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Timestamp: 2017-06-27 13:45:11+00:00
Document Index: 114342

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 112', 'art. 137', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art.112', 'art.137', 'sentenza ', 'art.83', 'art.112', 'sentenza ', 'art. 80', 'art. 75', 'art.83', 'art.137', 'sentenza ', 'sentenza ']

Dalla prescrizione del diritto a rendita alla revisione delle rendite per infortuni sul lavoro e malattie professionali | Patronato ANMIL
Dalla prescrizione del diritto a rendita alla revisione delle rendite per infortuni sul lavoro e malattie professionali	1) Premessa. I meccanismi di revisione nascono da lontano, dai principi dell’assicurazione
2) Prescrizione, revisioni e rivalutazioni tasselli di un più ampio diritto di garanzia
3) 10 e 15 anni: la garanzia legale di effettiva adeguatezza dell’indennizzo al danno
4) Revisione e Decreto 38/2000. Danno Biologico e Danno Patrimoniale: due indennizzi per lo stesso fatto con una prestazione unitaria di là dal differenziato trattamento
5) Il tempo della revisione: da dove parte, fin dove arriva, come finisce? 6) Termini e decorrenza. Il percorso della giurisprudenza in una sintesi dal web
7) Principi pacifici, applicazioni ondivaghe, tentativi di superare la confusione
8) Che cosa accade nel decennio/quindicennio ed alla fine di questo periodo? 9) E nel caso di rendita unificata per infortuni policroni? 10) Conclusioni, richiami, rinvii. 1) PREMESSA. I meccanismi di revisione nascono da lontano, dai principi dell’assicurazione.
Il tema della revisione delle rendite INAIL presenta aspetti di non semplice comprensione, soprattutto se intrecciato con quello della prescrizione e decadenza nell’infortunistica del lavoro, non tanto per la complessità delle specifiche disposizioni del Testo Unico n.1124/1965 quanto perché la vicenda chiama in causa, direttamente o non, svariati principi del diritto previdenziale e civile con riferimento, fra l’altro, al momento dal quale si possa far valere un diritto.
Questo scenario, poi, per l’assicurazione infortuni è complicato dal fatto che a fronte delle “scarne” norme del Testo Unico – e del Decreto 38/2000 – vi è stata una significativa produzione giurisprudenziale, a sua volta ricca di contraddizioni e contrasti, con interventi anche della Corte Costituzionale[1] e con il contorno di una normazione amministrativa altrettanto ricca.
Pertanto, senza nessuna pretesa di ripercorrere il quadro normativo e giurisprudenziale di un secolo, può essere utile richiamare alcuni concetti dell’assicurazione infortuni che stanno a monte dei problemi specifici da affrontare per le revisioni, a partire dalla circostanza che al centro del discorso si colloca non una domanda con il suo corrispettivo provvedimento, ma un fatto. La legge, cioè, collega il nascere del diritto del lavoratore non a un atto dell’INAIL, come materialmente può sembrare poiché senza non si prendono i soldi, ma, automaticamente, al fatto infortunio, al fatto “consolidamento postumi”, al fatto “livello x di invalidità”, al fatto “consapevolezza del lavoratore di aver contratto una malattia professionale”, ecc.[2]
A questo primo elemento di riflessione se ne aggancia subito dopo un altro nel senso che se è vero che per la certezza del diritto la prescrizione gioca un ruolo fondamentale, anche nell’assicurazione infortuni come vedremo, è anche vero, lo ripete la Cassazione[3], che si può prescrivere (e, quindi, perdere) solo un diritto che uno ha ed è in condizione di farlo valere.
Ciò vuol dire – anticipando successivi passaggi - che se infortunio ha provocato una lesione con conseguente invalidanti ma che non assurgono al livello di gravità prescritto dalla legge (e, quindi, è intuitiva la valenza del momento in cui l’INAIL definisce i postumi indennizzabili) il timer della prescrizione del diritto alla rendita non può scattare.
UNA PARENTESI. La possibilità di promuovere un’azione giudiziaria è legata all’esistenza di un interesse concreto (nel caso nostro quello di ottenere un indennizzo in capitale o rendita), e quindi non è ammissibile – ci torneremo, poi, un’azione giudiziaria di semplice accertamento della ricorrenza di tutti gli elementi atti a qualificare l’evento come infortunio sul lavoro.
Ne deriva che quando la legge dice “dalla data dell’infortunio o dalla data di manifestazione della malattia professionale, o della domanda” per ricollegare a questa data la decorrenza della prescrizione o quant’altro, la formula deve essere letta con il correttivo ora richiamato sia per le malattie professionali sia per gli infortuni sul lavoro, anche per i quali non sempre è pacifico stabilire il momento iniziale. Molte delle confusioni scaturiscono proprio dal fatto che si tende a identificare l’incidente con l’infortunio mentre non sempre è così poiché, dato un incidente non sempre esso si traduce subito in infortunio indennizzabile ovvero non sempre l’interessato ha immediata consapevolezza della riconducibilità di un certo malore all’evento infortunistico.
Non solo, ma con la stessa logica è chiaro che solo quando il danno subito raggiunge (o riteniamo raggiunga) un certo grado sorge il diritto all’indennizzo. Si può pretenderlo e, in parallelo, comincia a decorrere il termine entro il quale occorre promuovere l’azione: oggi il triennio per infortuni e per malattie professionali, ritenuto dalla Corte Costituzionale congruo rispetto all’esigenza di consentire all’Istituto di valutare cause, circostanze e entità delle lesioni[4].
2) PRESCRIZIONE, REVISIONI E RIVALUTAZIONI TASSELLI DI UN PIÙ AMPIO DIRITTO DI GARANZIA.
UN’ALTRA PARENTESI. Parentesi per riflettere sul fatto che, come plasticamente reso dall’elenco dell’articolo 66 del Testo Unico[5], le singole prestazioni sono distinte e autonome al pari delle relative azioni per conseguirle sicché ciò che vale per l’una (la rendita e la sua prescrizione ad esempio) può non valere per un’altra (le quote di aggiunta di famiglia, ad esempio) per la quale non sussistano le stesse motivazioni di tempestiva verifica dei presupposti non sanitari. Per lo stesso motivo aver fatto valere tempestivamente il diritto ad una prestazione (ad esempio, la temporanea) non vale ad interrompere la prescrizione del diritto a rendita.
È chiaro, insomma che la funzione dell’assicurazione è saldamente legata al decorso dei fatti (l’incidente, la lesione, i postumi ecc.) piuttosto che al ritmo delle pratiche: la persona, nell’attimo in cui comincia a lavorare incamera una garanzia di tutela che dura per tutta la sua vita professionale per articolarsi, di volta in volta, in prestazioni dotate ciascuna di una specifica identità fuori da meccanicistiche regole.
SEMPRE IN PARENTESI, così, non è un dogma che, come vedremo, la invalidità non possa essere presa in considerazione dopo il decennio. È vero per le modifiche della rendita, ma per l’assegno per assistenza personale continuativa si può procedere ad un accertamento che non modifica la rendita, ma consente di verificare la sussistenza dei requisiti sanitari per l’a.p.c. dotata di propria autonomia rispetto alla rendita base.
L’incidente è un fatto, infatti, l’assicurazione parla di fatti, nonostante il gergo degli operatori e degli stessi giuristi parli spesso di atti, di rendite, di accertamenti e quant’altro. Proprio il trattare della revisione conferma come anch’essa non riguardi direttamente un provvedimento, una prestazione (direttamente) ma i postumi e cioè ancora una volta il fatto invalidità.
Rispetto a questa certezza si snoda tutto il discorso, a partire dalla spiegazione dello sbarramento al decennio/quindicenni e l’affanno, frustrato, nel volerlo etichettare come termine di prescrizione e, magari, di decadenza.
Manuali, trattati e guide spiegano come i due periodi siano uno sbarramento “legale” all’indefinito progredire di patologie e loro conseguenze, il risultato di una ponderazione scientifica[6] del tempo entro il quale qualsiasi lesione può consolidare i suoi effetti senza scadere in genericismi estranei alla logica assicurativa. Non è, peraltro, uno sbarramento fine a se stesso né il frutto di una operazione scientifica ma una scelta legislativa che, condivisa dalla Corte Costituzionale, individua in un decennio/quindicennio un tempo congruo (e sostenibile per il sistema) per considerare consolidati – a fini assicurativi – i postumi della lesione.
“A FINI ASSICURATIVI”. Con questa espressione intendiamo sottolineare che non stiamo discutendo di interventi assistenziali ma di assicurazione con accollo dell’onere al danneggiante per una lesione la cui professionalità, delineabili all’inizio, col tempo può scolorare, condizionata da fattori non professionali.
Per immagini il decennio, sui cui meccanismi torneremo poi, funziona come una molla che si espande fino a coprire un intero decennio, per poi ritornare su se stessa nel verificare l’an e il quantum del diritto alla revisione, dei relativi termini di prescrizione: identici a quanto previsto per la “prima” prescrizione; quella del dritto a rendita a seguito dell’infortunio.
Per questo possiamo anticipare che non ha senso il dibattito sulla perentorietà o meno del vincolo decennale - facendo rientrare dalla finestra la tesi mai sopita della qualificazione come termine prescrizionale - poiché il limite riguarda il FATTO “consolidamento dei postumi entro il decennio”, tanto che l’aggravamento può essere considerato oltre detto termine qualora il lavoratore dimostri con specifica certificazione – per questo particolarmente accurata - che detto fatto risale a una data infra decennio.
Si comprende, così, perché la Cassazione abbia ripetuto a lungo, e continui a ripetere – e pur a fronte di sentenze di merito che continuano a dissentire, - decennio/quindicennio non si tratta né decadenza, né di prescrizione, ma di un termine che delimita il periodo ritenuto congruo per una presunzione di stabilizzazione dei postumi. In quest’ arco di tempo si possono effettuare le revisioni con gli sbarramenti posti anche a tutela del lavoratore rispetto a “insistenti” iniziative dell’ente assicuratore che, un tempo ipotesi remota, potrebbero in futuro prendere vita sull’onda delle iniziative INPS per gli invalidi civili[7].
In questo modo, con UN’ALTRA PARENTESI, si apprezza la efficacia definitoria della diversa qualificazione come termine dilatorio, ripetuta pedissequamente rispetto alle scadenze finali e intermedie senza coglierne spesso la portata effettiva: le scadenze consentono e danno nel contempo ritmo alla possibilità di riconsiderare la salute dell’interessato in relazione all’evento infortunio. Non continuamente, nel decennio, ma a scadenze il cui maturare può far presumere un apprezzabile peggioramento/miglioramento della situazione[8].
Non solo, ma il tema deve essere letto non come limitazione ma come ulteriore garanzia di un indennizzo sempre adeguato alla effettività del danno subito che ben può manifestarsi un tutta la sua dimensione entro un congruo arco di tempo.
Proprio il meccanismo revisionale, non a caso uscito indenne da riforme e controriforme, conferma insomma il fondamento giuridico e sociale del sistema che vede nell’invalido un lavoratore con pienezza di diritti, compreso un indennizzo calcolato come se si fosse infortunato anche dieci anni dopo. È un’adeguatezza della valutazione, insomma, corrispondente alla costante adeguatezza della rendita non (solo) al variare del costo della vita ma anche al variare delle retribuzioni: anche in questo caso come se l’invalido fosse rimasto idealmente in servizio.
4) REVISIONE E DECRETO 38/2000. DANNO BIOLOGICO E DANNO PATRIMONIALE: DUE INDENNIZZI PER LO STESSO FATTO CON UNA PRESTAZIONE UNITARIA DI LÀ DAL DIFFERENZIATO TRATTAMENTO.
Esaurite premesse e parentesi, essenziali a nostro avviso per comprendere il perché delle cose (tenendole così meglio a mente) occorre entrare nel mezzo del problema, a partire dal tema della prescrizione del diritto alla rendita e fino al “clou” costituito dalla sorte delle rendite unificate da infortuni plurimi policroni. Sono temi complessi, divenuti con il tempo intricati nel comprenderne le varie implicazioni ed averle sempre ben chiare a fronte del presentarsi di casistiche le più varie; basti guardare, a questo proposito, ai quesiti che pervengono in “rete” ad esperti, fra i quali, per esemplificare, quelli al sito ANMIL.
Per questo – parlo soprattutto per chi ci deve lavorare dando risposte a gente che se si sbaglia ci rimette soldi e diritti – occorre essere molto cauti nel chiarire la questione agli interessati anche utilizzando tutti i contribuiti e pareri che si hanno a disposizione.
Per semplificare il discorso, così, una prima scelta è d’obbligo nel senso che, passati quasi tredici anni dal Decreto 38, conviene abbandonare la distinzione fra vecchio e nuovo mondo trattando il primo come addendo del discorso e concentrare, INVECE, l’attenzione sul sistema del Decreto 38 a regime, salvo rinviare per le specificità del precedente sistema alle istruzioni INAIL a cominciare dalla esemplare Circolare 57/2000 emanata in occasione della entrata in vigore della nuova normativa che si legge su normativo.inail.it/
La scelta è dettata da motivazioni pratiche ma soprattutto sistematiche poiché l’articolo 13 del Decreto 38 ha cambiato il sistema, tutto il sistema di gestione delle invalidità permanenti. Sembra una ovvietà, ma ancora oggi, a distanza di quasi tredici anni (è un caso) si continua a trovare, anche nelle trattatistiche autorevoli, un pezzo sulle rendite e, poi, un pezzo sul danno biologico che rende, secondo me, difficile comprendere il sistema. Partiamo, dunque, da una lettura segmentata dell’articolo 13 che si apre con due affermazioni di principio:
- il doveroso ossequio alla sperimentalità, quieta le polemiche di quanti sostenevano (e sostengono) che il danno biologico è uguale per tutte le cause di lesione – professionali e non - e quindi occorreva attendere una norma generale[9];
- una definizione del danno biologico come lesione all'integrità psicofisica, suscettibile di valutazione medico legale, della persona con l’aggiunta subito dopo, tanto per evitare equivoci che le prestazioni per il ristoro del danno biologico sono determinate in misura indipendente dalla capacità di produzione del reddito del danneggiato.
Messe, così, a posto le critiche pretestuose, l’articolo passa a disciplinare la sorte della lesione sembrando (già nel titolo dell’articolo) voler parlare solo di esso ma finendo per trattare ex novo l’intero indennizzo per postumi permanenti. Afferma, infatti, che:
In caso di danno biologico (leggi “in caso di guarigione con esiti suscettibili di valutazione…), per i danni conseguenti ad infortuni sul lavoro e a malattie professionali verificatisi (tutti i danni), l'INAIL, nell'ambito del sistema d'indennizzo e sostegno sociale, (ribadisce che il d.b. è parte dell’indennizzo sociale e non un di più come era stato fino ad allora con il binario civilistico),in luogo della prestazione di cui all'articolo 66, primo comma, numero 2 del Testo Unico (la rendita unica), eroga l'indennizzo previsto e regolato dalle seguenti disposizioni: (che trattano del danno biologico e di quello patrimoniale).
A CONFERMA DELL’UNITARIETÀ E CONTINUITÀ DEL SISTEMA nel comma successivo SI AFFERMA che le menomazioni di grado pari o superiore al 16 per cento DANNO DIRITTO ALL'EROGAZIONE DI UN'ULTERIORE QUOTA DI RENDITA per l'indennizzo delle conseguenze delle stesse, commisurata al grado della menomazione, alla retribuzione dell'assicurato e al coefficiente… che costituiscono indici di determinazione della percentuale di retribuzione da prendere in riferimento per l'indennizzo delle conseguenze patrimoniali, in relazione alla categoria di attività lavorativa di appartenenza dell'assicurato e alla ricollocabilità dello stesso.
Non ci possono essere dubbi sulla portata rivoluzionaria dell’articolo che – riconoscendo per legge il valore indennizzabile della “salute” costituzionalmente garantito dall’articolo 32 della Costituzione - considera un’aggiunta il danno patrimoniale, modificandolo in modo significativo con il riferimento non più alla sola capacità generica, ma anche a quella specifica. Certo è un primo passa di limitato impatto economico ma estremamente significativo sul piano dei principi nel momento in cui, ripeto, da più parti si tenta di scolorire la funzione indennitaria della tutela sociale.
AD ULTERIORE CONFERMA, i commi di seguito riportati trattano solo gli istituti che richiedono un adeguamento del Testo Unico il cui impianto, per il resto rimane sostanzialmente e formalmente invariato.
- Entro dieci anni dalla data dell'infortunio, o quindici anni se trattasi di malattia professionale.
- qualora le condizioni dell'assicurato, dichiarato guarito senza postumi d'invalidità permanente o con postumi che non raggiungono il minimo per l'indennizzabilità in capitale o per l'indennizzabilità in rendita, dovessero aggravarsi in conseguenza dell'infortunio o della malattia professionale in misura da raggiungere l'indennizzabilità in capitale o in rendita, l'assicurato stesso può chiedere all'istituto assicuratore la liquidazione del capitale o della rendita, formulando la domanda nei modi e nei termini stabiliti per la revisione della rendita in caso di aggravamento. L'importo della rendita è decurtato dell'importo dell'eventuale indennizzo in capitale già corrisposto. La revisione dell'indennizzo in capitale, per aggravamento della menomazione sopravvenuto nei termini di cui sopra, può avvenire una sola volta. Per le malattie neoplastiche, per la silicosi e l'asbestosi e per le malattie infettive e parassitarie la domanda di aggravamento, ai fini della liquidazione della rendita, può essere presentata anche oltre i limiti temporali di cui sopra, con scadenze quinquennali dalla precedente revisione.
- La misura della rendita può essere riveduta, nei modi e nei termini di cui agli articoli 83, 137,146 del T.U.
- La rendita può anche essere soppressa nel caso di recupero dell'integrità psicofisica nei limiti del minimo indennizzabile in rendita. In tale caso, qualora il grado di menomazione accertato sia compreso nel limite indennizzabile in capitale, viene corrisposto l'indennizzo in capitale calcolato con riferimento all'età dell'assicurato al momento della soppressione della rendita.
- Quando per le condizioni della lesione non sia ancora accertabile il grado di menomazione dell'integrità psicofisica e sia, comunque, presumibile che questa rientri nei limiti dell'indennizzo in capitale, l'istituto assicuratore può liquidare un indennizzo in capitale in misura provvisoria, dandone comunicazione all'interessato entro trenta giorni dalla data di ricevimento del certificato medico constatante la cessazione dell'inabilità temporanea assoluta, con riserva di procedere a liquidazione definitiva non prima di sei mesi e non oltre un anno dalla data di ricevimento del predetto certificato medico. In ogni caso l'indennizzo definitivo non può essere inferiore a quello provvisoriamente liquidato. 10.
- Per l'applicazione dell'articolo 77 del Testo Unico si fa riferimento esclusivamente alla quota di rendita di cui al comma 2, lettera b).
Si conferma, così, ed anzi si arricchisce il fatto che l’obiettivo è un indennizzo sempre meglio adeguato alle condizioni di salute “toccate” anche in prospettiva dall’incidente; a completamento, così, dell’altra garanzia di allineamento, come si è detto, dell’indennizzo all’effettività del danno in termini monetari per il decorso del tempo.
UN’ALTRA PARENTESI, ETICA QUESTA VOLTA. Le considerazione che precedono, quindi, confermano che per l’assicurazione, per la società, il soggetto rimane sempre un lavoratore a pieno titolo; non solo, ma proprio il Decreto 38 ribadisce la funzione indennitaria della tutela dando evidenza al danno biologico e alla capacità di lavoro specifica, con la valorizzazione per quest’ultima del meccanismo dei coefficienti. Non è legittima né socialmente giustificata, quindi, una lettura, pur tentata, del Decreto 38 come recupero di una funzione previdenziale, confusamente intesa, della tutela per i rischi professionali da allineare così al fuoco di fila cui sono soggetti tutti i trattamenti previdenziali.
5) IL TEMPO DELLA REVISIONE: DA DOVE PARTE, FIN DOVE ARRIVA COME FINISCE?
Un altro punto controverso ha riguardato il momento a partire dal quale scatta il conteggio del decennio/quindicennio[10], che, come si è già accennato, coincide con quello da cui decorre il termine di prescrizione del diritto alla rendita iniziale all'indomani dell’evento lesivo.
La controversia scaturiva dal fatto che al termine del procedimento amministrativo si definisce, comunicandolo all'interessato, l’“atto” di costituzione della rendita; atto a lungo “sopravvalutato” fino a consolidare l’ idea – in certa misura fatta propria dalla stessa legge – che il periodo dovesse decorrere dalla data di detto atto. Solo a fatica la Cassazione dopo un lungo braccio di ferro con l'INAIL ha imposto che la data di inizio del conteggio è quella di decorrenza del diritto a rendita con la conseguenza di dover prendere a base, appunto, la prima valutazione dei postumi invalidanti.
Alla base del contrasto c’era il Testo Unico che liquidava la questione con riferimento a fatti certi: la data dell’infortunio, la data della prima assenza legata alla lavorazione morbigena, la data – altrimenti – della domanda di rendita per malattia professionale. La giurisprudenza ha superato questa impostazione individuando nel momento iniziale per il decorso della prescrizione del “decennio” la data di costituzione della rendita e, quindi, il momento nel quale dall'infortunio sia derivata un’invalidità di grado indennizzabile; momento che, ad altri fini, resta essenziale anche se i postumi non siano di grado indennizzabile.
6) TERMINI E DECORRENZA. IL PERCORSO DELLA GIURISPRUDENZA IN UNA SINTESI DAL WEB
In questo modo è possibile rispondere al quesito propostoci a conclusione di un percorso giurisprudenziale e amministrativo sintetizzato da un contributo di cui riportiamo significativi stralci[11] che, prendendo spunto da una sentenza del 2004 toccano i punti caldi del dibattito sulla revisione e del rilievo dei postumi e loro consolidamento sviluppatosi negli anni:
La Corte di Cassazione con la sentenza 16056/2004, ritorna sulla problematica concernente:
- la revisione della rendita da infortunio sul lavoro;
- il principio di consolidazione dei postumi e la decorrenza;
- l’esatta determinazione, dei termini di decadenza -già trattati l’anno precedente dalla sentenza 10839 che nell'esaminare il tema della revisione della rendita da malattia professionale aveva statuito che anche per la domanda di revisione della rendita da infortunio sul lavoro non fosse applicabile l’istituto della prescrizione triennale di cui all'art. 112 del D.P.R.1124, ma, per “identiche ragioni di carattere sistematico”, il termine annuale di decadenza previsto dall'art. 137 ultimo comma per la revisione della rendita da malattie professionali.
- la legittimità della procedura di revisione se attivata, non necessariamente conclusa, entro detto termine e sempre che avesse riguardato variazioni intervenute nel decennio di riferimento.
Partendo da questo richiamo e per una migliore analisi della successiva sentenza n.16056/2004, L’A. ritiene opportuna una sommaria carrellata sul contesto interpretativo in cui tale pronuncia s’inserisce, già richiamato per alcuni aspetti nei punti precedenti. Aggiunge, infatti, nel commento, che “l’istituto della revisione della rendita INAIL è disciplinato dagli articoli 83, 137 e 146) del DPR n.1124. In particolare l’articolo 83, per il caso di rendita da infortunio sul lavoro dispone che: “Nei primi quattro anni ….omissis.…“Trascorso il quarto anno dalla data di costituzione della rendita, la revisione può essere richiesta o disposta solo due volte, la prima alla fine di un triennio e la seconda alla fine del successivo triennio”.
Con questi richiami la sentenza conferma quanto già rilevato nel senso che:
- per gli infortuni il decennio è l’arco di tempo durante il quale si può ragionevolmente (meglio, convenzionalmente) ritenere che la lesione sviluppi tutti i suoi effetti e sia concluso il periodo di osservazione per una tutela più puntuale. Per una più puntuale disciplina, poi, soccorre l’ulteriore meccanismo interno delle cadenze per una ordinata verifica con i meccanismi delle scadenze[12]; passatane una occorre attendere l’ulteriore tappa e la cosa non è senza conseguenze come vedremo nel senso, fra l’altro che si può superare il 7° anno, ad esempio, ma sempre attestando un aggravamento infrasettennio.
È questo, aggiungiamo noi il senso definitorio dell’espressione “termine dilatorio”, nel senso che si tratta di scadenze rigide che dilazionano la possibilità di riconsiderare la valutazione dei postumi collocandole in momenti precisi rispetto a fatti concretizzatisi prima di detti momenti. Quindi si parli pure di consolidamento, ma sempre avendo chiaro che non è un dato scientifico o fenomenologico, ma legale.
- Per le malattie professionali, prosegue l’A., l’articolo 83 prevede che “La prima revisione può essere richiesta o disposta dopo che siano trascorsi sei mesi dalla data di cessazione del periodo di inabilità temporanea, ovvero, qualora non sussista tale inabilità, dopo che sia trascorso un anno dalla data di manifestazione della malattia professionale. Ciascuna delle successive revisioni non può essere richiesta o disposta a distanza inferiore ad un anno dalla precedente, mentre l'ultima può aversi soltanto per modificazioni avvenute entro il termine di quindici anni dalla costituzione della rendita”. “La relativa domanda deve essere proposta, a pena di decadenza, non oltre un anno dalla scadenza del termine di quindici anni di cui al comma precedente”.
- Per le ipotesi di guarigione senza postumi, infine, l’A. ricorda che “l’articolo 83 u.c. prevede che “Entro dieci anni dalla data dell'infortunio, o quindici anni se trattasi di malattia professionale, qualora le condizioni dell'assicurato, dichiarato guarito senza postumi d'invalidità permanente o con postumi che non raggiungono il minimo per l'indennizzabilità in rendita, dovessero aggravarsi in conseguenza dell'infortunio o della malattia professionale in misura da raggiungere l'indennizzabilità, l'assicurato stesso può chiedere la liquidazione della rendita, formulando la domanda nei modi e nei termini stabiliti per la revisione della rendita”.
È chiaro, quindi, che il Decreto 38 del 2000 nel modificare l’intero sistema nei suoi fondamenti, recupera comunque della normativa del Testo Unico tutte le disposizioni coerenti o non incompatibili con quelle innovative del decreto stesso[13] creando. Così, un sistema compiuto, nuovo nella continuità con i principi cardine del Testo Unico n.1124.
In questo quadro di continuità evolutiva, dunque, rispetto ai tre quesiti proposti all'inizio, riteniamo che le considerazioni e i richiami di Pergrossi consentano di ribadire che:
- secondo l’unanime orientamento della Cassazione, il termine (di dieci o quindici anni) non è né di prescrizione né di decadenza, ma è dilatorio, non incidendo lo stesso sull'esercizio, ma sull'esistenza stessa del diritto, in quanto limitativo dell'ambito di rilevanza delle successive diminuzioni o aumenti dell'attitudine al lavoro ed in genere delle condizioni fisiche del reddituari;
- nella II ipotesi è il fatto materiale (infortunio o malattia professionale) che rileva, mentre nella I ipotesi il termine si ricollega alla nascita del diritto stesso;
- sul punto riguardante l’esistenza di un termine di prescrizione-art.112 TU- o di decadenza-art.137 ult. co. - e sul dell’applicabilità dell’articolo 112 del Testo Unico all'istituto della revisione della rendita il confronto, estremamente serrato anche in giurisprudenza, è stato risolto con la pronuncia a Sezioni Unite 10.07.2003 n.10839 secondo la quale l’articolo 112:
- fa decorrere la prescrizione triennale della azione per conseguire le prestazioni dal giorno dell'infortunio o da quello della manifestazione della malattia professionale, con ciò dimostrando che la norma:
i) considera, con detti riferimenti, solo il momento della richiesta iniziale con cui si fa valere il diritto derivante da tale evento;
ii) non disciplina il caso della domanda di revisione della misura della rendita già concessa, per il quale il momento dell'infortunio o della manifestazione della malattia professionale rileva solo nei limiti delle previsioni relative al decorso dei termini stabiliti dagli articoli 83 e 137 del T.U. (32).
In questo scenario ricognitivo l’A. colloca le sentenze richiamate all'inizio del ragionamento dell’A. e, a conferma ulteriormente evolutiva, la sentenza del 2004 oggetto di specifica annotazione, con la quale la Suprema Corte chiamata a riprendere nuovamente posizione su tutte e quattro le tematiche sopra descritte ha confermato:
1) la natura dilatoria del termine di revisione di cui all’art.83 (e 137) del Testo Unico e la conseguente non preclusione della proposizione della domanda di revisione (da parte dell’assicurato) o la proposizione della revisione (e della conseguente visita) da parte dell’Istituto assicuratore oltre il decennio, sempre che l’aggravamento o il miglioramento delle condizioni di salute dell’assicurato si siano verificati entro il decennio predetto;
2) la decorrenza del termine sub 1) dalla DATA DI COSTITUZIONE DELLA RENDITA, intendendosi per tale data non quella di comunicazione della costituzione, ma quella di decorrenza della rendita medesima; 3) e 4) l’inapplicabilità dell’art.112 TU all’istituto della revisione della rendita in quanto disposizione non afferente in alcun modo alla disciplina della revisione medesima. Ha aggiunto, altresì,
5) l’estensione (ecco il quid pluris della sentenza) per la prima volta - sia pure con le argomentazioni già espresse dalle SS.UU. 10.07.2003, n. 2839 all’ipotesi di revisione della rendita da infortunio sul lavoro, DEL TERMINE DI DECADENZA ANNUALE[14].
7) PRINCIPI PACIFICI, APPLICAZIONI ONDIVAGHE, TENTSTIVI DI SUPERARE LA CONFUSIONE
Si tratta di principi pacifici e consolidati, ma non tanto fra in giudici di merito da evitare negli anni successivi alla Cassazione di dover tornarci su per ribadire quanto già affermato nelle sentenze richiamate nel paragrafo precedente. Così nella sentenza n 20994 del 2010 e, ancor più imbarazzante per la vicenda dedotta in giudizio (con revisione ben oltre il decennio) nella 24189 del 2011. Senza indulgere in valutazioni di merito, resta la considerazione della persistente difficoltà anche in sedi esperte a maneggiare questa materia e, quindi, conviene insistere sulla strada della riproposizione da più angoli visuali dei temi centrali, richiamando i vari modi di proporsi del termine prescrizione nelle vicende in esame:
a) Prescrizione del diritto alle prestazioni in rendita: tre anni a decorrere dal momento di effettiva azionabilità del diritto, per come definito dalla giurisprudenza (con superamenti da parte della Corte Costituzionale dell’obiezione circa la perdita del diritto / e non dei soli ratei come nel caso delle pensioni sulla base di considerazioni richiamate nei paragrafi precedenti;
b) Prescrizione del diritto alla rendita una volta costituita: decennale;
c) Prescrizione del diritto ai singoli ratei di rendita: quinquennale;
d) Prescrizione delle singole quote integrative di rendita: quinquennale;
e) Interruzione e sospensione della prescrizione: secondo le cause “ordinarie”[15] diversamente da quanto inizialmente previsto da quanti ritenevano ammissibili sono le cause espressamente previste dal Testo Unico (Sul punto Cass. SS. UU. 783/1989;
f) Sospensione della prescrizione: secondo le regole specificate dall'articolo 111 del Testo Unico;
g) Possibilità di richiedere l’APC: anche dopo il decennio in presenza delle specifiche condizioni previste dalla legge accertabili autonomamente, a prescindere dalla prescrizione de diritto alla revisione della rendita e senza modificare, quindi, il grado utilizzato per essa (con possibilità quindi di un reddituario con grado “minore”, titolare di APC[16].
Rispetto a questo sommario quadro, - e all'invito a rileggere le norme di riferimento – può essere più semplice e agevole da tenere a mente il tema dei ”termini” delle revisioni: quello iniziale per il decorso del “decennio/quindicennio” e quelli finale e intermedi del decennio con il completamento della verifica del valore dei termini intermedi.
Il Termine iniziale in analogia a quanto previsto per la decorrenza della prescrizione del diritto a rendita (ed è questa assonanza che può indurre qualcuno a continuare a considerare il “decennio un termine di prescrizione”) non può che essere quello che riguarda il fatto “postumi indennizzabili” ed in tal senso, come abbiamo prima ricordato si è attestata con fermezza la Corte di Cassazione nel ribadire che il momento iniziale (per avviare il percorso decennale) non può che essere quello del maturare dei requisiti per acquisire il diritto e cioè quello in cui si sostanziano i postumi permanenti di grado indennizzabile (con la specificazione, per le malattie professionali, della loro apprezzabilità come nota professionale e come di grado rilevante)[17].
Certo, a fronte delle indicazioni originarie del Testo Unico, la formulazione imposta dalla Cassazione presenta aspetti complessi non tanto nella comprensione del suo postulato giuridico a monte – il momento iniziale, per tutto, deve coincider con quello nel quale il soggetto possa far valere il proprio diritto poiché certamente non si può perdere qualche cosa che ancora non si ha[18].
Pertanto, proprio per tematiche del genere è importante poter contare, fin dal primo momento in cui si è subito un infortunio o possa insorgere il sospetto di aver contratto una malattia professionale, di consigli e guida di persone esperte; esperte e capaci di assistere il lavoratore già nella costruzione della anamnesi lavorativa della malattia o dell’accadimento dell’infortunio, ad evitare ad esempio che improvvide dichiarazioni o certificazioni possano far emergere, erroneamente, la riconducibilità di una specifica menomazione o patologia a fatti non professionali ovvero a fatti anche professionali, ma fuori tempo.
8) CHE COSA ACCADE DURANTE IL DECENNIO/QUINDICENNIO ED ALLA FINE DI ESSO?
Per il primo quadriennio Il meccanismo è complesso ma di chiara comprensione, puntualmente descritto dallo stesso articolo 13 nella prospettiva dilatoria di cui abbiamo trattato in precedenza nel senso che non si vuole lasciare l’aggiornamento ad una sorta di facoltà permanente ma lo si ricollega ad una scansione temporale che può ragionevolmente far ritenere possibile un aggravamento/miglioramento; una possibilità accentuata dalla vicinanza con la guarigione clinica, mentre a conclusione del quadriennio il tempo di dilazione si allunga al triennio (7° e 10° anno). Tempo di dilazione e non di prescrizione, nel senso che superata una scadenza è legittimo richieder la revisione se il fatto aggravamento si è consumato prima; altrimenti, se si è consumato dopo quattro anni e cinque giorni, ad esempio, occorre attendere il settimo anno.
La situazione è altrettanto semplice nel senso che, se scaduto il termine, il lavoratore dimostra di aver subito un aggravamento infra settennio, nulla questio. Se, invece, l’aggravamento si è maturato dopo un mese dalla scadenza del settennio, deve attendere il decimo anno (detto in altro modo la revisione è dilazionata al 10 anno.
Alla scadenza del decimo anno scatta un diverso meccanismo che ricorda, come si è detto, il funzionamento di una molla nel senso che il lavoratore ha un anno di tempo – termine di decadenza – per far valere aggravamenti infra decennio (ovviamente in tutti i casi trattati INAIL ha in corrispettivo il diritto di far valere miglioramenti). Una volta ottemperato alla mannaia della decadenza, scatta (in pendant a quanto accade all'inizio per la prescrizione del diritto a rendita) la prescrizione del diritto alla revisione.
Nel caso di mancato riconoscimento iniziale di postumi indennizzabili, lo stesso articolo 13 precisa, lo ricordiamo ancora una volta che:
”Entro dieci anni dalla data dell'infortunio, o quindici anni se trattasi di malattia professionale, qualora le condizioni dell'assicurato, dichiarato guarito senza postumi d'invalidità permanente o con postumi che non raggiungono il minimo per l'indennizzabilità in capitale o per l'indennizzabilità in rendita, dovessero aggravarsi in conseguenza dell'infortunio o della malattia professionale in misura da raggiungere l'indennizzabilità in capitale o in rendita, l'assicurato stesso può chiedere all'istituto assicuratore la liquidazione del capitale o della rendita, formulando la domanda nei modi e nei termini stabiliti per la revisione della rendita in caso di aggravamento. L'importo della rendita è decurtato dell'importo dell'eventuale indennizzo in capitale già corrisposto. La revisione dell'indennizzo in capitale, per aggravamento della menomazione sopravvenuto nei termini di cui sopra, può avvenire una sola volta entro dieci anni dalla data dell'infortunio, o quindici anni se trattasi di malattia professionale, qualora le condizioni dell'assicurato, dichiarato guarito senza postumi d'invalidità permanente o con postumi che non raggiungono il minimo per l'indennizzabilità in capitale o per l'indennizzabilità in rendita, dovessero aggravarsi in conseguenza dell'infortunio o della malattia professionale in misura da raggiungere l'indennizzabilità in capitale o in rendita, l'assicurato stesso può chiedere all'INAIL la liquidazione del capitale o della rendita, formulando la domanda nei modi e nei termini stabiliti per la revisione della rendita in caso di aggravamento. L'importo della rendita è decurtato dell'importo dell'eventuale indennizzo in capitale già corrisposto.”
9) E NEL CASO DI RENDITA UNIFICATA PER INFORTUNI POLICRONI?
Discorso a parte merita il tema delle rendite unificate per infortuni plurimi policroni poiché “ Quando gli eventi lesivi che concorrono alla costituzione della rendita unica sono della stessa natura (tutti infortuni, ovvero tutte malattie professionali) e, quindi, soggetti allo stesso regime temporale ai fini della revisione dei postumi, dalla data di costituzione della rendita unica decorre un unico termine revisionale con una disciplina illustrata, con esemplificazione da apposita lettera di istruzione dell’INAIL che con riferimento a detti termini di revisione precisa che:
"Con nota del 19 settembre u.s. (prot. n. 09971) sono stati illustrati i principi affermati dalla Corte di Cassazione, a Sezioni Unite [1], in tema di termini per la revisione della rendita unica da eventi policroni, costituita ai sensi dell’art. 80 T.U., e sono state fornite prime istruzioni operative al riguardo nel senso che:
1. Dalla data di costituzione della rendita unica[2] inizia ex novo il decorso dei termini revisionali per tutti gli eventi che concorrono alla costituzione della rendita, indipendentemente dalla data di accadimento di ciascuno di essi.
Esempio: rendita per infortunio costituita nel 1990; segue nuovo infortunio e costituzione di rendita unica nel 1998; ultima revisione della rendita unificata nel 2008. Sia in sede di costituzione della rendita unica nel 1998, sia in sede di revisione della stessa fino al 2008 dovranno essere riconsiderati anche i postumi relativi all'infortunio del 1990. Nel 2008 si consoliderà la rendita unica corrispondente al grado di inabilità complessiva accertato in sede di ultima revisione.
La disciplina dei termini di revisione delle rendite unificate muove, infatti, dal principio che, con la costituzione della rendita unica, cessa la rendita pregressa poiché a quest’ultima si sostituisce una nuova rendita commisurata al danno biologico globale, considerato nel suo grado e nella misura d’insieme e non già nelle singole parti che lo compongono. L’unificazione dei postumi determina l’insorgenza di un quadro menomativo globale, unitariamente considerato, che costituisce il nuovo “oggetto” di valutazione. In tale contesto i postumi dei singoli eventi perdono autonoma rilevanza e pertanto devono essere valutati tutti, sulla base di un giudizio medico-legale di sintesi, avuto riguardo alla loro reciproca influenza ed al loro complessivo pregiudizio sull’integrità psicofisica del soggetto. Naturalmente, il principio si applica anche nel caso in cui tra i due eventi lesivi sia decorso il termine revisionale e, quindi, la rendita costituita per il primo evento lesivo sia consolidata per intervenuta decorrenza dei termini revisionali prima della unificazione (vedi, infra, punto 4). Si ricorda che l’unificazione dei postumi riapre i termini utili non solo per la revisionabilità del danno unitario ai fini della determinazione delle prestazioni economiche, ma anche per l’applicazione di tutti gli altri istituti giuridici previsti dal Testo Unico (cure idrofangotermali, integrazione rendita in caso di necessità di cure mediche e chirurgiche, ecc.).
2. Quando gli eventi lesivi che concorrono alla costituzione della rendita unica sono della stessa natura (tutti infortuni, ovvero tutte malattie professionali) e, quindi, soggetti allo stesso regime temporale ai fini della revisione dei postumi, dalla data di costituzione della rendita unica decorre un unico termine revisionale. (Decennio per gli infortuni, quindicennio per le malattie professionali.
3. Quando, invece, gli eventi lesivi che concorrono alla costituzione della rendita unica sono di diversa natura e, quindi, soggetti a diverso regime temporale ai fini della revisione, dalla data di costituzione della rendita unica decorrono nuovi termini revisionali diversi in relazione a ciascuna componente di danno; in tale ipotesi il regime temporale della revisione è individuato in relazione alla componente di danno di cui sia rilevata la variazione, indipendentemente dalla natura dell’ultimo evento. A chiarimento le stesse istruzioni INAIL propongono alcuni esempi:
Esempio 1. Infortunio del 1995 segue malattia professionale e costituzione di rendita unica nel 1998; nel 2004 l’Istituto riceve una richiesta di revisione passiva in cui si denuncia un aggravamento dei postumi dell’infortunio. Qualora sia stata effettuata, nel 2002, la revisione al quadriennio, la richiesta andrà respinta in quanto la nuova revisione relativa ai soli postumi dell’infortunio potrà essere effettuata solo al settennio.
Esempio 2. Infortunio del 1995 segue malattia professionale e costituzione di rendita unica nel 1997. Dal 1997 decorrono un termine decennale per la revisione dell’infortunio (scadenza 2007) e un termine quindicennale per la revisione della M.P. (scadenza 2012). A partire dal 2007 sarà possibile procedere alla revisione soltanto se siano rilevate variazioni dei postumi della MP., nel qual caso, nella valutazione complessiva si potranno considerare anche variazioni dei postumi dell’infortunio.
Tale principio determina una novità rispetto alla precedente linea di condotta dell’Istituto, secondo cui i termini revisionali sono regolati secondo il regime relativo alla natura dell’ultimo evento (Cfr.: Guida per le Revisioni delle Rendite, allegata alla Circolare n. 71/1996, par. 2.5.1). Ciò vale naturalmente sia con riferimento all’individuazione dei termini di revisione intermedi con riferimento all’individuazione dell’ultimo termine revisionale.
A proposito di quest’ultima ipotesi, seguendo le istruzioni INAIL ribadiamo che si ricorda che l’ultima revisione deve essere richiesta o disposta, a pena di decadenza, entro un anno dalla scadenza del termine. Si ricorda, altresì, che la variazione dei postumi sarà rilevante soltanto se riconducibile all’interno del periodo revisionale, riguardando il termine annuale di decadenza solo l’esercizio del diritto, mentre per le rendite unificate da liquidare in capitale (art. 75 TU), si deve attendere la scadenza dell’ultimo termine di revisione prima di cessare la rendita.
10) CONCLUSIONI, ALLEGATI, ADDENDI
Con questi richiami, che ripropongono ancora una volta i punti enunciati all'inizio[19] a conferma della solidità delle affermazioni iniziali e dell’ampiezza dei dibattiti che si sono succeduti nel tempo possiamo considerare esaurita la riflessione sui diversi aspetti, con la convinzione, peraltro, che gli stessi restino di complessa valutazione.
Ci si augura, peraltro, che appaia chiaro come nel momento in cui l’attenzione si sposta da atti quale la costituzione di rendita, al mondo della fenomenologia dei fatti – e dei fatti interpretati dall’interessato (sono malato e sono malato per la mia professione, ad esempio) la gestione della pratica diventa sempre più complessa già per l’interessato che dovrebbe ricorrere a soggetti di fiducia fin dalle prime battute nel descrivere patologie, sintomi ecc. È di intuitiva evidenza, infatti, che nel gioco delle decorrenze e prescrizioni, può essere fondamentale, magari in negativo, affermare nella domanda di soffrire di un certo disturbo da tempo X con ciò implicitamente offrendo spunti per dimostrare che è da quell’X che si deve cominciare la conta dei giorni per la prescrizione.
Allo stesso modo, anche la rappresentazione delle patologie professionali o indotte dall’infortunio può costituire un elemento di confronto, negativo, nel prosieguo della pratica per interpretazioni, magari frettolose, di CTU non compiutamente esperti della materia. (P. Acconcia)
[1] È una situazione comune a tutti gli istituti dell’assicurazione infortuni, frutto della necessità, per i giudici, di adeguare formule legislative che risalgono a un secolo fa all’evoluzione del sistema giuridico frutto della Costituzione repubblicana e dei principi da essa affermati e resi operativi dalla giurisprudenza. Né c’è da sperare molto da interventi chiarificatori del legislatore visto l’esperienza dell’infortunio in itinere con la ricchezza di avverbi e aggettivi del Decreto 38/2000 che hanno finito per creare ulteriori problemi e ricchezza di giudicati.
[2] È l’aspetto procedurale del principio dell’”automaticità” che riguarda il nascere del rapporto assicurativo (dal fatto che inizio ad essere esposto al rischio) ed il nascere del diritto alla prestazione (da quando “ci si è fatto male”) Ed è sintomatica la perplessità degli operatori INAIL di fronte a richieste di chiarimenti circa la domanda dell’infortunato poiché a rigore di termini quella INAIL resta un’assicurazione nell’ambito della quale il lavoratore non deve fare nulla se non avvertire il datore di lavoro dell’infortunio. Da quel momento di regola parte una pratica del datore di lavoro alla quale si aggancia l’iniziativa dell’Istituto ecc. ecc. Un po’ quello che accade per la RCA.
[3] Lo ribadisce, fra l’altro, l’articolo 13, co.1 e 2, del DPR 224/1988 nel senso che la prescrizione non comincia a decorrere prima del giorno in cui il danneggiato ha avuto o avrebbe dovuto avere conoscenza di un danno di gravità sufficiente a giustificare l’esercizio dell’azione giudiziaria.
[4] Sempre in tema, d’altra parte, la Corte Costituzionale ha convenuto, cioè, sul fatto che detti termini sono messi per soddisfare l’esigenza di un rapido accertamento dell’invalidità, non troppo oltre il momento del fatto invalidante. Tant'è che, come vedremo, laddove questa esigenza di un tempestivo accertamento medico legale non si pone, nemmeno può proporsi l’applicazione della prescrizione e decadenze proprie del versante rendita e invalidità da accertare.
[5] Le prestazioni dell'assicurazione sono le seguenti:
3) un assegno per l'assistenza personale continua;
[6] In campo civilistico, il problema si pone in modo diverso poiché liquidando il danno in capitale, si fa una ponderazione del danno presente e nella sua evoluzione futura, con prime avvisaglie del consolidamento di linee interpretative volte a considerare nella liquidazione le potenzialità future del lavoratore.
[7] Quest’ultimo, per inciso e assonanza con il nostro tema, è un capitolo da riscrivere poiché tutti parlano dei falsi invalidi e delle pensioni soppresse, ma non sempre è chiaro che probabilmente molte soppressioni saranno frutto anche di banali ritocchi della valutazione dell’invalidità.
[8] Lo stesso principio è alla base, a nostro parere, del fatto che la valutazione dei postumi ai fini dell’indennizzo ex. Decreto 38 2000 deve essere fatta entro un anno ma non prima di sei mesi, un tempo ritenuto congruo (nell'interesse dell’assicuratore) perché la valutazione riguardi un fatto sufficientemente consolidato e non una patologia in fase ancora “post acuta”).
[9] Una tesi fortunatamente aggirata con la sperimentalità poiché la normativa definitoria generale non ha ancora visto la luce e la Cassazione, da ultimo, si è vista costretta a utilizzare un “espediente” per dare un minimo di valore generale alle tabelle del Tribunale di Milano.
[10] La diversità di arco temporale per infortuni e m.d. conferma la tesi che non si tratta di prescrizione ma di una sorta di presunzione di consolidamento, diversificata, appunto, in ragione della diversità fra i due eventi lesivi.
[11] D. Pergrossi, Revisione rendite INAIL, principio di consolidamento postumi e termini di decadenza, su www.anmil.it
[12] Senza andare troppo lontano, sembra evidente che in questo caso con la rigidità delle scadenze s’intenda privilegiare l’interesse pubblico ad una corretta e piena valutazione del danno da indennizzare, fuori dallo spontaneismo dei comportamenti individuali e con una precisa scelta di campo per la piena assunzione di responsabilità legislativa nel codificare la significatività dell’intero meccanismo di revisioni ora richiamato.
[13] Per esplicitare il sistema così congegnato l’A aggiunge che risultano in tal modo disciplinate 4 ipotesi, due per ciascuna tipologia di rendita:
a) l’ipotesi di revisione (su iniziativa dell’assicurato o dell’Istituto) della rendita da infortunio sul lavoro in godimento (art.83 c.,6,7) - per variazioni delle condizioni dell’assicurato nel decennio;
b) l'ipotesi (su richiesta del solo assicurato) in cui l’assicurato, dopo essere stato dichiarato guarito da un infortunio sul lavoro, subisca un aggravamento delle proprie condizioni: (articolo 83, comma 8) per intervenute variazioni delle condizioni dell’assicurato nel decennio da calcolarsi a decorrere “dalla data dell’infortunio”;
c) l’ipotesi di revisione (su iniziativa dell’assicurato o dell’Istituto) della rendita da malattia professionale in godimento(art.137 comm1,6,7) ) per intervenute variazioni delle condizioni dell’assicurato nel quindicennio da calcolarsi a decorrere “dalla costituzione della rendita”; nel qual caso la relativa domanda deve essere proposta, a pena di decadenza, non oltre un anno dalla scadenza del predetto termine (in altri termini la domanda dovrà essere posta entro quindici anni + uno dalla costituzione della rendita);
d) l'ipotesi (su richiesta del solo assicurato) in cui l’assicurato, dopo essere stato dichiarato guarito da una malattia professionale, subisca un aggravamento: (articolo 83, comma 8); per intervenute variazioni delle condizioni dell’assicurato nel quindicennio da calcolarsi a decorrere dalla manifestazione della malattia professionale.
[14] Questa Corte ha affermato il principio secondo cui alla stregua della richiamata norma la misura della rendita può essere sottoposta a revisione, su domanda del titolare o ad iniziativa dell'istituto assicuratore, nell'ipotesi di diminuzione o di aumento dell'attitudine al lavoro, a condizione che tali modificazioni si verifichino entro dieci anni dalla costituzione della rendita. La Corte di Appello ha, invece, dato notizia di un miglioramento intervenuto nel maggio 2008 e ha riconosciuto una rendita per inabilità per infortunio nella misura del 12%, e ciò a distanza di 18 anni dalla costituzione della rendita, ben oltre l'anzidetto termine decennale.
[15] Fra le quali non rientra la richiesta di accesso agli atti amministrativi per verificare la proponibilità della richiesta.
[16] Un ulteriore conferma del fatto che, come abbiamo detto, le singole prestazioni elencate dal Testo Unico vivono di vita autonoma per quanto riguarda la sussistenza dei requisiti per il sorgere del relativo diritto.
[17] A riprova della complessità e della fermezza della giurisprudenza su queste tesi, l’articolo corrispondente è stato dichiarato incostituzionale nella parte in cui prevede che la prescrizione decorra dal momento anteriore alla morte dell’assicurato anche quando la professionalità possa essere verificata solo dall’esame autoptico.
[18] Diversa sarebbe la soluzione qualora si ritenesse che il soggetto all’atto dell’infortunio acquisisca un diritto “globale” a tutti i trattamenti previsti dalla legge, pur se maturati concretamente in progressione (eventuale). Tesi suggestiva ma decisamente respinta dalla Cassazione con riferimento ad una questione connessa, riguardante il diritto, negato, di poter adire i giudici per una sentenza di mero accertamento della professionalità dell’infortunio subito. Negata in base al presupposto di carattere generale che davanti al giudice si va per far valere il diritto ad acquisire un beneficio concretamente attuale e non per porne i presupposti a futura memoria. Devi avere, insomma, un interesse, così come per le questioni di costituzionalità non è consentito di sollevarle di per se ma occorre dimostrare che dalla dichiarazione di illegittimità costituzione ne trarrò benefici ed il giudici adito per questo beneficio condivide che alla questione non è manifestamente infondata.
[19] Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, con la sentenza 25 marzo 2005, n. 6402, hanno espressamente affermato il principio secondo cui, posto che la rendita unificata risulta parificata alla rendita per singolo evento lesivo, l’intangibilità della misura dei postumi stabilizzati del singolo evento impedirebbe necessariamente la possibilità di rivalutare il complessivo risultato inabilitante, stabilitosi nel tempo, in base ad un giudizio di sintesi.
Pubblicazioni suggerite
Sempre al fine di offrire tutti i possibili strumenti perché i lavoratori interessati e chi li assista possano valutare gli esatti termini della questione e per offrire ulteriori punti di riferimento per approfondimenti e riflessioni.
A) Pubblicazioni in rete agevolmente consultabili, di dottrina, INAIL giurisprudenza ecc.
A.1. DAL PERCORSO FORMATIVO INAIL PER OPERATORI DI PATRONATO 2011
“Prescrizione e revisione profili medico legali di A. Ossicini" “Revisione delle rendite e dei casi liquidati in capitale di L. Di Martino” A.2. DAI SITI WEB
“Revisione delle rendite INAIL di S. Toriello”
A.3. DA QUESITI E COLLOQUI CON ESPERTI
A.4. PER LA DOTTRINA
“Stralcio da De Matteis, Infortuni sul lavoro e malattie professionali"	Newsletter