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Timestamp: 2020-03-29 21:21:14+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 3', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

CGUE- BrunoSaetta.it
Il linking(da link, cioè “catena” o “collegamento” in inglese) è quella funzione che consente al gestore di un sito web di rinviare a risorse esterne al sito stesso, cioè un comando che, se attivato cliccando col mouse su una specifica parola (hotword), apre la pagina corrispondente di un altro sito. Ovviamente in questa sede ci limitiamo alla problematica dei link esterni, che possono porre problemi legali, in particolare in relazione al diritto d’autore e alla tutela degli interessi del titolare del sito linkato.
La Corte europea boccia di nuovo il filtraggio generalizzato, ma ACTA non c’entra
La recente sentenza della Corte di Giustizia europea, del 16 febbraio 2012, si aggiunge alla sentenza che riguardava la disputa tra Sabam e Scarlet, rafforzando i principi esposti in quella sede.
Anche in questo caso c’entra la Sabam, la società che rappresenta gli autori, compositori ed editori di opere musicali in Belgio, in pratica l’equivalente della nostrana Siae. Contraddittore è Netlog, un social network con circa 2 milioni di iscritti, citato in giudizio perché la Sabam pretendeva che predisponesse dei filtri generalizzati per impedire le diffusione di opere protette dal diritto d’autore senza il consenso dei titolari. La richiesta era, quindi, di una azione inibitoria, alla quale il social network ha risposto negativamente, sostenendo che l’ingiunzione in questione avrebbe portato alla predisposizione di un sistema di filtraggio dei contenuti, preventivo, illimitato nel tempo ed eccessivamente costoso.
Forse si avvia verso una soluzione l'epopea del pagamento dei diritti d'autore da parte dei professionisti per la musica in sala d'aspetto. In Italia fin dal 2005 si è posto il problema con la SCF che ha citato molti professionisti chiedendo loro il pagamento dei diritti d'autore per la musica diffusa in sala d'attesa, con risultati alterni. Alcuni di questi procedimenti sono approdati alla Corte di Giustizia dell'Unione Europea, insieme ad altri procedimenti nati in altri Stati dell'Unione, e si sono avute anche delle pronunce in materia. In merito ad uno di questi procedimenti italiani avevamo dato conto del parere dell'Avvocato Generale della Corte.
Due recenti pronunce della Corte di Giustizia forse pongono finalmente un punto fermo, anche se probabilmente non tutti i dubbi sono chiariti. Ci riferiamo alle sentenze della Corte di Giustizia sezione III, entrambe del 15 marzo 2012, causa C-135/10 e C-162/10.
Corte Europea e Data Retention: no alla sorveglianza digitale di massa
La Corte di Giustizia dell'Unione Europea (CGUE), con la sentenza dell'8 aprile 2014 (cause riunite C-293/12 e C-593/12) ha dichiarato l'invalidità della direttiva europea n. 2006/24/CE, e quindi l'inefficacia fin dalla sua entrata in vigore.
Con la sentenza del 2 maggio 2012, causa C-406/10, la Corte di Giustizia Europea interviene sulla problematica della tutela del software quale opera d'ingegno.
Il SAS Institute, realizzatore di programmi per elaboratore ed in particolare del linguaggio SAS per l'analisi di dati, contesta alla World Programming di aver copiato il codice del sistema SAS creando il WPL, un programma alternativo in grado di eseguire applicazioni SAS, in tal modo violando i diritti d'autore su tali applicativi.
La High Court of Justice dell'Inghilterra precisa che non risulta dimostrato che per realizzare la WPL l'azienda abbia avuto accesso al codice sorgente dei moduli SAS, per cui decide di sospendere la pronuncia e di sottoporre alla Corte di Giustizia europea la questione se le funzionalità di un programma per elaboratore nonché il linguaggio di programmazione e il formato dei file di dati utilizzati nell'ambito di un programma per sfruttare determinate sue funzioni costituiscono una forma di espressione di detto programma e possono, a tale titolo, essere protetti dal diritto d'autore sui programmi per elaboratore ai sensi della direttiva europea 91/250.
Con la sentenza del 3 luglio 2012, caso C-128/11, la Corte di Giustizia dell'Unione Europea chiarisce indubitabilmente come sia del tutto legittimo il mercato del software di seconda mano, anche se distribuito tramite download in rete.
La Oracle è una azienda che sviluppa programmi per computer, e li distribuisce mediante download in rete. Il cliente scarica una copia del software e lo può usare acquistando una licenza che include il diritto di memorizzare in modo permanente la copia del programma sul proprio computer, oltre ovviamente al diritto di utilizzazione di durata indeterminata. Nella licenza si precisa, però, che essa non è trasferibile.
UsedSoft è un'azienda tedesca che rivende licenze di clienti della Oracle, così che i suoi clienti scaricano il software direttamente dai server Oracle, e sono legittimati ad usarlo grazie alla licenza "usata".
Secondo Oracle tale attività deve ritenersi in contrasto con le normative vigenti, in particolare le direttive europee in materia di diritto d'autore, nello specifico la direttiva 2001/29/CE e la direttiva 2009/24/CE. La magistratura tedesca, dinanzi alla quale è stata incardinata la procedura, si è rivolta alla Corte di Giustizia per l'interpretazione delle norme da applicare al caso concreto.
Corte europea e responsabilità da link
La sentenza della Corte di Giustizia europea sul caso GS Media non si discosta dalle precedenti pronunce e quindi non risolve in alcun modo i tanti problemi che stanno sorgendo nell'ecosistema digitale. Linkare contenuti illeciti è illecito in presenza di consapevolezza o fini di lucro.
Il link è la tecnica di navigazione principale del web, ecco perché la recente sentenza (caso C-466/12) della Corte di Giustizia dell'Unione europea è importante per il futuro di internet.
I giornalisti del Goteborg Posten, un quotidiano online svedese, si sono lamentati del fatto che il sito Retriever Sverige pubblicava i collegamenti ipertestuali diretti ad articoli presenti sulla testata giornalistica online. I giudici nazionali hanno investito della questione l'alta corte europea, chiedendo se l'articolo 3, paragrafo 1, della direttiva 2001/29 ("Gli Stati membri riconoscono agli autori il diritto esclusivo di autorizzare o vietare qualsiasi comunicazione al pubblico, su filo o senza filo, delle loro opere, compresa la messa a disposizione del pubblico delle loro opere in maniera tale che ciascuno possa avervi accesso dal luogo e nel momento scelti individualmente") debba essere interpretato nel senso che un link presente su un sito e diretto verso opere protette disponibili su un altro sito costituisce atto di comunicazione al pubblico. Il quesito è importante, perché qualsiasi comunicazione al pubblico di un'opera, sulla base della medesima direttiva deve essere autorizzata dal titolare del diritto d'autore.
È fondamentale tenere presente che le opere presenti sul giornale svedese sono liberamente accessibili.
Nella sua decisione la Corte europea precisa che si ha comunicazione al pubblico quando l'opera viene messa a disposizione di un pubblico, cioè un numero indeterminato e considerevole di destinatari potenziali. Inserire dei link diretti a opere presenti su altro sito pone in essere un'attività definibile come messa a disposizione, quindi siamo in presenza di una comunicazione al pubblico.
Però, la giurisprudenza nel tempo ha precisato che per ricadere nella nozione di comunicazione al pubblico ai sensi della direttiva 2001/29, la comunicazione deve essere rivolta ad un pubblico nuovo, rispetto a quello dell'opera originale. Poiché nel caso specifico il sito del giornale svedese era liberamente accessibile a tutti, quindi anche ai soggetti ai quali si rivolgeva il Retriever Sverige, non siamo un presenza di una nuova comunicazione al pubblico, e l'attività in questione non rientra nel caso previsto dall'art. 3 della direttiva citata. Quindi non è necessaria l'autorizzazione dei titolari del diritto d'autore.
Con la sentenza nel caso Stichting Brein contro Ziggo, la Corte di Giustizia europea afferma che il sito The Pirate Bay pone in essere una comunicazione al pubblico ai sensi della normativa europea, e quindi viola il copyright, nonostante i contenuti siano immessi dagli utenti.
La nuova responsabilità degli intermediari in Europa
Nell'ottica del Digital Single Market si nota un avvicinamento tra la giurisprudenza della Corte di Giustizia europea e le riforme in materia di copyright proposte dalla Commissione europea, in particolare sulla modifica della responsabilità degli internet service provider.
La sentenza della Corte di Giustizia europea del 5 giugno 2014 (C-360/13) chiude il caso Meltwater, stabilendo che le copie cache dei contenuti visualizzati nel browser non sono soggette ad autorizzazioni o pagamenti. Si tratta di un principio logico, ma non ancora formalizzato dalla giurisprudenza europea. In breve la sentenza stabilisce che la consultazione di una pagina web è libera, non soggetta a pagamenti od autorizzazioni dei titolari dei diritti.
La controversia nasce nel 2009, tra Newspaper Licensing Agency (NLA), gruppo fondato dagli otto maggiori editori di giornali britannici e che si occupa di fornire licenze collettive per i contenuti dei quotidiani online, e Public Relations Consultant Association (PRCA) che rappresenta i professionisti delle pubbliche relazioni.
I membri di PRCA utilizzano i servizi di rassegna stampa personalizzata offerti da Meltwater, ottenuti tramite scansione dei contenuti online, in sostanza è un aggregatore di news (come Google News) personalizzato, che però paga una licenza per organizzare i link alle fonti in un database.
NLA ritiene che Meltwater e i suoi clienti debbano pagare una licenza per fornire e ricevere il servizio di monitoraggio dei media.
Meltwater ha acconsentito al pagamento per la fornitura del servizio (quindi per visualizzare estratti degli articoli con link alla fonte), ma continua a sostenere che la ricezione online del servizio da parte dei clienti non necessiti di una ulteriore licenza. Quindi NLA ha portato in giudizio PRCA, ottenendo una vittoria sia in primo che in secondo grado.
La Corte Suprema britannica, però, decidendo sul ricorso di PRCA, ha inviato gli atti alla Corte di Giustizia Europea.
Con l'ordinanza nel procedimento C 348/13 del 21 ottobre scorso, la Corte di Giustizia dell'Unione Europea torna nuovamente sul rapporto tra diritto d'autore e forme di comunicazione al pubblico di contenuti protetti.
Con la sentenza C 466/12, caso Svensson contro Retriever Sverige, infatti, la Corte aveva già stabilito che per ricadere nella nozione di comunicazione al pubblico ai sensi della direttiva 2001/29, la comunicazione deve essere rivolta ad un pubblico nuovo rispetto a quello dell'opera originale. Ciò vuol dire che se un contenuto è liberamente accessibile al pubblico su un sito web, col consenso del titolare, la ripubblicazione tramite link alla pagina fonte non determina una nuova comunicazione al pubblico e quindi non sorge l'obbligo di richiedere il consenso al titolare dei diritti.
Già in questa decisione la Corte aveva accennato al problema dell'embedding (o framing), cioè quando l'opera viene incorporata nel sito linkante dando l'impressione di essere direttamente a disposizione su quel server, mentre in realtà si trova solo sul sito fonte. Anche in questo caso non occorre l'autorizzazione del titolare non trattandosi di nuova comunicazione al pubblico.