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Timestamp: 2019-01-17 03:16:29+00:00
Document Index: 52774463

Matched Legal Cases: ['art. 29', 'art. 29', 'art. 28', 'art. 26', 'art. 21', 'art. 24', 'art. 37', 'art. 21', 'art. 28', 'art. 24', 'art. 37', 'art. 38', 'art. 42', 'art. 42', 'art. 29', 'art. 3', 'art. 21', 'art. 1337', 'art. 28', 'art. 30', 'art. 29', 'art. 29', 'art.23']

"Mala gestio" nei servizi di gestione patrimoniale: dottrina e giurisprudenza | Studio Legale Tidona e Associati
4 Dicembre 2006 In Diritto bancario
“Mala gestio” nei servizi di gestione patrimoniale: dottrina e giurisprudenza
Sul concetto di adeguatezza la Consob ha avuto modo di chiarire, con Comunicazione n. DI/98080595 del ’98, che “……si ricorda che secondo l’art. 29, comma 1, del reg. Consob n. 11522/98 l’intermediario deve astenersi dall’effettuare con o per conto degli investitori operazioni non adeguate in relazione alla loro tipologia, oggetto, frequenza o dimensione. Al fine di valutare l’adeguatezza delle operazioni (c.d. suitability), come disposto dal successivo comma dell’art. 29 citato, l’intermediario tiene conto delle informazioni raccolte dagli investitori ai sensi dell’art. 28, comma 1, lett. a), del reg. Consob n. 11522/98 (esperienza in materia d’investimenti in strumenti finanziari, situazione finanziaria, obiettivi d’investimento, propensione al rischio) e di ogni altra informazione disponibile in relazione ai servizi prestati, relativa sia al cliente che agli strumenti finanziari oggetto dei servizi medesimi. Circa tale ultimo aspetto, si ricorda che l’intermediario deve disporre di una conoscenza degli strumenti finanziari e dei servizi da esso offerti adeguata al tipo di prestazioni da fornire (art. 26, comma 1, lett. e) del reg. Consob n. 11522/98).
Dal quadro regolamentare sopra definito – continua il chiarimento Consob – emerge che la valutazione dell’adeguatezza delle operazioni rappresenta un momento essenziale della corretta prestazione dei servizi d’investimento nei confronti degli investitori non qualificati[9]; l’apprezzamento dei profili di adeguatezza può risultare più o meno complesso, a seconda del tipo di operazioni considerato e delle caratteristiche dell’investitore, ma non può essere omesso”.
Anche la più recente legge per la tutela del risparmio e la disciplina dei mercati finanziari (L. 262/05) – nell’introdurre criteri generali minimi di classificazione del grado di rischiosità dei prodotti finanziari e delle gestioni – ribadisce i principi già stabiliti nel Regolamento Consob, in particolare il rispetto del “principio di adeguatezza fra le operazioni consigliate agli investitori, o effettuate per conto di essi, e il profilo di ciascun cliente, determinato sulla base della sua esperienza in materia di investimenti in prodotti finanziari, della sua situazione finanziaria, dei suoi obiettivi d’investimento e della sua propensione al rischio, salve le diverse disposizioni espressamente impartite dall’investitore medesimo in forma scritta, ovvero anche mediante comunicazione telefonica o con l’uso di strumenti telematici, purché siano adottate procedure che assicurino l’accertamento della provenienza e la conservazione della documentazione dell’ordine”.
La Consob ha per altro chiarito che l’art. 21, lettera c), sopra riportata, è da intendere, in relazione alla normativa comunitaria, nel senso che gli intermediari devono, prioritariamente, sforzarsi di evitare i conflitti di interesse – sia nell’ambito delle disposizioni prudenziali-organizzative (Chinese walls), sia nell’ambito delle regole di comportamento – e, soltanto qualora ciò non sia possibile, sono tenuti a provvedere a che i clienti siano compiutamente informati e trattati in modo equo.
– nella prima (Comunicazione n. DI/20844 del 16/3/00), la Consob raccomanda ai gestori : “ … di assumere, nell’ambito del contratto concluso con i risparmiatori, l’impegno, qualora il patrimonio venga investito in parti di OICR “collegati”, che: a) non saranno addebitate spese di qualsiasi natura relativamente alla sottoscrizione o al rimobrso delle parti di tali OICR acquistati; b) la parte del portafoglio rappresentata da parti di OICR “collegati” non sarà considerata ai fini del computo delle commissioni di gestione.”
– nella seconda (Comunicazione n. DIN/1009635 dell’8/2/01), la Consob ha poi chiarito: “con riferimento alle GPF aventi ad oggetto parti di OICR collegati, si ribadisce che risulta giustificata la remunerazione del gestore individuale (e l’addebito alla clientela di ulteriori spese) ove questi presti effettivamente un servizio aggiuntivo rispetto a quello “incorporato” nelle quote o nelle azioni in cui il patrimonio viene investito. Non risulta invece consentito gravare il cliente con una duplicità di oneri a fronte di un solo servizio eventualmente ricevuto dall’investitore.”
Diversamente dalla gestione collettiva del risparmio – nella quale l’investitore non è titolare di alcun potere gestorio – nella gestione individuale invece, l’investitore ha un rapporto diretto con il gestore al quale ha affidato il proprio investimento e può interferire nell’attività di gestione. Nella gestione collettiva il denaro dell’investitore confluisce in un patrimonio comune e condiviso con gli altri partecipanti, nella gestione individuale il denaro dell’investitore resta separato da quello degli altri e gli strumenti finanziari acquistati dal gestore per suo conto vengono all’investitore titolati. Nella gestione collettiva il singolo investitore non può ordinare o richiedere al gestore di eseguire singole operazioni: tale diritto gli è invece riconosciuto nell’ambito dell’attività di gestione individuale. Questo aspetto connatura il minor grado di discrezionalità rimesso al gestore.
Solo in particolari gestioni, accompagnate da una esplicita garanzia, il gestore assume un’obbligazione di risultato, che si realizza attraverso un apposito contratto accessorio – che non deve influenzare le scelte di investimento e lo stile gestionale – nel relativo contratto di gestione. In questi termini si è espressa la Consob in una recente precisazione (Comunicazione n. DIN/5051791 del 22/7/05), per esprimere l’esaustiva unitarietà del contratto di gestione. In tale precisazione la Consob ha, tra l’altro, ribadito, tra i criteri-guida di carattere generale, che: “le caratteristiche della gestione devono essere chiaramente illustrate nel relativo documento contrattuale (art. 24, comma 1, lett. a), del d.lgs. n. 58/98: art. 37 del regolamento Consob n. 11522/98” aggiungendo, nella stessa comunicazione: “Il principio di trasparenza e correttezza nei confronti degli investitori rende incompatibile con il quadro vigente uno schema in cui le caratteristiche del servizio di gestione, pur formalmente (ma parzialmente) individuate nel relativo documento contrattuale, fossero sostanzialmente integrate o modificate sulla base del separato accordo di garanzia.”
La Consob ha più volte chiarito (cfr. da ultimo la Comunicazione n. DIN/5076376 del 17-11-2005): “……occorre preliminarmente richiamare che la correttezza e trasparenza comportamentale richiesta agli intermediari nella prestazione del servizio di gestione su base individuale di portafogli di investimento si sostanzia, tra l’altro, nel fornire agli investitori informazioni sulla natura, sui rischi e sulle implicazioni del servizio reso, la cui conoscenza sia necessaria per effettuare consapevoli scelte di investimento (art. 21, comma 1, lett. a) e lett. b) del d.Igs. n. 58/1998; art. 28, comma 2, del regolamento CONSOB n. 11522/1998).
A tal fine, il contratto inerente al servizio di gestione individuale deve indicare, tra gli elementi essenziali, le caratteristiche della gestione (art. 24, comma 1, lett. a), del d.lgs. n. 58/1998; art. 37 del regolamento CONSOB n. 11522/1998), tra cui figura “il parametro oggettivo di riferimento al quale confrontare il rendimento della gestione” (art. 38, lett. d), del regolamento CONSOB n. 11522/1998). Tale parametro deve essere “coerente con i rischi a essa connessi” (art. 42, comma 1, del regolamento CONSOB n. 11522/1998) agevolando, per tal via, ex ante, la scelta di investimento e, ex post, la valutazione dei risultati prodotti dall’attività gestoria.
Il benchmark è costituito da un predefinito portafoglio di attività finanziarie, “costruito facendo riferimento a indicatori finanziari elaborati da soggetti terzi e di comune utilizzo” (art. 42, comma 2, del regolamento CONSOB n. 11522/1998), rappresentativo dei rischi di mercato cui tipicamente è esposto il patrimonio gestito; esso deve, pertanto, essere coerente con la politica e gli obiettivi della gestione di portafoglio, nonché accettato dal gestore come strategia neutrale di investimento.
Il benchmark contribuisce anche a determinare il c.d. stile gestionale: nel caso di stile “passivo” ci si limiterà a replicare la composizione del parametro prescelto, mentre nel caso di stile “attivo” la composizione del portafoglio differirà, in modo più o meno marcato, da quella del parametro in relazione ai criteri di selezione degli strumenti finanziari adottati.
a) perché proprio la mancanza di dati doveva indurre la Banca a considerare il profilo di propensione al rischio più basso in coerenza con la regola di diligenza e prudenza, nella prospettiva della valutazione di adeguatezza dell’operazione (art. 29 Reg. Consob 11522/98; cfr., inoltre, art. 3.3 Codice di Autodisciplina delle Banche – ABI)
▪ Tr. Roma, R. Caliento, O. De Masi, G. Muscolo, 8/10/04: “…La violazione da parte della convenuta degli obblighi a suo carico è consistita, in secondo luogo, nel non avere acquisito dai clienti le informazioni necessarie per servire al meglio i loro interessi o nell’averle trascurate nel concreto svolgimento del servizio, che avrebbe dovuto essere conforme a quei principi di diligenza, correttezza e trasparenza, imposti dalla lett. a dell’art. 21 T.U.F. e da espresse e generali prescrizioni del codice civile (art. 1337 c.c), essendo dovere professionale dell’intermediario richiedere notizie al cliente quanto all’esperienza di investitore in strumenti finanziari e alla sua situazione patrimoniale anche con riferimento a propensione al rischio e ad obiettivi di portafoglio. L’art. 28 co. 1 lett.a) del regolamento CONSOB prevede che gli intermediari devono chiedere all’investitore notizie circa la sua esperienza in materia di investimenti in strumenti finanziari, la sua situazione finanziaria, i suoi obiettivi di investimento nonché circa la sua propensione al rischio. L’eventuale rifiuto di fornire le notizie richieste deve risultare dal contratto di cui all’art. 30 ovvero da apposita dichiarazione sottoscritta dall’investitore”. Tale rifiuto, peraltro, non è sufficiente ad escludere la responsabilità del professionista in quanto la relativa acquisizione non può assumere il significato di un esonero o di una limitazione di responsabilità dell’intermediario nei confronti dell’investitore non professionale, dovendo la relativa dichiarazione essere interpretata in modo tale da essere compatibile con i principi sanciti dal nostro ordinamento a tutela del risparmiatore, che sanciscono l’invalidità di clausole finalizzale a tale scopo. Infatti, l’art. 29 del regolamento CONSOB impone agli intermediari di astenersi dall’effettuare con o per conto degli investitori operazioni non adeguate per tipologia, oggetto, frequenza o dimensione. A tale fine dispone il 1° comma dell’art. 29 D. Consob 11522/98 che: “Gli intermediari finanziari si astengono dall’effettuare con o per conto degli investitori operazioni non adeguate per tipologia, oggetto, frequenza o dimensione…
2. Nell’ambito delle suddette categorie, costituiscono parametri generali di differenziazione degli strumenti finanziari:
2. il merito creditizio dell’emittente (rating) ottenuto da agenzie di valutazione indipendenti;
b) con riferimento ai titoli rappresentativi del capitale di rischio: il grado di capitalizzazione dell’emittente;
a) con riferimento alla divisa in cui sono espressi, quelli denominati in divise di Stati appartenenti all’Unione Europea, agli Stati Uniti d’America, al Giappone, agli altri Stati appartenenti all’OCSE, a tutti gli altri Stati;
b) con riferimento al mercato sui quali sono negoziati, quelli negoziati in un mercato di uno Stato appartenente all’Unione Europea, quelli negoziati in un mercato di uno Stato appartenente all’OCSE, quelli negoziati in un mercato di un altro Stato, quelli non negoziati in alcun mercato;
c) con riferimento agli strumenti finanziari emessi dagli organismi di investimento collettivo, quelli emessi da organismi di investimento collettivo assoggettati alle disposizioni delle direttive dell’Unione Europea, quelli emessi da organismi di investimento collettivo non assoggettati alle disposizioni delle direttive comunitarie ma aventi sede in Stati appartenenti all’OCSE, quelli emessi da organismi di investimento collettivo aventi sede in tutti gli altri Stati;
d) per i titoli di debito, con riferimento all’emittente, quelli emessi o garantiti da Stati appartenenti all’OCSE o emessi da enti internazionali di carattere pubblico, quelli emessi o garantiti da Stati non appartenenti all’OCSE, quelli emessi da altri emittenti. Nell’ambito di questi ultimi, i titoli devono essere distinti in base al rating ottenuto da agenzie di valutazione indipendenti;
e) per i titoli di debito, con riferimento alla durata finanziaria (duration), quelli con durata finanziaria non superiore all’anno, quelli con durata finanziaria superiore all’anno e non superiore a 36 mesi, quelli con durata finanziaria superiore a 36 mesi.
[28] In un altro orientamento si è attribuito carattere imperativo e precettivo solo a taluni aspetti della norma che meglio qualificavano una preponderanza dell’interesse generale su quello particolare.Tr. Parma, B. Stellario, 16/6/05: “… L’insieme delle disposizioni che presiedono all’attività di intermediazione finanziaria, dunque, devono ritenersi imperative, perché dirette a tutelare interessi di carattere generale (alla regolarità dei mercati ed alla stabilità del sistema finanziario), come, peraltro, ha ritenuto la giurisprudenza di legittimità nel caso di violazione delle norme relative al funzionamento delle Società d’intermediazione mobiliare.
In secondo luogo, nel novero delle norme imperative sopra delineato sono da ricomprendersi anche le norme di natura attuativa e regolamentare, costituenti l’attuazione dei principi generali posti dal T.U.F., in quanto costituenti con questo un corpus unicum, da valutarsi unitariamente.
Tale prova, inoltre, deve – per il principio di correlazione tra la forma “ad substantiam” di un negozio e la forma “ad probationem” – rivestire la forma scritta.
Opinare diversamente significherebbe violare il principio di legalità, affidando all’alea dell’apprezzamento del giudice il contenuto precettivo di una norma dalla cui violazione discende una sanzione grave come la nullità.
Così delineato, il rapporto tra l’intero complesso normativo del settore dell’intermediazione finanziaria e la risposta sanzionatoria dell’ordinamento, in caso di violazione, si presenta con una correlazione coerente tra la tipologia di norma violata e la conseguente reazione: alla violazione di specifiche regole cui l’intermediario è tenuto (ad esempio: gli intermediari autorizzati devono chiedere all’investitore notizie circa la sua esperienza in materia di investimenti in strumenti finanziari, la sua situazione finanziaria, i suoi obiettivi di investimento, nonché circa la sua propensione al rischio; .. devono consegnare, agli investitori il documento sui rischi generali degli investimenti in strumenti finanziari) può conseguire, su domanda del cliente, la nullità del contratto per violazione di una regola di tutela, o di protezione del cliente medesimo, di natura imperativa; alla violazione di norme generali di prudenza e diligenza professionale nel proprio operato, non meglio specificate o codificate in sede regolamentare o attuativa, segue unicamente, in virtù dei principi generali in materia d’inadempimento delle obbligazione, ed in particolare, in forza dello specifico disposto dell’art.23, comma VI° del T.U.F., l’azione per il risarcimento dei danni.
Né vale argomentare, a detrimento della ricostruzione qui offerta, che così facendo si finisce per applicare la sanzione minore (la tutela risarcitoria) alla violazione delle regole legislative generali, e la sanzione più grave (la tutela reale della nullità) alla violazione delle norme regolamentari: al contrario, invece, la sanzione della nullità viene applicata alla violazione di quelle, tra le norme generali (obblighi generali di diligenza, correttezza e trasparenza; obblighi di-informazione; obblighi di evitare o ridurre gli effetti dei conflitti d’interesse) che trovano specificazione nelle regole attuative in comportamenti specifici e definiti, mentre l’area della tutela risarcitoria è riservata alle altre violazioni – all’evidenza meno gravi – che non riguardano obblighi specificamente imposti agli intermediari, ma la cui determinazione è rimessa al prudente apprezzamento del giudice (così già Trib.Monza 16 dicembre 2004, Brugolà c.Banca Intesa; conforme Trib. Parma, 14 marzo 2005, Galani c.Cassa R. Firenze)”.