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Timestamp: 2017-05-29 02:17:54+00:00
Document Index: 181551293

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 9', 'art. 186', 'art. 55', 'art. 2', 'art. 5', 'art. 1', 'art. 60', 'art.16', 'art. 44']

Filma la prof, il video su YouTube: ai genitori multa da 20 mila euro - PDF
Filma la prof, il video su YouTube: ai genitori multa da 20 mila euro
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Albina Di Lorenzo
1 Corriere della sera 15 novembre 2009 Monza Filma la prof, il video su YouTube: ai genitori multa da 20 mila euro Il giudice: ha offeso l'onore della sua insegnante MONZA - Bastava accendere il computer e cliccare su YouTube. C era la prof di italiano. Girata di spalle. Che scriveva alla lavagna. Ignara di quello che accadeva alle spalle ma che poteva immaginare. I gesti osceni, le boccacce, gli sbadigli e i colpi di sonno improvvisi. Ma quello proprio no. Che qualcuno, uno studente, riprendesse tutto con il suo cellulare. E poi, tornato a casa, ci facesse un «film» da mettere in Rete. Persino con i sottotitoli ironici. Una bravata che è costata ventimila euro ai genitori del ragazzo. Il risarcimento stabilito dal giudice che ha accolto l istanza della docente. Lo studente è stato giudicato colpevole di aver «pubblicato immagini lesive del decoro e della reputazione dell insegnante», ha scritto il giudice civile di Monza, Luisa Berti. L episodio risale al 2007, all Itis Einstein di Vimercate, comune della Brianza. A dire il vero il ragazzo aveva ammesso quasi subito di essere il responsabile. E se l era cavata con 15 giorni di sospensione. Ma la prof, Emilia Farano, l aveva denunciato e aveva chiesto euro di risarcimento. «Ho voluto andare a fondo alla questione ha spiegato l insegnante non solo per tutelare la mia immagine professionale, ma anche per lanciare un monito, rivolto soprattutto ai ragazzi, e ai loro familiari». «Abbiamo chiesto al giudice ha commentato l avvocato della donna, Raffaele Notari di lanciare un segnale forte a garanzia della figura dell insegnante e del rispetto che merita». La sentenza mette un argine ai comportamenti sopra le righe degli studenti durante le lezioni. Il magistrato non ha voluto punire la malefatta videoamatoriale dello studente ma il fatto di aver diffuso in Rete il filmato. Un evento verificatosi dopo l ora di lezione, quando «il ragazzo non si trovava più sotto il controllo dell insegnante». Così come crea un precedente giurisprudenziale la punizione che colpisce i genitori dei ragazzi responsabili. Quello di Vimercate non è il primo, e neanche il più clamoroso, caso di lezioni riprese dal cellulare e poi diffuse online. La sentenza crea anche un precedente: considerato che l azione delittuosa è stata compiuta dal ragazzo una volta tornato a casa, quindi quando non era più sottoposto al controllo della scuola, responsabili, in un certo senso di mancata sorveglianza, sono ritenuti i genitori che devono pagare l ammenda. In effetti la sentenza del giudice non dovrebbe stupire: secondo quanto recita l art del Codice Civile, i genitori sono responsabili dei danni cagionati dai figli minori che abitano con essi, sia per quanto concerne gli illeciti comportamenti che siano frutto di omessa o carente sorveglianza; sia per quanto concerne gli illeciti riconducibili ad oggettive carenze nell attività educativa, che si manifestino nel mancato rispetto delle regole della civile coesistenza, vigenti nei diversi ambiti del contesto sociale in cui il soggetto si trovi ad operare. 12 Bullismo contro 13enne: picchiato e filmato Repubblica 10 febbraio 2010 pagina 7 sezione: NAPOLI NELL' EPOCA di Facebook il bullismo corre on line e si amplifica. Le botte sono riprese con l' I- phone e caricate in diretta sul profilo della vittima. Le minacce, scritte in bacheca e commentate, vengono gridate alla tribù on-line. Così la realtà virtuale diventa quella reale, scatenando odi e accrescendo la rivalità. La vittima è P. un ragazzino di tredici anni, studente dell' Istituto dei Padri Salesiani del Vomero. I bulli sono sei suoi compagni di classe. Ma c' è anche un pubblico: le amiche dei bulli, che all' inizio sono spettatrici dell' aggressione fisica, ma in un secondo momento diventano attrici in rete, con minacce e insulti. Il ragazzino però denuncia tutto. E viene aperta un' inchiesta. Ci lavorano gli agenti del commissariato del Vomero, dove la mamma ha presentato il primo esposto, e i carabinieri, dove ieri la donna ha depositato un' integrazione della prima denuncia. Il fascicolo sarà affidato a breve alla Procura per i minorenni. L' episodio che ha portato all' apertura dell' indagine è solo l' epilogo di una serie di vessazioni, scherni, e piccoli soprusi subiti dall' inizio dell' anno scolastico da P., 13 anni, allievo di terza media dell' Istituto dei Padri Salesiani. Tutto comincia il 4 febbraio scorso: P. segue la classe in palestra per l' ora di Educazione di fisica. Il gruppo comincia ad insultarlo. «Non c' è un motivo preciso - dicono gli investigatori - Ma solo una normale rivalità tra adolescenti». Sarà comunque la Procura ad approfondire il caso, visto che nessuno dei minori, né la vittima né gli aggressori, sono stati ascoltati dagli investigatori. Anche se a scuola ormai è stato aperto un vero e proprio caso, con genitori e insegnanti coinvolti. Tornando al 4 febbraio: cinque compagni di classe accerchiano P. Lui cerca rifugio su un muretto, ma uno dei bulli si arrampica e riesce a trascinarlo a terra con la forza, poi lo schiaffeggia, mentre un sesto compagno riprende la scena e avverte la vittima: «E ora finisce tutto su Facebook». All' aggressione assistono anche alcune compagne che tifano per i bulli. P., ormai a terra, viene nuovamente circondato e preso a calci, pugni, sputi. Quando tenta di alzarsi e fuggire viene di nuovo afferrato e questa volta messo a forza con la testa sotto il getto di una fontana. Come ultima punizione il branco gli impone di rientrare per ultimo in classe e qui, mentre si siede, gli tolgono la sedia, facendolo cadere a terra. Questa almeno la ricostruzione messa nero su bianco dalla vittima e presentata al Commissariato del Vomero dalla madre di P. Dopo l' ultimo episodio di violenza infatti il ragazzo ha raccontato tutto alla madre, che ha presentato denuncia prima alla polizia e poi anche un' integrazione ai carabinieri. I filmati, due, della durata complessiva di un minuto e mezzo circa postati su Facebook il 4 febbraio, il giorno stesso delle violenze, sono stati rimossi il mattino dopo, ma la madre di P. è riuscita a salvarne le tracce, che ha consegnato ai carabinieri. Le minacce sono continuate via . «Il video l' ho pubblicato, adesso voglio vedere che cosa fai, se vai a piangere da tua mamma, ti picchio», gli scrive il capo dei bulli. Con lui si schierano alcune compagne. «Non ho mai conosciuto una persona così schifosa, ti odio con tutto il cuore, creaturo di m... non sai ke ti farei», scrive una di loro a P. Minacce arrivano anche alla madre di P. ma queste volta telefoniche e da parte del padre di uno dei bulli denunciati. Il preside della scuola ha convocato uno dei responsabili delle violenze. La madre di P., che ha inviato al direttore dell' istituto un esposto, attende di conoscere i provvedimenti che saranno adottati, ma P. domani sarà ritirato dalla scuola. «Hanno messo tutta la classe contro di lui - racconta la madre - non è più possibile tenerlo lì». Dalla scuola, al momento, non è arrivata nessuna replica. - (cri. z.) 23 La stampa 24 febbraio La sentenza Condannati tre dirigenti di Google per il video con disabile picchiato Milano: prosciolti dall'accusa di diffamazione, non da quella di violazione della privacy. L'azienda insorge: "Una sentenza che mette in discussione i principi fondamentali di libertà" MILANO Il Tribunale di Milano ha condannato tre tra ex ed attuali manager di Google il più famoso motore di ricerca al mondo, nell ambito del procedimenti avviato nel capoluogo lombardo dopo la diffusione in rete, nel 2006, di un video in cui un giovane disabile di Torino veniva vessato dai compagni di scuola. In particolare il giudice Oscar Magi, ha condannato gli imputati per violazione della legge sulla privacy a sei mesi di reclusione con pena sospesa e li ha invece assolti dal reato di diffamazione. Coinvolti sono David Carl Drummond, ex presidente del cda di Google Italia, George De Los Reyes, ex membro del cda di Google Italia e Peter Fleitcher, responsabile delle strategie del gruppo. Assolto, invece, perchè accusato solo di diffamazione, Arvind Desikan, responsabile del progetto Google video per l Europa. Nei loro confronti l accusa aveva chiesto pene comprese tra 6 mesi e un anno di reclusione. LE REAZIONI «Sentenza sorprendente che mette in discussione principi fondamentali di libertà dal momento che i nostri dipendenti sono stati condannati dal giudice per atti commessi da terzi» è la presa di posizione del motore di ricerca Google sulla sentenza del Tribunale di Milano. «Con una sentenza esemplare il tribunale di Milano ha condannato alcuni dirigenti di Google in merito alla vicenda del ragazzo disabile insultato e picchiato dai compagni di scuola, il cui video è circolato a lungo sul famoso motore di ricerca». Lo dice il presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri. «La dignità della persona oltre che ovviamente la sua privacy -sottolinea- è stata calpestata evidentemente per incuria. Perchè Google non ha, infatti, vigilato e collaborato per rimuovere in modo tempestivo contenuti violenti? Ci auguriamo che, anche alla luce di questa sentenza, si ponga definitivamente il problema e si trovino tutte le soluzioni normative affinchè non si sottovaluti più -avverte Gasparri- l importanza della vigilanza sui contenuti immessi in rete, oltre che sulla loro immediata rimozione». «I nostri colleghi non hanno niente a che fare con il video, non lo hanno girato, nè caricato, nè visionato» commenta Marco Pancini, responsabile dei rapporti istituzionali di Google Italia, secondo cui la sentenza di condanna a sei mesi di reclusione per tre dirigenti del motore di ricerca, 34 rappresenta un «attacco ai principi fondamentali di libertà sui quali è stato costruito Internet». «Siamo profondamente turbati. Dalla decisione del giudice di Milano - afferma Pancini - i nostri colleghi non hanno niente a che fare con il video in questione. Non sono nel video, non lo hanno girato, non lo hanno caricato, nè visionato. Riteniamo che nel processo i nostri colleghi hanno dato priva di grande coraggio e dignità. Il semplice fatto che siano stati processati è eccessivo». «C è un altra ragione - aggiunge - per la quale siamo profondamente turbati da questa decisione: ci troviamo di fronte a un attacco ai principi fondamentali di libertà sui quali è stato costruito Internet. La normativa vigente è stata definita appositamente per mettere gli Internet service provider al riparo dal danno di responsabilità, a condizione che rimuovano i contenuti illeciti non appena informati della loro esistenza. Se questi principi vengono meno, e se siti come i blog, Facebook, Youtube vengono ritenuti responsabili del controllo di ogni video, significherebbe la fine di Internet come oggi lo conosciamo, con tutte le conseguenze politiche e tecnologiche. Si tratta di principi per noi importanti, perciò continueremo a seguire i nostri colleghi in appello». «Non è passato il principio sostenuto dai Pm, ovvero quello dell obbligo di una censura preventiva sui contenuti pubblicati in rete» hanno affermato gli avvocati Giuliano Pisapia e Giuseppe Vaciago, legali dei tre dirigenti di Google condannati e del quarto assolto. Nonostante la condanna di tre imputati, secondo i legali il fatto che il giudice ha assolto tutti gli imputati dall accusa di diffamazione, condannando solo per violazione della privacy, dimostra che «non è passato il principio dei Pm». Se alla violazione della privacy il giudice avesse legato la diffamazione, infatti, secondo i legali, avrebbe sancito «l obbligo di censura preventiva da parte degli hosting provider su internet». I legali hanno dunque giudicato «in maniera molto positiva l assoluzione per il reato di diffamazione». Per quanto riguarda invece la condanna relativa al capo di imputazione di violazione della privacy, Pisapia e Vaciago hanno spiegato che «bisognerà leggere le motivazioni, anche se la decisione che impugneremo desta forti perplessità poichè contrasta con le direttive europee, con la dottrina più autorevole e con la giurisprudenza di legittimità in Italia e all estero 45 La stampa 24 febbraio 2010 LIBERTA' IN RETE E CENSURA Google Italia condannata: da oggi siamo meno occidentali e più cinesi Tutti gli occhi di Internet puntati sul primo processo penale al mondo per la diffusione di contenuti web: la società autostrade non controlla le patenti dei suoi utenti, ma deve farlo il provider su Internet... Come previsto stamattina è arrivata la sentenza: il Tribunale di Milano ha condannato tre dirigenti di Google Italia per la diffusione in rete, nel 2006, di un video in cui un giovane disabile di Torino veniva vessato dai compagni di scuola. E' il primo caso al mondo di procedimento penale che coinvolge il motore di ricerca per la diffusione di contenuti web. Il giudice Oscar Magi ha condannato gli imputati per violazione della legge sulla privacy a sei mesi di reclusione con pena sospesa e li ha invece assolti dal reato di diffamazione. I dirigenti di Google sono David Carl Drummond, ex presidente del cda di Google Italia, George De Los Reyes, ex membro del cda di Google Italia e Peter Fleitcher, responsabile delle strategie del gruppo. Assolto, invece, perchè accusato solo di diffamazione, Arvind Desikan, responsabile del progetto Google video per l Europa. Nei loro confronti l accusa aveva chiesto pene comprese tra 6 mesi e un anno di reclusione. Marco Pancini di Google Italia: «Siamo profondamente turbati. Dalla decisione del giudice di Milano - afferma Pancini - i nostri colleghi non hanno niente a che fare con il video in questione. Non sono nel video, non lo hanno girato, non lo hanno caricato, nè visionato. Riteniamo che nel processo i nostri colleghi hanno dato priva di grande coraggio e dignità. Il semplice fatto che siano stati processati è eccessivo». «C è un altra ragione - aggiunge - per la quale siamo profondamente turbati da questa decisione: ci troviamo di fronte a un attacco ai principi fondamentali di libertà sui quali è stato costruito Internet. La normativa vigente è stata definita appositamente per mettere gli Internet service provider al riparo dal danno di responsabilità, a condizione che rimuovano i contenuti illeciti non appena informati della loro esistenza. Se questi principi vengono meno, e se siti come i blog, Facebook, Youtube vengono ritenuti responsabili del controllo di ogni video, significherebbe la fine di Internet come oggi lo conosciamo, con tutte le conseguenze politiche e tecnologiche. Si tratta di principi per noi importanti, perciò continueremo a seguire i nostri colleghi in appello». Vede il bicchiere mezzo pieno Giuliano Pisapia, uno dei legali dei dirigenti di Google condannati a 6 mesi per violazione della privacy in relazione al video con disabile pubblicato sul web. «Noi faremo appello, ma l assoluzione decisa dal giudice in riferimento alla diffamazione ci soddisfa ed è secondo noi solo il primo passo. Avessero avuto ragione i pm su tutta la linea ci saremmo trovati di fronte a una sorta di obbligo di censura preventiva verso qualsiasi contenuto da mettere in rete». Per la difesa i dirigenti di Google «hanno fatto il possibile rimuovendo il video appena informati della sua essitenza sul web. Non si può fare l impossibile. È giusto riflettere perchè fatti del genere non abbiano più a ripetersi, dal momento che parliamo di un tema molto sensibile e che deve stare a cuore a tutti». «Non bisogna indulgere in facili giudizi». E' cauto Luca Bolognini, presidente dell Istituto Italiano per la Privacy. «In attesa di leggere le motivazioni della sentenza, infatti, sembra comunque essere stata introdotta dal giudice monocratico una distinzione sostanziale tra i gestori di contenuti online, come i motori di ricerca o i social networks anche stranieri, e gli altri provider di comunicazione o di hosting, ravvisando in capo ai primi la titolarità del trattamento di dati e quindi responsabilità penali per omissione di cautele previste nel codice privacy. È una decisione interessante, da studiare». I fatti Nel Settembre 2006 una ragazza torinese pubblica all interno di Google Video le riprese amatoriali realizzate da quattro ragazzi in una scuola, che irridono un compagno di classe. Il video rimane in linea per circa due mesi, dall' 8 settembre al 7 novembre; tuttavia la rimozione è avvenuta solo 2 ore dopo la prima segnalazione fatta dalla polizia postale. La famiglia del ragazzo e l associazione Vividown, anch'essa 56 richiamata nel filmato, ritenendo tale video e la sua pubblicazione lesivi della propria immagine, sporgono denuncia contro Google e contro i ragazzi. I ragazzi sono condannati nel dicembre 2008 a 10 mesi di messa alla prova ossia ad un percorso di recupero che li hai visti costretti a frequentare come volontari un associazione per disabili. Le indagini che hanno coinvolto la società Google Italy invece si svolgono a Milano e nel novembre del 2008 è notificato il rinvio a giudizio per quattro dirigenti di Google denunciati per diffamazione aggravata e violazione delle norme sulla privacy, specificatamente concorso omissivo nel reato di diffamazione a mezzo Internet che ha per presupposto violazione della privacy. Il processo si apre il 3 febbraio 2009 a Milano. L'associazione Vividown e il Difensore civico del Comune di Milano ottengono di essere ammessi come parte civili. All'udienza del 18 Febbraio 2009 i genitori del ragazzo vessato ritirano la querela in seguito alle scuse ed alle iniziative di Google promosse in ambito sociale. Nella stessa udienza la difesa preannuncia di voler procedere per rito abbreviato. Apparentemente la causa sembra definita, essendone usciti la parte lesa e gli autori del filmato; tuttavia, il processo continua, pur essendo cambiati gli attori principali. All'udienza del 21 Aprile 2009 il tribunale respinge la richiesta della difesa di trasferire il processo a Torino, luogo ove si erano materialmente svolti i fatti. Il Tribunale ritiene che le modalità informatiche alla base del fatto, e lo svolgimento delle indagini a Milano, permettano la prosecuzione del processo in tale sede. L'udienza del 23 giugno è sospesa per mancanza di un interprete. Il 29 settembre si tiene un'altra udienza dove è sentito come unico testimone un dipendente di Google Inc. che spiega i meccanismi di funzionamento del servizio Google Video. All'udienza del 25 Novembre 2009 la Pubblica accusa chiede la condanna di Peter Fleischer, David Drummond e Gorge De Los Reyes ad un anno di reclusione e di Arvind Desikan a sei mesi. La Procura sostiene che Google Video non è una piattaforma neutrale e quindi ha un obbligo di controllo e che Google in genere non ha mai rispettato la normativa sulla privacy italiana. Il Difensore civico del Comune di Milano inoltre chiede un risarcimento danni di Euro per danni materiali e di Euro per danni morali. L'Associazione si rimette al tribunale. Alle udienze del 16 e del 23 dicembre le difese chiariscono che la normativa sul commercio elettronico, come quella sulla privacy, non impongono alcun obbligo di controllo sui contenuti o di verifica del consenso del terzo ripreso da parte di Hosting Service Provider come Google Video. La sentenza è prevista per il 27 di Gennaio La coincidenza con uno sciopero degli Avvocati provoca il rinvio al 24 Febbraio. L'analisi e il commento Nel corso del processo a Google che si è concluso oggi a Milano, c'è stato tra il difensore avv. Giuseppe Vaciago e il pm uno scambio di idee sul nocciolo giuridico della causa che conviene ripercorrere per comprenderla nella sua essenza. La pretesa dell accusa, che Google si doti di un sistema di filtraggio automatico dei filmati (di fatto una forma di censura) che vengono immessi in rete, in quanto sarebbe necessario che Google acquisisse il consenso del terzo soggetto ripreso prima della sua immissione in Rete, in pieno contrasto con la giurisprudenza italiana ed europea e il Garante della privacy, è del tutto analoga alla pretesa di un magistrato che volesse incriminare la società autostradale per mancato controllo del possesso della patente da parte degli utenti, all atto della loro immissione nel percorso. Nella replica, il pm ha cercato di argomentare che Google, mettendo il casello dove vuole, e operando a fini di lucro, dovrebbe dotarsi della migliore tecnologia possibile per evitare gli abusi. La risposta elude il nodo giuridico (il possesso della patente non deve certo essere controllato dal casellante, ma dal poliziotto) così come quello tecnologico (il controllo automatico della patente non può essere effettuato e meno che mai al 100%), così come ignora il continuo miglioramento che Google sta apportando ai sistemi di controllo, per ragioni di etica di impresa. Il nocciolo, comunque è proprio qui: L Internet Service Provider, cioè Google, cioè l Autostrada, ha il dovere di controllare gli utenti, o deve accontentarsi della loro autocertificazione di possesso della patente (ossia del consenso dei soggetti ripresi in un filmato)? Se rispondiamo di NO, siamo in Europa e in Occidente, e Google, come tutti gli Internet Service Provider, NON è un editore. Se rispondiamo di SI, siamo un po meno in Europa, e un po di più in Cina e in Iran: ci siamo in buona compagnia, del Sig. Murdoch e di tutte le multinazionali dell editoria globale, che vogliono imbrigliare la libera espressione 67 sulla rete, e Google diventa un editore. Per questo la stampa, soprattutto internazionale, ha dato grande risalto al processo di Milano, che il NY Times ha definito storico per l evoluzione giuridica della rete. E ovvio che il caso dei 4 ragazzini, autori del filmato bullistico all origine del caso, che sono già stati condannati a Torino nel 2008 ed hanno già espiato esemplarmente la pena svolgendo per 10 mesi attività di volontariato in favore di soggetti disabili, non c entra più nulla: quello che si è svolto a Milano è un processo politico, pro o contro la libertà della rete, perché nessun potrà mai impedire agli autori dei filmati di autocertificare il falso, se non con una censura preventiva negatrice della Rete stessa. Peter Fleischer, parte in causa in quanto uno dei dirigenti Google condannati, dichiara: "Ci troviamo di fronte ad un attacco ai principi fondamentali di libertà sui quali è stato costruito Internet. La Legge Europea è stata definita appositamente per mettere gli hosting providers al riparo dalla responsabilità, a condizione che rimuovano i contenuti illeciti non appena informati della loro esistenza. La motivazione, che condividiamo, è che questo meccanismo di "segnalazione e rimozione" avrebbe contribuito a far fiorire la creatività e la libertà di espressione in rete proteggendo al contempo la privacy di ognuno. Se questo principio viene meno e siti come Blogger o YouTube sono ritenuti responsabili di un attento controllo di ogni singolo contenuto caricato sulle loro piattaforme - ogni singolo testo, foto, file o video - il Web come lo conosciamo cesserà di esistere, e molti dei benefici economici, sociali, politici e tecnologici ad esso connessi potrebbero sparire. Si tratta di questioni di principio importanti, ed è per questa ragione che continueremo a sostenere i nostri colleghi in tutto il percorso dell'appello". Dal New York Times si chiedono: «Ma l accanimento contro Internet in Italia è perchè è una rete di comunicazione libera alternativa alle tivù berlusconiane?». Risponde da Oxford Luciano Floridi, Cattedra Unesco in Etica Informatica: «Non credo in un complotto concertato. Ma mille fiocchi di neve alla fine formano una slavina». E un fatto che la decisione dei giudici si aggiunge alle proposte di legge per imbrigliare Internet, contribuendo a un atmosfera illiberale e demagogica che peraltro influisce anche sulla competitività del Sistema Italia nel mondo: siamo al 78 posto, tra il Panama e il Kiribati, nella classifica del World Bank Group per facilità nel condurre gli affari. 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