Source: http://www.ordinefarmacisti.torino.it/?page_id=1936
Timestamp: 2018-04-21 15:33:13+00:00
Document Index: 52733514

Matched Legal Cases: ['art. 9', 'art. 18', 'art. 3', 'art. 20', 'art. 5', 'art. 14', 'art. 21', 'art. 100', 'art. 100', 'art. 104']

Il punto di vista dell’Avvocato | Ordine dei Farmacisti della Provincia di Torino
L’obbligo formativo (per intenderci, l’obbligo di acquisire i famosi crediti ECM) è imposto a tutte le figure professionali che operano nella sanità, ivi compresi i farmacisti.
Spesso, gli impegni quotidiani della vita lavorativa portano a prendere un po’ sotto gamba questa incombenza e a sottrarsi alle varie possibilità di corsi, convegni e seminari che vengono offerti dagli organi istituzionali e dagli enti accreditati, proprio al fine di permettere ai farmacisti di adempiere al proprio obbligo formativo.
Va però tenuto presente che questo obbligo è previsto da una norma di legge e, precisamente, dall’articolo 16-bis d.lgs. 502/1992, inserito nel “decreto Bindi” dal d.lgs. 229/1999. Proprio con quest’ultimo decreto legislativo è stato infatti introdotto il concetto di “formazione continua” per le professioni sanitarie: concetto comprensivo dell’aggiornamento professionale e della formazione permanente, consistente nell’attività di qualificazione specifica per i diversi profili professionali, attraverso la partecipazione a corsi, convegni, seminari, organizzati da istituzioni pubbliche o private accreditate. Sempre con il decreto legislativo 229/1999 è stata prevista la nomina di una Commissione nazionale per la formazione continua istituita presso il Ministero della Salute, la quale definisce gli obiettivi formativi di interesse nazionale ed i crediti formativi che devono essere complessivamente maturati dagli operatori in un determinato arco di tempo.
Sostanzialmente, l’obbligo di formazione continua ha la funzione di garantire che il farmacista non si “adagi” sulle nozioni acquisite con gli studi universitari, ma adegui per tutto l’arco della vita professionale le proprie conoscenze aggiornandole al progresso scientifico e tecnologico. In ultima analisi, quindi, la formazione continua è volta a garantire l’erogazione ai cittadini di un servizio pubblico farmaceutico efficiente e qualitativamente elevato.
Ma cosa succede quando questo obbligo formativo non viene rispettato?
Ricordiamo che il Codice deontologico dei farmacisti impone agli iscritti l’obbligo della formazione continua. L’art. 9 comma 2 del Codice stabilisce infatti che “Il farmacista ha il dovere della formazione permanente e dell’aggiornamento professionale al fine di adeguare costantemente le proprie conoscenze al progresso scientifico, all’evoluzione normativa, ai mutamenti dell’organizzazione sanitaria e alla domanda di salute dei cittadini”.
Ricordiamo altresì che le infrazioni del Codice deontologico – e, quindi, anche l’infrazione della sopra riportata norma che prevede l’obbligo della formazione continua – potrebbero dover essere valutate in sede disciplinare e, se del caso, dar luogo all’irrogazione delle sanzioni previste dal Codice stesso per i casi di violazione.
La “questione voucher” è attualmente assai dibattuta sul versante dei rapporti di lavoro, anche nel settore farmaceutico, segnatamente per quanto attiene alle modalità di utilizzo della retribuzione in voucher. Ma partiamo dal principio.
I voucher compaiono sul mercato del lavoro con la legge Fornero (legge 92/2012). E’ previsto che essi vengano acquistati dai committenti (qualsiasi committente, ivi compresi i liberi professionisti) e che vengano impiegati per retribuire prestazioni lavorative occasionali rese in favore dei committenti stessi. Con il “jobs act” del 2015 il sistema dei voucher viene sostanzialmente confermato dal legislatore, con l’obiettivo e con l’auspicio di arginare così i fenomeni di lavoro sommerso / irregolare. L’idea è quella di fornire ai committenti di prestazioni occasionali lo strumento per gestire questa tipologia di rapporto di lavoro in maniera burocraticamente snella, salvaguardando al contempo le necessarie garanzie a tutela dei lavoratori occasionali.
Tutti questi appena enunciati sono obiettivi certamente condivisibili ed è anche vero che, almeno in parte, il legislatore è riuscito a conseguirli. Ma il bilancio applicativo del sistema dei voucher sembra presentare comunque qualche lato oscuro. Talvolta i voucher vengono impiegati dai datori di lavoro per mascherare veri e propri rapporti di lavoro subordinato, e non già per fruire di prestazioni di lavoro occasionali. Il che si traduce in una lesione della dignità professionale di quei lavoratori (magari giovani e alle prime armi) che, pur di fare esperienza, accettano di rendere la loro prestazione a fronte della remunerazione in voucher, rinunciando così alle garanzie di un rapporto di lavoro subordinato “stabile”.
A beneficio di tutti, va ricordato che – secondo quanto previsto dalla legge – ciascun committente può ricevere prestazioni occasionali da uno stesso soggetto per un ammontare non superiore a 2.000 euro all’anno (e cioè per un numero di ore di lavoro tassativamente limitato). E va ricordato altresì che – come ha precisato l’INPS nella circolare n. 49/2013 – il prestatore di lavoro occasionale non può essere allo stesso tempo un dipendentedel committente: il che, per quanto ci interessa, può tradursi nella conclusione per cui il datore di lavoro non potrebbe pagare gli straordinari dei propri dipendenti mediante i voucher.
Da ultimo, è opportuna una riflessione sul valore in denaro dei singoli voucher che vengono impiegati per retribuire i farmacisti prestatori di lavoro occasionale. In particolare, è vero che il valore del singolo voucher ammonta a 10 euro, e che ogni voucher varrebbe – di norma – a remunerare un’ora di lavoro occasionale. E’ però anche vero che nulla impedisce al farmacista titolare di retribuire il proprio collaboratore occasionale mediante la corresponsione di più voucher per un’ora di lavoro. Anzi, un riconoscimento economicamente più congruo della prestazione resa dal collaboratore occasionale, oltre ad essere rispondente a fondamentali principi di onestà e correttezza, appare anche maggiormente rispettosa dell’art. 18 del Codice Deontologico, il quale vieta (e sanziona) le “forme di sfruttamento dell’attività professionale dei colleghi”: forma di sfruttamento quale potrebbe configurarsi una retribuzione oraria non in linea con il mercato e con la dignità e il decoro del professionista.
Dell’attività di promozione commerciale svolta dai farmacisti con riferimento ai loro esercizi (farmacie e parafarmacie) abbiamo in parte già parlato. E abbiamo già concluso nel senso che questo tipo di pubblicità deve essere trasparente e non può (e non deve) essere finalizzata a promuovere presso i cittadini il bisogno di medicinali.
Fermo ciò in linea generale, da un punto di vista più concreto la pubblicità delle farmacie e delle parafarmacie può assumere diverse forme consentite e deontologicamente non censurabili. Occorre in proposito riferirsi al Regolamento sulla pubblicità delle farmacie, approvato dal Consiglio Nazionale il 2 febbraio 1996. A norma dell’art. 3 di questo Regolamento gli annunci informativi possono assumere le forme delle insegne situate in corrispondenza degli esercizi farmaceutici, oltre che dei cartelli indicatori (nel rispetto delle disposizioni dettate da ciascun Comune in materia di insegne pubblicitarie), nonché dei trafiletti nelle guide sanitarie e negli elenchi telefonici. Tutto ciò purché l’informazione pubblicitaria sia limitata alla denominazione dell’esercizio e ai riferimenti di ubicazione e di contatto dell’esercizio stesso.
Quello che invece non è assolutamente ammesso è promuovere l’attività dell’esercizio farmaceutico sfruttando la commistione con altre attività sanitarie, esponendo ad esempio comunicazioni pubblicitarie di farmacie presso studi ed ambulatori medici. Si tratta infatti di una condotta vietata sia dal codice deontologico (art. 20), sia dal citato Regolamento sulla pubblicità delle farmacie (art. 5). La ragione di tale divieto sta – tra l’altro – proprio nel principio che abbiamo citato in apertura: la pubblicità effettuata dalle farmacie e dalle parafarmacie non può mai essere finalizzata a stimolare presso i cittadini l’esigenza di ricorrere al medicinale. Ed è ovvio che l’informazione pubblicitaria relativa ad una farmacia effettuata presso uno studio medico abbia l’effetto di legittimare ed incentivare il ricorso al medicinale, nella misura in cui l’informazione medesima – proprio perché trasmessa all’interno della “struttura operativa” di un sanitario – viene percepita come un consiglio formulato dal medico al paziente.
Senza contare che la commistione tra l’attività del farmacista e le altre attività sanitarie comporta, sotto questo profilo, un altro pericolo: la creazione di meccanismi viziosi ed illeciti, in cui ciascuno dei professionisti coinvolti (farmacisti, medici, veterinari, ecc.) ha un proprio interesse personale a farsi “sponsor” – in condizioni di reciprocità – degli altri professionisti facenti parte del meccanismo. Condotta, anche questa, censurabile dal punto di vista deontologico (a norma dell’art. 14 del Codice) e suscettibile, al pari di quella avente per oggetto la promozione pubblicitaria in forme non consentite, di chiamare in causa il potere di vigilanza e disciplinare dei Consigli dell’Ordine di appartenenza dei farmacisti trasgressori.
Concorrenza e liberalizzazione, com’è ormai risaputo, sono attualmente considerati valori da salvaguardare anche nell’ambito della professione farmaceutica: implementano la competitività nel settore e spingono i farmacisti ad offrire un servizio pubblico di qualità sempre maggiore. C’è però un risvolto della medaglia: in taluni casi lo sforzo competitivo porta i professionisti a concentrarsi unicamente sull’obiettivo di imporsi sul mercato, trascurando le norme di legge e quelle deontologiche. Questo è ciò che talvolta avviene per quanto riguarda l’attività promozionale che il farmacista compie con riferimento alla propria farmacia.
Il terreno è scivoloso, perché la promozione dell’esercizio farmaceutico può facilmente trasformarsi nella promozione (ossia nella pubblicità) dei medicinali e delle sostanze che lo stesso esercizio farmaceutico commercializza. Occorre quindi che il farmacista tenga presente che la promozione / pubblicità dei medicinali (rectius: dei soli medicinali per i quali la pubblicità è consentita, vale a dire parafarmaci, “SOP” e “OTC”) è soggetta alle regole rigidissime dettate – a livello europeo – dalla Direttiva 2001/83/CE (articoli 86-100) e – a livello nazionale – dal Testo Unico del Farmaco (articoli 113-128). Tali regole sono finalizzate a salvaguardare la salute dei cittadini, ad impedire gli abusi e a fare in modo che il pubblico non percepisca l’assunzione del medicinale come una comoda alternativa alla visita medica.
Oltre a ciò, va poi considerato l’aspetto deontologico della questione. Il farmacista, pur imprenditore, è un professionista che eroga un servizio pubblico alla collettività e che non deve quindi mai dimenticare che l’attività promozionale da esso svolta deve assumere la forma e la sostanza di una “comunicazione veritiera e corretta, realizzata come servizio per l’informazione al pubblico” (così impone l’art. 21 del Codice Deontologico).
Insomma, l’ambito della pubblicità e della promozione al pubblico è uno dei tanti nodi che rivela la doppia anima della professione farmaceutica, ossia l’anima commerciale e quella di servizio pubblico sanitario in senso stretto. Sta ai singoli farmacisti, nonché al Consiglio dell’Ordine di appartenenza (deputato alla vigilanza e al controllo sulle corrette modalità di esercizio della professione), fare in modo che queste due anime possano legittimamente convivere, senza che il prevalere dell’ottica imprenditoriale vada – in ultima istanza – a ledere il diritto dei cittadini ad essere informati in maniera corretta e non ingannevole.
Saranno decisi a breve (forse già entro l’anno) alcuni fra i ricorsi al TAR Lazio proposti da alcune società dei farmacisti contro i provvedimenti del 2015 con cui il Ministro della Salute ha vietato la prescrizione medica e la preparazione di medicinali galenici contenenti principi attivi dimagranti. L’argomento è quindi nuovamente al centro del dibattito degli addetti ai lavori. Dibattito che, peraltro, è agli onori delle cronache da diversi anni.
Tutto è iniziato nel 2000, quando un decreto dell’allora Ministro della Salute – visto l’abuso di prescrizioni mediche aventi ad oggetto preparati galenici anoressizzanti e viste altresì le gravi conseguenze provocate dall’utilizzo di tali preparati su taluni pazienti – ha imposto a medici e farmacisti un generico divieto di prescrivere e preparare “tutte le sostanze che da sole o in associazione tra loro o con altre sostanze abbiano lo scopo di ottenere un effetto anoressizzante ad azione centrale”. Tale decreto (come pure è stato rilevato dal TAR Lazio, davanti al quale il decreto stesso era stato impugnato dalla società dei farmacisti preparatori) era eccessivamente generico, in quanto non individuava specificamente le sostanze vietate e finiva per addossare al medico e al farmacista l’onere di stabilire di volta in volta quali sostanze dovessero ritenersi comprese nel divieto. Per questa ragione il Ministro della Salute ha emesso un secondo decreto – in data 2.8.2011 – con cui ha proceduto a classificare alcune specifiche sostanze (amfepramone, fendimetrazina, fentermina e mazindolo) tra quelle suscettibili di abuso a norma del D.P.R. 309/1990 (testo unico sugli stupefacenti), con conseguente divieto di prescrizione delle sostanze stesse da parte di medici e di preparazione per i farmacisti. È sulla scia di questo decreto del 2.8.2011 che il Ministero della Salute, lo scorso anno, ha emesso altri quattro decreti (appunto quelli che alcune società di farmacisti hanno impugnato davanti al TAR Lazio) con cui ha vietato la prescrizione e la preparazione di medicinali a base di specifici principi attivi dimagranti.
L’obiettivo che il Ministero intendeva conseguire con i divieti in questione è senz’altro condivisibile, visti i gravissimi danni alla salute dei pazienti causati negli anni passati dall’abuso di medicinali anoressizzanti e dimagranti. Da molte parti si è però osservato che i decreti in esame non solo non sembrano essere risolutivi, ma pongono anche problemi ulteriori rispetto a quello che dovrebbero risolvere. Non sono risolutivi perché vietano l’impiego di talune sostanze solo “a scopo dimagrante”: e ciò significa che i medici potrebbero continuare a prescriverle ai pazienti, seppur “mascherate” come terapie finalizzate a scopi diversi dal dimagrimento. Pongono problemi ulteriori nella misura in cui vietano in modo assoluto la prescrizione e la preparazione di determinate sostanze a scopo dimagrante, omettendo di considerare l’incidenza positiva (e scientificamente dimostrata) che le stesse sostanze hanno su determinate tipologie di pazienti, quali i soggetti affetti da obesità (questo è proprio l’aspetto messo in luce dalle società di farmacisti nei ricorsi al TAR Lazio che stanno per essere sentenziati). Senza contare che talune di queste sostanze, vietate nella forma della preparazione galenica, sono invece liberamente commerciabili sotto forma di medicinale industriale.
E’ auspicabile che il Ministero intervenga nuovamente, e definitivamente, sulla questione (a prescindere dall’esito dei ricorsi al TAR), al fine di disciplinare in modo più compiuto la materia, evitando i divieti assoluti (che sono spesso fonte di discriminazioni) e tenendo conto dell’efficacia terapeutica delle sostanze anoressizzanti nella cura di determinate patologie. Detto ciò, va però anche riconosciuto che, per quanto il Ministero si sforzi di chiarire e precisare le norme, resterà sempre l’astratta possibilità per medici e farmacisti di aggirarle con conseguenti danni per la popolazione. Sarà quindi necessario che all’azione normativa del Ministero si affianchi (e si implementi) quella esecutiva e di controllo degli organi di vigilanza a ciò deputati. Anche se sarebbe certamente meglio poter contare sul rispetto delle regole (anche deontologiche) da parte dei professionisti sanitari.
FARMACISTI – GROSSISTI
Con un parere reso ad una ASL lombarda lo scorso 2 ottobre, il Ministero della Salute sta generando lo scompiglio generale nella categoria dei “farmacisti – grossisti”.
Prima di soffermarci sul contenuto di questo parere facciamo un passo indietro e proviamo a ricostruire il contesto normativo in cui il suddetto parere si è andato ad inserire.
Fra le misure comprese nella “lenzuolata” di liberalizzazioni varate dal ministro Bersani nel 2006, vi è quella che consente ai farmacisti di conseguire l’autorizzazione ad effettuare (oltre all’attività di vendita dei medicinali al pubblico) l’attività di dispensazione dei medicinali all’ingrosso. Questa misura liberalizzatrice è stata attuata: da un lato, abrogando la norma del Testo Unico del farmaco (precisamente l’art. 100 comma 2 del d.lgs. 219/2006) che sanciva l’incompatibilità fra l’attività di farmacista e quella di grossista; e, dall’altro lato, introducendo (sempre all’art. 100 del citato d.lgs. 219/2006) l’espressa previsione per cui “I farmacisti … possono svolgere attività di distribuzione all’ingrosso dei medicinali”. Tutto ciò fermo restando che le due attività, quella di farmacista e quella di grossista, avrebbero dovuto restare distinte tra loro, senza commistioni. Tale indicazione – non espressa in modo esplicito nelle norme di legge – si ricava dall’art. 104 del Testo Unico del farmaco, secondo il quale il titolare dell’autorizzazione alla distribuzione all’ingrosso è tenuto ad acquistare i medicinali unicamente da soggetti che possiedono essi stessi l’autorizzazione alla distribuzione all’ingrosso. Il che – quanto meno secondo gli intendimenti del legislatore – equivarrebbe a dire che il grossista deve necessariamente approvvigionarsi da un altro grossista; e, quando si rifornisce da un farmacista-grossista, si rivolge a questo nella sua qualità di grossista, e non già nella sua qualità di farmacista (essendo i farmacisti tenuti – in quanto tali – a dispensare i medicinali esclusivamente al pubblico, e non anche ai grossisti).
Certo le norme avrebbero potuto essere più esplicite nel delineare questo regime (vale a dire l’obbligo per i grossisti di rifornirsi solo da altri grossisti ed il correlativo divieto per le farmacie di vendere medicinali ai grossisti). Tale auspicata chiarezza legislativa tuttavia non si è avuta.
Nel quadro normativo (non nitido) appena prospettato, molti farmacisti hanno chiesto e ottenuto l’autorizzazione alla vendita all’ingrosso dei medicinali. E, sino ad oggi, alcuni di questi “farmacisti – grossisti” hanno svolto tale doppia funzione senza tenere distinte le due attività (e vendendo quindi i medicinali all’ingrosso in qualità di farmacisti, anziché in qualità di grossisti). Appunto, sino ad oggi. Cioè sino a quando il Ministero della Salute, con il parere del 2 ottobre da cui siamo partiti, ha espressamente affermato che “I medicinali acquistati dalla farmacia … non possono che essere venduti al pubblico (…). La farmacia in quanto tale è deputata all’erogazione dell’assistenza farmaceutica e non può svolgere attività di distribuzione all’ingrosso di medicinali, anche se il suo titolare possiede l’autorizzazione all’esercizio di detta attività ”. Da qui, appunto, lo scompiglio di quei “farmacisti – grossisti” che sinora hanno svolto questa doppia attività in maniera commista e che adesso – nel timore di incorrere in sanzioni – si stanno affannando a comunicare al Ministero di aver cessato l’attività di vendita all’ingrosso.
E’ bene peraltro evidenziare che il parere ministeriale del 2 ottobre non afferma alcun principio innovativo, ma si limita a ribadire il concetto (già presente, pur in maniera implicita, nel Testo Unico del farmaco) per cui l’attività di farmacista e quella di grossista debbono essere esercitate senza indebite commistioni fra di esse: il farmacista-grossista può ben vendere i medicinali all’ingrosso, purchè lo faccia (non già in qualità di farmacista, bensì) in qualità di grossista (dotato di un proprio autonomo magazzino, di un distinto codice identificativo, ecc.).
Detto ciò, resta il fatto che – nel contesto normativo confuso di cui si è detto sopra – un intervento chiarificatore come quello in esame non avrebbe forse dovuto assumere le vesti di un semplice parere ministeriale, che non ha forza di legge e non garantisce perciò né che il principio da esso affermato venga applicato, né che ne venga fatta uniforme applicazione sul territorio nazionale. Se davvero vi è l’esigenza di sancire una volta per tutte il divieto per i “farmacisti-grossisti” di effettuare indebite commistioni nell’esercizio di queste due attività, allora è il caso che sia il legislatore ad occuparsene. Magari intervenendo sul Testo Unico dei medicinali in maniera netta ed esplicita, in modo da fugare ogni possibile dubbio, da evitare abusi e da non contribuire ad incrementare il contenzioso.
DDL CONCORRENZA: LIBERALIZZAZIONE DEI MEDICINALI DI FASCIA C.
Oltre all’ingresso dei capitali nelle farmacie e alla soppressione del limite delle quattro licenze per ciascun soggetto titolare di farmacia, la prima versione del disegno di legge sulla concorrenza prevedeva – come ulteriore misura di liberalizzazione – la cosiddetta “deregulation” dei medicinali di fascia C. Questi medicinali, secondo la previsione dell’originario disegno di legge, avrebbero potuto essere dispensati anche al di fuori dalle farmacie e precisamente in parafarmacie e supermercati. Peraltro, nella versione definitiva del disegno di legge (attualmente all’esame del Parlamento), questa norma sulla liberalizzazione dei medicinali di fascia C è stata stralciata, benchè il Ministro della Salute abbia ancora di recente affermato che la norma stessa potrebbe essere reintrodotta nel corso dell’iter di approvazione parlamentare del disegno di legge.
La questione della liberalizzazione dei medicinali di fascia C continua dunque ad essere fonte di ampie discussioni, che vedono spesso gli argomenti delle associazioni dei consumatori (favorevoli ovviamente alla liberalizzazione) contrapporsi agli argomenti delle associazioni rappresentative dei farmacisti (che invece sono, in linea di massima, contrarie alla “deregulation” della fascia C). Le associazioni dei consumatori hanno forse ragione a sostenere che la dispensazione dei medicinali di fascia C anche al di fuori delle farmacie garantirebbe ai cittadini una maggiore facilità di reperimento dei medicinali stessi. Senza contare che questa liberalizzazione potrebbe incrementare il volume di attività delle parafarmacie e dei corners di prodotti farmaceutici all’interno dei supermercati, con possibili ripercussioni positive a livello occupazionale. Allo stesso tempo, però, bisogna tener presente il concetto di fondo per cui l’attività di dispensazione dei medicinali attiene all’erogazione del servizio sanitario pubblico e che quindi le liberalizzazioni in questo campo debbono essere attuate con cautela. L’idea che l’attività espletata dalle farmacie sia equivalente a quella posta in essere da parafarmacie e supermercati è infatti non solo errata, ma anche pericolosa. Errata perché le farmacie erogano – come si è appena detto – un servizio pubblico, mentre l’attività delle parafarmacie e dei supermercati ha natura esclusivamente commerciale. E pericolosa nella misura in cui rischia di indebolire e delegittimare il ruolo delle farmacie nell’ambito del servizio sanitario nazionale.
Ben vengano, dunque, le liberalizzazioni. Ma solo quando il concreto vantaggio che ne derivi al cittadino sia effettivo e tale da non delegittimazione il ruolo pubblico delle farmacie. Nel caso della liberalizzazione dei medicinali di fascia C, non sembra però che il vantaggio per i cittadini sia tale da poterlo considerare utile poiché non si prospetta né una facilitazione del reperimento dei medicinali né una positiva ricaduta occupazionale. A fronte di ciò, la portata liberalizzatrice della norma in esame apparirebbe dunque notevolmente ridimensionata (così come, forse, la sua utilità).
CAPITALI IN FARMACIA: LOGICA DEL PROFITTO O LOGICA DEL PAZIENTE?
Il disegno di legge sulla concorrenza varato dal governo ha iniziato l’iter parlamentare per la trasformazione in legge dello Stato. Le misure previste da questo disegno di legge per incrementare la concorrenza nella distribuzione farmaceutica continuano ad essere oggetto di ampie discussioni. Una delle norme più controverse è quella che consente alle società di capitali di essere titolari di farmacie, senza peraltro stabilire l’obbligatoria presenza nella compagine societaria di un farmacista abilitato. Dunque, se il disegno di legge dovesse essere approvato dal Parlamento, le farmacie potrebbero in futuro essere possedute da soggetti non farmacisti.
E’ bene precisare subito che il ruolo del farmacista nella dispensazione dei medicinali resta centrale anche secondo le previsioni del disegno di legge, il quale conferma che i direttori delle farmacie possedute dalle società di capitali debbono necessariamente essere farmacisti abilitati. Cosicchè, a prescindere dal soggetto titolare della farmacia (farmacista o società di capitali), la salute e la sicurezza dei cittadini che acquistano i medicinali risulterebbero comunque salvaguardate.
Se è quindi vero che nulla cambierebbe quanto alle modalità di dispensazione del medicinale, è però altrettanto vero che l’ingresso di soci di puro capitale nelle farmacie non resterebbe privo di conseguenze. Di certo un primo effetto positivo per i cittadini sarebbe la diminuzione dei prezzi di vendita al pubblico di determinati medicinali, che potrebbero con maggior facilità essere acquistati dalle società titolari di farmacie in grandi quantità, e quindi con sconti cospicui. Inoltre i capitali potrebbero costituire una sorta di “polmone finanziario” per le farmacie che si trovano in difficoltà economiche a causa dei grossi ritardi delle ASL nell’effettuare i rimborsi dei medicinali a carico del Servizio Sanitario Nazionale.
A fronte però di questi indubbi vantaggi, vi sono alcuni rischi che non vanno sottovalutati e di cui il legislatore dovrebbe tenere conto in sede di elaborazione del testo definitivo della legge in questione. In primo luogo, c’è il pericolo che la presenza sul mercato delle grandi società metta in serie difficoltà le piccole farmacie (come fra l’altro quelle rurali) che potrebbero non essere in grado di competere con le società stesse: è evidente che una simile difficoltà metterebbe addirittura a rischio la permanenza sul mercato di queste piccole realtà, con il conseguente, inevitabile pregiudizio dei cittadini destinatari del servizio. In secondo luogo, non in tutti i casi l’abbassamento del prezzo dei medicinali si risolve in un vantaggio diretto per i cittadini. Il prezzo più basso di taluni medicinali di largo consumo (come ad esempio gli antinfiammatori) potrebbe, sia pur indirettamente, consentirne un maggior uso, e quindi un abuso. Il che costituirebbe un potenziale danno per la salute dei cittadini (con costi sanitari che andrebbero a rifluire sul Servizio Sanitario Nazionale). Da ultimo, va considerato quello che è forse il pericolo più grande (e al quale il legislatore dovrà porre maggiore attenzione): le farmacie di impronta marcatamente capitalistica potrebbero persino, per esigenze di bilancio, favorire la vendita di medicinali più redditizi anziché quella di medicinali egualmente o anche più utili, ma meno redditizi. In tal modo l’ingresso massiccio dei capitali nelle farmacie rischierebbe di portare al centro dell’attività di distribuzione dei medicinali la pura logica del mercato e del profitto, anche a scapito della salute del paziente, ossia dell’obiettivo che il servizio pubblico farmaceutico dovrebbe istituzionalmente perseguire.
Archivi Seleziona mese aprile 2018 marzo 2018 febbraio 2018 gennaio 2018 dicembre 2017 novembre 2017 ottobre 2017 settembre 2017 agosto 2017 luglio 2017 giugno 2017 maggio 2017 aprile 2017 marzo 2017 febbraio 2017 gennaio 2017 dicembre 2016 novembre 2016 ottobre 2016 settembre 2016 agosto 2016 luglio 2016 giugno 2016 maggio 2016 aprile 2016 marzo 2016 febbraio 2016 gennaio 2016 dicembre 2015 novembre 2015 ottobre 2015 settembre 2015 agosto 2015 luglio 2015 giugno 2015 maggio 2015 aprile 2015 marzo 2015 febbraio 2015 gennaio 2015 dicembre 2014 ottobre 2014 settembre 2014 maggio 2014 maggio 2013 maggio 2012 maggio 2011
Categorie News Seleziona una categoria Annunci Cerco Lavoro (2) Circolari Associazione 2016 (44) Circolari Associazione 2017 (46) Circolari Associazione 2018 (13) Circolari Associazione Archivio 2015 (36) Concorsi e Bandi (21) Convegni (148) Eventi (25) In Evidenza (72) News (51) Newsletter 2016 (62) Newsletter 2017 (49) Newsletter 2018 (17) Newsletter Archivio (61) Normativa Sanitaria (15) Progetti (3) Punto di vista Avvocato (13) Senza categoria (23)
233954Totale visitatori:
5060Visitatori del mese: