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Timestamp: 2019-12-06 02:37:02+00:00
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Corte di Cassazione civ sez. lav. n. 23420 del 16 dicembre 2004 - testo integrale Sentenza
Corte di Cassazione civ sez. lav. n. 23420 del 16 dicembre 2004
Lavoro · accesso · progressione
(Pres. Senese; rel. Curcuruto)
art. 86 d.lgs. n. 151/2001
Titoli	LAVORO - LAVORO SUBORDINATO - INDENNITA' - DI MATERNITA' - Lavoratrice assunta da una P.A. con concorso - Annullamento degli atti della procedura concorsuale - Prestazione lavorativa di fatto - Verificarsi delle condizioni per l'astensione obbligatoria dal lavoro per maternità - Godimento del trattamento previdenziale relativo - Configurabilità
In tema di rapporto di lavoro alle dipendenze di una P.A. (nella specie, Camera di commercio) ove si verifichi l'annullamento, anche in sede di autotutela, degli atti della procedura concorsuale sul presupposto della quale è stato stipulato il contratto di lavoro, l'esecuzione della prestazione in base al contratto rende operante in favore del lavoratore la disposizione di cui all'art. 2126 primo comma, c.c.; ne consegue che, qualora nel periodo in cui il contratto è stato eseguito, si siano verificate le condizioni per il collocamento della lavoratrice in astensione obbligatoria dal lavoro ai sensi della legge 30 dicembre 1971, n. 1204 (ora abrogata dall'art. 86 del d.lgs. 26 marzo 2001, n. 151), il diritto alla indennità di maternità, sorto quale effetto sul piano previdenziale, della eseguita prestazione, resta insensibile alle successive vicende del rapporto correlate all'annullamento del provvedimento amministrativo.
Fonte: http://db.formez.it/contenzioso.nsf/0c3b77f0d3745c3cc1256b500041094e/5f420a5f55141a34c12570d00057d71d?OpenDocument
Salvatore SENESE - Presidente -
Alberto SPANO' - Consigliere -
Camillo FILADORO- Consigliere -
Aldo DE MATTEIS - Consigliere -
Filippo CURCURUTO - Rel. Consigliere -
C.C.I.A.A. - CAMERA DI COMMERCIO INDUSTRIA ARTIGIANATO E AGRICOLTURA DI Po., in persona del Segretario Generale e legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in Ro. L.go O. Gi. 10, presso lo studio dell'avvocato An. Ap., rappresentato e difeso dagli avvocati Lu. La., Mi. Ro., giusta delega in atti;
Gr. Te. Lo.;
e sul 2° ricorso n° 21899/02 proposto da:
Gr. Te. Lo., elettivamente domiciliata in Ro. Via As. 16, presso lo studio dell'avvocato An. Cu., rappresentata e difesa dall'avvocato Ro. Br., giusta delega in atti;
-controricorrente e ricorrente incidentale-
C.C.I.A.A. - CAMERA DI COMMERCIO INDUSTRIA ARTIGIANATO E AGRICOLTURA DI Po.;
avverso la sentenza n. 255/02 della Corte d'Appello di POTENZA, depositata il 09/05/02 R.G.N. 825/01;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 05/10/04 dal Consigliere Dott. Filippo CURCURUTO;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. Carlo DESTRO che ha concluso per il rigetto del ricorso principale, assorbito il ricorso incidentale.
Gr. Te. Lo. convenne in giudizio la C.C.I.A.A (Camera di Commercio Industria Artigianato e Agricoltura) di Po. dinanzi al Tribunale di quella sede chiedendo la condanna della convenuta a corrisponderle il trattamento economico di maternità, per astensione facoltativa dal 15 settembre 1998 e per astensione obbligatoria fino a tre mesi successivi al parto.
A fondamento della domanda la Gr. Te. Lo. dedusse di essere stata assunta dalla C.C.I.A.A con contratto a tempo determinato di durata semestrale, a partire dall'1 luglio 1998, a seguito di partecipazione a concorso per titoli bandito nel maggio precedente; di essere stata autorizzata all'astensione per maternità difficile dal 9 settembre 1998; di aver ricevuto il successivo giorno 11 settembre una nota della Camera di Commercio con la quale le veniva comunicata l'interruzione del rapporto di lavoro, avendo la Camera di Commercio deciso di annullare, in esercizio del potere di autotutela, i provvedimenti relativi al concorso, ivi compreso lo stesso bando e i provvedimenti conseguenziali, e di interrompere i rapporti di lavoro.
La Gr. Te. Lo. sostenne che il diritto al trattamento di maternità, da essa azionato, in quanto diritto soggettivo perfetto non poteva essere inciso dall'autoannullamento deliberato dall'ente. In via subordinata negò, comunque, che sussistesse l'interesse pubblico, concreto ed attuale, necessario per dar fondamento alla delibera adottata, allegando circostanze di fatto dalle quali -a suo avviso- era desumibile tale inesistenza.
La Camera di Commercio si costituì in giudizio e, nel contrastare la pretesa della Gr. Te. Lo., rilevò in particolare l'insindacabilità dinanzi al giudice ordinario della delibera di autoannullamento degli atti concorsuali e della successiva assunzione, e l'inapplicabilità al caso della legge 30 dicembre 1971 n. 1204 (ora abrogata dall'art. 86, comma 2, lett. a) del d.lgs 26 marzo 2001, n. 151) non ricorrendo alcuna delle ipotesi, da essa previste, nelle quali la cessazione del rapporto non preclude il diritto alla indennità di maternità.
Il ricorso fu rigettato, ma la Corte d'appello di Potenza, accogliendo l'appello della Gr. Te. Lo. ha riformato la sentenza di primo grado ed ha condannato la C.C.I.A.A. al pagamento degli importi richiesti.
Premesso che la procedura adottata dalla Amministrazione per l'assunzione della Gr. Te. Lo. era quella dei contratti ad evidenza pubblica, il giudice del merito ha, in sostanza ritenuto che il rapporto, una volta costituito, dovesse restare insensibile all'esercizio di poteri autoritativi della controparte e che eventuali provvedimenti diretti a modificarlo o estinguerlo non potessero venire adottati se non in presenza di norme specifiche. Di conseguenza, gli atti di annullamento emessi nell'esercizio dell'autotutela, incidendo sul provvedimento, ma non sul contratto non avevano fatto venir meno il diritto soggettivo della Gr. Te. Lo. all'indennità, sorto in base alla autorizzazione ad astenersi al lavoro emessa dall'Ispettorato competente, in data 8 settembre 1998, in costanza di rapporto. Quest'ultimo si era poi estinto per l'iniziativa della pubblica amministrazione, che aveva receduto, ma trattandosi di un recesso non accettato dalla lavoratrice -limitatasi a non impugnare la delibera di auto annullamento- il diritto della Gr. Te. Lo. alla prestazione oggetto di controversia era maturato e doveva, quindi, venirle riconosciuto.
La C.C.I.A.A di Po. chiede la cassazione di questa sentenza sulla base di tre motivi di ricorso.
La Gr. Te. Lo. resiste con controricorso e propone ricorso incidentale condizionato sulla base di un motivo.
Preliminarmente occorre riunire i ricorsi, proposti contro la stessa sentenza (art. 335 c. p.c.).
Con i primi due motivi del ricorso principale, illustrati dalla ricorrente in modo unitario, sono denunziati da un lato vizi di motivazione su un punto decisivo della controversia (primo motivo) e dall'altro violazione e/o falsa applicazione delle norme che regolano il rapporto di pubblico impiego(secondo motivo).
Il primo motivo addebita alla sentenza impugnata di essere incorsa in contraddizione nel ritenere da un lato che la P.A. per l'instaurazione di un rapporto di impiego, ancorché a tempo determinato, abbia il dovere di avvalersi della procedura concorsuale e, d'altro lato, che, rispetto al rapporto così costituito, gli atti di tale procedura rimangano del tutto avulsi e riservati alla sfera amministrativa, onde il rapporto avrebbe vita e disciplina autonoma di natura prettamente privatistica.
Il secondo motivo mette in rilievo che, in base a tale premessa contraddittoria, la sentenza aveva affermato che il rapporto in questione si sarebbe risolto e quindi estinto per recesso della P.A. e perciò al di fuori di qualsivoglia ipotesi di giusta causa, così incorrendo anche nel vizio di violazione e falsa applicazione di tutte le norme che regolano il sorgere, lo svolgersi e la cessazione del rapporto di pubblico impiego.
La Corte, esaminati congiuntamente i due motivi, in quanto connessi, li giudica fondati nei limiti che seguono. Tale giudizio, come si vedrà in seguito, non può condurre tuttavia alla cassazione della sentenza impugnata, dovendosi fare applicazione dell'art. 384, comma 2, c. p.c.
La Corte di merito ha accolto la domanda della Gr. Te. Lo. muovendo dalla premessa della irrilevanza assoluta delle vicende del procedimento di scelta del contraente sulla validità del contratto stipulato, con conseguente insensibilità di quest'ultimo all'annullamento degli atti amministrativi della serie procedimentale.
Tale affermazione, nella sua radicalità, non è però condivisibile, dovendosi ritenere alla stregua della giurisprudenza tanto di questa Corte quanto del giudice amministrativo che l'invalidità dell'atto amministrativo di scelta del contraente si riverberi sulla validità del contratto, essendo discussi i modi di tale influenza (v. in vario senso Cons. Stato VI 2332/2003; Cons. Stato VI 2992/03; Cons. Stato IV 6666/03; v. anche Cons. Stato IV ord. 3355/05, di rimessione di vari aspetti della questione all'Ad. Plenaria; nella giurisprudenza di questa Corte, v. fra le più recenti, anche per la esauriente esposizione dei termini del dibattito, Cass. 6450/04).
Un siffatto rilievo ad avviso di questa Corte esclude che le ragioni di diritto espresse dalla sentenza della Corte di merito siano idonee a fondare la decisione di accoglimento della pretesa azionata dalla Gr. Te. Lo. Nondimeno, come anticipato, e come si vedrà nell'esame del terzo motivo di ricorso, la Corte, pur con motivazione errata in diritto, ha tuttavia esattamente attribuito il bene della vita che forma oggetto della sua pronunzia, sicché ricorrono le condizioni perché la decisione impugnata venga conservata, con sostituzione della motivazione che la sorregge.
Posto infatti che il problema giuridico sottoposto al giudice di merito era costituito dalla spettanza o no alla lavoratrice dell'indennità di maternità a carico della Camera di commercio, vale ricordare che l'esatta risoluzione da parte del giudice di merito di questioni giuridiche sorretta da motivazione viziata impedisce la cassazione della sentenza e comporta per la Corte esclusivamente l'uso del potere di correzione ed integrazione attribuitole dall'art. 384, comma 2, c. c. (così in passato già Cass. 72/3555; di recente Cass. 2004/15764) nell'ambito della questione investita con il ricorso (Cass. 70/552) quando l'errore riguardi esclusivamente l'interpretazione e l'applicazione di norme giuridiche (fra le tante Cass. 76/3152; 77/366; 81/916) e non implichi alcuna indagine o valutazione di fatto (v. Cass. 81/3333; 81/4274; 82/6699) sicché la corretta motivazione giuridica individuata possa venir applicata ad una situazione immutata rispetto a quella esaminata dal giudice di merito (Cass. 84/438).
Ricorrono quindi nella specie, in astratto, le condizioni che legittimano l'uso del potere conferito alla Corte, trattandosi come si vedrà, di applicare le norme giuridiche appropriate alla situazione accertata dalla sentenza, restando nell'ambito della pretesa all'indennità di maternità fatta valere dalla lavoratrice in relazione al rapporto di lavoro costituito con la Camera di Commercio.
Quali siano tali norme risulterà dall'esame del terzo motivo di ricorso, con il quale, denunziando violazione e falsa applicazione di norme di diritto, si addebita alla sentenza impugnata di aver ritenuto erroneamente applicabile l' art. 17, comma 1, della legge 1204/71, riguardante i casi di risoluzione di rapporto per cessazione dell'attività dell'Azienda o per ultimazione della prestazione o per scadenza del termine apposto al rapporto di lavoro, senza considerare che l'intervenuto annullamento degli atti e provvedimenti della fase concorsuale e di quelli conseguenziali opera ex tunc sicché il rapporto di lavoro instaurato sulla scorta degli atti annullati deve considerarsi giuridicamente inesistente e deve esser preso in considerazione unicamente quale prestazione di fatto con il solo connesso diritto alla retribuzione per il lavoro effettivamente svolto e prestato.
Viene così introdotto il tema del rilievo che, nella specie, possa assumere, ai fini specifici del sorgere del diritto all'indennità di maternità, la prestazione resa dalla Gr. Te. Lo. in esecuzione del contratto stipulato a seguito del concorso poi annullato.
Va ricordato, in proposito, come la giurisprudenza di questa Corte abbia costantemente riconosciuto effetti anche sul piano previdenziale alla prestazione lavorativa tutelata ex art. 2126 c. c., quando la nullità non derivi dalla illiceità della causa o dell'oggetto (nel senso che le norme relative alle assicurazioni sociali si applichino ogniqualvolta venga accertata l'esistenza di un lavoro subordinato e retribuito anche se questo dipenda da contratto nullo che trovi tutela nell'art. 2126, v. in passato, Cass. 75/229; di fictio juris di validità del rapporto nullo sia pure ai limitati fini del riconoscimento della retribuzione e delle altre spettanze patrimoniali e previdenziali ad essa connesse, parla ad es. Cass. sez. un. 97/29; per un caso di mancato riconoscimento della tutela previdenziale per illiceità della causa v. Cass. 99/5516).
Il principio è stato più volte ribadito in materia di lavoro giornalistico prestato da soggetto non iscritto nell'apposito albo (v. fra le altre, Cass. 97/109; e più di recente 2000/7020) ed ha costituito la premessa per discutere, come è avvenuto, circa la titolarità dei contributi previdenziali nel caso di rapporto di lavoro con l'ente locale instaurato in violazione delle norme regolanti l'assunzione (senza che rilevino le diverse conclusioni raggiunte sul punto specificamente controverso: v. Cass. 99/1105; 99/5895) o circa le modalità con cui debba esser regolarizzata la posizione contributiva previdenziale di chi abbia prestato lavoro subordinato in favore delle Università degli studi, in violazione di norme imperative (Cass. 2003/10551) o, ancora, circa il regime contributivo applicabile in caso di contratto di lavoro a tempo parziale, nullo per difetto di forma, ma tuttavia eseguito (Cass. 2002/6097; 2004/1589).
Deve quindi essere ribadito che l' art. 2126 c. c., equiparando, limitatamente al tempo della intervenuta esecuzione e salvi i casi di nullità derivante da nullità dell'oggetto o della causa, il rapporto invalido al rapporto valido, fa salvi gli effetti del rapporto per il periodo in cui la prestazione risulta di fatto eseguita al fine di far conseguire al lavoratore non solo la retribuzione ma anche la tutela previdenziale con versamento dei relativi contributi.
Deve a questo punto esser verificato, sulla base dei dati di fatto accertati dalla Corte di merito, se la situazione della Gr. Te. Lo. sia riconducibile alle previsioni dell'art. 2126 c. c. e, in caso di risposta positiva, se la indennità richiesta rientri fra le prestazioni di natura previdenziale garantite dalla norma suddetta.
Con riguardo al primo quesito non varrebbe invocare il principio pure affermato da questa Corte secondo cui l' art. 2126 c. c. è norma di carattere eccezionale non suscettibile di applicazione analogica (v. in passato Cass. 83/4482; e più recentemente Cass. 95/3496; 96/10192, cit. anche in seguito). Il dibattito circa il carattere eccezionale o no della norma è da considerare infatti circoscritto sostanzialmente alla controversa estensibilità del meccanismo restitutorio da essa previsto a fattispecie diverse da (ma contigue a) quella del lavoro subordinato, ma la controversia, centrata in particolare sulla applicabilità della norma in esame al contratto di agenzia stipulato con agente non iscritto al ruolo (questione risolta in senso negativo da Cass. sez. un. 89/1613) e, più in generale sulla sua estensibilità ai rapporti di lavoro autonomo, ormai esclusa (v. Cass. 95/3496; 95/12259) non comprende anche la diversa questione se oltre ai casi riconducibili alla nozioni specifiche di nullità o annullabilità l' art. 2126 c. c. copra anche ogni ipotesi in cui la prestazione sia stata resa ed accettata, quale prestazione di lavoro, pur se in totale assenza o in situazione di radicale inefficacia della fonte negoziale che dovrebbe legittimarla. Qui infatti non vi è estensione della disciplina dalla prestazione di lavoro subordinato -caso espressamente regolato- ad un caso diverso non regolato ma simile per taluni tratti al primo. Non si tratta infatti di passare dalle previsioni espresse concernenti la "nullità" o "annullabilità" del contratto per stabilire se vi siano situazioni di invalidità diverse cui estendere la medesima disciplina. L'operazione da compiere è invece quella di comprendere se attraverso il riferimento alla nullità o all'annullabilità si sia inteso coprire tutta l'area dei casi in cui il regolamento negoziale non possa operare per qualsiasi ragione e solo se alla domanda si dia risposta negativa può porsi il problema se la estensione debba essere affermata sulla base della identità di ratio, o se per la sua specificità, la ratio della previsione concernente le due ipotesi appena menzionate non sia suscettibile di estensione. La giurisprudenza meno recente considerando applicabile la norma in esame ad es. nel caso di contratto concluso da falsus procurator (Cass. 80/2580) o nel caso di assunzione disposta in via d'urgenza dal Presidente di un'azienda municipalizzata non ratificata dai competenti organi di amministrazione dell'ente (Cass. Sez. un. 84/ n. 2437) si è in sostanza collocata nella prospettiva di ritenere che l' art. 2126 c. c. possa esser utilizzato anche in caso di mancanza del regolamento negoziale, e quindi in situazioni che eccedono la più limitata vicenda del regolamento invalido. Questa prospettiva va qui ribadita perché essa, pur mantenendo la tutela accordata dall'art. 2126 c. c. nell'alveo della prestazione lavorativa subordinata, ossia nell'ambito cui la legge ha ritenuto di apprestare uno specifico strumento di garanzia per il lavoratore, è idonea a cogliere interamente la "ratio" della norma leggendo i termini "nullità" e "annullabilità" come indicatori di situazioni di sostanziale inoperatività della disciplina del rapporto. Dunque è a tale inoperatività che si deve aver riguardo per determinare quando sorga l'esigenza di tutela alla cui soddisfazione è predisposta la norma in esame, né in tal modo si amplia il novero dei casi in cui la regola di salvaguardia deve essere applicata, identificandosi solo l'esatta portata della regola stessa, espressa paradigmaticamente con riferimento ai casi tipici di inefficacia originaria o sopravvenuta del regolamento negoziale, ma suscettibile di coprire ogni ipotesi del medesimo tipo, indipendentemente dalle ragioni che la abbiano determinata.
Dovrebbe ora esser verificato se la indennità di maternità della quale si discute abbia o no carattere previdenziale. Tuttavia prima di concludere l'esame della natura eccezionale o no dell'art. 2126 c. c. si deve anche dar conto di un precedente di questa Corte che, sul rilievo del carattere eccezionale della norma, ha escluso che essa possa fondare il diritto all'indennità di maternità, sull'assunto che quest'ultima costituisce prestazione di carattere previdenziale, mentre la salvezza degli effetti riguarderebbe solo i profili retributivi. (Cass. 96/10192).
Rimeditata la questione, la Corte ritiene che in questo precedente la premessa, indiscutibilmente esatta, come si vedrà meglio innanzi, circa la natura previdenziale dell'indennità di maternità, viene portata a conseguenze non condivisibili. Infatti il carattere eccezionale della norma impedirebbe di estendere oltre l'ambito di quelli retributivi gli effetti da essa fatti salvi (come ritenuto dalla decisione in esame) solo se nell'art. 2126 c. c. fosse rinvenibile un'espressa elencazione degli effetti resi indifferenti alle vicende della fonte del rapporto, la quale elencazione, inserita in una norma derogatoria dei principi generali sugli effetti della nullità o annullabilità del contratto, assumerebbe carattere di tassatività con le conseguenze inerenti. Senonché nell'art. in questione non vengono individuati gli specifici effetti che la prestazione resa in esecuzione di un contratto nullo o annullabile può produrre, ma, limitatamente al periodo di esecuzione, viene, per così dire, neutralizzata, la normale conseguenza della nullità o della annullabilità -consistente appunto nella mancata produzione o nella possibile retroattiva eliminazione degli effetti- stabilendosi che, con riferimento ai limiti temporali anzidetti, gli effetti si producano e si consolidino: il che vale a dire, in sostanza, che quantomeno agli effetti pratici la fattispecie invalida è equiparata a quella valida (senza che, ai fini del decidere, sia necessario prendere qui posizione in ordine all'esattezza dogmatica di tale equiparazione, non del tutto pacifica nel dibattito dottrinale).
Ora poiché il rapporto valido trae con sé anche effetti previdenziali è necessario ammettere che, per il meccanismo dell'art. 2126 c. c., effetti della stessa natura derivino dal rapporto invalido senza che in ciò si possa ravvisare alcuna estensione in via analogica della disciplina di legge, nella quale, per ciò che s'è detto, la salvaguardia di tali effetti è già contenuta.
Non resta a questo punto che ribadire il già cennato carattere previdenziale della indennità in questione, che, del resto, la giurisprudenza non sembra aver mai posto in dubbio (per tutte, oltre alla più volte menzionata Cass. 10192/96, v. di recente Cass. 2004/14885).
Le considerazioni che precedono conducono quindi ad un giudizio di infondatezza del terzo motivo del ricorso, dovendosi affermare il principio per cui in tema di rapporto di lavoro alle dipendenze di una pubblica amministrazione (quale nella specie una Camera di Commercio Industria Artigianato e Agricoltura) nel caso di annullamento, anche in sede di autotutela, degli atti della procedura concorsuale sul presupposto della quale è stato stipulato il contratto di lavoro, l'esecuzione della prestazione in base al contratto rende operante in favore del lavoratore la disposizione di cui all'art. 2126 c. c., primo comma, con la conseguenza che, qualora nel periodo in cui il contratto è stato eseguito si siano verificate le condizioni per il collocamento della lavoratrice in astensione obbligatoria dal lavoro ai sensi della legge 30 dicembre 1971, n. 1204 (ora abrogata dall'art. 86 del d.lgs 26 marzo 2001, n. 151) il diritto alle indennità di maternità, sorto quale effetto sul piano previdenziale della eseguita prestazione, resta insensibile alle successive vicende del rapporto correlate all'annullamento del provvedimento amministrativo.
In conclusione il ricorso deve esser rigettato, dal momento che la statuizione di accoglimento della domanda della Gr. Te. Lo. da parte del giudice di merito adottata dalla Corte d'Appello è da giudicare conforme a diritto, ancorché essa debba fondarsi su motivazione diversa da quella adottata dalla Corte territoriale.
Il rigetto del ricorso principale comporta assorbimento del ricorso incidentale condizionato, che addebita alla sentenza impugnata di non aver riconosciuto il diritto della Gr. Te. Lo. previa disapplicazione dell'atto di autotutela adottato dalla C.C.I.A.A., sostanzialmente illegittimo per mancanza dell'interesse pubblico concreto ed attuale, idoneo a giustificare l'esercizio del potere di autoannullamento e in ogni caso adottato senza un'adeguata ponderazione e comparazione dei diversi interessi coinvolti e in particolare di quello, di rango costituzionale, della protezione della maternità di cui era portatrice la Gr. Te. Lo.
Alla soccombenza della parte ricorrente segue la condanna nelle spese liquidate come in dispositivo.
Riunisce i ricorsi; rigetta il ricorso principale, assorbito l'incidentale; condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese liquidate in euro 20,00 delle quali Euro 2.500 per onorari.
Lavoro Accesso Progressione