Source: http://terpuglia.it/inaugurazione2017.html
Timestamp: 2019-02-16 19:32:52+00:00
Document Index: 108348499

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 2', '§2', '§1', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 3', '§2', '§1', '§2', 'sentenza ', 'art. 4', '§3', '§2', 'art. 15', 'sentenza ']

Un cordiale benvenuto rivolgo ai Rappresentanti del Tribunale Ecclesiastico di Appello di Benevento. I Vescovi pugliesi, per il momento, confermano il loro intento di afferire a tale Sede per gli eventuali appelli, nella certezza che si abbiano da quella Sede decisioni improntate alla giusta celerità e competenza. È il bene dei fedeli che lo esige più di ogni altra cosa.
Saluto altresì i rappresentanti del Tribunale di Albania, che appella alla Puglia, così come i graditi Ospiti degli altri Tribunali Ecclesiastici Regionali. Esprimo particolare gratitudine a S.E. Mons. Luigi Renna, Vescovo di Cerignola-Ascoli Satriano, già Rettore del Pontificio Seminario Regionale di Molfetta e stimato docente di teologia morale. Il suo contributo, in questa cerimonia, sarà espressione di quella sintonia tra diritto e pastorale così intensamente auspicata dai Padri sinodali e felicemente confluita nella recente riforma del processo canonico per le cause di dichiarazione di nullità del matrimonio, promulgata dal Santo Padre ed entrata in vigore nel dicembre 2015.
In piena sintonia con le indicazioni pontificie, la Chiese universale si sta seriamente interrogando su come rendere sempre più tangibile “la gioia dell’amore che si vive nelle famiglie”, così come esordisce l’ultima Esortazione apostolica di Francesco, Amoris laetitia. Non si tratta semplicemente di un annuncio ricco di concetti astratti seppur fascinosi: il Pontefice ci chiede di entrare nella “carne viva” (cfr. Udienza generale, 24 giugno 2015) delle famiglie, per offrire a tutti itinerari di speranza e proposte concrete per realizzare al meglio il grande progetto di amore che ha il suo fondamento ultimo nella Trinità.
A questo proposito, mi piace riprendere alcuni passaggi essenziali dell’Allocuzione che il Pontefice ha tenuto, lo scorso 21 gennaio, in occasione dell’inaugurazione dell’Anno giudiziario del Tribunale della Rota Romana. Ancora una volta, il Santo Padre ha ritenuto di tornare sul “rapporto tra fede e matrimonio”, già affrontato dai Suoi Predecessori San Giovanni Paolo II (Fides et Ratio, 16) e Benedetto XVI (Allocuzione Rota Romana, 26 gennaio 2013, 2; Lumen Fidei, 27). Dopo aver evidenziato “una mentalità diffusa [che] tende ad oscurare l’accesso alle verità eterne” e, notando che “tale contesto, carente di valori religiosi e di fede, non può che condizionare anche il consenso matrimoniale”, il Papa invita a “trovare validi rimedi”. Ne indica due.
Il primo consiste “nella formazione dei giovani, mediante un adeguato cammino di preparazione volto a riscoprire il matrimonio e la famiglia secondo il disegno di Dio”. Sappiamo tutti che la formazione rappresenta una sfida importante che attraversa tutti gli ambiti umani. Impegnarsi in questa arte così delicata e necessaria significa davvero “costruire sulla roccia” (cfr. Mt 7,24) il futuro delle giovani generazioni. Da sempre la Chiesa vive e spende energie, progettualità e preghiere affinché questa sfida possa raggiungere risultati sempre più apprezzabili. Il Pontefice si spinge ad auspicare “un «nuovo catecumenato» in preparazione al matrimonio”, affermando in modo incisivo che: “come per il battesimo degli adulti il catecumenato è parte del processo sacramentale, così anche la preparazione al matrimonio diventi parte integrante di tutta la procedura sacramentale del matrimonio, come antidoto che impedisca il moltiplicarsi di celebrazioni matrimoniali nulle o inconsistenti”.
Il Papa esorta “i parroci ad essere sempre più consapevoli del delicato compito che è loro affidato nel gestire il percorso sacramentale matrimoniale dei futuri nubendi, rendendo intelligibile e reale in loro la sinergia tra foedus e fides”. Ciò anche al fine di “passare da una visione prettamente giuridica e formale della preparazione dei futuri sposi, a una fondazione sacramentale ab initio, cioè a partire dal cammino verso la pienezza del loro foedus-consenso elevato da Cristo a sacramento”. Il secondo rimedio suggerito da Francesco “è quello di aiutare i novelli sposi a proseguire il cammino nella fede e nella Chiesa anche dopo la celebrazione del matrimonio”, anche attraverso un vero e proprio “progetto di formazione per i giovani sposi, con iniziative volte ad una crescente consapevolezza del sacramento ricevuto”. A tutti noi ricorda come sia indispensabile “accogliere, accompagnare e aiutare le giovani coppie”, proprio perché “spesso i giovani sposi vengono lasciati a sé stessi”. Mi piace, in tal senso ringraziare e incoraggiare i numerosi “gruppi famiglia” presenti nelle nostre parrocchie che già da diversi anni e con successo, realizzano tale indicazione pontificia. Rappresenta un vero percorso “mistagogico”.
Il solenne Atto inaugurale che oggi celebriamo, oltre a rappresentare un rito ormai consolidato negli anni, mi offre la possibilità di esprimere sincera gratitudine a quanti, con discrezione e laboriosità, operano per il bene dei fedeli.
L’impegno di tutti gli Operatori del nostro Tribunale sarà illustrato dal Vicario Giudiziale, Don Pasquale Larocca, il quale con competenza e scrupolo accompagna e presiede il lavoro di una struttura complessa ben articolata. A lui e a tutti gli Operatori della Giustizia ecclesiastica, il mio personale e grato plauso, anche a nome di tutti i Confratelli dell’Episcopato pugliese.
Rinnovo il mio ringraziamento per la qualificata presenza e auguro a tutti buon ascolto.
Nota della Conferenza Episcopale Pugliese circa l’applicazione del MP Mitis Iudex Dominus Iesus di Papa Francesco
La Conferenza Episcopale Pugliese, recepisce lo spirito e la norma della recente riforma del processo canonico circa le nullità matrimoniali, emanata con Motu Proprio di Papa Francesco, Mitis Iudex Dominus Iesus.
In particolare, afferma la propria gratitudine in ordine alla dimensione pastorale che si è voluta ribadire, promuovendo l'inserimento della sfera giudiziale nell'ambito della "pastorale matrimoniale diocesana unitaria" (Regole Procedurali, art. 2).
A tal proposito, la Conferenza si impegna, sulla scia di una collaudata esperienza già operativa nelle singole diocesi, a rafforzare le strutture diocesane al fine di rendere ancor più efficace "l'indagine pregiudiziale o pastorale" (RP art. 2) richiesta dalla riforma pontificia. L’efficace impegno degli uffici di pastorale familiare, unitamente ai consultori operanti nelle singole circoscrizioni diocesane faciliteranno l’attuazione della recente riforma, al fine di accogliere e accompagnare le coppie che vivono esperienze coniugali ferite o fallite a intraprendere, qualora ne ricorrano le condizioni, la via giudiziaria in uno dei tre itinerari contemplati dalla normativa vigente (ordinario, documentale e brevior).
Quanto alla dimensione più strettamente giudiziale, stante il can. 1673 §2 MI, la Conferenza Episcopale Pugliese conferma l’intento di affidarsi al Tribunale Ecclesiastico Regionale. In questa delicata fase di attuazione della normativa processuale, infatti, l’Episcopato pugliese ritiene che l'esperienza e la competenza maturata nel corso di una storia pluridecennale (iniziata nel 1939), può garantire la più compiuta attuazione di quanto previsto dalla recente normativa pontificia.
I Vescovi Pugliesi confidano che la riforma del processo matrimoniale possa rappresentare un'ulteriore occasione di servizio per il bene del popolo di Dio, ferma restando "la necessità di tutelare in massimo grado la verità del sacro vincolo" (MI), così come inteso dal Supremo Legislatore.
Molfetta, 7 dicembre 2015
Rischiarare il cammino della famiglia: l’Amoris laetitia, parola della Chiesa al nostro tempo
Rischiarare: è in questo verbo che possiamo sintetizzare l’azione della Chiesa, fedele al Suo Signore, nei confronti del matrimonio lungo il corso dei secoli. Inizia con san Paolo, che in Efesini 5,21-33 rifonda il rapporto tra marito e moglie in relazione al mysterion di Cristo e della Chiesa, in una chiave squisitamente cristologica; continua con una teologia del sacramento del matrimonio che ha le sue tappe cruciali nella teologia di Agostino e nella sintesi di san Tommaso1; si sistematizza maggiormente in età moderna, nel decreto Tametsi del Concilio di Trento, nel quale l’elemento giuridico è ancora preponderante rispetto a quello sacramentale; procede nel Catechismo Romano, nella teologia di san Roberto Bellarmino, nei grandi sviluppi inaugurati da Joseph Matthias Scheeben, nelle encicliche di fine secolo XIX e inizio secolo XX. Uno sguardo rapido alla storia della teologia e a quella del Magistero, in un cambiamento d’epoca come il nostro2, è doveroso, non per fare semplicemente memoria, ma per comprendere come ci sia un continuo progresso nella comprensione della dottrina della Chiesa. La parola chiave per comprendere questo processo è “progresso”, non cambiamento, secondo quanto afferma un testo di capitale importanza della Tradizione, il Commonitorium di Vincenzo di Lerins (V sec.): “E’ caratteristico del progresso che ogni realtà si sviluppi intrinsecamente, mentre il cambiamento implica il passaggio di una data cosa a qualcos’altro di diverso. Occorre dunque che in ciascuno e in tutti, in ogni uomo come in tutta la Chiesa, l’intelligenza, la scienza e la sapienza crescano e progrediscano intensamente, nel corso delle età e delle generazioni. Ora questo progresso deve compiersi tuttavia secondo la sua propria natura e cioè nello stesso senso, secondo gli stessi dogmi e lo stesso pensiero”3. Eleggendo come esempio lo sviluppo biologico della persona, che crescendo si trasforma nella statura e nell’aspetto, ma resta sempre se stessa, Vincenzo di Lerins conclude: “Così è bene che anche i dogmi della religione cristiana seguano questa legge di crescita, in modo da consolidarsi col passare degli anni, svilupparsi a loro tempo e approfondirsi nel corso delle generazioni”.4 La Dei Verbum ribadisce in modo chiaro il senso di questo progresso quando parla della Tradizione: “Questa Tradizione di origine apostolica progredisce nella Chiesa con l'assistenza dello Spirito Santo: cresce infatti la comprensione, tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, sia con la contemplazione e lo studio dei credenti che le meditano in cuor loro (cfr. Lc 2,19 e 51), sia con la intelligenza data da una più profonda esperienza delle cose spirituali, sia per la predicazione di coloro i quali con la successione episcopale hanno ricevuto un carisma sicuro di verità.” (DV 8) Similmente, in un testo poco citato di papa Benedetto XVI, nella Caritas in veritate, il papa afferma che il rapporto tra le encicliche sociali precedenti la Populorum progressio e la grande enciclica montiniana, non va considerato come una cesura, ma piuttosto va visto nella coerenza di una fedeltà dinamica: “Coerenza non significa chiusura in un sistema, quanto piuttosto fedeltà dinamica a una luce ricevuta. La dottrina sociale della Chiesa illumina con una luce che non muta i problemi sempre nuovi che emergono”. 5 Quanto appare più evidente nella dottrina sociale della Chiesa- evidenza lampante dato l’arco temporale di poco più di un secolo che essa copre- è presente nella dottrina sul matrimonio, con il semplice scopo di affermare “il primato della carità e della dimensione pastorale”, senza tradire la gerarchia della verità, valido secondo Evangelii gaudium (EG) sia per i dogmi di fede, sia per l’insegnamento morale. Con Amoris laetitia (AL) non ci troviamo quindi di fronte ad un insegnamento totalmente altro su matrimonio e famiglia, ma in una fase del progresso nella sua comprensione. Un apporto notevole è richiesto dalla stessa esortazione post-sinodale alla teologia morale, chiamata in causa in modo decisivo, quando le si chiede di “porre speciale attenzione nel mettere in evidenza e incoraggiare i valori più alti e centrali del Vangelo”6. La teologia morale si sente interpellata nel solco di quel primato della carità che il dettato conciliare le aveva affidato per un suo rinnovamento, in Optatam totius: “…maggiormente nutrita della Sacra Scrittura, illustri l’altezza della vocazione dei fedeli in Cristo, chiamati a portare frutto nella carità per la vita del mondo”7 Amoris laetitia (AL), parola della Chiesa sul matrimonio e la famiglia, vuole quindi affermare la dottrina del “mistero grande” - “secondo gli stessi dogmi e lo stesso pensiero”, direbbe Vincenzo di Lerins – nel nostro tempo, con un’attenzione materna e misericordiosa, rispondendo alle esigenze di carità pastorale che esso invoca. Dopo questa ampia premessa vogliamo interrogare il testo con quattro domande: Quale è il ruolo del magistero episcopale e del pastore, secondo la mens di AL, nel suo compito di “rischiarare” la situazione del matrimonio e della famiglia?
Quale teologia del matrimonio ci viene consegnata da questa esortazione?
Quale rapporto tra il “dover essere” della vocazione matrimoniale e l’esistenza di un credente nelle sfide che il matrimonio e la famiglia pongono nel nostro tempo?
In che direzione la Chiesa è chiamata a ripensare la sua azione pastorale?
1- Il ministero del magistero episcopale: “rischiarare” la comunità diocesana
La Evangelii gaudium segna il passo di una rinnovata comprensione del ruolo del magistero pontificio in rapporto al magistero episcopale. Riporto una lunga citazione, che risulterà necessaria per comprendere, senza confusione, anche la AL: “Non credo (…) che si debba attendere dal magistero papale una parola definitiva o completa su tutte le questioni che riguardano la Chiesa e il mondo. Non è opportuno che il Papa sostituisca gli Episcopati locali nel discernimento di tutte le problematiche che si prospettano nei loro territori. In questo senso, avverto la necessità di procedere in una salutare decentralizzazione”8. Da dove scaturisce questa riscoperta della responsabilità del magistero episcopale? Semplicemente da uno sviluppo della ecclesiologia del Concilio Vaticano II,9 che passa attraverso la Octogesima adveniens e l’esortazione Evangelii nuntiandi, entrambe di Paolo VI. Nell’affrontare gli innumerevoli problemi sociali che si ponevano all’attenzione dell’insegnamento sociale della Chiesa, papa Montini così si esprimeva a ottanta anni dalla Rerum novarum: “Di fronte a situazioni tanto diverse, ci è difficile pronunciare una parola unica e proporre una soluzione di valore universale. Del resto non è questa la nostra ambizione e neppure la nostra missione. Spetta alle comunità cristiane analizzare obiettivamente la situazione del loro paese, chiarirla alla luce delle parole immutabili dell'evangelo, attingere principi di riflessione, criteri di giudizio e direttive di azione nell'insegnamento sociale della chiesa, quale è stato elaborato nel corso della storia, e particolarmente in questa era industriale…”10. Si incoraggiavano un metodo e una prassi già presenti, del resto, quelle in cui le Chiese particolari, attraverso il magistero episcopale e lo studio di laici competenti, in molti luoghi, applicavano alle loro realtà sociali il metodo del vedere-giudicare-agire rilanciato dalla Mater et magistra di Giovanni XXIII. Nell’esortazione post-sinodale Evangelii nuntiandi, Paolo VI riprendeva la dottrina secondo cui la Chiesa universale si incarna di fatto nelle Chiese particolari, per evidenziare come ciascuna di esse sia portatrice di una ricchezza culturale, consona alla sensibilità del nostro tempo. Nell’invitare a “assimilare l’essenziale del messaggio evangelico”, senza alterarne la sua verità fondamentale, con grande equilibrio il papa affermava: “La questione è indubbiamente delicata. La evangelizzazione perde molto della sua forza e della sua efficacia se non tiene in considerazione il popolo concreto al quale si rivolge, se non utilizza la sua lingua, i suoi segni e simboli, se non risponde ai problemi da esso posti, se non interessa la sua vita reale. Ma d'altra parte l'evangelizzazione rischia di perdere la propria anima e di svanire, se il suo contenuto resta svuotato o snaturato col pretesto di tradurlo o se, volendo adattare una realtà universale ad uno spazio locale, si sacrifica questa realtà e si distrugge l'unità senza la quale non c'è universalità.”11 Con queste premesse si giunge al n. 3 di AL, che prospetta anche che ci potrebbero essere modi diversi di interpretare “alcuni aspetti della dottrina o alcune considerazioni che da essa derivano”, attenti alle varie culture. Tuttavia non dimentica che è necessaria una unità di dottrina e di prassi, alla quale bisogna sempre tendere. 12 Il ruolo del magistero ha quindi una finalità squisitamente pastorale, alla quale non ci si può sottrarre. E’ quella richiamata nell’ottavo capitolo della esortazione post-sinodale: “Se si tiene conto dell’innumerevole varietà di situazioni concrete, come quelle che abbiamo sopra menzionato, è comprensibile che non ci si dovesse aspettare dal Sinodo o da questa Esortazione una nuova normativa generale di tipo canonico, applicabile a tutti i casi. E’ possibile soltanto un nuovo incoraggiamento ad un responsabile discernimento personale e pastorale dei casi particolari (…) I presbiteri hanno il compito di «accompagnare le persone interessate sulla via del discernimento secondo l’insegnamento della Chiesa e gli orientamenti del Vescovo”13. In definitiva, il compito di rischiarare è del magistero pontificio, ma anche di quello episcopale, chiamato a pronunciarsi nella sua Chiesa particolare sulle questioni più delicate della famiglia. E questo lo sta già facendo.
2- Quale teologia “rischiara” la famiglia del nostro tempo?
Non è questo il luogo per ripercorrere le tappe di una ricerca teologica sul matrimonio e sulla famiglia che nel tempo si è emancipata da una visione meramente giuridica o solamente teologico-morale. Basti accennare che il secolo XX, preparato dalla teologia sacramentaria di Schebeen (1835-1888) è stato il grande secolo della teologia del matrimonio e della famiglia, come anche del magistero che ad essa si è riferito. Il dialogo tra teologia e magistero è stato molto proficuo. Dopo la Arcanum divinae sapientiae di Leone XIII del 1880, la Casti Connubii di Pio XI, nel 1930, ripropone lo schema agostiniano dei tria bona, dando il primato al bonum prolis, e recepisce la teologia dello Scheeben che presenta gli sposi come dei “consacrati” in virtù del sacramento. Non c’è però ancora integrazione tra la prospettiva antropologica personalista e la concezione del matrimonio ordinato alla procreazione. La nascita di movimenti di spiritualità coniugale, come le Equipe Notre Dame in Francia, nel 1939, e il Movimento di Cana in Canada, sono i laboratori di una spiritualità e di una pastorale familiare che si vanno sempre di più caratterizzando, anche se in feconda stagione pastorale non si ha ancora una solida base teologica. Quest’ultima si coagulerà attorno ai percorsi di riflessione aperti dal Concilio Vaticano II, di carattere antropologico, biblico, trinitario, cristologico, ecclesiologico, sacramentale. L’enciclica Humanae vitae, che sottolineerà le esigenze della procreazione responsabile, darà vita ad un vivace dibattito teologico, ma anche a percorsi spirituali ed educativi, nei quali le coppie hanno formato le loro coscienze negli ultimi 50 anni. Il Sinodo del 1980 con l’esortazione Familiaris consortio, non solo ci presenta una ricchissima teologia del matrimonio e della famiglia, ma costituisce il punto di svolta nel quale è la famiglia stessa ad essere soggetto pastorale. Tale soggettività ecclesiale e sociale scaturisce dalla chiara visione antropologica della persona, imago Dei, e da quella sacramentale che “trova una significativa espressione nell'alleanza sponsale, che si instaura tra l'uomo e la donna”. 14
La ricchezza di questo magistero è tutta presenta nella AL, soprattutto nei capitoli III e IV, arricchita anche dalla relazione tra mistero trinitario e comunità familiare, come si evince dalla citazione di una catechesi del 2 aprile 2014: “Il matrimonio è l’icona dell’amore di Dio per noi. Anche Dio, infatti, è comunione: le tre Persone del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo vivono da sempre e per sempre in unità perfetta. Ed è proprio questo il mistero del Matrimonio: Dio fa dei due sposi una sola esistenza»15. Ma non è questa, a mio parere, il proprium della prospettiva teologica dell’esortazione, bensì il rimando al kerigma. E’ esso che dà l’incipit a tutta la trattazione del capitolo III, illuminando di luce nuova la teologia del matrimonio e della famiglia: “Davanti alle famiglie e in mezzo ad esse deve sempre nuovamente risuonare il primo annuncio, ciò che è «più bello, più grande, più attraente e allo stesso tempo più necessario», e «deve occupare il centro dell’attività evangelizzatrice». Mettere al centro il kerigma significa rispondere alle esigenze della evangelizzazione e allo stesso tempo riconoscere una gerarchia di verità. Non possiamo comprendere l’esortazione, anche nei punti che possono sembrarci più difficili da attuare, quelli del discernimento, se non facciamo nostra la centralità del kerigma e il richiamo alla centralità della fede, la sinergia tra fides e foedus 16. Il contrario, cioè il far “scalare” in questa gerarchia di verità l’annuncio centrale della fede al secondo o terzo posto, porta, dice il papa alla “mera difesa di una dottrina fredda e senza vita”17. Sappiamo bene che nel Motu proprio Mitis iudex Dominus Iesus, il papa ha indicato tra le circostanze che possono consentire la trattazione della causa di nullità con il processo più breve secondo i canoni 1683-1687, si annovera anche la mancanza di fede, che può generare la simulazione del consenso o l’errore che determina la volontà.18 La gerarchia di verità nell’annuncio diventa anche gerarchia di ciò che vale la pena consolidare con l’aiuto della grazia del sacramento matrimoniale, vale a dire l’agape coniugale. Per questo motivo l’esortazione ci presenta una ricca riflessione sull’inno alla carità di 1 Cor 13, 4-7. In definitiva, AL illumina la teologia e la pastorale del matrimonio e della famiglia ricuperando la centralità del kerigma e della risposta di fede e di amore all’annuncio di salvezza. Ma chiediamoci ancora: di fronte alle vette dell’amore trinitario che si “specchia” nel matrimonio, quale è la situazione dell’uomo contemporaneo?
3- Quale rapporto tra il “dover essere” della vocazione matrimoniale e l’esistenza di un credente?
Il papa parla di piani differenti: sono quelli della vocazione, del dover essere, e quello del reale cammino di una persona, carica di fragilità. In verità questa non è una attenzione che nasce in AL, ma è presente già nella FC, che parla di un avanzamento graduale verso l’integrazione dei doni di Dio. Ecco il testo di AL: “Tuttavia, non è bene confondere piani differenti: non si deve gettare sopra due persone limitate il tremendo peso di dover riprodurre in maniera perfetta l’unione che esiste tra Cristo e la sua Chiesa, perché il matrimonio come segno implica «un processo dinamico, che avanza gradualmente con la progressiva integrazione dei doni di Dio»19. La storicità della vita del credente si misura quotidianamente con la celsitudo della vocazione cristiana, per cui “conosce, ama e compie il bene morale secondo tappe di crescita”20. E’ la legge della gradualità, che accompagna il cammino di conversione di ognuno, che non si ferma a dei gradi della legge “ritagliandoli” su misura per sé, ma con cuore sincero, secondo le sue possibilità, invocando costantemente l’aiuto della grazia, tende alla pienezza dell’amore. Jean Marie Lustigier, in un suo commento alla FC, affermava che ci potrebbe essere un modo “pelagiano” di intendere questa pedagogia, come se si trattasse di un apprendistato laborioso e basato solo sulle proprie forze. Invece esso comporta un vero cammino spirituale, che obbedisce al “rigore della grazia”, nel quale il dono suscita l’amore21. Tuttavia, di fronte alle sfide che sono in atto, la Chiesa è chiamata a fare un serio esame di coscienza sulle modalità con cui ha presentato le ragioni e le motivazioni che portano ad optare in favore del matrimonio e della famiglia, a tendere al dover essere. Molte strade sono già state percorse dalla pastorale familiare, e il papa le stigmatizza, additandole come le situazioni che “hanno aiutato a provocare ciò di cui oggi ci lamentiamo” 22. In esse forse possiamo trovare tante nostre scelte di predicazione e catechesi: l’accentuazione del dovere della procreazione, il mancato accompagnamento dei nuovi sposi, la presentazione di un ideale teologico del matrimonio troppo astratto, l’insistenza solo su questioni dottrinali, bioetiche e morali, senza motivare l’apertura alla grazia, lo scarso spazio dato alla formazione della coscienza.23 Abbiamo trasmesso delle verità, ma forse abbiamo lasciato le persone sole con il loro fardello di responsabilità. Ma anche loro, le famiglie cristiane, non hanno ritenuto importante lasciarsi accompagnare nella loro vocazione coniugale. Su questo ultimo punto si innesta l’indicazione pastorale principale della AL: la formazione delle coscienze.
4- In che direzione la Chiesa è chiamata a ripensare la sua azione pastorale?
“Siamo chiamati a formare le coscienze, non a pretendere di sostituirle”24. Di fronte alle sfide, che anche per un Tribunale ecclesiastico costituiscono una preoccupazione pastorale, siamo chiamati a recuperare uno dei compiti che forse per troppo tempo abbiamo relegato ad una fascia ristretta di persone, i laici più impegnati, di cui ci siamo sempre detti, occorre formare le coscienze. Il compito già delicato di accompagnare le coppie nella formazione di una famiglia e nell’educazione dei figli, richiede più attenzione quando si tratta di discernere la situazione di quelle coppie che vivono situazioni cosiddette “irregolari”. La scelta terminologica indica già lo spostamento dell’attenzione dallo status di conformità ad una norma, alla considerazione della persona nella sua storicità: è per questo che si parla di incompiutezza e di fragilità di queste coppie25. Si invita ad accompagnare, discernere e integrare la fragilità, in un contesto però in cui non si nega la bontà del matrimonio e si ribadisce che “ogni rottura del vincolo matrimoniale “è contro la volontà di Dio…”26. E’ un’attenzione pastorale “misericordiosa”, che non rimane tuttavia circoscritta alla celebrazione di un grande evento come il Giubileo, ma diventa prassi costante della Chiesa. Quello che viene riproposto è un personalismo etico che si coniuga con l’ermeneutica della misericordia, come il papa ha detto ai parroci di Roma: “La misericordia si fa carico della persona, la ascolta attentamente, si accosta con rispetto e con verità alla sua situazione, e l’accompagna nel cammino della riconciliazione”27. In concreto è una pastorale che distingue le situazioni, tiene conto dei condizionamenti e delle circostanze attenuanti, dà credito alla coscienza, integra con gradualità.
Distingue le situazioni, cioè le persone, che presentano ognuna un caso diverso dall’altro. Il papa, a mo’ di esempio, presenta una piccola “casistica”: una cosa è una seconda unione consolidata nel tempo, con nuovi figli, con provata fedeltà, dedizione generosa, impegno cristiano, consapevolezza dell’irregolarità della propria situazione; un’altra una unione che viene da un recente divorzio, che è come esposta alla fragilità e non si consolidata nel tempo28. La Chiesa riconosce situazioni in cui «l’uomo e la donna, per seri motivi - quali, ad esempio, l’educazione dei figli - non possono soddisfare l’obbligo della separazione» 29. E’ bene notare che in ciascun caso si accenna al riconoscimento del valore del matrimonio sacramento e alla propria responsabilità nella crisi della coppia, e quindi si esclude chi ha un atteggiamento contrario, oppure “ostenta un peccato oggettivo come se facesse parte dell’ideale cristiano, o vuole imporre qualcosa di diverso da quello che insegna la Chiesa…”30. Costui ha semplicemente bisogno di riascoltare l’annuncio del Vangelo. Ma come è possibile “integrare” se la persona vive in una situazione oggettivamente disordinata? Semplicemente facendo un percorso di discernimento. Il discernimento è opera del pastore, che forma le coscienze, ma è anche impegno del credente. Scrive AL: “Il colloquio col sacerdote in foro interno, concorre alla formazione di un giudizio corretto su ciò che ostacola la possibilità di una più piena partecipazione alla vita della Chiesa e sui passi che possano favorirla a crescere”31. Da queste espressioni evinciamo che il dialogo non è prima di tutto la via per la soluzione di un caso, ma è a servizio della maturazione della coscienza, che “non potrà mai prescindere dalle esigenze di verità e di carità del Vangelo proposta della Chiesa”32.
Il discernimento personale non viene mai sostituito dal discernimento del pastore, ma da esso viene illuminato e formato. Si tratta di aiutare le coscienze a decidere secondo il Vangelo, raggiungendo il bene possibile in una determinata situazione. Un bene possibile può essere anche quello di chi- nel caso sia un divorziato risposato- non potrà lasciare la nuova unione, né potrà astenersi dagli atti propri dei coniugi, come FC 84 chiede, perché questa astensione potrebbe mettere in pericolo la fedeltà e il bene dei figli, come GS 51 fa intravedere. Così la nota 329 della nostra esortazione. La Veritatis splendor ha previsto, in linea con la dottrina che l’ha preceduta, che il carattere universale della legge non è cancellato, ma piuttosto riconosciuto e valutato, quando “la ragione ne determina la applicazione nell’attualità concreta”33. E prosegue: “Il giudizio della coscienza afferma “ultimamente” la conformità di un certo comportamento concreto rispetto alla legge”34. La stessa enciclica prevede, in linea con la tradizione, che può accadere di commettere un male a causa di una ignoranza invincibile e di un errore di giudizio non colpevole “che non è imputabile alla persona che lo compie, ma che non cessa di essere un male”35. Nel discernimento, quindi, vengono chiamate in causa le circostanze attenuanti, che illuminano il giudizio sull’imputabilità e la responsabilità di un’azione: “Un giudizio negativo su una situazione oggettiva, non implica un giudizio sull’imputabilità e la colpevolezza della persona coinvolta”36, afferma AL. La teologia morale ci presenta una coscienza che nel momento in cui decide si trova di fronte ad una complessità di situazioni che la casistica può solo in minima parte prevedere. I principi di azione con duplice effetto, il principio di totalità o terapeuticità, ad esempio, mostrano la necessità di contestualizzare il giudizio morale, non limitandosi a verificare l’applicazione della norma. Un atto umano è una realtà complessa, che non si può ridurre alla “materia”: occorre considerare la correttezza dell’atto in rapporto alle intenzioni e al grado di conoscenza che ciascuno ha del bene. La persona agendo decide di sé, con il concorso di questi tre elementi, denominati fonti della moralità37: l’atto materiale, l’intenzionalità che pone nel compierlo, la piena avvertenza di cosa esso significa e delle sue conseguenze. Scrive il teologo morale Maurizio Chiodi: “La riflessione teologico-morale non può partire da una legge che sarebbe conosciuta dalla ragione e che rimanda all’agire nella sua materialità, ma dal soggetto, nel suo profilo pratico”38. Ciò che è in gioco non è solo la questione di atti in sé intrinsecamente disordinati, ma l’imputabilità della responsabilità, così come lo stesso Catechismo della Chiesa Cattolica si esprime circa il ruolo delle circostanze attenuanti39. E’ un’attenzione che si sposta dall’atto materiale alla totalità della persona e alla complessità della sua coscienza. A questa tradizione, squisitamente personalista, si riferisce il papa quando afferma che “La Chiesa possiede una solida riflessione circa i condizionamenti e le circostanze attenuanti. Per questo non è più possibile dire che tutti coloro che si trovano in qualche situazione cosiddetta “irregolare” vivano in stato di peccato mortale, privi della grazia santificante”40. L’’esortazione post-sinodale rimanda ad una dottrina autorevole, quella di San Tommaso d’Aquino, che nella I-II della Summa Theologiae, nella quaestio 94, all’articolo 4 si chiede se la legge naturale sia unica per tutti. La risposta è affermativa, sulla base dell’auctoritas di Sant’ Isidoro41; ma poi Tommaso precisa che la ragione speculativa si comporta in modo più articolato rispetto alla ragione pratica. Infatti, rispetto ai principi universali della ragione, vi è una identica verità; nelle conclusioni particolari della ragione speculativa, la verità è uguale per tutti, ma non tutti la conoscono, e abbiamo perciò delle leggi positive che non corrispondo all’ordine morale naturale. A volte ci sono ostacoli che noi oggi definiremmo culturali nella ricezione di tale ordine, come ad esempio quello a cui accenna la Summa: Giulio Cesare racconta nel De bello gallico che i popoli germanici ritenevano che il furto non fosse un delitto. Infine ci sono le conclusioni particolari della ragione pratica, quelle che fa proprie ogni coscienza, per cui non c’è una norma percepita come identica per tutti e, se è identica, non è conosciuta allo stesso modo. Conclude Tommaso: “Per tutti è vero e giusto agire secondo ragione”42. E’ questa la cosiddetta “norma prossima di moralità” percepita dalla nostra coscienza come obbligante, che si avvicinerà ai principi universali e alle conclusioni particolari nella misura in cui la nostra ragione sarà rischiarata dalla verità.
Da questo discernimento scaturisce l’integrazione nella vita ecclesiale delle persone che nella loro esistenza sperimentano l’incompiutezza e la fragilità. Tale integrazione è il fine pastorale a cui tendono discernimento e accompagnamento: è la legge suprema della salus animarum. Sono diverse le forme di integrazione, ma non possiamo sottrarci alla verità di alcune espressioni: se non si è soggettivamente colpevoli, anche entro una situazione oggettiva, si potrebbe vivere in grazia di Dio, ricevendo anche l’aiuto della Chiesa. In certi casi, afferma la nota 351, si può ricevere anche l’aiuto dei Sacramenti, e si fa riferimento alla Penitenza e alla Eucarestia “non premio per i perfetti, ma generoso rimedio e alimento per i deboli”. L’ espressione “in certi casi”, non può portarci ad una norma nuova, ma apre la strada ad un discernimento sapiente e illuminato, fiducioso della grazia, ancorato al kerigma, animato dalla misericordia. E’ la stessa prospettiva del Concilio di Gerusalemme. Mi piace concludere con questa icona biblica, citata al n. 296, con un riferimento ad una omelia del papa. La questione affrontata nell’assemblea di Gerusalemme, in At 15, era sull’integrazione dei pagani convertiti e sulla richiesta di far sì che si sottoponessero alle usanze della Legge: era questione di integrazione o emarginazione. In quel momento gli apostoli si posero in ascolto dello Spirito, vissero quella che noi oggi chiamiamo sinodalità, ma si lasciarono soprattutto illuminare dalla verità gerarchicamente più alta, il kerigma: “Noi invece crediamo che per la grazia del Signore Gesù Cristo siamo salvati, così come loro” (At 15,11). Dalla centralità del kerigma viene rischiarata ogni questione morale nella vita della Chiesa, per guidare la sua azione pastorale con misericordia. La luce che illuminò gli apostoli a Gerusalemme è la stessa che illumina la Chiesa del nostro tempo, nell’annuncio del Vangelo del matrimonio e della famiglia.
+Luigi RENNA Vescovo di Cerignola-Ascoli Satriano
Inaugurazione dell’Anno giudiziario 2017 Bari, 18 febbraio 2017 Relazione sull’attività dell’Anno giudiziario 2016
compio il gradito incarico di illustrare l’attività del Tribunale Ecclesiastico Regionale Pugliese svolta nell’anno 2016. Come sempre, rappresenta il frutto di un impegno corale dei Vicari aggiunti, del Collegio dei Giudici, dei Collaboratori e di tutti gli Operatori della giustizia canonica.
Esprimo innanzitutto un sincero ringraziamento alla Conferenza Episcopale Pugliese per la fiducia accordataci e per l’attenzione a noi riservata, in particolare, attraverso il costante consiglio e l’attenta vigilanza dell’Arcivescovo Moderatore.
1) Quadro generale.
È trascorso poco più di un anno dall’entrata in vigore (8 dicembre 2015) della Lettera Apostolica in forma di Motu Proprio del Sommo Pontefice Francesco sulla riforma del processo canonico per le cause di dichiarazione di nullità del matrimonio, Mitis Iudex Dominus Iesus.
È doveroso chiedersi quale concreta influenza abbia avuto la nuova normativa nell’attività del nostro Tribunale, stante le decisioni assunte dai vescovi pugliesi.
Come noto il Pontefice ha inteso sostituire solo i cann. 1671-1691 del vigente Codice di Diritto Canonico, quelli relativi al Libro VII, Parte III, Titolo I, Capitolo I del testo legislativo. Ciò in risposta ad un auspicio emerso nel Sinodo straordinario dei Vescovi dell’ottobre 2014, in cui si affermava «la necessità di rendere più accessibili ed agili, possibilmente del tutto gratuite, le procedure per il riconoscimento dei casi di nullità» (cfr. Relatio Synodi 2014, n. 48).
Era un’esigenza che, in realtà, partiva da lontano. Già il Sinodo dei Vescovi del 1967 (“La preservazione e il rafforzamento della fede cattolica, la sua integrità, il suo vigore, il suo sviluppo, la sua coerenza dottrinale e storica”, 29/09-29/10 1967), in piena stagione di riforma codiciale, aveva posto l’attenzione sulla necessità che la revisione del Codice di Diritto Canonico, compiuta nel 1983, fosse ispirata dall’esigenza di rendere più spedita la definizione dei giudizi di nullità matrimoniale (Prima assemblea generale, 136). Questa necessità era posta in relazione alle esigenze di conformare tutta la legislazione canonica, come ribadito da Papa Francesco, alla salvezza delle anime che è norma di sistema di tutta la vita della Chiesa e norma di chiusura del testo codiciale vigente (cfr. can. 1752).
Il processo di recezione e attuazione delle nuove norme, soprattutto in Italia, ha avuto un iter alquanto complesso essenzialmente per quanto attiene l’organizzazione dei Tribunali. Il Qua cura dell’8 dicembre 1938, riservava la competenza esclusiva delle cause di nullità matrimoniali ai soli Tribunali Regionali. Fin dal momento della pubblicazione del testo pontificio (8 settembre 2015) si sono succedute indicazioni diverse da parte dei competenti Dicasteri vaticani.
L’11 dicembre 2015 veniva reso pubblico il Rescritto del Santo Padre, firmato ex audientia nel pomeriggio del 7 dicembre precedente, circa il compimento e l’osservanza della nuova legge del processo matrimoniale. Il documento, non entrando nel merito della costituzione dei Tribunali (disciplinata dal can. 1673 §§1-2 MI), ha abrogato il Qua cura. Peraltro, la libera facoltà concessa ai singoli vescovi di creare un proprio Tribunale ecclesiastico per la trattazione delle cause di nullità matrimoniale confliggeva con la riserva esclusiva concessa ai soli Tribunali Regionali, precedentemente codificata. Da ultimo, per espressa volontà del Santo Padre, emersa a margine dell’ultima Assemblea generale dei Vescovi, tenuta nel maggio scorso, con lettera pontificia del 1° giugno 2016, si creava un Tavolo di lavoro, coordinato dal Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana «per la definizione delle principali questioni interpretative e applicative di comune interesse». L’incontro, cui hanno partecipato il Prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, il Presidente del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi e il Decano della Rota Romana, si è tenuto il 6 luglio scorso e ha prodotto un Documento datato 20 luglio 2016, in cui, tra l’altro, venivano puntualizzate le modalità di costituzione di eventuali nuovi Tribunali diocesani, stante il ruolo di vigilanza della Segnatura Apostolica che «verifica e attesta la sussistenza delle condizioni per un adeguato funzionamento delle strutture giudiziarie».
2) Scelte della Conferenza Episcopale Pugliese.
Il 9 ottobre 2015, trascorso poco più di un mese dalla pubblicazione del Motu Proprio, si celebrava a Molfetta la prevista sessione ordinaria della Conferenza Episcopale Pugliese. In vista di quella riunione, il Presidente della stessa Conferenza e Moderatore del Tribunale Ecclesiastico Regionale Pugliese, chiedeva al Vicario giudiziale del medesimo Tribunale una prima informativa circa la riforma pontificia da sottoporre all’esame dei Confratelli.
Nelle successive sessioni del 9 dicembre 2015 e del 28 gennaio 2016 si poneva all’ordine del giorno una discussione approfondita sul Mitis Iudex Dominus Iesus. Veniva altresì elaborata una Nota dei Vescovi Pugliesi in cui si definiva l’unanime decisione dell’episcopato. Il testo era datato 7 dicembre 2015.
Detta Nota, recependo «lo spirito e la norma della recente riforma del processo canonico», esprimeva «gratitudine in ordine alla dimensione pastorale che si è voluta ribadire, promuovendo l’inserimento della sfera giudiziale nell’ambito della “pastorale matrimoniale diocesana unitaria” (Regole Procedurali, art. 2)».
In questa linea, in primo luogo, il testo dichiarava l’impegno dei Presuli «sulla scia di una collaudata esperienza già operativa nelle singole diocesi, a rafforzare le strutture diocesane al fine di rendere ancor più efficace “l’indagine pregiudiziale o pastorale” (RP, art. 2) richiesta dalla riforma pontificia». Si affermava la convinzione che «l’efficace impegno degli uffici di pastorale familiare, unitamente ai consultori operanti nelle singole circoscrizioni diocesane faciliteranno l’attuazione della recente riforma, al fine di accogliere e accompagnare le coppie che vivono esperienze coniugali ferite o fallite a intraprendere, qualora ne ricorrano le condizioni, la via giudiziaria in uno dei tre itinerari contemplati dalla normativa vigente (ordinario, documentale e brevior)». Sono numerose, ormai, le Diocesi che si sono dotate di strutture stabili, così come suggerito dalla normativa pontificia (cfr. RP, art. 3). In tal modo, si è posto l’accento sulla dimensione pastorale del processo rinnovato che trova ispirazione in numerose Allocuzioni pontificie, pronunciate in occasione dell’inaugurazione dell’Anno giudiziario della Rota Romana e, più recentemente, nella celebrazione delle sessioni straordinaria (5-19 ottobre 2014) e ordinaria (4-25 ottobre 2015) del Sinodo dei Vescovi sulla Famiglia. Tale intento è stato espresso, da ultimo, nel modo più articolato e autorevole, nell’Esortazione apostolica post-sinodale Amoris laetitia.
Giova rilevare, in riferimento a tale ambito pastorale, la favorevole accoglienza della riforma, in Puglia, concretizzatasi attraverso una serie di iniziative di divulgazione. In tutte le Diocesi pugliesi, sono stati promossi e si stanno promuovendo incontri di formazione per il clero e per i laici. Similmente sono stati realizzati incontri regionali con gli Uffici di Pastorale Famigliare e dei Consultori Familiari. Inoltre, in diverse parrocchie, i fedeli hanno potuto confrontarsi con i giudici del nostro Tribunale sui contenuti della riforma. Segnalo anche numerosi convegni organizzati di concerto con le Università degli Studi di Bari, di Taranto e di Lecce, così come quelli organizzati presso i Tribunali delle medesime città. Utile anche il confronto con gli studenti universitari e liceali che hanno frequentato la sede del Tribunale.
In secondo luogo, la Nota dei Vescovi pugliesi ha definito la questione circa il Tribunale Ecclesiastico. Come accennato, la recente riforma consente ai singoli Vescovi di costituire un proprio Tribunale, competente in materia matrimoniale.
Avvalendosi delle facoltà previste dal diritto, i Presuli pugliesi hanno deciso che «quanto alla dimensione più strettamente giudiziale, stante il can. 1673 §2 MI, la Conferenza Episcopale Pugliese conferma l’intento di affidarsi al Tribunale Ecclesiastico Regionale». La ragione fondamentale di tale scelta è stata sinteticamente espressa nella citata Nota, nella quale si afferma: «In questa delicata fase di attuazione della normativa processuale, infatti, l’Episcopato pugliese ritiene che l’esperienza e la competenza maturata nel corso di una storia pluridecennale (iniziata nel 1939), può garantire la più compiuta attuazione di quanto previsto dalla recente normativa pontificia».
Nell’elaborare la Nota, applicando la nuova normativa canonica, si è fatto appello a motivazioni di carattere pastorale, storico e di prudente economia generale, in riferimento al tessuto specifico e alla consolidata esperienza regionale (in analogia con il Seminario Regionale e la Facoltà Teologica Pugliese). La scelta di fondo è stata quella di contribuire da parte di tutte le Diocesi a sostenere al meglio un’unica struttura anziché crearne altre ex-novo, che sarebbero risultate prive di personale sufficiente e qualificato, necessario per assolvere un compito tanto delicato nella vita della Chiesa, non solo nel presente, ma anche negli anni futuri.
Il riferimento normativo circa la decisione assunta riguardo alla costituzione del Tribunale è stato il can. 1673 §§1 e 2 del MIDI, che si pone in continuità con quanto affermato dal can. 1423 del Codice vigente. Peraltro, il §2 del citato canone consente ampia facoltà ai Vescovi di una metropolia o di diverse metropolie di accedere ad una struttura sovra-diocesana con una discrezionalità nella decisione assoluta. Ciò che conta, come ha sottolineato il Santo Padre nel discorso ai partecipanti al Corso promosso dal Tribunale della Rota Romana nel marzo del 2016, è esclusivamente il bene dei fedeli (Città del Vaticano, Aula Paolo VI, 12 marzo 2016).
Infine, nell’assumere la decisione proposta si è preso in seria considerazione anche la questione economica legata ad una eventuale moltiplicazione delle strutture. Stante, poi, la crisi occupazionale sempre più diffusa, dare continuità e stabilità lavorativa a quindici dipendenti competenti e collaudati nel servizio giudiziario del TERP è parsa una scelta opportuna oltre che di basilare giustizia sociale.
3) Attività del Tribunale Ecclesiastico Regionale Pugliese.
Alla luce del panorama appena tratteggiato, veniamo ora a rispondere al quesito iniziale circa la concreta applicazione delle nuove norme in Puglia. La riforma pontificia ha ampiamente soddisfatto le attese circa una giustizia più celere ed efficace, attraverso uno snellimento delle procedure, che si è giovato soprattutto dell’abolizione della obbligatorietà della doppia sentenza conforme. I tempi processuali si sono notevolmente ridotti e un processo celebrato con rito ordinario, nelle condizioni migliori, viene evaso in meno di un anno.
La vita del Tribunale, nell’anno appena trascorso, si è svolta in un clima di grande serenità e collaborazione da parte di tutti gli operatori. La citata decisone dei Vescovi pugliesi ha contribuito non poco a fugare dubbi circa un futuro incerto e problematico. La preoccupazione di tutti, soprattutto dei dipendenti, ma anche degli stessi giudici, circa un possibile dissolvimento dell’esperienza regionale ha pesato nei primi mesi dell’anno. Tuttavia l’impegno unanime e fattivo per rispondere al meglio alle attese dei Pastori e dei fedeli che, sempre più numerosi, si sono avvicinati al ministero di giustizia del nostro Tribunale è stato tangibile.
Un dato per tutti va anticipato. Le cause introdotte nel 2016 sono state 252, rispetto alle 200 dell’anno precedente. Quelle decise sono state 241 (più due processi brevi), rispetto alle 230 del 2015. Come si vede si tratta di un dato particolarmente indicativo. È la risposta più evidente alla sfida lanciata dalla nuova normativa, ma è stato anche il frutto di un impegno di sensibilizzazione capillare realizzato nello scorso anno. La corretta e accurata informazione, come sempre, rappresenta lo strumento più idoneo alla conoscenza della dimensione giudiziale della Chiesa che, seppur gravata da antiche e mai sopite diffidenze e incomprensioni (eccessiva lunghezza dei processi e oneri economici esagerati), continua ad essere la via maestra indicata dal Pontefice per affrontare ed eventualmente risolvere le tante “ferite” inferte nella vita di numerose coppie (cfr. Amoris laetitia, 244).
Organico. L’organico del tribunale è composto da venticinque giudici (di cui un laico), cinque dei quali sono impegnati a tempo pieno.
Lo scorso 24 novembre è deceduto Mons. Luca Murolo. L’intero Tribunale ha voluto ricordarlo con una S. Messa celebrata il 26 gennaio scorso. È stato un modo sentito e grato per affidarlo al Signore, giusto giudice, e per fare memoria di un uomo che ha speso la sua vita, in particolare, in ascolto delle famiglie in difficoltà.
Il Vescovo di San Severo ha concesso a don Massimo Gagliardi, cancelliere di quella Diocesi, di prestare il suo servizio come nuovo giudice. Nel corso della recente sessione della Conferenza Episcopale Pugliese, il Vescovo di Molfetta ha presentato il reverendo don Fabio Tangari, anch’egli cancelliere, per l’ufficio di giudice ecclesiastico. Analoga decisione è stata assunta dal Vescovo di Nardò, che ha presentato don Luca Albanese, vicario episcopale per gli affari giuridici, e dal Vescovo di Trani che ha presentato don Gaetano Corvasce, rettore del Seminario minore. Rilevo che si tratta di tre giovani sacerdoti. Ciò dà speranza in un futuro sempre più ricco di energie per questo peculiare servizio ecclesiale. Guardiamo con attenzione anche ad altri giovani sacerdoti che hanno completato o stanno completando il ciclo di studi e che, in futuro, potrebbero affiancarci nel nostro lavoro.
La formazione permanente è ormai una consuetudine consolidata del collegio giudiziale. Essa si realizza attraverso la partecipazione a corsi e convegni organizzati dalle Facoltà romane e dalle Associazioni canonistiche italiane.
Avvocati. Per quanto riguarda gli Avvocati iscritti all’Albo, evidenzio una sostanziale fedeltà all’impegno assunto, al fine di collaborare con il Tribunale all’accertamento della verità. Seppur con qualche sacrificio, ognuno di loro si attiene alle tabelle remunerative stabilite dalla CEI. In linea con la prassi degli altri Tribunali, si ammettono all’Albo esclusivamente avvocati che abbiano conseguito il Dottorato in Diritto canonico. Le nomine sono ad quinquennium, in conformità con gli altri uffici ecclesiastici.
I Patroni stabili operanti presso il Tribunale, tornati ad essere tre, profondono con competenza e dedizione il loro impegno sia nell’ascolto dei fedeli sia nel patrocinio delle cause loro affidate. Nel corso dell’anno hanno introdotto ottantacinque nuovi libelli. Risulta superfluo, ormai, il loro accedere presso le curie diocesane, vista la presenza delle citate “strutture stabili”, costituite nelle varie diocesi pugliesi.
Difensori del Vincolo. Il Collegio dei Difensori del Vincolo, composto da undici collaboratori e diretto da Mons. Felice Posa, offre con esperienza e competenza l’esercizio di un Ufficio particolarmente utile e delicato nella trattazione delle nullità matrimoniali.
Personale. Il personale laico, composto di tredici unità, offre il proprio servizio con dedizione e spirito ecclesiale. La collaborazione tra gli addetti ai vari servizi appare soddisfacente. Mi piace sottolineare che anche il personale dipendente cura la propria formazione culturale e professionale. Il dott. Vito Colaianni ha conseguito il Dottorato in Diritto canonico nel 2016. Sono così tre i dipendenti che hanno raggiunto tale lodevole obiettivo.
Economia. Quanto alla gestione economica, anche quest’anno si è avuto un notevole avanzo di bilancio di circa settantamila euro che saranno restituiti alla CEI. Come sempre, si è fatto fronte alle esigenze di indigenza reali rappresentate da fedeli impossibilitati a sostenere le spese sia attraverso la concessione del gratuito patrocinio (diciotto casi) sia attraverso l’esonero totale (undici) o parziale (uno) delle spese processuali. Anche in questo caso si sono utilizzati criteri rigorosi e oggettivi (certificato ISEE e lettera del parroco) già in uso presso altri Tribunali. Il nostro Tribunale per decidere e archiviare 255 cause, nello scorso anno ha sostenuto oneri per complessivi Euro 982.772. A fronte di questa spesa il contributo delle parti è stato di Euro 138.667. La somma residua di Euro 844.105 ha trovato la sua copertura finanziaria nel contributo CEI. Ogni singola causa ha avuto un costo di Euro 3.854.
A questo proposito, un riferimento merita l’invito espresso al n. VI dei “criteri fondamentali” esposti nel preambolo del MIDI, laddove si invitano le Conferenze Episcopali ad attivarsi affinché «salva la giusta e dignitosa retribuzione degli operatori dei tribunali, [...] venga assicurata la gratuità delle procedure». In attesa di nuove determinazioni, che presumibilmente saranno adottate nella prossima Assemblea generale dei Vescovi, è bene ribadire che, in Italia, la questione della “gratuità” dei processi è stata ripetutamente affrontata, secondo lo spirito delle indicazioni pontificie, con le varie delibere della CEI, assunte in attuazione del can. 1649 del CIC. Tali provvedimenti, susseguitisi negli anni, hanno progressivamente affinato il sistema di solidarietà economica, per quanto attiene le spese processuali. Un iter iniziato con delibera del 18/03/1997, rielaborata il 19/10/1998 e poi ancora il 30/03/2001, le cui tabelle economiche sono state aggiornate nel 2010. L’ultima delibera in materia è entrata in vigore l’1/01/2012. Al momento, appare ben disciplinato l’istituto del gratuito o semi-gratuito patrocinio, l’esonero totale o parziale dalle spese processuali, la possibilità di avvalersi gratuitamente della figura del Patrono stabile (anche se il ricorso a tale figura non è strettamente legato a questioni economiche). Le indicazioni della CEI hanno anche inteso disciplinare con chiarezza la misura minima e massima del compenso dovuto dalle parti ai patroni di fiducia, onde impedire eventuali arbitri o emolumenti stridenti con lo spirito di servizio che deve contraddistinguere anche il comportamento degli avvocati ecclesiastici. Tutto questo, se già realizza nei fatti l’auspicio pontificio, continua a garantire un minimo di contribuzione da parte dei fedeli per il sostentamento di un’Istituzione complessa e articolata, quale è il Tribunale ecclesiastico, che attinge le sue risorse finanziarie, in massima parte, dal gettito annuale dell’otto per mille riconosciuto dallo Stato italiano alla Chiesa cattolica.
Una discreta accoglienza, infine, sta avendo, in Puglia, l’iniziativa di coinvolgere nelle spese necessarie per i singoli processi le parrocchie delle parti. In tal modo, i Parroci e le comunità parrocchiali sono sensibilizzati in questa forma di autentica carità pastorale.
D’altro canto, l’invito rivolto ai fedeli che hanno fruito del servizio del Tribunale Ecclesiastico a lasciare un libero contributo per le sue attività istituzionali, fa parte delle indicazioni fornite a suo tempo dalla CEI (cfr. art. 4 §3 delle Norme del 30/3/2001). Non sembra però che tale esortazione abbia avuto finora particolare accoglienza.
A tal riguardo, meriterebbe maggiore attenzione la disposizione codiciale secondo la quale: «i fedeli contribuiscano alle necessità della Chiesa con le sovvenzioni richieste e secondo le norme emanate dalla Conferenza Episcopale» (can. 1262 CIC). Si tratta di un opportuno richiamo alla corresponsabilità di tutto il popolo di Dio nel farsi carico delle strutture e delle attività della Chiesa.
4) Il processo brevior.
Un ultimo accenno va posto su un’altra novità della recente riforma: il processo brevior.
I Vescovi pugliesi, anche a norma del can. 1417 (che disciplina il divieto di concorrenza nel giudizio), hanno ritenuto di avvalersi dell’Ufficio del Vicario giudiziale del TERP (cui inviare il libello introduttivo, a norma dei cann. 1676 §2.4 e 1685 MIDI, e dell’art. 15 RP), il quale, valutata la fondatezza della richiesta e dei presupposti giuridici della stessa, affida ai tre Vicari aggiunti l’istruttoria dei singoli processi, in ragione delle aree di appartenenza dei richiedenti. A essi viene affiancato, in qualità di assessore, un giudice della diocesi interessata, qualora vi fosse, o di una diocesi viciniore. Ciò garantisce, oltre all’osservanza del criterio della prossimità ai fedeli, la competenza e l’esperienza necessaria a questo genere di processi, la totale assenza di oneri finanziari da parte delle singole diocesi, oltre all’ausilio di strutture e personale già esistenti e collaudati. Non è stata sottovalutata la necessità di fornire, al proposito, unitarietà di giurisprudenza che è garanzia di serietà nell’esercizio processuale. Non da ultimo è stata considerata l’importanza di custodire in un unico archivio, documenti che, per la loro peculiarità e delicatezza, esigono criteri di conservazione rigorosamente disciplinati dalla normativa canonica e civile.
Ad oggi sono stati celebrati due processi con il rito brevior, conclusi con sentenza affermativa. Dette sentenze sono state consegnate personalmente dal rispettivo Vescovo (di Taranto e di Oria) ai fedeli interessati, realizzando, in tal modo, una forma concreta di “pastorale giudiziaria”. I criteri per la celebrazione del rito brevior sono rigorosamente definiti ed esigono una valutazione altrettanto rigorosa. Tale forma processuale, espressione diretta del citato Sinodo straordinario del 2014, è stata in esso definita: «processo giudiziale straordinario».
Nel ribadire la personale convinzione che il tempo e la prassi ci aiuteranno ad apprezzare gli indubbi benefici della recente riforma pontificia, concludo nel richiamare l’auspicio finale della citata Nota dei Presuli pugliesi, che, nelle decisioni assunte, hanno inteso restare fedeli alla duplice preoccupazione più volte espressa dal Pontefice: la salus animarum e la riaffermazione chiara della sacralità del vincolo matrimoniale. «I Vescovi Pugliesi confidano che la riforma del processo matrimoniale possa rappresentare un’ulteriore occasione di servizio per il bene del popolo di Dio, ferma restando “la necessità di tutelare in massimo grado la verità del sacro vincolo” (MI), così come inteso dal Supremo Legislatore».
Sac. Pasquale Larocca Vicario giudiziale
Relazione al 31/12/2016
Cause introdotte processo ordinario 2016
Cause introdotte processo breve 2016
Cause archiviate 2016
Rato 2016
Cause decise Processo ordinario 2016
Cause decise Processo breve 2016
Cause pendenti al 31/12/2016
75 affermative
44 affermative
30 affermative
Mancaza di uso della regione (can.1095 n.1)
7	affermative
9 affermative
Esclusione della sacamentalità
Ignoranza (can.1096)
Errore di diritto (can.1099)
Cause introdotte dai patroni stabili
Cause introdotte con gratuito patrocinio
Cause con esonero dalle spese