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Timestamp: 2017-11-22 07:10:11+00:00
Document Index: 113715665

Matched Legal Cases: ['art. 3', 'sentenza ', 'art. 17', 'art. 28', 'art. 11', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 11', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 23', 'art. 16', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 11', 'sentenza ']

Consiglio di Stato, Sezione IV, 18 ottobre 2010
SENTENZA N. 7557
1. Come noto (Sez. IV, n. 2639/00), le varianti ai piani regolatori generali possono essere distinte, in relazione alla loro funzione ed estensione, in varianti specifiche, varianti normative e varianti generali, queste ultime consistendo, in sostanza, in una nuova disciplina generale dell'assetto del territorio, resasi opportuna o necessaria perché il piano regolatore generale ha durata indeterminata e quindi deve essere soggetto a revisioni periodiche. L'indirizzo di politica urbanistica espresso negli strumenti generali di pianificazione implica importanti conseguenze in ordine al sindacato di legittimità del giudice amministrativo ed al contenuto della motivazione in concreto indispensabile, specie in considerazione di quanto previsto dal secondo comma dell'art. 3, l. n. 241 del 1990, che esclude dall'obbligo di motivazione gli atti normativi e quelli a contenuto generale (nel cui novero rientra lo strumento urbanistico generale). Coerentemente col principio di buona amministrazione, si è affermato che: a) le scelte effettuate dall'amministrazione nell'adozione del piano costituiscono apprezzamento di merito sottratto al sindacato di legittimità, salvo che non siano inficiate da errori di fatto o abnormi illogicità (cfr. ex plurimis, C.d.S. sez. IV, 8 febbraio 1999, n. 121; n. 2639/00); b) in occasione della formazione di uno strumento urbanistico generale, le scelte discrezionali dell'amministrazione riguardo alla destinazione di singole aree non necessitano di apposita motivazione, oltre a quella che si può evincere dai criteri generali - di ordine tecnico - discrezionale - seguiti nell'impostazione del piano stesso (cfr. C.d.S., Ad. plen., 22 dicembre 1999, n. 24; sez. IV, 19 gennaio 2000, n. 245; sez. IV, 24 dicembre 1999, n. 1943; sez. IV, 2 novembre 1995 n. 887, sez. IV, 25 febbraio 1988, n. 99), essendo sufficiente l'espresso riferimento alla relazione di accompagnamento al progetto di modificazione al piano regolatore generale, salvo che particolari situazioni non abbiano creato aspettative o affidamenti in favore di soggetti le cui posizioni appaiano meritevoli di specifiche considerazioni.
2. Le evenienze che giustificano una più incisiva e singolare motivazione degli strumenti urbanistici generali (non presenti nell'odierna fattispecie) sono state ravvisate dalla giurisprudenza di questo Consiglio (cfr. Ad. plen. n. 24 del 1999 cit.): a) nel superamento degli standards minimi di cui al d.m. 2 aprile 1968, con l'avvertenza che la motivazione ulteriore va riferita esclusivamente alle previsioni urbanistiche complessive di sovradimensionamento, indipendentemente dal riferimento alla destinazione di zona di determinate aree; b) nella lesione (parimenti non ricorrente nella specie), dell'affidamento qualificato del privato - convenzioni di lottizzazione, accordi di diritto privato intercorsi tra il comune e i proprietari delle aree, aspettative nascenti da giudicati di annullamento di dinieghi di concessione edilizia o di silenzio - rifiuto su una domanda di concessione - (cfr. Ad. plen. n. 24 del 1999, cit.; 8 gennaio 1986, n. 1); c) nella modificazione in zona agricola della destinazione di un'area limitata, interclusa da fondi edificati in modo non abusivo (cfr. sez. IV, 9 aprile 1999, n. 594); “Non è comunque configurabile un'aspettativa qualificata ad una destinazione edificatoria in relazione ad una precedente determinazione dell'amministrazione, ma soltanto un 'aspettativa generica ad una reformatio in melius, analoga a quella di ogni altro proprietario di aree che aspira ad una utilizzazione più proficua dell'immobile»; pertanto «... la polverizzazione della motivazione sarebbe in contrasto con la natura della variante generale, che non richiede altra motivazione che quella dei criteri di ordine tecnico seguiti per la redazione del piano” (cfr. Ad. plen. n. 24 del 1999 cit.). E’ stato, altresì, affermato che la zona agricola possiede anche una valenza conservativa dei valori naturalistici, venendo a costituire il polmone dell'insediamento urbano, assumendo per tale via la funzione decongestionante e di contenimento dell'espansione dell'aggregato urbano, è principio espresso dalla pacifica giurisprudenza di questo Consiglio (cfr. sez. IV, n. 245 del 2000 cit.; n. 1943 del 1999 cit.; 13 marzo 1998, n. 431; sez. IV, 1 ottobre 1997, n. 1059; sez. IV, 28 settembre 1993, n. 968; sez. IV, 1 giugno 1993, n. 581; sez. V, 19 settembre 1991, n. 1168; sez. IV, 11 giugno 1990, n. 464, sez. IV, 17 gennaio 1989, n. 5).
3. Logico corollario, sul piano della istruttoria e della motivazione di una variante dichiaratamente destinata a tutelare l'ambiente di determinate aree del territorio, è che non si richiede una diffusa analisi argomentativa, avuto riguardo al valore del paesaggio, sul piano costituzionale fondamentale, a mente dell'articolo 9 della Costituzione (cfr. ex plurimis sez. IV, n. 245 del 2000 cit.; 4 dicembre 1998, n. 1734; Corte cost. n. 170 del 1997; n. 416 del 1996; n. 417 del 1995; n. 379 del 1994; n. 282 del 1992; 327 del 1990; nn. 302 e 1112 del 1988; nn. 151, 152 e 153 del 1986).
1. Con atto notificato il 28/7/2003, la società Argenio ricorreva al Consiglio di Stato per ottenere la riforma della sentenza del TAR Campania- Sezione staccata di Salerno, Sez. I, n. 670/02, con la quale era stato rigettato il ricorso n. 3812/00 proposto avverso la delibera di C.C. n. 106/00, avente ad oggetto “Variante di salvaguardia per la tutela degli ambiti collinari e fluviali” ed i successivi motivi aggiunti avverso i provvedimenti dirigenziali, recanti reiezione di due istanze di concessione edilizia per la realizzazione rispettivamente di n. 7 e n. 6 unità abitative, unitamente alla delibera di C.C. n. 42 del 3/4/2001 avente ad oggetto variante al PRG per l’ambito urbano Collina Liguorini ex P.P. Q.49.
Con il medesimo ricorso la soc. Argenio chiedeva la condanna del Comune di Avellino al risarcimento dei danni subiti per il ritardo nella realizzazione dell’intervento costruttivo ovvero, in via subordinata, in conseguenza della violazione dell’obbligo di diligenza media da parte del Comune.
2. Questi i dedotti motivi di appello.
2.1. Error in judicando: violazione della L. n. 1902 del 3/11/1952 e dell’art. 17 L. n. 1150/42.
2.2. Error in judicando: violazione della L. n. 14/82 in relazione agli artt. 7-11 L. n. 1150/42- Omessa motivazione- Contraddittorietà- Erroneità dei presupposti.
2.3. Error in judicando: violazione della L. n. 14/82 in relazione agli artt. 7-11 L. n. 1150/42.
2.4. Error in judicando: violazione di legge. Art. 42 Cost. in relazione all’art. 28 L.U. – Art. 869 cod. civ.
2.5. Error in judicando: difetto di motivazione- contraddittorietà.
2.6. Error in judicando: difetto di istruttoria e di motivazione- violazione di legge (d.m. n. 1444/68, LRC n. 14/82)- difetto di istruttoria e di motivazione.
2.7. Error in judicando: violazione di legge (art. 11 LRC 7/1783 n. 9)- difetto del presupposto di istruttoria.
2.8. Eccesso di potere: illogicità manifesta- contraddittorietà, iniquità, sviamento.
3. Si costituiva in giudizio il Comune di Avellino che, nel ribadire la correttezza della sentenza di prime cure, preliminarmente reiterava le eccezioni di inammissibilità ed improcedibilità già formulate in primo grado, nonché quella di inammissibilità dell’azione per sopravvenuta carenza d’interesse, essendo divenuta definitiva l’inconfigurabilità di qualsiasi possibile utilità discendente dalla favorevole definizione in merito della controversia, dal momento che con decreto del Presidente della Giunta provinciale era stato approvato, in data 15/01/08, il nuovo P.U.C. che consentiva alla società appellante la realizzazione di tutta la volumetria prevista dalle previgenti norme urbanistiche, tant’è che la stessa aveva già avanzato istanza per la realizzazione di n. 5 edifici residenziali, su cui gli uffici competenti si erano pronunciati favorevolmente.
In via subordinata, il Comune eccepiva la infondatezza in fatto e in diritto delle censure di controparte anche per ciò che attiene alla richiesta di risarcimento dei danni.
4. La società appellante, con memoria difensiva, ribadiva la richiesta di risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali.
5. Il ricorso veniva inserito nei ruoli di udienza del 4 giugno 2010 e trattenuto in decisione.
1. L’appello è diretto avverso la sentenza n. 670/02 del TAR di Salerno, Sez. I, che ha respinto il ricorso proposto dalla soc. Argenio avverso la delibera n. 106/00 di salvaguardia per la tutela degli ambiti collinari e fluviali ed i successivi motivi aggiunti avverso i provvedimenti di reiezione di due istanze di concessione edilizia, nonché avverso la delibera n. 42 del 3/4/01, avente ad oggetto variante al PRG per l’ambito urbano Collina Liguorini.
2. Si prescinde dall’esame delle eccezioni di rito, risultando il ricorso infondato nel merito.
2.1. Con il primo motivo di appello, si sostiene che gli impugnati dinieghi di concessione edilizia integrerebbero, in realtà, delle misure di salvaguardia . La sopravvenuta inefficacia del Piano particolareggiato, per decorso del termine decennale, investirebbe solo le prescrizioni vincolistiche del piano, e dunque l’esercizio dei poteri ablatori, ma non anche le prescrizioni di zona relative alla edificabilità dei suoli.
Pertanto, la previsione edificatoria dei terreni della società resterebbe efficace, perché coerente con il precedente PRG del 1991, col P.P.Q9. e con i Piani di comparto del 1993 e del 1995.
Il TAR avrebbe, dunque, erroneamente ritenuto la inammissibilità delle censure rivolte contro i dinieghi edilizi, perché li avrebbe dovuti considerare in sostanza come misure di salvaguardia di cui all’art. unico L. n. 1902/52), in contrasto con lo strumento urbanistico vigente (PRG del 1991), malgrado la scadenza del piano particolareggiato decennale Q9, che non avrebbe precluso l’edificazione in sito (nelle zone C4).
Invero, le richieste concessioni edilizie sono state respinte non alla luce della normativa di cui all’articolo unico della L. n. 1902 del 1952 (contrasto con gli strumenti urbanistici in itinere), per quanto applicabili, bensì, ai sensi della L. n. 10/77, per contrasto con gli strumenti urbanistici vigenti (delibera consiliare n. 42 del 3/4/2001 con la quale è stata adottata la variante al PRG per l’ambito urbano Collina Liguorini ex P.P. Q9).).
Il suddetto P.P. approvato con decreto sindacale del 25/11/88, quale strumento esecutivo del PRG del 1971, era infatti scaduto per decorso del periodo di validità decennale(artt. 16 e 17 L. n. 1150/42).
A ciò avevano fatto seguito nuove norme urbanistiche definite con il Piano regolatore generale, approvato con DPGRC n. 4750 del 28/5/91, che hanno costituito il nuovo riferimento urbanistico- disciplinare per la valutazione e conseguente reiezione delle proposte istanze di concessione edilizia.
2.2. Con il secondo motivo di appello si sostiene che il primo giudice avrebbe ignorato la censura che riteneva che le ragioni di pubblico interesse addotte dal pianificatore a sostegno della variante non avessero alcuna attinenza con le aree del comparto in cui ricadevano i suoli di proprietà dell’appellante, considerando la variante stessa come interessante tutto il territorio già oggetto del precedente P.P.
Secondo l’appellante si sarebbero dovuti considerare i comparti e non si sarebbe potuto ignorare lo stato di fatto (fra l’altro, la nuova variante aveva inserito le aree in questione nella zona residenziale di completamento).
Come noto (Sez. IV, n. 2639/00), le varianti ai piani regolatori generali possono essere distinte, in relazione alla loro funzione ed estensione, in varianti specifiche, varianti normative e varianti generali, queste ultime consistendo, in sostanza, in una nuova disciplina generale dell'assetto del territorio, resasi opportuna o necessaria perché il piano regolatore generale ha durata indeterminata e quindi deve essere soggetto a revisioni periodiche (nel caso di specie il Comune di Avellino, come risulta dalla relazione tecnica facente parte integrante della delibera di adozione della variante, ha inteso perseguire, fra gli altri obiettivi, quello inerente uno sviluppo della politica urbanistica rispettoso delle specificità ambientali di alcune zone territoriali, di particolare pregio, informando le scelte contenute nella variante a svariati parametri generali; tra questi viene in risalto, ai tini della presente controversia, quello concernente la tutela degli ambiti collinari e fluviali).
L'indirizzo di politica urbanistica espresso negli strumenti generali di pianificazione implica importanti conseguenze in ordine al sindacato di legittimità del giudice amministrativo ed al contenuto della motivazione in concreto indispensabile, specie in considerazione di quanto previsto dal secondo comma dell'art. 3, l. n. 241 del 1990, che esclude dall'obbligo di motivazione gli atti normativi e quelli a contenuto generale (nel cui novero rientra lo strumento urbanistico generale).
Coerentemente col principio di buona amministrazione, si è affermato che: a) le scelte effettuate dall'amministrazione nell'adozione del piano costituiscono apprezzamento di merito sottratto al sindacato di legittimità, salvo che non siano inficiate da errori di fatto o abnormi illogicità (cfr. ex plurimis, C.d.S. sez. IV, 8 febbraio 1999, n. 121; n. 2639/00); b) in occasione della formazione di uno strumento urbanistico generale, le scelte discrezionali dell'amministrazione riguardo alla destinazione di singole aree non necessitano di apposita motivazione, oltre a quella che si può evincere dai criteri generali - di ordine tecnico - discrezionale - seguiti nell'impostazione del piano stesso (cfr. C.d.S., Ad. plen., 22 dicembre 1999, n. 24; sez. IV, 19 gennaio 2000, n. 245; sez. IV, 24 dicembre 1999, n. 1943; sez. IV, 2 novembre 1995 n. 887, sez. IV, 25 febbraio 1988, n. 99), essendo sufficiente l'espresso riferimento alla relazione di accompagnamento al progetto di modificazione al piano regolatore generale, salvo che particolari situazioni non abbiano creato aspettative o affidamenti in favore di soggetti le cui posizioni appaiano meritevoli di specifiche considerazioni.
Le evenienze che giustificano una più incisiva e singolare motivazione degli strumenti urbanistici generali (non presenti nell'odierna fattispecie) sono state ravvisate dalla giurisprudenza di questo Consiglio (cfr. Ad. plen. n. 24 del 1999 cit.):
a) nel superamento degli standards minimi di cui al d.m. 2 aprile 1968, con l'avvertenza che la motivazione ulteriore va riferita esclusivamente alle previsioni urbanistiche complessive di sovradimensionamento, indipendentemente dal riferimento alla destinazione di zona di determinate aree; b) nella lesione (parimenti non ricorrente nella specie), dell'affidamento qualificato del privato - convenzioni di lottizzazione, accordi di diritto privato intercorsi tra il comune e i proprietari delle aree, aspettative nascenti da giudicati di annullamento di dinieghi di concessione edilizia o di silenzio - rifiuto su una domanda di concessione - (cfr. Ad. plen. n. 24 del 1999, cit.; 8 gennaio 1986, n. 1); c) nella modificazione in zona agricola della destinazione di un'area limitata, interclusa da fondi edificati in modo non abusivo (cfr. sez. IV, 9 aprile 1999, n. 594);
«Non è comunque configurabile un'aspettativa qualificata ad una destinazione edificatoria in relazione ad una precedente determinazione dell'amministrazione, ma soltanto un 'aspettativa generica ad una reformatio in melius, analoga a quella di ogni altro proprietario di aree che aspira ad una utilizzazione più proficua dell'immobile»; pertanto «... la polverizzazione della motivazione sarebbe in contrasto con la natura della variante generale, che non richiede altra motivazione che quella dei criteri di ordine tecnico seguiti per la redazione del piano» (cfr. Ad. plen. n. 24 del 1999 cit.).
E’ stato, altresì, affermato che la zona agricola possiede anche una valenza conservativa dei valori naturalistici, venendo a costituire il polmone dell'insediamento urbano, assumendo per tale via la funzione decongestionante e di contenimento dell'espansione dell'aggregato urbano, è principio espresso dalla pacifica giurisprudenza di questo Consiglio (cfr. sez. IV, n. 245 del 2000 cit.; n. 1943 del 1999 cit.; 13 marzo 1998, n. 431; sez. IV, 1 ottobre 1997, n. 1059; sez. IV, 28 settembre 1993, n. 968; sez. IV, 1 giugno 1993, n. 581; sez. V, 19 settembre 1991, n. 1168; sez. IV, 11 giugno 1990, n. 464, sez. IV, 17 gennaio 1989, n. 5).
Logico corollario, sul piano della istruttoria e della motivazione di una variante dichiaratamente destinata a tutelare l'ambiente di determinate aree del territorio, è che non si richiede una diffusa analisi argomentativa, avuto riguardo al valore del paesaggio, sul piano costituzionale fondamentale, a mente dell'articolo 9 della Costituzione (cfr. ex plurimis sez. IV, n. 245 del 2000 cit.; 4 dicembre 1998, n. 1734; Corte cost. n. 170 del 1997; n. 416 del 1996; n. 417 del 1995; n. 379 del 1994; n. 282 del 1992; 327 del 1990; nn. 302 e 1112 del 1988; nn. 151, 152 e 153 del 1986).
Circa, poi, il rapporto fra piano regolatore generale o sue varianti da un lato, e vincoli e destinazioni di zone a vocazione storica, ambientale e paesistica, dall'altro, si richiamano i precedenti indirizzi espressi da questo Consiglio (Sez. IV, n. 1734 del 1998 cit.; Cons. glust. amm. sic. 30 giugno 1995, n. 246).
Sulla scorta delle argomentazione ora illustrate l'appello proposto dalla soc. Argenio non è meritevole di accoglimento. Nel caso di specie, il giudice di prime cure ha considerato l'esauriente istruttoria compiuta dal Comune sulle linee generali ispiratrici dello strumento urbanistico adottato, correttamente ritenendo non necessaria una motivazione ‘polverizzata’. Né si poteva dare concreta tutela alle mere aspettative edificatorie degli interessati.
La contestazione della scelta di politica urbanistica sottesa alla destinazione impressa alle aree interessate è di per sé inammissibile, perché investe il merito dell'azione amministrativa; la riduzione dell'edificabilità concreta (peraltro, nella specie compensata dall’adozione del criterio di ‘urbanistica compensativa’) è una fisiologica conseguenza di tale scelta; e comunque, «la previsione di una determinata tipologia urbanistica non è un vincolo preordinato all'espropriazione né comporta l'inedificabilità assoluta, trattandosi invece di una prescrizione diretta a regolare concretamente l'attività edilizia, in quanto inerente alla potestà conformativa propria dello strumento urbanistico generale, la cui validità è a tempo indeterminato, come espressamente stabilito dall'art. 11 l. 17 agosto 1942 n. 1150» (cfr. sez. IV, 2 dicembre 1999, n. 1769).
La variante, in base all'esame del suo contenuto come integrato dalla relazione tecnica, si rivela coerente e puntuale. Essa non può che disporre per il futuro, valorizzando, in via autonoma, quelle esigenze di tutela del bene primario del paesaggio e di razionalizzazione con gli interessi (di altri enti) ed interventi, che sul territorio si annunciano o sono in fieri, anche se affidati ad altre autorità, senza per questo che si registrino sconfinamenti o superfetazioni di tutela (cfr. IV sez. n. 2639/00).
Invero, lo strumento urbanistico generale non presuppone affatto, inderogabilmente, tendenze espansive edilizie e demografiche. Al contrario, una moderna e realistica concezione dell'urbanistica appare incentrata sulla necessità di tener conto di tutti profili interessanti il territorio nazionale, del tasso di antropizzazione, dai dati demografici generali; dell'ineludibile bisogno di tutela delle ormai rare zone non edificate. Gli strumenti urbanistici, quindi, possono e devono essere costruiti intorno a linee guida che esaltino il momento del recupero e della razionalizzazione del patrimonio edilizio esistente(in termini, dec. n. 2639 cit.).
Per quanto attiene al caso di specie, il problema della opportunità e convenienza del nuovo disegno territoriale degli ambiti collinari e fluviali risulta esser stato esaustivamente trattato dall'Amministrazione comunale.
Né, d'altra parte - contrariamente a quanto assume l'odierna appellante - potrebbero individuarsi, in capo all'interessata, situazioni giuridiche idonee a creare aspettative o affidamenti tali da obbligare il Comune a motivare specificamente la scelta urbanistica effettuata in sede di variante (nella specie, si sostiene che la porzione di territorio interessata sarebbe stata articolata in comparti, già previsti dal precedente Piano particolareggiato e, quindi, non sarebbe stato possibile ignorare lo stato di fatto, tanto più che nella successiva variante al PRG il comparto in questione D3.5.4 era stato classificato nella stessa variante come “zona residenziale di completamento”, ovvero parte del territorio su cui realizzare interventi di completamento secondo quantità già definite da precedenti Piani di cui siano già state realizzate le opere di urbanizzazione primaria).
Al riguardo, si richiamano le considerazioni già svolte a proposito delle situazioni idonee a creare aspettative ed affidamenti che obbligano l'Amministrazione a motivare il mutamento delle previsioni urbanistiche (ex plurimis: Sez. IV: 22 febbraio 1994, n. 159; Sez. 7 marzo 1997, n. 210).
Nel caso di specie, non risulta che l'intimata Amministrazione avesse assunto nei confronti della società ricorrente alcun impegno, attraverso la stipula di apposita lottizzazione convenzionata (teoricamente limitativa della potestà pianificatoria del Comune), di tal ché non poteva configurarsi alcuna aspettativa o affidamento in ordine alla immodificabilità delle scelte urbanistiche effettuate dalla Amministrazione con riguardo alla destinazione dell'area in questione.
D’altra parte, i cd. comparti cui l’appellante fa riferimento costituivano espressione di in provvedimento, il Piano particolareggiato, ormai decaduto e quindi incapace di produrre ex se effetti ulteriori, se non per quanto espressamente previsto dalle successive norme urbanistiche.
Né, come in precedenza evidenziato, l'esercizio del potere di modificazione del precedente piano urbanistico comportava, nel caso di specie, la necessità di una specifica motivazione.
Neppure la formulazione di specifiche osservazioni nell'ambito del procedimento diretto all'approvazione delle precedenti scelte urbanistiche avrebbero potuto vincolare il Comune a motivare specificamente la successiva scelta relativa al dimensionamento della piazza, atteso che le osservazioni dei privati alle previsioni del P.R.G. non si configurano come rimedi giuridici a tutela degli interessati, ma come forma di collaborazione alla formazione del piano urbanistico, per cui non è necessaria una specifica ed analitica confutazione di tutte le argomentazioni proposte con le osservazioni stesse (cfr. dec. n. 74/99 cit.)
Pertanto, sotto l'esaminato profilo, il comportamento dell'Amministrazione appare immune dai vizi dedotti.
2.3. Con il terzo motivo di appello si censura la sentenza impugnata per aver ritenuto sufficiente una motivazione considerata, invece, generica dall’appellante. Sussisterebbero tutti i presupposti per l’obbligo di una motivazione ‘rinforzata’.
L’argomento è già stato trattato in occasione della disamina sub. 2.2 del secondo motivo di appello, alle cui conclusioni, pertanto, si rimanda ai fini della reiezione della censura proposta.
2.4. Con il quarto e quinto motivo di appello si censura la sentenza impugnata per aver avvalorato il cd. modello perequativo adottato dall’Amministrazione.
Secondo il TAR il metodo prescelto sarebbe compatibile coi valori del nostro ordinamento, sia se attuato con strumenti convenzionali, sia se attuato con procedure autoritative, secondo principi mutuabili dall’art. 23 della L. n. 1150/42.che disciplina il comparto edificatorio.
Secondo l’appellante, invece, sarebbe escluso tale aggancio normativo, in quanto lo strumento giuridico e gli effetti del comparto edificatorio sarebbero strettamente connessi col regime dei Piani particolareggiati (ex artt. 13 e ss L.U.) e, in particolare, con la dichiarazione di pubblica utilità ed indifferibilità ed urgenza che da tali Piani discende.(art. 16 L.U.).
Il comparto edificatorio non potrebbe, quindi, trarre titolo da una variante generale al PRG, essendo strumento che presuppone necessariamente un livello di pianificazione di dettaglio.
Nella specie, sarebbe mancata una trattazione unitaria della disciplina del comparto edificatorio, tale da garantire l’indifferenza dei proprietari agli usi funzionali dei suoli urbani.
Si è già in precedenza rilevato che le previsioni sugli eventuali comparti conseguenti ad un Piano particolareggiato decaduto non possano sortire effetti ultrattivi, se non nella misura in cui le successive norme urbanistiche ne tengano conto.
Nel caso di specie, all’azzeramento del Piano particolareggiato per decorso del termine di efficacia ha corrisposto una piena riespansione del potere programmatorio dell’Amministrazione, secondo le linee già ricordate e in tale ambito, quale scelta di merito spettante alla stessa e sottratta al sindacato di legittimità del giudice, l’utilizzo del modello cd. perequativo appare, oltreché legittimo in quanto espressione delle scelte discrezionali dell’Amministrazione, altresì rispettoso di un doveroso riequilibrio degli interessi coinvolti dalla evoluzione programmatoria.
Le censure vanno, pertanto, rigettate.
2.5. Con il sesto motivo di appello si censura, poi, la sentenza del TAR nella parte in cui ha rigettato la censura relativa al superamento, senza motivazione di tipo tecnico, delle quantità riservate agli spazi pubblici, dalla legge nazionale e regionale, in relazione agli insediamenti residenziali. Sarebbe mancata una specifica istruttoria tecnica in un’area, come il comparto D3.5.4., contrassegnata da una ‘completa urbanizzazione’.
La censura non può trovare accoglimento, atteso che risulta genericamente formulata rispetto alle affermazioni contenute nella sentenza impugnata, che riteneva l’analoga censura di primo grado formulata in carenza di una ponderata valutazione delle motivazioni rassegnate nella deliberazione di C.C. n. 154 del 9/11/2000, recante approvazione degli indirizzi di programmazione, nonché delle motivazioni rassegnate nella relazione illustrativa di cui alla deliberazione n. 42 del 3 aprile 2001.
A fronte di tali precisi riferimenti, l’appellante avrebbe dovuto formulare, a sostegno della propria tesi originaria, specifiche contestazioni.
Peraltro, dalla documentazione acquisita non risulta alcun elemento tale da far considerare ‘completamente urbanizzata’ l’area in questione.
2.6. Con il settimo motivo di appello, si lamenta la erroneità della sentenza impugnata per violazione dell’art. 11 L.R.C. n. 9/83, il quale prevede che, prima della formazione, revisione e adeguamento degli strumenti urbanistici generali e loro varianti, ogni Comune della regione dichiarato sismico o ammesso a consolidamento è tenuto a predisporre indagini geologiche- geognostiche ai fini della prevenzione del rischio, oltreché per difetto di presupposto e di istruttoria.
Di tale indagine non vi sarebbe traccia negli atti, non essendo conforma alle previsioni la relazione geologica rilasciata dalla dr.ssa Petillo, dipendente del Comune di Avellino.
La censura non ha pregio, in quanto alla variante urbanistica era allegata la suddetta relazione recante indagini geologiche relative alle previsioni di variante, sui cui contenuti, agli eventuali fini di critica, nei limiti consentiti, della sfera di discrezionalità tecnica dell’Amministrazione, non v’è una sostanziale contestazione.
In sede di progettazione esecutiva spetta comunque all’Amministrazione tener conto, in virtù della L.R. n. 9/83, degli aggiornamenti già apportati alle carte geologiche e alla zonizzazione del territorio, in una prospettiva sismica, secondo quanto affermato dalla stessa Amministrazione comunale nelle memorie difensive e non contestato dall’appellante.
2.6. Con l’ultimo motivo di appello si lamenta, infine, un ulteriore profilo di contraddittorietà disatteso dal primo giudice, riguardante la previsione di uno strumento, quale la variante in questione, in grado di garantire nella zona del territorio da essa interessata,
una disciplina d’uso autosufficiente, con valenza immediatamente esecutiva, senza rimandare ad ulteriori piani attuativi, laddove ogni intervento è stato, invece, rinviato alla fase attuativa di approvazione dei PPA.
La censura va respinta, poiché la motivazione posta a base della variante ha dato ampiamente conto delle sopravvenute ragioni poste a sua base, così facendo escludere i dedotti profili di cntraddittorietà.
2.7. La reiezione delle censure rivolte avverso gli atti impugnati comporta la reiezione della domanda di risarcimento danni a carico del Comune resistente: in punto di fatto e di diritto, il danno dedotto dall’appellante non può essere considerato come ‘ingiusto’..
Le spese e gli onorari del secondo grado del giudizio possono essere compensati fra le parti.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, Sez. IV, definitivamente pronunciando in ordine al ricorso in appello indicato in epigrafe n. 7103 del 2003, lo rigetta e, per l’effetto, conferma la sentenza impugnata.