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Timestamp: 2018-02-20 21:12:54+00:00
Document Index: 131677268

Matched Legal Cases: ['art. 10', 'art. 26', 'art. 3', 'art. 10', 'art. 4', 'art. 10']

Diritti e Frontiere: In attesa dell'Hot Spot che verrà. Nel centro di soccorso e prima accoglienza di Pozzallo selezione dei migranti e respingimenti collettivi a raffica.
In attesa dell'Hot Spot che verrà. Nel centro di soccorso e prima accoglienza di Pozzallo selezione dei migranti e respingimenti collettivi a raffica.
Centinaia di migranti abbandonati sulla strada dopo avere ricevuto un provvedimento di "respingimento differito", con l'intimazione a lasciare entro sette giorni il territorio nazionale.
Un provevdimento che nessuno potrà eseguire senza danaro e senza documenti. Intanto per chi rimane dentro la struttura, un capannone, continuano i casi di trattenimento arbitrario, al di fuori delle previsioni di leggi e regolamenti, e rimangono del tutto incerte le prospettive di un trasferimento verso i paesi del nordeuropa. In realtà il CPSA di Pozzallo, che molti definiscono già come Hot Spot, è rimasto quello che era, una gigantesca fabbrica di clandestinità, un luogo che inferiorizza le persone privandole della loro dignità e di uno status legale al quale avrebbero diritto.
8 OTTOBRE 2015. REPORT DA POZZALLO. IN ATTESA DELL’HOT SPOT CHE VERRA‘.
Da Alessandra Ballerini in visita nel CPSA di Pozzallo per Terre des Hommes
Ancora un recinto. Sul mare.
Siamo a Pozzallo, in visita autorizzata al centro di prima accoglienza che ha una capienza massima di 180 persone, ma il sovraffollamento è quasi inevitabile.
Al momento della visita sono presenti infatti 225 persone, di queste 181 sono arrivati in seguito allo sbarco del giorno precedente (compresi una trentina di minori non accompagnati) e qualche nucleo familiare (scorgiamo nel mucchio una coppia con un neonato di pochi mesi in braccio).
Altri 44 profughi invece sono rinchiusi nel centro da più tempo (alcuni anche da 12 giorni) e tra questi ben 35 sono minori
I nuovi arrivati in fila, ordinatamente, aspettano non sanno ancora cosa. Tutti hanno già al polso il marchio: una striscia di plastica bianca con impresso un numero scritto in nero. Non sfugge neppure il neonato a questa ostentata schedatura e il suo "bracciale" di plastica è visibilmente fuori misura, ne avanza un lungo lembo indecentemente penzolante.
Stanno in fila, in attesa di essere registrati dagli operatori dell'ente gestore del centro, agevolati, in questa operazione, da un altro rinchiuso, un ragazzo egiziano bollato come '"testimone" (immagino a carico dei cosiddetti scafisti) il quale pur essendo appena sbarcato parla e comprende l'italiano e per questa ragione viene utilizzato senza molte formalità come "mediatore".
Stanno in fila, i profughi, con la loro divisa di ordinanza: maglia bianca a maniche corte e pantaloni della tuta. E bisogna stare attenti a non sporcarsi e a non sudare perché non è previsto un cambio se non di mutande e maglietta e solo dopo tre giorni, anche se alcuni profughi, rinchiusi da oltre una settimana, lamentano di non aver mai potuto cambiare neppure la biancheria.
E non sporcarsi quando si dorme tutti ammassati, in 200 in un unico stanzone, con i materassini attaccati gli uni agli altri, senza nessun altro spazio disponibile se non i bagni, non è certo impresa semplice.
Stanno in fila, gli internati, anche per ricevere le schede telefoniche e poi, sempre in fila, per accedere all'unico telefono pubblico posto al di fuori dello stanzone, nello spazio riservato a malati, minori e vittime di tratta.
Stanno in fila dapprima ordinatamente, disorientati e stremati.
Ma poi, quando l'interminabile attesa inizia a sembrare pure inutile perchè in molti denunciano l'assenza di credito nelle carte telefoniche appena consegnate, la stanchezza si trasforma in rumoroso malumore. La presenza massiccia delle divise impedisce comunque che i malumori possano sfociare, non dico in rissa ma neppure in protesta.
Nella stanza attigua, separata dallo "stanzone" da una specie di guardiola di polizia, si trovano così ristretti in una doppia reclusione i tanti minori, le giovanissime donne e i malati o comunque i cosiddetti vulnerabili. Chi ha la scabbia si aggira avvilito con la faccia cosparsa da una pomata verde.
Le donne e alcuni minori del Mali e della Costa d'Avorio si lamentano perché nessuno degli operatori nè il "mediatore" egiziano parla francese, o almeno non con loro, e così si trovano isolati da tutti, impossibilitati a comunicare con alcuno.
Dicono di essere rinchiusi da oltre una settimana, alcuni da dodici giorni e di non capire perché si trovino ristretti in quella che a loro (e anche a noi) sembra una prigione.
Tutti ci chiedono di poter chiamare "casa": quel numero preziosissimo che hanno impresso nella memoria o nell'inchiostro sbavato su un angolo di carta. E poter dire a chi è rimasto, che si è arrivati, vivi. E mentre si pronunciano queste parole poterle sentire finalmente vere.
"Ma non avete ricevuto le carte telefoniche?", chiediamo noi ingenuamente.
"Si certo, tre da 5 euro per tutto il tempo da reclusi". e ce le mostrano. Sono ticket prepagati, delle sorte di scontrini, tutti datati 22 settembre.
Di queste tre carte pinzate insieme, ci assicurano tutti i profughi con i quali parliamo, solo la prima funziona, le altre due sono vuote.
E i primi cinque euro vanno in fumo subito, giusto il tempo della commozione e della sorpresa. Il tempo dei respiri senza parole e delle lacrime.
Quando riportiamo questo problema, di vitale importanza per chi, privato della libertà e scampato a tutto, vuole comunicare la sua esistenza ai propri cari e ricevere da loro notizie e incoraggiamenti, preziosi più del pane, la reazione della vice direttrice del centro non è né di stupore né di indignazione. Verificherà, ci dice senza particolare enfasi.
E in quel verbo futuro incerto sentiamo disperdersi ogni reale possibilità di una pronta soluzione.
Usciamo. Come sempre resto, dopo le visite alle gabbie per migranti comunque denominati, mi sento pervasa da un senso di inutile impotenza. Non fosse per le merendine che gelosamente custodisco in tasca frutto anche della generosità di un poliziotto. "Sono per Konte? Ah si aiutatelo per favore, fa male vederlo così".
Fuori dal recinto Konte è ancora lì. Disteso a terra, la testa appoggiata al paraurti di un'auto, infreddolito, affamato, confuso.
Sta lì per protesta, non solo perché non sa dove altro andare.
La notte precedente l'ha trascorsa in ospedale perché il freddo della strada, il vento di mare, l'abbandono e la fame lo avevano fatto ammalare. Dimesso dal pronto soccorso è tornato di nuovo lì. L'unico posto che conosce da quando, pochi giorni prima è sbarcato nel Bel Paese.
Ha ancora il suo bracciale bianco al polso. Non se lo toglie. Quel marchio dovrebbe dargli almeno diritto ad un pasto e ad un giaciglio per la notte.
E invece no, non più.
E' stato sbattuto fuori, come decine di altri profughi in Sicilia.
E' la prassi degli ultimi giorni, scopriamo parlando con altri operatori e attivisti.
I richiedenti asilo non vengono messi in condizioni di manifestare la loro volontà di chiedere protezione, vengono rinchiusi per qualche giorno negli hot spot di Lampedusa o Pozzallo, identificati (ce lo chiede l'Europa) e poi respinti.
Non solo fisicamente, allontanati dal centro e messi di fatto in mezzo alla strada, ma anche e soprattutto, respinti giuridicamente.
A loro viene infatti notificato un "decreto di respingimento differito" ai sensi e al tempo stesso in violazione dell'art. 10 TU immigrazione il quale prevede:
"1. La polizia di frontiera respinge gli stranieri che si presentano ai valichi di frontiera senza avere i requisiti richiesti dal presente testo unico per l'ingresso nel territorio dello Stato.
a) che entrando nel territorio dello Stato sottraendoli ai controlli di frontiera, sono fermati all'ingresso o subito dopo;
3. Il vettore che ha condotto alla frontiera uno straniero privo dei documenti di cui all'articolo 4, o che deve essere comunque respinto a norma del presente articolo, è tenuto a prenderlo immediatamente a carico ed a ricondurlo nello Stato di provenienza, o in quello che ha rilasciato il documento di viaggio eventualmente in possesso dello straniero. Tale disposizione si applica anche quando l'ingresso è negato allo straniero in transito, qualora il vettore che avrebbe dovuto trasportarlo nel Paese di destinazione rifiuti di imbarcarlo o le autorità dello Stato di destinazione gli abbiano negato l'ingresso o lo abbiano rinviato nello Stato. (1)
4. Le disposizioni dei commi 1, 2 e 3 e quelle dell'articolo 4, commi 3 e 6, non si applicano nei casi previsti dalle disposizioni vigenti che disciplinano l'asilo politico, il riconoscimento dello status di rifugiato ovvero l'adozione di misure di protezione temporanea per motivi umanitari."
Va subito chiarito che i profughi del mare non si sottraggono ai controlli di frontiera nè potrebbe parlarsi nel loro caso di veri e propri sbarchi: il "vettore" che rispondendo a doveri di legge e di mare li conduce sulle nostre coste è spesso un vettore istuzionale della guardia costiera o della marina militare. Non solo, i profughi respinti hanno tutti i requisiti per presentare domanda di asilo.
Ma di fatto e in maniera assolutamente discrezionale, non si sa bene con quale criterio (nazionalità, numero di sbarcati, sfortuna?) ad alcuni dei profughi sbarcati a Lampedusa o nelle coste Siciliane, dopo le fotosegnalazioni viene consegnato il decreto di respingimento contenente un invito a lasciare il territorio italiano entro sette giorni.
I profughi "respinti" a Lampedusa pare siano stati accompagnati la sera al porto, e messi sul traghetto per Porto Empedocle senza neppure essere stati sfamati nè tanto meno informati circa i loro diritti.
Giunti a Porto Empedocle sono stati scortati alla stazione ferroviaria di Canicattì, e poi invitati a prendere il bus per Caltanissetta centrale.
A Pozzallo ed Augusta sta succedendo più o meno la stessa cosa. Dopo l'approdo, la conta, lo smistamento nei centri, la schedatura e l'identificazione alcuni profughi si trovano con in mano il "foglio di via" com'è stato prontamente ribattezzato il decreto di respingimento, e sul polso ancora il bracciale bianco, ancora più ignobile nella sua inutilità.
Tra loro, anche moltissimi minori: allo sbarco la data di nascita viene storpiata di modo da farli "diventare" maggiorenni anche se visibilmente minori. Tutti nati il primo gennaio di un anno antecedente al 98, nonostante molti di loro siano visibilmente piccoli e lo dichiarino seppure inascoltati a gran voce. Sono stati segnalati già decine di casi. Anche loro buttati in mezzo alla strada (se non hanno avuto la "fortuna" di essere alloggiati, temporaneamente, in centri per adulti) con in mano anche loro il "foglio di via"
Fuori dalle sbarre, senza diritti, cibo né coperte. Senza rifugio né documenti ma con un invito a lasciare il territorio nazionale, via Fiumicino, entro sette giorni. Come se fosse possibile per un profugo appena sbarcato, senza passaporto né denaro raggiungere dalla Sicilia l'aeroporto di Fiumicino e qui salire, senza documenti né biglietto su un aereo con destinazione il Paese dal quale è scappato.
Ed infatti i profughi "respinti" restano in Sicilia. Vagano per le strade, rifocillati dai volontari e assistiti anche legalmente dagli attivisti dell'instancabile rete siciliana. Ma i posti letto anche di preti e suore iniziano a scarseggiare. E pure le energie non sono illimitate.
Forse anche su questo sta facendo affidamento il nostro Governo.
Vogliono far numero, far vedere che sono spietati e rigorosi: prendono le impronte a tutti e respingono "le eccedenze", quelli ai quali comunque si presume verrebbe negato l'asilo, perché in fondo nei loro Paesi di provenienza (Nigeria, Gambia, Mali, Costa D'Avorio, Ghana, Pakistan ecc) mica c'è una guerra. Dicevano cosi anche dell'Afghanistan, dell'Eritrea e della Libia.
Eppure secondo il Decreto Legislativo 25 del 2008, art. 26, “la domanda di protezione internazionale va presentata alla Polizia di Frontiera o a qualsiasi posto di Polizia. La questura, ricevuta la domanda di protezione internazionale, redige il verbale delle dichiarazioni del richiedente su appositi modelli predisposti dalla Commissione nazionale. Il verbale è approvato e sottoscritto dal richiedente cui ne è rilasciata copia, unitamente alla copia della documentazione allegata."
Il diritto di chiedere asilo, è un diritto inalienabile della persona, è forse il più sacro dei diritti, e non può certamente essere negato in virtù di una valutazione discrezionale della polizia (seppure suggerita dai piani alti), né può essere di fatto negata la possibilità di chiedere protezione nel nostro Paese negando l'informativa obbligatoria o non ascoltando le istanze di asilo.
Il recente decreto legislativo 142/2015,espressamente prevede che le misure di accoglienza si applicano dal momento della manifestazione della volontà di chiedere protezione internazionale (e non dal momento della verbalizzazione della domanda). L’art. 3 prevede che il richiedente debba essere informato sulle condizioni di accoglienza fin dal momento della presentazione della domanda all’ufficio di polizia, attraverso la consegna dell’opuscolo informativo redatto a cura della Commissione nazionale per il diritto di asilo ai sensi dell’art. 10 del decreto legislativo n. 25/2008. Le informazioni occorrenti sono in ogni caso fornite, anche attraverso un interprete e/o un mediatore culturale, nei centri di accoglienza. Il richiedente protezione internazionale ha diritto peraltro al rilascio di un permesso di soggiorno della durata di sei mesi, rinnovabile fino alla decisione sulla domanda (art. 4).
E poi sopra tutto vige sempre l'art. 10 comma 3 della nostra Costituzione: "Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge."
Konte probabilmente ignora queste leggi, o meglio ne ignora il tenore letterale, ma sa che è ingiusto che la sua domanda di protezione sia rimasta inascoltata e la sua richiesta di accoglienza rifiutata. Sa che un essere umano che chiede asilo non può essere semplicemente "respinto".
Per questo, non si sa bene come, con quali forze e risorse, ovunque sia stato accompagnato, che sia in ospedale o nei rifugi di preti e suore, trova da tre giorni la strada del Cpsa e si accascia lì fuori da quelle sbarre in attesa non di pietà o favori ma di poter esercitare un diritto che intuisce inviolabile.