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Timestamp: 2019-08-19 14:36:17+00:00
Document Index: 102920536

Matched Legal Cases: ['art. 41', 'art. 8', 'art. 7', 'art. 152', 'art. 10', 'sentenza ', 'art. 7', 'art. 7']

Accesso del dipendente ai dati valutativi in possesso del datore di lavoro - Corte di Cassazione 32533/2018 - OfficineLegali
Con l’Ordinanza n. 32533 del 14 dicembre 2018 La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato da un istituto bancario avverso il Garante per la protezione dei dati personali in relazione alla possibilità per un dipendente di accedere alle proprie informazioni personali, detenute dal datore di lavoro, anche quando le medesime sono rappresentate da “giudizi, opinioni o ad altri apprezzamenti di tipo soggettivo”.
Il caso trae origine dal fatto che un dipendente in servizio press l’istituto di credito che gli aveva inflitto una sanzione disciplinare, propose ricorso al Garante per la protezione dei dati personali, nei confronti della medesima Banca, ivi ribadendo la richiesta di ottenere la comunicazione, in forma intelligibile, dei dati personali che lo riguardavano contenuti nella “Segnalazione, in forma di relazione scritta, inviata a “Disciplina”, eseguita da Responsabile Risorse Umane Centrale e Territoriale competente, d’intesa con il Responsabile della struttura centrale o territoriale competente avente ad oggetto fatti illeciti o comportamenti irregolari, sotto il profilo operativo o deontologico, di dipendenti in servizio”, nonchè nella “Lettera accompagnatoria in cui il Responsabile Risorse Umane formula le valutazioni congiunte con il Responsabile della struttura centrale o territoriale a cui appartiene il dipendente, nonchè esprime parere motivato circa il provvedimento da adottare, anche quest’ultimo formulato congiuntamente con il predetto responsabile della struttura”: documenti entrambi previsti dalla circolare n. 132 del 2 luglio 2009 che, nell’ambito della Banca, disciplina il procedimento disciplinare. L’istante sostenne che l’accesso ai dati personali contenuti nei predetti documenti trovava giustificazione nell’esigenza di esercitare il proprio diritto di difesa e di impugnazione giudiziale avverso la sanzione irrogatagli.
La Banca, invitata dall’Ufficio del Garante a fornire riscontro alle suddette richieste, replicò di aver fornito al ricorrente tutte le informazioni riguardanti l’apertura del procedimento disciplinare in questione,
le quali erano contenute nella lettera di contestazione degli addebiti consegnata il 29 marzo 2011, in quella successiva, consegnata il 19 maggio 2011, con cui la Banca, valutata l’inidoneità delle giustificazioni del
dipendente, gli aveva inflitto la sanzione della sospensione dal servizio e dal relativo trattamento economico per un giorno, nonchè nei fascicoli relativi ai clienti per i quali si erano riscontrate le irregolarità a lui
contestate ed offerti in visione a quest’ultimo. Negò, invece, l’accesso agli specifici documenti oggetto di ricorso, assumendo che gli stessi contenevano dati della società “di uso strettamente interno, anch’essi
protetti dalla normativa sulla privacy”, in quanto “espressione del diritto di organizzare e gestire la propria attività (costituzionalmente garantito dall’art. 41 Cost.)” ed inoltre che si trattava di “atti endoprocedimentali”
che “attengono solo al momento formativo della volontà datoriale e che nessuna rilevanza assumono o possono assumere rispetto al contrapposto diritto di difesa” del ricorrente (diritto che, a suo avviso, era
già stato garantito, rimettendo nella disponibilità del medesimo tutta la documentazione oggettivamente rilevante).
Il Garante, rilevato che il D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 8, comma 4, riconosce espressamente il carattere di dato personale dei cd. “dati valutativi”, ovvero di quelle informazioni personali che non hanno carattere
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Contro tale provvedimento, la Banca propose opposizione, ai sensi del combinato disposto del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 152 e D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 10, innanzi al Tribunale di Roma, che, nel contraddittorio
con G.P. ed il Garante per la protezione dei dati personali, lo respinse con sentenza del 28 gennaio 2014, n. 21769.
Con il ricorso per Cassazione avverso al pronuncia del Tribunale che ne aveva disatteso le aspettative, la Banca lamenta l’erroneità dell’affermazione del giudice a quo secondo cui il provvedimento del Garante “è del tutto coerente ai principi in tema di difesa nel procedimento disciplinare e nel giudizio”, e, solo ove disattesa tale censura, la mancata applicazione del principio di cd. “gerarchia mobile”, in ragione del quale, nel caso di conflitto tra il diritto alla riservatezza ed altri diritti di pari dignità costituzionale (quali, nella specie, la riservatezza di dati afferenti a terzi, clienti e/o dipendenti della banca; il diritto di difesa della banca in giudizio; il diritto alla libera organizzazione d’impresa ed all’esercizio, da parte dell’imprenditore del potere disciplinare nei limiti consentiti dalla legge), il giudice deve procedere ad un equo bilanciamento dei vari diritti nel caso concreto, valutando ponderatamente la specifica situazione sostanziale.
Nei vari passaggi motivazioni la SUprema Corte ha quindi affermato che il diritto di accesso D.Lgs. n. 196 del 2003, ex art. 7 non può intendersi, in senso restrittivo, come il mero diritto alla conoscenza di eventuali dati nuovi ed ulteriori rispetto a quelli già entrati nel patrimonio di conoscenza e, quindi, nella disposizione dello stesso soggetto interessato al trattamento dei propri dati, atteso che scopo della norma suddetta è garantire, a tutela della dignità e riservatezza del soggetto interessato, la verifica ratione temporis dell’avvenuto inserimento, della permanenza, ovvero della rimozione di dati, indipendentemente dalla circostanza che tali eventi fossero già stati portati per altra via a conoscenza dell’interessato, verifica attuata mediante l’accesso ai dati raccolti sulla propria persona in ogni e qualsiasi momento della propria vita relazionale, ance ricordando di aver già avuto modo di rimarcare che la documentazione relativa alle vicende del rapporto di lavoro, imposta dalla legge (come per i libri paga e matricola), o prevista dall’organizzazione aziendale (tramite circolari interne), dà luogo alla formazione di documenti che formano oggetto di diritto di accesso, ex art. 7 del citato decreto legislativo consistendo in dati personali (cfr. Cass. n. 9961 del 2007).
Category: Privacy 9 gennaio 2019