Source: http://www.mysolution.it/fisco/public/annullabilita-del-verbale-di-conciliazione-per-vizio-del-consenso/
Timestamp: 2017-12-15 09:54:50+00:00
Document Index: 82114198

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 2113', 'art. 1439', 'sentenza ', 'art. 1439', 'art. 1439', 'art. 410', 'sentenza ']

L’annullabilità del verbale di conciliazione per vizio del consenso
a cura di Luca Daffra, Rosibetti Rubino - Studio Ichino, Brugnatelli e Associati | 25 LUGLIO 2017
Il verbale di conciliazione sottoscritto in sede sindacale è annullabile, ai sensi degli artt. 1427 (cc001942031600262ar1427a) e 1439 (cc001942031600262ar1439a) cod. civ., se la società datrice di lavoro si rende responsabile di una condotta tale da integrare un dolo omissivo in danno del proprio dipendente, ponendo in essere un complesso comportamento volto, con malizia od astuzia, a trarre in inganno il lavoratore.
La Corte di Cassazione, con la sentenza in commento, affronta il tema dell’annullabilità per vizio del consenso di un verbale di conciliazione sottoscritto tra le parti nelle sedi di cui agli artt. 410 (pc001940102801443ar0410a) e ss. c.p.c.
Nel caso di specie, il lavoratore era stato licenziato, nell’ambito di una procedura di mobilità a cui era seguita la firma di un verbale di conciliazione in sede sindacale.
Il lavoratore chiedeva, dunque, l’accertamento dell’annullabilità del verbale di conciliazione sottoscritto per vizio del consenso derivante da dolo della Società e conseguentemente contestava la validità del provvedimento espulsivo chiedendo la condanna della Società alla reintegra. Nel dettaglio, egli sosteneva d'esser stato indotto dalla Società a credere che la propria posizione professionale rientrasse tra quelle indicate come in esubero, salvo poi scoprire, poco dopo la conciliazione, dell’assunzione di un altro lavoratore nella stessa posizione.
Il Tribunale prima e la Corte d’Appello di Milano poi respingevano il ricorso del lavoratore che insisteva con ricorso in Cassazione.
Come noto, gli artt. 2113 (cc001942031600262ar2113a) c.c. e 410 (pc001940102801443ar0410a) e ss. c.p.c. disciplinano le modalità attraverso cui le rinunce e le transazioni che hanno per oggetto diritti del prestatore di lavoro possono ritenersi valide. L’art. 2113 (cc001942031600262ar2113a) c.c., infatti, ferma la dichiarazione di invalidità generale di dette rinunce, esclude che l’irrinunciabilità si applichi alle conciliazioni previste agli artt. 410 (pc001940102801443ar0410a) e ss., ovvero quelle effettuate in sede sindacale o presso il competente Ispettorato del Lavoro.
La ratio della norma risiede nella corretta presunzione per cui le sedi c.d. “protette” rendano il lavoratore più tutelato e consapevole del significato delle proprie rinunce.
Gli artt. 1427 (cc001942031600262ar1427a) e 1439 (cc001942031600262ar1439a) c.c. disciplinano, quale causa di annullabilità dei contratti, il dolo, ovvero quella circostanza in cui, nella stipula di un contratto – nel caso di specie, il verbale di conciliazione – i raggiri utilizzati da uno dei contraenti sono stati tali che, senza di essi, l’altra parte non avrebbe concluso il contratto.
Ebbene, la Corte di Cassazione ha deciso la controversia elaborando il seguente principio di diritto.
L’idoneità del silenzio ad integrare il dolo
La Corte, in ragione del principio della “ragione più liquida”, assorbiti gli ulteriori motivi, accoglie il terzo motivo di doglianza del lavoratore, in relazione alla violazione e falsa applicazione dell’art. 1439 (cc001942031600262ar1439a) c.c., per non aver la Corte territoriale accertato l’idoneità della condotta datoriale a trarre in inganno il lavoratore sulla sua inclusione tra le posizioni eccedentarie nell’ambito della procedura di mobilità.
In particolare, la Corte d’Appello avrebbe omesso di valutare la circostanza che vedeva la Società inserire la posizione del lavoratore fra quelle oggetto della procedura di licenziamento collettivo, salvo poi poco tempo dopo procedere all’assunzione di un altro lavoratore per le medesime mansioni. La Corte milanese non avrebbe, quindi, considerato la condotta di malizioso silenzio della Società come idonea ad integrare il raggiro del dipendente.
Richiamando i principi del diritto penale - per i quali il silenzio su circostanze rilevanti ai fini della valutazione delle reciproche prestazioni da parte di colui che abbia il dovere di farle conoscere costituisce elemento del raggiro – la Corte afferma che anche nel contratto di lavoro, il silenzio serbato in ordine a situazioni di interesse della controparte e la reticenza, qualora l’inerzia della parte si inserisca in un complesso comportamento adeguatamente preordinato, con malizia e astuzia, a realizzare l’inganno perseguito, determinando l’errore del deceptus, integrano gli estremi del dolo omissivo.
Tale condotta, conclude la Corte, comporta l’annullamento per dolo del verbale di conciliazione sottoscritto tra le parti in sede sindacale.
Alla luce delle considerazioni appena esposte, la Corte ha cassato la sentenza e disposto il rinvio alla Corte d’Appello di Milano che deciderà sulla base del principio di diritto suesposto anche in relazione alle pronunce ad esso conseguenti.
Come già osservato nei paragrafi che precedono, la pronuncia in commento si pone – per quanto concerne i principi espressi in tema di dolo omissivo - in continuità con l’orientamento di legittimità più recente.
Sul dolo omissivo
Corte di Cassazione, Sez. Lav., 17 maggio 2012, n. 7751 (stla2012051707751):
“Nel contratto di lavoro, il semplice silenzio serbato da una delle parti, anche in ordine a situazioni di interesse della controparte, e la reticenza, non immutando la rappresentazione della realtà, ma limitandosi a non contrastare la percezione della realtà alla quale sia pervenuto l’altro contraente, non integrano – salvo che l’inerzia della parte si inserisca in un complesso comportamento, adeguatamente preordinato, con malizia o astuzia, a realizzare l’inganno perseguito, determinando l’errore del deceptus, gli estremi del dolo omissivo rilevante ai sensi dell’art. 1439 c.c..”
Corte di Cassazione, Sez. Lav., 12 febbraio 2003, n. 2104:
“A differenza dell'errore, il quale per sua essenza deve essere valutato nella persona che ne è vittima, il dolo è un fatto che implica una considerazione del contegno del deceptor e delle sue conseguenze sulla conoscenza del deceptus e, pertanto, perché si possa parlare di intenzione di ingannare, è necessaria la conoscenza da parte dell'agente delle false rappresentazioni che si producono nella vittima, ed il convincimento che sia possibile determinare con artifici, menzogne o raggiri, inducendola specificamente in inganno, la volontà altrui, cosicché la reticenza e il silenzio non bastano a costituire il dolo se non in rapporto alle circostanze e al complesso del contegno che determina l'errore, richiedendosi che il comportamento reticente concreti una condotta che si configuri, nel complesso, quale malizia o astuzia volta a realizzare l'inganno perseguito”.
Corte di Cassazione, Sez. II, 20 aprile 2006, n. 9253
“Il dolo omissivo, pur potendo viziare la volontà, è causa di annullamento, ai sensi dell'art. 1439 cod. civ., solo quando l'inerzia della parte si inserisca in un complesso comportamento, adeguatamente preordinato, con malizia o astuzia, a realizzare l'inganno perseguito, determinando l'errore del "deceptus". Pertanto, il semplice silenzio, anche in ordine a situazioni di interesse della controparte, e la reticenza, non immutando la rappresentazione della realtà, ma limitandosi a non contrastare la percezione della realtà alla quale sia pervenuto l'altro contraente, non costituiscono di per sé causa invalidante del contratto”.
Codice civile, artt. 1427 (cc001942031600262ar1427a), 1439 (cc001942031600262ar1439a), 2113 (cc001942031600262ar2113a);
Codice di procedura civile, art. 410 (pc001940102801443ar0410a) e ss.;
Corte di Cassazione, sentenza 30 aprile 2017, n. 8260 (stla2017033008260).