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Timestamp: 2020-01-24 20:28:30+00:00
Document Index: 47577596

Matched Legal Cases: ['art. 700', 'art. 696', 'art. 700', 'art. 700', 'art. 696', 'art.696', 'art.5', 'art.15', 'art.14', 'art. 337', 'art. 330', 'art. 337', 'art. 709', 'art. 337', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 186', 'art. 186', 'art. 186', 'art. 186', 'art. 186', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 648', 'art. 648', 'art. 648', 'art. 648', 'art. 648', 'art. 163', 'art. 155', 'art. 155', 'art. 183', 'art. 155', 'art. 139', 'art. 32', 'art. 139', 'in fine', 'art. 32', 'art. 139', 'art. 32', 'sentenza ', 'art. 32', 'art. 32', 'art. 139', 'sentenza ', 'art. 139', 'art. 32', 'Cass. Sez. ', 'art. 32']

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Affitto di azienda e inadempimento dell’affittuaria: non c’è nesso di pregiudizialità fra il procedimento d’urgenza ex art. 700 c.p.c. e quello di ATP ex art. 696 bis c.p.c. (Trib. Padova, Ord. 14.02.18)
Di JabvWaZkZUykQPfluFHe JabvWaZkZUykQPfluFHe In art. 700 c.p.c., eccezione di inadempimento, inadempimento affittuaria, ricorso d'urgenza, tutela d'urgenza
Tribunale di Padova, Giudice Dott.ssa Federica Sacchetto, Ordinanza del 14.02.2018
IL FATTO: L’affittante promuoveva un procedimento d’urgenza ai sensi dell’art. 700 c.p.c. onde ottenere l’immediato rilascio dell’azienda (un albergo) essendosi l’affittuaria resa morosa del pagamento di alcuni canoni di affitto. In pendenza di detto procedimento, l’affittuaria promuoveva, a sua volta, altro procedimento per ATP ai sensi dell’art. 696 bis c.p.c. al fine di far emergere, per il tramite di una ctu, quei vizi che, a suo dire, legittimavano, in forza dell’eccezione di inadempimento opposta all’affittante, il mancato pagamento dei canoni. Il Tribunale di Padova si pronunciava, quindi, preliminarmente, in ordine alla questione pregiudiziale emarginata.
R.G. 2018/796
Nel procedimento cautelare iscritto al n. r.g. 796/2018:
Il Giudice dott. Federica Sacchetto,
a scioglimento della riserva assunta all’udienza del 06/03/2018,
rilevato, preliminarmente, che non appare concepibile un nesso di pregiudizialità fra il presente procedimento cautelare e quello di ATP, ex art.696 bis c.p.c., pendente fra le parti, che non condurrà ad alcuna pronuncia che possa confliggere con quella che definisce il presente procedimento, e ciò senza considerare l’urgenza del presente;
rilevato, ancora in via preliminare, che non può ritenersi venuto meno l’interesse della ricorrente alla pronuncia, per effetto della cessione del credito per canoni oggetto del contratto, atteso che tale cessione non comporta alcun mutamento soggettivo nel rapporto contrattuale che costituisce il titolo della pretesa fatta valere nel presente giudizio;
rilevato che sussiste il “fumus” del diritto della ricorrente alla restituzione dell’azienda oggetto del contratto d’affitto in data 22.12.2016, per effetto della risoluzione di diritto dello stesso, invocata dalla ricorrente in forza di clausola risolutiva espressa;
rilevato, invero, che è pacifico fra le parti che l’affittuaria ha omesso il pagamento, ad oggi, di cinque canoni mensili (da ottobre a febbraio, il primo nella misura ridotta concordata a seguito di parziale compensazione), con ciò determinando il verificarsi dei presupposti della clausola risolutiva espressa di cui all’art.5 del contratto (mancato pagamento di due mensilità di canone);
rilevato, che vi è il “fumus” dell’inadempimento contrattuale anche con riferimento ad altre obbligazioni derivanti dal contratto, ed in particolare con riferimento alla clausola relativa all’obbligo di subentro di cui all’art.15, per cui la resistente, che non ha provveduto, almeno in parte, alla voltura delle utenze dell’esercizio, si è resa inadempiente all’obbligo di rimborso delle spese anticipate dalla ricorrente per circa €.11.000,00;
ritenuto che la difesa della resistente, secondo cui il mancato pagamento dei canoni sarebbe legittimo, in forza dell’eccezione di inadempimento, da essa opposta all’affittante a causa dell’interruzione dell’erogazione dell’acqua termale per la piscina, della mancata riparazione di infiltrazioni in alcune stanze, del mancato rimedio al degrado degli spogliatoi della piscina e del mancato adeguamento dell’impianto termico, inefficiente, anche a seguito dell’impiego di esso per il riscaldamento dell’acqua della piscina, non appare “prima facie” fondata;
rilevato, invero, quanto all’interruzione dell’erogazione dell’acqua termale per la piscina, che tale circostanza, per allegazione della resistente, si è verificata a seguito della decisione della resistente medesima di cessare il contratto con la società sportiva […] s.r.l., che versava un canone e nei cui confronti soltanto la […] s.r.l. aveva garantito la funzionalità della piscina con acqua termale fornita da terzi, circostanza che avrebbe dovuto indurre la convenuta, che ha voluto risolvere il contratto, a procacciarsi altrimenti la fornitura di acqua termale, considerato che l’azienda affittata risulta comprensiva di “piscina pubblica/aperta al pubblico” di cui non viene precisata la natura termale;
rilevato, sotto altro profilo, che la circostanza che […] s.r.l. pubblicizzasse la disponibilità di una piscina termale non può considerarsi indice di condotta inadempiente, poiché la piscina, pacificamente, era dotata di acqua termale fino alla cessazione del contratto con […] per decisione della convenuta, avvenuta in costanza di rapporto di affitto d’azienda;
rilevato, quanto al degrado di alcuni spazi, da un lato, che lo stesso appare in parte riconducibile a problemi manutentivi non addebitabili alla proprietà (muffe alle pareti degli spogliatori ecc.), dall’altro, che lo stesso contratto di affitto, avendo ad oggetto un immobile datato, e quindi prevedibilmente bisognoso di continui interventi, prevede che in caso di necessità di restauri non effettuati dalla proprietà, vi provveda la conduttrice con diritto al rimborso (art.14); rilevato pertanto che la circostanza che la ricorrente abbia autorizzato la compensazione di alcuni canoni con le spese sostenute dalla conduttrice per riparazioni è, non già indice del riconoscimento di vizi del bene affittato, costituito da un albergo di non recente costruzione (d’altra parte il canone è di €.4.000,00 mensili per l’intera azienda, comprensiva di albergo arredato con numerose camere, ristorante, piscina, autorizzazioni ecc.), ma puntuale adempimento della richiamata clausola contrattuale;
rilevato, quanto alla pretesa inadeguatezza dell’impianto termico, che lascerebbe alcune stanze dell’albergo fredde ed altre surriscaldate, che la stessa appare dipendere dall’imprevisto impiego della caldaia per il riscaldamento dell’acqua della piscina, come riconosciuto dalla stessa resistente (invero il contratto è iniziato nel gennaio 2017, in pieno inverno, e non risultano contestazioni circa la funzionalità dell’impianto termico in tale periodo, quando la caldaia non riscaldava la piscina), circostanza che configura un’utilizzazione anomala dell’impianto che serve l’edificio alberghiero che non può essere addebitata all’affittante;
rilevato, sotto altro profilo, che lo stesso perito incaricato dalla convenuta (doc.16) ha ipotizzato che almeno in parte dei difetti di funzionalità del riscaldamento dipendano dalla presenza di bolle d’aria nelle tubazioni e dunque da problemi di manutenzione che fanno carico all’affittuaria;
ritenuto, quanto al “periculum”, che lo stesso appare ravvisabile sotto il profilo dell’imminenza e irreparabilità del pregiudizio che verrebbe arrecato, da un lato, alla ricorrente che, privata della sola, propria risorsa economica, rappresentata dai canoni, diverrebbe insolvente verso la banca e soggetta ad eventuale fallimento, dall’altro, al compendio aziendale, che l’affittuaria, allegando un inadempimento dell’affittante per vizi essenzialmente manutentivi e comunque dipendenti da un proprio impiego anomalo dei beni affittati, omette di riparare e mantenere in condizioni di normale esercizio, con pregiudizio per la conservazione del complessivo compendio aziendale e del relativo avviamento, beni tutti non ripristinabili per equivalente;
ritenuto in definitiva che, nel mentre è inammissibile nel presente procedimento la domanda di accertamento proposta dalla ricorrente, va accolta quella cautelare di immediata restituzione dell’azienda, in quanto anticipatoria della richiamata pronuncia oggetto dell’eventuale giudizio di merito;
ritenuto che le spese seguono la soccombenza e vanno liquidate come da dispositivo;
Visti gli artt.669 bis e segg. e 700 c.p.c.,
rigettata ogni altra istanza, ordina all’impresa individuale […], in persona della titolare, […], l’immediata restituzione alla s.r.l. […] dell’azienda oggetto del contratto in data 22.12.2016, Rep.22.224, racc.8.510 del notaio […], mediante riconsegna dei beni mobili descritti nel contratto e rilascio dell’immobile ivi indicato, nonché il compimento di tutti gli atti necessari a consentire la voltura delle autorizzazioni amministrative indicate nel medesimo contratto;
dispone che l’esecuzione avvenga a mezzo ufficiale giudiziario, nelle forme dell’esecuzione per consegna e rilascio;
condanna la resistente a rifondere alla ricorrente le spese del procedimento, che liquida in €.2.430,00 per la fase di studio, €1.145,00 per la fase introduttiva, €.1.687,00 per la fase decisionale, oltre al 15% per spese generali, ad €.286,00 per spese vive ed oltre IVA e CPA.
Padova, 14 marzo 2018
dott. Federica Sacchetto
Affido super esclusivo o “rafforzato”: indifferenza e disinteresse del padre lo impongono (Trib. Padova, decreto 21.11.2017)
Di JabvWaZkZUykQPfluFHe JabvWaZkZUykQPfluFHe In affidamento esclusivo, affidamento super esclusivo, affido arafforzato, affido super esclusivo, responsabilità genitoriale
Con l’affidamento definito “super esclusivo”, a differenza del modello previsto dall’art. 337 quater comma III c.c., anche le decisioni di maggiore interesse per il minore possono essere assunte da un solo genitore senza la previa consultazione dell’altro genitore. Infatti, anche nell’ambito di un affidamento esclusivo in cui la responsabilità genitoriale spetta al genitore affidatario, le scelte più importanti spettano comunque ad entrambi i genitori. Si tratta di decisioni riguardanti la salute, l’educazione, l’istruzione o la fissazione della residenza abituale. Vi è in ogni caso la “possibilità per il Giudice di disporre diversamente rispetto alla regola dell’esercizio congiunto […] fino al punto di escludere il genitore non affidatario dall’esercizio della responsabilità genitoriale su tutte le questioni di maggiore interesse (c.d. affidamento superesclusivo) spogliandolo completamente in questo modo dell’esercizio della responsabilità genitoriale e determinando nella sostanza una sua decadenza dalla responsabilità genitoriale ex art. 330” (Cfr. Cian – Trabucchi, ed. XII sub. art. 337 quater c.c.).
Tribunale di Padova, decreto del 21.11.2017
SEZIONE VOLONTARIA
Il Tribunale Ordinario di Padova, Sezione I° Civile, composto dai signori Magistrati:
Francesco Spaccasassi Presidente rel.
Lucia Martinez Giudice
Federica Fiorillo Giudice
Nel procedimento N. 6947/2017 R.G promosso da
C. A., con l’avv. CALVELLO CLAUDIO, come da mandato in atti;
G. I., contumace,
a scioglimento della riserva del 21.11.2017;
Con ricorso depositato telematicamente C. A. esponeva: di aver avuto da luglio 2005 ad agosto 2008 una relazione sentimentale con G. I.; che dalla relazione è nato il … D.; che dal 2008 al 2016 il padre ha incontrato il figlio solo 6 volte; che non ha mai provveduto al suo mantenimento; che nel 2016 si era determinata a presentare ricorso per la disciplina del mantenimento e delle visite; che in tale occasione il G. si era dimostrato disponibile a tenere con sé il figlio la domenica e a versare un contributo di euro 250,00 mensile; che tale disponibilità è stata recepita nel decreto del tribunale del 13.09.2016; che tuttavia il resistente ha continuato nel suo comportamento di totale disinteresse verso il figlio D. che non ha più visto non versando quando stabilito dal tribunale per il mantenimento; che nel tentativo di ottenere il versamento diretto da parte del datore di lavoro aveva constatato che si era dimesso in data 6.12.2016.
Tanto esposto chiedeva l’affidamento rafforzato e le sanzioni previste dall’art. 709 ter.
La richiesta di un affidamento “rafforzato” è fondata attesa l’indifferenza e il disinteresse paterni che sono continuati anche dopo la procedura camerale nella quale il G. aveva mostrato segni di un qualche ravvedimento.
In tema di affidamento rafforzato tra altri provvedimenti trib. Milano 20 marzo 2014 : “…Nel modulo di affidamento monogenitoriale, il genitore cui sono affidati i figli in via esclusiva ha l’esercizio esclusivo della responsabilità genitoriale su di essi; ciò nonostante, «le decisioni di maggiore interesse per i figli sono adottate da entrambi i genitori». L’esercizio concertato della responsabilità genitoriale, in ordine alle scelte più importanti (salute, educazione, istruzione, residenza abituale) può però trovare deroga giudiziale (“salvo che non sia diversamente stabilito”). Si tratta, in questi casi, si rimettere al genitore affidatario anche l’esercizio in via esclusiva della responsabilità genitoriale con riguardo alle questioni fondamentali. Questa concentrazione di genitorialità in capo a uno solo dei genitori non rappresenta, ovviamente, un provvedimento che incide sulla titolarità della responsabilità genitoriale, modificandone solo l’esercizio. Il genitore cui i figli non sono affidati ha, peraltro, sempre il diritto ed il dovere di vigilare sulla loro istruzione ed educazione e può ricorrere al giudice quando ritenga che siano state assunte decisioni pregiudizievoli al loro interesse (art. 337-quater ultimo comma c.c.). Nel caso di specie, l’affido (super)esclusivo alla madre è tanto opportuno quanto necessario per evitare che, anche per questioni fondamentali, la macchina di rappresentanza degli interessi del minore (in una età così tenera: appena 1 anno) sia inibita nel funzionamento, a causa del completo e grave disinteresse del padre per la propria famiglia)”.
Va poi accolta la richiesta di ammonimento nei confronti del G. stante le gravi inadempienze dello stesso.
a modificazione delle condizioni stabilite dal tribunale di Padova con decreto del 13.09.2016:
AFFIDA il figlio minore C. D. in via esclusiva alla madre; le decisioni di maggiore interesse per lo stesso D. relative all’istruzione, all’educazione, alla salute e alla scelta della residenza abituale del minore potranno essere prese dalla madre in via esclusiva, tenendo conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni di D.;
ammonisce il padre G. I. dal continuare nella condotta inadempiente;
condanna G. I. al rimborso delle spese in favore di C. A. liquidate in euro 2.500,00 a titolo di compenso, oltre accessori.
Padova, li 21 novembre 2017
Francesco Spaccasassi
Scarica il Decreto originale in PDF: Trib. Padova Affido Super esclusivo – decreto cron. 964-2018
Di JabvWaZkZUykQPfluFHe JabvWaZkZUykQPfluFHe In addebito, addebito separazione, divorzio, separazione, separazione con addebito, tradimento
Scarica la sentenza integrale in PDF: Tribunale di Padova 09.05.2017 – sentenza con addebito separazione
Alcoltest effettuato mediante prelievo ematico inattendibile: motociclista assolto (Trib. Pen. Padova, sent. 904/2017)
Di JabvWaZkZUykQPfluFHe JabvWaZkZUykQPfluFHe In alcoltest, alcool test inattendibile, alcooltest, art. 186, art. 186 C.d.S., esami del sangue dopo incidente, esami del sangue per guida in stato di ebbrezza, guida in stato di ebbrezza, prelievo ematico per alcolemia
IL FATTO: Un ciclomotorista finiva la propria corsa contro una rotonda in sella al proprio scooter. Gli agenti intervenuti sul luogo del sinistro lo accompagnavano al locale Pronto Soccorso per sottoporlo ad alcoltest le cui risultanze evidenziavano 2.73 grammi di alcool per litro di sangue. Ne conseguiva una citazione a giudizio avanti il Tribunale per rispondere del reato previsto e punito dall’art. 186, secondo comma, lett. C), comma 2 bis e comma 2 sexies del Codice della Strada (guida in stato di ebbrezza aggravata).
LA DIFESA: Il consulente tecnico della difesa medico chirurgo specialista in medicina legale, ha riferito che, per l’accertamento della concentrazione di alcool nel sangue, fu utilizzato il metodo immunoenzimatico, test che viene eseguito su siero e non su sangue intero e misura non solamente l’alcool, ma anche una serie di metaboliti da esso derivati, ciò che determina necessariamente una sovrastima.
LA DECISIONE: il Tribunale riteneva che mentre poteva dirsi accertato che l’imputato conduceva il motoveicolo in stato di ebbrezza conseguente all’uso di bevande alcoliche, non poteva altrettanto dirsi accertato oltre ogni ragionevole dubbio che la concentrazione di alcool nel sangue al momento fosse superiore a 0,8 g/L, rientrando quindi in una delle fattispecie penalmente rilevanti. L’imputato veniva quindi assolto non essendo il fatto previsto dalla legge come reato.
Dott. Antonella Salvagno
alla pubblica udienza del 18.04.2017
M. nato a … il …, residente in …, elettivamente domiciliato c/o AVV. CESARE ZULIAN DEL FORO DI PADOVA
difeso di fiducia dall’Avv. Alberto Berardi del Foro di Padova
difeso di fiducia dall’Avv. Cesare Zulian del Foro di Padova
Del reato di cui all’art. 186, co. 2 lett. c), co. 2 bis e co. 2 sexies, D.L. vo 285/1992 perché alle ore 5.20 circa, guidava il motoveicolo Kymco People tg. … in stato di ebbrezza alcolica con tasso pari a 2,73 g/L, provocando un incidente stradale. In Due Carrare, il 3/9/2013.
Dagli atti contenuti nel fascicolo del Pubblico Ministero e da quelli già facenti parte del fascicolo del dibattimento risulta – né del resto è stato mai posto in discussione dalla difesa dell’imputato – che M. M., il giorno 3 settembre 2013, alle ore 5,00 circa del mattino, in Comune di Due Carrare, alla guida del motociclo Kymco People targato … (risultato di proprietà di altra persona), usciva autonomamente di strada nell’affrontare una rotatoria. Sul posto intervenivano i Carabinieri della Stazione di Galzignano Terme, che constatavano che il M. era ferito ad una gamba e manifestava “sintomi riconducibili ad un abuso di sostanze alcoliche, quali forte alito vinoso, occhi lucidi, eccessiva loquacità”, ragion per cui ne veniva chiesto il soccorso ed il trasporto all’ospedale di Monselice. Informato l’imputato della facoltà di farsi assistere da difensore di fiducia, facoltà alla quale il M. rinunciava, i Carabinieri rivolgevano alla struttura ospedaliera richiesta di accertamento del tasso alcoolemico nel sangue mediante prelievo ematico, a seguito della quale l’ospedale di Monselice trasmetteva referto di esame del sangue dal quale risultava un valore di 2,73 g/L per l’alcool etilico.
Il consulente tecnico della difesa, dott. Roberto Rondinelli, medico chirurgo specialista in medicina legale, ha riferito che, per l’accertamento della concentrazione di alcool nel sangue, fu utilizzato il metodo immunoenzimatico, test che viene eseguito su siero e non su sangue intero e misura non solamente l’alcool, ma anche una serie di metaboliti da esso derivati, ciò che determina necessariamente una sovrastima. Il consulente aggiungeva che si tratta di un test rapido, utile ai fini clinici del pronto soccorso per evidenziare un’eventuale intossicazione da alcool ed effettuare una diagnosi differenziale rispetto ad intossicazioni da altre sostanze, nonostante la possibilità di falsi positivi, poiché il dato dell’esame di laboratorio, pur tenuto conto della sovrastima, si sarebbe potuto considerare significativo qualora fosse stato confortato dalla descrizione di un quadro clinico con esso compatibile, cosa non verificatasi nel caso di specie, in quanto, a giudizio del consulente stesso, la descrizione data dai Carabinieri operanti, non poteva corrispondere ad un livello di alcool nel sangue quale quello risultante dall’esame, ma semmai ad un livello inferiore a 0,8 g/L. Il Consulente, dott. Rondinelli, precisava infine che non è possibile quantificare precisamente l’errore del metodo utilizzato nel caso di specie, per la somma di vari motivi d’incertezza, ulteriori rispetto alla sovrastima tipica del metodo (quantificabile, quest’ultima, tra il 15 ed il 25%), quali la presenza di una parte non quantificabile, di siero ossidato o modificato o l’eventuale uso di disinfettante alcoolico al momento del prelievo del campione.
Dal complesso degli elementi probatori in atti, dunque, risulta accertato che l’imputato ha condotto il motociclo in stato di ebbrezza, poiché i Carabinieri operanti ne hanno riscontrato i sintomi nell’immediatezza del fatto.
Non appare provato con certezza, invece, che il livello di alcool nel sangue al momento del fatto fosse superiore a 1,5 g/L (come previsto dall’ipotesi contestata, di cui alla lett. c dell’articolo 186, secondo comma, del Codice della Strada) ovvero a quello di 0,8 g/L (ciò che potrebbe ricondurre il fatto all’ipotesi di cui all’articolo 186, secondo comma, lett. b, del Codice della Strada, anche questa di rilievo penale).
Vero è che, per l’accertamento dei reati previsti dal secondo comma dell’articolo 186 del Codice della Strada, non è prevista dall’ordinamento alcuna prova legale, relativamente al livello del tasso alcoolemico nel sangue, cosicché la sussistenza di tali reati può essere ritenuta dal giudice anche in assenza di accertamenti strumentai (con etilometro o con esame del sangue) e per entrambe le ipotesi previste dalla norma, qualora la prova emerga da altri elementi (Cass. n. 22241/2014 e Cass. n. 26562/2015).
Nel caso di specie, tuttavia, da un lato il consulente tecnico della difesa ha ampiamente argomentato in ordine all’inidoneità dell’esame del sangue, svolto dal laboratorio dell’Ospedale di Monselice a fini clinici, a provare da solo con certezza un livello di alcool etilico, derivante dall’uso di bevande alcooliche, superiore a 0,8 g/L; dall’altro lato non vi sono elementi probatori (anche sotto il profilo di un complesso di indizi gravi, precisi e concordanti) tali da poter collocare oltre ogni ragionevole dubbio lo stato di ebbrezza del M. al momento del fatto nella scia di cui alla lettera b) od in quella di cui alla lettera c) dell’art. 186 CdS.
I sintomi descritti dai Carabinieri di Galzignano dello stato dell’imputato nell’immediatezza del fatto non permettono, infatti, di trarre alcuna sicura conclusione sul punto, potendo corrispondere anche alla fascia di cui alla lettera a) dell’articolo 186 CdS (ed essendo, a giudizio del consulente tecnico della difesa, addirittura incompatibili con il tasso alcoolemico risultante dall’esame del sangue, che avrebbe dovuto indurre nell’imputato uno stato di confusione mentale, con andatura instabile e tendanza ad assopirsi).
Nemmeno l’uscita di strada autonoma – da sola o, per quanto appena sopra detto, unitamente alla descrizione dello stato dell’imputato – costituisce elemento che consenta di accertare oltre ogni ragionevole dubbio la sussistenza di una delle due fasce superiori previste dall’articolo 186, secondo comma, CdS, essendo la compromissione delle capacità di guida dei veicoli (tanto più trattandosi di motoveicoli, come nel caso di specie, che richiedono anche capacità di mantenimento dell’equilibrio, in particolare nell’affrontare le curve e rotatorie) compatibile con ciascuna delle tre fasce previste dalla norma citata.
In definitiva, può dirsi accertato che l’imputato conduceva il motoveicolo in stato di ebbrezza conseguente all’uso di bevande alcooliche, ma non può dirsi accertato oltre ogni ragionevole dubbio che la concentrazione di alcool nel sangue al momento fosse superiore a 0,8 g/L, rientrando quindi in una delle fattispecie penalmente rilevanti. Ne consegue che l’imputato andrà assolto, ai sensi dell’articolo 530, secondo comma, c.p.p., perché il fatto non è previsto dalla legge come reato, con trasmissione della sentenza al Prefetto di Padova per le determinazioni in ordine all’applicazione delle sanzioni amministrative (applicazione che spetta al giudice penale unicamente se conseguente all’accertamento di reati).
Stante il carico di lavoro, il deposito dei motivi è riservato in trenta giorni.
Visto l’articolo 530, secondo comma, c.p.p.,
assolve M. M. dal reato ascrittogli perché il fatto non è previsto dalla legge come reato. Dispone la trasmissione della presente sentenza al Prefetto di Padova. Motivi riservati in 30 giorni.
Padova, 18 aprile 2017
Dott.ssa Antonella Salvagno
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Trib. Penale di Padova, sent. n. 9042017 del 18.04.2017
Rigetto del ricorso per sequestro conservativo sulla base di un decreto ingiuntivo non provvisoriamente esecutivo azionato nelle more delle celebrazione della prima udienza di comparizione.
Di JabvWaZkZUykQPfluFHe JabvWaZkZUykQPfluFHe In ricorso per sequestro conservativo, rigetto
Tribunale di Padova, Giudice Dr. Giorgio Bertola, Ordinanza del 29 giugno 2017
[omissis] ad oggi ancora non si è celebrata la prima udienza di comparizione nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo sicché ancora non vi è stato alcun provvedimento sulla provvisoria esecutività ex art. 648 c.p.c. così che manca anche una valutazione sulla fondatezza del credito azionato, perlomeno sul quantum, viste le doglianze dimesse dalla resistente nel giudizio di merito. Nel merito va osservato che il motivo legato alla circostanza che il periculum sarebbe collegato al fatto che è stata presentata una opposizione, che la ricorrente ritiene infondata e strumentale, è insussistente. Se tale ragione fosse valorizzabile in sede di sequestro potenzialmente tutti i procedimenti di opposizione a decreto ingiuntivo, non concesso già provvisoriamente esecutivo, potrebbero avere come conseguenza la richiesta di sequestro. [omissis] Sovrapporre la valutazione che si farà alla prima udienza del giudizio di opposizione con quella che si vuole offrire in questa sede potrebbe portare a risultati impropri laddove lo strumento processuale tipico per tutelare le ragioni di credito della ricorrente è quello previsto dall’art. 648 c.p.c.. [omissis]
N. R.G. 4501/2017
Nel procedimento cautelare iscritto al n. r.g. 4501/2017 promosso da:
Il Giudice dott. Giorgio Bertola, a scioglimento della riserva assunta all’udienza del 28/06/2017, ha pronunciato la seguente
Con ricorso per sequestro conservativo la ricorrente ha chiesto la tutela cautelare deducendo di essere creditrice di circa 28.000 euro come da decreto ingiuntivo emesso da questo ufficio;
ha dedotto che tale decreto, pur richiesto provvisoriamente esecutivo, sia stato emesso non provvisoriamente esecutivo;
ha dedotto che tale decreto sia stato impugnato con motivazioni non fondate e dilatorie evidenziando in particolare che l’attrice/opponente abbia anche riconosciuto l’an del credito monitorio contestandone solo l’importo e lamentando che nel ricorso monitorio non sarebbe stato preso in considerazione un pagamento parziale di euro 10.000 intervenuto nelle more;
parte ricorrente ha invece dedotto di aver già tenuto in considerazione tale pagamento parziale ed ha evidenziato il pericolo nel soddisfacimento del credito osservando che dalle stesse scritture della resistente emerga un peggioramento della situazione finanziaria;
la resistente, pur regolarmente notificata a mezzo p.e.c., non si è costituita.
Va in primo luogo osservato che la motivazione posta a fondamento del ricorso per sequestro attiene da un lato alla circostanza che il decreto, contrariamente alla richiesta, non sia stato munito della provvisoria esecutività e che il decreto sia stato opposto con fissazione della prima udienza a dopo l’estate così paralizzando la possibilità di recupero del credito ad opera della creditrice.
Va anche osservato che ad oggi ancora non si è celebrata la prima udienza di comparizione nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo sicché ancora non vi è stato alcun provvedimento sulla provvisoria esecutività ex art. 648 c.p.c. così che manca anche una valutazione sulla fondatezza del credito azionato, perlomeno sul quantum, viste le doglianze dimesse dalla resistente nel giudizio di merito.
Nel merito va osservato che il motivo legato alla circostanza che il periculum sarebbe collegato al fatto che è stata presentata una opposizione, che la ricorrente ritiene infondata e strumentale, è insussistente.
Se tale ragione fosse valorizzabile in sede di sequestro potenzialmente tutti i procedimenti di opposizione a decreto ingiuntivo, non concesso già provvisoriamente esecutivo, potrebbero avere come conseguenza la richiesta di sequestro.
Va anche osservato che, in assenza della valutazione sulla concessione della provvisoria esecutività al decreto ingiuntivo opposto, manca anche una valutazione, allo stato, della reale fondatezza del credito e della infondatezza dell’opposizione.
Sovrapporre la valutazione che si farà alla prima udienza del giudizio di opposizione con quella che si vuole offrire in questa sede potrebbe portare a risultati impropri laddove lo strumento processuale tipico per tutelare le ragioni di credito della ricorrente è quello previsto dall’art. 648 c.p.c..
Inoltre poiché il decreto, pur richiesto provvisoriamente esecutivo, è stato emesso non provvisoriamente esecutivo, avendo in quella sede osservato che il presunto documento che riconosceva il debito era in realtà un documento non sottoscritto, la valutazione che si chiede in questa sede rappresenta un riesame della valutazione resa in sede monitoria non prevista dal codice di procedura laddove lo strumento tipico è, ancora una volta, quello previsto dall’art. 648 c.p.c. alla prima udienza del 21/09/2017 piuttosto che l’anticipazione di quella udienza laddove il termine ecceda notevolmente il termine minimo a comparire..
Sugli altri due elementi collegati al periculum, ovvero il riconoscimento di debito (doc. 2) e la grave situazione finanziaria desumibile dal bilancio (doc. 7), si osserva che essi sono tutti fatti anteriori addirittura al deposito del ricorso per decreto ingiuntivo ed infatti il decreto ha già rilevato che il riconoscimento di debito è privo della sottoscrizione sicché non può una bozza non firmata essere valorizzata pro o contro una parte.
La situazione patrimoniale desumibile dal bilancio al 31/12/2015 è appunto desumibile dal bilancio del 2015 sicché anche questo fatto non rappresenta una novità peggiorativa rispetto al deposito del ricorso monitorio che possa essere valorizzata a fronte della presentazione dell’opposizione.
Anche sulla doglianza che l’udienza di opposizione sia stata fissata al 21/09/2017, va osservato che il decreto ingiuntivo è stato notificato il 31/03/2017 e l’opposizione è stata notificata il 09/05/2017 sicché la fissazione della prima udienza al 21/09/2017 appare termine assolutamente congruo visto che la prima udienza utile poteva essere fissata a parte dall’8 settembre 2017 allorquando sarebbero spirati i termini ex art. 163 bis c.p.c..
Anche tale elemento appare pertanto neutro.
Il ricorso va pertanto rigettato mancando allo stato la fondatezza del periculum del provvedimento invocato.
1) Rigetta il ricorso poiché infondato;
2) Manda alla cancelleria per gli adempimenti di competenza.
Termine di decorrenza: ecco quando il dies a quo va computato (Trib. di Padova, Giudice Marzella, Ord. 26/01/17)
Di JabvWaZkZUykQPfluFHe JabvWaZkZUykQPfluFHe In art. 155 cpc, calcolo termini processuali 183, computo dei termini, decorrenza del termine, termine di decorrenza, termini 183 cpc, termini processuali
Il Giudice Patavino spiega perchè, nel caso di specie, non ha potuto trovare applicazione il disposto di cui all’art. 155 c.p.c.. in base al quale “dies a quo non computatur in termino“.
IL PASSO SALIENTE DELL’ORDINANZA:
[omissis] essendo stati espressamente concessi i termini per il deposito delle memorie istruttorie ex art. 183 cpc, sesto comma, “con decorrenza dal 31.10.16″ anche il giorno in esame deve essere computato tra quelli concessi poiché esso risultava appunto essere il primo giorno di decorrenza del termine;
considerato d’altro canto, non poter trovare applicazione nella fattispecie i principi dettati in tema di decorrenza dei termini del primo comma dell’art. 155 cpc, il quale dispone che nel computo dei termini a giorni o ad ore si escludono il giorno o l’ora iniziali, dal momento che nel caso di specie non si è in presenza dell’applicazione di una norma astratta che non esplicita il giorno di decorrenza bensì di uno specifico provvedimento del giudice che autonomamente individua il primo giorno di decorrenza; [omissis]
Qui sotto in pdf l’ordinanza integrale:
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L. 27/12 e danno biologico di lieve entità: l’accertamento strumentale o visivo non è sempre necessario (Trib. Padova, Giudice Marzella, sent. n. 2892/16)
Di JabvWaZkZUykQPfluFHe JabvWaZkZUykQPfluFHe In accertamento clinico strumentale, accertamento strumentale, art. 139, claudio calvello, danno biologico, esame strumentale, lesioni lievi, micropermanenti
Su cortese segnalazione del Collega Gino Bellemo pubblichiamo questa interessantissima pronuncia del Giudice Patavino che interviene autorevolmente in un tema che ci vede “combattere” quotidianamente nella aule giudiziarie.
L’art. 32, comma 3ter della legge L.27/12 ha modificato direttamente il testo dell’art. 139: “Al comma 2 dell’articolo 139 del codice delle assicurazioni perivate di cui al decreto legislativo 7 settembre 2005, n. 209, è aggiunto, in fine, il seguente periodo: In ogni caso, le lesioni di lieve entità, che non siano suscettibili di accertamento clinico strumentale obiettivo, non potranno dar luogo a risarcimento per danno biologico permanente“.
L’art. 32, comma 3quater delle stessa legge, invece, (senza modificare direttamente l’art. 139 c.d.a.) così ha disposto: “Il danno alla persona per lesioni di lieve entità di cui all’articolo 139 del codice delle assicurazioni private, di cui al decreto legislativo 7 settembre 2005. n. 209, è risarcito solo a seguito di riscontro medico legale da cui risulti visivamente o strumentalmente accertata l’esistenza della lesione“.
Ecco, quindi, che le Compagnie di Assicurazione, hanno sin da subito invocato un’applicazione letterale dell’art. 32, commi 3 ter e 3 quater, della legge n. 27/12 secondo cui, ai fini della liquidazione del risarcimento del danno alla persona per lesioni di lieve entità, sarebbe necessario un riscontro medico legale da cui risulti “visivamente o strumentalmente accertata l’esistenza della lesione”.
Come dire: al cospetto di una lesione che non sia visivamente o strumentalmente accertata ovvero che non sia suscettibile di accertamento clinico strumentale obiettivo, il medico legale si troverebbe nell’impossibilità di individuare la sussistenza della lamentata lesione e, per l’effetto, il giudice, non potrebbe dar luogo ad alcun risarcimento.
Questo assunto, secondo il Dott. Guido Marzella, non è condivisibile e spiega in sentenza in modo approfondito e articolato il perchè.
Venendo allora all’esame del merito delle questioni, ed affrontando il primo dei motivi dell’appello principale, rileva lo scrivente come, per il risarcimento del danno alla persona per lesioni di lieve entità l’art. 32, comma terzo quater, della legge n. 27/12 richieda un riscontro medico legale da cui risulti “visivamente o strumentalmente accertata l’esistenza della lesione” ed è sulla base di questa dizione che si pretende di affermare l’impossibilità, da parte del medico legale, di individuare la sussistenza della lamentata lesione in forza di un semplice riscontro di tipo oggettivo.
In proposito soccorre d’altronde l’art. 32, comma terzo ter, della medesima fonte normativa il quale, nell’apportare modifiche al secondo comma dell’art. 139 del D.Lgs. 7.9.05 n. 209 (Codice delle Assicurazioni) fa riferimento alla necessità di un “accertamento clinico strumentale obiettivo” .
Ora è ben noto che in campo medico l’esame obiettivo si compone dell’insieme delle manovre diagnostiche effettuate dal medico per verificare la presenza dei segni indicativi di una deviazione dalla condizione di normalità fisiologica.
D’altro canto, qualora si ritenesse indispensabile un accertamento strumentale si verrebbe a creare un palese contrasto tra la comune criteriologia medico legale e il contenuto delle nuove disposizioni.
Esistono infatti malattie che si estrinsecano con delle alterazioni strumentali, ma che non sono rilevabili clinicamente ed obiettivamente: ad esempio un trauma cranico con microlesione encefalica che dà luogo ad un focolaio epilettogeno produce sintomatologia di tipo temporale non riscontrabile aliunde e che solo il paziente è in grado di riferire.
Una interpretazione letterale delle norme de quibus porterebbe dunque ad escludere il risarcimento di numerosi danni biologici, prevedendo il riconoscimento esclusivo di danni alla persona con determinate caratteristiche di apprezzamento obiettivo, allorché, al contrario, le conoscenze scientifiche e la corretta applicazione metodologica valutativa medico legale, consentono di individuarne comunque la reale sussistenza.
Simili sono poi le considerazioni da operarsi con riferimento ad una lesione che debba essere “visivamente o strumentalmente accertata”, apparendo evidente che una lettura meramente testuale del termine “visivamente” porterebbe ad escludere una serie di lesioni che di fatto sono comunque idoneamente accertabili come ad esempio il caso, non visivamente né strumentalmente accertabile, di una lussazione di spalla autoridotta.
Deve quindi concludersi affermando che l’accertamento strumentale può essere decisivo nei casi di dubbia interpretazione ai fini del riconoscimento della lesione biologica, ma che in ogni caso può comunque essere ritenuto sufficiente anche un dato clinico obiettivo, purché scientificamente compatibile e adeguatamente connesso all’evento lesivo.
Nel caso che ci occupa quindi l’operato del CTU non va censurato, dal momento che lo stesso, dopo aver proceduto alla visita diretta della periziata, ha preso visione dell’accertamento radiologico eseguito in data 18.7.14, il quale certificava la rettificazione della fisiologica lordosi lombare, di tal che non possono residuare dubbi in merito alla sussistenza dei postumi permanenti.
Egli ha inoltre accertato la compatibilità delle lesioni riscontrate all’evento lesivo sicché, essendosi in presenza di un dato clinico obiettivo, non residuano dubbi sul punto, tenuto anche conto del fatto che il nesso di causalità in materia civile soggiace alla regola del “più probabile che non”.
Né il giudizio appena espresso può mutare pur a fronte degli arresti operati dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 235 del 16.10.14 e con l’ordinanza n. 242 del 26.11.15.
Quanto al primo dei provvedimenti citati, appare infatti di tutta evidenza come il punto in cui la Consulta afferma che l’accertamento strumentale condizionerebbe la risarcibilità delle lesioni permanenti di lieve entità, null’altro costituisca se non un mero obiter dictum, non essendo quello l’oggetto del giudizio di legittimità, volto invece a verificare la tenuta costituzionale dell’art. 139 del D.Lgs. 7.9.05 n. 209 nella parte in cui limiterebbe la tutela del diritto all’integrità della persona stabilendo, nell’ipotesi di c.d. micro permanenti, specifici limiti risarcitori ancorati a rigidi parametri tabellari.
Tanto è vero che un benché minimo ragionamento viene svolto dai giudici della Corte a sostegno e motivazione della predetta affermazione, la quale pare più il semplice richiamo letterale dei commi 3 ter e 3 quater dell’art. 32 del D.L. 24.1.12 n. 1 – convertito con modificazioni, dalla legge 24.3.12 n. 27 – che non una argomentata disamina delle complesse questioni sottese alle problematiche in oggetto.
Sicché resta salva la libertà dei giudici:
– oppure di sollevare nuovamente, in gradi diversi dello stesso processo a quo o in un diverso processo, la questione di legittimità costituzionale della medesima disposizione, sulla base dell’interpretazione rifiutata dalla Corte costituzionale, eventualmente evocando anche parametri costituzionali diversi da quello precedentemente indicato e scrutinato (Cass. Sez. Un. 16.12.13 n. 27986 e Cass. 26.2.14 n. 4592).
Ciò che è appunto a dirsi nella fattispecie, ove la Corte si è limitata ad affermare la legittimità costituzionale della norma anche ove interpretata nel senso di rendere comunque imprescindibile un accertamento strumentale, senza peraltro minimamente prendere in considerazione ovvero sconfessare il diverso orientamento interpretativo – comunque conforme ai parametri costituzionali – secondo il quale ciò non sarebbe necessario in alcuni specifici casi, più sopra menzionati.
E pure dovendosi ricordare come con pronuncia recentissima di n. 18773, emessa in data 26.9.16, la stessa Suprema Corte abbia avuto modo di precisare che i commi tre ter e tre quater dell’art. 32 del D.L. 24.1.12 n. 1 debbono essere letti in correlazione alle necessità, predicata dagli artt. 138 e 139 C.d.A., che il danno biologico sia suscettibile di accertamento medico legale, esplicando entrambe le norme, senza differenze sostanziali tra loro, i criteri scientifici di accertamento e valutazione del danno biologico tipici della medicina legale: e cioè quello visivo, quello clinico e quello strumentale, non gerarchicamente ordinati tra loro né unitariamente intesi ma da utilizzarsi secondo le leges artis, siccome conducenti ad una obiettività dell’accertamento stesso che riguardi sia le lesioni che i relativi postumi.