Source: https://www.diritto.it/materiali/lavoro/zeoli_muscolo.html
Timestamp: 2020-02-26 02:12:54+00:00
Document Index: 111913056

Matched Legal Cases: ['art. 2112', 'art. 2112', 'art. 2112', 'art. 2112', 'art. 2112', 'art. 2112', 'art. 2112', 'art. 2555', 'art. 2112', 'art. 2112', 'art. 2112', 'art. 1']

Sempre più frequenti oggigiorno diventano i casi in cui le aziende utilizzano lo strumento del trasferimento di azienda previsto dall’art. 2112 c.c. allo scopo di sottodimensionare i limiti numerici di organico fissati dalla legge per l’applicazione delle leggi sulla "giusta causa" dei licenziamenti.
L'art. 2112 c.c. intitolato "trasferimento di azienda" stabilisce che in caso di trasferimento di azienda il rapporto di lavoro continua con l' acquirente e il lavoratore conserva tutti i diritti che ne derivano. La disciplina dettata da tale norma è stata estesa anche ai casi di trasferimento di ramo aziendale e senza dubbio è stata concepita e modificata per ampliare la tutela dei lavoratori trasferiti i quali conservano appunto i diritti maturati con l' azienda cedente.
Il fine garantista voluto dal legislatore però molto spesso nella prassi cela uno strumento dannoso proprio per i lavoratori che si intendeva tutelare. Soprattutto nell'ottica delle grandi e medie imprese avviene sempre più di frequente che si trasferisca un "segmento di azienda" ossia un'entità priva di autonomia organizzativa, funzionale e produttiva rispetto alla parte non ceduta dell' azienda, esternalizzando il servizio espletato da tale segmento, integrando cosi il fenomeno dell' esternalizzazione o outsourcing.
In pratica con il termine esternalizzazione si fa riferimento a quelle tecniche mediante le quali l' azienda dismette alcuni segmenti dell'attività produttiva e i servizi che non ne costituiscono il c.d. "core bussines" affidandone la gestione ad altra impresa attraverso un contratto di appalto o fornitura.
L'outsourcing riguarda quindi quello che prima si svolgeva all'interno dell'impresa e quindi sotto il controllo dell' imprenditore e ora si svolge all'esterno sotto il controllo di un terzo.
La recente Direttiva Comunitaria 98/50, superando le precedenti evoluzioni del giudice comunitario, ha chiarito che è considerato trasferimento quello che riguarda "un’entità economica che conserva la propria identità, intesa come insieme di mezzi organizzati al fine di svolgere un’attività economica, sia essa essenziale o accessoria", in tal modo si è inteso attribuire all’azienda trasferita o al ramo dell’azienda trasferito una connotazione più "leggera" ravvisando gli estremi di un trasferimento di un’entità economica a prescindere dalla presenza di un trasferimento di elementi materiali o strutturali.
Si rende necessario stabilire quando i processi di segmentazione dell'impresa danno luogo ad una vicenda di esternalizzazione che ben si differenzia dal fenomeno del trasferimento di ramo aziendale, ma ben si avvicina agli estremi della fattispecie interpositoria.
La differenza con l'altra fattispecie disciplinata dall'art. 2112 c.c. è insita nella struttura dell'azienda (o del segmento) esternalizzata/o che è profondamente diversa dalla struttura dell'impresa tradizionale. Basti pensare che gli strumenti attraverso i quali "l'azienda esternalizzata" si procura i mezzi e i servizi, prima prodotti in proprio, sono rappresentati da contratti (appalti) esposti per loro natura ai rischi del mercato e pertanto assai meno stabili del contratto di lavoro subordinato, è questo uno dei motivi per i quali sorge l'esigenza di cogliere il valore del consenso del lavoratore.
La giurisprudenza di merito si e recentemente occupata della vicenda in questione ed in particolare alla luce del principio di effettività, fondamentale anche nel diritto del lavoro (Corte Cost. Sent. 121/1993 e Sent. 115/1994), ha chiarito che. "la distinzione tra la cessione di ramo d'azienda, cui consegue l'applicazione dell'art. 2112 c.c. e la mera esternalizzazione di servizi che può configurare un 'ipotesi di interposizione vietata, o di cessione illegittima di contratto di lavoro, deve fondarsi su elementi obiettivi e non può rimettersi alla mera volontà del datore di lavoro. Non è configurabile un trasferimento di ramo d'azienda nel caso di mera esternalizzazione di servizi privi di quel carattere di autonomia organizzativa ed economica obiettivamente preesistente al trasferimento stesso, che presuppone quantomeno quello specifico centro direttivo, dotato di autonomia finanziaria, nel caso specifico, il trasferimento dei lavoratori connesso a tale operazione si configura come cessione del contratto di lavoro, illegittima per difetto del consenso del lavoratore ceduto, e comporta le conseguenze di un licenziamento illegittimo " (Pretura di Genova 22 ottobre 1998).
Una corrente giurisprudenziale ancora più attenta all’importanza del consenso del lavoratore, ritenendo tale elemento indispensabile anche per una vera e propria cessione di ramo d' azienda, ha precisato che: "nel caso di trasferimento di azienda ex art. 2112 c.c., interpretato alla luce della Dir. Cee n. 77/187, la cessione del rapporto di lavoro è automatica solo nei confronti del cedente e del cessionario, resta subordinata al consenso del lavoratore ceduto, che a tale cessione potrebbe efficacemente opporsi ( Pretura Milano 14 maggio 1999).
Anche la dottrina, molto sensibile alla tutela dei lavoratori esternalizzati, ha esaminato la vicenda (Stefano Chiusolo in Rivista critica del lavoro 1999, 561 ), evidenziando in particolare quei requisiti necessari per l'individuazione dell'outsourcing e cioè dell' esternalizzazione. Partendo dalla considerazione storica che analizza il recente fenomeno posto in essere dagli imprenditori che invocano sempre più spesso l'istituto ex art. 2112 c.c. anche in ipotesi in cui l'oggetto del trasferimento non sia un ramo, bensì un servìzio ausiliario dell'impresa, è stata evidenziata la necessità di stabilire che "l'insieme dei beni ceduti per integrare la fattispecie ex art. 2112 c.c. debba essere considerato ramo d'azienda non solo nella prospettiva di chi acquista, ma anche nella prospettiva di chi vende. In altre parole sarà configurabile un trasferimento di ramo d' azienda solo allorquando il complesso di beni ceduto costituisca un insieme di beni organizzati, secondo il disposto ex art. 2555 c.c., per l'attività imprenditoriale sia per il cedente che per il cessionario. Al contrario il mero trasferimento di un'attività strumentale non integra la fattispecie in questione neanche nel caso in cui tale attività sia perfettamente coerente e funzionale con l'impresa del cessionario. Se ad esempio un'azienda vende l'insieme dei beni e servizi necessari al recapito della posta interna a un'impresa che fornisce questo servizio in forma imprenditoriale, verrà posta in essere una cessione di un insieme di beni che costituisce un' azienda per chi compra, ma che costituisce una mera attività ausiliaria e non un' azienda per chi vende. In un caso come questo non può dirsi che si sia verificato un "trasferimento d'azienda". Infatti, per realizzare una simile fattispecie, è necessario che l'oggetto della cessione sia qualificabile come tale da entrambe le parti.
L' art. 2112 c.c fa riferimento al "trasferimento d'azienda", evidentemente presupponendo che l' oggetto della cessione sia qualificabile come tale per tutte le parti del trasferimento. Del resto la giurisprudenza ha sempre inteso l'istituto di cui all'art. 2112 c.c. come il subingresso di un imprenditore ad un altro nell' esercizio dell' attività di impresa, con la possibilità per il cessionario di sfruttare anche con le relazioni con i terzi e con la clientela, la stessa posizione dell'alienante (in tal senso Cass. 10.3.1992 n. 2887, in Rep. Foro it. 1992; Cass. 19.2.1987 n. 1799; Cass. 13.11.1986 n. 6675).
Quando invece la fattispecie denominata trasferimento d' azienda ha ad oggetto l'esternalizzazione di servizi privi di autonomia organizzativa ed economica preesistente al trasferimento, che rappresentano articolazioni dell' impresa strumentali allo svolgimento dell'attività imprenditoriale che quindi non costituiscono azienda per chi vende e per chi acquista anche intesa come medesima posizione con i terzi e con la clientela, non può trovare applicazione l' art. 2112 c. c. , trattandosi di pura esternalizzazione.
Tale disposizione di legge, all’art. 1 stabilisce: "è vietato all’imprenditore di affidare in appalto o in subappalto in qualsiasi altra forma, anche a società cooperativa, l’esecuzione di mere prestazioni di lavoro mediante impiego di manodopera assunta e retribuita dall’appaltatore o dall’intermediario, qualunque sia la natura dell’opera o del servizio cui la prestazioni si riferiscono. E’ altresì vietato all’imprenditore di affidare ad intermediari, siano questi dipendenti, terzi o società anche se cooperative, lavori da eseguirsi a cottimo da prestazioni di opere assunti e retributivi da tali intermediari.
I prestatori di lavoro, occupati in violazione dei divieti posti dal presente articolo, sono considerati, a tutti gli effetti, alle dipendenze dell’imprenditore che effettivamente abbia utilizzato le loro prestazioni e cioè alle dipendenze del committente".