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Timestamp: 2020-02-21 03:04:49+00:00
Document Index: 47532277

Matched Legal Cases: ['art. 15', 'art. 20', 'art. 1', 'art. 4', 'art. 2', 'art. 4', 'art. 7', 'art. 3', 'art. 4', 'art. 5', 'art. 1', 'art. 32', 'art. 4', 'art. 1', 'art. 35', 'art. 2967']

25 gennaio 2002 Sentenza n. 678 del TAR Lazio, sezione II - Aeranti
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25 gennaio 2002 Sentenza n. 678 del TAR Lazio, sezione II
Sentenza n.678 del TAR Lazio, Sezione II
– SEZIONE II –
sui ricorsi nn. 4175 e 9352 del 2000, proposti da OMNITEL PRONTO ITALIA S.p.A., in persona del legale rappresentante, rappresentato e difeso dall’avv. Maurizio Brizzolari, presso il cui studio è elettivamente domiciliata, in Roma, via Archimede n. 97
il Comune di Palestrina, in persona del Sindaco p.t., non costituito in giudizio
I) RICORSO N. 4175 DEL 2000:
della deliberazione del Consiglio Comunale di Palestrina n. 86 del 20 dicembre 1999, avente ad oggetto “approvazione Regolamento per l’installazione degli impianti di trasmissione radiotelevisiva, per gli impianti della rete di telefonia mobile e similari e per gli apparati di ricezione delle trasmissioni radiotelevisive di tipo tradizionale e di tipo satellitare nei centri urbani;
nonché di ogni altro atto connesso, presupposto e conseguenziale;
II) RICORSO N. 9352 DEL 2000:
della nota n. 2483 del 10 marzo 2000 a firma del Responsabile del Servizio Urbanistica del Comune di Palestrina con cui “in relazione alla richiesta presentata in data 21/3/99 – prot. 4534 – concernente la realizzazione di una stazione radio per telefonia cellulare in via Santa Maria del Loreto e distinto in catasto al foglio 24 p.lla 221, si comunica che la Commissione Edilizia Comunale, nella seduta del 29/2/2000 – verbale n. 7 – ha espresso parere sospensivo in attesa che gli elaborati vengano uniformati al Regolamento approvato con deliberazione del Consiglio Comunale n. 86 del 20/12/99”;
nonché di tutti gli atti presupposti, conseguenti o comunque connessi.
Visti i ricorsi con la relativa documentazione;
Relatore alla pubblica udienza del 28 novembre 2001 il dr. Roberto POLITI; udito altresì l’avv. Brizzolari per la parte ricorrente.
Espone parte ricorrente – concessionaria per l’installazione e l’esercizio di impianti di telecomunicazioni per l’espletamento del servizio pubblico radiomobile di comunicazione con il sistema GSM – di aver presentato, presso la competente Amministrazione comunale di Palestrina, richiesta di rilascio di concessione edilizia per l’installazione di una impianto per radio telefonia cellulare.
I) In luogo di pronunziarsi sull’istanza anzidetta, la resistente Amministrazione comunale adottava l’avversato atto regolamentare, del quale parte ricorrente assume – con il ricorso n. 4175 del 2000 – l’illegittimità in relazione ai profili di censura di seguito sintetizzati:
I.1) Incompetenza assoluta in riferimento al decreto del Ministro dell’Ambiente n. 381/98 ed alla legge della Regione Lazio n. 4 del 1997, nonché al D.P.R. 616/77, alla legge 833 del 1978, alla legge 59 del 1997, al D.Lgs. 112 del 1998 ed all’art. 15, I comma, della legge 249 del 1997.
La disciplina dell’installazione degli impianti sotto il profilo della tutela sanitaria delle popolazioni dalle emissioni elettromagnetiche – ivi compresa l’introduzione di misure di protezione ulteriore rispetto a quanto previsto dalla legge – sarebbe preclusa dall’epigrafata normativa all’Autorità comunale, in capo alla quale difetterebbe la necessaria attribuzione di competenza in subiecta materia.
Viene in proposito sottolineato come la protezione sanitaria delle popolazioni dal c.d. inquinamento elettromagnetico risulti di esclusiva competenza statale; in presenza della quale sarebbe altresì inibito, finanche alle Amministrazioni regionali, l’introduzione di misure protezionistiche aventi più restrittivo contenuto rispetto a quelle fissate con legge.
I.2) Violazione della l. 7 agosto 1990 n. 241. Violazione del principio del contraddittorio.
Nel lamentare l’omissione del necessario avviso di inizio del procedimento amministrativo, si duole ulteriormente parte ricorrente che non siano stati, preliminarmente all’adozione del testo regolamentare avversato, attivati i necessari adempimenti atti a garantire l’effettività del principio partecipativo, direttamente postulato dal testo di legge in epigrafe.
I.3) Violazione e falsa applicazione del D.I. 391 del 1998 e della legge 249 del 1997.
Il regolamento approvato dalla resistente Amministrazione comunale ha introdotto il divieto di installazione di impianti di radio telefonia – in particolare nel “centro edificato” – ad una distanza inferiore a mt. 100 dagli edifici e comunque non inferiore a 10 volte quella prevista dal D.M. 10 settembre 1998 n. 381.
Nel rilevare come il decreto ora citato non preveda l’osservanza di alcuna distanza in materia, sottolinea parte ricorrente che anche la legge regionale n. 56 del 1989 non precluderebbe l’installazione degli impianti in questione sugli edifici urbani.
I.4) Violazione e falsa applicazione, sotto diverso profilo, del decreto interministeriale n. 381/98. Eccesso di potere per difetto dei presupposti e di motivazione. Illogicità e contraddittorietà.
Nel ribadire l’adeguato livello di tutela garantito alle esigenze di protezione dal rischio di inquinamento elettromagnetico, per come individuato dal D.M. 381 del 1998, soggiunge parte ricorrente che non residuerebbe alcun margine per l’introduzione di ulteriori misure di cautela circa il livello delle emissioni.
L’impugnata determinazione si rivelerebbe, pertanto, immotivata ed in contrasto con i contenuti e le finalità del decreto stesso, costituite dalla necessità di stabilire una compatibilità fra esigenze di installazione degli impianti di radiotelefonia e la tutela delle popolazione dal rischio di inquinamento elettromagnetico.
I.5) Violazione del D.M. Ambiente 381 del 1998 sotto ulteriore profilo: difetto di istruttoria, sviamento, mancata valutazione dell’interesse pubblico e del diritto di impresa.
Le limitazioni imposte dal regolamento impugnato quanto alla possibilità di installazione di antenne su edifici condizionerebbero in maniera estremamente gravosa l’esercizio del diritto di impresa in capo ai gestori, nonché l’espletamento del servizio pubblico di telecomunicazioni, dimostrandosi – ulteriormente – incompatibili con le peculiarità della rete degli impianti di telefonia cellulare ed i criteri per il relativo funzionamento.
I.6) Violazione e falsa applicazione della l.r. 45/98 e della l.r. 56/89. Violazione e falsa applicazione della l. 59/97 (art. 20, V comma, lett. d) e dell’art. 1 della l. 241/90.
Il richiamo alla l.r. 56/89 – quanto all’obbligo di preventiva autorizzazione da parte della A.S.L. territorialmente competente previo parere dell’I.S.P.E.S.L. – si dimostrerebbe inconferente in quanto trattasi di normativa riferita esclusivamente all’insediamento di impianti radiotelevisivi (all’epoca non sussistendo diffusione di apparecchi mobili per comunicazioni).
Il parere dell’A.R.P.A.L. – di cui alla citata l.r. 45/98 – avrebbe inoltre natura meramente istruttoria e non già valenza autorizzativa.
I.7) Violazione e falsa applicazione delle leggi urbanistiche (in particolare, della l. 10/77, dell’art. 4 della l. 493/93, come modificato dall’art. 2, comma LX, della l. 662 del 1996).
L’onerosità della concessione edilizia relativa all’installazione di impianti della specie – che il regolamento impugnato prevede stabilendo in lire cinque milioni il relativo canone annuo – contrasterebbe con l’epigrafata normativa di carattere urbanistico: la quale contempla unicamente la presenza di un contributo commisurato all’incidenza delle spese di urbanizzazione, stabilendo la gratuità della concessione in ragione della realizzazione di impianti, attrezzature ed opere pubbliche di interesse generale.
II) Il secondo ricorso proposto da OMNITEL PRONTO ITALIA S.p.A. (n. 9352 del 2000) ha ad oggetto la determinazione con la quale la Commissione Edilizia Comunale ha espresso, a fronte della richiesta di concessione edilizia presentata dalla ricorrente, “parere sospensivo” in attesa che gli elaborati presentati dalla Società anzidetta vengano uniformati al Regolamento approvato con deliberazione consiliare n. 86 del 20 dicembre 1999.
II.1) Violazione e falsa applicazione dell’art. 4 della l. 493 del 1993. Eccesso di potere per difetto di motivazione, errore nei presupposti, sviamento, contraddittorietà, mancata considerazione dell’interesse pubblico.
Nel rilevare come il rilascio della concessione edilizia rappresenti un atto dovuto, laddove non in contrasto con le leggi urbanistiche, con i regolamenti edilizi e con gli altri strumenti urbanistici comunali, osserva parte ricorrente che la determinazione soprassessoria avversata non sarebbe fondata su alcuno degli indicati presupposti: assumendosi, conseguentemente, l’illegittimità di tale atto per contrasto con gli epigrafati principi.
II.2) Violazione della l. 7 agosto 1990 n. 241. Violazione del principio del contraddittorio.
La procedente Amministrazione comunale di Palestrina avrebbe inoltre omesso di rendere edotta la ricorrente dell’avvio del procedimento culminato con l’adozione dell’atto impugnato, in contrasto con la disposizione di cui all’art. 7 della l. 241 del 1990.
II.3) Violazione e falsa applicazione dell’art. 3 della l. 7 agosto 1990 n. 241. Difetto di motivazione. Errore sui presupposti.
Mancano, nell’atto impugnato, i necessari riferimenti ai presupposti di fatto ed alle ragioni giuridiche della decisione assunta dall’Autorità comunale: per l’effetto denunziandosi l’inadeguatezza motivazione della determinazione avversata.
II.4) Illegittimità derivata del provvedimento di diniego per l’illegittimità dell’atto presupposto (deliberazione del Consiglio Comunale di Palestrina n. 86 del 20 dicembre 1999).
Assume poi parte ricorrente che l’atto con il presente gravame impugnato sia illegittimo per invalidità derivata rispetto al presupposto deliberato consiliare n. 86 del 1999, trovando in esso univoco fondamento; per l’effetto riproducendo le censure avverso la deliberazione di che trattasi dedotte con il precedente gravame n. 4175 del 2000.
Conclude la parte ricorrente insistendo per l’accoglimento di entrambi i proposti gravami, con conseguente annullamento degli atti oggetto di rispettiva censura.
L’intimata Amministrazione comunale di Palestrina non si è costituita in giudizio.
I ricorsi vengono ritenuti per la decisione alla pubblica udienza del 28 novembre 2001.
Evidenti ragioni di connessione – rilevanti sia sotto il profilo soggettivo, che oggettivo – consentono di procedere alla riunione dei ricorsi nn. 4175 del 2000 e 9352 del 2000, entrambi proposti dalla S.p.A. OMNITEL PRONTO ITALIA avverso l’Amministrazione Comunale di Palestrina
I. Quanto al ricorso n. 4175 del 2000 – rivolto, si rammenta, avverso la deliberazione consiliare n. 86 del 20 dicembre 1999, riguardante l’approvazione di un testo regolamentare disciplinante, fra l’altro, l’installazione degli impianti per comunicazioni relativi alla rete di telefonia mobile – si dimostra fondata – con attitudine, invero, assorbente rispetto ai rimanenti profili di doglianza dalla parte ricorrente dedotti – la censura con la quale viene contestata la competenza dell’Autorità comunale ai fini della disciplina della materia di installazione e mantenimento di impianti della specie, segnatamente sotto i profili della tutela ambientale e della salute pubblica.
I.1 Si impone, al riguardo, una necessaria ricognizione del quadro normativo di riferimento.
le misure di cautela e gli obiettivi di qualità (art. 4);
le azioni di risanamento (art. 5);
I.2 Se dal quadro come sopra delineato emerge con convincente chiarezza la sussumibilità nel novero della attribuzioni statali della disciplina delle emissioni elettromagnetiche – evidentemente nel quadro dell’esigenza di fissare, nell’ambito del territorio nazionale, principi e criteri informati a carattere di uniformità ed omogeneità, onde evitare la presenza di parcellizzati (e potenzialmente dissonanti) interventi di regolamentazione che, ove lasciati alla mera iniziativa delle Autorità locali, ben sarebbero suscettibili di presentare tratti significativamente disarmonici) – l’introduzione della normativa di cui alla legge 22 febbraio 2001 n. 36 (legge quadro sulla protezione dalle esposizioni a campi elettrici, magnetici ed elettromagnetici) appieno assevera la fondatezza dell’esposto convincimento.
Nell’osservare come, fra le finalità dell’anzidetta normativa, l’art. 1, I comma, lett. a) ricomprenda l’esigenza di assicurare la tutela della salute dei lavoratori, delle lavoratrici e della popolazione dagli effetti dell’esposizione a determinati livelli di campi elettrici, magnetici ed elettromagnetici ai sensi e nel rispetto dell’art. 32 della Costituzione, va rilevato che il successivo art. 4, I comma, lett. a), ha innanzi tutto attribuito allo Stato l’esercizio delle funzioni relative “alla determinazione dei limiti di esposizione, dei valori di attenzione e degli obiettivi di qualità … in considerazione del preminente interesse nazionale alla definizione di criteri unitari e di normative omogenee in relazione alle finalità di cui all’art. 1“.
Appare del tutto evidente come le disposizioni precedentemente illustrate – ancorché vada dato atto della inapplicabilità ratione temporis della legge quadro 36 del 2001 alla presente vicenda contenziosa, sviluppatasi anteriormente all’entrata in vigore della normativa da essa introdotta – contribuisca a fornire utili elementi di giudizio che asseverano il convincimento dal Collegio esposto quanto alla ripartizione di attribuzioni in subiecta materia fra Stato, Regioni ed Amministrazioni comunali.
I.3 L’avversato atto, alla stregua di quanto precedentemente osservato, non sfugge a giudizio di illegittimità in relazione alle seguenti considerazioni.
I.3.1 In primo luogo, nel disciplinare la materia delle emissioni elettromagnetiche, l’Autorità comunale ha esercitato attribuzioni che il quadro normativo vigente al momento dell’adozione dell’atto riservava ad organi statali e regionali; per l’effetto non potendo non darsi atto della carenza di potestas decidendi in capo alla resistente Amministrazione comunale.
In tal senso, l’assunto propugnato dal Collegio trova conforto – oltre che in recenti pronunzie da questa stessa Sezione rese – anche negli orientamenti precedentemente maturati in giurisprudenza (segnatamente in sede cautelare, atteso che – in considerazione della novità del thema decidendum – non è allo stato dato rinvenire un consistente novero di pronunzie di merito).
I.3.2 Se, sotto un profilo di carattere generale, è ben difficile sostenere – in carenza di una norma che siffatta attribuzione espressamente riconosca ed attribuisca agli enti locali – la legittima esercitabilità di un potere sostanzialmente “derogatorio” in capo alle diverse Amministrazioni comunali (pena l’evidente vanificazione dell’intento unitario che permea l’individuazione di criteri e limiti stabiliti con incontroversa validità per l’intero territorio nazionale), va poi osservato – specificamente per quanto attiene alla controversia in esame – come la gravata determinazione non si dimostri (alla stregua delle risultanze documentali acquisite agli atti di causa) assistita da incontroversi rilievi di carattere documentale.
I.4 Se, alla stregua delle condotte considerazioni, il ricorso – nella sua parte impugnatoria – merita senz’altro accoglimento (con inevitabile assorbimento dei rimanenti argomenti di censura), non può invece ricevere favorevole considerazione la domanda di risarcimento del danno che parte ricorrente – ai sensi dell’art. 35 del D.Lgs. 31 marzo 1998 n. 80 – ha sottoposto all’attenzione dell’adito organo di giustizia amministrativa in ragione del pregiudizio asseritamente patito per effetto dell’esecuzione degli atti impugnati.
Anche l’analisi dei più recenti orientamenti giurisprudenziali conforta l’assunto testé propugnato dal Collegio.
Se è infatti vero che, per il principio dell’onere della prova, anche nel giudizio amministrativo la domanda di risarcimento del danno nei confronti della Pubblica Amministrazione deve essere fondata su una puntuale quantificazione ed una congrua dimostrazione del pregiudizio conseguente alla illegittimità procedimentale che determina l’annullamento giurisdizionale dell’atto (cfr. Cons. Stato, sez. V, 11 luglio 2001 n. 3863), deve allora affermarsi che – in base alla regola generale dettata dall’art. 2967 c.c. (operante, in parte qua, anche nel processo amministrativo) il danneggiato ha l’onere di provare tutti gli elementi costitutivi della domanda di risarcimento (danno, nesso di causalità, colpa) per illecito della P.A. (Cons. Stato, sez. V, 6 agosto 2001 n. 4239).
II. All’accoglibilità del ricorso n. 4175 del 2000 – nei limiti sopra specificati, e con assorbimento dei rimanenti profili di censura con l’atto introduttivo del relativo giudizio dalla parte ricorrente dedotti – accede necessariamente l’accoglimento anche del riunito ricorso n. 9352 del 2000, in quanto la determinazione con esso avversata si dimostra inficiata per invalidità derivata rispetto alla presupposta deliberazione consiliare n. 86 del 1999, che di essa costituisce univoco fondamento giustificativo.
Soggiunge da ultimo il Collegio che la domanda risarcitoria con tale gravame fatta valere dalla parte ricorrente si dimostra inammissibile per le medesime ragioni – indicate al precedente punto I.4 – che hanno precluso l’esaminabilità di analoga pretesa dedotta a proposito della precedente impugnativa n. 4175 del 2000.
III. Conclusivamente ribadite le considerazioni precedentemente illustrate, rileva il Collegio la presenza di giusti motivi per compensare integralmente fra le parti le spese di lite.
Il Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio – Sezione II – preliminarmente riuniti i ricorsi nn. 4175 del 2000 e 9352 del 2000 – così dispone:
accoglie i predetti gravami, limitatamente alla pretese impugnatorie dedotte; e, per l’effetto, annulla gli atti con essi rispettivamente avversati;
dichiara inammissibili le domande di risarcimento del danno dalla parte ricorrente avanzate con entrambi i suddetti ricorsi.
Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio del 28 novembre 2001, con l’intervento dei signori giudici
Dr. Roberto POLITI – Consigliere, estensore
Dr. Giuseppe SAPONE – Consigliere