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Timestamp: 2017-12-17 21:30:34+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 53', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 53', 'art. 53', 'art. 53', 'art. 53', 'art. 53', 'sentenza ', 'art. 53']

Sull’uso legittimo delle armi.
Zaina Carlo Alberto, 26 luglio 2007
Da una lato, infatti, vi è sempre stato chi abbia ritenuto che l’uso delle armi debba essere considerato legittimo – ex art. 53 c.p. – e, dunque anche in presenza di un atteggiamento di assoluta passività, quale è, indubbiamente, la fuga, giungendo, addirittura, a determinare un combinato disposto di tale norme con l’art. 2 n. 2 della Convenzione europea[1] dei diritti dell’uomo del 1950 (recepita con la l. 4 agosto 1955, n. 848 secondo il modello della ratifica ed esecuzione dei trattati internazionali), onde escludere ogni sorta di responsabilità.
Dall’altro, invece, si situa, una corrente di pensiero opposta – e la sentenza in questione ne è rilevante espressione – che individua quale carattere primario ed indefettibile per configurare come legittimo il ricorso alle armi, la esclusiva necessità di “..respingere una violenza o superare una resistenza attiva” e, come tale, quindi, incompatibile la fuga che è manifestazione di una tipologia di resistenza diversa da quella attiva.
L’ART. 53 C.P. NEL SISTEMA DELLE SCRIMINANTI.
Appare, prima facie, dalla lettura del testo di legge, di tutta evidenza l’osservazione che la disposizione portata dall’art. 53 c.p. sia stata concepita, all’interno del sistema delle condizioni che scriminano da responsabilità, come norma che si pone a complemento della legittima difesa e dell’esercizio di un diritto o adempimento di un dovere[2].
2. nella dizione letterale stessa della norma che prevede una preliminare clausola di riserva nell’introduzione dell’art. 53 dove si legge: «Ferme le disposizioni contenute nei due articoli precedenti …»[3].
La concezione che sottende da siffatta previsione permette di affermare con sicurezza che se il pubblico ufficiale si trovi ad operare in una situazione nella quale siano rinvenibili alternativamente i requisiti dell’adempimento del dovere o della legittima difesa, la questione dovrà venire risolta applicando le rispettive disposizioni e non quella dell’art. 53 c.p. ;
3. nell’evidente e consequenziale carattere di sussidiarietà che lega, pertanto, l’art. 53, se posto in rapporto con le altre scriminanti di cui agli artt. 51, 52 c.p. .
Si osserva, poi, in dottrina, che “la legittima difesa esprimerebbe una facoltà, mentre nell’uso legittimo delle armi vi è un obbligo del pubblico ufficiale che non avrebbe facoltà discrezionale”.[4]
1. i mezzi della coazione (le armi da utilizzare devono essere quelle indicate nelle disposizioni di servizio e, comunque, riferite strumentalmente all’adempimento del dovere)[5];
2. il fine di adempiere un dovere dell’ufficio (il requisito del fine di adempiere il dovere dell’ufficio deve essere interpretato nel suo significato più proprio di elemento psicologico che caratterizza la direzione finalistica della volontà)[6];
4. la proporzione (la proporzione rappresenta un requisito dell’uso legittimo delle armi, ancorché non espressamente enunciato, in quanto implicitamente contenuto nell’art. 53 c.p.)[7].
L’USO DELLE ARMI NEI CONFRONTI DI CHI FUGGA.
Veniva, infatti, attribuito (Cfr. Cass. pen. Sez. IV, 07-06-2000, n. 9961 , Brancatelli, Riv. Pen., 2000, 1140) rilievo decisivo al solo criterio della proporzionalità fra i contrapposti interessi, spostando, dunque, l’ago della bilancia ed il faro dell’attenzione più su di un carattere, comune alla legittima difesa, piuttosto che su di uno di quegli argomenti – la portata della condotta violenta dell’aggressore – che, invece, sarebbero sembrati peculiari all’istituto in parola[8], per potere inferire da tale elemento una legittimazione del soggetto reagente (appartenente alle forze dell’ordine) a ricorrere all’uso delle armi.
La sentenza che precede, pur oggetto di critiche da parte di un’attenta dottrina che sostenne come la pur condivisibile conclusione della Corte, apparisse “sembra frutto di un grave equivoco dal punto di vista giuridico nella parte in cui vi si afferma la diretta ed immediata applicabilità della norma citata in quanto norma del diritto comunitario”[9], affermò tra l’altro che “…qualora si verifichi un evento più grave di quello voluto, ciò rientra nel rischio insito nell’uso delle armi da parte del pubblico ufficiale, e di conseguenza non può essere posto a carico del medesimo. L’esimente putativa dell’uso legittimo delle armi può ravvisarsi, secondo una valutazione ex ante, quando l’agente abbia ritenuto per errore di trovarsi in una situazione di fatto tale che, ove fosse stata realmente esistente, egli sarebbe stato nella necessità di fare uso delle armi.”
Si trattò, pertanto, di una della massime manifestazioni dell’ampiezza del potere di utilizzo delle armi, da parte dei membri delle forze dell’ordine, in quanto veniva ripresa e sancita la centralità del principio di proporzione o di bilanciamento degli interessi, visione che trovò consensi quasi unanimi in dottrina[10] nel cui ambito spiccò la posizione del Pulitanò, il quale acutamente rilevò la funzione di correttivo che la proporzionalità assume, carattere che «è tanto più sentito come necessario, quanto più le situazioni legittimanti l’uso delle armi vengono estese verso la resistenza passiva».
Rimini, lì 3 Luglio 2007
[4]ARDIZZONE, Enc. Diritto Giuffrè Voce Uso legittimo delle Armi, 1992
[8] La massima recita Ai fini dell’operatività della scriminante dell’uso legittimo delle armi (art. 53 c.p.), è irrilevante la distinzione tra resistenza attiva e resistenza passiva, dovendosi invece attribuire rilievo (pur in assenza di espressa previsione), al criterio della necessaria proporzione fra i contrapposti interessi, con estensione del relativo giudizio, oltre che alla legittimità dell’uso dell’arma in sè, anche alla graduazione di detto uso, fra quelli possibili, tenendo comunque presente che al pubblico ufficiale il quale si trovi in situazione che imponga l’adempimento del dovere non è riconosciuta – come invece nel caso della legittima difesa o dello stato di necessità – un’opzione di rinuncia o di "commodus discessus". In particolare, quando l’uso dell’arma sia finalizzato a bloccare la fuga di malviventi, la suddetta proporzione dev’essere ritenuta sussistente ove, per le specifiche modalità con le quali i fuggitivi cercano di sottrarsi alla cattura, siano ragionevolmente prospettabili, oltre all’avvenuta commissione di reati al cui accertamento essi cerchino di sottrarsi, anche rischi attuali per l’incolumità e la sicurezza di terzi. Verificandosi tale ipotesi, ed accertata quindi la legittimità dell’uso dell’arma, nella specifica forma prescelta dal pubblico ufficiale, non può farsi poi carico a quest’ultimo dell’evento diverso e più grave da lui prodotto, rispetto a quello preventivato, quando tale evento non sia riconducibile a negligenza o imperizia, ma all’ineludibile com- ponente di rischio che l’uso dell’arma in sè comporta.
[10]Cfr. in tal senso L. Alibrandi, L’uso legittimo, cit., 92 ss.; T. Delogu, L’uso legittimo, cit., 200; G. Fiandaca – E. Musco, Diritto penale,, 263; F. Mantovani, Diritto penale, 283; G. Marini, Uso legittimo, cit., 266; E. Mezzetti, Uso legittimo, cit.,