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Timestamp: 2019-08-21 04:44:08+00:00
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Corte di Cassazione, sezione quinta penale, sentenza 19 febbraio 2018, n. 7859. La circostanza aggravante della finalita' di discriminazione o di odio etnico, razziale o religioso - Renato D'Isa
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Corte di Cassazione, sezione quinta penale, sentenza 19 febbraio 2018, n. 7859. La circostanza aggravante della finalita’ di discriminazione o di odio etnico, razziale o religioso
Il legittimo esercizio del diritto di critica, pur non potendosi pretendere caratterizzato dalla particolare obiettivita’ propria del diritto di cronaca, non consente comunque gratuite aggressioni alla dimensione morale della persona offesa e presuppone sempre il rispetto del limite della continenza delle espressioni utilizzate, da ritenersi superato nel momento in cui le stesse, per il loro carattere gravemente infamante o inutilmente umiliante, trasmodino in una mera aggressione verbale del soggetto criticato, la cui persona ne risulti denigrata in quanto tale.
Puo’, dunque, affermarsi che sussiste il delitto di diffamazione quando tale limite sia oltrepassato, trasformando il legittimo dissenso contro le iniziative e le idee politiche altrui, in una mera occasione per aggredirne la reputazione, con affermazioni che non si risolvono in critica, anche estrema, delle idee e dei comportamenti altrui, nel cui ambito possono trovare spazio anche valutazioni e commenti tipicamente “di parte”, cioe’ non obiettivi, ma in espressioni apertamente denigratorie della dignita’ e della reputazione altrui ovvero che si traducono in un attacco personale o nella pura contumelia.
La circostanza aggravante della finalita’ di discriminazione o di odio etnico, razziale o religioso e’ configurabile non solo quando l’azione, per le sue intrinseche caratteristiche e per il contesto in cui si colloca, risulta intenzionalmente diretta a rendere percepibile all’esterno e a suscitare in altri analogo sentimento di odio e comunque a dar luogo, in futuro o nell’immediato, al concreto pericolo di comportamenti discriminatori, ma anche quando essa si rapporti, nell’accezione corrente, ad un pregiudizio manifesto di inferiorita’ di una sola razza, non avendo rilievo la mozione soggettiva dell’agente, come nel caso in cui nelle espressioni denigratorie sia contenuta la parola “negro”.
Sentenza 19 febbraio 2018, n. 7859
avverso la sentenza del 09/10/2015 della CORTE APPELLO di TRENTO;
udita la relazione svolta dal Consigliere Dr. ALFREDO GUARDIANO;
Udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Dr. CORASANITI GIUSEPPE che ha concluso per il rigetto.
1. Con la sentenza di cui in epigrafe la corte di appello di Trento confermava la sentenza con cui il tribunale di Trento, in data 15.5.2014, aveva condannato (OMISSIS) alla pena ritenuta di giustizia ed al risarcimento dei danni derivanti da reato, in favore delle parti civili costituite, in relazione al delitto di diffamazione aggravata da finalita’ di discriminazione razziale, di cui all’articolo 595 c.p., commi 1 e 3, Decreto Legge n. 122 del 1993, articolo 3, commesso in danno di (OMISSIS), in rubrica ascrittogli.
2. Avverso la sentenza della corte territoriale ha proposto tempestivo ricorso per cassazione l’imputato, lamentando: 1) violazione di legge e vizio di motivazione, in quanto l’ammissione della costituzione delle parti civili e’ stata disposta dal giudice di primo grado, con ordinanza resa, all’udienza del 27.3.2014, senza dare la parola ad alcuna delle parti processuali presenti, a scioglimento di una pregressa riserva, che, in realta’, non era mai stata assunta, posto che le udienze precedenti erano state udienze di mero rinvio, in cui non era stata trattata la questione della ammissione o dell’esclusione delle parti civili, con conseguente violazione del diritto di difesa, sanzionabile, ai sensi dell’articolo 178 c.p.p., lettera c).
Rileva, al riguardo, il ricorrente che la motivazione sul punto della corte territoriale, secondo cui all’inizio della celebrazione della prima udienza del 25.7.2013 dinnanzi al tribunale di Trento si costituirono parti civili tutte le associazioni poi risultate ammesse e che, in quell’occasione, non fu formulata alcuna opposizione, ne’ richiesta di esclusione da parte dell’imputato presente o dei suoi difensori e che l’udienza venne poi rinviata senza rinnovazione degli avvisi proprio perche’ la regolare costituzione delle parti era gia’ stata riscontrata, appare erronea, manifestamente illogica e contraddittoria, non considerando, il giudice di secondo grado, che, come si evince dalla lettura del relativo verbale, il tribunale, nel rinviare la prima udienza, ha esplicitamente “fatti salvi tutti i diritti” e che, in ordine alle parti civili, ha dato solo atto della loro presenza (motivo per cui non si fece luogo alla rinnovazione degli avvisi), con la conseguenza che, non essendo stata trattata alcuna questione preliminare, contrariamente a quanto scritto nell’ordinanza, la difesa del ricorrente non e’ stata sentita e non ha potuto presentare alcuna istanza di esclusione delle parti civili, ne’, per la stessa ragione, puo’ ritenersi maturata alcuna decadenza da tale potere; 2) violazione di legge e vizio di motivazione, con riferimento alla ritenuta sussistenza del delitto di diffamazione aggravata, di cui si discute.
Il giudice di appello, rileva il ricorrente, nell’affermare che le espressioni utilizzate dall’imputato sono altamente lesive dell’onore e del prestigio dell’allora ministra dell’integrazione (OMISSIS), ha, infondatamente, dapprima inserito la condotta dell’imputato “nel quadro di un condiviso dileggio”, quando invece non sussiste alcun elemento che colleghi la condotta del (OMISSIS) a quella del senatore (OMISSIS), che ebbe a paragonare la persona offesa ad un “orango”, per poi affermare che rimarrebbe “in linea con la richiamata oggettivazione animalesca”, laddove quanto espresso dall’imputato va valutato a prescindere dal comportamento e dalle opinioni espresse dal senatore (OMISSIS), senza tacere che, in un generale contesto nazionale, contraddistinto da malumori e malcontento, il (OMISSIS) ha semplicemente pubblicato un commento sul suo profilo personale “Facebook”, con cui ha inteso criticare l’intervento della ministra, sostenendo che le proposte da quest’ultima avanzate (garantire alla popolazione zingara la possibilita’ di ottenere una casa del patrimonio immobiliare pubblico, la cittadinanza ed un lavoro) non siano per nulla condivise dalla maggioranza degli italiani, concludendo con la frase “Rassegni le dimissioni e se ne torni nella giungla dalla quale e’ uscita”, la cui valenza idiomatica e’ equiparabile ad altri modi di dire di uso corrente ed utilizzati nel linguaggio comune (come, ad esempio, “torna tra i monti”), da tutti compresi nel loro significato traslato o figurato ed utilizzati, con tono sarcastico, nei confronti di persone di cui si ritiene, a torto o a ragione, che dovrebbero occuparsi di altro, a prescindere dal colore della loro pelle.
La corte territoriale ha, dunque, frainteso il significato della frase innanzi indicata, applicando erroneamente la norma penale di riferimento che, in tale prospettiva, finisce con l’abbracciare le intenzioni piu’ intime e mai espresse dell’imputato (la volonta’ di suggerire l’idea della inferiorita’ originaria della persona offesa), presentandolo, contrariamente al vero, come un sostenitore di ideologie razziste, laddove, quando la critica verte sui comportamenti dei soggetti, come nel caso di specie in cui la frase contestata all’imputato stigmatizzava non l’esclusione o la distinzione per una diversa appartenenza razziale ed etnica, ma, piuttosto, l’incapacita’ e l’incompetenza del “Ministro dell’Integrazione”, tanto da invitarla a rassegnare le dimissioni, non si possono configurare condotte penalmente rilevanti.
1. Il ricorso non puo’ essere accolto, essendo sorretto da motivi infondati.
2. Con particolare riferimento alla prima censura, premesso che, in definitiva, il ricorrente lamenta una compressione del diritto di difesa, sul presupposto che l’ordinanza di ammissione della costituzione delle parti civili sia stata adottata dal tribunale, in violazione di quanto previsto dall’articolo 491 c.p.p., comma 3, senza consentire alla difesa dell’imputato di interloquire al riguardo, si osserva che tale assunto risulta smentito dal contenuto del verbale relativo all’udienza del 27.3.2014, in cui viene dato atto, come rileva la corte territoriale e come riconosciuto dallo stesso ricorrente, che il tribunale adotto’ la suddetta ordinanza (con cui, giova ricordarlo, vennero estromessi cinque enti esponenziali di interessi diffusi e di altri venne ammessa la costituzione in giudizio), “sentite le parti”.
Orbene tale affermazione, dotata di particolare efficacia probatoria, essendo contenuta in un atto, che fa piena prova, fino a querela di falso, di quanto in esso attestato (cfr., ex plurimis, Cass., sez. 3, 27.1.2011, n. 13117, rv. 249918), non risulta smentita dalle argomentazioni difensive, che, a ben vedere, si pongono ai confini dell’inammissibilita’, in quanto con esse si propone una diversa interpretazione di alcune frasi riportate nei verbali delle udienze dibattimentali svoltesi innanzi al giudice di primo grado, senza mettere in discussione la fondatezza di quanto riportato nel verbale del 27.3.2014, attraverso l’unico strumento all’uopo azionabile: la querela di falso.
3. Infondato appare anche il secondo motivo di ricorso.
Nessun dubbio sussiste in ordine alla natura diffamatoria dell’espressione utilizzata nei confronti della persona offesa, dall’imputato, la cui condotta non puo’ essere scriminata dall’esercizio del diritto di critica politica, come pretenderebbe il ricorrente.
Ai fini della sussistenza del delitto di ricettazione