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Timestamp: 2020-07-03 22:47:37+00:00
Document Index: 120394656

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 31', 'sentenza ', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 73']

DOTT. MARCO LILLI | Pagina 11 di 49 | Criminologo e Sociologo (Professionista Intellettuale - Legge 4/13, art. 1, c. 2)
Kafala algerina
30 Luglio 2019 16 Luglio 2019 di Marco LILLI
All’esame di questo contributo c’è la sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea in tema di Kafala algerina. Ma prima di procedere è bene premettere, sinteticamente, che la Kafala nel diritto islamico è una sorta di strumento giuridico per la protezione dei minorenni, simile al nostro affido, che si estingue al raggiungimento della maggiore età. Il fatto di causa. Due cittadini francesi sposati nel Regno Unito si sono recati in Algeria chiedendo alle autorità di quel Pese di valutare l’eventuale loro capacità di divenire tutori di una minorenne – abbandonata alla nascita dai suoi genitori biologici –, conformemente, appunto, al regime della Kafala algerina. A seguito della richiesta si è avviato un periodo di attesa di tre mesi, nel corso del quale i genitori biologici della minore potessero ripensare la loro decisione di abbandono, fatto comunque non verificatosi. Trascorso detto periodo, il Tribunale algerino ha disposto la tutela della minore ai due istanti ai quali, da un lato, è stato loro delegato l’esercizio dell’autorità genitoriale ai sensi del diritto algerino, dall’altro, gli stessi coniugi si sono impegnati ad impartire alla minore una corretta educazione secondo i precetti della religione islamica, nonché mantenerla sana fisicamente e moralmente, provvedendo ad ogni sua necessità, occuparsi della sua istruzione, trattarla come se fossero i genitori naturali, proteggerla, rappresentarla dinanzi alle autorità giudiziarie e, non certo da ultimo, assumere la responsabilità civile per atti pregiudizievoli.
Da tale statuizione ne è conseguito sia la modifica del cognome della minore – assumendo quello dei due coniugi affidatari –, sia l’autorizzazione per i medesimi ad ottenere assegni familiari, sussidi, indennità, firmare ogni documento amministrativo, nonché a viaggiare con la minorenne al di fuori del territorio algerino. Ebbene, poco tempo dopo “l’affido” – atteso che per motivi professionali uno dei due coniugi gode di un diritto di soggiorno permanente nel Regno Unito –, alla minore, appunto figlia adottiva, è stato negato il permesso di ingresso nel Regno Unito in quanto la tutela secondo il regime della Kafala algerina non era riconosciuta come adozione ai sensi del diritto del Regno Unito, ne era stata presentata alcuna domanda di adozione internazionale.
Adito il giudice inglese, lo stesso ha respinto il ricorso poiché la minore non «soddisfaceva le condizioni per essere considerata come un figlio adottivo ai sensi della normativa del Regno Unito in materia di immigrazione o come familiare, membro della famiglia allargata o un figlio adottivo», peraltro ritenendo che i due coniugi «avessero compiuto passi in Algeria per ottenere l’affidamento di un minore secondo il regime della Kafala, dopo aver appreso che era più facile ottenere l’affidamento di un minore in tale paese che nel Regno Unito»; altresì, rilevando che «il processo di valutazione della loro capacità di diventare tutori, in esito al quale sono stati considerati idonei ad accogliere un minore secondo il regime della Kafala algerina, era limitato».
Tale decisione è stata impugnata e il giudice di seconde cure ha invece accolto la domanda, ritenendo che «pur se non poteva essere considerata come familiare di un cittadino dell’Unione (…) essa fosse, per contro, un membro della famiglia allargata di siffatto cittadino». Ne sono scaturite ulteriori fasi di giudizio contrastanti, fino a giungere innanzi la Corte di giustizia dell’Unione europea, la quale con la sentenza qui in esame ha concluso che «occorre rilevare che la nozione di “discendente diretto” rinvia di solito all’esistenza di un legame di filiazione, in linea diretta, che unisce la persona interessata ad un’altra persona. In assenza di qualsiasi legame di filiazione tra il cittadino dell’Unione e il minore interessato, quest’ultimo non può essere qualificato come “discendente diretto” del primo».
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15 Luglio 2019 15 Luglio 2019 di Marco LILLI
Il tema immigrazione e minori non solo si pone sempre più costantemente al centro del dibattito politico e collettivo più in generale, ma anche dal punto di vista dei risvolti giudiziari. L’odierno contributo riguarda la decisione assunta dalla Corte di Cassazione riguardo l’art. 31, comma 3 del Decreto Legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), nella parte, appunto, dove il «Tribunale per i minorenni, per gravi motivi connessi con lo sviluppo psicofisico e tenuto conto dell’età e delle condizioni di salute del minore che si trova nel territorio italiano, può autorizzare l’ingresso o la permanenza del familiare, per un periodo di tempo determinato, anche in deroga alle altre disposizioni della presente legge. L’autorizzazione è revocata quando vengono a cessare i gravi motivi che ne giustificavano il rilascio o per attività del familiare incompatibili con le esigenze del minore o con la permanenza in Italia».
Ebbene, nel caso in esame, immigrazione e minori, il Tribunale per i minorenni respingeva la domanda di due cittadini albanesi finalizzata ad ottenere quanto da norma. Proposto reclamo, la Corte di appello lo rigettava osservando «che non era possibile pronosticare che il distacco fisico dei minori dai genitori compromettesse gravemente lo sviluppo normale della personalità dei primi: ciò in considerazione dell’età dei ragazzi, del fatto che questi ultimi erano inseriti in un ambito familiare allargato, in cui era presente lo zio, al quale i minori avrebbero potuto essere legalmente affidati sulla base delle cospicue risorse, morali ed economiche di cui lo stesso disponeva, e dei contatti che i figli avrebbero potuto agevolmente mantenere coi genitori, tenuto conto sia delle sempre più facili ed articolate possibilità di contatti audio-video, sia dalla ridotta distanza tra l’Italia e l’Albania, che i ragazzi avrebbero potuto raggiungere nei periodi di vacanza scolastica». Gli interessati ricorrono per cassazione contro detto provvedimento, sicché i giudici di legittimità argomentano, preliminarmente, che la disciplina in discussione non può «essere intesa come volta ad assicurare una generica tutela del diritto alla coesione familiare del minore e dei suoi genitori: onde sul richiedente l’autorizzazione incombe l’onere di allegazione della specifica situazione di grave pregiudizio che potrebbe derivare al minore dall’allontanamento del genitore».
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15 Luglio 2019 14 Luglio 2019 di Marco LILLI
La legge Merlin al vaglio della Corte Costituzionale. Tra il diritto soggettivo di prostituirsi – come modalità autoaffermativa della persona umana – e la prostituzione, anche se volontaria, come attività che comunque degrada e svilisce la persona.
Con il presente contributo si è cercato di riassumere, senza pretesa di esaustività, quanto sancito dalla Corte Costituzionale lo scorso mese di marzo, attraverso la sentenza recentemente depositata, in merito ad alcuni profili di legittimità della legge Merlin (75/1958), vale a dire la normativa che dispose la chiusura definitiva delle cosiddette case di tolleranza. Più nota come la legge Merlin, nome preso dalla senatrice socialista Angelina (Lina) Merlin (1887-1979).
Storicamente detto, brevemente, le case di tolleranza, o case chiuse, furono istituite nell’Ottocento soprattutto al fine di tutelare la salute pubblica avverso la diffusione delle malattie veneree, in particolare la sifilide. Ma non è questo il punto oggetto del presente contributo. Infatti, la legge Merlin del 1958 oltre che disporre la chiusura di tali case di tolleranza, introdusse anche i reati di induzione, favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione, necessari a tutelare ogni forma di prostituzione.
Negli ultimi anni si è cercato di arginare il fenomeno attraverso l’emanazione di disposizioni normative e financo regolamentari locali che sanzionassero anche pecuniariamente i clienti, così come in diverse occasioni si sono avanzate ipotesi legislative finalizzate a reintrodurre una qualche forma di prostituzione controllata, superando la legge Merlin, per esempio nuove case di tolleranza piuttosto che quartieri a luci rosse, così da tutelare le prostituire soprattutto dalla criminalità più o meno organizzata, regolamentare la loro libera scelta di prostituirsi in cambio di una remunerazione economica sottoposta a tassazione fiscale da parte dello Stato, nonché garantire un capillare controllo sanitario difronte la diffusione di specifiche malattie.
Ebbene, come premesso, il punto qui in esame riguarda la pronuncia della Consulta nel giudizio di legittimità costituzionale con riferimento all’art. 3, primo comma, numeri 4), prima parte, e 8), della legge Merlin (20 febbraio 1958, n. 75) (Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui), con richiamo agli artt. 2, 3, 13, 25, secondo comma, 27 e 41 della Costituzione, «nella parte in cui configura come illecito penale il reclutamento ed il favoreggiamento della prostituzione volontariamente e consapevolmente esercitata». Tutto ha origine dalle questioni sollevate dalla Corte di Appello rimettente, poiché dirette a «censurare la configurazione come illecito penale del reclutamento e del favoreggiamento della prostituzione, anche quando si tratti di prostituzione liberamente e volontariamente esercitata», le quali sarebbero rilevanti, se accolte, poiché ai fini della decisione sulla sentenza appellata si giungerebbe all’assoluzione degli imputati per non essere i fatti contestati più previsti come reato.
Inoltre, prosegue l’Ordinanza di rimessione, rispetto alla non manifesta infondatezza della questione, il «fenomeno sociale della prostituzione professionale delle escort rappresenterebbe un elemento di novità atto a far dubitare della legittimità costituzionale della legge n. 75 del 1958, ideata in un’epoca storica nella quale il fenomeno stesso non era conosciuto e neppure concepibile», ponendo in rilievo il «principio della libertà di autodeterminazione sessuale della persona umana»; libertà, che nel caso delle escort si «esprimerebbe nella scelta di disporre della propria sessualità nei termini contrattualistici dell’erogazione della prestazione sessuale contro pagamento di denaro o di altra utilità».
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Cannabis e derivati
12 Luglio 2019 12 Luglio 2019 di Marco LILLI
In materia di cannabis e derivati, nei mesi scorsi ha fatto molto discutere la decisione della Corte di Cassazione, tra giuristi e non solo, in merito al diniego della libera vendita di foglie e inflorescenze ottenute dalla pianta di cannabis “sativa L”, secondo cui, appunto, il legislatore ha previsto l’esclusione della punibilità solo nei confronti del coltivatore e no anche del commerciante che detenga e ponga in vendita tali prodotti.
Ricostruendo i fatti di causa, il Tribunale del riesame ha revocato il sequestro preventivo disposto dal G.I.P. ad oggetto una quantità di foglie ed inflorescenze di cannabis, sequestrate presso un punto vendita, atteso che dagli esperiti accertamenti tossicologici era emersa la presenza di principio attivo “tetraidrocannabinolo” superiore allo 0,6%. Avverso l’ordinanza del Tribunale del riesame ha proposto ricorso per cassazione il Procuratore della Repubblica deducendo violazione di legge e vizio di motivazione, in quanto l’esclusione della punibilità prevista dalla Legge n. 242/2016 è prevista unicamente nei confronti del coltivatore e non può essere estesa in favore del commerciante che detenga e ponga in vendita foglie e inflorescenze ottenute dalla pianta di cannabis “sativa L”. Con Ordinanza del febbraio 2019 la Quarta Sezione penale ha rimesso il ricorso alle Sezioni Unite osservando che sulla questione relativa all’ambito di operatività della legge citata si registra un contrasto giurisprudenziale. Infatti, secondo un indirizzo, la predetta legge non consente la commercializzazione dei derivati dalla coltivazione della canapa (hashish e marijuana), e la cannabis “sativa L” presenta intrinseca natura di sostanza stupefacente posto che la Tabella di riferimento include la cannabis in tutte le sue varianti e forme di presentazione. Sicché, secondo tale orientamento, la commercializzazione dei derivati dalla coltivazione di cannabis “sativa L”, sempre che presentino un effetto drogante, integra tuttora gli estremi del reato di cui all’art. 73, D.P.R. n. 309/90 (Produzione, traffico e detenzione illeciti di sostanze stupefacenti o psicotrope). Mentre, secondo un diverso orientamento, nella filiera agroalimentare della canapa che la novella del 2016 intende promuovere, rientra la commercializzazione dei relativi derivati. Dalla liceità della coltivazione discende, pertanto, la liceità dei prodotti che contengano una percentuale di principio attivo inferiore allo 0,6 per cento. Deve quindi escludersi, ove le inflorescenze provengano da coltivazioni lecite, la responsabilità penale sia dell’agricoltore che del commerciante.
Tanto premesso, la questione sottoposta all’esame delle Sezioni Unite è se le condotte diverse dalla coltivazione di canapa delle varietà di cui al catalogo indicato dalla Legge 242/16, e, in particolare, la commercializzazione di cannabis “sativa L”, rientrino o meno, e se sì, in quali eventuali limiti, nell’ambito di applicabilità della predetta legge e siano penalmente irrilevanti ai sensi di tale normativa.
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