Source: http://www.studiolegalemarcomori.it/i-trattati-ue-costituiscono-cessioni-illecite-di-sovranita-il-9-luglio-il-tribunale-di-genova-decidera-ecco-la-mia-memoria-conclusiva/
Timestamp: 2019-03-25 02:34:43+00:00
Document Index: 129670562

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 1', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 10', 'art. 11', 'art. 10', 'art. 11', 'sentenza ', 'art. 24', 'art. 35', 'art. 3', 'art. 47', 'art. 47', 'art. 47', 'art. 126', 'art. 104', 'art. 47', 'art. 81']

I Trattati UE costituiscono cessioni illecite di sovranità. Il 9 luglio il Tribunale di Genova deciderà. Ecco la mia memoria conclusiva. - Avv. Marco Mori
Appello al voto per le regionali: no al PD, il partito della finanza e delle banche.
RG. 1338/14 – udienza 31 marzo 2015
Richiamate e confermate tutte quante le difese già svolte in atti ed a verbale, contestato tutto quanto ex adverso dedotto e argomentato nella comparsa di costituzione e risposta, con la presente memoria si intende esporre quanto segue.
1. In merito alla giurisdizione del Giudice adito.
Nel caso di specie il diritto soggettivo azionato è palese e manifesto.
L’attore assume leso un diritto di rango costituzionale, ed in particolare un diritto contenuto nei principi fondamentali: ovvero l’appartenenza della sovranità.
Come evidenziato trattasi di un diritto plurisoggettivo, ma ciò non elimina in alcun modo l’interesse ad agire: nessun diritto è sovraordinato per importanza a quello previsto nell’art. 1 della Costituzione.
In questo processo dibattiamo dunque del diritto più importante previsto dall’ordinamento.
Senza dilungarsi sul tema è evidente che il diritto di voto è il mezzo (la forma) con il quale si esercita la sovranità e che dunque, vista la riconosciuta giurisdizione in merito alla nota vicenda che ha portato all’incostituzionalità del cd. “porcellum” proprio sul presupposto della lesione di un diritto costituzionale puro, non vi è ragione di negare piena giurisdizione del G.O. anche per ogni altro diritto di rango costituzionale.
Va da sé che il Giudice adito, contrariamente ad ogni altra causa, non potrà decidere la vicenda senza prima sottoporre all’attenzione della Corte Costituzionale la legittimità delle leggi che questa difesa assume essere causa della cancellazione del diritto di sovranità.
2. Premesse di merito all’eccezione d’incostituzionalità che si presenta in riferimento alle leggi di ratifica dei Tratatti UE.
Identifichiamoquali sono gli elementi essenziali di uno Stato.
Lo Stato si contraddistingue per il popolo, il territorio ed il potere d’imperio ovvero la sovranità.
La Repubblica Italiana nasce nel 1946 ed il 1 gennaio 1948, dopo un intenso dibattito, viene approvata la Costituzione. Posto che la Repubblica è qualificata come “democratica”, l’art. 1 Cost. si preoccupa immediatamente di evidenziare l’appartenenza della sovranità che diviene indissolubilmente collegata al popolo ed al territorio.
L’Art. 1 Cost. infatti recita: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sula lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.
Le forme sono ovvie. La sovranità si esercita proprio attraverso quel diritto di voto che ci è stato strappato e mai più restituito (come evidenzia l’approvazione del cd. italicum) a seguito dell’approvazione del “porcellum”, già dichiarato incostituzionale con la nota sentenza n. 1/2014.
Ovviamente sarebbe comunque inutile ripristinare il diritto di voto se lo stesso non consentisse l’esercizio pieno della sovranità poiché la sovranità, appartenente alla popolazione che occupa il territorio italiano, è stata previamente ceduta. Ma ci arriveremo a breve.
Interessa approfondire in questa sede il concetto di “limiti” alla sovranità e successivamente quello dei cd. “controlimiti” all’ingresso delle norme internazionali nell’ordinamento precisati anche nella recentissima sentenza n. 248/14 della Corte Costituzionale (Doc. 5).
Le norme che assumono rilievo sono l’art. 10 e l’art. 11 Cost. L’art. 10 dispone una particolare forma di limitazione della sovranità, ovvero che l’Italia si conforma alle norme di diritto internazionale generalmente riconosciute.
L’art. 11 tuttavia precisa e fissa, con estrema chiarezza a quali condizioni sia possibile “limitare” la sovranità nazionale (ovvero limitare la sovranità popolare).
Appare assolutamente intuitivo, proprio perché senza sovranità lo Stato non esisterebbe, che i limiti della Costituzione in materia di compressione del potere d’imperio dello Stato sono estremamente stringenti (il legislatore si è addirittura occupato di sanzionare penalmente la lesione del potere d’imperio dello Stato, si parla all’uopo di delitti contro la personalità giuridica internazionale dello Stato).
La sovranità dunque non può essere ceduta ma solo limitata ed anche le mere limitazioni hanno, ci sarà perdonato il gioco di parole, ulteriori “limiti”.
Questo sarà il primo tema su cui dovrà essere investita la Consulta. In claris non fit interpretatio.
A tali vincoli si aggiungono poi i cosiddetti “controlimiti” all’ingresso delle norme internazionali ormai consolidati nella giurisprudenza della Corte e ribaditi da ultimo nella già citata pronunzia n. 238/14 che è arrivata davvero nel momento più opportuno, allorquando grazie alla pendente causa le leggi di ratifica dei Trattati UE sono davvero vicini ad essere poste al vaglio di legittimità della Consulta.
In sostanza l’Ill.mo Giudicante ha, in questo momento, il futuro del Paese in mano, davvero un pesante fardello.
Ai fini dell’eccezione d’incostituzionalità che si va a sviluppare non si procederà all’analisi approfondita delle condizioni di reciprocità delle limitazioni di sovranità ne a quelle relative al vincolo di scopo delle stesse.
Entrambe non sono rispettate nell’adesione dell’Italia ai Trattati UE (un Trattato commerciale non ha infatti nulla a che vedere con la pace ed un’unione economica e monetaria, se priva di unità fiscale, non avviene certo in condizioni di reciprocità). Peraltro, come risulta chiaramente dai lavori preparatori dell’Assemblea Costituente le limitazioni di sovranità erano concepite unicamente ad operazioni di carattere militare in un contesto ove l’Italia, da poco uscita dalla seconda guerra mondiale, rinunciava formalmente all’uso della forza bellica e desiderava inserirsi in una nuova logica di risoluzione delle controversie, quella dell’ONU.
In questa sede comunque il problema più importante che si affronta è a monte e riguarda la distinzione stessa tra limitazione e cessione di sovranità ed il concetto dei “controlimiti” all’ingresso delle norme internazionali nell’ordinamento.
Veniamo alla fondamentale differenza tra limitazione di sovranità e cessioni di sovranità.
Limitare significa circoscrivere un potere entro certi limiti, ovvero omettere di esercitare il proprio potere d’imperio (che pure deve rimanere intatto) in una determinata materia, oppure di esercitarlo all’interno di certi limiti generalmente riconosciuti dal diritto internazionale ai fini di pace tra le Nazioni (dunque solo in ambito bellico). Purché ovviamente tale contenimento nell’esercizio del proprio potere (che tuttavia, non va dimenticato secondo la nostra impostazione democratica, appartiene al popolo, ovvero al soggetto rappresentato) sia in ogni caso rispettoso degli ulteriori cd. “controlimiti” costituzionali.
La superiorità della Costituzione sui Trattati UE è acclarata con la precisazione che tale superiorità debba intendersi in riferimento ai principi fondamentali, ovvero gli articoli da 1 a 12 della Carta, dunque ivi compreso il divieto alle cessioni di sovranità, che in merito ai diritti inviolabili dell’uomo ovvero i diritti e doveri dei cittadini (artt. 13-28 la sentenza in parola infatti ha dichiarato illegittima un norma internazionale per violazione dell’art. 24 Cost.), i rapporti etico-sociali (artt. 29-34) ed i rapporti economici, ovvero quelle norme che rendono effettiva la fondazione della Repubblica sul lavoro (art. 35-54) e forse ci si potrebbe spingere oltre, ma tanto basta per affondare per sempre questa UE ripristinando la democrazia costituzionale calpestata da oltre vent’anni
3. Ragioni giuridiche approfondite dell’illegittimità dei Trattati di Maastricht e Lisbona.
In riferimento ai Trattati in oggetto le leggi che si assumono incostituzionali, in quanto assunte in violazione del divieto di cessione di sovranità nazionale e dei controlimiti all’ingresso dei Trattati UE nell’ordinamento sono le seguenti:
–Legge n. 454/1992 di ratifica del Trattato di Maastricht e Legge n. 130/2008 di ratifica del Trattato di Lisbona .
Il Trattato di Maastricht, come quello di Lisbona ed il più recente Trattato cd. Fiscal Compact sono per definizione cessioni di sovranità nazionale. La stessa UE lo conferma senza mezzi termini (Doc. 6).
I Trattati di Lisbona e Maastricht vengono esaminati congiuntamente perché le cessioni di sovranità sono comuni ad entrambi. In riferimento alla presente causa è cambiata unicamente la numerazione. Devono essere portate entrambe le leggi di ratifica davanti alla Consulta poiché altrimenti, eliminato quello di Lisbona, rimarrebbe comunque il Trattato di Maastricht.
Maastricht e Lisbona hanno previsto in particolare la completa cessione della sovranità monetaria ed economica degli Stati aderenti peraltro ponendo al centro obiettivi ben diversi da quelli propri del nostro ordinamento e dunque confliggenti anche con i cd. “controlimiti” all’ingresso delle norme internazionali per le ragioni di cui infra.
Tuttavia il fatto stesso che i Trattati siano cessioni di sovranità è di per se sufficiente a cancellarli dal nostro ordinamento senza approfondire oltre, cosa che comunque faremo.
In primis è sufficiente l’art. 3 TFUE che certifica le materie in cui la sovranità è stata illecitamente stata ceduta: “L’unione ha competenza esclusiva nei seguenti settori: a) unione doganale; b) definizione delle regole di concorrenza necessarie al funzionamento del mercato interno; c) politica monetaria per gli Stati membri di cui la moneta è l’euro; d) conservazione delle risorse biologiche del mare nel quadro della politica comune della pesca; e) politica commerciale comune.
La competenza “esclusiva” in capo all’UE rende pacifico che si sia ben oltre la mera limitazione di sovranità e dunque la violazione degli artt. 1, 10 ed 11 Cost. è manifesta.
In merito specificatamente alla cessione di sovranità monetaria l’eloquenza delle norme è tale da rendere incredibile che la prima causa per uscire da questa autolesionistica follia sia promossa solo a distanza di così tanti anni (per quanto ormai il pensiero è largamente diffuso anche tra giuristi di chiara ed acclarata fama, si pensi ad esempio al libro del Presidente della V Sez. del Consiglio di Stato – Luciano Barra Caracciolo, intitolato Euro e(o?) democrazia costituzionale).
L’Italia non ha più una politica monetaria, è un potere d’imperio che non gli appartiene più e che conseguentemente è stato sottratto alla sovranità popolare e ceduto ad un ordinamento esterno.
Ai sensi dell’art. 47 Cost. la Repubblica deve disciplinare, coordinare e controllare il credito. Ergo alla Repubblica deve appartenere la sovranità monetaria e, per dirlo ancora più chiaramente, la proprietà della moneta deve appartenere indefettibilmente al popolo. Dunque la violazione dell’art. 47 è altrettanto certa.
L’articolo 130 TFUE, ex articolo 108 del TCE, in insanabile contrasto con il citato art. 47 Cost., conferisce assoluta indipendenza alla banca centrale: “Nell’esercizio dei poteri e nell’assolvimento dei compiti e dei doveri loro attribuiti dai trattati e dallo statuto del SEBC e della BCE, né la Banca centrale europea né una banca centrale nazionale né un membro dei rispettivi organi decisionali possono sollecitare o accettare istruzioni dalle istituzioni, dagli organi o dagli organismi dell’Unione, dai governi degli Stati membri né da qualsiasi altro organismo. Le istituzioni, gli organi e gli organismi dell’Unione nonché i governi degli Stati membri si impegnano a rispettare questo principio e a non cercare di influenzare i membri degli organi decisionali della Banca centrale europea o delle banche centrali nazionali nell’assolvimento dei loro compiti”.
La sovranità è Stata ceduta e BCE, conferendogli addirittura assoluta indipendenza dagli Stati e dunque ponendola fuori dal controllo della sovranità popolare, fuori dalla democrazia.
BCE oggi disciplina, coordina e controlla le politiche economiche del Paese. Abbiamo anche avuto prova di questo, ad esempio con la nota lettera con cui nel 2011 la banca centrale dettò le riforme da farsi in campo economico (pare inutile produrre alcunché sul tema visto che il fatto è noto). Ancora ad agosto 2014 Mario Draghi, governatore di BCE, invocò cessioni di sovranità ulteriori.
E’ appena il caso di sottolineare che la Banca Centrale Europea non può neppure prestare agli Stati la moneta che crea dal nulla e senza alcun limite quantitativo in quanto l’art. Articolo 123 versione consolidata TFUE, ex articolo 101 del TCE addirittura dispone: “Sono vietati la concessione di scoperti di conto o qualsiasi altra forma di facilitazione creditizia, da parte della Banca centrale europea o da parte delle banche centrali degli Stati membri (in appresso denominate “banche centrali nazionali”), a istituzioni, organi od organismi dell’Unione, alle amministrazioni statali, agli enti regionali, locali o altri enti pubblici, ad altri organismi di diritto pubblico o a imprese pubbliche degli Stati membri, così come l’acquisto diretto presso di essi di titoli di debito da parte della Banca centrale europea o delle banche centrali nazionali”.
Tanto basta per mandare in soffitta per sempre i Trattati Europei. Non esiste alcuna argomentazione logico-giuridica in grado di confutare questa tesi.
Oltre i limiti fin qui descritti si compie infatti un atto formalmente eversivo contro la Repubblica, atti oggettivamente ostili (Si vedano in particolare gli artt. 241, 243 e 264 c.p.).
Per mero tuziorismo difensivo ricordiamo ancora quali sono gli obiettivi di politica monetaria che deve perseguire BCE per evidenziare anche la loro intrinseca incompatibilità con i controlimiti costituzionali.
Senza entrare in dietrologie sulla ragione di tale scelta (deliberata volontà di subordinare popoli e democrazie alla finanza) è palese che anche tale norma sbatta frontalmente sui controlimiti costituzionali che pongono il lavoro su un ruolo sovraordinato al mantenimento di una bassa inflazione.
Essendo peraltro noto in macroeconomia che un calo dell’inflazione comporta un aumento della disoccupazione e vice versa (curva di Phillips).
Peraltro il modello economico costituzionale riconosce il libero mercato ma non si basa sulla libera concorrenza, ne vieta l’intervento della mano pubblica come fanno i Trattati.
Il protocollo specifica il contenuto dell’art. 126 TFUE ex art. 104 TCE che testualmente dispone: “Gli stati membri devono evitare disavanzi pubblici eccessivi. La Commissione sorveglia l’evoluzione della situazione di bilancio e dell’entità del debito pubblico negli Stati membri, al fine di individuare errori rilevanti. In particolare esamina la conformità alla disciplina di bilancio sulla base dei due criteri seguenti: a) se il rapporto tra disavanzo pubblico, previsto o effettivo, e il prodotto interno lordo superi un valore di riferimento, a meno che: -il rapporto non sia diminuito in modo sostanziale e continuo e abbia raggiunto un livello che si avvicina al valore di riferimento, -oppure in alternativa, il superamento del valore di riferimento sia solo eccezionale e temporaneo e il rapporto resti vicino al valore di riferimento; b) se il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo superi un valore di riferimento, a meno che detto rapporto non si stia riducendo in misura sufficiente e non si avvicini al valore di riferimento con ritmo adeguato. I valori di riferimento sono specificati nel protocollo sulla procedura per i disavanzi eccessivi allegato ai trattati. 3. Se uno Stato membro non rispetta i requisiti previsti da uno o entrambi i criteri menzionati, la Commissione prepara una relazione. La relazione della Commissione tiene conto anche dell’eventuale differenza tra il disavanzo pubblico e la spesa pubblica per gli investimenti e tiene conto di tutti gli altri fattori significativi, compresa la posizione economica e di bilancio a medio termine dello Stato membro. La Commissione può inoltre preparare una relazione se ritiene che in un determinato Stato membro, malgrado i criteri siano rispettati, sussista il rischio di un disavanzo eccessivo. 4. Il comitato economico e finanziario formula un parere in merito alla relazione della Commissione. 5. La Commissione, se ritiene che in uno Stato membro esista o possa determinarsi in futuro un disavanzo eccessivo, trasmette un parere allo Stato membro interessato e ne informa il Consiglio. 6. Il Consiglio, su proposta della Commissione econsiderate le osservazioni che lo Stato membro interessato ritenga di formulare, decide, dopo una valutazione globale, se esiste un disavanzo eccessivo. 7. Se, ai sensi del paragrafo 6, decide che esiste un disavanzo eccessivo, il Consiglio adotta senza indebito ritardo, su raccomandazione della Commissione, le raccomandazioni allo Stato membro in questione al fine di far cessare tale situazione entro un determinato periodo. Fatto salvo il disposto del paragrafo 8, dette raccomandazioni non sono rese pubbliche. 8. Il Consiglio, qualora determini che nel periodo prestabilito non sia stato dato seguito effettivo alle sue raccomandazioni, può rendere pubbliche dette raccomandazioni. C 83/100 Gazzetta ufficiale dell IT ’Unione europea 30.3.2010 100 Trattati consolidati 9. Qualora uno Stato membro persista nel disattendere le raccomandazioni del Consiglio, quest’ultimo può decidere di intimare allo Stato membro di prendere, entro un termine stabilito, le misure volte alla riduzione del disavanzo che il Consiglio ritiene necessaria per correggere la situazione. In tal caso il Consiglio può chiedere allo Stato membro in questione di presentare relazioni secondo un calendario preciso, al fine di esaminare gli sforzi compiuti da detto Stato membro per rimediare alla situazione. 10. I diritti di esperire le azioni di cui agli articoli 258 e 259 non possono essere esercitati nel quadro dei paragrafi da 1 a 9 del presente articolo. 11. Fintantoché uno Stato membro non ottempera ad una decisione presa in conformità del paragrafo 9, il Consiglio può decidere di applicare o, a seconda dei casi, di rafforzare una o più delle seguenti misure: — chiedere che lo Stato membro interessato pubblichi informazioni supplementari, che saranno specificate dal Consiglio, primadell’emissione di obbligazioni o altri titoli, — invitare la Banca europea per gli investimenti a riconsiderare la sua politica di prestiti verso lo Stato membro in questione, — richiedere che lo Stato membro in questione costituisca un deposito infruttifero di importo adeguato presso l’Unione, fino a quando, a parere del Consiglio, il disavanzo eccessivo non sia stato corretto, — infliggere ammende di entità adeguata. Il presidente del Consiglio informa il Parlamento europeo delle decisioni adottate. 12. Il Consiglio abroga alcune o tutte le decisioni o raccomandazioni di cui ai paragrafi da 6 a 9 e 11 nella misura in cui ritiene che il disavanzo eccessivo nello Stato membro in questione sia stato corretto. Se precedentemente aveva reso pubbliche le sue raccomandazioni, il Consiglio dichiara pubblicamente, non appena sia stata abrogata la decisione di cui al paragrafo 8, che non esiste più un disavanzo eccessivo nello Stato membro in questione. 13. Nell’adottare le decisioni o raccomandazioni di cui ai paragrafi 8, 9, 11 e 12, il Consiglio delibera su raccomandazione della Commissione. Nell’adottare le misure di cui ai paragrafi da 6 a 9, 11 e 12, il Consiglio delibera senza tener conto del voto del membro del Consiglio che rappresenta lo Stato membro in questione. Per maggioranza qualificata degli altri membri del Consiglio s’intende quella definita conformemente all’articolo 238, paragrafo 3, lettera a). 14. Ulteriori disposizioni concernenti l’attuazione della procedura descritta nel presente articolo sono precisate nel protocollo sulla procedura per i disavanzi eccessivi allegato ai trattati. 30.3.2010 Gazzetta ufficiale dell IT ’Unione europea C 83/101 Versione consolidata del trattato sul funzionamento dell’Unione europea 101 Il Consiglio, deliberando all’unanimità secondo una procedura legislativa speciale e previa consultazione del Parlamento europeo e della Banca centrale europea, adotta le opportune disposizioni che sostituiscono detto protocollo. Fatte salve le altre disposizioni del presente paragrafo, il Consiglio, su proposta della Commissione e previa consultazione del Parlamento europeo, precisa le modalità e le definizioni per l’applicazione delle disposizioni di detto protocollo”.
Trattasi di un evidente commissariamento permanente del Paese che qualora si discosti dai parametri imposti dall’UE subisce via via sanzioni più pesanti.
Nel protocollo n. 12 intitolato “delle procedure di disavanzo eccessivo” ha poi codificato i parametri di deficit da rispettare.
Più articolata sul punto sono invece le ragioni di contrasto in merito ai controlimiti, fermo restando che anche qui la cessione è sufficiente per la declaratoria di incostituzionalità della legge di ratifica.
Il tema del risparmio è costantemente dimenticato nel nostro ordinamento, benché sia un diritto costituzionalmente tutelato e dunque rappresenti appunto un controlimite all’ingresso di norme internazionali. La definizione di risparmio è assai semplice: trattasi di quella parte del reddito non utilizzata e quindi accantonata da ogni cittadino.
Tuttavia, tanto era chiaro il concetto della difesa del risparmio nelle menti dei costituenti, che la replica a queste formulazioni di Mastrojanni fu che le formule proposte erano addirittura pleonastiche in quanto: “Nessun cittadino può dubitare che il suo risparmio possa essere aggredito”.
Il concetto sembra solo in apparenza controintuitivo, anche per i giuristi. Ciò accade in quanto anche noi professionisti siamo soggetti a forme di condizionamento mediatico e culturale che trovano terreno fertile laddove le nostre competenze non sono sufficienti ad avere un pensiero del tutto autonomo e fondato su solide basi in fatto ed in diritto: non siamo dunque in grado di comprendere (perché non è tema che affrontiamo usualmente sul campo) il significato giuridico-costituzionale del concetto di deficit pubblico, concetto che necessariamente dovrà essere trattato dai giudici della Corte Costituzionale proprio indicando espressamente il tema nella redigenda ordinanza di rimissione.
Deve essere chiarito fino a rendere il concetto pacifico per tutti, esattamente come è oggi pacifico affermare che la Terra non è piatta, che ad uno Stato non possono applicarsi logiche economiche di stampo aziendale e dunque logiche proprie della microeconomia.
Lo Stato secondo il modello costituzionale dunque è la figura che regolamenta le principali variabili macroeconomiche del paese lo Stato appunto deve: “disciplinare, coordinare e controllare il credito”.
Dunque la violazione dei controlimiti afferisce sia all’art. 47 Cost. ma anche agli artt. 1, 2, 3, 4 e 35, 36, 38, 138 e 139 Cost.
Ma abbiamo parlato di pareggio in bilancio e dunque veniamo alle ultime due Leggi di cui si afferma, senza tema di smentita la manifesta incostituzionalità in quanto compromettono la sovranità popolare.
4. Ragioni giuridiche dell’incostituzionalità del Trattato cd. Fiscal Compact e della conseguente riforma costituzionale compiuta con Legge n. 1/2012 che ha introdotto il pareggio in bilancio anche in Costituzione.
Parimenti incostituzionali in quanto costituiscono illegittime cessioni di sovranità, altresì in contrasto contro i controlimiti all’ingresso delle norme internazionali nell’ordinamento sono anche le seguenti leggi:
Tale Trattato risulta palesemente incostituzionale in quanto non solo riconferma le cessioni di sovranità già compiute con i Trattati di Maastricht prima e Lisbona poi ma addirittura le inasprisce.
La legge costituzionale n. 1/2012 è l’ultima norma di cui si eccepisce l’incostituzionalità.
Il pareggio in bilancio infatti, inserito con la modifica dell’art. 81 Cost. è in totale contrasto con i principi fondamentali della Carta ed i diritti inalienabili dell’uomo.
Vale però la pena trascrivere un passo, non già dello scrivente, ma di Luciano Barra Caracciolo, Pres. della V sez. del Consiglio di Stato, risalente all’anno 2013:
Ad avviso di questa difesa il Giudicante non potrà tralasciare nulla di quanto ivi esposto, che andrà ad avviso di questa difesa trascritto integralmente senza omissioni alcuna, nell’ordinanza di rimissione da presentare alla Corte Costituzionale. Partendo dalla definizione degli elementi essenziali di Stato (popolo, territorio e sovranità) non sussiste alcun dubbio che la cessione a terzi della sovranità del popolo italiano sul proprio territorio sia un palese illecito costituzionale (e penale) non trovando alcuna compatibilità con gli artt. 1, 10, 11 Cost. che prevedono la diversa fattispecie della limitazione di sovranità in condizione di reciprocità finalizzata esclusivamente all’adesione ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia e dunque unicamente ad un limitazione della sovranità “bellica” compiuta per consentire l’adesione all’ONU. Le norme dei Trattati internazionali che certificano tali cessioni di sovranità sono puntualmente indicate in atti ed andranno evidenziate alla Consulta.
Tali norme, come specificato in narrativa, violano anche ulteriori “controlimiti” costituzionali con riferimento alla forma stessa dello Stato “Repubblica fondata sul lavoro” e dunque agli artt. 1, 4, 35, 36, 38, 41, 42, 43, 47, 138 e 139 Cost., anch’essi evidenziati in narrativa ed argomentati compiutamente.
Illegittima anche la legge costituzionale n. 1/2012 in quanto lesiva delle medesime norme privando il popolo della sovranità economica. Le norme della Costituzione violate sono ancora le medesime ovvero 1, 4, 10, 11, 35, 36, 38, 41, 42, 43, 47, 138 e 139 Cost.
Doc. 6) Missiva UE.
Con riserva di depositare nanti alla Corte Costituzionale memoria integrativa contenente anche una compiuta relazione economica delle conseguenze del pareggio in bilancio.
Rapallo, 22 maggio 2015
Avv. Marco Mori Avv. Laura Muzio Avv. Gabriela Musu