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Timestamp: 2020-07-12 00:57:28+00:00
Document Index: 156294578

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 445', 'art. 24', 'art. 4', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 41', 'art. 41', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 13', 'art. 13', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 375', 'art. 380', 'sentenza ', 'art. 384', 'sentenza ']

Sentenza Cassazione Civile n. 2386 del 31/01/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2386 del 31/01/2017
Cassazione civile, sez. VI, 31/01/2017, (ud. 14/12/2016, dep.31/01/2017), n. 2386
sul ricorso 15739/2015 proposto da:
D.G.D., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA VALADIER
53, presso lo studio dell’avvocato ROBERTO ALLEGRA, rappresentata e
difesa dall’avvocato MASSIMO NAVACH, come da mandato a margine del
avverso la sentenza n. 550/2015 del TRIBUNALE di BARI, emessa e
udito l’Avvocato Massimo Navach, per la ricorrente, che si riporta ai
udito l’Avvocato Emanuela Capannolo, per la controricorrente, che si
“Con sentenza depositata il 27 gennaio 2015 il Tribunale di Bari, a seguito di consulenza tecnica espletata nell’ambito del giudizio di merito instaurato ex art. 445 bis c.p.c., comma 6, dichiarava che D.G.D. era invalida all’80% con decorrenza dalla data della revoca (maggio 2012) della prestazione in godimento (assegno di invalidità) e condannava l’INPS alla rifusione delle spese processuali liquidandole in complessivi Euro 1.800,00 oltre IVA, CAP e rimborso forfetario nella misura del 15% con distrazione in favore del procuratore antistatario.
Per la cassazione di tale decisione nella parte relativa alla statuizione sulle spese la D.G. propone ricorso affidato ad un unico motivo. L’INPS resiste con controricorso.
Con l’unico motivo di ricorso si deduce violazione e falsa applicazione del D.M. 10 marzo 2014, n. 55, L. 13 giugno 1942, n. 794, art. 24, D.M. 5 ottobre 1994, n. 585, art. 4, comma 1 e della L. 7 novembre 1957, n. 1051, nonchè per vizio di motivazione (in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5). Si assume il Tribunale aveva liquidato le spese processuali senza indicare il sistema di liquidazione adottato ed in violazione dei parametri fissati dal D.M. n. 55 del 2014.
Va, in primo luogo, ricordato che dal consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità che, sulla scorta della sentenza delle Sezioni Unite n. 17405 del 12/10/2012, ha affermato che il giudice che deve liquidare le spese processuali relative ad un’attività difensiva ormai esaurita deve applicare la normativa vigente al tempo in cui l’attività stessa è stata compiuta, sicchè, per l’attività conclusa nella vigenza del D.M. n. 127 del 2004, deve applicare le tariffe da questo previste e non i parametri sopravvenuti ai sensi del D.M. n. 140 del 2012, art. 41. Pertanto, in tema di spese processuali, agli effetti del D.M. n. 140 del 2012, art. 41, i nuovi parametri, in base ai quali vanno commisurati i compensi forensi in luogo delle abrogate tariffe professionali, si applicano in tutti i casi in cui la liquidazione giudiziale intervenga in un momento successivo alla data di entrata in vigore del predetto decreto purchè, a tale data, la prestazione professionale non sia ancora completata, sicchè non operano con riguardo all’attività svolta in un grado di giudizio conclusosi con sentenza prima dell’entrata in vigore, atteso che, in tal caso, la prestazione professionale deve ritenersi completata sia pure limitatamente a quella fase processuale (Cass. n. 23318 del 18/12/2012; e negli stessi termini Cass. n. 2748 del 11/02/2016, n. 6306 del 31/03/2016).
Pertanto alla presente fattispecie va applicato il D.M. n. 55 del 2014, in vigore dal 3 aprile 2014, essendo stata operata la liquidazione qui censurata con sentenza del 27 gennaio 2015.
Quanto alla determinazione degli scaglioni applicabili occorre invece tener conto della pronuncia delle Sez. Unite (sentenza n. 10455 del 21 maggio 2015) che risolvendo il contrasto determinatosi in relazione al criterio per determinare il valore della causa ai sensi dell’art. 13 c.p.c., commi 1 e 2, ha affermato il seguente principio di diritto: “ai fini della determinazione del valore della causa per la liquidazione delle spese di giudizio, nelle controversie relative a prestazioni assistenziali va applicato il criterio previsto dall’art. 13 c.p.c., comma 1, per cui, se il titolo è controverso, il valore si determina in base all’ammontare delle somme dovute per due anni”.
Con riferimento all’asserito vincolo del giudice alla determinazione media del compenso professionale ai sensi del D.M. n. 55 del 2014, si deve rilevare che tale vincolo non trova fondamento nella normativa, secondo la quale (artt. 1 e 4) il giudice deve soltanto liquidare il compenso tra il minimo ed il massimo delle tariffe. Con riferimento al D.M. n. 140 del 2012, era stato anche precisato che il giudice era tenuto ad indicare le concrete circostanze che giustificavano le deroga ai minimi e massimi stabiliti dal D.M. n. 140 del 2012 (cfr. Cass. n. 18167 del 16/09/2015; Cass. 11 gennaio 2016 n. 253; Cass. 3 agosto 2016, n. 16225).
Orbene, applicando tali principi al caso in esame, il valore della causa è compreso tra Euro 5.200 ed Euro 26.000,00 (due annualità della prestazione dell’assegno di invalidità) ed i parametri minimi stabiliti per tale scaglione – tenuto conto di tutte le fasi previste dal citato D.M. n. 55 del 2014, ovvero tre per il procedimento di istruzione preventiva e quattro per la causa di merito – sono: per il procedimento di istruzione preventiva Euro 1.314,00; per il giudizio di merito Euro 2.884,50 (trattandosi di causa inquadrabile nella tab. 4 – cause di previdenza).
Ne consegue che la liquidazione delle spese contenuta nell’impugnata sentenza risulta essere inferiore ai detti minimi e non risulta espressa alcuna motivazione in ordine alla non riconoscibilità, nel caso concreto, di alcuni compensi stabiliti dal citato D.M. n. 55 del 2014, in relazione alle singole fasi processuali.
Alla luce di quanto esposto si propone l’accoglimento del ricorso la cassazione dell’impugnata sentenza in relazione capo concernente la liquidazione delle spese processuali con rinvio ad altro giudice a designarsi, con ordinanza ai sensi dell’art. 375 c.p.c., n. 5″. Sono seguite le rituali comunicazioni e notifica della suddetta relazione, unitamente al decreto di fissazione della presente udienza in Camera di consiglio.
La D.G. ha depositato memoria ex art. 380 bis c.p.c..
Il Collegio condivide pienamente il contenuto della sopra riportata relazione e, quindi, accoglie il ricorso, cassa l’impugnata sentenza in relazione al capo concernente la liquidazione delle spese processuali e decide nel merito – ex art. 384 c.p.c., comma 2, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto – liquidando le spese per il procedimento di istruzione preventiva e per il giudizio di merito in complessivi Euro 4.198,50 per compensi professionali, oltre rimborso spese forfetario nella misura del 15% con attribuzione all’avv. Massimo Navach.
Le spese del presente giudizio, per il principio della soccombenza, sono poste a carico dell’INPS e vengono liquidate in favore della ricorrente nella misura di cui al dispositivo con attribuzione all’avv. Massimo Navach per dichiarato anticipo fattorie.
La Corte, accoglie il ricorso, cassa l’impugnata sentenza in relazione al capo concernente la liquidazione delle spese processuali e decide nel merito liquidando le spese in complessivi Euro 4.198,50 per compensi professionali relativi alle fasi di merito, oltre rimborso spese forfetario nella misura del 15%; condanna l’INPS alle spese del presente giudizio liquidate in Euro 100,00 per esborsi, Euro 2.000,00 per compensi professionali, oltre rimborso spese forfetario nella misura del 15%; con attribuzione all’avv. Massimo Navach.