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Timestamp: 2019-11-22 12:05:50+00:00
Document Index: 160333158

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 111', 'sentenza ', 'art. 13', 'art. 13']

﻿Sulla responsabilità erariale dell’arbitro di calcio – Corte di cassazione Sezioni unite civili Sentenza 9 gennaio 2019, n. 328 – Juris School
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Con la presente pronuncia la Suprema Corte di cassazione a sezioni unite stabilisce che l’arbitro può incorrere in una responsabilità contabile. Viene precisato che lo stesso non è pubblico ufficiale: è associato all’AIA (Associazione italiana arbitri), la quale è componente della FIGC (Federazione italiana giuoco calcio, associazione con personalità giuridica di diritto privato), a sua volta federata al CONI (Comitato olimpico nazionale italiano, ente pubblico non economico). L’arbitro, però, si precisa, nell’esercizio della sua funzione, dirige e controlla le gare. Riveste pertanto un ruolo importante: è colui che è chiamato ad assicurare, a tutti gli effetti, il corretto svolgimento nell’osservanza del regolamento di gioco.
La compilazione del referto di gara costituisce, a ben vedere, in tale contesto, un elemento fondamentale. Ciò in quanto è l’atto ufficiale che contiene il resoconto dei fatti salienti della partita e attesta il suo risultato, con le relative conseguenze anche con riguardo ai concorsi pronostici e alle connesse vincite.
Ne consegue che l’arbitro è investito di fatto di un’attività avente connotazioni e finalità pubblicistiche. Il professionista è inserito a pieno titolo, nell’apparato organizzativo e nel procedimento di gestione dei concorsi pronostici da parte del CONI, con il connesso impiego di risorse pubbliche. Sussistono, pertanto, quella relazione funzionale e quella compartecipazione con l’ente pubblico idonee a configurare la responsabilità contabile e quindi a radicare la giurisdizione della Corte dei conti.
Presidente: Mammone – Estensore: Virgilio
1.1. Con sentenza n. 597 del 2015, depositata il 12 novembre 2015, la Corte dei conti, terza sezione giurisdizionale centrale d’appello, in parziale riforma della sentenza di primo grado, ha condannato, in solido, Salvatore M. e Pietro D., nelle rispettive qualità di arbitro di calcio iscritto all’AIA (Associazione Italiana Arbitri) e di commissario della CAN D (Commissione Arbitri Nazionale per le partite di serie D), al risarcimento in favore del CONI del danno erariale determinato in euro 271.677,07, in relazione alla partita giocata il 1° giugno 1997 tra il Rieti e il Pomezia, il cui risultato rientrava tra quelli rilevanti per il concorso pronostici “Totogol”.
1.2. Il giudice d’appello ha premesso, in sintesi, che il danno era derivato dal fatto che, nonostante la partita fosse stata sospesa dall’arbitro M. nei minuti finali a seguito della quinta espulsione di un calciatore del Pomezia (e ciò a norma di regolamento, che prevede un minimo di sette giocatori per squadra), il risultato considerato ai fini della combinazione vincente del predetto concorso pronostici era stato quello di 1 a 0 in favore del Rieti (punteggio in atto al momento della sospensione), in base a un secondo referto arbitrale inviato dal M., su impulso del D., nel quale l’ultima espulsione era stata collocata temporalmente a partita già conclusa.
1.3. La Corte ha osservato, in primo luogo, per quanto qui ancora rileva, che nessuno degli appellanti aveva formulato riserva d’appello – né proposto appello immediato – nei confronti della sentenza non definitiva con la quale il giudice di primo grado aveva dichiarato la propria competenza territoriale (e sospeso il giudizio in attesa dell’esito del processo penale a carico del M.), così affermando implicitamente l’esistenza della giurisdizione contabile (poi espressamente dichiarata nella sentenza appellata), con formazione del giudicato implicito sul punto.
Ha poi aggiunto, nel merito, che la giurisdizione contabile va rinvenuta essenzialmente in relazione al fatto che la condotta ascritta agli appellanti «ineriva la gestione di un concorso pronostici da parte del CONI, ossia un’attività che traeva con sé l’uso di risorse pubbliche: circostanza della quale gli appellanti, pur non rivestendo la qualità di pubblici ufficiali, erano senz’altro consapevoli nel momento in cui perpetrarono le condotte illecite».
2. Avverso la sentenza Salvatore M. e Pietro D. propongono distinti ricorsi per cassazione, ai quali resiste con controricorsi il Procuratore generale presso la Corte dei conti.
1.1. Con il primo motivo dei due ricorsi (aventi contenuto sostanzialmente identico e dei quali quello del M., notificato per primo, assume natura ed effetti di ricorso principale e quello del D., indipendentemente dalla forma assunta e ancorché proposto in via autonoma, si converte in ricorso incidentale), è denunciata la violazione degli artt. 103, secondo comma, Cost. – in relazione all’art. 111, ottavo comma, Cost. -, 362 c.p.c. e 1, quarto comma, della l. n. 20 del 1994: è oggetto di censura la sentenza impugnata là dove il giudice a quo ha ritenuto che si fosse formato il giudicato implicito sulla giurisdizione, in mancanza di formulazione di riserva di appello (o di proposizione di appello immediato) nei confronti della pronuncia non definitiva con la quale il giudice di primo grado aveva dichiarato la propria competenza territoriale.
La giurisdizione del giudice contabile sussiste, quindi, tutte le volte in cui fra il soggetto danneggiante e l’amministrazione o l’ente pubblico danneggiato sia ravvisabile un rapporto, non solo d’impiego in senso proprio e ristretto, ma di servizio, per tale intendendosi una relazione funzionale in virtù della quale tale soggetto, per l’attività svolta continuativamente, debba ritenersi inserito, ancorché temporaneamente e anche in via di fatto, nell’apparato organizzativo e nell’iter procedimentale dell’ente, sì da rendere il primo compartecipe dell’operato del secondo (cfr., nei sensi anzidetti, tra altre, Cass., Sez. un., 24 novembre 2009, n. 24671; 21 maggio 2014, n. 11229; 16 luglio 2014, n. 16240; 19 dicembre 2014, n. 26942; 24 marzo 2017, n. 7663).
3. Il motivo è, pertanto, infondato; resta assorbita ogni altra censura.
5. Non v’è luogo a provvedere sulle spese, in ragione della qualità di parte solo in senso formale del Procuratore generale presso la Corte dei conti.
Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, del d.P.R. n. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.
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