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Timestamp: 2019-05-25 09:22:23+00:00
Document Index: 163305643

Matched Legal Cases: ['art. 8', 'art. 8', 'art. 8', 'art. 27', 'art. 3', 'art. 19', 'art. 3', 'art. 8', 'art. 8', 'art. 27', 'art. 8', 'art. 8', 'sentenza ', 'art. 8', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 27', 'art. 8', 'art. 3', 'art. 27', 'art. 3', 'art. 27', 'sentenza ', 'art. 27', 'art. 8', 'art. 27']

Corte Costituzionale – Sentenza 26 luglio 1993, n. 358 – obiezionedicoscienza.it
SENTENZA 26 LUGLIO-30 LUGLIO 1993
composta dai signori: Presidente: prof. Francesco Paolo CASAVOLA; Giudici: dott. Francesco GRECO, prof. Gabriele PESCATORE, avv. Ugo SPAGNOLI, prof. Antonio BALDASSARRE, prof. Vincenzo CAIANIELLO, avv. Mauro FERRI, prof. Luigi MENGONI, prof. Enzo CHELI, dott. Renato GRANATA, prof. Francesco GUIZZI, prof. Cesare MIRABELLI;
1- Nel corso di un procedimento penale nei confronti di Filippo Conforto, imputato del reato di cui all’art. 8, secondo comma, della legge 15 dicembre 1972, n. 772, per aver rifiutato, prima di assumerlo, il servizio militare di leva adducendo imprescindibili motivi di coscienza basati su convincimenti religiosi, il Tribunale militare di Padova, all’esito del dibattimento, ha sollevato questione di legittimità costituzionale del combinato disposto formato dagli artt. 27 del codice penale militare di pace e 3, terzo comma, della legge 29 aprile 1983, n. 167 (Affidamento in prova del condannato militare), nella parte in cui dispongono che la pena della reclusione debba essere convertita in reclusione militare anche nel caso di condanna per il reato previsto e punito dall’art. 8, secondo comma, della legge 15 dicembre 1972, n. 772.
Il giudice rimettente premette che, benché l’art. 8, secondo comma, della legge n. 772 del 1972, preveda la pena della reclusione (comune), ormai è indiscusso in dottrina e in giurisprudenza che tale pena debba, ai sensi dell’art. 27 c.p.m.p., essere convertita in quella della reclusione militare. Simile interpretazione, del resto, troverebbe conferma nel terzo comma dell’art. 3 della legge n. 167 del 1983, il quale, disciplinando la posizione dei condannati per reati militari originati da obiezione di coscienza, presuppone sia che gli stessi espiino la pena in uno stabilimento penitenziario militare, sia che la pena da espiare sia la reclusione militare.
Secondo il giudice a quo, la sostituzione della reclusione comune con quella militare darebbe nuovamente luogo alla spirale delle condanne che la legge n. 772 del 1972 intendeva interrompere. È evidente, infatti, prosegue il giudice a quo, che nel carcere militare l’obiettore di coscienza, essendo, come ogni altro condannato militare, soggetto a istruzioni civili e militari (R.D. 10 febbraio 1943, n. 306) e, quindi, destinatario di ordini e disposizioni dei superiori gerarchici, presumibilmente commette ancora reati militari determinati dalla obiezione di coscienza, dal momento che la contrarietà all’uso delle armi per radicati motivi religiosi (nel caso si tratta di “testimone di Geova”) comporta il rifiuto del servizio militare nella sua globalità e, quindi, anche di quegli aspetti che si verificano nell’ambiente carcerario militare. Né il fatto che l’amministrazione penitenziaria si autolimiti nei confronti degli obiettori di coscienza appare sufficiente ad eliminare il contrasto tra la previsione della sostituzione della pena comune con quella militare e l’art. 19 della Costituzione (diritto di professare liberamente la propria religione).
La norma impugnata, inoltre, contrasterebbe con l’art. 3 della Costituzione, sia perché all’obiettore che commette il reato di cui all’art. 8, secondo comma, della legge n. 772 del 1972, sarebbe riservato un trattamento diverso da quello stabilito per l’obiettore che commette il reato di cui all’art. 8, primo comma, della stessa legge (rifiuto del servizio sostitutivo civile), sia perché allo stesso obiettore verrebbe fatto un trattamento pari a quello degli altri condannati militari che non abbiano una posizione di contrarietà all’uso delle armi e al servizio militare. Da ultimo, la previsione della reclusione militare per l’obiettore di coscienza contrasterebbe con il principio della finalità rieducativa della pena (art. 27, terzo comma della Costituzione), per la cui attuazione non si può prescindere dal rispetto delle convinzioni di coscienza del condannato.
Quanto alla rilevanza, il giudice a quo osserva che l’imputato dovrebbe essere condannato per il reato di cui all’art. 8, secondo comma, della legge n. 772 del 1972 e, inoltre, dovrebbe effettivamente scontare la pena della reclusione militare, non potendo beneficiare della sospensione condizionale della pena, in considerazione del fatto che non è possibile prevedere che egli si asterrà dal commettere ulteriori reati.
2- Il Tribunale militare di Padova ha sollevato identica questione all’esito del dibattimento svoltosi nel procedimento penale nei confronti di Massimo Grecchi, anch’egli imputato del reato di cui all’art. 8, secondo comma, della legge 15 dicembre 1972, n. 772, per aver rifiutato globalmente il servizio militare essendosi dichiarato “testimone di Geova”. L’ordinanza è identica alla precedente.
2.1. – È intervenuto in questo giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile o infondata, per essere già stata dichiarata non fondata con la sentenza n. 409 del 1989.
1- Con ordinanza regolarmente notificata e depositata, il Tribunale di Padova ha sollevato questione di legittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 3, 19 e 27, terzo comma, della Costituzione, nei confronti degli artt. 27 del codice penale militare di pace e 3, terzo comma, della legge 29 aprile 1983, n. 167 (Affidamento in prova del condannato militare), nella parte in cui dispongono che la pena della reclusione debba essere convertita in reclusione militare anche nel caso di condanna per il reato previsto dall’art. 8, secondo comma, della legge 15 dicembre 1972, n. 772 (Norme per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza).
2- Deve essere preliminarmente dichiarata l’inammissibilità del profilo concernente l’art. 3, terzo comma, della legge n. 167 del 1983, ai sensi del quale “i condannati per reati militari originati da obiezione di coscienza possono essere affidati esclusivamente ad un ufficio o ente pubblico non militare, determinato dal Ministro della difesa, per prestarvi servizio”. Posto che le stesse ordinanze di rimessione, anche se contengono nel proprio dispositivo il riferimento al citato art. 3, terzo comma, come disposizione che concorre a determinare la norma impugnata, in realtà utilizzano il detto articolo soltanto al fine di corroborare la propria interpretazione dell’art. 27 c.p.m.p., non si può minimamente dubitare della estraneità della disposizione ora considerata rispetto al problema relativo alla sostituzione della reclusione comune con quella militare in ordine alla sanzione prevista dall’art. 8, secondo comma, della legge n. 772 del 1972. In altri termini, poiché la norma denunziata non è il prodotto del combinato disposto formato dal citato art. 3, terzo comma, della legge n. 167 del 1983 e dall’art. 27 c.p.m.p., ma deriva direttamente ed esclusivamente dalla disposizione da ultimo menzionata, non può non concludersi per l’inammissibilità, dovuta a irrilevanza, del profilo relativo al ricordato art. 3, terzo comma, della legge n. 167 del 1983.
3- Va, invece, accolta la questione di legittimità costituzionale sollevata nei confronti dell’art. 27 c.p.m.p..
4- La posizione dei giudici a quibus va condivisa poiché la norma denunziata si pone in palese contrasto con gli artt. 3 e 27, terzo comma, della Costituzione.
Nella sentenza n. 414 del 1991 questa Corte ha chiaramente affermato che, anche se le finalità rieducative richieste dall’art. 27 della Costituzione devono inerire tanto alla reclusione comune quanto a quella militare, tuttavia “i fini della rieducazione per il condannato militare e per quello comune si rivelano ( ..) divergenti: il prevalente recupero al servizio militare per il primo, il reinserimento sociale per il secondo”. Dall’affermazione di questi principi appare evidente che la reclusione militare, il cui scopo primario è il recupero del condannato al servizio alle armi, dà luogo a manifeste incongruità quando sia applicata a un obiettore totale punito ai sensi dell’art. 8, secondo comma, della legge n. 772 del 1972.
L’applicazione a tale caso dell’art. 27 c.p.m.p. si rivela, innanzitutto, in aperta contraddizione con la particolare struttura di quel reato e, specialmente, con l’elemento costitutivo rappresentato dal rifiuto del servizio militare per motivi di coscienza riconosciuti dallo stesso legislatore come meritevoli di tutela, elemento cui è collegata la liberazione successiva del condannato dall’obbligo della leva. In altri termini, la legge non può, senza cadere in palese contraddizione, basare sull’adduzione di giustificati motivi di coscienza un trattamento punitivo per il rifiuto del servizio militare all’esito del quale si prevede l’esonero dal servizio stesso e, nello stesso tempo, far consistere quel trattamento in modalità vo’lte prevalentemente nel recupero del soggetto al servizio militare.
Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 26 luglio 1993.
Depositata in cancelleria il 30 luglio 1993.
N. 343 SENTENZA 20-28 LUGLIO 1993 LA CORTE COSTITUZIONALE composta dai signori: Presidente: prof. Francesco…