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Timestamp: 2019-04-22 14:36:56+00:00
Document Index: 150672434

Matched Legal Cases: ['art. 2050', 'art 15', 'sentenza ', 'art. 15', 'sentenza ', 'art. 15', 'art. 2050', 'art. 15', 'art. 2050']

Vittorio Provera, Avvocato, Trifirò &amp; Partners Avvocati | 21 Maggio 2013
Corte di Cassazione, Sezione 3 civile, Sentenza 26 giugno 2012, n. 10646
PERSONALITÀ (DIRITTI DELLA) - RISERVATEZZA - IN GENERE - Dati personali - Mancata custodia di dati sensibili - Onere della prova - A carico del danneggiante - Limiti in ordini a notizie già note - Contrapposizione tra tutela della riservatezza e tutela dell'onorabilità del divulgatore dei dati - Contemperamento dei contrapposti diritti - Fondamento.
In tema di trattamento dei dati personali, l'onere della prova per la mancata custodia degli stessi incombe al danneggiante, come disposto dall'art. 2050 c.c., richiamato dall'art 15 D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, salvo che le notizie siano note già prima della loro diffusione da parte di questo, poiché, in tal caso, il danneggiato non è esentato dall'onere di dimostrare o, quanto meno, di indicare elementi presuntivi idonei a motivare la convinzione che la divulgazione sia riconducibile a chi possiede tali dati e non a chi abbia in precedenza pubblicato le medesime informazioni. Né può configurarsi un diritto al risarcimento quando il custode abbia divulgato i dati a salvaguardia della correttezza del proprio comportamento, perché i principi in tema di riservatezza vanno coordinati, oltre che con quelli che attengono all'interesse pubblico e al diritto della collettività all'informazione, con le esigenze di salvaguardia di interessi, pubblici e privati, all'onorabilità delle proprie frequentazioni nonché alla correttezza ed al rigore dei propri comportamenti.
La Suprema Corte, con sentenza n. 10646 del 2012, si è occupata di un caso che ha coinvolto una Società e che costituisce uno tra i pochi precedenti dei Giudici di legittimità sull’argomento riguardante responsabilità da illecito trattamento dei dati (disciplinato, in particolare, dall’art. 15 D. Lgs. 30 giugno 2003, n. 196).
Brevemente il caso sottoposto alla Corte
Un abituale Cliente di una Casa da Gioco conveniva in giudizio quest’ultima (insieme ad un suo responsabile), lamentando di aver appreso – dalla pubblicazione di articoli su un periodico web – che l’Azienda aveva adottato nei suoi confronti un provvedimento di inibitoria dell’ingresso al Casinò, nonché dell’uso di una particolare carta (cosiddetta carta di platino) che consentiva al medesimo di ottenere una serie di vantaggi. Successivamente a dette pubblicazioni, era apparso sul periodico una lettera di un Responsabile della Casa da Gioco in cui si precisava che l’Azienda (avendo avuto notizia tramite articoli pubblicati sulla stampa nazionale) che il Cliente era stato indagato per gravi reati, aveva adottato i citati provvedimenti di inibitoria del medesimo a tutela dell’immagine aziendale.
In questo contesto, il Cliente lamentava, in giudizio, una pretesa illecita divulgazione da parte della Casa da Gioco (e del suo Responsabile / Direttore) delle predette notizie, pur non contestando, nel merito, l’esistenza dei fatti.
Veniva così formulata una ingente richiesta di danni verso i convenuti, quale conseguenza dell’asserita violazione della legge sulla protezione dei dati personali. Il Tribunale respingeva la domanda in quanto, non era stata fornita alcuna prova di una condotta illecita addebitata alla Casa da Gioco, sotto forma di violazione dei doveri di protezione dei dati, anche perché le notizie riguardanti l’inibizione erano già stati reperiti e diffusi in rete prima dell’intervento della Società.
Avverso detta sentenza del Tribunale il Cliente proponeva ricorso in cassazione, allegando la violazione dell’art. 15 del D. Lgs. 30 giugno 2003, n. 196 e dell’art. 2050 cod. civ..
In breve con l’impugnativa si sosteneva che i dati concernenti i rapporti tra la Casa da Gioco e detto frequentatore (compresi quelli inerenti la concessione della cosiddetta carta di platino) dovessero rientrare nell’ambito della riservatezza personale e, quindi, essere disciplinati dall’art. 15 del citato D. Lgs. 193/2003. Detta norma, fra l’altro, dispone l‘obbligo di risarcimento del danno a carico di chiunque cagioni un pregiudizio per effetto del trattamento dei dati personali di cui è responsabile , ai sensi dell’art. 2050 cod. civ.
Conseguentemente, parte ricorrente ha sostenuto che la mera pubblicazione delle predette notizie avrebbe dovuto costituire di per sé prova dell’illecita diffusione dei dati custoditi dall’Azienda, cosicché quest’ultima avrebbe dovuto rispondere di ogni pregiudizio arrecato, a meno che non avesse dimostrato di aver adottato tutte le misure idonee a proteggere le informazioni riservate.
Il principio della Suprema Corte di Cassazione
La Suprema Corte ha respinto i motivi di impugnativa, mettendo a fuoco un principio assai interessante in questa campo, che possiamo sintetizzare come segue.
Ad oggi, l’opinione prevalente in materia – considerata peraltro la notevole evoluzione tecnica nel settore della tutela dei dati cosiddetti personali – ritiene il citato articolo 15 sia una disposizione che, sostanzialmente, impone una sorta di responsabilità oggettiva a carico del titolare del trattamento dei dati, a meno che questo dimostri il cosiddetto caso fortuito.
Tuttavia, la pronuncia dei Giudici di legittimità ha statuito che, preliminarmente, deve essere dimostrata (da colui che agisce in giudizio lamentando una divulgazione illecita di informazioni o dati riservati) l’imputabilità in capo al soggetto convenuto della predetta diffusione. Solo a fronte di tale prova il presunto danneggiante sarà gravato dall’onere di dimostrare il cosiddetto caso fortuito o, quantomeno, di aver adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno.
Quindi poiché – nel caso di specie - le notizie considerate riservate risultavano già note per fatto di terzi, l’attore non aveva soddisfatto tale presupposto, con conseguente rigetto delle sue pretese.
Sotto altro profilo, la Corte ha ritenuto che la successiva lettera pubblicata da un Responsabile della Casa da Gioco (quale reazione alle notizie concernenti il Cliente, coinvolto in indagini per gravi illeciti), fosse perfettamente legittima, anche laddove confermava i provvedimenti di inibizione, già divulgati da terzi con le precedenti pubblicazioni . La diffusone di tale lettera costituiva l’esercizio di un diritto finalizzato a tutelare gli interessi pubblici e privati dell’onorabilità, dell’immagine e della correttezza dei comportamenti della Società. Peraltro assumeva rilevanza il fatto che il Cliente non aveva lamentato alcuna forma di diffamazione a mezzo stampa, né contestato le circostanze riportate.
Da tale pronuncia, in definitiva, si evince che la tutela invocata sulla base della rigorosa disciplina in materia di trattamento dei dati personali non può prescindere, comunque, dalla avvenuta dimostrazione che la diffusione di informazioni di cui ci si lamenta sia riconducibile al soggetto responsabile del trattamento.