Source: https://www.docsity.com/it/domande-diritto-privato-36-1/710251/
Timestamp: 2018-03-18 07:52:34+00:00
Document Index: 98081121

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Domande diritto privato - Docsity
Domande di esame Diritto Privato Comparato
therokko1 giugno 2016
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domande diritto privato, Domande di esame di Diritto Privato Comparato. Università degli Studi di Firenze
Diritto Privato Comparato,Economia
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DOMANDE	DI	DIRITTO	PRIVATO
1)Clausole	vessatorie.
Con	riferimento	all’art.	1341	c.c.,	regole	contrattuali	predisposte	da	uno	dei	contraenti,	volte	a	stabilire
limitazioni	di	responsabilità,	facoltà	di	recedere	dal	contratto	o	di	sospenderne	l’esecuzione,	ovvero	a	porre	a	carico	dell’altro	contraente	decadenze,	limitazioni	o	restrizioni	della	libertà	contrattuale	nei	rapporti	con	i	terzi,	per	le	quali	era	richiesta	una	specifica	approvazione	per	iscritto.
Una	nuova	disciplina	delle	clausole	vessatorie	(dette	anche,	con	altra	terminologia,	clausole	abusive)	è	stata
aggiunta	nell’ordinamento	italiano	in	recezione	di	una	direttiva	comunitaria	del	1993,	dapprima	nel	Codice	civile	(artt.	1469	bis	ss.),	quindi,	con	un	solo	chiarimento	significativo	–	nullità	e	non	mera	inefficacia	–	negli	artt.	33-­‐38	(nonché	139-­‐141)	del	Codice	del	consumo	(d.lgs.	n.	206/2005).	Sono	considerate	vessatorie	le
clausole	inserite	in	un	contratto,	concluso	tra	un	professionista	e	un	consumatore,	che	«malgrado	la	buona	fede,	determinano	a	carico	del	consumatore	un	significativo	squilibrio	dei	diritti	e	degli	obblighi	derivanti	dal	contratto».	La	qualifica	formale	di	consumatore	–	la	persona	fisica	che	agisce	per	scopi	estranei
all’attività	professionale	eventualmente	svolta	–	acquista,	nelle	c.	vessatorie,	uno	specifico	significato	di	parte	economicamente	debole.	Per	eliminare	questo	squilibrio	il	Codice	del	consumo	considera	nulle	le	clausole	elencate	nell’art.	33,	a	meno	che	siano	state	oggetto	di	una	trattativa	individuale.
Tra	le	clausole	vessatorie	più	diffuse,	figurano:	l’apposizione	di	una	clausola	penale;	l’attribuzione	al	solo
professionista	della	facoltà	di	recesso;	la	clausola	che	consente	al	professionista	di	recedere	da	contratti	a	tempo	indeterminato	senza	un	ragionevole	preavviso,	salvo	il	caso	di	giusta	causa,	o	che	consente	al	professionista	di	modificare	unilateralmente	le	clausole	del	contratto,	ovvero	le	caratteristiche	del	prodotto
o	del	servizio	da	offrire,	senza	un	giustificato	motivo	indicato	nel	contratto	stesso;	la	clausola	che	limita	o	esclude	l’eccezione	di	inadempimento	da	parte	del	consumatore;	la	clausola	che	sancisce	a	carico	del	consumatore	decadenze,	limitazioni	della	facoltà	di	opporre	eccezioni,	deroghe	alla	competenza
dell’autorità	giudiziaria,	limitazioni	all’adduzione	di	prove,	inversioni	dell’onere	della	prova,	restrizioni	alla	libertà	contrattuale	nei	rapporti	con	i	terzi;	la	clausola	che	stabilisce	come	sede	del	foro	competente	sulle	controversie	una	località	diversa	da	quella	di	residenza	o	di	domicilio	elettivo	del	consumatore.	Numerose
deroghe	sono	espressamente	previste	per	i	contratti	che	hanno	a	oggetto	la	prestazione	di	servizi	finanziari.	Non	sono	vessatorie	le	clausole	che	riproducono	disposizioni	di	legge	o	norme	contenute	in	convenzioni	internazionali	delle	quali	siano	stati	parti	contraenti	tutti	gli	Stati	dell’Unione	Europea.	La	nullità	di	una	o
più	clausole	non	si	propaga	al	contratto,	che	rimane	valido	per	il	resto.	L’art.	36,	n.	2,	indica	tre	clausole	che	sono	sempre	nulle.	La	nullità	opera	a	vantaggio	del	consumatore	e	può	essere	rilevata	d’ufficio	dal	giudice.
2)Responsabilità	oggettiva.
La	responsabilità	è	oggettiva	quando	prescinde	dall’elemento	soggettivo	(dolo	o	colpa):	ad	esempio,	la	responsabilità	per	l’esercizio	di	attività	pericolose,	per	il	danno	cagionato	da	animali,	da	rovina	di	edificio,
da	cose	in	custodia.	Il	campo	della	responsabilità	oggettiva	si	estende	sempre	più,	come	sopra	è	stato	detto,	sia	per	la	difficoltà	della	prova	di	un	nesso	di	causalità	fra	condotta	di	un	soggetto	e	danno,	sia	per	la
necessità	sociale	di	provvedere	in	ogni	caso	al	risarcimento	del	danno	cagionato	da	attività	particolarmente	pericolose,	sia	per	contenere	entro	limiti	accettabili	la	misura	della	responsabilità,	pur	nel	rispetto	dell’adeguatezza	del	risarcimento.
3)Cause	di	nullità	e	annullabilità.
Le	parole	nullità	e	annullabilità	indicano	due	diverse	specie	d'invalidità	del	negozio	giuridico.	Si	ha	nullità
quando	il	negozio	giuridico	(v.)	non	può	produrre	gli	effetti	che	sono	suoi	proprî	negozio,	affetto	da	qualche	vizio,	è	considerato	esistente	e	avente	piena	efficacia,	fino	a	che	la	persona,	interessata	e	legittimata	a	far	valere	il	vizio,	non	ne	provochi	l'annullamento.	Impropriamente	il	codice	civile	italiano	adopera	il	termine
nullità	anche	nei	casi	in	cui	si	ha	annullabilità:	l'imprecisa	terminologia	è	derivata	dal	codice	francese	che,	del	resto,	la	importò	dal	diritto	comune.	La	nullitá	del	negozio	giuridico	può	essere	originaria	o	successiva:	la	prima	colpisce	il	negozio	nel	momento	stesso	della	sua	costituzione;	la	seconda	sopravviene	quando	il
negozio	è	già	perfetto	(così	nel	caso	del	testamento	fatto	da	chi	viene	poi	condannato	alla	pena	dell'ergastolo).	Gli	effetti	di	questa	imalidazione	saccessiva	sono	gli	stessi	della	nullità	originaria.
Le	cause,	ehe	rendono	il	negozio	giuridico	nullo,	si	sogliono	ricondurre	a	una	delle	seguenti:1.	o	nullità	del	negozio	perché	urtante	contro	norme	dettate	nell'interesse	pubblico,	quindi	imperative,	assolute,	non
derogabili	dalla	volontà	del	privato	(riconoscimento	d'un	figlio	adulterino,	patto	di	non	prestare	il	dolo);	2.	o	nullità	del	negozio	perché	manca	uno	degli	elementi	necessarî	alla	sua	esistenza	giuridica.	La	nullità	non	è	sempre	dichiarata	dalla	legge:	se	questa	in	alcuni	casi	la	dichiara	(ad	es.	negli	articoli	1056,	1314,	1418,
1459,	1460,	1461	cod.	civ.),	ciò	non	vuol	dire	che	nullità	non	si	abbia	in	altri	casi:	è	compito	dell'interprete	desumerla	dai	principî	che	informano	il	sistema	giuridico.	La	nullità	può	essere	totale	o	parziale:	nel	primo	caso	il	vizio	colpisce	l'intera	dichiarazione	e	ogni	parte	del	negozio,	nel	secondo	una	clausola	accessori:i	o
un	elemento	non	principale.	Quando	questo	secondo	caso	si	verifica,	si	applica	-­‐	almeno	in	linea	generale	-­‐	il	principio:	lutile	per	inutile	non	vitiatur.	Così	la	fideiussione	che	eccede	il	debito	è	valida	soltanto	nella	misura	dell'obbligazione	principale	(art.	1900	cod.	civ.).	Talvolta,	per	quanto	eccezionahente,	la	legge
italiana	pronuncia	anche	in	questo	secondo	caso	la	nullità	di	tutto	il	negozio;	così	per	gl'interessi	stipulati	in	misura	eccedente	il	tasso	legale	e	non	risultanti	da	atto	scritto:	se	questo	manca,	tutta	la	convenzione	è	nulla	e	non	è	dovuto	alcun	interesse	neppure	entro	la	misura	legale	(art.	1831	cod.	civ.).
Il	negozio	giuridico	nullo	non	produce	alcun	effetto,	senza	che	vi	sia	bisogno	d'impugnatna	della	parte	per
impedire	che	esso	ne	produca	né	di	una	pronuncia	del	giudice,	la	quale,	se	anche	intervenisse,	avrebbe	soltanto	valore	dichiarativo:	la	nullità	può	essere	fatta	valere	da	chiunque	vi	abbia	interesse	e	non	può	essere	sanata	in	alcun	modo,	neppure	col	decorso	del	tempo:	quod	initio	vitiosum	est	non	potest	tractu
temporis	convalescere	(Dig.,	L,	17,	de	div.	reg.	iur.,	29).	Sembra	un	principio	veramente	eccezionale,	benché	taluno	(E.	Finzi)	lo	contesti,	quello	contenuto	nell'art.	1311	cod.	civ.	che	ammette	potersi	consolidare	il	testamento	e	la	donazione,	nulli	per	vizî	di	forma,	mediante	conferma	o	esecuzione	volontaria	da	parte
degli	eredi	o	aventi	causa	dal	donante.	Talvolta	il	negozio,	nullo	come	negozio	d'un	dato	tipo,	può	contenere	in	sé	gli	elementi	sostanziali	e	formali	d'un	altro	tipo;	allora	ha	luogo	la	cosiddetta	conversione	dei	negozî	giuridici:	la	conversione	è	sostanziale,	se	il	negozio	valido	è	strutturalmente	diverso	dal	negozio
nullo;	formale,	se	tra	il	negozio	nullo	e	quello	valido	c'è	soltanto	la	diversità	della	forma	(il	prestito	a	cambio	marittimo	può	valere	come	mutuo	semplice:	art.	590	cod.	comm.).	In	alcuni	casi	(ad	es.	con	gli	articoli	804,
1316	cod.	civ.;	590	cod.	comm.)	la	conversione	è	operata	dalla	legge.	La	conversione	è	fondata	sul	presupposto	che	l'agente	deve	avere	la	coscienza	del	negozio	che	compie,	ma	non	è	necessario	che	avverta	la	natura	giuridica	del	negozio	stesso.
Il	negozio	giuridico	annullabile	esiste,	ma,	per	il	vizio	che	lo	colpisce,	può	essere	giudizialmente	annullato
con	effetto	retroattivo.	Un	limite	all'efficacia	dell'annullamento	si	ha	soltanto	nei	casi	dell'art.	1307	cod.	civ.	L'annullabilità	ha	luogo:	1.	per	l'incapacità	di	agire	della	persona	che	compie	il	negozio	(minore,	interdetto,	inabilitato);	2.	per	l'inosservanza	delle	forme	prescritte	a	tutela	degl'incapaci	negli	atti	che	si	compiono	per
loro	conto;	3.	per	vizio	del	consenso,	causato	da	dolo,	violenza,	errore.	La	persona	legittimata	a	provocare	l'annullamento	del	negozio	è	di	regola	soltanto	quella	affetta	da	incapacità,	e	quella	che	dell'incapace	ha	la	rappresentanza	o	l'assistenza	(genitore	investito	della	patria	potestà	tutore,	curatore),	o	la	persona	il	cui
consenso	fu	viziato.	L'invalidità	non	può	esser	fatta	valere	né	dalle	persone	che	abbiano	contrattato	con	la	persona	incapace	(art.	1107	cod.	civ.)	né	dai	terzi.	Soltanto	per	il	negozio	compiuto	dall'interdetto	per	causa	di	pena,	l'incapacità	può	essere	opposta	da	chiunque	vi	abbia	interesse	(art.	1107	cod.	civ.	capoverso).	Il
diritto	romano	provvedeva	all'annullamento	mediante	l'istituto	pretorio	della	restitutio	in	integrum,	e	così	vi	era	restitutio	in	integrum	propter	dolum,	propter	metum,	propter	minorem	aetatem;	l'antico	diritto	francese	con	les	lettres	de	rescission;	il	diritto	moderno	con	l'azione	di	annullamento.	Quest'azione	si	può
esperire	utilmente	nel	quinquennio	dal	giorno	in	cui	è	cessata	l'incapacità	o	la	causa	che	produceva	il	vizio	del	consenso:	se	il	diritto	di	annullamento	si	esercita	per	via	di	eccezione,	questa	dura	finché	dura	l'azione,	secondo	il	noto	adagio:	quae	teuiporalia	ad	agendum	perpetua	ad	excipiendum.	L'atto	annullabile	può
essere	sanato	o	col	decorso	del	termine	entro	il	quale	la	legge	restringe	il	diritto	d'agire	per	l'annullamento,	o	per	rinuncia	al	diritto	d'impugnatna,	o	per	conferma	(v.	ratifica;	rinuncia).
Dalla	nullità	e	dall'annullabilità	devono	essere	tenuti	distinti	i	concetti	di	rescindibilità,	di	revocabilità,	di	riducibilità,	di	risolubilità.	Presupposto	della	rescindibilità	non	è	l'incapacità	della	persona	o	un	vizio	del
consenso,	ma	una	lesione	(v	.).	L'azione	di	rescissione	ha	durata	varia:	due	anni	dal	giorno	del	contratto	per	la	rescissione	della	compravendita	immobiliare	(art.	1531	cod.	civ.);	cinque	anni	dal	giorno	dell'atto	divisionale	per	la	rescissione	della	divisione	(art.	1300	cod.	civ.).	Presupposto	della	revocabilità	è	il
compimento	di	atti	da	parte	del	debitore	in	frode	delle	ragioni	dei	creditori:	art.	1235	cod.	civ.	(v.	revoca)	e	presupposto	della	riducibilità	è	il	diritto	a	una	quota	parte	di	eredità	spettante	ai	cosiddetti	legittimarî	(v.	successione	ereditaria);	nel	primo	caso	i	creditori,	con	l'azione	revocatoria,	chiedono	l'annullamento	degli
atti	compiuti	dal	debitore,	nel	secondo	i	legittimarî	con	l'azione	di	riduzione	chiedono	la	riduzione	delle	disposizioni	testamentarie	e	delle	donazioni,	in	quanto	ledano	i	loro	diritti	e	nella	misura	in	cui	li	ledono.	Presupposto	della	risolubilità	è	quella	particolare	situazione	in	cui	il	negozio	viene	posto	da	una	condizione
che	vi	inerisce:	il	verificarsi	della	condizione	ne	determina	la	risoluzione.
4)Fatto	illecito.
Il	cod.	civ.	del	1942	ha	abolito	la	sistematica	e	la	terminologia	di	"delitti"	e	"quasi	delitti"	adoperata	dal	codice	del	1865	e	ha	adottato	l'altra,	più	precisa,	di	"fatti	illeciti"	per	comprendere	in	essa	qualsiasi	fatto,	doloso	o	colposo,	capace	di	cagionare	ad	altri	un	danno	ingiusto,	il	quale	deve	essere	risarcito	dall'autore
del	danno	stesso.	Le	relative	disposizioni,	alcune	delle	quali	portano	un	notevole	mutamento	nella	disciplina	dell'istituto,	sono	contenute	negli	articoli	2043-­‐2059	del	codice	stesso.
5)Articolo	2043.Risarcimento	per	fatto	illecito.
“Qualunque	fatto	doloso	o	colposo	che	cagiona	ad	altri	un	danno	ingiusto,	obbliga	colui	che	ha	commesso	il
fatto	a	risarcire	il	danno.”
Danno	per	fatto	illecito.	La	responsabilità	da	fatto	illecito	comporta	l'obbligo	di	risarcire	il	danno	cagionato	alla	vittima	e	danno	deve	considerarsi	tanto	il	lucro	cessante	quanto	la	perdita	effettiva,	tanto	la	minorazione	del	patrimonio	quanto	il	turbato	godimento	di	ogni	altro	bene	immateriale.	Nel	campo	della
responsabilità	extracontrattuale,	è	risarcibile	ogni	danno,	anche	se	mediato	ed	indiretto	rispetto	al	fatto	generatore,	ed	è	sempre	risarcibile	per	intero,	qualunque	sia	il	grado	e	l'intensità	della	colpa,	sia	o	meno	prevedibile	l'evento,	sempre	che	tra	fatto	e	danno	sussista	il	nesso	di	causalità.	È	stato	così	ripudiato	il
principio	di	commisurare	il	risarcimento	al	grado	della	colpa.
Come	il	creditore	nell'inadempimento	contrattuale,	così	il	danneggiato	da	fatto	illecito	ha	diritto	innanzi	tutto	ad	esser	reintegrato	in	forma	specifica	nella	situazione	patrimoniale	anteriore	allo	evento	dannoso	e,	solo	ove	tale	reintegrazione	si	manifesti	eccessivamente	onerosa	per	il	danneggiante,	il	giudice	è
autorizzato	a	sostituire	il	risarcimento	per	equivalente	economico.
Il	nuovo	cod.	civ.	prevede	il	caso	di	danno	cagionato	da	persona	incapace	di	intendere	e	di	volere	(art.	2047)	e	consente	al	giudice	di	attribuire,	in	considerazione	delle	condizioni	economiche	delle	parti,	al	danneggiato	se	non	l'intero	risarcimento,	almeno	una	equa	indennità.
Circa	la	responsabilità	solidale	tra	i	compartecipi	di	un	fatto	dannoso,	nulla	è	stato	innovato,	ma	ad
eliminare	ogni	dubbio	è	stato	affermato	il	diritto	di	regresso,	contro	i	compartecipi,	di	colui	che	ha	risarcito	il	danno.	Il	nuovo	cod.	ha	ritenuto	opportuno	non	discostarsi	dal	principio	che	i	danni	morali	-­‐	ossia	quegli	effetti	dell'illecito	che	non	hanno	natura	patrimoniale	-­‐	sono	risarcibili	solo	quando	derivino	da	un	reato.
La	recente	legislazione	ha	resistito	alle	sollecitazioni	di	estendere	la	risarcibilità	a	tutti	i	danni	non
patrimoniali,	avvertendo	che	soltanto	nel	caso	di	reato	l'aggressione	all'ordine	giuridico	si	manifesta	più	íntensa	e	più	sentito	è	il	bisogno	di	una	completa	e	più	energica	riparazione.	L'art.	2059	prevede	altresì	la	risarcibilità	dei	danni	morali	in	forma	diversa	dall'assegnazione	di	un'indennità	pecuniaria.	Ispirandosi	a	tale
criterio	la	giurisprudenza	ha	stabilito	che	il	danneggiato	dal	fatto	illecito	altrui	ha	il	diritto	di	conseguire	un	risarcimento	tale	da	annullare	ogni	conseguenza	economica	dell'evento	dannoso	e	che	pertanto	l'accertamento	del	danno,	rapportato	al	momento	in	cui	si	verificò	l'evento	lesivo	fa	soltanto	sorgere	nel
danneggiato	un	diritto	di	credito	per	una	somma	di	danaro	quale	misura	del	pregiudizio	patito.	Tale	somma,	dovendo	valere	come	mezzo	di	risarcimento,	dovrà	costituire	l'equivalente	del	danno	calcolato	all'epoca	della	liquidazione,	tenendosi	conto	della	contingente	realtà	economica	e	cioè	del	diminuito	potere
di	acquisto	della	moneta	al	momento	in	cui,	per	ripristinare	la	situazione	patrimoniale	anteriore,	viene	concretamente	stabilita	la	quantità	della	prestazione	dovuta.
6)Obbligazione	pecuniaria.
L'obbligazione	pecuniaria	è	l'obbligazione	che	ha	per	oggetto	la	dazione	di	una	somma	di	denaro.	Il	codice
civile	italiano	disciplina	tale	specie	di	obbligazione	agli	art.	1277	e	seguenti	in	ossequio	all'importanza	che	assume	l'obbligazione	pecuniaria	nella	vita	commerciale.
Il	codice	civile	stabilisce	all'art.	1277	che	i	debiti	pecuniari	si	estinguono	con	moneta	avente	corso	legale	nello	Stato	al	tempo	del	pagamento	e	per	il	suo	valore	nominale.	È	questo	quello	che	viene	definito
tecnicamente	principio	nominalistico.
In	base	a	tale	principio,	se,	ad	esempio,	Tizio	si	obbliga	nel	2003	a	concedere	a	titolo	di	mutuo	mille	euro	a	Caio	con	l'obbligo	di	restituirli	nel	2013,	alla	scadenza	del	termine	Tizio	potrà	pretendere	solo	la	somma	di	mille	euro,	indipendentemente	dalla	svalutazione	della	moneta	e	dal	minore	potere	di	acquisto	della	stessa.
Non	a	tutti	i	debiti	pecuniari	si	applica	il	principio	nominalistico.	Tali	sono	i	debiti	di	valuta,	ma	vi	sono
anche	debiti	pecuniari,	detti	debiti	di	valore,	che	non	subiscono	l'applicazione	del	principio.	Fanno	parte	di	questa	categoria	i	debiti	derivanti	dal	risarcimento	del	danno,	perché	l'ammontare	del	debito	deve	essere	equivalente	al	valore	effettivo	del	danno.
La	legge	n.	197	del	1991	ha	sancito	un	divieto	di	effettuare	pagamenti	in	denaro	contante	per	importi
superiori	a	venti	milioni	di	lire,	salvo	l'intervento	di	intermediari	abilitati	(es.	una	banca)	ovvero	sia	esso	eseguito	allo	Stato	o	ad	altri	enti	pubblici	o	all'ufficiale	giudiziario.
Il	legislatore,	per	evitare	il	riciclaggio	di	denaro	sporco,	ha	impedito	ogni	forma	di	pagamento	in	contante	superiore	a	12,500	euro.	I	trasferimenti	superiori	a	12,500	euro	vanno	fatti	tramite	banche	o	strutture
Dal	dicembre	2011	la	soglia	è	stata	abbassata	a	1000	euro.
7)Conclusione	del	contratto.	I	modi.
Contratto:	regolamento	di	interessi	che	trae	la	sua	forza	vincolante	dall’accordo	di	coloro	che	lo	stipulano.
Il	c.	è	l’accordo	tra	due	o	più	parti	per	costituire,	regolare	od	estinguere	un	rapporto	giuridico	patrimoniale.	È	la	massima	espressione	dell’autonomia	privata,	del	potere,	cioè,	che	hanno	i	soggetti	di	dettare	una	regola	ai	propri	interessi.	La	conseguenza,	sul	piano	giuridico,	di	tale	caratteristica	è	la	c.d.	relatività	del	c.,
vale	a	dire	il	c.	produce	effetto	solo	tra	le	parti;	può	produrre	effetti	nei	confronti	dei	terzi	solo	nei	casi	ammessi	dalla	legge	(v.	Contratto	a	favore	di	terzi).	Nell’ampia	definizione	legislativa	(art.	1321	c.c.)	rientrano	sia	i	c.	con	prestazioni	corrispettive,	caratterizzati	dal	nesso	di	condizionalità	reciproca	esistente
tra	le	contrapposte	attribuzioni	patrimoniali	(tale	è	il	significato	del	termine	«prestazione»),	sia	i	contratti	con	comunione	di	scopo,	dove	le	prestazioni	delle	parti	sono	appunto	dirette	al	conseguimento	di	uno	scopo	comune	(ad	es.	i	contratti	costitutivi	di	società),	assoggettati	ad	una	particolare	disciplina	(v.	artt.
1420,	1446,	1459	c.c.).	Elementi	essenziali	del	c.	sono:	1)	l’accordo;	2)	la	causa;	3)	l’oggetto;	4)	la	forma,	quando	è	richiesta	dalla	legge	a	pena	di	nullità.	Lo	schema	più	diffuso	di	conclusione	del	c.	è	quello	della	proposta	e	dell’accettazione;	in	tal	modo	il	c.	si	conclude	quando	l’accettazione	giunge	a	conoscenza	del
proponente.	Altro	schema	è	quello	previsto	dall’art.	1327	c.c.:	quando,	su	richiesta	del	proponente	o	per	la	natura	dell’affare	o	secondo	gli	usi,	la	prestazione	debba	eseguirsi	senza	una	preventiva	risposta,	il	c.	è
concluso	nel	tempo	e	nel	luogo	in	cui	ha	avuto	inizio	l’esecuzione;	si	tratta,	quindi,	di	uno	schema
caratterizzato	dal	fatto	che	l’accettazione	avviene	mediante	un	contegno	concludente.	Un	terzo	schema	è
previsto	dall’art.	1333	c.c.:	quando	la	proposta	è	diretta	a	concludere	un	c.	da	cui	derivino	obbligazioni	per	il	solo	proponente,	il	mancato	rifiuto	del	destinatario,	entro	il	termine	richiesto	dalla	natura	dell’affare	o	dagli	usi,	determina	la	conclusione	del	contratto.	Parte	notevole	della	dottrina	dubita	che	si	tratti	di	uno
schema	contrattuale,	qualificando	l’ipotesi	come	atto	unilaterale.	Quel	che	è	sicuro	è	che	si	tratta	esclusivamente	di	atti	a	titolo	gratuito	e	che	l’atto,	contrariamente	a	quanto	ritenuto	da	parte	della	dottrina,	è	assolutamente	inidoneo	al	trasferimento	di	diritti	reali.	Tra	le	classificazioni	più	importanti	dei	c.,
bisogna	ricordare	quella	relativa	al	momento	di	conclusione	del	c.:	sono	consensuali	quei	contratti	per	il	cui	perfezionamento	è	sufficiente	il	solo	consenso,	reali	quei	c.	che	richiedono,	oltre	al	consenso,	anche	la	consegna	della	cosa	(ad	es.	il	mutuo,	il	contratto	di	deposito,	il	contratto	di	comodato);	quanto	agli	effetti,	i
contratti	si	classificano	ad	efficacia	traslativa	reale	e	ad	efficacia	obbligatoria:	nei	primi	il	diritto	reale	o	di	credito	si	trasferisce	per	effetto	del	solo	consenso	legittimamente	manifestato	(principio	con	sensualistico	che	informa	l’ordinamento	giuridico	italiano),	negli	altri	si	producono	effetti	obbligatori.	Naturalmente	i	due
tipi	di	effetti	possono	avere	la	fonte	in	un	medesimo	contratto	(ad	es.	la	vendita).	I	c.	possono,	sempre	sulla	base	del	mero	consenso,	avere	efficacia	modificativa	o	estintiva	di	un	precedente	rapporto.	I	c.	si	classificano	altresì	in	contratti	a	titolo	gratuito	o	oneroso,	a	seconda	che	il	sacrificio	economico	derivante
dal	c.	sia	sopportato	da	una	sola	parte	o	da	entrambe	le	parti.	Per	quanto	riguarda	il	contenuto	i	c.	si	classificano	in	tipici	e	atipici	(meglio	dire	nominati	e	innominati)	a	seconda	che	siano	disciplinati	dalla	legge	oppure	siano	forgiati	dai	privati	nell’esercizio	dell’autonomia;	in	tale	ultimo	caso	sono	recepiti
dall’ordinamento	in	quanto	diretti	a	realizzare	interessi	meritevoli	di	tutela	(ad	es.	il	contratto	di	leasing).	Per	quanto	riguarda	il	loro	protrarsi	nel	tempo,	i	c.	possono	essere	di	durata,	nei	quali	il	protrarsi	nel	tempo	del	rapporto	ha	valore	essenziale	per	il	soddisfacimento	degli	interessi	perseguiti	dalle	parti;	nel	loro
ambito	è	opportuno	distinguere	due	tipi:	c.	ad	esecuzione	continuata,	nei	quali	la	prestazione	di	una	parte	ha	continuità	ininterrotta	nel	tempo	(ad	es.	la	locazione)	e	c.	ad	esecuzione	periodica,	nei	quali	la	prestazione	deve	essere	ripetuta	ad	intervalli	periodici	(ad	es.	la	somministrazione:	v.	contratto	di
somministrazione).	Infine	è	da	ricordare	che	per	c.	normativo	si	intende	quel	c.	con	il	quale	si	predispone,	in	tutto	o	in	parte,	il	contenuto	di	futuri	contratti,	senza	che	le	parti	future	siano	obbligate	a	concluderli;	ma	se	addivengono	a	tale	decisione,	devono	uniformarsi	a	quanto	stabilito	nel	c.	normativo.
8)Azione	di	rivendicazione	(azione	petitoria).
Azione	mediante	la	quale	colui	che	si	vanta	proprietario	di	una	cosa	si	oppone	al	terzo	che,	avendo	il
possesso	della	cosa,	eserciti	su	di	essa	il	diritto	di	proprietà	e	ne	impedisca	il	godimento:	in	tal	modo	l’azione	è	diretta	a	riaffermare	la	titolarità	del	diritto	sulla	cosa	(azione	petitoria).	L’azione	tuttavia	si	distingue	dalla	mera	azione	di	accertamento	del	diritto	di	proprietà,	perché	il	proprietario	tende	anche	a
ottenere	la	condanna	del	convenuto	alla	restituzione	della	cosa.	Il	proprietario	spossessato	per	esercitare	l’azione	deve:	a)	provare	di	essere	il	titolare	della	cosa;	b)	dimostrare	che	altri	la	possiede	senza	un	titolo	valido	di	detenzione;	c)	chiedere	la	restituzione	della	cosa.	L’azione	può	essere	esercitata	anche	contro	chi
non	possiede	o	detiene	più	la	cosa,	sia	perché	abbia	cessato	per	fatto	proprio	di	possederla,	dopo	l’intimazione	della	domanda	di	rivendicazione,	sia	perché	altri,	dicendosi	falsamente	possessore,	si	sia
offerto	come	convenuto	in	giudizio	(art.	948	c.c.).	Per	la	prova	del	diritto	di	proprietà	non	è	sufficiente	dimostrare	il	titolo	di	acquisto	(per	atto	di	trasferimento	o	di	successione),	potendo	il	diritto	del	dante	causa	(il	venditore	o	il	defunto)	essere	stato	acquistato	a	sua	volta	non	validamente.	Neppure	è	sufficiente
dimostrare	la	trascrizione	del	titolo	perché	di	per	sé	la	trascrizione	non	è	titolo	di	acquisto,	né	vale	a	sanare	i	vizi	che	il	titolo	eventualmente	avesse.	Facilita	la	prova	la	dimostrazione	in	generale	che	il	proprio
possesso,	unito	al	possesso	dei	precedenti	possessori,	abbia	una	durata	sufficiente	a	usucapire	l’immobile.
In	tal	caso	il	titolo	di	proprietà	è	certo	perché	viene	fatto	risalire	a	un	modo	di	acquisto	originario	della	proprietà.	Per	i	beni	mobili,	può	giovare	al	proprietario	il	possesso	di	buona	fede,	ma	se	il	terzo	si	trova	pure	in	buona	fede,	la	prova	rimane	frustrata;	a	meno	che	si	tratti	di	beni	mobili	registrati,	nel	qual	caso	la
prova	è	agevolata	dai	dati	matricolari	della	cosa.	Una	volta	che	il	proprietario	riesca	a	dimostrare	l’identità	della	cosa	posseduta	da	altri	con	quella	rivendicata	e	il	titolo	del	proprio	diritto	di	proprietà,	spetta	al	possessore	l’onere	di	provare	il	titolo	del	possesso	o	della	detenzione.	Il	possessore,	infatti,	ove	non
contesti	il	diritto	di	proprietà	dell’attore,	può	eccepire	di	essere	detentore	della	cosa	e	può	opporsi	alla	sua	restituzione	per	esserne	stato	a	lui	attribuito	il	godimento	in	via	negoziale	(locazione,	comodato,	ecc.).	Se	non	dimostri	il	titolo	di	detenzione	di	fronte	alla	prova	della	proprietà	dell’attore,	il	possessore	soccombe	e
deve	reintegrare	l’attore	nel	possesso	della	cosa	con	tutti	gli	accessori	(restitutio	in	integrum).	Se	il	possessore	ha	instaurato	contro	chi	rivendica	la	proprietà	il	giudizio	possessorio,	il	convenuto	non	può	proporre	giudizio	petitorio,	finché	il	primo	giudizio	non	sia	definito	e	la	decisione	non	sia	stata	eseguita,
salvo	il	caso	che	ne	derivi	o	possa	derivarne	allo	stesso	convenuto	un	pregiudizio	irreparabile	(art.	705	c.p.c.,	a	seguito	della	sent.	25/1992	della	Corte	costituzionale).	L’azione	di	rivendicazione	non	si	prescrive,	ma	non	può	proporsi	qualora	la	proprietà	sia	stata	acquistata	dal	terzo	possessore	mediante	usucapione.
9)Personalità	giuridica.
In	diritto,	la	personalità	giuridica	consiste	nell'avere	il	diritto	all'esercizio	della	capacità	giuridica.
Ne	consegue	l'idoneità	a	divenire	titolare	di	diritti	e	obblighi	o	più	in	generale	di	situazioni	giuridiche
Non	va	confusa	con	la	persona	giuridica,	con	cui	si	intende	un	soggetto	cui	l'ordinamento	giuridico	riconosce	la	capacità	giuridica.	A	sua	volta	la	capacità	giuridica	non	va	confusa	con	la	capacità	di	agire,	che	precisa	chi	possa	validamente	compiere	azioni,	atti	e	fatti	per	l'esercizio	dei	diritti	spettantigli	o	per
l'adempimento	dei	doveri	cui	sia	tenuto.
Oggi	il	senso	della	personalità	giuridica	è	quello	di	far	conseguire	all'ente	l'autonomia	patrimoniale	perfetta,	operazione	di	separazione	fra	patrimonio	degli	aderenti	all'associazione	e	il	patrimonio	dell'associazione	o	dell'ente,	facendo	in	modo	da	renderli	reciprocamente	insensibile	all'azione	del	creditore,	il	quale,	si	potrà
rivalere	solo	sul	fondo	comune	dell'associazione	e	non	sul	patrimonio	singolo	degli	associati	o	di	coloro	che	hanno	agito	per	conto	dell'associazione.
10)Comitato.
È	un’organizzazione	di	persone	che	promuovono	il	perseguimento	di	uno	scopo	altruistico	mediante	la	raccolta	pubblica	di	fondi	(art.	39	c.c.).	I	comitati	possono	avere	o	no	la	personalità	giuridica	(v.	Persona
fisica	e	persona	giuridica).	In	mancanza	di	questa,	delle	obbligazioni	assunte	dagli	organi	rappresentativi	del
comitato	rispondono	personalmente	e	solidalmente	tutti	i	membri	del	comitato.	In	ogni	caso	della
conservazione	dei	fondi	e	della	loro	destinazione	rispondono	personalmente	e	solidalmente	gli	organizzatori	e	coloro	che	assumono	la	gestione	dei	fondi	raccolti.	Il	comitato	può	svolgere	attività	economica,	ma	non	esercitare	un’impresa	commerciale.	Qualora	i	fondi	raccolti	non	siano	sufficienti	allo
scopo,	o	questo	non	sia	più	attuabile,	o,	raggiunto	lo	scopo,	si	abbia	un	residuo	di	fondi,	l’autorità	governativa	stabilisce	la	devoluzione	dei	beni,	se	questa	non	è	stata	disciplinata	al	momento	della	costituzione.
11)Contratto	preliminare.
Contratto	preliminare	è	quel	particolare	contratto	che,	nella	sua	più	diffusa	accezione,	obbliga	le	parti	alla
prestazione	del	consenso,	vale	a	dire	alla	conclusione	di	un	successivo	contratto,	detto	definitivo,	di	cui	viene	stabilito	il	contenuto.	È	ammissibile	che	una	sola	delle	parti	si	obblighi	a	prestare	il	consenso,	mentre	l’altra	è	libera	di	accettare	o	meno	(c.d.	contratto	preliminare	unilaterale);	così,	è	ammissibile,	anche	se
raro	nella	pratica,	che	una	delle	parti	si	obblighi	a	prestare	il	consenso	per	la	conclusione	di	un	negozio	unilaterale	(ad	es.,	rinuncia).	Una	particolare	tutela	è	prevista	in	caso	di	preliminare	di	contratto	traslativo	o	costitutivo	di	diritti	reali:	la	parte	non	inadempiente,	di	regola	il	promissorio	acquirente,	può	chiedere,
qualora	sia	possibile	e	non	sia	escluso	dal	titolo,	una	sentenza	che	produca	gli	effetti	del	contratto	non	concluso;	a	questa	tutela,	il	legislatore	di	recente	ne	ha	aggiunto	un’altra,	introducendo	all’art.	2645-­‐bis	c.c.	la	trascrivibilità	del	contratto	preliminare	(v.	Trascrizione).	Questo	contratto,	che	deve	comunque	avere	la
stessa	forma	del	definitivo	(art.	1351	c.c.),	qualora	sia	concluso	in	forma	pubblica	può	essere	trascritto.	Questa	trascrizione	consente	al	contratto	preliminare	di	«prevalere»	sulle	successive	trascrizioni	o	iscrizioni	effettuate	contro	il	promettente	alienante,	purché	sia	seguito	dalla	trascrizione	del	definitivo	o	di	altro	atto
che	costituisca	esecuzione	del	preliminare,	ovvero	della	trascrizione	della	domanda	giudiziale	proposta	ai	sensi	dell’art.	2932	c.c.	Secondo	la	migliore	dottrina,	si	ha	un’ipotesi	di	prenotazione	della	trascrizione	e	non	di	opponibilità.	La	giurisprudenza	ha	elaborato	la	figura	del	contratto	preliminare	ad	effetti	anticipati;
in	particolare	nel	contratto	preliminare	di	compravendita	immobiliare,	le	parti	possono	espressamente	stabilire	nel	preliminare	medesimo,	la	consegna	dell’immobile,	prima	della	conclusione	del	definitivo.	In	caso	il	promissario	acquirente,	mero	conduttore	e	non	possessore,	che	a	volte	erroneamente	si	afferma
può	avvalersi	di	alcuni	mezzi	di	tutela	che	normalmente	sono	subordinati	alla	conclusione	dell’atto	traslativo.
12)Possesso.
Potere	di	fatto	sulla	cosa	che	si	esprime	attraverso	il	compimento	di	atti	corrispondenti	all’esercizio	di	un	diritto	reale	(art.	1140	c.c.),	per	cui	un	soggetto,	indipendentemente	dal	fatto	che	sia	o	no	titolare	del
diritto	di	proprietà	o	di	altro	diritto	reale	sulla	cosa,	e	cioè	del	titolo	che	ne	legittima	l’esercizio,	eserciti	tuttavia	sulla	cosa	i	poteri	come	se	fosse	titolare	del	corrispondente	diritto.	Il	possesso	prescinde	dalla	titolarità	del	diritto	che	si	esercita	e	può	anche	mancare	di	titolo	giustificativo.	Una	volta	posto	in	essere	il
potere	di	fatto	sulla	cosa,	il	possesso	diventa	un	fatto	giuridico	in	quanto	l’ordinamento	fa	da	esso	discendere	certi	effetti	giuridici.	Primo	effetto	è	quello	della	presunzione	della	buona	fede	del	possessore.
Si	presume	cioè	che	il	possessore	eserciti	il	diritto	ignorando,	senza	colpa	grave,	di	ledere	l’altrui	diritto	(art.	1147	c.c.);	talché	spetta	a	chi	agisce	contro	il	possessore	l’onere	di	provarne	la	mala	fede.	Il	possessore	in	buona	fede	fa	suoi	i	frutti	naturali	separati	e	i	frutti	civili	maturati	fino	al	giorno	della	domanda	giudiziale.
Tuttavia	il	possessore	in	buona	fede	deve	restituire	i	frutti	percepiti,	o	quelli	che,	usando	la	normale
diligenza,	avrebbe	dovuto	percepire	dopo	la	domanda	giudiziale,	mentre	il	possessore	di	mala	fede	deve	restituire	tutti	i	frutti	percepiti.	In	ogni	caso	il	possessore	ha	diritto	al	rimborso	delle	spese	sostenute	per	la	produzione,	delle	spese	di	conservazione	e	di	riparazione	e,	se	ha	eseguito	dei	miglioramenti,	a	un
indennizzo	nella	misura	dell’aumento	di	valore	della	cosa,	se	in	buona	fede,	e	nella	minor	somma	tra	lo	speso	e	il	migliorato,	se	in	mala	fede	(art.	1148-­‐1150	c.c.).	Ulteriore	effetto	è	quello	della	possibilità	che	il	potere	sulla	cosa	si	trasformi	nel	relativo	diritto,	per	effetto	dell'usucapione,	a	certe	condizioni,	e	in	base
all’art.	1153	c.c.	colui	al	quale	sono	alienati	beni	mobili	da	parte	di	chi	non	ne	è	proprietario	ne	acquista	la	proprietà	mediante	il	possesso,	purché	sia	in	buona	fede	al	momento	della	consegna	e	sussista	un	titolo	idoneo	al	trasferimento	della	proprietà.	Altro	effetto	tipico	del	possesso	è	quello	della	sua	tutela	con
l’attribuzione	delle	relative	azioni	a	favore	del	possessore	sia	in	buona	fede,	sia	di	mala	fede.	Una	diversa	configurazione	rispetto	al	possesso	in	nome	proprio	ha	il	possesso	in	nome	altrui	o	detenzione.	Tale	tipo	di	possesso	non	può	mai	dare	luogo	all’acquisto	del	corrispondente	diritto	perché	il	godimento	della	cosa	ha
un	titolo	nel	riconoscimento	del	possesso	al	titolare	del	diritto.
13)Possesso	vale	titolo.
L'art.	1153	del	codice	civile	testualmente	dispone	:"	Colui	al	quale	sono	alienati	BENI	MOBILI	da	parte	di	chi	non	è	il	proprietario,	ne	acquista	la	proprietà	mediante	il	POSSESSO,	purchè	sia	in	BUONA	FEDE	al	momento	della	consegna	e	sussista	un	titolo	idoneo	al	trasferimento	della	proprietà".
Pensa	al	caso	in	cui	un	soggetto	ACQUISTA	un	libro,	un	orologio,	una	cravatta	o	qualsiasi	altra	cosa	da	una
persona	che	però	NON	E'	IL	PROPRIETARIO	del	bene	acquistato;	ciò	SENZA	che	ne	sappia	nulla	(cioè	in	totale	ed	assoluta	BUONA	FEDE).
A	questo	punto	NON	DIVENTEREBBE	PROPRIETARIO	del	bene	mobile	comprato	e	sarebbe	costretto	a	restituirlo	se	il	LEGITTIMO	PROPRIETARIO	proponesse	l'AZIONE	DI	RIVENDICAZIONE.
Capisci	bene	che	tutto	ciò	comporterebbe	un	GRAVISSIMO	OSTACOLO	alla	CIRCOLAZIONE	dei	BENI	MOBILI
perchè	per	essere	SICURO	di	non	dover	poi	RESTITUIRE	il	bene	acquistato	al	suo	legittimo	proprietario	IO	DOVREI	INDAGARE	su	CHI	mi	ha	venduto	l'oggetto	per	sapere	se	EFFETTIVAMENTE	è	o	non	è	leggittimo	proprietario	del	bene	stesso	(E	SAI	CHE	FATICA!)
Per	FACILITARE	la	circolazione	di	beni	mobili	la	LEGGE	si	"accontenta"	della	BUONA	FEDE	e	stabilisce	che	,
quando	il	bene	mobile	mi	viene	consegnato,	il	POSSESSO,	congiunto	alla	mia	BUONA	FEDE,	mi	fa	ACQUISTARE	la	proprietà	del	bene	anche	nell'ipotesi	in	cui,	per	caso,	chi	mi	ha	venduto	il	bene	non	sia	stato	effetivamente	il	suo	legittimo	proprietario.
E'	però	anche	NECESSARIO	che	oltre	alla	BUONA	FEDE	ci	sia	anche	un	TITOLO	IDONEO	e	VALIDO	al
trasferimento	(e	cioè	un	NEGOZIO	di	VENDITA).
Quindi	la	BUONA	FEDE	del	possessore	VALE	ad	ELIMINARE	il	vizio	rappresentato	dal	difetto	del	diritto	di	proprietà	di	chi	vende	il	bene.
Tale	regola	è,	appunto,	chiamata	POSSESSO	VALE	TITOLO	(o	più	correttamente	"Possesso	di	buona	fede
vale	titolo").
Quindi	se	acquisto	in	BUONA	FEDE	ad	esempio	un	orologio	e	chi	me	lo	vende	NON	mi	dice	che	su	questo
orologio	c'è	un	PEGNO,	DIVENTO	LEGITTIMO	proprietario	dell'orologio	e	contro	di	me	NON	può	essere	fatta	valere	alcuna	azione	di	diritto	di	pegno	dal	creditore	pignoratizio.
OVVIAMENTE	la	buona	fede	è	ESCLUSA	se	chi	acquista	CONOSCE	l'ILLEGITTIMA	provenienza	della	cosa.
14)Prescrizione	presuntiva.
La	prescrizione	presuntiva	è	un	istituto	del	diritto	civile	per	il	quale,	trascorso	un	certo	periodo	di	tempo,	un	diritto	si	presume	estinto.
La	ratio	della	normativa	è	quella	di	tutelare	il	debitore	in	quei	particolari	casi	in	cui	il	pagamento	di	un
debito	avviene,	di	solito,	senza	che	il	debitore	provveda	a	farsi	rilasciare	una	quietanza	(si	pensi	ai	rapporti	giuridici	legati	da	profonda	fiducia	quali	avvocato	-­‐	cliente,	medico	-­‐	paziente).	Oppure	all'ipotesi	in	cui,	in	considerazione	del	valore	esiguo	della	prestazione,	il	debitore	non	conservi	tale	quietanza	per	lunghi
periodi.	In	queste	ipotesi,	passato	un	breve	lasso	di	tempo	si	presume	che	il	debito	sia	stato	già	soddisfatto	e	quindi	il	diritto	estinto.	I	casi	di	prescrizione	presuntiva	sono	tassativamente	previsti	dal	codice	civile	agli	artt.	2954,	2955,	2956	e	2961.
Prescrizione	presuntiva	di	sei	mesi	(art.	2954	c.c.)
Si	prescrive	in	sei	mesi	il	diritto	degli	albergatori	degli	osti	per	l'alloggio	e	il	vitto	che	somministrano,	e	si
prescrive	nello	stesso	termine	il	diritto	di	tutti	coloro	che	danno	alloggio	con	o	senza	pensione.
Prescrizione	presuntiva	di	un	anno	(art.	2955	c.c.)
Si	prescrive	in	un	anno	il	diritto:
degli	insegnanti,	per	la	retribuzione	delle	lezioni	che	impartiscono	a	mesi	o	a	giorni	o	a	ore;
dei	prestatori	di	lavoro,	per	le	retribuzioni	corrisposte	a	periodi	non	superiori	al	mese;
di	coloro	che	tengono	convitto	o	casa	di	educazione	e	di	istruzione,	per	il	prezzo	della	pensione	e	dell'istruzione;
degli	ufficiali	giudiziari,	per	il	compenso	degli	atti	compiuti	nella	loro	qualità;
dei	commercianti,	per	il	prezzo	delle	merci	vendute	a	chi	non	ne	fa	commercio;
dei	farmacisti,	per	il	prezzo	dei	medicinali.
Prescrizione	presuntiva	di	tre	anni	(art.	2956	c.c.)
Si	prescrive	in	tre	anni	il	diritto:
dei	prestatori	di	lavoro,	per	le	retribuzioni	corrisposte	a	periodi	superiori	al	mese;
dei	professionisti,	per	il	compenso	dell'opera	prestata	e	compiuta	e	per	il	rimborso	delle	spese	correlative;
dei	notai,	per	gli	atti	del	loro	ministero;
degli	insegnanti,	per	la	retribuzione	delle	lezioni	impartite	a	tempo	più	lungo	di	un	mese.
La	prescrizione	presuntiva	in	realtà	non	è	una	prescrizione	vera	e	propria,	ma	una	presunzione	di	estinzione
dei	diritti.	L'unica	arma	di	difesa	che	il	creditore	possiede,	per	dimostrare	che	in	realtà	il	proprio	credito	non	è	stato	soddisfatto	è	quello	di	chiedere	il	giuramento	decisorio	al	debitore.
15)Usucapione.
Modo	di	acquisto	della	proprietà	d’una	cosa	o	di	altro	diritto	reale	di	godimento	sulla	cosa,	mediante	il	possesso	di	questa	per	un	periodo	di	tempo	stabilito	dalla	legge.	Nel	vigente	codice	civile	la	disciplina
dell’usucapione	è	stata	separata	da	quella	della	prescrizione,	pur	rimanendo,	nelle	sue	linee	essenziali,	identica	a	quella	del	codice	del	1865.	Gli	articoli	a	essa	dedicati	sono	quelli	dal	1158	al	1167.	La	differenza	principale	è	quella	della	riduzione	da	30	a	20	anni	del	tempo	necessario	a	usucapire	la	proprietà	dei	beni
immobili	e	degli	altri	diritti	reali	su	essi.	Il	termine	è	ridotto	a	10	anni	per	l’usucapione	degli	stessi	beni,	quando	l’acquisto	sia	stato	effettuato	in	buona	fede	da	chi	non	è	proprietario	in	forza	di	un	titolo	idoneo	a	trasferire	la	proprietà,	e	che	sia	stato	debitamente	trascritto.	Parimenti	in	10	anni	si	acquista	la	proprietà
dei	beni	mobili	e	degli	altri	diritti	reali	di	godimento	sui	beni	medesimi.	Occorrono	però	20	anni	se	il	possessore	è	in	mala	fede.	In	3	anni,	infine,	si	acquista	la	proprietà	di	beni	mobili	iscritti	in	pubblici	registri,	quando	l’acquisto	sia	stato	fatto	in	buona	fede	da	chi	non	è	proprietario	e	sia	stato	trascritto.	Circa	le	cause
di	impedimento,	di	sospensione	o	di	interruzione,	si	applicano	i	principi	della	prescrizione.
16)Rappresentanza.
Con	la	rappresentanza	si	opera	una	delle	più	importanti	fattispecie	della	collaborazione	giuridica	in	quanto	si	realizza	un	fenomeno	in	cui	diversi	soggetti	dell’ordinamento	giuridico	direttamente	interessati	o	indirettamente	partecipi	di	un	interesse	cooperano	per	il	raggiungimento	di	un	fine	che	è	o	viene	reso
comune.	Lo	scopo	pratico	della	rappresentanza	è	quello	di	consentire	al	titolare	del	rapporto	di	acquistare	i	diritti	o	di	contrarre	le	obbligazioni,	che	derivano	dal	negozio	concluso	mediante	la	dichiarazione	di	volontà	di	un	diverso	soggetto	legalmente	capace.	In	tal	modo	chi	conclude	il	negozio	(rappresentante)	spende	il
nome	del	titolare	del	rapporto	(rappresentato)	e	fa	ricadere	sul	rappresentato	gli	effetti	del	negozio	concluso	entro	i	limiti	dei	poteri	ricevuti.	La	rappresentanza	può	essere	diretta	(propria)	e	indiretta	(cosiddetta	rappresentanza	di	interessi).	Nella	rappresentanza	diretta	gli	effetti	giuridici	del	negozio	si
producono	direttamente	per	(o	contro)	il	rappresentato,	in	quanto	il	rappresentante,	pur	partecipando	al	negozio	con	la	propria	volontà,	emette	la	propria	dichiarazione	a	nome	del	rappresentato.	Nella	rappresentanza	indiretta,	dove,	esteriormente,	non	appare	che	il	rappresentante	curi	interessi	altrui	in
quanto	stipula	in	nome	proprio	(salvo	i	rapporti	interni	fra	rappresentante	e	rappresentato	facenti	capo	a	un	negozio	di	mandato	fra	di	loro),	gli	effetti	giuridici	del	negozio	si	producono	nella	cerchia	giuridica	del
rappresentante,	che	è	obbligato	a	trasmettere	gli	effetti	stessi	(attivi	e	passivi)	al	rappresentato,	sul	quale,	in	sostanza,	ricadono	i	rischi	e	i	vantaggi	del	negozio.	Dalla	rappresentanza	deve	essere	distinto	il	caso	del
nuncius	o	messo,	che	reca	un	documento	o	comunica	al	destinatario	una	dichiarazione	di	volontà,	perché
manca,	in	questi	casi,	l’estremo	della	rappresentanza,	limitandosi	l’incaricato	a	riportare	o	a	riferire	una	volontà	alla	quale	è	del	tutto	estraneo.	Requisiti	della	rappresentanza	sono:	l’esistenza	di	un	rapporto	tra	rappresentante	e	rappresentato	e	la	spendita	del	nome	altrui	da	parte	del	rappresentante.	Il	rapporto	di
rappresentanza	può	derivare	da	un	atto	negoziale	del	rappresentato	(rappresentanza	volontaria)	o	dalla	legge	(rappresentanza	legale)	o	da	un	provvedimento	del	giudice	(rappresentanza	giudiziale).	La	rappresentanza	volontaria	nasce	da	un	negozio	unilaterale	di	procura	con	cui	il	rappresentante	conferisce	al
rappresentato	il	potere	di	agire	in	suo	nome	e	rende	noti	ai	terzi	i	limiti	della	procura	conferita.	Quanto	alla	forma,	la	procura	deve	rivestire	ad	substantiam	la	medesima	forma	prescritta	per	il	negozio	il	cui	compimento	è	demandato	al	procuratore	(art.	1392	c.c.).	Così	una	procura	ad	alienare	immobili	deve	avere
ad	substantiam	la	forma	scritta.	Quanto	al	contenuto,	la	procura	può	essere	generale	o	speciale	a	seconda	che	al	rappresentante	sia	conferita	la	trattazione	di	tutti	gli	affari	del	rappresentato	o	solo	alcuni	specificamente	indicati;	individuale	o	collettiva	a	seconda	che	sia	conferita	a	una	o	più	persone.	A	sua	volta
la	procura	collettiva	può	essere	congiunta	o	disgiunta	a	seconda	che	i	rappresentanti	debbano	agire	congiuntamente	o	ciascuno	di	essi	possa	agire	da	solo	per	l’intero	affare.	La	rappresentanza	legale	nasce	da	uno	stato	d’incapacità	legale	di	agire	di	un	soggetto	titolare	di	diritti.	Le	ipotesi	in	cui	ricorre	la
rappresentanza	e	i	suoi	limiti	sono	fissati	dalla	legge	stessa	che	attribuisce	a	un	soggetto	diverso	dal	titolare	dei	diritti	l’ufficio	o	la	funzione	di	rappresentanza.	Caso	tipico	di	rappresentanza	legale	si	ha	nella	potestà	dei	genitori.	Esula	invece	dalla	ipotesi	della	rappresentanza	legale	quella	dei	rapporti	tra	le	società,	e	in
genere	gli	enti	dotati	di	personalità	giuridica,	e	i	loro	amministratori.	Qui	invero	si	rientra	nel	concetto	di	‘organo’	che	presuppone	che	l’atto	compiuto	dall’amministratore	sia	riferito	direttamente	alla	società	o	all’ente.	È,	in	altri	termini,	la	società	o	l’ente	che	agisce	a	mezzo	del	suo	organo-­‐persona	fisica.	Tuttavia,
poiché,	almeno	in	apparenza,	si	ha	una	situazione	simile	a	quella	della	rappresentanza,	la	dottrina	parla	di	rappresentanza	organica.	La	rappresentanza	giudiziale	costituisce	una	figura	affine	alla	rappresentanza	legale	e	ricorre	nell’ipotesi	in	cui	spetta	al	giudice	in	sede	di	giurisdizione	volontaria	scegliere	il
rappresentante	che	agisca	in	nome	del	rappresentato	incapace	o	impossibilitato	ad	agire.	Casi	tipici	di	rappresentanza	giudiziale	si	hanno	nella	tutela	e	nella	curatela.	Figure	speciali	di	rappresentanza	sono	la	rappresentanza	processuale,	che	non	attiene	al	compimento	di	atti	negoziali,	ma	riguarda	gli	atti
processuali	nei	giudizi	in	cui	la	parte	deve	per	legge	farsi	assistere	da	procuratore	o	da	avvocato	iscritto	negli	appositi	albi,	e	la	rappresentanza	gestoria,	che	si	verifica	quando	un	soggetto	abbia	spontaneamente	assunto	la	gestione	di	un	affare	altrui	e	questa	gestione	sia	utile	inizialmente.
Per	poter	essere	efficace,	la	rappresentanza	deve	comprendere	un	conferimento	di	poteri	da	portare	a
conoscenza	dei	terzi	con	i	quali	il	rappresentante	è	destinato	a	entrare	in	rapporto.	Nel	caso	della	rappresentanza	procuratoria	i	terzi	devono	essere	messi	in	grado	di	conoscere	il	tenore	della	procura	e	i	limiti	di	essa.	Anche	la	eventuale	revoca	della	procura	deve	essere	portata	a	conoscenza	dei	terzi.	La
procura	è	irrevocabile	solo	quando	sia	stata	conferita	o	nel	prevalente	interesse	dello	stesso	rappresentato	o	nell’interesse	comune	del	rappresentato	e	del	rappresentante	o	nell’interesse	di	un	terzo.	Dalla	procura
come	atto	unilaterale	rivolto	ai	terzi	va	distinta	la	procura	come	contratto	sottostante	di	mandato	che	s’instaura	tra	rappresentante	e	rappresentato.	Tale	distinzione	fa	sì	che	può	darsi	mandato	senza	rappresentanza	quando	il	mandatario	non	impegna	il	mandante	verso	i	terzi,	o	rappresentanza	legale	dove
non	esiste	nessun	mandato	sottostante.	Dalla	rappresentanza	nascono	per	il	rappresentante	talune	obbligazioni	tipiche.	Così	il	rappresentante	non	può	eccedere	dai	limiti	dei	poteri	conferitigli	e	non	può	agire	dopo	la	revoca	o	la	cessazione	della	rappresentanza	oppure	in	ogni	caso	in	cui	si	trovi	in	conflitto
d’interessi	con	il	rappresentato.	Dalla	violazione	di	questi	obblighi	nascono	responsabilità	del	rappresentante	tanto	nei	confronti	del	rappresentato,	in	base	al	rapporto	sottostante,	quanto	nei	confronti
dei	terzi	che	abbiano	senza	loro	colpa	fatto	affidamento	sull’ampiezza	della	procura	o	sulla	sua	efficacia.
Pertanto	la	revoca	o	la	cessazione	della	procura	non	può	essere	opposta	al	terzo	in	buona	fede.	Ogni	eccesso	di	delega	compiuto	dal	rappresentante	può	tuttavia	essere	retroattivamente	sanato	dalla	ratifica.	La	rappresentanza	si	estingue:	per	il	venir	meno	della	procura,	che	è	di	regola	limitata	nel	tempo,	o	per	la
sua	revoca;	per	la	morte	e	incapacità	sopravvenuta	del	rappresentante	o	del	rappresentato;	perché	si	è	esaurito	l’affare	per	cui	fu	conferita	la	procura	speciale;	per	rinuncia	del	rappresentante;	per	raggiungimento	della	maggiore	età	del	minore	rappresentato;	per	revoca	dell’interdizione	o
dell’inabilitazione	o	infine	per	ritorno	dell’assente	nei	casi	specifici	di	rappresentanza	legale.	Fra	rappresentante	e	rappresentato	può	verificarsi	un	conflitto	d’interessi	quando	l’attività	del	rappresentante	appaia	ispirata	al	soddisfacimento	di	un	interesse	proprio	o	altrui	che	sia	in	contrasto	con	quello	del
rappresentato.	Tale	conflitto	si	riflette	sulla	validità	del	negozio	compiuto	dal	primo	in	nome	del	secondo,	il	quale	può	chiedere	l’annullamento	del	negozio	stesso	se	e	in	quanto	il	conflitto	era	conosciuto	o	riconoscibile	dal	terzo	contraente	(art.	1394	c.c.),	salva	l’azione	di	responsabilità	nei	confronti	del
rappresentante.	Quando	si	tratti	di	rappresentanza	legale,	l’esistenza	del	conflitto	d’interessi	può	dar	luogo	alla	revoca	del	rappresentante,	o,	se	essa	riguardi	soltanto	singoli	affari,	alla	nomina	di	un	curatore	speciale	per	la	tutela	dell’incapace	in	ordine	a	quegli	affari	stessi.
17)Servitù	prediali:	coattive	e	volontarie.
La	servitù	prediale	consiste	nel	peso	imposto	sopra	un	fondo	per	l'utilità	di	un	altro	fondo	appartenente	a
diverso	proprietario	L'utilità	può	consistere	anche	nella	maggiore	comodità	o	amenità	del	fondo	dominante.	Può	del	pari	essere	inerente	alla	destinazione	industriale	del	fondo.	(artt.	1027	e	1028	c.c.).	La	servitù	prediale	si	caratterizza	proprio	per	il	fatto	che	il	vantaggio	deve	inerire	in	via	diretta	al	fondo	e	non
già	alla	persona	che	se	ne	serve	(la	persona,	invece,	ne	trae	un’utilità	indiretta).	Al	vantaggio	per	il	fondo	dominante	corrisponde	una	restrizione	per	il	fondo	servente.
Ove	il	vantaggio	sia	posto	a	favore	di	una	persona	o	di	una	cerchia	di	persone,	indipendentemente	dal	riferimento	ad	un	fondo,	si	configurerà	una	servitù	irregolare	ed	il	relativo	contratto	avrà	effetti	meramente
obbligatori	tra	le	parti	senza	alcun	effetto	nei	riguardi	dei	terzi.	Configurano	ipotesi	di	servitù	irregolari	previste	ex	lege	le	c.d.	servitù	di	uso	pubblico	e	gli	usi	civici;	le	prime	costituiscono	pesi	imposti	a	fondi	privati	per	finalità	pubbliche,	i	secondi	particolari	diritti	riconosciuti	a	cerchie	territorialmente	individuabili
di	persone	sopra	beni	pubblici	(diritto	di	legnatico,	fungatico,	pascolo	ecc	ecc);	ancora	deve	distinguersi	la	servitù	(regolare	o	irregolare)	dalla	conformazione	del	diritto	di	proprietà	con	riferimento	all'intrinseca	natura	del	bene	in	armonia	con	il	dettato	costituzionale	che	consente	limiti	al	diritto	di	proprietà
funzionalizzati	all'interesse	generale.
E’	anche	ammessa,	ai	sensi	dell’art.	1029	c.c.,	la	costituzione	di	una	servitù	prediale	che	arrechi	un	vantaggio	in	futuro	ad	un	fondo	già	esistente	o	la	costituzione	di	una	servitù	prediale	in	favore	di	un	fondo	ancora	da	acquistare	o	di	un	edificio	ancora	da	costruire	(in	tali	ultime	due	ipotesi	la	servitù	viene	ad
esistenza	una	volta	costruito	l’edifico	o	acquistato	il	fondo).
Come	sottolineato	il	vantaggio	per	il	fondo	dominante	può	essere	costituito	anche	dalla	sua	semplice	maggiore	comodità	o	amenità	del	fondo	dominante	e	può	inerire	alla	destinazione	industriale	del	bene.
Con	riferimento	alle	servitù	prediali	che	ineriscono	alla	destinazione	industriale	del	bene	deve	sottolinearsi
come	essenziale	ai	fini	della	configurazione	della	servitù	sia	che	l’utilità	inerisca	al	fondo	ed	alla	sua	specifica	destinazione	industriale	e	non	all’azienda.	La	concessione	da	parte	di	un	negozio	della	facoltà	di	appoggio	dell’insegna	al	negozio	vicino	non	costituisce	servitù	prediale	in	quanto	l’utilità	non	inerisce	al
fondo	nella	sua	destinazione	industriale	ma	all’azienda.	Analogamente	l’obbligo	di	non	concorrenza	integra	una	fattispecie	di	servitù	prediale	o	meno	a	seconda	che	la	concorrenza	(il	cui	obbligo	d'astensione	avvantaggia	il	fondo	dominante)	sia	legata	intrinsecamente	alle	caratteristiche	strutturali	del	fondo	(e	in	tal
caso	si	avrà	servitù	prediale)	ovvero	all’attività	umana	(ed	in	tal	caso	si	avrà	un	contratto	con	effetti	obbligatori).
Le	servitù	prediali	si	distinguono	in	apparenti	e	non	apparenti	a	seconda	che	sussistano	opere	apparenti	e	visibili	destinate	al	loro	esercizio	(la	distinzione	rileva	in	quanto	solo	le	servitù	apparenti	si	possono
costituire	per	usucapione	o	per	destinazione	del	padre	di	famiglia),	continue	e	discontinue,	a	seconda	che	non	sia	necessaria	o	sia	necessaria	la	condotta	positiva	del	proprietario	del	fondo	dominante	ai	fini	dell’esercizio	della	servitù,	positive	o	negative	a	seconda	che	le	loro	modalità	d’esercizio	implichino	un
facere	da	parte	del	proprietario	del	fondo	dominante	o	solo	un	obbligo	di	non	fare	a	carico	del	proprietario	del	fondo	servente	(la	distinzione	rileva	in	quanto,	ai	fini	della	prescrizione	per	non	uso	di	cui	all’art.	1073	c.c.,	2°	comma,	mentre	per	le	servitù	discontinue	il	termine	prescrizionale	decorre	dal	momento	in	cui	se	ne
cessa	l’uso,	nelle	servitù	continue	il	termine	prescrizionale	decorre	dal	giorno	in	cui	si	verifica	un	fatto	esterno	che	ne	ha	impedito	l’esercizio).
Le	servitù	prediali,	a	seconda	della	loro	modalità	di	costituzione,	si	distinguono	in	servitù	coattive	e	servitù	volontarie.	Le	servitù	prediali	volontarie	possono	essere	costituite	per	contratto,	per	testamento,	per
usucapione	o	per	destinazione	del	padre	di	famiglia	ma	le	servitù	non	apparenti	che	non	constano,	cioè,	di	opere	visibili	e	permanenti	destinate	al	loro	esercizio	non	possono	acquistarsi	per	usucapione	o	per	destinazione	del	padre	di	famiglia	(art.	1058	c.c.,	art.	1061	c.c.	e	art.	1062	c.c.).
La	destinazione	del	padre	di	famiglia	ha	luogo	quando	consta,	mediante	qualunque	genere	di	prova,	che
due	fondi,	attualmente	divisi,	sono	stati	posseduti	dallo	stesso	proprietario,	e	che	questi	ha	posto	o	lasciato	le	cose	nello	stato	dal	quale	risulta	la	servitù;	in	tale	prospettiva,	rileva	lo	stato	dei	fondi	al	momento	della	loro	separazione	e	non	eventuali	vicende	successive	che	abbiano	mutato	lo	stato	dei	luoghi.
Il	diritto	di	servitù	può	essere	concesso	anche	dal	comproprietario	ma	in	tal	caso	non	produrrà	effetti	sino	a
che	sia	analogamente	concesso	da	tutti	gli	altri	comproprietari;	il	proprietario	ed	i	suoi	eredi	ed	aventi	causa	non	potranno,	tuttavia,	porre	impedimenti	all'esercizio	del	diritto	di	servitù	concesso.	Si	discute	se	l'atto	costitutivo	del	primo	comproprietario	abbia	effetti	obbligatori	o	reali	e	se,	conseguentemente,	sia
soggetto	alla	forma	scritta	ex	art.	1350	cc	ed	all'onere	della	trascrizione.	In	considerazione	del	fatto	che	l'avente	causa	non	può	esercitare	il	suo	diritto	se	non	nel	momento	in	cui	tutti	gli	altri	comproprietari
abbiano	manifestato	il	consenso,	sembrerebbe	preferibile	la	tesi	che	riconduce	la	prima	cessione	nell'alveo	dei	contratti	ad	effetti	obbligatori.Tuttavia,	in	considerazione,	della	vincolatività	per	eredi	ed	aventi	causa,	l'intera	vicenda	è	stata	prospettata	come	costitutiva	di	un'obbligazione	propter	rem.
Le	servitù	coattive	(di	passaggio,	di	elettrodotto,	di	scarico,	di	somministrazione	d'acqua)	possono
costituirsi	consensualmente,	a	mezzo	di	contratto,	con	riconoscimento	di	un'indennità	in	favore	del	titolare	del	fondo	servente	ovvero	mediante	sentenza	e,	nel	caso	in	cui	risulti	parte	la	PA,	a	mezzo	di	provvedimento	amministrativo.	In	ogni	caso,	venuta	meno	l'interclusione,	cessa	la	servitù	coattiva	con	il
medesimo	ventaglio	di	strumenti	giuridici	(in	caso	di	provvedimento	amministrativo	o	di	sentenza	potrà	essere	disposta	la	restituzione	di	una	quota	dell'indennità	inizialmente	concessa	al	proprietario).	Si	discute	se	le	servitù	coattive	possano	costituirsi	per	usucapione	in	quanto,	in	tale	ipotesi,	non	dovrebbero	venire
meno	in	caso	di	cessazione	della	situazione	di	interclusione.
L’esercizio	del	diritto	di	servitù	prediale	deve	essere	conforme	al	titolo	o	al	possesso.	Nel	dubbio	circa	la	estensione	e	le	modalità	d’esercizio	della	servitù	prediale,	la	servitù	deve	ritenersi	costituita	in	guisa	da	soddisfare	il	bisogno	del	fondo	dominante	col	minor	aggravio	del	fondo	servente.	Il	proprietario	del	fondo
dominante	non	può	fare	innovazioni	che	rendano	più	gravosa	la	condizione	del	fondo	servente,	d’altronde	il	proprietario	del	fondo	servente	non	può	compiere	azioni	che	tendano	a	diminuire	l'esercizio	della	servitù	(cfr.	artt.	1065	e	1067	c.c.).	Il	proprietario	del	fondo	servente	non	è	tenuto	a	compiere	alcun	atto	per
rendere	possibile	l'esercizio	della	servitù	da	parte	del	titolare,	salvo	che	la	legge	o	il	titolo	disponga	altrimenti.In	tale	ipotesi	si	costituirà,	a	carico	del	proprietario	del	fondo	servente	un	obbligazione	propter	rem	(con	riferimento	alla	quale	sarà	possibile	sollevare	l'eccezione	d'inadempimento	ex	art.	1460	cc	in
relazione	alle	obbligazioni	del	titolare	del	fondo	dominante)	cui	si	potrà	sottrarre	o	con	l'alienazione	del	fondo	servente	o	con	l'abbandono	liberatorio	del	fondo	ex	art.	1070	cc.	Con	riferimento	a	tale	atto	si	discute	se	si	tratti	di	un	atto	di	rinuncia	con	contestuale	offerta	d'acquisto	al	titolare	del	fondo	dominante
(con	la	conseguenza	che,	in	difetto	di	accettazione	da	parte	di	questo,	la	proprietà	del	fondo,	libera	di	pesi,	sarà	acquistata	dallo	Stato)	o	se	si	configuri	come	un'offerta	liberatoria	con	la	conseguenza	che,	in	difetto	d'accettazione	da	parte	del	proprietario	del	fondo	dominante,	il	fondo	servente	sarà	liberato	dalla	servitù.
Le	servitù	prediali	si	estinguono	per	confusione,	allorché	il	proprietario	del	fondo	dominante	diventi	anche
proprietario	del	fondo	servente	e	viceversa,	per	il	totale	perimento	del	fondo	dominante	o	servente	(tale	non	essendo	l'eventuale	perimento	della	costruzione	considerata	la	possibilità	della	sua	ricostruzione),	per	prescrizione	per	non	uso	ventennale,	per	abbandono	liberatorio	che	si	verifica	allorché	il	proprietario	del
fondo	servente,	per	l’eccessiva	onerosità	della	servitù,	rinunci	alla	proprietà	del	fondo	servente	a	favore	del	proprietario	del	fondo	dominante,	per	scadenza	del	termine	o	per	il	verificarsi	della	condizione	risolutiva	previsti	nel	titolo.
Con	riferimento	alla	prescrizione,	il	suo	corso	ed	il	suo	regime	dipendono	naturalmente	dalla	natura	della
servitù	medesima;	così	in	caso	di	servitù	continua	e	di	servitù	negativa,	essa	inizierà	a	decorrere	dal	verificarsi	di	un	fatto	che	ne	impedisca	l'esercizio	(la	realizzazione	di	opere	sulla	tubazione	che	impediscano	la	conduzione	dell'acqua	ovvero	la	sopraelevazione	da	parte	del	titolare	del	fondo	servente);	in	caso	di
servitù	discontinue,	la	prescrizione	inizierà	a	decorrere	e	sarà	interrotta	da	ciascun	singolo	atto	d'esercizio	della	servitù	stessa.
Le	azioni	a	difesa	delle	servitù	prediali	sono	rivolte	al	riconoscimento	del	diritto	nei	confronti	di	chi	ne
contesti	l’esistenza	e	alla	cessazione	della	turbativa	(c.d.	azione	confessoria	della	servitù	di	cui	all’art.	1072	c.c.).
18)Azione	revocatoria.
Mezzo	di	conservazione	della	garanzia	patrimoniale	del	debitore,	consistente	nell’attribuzione	ai	creditori	di	un’azione	giudiziaria	per	ottenere	la	dichiarazione	di	inefficacia	degli	atti	di	disposizione	del	patrimonio	con
i	quali	il	debitore	abbia	recato	oggettivamente	pregiudizio	alle	ragioni	creditorie	(art.	2901	c.	c.).	L’azione	revocatoria	(detta	anche	pauliana)	suppone	un	comportamento	attivo	del	debitore,	il	quale,	mediante	atti	di	disposizione	del	proprio	patrimonio	(comprensivi	tanto	delle	sottrazioni	attuali	di	garanzie	patrimoniali
quanto	di	quelle	virtuali,	quali,	per	es.,	la	prestazione	di	garanzia	per	debiti	altrui),	abbia	prodotto	oggettivo	pregiudizio	alle	pratiche	possibilità	di	soddisfacimento	dei	creditori.	La	legge	richiede,	perché	l’azione	possa	essere	intentata,	che,	oltre	al	verificarsi	del	presupposto	ora	indicato,	il	debitore	conosca	il	pregiudizio	che
l’atto	di	disposizione	arreca	ai	creditori:	più	precisamente,	se	l’atto	è	a	titolo	gratuito	è	sufficiente	la	consapevolezza	del	debitore,	mentre	se	l’atto	è	a	titolo	oneroso	deve	concorrere	anche	quella	dell’avente	causa.	È	legittimato	all’azione	revocatoria	anche	il	creditore	il	cui	diritto	sia	soggetto	a	condizione	o	a
termine.	La	medesima	azione	è	ammessa	anche	contro	atti	di	disposizione	anteriori	al	sorgere	del	debito	(eccezione	al	principio	dell’anteriorità	del	credito),	se	preordinati	dolosamente	a	pregiudicare	il	soddisfacimento	del	credito	successivamente	contratto.	Nell’azione	revocatoria	l’attore	(creditore)	deve
provare	l’esistenza	delle	condizioni	richieste	(atto	di	disposizione,	pregiudizio	per	il	creditore,	consapevolezza	del	pregiudizio).	Ottenuto	il	provvedimento	dichiarativo	dell’inefficacia	degli	atti	di	disposizione	compiuti	in	pregiudizio	dei	creditori,	gli	interessati	(o	l’interessato)	possono	promuovere	nei
confronti	dei	terzi	aventi	causa	le	azioni	esecutive	o	conservative	sui	beni	che	hanno	formato	oggetto	dell’atto	dichiarato	inefficace	(art.	2902	c.c.).	Il	termine	per	la	prescrizione	dell’azione	revocatoria	è	di	5	anni	dalla	data	dell’atto	(art.	2903	c.c.).	Diversa	disciplina	è	prevista	per	l’azione	revocatoria	fallimentare,
che	beneficia	di	particolari	facilitazioni	di	prova,	costituite	da	presunzioni	di	frode.	La	legge	fallimentare	prevede	due	categorie	di	atti:	a)	atti	a	titolo	gratuito,	che	sono	privi	di	effetto,	rispetto	ai	creditori,	se	compiuti	dal	fallito	nei	due	anni	anteriori	alla	dichiarazione	di	fallimento;	sono	eccettuati	i	regali	d’uso,	gli
atti	compiuti	in	adempimento	di	un	dovere	morale	o	a	scopo	di	pubblica	utilità,	sempre	che	la	liberalità	sia	proporzionata	al	patrimonio	del	donante;	nella	stessa	categoria	rientrano	i	pagamenti	di	debiti	non	scaduti,	che	sono	soggetti	ad	analogo	regime;	b)	atti	a	titolo	oneroso,	pagamenti,	garanzie	che	presentano	anomalie
tali	da	far	ritenere	l’esistenza	di	un	accordo	fraudolento	tra	imprenditore	e	terzo	a	danno	dei	creditori.
19)Responsabilità	contrattuale	ed	extracontrattuale.
La	responsabilità	è	contrattuale,	o	da	inadempimento	di	un’obbligazione,	o	extracontrattuale	a	seconda	che	la	violazione	riguardi	un	precedente	vincolo	giuridico	(quale	che	sia	la	fonte	da	cui	questo	deriva)	o	il
generico	precetto	del	neminem	laedere	(art.	2043	c.c.).	Mentre	nella	responsabilità	contrattuale	non	si	prescinde	dall’elemento	soggettivo,	nella	responsabilità	extracontrattuale	vi	è	una	forte	tendenza	a	collegare	la	responsabilità	alla	sola	sussistenza	del	danno	e	ciò	in	relazione	soprattutto	all’esercizio	di
determinate	attività.	La	responsabilità,	di	regola,	è	diretta:	cioè	ciascun	soggetto,	che	abbia	la	capacità
d’intendere	e	di	volere,	risponde	del	danno	che	egli	stesso	ha	cagionato	con	la	propria	azione	od	omissione.	Tuttavia,	un	soggetto	può	anche	essere	obbligato	per	il	fatto	illecito	altrui	(incapace,	figli	minori	non	emancipati,	persone	soggette	alla	tutela,	commessi,	domestici,	e	così	via).	È	questa	quella	che	viene	detta
responsabilità	indiretta,	il	cui	fondamento	veniva	una	volta	riallacciato	a	una	culpa	in	vigilando	o	a	una	culpa	in	eligendo,	ma	che	la	dottrina	più	recente	riconduce	con	maggiore	esattezza	a	una	responsabilità	senza	colpa.	Si	ha,	in	altri	termini,	una	situazione	del	tutto	identica	a	quella	dei	casi	in	cui,	anche	secondo	la
dottrina	tradizionale,	è	configurabile	la	responsabilità	oggettiva.
20)Azione	surrogatoria.
Mezzo	di	conservazione	del	patrimonio	del	debitore	attribuito	dalla	legge	al	creditore.	Consiste	nella	facoltà	attribuita	al	creditore	di	esercitare	i	diritti	e	le	azioni	che	spettano	verso	i	terzi	al	proprio	debitore	e	che	questi	trascura	di	esercitare.	In	particolare,	l’esercizio	dell’azione	surrogatoria	non	ha	come	effetto	di	far
entrare	nel	patrimonio	del	creditore	il	bene	spettante	al	debitore,	bensì	quello	di	assicurarlo	al	patrimonio	del	debitore,	in	modo	da	poter	far	soddisfare	su	esso	il	proprio	credito.	Presupposti	per	l’esercizio	della	surrogazione	sono:	l’esistenza	di	un	credito;	il	pericolo	di	insolvenza;	l’inerzia	del	debitore.	La	surrogazione
non	può	essere	esercitata	per	tutti	i	diritti	e	le	azioni	spettanti	al	debitore,	ma	solo	per	quelli	che	abbiano	carattere	patrimoniale	e	che,	per	loro	natura	o	per	disposizione	di	legge,	non	siano	strettamente	inerenti	alla	persona	del	debitore,	come,	per	es.,	il	credito	per	alimenti,	il	diritto	di	revoca	della	donazione	per
ingratitudine	ecc.	Il	creditore,	quando	agisca	giudizialmente,	deve	citare	anche	il	debitore	(art.	2900	c.c.):	nei	confronti	di	questo	non	deve	essere	proposta	una	autonoma	domanda,	ma	la	chiamata	è	necessaria,	trattandosi	di	un’ipotesi	di	litisconsorzio	necessario.
21)Sequestro.
Il	sequestro	è	un	istituto	del	processo	civile	da	ricomprendersi	tra	le	forme	di	processo	e	azione	cautelari	o
assicurative;	al	provvedimento	giurisdizionale	col	quale	viene	concesso	il	sequestro,	si	contrappone	l'azione	della	parte	tendente	a	ottenerlo.	Il	provvedimento	giurisdizionale,	che	concede	il	sequestro,	è	costitutivo,	non	nel	senso	che	il	provvedimento	giurisdizionale	contenga	alcunché	di	nuovo	nella	sfera	del	diritto
processuale	(il	che	è	proprio	di	tutti	i	provvedimenti	giurisdizionali,	comprese	le	sentenze	della	fase	di	cognizione),	ma	nel	senso	che	il	provvedimento	opera	sul	diritto	sostanziale	temporaneamente	modificandone	la	facoltà	di	amministrarlo	e	disporne.
Il	provvedimento	stesso	ha,	per	sua	natura,	carattere	essenzialmente	di	provvisorietà	in	tutti	i	suoi	stadî.
A	questi	caratteri	corrisponde	la	natura	speciale	del	diritto	di	azione,	che	si	può	chiamare	azione	speciale,
perché	le	condizioni	che	dànno	diritto	a	ottenere	il	provvedimento,	sono	essenzialmente	diverse	da	quelle	che	facoltizzano	a	ottenere	un	altro	provvedimento	giurisdizionale	definitivo,	di	cognizione	o	di	esecuzione.
Il	sequestro,	come	provvedimento	cautelare,	tende	a	raggiungere	principalmente	lo	scopo:	a)	assicurare	il	futuro	risultato	pratico	dell'esecuzione	forzata;	ma	può	anche	mirare	a:	b)	assicurare	il	mantenimento	dello
stato	di	fatto	ai	fini	della	cognizione	della	controversia;	ovvero:	c)	esercitare	una	coercizione	sull'obbligato.
I	principali	tipi	di	sequestro	conosciuti	dalla	legge	processuale	italiana	sono	il	sequestro	conservativo	e	il
sequestro	giudiziario.
Sequestro	conservativo	(articoli	924	segg.	cod.	proc.	civ.;	879	segg.	cod.	comm.;	1958,	n.	3,	cod.	civ.;	39	reg.	31	agosto	1901,	n.	413;	48	r.	decr.	13	agosto	1933,	n.	1038;	41	r.	decr.	12	ottobre	1933,	n.	1399;	4,	capov.	ultimo,	r.	decr.	24	luglio	1922,	n.	1036;	testo	unico	della	legge	com.	e	prov.,	approvato	con	r.	decr.	3	maggio
1914,	n.	383,	art.	264;	ecc.).	-­‐	Ha	per	scopo	di	conservare	al	creditore	le	garanzie	del	credito	che	più	facilmente	possono	sottrarsi	all'esecuzione	(mobili,	crediti).	Le	condizioni	per	la	concessione	del	sequestro	sono	date	dal	pericolo	di	sottrazione	di	tali	garanzie	(indici	rivelatori	di	tale	pericolo	si	trovano	negli	articoli
324	cod.	proc.	civ.;	1325	cod.	civ.	e	in	talune	leggi	speciali)	e	dalla	giustificazione	(non	prova	piena)	dell'esistenza	di	un	credito.
Il	sequestro	è	concesso	in	base	a	una	sommarissima	istruzione,	il	che	importa	che	esso	sia	oggetto	di	un	giudizio	di	conferma	o	revoca	del	sequestro	che	ha	per	scopo	di	verificare	se	esistono	le	condizioni
(pericolo,	apparenza	del	credito)	dell'azione	speciale,	e	che	può	essere	unito	o	separato	dal	giudizio	di	merito	sull'esistenza	del	credito.	La	revoca	del	sequestro	può	importare	la	condanna	a	una	multa	e	al	risarcimento	dei	danni,	se	il	sequestrante	sia	in	dolo	o	colpa	grave	(art.	935	cod.	proc.	civ.).
L'oggetto	del	giudizio	di	conferma	è	la	verificazione	dell'esistenza	delle	condizioni	dell'azione	speciale:
tuttavia	il	provvedimento	di	sequestro,	confermato,	è	sempre	di	natura	provvisoria	e	cade	se	il	giudizio	di	merito	dimostra	l'inesistenza	del	credito	con	conseguente	responsabilità	per	chi	lo	ha	provocato.
Sequestro	giudiziario	(articoli	921	segg.	cod.	proc.	civ.;	914,	1875	cod.	civ.).	-­‐	Si	riconduce	a	due	tipi	di	provvedimenti	distinti,	poiché	può	avere	per	scopo:	a)	tanto	di	conservare	la	cosa,	mobile	o	immobile,
oggetto	della	lite	e	che	sarà	eventualmente	oggetto	dell'esecuzione	forzata,	quanto:	b)	di	conservare	le	cose,	che	il	debitore	offre	per	la	sua	liberazione,	ai	fini	stessi	della	cognizione	(articoli	1875,	n.1,	cod.	civ.;	71,	413	cod.	comm.).
Il	sequestro,	secondo	la	pratica	prevalente,	è	concesso	in	contraddittorio	delle	parti,	con	sentenza	o
ordinanza	del	presidente	(articoli	181	e	188	cod.	proc.	civ.;	39	reg.	31	agosto	1901,	n.	413),	sicché	nei	casi	sub	a	può	aver	luogo	un	giudizio	di	conferma	del	provvedimento	presidenziale,	separato	dal	giudizio	di	merito,	in	base	all'art.	183	cod.	proc.	civile.	Anche	in	questi	casi	il	provvedimento,	concesso	o	confermato
con	sentenza,	ha	sempre	natura	provvisoria	in	quanto	è	subordinato	all'esito	della	lite	sul	merito,	che	riconoscerà	il	diritto	(reale	o	personale)	sulla	cosa,	oggetto	del	sequestro,	o	la	validità	dell'offerta	del	debitore	a	estinguere	il	debito.
Forme	di	sequestro	con	effetti	di	assicurare	lo	stato	delle	cose	ai	fini	della	cognizione	e	di	prevenire
maggiori	danni	(con	effetto	assicurativo,	sia	pure	indiretto,	dell'esecuzione),	possono	esser	considerate	quelle	previste	dagli	articoli	68	r.	decr.	legge	7	novembre	1925,	n.	1950;	16	legge	10	giugno	1931,	n.	774;	7	r.	decr.	8	febbraio	1932,	n.	255;	112-­‐116	r.	decr.	13	settembre	1934,	n.	1602	(sequestro	degli	oggetti	che	si
ritengano	costituire	violazione	del	diritto	d'autore	e	del	diritto	di	privativa	industriale).	Sequestro	con	scopi	nettamente	coercitivi	è	quello	dell'art.	135	cod.	civ.	che	ha	sostituito	la	reintegrazione,	manu	militari,	della	moglie	nel	domicilio	coniugale;	e	il	sequestro	di	temporalità	di	ecclesiastici	a	fini	coercitivi	(che	non	era
però	disposto	con	provvedimento	giurisdizionale	e	non	ha	sopravvissuto	nella	recente	legislazione).
La	legge	definisce	col	nome	di	sequestro	gli	effetti	della	trascrizione	del	precetto	immobiliare	(art.	2085	cod.	civ.),	che	possono	arrivare	a	uno	spossessamento	del	proprietario,	ma	che	sono	da	ricondurre	alla
natura	e	agli	effetti	dell'azione	esecutiva.
Anche	dove	le	disposizioni	speciali	non	provvedano,	deve	ritenersi	che	normalmente	sia	ammissibile	un	procedimento	destinato	a	verificare	se	esistano	o	no	le	condizioni	dell'azione	assicurativa	speciale,	indipendentemente	dal	giudizio	di	merito.
Il	sequestro	non	produce	altro	che	la	perdita	della	facoltà	di	amministrare	e	disporre,	che,	in	certi	limiti,
passa	al	sequestratario	il	quale	di	solito	ha	solo	facoltà	di	amministrare.	Il	sequestro	non	spoglia	il	titolare	del	suo	diritto	sulla	cosa,	né	produce	privilegio	a	favore	del	sequestrante.
Tutti	i	beni,	suscettibili	di	esecuzione,	lo	sono	anche	di	sequestro;	l'insequestrabilità	di	taluni	beni	è	disposta	per	ragioni	di	interesse	pubblico	(es.,	stipendî	degli	impiegati	statali;	casi	della	legge	8	febbraio
1934	n.	331,	articoli	35	e	37)	o	per	la	natura	alimentare	del	bene	(es.	articoli	585-­‐586	cod.	proc.	civ.;	r.	decr.	29	gennaio	1931,	n.	227,	art.	80).
Le	norme	regolatrici	della	competenza	e	delle	forme	per	la	concessione	dei	provvedimenti	cautelari	suddetti	sono	diverse	da	quelle	che	riguardano	i	giudizî	di	cognizione	ed	esecuzione	ordinarî.
22)Prescrizione:	cause	di	interruzione	e	sospensione.
La	prescrizione	è	un	mezzo	con	cui	l’ordinamento	giuridico	opera	l’estinzione	dei	diritti	quando	il	titolare
non	li	esercita	entro	il	termine	previsto	dalla	legge	(art.	2934	c.c.).	L’ordinamento	non	consente	che	i	terzi	rimangano	in	una	situazione	permanente	di	incertezza	sulla	volontà	del	titolare	di	esercitare	o	meno	il	proprio	diritto;	e	pertanto,	trascorso	un	certo	termine	senza	che	il	titolare	abbia	esercitato	il	proprio	diritto,
ricollega	a	questo	comportamento	la	perdita	del	diritto	per	una	presunzione	assoluta	di	rinuncia	al	diritto	stesso.	Gli	elementi	della	prescrizione	sono:	la	disponibilità	del	diritto,	il	termine	di	decorrenza,	il	tempo.	Non	sono	soggetti	a	prescrizione	i	diritti	indisponibili	quali	i	diritti	della	personalità.	Del	pari	è
imprescrittibile	il	diritto	di	proprietà,	che	non	si	perde	per	inattività	del	titolare,	ma	solo	per	acquisto	del	diritto	da	parte	del	terzo,	a	seguito	dell’attività	corrispondente	al	diritto	stesso	(Usucapione).	Estinto	il	diritto	e,	con	esso,	l’azione	che	lo	tutela,	rimane	tuttavia	il	dovere	morale	e	sociale	da	adempiere.	Questo
dovere	è	tutelato	indirettamente	in	via	giuridica	attraverso:	a)	la	rinuncia	alla	prescrizione	dopo	il	suo	verificarsi,	consentita	al	beneficiario	che	possa	disporre	del	diritto	acquisito	(art.	2937	c.c.);	b)	la	non	rilevabilità	d’ufficio	della	prescrizione,	stante	sempre	la	facoltà	dell’interessato	di	rinunciare	ad
avvalersene;	c)	la	non	ripetibilità	di	ciò	che	è	stato	spontaneamente	pagato	in	adempimento	del	debito	prescritto	(art.	2940	c.c.).	La	prescrizione	decorre	dal	giorno	in	cui	si	può	far	valere	il	diritto	(art.	2935	c.c.).	Il	termine	ordinario	di	prescrizione	è	di	dieci	anni.	Per	talune	fattispecie	sono	tuttavia	previste	delle
prescrizioni	brevi.	Il	termine	di	prescrizione	può	essere	soggetto	a	sospensione	o	a	interruzione.	Si	ha	sospensione	del	termine	per	cause	che	non	consentono	temporaneamente	l’esercizio	del	diritto,	quali	l’età	minore	o	la	interdizione	per	infermità	di	mente	per	chi	sia	privo	di	rappresentante	legale	e	per	i	sei	mesi
successivi	alla	fine	della	causa	di	incapacità	o	alla	nomina	del	rappresentante;	ovvero	per	il	periodo	in	cui	il	diritto	debba	esercitarsi	nei	confronti	di	persone	con	le	quali	intercorrano	particolari	rapporti,	che	ne
rendano	difficile	o	non	conveniente	l’esercizio.	Si	ha	interruzione	della	prescrizione	a	seguito	della	domanda	giudiziale	e	di	qualunque	atto	valido	per	la	costituzione	in	mora,	nonché	per	il	riconoscimento	del	diritto	da	parte	del	debitore.	Per	effetto	dell’interruzione	si	inizia	un	nuovo	periodo	di	prescrizione.	Quando
intervenga	sentenza	di	condanna	passata	in	giudicato	incomincia	a	decorrere	un	termine	decennale	di
prescrizione,	anche	se	per	i	diritti	per	i	quali	si	è	agito	giudizialmente	la	legge	dispone	un	termine	inferiore
ai	dieci	anni.	Le	prescrizioni	sono	presuntive	quando	la	legge	presume	iuris	tantum	che	dopo	il	decorso	del	termine	il	debito	sia	stato	pagato,	e	pertanto	attribuisce	al	creditore	l’onere	di	provare	che	il	debito	non	sia	stato	pagato,	anche	deferendo	il	giuramento	(art.	2960	c.c.).	La	prescrizione	presuntiva	però	non	può
essere	fatta	valere	quando	colui	che	la	eccepisce	ha	comunque	ammesso	in	giudizio	che	l’obbligazione	non	è	stata	estinta.	In	tal	caso	infatti	viene	meno	il	fondamento	stesso	della	prescrizione,	che,	come	già	detto,	si	basa	sulla	presunzione	che	il	debito	sia	stato	pagato.
23)Sistema	tavolare.
Il	sistema	catastale	tavolare	(o	catasto	tavolare	o	sistema	del	libro	fondiario,	in	tedesco	Grundbuch)	è	un
tipo	di	ordinamento	catastale	che	fu	in	uso	nell'impero	austroungarico.
Oggi	vige	in	Italia	nei	territori	annessi	al	termine	della	prima	guerra	mondiale,	vale	a	dire	le	attuali	province	di	Trieste,	Gorizia,	Trento,	Bolzano,	in	alcuni	comuni	della	provincia	di	Udine	(Aiello	del	Friuli,	Aquileia,	Campolongo	al	Torre,	Cervignano	del	Friuli,	Chiopris-­‐Viscone,	Fiumicello,	Malborghetto-­‐Valbruna,
Pontebba,	Ruda,	San	Vito	al	Torre,	Tapogliano,	Tarvisio,	Terzo	di	Aquileia,	Villa	Vicentina	e	Visco)	nel	comune	di	Pedemonte	(Provincia	di	Vicenza),	nei	comuni	di	Magasa	e	Valvestino	(Provincia	di	Brescia)	e	in	tre	comuni	della	Provincia	di	Belluno	(Cortina	d'Ampezzo,	Colle	Santa	Lucia	e	Livinallongo	del	Col	di	Lana).
Si	differenzia	dal	catasto	ordinario,	oltre	che	per	le	origini	storiche,	per	la	modalità	di	conservazione	e	per	il
diverso	rilievo	giuridico	delle	sue	risultanze,	che	hanno	efficacia	costitutiva,	oltre	che	probatoria,	per	i	trasferimeIl	sistema	tavolare	ha	trovato	la	sua	espressione	più	completa	nell'impero	austro-­‐ungarico.	Esso	trae	le	sue	origini	in	istituzioni	germaniche	che	hanno	improntato	non	solo	paesi	germanofoni	come
Germania	e	Svizzera,	ma	anche	aree	in	cui	era	forte	l'attrattiva	dell'esempio	tedesco	(Polonia,	Finlandia,	Russia,	Svezia)	Similmente	è	stato	introdotto	in	Spagna	e	Portogallo	e	di	recente	anche	in	Tunisia	e	Australia.	In	Italia,	che	partiva	da	una	situazione	confusa,	si	era	sentita	l'attrattiva	di	un	tale	sistema.
Curiosamente	la	sua	introduzione	era	cominciata	nelle	ex	colonie	italiane	dell'Eritrea,	della	Libia	ed	a	Rodi,	anche	per	reperire	i	terreni	da	assegnare	ai	coloni.
Da	tempi	remoti	nelle	zone	abitate	da	popolazioni	germaniche	si	tendeva	ad	attribuire	alle	istituzioni	pubbliche	il	compito	di	"attribuire	verità	alle	manifestazioni	delle	parti",	l'iscrizione	nei	pubblici	libri	divenne
perciò	il	requisito	principale	per	l'acquisto	o	il	trasferimento	del	diritto	reale;	per	la	sua	efficacia	il	sistema	si	estese	gradualmente	all'intera	monarchia	asburgica.
Il	sistema	tavolare	poggia	su	quattro	principi:
Principio	del	predecessore	tavolare
detto	anche	principio	di	continuità	nelle	intavolazioni,	ovvero	nel	senso	che	si	può	iscrivere	un	diritto	solo	nei	confronti	del	soggetto	proprietario	iscritto.
Principio	dell'iscrizione
il	diritto	di	proprietà	e	gli	altri	diritti	reali	sui	beni	immobili	non	si	acquistano	per	atto	tra	vivi	se	non	con
l'iscrizione	nel	libro	fondiario.
Questa	operazione,	detta	"intavolazione",	è	il	vero	atto	traslativo,	ed	è	quindi	presupposto	di	efficacia,
anche	fra	le	parti,	del	trasferimento	o	della	costituzione	del	diritto	reale.
Nel	diritto	italiano	vige	invece	il	principio	che	la	compravendita,	anche	immobiliare,	si	perfeziona	con	il	solo	consenso	(art.	1376	del	Codice	Civile)	e	che	la	trascrizione	è	il	mezzo	per	dirimere	i	conflitti	tra	più	acquirenti	dallo	stesso	alienante.
Principio	di	legalità
nessuna	iscrizione	può	avvenire	se	non	è	ordinata	con	decreto	del	giudice	tavolare,	previo	controllo,	da
parte	dello	stesso,	del	titolo	in	base	al	quale	è	richiesta	l'iscrizione	medesima.
Principio	della	pubblica	fede
l'iscrizione	vale	titolo	in	favore	dei	terzi	(aventi	un	interesse	legittimo	ed	attuale)	che	in	essa	facciano	affidamento	con	un	duplice	senso:
funzione	negativa:	ciò	che	non	è	iscritto	nel	libro	fondiario	è	inefficace	contro	i	terzi	in	buona	fede[5]
funzione	positiva:	ciò	che	è	iscritto,	ha	efficacia	contro	chiunque.
Il	sistema	tavolare	riconosce	l'esistenza	dell'usucapione	(possesso	pacifico,	non	clandestino,	non	ad	altro	titolo	come	il	precario):	questa	sorta	di	"proprietà	naturale"	deve	essere	intavolata	in	seguito	ad	una
sentenza	passata	in	giudicato	che	ne	convalidi	il	diritto	e	serva	da	titolo	per	l'iscrizione	stessa.
Le	"schede"	sono	redatte	sui	beni	immobiliari,	con	la	descrizione	di	tutti	i	diritti	sopra	di	essi	spettanti	alle	singole	persone,	non	sulle	persone	con	gli	atti	traslativi	dei	beni	stessi.
24)Trascrizione	tavolare.
Di	fronte	al	sistema	della	trascrizione,	fin	qui	richiamato,	dobbiamo	ora	analizzare	e	contrapporre	il	sistema	del	Libro	Fondiario	sorto	nei	territori	dell’ex	monarchia	asburgica,	e	mantenuto	in	vigore	in	queste	terre
ricongiunte	alla	madre	patria.
Questo	sistema	di	pubblicità	immobiliare	(c.d.	tavolare	austriaco)	è	stato	conservato	quindi	in	vigore	nelle	nuove	province	(Trento,	Bolzano,	Trieste	e	Gorizia),	nonché	nei	mandamenti	di	Cervignano	e	di	Pontebba	nella	provincia	di	Udine,	di	Cortina	d’Ampezzo,	Pieve	di	Livinallongo	e	Colle	Santa	Lucia	in	provincia	di
Belluno	e	Valvestino	in	provincia	di	Brescia	con	il	r.d.	28	marzo	1929,	n.	499.
Il	sistema	tavolare	si	differenzia	nettamente,	per	natura	ed	effetti,	da	quello	della	trascrizione	disciplinato	dal	Codice	civile.
Si	ritiene	cosa	fondamentale,	per	tracciare	la	fisionomia	di	questo	sistema,	riportare	l’art.	2	legge	tav.,	che
così	recita:	“a	differenza	di	quanto	di-­‐	sposto	dal	Codice	civile	italiano,	il	diritto	di	proprietà	e	gli	altri	diritti	reali	sui	beni	immobili	non	si	acquistano	per	atto	tra	vivi	se	non	con	l’iscrizione	del	diritto	nel	libro	fondiario”.
È	accolto	pertanto	il	principio	romanistico	che	fa	discendere	l’acquisto	del	diritto	non	“pactibus”	ma
dall’iscrizione	dello	stesso	nelle	“tabulae”.
Mentre	l’art.	2659	c.c.	parla	di	“trascrizione	di	un	atto”	da	presentare	al	Conservatore	dei	Registri	Immobiliari,	l’art.	2	legge	tav.	parla	di	iscrizione	del	diritto.	Il	Libro	Maestro	(Hauptbuch)	prevale	sull’Instrumentenbuch	(la	raccolta	dei	titoli).
Si	nota	subito,	dal	confronto,	che	nel	sistema	tavolare	oggetto	della	pubblicità	non	è	il	negozio	di	acquisto,
bensì	il	mutamento	giuridico	con-­‐	tenuto	nel	negozio	(il	diritto	reale	che	sorge	o	è	modificato).
L’intavolazione	non	è	quindi	una	procedura	pubblicitaria,	ma	un	procedimento	di	pubblicità	attributivo	di	pubblica	fede	all’esistenza	e	consistenza	del	diritto	in	capo	al	titolare	apparente	e,	aggiungiamo,	anche	con	effetto	costitutivo.
Indiscutibile	e	di	grande	rilievo	è	il	vantaggio	che	offre	la	tenuta	del	libro	fondiario	a	sistema	reale.
Nel	sistema	della	trascrizione,	a	colui	che	interessa	conoscere	lo	stato	giuridico	di	un	immobile,	sia	per
assicurarsi	che	l’alienante	ne	sia	illimitato	proprietario,	se	su	di	esso	gravino	servitù	o	ipoteche,	e	via	dicendo,	spetta	il	grave	compito	nel	caso	di	tenuta	dei	libri	a	sistema	personale,	di	espleta-­‐	re	le	relative	ricerche	in	una	lunga	serie	di	volumi,	fino	ad	arrivare	per	lo	meno	ad	un	tempo	partendo	dal	quale	gli	possa
essere	utile	la	prescrizione	(usucapione).
Necessario	è	quindi	conoscere	la	cronistoria	dell’immobile,	sapere	chi	furono	i	proprietari	precedenti,	giacché	con	la	sola	conoscenza	dell’immobile	è	impossibile	ricostruire	l’iter	delle	alienazioni	o	limitazioni	intervenute;	i	registri	immobiliari	non	sono	coordinati	sulla	base	degli	immobili:	conoscibili	sono	solo	le
obbligazioni	ipotecarie	di	una	determinata	persona.	Senza	poi	dire,	che	nasce	sempre	una	qualche	incertezza	sull’esatta	designazione	o	sui	confini	del	bene,	giacché	i	registri	catastali	non	sono	quasi	mai	aggiornati	e	corrispondenti	ai	registri	ipotecari.
La	tenuta	del	Libro	Fondiario	a	sistema	reale	invece	consente	di	avere	senza	alcuna	perdita	di	tempo	e
senza	incontrare	difficoltà	alcuna	la	più	completa	e	sicura	visione	di	quella	situazione	di	fatto	e	di	diritto,	che	taluno	ha	definito	argutamente	“lo	stato	civile	della	proprietà	immobiliare”,	vale	a	dire	l’iter	di	fatto	e	giuridico	seguito	da	un	immobile	dal	momento	dell’impianto	del	libro	fondiario	fino	al	momento	presente,
ossia	per	un	arco	di	tempo	di	oltre	mezzo	secolo.	Attraverso	l’ispezione	del	registro	dei	proprietari,	oppure	dello	schedario	relativo,	per	quei	comuni	in	cui	è	stato	già	attuato	(facile	da	rintracciare	per	essere	riportati	i	nomi	in	stretto	ordine	alfabetico)	troverà	l’indicazione	delle	partite	tavolari	in	cui	il	“soggetto	titolare”
appare	iscritto	quale	proprietario	o	comproprietario,	e	l’esame	di	queste	partite	gli	permetterà	di	conoscere	tutti	gli	altri	particolari	della	situazione	di	fatto	e	di	diritto	relativi	ai	beni	stessi,	che	gli	potranno	interessare.
Di	particolare	importanza	è	il	fatto	che	dopo	tale	ispezione	si	può	avere	la	matematica	certezza	che
all’infuori	di	quanto	emerge	da	queste	partite	tavolari	non	esistono	altre	iscrizioni	che	si	riferiscono	all’immobile	che	interessa,	il	che	rende	impossibile	omissioni	o	sviste	in	occasione	dei	rilievi,	mentre	si	ha	la
massima	facilità,	rapidità	e	semplicità	nell’eseguirli.
Il	procedimento	di	iscrizione	nel	Libro	Fondiario	avviene	attraverso	una	procedura	giurisdizionale	con	le
caratteristiche	della	volontaria	giurisdizione	che	vaglia	la	legittimità	del	titolo	e	ne	ordina	con	decreto	del	Giudice	(Giudice	tavolare)	l’iscrizione	nel	Libro.
Da	ciò	sorge	quelle	che	il	Pombeni	chiama	“la	forza	probante	emanante	dal	libro	fondiario”,	cioè	la	pubblica	fede	dello	stesso.
Questo	controllo	di	legittimità	che	si	sostanzia	in	un	ordine	dell’autorità	giudiziaria	di	iscrivere,	seguito
dall’iscrizione	accompagnata	dal	suggello	di	un	decreto	del	Giudice,	certamente	non	sana	ogni	difetto	del	titolo.	Il	pro-­‐	cedimento	in	affari	tavolari	è	procedimento	formale,	di	volontaria	giurisdizione,	è	essenziale	per	ottenere	l’iscrizione	del	diritto	e	quindi	la	sua	costituzione	è	presunzione	di	legalità	per	le	parti	che	lo
hanno	attenuto	imponendo	a	chi	contesta	l’onere	della	prova,	ma	non	è	una	sanatoria	dei	vizi	del	titolo.
L’intavolazione	potrà	sempre	essere	impugnata,	oltre	che	per	i	vizi	della	procedura,	anche	per	i	vizi	del	titolo.
Una	delle	caratteristiche	del	sistema	tavolare	è	rappresentata	dalla	natura	reale	anziché	personale	dei	registri,	che	consente	una	facile	ricostruzione	di	tutte	le	vicende	che	riguardano	gli	immobili,	natura	che	si
definisce	appunto	reale	“in	quanto	le	iscrizioni	sono	ordinate	secondo	l’identità	del	bene	allo	scopo	di	documentare	la	situazione	giuridica	dei	beni	immobili”.
Con	riferimento	alle	formalità	da	effettuarsi	nel	Libro	Fondiario,	l’art.	8	legge	tav.	precisa	che	le	iscrizioni	tavolari	consistono	in	intavolazioni,	prenotazioni	ed	annotazioni,	ed	è	una	elencazione	tassativa	dei	tipi	di
segnalazioni	attuabili	in	tale	sistema.
Da	quanto	fin	qui	detto	per	intavolazione	deve	intendersi	l’iscrizione	nel	libro	fondiario	di	un	titolo,	in	regola	nella	forma	e	nella	sostanza	(sono	iscrizioni	perfette),	che	produce	l’effetto	costitutivo	delle	pattuizioni	inter	vivos,	diversa	essendo	la	funzione	per	gli	acquisti	per	usucapione	(o	per	altri	fatti)	e	per
successione.	In	particolare,	qualora	il	titolo	per	l’intavolazione	sia	costituito	da	una	sentenza,	questa	dovrà	essere	passata	in	giudicato,	come	prevede	l’art.	33,	lett.	c,	del	nuovo	testo	(salva	la	possibilità	di	chiedere	la	prenotazione).	La	ragione	della	diversa	disciplina	rispetto	al	diritto	comune	sarebbe	“ben	giustificata,	dal
momento	che	l’intavolazione	nel	libro	fondiario	fa	fede,	a	differenza	della	trascrizione,	dell’esistenza	del	diritto”.
Ove	il	titolo	non	sia	completo,	l’art.	35	legge	tav.	consente	la	prenotazione	dell’intavolazione	allorché	l’atto	o	la	sentenza,	in	forza	di	cui	si	chiede	l’intavolazione,	non	ha	tutti	i	requisiti	prescritti	dagli	artt.	31	e	ss.	Per
l’intavolazione,	ma	possiede	i	requisiti	generali	di	cui	agli	artt.	26	e	27	legge	tav.,	e	cioè:	valida	causa,	esenzione	da	vizi	visibili	che	ne	diminuiscono	l’attendibilità,	identificazione	delle	parti,	indicazione	della	data,	nonché	la	provenienza	del	predecessore	tavolare.
Le	prenotazioni	hanno	però	natura	provvisoria,	in	quanto	devono	essere	successivamente	giustificate	con	il
perfezionamento	formale	e	sostanziale	del	titolo	che	si	avrà,	come	recita	l’art.	41	legge	tav.,	con	la	manifestazione	di	volontà	da	parte	di	colui	contro	il	quale	è	stata	conseguita	la	prenotazione,	dal	passaggio	in	giudicato	della	sentenza	(compresa	quella	che	dichiara	giustificata	la	prenotazione)	o	dei	provvedimenti
provvisoriamente	esecutivi.	Una	volta	formato	il	titolo	necessario	per	la	giustificazione	sarà	eseguita	l’iscrizione	con	effetto	dalla	prenotazione.	Il	contrario	avverrà	se	la	prenotazione	sarà	dichiarata	non
L’annotazione	riguarda	invece	alcuni	atti	indicati	negli	artt.	19	e	20	della	legge	tav.	e,	per	il	rinvio	contenuto
nell’art.	20,	lett.	f	e	g,	le	domande	giudiziali	contenute	negli	artt.	2652	e	2653	c.c.	e	da	61	e	69	legge	tav.,	e	tale	elencazione	non	è	tassativa.
All’annotazione	nel	sistema	tavolare	vengono	attribuite	diverse	funzioni:
talune	sono	disposte	al	mero	fine	di	assicurare	la	conoscibilità	di	determinati	fatti	(pubblicità	notizia);
altre	invece	sono	imposte	come	veri	e	propri	oneri	alle	parti	(a	pena	di	inopponibilità	del	fatto	a	terzi).
25)Risoluzione	del	contratto.
Scioglimento	con	effetto	retroattivo	di	un	contratto	valido	ed	efficace.	La	retroattività,	peraltro,	non	opera	nei	contratti	a	esecuzione	periodica	o	continuata	per	le	prestazioni	già	eseguite	(art.	1458	c.c.).	Oltre	che	in
conseguenza	di	un	nuovo	accordo	(mutuo	consenso)	o	dell’esercizio	della	facoltà	di	recesso	a	opera	di	una	delle	parti	del	contratto	(nei	casi	in	cui	tale	facoltà	è	prevista	dalla	legge	ovvero	è	consensualmente	stabilita),	la	risoluzione	si	verifica,	nei	contratti	a	prestazioni	corrispettive,	per	inadempimento	di	una	delle
parti	(art.	1453-­‐62	c.c.),	per	sopravvenuta	impossibilità	della	prestazione	(art.	1463-­‐66	c.c.)	e	per	eccessiva	onerosità	(art.	1467-­‐69	c.c.).	In	questi	casi	la	risoluzione	deve	essere	accertata	e	dichiarata	dal	giudice	con	sentenza	costitutiva.	In	caso	di	risoluzione	per	inadempimento,	in	particolare,	la	parte	che	agisce	nei
confronti	di	quella	inadempiente	può	chiedere,	a	sua	scelta,	l’adempimento	della	prestazione	o	la	risoluzione	del	contratto,	salvo,	in	ogni	caso,	il	risarcimento	del	danno.	Il	legislatore	privilegia	l’adempimento	delle	obbligazioni,	tanto	che	la	risoluzione	per	inadempimento	può	anche	essere	chiesta
quando	il	giudizio	sia	stato	promosso	per	ottenere	l’adempimento,	mentre	l’adempimento	non	può	più	essere	richiesto	quando	si	sia	domandata	giudizialmente	la	risoluzione.	La	risoluzione	opera,	viceversa,	di	diritto	nel	caso	in	cui	le	parti	inseriscano	in	un	contratto	una	clausola	risolutiva	espressa	e	nel	caso	in	cui
stabiliscano	per	l’adempimento	un	termine	espressamente	definito	essenziale	dalle	parti	o	tale	risultante	implicitamente	per	la	natura	o	l’oggetto	di	una	delle	prestazioni.	Nella	prima	ipotesi,	la	risoluzione	opera	non	appena	si	verifichi	l’inadempimento	della	obbligazione	di	una	delle	parti,	anche	se	la	parte	in	favore
della	quale	la	clausola	è	prevista,	deve	dichiarare	di	avvalersene;	nel	secondo	caso,	la	risoluzione	opera	automaticamente	alla	scadenza	del	termine	e	la	parte	in	favore	della	quale	è	fissato	il	termine	può,	se	vuole,	esigere	la	prestazione	mediante	comunicazione	da	effettuare	entro	tre	giorni	dalla	scadenza	del
termine.	La	risoluzione	opera	di	diritto	anche	allorquando	una	parte	si	avvalga	della	facoltà,	di	carattere	generale	(art.	1454	c.c.),	di	intimare	alla	parte	inadempiente	con	atto	scritto	di	fornire	la	propria	prestazione	in	un	termine	non	inferiore	a	15	giorni,	con	l’avvertenza	che,	in	difetto,	il	contratto	si	intenderà
risolto	di	diritto.
26)Rescissione	del	contratto.
In	diritto	civile,	azione	diretta	a	togliere	efficacia	a	un	negozio	con	effetto	retroattivo	a	causa	di	una	sproporzione	esistente	fra	le	contrapposte	prestazioni	o	a	causa	dell’iniquità	delle	condizioni	delle	obbligazioni	assunte	da	una	parte.	Il	codice	civile	prevede	un’azione	generale	di	rescissione	per	lesione,	che
presuppone	una	grave	sproporzione	fra	le	prestazioni	delle	parti,	dipendente	dallo	stato	di	bisogno	in	cui	una	di	queste	si	sia	trovata	e	di	cui	l’altra	abbia	approfittato.	Prevede	inoltre	la	rescissione	del	contratto
concluso	da	una	delle	parti	a	condizioni	inique	a	causa	di	uno	stato	di	pericolo	in	cui	si	trovava	(art.	1447
c.c.);	in	quest’ultimo	caso	il	giudice,	nel	pronunciare	la	rescissione,	può,	secondo	le	circostanze,	assegnare
un	equo	compenso	all’altra	parte	per	l’opera	prestata.	L’azione	di	rescissione	si	prescrive	in	un	anno	dalla	conclusione	del	contratto,	a	meno	che	il	fatto	non	costituisca	reato.	Il	contraente	convenuto	in	rescissione	può	offrire	una	modificazione	del	contratto	sufficiente	per	ricondurlo	a	equità.	Il	contratto	rescindibile	non
può	essere	convalidato.	Soggetta	a	rescissione	è	anche	la	divisione	ereditaria	se	la	lesione	sia	superiore	al	quarto.
L'azione	di	rescissione	ha	per	presupposto	una	lesione	(v.),	cioè	una	sproporzione	grave	tra	la	prestazione	promessa	o	data	e	la	controprestazione	promessa	o	ricevuta	nei	contratti	commutativi,	e	prescinde	da	un
difetto	o	da	un	vizio	del	consenso	o	da	un'incapacità	della	persona:	la	rescindibilità	del	negozio	giuridico	è,	pertanto,	concetto	diverso	dalla	nullità	e	annullabilità	del	negozio	stesso.	Non	è	ammessa	nel	sistema	del	diritto	italiano	un'azione	di	rescissione	in	generale,	perché	non	è	accolto	un	concetto	generale	di	lesione.
L'azione	di	rescissione	ha	durata	varia:	quella	della	compravendita	immobiliare	dura	due	anni	dal	giorno	del	contratto	(art.	1531	cod.	civ.):	conseguentemente	ha	la	stessa	durata	nella	permuta,	quando	questa,	per	la	prevalenza	dei	rifacimenti	in	denaro,	si	debba	assimilare	a	una	vendita	(art.	1554	cod.	civ.):	l'azione	di
rescissione	della	divisione	dura	invece	cinque	anni	come	le	azioni	di	annullamento;	essi	decorrono	dal	giorno	dell'avvenuta	divisione	(art.	1300	cod.	civ.).
27)Prove.
Atto,	o	serie	di	atti,	operazione,	procedimento,	aventi	lo	scopo	di	conoscere,	verificare,	dimostrare	le	qualità,	le	caratteristiche,	la	rispondenza	a	determinati	requisiti	di	qualcosa,	o	anche	le	doti,	le	attitudini	di
una	persona,	o	ancora	la	veridicità	di	un’informazione,	la	probabilità	di	un	fatto.
Termine	con	cui	si	fa	riferimento	a	quel	procedimento	logico	che	dal	fatto	noto	ricava,	per	rappresentazione,	l’esistenza	del	fatto	da	provare.	Oltre	che	al	risultato	probatorio,	non	raramente	tale	parola	viene	utilizzata	per	indicare	anche	la	fonte,	il	mezzo	e	l’elemento	di	prova.
Nel	processo	civile	e	nel	diritto	processuale	in	generale	il	termine	p.	possiede	diversi	significati.	Più
frequentemente	trova	impiego	per	indicare	gli	strumenti	di	conoscenza	dei	fatti	storici	allegati	all’interno	del	processo	e	posti	a	fondamento	della	domanda	di	tutela	giurisdizionale.	In	questo	senso	si	parla	comunemente	di	mezzi	di	p.	distinguendo	tra	p.	precostituite	e	p.	costituende.	Con	le	prime	si	indicano	le	p.
formatesi	fuori	dal	processo:	per	es.,	i	documenti.	Queste	si	acquisiscono	al	giudizio	con	la	semplice	produzione.	Le	p.	costituende,	invece,	sono	quelle	che	devono	formarsi	all’interno	del	processo	e	implicano	perciò	un’attività	processuale,	detta	istruzione	probatoria,	specificamente	indirizzata	alla	formazione	del
mezzo	di	p.:	per	es.,	l’ispezione	o	la	dichiarazione	testimoniale.	Le	p.	si	dividono,	poi,	tra	p.	dirette	e	p.	indirette	(o	rappresentative).	Con	le	prime	il	giudice	percepisce	direttamente,	ovvero	con	i	propri	sensi,	il	fatto	allegato:	si	pensi	all’ispezione	disposta	per	accertare	lo	stato	di	taluni	luoghi	rilevante	per	la	decisione.
Nelle	p.	indirette,	invece,	tra	la	percezione	del	giudice	e	il	fatto	si	interpone	uno	strumento	rappresentativo,	come	il	documento	o	la	dichiarazione	testimoniale.	In	tal	caso	sorge	il	problema	di	valutare	l’attendibilità	dello	strumento.	Di	regola	tale	giudizio	di	attendibilità	è	rimesso	liberamente	al
giudice	secondo	il	suo	prudente	apprezzamento	(testimonianza),	ma	in	taluni	casi	(documento)	è	la	legge	stessa	a	determinare	la	piena	attendibilità	del	mezzo	di	p.	vincolando	l’organo	giudicante.	In	questo	caso	si
parla	di	p.	legali.
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