Source: https://www.laleggepertutti.it/190454_cosa-fare-per-trasmettere-file-in-streaming
Timestamp: 2018-12-19 06:36:19+00:00
Document Index: 164535524

Matched Legal Cases: ['art. 171', 'art. 173', 'art. 16', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Trasmissione di file in streaming: è legale? Bisogna chiedere autorizzazioni?
Lo streaming, cioè la condotta di chi trasmette, scarica e diffonde senza autorizzazione contenuti coperti dal diritto d’autore e dal diritto di esclusiva (il diritto alla remunerazione che spetta ai creatori delle opere stesse), è illegittimo. La trasmissione di un’opera protetta in rete (ad esempio in streaming) coinvolge vari diritti contemporaneamente, in particolare il diritto di riproduzione, quello di esecuzione e quello di diffusione o comunicazione.
Il discorso è complesso e, per molti aspetti, borderline. Il gestore di un sito che consente lo streaming rischia severe sanzioni penali, a meno che non sia autorizzato. Si ricordi, infatti, che il gestore del sito streaming è equiparato a colui che effettua il download di un file protetto da copyright: in tal senso si è espressa anche la Corte di Giustizia, secondo cui lo streaming di opere protette, qualora non autorizzato, costituisce una violazione dei diritti d’autore, al pari del download illecito (caso Filmspeler).
Pertanto, si consiglia di chiedere tutte le autorizzazioni così come indicate dal lettore; soltanto quella per il link potrebbe essere superflua.
Per quanto concerne i primi punti del quesito, il consiglio è di chiedere il preventivo consenso dei titolari di loghi e marchi. Ed infatti, la legge posta a tutela del diritto d’autore (legge n. 633/1941) richiede sempre l’autorizzazione del legittimo titolare per l’utilizzo degli stessi. Si ricordi che in Italia non esiste una normativa specifica per lo streaming: pertanto, il testo di riferimento rimane la legge del 1941 (seppur aggiornata). Gli artt. 171 e successivi sanzionano penalmente ogni tipo di condotta; in particolare, l’art. 171, lettera a-bis), sanziona chi mette a disposizione del pubblico, immettendola in un sistema di reti telematiche, mediante connessioni di qualsiasi genere, un’opera dell’ingegno protetta, o parte di essa. L’art. 173-ter, invece, alla lettera a) punisce chi abusivamente duplica, riproduce, trasmette o diffonde in pubblico con qualsiasi procedimento, in tutto o in parte, un’opera dell’ingegno destinata al circuito televisivo; mentre al comma secondo, lettera a-bis), sanziona chi, in violazione dell’articolo 16 (cioè del diritto esclusivo di comunicazione al pubblico), a fini di lucro, comunica al pubblico immettendola in un sistema di reti telematiche, mediante connessioni di qualsiasi genere, un’opera dell’ingegno protetta dal diritto d’autore, o parte di essa. Le norme appena enunciate, quindi, fanno sempre riferimento all’abusività della trasmissione.
Interessante è il disposto dell’art. 16 della legge sul diritto d’autore, secondo cui è diritto esclusivo dell’autore di diffondere e mettere a disposizione del pubblico la sua opera con l’utilizzo dei mezzi di diffusione a distanza, quali la radio, la televisione, la comunicazione via satellite, la ritrasmissione via cavo.
Oltre a questo tipo di comunicazione, organizzata per tempi e luoghi, come nel caso di programmi tv o radio, la legge prevede anche la «messa a disposizione dell’opera, in maniera che ciascuno possa avervi accesso dal luogo e nel momento scelti individualmente», definizione che indica la diffusione delle opere tutelate nell’Internet, diffusione che potrà dunque essere legittimamente effettuata solo con l’autorizzazione dell’autore.
Il secondo comma dello stesso articolo, inoltre, dice che il diritto esclusivo di comunicazione al pubblico «non si esaurisce con alcun atto di comunicazione al pubblico, ivi compresi gli atti di messa a disposizione del pubblico» (l’on demand, in pratica); ciò significa che per ogni diffusione dell’opera è necessaria la relativa autorizzazione degli autori e di tutti coloro che hanno partecipato alla realizzazione dell’opera.
In merito al diritto di link, il problema è stato trattato da un’importante sentenza della Corte di Giustizia dell’Ue (sentenza Svensson, C-466/12, confermata successivamente dall’ordinanza sul caso BestWater – C-2315/2014). La questione è se questo sistema d’inserimento possa costituire violazione delle norme sul diritto d’autore e, in quanto comunicazione al pubblico, richieda l’autorizzazione del titolare del contenuto originale. La Corte ha dato, al quesito, risposta affermativa: il consenso è necessario. Ma, per fortuna, non sempre. Il “copia e incolla” di un link a un altro sito richiede l’autorizzazione dell’avente diritto (ossia del titolare del contenuto linkato) solo quando il sito ospitante si rivolge a un “pubblico nuovo” rispetto a quello cui si rivolge invece il sito linkato. Per esempio: se Tizio inserisce il link del sito “A” all’interno del sito “B”, dovrà chiedere l’autorizzazione al proprietario dei diritti solo se il sito “B” sia rivolto a un pubblico diverso da quello a cui si affaccia il sito “A”.
Cosa significa in pratica? Che nella gran parte dei casi questo consenso non è necessario. Infatti, secondo la Corte, tutte le volte che il sito linkato sia ad “accesso libero e gratuito” (per esempio un sito che fa informazione o che contenga dei contenuti audio o video visibili a chiunque, senza bisogno di autenticazioni o di pagare alcunché) allora si può affermare che il pubblico sia lo stesso di quello del sito ospitante: si tratta, cioè, della generalità e globalità degli utenti della rete. In tali casi, quindi (quando cioè entrambi i siti siano ad accesso libero e gratuito) non è possibile sostenere che il sito che ospita il link prenda di mira un “pubblico nuovo” rispetto a quello cui si rivolge il titolare dei diritti.
Pertanto, nel caso specifico, il consenso potrebbe anche essere omesso, visto che si tratta di tipologia di pubblico sostanzialmente analoga.
Tra l’altro, proprio a proposito dei link, una sentenza del Tribunale di Frosinone del febbraio scorso secondo cui non è illegale mettere a disposizione link a film in streaming, purché si possa dimostrare la totale assenza di fini di lucro da parte del fornitore del servizio. Così il Tribunale: «Ne consegue che, al fine della commissione dell’illecito in esame, deve essere raccolta la prova dello specifico intento del file sharer di trarre dalla comunicazione al pubblico, per il tramite della messa in condivisione in rete di opere protette, un guadagno economicamente apprezzabile e non un mero risparmio di spesa».
Il consenso deve essere manifestato per iscritto: una pec o una raccomandata a/r contenenti la liberatoria andrebbero bene.
Per quanto riguarda i disclaimer, inserirli non potrà sicuramente nuocere: anzi, è un’opportunità in più per chiarire i fini e le condizioni del sito internet. Il loro valore legale, tuttavia, è limitato: i disclaimer consentono semplicemente all’autore di poter dimostrare che, in presenza di un danno, le opportune avvertenze erano state debitamente pubblicate. In pratica, vale come un avvertimento. Restano sempre ferme le limitazioni di legge come sopra descritte, nonché tutte le norme imperative e inderogabili dell’ordinamento, le quali non possono essere neutralizzate da un semplice disclaimer.
Infine, per quanto riguarda la diffida (la Mediaset è particolarmente attiva al momento), si tratta di un’intimazione volta a far cessare il comportamento lesivo. Normalmente, se accolta tempestivamente, il diffidante non procede oltre. A rigore, però, le norme sul diritto di autore non prevedono la necessità di tale strumento: pertanto, un eventuale inadempimento del lettore sarebbe sanzionabile a prescindere dalla diffida. Ciò vale soprattutto per le sanzioni penali: nel diritto penale, infatti, la diffida formalmente non esiste. Quindi, ciò che è reato lo è sempre, anche senza diffida. La Mediaset probabilmente opera in questo modo perché ritiene più conveniente (e, soprattutto, veloce) risolvere la questione stragiudizialmente.
In sintesi, quindi, trasmettere film, musica, partite di calcio, ecc. in streaming è legalmente possibile solo disponendo delle licenze e dei diritti sulle opere che si intende diffondere. È illegale quando in assenza delle licenze e della proprietà dei contenuti si effettua l’upload dei contenuti su server share o si creano ponti di streaming atti a diffondere tali contenuti. Solo per fare un esempio, si ricordi la nota vicenda Mediaset c/ Youtube, reo di aver pubblicato spezzoni di un noto reality di cui la Mediaset deteneva i diritti di esclusiva.