Source: https://avvemilianomancino.blogspot.com/2016/06/
Timestamp: 2018-03-17 20:18:00+00:00
Document Index: 53701308

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 38', 'art. 13', 'art. 13', 'art.13', 'e contrario', 'sentenza ', 'art. 609', 'art. 135', 'art. 135', 'art. 10', 'art. 135', 'art. 21', 'art. 30', 'art. 10', 'art. 10', 'art. 135', 'art. 135', 'art. 135', 'art. 32', 'art. 135', 'art. 6', 'art. 149', 'art. 148', 'art. 6', 'art. 148', 'art. 6', 'art. 7', 'sentenza ', 'art. 8', 'art. 213', 'art. 135', 'art. 24', 'art. 13', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 21', 'art. 8', 'art. 230', 'art. 6', 'art. 590', 'art. 6', 'art. 590', 'art. 5', 'art. 556', 'art. 558', 'art. 570', 'art. 577', 'art. 591', 'art. 602', 'art. 605', 'art. 609', 'art. 612', 'art. 649', 'art. 199', 'art. 282', 'art. 1', 'art. 25', 'art. 14', 'art. 1', 'art. 25', 'art. 25', 'art. 570', 'art. 570', 'art. 591', 'art. 556', 'art. 1', 'art. 649', 'art 299', 'art. 299', 'art. 307', 'art. 323', 'art. 384', 'art. 386', 'art. 390', 'art. 418', 'art. 597', 'art. 307', 'art. 597']

Studio Legale Mancino: giugno 2016
Nella seduta di ieri, mercoledì 29 giugno 2016, la Camera dei deputati ha approvato in via definitiva il disegno di legge di conversione, con modificazioni, del decreto legge 3 maggio 2016, n. 59, recante disposizioni urgenti in materia di procedure esecutive e concorsuali, nonché a favore degli investitoti in banche in liquidazione. Dopo gli emendamenti approvati dal Senato lo scorso 9 giugno, il Governo incassa la fiducia e si conclude così l’iter di conversione del cd. decreto banche.
Immigrata in Italia, ufficiale l’espulsione: misura illegittima perché la donna è stata operata
Debilitata fisicamente e in piena fase postoperatoria. A fronte delle precarie condizioni di una straniera – una cittadina peruviana – presente in Italia, per la Corte di Cassazione è incomprensibile e illegittimo il provvedimento di espulsione (ordinanza n. 13252 del 27 giugno 2016).
Operazione. Nonostante la difficile situazione affrontata dalla donna, sottopostasi ad un delicato e complesso «intervento chirurgico», Prefetto e Giudice di pace concordano comunque sulla correttezza del «provvedimento di espulsione» dall’Italia.
In particolare, il magistrato, pur preso atto delle precarie condizioni della donna, evidenzia che ella «non ha chiesto alcun permesso».
Salute. La visione adottata dal Giudice di pace viene ora severamente criticata dai magistrati della Cassazione. Ciò alla luce di una semplice constatazione: «la garanzia del diritto fondamentale alla salute» è prevista anche per «il cittadino straniero che comunque si trovi nel territorio nazionale» e «impedisce l’espulsione» laddove essa, come in questo caso, possa provocare un «irreparabile pregiudizio» alla persona.
I giudici tengono poi a sottolineare che il «diritto alla salute» comprende «non solo le prestazioni di pronto soccorso e di medicina d’urgenza», ma anche «le altre prestazioni essenziali per la vita». E ciò vale a maggior ragione quando ci si trova di fronte, come in questa vicenda, a una persona che ha l’obbligo di osservare «un rigido protocollo postoperatorio conseguente a un intervento chirurgico» resosi necessario «a causa di un tumore».
Appare una forzatura, quindi, la linea di pensiero adottata dal Prefetto e condivisa dal Giudice di pace.
Fonte: www.dirittoegiustizia.it/Immigrata in Italia, ufficiale l’espulsione: misura illegittima perché la donna è stata operata - La Stampa
Lecito tampinare l’ex coniuge con telefonate continue ed sms, anche nelle ore notturne, se l’oggetto delle comunicazioni riguarda il rispetto degli obblighi di mantenimento e i rapporti con i figli. Il reato di molestie, infatti, può scattare solo nel caso in cui il comportamento persecutorio sia determinato da futili motivi e, di certo, tali non sono le questioni attinenti ai doveri familiari, specie se in mezzo ci sono i figli minori. È quanto chiarito dalla Cassazione con la sentenza n. 26778/2016.
La Corte assolve dalla accusa penale di molestie una donna, incriminata a causa del suo comportamento assillante nei confronti del precedente marito; oggetto del contendere una serie continua di comunicazioni tramite telefono ed sms che, a detta del destinatario, avrebbero avuto l’effetto di procurargli un indebito disturbo. Senonché tale comportamento era stato dettato dalla necessità di incalzare l’uomo al rispetto dei propri doveri stabiliti dal giudice della separazione: questi, infatti, era a sua volta accusato di violazione degli obblighi di assistenza familiare, non avendo provveduto al mantenimento tanto da essere condannato anche in sede penale.
La donna, in evidente stato di bisogno e necessità, era stata sfrattata per morosità e aveva grandi difficoltà a gestire la prole.
Lecito lo stress telefonico se per necessità
Lo stato di necessità economica e l’agire in ragione di un proprio diritto tutt’altro che secondario, come l’ottenimento dell’assegno di mantenimento, fanno sì che il comportamento ossessivo, quello cioè di chi telefona in tutti gli orari del giorno e della notte, non possa essere qualificato come reato di molestia. Insomma, è lecito stressare telefonicamente per ottenere i soldi dell’assegno mensile e il rispetto dei doveri di genitore verso i figli. Secondo infatti la sentenza in commento, una volta riconosciuto che le telefonate e gli sms vertono su questioni non futili e di rilevante interesse per i figli, è illogico definirle petulanti e fonti di disturbo.
Il che significa che non può essere giustificato il comportamento del genitore che, per sottrarsi agli obblighi a suo carico (economici e di assistenza), rifiuti ogni colloquio con il coniuge separato. Egli deve, anzi, andare incontro alle proprie responsabilità e non può glissare dinanzi alle telefonate che lo richiamano ai doveri stabiliti dal giudice.
Fonte: www.laleggepertutti.it/Molestie: sì a sms e telefonate assillanti per i soldi del mantenimento
By Avv. Emiliano Mancino a giugno 28, 2016
La liquidazione degli indennizzi operata dall’INAIL non si effettua secondo i criteri ordinari, ma in base ai parametri, alle tabelle e alle regole proprie stabilite dal sistema assicurativo e per conseguire i fini suoi propri in conformità all’art. 38 Cost.
È questo il principio di diritto espresso dalla Cassazione, sezione lavoro, cui dovrà attenersi il giudice dell’appello.
Nello specifico, i giudici del merito avevano respinto la domanda di un lavoratore volta ad ottenere il riconoscimento di malattia (mobbing) di origine professionale con condanna dell’INAIL ad erogargli le prestazioni di cui all’art. 13 d.lgs. n. 38/2000. Ciò in quanto l’entità del danno biologico è stata determinata dal ctu, nel giudizio contro il datore di lavoro, nella misura del 5% (inferiore al minimo richiesto ai fini della tutela INAIL).
Il ricorrente contestava, quindi, in Cassazione la possibilità di determinare l’entità del danno biologico richiesto ai sensi dell’art. 13 cit. sulla scorta di quella effettuata nella causa risarcitoria contro il datore di lavoro.
Tale motivo di impugnazione è stato ritenuto dal giudice di legittimità fondato. In effetti, la determinazione del danno biologico ai fini della tutela dell’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali non si effettua con i medesimi criteri valevoli in sede civilistica atteso che in sede previdenziale vanno osservate obbligatoriamente le tabelle delle invalidità ("Tabella delle menomazioni"; "Tabella indennizzo danno biologico"; "Tabella dei coefficienti") di cui al D.M. 12.7.2000, e successivi aggiornamenti, ai sensi dell’art.13 d.lgs. n. 38/2000; mentre ai fini civilistici si utilizzano baremes facoltativi, secondo tabelle elaborate dalla comunità scientifica.
Fonte: www.altalex.com/Danno biologico Inail: la Cassazione precisa i criteri per la quantificazione | Altalex
By Avv. Emiliano Mancino a giugno 27, 2016
Violenza sessuale: concludere il rapporto con modalità non accettate configura il reato
Le costanti precisazioni di questa Corte Suprema sul tema dell’abuso sessuale determinato da un mutamento dell’originario consenso iniziale, fanno sì che anche una conclusione del rapporto sessuale, magari inizialmente voluto, ma proseguito con modalità sgradite o comunque non accettate dal partner, rientri a pieno titolo nel delitto di violenza sessuale.
La questio juris: il consenso nell'atto conclusivo del rapporto sessuale
La questione si sviluppa a seguito della decisione del Tribunale delle libertà di accogliere il riesame della persona sottoposta alle indagini proposto avverso il provvedimento applicativo della misura cautelare del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa e dai suoi prossimi congiunti.
Per il giudicante, la condotta dell’indagato non sarebbe stata caratterizzata né da violenza né da costrizione ma, piuttosto, dal consenso della vittima, rintracciabile da tutta una serie di elementi, quali le portiere dell’auto perfettamente apribili dall’interno per cui la ragazza sarebbe potuta uscire dall’auto (luogo di consumazione dell'asserita violenza), gli indumenti intimi e i leggins indossati della ragazza perfettamente integri nonostante la giovane avesse riferito che le fossero stati abbassati con violenza, l’impossibilità di apprezzare alcun segno di violenza esterna sul corpo della ragazza all’atto della vista ginecologica avvenuta il mattino dopo l’episodio.
A ciò addiveniva il giudicante nonostante le parole scambiate dai due soggetti in un momento successivo al congiungimento, in particolare la frase "Mi sei arrivato dentro contro voglia ed io non volevo farlo" contenuta nella memoria del cellulare e la frase "Ora ti ho rovinata" proferita dal ragazzo al termine del rapporto. Frasi, entrambe, riportate nell'ordinanza impugnata.
La Suprema Corte ha ritenuto per nulla condivisibile l’argomentazione del Tribunale, in quanto «non solo manifestamente illogica e contraddittoria, ma anche assai poco rispettosa dei criteri interpretativi enunciati (...) sul tema della violenza sessuale e degli elementi costitutivi del reato nonché sulle modalità e limiti del consenso al rapporto».
Infatti, come spiega il Consesso, «l’eiaculazione interna rappresenta (…) una delle tante modalità di conclusione di un rapporto sessuale che può incidere sulla sua spontaneità e libertà reciproca fino a trasformarlo in atto sessuale contrario alla volontà di uno dei due protagonisti», per nulla riducibile «ad un segmento “neutro” dell’atto sessuale», posto che «può avere conseguenze significative tali da trasformare un rapporto sessuale voluto in uno non voluto»
A tal proposito, la Suprema Corte ha valorizzato anche la contestualizzazione dei fatti nel delitto di violenza sessuale, posto che in ogni caso «un congiungimento sessuale tra due persone aventi opposte finalità (...) è ben diverso da un qualsiasi rapporto sessuale tra due persone desiderose di averlo e di viverlo congiuntamente», dovendosi poi tener conto anche dei rapporti che caratterizzavano i periodi di tempo antecedenti ai fatti da accertare, specie in presenza della volontà di uno dei soggetti di interrompere, come aveva fatto, il legame sentimentale e della volontà dell'altro di ricucire ad ogni costo il rapporto.
La sentenza 4532/2007 ha affermato che integra il reato di violenza sessuale la condotta di colui che prosegua un rapporto sessuale quando il consenso della vittima, originariamente prestato, venga poi meno a causa di un ripensamento ovvero della non condivisione delle forme o delle modalità di consumazione del rapporto, ciò in quanto il consenso della vittima agli atti sessuali deve perdurare nel corso dell'intero rapporto senza soluzione di continuità.
La decisione 39428/2007 invece ha chiarito che il consenso iniziale all'atto sessuale non è sufficiente quando quest'ultimo si trasformi, "in itinere", in atto violento, consumando il rapporto con forme e modalità non volute dalla vittima.
Inoltre, la decisione 6214/1996 prendeva appunto posizione su un caso analogo, in riferimento ad un rapporto sessuale inizialmente consentito ma completato con l’eiaculazione in vagina non condivisa dalla donna.
Ciò a riprova che forma oggetto di un orientamento costante la necessità di un consenso scevro di qualsivoglia interruzione durante l’intero rapporto sessuale e che deve involgere tutte le possibili forme e modalità con cui lo stesso si svolge od evolve. Al contrario, venendo meno il consenso anche solo con riferimento all’atto finale di un rapporto caratterizzato ab origine dalla libera partecipazione delle parti, la condotta integra gli elementi tipici del delitto di violenza sessuale di cui all’art. 609 bis cod. pen.
Di fatto il Tribunale aveva formulato un pericoloso principio generale, che traeva origine dall'argomento secondo cui l'eiaculazione non voluta all'interno della vagina non svilisce il consenso prestato dalla ragazza a fronte di un rapporto invece inizialmente voluto.
Traslando tale assunto, mutatis mutandis, si potrebbe agevolmente concludere che all'interno del rapporto sessuale possono considerarsi leciti sviluppi o pratiche non volute da uno dei soggetti interessati se la genesi del rapporto sia stato oggetto di deliberato consenso.
Fonte: www.altalex.com//Violenza sessuale: concludere il rapporto con modalità non accettate configura il reato | Altalex
Banca Dati sinistri e contrasto alle frodi assicurative: qualcosa (finalmente) si muove
Ci son voluti dieci anni, ma ha preso finalmente forma il sistema di contrasto alle frodi assicurative nel ramo r.c.a., istituito dal legislatore sin dal 2005 con l’art. 135 cod. ass. Si tratta di un sistema basato sulla conservazione e sulla consultazione dei dati significativi relativi ad ogni sinistro denunciato ad una impresa assicurativa operante nel ramo r.c.a. Questo sistema trova la fonte primaria nell’art. 135 cod. ass., che tuttavia delega l’IVASS all’emanazione delle norme di dettaglio ed attuative. Tali norme sono state finalmente emanate, e sono contenute nel Provvedimento IVASS 1.6.2016 n. 23 (in Gazz. uff. 10.6.2016 n. 134).
Il contrasto alle frodi assicurative nel ramo r.c.a., nel nostro ordinamento, ha stentato a decollare per lungo tempo.
Sul piano penale, il contrasto alle frodi ha incontrato oggettive difficoltà nella procedibilità a querela del delitto di truffa, nella complessità di indagini che necessariamente richiedevano l’analisi di migliaia di sinistri, e nella mitezza della pena per il reato di truffa, che sovente faceva scattare la prescrizione.
Sul piano civile, il contrasto alle frodi assicurative è stato tradizionalmente affidato alla maggiore o minore solerzia con la quale il giudice civile raccoglieva e vagliava le prove. E non è un mistero che, nei giudizi aventi ad oggetto il risarcimento di danni da sinistri stradali, l’assunzione delle prove costituende non sempre è caratterizzato da rigore.
Sul piano amministrativo, la prevenzione ed il contrasto all’attività fraudolenta sono affidate principalmente a quattro istituti:
(a) i poteri ispettivi e di controllo dell’autorità di vigilanza; (b) i servizi antifrode che le imprese assicuratrici hanno l’obbligo di costituire; (c) le commissioni regionali di controllo sull’operato del personale sanitario (art. 10 bis, comma 2, d.l. 31.5.2010 n. 78, cit.); (d) le banche dati sinistri istituite presso l’IVASS, alle quali tutte le imprese operanti in Italia debbono inviare i dati riguardanti i sinistri dei propri assicurati (art. 135 cod. ass.).
L’attribuzione all’autorità di vigilanza di poteri di controllo, prevenzione e repressione delle frodi, sebbene non potesse ritenersi del tutto estranea ai suoi compiti, è stata espressamente attribuita all’IVASS soltanto dall’art. 21 d.l. 18.10.2012 n. 179 (convertito nella l. 17.12.2012 n. 221). Tale norma attribuisce all’IVASS rilevanti compiti di intelligence, consistenti principalmente nell’incrociare i dati risultanti dall’ “archivio informatico integrato”, ovvero una enorme “meta-banca dati”, costituita dalla connessione delle banche dati gestite dallo stesso IVASS (su cui infra) con quelle del PRA, dell’Archivio Nazionale Veicoli, dell’UCI e della CONSAP.
L’archivio informatico integrato è stato istituito e disciplinato con d.m. 11.5.2015 n. 108.
Una seconda misura amministrativa per la prevenzione delle frodi è rappresentata dall’obbligo imposto alle compagnie assicuratrici di dotarsi di servizi antifrode, previsto dall’art. 30, comma 1, d.l. 1/2012, cit. Tale norma prescrive infatti alle società assicuratrici di inviare annualmente all’IVASS una relazione contenente, tra l’altro, l’indicazione delle misure organizzative interne adottate o promosse per contrastare le frodi; contenuti e modalità di trasmissione della relazione sono precisati dal Regolamento ISVAP 9.8.2012 n. 44.
Una terza misura amministrativa di contrasto alle attività fraudolente è rappresentata dalle commissioni regionali previste dall’art. 10 bis, comma 2, d.l. 78/2010, cit. Tali commissioni, composte da un rappresentante della regione, uno dell’ordine dei medici ed uno dell’ANIA, avrebbero dovuto avere il compito di vigilare sul corretto esercizio dell’attività di certificazione da parte degli esercenti d professioni sanitarie, e monitorare eventuali condanne per il reato di falsa certificazione in danno di imprese assicuratrici, di cui al comma 1 del citato art. 10 bis d.l. 78/2012. Si è tuttavia usato il condizionale in quanto l’istituzione delle suddette commissioni da parte delle regioni è rimasta lettera morta: ed una volta tanto non v’è da dolersene, posto che dell’effettiva utilità di esse sarebbe stato quanto meno lecito dubitare.
Le banche dati antifrode
Solo con l’art. 135 cod. ass. (in vigore dal 1°.1.2006) si è prevista la costituzione di una “banca dati sinistri”, dall’allora ISVAP, cui attingere per acquisire elementi di valutazione sulla genuinità delle allegazioni del preteso danneggiato.
L’art. 135 cod. ass. tuttavia ha avuto vita travagliata.
Per lunghi anni è rimasto lettera morta; solo nel 2009 venne emanato un provvedimento attuativo da parte dell’ISVAP (Provvedimento 1°(gradi) giugno 2009, n. 31), seguì il Provvedimento 25.8.2010 n. 2827, il quale stabilì i c.d. “parametri di significatività”, ovvero le circostanze di fatto in presenza delle quali i soggetti abilitati possono consultare in modalità on line la banca dati sinistri, ed il Provvedimento 10.8.2010 n. 2826, il quale disciplinò le modalità tecniche di trasmissione dei dati dalle imprese all’IVASS.
L’art. 135 cod. ass. divenne oggetto d’una cura rivitalizzante da parte dell’art. 32, comma 3-bis, lettera (a), del d.l. 24 gennaio 2012, n. 1 (convertito dalla l. 24 marzo 2012, n. 27), il quale ha aumentato da una a tre le banche dati originariamente previste, aggiungendo a quella dei sinistri l’anagrafe dei testimoni e l’anagrafe dei danneggiati.
Anche quella riforma rimase tuttavia sulla carta per oltre quattro anni: tanti ne sono occorsi all’IVASS per decidersi ad emanare il regolamento attuativo, oggetto come si disse del Provvedimento 1.6.2016.
Il provvedimento 1.6.2016 disciplina quattro aspetti fondamentali delle banche dati di cui all’art. 135 cod. ass.:
- chi deve alimentarle;
- quali dati vanno inviati;
- come vanno trattati questi dati;
- chi può consultare le banche dati.
Le banche dati “sinistri”, testimoni” e “danneggiati” saranno alimentate dalle informazioni che le imprese assicuratrici hanno l’obbligo di trasmettere, entro sette giorni (lavorativi) da quello in cui hanno ricevuto la denuncia di sinistro dal proprio assicurato, ovvero la richiesta di risarcimento da parte del danneggiato. Ovviamente il termine settimanale decorrerà dall’atto ricevuto per primo (art. 6, comma 1, e 7, comma 2, del Provvedimento).
L’obbligo di segnalazione dei dati inerenti il sinistro denunciato è posto a carico dell’impresa assicuratrice della r.c.a. della vittima, nel caso in cui quest’ultima le rivolga la richiesta di risarcimento ai sensi dell’art. 149 cod. ass. (risarcimento diretto); ovvero a carico dell’impresa che “gestisce la procedura di liquidazione (…) nel caso di sinistri soggetti alla procedura di risarcimento di cui all’art. 148 cod. ass.” [così l’art. 6, comma 1, lettera (b)].
E’ singolare osservare come l’obbligo di trasmissione dei dati non sia affatto previsto a carico dell’UCI, della Consap, del mandatario per la liquidazione dei sinistri, dell’Organismo italiano di indennizzo: ovvero altrettanti soggetti legittimati a ricevere, in condizioni particolari, richieste di risarcimento. Ma io credo che, facendo leva sul richiamo alla “procedura di cui all’art. 148 cod. ass.”, l’obbligo di comunicazione possa essere agevolmente esteso anche a tali soggetti. Quella procedura infatti ha carattere generale e si applica a qualsiasi richiesta di risarcimento, anche se indirizzata ai soggetti sopra elencati. Se dunque si applica quella procedura, dovrebbe sussistere anche l’obbligo di comunicazione dei dati.
I dati da inviare all’IVASS son indicati dall’art. 6, comma 2, del Provvedimenti 23/2016, e sono opportunamente costituiti non solo dagli elementi ovviamente essenziali per la ricostruzione del fatto (luogo, tempo, responsabile, danneggiato, veicoli), ma anche da elementi a corredo, quali le generalità dei testimoni, dei professionisti che assistono le parti (e quindi, deve ritenersi, avvocati e medici legali), e degli ospedali dove la vittima assume essere stata curata.
Si è detto “opportunamente”, perché la cronaca non raramente ha fatto emergere casi di professionisti o di ospedali “specializzati” nella simulazione di falsi sinistri stradali. Così, ad esempio, la circostanza che il sinistro sia avvenuto nel quartiere EUR della Capitale, e risulti che la vittima abbia scelto di farsi curare nel pronto soccorso del policlinico “Gemelli”, dall’altro capo della città, può costituire un elemento di sospetto, non essendo verosimile che chi abbia bisogno di cure urgenti trascuri la mezza dozzina di ospedali che incontra sulla sua strada, prima di arrivare a quello prescelto.
V’è da segnalare che l’obbligo di trasmissione dei dati sussiste non solo nel momento iniziale, cioè quando l’assicuratore riceve la denuncia di sinistro dall’assicurato o la richiesta di risarcimento dal terzo danneggiato, ma permane sino a quando la procedura non sia “esaurita”: ovvero quando il risarcimento sia pagato, ovvero quando il danneggiato desista dalla richiesta di risarcimento (art. 7, comma 3, Provvedimento).
Così, ad esempio, se nel corso del giudizio di appello dovessero essere ammesse nuove prove, ovvero dovessero essere sentiti testimoni ritenuti inammissibili in primo grado, l’assicuratore del responsabile dovrebbe trasmetterne le relative generalità all’IVASS.
Sebbene il regolamento non lo dica, il riferimento al pagamento come fatto conclusivo dell’obbligo di trasmissione dei dati deve intendersi in senso stretto: dunque il pagamento compiuto dall’assicuratore in esecuzione d’una sentenza di primo grado, che però sia stata impugnata, non esonera l’assicuratore dall’obbligo di trasmettere gli ulteriori dati successivamente emersi (ad esempio, l’accertamento in sede d’appello che proprietario del veicolo investitore fosse Tizio e non Caio).
I dati vengono trasmessi all’IVASS, il quale effettua due verifiche:
- sulla correttezza delle modalità di trasmissione;
- sulla “congruità” (sic) dei dati.
La verifica sulla correttezza della trasmissione è obbligatoria e formale; se negativa ha come effetto una richiesta di nuova comunicazione, da parte dell’IVASS nei confronti dell’impresa trasmittente.
La verifica sulla “congruità” dei dati è facoltativa e sostanziale, e ha ad oggetto il rilievo di eventuali indici di sospetto. Tanto si desume (nonostante la non felice formula lessicale scelta dal regolamento) dal rinvio, contenuto nell’art. 8, comma 3, del Provvedimento, all’archivio informatico integrato di cui al d.m. 115/08. Questo archivio, come accennato, è quello che consente all’IVASS di verificare i casi sospetti e segnalarli alle imprese assicuratrici. Dunque il “controllo di congruità” effettuato tramite la connessione al suddetto archivio altro non può significare che la facoltà per l’IVASS di inoltrare all’assicuratore della r.c.a. un caveat! sulla genuinità del sinistro.
I dati trasmessi all’IVASS conservano efficacia e visibilità per dieci anni, ma il regolamento prevede – per così dire – un sistema di “affievolimento progressivo”.
Dopo cinque anni dalla “definizione del sinistro”, ovvero dal pagamento o dalla rinuncia del danneggiato, i dati vengono cancellati dalla banca dati, e trasferiti in un “archivio segreto”, accessibile solo per “esigenze di giustizia penale” o su richiesta dei titolari dei dati medesimi.
Credo tuttavia che tale norma non inibisca affatto al giudice civile di chiedere informazioni all’IVASS sui contenuti di questo “archivio segreto”. Sia perché il Provvedimento 23/2016 è un regolamento amministrativo, e non può derogare all’art. 213 c.p.c.; sia perché ritenere il contrario sarebbe in palese contrasto con la ratio dell’art. 135 cod. ass., istitutivo del sistema delle banche dati sinistri, che è quello di prevenire le frodi.
Dopo dieci anni dalla definizione del sinistro, invece, vengono cancellati tutti i dati che consentano di identificare le persone fisiche a vario titolo coinvolte nel sinistro e nella sua gestione (parti, avvocati, medici legali, sanitari), ma i dati continuano ad essere conservati dall’IVASS, così epurati, per sole finalità statistiche.
I soggetti legittimati a consultare le banche dati possono essere divisi in due gruppi: i soggetti pubblici e quelli privati.
I soggetti pubblici ammessi alla consultazione delle banche dati sono l’autorità giudiziaria, le forze di polizia e le amministrazioni “competenti in materia di prevenzione e contrasto di comportamenti fraudolenti nel settore delle assicurazioni obbligatorie” per la r.c.a.
Come accennato, la espressa previsione della possibilità di accesso per tribunali e polizia è forse superflua, essendo già implicitamente consentita dagli artt. 213 c.p.p. e 650 c.p.p. Per le altre amministrazioni pubbliche, mi resta oscuro comprendere quali possano essere quelle competenti in materia di prevenzione e contrasto di comportamenti fraudolenti nel settore della r.c.a., oltre l’IVASS e il Ministero dello sviluppo economico. Ma si tratta di previsione opportuna, ove mai in futuro dovessero essere attribuire competenze antifrode ad altre autorità amministrative.
I soggetti privati ammessi alla consultazione delle banche dati di cui si discorre sono le imprese assicuratrici, l’UCI e la Consap.
Il Provvedimento non fa cenno di altri soggetti: ad esempio il preteso responsabile, che volesse difendersi contro l’esagerazione dolosa del danno da parte del danneggiato. Tuttavia a tutti coloro che dovessero essere convenuti in giudizio non potrà negarsi l’accesso alle banche dati: le suddette banche dati costituiscono infatti “atti amministrativi” in senso lato, e il diritto di accesso agli atti in possesso delle pubbliche amministrazioni è consentito a tutti coloro che ne abbisognassero per esercitare il diritto di difesa in giudizio, di cui all’art. 24 cost.
Mentre i soggetti pubblici possono accedere a tutti i dati contenuti negli archivi di cui si discorre senza limitazioni, per i soggetti privati esiste un doppio sbarramento: alcuni dati sono sempre consultabili; altri invece, più delicati, sono consultabili solo quando vi sia puzza di bruciato (art. 13, comma 5, Provvedimento 23/2016): ovvero quando l’accesso sia richiesto per la gestione d’una richiesta di risarcimento, quando siano superati almeno due degli indici di sospetto, ovvero nel caso di “potenziale esistenza di comportamenti fraudolenti. Si tratta peraltro, come ognun vede, di presupposti così modesti, da consentire praticamente sempre l’accesso ai dati di secondo livello (targhe, assicuratori, lesioni personali, nomi delle parti e degli avvocati, ecc.).
Fonte: www.quotidianogiuridico.it/Banca Dati sinistri e contrasto alle frodi assicurative: qualcosa (finalmente) si muove | Quotidiano Giuridico
Condannato l’imprenditore che usa fatture con partita IVA aperta e chiusa in 24 ore
Resta la pena a un anno di reclusione per fatture false per l’imprenditore che emetteva fatture con una Partita IVA aperta e chiusa nello stesso giorno. Così ha deciso la terza Sezione Penale della Cassazione, con la sentenza del 16 giugno 2016, n. 25033, dichiarando inammissibile il ricorso presentato dal manager contro la sentenza di condanna.
Dal Palazzaccio i Giudici della Cassazione hanno osservato che l’irregolarità formale delle fatture contestate, che avevano un numero di Partita IVA non più esistente, non ha escluso il fatto materiale della loro emissione e del loro successivo utilizzo per evadere le imposte; ciò dunque fa ritenere integrato il reato contestato.
“La circostanza che le fatture fossero state emesse utilizzando una Partita IVA cessata – si legge nella sentenza – non esclude la sussistenza di tutti i requisiti formali richiesti dall’art. 21, comma 2, D.P.R. 633/72 [fatturazione delle operazioni, ndr], essendo comunque stati soddisfatti i requisiti di contenuto e forma prescritti da tale disposizione per la formazione delle fatture, cui è subordinata la ravvisabilità della fattispecie di cui all’art. 8 D. Lgs. 74/2000 [Emissione di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti, ndr], con la conseguenza che le stesse potevano essere utilizzate per dedurre costi inesistenti, indipendentemente dall’utilizzo di una partita IVA di cui era stata comunicata la cessazione e che quindi non avrebbe potuto essere utilizzata”.
Insomma, ribadendo l’affermazione di responsabilità dell’imputato, la Cassazione ha rigettato il ricorso e ha condannato l’imprenditore anche al pagamento delle spese processuali.
Fonte: www.fiscopiu.it/Condannato l’imprenditore che usa fatture con partita IVA aperta e chiusa in 24 ore - La Stampa
By Avv. Emiliano Mancino a giugno 21, 2016
Sinistro stradale: dinamica poco chiara, irrilevante il ‘Cid’. Niente risarcimento
Smentita la decisione del Giudice di pace, che aveva riconosciuto al conducente maggiormente danneggiato il diritto ad ottenere un ristoro economico. Per i magistrati del Tribunale e della Cassazione sono clamorose le incertezze sulla dinamica dell’incidente. Inutile il richiamo al modulo di constatazione amichevole firmato dall’altro conducente.
Cid. Per il Giudice di pace l’incidente «era da ascrivere alle condotte colpose di entrambi conducenti». Tuttavia, una volta ricostruita la dinamica e preso atto del ‘Cid’ firmato dai conducenti, viene riconosciuto il diritto dell’automobilista maggiormente danneggiato a ottenere un «risarcimento»: l’altro automobilista e la compagnia di assicurazione dovranno versargli «6.500 euro».
Di avviso completamente opposto, invece, i giudici del Tribunale: a loro avviso non è affatto scontata la ricostruzione dell’incidente, e, quindi, vanno messe in discussione le responsabilità dei conducenti. Ecco spiegata la decisione con cui si obbliga l’automobilista, risarcito in primo grado, alla «restituzione delle somme ricevute».
Dinamica. Ora a chiudere la vicenda provvede la Cassazione, ribadendo che mancano i presupposti per riconoscere un «risarcimento» all’automobilista (ordinanza n. 12370 del 15 giugno 2016).
Condivise, difatti, le perplessità evidenziate in Tribunale sulla «dinamica dell’incidente». Poco credibile la versione proposta dall’automobilista danneggiato, nonostante, sia chiaro, l’altro conducente «avesse sottoscritto un verbale di ‘constatazione amichevole’».
Diversi i particolari che stonano: primo, «l’inverosimiglianza di un incidente con danni di significativa entità alla vettura, senza che il conducente avesse riportato conseguenze»; secondo, «la mancanza di documentazione attestante il ricovero dell’automobilista presso un ‘pronto soccorso’ ospedaliero»; terzo, «la non corrispondenza della data sulla ricevuta fiscale relativa alla chiamata del ‘carro attrezzi’ rispetto a quella dell’incidente»; quarto, «l’esito della consulenza tecnica» da cui è emersa «l’impossibilità di accertare la reale dinamica dell’incidente».
Questo quadro non è in discussione, spiegano i giudici, alla luce del modulo ‘Cid’. Esso è reso irrilevante dalla evidente «incompatibilità oggettiva tra il fatto come descritto in quel documento e le conseguenze dell’incidente come accertate in giudizio».
Fonte: www.dirittoegiustizia.it/Sinistro stradale: dinamica poco chiara, irrilevante il ‘Cid’. Niente risarcimento - La Stampa
Il collaboratore familiare fa scattare l’Irap
Basta un collaboratore familiare per far scattare il pagamento dell’Irap a carico dell’impresa, a prescindere dall’utilizzo di beni strumentali modesti.
È quanto affermato dalla Cassazione che, con l’ordinanza 12616 del 17/06/2016, ha accolto il ricorso presentato dall’Agenzia delle entrate contro un agente di commercio che aveva costituito, per l’esercizio della propria attività, un’impresa familiare, di cui all’art. 230-bis c.c..
Le commissioni di merito avevano dato il via libera al rimborso del tributo, poiché l’agente di commercio utilizzava beni strumentali di entità modesta.
Le Entrate hanno rilevato, innanzi alla Suprema Corte, la presenza di un collaboratore familiare, cui era corrisposto il 47% del reddito d’impresa realizzato, evidenziando l’esistenza di un’impresa familiare, sufficiente a configurare un’attività imprenditoriale assoggettata al tributo regionale (Irap), di cui al d.lgs. 446/1997; tesi confermata anche dagli Ermellini.
Fonte: www.italiaoggi.it/Il familiare fa scattare l’Irap - News - Italiaoggi
Sulla scia della legge “Balduzzi” (legge 189/2012), è in corso di approvazione un disegno di legge denominato dal relatore on. Gelli; è già stato licenziato dalla Camera dei Deputati il 28.1.2016 ed attualmente è all’esame del Senato. Se dovesse diventare legge, essa come già la legge “Balduzzi”, avrebbe fra gli scopi principali quello di scongiurare la c.d. “medicina difensiva”, e cioè i comportamenti dei sanitari volti più ad evitare eventuali addebiti che non a prendersi cura del paziente. Quindi esami inutili ma costosi e magari anche rischiosi per il paziente. Ma ancor peggio, la tendenza ad evitare interventi che comportino un elevato rischio infausto.
Una delle novità più significative, ed anzi rivoluzionarie, del ddl in esame è contemplata dall’art. 6, sulla penale responsabilità dell’esercente la professione sanitaria.
Detto articolo introduce una nuova norma nel codice penale, l’art. 590 ter (sarà in effetti il quater), composto da due commi.
Perchè queste previsioni sono rivoluzionarie?
Non tanto per quanto precettato nel primo comma; difatti la limitazione della responsabilità professionale sanitaria all’ipotesi di colpa grave era già contemplata, sia pure in termini diversi, nella c.d. Legge Balduzzi (con l’ulteriore interpretazione giurisprudenziale che circoscriveva tale limitazione alla colpa per imperizia).
Quanto piuttosto per ciò che si contempla nel secondo comma, laddove viene esclusa ogni responsabilità penale colposa (per imperizia) in capo all’esercente la professione sanitaria relativamente ai delitti di lesioni e omicidio colposi, laddove l’operatore si sia attenuto alle buone pratiche ed alle linee guida.
In realtà l’attuale formulazione dell’art. 6 del ddl è alquanto “aperta” e lascia quindi molti interrogativi sulla sua concreta attuazione e fa immaginare scenari non sempre rassicuranti nelle quotidiane pratiche sanitarie.
L’operatore sanitario è esentato da responsabilità penale per i reati indicati allorquando segua le linee guida e se l’eventuale colpa sia configurabile quale imperizia (e non quindi imprudenza e negligenza o violazione di specifiche norme di comportamento).
La distinzione tra i vari profili di colpa non è affatto semplice nella realtà dei processi: ad esempio una dimissione dall’ospedale con diagnosi di gastralgia cui segue la morte del paziente per infarto è riferibile a negligenza, imprudenza o imperizia?
Se vengono rispettate le linee guida diagnostiche il sanitario ha tutto l’interesse a far rientrare l’eventuale colpa nel profilo dell’imperizia, in quanto se vi riesce andrà esente da qualsiasi responsabilità penale (anche se vi è stata una grave imperizia), mentre se dovessero configurarsi i profili della negligenza o dell’imprudenza risponderà anche nella loro forma lieve.
Da qui discende che il ruolo del consulente di parte (della persona offesa, del pubblico ministero e della persona sottoposta ad indagini) diventerà ancor più decisivo.
Sempre che, ovviamente sussista il nesso di causalità tra la condotta colposa e l’evento.
La forbice della possibile responsabilità è quindi assai allargata: dal niente al tutto.
Appare quindi decisivo per l’operatore sanitario, medico o infermiere, rimanere nei binari delle linee guida e delle buone pratiche.
E’ pur vero che il comma 2 del redigendo art. 590 ter (quater) fa salve “le rilevanti specificità del caso concreto”, indicando all’esercente la professione sanitaria che in tali casi dovrà discostarsi dalle buone pratiche e dalle linee guida, tuttavia sembra proprio doversi ritenere che, discostandosene, non potrà più avvalersi della “copertura” di tale comma, che, come detto, esclude la responsabilità per colpa (imperizia) soltanto quando esse vengono applicate.
Stiamo considerando le seguenti ipotesi:
a) il professionista sanitario segue le linee guida (nella fase diagnostica o in quella terapeutica) e tuttavia commette un errore, che causa un evento negativo (morte o lesioni del paziente);
b) il professionista si discosta dalle linee guida, ritenendo rilevanti le specificità del caso concreto e tuttavia commette un errore (eventualmente anche perché se ne è discostato mentre non avrebbe dovuto).
Come detto nel caso sub a) l’imperizia diagnostica o terapeutica non comporta responsabilità penale (comma 2), nel caso sub b) vi è responsabilità soltanto nel caso di imperizia grave (comma 1).
La chiave di volta delle norme in corso di approvazione pare quindi essere la dimostrabilità e sostenibilità delle “rilevanti specificità” del caso concreto.
Stante la necessità di applicazione delle “raccomandazioni previste dalle linee guida come definite e pubblicate ai sensi di legge”, al fine della autotutela del professionista diventa fondamentale il sopracitato aspetto.
In un caso infatti il professionista che si trovi ad applicare il protocollo, non rilevando una specificità che invece avrebbe dovuto rilevare, si troverebbe comunque esente da responsabilità o in una posizione ben più favorevole rispetto al professionista che più coscientemente dovesse ritenere di non attenersi alle linee guida avendo considerato la “specificità” del caso.
Nella prima ipotesi infatti l'onere probatorio sarebbe in capo all'accusa, la quale dovrebbe dimostrare che, in base alla situazione concreta del paziente, l'operatore sanitario non avrebbe non potuto rilevarne la specificità e quindi avrebbe dovuto discostarsi dalle raccomandazioni delle linee guida.
Tale posizione appare ben più vantaggiosa rispetto alla seconda ipotesi ove tale onere rimane in capo all'operatore che si troverebbe a correre il concreto rischio di non riuscire a dimostrare con sufficiente valenza che nel caso specifico era assolutamente necessario discostarsi dalle raccomandazioni delle linee guida.
Sarà verosimilmente più agevole difendersi, in caso di processo penale, assumendo o che il caso concreto non presentava specificità o che esse non apparivano rilevanti.
Ciò è stato frutto di un errore (anche grave)? Tuttavia non vi sarà responsabilità penale.
Aggiungendo che, avendo seguito le linee guida, ben difficilmente si potrebbero ipotizzare negligenza o imprudenza.
Va oltretutto tenuto presente che nella scienza medica vi sono tante zone grigie dove non c'è letteratura, ponendosi il problema di trovare un comportamento che il sanitario debba seguire per andare esente da responsabilità penale in caso di errore.
L'applicazione rigorosa di questa norma rischia di spingere il sanitario a seguire pedestremente le linee guida senza operare una valutazione critica di ogni situazione: la non punibilità così come prevista rischia di premiare chi opera in maniera acritica ed aderente ai protocolli e di penalizzare chi invece coscientemente si discosti da essi.
Tuttavia è evidente che l’attenzione del sanitario tenderà a spostarsi dal malato alla malattia. In altri termini, dal caso concreto alla linea guida.
Se è vero che le indicazioni delle linee guida consentiranno di superare la tendenziale autoreferenzialità scientifica del sanitario, esse tuttavia non possono né devono trasformarsi da strumento a fine di una professione che si misura costantemente con situazioni difficilmente codificabili.
Ma forse questa conseguenza sarà limitata dalla coscienza professionale del sanitario, il quale correrà i rischi di un errore (sanzionabile) ma abbandonerà in tutto o in parte una linea guida che non gli appaia adeguata a quel paziente
In tal caso tuttavia dovrà evitare, in previsione di un possibile errore, che l’abbandono possa apparire frutto di negligenza o imprudenza, in quanto risponderebbe penalmente anche per colpa lieve. E’ facile prevedere che il Pubblico Ministero (e prima di lui il consulente dell’accusa), riscontrando che il sanitario non ha seguito le linee guida, ipotizzi proprio i profili colposi della negligenza e dell’imprudenza
Come evitare questa (processualmente) pericolosa eventualità?
Documentando ed illustrando il perché della scelta di non seguire (in tutto o in parte) la linea guida: utilizzando quindi la cartella clinica o quella infermieristica.
In esse infatti dovrà essere spiegato con sufficienza di argomentazione perché il caso concreto presentasse rilevanti specificità che imponevano una strada, diagnostica o terapeutica, alternativa.
In sostanza è opportuno che il sanitario si precostituisca una prova del fatto che ha ben meditato sulla scelta fatta, anche se essa successivamente risulterà frutto di un errore di valutazione, errore però non dovuto o a negligenza o ad imprudenza (e quindi non rilevante nel caso di colpa lieve).
Altro punto che andrà approfondito e che potrebbe creare alcune perplessità è quello che riguarda la pubblicazione delle “buone pratiche clinico-assistenziali e le raccomandazioni previste dalle linee guida” : la nuova norma, all'art. 5 prevede che le stesse siano indicate dalle società scientifiche e dagli istituti di ricerca individuati con decreto ministeriale ed iscritti in un apposito elenco, anch'esso istituito con il medesimo decreto, da emanare entro un anno.
E' previsto inoltre che le linee guida debbano essere pubblicate contestualmente, per i singoli settori di specializzazione, entro due anni dall'entrata in vigore della legge e che debbano essere periodicamente aggiornate.
Poichè la medicina è una scienza in continua evoluzione si prospetterà il problema della tempestiva pubblicazione delle nuove linee guida: ci si domanda sin d'ora quale potrebbe essere la sorte di un operatore sanitario che si dovesse trovare ad applicare una raccomandazione sperimentale o comunque accreditata dalla comunità scientifica ma non ancora pubblicata nell'elenco previsto dalla legge e facesse un errore che causi una lesione o la morte. La norma, così come formulata, pare lasciare aperto l'interrogativo a cui gli interpreti della legge dovranno cercare di dare una risposta.
Fonte: www.quotidianogiuridico.it//Responsabilità medica: le novità del ddl Gelli | Quotidiano Giuridico
By Avv. Emiliano Mancino a giugno 14, 2016
Unioni civili: prime riflessioni sull’applicazione in campo penale della legge 76/2016
La legge n. 76 del 2016, nell’introdurre nel nostro ordinamento le unioni civili fra persone dello stesso sesso, ha evitato accuratamente di utilizzare termini propri dell’istituto del matrimonio per ragioni di opportunità politica. Tuttavia, il legislatore era evidentemente mosso dall’intento di riconoscere ai componenti l’unione civile una tutela e uno status nella sostanza non dissimili da quelli coniugali. Infatti, il comma 20 dell’unico articolo di cui la legge si compone recita “Al solo fine di assicurare l’effettività della tutela dei diritti e il pieno adempimento degli obblighi derivanti dall’unione civile tra persone dello stesso sesso, le disposizioni che si riferiscono al matrimonio e le disposizioni contenenti le parole «coniuge», «coniugi» o termini equivalenti, ovunque ricorrono nelle leggi…si applicano anche ad ognuna delle parti dell’unione civile tra persone dello stesso sesso”.
Si può, dunque, sostenere che le norme del codice penale e del codice di procedura penale che contengono le parole “coniuge”, “coniugi” o termini equivalenti o che si riferiscono, in ogni caso, al matrimonio si applicano automaticamente anche alle unioni civili?
Nel codice penale diverse fattispecie incriminatrici, così come diverse norme che prevedono aggravanti o attenuanti o cause di non punibilità contengono le parole indicate dal comma 20. In particolare contengono la parola “coniuge”:
- l’art. 556 c.p. (Bigamia);
- l’art. 558 c.p. (Induzione al matrimonio mediante inganno);
- l’art. 570 c.p. (Violazione degli obblighi di assistenza familiare);
- l’art. 577 c.p. (Altre circostanze aggravanti [dell’omicidio]. Ergastolo);
- l’art. 591 c.p. (Abbandono di persone minori o incapaci);
- l’art. 602 ter c.p. (Circostanze aggravanti [dei reati di cui agli artt. 600, 601, 602 c.p.]);
- l’art. 605 c.p. (Sequestro di persona);
- l’art. 609 ter c.p. (Circostanze aggravanti [della violenza sessuale]);
- l’art. 612 bis c.p. (Atti persecutori);
- l’art. 649 c.p. (Non punibilità e querela della persona offesa per fatti commessi a danno di congiunti).
Anche nel codice di procedura penale troviamo riferimenti al coniuge:
- nell’art. 199 (Facoltà di astensione dei prossimi congiunti);
- nell’art. 282 bis (Allontanamento dalla casa familiare).
Problemi di tecnica legislativa e riflessi di costituzionalità
Secondo le indicazioni contenute nella legge sulle unioni civili tutte le norme sopra elencate dovrebbero trovare applicazione anche alle persone unite civilmente a condizione che così facendo si assicuri “l’effettività della tutela dei diritti e il pieno adempimento degli obblighi derivanti dall’unione civile tra persone dello stesso sesso”.
Prima di valutare se la finalità sopra riportata ricorre in ciascuna delle norme elencate, è necessario affrontare un’altra questione. E’ necessario, infatti, verificare se una tecnica legislativa quale quella utilizzata nel comma 20 dell’art. 1 soddisfi il requisito della tassatività, della precisione e della sufficiente determinatezza della fattispecie penale, corollari dell’art. 25 della Costituzione. A tale proposito è superfluo ricordare che la norma penale non è suscettibile di interpretazione analogica. Il divieto di analogia nella materia penale contenuto espressamente nell’art. 14 delle disposizioni sulla legge in generale – Le leggi penali … non si applicano oltre i casi e i tempi in esse considerati – ed espresso, in via implicita, anche nell’art. 1 del codice penale – Nessuno può essere punito per un fatto che non sia espressamente preveduto come reato dalla legge – viene considerato costituzionalizzato dall’art. 25 Cost.
Sulla base di queste premesse, si può sostenere che la condotta descritta in una norma incriminatrice è imputabile alla persona unita civilmente, e non solo alla persona coniugata, sulla base del generico richiamo operato “ad ogni altra legge… che contenga le parole “coniuge”, “coniugi” o termini equivalenti”?
Non solo. E’ sufficientemente determinata una fattispecie incriminatrice che, per le persone unite civilmente, trova applicazione solo se finalizzata a garantire l’effettiva tutela dei diritti e il pieno adempimento dei doveri derivanti dall’unione civile?
Il giudice penale, infatti, potrà applicare determinate fattispecie incriminatrici o determinate aggravanti alle persone unite civilmente solo dopo aver valutato se l’applicazione della norma ottiene l’effetto di tutelare i diritti o rendere effettivi i doveri nascenti dall’unione civile. Una fattispecie penale che delega all’interprete un simile compito e un simile potere è ancora rispettosa del principio di legalità?
Esula dalla scopo di queste brevi note approfondire queste tematiche. La risposta verrà dall’applicazione pratica, ma già è possibile prevedere che la Corte costituzionale sarà chiamata a decidere se una simile tecnica legislativa sia compatibile con l’art. 25 della Carta fondamentale.
Effettività della tutela dei diritti e pieno adempimento degli obblighi: fattispecie incriminatrici e aggravanti
Tralasciando la questione di costituzionalità appena tratteggiata, resta da verificare se e in quali casi l’applicazione delle fattispecie penali elencatesupra anche alle persone unite civilmente realizzi l’effettività dei diritti e il pieno adempimento degli obblighi derivanti dalle unioni civili.
La fattispecie meno problematica è quella prevista dall’art. 570 c.p. sulla violazione degli obblighi di assistenza familiare. In questo caso sembra difficile sostenere che la possibilità di applicare la sanzione penale anche alla persona unita civilmente, oltre che al coniuge, non abbia a che fare con l’effettiva tutela delle posizioni giuridiche nascenti dall’unione civile. Il comma 11 dell’articolo 1 della legge 76 del 2016 fa, infatti, derivare dall’unione civile “l’obbligo reciproco all’assistenza morale e materiale” e l’art. 570 c.p. punisce chi “abbandonando il domicilio domestico o comunque serbando una condotta contraria all’ordine o alla morale delle famiglie si sottrae agli obblighi derivante dalla qualità di coniuge”.
Lo stesso può dirsi per l’abbandono di persone incapaci previsto dall’art. 591 c.p. che contempla un aumento di pena se l’autore dell’abbandono è il coniuge. Appare evidente che l’inasprimento della sanzione a carico del coniuge tende proprio a stigmatizzare la violazione di quegli obblighi di assistenza che sono connaturati al matrimonio. L’aggravante risulta, per tanto, applicabile anche per la violazione degli obblighi di assistenza derivanti dall’unione civile.
Le letture giornalistiche della legge 76 del 2016 tendono ad escludere, invece, che la persona unita civilmente possa rispondere del reato di bigamia perché l’applicazione dell’art. 556 c.p. non realizzerebbe il fine di rendere effettivi diritti e doveri nascenti dall’unione civile. La ratio dell’incriminazione, infatti, è tradizionalmente ravvisata dalla dottrina nella “tutela dell’ordinamento monogamico del matrimonio”. Ci si può domandare se tale ratio non abbia a che fare con la volontà di assicurare effettiva applicazione ai diritti e ai doveri nascenti dal matrimonio e, quindi, dall’unione civile. Torna a riproporsi, dunque, il problema della tecnica legislativa, dal momento che all’interprete è demandato decidere se una condotta sia penalmente rilevante, o meno, sulla base di una finalità quale quella posta dal comma 20 dell’articolo 1.
Esistono, infine, numerose fattispecie incriminatrici quali gli atti persecutori, l’omicidio, la violenza sessuale, il sequestro di persona in cui al reo viene applicata un’aggravante se coniugato con la persona offesa. Anche in queste ipotesi è, quanto meno, dubbio che la ratio della responsabilità aggravata vada rinvenuta nella finalità di accordare effettiva tutela ai diritti e applicazione ai doveri nascenti dal matrimonio e che la norma possa essere, conseguentemente, estesa anche alle persone unite civilmente. Si può sostenere, infatti, che la ratio dell’aggravante vada, invece, ricercata nella volontà di punire più gravemente chi abbia approfittato della propria vicinanza alla persona offesa per commettere con maggiore facilità il crimine. Si tratta di una ratio che certamente ricorre anche nel caso dell’unione civile, ma che è chiaramente diversa da quella indicata nel comma 20 dell’art. 1.
Segue: attenuanti e cause di non punibilità
I codici penale e di procedura penale contengono disposizioni in favore del coniuge che, in tale sua veste, non risponde di determinati reati. Egli non è punibile exart. 649 c.p. per la maggior parte dei reati contro il patrimonio commessi a danno del coniuge. In base all’art 299 c.p.p., il coniuge ha la facoltà di astenersi dal deporre contro il marito o la moglie.
Anche in queste ipotesi non sembra si possa dubitare che lo scopo della norma è tutelare la solidarietà coniugale alla quale, nel caso previsto dall’art. 299 c.p. p. è dato rilievo maggiore rispetto all’interesse della collettività all’amministrazione della giustizia. Dunque, la norma sembra applicabile anche alle persone unite civilmente allo scopo di dare effettiva tutela ai diritti derivanti dall’unione.
A proposito di tali disposizioni, va rilevato che, trattandosi di norme di favore, si può sostenere che esse si sottraggano ad una rigida applicazione del divieto di analogia.
La persona unita civilmente come “prossimo congiunto”
Nel codice penale esistono, infine, numerose norme che si riferiscono ai “prossimi congiunti”. Esse, dunque, non contengono la parola “coniuge” o “coniugi”, ma contengono un termine che può dirsi “equivalente” per usare la formula utilizzata dal comma 20.
Le norme a cui ci si riferisce sono:
- l’art. 307 (Assistenza ai partecipi di cospirazione o banda armata);
- l’art. 323 (Abuso d’ufficio);
- l’art. 384 (Casi di non punibilità [nei reati contro l’amministrazione della giustizia]);
- l’art. 386 (Procurata evasione);
- l’art. 390 (Procurata inosservanza di pena);
- l’art. 418 (Assistenza agli associati);
- l’art. 597 (Querela della persona offesa [nel delitto di diffamazione]).
Proprio per evitare problemi interpretativi incompatibili con i principi di legalità e tassatività della disciplina penale, l’art. 307 c.p. stabilisce che “agli effetti della legge penale si intendono per prossimi congiunti, gli ascendenti, i discendenti, il coniuge, i fratelli e le sorelle, gli affini nello stesso grado, gli zii e i nipoti”. La Corte costituzionale, chiamata in passato a pronunciarsi sulla legittimità dell’esclusione del convivente dal novero dei prossimi congiunti, aveva dichiarato inammissibile la questione affermando che rientra nella sfera di discrezionalità del legislatore ogni intervento diretto ad uniformare la disciplina della convivenza con quella del matrimonio (Corte cost. 20 aprile 2004, n. 121). Dopo l’approvazione della legge 76 del 2016 bisognerà accertare, ancora una volta, se l’applicazione di tali norme alle unioni civili soddisfa la finalità più volte richiamata. Tale finalità sembra potersi ravvisare nelle norme che considerano il vincolo come causa di non punibilità o come attenuante o che attribuiscono al prossimo congiunto il diritto di proporre querela nei casi di cui all’art. 597 c.p..
Sembra, invece, escluso che l’abuso di ufficio possa essere contestato al pubblico ufficiale che abbia omesso di astenersi in caso di interesse della persona a cui è unito civilmente perché in questa ipotesi l’applicazione della fattispecie penale non ha lo scopo di realizzare i diritti e i doveri nascenti dall’unione, ma quello di tutelare il buon funzionamento della pubblica amministrazione. Tale conclusione si sottrae ad ogni ragionevolezza, ma appare conclusione obbligata alla luce della legge 76 del 2016.
Fonte: www.quotidianogiuridico.it//Unioni civili: prime riflessioni sull’applicazione in campo penale della legge 76/2016 | Quotidiano Giuridico
By Avv. Emiliano Mancino a giugno 13, 2016