Source: https://www.laleggepertutti.it/184461_cane-libero-senza-guinzaglio-che-si-rischia
Timestamp: 2018-06-18 23:08:37+00:00
Document Index: 77286275

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 590', 'art. 159', 'art. 159', 'art. 159', 'art. 159', 'sentenza ', 'art. 672', 'art. 672', 'sentenza ']

Cane libero senza guinzaglio: che si rischia?
Lo sai che? Cane libero senza guinzaglio: che si rischia?
Responsabilità amministrativa per lasciare libero il cane senza guinzaglio; penale invece se il cane morde qualcuno.
Sei su una spiaggia libera e una persona vicino a te ha deciso di togliere al proprio cane il guinzaglio dal collo. Si tratta di una razza, a tuo avviso, pericolosa a cui si aggiunge la tua naturale avversione agli animali. La cosa ti infastidisce e provi a protestare, ma il padrone non ne vuol sapere: sostiene che, non facendo nulla di male ed avendo la situazione sotto controllo, non ci sono divieti a lasciare il cane libero senza guinzaglio. Tanto più che questo non ha mai fatto male a nessuno. Chi dei due ha ragione? Cosa prevede la legge? Cosa potresti fare se dovessi essere morso dal cane? A spiegarlo è una recente sentenza della Cassazione [1] che, tra l’altro, ha anche ricordato come la responsabilità per animali in custodia non riguarda solo il proprietario, ma qualsiasi altra persona che, anche se per motivi occasionali e di cortesia, si è assunta la responsabilità di tenere sotto vigilanza il quadrupede. Ma procediamo con ordine e vediamo cosa si rischia a lasciare il cane libero senza guinzaglio.
Il proprietario o il detentore di un animale ha l’obbligo di adottare tutte le cautele necessarie a prevenire le prevedibili – o anche imprevedibili – reazioni dell’animale stesso. Diversamente è responsabile per omessa custodia e può essere chiamato a risarcire i danni procurati dall’animale. Nel caso ad esempio di un cane di grossa taglia potenzialmente in grado di mordere e fare male ai passanti, per escludere la colpa del proprietario non è sufficiente che l’animale sia tenuto in luogo privato e recintato, ma è necessario che il luogo non sia facilmente accessibile da terzi esposti al rischio di improvvisi assalti.
L’omessa custodia di animali configura non più un reato ma un semplice illecito amministrativo. La norma stabilisce [2] che chiunque lascia liberi, o non custodisce con le debite cautele, animali pericolosi da lui posseduti, o ne affida la custodia a persona inesperta, è punito con la sanzione amministrativa da euro 25 a euro 258. Quindi chi lascia il cane libero senza guinzaglio rischia solo una multa che gli può essere contestata da qualsiasi poliziotto della municipale, senza bisogno di un processo penale.
Se però dall’omessa custodia deriva anche un danno per i passanti (come nel caso in cui il cane morda qualcuno) insieme alla responsabilità amministrativa mi scatta una penale per lesioni personali colpose. Questo reato scatta quando la scorretta o mancata custodia dell’animale provoca un danno psicofisico ad una persona: si pensi al cane lasciato incustodito che morde qualcuno o che, correndo, gli finisce addosso facendolo cadere e causandogli delle lesioni.
Se poi il cane produce dei danni a cose (ad esempio rompe degli oggetti fragili) c’è anche una responsabilità civile che comporta il risarcimento del danno. Perché non vi sia responsabilità per danni derivanti da mancata custodia dell’animale pericoloso, non è sufficiente peraltro che lo stesso si trovi in un luogo privato o recintato, ma è necessario che, in tale luogo, non possano introdursi persone estranee. Non basta nemmeno l’apposizione, all’esterno, di un cartello con la scritta «attenti al cane» perché comunque eventuali lesioni a terzi comportano una responsabilità del proprietario che deve «provvedere ad un’adeguata custodia, così da evitare la possibilità di danni alle persone.
Spesso succede che il proprietario del cane lo lasci a un dog sitter, a un vicino di casa, a un familiare o un amico, non potendolo gestire in determinati momenti (si pensi a una improvvisa assenza per lavoro o alle vacanze estive). Ebbene, se un cane, detenuto da un soggetto diverso dal proprietario, cagiona danni a persone, cose o ad altri animali il danneggiato può chiamare in causa sia il proprietario del cane che il detentore temporaneo (dog sitter o altri). Se il proprietario del cane viene condannato a risarcire i danni, può rivalersi nei confronti della dog sitter perché si era affidato a lui per la custodia e cura del suo animale. Infatti la responsabilità penale sussiste anche nel caso in cui la custodia dell’animale venga affidata a persona inesperta. È il caso del cane di grossa taglia lasciato a una persona non in grado di gestirlo e di conoscerne le possibili reazioni.
Dunque, il dovere di non lasciare il cane libero senza guinzaglio vale sia per il proprietario che per chi ne ha la temporanea cura. In base a tale principio, la responsabilità del detentore dell’animale prescinde dalla sua appartenenza; è quindi irrilevante il dato formale relativo alla registrazione dell’animale all’anagrafe canina o all’apposizione del microchip identificativo.
Sul punto, peraltro, la giurisprudenza è molto restrittiva e giunge fino al punto di imporre un obbligo di controllo e vigilanza sull’animale, anche all’interno della propria abitazione, affinché siano scongiurati eventuali danni a terzi derivanti da aggressioni da parte dello stesso.
In conseguenza di quanto detto, il proprietario dell’animale risponde di lesioni colpose cagionate dall’animale a terzi anche qualora ne abbia affidato la custodia a una persona inidonea a controllarlo.
[1] Cass. sent. n. 51448/17 del 10.11.2017.
Il giudice di primo grado aveva dichiarato P.C. responsabile del delitto previsto e punito dall’art. 590 cod. pen. perché, omettendo di controllare il proprio cane pastore tedesco, faceva sì che questo aggredisse mordendogli la gamba, F.V. , che riportava lesioni personali consistite in “triplice ferita lc gamba sn”. In (omissis) .
Ciò in quanto occorreva tenere conto delle sospensioni della prescrizione determinate dai rinvii delle udienze su istanza del difensore e non determinate da esigenze di acquisizione della prova, a cominciare da quello dell’udienza del 9/2/2009, in primo grado, in cui i difensori delle parti – come si evince dal relativo verbale cui questa Corte di legittimità ha ritenuto di accedere in ragione della natura della doglianza proposta – dichiaravano essere in corso trattative di bonario componimento e chiedevano congiuntamente un rinvio per cui, nulla osservando il PM, il giudice disponeva in conformità.
Va ricordato, sul punto, che questa Corte di legittimità ha chiarito in più occasioni – e va qui ribadito – che la sospensione della prescrizione opera in tali casi ex lege e non occorre alcun provvedimento dichiarativo del giudice.
4. Nel valutare situazioni speculari rispetto a quella che ci occupa, questa Corte di legittimità ha anche precisato – e va qui ribadito – che il rinvio del processo disposto sull’accordo delle parti comporta la sospensione del termine di prescrizione, ai sensi dell’art. 159, comma primo n. 3), cod. proc. pen., anche nel caso in cui l’accoglimento della richiesta di rinvio non sia imposto da una particolare disposizione di legge (così Sez. 5, n. 25444 del 23/5/2014, Zandomenighi e altri, Rv. 260414 nel giudicare proprio il caso di un rinvio del processo disposto in adesione alla richiesta formulata dai difensori in ragione della prospettata esigenza di attendere l’esito delle trattative intraprese dall’imputato con la curatela fallimentare al fine di giungere ad un accordo transattivo con questa). E il principio che il rinvio del processo disposto sull’accordo delle parti comporta la sospensione del termine di prescrizione per l’intera durata del rinvio, ai sensi dell’art. 159, comma primo n. 3), cod. proc. pen.. è stato ulteriormente ribadito qualche mese or sono (Sez. 5, n. 26449 del 13/4/2017, Flammia ed altro, Rv. 270539 in relazione ad un di rinvio anche in quel caso disposto in adesione alla richiesta dei difensori motivata dall’esigenza di giungere ad un accordo transattivo con la parte civile).
Diverso sarebbe stato, invece, se la richiesta di rinvio fosse stata avanzata dalla sola parte civile. In tal caso, infatti, il Collegio condivide quell’orientamento della giurisprudenza di legittimità che ritiene che il rinvio del dibattimento richiesto dalla sola parte civile non costituisce causa di sospensione del corso della prescrizione qualora la difesa dell’imputato non vi abbia espressamente acconsentito, limitandosi soltanto a “nulla opporre” alla richiesta stessa (così Sez. 2, n. 11100 del 14/02/2017, Monni, Rv. 269687 in un caso in cui il rinvio era stato chiesto dalla parte civile per assumere l’esame delle persone offese non presenti; conf. Sez. 4, n. 7071 del 31/1/2014, Mariotti, Rv. 259326 in un caso in cui la difesa dell’imputato, sulla richiesta di rinvio avanzata dalla parte civile, non aveva espressamente prestato il consenso ma si era limitata a “rimettersi” al giudice). Va tuttavia segnalato che è stato affermato anche che il rinvio del dibattimento per legittimo impedimento riguardante la parte civile dà luogo a sospensione dei termini di prescrizione del reato, quando la difesa dell’imputato abbia aderito, anche solo tacitamente o implicitamente, alla relativa richiesta, non opponendosi all’istanza di rinvio (così Sez. 6, n. 17683 del 7/4/2016, V., Rv. 267188).
5. Appare, dunque, fuori discussione, ad avviso del Collegio, la rilevanza del rinvio “sull’accordo delle parti” ai fini della sospensione della prescrizione, ricorrendo l’ipotesi espressamente disciplinata dall’art. 159, comma 1, n. 3), cod. pen. che per l’appunto considera il rinvio del procedimento generato dalla richiesta dell’imputato o del suo difensore come fattispecie autonoma rispetto a quella del rinvio determinato dal legittimo impedimento dei medesimi (in tal senso ex multis le ricordate sentenze delle Sezioni Unite Cremonese del 2002 e Petrella del 2003). Il chiaro senso del dettato normativo, il quale prescinde dal fatto che l’accoglimento della richiesta di parte sia imposto da una particolare disposizione di legge (condizione che caratterizza, invece, la previsione della prima parte dell’art. 159, comma 1, cod. pen.), non consente dunque di ritenere che la sospensione del termine di prescrizione disposta dal giudice su accordo delle parti, ma fuori dai casi previsti dalla legge, possa essere priva di effetti.
Nel provvedimento impugnato si ricorda che: 1. è stato acclarato nel giudizio di primo grado, attraverso la deposizione di F.V. e F. , M.A. , Z.G. e Pe.Ga. , che i figli del P. erano soliti portare al guinzaglio e dare da mangiare al cane che ebbe ad aggredire, per strada, F.V. ; 2. è anche emerso che il P. avesse offerto a titolo risarcitorio una somma al F. (il tribunale pontino richiama si veda in tal senso la deposizione del F. stesso e di Pe.Ed. , moglie dell’imputato, la quale testualmente ebbe a riferire “mio marito gli aveva offerto un po’ di risarcimento ma lui non aveva accettato”, circostanza ritenuta logicamente essere un elemento indiziario dal quale desumere indirettamente un riconoscimento da parte del P. di qualche forma di responsabilità nell’accaduto; 3. è stata poi allegata dalla persona offesa una fotografia che ritrae il pastore tedesco (riconosciuto da tutti i testimoni come il cane con il quale giocavano i figli del P. ) legato ad una catena alle interno di un cortile nella disponibilità dell’imputato, risalente al giorno dopo i fatti.
Ed invero, contrariamente a quanto afferma il ricorrente, che richiama una giurisprudenza di questa Corte assai risalente nel tempo, quello che occorre verificare in casi come quello che ci occupa non è la proprietà dell’animale, bensì l’esistenza di una relazione di fatto tra l’imputato ed il cane tale da far sorgere in capo allo stesso un obbligo di custodia e vigilanza sull’animale. E tale relazione può essere, come hanno correttamente ritenuto i giudici dl merito in relazione agli accadimenti di Fondi del 29/6/2006, anche “mediata” ovvero per il tramite dei figli.
La sentenza impugnata si colloca, pertanto, nell’alveo del condivisibile orientamento di questa Corte di legittimità – che va qui ribadito- secondo cui, in tema di omessa custodia di animali, l’obbligo di custodia sorge ogni qualvolta sussista una relazione anche di semplice detenzione tra l’animale e una data persona, in quanto l’art. 672 cod. pen. collega il dovere di non lasciare libero l’animale o di custodirlo con le debite cautele al suo possesso, da intendere come detenzione anche solo materiale e di fatto, non essendo necessaria un rapporto di proprietà in senso civilistico (così Sez. 4, n. 34813 del 2/7/2010, Vallone, Rv. 248090 e Sez. 4, n. 599 del 16/12/1998 dep. il 1999, La Rosa, Rv. 212404 che ebbero ad occuparsi, in entrambi i casi, di responsabilità per lesioni colpose cagionate dal morso di un cane).
8. Nella fattispecie oggi in esame, correttamente, non è stato ritenuto che la fattispecie potesse essere derubricata nella contravvenzione di cui all’art. 672 cod. pen. (che punisce “chiunque lascia liberi, o non custodisce con le debite cautele, animali pericolosi da lui posseduti, o ne affida la custodia a persona inesperta”, “chi, in luoghi aperti, abbandona a se stessi animali da tiro, da soma o da corsa, o li lascia comunque senza custodia, anche se non siano disciolti, o li attacca o conduce in modo da esporre a pericolo l’incolumità pubblica, ovvero li affida a persona inesperta” e “chi aizza o spaventa animali, in modo da mettere in pericolo l’incolumità delle persone”.
La norma in esame – illecito depenalizzato ex artt. 33 lett. a) 38 legge 689/1981 – è diretta a tutelare l’ordine pubblico, preservando nello specifico la sicurezza e la tranquillità dei consociati e prescinde da danni alla persona.
In caso di custodia di animali, al fine di escludere l’elemento della colpa, rappresentato dalla mancata adozione delle debite cautele nella custodia dell’animale pericoloso, non basta peraltro che questo si trovi in un luogo privato o recintato, ma è necessario che in tale luogo non possano introdursi persone estranee (da queste premesse, Sez. 4, n. 14829 del 14/3/2006, Panzarin ed altro, Rv. 234035 ha rigettato il ricorso del Procuratore Generale avverso la sentenza che aveva mandato assolti dal reato di lesioni personali colpose gli imputati, sul rilievo dell’assenza di colpa dei medesimi, essendosi accertato che il cane che aveva provocato le lesioni all’infortunata era custodito in un giardino privato, recintato e chiuso da un cancello con serratura a molla, mentre l’infortunata vi si era introdotta, pur sapendo del cane, la cui presenza era del resto segnalata da apposito cartello). Di recente, invece, in applicazione del medesimo principio ma pervenendo a conclusioni opposte, questa Corte di legittimità ha condivisibilmente ritenuto che un cartello “ATTENTI AL CANE” ben in vista al cancello d’ingresso della villetta non bastasse, ex se, per escludere la responsabilità del padrone per il comportamento violento del cane che aveva aggredito e cagionato lesioni ad un postino, in quanto egli dovesse comunque provvedere ad un’adeguata custodia, così da evitare la possibilità di danni alle persone (così Sez. 4, n. 17133 del 13/1/2017, Cardella, non mass.).