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Timestamp: 2020-07-04 12:31:42+00:00
Document Index: 177218005

Matched Legal Cases: ['art. 1173', 'art. 1173', 'art. 2041', 'sentenza ', 'art. 2041', 'art. 2041', 'art. 2041', 'art. 2041', 'sentenza ', 'art. 2041', 'art. 2041', 'art. 36', 'art. 2041', 'art. 2041', 'art. 2041', 'art. 6', 'art. 2041', 'art. 2041', 'art. 2041', 'art. 2041', 'art. 2043', 'art. 2041', 'art. 2041', 'art. 2041', 'art. 2041', 'art. 2041', 'sentenza ', 'art. 2041', 'art. 2041', 'art. 2041', 'art. 2041', 'art. 23', 'art. 194', 'art. 2042', 'art. 2042', 'art. 345', 'art. 2041', 'art. 2042', 'art. 2042', 'art. 2042', 'art. 2041', 'art. 2042', 'art. 2041', 'art. 183', 'art. 184', 'art. 345', 'art. 2041']

L’ arricchimento senza causa rientra tra le fonti legali delle obbligazioni, specificamente in quegli altri atti o fatti idonei a produrle in conformità dell’ordinamento giuridico ex art. 1173 c.c..
L’arricchimento senza causa rientra tra le fonti legali delle obbligazioni, specificamente in quegli altri atti o fatti idonei a produrle in conformità dell’ordinamento giuridico ex art. 1173 c.c..
La fattispecie in commento ricorre ogni qual volta, in assenza di idonea giustificazione causale, abbia luogo un incremento patrimoniale a favore di un soggetto ed una correlativa diminuzione patrimoniale a danno di un altro.
In presenza di tali presupposti, l’ordinamento pone a carico del soggetto arricchito l’obbligo di indennizzare il soggetto impoverito nei limiti del proprio arricchimento, ovvero, ove l’arricchimento abbia ad oggetto una cosa determinata, l’obbligo di restituire in natura il bene pervenuto nel proprio patrimonio.
Si tratta di un obbligo che muove dalla esigenza di non attribuire definitività ad un ingiustificato arricchimento a danno altrui e di garantire il ripristino dell’originario equilibrio in tutti i casi in cui lo spostamento patrimoniale non risulti sorretto da un adeguato fondamento di giustizia, pur essendo conseguenza di un comportamento secondo diritto. Perché l’azione generale di arricchimento possa trovare applicazione è infatti necessario che tale spostamento patrimoniale non si configuri quale fatto illecito – eventualità in cui troverebbero applicazione le disposizioni dettate in materia di responsabilità civile – ma sia originato da una attività lecita.
Perfettamente aderente alla natura residuale dell’istituto è il carattere sussidiario dell’azione, utilmente esperibile nelle sole ipotesi in cui non possa porsi riparo all’ingiustificato impoverimento con altri mezzi previsti dall’ordinamento.
Codice Civile, articoli 2041, e 2042
Elementi costitutivi della fattispecie in commento sono:
l’incremento patrimoniale a favore di un soggetto, c.d. arricchito;
la diminuzione patrimoniale a danno di un altro soggetto, c.d. impoverito;
il nesso di correlazione tra l’incremento e la diminuzione patrimoniale; l’assenza di giustificazione causale.
Di particolare interesse risultano le molteplici pronunce nelle quali la Suprema Corte di Cassazione, richiamati gli elementi costitutivi della fattispecie in questione, pone la propria attenzione sulla necessità che arricchimento ed impoverimento siano collegati da un unico fatto generativo, ovvero da un nesso causale di necessaria interdipendenza; e chiarisce che non è dato invocare la mancanza o l’ingiustizia della causa nelle ipotesi in cui lo spostamento sia invece conseguenza di un contratto o di altro rapporto compiutamente regolato.
Nesso causale tra arricchimento ed impoverimento
L'azione di arricchimento senza causa postula un depauperamento di una parte e un simmetrico arricchimento dell'altra parte, che può consistere anche in un risparmio di spesa, in conseguenza di un atto lecito, ed è azionabile in assenza di una giusta causa che giustifichi lo spostamento patrimoniale. Tale azione, in quanto conseguenza di un atto perfettamente lecito, ha natura residuale, nonché sussidiaria, non essendo proponibile quando il depauperato può esercitare una qualsiasi altra azione al fine di ottenere la reintegrazione patrimoniale. Pertanto, ove la pretesa della parte trova fondamento su una scrittura privata, della quale è domandato l'esatto adempimento, difetta chiaramente la residualità dell'azione ex articolo 2041 del Cc, dovendo in tal caso proporsi la relativa azione contrattuale. Tribunale Roma, Sezione 17, Sentenza del 22 febbraio 2018, n. 4002
In tema di azione di indebito arricchimento, conseguente all'assenza di un valido contratto di appalto, l'indennità prevista dall'art. 2041 c.c. va liquidata nei limiti della diminuzione patrimoniale subita da chi ha eseguito la prestazione, con esclusione di quanto questi avrebbe percepito a titolo di lucro cessante se il rapporto negoziale fosse stato valido ed efficace. (Nella specie, la S.C. ha cassato la sentenza di merito che aveva liquidato l'indennità dovuta alla parte erogante servizi per il funzionamento di due strutture per anziani avuto riguardo al valore di mercato delle prestazioni svolte in esecuzione del contratto invalido). Corte di Cassazione, Sezione 1 civile, Sentenza 15 luglio 2016, n. 14526
Il legislatore civile, ex art. 2041 c.c., individua l’azione generale di arricchimento, volta essenzialmente ad evitare che possano sussistere degli spostamenti patrimoniali senza giustificazione; la norma de quo, in sostanza, richiede la sussistenza di un arricchimento di un determinato soggetto nei confronti di un altro in assenza di una valida causa giustificativa, potendo il vantaggio, tra l’altro, essere rappresentato da un incremento patrimoniale o da un mancato detrimento patrimoniale, risultante dall’avere evitato la perdita di un bene o risparmiato una spesa: lo stesso legislatore sembra, dunque, richiedere un collegamento eziologico diretto ed immediato tra arricchimento e depauperamento, cioè il fatto deve essere unico generatore di entrambi gli eventi. Tribunale di Milano, Sezione 5, Sentenza 28 ottobre 2014, n. 12570
Ai sensi dell’art. 2041 c.c. l’azione generale di arricchimento senza causa, che ha carattere sussidiario, annovera fra i suoi elementi costitutivi, oltre al pregiudizio dell’attore e all’arricchimento dell’obbligato, anche la correlazione fra i suddetti elementi, oltre alla mancanza di una giusta causa. Corte di Cassazione, Sezione 2 civile, Sentenza 30 maggio 2007, n. 12700
L’azione di ingiustificato arricchimento, delineata dall’art. 2041 c.c., ha portata residuale ed è esperibile, in mancanza di altro rimedio specifico, solo laddove sussista il duplice presupposto dell'arricchimento di un soggetto e della corrispondente diminuzione patrimoniale di un altro, elementi tra loro legati da un nesso di necessaria interdipendenza, dato dall'essere detti elementi riconducibili ad un unico fatto generatore, in assenza di una giustificazione giuridico economica. Inoltre, qualora l'azione generale di arricchimento senza causa sia esperita nei confronti della P.A. è richiesto, oltre al fatto materiale dell'esecuzione di una prestazione economicamente vantaggiosa per l'ente pubblico, anche il riconoscimento dell'utilità della stessa da parte dell'ente, il quale può avvenire anche in modo implicito, cioè mediante l'utilizzazione dell'opera o della prestazione secondo una destinazione oggettivamente rilevabile ed equivalente nel risultato ad un esplicito riconoscimento di utilità, posta in essere senza il rispetto delle prescritte formalità da parte di detto organo, ovvero in comportamenti di quest'ultimo dai quali si desuma inequivocabilmente un giudizio positivo circa il vantaggio dell'opera o della prestazione ricevuta dall'ente rappresentato.;Tribunale Parma, Sezione 1, Sentenza del 06 febbraio 2018
Mancanza o ingiustizia della causa
Ai fini dell’esercizio dell’azione generale di arricchimento, ai sensi dell’art. 2041 c.c., è richiesta la dimostrazione che il soggetto beneficiario non ha alcun titolo giuridico valido ed efficace per giovarsi di quanto corrisponde al depauperamento subito dall’istante; tale presupposto non sussiste quando l’attribuzione patrimoniale abbia avuto luogo in virtù di una disposizione di legge o di impegni unilaterali assunti dal soggetto depauperato. Corte di Cassazione, Sezione 1 civile, Sentenza 07 agosto 2009, n. 18099
L’azione generale di arricchimento ha come presupposto la locupletazione di un soggetto a danno dell’altro che sia avvenuta senza giusta causa, sicché non è dato invocare la mancanza o l’ingiustizia della causa qualora l’arricchimento sia conseguenza di un contratto, di un impoverimento remunerato, di un atto di liberalità o dell’adempimento di un’obbligazione naturale. È, pertanto, possibile configurare l’ingiustizia dell’arricchimento da parte di un convivente more uxorio nei confronti dell’altro in presenza di prestazioni a vantaggio del primo esulanti dal mero adempimento delle obbligazioni nascenti dal rapporto di convivenza - il cui contenuto va parametrato sulle condizioni sociali e patrimoniali dei componenti della famiglia di fatto - e travalicanti i limiti di proporzionalità e di adeguatezza. Corte di Cassazione, Sezione 3 civile, Sentenza 15 maggio 2009, n. 11330
L’azione generale di arricchimento ha come presupposto la locupletazione di un soggetto a danno dell’altro che sia avvenuta senza giusta causa, sicché, qualora essa sia invece conseguenza di un contratto o di altro rapporto compiutamente regolato, non è dato invocare la mancanza o l’ingiustizia della causa (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata che aveva escluso la possibilità di configurare l’ingiustizia dell’arricchimento da parte dell’acquirente per l’esistenza, nel contratto di vendita di un immobile, di una specifica clausola, consapevolmente accettata dal venditore, che escludeva ogni possibilità di aumento del prezzo convenuto). Corte di Cassazione, Sezione 2 civile, Sentenza 31 gennaio 2008, n. 2312
L’azione generale di arricchimento ha come presupposto che la locupletazione di un soggetto a danno dell’altro sia avvenuta senza giusta causa, sicché, qualora essa sia invece conseguenza di un contratto o di altro rapporto, non è legittimo invocare la mancanza o l’ingiustizia della causa, almeno fino a quando il contratto o il rapporto conservino la propria efficacia obbligatoria. Corte di Cassazione, Sezione 3 civile, Sentenza 16 marzo 2005, n. 5689
La locupletazione ingiustificata che, ai sensi dell’art. 2041 c.c., dà luogo all’azione generale di arricchimento ai fini dell’indennizzo della diminuzione patrimoniale correlata alla locupletazione medesima non sussiste allorché lo squilibrio economico a favore di una parte e in pregiudizio dell’altra sia stato giustificato dal consenso della parte che assume di essere stata danneggiata. Corte di Cassazione, Sezione 3 civile, Sentenza 14 maggio 2003, n. 7373
In tema di azione generale di arricchimento, di cui all’art. 2041 c.c., ove la locupletazione di una parte sia conseguenza di un contratto o di altri rapporti giuridici e del mancato adempimento delle obbligazioni che da essi derivano a carico della parte stessa, la quale abbia invece ottenuto la prestazione della controparte, va esclusa la causa ingiusta, con conseguente preclusione alla sperimentazione di detta azione, fin quando il contratto o il diverso rapporto conservino, rispetto alle parti e ai loro aventi causa, la propria efficacia vincolante. Corte di Cassazione, Sezioni Unite, Sentenza 9 novembre 1992, n. 12076
La fattispecie dell'arricchimento ingiustificato è configurabile se il vantaggio di una parte consegue ad una prestazione effettuata dall'altra parte in assenza di un titolo giuridico valido ed efficace, non essendo ipotizzabile l'applicazione della relativa disciplina con riferimento ad attività professionale svolta da un lavoratore subordinato a favore del datore di lavoro, quando sia accertato che la stessa sia riconducibile al contratto di lavoro subordinato, salvo l'eventuale adeguamento della retribuzione ai sensi del primo comma dell'art. 36 Cost., per le particolari connotazioni quantitative e qualitative dell'attività svolta a favore del datore di lavoro. Tribunale Reggio Calabria sez. lav., 09 ottobre 2019, n. 1261
Ai fini dell'accoglimento dell'azione di ingiustificato arricchimento il difetto di giusta causa non va inteso quale assenza di ragione che abbia determinato la locupletazione in favore dell'arricchito, ma quale carenza di una ragione che consenta a quest'ultimo di trattenere quanto ricevuto. Cassazione civile sez. VI, 15 febbraio 2019, n. 4659
L’ingiustificato arricchimento comporta a carico del soggetto arricchito un obbligo di indennizzo o, qualora l’arricchimento abbia ad oggetto una cosa determinata, un obbligo di restituzione della cosa medesima, se ancora esistente al tempo della domanda.
Molteplici decisioni giurisprudenziali affrontano la problematica della quantificazione dell’indennizzo dovuto dal soggetto arricchito, avendo cura di precisare che si tratta di un debito di valore soggetto a rivalutazione automatica e che la relativa somma produce interessi compensativi. Secondo l’orientamento più recente tali interessi decorrono dalla data del fatto che ha generato l’arricchimento, piuttosto che dalla data di proposizione della domanda.
L'indennizzo da ingiustificato arricchimento di cui all'art. 2041 c.c., nell'ipotesi di prestazione professionale resa da un privato in favore della P.A. in base ad un contratto nullo per mancanza di forma scritta, ben può essere quantificato in via equitativa, utilizzando come parametro la tariffa professionale, con esclusione delle voci che determinerebbero il conseguimento di un pieno corrispettivo contrattuale, come le maggiorazioni previste per le particolari modalità o per l'urgenza con cui la prestazione è stata resa, o applicando i minimi tariffari a fronte di un compenso pattuito in misura superiore. Cassazione civile sez. I, 24 maggio 2019, n. 14329.
Colui che propone vittoriosamente l’azione di arricchimento senza causa ha diritto, a titolo di indennizzo, alla somma determinata nella minor misura tra l’entità della diminuzione patrimoniale subita e quella dell’arricchimento ricavato dalla persona nei cui confronti l’azione è stata proposta. Cass. Civ., sez II, 13 settembre 2016, n. 17957
L’indennizzo ex art. 2041 c.c., in quanto credito di valore, va liquidato alla stregua dei valori monetari corrispondenti al momento della relativa pronuncia ed il giudice deve tenere conto della svalutazione monetaria sopravvenuta fino alla decisione, anche di ufficio, a prescindere dalla prova della sussistenza di uno specifico pregiudizio dell’interessato dipendente dal mancato tempestivo conseguimento dell’indennizzo medesimo. La somma così liquidata produce interessi compensativi, i quali sono diretti a coprire l’ulteriore pregiudizio subito dal creditore per il mancato e diverso godimento dei beni e dei servizi impiegati nell’opera, o per le erogazioni o gli esborsi che ha dovuto effettuare, e decorrono dalla data della perdita del godimento del bene o degli effettuati esborsi, coincidente con quella dell’arricchimento. Corte di Cassazione, Sezione 3 civile, Sentenza 28 gennaio 2013, n. 1889
Nella liquidazione dell’indennizzo di cui all’art. 2041 c.c. non trova applicazione l’art. 6 l. 1 luglio 1977 n. 404, sull’onere del professionista di documentare le spese forfettarie effettivamente sostenute e delle quali si chiede il rimborso, tenuto conto del carattere indennitario della somma dovuta, dovendo il giudice del merito procedere alla liquidazione di un compenso globale che tenga conto delle spese richieste valutandone la presumibilità in ragione dell’entità del lavoro svolto. Corte di Cassazione, Sezione 1 civile, Sentenza 29 settembre 2011, n. 19942
La nozione di arricchimento, di cui all’art. 2041 c.c., va intesa – indifferentemente – sia in senso qualitativo che in senso quantitativo e può consistere tanto in un incremento patrimoniale, quanto in un risparmio di spesa e, più in generale, in una mancata perdita economica. Correlativamente il depauperamento può consistere tanto in erogazioni di una entità pecuniaria, quanto in attività o prestazioni di cui si avvantaggi l’arricchito. Poiché – ancora – l’indennizzo previsto dall’art. 2041 c.c. è finalizzato a reintegrare il patrimonio del depauperato, esso va commisurato all’arricchimento, riconoscendo, in via sostitutiva, al depauperato, un “quid” monetario “nei limiti” dello stesso arricchimento (perché, altrimenti, si verificherebbe un arricchimento nel senso inverso). Corte di Cassazione, Sezione 3 civile, Sentenza 15 maggio 2009, n. 11330
In tema di arricchimento senza causa il diritto del depauperato all’indennizzo sorge per effetto e dalla data del fatto (illecito) dell’arricchimento altrui, onde a partire da tale data decorrono la rivalutazione monetaria e gli interessi. Corte di Cassazione, Sezione 1 civile, Sentenza 30 gennaio 2009, n. 2428
Dal calcolo dell’indennità, richiesta per la diminuzione patrimoniale subita dall’esecutore di una prestazione in virtù di un contratto invalido, deve essere escluso quanto lo stesso avrebbe percepito a titolo di lucro cessante se il rapporto negoziale fosse stato valido ed efficace e, comunque, la revisione prezzi non può costituire neppure un parametro di riferimento ai fini della liquidazione dell’indennizzo. Corte di Cassazione, Sezioni Unite, Sentenza 11 settembre 2008, n. 23385
Qualora, per lo svolgimento di un’attività professionale, debba essere riconosciuto un indennizzo per arricchimento senza causa secondo la previsione dell’art. 2041 c.c., la quantificazione dell’indennizzo medesimo va effettuata secondo i criteri fissati dalla citata norma, mentre resta esclusa la possibilità di un’applicazione diretta della tariffa professionale, la quale dispiega rilievo solo come parametro di valutazione oltre che come limite massimo di quella liquidazione. Corte di Cassazione, Sezione 1 civile, Sentenza 10 ottobre 2007, n. 21292
Ai fini del calcolo degli interessi compensativi, anche in tema di indennizzo per arricchimento senza causa, vanno applicati i principi fissati in proposito in tema di risarcimento del danno per responsabilità aquiliana dalle Sezioni Unite della Cassazione, per cui gli interessi non possono essere calcolati sulla somma liquidata per il capitale, definitivamente rivalutata, mentre è possibile determinarli con riferimento ai singoli momenti con riguardo ai quali la somma equivalente al bene perduto si incrementa nominalmente, in base ai prescelti indici di rivalutazione monetaria, ovvero in base a un indice medio. Sulla somma finale liquidata saranno dovuti i normali interessi legali. Invero, una volta intervenuta la liquidazione dell’obbligazione di valore, per effetto di una pronuncia giudiziale, la stessa si trasforma a ogni effetto in un’obbligazione di valuta. Corte di Cassazione, Sezione 1 civile, Sentenza 11 maggio 2007, n. 10884
Ai fini dell’indennizzo dovuto per l’arricchimento senza causa, l’art. 2041 c.c. considera solo la diminuzione patrimoniale subita dal soggetto e non anche il lucro cessante, che è altra componente, separata e distinta, del danno patrimoniale complessivamente subito alla stregua dell’art. 2043 c.c., ma espressamente escluso dall’art. 2041 c.c. Ne consegue che l’azione di arricchimento è ammissibile solo limitatamente a quanto un soggetto abbia fatto proprio, apportando contemporaneamente una diminuzione patrimoniale all’altro soggetto. Corte di Cassazione, Sezione 3 civile, Sentenza 26 settembre 2005, n. 18785
Ai sensi dell’art. 2041 c.c., l’indennità per indebito arricchimento deve essere liquidata nella minor somma tra l’arricchimento ricevuto da chi si sia avvantaggiato della prestazione senza causa, e la diminuzione patrimoniale subita da chi ne sia stato impoverito; qualora l’indennizzo debba essere attribuito in relazione ad una prestazione priva di un prezzo di mercato, come l’insegnamento, la valutazione della diminuzione patrimoniale può essere commisurata al compenso previsto in analogo contratto di diritto privato di insegnamento a tempo determinato, il quale viene assunto come parametro di quantificazione e non quale effetto di un obbligo contrattuale. Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, Sentenza 26 giugno 2001, n. 8752
Nella liquidazione della somma dovuta ex art. 2041 c.c. non possono essere assunte come parametro, le parcelle del professionista ancorché vistate dall’Ordine professionale, non trattandosi di corrispettivo di prestazioni effettuate dal professionista in base al contratto con il cliente (per le quali è giustificato il ricorso alla tariffa professionale) ma di una somma che va liquidata in base alle prove offerte dal richiedente se ed in quanto vi sia stato vantaggio economico di una parte cui abbia fatto riscontro l’impoverimento dell’altra. Corte di Cassazione, Sezione 2 civile, Sentenza 12 luglio 2000, n. 9243
L’obbligo dell’arricchito senza causa di restituire in natura l’oggetto dell’arricchimento, se questo è costituito da una cosa determinata, previsto dal comma 2 dell’art. 2041 c.c., non lo esime dall’obbligo dell’indennizzo, previsto dal comma 1 della stessa norma, se malgrado tale restituzione residua un arricchimento, con correlativa diminuzione patrimoniale. Corte di Cassazione, Sezione 3 civile, Sentenza 30 maggio 2000, n. 7194
L’azione generale di arricchimento è sottoposta all’ordinario termine decennale di prescrizione. Tale termine, anche nell’ipotesi in cui l’azione generale di arricchimento sia stata proposta in concorrenza di un’azione primaria, inizia a decorrere dal giorno in cui matura e può essere esercitato il diritto all’indennizzo; ovvero il giorno in cui si è verificato lo spostamento patrimoniale.
La Giurisprudenza di legittimità, in ossequio al principio di pertinenza dell’atto interruttivo all’azione proposta, ha precisato che la domanda proposta per chiedere l’adempimento di un’obbligazione derivante dalla legge o da convenzione o da atto dell’autorità non vale ad interrompere la prescrizione dell’azione di arricchimento.
La domanda giudiziale volta a ottenere l’adempimento di una obbligazione derivante da un contratto non vale a interrompere la prescrizione dell’azione, successivamente esperita, di arricchimento senza causa, difettando il requisito della pertinenza dell’atto interruttivo all’azione proposta (identificata in base al petitum e alla causa petendi), in quanto la richiesta di adempimento contrattuale e quella di indennizzo per l’ingiustificato arricchimento si pongono in una relazione di reciproca non fungibilità e non costituiscono articolazioni di una matrice fattuale sostanzialmente unitaria, ma derivano da diritti cosiddetti eterodeterminati, per la identificazione dei quali, cioè, occorre far riferimento ai relativi fatti costitutivi, tra loro sensibilmente divergenti sul piano genetico e funzionale. Corte di Cassazione, Sezione 3 civile, Sentenza 27 gennaio 2010, n. 1707
Il diritto a richiedere l’indennizzo per ingiustificato arricchimento si prescrive in dieci anni dal momento in cui l’arricchimento si è verificato. Qualora – peraltro – vi siano stati, nel tempo, rilevanti contributi economico-patrimoniali da un convivente “more uxorio” in favore di altro durante tutto il corso della convivenza, correttamente il giudice del merito fa decorrere il termine per la prescrizione dalla cessazione del rapporto. Corte di Cassazione, Sezione 3 civile, Sentenza 15 maggio 2009, n. 11330
Nell’azione di arricchimento senza causa, l’ordinario termine decennale di prescrizione decorre dal momento in cui il diritto all’indennizzo può essere fatto valere; se normalmente tale momento coincide con quello in cui si verificano l’arricchimento del beneficiario e la correlativa diminuzione patrimoniale dell’altra parte, esso può essere, in ipotesi di arricchimento per risparmio di spesa, successivo al perfezionamento dell’arricchimento, qualora non si sia ancora completamente verificato o completato il depauperamento dell’altro soggetto. Corte di Cassazione, Sezione 1 civile, Sentenza 16 marzo 2007, n. 6292
In tema di arricchimento senza causa ex art. 2041 c.c., la sentenza di condanna al pagamento dell’indennizzo non ha natura costitutiva, in quanto il diritto del depauperato sorge per effetto e dal momento dell’arricchimento altrui; con la conseguenza che per interrompere la prescrizione del diritto non è necessaria la proposizione della domanda giudiziale. Corte di Cassazione, Sezione 1 civile, Sentenza 2 luglio 2003, n. 10409
Si ha arricchimento indiretto nelle ipotesi in cui il soggetto arricchito sia diverso da quello con cui il soggetto impoverito ha un rapporto diretto e la locupletazione costituisce, dunque, solo un effetto riflesso della prestazione eseguita.
Si segnala, sul punto, un contrasto giurisprudenziale in ordine alla ammissibilità dell’azione ex art. 2041 c.c..
Avendo l’azione di ingiustificato arricchimento uno scopo di equità, il suo esercizio deve ammettersi anche nel caso di arricchimento indiretto, nei soli casi in cui lo stesso sia stato realizzato dalla p.a., in conseguenza della prestazione resa dall’impoverito ad un ente pubblico, ovvero sia stato conseguito, come nel caso di specie, dal terzo a titolo gratuito. Corte di Cassazione, Sezione 3 civile, Sentenza 3 marzo 2010, n. 5085
Trovando l’azione di arricchimento il suo fondamento nel principio di equità, l’esercizio della medesima deve ammettersi anche nel caso di arricchimento indiretto conseguito dal terzo a titolo gratuito. Corte di Cassazione, Sezione 2 civile, Sentenza 21 luglio 2009, n. 16964
In tema di “arricchimento indiretto”, l’azione di arricchimento senza causa ex art. 2041 c.c. è esperibile contro il terzo che abbia conseguito l’indebita locupletazione in danno dell’istante quando l’arricchimento stesso sia stato conseguito dal terzo in via meramente di fatto. La predetta azione è invece inammissibile ove la prestazione sia stata conseguita dal terzo in virtù di un atto a titolo oneroso. Laddove infatti il soggetto che si arricchisce è un terzo, diverso da quello nei cui confronti la parte che adempie la prestazione ha un rapporto contrattuale diretto - di modo che l’arricchimento del primo costituisca un mero effetto riflesso della prestazione dell’adempiente verso il contraente diretto - non sussistono i presupposti di fatto per l’esercizio dell’azione di cui all’art. 2041 c.c. verso il beneficiario dell’adempimento, potendo il soggetto impoverito esperire le azioni a tutela dei suoi diritti solamente nei confronti del soggetto destinatario della prestazione contrattuale. Corte di Cassazione, Sezioni Unite, Sentenza 8 ottobre 2008, n. 24772
L’azione di arricchimento ex art. 2041 c.c. ben può essere esperita indipendentemente dalla circostanza che i fini, al cui perseguimento la prestazione era diretta, siano stati realizzati da soggetto diverso da quello cui la medesima era destinata, giacché il vantaggio goduto dall’arricchito non deve necessariamente risolversi in un diretto ed immediato incremento patrimoniale ma può consistere in qualsiasi forma di utilizzazione della prestazione consapevolmente attuata. Corte di Cassazione, Sezione 3 civile, Sentenza 29 marzo 2004, n. 6201
In tema di assunzione di obbligazioni da parte degli enti locali, agli effetti di quanto disposto dall’art. 23, comma 4, del D.L. n. 66 del 1989 (convertito, con modificazioni, nella L. 144 del 1989), qualora le obbligazioni contratte non rientrino nello schema procedimentale di spesa, insorge un rapporto obbligatorio direttamente con l’amministratore o il funzionario che abbia consentito la prestazione, per un difetto del requisito di sussidiarietà, sicché resta esclusa l’azione di indebito arricchimento nei confronti dell’ente, il quale può, comunque, riconoscere a posteriori il debito fuori bilancio, ai sensi dell’art. 194 del D. lgs. n. 267/2000, nei limiti degli accertati e dimostrati utilità ed arricchimento per l’ente stesso. Peraltro, tale riconoscimento può avvenire solo espressamente, con apposita deliberazione dell’organo competente, e non può essere desunto anche dal mero comportamento tenuto dagli organi amministrativi, insufficiente ad esprimere un apprezzamento di carattere generale in ordine alla contabilità dei relativi oneri con gli indirizzi di fondo della gestione economico – finanziaria dell’ente e con le scelte amministrative compiute. Cass. Civ., sez I, 09 dicembre 2015, n. 24860
L’azione generale di arricchimento non può essere proposta quando il soggetto arricchito sia diverso da quello con cui chi ha compiuto la prestazione ha un rapporto diretto. In tal caso infatti, l’eventuale arricchimento costituisce un effetto soltanto mediato o riflesso della prestazione eseguita. Corte di Cassazione, Sezioni Unite, Sentenza 8 ottobre 2008, n. 24772
L’azione generale di arricchimento non può essere proposta quando il soggetto che si è arricchito è diverso da quello con il quale chi compie la prestazione ha un rapporto diretto, in quanto in questo caso l’eventuale arricchimento costituisce solo un effetto indiretto o riflesso della prestazione eseguita, essendo altresì carente anche il requisito della sussidiarietà (art. 2042, c.c.), che non sussiste qualora il danneggiato possa esperire un’azione tipica nei confronti dell’arricchito o di altri soggetti, che siano obbligati nei suoi confronti “ex lege” o in virtù di un contratto. Corte di Cassazione, Sezione 1 civile, Sentenza 5 agosto 2003, n. 11835
L’art. 2042 c.c. precisa che l’azione di arricchimento non è proponibile quando l’ordinamento appresti altro specifico mezzo per conseguire l’indennizzo del pregiudizio subito, ovvero la restituzione del bene. La sussidiarietà dell’azione esprime, al contempo, la generalità e la residualità del rimedio, che può essere esperito ogni qual volta, ma anche solo quando l’ingiustificato arricchimento non rientri nella previsione di altre norme giuridiche.
La Suprema Corte di Cassazione ha precisato che la natura residuale del rimedio esclude l’ammissibilità dell’azione di ingiustificato arricchimento nelle ipotesi in cui il danneggiato possa esperire un’azione tipica contro l’arricchito o contro altri soggetti che siano obbligati ex lege o ex contractu nei suoi confronti. Essa ha tuttavia precisato che l’azione di arricchimento può essere esercitata in concorrenza o in pendenza di altra azione primaria qualora la relativa domanda sia stata respinta sotto il profilo della carenza “ab origine” dell’azione primaria medesima.
Sotto altro profilo, la Corte di Cassazione ha altresì chiarito che l’azione di arricchimento assume i caratteri di una domanda non solo sussidiaria, ma anche distinta rispetto all’azione contrattuale, dalla quale differisce sia sotto il profilo del petitum, sia sotto il profilo della causa petendi. Tale principio ha ispirato numerose pronunce di inammissibilità, ai sensi dell’art. 345 c.p.c., di domande di indennizzo per arricchimento senza causa formulate per la prima volta nel giudizio di appello.
Sussidiarietà dell’azione
La regola di carattere generale secondo cui non sono ammessi arricchimenti ingiustificati né spostamenti patrimoniali ingiustificabili trova applicazione paritaria nei confronti del soggetto privato come dell'ente pubblico; e poiché il riconoscimento dell'utilità non costituisce requisito dell'azione di indebito arricchimento, il privato attore ex art. 2041 c.c. nei confronti della p.a. deve provare - e il giudice accertare - il fatto oggettivo dell'arricchimento, senza che l'amministrazione possa opporre il mancato riconoscimento dello stesso, potendo essa, piuttosto, eccepire e dimostrare che l'arricchimento non fu voluto o non fu consapevole. Cass. civ., Sez. Unite, 26 maggio 2015, n. 10798
L’art. 2042 c.c., nel delineare il carattere sussidiario dell’azione di ingiustificato arricchimento, dispone che l’azione non è proponibile quando il danneggiato può proporre un’altra azione per farsi indennizzare del pregiudizio subito. L’ambito di proponibilità dell’azione in questione è dunque definito dalla legge, con la conseguenza che il giudice, anche d’ufficio, deve accertare che non sussista altra specifica azione per le restituzioni ovvero per l’indennizzo del pregiudizio subito contro lo stesso arricchito o contro altra persona. Corte di Cassazione, Sezione 3 civile, Sentenza 14 gennaio 2014, n. 529
L’azione di arricchimento senza causa ha carattere sussidiario ed è quindi inammissibile, ai sensi dell’art. 2042 c.c., allorché chi la eserciti, secondo una valutazione da compiersi in astratto e perciò prescindendo dalla previsione del suo esito, possa esercitare un’altra azione per farsi indennizzare il pregiudizio subito. (Nella specie, il ricorrente assumeva di aver diritto ad un indennizzo per aver svolto, a favore di una società, attività di confezionamento e vendita a terzi di prodotti ortofrutticoli; la S.C., nel rilevare che la prestazione dedotta era tipicamente lavorativa, ha ritenuto che il ricorrente avrebbe potuto, al fine di conseguire il preteso compenso, esperire le ordinarie azioni a tutela del rapporto di lavoro, senza che assumesse rilievo, a fronte dell’esecuzione di fatto della prestazione, che non fosse intervenuto un contratto scritto di lavoro, fermo restando che, ove l’attività fosse stata resa donationis causa, non era riconoscibile alcun indennizzo). Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, Sentenza 16 dicembre 2010, n. 25461
Poiché, ai sensi dell’art. 2042 c.c., l’azione di arricchimento senza causa non può essere esperita, in virtù del suo carattere sussidiario, quando il danneggiato possa esercitare un’azione tipica nei confronti dell’arricchito o di altri soggetti, che siano obbligati nei suoi confronti “ex lege” o in virtù di un contratto, l’accertamento dell’inesistenza di un titolo idoneo contrattuale che possa fondare altrimenti la pretesa nei confronti dell’arricchito costituisce presupposto logico indefettibile della pronuncia cui è chiamato il giudice dell’arricchimento senza causa; di conseguenza, a colui che abbia ottenuto l’indennizzo ex art. 2041 c.c. nei confronti dell’Amministrazione committente per lavori eseguiti in difetto della delibera di aggiudicazione dell’appalto, è precluso far valere successivamente la responsabilità contrattuale per danni nei confronti della medesima p.a., fondandola sul presupposto dell’esistenza di un valido contratto di appalto “inter partes”, stante l’esistenza, sul punto, di un giudicato esterno implicito, non potendo, appunto, il giudice avere riconosciuto la sussistenza dell’arricchimento senza avere prima escluso la sussistenza di un valido titolo contrattuale. Corte di Cassazione, Sezione 1 civile, Sentenza 21 febbraio 2007, n. 4099
Va escluso il requisito della sussidiarietà dell’azione di arricchimento senza causa nell’ipotesi in cui sia data azione nei confronti di persone diverse dall’arricchito, obbligate per legge o per contratto. Corte di Cassazione, Sezione 3 civile, Sentenza 12 novembre 2003, n. 17028
Ai sensi dell'art. 2042 c.c., l'azione di ingiustificato arricchimento è tale perché residuale e la residualità va valutata in astratto, rispetto ai rimedi approntati dall'ordinamento per la tutela di una situazione giuridica soggettiva. Consiglio di Stato sez. IV, 18 aprile 2019, n. 2522
Ipotesi di esercizio dell’azione di arricchimento in concorrenza o in pendenza rispetto ad altra azione primaria
L’azione di arricchimento può essere proposta in via subordinata rispetto all’azione contrattuale proposta in via principale soltanto qualora l’azione tipica dia esito negativo per carenza “ab origine” dell’azione stessa derivante da un difetto del titolo posto a suo fondamento, ma non anche nel caso in cui il contratto dedotto in giudizio, validamente stipulato tra le parti, si sia rivelato improduttivo di effetti a causa del mancato avveramento della condizione ad esso apposta con il conseguente rigetto nel merito della domanda di adempimento proposta sulla base dell’asserito fittizio avveramento della condizione. Corte di Cassazione, Sezione 2 civile, Sentenza 10 agosto 2007, n. 17647
Diversità di petitum e di causa petendi tra l’azione di ingiustificato arricchimento e l’azione contrattuale:
La domanda di arricchimento senza causa ai sensi dell’art. 2041 c.c., introdotta dall’attore in primo grado all’udienza ex art. 183 c.p.c., costituisce domanda nuova rispetto a quella di pagamento delle spese condominiali, originariamente formulata, e, pertanto, è inammissibile, in quanto diverso è il bene giuridico richiesto (indennizzo, anziché le spese indicate nel riparto), con conseguente mutamento dell’iniziale petitum, e per l’introduzione nel processo degli elementi costitutivi di una nuova situazione giuridica, quali l’impoverimento dell’attore e l’altrui locupletazione. Corte di Cassazione, Sezione 4 civile, Sentenza 3 aprile 2012, n. 5288
La compromissione in arbitri delle controversie relative all’esecuzione del contratto non comprende di per sé le controversie aventi ad oggetto la domanda di pagamento dell’indennizzo per arricchimento senza causa, in quanto diverse per causa petendi e per petitum, riguardando entrambe diritti cd. eterodeterminati, per l’individuazione dei quali è indispensabile il riferimento ai relativi fatti costitutivi. Corte di Cassazione, Sezione 1 civile, Sentenza 9 settembre 2011, n. 18567
La sostituzione, nel corso del giudizio di primo grado, della domanda di adempimento contrattuale originariamente formulata con quella di indennizzo per arricchimento senza causa integra la proposizione di domanda nuova, come tale inammissibile.
Corte di Cassazione, Sezione 1 civile, Sentenza 13 maggio 2011, n. 10663
La domanda di indennizzo per arricchimento senza causa e quella di adempimento contrattuale non sono intercambiabili, non costituendo articolazioni di un’unica matrice, ma riguardando diritti per l’individuazione dei quali è indispensabile il riferimento ai rispettivi fatti costitutivi, i quali divergono tra loro, identificando due diverse entità: nel primo caso, infatti, l’attore non solo chiede un bene giuridico diverso, e cioè un indennizzo in luogo del corrispettivo pattuito, ma introduce nel giudizio gli elementi costitutivi di una diversa situazione giuridica, consistenti nel proprio depauperamento con altrui arricchimento e nel riconoscimento dell’utilità della prestazione, che sono privi di rilievo nel rapporto contrattuale. La sostituzione, nel corso del giudizio di primo grado, della domanda di adempimento contrattuale originariamente formulata con quella di indennizzo per arricchimento senza causa integra pertanto la proposizione di una domanda nuova, come tale inammissibile a norma dell’art. 184 c.p.c., qualora, nel regime vigente anteriormente all’entrata in vigore della l. 26 novembre 1990 n. 353, la controparte non abbia rinunciato ad eccepirne la novità, accettando, anche implicitamente, il contraddittorio. Corte di Cassazione, Sezione 1 civile, Sentenza 2 agosto 2007, n. 17007
La domanda di indennizzo per arricchimento senza causa integra, rispetto a quella di adempimento contrattuale originariamente formulata, una domanda nuova, come tale inammissibile nel giudizio di appello a norma dell’art. 345 c.p.c., in quanto dette domande non sono intercambiabili e non costituiscono articolazioni di un’unica matrice, riguardando entrambe diritti cosiddetti “eterodeterminati” (per la individuazione dei quali è indispensabile il riferimento ai relativi fatti costitutivi, che divergono sensibilmente tra loro ed identificano due distinte entità), e l’attore, sostituendo la prima alla seconda, non solo chiede un bene giuridico diverso (indennizzo, anziché il corrispettivo pattuito), così mutando l’originario “petitum”, ma, soprattutto, introduce nel processo gli elementi costitutivi della nuova situazione giuridica (proprio impoverimento ed altrui locupletazione e, in caso di domanda di arricchimento proposta contro la p.a., anche il riconoscimento della utilitas della prestazione), che erano privi di rilievo, invece, nel rapporto contrattuale. Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, Sentenza 26 maggio 2004 n. 10168
L’azione di arricchimento senza causa costituisce un’azione autonoma, per diversità della “causa petendi”, rispetto alle azioni fondate su titolo negoziale, così che deve escludersi che possa ritenersi proposta per implicito in una domanda fondata su altro titolo, né può ritenersi consentito al giudice del merito sostituire la pretesa avanzata con la domanda di indennizzo per arricchimento senza causa. Corte di Cassazione, Sezione 3 civile, Sentenza 17 novembre 2003, n. 17375
In senso parzialmente difforme
La domanda di arricchimento senza causa può essere proposta anche per la prima volta in appello, purché prospettata sulla base delle medesime circostanze di fatto fatte valere in primo grado. (Nella specie, relativa a controversia instaurata dopo l’entrata in vigore della legge n. 353 del 1990, la S.C. ha tuttavia negato l’ammissibilità della domanda perché in citazione si era fatto riferimento semplicemente ad una domanda di restituzione di somme di danaro versate dal genitore al figlio, senza alcun collegamento con il rapporto che aveva dato luogo al versamento né alle ragioni della domanda). Corte di Cassazione, Sezione 2 civile, Sentenza 5 aprile 2005, n. 7033
Azione di arricchimento contro la P.A.
Uno dei principali ambiti di applicazione dell’azione generale di arricchimento è quello dei rapporti tra privati e Pubblica Amministrazione. In tale ambito, il principio della discrezionalità amministrativa, che non consente all’Autorità Giudiziaria di valutare se la Pubblica Amministrazione abbia realmente ottenuto un qualche arricchimento, ha portato all’individuazione di un ulteriore requisito di proponibilità dell’azione: il riconoscimento da parte dell’ente pubblico dell’utilità dell’opera o della prestazione da altri eseguita.
L’orientamento della Corte di Cassazione è consolidato nel ritenere che il riconoscimento dell’utilità da parte dell’ente pubblico, pur non potendo essere effettuato dall’Autorità Giudiziaria, possa risultare anche per implicito dal fatto che l’ente abbia, in concreto, utilizzato l’opera o la prestazione altrui. E’ da registrare, tuttavia, un orientamento giurisprudenziale più rigoroso secondo cui il riconoscimento implicito potrebbe desumersi esclusivamente da comportamenti imputabili a coloro cui sia rimessa la formazione della volontà dell’ente e non a qualsiasi soggetto che faccia parte della sua struttura.
Mentre in generale la comune azione di indebito arricchimento richiede, come elementi integrativi della fattispecie, una diminuzione patrimoniale di una parte cui fa riscontro un arricchimento dell’altra che risulta privo di giusta causa, quando è parte in giudizio la pubblica amministrazione assume un rilievo aggiuntivo il riconoscimento della utilitas dell’opera o della prestazione per le quali viene chiesto l’indennizzo. Il riconoscimento dell’utilitas può avvenire in maniera esplicita, e quindi con un atto formale, oppure anche in modo implicito e cioè con una concreta e materiale utilizzazione della cosa, dell’opera o della prestazione eseguita dal privato e tale riconoscimento deve però concretizzarsi in una valutazione cosciente e consapevole, seppure discrezionale della pubblica amministrazione, sulla base del ponderato apprezzamento relativamente alla rispondenza della cosa o della prestazione al pubblico interesse. Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, Sentenza 31 marzo 2014 n. 7460
L’azione di arricchimento ex art. 2041 c.c. può essere esercitata anche nei confronti della p.a. che abbia tratto profitto dall’attività lavorativa di un privato non formalmente legato da un rapporto di lavoro subordinato o autonomo, ma che tuttavia abbia colmato, con la sua opera, una lacuna organizzativa, fermo restando, da un lato, che l’indennizzo che da tale azione può derivare deve corrispondere all’effettivo arricchimento, provato o almeno probabile, e, dall’altro, che tale azione, stante il suo carattere sussidiario, deve ritenersi esclusa in ogni caso in cui il danneggiato, secondo una valutazione da compiersi in astratto, possa esercitare un’altra azione per farsi indennizzare il pregiudizio subito; tale azione è devoluta alla giurisdizione del g.o., né rileva, per escludere l’anzidetta qualificazione, il fatto che il privato, allo scopo di quantificare la portata dell’arricchimento, abbia fatto riferimento ad importi in qualche modo correlati alla retribuzione spettante ai dipendenti pubblici. Corte di Cassazione, Sezioni Unite, Sentenza 28 aprile 2011, n. 9441
L’azione generale di arricchimento senza causa nei confronti della P.A. presuppone, oltre al fatto materiale dell’esecuzione di una prestazione economicamente vantaggiosa per l’ente pubblico, anche il riconoscimento dell’utilità della stessa da parte dell’ente, il quale può avvenire anche in modo implicito, cioè mediante l’utilizzazione dell’opera o della prestazione secondo una destinazione oggettivamente rilevabile ed equivalente nel risultato ad un esplicito riconoscimento di utilità, posta in essere senza il rispetto delle prescritte formalità da parte di detto organo, ovvero in comportamenti di quest’ultimo dai quali si desuma inequivocabilmente un giudizio positivo circa il vantaggio dell’opera o della prestazione ricevuta dall’ente rappresentato. Corte di Cassazione, Sezione 1 civile, Sentenza 12 febbraio 2010, n. 3322
In tema di azione di indebito arricchimento nei confronti della p.a. (per prestazioni eseguite prima dell’entrata in vigore del d.l. n. 66 del 1989) il riconoscimento dell’utilità dell’opera o della prestazione, presupposto per l’esercizio dell’azione verso la p.a., può essere fatto da quest’ultima formalmente od in modo implicito, cioè utilizzando l’opera o la prestazione del privato; in questo secondo caso il giudizio di utilità può essere compiuto anche dal giudice che ha il potere di accertare se e in che misura l’opera o la prestazione siano state effettivamente utilizzate dalla p.a. ai fini del riconoscimento del diritto all’indennizzo dell’impoverimento subito. Corte di Cassazione, Sezione 1 civile, Sentenza 24 settembre 2007, n. 19572
L’azione di indebito arricchimento nei confronti della p.a. differisce da quella ordinaria, in quanto presuppone non solo il fatto materiale dell’esecuzione di un’opera o di una prestazione vantaggiosa per l’ente pubblico, ma anche il riconoscimento, da parte di questo, dell’utilità dell’opera o della prestazione. Tale riconoscimento può avvenire in maniera esplicita, cioè con un atto formale, oppure in modo implicito, cioè mediante l’utilizzazione dell’opera o della prestazione consapevolmente attuata dagli organi rappresentativi dell’ente; l’adozione, in particolare, da parte del competente organo dell’Amministrazione, di un progetto di rilevanza pubblica elaborato da un professionista per conto della stessa amministrazione ed il relativo invio di tale progetto, da parte dell’Ente, all’Autorità di controllo per l’approvazione, configura un implicito riconoscimento dell’utilità dell’attività svolta dal professionista medesimo, senza che rilevi, una volta intervenuto l’atto, che questo manchi delle prescritte formalità o delle approvazioni e dei controlli necessari per farne un atto amministrativo valido ed efficace (come nel caso di specie, in cui l’organo di controllo regionale negava la propria approvazione al piano regolatore comunale redatto dai professionisti che, in mancanza di un valido contratto, agivano nei confronti dell’amministrazione chiedendo l’indennizzo per indebito arricchimento, a causa della mancata trasmissione, da parte dello stesso Comune, degli elaborati grafici ed amministrativi relativi ai piani in oggetto), poiché tali requisiti possono condizionare l’efficacia dell’atto amministrativo sul piano negoziale, ma non inficiano l’efficacia della dichiarazione di scienza dell’atto di accertamento. Corte di Cassazione, Sezione 1 civile, Sentenza 28 ottobre 2005, n. 21079