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Timestamp: 2019-08-22 16:48:02+00:00
Document Index: 32070149

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 4', 'art. 1', 'art. 18', 'art. 1', 'art. 18', 'art. 2', 'art. 9', 'art. 10', 'art. 15', 'art. 16', 'art. 16', 'art. 15', 'art. 11', 'art. 11', 'art. 10', 'art. 10', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 24', 'art. 2', 'art. 9', 'art. 15', 'art. 11', 'art. 15', 'art. 10']

Fondo per l'assistenza dei bambini affetti da malattia oncol - GrNet.it
Fondo per l'assistenza dei bambini affetti da malattia oncol
Messaggio da panorama » gio ago 09, 2018 3:08 pm
Il CdS precisa però:
1) - Sulla base dei documenti trasmessi in allegato allo schema di decreto si ricava infatti solo indirettamente che la nozione di «bambini oncologici» utile ai fini del presente decreto possa o debba identificarsi con i “bambini ricompresi nella fascia di età 0-14 anni” (lo si ricava, in particolare, solo indirettamente dalla lettera d) della nota a firma del Ministro mirante all’esenzione dall’analisi d’impatto della regolazione, ai sensi dell'articolo 7, comma 2, del decreto del d.P.C.M. del 15 settembre 2017, n. 169, dove è parola del “numero limitato dei destinatari dell'intervento (all'incirca n. 1.380 bambini ricompresi nella fascia di età 0-14 anni)”.
2) - La nozione in esame riveste un ruolo essenziale per la corretta perimetrazione della platea dei soggetti associativi del Terzo settore legittimati a richiedere il contributo e la sua compiuta definizione appare necessaria anche al fine di prevenire eventuali contenziosi,
PARERE INTERLOCUTORIO ,sede di CONSIGLIO DI STATO ,sezione SEZIONE C ,numero provv.: 201802044
- Public 2018-08-09 -
Numero 02044/2018 e data 09/08/2018 Spedizione
Adunanza di Sezione del 26 luglio 2018
NUMERO AFFARE 01386/2018
Vista la nota di trasmissione della relazione prot. n. 0004731 in data 13 luglio 2018, con la quale il Ministero del lavoro e delle politiche sociali ha chiesto il parere del Consiglio di Stato sull'affare consultivo in oggetto;
Con nota n. prot. n. 0004731 del 13 luglio 2018 il Ministero del lavoro e delle politiche sociali ha chiesto il parere del Consiglio di Stato sullo schema di regolamento, in oggetto indicato, da adottarsi di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, in attuazione dell’articolo 1, comma 338, della legge 27 dicembre 2017, n. 205, recante “Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2018 e bilancio pluriennale per il triennio 2018 – 2021”.
Riferisce il Ministero proponente che il comma ora richiamato istituisce per il triennio 2018 - 2020 uno specifico strumento finanziario, il fondo per l'assistenza dei bambini affetti da malattia oncologica, con una dotazione di un milione di euro annui per ciascuno degli anni 2018 e 2019 e di 5 milioni di euro per l’anno 2020, al quale possono accedere le associazioni che svolgono attività di assistenza psicologica, psicosociologica e sanitaria in tutte le forme a favore dei bambini affetti da malattia oncologica e delle loro famiglie.
La norma prevede che la definizione della disciplina concernente l'utilizzo del fondo, nei limiti di spesa indicati, sia introdotta con un apposito regolamento, da adottarsi con decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze, ai sensi dell’articolo 17, comma 3, della legge n. 400 del 1988.
Il decreto si compone di 5 articoli.
L'articolo 1 definisce l'oggetto del decreto, consistente nell’introduzione – come riferisce l’Amministrazione proponente - «delle disposizioni necessarie per consentire l'utilizzo del fondo per l'assistenza dei bambini affetti da malattia oncologica».
L'articolo 2 individua i soggetti che possono accedere alle risorse del fondo negli enti del Terzo settore, aventi forma associativa, che esercitano, in coerenza con le previsioni dei propri statuti, le attività di assistenza psicologica, psicosociologica e sanitaria in tutte le forme a favore dei bambini affetti da malattia oncologica e delle loro famiglie, che costituiscono oggetto del sostegno finanziario pubblico.
Afferma al riguardo il Ministero proponente che «L'individuazione dell'ambito soggettivo dei beneficiari del fondo viene fatta in ragione della chiara riconducibilità delle attività finanziabili con il fondo in parola alla declaratoria delle attività di interesse generale esercitabili dagli enti del Terzo settore (interventi e servizi sociali: interventi e prestazioni sanitarie: prestazioni socio-sanitarie, come indicate all'articolo 5, comma 1, lettere a), h) e e) del decreto legislativo 3 luglio 2017, n.1171»), con la precisazione che «Gli enti in questione possono essere organizzazioni di volontariato, associazioni di promozione sociale, reti associative o altri enti del Terzo settore, purché di natura associativa». L’articolo 2 prescrive, inoltre, quale requisito per l’accesso al fondo, l'iscrizione dell'ente nella corrispondente sezione del Registro unico nazionale del Terzo settore previsto dall'articolo 4, comma 1, del Codice del Terzo settore di cui al decreto legislativo n. 117 del 2017, e ciò in coerenza con la previsione dell’articolo 46 del predetto Codice.
L'articolo 3 disciplina le modalità di utilizzo del contributo, finalizzato a sostenere l'implementazione di iniziative e progetti aventi ad oggetto lo svolgimento delle attività di assistenza psicologica, psicosociologica e sanitaria a favore dei bambini affetti da malattia oncologica e delle loro famiglie promosse dagli enti associativi del Terzo settore, come individuati in base all'articolo 2. In particolare, la norma opera un rinvio alla disciplina dell’impiego dei fondi statali destinati al sostegno degli enti del Terzo settore stabilita dagli articoli 72 e 73 del Codice del Terzo settore di cui al d.lgs. 3 luglio 2017, n. 117. In tal modo, conformemente a tale modello generale, il regolamento in esame prevede che il Ministro del lavoro e delle politiche sociali determini annualmente con proprio atto di indirizzo gli obiettivi generali e le linee di attività finanziabili nei limiti delle risorse disponibili sul Fondo e che in attuazione di tale atto di indirizzo le strutture amministrative del Ministero del lavoro e delle politiche sociali individuino le procedure a tal fine necessarie e i soggetti attuatori degli interventi finanziabili (secondo quanto previsto dall’articolo 12 della legge generale sul procedimento amministrativo n. 241 del 1990). Espone al riguardo il Ministero proponente che l’opzione regolatoria prescelta risponde alla «riconducibilità della tematica alla materia del Terzo settore», sicché sarebbe coerente con il sistema l’utilizzazione del «medesimo strumento di regolazione previsto per la disciplina dell'utilizzo dei fondi previsti dal richiamato decreto legislativo n. 117 del 2017 a sostegno delle attività degli enti del Terzo settore (segnatamente agli articoli 72 e 73)».
L'articolo 4 detta alcune disposizioni di carattere transitorio. In particolare, limitatamente all'anno 2018, si prevede la possibilità di una deroga all'unitarietà dell'atto di indirizzo di cui all'articolo 3, comma 2, giustificata dalla tempistica di perfezionamento del provvedimento in esame. Il successivo alinea 2 ripropone il contenuto dell'articolo 101, comma 3, del Codice del Terzo settore, stabilendo che fino all'operatività del Registro unico nazionale del Terzo settore il requisito dell'iscrizione al Registro medesimo da parte dei soggetti beneficiari possa considerarsi soddisfatto dalla loro iscrizione in uno dei registri attualmente vigenti (registri delle associazioni di promozione sociale nazionale, regionali e delle province autonome; registri delle organizzazioni di volontariato delle regioni e delle Province autonome; anagrafe delle Onlus).
L’articolo 5 disciplina l'entrata in vigore del decreto.
La Sezione rileva preliminarmente che manca la prescritta sottoscrizione della richiesta di parere del Consiglio di Stato da parte del Ministro (articolo 14, primo comma, r.d. n. 1054 del 1924). In atti si rinviene, infatti, esclusivamente una nota a firma del Capo dell’Ufficio legislativo, corredata dello schema di decreto e della relazione illustrativa, nonché una nota – questa a firma del Ministro - mirante all’esenzione dall’analisi d’impatto della regolazione, ai sensi dell'articolo 7, comma 2, del decreto del d.P.C.M. del 15 settembre 2017, n. 169. Al riguardo la Sezione esclude che tale ultima nota, stante la sua specifica autonomia materiale e funzionale, distinta dalla richiesta di parere, possa considerarsi idonea a sopperire alla rilevata necessità di un atto imputabile all’Autorità politica di vertice dell’Amministrazione per la rituale richiesta del parere del Consiglio di Stato.
Occorre dunque rimettere in via interlocutoria gli atti all’Amministrazione richiedente al fine di acquisire una valida richiesta di parere sottoscritta dal Ministro.
Con l’occasione, al fine di accelerare l’ulteriore corso della procedura e la più spedita definizione della fase consultiva, la Sezione evidenzia sin d’ora i seguenti profili che appaiono meritevoli di un adeguato approfondimento da parte dell’Amministrazione.
Sotto un primo profilo, appare necessario che la nozione di «bambini oncologici», che (in uno alle relative famiglie) costituiscono i beneficiari finali dell’assistenza attivata sulla base dell’erogazione dei contributi previsti, sia più puntualmente definita all’interno dell’articolato di cui si compone il regolamento. Sulla base dei documenti trasmessi in allegato allo schema di decreto si ricava infatti solo indirettamente che la nozione di «bambini oncologici» utile ai fini del presente decreto possa o debba identificarsi con i “bambini ricompresi nella fascia di età 0-14 anni” (lo si ricava, in particolare, solo indirettamente dalla lettera d) della nota a firma del Ministro mirante all’esenzione dall’analisi d’impatto della regolazione, ai sensi dell'articolo 7, comma 2, del decreto del d.P.C.M. del 15 settembre 2017, n. 169, dove è parola del “numero limitato dei destinatari dell'intervento (all'incirca n. 1.380 bambini ricompresi nella fascia di età 0-14 anni)”. La nozione in esame riveste un ruolo essenziale per la corretta perimetrazione della platea dei soggetti associativi del Terzo settore legittimati a richiedere il contributo e la sua compiuta definizione appare necessaria anche al fine di prevenire eventuali contenziosi, Essa, peraltro, presentando una natura propriamente normativa (e non di mera regola tecnica), costituisce un contenuto specifico appropriato per la fonte regolamentare in esame. Ad avviso della Sezione occorre, in particolare, che la precisazione di questa nozione sia formulata dall’Amministrazione tenendo debitamente conto di ogni indice normativo utile, sia di diritto interno, sia di diritto internazionale e dell’Unione europea.
Sotto un secondo profilo occorre che l’Amministrazione chiarisca le ragioni della mancata menzione, nell’articolo 2, comma 2, dello schema di decreto, tra gli enti a base associativa potenzialmente idonei a conseguire i contributi, degli Enti filantropici previsti dalla lettera c) del richiamato articolo 46 del codice di settore (enti che pure potrebbero assumere una configurazione in forma associativa, come previsto dall’articolo 37 del codice ora detto: “1. Gli enti filantropici sono enti del Terzo settore costituiti in forma di associazione riconosciuta o di fondazione al fine di erogare denaro, beni o servizi, anche di investimento, a sostegno di categorie di persone svantaggiate o di attività di interesse generale”.)
Sotto un terzo profilo appare necessario segnalare sin d’ora all’Amministrazione la difficoltà giuridica – sul piano del corretto e compiuto esercizio del potere regolamentare previsto dalla legge speciale – di risolvere l’intera disciplina dell’utilizzo del fondo mediante un rinvio alle fonti non regolamentari previste dagli articoli 72 e 73 del Codice del terzo settore. In disparte la questione se la disciplina dell’utilizzo del fondo debba essere costituita da norme giuridiche o solo da regole tecniche, non v’è dubbio sulla scelta inequivoca della legge di bilancio per l’anno 2018 (legge 27 dicembre 2017, n. 205, articolo 1, comma 338), ancorché non coordinata con il decreto legislativo n. 117 del 2017, di demandare a un apposito regolamento tale disciplina. Suscita pertanto perplessità la scelta regolatoria operata dall’Amministrazione proponente, benché motivata da ragioni di economicità dei mezzi giuridici, di semplificazione e di armonizzazione sistematica, di rinviare a un successivo atto ministeriale di indirizzo, esemplato sul tipo generale previsto dal Codice del terzo settore, con un ulteriore rinvio, “a valle”, ad atti amministrativi attuativi dell’atto generale di indirizzo (con l’ulteriore considerazione che, in ogni caso, l’atto di indirizzo dell’organo politico apparirebbe nel caso in esame del tutto superfluo, essendo gli obiettivi generali, le aree prioritarie di intervento e le linee di attività finanziabili già esaustivamente stabiliti in modo vincolante dalla legge). L’esigenza di una puntuale disciplina delle modalità di erogazione e utilizzo dei fondi già direttamente nella fonte regolamentare in esame appare peraltro vieppiù necessaria, nel caso in esame, anche alla luce del fatto – evidenziato nella nota a firma del Ministro mirante all’esenzione dall’analisi d’impatto della regolazione, ai sensi dell'articolo 7, comma 2, del decreto del d.P.C.M. del 15 settembre 2017, n. 169 – che il tema del criterio di selezione degli enti associativi beneficiari sembra costituire questione di notevole rilievo e di non agevole gestione, atteso che si prefigura una forte sproporzione tra il numero degli enti associativi astrattamente idonei a candidarsi e il numero (invero molto esiguo) di tali soggetti che potranno realisticamente, tenuto conto delle scarse risorse disponibili, rendersi effettivi attributari del contributo («a titolo esemplificativo, si potrebbe ipotizzare un finanziamento medio annuo di euro 50.000, a favore di 20 associazioni per ciascuno degli anni 2018 e 2019 e a favore di 100 associazioni per l'anno 2020, a fronte di 11.590 organizzazioni non profit operanti nel settore sanitario»).
Ancora sotto il profilo della “scelta regolatoria” operata dall’Amministrazione, appare necessario che il Ministero proponente motivi in modo più analitico e puntuale l’assenza di altre “associazioni che svolgono attività di assistenza psicologica, psicosociologica e sanitaria in tutte le forme a favore dei bambini affetti da malattia oncologica e delle loro famiglie” che, pur non appartenenti al Terzo settore, possano anch’esse legittimamente aspirare al contributo previsto dalla legge della cui esecuzione si tratta, atteso che, come già sopra evidenziato, la riconduzione della procedura stabilita dalla legge di bilancio per il 2018 esclusivamente ed esaustivamente all’interno del Terzo settore rappresenta una “scelta regolatoria” dell’amministrazione, invero non enunciata, né altrimenti evincibile in modo diretto dalla norma speciale contenuta nel comma 338 dell’articolo 1 della ripetuta legge n. 205 del 2017.
Conclusivamente l’Amministrazione proponente dovrà integrare e completare la proposta di regolamento in esame – e gli annessi documenti a corredo – e farla pervenire a questa Sezione mediante una apposita richiesta debitamente sottoscritta dall’organo politico di vertice.
Contestualmente vorrà riferire anche sulle osservazioni sopra formulate.
In tali sensi è il parere della Sezione.
Paolo Carpentieri	Claudio Zucchelli
Re: Fondo per l'assistenza dei bambini affetti da malattia oncol
Messaggio da panorama » mer feb 06, 2019 12:27 pm
Ora il Parere è completo.
1) - utilizzo del contributo a valere sul fondo per l'assistenza dei bambini affetti da malattia oncologica, ai sensi dell'articolo 1, comma 338, della legge 27 dicembre 2017, n. 205, recante "Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2018 e bilancio pluriennale per il triennio 2018-2020";
2) - definizione di «bambini oncologici»
3) - si precisa che rientrano in questa nozione i “bambini, da 0 a 18 anni di età, affetti da malattia oncologica”.
PARERE ,sede di CONSIGLIO DI STATO ,sezione SEZIONE C ,numero provv.: 201900323 - Public 2019-01-30 -
Numero 00323/2019 e data 29/01/2019 Spedizione
1. Con parere interlocutorio n. 2044 del 9 agosto 2018 la Sezione, all’esito dell’esame di un primo schema di decreto trasmesso con nota n. prot. n. 0004731 del 13 luglio 2018, ha svolto alcuni rilievi e ha sollecito il Ministero del lavoro e delle politiche sociali a procedere a una parziale riformulazione del testo e a fornire talune delucidazioni su alcuni punti della proposta normativa.
2. Il Ministero vi ha provveduto con l’invio, con nota prot. n. 29170 pervenuta in data 9 gennaio 2019, di un nuovo schema di decreto, parzialmente riformulato, accompagnato dalla relazione debitamente sottoscritta dal Sottosegretario di Stato delegato.
1. Richiamate le considerazioni generali svolte nel citato parere interlocutorio della Sezione, occorre concentrare l’attenzione in questa sede sulle riformulazioni proposte dal Ministero a seguito dell’ora detto parere interlocutorio e sui chiarimenti forniti su taluni punti problematici in quella sede segnalati.
2. I profili problematici emersi nell’esame del primo schema di decreto possono riassumersi nei seguenti punti:
c. non conformità alla norma primaria (legge 27 dicembre 2017, n. 205, articolo 1, comma 338) del proposto rinvio della disciplina dell’utilizzo del fondo alle fonti non regolamentari previste dagli articoli 72 e 73 del Codice del Terzo Settore ed esigenza di una puntuale disciplina delle modalità di erogazione e utilizzo dei fondi già direttamente nella fonte regolamentare in esame;
d. necessità di una motivazione più analitica circa l’assenza di altre “associazioni che svolgono attività di assistenza psicologica, psicosociologica e sanitaria in tutte le forme a favore dei bambini affetti da malattia oncologica e delle loro famiglie” che, pur non appartenenti al Terzo settore, possano anch’esse legittimamente aspirare al contributo previsto dalla legge della cui esecuzione si tratta (atteso che la norma primaria non ha espresso una siffatta scelta limitativa della platea dei possibili beneficiari).
3. Il nuovo testo consta di 18 articoli (rispetto ai 5 del testo iniziale), concernenti l’oggetto, i soggetti beneficiari, l’utilizzo del fondo, le azioni ammissibili al finanziamento, la durata dei progetti finanziati, la disciplina delle spese, i requisiti di partecipazione al procedimento di ammissione al finanziamento del fondo, l’avvio del procedimento (ossia la disciplina dell’avviso pubblico annuale e la definizione della relativa modulistica), le cause di inammissibilità delle domande di finanziamento, l’esame e la valutazione delle domande di finanziamento (con indicazione analitica dei criteri di valutazione e dei relativi punteggi), la convenzione regolativa del finanziamento da stipulare con gli enti proponenti i progetti ammessi al finanziamento, le modalità e i tempi di erogazione del finanziamento, le garanzie (fideiussione bancaria o assicurativa) che i soggetti beneficiari del finanziamento statale devono stipulare, il monitoraggio e il controllo dei progetti finanziati, le forme di pubblicità del finanziamento statale che i soggetti beneficiari devono assicurare in ogni atto, documento ed iniziativa realizzate in attuazione del progetto, i casi e le modalità di revoca del finanziamento, le disposizioni transitorie e, infine, la disciplina dell’entrata in vigore (il giorno successivo alla pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale).
a. è definita normativamente la nozione di “bambino oncologico”; nell’art. 2 (Soggetti beneficiari) si precisa che rientrano in questa nozione i “bambini, da 0 a 18 anni di età, affetti da malattia oncologica”. Manca, tuttavia, una nuova relazione illustrativa, sicché non è dato di sapere in base a quale criterio l’amministrazione si sia infine determinata in tal senso. Ferma rimane la potestà di scelta dell’amministrazione riguardo alla definizione della nozione in questione, essendo tale scelta per certi versi anche in parte discrezionale, in mancanza di indici normativi univoci che possano vincolare questa indicazione. Tuttavia si tratta pur sempre di una c.d. discrezionalità tecnica sottoposta ad un giudizio di legittimità, sia pure considerato estrinseco, che verifichi la congruenza, la logicità, la non contraddittorietà palesi e, soprattutto, la presenza di una motivazione congrua, adeguata e non perplessa. In conclusione, il Consiglio non ha os ad loquedum per suggerire una età corrispondente alla nozione di bambino, ma non può esimersi dal ricordare che qualunque scelta sia operata essa deve essere congruamente motivata.
A tal proposito, la Sezione non può non rilevare – e far presente all’amministrazione per le sue successive valutazioni, anche di opportunità – come l’estensione della nozione di “bambini” fino all’età di 18 anni strida oggettivamente con il senso fatto palese dal significato proprio delle parole usate nella legge, poiché nel linguaggio comune il termine “bambino” designa l’essere umano nell’età compresa tra la nascita e l’inizio della fanciullezza, cui segue l’adolescenza, ovvero la maturità sessuale, che segna l’ultima fase dell’età evolutiva, tra la fanciullezza e l’età adulta; ora, non v’è dubbio sul fatto che, superata una certa età i giovani non possano certo essere considerati “bambini”, ma adolescenti.
Per altro va osservato che anche in campo sanitario sussistono non poche discrasie e incertezze. In particolare, la pediatria è considerata la scienza medica che si occupa dell’essere umano dalla nascita a dodici anni. In tale età, infatti, secondo le norme del SSN, può discrezionalmente essere abbandonato il medico di base pediatra optando per il medico generico. Allo stesso tempo, le stesse norme sanitarie obbligano a tale passaggio al compimento di quattordici anni. Sotto altro profilo, nelle convenzioni internazionali l’età dei sedici anni è spesso presa a termine per alcune definizioni giuridiche (come ad esempio quella di “bambino soldato”). In sostanza, non vi è unicità nell’uso dei termini.
Nel parere interlocutorio n. 2044 del 9 agosto 2018 la Sezione aveva osservato che, sulla base dei documenti trasmessi in allegato allo schema di decreto, si poteva ricavare solo indirettamente che la nozione di «bambini oncologici» utile ai fini del decreto andava identificata con i “bambini ricompresi nella fascia di età 0-14 anni” (cui si faceva riferimento in un passaggio della nota a firma del Ministro mirante all’esenzione dall’analisi d’impatto della regolazione), ed aveva pertanto raccomandato di precisare questa nozione nella disposizione normativa, tenendo debitamente conto di ogni indice normativo utile, sia di diritto interno, sia di diritto internazionale (con riferimento, evidentemente, alle varie convenzioni internazionali sulla protezione del fanciullo), rivestendo tale nozione un ruolo essenziale per la corretta perimetrazione della platea dei soggetti associativi legittimati a richiedere il contributo. Ma la Sezione non aveva in quella sede espresso alcuna contrarietà o assenso all’idea che la definizione potesse essere effettivamente quella che delimita entro i 14 anni di età il confine della nozione di “bambino” utile ai fini dell’applicazione del decreto; la Sezione si era limitata a chiedere di esplicitare nella norma tale nozione e di motivare, ove possibile, i criteri in base ai quali la scelta era stata effettuata (anche, si può qui aggiungere, avendo riguardo ai protocolli terapeutici della medicina, che tratta per l’appunto i “bambini oncologici”). Suscita dunque perplessità la scelta dell’amministrazione - che non trova motivazione negli atti – di dilatare la nozione di bambino oncologico fino a ricomprendevi anche i diciottenni. Tale osservazione, deve precisarsi, non è comunque ostativa alla conferma, da parte dell’amministrazione, di una siffatta scelta e non pregiudica, dunque, l’ulteriore corso del provvedimento in esame, nei limiti che si esporranno tra breve.
Quindi, pur prendendo atto della non univocità dei limiti di età che scandiscono nell’uso terapeutico i termini prima infanzia, seconda infanzia, fanciullezza, preadolescenza, adolescenza, (tutti termini a vario titolo utilizzati nelle scienze mediche e psicologiche) si deve al contempo osservare che il Legislatore non ha utilizzato alcuna di dette dizioni, preferendo riferirsi ai “bambini” quasi evocando un linguaggio familiare più che giuridico o scientifico.
Spetta pertanto all’Amministrazione, in sede di interpretazione motivata della norma primaria, riempire il vuoto legislativo con norma regolamentare, ma opportunamente motivando. La riconduzione sic et simpliciter del termine bambino a quello di minore (compiuta attraverso la semplice indicazione dell’arco temporale che va dalla nascita a diciotto anni), - in disparte l’avere lasciato aperta la problematica se la condizione di bambino termini al compimento dei diciassette anni, coincidendo così con l’insorgere della capacità di agire, o perduri per tutto il diciottesimo anno - potrebbe anche avere una sua logica, fondamento e validità, ma questi sono del tutto sconosciuti allo stato, il che non permette di individuare, in maniera giuridicamente esatta, la platea dei beneficiari delle iniziative. Su ciò, per altro, la Sezione, nel precedente parere interlocutorio, aveva già posto in guardia l’Amministrazione che non se ne è data per inteso, e non ha fornito alcun chiarimento.
E’ quindi necessario che l’amministrazione, nell’art. 2 del regolamento inserisca il riferimento al criterio prescelto per individuare l’età, qualunque essa sia, anche per relationem a testi normativi, protocolli medici, convenzioni internazionali, letteratura scientifica accreditata o quant’altro riterrà opportuno. In tal senso è condizionato il parere favorevole della Sezione.
b. . il nuovo schema di regolamento, molto articolato e analitico, assolve senz’altro al rilievo, formulato nel parere interlocutorio, relativo all’insufficienza del rinvio al meccanismo attuativo predisposto dagli articoli 72 e 73 del codice del Terzo Settore di cui al d.lgs. 3 luglio 2017, n. 117 (talune osservazioni sui contenuti di questa disciplina saranno svolte nei successivi paragrafi), ma non ha considerato che l’osservazione doveva essere recepita in uno con i dubbi sollevati subito dopo circa la individuazione della platea dei beneficiari, di cui amplius avanti.
c. Il profilo della mancata menzione, tra gli enti a base associativa potenzialmente idonei a conseguire i contributi, degli Enti filantropici previsti dalla lettera c) del richiamato articolo 46 del codice di settore, risulta superato dalla nuova formulazione dell’art. 2, comma 2, che ha incluso, tra gli enti potenziali beneficiari del contributo, anche gli enti i iscritti nella sezione c) - Enti filantropici - del registro unico nazionale del Terzo settore di cui all'articolo 46 del decreto legislativo 3 luglio 2017, n. 117, si deve ciò non ostante osservare che l’amministrazione non ha ben compreso il senso delle osservazioni contenute nel detto parere interlocutorio che andavano ben oltre la semplice omissione di una tra le categorie degli enti del Terzo Settore.
d. Non risulta, infatti, affrontato, né nel testo dell’articolato, né nei documenti trasmessi a corredo, il profilo, pure sollevato nel parere interlocutorio, della esclusione a priori, tra i soggetti beneficiari, di qualsiasi soggetto associativo che svolga attività di assistenza psicologica, psicosociologica e sanitaria a favore dei bambini affetti da malattia oncologica e delle loro famiglie, ma che non sia iscritto nei registri del Terzo Settore, e dunque più esattamente non sia una associazione disciplinata dal codice del Terzo Settore. L’amministrazione evidentemente postula che – nel sistema delineato dall’art. 4 del decreto legislativo n. 117 del 2017 (dove sono definiti “enti del Terzo Settore”, tra gli altri tipi, “le associazioni, riconosciute o non riconosciute … costituit[e] per il perseguimento, senza scopo di lucro, di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale mediante lo svolgimento”, … etc.) - non vi sia la possibilità di un’associazione benefica (non lucrativa) che svolga una tale attività pur non appartenendo (de jure o de facto) al Terzo settore. In altri termini, postula l’amministrazione che determinate attività meritorie, costituenti l’oggetto e lo scopo di una libera associazione, rilevino giuridicamente a livello pubblicistico solo se essa sia giuridicamente introdotta in un ordinamento settoriale a disciplina pubblica, denominato Terzo Settore, assorbente l’intera platea delle associazioni private che annoverano tali attività tra i propri scopi statutari, il che, per la verità, non emerge dall’art. 1 della legge di delegazione 6 giugno 2016, n. 106, e sarebbe comunque in contrasto con l’art. 18, primo comma, della Costituzione.
Viceversa, nell’osservare che non appariva discendente dalla legge (art. 1, co. 338 della l. 27 dicembre 2017, n. 205) il rinvio agli articoli 72 e 73 del codice del Terzo Settore, cioè in altri termini che il presente regolamento non attiene alla disciplina del Terzo Settore, la Sezione ha precisato immediatamente dopo, che “appare necessario che il Ministero proponente motivi in modo più analitico e puntuale l’assenza di altre “associazioni che svolgono attività di assistenza psicologica, psicosociologica e sanitaria in tutte le forme a favore dei bambini affetti da malattia oncologica e delle loro famiglie” che, pur non appartenenti al Terzo settore, possano anch’esse legittimamente aspirare al contributo previsto dalla legge della cui esecuzione si tratta, atteso che, come già sopra evidenziato, la riconduzione della procedura stabilita dalla legge di bilancio per il 2018 esclusivamente ed esaustivamente all’interno del Terzo settore rappresenta una “scelta regolatoria” dell’amministrazione, invero non enunciata, né altrimenti evincibile in modo diretto dalla norma speciale contenuta nel comma 338 dell’articolo 1 della ripetuta legge n. 205 del 2017.”. Con chiarezza, anche se con discrezione, la Sezione aveva già individuato l’illegittimità della scelta di riservare i benefici alle sole associazioni iscritte nel registro sia pure invitando ad una motivazione sul punto, che invece l’Amministrazione ha del tutto omesso, immotivatamente riconfermando la norma.
E’ quindi opportuno ribadire, più esplicitamente e chiaramente, che nel ripetuto co. 338 non si rinviene alcuna finalizzazione dei contributi ai soli soggetti rientranti nel sistema del Terzo Settore (in disparte i dubbi di costituzionalità di una norma che ciò avesse disposto). La legge espressamente si limita ad istituire, in maniera autonoma e in alcun modo riferentesi alle dotazioni finanziarie o alle attività proprie del Terzo Settore, un fondo “per l'assistenza dei bambini affetti da malattia oncologica,”. Inoltre dispone che: “Al fondo possono accedere le associazioni che svolgono attività di assistenza psicologica, psicosociologica e sanitaria in tutte le forme a favore dei bambini affetti da malattia oncologica e delle loro famiglie.” Lungi dal menzionare tra i legittimati i soli soggetti del Terzo Settore, il Legislatore usa un termine giuridicamente preciso e avente un significato univoco: associazione. Con tale termine, nel nostro ordinamento, si identifica l’istituto previsto e disciplinato dal Titolo II, del Libro I del c.c. (nella forma con o senza personalità giuridica) quale espressione della autonomia privata e della libertà di associazione riconosciuta dall’art. 18, primo comma della Costituzione.
Pertanto, l’art. 2 deve essere interamente riformulato nel senso di riconoscere che possono accedere alle risorse del fondo tutti i soggetti costituiti in forma di associazione ai sensi del Libro I, Titolo II del c.c. che perseguano come scopo statutario l’attività di assistenza psicologica, psicosociologica e sanitaria in tutte le forme a favore di bambini affetti da malattia oncologica e delle loro famiglie, a prescindere dalla loro appartenenza all’ordinamento settoriale del Terzo Settore e, a fortiori, dalla iscrizione al relativo registro.
6. Riguardo all’art. 9 dello schema di decreto, relativo alle cause di inammissibilità delle domande di finanziamento, occorre riformulare il testo come segue:
piuttosto che dire “Saranno escluse dalla successiva fase di valutazione di cui all'articolo 10 le domande di finanziamento che versino in una o più delle seguenti cause di inammissibilità”, è preferibile usare la locuzione verbale “per le quali ricorrano (una o più etc.)”, e dunque riformulare il successivo elenco nei seguenti termini:
c) assenza della firma del legale rappresentante, ove esplicitamente richiesta; … etc.
7. Riguardo all’articolo 10, concernente l’esame e la valutazione delle domande di finanziamento, si osserva l’opportunità di specificare, alla fine del comma 1, che la nomina della commissione valutatrice dovrà essere effettuata solo dopo spirato il termine per la presentazione delle domande.
Resta comunque opportuno specificare altresì che la nomina dei componenti della commissione dovrà ricadere, nel caso di scelta di terzi estranei all’amministrazione, su persone in possesso di adeguata esperienza nel settore che garantiscano la massima indipendenza e autonomia di giudizio.
La Sezione valuta congruo e proporzionato il criterio di riparto dei punteggi tra i diversi parametri di valutazione – fino a 20 punti per il profilo soggettivo dell’esperienza pregressa e specifica dell'ente proponente e degli eventuali partners nelle aree di attività d’interesse; fino a 50 punti perle caratteristiche (qualitative) del progetto e fino a 30 punti per i profili di sostenibilità economico-finanziaria -, ma raccomanda di prevedere la facoltà, e non l’obbligo, della commissione, nella sua prima seduta e prima dell’apertura delle buste con le domande e le proposte progettuali, di specificare eventualmente dei sub-criteri, all’intero dei parametri generali indicati, per meglio dettagliare la disamina dei progetti e fornire una migliore e più completa motivazione ai punteggi attribuiti. Costituisce una scelta di merito, che non pare peraltro irragionevole o sproporzionata, quella, espressa nel comma 5 dell’art. 10, di attribuire preminenza al punteggio relativo alla voce C3 “Minore incidenza delle spese di coordinamento e funzionamento (di cui all'articolo 6, comma 2) sul totale delle spese del progetto”, in caso di parità di punteggio.
8. Non si hanno osservazioni da formulare circa la disciplina della convenzione regolativa del finanziamento (articolo 11), circa la suddivisione in due quote, un anticipo e un saldo conclusivo, dell’erogazione del finanziamento (articolo 12), né circa l’obbligo di presentare un’apposita fideiussione bancaria o assicurativa a garanzia dell'anticipo pari all'80% del finanziamento statale concesso per il progetto (articolo 13). Idem per la disciplina (articolo 14) del monitoraggio e controllo dei progetti finanziati, che sembra ben articolata ed esaustiva.
9. Si osserva, invece, che l’obbligo previsto dall’art. 15 per gli enti beneficiari di evidenziare il finanziamento statale in ogni atto, documento ed iniziativa realizzate in attuazione del progetto, non rinviene nella norma primaria alcuna legittimazione. A maggior ragione la norma suscita perplessità se considerata nel combinato disposto col comma 1, lettera h) dell’art. 16 il quale prevede addirittura la sanzione della revoca del finanziamento per il caso di violazione dell’obbligo di pubblicità di cui all'articolo 15. E’ appena il caso di ricordare che le sanzioni amministrative possono essere contemplate in un atto normativo secondario solo se previste nella norma primaria che autorizza il regolamento. Nel caso di specie nulla è previsto nel ripetuto comma 338. L’art. 16 legittimamente enumera una serie di circostanze che possono condurre alla revoca del finanziamento, ma non le inquadra sotto forma di sanzione amministrativa, che non potrebbe essere perché non prevista, bensì come inadempimento grave ad obblighi di correttezza o giuridici altrimenti ricavabili dall’ordinamento giuridico. In particolare l’obbligo di pubblicità, invece, è espressamente introdotto e sanzionato solo dalla medesima fonte secondaria, il che collide con i principi sopra enunciati. L’art. 15, pertanto, deve essere soppresso e l’obbligo di pubblicità, se ritenuta necessaria la sua permanenza, deve essere inserito tra i contenuti obbligatori della convenzione di cui all’art. 11. Ad esempio, introducendo alla fine del comma 1 dell’art. 11 una espressione quale: “e di pubblicità del finanziamento ricevuto.” o simile. Solo in tal caso potrà mantenersi la previsione della lettera h) (opportunamente modificato il rinvio) sub specie di violazione dell’accordo convenzionale.
10. Non può, infine, considerarsi legittima la previsione dell’articolo 18, concernente l’entrata in vigore, dove è disposta, in deroga all’art. 10 delle “preleggi”, l’entrata in vigore del decreto il giorno successivo alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale. Come la Sezione ha avuto modo anche di recente di rilevare, una siffatta deroga deve giudicarsi inammissibile in mancanza di idonea autorizzazione nella norma primaria (con la considerazione ulteriore che l’inciso “salvo che sia altrimenti disposto”, contenuta nell’art. 10 delle preleggi, è interpretato di regola nel senso che tale diversa disposizione spetta a una fonte di pari forza innovativa dell’ordinamento giuridico, e che – al limite – la fonte regolamentare può posticipare l’adozione di atti esecutivi, ma non può disporre del termine di entrata in vigore).
11. In punto di drafting si osserva che occorre sostituire, in tutti gli articoli i verbi al modo futuro con l’indicativo presente, in ottemperanza alle prescrizioni di cui alla circolare del Presidente del Consiglio dei Ministri 2 maggio 2001, n. 1/1.1.26/10888/9.92. Ad es.: all’art. 3, co 2: “è consentito” e non “sarà consentito”.
Occorre altresì sostituire ovunque il verbo servile “dovere” con l’indicativo presente del verbo ausiliato.
Messaggio da panorama » sab giu 01, 2019 4:21 pm
questo Parere riporta lo stesso NUMERO AFFARE 01386/2018
PARERE DEFINITIVO sede di CONSIGLIO DI STATO, sezione SEZIONE C, numero provv.: 201901606
Numero 01606/2019 e data 30/05/2019 Spedizione
Adunanza di Sezione del 23 maggio 2019
Vista la nota di trasmissione della relazione n. prot 29/4301 del 12 aprile 2019, con la quale il Ministero del lavoro e delle politiche sociali ha chiesto il parere del Consiglio di Stato sull'affare consultivo in oggetto;
3. La Sezione si è nuovamente espressa, ancora in via interlocutoria, con il parere n. 323 del 29 gennaio 2019.
4. Il Ministero ha dunque provveduto a inviare una terza versione dello schema di decreto, con nota n. prot 29/4301 del 12 aprile 2019.
1. Lette tutte le osservazioni e le considerazioni svolte nei citati pareri interlocutori della Sezione, che devono qui ritenersi richiamati per relationem per una completa disamina e trattazione del provvedimento che oggi perviene alla pronuncia definitiva della Sezione, occorre concentrare l’attenzione in questa sede sulle riformulazioni proposte dal Ministero a seguito del parere n. 323 del 29 gennaio 2019 e sui chiarimenti forniti su taluni punti problematici in quella sede segnalati come ancora persistenti nel testo sottoposto all’esame di questo Consiglio.
2. I profili problematici residui, ancora presenti nel secondo schema di decreto, possono riassumersi nei seguenti punti:
3. Riguardo al primo profilo – concernente la definizione di “bambini oncologici”, la Sezione prende atto della scelta dell’Amministrazione proponente – nel nuovo testo dell’art. 2 (Soggetti beneficiari), secondo periodo – di rinviare alla nozione contenuta nella Convenzione sui diritti del fanciullo del 20 novembre 1989 (la nuova definizione di “bambino oncologico” è la seguente: “Per bambini si intendono i soggetti di cui all'articolo 1 della Convenzione sui diritti del fanciullo del 20 novembre 1989, ratificata e resa esecutiva ai sensi della legge 27 maggio 1991, n.176”; l’art. 1 della predetta Convenzione stabilisce che “Ai sensi della presente Convenzione si intende per fanciullo ogni essere umano avente un'età inferiore a diciott'anni, salvo se abbia raggiunto prima la maturità in virtù della legislazione applicabile”).
La soluzione qui proposta, dunque, non si discosta sostanzialmente da quella presentata nella seconda versione del decreto, contenuta sempre nell’art. 2 dello schema di decreto, secondo la quale per “bambini oncologici” dovevano intendersi i “bambini, da 0 a 18 anni di età, affetti da malattia oncologica”, nozione fatta oggetto di critica da parte della Sezione sotto il profilo dell’eccessiva ampiezza della sua denotazione (appare difficile, si era notato, che un soggetto, ad es., ultraquindicenne e infradiciottenne, possa essere definitivo “bambino”). Questo Consiglio aveva in particolare stigmatizzato la mancanza di una motivazione a sostegno di una tale scelta, apparentemente incongrua, ed aveva raccomandato di agganciarla a una qualche disposizione normativa vigente, suggerendo, soprattutto, di ricercare riferimenti utili e pertinenti in campo sanitario (pur nella consapevolezza delle “non poche discrasie e incertezze” esistenti in quell’ambito, dove “la pediatria è considerata la scienza medica che si occupa dell’essere umano dalla nascita a dodici anni” e “in tale età, infatti, secondo le norme del SSN, può discrezionalmente essere abbandonato il medico di base pediatra optando per il medico generico”, mentre “allo stesso tempo le stesse norme sanitarie obbligano a tale passaggio al compimento di quattordici anni”).
Il Ministero ha preferito insistere sulla soglia dei diciotto anni, stavolta ancorandola alla Convenzione sui diritti del fanciullo del 20 novembre 1989.
Orbene, la Sezione, come già, del resto, ampiamente chiarito nel precedente parere n. 389 del 29 gennaio 2019, non intende entrare in alcun modo nel merito di tale scelta tecnico-discrezionale dell’Amministrazione, ma non può non ribadire, sia pur in termini non ostativi, sul piano della razionalità (e dunque della legittimità) della previsione, che tale scelta resta oggettivamente opinabile e che sarebbe stato preferibile rinvenire nello specifico ambito sanitario riferimenti più appropriati e soddisfacenti, anche, al limite, mediante un apposito confronto con il Ministero di settore. Non si può invero omettere di notare, per completezza di trattazione dell’affare, che la Convenzione sui diritti del fanciullo del 20 novembre 1989, dove, peraltro, non a caso si parla di “fanciullo” e non di “bambino”, al di là di talune generali previsioni di diritto sanitario contenute nell’art. 24 - “Gli Stati parti riconoscono il diritto del minore di godere del miglior stato di salute possibile e di beneficiare di servizi medici e di riabilitazione” -, riguarda soprattutto i diritti della personalità, economici, sociali e culturali del fanciullo - diritto a preservare la propria identità, ivi compresa la nazionalità, il nome e le relazioni familiari, diritto alla libertà di espressione, libertà di pensiero, di coscienza e di religione, libertà di associazione, tutela del fanciullo contro ogni forma di violenza, di oltraggio o di brutalità fisiche o mentali, di abbandono o di negligenza, di maltrattamenti, diritto alla sicurezza sociale, compresa la previdenza sociale, diritto all'educazione, diritto al riposo e al tempo libero, protezione contro lo sfruttamento economico e sul lavoro, etc. -, rispetto ai quali l’estensione della nozione di “fanciullo” fino ai diciotto anni appare più che congrua e razionale. L’estensione della nozione di “bambino” [oncologico] fino a diciotto anni resta invece a dir poco originale, né sono apportate a suo fondamento ragioni desumibili dai protocolli medici specialistici di settore.
Per concludere sul punto giova richiamare l’attenzione del Ministero sul fatto che la citata Convenzione sui diritti del fanciullo del 20 novembre 1989 utilizza il termine inglese “child”, che nella traduzione ufficiale pubblicata sulla G. U. dell’11 luglio 1991 è riportato appunto come “fanciullo”. A tal proposito, però, l’UNICEF ha raccomandato di tradurre il termine con la locuzione “bambino, ragazzo e adolescente”. In tal modo si determina ictu oculi una contraddittorietà del richiamo alla citata convenzione per giustificare il limite di età a 18 anni. Infatti, se è vero che la convenzione esplicitamente si applica sino a tale età, è anche vero, come suggerisce l’UNICEF, che tale fascia da zero a diciotto appare da suddividersi, nella traduzione italiana, in almeno tre sottoinsiemi: bambino, ragazzo e adolescente. Col che si arguisce che il sostantivo “bambino” non è considerato, ai termini della convenzione, come ricomprendere anche le successive fasce sino ai diciotto anni e dunque non si vede come potrebbe sostenere motivazionalmente la scelta del Ministero. Il suggerimento dell’UNICEF, non accolto dal nostro Legislatore, indica però chiaramente come la stessa organizzazione dell’ONU ritiene che il termine “bambino” indichi l’essere umano solo nella parte più giovane della vita.
Ciò sarebbe in accordo con la tradizione semantica italiana per la quale il “bambino” è l’essere umano sino ai sei anni di vita, cioè alla prepubertà.
Se ciò da un lato dimostra la superficialità e imprecisione della terminologia legislativa circa i “bambini oncologici” mutuata da un linguaggio familiare e non giuridico-scientifico (essendo di immediata percezione la incongruenza di escludere dal novero le persone ad es. di dodici anni), dall’altro indica anche che sia incongruo l’aggancio con una convenzione internazionale avente, come sopra osservato, fini e scopi del tutto avulsi da quello di cui si occupa il regolamento in questione. In altri termini, appare di tutta evidenza che sia la convenzione, sia il suggerimento dell’UNICEF discendano e si collochino in un retroterra culturale e di interessi da tutelare che non è quello puramente medico e psicopedagogico che qui interessa. Ancora più, quindi, si impone di ancorare la definizione di “bambino oncologico” a parametri esclusivamente e squisitamente medici in unione assolutamente imprescindibile con considerazioni psicopedagogiche relative alla età evolutiva e alle sue particolari dinamiche e caratteristiche, che non sono quelli della citata convenzione, pena una incongruenza e irragionevolezza della motivazione della scelta.
L’amministrazione, nella sua cosciente responsabilità, ha scelto di non seguire tale ragionevole strada, nulla motivando in ordine alla scelta effettuata, ma solo richiamando acriticamente la Convenzione. Sui pericoli di contenzioso insiti in tale modus operandi è d’uopo porre in guardia il Ministero proponente.
4. Riguardo al punto b la Sezione rileva che il nuovo testo ha rimosso la limitazione ai soli enti del Terzo settore, aprendo, in conformità al testo della legge, a “tutti i soggetti costituiti in forma di associazione che svolgono, in conformità alle proprie finalità statutarie, attività di assistenza psicologica, psicosociologica o sanitaria in tutte le forme a favore dei bambini affetti da malattia oncologica e delle loro famiglie” (nuovo comma 1 dell’art. 2). Può dunque dirsi soddisfatta la condizione all’uopo apposta dalla Sezione nel parere n. 391 del 29 gennaio 2019.
5. Riguardo all’art. 9 dello schema di decreto, relativo alle cause di inammissibilità delle domande di finanziamento, la Sezione apprezza la riformulazione proposta, in linea con quanto suggerito nel precedente parere.
6. Non risultano invece recepite le indicazioni fornite dalla Sezione riguardo all’articolo 10, concernente l’esame e la valutazione delle domande di finanziamento, riguardo al quale si era rilevata l’opportunità di specificare, alla fine del comma 1, che la nomina della commissione valutatrice avrebbe dovuto essere effettuata solo dopo spirato il termine per la presentazione delle domande, e che la nomina dei componenti della commissione sarebbe dovuta ricadere, nel caso di scelta di terzi estranei all’amministrazione, su persone in possesso di adeguata esperienza nel settore, che garantiscano la massima indipendenza e autonomia di giudizio. Non si comprende (non essendovi relazione esplicativa sul punto) se tale mancata ricezione dell’osservazione risponda a un qualche criterio valutativo o sia frutto di mera dimenticanza. Se ne deve dunque qui ribadire la rilevanza, pur dovendo dare atto, ciò che era peraltro già esplicitato nel precedente parere interlocutorio n. 323 del 29 gennaio 2019, della immanenza di tali regole nei principi di buona e legittima amministrazione, sicché la mancanza inserzione nel testo regolamentare non può a rigore considerarsi causa di invalidità di tale atto. La Sezione raccomanda comunque sul punto un’ulteriore attenzione e riflessione del Ministero proponente.
7. La Sezione rileva positivamente l’avvenuta l’espunzione – richiesta nel parere n. 381 del 29 gennaio 2019 - dell’obbligo per gli enti beneficiari, previsto dall’art. 15 (vecchio testo), di evidenziare il finanziamento statale in ogni atto, documento ed iniziativa realizzate in attuazione del progetto, in quanto privo di idonea base giuridica nella norma primaria. L’Amministrazione ha seguito altresì l’indicazione di collocare l’obbligo di pubblicità, avendone evidentemente ritenuta necessaria la permanenza, tra i contenuti obbligatori della convenzione di cui all’art. 11, così conservando la previsione della lettera h) dell’art. 15 (opportunamente modificato il rinvio) sub specie di violazione dell’accordo convenzionale.
8. Risulta infine opportunamente eliminata la previsione dell’articolo 18, concernente l’entrata in vigore, dove era disposta, in deroga all’art. 10 delle “preleggi”, l’entrata in vigore del decreto il giorno successivo alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.
9. Tutto ciò premesso e considerato, la Sezione, non rinvenendo ulteriori profili meritevoli di osservazione, ritiene che il regolamento possa proseguire il suo ulteriore corso, ferme l’avvertenza e la raccomandazione qui ribadite a paragrafi 3 e 6.