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Timestamp: 2018-05-27 17:26:45+00:00
Document Index: 37984019

Matched Legal Cases: ['art. 1345', 'art. 2112', 'art. 47', 'art. 1345', 'art. 2', 'art. 7', 'art. 3', 'art.1', 'art. 1', 'art. 97']

Art. 1345 codice civile: Motivo illecito
Codice civile Art. 1345 codice civile: Motivo illecito
Il contratto è illecito quando le parti si sono determinate a concluderlo esclusivamente per un motivo illecito comune ad entrambe (1).
Motivo: scopo individuale che perseguono le parti del contratto. I motivi si differenziano dalla causa del contratto che ne costituisce la funzione economico-sociale ed è un elemento essenziale, di natura oggettiva tipizzante l’operazione contrattuale. Un esempio varrà a chiarire il concetto: in un contratto di locazione, i motivi delle parti possono essere, per il locatore, l’interesse a non lasciare la casa disabitata, per il conduttore, l’interesse ad abitare in una casa vicina al posto di lavoro; la causa tipica e costante del contratto di locazione è, invece, quella di far godere un bene ad altri dietro corrispettivo.
(1) I motivi di regola sono irrilevanti, dal momento che sono personali ed estranei al contenuto del contratto. Essi eccezionalmente acquistano rilevanza quando il motivo illecito è comune ad entrambe le parti del contratto, e costituisce la ragione esclusiva per cui le parti hanno deciso di concludere il contratto. In tal caso il contratto è illecito ed è colpito dall’ordinamento con la sanzione della nullità.
Il motivo illecito che, se comune e determinante, determina la nullità del contratto, si identifica con una finalità vietata dall’ordinamento perché contraria a norma imperativa, ai principi dell’ordine pubblico o del buon costume, ovvero poiché diretta ad eludere una norma imperativa. Pertanto, l’intento delle parti di recare pregiudizio ad altri - quale quello di attuare una frode ai creditori, di vanificare un’aspettativa giuridica tutelata o di impedire l’esercizio di un diritto - non è illecito, ove non sia riconducibile ad una di tali fattispecie, non rinvenendosi nell’ordinamento una norma che sancisca in via generale (come per il contratto in frode alla legge) l’invalidità del contratto in frode dei terzi, per il quale, invece, l’ordinamento accorda rimedi specifici, correlati alle varie ipotesi di pregiudizio che essi possano risentire dall’altrui attività negoziale (Nella specie, il Trib. ha dichiarato la simulazione e la conseguente inefficacia tra le parti dell’atto di compravendita, rilevando che lo stesso non era stato utilizzato per eludere l’applicazione di una norma imperativa e che il motivo non poteva ritenersi comune ai sensi dell’art. 1345 c.c., occorrendo la direzione della volontà di entrambi al perseguimento del medesimo fine illecito, riguardante invece esclusivamente l’attore il quale aveva venduto fittiziamente la proprietà dell’appartamento, in quanto si stava divorziando e voleva dare il meno possibile alla moglie).
Tribunale Savona 01 ottobre 2013
In tema di cessione di azienda, dal sistema di garanzie apprestate dalla legge n. 223 del 1991 non è possibile enucleare un precetto che vieti, ove siano in atto situazioni che possano condurre agli esiti regolati dalla legge, di cedere l'azienda, ovvero di cederla solo a condizione che non sussistano elementi tali da rendere inevitabili quegli esiti; né un divieto del genere è desumibile dalle altre disposizioni che regolano la cessione di azienda (come l'art. 2112 cod. civ. e l'art. 47 della legge 29 dicembre 1990, n. 428). Conseguentemente non è in frode alla legge, né concluso per motivo illecito - non potendo ritenersi tale il motivo, perseguito con un negozio traslativo, di addossare ad altri la titolarità di obblighi ed oneri conseguenti - il contratto di cessione dell'azienda a soggetto che, per le sue caratteristiche imprenditoriali ed in base alle circostanze del caso concreto, renda probabile la cessazione dell'attività produttiva e dei rapporti di lavoro. Rigetta, App. Roma, 23/11/2006
Cassazione civile sez. lav. 20 marzo 2013 n. 6969
Deve affermarsi l’illiceità dell’atto di incarico esterno di addetto stampa di un Istituto autonomo case popolari per assenza di una reale motivazione ai sensi, dell’art. 1345 c.c., non evincendosi le ragioni dell’incarico, da giustificare sotto il profilo del rispetto del principio di economicità previsto anche dall’art. 2, co. 1 lett. a), d.lgs. n. 165/2001; nonché dall’art. 7, co. 6 del medesimo decreto legislativo, in relazione all’art. 3, l. n. 241/1990 e l.r. Sicilia n.10/1991, anche per gli atti paritetici, considerato che il testo letterale della norma, dopo il riferimento a ogni provvedimento amministrativo, da intendersi tale definizione riferita alla categoria dell’atto autoritativo, fa seguire l’aggettivo compresi in cui rientrano altre categorie di atti, fra i quali, quelli relativi al personale, poiché, già all’epoca di emanazione della norma, sussisteva la giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo sul pubblico impiego, che ricomprendeva anche gli atti paritetici, ovvero privatistici, relativi al personale, da qui la evidente volontà del legislatore di ricomprendere nell’obbligo di motivazione anche questi ultimi. Una diversa interpretazione porterebbe a considerare senza alcun significato l’inserimento dell’aggettivo compresi voluto dal legislatore.
La violazione del principio di economicità dell’azione amministrativa previsto dall’art.1, l. n. 241/1990 e l. r. n. 10/1991 può determinare l’illiceità dell’atto sotto il profilo degli artt. 1344 e 1345 c.c., in rapporto ai principi di economicità e di efficacia, contenuti nella L. 7 agosto 1990, n. 241, art. 1, i quali, anche per l'attività regolata dal diritto pubblico, costituiscono un ulteriore limite alla libertà di valutazione conferita alla p.a. Tali criteri non esprimono un mero ed enfatico richiamo ai principi di legalità e di buona amministrazione contenuti nell'art. 97 Cost. Si tratta, infatti, non di un vincolo ad un generale dovere (quale quello del perseguimento del pubblico interesse affidato al singolo organo amministrativo), la cui concreta applicazione dà luogo ad esercizio di discrezionalità amministrativa, ma di vere e proprie regole giuridiche, la cui inosservanza - può dar luogo alla misura - correttiva o repressiva - che il giudice deve applicare ad esito della sua verifica. Tali principi, quindi, costituiscono una regola di legittimità dell'azione amministrativa, la cui osservanza può essere oggetto di sindacato giurisdizionale, nel senso che lo stesso comporta il controllo della loro concreta applicazione, essendo lo stesso estraneo alla sfera propriamente discrezionale. Trattandosi di clausole generali o di concetti giuridici indeterminati, secondo un principio generale dell'ordinamento, la verifica della loro osservanza da parte dell'amministrazione non può, peraltro, comportare un controllo che vada al di là della ragionevolezza.
La differenza fra interposizione fittizia di persona e interposizione reale non sta nella partecipazione o no del terzo contraente all'accordo che ha portato alla sostituzione dell'interposto all'interponente (dal momento che anche nella seconda il terzo può partecipare all'accordo), ma nel concreto atteggiarsi della volontà degli interessati. Pertanto, poiché nella simulazione fittizia l'interposto figura soltanto come acquirente, mentre gli effetti del negozio si producono a favore dell'interponente, ricorre un'ipotesi di interposizione reale nel caso in cui non vi sia un accordo simulatorio o perché interponente ed interposto vogliono veramente far ricadere nella sfera giuridica dell'interposto gli effetti del contratto stipulato col terzo o perché è proprio il terzo a rifiutare la proposta dell'interponente ed a pretendere ed ottenere di contrattare in via diretta con un altro soggetto interposto. (Nella specie, in forza di un complesso rapporto contrattuale, una società stampatrice, quale soggetto terzo, aveva venduto libri a dei soggetti interposti - i quali avevano ricevuto in comodato gratuito dalla società editrice le lastre di stampa - che avevano rivenduto i beni alla casa editrice, la quale, a sua volta, li aveva ritrasferiti ai singoli concessionari con contratto estimatorio; la S.C., pur riconoscendo che questa complessa operazione economica permetteva al soggetto terzo di evitare l'eventuale revocatoria del pagamento ricevuto dalla casa editrice, ha affermato che tale operazione si giustificava per la reale volontà del terzo di avere come acquirenti dei soggetti maggiormente affidabili). Rigetta, App. Napoli, 07/11/2005
Cassazione civile sez. I 10 aprile 2013 n. 8682