Source: https://www.laleggepertutti.it/191735_mediazione-col-gratuito-patrocinio-chi-paga-lavvocato
Timestamp: 2018-04-26 07:54:52+00:00
Document Index: 165032168

Matched Legal Cases: ['art. 130', 'art. 130', 'art. 5', 'art. 24', 'art. 74', 'art. 85', 'art. 5', 'art. 8', 'art. 5', 'art. 75', 'art. 5', 'art. 47', 'art. 3', 'art. 10', 'art. 10', 'art. 3', 'art. 5', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 24', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 24', 'art. 85', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 130', 'art. 130']

Mediazione: col gratuito patrocinio chi paga l'avvocato?
Lo sai che? Mediazione: col gratuito patrocinio chi paga l’avvocato?
Se si raggiunge l’accordo in sede di mediazione è necessario pagare l’avvocato anche in caso di patrocinio a spese dello Stato.
Devi intraprendere una causa contro il tuo ex datore di lavoro. Oppure sei stato citato in tribunale dal tuo vicino di casa. A prescindere da chi inizia la causa, la legge ti consente di non pagare avvocato e tasse di giudizio se il tuo reddito, sommato a quello degli altri componenti il nucleo familiare, non supera un tetto predeterminato (attualmente pari 11.528,41 euro). Si chiama gratuito patrocinio (o anche «patrocinio a spese dello Stato»). Il tuo avvocato, però, ti ha spiegato che, prima del giudizio, è necessario che vi rechiate presso un organismo di mediazione per tentare una conciliazione con la controparte, ossia un accordo bonario. Anche se non hai alcuna intenzione di cedere sulle tue posizioni, questa sorta di trattativa è obbligatoria e, pertanto, non ti puoi sottrarre. Il tuo dubbio però è chi paga l’avvocato col gratuito patrocinio per la fase di mediazione? La risposta è stata data da un recente decreto del Tribunale di Trieste [1] che segue un indirizzo recentemente sposato da più giudici. Vediamo quali sono i tuoi diritti.
La mediazione obbligatoria e il gratuito patrocinio
Se guadagni meno di mille euro al mese e devi fare una causa, o devi difenderti in una causa nella quale sei stato chiamato, l’avvocato te lo paga lo Stato. Te lo paga anche per la fase precedente al giudizio in tribunale, quella della cosiddetta mediazione obbligatoria, sia che questa si concluda con un accordo tra le parti, che con un “nulla di fatto”. Dunque, chi gode del beneficio al patrocinio a spese dello Stato può stare tranquillo non solo nella fase strettamente “giudiziale” (quella cioè che si svolge davanti al giudice) ma anche in quella stragiudiziale (propedeutica ad essa).
Secondo il tribunale di Trieste, il compenso dell’avvocato che ha assistito una parte ammessa al gratuito patrocinio nella mediazione obbligatoria è posto a carico dello Stato, a prescindere dal fatto che la mediazione si sia conclusa con un accordo amichevole o con un mancato accordo.
Il compenso è liquidato in base ai parametri stabiliti per l’attività stragiudiziale [2] ridotti della metà [3].
Ed infatti, con il decreto in commento, il Tribunale ha liquidato a favore dell’avvocato di una parte ammessa al gratuito patrocinio gli onorari per aver assistito la parte nel procedimento di mediazione che si era concluso con un accordo amichevole in materia di successione (si trattava di un’azione per la reintegrazione della quota di legittima).
Dello stesso parere è stata la Cassazione [4]. Secondo la Suprema Corte, l’attività professionale di natura stragiudiziale che l’avvocato si trovi a svolgere nell’interesse del proprio assistito, non è ammessa, di regola, al patrocinio a spese dello Stato, in quanto esplicantesi fuori del processo, per cui il relativo compenso si pone a carico del cliente. Tuttavia, se tale attività venga espletata in vista di una successiva azione giudiziaria, essa è ricompresa nell’azione stessa ai fini della liquidazione a carico dello Stato ed il professionista non può chiederne il compenso al cliente ammesso al patrocinio gratuito, incorrendo altrimenti in responsabilità disciplinare. Detto in parole povere, poiché la mediazione obbligatoria è necessaria (appunto “obbligatoria”) alla successiva causa in tribunale, essa rientra tra le attività del gratuito patrocinio che vanno poste a carico dello Stato. Il cliente non deve pagare nulla al proprio difensore. Da tale principio si desume dunque che l’avvocato, il quale non può chiedere il compenso al cliente pena la sanzione disciplinare, deve poterlo chiedere allo Stato.
Secondo il Tribunale di Trieste, però, – e qui sta l’importanza della decisione in commento – il giudice deve liquidare i compensi all’avvocato anche e soprattutto se la mediazione si concluda con l’accordo amichevole (che, detto per inciso, fa risparmiare allo Stato non foss’altro la pendenza di una lite).
Ed infatti, il giudice ha ritenuto che «la mediazione, siccome obbligatoria, sia sempre connessa e funzionale alla fase processuale ancorché questa possa rimanere eventuale, in cado di raggiungimento del fine che si è preposto il legislatore con l’istituto stesso».
Sul punto il decreto contribuisce a consolidare l’orientamento che ammette il gratuito patrocinio anche nella fase di mediazione sia quando si conclude negativamente [5] che positivamente [6].
[1] Trib. Trieste sent. n. 6797/2017.
[2] Ai sensi degli artt. 18 a 21 DM Giustizia 55/2014.
[3] Art. 130 dPR n. 115/2002.
[4] Cass. sent. n. 9529/2013.
[5] Trib. Ascoli Piceno, decr. del 12.09.2016.
[6] Trib. Firenze decr. del 13.12.2016; Trib. Ascoli Piceno, decr. del 12.09.2016; in seno contrario Trib. Tempio Pausania, decr. del 29.07.2016.
Tribunale di Trieste, sez. Civile, decreto 28 – 29 novembre 2017, n. 6797
Presidente Picciotto
Il Presidente della sezione civile del Tribunale di Trieste, delegato alla trattazione degli affari civili di competenza del Presidente del Tribunale, vista l’istanza dell’avv. Ca. Fa., quale difensore di GI. Se., per la liquidazione del compenso professionale relativo all’attività svolta in sede di mediazione, obbligatoria, in vista della proposizione di una azione per la reintegrazione della quota di legittima, per la quale era stato ammesso a patrocinio a spese dello Stato con provvedimento del Consiglio dell’Ordine degli avvocati del 18.2.2014;
visto l’accordo raggiunto in sede di mediazione;
ritenuto che la mediazione, siccome obbligatoria, sia sempre connessa e funzionale alla fase processuale, ancorché questa possa rimanere eventuale, in caso di raggiungimento del fine che si è preposto il Legislatore con l’istituto stesso;
stimato che l’articolo 75 del D.P.R. n.115/2002, in tema di ambito di applicabilità dell’ammissione al patrocinio, nella parte in cui prevede che essa è valida per tutte le eventuali procedure, derivate ed accidentali, comunque connesse, debba essere interpretato nel senso che al suo interno sia compresa anche la fase della mediazione obbligatoria pre-processuale, richiamando sul punto le condivise considerazioni di giurisprudenza di dottrina e merito (Tribunale di Firenze, ord. 13.12.2016, Pres. Est. Br., pluriedita, e che richiama altro precedente dello stesso ufficio);
osservato che la liquidazione deve avvenire sulla base dei parametri indicati degli artt. 18, 19, 20 e 21 del D.M. 55/2014 (attività stragiudiziale), considerando il valore medio con riduzione alla metà ai sensi dell’art. 130 D.P.R. n. 115/02;
apprezzata la natura dell’impegno professionale profuso da quanto emerge dalla documentazione allegata, appare congruo liquidare all’Avv. Ca. Fa. in relazione all’attività espletata la somma di Euro 4320 per compensi (scaglione da Euro 26.001,00 a 52.000,01 in base al valore della quota rivendicata, ridotti ad Euro 1.986,00 ex art. 130 cit., oltre alle spese generali pari al 7%, oltre IVA e CAP, senza aumento per la conciliazione, attesa la incompatibilità della voce con la procedura stessa, in quanto finalizzata proprio alla conciliazione;
in via definitiva l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato di nel procedimento suindicato;
in favore dell’Avv. Ca. Fa. l’attività espletata in favore di nella procedura sopra indicata, Euro 1.986,00 per compensi, oltre alle spese generali nella misura del 7%, oltre IVA e CAP.
Tribunale Firenze, sez. II, 13/12/2016, ud. 13/12/2016
Trib. di Firenze II Sez., Decreto Dott. Breggia, 13 dicembre 2016.
vista l’istanza dell’avv. (…), quale difensore di (…), per la
liquidazione del compenso professionale a carico dello Stato;
I. L’avv. (…) ha presentato istanza volta ad ottenere la liquidazione del compenso per l’attività professionale svolta a favore della parte sopraindicata, ammessa al gratuito patrocinio con delibera del Consiglio dell’ordine degli Avvocati di F. del 7.1.2015.
Nella domanda per l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato, l’istante aveva premesso di voler iniziare una causa di scioglimento di comunione avanti al Tribunale di F., specificando che la richiesta riguardava anche la procedura di mediazione obbligatoria ex art. 5 comma 1bis dlgs 28/2010.
“(…) La questione che si pone è se il compenso professionale dell’avvocato che ha assistito una parte nella procedura di mediazione, prevista quale condizione di procedibilità della domanda giudiziale, possa essere posto a carico dello Stato.
3. Il quadro normativo da esaminare non puo’ che partire dall’art. 24 Cost.: dopo aver previsto, al primo comma, il diritto di agire a difesa dei propri diritti e interessi legittimi, si afferma, al secondo comma, che “la difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento”. Il terzo comma prevede inoltre che “sono assicurati ai non abbienti con appositi istituiti, i mezzi per agire e difendersi avanti ad ogni giurisdizione.” Sul piano della legge ordinaria, l’art. 74 del D.p.r. 115/2002 prevede l’istituzione del patrocinio per il non abbiente, assicurato per il processo penale, nonché per il processo civile, amministrativo, contabile, tributario e per gli affari di volontaria giurisdizione quando le sue ragioni non risultino manifestamente infondate. L’articolo 75 del DPR. n. 115/2002 (Ambito di applicabilità) prevede al primo comma: “1. L’ammissione al patrocinio è valida per ogni grado e per ogni fase del processo e per tutte le eventuali procedure, derivate ed accidentali, comunque connesse”.
Anche di recente, la pronuncia della S.C. del 19 aprile 2013, n. 9529 riconferma l’orientamento ricordato: l’attività professionale di natura stragiudiziale che l’avvocato si trovi a svolgere nell’interesse del proprio assistito, non è ammessa, di regola, al patrocinio a spese dello Stato ai sensi dell’art. 85 del d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, in quanto esplicantesi fuori del processo, per cui il relativo compenso si pone a carico del cliente. Tuttavia, se tale attività venga espletata in vista di una successiva azione giudiziaria, essa è ricompresa nell’azione stessa ai fini della liquidazione a carico dello Stato ed il professionista non puo’ chiederne il compenso al cliente ammesso al patrocinio gratuito, incorrendo altrimenti in responsabilità disciplinare.
Dal principio affermato dalla S.C., si desume dunque che l’avvocato, il quale non puo’ chiedere il compenso al cliente pena la sanzione disciplinare, deve poterlo chiedere allo Stato.
4. La cauta apertura della S.C. puo’ agevolmente essere valorizzata e coordinata con la disciplina della mediazione obbligatoria introdotta dal D.Lgs. n. 28/2010 perché, nei casi in cui il procedimento giudiziario (rispetto al quale la mediazione costituisce condizione di procedibilità) inizi o prosegua, l’attività dell’avvocato ben integra la nozione lata di attività giudiziale accolta dalla Corte, ossia di attività strumentale alla prestazione giudiziale e svolta in esecuzione di un mandato alle liti conferito per la rappresentazione e difesa in giudizio.
5. Più problematico sembra il caso in cui la mediazione abbia avuto esito positivo: in tal caso, secondo alcuni, non avrebbe svolgimento nessuna “fase processuale” nell’ambito della quale liquidare il compenso e non sarebbe possibile considerare il compenso per il difensore che ha assistito la parte in mediazione a carico dello Stato.
Un tale risultato pare paradossale dal momento che la liquidazione a spese dello Stato non troverebbe applicazione proprio quando il difensore ha svolto al meglio le sue prestazioni professionali, favorendo il raggiungimento dell’accordo in mediazione. E ciò anche se la mediazione è obbligatoria, come obbligatoria è l’assistenza dell’avvocato (art. 5, comma 1 bis e art. 8 D.Lgs. n.28/2010). Ne deriverebbe un risultato irragionevole e di fatto una sorta di disincentivo rispetto ad un istituto che invece il legislatore sta cercando di promuovere in vario modo (in tale ottica si colloca anche la stessa previsione dell’obbligatorietà rispetto all’inizio del processo per un periodo limitato: art. 5, comma 1 bis, D.Lgs. 28/2010).
Occorre dunque tentare di ricostruire il sistema alla luce della normativa in tema di mediazione, della Costituzione e delle fonti europee. Un’interpretazione sistematica e teleologica delle norme richiamate induce il Giudice a ritenere che l’art. 75 sopra citato comprenda sempre la fase della mediazione obbligatoria preprocessuale. Tale conclusione (che vale anche per la mediazione demandata dal giudice ex art. 5, comma 2 D.Lgs. n. 28/2010) è sostenuta dalle seguenti considerazioni.
8. Innanzitutto la conclusione accolta trova elementi di sostegno nell’ambito del diritto eurounitario (a partire dall’art. 47 della c.d. Carta di Nizza, secondo cui “a coloro che non dispongono di mezzi sufficienti è concesso il patrocinio a spese dello stato qualora ciò sia necessario per assicurare un accesso effettivo alla giustizia”) e della disciplina con cui l’Italia ha recepito la direttiva europea sul Legal aid, volta a migliorare l’accesso alla giustizia nelle controversie frontaliere civili (Direttiva 2002/8/CE del Consiglio del 27/1/2003). L’art. 3 di tale direttiva recita: Art. 3. Diritto al patrocinio a spese dello Stato. 1. La persona fisica, che sia parte in una controversia ai sensi della presente direttiva, ha diritto a un patrocinio adeguato a spese dello Stato che le garantisca un accesso effettivo alla giustizia in conformità delle condizioni stabilite dalla presente direttiva. 2. Il patrocinio a spese dello Stato è considerato adeguato se garantisce: a) la consulenza legale nella fase precontenziosa al fine di giungere a una soluzione prima di intentare un’azione legale; b) l’assistenza legale e la rappresentanza in sede di giudizio, nonché l’esonero totale o parziale dalle spese processuali, comprese le spese previste all’articolo 7 e gli onorari delle persone incaricate dal giudice di compiere atti durante il procedimento. La direttiva estende il legalaid alle procedure stragiudiziali (art. 10).
Il D.Lgs. 27.5.2005, n. 116, che ha recepito la direttiva, prevede all’art. 10 che “Il patrocinio è, altresì, esteso ai procedimenti stragiudiziali, alle condizioni previste dal presente decreto, qualora l’uso di tali mezzi sia previsto come obbligatorio dalla legge ovvero qualora il giudice vi abbia rinviato le parti in causa”. Si tratta di disposizioni che concernono le controversie transfrontaliere, ma che offrono elementi ulteriori per avvalorare l’interpretazione qui accolta che estende l’aiuto legale alla fase pre-processuale, apparendo del tutto irrazionale e non conforme all’art. 3 della costituzione che il cittadino possa usufruire dell’aiuto statale per la lite transfrontaliera e non per quella domestica. E’ significativo che il Consiglio Nazionale Forense, nella circolare n. 25 del 6.12.2013, abbia espressamente richiamato la direttiva sul Legal Aid che ammette al beneficio anche le spese legali sostenute nel corso delle procedure stragiudiziali per sostenere che l’assistenza dei legali, obbligatoria per la mediazione preprocessuale e quella demandata dal giudice, debba rientrare nel patrocinio a spese dello stato.
9. Un ulteriore elemento, rispetto a quanto osservato, puo’ essere tratto dalla riflessione sulla c. d. giurisdizione condizionata, che ricorre quando il legislatore impone alle parti di compiere una data attività prima di rivolgersi ai giudici, come appunto avviene con l’imposizione del tentativo preventivo di mediazione ex art. 5, comma 1 bis cit.. Il condizionamento della giurisdizione puo’ ritenersi ammissibile in quanto non comprometta l’esperimento dell’azione giudiziaria che puo’ essere ragionevolmente limitato, quanto all’immediatezza, se vengano imposti oneri finalizzati a salvaguardare “interessi generali”: la sentenza della Corte Cost. n. 276/2000 in tema di tentativo obbligatorio di conciliazione per le cause di lavoro, ha affermato che il tentativo in questione soddisfaceva l’interesse generale sotto due profili: da un lato, perché evitava il sovraccarico dell’apparato giudiziario, dall’altro, perché favoriva la composizione preventiva della lite che assicura alle situazioni sostanziali un soddisfacimento più immediato rispetto a quello conseguito attraverso il processo. In sintonia con la nostra Corte costituzionale, anche l’importante decisione della Corte Giustizia eu 18.3.2010, Alassini c. Telecom (che indica le condizioni per ritenere conforme al diritto comunitario il tentativo obbligatorio di conciliazione, nella specie in tema di telecomunicazioni), afferma, tra l’altro, che “i diritti fondamentali non si configurano come prerogative assolute, ma possono soggiacere a restrizioni, a condizione che queste rispondano effettivamente ad obiettivi di interesse generale perseguiti dalla misura di cui trattasi e non costituiscano, rispetto allo scopo perseguito, un intervento sproporzionato ed inaccettabile, tale da ledere la sostanza stessa dei diritti così garantiti” (cfr. par. 63 della sentenza).
Sulla base di queste considerazioni, deve reputarsi che la connessione tra fase mediativa e processo, talmente forte da configurare una condizione di procedibilità, vada riconosciuta già in astratto. Non appare rilevante dunque che poi, in concreto, in base cioè al concreto risultato della mediazione, il processo non abbia più luogo perché divenuto inutile alla luce dell’accordo raggiunto. Questo è proprio lo scopo della connessione voluta dal legislatore, connessione che non è eliminata ma anzi esaltata proprio nel momento in cui il raggiungimento dell’accordo in mediazione rende inutile il successivo processo, assicurando quell’interesse generale di cui parla Corte cost. n. 276/2000 citata. Il senso della connessione non sta nel fatto che la mediazione sia un antecedente cronologico delle fasi processuali, ma nella funzione della mediazione: questo sistema offre alle parti di ricercare una soluzione più adeguata al loro conflitto rispetto alla rigidità della decisione giurisdizionale; inoltre, gli accordi risultanti dalla mediazione hanno maggiori probabilità di essere rispettati volontariamente e preservano più facilmente una relazione amichevole e sostenibile tra le parti. Molteplici sono gli interessi che possono essere soddisfatti, se le parti riescono a riprendere le fila del proprio conflitto: in tutti i casi in cui questo avvenga e si concluda un accordo, la mediazione – obbligatoria – esaurisce la sua funzione rispetto al processo, che è quella di renderlo superfluo. Si tratta del massimo della connessione perché lo scopo della previsione della condizione di procedibilità non puo’ che essere quello di un richiamo alle potenzialità dell’autonomia privata, rimesse in gioco nella sede mediativa, per evitare il procedimento giudiziario quando non sia davvero necessario.
Del resto, una parte della dottrina era giunta addirittura a ravvisare la natura paragiurisdizionale della fase di mediazione, rilevando come l’obbligatorietà della mediazione comportasse il suo inserimento in un unico macro-procedimento finalizzato alla tutela dei diritti (disponibili). Ed è interessante richiamare un’affermazione della Corte costituzionale, sia pure in un obiterdictum, nell’ambito di una pronuncia relativa all’impugnazione di una legge regionale veneta: la Corte ha avuto modo di affermare che il procedimento di mediazione obbligatoria previsto dal D.Lgs. n. 28/2010, “rientra nell’esercizio della funzione giudiziaria e nella sfera del diritto civile, giacché, con riferimento al caso di specie, condiziona l’esercizio del diritto di azione finalizzato al risarcimento dei danni da responsabilità civile e prevede ricadute negative per chi irragionevolmente abbia voluto instaurare un contenzioso davanti al giudice, nonostante fosse stata formulata una proposta conciliativa rivelatasi successivamente satisfattiva delle proprie ragioni”. Pur ritenendo improprio qualificare tout court la mediazione come attività para-giurisdizionale o giudiziaria, è tuttavia corretto porre in risalto – anche – la sua stretta relazione con il processo, quando sia prevista come obbligatoria.
Da ultimo, puo’ essere utile ricordare il tentativo della dottrina di rileggere la condizione di procedibilità (preventiva o successiva) non solo nell’ambito della giurisdizione condizionata, ma anche in una prospettiva di maggiore equilibrio tra giurisdizione e mediazione (art. 1, Dir. 2008/52). In tale prospettiva, la mediazione viene considerata strumento per favorire lo sviluppo della personalità del singolo nella comunità cui appartiene, consentendogli di confrontarsi in un contesto relazionale propiziatorio per una soluzione amichevole. Accanto al diritto alla tutela giurisdizionale sancito dall’art. 24 Cost., diritto inviolabile della persona (ex art. 2 Cost.), andrebbe riconosciuto il diritto alla mediazione, non solo nell’ambito, tradizionalmente indicato, dell’accesso alla giustizia, ma anche quale espressione diretta dell’esigenza di sviluppo della persona nelle relazioni interpersonali e comunitarie, nell’attuazione del complementare principio di solidarietà. Una tale visione, che ha il pregio di porre in luce l’importanza della mediazione come strumento di pacificazione sociale condivisa e non imposta, fonda il diritto alla mediazione sull’art. 2 cost.: anche tale richiamo puo’ corroborare l’interpretazione qui accolta.
10. La conclusione raggiunta appare dunque l’unica conforme ai parametri costituzionali (artt. 2, 3 e 24 cost.) e adeguata al mutamento in corso dei sistemi di soluzioni delle liti: ancorare l’aiuto dello Stato solo al patrocinio in giudizio è frutto di una visione superata nella quale esclusivamente la giurisdizione statale era fonte di giustizia. Da molti anni le fonti europee ribadiscono che l’accesso alla giustizia non si riduce al “diritto a un tribunale” ma include l’accesso a procedimenti non giurisdizionali di risoluzione delle controversie che, in una prospettiva di “giustizia plurale”, si pongono in rapporto di complementarietà rispetto alla giustizia giurisdizionale.
Il sistema del “gratuito patrocinio” dovrà essere ripensato da chi detiene il potere legislativo alla luce della disciplina di origine comunitaria e dovranno essere riconsiderati i casi di mediazione facoltativa o di negoziazione assistita; per i casi di mediazione obbligatoria, quale quello in esame, esistono comunque spazi di interpretazione da sfruttare: il giurista ha il potere/dovere di conformare l’interpretazione delle norme esistenti alla luce dell’evoluzione dell’ordinamento per sopperire lacune o adeguare le norme alle nuove condizioni storico-sociali.
In tale prospettiva, la garanzia costituzionale del diritto di difesa inviolabile “in ogni stato e grado” (art. 24 cost.), per essere effettiva, deve contemplare anche la fase che, pur concernendo di per sé attività non giurisdizionale per la soluzione dei conflitti, è così innestata nella giurisdizione da condizionarne le vicende: “in ogni stato” è dunque espressione che ricomprende lo stato pre-processuale o endo-processuale che in modo obbligatorio deve essere attraversato dalle parti perché la giurisdizione possa regolarmente svolgersi. Per assicurare “ai non abbienti …. i mezzi per agire e difendersi avanti ad ogni giurisdizione” , è indispensabile riconoscere a carico dello stato anche il compenso del legale nella fase mediativa che condiziona necessariamente l’avvio del processo o la sua prosecuzione.
Tale interpretazione, che si ritiene costituzionalmente orientata, si riconnette anche all’esigenza che la mediazione sia effettiva e offra alle parti una reale chance di soluzione del loro conflitto: l’esclusione del riconoscimento delle spese per il compenso di avvocato solo per i casi di mediazione non conclusa da accordo si presterebbe invece a concepire la fase mediativa come una fase da attraversare necessariamente, ma solo
formalmente, per approdare al più presto al processo, nell’ambito del quale anche le spese stragiudiziali potranno essere riconosciute.
Sarebbe una conclusione che sminuirebbe la funzione della mediazione, ma anche della giurisdizione, che, invece, proprio per la sua natura sussidiaria, deve potersi esplicare pienamente ed efficacemente quando è richiesto lo iusdicere, anziché essere strumentalizzata per altri obiettivi. L’interpretazione adottata è inoltre l’unica che riconosce la delicata funzione di assistenza dell’avvocato della parte in mediazione, funzione che comporta un mutamento culturale epocale per l’avvocatura rispetto ai ruoli tradizionali confinati al campo giudiziario e che deve essere adeguatamente valorizzata.
A questo riguardo, va ricordato che proprio dal ceto forense a livello europeo proviene l’importante raccomandazione sul Legal Aid, adottata dal CCBE (Consiglio degli Ordini Forensi d’Europa) nel novembre 2010, al fine di promuovere il diritto all’accesso alla giustizia anche per le persone prive di mezzi. Tra le azioni raccomandate si specifica quella di “garantire il legalaid per tutte le aree legali-giurisdizionali, risoluzione alternativa delle controversie, compresa l’assistenza di un avvocato in tutte le fasi del procedimento”.
12. Non è fuor di luogo rilevare che, se dalle novità introdotte dal d.l. n. 69/2013 (tra cui l’assistenza obbligatoria del difensore e la re – introduzione della mediazione obbligatoria) non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica (c.d. clausola di invarianza finanziaria: art. 85, comma 4, d. l. n. 69/2013), l’interpretazione qui proposta appare del tutto rispondente a tale scopo: si tratta infatti di riconoscere il compenso del legale che ha assistito la parte in mediazione con esito positivo e dunque con risparmio per lo Stato rispetto alla fase processuale. (…)”
III. Successivamente a tale pronuncia si è espresso sulla questione anche il Tribunale di Tempio Pausania, che, con ordinanza del 19.7.2016, ha ritenuto di non poter accogliere l’istanza de iure condito. Secondo il Tribunale mancherebbe il presupposto dell’esecuzione di un mandato alle liti conferito per la rappresentanza e la difesa in giudizio che, secondo quanto chiarito dalla Cassazione con la sentenza 24723/2011 permetterebbe di considerare giudiziali alcune attività stra-giudiziali. Inoltre, la carenza della fase giudiziale farebbe ritenere che “la mediazione (in virtù dello stesso esito positivo avuto) avrebbe anche potuto svolgersi in via informale tra le parti, senza l’indispensabile adesione a un organismo di mediazione e l’assistenza di un legale”.
Il giudice ritiene di confermare l’orientamento già espresso con l’ordinanza del 13.1.2015. Infatti, l’argomento secondo cui sarebbe necessario che il difensore sia munito di procura alle liti non pare determinante, anche alla luce della successiva sentenza della SC n. 9529/2013 nella quale si valorizza il nesso teleologico fra l’attività stragiudiziale e la successiva azione giudiziaria. In altri termini, è sufficiente una valutazione sostanziale di strumentalità dell’attività stragiudiziale volta a comporre un conflitto in vista (secondo le espressioni della sentenza da ultimo citata) della futura ed eventuale domanda giudiziale. Inoltre, non pare condivisibile l’accenno ad una “mediazione informale tra le parti”: a tacere di ogni altra considerazione, sembra che qui il Tribunale faccia riferimento ad una negoziazione diretta tra le parti e non alla mediazione, che presuppone invece necessariamente l’intervento del terzo: sostenere che le parti avrebbero potuto trovare l’accordo “da sole” implica una non condivisibile svalutazione, a parere di chi scrive, della funzione del mediatore quale professionista specificamente formato per favorire la riattivazione della comunicazione tra le parti e facilitare il raggiungimento di un’intesa . Si tratta, a veder bene, anche di una svalutazione dell’intero sistema introdotto in Italia in tema di mediazione, strutturato in modo articolato e posto sotto la vigilanza del Ministero della Giustizia.
IV. In base a quanto osservato, l’istanza è meritevole di accoglimento.
La liquidazione deve avvenire sulla base dei parametri indicati degli artt. 18, 19, 20 e 21 del D.M. 55/2014 (attività stragiudiziale), considerando il valore medio con riduzione alla metà ai sensi dell’art. 130 D.P.R. n. 115/02. Considerando la natura dell’impegno professionale profuso da quanto emerge dalla documentazione allegata, appare congruo liquidare all’Avv. (…) in relazione all’attività espletata la somma di euro 4320 per compensi (scaglione da euro 52.000,01 a 260.000,00 in base al valore della quota spettante al sig. (…) desumibile dal contratto prodotto quale doc. 5), ridotti ad euro 2.160,00 ex art. 130 cit., oltre alle spese generali pari al 7%, oltre IVA e CAP.
CONFERMA in via definitiva l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato di nel procedimento suindicato; LIQUIDA in favore dell’Avv. (…) per l’attività espletata in favore di (…) nella procedura sopra indicata, euro 2.160,00 per compensi, oltre alle spese generali nella misura del 7%, oltre IVA e CAP;
Così deciso in F., il 13 dicembre 2016