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Timestamp: 2020-06-02 23:07:31+00:00
Document Index: 116704251

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 32', 'art. 38', 'art. 38', 'sentenza ', 'art. 38', 'art. 2728', 'sentenza ', 'art. 2728', 'sentenza ', 'art. 38', 'sentenza ', 'art. 12', 'sentenza ', 'art. 39', 'art. 39', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 42', 'e contrario']

Il Commercialista in Rete: Accertamenti fiscali
In tema di accertamento delle imposte sui redditi, la dichiarazione inviata in via telematica, ai sensi del Dpr 322/1998, articolo 3, comma 2 (nel testo applicabile ratione temporis – modello Unico 2002 per l’anno 2001), si considera presentata nel giorno in cui è trasmessa, e si ritiene ricevuta, ai sensi del comma 10 del medesimo articolo, dal momento della comunicazione di ricevimento da parte dell’Amministrazione finanziaria, atto che assolve alla finalità di fornire prova dell’avvenuta, tempestiva, consegna da parte del contribuente e del regolare adempimento degli obblighi di presentazione. Tale disciplina si applica anche nel caso in cui si siano verificati i cosiddetti “errori bloccanti” della trasmissione telematica, che – con i tempi e le modalità di cui alla circolare n. 35 del 23 aprile 2002 del ministero delle Finanze – sono segnalati nel sistema telematico consultabile dal contribuente, il quale, messo in condizione di avvedersi in tempo utile dell’avvenuto “scarto” della propria dichiarazione, può porvi tempestivo rimedio (cfr Cassazione 1156/2014, 675/2015 e 14197/2015).
Sentenza n. 18912 del 24 settembre 2015 (udienza 26 marzo 2015)
Cassazione civile, sezione V - Pres. Di Iasi Camilla - Est. La Torre Maria Enza - Pm Basile Tommaso
Dichiarazione dei redditi – Trasmissione in via telematica – Prova dell’avvenuta consegna
In tema di accertamento delle imposte sui redditi, la dichiarazione inviata in via telematica, ai sensi del Dpr 322/1998, articolo 3, comma ...
alle mercoledì, ottobre 14, 2015
Interessi economici sovrapposti.
In tema di accertamento Iva relativo a società di persone a ristretta base familiare, l’ufficio finanziario può legittimamente utilizzare, nell’esercizio dei poteri attribuitigli dall’articolo 51, comma 2, nn. 2 e 7 del Dpr 633/1972, le risultanze di conti correnti bancari intestati ai soci, riferendo alla medesima società le operazioni ivi riscontrate (nella specie, prelevamenti), tenuto conto della relazione di parentela tra quelli esistente, idonea a far presumere, salvo facoltà di provare la diversa origine delle entrate, la sostanziale sovrapposizione degli interessi personali e societari, nonché a identificare in concreto gli interessi economici perseguiti dalla società con quelli stessi dei soci (cfr Cassazione 6595/2013).
Ordinanza n. 4152 del 2 marzo 2015 (udienza 5 febbraio 2015)
Cassazione civile, sezione VI - 5 - Pres. Cicala Mario - Est. Cosentino Antonello
Accertamento Iva – Società di persone a ristretta base familiare – L’ufficio finanziario può utilizzare le risultanze di conti correnti bancari intestati ai soci salvo la facoltà di provare la diversa origine delle entrate
In tema di accertamento Iva relativo a società di persone a ristretta base familiare, l’ufficio finanziario può legittimamente utilizzare, n...
Versamenti e prelievi su e da c/c sono tutti da considerare ricavi.
In tema di accertamento delle imposte sui redditi e con riguardo alla determinazione del reddito di impresa, l’articolo 32 del Dpr n. 600/1973 impone di considerare ricavi sia i prelevamenti, sia i versamenti su conto corrente, salvo che il contribuente non provi che i versamenti sono registrati in contabilità e che i prelevamenti sono serviti per pagare determinati beneficiari, anziché costituire acquisizione di utili; posto che, in materia, sussiste inversione dell’onere della prova, alla presunzione di legge (relativa) va contrapposta una prova, non un’altra presunzione semplice ovvero una mera affermazione di carattere generale, né è possibile ricorrere all’equità (cfr Cassazione 25365/2007).
Ordinanza n. 1236 del 22 gennaio 2015 (udienza 17 dicembre 2014)
Cassazione civile, sezione VI - 5 - Pres. Iacobellis Marcello - Est. Caracciolo Giuseppe
Articolo 32 del Dpr n. 600/1973 – Accertamento – Determinazione del reddito d’impresa – I prelevamenti e i versamenti sono considerati ricavi salvo prova contraria del contribuente
In tema di accertamento delle imposte sui redditi e con riguardo alla determinazione del reddito di impresa, l’articolo 32 del Dpr n. 600/19...
Etichette: Accertamenti fiscali, Prelievi, Versamenti
alle martedì, febbraio 03, 2015
L’accertamento con adesione resta in piedi anche senza dialogo.
La Suprema Corte ripercorre il proprio orientamento consolidato a SS.UU. in base al quale “In tema di accertamento con adesione, la mancata convocazione del contribuente, a seguito della presentazione dell’istanza ex articolo 6, Dlgs. n. 218 del 1997, non comporta la nullità del procedimento di accertamento adottato dagli Uffici, non essendo tale sanzione prevista dalla legge” (Cassazione, SS.UU., 3676/2010).
Sentenza n. 21991 del 17 ottobre 2014 (udienza 29 maggio 2014)
Cassazione civile, sezione V - Pres. Cappabianca Aurelio - Est. Cigna Mario
Articolo 6, Dlgs. n. 218 del 1997 – Accertamento con adesione – La convocazione del contribuente costituisce per l’ufficio una facoltà e non un obbligo
La Suprema Corte ripercorre il proprio orientamento consolidato a SS.UU. in base al quale “In tema di accertamento con adesione, la mancata ...
Il valore stabilito per il Registro è ok anche per le imposte dirette.
Nella fase di accertamento di una plusvalenza patrimoniale realizzata a seguito di cessione di azienda, l’Amministrazione finanziaria è legittimata a procedere in via presuntiva sulla base dell’accertamento di valore effettuato in sede di applicazione dell’imposta di registro, restando a carico del contribuente l’onere di superare la presunzione di corrispondenza del prezzo incassato col valore di mercato accertato in via definitiva in sede di applicazione dell’imposta di registro (cfr Cassazione 14448/2000, 16700/2005, 19548/2005, 21055/2005, 12462/2010, 12171/2010 e 22869/2011).
Ordinanza n. 21294 dell’8 ottobre 2014 (udienza 10 luglio 2014)
Cassazione civile, sezione VI - 5 - Pres. Cicala Mario – Est. Conti Roberto Giovanni
Accertamento di plusvalenza a seguito di cessione d’azienda – L’Amministrazione finanziaria è legittimata a procedere in via presuntiva sulla base dell’accertamento effettuato in sede di applicazione dell’imposta di registro – Spetta al contribuente superare tale presunzione
Nella fase di accertamento di una plusvalenza patrimoniale realizzata a seguito di cessione di azienda, l’Amministrazione finanziaria è legi...
Valido l’accertamento sintetico senza convincente prova contraria.
La Commissione tributaria provinciale di Ravenna, con la sentenza n. 579/03/14 del 7 luglio, ha sancito la piena legittimità di un avviso di accertamento sintetico emesso dall’Agenzia delle Entrate, attribuendogli, inoltre, l’efficacia probatoria di presunzione legale relativa, non avendo il contribuente fornito una prova contraria convincente.
La Ctp ha ritenuto del tutto legittimo l’operato dell’Amministrazione finanziaria affermando, fra l’altro, che “…l’accertamento sintetico è legittimo, correttamente motivato, gli elementi indicativi della capacità reddituale sono certi ed incontestabili e la parte non ha dimostrato la provenienza nonché la rilevanza fiscale delle fonti finanziarie connesse alle spese sostenute e non ha integrato l’onere della prova posto a suo carico…”.
I fatti oggetto della causa sono ben riassunti dal Collegio giudicante che, nella sentenza ha osservato, in primo luogo, che “in data 26/07/2011 l’Agenzia delle Entrate, Ufficio di Ravenna, notificava alla Signora S. S., il questionario n…, ai sensi dell’art. 32, comma 1, n.4 del D.P.R. n. 600/73, al fine di raccogliere informazioni in relazione alla propria capacità contributiva, quali abitazioni, autovetture e incrementi patrimoniali rilevanti per i periodi d’imposta 2006 e 2008 e a dimostrazione, mediante idonea documentazione, la disponibilità nel periodo oggetto del controllo, di redditi esenti o soggetti a ritenuta alla fonte a titolo di imposta, derivanti da disinvestimenti patrimoniali, finanziamenti bancari nonché la percezione di indennizzi, somme derivanti da eredità, vincite o da atti di liberalità”.
In particolare, dall’accurata e approfondita attività istruttoria dell’Agenzia delle Entrate e dalle risposte fornite dalla parte privata al questionario, emergeva che la contribuente, nel 2007, era in possesso di un immobile, di una autovettura di grossa cilindrata, di un fabbricato a uso ristorante acquistato nel 2006 per il corrispettivo di 330mila euro e di un’azienda acquistata per 60mila euro.
La stessa contribuente, per effettuare tali investimenti, aveva stipulato un contratto di mutuo presso una banca per il valore di 450mila euro per il quale, nell’anno 2007, sosteneva il pagamento delle rate di ammortamento di 1.500 euro mensili.
I giudici tributari hanno sottolineato, quindi, che “per l’Ufficio tali indici di capacità contributiva apparivano non coerenti con il reddito imponibile dichiarato dalla contribuente e pertanto procede alla determinazione sintetica del reddito imponibile ed accerta, per l’anno 2007, ai sensi dell’art. 38, commi 4, 5 e 6, del D.P.R. n. 600/73, il reddito di € 38.291,00, a fronte di un reddito dichiarato di € 6.944,00, da recuperare a tassazione ai fini delle imposte dirette”.
L’avviso di accertamento, emesso dall’ufficio, veniva impugnato dalla parte privata davanti alla Commissione tributaria provinciale sulla base di una presunta illegittimità e infondatezza. Più in dettaglio, il ricorrente ne chiedeva l’annullamento, cercando di dimostrare “a mezzo di e/c allegato in atti che il maggior reddito accertato dall’Ufficio proveniva da: 1) donazione ricevuta di € 30.000,00, quale ripartizione del ricavato della vendita di un immobile da parte della madre, deceduta in data 10/09/2009; 2) bonifico mensile effettuato da parte del Sig. S. G. per contribuire al mantenimento del figlio; 3) smobilizzo di investimenti in titoli in data 19/02/2007, 13/07/2007 e 20/11/2007 e accreditati in C/C per diverse decine di migliaia di Euro”.
L’Agenzia delle Entrate, successivamente, si costituiva in giudizio con analitiche controdeduzioni, nelle quali rivendicava la fondatezza e la legittimità del proprio operato.
In primo luogo, l’ufficio rappresentava che la norma (vigente dizione dell’articolo 38) posta alla base della propria attività accertativa prevedeva la possibilità di “procedere all’accertamento nel caso in cui: il reddito accertabile determinato in base agli elementi indicatori di capacità contributiva si discosti da quello dichiarato per almeno un quarto il reddito dichiarato non risulti congruo rispetto agli elementi indicatori della capacità contributiva per due o più periodi di imposta…”.
In secondo luogo, l’Amministrazione finanziaria sosteneva che il contribuente “nel corso del procedimento per adesione, avrebbe dovuto produrre l’estratto conto integrale relativo all’anno di imposta oggetto del controllo, al fine di verificare che le somme confluite sul c/to titoli fossero rimaste nella sua disponibilità, così da poter essere utilizzate per il mantenimento dei beni in suo possesso; tali estratti conto, utili al fine del superamento della presunzione della capacità di spesa correlata alle spese di gestione sostenute dalla ricorrente, non sono mai stati prodotti”.
L’ufficio finanziario nelle proprie controdeduzioni affermava, inoltre, che, come ribadito ripetutamente dalla Corte di cassazione, il contribuente al quale è stato notificato un avviso di accertamento sintetico è sempre ammesso a fornire la prova contraria, precisando comunque che la stessa deve essere convincente.
In conclusione, l’Amministrazione chiedeva il rigetto del ricorso e la condanna del ricorrente al pagamento delle spese giudiziali.
Accertamento sintetico: presunzione legale relativa
La Commissione tributaria, nella parte iniziale della motivazione, fornisce delle precisazioni sull’accertamento sintetico (ex articolo 38, comma 4 e seguenti, Dpr 600/1973, secondo la formulazione anteriore alla modifica apportata dall’articolo 22 del Dl 78/2010).
In primo luogo, il Collegio giudicante sottolinea che “il ricorso in esame deriva dall’impugnazione di un avviso di accertamento scaturente dall’attività di verifica posta in essere dall’Ufficio ai sensi dell’art. 38, comma quarto e seguenti del D.P.R. 600/73, meglio conosciuto come ‘redditometro’, ovverosia la possibilità dell’Amministrazione Finanziaria di poter determinare sinteticamente il reddito complessivo netto delle persone fisiche, sulla scorta di elementi e circostanze di fatto certi prescindendo dalla dichiarazione presentata. Attraverso Decreto del Ministero delle finanze vengono stabilite le modalità mediante cui può avvenire tale determinazione induttiva e ciò, qualora il reddito così ottenuto, si discosti di almeno un quarto (cosiddetta non congruità) per due o più periodi di imposta da quello dichiarato dal contribuente”. La Cassazione ha chiarito che lo scostamento può riguardare anche periodi di imposta non consecutivi (cfr Cassazione, sentenza 237/2009).
In secondo luogo, i giudici tributari si sono soffermati sull’efficacia probatoria da attribuire all’accertamento sintetico, nonché sul sistema delle garanzie riconosciute dall’ordinamento tributario ai destinatari dell’atto impositivo. Riguardo quest’ultimo aspetto, la Commissione precisa che la tutela di cui godono tali contribuenti è riconosciuta “mediante la previsione della possibilità di poter dimostrare – così come previsto dall’art. 38, comma 6, D.P.R. 600/73 – all’Amministrazione Finanziaria l’infondatezza delle presunzioni legali relative – ex art. 2728 c.c. – e dunque l’inesistenza, o minor esistenza, di quanto sinteticamente accertato, a fronte di prove giustificative concrete, a dimostrazione che il reddito può essere frutto di disinvestimenti patrimoniali o indennizzi non ‘entrati’ in dichiarazione (cfr Cassazione, sentenze nn. 3316/2009 e 16472/2008)”.
Riguardo all’efficacia probatoria da attribuirsi all’attività accertativa operata con metodo sintetico, quindi, il Collegio giudicante attribuisce a tale accertamento il valore di presunzione legale relativa.
Anche la Suprema corte, con la sentenza n. 16832/2014, ha affermato che la disponibilità in capo al contribuente dei beni considerati dal “vecchio” redditometro “…costituisce, quindi, una presunzione di ‘capacità contributiva’ da qualificare ‘legale’ ai sensi dell’art. 2728 cod. civ., perché è la stessa legge che impone di ritenere conseguente al fatto (certo) di tale disponibilità la esistenza di una capacità contributiva ” (vedi anche Cassazione, sentenze 14168/2012, 2726/2011, 27545/2011, 9549/2011, 16284/2007, 14367/2007 e 19252/2005).
Eccezioni di merito del ricorrente
I giudici tributari, poi, nella parte centrale della motivazione della sentenza, hanno analizzato le eccezioni di merito sollevate dal contribuente, ritenendole del tutto “infondate ed inconferenti rispetto alla questione controversa”.
Più in dettaglio, la Commissione ha osservato che:
“1) la donazione di € 30.000,00 che la Signora S. avrebbe ricevuto dal ricavato della vendita di un non meglio precisato immobile, da parte della madre, deceduta nel 2009, si ricava da un e/c (n.3) allegato al ricorso, relativo ad un c/c di cui non è dato conoscere il titolare e, comunque detta somma non risulta che corrisponda alla donazione, ed inoltre nel c/c nello stesso giorno risulta un bonifico in uscita, per l’importo di € 25.000,00; la stessa Corte di Cassazione con sentenza depositata il 20/06/2014, n. 14063 in un caso simile, afferma che: ‘…il contribuente che si oppone all’accertamento sintetico, giustificando la maggiore capacità contributiva con elargizioni ricevute da un genitore, è tenuto a provare in giudizio tale circostanza, servendosi di idonea documentazione…consentendo così al giudice di ritenere l’esistenza dell’atto di liberalità, quindi di annullare l’accertamento’. Nel nostro caso di specie, la parte non documenta la veridicità di quanto afferma.
2) La parte ricorrente si trova nel c/c dei bonifici mensili effettuati da parte del Sig. S. G. per contribuire al mantenimento del figlio S. G., pari ad € 234,76, per un totale di € 2.817,12 all’anno, trattasi di importi modesti destinati a soddisfare le esigenze quotidiane di un bambino di 13 anni.
3) Con riferimento allo smobilizzo di investimenti in titoli in data 19/02/2007, 13/07/2007 e 20/11/2007 e accreditati in c/c a titolo di rimborso fondi comuni per diverse decine di migliaia di Euro, osserva che detta documentazione è priva di efficacia probatoria, trattandosi di un semplice ‘collage’, da cui risultano leggibili solo le operazioni che la ricorrente ha interesse a rendere note, mentre tutte le altre operazioni sono state omesse. Anche in questo caso la parte non documenta la veridicità di quanto afferma”.
Il Collegio giudicante, dunque, sostiene la piena legittimità dell’operato dell’ufficio.
Nessuna prova contro il maggior reddito accertato
La commissione tributaria provinciale, infine, sottolinea che, nel caso in esame, il contribuente non ha fornito alcuna prova che possa contestare la determinazione sintetica del reddito.
Di conseguenza, l’operato dell’Amministrazione finanziaria deve considerarsi pienamente legittimo “poiché la Sig.ra S. non aveva dimostrato la rilevanza fiscale delle fonti finanziarie, atti a dimostrare documentalmente che il maggior reddito accertabile sinteticamente traesse origine da fonti finanziarie irrilevanti quali redditi esenti o assoggettati a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta oppure somme originate da disinvestimenti, connesse alle spese contestate, l’Ufficio provvedeva ad accertare in via sintetica il reddito imponibile per l’anno 2007, in quanto gli elementi rivelatori di capacità contributiva non apparivano compatibili con il reddito dichiarato ed il reddito accertabile ex art. 38, comma 4, D.P.R. n. 600/73 visto che si discostava di oltre un quarto da quello dichiarato per due periodi di imposta ( 2006 – 2008 ) realizzandosi così i presupposti per l’accertamento sintetico previsti dalla normativa”.
La Commissione tributaria provinciale di Ravenna, con la sentenza n. 579/03/14 del 7 luglio, ha sancito la piena legittimità di un avviso di...
alle lunedì, settembre 29, 2014
Contributo unificato: uno per ognuno degli atti d'accertamento impugnati.
La parte ricorrente, per quantificare il "valore della controversia", in forza del rinvio di cui all'articolo 1 del Dlgs 546/9192, ha invocato l'applicazione delle norme processuali dettate dal codice di procedura civile.
Nel caso in esame, dunque, troverebbe applicazione l'articolo 10 cpc, in base al quale, nell'ipotesi di pluralità di domande proposte nello stesso processo, contro la medesima persona, il valore della causa è dato dalla somma delle domande proposte.
La tesi dell'ufficio
Di contrario avviso l'ufficio, per cui, nel caso concreto, non trovando applicazione il rinvio alle norme del codice di procedura civile, il contributo andrebbe corrisposto per ciascun atto impugnato, secondo i rispettivi valori.
La direttiva n. 2/2012 del ministero dell'Economia e delle Finanze ha, infatti, chiarito che nel processo tributario "in caso di un unico ricorso contro più atti … il contributo unificato deve essere effettuato con riferimento ai valori dei singoli atti e non sulla somma di detti valori".
Detta linea difensiva troverebbe il suo avallo normativo nella disposizione di cui all'articolo 1, comma 598, della legge di stabilità del 2014, di carattere interpretativo e chiarificatore, che, espressamente, impone il pagamento del contributo per ogni atto impugnato.
I giudici di merito hanno, in primo luogo, attestato la natura tributaria dell'articolo 14 del Dpr 115/2002, come tale intesa all'imposizione di un tributo e pertanto sottratta al potere dispositivo delle parti.
Da ciò deriva "l'immutabilità del criterio di determinazione dell'importo che, anche nel caso in cui il contribuente scelga (come in sua facoltà) di impugnare più atti con unico ricorso, va modulato secondo i parametri fissati dalla legge, sopra richiamati, che tengono conto dell'importo del tributo relativo ad ogni atto".
È evidente, infatti, la natura sostanziale e non processuale delle norme tributarie applicabili al caso che disciplinano l'imposizione di un tributo, "il cui importo è "per definizione" predeterminato per legge e non è modificabile per iniziativa del contribuente che opti per la proposizione di un unico ricorso contro una pluralità di avvisi".
L'accoglimento dell'opposto assunto, invero, comporterebbe una disparità di trattamento tra il contribuente che sceglie di proporre un ricorso cumulativo e il contribuente che opta per la proposizione di un ricorso per ciascun atto impugnato.
Sulla base di queste argomentazioni, la Ctp ha concluso "che anche precedentemente all'entrata in vigore della legge di stabilità del 2014, l'interpretazione della normativa allora vigente prevedesse l'imposizione del contributo in ragione del valore di ciascun atto impugnato (vale a dire, ex art. 12 comma 5 citato, secondo l'importo della pretesa erariale), essendo a tal fine irrilevante la scelta del contribuente di presentare ricorso cumulativo avverso una pluralità di atti impositivi".
L'articolo 14 del Dpr 115/2002, che impone il pagamento del contributo unificato, ha natura tributaria ed è sottratto al potere disposit...
Etichette: Accertamenti fiscali, Contributo unificato
alle venerdì, settembre 05, 2014
Come noto le Sezioni unite della Cassazione - nella sentenza n. 45/2000 citata da queste in commento (11 aprile 2014, n. 8539 e n. 8543; 7 m...
In tema di accertamento dei redditi, costituiscono – ai sensi del D.p.r. n. 600/1973, articolo 2, nel testo applicabile nella fattispecie “r...
È legittimo l’accertamento fiscale con applicazione del redditometro.
Come già chiarito da questa Corte, “la determinazione effettuata con metodo sintetico, sulla base degli indici previsti dai Dm 10 settembre 1992 e Dm 19 novembre 1992, riguardanti il cosiddetto redditometro, da un lato non pone alcun problema di retroattività, per i redditi maturati in epoca anteriore, stante la natura procedimentale degli strumenti normativi secondari predetti (emanati ai sensi del Dpr 600/1973, articolo 38, comma 4); dall’altro, essa dispensa l’Amministrazione da qualunque ulteriore prova rispetto all’esistenza dei fattori-indice della capacità contributiva, giacché codesti restano individuati nei decreti medesimi. Ne consegue che è legittimo l’accertamento fondato sui predetti fattori-indice, provenienti da parametri e calcoli statistici qualificati, restando a carico del contribuente, posto nella condizione di difendersi dalla contestazione dell’esistenza di quei fattori, l’onere di dimostrare che il reddito presunto non esiste o esiste in misura inferiore” (Cassazione n. 9539 del 2013).
Sentenza n. 12745 del 6 giugno 2014 (udienza 1 ottobre 2013)
Cassazione civile, sezione V – Pres. Di Iasi Camilla - Est. Greco Antonio
Dpr 600/1973, articolo 38, comma 4 – Accertamento sintetico effettuato sulla base degli indici di cui ai Dm 10 settembre 1992 e Dm 19 novembre 1992 – Onere del contribuente dimostrare che il reddito presunto non esiste o esiste in misura inferiore
Come già chiarito da questa Corte, “la determinazione effettuata con metodo sintetico, sulla base degli indici previsti dai Dm 10 settembre ...
alle giovedì, luglio 10, 2014
Legittimo il dubbio dell’ufficio con operazioni antieconomiche.
La Corte richiama il principio per cui “in tema di accertamento delle imposte sui redditi, la presenza di scritture contabili formalmente corrette non esclude la legittimità dell’accertamento analitico-induttivo del reddito d’impresa, ai sensi del DPR n. 600/1973, art. 39, comma 1, lett. d), qualora la contabilità stessa possa considerarsi complessivamente inattendibile in quanto confliggente con i criteri della ragionevolezza, anche sotto il profilo della antieconomicità del comportamento del contribuente. In tali casi, pertanto, è consentito all’Ufficio dubitare della veridicità delle operazioni dichiarate e desumere, sulla base di presunzioni semplici, purché gravi, precise e concordanti, maggiori ricavi o minori costi, ad esempio determinando il reddito del contribuente utilizzando le percentuali di ricarico, con conseguente spostamento dell’onere della prova a carico del contribuente (di recente Cass.n. 14941/2013; id n. 6929/2013; id n. 7871/2012; id n. 2616/2011 ed, in termini, Cass. n. 21536/2007)
Sentenza n. 12167 del 30 maggio 2014 (udienza 13 marzo 2014)
D.P.R. n. 600/1973, art. 39, comma 1, lett. d) – La presenza di scritture contabili formalmente regolari none esclude l’utilizzo di presunzioni semplici – L’onere della prova è a carico del contribuente
La Corte richiama il principio per cui “in tema di accertamento delle imposte sui redditi, la presenza di scritture contabili formalmente co...
Per l’accertamento “a tavolino” non opera il termine dilatorio.
La Ctr dell’Umbria, con la sentenza n. 109/01/13, ha affrontato la controversa questione della delimitazione dell’ambito applicativo dell’articolo 12, comma 7, legge 212/2000 (Statuto del contribuente), secondo cui l’avviso di accertamento non può essere emanato prima che siano trascorsi sessanta giorni dal rilascio al contribuente della copia del processo verbale di chiusura delle operazioni di controllo, salvo casi di particolare e motivata urgenza.
I giudici umbri hanno affermato che il vizio di nullità dell’avviso di accertamento, notificato senza il rispetto del termine dilatorio, è rilevabile esclusivamente in relazione ad atti derivanti da accessi, ispezioni e verifiche eseguite presso la sede del contribuente.
Oggetto del giudizio è un avviso di accertamento derivante da indagini finanziarie a norma dell’articolo 32, comma 1, n. 7, Dpr 600/1973.
In sede di ricorso dinanzi alla Commissione tributaria provinciale veniva eccepita, tra l’altro, la violazione dell’articolo 12 dello Statuto del contribuente, contestando il mancato rispetto del termine dilatorio fissato dalla norma.
La Ctp di Perugia accoglieva il ricorso con motivazione non attinente la specifica questione, che, tuttavia, veniva riproposta dal contribuente nel secondo grado di giudizio promosso con appello dell’ufficio.
La Ctr ha ribaltato l’esito della lite, chiarendo espressamente che l’articolo 12, comma 7, dello Statuto è applicabile soltanto ad avvisi di accertamento derivanti da attività istruttorie eseguite presso la sede del contribuente. Infatti, il comma primo dell’articolo 12 circoscrive testualmente l’operatività delle disposizioni contenute nei commi successivi ai soli accessi, ispezioni e verifiche eseguiti nei locali destinati ad attività commerciali, industriali, agricole, artistiche e professionali. Al di fuori di tali modalità istruttorie, la norma non è applicabile.
Accade sempre più spesso che i contribuenti avanzino eccezioni fondate sul presupposto che le garanzie offerte dall’articolo 12, comma 7, dello Statuto possano estendersi agli accertamenti “a tavolino”, chiedendo, conseguentemente, una declaratoria di nullità degli avvisi per i quali gli uffici non si siano attenuti alle prescrizioni dettate dalla norma.
Come evidenziato dalla pronuncia in esame, la formulazione letterale della legge impedisce all’interprete di ampliarne l’ambito applicativo al di fuori dei limiti espressamente voluti dal legislatore statutario.
Al riguardo, la posizione della Corte di cassazione è rimasta ferma nel tempo nel ritenere non necessario il rispetto del termine dilatorio per la notifica dell’accertamento se non per i controlli eseguiti presso la sede dell’attività del contribuente, e ha individuato la ratio di tale differenziazione nell’esistenza di differenze sostanziali nell’esercizio dei poteri istruttori dell’ufficio.
Nella sentenza 14026/2012, infatti, la Corte ha circoscritto l’operatività della norma alle sole verifiche svolte nei locali destinati all’esercizio dell’attività, precisando che l’esigenza di garantire le particolari tutele previste espressamente per le indagini svolte presso la sede di lavoro non sussiste per i procedimenti di controllo “a tavolino”, che non hanno natura altrettanto pervasiva quanto le verifiche presso il contribuente le quali, di fatto, sostiene la Corte, possono interferire con lo stesso svolgimento dell’attività controllata.
Posizione analoga esprime la sentenza 16354/2012.
Più recentemente, con la sentenza 8399/2013, la Corte ha escluso l’estensione delle disposizioni di cui all’articolo 12, comma 7, ai casi in cui vi sia un’attività di controllo degli uffici senza accesso nei luoghi di residenza del contribuente, nella sede o nei locali dell’impresa o, comunque, quando il controllo sia svolto grazie a dati acquisiti da altri organismi o autorità, inclusa la Polizia giudiziaria che operi nell’ambito di indagini penali oppure derivanti da richieste, questionari e inviti formulati dall’ufficio.
Le stesse sezioni unite della Corte, nella sentenza 18184/2013, hanno chiarito che il termine dilatorio di cui all’articolo 12, comma 7, opera a favore del contribuente nei cui confronti sia stato effettuato un accesso, un’ispezione o una verifica nei locali destinati all’esercizio dell’attività e decorre dal rilascio al contribuente della copia del processo verbale di chiusura delle operazioni.
Da ultimo, sul tema, la Cassazione ha emesso la sentenza 2594/2014, che giunge a una decisione di segno contrario ai precedenti fin qui ricordati, ma con una motivazione che, come già da altri annotato, appare inconferente rispetto alla fattispecie giudicata e, dunque, non significativa.
Si sottolinea, infine, che la sentenza in commento è parte di un orientamento sul tema, della Commissione regionale di Perugia, prevalentemente favorevole al fisco e rilevabile in relazione a varie tipologie di controlli “a tavolino”: si citano, ad esempio, le recenti sentenze della Ctr Umbria n. 34/04/14 relativa a indagini finanziarie e n. 103/01/13 in tema di controlli redditometrici.
La Ctr dell’Umbria, con la sentenza n. 109/01/13, ha affrontato la controversa questione della delimitazione dell’ambito applicativo dell’ar...
Valido l’accertamento cucinato con i soli ingredienti acquistati.
Con sentenza 6361 del 19 marzo 2014, la Corte di cassazione è tornata a occuparsi di metodo induttivo dell’accertamento, stabilendo che è valida la rettifica a carico del ristoratore anche sulla sola base degli ingredienti acquistati.
Il caso esaminato riguarda una società esercente attività di ristorazione, a cui veniva notificato un accertamento induttivo, con il quale l’ente impositore rettificava la dichiarazione della contribuente attribuendole un reddito maggiore in relazione a ricavi non fatturati e contabilizzati.
Dopo una prima decisione sfavorevole, il giudice di secondo grado accoglieva l’appello della società, annullando l’atto impositivo, in quanto mancavano i presupposti che giustificassero l’operato dell’ufficio, basato su presunzioni che non potevano trovare riscontri nel caso concreto. Ciò, “considerando il numero di somministrazioni di alimenti al pubblico, determinato sulla base del quantitativo delle materie prime acquistate per la preparazione dei piatti, senza considerare che le materie alimentari acquistate non possono essere interamente utilizzate”.
Per l’Amministrazione finanziaria, però, l’accertamento è pienamente valido.
La Suprema corte accoglie il ricorso dell’Agenzia, considerando che, in tema di reddito di impresa, l’articolo 39, comma 2, Dpr 600/1973, prevede che l’ufficio delle imposte determina il reddito d’impresa sulla base dei dati e delle notizie comunque raccolti o venuti a sua conoscenza, con facoltà di prescindere in tutto o in parte dalle risultanze del bilancio e dalle scritture contabili esistenti e di avvalersi anche di presunzioni prive dei requisiti di gravità, precisione e concordanza, tra l’altro, “… quando le omissioni e le false o inesatte indicazioni accertate ai sensi del precedente comma ovvero le irregolarità formali delle scritture contabili risultanti dal verbale di ispezione sono cosi gravi, numerose e ripetute da rendere inattendibili nel loro complesso le scritture stesse per mancanza delle garanzie proprie di una contabilità sistematica”.
Se dunque in presenza delle irregolarità della contabilità, meno gravi, contemplate dall’articolo 39, comma 1, Dpr 600/1973, l’Amministrazione finanziaria può procedere a rettifica analitica, utilizzando gli stessi dati forniti dal contribuente, ovvero dimostrando, anche per presunzioni, purché munite dei requisiti di cui all’articolo 2729 del codice civile, l’inesattezza o incompletezza delle scritture medesime, allorquando invece viene constatata un’inattendibilità globale delle scritture, l’Amministrazione è autorizzata a prescindere da esse e a procedere in via induttiva, avvalendosi anche di semplici indizi sforniti dei requisiti necessari per costituire prova presuntiva.
Questi assunti, derivanti da giurisprudenza consolidata (Cassazione, sentenze 11686/2002, 8273/2003, 25001/2006 e 23096/2012) non sono stati minimamente considerati, mentre, nel caso di specie, sulla scorta dell’istruttoria eseguita dall’ufficio nei riguardi delle scritture contabili della società, delle risposte a un questionario e attraverso le rilevazioni della Guardia di finanza in sede di verifica, era emerso incontrovertibilmente l’esistenza di ricavi non dichiarati sulla scorta di presunzioni semplici, precise e concordanti, “idonei alla ricostruzione indiretta di un reddito non espresso ed indicato dalla contribuente”.
A tal fine, è noto che l’Amministrazione finanziaria può utilizzare elementi esterni rispetto alle scritture, ma anche dati da queste emergenti, nella misura in cui risultino singolarmente affidabili (Cassazione 15124/2006).
Senza contare poi che il consumo di materie prime o di carburante, costituisce un fatto certo e noto, da cui è legittimo dedurre per presunzione, con accertamento analitico-sintetico, l’esistenza di un proporzionale giro d’affari (Cassazione, sentenze 11093/2008, 10277/2008, 15124/2006 e 10396/2000).
La Commissione tributaria regionale avrebbe dovuto valutare la correttezza delle conclusioni cui era giunto l’ufficio e cioè se la contabilità, in considerazione delle gravi lacune riscontrate, potesse essere giudicata nel complesso inattendibile e così giustificare l’accertamento induttivo (cfr Cassazione 27068/2006).
Invece, il giudice a quo ha seguito una diversa impostazione argomentativa, basandosi sulla mera circostanza che l’ufficio aveva provveduto a rettificare la dichiarazione annuale della società su base presuntiva, perciò infondata.
Con sentenza 6361 del 19 marzo 2014, la Corte di cassazione è tornata a occuparsi di metodo induttivo dell’accertamento, stabilendo che è va...
alle mercoledì, aprile 02, 2014
Le ragioni della pretesa fiscale sono innegabilmente un diritto.
In tema di accertamento delle imposte sui redditi, l’obbligo di porre il contribuente in condizione di conoscere le ragioni dalle quali deriva la pretesa fiscale, stabilito dal Dpr n. 600 del 1973, art. 42, è soddisfatto dall’avviso di accertamento dei redditi del socio che rinvii “per relationem” a quello, relativo ai redditi della società, ancorché solo a quest’ultima notificato, giacché il socio, a norma dell’articolo 2261 del codice civile, ha il potere di consultare la documentazione relativa alla società, e quindi di prendere visione sia dell’accertamento presupposto che dei documenti richiamati a suo fondamento, ovvero di rilevarne l’omessa comunicazione (cfr Cassazione 1952/2008 e 8407/2002).
Sentenza n. 5645 del 12 marzo 2014 (udienza 13 novembre 2013)
Dpr n. 600 del 1973, articolo 42 – Avviso accertamento redditi socio – Rinvio per relationem avviso accertamento reddito società – Legittimità
In tema di accertamento delle imposte sui redditi, l’obbligo di porre il contribuente in condizione di conoscere le ragioni dalle quali deri...
Le omissioni ed irregolarità dell’invito, derivanti dalla mancata indicazione dell’oggetto dei chiarimenti da richiedere al contribuente e dalla fissazione di un termine per l’esibizione dei documenti inferiore a quindici giorni, non possono, di certo, incidere sulla validità dell’accertamento induttivo sintetico, operato dall’Amministrazione finanziaria ai sensi del DPR n. 600 del 1973, articolo 39, comma 2, lettera d-bis). Ed invero – come questa Corte ha più volte avuto modo di affermare – in tema di accertamento delle imposte sul reddito, il DPR n. 600 del 1973, articolo 32, nella parte in cui prevede l’invito al contribuente a fornire dati e notizie in ordine agli accertamenti bancari, attribuisce all’Ufficio una mera facoltà, il cui mancato esercizio non determina l’illegittimità della verifica operata sulla base dei medesimi accertamenti, né comporta la trasformazione della presunzione legale posta dalla norma in presunzione semplice, con possibilità per il giudice di valutarne liberamente la gravità, la precisione e la concordanza e con il conseguente onere per il Fisco di fornire ulteriori elementi di riscontro.
Sentenza n. 1857 del 29 gennaio 2014 (udienza 26 novembre 2013)
Cassazione civile, sezione V - Pres. Adamo Mario - Est. Valitutti Antonio
D.P.R. n. 600 del 1973, articolo 39, comma 2, lettera d bis) – Accertamento induttivo sintetico – Invito a comparire ex articolo 32 D.P.R. n. 600 del 1973 – Mera facoltà per l’Ufficio – La mancanza non determina nullità avviso di accertamento
Le omissioni ed irregolarità dell’invito, derivanti dalla mancata indicazione dell’oggetto dei chiarimenti da richiedere al contribuente e d...
alle venerdì, febbraio 14, 2014
Il comportamento antieconomico legittima l’accertamento fiscale.
Il contribuente impugna l’atto impositivo e, in primo grado, la Commissione tributaria provinciale accoglie il ricorso.
In seguito, la Commissione tributaria regionale rigetta l’appello proposto dall’Agenzia delle Entrate poiché ritiene illegittimo l’accertamento di tipo induttivo effettuato dall’ufficio, in virtù della riscontrata regolarità della documentazione contabile nonché della eccessiva percentuale di ricarico applicata.
Avverso tale ultima decisione, l’Agenzia oppone ricorso per cassazione.
La Corte suprema accoglie i motivi di ricorso proposti dall’Agenzia e, decidendo nel merito, respinge il ricorso introduttivo e condanna la parte privata al pagamento delle spese del giudizio di legittimità.
Secondo la Cassazione, il ricorso all’accertamento induttivo può essere considerato legittimo solo se “…l’Amministrazione finanziaria abbia applicato i parametri presuntivi, personalizzati in relazione alla specifica situazione del contribuente, ed abbia soppesato e disatteso le contestazioni proposte da quest'ultimo in sede amministrativa…”.
Contestata l’antieconomicità secondo i parametri sopra descritti, il contribuente non può tuttavia difendersi invocando esclusivamente la corretta tenuta della contabilità, ma deve, di contro, fornire la prova contraria per contrastare la tesi dell’ufficio impositore.
Per i giudici di legittimità l’ufficio, nel caso di specie, ha correttamente applicato i parametri presuntivi che legittimano il potere di accertare attraverso la metodologia analitico-induttiva.
Ciò in quanto, la manifesta antieconomicità della gestione aziendale, ricavabile dalla bassa percentuale di ricarico applicata, è stata rilevata prendendo a riferimento quasi tutta la tipologia di merce esistente in magazzino.
Sul punto, secondo la Corte suprema, la pronuncia censurata non ha neppure spiegato, in maniera puntuale, i motivi della eventuale inadeguatezza qualitativa e quantitativa del campione esaminato.
Pertanto, anche per l’assenza di elementi contrari forniti dal contribuente, l’Agenzia ha legittimamente ricostruito il volume di affari rideterminando la percentuale di ricarico nella misura del 40 per cento.
La decisione in esame, sulla scia di precedenti pronunce (cfr Cassazione 6918/2013, 27199/2013 e 11599/2007), conferma il principio secondo cui i rilevi sull’antieconomicità, oltre che riguardare le imposte dirette, possono essere applicati anche per il recupero dell’Iva.
Il motivo principale risiede nell’applicazione dell’articolo 54, comma 2, del Dpr 633/1972, per il quale le omesse o inesatte annotazioni nella dichiarazione fiscale possono essere anche desunte sulla base di presunzioni semplici, purché gravi, precise e concordanti.
Per la Cassazione, dunque, il comportamento antieconomico del contribuente, che ad esempio, in assenza di idonee e comprovate giustificazioni, applica una percentuale di ricarico molto bassa rispetto alla media di settore, costituisce un atteggiamento assolutamente contrario ai canoni dell’economia, tanto da poter essere qualificato come un grave indizio di evasione e rendere pienamente legittimo il ricorso all’accertamento analitico-induttivo, per il recupero sia delle imposte dirette (articolo 39, comma 1, lettera d, Dpr 600/1973) sia dell’Iva (articolo 54, comma 2, Dpr 633/1972).
Pertanto, una volta contestata l’antieconomicità, il contribuente non può opporsi invocando solamente la correttezza delle scritture contabili ma è tenuto a contestare punto su punto la nuova ricostruzione della materia imponibile effettuata dall’ufficio.
Si ricorda infine che, secondo l’indirizzo giurisprudenziale prevalente, se il potere accertativo è stato correttamente esercitato dall’ufficio, ma quest’ultimo non ha quantificato correttamente la maggiore imposta accertata, il giudice di merito sarà costretto a riquantificarla secondo l’esatta misura, tenendo in ogni caso conto dei limiti tracciati dalle domande rivolte dalle parti processuali.
Sulla questione, si veda, da ultimo, la 6918/2013, per la quale “…quand’anche il giudice di appello avesse ritenuto fondate le censure dei contribuenti in relazione ai criteri di determinazione del maggior reddito adoperati dall’ufficio, il medesimo non avrebbe, di certo, dovuto limitarsi ad annullare gli atti impositivi”, ma, stante la natura del processo tributario annoverabile tra i giudizi di “impugnazione-merito”, sarebbe stato costretto a “…esaminare nel merito la pretesa tributaria e, operando una motivata valutazione sostitutiva, eventualmente ricondurla alla corretta misura, entro i limiti posti dalle domande di parte (cfr Cassazione 13034/12, 11935/12 e molte altre)”.
Nel giudizio tributario, una volta contestata dall’Erario l’antieconomicità di una operazione posta in essere da un imprenditore commerciale...