Source: https://www.laleggepertutti.it/244314_il-giudice-puo-negare-le-note-istruttorie
Timestamp: 2018-10-24 03:59:16+00:00
Document Index: 27212552

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Il giudice può negare le note istruttorie?
Memorie istruttorie ex articolo 183 sesto comma del cod. proc. civ.: il tribunale è tenuto a concedere i termini di 60+60+20?
Arriva il momento della fase istruttoria. La causa potrebbe essere decisa sulla base dei semplici documenti, ma per prudenza hai intenzione di chiamare anche alcuni testimoni ad avvalorare la tua tesi. Così, alla prima udienza di comparizione, ti presenti davanti al giudice con lo scopo di chiedere la concessione dei famosi “termini per note”: note volte a integrare la domanda, a richiedere i mezzi di prova e a contestare le richieste dell’avversario. Riporti così nel verbale d’udienza la tua domanda di concessione dei termini di 30+30+20, riproponendo le stesse cadenze previste dall’articolo 183, sesto comma, del codice di procedura civile. Senonché, a sorpresa, il giudice rigetta la tua domanda: a suo avviso la causa è già matura per la decisione e non c’è bisogno di “istruirla”. La decisione ti lascia perplesso: il giudice può negare le note istruttorie? A naso ti sembra una compressione del diritto alla difesa: va bene l’economia processuale, il giusto processo e la ragionevole durata; ma non si può neanche impedire alla parte di spiegare le ragioni per cui determinate prove sono rilevanti, spiegazione che appunto viene effettuata con le note istruttorie. Cosa prevede a riguardo la legge e come si è orientata in merito la Cassazione? Ecco che il chiarimento arriva proprio da quest’ultima che, con una recente sentenza, spiega a magistrati ed avvocati se il giudice può negare le note istruttorie [1]. Di tanto parleremo nel seguente articolo.
1 Cosa succede all’udienza di comparizione e trattazione?
2 Si può omettere la fase istruttoria?
3 Il giudice può negare il termine per le note istruttorie?
Cosa succede all’udienza di comparizione e trattazione?
Come ben sa chi esercita la professione di avvocato, la prima udienza è rivolta a una prima verifica sul rispetto delle formalità iniziali del processo: notifiche, completezza e correttezza degli atti, eventuale esperimento del tentativo di mediazione.
Solo dopo aver esperito queste prime attività il giudice può passare alla verifica del contenuto degli atti, analizzando le questioni di procedura (ad esempio giurisdizione, competenza, decadenza, ecc.) e poi quelle nel merito.
Si può omettere la fase istruttoria?
La legge consente al giudice di omettere la fase istruttoria rimettendo direttamente la causa in decisione o al collegio quando:
ritiene la causa già matura per la decisione, senza necessità di assumere prove;
è stata eccepita o rilevata una questione preliminare di merito o una questione pregiudiziale di rito idonea a decidere l’intera causa.
In caso contrario, il magistrato può aprire la fase dell’istruzione probatoria (o istruttoria “in senso stretto”), per acquisire le prove o gli altri elementi di giudizio necessari a decidere le questioni individuate e discusse nella fase della trattazione. L’apertura della fase delle prove è preceduta dalle richieste istruttorie delle parti, almeno per quelle non già formulate nell’atto introduttivo (citazione o comparsa di risposta). Il codice di procedura consente alle parti di chiedere al giudice un termine per le note. Questo termine è di 30 giorni per integrare e specificare le domande già rivolte con i due atti processuali. Alla scadenza dei primi 30 giorni inizia a decorrere un ulteriore termine di 30 giorni per replicare alle altrui note e per richiedere le prove o allegare la documentazione necessaria alla decisione. Scaduto questo ulteriore termine ne inizia a decorrere un ultimo di 20 giorni per replicare alle richieste istruttorie dell’avversario.
Gli avvocati delle parti possono rinunciare ai termini per le note se ritengono di non dover istruire la causa o se intendono formulare le richieste già a verbale nel corso della prima udienza (ipotesi che si verifica solo raramente).
Il giudice ammette i mezzi istruttori richiesti dalle parti quando li ritiene ammissibili e rilevanti in relazione alla questione oggetto della controversia.
Il giudice può negare il termine per le note istruttorie?
La valutazione sulla ammissibilità e rilevanza delle richieste istruttorie delle parti può essere fatta dal giudice solo dopo la lettura delle note istruttorie. Proprio per ciò la Cassazione ha detto che il giudice non può negare le note istruttorie.
«Il giudice di merito – si legge nella sentenza in commento – non può negare il termine per le istanze e produzioni istruttorie sul mero rilievo che la causa sia matura per la decisione senza bisogno di assunzione di mezzi di prova». Difatti, è proprio attraverso la lettura delle note depositate dalle parti che il giudice ha la possibilità di decidere se la causa è sufficientemente istruita, e quindi matura per la decisione, o meno. Dunque non è possibile negare agli avvocati le note istruttorie in quanto manifestazione dell’insopprimibile esercizio del diritto di difesa in giudizio della parte.
[1] Cass. sent. n. 22376/18 del 13.09.2018
sul ricorso 14052-2012 proposto da:
(OMISSIS), e (OMISSIS), rappresentati e difesi dagli Avvocati (OMISSIS), ed elettivamente domiciliati presso lo studio del primo, in (OMISSIS);
avverso la sentenza n. 905/11 della CORTE D’APPELLO di GENOVA, depositata il 15/09/2011; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 29/03/2018 dal Consigliere Dott.
UBALDO BELLINI;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. SERVELLO Gianfranco, che ha concluso per l’accoglimento del secondo motivo, assorbiti gli altri motivi;
udito l’Avvocato (OMISSIS) per i ricorrenti che ha concluso per l’accoglimento del ricorso. FATTI DI CAUSA
(OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), comproprietari di appartamenti nel Condominio di
(OMISSIS), chiedevano al Tribunale di Chiavari l’accertamento dell’usucapione da parte del Condominio di un terreno vicino allo stabile condominiale, appartenente all’ (OMISSIS) s.n.c., che aveva costruito l’edificio condominiale e che fra il 1965 e il 1971 aveva rivenduto i relativi appartamenti, escludendo espressamente il terreno oggetto di causa. Tale terreno era stato poi venduto nel 1998 ad (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), che lo avevano rivenduto, in parte nel 2002, a (OMISSIS) e (OMISSIS). Pero’, dal 1970 al 1998 il terreno sarebbe rimasto nel possesso dei condomini, che vi avrebbero compiuto le attivita’ di manutenzione, nonche’ posto i ponteggi nel corso del rifacimento delle facciate, e quindi lo avrebbero usucapito.
Pertanto, detti attori, con atto di citazione, notificato in data 3.6.2003, convenivano in giudizio avanti al Tribunale di Chiavari (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), per sentir accertare l’avvenuta usucapione de bene a favore del Condominio di (OMISSIS).
(OMISSIS), costituitasi in giudizio, opponeva la propria carenza di legittimazione passiva per non essere piu’ proprietaria, ne’ del terreno oggetto di causa, ne’ condomina del Condominio.
(OMISSIS), costituitasi in giudizio, chiedeva che fosse dichiarata la propria carenza di legittimazione passiva, in quanto non aveva acquistato alcuna parte del terreno oggetto di causa, ma era intervenuta nel rogito solo per escludere che il terreno entrasse in comunione legale, confermando che era stato acquistato con denaro personale del marito.
(OMISSIS) chiedeva il rigetto della domanda attrice, poiche’ infondata, in quanto il Condominio di (OMISSIS) non aveva mai posseduto il terreno.
(OMISSIS) e (OMISSIS) chiedevano che fosse dichiarata la loro carenza di legittimazione passiva, non essendo piu’ proprietari del terreno oggetto di causa.
(OMISSIS) ed (OMISSIS) chiedevano il rigetto della domanda attorea, esponendo che il terreno era rimasto di proprieta’ della (OMISSIS) s.n.c. fino al 1998; che la manutenzione del terreno dal 1970 al 1998 era stata curata da essi convenuti, titolari di un’adiacente pensione e da (OMISSIS), ma sempre su autorizzazione della proprieta’; e che l’insussistenza di una situazione di possesso del Condominio era gia’ stata accertata al termine di un procedimento possessorio instaurato davanti al Tribunale di Chiavari.
Il Tribunale disponeva l’integrazione del contraddittorio con gli altri condomini del Condominio di (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS) s.a.s. Detti convenuti si costituivano, dichiarandosi contrari all’usucapione del Condominio: rilevavano che nei loro atti di acquisto, avvenuti di recente, era espressamente indicato che il terreno non faceva parte del Condominio e osservavano che un’eventuale usucapione poteva al massimo riguardare solo gli attori.
Con sentenza n. 160/2005, depositata il 30.5.2005, il Tribunale di Chiavari dichiarava la carenza di legittimazione passiva di (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) e respingeva la domanda attrice, condannando in solido gli attori al pagamento delle spese di lite.
Avverso detta sentenza proponevano appello (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), con atto di citazione in data 6.7.2005, chiedendo l’integrale riforma della sentenza impugnata e l’accoglimento della domanda di usucapione.
Con la sentenza n. 905/2011, depositata il 15.9.2011, la Corte d’Appello di Genova, in parziale riforma della sentenza impugnata, confermava la condanna degli appellanti a rifondere ad (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS) le spese di lite di primo grado, nella misura liquidata dal Tribunale, condannando gli appellanti a rifondere ai convenuti le spese di lite di secondo grado, in misura diversa per ognuno di essi.
Avverso detta sentenza (OMISSIS) e (OMISSIS) hanno proposto ricorso per cassazione sulla base di tre motivi, depositando memoria illustrativa. (OMISSIS) ed (OMISSIS), intimati, non hanno resistito.
1.1. – Con il primo motivo, i ricorrenti lamentano la “violazione degli articoli 948, 1141, 1142 e 1158 c.c. e omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia, in relazione alla violazione dell’articolo 360 c.p.c., nn. 3 e 5”, la’ dove la Corte di merito ha ritenuto che l’animus possidendi in capo al Condominio non risultasse condiviso da diversi condomini costituiti, i quali avevano dichiarato che non era mai stata raggiunta, in sede di assemblea, la maggioranza, in termini di millesimi di proprieta’, favorevole ad intraprendere iniziative giudiziarie mirate a far dichiarare l’usucapione del bene. I ricorrenti, premesso di essere entrambi proprietari dell’appartamento sito in (OMISSIS) e (OMISSIS) di essere proprietaria dell’int. (OMISSIS), ribadiscono che a levante del Condominio di (OMISSIS) esiste un terreno, relativamente al quale i signori (OMISSIS) e (OMISSIS), anch’essi condomini, in quanto proprietari dell’int. (OMISSIS), avevano presentato al Comune di Sestri Levante, in data 10.9.2002, istanza per la realizzazione di un box interrato, poi realizzato, da asservire all’appartamento di loro proprieta’. Il Comune di Sestri Levante aveva rilasciato l’autorizzazione sull’infondato presupposto della proprieta’ del terreno, interessato dai lavori di realizzazione del box, in capo ai signori (OMISSIS) e (OMISSIS), i quali si erano limitati a presentare al Comune una semplice dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorieta’. Richiamando il contenuto della documentazione prodotta, il cui esame sarebbe stato del tutto omesso dai giudici di merito, i ricorrenti affermano che il bene in questione e’ rimasto, dal 1967 o al massimo dal 1972 (anno dello scioglimento della societa’ (OMISSIS)) fino al 1998, nel possesso esclusivo dei condomini del Condominio di (OMISSIS), che lo hanno sempre pacificamente e pubblicamente utilizzato, provvedendo alla sua manutenzione e pulizia, come risulta dalle deliberazioni di spese assunte nel corso degli anni e prodotte nel giudizio di primo grado (spese per pulizia del giardino, riparazione della griglia di recinzione, diserbante per il giardino), nonche’ dall’autorizzazione al posizionamento impalcature per manutenzione del tetto.
1.2. – Con il secondo motivo, i ricorrenti deducono la “violazione o falsa applicazione delle norme di diritto e mancata concessione dei termini per le memorie contenenti deduzioni istruttorie ex articolo 184 c.p.c., in relazione alla violazione dell’articolo 24 Cost.”, giacche’ la Corte territoriale ha ritenuto che l’articolo 184 c.p.c. (acca salvo il disposto dell’articolo 187 c.p.c., che consente di mettere la causa in decisione, qualora l’istruttore la ritenga matura senza bisogno di assunzione di mezzi di prova e che, pertanto, correttamente, il giudice di primo grado non concedeva (seppur richiesti) i termini in questione.
1.3. – Con il terzo motivo, i ricorrenti lamentano la “violazione degli articoli 948, 1158 e 2909 c.c. e omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto decisivo per il giudizio, in relazione alla violazione dell’articolo 360 c.p.c., nn. 3 e 5: inopponibilita’ e irrilevanza nel presente giudizio dell’ordinanza resa dal Tribunale di Chiavari il 9.4.2001”, in quanto, in ordine a tale ordinanza possessoria, la Corte di merito ha ritenuto che dovesse confermarsi quanto ritenuto dal Giudice di primo grado, secondo il quale con suddetta ordinanza si e’ esclusa la sussistenza di un possesso da parte del Condominio.
2. – Risulta logicamente e giuridicamente pregiudiziale la decisione delle censure mosse alla sentenza impugnata con il secondo ed il terzo motivo di ricorso.
2.1. – Quanto al secondo motivo di ricorso, esso e’ fondato.
2.2. – In risposta al terzo motivo d’appello, con cui si lamentava la mancata concessione dei termini per le memorie contenenti deduzioni istruttorie ai sensi dell’articolo 184 c.p.c., benche’ richiesti da tutte le parti, il giudice del gravame ha affermato che “l’articolo 184 c.p.c., con il richiamo di cui all’articolo 281-bis c.p.c. per quanto concerne il Tribunale in composizione monocratica, fa salvo il disposto dell’articolo 187 c.p.c. che consente di mettere la causa in decisione, qualora l’istruttore la ritenga ormai matura senza bisogno di assunzione di mezzi di prova”; e che, pertanto “correttamente il primo Giudice, cio’ avendo ritenuto, non concedeva i termini in questione” (sentenza impugnata, pagg. 10-11).
2.2. – Questa Corte ha affermato il principio secondo cui la concessione del termine di cui
all’articolo 184 c.p.c. – nel testo modificato dalla L. 26 novembre 1990, n. 353, articolo 18 applicabile ratione temporis al presente giudizio promosso con atto di citazione notificato il 3.6.2003 – non e’ rimessa alla discrezionalita’ del giudice, ma consegue automaticamente alla richiesta proveniente dalla parte, ove funzionale alla corretta estrinsecazione del diritto di difesa (Cass. n. 4497 del 2011; cfr. anche Cass. n. 378 del 2002); ne consegue che il giudice di merito non puo’ negare il termine per le istanze e produzioni istruttorie sul mero rilievo che la causa sia matura per la decisione senza bisogno di assunzione di mezzi di prova.
D’altronde, incontestato che il termine fosse stato richiesto, risulta del tutto logico e coerente con la struttura del processo civile che il giudice abbia (a mente della norma de qua, applicabile, come detto, ratione temporis) la possibilita’ di ritenere la causa sufficientemente istruita, e quindi matura per la decisione, solo dopo aver valutato e giudicato la ammissibilita’ e la rilevanza o meno delle istanze istruttorie, la cui proposizione costituisce manifestazione dell’insopprimibile esercizio del diritto di difesa in giudizio della parte.
3. – Anche il terzo motivo di ricorso e’ fondato.
3.1. – La Corte distrettuale (in merito alla ordinanza del Tribunale di Chiavari in data 9.4.2001, con cui era stata esclusa l’esistenza di un possesso da parte del Condominio, azionata da due altre condomine) ha ritenuto che “deve respingersi l’eccezione di parte appellante di irrilevanza di tale ordinanza, per aver partecipato alla relativa azione cautelare persone diverse da quelle del presente giudizio, poiche’ il relativo procedimento risulta iniziato da due ricorrenti che agivano quali condomine e quindi appunto nell’interesse del Condominio”; e che “detta ordinanza, in base alla regola della prevalenza della sostanza sulla forma (…), avendo provveduto sull’istanza a tutela del possesso senza rimettere le parti davanti al Giudice per la trattazione della causa, e regolando le spese di causa, deve ritenersi integrare una sentenza, come tale ormai passata in giudicato”.
3.2. – Orbene (a prescindere dall’analisi circa la eccepita diversita’ di soggetti, causa petendi e petitum della presente azione di rivendicazione rispetto alla precedente tutela possessoria, sicche’ l’azione interdittale non potrebbe rivestire alcun carattere di pregiudizialita’ quanto alla domanda petitoria), va rilevato che questa Corte e’ costante nell’affermare che tanto nel modello di struttura bifasica contemplato dalla L. n. 353 del 1990, quanto in quello modificato dal Decreto Legge n. 35 del 2005, conv. in L. n. 80 del 2005 – deve ritenersi inammissibile il ricorso straordinario per cassazione avverso l’ordinanza sul reclamo nel procedimento possessorio a struttura (bifasica o eventualmente bifasica) (ex articolo 703 c.p.c.), atteso che, in caso di prosecuzione del giudizio di merito, l’ordinanza rimane assorbita nella sentenza, unico provvedimento decisorio, mentre, in caso
contrario, l’ordinanza stessa acquista una stabilita’ puramente endoprocessuale, inidonea al giudicato, o determina una preclusione pro iudicato da estinzione del giudizio (Cass. n. 1501 del 2018; Cass. n 3629 del 2014). Infatti, il ricorso straordinario per cassazione ex articolo 111 Cost. e’ proponibile avverso provvedimenti giurisdizionali emessi in forma di ordinanza o di decreto solo quando essi siano definitivi ed abbiano carattere decisorio, essendo in grado di incidere con efficacia di giudicato su situazioni soggettive di natura sostanziale: donde l’inammissibilita’ dell’impugnazione con tale mezzo dell’ordinanza adottata dal tribunale in sede di reclamo avverso un provvedimento di natura cautelare o possessoria, ancorche’ se ne deduca la “abnormita'”, siccome recante statuizioni eccedenti la funzione meramente cautelare, trattandosi di decisione a carattere strumentale ed interinale, operante per il limitato tempo del giudizio di merito e sino all’adozione delle determinazioni definitive all’esito di esso, come tale inidonea a conseguire efficacia di giudicato, sia dal punto di vista formale che da quello sostanziale (Cass. n. 20954 del 2017; Cass. n. 16259 del 2017). In senso conforme, relativamente alla disciplina introdotto dalla L. n. 353 del 1990, questa Corte ha affermato che il provvedimento che decida sul reclamo proposto ex articolo 669 terdecies c.p.c. avverso l’ordinanza emanata dal giudice del procedimento possessorio in ordine alla richiesta pronuncia delle misure interdittali, ha gli stessi caratteri di provvisorieta’ e di non decisorieta’ (e percio’ di inidoneita’ al giudicato) dell’ordinanza reclamata (Cass. n. 647 del 2000).
3. – In conclusione, alla stregua dei richiamati principi, devono essere accolti i motivi secondo e terzo del ricorso, con assorbimento del primo motivo. La sentenza impugnata va, pertanto, cassata e rinviata ad altra sezione della Corte d’appello di Genova, che provvedera’ anche alla liquidazione delle spese del presente giudizio.
La Corte accoglie il secondo ed il terzo motivo di ricorso, con assorbimento del primo. Cassa e rinvia ad altra sezione della Corte d’appello di Genova, che provvedera’ anche alla liquidazione delle spese del presente giudizio.