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Timestamp: 2018-06-24 14:48:40+00:00
Document Index: 98487052

Matched Legal Cases: ['art.2', 'art.22', 'art.10', 'art.19', 'art.3', 'art. 30', 'art.25', 'art.25']

La violazione dei diritti umani negli ordinamenti arabi islamici e le responsabilità della UE – L. Galantini
Nonostante il moltiplicarsi ad un ritmo quasi frenetico delle iniziative politiche in tema di rapporti tra Europa e mondo arabo, appare ancora assai difficile mettere in relazione il Mediterraneo ed i Paesi islamici con la UE sotto il piano istituzionale. Soltanto dopo la fine della guerra fredda sono state proposte iniziative concrete miranti a fare del bacino del Mediterraneo e dell’area concentrata nei paletti identitari del mondo arabo ed islamico – incluso il Vicino Oriente dalla Giordania alla Turchia – una realtà di stabilità, pace e cooperazione.
E’ bene sottolineare come l’area arabo-mediterranea rappresenti permanentemente – da oltre vent’anni nei reports di analisi dell’Unione europea – una zona di contraddizioni e di conflitto, in cui gli squilibri economici, le libertà civili ridotte all’osso, la corruzione endemica delle classi dirigenti e l’enorme disparità tra le classi sociali contribuiscono a mantenere intensi i flussi migratori verso i confini europei, e ad alimentare tensioni e disordine politico. L’Unione europea dunque è consapevole – almeno sulla carta – che garantire la propria sicurezza contro le tensioni generate dalle storture dei modelli istituzionali arabo-islamici sia una mission prioritaria.
Questo obiettivo fu espresso tout court dal Rapporto della Commissione UE già nel lontano 1990 ove si afferma testualmente che “il sottosviluppo sociale ed economico, unito all’assenza di condizioni politiche di democrazia e liberalismo nei Paesi siano destinati nel futuro ad attentare alla sicurezza della società europea”. Ecco perché nella Dichiarazione di Barcellona 1995 (alla base degli accordi di partenariato tra UE ed il mondo arabo mediterraneo) i Paesi arabi firmatari, su forte sollecitazione della UE, si erano impegnati a sviluppare lo Stato di diritto e la democrazia all’interno dei propri sistemi politici, rispettare i diritti umani, inclusa la libertà di associazione e di espressione, combattere il razzismo la xenofobia e l’intolleranza religiosa. Come si può ben immaginare, codesti parametri si sono rivelati degli ostacoli per tutti gli Stati islamici. Sebbene la Dichiarazione di Barcellona non sia mai stata riconosciuta con lo status di convenzione, la stessa trovava una controparte giuridicamente vincolante negli accordi di associazione, ovverosia in quella parte attuativa dei singoli campi di cooperazione previsti dal Partenariato stesso. Infatti l’articolo 2 degli accordi di associazione rilanciava la questione – a lungo ritenuta inaccettabile agli occhi di un numero sostanzioso di governi arabi islamici – del vincolo irrinunciabile che deve sussistere tra l’attuazione dei programmi di cooperazione economica e politica ed il soddisfacimento delle condizioni di promozione nel campo dei diritti umani. Questa clausola di condizionalità quando viene assunta dalle parti in causa rappresenta un preciso vincolo di reciprocità cui si subordina la collaborazione al rispetto reciproco degli impegni assunti, per i Paesi islamici nel settore dei diritti civili.
In tale campo tuttavia la UE ha evidenziato la mancanza assoluta di volontà di assunzione di responsabilità nei confronti di Stati arabo islamici che violino palesemente i principii dello Stato di diritto, di democrazia e pluralismo. Un esempio per tutti: il citato principio dell’art.2 non è mai stato applicato, e fu lasciata cadere nel vuoto la proposta Roubatis del Parlamento Europeo nel 1998 alla Commissione affinché si procedesse alla verifica annuale del rispetto dei diritti dell’uomo ed in particolare delle libertà individuali nei Paesi del PEM beneficiari di finanziamenti comunitari. In sostanza possiamo affermare che l’UE ha contribuito per anni allo stanziamento di milioni di euro di finanziamento per lo sviluppo economico dei Paesi arabi islamici dell’area mediterranea ignorando o disinteressandosi pressoché generalmente dell’effettivo impegno da parte degli stessi nella promozione dei diritti umani. Ora è palese che sul tema dei diritti fondamentali della persona, dalla libertà religiosa alla libertà di opinione ai diritti della donna, si giochi il futuro di un pacifico sviluppo politico del mondo arabo.
La storia delle istituzioni giuridiche europee è la narrazione plurisecolare di un perenne confronto, sovente conflittuale, più spesso sinergico, tra istanze religiose nella sfera pubblica della società e decisioni politiche.
Nella storia dell’Occidente si è affermata una plurisecolare radicata prassi di pensiero, che cercando di superare le contrapposizioni degli schieramenti ideologici, riconosce la complementarietà e non già la incompatibilità tra sistemi valoriali etico-religiosi e il principio di laicità dello Stato[1]. Il nocciolo della questione relativa alla struttura giuridico-istituzionale dei paesi di fede islamica, e dei paesi arabi in particolare, è determinato invece da una lettura diametralmente opposta rispetto all’Occidente dei rapporti tra religione e stato nella realizzazione della potestà legislativa.
L’agenda politica del ventunesimo secolo – ispirata dai leit-motiv della globalizzazione, del multiculturalismo, della secolarizzazione e del relativismo circa i presupposti etici dello stato di diritto[2] - è oggi indirizzata allo sviluppo di centri di potere eccentrici e antitetici rispetto allo stato, organizzazioni sovranazionali come la UE, l’ONU. Tuttavia è proprio questa presunzione di universalismo etico-giuridico di matrice occidentale posto a governo e tutela delle libertà nella sfera pubblica che non regge alla prova dei fatti nel confronto con gli ordinamenti dei sistemi di governance dei paesi islamici. Il nodo irrisolto tra Unione europea e Islam nella sfida per la promozione delle libertà religiose e dei diritti umani più in generale, è dato proprio dalla peculiarità dell'universalismo etico, giuridico e politico delle istituzioni religiose islamiche, del tutto sganciato dalla cornice giuridica delle principali Carte internazionali dei diritti umani, dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo alla Carta di S.Francisco dell’ONU, alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo ed alla Carta di Nizza: non a caso il fondamentalismo religioso islamico si caratterizza per una marcata tensione ecumenica universalista che costituisce il fondamento dello stesso concetto di guerra santa o jihad. La creazione di un ordinamento giuridico sovranazionale a tutela dei diritti umani nel mondo arabo-islamico è in sostanza una vicenda recente, legata agli ultimi decenni del XX secolo.Tale approccio ebbe come effetto la stesura di documenti e trattati organicamente riconducibili ad una trama giuridica non già mutuata dall’impianto culturale universalista dei trattati internazionali, quanto di prevalente se non esclusiva cultura e religione islamica[3].In un breve arco di tempo le istituzioni intergovernative arabo-islamiche hanno dato vita ad un’articolata produzione giuridica, mirante a codificare i diritti dell’uomo all’interno di una concezione prettamente arabo-islamica degli stessi[4].L’intento di questo processo di codificazione apparve fin da subito finalizzato non già semplicemente ad elaborare un sistema “regionalizzato” dei diritti dell’uomo – nel quadro organico dei trattati e convenzioni internazionali – bensì a dotare ambiziosamente il mondo arabo-islamico di una sua peculiare e specifica definizione di tali diritti[5].Questo obiettivo fu perseguito secondo una logica giuridica di ispirazione teocentrica ed etnocentrica [6].Tale indirizzo è certamente riconducibile al fatto che le società politiche, e le istituzioni politiche in particolare, non sono mai state coinvolte nei processi di secolarizzazione del governo della respublica che – a partire dalla storia politica e giuridica moderna in Europa – hanno determinato la separazione della religione dallo stato.
In realtà sono almeno due – storicamente – le linee ermeneutiche della definizione normativa intergovernativa dei diritti dell’uomo che i paesi arabi ed islamici hanno sviluppato. Da un lato abbiamo la Carta Araba dei Diritti dell’Uomo del 1994, successivamente emendata e ratificata solamente nel 2004, ovverosia appena un decennio orsono – che è il frutto dell’impegno istituzionale della Lega degli Stati Arabi. Dall’altro un progetto di matrice precipuamente confessionalista islamica – come la Dichiarazione del Cairo sui Diritti Umani nell’Islam del 1990 – di cui si fece promotrice l’Organizzazione della Conferenza Islamica. I testi di quest’ultima istituzione intergovernativa procedono da un’impostazione radicalmente religiosa, assumono una giustificazione teocentrica della vita dell’uomo e della sua organizzazione giuridica e politico-istituzionale, soggetto di doveri e diritti solo in quanto questi ultimi sono “comandamenti divini vincolantii”: così afferma il preambolo della Dichiarazione del Cairo dei diritti dell’uomo nell’Islam[7]. L’orientamento dell’Organizzazione della Conferenza Islamica fu quello di elaborare una griglia normativa ed interpretativa dei diritti umani modulata appositamente su un principio confessionalista, alla quale i Paesi che si definiscono islamici ed aderiscono all’Organizzazione furono invitati ad attenersi.La discriminante sacrale di ogni disposizione giuridica in tema di riconoscimento dei diritti fondamentali dell’uomo troneggia esemplare negli articoli 24 e 25 della Dichiarazione: “tutti i diritti e le libertà della Dichiarazione sono subordinati alle disposizioni della shari’a”.L’art.22 separa e discrimina il cittadino musulmano dal non credente, in quanto afferma che ogni individuo ha il diritto di esprimere liberamente la sua opinione purché in modo non contrastante con i principi della legge islamica.L’impronta teologica della stessa Dichiarazione dei diritti dell’uomo nell’Islam dell’Organizzazione della Conferenza Islamica in particolare è cristallizzata nell’articolo 25, laddove la shari’a islamica viene qualificata come l’esclusiva fonte di riferimento per interpretare ogni articolo della Dichiarazione.L’art.10 recita che l’Islam è la religione naturale dell’uomo, mentre l’art.19 monopolizza le fonti di produzione del campo del diritto penale affermando che non esistono delitti né pene se non quelle previste dalla shari’a.
La Carta araba dei Diritti Umani ad oggi in vigore fu presentata in occasione del Summit della Lega Araba del maggio 2004, per entrare in vigore nel marzo 2008 con l’avvenuta ratifica da parte di sette Stati. Formalmente la Carta rappresenta un tentativo evidente di sganciarsi dai criteri metagiuridici religiosi che caratterizzarono i precedenti testi normativi; quasi una inversione di tendenza nel solco laico del pragmatismo del diritto positivo pattizio internazionale che sostiene l’universalità dei diritti umani[8]. Tuttavia, a fronte di tali promettenti caposaldi normativi, fin dal Preambolo la nuova Carta araba mostrò un’ambigua volontà degli estensori di non rimarcarne la laicità del contenuto e dunque l’universalità secondo i canoni del diritto internazionale. Un primo limite si incontra infatti già con il Preambolo, che contiene un esplicito riferimento alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo nell’Islam: ciò farà dire che gli ordinamenti giuridici arabi non sono ancora in grado di riconoscere il principio dell’universalità dei diritti fondamentali della persona umana, ma siano limitati al riconoscimento di quei soli diritti accettati dai testi religiosi, la cui dimensione sacrale e metagiuridica eterodirige e pervade tuttora la forma politica istituzionale del mondo arabo[9]. Altro tratto dolente della Carta è quello relativo alla disciplina dell’uguaglianza tra i sessi: infatti il cosiddetto principio di “discriminazione positiva” istituito dalla shair’a per disciplinare i rapporti tra uomo e donna – contenuto nel comma 3 del citato art.3 – de facto cassa e smentisce la realizzazione della piena uguaglianza giuridica sul piano della dignità, dei diritti e doveri tra uomo e donna. Altra spinosa tematica che nella storia degli ordinamenti politico istituzionali dei paesi islamici è da sempre un grave ostacolo alla costituzionalizzazione dei diritti umani è quella relativa alla libertà ed appartenenza religiosa.Si riscontra nella Carta un palese atteggiamento discriminatorio attinente alla libera scelta della religione, nonché alla possibilità di abbandonare la religione musulmana, generalmente non riconosciuta dal diritto islamico, e punita, come delitto di apostasia, con la pena capitale. Una prima lettura degli articoli 26 e 27 – trasfusi nell’art. 30 nella versione del 2004 – apparentemente presenta un’impostazione normativa di matrice liberale laica a riguardo, garantendo la libertà di credo, di pensiero e di opinione a tutti gli individui: la Carta purtuttavia non si esprime in ordine alla declinazione delle forme di manifestazione della libertà religiosa nello spazio pubblico così come per quanto riguarda la libera scelta originaria in caso di discendenza rigorosamente musulmana, ed infine per ciò che concerne l’apostasia.
Alla discriminazione della pratica di libertà di fede religiosa differente dall’Islam si ricollega la preoccupante normativa in materia di minoranze disciplinato dall’art.25 della Carta.Infatti l’art.25 esclude che i diritti fondamentali riconosciuti ai singoli cittadini appartenenti a gruppi minoritari – in particolare di praticare i precetti della religione di appartenenza, di utilizzare la propria lingua distinta da quella araba, di seguire la propria cultura – possano essere praticati ed esercitati in comune con gli altri membri appartenenti alla minoranza.Si deve infine porre la questione dirimente della giustiziabilità dei diritti contemplati dalla Carta della Lega degli Stati Arabi.La garanzia dell’effettività ed efficacia della stessa in relazione agli ordinamenti giuridici interni degli stati aderenti è inficiata dall’assenza di strumenti giurisdizionali a tutela dei principi sanciti e di criteri sanzionatori per l’eventuale violazione degli stessi principi.
Il tema delle garanzie giurisdizionali previste a tutela dei diritti umani della Carta purtroppo rimarca il preoccupante quesito di fondo che comunque giace irrisolto al fondo del pensiero giuridico e degli ordinamenti normativi dei paesi islamici ed arabi in particolare: la persona umana è titolare di libertà e diritti inalienabili in quanto persona umana o solo subordinatamente alla sua appartenenza ad una data comunità religiosa o nazionale? Il quadro giuridico della tutela dei diritti umani nei Paesi arabi islamici non è particolarmente confortante, anzi indica un preoccupante ritardo nella coscienza civile dei legislatori: per quanto riguarda la UE in particolare, la posizione dei Paesi arabi islamici è in rotta di collisione permanente con i cosiddetti principii di Copenaghen, che costituiscono la “cornice costituzionale” dell’Aquis Communautaire, il complesso delle norme comunitarie.E’ anche per questo motivo che l’Europa ha tutto l’interesse, sul versante dei trattati internazionali per la promozione dei diritti della persona, ad agire in maniera strategica unitaria, anziché esprimere politiche contrapposte a spot. Solo in tal modo il Mediterraneo potrà rimanere un ponte fra il Nord e il Sud, anziché essere una linea di confine caratterizzata da enormi divari socioculturali ed economici, pronta a trasformarsi in area di scontro e conflitto analoghi a quelli ipotizzati da Samuel Huntington nelle sue previsioni sullo “scontro di civiltà”.
professore aggregato di storia del diritto medievale e moderno
docente di regimi internazionali
Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali - Milano
[1] Ivan C Iban, Europa, diritto, religione, Bologna, 2012, pag.21
[2] E.W.Boeckenfoerde, Recht, Staat, Freiheit, Frankfurt am Mein, 1991, pag.112 segg.
[3] M. Borrmans, Convergenze e divergenze tra la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 e le recenti dichiarazioni dei diritti dell’uomo nell’Islam, op.cit., pag.35.
4 A.Ferrari, Diritto e religione nell’Islam mediterraneo, Bologna, 2012 pag.16
[5] R.Sacco, Introduzione al diritto comparato, Torino, 1989, pag.24
[6] G.Gozzi, Diritti e civiltà – Storia e filosofia del diritto internazionale, Bologna, 2010, pag.248
[7] Dichiarazione del Cairo dei diritti dell’uomo nell’Islam, testo tradotto in italiano in https://wwwstudiperlapace.it
[8] M.Borrmans, Convergenze e divergenze tra la Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo del 1948 e le recenti dichiarazioni dei diritti dell’uomo nell’Islam, op.cit., pag.40
[9] H.Chekir, La modernisation de la Charte arabe des droits de l’homme, in Iura Gentium-Centre for Philosophy of International Law and Global Politics, in https://www.tsd.unifi.it