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Timestamp: 2019-04-21 04:58:02+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 167', 'art. 168', 'art. 170', 'art. 2647', 'art. 11', 'art. 1224', 'art. 1283', 'art. 1283', 'art. 1283', 'art. 1283', 'art. 1283', 'art. 1283']

Maggio 15th, 2013Approfondimenti: Famiglia – Separazioni – Eredità0 comments
Tra gli strumenti che l’attuale ordinamento legislativo pone a disposizione dell’autonomia privata per costituire una dotazione patrimoniale vincolata al soddisfacimento delle esigenze della famiglia, una posizione preminente è occupata ancora dal fondo patrimoniale.
Tale istituto, la cui disciplina è contenuta negli articoli 167 e segg. Del c.c., è stato introdotto nell’ordinamento nazionale con la riforma del diritto di famiglia del 75.
Il fondo patrimoniale è un vincolo costituito su alcuni beni, che vengono destinati a far fronte ai bisogni della famiglia. Questi bisogni comprendono, oltre alle necessità primarie, anche il mantenimento del tenore di vita liberamente scelto dai coniugi.
Il vincolo di destinazione apposto ai beni conferiti al fondo patrimoniale determina la formazione di un patrimonio di destinazione i cui frutti vengono utilizzati per far fronte alle obbligazioni contratte nell’interesse della famiglia. Il fondo patrimoniale dà esclusivamente origine a un autonomo patrimonio di scopo e non si configura come un autonomo soggetto di diritto né, tantomeno, diviene proprietario dei beni ricevuti in conferimento, né di quelli acquistati grazie all’impiego dei frutti derivanti dalla gestione del patrimonio, dal momento che la proprietà spetta ai coniugi ovvero al solo coniuge che ha costituito il fondo riservandosi l’esclusiva proprietà dei beni conferiti.
In altri termini la costituzione del fondo non comporta effetti traslativi (salvo non sia convenuto in modo inequivocabile) assolvendo alla funzione meramente strumentale di assicurare mezzi economici al nucleo familiare. Mancando l’effetto traslativo la costituzione del fondo determina il sorgere di un mero diritto di godimento sui cespiti.
Il negozio istitutivo del fondo può essere stipulato nella forma di atto inter vivos e anche, sebbene limitatamente al caso di costituzione ad opera di un terzo, sotto forma di disposizione testamentaria. Se la costituzione ad opera di un terzo avviene per atto tra vivi per il perfezionamento dell’atto risulta necessaria l’accettazione dei coniugi che può peraltro intervenire anche successivamente alla stipulazione. Quanto ai requisiti di forma viene richiesta la presenza dell’atto pubblico.
I soggetti che possono costituire il f. sono i coniugi congiuntamente o disgiuntamente ed il terzo. In qs. caso il negozio istitutivo può esser rappresentato da un testamento o da una donazione
Oggetto del fondo possono essere b.i. b.m. iscritti in pubblici registri o titoli di credito. Qualora vengano conferiti nel fondo titoli di credito l’art. 167 prescrive che debbano essere vincolati rendendoli nominativi con l’annotazione del vincolo o in altro modo idoneo.
La cessazione del fondo si verifica esclusivamente in seguito a divorzio o all’annullamento del vincolo matrimoniale, ma se sono presenti figli minori il fondo dura in ogni caso sino a che essi non abbiano compiuto la maggiore età con facoltà per il giudice di attribuire ai figli una quota in godimento o in proprietà dei beni del f.
Per l’amministrazione del fondo l’art. 168 del c.c. rinvia alle norme della comunione legale in modo che sia in ogni caso garantita la par condicio tra i coniugi con la particolarità che, stante il vincolo di destinazione, sono posti limiti ben più stringenti che in materia di comunione dei beni.
Vi è in effetti un generale divieto (salvo non sia espressamente consentito nel negozio istitutivo) di alienazione consegna in pegno o assoggettamento a vincoli dei beni del f. se non con il consenso di entrambi i coniugi e, se vi sono figli minori, con l’autorizzazione del giudice.
Il codice allo scopo di tutelare la consistenza di un patrimonio espressamente costituito per fronteggiare le esigenze della vita famigliare, concede al fondo patrimoniale un trattamento privilegiato in sede di esercizio dell’attività esecutiva: l’art. 170 c.c. esclude, in effetti, l’esecuzione sui beni del f.p. e sui relativi frutti relativamente ai quei debiti che il creditore conosceva essere stati contratti per finalità estranee ai bisogni della famiglia (obbligazioni contratte dal coniuge in relazione in relazione alla propria attività imprenditoriale o di lavoro autonomo o anche debiti accesi per far fronte a mere esigenze voluttuarie o per meri intenti speculativi)
In ogni caso, i coniugi devono sempre essere in grado di dimostrare che il creditore sapeva che il debito era stato contratto per scopi estranei ai bisogni della famiglia.
Il beneficio riguarda tutti i debiti estranei ai bisogni della famiglia, anche se anteriori alla costituzione del fondo patrimoniale, fatto salvo, in questo caso, l’esperimento dell’azione revocatoria secondo le regole ordinarie (entro due anni dalla costituzione del fondo). Può esser revocato se:
L’eventus damni pregiudizio per creditore
Scienzia fraudis consapevolezza del debitore e se a titolo oneroso del terzo acquirente
In caso di fallimento: revocatoria fallimentare “tutti gli atti a titolo gratuito compiuti dal fallito nei 2 anni precedenti sono revocabili. Dottr e giurisp qualificano fondo come atto a titolo gratuito. Quindi revocabile.
Un’ulteriore importante garanzia è contemplata dall’art. 2647 c.. attraverso la previsione dell’obbligo di trascrizione dell’atto costitutivo del fondo patrimoniale per quanto riguarda i conferimenti di beni immobili, a pena di inopponibilità ai terzi dell’eccezione di appartenenza del bene al fondo patrimoniale familiare.
Qualche cenno sulla disciplina fiscale.
I redditi dei beni conferiti nel fondo sono imputati per metà del loro ammontare netto a ciascuno dei coniugi. La norma tributaria ai fini dell’identificazione dei soggetti passivi di imposta non riconosce alcun rilievo all’effettiva titolarità della proprietà stabilendo quale presunzione assoluta che i frutti scaturenti dall’amministrazione del f.spettino in egual misura ad entrambi i coniugi. L’irrilevanza della proprietà deriva dalla natura stessa dell’istituto che costituisce un patrimonio separato da quello del soggetto costituente individuato, all’interno di quest’ultimo, dal vincolo di destinazione cui risultano assoggettati i beni che lo compongono.
Se in occasione della costituzione del fondo si realizzi il fenomeno traslativo della proprietà,
l’atto costituivo risulta assoggettato all’imposta sulle donazioni.
Se la costituzione non avviene a titolo gratuito ( si pensi al conferimento in adempimento di un dovere morale o quale assolvimento di obbligo di mantenimento), si applica l’assoggettamento ad imposta di registro in misura proporzionale. Saranno dovute anche le imposte catastali ed ipotecaria
Nell’ipotesi di costituzione per atto mortis causa risulterà dovuta l’imposta sulle successioni..
Se invece non si realizza effetto traslativo il negozio sarà soggetto alla sola tassa fissa prevista per la registrazione.
Maggio 9th, 2013Approfondimenti: Famiglia – Separazioni – Eredità0 comments
Il trust trova la sua origine nel diritto straniero, in particolare nei paesi di common law, ma è stato riconosciuto nell’ordinamento giuridico italiano a decorrere dal 1 gennaio 1992 a seguito della ratifica della Convenzione dell’Aja del 1 luglio 1985, intervenuta con legge 16 ottobre 1989 n. 364.
La legge comunitaria 2010 ha delegato il Governo (Capo II art. 11) a introdurre e a disciplinare nell’ordinamento giuridico italiano l’istituto del trust (fiducia). Il disegno di legge n 2284 presentato dal Ministro della giustizia Alfano (non ancora iniziato l’esame) delega il Governo ad apportare modifiche al codice civile in materia di disciplina della fiducia e del contratto autonomo di garanzia. La disciplina della fiducia ha lo scopo di colmare un vuoto del nostro sistema giuridico che – nonostante l’entrata in vigore della convenzione sulla legge applicabile ai trust e sul loro riconoscimento (adottata a L’Aja il 1º luglio 1985, ratificata e resa esecutiva dalla l. 16 ott. 1989 n. 364) – non contiene una completa disciplina positiva dell’istituto del trust.
Il trust è uno strumento giuridico che, nell’interesse di uno o più beneficiari o per uno specifico scopo, permette di strutturare in vario modo “posizioni giuridiche” basate su legami fiduciari. Non esiste un rigido ed unitario modello di trust, ma tanti possibili schemi che è possibile costruire in vista di una finalità ultima da raggiungere.
I soggetti del trust o, più correttamente, le “posizioni giuridiche”, sono generalmente tre: una è quella del disponente (o settlor o grantor), cioè colui che promuove/istituisce il trust. La seconda è rappresentata dall’amministratore/gestore (trustee). Il disponente intesta beni mobili/immobili all’amministratore, il quale ha il potere-dovere di gestirli secondo le “regole” del trust fissate dal disponente. La terza è quella del beneficiario, espressa o implicita. Posizione eventuale è quella del guardiano (protector). Modellare un trust in grado di soddisfare un interesse specifico significa individuare le “regole” più idonee allo scopo: esse sono quelle elaborate/scelte dal disponente (il soggetto che istituisce il Trust) nel quadro normativo di riferimento (Convenzione dell’Aja, leggi straniere sul trust, leggi italiane).
Il trasferimento di beni nel fondo del trust è vincolato da un legame che intercorre tra il settlor e il trustee, che è il cosiddetto patto di fiducia; il settlor (disponente) trasferisce l’intestazione (non la proprietà, quantomeno per come è intesa nel diritto italiano) di beni perché vengano amministrati dal trustee nell’interesse dei beneficiari e nei limiti di quanto stabilito nell’atto istitutivo. Ci sono due elementi caratterizzanti il trust:
E’ senz’altro in grado di superare i limiti del fondo:
Il fondo presuppone necessariamente la esistenza della famiglia legittima.
Per cui anche se esso può essere costituito prima del matrimonio, la sua efficacia è subordinata alla successiva celebrazione del matrimonio stesso. Analogamente la cessazione del rapporto di coniugio, per qualunque motivo essa si verifichi, fa cessare il fondo patrimoniale La conseguenza di ciò è che una persona in stato vedovile, anche in presenza di figli minori, non potrà costituire un fondo patrimoniale Anche una persona nubile non può costituire un fondo patrimoniale per provvedere ai bisogni della sua futura famiglia. Per far ciò è necessario che il matrimonio sia prossimo e devono essere note le persone dei nubendi, per cui la mancata indicazione anche di uno solo dei futuri coniugi rende nulla la costituzione del fondo.
Per contro il trust potrà ben essere utilizzato per:
provvedere ai bisogni di una famiglia di fatto;
da una persona vedova o nubile,
ovvero da un terzo soggetto a favore di persona vedova o nubile e della sua attuale o futura famiglia, prevedendo, se ritenuto opportuno, condizioni sospensive o risolutive
da un soggetto in costanza di matrimonio legittimo, il quale vuole provvedere anche alle esigenze di un’eventuale figlio naturale e della di lui madre.
da una persona nubile che voglia provvedere alla sua famiglia di origine.
Il secondo aspetto fortemente connotante la profonda differenza tra il trust e il fondo patrimoniale è costituito dalla fisiologica temporaneità del fondo patrimoniale. Il venir meno del vincolo matrimoniale è causa di cessazione della convenzione.
Il trust per contro rimane assolutamente slegato nel suo periodo di durata dalle vicende coniugali; con la possibilità, peraltro, che il relativo atto istitutivo possa regolamentare l’ipotesi del venir meno della famiglia per le cui esigenze era stato creato, a questo punto individuando i beneficiari finali.
Vi sono tanti possibili utilizzi del trust quanti ne può immaginare la fantasia di un professionista. Dire trust è come dire negozio giuridico. Lo scopo del trust deve potere essere sempre considerato meritevole secondo i principi dell’ordinamento giuridico di riferimento.
tutela dei minori e dei soggetti diversamente abili: spesso le disposizioni testamentarie prevedono che i minori abbiano un godimento limitato dei beni fino alla maggiore età o che i soggetti diversamente abili possano godere dei beni in trust senza esserne pieni proprietari.
Aprile 9th, 2013Convegni0 comments
Problematiche tecnico-giuridiche relative alla certificazione GOST
Lunedì 3 ottobre 2011 – ore 14.30 API Torino Via Pianezza, 123 – 10151 Torino
Saluto dell’API di Torino
Federazione Russa: Panorama delle opportunità del paese
Dott. FLAVIO RAMELLA – Segretario Generale della Camera di Commercio Italo-Russa
Certificazione e Sdoganamento dei prodotti
Dott. SERGUEY OLENICH – Rappresentante Commerciale della Rostek – Italia
Problematiche legislative relative all’import – export
Avv. STEFANO COMMODO – D.ssa EUGENIA PODMAREVA Studio Legale Associato “Ambrosio e Commodo”
Si prega di voler confermare la partecipazione al Servizio Relazioni Internazionali al nr. 011 4513276 o via email: relacom@apito.it
Gennaio 31st, 2013Approfondimenti: Investimenti finanziari - Tutela del risparmio0 comments
Con la predetta decisione, la Suprema Corte ha precisato che “il debito di interessi, pur concretandosi nel pagamento di una somma di denaro, non si configura come un’obbligazione pecuniaria qualsiasi, ma presenta connotati specifici, sia per il carattere di accessorietà rispetto all’obbligazione relativa al capitale, sia per la funzione (genericamente remuneratoria) che gli interessi rivestono, sia per la disciplina prevista dalla legge proprio in relazione agli interessi scaduti”.
Pertanto il debito per interessi (anche quando sia stata adempiuta l’obbligazione principale) non si configura come una qualsiasi obbligazione pecuniaria dalla quale deriva il diritto agli ulteriori interessi dalla costituzione in mora, nonché al risarcimento del maggior danno ex art. 1224 comma 2 c.c., ma resta soggetto alla regola dell’anatocismo di cui all’art. 1283 c.c., derogabile soltanto dagli usi contrari ed applicabile a tutte le obbligazioni aventi ad oggetto originario il pagamento di una somma di denaro sulla quale spettino interessi di qualsiasi natura (per il conseguente corollario per cui gli interessi non perdono la loro natura, ai fini della loro eventuale capitalizzazione, per effetto della loro inclusione nei ratei dia ammortamento dei mutui, si veda Cass. Civ. n. 2593/2003, in Dir. e prat. soc. 2003, 8 62, secondo cui “in ipotesi di mutuo per il quale sia previsto il pagamento di rate costanti comprensive di parte del capitale e degli interessi, questi ultimi conservano la loro natura e non si trasformano invece in capitale da restituire al mutuante, cosicché la convenzione, contestuale alla stipulazione del mutuo, la quale stabilisca che sulle rate scadute decorrono gli interessi sull’intera somma, integra un fenomeno anatocistico, vietato dall’art. 1283 c.c. Con riferimento alla disciplina dell’art. 1283 c.c., usi contrari non avrebbero potuto formarsi successivamente all’entrata in vigore del codice civile, perché la natura della norma stessa, di carattere imperativo e quindi impeditiva del riconoscimento di pattuizioni e di comportamenti non conformi alla disciplina positiva esistente, impediva la realizzazione delle condizioni di fatto idonee a produrre la nascita di un uso avente le caratteristiche dell’uso normativo. Anteriormente al 1942, non esistevano usi che, nel campo specifico del mutuo bancario, consentivano l’anatocismo oltre i limiti previsti dall’art. 1283 c.c. e, particolarmente, una pattuizione concernente l’applicazione degli interessi di mora “sull’intero importo delle rate scadute e non pagate” di mutui e finanziamenti estinguibili secondo piani di ammortamento”).
La disposizione limitativa di cui all’art. 1283 c.c. “fonderebbe la propria ratio nella natura del debito di interessi e nel particolare sfavore con cui il legislatore, nel solco di una tradizione di avversità ad un fenomeno percepito quale forma di esercizio dell’usura, ha inteso considerare la capitalizzazione degli interessi, in coerenza con le altre restrizioni previste per gli interessi superiori a quelli legali” (così testualmente Cass. Civ. 2381/1994).
La caducazione della clausola in virtù della quale la banca è autorizzata a capitalizzare gli interessi a debito con cadenza trimestrale lascia dietro sé un vuoto che l’interprete non ha né la necessità né, soprattutto, la facoltà di colmare, con le conseguenze del caso.
Al riguardo si rileva che, come efficacemente precisato dalla Suprema Corte “se la commissione di massimo scoperto è un accessorio che si aggiunge agli interessi passivi – come potrebbe inferirsi anche dall’esser conteggiata, nella prassi bancaria, in una misura percentuale dell’esposizione debitoria massima raggiunta, e quindi sulle somme effettivamente utilizzate, nel periodo considerato – che solitamente è trimestrale – e dalla pattuizione della sua capitalizzazione trimestrale, come per gli interessi passivi, o ha una funzione remunerativa dell’obbligo della banca di tenere a disposizione dell’accreditato una determina somma per un determinato periodo di tempo, indipendentemente dal suo utilizzo come sembra preferibile ritenere anche alla luce della circolare della Banca d’Italia del primo ottobre 1996 e delle successive rilevazioni del c. d. tasso di soglia, in cui è stato puntualizzato che la commissione di massimo scoperto non deve esser computata ai fini della rilevazione dell’interesse globale di cui alla legge 7 marzo 1996 n. 108, ed allora dovrebbe esser conteggiata alla chiusura definitiva del conto. Nell’un caso e nell’altro non è comunque dovuta la capitalizzazione trimestrale perché, se la natura della commissione di massimo scoperto è assimilabile a quella degli interessi passivi, le clausole anatocistiche, pattuite nel regime anteriore all’entrata in vigore della legge 154-1992, sono nulle secondo la più recente giurisprudenza di legittimità, se invece è un corrispettivo autonomo dagli interessi, non è ad esso estensibile la disciplina dell’anatocismo, prevista dall’art. 1283 cod. civ. espressamente per gli interessi scaduti” (così Cass. Civ. n. 11772 del 6.8.2002).
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