Source: https://www.laleggepertutti.it/163430_assegno-con-sigla-e-non-con-la-firma-completa-che-succede
Timestamp: 2018-12-10 12:10:27+00:00
Document Index: 110965054

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2697', 'art. 11', 'art. 360', 'art. 11', 'art. 1176', 'art. 2697', 'art. 360', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 11', 'art. 11', 'art. 11', 'art. 1176', 'sentenza ', 'art. 11', 'art. 11', 'art. 1176', 'art. 11', 'sentenza ', 'art. 1176', 'art. 11', 'sentenza ']

Siamo spesso abituati a firmare documenti, lettere e ricevute con una semplice sigla al posto del nome e cognome per esteso. Quando si tratta di scritture private, valevoli solo tra le parti, lo scarabocchio può essere più che sufficiente se consente di identificare con certezza il suo autore. Del resto, l’originalità della firma può essere contestata solo da colui che l’appone e non dalla controparte (leggi Firma su delega: è necessario farla uguale all’originale?). Più rigorosa è invece la disciplina per gli atti pubblici: ad esempio, se andiamo dal notaio, quest’ultimo ci chiederà di firmare l’atto «per esteso e in modo leggibile», ossia indicando nome e cognome con grafia comprensibile a chiunque. Ma che avviene in caso di rapporti con una banca? Che succede se, sull’assegno c’è una sigla e non la firma completa? L’istituto di credito è tenuto ugualmente a ritenere il titolo valido o può invece rifiutarsi di pagare? La questione è stata di recente decisa dalla Cassazione [1].
In generale la banca raccoglie la firma del proprio cliente nel momento in cui gli rilascia il carnet degli assegni; successivamente, tutte le volte in cui una persona si presenta con un assegno “staccato” dal correntista, il dipendente allo sportello dovrebbe controllare che la sigla corrisponda a quella depositata originariamente dal cliente. Un vaglio che – sostiene la giurisprudenza – non richiede accertamenti particolarmente attenti e l’ausilio di strumenti tecnici. È sufficiente che, ad occhio nudo, le due sigle appaiano simili per esonerare la banca da ogni responsabilità nel caso in cui la firma sul titolo sia stata falsificata (leggi: Assegno con firma falsa: che fa la banca?).
Questo significa che l’assegno può ben essere siglato e non firmato per esteso se, al momento del rilascio del blocchetto, il correntista ha fornito all’istituto di credito, come elemento di raffronto, proprio tale scarabocchio in quanto da lui quotidianamente utilizzato per firmare i documenti.
Il fatto che il correntista abbia apposto sull’assegno una sigla e non il nome e cognome per esteso non esonera però la banca dal verificarne l’autenticità. Per cui l’istituto di credito risponde per negligenza se paga assegni a persona diversa dal titolare quando l’assegno sia solo siglato e non firmato per esteso con nome e cognome. Se infatti l’anomalia è rilevabile a “occhio nudo” l’impiegato allo sportello è tenuto a fare degli approfondimenti. In ogni caso, sulla responsabilità della banca che paga assegni non trasferibili a persone diverse si dovranno esprimere le sezioni unite della Cassazione.
[1] Cass. sent. n. 13873/2017.
Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 16 marzo – 1 giugno 2017, n. 13873
Presidente Ambrosio – Relatore Dolmetta
La Società cooperativa Il Gattopardo ricorre per cassazione nei confronti della Banca di credito cooperativo S. Francesco, svolgendo tre motivi avverso la sentenza resa dalla Corte di Appello di Palermo in data 8 ottobre 2012, n. 1399.
Riformando la pronuncia assunta in data 24 aprile 2008 n. 59 dal Tribunale di Agrigento – Sezione distaccata di Canicattì, che aveva ritenuto negligente il comportamento nel concreto tenuto dalla Banca, la Corte territoriale ha invece escluso la sussistenza di una responsabilità della medesima in relazione all’avvenuto pagamento di un’articolata serie di assegni bancari, che le erano stati presentati come tratti dal legale rappresentante della Cooperativa Il Gattopardo, ma che in realtà tali non erano. La Corte, in particolare, ha stimato come la “falsità della firma apposta sugli assegni in oggetto – falsità incontroversa – non possa in alcun modo ritenersi percepibile “ictu oculi“, né peraltro con l’uso di una diligenza più qualificata della diligenza media, venendo in rilievo non già una forma vergata per esteso, ma una mera sigla”.
Nei confronti del ricorso presentato dalla Cooperativa Il Gattopardo resiste la Banca S. Francesco, che ha depositato apposito controricorso.
1.- I motivi di ricorso sviluppati dalla Cooperativa Il Gattopardo denunziano i vizi qui di seguito richiamati.
Il primo motivo lamenta, in specie, “violazione e falsa applicazione degli artt. 112 e 115 cod. proc. civ., in relazione all’art. 2697 cod. civ. e all’art. 11 r.d. n. 1736/1933 ai sensi dell’art. 360 cod. proc. civ. nn. 4 e 3”. Nel collegare la presenza sui titoli in questione della “mera sigla” riscontrata dalla Corte territoriale (in luogo della firma di traenza) alla normativa di cui all’art. 11 legge assegni, il motivo si richiama alla circostanza che l’azione esercitata nel merito dal ricorrente è stata rivolta verso l’accertamento della responsabilità della banca trattaria e non già verso un’eventuale dichiarazione di nullità degli assegni.
Il secondo motivo assume, poi, “violazione e falsa applicazione dell’art. 1176 cod. civ. in relazione all’art. 2697 cod. civ. ai sensi dell’art. 360 cod. proc. civ., n. 3”. Questo motivo sottolinea in via segnata come la diligenza, a cui nel sistema vigente risulta tenuta la banca trattaria, sia di livello altamente professionale e sia perciò da valutare “con particolare rigore”, laddove il vizio portato dagli assegni nel caso di specie fosse senz’altro evidente, come rilevabile addirittura a colpo d’occhio.
Il terzo motivo denuncia, a sua volta, “violazione dell’art. 360, n. 5, cod. proc. civ.”, per non avere la Corte territoriale tenuto conto delle indicazioni di “allerta”, che tempestivamente erano state trasmesse dalla Cooperativa Il Gattopardo alla Banca.
2.- Il primo motivo e il secondo motivo di ricorso vanno trattati congiuntamente, in ragione della complementarietà che li caratterizza sul piano sostanziale.
Gli stessi risultano fondati, secondo i termini – e nei limiti – che qui di seguito vengono indicati.
3.- In proposito va evidenziato, prima di tutto, come la valutazione compiuta dalla sentenza della Corte territoriale si muova per intero sul piano del riscontro del comportamento in concreto tenuto dalla Banca trattaria, per verificare i termini di effettiva diligenza dello stesso. Senza sconfinare, quindi, in altri e diversi ambiti, quale in particolare quello dell’inesistenza, ovvero nullità ex art. 11 legge assegni, di una dichiarazione cartolare, che risulti composta non già dal “nome e cognome o… ditta di colui che si obbliga” (secondo quanto appunto dispone la norma di legge), bensì da una semplice sigla.
Difatti, il giudizio della Corte viene in modo espresso, dichiarato, a concentrarsi su un confronto composto dai seguenti termini: da un lato, la circostanza che, nella specie, venga “in rilievo non già una firma vergata per esteso, ma una mera sigla”; dall’altro, l’”uso dell’ordinaria diligenza richiesta ad una banca” in ordine al riscontro dell’effettiva sussistenza della relativa dichiarazione cartolare (nella specie, di traenza).
Ora, da questa impostazione – che si manifesta in sé corretta e puntuale – tra le altre in via diretta discendono, per quanto viene qui a rilevare, due conseguenze distinte.
La norma di cui all’art. 11 legge assegni viene nella specie in effettivo rilievo, posto che la stessa viene per l’appunto a regolare la conformazione delle sottoscrizioni cartolari dell’assegno bancario, escludendo ogni possibile rilevanza alla semplice sigla (secondo quanto emerge in via immediata dal suo testo; cfr., comunque, Cass., 15 ottobre 1999, n. 11621). Nella specie, inoltre, la considerazione della normativa di cui all’art. 11 legge assegni si pone come funzionale alla verifica del rispetto, da parte della Banca S. Francesco, della misura di diligenza in genere richiesta alle banche nel controllo dell’esistenza e regolarità delle dichiarazioni cartolari sottoposte al loro esame.
4.- È principio acquisito della giurisprudenza di questa Corte che, nel riscontro delle sottoscrizioni cartolari che vengono presentate loro, le banche siano soggette alla diligenza qualificata dell’accorto banchiere – in ragione dell’attività propriamente bancaria in cui consiste la prestazione dei servizi di pagamento -, secondo i canoni della diligenza professionale di cui al comma 2 dell’art. 1176 cod. civ. Cfr., tra le più recenti, la sentenza di Cass., 20 marzo 2014, n. 6513, ove pure ampi riferimenti ulteriori.
Data questa premessa, non può condividersi l’assunto della Corte territoriale per cui – constatata senza difficoltà la presenza sugli assegni in questione di una “mera sigla” in luogo di una “firma vergata per esteso” (e cioè composta di “nome e cognome”, secondo la prescrizione dettata dalla norma dell’art. 11 legge assegni) – si poteva, e doveva, procedere a ulteriori analisi e indagini per procedere alla valutazione di diligenza, o meno, del comportamento tenuto nella fattispecie concreta dalla Banca trattaria.
In realtà, la constatazione che sugli assegni portatì in pagamento alla banca risulta apposta non già una firma di traenza, bensì una semplice sigla, pone senz’altro termine a ogni tipo di valutazione e controllo della banca medesima, il comportamento di questa risultando allora “bloccato”. Posta l’insussistenza di una valida dichiarazione del traente, come prescritta dalla norma dell’art. 11, in effetti, la banca trattaria non può comunque provvedere al pagamento (ovvero, altrimenti detto, il pagamento, se effettuato, avviene a suo rischio).
In effetti, assunto a necessario parametro di riferimento il canone della diligenza professionale di cui all’art. 1176 comma 2 cod. civ., non può ritenersi rispondente a diligenza il comportamento della banca che trascuri di considerare – ovvero ignori – la regolamentazione dettata dalla disposizione dell’art. 11 legge assegni. Tanto più che trattasi di una delle norme “primarie” espresse da tale legge, di base della stessa; e pure di comprensione facile e immediata.
5.- Il terzo motivo di ricorso deve ritenersi assorbito dall’avvenuto accoglimento, nei limiti anzidetti, dei primi due motivi.
6.- In conclusione, il ricorso va accolto nei termini e limiti sopra indicati, con conseguente cassazione della sentenza resa dalla Corte di Appello di Palermo e con relativo rinvio sempre alla Corte di Appello di Palermo che, in diversa composizione, deciderà anche sulle spese del giudizio di cassazione.
Nel decidere la controversia la Corte di Appello, così investita, si atterrà ai principi e indicazioni di cui in motivazione e, in particolare, al principio di diritto per cui “non è conforme al canone di diligenza professionale richiesto dalla norma dell’art. 1176 comma 2 cod. civ. il comportamento della banca che provveda a pagare degli assegni bancari su cui, in luogo della completa sottoscrizione del traente così come prescritta dalla norma dell’art. 11 legge assegni, compaia solamente una sigla”.
La Corte accoglie il primo e il secondo motivo di ricorso nei limiti di cui in motivazione, assorbito il terzo e cassa la impugnata sentenza della Corte di Appello di Palermo, con rinvio della causa ad altra sezione della Corte di Appello di Palermo, che deciderà anche sulle spese del giudizio di cassazione.