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Timestamp: 2018-08-18 20:11:25+00:00
Document Index: 141607508

Matched Legal Cases: ['art. 9', 'art. 9', 'art. 9', 'art. 9', 'art. 700', 'art. 669', 'art. 9', 'art. 9', 'art. 24', 'sentenza ', 'art. 9', 'art. 1372', 'art.\n2233', 'art. 36', 'art. 2233', 'art. 2233', 'art. 3', 'art. 9', 'art. 36', 'art. 36', 'art. 34']

ABROGAZIONE TARIFFE e PREVENTIVO: commenti sull’art. 9, comma 4 del D.L. 1/2012 del Decreto liberalizzazioni – Ordine degli Avvocati di Cuneo
Da Diritto e Giustizia del 3.2.12
A quale tariffa si deve votare il giudice che deve liquidare gli onorari di difesa?
Nelle edizioni precedenti abbiamo dato ampio risalto all’art. 9, d.lgs. n. 1/2012 (meglio noto come decreto ‘Cresci-Italia’) dedicato all’abrogazione delle tariffe professionali. Abrogazione finalizzata, nell’intenzione del legislatore, ad una migliore concorrenza tra i professionisti, nell’ottica di tutelare economicamente i consumatori specialmente nella determinazione dei compensi dovuti al professionista.
L’incidente di costituzionalità. Oggi, torniamo, ancora una volta sul tema dell’art. 9 perché il Tribunale di Cosenza, con l’ordinanza del 1° febbraio 2012, ha rimesso alla Corte Costituzionale la questione di legittimità costituzionale dell’art. 9, d.l. 24 gennaio 2012, n. 1, non ancora convertito in legge, specialmente (ma non esclusivamente) nella parte in cui, dopo aver abrogato le tariffe professionali, nulla ha disposto in ordine alla liquidazione giudiziale dei compensi, per il periodo transitorio nelle more dell’approvazione di nuove tariffe da parte del Ministero vigilante la specifica professione.
Come si quantifica la condanna alle spese di lite del soccombente?
Orbene, nel caso di specie tutto era iniziato con un ricorso cautelare ex art. 700 c.p.c. con il quale un’azienda chiedeva al giudice di voler disporre la riattivazione della fornitura elettrica sospesa dall’azienda elettrica per pretesa morosità. A seguito del ricorso il giudice decide di accogliere con decreto inaudita altera parte la richiesta cautelare che, poi, confermerà in sede di comparizione delle parti all’udienza prevista per la conferma, modifica e revoca del decreto.
Senonché, una volta confermato il decreto, il giudice, in applicazione del settimo comma dell’art. 669-octies c.p.c., vorrebbe (come imposto dalla norma processuale) condannare il convenuto soccombente alle spese di giudizio a favore del ricorrente vincitore.
Oggi, per quantificare la condanna, il giudice deve applicare il secondo comma dell’art. 9, che nel caso di «liquidazione da parte di un organo giurisdizionale [n.d.r. come nel caso, ad esempio, di condanna alle spese del soccombente]» stabilisce «che il compenso del professionista è determinato con riferimento a parametri stabiliti con decreto del ministro vigilante».
Quegli onorari di difesa, però, secondo il Tribunale di Cosenza, oggi non possono essere quantificati per mancanza delle nuove tariffe che il Ministero vigilante (in questo caso il Ministero della giustizia) non ha ancora (peraltro del tutto legittimamente) emesso.
Esclusa l’ultrattività delle vecchie tariffe.
Del resto, «l’evidente mancanza di alcuna disposizione transitoria non consente di ritenere ultrattivo il vecchio regime delle tariffe ed obbliga ad applicare il nuovo regime a tutti i processi in corso che non siano già stati definiti anche per quel che riguarda la condanna alle spese processuali».
Inoltre, «non appare possibile neppure l’estremo ricorso alla “equità” giudiziale la quale per espressa volontà del legislatore potrà esercitarsi nel determinare il preciso ammontare degli onorari di difesa nell’ambito dei, presumibilmente elastici “parametri” che il ministro competente avrà cura di adottare ma non già nell’individuare autonomamente i criteri cui ancorare una qualche determinazione equitativa».
L’assenza di disciplina transitoria è irragionevole. Ecco allora che, secondo il Tribunale di Cosenza, il dubbio di costituzionalità non è manifestamente infondato laddove si ponga mente al fatto che l’assenza di disciplina transitoria appare del tutto irragionevole.
Ma v’è di più. Ed infatti, secondo il Tribunale – con motivazione sul punto non condivisibile (se riferita alla norma a regime) – la «disciplina dettata dai commi 1 e 2 dell’art. 9 del decreto legge n. 1/2012 appare, altresì, in contrasto con l’art. 24 della Costituzione in quanto vulnera il diritto di agire e resistere in giudizio rendendo incerto l’onere delle spese da affrontare nel corso del procedimento».
Orbene, detto ciò – a prescindere da ogni approfondimento di alcuni importanti temi di giustizia costituzionale come la sollevabilità della questione di legittimità costituzionale di un decreto legge non ancora convertito e dell’incidente di costituzionalità in sede cautelare – non si può non rilevare, nei fatti, una sorta di paradosso.
Ed infatti, il giudice, dopo aver affermato di non poter procedere secondo le norme generali previste dal codice civile in tema di determinazione di un elemento del contratto (aspetto secondo me discutibile) e dopo aver ritenuto di non poter sospendere il giudizio nelle more dell’approvazione dei parametri ministeriali (aspetto ineccepibile), sospende il giudizio rimettendo gli atti alla Corte costituzionale che, verosimilmente, deciderà della questione (se deciderà) una volta convertito in legge il decreto (se sarà convertito) e una volta che il Ministero avrà approvato i nuovi parametri. A quel punto, però, il giudice a quo non potrà che applicare i nuovi parametri senza che la sentenza della Consulta possa avere una qualche rilevanza nel giudizio a quo.
– Dalla Presidenza OUA –
Liberalizzazioni e professioni: prime considerazioni
sull’art. 9, commi 1, 2, 3 e 4 del decreto legge 24 gennaio 2012, n. 1
1. Il primo e il quarto comma: l’abrogazione delle tariffe professionali.
Propagandata come una delle maggiori innovazioni contenute nel decreto legge sulle
liberalizzazioni, in realtà l’abrogazione delle tariffe professionali ha una valenza puramente
Lo scardinamento del sistema tariffario, infatti, era già stato realizzato con l’abolizione della sua
obbligatorietà, quanto ai minimi, abolizione risalente ormai ad oltre cinque anni fa (con il d.l.
“Bersani”, del 4 luglio 2006, n. 223, convertito in l. 4 agosto 2006, n. 248).
Mi risulta quindi del tutto oscuro comprendere come l’abrogazione di un apparato di regole da
tempo non più cogente possa avere effetti, di qualunque segno, sulla crescita economica e
sull’incremento della concorrenza. A ben vedere, infatti, questo nessuno lo ha convincentemente
spiegato, e prova ne sia che quasi sempre nei resoconti giornalistici, che hanno preceduto la
gestazione del decreto in esame, veniva fornita la fuorviante indicazione secondo cui il Governo
Monti si sarebbe apprestato ad abolire le tariffe minime obbligatorie, come se queste non fossero
già appartenute alla dimensione della storia del diritto, e non a quella del diritto vigente.
Per la verità, un serio approccio al tema qui in discussione avrebbe dovuto partire da un’analisi (mi
verrebbe da dire review, per usare un termine in voga) degli effetti che in concreto l’abrogazione
dell’obbligatorietà delle tariffe minime ha determinato sul versante dei benefici per i consumatori,
nonché per le micro, piccole e medie imprese: se condotta in modo adeguato, tale analisi avrebbe
da un lato probabilmente portato a qualche sorpresa in senso negativo per gli oppositori del
sistema tariffario, mentre dall’altro avrebbe certamente consentito di acclarare i significativi
vantaggi di cui hanno beneficiato le grandi imprese, ed in generale i grossi clienti, a discapito dei
In conclusione, l’unica novità rilevante sembra dunque rappresentata dal fatto che, oltre ai minimi
tariffari, risultano oggi aboliti anche i massimi, sicché il professionista potrà pattuire qualunque
compenso con il cliente, purché adeguato all’importanza dell’opera, come si legge nel contesto del
terzo comma della disposizione in esame. Si passa, dunque, da un sistema in cui l’adeguatezza del
compenso all’importanza dell’opera veniva ad essere tradotta in numeri (calibrati sulla
complessità dell’incarico e sul suo valore economico), ad un sistema in cui la valutazione della sua
sussistenza rischia di rimanere affidata, nei fatti, a meccanismi vagamente equitativi, sulla cui
pericolosità avrò modo di tornare più avanti.
Lascio al lettore il compito di stabilire se questo sia un passo avanti o indietro, in un mondo nel
quale la misurabilità in termini numerici anche delle attività umane intellettuali viene considerato
2. Il secondo comma: le tariffe escono dalla porta … e, in quanto indispensabili, rientrano
dalla finestra sotto forma di “parametri”.
Abolite le tariffe, il Governo si è immediatamente reso conto della necessità della loro esistenza, in
un sistema razionale. Non potendo tuttavia smentire se stesso, si è ben guardato dal chiamarle
con il loro nome, e le ha chiamate “parametri”, affidandone la determinazione ad emanandi
Solo a chi analizza la questione con superficialità e preconcetto può sfuggire il fatto che ci sono dei
casi in cui l’esistenza di una tariffa è imprescindibile, direi ontologicamente, a meno di non volersi
affidare al criterio veterogiurdico dell’equità, come peraltro si leggeva in alcune bozze fatte
circolare nella settimana precedente il Consiglio dei Ministri di venerdì scorso.
Senza pretesa di essere esaustivi, si rileva come un primo caso sia quello in cui è l’autorità
giudiziaria a dover stabilire l’entità del compenso spettante al professionista: ciò accade, ad
esempio, in occasione del conferimento di incarichi a consulenti tecnici d’ufficio, nell’ambito dei
procedimenti giudiziari. L’esigenza di fornire al giudice parametri certi, al fine di evitare abusi o
eccessi di discrezionalità (in un senso o nell’altro), è talmente evidente da non meritare particolari
Un secondo caso è quello in cui il giudice deve stabilire quale sia l’ammontare degli onorari legali,
che la parte vittoriosa in un processo può recuperare a carico di quella soccombente. Sul punto è
forse superfluo precisare che qui la quantificazione non può essere sic et simpliciter ragguagliata a
quanto pattuito tra l’avvocato della parte vittoriosa e quest’ultima, anzitutto per l’elementare
ragione che il contratto ha effetto solo tra le parti e non nei confronti dei terzi (art. 1372 c.c.). In
ogni caso, se così fosse, non si conterebbero i casi di condotte speculative, a discapito della parte
soccombente, specie se notoriamente solvibile (ad esempio: io, avvocato, so che una causa civile
contro un’assicurazione è molto probabilmente destinata ad essere vinta; concordo con il mio
cliente un onorario esorbitante, e tale determinazione risulterà vincolante per l’assicurazione
soccombente).
Un terzo caso è quello in cui, non essendo stato previamente convenuto dalle parti il compenso
(od essendo stato convenuto con modalità affette da invalidità, come si dirà tra breve), il
professionista abbia comunque prestato la propria opera a favore del cliente. Ai sensi dell’art.
2233 c.c., è ancora una volta il giudice a dover stabilire l’entità del compenso, se sorge
controversia in merito tra il cliente ed il professionista. Relativamente a questa ipotesi va subito
precisato, anticipando quello che dirò a margine del terzo comma, che l’inottemperanza
all’obbligo di pattuizione per iscritto del compenso non ha (né potrebbe avere, pena la manifesta
incostituzionalità) come conseguenza quella della perdita del diritto del professionista a vedere
remunerata l’attività comunque in concreto svolta.
Ciò posto, il Governo – come si è già accennato – aveva in un primo tempo ritenuto di poter
risolvere i problemi in questione attraverso l’affidamento al giudice di un indiscriminato potere
equitativo. La marcia indietro è stata verosimilmente determinata dalla presa d’atto che in tal
modo si sarebbe venuto a creare un enorme contenzioso sulla correttezza di valutazioni giudiziarie
puramente equitative, svincolate da qualunque criterio predeterminato. A quel punto anche la più
cieca furia iconoclasta nei confronti delle tariffe si è dovuta arrendere (anche se, come dirò tra
breve, non del tutto) di fronte alla totale irrazionalità dell’unica alternativa concretamente
L’evidente fretta con la quale è stato scritto, all’ultimo momento, il comma qui in esame, ne spiega
peraltro le grossolane lacune.
La prima è rappresentata dal fatto che non si individua alcun termine per l’emanazione dei decreti
ministeriali contenenti i “parametri” ai quali gli organi giurisdizionali dovranno attenersi per la
liquidazione del compenso dei professionisti, né si fornisce alcuna indicazione su quali debbano
essere i principi generali cui ci si dovrà attenere, a livello ministeriale, in sede di elaborazione dei
“parametri” medesimi: l’una e l’altra circostanza fanno prospettare il dubbio circa la tenuta
costituzionale della norma, così come oggi è formulata.
La seconda è costituita dal fatto che non si prevede alcunché in ordine alla disciplina
intertemporale, da applicarsi fino al momento dell’emanazione dei decreti ministeriali. Ciò
determina un’evidente carenza, che peraltro neppure potrebbe essere colmata attraverso l’equità,
visto che opportunamente ogni riferimento a quest’ultima è stato espunto dal testo del decreto
Inevitabilmente, dunque, la soluzione-ponte non potrà che essere quella di continuare a riferirsi
alle attuali tariffe, ancorché abrogate, perché esse rappresentano, ad oggi, l’unico parametro di
riferimento razionale, al quale è possibile affidarsi senza rischiare di incorrere in una censura di
È comunque del tutto probabile che, durante l’iter di conversione del decreto legge, a queste
lacune venga ovviato nell’unico modo razionalmente ipotizzabile, e cioè dichiarando l’ultrattività
delle attuali tariffe professionali, sino all’emanazione dei decreti ministeriali contenenti i
“parametri”.
Ovviamente è poi facile prevedere che il conflitto tra Governo e categorie professionali finirà per
trasferirsi sul metodo e sul merito degli emanandi “parametri”. È pressoché certo, infatti, che le
professioni vorranno essere quanto meno consultate, in sede ministeriale, in vista dell’adozione
dei decreti, ancorché ciò non sia previsto dalla norma, così come attualmente configurata. Una
tale pretesa, peraltro, non potrebbe essere tacciata di corporativismo, posto che la questione
attiene pur sempre all’attribuzione di un valore economico al lavoro di qualcuno.
Infine, con un inserimento dell’ultimissima ora (non a caso assente dalle versioni del testo del
decreto legge, pubblicate sui quotidiani di sabato scorso), si è precisato che “l’utilizzazione dei
parametri nei contratti individuali tra professionisti e consumatori o microimprese dà luogo alla
nullità della clausola relativa alla determinazione del compenso ai sensi dell’art. 36 del decreto
legislativo 6 settembre 2005, n. 206”.
Come ho anticipato, si ripropone qui quella avversione ideologica e preconcetta nei confronti delle
tariffe, che tuttavia finisce, a ben vedere, per rivelarsi del tutto illogica, e comunque destinata a
restare sul terreno della pura declamazione.
Detto, infatti, che la norma sancisce comunque, sia pure indirettamente, la piena validità della
relatio ai “parametri”nei rapporti tra professionisti e soggetti diversi dai consumatori e dalle
microimprese, non è dato in realtà comprendersi per quale ragione debba ritenersi affetta da
nullità, in quanto vessatoria, una clausola contrattuale che operi un rinvio a criteri e valori, quali
quelli ministeriali, cui non potrebbe giuridicamente venire negato il crisma dell’adeguatezza, pena
la loro illegittimità azionabile dinanzi agli organi di giustizia amministrativa.
In ogni caso, come anticipato, la declaratoria di nullità parziale della clausola contrattuale di rinvio
ai “parametri” ministeriali, finirebbe per determinare un singolarissimo cortocircuito, per cui il
giudice – dichiarata la nullità – dovrebbe comunque poi provvedere a stabilire ex art. 2233 c.c.
l’entità del compenso spettante al professionista, e per fare ciò altra possibilità non avrebbe, che
quella di utilizzare i medesimi “parametri”, con buona pace della loro espunzione dal regolamento
La previsione dell’obbligo per il professionista di fornire il preventivo, insieme a quella relativa
all’abrogazione delle tariffe, costituisce la novità maggiormente enfatizzata sugli organi di stampa.
In realtà la configurazione della norma sul punto è piuttosto illogica e confusa, e verosimilmente
dovrà essere fatta oggetto quanto meno di ampio restyling ad opera del Parlamento.
Ma andiamo con ordine. La norma esordisce stabilendo che il compenso del professionista è
pattuito per iscritto al momento del conferimento dell’incarico. Come ogni altra violazione delle
disposizioni contenute nel comma in esame, la mancata pattuizione per iscritto del compenso
costituisce illecito disciplinare del professionista, e ciò per espressa statuizione contenuta nella
parte finale del comma medesimo.
Qui si pone peraltro un primo interrogativo, e cioè quello relativo all’opportunità, se non alla
legittimità, che sia la legge dello Stato a sancire direttamente la natura di illecito disciplinare di
determinate condotte od omissioni, nell’ambito di un sistema ordinistico, quale ancora è – ed è
destinato a rimanere, stando ai provvedimenti legislativi sinora approvati – quello delle
A parte ciò, è comunque evidente che, alla luce del testo in esame, l’unica sanzione riconducibile
alla mancata pattuizione per iscritto del compenso non possa che essere quella disciplinare,
dovendosi tassativamente escludere che, ad esempio, essa possa condurre alla nullità civilistica del
contratto tra professionista e cliente, ovvero alla perdita del diritto del professionista a vedere
remunerata l’attività comunque svolta in favore del cliente. Il contratto d’opera professionale,
infatti, è un contratto a titolo oneroso, sicché giammai esso potrebbe venire trasformato in
contratto a titolo gratuito, a causa di un’inottemperanza di indole formale.
Sempre in tema di compenso, la norma prosegue statuendo, letteralmente, che la relativa misura,
“previamente resa nota al cliente anche in forma scritta se da questi richiesta, deve essere
adeguata all’importanza dell’opera, e va pattuita indicando per le singole prestazioni tutte le voci
di costo, comprensive di spese, oneri e contributi”.
Ebbene, qui emergono con evidenza proprio quei profili di illogicità e confusione in precedenza
segnalati, oltre che tutta una serie di possibili equivoci interpretativi.
Il primo profilo concerne proprio il concetto di preventivo (termine peraltro scomparso nella
lettera della versione definitiva del decreto legge, ma rimasto nella sostanza). Sia nel linguaggio
comune, che nella pratica degli affari, sia infine nella terminologia legale (si pensi, ad esempio, alla
materia dei bilanci) un preventivo è per sua natura qualcosa di provvisorio, e destinato a variare in
relazione ai concreti accadimenti inerenti, ad esempio, ad un contratto, o ad un rapporto, che dura
nel tempo: non a caso al preventivo segue, esaurita la prestazione, o concluso il periodo di
riferimento, il consuntivo.
Del tutto singolarmente, invece, nella disposizione in esame si fa implicitamente riferimento solo
al preventivo (mentre non si parla di consuntivo), ed il requisito della redazione scritta del
preventivo, se richiesta dal cliente, si sovrappone al requisito della pattuizione scritta del
compenso, in tal modo determinandosi una sostanziale incomprensibilità lessicale, prima ancora
che giuridica, del testo normativo.
Con il che, delle due l’una. O si ammette, come logica vorrebbe, che quanto indicato nel
preventivo possa poi, in sede di consuntivo, essere fatto oggetto di aumento (o di diminuzione), in
relazione alla concreta prestazione erogata dal professionista, ma in realtà ciò confliggerebbe con
la lettera della norma, che – come si è visto – non parla di consuntivo, e dalla quale si evince che il
preventivo rappresenta in sostanza la modalità di comunicazione della misura del compenso.
Per contro, se si afferma l’invariabilità del compenso rispetto a quanto indicato nel preventivo,
dovrebbe senz’altro ricavarsi la totale irrazionalità di una norma (e, dunque, la sua
incostituzionalità), che, così configurata, imporrebbe al professionista di prevedere sin dall’inizio
l’entità totale del suo compenso, in relazione ad una prestazione quasi sempre del tutto incerta
quanto alla sua durata, alle specifiche attività in cui si dovrà articolare, ed alla complessità del suo
svolgimento, complessità non di rado dipendente da fattori totalmente estranei al controllo del
Il secondo profilo attiene all’adeguatezza della misura del compenso, rispetto all’importanza
dell’opera: personalmente ritengo che tale precisazione – ancorché probabilmente ben vista dalle
categorie professionali, in funzione anti-dumping, ed ancorché del tutto inutile, in quanto
ripetitiva di quanto già statuisce il tuttora vigente art. 2233, secondo comma, c.c. – possa essere
pericolosa, in quanto – cancellato il sistema tariffario – essa introduce la possibilità di un controllo
giudiziale del compenso pattuito, con ciò facendo perdere certezza giuridica agli accordi
sottoscritti tra professionisti e clienti. Ovviamente il segnalato pericolo è destinato ad attenuarsi,
se – come è pressoché certo – i “parametri” ministeriali verranno ad essere adoperati quale
canone di adeguatezza. Con il che, però, risulterebbe ulteriormente confermata la natura
puramente cosmetica del passaggio dalle “tariffe” ai “parametri”, e serietà vorrebbe che in sede
parlamentare – preso atto dell’ineludibilità, per le ragioni sopra esposte, dell’esistenza di una
tariffa, ancorché non obbligatoria – si ponga fine ad una battaglia che, in conclusione, si rivela
meramente nominalistica.
Il terzo profilo concerne le modalità sostanziali di pattuizione del compenso. A conferma di una
notevole confusione di idee, nelle versioni del decreto apparse sulla stampa di sabato si leggeva
che la misura del compenso si sarebbe dovuta pattuire “in modo onnicomprensivo”; nella versione
pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale si legge invece esattamente l’opposto, e cioè – come detto –
che la misura del compenso va pattuita “indicando per le singole prestazioni tutte le voci di costo,
comprensive di spese, oneri e contributi”. Dunque, si è passati da un criterio di necessaria
sinteticità, ad un criterio di necessaria analiticità.
Va da sé che, in quanto soluzioni oppostamente estreme, ambedue appaiono scarsamente
perspicue.
Come è noto, infatti, a seguito dell’abolizione dell’obbligatorietà dei minimi tariffari, le modalità
sostanziali di pattuizione del compenso tra professionisti e clienti si sono in concreto moltiplicate:
facendo riferimento, ad esempio, alla categoria forense, si possono menzionare i compensi orari,
quelli a forfait, quelli parametrati sulle tariffe ministeriali, eventualmente con uno sconto rispetto
ai minimi, i patti di quota lite, i compensi a minimo garantito con success fee, e via elencando.
Ebbene, avendo il Governo introdotto il requisito della “analiticità”, non è chiaro quali di queste
metodologie di determinazione del compenso seguitino ad essere compatibili con tale requisito.
Anche qui, delle due l’una: o si ritiene che tutte le modalità di cui sopra siano ancora consentite
(salvo quanto statuito nella declamatoria statuizione contenuta nell’ultima frase del secondo
comma), il che inevitabilmente finirebbe, in relazione ad alcune di dette modalità, per porre il
problema del rapporto tra preventivo e consuntivo, come sopra delineato; o si ritiene, al contrario,
che alcune di esse siano incompatibili con il nuovo assetto della materia, il che si tradurrebbe in un
paradossale effetto limitativo dell’autonomia contrattuale, contenuto in un decreto legge in tema
di liberalizzazioni.
Inoltre, deve rilevarsi che l’esigenza, sottesa alla logica del preventivo, di individuare in anticipo la
misura del compenso, si pone in evidente contraddizione con l’opposta logica, di poter consentire
che il relativo ammontare sia collegato, in tutto o in parte, al dato inizialmente incerto del
conseguimento del risultato utile per il cliente. I fautori dell’opportunità che ciò sia permesso
(laddove prima del Decreto Bersani in larga parte non lo era), lo ricordo, sono principalmente gli
stessi propugnatori della libera concorrenza nel settore delle professioni, sicché non c’è dubbio
che la questione meriti proprio da parte di costoro di venire opportunamente rimeditata.
Un accenno, infine, a proposito degli obblighi informativi. In larga parte, quanto statuito dal
comma in esame (necessità di informare il cliente circa il grado di complessità dell’incarico e circa
gli oneri ipotizzabili al momento del suo conferimento) risulta già attualmente sancito dalla totalità
dei codici deontologici, nei quali – a ben vedere – gli obblighi di informazione a carico del
professionista appaiono sovente ben più ampi ed incisivi. Dunque, atteso che il mancato rispetto
di tali obblighi rileverebbe unicamente a fini disciplinari, ben può dirsi che nulla è destinato a
cambiare rispetto allo status quo.
Un diverso discorso va invece fatto con riferimento all’obbligo di comunicare i dati della copertura
assicurativa. Sotto questo profilo il decreto legge introduce una sorta di “fuga in avanti”, in quanto
prevede la doverosità di una comunicazione inerente ad una circostanza, che però attualmente
non forma oggetto di alcuno specifico obbligo generalizzato in capo ai professionisti.
L’obbligo di dotarsi di una copertura assicurativa è infatti previsto nell’ambito dei principi che
dovranno essere recepiti nella futura riforma degli ordinamenti professionali (art. 3, comma
quinto, del decreto legge 13 agosto 2011, n. 138, convertito in legge 14 settembre 2011, n. 148),
sicché allo stato non pare discutibile che la norma vada interpretata – come peraltro
opportunamente si leggeva in alcune bozze preliminari del decreto legge – nel senso che l’obbligo
deontologico della comunicazione al cliente dei dati della polizza assicurativa scatta solo se
quest’ultima è stata in concreto stipulata.
L’impressione generale che si ritrae dalla lettura delle disposizioni che si sono commentate è,
dunque, quella di un testo redatto con eccessiva fretta, assai condizionato da ragioni di natura
squisitamente ideologica e, non ultimo, dalla necessità di introdurre alcuni “concetti chiave”
(l’abolizione delle tariffe, il preventivo) politicamente e giornalisticamente efficaci, ma
giuridicamente poveri di contenuto, quando non assolutamente discutibili sul piano della concreta
L’auspicio è che un sereno iter parlamentare della legge di conversione consenta di apporre quei
necessari correttivi, senza i quali la riforma rischia di produrre effetti esattamente contrari,
rispetto ai propositi dichiarati.
Chi scrive non si nasconde che il fenomeno della globalizzazione e la crisi finanziaria che attanaglia
l’Europa nel suo complesso, ed il nostro Paese in particolare, impongano dei decisi cambiamenti, i
quali non potranno che riguardare tutte le categorie produttive.
In questo senso credo che vadano combattuti gli opposti estremismi, di chi da un lato seguita ad
arroccarsi a difesa di un certo corporativismo fuori dai tempi, e di chi dal lato opposto pretende
(spesso in mala fede ed in palese conflitto di interessi) di negare la specificità delle professioni e
dei professionisti, rispetto alle attività di impresa.
Si aggiunga, infine, che una seria riforma delle professioni non potrebbe non tenere conto del
fatto, troppo spesso volutamente omesso nei confronti della pubblica opinione, che la posizione
del professionista può essere sì assimilata a quella del contraente c.d. forte, relativamente ai
rapporti con la clientela consumatrice, o micro- e piccolo-imprenditoriale; ma che viceversa nei
confronti dei grossi clienti (imprese industriali medio-grandi, grande distribuzione commerciale,
banche, assicurazioni, enti pubblici e para-pubblici, sindacati, etc.) sono quasi sempre i
professionisti a vestire i panni del contraente c.d. debole.
Prof. Avv. Claudio Colombo
Professore Straordinario di Istituzioni di Diritto Privato –
Da Diritto e Giustizia del 27.1.12
Se il compenso è determinato in base alle tariffe la clausola è nulla. La nullità comporta che il giudice debba applicare le tariffe!
La lettura dell’art. 9, d.l. n. 1/2012 sulle professioni regolamentate mi ha posto un atroce dubbio: credo di non aver capito nulla della norma. Chiedo, quindi, un aiuto per cercare di districare quella che mi sembra una ingarbugliata matassa. Se parte e professionista non sanno come valutare il quantum delle prestazioni che cosa c’è di più normale che rifarsi a tariffe stabilite in via generale dal Ministero vigilante?
Da un lato, infatti, il primo comma abroga le tariffe delle professioni (ad esempio quelle degli avvocati) e rende senz’altro ‘libera’ (e, cioè, non più vincolata a minimi e massimi o alla corrispondenza di singole voci della tariffa) la determinazione del quantum dovuto dal cliente al professionista per la prestazione che dovrà essere eseguita.
Libera determinazione che, però, conosce un limite: essa deve essere adeguata all’importanza dell’opera perché così stabilisce inequivocabilmente il terzo comma.
Ma questo limite è un limite per il professionista che formula un preventivo chiede il saldo della prestazione: ed infatti, la sua violazione rileva sul piano deontologico.
Dall’altro lato, poi, il decreto si avvede che, una volta eliminate le tariffe professionali, il giudice si sarebbe potuto trovare in difficoltà tutte le volte in cui avrebbe dovuto determinare giudizialmente la misura del compenso (ad esempio: il contratto di patrocinio nulla prevede).
Ecco allora che il legislatore corre ai ripari con un secondo comma il cui primo periodo prevede che nel caso di liquidazione da parte di un organo giurisdizionale, il compenso del professionista e’ determinato con riferimento a parametri stabiliti con decreto del ministro vigilante (che possiamo chiamare, per comodità ‘tariffa’!).
Fin qui nulla quaestio. Ciò che mi sorprende, infatti, è quello che si legge subito dopo «l’utilizzazione dei parametri nei contratti individuali tra professionisti e consumatori o microimprese dà luogo alla nullità della clausola relativa alla determinazione del compenso ai sensi dell’art. 36, del decreto legislativo 6 settembre 2005, n. 206».
Ma come, penso io? Se parte e professionista non sanno come valutare il quantum delle prestazioni che cosa c’è di più normale (nel senso di regolare) che rifarsi a tariffe stabilite in via generale dal Ministero vigilante che si suppone essere state redatte con una certa logica che non può che essere – spero – quella del giusto compenso sulla falsariga di quanto previsto dall’art. 36 Cost. per la retribuzione?
In fondo, prima di questa norma, avrei pensato: l’art. 34, comma 3, del codice del consumo (in base al quale non sono nulle le clausole che riproducono disposizioni di legge) non avrebbe potuto essere invocato per analogia?
Ma forse quell’analogia non avrebbe potuto operare proprio perché per il codice del consumo «la valutazione del carattere vessatorio della clausola non attiene … all’adeguatezza del corrispettivo dei beni o servizi».
Ma tant’è! Prendiamo atto della nullità e, quindi, non resta che applicare altre norme. La prima: la nullità della clausola sul “prezzo” non comporta la nullità del contratto. La seconda: la non determinazione del “prezzo” e, cioè, di uno degli elementi del contratto comporta la determinazione ad opera del giudice.
Ed infine, ecco la terza: la determinazione giudiziale del compenso è fatta dal giudice sulla base delle tariffe del Ministero.
Dov’è il mio errore ricostruttivo?
Si riporta di seguito il testo della norma in oggetto: