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Timestamp: 2019-06-18 14:38:10+00:00
Document Index: 71439270

Matched Legal Cases: ['art. 829', 'art. 35', 'e contrario', 'art.66', 'art. 1', 'art. 82', 'art.\t142', 'art. 32', 'art. 32', 'art. 12', 'art. 21', 'art. 360', 'art. 363', 'art. 363', 'Cass. Sez. ', 'art. 1', 'art. 82', 'art.\t142', 'art. 32', 'art. 32']

CORTE DI CASSAZIONE CIVILE Sez. 3^, 28/09/2011 Sentenza n.19792 | AmbienteDiritto.it
ESPROPRIAZIONE - Bene soggetto ad uso civico - Espropriazione forzata – Esclusione - C.d. sdemanializzazione di fatto – Limiti - Art. 363, c.3^, cod. proc. civ. - Uso civico - Preminenza del pubblico interesse - Incommerciabilità del bene – Pignoramento - Esclusione – DIRITTO DEMANIALE - C.d. sdemanializzazione di fatto - Provvedimento sul passaggio dei beni dal demanio pubblico al patrimonio - Carattere dichiarativo - Art. 829 cod. civ. - Condizioni di fatto di incompatibilità con la volontà di conservare la destinazione ad uso pubblico – Limiti – Demanio marittimo - C.d. demanio artificiale – Giurisprudenza - Usi civici – Nozione - Corpus normativo – Evoluzione - Tutela paesistico-ambientale - Natura di bene collettivo - Nuova caratterizzazione - Inalienabilità - Limiti - Art. 142, c.1°, lett. h), D.L.vo n. 42/2004 - Passaggio dei beni soggetti ad uso civico dal demanio all'allodio - Provvedimento di classificazione – Necessità.
La c.d. sdemanializzazione di fatto è sostanzialmente ammessa dalla giurisprudenza, (Cass. 11/05/2009, n. 10817). Siccché, la sdemanializzazione di un bene, con la conseguente configurabilità di un possesso del privato ad usucapionem, può verificarsi anche tacitamente, in carenza di un formale atto di declassificazione, purché si sia in presenza di atti e fatti che evidenzino in maniera inequivocabile la volontà della P.A. di sottrarre il bene medesimo a detta destinazione e di rinunciare definitivamente al suo ripristino. Il provvedimento sul passaggio dei beni dal demanio pubblico al patrimonio, a norma dell'art. 829 cod. civ., ha carattere semplicemente dichiarativo, considerando che la dichiarazione della cessazione di demanialità, quando già sussistono le condizioni di fatto di incompatibilità con la volontà di conservare la destinazione ad uso pubblico, si limita in sostanza a dare atto del passaggio dei beni stessi da uno ad un altro regime (Cass. 22/04/1992, n. 4811; Cass. 4/03/1993, n. 2635; Cass. 19/02/2007, n. 3742). Solo per i beni del demanio marittimo, quale la spiaggia, comprensiva dell'arenile, la disciplina è più rigorosa: la sdemanializzazione non può verificarsi tacitamente, ma richiede, ai sensi dell'art. 35 cod. nav., un espresso e formale provvedimento della competente autorità amministrativa, di carattere costitutivo (Cass. 5/08/1949, n. 2231; Cass. 6/05/1980, n. 2995; Cass. 14/03/1985, n. 1987; Cass. 2/03/2000, n. 2323). E comunque la sdemanializzazione in parola può sicuramente escludersi solo	per demanio c.d. artificiale, attesa la sua peculiare struttura, composizione ed origine (Cass. 6/3/2009, n. 5474; Cass. 31/8/2007, n. 18345: la quale ultima, pur dando atto di un precedente contrario - indicato in Cass. 6/2/2007, n. 2608, relativo però al fatto dell'uomo -, ribadisce l'astratta ammissibilità della sdemanializzazione tacita o di fatto per i beni del demanio naturale, per i quali la cessazione della demanialità può essere solo conseguenza di un accadimento naturale o materiale, di cui l'amministrazione pubblica si limita, con proprio atto di accertamento, a dichiarare la verificazione). Tuttavia, per i beni gravati da uso civico la delicatezza e complessità degli accertamenti necessari per la sclassificazione, ma soprattutto la peculiare struttura dell'istituto con il particolare ruolo dei singoli titolari dell'uso civico, escludono che questa possa avvenire in via di mero fatto. A differenza dai beni demaniali tradizionalmente intesi, per i quali il presupposto della sdemanializzazione resta - nell'ipotesi più favorevole per il privato - una situazione di protratta inerzia della pubblica amministrazione, unica abilitata ad espletare sul bene anche la signoria di fatto indispensabile per imprimervi la destinazione all'uso pubblico, sui beni gravati da uso civico sussiste la compresenza di un complesso di diritti soggettivi esercitabili uti singulus da ciascuno dei beneficiari di quello, sicché le situazioni da accertare sono molte e complesse, nel contraddittorio, almeno potenziale, con i singoli compartecipi e, per loro o in loro figurativa rappresentanza, con l'ente pubblico territoriale di riferimento individuato dalla legge.
Per "usi civici", in linea di ampia approssimazione ed a fini meramente descrittivi, possono intendersi i diritti spettanti ad una collettività - ed a ciascuno dei suoi componenti, che può quindi esercitarlo uti singulus - (E) organizzata ed insediata su di un territorio, il cui contenuto consiste nel trarre utilità dalla terra, dai boschi e dalle acque, nonostante la loro titolarità formale in capo a differenti soggetti pubblici o privati: il corpus normativo di riferimento è costituito, originariamente, dalla legge 16 giugno 1927, n. 1766 (e dal relativo regolamento di attuazione di cui al regio decreto 26 febbraio 1928, n. 332), ma è stato integrato, arricchito e differenziato dalla multiforme varietà delle leggi delle singole Regioni, alle quali - beninteso, limitatamente alle funzioni amministrative - il decentramento del 1977 (art.66, commi primo e quarto, del d.P.R. 24 luglio 1977, n. 616) ha devoluto la materia. L'originaria destinazione sembra addirittura stravolta, una volta che gli usi civici sono stati compresi nella specifica tutela paesistico-ambientale (secondo la previsione dell'art. 1 del decreto legge 27 giugno 1985, n, 312, convertito, con modificazioni, in legge 8 agosto 1985, n. 431, con cui è stato tra l'altro imposto - integrandosi l'art. 82 del d.P.R. 24 luglio 1977, n. 616 - il vincolo paesaggistico di cui alla legge 29 giugno 1939, n. 1497, anche alle zone gravate da usi civici; disposizione poi ripresa dalla legislazione successiva e, tra gli ultimi, dall'art.	142, comma primo,	lett. h),	del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42) o assunti di conseguenza a parametro blandamente negativo della sanabilità delle violazioni delle leggi urbanistiche (comma quinto dell'art. 32 della legge 28 febbraio 1985, n. 47, come sostituito, da ultimo, dall'art. 32, comma 43, del decreto-legge 30 settembre 2003, n. 269, convertito, con modificazioni, in legge 24 novembre 2003, n. 326). Pertanto, la persistente vitalità dell'istituto - nonostante fin dal 1927 se ne fosse prevista appunto la "liquidazione" - poggia ora su di una sua tendenziale mutazione funzionale, all'uso civico essendo cioè riconosciuta una nuova caratterizzazione della sua natura di bene collettivo, in quanto utile anche - se non soprattutto - alla conservazione del bene ambiente e per di più per ciò stesso non soltanto a favore dei singoli appartenenti alla collettività dei fruitori del bene nel singolo contesto territoriale collegato alle possibilità di concreto utilizzo dell'immobile, ma evidentemente alla generalità dei consociati. Al riguardo, la legge 16 giugno 1927, n. 1766, nel disciplinare la destinazione delle terre sulle quali continuino a gravare usi civici, ha suddiviso le medesime in due categorie, distinguendoli - al suo articolo 11 - tra quelli: a) convenientemente utilizzabili come bosco o come pascolo permanente; b) convenientemente utilizzabili per la coltura agraria. Orbene, la richiamata legge 1766 del 1927 sancisce: per i beni della categoria sub a) – art. 12, comma secondo) - l'inalienabilità e l'impossibilità di mutamento di destinazione, salvo autorizzazione del ministro dell'economia nazionale; per i beni della categoria sub b) - articoli 13 e seguenti - la possibilità della ripartizione e della assegnazione a coltivatori diretti, a titolo di enfiteusi con obbligo delle migliorie e possibilità di affrancazione dei fondi a seguito di accertamento delle stesse (cfr. artt. 19 e 21), prevedendosi (art. 21, comma terzo) che "prima dell'affrancazione le unità suddette non potranno essere divise, alienate o cedute per qualsiasi titolo". E’ principio consolidato che l'espressa previsione dell'inalienabilità, per entrambe le categorie di terreni e prima del completamento dei procedimenti di liquidazione o c.d. sclassificazione, connota il regime giuridico dei beni di uso civico dei caratteri propri della demanialità, sicché detti beni sono da reputarsi inalienabili ed incommerciabili, nonché insuscettibili di usucapione.
Dott. GIOVANNI BATTISTA PETTI	- Presidente
Dott. MARIO FINOCCHIARO	- Consigliere
Dott. FRANCO DE STEFANO	- Consigliere Rel.
Dott. PAOLO D’AMICO	- Consigliere
Dott. GIUSEPPA CARLUCCIO	- Consigliere
3.	Dal canto suo, la controricorrente ISVEIMER - Istituto per lo Sviluppo Economico dell'Italia Meridionale spa in liquidazione volontaria propone ricorso incidentale
4.	In via preliminare:
5.1.	l'intervenuta	aggiudicazione	agli	odierni ricorrenti dei beni oggetto della loro domanda di rivendicazione non è stata ritualmente acquisita al giudizio di legittimità: in violazione del principio di autosufficienza del ricorso e del controricorso in cassazione, la ricorrente incidentale non deposita alcuna prova a sostegno di quella che deduce come causa sopravvenuta di inammissibilità, né trasfonde nel ricorso il contenuto degli atti relativi, neppure indicando almeno per la prima delle due aste riportate, antecedente alla data di trattenimento della causa in decisione (2 luglio 2008) - in quale momento del giudizio di merito ed in quale sede processuale essa abbia fatto presente la relativa circostanza al giudice dell'opposizione, così rendendola ritualmente oggetto della controversia;
7.	Del resto, anche il ricorso incidentale è inammissibile: in esso, che non viene neppure ricondotto ad alcuna delle fattispecie di cui all'art. 360 cod. proc. civ., manca il prescritto quesito di diritto e comunque con esso si invoca una riconsiderazione delle ragioni poste dal giudice del merito a base della disposta compensazione, dimenticando che in sede di legittimità - e comunque prima della riforma del 2009 - quest'ultima è consentita soltanto in caso di manifesta incongruità o illogicità dei motivi esplicitati, oppure in caso di violazione della regola che impedisce la condanna di colui che è stato integralmente vittorioso: ed un motivo non illogico - quale la complessità della questione di diritto, resa evidente dalla problematicità delle premesse e degli sviluppi e dall'ampiezza delle argomentazioni svolte – viene esplicitato, mentre	la	ricorrente	incidentale,	pur vittoriosa in toto, non è affatto condannata alle spese.
8.	E tuttavia ritiene il Collegio che la peculiarità della fattispecie consenta di enunciare comunque il principio di diritto che la regola, ai sensi dell'art. 363, comma terzo, cod. proc. civ., ritenendo che la questione decisa sia di particolare importanza: del resto, perfino un'espressa dichiarazione di estinzione del giudizio di cassazione, che la Corte si trovasse a dover emettere in base alla dichiarazione di rinunzia al ricorso sopravvenuta alla emissione del decreto di fissazione della adunanza in camera di consiglio, non precluderebbe comunque alla stessa Corte, nella sua composizione collegiale, di usare del potere, che l'art. 363 cod. proc. civ. le assegna, di enunciare, su questioni di particolare importanza che il ricorso ha sollevato, il principio di dirittonell'interesse della legge (Cass. Sez. Un., ord. 6 settembre 2010, n. 19051). Al riguardo, ritiene il Collegio opportuno qui affermare espressamente il principio che un bene soggetto ad uso civico non può essere oggetto di espropriazione forzata, per il particolare regime della sua titolarità e della sua circolazione, che lo assimilano ad un bene appartenente al demanio, nemmeno potendo per esso configurarsi una c.d. sdemanializzazione di fatto.
9.4.3. l'originaria destinazione sembra addirittura stravolta, una volta che gli usi civici sono stati compresi nella specifica tutela paesistico-ambientale (secondo la previsione dell'art. 1 del decreto legge 27 giugno 1985, n, 312, convertito, con modificazioni, in legge 8 agosto 1985, n. 431, con cui è stato tra l'altro imposto - integrandosi l’art. 82 del d.P.R. 24 luglio 1977, n. 616 - il vincolo paesaggistico di cui alla legge 29 giugno 1939, n. 1497, anche alle zone gravate da usi civici; disposizione poi ripresa dalla legislazione successiva e, tra gli ultimi, dall'art.	142,	comma primo,	lett.	h),	del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42) o assunti di conseguenza a parametro blandamente negativo della sanabilità delle violazioni delle leggi urbanistiche (comma quinto dell'art. 32 della legge 28 febbraio 1985, n. 47, come sostituito, da ultimo, dall'art. 32, comma 43, del decreto-legge 30 settembre 2003, n. 269, convertito, con modificazioni, in legge 24 novembre 2003, n. 326);
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