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Timestamp: 2019-06-19 06:47:44+00:00
Document Index: 92858788

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 16', 'art. 149', 'art. 4', 'art. 1', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 16', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 13', 'art. 6', 'art. 17', 'art. 16', 'art. 149', 'art. 149', 'art. 16', 'art. 15', 'art. 6', 'art.1', 'art.15', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 6']

di interesse archeologico, architettonico,
artistico storico e demoetnoantropologico
Indagine 7.1
Magistrati relatori:
Ø	Cons. Luigi GALLUCCI
Ø	Cons. Maurizio GIORDANO
1.	Oggetto dell’indagine	pag. 1
2.	La “nozione” di catalogazione dei beni archeologici,
artistici e storici, architettonici e demoetnoantropologici	pag. 3
3.	I riferimenti normativi	pag. 8
4. L’Istituto centrale per il catalogo e la documentazione	pag. 15
4.a Le competenze nella materia della catalogazione ed il
processo di informatizzazione delle relative attività	pag. 15
4.b L’attività di programmazione dei beni da catalogare	pag. 24
4.c L’organizzazione amministrativa e le risorse finanziarie	pag. 26
4.d I rapporti con le regioni e con gli altri enti catalogatori	pag. 30
5. L’attività di catalogazione delle soprintendenze	pag. 32
5.a Organizzazione, risorse finanziarie e produzione
catalografica	pag. 32
5.b Il lavoro di catalogazione: metodi e costi dell’attività di
catalogazione affidata ai collaboratori esterni	pag. 37
6. La direttiva del Ministro per l’azione amministrativa (2002)
e la questione degli indicatori	pag. 40
6.a Un indicatore di produttività	pag. 45
7. Sintesi e conclusioni	pag. 47
Allegato 1	pag. 52
1.	Oggetto dell’indagine
La presente indagine, relativa agli aspetti organizzativi e finanziari dell’attività di catalogazione dei beni culturali per la parte in cui tale attività è riconducibile alla competenza del Ministero per i beni e le attività culturali, nelle sue strutture centrali e periferiche (Istituto centrale per il catalogo e la documentazione, d’ora in poi ICCD; direzioni generali; soprintendenze di settore), è stata disposta dalla Sezione centrale di controllo sulla gestione delle amministrazioni centrali dello Stato con deliberazione n. 49/2001/G del 12 dicembre 2001.
Nell’inserire una tale analisi nel proprio programma annuale di controllo, la Sezione centrale ha ritenuto che le attività realizzate attraverso la catalogazione dei beni culturali, quale organizzazione sistematica della conoscenza del patrimonio storico, artistico, archeologico e architettonico del nostro Paese, rappresentino un settore di primaria rilevanza tra quelli affidati dall’ordinamento al Ministero per i beni e le attività culturali.
Lo stesso Ministero, d’altro canto, è per primo, consapevole della particolare importanza che le attività in parola sono venute ad assumere per la migliore tutela del patrimonio, sia al fine di preservarlo da ogni tipo di rischio di perdita o deterioramento, sia per una documentata conoscenza e fruibilità del vastissimo complesso di beni culturali, mobili e immobili, presenti in Italia.
Soltanto per ricordare gli atti più recenti, il Ministro, nelle proprie direttive sull’azione amministrativa e sulla gestione per gli anni 2000 e 2001, ha individuato tra i prioritari obiettivi di carattere generale quelli di “proseguire e accelerare le operazioni di inventariazione, precatalogazione e catalogazione dei beni culturali” (art. 1, lett. a del decreto ministeriale in data 25 maggio 2000) e di “realizzare il catalogo dei beni culturali mediante l’uso di tecnologie informatiche” (decreto ministeriale in data 8 gennaio 2001, n.77/UL, pag. 3, lett. c).
Anche nella direttiva generale per l’anno 2002 (decreto ministeriale n. 1550 del 5 febbraio 2002) il “censimento, catalogazione e digitalizzazione del patrimonio culturale” assume rilevanza strategica . E’ da sottolineare come la direttiva preveda (anche per ”l’obiettivo catalogazione”) una serie di indicatori diretti a misurare l’efficacia, l’economicità e l’efficienza dell’azione amministrativa.
I dati e le valutazioni esposte nella presente analisi sono state formulate previo espletamento di una attività istruttoria che si è mossa in due principali direzioni.
La prima, ha avuto riguardo alle attività poste in essere dall’ICCD nel triennio 1999-2001, attraverso l’analisi dell’utilizzo delle risorse finanziarie disponibili (di natura ordinaria e straordinaria) destinate alla costituzione e gestione del catalogo generale dei beni culturali, nonché della predisposizione degli strumenti per la valutazione dei dati elaborati dai soggetti (istituzionali) catalogatori.
Una particolare attenzione è stata dedicata alle attività poste in essere ai fini della implementazione del Sistema informativo del catalogo dei beni ambientali, architettonici, archeologici, artistici e storici e demoetnoantropologici e di ogni altra iniziativa assunta, nell’arco temporale in riferimento, nel settore della informatizzazione dei servizi.
La seconda, è stata nel senso di verificare – attraverso l’esame dei dati e delle informazioni acquisiti attraverso un apposito questionario predisposto d’intesa con l’ICCD - l’attività svolta dai soggetti catalogatori ed, in particolare, dalle soprintendenze competenti per materia e per territorio.
Poiché scopo primario dell’analisi è quello di verificare lo stato del processo di conoscenza del patrimonio culturale nazionale realizzato attraverso il catalogo generale, i dati relativi alle schede di catalogo prodotte nel triennio 1999-2001 sono stati posti in confronto con quelli relativi al patrimonio già catalogato e con quanto, ancora, deve essere realizzato. E ciò al fine di analizzare, non solo il buon uso delle risorse finanziarie poste a disposizione dell’amministrazione nel triennio in riferimento, ma anche di indagare in merito all’adeguatezza delle risorse finanziarie rispetto a quanto deve, ancora, essere realizzato.
Sin da subito è opportuno fornire alcuni dati utili ad inquadrare e delimitare il “campo” della catalogazione. Le schede di catalogo realizzate alla data del 31 dicembre 1998 ( di produzione statale e regionale) erano circa 4,8 milioni, mentre il lavoro di catalogazione da effettuare veniva stimato in circa 5,6 milioni di schede. Ciò, avendo a riferimento un patrimonio catalogabile indicato, per larga approssimazione, in 10,4 milioni di beni .
2.	La “nozione” di catalogazione dei beni archeologici, artistici e storici, architettonici e demoetnoantropologici
Nel paragrafo che segue si dirà più diffusamente della disciplina normativa relativa alla attività di catalogazione dei beni archeologici, artistici e storici, architettonici e demoetnoantropologici.
Occorre, però, sin da subito sottolineare come l’art. 16 del d.lgs. 29 ottobre 1999, n. 490 detta, ora, la disciplina almeno dei principi sottesi all’attività di catalogazione dei beni culturali ai fini del “censimento del patrimonio storico e artistico nazionale” e regola i rapporti tra la competenza dello Stato e quella di regioni, province e comuni secondo i principi stabiliti dall’art. 149 del d.lgs. 31 marzo 1998, n. 112, che riserva allo Stato, anche con la cooperazione delle regioni, la definizione delle metodologie comuni da seguire nell’attività di catalogazione (comma 4 lettera e).
L’importanza dell’attività di catalogazione risiede nel suo essere uno strumento di conoscenza finalizzato principalmente alla tutela ed alla valorizzazione dei beni e delle attività culturali. La catalogazione non è, quindi, (solo) attività di individuazione e di conoscenza del bene culturale (esigenza cui possono e devono corrispondere l’inventariazione dei beni o, che dir si voglia, le operazioni di censimento delle cose d’arte), bensì è strumento assai più complesso che risponde a finalità di conoscenza “ragionata” dei beni per la loro tutela (se beni privati, anche ai fini dell’apposizione del vincolo), per la individuazione degli interventi di restauro effettuati o da effettuare, per la predisposizione delle misure di protezione dai diversi fattori di rischio cui i medesimi sono o possono essere esposti.
In definitiva, la catalogazione ha come obiettivo la conoscenza sistemica del patrimonio e non solo il rilevamento quantitativo dei beni.
Quello della catalogazione è, allora, un sistema che deve dar conto della consistenza, in termini identificativi, quantitativi e qualitativi, del patrimonio culturale da tutelare, secondo moduli sempre “aperti” in quanto suscettibili di richiedere approfondimenti successivi. E’, quindi, per sua natura un’attività in fieri che, in linea astratta, non può mai considerarsi conclusa, vuoi per la necessità del continuo aggiornamento e integrazione di quanto già schedato, vuoi per il rinvenimento di nuovi beni (si pensi, in particolare, ai reperti archeologici), vuoi per gli sviluppi della ricerca storico-critica.
E’ stato, allora, detto bene che le attività di catalogo non possono essere considerate operazioni a breve o lungo termine, bensì un “servizio permanente”, al quale è affidata la ricerca, l’aggiornamento e l’incremento della documentazione, strumentale all’attività di tutela del bene intesa nel senso più ampio: dall’apposizione del vincolo, sino agli interventi di restauro.
Si comprende, allora, la rilevanza di una tale attività nel nostro Paese che, con una fortunata espressione (A. Paolucci), venne definito il “museo Italia”.
La “storia” della catalogazione è assai antica ; essa – tralasciando riferimenti ancora più lontani nel tempo, rinvenibili in disposizioni adottate dallo Stato pontificio e dagli Stati preunitari - può farsi risalire alla legge 12 giugno 1902, n. 185 (prima legge organica dello Stato unitario in materia di tutela del patrimonio artistico) che attribuì all’elenco o catalogo dei beni culturali un particolare valore, in quanto l’inclusione nell’elenco assumeva efficacia costitutiva ai fini della tutela dei beni medesimi .
La necessità di un inventario preventivo, avente un siffatto valore, per la tutela dei beni culturali venne, però superata, prima dalla legge 20 giugno 1909, n. 364 (che, per i beni appartenenti a privati) introdusse l’istituto della “notifica di importante interesse” e, poi, definitivamente, dalla legge organica in materia di beni culturali 1 giugno 1939, n. 1089.
Tale ultima legge prescriveva, all’art. 4, ai rappresentanti degli enti pubblici territoriali e istituzionali, degli enti morali e delle istituzioni legalmente riconosciute, l’obbligo di presentare l’elenco descrittivo delle cose indicate nell’art. 1, appartenenti agli organismi da esse rappresentati, ancorché, all’elenco venisse riconosciuto, ai fini della tutela, un valore (non costitutivo, ma) meramente dichiarativo.
Si tratta, peraltro, di disposizione tuttora vigente che è, ora, riprodotta nell’art. 5 del testo unico sui beni culturali e ambientali approvato con il d.lgs. 29 ottobre 1999, n. 490.
Se questi sono i lontani precedenti, è da dire che il termine catalogazione assume, spesso, un valore polisenso che comprende ogni operazione, anche di inventario o di precatalogo, diretta al censimento dei beni appartenenti al patrimonio culturale.
Il catalogo rappresenta, in senso proprio, l’insieme delle notizie aventi carattere storico, artistico, giuridico relativo alle cose di interesse culturale, per ognuna delle quali viene formato un documento unitario denominato scheda (di catalogo). In tal senso, e’ stato, anche, sottolineato come l’inventario dovrebbe costituire solo la fase dell’avvio di una indagine da validare e da arricchire comunque attraverso le ulteriori verifiche e le ricerche suppletive che la catalogazione comporta .
D’altro lato, ancora oggi, nella legislazione e negli atti ufficiali del Ministero ricorrono i termini di inventario, precatalogo e catalogo, intendendosi con essi indicare un processo, non necessariamente consequenziale, di progressivo affinamento delle corrispondenti operazioni.
L’origine delle incertezze sulla reale nozione dell’attività di catalogazione sono, forse, da ricondurre alle norme più antiche dirette alla “redazione dell’inventario dei monumenti e degli oggetti d’arte” (r.d. 26 agosto 1907, n. 707, che già prefigura l’inventario come attività di catalogazione) ed alla tenuta di “regolari inventari” dei beni “contenuti nei musei e nelle gallerie governative” (r.d. 30 gennaio 1913, n. 363, art. 5).
Queste ultime nozioni di inventario hanno, poi, trovato sviluppo, prima nel r.d. 14 giugno 1923, n. 1889 (“Norme per la compilazione del catalogo dei monumenti e delle opere di interesse storico, archeologico e artistico” ) e, poi, nelle disposizioni del r.d. 26 agosto 1927, n. 1917 (“Regolamento per la custodia, conservazione e contabilità del materiale artistico, archeologico, bibliografico e scientifico”). Il regolamento del 1927 (artt. 1-17) prevede, per le raccolte artistiche ed archeologiche, le indicazioni che devono essere contenute nei cataloghi e dispone, altresì, che, con riguardo a cose di diversa specie (quadri, statue, ceramiche ecc.), possano essere tenuti cataloghi generali separati. Quanto alle operazioni di inventario (artt. 27-31) è ben chiaro che si tratta, in queste ipotesi, di attività diversa e ulteriore (rispetto alla predisposizione del catalogo) che ha riguardo alla presa in carico del bene da parte del consegnatario (capo d’istituto) ed ai criteri per l’individuazione del valore di stima.
Si delinea, così, un quadro normativo che è ancora vigente, almeno nelle sue linee generali; occorre aggiungere che in epoca successiva non sono state adottate disposizioni organiche diverse o ulteriori, aventi uguale rango nella gerarchia delle fonti, sulla attività di catalogazione. Lo stesso art. 16 del d.lgs. 490/1999 rimanda, quanto a procedure e modalità di catalogazione, ad un regolamento (non ancora emanato) da adottarsi ai sensi della legge 400/1988.
Interventi normativi di carattere episodico, per lo più legati al finanziamento di piani straordinari, sono, comunque, rinvenibili nella legislazione più recente.
La legge 19 aprile 1990, n. 84 (di cui si dirà più diffusamente nel capitolo seguente) finanzia, tra l’altro, programmi destinati alla inventariazione e catalogazione dei beni culturali, stabilendo che ad ogni progetto diretto al recupero di beni mobili o immobili venga, obbligatoriamente, allegato il relativo materiale catalografico (art. 1, comma 7) .
La legge 10 febbraio 1992, n. 145 dispone la “prosecuzione dell’attività di inventariazione, precatalogazione e catalogazione dei beni culturali “ (art. 1, comma 2 lett. d) e detta i criteri cui devono ispirarsi i relativi progetti che debbono, in ogni caso, riguardare in via prioritaria i beni esposti a maggior rischio di sottrazione e distruzione. In particolare, l’art. 2 comma 5, dispone che i progetti “devono prevedere un censimento o una inventariazione di massima dei beni archivistici e una precatalogazione dei beni storico-artistici”.
Ritornano, così, anche nella più recente legislazione i concetti di censimento e di inventariazione, accanto a quelli di precatalogazione e catalogazione che, ancora una volta, innescano una confusione prima terminologica e, poi, concettuale che le direttive operative del Ministero non sembra, in verità abbiano mai completamente risolto.
Ciò nulla toglie alla circostanza che le metodologie di catalogazione si siano, sviluppate e perfezionate grazie all’opera dell’ICCD, cui ai sensi dell’art. 13 del d.p.r. 805/1975 (disposizioni fatte salve, prima, dall’art. 6 del d.p.r. 368/1998, istitutivo del Ministero per i beni e le attività culturali e, poi, dall’art. 17 del d.p.r. 29 dicembre 2000, n. 441), compete, appunto, di fissare la metodologia e curare l’unificazione dei metodi delle attività in parola.
Ciò che, forse, può rilevarsi è la circostanza che al processo di affinamento delle metodologie del catalogo, non si sono accompagnati indirizzi coerenti e univoci diretti a sviluppare operazioni coordinate di conoscenza materiale del patrimonio culturale (anche mediante semplici operazioni di inventariazione), cosicché è nozione comune (che, peraltro, non consta essere mai stata smentita) come non si abbia, ancora, precisa ed esaustiva nozione nemmeno degli stessi beni culturali di proprietà dello Stato .
E’ pur vero che l’ICCD, nel predisporre la struttura dei flussi di conoscenza acquisibili in via informatica tramite il nuovo Sistema Informativo Generale del Catalogo (infra capitolo 4a.2), ha elaborato, e fonda la sua azione, su tre differenti livelli di conoscenza (a) l’inventario, (b) il precatalogo, (d) il catalogo vero e proprio.
La nozione di inventario, però, in un siffatto contesto, non viene ad assumere una sua dignità concettuale e, se ad essa non si accompagnano precise indicazioni volte a privilegiare le relative operazioni, rischia di restare astretta dalle attività di precatalogo e catalogo che, ove divengano assorbenti, possono persino rendere regressivo l’obiettivo di pervenire, in tempi ragionevoli, alla conoscenza della reale consistenza del patrimonio di beni culturali del nostro Paese .
In buona sostanza se, da una parte, non si può non disconoscere l’esigenza dell’amministrazione di disporre di un patrimonio di conoscenze che garantisca attendibilità scientifica, aggiornamento e contestualizzazione dei dati raccolti ai fini della corretta gestione dei beni e del territorio, occorre, dall’altra, che una tale esigenza venga coniugata con la necessità di perseguire un obiettivo indefettibile che è quello di giungere al censimento del patrimonio storico e artistico nazionale. In tal senso, d’altro canto, si esprime il comma 1 dell’art. 16 del decreto n. 490 del 1999, che finalizza, come mezzo a scopo, la catalogazione al censimento.
Soltanto l’amministrazione può compiutamente definire attraverso quali azioni e secondo quali priorità sia possibile, in tempi ragionevoli, compiere significativi progressi nel senso appena detto: se, cioè, sia più produttivo privilegiare operazioni generali di inventariazione ovvero di precatalogazione, razionalmente programmate, ed in un contesto che non trascuri gli oneri finanziari a ciò necessari.
Ciò che si può dire è che, allo stato, nonostante le non indifferenti risorse stanziate, l’obiettivo è ancora lontano dall’essere raggiunto vuoi per la mancanza di prioritari, precisi indirizzi in tal senso, vuoi perché alcune soprintendenze hanno privilegiato e privilegiano la completezza della scheda di catalogo, vuoi per la difficoltà obiettiva di gestire così complessi flussi di informazioni e dati.
In una recente analisi, effettuata, per incarico del Ministero per i beni e le attività culturali-ICCD, dall’Istituto privato di ricerche CLES sono stati analizzati nel dettaglio flussi e modalità della catalogazione nel tentativo di configurare una strategia che incentivi la qualità dell’azione dell’Istituto e consenta di arrivare a una puntuale definizione dei criteri di programmazione delle attività catalografiche sull’intero territorio nazionale.
L’analisi si colloca in un momento “storico” di particolare rilievo per le attività di catalogazione dei beni culturali, che coincide – nella consapevolezza che lo sviluppo delle attività medesime non può prescindere dall’esistenza di un compiuto processo di informatizzazione delle relative attività – con l’avvio della fase “pilota” di verifica del “Sistema Informativo Generale del Catalogo” che, una volta entrato a regime, dovrebbe essere in grado, oltre ad informatizzare i relativi processi, di modificare profondamente la pratica stessa della catalogazione, mettendo a disposizione on line il patrimonio di schede.
3. I riferimenti normativi
Nel paragrafo che precede sono stati ricordati alcuni dei riferimenti normativi che presiedono alla attività di catalogazione.
Occorre, ora, aggiungere che, nel 1969 – quando ancora la materia dei beni culturali e ambientali era compresa nella sfera di competenza del Ministero per la pubblica istruzione – venne istituito, in seno alla direzione generale delle antichità e belle arti, l’Istituto centrale per il catalogo, per rispondere all’esigenza della piena tutela del bene culturale e al fine di garantire, oltre alla sua conoscenza, anche l’esistenza di un documento, rigorosamente completo in tutti i suoi elementi, da conservare in una sede istituzionale. Il compito dell’Istituto era, così, quello di promuovere le attività di catalogazione, di fornire un indirizzo metodologico all’opera delle soprintendenze e di formare un archivio generale del patrimonio artistico nazionale.
Nel 1973, avveniva la fusione, sotto una unica direzione, dell’ufficio centrale del catalogo e del gabinetto fotografico nazionale (con annessa aereofototeca), venendo a realizzarsi un più stretto collegamento programmatico ed operativo degli organismi preposti alla formazione degli archivi generali del catalogo.
Con il d.p.r. 3 dicembre 1975, n. 805, istitutivo del nuovo Ministero per i beni culturali e ambientali, la funzione della catalogazione trova definitiva sistemazione nell’ambito del neo istituito ICCD che, insieme agli altri istituti centrali (del restauro, del catalogo unico delle biblioteche, della patologia del libro) , viene a costituire il complesso degli organismi tecnici centrali del Ministero, con compiti di promozione, di indirizzo metodologico ed operativo e di coordinamento delle attività svolte, nei settori di rispettiva competenza, non solo dagli uffici periferici della stessa amministrazione e di altre amministrazioni statali, ma dalle stesse regioni; queste ultime, ai sensi dell’art. 149, comma 4, lett. e del d.lgs. 112/1998, chiamate a cooperare con lo Stato alla definizione delle metodologie comuni nelle attività di catalogazione dei beni di rispettiva appartenenza.
Prima di delineare il quadro delle competenze dei soggetti catalogatori diversi dallo Stato (e, quindi, in primo luogo delle regioni e, per quanto attiene ai beni ecclesiastici, della Conferenza episcopale italiana) occorre ribadire che la produzione normativa statale relativa, in genere, all’attività di catalogazione si limita, in un arco temporale di più di venti anni (dall’istituzione del Ministero per i beni culturali e ambientali – 1975 - sino alle disposizioni contenute nell’art. 149 del d.lgs. 112/1998 e nell’art. 16 del d.lgs. 490/1999) a una serie di disposizioni volte a finanziare, in un più generale contesto di valorizzazione dei beni culturali, specifici programmi di catalogazione.
Si tratta, in particolare, degli interventi disposti dalle leggi 28 febbraio 1986, n. 41; 20 maggio 1988, n. 160; 19 aprile 1990, n. 84.
Il primo intervento, finalizzato “alla realizzazione di iniziative volte alla valorizzazione dei beni culturali attraverso l’utilizzazione di tecnologie avanzate”, è disposto dall’art. 15 della legge finanziaria 41/1986, che contestualmente autorizza la spesa di 300 miliardi per il 1986 e 300 miliardi per il 1987, di cui il 50 % da riservare al Mezzogiorno.
Le suddette iniziative dovevano concretizzarsi in progetti istruiti dal Ministro per i beni culturali ed ambientali, d’intesa con il Ministro del lavoro e della previdenza sociale.
La legge definisce le aree di intervento prioritarie e cioè il patrimonio archeologico, il patrimonio architettonico e urbanistico, il patrimonio librario, il patrimonio letterario e linguistico, il patrimonio storico archivistico, le arti figurative e le arti minori; per l’attuazione dei progetti è previsto lo strumento della concessione.
Si tratta in buona sostanza di programmi che, finalizzati alla “valorizzazione” dei beni culturali, appaiono doversi realizzare in progetti diretti alla conoscenza ragionata e razionale dei beni medesimi.
La legge 160/1988, di conversione del decreto legge 86/1988, recante, tra l’altro, norme in materia di occupazione giovanile e mercato del lavoro, nell’istituire (art. 6) il “fondo per il rientro della disoccupazione”, attribuisce – nell’ambito di uno stanziamento di 533 miliardi di lire per il 1998 – priorità al finanziamento di piani o progetti tra i quali sono annoverati quelli relativi alla “manutenzione e valorizzazione dei beni culturali”.
La legge n. 84/1990 dà maggiore organicità al quadro normativo degli interventi già disposti nel 1986, attraverso la previsione di un piano organico di inventariazione, catalogazione ed elaborazione della carta del rischio dei beni culturali.
Più in dettaglio, in base a tale legge, il Ministero per beni culturali è chiamato a realizzare un programma di interventi nell’ambito delle attività e dei compiti istituzionali di catalogazione, inventariazione, prevenzione e salvaguardia dei beni culturali e ambientali diretto:
- all’avvio di un piano organico di inventariazione e catalogazione, secondo criteri uniformi, dei beni - pubblici e privati – storico-artistici, architettonico-ambientali, archeologici, storico-scientifici, linguistico-etnografici, archivistici e librari, nonché di tutti quei beni che costituiscono una rilevante testimonianza della storia della civiltà e della cultura;
- all’elaborazione di una carta conoscitiva aggiornabile della situazione di rischio del patrimonio sopra menzionato, con relativa banca dati;
- al potenziamento delle attività di ricerca e formazione finalizzate alla tutela e valorizzazione del patrimonio”.
La direzione tecnico-scientifica dei progetti è affidata ai competenti istituti centrali e agli organi periferici del Ministero, con la possibilità di avvalersi della collaborazione di università, di istituti di ricerca e di enti specializzati, mediante apposite convenzioni.
Il relativo onere è quantificato in 130 miliardi per l’anno 1989. Per ciò che riguarda, in particolare, i primi due punti dell’attuazione del programma (inventariazione e catalogazione nonché elaborazione di una carta conoscitiva del patrimonio nazionale) l’art.1 comma 6 riserva una somma non inferiore all’80% dell’intero stanziamento.
Va tenuto presente che nel piano organico previsto dalla legge 84/90 si prende atto dei risultati già conseguiti, in ottemperanza di quanto previsto dalla precedente legge 41/86, considerandoli, implicitamente, un presupposto per la prosecuzione organica degli interventi.
In particolare, la continuità viene garantita, anche, attraverso la disposizione secondo la quale le convenzioni finalizzate alla realizzazione dei progetti debbono prevedere l’impiego preferenziale del personale che abbia svolto attività di catalogazione od intervento sui beni culturali presso gli istituti dipendenti dal Ministero dei beni culturali e ambientali o nei progetti di cui all’art.15 della legge 41/86 (art. 2, comma 3 e art. 3 comma 2) e 160/1988 (art. 6).
Quanto ai risultati prodotti dagli interventi realizzati in esecuzione delle leggi testé ricordate occorre premettere che, in ragione anche del notevole lasso di tempo intercorso dalla prima delle leggi di finanziamento, è risultato oltremodo complesso disporre di dati precisi e concordanti in merito alla effettiva utilizzabilità, ai fini all’arricchimento del patrimonio conoscitivo gestito dall’ICCD, dei prodotti derivanti dai progetti approvati in esecuzione delle leggi medesime.
Un dato positivo risiede, certamente, nella circostanza che i progetti (nel numero di 39) approvati e finanziati ai sensi della legge 41/1986, la stragrande maggioranza dei quali hanno interessato i beni di interesse archeologico, architettonico, ambientale, artistico, storico (con un finanziamento pari a 475,482 miliardi, rispetto ai 45,754 miliardi destinati al settore degli archivi ed ai 56,801 miliardi destinati a quello delle biblioteche statali) hanno costituito il primo tentativo di ricognizione e classificazione dei beni, con il conseguente trattamento dei relativi dati mediante tecnologie informatiche , in collegamento con sistemi di registrazione di immagini fotografiche e/o grafiche .
I fattori di criticità sono da rinvenire non tanto nella circostanza che i progetti approvati presentano, spesso, natura assai diversa, sia nella impostazione delle rilevazioni, sia nella tipologia dei beni da indagare, quanto piuttosto perchè realizzati su supporti informatici presto divenuti obsoleti e che hanno richiesto e ancora richiedono una complessa (e onerosa) attività diretta al recupero, spesso anche solo parziale, dei dati e delle informazioni raccolte.
In buona sostanza i 600 miliardi stanziati dalla legge speciale del 1986, vuoi per difetti di coordinamento tra le varie iniziative, vuoi per la pluralità di soggetti concessionari, vuoi per la mancanza di un efficace sistema informatico che potesse recepire i risultati dei diversi progetti non sembrano aver prodotto risultati particolarmente apprezzabili e ciò a fronte di un prodotto quantificato in circa un milione di schede di catalogo, un considerevole numero delle quali non utilizzabili o utilizzabili soltanto grazie a successivi progetti di recupero.
Vi sono, naturalmente delle eccezioni, pur di rilievo; per il settore delle arti si ricorda il progetto relativo all’automazione delle fotote