Source: http://astratto.info/il-reato--linfrazione-di-un-comando-o-divieto-posto-dalla-legg.html
Timestamp: 2020-01-19 03:11:09+00:00
Document Index: 176609773

Matched Legal Cases: ['art. 270', 'art. 270', 'art. 311', 'sentenza ', 'art. 314', 'art. 314', 'art. 314', 'art. 314', 'art. 314', 'art. 1', 'art. 314', 'art. 624', 'art. 323', 'sentenza ', 'art. 314']

Il reato è l’infrazione di un comando o divieto posto dalla legge penale. IL reato è l’infrazione di un comando o divieto posto dalla legge penale
Il reato è l’infrazione di un comando o divieto posto dalla legge penale.
R. è ogni fatto a cui l’ordinamento giuridico ricongiunge come conseguenza una pena.
Lo Stato, dice Antolisei, ricorre alla pena per farsi ubbidire dai sudditi.
La pena è la più grave delle sanzioni, costituisce un male per chi la subisce ma anche per lo Stato che subisce oneri considerevoli. E’ quindi l’extrema ratio.
In primo luogo si parte dal libro e dal titolo che riguarda il reato o i reati in questione.
A seguire si procede con gli elementi costitutivi del reato: il bene tutelato.
Si procede, poi, ad individuare il soggetto attivo.
Si descrive, quindi, la condotta e, a seguire l’evento (se vi è). Deve, quindi definirsi quale sia l’elemento soggettivo richiesto dal legislatore affinchè si configuri il reato.
Si prosegue, allora, con l’analisi del soggetto passivo e, infine si specifica se è o meno ammissibile il tentativo e, se necessario, si affronta il rapporto che vi è tra il reato in esame e gli altri reati.
Condotta (reato di pericolo o di evento?)
Ammissibilità del tentativo
Eventuali altri rapporti con altri reati.
L’oggetto del reato è il bene giuridico protetto, ossia il quid che la norma intende proteggere da possibili aggressioni con la minaccia della pena.
È colui che compie il reato, il c.d. reo.
Il reato è violazione di un comando, non si concepisce, quindi, un reato che non sia commesso da un uomo.
Andando al punto: mentre la maggior parte degli illeciti penali può essere commessa da chiunque, c.d. reati comuni, vi sono altre fattispecie che possono essere commesse solo da soggetti che ricoprono una particolare qualifica giuridica in capo all’agente. SI tratta dei c.d reati propri.
Soggetto passivo è la persona offesa dal reato. La vittima del reato, in altre parole.
Soggetto passivo è il titolare dell’interesse la cui offesa costituisce l’essenza del reato.
Non può essere sogg. passivo un defunto (salvo ipotesi rare) o un oggetto, può essere soggetto passivo lo stato, un incapace, un ente giuridico. La stessa persona non può essere contemporaneamente soggetto attivo e soggetto passivo.
In un medesimo reato vi possono essere più soggetti passivi, per es.: ingiuria rivolta a più persone; o i c.d. reati vaganti quali, ad esempio, quelli contro l’incolumità pubblica (strage, incendio, naufragio…).
Vi sono anche i reati plurioffensivi, ossia quei reati che offendono i beni giuridici che appartengono a persone distinte (calunnia, che offende lo Stato, nel suo interesse all’amministrazione della Giustizia e la persona falsamente incolpata).
Diverso dal soggetto passivo è il civilmente danneggiato, ossia il soggetto che ha subito un danno risarcibile. L’ipotesi classica può aversi nell’omicidio.
Il reato non balza fuori all’improvviso (come Minerva dalla testa di Giove), esso si realizza nel mondo esteriore passando attraverso diverse fasi:
Ideazione (cogitationem poenam nemo patitur)- preparazione- esecuzione-perfezione-consumazione (si ha consumazione quando sono presenti tutti gli elementi indispensabili per l’esistenza del reato. Il reato è consumato quando il fatto risponde compiutamente al tipo astratto delineato dalla legge).
Il reato talvolta si consuma con il compimento di una data condotta (r. di condotta), talaltra con il verificarsi di un evento.
Cogitare, agere, sed non perficere.
L’ipotesi delittuosa descritta dal legislatore è realizzata solo in parte.
La ragione per cui si punisce il tentativo è il pericolo insito nella condotta ma anche perché si sono poste in essere condotte non accettabili dallo stato.
Il libro II del codice penale, si apre al titolo I coi delitti contro la personalità dello Stato. Questa posizione di preminenza evidenzia una scelta di fondo del legislatore del 1930: il codice infatti rispecchia l’ideologia fascista con particolare riguardo all’importanza attribuita allo Stato, bene giuridico primario che trova tutela nelle norme penali. Si distinguono, quindi, i delitti contro la personalità internazionale e contro quella interna dello Stato; i delitti contro i diritti politici del cittadino; i delitti contro gli stati esteri, i loro capi e i loro rappresentanti.
Il ruolo e l’attualità di questi delitti è stata messa in discussione perché è apparsa retaggio di concezioni ormai passate.
Personalità dello Stato: Si sottolinea una versione quasi antropomorfica dell’ente statale, una visione organica ed istituzionalistica. Si mira a proteggere non solo la vita e l’esistenza dello Stato, ma la persona statale in tutte le sue manifestazioni e direzioni della sua sovranità. Personalità internazionale è il modo di atteggiarsi dello stato nei confronti degli altri Paesi. La personalità interna è, invece, la proiezione che ricade entro i confini e si intende vietare tutti quei comportamenti che, a vario titolo potrebbero minare l’ordinamento costituzionale.
Associazione con finalità di terrorismo, anche internazionale o di eversione dell’ordine democratico.
Collocazione (libro II, Titolo I, si tratta di una fattispecie inserita nel 1979 e poi modificata nel 2001…)
Bene giuridico: Ordine democratico e costituzionale dello Stato italiano, proteggendo così la personalità interna e l’ordine pubblico dagli attacchi di violenza dell’associazione.
Soggetto attivo: Chiunque, sia cittadino che straniero, anche fuori dal territorio dello Stato, si tratta, quindi, di un reato comune.
Condotta: è distinta in base alle attività svolte da ciascun membro e deve essere finalizzata al compimento di atti di violenza che superino la soglia di punibilità.
Soggetto passivo: Stato italiano, Stati esteri, soggetti di diritto internazionale.
Elemento soggettivo è il dolo specifico, ossia la coscienza e la volontà di costituire un’associazione che abbia determinate finalità.
Il reato si consuma con la partecipazione all’associazione o con la costituzione della stessa e quindi si ritiene non configurabile il tentativo.
Nel clima di emergenza creato dagli attacchi dell'11 settembre 2001 e alla luce di un fenomeno che si presentava con caratteri nuovi (la finalità e i mezzi propriamente terroristici, la dotazione di una rete operativa pressoché globale, un programma violento destinato all'attuazione in Paesi talora diversi da quelli di appartenenza degli affiliati), in adempimento di precisi obblighi internazionali assunti dallo Stato italiano, si rese necessario adeguare l'apparato sanzionatorio interno predisponendo azioni di contrasto al terrorismo internazionale. Il testo dell'art. 270 bis venne riscritto dal D.L. 18.10.2001, n. 374, conv. con modificazioni nella L. 15.12.2001, n. 438, in particolare:
a) inserendo nell'intitolazione del reato il riferimento al terrorismo "anche internazionale" e sostituendo, inoltre, la congiunzione "e" - fra la finalità di terrorismo e quella di eversione - con la disgiuntiva "o";
b) prevedendo la penale rilevanza delle condotte di finanziamento, in aggiunta a quelle di promozione, costituzione, organizzazione, direzione e partecipazione;
c) introducendo il riferimento alla finalità di terrorismo anche nel corpo della norma, ove era precedentemente assente;
d) scrivendo l'attuale 3° co., a norma del quale «ai fini della legge penale, la finalità di terrorismo ricorre anche quando gli atti di violenza sono rivolti contro uno Stato estero, un'istituzione o un organismo internazionale»;
e) aggravando il profilo sanzionatorio per le condotte di partecipazione;
f) inserendo una forma speciale di confisca obbligatoria nei confronti del condannato, relativamente alle cose che servirono o furono destinate a commettere il reato e delle cose che ne sono il prezzo, il prodotto, il profitto o che ne costituiscono l'impiego.
Il reato di associazione eversiva con finalità di terrorismo non ha natura plurioffensiva atteso che il bene giuridico tutelato dall'art. 270 bis è esclusivamente la personalità internazionale dello Stato (C., Sez. V, 23.2.2012, n. 12252).
La finalità di terrorismo va individuata nello scopo di incutere il terrore con azioni criminose indiscriminate, dirette non contro singole persone ma contro ciò che esse rappresentano o, se dirette contro la persona, indipendenti dalla sua funzione nella società, e volte a scuotere la fiducia nell'ordinamento costituito e a indebolirne le strutture. La giurisprudenza ha altresì specificato, al chiaro scopo di evitare scivolamenti verso l'identificazione del terrorismo con il semplice uso di mezzi violenti per scopi politici in senso lato, che il terrorismo si esprime tramite il ricorso sistematico ad una violenza eccessiva, spietata e gratuita, segno di assoluto disprezzo per i beni tutelati dall'ordinamento e tale da ingenerare il panico nella collettività (C., Sez. I, 10.5.1988; C., Sez. I, 27.10.1987; C., Sez. I, 11.7.1987).
Quanto alla finalità di eversione dell'ordine democratico, corrispondente, essa consiste nel sovvertire il complesso di quei principi fondamentali che, secondo le indicazioni della Costituzione, contraddistinguono la fisionomia dello Stato repubblicano pluralistico
Per la configurabilità del reato è necessaria la sussistenza di un gruppo costituito in "associazione", alla cui formazione, peraltro, secondo un orientamento giurisprudenziale formatosi sulla versione originaria della norma (C., Sez. I, 10.12.1999; C., Sez. I, 4.11.1987, che richiama l'eventuale applicabilità, per le ipotesi di lieve entità oggettiva, della diminuente prevista dall'art. 311; C., Sez. I, 17.4.1985) e recentemente ripreso anche in relazione all'associazione terroristica internazionale (si legga la sentenza pronunciata in rito abbreviato dal Gup di Brescia in data 13.7.2005), sarebbero sufficienti due persone.
C., Sez. V, 8.10.2015-21.1.2016, n. 2651, ha affermato che il delitto di associazione con finalità di terrorismo internazionale o di eversione dell'ordine democratico, per la sua natura di reato di pericolo presunto è integrato in presenza di una struttura organizzativa con grado di effettività tale da rendere possibile l'attuazione del programma criminoso, ma non richiede anche la predisposizione di un programma di azioni terroristiche.
Il mero inserimento nell'organigramma dell'associazione è sufficiente a integrare gli estremi della partecipazione, in relazione alla natura e alle caratteristiche strutturali del sodalizio, a prescindere dalla realizzazione di specifiche condotte a sostegno dello stesso, in quanto l'affidamento sulla persistente disponibilità di adepti, che rimangano mimetizzati nel tessuto connettivo della società (a fianco ed a sostegno di quelli dati alla clandestinità), è tale da rafforzare e consolidare il vincolo associativo, concorrendo a costituire l'elemento di coesione del gruppo, al pari della consapevolezza della comune militanza e della condivisione dell'idea rivoluzionaria (C., Sez. V, 10.11.2010).
È integrato il delitto in commento anche qualora la partecipazione di un soggetto a un gruppo terroristico si concreti in condotte strumentali e di supporto logistico alle attività dell'associazione all'estero, qualora esse inequivocabilmente rivelino il suo inserimento nell'organizzazione (A. Milano, 5.11.2007). La condotta di partecipazione è riferibile a colui che si trovi in rapporto di stabile e organica compenetrazione con il tessuto organizzativo del sodalizio, tale da implicare, più che uno status di appartenenza, un ruolo dinamico e funzionale, in esplicazione del quale l'interessato "prende parte" al fenomeno associativo, rimanendo a disposizione dell'ente per il perseguimento dei comuni fini criminosi (C., Sez. II, 21.2.2017, n. 25452).
Giulio, dirigente generale del dipartimento Trasporti della Regione Alfa, ha in dotazione un telefono cellulare di servizio, con utenza mobile intestata all’ente nel quale opera.
Durante alcune missioni fuori regione, effettuate anche in territorio extra Unione Europea, effettua una serie di telefonate private per importi rilevanti, tali da cagionare alla Pubblica Amministrazione un danno patrimoniale apprezzabile.
Di ciò Giulio viene a sapere allorquando l’ufficio personale della Presidenza della Giunta regionale gli comunica il resoconto delle chiamate effettuate e ricevute con i relativi costi sopportati dall’Amministrazione.
Pertanto il dirigente decide di rivolgersi ad un avvocato, al fine di ricevere consigli su come comportarsi.
Il candidato, assunte le vesti del difensore di Giulio, premessi brevi cenni sul delitto di peculato, rediga motivato parere.
Collocazione: Il delitto di peculato è contenuto nel Titolo II, del Libro II del codice penale, tra i delitti contro la Pubblica amministrazione. In particolare, l’art. 314 c.p. rientra nel Capo I, che contiene i delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione.
Elementi costitutivi: il delitto di peculato ha natura plurioffensiva; bene giuridico protetto, infatti, non è soltanto la legalità, l’efficienza e l’imparzialità della pubblica amministrazione, ma anche il patrimonio della stessa P.A. Tuttavia, l’eventuale mancanza di danno patrimoniale non varrebbe ad escludere l’esistenza del reato, rimanendo pur sempre leso l’altro interesse di natura non patrimoniale.
Soggetto attivo: pubblico ufficiale o incaricato di un pubblico servizio, si tratta, quindi, di un reato proprio.
Condotta: consiste nell’appropriazione di denaro o di cose mobili altrui. Essa si realizza in due momenti distinti: l’appropriazione vera e propria, ossia l’impossessamento del denaro e della cosa mobile; e l’espropriazione, ossia l’espromissione del bene dal patrimonio dell’avente diritto. L’agente deve comportarsi uti dominus.
Soggetto passivo: è lo Stato, sub specie, pubblica amministrazione.
Elemento soggettivo:il peculato è un reato a dolo generico, consiste, infatti, nella coscienza e volontà di appropriarsi di denaro o della cosa mobile altrui di cui si ha la disponibilità per ragioni di ufficio o di servizio.
Ammissibilità del tentativo: Il delitto di peculato si configura nel momento in cui si perfezione l’appropriazione e il soggetto inizia a comportarsi nei confronti del bene uti dominus. Si tratta, quindi, di un reato istantaneo e il tentativo è ammissibile.
Nella fattispecie che ci interessa sembra doversi aver riguardo alla previsione di cui al secondo comma dall’art. 314 cp, ossia al peculato d’uso.
Trattasi di un’autonoma figura delittuosa, inserita del legislatore nel 1990. scopo del legislatore era quello di commisurare il trattamento sanzionatorio al disvalore del fatto, in ragione della temporaneità dell’appropriazione. È necessario, quindi, affinchè si configuri tale fattispecie che l’appropriazione sia temporanea e non superi il tempo di utilizzazione della cosa sottratta.
Nel caso di specie, occorre qualificare, dal punto di vista penale, la condotta posta in essere da Giulio e chiarire se la stessa, così come descritta in traccia, integri o meno l'appropriazione richiesta per la configurazione del delitto di peculato.
Il nucleo centrale della vicenda in esame pare risiedere nella portata da attribuire alla nozione di “appropriazione” ex art. 314 c. p., nonché nella identificazione dell’oggetto materiale della condotta di uso dell’utenza telefonica.
Diversi, al riguardo, sono gli orientamenti giurisprudenziale emersi in argomento.
L’orientamento giurisprudenziale più risalente nel tempo riteneva che la condotta de qua, concretandosi non in un'appropriazione degli impulsi elettronici (gli "scatti"), bensì in un’interversione momentanea del possesso dell’apparecchio telefonico, integrasse la fattispecie di cui all’art. 314, co. II, c.p. Tale ricostruzione sottolineava, infatti, che ai fini della configurabilità del peculato d’uso è sufficiente che l’agente si comporti nei confronti della cosa, sia pure provvisoriamente, uti dominus, non richiedendosi invece che la stessa venga portata al di fuori della sfera di controllo e disponibilità del proprietario.
(cfr. Cass. Pen., sez. VI, 14 febbraio 2000, n. 788, conf. Cass. Pen., sez. VI, 7 novembre 2000, n. 353, Cass. Pen., Sez. VI, 24 giugno 1997, n. 7364 e Cass. Pen., sez. VI, 28 gennaio 1996, n. 3009).
Il percorso giustificativo di tale approdo ermeneutico muove dal rilievo generale (cfr. Cass. Pen., Sez. VI, 24 giugno 1997, n. 7364, cit.) che, se il pubblico agente possiede in nome e per conto della pubblica amministrazione gli arredi e le attrezzature dell'ufficio nella loro materiale disponibilità proprio in ragione delle sue mansioni, non par dubbio che un'aversione dal loro uso conforme alla destinazione data dalla pubblica amministrazione per il perseguimento del pubblico interesse, con correlativo volgimento a estranei fini di personale vantaggio in un tempo dato e in modi apprezzabili, comporta un'inammissibile interversione del possesso e quindi un'appropriazione. La reversibilità dell'interversione, alias la possibilità di restituire il bene impropriamente utilizzato alla normale destinazione d'uso, e quindi la durata dell'interversione predetta, sono in sé irrilevanti perché l'uso "momentaneo", purché apprezzabile, della cosa e la sua restituzione "immediata", cioè omisso medio, delimitano appunto e caratterizzano la nuova figura di reato del peculato d'uso rispetto alla fattispecie più grave, e ben più gravemente sanzionata, disciplinata dal comma primo del medesimo art. 314 c.p., nella formula introdotta con la citata L. 26 aprile 1990, n. 86, art. 1.
Nell'ipotesi in esame, dunque, il reato si realizzerebbe non già in relazione alla fruizione di un servizio non dovuto, insuscettibile, per la sua immaterialità, di essere inquadrato nella fattispecie astratta, bensì in relazione all'interversione del possesso correlata all'uso deviato, imprescindibile per fruire di quel servizio, dell'apparecchio telefonico affidato alla disponibilità materiale dell'agente. In altri termini, a configurare il reato nel caso de quo sarebbe l'esercizio di un possesso a fini propri e, quindi, in nome proprio, che, caratterizzato da un animus rem sibi habendi diverso da quello dovuto, denunzierebbe l'appropriazione di un bene pubblico, destinata a breve durata perché connotata appunto dal fine di "fare uso momentaneo della cosa" (affidata all'agente in ragione del suo ufficio o servizio), ma pur sempre di rilevanza penale.
La giurisprudenza di legittimità più recente e assolutamente prevalente ravvisa, al contrario, nella condotta descritta un’ipotesi di peculato ordinario (art. 314, comma I, c. p.). Tale impostazione si fonda sulla considerazione che oggetto materiale dell’appropriazione sarebbe non l’apparecchio telefonico in quanto tale, ma l’energia necessaria per l’effettuazione delle chiamate, la quale, presentando un indubbio valore economico, è equiparabile ad una cosa mobile in virtù dell’art. 624, comma II, c. p.
L'uso del telefono, quindi, si connoterebbe non nella fruizione dell'apparecchio telefonico in quanto tale, ma nell'utilizzazione dell'utenza telefonica, e l'oggetto della condotta appropriativa sarebbe rappresentato (non già dall'apparecchio nella sua fisicità materiale, bensì) dall'energia occorrente per le conversazioni, la quale, essendo dotata di valore economico, ben può costituire l'oggetto materiale del delitto di peculato, in virtù della sua equiparazione ope legis alla cosa mobile. Così individuata la "cosa mobile altrui", vi sarebbe da parte dell'intraneus una vera e definitiva appropriazione degli impulsi elettronici occorrenti per la trasmissione della voce e non restituibili dopo l'uso (di tal che l'eventuale rimborso delle somme corrispondenti all'importo delle telefonate può valere solo come ristoro del danno cagionato).
All’obiezione dell’eccessivo rigore conseguente all’inquadramento nella fattispecie di peculato ordinario, il Supremo Collegio di legittimità ha di frequente risposto individuando un ambito di liceità nell’uso della linea telefonica dell’ufficio per ragioni personali rispetto a situazioni in cui se il pubblico ufficiale, a fronte di esigenze impellenti, non vi facesse ricorso, finirebbe per arrecare alla Pubblica Amministrazione un pregiudizio maggiore in termini di continuità e/o qualità del servizio svolto (in tal senso Cass. Pen., sez. VI, 18 gennaio 2011, n. 5010, conf. Cass. Pen, sez. VI, 19 ottobre 2010, n. 41709 e Cass. Pen., sez. VI, 31 gennaio 2003, n. 10719).
È opportuno, inoltre, sottolineare come tale impostazione sia stata seguita anche rispetto all’ipotesi affine della navigazione Internet su siti non istituzionali tramite i computers dell’ufficio (cfr. Cass. Pen, sez. VI, 9 aprile 2008, n. 31688).
Infine, è da dare conto di altre due opzioni interpretative dei giudici della Suprema Corte: un orientamento minoritario che riconduce l’uso indebito del telefono da parte del pubblico ufficiale all’abuso d’ufficio (art. 323 c. p.) (cfr. Cass., Pen., sez. VI, 4 maggio 2011, n. 20094); un ulteriore orientamento, portato avanti da alcune sentenze di merito, depone, invece, per l’irrilevanza penale della fattispecie de qua (cfr. Trib. Trento, 29 marzo 2000; Trib. Sanremo, 19 ottobre 1995). In particolare, quest’ultima tesi, sostenuta anche da una parte della dottrina, individua l’oggetto materiale nell’apparecchio telefonico e ritiene mancherebbe una condotta definibile come “appropriativa”, cui non potrebbe equipararsi il mero uso.
A definire il contrasto giurisprudenziale succedutosi nel tempo e poc’anzi descritto sono intervenute le Sezioni Unite della Suprema Corte con la sentenza n. 19054 del maggio 2013.
Le SS.UU. hanno aderito all’orientamento più risalente, ritendendo che l’oggetto materiale della fattispecie in esame vada identificato con l’apparecchio telefonico.
Infatti, come ha precisato il Supremo Collegio “con tale condotta il soggetto distoglie precisamente il bene fisico costituito dall’apparato telefonico, di cui è in possesso per ragioni d’ufficio, dalla sua destinazione pubblicistica, piegandolo a fini personali, per il tempo del relativo uso, per restituirlo alla cessazione di questo, alla destinazione originaria. E rimane irrilevante, per quanto detto, la circostanza che il bene stesso non fuoriesca materialmente dalla sfera di disponibilità della Pubblica Amministrazione” (Cass. Pen., Sez. Un., 2 maggio 2013, n. 19054).
Le Sezioni Unite, dunque, superando il prevalente orientamento giurisprudenziale, hanno ricondotto l’utilizzo del telefono d’ufficio per fini personali da parte del pubblico agente alla fattispecie di peculato d’uso, accogliendo le osservazioni di una parte della dottrina.
Nel caso di specie, e in conclusione, Giulio potrà essere perseguito per l’ipotesi delittuosa di cui al comma II dell’art. 314 c. p.; la P. A., in persona del Presidente della Regione Alfa, dal canto suo, potrà costituirsi parte civile nell’instaurato processo a carico del proprio dirigente, onde ottenere il ristoro dei danni subiti dal comportamento contra legem dello stesso Giulio. Tuttavia la valutazione – da parte del Tribunale collegiale competente per territorio – sulla entità del danno patrimoniale cagionato alla P. A. dovrà essere compiuta sul complesso delle telefonate che, visto il contesto spazio-temporale in cui sono state attivate e descritto in traccia, vanno intese quali singole parti di un’unica condotta.
Dai codici annotati andate a vedere le altre ipotesi di peculato e peculato d’uso. Con particolar riguardo all’uso dell’auto di servizio.
«Non è configurabile il reato di peculato nell'uso momentaneo di un'autovettura di ufficio, quando la condotta abusiva non abbia leso la funzionalità della P.A. e non abbia arrecato un danno patrimoniale apprezzabile. (In applicazione di tale principio, la Corte ha ritenuto non configurabile il reato di peculato d'uso nell'occasionale utilizzazione per scopi personali da parte di un carabiniere dell'autovettura di ufficio)»: C., Sez. VI, 10.1.2007, n. 10233. Analogamente, ancora di recente, C., Sez. VI, 27.10.2010, n. 7177.
Il principio è recentemente ribadito da C., Sez. VI, 12.1.2012, n. 5006, con cui la Suprema Corte in virtù del principio di offensività che permea il diritto penale e del carattere plurioffensivo del delitto che tutela sia l'interesse al buon andamento della pubblica amministrazione sia l'interesse all'integrità patrimoniale dell'Ente pubblico, escludeva la sussistenza del reato posto che l'uso momentaneo della cosa, nel caso concreto, non aveva leso in modo apprezzabile gli anzidetti interessi. (Nel caso di specie l'imputata, la cui condotta era dichiarata dalla Cassazione censurabile in via disciplinare, faceva uso dell'auto di servizio per il trasferimento dalla periferia al centro città, trasferimento comunque necessario per la restituzione del veicolo, al fine di compiere una visita privata).
Sull'utilizzo dell'autovettura di servizio, la Cassazione è intervenuta anche con C., Sez. VI, 4.4-23.5.2012, n. 19547, con cui ha affermato che l'appropriazione, da parte del dirigente di pubblica amministrazione, del veicolo per il periodo di utilizzazione non consentita, e del carburante utilizzato per gli spostamenti, rileva come condotta di peculato , anche se il periodo di uso illecito è circoscritto a soli due giorni, non essendo la consumazione del delitto condizionata dalla limitazione temporale dell'attività illecita, ma esclusivamente dalla sua idoneità ad escludere il mezzo da un uso conforme alle finalità istituzionali. Tali finalità richiedevano nel caso di specie, in particolare, la presenza del mezzo nella disponibilità dell'ente. Ciò a fortiori nel caso in cui la disponibilità del mezzo risulti essenziale, stante il regime di noleggio, con un costo giornaliero rilevante per l'ente pubblico, che conseguentemente subiva un danno tangibile dalla mancata disponibilità del mezzo per gli usi pubblici, anche ove circoscritta a limitati periodi.
Secondo C., Sez. III, 8.5.2013, n. 26616 commette il delitto di peculato d'uso l'appartenente ad una forza di polizia che utilizza l'auto di servizio, destinata al pattugliamento ed al controllo del territorio, per consumare in essa una prestazione sessuale con una prostituta.
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