Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-23501-del-09-10-2017
Timestamp: 2020-06-06 20:39:16+00:00
Document Index: 22162944

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 378', 'art. 1362', 'sentenza ', 'art. 2697', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1362', 'art. 360', 'art. 54', 'art. 12', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 115', 'art. 360', 'art. 115', 'art. 13', 'art. 1', 'art. 13', 'art. 13']

Sentenza Cassazione Civile n. 23501 del 09/10/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23501 del 09/10/2017
Cassazione civile, sez. lav., 09/10/2017, (ud. 04/04/2017, dep.09/10/2017), n. 23501
sul ricorso 3634-2016 proposto da:
AUTOSTRADE PER L’ITALIA S.P.A. P.IVA (OMISSIS), in persona del legale
VIA PANAMA 86, presso lo studio dell’avvocato GIOVANNI RANALLI, che
avverso la sentenza n. 8900/2015 della CORTE D’APPELLO di ROMA,
depositata il 14/12/2015, R. G. N. 1836/2015;
udito l’Avvocato CAMILLA ANNETTI per delega verbale ENZO MORRICO;
udito l’avvocato GIOVANNI RANALLI.
1. La Corte di appello di Roma, in accoglimento del reclamo proposto da M.F., ha accertato e dichiarato la illegittimità del licenziamento intimato al ricorrente in data 24-27 gennaio 2014; ha condannato la società Autostrade per l’Italia s.p.a. a reintegrarlo nel posto di lavoro ed al pagamento dell’indennità risarcitoria liquidata nella misura di dodici mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto percepita oltre rivalutazione monetaria ed interessi legali dalla maturazione di ciascun rateo mensile al saldo, al pagamento dei contributi previdenziali ed assistenziali dal giorno del licenziamento a quello della effettiva reintegrazione oltre interessi nella misura legale e senza applicazione di sanzioni per omessa o ritardata contribuzione. Infine ha condannato la società al pagamento delle spese di entrambi i gradi di giudizio.
2. La Corte territoriale in esito all’esame delle emergenze istruttorie ha ritenuto che non fosse stata acquisita una prova rassicurante del fatto contestato al dipendente vale a dire l’apertura senza motivo delle casse automatiche (OMISSIS) e (OMISSIS) presso la stazione di (OMISSIS) nei giorni 25 e 26 novembre 2013 e l’impossessamento di Euro 9,80 presenti al di fuori nei contenitori di queste oltre che 321 aperture ingiustificate delle medesime casse in 205 giornate lavorative nel periodo 1 gennaio 30 novembre 2013 e per 81 volte su 62 giornate lavorative nel periodo 1 ottobre – 31 dicembre 2012 dalle quali casse erano mancanti complessivamente Euro 2.448,85 per la n. (OMISSIS) ed Euro 680,35 per la numero (OMISSIS). In particolare il giudice di appello ha evidenziato che il numero particolarmente alto di aperture delle casse (OMISSIS) era risultato giustificato in relazione agli accertati e frequenti malfunzionamenti delle stesse che non risultavano sempre registrati dal sistema informatico. Di conseguenza la Corte di merito ha ritenuto che la circostanza perdesse della valenza probatoria attribuitale. Inoltre ha ritenuto scarsamente attendibili le dichiarazioni rese dai testi D. e M., dell’unità organizzativa coordinamento esazione, i quali avevano affermato di aver verificato l’esistenza sul pavimento della cassa di monete ma di non avere segnalato la circostanza all’addetto alla cassa in quel turno, antecedente la presa di servizio in turno del M., il quale invece sarebbe stato tenuto a raccoglierle ed a conservarle in una busta da consegnare al Centro Operativo Esazione (GEO) come previsto dalle circolari emanate dalla società in materia. Per l’effetto il giudice di secondo grado, diversamente dalle conclusioni alle quali era pervenuto il Tribunale sia nella fase sommaria che in quella di opposizione, ha ritenuto che la società non avesse offerto una prova rassicurante della condotta contestata e posta a fondamento del recesso. Quanto poi all’ammanco dei corrispettivi dei biglietti, originariamente contestato, il giudice di appello ha ritenuto che neppure questo era stato dimostrato in giudizio come pure sarebbe stato agevolemente possibile producendo le scritture contabili.
3. Per la cassazione della sentenza ricorre Autostrade per l’Italia s.p.a. che articola quattro motivi di ricorso. Resiste con controricorso M.F. che deposita memoria ai sensi dell’art. 378 cod. proc. civ..
4.1. Con il primo motivo di ricorso la società Autostrade per l’Italia s.p.a. ha denunciato la violazione e falsa applicazione dell’art. 1362 cod. civ. per avere la Corte territoriale erroneamente interpretato la contestazione disciplinare. Sostiene la ricorrente che la contestazione andava al di là del mero ammanco di cassa e riguardava anche l’impossessamento del denaro presente all’interno delle casse automatiche n. (OMISSIS) e n. (OMISSIS) e fuori dei contenitori protetti, per un importo di Euro 9,80. Tale ultima circostanza, ritenuta decisiva e assorbente dal giudice di primo grado in entrambe le fasi del procedimento, non esclude che tuttavia la contestazione disciplinare fosse ben più ampia, come del resto da atto la stessa Corte di merito.
4.2. Con il secondo motivo di ricorso, poi, si duole sotto il diverso profilo del vizio di motivazione dell’omesso esame delle contestazioni disciplinari, diverse da quelle relative i fatti dei giorni 25 e 26 novembre, che il giudice di primo grado aveva ritenuto assorbite e che la Corte di appello non ha esaminato.
4.3. Con il terzo motivo di ricorso è censurata la sentenza che, in violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 252 cod. proc. civ., aveva ritenuto inattendibili le dichiarazioni rese dai testi escussi senza, tuttavia, procedere ad alcuna ulteriore verifica delle stesse e senza tenere conto del fatto che la circolare n. 29 del 2013 (allegata al ricorso e relativa alle procedura di rinvenimento di monete/banconote inceppate o cadute all’interno o all’esterno della cassa automatica) aveva come destinatari gli esattori ed il personale degli impianti mentre invece i dipendenti sentiti come testi svolgevano la diversa funzione di controllare, attraverso sopralluoghi, lo stato delle piste automatiche e delle casse (pulizia, esterna, presenza degli adesivi esplicativi, corretta lettura dei titoli da parte delle apparecchiature, qualità della sintesi vocale, leggibilità della stampa sui biglietti, stato della pavimentazione delle piste). Sostiene la ricorrente che ove si fossero correttamente inquadrate le dichiarazioni rese dai testi alla luce di tali circostanze se ne sarebbe dovuta ritenere l’attendibilità e si sarebbe quindi pervenuti alla conferma del licenziamento.
4.4. Con l’ultimo motivo di ricorso, infine, è denunciata la violazione dell’art. 2697 cod. civ. poichè la sentenza avrebbe erroneamente ritenuto provati i dedotti frequenti malfunzionamenti non rilevabili dal sistema informatico laddove invece era risultato provato che l’apertura della cassa era sempre conseguente a malfunzionamenti accertati, seppur non dal sistema centrale, e segnalati dagli utenti.
5. Le censure, che investono sotto vari aspetti l’accertamento della giusta causa di licenziamento, possono essere congiuntamente esaminate in ragione della loro intrinseca connessione e sono in parte inammissibili ed in parte infondate.
5.1. Va in primo luogo sottolineato che la sentenza non si espone alla denunciata censura di violazione dell’art. 1362 cod. civ. poichè la Corte territoriale ha correttamente interpretato il contenuto della contestazione disciplinare che ha poi dato luogo al licenziamento ed ha preso in esame tutti gli addebiti contestati, il cui esame e la cui verifica era stata in parte ritenuta assorbita dal Tribunale nei provvedimenti pronunciati nelle due fasi del procedimento (quella sommaria e quella di opposizione). Pur essendo stato esaminato con precedenza l’addebito disciplinare ritenuto assorbentemente sufficiente a giustificare il recesso, tuttavia il giudice di appello ha ampliato la sua indagine per verificare l’esistenza di una prova adeguata anche delle altre condotte addebitate al ricorrente ed ha mostrato di aver ben presente che altri fatti, di più ampia portata temporale ed economica, erano stati contestati al lavoratore licenziato ma non erano poi stati in giudizio provati.
5.2. Le altre tre censure investono invece, per vari profili, la valutazione del materiale probatorio da parte del giudice di appello e, perciò, sono inammissibili. Va premesso infatti che per quanto attiene ai denunciati vizi di motivazione alla fattispecie in esame si applica, ratione temporis, l’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 nel testo modificato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54 conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, che è stato interpretato da questa Corte (cfr. in primo luogo e per tutte Cass. s.u. 07/04/2014 nn. 8053 e 8354), alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione. Con la richiamata disposizione novellata è introdotto nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia).
5.3. Orbene nel caso in esame i fatti storici sono stati tutti esaminati e valutati secondo una ricostruzione, che per essere rimessa in via esclusiva al giudice di merito, non è qui più censurabile.
5.4. Nè, d’altra parte, la motivazione della sentenza presta il fianco alla denunciata violazione dell’art. 115 cod. proc. civ. atteso che, come affermato in più occasioni da questa Corte, in materia di ricorso per cassazione, mentre l’errore di valutazione in cui sia incorso il giudice di merito – e che investe l’apprezzamento della fonte di prova come dimostrativa, o meno, del fatto che si intende provare – non è mai sindacabile in sede di legittimità è l’errore di percezione, che cadendo sulla ricognizione del contenuto oggettivo della prova, qualora investa una circostanza che ha formato oggetto di discussione tra le parti, è sindacabile ai sensi, però, dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4. Ne consegue che la denuncia deve attenere alla violazione del divieto di fondare la decisione su prove reputate dal giudice esistenti, ma in realtà mai offerte (cfr. in proposito recentemente Cass. 12/04/2017 n.9356 ma già Cass. 27/12/2016 n. 27000 e 19/06/2014n. 13960). In definitiva, quindi, ove come nel caso in esame la violazione e falsa applicazione dell’art. 115 cod. proc. civ. denunci una erronea valutazione del materiale istruttorio compiuta dal giudice di merito, e non alleghi che quest’ultimo abbia posto a base della decisione prove non dedotte dalle parti, ovvero disposte d’ufficio al di fuori dei limiti legali, o abbia disatteso, valutandole secondo il suo prudente apprezzamento, delle prove legali, o ancora considerato come facenti piena prova, recependoli senza apprezzamento critico, elementi di prova soggetti invece a valutazione, la censura deve essere dichiarata inammissibile.
6. Conclusivamente il ricorso deve essere rigettato e le spese, liquidate in dispositivo vanno poste a carico della società soccombente e distratte in favore dell’Avvocato Giovanni Ranalli che se ne è dichiarato antistatario. La circostanza che il ricorso sia stato proposto in tempo posteriore al 30 gennaio 2013 impone di dar atto dell’applicabilità del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17. Invero, in base al tenore letterale della disposizione, il rilevamento della sussistenza o meno dei presupposti per l’applicazione dell’ulteriore contributo unificato costituisce un atto dovuto, poichè l’obbligo di tale pagamento aggiuntivo non è collegato alla condanna alle spese, ma al fatto oggettivo – ed altrettanto oggettivamente insuscettibile di diversa valutazione – del rigetto integrale o della definizione in rito, negativa per l’impugnante, dell’impugnazione, muovendosi, nella sostanza, la previsione normativa nell’ottica di un parziale ristoro dei costi del vano funzionamento dell’apparato giudiziario o della vana erogazione delle, pur sempre limitate, risorse a sua disposizione (così Cass., Sez. Un., n. 22035/2014).
Condanna parte ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità che si liquidano in Euro 5000,00 per compensi professionali, Euro 200,00 per esborsi, 15% per spese forfetarie ed accessori dovuti per legge. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dell’art. 13, comma 1 bis, citato D.P.R..