Source: https://www.movimento2stellette.it/tutto-cambia-perche-nulla-cambi-i-sindacati-militari-e-lapparente-non-volonta-politica-di-renderli-veramente-agibili/
Timestamp: 2019-11-18 03:10:14+00:00
Document Index: 148151339

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 1475', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 3']

Tutto cambia perché nulla cambi: i sindacati militari e l’apparente non volontà politica di renderli veramente agibili - Movimento 2 stellette
(di Antonino Duca) Era nell’aria da tempo, dalle sentenze della Corte EDU che condannò la Francia, alla “Risoluzione Europea per la difesa comune” del Parlamento Europeo, che rivolse l’ennesimo invito agli Stati membri a riconoscere il diritto del personale militare a formare e aderire ad associazioni professionali o sindacati, fino alla sentenza della Corte Costituzionale n. 120 del 2018 che, dichiarando parzialmente illegittimo l’art. 1475 co. 2 del Codice dell’ordinamento militare, determinò, per i cittadini italiani in uniforme, il riconoscimento del diritto di associazione in sindacati al fine di tutelare i propri interessi soggetti e collettivi.
Dagli anni settanta, dopo le “Norme di principio sulla disciplina militare” che diedero ai cittadini con le stellette i diritti civili e politici presenti nella Costituzione repubblicana e, pertanto, l’accettazione del concetto di “diritto” nelle Forze Armate (1), la questione del esercizio del diritto dei militari di costituire sindacati è rimasta politicamente appannaggio di pochi. Oggi no, infatti con una sentenza che demanda al legislatore il compito colmare il gap che vede l’attuale coesistenza tra rappresentanze e sindacati militari, sembrerebbe che tutte le forze politiche vogliano determinare il proprio fattivo contributo alla causa. Ma è così? Per carità tutto legittimo e meritorio, il problema sta nel fatto che, a quanto pare, non vi sia la reale volontà di dare ai militari un sindacato che possa veramente essere uno strumento di tutela, bensì di dare, solo ed esclusivamente, la possibilità di esistere e sostanzialmente di avere le stesse prerogative e gli stessi strumenti, no nella forma bensì nella sostanza, della Rappresentanza Militare.
Insomma, tutto cambia perché nulla cambi? Sembrerebbe di si. Eppure sarebbe bastato riconoscere ai militari le stesse norme sull’esercizio del diritto sindacale attagliate per la Polizia di Stato, atteso che il concetto di “smilitarizzazione”, in virtù della sentenza 120/2018 della Corte Costituzionale, non è più la conditio sine qua non per aver riconosciuto il diritto di associazione sindacale e che, pertanto, in un futuro prossimo potrebbero risultare fondate, cosa che nella sentenza 449/1999 della Corte Costituzionale non potevano essere (2), eventuali doglianze atte a dimostrare un eventuale disparità di trattamento tra gli operatori del comparto difesa e sicurezza in merito, appunto, all’esercizio del diritto di associazione sindacale.
Sarebbe bastato poco, invece no. Inutile dire che al principio di questa vicenda in pochi gridarono allo scandalo, era già evidente con le prime proposte di legge, che qualcosa non quadrava. Addirittura qualcuno accusò la Rappresentanza Militare di voler far saltare il banco, quando in audizione in commissione difesa nel febbraio scorso chiese quale punto di partenza della discussione l’estensione delle norme della Polizia di Stato in tema di esercizio del diritto sindacale, fino ad assistere a una continua pantomima su “come viene fatta una legge”, che “non ci si deve preoccupare”, che “tutto andrà per meglio”, anche con l’ausilio di qualche associazione sindacale nascente che sosteneva i disegni di legge (cosa ci avrebbero fatto con un sindacato no monco, di più, non è chiaro). Infine è venuta fuori fuori la proposta 875 “restyling” (3) degna delle peggiori aspettative, con tutto quello che c’era di peggio già nella versione precedente, ma con ulteriori elementi condivisi in un comitato ristretto che sviliscono ancor più una proposta di legge che già avrebbe consegnato uno strumento deficitario: basti pensare all’idea di sottendere l’autonomia del sindacato ad una precisa istanza di asseverazione o, ancor peggio, di sottendere l’autonomia nell’operatività dell’azione sindacale “nel rispetto dei principi di coesione interna, neutralità, efficienza e prontezza delle Forze armate e dei corpi di polizia ad ordinamento militare”. Per carità, nulla contro a detti principi, qui nessuno ha intenti reazionari (sia chiaro!), il problema è che ad oggi, nel diritto militare, questi principi non hanno contrappesi ben definiti, godono di estrema indeterminatezza e creano, a volte, situazioni giudico amministrative discutibili. Pertanto, in virtù di ciò, potrebbe accadere, ma è solo un esempio, che un sindacato particolarmente attivo, che svolge il proprio compito a tutela degli iscritti, magari in disaccordo con quanto determinato dal Ministro della Difesa, in nome dei principi su menzionati, appunto molto ampi e indeterminati, potrebbe esser privato da quest’ultimo del diritto a operare, travolgendo di conseguenza anche il diritto degli iscritti di essere rappresentati dal sindacato scelto.
Questi sono solo alcuni esempi, l’elenco sui motivi per il quale ci sarebbe bisogno di aprire un serio dibattito nel merito è lungo, oltre al fatto che più si scorre sugli emendamenti e più aumentano le perplessità.
Si potrebbe dire: “tutto qui”? Ma assolutamente no. In mezzo a questa vicenda dai livelli entropici particolarmente alti, tra sindacati militari si, sindacati miliari no e sindacati vorrei ma non posso, arriva l’ennesima intromissione di quello che oggi è un aspirante europarlamentare già noto per aver paragonato la Rappresentanza Militare a un virus e i sindacati a metastasi(3), che in un accorato comizio di qualche giorno fa sparava a zero contro tutto e tutti definendo, cito testualmente,“la sindacalizzazione, un provvedimento che potrebbe trasformarsi nella smilitarizzazione dei militari passata in silenzio, una ventata di pari opportunità che ci ha consegnato delle immagini che fino a qualche tempo fa sarebbero state oggetto di sanzioni disciplinari o penali e che invece oggi vengono salutate come una grande rivoluzione culturale che pare voler trasformare in tanti Checchi Zalone in cerca di posti fissi quella che dovrebbe essere la nostra migliore gioventù”(4).
Con tutto il rispetto, si commenta da solo. E dire che il suo il discorso non iniziava nel peggiore dei modi, anzi, era molto sentito e patriotticamente ineccepibile, solo che ad un certo punto sembrava non ricordare alcuni passaggi oggettivamente importanti che gli si potevano suggerire. Infatti sembrava non ricordare che l’Italia consegnata dai soldati, come ha ben detto, è anche un Italia democratica, da cui è nata la Carta Costituzionale baluardo del diritto e dei diritti. Sembrava non ricordare che i soldati, in nome di quella Costituzione, servono il loro paese fino l’estermo sacrificio; soldati che oggi, pur vedendo riconosciuto l’ennesimo diritto si trovano a non poterlo esercitare al meglio; soldati che sono collaboratori attivi e non semplici esecutori; soldati che non sono più ciechi obbedienti, ma professionisti leali e consapevoli; soldati orgogliosi della propria uniforme ma che, molte volte, trovano un muro d’indifferenza e restano soli; soldati che aspettano anni prima di avere una serenità lavorativa; soldati che con quell’uniforme lasciano gli affetti e molte volte perdono la famiglia che fa fatica a capire l’amore per quell’uniforme; soldati che, nel silenzio e nell’indifferenza, vanno avanti nella battaglia quotidiana della malattia causata da sostanze a cui non sapevano di essere esposti; soldati che a causa di quelle sostanze oggi non ci sono più. Sembrava non ricordare…
Che dire, parafrasando un noto detto siculo: Il pane è oggettivamente duro e il coltello non ne vuole proprio sapere di tagliare. Non ci sono altri modi per definire la situazione attuale che vede le compagini, politiche e non, impegnate in quella che è l’alba della costituzione dei sindacati militari. È evidente che vi sia una oggettiva mancanza di coraggio della politica a dare ai militari un vero strumento di tutela che si possa definir tale. Ma staremo a vedere, chissà ci sorprendano. Certo è che qualcuno sosteneva che la legge doveva essere fatta e subito, ma se questi sono i presupposti a che serve? O meglio, a chi serve?
1. “In ogni caso, con questa legge, seppur con qualche limite, si estendevano finalmente ai cittadini con le stellette i diritti civili e politici presenti nella Costituzione repubblicana e, fino ad allora, tenuti fuori dal mondo militare. E già la mera accettazione del concetto di “diritto” era in se un cambiamento epocale per le Forze Armate, basta leggere come veniva considerata la possibilità dell’esercizio di un diritto in una sentenza del Tribunale Supremo Militare “[…] Di proposito il codice penale militare di pace non contempla l’esercizio di un diritto, perché in materia militare non esiste l’esercizio di un vero e proprio diritto, ma piuttosto l’esercizio di facoltà che si risolvono in definitiva nell’adempimento di un dovere.” Sentenza T.S.M. 10.02.53 r. Camporese in “Archivio Penale”, 1954, II p. 134, citata in A. Bevere, R. Canosa, A. Galasso, in.; pag 109 . “LA RAPPRESENTANZA MILITARE E RELATIVE PROPOSTE DI RIFORMA” GiovanniPalantra (http://www.sergenti.it/sgt/images/pdf/tesi-giovannipalantra.pdf)
2. Corte Costituzionale, sentenza 449/1999 “4. Il Consiglio di Stato invoca l’art. 3 della Costituzione, denunciando la disparità di trattamento fra gli appartenenti alle Forze armate e quelli della Polizia di Stato, ai quali il legislatore ha invero riconosciuto, per quanto entro precisi limiti, la libertà sindacale, escludendo non solo il diritto di sciopero, bensì anche le azioni che, effettuate durante il servizio, possano pregiudicare le esigenze di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica o le attività di polizia giudiziaria (artt. 82, 83, 84 della legge n. 121 del 1981). Osserva conclusivamente la Corte che – perseguendo un delicato bilanciamento tra beni di rilievo costituzionale – il legislatore ha sì riconosciuto una circoscritta libertà sindacale, ma ciò ha disposto contestualmente alla smilitarizzazione del corpo di polizia, il quale ha, oggi, caratteristiche che lo differenziano nettamente dalle Forze armate. Non può quindi invocarsi la comparazione con la Polizia di Stato per la diversità delle situazioni poste a confronto, sì che pure la censura mossa con riferimento all’art. 3 deve essere disattesa, al pari di quelle riguardanti gli artt. 39 e 52, terzo comma, della Costituzione.” http://www.giurcost.org/decisioni/1999/0449s-99.html
2.Resoconto.Commissione11Aprilehttp://documenti.camera.it/leg18/resoconti/commissioni/bollettini/pdf/2019/04/11/leg.18.bol0174.data20190411.com04.pdf
3. “…Consigli di Rappresentanza. Questi ultimi sono il virus dal quale, a sentire le più recenti notizie, starebbero per disseminarsi le metastasi della sindacalizzazione delle Forze Armate, fino ad oggi e non a caso ancora parzialmente efficienti e sostanzialmente disciplinate.” http://www.destra.it/m-bertolini-il-disarmo-anche-morale-delle-nostre-forze-armate/
4.https://infodifesa.it/generale-bertolini-alle-europee-forze-armate-umiliate-da-sottoalimentazione-e-sindacalizzazione-tanti-checchi-zalone-in-cerca-di-posto-fisso/