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Timestamp: 2020-01-22 07:49:22+00:00
Document Index: 156504094

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 366', 'art. 2048', 'art. 360', 'sentenza ']

Art. 2048 c.c.: responsabilità dei genitori per l’illecito commesso dal minorenne durante una partita di calcio – Sentenza n. 26200 del 6 dicembre 2011 – Confederazione Giudici di Pace
Procedimento: Sentenza n. 26200 del 6 dicembre 2011
Art. 2048 c.c.: responsabilità dei genitori per l’illecito commesso dal minorenne durante una partita di calcio
I grandi telecronisti sportivi lo definirebbero «un gesto folle». A maggior ragione se compiuto in una partita di calcio tra ragazzi, e, per giunta, a gioco fermo – sempre in gergo –, non in occasione di una rissa o in seguito ad una provocazione. Del ‘gesto folle’, nella specie una testata rifilata all’avversario, risponde non solo l’autore, minorenne, ma anche i suoi genitori, quali educatori, con conseguente condanna dei medesimi a risarcire i danni alla vittima. Questo è il principio sancito dalla terza sezione civile della Corte di Cassazione con la recentissima sentenza n. 26200 del 6/12/2011.
Punto fondamentale della vicenda, dal punto di vista giudiziario, è la valutazione del ruolo dei genitori. E, in questa ottica, la premessa, per i giudici della Cassazione, è semplice: la responsabilità ai genitori va attribuita, certo, alla luce del «potere-dovere di esercitare vigilanza sul comportamento dei figli stessi» ma anche dell’«obbligo di svolgere adeguata attività formativa, impartendo ai figli l’educazione al rispetto delle regole della civile coesistenza, nei rapporti con il prossimo e nello svolgimento delle attività extra-familiari».
Calcio compreso? Pare proprio di sì… Ciò che conta, comunque, non è, per i genitori ‘sotto accusa’, la prova di «non aver potuto impedire il fatto», bensì la dimostrazione di «aver impartito al figlio una buona educazione e di avere esercitato su di lui una vigilanza adeguata». E, chiariscono i giudici, per pesare «l’inadeguatezza dell’educazione» è utile anche tenere presente il fatto: esso, difatti, può «rivelare il grado di maturità e di educazione del minore, conseguenti al mancato adempimento dei doveri incombenti sui genitori». Come testimonia la vicenda in questione: il minore «nel corso di una partita di calcio, ebbe a colpire, con una violenta testata alla bocca, il giocatore della squadra avversaria, e ciò mentre il gioco era fermo e senza avere in precedenza subito un’aggressione». Di fronte a tale ricostruzione dei fatti, era necessario, secondo i giudici di piazza Cavour, valutare se «un comportamento anomalo di tal genere, volontario e violento, in alcun modo giustificabile» potesse essere letto come «indice di una educazione inadeguata rispetto ai dettami civili della vita di relazione e sportivi, la cui responsabilità non poteva che ricadere, presuntivamente, sui genitori». Difatti, in questa visione, ciò che conta davvero è «il difetto di un adeguato insegnamento educativo, che ha permesso al minore di ritenere lecito, od anche solo consentito – nell’ambito di un evento sportivo ed in assenza di una qualche giustificazione anche solo presunta – un comportamento così violento, impulsivo ed ingiustificato in danno di un altro minore, giocatore anch’egli».
Alla luce del peso attribuito alle carenze educative addebitabili ai genitori, la pronuncia emessa in Appello, concludono i giudici, deve essere cassata. E proprio la Corte d’Appello dovrà riaffrontare la questione, tenendo ben presenti le indicazioni fornite dalla Cassazione.
LA CORTE SUPEMA DI CASSAZIONE
R.G.N. 23655/2009
Dott. ALFONSO AMATUCCI – Presidente
Dott.ssa ROBERTA VIVALDI – Rel. Consigliere
Dott.ssa ADELAIDE AMENDOLA – Consigliere
Sul ricorso 23655-2009 proposto da:
TP … TM, entrambi in proprio, elettivamente domiciliati in ROMA, VIA G. MONTANELLI 11, presso lo studio dell’avvocato ANDRIOLA ALESSANDRO, che li rappresenta e difende unitamente all’avvocato FRANCIA MARIO, giusta delega in atti;
NG … PN, elettivamente domiciliati in ROMA, VIA DEGLI SCIPIONI N. 94, presso lo studio dell’avvocato FIORE GIOVANNA, che li rappresenta e difende unitamente all’avvocato MARANESI BRUNO giusta delega in atti;
avverso la sentenza n. 1552/2008 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA, depositata in 30/09/2008; R.G.N. 2341/2003.
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 28/10/2011 dal Consigliere Dott. ROBERTA VIVALDI;
udito l’Avvocato ALESSANDRO ANDRIOLA;
udito l’Avvocato GIOVANNA FIORE;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. ROSARIO GIOVANNI RUSSO che ha concluso per l’accoglimento per manifesta fondatezza.
Ad eguale conclusione perveniva la Corte d’appello che, con sentenza del 30.9.2008, rigettava l’appello proposto dai T.
Il ricorso è stato proposto per impugnare una sentenza pubblicata una volta entrato in vigore il d.lgs. 15 febbraio 2006, n. 40, recante modifiche al codice di procedura civile in materia di ricorso per cassazione; con l’applicazione, quindi, delle disposizioni dettate nello stesso decreto al Capo I.
Segnatamente, nel caso previsto dall’art. 360 n. 5 c.p.c., l’illustrazione di ciascun motivo deve contenere, a pena di inammissibilità, un momento di sintesi (omologo del quesito di diritto) che ne circoscriva puntualmente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità (Sez. Un. 1 ottobre 2007, n. 20603; Cass. 18 luglio 2007, n. 16002).
La funzione propria del quesito di diritto – quindi – è quella di far comprendere alla Corte di legittimità, dalla lettura del solo quesito, inteso come sintesi logico-giuridica della questione, l’errore di diritto asseritamente compiuto dal giudice di merito e quale sia, secondo la prospettazione del ricorrente, la regola da applicare (da ultimo Cass. 7 aprile 2009, n. 8463; v. anche Sez. Un. ord. 27 marzo 2009, n. 7433).
Il ricorso rispetta i requisiti richiesti dall’art. 366 bis c.p.c..
Con unico motivo i ricorrenti denunciano la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 2048 c.c., in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c..
In relazione all’interpretazione di tale disciplina, quindi, è necessario che i genitori, al fine di fornire una sufficiente prova liberatoria per superare la presunzione di colpa desumibile dalla norma, offrano, non la prova legislativamente predeterminata di non aver potuto impedire il fatto (e ciò perché si tratta di prova negativa), ma quella positiva di aver impartito al figlio una buona educazione e di aver esercitato su di lui una vigilanza adeguata, il tutto in conformità alle condizioni sociali, familiari, all’età, al carattere ed all’indole del minore (v. anche Cass. 14.3.2008, n. 7050).
La ricostruzione del fatto operata dalla Corte di merito – come si ricava dalla sentenza impugnata – è del seguente tenore: «… il N., nel corso di una partita di calcio, ebbe a colpire con una violenta testata alla bocca il giocatore della squadra avversaria T. M. e ciò mentre il gioco era fermo e senza avere in precedenza subito un’aggressione da parte del T.».
Erra, inoltre, la Corte di merito quando afferma «… Ne discende che in tale contesto non ha alcun rilievo l’educazione e la vigilanza spettante ai genitori in linea generale posto che gli stessi non avrebbero in alcun modo potuto intervenire nel corso della competizione sportiva per impartire direttive al figlio o comunque prevedere o impedire l’evento trattasi di un ambito del tutto escluso dal loro intervento, dovendosi il comportamento del N. attribuire in via esclusiva al soggetto stesso ben consapevole delle regole del gioco e del comportamento a cui avrebbe dovuto attenersi e che invece ha deliberatamente violato».