattasi è stato ritenuto sussistente nella condotta di alcuni terroristi, che si sono impossessati violentemente di agende, carte e documenti necessari per il compimento di azioni eversive; nel caso di violenza esercitata su un carabiniere, al fine di disarmarlo ed appropriarsi della pistola d'ordinanza; nell'ipotesi di sottrazione violenta, da parte di un detenuto, delle chiavi delle celle in possesso della guardia carceraria, al fine di dare avvio ad una rivolta. Più recentemente, la Cassazione ha ritenuto integrato il delitto di rapina nella condotta di alcuni appartenenti a un "soggetto politico organizzato" che si erano impossessati violentemente della merce esposta in un supermercato, con il dichiarato intento di ottenere uno sconto sulla merce a scopo dimostrativo contro il caro vita, atteso che «in un regime democratico gli obiettivi particolari di politica economica vanno perseguiti liberamente nelle sedi istituzionali e non violando la legge penale».
Con riferimento a vicende legate a rapporti sentimentali, la giurisprudenza ha ravvisato il delitto di cui all'art. 628 c.p. anche nella condotta del soggetto che si è impossessato dei beni nella disponibilità della vittima nel corso di un litigio tra ex-amanti, mosso dallo scopo di ritorsione e vendetta, dovuto alla fine della relazione amorosa. Inoltre, la Corte ha ritenuto che perfino lo scopo di ottenere un bacio in cambio della restituzione del bene sottratto, per quanto trattasi di una finalità prettamente morale, possa integrare l'utilità che qualifica il dolo specifico del delitto di rapina.
Per quanto riguarda poi la "durata del profitto", la giurisprudenza ha correttamente evidenziato come questa sia irrilevante, ben potendosi ritenere integrato il delitto di rapina anche in presenza di un'utilità solo momentanea. Ciò in considerazione dell'assenza, con riferimento al delitto in oggetto, di un'indicazione analoga a quanto previsto dal legislatore in materia di furto d'uso ex art. 626 n.1 c.p.
Autorevole dottrina ha espresso forti critiche all'orientamento giurisprudenziale che include nel concetto di profitto ogni vantaggio o utilità perseguiti dall'agente, sottolineando come una nozione così estensiva porterebbe, con una sorta di interpretatio abrogans, ad annullare la portata selettiva del dolo specifico richiesto dalla norma incriminatrice, che verrebbe quindi degradato ad un profitto in re ipsa, di fatto coincidente con il movente che ha indotto l'agente a delinquere.
Inoltre un'eccessiva depatrimonializzazione del concetto di profitto non pare pienamente coerente con la collocazione sistematica del delitto di rapina, incluso nel titolo XIII del secondo libro del Codice Penale, dedicato ai delitti contro il patrimonio.
Ancora, la notevole afflittività del trattamento sanzionatorio previsto dal legislatore per il reato di cui all'art. 628 c.p., apparirebbe sproporzionata qualora venisse applicata ad un fatto sostanzialmente privo di uno degli elementi costitutivi richiesti, ovvero il dolo specifico di profitto.
In dottrina sono state quindi proposte interpretazioni alternative del concetto di profitto così come delineato dalla giurisprudenza di legittimità.
Mentre un primo filone dottrinale ha qualificato il profitto come vantaggio esclusivamente economico, altra dottrina, ritenendo tale nozione eccessivamente restrittiva, ha proposto un'interpretazione intermedia, che fa leva sull'aspetto patrimoniale, e non solo meramente economico, del profitto, ricomprendendo così «ogni incremento della capacità strumentale del patrimonio di soddisfare un bisogno umano, materiale o spirituale»: un bisogno, quindi, che può essere non solo di carattere economico, ma anche affettivo, religioso, solidaristico, etc. La tesi in questione si fonda sulla concezione giuridico-funzionale-personalistica di patrimonio che - ai fini del diritto penale - ne abbraccia una nozione non limitata all'insieme dei beni economicamente valutabili appartenenti ad un soggetto, bensì comprensiva di quei rapporti giuridici, facenti capo al medesimo, che hanno ad oggetto "cose dotate di funzione strumentale, della capacità quindi di soddisfare bisogni umani, materiali o spirituali". Gli autori che aderiscono alla concezione "intermedia" di profitto hanno, quindi, ritenuto che la sussistenza del delitto di rapina debba essere esclusa nelle ipotesi in cui la condotta dell'agente non fosse finalizzata ad incrementare il suo patrimonio - inteso appunto in senso strumentale e non solo strettamente economico - , come nei casi in cui questi abbia agito per intenti di vendetta, ritorsione, dileggio, disprezzo, ludismo.
Alla luce delle citate critiche dottrinali, emerge quindi come l'orientamento giurisprudenziale maggioritario - nell'estendere la nozione di profitto fino a ricomprendere qualsivoglia utilità che il soggetto attivo possa ottenere dalla condotta di reato - di fatto considera il fine di profitto implicito in ogni condotta di sottrazione ed impossessamento di beni altrui e, in tal modo, giunge ad una sostanziale abrogazione del dolo specifico, espressamente indicato dalla norma per l'integrazione del reato di rapina, giustificandosi con il mero richiamo ai precedenti costanti.
Proprio la vicenda oggetto della sentenza in epigrafe mette in luce le estreme conseguenze alle quali può giungere l'adozione di una nozione di profitto eccessivamente estensiva.
Nel caso di specie, infatti, il soggetto attivo non ha agito al fine di ottenere un incremento del proprio patrimonio; piuttosto, l'uomo è stato mosso da un mero intento di vendetta e ritorsione, ed ha sottratto il telefono cellulare della ex fidanzata al solo scopo di screditare l'immagine di lei agli occhi del padre, rivelandone il tradimento.
Facendo quindi applicazione dell'orientamento dottrinale riportato, la censura che potrebbe essere mossa alla sentenza in epigrafe non riguarda tanto il carattere giusto o ingiusto del profitto perseguito dall'agente, come prospettato dalla difesa dell'imputato, bensì proprio l'assenza di qualsiasi finalità di profitto.
Piuttosto, in considerazione delle modalità violente della condotta posta in essere dall'agente, parrebbe ipotizzabile una diversa qualificazione della stessa a titolo di violenza privata, in quanto l'uomo ha costretto la vittima a tollerare un quid, ovvero, nel caso in esame, l'indebita invasione nella sua sfera individuale realizzatasi con la lettura, di fronte al padre di lei, dei messaggi di carattere personale contenuti nel telefonino.
By Studio Legale Mancino a maggio 23, 2015
Separazione: anche la violazione del dovere di lealtà è causa di addebito
La costante violazione dell'obbligo di lealtà reciproca che caratterizza, non soltanto con riferimento alla sfera sessuale, la comunione affettiva posta alla base del vincolo coniugale, viola i doveri nascenti dal matrimonio ed è causa di addebito della separazione.
La Cassazione – sentenza n. 7132 del 9 aprile 2015 – annulla la decisione della Corte d’Appello di Firenze che aveva escluso l’addebiltabilità della separazione non ritenendo provato il nesso causale tra il comportamento del marito, contrario al dovere di lealtà nei confronti della moglie, e l'irreversibile crisi coniugale.
La moglie aveva ottenuto ragione dal Tribunale, ma in appello i fatti narrati erano stati considerati privi di rilevanza ai fini dell’addebito per violazione di uno dei doveri matrimoniali.
La moglie lamentava, in primo luogo, che il marito avesse interrotto a sua insaputa il progetto di fecondazione assistita dopo che la stessa si era sottoposta a molteplici cure e a terapie invasive. In secondo luogo, il marito aveva nascosto originariamente la sua dipendenza dagli alcolici e successivamente, la ricaduta nel vizio, nonostante l'assistenza e la solidarietà della moglie.
Ricorrendo in Cassazione, la donna faceva rilevare che la Corte d'Appello, nell'escludere il nesso di causalità, non avrebbe considerato l’incidenza delle due violazioni sulla fiducia reciproca che invece deve caratterizzare un’unione coniugale.
La Cassazione accoglie le censure della ricorrente. La Corte d’Appello ha errato nel considerare separatamente le condotte e non ritenerle quali cause della violazione del dovere di lealtà che caratterizza la comunione spirituale e materiale posta a base dell'affectio coniugalis.
Il fatto che il marito avesse tenuto nascosto alla moglie di essere lui a non poter procreare e il fatto di aver abbandonato, a sua insaputa, il progetto di fecondazione assistita che avevano inizialmente condiviso, senza neppure avvertire la moglie, deve essere considerato come condotta causale dell’intollerabilità della convivenza. Le stesse considerazioni valgono in relazione all’alcolismo dell’uomo, tenuto celato alla moglie dopo che la stessa si era adoperata per far superare la dipendenza al marito.
Entrambe le condotte costituiscono una reiterata e costante violazione dell'obbligo di lealtà nei confronti del coniuge e hanno causato la crisi matrimoniale.
Secondo il consolidato principio della giurisprudenza di legittimità, infatti, la pronuncia di addebito non può fondarsi soltanto sulla violazione dei doveri coniugali posta dall’art. 143 c.c. (Cass. civ. n. 18074/2014).
Di recente il Tribunale di Milano ha dato una chiara definizione dei doveri che nascono dal matrimonio, includendovi il dovere di lealtà che impone di mantenere, anche nei momenti di difficoltà e criticità – siano esse soggettive o oggettive, affettive o di relazione, razionali o emotive – un comportamento improntato alla correttezza e alla coerenza con i valori condivisi che hanno portato all’unione della coppia.
Violazione di un dovere coniugale è anche tradire la fiducia personale del coniuge, intesa come aspettativa di regolarità e continuità nel comportamento dei componenti la coppia, che impone di non manipolare la comunicazione, e di fornire sempre una rappresentazione autentica, non parziale né mendace, delle proprie condotte e che pretende la sincerità, non il ricorso alla menzogna e all'inganno (Trib. Milano n. 15400/2014).
fonte: www.altalex.com//Separazione: anche la violazione del dovere di lealtà è causa di addebito | Altalex
By Studio Legale Mancino a maggio 22, 2015
Minacce verso l’ex-compagna, il “turbinio di emozioni” non esclude il dolo
Il giudice di pace di Chiari assolve un imputato dal reato di minaccia (art. 612 c.p.) perché il fatto non costituiva reato. Nonostante l’uomo avesse effettivamente pronunciato le frasi contestate all’indirizzo dell’ex-compagna, secondo il giudice mancava l’elemento psicologico del reato, in quanto la volontà dell’imputato era compromessa «da un turbinio di emozioni e sentimenti di varia natura esplicantesi in comportamenti più a scapito di sé stesso che della ex-compagna», con cui era in contrasto per le modalità di visita della figlia.
Il pm ricorre in Cassazione, contestando l’esclusione della sussistenza dell’elemento soggettivo e deducendo che l’efficacia intimidatoria della minaccia deve essere apprezzata in astratto e non rispetto all’effettivo turbamento generato nella persona offesa. La Cassazione (sentenza 18184/15) sottolinea che il riferimento alla necessità di accertare l’effettivo timore causato nella persona offesa dall’espressione adoperata, anche se inesatto, non aveva rilievo nel caso di specie, in quanto il gdp non aveva escluso la sussistenza dell’elemento oggettivo del reato.
I giudici di legittimità rilevano però che la sentenza, senza giungere ad escludere la capacità di intendere e di volere dell’imputato, sembrava aver dato rilievo a stati emotivi penalmente irrilevanti, ai sensi dell’art. 90 c.p., e, a fronte del tenore dell’espressione indirizzata contro la persona offesa, valorizzava un istinto di morte dell’imputato, il quale però non escludeva l’elemento soggettivo del reato.
Nel delitto di minaccia, il dolo, come componente del fatto contestato, consiste nella cosciente volontà di minacciare ad altri un ingiusto danno ed è diretto a provocare l’intimidazione del soggetto passivo, senza che sia necessario che in tale volontà sia compreso il proposito di tradurre in atto il male minacciato: oggetto del delitto è unicamente l’azione intimidatrice. Per questi motivi, la Corte di Cassazione accoglie il ricorso e rimanda la decisione ai giudici di merito.
Fonte: www.dirittoegiustizia.it /Minacce verso l’ex-compagna, il “turbinio di emozioni” non esclude il dolo - La Stampa
By Studio Legale Mancino a maggio 20, 2015
Quasi 100 grammi di eroina a disposizione: ‘principio attivo’ contenuto, ma lo spaccio è comunque grave
Giovane beccato con 93 grammi di eroina a disposizione. Impensabile, ovviamente, l’idea di una scorta ad uso esclusivamente personale. Consequenziale considerare la sostanza stupefacente destinata ad un ampio giro di spaccio. Condanna inevitabile per l’uomo, che non può neanche puntare all’ipotesi della «lieve entità». A suo sfavore i precedenti penali – che ne attestano una notevole professionalità nel settore... – e il fatto che dal quantitativo di droga da lui posseduto fosse possibile tirar fuori ben 46 dosi, ricorrendo, peraltro, a materiali ‘di taglio’ pericolosi per i consumatori (Cassazione, sentenza 18748/15).
Non hanno avuto dubbi i giudici di merito sulla «responsabilità» dell’uomo: per loro, difatti, la droga rinvenuta – «quasi 100 grammi di eroina» – è destinata a una grossa «attività di spaccio». Insostenibile, quindi, sempre ad avviso dei giudici, l’idea della «lieve entità» dei fatti addebitati all’uomo. Su questo punto, però, cioè sulla «lieve entità», il presunto spacciatore ribatte, di nuovo, col ricorso in Cassazione, richiamando, a proprio favore, la «esiguità del ‘principio attivo’» e l’«assenza di bilancini di precisione e di materiali da confezionamento della sostanza stupefacente».
Nonostante tutto, però, l’obiettivo della «lieve entità» diventa una chimera per l’uomo. Anche per i giudici del ‘Palazzaccio’, difatti, è lapalissiana la gravità della condotta tenuta dallo spacciatore. Già «il dato ponderale» è «ostativo alla configurabilità della lieve entità», poiché l’uomo è stato «trovato in possesso di circa 100 grammi di eroina, che, pur in presenza di una percentuale di ‘principio attivo’ non particolarmente elevata, risultano comunque idonei al confezionamento di 46 dosi medie singole» e quindi tali «da consentire una reiterata attività di spaccio, rivolta a svariati clienti ed atta a procurare guadagni di una certa consistenza». E su questo fronte, aggiungono i giudici, è logico pensare che «lo stupefacente fosse destinato a collaudati, e non occasionali, canali di spaccio», alla luce della «‘professionalità’ acquisita, nel campo» dall’uomo e «attestata da ben quattro precedenti penali specifici, per fatti posti in essere dal 2001 al 2010»
Per chiudere il cerchio, poi, non si può trascurare un altro particolare non secondario: proprio la presenza di «un quantum di ‘principio attivo’ non molto elevato» conduce a ritenere scontato l’«utilizzo di materiali ‘da taglio’», con «conseguente maggior pregiudizio per la salute dei consumatori». Di conseguenza, tirando le somme, per i giudici del ‘Palazzaccio’ è da confermare in toto la condanna nei confronti dell’uomo, azzerando completamente l’ipotesi della «lieve entità».
Fonte: www.dirittoegiustizia.it /Quasi 100 grammi di eroina a disposizione: ‘principio attivo’ contenuto, ma lo spaccio è comunque grave - La Stampa
Versare il mantenimento all’ex in modo parziale e con ritardo è reato
Violazione degli obblighi di assistenza familiare: l’inadempimento solo parziale non impedisce l’incriminazione.
Un mese sì e uno no; e l’altro, magari con diversi giorni di ritardo: versare a singhiozzo, o con una lentezza estenuante, il mantenimento alla ex moglie e ai figli fa scattare il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare. Non ci si salva neanche dimostrando di aver adempiuto saltuariamente e solo laddove le condizioni lo consentivano. È quanto precisato dalla Cassazione con una sentenza di poche ore fa [1].
Inutile, secondo i giudici supremi, tentare di ottenere uno sconto sulla condanna facendo leva sul fatto che le inadempienze siano state sporadiche ed estemporanee. La presenza di un sia pur minimo reddito, tanto da consentire di aiutare la moglie e i figli, garantendo loro i necessari mezzi di sussistenza, non conosce sconti.
La condizione di impossibilità economica dell’obbligato esclude la possibilità che si possa configurare il reato solo se essa si estenda a tutto il periodo di tempo nel quale si sono reiterate le inadempienze e se consista in una situazione incolpevole di indisponibilità di introiti sufficienti a soddisfare le esigenze minime di vita degli altri familiari.
Pertanto, la responsabilità per omessa prestazione dei mezzi di sussistenza non è giustificata dall’incapacità di adempiere ogniqualvolta questa sia dovuta, anche solo parzialmente, a colpa dell’agente (si pensi al disoccupato che non si preoccupa di trovare nuova occupazione o che si sia dimesso dal lavoro per incompatibilità ambientali).
Dunque, l’indicazione della condizione di disoccupato non è di per sé solo sufficiente a far venire meno l’obbligo di fornire i mezzi di sussistenza alla famiglia: è necessario che, oltre a ciò, il soggetto obbligato al versamento dimostri che le sue difficoltà economiche si siano tradotte in uno stato di vera e propria indigenza economica e nell’impossibilità di adempiere, sia pure in parte, alla suddetta prestazione [2].
[1] Cass. sent. n. 20133/15 del 14.05.15.
[2] Cass. sent. n. 35612/2011. Trib. Napoli, sent. n. 12494 del 19.10.2012.
Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 31 marzo – 14 maggio 2015, n. 20133
Presidente Agrò – Relatore Rotundo
1. C.R. ha proposto, tramite il suo difensore, ricorso per cassazione avverso la sentenza indicata in epigrafe, con la quale, in data 22­5-14, la Corte di Appello di Caltanissetta, sezione 2° penale, ha confermato la condanna, con attenuanti generiche, alla pena di mesi due di reclusione e euro duecento di multa pronunciata nei suoi confronti in primo grado per il reato di cui all’art. 570 c.p., per avere fatto mancare i mezzi di sussistenza alla moglie D.S.M., ai figli minori E.L.e R.S. e al figlio maggiorenne, non versando o versando in modo parziale e non puntuale l’assegno di mantenimento pari a euro novanta mensili stabilito dal Tribunale civile di Caltanissetta in sede di separazione. Il ricorrente deduce violazione di legge e vizio di motivazione in punto di affermazione della penale responsabilità per il reato di cui all’art. 570 c.p. a lui ascritto, sostenendo che a Corte di Appello non avrebbe adeguatamente considerato che nel caso in esame si sarebbe trattato di inadempienze sporadiche ed estemporanee, non volontarie, non serie e non sufficientemente protratte. A parte il fatto che nella sentenza impugnata si sarebbe errato neòl definire esiguo l’importo mensile da versare, posto che la somma di novanta euro mensili fissata dal Tribunale come assegno di mantenimento andava rapportata a quella di duecentoquaranta euro mensili, percepita quale pensione di invalidità da esso C..
2. II ricorso deve essere dichiarato inammissibile per genericità e per manifesta infondatezza.
La Corte di Appello ha, infatti, già esaminato e respinto, con adeguata motivazione, le censure oggi riproposte, rilevando che le risultanze processuali avevano dimostrato che l’imputato, pur essendo formalmente disoccupato e invalido civile, aveva sempre lavorato presso il negozio di mobili dei fratello, ricevendone un congruo reddito, tanto da poter aiutare economicamente il padre che versava in pessime condizioni e, tuttavia, non aveva versato per lunghi periodi alla moglie ed ai figli i necessari mezzi di sussistenza.
Ne deriva che l’attuale ricorso risulta sostanzialmente basato su doglianze non consentite in sede di giudizio di legittimità. Le censure dei ricorrente attengono invero alla valutazione della prova, che rientra nella facoltà esclusiva del giudice di merito e non può essere posta in questione in sede di giudizio di legittimità quando fondata su motivazione congrua e non manifestamente illogica. Nel caso di specie, i giudici di appello hanno preso in esame tutte le deduzioni difensive e sono pervenuti alla conferma della sentenza di primo grado attraverso un esame completo ed approfondito delle risultanze processuali, in nessun modo censurabile sotto il profilo della congruità e della correttezza logica.
3. Consegue alla dichiarazione di inammissibilità dei ricorso la condanna dei ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro mille, determinata secondo equità, in favore della Cassa delle ammende.
fonte: www.laleggepertutti.it/Versare il mantenimento all’ex in modo parziale e con ritardo è reato
By Studio Legale Mancino a maggio 16, 2015
By Studio Legale Mancino a maggio 13, 2015
Troppo alcool per l'anziano: condannato per aver guidato la propria bici
Forse qualche bicchiere di vino di troppo, o, magari, un ‘assaggio’ di grappa, certo è che l’andamento, su due ruote, dell’arzillo vecchietto pare davvero strano... Sospetti legittimi, come conferma l’etilometro: il tasso alcolemico dell’uomo, fermato alla guida della propria bicicletta, è pari a 0,9 grammi per litro. Consequenziale, e legittima, la condanna, nonostante il veicolo impiegato dall’uomo non sia dotato di motore (Cassazione, sentenza 17684/15).
Linea di pensiero comune per il Giudice per le indagini preliminari e per i giudici d’Appello: da sanzionare un uomo – di quasi 75 anni – beccato alticcio a guidare la propria bicicletta. Secondo l’anziano amante delle ‘due ruote’, però, vi è una evidente «violazione di legge», poiché il reato contestatogli, ossia l’aver «guidato sotto l’effetto dell’alcool», non è plausibile laddove, come in questo caso, «non si guidi un veicolo a motore». Da rimettere in discussione, quindi, secondo l’uomo, la condanna. Ma le obiezioni mosse dal ciclista non sono ritenute dotate di valore dai giudici della Cassazione. Questi ultimi, difatti, ribadiscono la «rilevanza penale» della «condotta di guida in stato di ebbrezza» qualora «il mezzo di circolazione sia una bicicletta», e ciò «indipendentemente dall’applicabilità delle sanzioni amministrative accessorie» – come la «sospensione della patente di guida» – previste dalla «norma». Di conseguenza, «il reato di guida in stato di ebbrezza può essere commesso» anche «attraverso la conduzione di una bicicletta», rivestendo, in tale ottica, «un ruolo decisivo la concreta idoneità del mezzo» – alla luce delle precarie condizioni della persona che utilizza quel mezzo – a «interferire sulle generali condizioni di regolarità e di sicurezza della circolazione stradale». Da confermare, senza alcun dubbio, concludono i giudici, la condanna per l’anziano ciclista.
Fonte: www.dirittoegiustizia.it /Troppo alcool per l'anziano: condannato per aver guidato la propria bici - La Stampa
By Studio Legale Mancino a maggio 12, 2015
Il destinatario va cercato o notifica ko
La notificazione eseguita ai sensi dell’articolo 140 del cpc, prevista nei casi di irreperibilità temporanea del destinatario presso la sua abitazione, è nulla se l’agente notificatore non indica le ragioni specifiche per le quali ha dovuto ricorrere a tale procedura e, soprattutto, se non dà contezza delle infruttuose ricerche del destinatario nel luogo ove doveva avvenire la notifica. Tali informazioni devono essere apposte sulla relata di notifica, per consentire, a posteriori, di verificare la sussistenza di tutte le condizioni per ricorrere alla notificazione del plico con deposito presso la casa comunale, nonché il compimento di tutte le formalità ivi previste. Con queste motivazioni, che si leggono nella sentenza n. 3188/11/14 della Ctp di Bari (depositata lo scorso 12 dicembre), è stata annullata una cartella di pagamento recante iscrizioni a ruolo per oltre 2 milioni di euro. Quanto stabilito dai giudici pugliesi ricalca quello che è il pensiero della Cassazione espresso nella sentenza n. 20098 del 18 settembre 2009. In questa sentenza il collegio supremo stabilisce che per ricorrere alla procedura di cui all’articolo 140 cpc il notificatore dovrà indicare le ragioni per cui non ha proceduto secondo le forme di cui all’articolo 139 cpc descrivendo, in particolare le infruttuose ricerche del destinatario.
fonte: www.italiaoggi.it//Il destinatario va cercato o notifica ko - News - Italiaoggi
By Studio Legale Mancino a maggio 09, 2015