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Timestamp: 2020-08-14 08:50:31+00:00
Document Index: 123425000

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CORTE DI CASSAZIONE - Sentenza 30 maggio 2019, n. 14778 - In tema di azioni nei confronti dell'amministratore di società, a norma dell'art. 2395 cod. civ., il terzo (o il socio) è legittimato, anche dopo il fallimento della società, all'esperimento dell'azione (di natura aquiliana) per ottenere il risarcimento dei danni subiti nella propria sfera individuale - Studio Cerbone
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CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 30 maggio 2019, n. 14778
False fatturazioni e alterazioni del bilancio – Atti dolosi o colposi compiuti dall’amministratore – Domanda di risarcimento di danni indiretti
F.M. ha agito nei confronti di F.B., P.B., V.G., A.L., per vedersi riconosciuti i danni conseguenti ad attività di mala gestione che questi ultimi avevano causato nell’amministrazione della società I. srl, di cui il M. era socio.
Il Tribunale in primo grado ha ritenuto prescritta l’azione, in difetto di atti interruttivi idonei, relativamente ai fatti accaduti tra il 1991 ed il 1998, mentre ha stimato come infondata la domanda di risarcimento dei danni derivanti dalle false fatturazioni e dalle alterazioni del bilancio, in quanto avente ad oggetto danni indiretti non risarcibili ex articolo 2395 cod. civ.
Il M. propone ricorso per Cassazione con tre motivi, con cui denuncia contraddittorietà della motivazione, omesso esame di un fatto interruttivo della prescrizione, ed erronea interpretazione dell’articolo 2395 cod. civ.
1.- V’è da tenere conto del fatto che la decisione di secondo grado ha sostanzialmente ritenuto infondata la domanda sul presupposto che il ricorrente chiede il risarcimento di danni indiretti, ossia di un tipo di danni che l’articolo 2395 cod. civ. esclude possa esser fatto valere dal socio personalmente.
1.- Con i primi due motivi il ricorrente censura proprio il capo di sentenza relativo alla prescrizione. Con il primo motivo assume nullità della sentenza per contraddittorietà evidente della motivazione (art. 360 n. 4 cod. proc. civ.).
Con la conseguenza che, se anche si potesse ritenere la sentenza contraddittoriamente motivata, il vizio riguarderebbe un capo di decisione assolutamente irrilevante, posto che, nella ratio della sentenza di merito, ciò che fonda il rigetto della domanda è che essa riguarda danni indiretti non risarcibili, per via del disposto dell’articolo 2395 cod. civ.
Infondato è anche il secondo motivo, con il quale il ricorrente si duole di una omessa pronuncia (violazione dunque dell’articolo 112 cod. proc. civ.) sulla prospettata esistenza di un atto interruttivo del 2000, di cui la corte non si sarebbe occupata. Si tratta in realtà di un vizio di omesso esame di un fatto controverso, più che di omessa pronuncia, che però ha la sorte del precedente, proprio perché attiene ad un capo di sentenza non rilevante per la decisione.
3.- Con il terzo motivo il ricorrente si duole di una erronea interpretazione dell’articolo 2395 cod. civ.
La tesi dominante in giurisprudenza è che in tema di azioni nei confronti dell’amministratore di società, a norma dell’art. 2395 cod. civ., il terzo (o il socio) è legittimato, anche dopo il fallimento della società, all’esperimento dell’azione (di natura aquiliana) per ottenere il risarcimento dei danni subiti nella propria sfera individuale, in conseguenza di atti dolosi o colposi compiuti dall’amministratore, solo se questi siano conseguenza immediata e diretta del comportamento denunciato e non il mero riflesso del pregiudizio che abbia colpito l’ente, ovvero il ceto creditorio per effetto della cattiva gestione, dovendosi proporre, altrimenti, l’azione, contrattuale, di cui all’art. 2394 cod. civ., esperibile, in caso di fallimento della società, dal curatore, ai sensi dell’art. 146 della legge fall. (Cass. 8458/ 2014; Cass. 2157/2016).
La regola costituisce specificazione del principio per cui i soci di una società di capitali non hanno titolo al risarcimento dei danni che costituiscano mero riflesso del pregiudizio arrecato da terzi alla società, in quanto siano una mera porzione di quello stesso danno subito dalla (e risarcibile in favore della) stessa, con conseguente reintegrazione indiretta a favore del socio. (Cass. 27733/2013).
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alle spese di lite nella misura di 10.000 euro, oltre 200,00 euro per spese generali.
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