Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-16507-del-05-08-2016
Timestamp: 2020-08-05 11:35:01+00:00
Document Index: 112661618

Matched Legal Cases: ['art. 366', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 115', 'art. 1', 'art. 360', 'art. 2697', 'art. 50', 'art. 360', 'art. 360', 'art. 12', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 360', 'art. 50', 'art. 2697', 'art. 17', 'art. 50', 'art. 13', 'art. 12', 'art. 69', 'art. 16', 'art. 70']

Sentenza Cassazione Civile n. 16507 del 05/08/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16507 del 05/08/2016
Cassazione civile sez. trib., 05/08/2016, (ud. 04/07/2016, dep. 05/08/2016), n.16507
sul ricorso iscritto al numero 3188 del ruolo generale dell’anno
s.r.l. P.D.C., in persona del legale rappresentante pro
2012, n. 204; udita la relazione sulla causa svolta in camera di
consiglio in data 4 luglio 2016 dal consigliere Angelina-Maria
1 – Infondata è l’eccezione d’inammissibilità del ricorso per violazione dell’art. 366 c.p.c., in quanto, contrariamente a quanto sostenuto in controricorso, i fatti sui è quali è fondata la pretesa impositiva (riducibili all’impiego virtuale del deposito fiscale iva) sono stati compiutamente enunciati dalla ricorrente.
2.- Infondato è il primo motivo di ricorso, proposto ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, che denuncia la nullità della sentenza per falsa applicazione del principio di non contestazione e per violazione dell’art. 115 c.p.c., in combinazione con il D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 1, comma 2 là dove la Commissione ha asserito che l’ufficio non ha contraddetto l’affermazione della contribuente concernente l’introduzione dei beni nel deposito.
3.-Infondato è altresì il secondo motivo di ricorso, proposto ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, col quale l’Agenzia lamenta la violazione degli art. 2697, 2727 e 2729 c.c., in relazione al D.L. n. 331 del 1993, art. 50 bis convertito con L. n. 427 del 1993, là dove il giudice d’appello non avrebbe valutato gli elementi indiziari introdotti in giudizio relativi all’inidoneità strutturale del magazzino nel quale sarebbero state introdotte le merci.
4. – Questa adeguata valutazione spoglia di decisività gli elementi addotti dall’Agenzia, riverberandosi sull’inammissibilità del terzo motivo di ricorso, proposto ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, col quale essa denuncia appunto l’omesso esame circa il fatto decisivo della natura virtuale e non fisica dell’introduzione della merce nel deposito.
Esso s’infrange contro il principio di diritto, applicabile ratione temporis (all’impugnazione della sentenza, depositata il 12 dicembre 2012, si applica il testo novellato dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), secondo il quale la riformulazione di questa norma dev’essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione (Cass., sez.un., 7 aprile 2014, n. 8053 e 8054 nonchè, tra varie, ord. 9 giugno 2014, n. 12928 e sez.un. 19881 del 2014). In definitiva, ha ulteriormente precisato questa Corte (Cass., sez. un., 10 luglio 2015, n. 14477), la nuova previsione dell’art. 360 c.p.c., n. 5 legittima solo la censura per l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, non essendo invece più consentita la formulazione di censure per il vizio di insufficiente o contraddittoria motivazione.
7. – Fondato è, invece, il sesto motivo di ricorso, proposto ex art. 360 c.p.c, comma 1, n. 4, col quale l’ufficio si duole della nullità della sentenza, là dove la Commissione, benchè in motivazione abbia dato conto della parziale fondatezza della pretesa dell’ufficio, l’abbia poi in dispositivo completamente disattesa.
– la violazione del D.L. 30 agosto 1993, n. 331, art. 50 bis convertito, con modificazioni, dalla L. 29 ottobre 1993, n. 427, del principio di divieto dell’abuso del diritto e dell’art. 2697 c.c., sostenendo che gravi sulla società l’onere di provare la sussistenza dei presupposti per il riconoscimento del beneficio fiscale invocato, nonchè della dimostrazione di ragioni economicamente apprezzabili del deposito infragiornaliero -settimo motivo;
– la violazione del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, art. 17 e artt. 67 – 70 in relazione al suddetto D.L. n. 331 del 1993, art. 50 bis sostenendo che l’autofatturazione non possa costituire adempimento sostitutivo dell’assolvimento dell’iva dovuta al momento dell’importazione – ottavo motivo.
Va premesso che non è destinata ad incidere sulla questione l’ordinanza interlocutoria n. 9278/16, con la quale la sesta sezione civile di questa Corte ha sottoposto alla Corte di giustizia, in una fattispecie similare a quella in esame, la questione dell’applicabilità del preventivo contraddittorio prima dell’irrogazione di sanzione D.Lgs. n. 471 del 1997, ex art. 13 dando per scontata l’applicabilità della normativa doganale, anzitutto per la natura interlocutoria della pronuncia e poi perchè verosimilmente in quel caso non era stata proposta la questione della natura dell’iva all’importazione.
Il che ne evidenzia la natura di tributo interno, in quanto l’iva all’importazione non colpisce esclusivamente il prodotto importato in quanto tale, ma s’inserisce nel sistema fiscale uniforme dell’iva, che colpisce sistematicamente e secondo criteri obiettivi sia le operazioni degli Stati membri, sia quelle all’importazione (Corte giust. 5 maggio 1982, causa C- 15/81, Schul, punto 21): difatti, a norma dell’art. 12, comma 5, della sesta direttiva, “l’aliquota applicabile all’importazione di un bene è quella applicata alla fornitura di uno stesso bene effettuata all’interno del paese”; norma, questa, la quale trova rispondenza nel D.P.R. n. 633 del 1972, art. 69 che, ai fini della determinazione dell’iva all’importazione, richiama l’applicabilità delle “aliquote indicate nell’art. 16”.
Ulteriore conferma della natura interna si rinviene nella giurisprudenza penale di questa Corte, la quale è giunta ad escludere che l’iva all’importazione sia un diritto di confine, giustappunto in base al tenore del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 70 che rimanda alle disposizioni delle leggi doganali relative ai diritti di confine soltanto per quanto concerne le controversie e le sanzioni, ossia quoad poenam (tra varie, Cass. pen. 7 settembre 2012, n. 34257, Colombini).
8.2. – In questo contesto, l’assolvimento dell’imposta, sia pure tardivo, mediante il congegno dell’inversione contabile, in mancanza di specifiche deduzioni da parte dell’ufficio, esclude la configurabilità di un meccanismo frodatorio. Contrariamente a quanto sostenuto in ricorso, difatti, l’inversione contabile è utile modo di assolvimento dell’iva all’importazione/intracomunitaria: la Corte di giustizia, nella causa Equoland dinanzi richiamata, ha stabilito che “la sesta direttiva dev’essere interpretata nel senso che, conformemente al principio di neutralità dell’imposta sul valore aggiunto, essa osta ad una normativa nazionale in forza della quale uno Stato membro richiede il pagamento dell’imposta sul valore aggiunto all’importazione sebbene la medesima sia già stata regolarizzata nell’ambito del meccanismo dell’inversione contabile, mediante un’autofatturazione e una registrazione nel registro degli acquisti e delle vendite del soggetto passivo” (punto 49 e dispositivo).