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Timestamp: 2017-11-23 07:10:24+00:00
Document Index: 142593954

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 86', 'art. 1', 'art. 3']

Italian | ITL
L’istituzione di Trust (opaco) sconta l’imposta di donazione (CTR Toscana – 1702/1/14 del 22 settembre 2014)
Posted on 9 ottobre 2014 by Iltosk75
Riporto qui di seguito per estratto il contenuto della sentenza della Commissione Tributaria Ragionale della Toscana n. 1702/1/14 del 22 settembre 2014, comparsa su “Fisco Oggi” in data odierna, con commento G. Palumbo – A. Mesiti (–> qui).
“all’istituzione del trust si accompagna un’attribuzione patrimoniale che si sostanzia nel trasferimento della titolarità dei beni devoluti al trust fund, in capo al trustee.
Si deve altresì ritenere che la costituzione del vincolo di destinazione avvenga sin dall’origine a favore del beneficiario e sia espressione di un unico disegno volto a consentire la realizzazione dell’attribuzione liberale.
Il trust, quindi, alla luce degli elementi che lo contraddistinguono, può essere annoverato tra i vincoli di destinazione, con la conseguenza che all’atto di dotazione patrimoniale del trust (oggetto dell’avviso di liquidazione su cui ha statuito la sentenza in commento) torna applicabile il citato articolo 2, comma 47, del Dl 262/2006, e ciò indipendentemente dalla forma scelta, dato che la norma non fa alcuna distinzione”.
Il trust contemplato dalla sentenza era un trust cosiddetto “opaco” ovvero un trust che non identifica il beneficiario finale. In questo caso l’operazione di costituzione del trust opera in due momenti: 1) costituzione del trust e nomina del trustee; 2) devoluzione dei beni e degli avanzi di gestione al beneficiario che viene individuato al momento dello scioglimento.
Secondo la sentenza commentata, l’imposta sulle donazioni si applica al momento della costituzione del vincolo, ma non si applica al momento della successiva devoluzione, in quanto l’imposta è stata originariamente già scontata. Rimane piuttosto oscura la ratio di una interpretazione che anticipa il momento della tassazione in un tempo in cui non si è ancora verificato nessun arricchimento in capo al futuro (eventuale) beneficiario, mentre sottrae a tassazione il successivo momento dell’effettivo arricchimento del beneficiario. Va infatti ricordato che il senso dell’imposta di successione o di donazione è dato dal fatto che il prelievo si applica su un passaggio di ricchezza dal donante (il quale se ne spoglia, in vita o a causa di morte) ad un donatario, il quale se ne arricchisce senza contributo.
Il senso non è quindi quello di depredare la salma al momento del trapasso, o di punire la liberalità dello stolto prodigo, ma viceversa di operare un prelievo indolore su un arricchimento che non è gravato, quanto ai costi, sul suo beneficiario, ma che anzi “incrementa la forza economica del beneficiario ed è senz’altro idoneo ad esprimere una peculiare attitudine alla contribuzione del medesimo” (Falsitta, Manuale di Diritto Tributario, parte speciale, Milano, 2013, p.925). Resta il dubbio amarognolo che, come in altri campi, la regola tributaria sia piegata a becere contingenze (raccatta i soldi il prima possibile) piuttosto che a chiare scelte sistematiche e razionali.
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“L’uomo contemporaneo è schiacciato sul presente”
Posted on 11 settembre 2014 by Iltosk75
“L’uomo contemporaneo è schiacciato sul presente. E rifiuta di conoscere il passato. Da tremila anni ogni generazione modifica o cerca di modificare le idee portanti e i valori della generazione precedente. Li modifica, ma li conosce: solo così è in grado di programmare il futuro. Poi ci sono momenti rivoluzionari in cui i valori vengono cambiati radicalmente, non solo aggiornati, ma sempre nella conoscenza degli ideali precedenti. Non era mai accaduto che le generazioni non volessero sapere niente dei padri”. Vale la pena di leggere tutta l’intervista a Eugenio Scalfari (su repubblica.it).
Fermo amministrativo del veicolo solo se proporzionato al debito
Posted on 28 marzo 2014 by Iltosk75
Per la CTR Liguria (febbraio 2014), l’applicazione del fermo amministrativo del veicolo in presenza di un esiguo debito fiscale costituisce misura sproporzionata e dunque è nullo per difetto di motivazione. This is left in Italian only, due to the minor interest for international readers (who probably will never have the problem…).
Del provvedimento danno notizia diversi siti di aggiornamento sui diritti del cittadino (ad esempio, infooggi.it –> qui).
Un approfondimento (4.4.2014)
La decisione, va aggiunto, non è priva di precedenti, per quanto non recentissimi. Nel 2004, infatti, i tribunali di Vibo Valentia e di Tropea, con sentenze analoghe, (ambedue 12/1/2004, avevano statuito che “È illegittimo il fermo amministrativo di un autoveicolo – disposto ai sensi dell’art. 86, comma 1, D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602, come modificato dall’art. 1, comma 2, lett. q), D.Lgs. 27 aprile 2001, n. 193 – siccome lesivo del diritto del debitore di disporre dell’unica autovettura in suo possesso per soddisfare le proprie esigenze di vita quotidiana (pregiudizio non riparabile per equivalente, in quanto non commensurabile in denaro) oltre che diretto ad imporre al debitore un sacrificio sproporzionato rispetto all’ammontare del credito fatto valere.” (Dir. e Prat. Trib., 2005, 2, 979). Ad oggi non risultano al riguardo pronunciamenti delle corti superiori. La Corte Costituzionale, più volte investita di questioni di legittimità proprio su questo punto, non è però stata in condizioni di esprimersi: in ben tre casi, infatti, (Corte cost., Ord., 07-11-2008, n. 364, Corte cost., Ord., 24-04-2002, n. 136, Corte cost., Ord., 23-07-2001, n. 278), in materia di fermo amministrativo di veicoli, le questioni sollevate dai giudici di merito non sono state ritenute rilevanti ai fini della decisione della controversia che pendeva dinanzi al giudice, con conseguente ordinanza di manifesta inammissibilità della questione, e conseguente rigetto. Nel caso della ordinanza 364 del 2008, questo è particolarmente seccante, perché la questione sarebbe stata molto affine al caso in discorso.
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GMail “Streak” traccia l’attività del destinatario di una mail. Un commento.
Posted on 17 febbraio 2014 by Iltosk75
E’ recentemente comparsa sugli organi di stampa (cfr. “repubblica.it” —>leggi qui) la recensione di una nuova estensione di terze parti di GMail (“Streak”) -cui, è bene specificare, Google si è dichiarata estranea-, che permette al mittente di una mail di conoscere posizione del destinatario al momento dell’apertura di un messaggio GMail e ora dell’apertura, nonchè la natura tecnica del dispositivo che ha aperto il messaggio.
Secondo le attuali normative privacy (quella italiana sicuramente, ma anche il diritto della privacy consolidato -per principi- a livello europeo) questa applicazione compie una operazione di geo-localizzazione illecita (per quanto approssimativa), viola alcuni cardini della Convenzione Europea dei Diritto dell’Uomo (art. 3 CEDU) e probabilmente viola anche le norme sul c.d. “stalking”, realizzando una persecuzione a distanza non diversa dalla videosorveglianza illecita.
La messa a disposizione di un dispositivo del genere è un esempio, secondo gli estimatori, di come la tecnologia consenta di evitare comportamenti scorretti (ma non rispondere alle mail è scorretto?); a mio avviso -e in questo senso sono in buona compagnia- è un sistema sbagliato di coazione (leggi: di violenza) sulla vita delle persone.
Se i cittadini hanno acquisito il diritto a che lo Stato non si intrufoli nella loro corrispondenza personale (che include, è bene dirlo, il diritto sacrosanto di non averne) se non a seguito di grosse verifiche della liceità sei suoi intenti (a ciò serve l’autorizzazione del magistrato alle intercettazioni…), perché un privato qualunque dovrebbe avere il diritto di intromettersi nei comportamenti postali dei…destinatari della sua corrispondenza?
A sommesso avviso di chi scrive, per questo genere di “invenzioni” non si applica la categoria della “libertà della rete”, non più, almeno, di quanto tale categoria si applichi all’invenzione di un nuovo tipo di grimaldello per entrare in case altrui…
Ovviamente, tutto ciò “absit iniuria verbis”: se qualcuno vuole contraddire, libero di farlo!
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Lo Stato del Delaware modifica la propria legislazione societaria… e rischia di perdere il suo primato in questo campo
Posted on 18 dicembre 2013 by Iltosk75
Lo Stato del Delaware, comunemente noto nel mondo del diritto commerciale per la sua avanzatissima legislazione in materia di diritto societario, rischia, secondo il professor Eric A. Chiappinelli della Texas Tech University School of Law, di perdere il suo primato.
Questo Autore, nel suo saggio in uscita (Chiappinelli, Eric A., The Underappreciated Importance of Personal Jurisdiction in Delaware’s Success (December 3, 2013). DePaul Law Review, Forthcoming) descrive l’attuale tendenza delle Corti (in particolare della Court of Chancery) dello Stato a tentare di limitare “aggressivamente” l’emorragia di cause verso altre giurisdizioni statali americane.
A quanto risulta, a seguito della recente riforma di diritto societario dello Stato, seguito alla implementazione del Sarbanes-Oxley Act anche in Delaware, tale giurisdizione sta perdendo quella caratteristica di “Lussemburgo d’America” che l’ha reso, fin dagli anni ’30 del ‘900, lo Stato di elezione per la localizzazione di grandi società negli Stati Uniti.
A seguito di tali modifiche (per cui si rinvia a inhouseblog.org) parrebbe che, poco alla volta, il diritto societario del Delaware stia perdendo le sue caratteristiche di originalità che l’hanno portato a sviluppare alcune fra le soluzioni giuridiche che maggiormente hanno influenzato il diritto societario dell’intero occidente industrializzato nel corso del novecento (prima tra tutti la regola per cui l’amministratore di società risponde delle proprie decisioni d’affari unicamente se abbia violato uno dei tre doveri di base: rispettare gli obblighi di fiducia (non agire in conflitto d’interesse), agire in buona fede ed agire in modo responsabile (duty of care): la cosiddetta “business judgement rule“).
Secondo Chiappinelli, però, la radice del problema va ricercata principalmente nella “debolezza” dei principi di giurisdizione dello Stato del Delaware (in Italia parleremmo di competenza territoriale), che consentono, in determinate circostanze, la “migrazione” delle cause. Ciò provocherebbe, sul medio termine, una riduzione della massa di decisioni in materia societaria e, di conseguenza, una perdita della capacità dei giudici del Delaware di influire sullo sviluppo del diritto societario.