Source: https://www.asais-evuitalia.eu/processo-e-modelli-di-ragionamento-giudiziale-avv-christian-serpelloni/
Timestamp: 2020-07-10 00:05:17+00:00
Document Index: 123123116

Matched Legal Cases: ['art. 220', 'art. 218', 'sentenza ', 'art. 192', 'art. 220', 'art. 392', 'art. 360', 'art. 228', 'art. 228', 'art. 233', 'art. 121', 'art. 511', 'art. 178', 'art. 73', 'art. 117', 'art. 359', 'art. 360', 'art. 431', 'art. 360', 'art. 431', 'art. 360', 'art. 360', 'art. 178', 'sentenza ']

(CONVEGNO 2017) PROCESSO E MODELLI DI RAGIONAMENTO GIUDIZIALE Avv. Christian Serpelloni - ASAIS-EVU Italia
Inferenza: nella logica l’inferenza (dal latino in ferre cioè portare dentro) è il processo attraverso il quale da una proposizione assunta come vera si passa a una seconda proposizione la cui verità è derivata dal contenuto della prima secondo opportune regoledi inferenza
(Procedimento euristico: si definisce, infatti, procedimento euristico, un metodo di approccio alla soluzione dei problemi che non segue un chiaro percorso, ma che si affida all’intuito e allo stato temporaneo delle circostanze, al fine di generare nuova conoscenza. È opposto al procedimento algoritmico.)
Ubertis rammenta come la funzione tipica delle massime d’esperienza sia dunque quella topico – euristica : esse consentono il ricorso ad una pluralità di prospettive ritenute di particolare rilievo per l’indagine in corso, e forniscono al giudice una serie di topoi (elementi) utilizzabili quali premesse per la soluzione di problemi che si trova ad affrontare.
Nel ricorso alle massime di esperienza è costante il rischio della fallace confusione fra generalità e generalizzazione insito nella tendenza a attribuire carattere di generalità a quelle che potrebbero rivelarsi mere indebite generalizzazioni, tanto più se si considera che esse si formano secondo vie non vigilate dal rigore del metodo scientifico. Disapplicare una massima di esperienza non comporta che sia invalidata: può significare soltanto che è emerso un aspetto della vicenda che lo distingue dalla generalità dei casi ai quali la massima è ordinariamente riferita e che, magari, consente di richiamare una massima di esperienza più specifica (fattispecie relativa al rinvenimento di droga nella casa dell’imputato)
– individuare i fatti ai quali applicarla.
Nella prova scientifica possono essere ricondotte sia « i mezzi di prova nei quali si usa uno strumento scientifico-tecnico che richiede specifiche competenze e quindi l’intervento di un esperto per svolgere indagini o acquisire dati o valutazioni » (art. 220 comma 1 c.p.p.) ordinariamente attraverso l’istituto della perizia, sia altri mezzi di prova, quali ad esempio gli esperimenti giudiziali disposti, ai sensi dell’art. 218 comma 1 c.p.p., per « accertare se un fatto sia o possa essere avvenuto in un determinato modo (cfr Ubertis Rivista Italiana di Diritto e Procedura Penale, fasc.3, 2016, pag. 1192)
Rilevante: nelle diverse prospettive della non ridondanza (ossia, non possono essere inutilmente volti a conseguire la superflua ripetizione dell’esito di altri) e dell’idoneità contenutistica (perché in grado di condurre alla conferma o alla smentita dell’affermazione probatoria cui si riferiscano).
In tema di valutazione delle prove, la parte che intenda contestare, in sede di ricorso per cassazione, il risultato di un metodo scientifico, sul quale si basa la decisione, ha l’onere di criticare specificamente l’esito della prova, non già per sostituire alla tecnica adoperata dal perito e convalidata dal giudice di merito un’altra e diversa metodologia reputata di maggiore autorevolezza ed elevata persuasività, ma esclusivamente per invalidarla, dimostrando l’insufficienza di essa a poter essere posta, nel caso specifico, a fondamento del ragionamento probatorio. (Fattispecie relativa alla testimonianza resa da minore vittima di abusi sessuali, ritenuta rispondente ai criteri di validazione richiesti dal cd. Statement Validity Analysis, attraverso il metodo denominato CBCA). (Rigetta, App. Sez. Min. Palermo, 14/05/2014)
In tema di valutazione probatoria, la differenza tra prova e indizio è costituita dal fatto che mentre la prima, in quanto si ricollega direttamente al fatto storico oggetto di accertamento, è idonea ad attribuire carattere di certezza allo stesso, l’indizio, isolatamente considerato, fornisce solo una traccia indicativa di un percorso logico argomentativo, suscettibile di avere diversi possibili scenari, e, come tale, non può mai essere qualificato in termini di certezza con riferimento al fatto da provare. (Nell’affermare il principio, la Corte ha anche precisato che la differenza tra indizio e prova non è data dalla tipologia del mezzo impiegato, poiché, ad esempio, la testimonianza, avendo riguardo al suo concreto contenuto, può introdurre sia una prova piena sia un indizio).»
La giurisprudenza di legittimità definisce l’indizio quale «fatto certo dal quale, per interferenza logica, basata su regole di esperienza consolidate ed affidabili, si arriva a dimostrare il fatto incerto da provare, secondo lo schema del cosiddetto sillogismo giudiziario» e individua nella sua connaturata ambiguità il tratto che lo distingue dalla prova, essendo il fatto indiziante, di norma, significativo di una pluralità di fatti non noti (Sez. un., 4 febbraio 1992, n. 6682, Musumeci, inC.E.D. Cass., n. 191230). Sulla stessa linea interpretativa la sentenza di cui sopra chiarisce che mentre la prova, ricollegandosi in via diretta al fatto oggetto di accertamento, è idonea ad attribuire carattere di certezza al fatto storico che si vuole provare, l’indizio, considerato di per sé, «fornisce nulla di più di una traccia indicativa di un percorso logico argomentativo che può avere diverse sfaccettature» (in senso analogo v. Sez. I, 28 giugno 1999, n. 9151,ivi, n. 213922; Sez. I, 29 maggio 1987,ivi, n. 176834). Ecco dunque che, se la prova determina il venire in rilievo di un «un profilo valutativo di credibilità», l’indizio, indice di “diverse verità”, impone al giudice di condurre, dopo un previo esame di credibilità, una scelta, sulla base di un’indagine di natura probabilistica, tra vari possibili significati che il fatto indiziante può assumere
Il giudice, a fronte di una pluralità di indizi, deve procedere, nel rispetto dei parametri suggeriti dal comma 2 dell’art. 192 c.p.p., ad «un esame parcellare di ciascuno di essi, definendolo nei suoi contorni, valutandone la precisione, che è inversamente proporzionale al numero di collegamenti possibili col fatto da accertare e con ogni altra possibile ipotesi di fatto, nonché la gravità, apprezzata con i medesimi criteri; deve quindi procedere alla sintesi finale accertando se gli indizi così esaminati possono essere collegati tutti ad una sola causa o ad un solo effetto e collocati tutti, armonicamente in un unico contesto, dal quale possa per tale via esser desunta l’esistenza o, per converso, l’inesistenza di un fatto» (Sez. VI, 30 maggio 1994, n. 9916,ivi, n. 199451).
Affinché la regola dell’oltre ogni ragionevole dubbio sia rispettata occorre che il reato sia attribuibile all’imputato con un alto grado di credibilità razionale: le ipotesi alternative devono dunque risultare prive di qualsiasi riscontro nelle risultanze processuali ed estranee all’ordine naturale delle cose e della normale razionalità umana (fattispecie relativa ad un sinistro in cui l’imputato non si era fermato per prestare soccorso).
La vocazione probatoria degli indizi che si rivelano gravi, precisi e concordanti è comunque subordinata alla certezza dei fatti in cui gli stessi si sostanziano. In particolare, è necessario che il compendio indiziario su cui si fonda la prova indiretta abbia innanzi tutto un contenuto certo. In secondo luogo è da escludersi la validità di processi inferenziali che si alimentino di catene di presunzioni. Infatti, il giudice, che ben può partire da un fatto noto per risalire ad uno ignoto, non può in alcun caso porre quest’ultimo come fonte di un’ulteriore presunzione sulla base della quale motivare una pronuncia di condanna, in quanto la doppia presunzione contrasta con la regola della certezza dell’indizio
Va rilevato come la perizia possa essere disposta anche per acquisire dati, a prescindere da un’attività di investigazione tecnica o scientifica.
In ordine all’oggetto della perizia vi è però una limitazione laddove viene stabilito espressamente, all’art. 220 comma 2, che “salvo quanto previsto ai fini della esecuzione della pena o della misura di sicurezza, non sono ammesse perizie per stabilire l’abitualità o la professionalità nel reato, la tendenza a delinquere, il carattere e la personalità dell’imputato e in genere le qualità psichiche indipendenti da cause patologiche”.
nel corso dibattimento e nell’udienza preliminare il giudice può disporre d’ufficio la perizia, mentre durante le indagini preliminari vi provvede solo su istanza di parte.
Nel corso delle indagini preliminari, le parti possono richiedere una perizia solo se ricorrono i presupposti dell’incidente probatorio e cioè qualora:
— quando la prova riguardi una persona o cosa il cui stato è soggetto a modificazione non evitabile; L’ambito di applicazione dell’incidente probatorio, relativamente alla perizia, è, tuttavia, più circoscritto di quello degli accertamenti tecnici non ripetibili: l’art. 392 c.p.p., a differenza di quanto dispone l’art. 360 c.p.p., parla di inevitabilità della modificazione
Utilizzabilità degli atti presenti nel fascicolo dibattimentale: va rilevato come il perito può essere autorizzato a prendere visione degli atti, dei documenti e delle cose prodotti dalle parti, dei quali la legge prevede l’acquisizione al fascicolo per il dibattimento.
Lo stesso perito può essere inoltre autorizzato ad assistere all’esame delle parti e all’assunzione di prove nonché a servirsi di ausiliari di sua fiducia per lo svolgimento di attività materiali non implicanti apprezzamenti e valutazioni (art. 228 c.p.p).
Qualora nel corso delle operazioni intervengano questioni relative ai poteri del perito e ai limiti dell’incarico, la decisione è rimessa al giudice, senza che ciò determini la sospensione delle operazioni stesse (art. 228, comma 4, c.p.p.).
Le relazioni scritte dei consulenti possono essere acquisite al fascicolo del dibattimento sia dopo l’esame del consulente tecnico, oppure in alternativa, ai sensi dell’art. 233, comma 1, c.p.p. mediante la presentazione di una memoria scritta della parte (ex art. 121) con allegata la relazione tecnica da depositare nel fascicolo del dibattimento.
Per il perito vi sono norme più restrittive: l’art. 511, comma 3, c.p.p. dispone, infatti, che “La lettura della relazione peritale è disposta solo dopo l’esame del perito”.
L’acquisizione della relazione senza il previo esame orale del perito viene ritenuta una mera irregolarità, non essendo prevista una specifica sanzione di nullità e non costituendo un nullità di ordine generale prevista dall’art. 178 c.p.p..
Il pubblico ministero nomina il consulente tecnico scegliendo di regola una persona iscritta negli albi dei periti ai sensi dell’art. 73 disp. att. del presente codice.
Sono pubblici ufficiali il consulente tecnico del pubblico ministero (Cass. n. 4062/1999) e gli esperti nominati dalla polizia giudiziaria a norma dell’articolo 348 comma 4 c.p.p. (Cass. n. 2675/1995).
– nei riti a prova contratta;
– nel caso di consenso prestato da tutte le parti all’inserimento della consulenza nel fascicolo dibattimentale;
– nel caso di sopravvenuta impossibilità di ripetizione;
– nel caso in cui il consulente venga escusso in dibattimento in contradditorio tra le parti.
Art. 360 cpp – Accertamenti tecnici non ripetibili
Se il pubblico ministero, malgrado l’espressa riserva formulata dalla persona sottoposta alle indagini e pur non sussistendo le condizioni indicate nell’ultima parte del comma 4, ha ugualmente disposto di procedere agli accertamenti, i relativi risultati non possono essere utilizzati nel dibattimento
Trattasi di una deroga al principio generale per cui il P.M. non è tenuto a coinvolgere la persona offesa e l’indagato nella fase di effettuazione degli ordinari accertamenti e rilievi.
Parimenti si deroga nei casi in cui l’accertamento tecnico determina modificazioni delle cose, dei luoghi o delle persone tali da rendere l’atto non ripetibile ai sensi dell’art. 117 disp. att. del cpp.
La differenza di fondo tra la consulenza tecnica disposta ai sensi dell’art. 359 c.p.p. e quella disposta ai sensi dell’art. 360 c.p.p. consiste nel fatto che, in questa, è prevista la partecipazione del difensore dell’indagato e che l’elaborato è collocato nel fascicolo del dibattimento ai sensi dell’art. 431 c.p.p., così come avviene per la perizia.
Gli elaborati dei consulenti tecnici di parte, anche nei casi in cui si tratti di accertamenti tecnici non ripetibili disposti ai sensi dell’art. 360 c.p.p., non possono entrare nel fascicolo del dibattimento di cui all’art. 431 c.p.p., in quanto l’unico modo per utilizzare nel processo penale la consulenza di parte è quello di chiedere, secondo le forme e nei modi di cui agli arti. 468 e 567 c.p.p., che i consulenti vengano sentiti nel dibattimento o eventualmente utilizzare gli elaborati tecnici veicolandoli nel processo sotto forma di memorie.
L’indagato che non abbia formulato riserva di promuovere incidente probatorio (art. 360, comma 4, c.p.p.) decade dall’eccezione di inutilizzabilità della consulenza disposta dal P.M. ai sensi dell’art. 360 c.p.p. per difetto del presupposto della non ripetibilità dell’accertamento.
Nel caso in cui il P.M. proceda ad accertamento tecnico irripetibile senza dare avviso alla persona indagata e al suo difensore, la giurisprudenza ritiene che non si realizzi un’ipotesi di inutilizzabilità del mezzo ma una nullità ex art. 178, comma 1, c.p.p., la quale può essere fatta valere fino a quando non venga deliberata la sentenza di primo grado.
Articolo precedente(Convegno 2017) Lesioni tipiche del ciclista coinvolto nei sinistri stradali La perizia collegiale con il Medico Legale Relatore: Dott. Ruggero Nesci
Articolo successivo(Convegno 2017) I DATI E LA CONOSCENZA TECNICA NEL PROCESSO Relatore: ing. Luigi Cipriani