Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-28680-del-09-11-2018
Timestamp: 2020-06-05 18:17:53+00:00
Document Index: 37627752

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Sentenza Cassazione Civile n. 28680 del 09/11/2018 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 28680 del 09/11/2018
Cassazione civile sez. trib., 09/11/2018, (ud. 12/04/2018, dep. 09/11/2018), n.28680
sul ricorso 5333-2013 proposto da:
LANDA ILLUMINOTECNICA SPA, elettivamente domiciliato in ROMA VIA
DELLA SCROFA 64, presso lo studio dell’avvocato VINCENZO CELLAMARE,
avverso la sentenza n. 897/2012 della COMM.TRIB.REG.SEZ.DIST. di
La società Landa Illuminotecnica s.p.a. impugnava dinanzi alla Commissione Tributaria provinciale di Pescara il provvedimento con il quale l’Agenzia delle Entrate aveva negato, in conseguenza dell’esaurimento delle risorse finanziarie disponibili, il nulla osta alla fruizione del credito di imposta previsto dalla L. n. 296 del 2006, art. 1, commi 280-283, pari al 10% delle spese sostenute per la attività di ricerca e sviluppo volta alla cd. innovazione del prodotto.
L’Agenzia delle Entrate – Ufficio Centro Operativo di Pescara (C.O.P.) – chiedeva il rigetto del ricorso, contestando i rilievi mossi dalla parte ricorrente.
La Commissione Tributaria provinciale respingeva il ricorso ed avverso tale decisione proponeva appello la società contribuente. La Commissione Tributaria regionale, con sentenza n. 897/09/12 del 22.12.2011/28.6.2012, respingeva tutte le censure sollevate, confermava la sentenza impugnata, evidenziando che il D.L. n. 185 del 2008, convertito in L. n. 2 del 2009, perseguendo l’obiettivo di “fronteggiare l’eccezionale situazione di crisi internazionale”, aveva la finalità di rendere prevedibili le entrate e le uscite del bilancio dello Stato e, per tale ragione, aveva esteso a quei crediti il sistema di monitoraggio ed il principio di fruizione entro limiti quantitativi prefissati, come previsto, in generale, per tutti gli altri crediti di imposta.
Questa Corte ha poi sollevato, in via subordinata, con riferimento all’art. 3 Cost., questione di legittimità costituzionale del D.L. n. 185 del 2008, art. 29, comma 2, lett. a) e art. 3 nella parte in cui, anche per i crediti di imposta relativi a costi sostenuti per attività di ricerca avviate prima del 29.11.2008, è previsto un tetto massimo di stanziamento ed una procedura di ammissione al beneficio fiscale basata sul criterio cronologico di ricezione telematica delle domande dei contribuenti (cfr. Cass. sez. 6, ord. 23/02/2015, n. 3576).
La Corte Costituzionale, con la recente sentenza n. 149 del 27/06/2017, ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale del D.L. n. 185 del 2008, art. 29, comma 1, ed inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell’art. 29, comma 2, lett. a) e art. 3 medesimo D.L., sollevate da questa Corte.
3. Con il terzo motivo di ricorso la ricorrente ha dedotto violazione e falsa applicazione della L. 27 luglio 2000, n. 212, art. 3 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, perchè la Commissione Tributaria regionale ha ritenuto non censurabile l’applicazione retroattiva del D.L. n. 185 del 2008, art, 3 che ha introdotto un tetto massimo per la fruibilità del credito di imposta, con effetto anche per i crediti maturati anteriormente.
Questa Corte ha più volte affermato che le disposizioni della L. n. 212 del 2000 – fra cui il principio dettato dall’art. 3, secondo il quale “salvo quanto previsto dall’art. 1, comma 2, le disposizioni tributarie non hanno effetto retroattivo”, così codificando nella materia fiscale il principio di irretroattività delle leggi stabilito dall’art. 12 disp. gen. , pur se costituenti principi generali dell’ordinamento tributario, non hanno, nella gerarchia delle fonti, rango superiore alla legge ordinaria (essendone, invero, ammessa la modifica o la deroga, purchè espressa e non ad opera di leggi speciali), con la conseguenza che una previsione legislativa che si ponga in contrasto con esse non è suscettibile di disapplicazione, nè può essere di per sè oggetto di questione di legittimità costituzionale, non potendo le disposizioni dello Statuto fungere direttamente da norme parametro di costituzionalità (Cass. n. 4815 del 28/02/2014).
4. Anche il quarto motivo di ricorso con il quale si lamenta violazione e falsa applicazione della L. n. 212 del 2000, art. 10,comma 2, e dei principi comunitari in tema di legittimo affidamento, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, è infondato.
Sebbene la C.T.R. abbia fornito una interpretazione del principio di legittimo affidamento più restrittiva di quella ammessa dalla Corte Costituzionale e dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea- interpretazione secondo la quale il principio non opera in relazione agli atti del legislatore, ma solo riguardo all’Amministrazione, mentre, al contrario, il giudice delle leggi nazionale e la Corte di Giustizia ritengono che il principio coinvolga anche l’esercizio della funzione legislativa – tuttavia l’imprecisione diventa irrilevante nell’economia complessiva del giudizio, in quanto non solo la Corte Costituzionale, ma anche la stessa Corte di Giustizia, in qualche occasione, ha ammesso che l’applicazione del principio possa flettersi di fronte ad interventi legislativi in presenza di situazioni particolari e a determinate condizioni.
Con riferimento alle materie regolate da norme Eurounitarie, la Corte di Giustizia, occupandosi della definizione del concetto di legittimo affidamento, ha affermato che, per quanto lo stesso sia un principio fondamentale dell’ordinamento dell’Unione, non si traduce nella aspettativa di intangibilità di una normativa, in particolare in settori in cui è necessario, e di conseguenza ragionevolmente prevedibile, che le norme in vigore vengano continuamente adeguate alle variazioni della congiuntura economica (Corte Giust., sentenza del 23/11/1999 nella causa C149/96).
5. Con il quinto motivo di ricorso, si deduce violazione e falsa applicazione della L. n. 212 del 2000, art. 7, comma 1 e della L. n. 241 del 1990, art. 3 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.
6.1. La ricorrente lamenta il fatto che la C.T.R. abbia ritenuto che il diniego di nulla osta non necessitasse dell’indicazione del responsabile del procedimento e sostiene che l’atto della Amministrazione finanziaria privo di tale requisito, previsto espressamente dall’art. 7, comma 2 Statuto del Contribuente, sarebbe annullabile per violazione di legge, a nulla rilevando che si sia trattato di una procedura telematica, essendo previsto dalla L. n. 241 del 1990, art. 21-octies “è annullabile il provvedimento amministrativo adottato in violazione di legge”.
Il motivo è infondato. L’indicazione del responsabile del procedimento negli atti dell’Amministrazione finanziaria non è richiesta, dalla L. n. 212 del 2000, art. 7 a pena di nullità, in quanto tale sanzione è stata introdotta dal D.L. n. 248 del 2007, art. 36, comma 4-ter, conv., con modif., dalla L. n. 31 del 2008, solo con riferimento alle cartelle di pagamento riferite a ruoli consegnati agli agenti della riscossione a decorrere dal 10 giugno 2008 (Cass. n. 11856 del 12/05/2017).