Source: http://sinistra.net/lib/bas/progra/stru/parsec/valeifedei.html
Timestamp: 2019-04-22 04:03:08+00:00
Document Index: 164883128

Matched Legal Cases: ['in fine', 'art. 3', 'art. 4', 'art. 6', 'art. 8', 'art. 9', 'art. 17', 'art. 18', 'art. 19', 'art. 20', 'art. 22', 'art. 23']

Struttura economica e sociale della Russia d'oggi (XVIII)
22 - Mentitori silenzi nel «Breve Corso»
23 - Dichiarazione dei diritti
24 - Rivoluzioni e costituzioni borghesi
25 - La «Dichiarazione» del 1918
26 - Conquiste, scopi e mezzi
27 - Le misure decretate
28 - Politica internazionale
29 - Aspri itinerari della rivoluzione
30 - Principi della Costituzione
31 - Indirizzi politici della dittatura sovietica
32 - Altri compiti dello svolto rivoluzionario
Ricordano certo i presenti alle riunioni, ed anche tutti i lettori del resoconto sintetico pubblicato dopo Genova in due puntate (148), che abbiamo tratto validi argomenti per la nostra tesi dal paragone tra la Costituzione russa del 1918 e quella del 1936, oggi vigente.
La tesi è che tale costituzione fu un passo indietro clamoroso, e noi la leghiamo dialetticamente al fatto che la seconda pretende di reggere una società socialista, mentre la prima, che dichiara la lotta della dittatura proletaria in un mondo economico pre-socialista (termine con cui indichiamo l'incontro di elementi capitalisti e precapitalisti), è la sola rivoluzionaria e dottrinalmente marxista.
Di quella prima Costituzione il «Breve Corso di Storia del Partito comunista (b)», che ormai citiamo non più per demolirlo, ma per dedurne la verità partendo dalla confessata sua natura di «giardino delle bugie», tace totalmente. Tutto ciò che vagamente vi si riferisce sono due sole frasi, messe lì tanto per imbonire sui «contributi» di Stalin, inconcusso autore del nuovo testo 1936.
E valga il vero. A pag. 183 dell'edizione italiana si dice:
«In una speciale decisione del governo sovietico, nota sotto il nome di 'Dichiarazione dei Diritti dei Popoli della Russia', si stabilisce che il libero sviluppo dei popoli della Russia e la loro piena eguaglianza sono consacrati dalla legge».
Si tratta in effetti di un decreto del 17 novembre 1917 firmato da Stalin come Commissario alle Nazionalità e da Lenin, e non si aggiunge che il suo contenuto fu poi compreso nella Dichiarazione, che divenne la prima Costituzione della Repubblica. Quindi non vi è qui nemmeno un vero cenno di questa. Tutto si riduce a queste altre parole (pag. 190):
«Al V Congresso dei Soviet fu approvata la Costituzione della R.S.F.S.R., la prima Costituzione sovietica».
Il «Breve Corso» quindi tace addirittura dell'origine della Costituzione del 1918, tace del III congresso, tutto occupato in quel capitolo ad «edificare» la menzogna del complotto di Trotsky e Bucharin coi tedeschi, citando col solito metodo Lenin che avrebbe detto che quei due
«avevano di fatto aiutato gli imperialisti tedeschi e ostacolato il progresso e lo sviluppo della rivoluzione in Germania».
Questa frase anzitutto riguarda Bucharin e non Trotsky, e poi ha il senso che Bucharin - che accusava di essere stati deboli coi tedeschi i compagni del Comitato Centrale che avevano condannata la sua tesi della guerra rivoluzionaria, e firmata la pace - aveva involontariamente agito lui nel senso che attribuiva agli altri, ossia favorendo il gioco tedesco.
Si tratta dell'articolo «Una lezione seria e una seria responsabilità» pubblicato il 6 marzo 1918 nella «Pravda», che si legge nelle «Opere Scelte», edizione italiana, vol. II, pagg. 260-273 (149).
La polemica è contro il «Kommunist», che fecero uscire a Pietrogrado tra il 5 e il 19 marzo 1918 i «comunisti di sinistra» costituiti in frazione, tra cui non era Trotsky. Il passo di Lenin è questo:
«N. Bucharin cerca oggi perfino di negare che egli e i suoi amici sostenevano l'impossibilità che i tedeschi attaccassero. Molti, moltissimi sanno che Bucharin e i suoi amici sostenevano ciò e, diffondendo una tale illusione, hanno aiutato l'imperialismo e ostacolato i progressi [corsivi del testo] della rivoluzione tedesca, che ora è indebolita perché alla Repubblica sovietica grande-russa sono stati strappati, allorché l'esercito contadino fuggì in preda al panico, migliaia e migliaia di cannoni, e ricchezze per centinaia e centinaia di milioni» (150).
La ritorsione polemica è quanto si vuole amara ed aspra, e meritata, ma non è nemmeno per sogno accusa di tradimento!
Dobbiamo chiedere scusa. Abbiamo dimenticato che è inutile dimostrare che una affermazione di testi stalinisti sia bugia. Ma non già perché Stalin sia stato sbugiardato dagli altri collaboratori del «Breve Corso»! Questi hanno conservato il metodo Stalin dell'edificazione della bugia, perfino quando a Stalin stesso oggi lo applicano. La «Stella Rossa» dice di lui per la guerra 1942 quello che nel 1918 si dovette dire di Bucharin: Stalin per i suoi gravi errori (di preparazione strategica) facilitò l'avanzata tedesca. Ma quando storiograferanno che Stalin era pagato da Hitler, non lo crederemo.
La storia del documento messo da Stalin e soci in ombra è questa. Il progetto è di Lenin, e il titolo che gli dette è «Dichiarazione dei diritti del popolo lavoratore e sfruttato». Fu redatto in fine dicembre 1917 ed apparve sulla «Pravda» del 17 gennaio 1918, essendo stato adottato dal Comitato Esecutivo Centrale dei Soviet, eletto dal II congresso panrusso dei primi di novembre, nei giorni della Rivoluzione, e formato da bolscevichi e socialrivoluzionari di sinistra.
Fu reso pubblico alla vigilia della convocazione della Costituente fissata per il 18 gennaio. Infatti il testo è compilato come se lo dovesse adottare la Costituente, che tra il 18 e il 19 gennaio fu liquidata come sappiamo.
Come mai Lenin lo redasse in tale forma? È facile intenderlo se si tiene presente la tesi di Lenin sull'argomento appunto dell'Assemblea Costituente, che già era stata pubblicata sulla «Pravda» fin dal 25 dicembre 1917. Essa, coerente alla dottrina ed alla visione storica che risalgono (ripetiamolo) alle tesi di aprile 1917, finisce con due ipotesi sole: o l'Assemblea riconosce il potere sovietico, e si scioglie trasmettendo i poteri al C.E.C. uscito dal Congresso dei Soviet; ovvero
«la crisi può essere risolta soltanto per via rivoluzionaria, soltanto con l'applicazione delle misure rivoluzionarie più energiche, rapide, ferme e risolute [...] indipendentemente dalle parole d'ordine e dalle istituzioni dietro le quali la controrivoluzione può nascondersi, inclusa l'appartenenza all'Assemblea Costituente» (151).
Questo è parlar chiaro. L'ultima frase dice:
«Ogni tentativo di legare le mani al potere sovietico in questa lotta sarebbe un aiuto alla controrivoluzione».
Se fossimo dediti all'alcool, e in un momento di ebbrezza scrivessimo che Lenin fu un artista della storia, diremmo che questo, della dispersione della Costituente, resta per noi il Capolavoro.
Il progetto dunque era scritto in modo che la maggioranza dell'Assemblea dovesse votarlo. Ma tale maggioranza, lungi dal votarlo, rifiutò di prenderlo in considerazione. Qui ci sia consentito, sebbene abbiamo bevuto acqua pura, di citare ancora il grande materialista storico Caio Duilio. Quando muoveva incontro alla poderosa flotta di Cartagine, gli àuguri compunti gli portarono i sacri polli: Non dare battaglia, ammiraglio, i polli non hanno voluto mangiare; cattivo presagio! Vadano dunque a bere, disse Duilio, lanciandole nelle cerulee acque tirrene e ordinando di porre le prore rostrate sul nemico.
Era evidente che quella presuntuosa assemblea, in cui figuravano, in bel mazzo, tutti i social-traditori, non avrebbe mai approvato il progetto di Lenin. Costituite in fretta, e sgombrate, voleva dire Vladimiro.
Diceva infatti il testo alla fine, e prima del capoverso sulle nazionalità proposto come si dice da Stalin, così:
«Il potere deve appartenere interamente ed esclusivamente alle masse lavoratrici e alla loro rappresentanza plenipotenziaria - ai Soviet dei delegati operai, soldati e contadini. L'Assemblea Costituente, appoggiando il potere sovietico ed i decreti del Consiglio dei Commissari del Popolo, ritiene di esaurire i propri compiti stabilendo le basi fondamentali della trasformazione socialista della società» (152).
La sera del 19 la commedia era finita. Gli onorevoli costituenti furono mandati a bere. Non ci fu il bagno di sangue, si trattò di poche pedate del reparto dei marinai rossi inviato a proteggere l'Assemblea.
Dal 23 al 31 si aduna il III Congresso Panrusso dei Soviet. Come primo suo atto ratifica con entusiasmo la livragazione della Costituente. Poi ratifica, il 24 gennaio 1918, la «Dichiarazione dei Diritti del popolo» proposta da Lenin: dobbiamo ritenere che non ci fu nemmeno il tempo di correggere la forma iniziale di ogni accapo. Vi era altro all'orizzonte; il nembo di Brest Litovsk.
Il «Breve Corso» ignora questo III Congresso dei Soviet, ed anche il IV. Solo il V Congresso nella seduta del 10 luglio adotta la Costituzione completa, elaborata da una speciale commissione presieduta da Sverdlov, di cui la prima parte è formata dalla «Dichiarazione» adottata dal Terzo.
Data quindi della Prima Costituzione: 10 luglio 1918. Data della Dichiarazione, come adottata al III Congresso ed inserita nella Costituzione dal V: 24 gennaio 1918.
Messa così a posto la storia del documento, su cui si fa qualche confusione, va considerato il testo definitivo della Costituzione di Luglio, liberandosi dal parlamentare puzzo del termine Assemblea Costituente.
Tutta l'impostazione della storica questione sta a mostrare come il partito comunista, che aveva fatto una rivoluzione proletaria nella forma dittatoriale più decisa, e con l'aperta proclamazione del programma socialista, costruisca una macchina legale atta a funzionare nell'interesse e nelle mani della classe lavoratrice, ma sa che funzionerà su di una materia sociale, un terreno sociale, che deve ancora finire di diventare borghese e deve impiegarvi un lungo periodo. Ossia eredita un compito storico parallelo, se pure diverso, a quello delle rivoluzioni borghesi di altri paesi del mondo.
Dopo la caduta dello zar e del feudalesimo, dal febbraio 1917, la Russia non si era tracciata una costituzione simile a quella degli altri paesi che avevano rotto le pastoie e i vincoli del sistema feudale e dispotico.
Da questo punto di vista la costituzione che i bolscevichi preparano per la Russia è simile a quelle delle rivoluzioni americana e francese, che le poggiarono su «Dichiarazioni di diritti» dell'Uomo, e poi dell'Uomo e del Cittadino. Ma è tra le prime parole del marxismo la critica storica di questa posizione ideologica, per cui la borghesia mostrò di credere che il suo sistema fosse quello stesso della natura, e che bastasse tagliare certi legami per riconoscere quei principi di diritto su cui l'umanità futura si sarebbe senza sforzo adagiata in una generale pacifica uguaglianza. Marx giovane afferma e prova come quell'Uomo e quel Cittadino, di cui si sanciscono i diritti, sia l'uomo della Società borghese, il Cittadino dello Stato borghese, ossia il membro della classe borghese sotto il riflesso prima economico e poi politico, detentore di ricchezza e di potere.
Ove questo trapasso storico è un fatto compiuto, la rivoluzione socialista non avrà da copiare Costituenti e Costituzioni, e tanto meno di carattere stabile, statico; pretese copie di un raggiunto e finora falsato modello «naturale». Non stabilirà la scrittura di nuovi e diversi diritti personali, ma svolgerà la forza di una nuova classe, che avrà bisogno di un'ultima macchina-stato, e con essa di un attrezzo-costituzione, e di un ingranaggio positivo di diritto, al solo fine di assicurare la capovolta dominazione di classe, sapendo che tutto ciò si esaurirà nella misura e nel tempo in cui le differenze di classe verranno in un corso non breve eliminate.
Programmaticamente anche in Russia la Rivoluzione ha questo compito, ma non è un suo compito «territoriale», bensì un settore del compito mondiale della classe proletaria, altrove ancora giacente sotto la Dittatura del Capitale.
Territorialmente, per non dire nazionalmente, deve avere un diritto e una Carta fondamentale di esso, come Inghilterra, America, Francia e tutti gli altri paesi moderni. Questo è un suo compito borghese.
Si poteva e si seppe pagare questo debito storico senza rinnegare la perfetta posizione dottrinale. La «Dichiarazione» non ignora, come quelle di oltre un secolo prima, la dinamica sociale delle classi, e d'altro lato non ammette che il contenuto della Rivoluzione sia soltanto politico e giuridico. Essa traduce la formula, che non è quella delle rivoluzioni liberali antiche, e nemmeno quella delle rivoluzioni socialiste future, della dittatura democratica degli operai e dei contadini, in una proclamazione che ha un sapore giuridico, ma non si ferma al diritto individuale di ogni individuo abitante nel territorio e suddito dello stato, bensì afferma le rivendicazioni storiche di due classi sociali con la formula, ibrida storicamente quanto socialmente impeccabile, dei diritti del popolo lavoratore e sfruttato.
Per le Carte borghesi, Società Popolo e Stato hanno gli stessi confini, e le stesse classi debellate, come la nobiltà, distrutti gli Ordini cadono nel popolo, e nel suo diritto personale.
Perciò Marx fin dal 1844 indica come tra questi diritti di tutti, oltre alla libertà e all'eguaglianza, siano nella Costituzione del 1793 indicate la sicurezza e la proprietà, che interessano solo la minoranza abbiente, e la interessano contro la restante maggioranza (153).
La rivoluzione russa storicamente ibrida deve portare per ancora una generazione almeno il fardello del popolo, almeno come fardello terminologico, ma prima di caricarselo lo ha frantumato in due: caccia proprietari e borghesi fuori della Costituzione, e ne fa salvaguardia dei diritti solo dei «lavoratori» e degli «sfruttati»: deve con questo secondo termine piuttosto ambiguo abbracciare tanto i salariati, quanto i piccoli contadini, i contadini «poveri» ma non nullatenenti e senza-riserva come gli operai.
Ammesso che, senza nessun carattere di «eternità» anche nel senso giuridico, il proletariato giunto al potere di un paese capitalista a pieno sviluppo debba promulgare una Carta, essa non potrà parlare di Popolo, ma parlerà di Classe.
Forse parlerà anche di Diritti nel senso, sempre passeggero, in cui Marx li prevede per il periodo inferiore del socialismo, in cui saranno copia del diritto borghese, come puro espediente di gestione sociale. Ma saranno diritti di classe, legati alla presenza nello Stato di una sola classe, ossia di quella dei proletari senza riserva di lembi di proprietà e di capitale, e quindi escludendo i piccoli possessori e produttori, anche se possono cadere sotto le espressioni generiche di lavoratori e di sfruttati, in quanto nella società capitalistica ogni piccolo gestore economico è sfruttato dagli strati sovrastanti, ed anche il piccolo dal grande capitalista; e permangono nell'agricoltura quanto nella manifattura forme miste di lavoro, capitale e proprietà, in cui in non pochi casi lo sfruttamento è più intenso che per il salariato puro, e per grandi strati di salariati puri.
Se in questo caso occorrerà una «Dichiarazione» dei diritti del salariato, sarà nella misura in cui, dopo la rivoluzione politica, dovrà persistere la forma salario legata con lo scambio mercantile.
Nella Costituzione del 1918 non solo è dato atto del sopravvivere in un lungo futuro di tale forma non socialista, ma altresì di forme ancora più basse storicamente ed economicamente. La prova sta nel suo testo.
Ma la Costituzione non cessò per questo di essere in Russia e fuori di Russia un potente strumento di agitazione, in quanto confrontata con quelle dei più progrediti Stati borghesi, nessuna delle quali aveva Osato arrivare a vietare lo sfruttamento, per insufficiente che sia una tale espressione sulla linea della dottrina marxista. Fecero il giro del mondo le formule, che riempivano i giovani proletari e rivoluzionari del tempo di irrefrenabili entusiasmi: soppressione dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo - chi non lavora non mangia - chi non lavora non vota. Nessuno rinnega quegli entusiasmi generosi, ma i militanti di un partito marxista devono sapere che mai si potrà chiudere in una dichiarazione di diritti e di principi giuridici (concetto diverso da quello dei principi teorici di partito, che sono principi scientifici) il contenuto della Rivoluzione Comunista distruttrice della forma capitalista moderna.
Qualche Costituzione borghese ha posteriormente fatto qualche pallido passo in avanti, come quella dell'italica Repubblica fondata sul lavoro. Che vuol dire ciò? Diritto per diritto, si può leggere che è fondata sul lavoro sfruttato, sul lavoro degli altri.
Prima di andare avanti, indichiamo che già il II congresso dei Soviet con la data 30 novembre 1917 aveva votato una breve «Costituzione» limitata a pochi accapi che potrebbero dirsi di «organizzazione dello Stato».
Il Consiglio dei Commissari del Popolo (che prendono il posto dei ministri borghesi) risponde al Comitato Esecutivo Centrale dei Soviet. Tutti gli atti importanti sono sottomessi all'approvazione del C.E.C.
Le misure di lotta alla controrivoluzione sono prese dal Consiglio dei Commissari, sotto riserva della sua responsabilità verso il C.E.C. Quindici membri di questo possono avere diritto di interpellanza al governo dei Commissari, che deve dare immediata risposta.
Il testo completo del 1918, 10 luglio, infine stabilisce che unica legge fondamentale della R.S.F.S.R. è costituita dalla Dichiarazione ratificata dal II congresso e dalla Costituzione che la segue.
Il I Capitolo del I Titolo della Dichiarazione, nella sua forma definitiva (154), riguarda due risultati di fatto, e di natura politica, che segnano traguardi raggiunti e non comportano commento.
Art. 1 - La Russia è proclamata Repubblica dei Soviet dei deputati degli operai, soldati e contadini. Tutto il potere, centrale e locale, appartiene ai Soviet.
Art. 2 - La Repubblica sovietica russa viene costituita, sulla base di una libera unione di libere nazioni, come Federazione di repubbliche nazionali dei Soviet.
Il II Capitolo stabilisce gli scopi sociali della Repubblica rivoluzionaria, che nel corso futuro dovranno essere raggiunti. L'art. 3 ne dà il primo elenco, con la formula:
«Allo scopo fondamentale... il II congresso panrusso dei Soviet decreta, ecc.».
Esaminiamo partitamente la natura storica degli scopi elencati.
Soppressione di ogni sfruttamento dell'uomo sull'uomo. Senza tornare sul valore scientifico di una tale espressione, essa è una presa di atto che nella società russa lo sfruttamento esiste, e si deve lottare per eliminarlo.
Completa eliminazione della divisione della società in classi. Questo scopo contiene il totale programma socialista. Allorché esso sarà raggiunto, giusta la nostra dottrina, non vi saranno né Stato, né Costituzione. Va ricordato che l'estensore del testo è Lenin, e che in primo tempo il testo dovette avere anche l'adesione degli esserre. Questi erano alleati dei bolscevichi al II congresso; al III uscirono dal governo; al IV tentarono la via della forza restando schiacciati.
Repressione senza pietà della resistenza degli sfruttatori. Prendiamo la formula del progetto di Lenin al posto di quella della raccolta francese di legislazione comunista del Labry, che qui ci pare tradotta male: spietato sterminio degli sfruttatori. Il senso è quello della dittatura di classe. Gli sfruttatori vi sono, come lo sfruttamento. Se si opporranno, non tanto alle misure sociali, quanto alla loro estromissione da ogni diritto politico e dal potere, la repressione di ogni tentativo di violare le decisioni del potere proletario o di rovesciarlo sarà inesorabile. Quindi la Costituzione non ci racconta, come quella del 1936, che non vi sono più sfruttamento e sfruttatori, ma prevede come trattare questi, fino a che ci saranno ancora.
Instaurazione dell'organizzazione socialista della società e vittoria del socialismo in tutti i paesi. L'edizione di Lenin in italiano a Mosca dice creazione; il testo francese, che stavolta preferiamo: établissement. Nessuna virgola separa i due concetti, che leggiamo insieme, ossia ponendo come scopo la società socialista non nella sola Russia, ma in tutti i paesi.
In ogni modo a parte sottigliezze grammaticali il senso è che lo scopo è il formarsi dell'economia socialista in Russia, come in ogni altro paese, e che questo avverrà con la vittoria in tutti i paesi. Per vittoria del socialismo intendiamo la presa del potere politico da parte del proletariato rivoluzionario. Il concetto ricorre così in tutti i testi di Lenin, che all'epoca vedeva imminente la vittoria in Europa.
Quindi non socialismo constatato, né socialismo promesso nel territorio russo isolato.
Alla premessa, che descrive gli scopi storici della rivoluzione, seguono, da a) a g), sette provvedimenti nel testo francese, che si atteggia ad ufficiale o tratto da fonti ufficiali, e 5 in quello di Lenin. Trascureremo le differenze minori, in quanto alcuni degli accapi contenuti nella Dichiarazione sono gli stessi del già illustrato «Mandato contadino» del II congresso.
a) Al fine di attuare la socializzazione del suolo, la proprietà privata di esso è abolita, e tutti i terreni vengono dichiarati proprietà nazionale, e trasferiti ai lavoratori, senza indennità e in base al principio dell'eguaglianza di godimento.
b) Le foreste, le ricchezze del sottosuolo e le acque d'interesse nazionale, così come i beni immobili e mobili delle fattorie modello e delle grandi aziende agricole moderne, sono dichiarati proprietà pubblica.
Come già sappiamo questa misura di nazionalizzazione della terra è concreta ed immediata ma non è di contenuto socialista, e nemmeno di capitalismo statale, finché vige la formula del godimento per aziende frazionate.
c) Come primo passo verso il definitivo possesso, da parte della Repubblica operaia e contadina dei Soviet, di tutte le fabbriche, officine, miniere, ferrovie ed altri mezzi di produzione e di trasporto, è ratificata la legge promulgata dai Soviet sul controllo operaio e sul Consiglio Superiore dell'Economia nazionale, al fine di garantire il potere dei lavoratori sui datori di lavoro.
Non occorre notare l'estrema modestia economico-sociale di questa misura pratica. In sostanza non sarà incostituzionale in avvenire l'esistenza di gestioni industriali capitaliste private.
d) La legge sull'annullamento dei prestiti contratti dal governo degli zar, dei proprietari fondiari e della borghesia, è il primo colpo portato al capitale finanziario internazionale. La vittoria completa della rivolta del proletariato internazionale contro il giogo del capitale non potrà essere ottenuta che se i Soviet continuano a seguire la via tracciata dalla detta legge.
e) Il trasferimento delle banche nelle mani dello Stato operaio e contadino è una delle condizioni per l'emancipazione delle masse lavoratrici dal giogo del capitale.
f) Per annientare le classi parassitarie della società è decretato il lavoro generale obbligatorio.
g) Per assicurare la pienezza del potere alle masse lavoratrici ed eliminare definitivamente la possibilità che sia ristabilito il potere degli sfruttatori, sono decretati l'armamento degli operai e dei contadini, la formazione dell'armata rossa socialista, e il completo disarmo delle classi possidenti.
Questa parte finale è la più importante. Dichiarare che le classi privilegiate non esistono più è uno scherzo facile, che sarà fatto dal 1936. Ma la posizione rivoluzionaria è lo scontarne la sopravvivenza, e predisporne il rigoroso disarmo da parte del proletariato armato.
Il III Capitolo della Dichiarazione riguarda le questioni mondiali. La guerra che è ancora in corso è definita «la più criminale che ci sia mai stata». Sono ribadite la rivendicazione di abolire i trattati segreti, l'organizzazione della fraternizzazione ai fronti, e la realizzazione «con misure rivoluzionarie» del diritto dei popoli a disporre di se stessi. Ciò nell'art. 4. Il 5 contiene la condanna dell'imperialismo e della barbarie coloniale con l'asservimento al capitalismo di interi popoli di colore. L'art. 6 ratifica le decisioni di lasciar libere la Finlandia e l'Armenia, ed evacuare militarmente la Persia.
Il Capitolo IV riguarda la questione interna delle nazionalità, dopo aver ribadito il principio della dittatura, ossia l'assoluta esclusione degli sfruttatori di lavoro altrui da ogni minimo diritto politico.
L'art. 8 definisce la questione nazionale (le cui violazioni da parte di Stalin tanto dovevano nel seguito indignare Lenin (155) mentre Stalin non fa che vantarsi autore di queste parti del testo). Mirando a realizzare una unione libera, volontaria e completa, e perciò tanto più solida e duratura, dei lavoratori di tutta la Russia, il Congresso si limita a formulare i principi su cui si basa la Federazione delle Repubbliche Socialiste dei Soviet, riconoscendo agli operai e contadini di ogni nazione il diritto di decidere liberamente, nei loro congressi dei Soviet [qui il progetto Lenin dice «investiti di pieni poteri»; il testo francese citato dice invece «autorizzati», che sarebbe altra cosa: da chi, si direbbe?] se desiderano partecipare, e su quali basi, al governo e alle altre istituzioni federative di Russia.
Qui siamo al termine della «Dichiarazione». Ne risulta che non vi era allora nessuna impazienza di dichiarare che in breve tempo si sarebbe avuto il socialismo come struttura produttiva, ma erano invece in primo piano problemi politici affrontati e risolti con spirito di classe e rivoluzionario, e soprattutto con rigida coerenza alla dottrina marxista.
Il primo punto è la severa applicazione della dittatura, e se del caso del terrore, alle classi spossessate dal potere, anche quando per lungo tempo conserveranno funzioni e quindi privilegi economici.
Altro punto è la previsione della controrivoluzione e le misure per fronteggiarla. Combattere e non «costruire» è la consegna della storia. Combattere vuol dire soprattutto distruggere: lo sarà tanto più in quanto si subirà una guerra di assedio; stretti in cerchio sempre più piccolo attorno alle due grandi città, che possono produrre armi, ma non vettovaglie per la popolazione e i combattenti. Istituire la guardia armata interna e l'esercito per i fronti esterni, armarli, nutrirli, ecco il primo problema.
Terzo punto. Al luglio con la pace di Brest la Russia è libera dalla guerra internazionale: ma continua lo stesso l'esigenza di stroncarla, di lanciare nel mondo l'invito al proletariato di ogni lingua a gettare le armi, a sabotare l'imperialismo, ad attaccare alla base il mostro della forma capitalista. Questa la via per alleggerire la Russia dallo sforzo militare contro gli assalti bianchi alimentati dalle potenze estere, e per risolvere il problema del passaggio al socialismo che è problema ultra-nazionale, per la Russia soprattutto.
La «Dichiarazione» è un altro documento che mostra menzognera la tesi degli stalinisti che Lenin vedesse addossato al solo proletariato russo, oltre la guerra di classe, il compito assurdo di «costruire il socialismo».
Questo termine equivoco, con altri che dialetticamente si introdussero nell'agitazione per storica necessità, ma da uomini che avevano la forza di farlo senza menomamente intaccare il «sancta sanctorum» della teoria, che è la vita del partito rivoluzionario - come ad esempio il famoso abolire lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo -, si lega in fondo al transitorio «blocco» con gli esserre, stretto per la conta dei voti e sulla carta, rapidamente sciolto con le fucilate - essi presero i fucili: una prima volta nella storia i proletari non fecero la fine di Francia 1831, 1848, 1871, Germania 1918, Ungheria 1919, ecc., ma caddero i traditori della rivoluzione.
Chiudere la storia millenaria degli sfruttamenti sociali ed elevare il regno egualitario è nella prospettiva populista e socialista rivoluzionaria, che non solo in Russia ed allora, ma ovunque e sempre alligna, un gioco da bambini. Si prende tutta la terra, o si prende tutto il capitale, e se ne fanno tanti uguali pezzetti, ove ognuno lavora il suo. Costruita questa società contadina nella campagna, e nelle città, se non proprio artigiana come mille anni fa, sia pure di «azionariato sociale», ecco di un solo colpo abolito lo sfruttamento, e costruito il socialismo.
Non si potrà mai dimostrare che questa formula utopistica della società possa storicamente attuarsi e tanto meno che dopo attuata possa mantenersi, ma quello che per i marxisti è evidente è che una tale forma storicamente assurda, atta a nascere nelle teste dei piccoli borghesi e a sposare le teorie di tipo libertario, non solo non contiene nessun elemento della forma socialista, ma sarebbe inferiore a quella capitalista, per rendimento, impulso alla produttività del lavoro, e alla stessa oggi idolatrata volumetrica della produzione.
Essa non va al di là, con minore forza ed eloquenza, delle vecchie posizioni mistiche ed etiche, che parlarono di far scendere sulla terra il regno divino della giustizia e della fraternità. Nel seno del mondo moderno non ne uscirono che aborti innumeri: il fabianismo, l'esercito della salvezza: un ultimo risibile esempio nel giustizialismo di Peron e di Evita, che cadde nel ridicolo dopo avere illuso masse di sfruttati, si sentì chiamare fascismo del tipo di quello della repubblica di Salò; il che non toglie che poche settimane fa una repressione feroce e sanguinaria lo abbia stroncato, degnamente bagnando in un lago di sangue i loschi «ideali del mondo libero», tra i quali alligna l'analoga formula idiota: la libertà dal bisogno, la libertà dalla paura.
Quanto, marxisti russi ed europei, eravamo in quegli anni splendenti elevati su questa paccottiglia sociale, sicuri incrollabilmente che nella lotta dottrinaria avevamo spazzato via tutto questo lattemiele irrancidito per scrivere al suo posto la reale dinamica della storia e del socialismo che in essa sorge, senza che vi siano su esso borghesi «diritti di autore»!
Oggi affoghiamo in quelle muffe ammorbanti e schifose, da tutte le parti.
Abbiamo perciò voluto dire che Lenin stesso ha dovuto, in piena, e oggi riconosciuta dai veri marxisti, decisione, usare di quelle formule di agitazione e di composizione politica. Sicché anche quando avesse scritto di volere in Russia edificare o costruire il socialismo, l'uso di tali verbi nulla toglierebbe alla sua integrale linea. Tuttavia in recenti polemiche gli stessi borghesi, che spesso leggono la storia meglio del cretinismo populista o popolare (è lo stesso) che dilaga, hanno potuto agli stalinisti e krusciovisti dimostrare documentalmente che Lenin stabilì, proclamò e scrisse innumeri volte il contrario; che, analogamente, mai gli sfuggì l'altra frase, della stessa risma, della pacifica coesistenza tra Stati socialisti e Stati capitalisti.
La «Dichiarazione» di Lenin forma il Titolo primo della Costituzione del luglio e del V congresso panrusso. Il secondo, intitolato: Normativa generale della costituzione della R.S.F.S.R. (sostituiamo, non possedendo testi russi, la parola Normativa alla francese Règlement, troppo pedestre) contiene però ancora enunciazioni di principio, che si devono rilevare.
Si potrebbe dire che la Dichiarazione ben poteva avere per oggetto una fase di rapido passaggio, ma le costituzioni hanno per oggetto il lungo avvenire; quelle americana e francese sono vive (e scioccamente incensate) dopo più di un secolo e mezzo.
L'art. 9 del Capitolo V dice che appunto per il periodo transitorio attuale il dovere della Repubblica (frase che in teoria Lenin non avrebbe scritta per non scivolare nell'antimarxista «Stato etico») consiste nello stabilire la dittatura del proletariato delle città e delle campagne sotto la forma di un forte governo sovietico panrusso. Il centralismo qui passa però, a bandiere piegate, dalla dottrina nella legislazione positiva.
Sono quindi spiegate le finalità di questo Governo. La formula è più netta: un Governo per noi non ha doveri, ma ha finalità storiche, e di classe. Questo Governo (centrale) ha
«per scopo di schiacciare la borghesia, di abolire lo sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo e di instaurare il socialismo, nel quale non esisteranno né divisioni di classe, né potere statale.»
Gli scopi sono storicamente gradati. Schiacciare la borghesia significa toglierle ogni potere politico: la sua fisica distruzione verrà alla fine col terzo termine: abolizione delle classi. Segue l'abolizione dello sfruttamento dell'uomo: ripetiamo che questo termine non dovrebbe essere più vicino del socialismo totale, che è al terzo punto (quando con la borghesia sparisce il proletariato stesso), e, se qui sussiste, è il residuo del rospo storico dovuto ingoiare, che è quello contadino, più duro a morire di quello esserre. Il godimento eguale non è socialismo, né è nel programma agrario dei comunisti (Lenin, mille volte citato) ma tuttavia è una non nostra ricetta in cui il nobile, il landlord, il kulak non possono più papparsi il prodotto del sudore di chi vanga. Cosa bella e pulita, ma marxisticamente insufficiente, quanto pericolosa - come la storia ha mostrato - per il lavoratore della fabbrica e per quello della terra.
Lo scopo di arrivare al «vero» socialismo, al socialismo superiore, al comunismo senz'altro aggettivo, è quello finale, come dicono le parole che lo definiscono: non solo inesistenza di divisioni di classe (aspetto sociale) ma sparizione di ogni potere statale (aspetto politico, estinzione storica dello Stato). Questo scopo figura nella costituzione, ma va oltre la repubblica storica dittatoriale dei proletari e dei contadini. Prima di giungere alla sparizione delle classi, il binomio dovrà divenire un monomio: tutti operai salariati; e nello scalino seguente nemmeno salariati. Solo quando sarà morta la forma salario, e da molto tempo morta la forma «godimento eguale della terra» (che seguita a vivere nel colcos) si presenterà all'orizzonte storico la sparizione dello Stato. Esso dovrà prima liquidare la transizione dalla forma binomia, operai-contadini, a quella monomia: soli operai, e con una lotta di classe.
Se quindi tra gli «scopi» del potente governo operaio-contadino di Russia sta questo, estremo, è in riferimento non alle tappe della società russa ma a quelle di tutte le moderne società capitaliste. Questo passo della prima Costituzione, «socialista» politicamente perché uscita dalla vittoria di un partito comunista internazionalista, si volge a tutta l'Europa, e agli altri paesi sviluppati, e afferma per il mondo intero i cardini marxisti: dittatura, potere statale centrale, abolizione delle divisioni di classe e delle classi (proletariato ultimo, ma incluso), società comunista senza potere di Stato. Si tratta della dottrina del partito vincitore, il solo che, oltre a mirare al programma socialista totale, potesse condurre la lotta del binomio russo sotto la forma di potere operaio-contadino nei Soviet.
Le tre norme che seguono questo articolo, che diremmo teorico, ribadiscono che il potere della Repubblica è uno e centrale, che la gerarchia dei Soviet periferici culmina nel supremo Congresso Nazionale dei Soviet, e (quando questo non siede) nel Comitato Esecutivo Centrale, dallo stesso eletto.
La Repubblica è federativa quanto alle nazionalità di varia razza e lingua che vanno storicamente sciolte dal giogo del dispotismo imperiale (tappa borghese-democratica, quanto inderogabile, della Rivoluzione), ma non accorda autonomie regionali provinciali o comunali nell'azione dello Stato e nella sua amministrazione, in cui i momenti decisivi risalgono dichiaratamente al potere del Centro.
Segue la disciplina di alcuni problemi, a cavallo tra quelli che si posero le classiche rivoluzioni borghesi e quelli propri di una repubblica la cui ideologia e la cui politica tendono dichiaratamente alla società socialista.
Art. 13. Libertà di coscienza: che deve essere garantita «ai lavoratori» in modo effettivo. A tale scopo la Chiesa è separata dallo Stato, e la scuola dalla Chiesa: tutti i cittadini possono fare propaganda religiosa o antireligiosa. Formula di passaggio che nella parte positiva una repubblica borghese può accettare, rompendo le tradizioni feudalistiche. In una repubblica operaia comunista si rimetterebbe al partito la trattazione della questione religiosa e si vieterebbe la propaganda dei culti, e il loro esercizio.
Art. 14. Libertà di pensiero, effettiva (classiche formule teoriche di Lenin nella polemica coi demo-socialisti, che gloriosamente entrano nella pratica). La Repubblica sopprime la dipendenza della stampa dal capitale e trasmette nelle mani degli operai e contadini poveri tutto l'apparato tecnico necessario per pubblicare giornali, opuscoli, libri, ecc., e ne garantisce la libera circolazione nel paese. Ciò non deve leggersi nel senso che gruppi autonomi possano stampare e diffondere quanto a loro piace, ma è criterio di classe: la discriminazione delle due classi governanti si fa al vertice dello Stato. Ma é piena la fedeltà alla critica marxista della balorda esigenza della «libertà di stampa» che è libertà per milionari.
Art. 15. Libertà di riunione, al solito, effettiva. I locali e gli stabili atti alle riunioni pubbliche sono dalla Repubblica messi a disposizione delle suddette due classi sociali, col loro arredamento, ecc. Ogni cittadino ha diritto a organizzare riunioni, comizi, ecc. Si ricade per un momento nel diritto del cittadino individuale, che in pratica non è norma rivoluzionaria, ma si resta sulla linea della superba dottrina che deride la concessione di diritti platonici, senza quella dei mezzi per goderli.
Art. 16. Libertà di associazione. La Repubblica, distruggendo il potere economico e politico delle classi possidenti, ha di fatto eliminato gli ostacoli all'organizzazione delle masse proletarie e contadine, e le aiuta in tutti i modi a riunirsi e organizzarsi liberamente. Ciò non significa certo che «qualunque» organizzazione sia tollerata, anche quando abbia programmi in contrasto con la Costituzione della Repubblica. Da notare che non troviamo scritto che non si possano fondare partiti politici diversi da quello al potere.
Questa carta gloriosa lo è in tanto maggior misura, in quanto, dettata da un partito in possesso di un «allenamento» teoretico senza precedenti storici, si erge al vertice di una rivoluzione duplice, di una rivoluzione fra tre regimi, in cui le forme del regime borghese intermedio bisogna aiutarle a nascere, e nel termine più vicino possibile avviarle a morire.
L'istruzione è dichiarata completa e gratuita, ma qui (egregiamente) non per ogni abitante del territorio, bensì per gli operai e i contadini più poveri (art. 17).
L'art. 18 ripete che il lavoro è obbligatorio, e, qui esattamente, per tutti i cittadini. Resteranno i ricchi, ma si faranno lavorare anche prima di poterli depauperare.
L'art. 19 rende obbligatorio il dovere di difendere non la patria ma «la società socialista». Ma solo i proletari stanno nell'esercito combattente, gli altri saranno sottomessi ad altri obblighi di milizia. Vera formula, non di società senza classi ma di società «a classe rivoluzionaria dominante».
L'art. 20 rende cittadino dello Stato ogni straniero della classe lavoratrice, che si trovi nel territorio, senza formalità o domanda. Formula che sottolinea la superiorità della comunanza di classe su quella di nazione.
L'art. 22 abolisce ogni privilegio razziale o nazionale. Una repubblica borghese può ammettere, teoricamente, la norma.
L'art. 23 (non meno che ciascuno dei prima detti) può servire a provare che la Repubblica bolscevica sa di non porsi sulla soglia di una società socialista, quanto a struttura economica. «Sono annullati tutti i diritti di persone private e gruppi sociali...». E qui l'articolo finirebbe se fossimo «nell'anticamera del socialismo». Ma non finisce; continua così: «il cui esercizio danneggi gli interessi della rivoluzione socialista».
Voglia il lettore riflettere sulla poderosa costruzione dialettica di questo documento, in cui nulla di mistico né di demagogico è rimasto, e che da un lato guarda la realtà arretrata e sconquassata di Russia nei suoi caratteri positivi senza nessuno celarne, dall'altro, con le sue proclamazioni, alimenta la fiamma mondiale dello sforzo della classe rivoluzionaria, del suo presentimento possente della futura verità socialista, dell'immancabile realizzarsi del programma che i comunisti, da un secolo quasi, hanno nel mondo levato, annunciando alla forma capitalista la sua fine di morte violenta.
La Costituzione di Lenin, dei bolscevichi marxisti, dei Soviet del 1918, che nulla di comune hanno con gli scalzacani russi di ieri e di oggi, dà atto che si accinge ad amministrare per decenni rapporti di produzione non socialisti, ma borghesi e preborghesi; ma pretende con orgoglio gigante di andarlo a fare con mezzi e per strade che, senza abolizioni da palcoscenico e colpi di bacchetta magica, ignoti al marxismo scientifico, uno per uno faranno partire colpi diretti al cuore del nemico internazionale, della società capitalistica, dei poteri imperialistici.
La consegna fu capita e raccolta nel mondo intero, e sferrata la dura battaglia, in cui lo stesso contenuto socialista e rivoluzionario della Carta del Luglio 1918 era, senza speranza di alternative, in gioco totale.
La nuova Carta borghese del 1936 suggellò la sconfitta dei rivoluzionari nella tremenda prova. Sconfitta totale, ma che può essere riscattata se non si aggiunge ad essa il baratto dello splendido realismo dottrinale, che nel 1918 sostenne e vinse una prova suprema; ma mai cancellabile.
Va a tale scopo riscattata l'infamia che la resa del 1936 osò presentarsi come bilancio di vittoria, e mascherare da socialista una struttura sociale che si era elevata a caratteri più borghesi, ma ad essi si era bassamente legata.
La Costituzione 1918 deve però dirci altro: il II Titolo, che descrive l'ingranaggio sovietico della nuova Russia, mostra che il binomio tra le due classi dittanti non è binomio di termini uguali; ma contiene la superiorità e l'egemonia di una delle due classi: il proletariato industriale, sul minore seppur necessario alleato: la classe contadina. Gloriosa cadetta, ma cadetta, di quella grande Rivoluzione. E che nella storia doveva trarsi da parte; anzi lo ha fatto già.
Il primo rapporto pubblicato nel presente volume sotto il titolo generale: «Le grandi questioni storiche della rivoluzione in Russia». [back]
Ora in Lenin, «Opere», XXVII, pagg. 65-70, da cui la citazione che segue (pag. 66). [back]
Cfr. anche «Sull'infantilismo di sinistra e sullo spirito piccolo-borghese», in Lenin, «Opere», XXVII, pagg. 295-322. [back]
«Tesi sull'Assemblea Costituente», in Lenin, «Opere», XXVI, pag. 365. [back]
«Dichiarazione dei diritti del popolo lavoratore e sfruttato», in Lenin, «Opere», XXVI, pag. 404. [back]
K. Marx, «La questione ebraica» (cfr. A. Ruge e K. Marx, «Annali franco-tedeschi», Milano 1965, pagg. 285-287). [back]
Il testo del 1956 seguiva la traduzione francese della «Dichiarazione» nel già citato Labry: qui si segue la versione recente in «L'URSS - Diritto economia sociologia, politica, cultura», a cura di M. Moushkely, Milano, 1965, II, pagg. 787-818. [back]
Cfr. in particolare «Sulla questione delle nazionalità e della 'autonomizzazione», 30 e 31 dicembre 1922, in Lenin, «Opere», XXXVI, pagg. 439-445. [back]
Source: «Il Programma Comunista», N. 16, Luglio 1956