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Timestamp: 2018-04-19 17:43:39+00:00
Document Index: 80383694

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 53', 'art. 20', 'art. 22', 'art. 4', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 291', 'art. 331', 'sentenza ', 'art. 51', 'art. 54', 'art. 53', 'art. 53', 'art. 20', 'art. 22', 'art. 4']

E’ inammissibile il ricorso in appello del Comune che abbia omesso di chiamare in causa tutte le parti che hanno partecipato al giudizio di primo grado (es. Agente della riscossione) non potendo il giudice disporre l’integrazione del contraddittorio nelle ipotesi di litisconsorzio facoltativo. Tale interessante principio è stato statuito dalla recente sentenza n. 53 del 19 febbraio 2010 della CTR di Catanzaro, Sez. VIII. L’iter logico giuridico adottato da tale pronuncia si è così sviluppato: viene subito in considerazione una questione pregiudiziale di rito, che, pur essendo stata eccepita dalla parte appellata, tuttavia è rilevabile d’ufficio in ogni stato e grado del giudizio. Infatti l’appellante ha violato il disposto, di cui all’art. 53, c. 2, primo periodo, del D.Lgs. 31/12/1992, n. 546, che recita: “il ricorso in appello è proposto nella forme di cui all’art. 20, commi 1 e 2, nei confronti di tutte le parti che hanno partecipato al giudizio di primo grado e deve essere depositato a norma dell’art. 22, commi 1, 2 e 3“. Né tale violazione può essere sanata mediante l’ordine da parte del Giudice tributario d’integrazione del contraddittorio, ai sensi dell’art. 4 dello stesso D.Lgs. 546/1992, giacché non si verte nell’ipotesi di litisconsorzio necessario (fattispecie, che è stata esclusa, per quanto riguarda il rapporto tra Ente creditore e Concessionario esattore dalla Suprema Corte a Sezioni Unite con Sentenza n. 16412 del 25/7/2007) e giacché è preclusa per il Comune di Scalea la chiamata in causa dell’E.TR. S.p.A., essendo scaduto il termine perentorio, il c.d. termine lungo, per proporre l’appello nei suoi confronti. Pertanto il gravame va dichiarato inammissibile.
Cause scindibili e inscindibili in appello
La norma di legge secondo la quale l’appello deve essere proposto nei confronti di tutte le parti che hanno partecipato al giudizio di primo grado non fa venir meno la distinzione tra cause inscindibili(1) e cause scindibili. La disposizione secondo cui l’appello deve essere proposto nei confronti di tutte le parti che hanno partecipato al giudizio di primo grado (articolo 53, secondo comma, Dlgs 546/92), non fa venir meno la distinzione tra cause inscindibili e cause scindibili. Pertanto, ove la controversia abbia ad oggetto l’esistenza dell’obbligazione tributaria, la mancata proposizione dell’appello anche nei confronti del Concessionario del servizio di riscossione, convenuto in primo grado unitamente all’Amministrazione finanziaria, non comporta l’obbligo di disporre la notificazione del ricorso in suo favore, quando sia ormai decorso il termine per l’impugnazione. Essendo egli estraneo al rapporto sostanziale dedotto in giudizio, ne consegue la scindibilità della causa nei suoi confronti, anche nel caso in cui non sia stato eccepito o rilevato il suo difetto di legittimazione. La mancata proposizione dell’appello anche nei confronti del Concessionario della riscossione, convenuto in primo grado, non comporta l’obbligo di disporre la notificazione del ricorso in suo favore, essendo quest’ultimo estraneo al rapporto sostanziale dedotto in giudizio (Cassazione sentenza 24607/2008). In tema di contenzioso tributario e nell’ipotesi di litisconsorzio, perché sussista l’obbligo di chiamare in causa in appello tutte le parti presenti nella prima fase del processo, è necessario che i rapporti dedotti in causa siano inscindibili(2), non suscettibili di soluzioni differenti nei confronti delle varie parti del giudizio, o che due (o più) rapporti dipendano l’uno dall’altro, o da un presupposto di fatto comune, in modo tale da evitare l’adozione nei confronti delle diverse parti di soluzioni non conformi perché comporterebbero capi di decisione logicamente in contraddizione tra loro. Ne consegue che, quando il giudice di primo grado adotti, senza contraddizioni insanabili, soluzioni diverse nei confronti di più parti, se ne deve dedurre l’insussistenza di alcuna ipotesi di litisconsorzio necessario, nemmeno di carattere processuale, e l’applicabilità dell’articolo 332 del C.p.c. sulla impugnazione relativa alle cause scindibili.(3).
Litisconsorzio processuale in appello
L’atto di impugnazione va proposto nei confronti di tutte le parti che sono comparse in primo grado di giudizio (Cassazione 17359/09, Cassazione 15449/08;Cassazione 2661/01). Nelle c.d. “liti catastali”, ove il Comune abbia appellato la sentenza della Commissione tributaria provinciale per questioni relative alla legittimità del classamento, e il giudizio di primo grado si sia svolto con la presenza sia dello stesso Comune sia dell’Agenzia del Territorio, occorre la notifica dell’atto di appello tanto al contribuente quanto all’Agenzia del Territorio, in quanto si ravvisa un’ipotesi(4) di “litisconsorzio processuale” (Sent. n. 17359 del 24 luglio 2009 della Corte Cass., Sez. tributaria). In caso d’impugnazione avverso l’atto di applicazione dell’Ici (emanato dal Comune) e l’atto di classamento catastale (emanato dall’Ute) che costituisce il logico presupposto dell’atto del comune, si instaurano due controversie distinte, riunite in ragione del vincolo di subordinazione logica esistente fra le questioni, sorge quindi un litisconsorzio processuale improprio(5), in cui ciascuna delle controversie conserva la sua autonomia. Quindi ove il giudice di primo grado accolga il ricorso del contribuente, l’Ufficio del territorio soccombente nella controversia catastale deve proporre tempestivo appello principale; ed ove invece faccia valere le sue ragioni in sede di appello incidentale entro i 60 giorni dalla notifica dell’appello del comune, ma oltre i 60 giorni dalla notifica della sentenza, l’appello principale deve essere qualificato come appello principale e quindi essere dichiarato inammissibile siccome tardivo(Sent. n. 18271 del 18 maggio 2004 della Corte Cass., Sez. tributaria)
1) La sentenza resa dal giudice di appello, il quale abbia omesso, in cause scindibili, di disporre l’integrazione del contraddittorio nei confronti del litisconsorte non necessario, ai sensi degli artt. 291 e 332 c.p.c., può essere cassata dalla Suprema Corte soltanto se, al momento in cui la medesima Corte è chiamata a decidere, non siano ancora decorsi i termini per l’appello, restando, in caso contrario, la violazione priva di effetti (nella specie, si verteva in tema di INVIM e di imposta di registro relative ad una compravendita immobiliare e la commissione tributaria regionale aveva omesso di disporre il rinvio della notificazione dell’impugnazione nei confronti dell’acquirente del bene, ritenuto litisconsorte non necessario; Cass. civ. Sez. V Sent., 21-03-2007, n. 6731). La notificazione dell’impugnazione relativa a cause inscindibili eseguita nei termini di legge nei confronti di uno solo dei litisconsorti necessari introduce validamente il giudizio di gravame nei confronti di tutte le altre parti, anche in caso di nullità della notificazione e di mancata costituzione dell’appellato; in siffatta ipotesi, il giudice di appello deve ordinare la rinnovazione della notificazione nei confronti di quest’ultimo ex art. 291 c.p.c., nonché l’integrazione del contraddittorio nei confronti di tutti gli altri litisconsorti necessari, ai sensi dell’art. 331 c.p.c. (Cass. civ. Sez. V, 20-04-2007, n. 9381). Le controversie promosse da un contribuente con l’impugnazione del provvedimento di attribuzione della rendita e dell’avviso di liquidazione dell’imposta comunale sugli immobili, anche se opportunamente riunite, sono cause in rapporto di pregiudizialità, che, anche se riunite, non sono inscindibili; conseguentemente, la mancata impugnazione, da parte dell’Agenzia delle Entrate del Territorio, della statuizione di annullamento della rendita, rende inammissibile l’appello del Comune relativo alla statuizione sulla liquidazione del tributo locale (Cass. civ. Sez. V, 10-09-2004, n. 18271).
2) Nunzio Santi di Paola, Contenzioso tributario, Maggioli 2009, pag. 1077, sottolinea che:
a) per i casi di causa inscindibile con più parti o di cause tra loro dipendenti ex articolo 331 del cpc anche il giudizio di impugnazione si svolge nei confronti di tutte le parti che hanno partecipato alla precedente fase;
b) la disciplina di cui all’articolo 331 del c.p.c. si applica ai casi di litisconsorzio necessario , di intervento adesivo dipendente e di chiamata in causa;
c) viene considerata inscindibile anche la controversia in cui più eredi siano succeduti in corso di causa ad una delle parti originarie in conformità al precetto dell’articolo 110 del c.p.c..;
d) il fenomeno delle cause inscindibili si configura nei casi di controversie sulla misura delle trattenute fiscali da operarsi da parte del sostituto d’imposta.
3) Nunzio Santi di Paola, Contenzioso tributario, Maggioli 2009, pag. 1077, sottolinea che ove vi sia stata successione nel diritto controverso e l’avente causa sia stato chiamato o sia intervenuto nel processo ai sensi dell’articolo 111 del c.p.c. ed al contempo non vi sia stata la formale estromissione del dante causa si è in presenza di una pluralità di parti in un processo avente un unico oggetto e si comprende perché si reputi inscindibile la relativa controversa in sede di gravame. Sottolinea anche che sono considerate ipotesi tipiche di cause scindibili e quindi di applicabilità dell’articolo 332 del c.p.c. i casi di litisconsorzio facoltativo, le cause relative ad obbligazioni solidali (es. più coeredi in ordine alla medesima successione ; venditore e acquirente per una unica alienazione inter vivos), le ipotesi di garanzia impropria.
4) Si possono individuare tre ipotesi in cui si ravvisa la necessaria presenza di più soggetti in giudizio:
a) nei casi in cui si rileva in giudizio un rapporto plurisoggettivo tale da ritenere necessaria ed obbligatoria la partecipazione nel processo di ciascun soggetto titolare di tale rapporto (in queste ipotesi si parla comunemente di “litisconsorzio necessario per ragioni sostanziali”);
b) nei casi in cui un terzo interviene in giudizio per far valere un diritto altrui; in queste ipotesi tassativamente indicate dalla legge, accanto alla legittimazione del terzo si rende necessaria anche la presenza del soggetto titolare del diritto dedotto in giudizio (“litisconsorzio necessario per motivi processuali”);
5) In tema di contenzioso tributario, il rapporto di pregiudizialità sussistente fra la controversia avente ad oggetto l’impugnazione del provvedimento di attribuzione della rendita catastale ad un immobile da parte dell’Ufficio del Territorio e quella promossa avverso l’avviso di liquidazione dell’ICI, calcolata sulla base di detta rendita, emesso dal Comune, anche se abbia dato luogo all’opportuna riunione dei processi ed alla pronuncia di un’unica sentenza, non è idoneo, in ragione del diverso ambito soggettivo (essendo il Comune carente di autonoma legittimazione nella causa relativa alla rendita catastale) ed oggettivo (essendo diversi i rapporti giuridici in contestazione e le “causae petendi”), a rendere le controversie medesime inscindibili, dovendosi escludere la sussistenza, rispetto alle parti convenute nelle due controversie, di un litisconsorzio necessario processuale. Ne consegue che, qualora il contribuente abbia impugnato congiuntamente il provvedimento di attribuzione della rendita catastale e l’avviso di liquidazione dell’imposta, il passaggio in giudicato della sentenza di primo grado emessa sulla controversia pregiudiziale (conseguente, nella specie, all’omessa impugnazione, in via principale, da parte dell’Ufficio del Territorio), determina il venir meno del presupposto della maggior pretesa tributaria, con conseguente inammissibilità dell’appello proposto dal Comune, e del successivo ricorso per cassazione (Cass. civ. Sez. V Sent., 24-10-2008, n. 25678). In tema di contenzioso tributario, il rapporto di pregiudizialità sussistente tra la controversia promossa avverso il provvedimento di attribuzione della rendita catastale ad un immobile da parte dell’Ufficio del Territorio e la controversia promossa avverso l’avviso di liquidazione dell’imposta, calcolata sulla base di detta rendita, emesso dal Comune (nella fattispecie, ICI), anche se abbia dato luogo all’opportuna riunione dei processi ed alla pronuncia di un’unica sentenza, non è idoneo, in ragione del diverso ambito soggettivo – essendo il Comune carente di autonoma legittimazione nella causa relativa alla rendita catastale – ed oggettivo – essendo diversi i rapporti giuridici in contestazione e le “causae petendi” -, a rendere le controversie medesime inscindibili, comportando una situazione di mero litisconsorzio facoltativo improprio. Pertanto, l’omessa impugnazione in via principale, da parte dell’Ufficio del Territorio, della statuizione sulla controversia pregiudiziale, entro il termine di sessanta giorni stabilito dall’art. 51 del D.Lgs. n. 546 del 1992, comporta il passaggio in giudicato della statuizione medesima, senza che possa assumere rilievo in contrario, nel caso di proposizione dell’appello da parte del Comune, l’eventuale proposizione del gravame dell’Ufficio – da ritenere inammissibile per tardività – nel maggior termine prescritto per l’appello incidentale dall’art. 54 del citato D.Lgs. n. 546 del 1992 (Cass. civ. Sez. V, 10-09-2004, n. 18271).
Sent. n. 53 del 19 febbraio 2010 (ud. del 14 gennaio 2010) della Comm. trib. reg. di Catanzaro, Sez. VIII
Svolgimento del processo – Il Sig. G.B. proponeva ricorso contro il Comune di Scalea e contro la Concessionaria E.TR. S.p.A. – Sede di Cosenza avverso la Cartella di pagamento n. XXX – comunicata il 24/12/2002 – contenente iscrizione a ruolo di I.C.I. (Tributi Coattivi) relativa all’anno 1994, risultante dall’Avviso di liquidazione n. XXX emesso dall’Ufficio Tributi del Comune di Scalea, per l’importo di Euro 674,49 oltre diritti di notifica. Il ricorrente chiedeva che, previa sospensione dell’esecuzione dell’atto impugnato, lo stesso fosse annullato con vittoria di spese, da distrarre in favore del difensore anticipante, dopo aver eccepito il vizio di inesistenza giuridica della notificazione della cartella di pagamento nei confronti dell’E.TR. S.p.A.; e dopo aver ribadito nei confronti del Comune di Scalea quanto già esposto nel ricorso avverso l’Avviso di liquidazione n. XXX.
Il Comune di Scalea resisteva, contestando le eccezioni e le richieste del contribuente e chiedendo il rigetto del ricorso, con condanna della controparte al pagamento delle spese del giudizio.
Anche l’E.TR. S.p.A., si costituiva in giudizio e con l’atto di controdeduzioni, dopo aver sostenuto la regolarità della notifica della cartella di pagamento, chiedeva il rigetto del ricorso, relativamente all’attività imputabile al Concessionario, con vittoria di spese e competenze del giudizio.
La Commissione Tributaria Provinciale di Cosenza, Sezione III con la Sentenza n. 282/03/07 del 21/12/2007 dichiarava legittima la notificazione della cartella di pagamento impugnata e compensava le spese nei confronti dell’E.TR. S.p.A.; accoglieva nel merito il ricorso, annullava l’importo iscritto a ruolo e, per l’effetto, dichiarava la cartella di pagamento priva di valore e di ogni effetto giuridico: condannava il Comune di Scalea, quale soccombente, al pagamento delle spese processuali liquidate in complessivi Euro 450,00 oltre I.V.A. e C.A.P., da distrarre in favore del difensore del ricorrente.
Avverso, tale Sentenza il Comune di Scalea proponeva appello nei confronti del Sig. G.B., chiedendo che la stessa fosse annullata o riformata, anche perché non si era pronunziata su tutti i motivi del ricorso, che, conseguentemente il contribuente appellato fosse dichiarato tenuto al pagamento della somma portata dalla cartella esattoriale con gli accessori di legge, e che inoltre fosse condannato al pagamento delle spese e competenze di entrambi i gradi del giudizio.
Il contribuente appellato si costituiva in giudizio e con l’atto di controdeduzioni chiedeva pregiudizialmente che l’appello fosse dichiarato inammissibile e che, nel merito, fosse confermata la Sentenza impugnata, con vittoria di spese, da distrarre in favore del difensore anticipante, dopo aver eccepito: 1) l’inammissibilità dell’appello per violazione dell’art. 53, c. 2, del D.Lgs. 546/1992; e 2) l’infondatezza, l’erroneità, l’illegittimità e la temerarietà dell’azione dell’Ente locale soccombente.
Motivi della decisione – Viene subito in considerazione una questione pregiudiziale di rito, che, pur essendo stata eccepita dalla parte appellata, tuttavia è rilevabile d’ufficio in ogni stato e grado del giudizio.
Infatti l’appellante ha violato il disposto, di cui all’art. 53, c. 2, primo periodo, del D.Lgs. 31/12/1992, n. 546, che recita: “Il ricorso in appello è proposto nella forme di cui all’art. 20, commi 1 e 2, nei confronti di tutte le parti che hanno partecipato al giudizio di primo grado e deve essere depositato a norma dell’art. 22, commi 1, 2 e 3”. Né tale violazione può essere sanata mediante l’ordine da parte del Giudice tributario d’integrazione del contraddittorio, ai sensi dell’art. 4 dello stesso D.Lgs. 546/1992, giacché non si verte nell’ipotesi di litisconsorzio necessario (fattispecie, che è stata esclusa, per quanto riguarda il rapporto tra Ente creditore e Concessionario esattore dalla Suprema Corte a Sezioni Unite con Sentenza n. 16412 del 25/7/2007) e giacché è preclusa per il Comune di Scalea la chiamata in causa dell’E.TR. S.p.A., essendo scaduto il termine perentorio, il c.d. termine lungo, per proporre l’appello nei suoi confronti.
Pertanto il gravame va dichiarato inammissibile.
Le altre questioni processuali e di merito poste dalle parti restano assorbite dalla decisione della questione preliminare di natura processuale testé rilevata.
Sussistono giusti motivi per compensare interamente fra le parti le spese di questo grado del giudizio.
P.Q.M. – La Commissione dichiara inammissibile l’appello proposto dal Comune di Scalea e compensa interamente tra le parti le spese del giudizio