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Timestamp: 2019-11-17 10:58:56+00:00
Document Index: 92589435

Matched Legal Cases: ['art. 18', 'art. 183', 'art. 18', 'art. 28', 'art. 92', 'art. 92', 'art. 41', 'art. 92', 'art. 96']

L’avvocato, il cliente, il giudice e il processo – Studio Legale Associato
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L’avvocato, il cliente, il giudice e il processo
da Questione Giustizia, 9 giugno 2015
http://www.questionegiustizia.it/articolo/forum-giustizia-del-lavoro_15_l-avvocato_il-cliente_il-giudice-e-il-processo_09-06-2015.php
1. L’AVVOCATO
Quella persona si era seduta di fronte all’avvocato che affiancavo – il trentunenne prof. Piergiovanni Alleva, “capo” dell’Ufficio Vertenze Legale della Camera del Lavoro di Bologna – per raccontare le sue disgrazie, e io ero stato incaricato di tradurle nel gergo dei giuristi, “la lingua straniera che impariamo sin dall’università per essere ammessi alla corporazione” – come scrive Carofiglio nel suo ultimo romanzo[1].
Dai tempi dell’Iliade l’umanità è assetata di storie: non potremmo vivere senza libri, fumetti, cinema, serie televisive. Il processo del lavoro mi consentiva di vedere, in tempi rapidi, l’inizio e la fine di una storia, fatta di carne e di sangue, e farmi sentire – giovane ancora pieno di ideali – di aver contribuito a rendere il mondo un po’ meno ingiusto.
Ed effettivamente nella seconda metà degli anni settanta il processo del lavoro a Bologna, come in quasi tutte le altre realtà territoriali, funzionava. I giudici che avevano scelto di far parte della neo-costituita sezione lavoro della pretura, a partire dal suo presidente (che lo sarebbe stato per l’intero ultimo quarto del secolo scorso), Federico Governatori, erano preparati e soprattutto motivati, disposti a sacrificarsi anche con udienze fissate di pomeriggio – che potevano prolungarsi fino a sera[2] – o di sabato (talvolta anche di domenica…) per fronteggiare le emergenze. E gli avvocati altrettanto. Per me che ero appena arrivato, ragazzo scapestrato e privo di vincoli familiari, tutta questa “flessibilità” non era certo un problema, anzi faceva parte di un bel gioco. Posso ora comprendere quanto invece fossero scombussolati gli anziani avvocati di parte padronale, abituati ai ritmi lenti e regolari dell’ordinario processo civile… È stata comunque un’avventura appassionante che ci ha coinvolto tutti.
Solo a seguito dell’introduzione del rito Fornero c’è stata un’inversione di tendenza, limitatamente alle controversie in cui si invoca l’applicazione dell’art. 18. Ma su questo torneremo.
“Il cliente ha una sola causa, l’avvocato ne ha cento, il giudice ne ha 1000”.
Questo condensato di saggezza mi fu impartito all’inizio della professione da un anziano collega, e rappresenta con precisione il diverso e proporzionale grado di attenzione che viene, necessariamente, dedicato ad ogni singola controversia. L’ansia e la preoccupazione del cliente per la sua causa viene esternata dallo stesso secondo il proprio carattere: tutti vorrebbero chiamare ogni giorno l’avvocato per chiedere aggiornamenti, ma fortunatamente solo alcuni lo fanno.
I clienti non sono ovviamente tutti uguali, e non sempre hanno ragione, anche se sono la parte debole del rapporto (vale a dire la mia esclusiva clientela): da tempo ho capito che “santo lavoratore” non esiste, ma è comunque giusto ascoltare se le sue lamentele corrispondono a un diritto negato. A volte si presenta qualcuno che si definisce mobbizzato producendo copiosa documentazione giornalistica e talvolta giurisprudenziale che descrive puntualmente tutti i soprusi di cui si dichiara vittima e si mostra perfettamente consapevole dei vantaggi che potrebbe ricavare da un accertamento giudiziale sulla sua situazione. Non è raro che il consiglio legale che va cercando è, in prima battuta, se gli conviene “mettersi in malattia”. Poi ti arriva una persona che parla di tutt’altre cose e magari ad un certo punto scoppia a piangere dicendo di volersi dimettere: solo a quel punto, dopo un serrato interrogatorio e vincendo le sue resistenze, emerge un quadro di vere vessazioni le cui conseguenze di danno alla salute sono sotto i tuoi occhi. Come fare a far capire al giudice, che legge – quantomeno nella prima fase – solo “le carte”, che la seconda situazione è davvero degna di tutela e non c’entra niente con la prima? A volte è letteralmente impossibile, per la rigida giurisprudenza sull’onere della prova che comporta l’eterna non coincidenza (salvo alcuni casi) tra diritto e giustizia. Ma almeno il processo del lavoro, a differenza da quello ordinario civile, consente al giudice monocratico di primo grado di veder in faccia le persone e, in teoria, di ascoltarle dedicando loro la dovuta attenzione. Che sarà comunque insufficiente perché necessariamente proporzionata al tempo a disposizione.
Proviamo a descrivere al cliente quello che capiterà alla prima udienza, cosa si troverà davanti: una persona sommersa da fascicoli dietro una normale scrivania in una normale stanza che, teoricamente, ha letto gli atti e quindi dovrebbe conoscere il suo caso. Gli suggeriamo ciò che dovrà dire (“confermo il ricorso”) e gli prospettiamo l’astratta possibilità di replicare, brevemente, ad alcune cose che avrà letto nella memoria di costituzione avversaria che lo hanno particolarmente irritato. Ma siamo consapevoli che lo scenario che si troverà davanti dipenderà soprattutto dalla personalità del giudice e dal suo umore, e sarà indispensabile, per l’avvocato, trovare il giusto approccio, sollecitando l’attenzione del giudice – propenso a ritenere che tutto quello che diremo gli comporterà un’insopportabile perdita di tempo – sulle cose veramente essenziali. E raggiungeremo un risultato importante se e quando il giudice solleverà i propri occhi dal fascicolo per guardare in faccia il nostro cliente, perché quello è il momento in cui un numero di ruolo si trasforma in una persona.
Diverso è l’approccio dei singoli magistrati rispetto al tentativo di conciliazione: non tutti comprendono quanto noi avvocati apprezziamo un intervento attivo che non si limiti a proporre la soluzione intermedia tra le posizioni delle rispettive parti (anche se in molti casi persino questa banale soluzione risulta essere ottimale). Una soluzione transattiva prospettata da chi ha l’autorità ed il potere di decidere accogliendo o respingendo integralmente il ricorso è in grado di spostare equilibri asseritamente cristallizzati e di convincere le parti più di quanto gli avvocati non siano riuscito a fare con i rispettivi clienti. Essi, infatti, pronti a sospettare strane collusioni a fronte di rapporti appena cordiali tra gli avvocati avversari, si sentono rassicurati e intimoriti a fronte dell’autorevolezza e la terzietà del giudice, e con fatica respingono la sua proposta, specie se l’avvocato gli suggerisce di accettarla.
Come si è detto, il modello processuale previsto dal legislatore del 1973 dopo meno di venti anni si è inceppato, ma non certo perché esso fosse malfatto: continuo a pensare, al contrario, che per arrivare presto e bene ad una decisione sia necessario imporre alle parti di “mostrare tutte le carte” rispettivamente con l’atto introduttivo e con la memoria difensiva da depositare dieci giorni prima dell’udienza; rigidi termini di decadenza e previsione di una prima (e potenzialmente unica) udienza in cui venga svolto un serio tentativo di conciliazione da parte di un giudice munito di ampi poteri istruttori; fallita la conciliazione, una celere istruttoria – se necessaria – esperita in udienze ravvicinate (nel caso non sia possibile farlo in unica udienza), con gli avvocati ed il giudice che hanno ben presente la causa proprio in ragione della sua rapida trattazione; una discussione orale che porta alla lettura di un dispositivo provvisoriamente esecutivo (previo eventuale deposito di note autorizzate in caso di particolare complessità dell’istruttoria).
Ho ripetuto, banalmente, delle regole scritte da oltre quarant’anni alle quali l’ordinamento riconosce particolare valenza, tanto che il rito del lavoro è rimasto, insieme con il rito ordinario di cognizione e il rito sommario di cognizione, uno dei soli tre modelli processuali esistenti nell’ordinamento processuale civile[4]. Anzi, personalmente ritengo che dovrebbe essere ilmodello unico per ogni ordinario processo civile. Le rare volte che devo seguirne uno, tra prima, seconda, terza memoria ex art. 183 c.p.c., udienza di precisazione delle conclusioni con concessione dei termini per ulteriori memorie e repliche, mi domando quanta perversione ci voglia per concepire tanta inutile attività.
Forse potrebbe essere sufficiente stabilire, statisticamente, quanto ruolo può reggere un giudice rispettando il rito, e quindi – fermi restando i “controlli di produttività”, se leciti e ragionevoli – fissare un numero massimo di cause da trattare ogni anno e – se risulterà necessario, anche alla luce di quanto dirò in seguito – adeguare conseguentemente l’organico dei magistrati (e dei cancellieri). Il “ricavo” in termini di giustizia non più negata sarebbe certamente superiore ai costi.
L’unico aspetto positivo del cd. “rito Fornero” è stato quello di aver effettivamente accelerato la trattazione delle cause in materia di licenziamento (con applicazione dell’art. 18) se è vero – come è vero – che in poco più di due anni i primi licenziamenti intimati successivamente al 18 luglio 2012 sono già stati decisi in cassazione, dopo le due fasi di primo grado e il reclamo/appello.
Devo confessare che all’inizio l’idea di un giudizio sommario scritto sulla falsariga dell’art. 28 legge 300/70 (procedimento che trovo al contrario perfetto per le finalità che si prefigge) mi aveva persino allettato, salvo poi rendermi subito conto come esso pregiudichi consolidate prassi virtuose, quali ad esempio l’attenzione al rispetto dei termini di decadenza per le rispettive istanze istruttorie: nella fase sommaria tutto è permesso, costituirsi il giorno dell’udienza, presentare nuovi documenti, proporre nuove prove e – se non lo si è fatto e magari si è rimasti colpevolmente contumaci – forse ricominciare da capo nel giudizio di opposizione.
A ciò si aggiunga la recente, ennesima, modifica dell’art. 92 c.p.c.[8], già modificato dalla legge n. 69 del 2009 che aveva stabilito che la compensazione delle spese potesse avvenire solo in presenza di “altre gravi ed eccezionali ragioni” anziché di “giusti motivi” (che comunque, dopo la legge n. 51 del 2006, dovevano essere “esplicitamente indicati nella motivazione”).
L’ultima riforma intende evitare qualsiasi possibilità di compensazione al di fuori dei casi di controversie in cui la questione sia “assolutamente” nuova o vi sia mutamento della giurisprudenza. Ma nella maggior parte dei processi le sentenze si basano sui fatti accertati (o che non si è riusciti ad accertare), più che su questioni “di diritto”.
Inoltre, paradossalmente, anche a “parità di liquidazione”, per le imprese gli oneri delle spese legali sono inferiori rispetto a quelle che sostiene un lavoratore, perché le prime hanno la possibilità di inserirli in bilancio e di “scaricare” il costo dell’IVA.
Il fatto è che il codice di procedura, nella sua logica di generale e astratto buon senso (chi perde paga), non considera che “le parti” del processo del lavoro sono in posizione di disparità di mezzi e non possono pertanto essere trattate alla stessa maniera, come l’articolo 3 secondo comma Costituzione dovrebbe insegnare[10].
Occorre anche tenere conto del fatto che nel rapporto di lavoro le parti non sono in posizione di parità, e non solo dal punto di vista economico; infatti, con l’esercizio dei poteri gerarchici e disciplinari il datore in pratica è autorizzato a farsi giustizia da sé, e il dipendente per reagire a quella che ritiene un’ingiustizia subita non ha altra strada che ricorrere al giudice.
E, come se non bastasse, l’ultima riforma dell’art. 92 c.p.c. si inserisce in un contesto normativo di ulteriori limiti per ridurre le impugnazioni dei provvedimenti, dai contributi unificati pagati due volte in caso di soccombenza, al mancato esonero dal contributo unificato (peraltro assai elevato) nei giudizi di Cassazione, fino alle “udienze filtro” il cui lessico – come è stato ricordato[1] – sembra lanciare un messaggio molto esplicito: il ricorso alla giustizia nuoce gravemente alla salute, digli di smettere!
[1] La regola dell’equilibrio, di Gianrico Carofiglio, Einaudi, 2014. Aggiunge l’Autore: “una lingua sacerdotale e stracciona al tempo stesso, in cui formule misteriose e ridicole si accompagnano a violazioni sistematiche della grammatica e della sintassi”.
[3] Numerose decisioni dell’epoca si richiamavano all’art. 41 comma 2 della Costituzione affermando, ad esempio che «se un atto di autonomia imprenditoriale contrasta con i valori tutelati dalla norma costituzionale, di chiara natura precettiva, non può essere ritenuto legittimo: e non può negarsi al giudice di analizzare l’atto nella sua portata e nelle sue conseguenze al lume del richiamato precetto costituzionale» (Pret. Bologna, 6 ottobre 1875, Est. Florio). Andava garantita la tutela di «interessi che attengono alla posizione dell’uomo che lavora, a cominciare da quelli specificamente protetti nel Titolo I dello Statuto e per diritto positivo riconducibili alla nozione di limite, costituzionalmente rilevante, all’esercizio dell’iniziativa economica» (Pret. Bologna, 1 dicembre 1975, Est. Castiglione). Ben quattro decisioni in quegli anni dichiararono illegittima, perchéantisindacale, la decisione di chiusura di un’azienda (in tre casi anche in presenza della delibera di porre in liquidazione la società), in quanto «la cessazione dell’attività non è legittimata dal solo fatto di una sopravvenuta maggiore onerosità dei costi di gestione» (Pret. Bologna, 12 ottobre 1979, Est. Simoneschi), mentre «la liquidazione della società, per il solo fatto che porti fatalmente al licenziamento dei lavoratori dipendenti, si pone in contrasto con l’utilità sociale, riscontrabile nell’interesse al mantenimento dell’occupazione». (cfr. Pret. Bologna 6.10.1975, Est. Florio; conformi Pret. 21 gennaio 1978 e Pret. 23 dicembre 1978, est. Simoneschi).
[6] Oltre a tutte le ipotesi in cui si rivendicano diritti economici o qualifiche superiori si pensi, a titolo meramente esemplificativo: all’accertamento della subordinazione – e, in genere, a tutte le domande di riqualificazione del rapporto – come presupposto per l’impugnazione di licenziamento, a cui consegue il diritto alle differenze retributive; all’infortunio che ha comportato il superamento del comporto con impossibilità di promuovere nello stesso giudizio azione risarcitoria; a un licenziamento in cui si contesti anche la nullità del patto di non concorrenza; al giudizio promosso dal datore di lavoro, che costringe comunque il lavoratore che propone domanda riconvenzionale a promuovere a sua volta altro giudizio nel termine di decadenza dei sei mesi, nel dubbio che l’azione datoriale venga, anche in una successiva fase o grado, dichiarata inammissibile, eccetera.
[7] La segretaria generale dell’Associazione Nazionale Forense Ester Perifano, a proposito dell’annuncio di un ennesimo aumento da parte del disegno di legge di stabilità in discussione nel dicembre 2014, ha testualmente dichiarato: «Gli aumenti continui e generalizzati del contributo unificato sono veri e propri limiti economici all’esercizio del diritto di difesa e di accesso alla giustizia, in particolar modo nelle cause di piccolo valore, dove incidono enormemente. Il principio costituzionale che garantisce a tutti la tutela giurisdizionale dei propri diritti non può, infatti, essere compromesso da imposizioni economiche finalizzate non al funzionamento della giustizia, quanto piuttosto a scoraggiare i cittadini dall’accedervi. Ciò crea forti disparità di trattamento, e l’affermazione di un sistema al quale finiranno per poter accedere solo i ricchi».)
[12] Per salvaguardare la specifica posizione della parte debole del rapporto di lavoro – differenziandola da quei cittadini “normali” le cui cause bagatellari o addirittura pretestuose si vogliono disincentivare – sarebbe sufficiente l’inserimento di un comma 2 bis all’art. 92 che suoni più o meno così: “Il giudice può altresì compensare le spese in ragione delle particolari condizioni di una delle parti. In ogni caso la parte soccombente non può essere condannata al pagamento delle spese e degli onorari se è risultata esente dal contributo unificato in ragione del reddito, salva l’ipotesi di cui all’art. 96 c.p.c.”.
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