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Timestamp: 2019-09-21 07:59:08+00:00
Document Index: 4476718

Matched Legal Cases: ['art. 2087', 'art. 6', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 429', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 6', 'art. 7', 'art. 1', 'art. 24', 'art. 1']

« IN SCADENZA REGOLARIZZAZIONE CONTRIBUZIONE PERMESSI ROL E FESTIVITA’ SOPPRESSE
INDENNITA’ ACCOMPAGNAMENTO E RICOVERO ISTITUTO »
In relazione alla specificita’ delle questioni definite,si segnalano le seguenti decisioni della Corte di Cassazione in materia di lavoro.
Sentenza 22 settembre 2011, n. 19284
. La Corte (Cass., sez. lav., 23 settembre 2010, n. 20142) ha infatti più volte affermato che l’art. 2087 cod. civ. opera come norma di chiusura del sistema antinfortunistico, imponendo al datore di lavoro, anche dove faccia difetto una specifica misura preventiva, di adottare comunque le misure generiche di prudenza e diligenza, nonché tutte le cautele necessarie, secondo le norme tecniche e di esperienza, a tutelare l’integrità fisica del lavoratore assicurato, sempre che sussista il nesso causale tra la violazione della misura di cautela e l’evento lesivo patito dal lavoratore.
Nella specie la corte d’appello ha verificato con una valutazione di merito che l’attività della lavoratrice era necessariamente svolta in una posizione che comportava per la lavoratrice stessa dei movimenti anomali che avrebbero potuto cagionarle – come in effetti è stato – un danno alla sua integrità fisica. La corte distrettuale ha anche rilevato che dopo l’infortunio patito dalla lavoratrice è stata abbassata la superficie del tavolo di lavoro per facilitare l’uso della fustellatrice in modo da rendere le più adatta la posizione di lavoro dal punto di vista della ergonomia. La corte d’appello ha tratto da questa misura adottata successivamente ulteriore ragione di convincimento dell’anomalia della posizione di lavoro in cui in precedenza era costretta la lavoratrice.
Sentenza 22 settembre 2011, n. 19325
La rivalutazione e gli interessi di cui trattasi nella specie sono soggetti a tassazione. Questi costituiscono reddito da lavoro dipendente, assoggettabile a tassazione ai sensi dell’art. 6 del d.P.R n. 917 del 1986 (così come modificato con effetto dal 30 dicembre 1993 dall’art. 1 del d.l. n. 557 del 1993, convertito con modificazioni nella l. n. 122 del 1994), alla pari di qualsiasi erogazione economica che abbia titolo nel rapporto di lavoro, anche se maturati in epoca anteriore al 1994, ed indipendentemente dalle cause del ritardo nel pagamento, in quanto la percezione costituisce il momento decisivo ai fini dell’imposizione fiscale prevista dalla normativa citata, non sospettabile, peraltro, d’incostituzionalità, essendo il discrimine temporale un elemento diversificato re idoneo a giustificare una differente regolamentazione di vicende simili” (cass. 15873/2009; conf. 27902/2009, 5575/2011).
Infatti, l’art. 1 del d.lgs. 314/1997, norma non innovativa, ha espressamente chiarito che costituiscono reddito di lavoro dipendente le somme di cui all’art. 429, ultimo comma, c.p.c.
Sentenza 22 settembre 2011, n. 19338
Se va ribadito il principio per cui allorquando due giudizi tra le stesse parti vertano sullo stesso rapporto giuridico e uno di essi sia stato definito con sentenza passata in giudicalo, l’accertamento già compiuto in ordine a una situazione giuridica e la soluzione di una questione di fatto o di diritto che abbiano inciso su un punto fondamentale comune ad entrambe le cause e abbiano costituito la logica premessa contenuta nel dispositivo della sentenza passata in giudicato, precludono il riesame del punto accertato e risolto, anche nel caso in cui il successivo giudizio abbia finalità diverse da quelle che costituiscono lo scopo e il “petitum” del primo (cfr. Corte cass. III sez. 3.3.2004 n. 4352), è altrettanto pacifico che l’effetto preclusivo della autorità del giudicato sostanziale opera solo entro i rigorosi limiti degli elementi costitutivi dell’azione e presuppone che tra la causa precedente e quella in corso vi sia identità di soggetti, “petitum” e “causa pretendi” (cfr. Corte cass. III sez. 19.7.2005 n. 15222; id. Sez. lav. 20.4.2001 n. 9043)
Nella specie il giudicato la cui autorità viene invocala nel presente giudizio, pur concernendo analogo rapporto tributano ed identico tipo di imposta -sebbene riferito a distinto atto impositivo ed a diverso periodo di imposta: tale difformità tuttavia non impedisce che l’accertamento acquisti efficacia vincolante nel successivo giudizio “per quanto attiene le qualificazioni giuridiche, o altri elementi preliminari correlati ad un interesse protetto avente il carattere della durevolezza” cfr. artt. 12 co. 5 legge n. 212/2000, ed 8 co. 6 DM Finanze 31.12.1993). Sulla indefettibile corrispondenza della identità delle parti della causa decisa con efficacia di giudicato e della causa nella quale il giudicato è destinato a produrre l’effetto preclusivo non si registrando oscillazioni giurisprudenziali (cfr. in materia tributaria: Corte cass. SU 16.6.2006 n. 13916 .
Sentenza 23 settembre 2011, n. 19406
Il Collegio ritiene di dover richiamare, ai fini di una corretta soluzione delle altre questioni sollevate dal ricorrente, la sentenza della Corte Costituzionale, la quale nel ritenere non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 3, comma 4-bis, prima proposizione, della legge 23 luglio 1991, n. 223, aggiunto dall’art. 6 del decreto legge 20 maggio 1993 n. 148, convertito in legge 19 luglio 1993, n. 236, nel testo risultante dalla modifica introdotta dall’art. 7 del d.l. 23 ottobre 1996, n. 542, convertito in legge 23 dicembre 1996, n. 649, sollevata, in riferimento agli artt. 3, primo comma, e 11 della Costituzione, ha rilevato che “Alla materia dei licenziamenti collettivi è dedicata la direttiva comunitaria 75/129/CEE (successivamente modificata ed integrata dalle direttive 95/56/CEE e 98/5/CE), la quale (all’art. 1) fornisce la definizione di licenziamento collettivo – ancorata a presupposti esclusivamente dimensionali (dell’azienda) e numerici (quale rapporto tra lavoratori licenziati e lavoratori occupati) – e delinea (ai successivi artt. 2 e 3) il campo di applicazione delle garanzie procedimentali; il quale è tendenzialmente generale perché le ipotesi escluse sono tipizzate ed elencate (rapporti di lavoro a termine; rapporti di impiego pubblico: rapporti di lavoro degli equipaggi di navi marittime), onde risulta esaltata l’ampia portata delle garanzie così introdotte. Alla direttiva è stata data attuazione nell’ordinamento interno con la legge 23 luglio 1991, n. 223, il cui art. 24 regola il licenziamento collettivo conseguente a riduzione o trasformazione di attività o di lavoro, o cessazione dell’attività.
La lettura costituzionale della richiamata normativa è -a giudizio del Collegio- l’orientamento di questo giudice di legittimità, secondo cui in tema di licenziamenti collettivi, la disciplina prevista dalla legge 23 luglio 1991, n. 223, ha portata generale ed è obbligatoria anche nell’ipotesi in cui, nell’ambito di una procedura concorsuale, risulti impossibile la continuazione dell’attività aziendale e, nelle condizioni normativamente previste, si intenda procedere ai licenziamenti (v. Cass. n. 8047/2004; Cass. 12645/2004, e più di recente, Cass. n. 5033/2009, che si è occupata delle medesime questioni sollevate in questa sede ed alla quale il Collegio si riporta).
Sentenza 23 settembre 2011, n. 19413
Quanto al danno non patrimoniale ed alla sua prova, va premesso che, secondo il consolidato orientamento di questa Corte (per tutte, Cass. sez.un. 24 marzo 2006 n. 6572), il demansionamento è fonte non solo di danno patrimoniale, ma anche di danno non patrimoniale inerente la persona del lavoratore complessivamente intesa, indicando altresì i parametri probatori, anche presuntivi, cui il giudice di merito può attenersi.
Sentenza 23 settembre 2011, n. 19416
La discussione dei criteri in sede sindacale non può considerarsi equivalente alla loro previa comunicazione da parte del datore di lavoro, la quale soltanto è idonea a consentire ai lavoratori interessati di adottare le iniziative che ritengano necessarie a tutelare le loro posizioni individuali.
In conclusione, i giudici di appello hanno omesso di motivare sulla circostanza relativa all’assolvimento o meno da parte della (…) dell’obbligo di comunicazione previsto dalla prima pane dell’art. 1, comma 7, L. 223/91
This entry was posted on 26/09/2011 at 21:08 and is filed under Uncategorized.	You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.