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Timestamp: 2018-02-25 19:46:09+00:00
Document Index: 58039297

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 648', 'art. 640', 'sentenza ', 'art. 485', 'art. 485']

Biglietto "Gratta e Vinci" falso: no truffa per chi lo incassa in buona fede
Lo sai che? Biglietto “Gratta e Vinci” falso: no truffa per chi lo incassa in buona fede
Lo sai che? Pubblicato il 27 gennaio 2012
> Lo sai che? Pubblicato il 27 gennaio 2012
Non commette reato chi prova ad incassare il premio di un biglietto della lotteria se è ignaro della non autenticità di quest’ultimo.
Chi prova a incassare il premio di un “Gratta e Vinci” risultato falso non è colpevole di truffa, se era in buona fede.
La Cassazione [1] ha assolto un tale che, passeggiando per le strade di Palermo, aveva trovato a terra un “Gratta e Vinci” e, dopo aver constatato che era vincente, senza verificare l’autenticità del biglietto, si era recato in banca per riscattarlo.
Nei primi due gradi di giudizio il frettoloso viandante era stato condannato (per truffa aggravata [2] e ricettazione [3]), perché ritenuto, dai giudici che non hanno creduto alla sua ricostruzione, in mala fede. La Cassazione ha invece capovolto il giudizio, giustificando la curiosità dell’imputato, che lo avrebbe spinto a raccogliere il biglietto per verificarne la combinazione, senza accorgersi del falso tutt’altro che macroscopico. Il “Gratta e Vinci”, infatti, era risultao riprodotto con tale cura da indurre in errore persino un addetto ai lavori.
Secondo la Suprema Corte, l’imputato dunque era in buona fede perché non aveva posto artifici e raggiri, considerati dalla legge come elementi essenziali del reato di truffa [4]. Egli, infatti, si era candidamente recato in banca per incassare il premio, finanche fornendo copia dei propri documenti.
Per questi motivi, dunque, la Cassazione ha annullato la sentenza della Corte d’Appello di Palermo, ammettendo che il passante ben poteva non conoscere la provenienza illecita del “Gratta e Vinci”.
Diverso è il caso di chi altera il gratta e vinci che può essere incriminato per falsità in scrittura privata. Così ha argomento la Cassazione in un’altra sentenza qui sotto riportata [5].
[1] Cass. sent. n. 2065 del 19 gennaio 2012.
[2] artt. 56, 640, comma 2, 61 n. 11 c.p.
[3] art. 648 c.p.
[4] art. 640 c.p.
[5] Cass. sent. n. 6664/14
Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 17 gennaio – 12 febbraio 2014, n. 6664
Presidente Lombardi – Relatore Pistorelli
1.2 Né rileva il fatto che la sequenza “vincente” artatamente creata dall’imputato non trovasse effettiva corrispondenza nel montepremi. Infatti, attesa la natura di pericolo del reato previsto dall’art. 485 c.p. (Sez. 5, n. 29026 del 30 aprile 2012, p.c. in proc. Giorgio, Rv. 254610), la grossolanità del falso deve essere valutata con riguardo esclusivo alle caratteristiche intrinseche del documento che ne costituisce l’oggetto e nella prospettiva della sua idoneità ad ingannare i terzi, senza che assuma rilievo il conseguimento del risultato cui la sua realizzazione risulta strumentale. In tal senso l’effettiva possibilità di riscuotere il premio individuato dalla sequenza artefatta non incide sulla configurabilità del reato, atteso che il documento era comunque in grado di trarre in inganno. In definitiva il ricorrente fa discendere la grossolanità del falso dalle specifiche modalità di utilizzazione del documento registrate nel caso di specie, così invertendo l’oggetto dell’accertamento e valorizzando una circostanza esterna al fatto di reato. Ed ancor meno fondata risulta l’obiezione relativa alla sussistenza in concreto del dolo specifico richiesto dall’art. 485 c.p. Ma proprio la configurazione dell’elemento soggettivo nei termini indicati evidenzia come sia irrilevante ai fini della consumazione del reato che il vantaggio venga conseguito e come il dolo sia integrato anche nel caso in cui l’agente agisca nella mera soggettiva convinzione di poterlo realizzare.