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Timestamp: 2020-08-13 00:17:24+00:00
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Detenuti e condizioni carcerarie, nello spazio dei 3mq della cella non rientra anche l’area riservata ai letti – Ratio Legis
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di dott.ssa Angelica Commisso –
I – I riferimenti giurisprudenziali
La sentenza della Corte di Cassazione, sezione I penale, 30 ottobre 2017, n. 49793 ha stabilito che: “Nel caso di sussistenza della forte presunzione di trattamento degradante del detenuto, costituito dall’essere stato costui ristretto in stanza di detenzione in cui lo spazio per il suo movimento sia stato inferiore ai 3 mq., per il superamento di tale presunzione occorre considerare, unitariamente, la brevità della permanenza in cella in tale condizione, l’esistenza di sufficiente libertà di circolazione fuori dalla cella, l’esistenza di adeguata offerta di attività da svolgersi fuori della cella, le buone condizioni complessive dell’istituto di detenzione, l’assenza di altri aspetti negativi del trattamento penitenziario quanto a condizioni igieniche e servizi forniti”.
Occorre specificare come per spazio minimo individuale del detenuto in cella va intesa la superficie della camera detentiva fruibile dal singolo detenuto occupante la cella ed idonea al movimento: con conseguente necessità di detrarre dalla complessiva superficie non solo lo spazio destinato ai servizi igienici e quello occupato dagli arredi fissi ma anche quello occupato dal letto.
Il problema della condizione dei detenuti nelle carceri è tema da anzitempo affrontato a livello mondiale tanto è poco vero che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo dell’8 gennaio 2013 (causa Torreggiani e altri c. Italia) dato ragione al detenuto che chiedeva che fosse ordinato all’Amministrazione Penitenziaria di porre rimedio alle condizioni inumane e degradanti di detenzione a cui era sottoposto ed individuasse il risarcimento compensativo.
Secondo i magistrati di sorveglianza, nella fattispecie, detratta dalla superficie complessiva della camera detentiva (pari a 10,80 mq.) quella del bagno situato all’interno della stessa (pari a 1,28 mq.), lo spazio disponibile per ciascuno dei due occupanti la cella in questione risulta di 4,76 mq., quindi, ben superiore al limite dei 3 mq. ritenuto in sede comunitaria il limite al di sotto del quale si determina il trattamento inumano.
Inoltre, in merito alla doglianza relativa alle condizioni del bagno della cella, in mancanza di norme ad hoc nella l. 26 luglio 1975, n. 354 (Ord. pen.), le disposizioni relative ai servizi igienici si esauriscono in quelle contenute nell’art. 7 d.p.r. 30 giugno 2000, n. 230 (Reg. att. ord. pen.) il quale, nel prevedere che “i vani in cui sono collocati i servizi igienici forniti di acqua corrente, calda e fredda, sono dotati di lavabo, di doccia e, in particolare, negli istituti o sezioni femminili, anche di bidet” (comma 2), fa riferimento solo ai “servizi igienici collocati in un vano annesso alla camera” (comma 1) e non già a quelli “sistemati all’interno della camera”.
Infine, in merito alle asserite esigue dimensioni della finestra della cella, l’art. 6, comma 2, Reg. att. ord. pen. si limita a disporre che “le finestre delle camere devono consentire il passaggio diretto di luce ed aria naturali”, ciò che nella fattispecie effettivamente avviene.
La norma, tuttavia, non indica standard o parametri metrici in ordine alle dimensioni delle finestre, né si conoscono indicazioni eventualmente date al riguardo dalla giurisprudenza comunitaria e/o nazionale, con la conseguenza che, date le dimensioni della cella e l’esiguo numero degli occupanti, le caratteristiche dimensionali della finestra della cella risultano assolutamente congrue.
La Cassazione, nella pronuncia in commento, afferma che per verificare il rispetto dei parametri fissati dalla Corte EDU (ed accertare se la carcerazione in uno spazio troppo ristretto integri o meno un trattamento inumano e degradante), si deve tenere conto dell’area in cui il detenuto ha libertà di muoversi. Dalla superficie complessiva della cella vanno quindi sottratti gli spazi occupati non solo dai servizi igienici, ma anche dal letto e da tutti gli altri arredi tendenzialmente fissi, che costituiscono un ingombro e limitano la possibilità di movimento (restano invece esclusi gli arredi facilmente amovibili). La vicenda è di un certo interesse poiché la Corte di legittimità, in assenza di un’esplicita disposizione di legge, si è trovata di fronte a diversi orientamenti della giurisprudenza nazionale e sovranazionale, ed ha scelto l’interpretazione più favorevole ai detenuti, assicurando loro una tutela più ampia rispetto ai limiti fissati dalla Convenzione e (forse) dalla stessa Corte di Strasburgo.
Occorre brevemente descrivere i fatti all’origine della vicenda.
II – Il caso.
Un detenuto presso la casa circondariale di _____________ aveva proposto un reclamo per ottenere tutela inibitoria e risarcitoria ai sensi degli artt. 35 bis e 35 ter ord. pen. (l. 26 luglio 1975, n. 354), lamentando di essere stato costretto ad occupare una cella troppo ristretta; il ricorrente denunciava infatti di aver subito un trattamento contrario al divieto di cui all’art. 3 CEDU, norma dal carattere assoluto ed inderogabile, la cui violazione è stata spesso riscontrata con riferimento alla detenzione in spazi non adeguati alle esigenze della vita quotidiana.
Riguardo allo spazio minimo da assicurare ad ogni detenuto, la giurisprudenza di Strasburgo si è notevolmente evoluta nel corso degli anni.
Inizialmente, lo spazio delle celle veniva sempre preso in considerazione unitamente ad altri fattori, quali le precarie condizioni igieniche ed il rischio della diffusione di malattie.
Con alcune più recenti sentenze, tra cui la celebre pronuncia Sulejmanovic c. Italia, la Corte europea ha impresso una svolta al proprio orientamento: se lo spazio a disposizione di ciascun detenuto è inferiore ai 3 mq, vi è una presunzione assoluta di trattamento inumano e degradante che nessun altro fattore può controbilanciare; se, invece, la superficie è compresa tra 3 e 4 mq, la presunzione è relativa, e devono essere tenuti in considerazione anche altre condizioni di detenzione.
Negli stessi termini si è espressa la Corte nell’importante sentenza-pilota Torreggiani e altri c. Italia, che ha rilevato problematiche strutturali nell’organizzazione delle carceri italiane, ingiungendo alle autorità competenti di dotarsi di un rimedio idoneo ad offrire una forma di ristoro a coloro che ne rimangono vittime.
Nel 2016, tuttavia, quello che sembrava un orientamento ormai consolidato è stato disatteso dalla Grande Camera, che nella sentenza Muršić c. Croazia ha ridisegnato il metodo per stabilire la rilevanza del sovraffollamento.
Nella detta pronuncia si afferma che ogni cella deve possedere tre requisiti minimi: una superficie di almeno 3 mq per detenuto, la disponibilità di uno spazio individuale per dormire e la possibilità di muoversi liberamente all’interno. Se una o più tra queste condizioni non sono soddisfatte, sorge sì una forte presunzione di violazione dell’art. 3 CEDU, che tuttavia non è assoluta: infatti, può essere vinta se altri fattori (quali la breve durata della detenzione, la possibilità di svolgere delle attività all’esterno della cella, le adeguate condizioni di detenzione della struttura carceraria, quindi l’illuminazione, l’areazione, lo stato dei servizi igienici, etc.) bilanciano la gravità della condizione.
Al contrario, se lo spazio a disposizione è compreso tra 3 e 4 mq, perché sia riscontrata una violazione dell’art. 3 CEDU devono accompagnarsi a tale dato altre inadeguate condizioni detentive.
Infine, se lo spazio è superiore a 4 mq, l’eventuale violazione dei diritti del detenuto sarà determinata solo da altri fattori, senza prendere in considerazione il sovraffollamento.
Appare evidente che la modalità di calcolo della superficie a disposizione gioca un ruolo centrale: includere o escludere lo spazio occupato dai servizi igienici, dagli armadi e dal letto può determinare un diverso tipo di presunzione; può fondare o escludere la violazione dell’art. 3 CEDU. Evidenti sono poi le conseguenze in punto di risarcimenti che possono essere chiesti all’autorità statale, nonché le ricadute pratiche sul problema dell’edilizia carceraria.
Il Tribunale di sorveglianza di ______ notava che il reclamante aveva avuto a disposizione, in due periodi diversi, 4,64 e 3,75 mq. Il giudice di secondo grado precisava che dal computo della superficie utile era stato escluso lo spazio dedicato al bagno e ai mobili che costituivano un ingombro nella cella. Al contrario, non era stata sottratta l’area del letto, considerato non idoneo a limitare lo spazio vitale, e ritenuto un’utile “superficie di appoggio”, funzionale allo svolgimento delle attività prevalentemente sedentarie che impegnano i detenuti in cella.
III – La pronuncia.
La Cassazione, tuttavia, non condivide tale modalità di calcolo, né la motivazione che la correda.
In primo luogo, i giudici di legittimità richiamano le indicazioni contenute nella sentenza Torreggiani, in cui la Corte EDU non ha indicato esplicitamente un criterio per calcolare l’area della cella, ma, nel riscontrare che lo spazio lordo per ogni occupante era esattamente di 3 mq, ha soggiunto che esso era “ulteriormente ridotto dalla presenza di mobilio nelle celle”.
Secondo la Cassazione, i giudici europei non hanno calcolato la metratura netta solo perché sarebbe stato inutile, in quanto la superficie lorda già coincideva con la soglia minima indicata dalla giurisprudenza convenzionale; tuttavia, hanno inteso riferirsi allo spazio al netto del mobilio.
Pertanto – proseguono i giudici di legittimità –, la superficie a cui si applicano i parametri minimi individuati dalla Corte EDU deve essere intesa come “spazio utile al fine di garantire il ‘movimento’ del soggetto recluso nello spazio detentivo, il che esclude di poter inglobare nel computo gli arredi fissi, in ragione dell’ingombro che ne deriva”.
Ecco allora il punto veramente innovativo della pronuncia: i giudici italiani ritengono che il letto non possa essere considerato come una superficie utile allo svolgimento delle attività sedentarie del detenuto (come il riposo o il semplice appoggiare alcuni oggetti), ma che costituisca, al contrario, una limitazione della possibilità di muoversi. A conforto di tale posizione, la Cassazione cita il passaggio della sentenza Muršić c. Croazia in cui si afferma che “l’importante è determinare se i detenuti hanno la possibilità di muoversi normalmente all’interno della cella”. Pertanto, devono essere inclusi nel calcolo dello spazio effettivo solo gli arredi facilmente amovibili, ma non armadi e letti.
La conclusione della Cassazione è quindi nel senso dell’annullamento con rinvio al Tribunale di Sorveglianza competente in quanto la valutazione sulla sussistenza di un trattamento inumano e degradante a causa del sovraffollamento è stata fondata su un criterio di calcolo della metratura erroneo.
IV – La “confusione” giurisprudenziale in materia.
La sentenza in commento presenta la giurisprudenza della Corte EDU come se fosse piuttosto univoca riguardo alla determinazione dei criteri di calcolo dello spazio per i detenuti; la questione, tuttavia, è assai più incerta.
In alcune sentenze, il calcolo dello spazio pro capite non tiene affatto conto dei mobili; in altri casi la Corte europea afferma genericamente di prendere in considerazione la restrizione dello spazio effettivo a causa degli arredi, o affianca il calcolo delle superfici lorda e netta senza indicare quale dato debba essere tenuto in considerazione.
In un altro gruppo di pronunce si stabilisce che lo spazio degli arredi va sottratto dal calcolo dell’area a disposizione del detenuto; resta poi isolata una pronuncia che ha escluso solo lo spazio dei letti, ma non quello degli altri mobili.
Infine, come accennato, in alcuni casi sono stati indicati quali requisiti minimi della cella sia la superficie di 3 mq, sia uno spazio sufficiente per consentire al detenuto di muoversi liberamente tra gli elementi di arredo: una formula poco felice, a causa della sua ambiguità. Curiosamente, proprio la pronuncia della Grande Camera nel caso Muršić ha da un lato riaffermato tale principio, ma dall’altro ha testualmente precisato che “il calcolo della superficie disponibile nella cella deve comprendere lo spazio occupato dai mobili”.
Queste due affermazioni appaiono contraddittorie, quantomeno se ci si riferisce agli armadi, che, più ancora del tavolo e del letto, non possono essere usati come superficie di appoggio per lo svolgimento di attività e – di fatto – sono un ostacolo a muoversi liberamente.
Le fonti nazionali non offrono maggiore chiarezza, a cominciare da una vera e propria lacuna legislativa sul punto.
Nessun parametro per calcolare la superficie delle celle è rinvenibile nella legge sull’ordinamento penitenziario (l. 354/1975) ed ugualmente muti sono gli articoli 6-8 del regolamento di attuazione (d.P.R. 30 giugno 2000, n. 230).
Un’indicazione circa la metratura per tutte le abitazioni civili – cui si riferisce l’amministrazione penitenziaria per il calcolo della capienza regolamentare delle carceri – è contenuta nell’art. 2, comma 2 d.m. del Ministero dalla Sanità del 5 luglio 1975, n. 399000, in cui si afferma che “le stanze da letto debbono avere una superficie minima di mq. 9, se per una persona, e di mq. 14, se per due persone”, aggiungendo 5 mq in più per ogni ulteriore detenuto.
Ci si accorge come tale standard sia superiore alla soglia minima fissata dalla Corte EDU ma nella pratica la situazione appare ben diversa.
Su questo sfondo normativamente “muto”, la giurisprudenza italiana si è mossa con andamento incerto.
In sede di merito, alcune pronunce della magistratura di sorveglianza fanno riferimento alla superficie lorda (tale filone sembrava in via di superamento dopo la pronuncia Torreggiani ma è stato recentemente riproposto); altre, pur senza calcolare la superficie netta, affermano di tener conto dell’ingombro degli arredi.
In alcuni casi viene scomputato lo spazio occupato solo da alcuni mobili, includendo però l’area del letto perché è uno spazio utilizzato per il riposo; in altre pronunce il calcolo dell’area è operato al netto dell’ingombro di tutti gli arredi, compreso il letto, richiamando il concetto di area “calpestabile”.
Per quanto riguarda le pronunce di legittimità, alcune non detraggono lo spazio occupato dal mobilio. Altre sentenze, al contrario, richiamando soprattutto la pronuncia Torreggiani c. Italia, lo sottraggono. Infine, la Cassazione talvolta afferma che anche lo spazio occupato dal letto non può rientrare nella superficie netta, come ha stabilito anche la sentenza in commento.
In tre ulteriori recenti decisioni viene poi utilizzata fugacemente l’espressione “superficie calpestabile”.
Dalla ricostruzione della giurisprudenza qui proposta è evidente che la pronuncia qui annotata ha aderito al filone che tutela in modo più spiccato i diritti dei detenuti, poiché dal calcolo della superficie netta a disposizione dei detenuti vengono esclusi gli spazi occupati sia dagli armadi, sia dal letto.
È particolarmente interessante il fatto che la Cassazione, a sostegno di tale soluzione, citi due pronunce della Corte EDU che sono, in realtà, quantomeno ambigue: come abbiamo visto, la sentenza Torreggiani semplicemente prende in considerazione la riduzione dello spazio senza adottare un criterio di calcolo univoco, mentre la sentenza Muršić addirittura afferma la necessità di includere nello spazio a disposizione “i mobili” (espressione che, letteralmente, sembra comprendere anche i letti), anche se immediatamente dopo ribadisce il requisito della libertà di movimento.
La Cassazione ben avrebbe potuto fermarsi alla formulazione letterale più chiara, e calcolare la superficie al lordo degli arredi; invece ha adottato una soluzione favorevole al detenuto, cercando la migliore interpretazione possibile delle parole della Corte EDU.
A parere di chi scrive, il giudice di legittimità italiano non ha semplicemente fatto riferimento al testo della Convenzione come interpretato dalla Corte di Strasburgo, ma ha utilizzato le formule ambigue presenti in alcune sentenze europee per estendere ulteriormente la tutela dei detenuti.
Si potrebbe dire che ha interpretato lo spirito e la lettera della Convenzione superando la valutazione che aveva fatto la stessa Corte europea. È opportuno sottolineare l’assoluta legittimità di una tale decisione: nulla vieta agli ordinamenti nazionali di assicurare un livello di tutela ulteriore rispetto a quello indicato dalla Corte EDU e, d’altro canto, l’operazione ermeneutica della Cassazione non entra in contrasto con alcuna norma di diritto positivo di matrice nazionale, poiché il legislatore è rimasto silente sul punto.
Peraltro, non sono mancate alcune critiche della dottrina all’idea dello scomputo dello spazio dei letti.
C’è chi ha evidenziato l’opportunità di distinguere tra le superfici degli armadi (che possono essere usate solo per contenere effetti personali) e quelle di tavoli e letti (che, al contrario, sono funzionali al riposo e allo svolgimento di altre attività quotidiane). Un’altra soluzione proposta (prima della pronuncia della Grande Camera nel caso Muršić) consiste nello scomputare dallo spazio a disposizione solo i letti dei compagni di cella, ma non quello del ricorrente, poiché è funzionale al suo riposo. Sono state sollevate anche perplessità di ordine pratico: un simile criterio comporterebbe per l’Amministrazione penitenziaria l’onere di misurare i singoli arredi di ogni cella, e potrebbe persino incentivare la pratica “elusiva” di spostare nei corridoi elementi di arredo oggi a disposizione nelle celle. Personalmente, la soluzione proposta dalla pronuncia in commento ci sembra meno pilatesca e più equa, più vicina alla sensibilità comune di chi entri in una stanza troppo piccola e, a causa dell’ingombro dei letti e degli armadi, dica di avere difficoltà a muoversi.
Un ultimo cenno ad un problema diverso, ma collegato. Come abbiamo richiamato, la sentenza Muršić, considera, quale fattore per vincere la forte presunzione di trattamento inumano e degradante in caso di spazio inferiore ai 3 mq, anche la possibilità per il detenuto di trascorrere alcune ore fuori dalla cella. Si tratta, in altre parole, del modello di “sorveglianza dinamica” in cui la cella viene usata principalmente per il riposo, mentre molte attività sono svolte dai detenuti in altri spazi comuni. Sorge allora il dubbio se in questi casi anche il criterio di calcolo dello spazio possa essere adeguato in una forma meno favorevole. La pronuncia della Cassazione in commento si schiera contro questa ipotesi, sottolineando che le problematiche sono diverse. A nostro parere, se già il tempo passato fuori dalla cella può mitigare la gravità della riduzione dello spazio, sarebbe eccessivo utilizzare due modalità di calcolo diverse. Si rischierebbe infatti di aumentare in modo significativo (e forse ingiustificato) il divario tra i detenuti sottoposti ai vari regimi di sorveglianza.
In conclusione, non possiamo che auspicare un intervento del legislatore che (oltre a rendere vincolanti le indicazioni sulle dimensioni minime delle celle) individui con chiarezza il parametro per il calcolo dello spazio a disposizione dei detenuti. Ciò sarebbe utile, in primo luogo, ad una mappatura precisa della situazione attuale di (sovr)affollamento delle nostre carceri e ad orientare la prassi futura.
Quello che si spera, a dire il vero, è che il legislatore intervenga in modo illuminato, lasciandosi ispirare non solo dalla giurisprudenza della Corte EDU che, come abbiamo visto, appare ancora incerta, ma anche dalle interpretazioni evolutive proposte dalla giurisprudenza nazionale. Sarebbe davvero un passo avanti: una prosecuzione del percorso compiuto per affrontare la situazione stigmatizzata dalla sentenza Torreggiani, e un esempio dei frutti che può portare la giurisprudenza quando si impegna a prendere in considerazione i principi espressi dalle corti sovranazionali, valutando l’opportunità di espandere ulteriormente la tutela dei soggetti deboli, come i detenuti.
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