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Timestamp: 2019-03-19 07:43:43+00:00
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Matched Legal Cases: ['art.2', 'art.1373', 'art. 1385', 'art.41', 'art. 1375', 'sentenza ', 'art. 1175', 'art. 1333', 'art. 1218', 'art. 2', 'art. 1175', 'art.88', 'sentenza ', 'art. 24', 'art. 96', 'art 41', 'art. 26', 'art.2', 'art.2', 'art.2', 'art. 3', 'art. 41', 'art.7', 'art.330', 'art.1015', 'art. 2793', 'art. 833', 'art. 1227', 'art. 1227', 'art. 1227', 'sentenza ', 'art. 2697', 'art. 2087', 'art. 1223', 'art. 1223', 'art. 2059', 'art. 1227', 'art. 1227', 'art. 1227', 'art. 1227', 'art. 2', 'art. 1227', 'art.1227', 'art. 1227', 'art. 1175', 'art. 1227', 'art. 1227', 'art. 1227', 'art. 1227', 'sentenza ']

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Funzione della buona fede in adempimento di obbligazioni pecuniarie, recesso e risoluzione
Il recesso abusivo del contratto.
Cassazione 31.5.2010, n°13208: la funzione assolta dalla buona fede come criterio generale diffuso nell’ordinamento giuridico.
Cassazione, sez. I 20.4.1994, n°3775;
Cassazione civ. sez. I 14.11.1997, n°11271:
Cassazione civ. sez.I, 21.5.1997, n°4538;
Corte di Appello di Roma, 18.1.2005, n°136;
Cassazione civ. sez.I, 134.2006, n° 8711;
Cassazione civ. sez. I, 7.3.2008, n°6186;
Corte di Giustizia, 25.10.2005, C-350/03.
L’intensità del controllo giudiziale sui poteri privati è una delle questioni ampiamente dibattute in dottrina e giurisprudenza che hanno approfondito la disamina della possibilità di sindacare l’esercizio del diritto potestativo, quale il diritto di recesso, alla stregua del parametro della buona fede oggettiva.
Secondo la relazione ministeriale al codice civile, va richiamata la considerazione dell’interesse del debitore non tralasciando il giusto riguardo all’interesse del creditore, ovvero un criterio di reciprocità che assume rilevanza costituzionale in quanto specificazione degli inderogabili doveri di solidarietà sociale evidenziati dall’art.2 Cost.
E’ compito del giudice riempire di contenuto la clausola generale di buona fede e poi modificare o integrare il programma contrattuale con quei necessari comportamenti tesi a soddisfare gli interessi del debitore e del creditore, salvaguardando, contemporaneamente l’utilità di ciascuno alla contrattazione.
Si pone attenzione, in tale ambito, per evitare che l’esercizio del diritto di recesso avvenga secondo modalità che finiscano, poi, per alterare la distribuzione dei rischi contrattuali concordati senza un sacrificio sproporzionato rispetto agli interessi di controparte.
La nozione unitaria di buona fede, comprende, pertanto, sia le relazioni di diritto-obbligo che quelle di potestà-soggezione in modo tale che l’obbligo di esercitare ogni diritto sia conforme agli scopi attribuiti dall’ordinamento giuridico.
In tal modo la bonam fidem diviene baluardo invalicabile al limite interno di ogni diritto, vietandone qualsiasi abuso. L’interprete dovrà considerare la buona fede attraverso l’emersione della causa concreta valutando se il diritto contestato sia stato esercitato nell’ottica della funzione effettiva riconosciutagli dalle parti. Verrà negata rilevanza giuridica a tutti gli atti che perseguano un fine diverso da quello che gli è proprio, dimostrandosi immeritevoli di tutela.
Il recesso individua il diritto di sciogliere il contratto mediante un atto unilaterale e recettizio. Le figure del recesso previste dall’ordinamento sono ad nutum e per giusta causa. Nel primo caso è rimesso all’autonoma decisione del titolare, ex art.1373 del cod. civ. e senza ulteriori limitazioni. Nel secondo è legato all’assistenza di una giusta causa a tutela dell’inadempimento della controparte in base al dettato dell’art. 1385 del cod. civ. L’abuso del diritto è intimamente collegato al recesso “ad un cenno”.
Contrariamente, giurisprudenza minoritaria afferma che il giudice non ha al possibilità di valutare la conformità e la buona fede dell’atto di esercizio del diritto di recesso in tronco, per eccessiva ingerenza nell’autonomia contrattuale, che finirebbe per intaccare “diritti fondamentali” di rilevanza costituzionale quali la libera iniziativa economica privata, ex art.41 Cost.
A tal maniera, però, si ha una deminutio di tutela in capo alla parte costretta a sopportare le conseguenze negative di un recesso esercitato nel rispetto delle regole formali di rilevanza giuridica. La bonam fidem deve invece costituire il filtro utilizzato dall’ordinamento che valuta il comportamento che ha dato esecuzione a quella clausola in modo da dequalificare il recesso da incondizionato a recesso sottoposto a limiti. Gli atti di esercizio di recesso saranno reputati illeciti, per contrarietà alla buona fede, tutte le volte che dinanzi al caso concreto alterino la distribuzione del carico dei rischi contrattuali su una o l’altra parte in modo anomalo ed esorbitante.
La differenza tra il recesso in tronco e per giusta causa si rileva in modo evidente nella diversa distribuzione dell’onere probatorio.
Nel secondo caso la prova spetta al recedente; quando è contrario a buona fede la prova della contrarietà incombe a chi lamenta l’inefficacia del recesso stesso. Se ne deduce ciò che fa la differenza è costituito dalla individuazione degli strumenti di tutela per equivalente o specifica a seconda dell’ipotesi.
Colui che risulta aver utilizzato l’istituto del recesso con abuso non potrà conservare il risultato conseguito né, a seconda del caso, conseguire il risultato voluto.
La giurisprudenza più recente, difatti, ha ritenuto immeritevole di tutela il recesso esercitato senza quel minimo di procedimentalizzazione richiesto tale da risultare sproporzionato e gravoso per la controparte. Sotto la lente dell’interprete, focalizzato al bilanciamento di interessi contrapposti, il recesso contra legem, pertanto, aprirà la stura ad esperire azioni risarcitorie. L’utilizzo per fini difformi dal recesso integra l’inadempimento all’obbligo di buona fede ex art. 1375 cod. civ. qualificandosi così la condotta come illecita con conseguenze risarcitorie per l’autore.
Anche nell’ambito dei contratti con i consumatori, con le particolari attenzioni della legislazione comunitaria al contraente debole, il recesso diviene l’ago della bilancia per il riequilibrio delle parti, in caso di contrattazioni caratterizzate da asimmetria informativa nella fase di formazione del consenso.
La funzione assolta dalla buona fede, come criterio generale che pervade l’ordinamento giuridico si ha, oltre che nel recesso, anche nella risoluzione del contratto. A tal proposito la Cassazione ha evidenziato la slealtà della parte che invoca la risoluzione per inadempimento, pur avendo altri strumenti giuridici per tutelare i propri interessi e si ripercuote sulla valutazione della gravità dell’inadempimento stesso, costituendone l’interfaccia.
Il giudizio di pretestuosità della condotta attorea, come afferma la Suprema Corte il 31.5.2010, con la sentenza n°13208, che ha invocato la risoluzione, va considerata con un riconoscimento della scarsa importanza dell’inadempimento, avuto riguardo all’interesse dell’altra, ovvero ad un interesse che poteva essere preservato senza ricorrere al mezzo estremo dell’ablazione del vincolo.
Pertanto, la giurisprudenza attenta della Cassazione ha statuito, ancora una volta, come le posizioni soggettive di sofferenza vadano arginate nel momento in cui ci siano comportamenti volti ad un esercizio disfunzionale del diritto.
Sembra che il regolamento negoziale per realizzare l’obiettivo dell’equilibrio contrattuale debba, sempre più, perdere la sua matrice individualistica per arricchirsi di un plusvalore di carattere pubblicistico impostogli ab externo.
Il conflitto fisiologico tra autonomia privata ed ordinamento giuridico diventa strumento di trasformazione giuridica in senso pluralistico ed il fattore assiologico dei diritti fondamentali dell’individuo, in quanto strumenti di promozione sociale, consentono di superare la concezione del conflitto quale ostacolo, riconducendolo alla condizione di opportunità cioè presupposto dell’intervento statuale.
Più chiaramente, l’autonomia privata secondo l’impostazione della migliore dottrina ( M. Barcellona, “L’ nella teoria del diritto privato: il caso italiano (ma non solo), in Rivista trimestrale di diritto e procedura civile”, 1997), diventa sempre più spesso mezzo preordinato anche alla realizzazione dell’interesse pubblico.
Oggi, si guarda sempre più al contratto secondo una concezione rinnovata che concepisce il contratto come una delle fonti dell’ordinamento.
Pertanto, la clausola generale di bonam f idem, nell’ottica dei principi di solidarietà, uguaglianza sostanziale e proporzionalità, da mezzo di accertamento e valutazione della condotta contrattuale diventa dispositivo di correzione e controllo del regolamento contrattuale.
La buona fede, quale strumento di correzione delle disfunzioni connesse dall’uso unilaterale e distorto a vantaggio del più forte tra i contraenti, secondo la dottrina italiana ( C.M. Bianca), può realizzare quell’operazione di politica del diritto, per cui possono esprimersi le potenzialità correttive-integrative della buona fede nella formula della c.d. buona fede in executivis, che impone la salvaguardia delle utilità dell’una e dell’altra parte.
La buona fede e la bilateralità del rapporto obbligatorio previsto dal’art. 1175 cod. civ.
L’obbligo comportamentale del creditore, ex art. 1333 cod. civ., teso ad evitare l’inadempimento.
Sarà il giudice a valutare il comportamento in concreto tenuto dalle parti analizzando le caratteristiche dello specifico settore economico dell’affare, riequilibrando eventuali rapporti alterati nella ripartizione del rischio contrattuale nella prospettiva delle qualità personali ed anche dell’equilibrio oggettivo delle parti.
La causa impeditiva ignota
Nelle cause di responsabilità medico-professionale, il danneggiato è tenuto a provare il contratto e allegare la difformità della prestazione ricevuta ed al danneggiato incombe l’onere di provare che l’inesattezza della prestazione dipende da causa a lui non imputabile, ovvero la prova del fatto impeditivo. Nel caso in cui tale prova non si riesca a dare, ex art. 1218 e 2697 c.c. , il debitore rimane soccombente per causa impeditiva ignota.
Una corrente dottrinale (Cappai e Izzo) ha giustamente rilevato come la varietà che connota le prestazioni sanitarie impedisca di dare una soluzione univoca alla questione. All’interno di tale vasta area di riferimento, è possibile distinguere prestazioni caratterizzate da diversi gradi di aleatorietà. Si è così ritenuto di individuare il discrimen della diversa modulazione della prova liberatoria proprio nell’incertezza del risultato.
Nelle prestazioni ad esito più incerto, diversamente, in cui entrano in gioco molteplici fattori estranei alla sfera di controllo del debitore, la prova del danno induce a ritenere la sua derivazione causale da un errore medico, con un grado di probabilità molto più contenuto. In una simile situazione risulta più semplice per il professionista convincere il giudice della certezza del proprio operato e quindi dell’esatto adempimento, non rendendosi a tal fine necessaria l’individuazione della causa impeditiva.
Diritto processuale civile, l’abuso del processo
Il Consiglio di Stato, sez. IV, n°1209 del 2.3.2012, ha affermato che il divieto di abuso del diritto diviene anche abuso del processo, inteso quale esercizio improprio, sul piano funzionale e modale, del potere discrezionale della parte di scegliere le più convenienti strategie di difesa. Nel nostro sistema giuridico vige un generale divieto di abuso della posizione dominante soggettiva, il quale, ai sensi dell’art. 2 Cost. e dell’art. 1175 c.c., pervade le condotte sostanziali al pari dei comportamenti processuali di esercizio del diritto.
Si tratta, però, di una base testuale precaria in quanto alla previsione dell’art.88 c.p.c. non corrisponde un adeguato apparato sanzionatorio. Solo il codice deontologico forense contiene un’azione disciplinare a carico dell’avvocato, effettivamente esercitata dal Consiglio dell’ordine raramente ed in casi eclatanti.
La Cassazione, sez.III, nella sentenza n°20106 del 18.9.2009 ravvisa l’abuso del processo “nel collegamento tra il potere conferito al soggetto ed il suo atto di esercizio, risulti alterata la funzione obiettiva dell’atto rispetto al potere che lo prevede”. Ancor più recentemente la Cassazione ha riunito due procedimenti, la sez. V civile n°7195 del 9.9.2015, stabilendo l’unicità del fatto illecito rispetto a due distinti giudizi instaurati innanzi a diversi giudici in quanto per i sinistri stradali la richiesta di risarcimento danni alla persona ed al mezzo non vanno separati.
I giudici intervenuti in diverse occasioni sono impegnati ad un bilanciamento tra opposte esigenze; il diritto di azione, previsto all’art. 24 e gli artt. 2 e 111 della Cost, ovvero il diritto ad un giusto processo ed il principio di solidarietà sociale citato.
Successivamente gli interpreti hanno individuato come abuso del processo l’uso deviato o indiretto degli strumenti processuali. Al riguardo si fa riferimento al caso del regolamento preventivo di giurisdizione utilizzato al fine prevalente o esclusivo di ottenere la sospensione del processo di merito piuttosto che una decisione giurisdizionale; ex multis Cassazione n°15476 del 11.6.2008 e Cassazione n°13791 del 27.5.2008.
Autorevole dottrina ha ravvisato l’ipotesi di abuso del processo dinanzi al comportamento sorretto della parte, come nel caso dell’uso indiretto dello strumento processuale qualora risulti un’attività reticente, dilatoria o comunque in contrasto allo standard di diligenza media del professionista. A tal proposito, però, non sussiste un dovere di completezza o di verità per il difensore secondo la miglior dottrina, Scarselli, lealtà e probità degli atti processuali, Riv. Trim. dir. proc. civ., 1998 e Calamandrei, “Parere dell’Università di Firenze al Ministro di Grazia e Giustizia sul Progetto preliminare del co. proc. civ.”, FI, 1937) in quanto un tale obbligo non è prospettabile perché in contrasto con lo stesso concetto di parte, snaturandone funzione e ruolo.
Infine anche il giudice discrezionalmente può ravvisare un comportamento di abuso del processo, come ipotesi residuale e di chiusura prevista dall’art. 96 c.p.c., 3° co. Con tale norma sembrerebbe che il legislatore abbia inteso agevolare la condanna al risarcimento dei danni nei confronti della parte che ha posto in essere una lite temeraria, senza voler introdurre nel sistema un nuovo istituto che stabilisse il quantum del danno subito da lite temeraria. Il giudice comunque può procedere d’ufficio e liquidare il danno in via equitativa, laddove sussista, appunto, una lite temeraria, un danno esistente ed il relativo nesso di causalità.
In conclusione si può affermare che l’abuso del diritto e quello del processo sembrano sovrapporsi e de iure condendo si potrebbe introdurre una norma che sanzioni specificatamente l’abuso del processo, rimettendo direttamente la sanzione ed i danni al difensore che ha commesso l’illecito processuale, ex artt. 88, 89 e 96 c.p.c., anziché alle parti che per rivalersi, a tutt’oggi, devono agire con separato giudizio contro il proprio difensore.
Si segnala che recentemente è stato approvato il D.L: n° 90 del 24.6.2014 ” Misure urgenti per la semplificazione e la trasparenza amministrativa e l’efficienza degli uffici giudiziari”, che all’art 41 rubricato “Misure per il contrasto dell’abuso del diritto” apporta modifiche all’art. 26 del codice del processo amministrativo, sottolineando l’attenzione del legislatore riguardo quello che è stato definito “l’elemento dinamico del processo evolutivo del diritto” dall’elaborazione giurisprudenziale.
Diritto civile. L’abuso del diritto
Nell’ordinamento dei quiriti l’attuale locuzione “abuso del diritto” non viene menzionata, in considerazione della capacità di adattare gli istituti dello jus civile alle concrete esigenze, per cui nei casi di grave abuso del diritto si ricorreva, secondo la dottrina risalente e maggioritaria (Grosso), all’actio doli o, più specificamente all’exceptio doli.
Il legislatore del codice civile del 1942, pertanto, non lo ha previsto in quanto meritevole di rimprovero sociale e non di una sanzione giuridicamente normata. Negli anni ’60 dottrina e giurisprudenza, a seguito dell’emanazione dei nuovi diritti e libertà costituzionali, in particolare dell’art.2, si sono interrogate se possa nel nostro ordinamento considerarsi immanente il divieto di abuso del diritto per finalità che eccedono i limiti stabiliti dalla legge.
La rilettura successiva agli anni ’90 è stata in chiave preminentemente sociale attraverso un’ottica costituzionalmente orientata che teneva presente il principio di solidarietà sociale di cui al citato art.2 della Costituzione, concetto trasversale all’intero ordinamento giuridico. Autori ed interpreti di rilievo concordano nel ritenere che gli elementi costitutivi dell’abuso del diritto consistono nella titolarità di un diritto soggettivo, la possibilità del suo concreto esercizio secondo più modalità non predeterminate, che tale esercizio sia svolto secondo modalità censurabili, anche se rispettoso della legge attributiva nella forma che si verifichi una sproporzione non giustificabile tra il beneficio del titolare del diritto ed il sacrificio della controparte.
Nell’eccesso, invece, l’illiceità della condotta è percepibile facilmente, non sussistendo l’apparente conformità. I riferimenti costituzionali, oltre il citato art.2 riferito alla solidarietà sociale, sono contenuti nell’art. 3 con il principio di ragionevolezza e nell’art. 41 Cost. con il principio di utilità e funzione sociale dell’iniziativa economica.
Il legislatore del 1942, che nel progetto preliminare al codice civile conteneva la clausola generale di abuso del diritto all’art.7, non inserito nella stesura definitiva, ha preferito inserire nel codice disposizioni specifiche con cui sanzionare l’abuso in relazione a determinate categorie di diritti: l’abuso della potestà genitoriale; art.330 cod. civ.; l’abuso dell’usufruttuario all’art.1015 c.c.; l’abuso della cosa data in pegno da parte del creditore pignoratizio; art. 2793 c.c.
In base agli artt. 23, 103 e 113 Cost. il giudice deve limitarsi ad applicare la legge e non gli è dato un potere di creazione della norma, ma di interpretazione secondo i principi generali dell’ordinamento giuridico. Anche se si è ritenuto pericoloso, per lo stesso ordinamento, consentire l’operazione ermeneutica di negare legittimità ed efficacia ad operazioni giuridiche consentite dal punto di vista formale.
Pertanto, fino alle sentenze della Cassazione civile riguardo questioni di diritto societario, laddove l’abuso in questione ha preso le prime mosse, quali le operazioni di lay out, le sottocapitalizzazioni artificiose, i compensi dei top manager amministratori, l’utilizzo delle c.d. scatole cinesi, l’abuso del diritto di voto, delle operazioni sul capitale, della maggioranza, del diritto di controllo del socio nella s.r.l., del diritto di esclusione, della violazione del principio di correttezza dell’informativa contabile e dell’abuso del potere di decisione e coordinamento, etc, la questione cogente che attanagliava i giuristi dell’epoca era se consentire spazi interpretativi vastissimi al giudice o meno, con il timore di laciare zone che non dovrebbero essere consentite come libere. Tali spazi conducono alla sostanziale disapplicazione di norme di legge, specie in ambito penale ove la reale offensività delle condotte poste in essere ha un’applicazione limitata a settori assai particolari, come nel caso del perdono giudiziale per quanto riguarda i crimini commessi da minori.
Infatti, per lungo tempo è prevalso l’orientamento restrittivo per cui il concetto di abuso del diritto veniva relegato ad una dimensione etica. Tale impostazione ha ceduto il passo alla tesi che ha valorizzato il principio enunciato dall’art. 833, Cassazione civile, sez.III, n°5348 del 5.3.2009, che statuisce il principo generale di divieto degli atti emulativi. Tale principio è, poi, considerato corollario dell’obbligo generale del comportamento secondo buona fede, ossia con lealtà e correttezza,ex artt. 1175, 1337, 1358. 1366, 1375 del cod. civ.
L’abuso del diritto delinea l’utilizzazione alterata dello schema formale del diritto, secondo il Consiglio di Stato, sez.IV, n°3129, del 17.5.2010 e poichè i principi di buona fede oggettiva e dell’abuso del diritto si integrano a vicenda, l’abuso deve essere escluso qualora la finalità perseguita non sia quella consentita dall’ordinamento.
Onere della prova, la causalità prevista all’art. 1227: posizione della giurisprudenza
Il concorso del fatto colposo del creditore. Interpretazione del canone di diligenza secondo l’art. 1227 c.c. 1° e 2° comma. La funzione “sociale” del concorso di colpa del creditore. Caratteri strutturali dell’art. 1227 c.c. La sentenza n° 1667 dell’11.3.2015 sulla responsabilità ed il concorso di colpa del danneggiato
L’onere della prova, secondo l’art. 2697 c.c., spetta al danneggiato (attore) dimostrare l’esistenza di tutti gli elementi indefettibili del fatto illecito, in quella contrattuale si ha inversione.
Il legislatore ha introdotto una presunzione relativa di colpevolezza del debitore che si rende inadempiente per la responsabilità contrattuale, però si tratta di presunzione relativa, per cui il debitore proverà l’assenza di colpa propria per impossibilità derivata da causa non a lui imputabile.
La tutela aquiliana viene estesa a beni giuridici che storicamente ne erano esclusi; in primis l’interesse legittimo e per altro verso si assiste alla trasmigrazione nell’ambito della responsabilità contrattuale di fattispecie tradizionalmente ricondotte all’illecito extracontrattuale, come nel caso degli obblighi di protezione.
Vi sono infatti situazioni in cui il soggetto danneggiante, pur non essendo vincolato al danneggiato da un rapporto obbligatorio in senso stretto, è legato allo stesso in via di fatto da una relazione, c.d. contatto sociale qualificato, che espone quest’ultimo ad un rischio specifico e più intenso rispetto alla generalità dei consociati e che, pertanto, viene considerato sufficiente a fondare una responsabilità di tipo contrattuale anche a prescindere dalla sussistenza di un vincolo pattizio.
A quali condizioni una relazione di fatto rilevante sul piano sociale sia tale da far sorgere doveri specifici di protezione di determinati beni giuridici, ossia a quali condizioni il contatto sociale possa dirsi “qualificato” dall’ordinamento giuridico. Funzionalmente omogenea alla categoria della responsabilità da contatto è quella degli obblighi di protezione: entrambi sarebbe illeciti aquiliani, ma per fatti e comportamenti vengono assorbiti nella responsabilità contrattuale in modo da accordare una tutela specifica per certi versi più intensa di quella che spetta alla generalità dei terzi estranei.
Bisogna, a questo punto, valutare se è possibile in capo al medesimo soggetto il concorso di responsabilità contrattuale e aquiliana. In caso di concorso c.d. improprio è senz’altro ammissibile, come ad esempio nel caso dell’alloggio per il servizio di portierato.
Si ha “concorso proprio” quando danneggiante e danneggiato coincidano con le parti del rapporto obbligatorio ed il danno è conseguenza diretta ed immediata dell’inadempimento. Parte della dottrina esclude il concorso tra i due tipi di responsabilità perché la responsabilità contrattuale rivestirebbe carattere di specialità rispetto alla responsabilità aquiliana.
Sono indispensabili, in definitiva, tre condizioni: l’unicità del fatto lesivo, la coincidenza soggettiva danneggiante- debitore e danneggiato-creditore, la derivazione oggettiva del danno aquiliano come conseguenza diretta dell’inadempimento dell’obbligazione.
La facoltà di cumulo delle azioni consente all’attore un aumento economico della pretesa risarcitoria, la giurisprudenza ha accordato doppio canale risarcitorio: negligente esecuzione di interventi chirurgici, lesioni causate al dipendente in violazione degli obblighi di sicurezza ex art. 2087 c.c. e normativa di settore.
La giurisprudenza processuale ritiene che il concorso di responsabilità consenta all’ attore di scegliere solo il regime giuridico applicabile alla fattispecie.
A seguito dell’inadempimento, il debitore non sarà tenuto alla prestazione originaria, ma ad una nuova prestazione. Il debitore avrà l’onere di provare l’inadempimento dovuto ad impossibilità della prestazione. Il risarcimento del danno è un rimedio generale contro l’illecito, contrattuale ed extracontrattuale.
In dottrina si distingue il danno-evento, che integra l’illecito secondo il principio di imputazione, e il danno conseguenza, le cui conseguenze pregiudizievoli sono rilevanti secondo il principio di causalità. Le norme non qualificano il danno come ingiusto in quanto in presenza di un vincolo obbligatorio la violazione non può che essere ontologicamente antigiuridica e come tale ha bisogno di una verifica nel caso concreto.
In assenza di specifica disposizione di legge il danno non patrimoniale non è mai risarcibile a titolo contrattuale, dovendosi affermare il principio della necessaria patrimonialità del danno ai sensi dell’art. 1223 c.c.
Al contrario, in senso positivo, si è osservato che nella disciplina dell’art. 1223 c.c. e ss. non figura una norma come quella del 2059 che limita il risarcimento ai danni non patrimoniali ai casi previsti dalla legge.
La struttura stessa dell’obbligazione ai sensi del 1174 c.c. indurrebbe a riconoscere la risarcibilità del danno non patrimoniale in quanto solo la prestazione deve avere contenuto patrimoniale mentre l’interesse del creditore può anche essere di carattere non patrimoniale.
L’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 2059 c.c., avallata dalle S.U. Cassazione del 2008, consente oggi di affermare in modo incontrovertibile che anche nella materia della responsabilità contrattuale è dato il risarcimento dei danni non patrimoniali.
L’art. 1227 c.c., sempre con riferimento ai danni risarcibili, limita il risarcimento del danno a carico del debitore inadempiente in relazione al comportamento colposo del creditore che, con la propria condotta, abbia concorso a determinare il danno; in tal caso il risarcimento del danno è diminuito nella misura determinata dalla gravità della colpa e dall’entità delle relative conseguenze.
Il 2° comma dell’art. 1227 c.c. stabilisce un altro limite al risarcimento del danno, nel senso che il debitore inadempiente non è tenuto a risarcire quella quota di danni che il creditore avrebbe potuto evitare usando l’ordinaria diligenza; qui il danno è eziologicamente imputabile al solo danneggiante, ma le conseguenze dannose avrebbero potuto essere impedite o attenuate da un comportamento diligente del danneggiato.
L’impostazione tradizionale, estremamente rigorosa, è stata rivisitata dalla giurisprudenza più recente che ha accolto un’interpretazione estensiva ed evolutiva del comma 2° dell’art. 1227 c.c.
Un orientamento del genere si fonda sulla lettura dell’art. 1227, 2° comma, effettuata alla luce delle clausole generali di buona fede e correttezza di cui agli artt. 1175-1375 c.c. in una logica di solidarietà sociale dettata dall’art. 2 della Costituzione, interpretata come norma immediatamente percettiva, nel senso di qualificare alla stregua di una obbligazione di correttezza a carico del creditore la cooperazione alla riduzione de danno.
Come è stato rilevato da alcuni autori, tutto ciò che può essere chiesto al creditore/danneggiato è solo uno sforzo ragionevole. Una precisazione, in tal senso, perviene da recente giurisprudenza, secondo la quale, nell’ambito della ordinaria diligenza richiesta al creditore devono essere comprese “soltanto quelle attività che non siano gravose o eccezionali, o tali da comportare notevoli rischi o rilevanti sacrifici”.
E’ stato osservato che, nella dinamica del rapporto obbligatorio, il tema del concorso della colpa è stato inquadrato, da parte della dottrina, nell’ambito del principio di autoresponsabilità, per il quale ognuno deve essere garante degli atti che compie e deve comportarsi secondo regole di correttezza e buona fede.
Secondo tale orientamento, l’art. 1227 c.c. costituisce una applicazione diretta del principio di correttezza, in quanto impone al creditore l’uso della normale diligenza del buon padre di famiglia per circoscrivere o comunque non aggravare il pregiudizio subito.
Le sezioni unite della Cassazione n° 24406 del 21.11.2011 hanno affrontato la questione dell’esistenza nel nostro ordinamento del principio di autoresponsabilità, ravvisando nell’art.1227 c.c. un corollario del principio di causalità, statuendo che la colpa, cui fa riferimento l’art. 1227 c.c., va intesa nel senso di criterio di imputazione del fatto bensì come requisito legale della rilevanza causale del fatto del danneggiato.
La Corte ha risolto il contrasto giurisprudenziale sorto, con riferimento al comportamento secondo correttezza e buona fede fondato sull’art. 1175 c.c., ritenendo che un identico criterio deve essere utilizzato anche per valutare la condotta del danneggiato, tenuto ad adoperarsi per evitare che si verifichi un evento lesivo in suo danno, secondo i comuni principi di diligenza.
In una visione moderna dei rapporti sociali, la pronuncia della Corte ha l’indubbio pregio di aver collocato la previsione di cui al primo comma dell’art. 1227 c.c. nell’ambito del principio solidaristico, che impone ad una parte di salvaguardare la sfera giuridica dell’altra, prevedendo uno specifico dovere di cooperazione.
In altri termini le Sezioni Unite, hanno superato il principio secondo il quale, per dimostrare il concorso del fatto colposo del danneggiato, è necessaria la c.d. colpa specifica, per affermare che anche un comportamento omissivo caratterizzato dalla colpa generica è sufficiente a fondare il concorso di colpa del creditore–danneggiato.
In entrambe le ipotesi disciplinate dall’art. 1227 c.c. il comportamento negligente del creditore si pone in relazione con la condotta del debitore danneggiante e condiziona la misura del risarcimento dovuto, che è diminuita in proporzione della colpa del creditore.
La liquidazione del danno avviene perciò mediante una valutazione della proporzione delle rispettive colpe e dell’entità delle conseguenze che ne sono derivate mentre non sono risarcibili ai sensi dell’art. 1227 c.c. i cc.dd. “danni risarcibili” ossia quelli causati esclusivamente dalla condotta del creditore che non si pongono in relazione causale con la colpa del danneggiante.
I distinti rapporti di causalità materiale e di causalità giuridica disciplinati rispettivamente dal primo e secondo comma dell’art. 1227 c.c. oltre che sul piano strutturale, operano diversamente anche con riferimento al piano della rilevabilità nonché dell’onere probatorio.
La posizione empirica della giurisprudenza, di recente, con sentenza n° 1667 dell’11.3.2015 della Corte d’Appello di Roma, dimostra come in una controversia in tema di specifica responsabilità di medical malpractice, che sembra rappresentare una novità assoluta, abbia deciso a favore del danneggiato nonostante che lo stesso si sia colposamente e/o volontariamente procurato le lesioni personali, rendendo necessario il trattamento diagnostico e terapeutico, rivelatosi poi eseguito non correttamente, dannoso per la salute del paziente.
La posizione assunta dai giudici capitolini sembra mostrare un atteggiamento di favore forse eccessivo nei confronti del contraente più debole, ovvero il paziente insoddisfatto, pur di contrastare il fenomeno della medicina difensiva, compito che dovrebbe spettare in via prioritaria al legislatore. Questi, con la cd. Legge Balduzzi, d.l. n° 158 del 13.9.2012 ha cercato di contenere quell’atteggiamento di reazione alla pressione giudiziaria alla quale sono quotidianamente esposti i professionisti sanitari che finiscono per prendere decisioni che non perseguono il bene del paziente quanto piuttosto l’intento di evitare di essere coinvolti in procedimenti giudiziari a loro carico. La responsabilità civile è notoriamente uno dei settori del diritto in cui l’apporto creativo degli interpreti assume maggior rilievo di interventi e di qualità di risultati, ma l’applicazione della regola del concorso di colpa per correggere un’interpretazione giurisprudenziale obbligata da necessità non strettamente giuridiche rinvierà sicuramente ad ulteriori sviluppi da parte dei giudici che interverranno al riguardo.