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Timestamp: 2019-11-12 04:34:18+00:00
Document Index: 184586006

Matched Legal Cases: ['art. 8', 'art. 91', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 385', 'sentenza ', 'art. 92', 'art. 88', 'art. 92', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2043', 'art. 96', 'art. 2043']

CAP. 3 – La condanna alle spese e la responsabilità processuale
CAP. 3 – La condanna alle spese e la responsabilità processuale.
Il costo dell’attività giurisdizionale viene posto in larga misura a carico dei litiganti. Ciò avviene mediante le tasse che gravano sulle parti del processo in relazione ai diversi atti e attività giurisdizionali: tasse di bollo e imposte di registro, diritti di cancelleria, diritti dell’ufficiale giudiziario. È inoltre a carico delle parti il pagamento degli onorari ai difensori che le rappresentano e le assistono in giudizio.
Problema: su quale delle due parti deve gravare il carico delle spese?
Il codice pone in proposito due regole fondamentali: quella sussidiaria e provvisoria dell’anticipazione e quella finale della soccombenza. L’art. 8 del D.P.R. 115/2002 stabilisce che l’onere di anticipare le spese incombe sulla parte in relazione agli atti, da lei compiuti o richiesti, che alla spesa hanno dato luogo nonché agli atti necessari al processo quando l’anticipazione è posta a sua carico della legge o dal giudice.
Se la parte è ammessa al patrocinio a spese dello Stato le spese sono anticipate o prenotate a debito dell’erario. In relazione agli atti necessari del processo il giudice dovrà valutare l’interesse cui l’atto risponde e determinate cosè su chi ricade inizialmente l’onere dell’anticipazione. In caso di mancato adempimento, il giudice emanerà un provvedimento esecutivo di condanna all’anticipazione della somma necessaria.
Quanto alla sopportazione finale delle spese del giudizio, il codice di rito ricorre al criterio della soccombenza che infatti si ricollega al principio per il quale l’esperienza del processo non deve lasciare impoverita la parte che risulterà avere avuto ragione.
L’art. 91 attua tale principio della soccombenza al momento della sentenza che chiude ogni grado del processo, prevedendo che il giudice condanni la parte soccombente al rimborso delle spese a favore dell’altra parte. E ciò sulla base del fondamento oggettivo rappresentato dall’esito della causa in relazione alle istanze di parte senza alcuna natura sanzionatoria trattandosi di rifusione indennitaria che non si ricollega ad alcun illecito del soccombente e che prescinde di regola dall’atteggiamento soggettivo tenuto dalle parti medesime.
Quella dell’anticipazione è una regola sussidiaria e provvisoria: essa consente lo svolgimento del processo in un momento in cui mancano i presupposti perché operi il criterio della soccombenza, non essendo possibile stabilire, prima della sentenza, quale delle parti risulterà alla fine vincitrice ed abbia il diritto di chiedere il rimborso delle spese sostenute. Solo al momento della pronuncia della sentenza definitiva, quindi subentrano le condizioni perché le spese vengano ripartite in base al criterio della soccombenza.
L’allocazione finale delle spese avviene con la sentenza che chiude il grado di giudizio, la quale conterrà alla fine un apposito capo di condanna alle spese.
La condanna alle spese deve essere pronunciata anche in assenza di istanza di parte dal giudice, nella sentenza o nei provvedimenti speciali nel provvedimento finale, che può assumere la forma di ordinanza.
La l. 69/2009 ha poi previsto che, nel caso in cui il giudice accolga la domanda in misura non superiore all’eventuale proposta transattiva avanzata da controparte del processo e non accettata, il giudice possa condannare anche d’ufficio la parte che ha ingiustificatamente rifiutato la proposta transattiva al pagamento di tutte le spese processuali maturate dopo la sua formulazione, e ciò anche se essa sia risultata vittoriosa nel merito (deroga al criterio della soccombenza).
Una disciplina particolare vige per il procedimento davanti alla Corte di Cassazione, in relazione al quale l’art. 385 prevede che la condanna alle spese debba essere pronunciata dalla Cassazione nei soli casi di rigetto del ricorso, mentre in quelli di cassazione con o senza rinvio prevede che la pronuncia sulle spese del giudizio possa essere rimessa, rispettivamente, al giudice di rinvio o al giudice che ha pronunciato la sent. cassata.
Se più sono i soccombenti, il giudice può ripartire le spese fra essi in ragione del rispettivo interesse alla causa e può altresì pronunciare condanna in solido, se le parti soccombenti hanno interesse comune; ove la sentenza non statuisca, la ripartizione delle spese si fa per quote uguali.
Vi sono casi in cui l’applicazione della regola della soccombenza subisce dei temperamenti, e ciò accade ad esempio nei giudizi di stato delle persone, o in quelli di divisione, in cui la mancata contestazione o resistenza della parte che subisce la domanda può giustificare la compensazione totale o parziale delle spese.
Nella soccombenza trova fondamento anche la regola che pone le spese del processo esecutivo, sostenute dal creditore procedente e da quelli intervenuti che partecipano alla distribuzione, a carico del debitore.
La legge ha previsto la possibilità che le conseguenze della rigorosa applicazione del criterio della soccombenza possano essere mitigate; si è consentito al giudice di compensare motivatamente, in tutto o in parte, le spese non solo nel caso in cui vi sia soccombenza reciproca, ma anche, in contrasto con quella che è stata la soccombenza effettiva nel processo, in base al criterio della causalità, in forza del quale ciascuna parte, anche quella vincitrice, è chiamata a rispondere delle spese che essa ha causato con istanze o atti che, alla fine del processo, si siano rivelati non strettamente necessari al perseguimento dello scopo di tutelare e ottenere il riconoscimento dei propri diritti.
L’art. 92 c. 1 attribuisce al giudice la facoltà di escludere la ripetizione delle spese eccessive e superflue sostenute dalla parte vincitrice e di condannare una parte, indipendentemente dalla soccombenza, al rimborso delle spese provocate all’altra parte da eventuali violazioni del dovere di lealtà e probità di cui all’art. 88. L’art. 92 c. 2 consente al giudice di compensare le spese, in tutto o in parte, non più per giusti motivi, ma per gravi ed eccezionali ragioni.
Non vi sarà condanna alle spese neppure nelle ipotesi in cui di soccombenza non si possa parlare, essendovi stata conciliazione tra le parti o essendosi estinto il processo per inattività. In caso di estinzione per rinuncia agli atti le spese sono a carico del rinunciante, salvo diverso accordo tra le parti. Nel procedimento di Cassazione, in caso di rinuncia al ricorso, la Corte può condannare il rinunciante alle spese, a meno che alla rinuncia abbiano aderito le altri parti, personalmente o tramite i loro avvocati autorizzati con mandato speciale.
L’obbligo della rifusione delle spese e il diritto corrispondente ineriscono alle parti del processo e non riguardano coloro che tali parti rappresentano o assistono, né tanto meno il difensore. Questa regola ammette due eccezioni. Da un lato i rappresentanti legali o volontari, i curatori, gli eredi beneficiati nonché coloro che assistono la parte in giudizio possono essere condannati personalmente per gravi motivi alla rifusione delle spese dell’intero processo o dei singoli atti, anche in solido con la parte rappresentata o assistita. Tali gravi motivi, che il giudice deve specificare in sentenza, consisteranno nell’evidente temerarietà della lite intrapresa o della procedura instaurata a nome del rappresentato, ovvero nell’imprudente valutazione della pretesa del rappresentante o assistito. In forza di questa condanna, il rappresentante o curatore divengono a loro volta parti del processo e potranno quindi impugnare la sentenza che li ha condannati. Dall’altro lato, la legge prevede che i difensori con procura possano chiedere al giudice di pronunciare, nella sentenza di condanna alle spese, la distrazione dalla somma liquidata alla parte rappresentata degli onorari non riscossi e delle spese che essi dichiarino di aver anticipato; e ciò sia favore proprio che degli altri difensori. Finché il difensore non abbia conseguito il diritto al rimborso che gli è stato attribuito, la parte può peraltro chiedere al giudice la revoca del provvedimento che ordina la distrazione, qualora dimostri di aver soddisfatto il credito del difensore. Anche il difensore assume in tal caso la qualità di parte per la tutela del proprio interesse relativo all’attribuzione delle spese.
Se alla responsabilità per le spese va attribuito fondamento oggettivo, è pur sempre da tener presente che anche gli atteggiamenti soggettivi della parte vengono talora in considerazione in sede di allocazione delle spese del processo.
Allo spirito di mala fede del litigante può essere dato peso dal giudice in vista di un aggravamento della responsabilità della parte in relazione allo svolgersi e alle spese del processo. L’avanzare o respingere una pretesa in mala fede o con colpa grave costituisce un comportamento colpevole che dà luogo a responsabilità aggravata da lite temeraria: e cioè all’obbligo di risarcire all’altra parte il danno prodotto dal processo, da liquidarsi in sentenza, anche in via equitativa, oltre alla rifusione delle spese.
La novella del 2009 ha riconosciuto al giudice il potere di condannare anche d’ufficio la parte interamente soccombente al pagamento a favore della controparte di una somma ulteriore rispetto alle spese di lite, equitativamente determinata. Inoltre, ha introdotto la possibilità per il giudice di ordinare la pubblicazione della decisione di merito a cura e spese del soccombente anche su siti internet o giornali, nei casi in cui ciò può contribuire a riparare il danno subito dalla parte.
Analogo è il fondamento della responsabilità aggravata di chi promuove un procedimento esecutivo o cautelare o trascrive domanda giudiziale o iscrive ipoteca a tutela di un diritto che poi venga accertato inesistente. Questi atti producono effetti pregiudizievoli immediati e gravi sul patrimonio di coloro che li subiscono e pertanto qui il legislatore ha inteso dissuadere da abusi nel loro compimento dettando per tali ipotesi una norma speciale che riconduce l’allocazione del peso del danno alla clausola generale della responsabilità aquiliana o extracontrattuale di cui all’art. 2043 cc. È sufficiente aver fatto ricorso a tali procedure esecutive o cautelari senza la normale prudenza per essere condannati, su istanza della controparte, al risarcimento dei danni ad essa arrecati, da liquidarsi in sentenza.
Si discute se l’art. 96 c. 1 e 2 sia applicabile anche nei processi amministrativi avanti ai TAR e al Consiglio di Stato, ove nulla è previsto al riguardo. La risposta positiva è la più convincente, perché diversamente dovrebbe applicarsi la più dure regola dell’art. 2043 cc.