Source: https://www.personaedanno.it/diritto-procedura-esecuzione-penale/lavoro-immigrazione/
Timestamp: 2017-03-29 22:45:43+00:00
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lavoro, immigrazione - Persona e Danno
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31/10/13 "NESSO DI CAUSALITÀ E SICUREZZA DEI LAVORATORI" - Cass. Pen. 20970/13 - Francesco M. BERNICCHI Si prende in esame una recente sentenza della Corte di Cassazione (Sez. IV Penale n. 20970/13 depositata in data 15 Maggio) relativa al tema del nesso di causalità penale nello specifico ambito della sicurezza sul lavoro.
Il fatto, in breve: il G.i.p. presso il Tribunale di Perugia con sentenza del Settembre 2007 affermava la penale responsabilità di Tizio, nella sua qualità di titolare della Rossi Costruzioni in ordine al reato di cui all'articolo 589 c.p. (omicidio colposo) per aver cagionato la morte di tre lavoratori: Caio, Sempronio e Mevio.
Al datore di lavoro si contestava di non aver adeguatamente addes ... leggi tutto ›
08/06/12 "LA COMMISSIONE DI FATTISPECIE DI PARTICOLARE TENUITA' COSTITUISCE MOTIVO OSTATIVO ALLA CONCESSIONE DELLA CITTADINANZA?" - Antonino DI MAIO Lo stato di cittadinanza è una qualità giuridica riguardante la posizione ricoperta da un soggetto all’interno di un dato gruppo sociale (lo Stato), il cui riconoscimento comporta l’attribuzione di una serie di diritti e doveri civili e politici come ad esempio il diritto di elettorato attivo e passivo e di accesso agli impieghi pubblici, il dovere di difendere la Patria e di esser fedeli alla Repubblica.
09/05/12 "RESPONSABILITA' DEL VENDITORE:FORMALITA' PER LE DELEGHE AL CONTROLLO" - Cass.Pen. 16963/2012 - Giulia GAMBULI Si prende in esame una sentenza della Corte di Cassazione, sezione III penale n.16963 depositata l’8 Maggio del 2012, relativa al controllo sull’esercizio di vendita e l’onere relativo alle attività di controllo di un supermercato.
Si riportano, in breve, i fatti della vicenda: il Tribunale di Pisa, nella sezione distaccata di Pontedera, ha condannato P.L. per il reato di cui all’articolo 5 della l.n. 283/1962 (Disciplina igienica della produzione e della vendita delle sostanze alimentari e delle bevande.)Egli, infatti, in qualità di legale rappresentante del Supermercato “Conad” deteneva delle focacce farci ... leggi tutto ›
17/04/12 "DOLO EVENTUALE E VIOLAZIONE DEL DOVERE DI SICUREZZA" - Antonino DI MAIO I giudici del Tribunale di Torino, con sentenza del 13 febbraio 2012, hanno condannato gli ex dirigenti della Eternit s. p. a. a sedici di reclusione e al pagamento di numerosi risarcimenti a titolo provvisionale inerenti i danni patiti dai familiari delle vittime, dai malati delle patologie asbesto- correlate e dai Comuni coinvolti in questa triste vicenda. Il Giudice per le indagini preliminari ha disposto il rinvio a giudizio degli ex titolari degli impianti per la produzione di amianto siti a Casale Monferrato (in provincia di Alessandria), Cavagnolo (Torino), Rubiera (Reggio- Emilia), e Bagnoli (Napoli) poiché la persisten ... leggi tutto ›
24/03/11 "ESPOSIZIONE AD AMIANTO E RESPONSABILITA' PENALE: RASSEGNA GIURISPRUDENZIALE" - Roberto BARTOLI A distanza di quasi dieci anni manca ancora un’indagine dettagliata e organica sulla giurisprudenza successiva alla sentenza Franzese, ragion per cui non si è in condizione di sapere quale sia stato il reale impatto di questa sentenza e se abbia davvero determinato una sorta di punto di svolta nel contenimento di quegli orientamenti giurisprudenziali precedenti alla sua emissione ritenuti, a volte, troppo disinvolti nell’imputare eventi offensivi[1]. Posto infatti che la sentenza Franzese ha senza dubbio segnato un passaggio fondamentale sul piano ermeneutico, risolvendo un contrasto giurisprudenziale che si era fatto pericolosamente sterile e asfittico dal punto di vista argomentativo (il confronto si era irrigidito in una sorta di “lotta fra numeri”), ad oggi, però, per quanto riguarda il rispetto dei principi di garanzia, non vi sono elementi per dire se tale sentenza abbia tracciato binari che si muovono sul solido terreno del pieno rispetto delle garanzie oppure se porti in sé ambiguità irrisolte che adombrano possibili violazioni del principio della personalità della responsabilità penale. leggi tutto ›
10/10/11 Cass. pen., sez. III, sentenza 15 luglio - 4 ottobre 2011, n. 35895, Presidente Lombardi, Relatore Sarno - "RITARDO VERSAMENTI INPS: BASTA IL DOLO GENERICO AD INTEGRARE LA FATTISPECIE DI REATO"- DONATELLA CHICCO Per il reato di omesso o intempestivo versamento delle ritenute previdenziali ed assistenziali è sufficiente il dolo generico. E’ questo quanto affermato dalla Corte di Cassazione la quale, con la sentenza n. 35895/2011 depositata il 4 ottobre, ha chiarito che, per la configurazione del reato di omesso o intempestivo versamento delle ritenute previdenziali ed assistenziali, non è necessario che l'omissione sia connaturata da un intento fraudolento, ma è sufficiente la semplice coscienza e volontà della omissione o della tardività nei pagamenti, configurando esso stesso un comportamento penalmente rilevante. Il caso in esame riguarda un imprenditore che, per circa un anno, non aveva versato le ritenute previdenziali ed assistenziali, non adempiendo quindi agli obblighi previsti per legge. Condannato in primo grado e ridotta la pena in secondo, l'imputato propone, quindi, ricorso per Cassazione, la quale dichiara lo stesso inammissibile in quanto manifestamente infondato. Osservano gli Ermellini che «per la sussistenza del reato rilevano il pagamento della retribuzione e la scadenza del termine previsto per il versamento all'INPS». Nel caso de quo, le retribuzioni sono state regolarmente pagate, ma il mancato versamento è sufficiente a giustificare la decisione dei giudici di merito di condannare l'imprenditore. In primo luogo, al contrario di quanto sostenuto dal ricorrente, è ammissibile la testimonianza resa dall'ispettore del lavoro concernendo la stessa attività di accertamento espletata direttamente. Per i giudici di Piazza Cavour non è necessaria, dunque, alcun’altra indagine per la prova della condotta illecita poiché è sufficiente la testimonianza dell’ispettore del lavoro il quale abbia verificato telematicamente, e dunque anche senza una visita ispettiva, i ritardi o le omissioni nei versamenti. Alla luce di tali considerazioni è da segnalare che, entrato in vigore il 2 gennaio 2006, il DURC (Documento Unico di Regolarità Contributiva) è un certificato che, sulla base di un’unica richiesta, attesta contestualmente la regolarità di un’impresa per quanto concerne gli adempimenti previdenziali, assicurativi e assistenziali INPS,INAIL e Cassa Edile, verificati sulla base delle rispettive normative di riferimento. Il DURC è diventato rapidamente un elemento fondamentale per l’attività delle imprese, unificando i vecchi certificati di regolarità contributiva che venivano rilasciati singolarmente da INPS, INAIL e Casse Edili, avviando la condivisione delle informazioni e di approfondire l’integrazione della procedura. Attraverso il DURC, il legislatore si è proposto di rendere l’ambiente più sano e competitivo, evitando che le imprese regolari debbano subire la sleale pressione concorrenziale delle imprese non in regola con gli adempimenti obbligatori. Inoltre, poiché spesso le imprese inadempienti alle diverse osservanze sono anche quelle che mostrano le carenze più gravi dal punto di vista dell’applicazione della normativa sulla prevenzione degli infortuni; infatti un obiettivo non secondario del DURC è quello di costituire un incentivo all’applicazione delle leggi sulla tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori del settore edile. Ed è proprio questo il sistema informatico al quale la Suprema Corte fa riferimento: una struttura abbastanza recente ma in grado di fornire elementi chiari e precisi sul versamento o meno degli oneri previdenziali e assistenziali da parte delle imprese, oggetto della presente trattazione. Poiché l’obiettivo principale del DURC è quello di rendere il mercato più trasparente creando un ambiente competitivo più sano e non quello di penalizzare le imprese sostanzialmente regolari, la procedura è in grado di distinguere le condizioni di mera irregolarità formale da quelle più gravi, in modo da non penalizzare le imprese sane. Fattore che, senza ombra di dubbio, è stato preso in stretta considerazione dalla Cassazione, quando afferma che “Quanto all'omesso versamento delle ritenute si deve ritenere correttamente motivata la decisione di appello. Al riguardo va preliminarmente osservato che è certamente ammissibile la testimonianza resa dall'ispettore del lavoro concernendo la stessa attività di accertamento espletata direttamente. Né rilevano evidentemente le modalità dell'accertamento stesso, non contestandosene in questa sede la regolarità”. In seconda battuta, rileva la Suprema Corte che il processo penale è regolato dai principi di non tassatività dei mezzi di prova e del libero convincimento del giudice. Il giudice può trarre elementi di convincimento in ordine all’omissione del versamento anche dalla successiva domanda di sanatoria presentata dall'imputato. Del resto, chiarisce la Cassazione che il giudice ben può, dunque, come in questo caso, “trarre elementi di convincimento in ordine alla omissione del versamento anche dalla successiva domanda di sanatoria”. Del resto, anche logicamente, argomentano i giudici, tale istanza segue normalmente la volontà di regolarizzare precedenti mancanze. Quanto all'elemento psicologico, infine, gli Ermellini richiamando un vecchio orientamento, precisano che il reato di omesso o intempestivo versamento di ritenute previdenziali e assistenziali (l. n. 638/1983) «non richiede il dolo specifico, esaurendosi con la coscienza e volontà della omissione o della tardività del versamento delle ritenute e che, pertanto, è sufficiente il dolo generico», questo non è comunque intaccato dalla tardività del versamento (Sez. 3 sent. 07044/1987). La S.C. dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonché al versamento, in favore della Cassa delle ammende, della somma di euro 1.000,00 (d.c.).
23/06/11 Cass. pen., sez. V, 16 giugno 2011, n. 24395, Pres. Amato, Rel. Demarchi Albengo -"QUANDO IL COLLEGA TI E`NEMICO" – Donatella CHICCO Si chiama “mobbing”, un fenomeno di strategia persecutoria, di terrorismo psicologico consistente nell’arte strisciante della calunnia, dello sgambetto tra le scrivanie e della pugnalata alle spalle, che si sviluppa nell’ambiente di lavoro. Un termine inglese per un fenomeno italiano: il mobbing, infatti, si concretizza in un fatto illecito consistente nella sottoposizione del lavoratore ad azioni che, se pur singolarmente considerate non presentano carattere illecito, unitariamente risultano invece moleste ed attuate con finalità persecutorie, tali da rendere penosa per il lavoratore la prosecuzione del rapporto di lavoro. La strategia è semplice: basta una parolina sull’inaffidabilità economica del collega, sui presunti debiti di gioco per “rovinare” la reputazione e la capacità lavorativa di un collega. In questi anni, la Magistratura ha indicato alcuni elementi distintivi del mobbing, giudicati col passare del tempo essenziali e irrinunciabili, al fine di meglio identificare e riconoscere tale nuova fattispecie giuridica. La Corte di Cassazione, in particolare, anche nelle sentenze più recenti, confermando la tesi prevalente, ha tradotto il termine inglese “mobbing” con “persecuzione”, poiché il fenomeno può essere descritto soltanto come un coacervo di azioni (legali e non) finalizzate a un obiettivo specifico (l’estromissione del lavoratore dal gruppo umano), attuate per un congruo periodo (Cass., sez. lavoro, sent.n. 12048 del 31.05.2011) e, soprattutto, artatamente congegnate dall’autorità vigente, cioè da chi può premiare e punire i sottoposti, quindi anche abusare di tale potere a fini estorsivi. Queste strategie di sopruso, spesso presenti in vari ambienti di lavoro, segnano in modo indelebile i lavoratori, danneggiando drammaticamente le loro esistenze (e quelle dei familiari): ciò accade, in particolar modo, quando la persecuzione si perfeziona con il licenziamento o addirittura con l’infamante licenziamento disciplinare, che aggiunge dolore a chi già soffre per l’incomprensione di parenti e amici e per la perdita del proprio ruolo sociale. Alla luce di tale breve premessa, la Corte di Cassazione, con la sentenza in esame, ha affermato la rilevanza penale del comportamento del professionista che, per costringere il collega a recedere dall’associazione, gli fa dei «dispetti». La questione riguarda uno dei titolari di uno studio associato di commercialisti, il quale veniva condannato per il reato di violenza privata (art. 610 c.p.) nei confronti di un collega. Le condotte poste in essere dall'imputato consistevano nello scollegare dalla rete il computer del collega, inibendo lo svolgimento regolare dell'attività professionale e nel trattenere le chiavi della stanza, impedendone l'accesso. Tale spiacevole comportamento era finalizzato ad ottenere la sottoscrizione, da parte del collega «mobbizzato», di un atto con il quale si disponeva lo scioglimento dell'associazione professionale nei suoi confronti. L'imputato presentava ricorso per Cassazione eccependo la mancanza di motivazione ed in particolare il travisamento delle prove, in quanto la decisione era fondata principalmente su riscontri di testimoni e sulle dichiarazioni della persona offesa. Innanzitutto, come hanno specificato le Sezioni Unite in tema di illeciti posti in essere nei confronti dei lavoratori, il primo e principale elemento ai fini di riscontrare il mobbing è quello di valutare l'intensità lesiva, la gravità e l’offensività delle condotte datoriali illecite. Sul punto, la Suprema Corte ha infatti statuito che “l'idea di valorizzare l'elemento soggettivo della condotta lesiva, è non solo incompatibile col diritto vigente ma condizionerebbe ogni tutela alla difficile prova di tale elemento. Quello che conta, invece, è la oggettività e offensività della condotta lesiva (Cass. Sez. Unite n. 5295 del 1997).” Quanto al punto in oggetto, sovente i lavoratori lamentano di supposte discriminazione, demansionamento, disparità di trattamento; pur tuttavia, nella gran parte dei casi, le condotte datoriali possono essere considerate si inopportune, infelici, tali da non valorizzare e tenere in grande considerazione il valore, la professionalità e la persona del lavoratore ma non sono obbiettivamente mobbizzanti. Nel caso che qui occupa, la Corte di Cassazione, in primo luogo, ha premesso che le doglianze del ricorrente non possono essere accolte perché basate su una diversa interpretazione delle prove e quindi non inerenti a un giudizio di legittimità, ma piuttosto a un giudizio di merito; sottolinea, invece, che la motivazione della sentenza impugnata è legittima perché è evidente che alla persona offesa fu impedito di accedere alla propria stanza e di utilizzare il proprio computer. Gli ermellini, infine, affermano la piena sussistenza dell’elemento soggettivo del dolo. Infatti, per la Corte, non ci sono dubbi che l'imputato abbia posto in essere le condotte volontariamente e al fine di ottenere, mediante coartazione della volontà della persona offesa, il suo recesso: al rigetto del ricorso consegue la condanna al pagamento delle spese giudiziali. (d.c.)
31/05/11 Cass. pen., Sez. IV, 3 febbraio 2011 – 18 maggio 2011, n. 19555, pres. Marzano, rel. Vitelli Casella – "E' RESPONSABILE IL DIRIGENTE, NONOSTANTE L'IMPRUDENZA DELL'OPERAIO" - Elisa GENTILE L’imprudenza dell’operaio ed il suo concorso nella produzione dell’evento non esclude la responsabilità del dirigente: in tal senso si è pronunciata la Sezione IV della Corte di cassazione, dichiarando inammissibile il ricorso dell’imputato. La vicenda in oggetto nella sentenza in epigrafe vedeva un operaio procurarsi delle lesioni personali gravi, per aver inavvertitamente appoggiato la mano sulla lama della macchina rettificatrice, il cui funzionamento non aveva provveduto ad arrestare quando aveva allungato la stessa mano nel tentativo di fermare la caduta a terra di uno dei pezzi che aveva allineato sulla macchina. A seguito di tale fatto, veniva condannato in primo e secondo grado l’imputato per il reato di cui all’art. 590, commi 1, 2 e 3 c.p., in qualità di componente del Consiglio di amministrazione della società e di responsabile della gestione aziendale, per non aver né adeguato la macchina alle prescrizioni antinfortunistiche predisponendo idonee misure di protezione né richiesto ai propri dipendenti l’osservanza delle disposizioni aziendali in materia di sicurezza, in violazione dell’art. 2087 c.c. e dell’art. 35, comma 1, e 72 d.lvo n. 626/1994. L’imputato ricorreva in cassazione lamentando, in particolare, la sussistenza dell’aggravante della violazione della normativa antinfortunistica, dal momento che l’infortunio doveva imputarsi a colpa dell’operaio poiché, non avendo quest’ultimo prestato attenzione all’operazione che stava compiendo, non era riuscito ad evitarlo nonostante l’esperienza di lavoro ultraventennale. Gli Ermellini hanno affermato che il concorso del dipendente alla produzione dell’evento, con una condotta imprudente, non esclude la responsabilità del datore di lavoro né la sussistenza dell’aggravante del fatto commesso con violazione della disciplina antinfortunistica e, nello specifico, dell’art. 35, comma 1, d.lvo 626/1994. Ad ogni modo, l’infortunio era stato causato altresì dalla mancata adeguazione della macchina rettificatrice (già obsoleta) agli specifici congegni di sicurezza idonei a bloccarne il funzionamento, per omissione del datore di lavoro. Alla luce di tali argomentazioni, non sembra potersi riscontrare alcuna novità nella sentenza in commento, essendosi il Supremo Collegio conformato agli indirizzi giurisprudenziali in materia (si veda, tra le più recenti, Cass. pen., sez IV, 28 febbraio 2008, n. 16465; Cass. pen., sez IV, 12 giugno 2009, n. 37467; Cass. pen., sez. fer. 12 agosto 2010, n. 32357). (e.g.)
02/02/11 Cass. pen., Sez. II, 14 dicembre 2010-19 gennaio 2011, n. 1284, pres. Bardovagni, rel. Rago - "IL DATORE DI LAVORO ED IL REATO DI ESTORSIONE NEL RAPPORTO DI LAVORO" - Elisa GENTILE La condotta del datore di lavoro che costringe le sue dipendenti, mediante la minaccia di licenziamento, a firmare buste-paga superiori alla prestazione lavorativa effettivamente compiuta, integra il reato di estorsione di cui all’art. 629 c.p. Così si è pronunciata la II Sezione della Corte di Cassazione, dichiarando inammissibile il ricorso dell’imputato, il quale, dopo esser stato condannato per tale delitto sia in primo che in secondo, ricorreva in cassazione deducendo tre motivi. Circa la violazione dell’art. 629 c.p., l’imputato lamentava che la Corte di Appello aveva ritenuto la sussistenza degli elementi costitutivi del reato di estorsione, pur in totale assenza di condotte idonee ad incutere timore ed a coartare la volontà dei soggetti passivi - mancando la minaccia, diretta o indiretta, palese o larvata, reale o figurata - come dimostrato dal fatto che nessuna emergenza processuale deponeva in tal senso e che entrambe le parti offese non solo avevano proposto ricorso avanti al giudice del lavoro, sostenendo di essere creditrici della ditta (di cui l’imputato è il titolare), ma si erano anche recate dai sindacati per incomprensioni verificatesi durante il rapporto di lavoro. Il Supremo Collegio, quindi, confermava il principio giurisprudenziale secondo cui la fattispecie di cui all’art. 629 c.p. è integrata dalla condotta del datore di lavoro che, approfittando della situazione di mercato per lui vantaggiosa per la prevalenza dell’offerta sulla domanda, costringa i lavoratori, con la minaccia larvata di licenziamento, ad accettare la corresponsione di trattamenti retributivi deteriori e non adeguati alle prestazioni effettuate, ed in generale, condizioni di lavoro che siano contrarie alle leggi ed ai contratti collettivi. Com’è noto la fattispecie di estorsione è un reato a forma vincolata ed ai fini della sua esistenza è necessario che il soggetto agente usi violenza o minaccia come mezzo per costringere la vittima a compiere un atto di disposizione patrimoniale. Tale atto di disposizione deve procurare all’agente (o ad altri) un ingiusto profitto con l’altrui danno. Nella sentenza in epigrafe gli Ermellini hanno richiamato le argomentazioni della Corte territoriale, affermando che per configurarsi l’ipotesi delittuosa di cui all’art. 629 c.p. è sufficiente che la minaccia sia tale da incutere una coercizione dell’altrui volontà, a nulla rilevando che si verifichi un’effettiva intimidazione del soggetto passivo. Conclusivamente, la sentenza in epigrafe si segnala per aver posto precise e puntuali conclusioni in merito all’elemento oggettivo della fattispecie di estorsione: infatti, la Suprema Corte stabilisce che la connotazione di una condotta come minacciosa e la sua idoneità ad integrare l’elemento strutturale del delitto de quo devono essere valutate in relazioni a concrete circostanze oggettive, quali la personalità sopraffattrice dell’agente, l’ambiente in cui egli opera, l’ingiustizia della pretesa e la particolare situazione soggettiva della vittima. (e.g.)
25/01/11 Cass. pen., Sez. VI, 22 settembre 2010-13 gennaio 2011, n. 685, pres. Serpico, rel. Milo - "IL MOBBING NON COSTITUISCE REATO" - Elisa GENTILE Nel codice penale non vi è una specifica figura incriminatrice che punisce il mobbing, pertanto, non costituisce reato salvo nei casi in cui fra il datore di lavoro e il dipendente sussista una consuetudine tale da rendere il rapporto assimilabile a quello familiare, integrando in tal caso il delitto di cui all’art. 572 c.p. Questa è stata la conclusione della VI Sezione della Corte di Cassazione nella sentenza in epigrafe rigettando, quindi, il ricorso della ricorrente. I fatti oggetto di giudizio riguardavano l’accusa mossa a C.G., caposquadra del settore dello stabilimento Mirafiori della Fiat spa, di aver sottoposto l’operaia M.C. (tra l’estate 2005 e il giugno 2007), che - per ragioni di salute - era esonerata dallo svolgere alcune mansioni, a trattamenti umilianti, degradanti e vessatori, imponendole ritmi di lavoro non sostenibili, rivolgendole frasi offensive e minacciando di trasferirla in un altro stabilimento, ove non avesse eseguito i suoi ordini. In relazione al reato di maltrattamenti in famiglia ex art. 572 c.p., il Giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Torino pronunciava sentenza di non luogo a procedere, perché il fatto non sussiste. Avverso tale decisione proponeva ricorso per cassazione la persona offesa costituita parte civile, lamentando la mancanza, la contraddittorietà e la manifesta illogicità della motivazione. Il Supremo Collegio rigettava il ricorso non ritenendolo fondato. Com’è noto il fenomeno sociale, generalmente noto come mobbing, è stato definito dalla giurisprudenza come una serie di atti e comportamenti aventi carattere sistematico e duraturo, di violenza e persecuzione psicologica, posti in essere dal datore di lavoro che mira a danneggiare il lavoratore al fine di estrometterlo dal lavoro. Nonostante una delibera del Consiglio d’Europa del 2000 (la quale vincolava tutti gli Stati membri a dotarsi di una normativa omogenea), non esiste nel nostro ordinamento una fattispecie penale autonoma che punisca tale condotta persecutoria. La Corte osserva, pertanto, che il mobbing potrebbe integrare il reato di maltrattamenti in famiglia, di cui all’art. 572 c.p., soltanto qualora il rapporto tra il datore di lavoro ed il dipendente o di preposto ed il lavoratore sottoposto al suo controllo sia di natura parafamiliare. Tale rapporto dovrebbe caratterizzarsi da relazioni intense ed abituali, da consuetudini di vita tra i soggetti menzionati, dalla soggezione di una parte nei confronti dell’altra, dalla fiducia riposta dal soggetto più debole del rapporto in quello che ricopre la posizione di supremazia. Non sembra ravvisabile nel caso de quo una situazione con tali caratteristiche, nonostante la condotta contestata all’imputato sia, anche se pure in astratto, riconducibile alla fattispecie di mobbing. Per la persona offesa rimane, pertanto, la sola strada del procedimento civile, costituendo il mobbing titolo per chiedere il risarcimento del danno eventualmente subito dal lavoratore a causa di condotte ed atteggiamenti persecutori del datore di lavoro o del preposto: infatti, la responsabilità datoriale ha natura contrattuale ai sensi dell’art. 2087 c.c., la quale si trova in stretto collegamento con le norme costituzionali poste a difesa del diritto alla salute (art. 32 Cost.) e del rispetto della sicurezza, della libertà e della dignità umana nell’esplicazione dell’iniziativa economica (art. 41 Cost.). Si ritiene, infatti, che il legittimo esercizio del potere imprenditoriale debba trovare un limite insuperabile nell’inviolabilità di tali diritti e nell’imprescindibile esigenza di impedire comunque l’insorgenza o l’aggravamento di situazioni patologiche pregiudizievoli per la salute del lavoratore, assicurando allo stesso serenità e rispetto nella dinamica del rapporto lavorativo, anche di fronte a situazioni che impongano l’eventuale esercizio nei suoi confronti del potere direttivo o addirittura di quello disciplinare. Ancora una volta viene ribadito dagli Ermellini della Corte il vuoto normativo in materia, sembra a parere di chi scrive auspicabile un intervento del legislatore sul tema. (e.g.)
04/05/10 Cass. pen., sez. IV, 19 aprile 2010, n.15081, pres. Zecca, rel. Romis – "INTRECCI DI RESPONSABILITA` TRA APPALTATORE E COMMITTENTE NEL CONTRATTO DI APPALTO"- Donatella CHICCO La Cassazione, con la sentenza n.15081, depositata il 19 aprile, ha confermato la condanna per lesioni colpose impartita dai Giudici di merito nei confronti dei titolari di una impresa appaltatrice che, al termine dei lavori, avevano lasciato in strada del materiale pericoloso a causa del quale si era poi verificato un incidente. Secondo la ricostruzione della vicenda, i tre imputati (dirigente, datore di lavoro e committente dei lavori eseguiti) erano stati tratti a giudizio perché, mentre eseguivano lavori edili di rifacimento del tetto presso la casa della parte lesa, avevano omesso di porre in essere misure idonee di sicurezza finalizzate a custodire in appositi recipienti, con chiusura sicura, sostanze caustiche. Da tale comportamento era derivata la lesione grave ad un bambino, il quale, mentre giocava a pallone con un altro minore nei pressi del cantiere, fu colpito all’occhio destro da una manciata di polvere raccolta in strada (polvere formata da sostanze caustiche) e lanciata proprio dal compagno di giochi. Accurato, senza ombra di dubbio alcuna, che i sacchi contenenti la calce furono addossati ad un muretto di fronte all’abitazione anziché appositamente custoditi nel garage e che appartenevano al cantiere gestito dagli imputati, quest’ultimi in primo e secondo grado erano stati condannati per lesioni colpose, avendo violato la normativa antinfortunistica e per colpa generica. Erano stati inoltre condannati al risarcimento del danno in favore del padre del minore, costituitosi parte civile. Gli imputati predetti hanno proposto ricorso articolato in quattro punti, deducendo nello specifico che “[…] non sarebbe ravvisabile il nesso di causalità tra la condotta del titolare e l’evento, dovendo questo ritenersi riconducibile a comportamento doloso di un terzo da solo sufficiente a determinare l’evento stesso” ed ancora che “ in un contratto di appalto […] la riferibilità del dovere di sicurezza, oltre che al datore di lavoro – di regola l’appaltatore- grava anche sul committente con conseguente possibilità, in caso di infortunio, di intrecci di responsabilità coinvolgenti anche il committente stesso”, ma che nel caso de quo è mancato da parte della Corte territoriale un approfondito esame proprio su circostanze fattuali rilevanti ai fini della individuazione di profili di colpa nella condotta dell’appaltatore-committente. Muovendo l’analisi da quest’ultimo argomento, data per certa la responsabilità di titolare e sorvegliante per violazione della normativa antinfortunistica, la Cassazione ha specificato i parametri per valutare la "colpa" del committente. La Corte, in proposito, ha chiarito come, con la stipulazione di un contratto di appalto, venga trasferita, dal committente all’appaltatore, la responsabilità per la prevenzione degli infortuni nell’esecuzione dei lavori. In particolare, quindi, nel caso in cui l'appaltatore ometta di provvedere alle misure di sicurezza prescritte, il committente risponde anch’egli dell’infortunio eventualmente determinatosi, solo quando, però, tale omissione, consistendo nella palese violazione di norme antinfortunistiche, sia immediatamente percepibile e il committente sia in grado di accorgersi senza particolari indagini dell’inadeguatezza delle misure di sicurezza. D’altro canto, però, non può esigersi dal committente un controllo pressante, continuo e capillare sull’organizzazione e sull’andamento dei lavori, non potendo prescindersi, ai fini dell’individuazione delle responsabilità penali in caso di infortunio, da un attento esame della situazione fattuale. Alla luce di tali considerazioni, il collegio di piazza Cavour spiega che va evitata una sorta di responsabilità oggettiva a carico del privato che assolda la ditta, ma che questa va verificata sulla base del rispetto di alcune regole. La prima accortezza è quella di verificare che la società prescelta possieda i titoli e la professionalità per svolgere l'attività commissionata, mentre la seconda è nella necessità di non mettere in atto nessuna ingerenza nell'attività da svolgere. Gli ermellini sottolineano anche un terzo punto in grado di aiutare il giudice a valutare la responsabilità del committente, ovvero quello di verificare la possibilità per quest'ultimo di accorgersi, senza particolari indagini, dell'inadeguatezza delle misure di sicurezza. Un esame che, nel caso specifico, il committente supera evitando la condanna nelle remore del nuovo esame preposto, su rinvio, in capo alla Corte d’Appello di Caltanissetta, che si atterrà ai principi di diritto sopra citati. Su ricorso proposto dai tre imputati, per quanto riguarda la loro convinzione dell’inesistenza del nesso causale tra l’evento criminoso e la loro responsabilità, gli ermellini hanno stabilito che “in tema di rapporto di causalità, ai sensi dell’ultimo comma dell’ art.41 c.p., secondo cui le disposizione precedenti si applicano anche quando la causa preesiste, simultanea o sopravvenuta consiste nel fatto lesivo altrui, il nesso di causalità non resta escluso dal fatto volontario altrui, cioè quando l’evento è dovuto anche all’imprudenza di un terzo o dello stesso offeso, poiché il fatto umano, involontario o volontario, realizza anch’esso un fattore causale, al pari degli altri fattori accidentali o naturali” (Sez. IV, 6 maggio 1986, n. 172820). Sulla base di tali principi e come supportato da copiosa Giurisprudenza, per escludere il nesso causale è necessario che il fatto configuri, per i suoi caratteri, una vera e propria causa eccezionale, atipica, non prevista né prevedibile, che sia stata da sola sufficiente a determinare l’evento. Situazione non verificatasi nel caso concreto. (d.c.)
19/04/10 Cass. pen., sez. IV, 26 gennaio 2010, n. 3360, pres. Mocali, rel. Romis– "IN MANCANZA DI AUTONOMIA DI SPESA IL DATORE DELEGANTE RESTA RESPONSABILE DELL'INFORTUNIO SUL LAVORO"- Eva STANIG Una nuova sentenza della Corte di cassazione che va a confermare quanto già più volte ribadito in tema di violazioni antinfortunistiche, andando ulteriormente ad estendere la larga trama di obblighi di garanzia gravanti sul datore di lavoro. Più precisamente la vicenda concerne l’amministratore di una s.p.a, imputato a titolo di omicidio colposo aggravato dalla violazione delle norme antinfortunistiche per avere per colpa cagionato la morte di un operaio, caduto, riportando lesioni mortali, dall’ultimo piano di un edificio durante i lavori di intonacatura e gessatura. La suddetta responsabilità, accertata in seguito al riscontro dell’assenza in cantiere di idonee misure di protezione dal pericolo di caduta nel vuoto, veniva ascritta all’imputato nonostante egli non fosse il datore di lavoro del manovale deceduto, posto che la sua ditta si occupava delle sole opere di costruzione delle opere in muratura, essendo stati i lavori di intonacatura affidati in subappalto. A seguito del gravame proposto, la Corte d’Appello confermava la decisione dei giudici di prime cure sottolineando come l’imputato, quale committente dei lavori detti, aveva non solo l’obbligo di verificare l’idoneità tecnica dell’impresa appaltatrice ma, data l’interferenza tra le due attività, quello di predisporre egli stesso le misure di sicurezza adeguate, coordinando con l’appaltatore gli interventi di sicurezza. A conferma della condanna veniva posto, altresì, in rilievo l’assenza tanto di una condotta abnorme del lavoratore quanto di soggetti muniti di delega alla prevenzione e sicurezza, con piena autonomia di gestione e spesa. Ed è proprio su tale ultimo aspetto che la Corte di Cassazione ha concentrato la sua attenzione, costituendo, per contro, orientamento consolidato la corresponsabilità tra committente ed appaltatore per le violazioni delle misure prevenzionali, tanto più ove, come nel caso di specie, non è dato rinvenire una piena autonomia dell’appaltatore nell’esecuzione dei lavori. Altrettanto condiviso è l’indirizzo interpretativo favorevole alla possibilità di delegare gli obblighi di prevenzione in materia di infortuni sul lavoro gravanti sul datore a soggetti terzi, purchè l’atto di delega sia espresso, non equivoco, certo e investa una persona tecnicamente capace, dotata delle relative cognizioni tecniche e dei relativi poteri decisionali e di intervento, che abbia accettato il suddetto incarico. Resta, in ogni caso, fermo l’obbligo per il datore di vigilare in concreto che il delegato faccia fronte agli interventi di sicurezza secondo quanto prescritto dalla legge, non valendo il solo fatto della delega ad escludere la sua responsabilità. Meno notorio, invece, è il fatto che il datore non vada esente da responsabilità anche qualora la delega alla sicurezza, pur affidata ad un soggetto in astratto competente e capace, non sia accompagnata dalla dotazione al medesimo dei mezzi finanziari idonei a consentirgli di adempiere agli obblighi di prevenzione in piena autonomia. Ed è proprio questo che si è verificato nel caso in esame: i due soggetti individuati dall’imputato, uno in qualità di collaboratore per il servizio di prevenzione, l’altro come quale direttore di cantiere, erano, infatti, privi di qualsivoglia autonomia di spesa. Da qui la conferma della condanna dell’imputato, unico tenuto all’attuazione della prevenzione ex d.lgs. 626/94 in mancanza di altri delegati con piena autonomia decisionale e di spesa. (e.s.)
19/02/10 Cass. pen., Sez. I, sentenza n. 601/2010; depositata il 11 gennaio 2010; Pres. Silvestri, Rel. Capozzi - "DIMENTICARE IL PERMESSO DI SOGGIORNO A CASA E' REATO" - Elisa GENTILE Il comportamento dell'immigrato extracomunitario di nazionalità marocchina che, pur in possesso di regolare permesso di soggiorno, non ottempera l’invito rivoltogli dal personale della Questura di esibirlo, in quanto al momento del controllo l’imputato non aveva con sé tale documento, ovvero alcun altro documento di riconoscimento, integra il reato di cui all’art. 6 comma 3 del decreto legislativo 25 luglio 1998 n. 286 (Testo Unico Immigrazione). Così si è pronunciata la I Sezione della Corte di Cassazione, annullando la sentenza di secondo grado della Corte d’Appello di Trento sezione distaccata di Bolzano, la quale era stata impugnata dal Procuratore Generale presso la Corte d’Appello stessa deducendo, in particolare, la violazione dell’art. 6 comma 3 d.lvo 286/1998 per erronea interpretazione della norma, in quanto il fatto che l’imputato avesse fornito le sue esatte generalità non escludeva che lo stesso non avesse esibito uno dei documenti previsti dalla disposizione di legge (vale a dire il permesso di soggiorno o un altro documento di riconoscimento), costringendo i pubblici ufficiali ad accompagnare l’imputato in Questura ed a effettuare ricerche per la sua identificazione. Nella sentenza in esame il Supremo Collegio si è occupato della contravvenzione punita ai sensi dell’art. 6 comma 3 d.lvo 286/1998, la quale è stata oggetto di una recente modifica da parte della legge del 15 luglio 2009 n. 94 (in materia di “sicurezza pubblica”) che ha modificato gran parte del Testo Unico sull’immigrazione, introducendo altresì il reato di clandestinità. Con solo riferimento alla disposizione che qui ci interessa, la recente legge dell’estate sul piano sanzionatorio ha raddoppiato le pene (arresto fino ad un anno anziché fino a sei mesi, e ammenda fino ad euro 2.000 anziché fino ad euro 413) e punisce “lo straniero che, a richiesta degli ufficiali e agenti di pubblica sicurezza, non ottempera, senza giustificato motivo, all’ordine di esibizione del passaporto o di altro documento di identificazione e del permesso di soggiorno o di altro documento attestante la regolare presenza del territorio dello Stato”. Non si può fare a meno di notare che la durezza delle pene ha posto in dottrina dubbi sulla legittimità costituzionale della disposizione de qua, in particolare per violazione dell’art. 3 Cost. se confrontata con la fattispecie generale ben più mite di cui all’art. 651 c.p. (che punisce il “Rifiuto d’indicazioni sulla propria identità personale”): infatti, quest’ultima contravvenzione è un reato comune punito alternativamente con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda fino ad euro 206 (Gatta, Il “reato di clandestinità” e la riformata disciplina penale dell’immigrazione, Diritto penale e processo, 11/2009, p. 1336). Circa la descrizione della fattispecie penale la legge n. 94/2009 ha sostanzialmente apportato due novità: - il comma in esame fa riferimento agli “altri documenti attestanti la regolare presenza nel territorio dello stato”, che consente di punire anche chi non esibisce documenti diversi dal permesso di soggiorno (Barbuto, Inottemperanza all’ordine di esibizione di documenti di identificazione e del permesso di soggiorno, in Corbetta, Della Bella, Gatta (a cura di), Sistema penale e “sicurezza pubblica”: le riforme del 2009, Milano, 2009, p. 231); - l’introduzione della congiunzione “e”, prima della parola “permesso di soggiorno”, che letteralmente consente di interpretare la norma incriminatrice come se punisse l’ingiustificata congiunta esibizione dei documenti d’identità “e” del permesso di soggiorno (Bricchetti, Pistorelli, Responsabilizzati i proprietari al momento dell’affitto, in Guida diritto 2009, 34, 51). Appare opportuno osservare che l’indirizzo giurisprudenziale (ricordato anche dalla stessa Corte nella sentenza in esame) delle Sezioni Unite del 2003 (Cass. Sez. Unite, 29.10.2003, n. 45801, in Cass. pen. 2004, 776), la quale si è preoccupata di risolvere il contrasto giurisprudenziale in merito all’ambito di applicazione del termine “straniero” nella contravvenzione de qua, può continuare ad essere richiamata nonostante le modifiche apportate dalla legge n. 94/2009. In particolare, le Sezioni Unite erano state chiamate a dirimere il contrasto giurisprudenziale, derivante da due contrapposti orientamenti circa la nozione di “straniero”: 1. secondo l’orientamento prevalente il reato di mancata esibizione da parte dello straniero, senza giustificato motivo, di passaporto o altro documento di identificazione, ovvero di permesso o carta di soggiorno era configurabile non solo a carico degli stranieri regolarmente entrati e soggiornanti in Italia, ma anche a carico di quelli entrati clandestinamente ed eventualmente sprovvisti di qualsiasi documento, salvo che costoro non avessero fornito la prova dell’avvenuta sottrazione o distruzione, per cause ad essi non imputabili, del documento precedentemente posseduto (fra le tante cfr. Cass. pen., Sez. I, 4.4.2003, Pasha, in C.E.D. Cass., n. 225328); 2. secondo un diverso orientamento, non integrava il reato previsto dall’art. 6 comma 3 t.u. immigrazione, la condotta dello straniero extracomunitario entrato clandestinamente nel territorio che non esibiva, a richiesta degli ufficiali o degli agenti di pubblica sicurezza, il passaporto o altro documento d’identificazione, ovvero il permesso o la carta di soggiorno (Cass. pen., Sez VI, 6.6.2003, Rrasa, in Dir. giust., 2003, n.32, p.135). Le Sezioni Unite hanno accolto l’orientamento prevalente e hanno affermato che la disposizione in esame, equiparando tra loro (ai fini dell’integrazione del fatto tipico) il passaporto (o altro documento identificativo) e il permesso (o carta) di soggiorno esprimeva chiaramente la ratio della disposizione, vale a dire l’interesse dello Stato all’identificazione dei cittadini stranieri presenti nel territorio italiano, a prescindere quindi dalla loro regolarità; una finalità di pubblica sicurezza dove la pena criminale “mira a sanzionare la condotta del soggetto volta ad ostacolare, senza giustificato motivo, la sua compiuta e documentale identificazione da parte degli ufficiali ed agenti di pubblica sicurezza”. Sulla base di tali argomentazioni, la Suprema Corte in quell’occasione ha avuto modo di affermare che la contravvenzione in esame si configurava sia se lo straniero, regolare o clandestino, non esibiva almeno uno di qualsiasi dei documenti previsti dall’art. 6 comma 3 d.lvo n. 286/1998 pur essendone in possesso; sia, altresì, se lo straniero essendo clandestino, non si sia munito preventivamente del passaporto o di altro documento di identificazione, e quindi non possa mostrarlo in presenza della richiesta di un agente di pubblica sicurezza. Le Sezioni Unite del 2003 concludevano la decisione indicando l’esatta funzione e ambito applicativo del requisito tipico della fattispecie, ossia la locuzione “senza giustificato motivo”, chiarendo che tale espressione non poteva consistere nella condizione di clandestinità dello straniero nel territorio dello Stato, poiché il concetto di “giustificato motivo” deve essere ricostruito caso per caso. Si è ritenuto, infatti, che nel caso concreto da giudicare non deve ricorrere alcuna circostanza, situazione, avvenimento, ecc. che giustifichi la mancata esibizione del documento da parte dello straniero, e dunque renda lecito un comportamento che viceversa (e normalmente) sarebbe penalmente sanzionato. Alla luce di quanto evidenziato e soprattutto della giurisprudenza delle Sezioni Unite, appare corretta la decisione del Supremo Collegio nell’aver annullato la sentenza impugnata: infatti, la condotta sanzionata dalla disposizione contenuta nell’art. 6 comma 3 d.lvo 286/1998 è integrata dal cittadino straniero, che si trovi regolarmente o no nel territorio dello Stato, il quale non abbia ottemperato all’ordine di esibizione degli ufficiali ed agenti di pubblica sicurezza, senza giustificato motivo, del passaporto o di altro documento di identificazione, nonostante fosse fornito di tale documento pur avendolo lasciato nella propria abitazione. (e.g.)
26/06/09 Cass. pen., sez. IV, 26 giugno 2009, pres. Lattanzi, rel. Milo – "IL DIPENDENTE DI UNA GRANDE AZIENDA NON PUO' OTTENERE UNA CONDANNA PENALE DEL DATORE DI LAVORO PER MOBBING"- Eva STANIG Con la sentenza in esame la Corte di Cassazione ha ritenuto non penalmente rilevanti i sistematici comportamenti ostili, umilianti e lesivi della dignità personale posti in essere da il direttore di una s.p.a. nei confronti di una lavoratrice a lui sottoposta. Per contro, si è detta sicuramente percorribile la strada del procedimento civile, riconoscendo nella condotta mobbizzante il titolo per il risarcimento, ex art. 2087 c.c., del danno patito dal lavoratore a causa dell’atteggiamento persecutorio del datore di lavoro. La Corte ha giustificato la decisione adducendo la mancanza nel nostro ordinamento penale di una specifica figura incriminatrice volta a contrastare il fenomeno in questione. Tale motivazione pare in contrasto con quanto tradizionalmente sostenuto dagli interpreti. Infatti, pur in assenza di disposizioni legislative espressamente dedicate alle vessazioni nel mondo del lavoro, giurisprudenza consolidata ha costantemente riconosciuto la rilevanza penale del fenomeno in questione, procedendo via via ad individuare i vari istituti giuridici in cui sussumere la condotta del c.d. mobber. Ebbene, seppure anche nella sentenza in oggetto si affermi come mobbing sia vagamente assimilabile al reato di maltrattamenti in famiglia o verso fanciulli, si nega la responsabilità penale del datore facendo leva sulla mancanza, nel caso di specie, di quel rapporto di familiarità richiesto dall’art. 572 c.p. In altri termini, il reato menzionato, pur indicando tra i soggetti passivi anche la “persona sottoposta all’autorità dell’agente o a lui affidata… per l’esercizio di una professione o di un’arte”, non sarebbe configurabile in quanto in un’azienda di grandi dimensioni, come quella in questione, non può esistere una stretta ed abituale relazione tra datore di lavoro e dipendente, sì da determinare una comunanza di vita assimilabile a quella del consorzio famigliare. Il ragionamento detto pare pretestuoso per due ordini di motivi. In primo luogo, risulta contrastante con il principio di uguaglianza ex art. 3 Cost. escludere la punibilità del datore per il solo fatto che il comportamento mobbizzante si sia verificato in una azienda di grandi dimensioni. Di più: siamo sicuri che quando il datore di lavoro abbia “preso di mira” un certo lavoratore non si possa realizzare una condotta persecutoria tanto in un’azienda di dieci dipendenti quanto in una con cento lavoratori? In secondo luogo, posto che non potesse configurarsi il reato di maltrattamenti in famiglia, è possibile che la condotta ostile non fosse sussumibile in altre fattispecie delittuose? Sebbene la casistica degli ultimi anni dimostri come il mobbing sia prevalentemente ricondotto alla fattispecie di cui all’art. 572 c.p., certamente non mancano ipotesi di veri e propri disturbi fisio-psichici, casualmente connessi a condotte vessatorie, integranti, come tali, malattie rilevanti ai fini dell’applicabilità del reato di lesioni personali. Ancora, mentre in ambito di pubblico impiego i demansionamenti attuati con modalità vessatorie sono trattati penalmente sotto la fattispecie di abuso d’ufficio (art. 323 c.p.), in ambito privatistico viene in rilievo il reato di violenza privata (art. 610 c.p.) dove la condotta intimidatoria del datore non sia fine a sé stessa ma tenda a costringere il lavoratore a porre in essere un comportamento specifico, ad esempio a rassegnare le dimensioni piuttosto che ad accettare un trasferimento o un demansionamento (e.s.). leggi tutto ›
28/01/09 Cass.,pen.,sez. IV, 28 gennaio 2009, n. 4123, pres. P. Mocali, rel. P. Picialli - " MORTI BIANCHE E DELEGA EX D.LGS N. 81/08 " - Mirijam CONZUTTI Il quesito.
La delega in materia di sicurezza sul lavoro è trasferibile a terzi? esonera il responsabile dalla valutazione dei rischi connessi all’attività di impresa, nonchè dall’individuazione delle misure di protezione, ontologicamente connesse alla funzione e alla qualifica propria del datore di lavoro?
Il 24 marzo 2002 in uno stabilimento di Torino, si era sviluppato un incendio di vaste proporzioni, che aveva interessato la zona laminatoio. L’incendio era stato spento solo con l’intervento di sedici squadre dei vigili del fuoco e dopo 48 ore.
La predetta zona laminatoio era una zona ad alto rischio incendio, per la presenza di olio da raffreddamento delle lavorazioni. L'incendio aveva riguardato delle vasche contenenti i 20.000 litri di olio, incendiatosi durante la fase di raffreddamento delle lamiere ed aveva interessato il piano interrato, campata A e circa 60 metri di cubicoli interrati, percorsi da cavi elettrici dello stabilimento industriale. Il responsabile del comitato esecutivo, nonché titolare delle deleghe in materia di sicurezza sul lavoro, veniva condannato in primo grado per incendio colposo, per aver omesso di individuare le misure di prevenzione e protezione atte a fronteggiare l’alto rischio di incendio. Dagli atti emergeva l’esclusione di altre concause nell’incendio (come, invece, aveva ravvisato la difesa) dato che i vigili del fuoco, per fronteggiare la situazione, avevano seguito protocolli consolidati e standardizzati. I consulenti avevano evidenziato anche carenze dei presidi antincendio; i rilievi hanno appurato che i locali non erano compartimentati. Sulla carenza di un sistema di intervento ad attivazione automatica i giudici avevano osservato che, per questo tipo di impianto, si sarebbe dovuto preferire il sistema automatico, anche assumendosi il rischio che l’impianto entrasse in funzione su falso allarme. Avverso la sentenza di condanna, l’imputato condannato in primo grado, ha proposto ricorso denunciando l’erronea applicazione dell’art 449 c.p. e conseguente manifesta illogicità della sentenza, laddove aveva disatteso l’impostazione difensiva fondata sulla distinzione tra fuoco e incendio. La difesa ha dedotto, infatti, che fino all’arrivo dei vigili del fuoco le caratteristiche dell’incendio quali la vastità, la diffusività e la difficoltà di estinzione, non erano presenti. Il secondo motivo di doglianza atteneva all’erronea applicazione degli artt. 40 e 41 c.p. in tema di causalità; la difesa sosteneva, che erroneamente i giudici di secondo grado avevano escluso, che l’intervento dei vigili del fuoco fosse causa sopravvenuta, da se sola sufficiente a produrre l’evento. Il terzo motivo di lamentela dell’imputato consisteva nella mancata motivazione in riferimento all’elemento psicologico; la difesa ha, infatti, cercato di dimostrare l’erroneità della decisione nella parte in cui non aveva escluso la validità delle deleghe conferite all’imputato in materia di sicurezza. Si è anche voluto precisare, a difesa dell’imputato, che le presunte carenze relative al lamiatoio, non erano mai state portate a conoscenza dell’imputato, neanche dagli organismi di controllo. La risposta.
E' ormai principio consolidato che il datore di lavoro è il primo e il principale destinatario degli obblighi di assicurazione, osservanza, sorveglianza delle misure e dei presidi di prevenzione antinfortunistica; inoltre, anche a non voler considerare gli obblighi specifici posti a carico del datore dal Dlgs, la norma di chiusura è quella fissata dal 2087 c.c., che integra la legislazione speciale di prevenzione, imponendo al datore di lavoro di farsi garante dell’incolumità del lavoratore. Pertanto, è pacifico che il datore di lavoro, proprio in forza delle disposizioni specifiche in materia antinfortunistica e della norma generale di cui al 2087 c.c., è il “garante” per eccellenza dell’incolumità fisica e della salvaguardia personale, nonché morale, del lavoratore, con la conseguenza che se non ottempera a tale obbligo è passibile dell’imputazione di cui al II comma art 40 c.p.
Gli ermellini hanno sottolineato, che pur a fronte di una delega corretta ed efficace, non potrebbe andare esente da responsabilità il datore di lavoro allorchè le carenze nella disciplina antinfortunistica e, più in generale, nella materia della sicurezza, attengano a scelto di carattere generale della politica aziendale ovvero a carenze strutturali, rispetto alle quali nessuna capacità di intervento possa realisticamente attribuirsi al delegato alla sicurezza .
09/01/09 Cass. pen., sez. I, 09 gennaio 2009, n. 394, pres. Chieffi, rel. Di Tomassi - "IMMIGRAZIONE: MONITO DELLA CASSAZIONE CONTRO LE ESPULSIONI FACILI ED IMMOTIVATE"- Ornella STRADAIOLI Al fine di valutare la sussistenza del reato previsto dall’art. 14, comma 5 ter, d.lgs n.286/1998, di ingiustificato trattenimento dello straniero nel territorio dello Stato in violazione dell'ordine di allontanamento impartito dal Questore, il giudice deve verificare la sussistenza di un'effettiva motivazione del provvedimento. Così la Suprema Corte ha ritenuto di confermare la sentenza del Tribunale di merito di Verona con la quale veniva assolto uno straniero dal reato di cui dall’art. 14, comma 5 ter, d.lgs n.286/1998, perché il fatto non sussiste.
Ha osservato la Corte che il provvedimento mediante il quale il Questore aveva intimato all’imputato di allontanarsi entro cinque giorni dal territotio nazionale era carente di motivazione quanto all’impossibilità di trattenere lo stesso presso un centro di permanenza temporanea. Tale impossibilità, infatti, era stata motivata semplicemente ripetendo la formula normativa “non è possibile trattenere lo straniero in questione presso un centro di permanenza temporanea”, senza indicare in aggiunta alcuna ragione concreta di tale impossibilità. A parere del ricorrente Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Venezia, il decreto del Questore non abbisognerebbe nemmeno di specifiche motivazioni, in quanto provvedimento meramente attuativo del provvedimento prefettizio; chiarisce invece la Corte che ogni provvedimento amministrativo deve essere motivato e l’obbligo di motivazione, nel caso de quo, non può ritenersi adempiuto mediante il mero richiamo al provvedimento prefettizio. La motivazione del provvedimento del Prefetto e quella del provvedimento del Questore, infatti, non sono sovrapponibili, riguardando la prima i presupposti dell’espulsione e la seconda le modalità della stessa (Cass. pen., Sez. I, 15 dicembre 2005, n. 5450), dovendo il Questore effettuare una scelta tecnica tra diversi tipi di espulsione (coattiva immediata, coattiva previo trattenimento, intimazione) specificamente previste e tassativamente individuate quanto a ragioni giustificatrici.
Secondo la giurisprudenza più recente, alla quale la sentenza in commento si associa, dunque, pur potendo essere la motivazione che assiste il provvedimento di intimazione a lasciare il territorio nazionale, succinta e stringata, essa non può ridursi alla mera ripetizione della proprosizione normativa ma deve spendere qualche parola sul motivo concreto che ha impedito di trattenere lo straniero presso un centro di permanenza. In tal senso anche Cass. pen., Sez. I, 21 settembre 2004, El Mouak, e Cass. pen., Sez. I, 7 luglio 2005, n. 231944, Duraj, secondo la quale opera per entrambi i provvedimenti, prefettizio e del Questore, l’obbligo motivazionale sancito dall’art. 1, l. 241/90. Vi è tuttavia giurisprudenza minoritaria di segno opposto: così Sez. I, 9 gennaio 2004, n. 227224, Sabahi; Sez. I, 7 ottobre 2003, n. 226063, Fedi, la quale ha affermato che non è necessario che l'ordine del Questore di lasciare il territorio dello Stato espliciti le specifiche ragioni della scelta, allorché questa risulta determinata dall'impossibilità dell'accoglienza presso il centro di permanenza temporanea più vicino per indisponibilità di posti; Sez. I, 13 novembre 2003, Guesbaoui, secondo cui il provvedimento con cui il Questore impartisce allo straniero l'ordine di lasciare il territorio dello Stato entro cinque giorni, sul presupposto tra l'altro che non sia possibile trattenere l'interessato presso un centro di permanenza temporanea, é adeguatamente motivato mediante la mera enunciazione di tale circostanza, che si riferisce ad un dato di fatto noto all'autorità amministrativa procedente (o.s.). leggi tutto ›
03/12/08 Cass. pen., sez. IV, 3 dicembre 2008, n. 45016, pres. Licari, rel. Piccialli – "OMICIDIO COLPOSO PER IL DATORE DI LAVORO SE L'OPERAIO NON INDOSSAVA LA CINTURA DI SICUREZZA" – Eva STANIG Con la sentenza in esame, la Cassazione ha condannato, a titolo di omicidio colposo aggravato dalla violazione della normativa antinfortunistica (art. 589, comma 2, c.p.), il direttore tecnico di un cantiere per il decesso di un operaio anche se la morte di questi era avvenuta per un sinistro stradale verificatesi fuori dal cantiere a causa della mancata installazione di cinture di sicurezza sulla pala caricatrice. Il provvedimento giudiziale estende al massimo l’ambito di applicazione della “posizione di garanzia” gravante in capo al datore di lavoro, preoccupandosi di esaminare, in maniera approfondita e rigorosa, i singoli elementi che vanno a fondare tale responsabilità. In primo luogo, la Corte, ribadendo il ruolo del datore di garante dell’incolumità fisica e della personalità morale dei prestatori di lavoro, ritiene incontestata la sussistenza del requisito dell’elemento soggettivo della colpa nell’inadempimento del datore di lavoro all’obbligo di dotare il mezzo della prescritta misura di sicurezza. Sotto questo profilo, la sentenza in commento è conforme ai principi espressi da una giurisprudenza ormai consolidata che tratta con estremo rigore la posizione di garanzia (Cass. pen., sez. IV, 4 luglio 2006 n. 32286). Invero, in tema di responsabilità del datore di lavoro, si è più volte affermato che questi, essendo garante dell’incolumità fisica e della personalità morale dei prestatori di lavoro, è titolare di un obbligo di impedire o, quantomeno meno, ridurre al minimo i rischi gravanti sul lavoratore. Trattasi questo di un obbligo derivante sia dalle specifiche normative antinfortunistiche (colpa specifica) sia dalla disposizione generale di cui all’art. 2087 c.c. (colpa generica), la quale impone all’imprenditore di adottare, nell'esercizio dell'impresa, le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l'esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l'integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro.
Emblematica al riguardo è una precedente decisione della IV sezione della Cassazione nella parte in cui ha affermato che la responsabilità per colpa generica, per imprudenza, imperizia e negligenza a carico del datore non può essere esclusa dalla semplice osservanza di norme tecniche, ossia nel caso in cui egli abbia adottato una delle misure di prevenzione previste dalla legge. (Cass. pen. sez. IV, 12 dicembre 2000. n. 2217). In altre parole, non si può escludere una responsabilità colposa del datore di lavoro nemmeno quando egli abbia rispettato tutte le normative tecniche, sussistendo in ogni caso l’obbligo di agire con la diligenza, la prudenza e l’accortezza necessarie ad evitare che dalla propria attività derivi un nocumento a terzi. In secondo luogo, la Corte reputa sussistente anche il requisito del nesso causale tra il predetto comportamento omissivo e l’evento mortale, posto che dagli accertamenti tecnici è risultato “inconfutabilmente dimostrato” che il parabrezza anteriore della cabina di guida era andato in frantumi non per l’urto contro la parete rocciosa ma per il fatto che il corpo del lavoratore, non trattenuto dalla cintura di sicurezza, vi si era proiettato contro, sfondandolo e andando a finire sull’asfalto, ove era stato travolto dalla pala. Al proposito va sottolineato come la Cassazione, in modo pressochè univoco, faccia derivare l’esistenza del rapporto causale tra la violazione della normativa antinfortunistica e l’evento mortale dall’incontestato addebito della qualità di datore lavoro, pertanto responsabile ad adottare tutte le misure cautelari possibili nei confronti dei lavoratori (Cass. pen., sez. IV, 14 novembre 2008, n. 47491). Infatti, dall’equiparazione ex art. 40, comma 2, c.p., tra il non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, e il cagionarlo, deriva, per il titolare della posizione di garanzia, una situazione giuridica di parificazione tra l’inosservanza dell’obbligo di garantire la protezione del bene e il comportamento di colui che lo lede (Cass. pen, sez. III, 14 gennaio 2006, n. 4331). È in questo quadro normativo-giurisprudenziale che va a collocarsi la sentenza in commento, laddove fonda il giudizio di responsabilità penale del direttore del cantiere esclusivamente sull’inadempimento all’obbligo gravante sullo stesso di installare la cintura di sicurezza. Partendo dal presupposto che il datore di lavoro è “garante dell’incolumità fisica e della salvaguardia morale dei prestatori di lavoro” (Cass. pen., sez. IV, 4 luglio 2006, n. 32286) deriva l’ovvia conseguenza che, ove egli non ottemperi all’obbligo di tutela, l’evento lesivo gli viene imputato in forza del meccanismo reattivo previsto dall’art. 40, comma 2, c.p. In altri termini, la colpa e il nesso eziologico vengono ravvisati esclusivamente nel fatto che il datore, in ragione della posizione di garanzia che riveste, con l’omissione all’obbligo di apprestare le cinture di sicurezza, ha posto in essere una condizione necessaria dell’evento che, con elevato grado di probabilità razionale, avrebbe potuto essere evitato con l’ordinaria attività di manutenzione. In tema di risarcimento danni, la Cassazione civile (Cass. civ., sez. lav., 23 aprile 2008, n. 10529) si è dimostrata altrettanto rigorosa, statuendo che, stante la natura contrattuale della responsabilità conseguente alla violazione dell’art. 2087 c.c., il datore di lavoro deve dimostrare che il danno è dipeso da causa a lui non imputabile, cioè deve dimostrare di aver adempiuto al suo obbligo di sicurezza, apprestando tutte le misure possibili per evitare il danno e che gli esiti dannosi sono stati determinati da un evento imprevisto e imprevedibile. Inoltre, la Suprema Corte ha sancito la valenza dell’art. 2087 c.c. di norma di chiusura dell’intero sistema antinfortunistico, che impone, ove manchi una specifica misura preventiva, il dovere di adozione da parte del datore di lavoro di tutti i mezzi idonei a prevenire ed evitare i sinistri ed a tutelare l’integrità psico-fisica del lavoratore. Tali mezzi vanno assunti con i sussidi dei dati di comune esperienza, prudenza, diligenza, prevedibilità, da modulare in base all’attività svolta (Cass. civ., sez. lav., 30 luglio 2003, n. 11704). Concludendo si può affermare come la rigorosità del giudizio circa gli obblighi comportamentali gravanti sul datore in ragione della sua posizione di garanzia derivi dalla necessità dell’ordinamento di apprestare al bene salute una tutela rafforzata. Il diritto alla salute del lavoratore (art. 32 Cost.) è, infatti, un diritto assoluto e fondamentale, insuscettibile di eccezione alcuna, la cui tutela è riconosciuta persino in situazioni di impossibilità non imputabili a cause dipendenti dalla volontà del soggetto titolare della posizione di garanzia, come bene prevalente rispetto agli altri interessi coinvolti nella fattispecie concreta (e.s.)
28/03/08 Magistrato di Sorveglianza di Livorno, 27 marzo 2008, dott. M. Signorini -"SENTENZA DI CONDANNA CUMULATIVA E PRECLUSIONI OGGETTIVE ALLA ESPULSIONE DELLO STRANIERO"– Il provvedimento in esame, con articolata e coerente motivazione, sostiene la tesi della non scindibilità del cumulo di pene ai fini dell’applicazione dell’espulsione a titolo di sanzione alternativa alla detenzione di cui all’art. 16 c. 5 e ss., D.lgs. 286/1998, e, quindi, della preclusione all’espulsione nell’ipotesi in cui, tra i vari delitti oggetto della condanna in esecuzione , ve ne sia anche solo uno di carattere ostativo , in quanto previsto dall’art. 407 , comma 2 , lettera a) , c.p.p. ovvero dal testo unico in materia di immigrazione. La tesi si fonda sul tenore letterale della disposizione in questione, secondo cui l’espulsione «non può essere disposta nei casi in cui la condanna riguarda uno o più delitti» (art. 16 c. 5), che appare inequivoco nel senso sostenuto dal magistrato di sorveglianza di Livorno; ma anche su considerazioni di ordine sistematico relative alla natura peculiare dell’istituto dell’espulsione de quo, tale da non ritenere automaticamente applicabili in questa materia i principi che governano il sistema delle misure alternative alla detenzione (massimo niro).
12/11/07 Trib.Sorv. Torino, ord., 12 dicembre 2007, pres. Fiorentin -"CONDANNATI STRANIERI E AFFIDAMENTO IN PROVA AL SERVIZIO SOCIALE" - L'aumento esponenziale della popolazione detenuta di origine straniera ha comportato la necessità di ri-calibrare i parametri di valutazione relativi alla concedibilità delle misure alternative alla detenzione a tale tipologia di condannati. Il problema dell'applicazione dei c.d. benefici penitenziari agli stranieri soltanto di recente è stato affrontato dalla giurisprudenza della Suprema Corte, che ha affermato, con giurisprudenza che può ritenersi ormai consolidata, l'ammissiblità della soluzione favorevole a tale prospettiva, superando un precedente orientamento, diffuso sopratutto nelle corti di merito che fino ad un recente passato ne aveva, invece, escluso in radice la possibilità. Il provvedimento in rassegna costituisce un caso paradigmatico dell'attuale approccio della giurisprudenza di merito all'esecuzione penale esterna relativamente ai condannati stranieri.(Fabio Fiorentin)
12/12/07 Mag.Sorv. Alessandria, ord., 12 dicembre 2007, est.Marcheselli- "INAPPLICABILE AI CITTADINI RUMENI L'ESPULSIONE PREVISTA DAL T.U. STRANIERI"- La pronunzia in rassegna si segnala all’attenzione del Lettore essendo una delle prime decisioni assunte in relazione alla dibattuta questione dell’applicabilità dell’espulsione quale misura di sicurezza, prevista dalla legislazione nazionale ai cittadini appartenenti all’Unione Europea. Nella fattispecie, si tratta della misura prevista dall'art. 15, d.p.r. n. 286/98 ( c.d. “Testo Unico stranieri). Come è noto, la disposizione de qua, introdotta dalla legge n. 189/2002( c.d. legge “Bossi- Fini”) ha sostituito l’omologa previsione contenuta nell’art. 13 della legge n. 40/98 (c.d. legge “Turco- Napolitano). La norma citata stabilisce che “fuori dei casi previsti dal codice penale, il giudice può ordinare l’espulsione dello straniero che sia condannato per taluno dei delitti previsti dagli articoli 380 e 381 del codice di procedura penale, sempre che risulti socialmente pericoloso”. La decisione in rassegna ha stabilito che l’espulsione prevista a titolo di misura di sicurezza dall’art. 15 del Testo Unico sugli stranieri (d.lvo n. 286/98), non può essere applicata al condannato cittadino di un paese aderente all’Unione Europea. L’espulsione, infatti, costituisce uno strumento specialpreventivo peculiare, una misura, cioè, specificamente prevista nei confronti di persone extracomunitarie, e non applicabile ai soggetti che tale qualifica soggettiva non rivestono. E tali non possono ritenersi i cittadini di Stati che, al momento della verifica di pericolosità sociale demandata al giudice di sorveglianza, non siano (più) “stranieri” secondo la definizione contenuta nell’art. 1 del D.L. vo n. 286/98, essendo medio tempore lo Stato di appartenenza entrato nell’Unione Europea. (Fabio Fiorentin)
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