Source: https://www.laleggepertutti.it/142637_prestito-di-denaro-se-il-debitore-non-paga
Timestamp: 2018-11-14 03:44:19+00:00
Document Index: 134763219

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1813', 'art. 2930', 'art. 1963', 'art. 101', 'art. 190', 'art. 1963', 'art. 648', 'art. 2744', 'sentenza ', 'art. 2744', 'art. 2744', 'sentenza ', 'art. 2744', 'art. 2744', 'art. 1344', 'art. 3', 'art. 1419', 'art. 3', 'art. 1418']

Prestito di denaro, se il debitore non paga
Mutuo tra privati, il divieto di patto commissorio e il trasferimento della proprietà del bene dal debitore al creditore.
Prestiti di denaro tra privati: che può fare il creditore se il debitore non paga? L’unico modo per tutelarsi, in presenza di un contratto scritto o di un altro documento che dimostri il credito, è di chiedere un decreto ingiuntivo al tribunale e, persistendo l’inadempimento, procedere al pignoramento. Mai e poi mai il creditore potrebbe invece obbligare il debitore a trasferirgli il bene da questi acquistato con soldi avuti in prestito. E ciò anche se tale accordo dovesse essere stato riportato sul contratto firmato dalle parti. Una clausola di tale tipo (che va sotto il nome tecnico di patto commissorio) è nulla per espressa previsione del codice civile [1]. Lo ha ricordato il Tribunale di Taranto con una recente sentenza [2]. Ma procediamo con ordine.
1 Un privato può concedere un prestito di denaro?
2 Prestito di denaro: se il debitore non restituisce i soldi
3 Prestito di denaro, il creditore non può prendersi il bene acquistato
Un privato può concedere un prestito di denaro?
Contrariamente a quanto si pensa spesso, il mutuo non è un contratto ad appannaggio esclusivo delle banche. Ogni prestito di denaro configura un contratto di mutuo, il quale può essere a sua volta:
a titolo gratuito: quando, a fronte del prestito, il beneficiario si impegna a restituire solo il capitale, senza essere tenuto a versare gli interessi;
a titolo oneroso: se, insieme al capitale, il debitore deve versare anche gli interessi.
Perché il mutuo si perfezioni non è necessario un contratto scritto; l’accordo può essere concluso anche con una “stretta di mano”: l’importante è che vi sia stata la consegna materiale della somma di denaro e di ciò si possa dare prova. È il caso, ad esempio, dell’accredito dei soldi tramite bonifico, con una causale abbastanza chiara e che faccia comprendere la natura del prestito (ad esempio: prestito fruttifero per quello a titolo oneroso, oppure prestito infruttifero per quello a titolo gratuito).
Prestito di denaro: se il debitore non restituisce i soldi
Se il debitore non restituisce la somma avuta in prestito nel termine concordato dalle parti (o, in assenza di pattuizione sulla scadenza, a semplice richiesta del creditore), il mutuante avrà una tutela più immediata se è in possesso di un documento scritto dal quale risulti il proprio diritto: si pensi a un contratto, una dichiarazione di ammissione di debito da parte del mutuatario o una lettera a firma di quest’ultimo con cui chiede più tempo per restituire la somma, così tacitamente riconoscendo il debito. In tali casi, il creditore non è tenuto a fare una causa ordinaria; con tale documento egli può ottenere dal tribunale, nel giro di pochi mesi, un ordine di pagamento da notificare al debitore (cosiddetto decreto ingiuntivo). Si tratta di un “mini giudizio” al quale il mutuatario non partecipa. Eventualmente quest’ultimo potrà, nei 40 giorni successivi alla notifica del decreto ingiuntivo, presentare opposizione: solo allora si aprirà un vero e proprio giudizio con le prove tipiche del processo civile.
Se, invece, il creditore non è in possesso di un documento scritto, dovrà improntare una causa ordinaria e dimostrare il proprio diritto, eventualmente con testimoni.
Se, dopo 40 giorni dalla notifica del decreto ingiuntivo, il debitore né propone opposizione, né paga spontaneamente, il creditore può agire nei suoi confronti con un pignoramento, ad esempio “bloccandogli” il conto corrente, il quinto dello stipendio o della pensione, ecc.
Se però il debitore dovesse risultare nullatenente, perché senza reddito e senza beni a lui intestati da pignorare, il creditore non avrebbe altre forme di tutela, né potrebbe aggredire i parenti del mutuatario (i genitori, fratelli, coniuge) o i conviventi. Solo se la moglie o il marito è in regime di comunione legale dei beni con il coniuge, il creditore può pignorare il 50% dei beni di quest’ultimo.
Prestito di denaro, il creditore non può prendersi il bene acquistato
È nullo il patto con il quale, in caso di mancata restituzione della somma avuta, in prestito, il creditore si fa trasferire dal debitore la proprietà del bene acquistato con i soldi del mutuo. Questo divieto è posto dal codice civile [1] che stabilisce:
«È nullo il patto col quale si conviene che, in mancanza del pagamento del credito nel termine fissato, la proprietà della cosa ipotecata o data in pegno passi al creditore (…)».
Con la sentenza in commento non si fa altro che sottolineare nuovamente il divieto di questo patto (chiamato patto commissorio). Il contratto di mutuo in virtù del quale le parti hanno stabilito che, in difetto di adempimento dell’obbligazione restitutoria, il mutuatario si impegna a trasferire al mutuante la proprietà del bene (mobile o immobile) acquistato con le somme date a mutuo è nullo perché integra un patto commissorio vietato dalla legge. Tale divieto si applica dunque anche al caso di mutuo tra privati, essendo volto a sanzionare un determinato risultato, ovvero il trasferimento della proprietà in caso di inadempimento.
Insomma, creditore e debitore non possono accordarsi nel prevedere, già nel contratto di prestito di denaro, il trasferimento della proprietà del bene (una casa, un terreno, un’automobile o qualsiasi altro bene) acquistato con la somma data a mutuo in caso di mancata restituzione delle somme versate. La clausola che prevede il trasferimento del bene in caso di inadempimento è nulla.
Questo divieto vale anche se la cosa acquistata con i soldi del finanziamento è stata data in pegno o se su di essa è stata iscritta ipoteca (il recente “Decreto Banche” ha posto un’espressa deroga per le somme date in mutuo dalle banche). La norma, che vieta che la cosa ipotecata o data in pegno passi nella proprietà del creditore in caso di inadempimento del debitore, si applica non solo in tali casi, ma ogniqualvolta le parti stipulino un patto «attraverso il quale il creditore, esercitando una “illecita coercizione” nei confronti del debitore al momento della conclusione del negozio, ottenga la proprietà di un bene – o la nascita di un’obbligazione a trasferirla – della parte debitrice nel caso in cui questa non adempia la propria obbligazione».
Pertanto, «il divieto risulta applicabile anche al patto commissorio cosiddetto autonomo, la cui autonomia consiste nel fatto che il bene che ne costituisce oggetto non è vincolato in garanzia, né reale, né personale».
[2] Trib. Taranto, sent. n. 2442/16 del 2.08.2016.
Tribunale di Taranto – Sezione II civile – Sentenza 2 agosto 2016 n. 2442
Il Tribunale, nella persona del Giudice dott. Claudio Casarano ha pronunciato la seguente SENTENZA
nella causa civile di I Grado iscritta al n. r.g. 5547/2015 promossa da:
Tu.Ed., rappresentata e difesa dall’avv. Sa.Sb.;
Pe.An. e Vi.Do., rappresentati e difesi dall’Avv. Em.La.;
Con ricorso del 25/05/2015, i sig.ri An.Pe. e Do.Vi. ottenevano ingiunzione di pagamento per la somma di Euro 102.000,00 oltre interessi, spese, diritti ed onorari nei confronti della sig.ra Ed.Tu.
I ricorrenti asserivano di essere creditori della somma ingiunta in virtù del “contratto di prestito di denaro ex art. 1813 e ss. c.c.” stipulato con scrittura privata (in atti) del 04/04/2012. Aggiungevano che la somma in questione veniva prestata (e versata contestualmente alla sottoscrizione dell’atto) alla mutuataria, sig.ra Tu.Ed., per l’acquisto dell’immobile sito in Taranto alla via (…) e quest’ultima si obbligava a restituirla alla vendita dell’immobile (…) o comunque entro il 31/12/2012.
I ricorrenti asserivano anche che la sig.ra Ed.Tu. acquistava effettivamente l’immobile di via (…) all’incanto nell’ambito della procedura immobiliare n. 597/1993 R. G. E. ma alla scadenza prestabilita in contratto non restituiva la somma ricevuta.
Su questi presupposti i coniugi Pe. – Vi. ottenevano il decreto ingiuntivo in parola.
Con atto di citazione del 14/07/2015, la sig.ra Tu.Ed. proponeva opposizione avverso il citato decreto ingiuntivo eccependo una serie di nullità che avrebbero colpito la scrittura privata per cui è causa.
In particolare, l’opponente sosteneva che il contratto di prestito era da ritenersi nullo in quanto non recava una data certa né mai veniva registrato dalle parti, nonostante avesse ad oggetto un importo di notevole entità, versato tra l’altro in contanti quindi non tracciabile a mezzo di assegni o bonifici. Altro motivo di nullità dell’atto, sempre a detta dell’opponente, era provato dal comportamento dei ricorrenti che non avevano tentato una definizione bonaria della vicenda: infatti, non inviavano alcuna intimazione di messa in mora alla presunta debitrice, né esperivano il tentativo di negoziazione assistita che, secondo l’opponente, era obbligatorio nel caso de quo data l’entità della somma e la qualità delle parti (madre – figlia).
E infine, il contratto era nullo, sosteneva l’opponente, in quanto sottoscritto da un soggetto terzo rispetto alle parti indicate nell’incipit dell’atto (ossia dal sig. An.Pe., coniuge dell’opponente e padre dell’opposta) e al contempo mancava del tutto la firma dei mutuanti. In ogni caso l’opponente eccepiva la compensazione della somma prestata a mutuo con le donazioni, di maggior ammontare, che, a suo dire, la figlia opposta aveva ricevuto dai suoi genitori.
LA DOMANDA RICONVENZIONALE DI PARTE OPPOSTA
Si costituivano i coniugi Pe. – Vi. con comparsa del 23/09/2015 sostenendo la validità del contratto per cui è causa, non potendo trovare accoglimento le nullità eccepite. Chiedevano perciò la restituzione della somma prestata, in considerazione anche del fatto che mai la controparte debitrice aveva disconosciuto il rapporto dedotto in giudizio.
Spiegava altresì domanda riconvenzionale ex art. 2930 c. c. per ottenere il risarcimento del danno derivante dall’inadempimento contrattuale o in alternativa dal ritardo nell’adempimento, da calcolarsi in via equitativa.
Nel caso di mancato adempimento dell’obbligazione principale ed in accoglimento della domanda riconvenzionale, chiedeva in subordine, il trasferimento della proprietà dell’immobile sito alla via (…) in Taranto con spese a carico della debitrice come previsto in contratto; tanto in virtù di quanto previsto nell’apposita clausola contrattuale, che accedeva al contratto di mutuo, secondo la quale, in caso di inadempimento, la mutuataria avrebbe trasferito la proprietà del suddetto immobile ai mutuanti, (oltre al risarcimento del maggior danno subito, e questi ultimi avrebbero versato in suo favore l’eventuale differenza positiva tra il prezzo di vendita e il debito residuo). SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Con ordinanza del 08/01/2016, veniva rilevata d’ufficio la nullità dell’articolo 3 contenuto nella scrittura privata in parola per violazione del divieto di patto commissorio ex art. 1963 c. c.; quindi veniva rigettata la richiesta di provvisoria esecutorietà del decreto ingiuntivo opposto. Nel contempo, la causa veniva rinviata ad altra udienza per la comparizione personale delle parti al fine di avviare il contraddittorio in merito alla suddetta questione di nullità, ex art. 101, 2 co., c. c., ed esperire un tentativo di conciliazione. All’udienza del 20/04/2016, fallito il tentativo di bonario componimento della controversia, la causa veniva ritenuta matura per la decisione, avendo ad oggetto una mera questione di diritto. Le parti precisavano le conclusioni e venivano concessi i termini di cui all’art. 190 c.p.c.
LA NULLITÀ DELLA CLAUSOLA EX ART. 2744 C.C.
L’articolo 2744 cod. civ. (e non il disposto – peraltro di identico contenuto – dell’art. 1963 c. c. in tema di anticresi, erroneamente indicato nella evocata ordinanza ex art. 648 c. p. c. del 08/01/2016) sancisce il divieto di patto commissorio, sanzionando con la nullità “il patto col quale si conviene che, in mancanza del pagamento del credito nel termine fissato, la proprietà della cosa ipotecata o data in pegno passi al creditore”.
La Corte di Cassazione, pronunciandosi più volte sull’argomento, ha ritenuto che l’art. 2744 c. c. non sia norma di stretta interpretazione con carattere eccezionale, ma esprima un principio generale dell’ordinamento, volto a sanzionare un determinato risultato.
Infatti, al di fuori della fattispecie espressamente descritta dalla norma, si ritiene che l’ordinamento giuridico vieti qualsiasi patto attraverso il quale il creditore, esercitando una “illecita coercizione” nei confronti del debitore al momento della conclusione del negozio, ottenga la proprietà di un bene – o la nascita di un’obbligazione a trasferirla – della parte debitrice nel caso in cui questa non adempia la propria obbligazione.
Come a dire che non è vietato solo il patto commissorio c.d. accessorio connesso ad una garanzia reale tipica gravante su un determinato bene, ma il divieto risulta applicabile anche al patto commissorio c.d. autonomo, la cui autonomia consiste nel fatto che il bene che ne costituisce oggetto non è vincolato in garanzia, né reale, né personale.
Eloquente è in tal senso la sentenza pronunciata dalla Corte di Cassazione, n. 2285/2006, III Sez. Civile: “Deve escludersi che l’art. 2744 c.c. (sul divieto di patto commissorio) costituisca una norma eccezionale, di stretta interpretazione, applicabile unicamente nell’eventualità sia aggiunto al pegno, all’ipoteca, all’anticresi. Il divieto di patto commissorio, infatti, si estende a qualsiasi negozio, ancorché lecito e quale ne sia il contenuto, che venga impiegato per conseguire il risultato concreto, vietato dall’ordinamento, dell’illecita coercizione del debitore a sottostare alla volontà del creditore, accettando preventivamente il trasferimento di proprietà di un suo bene come conseguenza della mancata estinzione del debito”.
La giurisprudenza parla, in tal senso, di “divieto di risultato”, per cui sarebbero vietati tutti quei patti che producono lo stesso risultato contemplato dall’art. 2744 c.c. anche a prescindere dallo schema negoziale usato. Evidenzia, infatti, la Suprema Corte che “qualsiasi negozio può integrare tale violazione, quale che ne sia il contenuto, nell’ipotesi in cui venga impiegato per conseguire il risultato concreto, vietato dall’ordinamento giuridico” (vedi Cass. 5740/2011). Nel caso che ci interessa, non sarebbe stato necessario che le parti in causa, per integrare il divieto in questione, avessero stipulato due contratti separati (il mutuo e il negozio di trasferimento) o avessero concluso preliminarmente un contratto di anticresi, come sostenuto da parte opposta nelle proprie difese conclusionali. E’ utile, infine, richiamare l’ultima sentenza della Suprema Corte, n. 1075/2016, II Sez. Civile, che, ripercorrendo le tracce della consolidata giurisprudenza suesposta, chiarisce la ratio del divieto per assenza di causa del contratto, nel particolare caso della esecuzione del mutuo: “Secondo il consolidato orientamento di questa Corte, il divieto del patto commissorio, sancito dall’art. 2744 c.c., si estende a qualsiasi negozio, ancorché di per sé astrattamente lecito, che venga impiegato per conseguire il concreto risultato, vietato dall’ordinamento, di assoggettare il debitore all’illecita coercizione da parte del creditore, sottostando alla volontà del medesimo di conseguire il trasferimento della proprietà di un suo bene, quale conseguenza della mancata estinzione di un debito (v., tra le tante, Cass. 12/1/2009 n. 437; Cass. 11/6/2007 n. 13621; Cass. 19/5/2004 n. 9466; Cass. 2, 20/7/1999 n. 7740). In particolare, è stato puntualizzato che la vendita con patto di riscatto o di retrovendita, anche quando sia previsto il trasferimento effettivo del bene, è nulla se stipulata per una causa di garanzia (piuttosto che per una causa di scambio), nell’ambito della quale il versamento del danaro, da parte del compratore, non costituisca pagamento del prezzo ma esecuzione di un mutuo, ed il trasferimento del bene serva solo per costituire una posizione di garanzia provvisoria capace di evolversi a seconda che il debitore adempia o meno l’obbligo di restituire le somme ricevute. La predetta vendita, infatti, in quanto caratterizzata dalla causa di garanzia propria del mutuo con patto commissorio, piuttosto che dalla causa di scambio propria della vendita, pur non integrando direttamente un patto commissorio vietato dall’art. 2744 c.c., costituisce un mezzo per eludere tale norma imperativa ed esprime, perciò, una causa illecita che rende applicabile, all’intero contratto, la sanzione dell’art. 1344 c.c. (Cass. 4/3/1996 n. 1657; Cass. 20/7/2001 n. 9900; Cass. 8/2/2007 n. 2725)”.
FONDATEZZA DELLA DOMANDA PRINCIPALE PROPOSTA IN VIA MONITORIA
La clausola di cui all’art. 3 del contratto di prestito di denaro di cui ci si occupa integra appieno la fattispecie vietata sopra descritta. Le parti hanno infatti stabilito che “in difetto di adempimento il mutuatario si impegna a trasferire la proprietà del suddetto immobile al mutuante, con spese a proprio carico oltre al risarcimento del maggior danno subito. I mutuanti si impegnano a versare ai coniugi Pe.An. e Tu.Ed. l’eventuale differenza positiva tra il prezzo di vendita e il debito residuo”.
Nel caso de quo, si verifica una nullità parziale del contratto ex art. 1419 c. c., limitata cioè alla sola clausola ex art. 3, per violazione del divieto di patto commissorio. E se il contratto di mutuo è valido, una volta espunto il suddetto articolo, le parti vi devono dare adempimento.
Se si considera che la sig.ra Tu.Ed. nell’atto di opposizione confermava il contenuto del – contratto di prestito, riconoscendo, quindi, di aver ricevuto la somma di Euro 102.000,00, ed ammetteva di aver dato parziale esecuzione al contratto con l’acquisto dell’immobile a cui questo era finalizzato, deve seguire la restituzione della predetta somma.
LE CAUSE DI NULLITÀ DEL CONTRATTO ECCEPITE DA PARTE OPPONENTE
La mancata apposizione di una data certa nel contratto di mutuo per cui è causa non può comportare la nullità dello stesso, non rientrando una simile fattispecie tra le cause di nullità del contratto ex art. 1418 cod. civ. Lo stesso dicasi per la mancata registrazione della scrittura privata, dal momento che la normativa di riferimento è dettata solo a fini fiscali e comunque non prescrive la sanzione della nullità del contratto non registrato. Infine, per quanto riguarda la mancata sottoscrizione del contratto da parte dei mutuanti, la legge non prescrive a pena di nullità la firma in calce al contratto di mutuo, per il quale peraltro non è richiesto nemmeno la forma ad substantiam.
L’eccepita compensazione con il credito derivante da presunte donazioni è del tutto generica e non supportata da elementi concreti, talché non può essere esaminata; analogamente per la domanda di risarcimento danni spiegata dalla opposta.
Per la reciproca soccombenza è giusto compensare le spese del giudizio.
Definitivamente pronunziando sull’opposizione a decreto ingiuntivo n. 1039/2015 proposta dalla sig.ra Tu.Ed., con atto del 14/07/2015, nei confronti dei sigg. Pe.An. e Vi.Do., nonché sulla domanda riconvenzionale proposta da questi ultimi, rigettata ogni altra domanda ed eccezione, così provvede:
Rigetta l’opposizione e conferma il decreto ingiuntivo limitatamente alla sorte capitale pari ad Euro 102.000,00;
Corregge il capo accessorio relativo alla statuizione sulle spese nel senso che laddove è scritto “Euro 21.350,00 per compensi” sia inteso “Euro 2.135,00 per compensi”;
Manda alla cancelleria per l’annotazione di questa correzione sull’originale del decreto ingiuntivo opposto;
Rigetta la domanda riconvenzionale proposta dai sigg. Pe.An. e Vi.Do. Compensa le spese del giudizio.
Così deciso in Taranto il 27 luglio 2016.
Depositata in Cancelleria il 2 agosto 2016.