Source: https://dirittiregionali.org/2012/07/09/cons-st-sez-iv-n-3670-del-2012-democrazia-di-genere-illegittima-anche-la-giunta-formigoni-del-2010/
Timestamp: 2017-12-15 08:13:54+00:00
Document Index: 36972204

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[Cons. St., sez. IV, n. 3670 del 2012] Democrazia di genere: illegittima anche la Giunta Formigoni del 2010 | Diritti regionali
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[Cons. St., sez. IV, n. 3670 del 2012] Democrazia di genere: illegittima anche la Giunta Formigoni del 2010
Con la sentenza della sezione IV, 21 giugno 2012, n. 3670, il Consiglio di Stato conferma il proprio indirizzo sulla garanzia dell’equilibrio di genere nelle giunte regionali: indirizzo già espresso nella nota sentenza n. 4502 del 2011 e sostanzialmente avallato dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 81 del 2012. È una conferma importante. Poco prima della sent. n. 81, lo stesso Consiglio di Stato, in sede consultiva, era parso incline a un parziale ripensamento, allorché aveva negato che si potesse quantificare in via interpretativa il numero di presenze femminili, superiore a uno, necessario per assicurare l’equilibrio di genere cui tende anche l’art. 51 Cost. Ora il giudice amministrativo d’appello ribadisce: una singola presenza femminile non è sufficiente.
Il Consiglio di Stato si pronuncia sull’appello contro la sentenza del TAR Lombardia che aveva assunto una posizione diversa da quella poi assestatasi nella giurisprudenza amministrativa.
Come si ricorderà, il TAR aveva respinto i ricorsi contro i decreti di nomina della giunta lombarda, nella quale, subito dopo le elezioni del 2010, il Presidente Formigoni aveva inserito una sola donna. Secondo il tribunale, il principio di democrazia paritaria non poteva essere attuato con meccanismi costrittivi; inoltre, le norme statutarie ispirate al principio non valevano come parametro di legittimità, per la loro efficacia non precettiva. Nel frattempo, però, dopo la sentenza n. 4502 del 2011, la Regione Lombardia era corsa ai ripari: con due decreti dell’8 febbraio 2012, la Giunta era stata integralmente rinnovata, con l’aggiunta di un secondo assessore e di un sottosegretario di sesso femminile (i sottosegretari sono previsti all’art. 25, comma 5, dello statuto regionale).
Proprio la revoca degli atti inizialmente impugnati rende improcedibile la domanda di annullamento degli stessi atti. Tuttavia, il Consiglio di Stato si pronuncia comunque sulla loro legittimità, ai sensi dell’art. 34 cod. proc. amm.: non si può escludere un interesse risarcitorio dei ricorrenti, anche se la relativa domanda non è stata proposta e se, perciò, non è possibile stabilire se il danno effettivamente sussista e chi sia legittimato a chiederne il ristoro.
Con queste premesse, il Consiglio di Stato conferma che la nomina di una sola donna nella giunta regionale è illegittima, per le ragioni già indicate nella sentenza del 2011; e che, come pure lì è spiegato, tale illegittimità può essere fatta valere sia dalle associazioni istituzionalmente dedite alla difesa della democrazia paritaria, sia dai singoli cittadini che, «in quanto dotati di titoli oggettivamente equiparabili a coloro i quali sono stati scelti come assessori, hanno conseguentemente titolo (ed interesse) a contestare una scelta ipotizzata contra legem».
Non è d’ostacolo a questa conclusione la differenza testuale tra le norme di tutela della democrazia di genere contenute, rispettivamente, nello statuto campano e in quello lombardo. Il primo, nel disciplinare la nomina degli assessori, chiede il «pieno rispetto del principio di una equilibrata presenza di donne e uomini» all’interno della giunta; il secondo, con una norma inserita tra i principi generali, impegna la regione a promuovere «il riequilibrio tra entrambi i generi negli organi di governo» della regione stessa. In entrambi i casi, secondo il Consiglio di Stato, ci si trova dinanzi a «una specifica “azione positiva per obiettivo legale”», che costituisce un vincolo per le nomine. Anche sotto questo profilo, peraltro, la discrezionalità del Presidente, titolare del potere di nomina, non è esclusa; ma deve restare entro la soglia della ragionevolezza, evitando una sproporzione manifesta tra le presenze dei due sessi, qual è quella costituita da una singola presenza femminile in un collegio di 16 membri.
Dunque, il principio è ormai assestato anche con riguardo alle giunte regionali. Con riguardo alle giunte locali, lo era già da prima, come più volte rilevato in questo sito (es. qui, qui e qui); e anche questo filone si è andato recentemente rafforzando, da ultimo con la sentenza del TAR Perugia, sezione I, 20 giugno 2012, n. 242.
Di questa sentenza, vale la pena sottolineare alcuni profili peculiari. Veniva in rilievo una giunta comunale composta dal sindaco, dal vicesindaco e da quattro assessori, tutti uomini. Il sindaco aveva spiegato di avere effettuato le nomine sulla base di un criterio rappresentativo: aveva selezionato i candidati consiglieri più votati. Aveva anche invitato a far parte della giunta l’unica eletta di sesso femminile, la quale aveva però preferito lo scranno di Presidente del Consiglio comunale. Dunque, in questo caso, vi era una motivazione della scelta e, soprattutto, avevano avuto luogo un’istruttoria e un tentativo di nomina di un assessore di sesso femminile, non andato a buon fine per decisione dell’interessata.
Ma nemmeno questo basta, secondo il TAR: «ai sensi dell’art. 47 del t.u.e.l., oltre che dello Statuto comunale (…), è bene possibile nominare assessori anche al di fuori dei componenti del Consiglio, fra i cittadini in possesso dei requisiti di candidabilità, eleggibilità e compatibilità alla carica di consigliere». Se dunque, in generale, la nomina di un assessore esterno è possibile, essa diventa addirittura doverosa, quando occorre garantire l’equilibrio di genere; né la preferenza per il criterio della rappresentanza giustifica, di per sé sola, deroghe al dovere.
In conclusione, prosegue inarrestabile la marcia dell’equilibrio di genere, ormai rivelatosi un principio vincolante, stringente e facilmente giustiziabile, che, proprio grazie alla giurisprudenza amministrativa, è tornato di grande interesse per i cittadini e anche per gli studiosi (es. gli articoli di M.G. Rodomonte e M. Cerroni in Federalismi.it).
Postilla – Da notizie di stampa, si apprendono novità sul caso cui si riferisce la cit. sentenza del TAR di Perugia, e che riguardava il Comune di Assisi. Il sindaco ha effettuato una nuova istruttoria, consultando forze ed esponenti politici e anche facendo colloqui con donne esterne al consiglio comunale, suscettibili di essere nominate nella giunta. Ha poi nominato di nuovo l’esecutivo “bocciato” dal TAR, facendo leva sulle esigenze di stabilità politica, esperienza ed efficacia amministrativa, nonché sulle preferenze espresse dagli elettori. Quest’ultimo criterio è già stato respinto dal giudice di
primo grado, mentre l’altro avvantaggia naturalmente il sesso storicamente più rappresentato negli organi di governo locale, in controtendenza rispetto alla logica dell’art. 51 Cost. Sono stati annunciati sia un nuovo ricorso contro la conferma della giunta precedente, sia l’appello contro la sentenza del TAR.
ABSTRACT – In a judgment on the regional government appointed in Lombardy in 2010, the Council of State reiterates that gender equilibrium in political bodies is not respected, if a 16-member body comprises a single woman. Such a violation can be denounced both by associations fighting against discrimination, and by citizens that could be appointed to government offices. The first-instance judgment, which had refused this conclusion, is overturned. As the same finding has been made in several rulings on regional and local governments, both by administrative judges and by the Constitutional Court, the principle can now be considered fully established.
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Jenniffer Pettinelli ha detto:
13 luglio 2014 alle 9:11 pm
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