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Timestamp: 2020-05-30 07:32:23+00:00
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PRINCIPIO DI OFFENSIVITA' E POSSESSO INGIUSTIFICATO DI CHIAVI E GRIMALDELLI
| Catalogo libri | Rivista | Distribuzione | Formazione | SABATO 30 MAGGIO AGGIORNATO ALLE 9:32
La corte costituzionale, con sentenza 20 giugno 2008 n. 225, torna ad occuparsi della legittimità costituzionale del reato previsto e punito dall'art. 707 c.p.
G. SPADARO e G. BUFFONE
Principio di offensivita' e possesso ingiustificato di chiavi alterate o di grimaldelli. La consulta consegna ai giudici di merito le chiavi interpretative
Giuseppe SPADARO (Pres. Sezione Penale- Tribunale di Lamezia Terme)
Giuseppe BUFFONE (Magistrato)
SOMMARIO. 1. Principio di offensività. 2. Art. 707 c.p.c. e Costituzione. 3. Rassegna di giurisprudenza.
Corte costituzionale, sentenza 20 giugno 2008 n. 225
“Il principio di necessaria offensività del reato è desumibile dall'art. 25, secondo comma, Cost., in una lettura sistematica cui fa da sfondo «l'insieme dei valori connessi alla dignità umana» (sentenza n. 263 del 2000).
1. Principio di offensività
La giurisprudenza costituzionale è ormai ferma nel riconoscere soggiorno costituzionale al principio cd. di necessaria lesività o offensività. L'ampia discrezionalità che - per costante giurisprudenza della Consulta - va riconosciuta al legislatore nella configurazione delle fattispecie criminose, si estende, infatti, anche alla scelta delle modalità di protezione penale dei singoli beni o interessi. Rientra, segnatamente, in detta sfera di discrezionalità l'opzione per forme di tutela avanzata, che colpiscano l'aggressione ai valori protetti nello stadio della semplice esposizione a pericolo; nonché, correlativamente, l'individuazione della soglia di pericolosità alla quale riconnettere la risposta punitiva. Tali soluzioni debbono misurarsi, nondimeno, con l'esigenza di rispetto del principio di necessaria offensività del reato (Corte cost. 225/2008): principio desumibile, in specie, dall'art. 25, secondo comma, Cost., in una lettura sistematica cui fa da sfondo «l'insieme dei valori connessi alla dignità umana» (sentenza n. 263 del 2000). La giurisprudenza della Corte delle Leggi ha, peraltro, da tempo chiarito in qual modo si atteggi, a tale riguardo, la ripartizione di competenze tra giudice costituzionale e giudice ordinario (sentenze n. 265 del 2005, n. 263 e n. 519 del 2000, n. 360 del 1995). Spetta, in specie, alla Corte - tramite lo strumento del sindacato di costituzionalità - procedere alla verifica dell'offensività «in astratto», acclarando se la fattispecie delineata dal legislatore esprima un reale contenuto offensivo; esigenza che, nell'ipotesi del ricorso al modello del reato di pericolo, presuppone che la valutazione legislativa di pericolosità del fatto incriminato non risulti irrazionale e arbitraria, ma risponda all'id quod plerumque accidit (tra le altre, sentenza n. 333 del 1991). Ove tale condizione risulti soddisfatta, il compito di uniformare la figura criminosa al principio di offensività nella concretezza applicativa resta affidato al giudice ordinario, nell'esercizio del proprio potere ermeneutico (offensività «in concreto»). Esso - rimanendo impegnato ad una lettura "teleologicamente orientata" degli elementi di fattispecie, tanto più attenta quanto più le formule verbali impiegate dal legislatore appaiano, in sé, anodine o polisense - "dovrà segnatamente evitare che l'area di operatività dell'incriminazione si espanda a condotte prive di un'apprezzabile potenzialità lesiva". Se è vero, quindi, che il diritto penale sanziona solo determinate condotte che aggrediscono un bene giuridico e se è vero che queste condotte devono essere meritevoli di pena e quindi suscettibili di rieducazione, allora è lecito affermare che debbano essere punite solo quelle condotte che rechino una offesa concreta al bene giuridico stesso. Su siffatte premesse, la più autorevole dottrina introduce il principio di offensività, espresso dal brocardo nullum crimen sine iniuria per cui il fatto materiale deve ledere o quanto meno porre in pericolo il bene protetto dalla norma penale. E’ vero, ciò nonostante, che il principio non sia esente da visioni diametralmente opposte o, comunque, differenti. Secondo autorevole indirizzo dottrinario ed un consistente orientamento giurisprudenziale, il principio di offensività troverebbe la sua legittimazione nella stessa Costituzione. Innanzitutto nell’art. 13 che dichiarando inviolabile la libertà personale ne circoscrive la limitazione solo quei casi in cui si leda concretamente il bene giuridico, (ovvero lo si ponga in posizione di pericolo). Altre norme di riferimento sarebbero l’art. 25 e l’art. 27 (come fa <?xml:namespace prefix = st1 ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:smarttags" />la Consulta): innanzitutto non avrebbe senso una rieducazione di un soggetto che non abbia arrecato una offesa, anzi si avrebbe un effetto distorto opposto; secondariamente si perderebbe il concreto senso della distinzione tra misure di sicurezza e pene, laddove l’offensività in concreto è il vaglio che il Giudice può adottare nella scelta della sanzione. Altra dottrina critica questa visione del principio, sulla base del semplice dato testuale che non fa alcun riferimento all’offesa o alla offensività e, pertanto, una interpretazione del genere sarebbe destituita di valida argomentazione giuridica, né, a dire di questa dottrina, si spiegherebbero le iniziative ufficiali volte ad introdurre espressamente il principio nella Costituzione, (facendo riferimento al progetto del 1997 della Commissione Bicamerale per la riforma della Carta costituzionale). Anche la previsione a livello codicistico non è priva di diatribe in quanto si è aperta una vera e propria querelle con autorevoli orientamenti dottrinali, essenzialmente riconducibili a due interpretazioni fondamentali riassuntive. Per un primo orientamento, il principio di offensività non sarebbe stato previsto dal legislatore del codice Rocco laddove non è stato espressamente menzionato in alcun articolo. L’unica norma che suggerirebbe un richiamo alla offensività, l’art. 49 c.p. , in verità, non riguarderebbe in alcun modo il principio contestato, ma sarebbe da ricondurre al tentativo, essendo una norma volta a completare ed integrare l’art. 56 c.p. L’art. 56 c.p. , infatti, disciplinerebbe il tentativo idoneo, portato a compimento e realizzatosi; l’art. 49 c.p. sarebbe il risvolto negativo, ovvero il tentativo inidoneo e non compiuto, non sanzionabile penalmente. Per altro orientamento tale costruzione è aspramente censurata partendo dal presupposto che in quest’ottica, l’art. 49 c.p. diverrebbe un mero doppione dell’art. 56 c.p. Altro argomento addotto a suffragare la tesi dell’autonomia dell’art. 49 c.p. quale norma di principio ed in specifico del principio di offensività, è di carattere esegetico: l’art. 56 parla di “delitti” mentre l’art. 49 di “reati” estendendo quindi la portata anche alle contravvenzioni; inoltre l’art. 49 parla di “azione “ e non di “atti” come l’art. 56. Ulteriore argomento a favore di questa interpretazione sarebbe da rinvenire nello spirito della lettera descritta dal legislatore, laddove, secondo autorevole dottrina, si avrebbe una chiara espressione del principio di offensività: il tentativo presuppone, infatti, che l’azione non sia stata portata a compimento, mentre il reato impossibile prevede che questo si sia consumato ma non abbia provocato danno e quindi offesa. La stessa struttura del reato impossibile renderebbe assurdo parlarne in termini di tentativo. Attualmente sono accreditate due diverse concezioni del principio di offensività. Secondo una prima concezione, cd. strutturale, l’offensività concorrerebbe a determinare la tipicità del reato, composto dagli elementi descrittivi del reato stessi e dalla necessaria lesività al bene:pertanto, il principio di offensività sarebbe un elemento della struttura del reato tipizzato dal legislatore, che diverrebbe una fattispecie a contenuto “allargato”, da integrare di volta in volta con l’ulteriore prova dell’avvenuta offesa al bene giuridico, (rectius: anche esposizione a pericolo). Una simile impostazione è criticata da una autorevole dottrina che ritiene assolutamente improponibile che un elemento della tipicità sia da rinvenire in una realtà extragiuridica esterna alla fattispecie normativa e per di più ricavabile ad opera del Giudice. Sulla scorta di tale impostazione, la teoria cd. interpretativa del principio di offensività postula che tale principio non debba operare quale elemento concorrente ad integrare la tipicità ma quale criterio selettivo, all’interno dell’area delimitata dalla tipicità stessa, con funzione garantista. La norma tipizza il reato con i suoi elementi descrittivi ed all’interno di tale tipizzazione il principio di offensività seleziona le condotte meritevoli di sanzione poiché concretamente lesive. In conclusione è opportuno distinguere il principio da figure affini, come quella della irrilevanza penale del fatto. L’offensività opera in relazione all’esistenza o meno dell’offesa mentre l’irrilevanza sulla significatività della stessa: nel primo caso l’azione si è consumata senza offese, nel secondo c’è stata anche l’offesa ma viene meno la rilevanza della stessa tale da ingenerare, a livello legislativo, la non meritevolezza della pena, (in termini di improcedibilità ovvero di non punibilità). Il criterio dell’offensività opera a livello qualitativo e non quantitativo: l’irrilevanza, inoltre, trascende il fatto, essenziale in tema di offensività. Accertata la rilevanza nell’ordinamento del principio di offensività, molte disposizioni normative hanno sollevato dubbi di compatibilità con siffatto principio e, dunque, con la Charta Chartarum: in primis, l'art. 707 c.p. su cui la Corte è ritornata con la decisione del 20 giugno 2008.
2. Art. 707 c.p. e Costituzione
Al riguardo, la Corte costituzionale ha già avuto modo di chiarire come la previsione punitiva di cui all'art. 707 cod. pen. - nel testo risultante dopo la parziale declaratoria di illegittimità costituzionale operata dalla sentenza n. 14 del 1971 - non possa ritenersi contrastante con il principio di offensività «in astratto» (sentenza n. 265 del 2005). La disposizione, infatti, non prefigura una responsabilità «per il modo di essere dell'autore», in assenza di offesa per il bene protetto; ma mira a salvaguardare il patrimonio rispetto a situazioni di pericolo normativamente tipizzate: richiedendo, a tal fine, il concorso di tre distinti elementi. In primo luogo, una particolare qualità del soggetto attivo, che deve identificarsi in persona già condannata - in via definitiva - per delitti determinati da motivi di lucro o per contravvenzioni concernenti la prevenzione di delitti contro il patrimonio. In secondo luogo, il possesso - nel quale detto soggetto deve essere «colto» - di oggetti idonei a vincere congegni posti a difesa della proprietà (chiavi alterate o contraffatte, chiavi genuine, strumenti atti ad aprire o a sforzare serrature): possesso che - come reiteratamente rilevato dalla Corte costituzionale - è esso stesso una condotta, o fa comunque seguito ad una condotta, con conseguente insussistenza di un vulnus al principio di materialità del reato (sentenze n. 265 del 2005, n. 236 del 1975 e n. 14 del 1971). In terzo luogo e da ultimo, l'incapacità del soggetto di giustificare - e, amplius, per quanto si dirà, l'impossibilità di desumere aliunde - l'attuale destinazione (lecita) dei predetti strumenti. "In presenza di tali elementi, non può reputarsi, in termini generali, irrazionale e arbitraria la previsione - nella quale la fattispecie in esame rinviene pacificamente la propria ratio - che l'agente si accinga a commettere reati contro il patrimonio mediante violenza sulle cose (quali furti in abitazione o su autovetture)". Sarà, per il resto, compito del giudice ordinario evitare che - a fronte della descrizione, per certi versi, non particolarmente perspicua del fatto represso - "la norma incriminatrice venga a colpire anche fatti concretamente privi di ogni connotato di pericolosità. A tal fine, il giudice dovrà procedere ad un vaglio accurato sia dell'attitudine funzionale degli strumenti ad aprire o a sforzare serrature; sia delle modalità e delle circostanze di tempo e di luogo con cui gli stessi sono detenuti. In particolare, quanto meno univoca ed esclusiva risulti la destinazione dello strumento allo scasso - come nel caso in cui si discuta di oggetti di uso comune, suscettibili di impieghi diversi e leciti - tanto più significative dovranno risultare le modalità e le circostanze spazio-temporali della detenzione, nella direzione dell'esistenza di un attuale e concreto pericolo di commissione di delitti contro il patrimonio" (sentenza n. 265 del 2005). Al riguardo, non va del resto dimenticato che la norma incriminatrice non punisce chi «possiede», ma chi «è colto in possesso» degli strumenti in questione: formula, questa, opportunamente valorizzabile al fine di escludere la rilevanza penale di situazioni di generica disponibilità, a fronte delle quali la possibilità di un impiego dell'oggetto per finalità criminose appaia remota e meramente congetturale. In simile prospettiva, "non è quindi riscontrabile la violazione dei principi di eguaglianza e di ragionevolezza (art. 3 Cost.), sotto il profilo che la norma incriminatrice risulterebbe basata su una presunzione di pericolosità riguardante «il passato» e «troppo generica». Né, d'altra parte, tale soluzione legislativa si pone in contrasto con la finalità rieducativa della pena (art. 27, terzo comma, Cost.): al legislatore non è inibito, infatti, prevedere che alla condanna, anche se seguita dall'espiazione della pena, residuino «effetti penali», al cui novero va ascritto quello in esame. Né si può ritenere che, in tale ottica, la condanna per determinati reati si trasformi in un "marchio indelebile", che pone il condannato in una posizione di perenne sfavore rispetto alla generalità dei cittadini, senza alcuna possibilità di emenda". Per communis opinio, difatti, il condannato cessa di rientrare tra i possibili autori della contravvenzione di cui all'art. 707 cod. pen. ove abbia ottenuto la riabilitazione, che estingue gli effetti penali della condanna (art. 178 cod. pen.). Né si può ritenere integrata la violazione del principio di determinatezza dell'illecito penale (art. 25, secondo comma, Cost.): la Corte delle Leggi ha già escluso che detto principio resti vulnerato dalla locuzione descrittiva dell'oggetto materiale del reato, la quale fa perno sull'attitudine funzionale degli strumenti posseduti ad aprire o a sforzare serrature: attitudine la cui verifica non eccede il normale compito ermeneutico istituzionalmente demandato al giudice (ordinanza n. 36 del 1990). Tanto meno, poi, può ritenersi compromesso il principio della responsabilità per fatto proprio colpevole (art. 27, primo comma, Cost.), il quale esige che tutti e ciascuno degli elementi che concorrono a contrassegnare il disvalore della fattispecie siano soggettivamente collegati all'agente, nella forma del dolo o della colpa, e al medesimo «rimproverabili» (sentenze n. 322 del 2007 e n. 1085 del 1988). Nella specie, il presupposto soggettivo da cui dipende l'applicazione della norma incriminatrice è costituito da un dato certo e pienamente conoscibile dal soggetto attivo (la precedente condanna irrevocabile). Detto soggetto è posto quindi in condizione di evitare la realizzazione dell'elemento oggettivo del reato, in quanto l'acquisizione del possesso degli strumenti atti allo scasso avviene in un momento in cui la legge - a fronte della precedente condanna irrevocabile - impone all'agente di adottare particolari cautele (al riguardo, si veda la sentenza n. 48 del 1994). Mentre, per il resto, è pacifico che, ai fini dell'insorgenza della responsabilità penale, l'acquisto della disponibilità materiale del bene debba essere cosciente e volontario: se il possesso è inconsapevole, la contravvenzione non si configura. La Corte ha in più occasioni escluso, ancora, i dedotti vulnera alla presunzione di non colpevolezza (art. 27, secondo comma, Cost.) e al diritto di difesa (art. 24, secondo comma, Cost.), nel particolare aspetto del diritto al silenzio, legati alla circostanza che la norma impugnata stabilirebbe una inversione dell'onere della prova in danno dell'imputato (sentenza n. 236 del 1975; ordinanze n. 36 del 1990 e n. 146 del 1977). In effetti, al di là della formulazione letterale della previsione punitiva («dei quali non giustifichi l'attuale destinazione»), ciò che la medesima prefigura è solo un onere di allegazione, da parte dell'imputato, delle circostanze da cui possa desumersi la destinazione lecita degli oggetti, che non risultino conosciute o conoscibili dal giudicante. Quest'ultimo - alla stregua di una interpretazione ormai generalmente recepita - potrà trarre comunque aliunde il convincimento in ordine alla liceità degli obiettivi di impiego degli strumenti, ove l'imputato abbia scelto la via del silenzio.
3. Rassegna di giurisprudenza
In tema di possesso ingiustificato di chiavi alterate o di grimaldelli, nella nozione di "strumenti atti ad aprire o a sforzare serrature", formula generica con cui la previsione incriminatrice completa l'elencazione degli oggetti del possesso, rientrano quegli strumenti che hanno un'attitudine all'effrazione, e tra questi non può essere annoverata una torcia elettrica, che è invece destinata all'illuminazione.
Cass. pen., Sez. II, 09/01/2007, n.1335
Non si configura, per difetto della condizione soggettiva di persona condannata per delitti determinati da motivi di lucro, il reato di possesso ingiustificato di chiavi alterate o di grimaldelli se l'autore ha come unico precedente una sentenza di patteggiamento per un tentativo di furto, in quanto la sentenza di patteggiamento non è una sentenza di condanna ma a questa è solamente equiparata quanto agli effetti, e tra gli effetti non rientra l'assunzione della condizione di persona già condannata.
Cass. pen., Sez. II, 05/05/2006, n.21423
L'insieme degli elementi costitutivi descritti dall'art. 707 c.p. fa sì che la norma sia volta a tutelare, sotto forma di esposizione a pericolo, un interesse penalmente rilevante, nel rispetto del principio dell'offensività in astratto. Si deve però tenere presente che la particolare configurazione della contravvenzione in esame lascia aperta la possibilità che si verifichino casi in cui alla conformità del fatto al modello legale non corrisponde l'effettiva messa in pericolo dell'interesse tutelato. Il giudice chiamato a fare applicazione della norma dovrà pertanto operare uno scrutinio particolarmente rigoroso circa la sussistenza del requisito dell'offensività in concreto, verificando la specifica attitudine funzionale degli strumenti ad aprire o forzare serrature, e valutando - soprattutto quando gli strumenti di cui l'imputato è colto in possesso non denotino di per sé tale univoca destinazione - le circostanze e le modalità di tempo e di luogo che accompagnano la condotta, dalle quali desumere l'attualità e la concretezza del pericolo di commissione di delitti contro il patrimonio.
Corte cost., 07/07/2005, n.265
L'assorbimento della contravvenzione del possesso ingiustificato di arnesi atti allo scasso (art. 707 c.p.) nel delitto di furto aggravato dalla violenza sulle cose (art. 625 n. 2) si verifica quando ricorra un nesso di immediatezza e strumentalità tra il possesso degli arnesi atto allo scasso ed il loro uso. Perchè si verifichi questa situazione occorre che: 1) gli strumenti siano stati effettivamente usati per la commissione del furto; 2) il loro possesso sia stato limitato all'uso momentaneo necessario per l'effrazione; 3) non vi sia stato distacco temporale e spaziale tra la commissione del furto e l'accertamento del possesso degli arnesi; 4) tali arnesi non siano di natura e quantità tali da assumere una rilevanza giuridica autonoma rispetto all'ambito di consumazione del delitto circostanziato.
Cass. pen., Sez. II, 15/04/1998, n.6955
È costituzionalmente illegittimo - per contrasto con l'art. 3 comma 1 Cost. - l'art. 707 c.p. limitatamente alla parte in cui fa richiamo alle condizioni personali di condannato per mendicità, di ammonito, di sottoposto a misura di sicurezza personale, od a cauzione di buona condotta, osservando che esattamente il giudice di merito aveva sottolineato l'eterogeneità di queste categorie di persone rispetto a quelle che abbiano dei precedenti penali relativi a condanna per delitti determinati da motivi di lucro, o per contravvenzioni attinenti alla tutela indiretta del patrimonio, con conseguente livellamento incongruo ed irragionevole e si è richiamata alla precedente sentenza n. 110 del 1968 con la quale era stato eliminato il richiamo nell'art. 708 (quale reato proprio) a quelle stesse condizioni soggettive che formano oggetto del giudizio a quo e che sono mutuate proprio dall'art. 707 c.p.; inammissibile, per difetto di rilevanza, la questione di legittimità costituzionale degli artt. 707 e 708 c.p. proposta in riferimento all'art. 3 Cost., nella parte in cui assoggettano allo stesso trattamento punitivo il condannato per delitti determinati da motivi di lucro e il condannato per contravvenzioni concernenti la prevenzione di delitti contro il patrimonio (per le quali è sufficiente la colpa).
Corte cost., 02/02/1971, n.14