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Timestamp: 2018-10-19 21:00:12+00:00
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la cassazione boccia i tagli alle pensioni dei ragionieri
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La Corte di cassazione riboccia le delibere della CNPR sui tagli delle pensioni.
Con una serie di 45 “sentenze gemelle” pronunciate all’udienza del 6 aprile 2011, analoghe alla Cass Civ Sez Lav n 08855 del 2011 che pubblichiamo, la Corte di cassazione ha ribadito il proprio indirizzo (risalente alla sentenza n. 22240/04 e confermato con la sentenza n. 20235/2010, con la sola “sbandata” costituita dalla isolata sentenza 14701/07) che riconosce ai ragionieri il diritto a percepire le proprie pensioni calcolate in base alle vecchie regole per le anzianità maturate fino al 2003 e con le nuove regole per le anzianità maturate in epoca successiva, in applicazione del principio del “pro rata”, che significa conservazione del maturato economico e giuridico all’epoca delle riforme.
Vengono in tal modo annullate le delibere degli anni 2002 e 2003, con le quali la CNPR ha improvvisamente tagliato le pensioni attraverso il cd. “annacquamento della media reddituale” (realizzato calcolando nella media reddituale gli ultimi 24 anni, anziché gli ultimi 15 previgenti) e attraverso il “coefficiente di neutralizzazione”, che intende scoraggiare la pensione di anzianità, riducendola di una percentuale decrescente al crescere dell’età, fino ad azzerarsi al 65° anno.
La stessa bocciatura dovrebbe in teoria applicarsi ai tagli applicati dalla Cassa di previdenza dei dottori commercialisti (CNPADC), tagli che sono stati realizzati con maggiore gradualità, ma senza applicazione del principio del pro rata. Il condizionale dipende da una maggiore tolleranza della categoria e dal fatto che i dottori commercialisti sono stati danneggiati dal 2004 (quindi due anni dopo rispetto ai ragionieri) e quindi le loro cause non sono ancora arrivate all’esame della Corte di cassazione.
Si legge sul Sole del 21 aprile 2011 che tutte le Casse professionali sono in allarme e si stanno mobilitando per ottenere una sanatoria retroattiva delle loro delibere illegittime, attraverso una interpretazione autentica, che la Corte costituzionale ha già praticamente bocciato con l'ordinanza 124/2008 e con la sentenza 263/2009.
Mi chiedo perché le Casse non abbiano preferito mettere una pietra sul passato ed adottare nuove delibere in base ai poteri ampliati, conferiti loro dalla legge 296/06, articolo unico, comma 763. Tale legge è in vigore dal primo gennaio 2007 e quindi le Casse hanno già perso cinque anni, nel vano tentativo di sostenere la legittimità delle vecchie delibere, quando avevano già in mano lo strumento per adottare delibere nuove, tenendo conto del principio del pro rata e quindi limitando i danni provocati ai loro bilanci non tanto dalle incertezze giuridiche - giacché si deve sottolineare la coerenza della Corte di cassazione, la quale nelle 45 sentenze del 6 aprile 2011 non ha fatto altro che ribadire l'indirizzo già chiaramente espresso nella lontana sentenza Cass. 222240/04 (si noti: del 25 novembre 2004)- quanto dalla loro ostinata convinzione di poter impunemente violare la legge 335/95, art. 3, comma 12 e di essere titolari di una autonomia normativa illimitata.
Cass Civ Sez Lav n 08855 del 2011
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Dal 12/06/09 15790455