Source: http://brunosaetta.it/diritto-autore/il-sequestro-di-pirate-bay-in-italia.html
Timestamp: 2017-01-20 20:09:17+00:00
Document Index: 142235470

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 321', 'art. 321']

Il sequestro di Pirate Bay in Italia- BrunoSaetta.it
HomeCategoriedegli articoliAttualitàAttualità e PoliticaCyber SecuritySicurezza dei sistemi telematiciDirittoGiustizia e dirittoDiritto d'autoreCopyright e tutela del diritto d'autoreGiornalismoDiritto e attività giornalisticaInternetDiritto nel webMarchi e brevettiMarchi, brevetti e nomi a dominioData Protection e PrivacyProtezione dei dati personaliReati informaticiReati commessi tramite internetResponsabilità providerIntermediari della comunicazione e responsabilitàTrattati internazionaliTrattati internazionali e internetLeggiVideoSelezioneEventiWeb linkLinks utili	Cerca... Il sequestro di Pirate Bay in Italia	Stampa Email Dettagli	Categoria: Diritto d'autore	Pubblicato: 28 Dicembre 2009	Come già raccontato il sito The Pirate Bay fu sottoposto a sequestro cautelare in Italia ancor prima che i suoi titolari fossero sottoposti a processo e condannati in Svezia. In Italia il sequestro fu attuato, essendo i server del sito all’epoca materialmente presenti in Svezia, tramite modifica dei DNS, in modo che gli italiani non potessero accedere al sito e che gli eventuali utenti fossero dirottati ad altra pagina web. A seguito di ricorso al tribunale del riesame il sito fu dissequestrato. Di recente, però, si è avuta la pronuncia, con sentenza della Corte di Cassazione n. 49437 del 29 settembre 2009 (la trovate nella sezione Documenti, menu a sinistra), e motivazione depositata il 23 dicembre 2009, in relazione alla possibilità e alla legittimità del sequestro cautelare. La sentenza in questione è interessante in quanto tocca punti importanti in relazione alla problematica della responsabilità per agevolazione nel reato di condivisione o diffusione di materiale protetto dal diritto d’autore.
In sintesi, la sentenza si sofferma sulla “innovativa tecnologia informatica” utilizzata dal sito Pirate Bay, cioè il P2P, una “tecnica informativa di messa in circolazione nella rete internet di opere protette dal diritto d’autore”. Rimarca inoltre che la “Guardia di Finanza che riferiva di un elevatissimo numero di contatti al sito in questione, registrati sul territorio nazionale, che operavano il downloading di opere coperte da diritto d’autore”, e che “gli indagati con un’innovativa tecnologia informatica di trasferimento di file mettevano a disposizione del pubblico opere dell’ingegno protette”. In sostanza il riferimento è alla tecnologia P2P, che ormai non è così innovativa (il protocollo è del 2001!), e soprattutto non è deputata esclusivamente alla circolazione di opere protette dal diritto d’autore, e si riferisce agli accessi al sito da parte di utenti italiani. Dalla sentenza non si comprende bene se si sia accertato nel concreto che agli accessi corrispondessero altrettanti download di file, e se questi file fossero realmente protetti dal diritto d’autore, perché, è bene ricordarlo, The Pirate Bay non indicizza solo file protetti dal diritto d’autore, bensì numerosissimi file del tutto leciti, come musica di gruppi non pubblicizzati dalle major, che quindi si rivolgono direttamente agli utenti, o numerosi video che non trovano spazio nelle televisioni nazionali, in quanto in contrasto con le politiche dei vari governi nazionali.
La Corte continua richiamando implicitamente il decreto legislativo 70 del 2003, che recepisce la direttiva sul commercio elettronico 2000/31/CE, il quale decreto prevede la non responsabilità dei provider per i casi di mere conduit, cioè di semplice trasmissione di informazioni, purché non diano origine alla trasmissione e non selezionino destinatari e contenuti. Nel caso specifico, infatti, sono gli utenti che danno avvio alla trasmissione selezionando i contenuti che non risiedono sui server di Pirate Bay, ma transitano direttamente dal computer di un utente a quello di un altro utente. In sostanza su Pirate Bay si trovano i cosiddetti file torrent, cioè degli indici con la descrizione di tutti i pacchetti in cui è stato suddiviso un file originale (ad esempio un video), incluse le chiavi hash che garantiscono l’integrità dei vari pezzi. Tecnicamente il file torrent altro non è che un file statico contenente informazioni codificate mediante un algoritmo di hashing che descrivono i file da prelevare e/o da trasferire. Grazie a tali torrent si è in grado di recuperare il file originale direttamente da un utente, senza passare per i server di Pirate Bay. C’è altresì da aggiungere che se i file torrent identificano univocamente un file da scaricare, non è detto che il nome del file corrisponda al suo contenuto. Infatti è possibile che il file che ha come nome l’ultimo CD della famosa cantante del momento contenga ben altro. Per cui dal nome del file non è possibile avere una conoscenza certa del contenuto del file condiviso dagli utenti! Il torrent, quindi, non è altro che un file di testo che identifica univocamente un altro file contenuto nei computer di utenti, attraverso un preciso algoritmo, e che consente di scaricare quel file, il cui nome, però, è dato proprio dagli utenti in maniera più o meno arbitraria. Per cui potrebbe contenere, a dispetto del nome, qualunque cosa.
La Corte sostiene che, “fermo restando l’esonero da responsabilità per i fornitori di contenuti telematici riconducibili a terzi, sussiste però un obbligo generale di vigilanza del provider sui flussi telematici in transito sui propri sistemi”. In realtà il decreto sopra citato non prevede alcun obbligo generale di vigilanza a carico dei provider, anzi prevedere una generale assenza di obbligo di sorveglianza, e un obbligo di cooperazione con l’autorità giudiziaria in caso in cui il provider, in questo caso il sito Pirate Bay, venga a conoscenza di presunte attività o informazioni illecite riguardanti un suo destinatario del servizio della società dell’informazione. Inoltre, continua il decreto, “il prestatore è civilmente responsabile del contenuto di tali servizi nel caso in cui, richiesto dall’autorità giudiziaria o amministrativa avente funzioni di vigilanza, non ha agito prontamente per impedire l’accesso a detto contenuto, ovvero se, avendo avuto conoscenza del carattere illecito o pregiudizievole per un terzo del contenuto di un servizio al quale assicura l’accesso, non ha provveduto ad informarne l’autorità competente”. Quindi, non è corretto quanto sostiene la Corte che sussista un obbligo generale di vigilanza dei provider sui flussi telematici in transito sui propri sistemi, anzi, è proprio l’opposto, il provider non ha alcun obbligo di controllo sui flussi telematici, ha solo l’obbligo di cooperare con l’autorità giudiziaria nel caso in cui, avvertito da terzi o a seguito di denuncia, venga comunque a conoscenza della presenza di contenuti illeciti sui propri server, o nei propri flussi di informazioni.
Quest’ultimo punto è fondamentale, perché, è bene chiarire, i file illeciti, cioè file protetti dal diritto d’autore che vengano condivisi in assenza di autorizzazione da parte dei titolari dei rispettivi diritti, non solo non sono presenti sui server di Pirate Bay, ma non transitano in alcun modo sui server di Pirate Bay. Ciò che transita sui server del sito sono solo i file torrent, cioè quei file di cui sopra, che consentono di rintracciare i file presenti esclusivamente sui computer degli utenti. Una volta scaricato il torrent, l’utente può connettersi direttamente con l’altro utente che conserva, sul proprio computer, il file condiviso, senza passare attraverso i server di Pirate Bay. Infatti, la tecnologia si chiama P2P, cioè peer to peer, proprio perché consente una connessione da pari a pari, cioè tra utente e utente direttamente, senza alcuna necessità di un sito che instradi la connessione o che la agevoli. L’unica cosa che occorre per far partire lo scaricamento del file è il file torrent, ma talvolta non è nemmeno necessario. E tali file torrent si trovano dappertutto, anche su Google, anzi in genere è proprio Google la maggiore fonte di ricerca per tali tipi di file. Quindi, anche se l’affermazione della Corte fosse corretta, nel senso che esistesse un obbligo di vigilanza, cosa che comunque non è vera, in quanto è l’autorità giudiziaria od amministrativa ad avere funzioni di vigilanza, comunque anche un controllo sui flussi transitanti sui server di Pirate Bay non porterebbe a nulla visto che i file illeciti non passano in alcun modo attraverso i server del sito. Pirate Bay sui suoi server non troverebbe mai nulla di illecito! L’obbligo di cooperazione viene citato anche nella sentenza, dove si legge: “altresì può ritenersi operante un principio di doverosa cooperazione del provider con l’autorità giudiziaria, principio che si traduce nell’obbligo di impedire o porre fine alle violazioni commesse quando la predetta autorità lo richieda”.
Il punto fondamentale, che ha portato la Corte alla sua decisione, riguarda il ruolo svolto dal sito in relazione alla condivisione illecita di file da parte degli utenti. A questo punto dobbiamo anche precisare che la sentenza in questione riguarda soltanto la legittimità del sequestro cautelativo del sito, e non si entra quindi nel merito della sua colpevolezza in relazione al reato, anche se ovviamente si toccano punti che anticipano possibili argomenti di discussione nella fase successiva del processo. La Corte, quindi, sostiene che “se il sito web si limitasse a mettere a disposizione il protocollo di comunicazione per consentire la condivisione di file ed il loro trasferimento tra utenti il titolare del sito sarebbe estraneo al reato”, e questo è corretto, sulla base del decreto sopra citato, anche se la Corte si riferisce erroneamente al protocollo di comunicazione. Il riferimento corretto dovrebbe essere alle modalità di trattamento dei dati, nel senso che la direttiva europea sul commercio elettronico, e quindi il decreto sopra citato, prevedono una generale assenza di responsabilità del provider in relazione ai contenuti che transitano sui suoi server o che sono presenti sui suoi server, solo se il provider si pone in una posizione di neutralità rispetto ai contenuti medesimi. In relazione all’ipotesi di cui all’articolo 14, cioè il cosiddetto trasporto semplice (mere coinduit), si prevede l’assenza di responsabilità purché il provider non dia origine alla trasmissione, non selezioni il destinatario della trasmissione, e non selezioni né modifichi le informazioni trasmesse. Il dubbio riguarda, però, proprio il livello di neutralità che il provider deve mantenere rispetto ai contenuti. Nel caso specifico, fermo restando il discorso fatto sopra sui file torrent che di per sé non sono di contenuto illecito, la Corte evidenzia come il sito tratti i dati, il flusso di informazioni, in modo da indicizzarli, per cui compie comunque una attività. Quindi, noi ci chiediamo, quando è esattamente che il provider si mantiene neutrale ?Il problema, infatti, si pone in relazione al cosiddetto “pacchetto telecom”, che dovrebbe entrare in vigore l’anno prossimo, una serie di direttive europee che, tra l’altro, consentono da parte dei provider attività tecniche sui contenuti, come la gerarchizzazione degli stessi, per intenderci come nel caso in cui il provider limiti la banda al P2P o al Voip, e la aumenti per i video, ad esempio. È chiaro che in tale caso il provider assume un ruolo attivo nella gestione dei flussi di informazione, per cui la norma del decreto sopra riportato non può non intendersi nel senso che la neutralità del provider è considerata sussistente tutte le volte in cui esso si limiti a fornire all’utente la piattaforma tecnologica che l’utente usa in libertà e il contributo del provider sia eminentemente tecnico. Quindi, appare pacifico, anche sulla base delle direttive europee, che la mera attività tecnica del provider sui flussi informativi non modifica la sua posizione di neutralità verso i contenuti medesimi. Del resto, consultando l’articolo 14, verifichiamo che Pirate Bay non origina la trasmissione, che parte dai singoli utenti, non seleziona il destinatario, e non modifica le informazioni, si limita solo ad effettuare una operazione tecnica di indicizzazione, operazione precipua di tutti i motori di ricerca, come appunto compie quotidianamente Google. La differenza tra Pirate Bay e Google è sostanzialmente nel fatto che Pirate Bay indicizza solo file torrent (che, ricordiamolo, non sono tutti illeciti, anzi!), mentre Google è un motore di ricerca generalista che indicizza tutto. Questa similarità di Google rispetto a Pirate Bay è stata dimostrata varie volte, ad esempio tramite il sito The Pirate Google che non è altro che un semplice filtro che imposta automaticamente delle ricerche attraverso Google, insomma fa con Google quello che normalmente fa Pirate Bay.
Invece, la Corte giunge a considerazioni di altro respiro, nel momento in cui sostiene che, “se il titolare del sito non si limita a ciò, ma indicizza le informazioni che gli vengono dagli utenti, sicché queste informazioni, anche se ridotte al minimo, ma pur sempre essenziali perché gli utenti possano orientarsi chiedendo il downloading di quell’opera piuttosto che un altra, sono in tal modo elaborate e rese disponibili nel sito, ad es. a mezzo di un motore di ricerca, il sito cessa di essere un mero corriere che organizza il trasporto dei dati. C’è un quid pluris in quanto viene resa disponibile all’utenza anche una indicizzazione aggiornata. A quel punto l’attività del sito web è quella che consente ciò e pertanto c’è un apporto causale a tale condotta che ben può essere inquadrato nella partecipazione imputabile a titolo di concorso di persone”. Precisa ulteriormente che “la partecipazione al reato può consistere anche in un apporto che soltanto agevoli la condotta illecita”, cioè un “mero contributo agevolatore, anche se di minima importanza”. Sulla base di tale valutazione la Corte conclude nel ritenere legittimo il sequestro preventivo del sito web, e annulla la precedente ordinanza che aveva annullato a sua volta il sequestro iniziale. Questo non vuol dire che Pirate Bay sarà oscurato, ma solo che la Corte rinvia al tribunale per un nuovo esame della questione, sulla base, ovviamente, delle argomentazioni inserite nella sentenza.
In conclusione la Corte sancisce che un sito internet può essere sequestrato, in quanto l’immaterialità di un sito non ne pregiudica la possibilità di apporvi un vincolo come previsto dalla legge. La Suprema Corte ritiene altresì che l’originaria ordinanza di sequestro del sito fosse nel giusto nel ritenere la sussistenza del fumus commissi delicti, in quello che la Cassazione definisce “trasferimento, a mezzo della rete Internet, di file aventi il contenuto di opere coperte dal diritto d’autore in violazione del diritto esclusivo di comunicazione al pubblico”, e che non sussiste nemmeno un difetto di giurisdizione. Infatti i server di Pirate Bay all’epoca si trovavano in Svezia, e comunque la condivisione dei file è decentrata, in quanto i singoli file si trovano materialmente sui computer degli utenti. Ma, secondo la Corte, il P2P non ha anche l’effetto di decentrare l’illegalità della condotta, in quanto permane un apporto agevolatore del “centro”, cioè appunto Pirate Bay. Sempre secondo la Corte il reato si perfezionerebbe nel momento dello scaricamento da parte di un utente italiano di un file illecito, per cui parte della condotta sarebbe comunque commessa nel territorio italiano e sussiste in ogni caso la competenza territoriale del giudice italiano, il quale è competente anche nell’apposizione di un sequestro a carico del sito.
Su questo ultimo aspetto si può anche convenire, un po’ meno sul resto del ragionamento relativo alla condotta agevolatrice del sito. Si tratterebbe, alla fine, di un reato commesso da utenti i quali non sono imputati, ma nemmeno vengono cercati, e ciò fa pensare che l’interesse economico sia di rilievo in tutta la vicenda. Perseguire il singolo utente è antieconomico, perseguire Pirate Bay, invece, per le aziende discografiche è più importante. Ma permane il dubbio sul punto focale del discorso che a nostro parere si può esemplificare così: se io chiamo (per telefono) Tizio, dicendo che devo comunicare qualcosa a Caio e chiedendogli il numero di telefono, se poi io commetto un reato (ad esempio minaccio Caio), Tizio diventa corresponsabile del mio reato per avermi agevolato dandomi il numero di telefono ?
Un’ultima annotazione relativamente al sequestro come attuato nel caso specifico, cioè tramite filtraggio degli IP, è doverosa. La Cassazione sostiene che l’ordine impartito ai provider troverebbe la sua fonte nel decreto legislativo 70 del 2003 che, appunto, consente all’autorità giudiziaria di inibire l’accesso ad un sito web. Però, a ben vedere, tale possibilità è limitata ai casi di hosting, laddove nessun provider italiano fornisce hosting a The Pirate Bay, essendo questo risiedente su server esteri. La Cassazione confonde il sequestro preventivo di cui al’art. 321 c.p.p. con l’inibitoria del decreto suddetto, laddove tale tipo di inibitoria viene utilizzata in casi specificamente e tassativamente precisati dalla legge, come i siti pedopornografici o di gioco d’azzardo. Ma il sequestro preventivo di cui all’art. 321 è cosa ben diversa. La Cassazione ritiene di poter considerare l’inibitoria (il filtraggio) una mera modalità di esecuzione del sequestro preventivo, ma questa è una interpretazione, ed inoltre l’inibitoria non applicabile, sulla base del decreto 70 del 2003 ai casi di mere conduit, e comunque non ha efficacia per l’esecuzione dell’ordine di sequestro in quanto è sempre possibile accedere al sito The Pirate Bay sfruttando uno dei proxy presenti in rete. Nel caso specifico si utilizza tale inibitoria per non dover ricorrere alla rogatoria internazionale, e quindi bloccare il sito agendo direttamente sull’hosting straniero. View the discussion thread.