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Timestamp: 2019-01-18 06:38:23+00:00
Document Index: 57439227

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 28', 'art. 1', 'art. 13', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 378', 'art. 360', 'art. 1', 'art. 1', 'art, 13', 'art. 366', 'art. 53', 'art. 5', 'sentenza ', 'art. 26', 'art. 26', 'art. 1260', 'art. 1260', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 5', 'art. 52', 'art. 52', 'art. 52', 'art. 13', 'art. 5', 'art. 2']

Quote associative sindacali del lavoratore: come versarle
In tema di riscossione di quote associative sindacali dei dipendenti pubblici e privati a mezzo di trattenuta effettuata dal datore di lavoro è ben possibile la cessione del quinto dello stipendio.
Il lavoratore può chiedere al datore – che non può opporsi tranne casi straordinari – di pagare la quota associativa sindacale tramite cessione del quinto dello stipendio. Ma procediamo con ordine.
La primaria fonte di entrata del sindacato è quella che deriva dall’autofinanziamento degli associati (lavoratori e pensionati).
In certi casi è prevista una quota associativa iniziale (per la tessera) e la “quota sindacale”, in genere periodica, la cui entità è decisa da ogni confederazione o dalla rispettiva categoria.
Un tempo, per la riscossione dei contributi sindacali dei lavoratori si usava il sistema della “delega”: in pratica, il contributo sindacale veniva riscosso attraverso una ritenuta dal salario del lavoratore dipendente direttamente dal datore di lavoro (appunto su “delega”) e riversato periodicamente al sindacato.
Oggi il sistema delle cosiddette “deleghe sindacali” di fatto rimane uguale nel suo meccanismo, ma il datore di lavoro non è più obbligato per legge a trattenere, su delega del lavoratore, i contributi sindacali direttamente dalla busta paga ed a versarli all’associazione designata dal lavoratore [1]. Questo non vuol dire neanche che vi sia il divieto (è questa la conseguenza del referendum abrogativo del 1995).
Ciò significa che i lavoratori possono richiedere al loro datore di trattenere sulla retribuzione i contributi da accreditare al sindacato a cui aderiscono e tale atto deve essere qualificato come cessione del credito.
Pertanto, non occorre, in linea generale, il consenso del debitore.
La disciplina attuale della riscossione dei contributi sindacali dipende dalla previsione del contratto collettivo di riferimento. Di norma il CCNL disciplina i sistemi di versamento dei contributi: in tal caso il datore di lavoro deve seguire le regole dettate dallo stesso. Un comportamento diverso, da parte dell’azienda, costituisce condotta antisindacale.
La riscossione tramite cessione del quinto dello stipendio
Secondo una sentenza di ieri della Cassazione [2], nell’ipotesi di sindacati non firmatari di CCNL, il lavoratore può richiedere al datore di lavoro di trattenere sulla retribuzione i contributi da accreditare al sindacato attraverso l’istituto della cessione del credito. Non è necessario che il datore di lavoro dia il suo consenso, salvo che questi non provi che la cessione comporta in concreto, a suo carico, un onere aggiuntivo insostenibile in rapporto alla sua organizzazione aziendale [3]. Il numero elevato di dipendenti non può, da solo, fondare la decisione sulla gravosità dell’onere [4].
Dunque, la cessione del quinto dello stipendio non riguarda solo banche e altri istituti di credito, come erroneamente ritenuto da talune aziende.
Il rifiuto ingiustificato del datore di lavoro di effettuare la trattenuta e di versare la quota al sindacato designato è da considerarsi, oltre che un illecito civilistico, una condotta antisindacale in quanto pregiudica sia i diritti individuali dei lavoratori di scegliere liberamente il sindacato cui aderire, sia il diritto del sindacato stesso di acquisire dai propri aderenti i mezzi di finanziamento necessari allo svolgimento della sua attività [5].
La possibilità della riscossione dei contributi associativi sindacali tramite cessione di quote di stipendio è soggetta ad alcune limitazioni:
– non può essere superiore a un quinto
– non può essere stabilita per periodi superiori a cinque o dieci anni a condizione che beneficino di uno stipendio fisso e continuativo.
Nelle aziende di perimetro Confindustria, dopo la sottoscrizione dell’AI 28 giugno 2011,dell’AI 31 maggio 2013, dell’AI 10 gennaio 2014, che introducono un sistema di rilevazione della rappresentatività sindacale a mezzo delle denunce contributive INPS, si ritiene oramai obbligatorio, per il datore di lavoro, operare la ritenuta sulla retribuzione per il versamento della contribuzione all’associazione sindacale indicata dal lavoratore.
L’indicazione del sindacato sul cedolino paga
Ai fini della privacy, sul cedolino di paga del lavoratore vanno riportate solo le notizie indispensabili a documentare le diverse voci relative alle competenze e alle trattenute, per consentire una verifica agevole dell’esatta corresponsione della retribuzione netta. Occorre, quindi, omettere alcune specifiche causali a tutela della privacy del lavoratore, come per esempio l’indicazione del sindacato al quale il lavoratore iscritto versa la ritenuta sindacale [6]. Il datore di lavoro deve pertanto operare la trattenuta utilizzando una diversa dizione o un codice, oppure adottando un’altra espressione che renda individuabile la ritenuta senza descriverla.
[1] C. Cost. sent. n. 47/2000.
[2] Cass. sent. n. 18548/15 del 21.09.2015.
[3] Cass. sent. n. 9325/2013.
[4] Cass. sent. n. 9049/2011.
[5] Cass. S.U. sent. n. 28269/2005.
[6] Newsletter Garante Privacy 10 marzo 2002 n. 118.
Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 20 luglio – 21 settembre 2015, n. 18548
La Corte di appello di Milano, riformando la sentenza di primo grado, ha respinto l’opposizione proposta da Telecom Italia s.p.a. avverso il decreto ex art. 28 Stat. Lav. con cui il locale Tribunale aveva dichiarato antisindacale il comportamento da questa tenuto e consistente nel rifiuto di dare corso, in favore della Federazione Lavoratori Metalmeccanici Uniti – Confederazione Unitaria di Base di Milano, alle cessioni dei crediti costituiti dalle quote associative del sindacato ricorrente relative a ventotto lavoratori.
Il giudice di primo grado aveva accolto l’opposizione di Telecom Italia, osservando che l’art. 1, comma 137, della legge n. 311 del 2004, come modificato dall’art. 13 bis della legge n. 80 del 2005, aveva esteso ai dipendenti di imprese private il divieto di cui all’art. 1 T.U. n. 180 del 1950 – che dispone la insequestrabilità, l’incedibilità e l’impignorabilità dei crediti retributivi dei pubblici impiegati – prevedendo deroghe in ipotesi eccezionali, non ricorrenti nella specie.
La Corte di appello ha ritenuto, invece:
– che la nuova normativa non avesse introdotto un divieto generale di cessioni di credito di natura retributiva, ma avesse disciplinato, rendendola più rigida, per i lavoratori pubblici e privati, la cessione del quinto dello stipendio finalizzata all’estinzione di prestiti monetari, di talché dovesse procedersi a distinguere la regolamentazione a seconda che la causa della cessione fosse o meno riconducibile al pagamento di prestiti in denaro contratti dai lavoratori oppure al pagamento di debiti diversi;
– che la giurisprudenza di legittimità, in epoca successiva al referendum abrogativo del 1995, aveva ribadito che i lavoratori possono, nell’esercizio della loro autonomia privata, attraverso lo strumento della cessione del credito in favore del sindacato -cessione che non richiede in via generale il consenso del debitore – richiedere al datore di lavoro di trattenere sulla retribuzione i contributi sindacali da accreditare al sindacato stesso e che il rifiuto del datore di lavoro di effettuare tali versamenti, qualora sia ingiustificato, configura un inadempimento, il quale, oltre a rilevare sul piano civilistico, costituisce condotta antisindacale, in quanto pregiudica sia i diritti individuali dei lavoratori di scegliere liberamente il sindacato cui aderire, sia il diritto del sindacato stesso di acquisire dagli aderenti i mezzi di finanziamento necessari allo svolgimento della propria attività;
– che il referendum aveva eliminato la norma attributiva di un diritto, ma non aveva vietato il ricorso a tutti i possibili strumenti negoziali che consentono di realizzare lo scopo di versare ai sindacati la quota associativa mediante trattenuta sulla retribuzione e, nella specie, ciò era avvenuto con idonea manifestazione di volontà dell’avente diritto.
Per la cassazione di tale sentenza Telecom Italia s.p.a. propone ricorso affidato ad un motivo, cui resiste il Sindacato, che ha altresì depositato memoria ex art. 378 cod. proc. civ..
Con unico motivo la società ricorrente denuncia violazione degli artt. 1, 5 e 52 d.P.R. n. 180/1950 (art. 360 n. 3 cod. proc. civ.), sostenendo che, poiché l’art. 1 cit. concernente l’insequestrabilità, impignorabilità e incedibilità di stipendi, salari, pensioni ed altri emolumenti, è stato modificato dall’art. 1, comma 137, L. 311/2004 con l’aggiunta, al primo comma, delle parole “nonché le Aziende private”, sarebbero divenuti incedibili, fuori dei casi consentiti dalla legge stessa (come modificata dall’art, 13 bis del d.l. n. 35/2005, conv. in L. n. 80/2005), anche i compensi erogati ai propri dipendenti dai datori di lavoro e, avendo la previsione portata generale, non sarebbe possibile distinguere il tipo di cessione, quale sia la finalità per la quale viene compiuta.
Formula il prescritto quesito di diritto, a norma dell’art. 366 bis cod. proc. civ., applicabile alla fattispecie ratione temporis, con cui chiede se l’art. 53 del d.P.R n. 180/1950 conceda al lavoratore dipendente di un datore di lavoro privato la facoltà di cedere il proprio credito retributivo, sia pur nei limiti di un quinto, anche per ipotesi diverse dalla estinzione di un prestito presa in considerazione dall’art. 5 del medesimo d.P.R..
La questione oggetto del giudizio è se sussistano limitazioni normative tali da escludere la facoltà del lavoratore di consentire la trattenuta di quota associativa sindacale sulla propria retribuzione.
Con sentenza di questa Corte n. 21368 del 2008 si è affermato che: “il referendum del 1995, abrogativo del comma 2 dell’art. 26 dello statuto dei lavoratori, e il susseguente D.P.R. n. 313 del 1995 non hanno determinato un divieto di riscossione di quote associative sindacali a mezzo di trattenuta operata dal datore di lavoro, essendo soltanto venuto meno il relativo obbligo, sicché i lavoratori, nell’esercizio dell’autonomia privata e mediante la cessione del credito in favore del sindacato, possono chiedere al datore di lavoro di trattenere sulla retribuzione i contributi sindacali da accreditare al sindacato. Qualora il datore di lavoro affermi che la cessione comporta in concreto, a suo carico, un onere aggiuntivo insostenibile in rapporto all’organizzazione aziendale e perciò inammissibile ex artt. 1374 e 1375 cod. civ., deve provarne l’esistenza. L’eccessiva gravosità della prestazione, in ogni caso, non incide sulla validità e l’efficacia della cessione del credito, ma può giustificare l’inadempimento del debitore ceduto, mentre il rifiuto del datore di lavoro di effettuare tali versamenti, qualora sia ingiustificato, configura un inadempimento che, oltre a rilevare sul piano civilistico, costituisce anche condotta antisindacale”.
Detti principi sono stati riconfermati dalle sentenze di questa Corte n. 9049 del 2011 e n. 2314 del 2012 e, in quest’ultima pronunzia, si è elaborata la seguente sintesi sulla posizione della giurisprudenza di legittimità (cfr., in particolare, Cass., S.U., 28269/2005; Cass., 21368/2008; Cass., 9049/2011 cit.) e sui principi di diritto affermati: “a) Il referendum del 1995, abrogativo dell’art. 26 st. lav., comma 2, e il susseguente D.P.R. n. 313 del 1995, non hanno determinato un divieto di riscossione di quote associative sindacali a mezzo di trattenuta operata dal datore di lavoro, ma è soltanto venuto meno il relativo obbligo. I lavoratori, pertanto, possono richiedere al datore di lavoro di trattenere sulla retribuzione i contributi da accreditare al sindacato cui aderiscono (S.U. 28269/2005). b) Tale atto deve essere qualificato cessione del credito (art. 1260 c.c. e segg.) (S.U. 28269/2005). c) In conseguenza di detta qualificazione, non necessita, in via generale, del consenso del debitore (cfr. art. 1260 c.c.) (S.U. 28269/2005). d) Non osta il carattere parziale e futuro del credito ceduto: la cessione può riguardare solo una parte del credito ed avere ad oggetto crediti futuri (S.U. 28269/2005, nonché Cass. 10 settembre 2009, n. 19501)”.
Quanto ai profili che involgono le conseguenze dei successivi interventi legislativi sulla materia in esame, vale a dire la L. 31 dicembre 2004, n. 311, art. 1, comma 137, il D.L. 14 marzo 2005, n. 35, convertito con modificazioni nella L. 14 maggio 2005, n. 80 e la L 23 dicembre 2005, n. 266, il Collegio aderisce ai principi affermati da Cass. 2314 del 2012, confermati da Cass. n. 20733 del 2013, n. 27430 del 2014 e da n. 11057 del 2015, ai quali intende dare ulteriore continuità.
Di seguito si riporta, in sintesi, l’ordine argomentativo della sentenza n. 2314/2012.
Il “Testo unico delle leggi concernenti il sequestro, il pignoramento e le cessioni degli stipendi, salari e pensioni dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni” (D.P.R. 5 gennaio 1950, n. 180), è stato modificato ed integrato dai tre interventi legislativi prima richiamati. L’art. 1 prevedeva, e prevede tuttora, la insequestrabilità, impignorabilità, e incedibilità di stipendi, salari, pensioni ed altri emolumenti corrisposti ai propri dipendenti dalle Amministrazioni pubbliche.
Con la legislazione successiva tali limitazioni sono state estese alle retribuzioni corrisposte dalle aziende private. A sua volta, l’art. 5 pone dei limiti alla possibilità, per i dipendenti pubblici, di “contrarre prestiti da estinguersi con cessione di quote di stipendio o del salario fino ad un quinto dell’ammontare”. Gli artt. 15 e 53, individuano gli istituti autorizzati, in via esclusiva, a concedere prestiti ai dipendenti pubblici. Anche queste limitazioni sono state estese ai dipendenti di imprese private. L’art. 52 stabilisce che i dipendenti pubblici (e ora anche i dipendenti privati) “possono fare cessioni di quote di stipendio in misura non superiore ad un quinto” e per periodi massimi di cinque o dieci anni a condizione che siano provvisti di stipendio fisso e continuativo (ulteriori modifiche della disposizione introdotta dalla recente legislazione non rilevano ai fini della questione in esame).
La tesi della società ricorrente è che i lavoratori dipendenti (dopo le recenti modifiche, anche quelli di aziende private) non potrebbero cedere una parte della loro retribuzione alle associazioni sindacali a titolo di quote associative, perché la cessione sarebbe consentita solo in favore degli istituti di credito indicati negli artt. 15 e 53 del D.Lgs. su richiamato.
Tale tesi non è condivisibile. Infatti, la limitazione concernente gli istituti di credito riguarda solo le cessioni di credito retributivo collegate all’erogazione di prestiti (cfr. il combinato disposto degli artt. 5, 15 e 53 del T.U.). Al contrario, l’art. 52 riguarda tutte le cessioni del credito dei lavoratori dipendenti, anche quelle non collegate all’erogazione di un prestito. La norma prevede una serie di condizioni e restrizioni, ma non contiene limitazioni del novero dei cessionari. Queste ultime, specifiche limitazioni sono circoscritte alle sole cessioni in qualsiasi modo collegate a concessioni di prestiti e riguardano soggetti che, al tempo stesso, sono erogatori di credito e cessionari. Tali specifiche limitazioni non riguardano, pertanto, cessioni del tutto slegate dalla concessione di crediti, come sono quelle in favore delle associazioni sindacali per il pagamento delle quote associative.
Il Collegio, nel confermare in questa sede la riferita soluzione interpretativa, intende ribadire il principio secondo cui, in tema di riscossione di quote associative sindacali dei dipendenti pubblici e privati a mezzo di trattenuta ad opera del datore di lavoro, il D.P.R. 5 gennaio 1950, n. 180, art. 52, come modificato dal D.L. 14 marzo 2005, n. 35, art. 13-bis, convertito dalla L. 14 maggio 2005, n. 80, nel disciplinare tutte le cessioni di credito da parte dei lavoratori dipendenti, non prevede limitazioni al novero dei cessionari, in ciò differenziandosi da quanto stabilito dall’art. 5, del medesimo D.P.R., per le sole ipotesi di cessioni collegate all’erogazione di prestiti. Ne consegue che è legittima la suddetta trattenuta del datore di lavoro, attuativa della cessione del credito in favore delle associazioni sindacali, atteso, altresì, che una differente interpretazione sarebbe incoerente con la finalità legislativa antiusura posta a garanzia del lavoratore che, altrimenti, subirebbe un’irragionevole restrizione della sua autonomia e libertà sindacale. Pertanto, il ricorso va respinto.
Le spese del giudizio di legittimità, poste a carico della società soccombente, sono liquidate nella misura indicata in dispositivo per esborsi e compensi professionali, oltre spese forfettarie nella misura del 15 per cento del compenso totale per la prestazione, ai sensi dell’art. 2 del D.M. 10 marzo 2014, n. 55. Esse vanno distratte.
La Corte rigetta il ricorso e condanna la società ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio, che liquida in Euro 3.000,00 per compensi ed Euro 100,00 per esborsi, oltre 15% per rimborso spese generali e accessori di legge, con distrazione.