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Timestamp: 2019-05-21 01:01:48+00:00
Document Index: 166422885

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sul ricorso 16890-2010 proposto da:
(Omissis) nato a (Omissis), (Omissis) (Omissis), (Omissis) nato a (Omissis), (Omissis) nato a (Omissis), elettivamente domiciliati in (Omissis), presso lo studio dell'avvocato (Omissis), rappresentati e difesi dall'avvocato (Omissis), giusta delega in atti;
sul ricorso 2936-2011 proposto da:
(Omissis) nato a (Omissis), (Omissis) nato a (Omissis), (Omissis) nato a (Omissis), (Omissis) nato a (Omissis);
(Omissis) nato a (Omissis), (Omissis) nato a (Omissis), (Omissis) nato a (Omissis), (Omissis) nato a (Omissis), elettivamente domiciliati in (Omissis), presso lo studio dell'avvocato (Omissis), rappresentati e difesi dall'avvocato (Omissis), giusta delega in atti;
AUTORITA' PORTUALE DI VENEZIA (Omissis);
avverso la sentenzia non definitiva n. 203/2009 della CORTE D'APPELLO di VENEZIA, depositata il 23/06/2009 r.g.n. 652/2008;
avverso la sentenza definitiva n. 627/2009 della CORTE D'APPELLO di VENEZIA, depositata il 26/07/2010 r.g.n. 652/2008;
udito l'Avvocato ROSSI GUIDO per delega (Omissis);
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. SERVELLO Gianfranco, che ha concluso per il rigetto del ricorso n. 16890/2010; rigetto del ricorso principale, accoglimento del ricorso incidentale (n. 2936/2011).
Con ricorso al Giudice del lavoro del Tribunale di Venezia gli eredi di (Omissis), lavoratore portuale dal 20-4-1957 al 31-3-1987, deceduto il (Omissis) per carcinoma polmonare, chiedevano che fosse dichiarata l'origine professionale della malattia, per la esposizione alla inalazione di fibre di amianto, e la responsabilità dell'AUTORITA' Portuale di Venezia (APV) con conseguente condanna della stessa al risarcimento, iure hereditario, del danno biologico e del danno morale nelle misure indicate o in quelle diverse di giustizia.
Si costituiva l'APV eccependo la nullità del ricorso per indeterminatezza del soggetto convenuto, il proprio difetto di legittimazione passiva e la incompetenza funzionale del giudice adito, l'intervenuta prescrizione e, nel merito, contestando la fondatezza della domanda.
Il giudice con ordinanza del 22-6-2005 non autorizzava sia la chiamata in causa delle società armatrici, ritenendola eccessivamente generica, sia la chiamata in causa della società cooperativa poichè nei confronti della stessa non era stata proposta alcuna domanda dalle parti.
La causa veniva quindi istruita sulla scorta della documentazione prodotta dalle parti e dell'esame dei testi dalle stesse addotti nonchè mediante CTU medico-legale.
All'esito il giudice, accoglieva la domanda e condannava l'APV al pagamento della somma complessiva di euro 51.720,00, per danni biologici (euro 11.720,00) e morali (euro 40.000,00), oltre interessi e rivalutazione dalla messa in mora a saldo.
L'APV proponeva appello avverso la detta sentenza deducendo il litisconsorzio necessario con l'INAIL, a seguito della istituzione del Fondo Vittime per l'amianto ex Legge n. 244 del 2007, ribadendo la nullità del ricorso introduttivo, la propria carenza di legittimazione passiva la incompetenza funzionale del giudice del lavoro e la intervenuta prescrizione, e censurando la pronuncia di primo grado sotto i profili relativi alla carenza del nesso di causalità tra le lavorazioni svolte dal (Omissis) e la patologia e alla consapevolezza all'epoca dei fatti.
Con sentenza non definitiva in data 7-4-2009 (pubblicata il 23-6-2009) la Corte d'Appello di Venezia rigettava le eccezioni relative al difetto di integrazione del contraddittorio, alla nullità del ricorso, al difetto di legittimazione passiva, all'incompetenza funzionale del giudice del lavoro e alla prescrizione.
sul preteso litisconsorzio necessario rilevava che, ex Legge n. 244 del 2007, le prestazioni del Fondo (per il quale ancora non era stato predisposto il regolamento attuativo) non escludevano alcuno degli altri diritti (risarcitori o indennitari), cumulandosi con gli stessi, mentre per quanto concerneva la Compagnia Lavoratori Portuali (CLP) la stessa, come accertato dal primo giudice, si limitava a fornire (lecitamente) manodopera al Provveditorato al Porto (poi APV) vera impresa portuale;
sull'eccezione di carenza di legittimazione passiva accertava che nel contesto dell'attività portuale presso il porto di (Omissis) l'unico soggetto dotato di caratteristiche imprenditoriali era l'APV e tale elemento era sufficiente a ricondurre a tale soggetto l'esclusiva incombenza del rispetto della normativa ex articolo 2087 c.c., indipendentemente dalla sussistenza di un diretto rapporto di lavoro tra le parti;
sull'eccezione di incompetenza funzionale del giudice del lavoro rilevava che nelle controversie relative a rapporti di lavoro subordinato ex articolo 409 c.p.c., n. 1 dovevano annoverarsi tutte quelle in cui la pretesa fatta valere in giudizio si ricollegasse direttamente al detto rapporto, non essendo necessario che lo stesso costituisse la causa petendi della pretesa fatta valere in giudizio;
infine sull'eccezione di prescrizione, riteneva che nella fattispecie, riconducibile all'articolo 1173 c.c., u.p., andava applicato l'ordinario termine decennale, non decorso.
Nel frattempo la Corte d'Appello di Venezia, con sentenza definitiva pubblicata il 26-7-2010, in parziale accoglimento dell'appello dell'APV e in parziale riforma della sentenza di primo grado rideterminava le spettanze dovute agli eredi (Omissis) in euro 45.000,00 e compensava per metà le spese del primo grado, compensando altresì per la metà anche le spese d'appello e condannando l'APV al pagamento della residua metà.
In sintesi la Corte veneziana alla luce delle risultanze della CTU confermava la sussistenza del nesso causale tra l'esposizione professionale all'amianto e la genesi della patologia polmonare rivelatasi letale e affermava che. sotto il profilo della colpa, era sempre e comunque esigibile da parte di APV la predisposizione di tutte quelle misure di prevenzione non adottate nel caso di specie.
Pertanto valutando un importo unitario di complessivo danno non patrimoniale di euro 4.500,00 al mese e moltiplicando tale importo per i dieci mesi di malattia, la Corte di merito liquidava una somma complessiva di euro 45.000,00.
Gli eredi (Omissis) hanno resistito con controricorso ed hanno proposto ricorso incidentale con due motivi.
Preliminarmente vanno riunite le cause n. 16890/2010 e 2936/2011, riguardanti i ricorsi rispettivamente avverso la sentenza non definitiva e definitiva.
Con il primo motivo la ricorrente APV censura la sentenza impugnata per aver la stessa rigettato l'istanza di estensione necessaria del contraddittorio al Fondo per le vittime dell'amianto istituito dalla 1. n. 244 del 2007 presso l'INAIL e alla Compagnia Lavoratori Portuali (CLP) della quale (Omissis) era stato dapprima dipendente e poi socio lavoratore.
Il motivo è infondato in quanto legittimamente la Corte territoriale ha escluso il litisconsorzio necessario sia de) detto Fondo istituito presso l'INAIL sia della CLP.
Quanto al primo va rilevato che ai sensi della Legge n. 244 del 2007, articolo 1, commi 241 e ss.:
A prescindere, quindi, dalla mancata emanazione all'epoca del detto regolamento (considerata ad abundantiam nella sentenza impugnata - "Peraltro allo stato..."-), è evidente che trattasi di "prestazione economica, aggiuntiva alla rendita, diretta o in favore dei superstiti", "fissata in misura percentuale della rendita stessa definita dall'INAIL", che "non esclude e si cumula ai diritti di cui alle norme generali e speciali dell'ordinamento".
Quanto, poi, all'asserito litisconsorzio necessario della CLP, rileva il Collegio che, come è stato affermato da questa Corte, con riferimento alla disciplina dell'epoca, "il rapporto di lavoro fra compagnie portuali - costituite in forma cooperativa ed aventi personalità giuridica - e singoli lavoratori soci si instaura solo quando le prime esercitano direttamente l'attività di impresa per le operazioni di carico e scarico e non anche quando le compagnie medesime si limitano a fornire la manodopera qualificata alle imprese portuali, ipotesi quest'ultima nella quale la compagnia portuale funziona, in pratica, da ufficio di collocamento e rimane pertanto esente da ogni responsabilità, anche in sede di rivalsa, per gli infortuni occorsi ai lavoratori" (v. Cass. 15-3-1995 n. 2992).
Del resto come pure è stato precisato, "in tema di lavoro portuale, nel regime giuridico precedente la Legge n. 84 del 1994, è inapplicabile il divieto di appalto di manodopera di cui alla Legge n. 1369 del 1960, in quanto gli articoli 110 e 111 cod. nav. prevedevano l'obbligo delle imprese concessionarie di servizi portuali di servirsi esclusivamente delle maestranze costituite nelle compagnie e nei gruppi portuali" (v. Cass. 14-7-2008 n. 19291).
Con il secondo motivo l'APV censura l'impugnata sentenza, per violazione di legge e vizio di motivazione, nella parte in cui ha rigettato l'eccezione (già avanzata in primo grado e reiterata in appello) di nullità de ricorso introduttivo per indeterminatezza del convenuto resistente, in mancanza di una indicazione formale dello stesso ed in presenza, nella narrativa dell'atto, di un costante e quasi esclusivo riferimento alla CLP, della quale il dante causa dei ricorrenti era in effetti socio-lavoratore.
Pur estendendosi il sindacato di legittimità all'esame diretto dell'atto e non al solo esame della sufficienza e logicità della motivazione della sentenza (in tal senso cfr. da ultimo Cass. S.U. 22-5-2012 n. 8077), è indubbio, infatti, così come in sostanza rilevato dalla Corte territoriale, che il ricorso introduttivo, evidenziando "la responsabilità del Provveditorato al Porto, oggi APV, non solo per violazione della specifica disciplina richiamata (quella antinfortunistica) ma anche in ogni caso per violazione dell'articolo 2087 c.c." nonchè in particolare la "responsabilità dell'insorgenza del carcinoma polmonare e, conseguentemente, del decesso del signor (Omissis)" in capo al Provveditorato al Porto, oggi APV, nei cui confronti, soltanto, erano formulate le conclusioni, era chiaramente rivolto contro l'AUTORITA' Portuale, la quale del resto è stata messa in grado di difendersi ampiamente fin dall'inizio.
Come è stato ripetutamente affermato da questa Corte, "la valutazione degli elementi probatori è attività istituzionalmente riservata al giudice di merito, non sindacabile in cassazione se non sotto il profilo della congruità della motivazione del relativo apprezzamento" (v. fra le altre Cass. 13-1-2003 n. 322, Cass. 17-11-2005 n. 23286, Cass. 18-5-2006 n. 11660) ed anche sotto tale profilo il controllo di logicità del giudizio di fatto non equivale alla "revisione del ragionamento decisorio", dovendo escludersi ogni possibilità per la Suprema Corte di procedere ad un nuovo giudizio di merito attraverso la autonoma, propria valutazione delle risultanze degli atti di causa" (v., fra le altre, da ultimo Cass. 7-6-2005 n. 11789, Cass. 6-3-2006 n. 4766).
Per il resto il motivo è altresì infondato in quanto, sul punto, la Corte di merito, alla luce delle risultanze processuali, ha accertato che "nel contesto dell'attività portuale presso il porto di (Omissis) unico soggetto dotato di caratteristiche imprenditoriali era APV" ed ha affermato che "questo elemento serve a ricondurre a tale soggetto l'esclusiva incombenza del rispetto della normativa ex articolo 2087 c.c. indipendentemente dalla diretta dipendenza dei lavoratori, che eseguono la propria attività in un contesto nel quale una sola è la figura imprenditoriale di preminenza".
Come è stato più volte affermato da questa Corte e va qui nuovamente enunciato, "per controversie relative a rapporti di lavoro subordinato ai sensi dell'articolo 409 c.p.c., n. 1, debbono intendersi non solo quelle relative alle obbligazioni propriamente caratteristiche del rapporto di lavoro, ma tutte le controversie in cui la pretesa fatta valere in giudizio si ricolleghi direttamente al detto rapporto, nel senso che questo, pur non costituendo la "causa petendi" di tale pretesa, si presenti come antecedente e presupposto necessario, e non già meramente occasionale, della situazione di fatto in ordine alla quale viene invocata la tutela giurisdizionale, essendo irrilevante l'eventuale non coincidenza delle parti in causa con quelle del rapporto di lavoro" (v. Cass. 22-3-2002 n. 4129).
In particolare la ricorrente sostiene che si trattava di una ipotesi di responsabilità extracontrattuale ex articolo 2043 c.c. e deduce che, sulla consapevolezza della tossicità delle fibre di amianto e della riconducibilità della malattia all'esposizione a tali fibre, la Corte di merito contraddittoriamente da un lato ha escluso la possibilità di una tale consapevolezza in capo agli attori e dall'altro, invece, ha ritenuto che l'ex Provveditorato al Porto poteva agevolmente conoscere che le fibre di amianto fossero causa di malattie respiratorie gravi, come quella contratta dal Vedova.
Sul punto la Corte territoriale ha respinto l'eccezione avanzata dall'APV, non essendosi comunque realizzata la prescrizione decennale da applicarsi nella fattispecie (a decorrere dal decesso del (Omissis), avvenuto il (Omissis) e non il (Omissis) - come erroneamente affermato dall'APV nel ricorso a pag. 58).
In particolare la Corte di merito (pur non escludendo "la possibilità di considerare esistente nel caso di specie anche un profilo concomitante di responsabilità extracontrattuale") nell'applicare la prescrizione ordinaria e la inapplicabilità della prescrizione quinquennale, ha osservato che "nel caso in esame l'obbligazione relativa alla sicurezza dei lavoratori addetti alle attività a favore di APV, anche se non nasce da un diretto rapporto di lavoro tra le parti deriva dal complesso normativo evidenziato che determina la responsabilità di APV rispetto alla normativa antinfortunistica", trattandosi "di una situazione riconducibile alla dizione di cui all'articolo 1173 c.c., u.p.", che prevede come fonte delle obbligazioni, oltre al contratto e al fatto illecito ex articolo 2043 c.c. anche "ogni altro atto o fatto idoneo a produrle in conformità dell'ordinamento giuridico".
D'altra parte trattasi di questione nuova, sulla quale manca in ricorso qualsiasi indicazione specifica in ordine all'avvenuta deduzione davanti ai giudici di merito (v. Cass. 15-2-2003 n. 2331, Cass. 10-7-2001 n. 9336).
In particolare la ricorrente lamenta che la Corte di merito si sarebbe limitata a recepire le conclusioni della CTU espletata in primo grado, in ordine al detto nesso di causalità materiale, senza valutarne attentamente il contenuto espresso in termini di "verosimiglianza", senza considerare il fattore concausale del tabagismo ed in mancanza di precisi riscontri ed elementi concreti (quali ad esempio il dosaggio e l'intensità dell'esposizione).
Circa la prova del nesso causale osserva il Collegio che nella specie trova applicazione "la regola contenuta nell'ari. 41 cod. pen., per cui il rapporto causale tra evento e danno è governato dal principio dell'equivalenza delle condizioni, principio secondo il quale va riconosciuta l'efficienza causale ad ogni antecedente che abbia contribuito, anche in maniera indiretta e remota, alla produzione dell'evento, salvo il temperamento previsto nello stesso articolo 41 cod. pen., in forza del quale il nesso eziologico è interrotto dalla sopravvenienza di un fattore sufficiente da solo a produrre l'evento, tale da far degradare le cause antecedenti a semplici occasioni" (v. Cass. 9-9-2005 n. 17959, Cass. 3-5-2003 n. 6722).
Del resto, come pure è stato costantemente affermato in generale, in ambito civilistico la prova del nesso causale consiste anche nella relazione probabilistica concreta tra comportamento ed evento dannoso, secondo il criterio, ispirato alla regola della normalità causate ossia del "più probabile che non" (v. fra le altre Cass. 16-1-2009 n. 975, cfr. Cass. 16-10-2007 n. 21619, Cass. 11-5-2009 n. 10741, Cass. 8-7-2010 n. 16123, Cass. 21-7-2011 n. 15991).
Nella fattispecie la Corte territoriale sulla base delle conclusioni della CTU, applicando tali principi, legittimamente ha ritenuto provato nella specie il nesso causale tra l'esposizione professionale all'amianto e la genesi della patologia polmonare rivelatasi letale, valutando adeguatamente anche il fattore concausale del fumo di sigarette e ritenendo che lo stesso che "non vale ad escludere" il detto nesso (sul punto cfr. Cass. 9-9-2005 n. 17959).
La ricorrente aggiunge, poi, che "non va confusa la generale consapevolezza della pericolosità dell'amianto, con la specifica conoscenza dell'esistenza prima e della nocività poi delle microfibre di amianto, le quali ultime sono state ritenute dal CTU responsabili della malattia contratta dal Vedova.
In specie, con riguardo all'inalazione di polveri di amianto questa Corte (nel confermare la sentenza di merito che aveva ritenuto responsabili ex articolo 2087 cod. civ. le Ferrovie dello Stato per non aver predisposto, negli anni â€˜60, le cautele necessarie a sottrarre il proprio dipendente al rischio amianto), ha affermato che "la responsabilità dell'imprenditore ex articolo 2087 cod. civ., non configura un'ipotesi di responsabilità oggettiva, tuttavia non è circoscritta alla violazione di regole d'esperienza o di regole tecniche preesistenti e collaudate, ma deve ritenersi volta a sanzionare, anche alla luce delle garanzie costituzionali del lavoratore, l'omessa predisposizione da parte del datore di lavoro di tutte quelle misure e cautele atte a preservare l'integrità psicofisica e la salute del lavoratore nel luogo di lavoro, tenuto conto della concreta realtà aziendale e della sua maggiore o minore possibilità di venire a conoscenza e di indagare sull'esistenza di fattori di rischio in un determinato momento storico" (v. Cass. 14-1-2005 n. 644).
Parimenti (in relazione ad una fattispecie relativa al periodo 1975/1995) questa Corte ha ribadito che la detta responsabilità "pur non essendo di carattere oggettivo, deve ritenersi volta a sanzionare l'omessa predisposizione da parte del datore di lavoro di tutte quelle misure e cautele atte a preservare l'integrità psicofisica e la salute del lavoratore nel luogo di lavoro, tenuto conto del concreto tipo di lavorazione e del connesso rischio" (v. Cass. 1-2-2008 n. 2491, cfr. anche da ultimo Cass. 11-7-2011 n. 15156).
Peraltro al riguardo è stata anche affermata la irrilevanza della circostanza che il rapporto di lavoro si fosse svolto (in quel caso) "dall'anno 1956 sino al gennaio 1980 mentre specifiche norme per il trattamento dei materiali contenenti amianto sono state introdotte per la prima volta col Decreto del Presidente della Repubblica 10 febbraio 1982, n. 15" (v. Cass. 30-6-2005 n. 14010).
Tale decisione, conforme ai principi sopra richiamati e alìindirizzo consolidato in materia, resiste alla censura della ricorrente principale.
Tale motivo risulta inammissibile sotto diversi profili.
Da un lato, infatti, si denuncia una violazione di legge e un vizio di motivazione, lamentando (contraddittoriamente) in sostanza una omessa pronuncia, denunciatale ex articolo 360 c.p.c., n. 4 (v. fra le altre Cass. 11-5-2012 n. 7268, Cass. 10-12-2009 n. 25825, Cass. 17-12-2009 n. 26598, Cass. 17-7-2007 n. 15882 Cass. 4-6-2007 n. 12952).
Dall'altro si tratta di una questione della quale non vi è traccia alcuna nel l'impugnata sentenza e sulla quale la ricorrente non indica specificamente con quale atto ed in quali termini l'abbia sollevata davanti ai giudici di merito (v. Cass. 15-2-2003 n. 2331, Cass. 10-7-2001 n. 9336).
Infine la censura neppure appare conferente con il decisum, in quanto rivolta in particolare contro una asserita affermazione da parte della Corte di merito (v. pag. 86 del ricorso in fondo), che non trova riscontro alcuno nella sentenza impugnata.
Così respinto anche il ricorso dell'APV avverso la sentenza definitiva, risulta invece fondato il ricorso incidentale avverso la stessa sentenza, con il quale gli eredi (Omissis) censurano la sentenza impugnata sul quantum del risarcimento, del danno non patrimoniale (biologico e morale) unitariamente considerato, liquidato dalla Corte di merito.
In particolare i ricorrenti incidentali, con il primo motivo, denunciando violazione degli articoli 2043, 2056, 1223 e 1226 c.c., deducono che il parametro utilizzato dalla Corte di merito (la durata della malattia) soltanto in parte è riferito e personalizzato in relazione al reale danno subito dal defunto (Omissis) ed è inidoneo a misurare l'entità del danno risarcibile, "non liquidando il danno patito nella sua globalità ma solo nel suo aspetto di transitorietà".
Con il secondo motivo i ricorrenti incidentali lamentano che la sentenza impugnata "risulta altresì carente di motivazione nella parte in cui si discosta dalle risultanze della CTU, non contestate, che avevano dichiarato la patologia da cui era affetto il signor (Omissis) stabilizzata alla data del 29-3-1996 ed aveva quantificato il danno provocato dalla neoplasia nella misura dell' 80%".
I motivi, connessi fra loro, risultano fondati.
Del resto, come pure è stato precisato, proprio in una ipotesi di azione risarcitoria promossa dagli eredi di un lavoratore deceduto per esposizione a fibre di amianto, "in materia di risarcimento danni, in caso di lesione di un diritto fondamentale della persona, la regola, secondo la quale il risarcimento deve ristorare interamente il danno subito, impone di tenere conto dell'insieme dei pregiudizi sofferti, ivi compresi quelli esistenziali, purchè sia provata nel giudizio l'autonomia e la distinzione degli stessi, dovendo il giudice, a tal fine, provvedere all'integrale riparazione secondo un criterio di personalizzazione del danno, che, escluso ogni meccanismo semplificato di liquidazione di tipo automatico, tenga conto, pur nell'ambito di criteri predeterminati, delle condizioni personali e soggettive del lavoratore e della gravità della lesione e, dunque, delle particolarità del caso concreto e della reale entità del danno" (Cass. 21-4-2011 n. 9238).
La sentenza impugnata, peraltro, nella specie neppure ha tenuto conto delle specifiche salutazioni del CTU sull'invalidità permanente del de cuius già dal momento della esplicitazione clinica della malattia.
La Corte sulle cause riunite n. 16890/2010 e 2936/2011, rigetta i ricorsi dell'AUTORITA' Portuale di Venezia avverso rispettivamente la sentenza non definitiva e quella definitiva; accoglie il ricorso incidentale degli eredi (Omissis) avverso la sentenza definitiva, cassa l'impugnata sentenza in relazione al ricorso accolto e rinvia, anche per le spese di legittimità, alla Corte di Appello di Trieste.