Source: https://www.scribd.com/doc/76889726/Fortunato-lavorato-La-responsabilita-civile-del-professionista
Timestamp: 2016-12-10 08:47:31+00:00
Document Index: 90378720

Matched Legal Cases: ['art. 67', 'art. 182', 'art. 161', 'art. 67', 'art. 28', 'sentenza ', 'art. 2501', 'art. 2501', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 67', 'art. 182', 'art. 67', 'art. 2501', 'art. 2501', 'art. 2501', 'art. 2501', 'art. 2634', 'art. 67', 'art. 2501', 'art. 2501', 'art. 182', 'art. 161', 'art. 67', 'art. 2501', 'art. 2501', 'art. 2501', 'art. 1176', 'art. 1227', 'art. 2236', 'art. 67', 'art. 67', 'art. 67', 'art. 67', 'art. 1173']

Fortunato_lavorato La responsabilità civile del professionista
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OP 50021 Commerciale Opinioni•Crisi d’impresa
La responsabilità civile del professionista nei piani di sistemazione delle crisi d’impresa
L’Autore sottolinea la riconduzione ad unità, operata dal decreto correttivo, della figura del professionista attestante ragionevolezza o attuabilità o veridicità e fattibilità del piano che accompagna volta a volta i piani di risanamento o gli accordi di ristrutturazione dei debiti o la proposta di concordato preventivo. La relazione del professionista ha natura e contenuto complesso, esprimendo comunque un «giudizio professionale», in parte ricognitivo della realtà esistente e in parte prognostico rispetto agli esiti preventivati dal piano. Di qui le conseguenze in merito alla responsabilità civile del professionista attestatore, commisurata anche alle difficoltà tecniche da risolvere, ed ora qualificabile in termini contrattuali verso l’imprenditore committente e i terzi «contemplati» espressamente dal piano ed ora in termini extracontrattuali verso i terzi «non contemplati».
1. I requisiti del professionista attestatore nel decreto correttivo della riforma fallimentare. L’attestazione come relazione È noto che il decreto correttivo della riforma fallimentare (D.Lgs. n. 169/2007) ha ricondotto ad unitarietà le caratteristiche che deve rivestire l’esperto chiamato ad attestare volta a volta i piani di risanamento (art. 67, terzo comma l.fall.), gli accordi di ristrutturazione (art. 182bis l.fall.) ovvero il piano che accompagna la proposta di concordato preventivo (art. 161, terzo comma). E ciò nel senso che, dopo il correttivo, si richiede che si tratti invariabilmente di “professionista” (anche sotto forma di studio associato o di società fra professionisti) e che sia al contempo iscritto nel registro dei revisori dei conti e nell’albo degli avvocati o dei dottori commercialisti ed esperti contabili1.
L’art. 67, terzo comma, lett. d) l.fall. parla espressamente di «professionista iscritto nel registro dei revisori contabili e che abbia i requisiti previsti dall’articolo 28, lettere a) e b)»; gli artt. 161, terzo comma, e 182bis l.fall. operano un rinvio alla prece1
Il richiesto duplice requisito di professionalità (revisore dei conti ed avvocato o dottore commercialista/esperto contabile) e l’implicito requisito di indipendenza (come sarà precisato più oltre), nonché la nomina proveniente dallo stesso imprenditoredebitore, nel cui precipuo interesse viene redatta l’attestazione o la relazione accompagnatoria del piano, sembrano costituire i tratti comuni di questa «figura di garanzia»2.
dente disposizione, imponendo che si tratti di «professionista in possesso dei requisiti di cui all’articolo 67, terzo comma, lettera d)». La possibilità che l’incarico venga conferito oltre che al professionista-persona fisica anche al professionista-società si ricava dal richiamo della lett. b) dell’art. 28 l.fall., norma che legittima a rivestire la carica di curatore, e allora anche di «professionista», gli «studi professionali associati» o le «società tra professionisti», «sempre che i soci delle stesse abbiano i requisiti professionali di cui alla lettera a)», e cioè – stando alla lettera – siano iscritti all’albo degli avvocati o dei dottori commercialisti ed esperti contabili. Allo stato l’unica società fra professionisti espressamente disciplinata e che rispecchia integralmente quest’ultimo requisito è la società fra avvocati. 2 Da un lato la Cassazione, ancora di recente (e v. sentenza n. 15530 dell’11 giugno 2008), conferma che in via di principio l’attività di assistenza e consulenza aziendale è attività libera e come tale non riservata a professionisti iscritti in albi; dall’altro
Il Fallimento 8/2009
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Bisogna chiedersi allora se anche il regime di responsabilità civile possa configurarsi in termini parimenti unitari, nonostante l’apparente diversità dei
lato il legislatore della riforma fallimentare stringe i ranghi sul delicato compito del professionista chiamato ad attestare la ragionevolezza o l’attuabilità o la veridicità dei dati e la fattibilità dei piani di risanamento o di ristrutturazione dei debiti o posti a fondamento di un concordato preventivo. L’opzione legislativa è tutt’altro che irragionevole. Il professionista – che, in situazione di crisi d’impresa, è investito della funzione di surrogare controlli in altre epoche, sin troppo a noi vicine, affidati all’Autorità giudiziaria – deve offrire garanzie non solo di indipendenza ma anche di specifica qualificazione, certificata dall’iscrizione in albi e in registri soggetti al potere disciplinare degli organismi che vi sono preposti. La circolare n. 2 del 31 marzo 2008 dell’Istituto di ricerca dei dottori commercialisti e degli esperti contabili sottolinea correttamente la portata innovativa del decreto correttivo n. 169/2007 che, pur mantenendo fermo il richiamo all’art. 2501bis c.c. – dettato in materia di fusione – sotto il profilo del criterio di ragionevolezza che deve permeare il giudizio del professionista sul «piano», gli impone d’altro canto i requisiti che discendono dall’essere iscritto contemporaneamente al registro dei revisori contabili e all’albo o degli avvocati o dei dottori commercialisti ed esperti contabili. Comprensibile cautela, che tanto più si giustifica rispetto ad una “temperata privatizzazione” del governo della crisi d’impresa e alla nomina del professionista incardinata nella competenza dello stesso imprenditore in crisi (e non più in capo al tribunale o all’imprenditore, secondo il sistema misto che discendeva dal secco rinvio al quarto comma dell’art. 2501bis). Resta il “nodo” della società fra professionisti, più che dell’associazione professionale. La circolare ritiene, quanto a queste ultime, che esse non abbiano una vera e propria autonoma soggettività giuridica e che, pertanto, i requisiti di iscrizione all’albo professionale e al registro dei revisori contabili debbano e possano far capo al singolo associato cui viene in concreto affidato l’incarico. In verità non mancano posizioni giurisprudenziali tese a riconoscere le associazioni fra professionisti quali «autonomi centri di imputazione di rapporti giuridici» con i terzi (così Cass., sez. III, 13 aprile 2007, n. 8853 con riguardo a un rapporto di locazione fra associazione e terzo). Tuttavia si afferma prevalentemente che il singolo professionista associato conserva la legittimazione ad agire per il compenso maturato nei confronti del proprio cliente, in funzione della personalità della prestazione (da ultimo Cass., sez. II, 11 dicembre 2007, n. 25953). Quanto alle società fra professionisti, la circolare abbraccia la tesi secondo cui l’incarico affidato alla società in quanto tale presuppone che tutti i soci – e non il solo socio investito in concreto della esecuzione della prestazione – debbano godere del doppio requisito di iscrizione all’albo professionale (di avvocato o dottore commercialista ed esperto contabile) e al registro dei revisori contabili. Ciò in verità corrisponde ad una certa qual chiusura corporativa che caratterizza l’unica società fra professionisti (quella fra avvocati) ad oggi espressamente disciplinata. Non va però dimenticato che la legge Bersani n. 266/1997 ebbe ad abrogare l’antiquato e generale divieto recato dall’art. 2 della L. n. 1815/1939 di costituire società fra professionisti e che la recente legge Bersani sulle «liberalizzazioni» (art. 2, primo comma, lett. c., L. n. 248/2006) legittima senz’altro la costituzione di società professionali in forma di società di persone anche di tipo interdisciplinare, purché con oggetto sociale esclusivamente limitato all’esercizio di attività libero-professionali e intellettuali e purché la specifica prestazione sia resa da uno o più soci professionisti previamente indicati, sotto la propria personale responsabilità (peraltro è fatto divieto per lo stesso professionista di partecipare a più di una società). Parrebbero questi, ad oggi, i limiti entro cui può legittimamente muoversi una società professionale, cui estendere l’incarico di attestazione dei piani nelle crisi d’impresa.
contenuti della relazione o attestazione che l’esperto è chiamato a rilasciare. Nel caso, infatti, del piano di risanamento ex art. 67 l.fall. il professionista deve «attestare» la «ragionevolezza» del «piano che appaia idoneo a consentire il risanamento della esposizione debitoria dell’impresa e ad assicurare il riequilibrio della sua situazione finanziaria». Nel caso dell’accordo di ristrutturazione dei debiti ex art. 182bis l.fall. egli deve redigere una «relazione sull’attuabilità dell’accordo stesso, con particolare riferimento alla sua idoneità ad assicurare il regolare pagamento dei creditori estranei». Da ultimo, quanto alla proposta di concordato preventivo e al relativo piano – che solo l’imprenditore-debitore può formulare –, essi devono essere accompagnati dalla «relazione» del professionista «che attesti la veridicità dei dati aziendali e la fattibilità del piano medesimo». È dunque possibile, a fronte di queste non sempre univoche espressioni utilizzate dal legislatore nei vari istituti di composizione della crisi d’impresa3, delineare un “contenuto unitario” della prestazione dovuta dall’esperto? Mi sembra che si debbano fare due osservazioni preliminari: 1) non deve trarre in inganno l’utilizzo di una terminologia non coincidente, quando il legislatore parla ora di «attestazione» ora di «relazione»; 2) è importante sottolineare la funzione assolta
La letteratura sui vari istituti di composizione negoziale della crisi d’impresa è diventata davvero smisurata. Si veda, fra i tanti, L. Abete, Le vie negoziali per la soluzione della crisi d’impresa, in questa Rivista, 2007, 617; S. Ambrosini, Accordi di ristrutturazione, in G. Cottino (diretto da), Tratt. dir. comm., XI, 1, Il fallimento, Padova, 2008; e già Id., Gli accordi di ristrutturazione dei debiti nella nuova legge fallimentare: prime riflessioni, in questa Rivista, 2005, 949; A. Bello, Gli accordi di ristrutturazione dei debiti nella riforma della legge fallimentare, in Riv. not., 2006, 321; C. D’Ambrosio, Le esenzioni da revocatoria nella composizione stragiudiziale della crisi di impresa, in Giur. comm., 2007, 364; G. Fauceglia, Gli accordi di ristrutturazione dei debiti nella legge n. 80/2005, in questa Rivista, 2005, 1445; M. Ferro, I nuovi strumenti di regolazione negoziale dell’insolvenza e la tutela giudiziaria delle intese fra debitore e creditori: storia italiana della timidezza competitiva, ibidem, 587; E. Frascaroli Santi, Gli accordi di ristrutturazione dei debiti, Padova, 2009; D. Galletti, I piani di risanamento e di ristrutturazione, in Riv. trim. dir. proc. civ., 2006, 1195; A. Jorio, Le soluzioni concordate delle crisi d’impresa tra «privatizzazione» e tutela giudiziaria, in questa Rivista, 2005, 1453; G. Lo Cascio, Il concordato preventivo, Milano, 2007; P. Marano, Le ristrutturazioni dei debiti e la continuazione dell’impresa, (?) in questa Rivista, 2005, 129; L. Mandrioli, Il Piano di ristrutturazione nel concordato preventivo tra profili giuridici ed aspetti aziendalistici, ibidem, 2005, 1337; G.B. Nardecchia, Gli accordi di ristrutturazione dei debiti, ivi, 2006, 670; P. Piscitello, Piani di risanamento e posizione delle banche, in Banca borsa tit. cred., 2007, 538; G. Presti, Gli accordi di ristrutturazione dei debiti, ivi, 2006, 16; C. Proto, Gli accordi di ristrutturazione dei debiti, in questa Rivista, 2006, 129; E. Stasi, I piani di risanamento e di ristrutturazione nella legge fallimentare, ibidem, 861.
dall’esperto, che è sempre una funzione – a mio avviso – di controllo di un piano-programma da altri predisposto. Attestazione e relazione, innanzitutto, non si contrappongono ma si integrano, come dimostra la circostanza che i due termini, separatamente utilizzati con riguardo rispettivamente ai piani di risanamento e agli accordi di ristrutturazione, si ritrovano poi congiunti con riguardo ai piani integranti il concordato preventivo. L’attestazione sembra evocare la scarna «certificazione» del revisore contabile, nota alla prassi e alla standardizzazione dei principi di revisione per la sua laconicità. La relazione sembra rinviare ad un documento ben più articolato e argomentato. In realtà l’esperto è onerato del compito di verificare la «ragionevolezza» o l’«attuabilità» o la «veridicità» e «fattibilità» del piano producendo sì un giudizio finale sintetico, ma inevitabilmente basato su una analisi che non può restare riservata in considerazione della funzione che quel giudizio è destinato ad assolvere. Di qui la seconda osservazione: il contenuto della relazione-attestazione dell’esperto è conseguenza della funzione che essa deve svolgere, una funzione di controllo della “tenuta” del piano-programma nel perseguimento dello scopo volta a volta di risanamento, di ristrutturazione, di composizione concordataria del rapporto debitore-creditori e perciò una funzione di “garanzia” destinata ad operare non solo nei confronti dell’imprenditore ma anche nei confronti dei terzi incisi dal piano. La funzione di controllo è desumibile senz’altro per i piani attestati dalla circostanza che l’art. 67 mantiene fermo il richiamo al comma quarto dell’art. 2501bis c.c., richiamo pur sempre al ribadito criterio di “ragionevolezza” ma soprattutto al giudizio di un terzo – perciò indipendente – che si esprime su documenti da altri redatti, analogamente a quanto accade agli esperti che devono esprimersi sull’operazione di fusione con indebitamento o di merger leveraged buyout. Ma anche negli accordi di ristrutturazione e nel concordato preventivo il giudizio dell’esperto – pur nel silenzio del dato normativo – non può confondersi in termini di paternità con l’autore del pianoprogramma, dato che esso – ancor più che nei piani attestati – è teso a garantire il consenso informato dei creditori aderenti e comunque l’informazione dei terzi, compresi i creditori non aderenti. Ne discende che il professionista deve redigere non una mera attestazione, ma sempre una vera e propria articolata relazione di controllo che si concluda
poi con l’attestazione richiesta4, tanto più che non sarebbe in questo caso sufficiente un semplice rinvio a principi di revisione che di certo, ad oggi, non coprono l’intera materia di cui ci stiamo occupando. In altre parole, come nella attività di revisione contabile, siamo di fronte non già ad un vero e proprio “atto di certificazione” destinato a fare pubblica fede di quanto in esso attestato sino a querela di falso, ma più correttamente ad un “giudizio professionale” (opinion nella terminologia anglosassone) che, proprio per questo e per la funzione informativa e performativa dell’altrui consenso e comunque dell’altrui stato soggettivo di convinzione che è destinato ad assolvere, non può che essere articolatamente argomentato. 2. Natura e contenuto complesso della relazione del professionista Si introduce così un secondo ordine di riflessioni sul contenuto della prestazione dell’esperto: qual è l’oggetto del suo giudizio? Le tre tipologie di sistemazione della crisi d’impresa sembrano differenziarsi notevolmente, perlomeno sul piano letterale, proprio con riferimento al contenuto del giudizio dell’esperto. Un dato comune, tuttavia, mi sembra indubitabile: il professionista è chiamato comunque a compiere un giudizio prognostico ex ante sugli elementi previsionali dei piani o degli accordi. Il piano di risanamento o gli accordi di ristrutturazione o il piano accompagnatorio del concordato preventivo contengono tutti una parte dinamica, proiettata nel futuro: se è vero che di per sé nell’attività d’impresa è sempre implicita una attività di pianificazione e programmazione, qui si esige che essa venga esplicitata nella prospettiva del recupero di una insolvenza che comincia a manifestarsi o si è già manifestata5. In quanto giudizio prognostico, la valutazione di ragionevolezza si estende tanto alla idoneità del piano al risanamento dell’esposizione debitoria e al riequilibrio della situazione finanziaria quanto alla attuabilità dell’accordo con particolare riferimento al “regolare” pagamento dei creditori estranei quanto infine alla fattibilità del piano. Nonostante l’apparente disomogeneità della terminologia utilizzata, e anche in considerazione della atipicità dei contenuti pianificati, il giudizio del professionista si sostanzia nella verifica della ragionevolezza sia degli assunti di base sia delle conseguenze previsionali che ne vengono tratte; e si trat4 5
Analogamente D. Galletti, I piani di risanamento, cit., 1195 ss. E v. ancora D. Galletti, I piani di risanamento, cit., 1195 ss.
terà ovviamente di un giudizio di probabilità, fermi i presupposti e gli scenari disegnati. Idoneità, attuabilità, fattibilità diventano allora espressioni sostanzialmente equivalenti, poiché la stessa idoneità non potrà valutarsi in astratto ma nell’ambito della razionalità economica dei presupposti e scenari disegnati. Semmai il problema è quello di definire l’ambito temporale entro cui la programmazione può e deve essere contenuta. Ma anche in questo caso non sembra possibile indicare soluzioni univoche, valide per ogni settore imprenditoriale, dovendosi avere riguardo alla situazione complessiva dell’economia, dello specifico settore di attività e alle caratteristiche proprie della singola impresa interessata e valorizzando i modelli ricavabili dalla scienza aziendale. Ciò che importa in questa sede sottolineare è comunque la necessità che il giudizio del professionista tenga conto della ragionevolezza anche dell’ambito temporale in cui la pianificata programmazione è destinata a svilupparsi per raggiungere gli scopi legalmente rilevanti. Compete all’esperto pronunciarsi altresì sulla “veridicità” dei dati aziendali, insomma sulla parte per così dire statica e retrospettiva dei piani ed accordi? Il dubbio nasce dalla circostanza che a tale compito la disciplina del concordato preventivo fa espresso riferimento, laddove per i piani attestati e per gli accordi di ristrutturazione il legislatore sembra essersi accontentato di un giudizio che abbia ad oggetto la sola parte previsionale. In questi casi il professionista si limiterebbe a recepire i dati forniti dall’imprenditore, senza alcun obbligo di verifica della loro veridicità, come spesso accade in occasione delle c.d. due diligence, in cui i periti sono soliti premettere una serie di clausole imitatrici dell’ambito di responsabilità assunto (disclaimers). Si è tuttavia osservato con riferimento ai piani attestati che «in realtà… il rinvio all’art. 2501bis deve implicare altresì… l’applicabilità dell’art. 2501sexies, comma 5°, per cui l’esperto ha il potere-dovere di ottenere dalla società tutte le informazioni utili; qualora non lo faccia, evitando di chiedere spiegazioni e documentazione ulteriore, di fronte a situazioni che manifestino incongruenze o incompletezze nel materiale fornito, sarà chiamato certamente a risponderne»6. Si è anche osservato con riguardo agli accordi di ristrutturazione che il giudizio di attuabilità del piano presuppone un «attento esame» della situazione patrimoniale economica e finanziaria dell’impresa mediante una verifi-
ca effettiva7 o anche solo documentale8. Ma più in generale è possibile osservare che la funzione svolta dalla relazione-attestazione del professionista nelle varie ipotesi di composizione non concorsuale della crisi, che è funzione di garanzia anche per i terzi comunque incisi dagli atti di esecuzione dei piani o accordi, non può che far propendere per una assunzione di responsabilità sulla veridicità dei dati di partenza da cui poi promanano le previsioni. Del resto, quale ragionevolezza è consentito riconoscere a previsioni che non trovino fondamento in dati di base non sottoposti a verifica da colui che formula tali previsioni?9 3. I limiti e le condizioni della responsabilità contrattuale e della responsabilità extracontrattuale del professionista Il contenuto della prestazione richiesta al professionista si riflette ovviamente sul regime di responsabilità civile che lo investe. È noto che normalmente le obbligazioni assunte dal professionista vengono definite obbligazioni di mezzi e non di risultato, nel senso che egli non è tenuto a pervenire necessariamente ad un determinato risultato come – nella speL. De Crescienzo - L. Panzani, Il nuovo diritto fallimentare, Milano, 2005, pag. 8 C. Proto, Gli accordi di ristrutturazione dei debiti, cit., 132 s. 9 V. quanto osserva E. Stasi, I piani di risanamento e di ristrutturazione nella legge fallimentare, cit., 861 ss.:«Ma qual è il contenuto della relazione? A mio avviso, l’esperto deve formulare un giudizio critico sui contenuti del piano: verificando, anzitutto, la validità delle metodologie adottate per l’individuazione dei fattori di crisi, la correttezza delle diagnosi, la sussistenza delle condizioni per risanare l’azienda. E tutto ciò mediante un riesame delle analisi svolte sui sistemi competitivi, sistemi di prodotti, sistemi di relazioni con gli interlocutori sociali, strutture organizzative, strutture operative. L’esperto dovrà inoltre verificare la congruità delle terapie indicate nel piano e la verosimiglianza delle ipotesi assunte per la formulazione dei budgets, anche dal punto di vista dei tassi di crescita del fatturato, tenendo conto anche della prevedibile evoluzione dei mercati, nonché dell’economia in generale. Anche se la legge non lo dice espressamente, ritengo che l’esperto non possa prescindere da un preventivo esame della veridicità dei dati aziendali posti a fondamento del piano su cui si fonda il modello di business e che, in virtù del già segnalato rinvio all’art. 2501sexies, egli abbia il dovere di verificare tutta la documentazione utile sottostante con il conseguente diritto di ottenere dal debitore tutte le informazioni e i documenti utili e di procedere ad ogni necessario riscontro. Ritengo, inoltre, che, oltre alla fattibilità economica, l’esperto debba pure valutare la legalità delle operazioni previste nel piano: così in presenza di un gruppo di società, ove siano previsti interventi finanziari da parte delle altre entità del gruppo, dovrà essere valutata l’esistenza di un interesse concreto ad effettuare l’intervento potendosi altrimenti reputare l’atto viziato da nullità siccome estraneo all’oggetto sociale della società erogante e potendo esso altresì integrare gli estremi della fattispecie di infedeltà patrimoniale prevista dall’art. 2634 codice civile. Il nucleo decisivo della relazione dell’esperto consiste nel giudizio di ragionevolezza del piano nel suo complesso e della sua capacità di generare risorse sufficienti per il soddisfacimento dell’esposizione debitoria».
Così sempre D. Galletti, I piani di risanamento, cit., 1204.
cie – redigere una relazione-attestazione positiva sulla ragionevole idoneità, attuabilità, fattibilità di piani o accordi (oltre che sulla veridicità dei dati presupposti). L’adempimento dell’obbligazione del professionista non si commisura, insomma, al risultato richiesto e perseguito, ma alla diligenza osservata nel comportamento tenuto al fine di perseguire quel determinato risultato. In altre parole egli dovrà considerarsi adempiente anche ove non pervenga al rilascio della detta relazione-attestazione, allorché raggiunga il convincimento che il piano o accordo non abbia le qualità richieste dalla normativa per assolvere alla sua funzione. In una simile ipotesi è doveroso per il professionista rifiutare il rilascio dell’attestazione, che lo renderebbe responsabile tanto nei confronti dell’imprenditore-committente quanto nei confronti dei terzi. Non ritengo necessario, per ricostruire i criteri e l’ambito di responsabilità dell’esperto, distinguere fra il professionista che attesta la ragionevolezza dei piani di risanamento e il professionista che attesta l’attuabilità dell’accordo di ristrutturazione o la fattibilità del piano a corredo della proposta di concordato preventivo. A tal fine si potrebbe osservare che l’art. 67 conserva il rinvio al comma quarto dell’art. 2501bis c.c. e, tramite quest’ultima disposizione, anche all’art. 2501sexies che contiene in realtà molteplici previsioni: l’indicazione dei criteri di redazione della relazione dell’esperto (sulla congruità del rapporto di cambio nella fusione), l’individuazione dei soggetti fra cui va scelto l’esperto, i meccanismi di nomina riservata al tribunale nel caso che la società rivesta la forma di s.p.a. o di s.a.p.a., l’individuazione dei poteri istruttori esercitabili dall’esperto, la disposizione che «l’esperto risponde dei danni causati alle società partecipanti alle fusioni, ai loro soci e ai terzi» e che «si applicano le disposizioni dell’articolo 64 del codice di procedura civile», ovvero la responsabilità penale prevista per i periti-ausiliari del giudice. Di contro l’art. 182bis e l’art. 161 richiamano i soli requisiti del professionista previsti dal citato art. 67, ma non anche il comma quarto dell’art. 2501bis e conseguentemente l’art. 2501sexies. Sta di fatto, però, che il decreto correttivo, avendo uniformato i requisiti soggettivi dell’esperto nelle tre fattispecie ha per un verso delimitato il richiamo all’art. 2501bis ai soli profili oggettivi dei criteri redazionali della relazione e per altro verso ha reso irragionevole un difforme trattamento dell’esperto sul piano della responsabilità civile nelle tre fattispecie. Del resto l’applicazione dei principi generali in materia di diligenza e responsabilità professionale mi
sembra sufficiente ad inquadrare correttamente il regime di responsabilità civile del professionista attestatore. Il professionista risponderà allora senz’altro a titolo contrattuale e secondo la diligenza professionale (art. 1176, secondo comma, c.c.) nei confronti dell’imprenditore committente. Nel caso di fallimento di quest’ultimo, tale responsabilità volta alla tutela risarcitoria del patrimonio del fallito sarà fatta valere dal curatore, ma non senza precisare che in questa ipotesi il curatore subentra nella posizione contrattuale dell’imprenditore fallito e che, ove sussista il concorso causale del fatto colposo del fallito (come nel caso in cui non sia stata fornita tutta la documentazione necessaria per la corretta formazione del giudizio dell’esperto o peggio ancora sia stata dolosamente occultata o artefatta), il risarcimento «è diminuito secondo la gravità della colpa e l’entità delle conseguenze che ne sono derivate» o è del tutto escluso «per i danni che il creditore avrebbe potuto evitare usando l’ordinaria diligenza» (art. 1227 c.c.). La stessa regola troverà applicazione anche nel caso in cui il concorso colposo sia imputabile ad amministratori o dipendenti della società committente, in forza del principio di immedesimazione organica che riconduce alla società la titolarità degli atti compiuti da amministratori e dipendenti in occasione dell’assolvimento delle relative funzioni. Né va trascurata la circostanza che la prestazione del professionista è riconducibile alle prestazioni d’opera intellettuale, per le quali l’art. 2236 dispone che ove il relativo adempimento implichi «la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà» la responsabilità risarcitoria è limitata alle sole ipotesi di dolo e colpa grave. Al riguardo ci si potrebbe chiedere se l’espressione di un giudizio di idoneità, attuabilità o fattibilità di piani di un’impresa che versi in situazione di crisi, proprio in quanto si traduce in previsioni sul futuro andamento dell’impresa, costituisca sempre un problema tecnico di speciale difficoltà. Benché il discorso non sia in astratto generalizzabile, non par dubbio che questa ipotesi potrà frequentemente ricorrere anche per le condizioni di urgenza in cui l’esperto quasi sempre si troverà ad operare oltre che per le difficoltà intrinseche al giudizio su scenari futuri. La colposa o peggio dolosa attestazione di ragionevolezza, attuabilità o fattibilità del piano può determinare danni anche a carico di terzi, fra cui sono da ricomprendere innanzitutto i creditori che abbiano fatto affidamento sul giudizio del professionista. Ciò è agevole affermare nei riguardi dei creditori
aderenti agli accordi di ristrutturazione o alla proposta di concordato preventivo, ma probabilmente anche nei riguardi dei creditori non aderenti. Sia gli uni che gli altri sono in realtà «contemplati» espressamente dal piano: per quel che concerne gli accordi di ristrutturazione, ai creditori aderenti vengono richieste concessioni e rinunce sul proprio diritto patrimoniale e ai creditori non aderenti viene promesso il «regolare pagamento»; quanto al concordato preventivo tutti i creditori, consenzienti e dissenzienti, sono destinatari di effetti quantomeno parzialmente remissori, una volta che la proposta sia stata accettata dalla maggioranza ed omologata dal tribunale. Proprio questa espressa contemplazione di tutti i creditori mi induce a qualificare la responsabilità del professionista nei loro riguardi pur sempre in termini contrattuali: egli assume nei loro confronti un vero e proprio obbligo di protezione, tanto che la legge gli impone di esprimere il giudizio sulla attuabilità/fattibilità del piano proprio avendo presente la soddisfazione di tutti i creditori. La responsabilità contrattuale, com’è noto, discende tanto da obblighi inseriti in un contratto quanto da obblighi specifici nei confronti di terzi che preesistono alla produzione del fatto lesivo. La relazione dell’esperto è inoltre destinata alla pubblicazione e perciò ad incidere sulla formazione del consenso dei terzi creditori. Più articolato è invece il discorso sull’eventuale responsabilità del professionista che attesta la ragionevolezza del piano di risanamento ex art. 67 l.fall. La natura giuridica di tale piano può essere la più varia: atto unilaterale dell’imprenditore con valenza meramente organizzativa all’interno della struttura d’impresa; atto unilaterale che prelude al compimento di atti coinvolgenti terzi, quali i soci in fase di ricapitalizzazione o una banca in fase di finanziamento o fornitori in fase di ristrutturazione delle loro posizioni creditorie; o ancora atto contrattuale che coinvolge direttamente uno o più terzi. Il piano e la relativa attestazione, ferma l’esigenza di fornire a tali documenti data certa ai fini della opponibilità per farne valere la portata esonerativa da revocatoria, in quanto meri atti organizzatori interni all’impresa possono restare del tutto sconosciuti ai terzi, né è prevista per essi una qualsiasi forma di pubblicità e tantomeno di controllo giurisdizionale omologatorio. Nella misura in cui il piano attestato contempla espressamente la posizione di singoli terzi che può restare incisa dalle successive vicende attuative del piano e di cui presumibilmente l’imprenditore cer-
cherà e otterrà il consenso, mi sembra che ancora una volta la responsabilità del professionista debba qualificarsi di tipo contrattuale. Il terzo si sarà determinato alla negoziazione proprio in considerazione di quanto previsto dal piano attestato che promette risanamento dell’esposizione debitoria e riequilibrio della situazione finanziaria e incide sull’elemento psicologico del terzo che compie atti dispositivi o riceve pagamenti in una situazione che potrebbe ricadere nel periodo sospetto a fini revocatori. E gli altri terzi, creditori attuali e futuri inclusi, avranno ragione di lamentare pregiudizi ai propri diritti e interessi patrimoniali per effetto del piano attestato? In via di principio non si vede quale possa essere in concreto il pregiudizio da essi subito, nella misura in cui il piano attestato è destinato a non essere pubblicizzato e dunque a non incidere sui processi volitivi dei terzi e sul loro affidamento. La tutela della loro libertà contrattuale, non essendo influenzata dal piano attestato, resta integra. Se in caso di fallimento dell’imprenditore il curatore non potrà agire in revocatoria per gli atti compiuti «in esecuzione» del piano, ciò sarà dovuto alla circostanza che il piano al momento della redazione e attestazione appariva realmente e ragionevolmente idoneo a ricondurre l’impresa in equilibrio patrimoniale e finanziario; e che ove così non fosse per erronee colpose valutazioni del redattore e giudizi dell’esperto, al curatore non è precluso comunque l’esercizio della revocatoria per la inopponibilità di un piano ab origine inidoneo, né ai creditori la facoltà di attivarsi a tutela delle proprie ragioni con ogni mezzo legittimo, compresa l’istanza per la dichiarazione di fallimento10. Diversamente per i terzi che dimostrino di essersi determinati a negoziare o a soprassedere alla loro tutela proprio per essere stati indotti a ciò dalla conoscenza del piano attestato. Nel qual caso, in quanto terzi non contemplati espressamente nel piano, potrebbero agire per il danno subito nella propria sfera individuale ma questa volta a titolo di respon10
Analogamente D. Galletti, I piani di risanamento, cit., il quale osserva: «Di particolare rilievo teorico sembra, a proposito del quantum risarcitorio, il problema della computabilità delle somme divenute non più revocabili a causa dell’esecuzione del piano: se per quelle direttamente esentate dall’art. 67 il problema non sembra porsi, poiché l’accertamento della irragionevolezza e/o della inidoneità “apparenti” del piano si tradurrà nell’impossibilità per i beneficiari di sottrarsi alla declaratoria di inefficacia, diversamente potrebbe dirsi per gli effetti della protrazione dell’attività nonostante l’insolvenza in atto, anche a causa del generalizzato (ed un po’ sconsiderato) dimezzamento dei periodi sospetti nello stesso art. 67 l.fall.».
sabilità extracontrattuale. Resta però il dubbio che una tale responsabilità possa coinvolgere l’esperto, la cui attestazione non era in verità destinata alla circolazione e alla diffusione a terzi, ma semmai ad operare in fase di revocatoria per fondare la convinzione del giudice ai fini esonerativi11. Tornando agli accordi di ristrutturazione e ai piani del concordato preventivo, si deve osservare che qui la relazione dell’esperto è destinata alla pubblicazione e a fondare il convincimento dei creditori, aderenti e non aderenti, ivi contemplati. Ulteriori terzi (nuovi contraenti, nuovi creditori) mi sembra che potrebbero semmai invocare la responsabilità extracontrattuale dell’esperto, dovendo allora provare tutti gli elementi costitutivi dell’illecito addebitabile all’esperto, dalla esistenza ed entità del danno al comportamento antigiuridico dovuto a colpa o dolo dell’esperto sino al nesso di causalità. Sotto quest’ultimo profilo, peraltro, è da chiedersi – e ciò si estende anche alla responsabilità contrattuale – se l’intervenuta omologazione del tribunale non valga ad interrompere il nesso di causalità, nonostante la successiva scoperta della originaria non attuabilità o fattibilità del piano colposamente attestata. Il che dipende ovviamente dall’ambito del sindacato che si riconosca al tribunale in fase omologatoria, poiché se si ritiene che il tribunale valuta a sua volta nel merito l’attuabilità dell’accordo o la fattiTuttavia secondo P. Piscitello, Piani di risanamento e posizione delle banche, cit., 538: «a ben vedere, la posizione dell’esperto, che ha attestato la ragionevolezza del piano di risanamento ex art. 67, comma 3°, lett. d), l.fall., non presenta caratteristiche diverse rispetto ad altre fattispecie in cui terzi fanno affidamento su informazioni economiche fornite da soggetti particolarmente qualificati (risultanze della revisione contabile, informazioni contenute nei prospetti informativi, valutazione dei conferimenti in natura ecc.) in cui questi ultimi vengono considerati responsabili per aver fornito dati e notizie che hanno influenzato le scelte dei terzi nel caso in cui costoro rappresentino i normali destinatari di tali informazioni (Miola, Santagata). Ed invero, se si analizza con attenzione la situazione successiva alla predisposizione del piano non è difficile rendersi conto, che i creditori della società in crisi possono fare affidamento sull’attestazione di ragionevolezza del piano da parte dell’esperto. È infatti plausibile ritenere che i creditori scelgano alla luce delle considerazioni dell’esperto la linea da adottare nei confronti dell’imprenditore, e, tenuto conto dei rilievi svolti optino per la concessione di nuova finanza, si astengano dall’intraprendere nuove azioni esecutive o dal proseguire quelle già iniziate. Pertanto, il particolare status professionale dell’esperto (revisore contabile o società di revisione) sembra idoneo ad instaurare nei confronti dei terzi, che ripongono affidamento sulle considerazioni e sulle attestazioni dell’esperto, un rapporto obbligatorio ex art. 1173 c.c.; rapporto obbligatorio che si fonda sugli obblighi di comportamento dell’esperto e determina l’applicazione della disciplina della responsabilità contrattuale, anche nelle relazioni tra i terzi ed il revisore incaricato di attestare la ragionevolezza del piano di risanamento». Il problema sta infatti nello stabilire se nel caso in oggetto i terzi in genere possano considerarsi «normali destinatari» dell’attestazione dell’esperto, il che a me non sembra.
bilità del piano, la relazione dell’esperto diventa uno dei possibili elementi di convincimento del tribunale soggetta al suo giudizio. Gli effetti del piano sarebbero allora riconducibili di per sé al giudizio omologatorio e potrebbe ritenersi interrotto il nesso di causalità fra il comportamento colposo dell’esperto e il danno lamentato dall’imprenditorecuratore, dal creditore o dal terzo. Ove invece si ritenga che il sindacato del tribunale non attinga il merito dell’attuabilità o fattibilità, ma esclusivamente i profili di completezza e logicità di piano e relazione, allora non si determinerebbe interruzione alcuna del nesso di causalità. Non può tuttavia escludersi, a mio avviso, che anche nella prima alternativa si possa in concreto determinare l’incidenza causale della relazione dell’esperto nel giudizio del tribunale.
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