Source: https://bottegaenergia.com/l-audit-energetico.html
Timestamp: 2019-03-26 11:03:13+00:00
Document Index: 97058266

Matched Legal Cases: ['arte 1', 'arte 2', 'arte 3', 'arte 4', 'arte 5', 'art. 12', 'art. 8', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 16', 'art. 8', 'art. 8']

"Audit" o "diagnosi"?
Indipendenza dell'audit
I livelli di approfondimento
Le strategie di efficientamento
Il D.Lgs. 102/2014
L’audit energetico, sia nel campo civile che in quello industriale, venne introdotto negli Stati Uniti a seguito della crisi petrolifera del 1973. L’allora governo degli USA si rese immediatamente conto che uno degli strumenti più efficaci per contrastare la mancanza di petrolio e dei suoi derivati ed il conseguente aumento del prezzo al barile sul mercato mondiale sarebbe stato quello di diminuire il più possibile i consumi da fonti energetiche fossili in tutti i settori.
Poiché il primo passo per effettuare tale operazione è quello di capire «dove si consuma e quanto si consuma», l’ASHRAE (American Society of Heating, Refrigerating and Air Conditioning Engineers) introdusse lo strumento tecnico da subito denominato "audit energetico", inizialmente con solo riferimento agli impianti di riscaldamento e condizionamento degli edifici civili e del terziario ed estendendolo poi anche alle realtà industriali ed ai processi produttivi.
In Europa tale strumento non ebbe in generale grande diffusione ed in Italia ebbe ancora meno fortuna. Di fatto bisognerà attendere il 19 Luglio 2014, con la pubblicazione del D.Lgs. 102/2014, affinché il nostro Paese introduca formalmente una serie di regole tecniche ed amministrativo-burocratiche riguardanti le diagnosi e gli audit energetici, che pure erano già presenti in "sordina" in alcune Norme tecniche precedenti.
Lo scopo di un audit energetico è quello di analizzare e "fotografare" lo stato di efficientamento energetico e dei consumi di un’azienda, una bottega artigiana o un’attività commerciale, definendo in tal modo la cosiddetta "baseline dei consumi". Risulterà inoltre anche possibile un confronto fra i consumi rilevati e quelli tipici del settore merceologico di riferimento, di modo da avere un’indicazione sufficientemente precisa delle prestazioni energetiche dell’impresa.
Con l’audit energetico vengono inoltre gettate le basi per predisporre il miglior schema operativo e finanziario che potrà essere seguito nell’attuare le eventuali strategie di efficientamento energetico individuate.
Infine, l’audit energetico costituisce una parte fondamentale del ciclo PDCA (Plan-Do-Check-Act) richiesto dalla Norma UNI EN ISO 50001 per l’implementazione di un Sistema di gestione dell'Energia; serve, ad esempio, per stabilire le baseline dei consumi e gli obiettivi di efficienza da raggiungere attraverso l’implementazione di tali sistemi.
È fondamentale sottolineare un aspetto che, all’apparenza formale, negli ultimi anni si è rivelato sempre più sostanziale. All’interno delle metodologie disponibili per il risparmio e l’efficientamento energetico in qualsiasi setto re (residenziale, terziario, industriale e della P.A.), due sono state (e sono) le vie percorribili, proposte a livello normativo ma anche perseguite, di fatto, a livello tecnico e pratico. La prima è centrata sulla diagnosi energetica, intesa come analisi approfondita dei sistemi edificio-impianti, con lo scopo di procedere ad eventuali riqualificazioni energetiche. La seconda riguarda maggiormente l’analisi energetica dei processi produttivi, logistici ed organizzativi delle imprese, con lo scopo di eliminare eventuali inefficienze energetiche.
In entrambi i casi spesso si parla indifferentemente di "diagnosi energetica" o di "audit energetico", scambiando fra di loro le due dizioni, anche se non sempre risulta chiaro che esse, di fatto, si riferiscono ad una stessa metodologia, del tutto generale ed applicabile indistintamente nei settori residenziale, del terziario e dell’industria. Capita, ad esempio, che si indichi con "diagnosi energetica" la sola analisi dei sistemi edificio-impianti e con "audit energetico" lo studio effettuato a livello industriale.
In questo senso molto ha fatto la Norma UNI CEI/TR 11428. È sufficiente leggere il paragrafo "Scopo e campi di applicazione" per rendersi conto che, con tale Norma, non risulta più avere alcun senso la distinzione fra audit e diagnosi energetica. Si trova infatti scritto: «Il presente rapporto tecnico definisce i requisiti e la metodologia comune per le diagnosi energetiche nonché la documentazione da produrre. Il presente rapporto tecnico si applica al settore terziario, industriale, residenziale ed alle organizzazioni pubbliche. Si applica a tutti i sistemi energetici, a tutti i vettori di energia e a tutti gli usi dell'energia. Non definisce requisiti specifici per le diagnosi energetiche relative a edifici, processi produttivi, trasporti.».
Un documento, insomma, del tutto unificante, che fornisce, in linea generale ma contemporaneamente con tutto il dettaglio possibile, una descrizione delle varie fasi da seguire per realizzare a regola d’arte una diagnosi (o un audit) energetica. E, soprattutto, che possa comprendere sia l’analisi del sistema edificio-impianti, sia quella dei consumi energetici non direttamente correlabili ad esso, quali quelli allocabili ai processi produttivi, all’erogazione di servizi, ecc. In linea di principio, l’approccio è relativamente semplice se applicato nell’industria, anche se occorre osservare che all’atto pratico anche in questo caso insorgono complicazioni, più spesso di quanto il consulente incaricato vorrebbe. E lo stesso dicasi nel settore terziario.
Nel presente sito, per comodità dei navigatori, si è scelto di indicare con "diagnosi energetica" l’analisi del sistema edificio-impianti in ambito civile e del terziario e con "audit energetico" l’analisi del sistema edificio-impianti e dei processi produttivi in ambito industriale.
Questa è la tipica domanda che quasi tutti gli imprenditori si pongono. La maggior parte di essi è conscia del fatto che, come costantemente affermato dai mass media, «in Italia la spesa energetica per le imprese è la più elevata d’Europa», ma non tutti sanno esattamente a quanto ammonta la spesa energetica per la propria impresa e che incidenza questa ha sul fatturato annuale.
E, spesso, anche il rivolgersi al proprio ufficio contabile non è sufficiente: non è poi così infrequente che le fatture di energia elettrica, gas metano ed altri vettori energetici vengano registrate e contabilizzate assieme alle altre spese "generali", senza che i relativi costi vengano allocati alle attività produttive svolte.
Si ha quindi la percezione che si "dovrebbe fare qualcosa" per diminuire l’impatto di queste spese sul bilancio aziendale ma non si sa bene come procedere, quanto diminuire gli sprechi e dove intervenire.
Intraprendere la "strada" dell’efficienza energetica è, a tutti gli effetti, un investimento…e come tale dovrebbe essere valutato. Prima di "buttare il cuore oltre l’ostacolo" ed avviare un Sistema di gestione dell’Energia, richiedere un audit energetico, ecc. è bene rispondere alla domanda di cui sopra, capire quali benefici può portare l’investimento e, soprattutto, a quali spese si andrebbe incontro se si decidesse di attuarlo.
Come illustrato nelle sezioni di questo sito dedicate a tale argomento, attualmente in Italia alcune categorie di imprese hanno l’obbligo di redazione di un audit energetico ogni 4 anni; alcune di esse hanno anche l’obbligo di esecuzione di alcuni degli interventi di riqualificazione energetica che, a seguito dell’audit, vengono individuati. Altre imprese hanno invece l’obbligo della nomina annuale dell’Energy Manager…e questi sono soltanto alcuni degli aspetti da considerare.
Addentrarsi autonomamente in questo ambito, così variegato ed "intricato", non è una cosa semplice e richiede, nella maggior parte dei casi, l’affiancamento di un bravo consulente energetico. È però possibile, prima di prendere qualsiasi decisione, riuscire almeno a farsi un’idea dell’impatto che le spese energetiche hanno sul proprio bilancio aziendale e capire se queste sono coerenti con quelle tipiche del proprio settore merceologico di riferimento.
Prima ancora di (eventualmente) avviare il processo di audit, è possibile ottenere in modo semplificato un primo dato indicativo. Si recuperano tutte le fatture dell’energia elettrica, del gas metano, dell’acqua e di qualsiasi altro vettore energetico utilizzato dall’impresa, con riferimento all’ultimo anno contabile e si fa la somma di tutti gli importi, decurtati dell’IVA. Si calcola poi la percentuale rappresentata da questa somma rispetto al fatturato (riferito al medesimo esercizio) e si confronta quanto ottenuto con la seguente tabella dove sono indicati i valori medi italiani per i principali settori produttivi e commerciali:
Se la percentuale calcolata è simile a quella indicata in tabella (o se, meglio ancora, risulta ad essa inferiore), allora l’impresa può considerarsi sufficientemente efficientata. In caso contrario, richiedere un audit energetico può essere un’ottima idea per avviare un concreto percorso verso l’efficientamento.
Con un audit energetico e con la successiva implementazione delle strategie in esso consigliate è infatti possibile perseguire il triplice obiettivo di:
Aumentare la propria efficienza energetica (cioè diminuire i propri consumi o consumare "meglio" gli stessi quantitativi di energia)
Diminuire l’incidenza della spesa energetica annuale sul proprio fatturato
Diminuire le emissioni di gas climalteranti, contribuendo a rendere più vivibile l’ambiente in cui tutti viviamo
La scelta della tipologia di audit più adatta alle proprie esigenze viene in genere fatta con esclusivo riferimento a considerazioni economiche, dato che il costo dell’audit cresce al crescere del livello di approfondimento. Sarebbe però necessario effettuare tale scelta soprattutto in base agli effettivi obiettivi che si intendono raggiungere, effettuando cioè una vera e propria analisi costi-benefici di questo che, come già sottolineato, dovrebbe essere considerato un vero e proprio investimento da parte dell’impresa, alla pari di quelli normalmente valutati in relazione al proprio core business.
Da ultimo, giova ricordare uno slogan spesso proposto dal Gruppo ABB: «Un Euro investito in un audit energetico crea 15 Euro di opportunità di risparmio economico». Una diagnosi energetica risulta quindi del tutto vantaggiosa anche se si intende valutare tale operazione come mero investimento per la propria attività…
Indipendenza dell'audit energetico
L’audit energetico è un processo di non facile attuazione e che richiede molte competenze tecniche (sia teoriche che pratiche) la giusta strumentazione (nei casi in cui questa è necessaria), una buona esperienza acquisita "sul campo" e la capacità di rapportarsi nel modo più efficace possibile con il management aziendale.
È dunque importante porre l’attenzione su una circostanza che purtroppo si verifica spesso e che, in maniera sempre più preoccupante, rischia di fatto di travisare lo spirito con il quale è stato creato, a livello Europeo e nazionale, il quadro Normativo sull’efficienza energetica Si assiste infatti sempre più spesso all’offerta di audit energetici proposti gratuitamente da professionisti, società e, talune volte, perfino da ESCo che, così facendo, confidano poi, ad audit concluso e consegnato al cliente, di vedersi assegnare i progetti di riqualificazione energetica del sistema edificio-impianti e/o dei processi produttivi previsti dall’audit stesso.
In questo modo, però, l’audit energetico rischia concretamente di perdere il significato essenziale che il Normatore ha voluto dargli, cioè quello di rappresentare il primo passo per l’avvio di un percorso virtuoso verso l’efficienza energetica e l’utilizzo razionale dell’energia, divenendo, di fatto, un vero e proprio strumento di vendita nelle mani degli operatori di settore.
Inoltre, così facendo, non viene più garantita l’imparzialità degli esiti dell’audit stesso: a quale professionista non converrebbe compilare un audit che dimostri al proprio cliente l’assoluta necessità di realizzare uno o più interventi di riqualificazione energetica, magari proprio grazie a progettisti ed installatori indicati dal professionista stesso? Ed inoltre: a quale ESCo non converrebbe indicare nel rapporto di audit quegli interventi migliorativi che, se attuati, risulterebbero finanziariamente convenienti alla ESCo stessa ancor prima che all’imprenditore?
È opportuno cautelarsi da tali evenienze, tenendo presente che sono veramente pochi gli operatori che forniscono audit energetici gratuiti con l’esclusivo scopo di porre l’imprenditore in condizioni di decidere autonomamente ed in completa libertà come muoversi per gestire al meglio i propri consumi energetici. In altri termini, mai come in questo caso è corretto rendersi conto che, come recita il vecchio adagio, «La professionalità si paga, ma poi ripaga».
Attualmente in Italia le diagnosi e gli audit energetici devono essere eseguiti e redatti nel rispetto della seguente Normativa:
UNI CEI/TR 11428:2011, "Gestione dell'energia - Diagnosi energetiche - Requisiti generali del servizio di diagnosi energetica"
UNI CEI EN 16247-1:2012. "Diagnosi energetiche, parte 1: requisiti generali"
UNI CEI EN 16247-2:2014, "Diagnosi energetiche, parte 2: edifici"
UNI CEI EN 16247-3:2014, "Diagnosi energetiche, parte 3: processi"
UNI CEI EN 16247-4:2014, "Diagnosi energetiche, parte 4: trasporto"
UNI EN 15459:2008, "Prestazione energetica degli edifici - Procedura di valutazione economica dei sistemi energetici degli edifici"
UNI CEI EN 16247-5:2015, "Diagnosi energetiche - Parte 5: competenze dell’auditor energetico"
Esiste inoltre un "pacchetto" di Leggi, Decreti e simili, riguardanti gli audit energetici ma applicabili esclusivamente nell’ambito degli obblighi stabiliti dal D.Lgs. 102/2014; per maggiori approfondimenti si rimanda alla sezione dove viene trattato questo argomento.
Esistono tre differenti tipologie di audit energetico:
Livello 1: walkthrough energy audit. Studio basilare; comporta l’analisi storica delle fatture energetiche, la raccolta dei dati tecnici dei dispositivi presenti e lo studio non strumentale dei processi utilizzati. Il report finale contiene una sintesi dei dati analizzati, i suggerimenti delle strategie di efficientamento per ciascun settore energetico, una stima di massima dei risparmi conseguibili ed un’indicazione qualitativa dei costi da sostenere per conseguirli. Viene in genere elaborato in 30 giorni lavorativi ed è il meno costoso (ma anche il meno preciso nelle stime di risparmio).
Livello 2: standard energy audit. L’analisi è condotta come per la precedente tipologia, ma per alcuni processi o apparecchiature viene utilizzata un’apposita strumentazione che individua il consumo energetico specifico. Il report finale è simile a quello del punto precedente, ma i risparmi conseguibili ed i costi da sostenere sono quantificati con una maggiore precisione. Richiede mediamente dai 4 ai 6 mesi di lavorazione ed ha un costo medio.
Livello 3: investment-grade energy audit. È la tipologia di audit più approfondita, costosa ed "impegnativa". Comporta lunghi tempi di lavorazione (mediamente un anno), ma garantisce un’accuratezza dei risultati molto elevata. Richiede un esteso e massiccio utilizzo di strumentazione di monitoraggio dei consumi e di altre grandezze di processo. Le analisi finanziarie finali sono molto dettagliate e le relative indicazioni vengono utilizzate per coordinare gli investimenti energetici con quelli di altro tipo già previsti dal management aziendale.
Tali livelli derivano dalla classificazione ASHRAE del 2004, non citata espressamente dalla Normativa Europea né da quella italiana, ma ritenuta comunque valida come riferimento. I tre livelli hanno caratteristiche che possono essere riassunte come riportato nella seguente tabella:
Le tre possibili tipologie di audit sono accumunate dalle fasi di lavorazione che normalmente vengono attuate per la loro esecuzione. Esse sono:
Fase preliminare, ossia acquisizione dei dati relativi all’impresa: anagrafica societaria, numero di dipendenti, turni di lavoro, principali processi produttivi, dati riguardanti l’edificio, livelli produttivi mensili, ecc. Questa fase richiede la compilazione, da parte del titolare (o dell’ufficio amministrativo), di un questionario appositamente predisposto. Tale documento viene scambiato per e-mail con il professionista incaricato, il quale, in base ai dati forniti, può preventivamente organizzare ed ottimizzare (soprattutto in termini di tempo) le fasi successive.
Definizione dell’agenda "di tentativo": acquisiti i dati contenuti nel questionario, il professionista comunica al titolare dell’attività una prima time-line, ossia un’ipotesi di lavoro contenente date, orari e l’indicazione del personale coinvolto durante le successive fasi operative.
Meeting di apertura: organizzato con il titolare e l’eventuale personale coinvolto, viene tenuto il giorno stesso del sopralluogo, è di durata breve (massimo mezz’ora) ed ha come scopo quello di presentare le fasi operative che verranno svolte. È anche l’occasione per discutere le eventuali prime considerazioni che il professionista ha maturato a seguito dell’analisi del questionario preliminare. Durante tale riunione il professionista può inoltre essere informato riguardo eventuali criticità operative specifiche (ad esempio quelle riguardanti la sicurezza dell’accesso ai reparti produttivi).
Sopralluogo: è la fase più importante dell’intero processo di audit e si differenzia a seconda del livello di approfondimento richiesto. Durante questa fase vengono visitati tutti i reparti produttivi, analizzati, gli impianti di processo e di servizio presenti; vengono inoltre intervistati sia il management che i lavoratori. Tali interviste possono anche non essere estese a tutto il personale, limitandosi ai responsabili dei vari settori o ad altro personale indicato dal management.
Elaborazione dell’audit e stesura della relazione tecnica finale.
Meeting di chiusura: organizzato con il titolare e l’eventuale energy team aziendale, ha come scopo quello di illustrare i risultati dell’audit, con particolare attenzione alle strategie di efficientamento energetico suggerite ed alle relative analisi costo-benefici e di LCCA.
Successivamente alla chiusura dell’audit energetico, il management avrà la possibilità di decidere autonomamente se e quali investimenti attuare per migliorare l’efficienza energetica della propria attività.
A seguito di tali investimenti potrebbe essere necessario procedere con vere e proprie operazioni di monitoraggio dei risultati e relativo reporting, spesso esplicitamente richieste nel caso si sia inteso sfruttare uno o più meccanismi di incentivazione. Anche in questo caso il management potrebbe trovare un valido supporto nel medesimo professionista che ha preparato l’audit.
I documenti Normativi e legali riguardanti le diagnosi e gli audit energetici costituiscono di fatto soltanto delle "linee guida" alla realizzazione di una consulenza energetica fatta a regola d’arte. Ciò che fa concretamente la differenza sono le capacità professionali (anche teoriche) e l’esperienza sul campo di cui il professionista si è dotato negli anni. Egli, nell’eseguire le diagnosi e gli audit, deve infatti:
Possedere le competenze tecniche nei settori relativi ai diversi vettori energetici utilizzati dall’impresa (ad esempio: energia elettrica, gas metano, biocombustibili, olio combustibile, energie rinnovabili, ecc.)
Saper cogliere l’essenza di ogni processo produttivo analizzato
Conoscere a fondo le tecnologie costruttive dei sistemi edificio-impianti relativi ai siti produttivi in analisi
Avere competenze economico-finanziarie e nell’ambito dell’analisi del costo del ciclo di vita (LCCA, "Life Cycle Cost Assessment"), necessarie per effettuare nel miglior modo possibile le analisi costi-benefici degli interventi di efficentamento energetico da proporre all’impresa cliente
Sapersi rapportare sia con il management dell’impresa, che con gli impiegati dei diversi uffici che, infine, con i capireparto e gli operai presenti nelle differenti zone (produttive o meno) dei siti industriali analizzati
Avere ottime doti di comunicazione e di sintesi verbale, necessarie per illustrare sia "cosa si farà", sia "cosa si sta facendo" sia, infine, "cosa è stato fatto" a tutte le persone coinvolte
Conoscere a fondo i mercati dell’energia ed il loro funzionamento
Essere informato ed adeguatamente aggiornato riguardo i differenti sistemi di incentivazione messi a disposizione delle imprese nell’ambito dell’efficienza energetica e delle fonti rinnovabili di energia
Come si intuisce facilmente, tutte queste caratteristiche possono dirsi acquisite soltanto dopo diversi anni di lavoro professionale nell’ambito della gestione aziendale dell’energia; certamente non si tratta di esperienze che si possono maturare semplicemente studiando a fondo la Normativa tecnica di settore. Né, se per questo, esclusivamente studiando i diversi manuali che, negli anni, sono stati pubblicati su tali argomenti. Quello che è certo è che, dal punto di vista operativo, poco o nulla può essere fatto applicando pedissequamente i contenuti delle Norme, i quali, come già evidenziato, costituiscono di fatto soltanto delle linee guida per la stesura degli audit energetici. Linee guida da rispettare alla lettera ma che non consentono, da sole, di produrre un rapporto di diagnosi a regola d’arte.
Come accennato, in Letteratura esistono numerosissimi riferimenti bibliografici, non molti dei quali però concretamente utili allorquando si tratta di andare "sul campo" e, successivamente, svolgere calcoli più o meno complessi e redigere infine il rapporto di diagnosi. Nel box a chiusura delle presenti pagine sono raccolti alcuni riferimenti bibliografici scelti fra i numerosissimi presenti attualmente nella Letteratura italiana e straniera.
Altro discorso riguarda i calcoli da eseguire e le misure da (eventualmente) effettuare in campo. Nel primo caso il mercato delle software-house attualmente offre veramente ben poco, soprattutto nel caso di diagnosi energetiche che debbano rispettare i vincoli dettati dal D.Lgs. 102/2014 e dai documenti normativi ad esso collegati. Nel secondo caso, al contrario, il mercato offre addirittura troppo, con proposte e costi estremamente variegati e differenziati (si rimanda alla sezione riguardante le strumentazioni per maggiori approfondimenti).
In un contesto "caotico" come quello qui solamente accennato, l’ENEA ha recentemente avuto il merito di "mettere ordine" nelle procedure operative per gli audit energetici, fornendo anche una modalità di studio e simulazione tutto sommato abbastanza coerente con l’attuale Normativa e di implementazione non troppo complicata né "cervellotica", a patto che il professionista chiamato a redigere l’audit energetico l’abbia ben compresa e sia in grado di applicarla ed adattarla alle differenti situazioni che si trova ad affrontare.
Ci si riferisce al metodo analitico proposto dall’ENEA attraverso i documenti citati nella sezione riguardante il D.Lgs. 102/2014, che qui si illustrerà riferendosi, per comodità e chiarezza, ad un esempio pratico, riferito ad un audit energetico condotto di recente presso un’azienda manifatturiera. Per garantire la riservatezza dei dati presentati si è esplicitamente scelto di adottare dei nomi di fantasia per quanto riguarda i dati sensibili quali la ragione sociale dell’impresa, la partita IVA, l’anagrafica societaria, ecc.
Un audit energetico eseguito ad opera d’arte dovrebbe però presentare alcuni contenuti aggiuntivi rispetto a quanto proposto dall’ENEA, altrimenti non risulterebbe soddisfacente a pieno l’attuale Normativa tecnica né potrebbe risultare di piena utilità per l’impresa committente. Nel seguito verranno dunque presentati anche tali contenuti.
Il modello energetico aziendale
Il "cuore" di un audit energetico è il cosiddetto "modello energetico" relativo all’impresa cliente. Esso costituisce la base sulla quale costruire successivamente qualsiasi tipo di analisi (energetica, economica, ecc.) e con la quale analizzare i possibili interventi di miglioramento dell’efficienza energetica (e dunque anche economico-finanziaria) dell’impresa stessa.
Come anticipato, un modo coerente per procedere dal punto di vista operativo è quello suggerito dall’ENEA (vedere al proposito la sezione dedicata al D.Lgs. 102/2014), ossia costruire il modello energetico aziendale suddividendolo per siti produttivi e, per ciascun sito, per vettore energetico. Ciò significa associare ad ogni vettore energetico utilizzato da ciascun sito uno specifico modello, detto in gergo "struttura energetica".
Un esempio di tale struttura è riportato nella figura seguente:
In tale figura è rappresentato il modello energetico relativo al vettore "energia elettrica" utilizzato in uno dei tre siti produttivi di proprietà di un’impresa energivora (dunque soggetta all’obbligo di audit ex D.Lgs. 102/2014), qui denominata "GreenMagnet S.r.l.". Essa produce piani magnetici per l’ancoraggio di pezzi ferromagnetici ed è situata in provincia di Modena.
Il sito produttivo qui considerato è quello principale dell’impresa (ove ha sede la produzione vera e propria); esso è costituito da un edificio unico, suddiviso in tre reparti produttivi, un’area uffici e servizi ed un’area destinata a magazzino. Coerentemente con il modello proposto dall’ENEA, la struttura è suddivisa in cinque livelli, contrassegnati da altrettante lettere.
È il livello più "alto" della struttura e costituisce, di fatto, il trait-d’union fra i differenti siti produttivi presi in esame. Di fatto, questo livello non è riferito tanto al singolo sito produttivo, quanto all’azienda nella sua interezza (e quindi verrà riproposto praticamente identico anche per gli altri siti produttivi del’impresa).
Tale livello deve come minimo essere caratterizzato dai seguenti dati:
Anagrafica aziendale (sede legale, partita IVA e codice fiscale, rappresentante legale, numero di dipendenti, fatturato e utile relativi ai due anni precedenti quello di esecuzione dell’audit, settore merceologico, ecc.)
Classificazione dell’azienda (PMI, grande impresa, impresa a forte consumo di energia, ecc.)
Periodo di riferimento dei dati considerati per la stesura dell’audit energetico
Elenco ed identificazione formale dei siti produttivi afferenti all’impresa
Consumi complessivi aziendali, suddivisi per vettore energetico ed espressi in unità fisiche (UF), in kWh ed in Tonnellate Equivalenti di Petrolio (TEP)
Quanto all’ultimo punto, in realtà l’ENEA, per gli audit energetici redatti nell’ambito del D.Lgs. 102/2014, richiede tali informazioni con esclusivo riferimento a ciascun singolo sito produttivo, cioè con riferimento al livello B che verrà nel seguito descritto. È però chiaro che l’azienda ha tutto l’interesse nel disporre globalmente di tali dati, che dovranno dunque essere forniti all’interno del rapporto di audit. La modalità con la quale fornire tali informazioni è simile a quella che viene nel seguito descritta per il livello B.
Rappresenta il singolo sito produttivo e riassume globalmente i dati di utilizzo di tutti i vettori energetici in esso utilizzati. Tale informazione deve innanzitutto essere fornita per mezzo di una tabella che, coerentemente con quanto proposto dall’ENEA, è rappresentata qui sotto per l’impresa considerata come caso di studio:
A tale tabella è bene affiancare dei grafici che consentono una visione immediata delle informazioni energetiche. L’insieme minimo di diagrammi da includere nel rapporto di diagnosi è costituito dai grafici di seguito descritti.
Profilo giornaliero medio orario di carico dello stabilimento riferito ad ogni vettore energetico, rappresentato nella figura seguente per l’energia elettrica. Tale diagramma riporta, sulla base di predeterminati intervalli temporali di campionamento (preferibilmente non superiori ai 30 minuti) l’andamento della potenza primaria necessaria per gli usi dello stabilimento, espressa in kW. Esso rappresenta, di fatto, il profilo orario di una tipica giornata lavorativa.
Andamento annuale dei consumi medi mensili totali, riportato relativamente all’esempio qui considerato nella figura seguente:
Curva di durata del carico dello stabilimento. Si tratta di un diagramma (cfr. la figura seguente per il presente caso di studio) che rappresenta per quante ore giornaliere (asse delle ascisse) una determinata potenza primaria (asse delle ordinate) è stata richiesta dallo stabilimento per l’espletamento di tutte le attività lavorative. Questo tipo di rappresentazione risulta fondamentale, ad esempio, per le analisi costi-benefici relative ad interventi di efficientamento energetico che prevedono l’installazione di impianti ad energia rinnovabile oppure di cogenerazione/trigenerazione.
Andamento mensile della "Destinazione d’uso Generale" (DG), così come definita dall’ENEA. Si tratta di un dato mensile riassuntivo dello "scopo" per il quale l’impresa esiste e produce; esempi di DG sono la produzione in tonnellate, metri lineari o volumi (questi ultimi espressi in metri cubi o litri), i volumi di vendita (in Euro) per le imprese di servizi, ecc. In alcuni casi sporadici è utile esprimere la DG in "numero di pezzi prodotti"; per la verità l’ENEA sconsiglia esplicitamente tale scelta, ma è ormai assodato come essa risulti invece imprescindibile in alcuni contesti. È proprio questo il caso dell’esempio qui considerato, dove la DG è espressa in "numero di piani magnetici prodotti" (Np), come risulta dalla seguente figura:
Andamento mensile dell’indice generale di prestazione energetica (Ipg) del vettore considerato, espresso come rapporto fra il consumo mensile totale di tale vettore ed il valore della DG relativo allo stesso mese. È utile conoscere anche il valore su base annua di tale indice, peraltro richiesto esplicitamente dall’ENEA nell’ambito degli audit energetici ex D.Lgs. 102/2014. Tale indice deve inoltre essere confrontato con quello medio del mercato di riferimento per l’impresa, di modo da poter valutare se i consumi aziendali, normalizzati rispetto alla propria produzione, siano in linea o meno con tale valore. Nella figura qui sotto si riporta il diagramma riferito al caso di studio preso come esempio:
Breakdown energetico dei consumi del vettore considerato, in base alla suddivisione adottata per il livello C (cfr. la figura seguente per il presente caso di studio). Tale diagramma è fondamentale per avere una prima idea delle quote di consumo del vettore allocabili alle voci "Attività principali", "Servizi ausiliari" e "Servizi generali" e poter così iniziare a comprendere a quali settori sono dovuti i maggiori consumi.
Diagramma a torta che sintetizza i consumi energetici complessivi, espressi tutti nella medesima unità di misura (normalmente in kWh o TEP); esso fornisce la suddivisione dei consumi di energia primaria dovuti ai singoli vettori energetici utilizzati dal sito produttivo allo studio (cfr. la figura qui sotto). Tale rappresentazione è molto utile per comprendere, in modo diretto ed immediato, quali siano i vettori energetici maggiormente utilizzati dal sito produttivo, anche se non fornisce alcuna indicazione sull’effettiva efficienza di tali utilizzi (informazione che viene quindi resa nota all’interno dei successivi livelli della struttura energetica aziendale).
Curva di performance energetica del sito produttivo, con riferimento ai singoli vettori energetici utilizzati, che per il presente caso di studio e con riferimento all’energia elettrica si presenta nel seguente modo:
Si tratta, di fatto, del più importante diagramma fra quelli qui presentati e riporta contemporaneamente due rappresentazioni. La prima, di tipo puntuale, si basa sulle coppie mensili di valori del consumo energetico e della DG. La seconda è ricavata per regressione lineare della prima e, se i dati sono stati acquisiti ed elaborati in modo corretto (con anche le dovute normalizzazioni), può costituire un vero e proprio modello energetico del sito produttivo (con riferimento al vettore preso in considerazione), utilizzabile non solo per la diagnosi energetica ma anche, ad esempio, per la predisposizione del ciclo plan-do-check-act (ciclo dei Deming) richiesto per i Sistemi di Gestione dell’Energia conformi alla Norma UNI CEI EN ISO 50001.
Di fatto, costruito un valido modello energetico di questo tipo, il management aziendale sarà in grado di prevedere con una sufficiente precisione i consumi di un determinato vettore energetico per uno specifico sito produttivo a partire dal dato previsto per la produzione (ossia a partire dal valore di DG in ascissa del diagramma). La bontà o meno del modello così costruito è riassunta dal coefficiente di correlazione (detto spesso "r quadro"), che esprime quanto il modello fornito dalla regressione lineare ben rappresenti i punti reali forniti dalle coppie mensili di valori di consumo energetici e DG; tanto più il coefficiente r si avvicina all’unità, tanto più il modello è "corretto". Per quanto riguarda il caso di studio qui preso come esempio, si è ottenuto un coefficiente di correlazione adeguato, pari a 0,93.
Consente una prima suddivisione generale degli utilizzi energetici di uno specifico vettore, organizzata in tre specifiche macro-aree:
Attività principali, ossia quelle attività strettamente correlate alla DG e normalmente intese come "core business" dall’impresa
Servizi ausiliari, cioè quelle attività che pur strettamente collegate a quelle principali non presentano fabbisogni energetici ad esse strettamente correlabili. Rientrano in questa categoria, ad esempio, l’illuminazione, il riscaldamento, la climatizzazione estiva, ecc.
Servizi generali, categoria nella quale rientrano le attività di trasformazione del vettore energetico in esame in altri vettori energetici "secondari", a loro volta utilizzati nell’ambito delle attività principali. Rientrano in questa categoria, ad esempio, la produzione di aria compressa, le centrali frigorifere e termiche la cui energia è utilizzata per i processi produttivi, le stazioni di pompaggio, ecc.
Anche per questo livello è consigliabile predisporre dei diagrammi e delle tabelle rappresentative dei dati e delle informazioni rilevate. I più significativi fra questi sono certamente i grafici a torta che esprimono il breakdown energetico dei consumi di ciascuna area; chiaramente tale rappresentazione è possibile solo per quei "nodi" di livello C a cui sono connessi almeno due "nodi" di livello D; nel presente caso di studio, ad esempio, il breakdown energetico è stato evidenziato per i nodi relativi alle attività principali ed ai servizi ausiliari, ma non per i servizi generali:
Consente, per ciascuna area di livello C, il raggruppamento dei carichi (livello E) secondo aree funzionali di utilizzo coerente. In pratica, si tratta di raggruppare i carichi presenti nel sito produttivo di modo che ciascun gruppo sia riferito o ad una specifica fase del processo produttivo oppure ad una specifica area di utilizzo (uffici, magazzino, ecc.) oppure, ancora, ad uno specifico reparto di produzione.
Per ciascun "nodo" di livello D è necessario definire una destinazione d’uso specifico (DS) con le stesse modalità già richiamate in precedenza per la definizione della DG. Si sottolinea che la DS di un "nodo" D può anche non aver alcuna correlazione con la DG; ad esempio, per il servizio generale "riscaldamento" si è soliti riferirsi alla DS espressa in termini di gradi giorno (spesso considerando quelli di tipo effettivo), ma non esiste alcuna impresa che "produca gradi-giorno"!
Esattamente come per l’indice Ipg, per ciascun "nodo" D viene calcolato, su base mensile ed annuale, un indice specifico di prestazione energetica (Ips); per tali indici non è semplice né immediato effettuare un confronto con i valori medi del mercato di riferimento, sia per la generale mancanza fattiva di dati pubblici necessari per effettuare tale confronto, sia perché, molto spesso, gli indici Ips sono talmente influenzati da molteplici parametri "esogeni" da rendere tale confronto poco significativo. Per contro, gli indici Ips possono essere utilizzati proficuamente nell’ambito dei Sistemi di Gestione dell’Energia conformi alla Norma UNI CEI EN ISO 50001.
Anche in questo caso può essere utile esporre le informazioni energetiche attraverso l’utilizzo di tabelle e diagrammi; ad esempio, con riferimento al presente caso di studio, si riporta nella figura seguente il diagramma di carico medio orario della centrale di produzione dell’aria compressa.
Una rappresentazione molto utilizzata a questo livello è il diagramma di Sankey (detto anche "diagramma a fiume"; cfr. la figura qui sotto per il presente caso di studio). Esso rappresenta in un modo grafico di comprensione del tutto immediata i flussi energetici del vettore utilizzato, a partire dal livello A fino al livello D. Normalmente si evita di inserire in tale diagramma il Livello E, per non complicarlo eccessivamente e perdere di conseguenza l’immediatezza propria di tale rappresentazione.
Tale livello non è esplicitamente citato dalla documentazione dell’ENEA. Rappresenta in ogni caso il livello di maggior dettaglio, per il quale è necessario un attento e molto accurato sopralluogo sul campo, eventualmente supportato da misure "spot" e/o monitoraggi continui dei consumi energetici.
Lo scopo ultimo è quello di compilare la cosiddetta "anagrafica dei carichi", che normalmente viene riassunta attraverso una tabella simile a quella di seguito riportata:
Un rapporto di diagnosi energetica deve concludersi – e questo è un obbligo esplicitamente previsto sia dal D.Lgs. 102/2014, sia dalla Normativa tecnica – con una sezione che tratta i possibili interventi migliorativi da intraprendere per aumentare l’efficienza energetica aziendale (e dei singoli siti produttivi, nel caso di imprese multisito).
Ciascun intervento deve essere schematizzato sia in termini di costi e benefici economici, sia attraverso opportuni parametri finanziari che consentano al management aziendale un’agevole valutazione degli investimenti necessari (pay-back time attualizzato, tasso interno di rendimento, valore attuale netto, ecc.).
Si riportano nella figura seguente alcuni interventi tipici del settore industriale, assieme ai relativi valori medi del pay-back time e dei risparmi attesi.
Per ciascuno di tali interventi si è soliti riassumere i risultati ottenuti dall’analisi costi-benefici in una scheda sintetica simile a quella riportata nella figura seguente:
A tale scheda si affianca un’accurata descrizione dei costi previsti e dei parametri sopra richiamati. Da specificare che tutti i calcoli debbono essere attualizzati in base ad una ragionevole previsione – spesso trentennale – riguardante il costo del denaro e l’inflazione incidente sul costo del vettore energetico analizzato. Per maggiori approfondimenti riguardanti questo tipo di analisi si rimanda all’apposita sezione contenuta nelle pagine del presente sito dedicate alle diagnosi energetiche dei sistemi edificio-impianti.
Il modo più efficace per comunicare al management aziendale i possibili interventi attuabili e per fornire contemporaneamente alcuni elementi di base per favorire il processo decisionale è l’utilizzo un diagramma a bolle come quello di seguito riportato, che riguarda tutti gli interventi tipici esposti in precedenza:
Con tale diagramma si possono contemporaneamente rappresentare per ogni intervento tre parametri, ossia il pay-back time attualizzato (ascisse), la complessità dell’intervento (ordinate) ed i potenziali risparmi, proporzionali al raggio delle "bolle" che rappresentano i singoli interventi. La complessità è da intendersi sia di tipo tecnico sia di tipo economico; nel primo caso la valutazione viene fatta in base all’esperienza del professionista, nel secondo in base ai prezzi medi di mercato ed all’analisi costi-benefici vera e propria, con particolare riferimento al tasso interno di rendimento.
Il Life Cycle Cost Assessment
L’analisi del costo del ciclo di vita (LCCA, "Life Cycle Cost Assessment" o "Life Cycle Cost Analysis") è un metodo di valutazione economico-finanziaria degli investimenti e può dunque essere proficuamente utilizzato anche per quelli riguardanti gli interventi di efficientamento energetico.
Con tale metodo i costi ed i benefici derivanti dall’acquistare (e/o progettare, costruire,…), possedere, utilizzare, mantenere e, infine, smaltire o rivendere un certo "bene" (inteso come impianto produttivo, centrale di produzione energetica, ecc.) sono considerati tutti potenzialmente importanti per prendere una determinata decisione (cioè se investire o meno in un particolare progetto). Il LCCA consente dunque di determinare il costo attualizzato globale di un certo "bene", considerando il suo intero ciclo di vita, ossia il periodo temporale che va dal momento in cui viene acquistato dall’impresa a quello in cui, cessata la propria vita tecnica, esso viene smaltito o rivenduto.
Di fatto, in parte, l’analisi di LCCA consente di riorganizzare in modo adeguato le informazioni già utilizzate per la classica analisi costi-benefici, ma i punti comuni fra i due approcci finiscono essenzialmente qui.
L’analisi LCCA è prevista esplicitamente dal D.lgs. 102/2014, ma poi è "misteriosamente sparita" dalla successiva documentazione predisposta dell’ENEA. In ogni caso essa non solo è richiamata dalla Normativa tecnica di settore, ma costituisce uno dei più validi strumenti da offrire al management aziendale per consentire una scelta critica e ben ponderata degli investimenti da effettuare in ambito energetico.
Fra i parametri considerati per le analisi LCCA, nell’ambito degli interventi di efficientamento energetico alcuni rivestono una particolare importanza e vengono generalmente sempre considerati per effettuare una valutazione degli investimenti.
Esso è definito come:
in cui compaiono, come nel caso dell’analisi costi-benefici, il tasso di attualizzazione R, il tasso di inflazione generale f e la variazione dell’inflazione f' del prezzo del vettore energetico considerato (fV) rispetto all’inflazione generale (calcolata come f’ = fV - f ). Inoltre in tale relazione si è indicato con:
C0 il costo iniziale dell’investimento, pari alla somma dei costi di progetto, di acquisto, ecc. del be-ne (comprende anche i costi amministrativi, quelli burocratici e simili)
Cg il costo di gestione; in ambito energetico esso è normalmente dato, per ciascun anno j-esimo, dai costi sostenuti per l’acquisto del vettore energetico
Cm il costo di manutenzione del bene
VR il valore residuo del bene al termine della vita tecnica; tale valore può essere sia positivo che negativo. Il primo caso sussiste, ad esempio, per quei beni che, pur essendo giunti al termine della loro vita tecnica, possono essere rivenduti. Il secondo caso si presenta invece per quei beni che al termine della loro vita tecnica debbono essere smaltiti, operazione che ha un costo rappresentato da VR (tipico il caso, ad esempio, dei moduli fotovoltaici)
Se un progetto ha un LCC inferiore rispetto a quello della baseline, allora esso presenterà, durante la sua intera vita, dei costi inferiori rispetto alla baseline stessa; consentendo dei risparmi fattivi, esso dovrebbe essere quindi attuato. In presenza di più alternative progettuali si sceglie quella con il LCC inferiore.
Net saving (NS)
Rappresenta la differenza fra benefici e costi attualizzati ed è calcolato come differenza fra il LCC della baseline (BS) ed il LCC dell’alternativa progettuale (AP):
Se tale parametro è positivo, allora l’alternativa progettuale sarà in grado di produrre degli effettivi risparmi rispetto alla baseline e dovrebbe dunque essere attuata.
Operational saving (OS)
Rappresenta i risparmi gestionali che si verificheranno rispetto alla baseline, ossia i minori costi attualizzati di gestione e manutenzione che si avranno grazie all’eventuale implementazione dell’alternativa progettuale.
Se l’OS è positivo, allora l’alternativa progettuale consentirà effettivamente dei risparmi gestionali rispetto alla baseline e dovrebbe dunque essere attuata.
Additional investment cost (AIC)
Rappresenta i costi aggiuntivi iniziali da sostenere con l’alternativa progettuale rispetto al caso base e tiene anche conto degli eventuali valori residui di entrambe le soluzioni:
Esprime la relazione fra quanto si risparmierà in fase di gestione implementando l’alternativa progettuale ed i costi aggiuntivi da sostenere rispetto alla baseline:
Per ogni Euro investito nell’alternativa progettuale questa genererà SIR Euro. In altri termini, un’alternativa progettuale risulterà vantaggiosa rispetto alla baseline quando il parametro SIR è maggiore di 1.
Per certi aspetti tale parametro è quindi analogo all’indice di profittabilità (PI) dell’analisi costi benefici.
Esprime il rendimento annuale di un’alternativa progettuale rispetto alla baseline ed è calcolato come:
Tale parametro è da confrontare con il tasso di attualizzazione modificato R’ = R – f – f’; se esso risulta maggiore di quest’ultimo, allora l’alternativa progettuale avrà un rendimento finanziario maggiore della baseline e di altri investimenti che il Committente considera attualmente validi.
Diagramma a torta dei costi
A compendio dell’analisi di LCCA è sempre bene rappresentare attraverso un diagramma a torta i diversi contributi percentuali all’intero LCC di un’alternativa progettuale.
In tale diagramma vengono riportati tre settori, tutti e tre riferiti all’anno zero (j=0); si tratta dunque di una rappresentazione basata su valori attualizzati. I tre settori rappresentano il costo iniziale C0, i costi complessivi di gestione ed i costi complessivi di manutenzione.
Anche in questo caso gli esiti del LCCA vengono spesso sintetizzati attraverso opportune schede informative, basandosi sulle quali l’impresa cliente può confrontare fra loro le diverse strategie di efficientamento proposte. In tal senso, dunque, il LCCA e l’analisi finanziaria costi-benefici sono da intendersi come metodi complementari, la cui applicazione simbiotica consente una valutazione degli investimenti "a tutto campo".
Nella figura seguente si riporta la scheda LCCA relativa al medesimo investimento di cui alla scheda finanziaria riportata in precedenza. Da notare la presenza, per entrambe, di un sistema di indicatori posti in evidenza subito a destra del titolo; questo è uno dei differenti modi con i quali è possibile comunicare in modo immediato al management aziendale i contenuti della scheda informativa.
Importanti novità sono state introdotte dal D.Lgs. 102/2014 (nel seguito, per brevità, indicato come "Decreto 102"), con il quale l'Italia ha recepito la Direttiva UE 2012/27/UE sull’efficienza energetica (la quale, a sua volta, ha abrogato la precedente Direttiva 2006/32/CE). Con il Decreto 102, l’audit energetico diventa lo strumento fondamentale per l’implementazione dei meccanismi di efficienza energetica a livello nazionale e per il raggiungimento degli obiettivi che l’Unione Europea si è data sul lungo termine in tale ambito.
Il Decreto 102 prevede che a partire dal 19/07/2016 gli audit energetici possano essere redatti esclusivamente da Esperti in Gestione dell’Energia (EGE) certificati secondo la Norma UNI CEI 11339, da Energy Service Company (ESCo) certificate secondo la Norma UNI CEI 11352 o da Energy Auditor (EA) certificati secondo la Norma UNI CEI EN 16247-5.
Con il Decreto Interdirettoriale del Ministero dello Sviluppo Economico e del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare del 12 maggio 2015 sono stati approvati gli schemi, predisposti da ACCREDIA in conformità all’art. 12 del Decreto 102, di certificazione ed accreditamento per la conformità alle norme tecniche relative alle ESCo, agli EGE ed ai Sistemi di Gestione dell'Energia.
Il 20 Maggio 2015, con "soli" 10 mesi di ritardo rispetto alla pubblicazione del Decreto 102, la "Direzione generale per il mercato elettrico, le rinnovabili, l’efficienza energetica ed il nucleare" del Ministero dello Sviluppo Economico ha inoltre pubblicato i "Chiarimenti in materia di diagnosi energetica nelle imprese ai sensi dell'articolo 8 del Decreto Legislativo n. 102/2014", documento normalmente noto come "Linee guida del MiSE" e nel seguito indicato, per brevità, come "Linee Guida". Con esso sono stati forniti molti chiarimenti operativi e burocratici, dei quali gli operatori del settore erano in attesa dal Luglio del 2014.
Il 14 Novembre 2016 il medesimo Ente ha poi pubblicato un documento analogo, dal titolo identico, che sostituisce ed integra il precedente. Le novità introdotte non sono state moltissime, ma una su tutte (una nuova definizione di "Grande impresa") ha creato un po' di confusione nell'ambito dei soggetti obbligati alla redazione dell'audit energetico. Quanto indicato nel seguito di questa pagina risulta aggiornato a tale documento, al quale ci si riferirà per brevità come "Lnee Guida v2".
Ad oggi il quadro normativo e legislativo dovrebbe dunque potersi considerare completo, anche se in realtà molti aspetti, anche critici, rimangono ancora aperti, soprattutto in ambito amministrativo e legale. Per ulteriori approfondimenti in merito a queste problematiche si rimanda al dossier pubblicato, dietro richiesta del portale QualEnergia, dallo studio legale Hogan Lovells. Tale documento, intitolato «Ministero dello Sviluppo Economico-Chiarimenti in materia di diagnosi energetica nelle imprese ai sensi dell'art. 8 Decreto Legislativo 102/ 2014 (cd. Linee Guida) - Un commento preliminare» è liberamente scaricabile dal sito di QualEnergia.
L’obbligatorietà dell’audit energetico
Per quanto riguarda l’obbligatorietà di redazione degli audit energetici, è necessario distinguere in base alle dimensioni ed alla tipologia dell’impresa; può essere utile, a tale scopo, tener presente il seguente schema:
Sono definite all’art. 2, c. 2, lettera v) del Decreto 102 come le «imprese che occupano più di 250 persone, il cui fatturato annuo supera i 50 milioni di euro o il cui totale di bilancio annuo supera i 43 milioni di euro». Si specifica che, in base art. 2, c. 5, lett. c) del D.M. 18 Aprile 2005. In realtà, con le "Linee Guida v2", sono da considerarsi "Grandi imprese" quelle imprese che soddisfano una di queste due condizioni:
Imprese che occupano più di 250 persone ed il cui fatturato annuo supera i 50 milioni di euro
Imprese che occupano più di 250 persone ed il cui totale di bilancio annuo supera i 50 milioni di euro
Per "occupati" si intendono i dipendenti a tempo determinato o indeterminato, iscritti nel libro matricola dell'impresa e ad essa legati da forme contrattuali che prevedono il vincolo di dipendenza, fatta eccezione di quelli posti in cassa integrazione straordinaria.
Per "fatturato", corrispondente alla voce A.1 del conto economico redatto secondo le vigenti Norme, si intende l'importo netto del volume d'affari, che comprende gli importi provenienti dalla vendita di prodotti e dalla prestazione di servizi rientranti nelle attività ordinarie della società, diminuiti degli sconti concessi sulle vendite nonché dell'imposta sul valore aggiunto e delle altre imposte direttamente connesse con il volume d'affari.
Per "totale di bilancio" si intende il totale dell'attivo patrimoniale.
Le grandi imprese devono eseguire un audit energetico, condotto nei siti produttivi localizzati sul territorio nazionale, entro il 5 dicembre 2015 e successivamente ogni 4 anni, in conformità ai dettati di cui all'allegato 2 del Decreto 102. Tale obbligo non si applica alle grandi imprese che hanno adottato sistemi di gestione conformi allo schema EMAS o alle Norme UNI CEI EN ISO 50001 e UNI CEI EN ISO 14001, a condizione che il sistema di gestione adottato includa almeno un audit energetico realizzato in conformità ai dettati di cui all'allegato 2 al Decreto 102.
Da sottolineare che le "Linee Guida" e le "Linee Guida v2" hanno fornito tutti i necessari chiarimenti riguardanti le imprese associate e/o collegate e l’estensione dell’obbligo di audit anche a queste. Inoltre hanno finalmente chiarito che l’obbligo di audit insiste se e solo se l’impresa può essere considerata come "grande" con riferimento ai due anni precedenti l’anno di verifica. Quindi, ad esempio, per il 2017 la verifica è da farsi per gli anni 2016 e 2015.
Le imprese a forte consumo di energia
Comunemente dette "imprese energivore", sono definite all’art. 2 del Decreto del Ministro dell'Economia e Finanze, di concerto con il Ministro dello Sviluppo Economico, del 5 aprile 2013 («Definizione delle imprese a forte consumo di energia», meglio noto come "Decreto energivori") come le «imprese per le quali si sono verificate entrambe le seguenti condizioni: abbiano utilizzato, per lo svolgimento della propria attività, almeno 2,4 GWh di energia elettrica oppure almeno 2,4 GWh di energia diversa dall’elettrica ed il rapporto tra il costo effettivo del quantitativo complessivo dell’energia utilizzata per lo svolgimento della propria attività ed il valore del fatturato non sia risultato inferiore al 3%».
I costi energetici sono intesi al netto dell’IVA ma al lordo di imposte, accise, ecc. Tutte le informazioni necessarie per valutare se un’impresa ricade nella categoria delle energivore sono quindi completamente ricavabili dalle fatture relative ai differenti vettori energetici.
Le imprese energivore sono tenute ad eseguire un audit energetico entro il 5 dicembre 2015 e successivamente ogni 4 anni, in conformità ai dettati di cui all'allegato 2 al Decreto 102, indipendentemente dalla loro dimensione. Sono inoltre tenute a dare progressiva attuazione, in tempi ragionevoli, agli interventi di efficienza individuati dagli audit o, in alternativa, ad adottare Sistemi di Gestione dell’Energia conformi alla Norma UNI CEI EN ISO 50001.
Da sottolineare che le "Linee Guida" e le "Linee Guida v2" hanno chiarito che non tutte le imprese a forte consumo di energia sono soggette all’obbligo di audit: risultano infatti soggette a tale obbligo esclusivamente quelle imprese che, oltre a presentare le caratteristiche sopra richiamate, risultano iscritte per l’anno di riferimento alla Cassa Conguaglio per il Settore Elettrico, così come previsto dal "Decreto energivori". Quindi, ad esempio, per l’anno 2017 è necessario valutare questa ulteriore condizione riferita all’anno 2016, mentre i consumi ed i costi energetici sono da valutare per l’anno 2015 (come indicato dal "Decreto energivori").
Altre imprese e casi particolari
Per le PMI, le botteghe artigiane e le attività commerciali non è attualmente previsto alcun obbligo di audit energetico. Ciononostante, anche queste realtà possono trarre molti vantaggi da un audit energetico rispondente ai requisiti normativi.
Sono inoltre disponibili numerosi incentivi (statali, regionali, provinciali, delle camere di commercio, ecc.) sfruttabili sia per la sola fase di diagnosi energetica, sia per la successiva eventuale adozione di un Sistema di Gestione dell’Energia o, infine, per l’esecuzione operativa delle differenti strategie di efficentamento previste dall’audit. Si rimanda all’apposita sezione per maggiori approfondimenti.
Le Linee Guida forniscono inoltre alcuni chiarimenti riguardanti quelle imprese che risultano contemporaneamente "grandi" ed "energivore". Qualora un’azienda risulti "grande impresa" nell’anno n-1 (esempio: n=2015) ed energivora nell’anno n-2 (esempio, n-2=2014; dunque iscritta, nell’anno n-1=2015, nell’elenco annuale istituito presso la Cassa Conguaglio per il settore elettrico) essa è soggetta all’obbligo di audit energetico nell’anno n-esimo (esempio: n=2016), secondo i criteri stabiliti dalla categoria nella quale ricade per l’anno n-1 (quindi nel 2015; essa è dunque da classificarsi come "grande impresa").
L’audit energetico conforme al D.Lgs. 102/2014
Il Decreto 102 introduce precisi "vincoli" per la redazione degli audit energetici e per la loro consegna, gestione ed archiviazione.
I risultati degli audit devono essere comunicati all’ENEA, che ne cura la conservazione. In data 4 Dicembre 2015, ad un solo giorno di distanza (sic!) dal primo termine di consegna degli audit da parte delle imprese obbligate, l’ENEA ha finalmente attivato il portale web da utilizzare per tale operazione, visibile a questo link.
L’allegato 2 al D.Lgs 102/2014 prescrive le caratteristiche che ogni audit energetico conforme deve presentare:
Deve far riferimento ad un esame dettagliato del profilo di consumo energetico di edifici o di gruppi di edifici, di attività o impianti industriali, compresi i servizi di trasporto.
Deve basarsi su dati di consumo misurabili e tracciabili. Opportuno specificare che "misurabili" non significa "già misurati": nel caso, molto diffuso, in cui non siano installati sistemi di monitoraggio, è consentito stimare i consumi attraverso calcoli o misure "spot" effettuate dall’auditor (questo vale soprattutto per le imprese che si apprestano ad effettuare l’audit per la prima volta)
Deve basarsi sull’analisi del costo del ciclo di vita degli interventi proposti (LCCA, ossia "Life Cycle Cost Assessment"), piuttosto che su semplici periodi di ammortamento, in modo da tener conto dei risparmi e dei valori residuali degli investimenti a lungo termine, oltre che dei tassi di sconto. L’allegato 4 al Decreto 102 illustra i principi fondamentali per la conduzione di un'analisi costi-benefici considerata conforme al Decreto stesso e le Linee Guida approfondiscono ulteriormente tale tema.
Deve essere proporzionato e sufficientemente rappresentativo per consentire di tracciare un quadro fedele della prestazione energetica globale e di individuare in modo affidabile le opportunità di miglioramento più significative.
Deve essere riferibile all’andamento produttivo ed agli eventi occorsi nel periodo esaminato.
L'allegato 2 alle alle "Linee Guida v2" fornisce la metodologia tecnica di massima con la quale realizzare audit energetici conformi alle prescrizioni del Decreto 102; ne segue che un audit energetico, per essere considerato "adeguato", deve essere contemporaneamente conforme:
Alla Normativa tecnica di settore
All'allegato 2 del Decreto 102
All'allegato 2 delle Linee Guida
All'allegato 4 delle Linee Guida
È evidente che un insieme di vincoli tecnici e normativi di questo tipo richiede un'ottima esperienza di redazione di audit energetici. Motivo in più per rivolgersi ad un EGE o ad una ESCo certificati per l'espletamento di tale consulenza.
Da notare, infine, che l’audit energetico così prescritto di fatto non ricade formalmente in alcuno dei tre livelli ASHRAE. Orientativamente, l’audit conforme al Decreto 102 corrisponde ad un audit "misto", ricadente cioè fra i livelli 1 e 2 dell’ASHRAE.
In base all'art. 16 del Decreto 102, all’ENEA sono demandati i controlli che dovranno accertare, anche attraverso verifiche in situ, la conformità degli audit alle prescrizioni, tramite una selezione annuale di una percentuale statisticamente significativa della popolazione delle imprese soggette all’obbligo almeno pari al 3%, per gli audit effettuati da auditor esterni alle imprese ed al 100% per gli audit effettuati da auditor interni.
In seguito ai controlli potranno essere comminate sanzioni amministrative pecuniarie da 4.000 a 40.000 Euro per la mancata consegna dell’audit e da 2.000 a 20.000 Euro per gli audit non conformi. Peraltro, è da notare che il pagamento della sanzione non solleva l'impresa inadempiente dall'obbligo, la quale dovrà comunque provvedere a trasmettere l’audit energetico all'ENEA entro i termini previsti. La sanzione si applica ogni volta che l'impresa soggetta ad obbligo non vi adempie.
La possibilità di "campionamento" per le imprese multisito
Con le "Linee Guida" sono anche state chiarite, per quanto possibile, le modalità operative e di esecuzione tecnica degli audit energetici, i criteri per effettuare le verifiche di obbligatorietà ai sensi del Decreto 102 e quelli per il campionamento delle imprese "multisito". Inoltre le "Linee Guida v2" hanno fornito alcuni chiarimenti aggiuntivi in merito.
Le imprese "multisito", ossia quelle imprese che dispongono di più siti produttivi intestati alla medesima società, devono presentare (se soggette ad obbligo) un unico audit energetico. L’audit può essere riferito soltanto ad una parte dei siti produttivi: si parla in questo caso di "campionamento" dei siti produttivi; le modalità con le quali selezionare quali e quanti siti sottoporre ad audit energetico sono riportate nelle stesse "Linee Guida" ed anche nelle "Linee Guida v2", dietro proposta dell’ENEA.
In pratica, ad un'impresa multisito è concesso di risparmiare sul costo dell’audit energetico purché, come chiaramente indicato nelle Linee Guida, essa venga effettuato «[…] su un numero di siti proporzionati e sufficientemente rappresentativi per consentire di tracciare un quadro fedele della prestazione energetica globale dell'impresa e di individuare in modo affidabile le opportunità di miglioramento più significative».
Naturalmente è compito del professionista che redige l’audit applicare l'algoritmo di campionamento proposto dall’ENEA e stabilire quanti e quali siti produttivi includere nell'analisi. Da specificare che l’algoritmo di campionamento proposto dall’ENEA non è in alcun modo giuridicamente vincolante, trattandosi esclusivamente di una proposta fra le tante possibili; il professionista può dunque autonomamente elaborarne uno alternativo, purchè rispetti le caratteristiche sopra richiamate.
L’audit energetico per le imprese associate o collegate
Anche in questo caso il chiarimento è giunto con le "Linee Guida" e qualche ulteriore integrazione è stata fornita con le "Linee Guida v2". Come prima cosa è importante ricordare le seguenti definizioni, estratte dall’attuale Normativa europea:
Imprese associate: calcolano gli effettivi, il fatturato ed il bilancio annuo sommando ai propri quelli dell’impresa associata in quota proporzionale alla percentuale che ne detengono o per cui sono detenute.
Imprese collegate: calcolano gli effettivi, il fatturato ed il bilancio sommando ai propri quelli dell’impresa collegata.
Secondo le "Linee Guida" e le "Linee Guida v2", qualunque impresa collegata ad una "grande impresa" è automaticamente essa stessa una "grande impresa" e quindi è soggetta all’obbligo di audit.
Da ricordare inoltre che, ai sensi della Raccomandazione 2003/361/CE (recepita in Italia con il Decreto del Ministro delle Attività Produttive 18 aprile 2005), tutte le imprese che non sono qualificabili come PMI sono da considerarsi grandi imprese e risultano dunque soggette all’obbligo di audit. Questa sorta di "estensione dell’obbligo di audit" non vale invece se la società "madre" è un’ impresa a forte consumo di energia.
Le "Linee Guida v2" specificano inoltre che, nel caso di imprese straniere collegate ad imprese italiane, quelle straniere non concorrono alla definizione della dimensione dell'impresa italiana nè debbono essere considerate all'interno dell'audit energetico redatto.
Come richiamato in precedenza, in data 14 Novembre 2016 la "Direzione generale per il mercato elettrico, le rinnovabili, l’efficienza energetica ed il nucleare" del Ministero dello Sviluppo Economico ha pubblicato la versione aggiornata del documento "Chiarimenti in materia di diagnosi energetica nelle imprese ai sensi dell'articolo 8 del Decreto Legislativo n. 102/2014", qui indicato, per brevità, come "Linee Guida". Nell’allegato II di tale documento si legge: «Una volta definito l’insieme delle aree funzionali e determinato il peso energetico di ognuna di esse a mezzo di valutazioni progettuali e strumentali, si dovrà definire l’implementazione del piano di monitoraggio permanente in modo sia da tener sotto controllo continuo i dati significativi del contesto aziendale, che per acquisire informazioni utili al processo gestionale e dare il giusto peso energetico allo specifico prodotto realizzato o al servizio erogato».
In altre parole, il Ministero richiede che, a partire almeno dal secondo audit energetico eseguito dalle imprese obbligate ex art. 8 del D.Lgs. 102/2014, i consumi energetici considerati nell’analisi non risultino calcolati o stimati (cosa invece consentita nel caso di primo audit) ma misurati.
Il 15 Maggio 2017 l’ENEA ha pubblicato le "Linee Guida per il Monitoraggio nel settore industriale per le diagnosi energetiche ex art. 8 del d.lgs. 102/2014", documento qui indicato, per brevità, come "Linee Guida Monitoraggio". Da precisare che tale documento non risulta normativamente vincolante ma è piuttosto da interpretarsi come un insieme di "suggerimenti" da parte dei tecnici dell’ENEA per progettare ed implementare correttamente (dal punto di vista delle Linee Guida ma anche dello stesso D.Lgs. 102/2014) il piano di monitoraggio.
Il monitoraggio ha come scopo quello di rendere affidabili gli indici di prestazione energetica definiti durante il primo audit energetico e, all’occorrenza, di modificarne alcuni e/o aggiungerne di nuovi (o, al limite, eliminare quelli che possono rivelarsi non significativi). Per questo motivo il piano deve prevedere il monitoraggio non soltanto dei consumi di tutti i vettori energetici impiegati dall’impresa, ma anche delle destinazioni d’uso generale (DG) e d’uso secondario (Ds) in base alle quali tali indici vengono definiti. Le Linee Guida per il Monitoraggio suggeriscono di escludere da tale processo soltanto quei vettori energetici che impattano per meno del 10% sui consumi annui complessivi dell’impresa.
Per le imprese monosito il piano di monitoraggio è da considerarsi obbligatorio se i consumi energetici totali dell’impresa, riferiti all’anno n-1 (dove n indica l’anno di obbligo per l’audit ex D.Lgs. 102/2014) sono stati superiori a 100 TEP. Per le imprese multisito, invece, è consentita una "clusterizzazione" in base alla seguente tabella:
Da notare che, in base a tale schema, risultano automaticamente esclusi tutti i siti appartenenti ad un’impresa multisito che abbiano avuto consumi energetici complessivi nell’anno n-1 inferiori o uguali a 100 TEP, condizione del tutto coerente con quella prima richiamata riguardo alle imprese monosito.
Definito in tal modo il numero di siti per i qual è necessario implementare il piano di monitoraggio, l’impresa multisito ha piena facoltà di selezionare i siti da sottoporre ad esso, peraltro potendo anche scegliere siti differenti rispetto a quelli per i quali è stato eseguito l’audit energetico (e questo appare, sinceramente, molto curioso…).
L’ENEA suggerisce di monitorare:
L’indice generale di prestazione energetica (Ipg, riferito al livello B della struttura energetica aziendale)
Gli indici specifici di prestazione energetica (riferiti ai livelli C della struttura energetica aziendale)
Per fare in modo che i dati ottenuti risultino sufficientemente affidabili senza gravare eccessivamente (in termini di costi e di impegno di risorse) sulle imprese, l’ENEA propone uno schema in base al quale, a seconda del livello di consumo totale dell’anno n-1, è possibile stabilire delle percentuali di copertura per la misura degli indici di prestazione energetica di livello C:
Naturalmente è auspicabile che le imprese si dotino di sistemi di monitoraggio di tipo permanente, in linea con l’intera filosofia del D.Lgs. 102/2014. In tal caso, le Linee Guida per il Monitoraggio suggeriscono:
Di adottare come riferimento l’anno solare precedente rispetto all’anno d’obbligo della redazione dell’audit energetico (quindi il riferimento dovrebbe essere l’anno n-2)
Di adottare misuratori già esistenti (naturalmente bel mantenuti e calibrati) oppure di installarne di nuovi
Di impiegare misuratori manuali, in remoto, con software di monitoraggio e datalogger, ecc.
In alternativa, le imprese possono considerare l’utilizzo di strumentazione dedicata ad un’apposita campagna non permanente di monitoraggio. In questo caso l’ENEA suggerisce che la durata di tale campagna dovrebbe essere scelta in modo rappresentativo rispetto alla tipologia di processo (in termini di significatività, riproducibilità e validità temporale). Sarà compito del redattore dell’audit energetico giustificare formalmente la durata minima prescelta per la campagna di monitoraggio, la quale dovrà in ogni caso essere effettuata durante l’anno n-1.
Infine, l’ENEA ricorda che la progettazione e l’impiego dei sistemi di monitoraggio dovranno essere conformi agli Standard internazionali di riferimento (ISO, UNI, protocollo IPMVP, ecc.) e che nel caso di misure indirette di alcuni parametri fisici sarà possibile impiegare le metodologie di calcolo "ampiamente consolidate", presenti nella Letteratura di settore.
Come si nota, su questi ultimi punti l’ENEA si limita a fornire suggerimenti molto generici, senza entrare nello specifico (ad esempio, della tipologia di strumentazione adottabile). A parte l’ovvio riferimento alla Normativa di settore, è lasciato libero arbitrio all’impresa l’eseguire a regola d’arte il piano di monitoraggio) progettazione ed implementazione). In tal senso appare fortemente consigliabile il ricorso ad un consulente esperto in materia.
La strumentazione per l'audit energetico
L’Enegy Auditor deve disporre di un set minimo di strumentazione, necessaria per condurre l’audit energetico. Questo vale anche nel caso in cui egli stia eseguendo un walkthrough energy audit in quanto, alla bisogna, pure in tale contesto un minimo di verifiche strumentali viene effettuato.
Disporre di tutta la strumentazione necessaria non costringe inoltre l’azienda che ha richiesto l’audit a sostenere costi aggiuntivi per il suo acquisto (anche se l’Enegy Auditor ha tutto il diritto – e certamente lo farà – di chiedere un corrispettivo aggiuntivo per l’utilizzo della propria attrezzatura, specialmente quella che è necessario lasciare in opera per medi e lunghi periodi di tempo).
L’attrezzatura minima necessaria per gli audit energetici è composta dagli strumenti descritti nel seguito; per ciascuno di essi ne riportiamo un esempio, di modo da avere almeno dei validi riferimenti commerciali (ma specificando, naturalmente, che i prodotti indicati non sono certo gli unici esistenti sul mercato).
Sistemi di monitoraggio dei consumi elettrici
Servono per monitorare con continuità il consumo elettrico di macchinari, dispositivi o interi reparti o zone (ad esempio, può interessare il monitoraggio dei consumi per l’illuminazione del comparto amministrativo).
Gli strumenti sono dotati di datalogger, grazie ai quali è possibile lasciare in opera i misuratori anche per lunghi periodi di tempo, memorizzando i dati misurati che verranno poi elaborati al termine della campagna di misure.
Oggigiorno in genere i professionisti sono dotati di sistemi integrati per il monitoraggio continuo dei consumi di qualsiasi vettore energetico; nella figura seguente un esempio di tali sistemi:
Multimetri per il rilievo di grandezze elettriche
Si tratta di strumentazioni che consentono contemporaneamente più misure di differenti grandezze elettriche, come ad esempio: tensioni, correnti, sfasamenti, potenze attive e reattive, fattori di potenza, ecc.
Dotate di datalogger o connessione al PC, consentono il rilievo dei dati di interesse anche per lunghi periodi di tempo. La misura non è mai invasiva, in quanto tali multimetri necessitano normalmente una misura in corrente realizzata con pinza amperometrica ed una in tensione, implementata mediante una derivazione dei conduttori principali.
Inoltre sono necessari altri tipi di multimetri per misure elettriche, generalmente portatili e per rilievi immediati ed "a tutto campo". Il consulente energetico può essere dotato di un kit simile a quello che mostriamo qui sotto, il quale consente misure di tensione (con e senza contatto), corrente, frequenza, resistenza, capacità, temperatura (con sonda a contatto), verifica diodi, ecc.:
Si tratta di dispositivi necessari per l’analisi delle reti elettriche di alimentazione dell’utenza e di quelle di distribuzione dell’energia elettrica all’interno dell’utenza stessa.
Mediante il loro utilizzo è possibile quantificare quanto le tensioni e le correnti elettriche risultino differenti da quelle teoriche (sistema monofase o trifase sinusoidale alla frequenza di 50 Hz) e quanto, di conseguenza, le potenze e le energie in gioco risultino influenzate da tali differenze.
Tali evenienze vanno sotto il nome di “power quality” di una rete elettrica, la quale può in molti casi influenzare anche notevolmente l’efficienza energetica di un’utenza, specie se questa fa un utilizzo massiccio di dispositivi elettronici disturbanti (inverter, raddrizzatori, ecc.) o di particolari processi (altoforni, saldatori ad arco, ecc.).
Si riporta qui sotto un esempio di un analizzatore di rete disponibile in commercio:
Sistemi di monitoraggio dei consumi termici
Necessari per rilevare, anche nel medio e lungo periodo, i consumi di energia termica dovuti ad interi reparti o a processi e macchinari specifici.
Possono essere di più tipi, a seconda del fluido termovettore impiegato. L’ideale sarebbe che l’EA disponesse di sistemi di misura di tipo "clamp on", grazie ai quali non è necessario tagliare i condotti che trasportano il fluido termovettore per poter procedere con le misure. Di questa famiglia di strumenti ne esistono due versioni principali: a tempo di transito e ad ultrasuoni.
Strumenti che consentono la misura della velocità di rotazione di alberi meccanici.
Permettono anche la misura indiretta della coppia sviluppata, note le caratteristiche del macchinario (tale aspetto è fondamentale, in quanto la misura diretta della coppia e/o della potenza meccanica sviluppate è molto costosa e quasi mai risulta eseguibile in ambito industriale).
Ne esistono di vari tipi, fra cui i principali sono: ad effetto stroboscopico, ottici, laser, meccanici, a contatto, ecc.
Strumenti ad ultrasuoni per la ricerca delle perdite di aria compressa
Si tratta di strumenti molto sofisticati, mediante i quali è semplice ed immediato rilevare ogni tipo di perdita dai circuiti ad aria compressa, indipendentemente dalla pressione di esercizio.
Strumenti termografici
L’Energy Auditor può essere dotato di una termocamera, per la quale rimandiamo alle pagine dedicate alle diagnosi energetiche. È però opportuno specificare che nel contesto degli audit energetici è sufficiente che l’Energy Auditor abbia una corretta esperienza nell’uso di tali strumenti e che non necessita di una certificazione come Operatore Termografico di II livello.
Poiché, inoltre, l’applicazione industriale non richiede caratteristiche così spinte come la termografia applicata ai sistemi edificio-impianti e che le misure effettuate non hanno scopi legali ma servono soltanto come supporto allo sviluppo dell’audit energetico, la maggior parte degli EA impiega dei termometri con visione a raggi infrarossi. Essi sono di uso molto più semplice di una termocamera, hanno un costo nettamente inferiore e consentono di ottenere delle misure con una precisione ed affidabilità più che adeguate in ambito energetico industriale. Il loro utilizzo permette l’identificazione senza contatto dell’energia termica irradiata dalle superfici e, in modo indiretto (mediante la Legge di Wien), la lettura delle relative temperature.
L’immagine termografica catturata consente inoltre di caratterizzare le temperature relative a più punti adiacenti e di individuare con facilità eventuali punti anomali (che, solitamente, indicano guasti, disservizi, inefficienze energetiche, ecc.).
I termometri con visione termografica per usi industriali dovrebbero essere sempre dotati della funzione di datalogger, in modo da consentire un monitoraggio continuo anche per più giorni. Da notare che non molte termocamere presenti ad ora sul mercato dispongono di tale funzione, al contrario della maggior parte dei termometri con visione a raggi infrarossi.
Oltre all’attrezzatura appena descritta, l’Energy Auditor necessita anche di buona parte della strumentazione necessaria per le diagnosi e le perizie energetiche dei sistemi edificio-impianti, descritta nelle pagine dedicate a questo argomento. Fra questi strumenti aggiuntivi ricordiamo senz’altro: termometro a contatto con funzione di datalogger, anemometro, smoke-pen, termoflussimetro, blower-door test, igrometro per materiali, termoigrometro ambientale, luxmetro.