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Timestamp: 2017-06-29 02:15:12+00:00
Document Index: 101913513

Matched Legal Cases: ['art. 3', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 1', 'art. 4', 'art. 4']

633.-Negare l’Olocausto ora è un reato Si rischiano fino a 6 anni di carcere | Mario Donnini in Associazione Europa Libera Mario Donnini in Associazione Europa Libera la nostra arma è la solidarietà, la nostra nemica è l'indifferenza
633.-Negare l’Olocausto ora è un reato Si rischiano fino a 6 anni di carcere
13 giugno 2016Senza categoriagendiemme	La legge passa con 237 sì. Seimila euro di multa a chi propaganda odio razziale!
E, POI, IL NEGAZIONISMO. ADINOLFI (PDF): “E ORA COL DDL SCALFAROTTO ?”
Il ddl sul negazionismo, approvato ieri dalla Camera in via definitiva e diventato legge, configura un nuovo reato. Con l’introduzione del comma 3 bis all’art. 3 della legge 13 ottobre 1975 n. 654 (e successive modifiche) si dispone l’applicazione della pena “da due a sei anni se la propaganda, ovvero l’istigazione e l’incitamento commessi in modo che derivi concreto pericolo di diffusione, si fondano in tutto o in parte sulla negazione della Shoah, o dei crimini di genocidio, dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra, come definiti dagli articoli 6, 7 e 8 dello Statuto della Corte penale internazionale”.
Le opzioni future di cui parla Mario Adinolfi, leader del Popolo della Famiglia nell’intervista con Intelligonews sono collegate al ddl Scalfarotto. Il punto di partenza del ragionamento ruota attorno al sì di Montecitorio al ddl sul negazionismo.
I crimini generati dall’odio o più semplicemente i crimini dell’odio, dall’inglese “hate crimes”, ricomprendono tutte quelle violenze perpetrate nei confronti di persone discriminate in base ad appartenenza vera o presunta ad un gruppo sociale, identificato sulla base, dell’etnia, della religione, dell’orientamento sessuale, dell’identità di genere o di particolari condizioni fisiche o psichiche.
Sul piano giuridico, un crimine dell’odio si presenta come una norma penale che pone in rilievo l’aspetto discriminatorio del gesto violento e vi ricollega un aggravio di pena.
Un crimine dell’odio può riguardare tanto la violenza sulle persone quanto quella sui beni legati alla vittima. Anche i cosiddetti discorsi d’odio[1], dall’inglese “hate speeches”, possono considerarsi come crimini dell’odio, pur mantenendo una propria specificità.
La legge 25 giugno 1993, n. 205 è una norma della Repubblica Italiana che sanziona e condanna gesti, azioni e slogan legati all’ideologia nazifascista, e aventi per scopo l’incitazione alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali. La legge punisce anche l’utilizzo di simbologie legate a suddetti movimenti politici.
Emanata con il decreto legge 26 aprile 1993 n. 122 – convertito con modificazioni in legge 25 giugno 1993, n. 205 – è nota come legge Mancino, dal nome dell’allora Ministro dell’Interno che ne fu proponente (il democristiano Nicola Mancino).
Essa è oggi il principale strumento legislativo che l’ordinamento italiano offre per la repressione dei crimini d’odio.
L’art. 1 (“Discriminazione, odio o violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi”) dispone quanto segue: “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, […] è punito:
L’art. 2 (“Disposizioni di prevenzione”) stabilisce che “chiunque, in pubbliche riunioni, compia manifestazioni esteriori od ostenti emblemi o simboli propri o usuali delle organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi” come sopra definiti “è punito con la pena della reclusione fino a tre anni e con la multa da lire duecentomila a lire cinquecentomila.” Inoltre lo stesso articolo vieta la propaganda fascista e razzista negli stadi, disponendo che “è vietato l’accesso ai luoghi dove si svolgono competizioni agonistiche alle persone che vi si recano con emblemi o simboli” di cui sopra. “Il contravventore è punito con l’arresto da tre mesi ad un anno.”
La “legge Mancino” si colloca all’interno di un complessivo quadro normativo volto a sanzionare le condotte riconducibili al fascismo e al razzismo. Le principali fonti normative al riguardo sono le seguenti:
la XII Disposizione transitoria e finale della Costituzione della Repubblica Italiana, al primo comma, stabilisce che “È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”;
in attuazione della predetta Disposizione, la Legge 20 giugno 1952, n. 645, in materia di “Norme di attuazione della XII disposizione transitoria e finale (comma primo) della Costituzione”, all’art. 1, precisa che si ha riorganizzazione del disciolto partito fascista quando una associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista:
la Convenzione internazionale sulla eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale, aperta alla firma a New York il 7 marzo 1966, è stata recepita dall’ordinamento italiano con legge 13 ottobre 1975, n. 654.
Tale Convenzione dichiara nel suo preambolo, fra l’altro, che “gli stati parti della presente convenzione [sono] convinti che qualsiasi dottrina di superiorità fondata sulla distinzione tra le razze è falsa scientificamente, condannabile moralmente ed ingiusta e pericolosa socialmente, e che nulla potrebbe giustificare la discriminazione razziale, né in teoria né in pratica, [e che gli stati stessi sono] risoluti ad adottare tutte le misure necessarie alla rapida eliminazione di ogni forma e di ogni manifestazione di discriminazione razziali nonché a prevenire ed a combattere le dottrine e le pratiche razziali”.
In conseguenza la medesima Convenzione, all’art. 4, stabilisce che “gli Stati contraenti condannano ogni propaganda ed ogni organizzazione che s’ispiri a concetti ed a teorie basate sulla superiorità di una razza o di un gruppo di individui di un certo colore o di una certa origine etnica, o che pretendano di giustificare o di incoraggiare ogni forma di odio e di discriminazione razziale”.
Sempre nel medesimo art. 4 della Convenzione, gli Stati contraenti “si impegnano ad adottare immediatamente misure efficaci per eliminare ogni incitamento ad una tale discriminazione od ogni atto discriminatorio, tenendo conto, a tale scopo, dei principi formulati nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo […] ed in particolare:
a non permettere né alle pubbliche autorità, né alle pubbliche istituzioni, nazionali o locali, l’incitamento o l’incoraggiamento alla discriminazione razziale.”
Il dibattito sulle modifiche[modifica | modifica wikitesto]
Da tempo si discute in merito ad una possibile estensione della Legge Mancino ai reati basati sulla discriminazione in base all’orientamento sessuale e all’identità di genere[2][3]. La proposta, anche in alternativa all’introduzione di una legge specifica, più volte votata in parlamento e mai passata, è stata sostenuta da Idv[5][6] e Pd, oltre che da tutte le principali associazioni LGBT italiane.
Un tentativo di estensione della legge Mancino ai reati di omofobia e transfobia è tuttora in corso, grazie all’accordo PD PDL e Scelta Civica, il dibattito in aula inizia il 26 luglio 2013 e trova la forte opposizione di tutta la Lega Nord. La proposta è stata presentata da più di 220 parlamentari e porta la prima firma dei deputati Scalfarotto (PD), Chimienti (M5S), Tinagli (Scelta civica), Zan (SEL). Annunci
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