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Timestamp: 2018-03-24 19:57:36+00:00
Document Index: 45155675

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Cassazione sentenza n. 16445 del 11 aprile 2013 - inapplicabilità delle norme comuni ai reati tributari - Studio Cerbone
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1. Con sentenza, ex art. 425 cod. proc. pen. emessa in data 30/11/2010 il Gup presso il Tribunale di Nola, dichiarava non doversi procedere nei confronti di [X, Y, Z, …] per il reato di truffa aggravata, di cui al capo A) e non doversi procedere nei confronti di [X, Y, Z, W, …] per il reato di truffa di cui al capo B) perché il fatto non sussiste.
2. I fatti contestati riguardavano l’evasione del pagamento dell’IVA effettuata dagli imputati nelle vesti di amministratori di alcune società, realizzata effettuando la compensazione con falsi crediti IVA.
3. Avverso tale sentenza propone ricorso il P.M. deducendo violazione di legge e dolendosi che l’orientamento espresso dal giudicante con la sentenza impugnata lascerebbe privo di ogni censura penale il comportamento di chi fraudolentemente pone in essere un meccanismo che consente un risparmio d’imposta, mediante la fittizia creazione di un inesistente credito IVA.
2. Questa Sezione si è già occupata di analoga vicenda a seguito del ricorso proposto da […] avverso il decreto di sequestro preventivo emesso in data 10 dicembre 2010 dal G.i.p. del Tribunale di Genova con la sentenza n. 46591 del 29 settembre 2011. In punto di diritto, tale sentenza ha testualmente rilevato che:
«Le Sezioni unite di questa Corte (n. 1235/10) hanno recentemente affrontato il quesito se il sistema delle sanzioni penali in materia fiscale debba essere integrato con le fattispecie di diritto comune, talché le condotte non previste dalle norme speciali potrebbero comunque ricadere nell’ambito di applicazione di quelle generali; ovvero se esso costituisca un sistema autonomo ed esclusivo, con la conseguente irrilevanza penale dei fatti non espressamente tipizzati dalle disposizioni fiscali, sebbene astrattamente riconducibili a fattispecie incriminatrici di diritto comune.
7. La Corte osserva, inoltre, che se il fatto continuasse a costituire reato (alla stregua della normativa comune), costituirebbe una grave aporia sistematica l’affermazione secondo cui la dichiarazione dei redditi non integra gli estremi della notitia criminis e non deve essere trattata come tale. Quindi la Corte rileva testualmente che:
8. «un ulteriore argomento a sostegno della non applicabilità dell’art. 640-bis c.p. alla materia fiscale si trae dall’art. 7 della Convenzione relativa alla tutela degli interessi finanziari delle Comunità Europee (oggi dell’Unione Europea) del 26 luglio 1995. La norma, nel porre il principio ne bis in idem ”Europeo” (“la persona che sia stata giudicata con provvedimento definitivo in uno Stato membro non può essere perseguita in un altro Stato membro per gli stessi fatti, purché la pena eventualmente applicata sia stata eseguita, sia in fase di esecuzione o non possa essere più eseguita ai sensi della legislazione dello Stato che ha pronunciato la condanna”), conferma che la tutela degli interessi finanziari comunitari deve essere attuata mediante un sistema sanzionatorio che è esaustivo degli interventi repressivi, non solo all’interno dei confini nazionali, ma anche nella dimensione comunitaria. Sulla base di tali considerazioni, le Sezioni unite hanno quindi concluso che “in definitiva, qualsiasi condotta di frode al fisco non può che esaurirsi all’interno del quadro sanzionatorio delineato dalla apposita normativa. […] Vi è, dunque, una generale specialità delle previsioni penali tributarie in materia di frode fiscale, le quali, in quanto disciplinano condotte tipiche e si riferiscono ad un determinato settore di intervento della repressione penale, esauriscono la connessa pretesa punitiva dello Stato (e della Unione Europea)”.
9. Nella specie, al [Z] è stato contestato il reato di cui all’art. 640 c.p., commi 1 e 3, perché, in concorso con altri, avrebbe rappresentato falsamente – anche attraverso la realizzazione di una complessa struttura societaria volta a dissimulare l’effettiva destinazione del bene – che l’imbarcazione denominata […] versava nelle condizioni di non imponibilità IVA in relazione alla fornitura del carburante.
10. La condotta naturalistica così descritta non rientra in alcuna delle fattispecie criminose di cui al DLgs. n. 74 del 2000. L’imputazione, infatti, è strutturata secondo un criterio di tutela “anticipata” dell’interesse dell’erario, dal momento che l’azione delittuosa è individuata non già nell’evasione dell’imposta in se, bensì nella creazione di un’apparenza idonea a creare l’inganno circa la sussistenza dei presupposti (destinazione esclusivamente commerciale e proprietà extracomunitaria del natante) per l’esenzione dal pagamento dell’IVA.
11. Facendo applicazione del principi di diritto testé illustrati, il fatto è quindi penalmente irrilevante, non essendo legittimo impiegare una norma incriminatrice di diritto comune per perseguire una condotta certamente lesiva degli interessi fiscali dello Stato e della Comunità Europea, ma estranea alle fattispecie tipiche del sistema penale tributario».
12. Questo Collegio condivide la decisione sopra richiamata ed i principi di diritto ivi espressi. Pertanto nessuna censura è possibile avverso la sentenza impugnata, che, escludendo la configurabilità del reato di cui all’art. 640 cpv cod. pen., è coerente con l’indirizzo giurisprudenziale sopra delineato, anche se non espressamente richiamato.
Cassazione sentenza n. 24843 del 06 giugno 2013 – Dichiarazione fraudolente e sequestro per equivalente