Source: http://www.studiolegalecova.com/1/la_cointestazione_di_conto_corrente_bancario_11492934.html
Timestamp: 2018-12-11 11:01:15+00:00
Document Index: 46858402

Matched Legal Cases: ['art. 1854', 'art. 1845', 'art. 1854', 'art. 1298', 'art. 1298', 'art. 1854', 'sentenza ', 'art. 179', 'art. 177', 'art. 1854', 'art. 48', 'art. 27', 'art. 28', 'sentenza ', 'art. 9', 'art. 28', 'art. 12', 'art. 1298', 'art. 2', 'art. 1854', 'art. 28']

La cointestazione di conto corrente bancario | Avvocato a Bologna
Home » Diritto bancario » La cointestazione di conto corrente bancario
Per rispondere a numerose esigenze e necessità dei risparmiatori, nonché per una gestione più comoda del conto, il codice civile prevede espressamente che il conto corrente bancario possa avere una pluralità di intestatari (art. 1854 c.c.).
Ferme restando le regole generali dettate in materia di conto corrente, la contitolarità permette a ciascuno dei correntisti di accedere al conto e disporre delle somme ivi depositate, anche separatamente, cioè senza che sia necessario il consenso degli altri titolari.
La norma suggerisce, quindi, una presunzione di cointestazione secondo il modello c.d. "a firma congiunta", il quale necessita della firma e/o della presenza di tutti i contitolari per poter validamente effettuare tutte le operazioni dispositive sul conto previste dal contratto (ad es. prelievi, pagamenti, esecuzione bonifici, emissione assegni, ecc.).
Si ritiene che, invece, i versamenti possano essere effettuati da ciascun correntista individualmente.
Le parti potranno prediligere, in alternativa, il modello c.d. "a firma disgiunta", che consente in piena autonomia di svolgere tutte le operazioni del conto corrente senza necessità di ottenere previamente il consenso degli altri cointestatari.
La previsione della facoltà per i singoli titolari di operare sul conto anche separatamente, rappresentando un'eccezione alla regola generale prevista dal codice civile, dovrà essere necessariamente prevista in maniera espressa dal contratto e sottoposta al rispetto di rigorosi requisiti formali, senza poter essere desunta in via interpretativa dall'analisi del tenore complessivo della convenzione.
La cointestazione può essere disposta al momento dell'apertura del conto oppure effettuata su un conto corrente già esistente attraverso il deposito dello "speciem di firma"; le parti potranno inoltre modificare il regime scelto ab origine, passando dal modello a firma congiunta a quello a firma disgiunta e viceversa.
L'art. 1845 c.c. pone il principio della solidarietà tra i contitolari, precisando che "gli intestatari sono considerati creditori o debitori in solido dei saldi del conto".
La previsione della solidarietà tra i contitolari, sia attiva che passiva, risponde evidentemente ad un interesse della banca creditrice, poiché agevola sia la restituzione del saldo che l'esecuzione del rapporto, permettendo all'istituto di credito di liberarsi nei confronti degli altri a seguito delle direttive provenienti da un singolo cointestatario.
In base a tale norma, pertanto, ogni cointestatario al quale sia attribuita la facoltà di operare separatamente è tenuto nei confronti della banca per l'intero (solidarietà passiva) e può, allo stesso modo, pretendere il pagamento dell'intero (solidarietà attiva).
Secondo il prevalente orientamento della giurisprudenza, il menzionato art. 1854 c.c. disciplina solo i rapporti tra i correntisti e la banca, poiché il vincolo di solidarietà dei cointestatari del conto, nei rapporti interni, è regolato dall'art. 1298 c.c., in base al quale "nei rapporti interni l'obbligazione in solido si divide tra i diversi debitori o tra i diversi creditori" e "le parti di ciascuno si presumono uguali, se non risulta diversamente".
Ciò significa non solo che, in mancanza di prova contraria, le parti si presumono uguali e che il concreditore, nei rapporti interni, non può disporre oltre il 50% delle somme risultanti da rapporti bancari solidali senza il consenso espresso o tacito degli altri cointestatari, ma anche che, ove risulti provato che il saldo attivo di un rapporto bancario cointestato discenda dal versamento di somme di pertinenza di uno soltanto dei cointestatari, si deve escludere che l'altro cointestatario, nei rapporti interni, possa avanzare diritti sul saldo medesimo (Cass. civ. n. 3241/1989; Cass. civ. n. 8718/1994; Cass. civ. n. 4066/2009).
Il cointestatario di un conto corrente bancario, pertanto, anche se abilitato a compiere operazioni autonomamente, nei rapporti interni non può disporre in proprio favore, senza il consenso espresso o tacito degli altri cointestatari, della somma depositata in misura eccedente la quota parte di sua spettanza (Cass. civ. n. 26991/2013).
La regola generale, confermata dalla giurisprudenza di legittimità, presuppone quindi che i cointestatari siano titolari in parti uguali delle somme di denaro presenti sul conto.
La presunzione di solidarietà attiva dei cointestatari di un conto corrente bancario in ordine all'oggetto del contratto, come desumibile dalla lettura in combinato dell'art. 1298 c.c. e dell'art. 1854 c.c., può tuttavia essere superata dalla prova contraria di una diversa situazione giuridica rispetto alla contestazione stessa.
Trattandosi di una presunzione legale "iuris tantum", dà luogo soltanto all'inversione dell'onere della prova che potrà essere fornita anche "attraverso presunzioni semplici - purché gravi, precise e concordanti - dalla parte che deduca una situazione giuridica diversa da quella risultante dalla cointestazione stessa" (Cass. civ. n. 28839/2008; Cass. civ. n. 4496/2010).
In materia fiscale, l'amministrazione finanziaria (risoluzione n. 350586 dell'11 luglio 1991) ha ritenuto idonei a costituire prova contraria, nell'ipotesi di cointestazione di conto corrente bancario, gli ordini di accreditamento (stipendio, pensione, eccetera) ovvero gli assegni emessi a favore di uno dei cointestatari il cui importo venga successivamente versato nel conto comune.
Siccome lo strumento del conto corrente bancario cointestato è spesso utilizzato dai coniugi per una gestione semplificata ed efficiente dei propri risparmi, si è posto frequentemente il problema del destino delle somme presenti sul conto a seguito di separazione.
Come precisato, vige una presunzione di contitolarità in parti eguali delle somme depositate, salva prova contraria, e pertanto le somme, a seguito del passaggio in giudicato della sentenza di separazione, dovranno essere divise in misura pari al 50% a meno che non venga dimostrato da uno dei due che il denaro versato o parte di esso sia di proprietà esclusiva.
La disciplina va correlata necessariamente con quanto previsto in tema di regime patrimoniale dei coniugi che, se non stabilito diversamente, è quello della comunione legale dei beni.
Va tenuto presente che l'art. 179 c.c. elenca una serie di beni che restano personali del coniuge e non costituiscono oggetto della comunione, a cui si aggiunge l'art. 177 c.c. che evidenzia i beni della c.d. comunione de residuo, i quali restano di proprietà esclusiva del coniuge fino allo scioglimento della comunione legale. Il residuo non consumato dovrà, all'esito della separazione o del divorzio, essere diviso a metà tra i coniugi.
Per la Cassazione il denaro "personale" (ad esempio, quello ottenuto a titolo di prezzo per l'alienazione di un bene personale del coniuge) "rimane nella esclusiva disponibilità del coniuge alienante anche quando esso venga, come nella specie, dal medesimo coniuge depositato sul proprio conto corrente. Questa titolarità non muta in conseguenza della mera circostanza che il denaro sia stato accantonato sotto forma di deposito bancario, giacché il diritto di credito relativo al capitale non può considerarsi modificazione del capitale stesso, né è d'altro canto configurabile come un acquisto nel senso indicato dall'articolo 177, primo comma, lettera a), codice civile, cioè come un'operazione finalizzata a determinare un mutamento effettivo nell'assetto patrimoniale del depositante" (Cass. civ., n. 1197/2006).
Il principio trova applicazione sia se il conto è personale che cointestato; ma in questo caso, considerata la presunzione di contitolarità, dovrà essere precisamente dimostrata la provenienza delle somme.
Sempre (e non solo) nel rapporto tra i coniugi, si è avanzata l'ipotesi che il versamento sul conto corrente cointestato potesse attuare una donazione indiretta da parte di colui che ha versato il denaro a favore dell'altro.
La più recente giurisprudenza ha ritenuto che l'animus donandi non possa essere desunto sulla sola base della cointestazione, poiché va verificato se lo spirito di liberalità assiste ogni singolo versamento (Cass. civ. n. 809/2014; Cass. civ. n. 4496/2010; Cass. civ. n. 28839/2008).
2. LA CASISTICA IN ESAME E LE DECISIONI DELL'ARBITRO: morte del cointestatario, blocco del conto, delega ad operare sul conto
L'ABF (Arbitro Bancario Finanziario), Collegio di Napoli, risolveva con decisione n. 397 del 20 gennaio 2015 il ricorso proposto da alcuni clienti - cointestatari, con firma disgiuntiva insieme ad altro correntista deceduto nel corso del 2007, di un contratto di conto corrente bancario e di un deposito di titoli in amministrazione. Comunicato all'intermediario l'avvenuto decesso del contitolare, chiedevano la chiusura dei rapporti con conseguente liquidazione delle relative disponibilità. A fronte del diniego, esperito reclamo, la domanda veniva reiterata dinnanzi all'ABF per accertare il diritto di operare ed estinguere i richiamati rapporti.
Dinnanzi al Collegio, l'intermediario costituitosi rileva il considerevole ritardo nella comunicazione del decesso del cointestatario, precisando che il soddisfacimento della domanda estintiva è, in ogni caso, subordinato alla presentazione della documentazione successoria richiesta dalla legge, in assenza del quale adempimento sarebbe impossibilitato ad aderire alla richiesta.
Nel decidere, il collegio partenopeo richiama la pronuncia della Suprema Corte n. 15231/2002, secondo cui "il decesso di un cointestatario non comporta il venir meno della legittimazione dei cointestatari superstiti a operare sul conto, essendo incontroverso, in linea di principio, che il rapporto derivante dalla cointestazione a firma disgiunta di un libretto di deposito a risparmio o di un conto corrente debba essere considerato alla stregua di un'obbligazione solidale dal lato attivo, sicché, in applicazione dell'art. 1854 c.c., ogni cointestatario ha diritto di chiedere al debitore l'adempimento per l'intero e quindi a ottenere dall'intermediario la liquidazione dell'intero saldo portato dal libretto o dal conto".
A ciò si aggiungono le disposizioni dettate dal testo unico delle norme di legge in materia di successioni e donazioni (d.lgs. n. 346/1990) e, in particolare, l'art. 48, comma 4, le quali stabiliscono che "le aziende e gli istituti di credito, le società e gli enti che emettono azioni, obbligazioni, cartelle, certificati ed altri titoli di qualsiasi specie, anche provvisori, non possono provvedere ad alcuna annotazione nelle loro scritture né ad alcuna operazione concernente i titoli trasferiti per causa di morte, se non è stata fornita la prova della presentazione, anche dopo il termine di cinque anni di cui all'art. 27, comma 4, della dichiarazione di successione o integrativa con l'indicazione dei suddetti titoli, o dell'intervenuto accertamento in rettifica o d'ufficio, e non è stato dichiarato per iscritto dall'interessato che non vi era obbligo di presentare la dichiarazione".
La legittimazione dei cointestatari resta regolata dal codice civile, ma la disposizione tuttavia "impone un adempimento che può essere qualificato alla stregua di un vero e proprio vincolo di indisponibilità della somma. Da ciò deriva che la presentazione della denuncia di successione da parte degli eredi, ovvero della c.d. 'dichiarazione negativa' di cui all'art. 28 del medesimo t.u., costituisce una condizione senza la quale il debitore può legittimamente opporre il mancato pagamento nei confronti del creditore, pur legittimato ad esigere la liquidazione dell'intera somma portata dal libretto (o dal conto di deposito)".
Si precisa inoltre che la permanenza della legittimazione in capo ai cointestatari superstiti deve considerarsi una vicenda attinente esclusivamente al rapporto negoziale "inter partes", che non può pregiudicare le posizioni dei terzi, quale è in questo caso l'Amministrazione finanziaria.
Deve quindi ritenersi legittimo il mancato svincolo da parte dell'intermediario della quota del saldo del conto caduta in successione e dell'attivo risultante dal deposito amministrato, non essendo stata fornita dagli eredi la prova della presentazione della dichiarazione di successione e non essendo stato dichiarato dai medesimi che non vi era obbligo di presentarla.
Favorevole al ricorrente, invece, la decisione ABF, collegio di Roma, n. 7787 del 21 novembre 2014, attinente alla mancata messa a disposizione del ricorrente della totalità delle somme giacenti sul conto corrente in essere presso la banca convenuta.
Il ricorrente, contitolare di un conto corrente a firme disgiunte con il padre poi deceduto, eccepisce la tempestiva comunicazione alla banca presso cui insisteva il conto.
Successivamente, la disposizione delle somme sul conto sarebbe stata subordinata all'approvazione del direttore della filiale sino ad essere poi completamente bloccata nel momento in cui il ricorrente aveva usufruito di oltre la metà delle somme presenti sul conto.
La banca avrebbe infatti opposto la necessità di disporre dell'autorizzazione di tutti gli altri coeredi, mentre il ricorrente continuava a sostenere di avere pieni poteri sul conto e che nessun coerede si sarebbe opposto all'utilizzo di tale conto da parte dell'istante.
Inoltre, nonostante una nuova consegna alla banca della dichiarazione di successione, la convenuta avrebbe continuato ad opporre impedimenti alla chiusura del conto, richiedendo la presenza e la sottoscrizione di tutti i coeredi (complessivamente sette fratelli).
Dinnanzi al Collegio, la banca sostiene che per permettere la prosecuzione dell'operatività disgiunta dovrebbe almeno sussistere la prova della conoscenza del conto da parte degli eredi e dunque il loro accordo con il cointestatario superstite, prova che, nel caso di specie, non sarebbe stata fornita dal ricorrente.
Anche in questo caso il Collegio rammenta la sentenza n. 15231 del 29 ottobre 2002, richiamata dalle parti ed emanata in materia affine dalla Corte di Cassazione, che ha espressamente stabilito che "nel caso in cui il deposito bancario sia intestato a più persone, con facoltà per le medesime di compiere, sino alla estinzione del rapporto, operazioni, attive e passive, anche disgiuntamente, si realizza una solidarietà dal lato attivo dell'obbligazione, che sopravvive alla morte di uno dei contitolari, sicché il contitolare ha diritto di chiedere, anche dopo la morte dell'altro, l'adempimento dell'intero saldo del libretto di deposito a risparmio e l'adempimento così conseguito libera la banca verso gli eredi dell'altro contitolare".
Tale principio risulta, del resto, recepito anche nelle "Condizioni generali" relative al rapporto di conto corrente predisposte dall'ABI, nelle quali (all'art. 9, comma 3) è previsto che "nel caso di morte o di sopravvenuta incapacità di agire di uno dei cointestatari del rapporto, ciascuno degli altri conserva il diritto di disporre separatamente sul rapporto".
D'altra parte va ricordato il principio secondo cui "i crediti del de cuius non si dividono automaticamente tra i coeredi in ragione delle rispettive quote, ma entrano a far parte della comunione ereditaria" (Cass. civ., S.U. n. 24657/2007), sicché non si può pretendere che la banca proceda ad attribuire a eventuali coeredi singole quote delle giacenze cadute in eredità.
Su tale aspetto della questione si ritiene, tuttavia, che la banca sia esente da responsabilità ove corrisponda il saldo residuo all'erede cointestatario del conto in mancanza di specifica opposizione da parte di altri coeredi (cfr. decisioni ABF n. 874/2014; n. 5683/2013; n. 4507/2013).
Inoltre, per il Collegio di coordinamento dell'ABF, "la presentazione della denuncia di successione da parte degli eredi, ovvero della c.d. 'dichiarazione negativa' di cui all'art. 28 del medesimo t.u., costituisce una condizione senza la quale il debitore può legittimamente opporre il mancato pagamento nei confronti del creditore, pur legittimato ad esigere la liquidazione della intera somma portata dal libretto" e deve altresì " ritenersi che il vincolo di indisponibilità che grava sulla quota caduta nell'asse ereditario, possa essere fatto valere anche nei confronti degli altri contestatari, pur legittimati, fin tanto che gli eredi non provvedano alla presentazione della documentazione successoria." (cfr. anche la decisione ABF n. 708/2010).
Tutto ciò premesso, nella fattispecie sottoposta all'esame del Collegio appare incontestato, ancorché non ne sia stata versata in atti la specifica documentazione, che il ricorrente abbia prodotto alla banca la richiesta denuncia di successione. Inoltre non risulta che gli altri coeredi abbiano fatto opposizione alla richiesta del ricorrente di disporre liberamente del conto oggetto della controversia.
La pretesa circa la richiesta di rimborso delle spese di tenuta conto sostenute nel periodo di indisponibilità dello stesso da parte del ricorrente, risulta però generica e priva di elementi probatori atti ad indicare un danno risarcibile. Tuttavia il Collegio, considerato l'impegno profuso dal ricorrente per il riconoscimento delle proprie ragioni, ne riconosce l'ammissibilità nella misura, valutata in via equitativa, di 200,00 euro.
Interessante, la pronuncia ABF, Collegio di Napoli, sulla delega ad operare sul conto, culminata nella decisione n. 4334 dell'8 agosto 2013.
Ricorre all'Arbitro un correntista, cointestatario a firma disgiunta con la moglie di un conto alimentato esclusivamente con proprie fonti di reddito.
L'altro coniuge cointestatario rilasciava delega in via esclusiva alla figlia per operare sul conto, facendo trasferire a mezzo giroconto una somma di oltre 80.000 euro su altro conto corrente con lei cointestato.
Inoltre, nei mesi successivi la delegata effettuava diverse operazioni di prelievo per complessivi euro 6.500,00 e un'unica operazione di accredito di euro 4.000,00, in prossimità dell'emissione di un assegno da parte del ricorrente.
Ciò comportava uno svuotamento sostanziale di quello originario, di cui il ricorrente si avvedeva solo con verifiche contabili a seguito dell'abbandono della casa coniugale per incomprensioni con la moglie.
Il ricorrente richiede alla banca la restituzione della somma illegittimamente sottratta, stante la condotta negligente dell'intermediario che avrebbe dovuto avvertirlo dell'operazione di giroconto disposta dalla moglie, data l'eccezionalità della stessa, nonché l'inefficacia della delega rilasciata alla figlia esclusivamente da un cointestatario.
La banca costituitasi racconta che la moglie del ricorrente si era recata con la figlia in filiale per conferirle delega ad operare a causa di seri problemi di salute del marito e della propria impossibilità di recarvisi prima della chiusura delle casse.
La banca accettava la delega con l'intesa che la stessa sarebbe stata regolarizzata con l'acquisizione della firma anche del ricorrente; ciò tuttavia non avveniva. L'istituto conferma le successive operazioni di prelievo.
Nel decidere, il Collegio rileva che la delega è stata concessa dalla banca "permettendo in tal guisa ad uno solo dei contestatari di poter conferire detto potere rappresentativo, in spregio non soltanto delle norme che regolano i rapporti tra contestatari, ma anche delle specifiche clausole del contratto sottoscritto tra le parti, che specificamente dispongono che la delega debba essere conferita da entrambi i contitolari del rapporto (cfr. art. 12 condizioni generali del contratto)".
Come ammesso dalla stessa banca, nonostante l'anomala autorizzazione, "il conferimento della delega non veniva regolarizzato neppure successivamente, mediante l'acquisizione della sottoscrizione anche dell'altro titolare del conto corrente".
Perdurando l'illegittimità di questa operazione, il coniuge del ricorrente ha effettuato un giroconto ben quattro mesi dopo il conferimento unilaterale della delega, per un importo che sostanzialmente ha comportato lo svuotamento del saldo attivo del conto.
Gli atti posti in essere da un falsus procurator, ossia un soggetto evidentemente carente dei necessari poteri, vanno considerate inefficaci e prive di effetti giuridici in ragione dei principi in tema di rappresentanza negoziale, ed in conformità con le specifiche disposizioni contenute nelle condizioni generali di contratto, in quanto la delega posta in essere da uno solo dei due cointestatari non può dirsi valida.
Al fine di far recuperare efficacia a detti atti, e di renderne imputabili gli effetti alla sfera giuridica dei due contestatari, la ratifica avrebbe dovuto essere sottoscritta da tutti i contitolari del conto.
La ricostruzione dei rapporti negoziali inter partes induce il Collegio a ritenere che sussiste un'innegabile negligenza dell'intermediario convenuto nel dar seguito alle operazioni poste in essere dalla contestataria del conto e dalla di lei figlia all'uopo delegata.
La banca mandataria, facendo corretta applicazione del principio di buona fede nell'esecuzione del contratto, avrebbe dovuto rifiutare operazioni con un carattere palesemente anomalo.
Infatti, si pone in carico dell'operatore professionale anche un obbligo di preservazione degli interessi della propria controparte che trova la propria ratio nei doveri oggettivi di buona fede e di solidarietà sanciti anche a livello costituzionale, al fine di garantire - pur nei limiti della ragionevole affidabilità - la protezione degli interessi di quest'ultimo, al di là del puro e semplice adempimento delle obbligazioni assunte con il contratto (Cass. civ., sez. III, 10 novembre 2010, n. 22819).
In violazione di quanto previsto, la banca ha dapprima concesso il conferimento di una delega violando le disposizioni legali e contrattuali, senza acquisire la firma del ricorrente per regolarizzare la delega, pur consapevole della necessità di farlo.
Inoltre, l'intermediario resistente ha poi consentito a uno dei contestatari di svuotare il conto presentandosi personalmente allo sportello; ha verificato che tale somma, prelevata con un'unica operazione, veniva accreditata su altro conto corrente cointestato allo stesso prelevante e alla figlia indebitamente delegata, con esclusione dell'altro cointestatario, ed ha consentito alla delegata "irregolare" di compiere ulteriori operazioni di disposizione sul conto dei genitori.
Non può ragionevolmente porsi in dubbio che l'istituto convenuto fosse nella condizione di poter rilevare l'anomalia della vicenda. Pertanto, in ragione della negligenza che ha contraddistinto l'operato dell'istituto di Credito, deve essere riconosciuto il diritto dello stesso alla restituzione dell'importo prelevato.
Cass. civ., sent. n. 1646/2014, afferma che "in mancanza di accertamento in ordine al rapporto sottostante la cointestazione del conto corrente, non può affermarsi che i prelievi effettuati unilateralmente da uno dei cointestatari costituissero esplicazione di un'attività di mandato, con quanto ne consegue in ordine alla applicabilità dello schema normativo relativo a tale rapporto contrattuale".
In Cass. civ., sent. n. 26991/2013, la Corte di Cassazione precisa che, in base all'art. 1298 c.c. ,"le parti di ciascuno si presumono eguali, se non risulta diversamente".
Si desume che "ciò significa non solo che, in mancanza di prova contraria, le parti si presumono uguali e che il concreditore, nei rapporti interni, non può disporre oltre il 50% delle somme risultanti da rapporti bancari solidali, senza il consenso espresso o tacito degli altri cointestatari, ma anche che, ove risulti provato che il saldo attivo di un rapporto bancario cointestato discenda dal versamento di somme di pertinenza di uno soltanto dei cointestatari, si deve escludere che l'altro cointestatario, nei rapporti interni, possa avanzare diritti sul saldo medesimo".
Pertanto il cointestatario di un conto corrente bancario, anche se abilitato a compiere operazioni autonomamente, nei rapporti interni non può disporre in proprio favore, senza il consenso espresso o tacito degli altri cointestatari, della somma depositata in misura eccedente la quota parte di sua spettanza.
Le SS.UU. della Cassazione civile, sent. n. 17863/2013, hanno precisato che "nella controversia che intercorre tra cittadini italiani che si contendono l'appartenenza totale o parziale delle somme depositate su un conto bancario cointestato estero (nel caso di specie austriaco), la giurisdizione spetta al giudice italiano come previsto dall'art. 2 del reg. CE n. 44/2001".
Cass. civ., sent. n. 13614/2013, chiarisce che "la cointestazione dei conti bancari autorizza il cointestatario ad eseguire tutte le operazioni consentite dalla cointestazione, ma non attribuisce al cointestatario, che sia consapevole dell'appartenenza ad altri delle somme affluite sui conti e del relativi saldi, il potere di disporne come proprie".
Per quanto riguarda che la possibilità che la cointestazione costituisca donazione indiretta, Cass. civ. n. 26983/2008 ha ritenuto "la cointestazione, con firma e disponibilità disgiunte, di una somma di denaro depositata presso un istituto di credito, qualora la predetta somma, all'atto della cointestazione, risulti essere appartenuta ad uno solo dei cointestatari, è legata all'apprezzamento dell'esistenza dell'animus donandi, consistente nell'accertamento che, al momento della cointestazione, il proprietario del denaro non avesse altro scopo che quello di liberalità".
Per Cass. civ., sent. n. 12385/2014, "la sola cointestazione del contratto di custodia e amministrazione di titoli a coniugi in regime di separazione dei beni non è sufficiente a dimostrare la volontà del coniuge, con il denaro del quale i titoli sono stato acquistati, di disporre della metà dei beni a titolo di liberalità".
Il Tribunale di Cassino, ordinanza 5 maggio 2010, ha ritenuto "superata la presunzione di comproprietà circa il conto corrente contestato a marito e moglie, se è provato che i versamenti sono stati compiuti con denaro appartenente soltanto al secondo".
Il duttile e agile strumento del conto corrente bancario cointestato rappresenta oggi un modello diffuso e ampiamente utilizzato dalle famiglie per organizzare i propri risparmi.
La morte di uno dei cointestatari, con subingresso degli eredi nella sua posizione, ha indubbiamente rappresentato una problematica frequente.
Alla morte del de cuius, ricade in successione unicamente la quota del cointestatario defunto, calcolata in base all'importo presente sul conto e al numero di cointestatari, pertanto gli eredi subentrano per la parte ad essi riconosciuta nell'originario rapporto bancario.
La presunzione iuris tantum di contitolarità prescrive che la provvista sul conto sia divisa in parti uguali tra tutti i cointestatari, compreso il defunto, a meno che gli eredi non dimostrino che a costui spetta una quota maggiore.
Per poter subentrare nel rapporto, deve essere verificata la legittimazione degli eredi legittimi e testamentari, fornendo alla banca il certificato di morte del de cuius e la dichiarazione sostitutiva dell'atto di notorietà attestante la loro qualità di eredi.
Le banche usualmente approntano apposite clausole contrattuali per disciplinare l'evenienza della morte del cointestatario, pertanto prima di intraprendere alcuna azione è opportuna una verifica delle condizioni del contratto. Per identificare gli eredi, le banche normalmente provvedono a bloccare temporaneamente il conto per poi riaprirlo a verifica effettuata, consentendo di operarvi con i contitolari superstiti.
In mancanza di apposite clausole contrattuali, è l'art. 1854 c.c. a regolare i rapporti tra i cointestatari e la banca. Quindi, la morte di un cointestatario non provoca lo scioglimento del contratto, ma la successione degli eredi nella posizione contrattuale del defunto.
Nel conto cointestato a firma congiunta, così come l'originario contitolare, anche gli eredi potranno disporre delle somme depositate ed effettuare tutte le operazioni concesse soltanto con la collaborazione dell'altro cointestatario. Non sarà possibile, sostanzialmente, agire autonomamente sulla provvista.
Maggiormente problematica l'ipotesi di successione in un conto cointestato a firma disgiunta, poiché il superstite manterrà la medesima ampiezza operativa sul conto potendo disporre delle somme ivi depositate, comprese quelle astrattamente riferibili alla parte defunta, salvo il rimborso agli eredi che non potrà essere tuttavia richiesto alla banca che ha consentito le legittime operazioni.
Non solo il cointestatario superstite mantiene il potere di disporre separatamente del saldo, ma uguale potere spetta agli eredi, che devono esercitarlo congiuntamente. Sovente le banche, per evitare diatribe, richiedono la compresenza di tutti i contitolari. Nonostante la Cassazione abbia precisato che nel conto cointestato la solidarietà dal lato attivo dell'obbligazione sopravvive alla morte di uno dei titolari, quindi il superstite potrà disporre separatamente del rapporto. Tuttavia, per armonizzare la disciplina codicistica con quella tributaria e in materia di successioni e donazioni, la banca può rifiutarsi legittimamente di erogare la somma sul conto se non viene presentata la denuncia di successione da parte degli eredi, ovvero della c.d. "dichiarazione negativa" di cui all'art. 28 del testo unico delle norme di legge in materia di successioni e donazioni.
Tale adempimento può essere qualificato alla stregua di un vero e proprio vincolo di indisponibilità della somma.
Nº pagine viste 672030