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Timestamp: 2020-01-21 06:23:04+00:00
Document Index: 21011577

Matched Legal Cases: ['art. 673', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 117', 'art. 7', 'art. 5', 'art. 3', 'art. 65', 'art. 13', 'art. 25', 'art. 27', 'sentenza ', 'art. 6', 'art. 673', 'sentenza ', 'art. 6', 'art. 673', 'art. 6', 'sentenza ', 'art. 6', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 6', 'sentenza ', 'art. 6', 'sentenza ', 'art. 6', 'art. 1', 'art. 606']

L’INCIDENZA DEI MUTAMENTI GIURISPRUDENZIALI FAVOREVOLI AL REO SUL GIUDICATO PENALE
| Catalogo libri | Rivista | Distribuzione | Formazione | MARTEDÌ 21 GENNAIO AGGIORNATO ALLE 7:23
Trib. Torino, sez. III penale, ordinanza 27 giugno 2011
1. È rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 673 c.p.p. nella parte in cui non prevede l’ipotesi di revoca della sentenza di condanna (o di decreto penale di condanna o di sentenza di applicazione della pena su concorde richiesta delle parti) in caso di mutamento giurisprudenziale -intervenuto con decisione delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione- in base al quale il fatto giudicato non è previsto dalla legge penale come reato, per contrasto con l’art. 117 Costituzione, in relazione all’art. 7 CEDU (come interpretato dalla Corte EDU) e agli art. 5 e 6 CEDU; con l’art. 3 della Costituzione, anche in relazione agli artt. 610, comma 2, 618 c.p.p., 172 disp.att.c.p.p. ed all’art. 65 Regio Decreto 30.01.1941, n. 12 (ordinamento giudiziario); con l’art. 13 della Costituzione; con l’art. 25 della Costituzione; con l’art. 27, comma 3, della Costituzione.
L’ordinanza in commento, intrisa di interessanti profili sostanziali e processuali, affronta la problematica questione della rilevanza del “diritto vivente”, e in particolare dei mutamenti giurisprudenziali in senso favorevole al reo, in rapporto alla possibilità di revisionare il giudicato penale di condanna. Il caso di specie concerne una sentenza di condanna per il delitto di cui all’art. 6 co. 3 d.lgs. 286/98 pronunciata nei confronti di uno straniero presente irregolarmente sul territorio nazionale, divenuta irrevocabile prima che le Sezioni Unite si pronunciassero nel senso che tale delitto - in seguito alle modifiche apportate dalla l. n. 94/2009 - non si applica allo straniero il cui soggiorno sia irregolare. Rilevato che l’art. 673 c.p.p. prevede la revoca della sentenza di condanna nel caso di abolitio criminis ovvero di declaratoria di illegittimità costituzionale della norma incriminatrice, ma non nel caso di mutamento giurisprudenziale più favorevole al reo, il Tribunale ritiene che tale lacuna normativa determini un contrasto con la Carta fondamentale (nello specifico, con gli artt. 3, 13, 25, 27, comma 3, 117, comma 1, della Costituzione) e solleva pertanto questione di legittimità costituzionale della citata norma del codice penale di rito dinanzi al Giudice delle Leggi. La decisione del Tribunale di Torino offre l’occasione, per l’A., di ripercorrere l’evoluzione legislativa e giurisprudenziale dell’istituto del giudicato penale, divenuto sempre meno “infrangibile” anche per l’esigenza di garantire il rispetto dei principi fondamentali di eguaglianza e di retroattività in mitius. Tuttavia, l’eccessiva valorizzazione delle interpretazioni giurisprudenziali -seppur autorevoli- potrebbe comportare un vulnus alla certezza del diritto, garantita fin’ora dalla tendenziale stabilità del giudicato.
1.1. Il giudizio di cognizione e il mutato quadro normativo e giurisprudenziale.
Nell’ambito del procedimento di esecuzione penale nei confronti di un soggetto condannato per la violazione dell’art. 6, comma 3, D.Lgs. n. 286/1998, il Giudice dell’esecuzione dubita della legittimità costituzionale dell’art. 673 c.p.p. e, con l’ordinanza in epigrafe, sospende il procedimento, onde investire della questione la Corte Costituzionale.
Come noto, l’art. 6, co. 3, D.lgs. n. 286/1998 è stato novellato dalla Legge 15 luglio 2009, n. 94.
Il testo originario prevedeva che “Lo straniero che, a richiesta degli ufficiali e agenti di pubblica sicurezza, non esibisce, senza giustificato motivo, il passaporto o altro documento di identificazione, ovvero il permesso o la carta di soggiorno è punito con l’arresto fino a sei mesi e l’ammenda fino a euro 413”.
A seguito della modifica la norma incriminatrice ora prevede che: “Lo straniero che, a richiesta degli ufficiali e agenti di pubblica sicurezza, non ottempera, senza giustificato motivo, all’ordine di esibizione del passaporto o di altro documento di identificazione e del permesso di soggiorno o di altro documento attestante la regolare presenza nel territorio dello Stato è punito con l’arresto fino ad un anno e con l’ammenda fino ad euro 2.000”.
Dopo l’entrata in vigore della novella, è sorta questione in merito all’applicabilità di tale fattispecie incriminatrice ai cittadini di Paesi terzi non provvisti di permesso di soggiorno.
Alcune opinioni, in dottrina, ritenevano che la novella avesse comportato una parziale abolitio criminis della fattispecie contestata all’imputato che -secondo detta prospettiva interpretativa- doveva ritenersi indirizzata esclusivamente ai cittadini di Paesi terzi regolarmente dimoranti sul territorio nazionale (essendo previsto per gli stranieri irregolarmente dimoranti un diverso regime di incriminazione).
Nelle sue prime decisioni, la Corte di Cassazione ha però escluso che fosse intervenuta una abolitio criminis parziale[1].
Sennonché -a seguito di un dubbio sollevato dalla Prima sezione Penale della S.C.- le Sezioni Unite hanno affermato il principio esattamente opposto, determinando un significativo révirement giurisprudenziale.
Si legge, infatti, in Cass. Pen. Sez. Un., sentenza 24 febbraio 2011, n. 16453, che “Il reato di inottemperanza all’ordine di esibizione del passaporto o di altro documento di identificazione e del permesso di soggiorno o dell’attestazione della regolare presenza nel territorio dello Stato è configurabile soltanto nei confronti degli stranieri regolarmente soggiornanti nel territorio dello Stato, e non anche degli stranieri in posizione irregolare, a seguito della modifica dell’art. 6, comma terzo, D. Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, recata dall’art. 1, comma ventiduesimo, lett. h), L. 15 luglio 2009, n. 94, che ha comportato una “abolitio criminis”, ai sensi dell’art. 2, comma secondo, cod. pen., della preesistente fattispecie per la parte relativa agli stranieri in posizione irregolare”.
A tale risultato, i Giudici di legittimità giungono dopo aver sviluppato un complesso apparato argomentativo che si dipana tra i diversi criteri ermeneutici -da quello letterale a quello sistematico- posti a loro disposizione. In definitiva, la Corte, individuato nella pronta verifica della regolarità del soggiorno il bene giuridico tutelato dalla norma e fondata tale affermazione sulla base di persuasivi criteri letterali, afferma che l’applicabilità allo straniero irregolare della norma de qua è esclusa in radice già a livello di tipicità: “la condotta dello straniero irregolare non può essere ricompresa nella nuova fattispecie di cui all’art. 6, comma 3, d.lgs. cit. in forza del principio di tipicità, risultando chiaro dal contenuto della norma e dall’interesse da essa tutelato che il soggetto attivo del reato è stato circoscritto allo straniero regolarmente soggiornante”.
Tuttavia, nel caso di specie, la Cassazione, chiamata a decidere del ricorso presentato dall’imputato, non ha potuto tenere conto della decisione delle Sezioni Unite, non essendo ancora state pubblicate le motivazioni della stessa[2].
Il giudice dell’Esecuzione, condividendo pienamente la citata decisione resa dalle Sezioni Unite, intende quindi adeguarsi all’indicazione che la Suprema Corte ha offerto alla giurisprudenza nel massimo esercizio della sua funzione nomofilattica.
Sennonché -osserva il Tribunale di Torino- il caso in esame non è perfettamente riconducibile al fenomeno dell’abolitio criminis, perché la sentenza di applicazione della pena emessa nei confronti del soggetto in questione è relativa ad un fatto storico e ad una fattispecie di reato (art. 6, co. 3, D.lgs. n. 286/1998) che –al momento della commissione del reato e al momento di emissione della sentenza- era già formulata negli stessi termini in cui essa è oggi in vigore.
E, quindi, nel caso in esame, “non si è di fronte ad un fenomeno di successione nel tempo di leggi (intese come fonti formali), bensì ad un fenomeno di successione nel tempo di diverse interpretazioni giurisprudenziali di una determinata fonte formale”.
In altri termini, il P.M. sollecita la revoca parziale della sentenza sulla base di una abolitio criminis che troverebbe la sua fonte –non già in una successione di fonti, bensì- in un mutamento giurisprudenziale.
[1] Cfr. Cass. Pen. Sez. III, Sentenza n. 1857 del 03/12/2010: “La fattispecie criminosa di ingresso e soggiorno illegale dello straniero nel territorio dello Stato, introdotta dalla legge 15 luglio 2009, n. 94, non ha abrogato, né esplicitamente né implicitamente, il reato di omessa esibizione, senza giustificato motivo, dei documenti identificativi, previsto dall'art. 6, comma terzo, D.Lgs. n. 286 del 1998”; Cass. Pen. Sez. I, Sentenza n. 44157 del 23/09/2009: “È esigibile nei confronti dello straniero, che pure abbia fatto ingresso irregolare nel territorio dello Stato, salvo che ricorra un giustificato motivo, l'obbligo di esibizione dei documenti di identificazione o dei documenti di soggiorno e ciò pur dopo la novella della disposizione incriminatrice ad opera dell'art. 1, comma 22 lett. b), L. n. 94 del 2009”.
[2] All’udienza del 09.03.2011, la Settima Sezione della Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso “perché non sono stati indicati i motivi a sostegno dell’impugnazione, se non la generica lamentela della violazione dell’art. 606 lett. c) c.p.p.” (Cass., Sez. VII, ord. 09.03.2011, n. 27296/2011, depositata in data 12.07.2011).