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Timestamp: 2019-01-17 22:58:44+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 34', 'art. 12', 'art. 7', 'art. 1', 'art. 18', 'art. 18', 'art. 18', 'art. 20', 'art. 20', 'art. 20', 'in fine']

Jobs act: i centri per l’impiego tornano protagonisti assoluti delle politiche attive - Generazione Vincente SpA | Agenzia per il lavoro
23/07/2015 Luca Peluso (Legal Team) 5864
In effetti, con l’atto di Governo n. 177 del 11 giugno 2015 vengono introdotte rilevanti novità rispetto al passato.
Si passa da una regia delle Politiche attive totalmente decentrata e interamente delegata alle singole Regioni a un modello che prevede un forte coinvolgimento del livello nazionale, con l’attribuzione di compiti strategici alla costituenda Agenzia Nazionale per il Lavoro (ANPAL), nel quale il Pubblico assume un ruolo fondamentale e tornano ad essere protagonisti assoluti i centri per l’impiego.
In tale direzione lo schema di decreto prevede, tra le altre cose:
L’istituzione dell’Agenzia Nazionale per le Politiche Attive del Lavoro – ANPAL (artt. 4-9);
L’abrogazione dell’ 7 del D. Lgs. 276/03 e dell’intero D. Lgs. 181/2000 (art. 34);
La previsione della stipula di una convenzione tra Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e le singole Regioni e Province Autonome, che regoli i relativi rapporti e obblighi in relazione alla gestione dei servizi per l’impiego e delle politiche attive, con l’attribuzione, comunque, di un ruolo centrale ai centri per l’impiego, unici soggetti abilitati a stipulare con il singolo utente il “patto di servizio personalizzato” (artt. 11, 18, 20);
L’istituzione dell’Albo Nazionale dei Soggetti Accreditati a svolgere funzioni e compiti in materia di politiche attive del lavoro affidata all’ANPAL (art. 12).
Più nel dettaglio, l’istituzione di un’Agenzia Nazionale per le politiche attive del lavoro rappresenta una novità assoluta e certamente appare un chiaro segnale della volontà di presidiare effettivamente, a livello centrale, quanto meno le fasi di definizione degli indirizzi, delle strategie e delle priorità degli interventi di politica attiva del lavoro, nonché la definizione degli standard di servizio, il coordinamento delle attività e il controllo effettivo circa il raggiungimento dei livelli minimi essenziali su tutto il territorio nazionale.
Ma vi è di più: a scorrere l’elenco delle funzioni e dei compiti attribuiti all’ANPAL si scopre che taluni di essi sono estremamente operativi e vedono impegnata l’agenzia in prima persona e direttamente in ambito locale. La lettera l) dell’articolo 9, in particolare, prevede addirittura interventi di gestione diretta dei servizi per l’impiego e delle politiche attive del lavoro ove i livelli essenziali delle prestazioni non siano assicurati dalle Regioni; la stessa norma attribuisce pure all’ANPAL la definizione e la gestione di programmi per il riallineamento delle aree per le quali non siano rispettati i livelli essenziali delle prestazioni in materia di politiche attive del lavoro; il comma due del medesimo articolo, inoltre, prevede che le singole Regioni e Province Autonome possano attribuire ulteriori compiti e funzioni all’ANPAL mediante la stipula di apposite convenzioni.
Dunque, non soltanto un espresso potere di surroga, ma anche la possibilità di esercizio diretto di funzioni delegate per la costituenda agenzia.
Le abrogazioni dell’art. 7 del D. Lgs. 276/03 e della quasi totalità delle norme di cui al D. Lgs. 181/2000, poi, sembrerebbero aver cancellato, d’un colpo, il sistema di pari dignità e totale fungibilità tra soggetti pubblici e privati accreditati all’erogazione dei servizi al lavoro realizzato con la Legge Biaggi del 2003.
In buona sostanza, il nominato articolo 7 del D. Lgs. 276/03 consentiva (in realtà consentirebbe, fino alla pubblicazione del nuovo decreto delegato) alle Regioni di istituire appositi elenchi per l’accreditamento degli operatori pubblici e privati per l’erogazione di servizi al lavoro e di politiche attive. In pratica, nel sistema che verrà abrogato, erano dalla legge sostanzialmente parificati i soggetti pubblici e i soggetti privati e competeva direttamente alla singola Regione l’individuazione dei compiti e dei ruoli da affidare a tutti gli operatori nell’ambito della disciplina dell’accreditamento. La stessa norma, inoltre, precisava che doveva essere sempre preservata la garanzia della libera scelta dei cittadini, nell’ambito di una rete di operatori qualificati, adeguata per dimensione e distribuzione alla domanda espressa dal territorio. Era sancito, poi, che la Regione provvedesse in autonomia alla costituzione negoziale di reti di servizio e ad individuare le forme di cooperazione tra i servizi pubblici e gli operatori privati, autorizzati o accreditati.
La totale abrogazione del decreto legislativo 181, inoltre, elimina dalla legge la definizione di “servizi competenti”, contenuta all’art. 1, lett. g, dell’abrogando decreto. La norma – nella versione introdotta dal D. Lgs. 297/2002 – comprendendo nella definizione di “SERVIZI COMPETENTI, i centri per l’impiego (…) e gli altri organismi autorizzati o accreditati a svolgere le previste funzioni, in conformità delle norme regionali e delle province autonome”, equiparava a tutti gli effetti ogni organismo privato accreditato a livello regionale ai centri per l’impiego pubblici.
Come accennato, l’abrogazione delle norme in commento sembrerebbe eliminare tale principio di assoluta parità e, pertanto, è stata da più parti evidenziata l’opportunità di mantenere in vita, nel nuovo impianto legislativo, almeno la definizione di servizi competenti.
In tutta franchezza, la disposizione di cui all’art. 18 dello schema di decreto sembrerebbe superare definitivamente la definizione di servizi competenti, avendo espressamente lasciato alle Regioni la libera scelta circa l’opportunità di svolgere tutte le attività elencate sotto la rubrica “servizi e misure di politica attiva per il lavoro” direttamente, ovvero mediante il coinvolgimento dei soggetti privati accreditati (art. 18, comma 2). Dunque non sembra potervi essere dubbio circa il fatto che i servizi e le misure di politica attiva potranno essere svolti, presso le singole Regioni, anche dai privati accreditati, i quali sono a ciò legittimati in quanto tali e ciascuno nell’ambito delle proprie funzioni, senza la necessità di fare ulteriore ricorso all’artifizio dei servizi competenti.
Le vere anomalie, invece, sembrano risiedere altrove:
in primo luogo, viene da chiedersi quanto sia opportuna la scelta operata dal legislatore nazionale di circoscrivere in un elenco puntuale e dettagliato le attività nelle quali debbano espletarsi i servizi per il lavoro e le misure di politica attiva, senza, per di più, introdurre alcuna espressa delega a un eventuale intervento ampliativo in ambito locale. Chi scrive ritiene che l’elenco dell’art. 18, comma 1, non debba intendersi quale tassativo, ma miri ad indicare i livelli minimi di servizi attesi, ben potendo la singola Regione, eventualmente anche in sede di stipula della convenzione con il Ministero, estendere il numero e le tipologie di servizi e attività, tuttavia un esplicito rinvio in tal senso sarebbe stato opportuno;
in secondo luogo, appare addirittura spiazzante la scelta del legislatore di legittimare esclusivamente i centri per l’impiego (art. 20) alla stipula del “patto di servizio personalizzato” – che rappresenta la condizione indispensabile per l’accesso da parte dell’utente a qualsiasi beneficio o prestazione – senza prevedere, neppure in via sussidiaria, la possibilità di un intervento dei soggetti privati accreditati. Addirittura, il comma 4 dell’art. 20 sancisce che il disoccupato che non sia stato convocato dai centri per l’impiego nei sessanta giorni dalla registrazione presso il portale nazionale delle politiche del lavoro debba rivolgersi in via autonoma all’ANPAL per procedere alla profilazione e neppure in tal caso la norma apre all’accompagnamento operato dal privato autorizzato.
Anche rispetto a tale norma è modesta opinione di chi scrive che non vi siano elementi che facciano propendere per l’assoluta inderogabilità della medesima, ben potendo la singola Regione contrattare soluzioni ampliative direttamente con il Ministero in fase di stipula della convenzione. Un chiarimento in tal senso non risulterebbe sgradito ad alcuna Regione, a prescindere dalle soluzioni fino ad oggi concretamente adottate in ambito locale. Non vi è dubbio, tuttavia, che la disposizione dell’art. 20 effettivamente intenda conferire un ruolo centrale e indispensabile ai centri per l’impiego, senza lasciare alcuno spazio per l’adozione di soluzioni alternative in ambito territoriale se non almeno preventivamente concordate con il Ministero. Viene da chiedersi se non fosse stato più saggio, oltre che più aderente al dettato costituzionale, lasciare le Regioni libere di operare le proprie scelte e coinvolgere, ove ritenuto utile, i privati accreditati anche nella fase fondamentale della stipula del patto di servizio. Come sopra accennato, si ritiene che tale strada possa comunque essere percorsa in sede di stipula della convenzione tra la Regione e il Ministero, momento che assume un’importanza fondamentale e a cui dovrà essere dedicata la massima attenzione da parte delle amministrazioni coinvolte.
La previsione dell’obbligo di stipula di una convenzione tra Ministero e singole Regioni e Province Autonome e l’istituzione dell’Albo Nazionale dei Soggetti Accreditati a svolgere funzioni e compiti in materia di politiche attive del lavoro, in fine, sembrano confermare la sensazione che il Governo intenda presidiare l’ambito dei servizi per il lavoro e delle politiche attive in maniera decisamente fattiva.
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