Source: https://avvemilianomancino.blogspot.com/2017/05/
Timestamp: 2018-10-17 08:15:22+00:00
Document Index: 90596323

Matched Legal Cases: ['art. 612', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 4', 'art. 5', 'art. 6', 'sentenza ', 'art. 4', 'art. 19']

Studio Legale Mancino: maggio 2017
Dal Resto del Carlino Ferrara...#Tribunale #Penale #Ferrara #Assoluzione #Ilfattononcostituiscereato #StudioLegaleMancino #AvvEmilianoMancino
Stalking: anche due soli episodi per integrare il reato
Fonte: www.ilpenalista.it/Stalking. Quanti episodi servono per integrare il reato? - La Stampa
Fonte:www.lastampa.it/Nessun indennizzo: lo stupratore è indigente - La Stampa
Approvata la Legge per il contrasto al cyberbullismo
Ieri, 17 maggio, l’Aula della Camera ha approvato, in quarta lettura ed in via definitiva (con 432 voti favorevoli, nessuno contrario ed un solo astenuto), la tanto attesa Legge sul cyberbullismo, contenente “Disposizioni a tutela dei minori per la prevenzione ed il contrasto del fenomeno”.
La Presidente Laura Boldrini, nel discorso tenuto prima di dare il via alla votazione del provvedimento, rivolgendosi a Paolo Picchio (padre di Carolina, prima vittima riconosciuta di cyberbullismo in Italia, morta suicida a soli 14 anni), pure presente a Montecitorio, ha dedicato la Legge alla giovane ed a tutte le altre vittime di tale drammatico fenomeno.
Nel merito, la versione definitiva del testo elaborato dalla Senatrice PD Elena Ferrara (e definito da molti tra gli stessi deputati “una buona legge, ma non la migliore legge possibile”, da altri come “un punto di partenza”) ricalca integralmente quella approvata lo scorso 31 gennaio, in terza lettura, dal Senato della Repubblica.
Il Relatore, Paolo Beni, ha infatti evidenziato come le Commissioni Giustizia ed Affari Sociali della Camera abbiano convenuto all’unanimità, “dopo un’attenta valutazione”, di non apportare modifiche al testo licenziato dal Senato, “anche al fine di evitare il ricorso ad una quinta lettura e garantire così un più rapido iter della proposta di legge”.
L’obiettivo dichiarato, infatti, era quello di approvare la Legge (che, ricordiamolo, si limita a dettare disposizioni in tema di cyberbullismo e non è, dunque, né allargata al bullismo, né estesa ai maggiorenni) prima dell’inizio del prossimo anno scolastico, così da assicurare “qualche strumento in più di tutela per i ragazzi”, evitando di iniziare con un vuoto legislativo ancora da colmare.
La Legge in argomento, va ancora rammentato, prevede l’adozione di azioni a carattere preventivo, che puntano all’educazione dei minori attraverso un uso responsabile e consapevole dei nuovi media (a partire dalla scuola, luogo principale di formazione, di inclusione e accoglienza)e mirano a favorire una maggiore consapevolezza tra i giovani quanto al disvalore di comportamenti persecutori in danno di vittime in situazioni di particolare fragilità, evitando tuttavia, al contempo (sono parole del Relatore), “inopportune derive repressive”.
Per tali ragioni, diversamente rispetto alla prima versione approvata dalla Camera lo scorso 20 settembre 2016, sono spariti dal testo i richiami, ivi contenuti, a strumenti di natura penale.
Come forse si rammenterà, infatti, il testo approvato in seconda lettura dalla Camera lo scorso settembre prevedeva l’introduzione, nel Disegno di Legge, dell’articolo 8 (assente nella prima versione approvata dal Senato), in cui veniva prevista una specifica aggravante per il reato di stalking (o atti persecutori) cui all’art. 612 bis del Codice Penale.
Tale aggravante sarebbe divenuta operante nel caso in cui il fatto fosse commesso attraverso strumenti informatici o telematici o utilizzando tali strumenti mediante la sostituzione della propria all’altrui persona e l’invio di messaggi o la divulgazione di testi o immagini, ovvero mediante la diffusione di dati sensibili, immagini o informazioni private, carpiti attraverso artifici, raggiri o minacce o comunque detenuti, o mediante la realizzazione o divulgazione di documenti contenenti la registrazione di fatti di violenza e di minaccia.
Pena prevista, la reclusione da uno a sei anni.
Infine, veniva disposta la confisca obbligatoria per gli strumenti informatici o telematici che fossero risultati essere stati utilizzati per tali fattispecie di stalking telematico.
E’ tuttavia, condivisibilmente, prevalsa la linea di pensiero che ha riportato il testo della Legge ad una impostazione più “prevenzionista” che repressiva: in caso contrario, infatti, si sarebbe, di fatto, snaturato il senso e lo spirito del provvedimento in questione, ispirato ad un “diritto mite”, per come era stato immaginato dai suoi promotori e promulgatori.
Art. 1: finalità e definizione normativa
Nello specifico, nella Legge in commento, l’art. 1, comma 1, individua i propri (sopra già sintetizzati) obiettivi e finalità, nonché i soggetti (i minori di età, per intendersi) per la tutela dei quali essa vuole approntare “apposite azioni a carattere preventivo”.
Nel secondo comma, il testo normativo fornisce finalmente una definizione del termine “cyberbullismo”, che comprende in sè, stando al tenore letterale della norma:
a) “qualunque forma di pressione, aggressione, molestia, ricatto, ingiuria, denigrazione, diffamazione, furto d’identità, alterazione, acquisizione illecita, manipolazione, trattamento illecito di dati personali in danno di minorenni, realizzata per via telematica”;
b) nonché la “diffusione di contenuti on line aventi ad oggetto anche uno o più componenti della famiglia del minore il cui scopo intenzionale e predominante sia quello di isolare un minore o un gruppo di minori ponendo in atto un serio abuso, un attacco dannoso, o la loro messa in ridicolo”.
Per inciso, pare doveroso in proposito rilevare, quale “nota stonata”, il fuorviante riferimento, nel comma della norma appena citato, ai comportamenti ingiuriosi, essendo il reato di ingiuria stato recentemente depenalizzato: sarebbe stato certamente più corretto espungere del tutto detto inciso dalla frase.
Art. 2: istanze a tutela della dignità del minore
Con il successivo art. 2 il legislatore ha invece ribadito la propria intenzione di agevolare la rimozione di contenuti che ledano la dignità del minore da siti internet e da social network e di accelerare il blocco dei siti o dei profili sulla base delle segnalazioni inviate anche dagli adolescenti, che sino ad oggi non potevano sporgere denuncia autonomamente.
Ciò perché, effettivamente, una parte consistente degli effetti negativi del cyberbullismo consiste proprio nell’amplificazione della risonanza di un fatto o un avvenimento che solo il web permette.
È pertanto stato disposto che tanto il minore ultraquattordicenne vittima di atti di cyberbullismo, quanto il genitore o colui che ne esercita la responsabilità possa chiedere al gestore del sito internet o del social media, ovvero al titolare del trattamento, l'oscuramento, la rimozione, il blocco di qualsiasi dato personale del minore, nonché dei contenuti diffusi in rete, se rientranti nelle condotte di cyberbullismo, previa conservazione dei dati originali.
Se il gestore non provvede all'esecuzione della richiesta entro 48 ore, chiunque sia interessato può rivolgersi al Garante per la protezione dei dati personali, che deve intervenire direttamente entro le 48 ore successive al ricevimento della richiesta.
Si può osservare a caldo, in proposito, che nella fattispecie il legislatore, pur munito di lodevoli intenti, ha tuttavia circoscritto la portata della condotta incriminatrice alle sole vittime ultraquattordicenni, così inopinatamente escludendo, in modo non condivisibile, tutte le fasce d’età inferiori ai 14 anni, entro le quali, al contrario, si trova un numero sempre più elevato di vittime di episodi di bullismo e cyberbullismo.
Art. 3: tavolo tecnico, piano di azione integrato, campagne informative
L’art. 3 prevede, invece, l’istituzione, con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri da adottarsi entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della Legge, di un apposito tavolo tecnico, atto:
1) a predisporre un “piano di azione integrato per il contrasto e la prevenzione del cyberbullismo” (da predisporsi, a sua volta, entro sessanta giorni dall’insediamento del suddetto tavolo), di cui faranno parte rappresentanti ministeriali, nonché esponenti: a) della Conferenza unificata di cui all’articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281; b) dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni; c) del Garante per l’infanzia e l’adolescenza; d) del Comitato di applicazione del codice di autoregolamentazione media e minori; e) del Garante per la protezione dei dati personali; f) di associazioni con comprovata esperienza nella promozione dei diritti dei minori e degli adolescenti e nelle tematiche di genere; g) degli operatori che forniscono servizi di social networking e degli altri operatori della rete internet; h) una rappresentanza delle associazioni studentesche e dei genitori; i) una rappresentanza delle associazioni attive nel contrasto del bullismo e del cyberbullismo;
2) a realizzare un sistema di raccolta di dati finalizzato al monitoraggio del fenomeno del cyberbullismo.
L’articolo in commento prevede, ancora, che il piano di azione integrato di cui sopra preveda iniziative di informazione e di prevenzione rivolte ai cittadini, ed inoltre che la Presidenza del Consiglio dei Ministri predisponga periodiche campagne informative di prevenzione e di sensibilizzazione sull’argomento, con il supporto dei principali media e degli organi di comunicazione e di stampa e di soggetti privati.
Art. 4: linee guida e referente scolastico
Ai fini della prevenzione e del contrasto del fenomeno in ambito scolastico, l’art. 4 prevede, anzitutto, che il MIUR, di concerto con il Ministero della Giustizia, adotti, entro 30 giorni dalla data di entrata in vigore della Legge, avvalendosi anche della collaborazione della polizia postale, apposite linee guida, definite “linee di orientamento”, da aggiornare ogni due anni, che per il prossimo triennio includono, tra l’altro:
a) la formazione del personale scolastico, prevedendo la partecipazione di un proprio referente per ogni autonomia scolastica;
b) la promozione di un ruolo attivo degli studenti, nonché di ex studenti che abbiano già operato all’interno dell’istituto scolastico in attività di peer education, nella prevenzione e nel contrasto del cyberbullismo nelle scuole;
c) la previsione di misure di sostegno e rieducazione dei minori coinvolti (comma 2).
È poi prevista da parte degli Uffici Scolastici Regionali la pubblicazione di bandi per il finanziamento di progetti elaborati dagli istituti scolastici per promuovere sul territorio azioni integrate di contrasto al cyberbullismo, nonché campagne di educazione alla legalità (comma 4) ed all’uso consapevole di internet (comma 5).
Ma il nodo cruciale (e che desta maggiori dubbi e perplessità) concerne la previsione di cui al terzo comma, secondo cui ogni istituto scolastico deve individuare fra i docenti un referente con il compito di coordinare le iniziative di prevenzione e contrasto del cyberbullismo, che potrà avvalersi della collaborazione delle Forze di polizia insieme alle associazioni e ai centri di aggregazione giovanile presenti sul territorio).
Se, infatti, il ministro Valeria Fedeli ha assicurato di voler dare immediatamente piena attuazione alla legge, e di avere a tal fine già avviato (previa convocazione della Conferenza dei Coordinatori regionali degli Uffici Scolastici sul bullismo) la ricognizione dei docenti referenti per ciascuna scuola, come richiesto dal provvedimento appena approvato, resta da comprendere (sul punto, la normativa è oscura) a chi verrà affidato il delicato compito di assicurare, al riguardo, adeguata e completa formazione (pedagogica, psicologica e legale) ai suddetti referenti, come pure non è chiaro entro che tempi e con quali modalità verrà espletata detta formazione (mancano, in fondo, pochi mesi dall’inizio del nuovo anno scolastico).
Come pure, pare quanto meno curioso che questa legge abbia disposto l’individuazione, tra i docenti, di un apposito referente per il cyberbullismo, mentre invece nessuna figura analoga sia stata prevista (in questo o in altro provvedimento) per il coordinamento di iniziative di prevenzione dei fenomeni di mero bullismo nelle scuole, pure frequentissimi: la scollatura, appare, indubbiamente evidente, e si prevede che tale carenza produrrà, nella pratica, numerose problematiche interpretative ed applicative.
Gli artt. 5 e 6
I dirigenti scolastici, invece, dovranno informare tempestivamente le famiglie dei minori coinvolti in episodi di cyberbullismo, ed attivare adeguate azioni di carattere educativo (art. 5).
L’art. 6, invece, dispone uno stanziamento pari a circa duecentomila euro annui per lo svolgimento delle attività di formazione in ambito scolastico e territoriale “finalizzate alla sicurezza dell’utilizzo della rete internet e alla prevenzione e al contrasto del cyberbullismo”.
Art. 7: la procedura di ammonimento
In conclusione, a conferma ulteriore dell’approccio rieducativo del provvedimento appena approvato (e della intenzione del legislatore di licenziare un testo pensato sì per le vittime, ma anche per quei ragazzi che, spesso inconsapevolmente, si rendono responsabili di condotte dai risvolti penali), è stata introdotta la procedura di ammonimento, seguendo lo stesso criterio utilizzato per lo stalking.
E ciò, come più volte ripetuto, con l’obiettivo di responsabilizzare i minori ultraquattordicenni che, di fatto, si rendono autori autori di reati, tenendoli però, nei casi consentiti dalla legge, fuori da implicazioni di tipo penale.
Così si prevede che, fin quando non venga presentata querela o denuncia dalla vittima, il questore potrà convocare il responsabile della condotta illecita (purchè, come detto, si tratti di un giovane di età superiore a 14 anni), commessa nei confronti di altro minorenne, ed ammonirlo oralmente, invitandolo a rispettare la legge: il tutto, in presenza di un genitore o di chi ne faccia le veci.
Fonte:www.quotidianogiuridico.it/Approvata la Legge per il contrasto al cyberbullismo | Quotidiano Giuridico
L'Antitrust Ue ha deciso di infliggere una maximulta da 110 milioni di euro a Facebook per aver fornito informazioni fuorvianti nel momento dell'acquisto di Whatsapp. Nel 2014 Facebook aveva assicurato alla Commissione Ue di non poter fare collegare gli account Facebook con quelli di Whatsapp, cosa invece realizzata nel 2016. Si tratta di "un chiaro segnale alle società che devono rispettare le regole Ue, incluso l'obbligo di fornire informazioni corrette", ha dichiarato la commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager. "La decisione di oggi manda un chiaro segnale alle società, che devono rispettare tutti gli aspetti delle norme sulle fusioni, incluso l'obbligo di fornire informazioni corrette. Inoltre sanziona Facebook con una multa proporzionata e che ha un effetto deterrente". Così la commissaria europea alla Concorrenza Margrethe Vestager spiega le ragioni che hanno portato la Commissione a multare Facebook per 110 mln di euro per aver fornito informazioni "scorrette o fuorvianti" durante l'indagine portata avanti nel 2014 dalla stessa Commissione sull'acquisizione di WhatsApp da parte della casa di Menlo Park. "La Commissione Europea - continua la Vestager - deve poter prendere decisioni sugli effetti delle fusioni sulla concorrenza avendo piena conoscenza dei fatti. Il regolamento Ue sulle fusioni obbliga le società durante un'indagine su un'aggregazione a fornire informazioni corrette che non siano ingannevoli o fuorvianti, poiché ciò è essenziale affinché la Commissione possa esaminare fusioni e aggregazioni in maniera tempestiva ed efficace". "L'obbligo si applica a prescindere dal fatto se l'informazione abbia o meno un impatto sul risultato ultimo della valutazione della fusione", sottolinea la Vestager. E' la prima volta che la Commissione impone una multa ad una società per aver fornito informazioni scorrette o ingannevoli da quando il regolamento sulle fusioni è entrato in vigore, nel 2004 (in precedenza tuttavia sanzioni simili erano state comminate sulla base di un regolamento differente, del 1989). Quando Facebook ha notificato l'acquisizione di WhatsApp nel 2014, ha informato la Commissione che non sarebbe stata in grado di stabilire un efficace e automatico 'matching' tra gli account degli utilizzatori di Facebook e quelli degli utenti di WhatsApp. Facebook ha espresso questa valutazione sia nel modulo di notifica sia in risposta ad una richiesta di informazioni arrivata dalla Commissione. Tuttavia, nell'agosto 2016 WhatsApp ha annunciato un aggiornamento delle condizioni di servizio e della politica della privacy, includendovi la possibilità di connettere i numeri telefonici degli utenti di WhatsApp con l'identità degli utenti di Facebook. Il 20 dicembre 2016 la Commissione ha inviato a Facebook una dichiarazione di opposizione, in cui dettagliava le proprie preoccupazioni. La Commissione ha stabilito che, contrariamente alle dichiarazioni di Facebook durante il procedimento di revisione, la possibilità tecnica di 'matchare' automaticamente le identità degli di utenti di Facebook e di WhatsApp esisteva già nel 2014 e che i manager di Facebook erano al corrente di tale possibilità. La decisione di oggi non ha alcun impatto sull'autorizzazione dell'acquisizione di Whatsapp, che risale all'ottobre del 2014 e che era basata su una serie di altri elementi, al di là del 'matching' automatico degli utenti. La Commissione aveva anche condotto una simulazione che presumeva la possibilità del matching.
Fonte:www.rainews.it/Maxi multa da 110 milioni a Facebook per collegamento account Whatsapp - Rai News
No al coltello per motivi religiosi
Portare il coltello, anche se per motivi religiosi, viola l’ordine pubblico. Ecco cosa conclude, con la sentenza 24084/17, depositato ieri in cancelleria, la Corte suprema di Cassazione in merito al caso dell’indiano sikh trovato in possesso di un coltello, portato alla cintola, in una zona centrale di Mantova. Di fonte all’invito della polizia locale a consegnarlo, il giovane si era opposto poiché riteneva semplicemente di conformarsi ai propri costumi religiosi. Ma il tribunale di Mantova lo ha condannato, il 5 febbraio 2015, al pagamento di 2 mila euro di ammenda per aver, senza giustificato motivo, portato al di fuori della propria abitazione un coltello, che per le sue caratteristiche era atto all’offesa, in violazione dell’art. 4 della legge 110/1975. L’indiano ha presentato ricorso, chiedendo l’annullamento della decisione, sostenendo che in base all’art. 19 della costituzione il porto dell’arma fosse giustificato dalla religione.
Fonte:www.italiaoggi.it/No al coltello per motivi religiosi - News - Italiaoggi
Fonte:www.lastampa.it/Cassazione: “I migranti devono conformarsi ai nostri valori, anche se diversi dai loro” - La Stampa
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