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Timestamp: 2019-10-17 06:22:31+00:00
Document Index: 172547455

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 7', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1363', 'art. 1369']

Mag | 2018 | Studio Legale Petruccelli
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Archivio mensile:Mag 2018
Bruno Contrada: la sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo sul concorso esterno in associazione mafiosa
La Corte Europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, con la sentenza 14 aprile 2015 Causa Contrada c. Italia ha sanzionato l’Italia per la condanna inflitta a Bruno Contrada per concorso esterno in associazione mafiosa.
Secondo i giudici di Strasburgo, Bruno Contrada non doveva essere condannato perché all’epoca dei fatti (1979 -1988), il reato non era “sufficientemente chiaro e il ricorrente non poteva conoscere nello specifico la pena in cui incorreva per la responsabilità penale che discendeva dagli atti compiuti”.
Contrada si era rivolto alla Corte Europea dei diritti dell’uomo nel luglio del 2008 affermando che – in base all’art. 7 della CEDU, che stabilisce il principio “nulla poena sine lege” – non avrebbe dovuto essere condannato perchè “il reato di concorso esterno in associazione di stampo mafioso è il risultato della evoluzione della giurisprudenza italiana posteriore all’epoca in cui avrebbe commesso i fatti per cui è stato condannato”.
I giudici di Strasburgo hanno così accolto le tesi della difesa, affermando che i giudici nazionali, nel condannare Contrada, non hanno rispettato i principi di “non retroattività e di prevedibilità della legge penale”, ritenendo che all’epoca dei fatti contestati, il reato non era stato sufficientemente chiaro e quindi prevedibile dall’imputato.
Nella sentenza si afferma che: ” il reato di concorso esterno in associazione mafiosa è stato il risultato di una evoluzione della giurisprudenza iniziata verso la fine degli anni ’80 e consolidatasi nel 1994 e quindi la legge non era sufficientemente chiara e prevedibile per Bruno Contrada nel momento in cui avrebbe commesso i fatti contestatigli”.
La Corte ha sostenuto che “si può considerare “legge” solo una norma enunciata con una precisione tale da permettere al cittadino di regolare la propria condotta”.
La norma deve essere dunque determinata e chiara, con la conseguenza che una giurisprudenza complessa e contrastante, come quella in materia di concorso esterno tra gli anni ’80 e ’90 non avrebbe permesso al ricorrente di comprendere con chiarezza i fatti contestati e prevederne la relativa sanzione.
Il principio di legalità così come espresso dalla Corte Europa dei diritti dell’uomo fa rientrare nella nozione di diritto (“law”) sia quello di origine legislativa che giurisprudenziale.
Si ritiene che per quanto possa essere chiaro il testo legislativo, in qualsiasi sistema giuridico, compreso il diritto penale, esiste un elemento di interpretazione giudiziaria, considerato che è inevitabile un’attività di chiarimento dei punti oscuri e di adattamento alla fattispecie concreta.
E’ costantemente affermato nella tradizione giuridica degli Stati -parte della Convenzione Europea per i diritti umani che la giurisprudenza in quanto fonte di diritto, contribuisce necessariamente all’evoluzione progressiva del diritto penale.
Con buona pace del principio della triplice ripartizione dei poteri di montesquiana memoria !!!
Avvocata Rosa Petruccelli del Foro di Perugia
di Avvocato Rosa Petruccelli • Inviato su Altro ....
Mag 4 2018
Le norme che disciplinano l’interpretazione del contratto (Avv. Rosa Petruccelli)
Il contratto si concretizza in segni, espressioni, termini, locuzioni con le quali le parti manifestano la volontà di regolare in un certo qual modo un certo qual rapporto giuridico.
Il contratto si sostanzia, dunque, in una dichiarazione scritta che dovrebbe avere la capacità di tradurre l’intenzione delle parti e, quindi, di concretizzare quello che è un elemento psichico, interiore.
Non sempre i termini, le espressioni, le locuzioni, ciò che potremmo definire il tenore letterale del contratto è sufficientemente univoco, al punto da svelare, senza ombra di dubbio, quale fosse stata la reale volontà delle parti.
Come fare, dunque, per ricostruire quell’elemento interiore, psichico che determinò le parti a concludere quell’accordo e non un altro?
Orbene, l’operazione ermeneutica è disciplinata dalle norme contenute nel Capo IV, intitolato all’interpretazione del contratto (gli articoli dal 1362 al 1371 del codice civile).
Si tratta di norme cogenti, la cui violazione può essere censurata in sede di legittimità (Cass. civ. sentenza 15 luglio 2016 n. 14.432).
L’articolo 1362 del codice civile rubricato “Intenzione dei contraenti” recita: “nell’interpretare il contratto, si deve indagare quale sia stata la comune intenzione delle parti e non limitarsi al senso letterale delle parole; il capoverso continua dicendo “per determinare la comune intenzione delle parti, si deve valutare il loro comportamento complessivo, anche posteriore alla conclusione del contratto”.
L’articolo 1362 del codice civile pone una importantissima regola. Quella secondo cui, nell’interpretare il contratto, il tenore letterale di esso non riveste un ruolo nè decisivo, nè prioritario.
Infatti l’interpretazione deve tendere all’individuazione della comune intenzione delle parti (Cass. civ. sentenza 03 giugno – 9 dicembre 2014 n. 25840).
Ciò perchè il legislatore è ben consapevole del fatto che, da un lato, le espressioni contenute nel contratto possono non avere un significato univoco, nel raffronto tra le diverse clausole del contratto e/o anche nel significato dei singoli termini utilizzati, dall’altro, è evidente che se il comportamento delle parti depone per l’individuazione di un significato diverso da quello che emergerebbe prima facie dalla lettura testuale del contratto, dovrà essere il primo a prevalere.
In sostanza ciò che rileva ai fini interpretativi è la ragione pratica che ha indotto le parti a stipulare quel determinato tipo di contratto.
L’articolo 1363 del codice civile rubricato “interpretazione complessiva delle clausole” recita “le clausole del contratto si interpretano le une per mezzo delle altre, attribuendo a ciascuna il senso che risulta dal complesso dell’atto.
Orbene l’articolo 1363 del codice civile pone una seconda, importantissima regola, fondamentale per individuare la comune intenzione delle parti.
Quella secondo cui, nell’interpretazione del contratto non ci si può esimere dall’effettuare un’analisi logico-deduttiva del contenuto di ciascuna delle singole clausole contrattuali connesse tra loro.
Ciò vuol dire che, seppure da una singola clausola, presa singolarmente possa desumersi un determinato intento delle parti, ciò non sarebbe sufficiente a ritenere che quella sia stata la reale intenzione delle parti, in quanto le espressioni utilizzate in quella singola clausola debbono, obbligatoriamente, ex art. 1363 del codice civile essere raffrontate al contenuto di tutte le altre clausola contrattuali (cfr. Cass. civ. 22 Ottobre 2014, n. 22343)
Invero ben potrebbe essere che una lettura complessiva delle clausole possa portare all’individuazione di una diversa e concreta volontà rispetto a quella che emergerebbe dalle singole clausole atomisticamente intese.
Una terza regola fondamentale di interpretazione del contratto è quella contenuta nell’articolo 1366 del codice civile, ossia quella secondo cui il contratto deve essere interpretato secondo buona fede, ossia secondo un criterio di ragionevolezza, anche in considerazione dell’id quod plerumque accidit
Preme sottolineare, altresì, l’importanza ai fini interpretativi, della regola contenuta nell’art. 1369 del codice civile, norma che fa riferimento alla natura e all’oggetto del contratto e, quindi, alla causa del contratto (cfr. Cass. civ. 22 ottobre2014, n. 22343).
Le regole disciplinate negli articoli da 1362 a 1370 del codice civile concorrono, nel loro insieme, a tentare di individuare quell’elemento psichico in cui si sostanzia la comunq intenzione delle parti.
Se l’insieme di tali norme non dovesse essere sufficiente a svelare quella che fu la probabile volontà delle parti espressa in quel determinato contratto, soccorre la regola finale contenuta nell’articolo 1371 del codice civile secondo cui “qualora, nonostante l’applicazione delle norme contenute in quest o capo, il contratto rimanga oscuro, esso deve essere inteso nel senso meno gravoso per l’obbligato se è a titolo gratuito, e nel senso che realizzi l’equo contemperamento degli interessi delle parti se è a titolo oneroso”
Avvocata Rosa Petruccelli
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