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Timestamp: 2019-12-09 00:20:13+00:00
Document Index: 161314407

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 32', 'art. 117', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 32', 'art. 1', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art.54', 'art. 3', 'art. 4', 'art. 1', 'art.1', 'art. 32']

Assistenza domiciliare non professionale: un diritto garantito a metà e non sempre. L’inganno socio-sanitario | Disabili allo Scoperto -
By disabilialloscoperto on 29 Aprile 2015
Secondo la Corte questi Livelli, in quanto essenziali, non sono limitabili e l’ erogazione deve essere garantita dal Sevizio Sanitario, a “livelli uniformi”, su tutto il territorio nazionale come stabilito dal d.lgs, 30 dicembre 1992, n. 502 e dal successivo d,lgs. n. 229 del 1999 (cd. decreto Bindi che da una spinta alla regionalizzazione) – entrambi di Riforma del SSN – che sono anche la normativa di riferimento dell’Atto di Indirizzo del 14.02.2001 e del d.P.C.M. del 29 novembre 2001. Secondo il TAR attraverso una interpretazione del d.P.C.M del 29 novembre 2001 orientata prima di tutto alla Costituzione e alla salute come “diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività” (tutelato dalla Repubblica ai sensi dell’articolo 32 Costituzione rispetto anche al dovere di solidarietà sociale ai sensi dell’art. 2 Cost.), le prestazioni socio-sanitarie sono diritti che non possono essere negati, neanche in caso di risorse di bilancio scarse o a fronte del risanamento del debito sanitario di alcune Regioni in disavanzo (come il Piemonte) cioè, in una situazione in cui i costi hanno superato le entrate. E’ il Servizio Sanitario Nazionale che ha il compito di rendere effettiva la tutela richiesta dalla Costituzione, attraverso i LEA definiti dal Piano Sanitario Nazionale nel rispetto dei “principi della dignità della persona umana, del suo bisogno di salute, dell’equità nell’accesso all’assistenza, della qualità delle cure e della loro appropriatezza riguardo alle specifiche esigenze (…)” (come disposto dall’ articolo 1, comma 1 e 2 del d.lgs. n.502 del 1992).
Riguardo al caso specifico, secondo la Corte la questione centrale è una corretta interpretazione della nozione di “assistenza tutelare alla persona”, stabilita dal d.P.C.M del 29 novembre 2001 (Allegato 1.C, par.n. 7, lett. e). A nulla infatti vale la motivazione della Regione Piemonte che senza alcuna base normativa ed arbitrariamente non ritiene “tutelare” solo quella fornita da operatori senza specifica qualifica professionale. Il Tribunale ha affermato che questo tipo di prestazioni socio-sanitarie fornite da personale non professionista rientrano comunque nei Livelli Essenziali di Assistenza (dunque nella immediata esigibilità) – per la parte importante e non modificabile sia del diritto alla salute che all’assistenza socio-sanitaria, imposta dalla Costituzione all’art. 32 ed ai sensi dell’art. 117, comma 2. lett. m, Cost. (principio già affermato dalla stessa Corte Piemontese con sentenza n. 199 del 2014) – come indicati con d.P.C.M. 29 novembre 2001. Tale decreto con la nozione di “assistenza tutelare” attua la previsione generale dell’art. 1, comma 6, del d.lgs. n. 502 del 1992 che dispone che l’assistenza sanitaria deve essere e erogata dal Servizio sanitario nazionale e si svolge negli ambiti dei LEA specificatamente dell’assistenza sanitaria collettiva in ambiente di vita e di lavoro, dell’assistenza distrettuale e dell’assistenza ospedaliera.
Le sentenze sono importanti perché, basandosi su una precisa normativa Costituzionale e Statale in materia, nonché su precedenti sentenze del TAR stesso, danno corpo alla salvaguardia dell’esigibilità del diritto alle prestazioni socio-sanitarie contrapponendole alle «esigenze della finanza pubblica» che non possono portare a schiacciare la parte fondamentale e non modificabile del diritto alla salute protetto dalla Costituzione come ambito inviolabile della dignità umana e del diritto primario ai sensi dell’articolo 32 della Costituzione. Più dettagliatamente infatti, secondo la Corte, per le “prestazioni sociali a rilevanza sanitaria” ( come anche l’assistenza tutelare) il riferimento è l’articolo 3-septies, comma 2, lettera b, del d.lgs n.502 del 1992 ai sensi del quale esse comprendono “tutte le attività del sistema sociale che hanno l’obiettivo di supportare la persona in stato di bisogno, con problemi di disabilità o di emarginazione condizionanti lo stato di salute”. Da notare che anche l’emarginazione condiziona lo stato di salute. Dunque, questo tipo di prestazioni proprio per la loro natura sociale ma di importanza sanitaria (la cura della persona, il soddisfacimento dei suoi bisogni primari come alzarsi, lavarsi, vestirsi, andare in bagno, la preparazione e l’aiuto durante i pasti, l’assistenza nei movimenti, la somministrazione dei farmaci se necessari), sono particolarmente adatte sia ai bisogni di cura della persona non autosufficiente (art. 32 Cost.) sia alla salvaguardia della sua dignità in un momento particolarmente difficile della sua vita (cfr. sent. TAR 156 del 2015).
Secondo il giudizio del TAR se l’esecuzione del programma di solidarietà sancito in Costituzione incontra ostacoli di tipo economico-finanziario per l’obiettiva carenza di risorse da stanziare e/o in caso di accordi di rientro da deficit, il rimedio più immediato non è la violazione dei LEA negandoli, ma è una diversa allocazione delle risorse disponibili (cfr. anche sent. 36/2013 della Costituzione). E questo vale pure per «le prestazioni di aiuto infermieristico ed assistenza tutelare alla persona» che sono e devono continuare ad essere garantite ed erogate dal SSN o a titolo gratuito o con partecipazione alla spesa (art. 1, comma 3, del d.lgs. n. 502 del 1992). Pertanto, il TAR ha stabilito che resta il mantenimento del 50% del loro costo a carico del Servizio sanitario. Spetta alle singole amministrazioni (nel caso in questione alla Regione) predisporre le risorse in modo tale da equilibrare i vari interessi protetti dalla Costituzione che chiedono di essere realizzati (cfr. TAR Piemonte, sentenza n.199 del 2014 e sentenza 156 del 2015). Inoltre, il Piemonte ha violato la sua stessa legge Regionale n. 10 del 2010 (servizi domiciliari per le persone non autosufficienti), che include tra le prestazioni di lungo-assistenza croniche, anche le prestazioni non professionali di “assistenza familiare” (cosi come pure alcune delibere di Giunta in vigore). A seguito delle sentenze, la Regione non esprimeva l’intenzione di ricorrere al Consiglio di Stato contro i giudizi del TAR, che annullando le delibere di Giunta Regionale, ha riportato alla titolarità della sanità la metà del pagamento delle prestazioni di aiuto infermieristico e di assistenza tutelare ai non autosufficienti. Tuttavia, successivamente, da alcune fonti è emerso che la Regione non avrebbe mantenuto questa intenzione e pare che ricorrerà contro le sentenze perpetrando – in maniera assolutamente intollerabile – la sua posizione di abuso rispetto al diritto alle cure socio-sanitarie dei cittadini non autosufficienti (cfr. in Cure domiciliari, la Regione Piemonte frena). Una grave presa di posizione che antepone motivi di carattere economico – giustificati dall’esigenza di risparmiare – alla vita delle persone, Motivi ancor più scellerati se si pensa che sono proprio le cure domiciliari che permettono di spendere meno rispetto ad altre soluzioni. Dunque la Regione sceglie la via dell’eugenetica laddove non riesce a deportareforzatamente le persone non autosufficienti in strutture volte ad alimentare il sistema?…..Questo è un grave attacco alla vita, alla libertà e al diritto di scelta di alcune categorie di cittadini.
Il trasferimento al nuovo settore integrato ha riguardato ai sensi del decreto Craxi del 1985: l’area materno infantile, le persone con handicap, gli anziani non autosufficienti, i dementi senili e i malati di Alzheimer, i pazienti psichiatrici. Molti anni dopo, con il d.P.C.M. del 14.02.2001 si aggiungono : le persone non autosufficienti con patologie cronico degenerative; i soggetti alcolisti e tossicodipendenti; gli affetti da patologie psichiatriche; gli affetti da patologie da Hiv. Il Servizio Sanitario mantiene a totale carico solamente i pazienti terminali rispetto alle «prestazioni e trattamenti palliativi in regime ambulatoriale domiciliare, semiresidenziale, residenziale». Con il d.PC.M. del 14.02.2001, si impone ai Comuni – titolari delle funzioni socio-assistenziali delle aree territoriali di provenienza degli utenti – di finanziare (senza risorse aggiuntive) una parte delle attività rispetto a queste tipologie di utenti. Al decreto del 14/02/2001 fa seguito, nel novembre dello stesso anno, il “decreto Sirchia” del 29 novembre 2001 che definisce i “Livelli Essenziali di Assistenza sanitaria”. Anche questo d.P.C.M. conferma il trasferimento degli utenti all’area di integrazione socio-sanitaria e inserisce alcune prestazioni rigorosamente sanitarie tra quelle “assistenziali” già assoggettate dalla precedente normativa alla contribuzione da parte del cittadino e/o del Comune.
Con l’articolo 54 della legge 27 dicembre 2002, n. 289 (Legge finanziaria 2003) si fa un passo avanti perché sono confermati i livelli essenziali di assistenza stabiliti dall’articolo 1, comma 6, del d,lgs. n. 502 del 1992, ed i due d.P.C.M del 2001 acquistano forza di legge. Grazie alla finanziaria, le prestazioni socio-sanitarie – per la parte dei LEA – diventano “diritti soggettivi immediatamente esigibili” di cui godere nei confronti degli Enti Gestori e della ASL di riferimento (come disposto dall’articolo 4, comma 2, del d.P.C.M. 14. 02.2001). Ai sensi del comma 2 dell’art.54 della legge finanziaria 2003, sulla scorta del secondo e terzo d.lgs. di riforma del SSN (d.lgs. 502 del 1992 e d.lgs. 229 del 1999), il Servizio Sanitario deve comunque garantire “attraverso le risorse finanziarie pubbliche individuate dal comma 3 e conformemente ai principi e gli obiettivi indicati dagli articoli 1 e 2 della legge 23 dicembre 1978, n.833” prima legge di istituzione e di riforma del SSN: “i livelli essenziali e uniformi di assistenza definiti dal Piano sanitario nazionale nel rispetto dei principi della dignità della persona umana, del bisogno di salute, dell’equità nell’accesso all’assistenza, della qualità delle cure e della loro appropriatezza riguardo alle specifiche esigenze, nonché dell’economicità nell’impiego delle risorse”.
In tutte le prestazioni socio-sanitarie elencate nel d.P.C.M. del 29 novembre 2001 – come afferma specificatamente il d.P.C.M. stesso – la componente sanitaria e quella sociale non risultano operativamente distinguibili tra loro. Perciò, le prestazioni sociali richiamate nei Lea devono essere considerate unitamente sia con quelle sanitarie che con quelle socio-sanitarie. La competenza degli interventi stabiliti dal decreto 29 novembre 2001 è dunque sanitaria comprese le prestazioni socio-sanitarie che con l’approvazione dell’articolo 54 della legge 289/2002 rientrano, conformemente alla legge, tra i Livelli essenziali (come da allegato 3, lettera d del decreto 2001) che il Servizio sanitario è obbligato a garantire.
Inoltre, al fine di quantificare la prevalenza sanitaria o sociale di questi interventi, i soggetti interessati alle prestazioni di assistenza sono sottoposti alla verifica della loro percentuale di “gravità” da parte di apposite Commissioni. Perciò, la compartecipazione del SSN è garantita ai soggetti con disabilità “grave” o di “particolare gravità” riconosciuta ai sensi della Legge n. 104/92 art. 3 co e valutati come “gravi” da parte di queste unità multidisciplinari ai sensi dell’art. 4 della legge 104/92 e tenendo conto di quanto previsto dall’articolo 19 della legge 104/92. La Commissione multidisciplinare (sociale e sanitaria) a sua discrezione può considerare l’assistenza diretta, indiretta e di vita indipendente con carico suddiviso tra ASL e Comune – come tutte le prestazioni socio-sanitarie di assistenza tutelare – così come invece, completamente a carico del Comune valutandole in regime socio assistenziale …….E nella realtà troppo spesso purtroppo, si arriva a non riconoscere in alcun modo entro i LEA l’assistenza diretta, indiretta e di vita indipendente perché viste esclusivamente – e illegittimamente – come un problema sociale. Solo per le prestazioni degli utenti classificati “gravissimi” c’è la certezza dell’erogazione diretta della Regione in regime socio sanitario. Le Regioni applicano le forme di assistenza secondo norme e regolamentazioni proprie.
Evidentemente il concetto di “gravissimi” lo si fonda sulla categoria “prestazioni – socio-sanitarie ad elevata integrazione sanitaria” (sulla scia di quanto disposto dai due decreti di Riforma del SSN:d.lgs. 502 del 1992 e d.lgs. del 1999) di fase “intensiva” di competenza soprattutto sanitaria perché comportano un impegno riabilitativo specialistico di tipo diagnostico e terapeutico, di elevata complessità, di durata breve e definita. Le modalità operative sono residenziali, semiresidenziali, ambulatoriali e domiciliari. In particolare, il decreto Bindi del 1999 nell’ambito “prestazioni – socio-sanitarie ad elevata integrazione sanitaria” individua anche quelle in fase “estensiva” che comportano una presa in carico specifica per un periodo medio-lungo prestabilito perciò, anche se l’ impegno terapeutico è minore, sono anch’esse di competenza maggiormente sanitaria. Mentre nel tipo di “lungo assistenza” prevale – discutibilmente – la “competenza sociale” perché l’intervento è visto come volto a favorire la vita sociale attraverso il mantenimento della migliore autonomia funzionale possibile e il rallentamento del suo degenerare. Comunque negli obiettivi del decreto, tutti questi tipi di interventi sono rivolti a soggetti “di particolare gravità” al fine di garantirgli il diritto ad essere curati attraverso risposte celeri e certezza del finanziamento (per la parte coperta dal SSN che deve rientrare nei LEA) della prestazione.
E’ da notare che in nessuna delle categorizzazioni del decreto si evidenzia un’ ipotesi a completo carico dell’area sociale omettendo del tutto il SSN: al massimo, si arriva ad ipotizzare una prevalenza di carico di un’area rispetto all’altra. Oltretutto, le attività specifiche delle “aree materno infantile, anziani, handicap, patologie psichiatriche e dipendenze da droga, alcol e farmaci, patologie per infezioni da H.I.V. e patologie in fase terminale, inabilità o disabilità conseguenti a patologie cronico degenerative” rientrano nelle “prestazioni – socio-sanitarie ad elevata integrazione sanitaria” di livello “intensivo” o “estensivo” e dunque, il carico deve gravare maggiormente sul Servizio Sanitario Nazionale”. Inoltre, l’art. 1 del d.lgs. n. 229 del 1999 (che sostituisce Il comma 7 dell.’art.1 del d.lgs. n. 502 del 1992) fa rientrare nel concetto di assistenza sanitaria i servizi e le prestazioni sanitarie che hanno, per specifiche condizioni cliniche o di rischio, certezze scientifiche di un significativo beneficio rispetto alla salute, a livello individuale o collettivo, anche quando le risorse impiegate per garantire i livelli essenziali e uniformi di assistenza risultano enormi.
A seguire invece, in attuazione di quanto previsto dai decreti legislativi di Riforma 502/92 e 229/99, i d.P.C.M. 14 febbraio 2001 (Atto di indirizzo e coordinamento in materia di prestazioni socio-sanitarie) e d.P.C.M. 29 novembre 2001 (Definizione dei LEA) – all’elencazione delle loro Tabelle allegate – hanno scaricato addosso agli Utenti e/o Comuni il peso eccessivo di tutta una serie di prestazioni che (come disposto nelle categorie del decreto Bindi) dovevano rientrare maggiormente nei LEA e derivare dal Fondo Sanitario Nazionale. La parte sociale richiamata nei LEA dal decreto del 29 novembre 2001 – come già detto e anche guardando estensivamente a seguito della finanziaria 2003 – deve essere considerata non scissa ma unitamente alle prestazioni sanitarie e socio-sanitarie. In questo senso, è interessante notare anche che il d.P.C.M 14.02.2001 (riferimento normativo fondamentale del d.P.C.M 29/11/2001 come specificato all’allegato 3, lt. d e riletto alla luce della finanziaria 2003) assegna e mette a carico delle ASL l’insieme delle “prestazioni sanitarie a rilevanza sociale”, dunque, si può dedurre, anche quelle non caratterizzate da elevata integrazione. Inoltre, questi interventi sono personalizzati, di durata medio/lunga e sono erogati in vari regimi tra i quali risulta anche quello domiciliare (oltre a quello ambulatoriale, o nelle strutture residenziali e semiresidenziali).
Da quanto detto finora, appare evidente che, dal 1985 in poi, sono state “selezionate” alcune categorie di persone sottraendogli il pieno godimento di diritti umani fondamentali attraverso la “deportazione” in un’area “appositamente” creata che di fatto ha solo creato nel tempo esclusioni parziali o totali dalla protezione Costituzionalmente garantita ai sensi dell’art. 32 (diritto alla salute) e dalle garanzie rivolte a tutti i cittadini dalla legge 833 del 1978 (prima Riforma del SSN e sua Istituzione).
Augurandomi semplicemente di essere stata – un minimo – utile affinché molti possano prendere il coraggio e la consapevolezza di lottare per riconquistare i diritti sottratti.
Aggiornato in data 23 aprile 2015