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Timestamp: 2020-04-07 00:50:58+00:00
Document Index: 8119951

Matched Legal Cases: ['art. 155', 'art. 78', 'art. 12', 'art, 1996', 'art, 1996', 'art, 1998']

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Corsi ECM: Psicologia scolastica; Coordinazione Genitoriale; Tutor DSA, BES; Mediazione; EdS Psicologia – Firenze
I bambini nelle sedute di mediazione familiare
Il presente lavoro è stato parzialmente pubblicato sulla rivista "Mediazione Familiare Sistemica", 5/6 Ottobre 2007, Pag. 50-55.
Ambarabacciccicoccò. I bambini nelle sedute di mediazione familiare Indice
Ascoltare il minore versus dare voce al minore
Il disegno congiunto e il lausanne triadic play nella mediazione familiare
Due casi di mediazione
Per poter trattare della tematica relativa al coinvolgimento dei bambini nelle sedute di mediazione familiare credo sia essenziale muovere dalla Convenzione internazionale dei diritti dell'infanzia (Nazioni Unite), che all'articolo 12 dispone:
"Gli Stati parti della presente convenzione devono assicurare al bambino capace di formarsi una propria opinione il diritto di esprimerla liberamente e in qualsiasi materia, dovendosi dare alle opinioni del bambino il giusto peso relativamente alla sua età e maturità. A tale scopo, in tutti i procedimenti giuridici o amministrativi che coinvolgono un bambino deve essere offerta l'occasione affinché il bambino venga udito direttamente o indirettamente per mezzo di un rappresentante o di una apposita istituzione [...]"
Se dobbiamo, infatti, ricordare che la legislazione italiana prevede svariate situazioni in cui si richiede al minore di esprimere il proprio parere in relazione alla tutela e alla salvaguardia dei propri diritti - nello specifico mi riferisco ai casi di adozione o affidamenti, in caso di presunto abbandono, così come in ambito penale - , dobbiamo però precisare che fino a poco tempo fa non era prevista l'audizione del minore nei procedimenti il cui intento fosse la definizione delle modalità di affido nella separazione e/o nel divorzio.
Oggi invece, come è noto, con la Legge 08.02.2006 n. 54 - entrata in vigore il 16 marzo 2006 - il legislatore ha inteso rimodellare la disciplina dell'affidamento dei figli in materia di separazione. In precedenza, infatti, l'ascolto dei figli minorenni da parte del Giudice non era contemplato nelle norme sulla separazione, ma era stato introdotto dalla legge sul divorzio, nella quale era previsto che il Presidente li sentisse, ove lo ritenesse "strettamente necessario, anche in considerazione della loro età". Il nuovo art. 155 sexies prevede invece l'ascolto del minore come uno degli adempimenti del Giudice, che "dispone l'audizione del figlio minore che abbia compiuto i dodici anni e anche di età inferiore ove capace di discernimento"1.
Dalla tassativa indicazione della norma, si desume in generale l'esistenza di un obbligo del Giudice di ascoltare i figli minorenni, escluso solo dalla mancanza della capacità di discernimento per chi abbia meno di dodici anni, da valutarsi da parte del Giudice assistito da un ausiliare esperto o, se necessario, da un CTU.
Le modalità psicologicamente corrette dell'ascolto sono state delineate nel 155 sexies in un assetto emotivo dell'adulto "empatico e supportivo" fortemente rispettoso del minorenne ma "libero da affettuosità dolciastre, infantilismi o seduzioni che possono indebolirlo e rendere più difficoltoso il suo comunicare".
Dal punto di vista processuale, l'ascolto del figlio minorenne non può essere assimilato ad un mezzo di prova: infatti non è finalizzato ad acquisire elementi istruttori, bensì a garantire al minore il suo diritto ad esprimere i suoi bisogni e i suoi desideri ed insieme il suo diritto ad essere informato dal giudice sui termini della controversia in cui è coinvolto, in modo che venga limitata la confusione che può derivare da informazioni parziali ed interessate fornite dai genitori in lite fra loro.
Il minore non è testimone nel processo ed il Giudice non può interrogarlo su fatti specifici riguardanti la vita familiare: se non fosse così, il diritto ad essere ascoltato ed informato su quanto gli sta accadendo si tradurrebbe in un dovere di testimonianza contraddittorio con la qualità di soggetto massimamente interessato ad ogni decisione che lo concerne e quindi sostanzialmente parte del giudizio stesso.
La Corte Costituzionale (30.01.2002 n.1) ha affermato infatti che "il minore si configura come "parte" del procedimento con la necessità del contraddittorio nei suoi confronti, se del caso previa nomina di un curatore speciale ai sensi dell'art. 78 CPC" desumendolo sia dall'art. 12 della Convenzione sui Diritti del Fanciullo (New York, 1989) resa esecutiva con la legge 27.05.91 n. 176 sia dalle previsioni della legge n. 149/2001 che, per quanto non ancora rese esecutive, gli attribuiscono la posizione di parte con diritto di difesa2.
A mio avviso l'attuale nuova situazione interroga in modo diretto tutti gli esperti che si occupano di mediazione familiare, poiché lo scenario giuridico si è ribaltato ed il minore ha oggi ancor più di prima diritto di parola. Occorre domandarsi, infatti, se, sul piano della mediazione, il mediatore familiare debba consentire al bambino di esprimere le proprie opinioni. Ed in tal caso, in che modo. Inoltre, come evitare di correre il rischio che nel contesto di mediazione le opinioni del minore vengano modellate secondo la logica che vede i genitori impegnati nel conflitto. Ed infine, come possiamo impedire che l'ascolto dei bambini si traduca in un ulteriore momento di sofferenza e sopraffazione.
Ritengo che, al fine di tutelare e promuovere i diritti del bambino, i mediatori familiari debbano rispondere a queste domande per realizzare concretamente quanto espresso dalla Convenzione internazionale dei diritti dell'infanzia dell'ONU.
Il dibattito su questo argomento, d'altronde, in Italia ha da sempre visto le diverse Associazioni di Mediatori familiari assumere posizioni molto diverse, evidenziando in alcuni casi differenze anche tra i membri di una stessa organizzazione. Esistono mediatori che non incontrano mai i minori, neanche se a chiederlo sono gli stessi genitori3. A giustificare una simile scelta, essi pongono l'esigenza di salvaguardare i bambini dal conflitto in atto tra i genitori. In altre parole, la scelta operata di potenziare le capacità genitoriali, privilegiando la sola partecipazione degli adulti alla mediazione, si basa sulla presa di coscienza di quanto il contatto con le istituzioni ed i servizi impegnati nei processi di separazione rappresenti per il bambino un'esperienza frustrante e violenta, accentuata dalla mancanza di quel filtro naturale che viene fornito dagli adulti ai bambini in tutti gli altri contesti.
In mediazioni di questo tipo, la rappresentazione del bambino si effettua attraverso i racconti dei genitori, che, sulla base della propria rappresentazione dei figli, consentono al mediatore di assumere su di sé la rappresentazione del bambino, permettendogli in questo modo di riportare l'attenzione dei genitori sul minore, rappresentandogliene i bisogni.
Dalla parte opposta si pone, invece, la posizione di tutti coloro che sostengono il necessario coinvolgimento dei bambini in sede di mediazione familiare 4. Questi mediatori ritengono, in contrapposizione con la posizione precedente, che le uniche situazioni in cui possa ritenersi non necessaria la partecipazione dei minori, siano quelle in cui il grado di conflittualità tra i genitori è minimo e conseguentemente le descrizioni che essi fanno di bisogni e caratteristiche dei propri figli è simile. È facilmente intuibile che, questa tipologia di genitori ha spesso idee concordi sul tipo di accordo che può risultare utile per loro, e che risulta altamente improbabile che venga fatta richiesta di intervento esterno.
In tutti gli altri casi, si ritiene che la mediazione sia luogo di necessario coinvolgimento dei figli, poiché rappresenta la dimensione in cui anch'essi possono far emergere i propri bisogni, desideri, preoccupazioni o paure; in cui possono negoziare essi stessi con i propri genitori; in cui ricevere un quadro realistico di ciò che sta accadendo alla propria famiglia, andando al di là delle informazioni confuse e contraddittorie che spesso vengono fornite dai genitori.
Inoltre, la partecipazione del bambino e il suo ascolto, rappresenta un potente mezzo di spostamento dell'attenzione dal conflitto coniugale ai bisogni del bambino stesso. Ed infine, la presenza del minore può aiutare e facilitare il raggiungimento degli obiettivi della mediazione, dal momento che consente al minore stesso di poter assistere agli sforzi di collaborazione attuati dai genitori, consentendo di rafforzare l'idea di una sorta di sopravvivenza del sottosistema genitoriale e riducendo il più possibile l'eventualità che al minore arrivino informazioni contraddittorie o incongrue.
Io condivido pienamente le considerazione che vengono espresse dai mediatori che supportano la presenza del minore in mediazione, ed in particolar modo la presenza degli adolescenti, la cui partecipazione è indispensabile per un buon esito del lavoro di mediazione. Inoltre la mia esperienza come terapeuta familiare in ottica sistemico-relazionale mi permette di aggiungere ulteriori riflessioni a quelle già delineate.
Ritengo, infatti, che sia da considerarsi alquanto ingenua l'ipotesi che un bambino tenuto fuori da una pratica di mediazione familiare possa essere preservato dalla conflittualità in atto tra i propri genitori. I bambini non sono estranei a quanto accade intorno a loro e non possono, di conseguenza, essere considerati come degli spettatori passivi di ciò che avviene nella loro famiglia. Tutt'altro, i bambini nelle situazioni di conflitto coniugale giocano ruoli estremamente attivi. Alcune volte capita che tentino, attraverso affermazioni o comportamenti sintomatici, di modificare la situazione in atto; altre che provino a proteggere il genitore che ai loro occhi appare più fragile, cercando di contenere le loro angosce collegate alla separazione e alla perdita.
Inoltre, coloro che sostengono l'assenza del bambino in fase di mediazione, assegnano un ruolo estremamente rilevante alle rappresentazioni che i genitori hanno dei propri figli. Questa capacità di rappresentazione presuppone che i genitori siano competenti in relazione ai propri figli, competenza che, tuttavia, per quanto stimolata, potrebbe essere inficiata dalle condizioni conflittuali in cui i genitori si trovano. È indicato, difatti, da grande parte della letteratura in materia, che una situazione di separazione/divorzio porta con sé una serie di conseguenze negative, dalle crisi di identità, alle ferite narcisistiche o alle angosce di perdita, che rendono assai complicato poter esibire con chiarezza le proprie competenze.
Ritengo, tuttavia, che il tentativo di stimolazione nei genitori di competenze genitoriali non significhi negare i gravi rischi o i gravi danni che possono essere provocati da alcuni comportamenti dei genitori verso i propri figli.
Inoltre, ritengo che la non partecipazione dei minori alla mediazione familiare più che preservare gli stessi dalla conflittualità, incrementi il rischio che questi ricevano informazioni errate e deformate su quanto sta accadendo alla propria famiglia da parte di terze persone o, altrimenti, che tentino di riempire il vuoto di informazione e di relazione con le proprie fantasie. Ugualmente, il rischio che il mediatore venga triangolato dalla coppia dei genitori, a mio avviso, non si può escludere escludendo il bambino dalla mediazione e lasciando che il mediatore assuma il ruolo di protettore del minore verso i genitori.
Dal mio punto di vista la questione non consiste nell'antitesi tra bambini presenti alla mediazione versus bambini non presenti alla mediazione, quanto nella modalità con cui i bambini possono partecipare alle sedute di mediazione e con quale scopo vi partecipino.
Accade spesso che in situazioni di conflittualità familiare i minori, seppur assumendo in apparenza posizioni che possono risultare chiare, definite e giustificabili razionalmente verso la situazione stessa, in realtà stiano veicolando messaggi molto più complessi. Questo accade perché in simili situazioni la differenza tra ciò che viene detto apertamente ed il messaggio nascosto può apparire con più incisività. Caso tipico sono quei minori che, sebbene ostentino atteggiamenti di rabbia o di rifiuto, in realtà esprimono delle vere e proprie dichiarazioni di sofferenza e di impotenza. Ciò comporta, in alcuni casi, dover accettare l'impotenza del minore o appoggiare l'atteggiamento di difesa esibito, per poter assecondare la richiesta del minore stesso. Conseguenza di tutto ciò risulta essere il fatto che la presenza dei bambini alle sedute di mediazione familiare non corrisponde al richiedergli un parere sui propri genitori, o su quale dei due sia la persona con cui preferiscono vivere. La presenza dei bambini in mediazione, a mio avviso, dovrebbe essere quindi finalizzata all'apprendimento da parte dei genitori della situazione psicologica dei figli, al fine di poter svolgere il ruolo al quale sono chiamati. In questo modo si eviterebbe la classica dicotomia tra il genitore che sostiene le affermazioni del bambino e il genitore che invece evidenzia il fatto che il bambino è strumentalizzato.
Noi mediatori AIMS abbiamo scelto di convocare i bambini al fine di fare emergere i bisogni ed i vissuti dei bambini in relazione alla competenza genitoriale. Il nostro ruolo consiste nell'aiutare entrambi i genitori a far emergere i motivi reali che li hanno condotti alla separazione, per fare arrivare ai bambini informazioni corrette e che non lascino spazio a dubbi e sensi di colpa. Non si tratta, quindi, di una sostituzione mediatore-genitori, quanto di un percorso congiunto che permetta di compiere le proprie scelte genitoriali tenendo conto dei bisogni dei figli: in quest'ottica il mediatore deve essere colui che accompagna e orienta.
Questa strategia dovrebbe consentire un allentamento delle difese con la sensazione, nei genitori, che ogni decisione sia presa personalmente. Allentamento che ha tra le varie conseguenze positive quella di facilitare la negoziazione facendo emergere, attraverso la valorizzazione da parte del mediatore delle osservazione di ogni genitore, un ventaglio di possibilità di azione scaturito dal percorso conoscitivo incentrato sui propri figli.
Occorre domandarci quali siano le modalità più adatte per permettere ai mediatori di comprendere ciò che i bambini stanno esprimendo.
Nelle esperienze portate avanti nel Centro Co.Me.Te. di Empoli ho cercato di escludere quelle modalità che prediligono l'uso delle parole a favore di quelle tecniche che privilegiano invece l'uso delle immagini e il comportamento non verbale, poiché ho ritenuto che le parole fossero più facilmente manipolabili e utilizzabili all'interno del conflitto genitoriale.
In linea di massima, la mia scelta si è orientata verso la tecnica del disegno congiunto, tecnica utilizzata da Cigoli, Galimberti e Mombelli in ambito peritale e adeguatamente modificata in sede di mediazione.
Si chiede alla famiglia di realizzare insieme un disegno che rappresenti tutto il nucleo, così come appare allo stato attuale, durante il compimento di una attività. Ognuno può disegnare il personaggio che preferisce, sé stesso o gli altri, ed in qualsiasi posizione del foglio. L'unica limitazione prevista è quella relativa al fatto che ogni membro impegnato nel disegno durante il disegno stesso utilizzi sempre il medesimo colore, in modo da poter consentire successivamente, al mediatore, una facile identificazione, attraverso il tratto di colore, dell'ideatore.
Una variante alla tecnica è stata introdotta da Rodolfo de Bernart mediante l'utilizzo - per la realizzazione del disegno congiunto - della lavagna cancellabile5.
Il vantaggio è quello di assistere ad eventuali cancellature e soprammissioni del disegno in corso d'opera.
Per contro, al momento della presentazione dell'elaborato ai genitori per i loro commenti ed estrapolazioni, mentre il disegno congiunto prodotto sul cartaceo è facilmente esibibile, il disegno su lavagna cancellabile deve essere riproposto mediante la videoregistrazione effettuata della seduta di mediazione oppure mediante foto digitale del prodotto finito.
In ogni caso, la tecnica ideata da Bing nel 1970 ci permette da un lato di individuare - attraverso l'osservazione effettuata per mezzo della videoregistrazione - le interazioni familiari esistenti dovute al fatto che i membri si trovano all'interno della stessa stanza, permettendo così la coesistenza, seppur per mezzo di un artificio, di punti di vista diversi, così solitamente temuta, ma anche desiderata dai figli; dall'altro di analizzare il contenuto simbolico del disegno stesso.
Alle due finalità sopraelencate si va ad aggiungere un ulteriore scopo rappresentato dal tentativo di riuscire a far lavorare tutti i componenti del nucleo familiare su di un unico obiettivo specifico e per un tempo determinato, condizione questa che le famiglie in conflitto ritengono di aver perduto da tempo, recuperata in questa particolare dimensione.
L'analisi effettuata dai genitori nella seduta successiva sul disegno realizzato con i bambini nella seduta precedente, riprendendo i presupposti della tecnica originale, si basa per quanto riguarda le interazioni ravvisabili durante l'esecuzione, sulle considerazioni relative ai comportamenti di distanza-vicinanza, all'accessibilità all'altro, alla cooperatività, al ruolo agito da ciascuno; in relazione, invece, alle analisi dei significati simbolici del disegno, le considerazioni effettuate traggono origine dal contenuto della realizzazione e dalle suggestioni che gli elementi disegnati dai singoli sono in grado di generare nel consulente.
Infine, estremamente rilevante è l'analisi del modo in cui il disegno appare disposto nello spazio a disposizione. Lo spazio consiste in un unico grande foglio bianco oppure, come accade presso l'Istituto di Terapia Familiare di Firenze ed il Centro Co.Me.Te di Empoli, in una lavagna - modalità privilegiata in quanto capace di valorizzare l'importanza di eventuali cancellature analizzabili attraverso la videoregistrazione dell'esecuzione, che viene successivamente sottoposta ai genitori -, sia che i membri decidano di realizzare lo stesso disegno, sia che, al contrario, optino per realizzarne ciascuno uno proprio. L'importanza di questo tipo di analisi consiste nell'elevata significatività che ha l'atteggiamento dei singoli membri della famiglia, atteggiamento che essi possono realizzare nella propria porzione nel foglio, allontanandosi o avvicinandosi ad un altro membro, estendendo il disegno fino a sfiorare il disegno dell'altro, o, addirittura, intervenendo sul disegno altrui.
In sede di mediazione a tutto ciò si aggiunge l'interesse che la produzione di materiale familiare ha, nel tentativo, da parte dei genitori, di interrogarsi sui bisogni e sulle esigenze dei figli. In quest'ottica, in sede di mediazione, l'analisi effettuata sul disegno e le relative interpretazioni sono ad opera dei genitori, il mediatore rappresenta la guida che conduce alla formulazione di ipotesi che, in un secondo tempo, potranno supportare le scelte dei genitori.
Altro metodo di indagine è il Gioco triadico di Losanna, elaborato da Elizabeth Fivaz-Depeursinge e Antoinette Corboz-Warnery. Le autrici sono partite dall'idea che non fosse sufficiente ricostruire la famiglia muovendo dalle sole componenti diadiche, motivo questo che le ha portate alla decisione di osservare la famiglia come insieme, vale a dire come unità, sviluppando in questo modo il "gioco triadico di Losanna" (LTP, Lausanne Triadic Play).
La prova, che può essere effettivamente considerata un "gioco familiare", si costituisce di quattro parti, che ripercorrono una traccia narrativa muovendo da una configurazione del tipo "due più uno/due":
la madre e il bambino/i che giocano insieme, ed il padre in una posizione periferica;
il padre e il bambino/i che giocano insieme, e la madre in disparte;
i tre/quattro partner, padre, madre e bambino/i che giocano insieme;
il bambino/i in posizione periferica, mentre i due genitori parlano insieme.
L'analisi del compito richiesto durante il gioco familiare e le traiettorie della sua "processualità" sono la chiara dimostrazione che i partner, se vogliono raggiungere lo scopo del gioco, devono "lavorare insieme", come una squadra. È facilmente comprensibile come vi potranno essere molte variazioni e combinazioni che potrebbero discostare da quest'obiettivo gruppale, sia considerato nel suo insieme - vale a dire come gruppo collaborativo o meno, o addirittura disorganizzato -, sia rispetto alle numerose variazioni nei vari passaggi.
Per tradizione sistemica il nodo centrale del comportamento umano sono i processi di interazione sociale che assicurano stabilità e coerenza, e i meccanismi attraverso i quali i processi si modificano in risposta alle sfide evolutive previste e alle crisi inattese6. Pertanto se la domanda che possiamo porci nella clinica è se e come il/i bambino/i sia/no in grado di gestire i quattro triangoli presenti nell'interazione con i genitori all'interno del gioco familiare costruito dalla situazione sperimentale, e come i genitori facilitino o no questo processo, in mediazione la domanda sarà analoga ma non in chiave diagnostica, bensì in chiave di produzione di materiale familiare che serve ai genitori per interrogarsi sui bisogni e le necessità dei figli. Non è quindi "interpretazione" - come avviene in ambito clinico - ma guida da parte del mediatore che, rivolto ai genitori, li stimolerà a formulare ipotesi che poi potranno supportare le loro scelte in funzione dei bisogni dei figli.
Il LTP è comunque una tecnica nata in un contesto di ricerca e recentemente applicata in via sperimentale al contesto delle consulenze tecniche d'ufficio ed alla mediazione.
Una sintesi delle tecniche sviluppate nei contesti di mediazione e già ampliamente sperimentata, sia in contesti di CTU che di mediazione è il "pacchetto interattivo" messo a punto da Rodolfo de Bernart7 e comprendente la richiesta alla famiglia di effettuare, in successione e sequenzialità:
gioco: si chiede ai genitori di giocare a turno, sia l'uno che l'altro con il/i bambino/i. a differenza del LTP, i genitori non sono presenti entrambi nella stanza con il/i bambino/i ma sono presenti a turno;
progetto: si chiede ai genitori, a turno, di elaborare un progetto di qualcosa da fare insieme al/i proprio/i figlio/i, appunto "come genitori e figli". Anche qui, a differenza del LTP i genitori sono presenti a turno nella stanza; mentre l'uno elabora il progetto con il/i bambino/i, l'altro è in sala d'attesa;
disegno congiunto: le indicazioni sono quelle già presentate, con la variante dell'uso della lavagna cancellabile anziché del cartaceo.
In ogni caso, la tecnica utilizzata per il coinvolgimento dei bambini nella mediazione familiare - al di là dello strumento specifico, sia esso Disegno congiunto, Lausanne Triadic Play o Pacchetto interattivo - prevede quattro fasi:
preparazione dell'incontro con i bambini: finalità e necessità, modalità dell'incontro (il disegno congiunto, il LTP o il pacchetto interattivo), cosa dire ai bambini;
l'incontro con tutta la famiglia: colloquio con i bambini, il disegno congiunto, il LTP o il pacchetto interattivo, breve commento;
l'analisi dell'/degli elaborato/i prodotto/i nella seduta precedente da genitori e figli insieme, con i soli genitori;
alla fine della mediazione, quando la fiducia nel mediatore sembra essersi rinsaldata, i genitori comunicano ai bambini le loro decisioni.
Nell'incontro con i figli si parla in modo esplicito della separazione e si chiede ai bambini che cosa essi conoscano della stessa e della mediazione familiare.
Prima di tale incontro genitori e mediatore si preoccupano di stabilire quali argomenti trattare e in che maniera; molto spesso è proprio in tale sede, in mediazione, che i genitori comunicano per la prima volta in modo chiaro ai bambini che cosa sta succedendo tra di loro.
Alcuni mediatori forniscono ai genitori indicazioni precise su cosa dire e cosa tacere ai figli in relazione all'età degli stessi. Personalmente preferisco fare riferimento al setting della mediazione aiutando i genitori a decidere che cosa dire ai figli ed in che modo dirlo. Le informazioni riguardano:
la separazione dei genitori, ovvero fornire informazioni circa le motivazioni, siano queste comuni ad entrambi o, in caso contrario, fornendo i due diversi punti di vista;
il motivo dell'incontro di mediazione familiare, vale a dire spiegare che la richiesta di aiuto da parte di un esperto è finalizzata a gestire la separazione tenendo conto dell'interesse dei figli.
Durante l'incontro si chiede poi ai bambini che cosa abbiano capito di quanto detto. Nel caso in cui il mediatore percepisse incertezze o confusione in ciò che viene riportato, verrà dedicato un po' più di tempo durante l'incontro ad eventuali chiarimenti da parte dei genitori. Si passa poi alla realizzazione del disegno o del LTP, per procedere infine con un colloquio nel quale si indaga cosa e come è stato rappresentato o che cosa è avvenuto.
Concludendo, si chiariscono ulteriormente con i genitori le finalità della mediazione e si stabilisce un appuntamento per i bambini in cui spiegar loro le decisioni prese dai genitori alla fine del processo di mediazione. L'incontro che segue avviene alla sola presenza dei genitori, e rappresenta il momento più importante della tecnica, rappresenta l'analisi condotta insieme, poiché è il momento in cui si orientano i genitori verso le tematiche rilevanti per i propri figli.
Possiamo affermare che l'abilità del mediatore risiede nella capacità di mantenersi fedele alle finalità della mediazione, nel non sostituirsi ai genitori nell'analisi del disegno o delle interazioni, ma anzi nel creare un contesto in cui questi siano impegnati nel compito comune della ricerca di significati. Tecnicamente ciò che viene richiesto da parte del mediatore è relativo a quali siano gli aspetti e le modalità del disegno o quali siano gli aspetti e le modalità delle interazioni realizzate dai propri figli che maggiormente colpiscono la loro attenzione, guidandoli attraverso le interpretazioni e le ipotesi avanzate verso una riflessione relativa ai bisogni dei bambini. Risultato finale sarà un ventaglio di conoscenze attribuibili alla coppia di genitori e non ai singoli, utili nel momento delle scelte. Infine, il mediatore attuerà la sintesi delle considerazioni emerse, evidenziando le eventuali arie di rischio e le risorse, incitando i genitori a tenerle in considerazione al momento della ratifica degli accordi.
Primo caso: Simone e Gabriella
Simone, 35 anni, commerciante, e Gabriella, 34 anni, impiegata, si presentano per chiedere una mediazione familiare in fase di separazione.
È Simone che prende l'appuntamento ed è lui che desidera fortemente e subito la separazione, nonostante non ci siano altre storie affettive in corso.
Fin dall'analisi della domanda appare come per Gabriella "l'orologio della separazione" sia indietro anni - luce rispetto alla posizione di Simone.
La coppia ha due figli, Elisa, 9 anni, ed Edoardo, 5 anni.
Il contratto prevede un obbiettivo: l'affidamento dei figli e il diritto di visita per il coniuge non affidatario.
Dai colloqui di coppia emerge come per Simone sia intollerabile proseguire la convivenza con Gabriella "... tutta dedita alle cene, agli amici, alle spese per mantenere un tenore di vita che obbliga a lavorare molto ed a stare poco con i figli (...) e poi non sopporto che prima litighi con suo padre, mi tiri dentro e mi faccia assumere posizioni dure e poi la Domenica dopo voglia andarci a pranzo insieme."
Simone, primogenito del fondatore della ditta nella quale egli stesso lavora, porta un vissuto abbandonico in età infantile, con entrambi i genitori dediti alla fondazione dell'azienda ed una sua precoce adultizzazione in funzione dell'accudimento di sé stesso e del fratello, minore di quattro anni.
Gabriella sottolinea ripetutamente di non capire "che cosa non va, siamo felici, possiamo permetterci tutto quello che vogliamo, i bambini stanno bene. Non capisco cosa vuoi".
Gabriella porta in seduta un vissuto infantile di violenza fisica subita, con la madre e le due sorelle maggiori (rispettivamente di tre ed un anno), ad opera del padre.
Il "subire" e il "non poter fare ciò che desidera" sono tematiche che ricorrono costantemente nell'arco dei due colloqui individuali che la vedono protagonista. La convocazione dei bambini in mediazione avviene mediante l'utilizzo del disegno congiunto.
le esigenze dei bambini di poter stare sia "con babbo che con mamma";
una posizione di grandissima vicinanza di Elisa al padre e di Edoardo alla madre;
il dolore e la preoccupazione di Simone per i figli e la sua contemporanea impossibilità a rimanere sposato con Gabriella;
la rabbia di Gabriella riguardo alla decisione di Simone e la sua tendenza ad "accaparrarsi" i figli quale ultima chance per tenere Simone.
Il lavoro di negoziazione è lungo e difficile, a tratti sembra interrompersi per l'indisponibilità di Gabriella alle richieste di Simone relative ai figli.
La delusione di Simone è grande. Lui aveva sposato Gabriella con l'intento di "salvarla" dalla sua famiglia di origine e di accudirla e proteggerla, per creare con lei una famiglia dove i figli fossero al centro e, data la positiva situazione economica, non ci fossero n&ecute; litigi (per soldi o per conflitti relativi alle scelte per le priorità familiari), né scarsa cura dei bambini.
Gabriella è stata a lungo "cieca" alle richieste di Simone, non ha compreso quanto lui le domandava, né ha risolto il conflitto con il padre, per il quale ha tirato ripetutamente in causa Simone in sua difesa, per poi sconfermare le posizioni nette che Simone assumeva a nome di entrambi.
L'intensa vita sociale sembra essere per Gabriella una sorte di "giostra" riparatrice, sulla quale lei, Simone e i bambini possono salire e scendere a piacimento e rispetto alla quale possono decidere di prendere ciò che vogliono. "Poter fare ciò che vuole", "non subire" e confliggere/colludere con il padre sono gli aspetti predominanti che porta Gabriella.
La fase della definizione degli accordi giunge con due sedute "di ritardo" rispetto al protocollo standard del processo di mediazione.
Tanto tempo è occorso per aiutare Simone ad esplicitare i significati sottesi alla fine del matrimonio e per aiutare Gabriella ad esprime prima la sua rabbia per Simone e poi il suo timore di perdere, con il marito, anche i figli.
L'accordo raggiunto prevede l'affidamento congiunto dei bambini, con domicilio presso la madre, che rimane a vivere nella casa coniugale.
Il diritto di visita prevede che il padre - che è tornato a vivere con la sua famiglia d'origine, nella stessa città dove vivono i bambini – prenda con sé i figli a fine settimana alterni, dalle 16.30 del Venerdì, all'uscita da scuola, sino alle 21 della Domenica sera, e, alternativamente, due o tre pomeriggi la settimana, dalle 16.30, all'uscita da scuola, sino alle 21.00.
Le vacanze di Natale e quelle di Pasqua sono ripartite a metà tra i genitori e comprendono i giorni di Natale e Pasqua ad anni alterni.
Le vacanze estive prevedono due settimane consecutive da trascorre con ciascun genitore.
Il giorno del compleanno prevede la realizzazione di una festa con gli amici dei bambini, festa alla quale parteciperanno insieme entrambi i genitori.
Dall'accordo raggiunto si evidenzia come a prevalere sia stata l'attenzione per i bisogni di Elisa e di Edoardo.
La natura fragile che caratterizza la coppia rende la separazione ed il divorzio un evento possibile, che può accadere nella storia coniugale.
Questo, però, non significa ritenere che il passaggio possa essere considerato al pari di qualsiasi altro passaggio del ciclo vitale della famiglia. Non è infatti possibile "normalizzare" ciò che è fonte di dolore e di rischio per le persone coinvolte e per la relazione tra le generazioni.
Ogni cambiamento, soprattutto se generato da una perdita, produce disorganizzazione e sofferenza, coinvolgendo l'insieme delle relazioni nelle quali la persona è inserita.
Allora, come affrontare questo cambiamento?
A quale obiettivo devono tendere i genitori che si separano per assolvere ai compiti di sviluppo che competono loro?
L'obiettivo fondamentale di questo passaggio è, per i genitori, affrontare la fine del patto portando in salvo il legame, per sé stessi, riconoscendosi comunque degni di legami, e per i figli 8.
Significa, in pratica, cercare e riconoscere, accanto a ciò che è stato fonte di dolore e d'ingiustizia, quello che di buono e di giusto è stato vissuto nella relazione: anche se questo legame è fallito, è valsa la pena di viverlo e vale la pena, nella vita, spendere energie e cure nel legame.
Finché questo percorso non è stato compiuto, Gabriella non ha potuto alzare lo sguardo dalla sua "pancia" per vedere i bisogni dei propri figli, né Simone ha potuto accettare il peso della decisione che stava prendendo.
Dal contratto di mediazione in avanti, Simone e Gabriella saranno impegnati nella ristrutturazione dei confini, nella definizione della relazione genitore/figli e nel garantire a questi ultimi accesso all'altro genitore.
Sarà soltanto la legittimazione reciproca di Simone e Gabriella e delle loro stirpi9, al di là dei limiti propri di ciascuno, a garantire ad Elisa ed Edoardo il giusto confine ed a rilanciare per loro - oltre che per Simone e Gabriella - la fiducia e la speranza nel legame.
Secondo caso: Marco e Rosanna
Marco, 37 anni, commerciante, e Rosanna, 35 anni, impiegata, si presentano per chiedere una mediazione familiare in fase di separazione.
È Rosanna che chiede l'appuntamento, anche se è Marco che desidera la separazione. Dall'analisi della domanda emerge la determinazione di Marco a chiedere la separazione ed il timore di Rosanna ad affrontarla, per sé stessa ma, prevalentemente, per il loro figlio Davide, di tre anni.
La definizione del contratto prevede due obbiettivi: l'affidamento del figlio e il diritto di visita del genitore non affidatario e l'assegnazione della casa coniugale.
Dai colloqui di coppia emergono vissuti molto diversi.
Marco, figlio unico di una famiglia benestante, ha faticato molto a raggiungere autonomia emotiva ed affettiva della sua famiglia.
Lavora nell'azienda della famiglia ma ha acquistato la casa coniugale esclusivamente con i proventi del suo lavoro.
Ha lasciato la "fidanzata storica", scelta/imposta dai genitori, ed ha sposato Rosanna, figlia di immigrati siciliani trasferitisi a Torino a fine anni '50, conosciuta appunto a Torino nel corso di un viaggio di lavoro.
La faticosa conquista dell'autonomia e il fuggire da richieste emotive ed affettive ritenute eccessive sono i temi che porta Marco.
La richiesta di separazione che egli formula nasce proprio dall'eccesso di richieste formulate da Rosanna, che alla lunga hanno minato il rapporto.
"Era bella, vitale, sicura di sé... questo mi è piaciuto di lei... mi ha portato in giro per Torino e per l'Europa come una sherpa e poi ha iniziato a diventare sempre più ansiosa, insicura, ossessiva".
Rosanna porta un vissuto di figlia di immigrati oggi ben integrati nel tessuto sociale torinese, ma che quando lei e soprattutto le sorelle - maggiori rispettivamente di 9 e 7 anni - erano piccole, hanno vissuto non poche difficoltà di accettazione.
Il padre, operaio alla FIAT, ha sempre mantenuto contatti con la Sicilia e con gli usi ed i costumi dell'isola (festa di Santa Rosalia; il rigore nell'abbigliamento e nelle movenze della moglie e delle figlie; ecc.); la moglie e le figlie - e in particolare la figlia Rosanna -, hanno operato una sorta di scisma rispetto alla cultura di appartenenza.
I genitori di Rosanna si sono separati quando lei aveva 12 anni.
Rosanna porta il dolore che ancora le provoca questo ricordo e la forte preoccupazione che ha per Davide, che dovrà affrontare a sua volta un evento del genere.
Dice di aver sposato in Marco l'uomo libero e tollerante, che apprezzava la sua autonomia e che l'avrebbe portata via dalla famiglia di sole donne in cui viveva.
La venuta di Davide in mediazione permette, mediante l'uso del protocollo di Fivaz, di:
rilevare la confusione che egli ha rispetto alla situazione dei genitori (il padre vive già fuori casa ma a Davide ha detto che è via per motivi di lavoro)
aiutare i genitori a comunicare a Davide la notizia della separazione ed i motivi che la sottendono;
aiutare Davide ad esprimere la paura di essere la causa della separazione;
rassicurare Davide rispetto al suo timore.
La fase della negoziazione vede al centro la difficoltà di Marco di lasciare a Rosanna e Davide la casa coniugale, per lui simbolo di libertà faticosamente conquistata e di autonomia; mentre per Rosanna il tema dell'affidamento esclusivo di Davide sembra essere non trattabile.
Marco aveva sposato in Rosanna la sua sicurezza e la sua autonomia, non aveva compreso le richieste di riconoscimento e rassicurazione affettiva sottostanti alla posizione della moglie, soprattutto dopo la nascita di Davide.
Rosanna non poteva attingere alla propria madre, rimasta a Torino, né alle proprie sorelle, sempre abitanti a Torino: quando è venuta via per sposare Marco, loro non sono state d'accordo e i rapporti tra Rosanna e le donne della sua famiglia di origine si sono molto raffreddati nel tempo.
Non poteva chiedere aiuto alla suocera perché Marco "regolava con il contagocce" i rapporti con la sua famiglia. Poteva chiedere soltanto a Marco e lo ha fatto; più lei chiedeva, più lui si spaventava e prendeva le distanze.
Il raggiungimento degli accordi sopraggiunge dopo aver esplicitato i significati che sottintendono gli oggetti del contendere (la perdita della casa per Marco, sinonimo di perdite dell'autonomia; l'affidamento congiunto per Rosanna, sinonimo di un non riconoscimento delle sue capacità di buona madre, che ha invece bisogno di altri per essere adeguata rispetto al figlio."In tutte le separazioni, i bambini sono affidati alla mamma... cosa ho io che non va bene? Perché non può essere affidato solo a me?")
Alla fine prevalgono il benessere ed i bisogni di Davide.
L'accordo prevede l'affidamento congiunto di Davide, con domicilio prevalente presso la madre che rimane a vivere nella casa coniugale.
Il padre, che già vive fuori casa in un appartamento in affitto, potrà tenere presso di sé il figlio a fine settimana alterni, dalle 16.30 del Venerdì, all'uscita dalla scuola, fino alla ore 19.00 della Domenica.
Le vacanze natalizie e pasquali prevedono il giorno di Natale e di Pasqua da trascorre con l'uno e con l'altro genitore, ad anni alterni.
Le vacanze estive prevedono due settimane da trascorre con l'uno e con l'altro genitore, da frazionare fino al compimento del 6° anno d'età di Davide.
Con l'accordo raggiunto, il lavoro effettuato ha sostenuto Marco e Rosanna nell'affrontare la fine del patto cercando di portare in salvo il legame.
Tante delle difficoltà manifestate da Rosanna in questa fase possono essere in parte connesse alle sofferenze che ancora la donna porta dentro di sé, legate al divorzio dei suoi genitori; dal suo racconto emerge, infatti, come entrambi i genitori non siano stati in grado di mettere in atto alcuna forma di collaborazione con l'ex coniuge relativamente all'educazione delle figlie, né in relazione alla gestione del conflitto coniugale, che è degenerato fino alla scomparsa del padre, che non ha avuto più contatti con le figlie.
I due colloqui effettuati con Rosanna in presenza di Marco l'hanno aiutata a comprendere come il peso che grava questa fase della sua vita sia in parte originato dalla rottura di un altro legame e come non debba essere confuso con la situazione attuale.
Per Marco invece comprendere il significato sotteso alla proprietà della casa coniugale è stato chiave di svincolo per uscire dall'impasse nella quale la coppia era bloccata.
Quando Marco ha compreso come, consentendo a Rosanna e a Davide di rimanere nella casa coniugale mentre lui doveva lasciarla, non significava perdere l'autonomia tanto faticosamente conquistata, bensì rinsaldarla, riuscendo ad anteporre il bisogno di continuità e di stabilità del figlio al proprio, è stato possibile raggiungere l'accordo.
Dalla lettura dei due casi presentati si deduce la complessità, ed al contempo la necessità, di chiedere un processo di mediazione in fase di separazione e di divorzio e di includere nel processo di mediazione la partecipazione dei bambini.
In tutti e due i casi senza l'effettuazione dei colloqui in chiave trigenerazionale non sarebbe stato possibile comprendere il significato dell'oggetto del contendere, né avviare le coppie ad una rilettura della loro storia ed alla rielaborazione della fine; senza l'inclusione dei bambini non sarebbe stato possibile aiutare i genitori a comprendere le necessità ed i bisogni dei minori.
Nei due casi il processo di mediazione ha permesso a Simone e Gabriella e a Marco e Rosanna di:
pensare a forme di collaborazione con l'ex coniuge, per garantire ad entrambi l'esercizio della funzione genitoriale;
consentire ai figli/al figlio l'accesso all'altro genitore ed alla storia della sua famiglia d'origine.
È stato infatti possibile avviare il processo che, dalla frattura del patto, poteva condurre al rilancio della generatività10.
È la legittimazione reciproca dei genitori e delle loro stirpi che garantisce ai figli il giusto confine e rilancia la fiducia e la speranza nel legame: è soltanto muovendo da esso, esplorando i simboli ed i significati che li sottendono, che è possibile sostenere il cambiamento che conduce al suo rilancio.
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