Source: https://stefaniamaurizi.it/it-art-1115.html
Timestamp: 2018-12-14 08:34:01+00:00
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Guido Raimondi: “Chi esercita funzioni pubbliche ha il dovere della laicità”
Pubblicato su espressoline, 18 dicembre 2015
(http://espresso.repubblica.it/plus/articoli/2015/12/18/news/guido-raimondi-chi-esercita-funzioni-pubbliche-ha-il-dovere-della-laicita-1.243974)
E' attaccata da politici di ogni sorta e nazionalità, ma gode di un grande rispetto internazionale ed è un baluardo dei diritti umani e dei diritti dei più deboli e vulnerabili. Dagli immigrati ridotti in schiavitù ai giornalisti perseguitati, dai detenuti alle vittime delle “extraordinary rendition”. Per l'Italia, poi, la Corte europea dei diritti umani è una sorta di giudice di tutte le inadempienze della giustizia: sugli omosessuali, sui diritti delle donne, sulla tortura. Basata a Strasburgo, la Corte vigila sul rispetto della Convenzione europea dei diritti umani, creata nel 1950, per assicurare il diritto alla vita, al divieto di tortura, al giusto processo e a tutte quelle libertà fondamentali che sono parte integrante dell'identità europea. Da pochi mesi, la Corte ha un presidente italiano: Guido Raimondi. “L'Espresso” gli ha chiesto di raccontarci la sua esperienza.
Presidente Raimondi, dopo 35 anni, la Corte europea dei diritti umani è tornata ad avere una guida italiana. Eppure il nostro Paese viene ripetutamente condannato dalla Corte, segno evidente che la nostra cultura dei diritti umani è tutt'altro che ineccepibile. Come giudica l'Italia da questo punto di vista?
«La mia elezione è un segno che c'è stima nei confronti del nostro Paese anche per il modo in cui noi proteggiamo i diritti fondamentali. Certamente l'Italia, e questo è noto a tutti, incontra delle difficoltà serie nel funzionamento del suo sistema giuridico: la questione dell'eccessiva lunghezza dei processi è davanti alla Corte ormai da decenni e, nonostante le riforme, non si è riusciti a risolvere il problema. Ma detto questo, i miei colleghi riconoscono la qualità delle risposte che il sistema giuridico italiano è in grado di dare, anche se queste risposte, purtroppo, molte volte non sono tempestive».
Ad aprile la Corte ha sentenziato che le violenze delle forze dell'ordine alla scuola Diaz, durante il G8 di Genova del 2001, furono tortura. La Corte ha chiesto «che l’ordinamento giuridico italiano si doti degli strumenti giuridici atti a sanzionare in maniera adeguata i responsabili degli atti di tortura». Nonostante questa sentenza, ad oggi, l'Italia non ha una legge sulla tortura…?
«Per carità, ma le sentenze della Corte riguardano anche altri paesi europei di grande tradizione democratica. Sui fatti di Genova del 2001, la Corte si è pronunciata con una sentenza importante, la sentenza Cestaro. Dopo aver constatato che, purtroppo i fatti che si sono verificati all'interno della Diaz andavano qualificati come tortura - che è la forma più grave dei comportamenti vietati dall'articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo - la Corte ha dovuto constatare che la risposta complessiva dell'ordinamento italiano è stata insufficiente e ha stigmatizzato l'assenza all'interno dell'ordinamento italiano, di strumenti giuridici adeguati. Non ha detto che l'Italia deve obbligatoriamente dotarsi del crimine di tortura - come cittadino sarei lietissimo se introducesse questa figura di reato - ha detto semplicemente che, di fronte a comportamenti che andavano qualificati come tortura, la risposta dell'ordinamento è stata insufficiente perché mancano degli strumenti giuridici».
Altro nodo importante è quello delle unioni omosessuali. A luglio, la Corte ha condannato l'Italia per il mancato riconoscimento e la mancata tutela delle coppie omosessuali. Nonostante i proclami della politica italiana, nulla è cambiato. Realisticamente, crede che l'Italia riuscirà mai a dotarsi di una legge sulle unioni omosessuali?
«In questo campo, purtroppo, le risposte dei giudici rischiano di essere deludenti, perché hanno il dovere di non entrare nell'arena politica. Quello che posso dire dal punto di vista giuridico è che la sentenza della corte implica un obbligo di adeguare l'ordinamento. Il dibattito italiano su questo tema è abbastanza maturo, e questo viene descritto dalla Corte, che fa riferimento anche alla sentenza della Corte costituzionale, che ha affrontato la materia e ha indicato al legislatore di intervenire in questo campo. Nessuno può dire come finirà, però c'è un elemento che induce a un certo ottimismo: il governo italiano non ha chiesto il rinvio di questa sentenza alla Grande camera, che è una sorta di appello, quindi il giudizio è ormai definitivo. Questo fatto mi sembra un segno abbastanza positivo della volontà del governo italiano di proseguire sulla via indicata anche con dichiarazioni pubbliche del presidente del Consiglio, che ha detto di volere una legge sulle unioni omosessuali».
La sentenza sulle torture alla Diaz, invece, è stata appellata?
«No, quindi anche questo caso induce un certo ottimismo».
Capisco che lei non voglia entrare nell'arena politica, ma come risponde a quei politici che mal tollerano l'intervento della Corte in questioni etiche, come le coppie omosessuali o l'utero in affitto?
«Quello che posso dire è che certe questioni etiche suscitano passioni intense, che spesso hanno origine da convinzioni religiose profonde. Questa è una realtà, però posso dirle qual'è la mia posizione personale: io sono cattolico, ma quando esercito funzioni pubbliche, in particolare quelle attuali legate alla mia responsabilità di giudice a Strasburgo, credo che i cattolici, ma anche gli altri, compresi coloro che non hanno una religione, abbiano il dovere della laicità».
A settembre, la Corte ha condannato l'Italia per la detenzione illegale di tre migranti tunisini in un centro di prima accoglienza a Lampedusa. Mentre, però, veniamo condannati dalla Corte europea dei diritti umani, l'Europa pretende identificazioni ed espulsioni a raffica, arrivando a chiederci di prendere le impronte dei migranti anche con l'uso della forza, se necessario. Cosa dovrebbe fare, secondo lei, l'Italia?
«Sul caso specifico devo essere molto riservato, perché il governo ha chiesto il rinvio della sentenza contro l'Italia alla Grande camera, quindi questa è una vicenda sulla quale la Corte dovrà ancora esprimersi. Sull'immigrazione, invece, che certamente è una questione epocale e sulla quale la Corte si trova in prima linea, la risposta non ce l'ha nessuno. Certamente, la risposta non può essere giudiziaria. Detto questo, ci sono principi da cui la Corte non deflette e che sono espressi continuamente nella sua giurisprudenza. Il primo principio è quello che dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo non emerge un diritto per i migranti di venire in Europa: gli stati rimangono liberi di regolare il flusso delle migrazioni, ma chiunque arrivi sul suolo di un paese che aderisce alla Convenzione viene tutelato. E quindi, anche nelle situazioni particolari in cui, per esempio, c'è l'esigenza di privare queste persone della libertà, questo è possibile farlo solo ed esclusivamente nei limiti e con le modalità previste della Convezione. La tutela di queste persone è assoluta: appena mettono piede in uno degli stati o anche se solo entrano a contatto con uno dei paesi che sono parte della Convenzione, perché magari sono a bordo di una nave di quel paese, sono tutelate».
Capisco che certi fenomeni non abbiano una soluzione giuridica, ma gli annegamenti continui portano a chiederci se l'Europa non sia colpevole per queste tragedie che accadono ogni giorno nell'indifferenza generale?
«Come lei, sono indignato e rattristato, ma come presidente della Corte non ho alcuna autorevolezza da questo punto di vista, uscirei dal mio campo».
Chi potrebbe scuotere il dibattito? Perché le soluzioni per evitare queste stragi esistono...?
«La risposta è abbastanza ovvia: la politica potrebbe cambiare questa situazione».
Passando al grande problema dell'allarme terrorismo, lei come giudica la risposta della Francia agli attacchi?
«La Corte ha sviluppato una giurisprudenza sul terrorismo abbastanza vasta, che le permette di muoversi con una certa sicurezza in questo campo. Se parliamo in particolare della Francia, Parigi ha attivato il meccanismo di deroga alla Convenzione in base all'articolo 15, cioè ha utilizzato l'articolo 15, secondo il quale, in caso di guerra o di altro pericolo che minacci la vita pubblica, una nazione può prendere delle misure adeguate in deroga ad essa. Questa possibilità dimostra la lungimiranza di quelli che hanno creato la Convenzione nel 1950, perché appunto hanno prefigurato la possibilità di momenti di crisi e hanno detto: immaginiamo un sistema che permetta agli stati che si trovano in questa situazione di reagire, rimanendo nella Convenzione, perché l'alternativa sarebbe ovviamente di lasciarla, che sarebbe disastroso. La possibilità della deroga, quindi, permette alla Convenzione di sopravvivere nei momenti più difficili. Detto questo, la Corte ha un corpo di principi molto solido per occuparsi di terrorismo: il dato fondamentale è che la lotta al terrorismo non può mai abbandonare l'idea dello stato di diritto, quindi non è possibile chiedere una deroga agli articoli 2 e 3 della Convenzione, che proteggono rispettivamente il diritto alla vita e il divieto di tortura e di trattamenti disumani e degradanti. Questi diritti sono fondamentali e quindi per esempio è possibile espellere un terrorista da un certa nazione che aderisce alla Convenzione, ma se il terrorista nel paese di destinazione rischia un trattamento contrario agli articoli 2 e 3, allora la nazione in questione ha il dovere di non espellerlo: la tutela della Convenzione è piena anche nei confronti dei terroristi. E ci mancherebbe altro. Per quanto riguarda invece gli articoli 5 e 6 della Convenzione, che riguardano rispettivamente la possibilità di privare una persona della libertà e la garanzia di un equo processo, in questo caso la Corte europea dei diritti umani riconosce agli stati un certo margine, tenendo conto della gravità delle questioni che la lotta al terrorismo pone. Questa è la cifra europea della lotta al terrorismo».
Come risponde ai politici che sostengono che se l'Europa vuole sconfiggere il terrorismo, deve imboccare strade altrettanto dure di quelle imboccate dagli Stati Uniti?
«Non vorrei esprimere un giudizio sul modo in cui gli Stati Uniti conducono la guerra al terrorismo, ma l'ho detto pubblicamente: la cifra europea è diversa da quella americana. E la mia risposta come presidente della Corte europea è abbastanza ovvia. Per me, l'Europa deve continuare ad agire nel quadro ormai delineato da tanti anni: lotta al terrorismo, certamente, ma sempre nel rispetto dello stato di diritto».
La società della sorveglianza di massa, esposta da Edward Snowden e creata appunto dagli Stati Uniti dopo l'11 settembre, è compatibile con i diritti umani oppure è da stato di polizia dal volto umano, ma che nel futuro potrebbe diventare anche disumano?
«Su questo la Corte si è espressa molto di recente con la sentenza “Zakharov contro la Russia”, emessa dalla Grande camera il 4 dicembre scorso e che riguarda una vicenda per certi versi inquietante. E' venuto fuori che in Russia una legge imponeva ed impone di avere un chip in tutti i cellulari, che permette alle autorità, con un click di computer, di entrare nel telefono e di carpire le conversazioni. La Corte ha dato ragione all'editore Zakharov, che sosteneva: io non so se sono stato effettivamente sorvegliato, ma siccome la legge permette di sorvegliarmi senza che io lo sappia, sono una vittima di una possibile violazione. Questa è un'affermazione di diritto molto importante, perché certamente i sistemi generalizzati di sorveglianza entrano in tensione con l'articolo otto della Convenzione, che protegge la vita privata e familiare. La Corte intende esercitare rigorosamente il suo controllo su casi come questo».
L'agenzia americana NSA ha decine di programmi di sorveglianza di massa, che le permettono perfino di accede direttamente ai server dei giganti della Rete e di sorvegliare non solo i cittadini statunitensi, ma quelli di tutto il mondo. La sentenza sulla Russia si può estendere al caso Nsa?
«Certamente fissa un quadro giuridico che vale per tutti i tipi di sorveglianza di massa. Sulla vicenda personale di Edward Snowden, invece, non voglio entrare, perché a seconda dell'evoluzione il suo caso potrebbe interessare la Corte».
Infine, guardando a quello che è stato fatto dall'Europa per i diritti umani, sente su di sé la pressione per quello che c'è ancora da fare?
«Sì, la sento soprattutto per quello che riguarda l'arretrato della Corte, perché la Corte europea dei diritti umani è accessibile a tutta la popolazione europea e non solo: chiunque entri in contatto con la giurisdizione degli Stati europei ha diritto alla protezione della Convenzione, che si tratti di un povero migrante su un barcone o di una multinazionale americana. Considerato questo dato di fatto, si può immaginare cosa accade: due anni fa, la Corte sembrava veramente sul punto di morire, perché aveva 160mila ricorsi pendenti».
A fronte di quarantasette giudici?
«Sì, a fronte di quarantasette giudici, però abbiamo anche trecento giuristi che ci aiutano. Comunque, due anni fa eravamo al collasso. Ora la situazione è molto migliorata: il dato attuale è di 64.240 ricorsi. Grazie all'impegno di tutti quelli che lavorano alla Corte e grazie anche ai nuovi metodi di lavoro, abbiamo raggiunto questo risultato, che però non è sufficiente, perché di questi 64mila ricorsi, ce ne sono circa 11mila che sono di tipo prioritario, ovvero riguardano diritti assolutamente fondamentali come il diritto alla vita, il divieto di tortura, o problemi sistemici degli Stati o anche persone vulnerabili, come i bambini o i detenuti. Undicimila ricorsi di questo tipo sono una cifra molto importante. Poi abbiamo dei ricorsi che non sono prioritari, ma che sono importanti e che sono potenzialmente fondati: questi sono circa 20mila, altro dato molto preoccupante. L'impegno nei tre anni della mia presidenza sarà proprio quello di fare di tutto per migliorare i metodi di lavoro della corte: sono moderatamente ottimista, ma qui si gioca la credibilità della Corte e la posizione eminente in cui si trova nel panorama delle istituzioni europee».