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Timestamp: 2017-06-22 11:52:19+00:00
Document Index: 57545642

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 28', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 143', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 2645', 'art. 438']

Famiglia blog | quando il diritto incontra la famiglia
News	16 maggio 2017
L’ASSEGNO DIVORZILE SPICCA IL VOLO … ADDIO AL MANTENIMENTO DEL TENORE DI VITA MATRIMONIALE!
Posted by Francesca Forani on 10:45 in Assegno divorzile | 0 Commenti
Rottamazione è senza alcun dubbio la parola d’ordine dei nostri giorni. L’orrido neologismo viene, ahimè, troppo spesso utilizzato. Rottamiamo politici, cartelle esattoriali, multe e, non da ultimo, concetti e parametri guida del nostro vivere sociale. Anche il principio cardine del “mantenimento del tenore di vita“ lo scorso 10 maggio è stato brutalmente rottamato dalla Suprema Corte con la sensazionale sentenza n. 11504. L’Indipendenza e l’autosufficienza economica sono diventati gli elementi cardine da cui dipende la concessione o meno dell’assegno divorzile, a prescindere dal tenore di vita goduto in costanza di matrimonio. Con il divorzio, enunciano gli Ermellini, si scioglie definitivamente il vincolo matrimoniale sia sul piano dello status personale dei coniugi i quali dovranno, perciò, considerarsi single a tutti gli effetti, che sul piano dei loro rapporti economico-patrimoniali. Attenzione, però, non viene meno la cosiddetta “solidarietà post-coniugale”, ovvero l’inderogabile dovere di “solidarietà economica” il cui adempimento è richiesto ad entrambi gli ex coniugi a tutela della persona economicamente più debole, ma la stessa avrà una qualificazione e quantificazione differente. I giudici, in tale ottica, valuteranno la mancanza dei mezzi adeguati dell’ex coniuge più debole o la contestuale impossibilità di procurarseli sulla base di elementi oggettivi, quali la capacità lavorativa e la presenza di altri redditi. Superato positivamente questo primo esame passeranno alla quantificazione vera e propria dell’assegno divorzile determinata non “già in relazione del rapporto matrimoniale ormai estinto bensì in considerazione di esso nel corso di tale seconda fase, avendo lo stesso rapporto, ancorchè estinto nella sua dimensione economico-patrimoniale, caratterizzato, anche sul piano giuridico, un periodo più o meno lungo della vita comune degli ex coniugi .” [Cass. 11504/2017] Ovviamente, a coloro che non dimostreranno di non avere mezzi adeguati di sostentamento sarà negato il diritto all’assegno di mantenimento. Che dire, siamo dinanzi ad una vera e propria rivoluzione copernicana che ha abbracciato tutto il diritto di famiglia, cominciata con il divorzio breve e con la legge sulle unioni civili, fino al completo abbandono del concetto del tenore di vita. Si aprono nuovi scenari, sicuramente si stoppano i cosiddetti approfittatori dell’economia matrimoniale, ma si intravedono anche prospettive di pseudo uguaglianze economiche e lavorative e di grandi rischi per la parte più debole del rapporto coniugale. La domanda che ci si pone ora è chi potrà garantire l’eventuale ex che, noncurante della propria affermazione professionale, si è sempre occupato della famiglia e dei figli? Dovrà accontentarsi della soglia delimitata dalla solidarietà post coniugale? Il tempo ci dirà se tale sentenza rimarrà solo un isolato pronunciamento o determinerà un vero e proprio indirizzo giurisprudenziale. Nel frattempo, in via cautelativa e solo in una prospettiva garantistica individuale, la scelta del regime di comunione dei beni risulta la più appropriata ed opportuna, sempre che si convoli a nozze con un coniuge abbiente. Rimane, però, auspicabile l’intervento del legislatore in ordine all’ammissione dei patti patrimoniali per consentire ai coniugi di regolare contrattualmente i loro rapporti personali e patrimoniali in un ottica post-matrimoniale. Una cosa è certa: siamo ancora lontani dal superamento totale degli stereotipi di genere che questa sentenza, invece, in modo brusco e ambizioso vuole così energicamente...
Italian Modern Family: ma si può legittimamente parlare di adozione gay?
Posted by Francesca Forani on 18:38 in Adozioni | 0 Commenti
Due padri gay e cittadini italiani hanno chiesto la trascrizione in Italia, in base all’articolo 36 comma 4 della legge 184/83, della adozione di due bambini avvenuta nel Regno Unito. E’ proprio la nostra legge dell’ormai lontano 1983 a prevedere la validità anche in Italia dell’adozione avvenuta in un paese straniero da parte di cittadini italiani che dimostrino di avervi soggiornato continuativamente e di avervi la residenza da almeno due anni, purché essa sia “conforme ai principi della Convezione dell’Aja” del 29 maggio 1993. Il tribunale di Firenze, interessato della vicenda, disponeva la trascrizione in Italia dei provvedimenti emessi dalla Corte britannica, riconoscendo ai bambini lo status di figli e la cittadinanza italiana. E’ stato rilevato dai giudici fiorentini, infatti, la prevalenza dell’interesse superiore dei minori a conservare lo status di figlio, riconosciuto da un atto valido in un altro Paese . Il mancato riconoscimento in Italia del rapporto di filiazione esistente nel Regno Unito, avrebbe determinato una ‘incertezza giuridica’ pregiudizievole all’identità personale dei minori. Questi sono i fatti, nessuna provvedimento giudiziario è stato emesso al fine di dare il “nulla osta” all’adozione di bambini da parte di due coppie di gay. Si è semplicemente attuato un giudizio di compatibilità con l’ordine pubblico di un provvedimento straniero con effetti nel nostro Paese. I giudici valutando comparativamente l’interesse del minore con gli altri interessi, anch’essi tutelati dal nostro ordinamento giuridico e considerandolo prevalente sulla base di un giudizio di bilanciamento, ha autorizzato la trascrizione dell’avvenuta adozione anche in Italia. Non vi è alcuna discrezionalità nella decisione ma solo una presa d’atto che “si tratta di una vera e propria famiglia e di un rapporto di filiazione in pena regola che come tale va pienamente tutelato”. Concludendo, quindi, la risposta alla domanda iniziale è “ No, in Italia non si può ancora parlare di adozione da parte di coppie omosessuali”. ...
Il cucciolo è mio e lo tengo io! Che succede al nostro animale d’affezione quando la coppia scoppia?
Posted by Francesca Forani on 17:09 in Separazione | 0 Commenti
E’ proprio vero: i nostri migliori compagni non hanno mai meno di quattro zampe. In Italia quasi la metà delle famiglie vive con un animale d’affezione. Tali animali sono considerati veri e propri membri della famiglia e quando quest’ultima si disgrega, sono oggetto del contendere nei procedimenti di separazione. Gli animali diventano, loro malgrado, protagonisti involontari della fine di un rapporto. Quando la coppia scoppia, che sorte è a loro riservata? Il cane (o qualsiasi altro animale d’affezione) non dovrebbe mai essere oggetto di contesa. Il rispetto dei suoi sentimenti e la tutela del suo benessere ed equilibrio dovrebbero assumere carattere prioritario. Trovare un accordo che eviti all’animale lo stress di un brusco trasloco ed un cambio repentino di abitudini, sarebbe cosa buona e giusta. Spesso dimentichiamo o, peggio, non conosciamo affatto la norma prevista dalla “ Convenzione Europea per la protezione degli animali da compagnia”, ratificata con Legge 4 novembre 2010 n. 201, che prevede: “Ogni persona che tenga un animale da compagnia o che abbia accettato di occuparsene sarà responsabile della sua salute e del suo benessere” ;“[…] deve provvedere alla sua installazione e fornirgli cure ed attenzione, tenendo conto dei suoi bisogni etologici secondo la sua specie e la sua razza e in particolare: a) rifornirlo in quantità sufficiente di cibo e di acqua di sua convenienza; b) procurargli adeguate possibilità di esercizio; c) prendere tutti i ragionevoli provvedimenti per impedire che fugga […]”. In assenza di una specifica normativa sul tema, vari sono stati i provvedimenti che si sono occupati di situazioni di contesa dell’animale in caso di disgregazione del nucleo familiare. Tra i più significativi vi è la pronuncia del Tribunale di Cremona dell’11 giugno 2008 in sede di separazione consensuale, che ha garantito ad entrambi i coniugi la gestione condivisa dell’animale, dividendo al 50% le spese per il mantenimento. Il Presidente del Tribunale di Foggia, invece, ha letteralmente stabilito che “Il giudice della separazione può ben disporre, in sede di provvedimenti interinali, che l’animale d’affezione, già convivente con la coppia, sia affidato ad uno dei coniugi con l’obbligo di averne cura, e statuire a favore dell’altro coniuge il diritto di prenderlo e tenerlo con sé per alcune ore nel corso di ogni giorno”. Degno di nota, inoltre è il decreto del Tribunale di Milano del 13 marzo 2013 che, in un analogo caso di separazione consensuale fra coniugi, ha affermato che “una interpretazione evolutiva ed orientata delle norme vigenti, impone di ritenere che l’animale non possa essere più collocato nell’area semantica concettuale delle cose … ma debba essere riconosciuto come essere senziente […] Quindi è legittima facoltà dei coniugi quella di regolarne la permanenza presso l’una o l’altra abitazione e le modalità che ciascuno dei proprietari deve seguire per il mantenimento dello stesso.” C’è ancora un ulteriore passo da compiere: considerare l’animale d’affezione un vero e proprio soggetto di diritti. Solo allora potremmo essere in grado di produrre norme per disciplinare il loro affidamento in caso di crisi del nucleo familiare nell’esclusivo interesse dell’animale. E soprattutto ricordiamo sempre che noi possiamo avere più cani nella nostra vita, ma il nostro cane avrà solo noi nella sua. ...
Posted by Francesca Forani on 15:55 in Separazione | 0 Commenti
Qualcuno ha scritto che la conversazione tra Adamo ed Eva era difficile, perché non avevano nessuno di cui sparlare. La “sublime” arte della denigrazione, infatti, non poteva essere praticata. Dal latino niger, nero, annerire, oscurare, offuscare per arrivare a sminuire l’altro, la denigrazione è pratica molto potente oltre che insidiosa e subdola. Un singolo atto di denigrazione, inteso come intenzione malevola di offuscare la reputazione altrui, può essere più distruttivo di un terremoto. Lungi dalla mercificazione degli affetti, condannare la madre al risarcimento del danno perché aziona comportamenti denigratori nei confronti del padre dei propri figli può costituire, invece, un valido deterrente alla perpetrazione di un vero e proprio abuso di relazione familiare. Tutti i giornali hanno parlato della sentenza emessa dal Tribunale di Roma lo scorso 11 ottobre per il clamore che ha suscitato la cifra di trentamila euro stabilita come entità del risarcimento a danno della madre denigratrice. Ogni genitore dovrebbe, infatti, attivarsi per recuperare e/o mantenere l’immagine dell’altro genitore nei confronti dei propri figli. Ed anche quando quest’ultimi rifiutano la frequentazione di uno dei due genitori, l’altro è obbligato ad attivare un comportamento propositivo per tentare il riavvicinamento alla figura genitoriale alienata, nell’ottica di un sano e doveroso recupero, indispensabile per una crescita equilibrata dei minori medesimi. Il risarcimento dei danni in questi casi assume non solo una funzione punitiva, ma costituisce una forma di dissuasione indiretta al sempre più frequente inadempimento degli obblighi familiari. Riflettendoci bene, è proprio questo che lascia l’amaro in bocca. Ed in fondo il vero “mostro” è sempre il denigratore, mai il...
Posted by Francesca Forani on 16:35 in Internet e minori | 0 Commenti
Sposarsi nel cyber mondo è diventata una realtà. Le relazioni a distanza funzionano meglio ed essere amanti part time è stimolante, poco vincolante ed economico. E poi: se mi lasci ti cancello … a colpi di click, però! Viviamo le nostre vite immersi nello schermo di un pc, in un mondo interattivo dove non esistono più distanze né contraddizioni. E la rete diventa il luogo/non luogo ove poter fare tutto quello che vogliamo, anche celebrare il nostro matrimonio. Si perderà un po’ di magia e di emozione, ma la nuova tendenza del wedding skype sta prendendo piede anche in Italia. E’ stata proprio la prima sezione civile della Cassazione che, a luglio di quest’anno, ha sancito la regolarità del matrimonio celebrato via skype tra una cittadina italiana ed un cittadino pakistano. Non siamo assistendo ad uno tsunami normativo: nessuna norma di legge è cambiata. In Italia, perchè un matrimonio sia valido, occorre la presenza fisica di entrambi i nubendi dinanzi al ministro officiante per la verifica che la volontà di convolare a nozze venga espressa in modo chiaro ed inequivocabile. Nessun timore, quindi: in Italia il matrimonio in via telematica è sempre vietato. Diverse, invece, sono le regole se il matrimonio viene celebrato all’estero. La legge n. 218 del 1995 all’art. 28 stabilisce che: “Il matrimonio celebrato all’estero è valido nel nostro ordinamento, quanto alla forma, se è considerato tale dalla legge del luogo di celebrazione, o dalla legge nazionale di almeno uno dei nubendi al momento della celebrazione, o dalla legge dello Stato di comune residenza in tale momento”. Nel caso specifico, la legge Pakistana prevedeva la possibilità di sposarsi in via telematica e da ciò, ha stabilito la Suprema Corte, “ne consegue che se l’atto matrimoniale e’ valido per l’ordinamento straniero, in quanto da esso considerato idoneo a rappresentare il consenso matrimoniale dei nubendi in modo consapevole, esso non puo’ ritenersi contrastante con l’ordine pubblico solo perche’ celebrato in una forma non prevista dall’ordinamento italiano”. E’ forse giunto il momento di sostituire l’antico motto “quot regiones, tot mores” con “paese che vai, matrimonio che trovi”! ...
Scuola pubblica o privata? Quando i genitori litigano …
Posted by Francesca Forani on 10:55 in Minori, Potestà dei genitori | 0 Commenti
“L’istruzione è l’arma più potente che si può usare per cambiare il mondo”, diceva Nelson Mandela nel 1990 durante il discorso tenuto al Madison Park High School. E la domanda nasce spontanea: qual è la scuola ideale per i nostri figli? Scuola pubblica o scuola privata? E soprattutto cosa succede se mamma e papà non sono d’accordo sulla scelta? La soluzione dei contrasti sull’esercizio della cosiddetta responsabilità genitoriale relative a questioni di particolare importanza è affidata al Giudice Tutelare. Quest’ultimo esercita una funzione genericamente conciliativa al fine di indurre i genitori a trovare una soluzione concordata. Qualora i contrasti permangano il Giudice Tutelare attribuirà il potere di decisione al genitore che riterrà più idoneo ad attuare, nel caso specifico, l’interesse del figlio minore. E’ proprio l’interesse “superiore” del minore che deve ricevere preminente considerazione in tutte le decisioni che li riguardano. Al minore, capace di discernimento, non può essere negato il diritto di essere ascoltato per verificare le sue inclinazioni, le sue preferenze ed aspirazioni, soprattutto se si devono scegliere percorsi formativi che determineranno in modo significativo ed importante la sua vita futura. L’omessa audizione del minore significa violazione di un diritto assoluto con inevitabili conseguenze come la nullità del processo e del provvedimento decisorio che lo conclude. Sebbene l’audizione obbligatoria del minore in tutti i processi che lo riguardano sia ormai chiaramente percepita dalla giurisprudenza come l’espressione di un diritto inviolabile del minore, tuttavia questa idea ancora fatica moltissimo ad affermarsi nelle prassi dei tribunali. Il Tribunale di Milano, infatti, con sentenza del 4 febbraio 2015, ha stabilito che la figlia minore di una coppia divorziata avrebbe dovuto frequentare una scuola pubblica, così come chiesto dal padre e non un istituto privato internazionale come chiesto dalla madre. La decisione del Tribunale di Milano, che non si affatto premurato di sentire la minore in questione, veniva così motivata : “[…] laddove non esista, o non persista, un’intesa tra i genitori a favore di qualsivoglia istituto scolastico privato e non emergano evidenti controindicazioni all’interesse del minore (in particolare riconducibili a sue insite difficoltà di apprendimento, a particolari fragilità di inserimento nel contesto dei coetanei, a esigenze di coltivare studi in sintonia con la dotazione culturale o l’estrazione nazionale dei genitori ecc.), la decisione dell’Ufficio giudiziario – in sé sostitutiva di quella della coppia genitoriale – non può che essere a favore dell’istruzione pubblica, secondo i canoni dall’ordinamento riconosciuti come idonei allo sviluppo culturale di qualsiasi soggetto minore residente sul territorio… Peraltro, la scelta del giudicante nel senso della scuola pubblica è una scelta “neutra” che non rischia di orientare il minore verso determinate scelte educative o di orientamento culturale in generale (e ciò, invece, potrebbe avvenire nella designazione di una scuola privata) […]”. Ma siamo proprio sicuri che l’indirizzo scolastico cosiddetto neutro sia da preferire ad un orientamento culturale più specifico e caratterizzante, che può, invece, influire in modo determinante sulla formazione del minore? ...
Posted by Francesca Forani on 18:20 in Addebito della separazione, Facebook | 0 Commenti
I social network hanno rivoluzionato la nostra vita. Facebook in particolare ci ha fornito ampi spazi virtuali ove condividere grandi quantità di contenuti e informazioni personali. Non ci siamo accorti che abbiamo perso privacy e riservatezza e che abbiamo trasferito la proiezione sociale delle nostre vite sulle piattaforme sociali. Abbiamo una rete di “amici” reali o virtuali con i quali interagiamo e comunichiamo e su questo immenso palcoscenico virtuale gettiamo le nostre vite, completamente ignari delle possibili conseguenze giuridiche in merito a ciò che pubblichiamo . Ma ci siamo mai chiesti cosa potrebbe accadere se nostro marito, nostra moglie o il nostro partner scoprisse che abbiamo una relazione extraconiugale su Facebook o su altri social network? È possibile punire con l’addebito il tradimento commesso con queste modalità? Facebook e gli altri social network sono entrati a gamba tesa negli atti processuali e vengono ampiamente utilizzati a sostegno di istanze di addebito della separazione. Ovviamente ci sono diversi orientamenti giurisprudenziali. Per alcuni tribunali le dichiarazioni esternate su Facebook non rappresentano una prova specifica, poiché “su detta piattaforma sociale ciascuno si può definire in svariati modi anche solo al mero fine di vantarsi” (Trib. Monza). Per altri l’abitudine di chattare su facebook non configura una condotta posta in violazione del dovere di fedeltà coniugale (Trib. Milano, Sez. IX, 16 ottobre 2014). Altra giurisprudenza di merito osserva che le chat seppure rappresentino una forma di intrattenimento, “in sé non censurabile”, consentirebbero al coniuge “di allacciare una relazione di natura pseudo-sentimentale”, anche se virtuale (Trib. Taranto, Sez. I, 14 novembre 2014). Per la Suprema Corte, invece, il tradimento su Facebook potrebbe essere ritenuto una violazione del dovere di lealtà. Con la sentenza del 9 aprile 2015, n. 7132, infatti, la Cassazione ha sostenuto che la pronuncia di addebito della separazione può anche non fondarsi solo sulla violazione dei doveri di cui all’art. 143 c.c., ma anche sulla continuativa ed unilaterale violazione del dovere di lealtà, tale da minare quel nucleo imprescindibile di fiducia reciproca che deve caratterizzare il vincolo coniugale. Se si dimostra, invece, che il legame instaurato con il social network è di natura esclusivamente platonica e che non vi è la benchè minima traccia di una vera e propria relazione sentimentale, il giudice potrebbe non pronunciare l’addebito. Inoltre, in caso di crisi conclamata anche il comportamento spavaldo sui social network potrebbe avere il suo peso e favorire la pronuncia di addebito. Attenzione, quindi, a non indossare maschere che il mondo virtuale potrebbe inesorabilmente far cadere svelando, così, il nostro vero...
Attenzione, attenzione! Prendere il cellulare del proprio partner per controllare gli sms può essere molto pericoloso
Posted by Francesca Forani on 18:19 in Reati familiari | 0 Commenti
Ognuno di noi ha tre vite: una pubblica, una privata ed una segreta. Oggi sembra che tutti i nostri segreti siano intrappolati nella sim di un cellulare. La nostra scatola nera per eccellenza. Cosa potrebbe accadere se venissero alla luce tutti gli sms scritti e ricevuti? Lo sappiamo tutti che scoprire l’infedeltà del proprio partner può essere psicologicamente e fisicamente devastante. Ma non dobbiamo dimenticare che il tradimento e’ potenzialmente presente in ogni forma di comunicazione. Infatti ogni messaggio può essere interpretato in innumerevoli modi. I malintesi ed i fraintendimenti sono sempre dietro l’angolo. Ogni comunicazione dovrebbe essere valutata tenendo conto del contesto comunicativo, della tipologia dei soggetti coinvolti e del particolare tipo di interazione che intercorre tra gli interlocutori. Ma poi ci interessa veramente scoprire la verità profonda dietro le apparenze? Se la curiosità ci ossessiona, dobbiamo essere in grado di acquisire le informazioni cosiddette sensibili ed evitare di commettere qualche reato. Significativa ed istruttiva, in tal senso, è la sentenza emessa lo scorso 27 maggio dalla Seconda Sezione della Corte di Cassazione Penale n. 24297, la quale definisce l’ispezione del cellulare come una condotta abbastanza comune ma che, se eseguita violentemente ed allo scopo illecito di scoprire il contenuto dei messaggi ivi contenuti, deve essere stigmatizzata come rapina. “L’instaurazione di una relazione sentimentale fra due persone – precisa la Suprema Corte – appartiene alla sfera della libertà e rientra nel diritto inviolabile all’autodeterminazione fondato sull’art. 2 Cost. […]. La libertà di autodeterminazione nella sfera sessuale comporta la libertà di intraprendere relazioni sentimentali e di porvi termine. Nel caso di specie la pretesa dell’agente di “perquisire” il telefono della ex fidanzata alla ricerca di messaggi – dal suo punto di vista – compromettenti, rappresenta il profitto conseguito e assume i caratteri dell’ingiustizia manifesta proprio perchè, violando il diritto alla riservatezza, tende a comprimere la libertà di autodeterminazione della donna e si pone in prosecuzione ideale con il reato di lesioni, avente ad oggetto le lesioni arrecate dall’imputato alla sua fidanzata nel mentre era in preda di una crisi di gelosia.” Il requisito dell’ingiustizia del profitto, quindi, consiste nell’impossessamento del telefono cellulare del o della partner. “[…] nel delitto di rapina sussiste l’ingiustizia del profitto quando l’agente, impossessandosi della cosa altrui (nella specie un telefono cellulare), persegua esclusivamente un’utilità morale, consistente nel prendere cognizione dei messaggi che la persona offesa abbia ricevuto da altro soggetto, trattandosi di finalità antigiuridica in quanto, violando il diritto alla riservatezza, incide sul bene primario dell’autodeterminazione della persona nella sfera delle relazioni umane”. Cassazione Penale Sez. 2, n. 11467 del 10/03/2015 Riflettiamo, quindi, prima di ficcare il naso nel cellulare della nostro amato o della nostra amata. E non dimentichiamo che “La curiosità uccise il gatto …” “… ma la soddisfazione lo riportò in vita”, continua il noto proverbio inglese. A noi la scelta! ...
Ecco a voi la legge per il “ Dopo di Noi”
Posted by Francesca Forani on 16:51 in Incapacità | 0 Commenti
Il Dopo di Noi è una espressione semplice, diretta, ma fortemente evocativa. E’ la sintesi di un concetto che racchiude in sé tutta la preoccupazione e l’incertezza di ciò che potrebbe accadere ai figli dopo la morte dei genitori. Ovviamente ci riferiamo alla tutela patrimoniale e morale dei c.d. soggetti deboli ed in particolare delle persone che presentano delle disabilità. L’innegabile aumento del benessere e le maggiori capacità di cura hanno provocato un aumento dell’età media anche di coloro che sono affetti da gravi disabilità, che sempre più spesso sopravvivono ai loro genitori. Purtroppo i tradizionali strumenti di protezione previsti dal nostro ordinamento (amministrazione di sostegno, interdizione, inabilitazione, etc.) per i soggetti incapaci non sono sufficienti per sopperire a quell’angoscia di programmare il futuro per coloro che non sono in grado di provvedere a se stessi. Se pensiamo che sono circa 2 milioni e 600 mila le persone che nel nostro Paese sono colpite da disabilità grave e, quindi, non sono autosufficienti e che le famiglie italiane interessate da questo problema sono circa il 15% del totale, ovvero il 4,8% della popolazione italiana, una legge che tutelasse queste situazioni si mostrava urgentissima. Finalmente è arrivata lo scorso 24 giugno e pubblicata in Gazzetta Ufficiale. Trattasi della Legge per il Dopo di Noi, ovvero la Legge n. 112 del 22 giugno 2016, intitolata “Disposizioni in materia di assistenza in favore delle persone con disabilità grave prive del sostegno familiare”. E’ la prima legge del nostro ordinamento giuridico «volta a favorire il benessere, la piena inclusione sociale e l’autonomia delle persone con disabilità», con l’obiettivo di garantire la massima autonomia e indipendenza delle persone disabili. Vi sono previste strutture alloggiative di tipo familiare o analoghe soluzioni residenziali per sviluppare programmi e competenze per la gestione delle attività quotidiane e per il raggiungimento del maggior livello di autonomia possibile delle persone con disabilità grave (non determinata dal naturale invecchiamento o da patologie connesse alla senilità) prive di sostegno familiare in quanto mancanti di entrambi i genitori o perché gli stessi non sono in grado di sostenere la responsabilità della loro assistenza. Il Dopo di noi stabilisce, inoltre, la creazione di un fondo per l’assistenza e il sostegno ai quei disabili privi dell’aiuto della famiglia, ed agevolazioni per privati, enti e associazioni che vorranno investire risorse per la loro tutela. Sono anche previsti sgravi fiscali, esenzioni e incentivi per la stipula di polizze assicurative, trust, affidamenti fiduciari e vincoli di destinazione ex art. 2645 ter c.c. Il fondo avrà una dotazione triennale pari a 90 milioni di euro per il 2016, 38,3 milioni per il 2017 e 56,1 milioni dal 2018. Il “Dopo di noi”, da preoccupazione, con questa legge si trasforma in progetto di vita Il “Dopo di Noi” deve necessariamente iniziare “Durante Noi” e non può essere considerato come il risultato di accadimenti negativi nella vita di una persona disabile (decesso, anzianità dei genitori) ma come un processo di crescita preparato e realizzato per tempo con risorse e mezzi adeguati. ...
La dissoluzione del “menage” familiare nelle convivenze
Posted by Francesca Forani on 12:21 in Unioni Civili e Coppie di fatto | 0 Commenti
“Quando finisce un amore…”, recitava una nota canzone di Riccardo Cocciante, “senza una ragione ne’ un motivo, senza niente ti senti un nodo nella gola, ti senti un buco nello stomaco, ti senti un vuoto nella testa e non capisci niente …”, ti senti persa o perso e cominci a pensare all’assegno di mantenimento, aggiungiamo noi. Cosa succede se la convivenza finisce? In caso di cessazione della convivenza di fatto, la legge Cirinnà disciplina al comma 65 il diritto agli alimenti. Ma attenzione, sarà il giudice a stabilire il diritto del convivente agli alimenti e lo farà solamente in presenza di due requisiti: lo stato di bisogno del convivente o l’incapacità del medesimo di provvedere al proprio mantenimento. La durata dell’obbligo alimentare sarà, poi, proporzionale alla durata della convivenza e la misura degli alimenti sarà parametrata a quella contenuta nell’art. 438 c.c. Tale articolo, infatti, individua come parametro di riferimento sia lo stato di bisogno del convivente che chiede gli alimenti, che le condizioni economiche dell’altro convivente che dovrà somministrarli, e specifica che tali alimenti non dovranno superare quanto sia necessario per la vita dell’alimentando, avuto riguardo alla sua posizione sociale. La riforma stabilisce infine che “[…] l’obbligo alimentare del convivente è adempiuto con precedenza sui fratelli e sorelle.” L’ex convivente, cioè, dovrà provvedere all’obbligo alimentare prima dei fratelli e delle sorelle della persona in stato di bisogno. E se invece i conviventi hanno stipulato un contratto? In che modo potranno decidere di interromperlo? E con quali conseguenze? I conviventi previdenti potrebbero inserire nel contratto accordi che fissino le modalità per la definizione dei reciproci rapporti patrimoniali in caso di cessazione della convivenza, evitando così, nel momento della frattura, discussioni, rivendicazioni e problematiche che spesso diventano inevitabili quando un amore finisce. Ad ogni modo il contratto di convivenza può sciogliersi su accordo delle parti o per recesso unilaterale. In entrambi i casi la volontà delle parti dovrà risultare per iscritto. L’eventuale accordo di risoluzione del contratto di convivenza dovrà assumere, a pena di nullità, le forme dell’atto pubblico o di scrittura privata autenticata, così come la volontà di recesso unilaterale dal contratto di convivenza dovrà essere inoltrata per iscritto all’altra parte. Qualora la casa comune sia nella disponibilità esclusiva della parte che intende recedere, la dichiarazione di recesso dovrà contenere, anch’essa a pena di nullità, un termine non inferiore a 90 giorni per permettere all’altro convivente di lasciare l’abitazione. Le ulteriori cause di risoluzione del contratto di convivenza sono individuate nella eventuale celebrazione di un matrimonio o di una unione civile tra i conviventi medesimi o tra un convivente ed un’altra persona. Anche nel caso di morte di uno dei contraenti, il contratto di convivenza si intende risolto. E’ proprio vero che in ogni addio, come diceva George Eliot, vi è l’immagine della...
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