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Timestamp: 2018-04-22 16:35:29+00:00
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Chi non paga le tasse perde la casa nel fondo patrimoniale
Lo sai che? Chi non paga le tasse perde la casa nel fondo patrimoniale
Lo sai che? Pubblicato il 26 agosto 2016
> Lo sai che? Pubblicato il 26 agosto 2016
Il mancato pagamento di imposte rientra nei bisogni familiari: può quindi essere ipotecata e pignorata la casa inserita nel fondo patrimoniale prima dell’arrivo della cartella esattoriale di Equitalia.
Neanche il fondo patrimoniale salva la casa dalla cartella di pagamento di Equitalia: questo perché, secondo un orientamento ormai stabile nella giurisprudenza, il mancato pagamento delle tasse, anche se collegate all’impresa, consente sempre allo Stato di ipotecare e pignorare l’immobile della coppia sposata (a meno che si tratti della “prima casa”). È quanto ricorda una recente sentenza della Corte di Appello di Lecce [1].
1 Il fondo patrimoniale tutela solo dai debiti estranei ai bisogni familiari
2 Le tasse rientrano nei bisogni della famiglia
3 Come tutelare la casa da Equitalia?
Il fondo patrimoniale tutela solo dai debiti estranei ai bisogni familiari
In base a quanto dispone il codice civile [2], la casa inserita nel fondo patrimoniale non può essere pignorata dai creditori solo quando il debito per il quale è in corso il pignoramento non è collegato a bisogni della famiglia. Pertanto, solo in caso di debiti contratti per scopi di investimento o voluttuari (come l’acquisto di un’auto di lusso, un viaggio, ecc.) il creditore trova nel fondo una barriera.
La Cassazione ha più volte detto che il pagamento delle tasse, anche se collegate ad attività imprenditoriale, rientra nella definizione di “bisogni della famiglia”. Il che, da un punto di vista pratico, significa che il credito di Equitalia può spingersi a pignorare finanche gli immobili inseriti nel fondo patrimoniale.
Questo orientamento è ormai condiviso da numerosi giudici. Così, nella sentenza in commento, si ribadisce che, in tema di fondo patrimoniale, le spese sostenute per il potenziamento della capacità lavorativa del coniuge, ossia i risparmi conseguiti omettendo di pagare imposte e contributi, anche di derivazione imprenditoriale, costituiscono debiti contratti per i bisogni familiari. La vicenda vedeva coinvolta una coppia di coniugi in un pignoramento immobiliare per non aver l’uomo pagato imposte (Iva, Irpef, Irap), contributi previdenziali, nonché multe per contravvenzioni al Codice della strada. Tali crediti dello Stato o della P.A. sono da ritenere inerenti ai bisogni della famiglia proprio perché contratti dall’imprenditore per soddisfare tali esigenze.
Le tasse rientrano nei bisogni della famiglia
La sentenza in commento ribadisce che, nell’ipotesi in cui i coniugi abbiano assunto obbligazioni nell’interesse della famiglia, in caso di inadempienza, “il creditore può procedere all’iscrizione d’ipoteca sui beni costituiti nel fondo, attesa la funzione di garanzia che essi assolvono per il creditore, in quanto correlati al soddisfacimento delle esigenze familiari”.
Nella nozione di “bisogni della famiglia” rientrano anche quelle esigenze «destinate a potenziare le capacità lavorative di uno dei coniugi, eventualmente imprenditoriali». Di conseguenza, i bisogni della famiglia comprendono anche tutte le esigenze volte al «pieno mantenimento ed all’armonico sviluppo della comunità familiare, nonché al potenziamento della capacità lavorativa dei coniugi». E tra queste rientra anche il mancato pagamento dei debiti tributari che si traduce in una forma di risparmio per le casse della famiglia.
L’unico modo per tutelare la casa dal pignoramento di Equitalia si rivela, dunque, non già il fondo patrimoniale ma rispettare le condizioni richieste dalla legge per il divieto di pignoramento della cosiddetta “prima casa”. In pratica:
non bisogna avere intestati altri immobili: chi ne ha potrebbe provvedere a venderli o donarli, sebbene questo comportamento, a debito già sorto (e purché superiore a 50mila euro), configura il reato di sottrazione fraudolenta alle imposte;
tale immobile deve essere accatastato come civile abitazione e deve essere la residenza del contribuente.
[1] C. App. Lecce sent. n. 434/16 del 28.04.2016.
Corte d’Appello di Lecce – Sezione II civile – Sentenza 28 aprile 2016 n. 434
1) Dott. Piergiorgio BUCCARELLA – Presidente estensore
2) Dott. Raffaella BROCCA – Consigliere
3) Dott. Cinzia MONDATORE – Consigliere
nella causa civile in grado di appello iscritta al n. 1014 del Ruolo Generale delle cause dell’anno 2 0 12, trattata e passata in decisione all’udienza collegiale del 27 Ottobre 2015.
EQ. S.p.A. (già Eq. S.p.A.), con sede legale in Roma al Lungotevere (…), in persona del procuratore speciale pro tempore, rappresentata e difesa dall’avv. Ni.Mu., in forza di mandato posto a margine dell’atto di citazione in appello, elettivamente domiciliata nello studio sito in Lecce alla via (…).
Ma.Pa., nata (…), elettivamente domiciliata presso e nello studio dell’avv. Gi.D’E., sito in Lecce alla via (…), rappresentata e difesa dall’avv. Vi.Ma., in virtù di mandato a margine della comparsa di costituzione e risposta.
Ma.Se., nato (…), residente in Torre Suda, frazione di Racale alla via (…)
All’udienza del 27 Ottobre 2015 le parti costituite hanno precisato le conclusioni come da relativo verbale, il cui contenuto deve intendersi qui integralmente richiamato e trascritto.
Con citazione, notificata in data 30.10.2012, Eq. S.p.A. proponeva appello nei confronti dei coniugi Ma.Pa. e Ma.Se., titolari di fondo patrimoniale ex art. 167 c.c. i cui immobili conferiti erano stati pignorati per 1/2 in danno del debitore Ma., avverso la sentenza n. 1471/12 del 30.4/8.6.2012 con la quale il Tribunale di Lecce, in accoglimento di buona parte della domanda della Ma., aveva dichiarato la nullità del pignoramento immobiliare eseguito in relazione a pretese tributarie inerenti a 1) contravvenzioni al codice della strada, mancato pagamento IVA, Irpef, Irap, contributi I.N.P.S. e Inail, DM 10, dichiarando invece pignorabili gli immobili solo riguardo il mancato pagamento del
2) canone Rai e tassa possesso di auto.
Il Tribunale, nella contumacia del Ma., giungeva a tale conclusione, contestualmente dichiarando inammissibile la domanda riconvenzionale di revocatoria ordinaria della costituzione del fondo patrimoniale, ritenendo che i summenzionati crediti sub 1) non fossero esigibili nei confronti del fondo stesso essendo stati contratti per necessità estranee ai bisogni della famiglia in quanto, per la loro intrinseca natura, strettamente connessi con l’attività imprenditoriale svolta dal Ma.
L’impugnazione, con richiesta di rigetto della domanda introduttiva del giudizio, veniva svolta sulla base del seguente articolato motivo:
erronea determinazione del tribunale in quanto il debito tributario, gravando sul nucleo familiare, deve ritenersi afferente ai bisogni della famiglia perché contratto dal coniuge imprenditore per soddisfare tali bisogni, con prova del contrario, non offerta e rimessa al debitore, nella specie rimasto contumace.
L’appellata Ma.Pa., costituitasi in giudizio, eccepiva l’infondatezza del gravame, concludendo di conseguenza.
L’appellato Ma.Se. non si costituiva neppure in questo grado.
Precisate le conclusioni, all’udienza del 27/10/2015 la causa veniva riservata per la decisione, con concessione dei termini ex art. 190 c.p.c. per il deposito e lo scambio di comparse conclusionali e di replica.
L’appello, come si è visto in dettaglio, volto a censurare la gravava sentenza sostanzialmente per non aver il tribunale ritenuto il debito tributario de quo inerente ai bisogni della famiglia, è fondato.
Rileva, invero, la Corte come la sentenza di primo grado abbia esaminato l’aspetto relativo alla questione dell’applicazione dell’art. 170 c.c. afferente la natura del credito azionato dall’ente creditore ritenendo che il credito a garanzia del quale era stata effettuato il pignoramento (quello sub 1 sopra indicato) sarebbe stato contratto per motivi estranei ai bisogni familiari, posto che la natura dei crediti li riconduceva “all’ordinaria gestione dell’attività imprenditoriale”. Sennonché, così argomentando, il tribunale si è discostato dalla più recente e comunque consolidata giurisprudenza di legittimità atteso che il fatto che il credito in esame
sia nato per circostanze connesse all’attività di imprenditore (mancato pagamento di imposte e contribuzioni) non lo rende sic et simpliciter di per sé estraneo ai bisogni di famiglia, in quanto, secondo l’insegnamento dei Giudici di legittimità, cui il Tribunale di prime cure non si è attenuto “In materia di fondo patrimoniale, ai sensi del combinato disposto degli art. 169 e 170 c.c. e dei principi costituzionali in tema di famiglia, i beni costituiti nel fondo, non potendo essere distolti dalla loro destinazione ai bisogni familiari, non possono costituire oggetto d’iscrizione d’ipoteca ad opera di terzi, qualunque clausola sia stata inserita nell’atto di costituzione circa le modalità di disposizione degli stessi in difformità da quanto stabilito dal citato art. 169 c.c.; tuttavia, nel caso in cui i coniugi o uno di essi abbiano assunto obbligazioni nell’interesse della famiglia, qualora risultino inadempienti alle stesse, il creditore può procedere all’iscrizione d’ipoteca sui beni costituiti nel fondo, attesa la funzione di garanzia che essi assolvono per il creditore, in quanto correlati al soddisfacimento delle esigenze familiari” (Cassazione civile, sez. I, 04/06/2010, n. 13622).
Giova ricordare che sullo specifico tema, la giurisprudenza ha precisato, tra l’altro: che nella nozione di “bisogni della famiglia” di cui all’art. 170 c.c. vanno comprese non solo le esigenze volte al pieno mantenimento e all’armonico sviluppo della famiglia ma anche quelle destinate a potenziare le capacità lavorative di uno dei coniugi, eventualmente imprenditoriali. Il criterio identificativo dei crediti, il cui soddisfacimento può essere realizzato in via esecutiva sui beni conferiti nel fondo patrimoniale, costituito ex art. 167 c.c. va ricercato, non già nella natura delle obbligazioni, ma nella relazione esistente tra il fatto generatore di esse e i bisogni della famiglia, sicché qualsiasi attività, con finalità lucrative, professionale od imprenditoriale, è tesa al soddisfacimento dei bisogni della famiglia ed, in specie, al pieno mantenimento ed all’armonico sviluppo di essa, nonché al potenziamento della capacità lavorativa dei coniugi, con esclusione solo delle esigenze di natura voluttuaria o caratterizzate da interessi meramente speculativi e non poste in essere al solo fine di impedire un danno sicuro al nucleo familiare.
“In tema di esecuzione sui beni e sui frutti del fondo patrimoniale sono ricompresi tra i debiti contratti per i bisogni della famiglia anche quelli per fare fronte a esigenze volte al pieno mantenimento e all’armonico sviluppo della famiglia, nonché al potenziamento della sua capacità lavorativa, con esclusione solo delle esigenze di natura voluttuaria o caratterizzate da interessi meramente speculativi, mentre è irrilevante – al fine di ritenere ammissibile l’esecuzione sui detti beni – l’anteriorità del credito rispetto alla costituzione del fondo, atteso che l’art. 170 c.c. non limita il divieto di esecuzione forzata ai soli crediti (estranei ai bisogni della famiglia) sorti successivamente alla costituzione del fondo, ma estende la sua efficacia anche ai crediti sorti anteriormente, salva la possibilità per il creditore, ricorrendone i presupposti, di agire in revocatoria ordinaria” (Cassazione civile, sez. trib., 07/07/2009, n. 15862)
La norma di cui all’art. 170 c.c., secondo cui l’esecuzione non può aver luogo per debiti che il creditore conosceva essere stati contratti per scopi estranei ai bisogni familiari, non va, dunque, intesa in senso restrittivo, dovendo essere interpretata alla luce della finalità perseguita dall’istituto patrimoniale in questione, ravvisabile non solo nell’esigenza di assicurare il tenore di vita che i coniugi hanno inteso in concreto attuare, ma anche nel senso
che le spese sostenute per il potenziamento della capacità lavorativa del coniuge ovvero i risparmi conseguiti omettendo di pagare i dovuti imposte e contributi, anche di derivazione imprenditoriale, danno luogo a debiti contratti per i bisogni familiari sui quali si riverberano.
I bisogni della famiglia comprendono quindi anche le esigenze volte al pieno mantenimento ed all’armonico sviluppo della comunità familiare, nonché al potenziamento della capacità lavorativa dei coniugi, con esclusione solo delle esigenze di natura voluttuaria o caratterizzate da interessi meramente speculativi; nella specie non ricorre alcun intento speculativo a base del credito tributario in esame e comunque la prova della conoscenza da parte del creditore dell’estraneità del credito a tali bisogni spettava al debitore, poiché i fatti negativi (nel caso di specie, l’ignoranza) non possono formare oggetto di prova e poiché esiste una presunzione d’inerenza dei debiti ai detti bisogni. (Cassazione civile, sez. III, 15/03/2006, n. 5684). E tale prova non è stata fornita.
Tali considerazioni rendono non condividibile la soluzione adottata dalla sentenza impugnata, corroborando la palese fondatezza delle doglianze mosse dall’appellante in questa sede.
L’appello va pertanto accolto e quindi integralmente rigettata la domanda introduttiva del giudizio.
Alla fondatezza del gravame consegue la condanna della parte soccombente al pagamento delle spese di entrambi i gradi del giudizio, che sono liquidate in dispositivo in favore della società appellante.
La Corte d’Appello di Lecce, definitivamente pronunziando sull’appello proposto con citazione notificata in data 30.10.2012 da Eq. S.p.A. nei confronti di Ma.Pa. e Ma.Se. avverso la sentenza n. 14712/12 in data 30.4./8.6.2012 emessa dal Tribunale di Lecce, così provvede:
1. Accoglie l’appello e per l’effetto rigetta la domanda introduttiva del giudizio proposta da Ma.Pa. con citazione notificata in data 24.12.2007;
2. Condanna Ma.Pa. al pagamento in favore della società appellante delle spese di entrambi i gradi del giudizio, che si liquidano, per il primo grado, in Euro 2.500,00, (di cui Euro 1.200,00 per diritti e Euro 1.300,00 per onorari), oltre accessori come per legge, e per questo grado in complessivi Euro 2.200,00, oltre IVA, CAP e rimborso spese forfetario del 15%.
Così deciso in Lecce il 15 aprile 2016. Depositata in Cancelleria il 28 aprile 2016.