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Timestamp: 2018-08-14 15:44:49+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 628', 'art. 4', 'art. 22', 'sentenza ', 'art. 51', 'art. 598', 'art. 51', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 616']

Calunnia e diffamazione : la prima contiene la seconda. No al concorso formale. – Noi Radiomobile™
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Calunnia e diffamazione : la prima contiene la seconda. No al concorso formale.
Posted on 21 aprile 2016 AuthorNoi RadiomobileLeave a comment
(Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 15 aprile 2016, n. 15851)
A) del reato di cui agli artt. 110, 56 e 629, comma 2, cod. pen. in relazione all’art. 628, comma 3 n. 1 cod. pen., perché in concorso tra loro compivano atti idonei diretti in modo non equivoco a commettere il delitto di estorsione in danno dell’avv. L.G. . In particolare il Br. , all’epoca detenuto presso la Casa Circondariale di Parma, faceva pervenire al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Parma e alla Cancelleria del Tribunale di Parma una memoria relativa a procedimento penale pendente in fase dibattimentale dinanzi al Tribunale di Parma nel quale lo stesso era imputato del reato di diffamazione in danno dell’avv. L. e della di lui moglie, nella quale accusava lo stesso avvocato L. di essersi macchiato, a partire dagli anni sessanta, di gravi reati, dall’apologia di fascismo alla riorganizzazione del disciolto Partito Fascista, memoria che terminava testualmente: “Con diverso e separato atto giudiziario esaminerò le condizioni per la denunzia a carico di L. per le dichiarazioni rese in forma testimoniale nel dibattimento del processo che mi riguarda in quanto dichiarazioni apologetiche di fascismo e collusive”.
Contestualmente l’avv. B. , nella sua qualità di difensore del Br. , con riferimento esplicito alla suddetta memoria “spedita in via autonoma dal Br. a codesto Consiglio”, ma in realtà da lui almeno in parte predisposta e redatta, inviava una nota al Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Parma nella quale rappresentava di essere stato incaricato di radicare notizia di reato a carico dell’avv. L. per la consumazione di fatti che il Br. , suo assistito, riteneva rilevanti ex art. 4 Legge Scelba e invitava il Consiglio a promuovere tentativo di conciliazione ex art. 22 capo II del Codice Deontologico “evitativo di ulteriori questioni giudiziarie e possibilmente estintivo di quelle già pendenti”.
Dava inoltre notizia di tale sua iniziativa al difensore della parte civile L. “affinché lei possa valutare le condizioni di transazione estintiva del processo penale pendente e prima della imminente udienza”, così compiendo, nella prospettiva accusatoria, la minaccia di presentare denunzia per i fatti esposti nella memoria – integranti, se provati, reati perseguibili d’ufficio – atti idonei diretti in modo non equivoco a indurre l’avv. L. a rimettere la querela sporta nel processo penale pendente nei confronti del Br. e a rinunciare ad ogni pretesa patrimoniale derivante dal procedimento.
A) Violazione di legge per avere la sentenza impugnata dichiarato responsabile del reato di diffamazione una persona diversa dall’autore del fatto, non avendo il ricorrente realizzato alcun rilevante contributo concorsuale.
Non sarebbe infatti configurabile a carico del ricorrente alcuna partecipazione di tipo materiale (la memoria in questione è stata indirizzata al Tribunale e all’Ordine degli Avvocati di Parma personalmente dal Br. ) ovvero morale, in quanto la condizione del difensore è scriminata rispetto agli atti del processo sia dall’art. 51 che dall’art. 598 cod. pen..
Analogamente, scriminate risultano le denunce al Consiglio dell’Ordine di comportamenti scorretti tenuti dalla parte civile nei rapporti col denunciante – il Br. – che si era limitato a riportare fatti veri e reali, consistenti nell’essere L. “il fondatore del movimento neofascista Ordine Nuovo a Parma”, considerato “tipica manifestazione di ricostituzione del partito fascista” fino al suo scioglimento coatto nel 1973.
B) Violazione di legge e vizi di motivazione con riferimento all’intervenuta condanna per il delitto di calunnia, mancando nel caso di specie il carattere calunnioso della memoria in esame e comunque, nei due imputati, la consapevolezza dell’innocenza del denunciato, che aveva fondato a Parma un circolo politico di ideologia neofascista aggregante varie formazioni della destra eversiva al quale partecipavano esponenti neofascisti già condannati per il reato di ricostituzione del disciolto partito fascista, e che nel corso del processo penale per diffamazione a carico del Br. aveva indicato come proprio modello il comandante della formazione militare repubblichina “Decima Mas”.
Sicché del tutto plausibile e giustificata doveva ritenersi l’attribuzione nella memoria incriminata all’avv. L. di fatti qualificabili come ricostituzione del disciolto partito fascista e apologia di fascismo. Inoltre, l’estensione al difensore dell’incriminazione dell’imputato violerebbe, anche a tale riguardo, l’art. 51 cod. pen. e il ruolo e le prerogative defensionali.
C) Violazione di legge per avere la sentenza impugnata ritenuto la compatibilità dei delitti di calunnia e diffamazione e, ai soli fini civili, la sussistenza di entrambi i reati, allorché quella di primo grado aveva derubricato le originarie imputazioni di estorsione e calunnia ritenendo integrato a carico dello stesso ricorrente il solo reato di diffamazione.
La calunnia è infatti reato complesso che contiene in sé tutti gli elementi costitutivi del delitto di diffamazione, sicché quest’ultimo reato deve ritenersi assorbito nel primo ex artt. 15 e 84 cod. pen.
La stessa parte civile aveva inoltre nel corso del giudizio affermato che mai aveva pensato che i fatti rubricati costituissero una calunnia, bensì una grave diffamazione. Tale doglianza viene reiterata col quinto motivo di ricorso, del quale si eviterà dunque, di seguito, ulteriore descrizione.
D) Violazione degli artt. 521 e 522 cod. proc. pen. e mancanza di motivazione per avere la sentenza di primo grado condannato il ricorrente con motivazione solo apparente per il reato di diffamazione, originariamente non contestato, incorrendo nella violazione del principio di necessaria correlazione tra accusa e sentenza. Inoltre, anche in questo caso la comunicazione della memoria incriminata al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Parma sarebbe stata contestata al solo Br. .
La sentenza d’appello avrebbe poi proceduto riconoscendo il ricorrente, seppure ai soli fini civili, colpevole del delitto di calunnia – ad una reformatio in peius della sentenza di primo grado, assolutoria sul punto, senza adempiere all’obbligo di motivazione rafforzata incombente in tal caso sulla Corte territoriale.
Al riguardo, la sentenza impugnata si caratterizzerebbe per la confusione tra due reati, la calunnia e la diffamazione, per i quali è impossibile ritenere il concorso, nonché per l’omessa motivazione circa la sussistenza degli elementi specializzanti della calunnia (falsa incolpazione di reati con la piena consapevolezza della loro insussistenza).
3. Ricorre avverso la sopra descritta sentenza d’appello, per mezzo del proprio difensore di fiducia e procuratore speciale, anche la parte civile L.G. , che con unico motivo deduce mancanza o manifesta illogicità della motivazione e violazione di legge con riferimento alla ritenuta insussistenza del delitto di tentata estorsione originariamente contestato al capo A dell’imputazione ad entrambi gli imputati. In particolare, la sentenza non spiegherebbe le ragioni per le quali la minaccia portata dagli imputati all’avv. L. non presentasse i caratteri di serietà e idoneità tali da coartarne la volontà.
Un’obiettiva valutazione delle emergenze probatorie, puntualmente richiamate nell’atto d’appello della parte civile, avrebbe invece dovuto condurre a riconoscere la valenza gravemente intimidatoria delle condotte concordate e coordinate dei due imputati, l’uno dei quali, il Br. , pluripregiudicato con specifici precedenti penali anche per estorsione, e l’altro, l’avv. B. , che ha utilizzato un’inesistente origine ebraica come pretesto per gratuite aggressioni personali mosse al collega che oltre dieci anni prima, quale Presidente dell’Ordine forense, lo aveva sanzionato ad esito di due procedimenti disciplinari. Inoltre, il giudice d’appello ha omesso di considerare che in tema di estorsione tentata non rileva il grado di resistenza della vittima alla coartazione esercitata dall’agente, bensì unicamente l’idoneità degli atti, da valutarsi ex ante e secondo i comuni criteri probabilistici, a piegare la volontà della parte offesa, indipendentemente dall’effettivo ottenimento dello scopo.
Sicché la sussistenza del delitto di estorsione, anche solo tentata, non può essere esclusa con valutazione ex post ogniqualvolta la vittima abbia resistito, per i più vari motivi, alla coartazione esercitata in suo danno. Né, sotto altro profilo, la sentenza d’appello spiega perché la condotta contestata al capo A potesse essere ritenuta inidonea a cagionare alla vittima l’effettivo danno economico consistente nella preclusione del risarcimento dei danni e della rifusione delle spese di intervento che l’eventuale rimessione di querela avrebbe definitivamente realizzato, a nulla rilevando, in senso contrario, l‘invero problematica possibilità di concreto recupero di quei crediti nei confronti del Br. .
Invero, la Corte territoriale non ha adempiuto l’obbligo di delineare le linee portanti del proprio, alternativo, ragionamento probatorio e di confutare specificamente i più rilevanti argomenti della motivazione della prima sentenza su tali punti, dando conto delle ragioni della relativa incompletezza o incoerenza, tali da giustificare la riforma del provvedimento impugnato (Sez. 6, n. 39911 del 04/06/2014, Rv. 261589).
n particolare, il provvedimento impugnato, che pure censura la sentenza di primo grado circa il generico riferimento da essa operato alle cosiddette “etichette esterne” dei reati attribuiti alla parte civile, si limita a sua volta ad evocare “per titoli” quei reati, senza definire in modo appena sufficiente le concrete condotte, penalmente rilevanti, oggetto delle infondate accuse di cui al capo B della rubrica (p. 13 e s. – p. 15). Tale genericità si riflette inevitabilmente sul discorso giustificativo riguardante la consapevolezza del ricorrente in ordine alla falsità delle accuse rivolte alla parte civile.
Tale falsità viene infatti affermata in modo apodittico con riferimento al complesso indistinto di quelle accuse, in mancanza di adeguata analisi specificamente indirizzata alle concrete condotte criminose addebitate all’Avv. L. con gli atti richiamati nel capo B dell’imputazione. Infondate e comunque assorbite risultano le altre censure formulate dal ricorrente con riferimento alla ritenuta sua responsabilità civile per il delitto di calunnia, il cui autore, come si è già visto, non risulta scriminato dalla circostanza di avere posto in essere le relative condotte con scritti e nei discorsi pronunciati dinanzi alle autorità giudiziarie o amministrative nell’espletamento di mandato defensionale (ex multis, Sez. 5, n. 31115 del 30/06/2011, Rv. 250587).
3. Il ricorso presentato nell’interesse della parte civile è inammissibile.
Esso si sostanzia infatti nella riproposizione di censure di merito relative alla prospettata sussistenza del reato di tentata estorsione di cui al capo A della rubrica, in presenza di una giustificazione del tutto adeguata e immune da vizi logici e giuridici fornita dalle, sul punto, conformi decisioni di primo e secondo grado, in particolare per quanto concerne la ritenuta inidoneità della minaccia – oggettivamente sprovvista dei necessari caratteri di serietà – a coartare la volontà del soggetto passivo (vedi p. 14 della sentenza impugnata).
3.1. All’inammissibilità del ricorso conseguono a carico della parte civile ricorrente le pronunce di cui all’art. 616 cod. proc. pen..
Dichiara inammissibile il ricorso della parte civile, L.G. , che condanna al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 500,00 in favore della cassa delle ammende.
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