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Timestamp: 2017-06-27 01:52:45+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 1414', 'art. 1344', 'art. 1414', 'art. 1414', 'art. 1414', 'art. 1415', 'art. 1415', 'art. 1415', 'art. 1416', 'art. 1442', 'art. 167', 'sentenza ', 'art. 1417', 'art. 2722', 'art. 2722', 'art. 1417', 'art. 2722', 'art. 2722', 'art. 2722', 'art. 1429']

La simulazione del contratto: il contratto simulato e l’accordo dissimulato
Articolo del 29/04/2009
Autore Dott.ssa Daria Perrone Altri articoli dell'autore
SOMMARIO: 1. Nozione, causa ed elementi essenziali del contratto simulato; 2. Gli effetti della simulazione nei rapporti tra le parti e nei confronti dei terzi; 3. L’azione di simulazione: aspetti processuali; 4. La prova della simulazione; 5. La simulazione di una singola clausola contrattuale: il prezzo di vendita.
******* Nozione, causa ed elementi essenziali del contratto simulato
La simulazione è una particolare espressione dell’autonomia contrattuale ed è regolata dagli artt. 1414 ss. Si tratta di una particolare “operazione” in cui le parti si accordano per creare una situazione di apparenza fittizia, stipulando un contratto, destinato a non produrre effetto tra loro. Infatti, secondo il primo comma dell’art. 1414 c.c. “il contratto simulato non produce effetto tra le parti”.
La simulazione si compone di due negozi giuridici indipendenti(1): il primo (contratto simulato) è destinato ad ingenerare l’apparenza nei confronti dei terzi e, dunque, ad essere reso pubblico; mentre il secondo (accordo simulatorio) è diretto a privare il primo dei suoi effetti. In questo caso, si parla di sumulazione assoluta, perché l’accordo concluso dalle parti è diretto a privare in toto di effetto il negozio simulato, con la conseguenza di non determinare la nascita di alcun rapporto giuridico fra di loro né, tantomeno, di modificare le loro rispettive posizioni giuridiche. In questo caso la discrasia fra la situazione apparente e quella reale è totale: da un lato, infatti, il contratto simulato crea una determinata posizione giuridica “immaginaria” che, in realtà, a causa dell’accordo simulatorio, si rivela inesistente. Nell’ipotesi invece in cui mancasse l’accordo simulatorio, resterebbe a regolare i rapporti delle parti l’unica volontà dichiarata (contratto simulato) e a niente vale che l’una o l’altra parte non intendesse in realtà vincolarsi (cd. riserva mentale).
Le parti possono formalizzare per iscritto l’accordo simulatorio: in questo caso si parla di controdichiarazione. Quest’ultima non è un atto negoziale, ma una dichiarazione di scienza ed è, normalmente, atto comune delle parti. Talvolta, invece, proviene solo da una parte, ma anche in questo caso si tratta di una dichiarazione di scienza e, qualora provenga dalla parte contro il cui interesse è redatta, assume valore di confessione stragiudiziale. Proprio per tale funzione “documentale”, la controdichiarazione può anche essere successiva alla conclusione dell’accordo simulatorio.
La causa della simulazione è, quindi, rappresentato dalla conclusione di un contratto apparente e di uno reale sottostante: le ragioni che spingono le parti potrebbero essere lecite o meno, in effetti può sembrare strano che il legislatore abbia codificato tale figura, dato che spesso la simulazione risulta inquinata da uno scopo illecito o di frode alla legge.
L’eventuale intento fraudolento perseguito dalle parti non assume rilevanza, trattandosi non della causa del contratto quanto piuttosto dei motivi (soggettivi) che hanno spinto alla conclusione del contratto simulato, con l’unica eccezione costituita dal comune intento illecito e, pertanto, costituisca una ipotesi di frau legis ex art. 1344 c.c. in quanto diretto ad “eludere l’applicazione di una norma imperativa”: in questo caso, infatti, il contratto simulato come sempre non ha effetto fra le parti ed il contratto dissimulato è colpito da nullità ex artt. 1418 c. 2 e 1345 c.c..
La simulazione può comprendere anche un ulteriore accordo, cioè quello diretto a concludere un contratto vero e proprio che le parti vogliono mantenere nascosto (accordo dissimulato) dietro lo schermo di quello apparente: in questo caso si parla di simulazione relativa. Come per la simulazione assoluta, anche per quella relativa, ha efficacia fra le parti la situazione realmente voluta, ossia il contratto dissimulato: disciplina tale ipotesi il secondo comma dell’art. 1414 c.c., che infatti prevede che “se le parti hanno voluto concludere un contratto diverso da quello apparente, ha effetto tra esse il contratto dissimulato, purchè ne sussistano i requisiti di sostanza e di forma”. In questo senso, ad esempio, se le parti hanno stipulato come contratto simulato una compravendita e come contratto dissimulato una donazione, la simulazione relativa avrà efficacia tra le parti solo se la compravendita rivestirà la forma dell’atto pubblico e sarà stato stipulato alla presenza di due testimoni (come richiesto per la donazione), Orbene, la simulazione relativa può colpire: la natura del contratto o dell’atto; il suo oggetto o le parti. Una particolare ipotesi di simulazione relativa è poi la cd. interposizione fittizia di persona, in cui le parti contrattuali stipulano, oltre al contratto simulato, un accordo simulatorio con il quale si mettono d’accordo affinché il contratto produca effetti nei confronti di un terzo (il reale contraente). Il terzo contraente deve chiaramente prestare il proprio consenso (Cass. civ., 29 maggio, 1972, n. 1682). L’interposizione fittizia di persone si distingue rispetto all’interposizione reale (il cui esempio classico è la figura del mandato senza rappresentanza) in quanto, in quest’ultimo caso, gli effetti si producono nei confronti della parte che conclude il contratto, fermo restando che quest’ultima in virtù del rapporto gestorio avrà l’obbligo di trasferire i diritti acquistati alla parte interessata. Si deve inoltre ricordare che la consapevole partecipazione del terzo all’intesa simulatoria è presupposto indispensabile per distinguere l’interposizione fittizia di persona dall’interposizione reale (Cass. civ., 1 luglio 1076, n. 2485; Cass. civ., 1 luglio 1966 n. 1967). Nell’interposizione reale, l’interposto è effettivo contraente e dichiara una volontà propria, anche se persegue gli interessi di un altro soggetto e gli effetti del contratto ricadono sulla stessa persona interposta. Nell’interposizione fittizia, al contrario, il contraente (interposto) è tale solo apparentemente ed il contratto produce ogni effetto direttamente in capo all’intermediario e al terzo contraente (Cass. civ., 22 giugno 1974, n. 1891).
In base poi al terzo comma dell’art. 1414 c.c., si prevede la possibilità di estendere la disciplina della simulazione anche agli atti unilaterali destinati a una persona determinata, che siano simulati per accordo tra il dichiarante e il destinatario (si pensi, ad esempio, al caso di un soggetto che per accontentare i genitori, rinunci fittiziamente ad un diritto di ipoteca sulla casa di abitazione del fratello). Gli effetti della simulazione nei rapporti tra le parti e nei confronti dei terzi
Quanto agli effetti prodotti dal contratto simulato, occorre distinguere gli effetti che si producono tra le parti e quelli nei confronti degli eventuali terzi. Gli effetti della simulazione, nei rapporti tra le parti, indicati dall’art. 1414 c.c. non sono altro che l’attuazione di ciò che le parti hanno concordato, e cioè che il contratto simulato non abbia effetti nei loro rapporti e che quando esiste un contratto diverso da quello apparente, si producano tra le parti gli effetti del contratto dissimulato.
Rispetto ai terzi il codice opera una distinzione (art. 1415 c.c.).
Da un lato, si pongono i terzi pregiudicati dalla simulazione quali possono essere, ad esempio, gli aventi causa del simulato alienante, che vedono un loro diritto escluso o ridotto dal contratto simulato. Rispetto ad essi l’art. 1415, secondo comma, c.c. prevede che i terzi possano fare valere la simulazione – e quindi pretendere gli effetti derivanti dal contratto dissimulato - allorché questa rechi pregiudizio ai loro diritti. In questo caso, quindi, i terzi possono far prevalere la realtà sull’apparenza; è comunque importante notare come il diritto di fare valere la simulazione non comporti automaticamente il diritto dei terzi ad ottenere il risarcimento del danno, occorrendo piuttosto la presenza di una specifica volontà delle parti di recare nocumento ovvero una leggerezza colposa del loro operare. Dall’altro lato, vi sono i terzi in buona fede che acquistano diritti da colui che, in realtà, è solo il titolare apparente degli stessi. Nel rispetto del principio della certezza della circolazione dei beni ad essi è inopponibile la simulazione (art. 1415, primo comma, c.c.). Questa inopponibilità, peraltro, non è assoluta, in quanto è condizionata alla già intervenuta realizzazione di un effetto giuridico, a favore del terzo, derivante dal contratto simulato. Pertanto, mentre rispetto alle parti negoziali il contratto simulato continuerà a non avere effetto, applicandosi invece le disposizioni di quello dissimulato, quest’ultimo non potrà essere opposto ai terzi che in buona fede (soggettiva) abbiano acquistato diritti da colui il quale ne appariva titolare. Tradizionalmente, in giurisprudenza, si esclude la buona fede allorquando il terzo, nel registrare il proprio acquisto, riscontri nel registro immobiliare l’esistenza di una precedente trascrizione di domanda giudiziale di simulazione. Anche rispetto ai creditori, il legislatore opera una distinzione (art. 1416 c.c.).
I creditori del titolare apparente che in buona fede abbiano compiuto atti di esecuzione sui beni che furono oggetto del contratto simulato possono far valere l’apparenza sulla realtà e quindi le parti contraenti non posso opporre nei loro confronti la simulazione (primo comma).
I creditori del simulato alienante possono far valere la simulazione che pregiudica i loro diritti, e, nel conflitto con i creditori chirografari del simulato acquirente, sono preferiti a questi, se il loro credito è anteriore all'atto simulato (secondo comma). L’azione di simulazione: aspetti processuali
L’unica condizione per esercitare l’azione di simulazione è quella di avere l’interesse ad agire: saranno quindi legittimati attivi le parti negoziali, i loro aventi causa e i loro creditori.
Nel silenzio del legislatore, l’azione dovrebbe poter essere esperita, sia in via principale sia in via di eccezione. In realtà, però, la giurisprudenza, facendo perno sulla non riproposizione nella disciplina della simulazione della specifica previsione di cui all’art. 1442 quarto comma c.c., è giunta a concludere per l’inaccoglibilità di un’eccezione di simulazione opposta avverso la domanda di esecuzione negoziale.
Ciò, peraltro, non significa che il convenuto, che voglia far valere la simulazione, sia assolutamente impossibilitato a farlo. Dovrà, piuttosto, in sede di comparsa di costituzione e risposta, non limitarsi ad eccepire la relativa questione ma, piuttosto, proporre una specifica domanda riconvenzionale ex art. 167, secondo comma, c.p.c.
L’azione è volta ad ottenere l’emanazione di una sentenza di accertamento e – come del resto quella diretta ad accertare la nullità – dovrebbe di conseguenza essere sia imprescrittibile sia rilevabile ex officio.
In realtà, dottrina e giurisprudenza sono giunte a conclusioni parzialmente diverse: infatti, ferma restando la rilevabilità d’ufficio della relativa questione – per lo meno allorché si tratti di simulazione assoluta - l’imprescrittibilità viene riconosciuta solo per la domanda diretta a far valere la simulazione assoluta.
Particolare è il caso dell’azione diretta ad accertare l’interposizione fittizia di persona, che – come già detto – costituisce un particolare caso di simulazione relativa. In tale ipotesi, la dottrina ritiene che, non essendo l’azione diretta a far riconoscere l’esistenza e l’applicabilità di un negozio diverso rispetto a quello simulato, ma solo ad ottenere una diversa imputazione dei suoi effetti giuridici, questa sia imprescrittibile.
Il legislatore disciplina la prova della simulazione all’art. 1417 c.c., che introduce un regime probatorio in deroga alla regole generali di cui all’art. 2722 c.c., in base al quale “la prova per testimoni non è ammessa se ha per oggetto patti aggiunti o contrari al contenuto di un documento, per i quali si alleghi che la stipulazione è stata anteriore o contemporanea” (quale per l’appunto è l’accordo simulatorio). La ratio della norma consiste nell’esigenza di evitare che i rapporti giuridici provati per iscritto possano essere alterati da una prova che presenta un grado di attendibilità sicuramente inferiore a quella documentale. Orbene, in deroga ai limiti di cui all’art. 2722 c.c., l’art. 1417 c.c. prevede che l’accordo simulatorio possa sempre essere provato senza limiti per i terzi e per i creditori. Per le parti, invece, la prova testimoniale è ammessa solo se volta a far valere l’illiceità del contratto. La prova della simulazione si atteggia, quindi, in modo diverso a seconda che si tratti di rapporti verso terzi o dei rapporti interni tra le parti; invero se la domanda di simulazione è proposta da creditori o da terzi che, estranei al contratto, non sono in grado di procurarsi la prova scritta, la prova per testimoni e per presunzioni della simulazione non subisce alcun limite; per contro, se la domanda è proposta da una delle parti o dagli eredi, la dimostrazione della simulazione incontra gli stessi limiti previsti per la prova testimoniale, per cui se il contratto simulato è stato redatto per iscritto, la prova per testimoni o per presunzioni non può essere ammessa contro il contenuto del documento, perché le parti hanno la possibilità e l'onere di munirsi delle controdichiarazioni, salve le eccezioni a tale regola espressamente previste dalla legge, e salvo che la prova sia diretta a far valere l'illiceità del contratto dissimulato (Cass., 23 gennaio 1997, n.697, Cass., 12 febbraio 1986, n. 850). Tale distinzione risulta confermata anche da una recente pronuncia della Cassazione (Cass., 6 settembre 2006, n. 19146).
La simulazione di una singola clausola contrattuale: il prezzo di vendita
Dopo aver quindi esaminato i limiti della prova testimoniale per la simulazione e la relativa azione sotto il profilo processuale, resta da affrontare il medesimo problema nel caso in cui la simulazione riguardi esclusivamente una singola clausola contrattale, ossia il prezzo di vendita (cd. simulazione relativa parziale). Invero in giurisprudenza si è riscontrato un atteggiamento oscillante.
Secondo un primo orientamento, maggiormente risalente, la prova della simulazione relativa parziale riguardante una singola clausola contrattuale non incontrerebbe i limiti derivanti dalla disciplina della simulazione di cui agli artt. 1414 comma 2 e 1417 c.c. In particolare, non sarebbe necessario che il patto di determinazione del prezzo dissimulato debba avere la stessa forma richiesta per il contratto cui afferisce, fermi restando i limiti dell'ammissibilità della prova testimoniale posti dalla disciplina probatoria dei patti aggiunti (Cass. 24 aprile 1996 n.3857, Cass. 23 gennaio 1988 n. 526, Cass. 9 luglio 1987 n. 5975). Nella ipotesi di simulazione relativa parziale, relativamente al prezzo gli elementi negoziali interessati dalla simulazione, essi vengono ad essere sostituiti da quelli effettivamente voluti dalle parti (Cass. 24 luglio 1997 n. 6933) e possono essere provati anche a mezzo di testimoni (Cass. 30 luglio 1998 n. 7500, Cass. 24 aprile 1996 n. 3857, Cass. 9 luglio 1987 n. 5975; Cass. 6 settembre 2006, n.19146).
In realtà, si tratta di pronunce destinate a porsi in contrasto non solo con il dettato codicistico, ma anche con pronunce recenti di tenore diametralmente opposto (Cass., sez. I, 19 marzo 2004, n. 5539). La dottrina e la più recente giurisprudenza sottolineano come la soluzione del quesito imponga di prendere le mosse dal contenuto dell’art. 2722 c.c., che prescrive l’inammissibilità della prova per testimoni volta a dimostrare l’esistenza di patti contrari o aggiunti al contenuto di un documento e che si assumano adottati in epoca anteriore o contemporanea alla redazione del documento stesso. La pattuizione di un prezzo di vendita diverso da quello apparente indicato nel documento contrattuale non può, nei rapporti tra le parti, essere oggetto di prova per testimoni, giacché i limiti alla prova testimoniale di cui all’art. 2722 c.c. operano anche in presenza di una simulazione soltanto parziale, ogni qual volta questa si traduca nell’allegazione di un accordo ulteriore e diverso da quello risultante dal contratto, comunque destinato a modificare l’assetto degli interessi negoziali riportato nel documento sottoscritto dalle parti. A dirimere il contrasto insorto è intervenuta la Cassazione a Sezioni Unite (Cass. civ., Sez. Un., n. 7246/07).
Componendo il contrasto insorto, le Sezioni Unite hanno optato per l'orientamento più recente che aveva escluso la possibilità di provare per testimoni la simulazione del prezzo di vendita, ciò in quanto la prova sul prezzo riguarda un elemento essenziale e non accessorio del contratto.
Si è, in proposito, affermato che, allorquando l’accordo simulatorio investe solo uno degli elementi del contratto (quale è il prezzo di una vendita immobiliare), per il quale è richiesta la forma scritta ad substantiam, il contratto simulato non perde la sua connotazione peculiare, ma conserva inalterati gli altri suoi elementi ad eccezione di quello interessato dalla simulazione con la conseguenza che, non essendo il contratto simulato né nullo né annullabile, ma soltanto inefficace tra le parti, gli elementi negoziali interessati dalla simulazione possono essere sostituiti o integrati con quelli effettivamente voluti dai contraenti. Pertanto, la prova per testimoni del prezzo effettivo della vendita, versato o ancora da corrispondere, non incontra, tra alienante e acquirente, i limiti dettati dall’articolo 1417 c.c. in tema di simulazione, in contrasto con il divieto posto dall’articolo 2722 c.c., in quanto la pattuizione di celare una parte del prezzo non può essere equiparata, per mancanza di una propria autonomia strutturale, all’ipotesi di dissimulazione del contratto, così che la prova relativa ha scopo e materia semplicemente integrativa e può pertanto risultare anche da deposizioni testimoniali (Cass. 3857/96; Cass. 526/88).
D’altronde, anche qualora si volesse affermare che la pattuizione con cui le parti convengano un prezzo diverso da quello indicato nel documento contrattuale non integri gli estremi di una vera e propria simulazione, questo non risolverebbe in alcun modo il problema. Se anche cosi fosse, infatti, resterebbe comunque difficilmente eludibile il rilievo per cui una tale pattuizione si pone in contrasto con il contenuto di un documento contrattuale contestualmente stipulato e, come tale, ricadrebbe nella previsione dell’articolo 2722 c.c.
E’ facile osservare che il prezzo è un elemento essenziale della vendita, per cui anch’esso deve risultare per iscritto e per intero quando per tale contratto è prevista la forma scritta ad substantiam, non essendo sufficiente che quest’ultima sussista in relazione alla manifestazione di volontà di vendere e di acquistare.
In altri termini, la prova per testimoni del prezzo dissimulato di una vendita immobiliare non riguarda un elemento accessorio del contratto, in relazione al quale non opera il divieto di cui all’art. 2722 c.c., ma un elemento essenziale, con conseguente applicabilità delle limitazioni in tema di prova previste da tale disposizione.
(1) Entrambi i negozi sono effettivamente voluti dalle parti, e questo elemento costituisce la radicale differenza fra l’istituto qui in esame e l’errore-vizio di cui all’art. 1429 c.c. dal quale può derivare una pronuncia di annullamento: nella simulazione, infatti, la “conseguenza” – ossia la mancata produzione di effetti ovvero la produzione di un effetto diverso rispetto a quello proprio del contratto simulato (e reso pubblico) – è espressamente voluta dalle parti ed è uno dei motivi principali che le ha spinte ad agire.
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