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Timestamp: 2019-02-16 03:55:17+00:00
Document Index: 175076343

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'e contrario', 'art. 1455', 'sentenza ', 'sentenza ', 'e contrario', 'art. 1455', 'sentenza ', 'art. 18', 'art. 429', 'sentenza ']

Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza 12 marzo 2014, n. 5730. Con riguardo a comportamento del lavoratore contrario alle norme contrattuali, la valutazione in ordine alla legittimità del licenziamento disciplinare - motivato dalla ricorrenza dell'ipotesi contemplata da norma contrattuale, a titolo esemplificativo, fra quelle di licenziamento per giusta causa - deve essere in ogni caso effettuata attraverso un accertamento in concreto da parte del giudice del merito della reale entità e gravità del comportamento addebitato al dipendente nonché del rapporto di proporzionalità tra sanzione e infrazione, anche quando si riscontri la astratta corrispondenza del comportamento del lavoratore alla fattispecie tipizzata contrattualmente, occorrendo sempre che la condotta sanzionata sia riconducile alla nozione legale di giusta causa, tenendo conto della gravità del comportamento in concreto del lavoratore, anche sotto il profilo soggettivo della colpa o del dolo, con valutazione in senso accentuativo rispetto alla regola generale della "non scarsa importanza" dettata dall'art. 1455 cod. civ. - Renato D'Isa
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Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza 12 marzo 2014, n. 5730. Con riguardo a comportamento del lavoratore contrario alle norme contrattuali, la valutazione in ordine alla legittimità del licenziamento disciplinare – motivato dalla ricorrenza dell'ipotesi contemplata da norma contrattuale, a titolo esemplificativo, fra quelle di licenziamento per giusta causa – deve essere in ogni caso effettuata attraverso un accertamento in concreto da parte del giudice del merito della reale entità e gravità del comportamento addebitato al dipendente nonché del rapporto di proporzionalità tra sanzione e infrazione, anche quando si riscontri la astratta corrispondenza del comportamento del lavoratore alla fattispecie tipizzata contrattualmente, occorrendo sempre che la condotta sanzionata sia riconducile alla nozione legale di giusta causa, tenendo conto della gravità del comportamento in concreto del lavoratore, anche sotto il profilo soggettivo della colpa o del dolo, con valutazione in senso accentuativo rispetto alla regola generale della "non scarsa importanza" dettata dall'art. 1455 cod. civ.
sentenza 12 marzo 2014, n. 5730
Quanto al ricorso incidentale deve rilevarsi che la censura non è conferente con il contenuto della decisione, che ha escluso il risarcimento del danno biologico sulla base della inesistenza di una condotta ritorsiva, richiamandosi ad una giurisprudenza sul punto consolidata che ne esclude la risarcibilità – diversamente da quanto vorrebbe il controricorrente – sulla base del solo licenziamento, in forza del principio secondo il quale sono risarcibili, ai sensi dell’art. 18, Statuto dei Lavoratori, solo le conseguente normali del recesso, lasciando il legislatore alla libertà del datore di lavoro la valutazione sulla base della sua convenienza economica, di reintegrare subito il lavoratore, ovvero di pagare in termini predeterminati la sua scelta, esponendosi al rischio che, pur non godendo della prestazione lavorativa, subisca in caso di soccombenza in giudizio la condanna al risarcimento dei danni, con interessi legali e rivalutazione monetaria ex art. 429 c.p.c. (cfr, in tal senso, Cass. 5.3.2008 n. 5927 e Cass. 5.11.2008 n. 26590 cit. dalla società). Il principio espresso è quello secondo cui il danno costituito dalla lesione all’integrità psicofisica del lavoratore causato esclusivamente dall’illegittimità del licenziamento – evento che, in quanto tale, rientra nella dialettica delle relazioni che si svolgono nell’impresa – va identificato in quello conseguente alla mancanza del lavoro e della relativa retribuzione, per cui, costituendo conseguenza solo mediata ed indiretta (e, quindi, non fisiologica e non prevedibile) del licenziamento, non è risarcibile. Solo in caso di licenziamento ingiurioso (o persecutorio o vessatorio), detto danno è risarcibile, trovando la sua causa, immediata e diretta, non nella perdita del posto di lavoro ma nel comportamento intrinsecamente illegittimo del datore di lavoro, occorrendo, peraltro, la dimostrazione da parte del lavoratore – sul quale incombe il relativo onere probatorio – non solo dell’illegittimità del licenziamento, ma anche del carattere ingiurioso (o persecutorio o vessatorio) del licenziamento stesso, nonché dell’avvenuta lesione dell’integrità psico-fisica (cfr. Cass. 5927/2008 cit.). Nella specie, come osservato dalla società, il primo giudice ha riconosciuto il danno dal 19.1.2005, ossia dal giorno del disposto licenziamento ed in ragione soltanto della sua riscontrata illegittimità, ricollegandolo – e liquidandolo – erroneamente al mero licenziamento e non, come sostiene il V. , in relazione ad una ingiuriosa ed ingiusta mancata immediata reintegrazione, circostanza non oggetto di contraddittorio tra le parti. Né può a tale riguardo sottacersi che nel caso in esame non emerge neanche se siano stati posti in essere atti di messa in mora nei tre anni in cui il V. assume di non avere lavorato, non si è sviluppato alcun contraddittorio in ordine all’accertamento dell’aliud perceptum ed all’aliud percipiendum e non risulta provata, come osservato dalla Corte del merito, l’effettiva sussistenza di un danno né il relativo nesso eziologico, così come non trova giustificazione la relativa quantificazione anche perché emerge che la stessa si collega ad un danno biologico temporaneo nella misura del 6% che, proprio per la sua natura, può rimanere incerto quanto alla sua causale.
Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 23 luglio 2014, n. 16777....