Source: http://www.cinziaricci.it/nosilence/archivio168.htm
Timestamp: 2020-05-26 21:17:05+00:00
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PARTECIPA AI GAY PRIDE, PER GIUDICE NON PUO’ DISPORRE DEI BENI
Ansa, 20 Dicembre 2004
“Potrebbe dilapidare i suoi beni per partecipare ai Gay Pride in tutta Italia”: questa è solo una delle motivazioni con le quali il tribunale civile di Viterbo ha respinto il ricorso di un omosessuale, che aveva intentato una causa civile per far annullare un provvedimento di inabilitazione emesso nel 1981 e quindi disporre liberamente dei suoi averi. Una decisione che ha indignato il diretto interessato, Giovanni Orlandi Brenciaglia, 60 anni, giornalista professionista, figlio di una firma importante del dopoguerra, Vittorio Orlandi, e discendente, da parte materna, della famiglia Brenciaglia, nobili d'antica schiatta, proprietaria, tra l'altro, della Rocca Farnese di Capodimonte, dichiarata monumento nazionale.
«La mia vita» - racconta - «è stata segnata dalle discriminazioni», alcune delle quali - aggiunge - gli hanno impedito anche “di svolgere l'attività di giornalista”. «Ho avuto solo la solidarietà e il sostegno del Cardinal Martini» - aggiunge Branciaglia - «quando era arcivescovo di Milano. Sono dovuto emigrare in America e, nonostante due lauree e cinque lingue correttamente parlate, ho dovuto fare i mestieri più umili, tra i quali il portiere di notte». Tra le motivazioni della sentenza, tra l'altro, si sostiene che Giovanni Orlandi Brenciaglia avrebbe intenzione “di fondare un ente morale per sostenere le iniziative omosessuali”. «Non e' affatto vero» - dice l'interessato - «avevo solo l'intenzione di fondare una piccola casa editrice per far conoscere il grande amore che Pasolini nutriva per il Viterbese. E siccome il prossimo anno ricorrerà il trentennale della sua morte stavo pensando di ricordarlo in modo adeguato». La “prodigalità” dell'uomo, secondo la sentenza, sarebbe dimostrata anche dal fatto che spenderebbe 5 euro di taxi ogni volta che deve recarsi al centro di Viterbo. «Ma io» - ribatte Orlandi Brenciaglia - «non ho la patente e tanto meno la macchina. E poi sarò libero o no di spendere i miei soldi come mi pare? Oltre tutto» - aggiunge - «io mi reco da La Quercia, dove abito, a Viterbo poche volte al mese, forse spenderei molto di più se avessi un mezzo privato».
L'inabilitazione (una forma più tenue dell'interdizione) cui l'uomo fu sottoposto nel 1981, a suo dire, sarebbe scaturita dal clima di persecuzione in cui vivevano gli omosessuali negli anni Settanta. «Credevano che fossi malato, mi consigliarono di ricoverarmi in casa di cura ricorda - una volta ho dato anche il mio consenso. E fu proprio durante uno di quei ricoveri mi fu nominato un giudice tutelare. Da allora, per disporre dei miei beni, mi devo far autorizzare dal giudice. Una trafila umiliante. E ancor più umiliante è la motivazione con la quale il tribunale ha respinto il mio ricorso, cioè perchè sono un omosessuale dichiarato, con un ruolo attivo nei movimenti omosessuali e frequento tutti i Gay Pride. E se, invece, dissipassi i miei soldi per partecipare alle manifestazioni di un partito?».
Un altro aspetto singolare della vicenda giudiziaria di cui è protagonista Giovanni Orlandi Brenciaglia riguarda le testimonianze. «Avevano citato 56 testimoni» - conclude - «se ne e' presentato solo uno: mio fratello, ovviamente contrario all'annullamento del provvedimento del 1981». Unico motivo di consolazione per l'uomo, le manifestazioni di solidarietà ricevute da chi è venuto a conoscenza della sentenza.
Può una vicenda legale essere esempio di quanto ancora oggi sia discriminato un omosessuale, anche nella semplice gestione della vita economica? Sì, ovviamente, se si è in Italia.
Di Alessandro Golinelli – “Pride”, Aprile 2005
La storia che vorrei raccontare ha aspetti familiari molto controversi e riguarda una persona di per sé particolare: Gianni Orlandi. Molti nel mondo dei movimenti gay a Milano sanno chi è Gianni Orlandi perché non solo è un militante da anni (lui stesso aveva fondato un associazione: “Il gruppo della trentina”) ma perché ha modi entusiastici di partecipazione.
Alto, grosso, dall’eloquenza irrefrenabile, entusiasta ed emotivo, ha spesso spiazzato i suoi interlocutori nei dibattiti o negli interventi. Attivo nello scambio di telefonate e lettere con i leader delle associazioni gay, cattolico e fermamente convinto che anche nella Chiesa si debba raggiungere non solo la tolleranza ma l’accettazione della condizione omosessuale, fervente sostenitore del dialogo con la destra, di cui si è fatto protagonista in molte occasioni, militante ds… Insomma, per chi lo conosce, e anche per chi no, credo che l’immagine di una sorta di incontenibile ciclone di emozioni e di voglia di riscatto sia fra le più adeguate.
Gianni Orlandi proviene da una ricca e blasonata famiglia: suo padre Vittorio era un notissimo giornalista, direttore anche del “Corriere della Sera”, e Gianni stesso ha lavorato a lungo nella carta stampata. Almeno fino a quando non ha dichiarato la propria omosessualità venticinque anni fa, o meglio... è stato costretto a dichiararla pubblicamente.
A causa del suo carattere piuttosto passionale, Gianni Orlandi non ha nascosto in famiglia i suoi incontri occasionali, anche con... marchette e personaggi che cercavano di approfittare della sua notorietà e della sua famiglia per estorcere denaro, magari col ricatto.
Così la famiglia, oltre ad inviarlo in una casa di cura per cercare di “correggere” la sua omosessualità, decise di farlo inibire, o meglio di togliergli la gestione del suo denaro e di quello che eventualmente avrebbe ereditato, in quanto prodigo e dedito a spenderlo con persone di dubbia fama, forzandolo a dare il suo consenso.
Gianni Orlandi a causa anche della sentenza del tribunale di allora e delle cure in clinica fu costretto a lasciare l’impiego. Per alcuni anni è riuscito a lavorare all’”Avvenire” e alla “Gazzetta del Popolo”, ma poi licenziato anche da lì, si è ridotto a fare il portiere d’albergo e infine a vivere in casa con la madre, mantenuto e dipendente da lei.
Nel 1998, con la morte dell’adoratissima madre, Orlandi, che per non dispiacerle fino ad allora non aveva voluto ribellarsi alla famiglia (il padre era scomparso anni prima), ormai alla soglia dei sessant’anni, si è deciso a chiedere che quella tutela che gli impediva di gestire l’ingente patrimonio ereditato dai genitori, fosse tolta. Da Milano, dove viveva con la madre, si è trasferito a Viterbo, in un modesto appartamento in affitto, e ha continuato a vivere con un giudice che amministra le sue spese.
In realtà Orlandi vive con ben due mila euro di rendita, attende la pensione che sarà di altri mille euro, e il giudice tutelare s’è sempre mostrato ben disposto e ha autorizzato con facilità le sue spese extra, in quanto assolutamente ragionevoli.
Orlandi ha ereditato anche la Rocca Farnese di Capodimonte, monumento nazionale, le cui spese di ristrutturazione e mantenimento sono molto elevate. Non è quindi perché Orlandi si senta povero il motivo per cui ha chiesto di essere liberato dal peso di dover chiedere il proprio denaro. è solo un principio: quello della libertà di fare dei propri soldi ciò che si vuole, come fanno tutti gli esseri umani, anche di buttarli via, soprattutto a sessanta anni, con la pensione da giornalista di mille euro che sta per arrivargli, e senza figli o moglie da dover tutelare. E con il consenso dello stesso giudice che lo amministra.
Quello che a noi però sembra ovvio non lo è per la giustizia italiana. La causa non è stata semplice, durante lo svolgimento, sempre lunghissimo in Italia, è morto anche uno dei fratelli, il più amato, e Orlandi ha dovuto lottare con l’opposizione dell’altro fratello, con idee politiche vicine ad An.
La sentenza finale è stata sfavorevole a Orlandi e lo mantiene sotto tutela. Ciò suscita rabbia, e per lo meno molti dubbi e perplessità, come hanno sottolineato l’Arcigay di Viterbo, nella quale Orlandi attualmente milita, o il diessino Alessandro Mazzoli. E ha comunque suscitato la solidarietà dello stesso sindaco di Viterbo, esponente di An, Giancarlo Gabbianelli (“il Corriere di Viterbo”, 22/12/2004).
Indipendentemente dall’assurdo principio che uno non possa fare quello che gli pare dei suoi soldi (soprattutto in mancanza di eredi diretti come figli o moglie), tenuto conto anche del fatto che sono davvero parecchi, sono le motivazioni ad essere scandalose. Moralistiche e sciocche innanzitutto: “Il predetto, pur essendo dotato intellettivamente e culturalmente, non ha provveduto a reperire alcuna occupazione, sia pur umile, e attualmente vive dell’emolumento mensile di euro 2091 che viene prelevato dal capitale pervenutogli in eredità da sua madre”.
Sinceramente quanti di noi, a sessanta anni, se avessero quattromilioni e duecentomila lire di rendita al mese si metterebbero a cercare un lavoro? E poi perché umile, se uno non ne ha bisogno? Perché attraverso l’umiltà del lavoro potrebbe espiare la colpa della propria omosessualità? O quale altra colpa, visto che lo stesso giudice sostiene che la somma con cui vive Gianni sia tutt’altro che modesta, poche righe sotto.
Ma in ogni caso l’assurdo è nella conclusione della sentenza: “Nonostante Orlandi abbia ricevuto ingenti somme, da lui utilizzate anche per viaggi e vacanze o per partecipare ad attività culturali (Gay Pride di Bari) come risulta dalla documentazione relativa alle varie istanze avanzate dall’inabilitato al giudice tutelare, egli non ha sentito l’esigenza di utilizzare una parte di esse per saldare i debiti contratti con un locale di Capodimonte, la cui sussistenza è stata affermata dal fratello dell’inabilitato”.
Se vuoi divertirti prima paga i debiti, può anche essere un principio giusto, ma come mai il locale di Capodimonte non ha denunciato Orlandi? Questo debito presunto c’è solo perché qualcuno lo dice, ma non c’è il debitore. Il che mi sembra, anche se non sono un esperto di diritto, un po’ poco.
O meglio: basta dire che qualcuno ha un debito e senza verificarlo il giudice emette una sentenza di condanna? Andrebbe verificato il debito e la sua consistenza, o no? E perché poi specificare nelle motivazioni che Orlandi è andato al Gay Pride di Bari – fra l’altro non è nemmeno vero. Si vuol fare intendere, fra le righe, che utilizzare i propri soldi per partecipare a una manifestazione gay è segno di irresponsabilità? Che ci sono cose migliori che si possono fare col proprio denaro? Può darsi, io ne potrei elencare migliaia, anche illegali, ma non conta visto che il denaro è il mio.
Ma andiamo avanti: così continua il giudice: “Ha anzi affermato di voler utilizzare il capitale ricevuto in eredità dalla madre per creare una fondazione finalizzata alla diffusione della cultura omosessuale”. Udite, udite. La cultura omosessuale… I propri soldi non si possono utilizzare peggio di così. Sorge spontanea la domanda: se Orlandi avesse detto che voleva spendere i suoi soldi per una fondazione che diffondesse la cultura cattolica, gli sarebbe stato lo stesso negato il diritto di farlo? Oppure per costruire un museo, come è successo per molti musei italiani, che sono dono di ricchi che hanno speso il loro intero patrimonio, a volte, per lasciare in eredità alle loro città delle gallerie d’arte? Ma il giudice ha tentato di nascondere il suo pregiudizio cercando di dare una spiegazione: “Considerato che le fondazioni, per loro natura, indipendentemente dalle loro specifiche finalità socio o culturali, non hanno scopo di lucro e che pertanto il capitale in esse investito non produrrebbe per il ricorrente alcun beneficio economico, appaiono tuttora sussistenti le ragioni che hanno portato alla inabilitazione del ricorrente”, Questo è falso: o meglio se è vero che le fondazioni non hanno scopo di lucro, è anche vero che pagano gli stipendi a chi ci lavora e quindi Orlandi, che ci potrebbe lavorare, avrebbe diritto al suo stipendio. E dico “potrebbe” perché Gianni non ha intenzione di istituire una fondazione, ma una casa editrice che si occupi della pubblicazione di quaderni di studio sul rapporto fra Pier Paolo Pasolini e il Viterbese. E conosco parecchie persone che hanno utilizzato il denaro di famiglia per costruire una casa editrice e lavorarci.
In ogni caso Orlandi vuole utilizzare soldi suoi, e nella sentenza non si dice mai quanti sono (e cambia se sono dici milioni o dici miliardi).
Certo, la situazione è delicata, la sentenza è stata impugnata e la causa andrà avanti, e probabilmente per noi estranei alle faccende giudiziarie appare assurdo che a qualcuno sia negato l’uso del proprio denaro in considerazione del modo e soprattutto dell’ambiente, quello gay, in cui vuole spenderlo.
Ma se la storia sembra complicata, in realtà è la solita semplice storia: dichiarando la propria omosessualità si deve pagare un prezzo, in questo caso salatissimo.