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Timestamp: 2018-11-15 12:54:46+00:00
Document Index: 35896045

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Rassegna stampa 18 Settembre 2018 - Studio Legale Roma - P&I Guccione e Associati
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da peilex|Pubblicato 18 settembre 2018
18/09/2018 – Giornale di Brescia
Energia, A2A è in corsa per il fotovoltaico di Glennmont
MILANO. Stretta finale sulla cessione degli asset fotovoltaici italiani di Glennmont Partners. In questi giorni, il fondo infrastrutturale con sede a Londra (specializzato in energie rinnovabili) ha steso una short list con i soggetti che potranno avere accesso alla cosiddetta data room. Il passo successivo saranno le offerte vincolanti, previste per fine ottobre. Tra i soggetti selezionati da Glenn mont, che sul dossier è assistito da Rothschild e dallo studio legale Orrick, spiccano A2A, Erge Tages, ovvero il gruppo finanziario (con un forte focus sull’ energia verde) presieduto dall’ ex numero uno di Edison, Umberto Quadrino. Più defilato Sonnedix (Jp Morgan) mentre è fuori dalla partita F2i, che tuttavia a fine luglio si era già aggiudicato il maxi pacchetto di solare italiano da oltre 330 mw messo in vendita dal private equity Terra Firma diventando il terzo operatore europeo del comparto. //
18/09/2018 – Il Fatto Quotidiano
Legittimo lo stop a Romeo per il maxi appalto Consip
L’ ex ad Marroni lo escluse dalla gara Fm4 sotto inchiesta, ok del Consiglio di Stato
Il Consiglio di Stato mette la parola fine alla guerra tra l’ imprenditore napoletano Alfredo Romeo e la Consip. I giudici amministrativi della V sezione (presidente Giuseppe Severinbi, estensore Giovanni Grasso) hanno rigettato i ricorsi della Romeo Gestioni contro la principale stazione appaltante d’ Italia che escluse la società dall’ appalto Fm4, la gara più grande d’ Europa: bandita nel marzo del 2014, vale 2,7 miliardi per due anni e riguarda le pulizie e la gestione dei servizi integrati negli uffici pubblici, nelle università e negli istituti di ricerca d’ Italia. La gara (ora sospesa) era alle battute finali nel 2016. Le graduatorie erano state stilate ma mancava l’ aggiudicazione. La commessa era divisa in 18 lotti, l’ azienda di Romeo si era classificata prima in tre lotti, per un totale di 609 milioni di euro, mentre era arrivata seconda nell’ aggiudicazione del lotto 10, che riguarda il Municipio 1 di Roma, gli uffici del centro. La gara è quindi aperta quando il 22 febbraio del 2017 la Procura di Roma comunica alla Consip che un suo dipendente, Marco Gasparri, è indagato per corruzione con l’ accusa di aver ricevuto circa 100 mila euro da Romeo in quattro anni in cambio di informazioni riservate sulle gare. Gasparri ha patteggiato una pena a 20 mesi di reclusione, mentre per l’ imprenditore napoletano il processo è in corso in primo grado. Consip ha escluso Romeo Gestioni dalla gara e la società ha fatto ricorso al Tar del Lazio, lamentando l’ illegittimità del provvedimento e chiedendo l’ annullamento. A gennaio scorso, il Tar gli dà torto e così la società si rivolge al Consiglio di Stato, che il 14 giugno, ma la sentenza è stata pubblicata ieri, rigetta il ricorso. Chi ha deciso di escludere la Romeo Gestioni dalla gara Fm4 è Luigi Marroni. Ex amministratore delegato della Consip è colui che il 19 dicembre 2016, ai pm di Napoli e ai carabinieri del Noe che gli chiedono del perché abbia fatto rimuovere le microspie nel proprio ufficio, risponde: “() Ho appreso in quattro differenti occasioni da Filippo Vannoni (Presidente della fiorentina Publiacqua, ora indagato per favoreggiamento, ndr), dal generale Emanuele Saltalamacchia, dal presidente di Consip Luigi Ferrara e da Luca Lotti di essere intercettato”. Ferrara, a sua detta, lo avrebbe saputo dall’ ex comandante generale dei carabinieri Tullio Del Sette. Dopo queste rivelazioni, i generali Del Sette e Saltalamacchia e l’ ex sottosegretario Lotti vengono indagati per rivelazione di segreto d’ ufficio e favoreggiamento. Sono accuse pesanti che tutti respingono, ma che Marroni sostanzialmente conferma davanti ai pm di Roma, quando viene risentito a giugno del 2017. Poco dopo verrà silurato con una mozione in Senato che chiedeva di azzerare i vertici della Consip. Ai pm di Napoli, Marroni parla anche della gara Fm4. Racconta di un pranzo “Al Moro” a Roma tra la fine di settembre e ottobre del 2016, chiestogli dall’ ex senatore Verdini (estraneo all’ indagine Consip), con l’ imprenditore Ezio Bigotti. “Bigotti – spiega – ha parlato della Consip, del modo di fare le gare e di come la Consip agisce con il contenzioso; () Dissi che io ero presente per cortesia nei confronti di un amico comune, ovvero Verdini, e che le considerazioni () erano inopportune”. Non è noto in che termini Marroni, in un secondo interrogatorio a Roma, abbia raccontato questa circostanza. Ma l’ ex ad racconta ai pm di Napoli che anche Carlo Russo era interessato alla gara e che il padre di Matteo Renzi lo aveva raccomandato. In quel verbale dice di non ricordare quale azienda sponsorizzasse, ma – secondo L’ Espresso – risentito a Roma avrebbe detto che a Russo non interessava Romeo ma il raggruppamento capeggiato da Cofely. Dalle intercettazioni ambientali in mano ai pm però – secondo gli investigatori – si evincerebbe che Russo (magari millantando) si impegnava ad aiutare Romeo e in cambio chiedeva un compenso per sé e per Tiziano Renzi. Così è stato indagato per traffico di influenze con Tiziano Renzi in un altro filone d’ indagine. Intanto la decisione del Consiglio di Stato di ieri per Luigi Ligotti, avvocato che segue Marroni anche se è testimone nell’ inchiesta, è una vittoria dell’ ex ad. “La scelta di Marroni di escludere Romeo fu una decisione che venne definita coraggiosa: all’ epoca l’ inchiesta Consip era all’ inizio. Marroni lo fece nonostante i rischi, professionali e di risarcimento, ai quali poteva andare incontro se le cose fossero andate diversamente. La sentenza di ieri gli dà ragione”. Valeria Pacelli
18/09/2018 – Il Messaggero
Decreto senza coperture E Conte rinvia la nomina
L’ emergenza Genova
Dubbi sulla parte economica del testo L’ asse Tria -premier sul commissario Oggi Toti e Bucci a Palazzo Chigi Il governatore: i poteri vanno divisi
IL RETROSCENA ROMA Si riparte dal «salvo intese». Ma è proprio quest’ ultima parola che manca sulla vicenda Genova: non c’ è ancora un accordo all’ interno della maggioranza di governo su chi dovrà essere il commissario per la ricostruzione. E, soprattutto, nel decreto approvato giovedì scorso in Consiglio dei ministri mancano ancora le coperture per il dopo Morandi. Un busillis non da poco sul quale stanno lavorando gli uffici legislativi di Palazzo Chigi. Perché la versione «tanto lo pagherà Autostrade» è semplice da enunciare su Facebook, ma molto più complicata da mettere nero su bianco, visto che poi il provvedimento sarà bollinato dal Quirinale. E poi sottoposto al via libera dell’ Unione europea per chiedere la deroga sul codice degli appalti. Dunque l’ incontro di questa mattina tra il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il governatore Giovanni Toti e il sindaco Marco Bucci sarà all’ insegna della condivisione, certo. Ma con tanti nodi ancora da sciogliere. Si parte dal commissario. Si fa strada l’ ipotesi che gli amministratori liguri facciano parte di un comitato di coordinamento e che il commissario sia una figura tecnica con competenze di logistica e di economia. Raccontano dal governo: «La partita ponte d’ altronde vale 1 miliardo di euro». La linea di Conte, che tanti attriti ha prodotto in questi giorni, rimane quella di virare su un tecnico facendo sponda con il ministro dell’ Economia Giovanni Tria. In questo modo non ci sarebbe un commissario più politico come Toti (che piace alla Lega) o come un esponente legato al M5S. Proprio Conte ieri è stato abbastanza chiaro: «E’ previsto che il commissario sia nominato con decreto del presidente del Consiglio entro 10 giorni dall’ entrata in vigore del decreto per Genova. Alto, bello, biondo, occhi blu? Vediamo, aspettiamo ancora». La verità, ammette l’ inquilino di Palazzo Chigi, è che «non abbiamo ancora l’ identikit preciso ma sarà sicuramente colui che ci garantirà di realizzare il ponte quanto prima: ci interessa il risultato». E qui si ritorna al piano d’ azione. Anche perché in maniera non proprio laterale c’ è tutta la vertenza aperte con Autostrade. Affermano fonti governative che in questo decreto non ci saranno provvedimenti sulla revoca della concessione ad Autostrade. Sarebbe troppo rischioso e bloccherebbe, per via dei ricorsi, la ricostruzione. Al massimo potrebbe spuntare un accenno alla decadenza della concessione, ma sarebbe più che altro un vessillo politico da far sventolare al M5S. In verità la maggioranza è ancora abbastanza divisa su tutto. L’ unica linea comune riguarda chi rifarà il nuovo ponte. E non sarà Autostrade (assicurano in coro Lega e M5S) che però potrebbe intanto pensare alle demolizione dei tronconi rimasti. Il lavoro del viceministro ai Trasporti Edoardo Rixi – che ha rifiutato il ruolo di commissario – e del titolare Danilo Toninelli va verso la creazione di un consorzio di imprese che sarà capitanato da Fincantieri. Ma sono appunto progetti che ancora devono essere fissati sulla carta, visto che ormai tra versioni originali e apocrife del decreto ne sono girate a bizzeffe. IL GOVERNATORE In questa partita Giovanni Toti va all’ attacco. E questa mattina proporrà a Conte la «divisione dei poteri dei commissari», visto che il governatore al momento ha anche la delega all’ emergenza. Per fare in modo che la figura scelta da Palazzo Chigi non lo esautori nelle competenze. Il clima tra Toti e il governo è comunque abbastanza teso. Si spiega anche così la battuta su Danilo Toninelli: «Ogni sorriso è fuoriluogo», in riferimento appunto alla gaffe di qualche giorno fa in tv vicino al plastico del Morandi. La tensione è forte. Anche perché sia Lega sia M5S sanno che intorno al ponte si gioca l’ autorevolezza del governo e qualsiasi ulteriore passaggio a vuoto potrebbe essere utilizzato in campagna elettorale. E oggi Toti porterà con sé a Palazzo Chigi un simpatico cadeau: il progetto della Gronda, infrastruttura da sempre avversata dal M5S. Simone Canettieri © RIPRODUZIONE RISERVATA.
18/09/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e Territorio
Si sblocca il contratto Rfi: alle Camere per il parere. Nuove risorse per 13,2 miliardi
Toninelli fa ripartire l’iter del programma di investimenti, senza fare modifiche perché avrebbe azzerato un anno di lavoro
Dopo sei mesi nel congelatore, si sblocca il (complesso) procedimento di approvazione del nuovo Contratto di programma Rfi (2017-2021), le regole e il piano di investimenti tra lo Stato e il gestore della rete ferroviaria nazionale (Rfi, appunto, Gruppo Fs). Il Ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli, dopo alcuni mesi di riflessione, ha inviato il testo del Contratto alle commissioni parlamentari competenti di Camera e Senato per il parere di legge, parere (entro 30 giorni) a cui dovrebbe seguire il decreto finale di approvazione da parte dei ministri delle Infrastrastrutture e dell’Economia.
Il CdP 2017-21 contiene il nuovo piano di investimenti infrastrutturali sulla rete ferroviaria nazionale, con 13,258 miliardi di euro di nuovi finanziamenti, assegnati a specifici interventi (si tratta di risorse derivanti dalla legge di Bilancio 2017 per 9,8 miliardi, dal fondo Fsc per 2,28 miliardi, fondi europei per 728 milioni, altri fondi statali per 1.049 milioni).
Toninelli avrebbe voluto dare un segno di innovazione al programma, coerente con i suoi indirizzi poltico-programmatici, illustrati in Parlamento: dunque meno grandi opere e più risorse per le linee dei pendolari e la sicurezza. Modifiche al piano avrebbero però costretto a far ripartire il complesso iter approvativo, oltre un anno di tempo se tutto va bene, mentre l’esigenza di spingere sulle infrastrutture (annunciata più volte dal ministro dell’Economia Giovanni Tria) ha indotto Toninelli a dare l’ok all’invio del testo alle Camere, così come ereditato dal precednte governo.
La proposta di Rfi risale all’inizio del 2017, dopo i 9,8 miliardi messi a disposizione dalla legge di Bilancio 2017 (Fondo Investimenti comma 140), ma si è poi dovuto aspettare lo sblocco dei fondi con il Dpcm Gentiloni (prima lettura) del 30 maggio 2017, andato poi in Gazzetta a fine settembre 2017. Già prima, con la seduta del 7 agosto 2017, il Ciupe ha dato parere favorevole al Contratto Rfi 2017-21.
La delibera è stata però registrata dalla Corte dei Conti solo il 23 marzo 2018, già dopo le elezioni, con delibera pubblicata in Gazzetta (con il numero 66/2017 ) il 10 aprile 2018 (LA DELIBERA CIPE).
Il ministro Graziano Delrio, nel periodo del governo Gentiloni “in uscita”, aveva già intenzione di mandare il contratto alla Commissione parlamentare speciale, ma questa decise di occuparsi solo di Dlgs urgenti. Con l’insediamento di Toninelli il contratto si è di nuovo fermato, in attesa di un inevitabile “presa di conoscenza” da parte del nuovo ministro.
Ora lo sblocco. Vedremo se i pareri delle Camere consentiranno (dal punto di vista giuridico) un margine di manovra a Toninelli e Tria in sede di approvazione finale.
IL NODO GRANDI OPERE
Nodo delicato, nel nuovo programma Rfi con finanziamenti aggiuntivi per 13,2 miliardi, era quello delle grandi opere. Il piano Rfi prevede in particolare – in termini di nuove risorse, su 13,2 miliardi complessivi – 5,56 miliardi di euro di risorse aggiuntive per “grandi opere” (2,66 miliardi di euro per “lotti costruttivi” di tratte ad alta velocità: Brennero, Terzo Valico, Brescia-Verona-Padova, tratte della Napoli-Bari; e 2,9 miliardi per le tratte ad alta capacità al Sud, Messina-Catania-Palermo e tratte funzionali della Napoli-Bari), 2,228 miliardi per ammodernamenti e upgrading di direttrici di interesse nazionale (interventi diffusi per il potenziamento di linee esistenti a lunga percorrenza, merci o passeggeri), 2,646 miliardi per sicurezza/manutenzione e tecnologie per la circolazione, il resto (2.937 milioni) per reti regionali e metropolitane (ammodernamento e nuove opere, 2,2 miliardi), accessibilità porti e interporti (219 milioni), accessibilità aeroporti (481 milioni), valorizzazione turistica delle ferrovie minori (36 mln).
Il concetto di grandi opere comprende sia i “lotti costruttivi” che una quota degli interventi sulle “direttrici nazionali” (A08 nel Contratto Rfi).
Per i lotti costruttivi ci sono 2.661 milioni in più: 1.550 mln per il 5° lotto del Terzo Valico (già pre-assegnato dal Cipe nella seduta del 22 dicembre 2017), 607 milioni per il 2° lotto della Brescia Est-Verona (al Cipe è passato, con delibera pubblicata a fine marzo e contratto firmato con Fs a inizio giugno, il 1° lotto da 1.892 milioni), 504 milioni per il Brennero (434 milioni il 5° lotto e i primi 70 mln per il 6° e ultimo lotto).
Per le grandi opere su direttrici nazionali abbiamo 2.900 milioni di fondi aggiuntivi: 491 milioni per la Napoli-Bari (in particolare 414 milioni per la Frasso-Vitulano, si veda a pagina 147 del documento), 1.428 per il raddoppio con varianti della Giampilieri-Fiumefreddo (Messina-Taormina-Catania), 910 milioni per la Palermo-Catania.
2. DIRETTRICI NAZIONALI, AMMODERNAMENTI
Si tratta di interventi di potenziamento, raddoppio, upgrading e ammodernamento di linee esistenti, al fine di velocizzare o potenziare il trasporto di merci e/o persone a lunga percorrenza. I nuovi fondi ammontano a 2.118 milioni.
Troviamo ad esempio le linee tra Genova e le Alpi (Torino, Domodossola, Milano), 226 milioni; la Venezia-Trieste (linea esistente), 220 mln, la direttrice centrale e Tirrenica nord (45 milioni), la direttrice Adriatico-Ionica (598 mln), le trasversali del Centro Italia (155 milioni), la nuova linea Ferrandina-Matera (210 milioni), la rete sarda (187 mln).
3. SICUREZZZA
Nel nuovo contratto di programma di Rfi, parte Investimenti (CdP-I 2017-2021), ci sono 1.958 milioni di euro di nuovi finanziamenti per la sicurezza, che aggiungendosi ai 6.757 milioni disponibili (per opere/programmi ancora da realizzare o completare) portano la dotazione totale a 8.715 milioni di euro (si veda il servizioper più dettagli).
4. TECNOLOGIE PER CIRCOLAZIONE ED EFFICIENTAMENTO
Stanziati 688 milioni aggiuntivi. Si tratta di interventi finalizzati all’ammodernamento tecnologico della dotazione delle linee e degli impianti ferroviari, per adeguarne l’efficienza alla crescente richiesta di mobilità.
5. RETI REGIONALI
Fondi in più per 1.316 milioni: interventi rivolti a dare impulso al rilancio del trasporto pendolari e locale (Tpl), soprattutto con upgrading tecnologici che permettono di aumentare (in sicurezza) la frequenza dei treni regionali, ma anche con nuove opere; ad esempio il raddoppio della Cologno-Cremona-Mantova,1a fase (334 mln), il potenziamento della Empoli-Siena (85), l’ammodernamento della linea Salerno-Avellino-Benevento (230 mln).
6. PROGRAMMI CITTA’ METROPOLITANE
Nuovi fondi per 885 milioni. Tra gli interventi il Piano di ammodernamento delle stazioni da 225 milioni (marciapiedi, accessibilità, fruibilità, informazioni al pubblico, decoro), e vari interventi di upgrading dei nodi di Catania (239 mln), Firenze (100 mln), Milano (75), Napoli (71), Torino (18), Genova (61), Venezia (29), Bologna (25), Roma (39).
7. PROGRAMMA PORTI E INTERPORTI
Nuove risorse per 130 milioni. Interventi per colmare l’ultimo (o penultimo) miglio ferroviario o per la connessione alla rete.
8. PROGRAMMA AEROPORTI
Vale 481 milioni di finanziamenti in più, di cui in particolare 411 per il collegamento della rete Rfi con il Marco Polo di Venezia.
Ppp, per la Corte dei Conti è sempre «off balance» (anche il leasing) se c’è il rischio operativo
Claudio Lucidi (*)
Se c’è effettivo trasferimento al privato, anche la locazione finanziaria non fa debito per la Pa. Ma vanno armonizzate le regole contabili
(*) Collaboratore Istituto per la Finanza e l’Economia LocaleLa registrazione contabile dei contratti di PPP
La Corte dei Conti, sezione delle autonomie, ritorna nuovamente sul tema della contabilizzazione dei contratti di Partenariato Pubblico Privato, ora inseriti organicamente nel testo del nuovo Codice dei Contratti (1) .
Questa volta, diversamente da precedenti pronunciamenti (2), il parere si spinge oltre il confine che aveva caratterizzato le varie prese di posizione, per lo più incentrate sulle singole fattispecie di contratti di PPP (leasing finanziario, contratto di disponibilità, project financing) per concludere con un’assunzione di carattere generale, anche alla luce delle recenti modifiche al quadro normativo generale, introdotte dal nuovo Codice dei Contratti (3).
Al di là delle conclusioni cui giunge il parere, (anche un contratto di locazione finanziaria può non essere considerato investimento finanziato da debito se rispetta le regole di cui agli art. 3 e 180 del Codice) (4), scostandosi in questo modo da quanto stabilito nel principio contabile di cui al D. Lgs. 118/11, quello che è particolarmente interessante sono le considerazioni sviluppate nel processo di ricostruzione sistematica delle norme alla luce delle modifiche intervenute con il codice dei contratti.
Vengono quindi presi in considerazione diversi profili che, in un rapporto sinergico tra di loro, costituiscono un quadro di riferimento utile per assumere le necessarie e indispensabili misure di carattere regolamentare e dare piena attuazione e operatività agli strumenti di PPP, che per certi aspetti sono ancora relegati in un limbo di incertezza normativa e interpretativa, soprattutto dal punto di vista contabile.
I profili esaminati riguardano: la natura del contratto di leasing (ma che nel ragionamento condotto dalla Corte viene ora “relativizzato” rispetto al rilievo assunto nei precedenti pareri) quale paradigma per stabilire una relazione tra i contratti di PPP come disciplinati dal codice e le norme del SEC 2010 ; la correlazione tra la disciplina dei contratti di partenariato pubblico privato e la definizione delle fonti di indebitamento ai sensi dell’art. 3, comma 17, della l. n. 350/2003 (6), quindi la coerenza tra il principio contabile di cui al punto 3.25 dell’allegato 4/2 al d.lgs. n.118/2011 e il quadro complessivo della materia del PPP.
Al fine di individuare la natura del contratto di locazione finanziaria e gli elementi propri che lo qualificano, vengono richiamate le varie disposizioni e pronunciamenti (anche di rango europeo) che, succedendosi nel corso del tempo, hanno via via caratterizzato e delineato l’ambito oggettivo di riferimento e, in aderenza al parere della Corte di Cassazione, l’organo di controllo conclude nel senso che l’elemento caratterizzante del leasing finanziario è dato dall’effetto traslativo della proprietà al termine dall’operazione e, conseguentemente, la disponibilità del bene correlata ad un canone periodico pagato dall’amministrazione corrisponde ad una forma di finanziamento e quindi, è annoverabile tra le forme di indebitamento (7) . Inoltre, nel caso del leasing finanziario i canoni periodici sono costituiti da una quota di rimborso di capitale e da una quota di interessi, con un piccolo compenso per i servizi diretti prestati (8). Infine, la spesa per beni acquistati nell’ambito di operazioni di vendita rateale o simili, nonché di leasing finanziario, è registrata nel momento in cui i beni sono consegnati anche se non coincide con il momento del trasferimento della proprietà, in deroga alla regola della registrazione al momento del passaggio di proprietà (9). In tal senso si produce una scissione tra la proprietà giuridica e la proprietà economica del bene laddove l’utilizzatore (nel nostro caso l’ente pubblico) acquisisce i rischi e i benefici della proprietà senza che ne sia il proprietario giuridico.
Sulla base di questi presupposti, coerentemente il principio contabile di cui al D. Lgs. 118/11, nella versione integrata con il D.Lgs. n. 126/14, considera indebitamento tutti i contratti di locazione finanziaria stipulati a partire dal 1 gennaio 2015.
L’eccezione a questa regola generale è rappresentata dalla nuova definizione di contratto di partenariato pubblico privato contenuta nel nuovo codice dei contratti. La Corte, pur lamentando un difetto di chiarezza normativa, rileva che alla luce della definizione contenuta nell’art. 3, c. 1 lettera eee) del D. Lgs. 50/16 (10), i contratti di PPP (di cui la locazione finanziaria ne è parte), se sono caratterizzati da un reale e tangibile trasferimento dei rischi in capo all’operatore privato non dovrebbero essere contabilizzati come debito anche laddove è prevista l’acquisizione della proprietà dell’opera da parte del soggetto pubblico.
Quindi in un contratto di PPP, laddove siano rispettati i presupposti relativi alla allocazione dei rischi (di costruzione e di disponibilità o di domanda), il momento del passaggio di proprietà del bene diventa irrilevante visto che l‘asset è fuori dal perimetro della contabilità pubblica (off/balance).
Tale conclusione diventa ancor più stringente analizzando il contenuto dell’art. 180, per il quale Il contratto di partenariato può essere utilizzato dalle amministrazioni concedenti per qualsiasi tipologia di opera pubblica (cioè di un bene che dovrebbe essere inventariato tra i beni di proprietà dell’ente pubblico al momento del collaudo, residuando in capo all’operatore privato un mero diritto di gestione economica) (11). In pratica in un contratto di PPP sembra ribaltarsi il principio visto per la locazione finanziaria, nel senso che la proprietà giuridica è dell’ente pubblico mentre la proprietà economica è trasferita all’operatore privato.
E‘ auspicabile che questa assunzione trovi una ragionevole soluzione nei principi concernenti la contabilità finanziaria, modificando e integrando il principio enunciato al punto 3.25 che così come è scritto, non copre l’ampia gamma di contratti di PPP e, ad abundantiam, rispetto alla locazione finanziaria, non recepisce le indicazioni della Corte.
Pertanto, trattandosi di opere pubbliche, si fa riferimento a tipologie contrattuali di PPP “altre” rispetto alla locazione finanziaria o al contratto di disponibilità. Infatti, nella locazione finanziaria, la proprietà dell’opera diventa pubblica al termine del periodo contrattuale mentre nel contratto di disponibilità, ai sensi dell’art. 3 c. 1 lett. hhh), l’opera è per definizione di proprietà privata.
Opportunamente, quindi, il legislatore, una volta definiti i caratteri principali dei contratti di PPP, non li ha circoscritti ad un elenco predefinito, comprendendo in essi qualunque altra procedura di realizzazione in partenariato di opere o servizi che presentino le caratteristiche di cui ai commi precedenti (12).
Infine, la modifica e integrazione dei principi contabili applicati, peraltro possibile senza necessità di ricorrere ad un nuovo provvedimento legislativo, oltre ad evitare alle amministrazioni aggiudicatrici, ed in primis ai comuni, di adottare procedimenti amministrativi al limite della “contorsione giuridica” (13) , dovrebbero tenere conto dell’ulteriore novità contenuta nel parere della Corte. Infatti, procedendo nell’analisi dei caratteri “tipici” dei contratti di PPP così come si sono delineati nel nuovo Codice, e anche qui in controtendenza rispetto alle precedenti assunzioni, si afferma che il canone pagato dall’ente concedente (per le opere fredde, destinate cioè a soddisfare esigenze dirette delle pubbliche amministrazioni) rappresenta, per l’operatore economico, il “ricavo di gestione” e di contro, per l’amministrazione, il corrispettivo per remunerare un servizio (di disponibilità) escludendo, in questo modo, la possibilità di attribuire un’altra finalità a detto canone, in particolare quello tipicamente individuato nella locazione finanziaria e cioè anche la natura di rateo della vendita. Insomma, il canone ha carattere unitario, non è né fisso né invariabile, e, soprattutto, non è bicefalo con una parte, cioè, che remunera l’investimento e l’altra i costi di gestione.
In tal senso il canone è solo spesa corrente imputabile all’esercizio finanziario in cui si manifesta l’obbligo di pagamento.
Ponte Genova, Toti: «Demolire e ricostruire insieme». Incontro con Conte per il decreto
Oggi si parla del commissario, dei suoi poteri, delle modalità degli appalti. Di fatto i contenuti del Dl «salvo intese» del 13 settembre
«Ora il Governo ha fatto un decreto legge su Genova, ma se i tempi per la ricostruzione del ponte Morandi non saranno quelli previsti da noi (entro settembre l’inizio della demolizione e entro novembre l’inizio del cantiere) ne risponderanno davanti ai liguri e agli italiani».
Il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, così ieri affilava le armi in vista dell’incontro decisivo – oggi a Palazzo Chigi, a Roma – con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte.
Come abbiamo raccontato, il decreto Genova (e altre emergenze) è stato approvato giovedì scorso “salvo intese” in un testo privo dell’articolo chiave sul commissario e le modalità di ricostruzione del ponte Morandi. Conte e Toninelli hanno più volte dichiarato che la nomina del commissario avverrà con Dpcm, entro 10 giorni dall’entrata in vigore del Dl (non imminente). Oggi a Palazzo Chigi si discuterà anche del nome del commissario, ma soprattutto delle modalità di ricostruzione: chi fa la stazione appaltante, come si affidano i lavori e le progettazione, Autostrade sarà in qualche modo coinvolta o no, quali poteri avrà il commissario?
«L’inizio della ricostruzione del ponte Morandi – ha detto ancora Toti, ieri a Genova – deve avvenire in contemporanea alla demolizione, stiamo parlando di tempi legati a settimane, non a mesi, non so quanto siano compatibili con l’impianto del decreto». «La demolizione deve partire appena la Procura dissequestrerà il ponte».
«Nel Decreto Genova – ha spiegato Toti – mancano ancora alcune cose e bisognerà chiarire tutte le macro dinamiche che stanno dietro a chi costruisce il ponte. Con quali modalità? In
quali tempi? E quali investimenti strategici prevede il Governo per Genova? Come la Gronda che avrebbe dovuto partire nei prossimi mesi».
Il commissario per la ricostruzione del ponte di Genova – ha detto sempre ieri il premier Giuseppe Conte – «come da decreto è previsto che sia nominato entro 10 giorni dall’entrata in vigore del decreto stesso. Non abbiamo ancora l’identikit preciso, ma ci interessa il risultato: colui che ci garantirà di poter realizzare il ponte quanto prima». «Ho preso un impegno con gli italiani – ha aggiunto – inaugurerò io stesso il ponte con tutto il Governo. E ‘quanto prima’ significa ‘vorremo stupirvi’».
DIVIDERE I POTERI COMMISSARIALI
I poteri del Commissario Straordinario non dovranno assorbire quelli del Commissario
dell’emergenza. È quanto chiederà al premier Giuseppe Conte il governatore ligure Giovanni Toti. Nell’incontro in programma a Palazzo Chigi, alla presenza anche del sindaco Marco Bucci, il governatore, secondo quanto si apprende, chiederà modifiche tecnico-giuridiche al Decreto Genova anche su altri punti come i contributi ai privati, indennizzi agli sfollati, maggiori investimenti sul trasporto pubblico locale, assunzioni del personale e garanzie sulle infrastrutture, come la Gronda. Ieri in Regione si sono susseguite riunioni per portare le modifiche al Decreto.
Tra i punti fondamentali, i poteri del Commissario straordinario. Se il Decreto resta come scritto oggi i poteri del Commissario per l’emergenza confluirebbero entro 5 giorni in
quelli del Commissario per la ricostruzione. Una ipotesi che piazza De Ferrari respinge per evitare di allungare i tempi di interventi già avviati con successo
Non solo la chiusura del ponte sull’Adda: a Bergamo la logistica è in affanno
Le limitazioni sui carichi mettono a rischio aziende che generano un miliardo
La chiusura al traffico del ponte sull’Adda tra Paderno e Calusco – per lavori urgenti di manutenzione che dureranno almeno due anni – si è già fatta sentire sula quotidianità degli oltre 50mila pendolari che ogni giorno, in auto o in treno, attraversavano il ponte San Michele, da oltre 130 anni principale collegamento tra le province di Bergamo e Lecco, e arteria fondamentale per il traffico verso la Brianza e Milano.
Ma l’impatto coinvolge anche le aziende del territorio: un territorio, è bene ricordarlo, tra i più industrializzati d’Italia: nel Bergamasco le Camere di commercio contavano oltre 95mila imprese a fine 2017, con un valore aggiunto di 29,5 miliardi di euro, di cui 9,1 ascrivibili all’industria in senso stretto (elaborazioni Confindustria Bergamo), per un totale di 173mila occupati (132mila nell’industria. Nel Lecchese le aziende sono invece 26mila (di cui circa 1.500 imprese industriali in senso stretto), che generano un valore aggiunto di 9,3 miliardi e danno lavoro a 53mila addetti.
La chiusura decisa da Rfi non ha un impatto diretto sul trasporto dei beni prodotti dalle aziende locali – visto che l’attraversamento del ponte era vietato ai veicoli stradali con peso maggiore a 3,5 tonnellate e la carreggiata era stata ridotta a una sola corsia con senso unico alternato. Tuttavia, il danno indiretto c’è e riguarda sia le persone che lavorano nelle aziende, sia le merci, dato che i mezzi dovranno ora riversarsi su altre arterie già congestionate, come sottolinea il presidente di Confindustria Bergamo, Stefano Scaglia. «Questa chiusura aggrava ulteriormente una situazione già critica per il nostro territorio – spiega Scaglia –. La questione dei ponti e della loro viabilità è più ampia e purtroppo si inserisce nella cultura italiana dell’emergenza: la regolare manutenzione non fa notizia, ma quando si verifica una tragedia, come quella di Genova o quella del ponte di Annone crollato due anni fa, subito scattano provvedimenti restrittivi e limitazioni anche laddove magari non sarebbero necessari». Senza contare la frammentazione degli enti che gestiscono le strade e i ponti e dunque le autorizzazioni per attraversarli, con procedure diverse da provincia a provincia che creano difficoltà alle imprese. Il problema colpisce soprattutto l’industria pesante, come quella siderurgica e metalmeccanica, che proprio tra Bergamo e Lecco è particolarmente radicata. Le limitazioni di peso per i mezzi che attraversano i ponti, infatti, sono tanto più penalizzanti per chi produce presse, turbine, prefabbricati e macchine utensili: non potendo dividere il carico trasportato, i mezzi sono costretti ad aggirare cavalcavia e viadotti, con inevitabili allungamenti nei tempi di consegna e costi aggiuntivi che rischiano di compromettere la competitività delle aziende.
«Solo nella nostra provincia – aggiunge Scaglia – le aziende che hanno necessità di trasporti eccezionali danno lavoro a quasi 2mila persone e generano un valore aggiunto di un miliardo di euro». Considerando poi la forte vocazione all’export di entrambe le province (4,7 miliardi di euro per il Lecches e oltre 16 miliardi per il bergamasco), il danno è anche maggiore, perché il rischio è che i clienti esteri si rivolgano altrove. Per questo il tema ponti si collega in realtà alla questione più ampia dei collegamenti tra Bergamo e il suo territorio produttivo con i corridoi europei, attraverso reti autostradali adeguate e Alta Velocità ferroviaria.
Tema cruciale anche per il Lecchese, come conferma Lorenzo Riva, presidente di Confindustria Lecco e Sondrio: «Siamo le uniche due province d’Italia senza nemmeno un metro di autostrada – ricorda –. La messa in sicurezza della Statale 36, oltre a quella di ponti e cavalcavia, è prioritaria e lo Stato dvee farsene carico». Ma se la sicurezza è la priorità, aggiunge Riva, altrettanto lo è garantire adeguate vie di trasporto: «Le limitazioni devono essere solo un fatto temporaneo e riservato ai casi di emergenza, non la normalità. o il rischio è quello di perdere competitività».
Dopo il crollo del ponte di Annone, infatti, le restrizioni sono aumentate e la recente tragedia di Genova prterà verosimilmente a nuove limitazioni. Confindustria Lombardia ha calcolato che i tempi per il rilascio delle autorizzazioni necessarie si è raddoppiato, passando da 15 a 3o giorni di media, con punte fino a 60 giorni per i trasporti eccezionali. Costi aggiuntivi sono stati determinati inoltre dai limiti di carico per il transito dei mezzi, che impone alle imprese il “taglio” dei pezzi del carico, laddove possibile, oppure la ricerca di vie alternative.
Conferma le difficoltà Fernando Battazza, titolare dell’omonima impresa di Olginate (Lecco), specializzata in trasporti industriali ed eccezionali. «Dopo la tragedia di Annone è diventato molto complicato ottenere le autorizzazioni – spiega –. I tempi si sono allungati, rendendo difficile garantire la continuità dei servizi e dopo genova la situazione è persino peggiorata. Spesso i ponti vengono chiusi o limitati per precauzione, non perché ci siano delle rali criticità. E purtroppo, assieme a noi, soffre tutta l’economia nazionale, perché questo è un territorio strategico».
Gare di servizi: incarichi privati validi per qualificarsi, ma solo se finalizzati a un appalto
Tar Abruzzo: per qualificarsi nelle gare di servizi sono valide le prestazioni svolte per il privato, a condizione che questo abbia partecipato a una gara, anche se l’opera non è stata eseguita
Ai fini della dimostrazione dei requisiti di qualificazione necessari per partecipare alle gare per l’affidamento dei servizi tecnici (progettazione, direzione lavori, etc.) possono essere prese in considerazione le prestazioni svolte a favore di soggetti privati a condizione che questi ultimi abbiano partecipato a una gara, ancorché i lavori cui queste prestazioni afferiscono non siano stati eseguiti. Sotto diverso profilo, per prendere in considerazione progettazioni redatte a favore di un ente pubblico, non è necessario che le stesse siano state oggetto di approvazione da parte dell’ente medesimo, essendo sufficiente che tali progettazioni siano state oggetto di valutazione nell’ambito di una gara.
Sono questi i principi affermati in una recente sentenza del Tar Abruzzo, Sez. I Pescara, n. 259 del 5 settembre 2018, che si pronuncia su questioni attinenti alla qualificazione relativa ai servizi tecnici, che nel passato regime normativo ha dato luogo a più di un problema interpretativo.
Un ente locale aveva indetto una gara per l’affidamento dell’incarico di direzione e coordinamento per la sicurezza in fase di esecuzione di determinati lavori procedendo, a seguito dello svolgimento della relativa procedura, all’aggiudicazione a favore di uno dei concorrenti. Nello specifico, il concorrente risultato aggiudicatario aveva dichiarato ai fini della qualificazione di aver svolto tra l’altro alcuni servizi di progettazione a favore di enti pubblici e di soggetti privati. Il concorrente secondo classificato aveva contestato la qualificazione dell’aggiudicatario sotto un duplice profilo. Per quanto riguarda la progettazione svolta a favore dell’ente pubblico il ricorrente aveva rilevato che i lavori erano stati successivamente suddivisi in lotti e che solo per il primo lotto si era proceduto alla relativa esecuzione. Di conseguenza i servizi che potevano essere presi in considerazione ai fini della qualificazione erano solo quelli di tale primo lotto. Ciò in quanto potevano valere solo i progetti per i quali fosse intervenuta una formale approvazione da parte dell’ente pubblico, con la conseguente messa in gara degli stessi.
Sotto altro profilo, per ciò che concerne i servizi svolti a favore di soggetti privati potevano essere considerati solo quelli relativi a lavori che fossero stati successivamente eseguiti; di conseguenza nel caso di specie di tali servizi non si poteva tenere conto, poiché i privati a favore dei quali erano stati resi non erano risultati aggiudicatari della relativa gara.
In definitiva, secondo la tesi del ricorrente il soggetto aggiudicatario era stato illegittimamente ammesso alla gara in quanto privo di validi requisiti di qualificazione, con riferimento alle prestazioni rese in passato.
L’onere di immediata impugnazione.
In via pregiudiziale il giudice amministrativo ha rilevato che in linea astratta, trattandosi di questione attinente l’ammissione di un concorrente in relazione ai requisiti di qualificazione posseduti, la relativa impugnazione doveva essere proposta – ai sensi del comma 2 – bis dell’articolo 120 del D.lgs. 104/2010, introdotto dall’articolo 204 del D.lgs. 50/2016 – entro il termine di trenta giorni dalla pubblicazione del provvedimento di ammissione sul profilo del committente.
Tuttavia questo motivo di potenziale inammissibilità del ricorso è stato superato dal giudice amministrativo in ragione della peculiarità della fattispecie. Ciò che è stato impugnato infatti non è l’originario provvedimento di ammissione bensì il provvedimento in autotutela con cui la stazione appaltante ha annullato l’atto di esclusione del concorrente dichiarandolo nel contempo aggiudicatario provvisorio. Di conseguenza non può essere invocata la previsione del comma 120 comma 2 bis che riguarda solo l’originario provvedimento di ammissione/esclusione, mentre il provvedimento in autotutele ha valore autonomo e sotto un certo profilo ha “rimesso in termini” il ricorrente.
I servizi svolti per l’ente pubblico e quello svolti per i privati
Nel merito il giudice amministrativo ha respinto le censure mosse dal ricorrente. In via preliminare ha evidenziato come non sia più in vigore l’articolo 263, comma 2 del DPR 207/2010 in quanto abrogato dall’articolo 217 del D.lgs. 50/2016.
In particolare la norma abrogata – che peraltro era stata oggetto di contrastanti interpretazioni durante la sua vigenza – prevedeva che i servizi tecnici in tanto potevano essere presi in considerazione ai fini della qualificazione in quanto ultimati e approvati, non assumendo rilevo che i relativi lavori non fossero stati oggetto di realizzazione.
Per quanto riguarda i servizi svolti a favore di committenti privati veniva previsto che gli stessi rilevavano ai fini della qualificazione o in quanto oggetto di certificati di buona esecuzione rilasciati dal committente privato o in quanto autodichiarati dal soggetto interessato che, su richiesta dell’ente appaltante, doveva fornire prova dell’avvenuta esecuzione attraverso gli atti autorizzativi o concessori o il certificato di collaudo o ancora copia del contratto con le relative fatture.
È proprio con riferimento ai servizi – nel caso specifico la progettazione – svolti per conto dei privati che la sentenza in commento offre interessanti soluzioni interpretative. Viene infatti affermato che l’elemento dirimente al fine di provare l’avvenuta progettazione e quindi consentire che la stessa possa valere ai fini della qualificazione è rappresentato nell’ammissione alla gara del committente privato per conto del quale la progettazione è stata svolta. Tale ammissione implica infatti una valutazione di idoneità della progettazione, che è equiparabile a un atto di approvazione. In sostanza, nel caso in cui il progettista presti la sua opera per consentire al privato, ad esempio, di partecipare a una procedura di project financing – ovvero in tutte le altre ipotesi in cui il progettista presta la sua opera a favore di un committente privato – i relativi servizi possono essere valutati ai fini della qualificazione in tutti i casi in cui il privato sia stato ammesso alla gara.
Non solo quindi non è necessario che i lavori cui la progettazione si riferisce siano stati materialmente eseguiti, ma non sono richiesti neanche quegli elementi di prova che l’abrogato articolo 263 identificava nei certificati di buona esecuzione o nella copia del contratto e delle relative fatture. Viene quindi affermato con chiarezza il principio che ciò che rileva ai fini della qualificazione è la redazione della progettazione in sé considerata e che l’elemento dirimente che costituisce di per sè la prova di tale redazione è costituito dall’ammissione alla gara del privato che tale progettazione ha utilizzato.
Soluzione non dissimile viene proposta dal giudice amministrativo in relazione alla progettazione svolta a favore di committenti pubblici. In questo caso viene ritenuto sufficiente che la progettazione redatta sia stata oggetto di valutazione in sede di gara e abbia ottenuto un punteggio congruo, cosicché si possa escludere qualunque giudizio di inammissibilità o inidoneità. Non è quindi necessario che la progettazione si riferisca a lavori successivamente eseguiti, e in questo senso vi è continuità con quanto già disposto dall’articolo 263. Ma la soluzione proposta si discosta da quest’ultima norma in relazione al fatto che la stessa prevedeva che la progettazione fosse stata approvata dall’ente committente, mentre la sentenza in commento ritiene sufficiente che essa sia stata presa in considerazione e valutata nell’ambito di una gara.
L’iscrizione nel casellario Anac
Un ulteriore aspetto affrontato nella sentenza riguarda l’iscrizione dei soggetti abilitati a svolgere attività di progettazione nel casellario tenuto dall’Anac.
Il ricorrente aveva infatti sostenuto che la mancata iscrizione dell’aggiudicatario nel suddetto casellario avrebbe dovuto comportare l’esclusione dello stesso dalla gara.
In effetti il DM 2 dicembre 2016, n. 263, che definisce i requisiti che devono essere posseduti dai soggetti affidatari degli incarichi di progettazione, prevede all’articolo 8 che i medesimi debbano comunicare all’Anac una serie di dati e di documentazione ai fini dell’inserimento degli stessi nel casellario delle società di ingegneria e professionali.
Il giudice amministrativo ha tuttavia ritenuto che la mancata effettuazione delle comunicazioni e la conseguente mancata iscrizione nel casellario tenuto dall’Anac costituisca solo un inadempimento a un obbligo sancito a carico degli operatori economici che intendono svolgere i servizi di progettazione, ma non può avere alcuna influenza sulla capacità degli stessi di partecipare alle gare. In sostanza, tale partecipazione è ammessa anche in mancanza di iscrizione del soggetto interessato nel casellario dell’Anac.
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