Source: https://www.fabilecce.com/2020/06/operazioni-bancarie-la-questione-del-saldo-ricalcolato-alla-luce-della-recente-giurisprudenza/
Timestamp: 2020-07-14 13:31:32+00:00
Document Index: 122757077

Matched Legal Cases: ['art. 261', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 8213', 'art. 1283', 'art. 8213', 'sentenza ', 'art.67', 'art. 7', 'art. 25', 'art. 2', 'art. 120', 'art. 1283', 'art. 1202', 'art. 1', 'art. 17', 'sentenza ', 'art. 67', 'art. 1283', 'sentenza ', 'art. 1346', 'art. 1346']

Operazioni Bancarie - Saldo ricalcolato - FABI Lecce
Articolo di Altalex – Link
di Antonio Tanza – Le questioni legate all’eccezione di prescrizione nella determinazione dell’esatto dare-avere nel rapporto di apercredito con scoperto di conto corrente sembrano non trovare pace: sono decorsi dieci anni dal 2010, anno della pronuncia delle SU n. 24418 (Doc. 1) i cui principi furono intaccati normativamente con la legge 26 febbraio 2011, n. 10, art. 261 di conversione del d.l. 29 dicembre 2010, n. 225, poi dichiarata incostituzionale l’11 aprile 2012 (Corte Costituzionale, sentenza 05/04/2012 n° 78), per violazione dei parametri dell’eguaglianza e della ragionevolezza, ripristinando così l’intero impianto della sentenza delle S.U. n. 24418/2010.
Uno degli aspetti più pacifici, ma nello stesso tempo più gettonati dai potenti mezzi dalla filobancaria, è quello dell’assurda asserzione della validità del c.d. “saldo banca”, al posto della validità del c.d. “saldo ricalcolato”,nell’individuazione delle c.d. operazioni solutorie nei contratti di apercredito: per la banca, nonostante le nullità di numerose competenze bancarie, il parametro di riferimento per l’applicazione delle varie valutazioni dovrebbe restare l’invalido “saldo banca”. L’illusione del ceto bancario di far passare l’invalido per valido, si manifestò quasi subito sul terreno delle consulenze tecniche e, come al solito, le banche non mancarono certo, con il loro metodo federiciano e con i potenti mezzi di cui certamente dispongono, di avere la meglio in numerosi tribunali e corti che, contro ogni logica e diritto, hanno affermato la validità del c.d. saldo banca, seppur inficiato da numerosissime poste invalide (si considerino, solo per esempio, gli oneri derivanti dall’anatocismo, ecc.). Per brevità mi riporto ad uno scritto del 17 aprile 2013 (Contratti bancari, ripetizione indebito e prescrizione: corti di merito a confronto[1]ancora presente nel web) in cui si evidenziavano alcune tematiche tra cui quella sul c.d. saldo ricalcolato come unico parametro per l’individuazione della solutorietà delle operazioni bancarie.
“… Peraltro va anche considerato che la natura solutoria o ripristinatoria di una rimessa non può essere valutata ex ante, ma solo dopo aver ricalcolato i saldi epurandoli dalle poste non dovute e che ripristinando le posizioni di credito/debito potrebbero portare a ritenere ripristinatoria una rimessa che era stata trattata dalla Banca come solutoria, come nel caso in cui il correntista risultava extra fido, solo perché gli erano state addebitate competenze ed interessi non dovuti. Alla luce del considerevole credito emerso a favore del cliente appare più probabile che non tutte le rimesse fossero ripristinatorie come considerate dal CTU.” (Corte d’Appello di Bologna sentenza n. 2994 del 18 settembre 2017).
“… il primo giudice ha correttamente disposto le indagini peritali che hanno condotto ad acclarare il credito del correntista, escludendo gli interessi ultralegali che risultavano pattuiti facendo ricorso all’uso su piazza. Peraltro, va anche considerato che la natura solutoria o ripristinatoria di una rimessa non può essere valutata ex ante, ma solo dopo aver ricalcolato i saldi, epurandoli dalle poste non dovute e che ripristinando le posizioni di credito/debito potrebbero portare a ritenere ripristinatoria una rimessa che era stata trattata dalla Banca come solutoria, come nel caso in cui il correntista risultava extra fido, solo perché gli erano state addebitate competenze ed interessi non dovuti. Da ciò consegue che solo ex post, ovvero dopo la ricostruzione dell’intero rapporto di dare/avere ad opera del CTU, sarà possibile valutare se alcune rimesse, indicate come solutorie dalla Banca, Io siano state in concreto, e per esse, considerare il periodo di prescrizione decorrente dall’annotazione, invece che dalla chiusura del conto.” (Corte d’Appello di Bologna, sentenza n. 2920 del 26 novembre 2018).
Dopo 10 anni di battaglie finalmente la Cass. civ., Sez. I, Cons. relatore Fidanzia, Ord., 19 maggio 2020, n. 9141ha convalidato gli ovvii principi, applicati dalla più obbiettiva giurisprudenza di merito, emersi dall’applicazione della logica, del diritto e prima ancora dalla morale:
“La Banca ritiene erroneamente che, per ottenere l’effetto della irripetibilità del pagamento indebito rispetto al quale è maturata la prescrizione, nel procedere alla rideterminazione del saldo del conto corrente ed alla individuazione delle rimesse solutorie, si debbano mantenere le indebite annotazioni effettuate dallo stesso istituto di credito. E’, invece, evidente che per verificare se un versamento effettuato dal correntista nell’ambito di un rapporto di apertura di credito in conto corrente abbia avuto natura solutoria o solo ripristinatoria, occorre, all’esito della declaratoria di nullità da parte dei giudici di merito delle clausole anatocistiche, previamente eliminare tutti gli addebiti indebitamente effettuati dall’istituto di credito e conseguentemente determinare il reale passivo del correntista e ciò anche al fine di verificare se quest’ultimo ecceda o meno i limiti del concesso affidamento. L’eventuale prescrizione del diritto alla ripetizione di quanto indebitamente pagato non influisce sulla individuazione delle rimesse solutorie, ma solo sulla possibilità di ottenere la restituzione di quei pagamenti coperti da prescrizione.” (Cass. civ., Sez. I, Ord., 19 maggio 2020, n. 9141).
L’art. 8213 c.c. regola la modalità di acquisto dei frutti civili, cioè quella del “giorno per giorno” che, per gli interessi dei capitali, letteralmente significa utilizzo del regime semplice: dunque, l’utilizzo del regime composto deve essere chiaramente esplicitato in contratto in ottemperanza del “dovere di correttezza e buona fede (che) in ambito bancario implica l’obbligo di fornire informazioni esatte e di non addebitare poste indebite” (cfr. Civile Ord. Sez. 1 Num. 34535 del 27/12/2019)[3].
In dottrina, autorevole è la distinzione tracciata da Paolo FERRO-LUZZI (Dell’ anatocismo, del conto corrente bancario e di tante altre cose poco commendevoli, RiDP, 2000, III, 402 e ss.) tra interessi scaduti (di cui all’art. 1283 c.c.) ed interessi semplicemente maturati che, secondo la regola di cui all’art. 8213 c.c. “si acquistano giorno per giorno, in ragione della durata del diritto”.
Quindi una metodologia corretta da applicare è un processo iterativo che indica quali sono i versamenti solutori solo in corso di ricalcolo, che non perde mai di vista i limiti temporali di applicazione e precisamente: il periodo antecedente il decennio l’atto interruttivo della prescrizione, il fatto che la parte di rimessa che riveste natura solutoria non potrà mai essere superiore alla differenza fra lo scoperto ed il limite del fido,così come la rimessa solutoria non potrà mai eccedere l’importo delle competenze legittime sino a quel momento maturate.
Un marchiano errore (ovvero consapevolezza di voler diminuire il quantum della domanda del maltolto) compiuto da taluni tecnici filobancari è diconsiderare solutorie (ovvero extrafido) tutte le rimesse e per l’intero importo: la sentenza n. 1994 10869 Cass.[5] ha stabilito che “nel contratto di apertura di credito regolata in conto corrente, le singole rimesse effettuate sul conto dell’imprenditore poi fallito, nel periodo sospetto di cui all’art.67, comma 2, L.F., quando il conto sia scoperto, sono revocabili per la parte relativa alla differenza fra lo scoperto ed il limite del fido, atteso che lo scoperto costituisce per la banca un credito esigibile e che la rimessa, non creando nuova disponibilità per il cliente, ha carattere solutorio”.
Infine, va tenuto conto che una volta affermato che ai fini dell’art. 7 della delibera CICR del 9 febbraio 2000 assume rilievo non già l’applicazione de facto delle condizioni anatocistiche pattuite in precedenza, ma la nullità che affligge le stesse, il criterio posto dai commi 2 e 3 dello stesso articolo, che presuppone la validità di tali pattuizioni e l’intervenuta modificazione delle stesse, risulta essere inapplicabile, con la conseguenza che per munire un contratto di conto corrente concluso prima dell’entrata in vigore dell’art. 25, comma 2, d.lgs. n. 342/1999 dell’attitudine a produrre interessi anatocistici era necessario addivenire a una nuova pattuizione avente ad oggetto la capitalizzazione degli interessi, nel rispetto dell’art. 2 della nominata delibera[6] (Cass. Civ., Sez. I, Cons. Dott. Falabella, Sent. n. 9140 del 19 maggio 2020).
[3] La materia della trasparenza bancaria, segnatamente sotto il profilo della rappresentazione al cliente del complessivo ed effettivo costo del credito è stata oggetto tra il 1992 e il 2016 di ripetuti interventi normativi, in parte endogeni e in parte di origine eurounitario. Alcuni di questi interventi, segnatamente la delibera CICR 4 marzo 2003 e la successiva determina 25 luglio 2003 della Banca d’Italia, interessano operazioni bancarie tipiche, concluse con clientela professionale e consumatori. Altri interventi, in particolare il d. lgs. 13.8.2010 n. 141, che ha recepito la direttiva 2008/48/UE (in tema di credito al consumo), e il d. lgs. 21.4.2016 n. 72, che ha recepito la direttiva 2014/17/UE (in tema di contratti di credito ai consumatori relativi ai beni immobili) riguardano esclusivamente contratti bancari conclusi con consumatori.
[4] L’art. 120 c. 2 TUB, è norma imperativa, imperatività che viene trasmessa alla delibera CICR 9.02.2000, è altresì norma speciale rispetto all’art. 1283 c.c. che ha natura generale, da qui il noto brocardo: lex specialis derogat generali.
L’art. 1202 TUb (comma sostituito prima dall’art. 1, comma 629, L. 27 dicembre 2013, n. 147 e, successivamente, così modificato dall’art. 17-bis, comma 1, D.L. 14 febbraio 2016, n. 18, convertito, con modificazioni, dalla L. 8 aprile 2016, n. 49) così recita: “Il CICR stabilisce modalità e criteri per la produzione di interessi nelle operazioni poste in essere nell’esercizio dell’attività bancaria, prevedendo in ogni caso che:
[5] Cassazione civile, sezione 1, sentenza 17 dicembre 1994, n. 10869: “Nel contratto di apertura di credito regolata in conto corrente, le singole rimesse effettuate sul conto dell’imprenditore poi fallito, nel periodo di cui all’art. 67 comma 2 l. fall., quando il conto sia “scoperto” (per il superamento del fido), sono revocabili per la parte relativa alla differenza tra lo scoperto ed il limite del fido – senza che la revocabilità debba essere contenuta nel limite del divario tra il massimo scoperto extrafido ed il saldo a chiusura conto – atteso che lo scoperto di conto costituisce per la banca un credito esigibile e che la rimessa, non creando nuova disponibilità per il cliente, ha carattere solutorio.
[6] Se l’applicazione della clausola anatocistica è invalida, andrà distinta la normativa applicabile al rapporto ( ad esempio, per rapporti nati anteriormente alla delibera CICR del febbraio del 2000 ed in mancanza di successive pattuizioni che riconoscano espressamente l’anatocismo annuale va applicato il regime semplice dell’interesse) per eseguire dei calcoli degli interessi tenendo conto non della loro maturazione, ma della loro esigibilità, essendo ripetibili e soggetti a prescrizione decennale, solo gli interessi scaduti: infatti “in tema di controversie relative ai rapporti tra la banca ed il cliente correntista, il quale lamenti la nullità della clausola di capitalizzazione trimestrale degli interessi anatocistici maturati con riguardo ad un contratto di apertura di credito bancario regolato in conto corrente e negoziato dalle parti in data anteriore al 22 aprile 2000, il giudice, dichiarata la nullità della predetta clausola, per contrasto con il divieto di anatocismo stabilito dall’art. 1283 c.c., deve calcolare gli interessi a debito del correntista senza operare alcuna capitalizzazione” (Cass., Sez. I, 13/10/2017, n. 24156; Cass., Sez. I, 13/10/2017, n. 24153; Cass., Sez. I, 17/08/2016, n. 17150). E, poiché come annota la sentenza in disamina, “alla assenza di capitalizzazione o alla capitalizzazione annuale, quali conseguenze della declaratoria di nullità della clausola contrattuale anatocistica, si è sostituita la reciproca capitalizzazione trimestrale degli interessi attivi e passivi, è di tutta evidenza che vi sia stato un peggioramento delle condizioni contrattuali precedentemente applicate al conto corrente per cui è causa” e sia perciò inappropriato spacciare per un loro miglioramento il passaggio al regime della trimestralizzazione per tutti gli interessi, giacché il raffronto non va fatto tra il regime dell’annualità e quello della trimestralità degli interessi creditori, ma tra l’assenza di capitalizzazione o la capitalizzazione annuale degli interessi debitori, conseguenza.” Cassazione civile, sez. I, 21 Ottobre 2019, n. 26779. Pres. Tria. Est. Marulli.
Articolo precedenteEcco sportellate e stilettate fra Intesa Sanpaolo e Ubi Banca
Articolo successivoFruendo: Comunicato 24 Giugno 2020
È nulla ex art. 1346 c.c. la clausola che rimette, pur entro determinati limiti minimi e massimi, la determinazione degli interessi alla discrezionalità della...
È nulla ex art. 1346 c.c. la clausola che rimette, pur...
FabiLecce - Giugno 24, 2020 0