Source: http://www.lexfood.it/normativa/il-marchio-nei-prodotti-agroalimentari/
Timestamp: 2020-07-04 15:52:54+00:00
Document Index: 38637187

Matched Legal Cases: ['art. 7', 'art. 13', 'art. 14', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 27', 'sentenza ', 'CGUE ']

Il marchio nei prodotti agroalimentari - Lexfood - Tipologie e forme di tutela
In questo primo articolo che tratta della tutela della proprietà intellettuale nel food & beverage, tratteremo del marchio nei prodotti agroalimentari.
Come dicevamo, in questo primo articolo l’attenzione sarà concentrata, in particolare, sul marchio d’impresa, su casi particolarmente problematici che esso può presentare e sui suoi rapporti con le indicazioni geografiche di qualità.
Un primo terreno accidentato dei marchi nel mondo alimentare è rappresentato senz’altro dai rapporti con le indicazioni geografiche qualificate, ovvero le denominazioni di origine protette (DOP) e le indicazioni geografiche protette (IGT) (es. “Prosciutto di Parma”) che, va ricordato, ricadono anch’esse tra gli strumenti della proprietà industriale, seppur in senso lato.
Breve parentesi: ad oggi la disciplina sulle indicazioni geografiche qualificate è racchiusa nei seguenti atti unionali:
regolamento (UE) N. 1151/2012 sui regimi di qualità dei prodotti agricoli e alimentari (DOP, IGP);
regolamento (CE) 110/2008 per le bevande spiritose;
regolamento (UE) n. 251/2014 per i vini aromatizzati;
regolamento (UE) n. 1308/2013 (O.C.M. Unica) per i vini.
Venendo al punto, innanzi tutto, è fatto divieto di registrare marchi individuali composti esclusivamente da segni o indicazioni che designano la provenienza geografica del prodotto/servizio (ex art. 7.1 lett. c) regolamento (UE) 2017/1001 sul marchio dell’Unione europea ed art. 13.1 lett b) del Codice della Proprietà Industriale – CPI). Questo per evitare di far credere al consumatore che vi sia un legame tra le qualità e le caratteristiche essenziali del prodotto con quel territorio. Se un legame vi fosse realmente, l’impresa farebbe bene ad associarsi ad altri produttori della zona onde richiedere una DOP o IGP alle quali, di converso, può essere concesso un marchio collettivo con la denominazione geografica di riferimento. La ragione è data dal fatto che, ragionando altrimenti, si garantirebbe un diritto esclusivo in capo ad un solo imprenditore di sfruttare la rinomanza qualitativa legata ad un territorio.
Si è appena citato il marchio collettivo, normalmente registrato da un Consorzio di Tutela.
Il marchio collettivo ha delle particolarità che vale la pena approfondire brevemente. Essi possono essere richiesti da qualunque entità privata collettiva, non necessariamente volta alla tutela di una indicazione d’origine qualificata, e sono normati dalla disciplina generale sui marchi. Godono tuttavia di una particolarità, preclusa ai marchi collettivi: possono recare menzioni geografiche. Per tale motivo, il legislatore ha previsto che il titolare debba dotarsi di un apposito regolamento d’uso, rispettando il quale qualunque privato può utilizzare il marchio stesso, pur se non associato o comunque parte del titolare medesimo.
Tornando al ragionamento sopra esposto, il motivo della deroga concessa ai marchi collettivi è chiara: non si corre alcun rischio di monopoli individuali sull’utilizzo di un nome geografico che rappresenti la qualità o la rinomanza di un prodotto. Inoltre, il regolamento d’uso e i controlli che obbligatoriamente devono essere svolti dal titolare al fine di verificarne il rispetto garantiscono il consumatore che la denominazione geografica effettivamente sia espressiva di un certo standard qualitativo.
A differenza di un’indicazione geografica qualificata, il marchio collettivo scaturisce da un atto di autonomia privata (non vi è l’intervento di istituzioni pubbliche quali il Ministero dell’Agricoltura e la Commissione Europea), la sua tutela è unicamente quella prevista dalla normativa sui marchi ma, in compenso, può riguardare ogni categoria merceologica (non solo alimenti).
A prescindere dai marchi collettivi, come detto, un marchio individuale non può consistere esclusivamente in una menzione geografica.
Vi è un’eccezione.
Quando il nome geografico è di pura fantasia e non vi è alcun rischio confusorio sul legame territorio-provenienza-qualità del prodotto, il marchio recante tale riferimento è concedibile (es. “Amaro Montenegro”, dove il riferimento al Montenegro non ha alcuna attinenza con una tradizione liquoristica particolare ed è pertanto escluso che il consumatore possa essere tratto in inganno sulle sue qualità dell’amaro legate al territorio montenegrino).
Più complessa è la questione dei rapporti di anteriorità e prevalenza tra marchi e indicazioni geografiche qualificate (art. 14 – Relazioni fra marchi, denominazioni di origine e indicazioni geografiche – regolamento 1151/2012).
In breve, si può ipotizzare lo schema come segue:
La domanda di registrazione di una indicazione geografica qualificata successiva a quella di un marchio d’impresa o all’esistenza di un marchio di fatto usato in buona fede precedentemente in un territorio geografico per un certo prodotto, comporta la coesistenza di entrambi; se, tuttavia, il marchio è notorio, questo prevale e l’indicazione geografica qualificata non può essere registrata se possa indurre in errore il consumatore sulla vera identità del prodotto (art. 6 par. 4° regolamento 1151/2012).
La domanda di registrazione di una indicazione geografica qualificata precedente rispetto a quella di un marchio d’impresa contrastante prevale su quest’ultima se relativa prodotti dello stesso tipo oppure in ogni caso in cui detta indicazione geografica conferisce il diritto di vietare l’uso di un marchio successivo; non richiesto pericolo confusorio.
In ogni caso, non possono registrarsi come DOP le denominazioni ormai divenute generiche e comuni, dunque non più distintive di un legale territorio-qualità, i nomi di una varietà vegetale o di una razza animale tali da indurre in errore il consumatore quanto alla vera origine del prodotto, nonché in nomi omonimi ad altri già registrati quali DOP/IGP (art. 6 stesso regolamento).
È però previsto un regime transitorio (art. 27 par. 2° regolamento claims) per i marchi d’impresa registrati prima del 1° gennaio 2005 (cc.dd. “marchi storici”): anche se la presentazione e la comunicazione del prodotto non rispettassero la norma di cui sopra, possono essere utilizzati tranquillamente fino al 19 gennaio 2022. Dopodiché, per evitare le sanzioni previste dal D. Lgs. n. 27 del 7 febbraio 201, dovranno essere autorizzati dalla Commissione Europea, o rispettare il dettato dell’articolo 1.3, e dunque essere accompagnati da un claim autorizzato coerente col significato del marchio.
Gli esempi sono numerosissimi e riconducibili alle categorie di cheese e milk sounding, vietati in tutta l’Unione Europea come recentemente ribadito anche dalla sentenza della CGUE 14 giugno 2017, Causa C-422-2016: vietato il cheese sounding in quanto i nomi tipici dei latticini sono riservati a prodotti derivanti dal latte ex reg. UE 1308/2013 «O.C.M. unica» All. VII parte III.
Per il meat sounding, in realtà, non sussistono ancora atti normativi né sentenze che lo vietino, ma la situazione è in costante evoluzione.
Sono però ammessi, per questioni tradizionali e perché non inducono in errore il consumatore, le denominazioni “latte di mandorla”, “latte di cocco”, “burro di cacao” e “fagiolini al burro” (decisione Commissione UE 2010/791/UE).
Marchi e origine dell’ingrediente primario
Ancora, una breve riflessione va fatta in relazione al nuovissimo Reg. (UE) 2018/775, applicabile dal 1° aprile 2020.
Detto regolamento reca le modalità di applicazione dell’articolo 26, par. 3°, del regolamento (UE) n. 1169/2011 del Parlamento europeo e del Consiglio relativo alla fornitura di informazioni sugli alimenti ai consumatori, per quanto riguarda le norme sull’indicazione del Paese d’origine o del luogo di provenienza dell’ingrediente primario di un alimento (quello che rappresenta oltre il 50% dell’alimento – ingrediente primario quantitativo – o quello cui il consumatore medio associa generalmente il prodotto – ingrediente primario qualitativo).
Piccola premessa: L’articolo 26, paragrafo 3, del regolamento (UE) n. 1169/2011 stabilisce che quando il Paese d’origine o il luogo di provenienza di un alimento è reclamizzato, ma non coincide con quello del suo ingrediente primario, o nel caso in cui venga evocata (per mezzo di parole, disegni, colori o altro) un’origine/provenienza fuorviante dell’alimento e quella dell’ingrediente primario sia diversa, deve essere data indicazione al consumatore anche del Paese d’origine o il luogo di provenienza dell’ingrediente primario in questione, oppure si deve sottolineare che sussiste tale differenza.
Anche in tal caso è stata prevista un’importante eccezione per i marchi d’impresa e per le indicazioni geografiche qualificate, non solo quelli già registrati, ma anche quelli che lo saranno in futuro. L’eccezione sta nel fatto che l’evocazione di un luogo geografico, contenuta in un marchio o in una DOP/IGP tramite scritte, loghi, disegni, colori o altro non fa scattare l’obbligo di specificare l’eventuale diversa origine o provenienza dell’ingrediente primario fino a quando non verrà adottato dalla Commissione apposite ulteriori norme specifiche.
Si pensi ad un marchio dal suono italiano per designare una passata di pomodoro confezionata in Germania, con pomodori sudamericani e che con l’Italia non abbia nulla a che fare: il prodotto in questione potrà continuare ad utilizzare pomodori provenienti da qualunque parte del mondo ed essere prodotto in Germania, avendo soltanto cura di precisare la dicitura generica “made in Germany”.
Anche noi italiani abbiamo le nostre colpe. Si pensi, ad esempio, allo Speck Südtirol IGP, la cui carne proviene da maiali di origine tedesca e che anche col nuovo regolamento non dovrà fornire detta specificazione.
Particolari categorie di marchi
Esistono infine particolari categorie di marchi, che menzioniamo solo per amore di completezza.
Parliamo dei marchi pubblici di qualità nazionali, regionali o locali, i quali sono registrati dallo Stato o da enti pubblici territoriali e possono essere usati per pubblicizzare prodotti agroalimentari che rispettino il relativo disciplinare di produzione, oltre a tutelarne l’origine territoriale. Un esempio su tutti: “Qualità Südtirol ”.
Ancora, vi sono i marchi di raccomandazione, marchi individuali concessi in licenza gratuita ad imprese che rispettino parametri qualitativi prefissati (es. “Presidio Slow Food”) o che possano vantare apprezzamenti e attestazioni di merito tra esperti o consumatori (es. “Certificato di Eccellenza Tripadvisor”, “Consigliato Gambero Rosso” ecc.).
I marchi certificativi sono invece particolari marchi collettivi utilizzabili solo in seguito a controllo da parte dell’ente (di diritto privato) che attesti che specifici prodotti o metodi produttivi siano conformi al relativo regolamento, il quale si occupa di fissare standard qualitativi elevati, come “IFS Food” e “VEGANOK”.
Citiamo brevemente la particolare categoria dei marchi storici (Capo III D.L. 30 aprile19, n. 34 – c.d. Decreto crescita), i quali sono iscrivibili su apposito registro speciale istituito presso l’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi su richiesta di chi, titolare o licenziatario di un marchio d’impresa, lo abbia impiegato per almeno cinquanta anni continuativi per contrassegnare beni o servizi di un’impresa di particolare importanza. Se le condizioni previste dal legislatore sono soddisfatte, il richiedente può utilizzare il logo “marchio storico”.
L’obiettivo è supportare quelle aziende in crisi, intenzionate cioè a cessare l’attività o a delocalizzare, che rivestano interesse nazionale per storia, prestigio e per numero di lavoratori impiegati in Italia, sfruttando un meccanismo benefici/sanzioni: i primi, ottenibili da apposito fondo interministeriale a fronte di una serie di oneri informativi al Ministero dello Sviluppo Economico, le seconde applicabili a chi non rispetta detti oneri.
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