Source: http://www.studiolegalecalogiuri.it/category/diritto-penale/
Timestamp: 2020-06-02 10:38:29+00:00
Document Index: 16189005

Matched Legal Cases: ['art 577', 'art. 316', 'art. 539', 'art. 463', 'art. 515', 'sentenza ', 'Cass. Sez. ', 'art. 316', 'art. 640', 'art. 640', 'art. 640', 'Cass. Sez. ']

Diritto Penale – Studio legale AVV. calogiuri
Uxoricidio: L. 4/2018, maggior tutela per chi rimane…
I casi di omicidio del coniuge/partner, altresì detto Uxoricidio, sono purtroppo all’ordine del giorno, riempiono le pagine dei nostri giornali, le aule dei nostri tribunali e le poltrone dei talk show televisivi.
Un fenomeno crescente di spregio per la vita umana che sembra ormai inarrestabile e che, anzi, sembra autoalimentarsi producendo delitti sempre più frequenti ed efferati.
Al centro dell’attenzione giudiziaria, e conseguentemente di quella mediatica, sono i volti e le storie delle vittime e dei loro carnefici in un costante equilibrismo tra sete di giustizia, bisogno di comprendere e morboso voyeurismo…chi resta viene invece dimenticato.
I figli di quelle famiglie distrutte dallo sconsiderato gesto di un istante restano come ombre sullo sfondo di storie più grandi di loro, senza che la loro voce venga ascoltata e che venga loro garantita una giusta ed effettiva tutela.
Proprio a tale stortura tenta finalmente di porre rimedio il legislatore che con la legge n. 4 dell’11 gennaio 2018 ridisegna in più parti codice penale e codice civile per tutelare maggiormente gli orfani frutto di delitti consumati tra le mura domestiche.
Vari sono i profili di novità che meritano di essere analizzati.
Iniziamo dalle modifiche al codice penale e al codice di procedura penale:
– Innanzitutto, viene inasprito il trattamento sanzionatorio per l’omicidio del coniuge. Infatti, con la modifica dell’art 577 c.p. viene innalzato il limite edittale per l’uxoricidio passando dall’originaria pena della reclusione da 24 a 30 anni alla previsione della pena dell’ergastolo. A tal fine la figura del coniuge viene parificata a quella del coniuge legalmente separato, della parte dell’unione civile e del soggetto legato all’assassino da una stabile relazione sentimentale. Rimane invece punito con la reclusione da 24 a 30 anni l’omicidio del coniuge divorziato o della parte cessata dell’unione civile;
– ai figli superstiti, se minorenni o maggiorenni non autosufficienti, viene ora concretamente garantito il diritto ad una difesa tecnica effettiva, posto che sarà loro garantito l’accesso al Gratuito Patrocinio a spese dello Stato a prescindere da valutazioni circa le soglie di reddito;
– il legislatore pone poi attenzione alle legittime istanze risarcitorie delle vittime riformando l’art. 316 c.p.p. che oggi prevede la sussistenza in capo al P.M. l’obbligo di richiedere, in ogni stato e grado del processo, il sequestro conservativo sui beni dell’indagato/imputato in presenza di figli superstiti minorenni o maggiorenni non autosufficienti;
– la medesima ratio si pone dietro la novella dell’art. 539 c.p.p., a cui è inserito un nuovo c.2 bis il quale prevede, in presenza di figli non autosufficienti della vittima che si siano costituiti parte civile, che in caso di condanna il giudice sia tenuto ad assegnare una somma a titolo di provvisionale pari almeno al 50% del danno che presumibilmente verrà liquidato in sede civile, disponendo inoltre che il sequestro conservativo dei beni dell’imputato si converta in pignoramento proporzionalmente alla provvisionale concessa;
Il legislatore estende poi il suo intervento anche alla materia civilistica:
– viene novellato l’art. 463 bis c.c. che ora prevede la sospensione sino all’esito del processo penale della successione nei diritti della vittima dell’indagato per uxoricidio, anche tentato. Viene altresì previsto che in caso di condanna, anche a seguito di patteggiamento, il condannato venga escluso dalla successione in quanto indegno a succedere;
– parimente nei confronti dell’imputato si sospende il diritto a percepire la pensione di reversibilità della vittima, diritto che si estingue integralmente qualora intervenga una condanna;
– si prevede in favore delle vittime assistenza medico–psicologica gratuita;
– ed infine i superstiti vengono autorizzati al cambio di cognome qualora questo coincida con quello del genitore colpito da una condanna passata in giudicato.
In conclusione, la novella ex L. 4/2018 si pone come un intervento complesso e sicuramente non perfetto ma che grazie al suo approccio multilivello tenta finalmente di fornire una adeguata tutela ai soggetti più deboli che spesso vengono dimenticati dalle istituzioni e dalla società.
ANCHE A SAN VALENTINO IL MENU’ NON DEVE NASCONDERE SORPRESE
I ristoratori si preoccupano di fornire alla clientela un locale raffinato ed accogliente, un ottimo servizio, impiattamenti scenici e menù che fanno viaggiare la mente prima del palato, ma quando si finisce sotto le attenzioni dell’autorità giudiziaria a fare la differenza tra una condanna ed una assoluzione è spesso un piccolo asterisco nella parte bassa del menù.
Il menù è infatti ben più che una mera elencazione delle possibilità di scelta che vengono offerte alla clientela. Esso va infatti giuridicamente qualificato come una vera e propria proposta contrattuale formulata dal ristoratore nei confronti dei suoi avventori.
Pertanto è bene che il ristoratore vi indichi in maniera veritiera tutte le caratteristiche del prodotto che poi i clienti si troveranno nel piatto, rischiando altrimenti una incriminazione per frode nell’esercizio del commercio.
Il suddetto reato, p.e p. dall’ art. 515 c.p., punisce “Chiunque, nell’esercizio di un’attività commerciale, ovvero in uno spaccio aperto al pubblico, consegna all’acquirente una cosa mobile per un’altra, ovvero una cosa mobile, per origine, provenienza, qualità o quantità, diversa da quella dichiarata o pattuita, è punito, qualora il fatto non costituisca un più grave delitto, con la reclusione fino a due anni o con la multa fino a euro 2.065”.
E’ norma incriminatrice diretta quindi a reprimere condotte dell’alienante tese a consegnare all’acquirente una cosa diversa da quella pattuita o dichiarata e a tutelare il bene giuridico rappresentato dall’interesse della collettività alla lealtà nei rapporti commerciali, nonché gli interessi patrimoniali dell’acquirente.
Sul punto esemplare è quanto statuito dalla Corte di Cassazione nella sentenza n. 4735/18 nel caso relativo ad un locale trovato in possesso di prodotti surgelati senza che vi fosse alcuna indicazione nel menù circa la possibile utilizzazione di tale tipologia di ingredienti.
Premesso quindi che il menù deve essere considerato una vera e propria proposta contrattuale, il fatto che all’interno di un ristorante vengano rintracciati prodotti surgelati non indicati nel menù è stato ritenuto dalla Suprema Corte elemento idoneo a far scattare per il ristoratore una condanna per tentativo di frode in commercio.
La disponibilità di tali prodotti è stato ritenuto elemento sufficiente ad integrare quegli atti idonei e diretti in maniera non equivoca a consegnare ai consumatori prodotti di origine diversa rispetto a quanto dichiarato necessari per l’integrazione del tentativo, dal momento che è stata considerata dimostrativa dell’intenzione del ristoratore di vendere un prodotto difforme rispetto a quanto indicato nel menù.
Pertanto, che siate consumatori o ristoratori…occhio all’asterisco!
– Cass. Sez. III Pen. sent. n. 4735/18 dep. 1.2.2018
Pubblicato il gennaio 16, 2018 gennaio 10, 2018
Riscuotere la pensione di un defunto…Truffa o indebita percezione?
La Corte di Cassazione, decidendo un caso relativo all’annosa, e tipicamente italica, questione di soggetti che omettono di dichiarare la morte del parente, o ne dichiarano falsamente la permanenza in vita, al fine di continuare a percepire il relativo trattamento pensionistico, si occupa nuovamente di stabilire e concretizzare i criteri risolutivi del conflitto apparente di norme che interessa la fattispecie di “indebita percezione di erogazioni a danno dello stato” prevista dall’art. 316 ter c.p. e quella, ben più grave, di “truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche” di cui all’art. 640 bis c.p.
La Corte concentrando il focus della propria analisi sulle caratteristiche della condotta posta in essere dal soggetto agente ritiene che il meno grave delitto di “indebita percezione di erogazioni a danno dello stato”, secondo il quale è punito “…chiunque mediante l’utilizzo o la presentazione di dichiarazioni o di documenti falsi o attestanti cose non vere, ovvero mediante l’omissione di informazioni dovute, consegue indebitamente, per sé o per altri, contributi, finanziamenti, mutui agevolati o altre erogazioni dello stesso tipo, comunque denominate, concessi o erogati dall’ Stato, da altri enti pubblici o dalle Comunità Europee…”, è ravvisabile nell’ipotesi in cui la pensione di titolarità del soggetto deceduto venga percepita da soggetto non legittimato in conseguenza di una condotta meramente omissiva (ad es. il soggetto in vita, cointestatario di conto corrente insieme al pensionato, che omette di comunicarne la dipartita all’ente previdenziale) o di una condotta attiva che comunque non vada ad intaccare l’attività di accertamento dell’ente inducendolo in errore, in quanto l’ente è chiamato unicamente ad attestare l’esistenza della formale attestazione senza verificarne il contenuto (ad es. la produzione di una falsa autocertificazione in ipotesi in cui l’ente sia chiamato a prendere meramente atto senza compiere alcuna autonoma attività di accertamento).
Diversamente, per ritenersi sussistente il delitto p. e p. dall’ art. 640 bis c.p. (“Truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche”) dovrà individuarsi l’ulteriore requisito dell’induzione in errore della amministrazione, che dovrà concretizzarsi in una condotta attiva (i c.d. “…artifizi e raggiri…”) idonea a incidere sull’attività di verifica e valutazione cui è chiamato l’ente erogatore.
Nel caso di specie la Corte ha ritenuto doversi individuare la più grave fattispecie di cui all’art. 640 bis c.p. nella condotta di un soggetto che, nonostante la dipartita del legittimo beneficiario, si presenti a riscuotere la pensione in qualità di delegato dello stesso, sottoponendosi quindi ad una identificazione da parte dell’ente e dichiarando falsamente la permanenza in vita del proprio congiunto.
In tale ipotesi la complessa condotta posta in essere (falsa dichiarazione e falsificazione della documentazione) è stata ritenuta idonea a sviare l’attività di accertamento cui era chiamato l’ente, tenuto non solo a prendere meramente atto di quanto dichiarato ma anche a verificarne la verità, inducendolo così in errore, condizione che è elemento costitutivo del delitto di truffa.
In conclusione, deve ormai ritenersi ben chiaro il confine tra le fattispecie di cui agli artt. 316 ter e 640 bis c.p., ossia la sussistenza di una induzione in errore dell’ente pubblico attuata per mezzo di artifizi o raggiri, elemento che presuppone che l’ente sia chiamato a porre in essere una effettiva ed autonoma attività di accertamento, in assenza della quale dovrà ritenersi integrata esclusivamente la più lieve fattispecie di indebita percezione.
– Cass. Sez. II Pen. Sent. n. 40260/17; dep. 05/09/2017