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Timestamp: 2020-08-07 10:40:49+00:00
Document Index: 30864376

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 103', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 274', 'art. 360', 'art. 103', 'art. 360', 'art. 345', 'art. 360', 'art. 103', 'art. 184', 'art. 345', 'art. 116', 'art. 360', 'art. 1957', 'art. 366', 'sentenza ', 'art. 184', 'art. 103', 'art. 345', 'sentenza ', 'art. 13', 'art. 1', 'art. 13', 'art. 1', 'art. 13']

Sentenza Cassazione Civile n. 19373 del 03/08/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19373 del 03/08/2017
Cassazione civile, sez. III, 03/08/2017, (ud. 12/06/2017, dep.03/08/2017), n. 19373
sul ricorso 25845/2014 proposto da:
SOCIETA’ PER LA GESTIONE DI ATTIVITA’ S.G.A. SPA, rappartenente al
Gruppo Bancario Intesa Sanpaolo e per essa, quale mandataria con
rappresentanza INTESA SAN PAOLO GROUP SERVICES SOCIETA’ CONSORTILE
PER AZIONI, in persona del Dott. G.D., considerata
domiciliata ex lege in Roma, presso la Corte Suprema di Cassazione,
rappresentata e difesa dall’avvocato SAVERIO CARUCCIO giusta procura
C.R., C.L., elettivamente domiciliati in ROMA,
V.LE G. MAZZINI 88, presso lo studio dell’avvocato RAFFAELE SPERATI,
che li rappresenta e difende unitamente all’avvocato MAURIZIO
DARDANI giusta procura a margine del controricorso;
avverso la sentenza n. 1435/2013 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA,
SGROI Carmelo, che ha chiesto il rigetto del ricorso;
udito l’Avvocato SAVERIO CARUCCIO;
udito l’Avvocato RAFFAELE SPERATI.
Il Banco di Napoli s.p.a., quale mandatario di Società per la Gestione di Attività s.p.a. (di seguito S.G.A.), dopo aver ottenuto sequestro conservativo nei confronti di C.L. e R., li convenne dinanzi al Tribunale di Ravenna, per ottenerne la condanna al pagamento della somma di Euro 1.665.499,16, e ciò quali fideiussori di Misano di Navigazione s.p.a., che aveva concluso in data 24.1.1996 un accordo di ristrutturazione del debito con vari istituti bancari. Costituitisi i C., che eccepirono tra l’altro la decadenza convenzionale della fideiussione per scadenza del termine di escussione, la causa (iscritta al N. 1406/2001 R.G.), con ordinanza del 26.3.2002, venne riunita ad altra (iscritta al N. 642/2001 R.G.) promossa per analoghe ragioni creditorie dalla Banca Agricola Mantovana s.p.a. (di seguito, B.A.M.), stante la connessione oggettiva e, parzialmente, soggettiva. Nel fascicolo di parte della B.A.M. si trovava prodotta, tra l’altro, la lettera del 27.3.1997, con cui la Cassa di Risparmio di Firenze, rappresentante comune del pool di banche creditrici, aveva chiesto l’escussione dei fideiussori convenuti. Senonchè, chiusa l’istruttoria delle cause riunite, e chiesta dal Banco di Napoli l’anticipazione dell’udienza di precisazione delle conclusioni fissata per il 16.5.2007, con provvedimento del 21.2.2006, il giudice istruttore concesse la chiesta anticipazione, ma dispose la separazione delle cause stesse ai sensi dell’art. 103 c.p.c., comma 2, sebbene alcuno l’avesse richiesta. Con sentenza del 2.5.2007, quindi, il Tribunale ravennate accolse la domanda del Banco di Napoli n.q., condannando i C. al pagamento della somma di Euro 1.387.719,69, oltre interessi.
La Corte d’appello di Bologna, adita da C.R. e L. e nel contraddittorio con Intesa San Paolo s.p.a. (a seguito della incorporazione del Banco di Napoli da parte di San Paolo IMI s.p.a., a sua volta incorporata dalla predetta Intesa San Paolo), n.q. di mandataria di S.G.A., con sentenza del 21.8.2013 accolse però l’appello da loro proposto, e in totale riforma dell’impugnata sentenza, rigettò la domanda attorea, essendo incorsa la creditrice nella eccepita decadenza.
Intesa San Paolo Group Service soc. cons. p.a., ancora n.q. di mandataria di S.G.A., ricorre ora per cassazione, affidandosi a quattro motivi. C.R. e L. resistono con controricorso, illustrato da memoria.
1.1 – Con il primo motivo, deducendo “violazione dell’art. 274 c.p.c. (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3)”, si rileva che la Corte d’appello ha ritenuto che l’attività istruttoria formata in una delle cause riunite non può ripercuotersi sulle altre, stando ad un consolidato indirizzo giurisprudenziale (Cass. n. 402/1979; Cass. n. 2664/2006; Cass. n. 15954/2006; Cass. n. 259/2010). Ma ciò potrebbe legittimamente sostenersi, secondo la ricorrente, solo in caso di connessione soggettiva (a tali ipotesi si riferirebbe la giurisprudenza richiamata), mentre in caso di connessione oggettiva – qui sussistente perchè l’accordo di ristrutturazione del debito era unico, così come unica era la fideiussione in favore di tutte le banche beneficiarie – troverebbe applicazione l’opposto principio, sancito da Cass. n. 9440/2012 e da Cass. n. 15189/2001, secondo cui, in tal caso, le prove raccolte in uno dei due giudizi riuniti sono automaticamente utilizzabili nell’altro, essendo sufficiente che esse siano state legittimamente raccolte in contraddittorio e discusse tra le parti: in tale ipotesi, non vi sarebbe alcun vulnus per l’attività difensiva, perchè dispiegata liberamente su tutti i temi della controversia.
La Corte bolognese, quindi, avrebbe errato nel non ritenere utilizzabile la lettera spedita dalla Cassa di Risparmio di Firenze in data 27.3.1997, prodotta dalla B.A.M. nella causa N. 642/2001 R.G. (e contenuta, in particolare, nel fascicolo della fase cautelare ante causam, ai nn. 19 e 19 bis), poi riunita alla N. 1406/2001 R.G. e quindi separata, ed infine nuovamente prodotta dal Banco di Napoli in primo grado con la comparsa conclusionale (sub doc. 13).
1.2 – Con il secondo motivo, deducendo “violazione dell’art. 103 c.p.c., comma 2 (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3)”, si afferma che, secondo interpretazione costituzionalmente orientata di tale norma, la separazione di cause già riunite non può pregiudicare il diritto di difesa. Pertanto, si sostiene che se la separazione interviene ad istruttoria già espletata, essa non può precludere l’utilizzabilità di prove già acquisite, ed in particolare dei documenti già prodotti dalle parti. L’allegazione delle detta lettera alla comparsa conclusionale, quindi, non potrebbe considerarsi come una nuova produzione, come ritenuto erroneamente dalla Corte d’appello, ma una mera duplicazione di un documento già ritualmente acquisito.
1.3 – Con il terzo motivo, si deduce “violazione dell’art. 345 c.p.c., comma 3, nel testo vigente prima della modifica introdotta dal D.L. n. 83 del 2012, convertito dalla L. n. 134 del 2012 (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3)”, affermando che la separazione sarebbe stata disposta al di fuori delle ipotesi di cui all’art. 103 c.p.c., comma 2, perchè non lo è stata nè nel corso dell’istruttoria, nè in sede di decisione, bensì nel lasso di tempo tra l’istruttoria già conclusa e l’udienza di precisazione delle conclusioni. Tuttavia, il documento è transitato in appello e ad esso la Intesa San Paolo n.q. si è espressamente riferita, con la comparsa di costituzione di secondo grado. Pertanto, poichè la mancata produzione nei termini di cui all’art. 184 c.p.c., in primo grado, era da imputare alla inaspettata decisione del giudice istruttore di separare le cause, il documento avrebbe dovuto comunque ammettersi, in quanto indispensabile, ex art. 345 c.p.c., comma 3.
1.4 – Con il quarto motivo, infine, deducendo “violazione dell’art. 116 c.p.c., comma 2 (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3)”, si rileva che il giudice può formare il proprio convincimento anche sulla base del contegno processuale delle parti, in esso dovendo ricomprendersi la non contestazione dei fatti rilevanti ai fini della decisione. Nella specie, la ricorrente evidenzia che furono proprio i C. a chiedere la riunione dei giudizi (e quindi anche l’acquisizione del documento già prodotto dalla B.A.M.). Addirittura, gli stessi C. si dolsero, nella comparsa conclusionale di primo grado, dell’avvenuta separazione dei giudizi, chiedendo espressamente di acquisire tutta la documentazione della causa N. 642/2001 R.G. e che di essa si tenesse conto ai fini della decisione. A nulla rileva che, nella memoria di replica, essi abbiano poi cambiato idea, eccependo l’inammissibilità della produzione della lettera in questione effettuata da Intesa San Paolo con la comparsa conclusionale.
2.1 – Deve preliminarmente disattendersi l’eccezione sollevata dai controricorrenti.
Essi sostengono che la ricorrente sarebbe incorsa nella violazione del principio di autosufficienza, non avendo prodotto in questa fase, nè avendone ritrascritto il contenuto in ricorso, una serie di atti e documenti su cui esso si fonda, ed in particolare: 1) la fideiussione per cui è causa; 2) l’accordo di ristrutturazione del debito del 24.1.1996; 3) la lettera di escussione del 27.3.1997; 4) i verbali di causa e i provvedimenti di riunione e di separazione. In realtà, in senso contrario, valga rilevare che la questione fondamentale posta dal ricorso attiene alla mera utilizzabilità della lettera del 27.3.1997 a fini probatori rispetto all’eccezione di decadenza dalla garanzia, ai sensi dell’art. 1957 c.c. e non il suo contenuto, dal cui esame ben può la Corte pertanto prescindere (per un’applicazione circa le ricadute della distinzione in discorso, in tema di elementi istruttori, riguardo all’autosufficienza del ricorso, v. Cass. n. 5539/2004). Anche il contenuto degli altri documenti prima richiamati qui non rileva e, quindi, non può riscontrarsi alcuna violazione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6), almeno sotto i profili denunciati dai C..
3.1 – I primi due motivi di ricorso devono essere esaminati congiuntamente, stante l’evidente loro connessione. Essi sono nel complesso infondati.
L’orientamento invocato dalla ricorrente per sostenere la pretesa diversità di soluzione a seconda che la riunione sia stata disposta per connessione soggettiva ovvero oggettiva, non giova alla tesi propugnata. Infatti, sia Cass. n. 15189/2001, sia Cass. n. 9440/2012, come anche altre successive pronunce rese da questa Corte sulla utilizzabilità di prove formatesi in altri giudizi, tra le stesse o altre parti (v. ad es. anche Cass. n. 840/2015) hanno un comune presupposto e una medesima regola operativa: da un lato, occorre che l’oggetto dei due giudizi sia il medesimo; dall’altro, occorre che la prova formatasi aliunde sia ritualmente acquisita al processo di cui si discute.
Nella specie, anche a voler ritenere raggiunta la prova dell’identità dell’oggetto tra le due cause dapprima riunite, manca comunque una acquisizione tempestiva della prova aliunde formatasi. Si pretenderebbe, infatti, di ritenere comunque riferito a tutti rapporti processuali un documento versato in atti da una sola parte nella relativa causa, documento che tuttavia non stato prodotto anche da quella parte che – nel proprio rapporto processuale e quindi nel relativo giudizio, poi separato – avrebbe avuto l’onere di produrlo.
In realtà, non v’è dubbio che, nel caso in esame, la riunione delle due cause abbia comportato un litisconsorzio facoltativo improprio (ex artt. 103 e 274 c.p.c.), che determina la contestualità della trattazione a fini di economia processuale, ma non anche una sistematica e biunivoca “osmosi” tra elementi (anche istruttori) dell’una e dell’altra. Ciò è tanto vero che – anche ai fini dell’impugnazione, ex artt. 331 e 332 c.p.c. – la sentenza che definisca il giudizio con più cause riunite viene considerata unitariamente resa soltanto ove si tatti di cause inscindibili o tra loro dipendenti (quando cioè si tratti di litisconsorzio necessario), mentre si ritiene che essa consti di tante pronunce quante siano le cause riunite ove si tatti di litisconsorzio facoltativo improprio (in termini, Cass. n. 11386/2013; Cass. n. 19937/2004). Il che, sul piano della dinamica processuale, implica che non v’è affatto alcuna automatica estensione del materiale istruttorio formatosi in una sola di dette cause, prima o anche dopo la riunione dei giudizi. Dall’autonomia dei rapporti, non può che discendere per il giudice la necessità di valutare gli oneri di allegazione e di prova in relazione a ciascuna parte processuale e a ciascuna causa. Tale conclusione può forse essere mitigata in relazione alle prove “costituende” e quindi formatesi nel contraddittorio delle parti dopo che sia stata disposta la riunione (in tal senso può quindi intendersi quella giurisprudenza, sopra riportata, invocata dalla ricorrente a sostegno della sua tesi), ma non anche a quelle “precostituite”, entrate nel processo per iniziativa imputabile ad uno solo dei litisconsorzi.
Da quanto precede, deriva un ulteriore corollario: il giudice, in fase decisoria, ben potrà ritenere assolti gli oneri di allegazione e prova da parte di uno solo dei litisconsorti, accogliendo la relativa domanda, e conseguentemente rigettando quella del litisconsorte che abbia ritenuto – sotto il profilo istruttorio – di adagiarsi meramente sulla condotta processuale del primo.
Perchè tale scelta sia vincente, occorre, in realtà, un ulteriore passaggio: la parte che intenda avvalersi di un documento prodotto da altri, che sia però decisivo riguardo alla propria posizione processuale, può anche ometterne la produzione, ma deve comunque operare una sorta di “adprehensio”, facendolo proprio con dichiarazione che, seppur senza formule sacramentali, manifesti l’univoca intenzione di avvalersene; e ciò entro il termine eventualmente assegnato per l’indicazione della prova diretta, o contraria, a seconda della sua finalità.
Proprio a tal riguardo, deve però rilevarsi che la ricorrente,non soltanto non ha indicato in ricorso se una tale attività sia stata svolta in primo grado, ma non ha neanche indicato in che fase è stata disposta la riunione, cioè se prima o dopo la concessione dei termini ex art. 184 c.p.c., da parte del giudice istruttore.
Stando a quanto emerge dagli atti, è quindi evidente che, nella specie, le società procuratrici speciali di S.G.A. hanno inteso meramente avvalersi della produzione documentale della B.A.M. senza alcuna manifestazione esterna, così accettando pienamente il rischio derivante dall’autonomia dei rapporti processuali, che avrebbe comunque esposto la società garantita a conseguenze pregiudizievoli, anche se non fosse stata disposta la separazione delle cause, come prima evidenziato. Del resto, rispetto all’eccezione di decadenza sollevata dai fideiussori, la prima preoccupazione della creditrice avrebbe dovuto consistere, indiscutibilmente, nel dimostrare che tale decadenza non s’era verificata, proprio mediante la produzione della detta lettera del 27.3.1997. La contraria – e assolutamente libera – scelta processuale non può che imputarsi alla stessa creditrice.
12 – Per tale ragione non coglie nel segno neanche la seconda censura (attinente alla pretesa violazione dell’art. 103 c.p.c., comma 2), perchè la pretesa di introdurre la ripetuta lettera in allegato alla comparsa conclusionale – ma solo nella “veste” di duplicato di un documento già acquisito – non può reggere (come s’è detto, infatti, quella lettera, stando a quanto emerge dal ricorso, non è mai stata ritualmente acquisita al giudizio rubricato in primo grado al N. 1406/2001 R.G., e il suo ingresso nella causa, avvenuto solo nella fase decisoria, determina certamente una violazione del contraddittorio, equivalendo ad una nuova produzione documentale, fuori termine e quindi inammissibile, come correttamente ritenuto dal giudice d’appello).
4.1 – Il terzo motivo è inammissibile.
Infatti, la ricorrente – appellata in secondo grado in quanto totalmente vittoriosa – non ha neanche allegato di aver chiesto alla Corte d’appello, per l’ipotesi in cui essa avesse ritenuto inutilizzabile il documento in questione e quindi fondato l’appello dei C., di ammetterne la produzione in quanto indispensabile ex art. 345 c.p.c., comma 3. Non c’è nulla, nella sentenza impugnata, che richiami tale questione, tanto è vero che difetta in ricorso qualsivoglia censura ad una statuizione della Corte d’appello in proposito. Ne consegue che quella qui proposta è affetta da novità assoluta ed è quindi inammissibile.
5.1 – Il quarto motivo è infondato.
I fideiussori C., sin dalla costituzione in primo grado, hanno tra l’altro eccepito la decadenza per intempestiva escussione della garanzia. A fronte di ciò, la richiesta contenuta nella loro comparsa conclusionale circa l’acquisizione della documentazione della causa separata non può equivalere a non contestazione dei fatti in essa rappresentati (come pretenderebbe la ricorrente), concernendo essa solo il consenso circa l’acquisizione stessa. Quanto precede, tuttavia, non rientra nella disponibilità delle parti, giacchè concernente l’ordine pubblico processuale e non certo i fatti che quei documenti tendono a provare (in questo senso, sostanzialmente, Cass. n. 12748/2016). Di conseguenza, alcuna contraddizione processualmente rilevante può rinvenirsi nella condotta degli stessi C., nel momento in cui essi, con la memoria di replica, hanno eccepito l’irrituale produzione della lettera del 27.3.1997, da parte del Banco di Napoli, avvenuta con la comparsa conclusionale di primo grado.
6.1 – In definitiva, il ricorso è rigettato. Le spese del giudizio di legittimità, liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza. In relazione alla data di proposizione del ricorso per cassazione (successiva al 30 gennaio 2013), può darsi atto dell’applicabilità del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater (nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17).
Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alla rifusione delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 13.000,00 per compensi, oltre le spese forfetarie in misura del 15%, gli esborsi liquidati in Euro 200,00, e gli accessori di legge.
Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater (nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17), si dà atto della sussistenza del presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.