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Timestamp: 2017-07-27 20:55:07+00:00
Document Index: 150621355

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 1283', 'sentenza ', 'art. 117', 'sentenza ', 'art. 161', 'art. 117', 'art. 2697', 'art. 366', 'art. 117', 'art. 161', 'art. 3', 'art. 360', 'art. 360', 'art. 360', 'art. 112', 'art. 161', 'art. 100', 'art. 366']

ANATOCISMO FARE CAUSA SUBITO Si può fare causa entro 10 anni dalla chiusura del rapporto con la banca, e si può agire per il recupero di tutto, anche se il mutuo o fido è durato ad esempio 30 anni, perché la prescrizione non decorre mentre il rapporto è in essere. | Avvocato a Bologna - Studio Legale Bologna Avvocato Sergio Armaroli
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ANATOCISMO FARE CAUSA SUBITO Si può fare causa entro 10 anni dalla chiusura del rapporto con la banca, e si può agire per il recupero di tutto, anche se il mutuo o fido è durato ad esempio 30 anni, perché la prescrizione non decorre mentre il rapporto è in essere.
Nell’aprile 1996 La Meridiana s.r.l. e P.G. opposero il decreto ingiuntivo che la Cassa di Risparmio di Savona aveva ottenuto nei confronti della società e del P. medesimo, quale fideiussore, per la somma di lire 1.267.776.422, importo pari allo scoperto del conto corrente intestato alla società e agli interessi successivamente maturati sul medesimo. Gli opponenti dedussero la nullità della clausola del contratto di conto corrente diretta a disciplinare la misura degli interessi passivi, la nullità delle previsioni inerenti alla capitalizzazione di tali interessi, la illegittimità della applicazione della commissione di massimo scoperto, nonché la nullità del contratto di fideiussione concluso dal P. per indeterminabilità dell’oggetto; in via riconvenzionale chiesero che la Cassa fosse condannata a rifondere quanto corrispostole per interessi ultra legali, oltre interessi e rivalutazione monetaria
Presidente Salme’ – Relatore Didone
1.- Nell’aprile 1996 La Meridiana s.r.l. e P.G. opposero il decreto ingiuntivo che la Cassa di Risparmio di Savona aveva ottenuto nei confronti della società e del P. medesimo, quale fideiussore, per la somma di lire 1.267.776.422, importo pari allo scoperto del conto corrente intestato alla società e agli interessi successivamente maturati sul medesimo. Gli opponenti dedussero la nullità della clausola del contratto di conto corrente diretta a disciplinare la misura degli interessi passivi, la nullità delle previsioni inerenti alla capitalizzazione di tali interessi, la illegittimità della applicazione della commissione di massimo scoperto, nonché la nullità del contratto di fideiussione concluso dal P. per indeterminabilità dell’oggetto; in via riconvenzionale chiesero che la Cassa fosse condannata a rifondere quanto corrispostole per interessi ultra legali, oltre interessi e rivalutazione monetaria.
La Cassa si costituì chiedendo il rigetto della opposizione. In esito ad istruzione essenzialmente documentale il Tribunale adito, pronunciando con sentenza non definitiva, revocò il decreto, dichiarò la nullità della clausola n. 7
del contratto di conto corrente, rimise la causa in istruttoria per il prosieguo con separata ordinanza dando corso a consulenza tecnica volta ad accertare l’ammontare della somma dovuta. Il primo giudice preliminarmente osservò che le contestazioni mosse dagli opponenti, quanto all’effettività della produzione in giudizio degli estratti del conto corrente in questione ad opera della banca, erano generiche ed intempestive e non valevano ad escludere che la ricorrente avesse, a suo tempo, adempiuto al proprio onere probatorio producendo gli estratti, specie ove si fosse considerato che alla udienza nella quale a verbale si era dato atto della relativa produzione da parte della Cassa, la controparte non aveva formulato eccezioni di sorta in merito, chiedendo anzi in una successiva memoria che fosse disposta consulenza tecnica sui documenti prodotti ex adverso.
Aggiunse che la incontestabilità delle risultanze del conto conseguente alla tacita approvazione del medesimo si riferiva agli accrediti ed addebiti nella loro realtà documentale, ma non impediva la contestazione della validità ed efficacia dei rapporti obbligatori sottostanti dai quali essi derivavano e che, sulla scorta di detti principi, occorreva considerare che il credito esposto dalla Cassa nel ricorso monitorio derivava dalla applicazione di una clausola, quale la n. 7 del contratto di contocorrente, che regolava il tasso di interesse passivo, nulla per indeterminatezza ed indeterminabilità dell’oggetto, giacché il rinvio alle condizioni usualmente applicate sulla piazza ivi contenuto non conteneva un criterio di determinazione del tasso idoneo a soddisfare l’interesse tutelato dalla legge. Aggiunse che il credito della opposta azionato rappresentava il saldo di un conto corrente nell’ambito del quale la banca aveva applicato la capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi in forza di una clausola contrattuale (la medesima clausola 7) che il S.C. aveva recentemente dichiarato fondata su di un uso negoziale e non normativo, e contraria alle previsioni dell’art. 1283 c.c. che regolano l’anatocismo. Tanto premesso, affermò che il credito della ricorrente andava individuato applicando al rapporto il tasso di interesse legale ed espungendo la capitalizzazione trimestrale degli interessi senza prevedere ed applicare alcuna diversa modalità di capitalizzazione.
Poiché gli estratti prodotti dalla Cassa documentavano le sorti del rapporto solo a partire dal 1/1/1980 allorquando il conto presentava uno scoperto pari ad oltre 200 milioni di lire e il difetto di antecedente documentazione rendeva impossibile ricostruire le operazioni che si erano svolte in precedenza, il credito della banca avrebbe dovuto essere quantificatoomettendo di considerare il saldo iniziale passivo risultante dai primo estratto conto prodotto, considerando il rapporto come sorto il 1/1/1980. Sulla scorta di dette affermazioni, revocato il decreto, dispose la rimessione della causa in istruttoria per l’espletamento della consulenza contabile, riservando al definitivo il regolamento delle spese.
Con la sentenza impugnata (depositata il 4.5.2007) la Corte di appello di Genova, in parziale riforma della decisione del Tribunale, ha dichiarato che gli interessi passivi dovuti dalla correntista alla Cassa di Risparmio di Savona sono capitalizzabili annualmente, respingendo i residui motivi di appello e, per quanto ancora interessa, ritenendo inammissibile, perché nuova, la richiesta di applicazione dei tassi previsti dall’art. 117 T.U. n. 385/1993.
1.1.- Contro la sentenza di appello la s.p.a. Cassa di Risparmio di Savona ha proposto ricorso per cassazione affidato a tre motivi.
Resistono con controricorso la s.r.l. La Meridiana e P.G. .
2.1.- Con il primo motivo di ricorso la banca ricorrente denuncia vizio di motivazione e violazione degli artt. 117 e 161 T.U. 385/1993. Deduce che nel richiedere l’applicazione dell’art. 161 del T.U. del 1993 edell’art. 117 del D.L. 385/93 non ha proposto, invero, alcuna eccezione nuova, ma ha semplicemente rivolto una mera sollecitazione al Giudice il quale deve e doveva rilevare d’ufficio la mancanza di prova dei fatti posti a base dell’eccezione del convenuto atteso che, a sensi dell’art. 2697 cod. civ., chi vuoi far valere un diritto in giudizio deve provare i fatti che ne costituiscono il fondamento (Cass. 3/7/2003 n. 10475).
Formula, ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c., applicabile ratione temporis, i seguenti quesiti: “1) la motivazione è completamente contraddittoria e/o omessa laddove non ha deciso sull’applicabilità delle norme di legge di cui agli artt. 161 e 117 del T.U. del 1993 n. 385;
2) qualora la parte invochi l’applicazione dell’art. 117 del T.U. n. 385 del 1993 e quindi l’applicazione delle condizioni pubblicizzate per le corrispondenti categorie di operazioni e servizi, in tal caso le condizioni stesse si applicano dalla data di entrata in vigore del D.L. 1/9/93 n. 385 in avanti (e cioè per l’avvenire) e non già per il periodo precedente in cui è stato stipulato il contratto. Una diversa interpretazione dell’art. 161, 6 comma del T.U. del 1993 contrasterebbe infatti con l’art. 3 della Costituzione e contratti identici nel contenuto (per esempio, riportanti entrambi la clausolarelativa al rinvio alle “condizioni di piazza”) troverebbero disciplina completamente diversa soltanto perché stipulati prima o dopo il T.U. 385/1993.
2.1.1.- Il motivo è inammissibile perché la Corte di appello ha ritenuto nuova e, quindi, inammissibile la questione posta dalla ricorrente, talché la stessa avrebbe dovuto denunciare ai sensi dell’art. 360 n. 4 c.p.c. la nullità di tale capo della sentenza. Le Sezioni unite hanno di recente ribadito, in una fattispecie analoga, che “il ricorso per cassazione, avendo ad oggetto censure espressamente e tassativamente previste dall’art. 360, primo comma, cod. proc. civ., deve essere articolato in specifici motivi riconducibili in maniera immediata ed inequivocabile ad una delle cinque ragioni di impugnazione stabilite dalla citata disposizione, pur senza la necessaria adozione di formule sacramentali o l’esatta indicazione numerica di una delle predette ipotesi. Pertanto, nel caso in cui il ricorrente lamenti l’omessa pronuncia, da parte dell’impugnata sentenza, in ordine ad una delle domande o eccezioni proposte, non è indispensabile che faccia esplicita menzione della ravvisabilità della fattispecie di cui al n. 4 del primo comma dell’art. 360 cod. proc. civ., con riguardo all’art. 112 cod. proc. civ., purché il motivo rechi univoco riferimento alla nullitàdella decisione derivante dalla relativa omissione, dovendosi, invece, dichiarare inammissibile il gravame allorché sostenga che la motivazione sia mancante o insufficiente o si limiti ad argomentare sulla violazione di legge” (Sez. U, Sentenza n. 17931 del 24/07/2013). Vizio di motivazione e violazione di legge – appunto – denunciati dalla ricorrente. Infine, l’inammissibilità del primo motivo rende irrilevante la questione di legittimità costituzionale, prospettata dalla ricorrente, dell’art. 161 del d.lgs. 1 settembre 1993, n. 385, in riferimento all’artt. 3 della Costituzione, peraltro manifestamente infondata (cfr. Corte cost., ordinanza n. 338 del 2009).
2.2.- Con il secondo motivo la ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 100 c.p.c. e vizio di motivazione.
Formula il seguente quesito: “In riferimento all’art. 366 bis c.p.c. si fa presente che la Corte ha completamente ignorato la questione della mancanza di interesse da parte degli opponenti a richiedere la ripetizione di somme oltre il 1986, con conseguente giudizio completamente diverso e che qualora il convenuto eccepisca la mancanza di interesse dell’attore a proporre una determinata domanda, la relativa eccezione è rilevabile anche d’ufficio in qualsiasi stato e grado del processo”.
2.2.1.- Il motivo è infondatoperché muove dal presupposto erroneo che il termine prescrizionale decorra nel corso del rapporto di conto corrente anziché – come puntualizzato dalle Sezioni unite – dalla chiusura del rapporto: “l’azione di ripetizione di indebito, proposta dal cliente di una banca, il quale lamenti la nullità della clausola di capitalizzazione trimestrale degli interessi anatocistici maturati con riguardo ad un contratto di apertura di credito bancario regolato in conto corrente, è soggetta all’ordinaria prescrizione decennale, la quale decorre, nell’ipotesi in cui i versamenti abbiano avuto solo funzione ripristinatoria della provvista, non dalla data di annotazione in conto di ogni singola posta di interessi illegittimamente addebitati, ma dalla data di estinzione del saldo di chiusura del conto, in cui gli interessi non dovuti sono stati registrati. Infatti, nell’anzidetta ipotesi ciascun versamento non configura un pagamento dal quale far decorrere, ove ritenuto indebito, il termine prescrizionale del diritto alla ripetizione, giacché il pagamento che può dar vita ad una pretesa restitutoria è esclusivamente quello che si sia tradotto nell’esecuzione di una prestazione da parte del solvens con conseguente spostamento patrimoniale in favore dell’accipiens” (Sez. U, Sentenza n. 24418 del 02/12/2010).
Il ricorso deve essererigettato. Le spese del giudizio di legittimità – nella misura liquidata in dispositivo seguono la soccombenza.
La Corte rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente alle spese del giudizio di legittimità liquidate in Euro 8.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi.
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