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Timestamp: 2019-09-20 08:58:41+00:00
Document Index: 40147611

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 36', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 32', 'art. 32', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 44', 'art. 1', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 48', 'art. 5', 'art. 11', 'sentenza ', 'art. 11', 'sentenza ', 'art. 4', 'art. 2947', 'sentenza ', 'sentenza ']

Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 23330/2012
La Corte d'Appello di Milano ha confermato la decisione di primo grado con cui era stato dichiarato illegittimo il licenziamento disposto nei confronti di un dirigente medico radiologo dipendente di una Azienda Ospedaliera condannandola al pagamento della indennità supplementare per euro 100 mila. La Corte territoriale, premesso che il sanitario risultava affetto da una sintomatologia ansiosa, secondo le prescrizioni mediche doveva essere esentato dai turni di reperibilità e doveva essere affiancato, nella redazione dei referti, da un collega, ha osservato che il recesso era illegittimo, sia sotto il profilo formale, in quanto non era stato preceduto dalla contestazione scritta, sia sotto quello sostanziale, posto che il provvedimento non era stato motivato con riguardo alla permanente impossibilità di svolgere la prestazione lavorativa ed al protrarsi di tale situazione. La questione è stata sottoposta al vaglio della Corte di Cassazione affinché venisse dichiarato il diritto alla reintegrazione nel posto di lavoro. La sopravvenuta infermità permanente del lavoratore integra un giustificato motivo di recesso solo allorché debba escludersi anche la possibilità di adibire il lavoratore ad una diversa attività lavorativa riconducibile alle mansioni già assegnategli, o altre equivalenti e, subordinatamente a mansioni inferiori, purché tale diversa attività sia utilizzabile secondo l'assetto organizzativo stabilito dal datore di lavoro. L'impossibilità di adibire il dipendente ad una diversa attività lavorativa riconducibile alle mansioni già assegnategli o a mansioni equivalenti, deve essere provato dall'Azienda anche attraverso la dimostrazione che una diversa collocazione avrebbe comportato una alterazione dell'organigramma aziendale o dell'assetto organizzativo stabilito dal datore di lavoro. La Suprema ha accolto il ricorso proposto dal medico.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 21028/2012
Ferie non fruite a causa di malattia vanno monetizzate
Nella ipotesi di mancata fruizione del periodo feriale a causa ed in seguito ad una lunga convalescenza il prestatore di lavoro ha diritto alla corresponsione della indennità sostitutiva delle ferie alternativamente alla fruizione stessa. Con la sentenza 27 novembre 2012 n. 21028 i giudici di legittimità della sezione lavoro, sono intervenuti, infatti, in merito alla c.d. monetizzazione dei giorni di ferie maturati ma non goduti a seguito di un lungo evento di malattia del lavoratore. Secondo la Corte per le ferie non godute deve, quindi, scattare l'indennità d'ufficio, valendo tale regola anche se i contratti collettivi (CCNL) non prevedano una clausola del genere. Nella decisione in commento la Corte ha accolto il ricorso di un lavoratore cui il datore di lavoro non voleva corrispondere l'indennizzo per ferie non godute. In primo ed in secondo grado i giudici avevano negato l'indennizzo, rilevando che secondo quanto previsto dal contratto collettivo non era da riconoscersi alcuna indennità sostitutiva, prevista solamente nel caso di risoluzione del rapporto di lavoro. Di differente avviso i giudici della Suprema Corte di Cassazione, ove la questione si era spostata; ciò quanto il diritto alla ferie è un diritto di rilievo costituzionale (art. 36); pertanto, nel momento in cui il dipendente, che si sia assentato dal lavoro a causa di una lunga malattia, non fruisca (in tutto o solo in parte) delle ferie annuali (entro il periodo stabilito dalla contrattazione collettiva) in assenza di determinazione al riguardo da parte del datore, non può desumersi dal silenzio alcuna rinuncia in tal senso. Il datore, perciò, sarà tenuto alla corresponsione della relativa indennità sostitutiva delle ferie non godute.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 20029/2012
Illegittima nomina della Commissione esaminatrice
Nel 2007 il Tribunale di Milano ha dichiarato il diritto di un candidato all'incarico di direttore di struttura complessa di odontoiatria ad ottenere dall'azienda sanitaria la costituzione del rapporto di lavoro e a corrispondere le differenze retributive in considerazione della circostanza per cui all'esito della procedura selettiva erano risultati idonei il ricorrente e il figlio del direttore generale dell'Ente. Alla fine la scelta, materialmente effettuata dal direttore amministrativo, era caduta sul figlio del direttore generale. In fase d'appello la precedente pronuncia è stata riformata nel senso di attribuire al sanitario il solo risarcimento del danno nella misura del 70% della differenza tra la retribuzione prevista per l'incarico non conferito e quella corrisposta normalmente al dirigente medico. La mancanza di una valida nomina dei membri della commissione esaminatrice non può che travolgere tutti gli atti da essa posti in essere e, quindi, l'intera procedura selettiva in base ai cui esiti, nel caso specifico, sono stati individuati i due candidati potenzialmente idonei a ricoprire l'incarico con la conseguente condanna dell'Azienda al risarcimento del danno anziché alla costituzione del rapporto di lavoro. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso confermando la pronuncia d'Appello.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 18284/2012
In materia di lavoro domenicale, nella sentenza 18284 del 25 ottobre 2012 la Corte di Cassazione ha chiarito che, qualora in sede di contrattazione collettiva si sia omesso di prevedere la maggiorazione della paga oraria, provvederà in tal senso il giudice. A quest'ultimo, ad avviso della Corte Suprema, spetta liquidare in via equitativa il compenso al lavoratore per il disagio della prestazione svolta di domenica. In tale sede, inoltre, il Collegio, ha avuto modo di specificare, ribadendo in sostanza precedenti orientamenti, che il lavoro prestato oltre il settimo giorno determina "non solo, a causa della prestazione lavorativa nel giorno di domenica, la limitazione di specifiche esigenze familiari, personali e culturali alle quali il riposo domenicale è finalizzato, bensì una distinta ulteriore "sofferenza": la privazione della pausa destinata al recupero delle energie psico-fisiche. Nell'ipotesi di protrazione del lavoro oltre il sesto giorno, l'indicata "sofferenza" del lavoratore esige tuttavia un compenso dell'oggettivo onere che, anche per il suo "valore marginale", la prestazione esige. Poiché l'onerosità è nella stessa prestazione in quanto effettuata dopo il sesto giorno consecutivo di lavoro, il relativo compenso non è (quantomeno non integralmente) dato da un riposo compensativo riconosciuto dopo il settimo giorno (in quanto tale riposo non coincide con il riposo nel settimo giorno). In ordine alla natura giuridica che questo compenso assume, è stato escluso dal Supremo Consesso che esso costituisca un indennizzo o un risarcimento, dovendo piuttosto riconoscersi la sua natura retributiva.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 14573/2012
Rapporto di lavoro subordinato e professione medica
Un medico addetto al reparto di neurologia presso una clinica privata ha adito il Giudice del Lavoro per ottenere l'accertamento della natura subordinata del proprio rapporto professionale e la condanna del datore di lavoro alle differenze retributive ed al trattamento di fine rapporto. La richiesta è stata accolta integralmente in primo grado e successivamente ridotta nell'importo economico dal giudice d'appello; avverso tale decisione il sanitario ha proposto ricorso per Cassazione. I giudici della Suprema Corte hanno precisato che in presenza di prestazioni che, per la loro natura intellettuale, mal si adattano ad essere eseguite sotto la direzione del datore di lavoro con continuità regolare, anche negli orari, la qualificazione del rapporto come subordinato o autonomo deve essere effettuata secondo il principale parametro distintivo della subordinazione, intesa come assoggettamento del lavoratore al potere organizzativo del datore di lavoro. L'esistenza di tale variabile di riferimento deve essere accertata o esclusa mediante il ricorso ad elementi sussidiari. Relativamente a coloro che esercitano la professione medica, attesa la peculiarità della stessa, la giurisprudenza non ha sempre utilizzato in maniera univoca il criterio indicato; in alcuni casi, la verifica sulla sussistenza o meno della subordinazione è stata effettuata in relazione alla intensità della organizzazione esterna della prestazione, al fine di stabilire se sia limitata al coordinamento dell'attività del medico con quella dell'impresa oppure ecceda tale esigenza, per dipendere direttamente e continuativamente dall'interesse di quest'ultima. Nel caso specifico è emerso che le mansioni assegnate al sanitario all'interno della casa di cura non avevano autonomo contenuto professionale, in quanto si riducevano all'esecuzione di operazioni che pur essendo riconducibili alla professione medica per il loro intrinseco contenuto (assistenza nell'espletamento delle pratiche di accettazione dei pazienti del reparto neurologia per i quali il medico di guardia riteneva necessario il ricovero; visite secondo le direttive formulate dal primario del reparto e dal suo aiuto; aggiornamento della cartella clinica dei pazienti con la trascrizione delle terapie prescritte e dell'esito delle analisi di laboratorio), erano interamente predeterminate dagli altri sanitari sopraordinati, i quali avevano la responsabilità esclusiva del servizio. La Cassazione ha rigettato il ricorso compensando le spese del giudizio.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 14532/2012
Licenziamento per incompatibilità e servizio di continuità assistenziale
Un medico ha impugnato il licenziamento intimatogli da una Casa di Cura privata per la sussistenza di una causa di incompatibilità relativa alla coesistenza di altro rapporto di lavoro, intrattenuto con la ASL in qualità di medico del Servizio di Continuità Assistenziale. Il Tribunale ha accolto la domanda ed ha condannato il datore di lavoro a reintegrare il lavoratore ed a risarcire il danno. Il sanitario ha proposto appello parziale avverso la decisione del giudice di primo grado al fine di ottenere una rideterminazione del risarcimento, commisurato alla retribuzione spettante dal giorno del licenziamento a quello della effettiva reintegra. La Corte d'Appello ha parzialmente accolto la domanda, rideterminando l'importo del danno; tale pronuncia è stata impugnata dal ricorrente davanti alla Corte di Cassazione. La Suprema Corte ha evidenziato l'esistenza di un contrasto giurisprudenziale sul punto relativo al risarcimento del danno tra la data del licenziamento e quella dell'invito alla ripresa della prestazione lavorativa o fino al pagamento dell'indennità sostitutiva della reintegrazione, ma la contraddittorietà intrinseca ed insanabile del ricorso proposto dal medico ne ha determinato la pronuncia di inammissibilità con la conseguente impossibilità per i giudici di entrare nel merito della questione. Viene confermata la illegittimità del licenziamento così come decisa dal Tribunale in primo grado per insussistenza della causa di incompatibilità lavorativa posta dalla Casa di Cura a fondamento del provvedimento di risoluzione del rapporto di lavoro; lo svolgimento da parte del medico di un rapporto lavorativo anche con la ASL rileva esclusivamente nell'ambito del pubblico impiego e non costituisce, pertanto, violazione della disposizione del CCNL del personale medico, che sanziona con il licenziamento l'omessa comunicazione della situazione di incompatibilità. La Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso principale e rigettato quello incidentale proposto dalla Casa di Cura, compensando tra le parti le spese di giudizio.
Un medico ha impugnato il licenziamento intimatogli da una Casa di Cura privata per la sussistenza di una causa di incompatibilità relativa alla coesistenza di altro rapporto di lavoro, intrattenuto con la ASL in qualità di medico del Servizio di Continuità Assistenziale. Il Tribunale ha accolto la domanda ed ha condannato il datore di lavoro a reintegrare il lavoratore ed a risarcire il danno.
Il sanitario ha proposto appello parziale avverso la decisione del giudice di primo grado al fine di ottenere una rideterminazione del risarcimento, commisurato alla retribuzione spettante dal giorno del licenziamento a quello della effettiva reintegra. La Corte d'Appello ha parzialmente accolto la domanda, rideterminando l'importo del danno; tale pronuncia è stata impugnata dal ricorrente davanti alla Corte di Cassazione.
La Suprema Corte ha evidenziato l'esistenza di un contrasto giurisprudenziale sul punto relativo al risarcimento del danno tra la data del licenziamento e quella dell'invito alla ripresa della prestazione lavorativa o fino al pagamento dell'indennità sostitutiva della reintegrazione, ma la contraddittorietà intrinseca ed insanabile del ricorso proposto dal medico ne ha determinato la pronuncia di inammissibilità con la conseguente impossibilità per i giudici di entrare nel merito della questione.
Viene confermata la illegittimità del licenziamento così come decisa dal Tribunale in primo grado per insussistenza della causa di incompatibilità lavorativa posta dalla Casa di Cura a fondamento del provvedimento di risoluzione del rapporto di lavoro; lo svolgimento da parte del medico di un rapporto lavorativo anche con la ASL rileva esclusivamente nell'ambito del pubblico impiego e non costituisce, pertanto, violazione della disposizione del CCNL del personale medico, che sanziona con il licenziamento l'omessa comunicazione della situazione di incompatibilità.
La Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso principale e rigettato quello incidentale proposto dalla Casa di Cura, compensando tra le parti le spese di giudizio.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 11462/2012
Ferie non godute - vanno pagate le indennità sostitutive
Le ferie non godute a causa di un periodo di malattia vanno sempre compensate con il pagamento dell'indennità sostitutiva. E non importa se il contratto collettivo di appartenenza dice diversamente, perché siamo di fronte ad un diritto non comprimibile e tutelato dalla Costituzione. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, con la sentenza n. 11462/2012, accogliendo la domanda (al momento del collocamento a riposo) del direttore dei servizi amministrativi di un istituto tecnico commerciale di Assisi a cui la Corte di appello di Perugia aveva negato l'indennità in quanto le assenze non erano motivate da “esigenze di servizio”. A norma del contratto di categoria, infatti, era questa l'unica ipotesi in cui scattava sempre il diritto al pagamento dell'indennità.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 9969/2012
Rimborso cure all'estero in caso di urgenza
Con ricorso al Tribunale di Pisa la coniuge di un paziente defunto chiedeva alla ASL competente il pagamento delle somme impiegate per eseguire cure mediche all'estero non eseguibili presso strutture italiane e sul presupposto di una situazione d'urgenza. In primo e secondo grado è stata ritenuta fondata la domanda proposta. L'Azienda sanitaria ha impugnato la decisione d'appello dinanzi alla Corte di Cassazione. Nell'ipotesi in cui a fondamento della domanda di un assistito del servizio sanitario nazionale, rivolta ad ottenere il rimborso di spese ospedaliere non preventivamente autorizzate, vengano dedotte ragioni di urgenza - che comportano per l'assistito pericoli di vita o di aggravamento della malattia o di non adeguata guarigione, evitabili soltanto con cure tempestive non ottenibili dalla struttura pubblica - manca ogni potere autorizzatorio discrezionale della pubblica amministrazione non essendo rilevante in contrario l'eventuale discrezionalità tecnica nell'apprezzamento dei motivi di urgenza. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso proposto dalla ASL confermando le statuizioni di secondo grado.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 8958
Dirigenti medici, straordinario incluso in retribuzione di risultato
Il Tribunale di Firenze, accogliendo la domanda proposta da un dirigente medico di primo livello ha condannato una Azienda ospedaliera al pagamento dello straordinario per il lavoro prestato oltre le 38 ore nel corso del periodo Luglio 1992- Maggio 2005. La Corte di appello di Firenze, su impugnazione proposta dall'Azienda, ribaltando la pronuncia di primo grado, ha respinto la domanda proposta dal sanitario che ha fatto ricorso alla Suprema Corte. La Corte di Cassazione ha osservato che la retribuzione di risultato compensa anche l'eventuale superamento dell'orario di lavoro per il raggiungimento dell'obiettivo assegnato. Contrariamente a quanto sostenuto dal medico ricorrente, non è possibile la distinzione tra il superamento dell'orario di lavoro preordinato al raggiungimento dei risultati assegnati e quello imposto da esigenze del servizio ordinario, poiché la complessiva prestazione del dirigente deve essere svolta al fine di conseguire gli obiettivi propri e immancabili dell'incarico affidatogli. Le parti sociali quando hanno voluto una compensazione delle ore di lavoro straordinario per i medici-dirigenti lo hanno specificamente previsto per l'attività connessa alle guardie mediche o alla cosiddetta pronta disponibilità che, tuttavia, nel caso di specie, non sono state svolte. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso confermando la sentenza d'appello sfavorevole al medico.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 8533/2012
Dirigenti medici: illegittimità della trattenuta Irap
Con ricorso al Tribunale di Padova, alcuni sanitari dipendenti di una ASL, autorizzati all'esercizio della attività libero professionale in regime di intramoenia, esponevano di aver ricevuto dall'Azienda una comunicazione secondo cui l'IRAP, rappresentando un onere aggiuntivo sugli emolumenti corrisposti a titolo di attività libero professionale, sarebbe stata recuperata dalla tariffa garantita ad ogni medico o equipe. I ricorrenti lamentavano che in questo modo l'amministrazione avrebbe trasferito illegittimamente l'onere derivante da questa imposta direttamente in capo ai sanitari, con un conseguente aumento delle tariffe praticate ai pazienti. Il Tribunale in primo grado e la Corte d'Appello di Venezia hanno accolto le ragioni dei sanitari dichiarando l'illegittimità delle trattenute IRAP. La Corte di Cassazione ha confermato le precedenti pronunce.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 6958/2012
Durata incarico del direttore amministrativo Asl
Il direttore amministrativo di una azienda sanitaria ha intrapreso un giudizio nei confronti del datore di lavoro esponendo di essere stato nominato nel 2001 e che il contratto stipulato aveva fissato la durata del rapporto fino alla scadenza dell'incarico conferito al Direttore Generale. Nel 2002 il Direttore generale era cessato dall'incarico, ma il commissario straordinario aveva deciso in via provvisoria la proroga della validità del contratto de D.A. fino alla fine di luglio 2002 con conseguente cessazione dal rapporto. Il ricorrente ha dedotto che la clausola di durata prevista dal contratto individuale era nulla perché contraria alle norme di riordino del SSN (d.lgs. n. 502/1992 e ss. mod. e integ.) le quali prevedono la durata minima triennale del rapporto. Pertanto, ai sensi delle disposizioni in materia previste dal codice civile, la clausola nulla avrebbe dovuto essere sostituita dalla previsione di legge, con la conseguenza che la ASL doveva ritenersi illegittimamente receduta dal contratto prima della scadenza. Conseguentemente il manager chiedeva la condanna dell'Azienda al risarcimento del danno, da quantificare nei compensi non percepiti a causa dell'anticipata cessazione del rapporto Il Tribunale competente ha rigettato il ricorso, mentre la Corte d'Appello, in accoglimento dell'impugna-zione ha dichiarato la nullità della clausola di durata apposta al contratto di lavoro, in quanto inferiore a tre anni e condannato l'Azienda al risarcimento del danno. Contro la sentenza l'ASL ha proposto ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione La Cassazione, confermando la pronuncia favorevole al direttore amministrativo anche in considerazione della specifica disciplina prevista dalla Regione Marche, a maggior sostegno della correttezza della decisione dei giudici della Corte d'Appello di Ancona, ha richiamato le pronunce della Corte Costituzionale riguardanti quelle norme regionali che prevedono la decadenza automatica del direttore sanitario ed amministrativo alla cessazione del direttore generale che ne ha effettuato la nomina, nel solco di quel consolidato indirizzo affatto sfavorevole a forme di spoils System della dirigenza non direttamente chiamata ad attuare l'indirizzo politico - amministrativo degli organi di governo con specifico riferimento alla dirigenza delle Aziende sanitarie In tali pronunce, il Giudice delle leggi ha infatti escluso la sussistenza di un rapporto di stretta simmetria tra le modalità di conferimento dell'incarico dirigenziale e le cause della sua cessazione. La scelta fiduciaria del direttore amministrativo o sanitario, effettuata con provvedimento ampiamente discrezionale del direttore generale, non implica che l'interruzione del correlato rapporto di lavoro possa avvenire con il medesimo margine di apprezzamento discrezionale. La Suprema Corte ha confermato la sentenza d'appello favorevole al direttore amministrativo.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 6742/2012
Congedi parentali: il sabato e la domenica vanno conteggiati?
Nel caso oggetto della sentenza n. 6742/2012 la Suprema Corte è stata chiamata a rispondere al seguente quesito: i giorni di sabato o di domenica o comunque i giorni festivi successivi ai giorno di rientro al lavoro devono essere computati nel congedo parentale, nel caso in cui la madre lavoratrice, che ne fruisca in modo frazionato, rientri al lavoro il venerdì ovvero in qualsiasi altro giorno che preceda immediatamente una festività infrasettimanale, interrompendo così la fruizione del congedo? La risposta data dalla Corte di Cassazione al quesito è negativa. Infatti, secondo giurisprudenza costante, il congedo parentale costituisce un diritto potestativo che può essere esercitato dal genitore-lavoratore al precipuo scopo di assicurare con la propria presenza il sod-disfacimento dei bisogni affettivi del bambino e della sua esigenza di un pieno inserimento nella famiglia. A ciò deve aggiungersi che il congedo parentale frazionato è previsto esplicitamente dall'art. 32, primo comma, del d.lgs. 151/2001 ed è strutturato in maniera tale che la sua fruizione viene interrotta quando la lavoratrice rientra al lavoro, ricominciando a decorrere dal momento in cui la stessa riprende il pe-riodo di astensione. Ciò implica che i giorni festivi, che ricadono interamente nel periodo di fruizione del congedo parentale, vengono computati nell'ambito dei giorni di congedo, mentre quei giorni festivi che non ricadono in tale periodo non sono computabili come giorni dì fruizione del congedo stesso. Pertanto, se la lavoratrice fruiva del congedo dal lunedì al giovedì e tornava a lavorare il venerdì, riprendendo il congedo il lunedì successivo, è evidente che il sabato e la domenica non potevano essere conteggiati nei giorni di congedo. Secondo il ragionamento posto in essere dalla Corte, la lavoratrice che organizza il congedo parentale in questo modo, altro non fa se non esercitare un suo diritto potestativo nel pieno rispetto della legge. Questo perché l'art. 32, comma 1, del d.lgs. 151/2001 prevede il diritto del genitore-lavoratore di aste-nersi da una prestazione lavorativa che sarebbe altrimenti dovuta. Conseguentemente, nella fruizione del congedo, non possono essere computate delle giornate in cui tale prestazione non è comunque dovuta.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 6562/2012
Responsabilità della struttura sanitaria verso il medico
Con sentenza del marzo 2010, la Corte di appello di Napoli, in riforma della decisione di primo grado, ha rigettato la domanda proposta dagli eredi di un sanitario nei confronti della struttura presso la quale aveva svolto attività lavorativa al fine di ottenere il risarcimento del danno connesso all'invalidità permanente sofferta dal proprio congiunto, medico odontoiatra in regime libero professionale, affetto da epatite C. I ricorrenti, tra gli altri aspetti, hanno addebitato al datore di lavoro la responsabilità del contagio per non aver garantito l'utilizzo di adeguati strumenti di protezione. Gli eredi, contro la pronuncia sfavorevole, hanno proposto ricorso per Cassazione. La corte partenopea ha ritenuto che potendo la responsabilità da omissione sorgere ogni volta che il danno può essere prevenuto ed evitato, con giudizio fondato sulla prevedibilità dello stesso, doveva, nella fattispecie, constatarsi che le tre infezioni da virus tipo A, B e C costituiscono tre differenti eventi lesivi, per cui la responsabilità civile va accertata, sia relativamente al nesso causale che alla colpevolezza, con riferimento ad ognuno dei tre virus, e quindi alla prevedibilità degli stessi, con la conseguenza che, essendo stati conosciuti i virus HIV e HCV solo successivamente alla manifestazione dell'infezione in capo al defunto, doveva escludersi il nesso causale fra la condotta omissiva del datore di lavoro e l'evento lesivo. La Suprema Corte ha diversamente valutato la questione osservando che già a partire dalla data di co-noscenza dell'epatite B sussiste la responsabilità anche per il contagio degli altri due virus, che non costituiscono eventi autonomi e diversi, ma solo forme di manifestazione patogene dello stesso evento lesivo dell'integrità fisica da virus veicolati da sangue infetto. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso proposto dagli eredi del medico odontoiatra rinviando alla Corte d'Appello per una nuova valutazione sulla base degli enunciati principi.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 6032/2012
Un neurochirurgo, che aveva svolto la propria attività lavorativa presso un IRCCS, è stato assunto da una Azienda Ospedaliera, con retribuzione determinata sulla base del riconoscimento di una anzianità di servizio superiore a cinque anni (fascia A), tenendo conto del precedente rapporto di lavoro. Successivamente, ritenendo di avere erroneamente considerato utile ai fini retributivi il servizio prestato dal dirigente presso la casa di cura, l'Azienda ha unilateralmente provveduto a rideterminare in un importo inferiore la retribuzione. Il medico ha agito in giudizio per ottenere il riconoscimento del proprio diritto al compenso previsto per i dirigenti medici di primo livello di fascia A, come effettivamente percepito sino a quel momento. La sua domanda è stata respinta sia dal Tribunale che dalla Corte d'Appello e avverso tale ultima sentenza ha proposto ricorso per Cassazione. La difesa dell'Azienda Ospedaliera ha sostenuto che la disciplina in materia presuppone l'adozione da parte dell'ente di provenienza dell'interessato di un provvedimento di adeguamento del proprio ordinamento del personale a quello dell'ente pubblico del comparto sanitario; poiché la casa di cura si è adeguata a tali disposizioni solo successivamente alla data di assunzione del medico, i periodi di servizio prestati in precedenza non possono essere considerati utili ai fini del conseguimento della retribuzione richiesta. I giudici della suprema corte hanno precisato che in tema di stato giuridico del personale degli Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico, la legge stabilisce la necessità dell'adeguamento dell'ordinamento del personale a quello delle unità sanitarie locali quale condizione per l'equiparazione dei servizi e dei titoli ai fini degli esami di idoneità, dei concorsi di assunzione e dei trasferimenti, ma non anche ai fini dello sviluppo economico della carriera in caso di assunzione a seguito di pubblico concorso. A tale fine non è possibile invocare un principio generale di equiparazione, in quanto esso prevede l'esistenza di un unico rapporto di lavoro subordinato intercorrente tra le medesime parti e non si estende all'ipotesi di distinti rapporti di lavoro, autonomamente istituiti secondo le regole vigenti per le relative assunzioni. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso e compensato tra le parti le spese del giudizio.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 4900/2012
Cumulo di stipendio di attività e pensione a carico dello Stato
In materia pensionistica, sebbene l'art. 44 della legge n. 289/2002 abbia eliminato i limiti di cumulo tra pensione di anzianità e redditi da lavoro, non può tuttavia trovare spazio alcuna censura sul piano costituzionale per irragionevole permanere della disciplina di cui all'art. 1, commi 185 e 187, della legge n. 662/1996, limitativa del citato cumulo per il solo settore pubblico, essendo la normativa generale successiva non applicabile alle ipotesi del particolare pensionamento anticipato. Situazione quest'ultima rappresentata dal caso di coloro che, una volta acquisito il diritto alla pensione di anzianità, siano passati al regime part-time senza interruzione del rapporto lavorativo, continuando a lavorare percependo una parte di pensione ed una di stipendio, con espressa previsione che la somma dell'ammontare della pensione e della retribuzione dei dipendenti part-time non possa ad ogni modo superare l'ammontare della retribuzione spettante al lavoratore che, a parità di condizioni, presta la sua opera a tempo pieno. Da ciò è evidente che la normativa di cui alla legge n. 662/1996 ha carattere eccezionale e, dunque, intangibile, risultando derogatoria rispetto ai principi in materia pensionistica quanto al conseguimento del diritto alla prestazione in base a quanto disposto dalla predetta normativa generale successiva che, pur abolendo il divieto di cumulo tra pensione di anzianità e redditi da lavoro, ha comunque mantenuto fermo il principio della necessità di interruzione del rapporto lavorativo.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 4479/2012
Danno per revoca illegittima dell'incarico dirigenziale
Con sentenza, la Corte di appello di Lecce ha confermato la decisione di primo grado con cui era stata rigettata la domanda proposta dal dipendente ASL per l'accertamento dell'illegittimità della revoca dell'incarico di direzione dell'unità operativa appalti e contratti e per la condanna dell'azienda al pagamento delle conseguenti differenze retributive e dei relativi danni. La corte salentina ha osservato che, sebbene la revoca dell'incarico di direzione per carenza di risultati soddisfacenti dovesse ritenersi illegittima, non poteva riconoscersi in favore del dipendente alcun risarcimento, in considerazione della mancata allegazione di un concreto pregiudizio e per essersi lo stesso limitato a richiederne tout court la liquidazione in via equitativa. Il ricorrente ha impugnato la pronuncia dinanzi alla Suprema Corte. Con riferimento al pubblico impiego, merita di essere sottolineata la rilevanza che assume il giusto procedimento quale condizione necessaria della revoca dell'incarico di funzione dirigenziale, essendosi ribadito come la revoca delle funzioni legittimamente conferite ai dirigenti può essere conseguenza soltanto di una accertata responsabilità dirigenziale in presenza di determinati presupposti e all'esito di un procedimento di garanzia puntualmente disciplinato. La valutazione dell'idoneità professionale del dirigente è affidata a criteri e procedure di carattere oggettivo assistite da un'ampia pubblicità e garanzia del contraddittorio. Da tali considerazioni discende che pure la revoca illegittima dell'incarico dirigenziale può essere causa di danno alla personalità e professionalità del lavoratore e che se ai fini della reintegrazione del pregiudizio non patrimoniale sofferto non si può prescindere da una specificazione circa la natura e le caratteristiche del danno. La sua dimostrazione in giudizio, comunque, ben può essere fornita con tutti i mezzi offerti dall'ordinamento, assumendo, peraltro, precipuo rilievo la prova per presunzioni, alla luce dalla complessiva valutazione di precisi elementi in tal senso significativi: motivazioni e ragioni dell'illegittimità del provvedimento di revoca, caratteristiche, durata, gravità e conoscibilità nell'ambiente di lavoro dell'attuato demansionamento, frustrazione di ragionevoli aspettative di progressione professionale, eventuali reazioni poste in essere nei confronti del datore di lavoro comprovanti l'avvenuta lesione dell'interesse relazionale ecc. La Corte di Cassazione in accoglimento di alcuni motivi di ricorso, ha cassato la sentenza rinviando per una nuova valutazione ad altra Corte d'Appello.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 4060/2012
Indennità di esclusività: non vale la convenzione
La Corte d'Appello di Roma aveva confermato la decisione di primo grado favorevole agli psicologi dirigenti di una ASL romana i quali avevano richiesto il riconoscimento dal 1° gennaio 2000 della indennità di esclusività del rapporto di lavoro nella misura contrattualmente prevista per il personale con una esperienza professionale nel servizio SSN a 15 anni, in luogo di quella minore loro attribuita sul presupposto di una esperienza professionale inferiore. I giudici hanno risolto la controversia ritenendo valutabili, ai fini della maturazione dei quindici anni di esperienza professionale, anche i servizi prestati nell'ambito del S.S.N. nella qualità di psicologo e animatore psichiatrico con rapporto convenzionale ai sensi della L. n. 833 del 1978, art. 48 sulla base della interpretazione data agli art. 5, comma 3 e art. 11, comma 4, lett. b) del C.C.N.L. dell'area della dirigenza sanitaria, professionale, tecnica e amministrativa del S.S.N. (biennio 2000-2001 parte economica). Avverso la sentenza d'appello, l'azienda sanitaria, ha proposto ricorso per cassazione. La Suprema Corte ha ribaltato la decisione precedente rilevando innanzitutto che la norma contrattuale (art. 11, lett. b) del CCNL usa, con riguardo all'esperienza professionale dei sanitari, una terminologia normalmente o esclusivamente riferibile ai sanitari dipendenti dal SSN, laddove si esprime in termini di anzianità, che non può che essere di servizio e che rimanda ad una dimensione cui nel rapporto di lavoro subordinato è normalmente collegata l'attribuzione di una serie di diritti; e ancora quando specifica che tale anzianità riguarda complessivamente il rapporto di lavoro a tempo determinato e indeterminato, costituente anch'essa tipica classificazione del rapporto di lavoro subordinato. In ogni caso l'interpretazione sostenuta è quella maggiormente corrispondente alla natura dell'istituto quale voluto dalle parti collettive per incentivare e compensare l'esclusività del rapporto di lavoro col servizio sanitario nazionale, nozione che non trova piena corrispondenza nell'ambito del rapporto con-venzionale. La Cassazione ha accolto il ricorso cassando le sentenze impugnate.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 1850/2012
Responsabilita’ dello Stato per omesso recepimento di direttive comunitarie
In tema di responsabilita' dello Stato per mancato recepimento di direttive comunitarie, la norma introdotta dall'art. 4, comma 43, della legge n. 183 del 2011, secondo la quale la prescrizione del diritto al risarcimento del danno soggiace al termine quinquennale ex art. 2947 codice civile, vale soltanto per i fatti verificatisi successivamente alla sua entrata in vigore, poiche' essa non evidenzia i caratteri della norma interpretativa, idonei a sottrarla al principio di irretroattivita'; ne consegue che, per i fatti anteriori alla novella, opera la prescrizione decennale, secondo la qualificazione giurisprudenziale nei termini dell'inadempimento contrattuale (Principio affermato in fattispecie relativa al danno da omesso recepimento delle direttive CEE sui compensi dei medici specializzandi).
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 1089/2012
Nullità del licenziamento durante la gravidanza
La dipendente di un datore di lavoro privato era stata costretta da un serio malore a recarsi al Pronto Soccorso ospedaliero ricevendo la diagnosi di probabile gravidanza allo stato iniziale. Qualche giorno dopo, mentre si trovava sul posto di lavoro, avvertendo dolori lancinanti al basso ventre con emorragia, telefonava al datore di lavoro e, nonostante segnalasse l'emergenza e la necessità di recarsi in ospedale, quest'ultimo le diceva di attendere, così, oltre a contattare il proprio marito per farsi accompagnare, chiamava anche una collega per richiederne la presenza in sostituzione. Alla donna veniva diagnosticata una minaccia di aborto, con prescrizione di riposo assoluto per sei giorni. La protagonista della vicenda tempestivamente aveva provveduto a trasmettere al datore di lavoro il certificato medico attestante lo stato di malattia, che però veniva rifiutato. Per tutta risposta vedeva recapitarsi una lettera di licenziamento che faceva riferimento all'abbandono del posto di lavoro senza avere previamente avvisato il titolare affidandolo a persona estranea all'azienda. È affetto da nullità il licenziamento intimato in periodo di gestazione non costituendo giusta causa l'abbandono del posto di lavoro per un improvviso malore.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 87/2012
Il mobbing come definito dalla Cassazione civile
Secondo la Corte di Cassazione, per "mobbing" si intende una condotta del datore di lavoro o del supe-riore gerarchico, sistematica e protratta nel tempo, tenuta nei confronti del lavoratore nell'ambiente di lavoro, che si risolve in sistematici e reiterati comportamenti ostili che finiscono per assumere forme di prevaricazione o di persecuzione psicologica, da cui può conseguire la mortificazione morale e l'emarginazione del dipendente, con effetto lesivo del suo equilibrio fisiopsichico e del complesso della sua personalità. Ai fini della configurabilità della condotta lesiva del datore di lavoro sono, pertanto, rilevanti: a) la molteplicità di comportamenti di carattere persecutorio, illeciti o anche leciti se considerati singolarmente, che siano stati posti in essere in modo miratamente sistematico e prolungato contro il dipendente con intento vessatorio; b) l'evento lesivo della salute o della personalità del dipendente; c) il nesso eziologico tra la condotta del datore o del superiore gerarchico e il pregiudizio all'integrità psico-fisica del lavoratore; d) la prova dell'elemento soggettivo, cioè dell'intento persecutorio.