Source: http://digitalaw.blogspot.it/2013/
Timestamp: 2017-06-23 06:46:37+00:00
Document Index: 1945789

Matched Legal Cases: ['art. 11', 'art. 29', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 4', 'art. 13']

Creative Commons (CC) è un'organizzazione non profit che si dedica ad ampliare, in maniera legale, la quantità e la varietà di opere creative pubblicamente fruibili e riutilizzabili. La nuova versione 4.0 delle licenze rispetta in buona parte gli obiettivi fissati durante il CC Global Summit 2011 di Varsavia e, a detta dell’organizzazione, contiene numerosi miglioramenti, innanzitutto la possibilità di essere adottata a livello internazionale e di essere “particolarmente adatta all'utilizzo da parte di governi e altri soggetti interessati a pubblicare informazione detenuta dal settore pubblico”: questo grazie all'allargamento del raggio d'azione delle licenze, che ora includono il diritto sui generis sui database che esiste nell'Unione e in alcuni altri paesi. Il nuovo testo introduce inoltre un meccanismo in base al quale chi viola inavvertitamente la licenza “può riguadagnare automaticamente i propri diritti se la violazione è sanata in modo tempestivo”.
Gli italiani temono il cybercrime ma cambiano password di rado L'Osservatorio Cermes Bocconi-Affinion ha effettuato una ricerca sul rapporto contraddittorio tra italiani e sicurezza digitale, analizzando un campione di mille persone fra i 18 e i 75 anni. Dall’indagine, i cui risultati sono stati recentemente diffusi, emerge che in materia di protezione dei dati personali in rete gli italiani sono ancora un passo indietro e la generica e diffusa paura per i pericoli del web (presente soprattutto nei giovani e nelle donne) non va di pari passo (come già emerso in altri recenti studi) con un’adeguata prevenzione, al punto che ben il 67% degli intervistati ammette di non cambiare le proprie password di frequente e solo il 37% si preoccupa di costruirne di complesse. Fatto ancora più allarmante, c’è una scarsa consapevolezza di quanti e quali dati siano riconducibili alla categoria dei “dati personali”, tant’è che solo il 58% include in tale categoria i dati sugli spostamenti.
È stato aperto qualche giorno fa in una caffetteria di Vancouver dalla società Robocoin il primo sportello bancomat con cui cambiare dollari canadesi in bitcoin e viceversa.Bitcoin è una moneta virtuale crittografata che utilizza la tecnologia peer-to-peer, non è legata a nessun circuito bancario tradizionale e non è controllata da un’autorità centrale riconosciuta, motivo per il quale si sono sviluppate accese discussioni sulla liceità del suo utilizzo, dal momento che per le sue caratteristiche si presta a essere usata nel compimento di azioni illegali in rete. Nonostante ciò, sono sempre più numerose le aziende che accettano transazioni in bitcoin e perfino i Google Glass, non ancora sul mercato, prevedono un’applicazione per pagare con questa moneta.Lo sportello bancomat di Vancouver è stato impostato per rispettare la legge anti-riciclaggio canadese, in base alla quale per ogni cittadino il limite giornaliero per lo scambio di denaro è di 3.000 dollari: per verificare che ogni utente non vada al di là di questa soglia lo sportello è stato dotato di un sistema di scansione della mano.Notevole l’affluenza allo sportello già nel primo giorno di apertura: la Robocoin comunica che sono state effettuate ben 81 transazioni per un totale di 10.000 dollari di scambio.
La controversia legale tra Google e The Authors Guild, l’associazione statunitense non profit che riunisce oltre 8.000 autori ed editori, volge infatti al suo termine.The Authors Guild accusava Google di aver alterato il mercato editoriale con la sua digitalizzazione di testi (si tratta di circa 20 milioni di libri), dei quali ha messo a disposizione degli abstract in rete: proprio la lettura degli abstract avrebbe, a detta dell’associazione, fatto scemare l’interesse dell’utente verso l’acquisto finale dei libri.L’accusa verso Google era anche quella di aver violato i diritti d’autore pubblicando del materiale ancora protetto da copyright.Il giudice del tribunale di New York non ha rilevato, invece, violazioni nel progetto di digitalizzazione nato nel 2002 e promosso dal fondatore Larry Page, anzi, il tribunale statunitense ha dichiarato che la digitalizzazione dei libri “porta benefici e vantaggi a tutta la società”.Prima vittoria per Google che dovrà sicuramente affrontare ancora altre battaglie sul tema del copyright, una delle quali è già in corso con diverse associazioni di fotografi.
Fanno riflettere i dati diramati dal Censis e frutto della ricerca "Il valore della privacy nell'epoca della personalizzazione dei media", presentata a Roma qualche giorno fa.Dalla ricerca emerge infatti un crescente interesse dei cittadini italiani verso la riservatezza dei propri dati, considerata diritto inviolabile ed elemento imprescindibile della propria identità (96%).Cresce inoltre la consapevolezza che i grandi operatori del web, i big player come Google o Facebook, gestiscono una quantità elevatissima di dati personali e che questo sia un formidabile strumento di potere politico ed economico, e cresce nello stesso tempo anche il timore dei rischi a cui i propri dati sono esposti sul web.C’è quindi più paura ma non c’è un’adeguata conoscenza di come tutelare correttamente e attivamente la propria privacy: solo il 40,8% degli internauti italiani usa almeno una delle misure fondamentali per la salvaguardia della propria identità digitale (limitazione dei cookies, personalizzazione delle impostazioni di visibilità dei social network, navigazione anonima), il 36,7% non ricorre a nessuno strumento, mentre il 22,5% si limita a forme passive di autotutela, a volte rinunciando direttamente a fruire di un servizio sul web.Abbastanza diffusa, inoltre, la convinzione che la normativa italiana dovrebbe essere più severa circa le violazioni privacy e che ognuno dovrebbe avere il diritto di rimuovere dalla rete informazioni personali sul passato potenzialmente negative o imbarazzanti, quando non sono più asservite al diritto di cronaca.
decreto libri di testo digitali,
Una tendenza che seguono sempre più di frequente gli istituti di credito negli Stati Uniti è quella di utilizzare i social network per acquisire maggiori informazioni su clienti o potenziali clienti.Questo è quanto rivela la testata americana Mother Jones, riferendo come il numero di followers su Twitter o la tipologia di contatti su Facebook si trasformino per alcune banche (e ci sarebbe da aggiungere in maniera un po’ approssimativa) in segnali importanti dell’affidabilità finanziaria di un soggetto.E se per LendUp un'intensa attività sui social network è un segnale ritenuto positivo, per Lenddo invece avere tra i propri contatti Facebook un insolvente può pregiudicare la concessione di un credito.Questa sembra essere quindi una nuova frontiera dell’utilizzo dei dati degli utenti social che era risaputo venissero già venduti alle aziende per scopi di marketing.Peraltro la normativa americana che regolamenta il trattamento dei dati finanziari non contempla ancora la variabile social network, quindi non c’è ancora certezza su quanto sia effettivamente legale questo tipo di trattamento operato dalle banche.
n. 214 del 12-9-2013, il Decreto legge n. 104 del 2013 recante “Misure urgenti
in materia di istruzione, università e ricerca”. Questo decreto, approvato pochi
giorni fa dal Consiglio dei Ministri con il réclame “L’istruzione riparte”, punta
a garantire un miglior avvio del nuovo anno scolastico e accademico, nonché a
gettare le basi per la scuola e l’università del futuro, restituendo ai settori
della formazione centralità e risorse. Questa l’introduzione che il Governo fa
al provvedimento nel comunicato[1] di presentazione.
Molti sono gli interventi
previsti nel Decreto legge, che vanno dai provvedimenti relativi al personale
scolastico (dirigenti, docenti di sostegno, ecc.), ai libri di testo, nonché misure
a favore del welfare studentesco (borse per trasporti e mensa, accesso al
wireless a scuola). In particolare, con riferimento
alle iniziative a favore degli studenti, sono stati stanziati 15 milioni di euro
(5 milioni nell'anno 2013 e 10 milioni nell'anno 2014) spendibili per la
connettività wireless nelle scuole secondarie, con priorità per quelle di
secondo grado. In tal modo gli studenti potranno accedere a materiali didattici
e a contenuti digitali in modo rapido e senza costi (art. 11 d.l. n. 104/2013).
Inoltre, tra le altre previsioni
relative ai testi scolastici, vengono stanziati 8 milioni complessivi,
suddivisi tra il 2013 e il 2014, per finanziare l'acquisto da parte di scuole
secondarie (o reti di scuole) di libri di testo ed e-book da dare in comodato
d'uso agli alunni in situazioni economiche disagiate. Per quest’anno scolastico,
poi, gli studenti potranno utilizzare liberamente libri di testo nelle edizioni
precedenti (purché conformi alle Indicazioni nazionali). Sempre nel comunicato
si dichiara che l’adozione dei libri di testo diventa facoltativa e i docenti potranno
decidere di sostituirli con altri materiali.
Nel Decreto legge appena
pubblicato, all’articolo 13, si parla anche di integrazione delle anagrafi
degli studenti: entro l'anno scolastico
2013/2014 le anagrafi regionali degli studenti e l'anagrafe nazionale degli
studenti sono integrate nel sistema nazionale delle anagrafi degli studenti.
Per quanto riguarda le modalità di integrazione delle suddette anagrafi, dovrà
essere sentito il parere del Garante per la protezione dei dati personali.
Seppure il Governo abbia
presentato nel suo comunicato come punti centrali anche il potenziamento e
l'innovazione dell'offerta formativa, sembra quasi che l’istruzione voglia
ripartire tralasciando il digitale. Forse le priorità nella scuola
italiana sono troppe per pretendere l’innovazione “troppo in fretta”. Per ora accontentiamoci degli
stanziamenti per la connettività wireless e attendiamo un altro anno.
Ricordiamo, infatti, che il d.l. n. 179/2012 (convertito con modificazioni
dalla L. 17 dicembre 2012, n. 221) ha stabilito che il collegio dei docenti deve
adottare per l'anno scolastico 2014-2015 e successivi esclusivamente libri
nella versione digitale o mista. Obbligo che riguarderà le nuove adozioni a
partire progressivamente dalle classi prima e quarta della scuola primaria,
dalla prima classe della scuola secondaria di primo grado e dalla prima e dalla
terza classe della scuola secondaria di secondo grado.
Reperibile al link http://www.governo.it/Governo/ConsiglioMinistri/dettaglio.asp?d=72782
scuola; scuola digitale; d.l. 104/2013; n. 104 del 2013; istruzione
Quando l’Icann (organismo internazionale che ha in carico la gestione dei domini) ha dato il via alla liberalizzazione dei domini di primo livello (avvenuta agli inizi del 2012) già si prevedeva che questo cambiamento sarebbe stato ricco di implicazioni, attirando l’interesse di molte aziende per motivi di marketing, ma anche penalizzandone altre e creando situazioni complesse.E in effetti una situazione piuttosto ingarbugliata è quella che si è creata attorno ai due domini .wine e .vin, per aggiudicarsi i quali hanno presentato domanda tre società private che non hanno nulla a che vedere con la produzione del vino, suscitando l’ira dei produttori europei del settore che chiedono all’Icann di non accettare questa richiesta almeno finché non ci saranno sufficienti tutele e garanzie per i vini a denominazione d’origine.Anche Neelie Kroes, titolare delle competenze per l’Agenda Digitale della Commissione sembra sostenere le ragioni dei produttori di vino in una lettera in cui auspica una soluzione “compatibile con la legislazione comunitaria e internazionale in materia di indicazioni geografiche”.Di avviso opposto i sostenitori della liberalizzazione del web, secondo i quali queste, come altre estensioni, dovrebbero essere assegnate senza eccezioni o regole speciali.
liberalizzazione web,
Pare che il sistema di autenticazione personale attraverso password sia destinato a breve a essere rimpiazzato da metodi più sicuri che non comportino per l’utente un aggravio di sforzi mnemonici.Attualmente siti come Facebook, Twitter e Paypal offrono già la possibilità – invero poco sfruttata - di un’autenticazione “a due fattori”, che consiste per l’utente nello scegliere di digitare oltre alla password anche un numero, ricevuto tramite SMS o prodotto da un dispositivo hardware, mentre da più parti si fa strada anche l’ipotesi di utilizzare per l’autenticazione i metodi biometrici.Intanto il consorzio FIDO (Fast IDentity Online), composto da PayPal, Google e Lenovo, sta lavorando alla messa a punto di un hardware "autenticatore" in grado da farsi riconoscere con certezza dai siti: in questo caso l’utente non dovrebbe autenticarsi su ogni singolo sito, ma attivare l’hardware con un PIN all’accensione del computer, sarebbe poi l’hardware ad effettuare il resto del lavoro, ovvero ad accedere su ogni singolo sito.Il progetto è ancora in nuce ma già scatena i primi commenti: non è ancora chiaro cosa potrebbe accadere in caso di furto dell’hardware e come potrebbe tutelarsi l'utente in un simile frangente. Pubblicato da
auenticazione a due fattori,
Denunciando di ricevere pesanti e-mail dal contenuto osceno, oggi la Boldrini ha osservato questo: denunciare gli autori di questi contenuti sul web "è come svuotare il mare con un bicchiere. Credo che ci dobbiamo tutti fermare un momento e domandarci se vogliamo cominciare a pensare alla rete come a un luogo reale, dove persone reali spendono parole reali, esattamente come altrove. Cominciare a pensarci, discuterne quanto si deve, poi prendere delle decisioni misurate, sensate, efficaci. Senza avere paura dei tabù che sono tanti, a destra come a sinistra. La paura paralizza. La politica deve essere coraggiosa, deve agire". Io concordo sostanzialmente con la Boldrini e mi sembrano parole ragionevoli. Da tempo sostengo che la Rete non è e non deve essere il Far Web e non ha più senso difendere l'anonimato in sè, come valore assoluto, nel momento in cui ormai la Rete è diventato uno strumento straordinario non solo di comunicazione, ma anche di condivisione, di scambio e di sviluppo di servizi per cittadini, professionisti, PA e imprese.Oggi occorre riflettere con attenzione per evitare che la necessaria tutela della persona offesa da comportamenti illeciti perpetrati attraverso il web e che si esplica anche attraverso la corretta identificazione della persona digitale che è responsabile delle sue azioni (perchè anche se è on line poggia i suoi piedi nel mondo reale) non giustifichi un potere dello Stato a censurare arbitrariamente il libero pensiero che oggi si manifesta in modo illimitato e libero attraverso i binari di internet.Identificare è giusto, ma censurare no...
In particolare, credo che, invece di paralizzarci dietro un comodo e vuoto atteggiamento di difesa della libertà e dell'anonimato sul web, abbiamo il dovere di trovare un equilibrio possibile tra le esigenze corrette di identificazione e il giusto diritto di critica e di libertà di pensiero che con il web dispone di ali prima limitate. In particolare, chi oggi osserva (correttamente) che ciò che è lecito on line è e rimane illecito anche off line allora non può non condividere che la libertà di espressione trova il suo naturale limite proprio nel diritto altrui a non essere diffamato, minacciato o violato nei suoi diritti. Del resto lo stesso art. 29 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo recita così: "nell’esercizio dei suoi diritti e delle sue libertà, ognuno deve essere sottoposto soltanto a quelle limitazioni che sono stabilite dalla legge per assicurare il riconoscimento e il rispetto dei diritti e delle libertà degli altri e per soddisfare le giuste esigenze della morale, dell’ordine pubblico, e del benessere generale in una società democratica". Questo deve valere anche per Internet e trovo giusto e inevitabile interrogarsi con coraggio e senza patetici e aprioristici atteggiamenti di chiusura su come concretizzare tali principi universali per una realtà così variegata come il web. E l'identificazione dell'autore è l'unico mezzo possibile di tutela per chi subisce un illecito on line...
Google ha appena lanciato un nuovo servizio per i propri account, l’Inactive Account manager, che permette di gestire attraverso una serie di opzioni il proprio indirizzo Gmail e il relativo contenuto nel caso di un lungo periodo di inattività o, cosa ancor più interessante, in caso di decesso del proprietario dell'account. Il servizio è stato attivato anche per gli abbonati a Google+, a Youtube, nonché ai fruitori del servizio della “nuvola” telematica Drive.Le opzioni messe a disposizione da Google sono liberamente impostabili, si può stabilire ad esempio di "estinguere" il proprio account nel caso di un periodo di inattività di una certa durata, scegliendo che alla fine di tale termine il contenuto automaticamente venga cancellato, o ancora venga fatto convergere verso un secondo indirizzo, quello di un parente, un erede o comunque una persona fidata."Che cosa vuoi fare di foto, email e documenti quando smetti di utilizzare il tuo account? Google ti consente di decidere. Potresti scegliere di condividere i tuoi dati con un amico o un familiare fidato oppure potresti scegliere di eliminare completamente il tuo account. Sono molte le situazioni che potrebbero impedirti di accedere o di utilizzare il tuo account Google. Qualunque sia il motivo, ti offriamo la possibilità di decidere cosa fare dei tuoi dati. Con Gestione account inattivo puoi decidere se e quando il tuo account deve essere trattato come inattivo, ciò che accade ai tuoi dati e chi viene informato": questa la presentazione del servizio da parte di Google che sembra un tentativo di stare al passo con la sempre maggiore quantità di informazioni personali “depositate” sul web e il cui destino è tuttora piuttosto insicuro a fronte di disposizioni legislative ancora lacunose in materia di lascito digitale.
Inactive account manager,
lascito digitale,
Open Data: dalla Ue il sì alla liberalizzazione dello sfruttamento I 27 Paesi della UE sono giunti recentemente ad un accordo circa la liberalizzazione dello sfruttamento commerciale degli open data non personali in possesso delle pubbliche amministrazioni. Secondo Neelie Kroes, vicepresidente della Commissione europea e responsabile per l'innovazione digitale, questa svolta determinerà dei vantaggi economici e delle nuove opportunità di business e occupazione. I dati, se non tutelati da diritto d’autore, dovrebbero essere messi a disposizione gratuitamente.
Un giudice newyorchese ha da poco emesso un’interessante sentenza concernente il diritto d’autore. Protagonista della vicenda la piattaforma ReDigi che offre agli utenti la possibilità di rivendere e comprare di seconda mano tracce musicali legittimamente acquistate, abbassandone il prezzo di circa 50 centesimi rispetto al costo su iTunes e senza chiedere alcuna autorizzazione alle etichette discografiche. Da qui la nascita di un contenzioso tra ReDigi e la Recording Industry Association of America (RIAA).Il giudice newyorchese con la sua sentenza ha dato ragione alle major discografiche, stabilendo che la distribuzione non autorizzata dei file musicali su Internet rappresenta una chiara violazione del diritto d'autore e che l’attività di rivendita dovrebbe essere soggetta all'autorizzazione dei legittimi detentori dei diritti. Questo nonostante la normativa statunitense preveda il principio dell'esaurimento del diritto di distribuzione, in base al quale l'acquirente può a sua volta legittimamente regalare o vendere un prodotto protetto da proprietà intellettuale.
I Garanti privacy di 5 diversi Paesi dell’UE (Francia, Olanda, Spagna, Germania, Italia) e alcune organizzazioni inglesi accusano Google di non gestire in maniera trasparente i dati dei suoi utenti e di lasciare tuttora nel vago alcune informazioni importanti, come, ad esempio, quanti e quali dati acquisisce sui propri utenti e per quanto tempo li conserva. Già agli inizi dello scorso anno un Gruppo costituito dalle Autorità privacy dei 27 Paesi dell'UE aveva analizzato la privacy policy di Google per verificare che fosse in linea con i principi enunciati nella direttiva europea 95/46/CE sulla protezione dei dati. In seguito a questa verifica era stato chiesto a Google di adottare, entro 4 mesi, una serie di modifiche per adeguarsi alle disposizioni vigenti. Al termine di questo periodo, in un recente incontro con i rappresentanti dell’azienda, è emerso che la stessa non ha di fatto apportato alcune modifiche sostanziale alla sua privacy policy tra quelle suggerite dalle Autorità dell'Unione. Di conseguenza ognuna delle sei Autorità coinvolte ha aperto un’istruttoria per ulteriori accertamenti nei confronti di Google inc (compreso il nostro Garante privacy, con lo scopo di verificare, in particolare, che la società californiana rispetti i principi di pertinenza, necessità e non eccedenza dei dati trattati e gli obblighi di informativa e consenso).
Hacktive Security,
Un recente studio condotto da Booz & Company e Google sull’andamento dell’industria creativa nel nostro Paese e in Europa (editoria e stampa, cinema, tv, musica e gaming) ha messo in evidenza quanto questa si avvantaggi degli strumenti offerti dalla digitalizzazione: lo studio segnala infatti per questo settore una crescita annua in Italia di circa il 2% a partire dal 2001 e quasi 20 miliardi di ricavi negli ultimi 10 anni (in linea con quanto accade nel resto d’Europa). In particolare i creatori grazie alla digitalizzazione godono di una più facile distribuzione delle loro opere e di nuovi e più numerosi canali per raggiungere il pubblico.Lo studio evidenzia anche quanto siano cresciuti negli ultimi anni i ricavi provenienti dal business digitale (15% annuo) parimenti a un aumento considerevole del consumo dei media (basti pensare che secondo lo studio dedichiamo ora ad Internet circa il doppio del tempo rispetto a sette anni fa). Pubblicato da
business digitale,
Nella G.U. del
19 marzo è stato pubblicato l’attesissimo DPCM 24 gennaio 2013, recante indirizzi per la protezione cibernetica e la sicurezza
informatica nazionale, c.d. decreto cyber-sicurezza.
Con il consueto ritardo rispetto ai principali partner europei che hanno
da tempo istituito organismi istituzionali deputati all’espletamento delle
medesime funzioni, il Legislatore italiano in tale provvedimento si è limitato a
prevedere che il CISR (Comitato
Interministeriale per la Sicurezza della Repubblica) debba essere sentito ai
fini dell'adozione da parte del Presidente del Consiglio dei ministri delle
direttive in materia di sicurezza cibernetica.
Ma la vera novità, forse, potrebbe essere nella decisione di istituire
presso la Scuola di formazione del DIS -
Dipartimento delle informazioni per la sicurezza di cui all'art. 4 della legge
n. 124/2007 - “un organo dedicato, cui affidare anche compiti funzionali alla
promozione e diffusione di una cultura della sicurezza cibernetica”?
Oppure nella costituzione di un Nucleo per la sicurezza cibernetica, da istituire
presso l'Ufficio del Consigliere militare del Presidente del Consiglio dei
O forse ancora potrebbe essere nella previsione di un organo
interministeriale da attivare in caso di crisi, individuato nel Nucleo
interministeriale situazione e pianificazione, di cui al DPCM 5 maggio 2010,
prevedendone una configurazione, quale "Tavolo interministeriale di crisi
cibernetica"?
Purtroppo, non sembrano doversi rilevare innovazioni concrete, e che quindi
non si limitino all’intento di definire “l'architettura istituzionale deputata
alla tutela della sicurezza nazionale relativamente alle infrastrutture
critiche materiali e immateriali, con particolare riguardo alla protezione
cibernetica e alla sicurezza informatica nazionali”.
Il timore di molti, però, è che la moltiplicazione di centri decisionali
renda in realtà più faticosa l’adozione di seri provvedimenti in materia di
Da ultimo, occorre rilevare che il DPCM in commento riprende le
definizioni già utilizzate nel Glossario pubblicato dal DIS, che per la prima
volta, dunque, fanno la loro comparsa in una normativa (almeno) di livello
Per il resto, non resta che aspettare il previsto “Piano nazionale per la
protezione cibernetica e la sicurezza informatica nazionali”, dalle cui misure,
tuttavia, non dovranno derivare nuovi oneri a carico del bilancio dello Stato,
come disposto espressamente dall’art. 13 del DPCM in commento.
decreto cyber-sicurezza,
Guardiamo tutti pazientemente e con una certa dose di
disagio quanto sta accadendo nel tessuto sociale, economico e politico del
nostro Paese. La crisi si avverte sempre di più e il mondo politico, invece di
cavalcare l’innovazione in un momento così delicato, resta immobile in una
imbarazzante paralisi, immerso come è nella palude che ha contribuito a
Tutto questo si riflette, come ben sappiamo, sul mercato. E
tutti noi oggi stiamo vivendo in un modo o nell’altro gli effetti negativi di
questa situazione. Credo che non possiamo restare immobili anche noi e
limitarci ad essere spettatori passivi, sperando in tempi migliori.
“Gli ostacoli sono quelle cose spaventose che vedi quando
togli gli occhi dalla meta” ci ha detto Henry Ford.
Credo che una meta oggi ci sia, ci possa essere e si chiami
Innovazione Digitale applicata ai processi delle PA, delle aziende e dei
professionisti. Infatti, sistemi corretti ed efficienti di digitalizzazione
documentale garantirebbero trasparenza, risparmio ed efficienza (oltre che
tutela dell’ambiente). Eppure in questi giorni, guardando svogliatamente i
programmi proposti dai maggiori partiti italiani (PD, PDL e M5S) mi ha colpito
come essi contengano pochi principi generalissimi sull’argomento che denotano
una incredibile ignoranza in materia. Ed è incredibile che proprio un partito
come il M5S, così fuori dagli schemi e che sui binari di internet ha affilato
le sue armi , abbia dedicato così scarsa attenzione a questi argomenti.
Non basta tuonare proclami su una connessione Internet
libera per tutti per risolvere i problemi dell’Italia Digitale.
Ci sono da sviluppare strategie e programmi, difendere
regole tecniche che non arrivano mai, alfabetizzare cittadini e funzionari
pubblici. Altrimenti il Digitale servirà solo ad aggiungere caos al caos.
Al centro di ogni processo di digitalizzazione ci devono
- la consapevolezza da parte di tutti sugli strumenti che si
stanno adoperando,
- una profonda attenzione alla protezione e alla sicurezza
informatica dei data base
- una costante verifica dell’interoperabilità e
l’applicazione di standard internazionali nei sistemi che si propongono
- un serio e attento sviluppo di archivi digitali che
garantiscano una memoria autentica e affidabile nel tempo
- la certezza del diritto in tutte le operazioni che
avvengono on line.
Per garantire tutto questo occorrono una forte volontà
politica (che va costantemente stimolata su queste tematiche) e la creazione di
professionalità nuove e trasversali.
Per questo credo che l’appuntamento del 13 marzo a Roma, il
Dig.Eat (www.digeat.it), sia un’occasione da
cogliere per essere davvero protagonisti, far sentire la propria voce e
rilanciare il mercato del digitale documentale. Così come sarà importante
essere presenti, in quanto soci ANORC (www.anorc.it),
alla successiva assemblea del 14 marzo.
Durante il Dig.Eat saranno fondati Gli Stati Generali
della Memoria Digitale (info: https://www.digeat.it/news/il-13-marzo-durante-il-digeat-di-anorc-la-fondazione-degli-stati-generali-della-memoria),
che hanno proprio lo scopo di fungere da stimolo per il potere politico,
costituendo un organismo interassociativo e trasversale che possa essere da
pungolo costante per chi dovrà decidere il nostro futuro digitale.
Durante l’assemblea favoriremo la nascita di ANORC
Professioni, perché senza
una seria e garantita professionalità di Responsabili della conservazione digitale
(quindi, Record Document Manager) e Responsabili del trattamento del dati
personali (quindi, Privacy Officer) non si va da nessuna parte e non si possono
rendere i bit dei solidi mattoni su cui costruire le fondamenta della Società
Per questo chiedo la partecipazione all’evento di tutti
coloro che credono nel digitale. Non potete mancare. Perché se non si è oggi
protagonisti di un cambiamento, allora è davvero inutile lamentarsi dopo.
DIG Eat,
digitalizzazione documentale,
Firma digitale per l’e-prescription Entro il 25 ottobre 2013 gli Stati membri dell’Unione Europea dovranno porre in atto tutte le disposizioni legislative, regolamentari e amministrative necessarie per conformarsi alla direttiva contenente le misure atte ad agevolare il riconoscimento delle ricette mediche emesse in un altro Stato membro.La direttiva rende obbligatoria l’apposizione della firma digitale per la validità delle ricette mediche elettroniche in tutti gli Stati membri dell’Unione.L’anomalia del sistema italiano, che permette l’emissione della ricetta medica elettronica - così come pure del certificato di malattia telematico - senza l’apposizione di firma digitale, è stata segnalata da più parti. In particolare ANORC (Associazione Nazionale per Operatori e Responsabili delle Conservazione digitale dei documenti) ha segnalato il problema affermando che, proprio in virtù della decorrenza dei termini di recepimento della direttiva, sarà presto necessario rivedere tutto il sistema telematico utilizzato per l’emissione delle ricette mediche e dei certificati di malattia online. Tali documenti, se emessi con firma elettronica semplice (vale a dire in seguito a identificazione tramite Id e password), sono invalidi in quanto il solo strumento di firma idoneo ad identificare il medico prescrivente, ai sensi della direttiva europea, è quello della firma digitale.L’Italia ora dovrà adeguarsi. Pubblicato da
certificato di malattia telematico,
documenti processuali,
Se la digitalizzazione sta cambiando la vostra vita lavorativa e personale o lo farà nel prossimo futuro non potete mancare a “DIG.Eat: Another bit in the wall”, evento dal concept originale che ANORC (Associazione Nazionale per Operatori e Responsabili della Conservazione digitale dei documenti) dedica all’Agenda Digitale e che si svolgerà a Roma nella giornata del 13 marzo p.v. presso il Centro Congressi Frentani. Gli obiettivi dell’Agenda Digitale verranno discussi in modo trasversale e approfondito, con lo scopo di rispondere a un cruciale interrogativo: come si può trarre dal passaggio dalla carta al bit i massimi vantaggi, prevenendo i possibili pericoli per i nostri dati e la nostra memoria, la privacy e la sicurezza? Durante l’evento verranno chiamati a confrontarsi i maggiori esperti nazionali, provenienti dalle istituzioni centrali, dal mondo delle professioni, dell’università e della ricerca e dalle associazioni di settore.La manifestazione si articolerà in due sessioni plenarie e quattro tavole rotonde, toccando tutti i settori caldi della digitalizzazione (pubblica amministrazione, sanità, fiscalità, assicurazioni e banche) oltre alle trasversali tematiche privacy. Nel programma sono previsti, inoltre, tre momenti di formazione, tre minicorsi tenuti da docenti esperti, durante i quali i partecipanti acquisiranno le principali conoscenze normative e tecniche per attuare una corretta digitalizzazione dei documenti fiscali, della PA e della sanità.DIG.Eat costituisce anche un’interessante opportunità per le aziende che possono garantirsi all’interno della manifestazione uno spazio di grande visibilità, con soluzioni mirate e personalizzate di sponsorship, la creazione di eventi propri e la certezza di raggiungere un pubblico interessato e di settore.Sul sito dedicato all’evento www.digeat.it è possibile trovare tutte le notizie utili sull’organizzazione, il programma, i relatori, i costi e le modalità di iscrizione on line, le possibilità di sponsorizzazione per le aziende.Potete seguire il DIG.Eat e le discussioni attorno alle sue tematiche anche su Linkedin e Facebook. Per ulteriori informazioniSegreteria organizzativa DIG.Eatdigeat@anorc.it, segreteria@anorc.it, comunicazione@anorc.ittel e fax 0832/256065 - cell. 327/7027035www.digeat.it
agenzia digitale,
La scuola italiana si prepara a compiere i primi passi verso quella digitalizzazione prevista dal Decreto Sviluppo (D.L. 179/12 convertito in Legge 221/12). In particolare, a partire dall’anno scolastico 2012/2013 si prevede la digitalizzazione di iscrizioni, pagelle e registri. Prima scadenza da tener presente è quella del 21 gennaio, a partire da quella data e fino al 28 febbraio i genitori degli studenti della scuola primaria e secondaria dovranno accedere, per effettuare le iscrizioni dei propri figli, sul portale http://www.iscrizioni.istruzione.it/. Gli istituti stessi dovranno fornire supporto a chi non fosse in grado di eseguire correttamente l’operazione on line. L’anno scorso l'iscrizione online era una scelta facoltativa che solo 5.300 famiglie circa avevano deciso di intraprendere, un numero piuttosto ridotto, segno di difficoltà e diffidenza ancora diffuse nei confronti della digitalizzazione di alcune procedure che quest'anno dovranno necessariamente essere superate. Pubblicato da
Il Vademecum per la misurazione della qualità dei siti web della PA Ad ottobre 2012 è stato
pubblicato il Vademecum per la misurazione della qualità dei siti web della PA
la cui realizzazione è stata affidata a FormezPA[1].
Tale documento è stato realizzato
nell’ambito delle attività finalizzate all’elaborazione delle Linee guida per i
siti web delle pubbliche amministrazioni previste dalla Direttiva n. 8 del 26
novembre 2009 emanata dal Ministro per la pubblica amministrazione e
l’innovazione “La
misurazione della qualità è un aspetto importante del miglioramento dei servizi
pubblici, da tempo al centro dell’azione di modernizzazione intrapresa dalla
pubblica amministrazione italiana, anche avvalendosi delle potenzialità offerte
dalle tecnologie dell’informazione e comunicazione”,
questo è quanto affermato dal Ministro uscente per la pubblica amministrazione
e la semplificazione, Filippo Patroni Griffi, nella premessa al Vademecum. Nella
presentazione si specifica poi che il Vademecum intende stimolare per i siti
web della PA un’attività di autovalutazione, realizzata attraverso strumenti
pensati appositamente per il settore pubblico e finalizzata a valorizzare le
esperienze esistenti e gli sforzi già effettuati.
Lo scopo del Vademecum
è quello di fornire indicazioni su metodi e modalità con cui le pubbliche
amministrazioni possono misurare la qualità dei propri siti web[2].
Il Vademecum è
suddiviso in quattro macrosezioni:
- Parte I: contiene
i concetti generali relativi alla qualità e alla misurazione del sito web
affronta il tema della misurazione in modo più dettagliato, fornendo specifiche
informazioni sugli indici individuati e, per ciascun indice, le principali
caratteristiche da considerare per misurare la qualità del sito. In questa
parte si fa, inoltre, riferimento ai possibili strumenti utili alla misurazione
che sono già disponibili in rete;
- Sezione riferimenti normativi:
contiene le disposizioni normative citate nel testo del Vademecum e utili per
la consultazione dello stesso;
contiene la descrizione di strumenti ed esperienze. A titolo di esempio vengono
riportate: la Bussola della Trasparenza
dei siti web[3]
e l’esperienza della Regione Emilia Romagna che dal 2003 effettua una
rilevazione annuale sulla qualità dei siti web e dei servizi on line offerti
dalla PA.
sono specificamente individuati, nel Vademecum stesso, in tutti coloro che
partecipano al processo di comunicazione degli enti pubblici. In particolare,
tra questi rientrano gli attori della creazione, gestione e manutenzione dei
siti web della PA, ovvero:
• il Responsabile del procedimento di
pubblicazione dei contenuti sul sito, che garantisce la gestione
coordinata sia dei contenuti e delle informazioni on line, sia dei processi
redazionali della propria amministrazione;
• il Responsabile dell'accessibilità
informatica, che assicura il costante livello di accessibilità e di
fruibilità del sito;
• il Responsabile dei sistemi informativi,
che ha la responsabilità dei risultati conseguiti dalla propria Amministrazione
con l'impiego delle tecnologie informatiche;
• il Capo Ufficio stampa, che è
responsabile di tutti i flussi giornalistici interni ed esterni
• il Responsabile Ufficio relazioni con il
pubblico (URP), che agevola l'utilizzo dei servizi offerti ai cittadini
e attua i processi di verifica della qualità e del gradimento degli stessi da
In ogni caso, tra i
destinatari del Vademecum possono includersi anche tutti i dipendenti delle
PA impegnati in attività di comunicazione con il cittadino.
[1] FormezPA
- centro servizi, assistenza, studi e formazione per l'ammodernamento delle
P.A. - opera a livello nazionale e risponde al Dipartimento della Funzione
Già al Capitolo 6 - “Metodi per la
rilevazione e il confronto della qualità dei servizi on line e dei siti web
delle PA” delle Linee guida per i siti web delle pubbliche amministrazioni,
pubblicate nel 2011 in attuazione della direttiva 8/2009, era stato affrontato
il tema della valutazione della qualità dei siti web e della misurazione della
corrispondenza dei siti ai requisiti previsti dalle stesse linee guida,
attraverso un insieme di variabili osservabili, raggruppate in sei indici che
sintetizzano e rendono confrontabili le caratteristiche di ogni sito
qualità siti web della PA,
responsabile della pubblicazione,