Source: http://diritto.regione.veneto.it/?p=1708
Timestamp: 2017-11-24 02:09:48+00:00
Document Index: 134277197

Matched Legal Cases: ['art. 81', 'sentenza ', 'art. 75', 'art. 23', 'art. 25', 'art. 2', 'art. 11', 'art. 117', 'art. 9', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 9', 'art. 24', 'art. 39', 'art. 9', 'art. 9', 'sentenza ', 'art. 9', 'art. 9', 'art. 9', 'art. 119', 'art. 5', 'art. 27', 'art. 32', 'art. 5', 'art. 119', 'art. 119', 'art. 117', 'art. 119', 'art. 119', 'art. 119', 'sentenza ', 'art. 119', 'art. 27', 'art. 32', 'art. 6', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 97', 'art. 49', 'sentenza ', 'art. 14', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 120', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 14', 'art. 28', 'art. 15', 'art. 2', 'art. 36', 'sentenza ', 'art. 4', 'art. 19', 'sentenza ', 'art. 17', 'art. 17', 'art. 117', 'art. 117', 'art. 117', 'art. 15', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 31', 'art. 5', 'sentenza ', 'art. 81', 'art. 14', 'sentenza ', 'art. 14', 'art. 14', 'art. 117', 'art 117', 'art. 123', 'art. 122', 'art. 48', 'art. 51', 'art. 48', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 123', 'art. 51', 'art. 3', 'art. 7', 'art. 100', 'art. 100', 'art. 75', 'art. 4', 'art. 23', 'art. 75', 'art. 23', 'art. 23', 'art. 75', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 41', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 117', 'art. 4', 'art. 88', 'art. 49', 'art. 1', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 49', 'art. 19', 'art. 49', 'art. 117', 'art. 3', 'art. 6', 'art. 117', 'art. 6', 'art. 1', 'art. 6', 'art. 81', 'art. 97', 'sentenza ', 'art. 9', 'art. 117', 'art. 81', 'art. 81', 'art. 1', 'art. 97', 'art. 97', 'art. 117', 'art. 40', 'art. 52', 'art. 52', 'art. 81', 'art. 81', 'art. 54', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 81', 'sentenza ', 'art. 9', 'sentenza ', 'art. 9', 'art. 9', 'art. 117', 'art. 9', 'art. 1', 'art. 9', 'art. 9', 'art. 1', 'art. 1']

La giurisprudenza della Corte costituzionale nelle materie di interesse delle Regioni; luglio – agosto 2012
Nel mese di luglio 2012 le decisioni della Corte costituzionale d’interesse per le Regioni sono state venti. Di queste, una è stata pronunciata per dirimere un conflitto di attribuzioni proposto dalla Provincia autonoma di Trento nei confronti del d.P.R n. 139 del 2010, che regolamenta il procedimento semplificato di autorizzazione paesaggistica per gli interenti di lieve entità. Sono invece otto le decisioni conseguenti a ricorsi promossi dallo Stato nei confronti di disposizioni regionali ed una a seguito di rimessione in via incidentale da parte di un giudice amministrativo.
Le rimanenti dieci pronunce hanno sindacato la normativa statale e, in particolare, 4 hanno riguardato disposizioni contenute nel decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78 (Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica), convertito, con modificazioni, in legge 30 luglio 2010, n. 122, 2 sentenze hanno sindacato disposizioni del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98 (Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria), convertito, con modificazioni, in legge 15 luglio 2011, n. 111, mentre le rimanenti 4 sentenze sono state pronunciate con riferimento a disposizioni del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138 (Ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo), convertito, con modificazioni, dalla legge 14 settembre 2011, n. 148.
Le decisioni hanno riguardato le materie concernenti la tutela dell’ambiente (sent. 171), la concorrenza (sent. 200), l’ordinamento civile (sent. 173, 213 e 215), la tutela della salute (sent. 187), il coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario (sent. 173, 198, 211, 212 e 215), il commercio (sent. 183), la protezione civile (sent. 201). Le decisioni pronunciate con riferimento all’art. 81 della Costituzione per il mancato rispetto dell’obbligo di copertura finanziaria delle leggi sono state 3 (sent. 192, 212 e 214), mentre 2 hanno riguardato la competenza statale in tema di livelli essenziali delle prestazioni (LEP).
Di interesse la decisione n. 191 che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale, per violazione dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario, di una norma regionale diretta a promuovere i prodotti regionali garantendone l’origine, e la sentenza n. 199 che ha accolto le censure sollevate da alcune Regioni nei confronti di una disposizione statale che, in violazione dell’art. 75 della Costituzione, ha riproposto una nuova disciplina dei servizi pubblici locali di rilevanza economica che riproduce, nella sostanza, analoga disciplina contenuta nell’art. 23-bis del decreto legge n. 112 del 2008, abrogata a seguito di referendum.
Nel mese di agosto non risultano depositi di sentenze della Corte costituzionale.
Sentenza 6 luglio 2012, n. 171 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri c/Regione Lazio)
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 25-bis, comma 1 e comma 8, secondo periodo, della legge della Regione Lazio 6 agosto 2007, n. 13 (Organizzazione del sistema turistico laziale. Modifiche alla legge regionale 6 agosto 1999, n. 14 “Organizzazione delle funzioni a livello regionale e locale per la realizzazione del decentramento amministrativo e successive modifiche” e successive modifiche), inserito dall’art. 2, comma 1, della legge della Regione Lazio 13 agosto 2011, n. 14, recante: «Disciplina delle strutture turistiche ricettive all’aria aperta. Modifiche alla legge regionale 6 agosto 2007, n. 13 (Organizzazione del sistema turistico laziale. Modifiche alla legge regionale 6 agosto 1999, n. 14 “Organizzazione delle funzioni a livello regionale e locale per la realizzazione del decentramento amministrativo” e successive modifiche), e successive modifiche»;
La Corte dichiara l’illegittimità costituzionale di alcune disposizioni con le quali la Regione Lazio ha previsto che nelle strutture ricettive all’aria aperta, collocate nei territori ricadenti nelle aree naturali protette, sono consentiti l’installazione e il rimessaggio dei mezzi mobili di pernottamento (quali roulotte, caravan, maxicaravan, case mobili), anche se collocati permanentemente, sul presupposto che l’installazione e il rimessaggio, in base alla normativa regionale, costituiscono attività edilizia libera e non sono quindi soggette a titolo abilitativo edilizio e, conseguentemente, anche se collocati all’interno di aree naturali protette, non comporterebbero modifiche sostanziali sotto il profilo ambientale.
La Corte osserva che la disciplina delle aree naturali protette rientra nell’ambito della competenza esclusiva statale in materia di tutela dell’ambiente e che la legge 6 dicembre 1991, n. 394 (Legge quadro sulle aree protette), prevede espressamente (art. 11), che spetta al regolamento del parco stabilire la disciplina dell’esercizio delle attività consentite entro il territorio del parco stesso nonché l’individuazione della tipologia e delle modalità di costruzioni di opere e manufatti. Inoltre la legge quadro vieta all’interno del parco attività e opere che possono compromettere la salvaguardia del paesaggio e degli ambienti naturali tutelati, con particolare riguardo alla flora e alla fauna protette e ai rispettivi habitat.
Ne consegue che la normativa impugnata risulta in contrasto con la normativa statale che individua i principi fondamentali per la disciplina delle aree protette, in particolare con riferimento agli interventi di nuova costruzione e, quindi, in violazione dell’art. 117, comma secondo, lettera s), della Costituzione che riserva allo Stato la competenza legislativa esclusiva in materia di tutela dell’ambiente.
Sentenza 6 luglio 2012, n. 173 (giudizio promosso dalle Regioni Valle d’Aosta, Liguria, Umbria, Emilia-Romagna e Puglia c/Presidente del Consiglio dei ministri)
Materie: ordinamento civile; coordinamento della finanza pubblica
– dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale sollevate nei confronti dell’art. 9, commi 28, 29, 31 e 36, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78 (Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica), convertito in legge, con modificazioni, dall’art. 1 della legge 30 luglio 2010, n. 122.
Con la sentenza in esame la Corte prosegue nell’analisi delle censure sollevate da numerose Regioni nei confronti del decreto-legge n. 78 del 2010, relativamente al quale si è già espressa, con riferimento ad altre disposizioni, con le sentenze nn. 139, 148, 151 e 164 del 2012.
In particolare vengono dichiarate infondate le censure sollevate nei confronti del comma 3, dell’art. 9, che stabilisce che nei confronti dei titolari di incarichi di livello dirigenziale generale delle amministrazioni pubbliche non si applicano le disposizioni normative e contrattuali che autorizzano la corresponsione, a loro favore, di una quota dell’importo derivante dall’espletamento di incarichi aggiuntivi.
La Corte rileva che detta disposizione non si configura quale norma di dettaglio nella materia del coordinamento della finanza pubblica ma è riconducibile alla materia dell’ordinamento civile, posto che essa non fa altro che rafforzare il principio già affermato dall’art. 24 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 (Norme generali sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche), a norma del quale il trattamento economico corrisposto ai dirigenti pubblici “remunera tutte le funzioni ed i compiti attribuiti ai dirigenti in base a quanto previsto dal presente decreto, nonché qualsiasi incarico ad essi conferito in ragione del loro ufficio o comunque conferito dall’amministrazione presso cui prestano servizio o su designazione della stessa; i compensi dovuti dai terzi sono corrisposti direttamente alla medesima amministrazione e confluiscono nelle risorse destinate al trattamento economico accessorio della dirigenza”.
Viene inoltre osservato che la norma censurata integra la disciplina dell’istituto delle incompatibilità e degli incarichi aggiuntivi dei dirigenti pubblici e, dunque, non attiene a materia oggetto di contrattazione collettiva. Pertanto sono infondate anche le censure sollevate con riferimento all’art. 39 della Costituzione sul presupposto che la norma impugnata, incidendo sull’entità dei trattamenti economici determinata dai contratti collettivi, violerebbe la riserva di contrattazione in materia di retribuzioni, incidendo sull’autonomia organizzativa e finanziaria delle Regioni poiché, così facendo, lo Stato avrebbe alterato unilateralmente le scelte fatte dall’Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni (ARAN) per conto delle Regioni e posto limiti puntuali a specifiche voci di spesa regionale.
Invero, osserva la Corte, il compenso spettante al dirigente per gli incarichi aggiuntivi esula dall’attività svolta in esecuzione del contratto di impiego che lo lega all’ente pubblico. Si tratta, cioè, di un ambito diverso da quello in cui vengono in rilevanza le scelte compiute dall’ARAN per conto delle Regioni.
Parimenti infondate sono le censure sollevate nei confronti del comma 28 dell’art. 9, che prevede limiti alla possibilità per le pubbliche amministrazioni statali di ricorrere alle assunzioni a tempo determinato e alla stipula di convenzioni e contratti di collaborazione coordinata e continuativa; nonché limiti alla spesa sostenibile dalle stesse amministrazioni per i contratti di formazione-lavoro, gli altri rapporti formativi, la somministrazione di lavoro e il lavoro accessorio, imponendo alle Regioni di adeguarsi a quanto previsto per le amministrazioni statali.
Sul punto il giudice rileva che la norma rientra nell’ambito della competenza statale configurandosi quale principio fondamentale in materia di coordinamento della finanza pubblica, lasciando alle singole amministrazioni la scelta circa le misure da adottare con riferimento ad ognuna delle categorie di rapporti di lavoro da esso previste.
Anche le censure sollevate nei confronti dell’art. 9, comma 29, vengono dichiarate infondate.
La norma prevede che le società inserite nel conto economico consolidato della pubblica amministrazione, controllate direttamente o indirettamente dalle amministrazioni pubbliche, adeguano le loro politiche assunzionali alle disposizioni previste per le pubbliche amministrazioni nel medesimo articolo.
La Corte, osserva che “le disposizioni in tema di «regime giuridico» delle società partecipate dalle pubbliche amministrazioni debbono essere ricondotte alla materia dell’ordinamento civile tutte le volte in cui esse non attengano alle forme di svolgimento di attività amministrativa (sentenza n. 326 del 2008). Anche la norma, oggetto della presente questione, riguarda la disciplina delle assunzioni valevole per i soggetti di diritto privato di cui si tratta ed è estranea ai profili strettamente connessi con lo svolgimento di attività amministrativa. Essa, pertanto, dev’essere ricondotta alla normativa in tema di ordinamento di queste società di capitali, oggetto, in generale, di norme di diritto privato”.
Con riferimento al comma 31 dell’art. 9, che introduce un limite all’esercizio della facoltà delle pubbliche amministrazioni di accogliere le istanze di trattenimento in servizio per un biennio oltre il raggiungimento dell’età pensionabile proposte dai dipendenti, stabilendo che i trattenimenti in servizio possono avvenire esclusivamente entro i limiti delle facoltà di assunzione consentiti in base alle cessazioni del personale, con conseguente proporzionale riduzione delle risorse destinabili alle nuove assunzioni per un importo pari al trattamento retributivo derivante dai trattenimenti in servizio, la Regione Puglia ha censurato la norma per violazione della propria competenza residuale in materia di ordinamento degli uffici regionali e, in ogni caso, perché anche a volerla ricondurre alla materia del coordinamento della finanza pubblica, la stessa sarebbe comunque illegittima poiché imporrebbe dei vincoli puntuali alla spesa.
Di diverso avviso la Corte la quale, nel dichiarare infondata la questione, rileva che la norma equipara, ai fini dell’applicazione dei limiti alle assunzioni imposti alle pubbliche amministrazioni da altre norme, i trattenimenti in servizio alle assunzioni di nuovo personale. “La norma censurata, dunque, non fa altro che integrare la generale disciplina in tema di limiti alle assunzioni dettata da altre disposizioni in materia di coordinamento della finanza pubblica. E ciò fa enunciando un principio di natura generale secondo il quale anche i provvedimenti di trattenimento in servizio dei dipendenti oltre il compimento dell’età pensionabile, vanno considerati, ai fini della verifica del rispetto di quei limiti, alla stregua di assunzioni. Anche l’art. 9, comma 31, del decreto-legge n. 78 del 2010 è stato, quindi, legittimamente emanato dallo Stato nell’esercizio della sua competenza concorrente in materia di coordinamento della finanza pubblica”.
Infine vengono dichiarate infondate anche le questioni sollevate nei confronti del comma 36 dell’art. 9, che impone un vincolo alle facoltà di assunzione delle pubbliche amministrazioni, statuendo che gli enti pubblici di nuova istituzione possono procedere ad assunzioni nel limite del 50 per cento delle entrate correnti ordinarie aventi carattere certo e continuativo e, comunque, nel limite complessivo del 60 per cento della dotazione organica, prevedendo inoltre, l’obbligo per gli enti di predisporre piani annuali di assunzioni che debbono essere approvati dall’amministrazione vigilante d’intesa con il Dipartimento della funzione pubblica ed il Ministero dell’economia e delle finanze.
La Corte osserva che le disposizioni censurate sono complementari alle limitazioni alle assunzioni da parte di pubbliche amministrazioni contenute nelle generali disposizioni della legislazione statale di principio in materia. Trattasi, pertanto, di un principio fondamentale in materia di coordinamento della finanza pubblica.
Sentenza 6 luglio 2012, n. 176 (giudizio promosso dalle Regioni Sardegna,Toscana e Veneto c/Presidente del Consiglio dei ministri)
Materia: violazione dell’autonomia finanziaria delle Regioni, art. 119 Cost.
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 5-bis del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138 (Ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo), convertito, con modificazioni, dalla legge 14 settembre 2011, n. 148;
– dichiara in via consequenziale – ai sensi dell’art. 27 della legge 11 marzo 1953, n. 87 – l’illegittimità costituzionale dell’art. 32, comma 4, lettera n), della legge 12 novembre 2011, n. 183, recante “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato. (Legge di stabilità 2012)”.
L’art. 5-bis impugnato, rubricato “Sviluppo delle regioni dell’obiettivo convergenza e realizzazione del Piano Sud”, al comma 1 prevede che: “al fine di garantire l’efficacia delle misure finanziarie per lo sviluppo delle regioni dell’obiettivo convergenza e l’attuazione delle finalità del Piano per il Sud, a decorrere dall’anno finanziario in corso alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, la spesa in termini di competenza e di cassa effettuata annualmente da ciascuna delle predette regioni a valere sulle risorse del fondo per lo sviluppo e la coesione di cui all’articolo 4 del decreto legislativo 31 maggio 2011, n. 88, sui cofinanziamenti nazionali dei fondi comunitari a finalità strutturale, nonché sulle risorse individuate ai sensi di quanto previsto dall’articolo 6-sexies del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, può eccedere i limiti di cui all’articolo 1, commi 126 e 127, della legge 13 dicembre 2010, n. 220, nel rispetto, comunque, delle condizioni e dei limiti finanziari stabiliti ai sensi del comma 2 del presente articolo”.
Il comma 2, stabilisce che: “al fine di salvaguardare gli equilibri di finanza pubblica, con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze, di concerto con il Ministro per i rapporti con le regioni e per la coesione territoriale e di intesa con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano da adottare entro il 30 settembre di ogni anno, sono stabiliti i limiti finanziari per l’attuazione del comma 1, nonché le modalità di attribuzione allo Stato ed alle restanti regioni dei relativi maggiori oneri, garantendo in ogni caso il rispetto dei tetti complessivi, fissati dalla legge per il concorso dello Stato e delle predette regioni alla realizzazione degli obiettivi di finanza pubblica per l’anno di riferimento”.
Le Regioni ricorrenti lamentano che le disposizioni impugnate violano l’art. 119 della Costituzione, che sancisce il principio della piena responsabilità gravante su ciascun ente territoriale in relazione alle funzioni di cui è titolare, introducendo una forma di solidarietà tra le Regioni al di fuori degli istituti perequativi che la norma costituzionale pone a carico dello Stato (il fondo perequativo, privo di vincoli di destinazione e le “risorse aggiuntive” e gli “interventi speciali” previsti a favore di determinati enti territoriali per le particolari finalità indicate al comma quinto dell’art. 119).
La Corte esamina innanzitutto l’ammissibilità dei ricorsi che non si fondano su una pretesa violazione degli ambiti di competenza stabiliti dall’art. 117 della Costituzione ma lamentano, esclusivamente, la compressione dell’autonomia finanziaria di cui all’art. 119 della Costituzione, la quale ridonderebbe sull’esercizio delle competenze regionali.
Il giudice, rilevato che nel caso in esame sussiste l’interesse ad agire concreto ed attuale delle ricorrenti, poiché viene lamentato il concreto pregiudizio della compressione delle risorse destinate all’esercizio delle proprie funzioni e la sua non conformità all’art. 119 della Carta fondamentale, dichiara ammissibili i ricorsi.
Entrando nel merito della questione, la Corte rileva che la disposizione impugnata comporta effettivamente, per le Regioni, un aggravio del proprio bilancio ed una conseguente rimodulazione più onerosa dei rispettivi patti di stabilità, incidendo concretamente nella sfera di autonomia finanziaria ad esse riconosciuta.
Come già rilevato dalla giurisprudenza costituzionale, “gli interventi statali fondati sulla differenziazione tra Regioni, volti a rimuovere gli squilibri economici e sociali, devono seguire le modalità fissate dall’art. 119, quinto comma, Cost., senza alterare i vincoli generali di contenimento della spesa pubblica, che non possono che essere uniformi (sentenza n. 284 del 2009). Da ciò deriva l’implicito riconoscimento del principio di tipicità delle ipotesi e dei procedimenti attinenti alla perequazione regionale, che caratterizza la scelta legislativa di perequazione “verticale” effettuata in sede di riforma del Titolo V della Costituzione mediante la legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3 (Modifiche al titolo V della parte seconda della Costituzione)”.
Ciò premesso, la Corte, nel dichiarare l’illegittimità della norma impugnata, rileva che la particolare forma di “chiamata in sussidiarietà” prevista dalla norma scrutinata, non rispetta i criteri previsti dall’art. 119, poiché la norma costituzionale stabilisce espressamente che gli interventi perequativi e solidali devono garantire risorse, di provenienza statale, aggiuntive rispetto a quelle reperite per l’esercizio delle normali funzioni.
Viene inoltre dichiarata l’illegittimità costituzionale, in via consequenziale, ai sensi dell’art. 27 della legge 11 marzo 1953, n. 87 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento della Corte costituzionale), dell’art. 32, comma 4, lettera n), della legge 12 novembre 2011, n. 183, recante “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato. (Legge di stabilità 2012)”, che ha stabilito che siano escluse dal patto di stabilità regionale “le spese a valere sulle risorse del fondo per lo sviluppo e la coesione sociale, sui cofinanziamenti nazionali di fondi comunitari a finalità strutturale e sulle risorse individuate ai sensi di quanto previsto dall’art. 6-sexies d.l. 25 giugno 2008, n. 112, convertito con modificazioni dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, subordinatamente e nei limiti previsti dal decreto del Ministro dell’economia e delle finanze di cui all’art. 5-bis comma 2 del d.l. 13 agosto 2011 n. 138 conv. con modificazioni dalla legge 14 settembre 2011 n. 148”.
Invero, la norma sopravvenuta, pur non essendo stata impugnata, conferma e rafforza il meccanismo previsto dall’art. 5-bis attraverso l’estensione a tutte le Regioni della facoltà originariamente limitata a quelle contemporaneamente ricomprese nell’“obiettivo convergenza” e nel “piano nazionale per il sud”, con conseguente incremento degli oneri a carico delle Regioni chiamate in solidarietà.
Sentenza 11 luglio 2012, n. 177 – (giudizio in via incidentale promosso dal TAR Abruzzo c/ legge della Regione Abruzzo)
Principio del pubblico concorso art. 97 Cost.
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’articolo 16, comma 13, della legge della Regione Abruzzo 10 maggio 2002, n. 7 (Disposizioni finanziarie per la redazione del bilancio annuale 2002 e pluriennale 2002-2004 della Regione Abruzzo. Legge finanziaria 2002).
La Corte costituzionale, a seguito di rimessione in via incidentale da parte del TAR Abruzzo, dichiara l’illegittimità costituzionale di una disposizione della Regione Abruzzo con la quale si prevedeva che il 60 per cento dei posti vacanti della qualifica dirigenziale fosse coperto mediante concorso interno, per titoli ed esami, riservato al personale di ruolo in possesso di determinati requisiti professionali e di anzianità
Il giudice, richiamando la propria costante giurisprudenza, ribadisce che il principio del pubblico concorso costituisce la regola per l’accesso all’impiego alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche, da rispettare allo scopo di assicurare la loro imparzialità ed efficienza, principio al quale può derogarsi solo in virtù di peculiari e straordinarie ragioni di interesse pubblico.
Pertanto, poiché la norma censurata prevede un concorso interno a favore dei dipendenti regionali nella misura del sessanta per cento dei posti disponibili, la stessa si pone in contrasto con i principi sanciti dagli articoli 51 e 97 della Costituzione che prevedono sia garantita la partecipazione al concorso a chiunque vi abbia interesse.
Sentenza 11 luglio 2012, n. 179 – (giudizio promosso dalle Regioni Valle d’Aosta, Toscana, Liguria, Emilia-Romagna e Puglia c/Presidente del Consiglio dei ministri)
Violazione del principio di leale collaborazione
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 49, comma 3, lettera b), del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78 (Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica), convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, nella parte in cui prevede che, in caso di dissenso espresso in sede di conferenza di servizi da una Regione o da una Provincia autonoma, in una delle materie di propria competenza, ove non sia stata raggiunta, entro il breve termine di trenta giorni, l’intesa, «il Consiglio dei ministri delibera in esercizio del proprio potere sostitutivo con la partecipazione dei Presidenti delle Regioni o delle Province autonome interessate»;
Con la sentenza in esame la Corte costituzionale è chiamata ad esprimersi in merito alla legittimità di alcune disposizioni modificative della disciplina dell’istituto della conferenza di servizi, di cui all’art. 14 della legge 7 agosto 1990, n. 241 (Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi).
In particolare, le norme impugnate disciplinano il superamento del dissenso espresso da amministrazioni preposte alla tutela ambientale, paesaggistico-territoriale, del patrimonio storico-artistico o alla tutela della salute e della pubblica incolumità in sede di conferenza di servizi, prevedendo che, nel caso di dissenso, “la questione (…) è rimessa dall’amministrazione procedente alla deliberazione del Consiglio dei ministri, che si pronuncia entro sessanta giorni, previa intesa con la Regione o le Regioni e le Province autonome interessate, in caso di dissenso tra un’amministrazione statale e una regionale o tra più amministrazioni regionali, ovvero previa intesa con la Regione e gli enti locali interessati, in caso di dissenso tra un’amministrazione statale o regionale e un ente locale o tra più enti locali”.
Qualora l’intesa non sia raggiunta nei successivi trenta giorni, la deliberazione del Consiglio dei ministri può essere comunque adottata e, nell’ipotesi in cui il motivato dissenso sia espresso da una Regione o da una Provincia autonoma in una delle materie di propria competenza, il Consiglio dei Ministri delibera in esercizio del proprio potere sostitutivo con la partecipazione dei Presidenti delle Regioni o delle Province autonome interessate.
La Corte osserva che l’istituto della conferenza di servizi è diretto a regolare l’attività amministrativa in settori vastissimi ed indeterminati, anche di competenza regionale, come il governo del territorio o la tutela della salute, in modo da garantire, in tutto il territorio nazionale, che lo svolgimento della stessa sia il più possibile semplice e celere.
“Il soddisfacimento di una simile esigenza unitaria giustifica, pertanto, l’attrazione allo Stato, per ragioni di sussidiarietà, sia dell’esercizio concreto della funzione amministrativa che della relativa regolamentazione nelle materie di competenza regionale, ma deve obbedire alle condizioni stabilite dalla giurisprudenza costituzionale (…), In particolare, si è affermato che «l’ordinamento costituzionale impone il conseguimento di una necessaria intesa fra organi statali e organi regionali per l’esercizio concreto di una funzione amministrativa attratta in sussidiarietà al livello statale in materie di competenza legislativa» (sentenza n. 383 del 2005) e che tali «intese costituiscono condizione minima e imprescindibile per la legittimità costituzionale della disciplina legislativa statale che effettui la “chiamata in sussidiarietà” di una funzione amministrativa in materie affidate alla legislazione regionale, con la conseguenza che deve trattarsi di vere e proprie intese “in senso forte”, ossia di atti a struttura necessariamente bilaterale, come tali non superabili con decisione unilaterale di una delle parti» (sentenza n. 383 del 2005)”.In tali casi, la Corte ha anche precisato (sentenza n. 383del 2005), che il secondo comma dell’art. 120 della costituzione non può essere applicato.
Già in precedenti pronunce il giudice delle leggi ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di norme statali che prevedevano un potere sostitutivo del Governo in caso di mancato raggiungimento dell’intesa, posto che “la previsione dell’intesa, imposta dal principio di leale collaborazione, implica che non sia legittima una norma contenente una “drastica previsione” della decisività della volontà di una sola parte, in caso di dissenso, ma che siano necessarie idonee procedure per consentire reiterate trattative volte a superare le divergenze (ex plurimis, sentenze n. 121 del 2010, n. 24 del 2007, n. 339 del 2005). Solo nell’ipotesi di ulteriore esito negativo di tali procedure mirate all’accordo, può essere rimessa al Governo una decisione unilaterale (sentenza n. 165 del 2011), come nel caso relativo alla disciplina del procedimento di certificazione dei siti idonei all’insediamento degli impianti nucleari (sentenza n. 33 del 2011)”.
Passando ad esaminare le disposizioni impugnate, la Corte rileva che le stesse prevedono come decisiva, in caso di dissenso, la volontà di una sola parte “posto che il Consiglio dei ministri delibera unilateralmente in materie di competenza regionale, allorquando, a seguito del dissenso espresso in conferenza dall’amministrazione regionale competente, non si raggiunga l’intesa con la Regione interessata nel termine dei successivi trenta giorni: non solo, infatti, il termine è così esiguo da rendere oltremodo complesso e difficoltoso lo svolgimento di una qualsivoglia trattativa, ma dal suo inutile decorso si fa automaticamente discendere l’attribuzione al Governo del potere di deliberare, senza che siano previste le necessarie «idonee procedure per consentire reiterate trattative volte a superare le divergenze» (come, peraltro, era invece previsto dall’art. 14-quater della legge n. 241 del 1990, nel testo previgente, come risultante dalle modifiche introdotte dalla legge n. 15 del 2005)”.
Ciò rilevato, il giudice dichiara l’illegittimità costituzionale della norma impugnata nella parte in cui prevede che, in caso di dissenso espresso in sede di conferenza di servizi da una Regione o da una Provincia autonoma, in una delle materie di propria competenza, ove non sia stata raggiunta, entro il breve termine di trenta giorni, l’intesa, il Consiglio dei ministri delibera in esercizio del proprio potere sostitutivo con la partecipazione dei Presidenti delle Regioni o delle Province autonome interessate, senza che siano previste ulteriori procedure per consentire reiterate trattative volte a superare le divergenze.
Sentenza 12 luglio 2012, n. 183 – (giudizio promosso da Provincia autonoma di Trento c/Presidente del Consiglio dei ministri)
– dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 28, commi 3 e 4, del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98 (Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria), convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111,, promosse dalla Provincia autonoma di Trento, in riferimento agli artt. 117, quarto comma, e 118 della Costituzione, agli articoli 9, numero 3), e 16 del d.P.R. 31 agosto 1972, n. 670 (Approvazione del testo unico delle leggi costituzionali concernenti lo statuto speciale per il Trentino-Alto Adige), al d.P.R. 31 luglio 1978, n. 1017 (Norme di attuazione dello Statuto speciale della regione Trentino-Alto Adige in materia di artigianato, incremento della produzione industriale, cave e torbiere, commercio, fiere e mercati), all’art. 15 del d.P.R. 19 novembre 1987, n. 526 (Estensione alla regione Trentino-Alto Adige ed alle province autonome di Trento e Bolzano delle disposizioni del decreto del Presidente della Repubblica 24 luglio 1977, n. 616), all’art. 2 del d.lgs. 16 marzo 1992, n. 266 (Norme di attuazione dello statuto speciale per il Trentino-Alto Adige concernenti il rapporto tra atti legislativi statali e leggi regionali e provinciali, nonché la potestà statale di indirizzo e coordinamento.
La Provincia di Trento ha censurato alcune disposizioni statali con le quali si prevede che le Regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano emanano indirizzi ai Comuni per la chiusura effettiva degli impianti di distribuzione di carburanti dichiarati incompatibili ai sensi del decreto del Ministro delle attività produttive in data 31 ottobre 2001, nonché ai sensi dei criteri di incompatibilità successivamente individuati dalle normative regionali di settore, prevedendo che, in ogni caso, i Comuni che non abbiano già provveduto all’individuazione ed alla chiusura degli impianti incompatibili ai sensi del citato decreto ministeriale, o ai sensi dei criteri di incompatibilità successivamente individuati dalle normative regionali di settore, provvedono in tal senso entro 120 giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto-legge impugnato, dandone comunicazione alla Regione ed al Ministero dello sviluppo economico.
A sostegno delle proprie censure la Provincia sostiene che la normativa sulla distribuzione dei carburanti è ascrivibile alla materia del commercio, rientrante nella potestà legislativa residuale delle Regioni e Province autonome e che, nel caso specifico della ricorrente, tale potestà è già stata esercitata con la legge provinciale 30 luglio 2010, n. 17 (Disciplina dell’attività commerciale) che, all’art. 36, ha attribuito agli uffici della Provincia, e non ai Comuni, le funzioni amministrative concernenti l’autorizzazione all’installazione di impianti di carburante.
Di diverso avviso la Corte, la quale, dopo aver ricostruito il corpo normativo in materia di razionalizzazione della rete distributiva dei carburanti che si è formato negli ultimi trent’anni, rileva che la normativa impugnata non è riconducibile alla materia “commercio”, ma alla tutela di interessi legati al territorio, alla viabilità, alla sicurezza e all’incolumità pubblica della circolazione.
Il giudice rileva inoltre che, nonostante la materia del commercio non sia estranea ai profili organizzativi e gestionali degli impianti di distribuzione del carburante tuttavia, per quanto attiene gli interventi di ammodernamento e razionalizzazione dell’intera rete, la giurisprudenza costituzionale ha già affermato la sussistenza di uno spazio conservato alla cura del legislatore statale e tale, nei casi di potestà esclusiva, da consentire l’esercizio della stessa funzione regolamentare (sentenza n. 159 del 2001).
In particolare, per quanto attiene alla chiusura degli impianti incompatibili, gli obiettivi di efficienza della distribuzione e di qualità ed efficienza del servizio e di razionalizzazione del sistema distributivo, previsti dalla normativa statale, ed in particolare dall’art. 4, comma 4, lettera c), della legge 15 marzo 1997, n. 59 (Delega al Governo per il conferimento di funzioni e compiti alle regioni ed enti locali, per la riforma della Pubblica Amministrazione e per la semplificazione amministrativa), e dall’art. 19, comma 1, della legge 5 marzo 2001, n. 57 (Disposizioni in materia di apertura e regolazione dei mercati), la giurisprudenza costituzionale ha già chiarito che incidono con prevalenza sulla competenza concorrente relativa alla distribuzione dell’energia (sentenza n. 172 del 2004).
Il ricorso viene pertanto dichiarato infondato atteso che, avuto riguardo al contesto normativo entro cui si collocano gli interventi volti alla chiusura degli impianti incompatibili, e al quale va ascritto il d.m. 31 ottobre 2001, “appare chiaro che la potestà legislativa residuale in materia di commercio, posta a fondamento dell’odierno ricorso, è recessiva, rispetto all’intreccio di sfere di competenza esclusiva dello Stato e di competenza concorrente”.
Sentenza 16 luglio 2012, n. 187 – (giudizio promosso dalla Regione Friuli-Venezia Giulia c/Presidente del Consiglio dei ministri)
Materia: sanità
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 17, comma 1, lettera d), del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98 (Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria), come convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111, nella parte in cui prevede che le misure di compartecipazione siano introdotte “con regolamento da emanare ai sensi dell’art. 17, comma 2, della legge 23 agosto 1988, n. 400, su proposta del Ministro della salute di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze”.
La norma impugnata prevede che – nel caso in cui non sia stata raggiunta un’intesa tra lo Stato e le Regioni entro il 30 aprile 2012 – siano introdotte, con regolamento statale, misure di compartecipazione sull’assistenza farmaceutica e sulle altre prestazioni erogate dal servizio sanitario nazionale. Tali misure di compartecipazione devono essere aggiuntive rispetto a quelle eventualmente già disposte dalle Regioni e finalizzate ad assicurare, nel rispetto del principio di equilibrio finanziario, l’appropriatezza, l’efficacia e l’economicità delle prestazioni. E’ lasciata la possibilità alle Regioni di adottare provvedimenti di riduzione delle citate misure di compartecipazione, purché assicurino, comunque, con misure alternative, l’equilibrio economico finanziario, da certificarsi preventivamente da parte del Comitato permanente per la verifica dell’erogazione dei livelli essenziali di assistenza e dal Tavolo tecnico per la verifica degli adempimenti.
Ad avviso della ricorrente la disciplina impugnata violerebbe l’art. 117, sesto comma, della Costituzione, perché rinvierebbe la disciplina delle misure di contenimento della spesa sanitaria, espressione di principi fondamentali nelle materie del coordinamento della finanza pubblica e della tutela della salute, di competenza concorrente, ad un regolamento statale.
La Corte osserva che le misure di compartecipazione ai costi dell’assistenza farmaceutica (ticket sanitari),attengono sia ai livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, la cui determinazione è riservata alla potestà legislativa esclusiva statale, sia al coordinamento della finanza pubblica e alla tutela della salute, oggetto della potestà legislativa concorrente dello Stato e delle Regioni, senza che sia possibile individuare una materia prevalente o tracciare una precisa linea di demarcazione tra le competenze.
Considerato, tuttavia, che lo Stato può esercitare la potestà regolamentare solo nelle materie nelle quali abbia competenza esclusiva e non nell’ipotesi in cui vi sia una concorrenza di competenze, il giudice dichiara l’illegittimità costituzionale della norma impugnata nella parte in cui prevede che le misure di compartecipazione siano introdotte con regolamento statale.
Sentenza 19 luglio 2012, n. 191 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri c/Regione Lazio)
Vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario alla potestà legislativa delle Regioni – violazione dei principi di libera circolazione delle merci
– dichiara l’illegittimità costituzionale della legge della Regione Lazio 5 agosto 2011, n. 9 (Istituzione dell’elenco regionale Made in Lazio – Prodotto in Lazio).
La legge impugnata, al fine assicurare ai consumatori una adeguata e trasparente informazione sui prodotti del territorio regionale, ha previsto l’istituzione di un “elenco”, suddiviso in tre sezioni, rispettivamente, denominate: a) “Made in Lazio – tutto Lazio”, per i prodotti le cui fasi di lavorazione hanno luogo nel territorio della Regione e per i quali si utilizzano materie prime della Regione stessa; b) “Realizzato nel Lazio”, per i prodotti le cui fasi di lavorazione hanno luogo nel territorio della Regione e per i quali si utilizzano materie prime di importazione o provenienti da altre Regioni; c) “Materie prime del Lazio”, per le materie prime originarie del Lazio che sono commercializzate per la realizzazione di altri prodotti.
La Corte, accogliendo le censure sollevate dal ricorrente, rileva che la legge impugnata viola il precetto contenuto nel primo comma dell’art. 117 della Costituzione che subordina l’esercizio della potestà legislativa dello Stato e delle Regioni al rispetto dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario.
Infatti, gli articoli da 34 a 36 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE), vietano gli Stati membri di porre in essere restrizioni quantitative, all’importazione ed alla esportazione, e qualsiasi misura di effetto equivalente.
Il giudice osserva che, “nella giurisprudenza della Corte di giustizia (che conforma quelle disposizioni in termini di diritto vivente, ed alla quale occorre far riferimento ai fini della loro incidenza come norme interposte nello scrutinio di costituzionalità), la “misura di effetto equivalente” (alle vietate restrizioni quantitative) è costantemente intesa in senso ampio e fatta coincidere con “ogni normativa commerciale degli Stati membri che possa ostacolare, direttamente o indirettamente, in atto o in potenza, gli scambi intracomunitari”.
Pertanto, poiché la legge regionale impugnata è diretta a promuovere i prodotti realizzati in ambito regionale, garantendone l’origine, ciò produce “quantomeno indirettamente o in potenza, gli effetti restrittivi sulla libera circolazione delle merci che, anche al legislatore regionale, è inibito di perseguire per vincolo dell’ordinamento comunitario”, con conseguente violazione del parametro costituzionale contenuto nel primo comma dell’art. 117 della Carta fondamentale.
Sentenza 19 luglio 2012, n. 192 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri c/Regione Abruzzo)
Art. 81, quarto comma, Cost. obbligo di copertura delle spese
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 15-bis, comma 2, lettera b), della legge della Regione Abruzzo 10 gennaio 2011, n. 1 (Disposizioni finanziarie per la redazione del bilancio annuale 2011 e pluriennale 2011-2013 della Regione Abruzzo. Legge Finanziaria Regionale 2011), introdotto dall’art. 3 della legge della Regione Abruzzo 23 agosto 2011, n. 35 (Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria); dell’art. 3, comma 2, lettere b) e c), della legge reg. Abruzzo n. 35 del 2011, come sostituito dall’art. 2 della legge della Regione Abruzzo 9 novembre 2011, n. 39 (Disposizioni in materia di entrate); degli artt. 11 e 31 della legge reg. Abruzzo n. 35 del 2011 nella loro originaria formulazione; dell’art. 31 della legge reg. Abruzzo n. 35 del 2011, come sostituito dall’art. 5 della legge regionale n. 39 del 2011.
Con la sentenza in rassegna, alla quale si rinvia per l’esame delle singole censure, la Corte dichiara l’illegittimità costituzionale di alcune norme della Regione Abruzzo con le quali, in violazione del precetto contenuto nell’art. 81, comma 4, della Costituzione, sono state, con legge, autorizzate spese senza individuare i mezzi per farvi fronte.
Tra le fattispecie di mancata copertura un caso di particolare rilievo riguarda l’utilizzazione di economie di spesa realizzate in esercizi precedenti, per la copertura di nuove e maggiori spese dell’esercizio di competenza, in mancanza di approvazione del bilancio consultivo dell’esercizio nel corso del quale si sarebbero realizzate le economie di spesa.
La Corte, nel dichiarare fondate le censure sollevate dal ricorrente con riferimento all’articolo 81 comma quarto della Costituzione, osserva che la copertura delle spese,in conformità al precetto costituzionale, deve essere credibile, sufficientemente sicura, non arbitraria o irrazionale e, qualora la copertura trovi fondamento sui risultati di amministrazione degli esercizi precedenti, deve trovare analitico e congruente riscontro negli esiti dell’ultimo esercizio antecedente a quello cui si riferisce la risorsa utilizzata per la copertura.
Il riscontro deve trovare puntuale riferimento nel documento formale che riassume i risultati di esercizio ovvero nel bilancio consultivo regolarmente approvato.
La mancata approvazione del bilancio consultivo comporta, pertanto, la conseguente illegittimità costituzionale delle disposizioni regionali che hanno coperto nuove e maggiori spese facendo riferimento a economie di spese di esercizi precedenti in assenza della previa verifica della loro disponibilità giuridica e contabile formalizzata con l’approvazione del bilancio consultivo.
Sentenza 20 luglio 2012, n. 198 – (giudizio promosso dalle Regioni Lazio, Valle d’Aosta, Basilicata, Trentino-Alto Adige, Emilia-Romagna, Veneto, Umbria, Campania, Lombardia, Calabria, Sardegna e dalle Province autonome di Trento e Bolzano c/Presidente del Consiglio dei ministri)
Materie: coordinamento finanza pubblica – Collegio dei revisori dei conti organo di raccordo con l’attività svolta dalla Corte dei conti
– dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale solevate nei confronti dell’art. 14, comma 1, del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138 (Ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo), convertito, con modificazioni, dalla legge 14 settembre 2011, n. 148;
La sentenza esamina le censure sollevate da numerose Regioni (undici), e dalle Province autonome di Trento e di Bolzano, nei confronti dell’art. 14 del decreto-legge 138/2011 con il quale si prevede che, per il conseguimento degli obiettivi stabiliti nell’ambito del coordinamento della finanza pubblica, le Regioni, ai fini della collocazione nella classe degli enti territoriali più virtuosi, nell’ambito della propria autonomia statutaria e legislativa, devono adeguare i rispettivi ordinamenti ad alcuni parametri espressamente individuati dalla norma, tra i quali il numero massimo di consiglieri e assessori regionali parametrato alla popolazione regionale, l’indennità e il trattamento previdenziale da corrispondere ai consiglieri regionali, l’istituzione di un Collegio di revisori dei conti, quale organo di vigilanza sulla responsabilità contabile, finanziaria ed economica della gestione dell’ente.
Un primo gruppo di censure contesta la legittimità dell’intero comma 1 dell’art. 14 citato, poiché stabilirebbe le modalità con cui le Regioni devono raggiungere gli obiettivi di finanza pubblica fissati dal patto di stabilità, dettando una disciplina di dettaglio in materia di competenza concorrente, in violazione dell’art. 117, terzo comma, della Costituzione.
Vi sarebbe inoltre la violazione dell’art 117, quarto comma, della Costituzione, perché la norma impugnata invaderebbe l’ambito riservato alla potestà legislativa regionale residuale e l’art. 123 della Costituzione, in quanto lederebbe la potestà statutaria delle Regioni.
Infine la norma sarebbe in contrasto anche con l’art. 122 della Carta fondamentale, perché attribuirebbe al legislatore statale una competenza ulteriore rispetto alla determinazione della durata degli organi elettivi e dei principi fondamentali relativi al sistema di elezione e ai casi di ineleggibilità e di incompatibilità del Presidente e degli altri componenti della Giunta regionale, nonché dei consiglieri regionali.
Di diverso avviso la Corte, che rileva che la norma impugnata detta parametri diretti esplicitamente al conseguimento degli obiettivi stabiliti nell’ambito del coordinamento della finanza pubblica, lasciando alle Regioni l’esatta definizione della composizione degli organi regionali. Anche le disposizioni che fissano un tetto all’ammontare degli emolumenti dei consiglieri regionali lascia alle Regioni un autonomo margine di scelta, mentre il prevedere che il loro trattamento economico debba essere commisurato all’effettiva partecipazione ai lavori del Consiglio e che il loro trattamento previdenziale debba essere di tipo contributivo, pongono precetti di portata generale per il contenimento della spesa.
Ciò premesso, il giudice delle leggi rileva che le norme impugnate incidono sulla struttura organizzativa delle Regioni, regolata dagli artt. 121 e 123 della Costituzione e che la stessa Costituzione detta norme che riguardano il rapporto tra elettori-eletti per i consiglieri regionali e le modalità di accesso ai pubblici uffici per gli assessori.
In particolare vengono richiamati, quale espressione del più generale principio di eguaglianza, l’art. 48, per quanto riguarda il diritto di elettorato attivo, in base al quale il voto dei cittadini è uguale e l’art. 51, per quanto attiene al diritto di elettorato passivo e l’accesso ai pubblici uffici posto che, in base a tale norma, tutti i cittadini possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza.
“La disposizione censurata, fissando un rapporto tra il numero degli abitanti e quello dei consiglieri, e quindi tra elettori ed eletti (nonché tra abitanti, consiglieri e assessori), mira a garantire proprio il principio in base al quale tutti i cittadini hanno il diritto di essere egualmente rappresentati. In assenza di criteri posti dal legislatore statale, che regolino la composizione degli organi regionali, può verificarsi – come avviene attualmente in alcune Regioni, sia nell’ambito dei Consigli che delle Giunte regionali – una marcata disuguaglianza nel rapporto elettori-eletti (e in quello elettori-assessori): i seggi (nel Consiglio e nella Giunta) sono ragguagliati in misura differente alla popolazione e, quindi, il valore del voto degli elettori (e quello di scelta degli assessori) risulta diversamente ponderato da Regione a Regione”.
Anche per il rapporto tra elettori e assessori vale il medesimo principio di equilibrio rappresentanti-rappresentati che riguarda il rapporto tra elettori ed eletti.
Infatti, come già chiarito dalla giurisprudenza costituzionale, il principio di eguaglianza affermato dall’art. 48 della Costituzione, si ricollega a quello più generale di cui all’art. 3, pertanto “quando nelle elezioni di secondo grado l’elettorato attivo è attribuito ad un cittadino eletto dal popolo in sua rappresentanza, non contrasta col principio di eguaglianza, ma anzi vi si conforma, la norma che faccia conto del numero di elettori che gli conferirono il proprio voto, e con esso la propria fiducia» (sentenza n. 96 del 1968). Principio analogo vale per gli assessori, sia perché, in base all’art. 123 Cost., «forma di governo» e «principi fondamentali di organizzazione e funzionamento» debbono essere «in armonia con la Costituzione», sia perché l’art. 51 Cost. subordina al rispetto delle «condizioni di eguaglianza» l’accesso non solo alle «cariche elettive», ma anche agli «uffici pubblici» (non elettivi)”.
Su queste premesse la Corte dichiara non fondate le questioni sollevate atteso che la disposizione censurata non viola gli artt. 117, 122 e 123 della Costituzione “in quanto, nel quadro della finalità generale del contenimento della spesa pubblica, stabilisce, in coerenza con il principio di eguaglianza, criteri di proporzione tra elettori, eletti e nominati”.
Alcune Regioni hanno censurato la norma anche nella parte in cui prevede l’istituzione del Collegio dei revisori dei conti quale organo di vigilanza sulla regolarità contabile, finanziaria ed economica della gestione dell’ente, il quale, ai fini del coordinamento della finanza pubblica, opera in raccordo con le sezioni regionali di controllo della Corte dei conti.
Sul punto il giudice delle leggi, nel dichiarare non fondate le questioni sollevate, rileva che la norma censurata si collega alle disposizioni relative alle funzioni di controllo della Corte dei conti sulla gestione delle amministrazioni regionali di cui all’art. 3, comma 4, della legge 14 gennaio 1994, n. 20 (Disposizioni in materia di giurisdizione e controllo della Corte dei conti) e, in particolare, all’art. 7, comma 7, della legge 5 giugno 2003, n. 131 (Disposizioni per l’adeguamento dell’ordinamento della Repubblica alla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3), che ha rimesso alla Corte dei conti, ai fini del coordinamento della finanza pubblica, il compito di verificare il rispetto degli equilibri di bilancio da parte degli enti locali e delle Regioni, in relazione al patto di stabilità interno ed ai vincoli derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’Unione europea.
La norma impugnata prevedere un collegamento fra i controlli interni delle amministrazioni regionali e i controlli esterni della Corte dei conti, secondo il modello che già è stato sperimentato per gli enti locali, consentendo alla Corte dei conti, organo dello Stato-ordinamento che trova la sua legittimazione nell’art. 100 della Carta fondamentale, il controllo complessivo della finanza pubblica per tutelare l’unità economica della Repubblica ed assicurare, da parte dell’amministrazione controllata, il riesame diretto a ripristinare la regolarità amministrativa e contabile.
Allo stesso tempo, osserva la Corte, la norma impugnata “garantisce l’autonomia delle Regioni, stabilendo che i componenti dell’organo di controllo interno debbano possedere speciali requisiti professionali ed essere nominati mediante sorteggio – al di fuori, quindi, dall’influenza della politica –, e che tale organo sia collegato con la Corte dei conti, istituto indipendente dal Governo (art. 100, terzo comma, Cost.). Il collegamento fra controllo interno e controllo esterno assolve anche a una funzione di razionalità nelle verifiche di regolarità e di efficienza sulla gestione delle singole amministrazioni, come risulta, del resto, dalla disciplina della legge n. 20 del 1994, secondo cui “la rispondenza dei risultati dell’attività amministrativa agli obiettivi stabiliti dalla legge” è accertata dalla Corte dei conti «anche in base all’esito di altri controlli”.
Sentenza 20 luglio 2012, n. 199 – (giudizio promosso dalle Regioni Umbria, Emilia-Romagna, Lazio, Puglia, Marche e Regione autonoma della Sardegna c/Presidente del Consiglio dei ministri)
Violazione del precetto contenuto nell’art. 75 Cost. – divieto di ripristino di normativa abrogata dalla volontà popolare
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 4 del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138 (Ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo), convertito, con modificazioni, dalla legge 14 settembre 2011, n. 148.
Alcune Regioni hanno impugnato, in via diretta, una disposizione con la quale lo Stato è intervenuto a ridisciplinare i servizi pubblici locali di rilevanza economica, materia precedentemente regolamentata dall’art. 23-bis del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112 (Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria), abrogato a seguito del referendum del 12 e 13 giugno 2011.
Secondo le ricorrenti la norma impugnata avrebbe riprodotto la norma sottoposta a referendum abrogativo, dettando una disciplina che rende ancor più limitate le ipotesi di affidamento diretto e di gestione in house di quasi tutti i servizi pubblici locali di rilevanza economica, in violazione del divieto di riproposizione della disciplina formale e sostanziale oggetto di abrogazione referendaria, previsto dall’art. 75 della Costituzione, con conseguente lesione indiretta delle competenze costituzionale riconosciute alle Regioni in materia di servizi pubblici locali.
La Corte, dopo aver ricordato che le Regioni possono evocare parametri di legittimità diversi da quelli che sovrintendono al riparto di attribuzioni solo nell’ipotesi in cui la violazione denunciata sia potenzialmente idonea a determinare una lesione delle attribuzioni costituzionali delle Regioni, rileva che, nel caso specifico, le ricorrenti hanno sufficientemente motivato in ordine ai profili della “possibile ridondanza” della violazione sul riparto di competenze, assolvendo all’onere di operare la necessaria indicazione della specifica competenza regionale che ne risulta offesa e delle ragioni di tale lesione.
In particolare le Ricorrenti hanno evidenziato che con l’abrogazione dell’art. 23-bis del d.l. n. 112 del 2008, che riduceva le possibilità di affidamenti diretti dei servizi pubblici locali, con conseguente delimitazione degli ambiti di competenza legislativa residuale delle Regioni e regolamentare degli enti locali, le competenze regionali e degli enti locali nel settore dei servizi pubblici locali si sono riespanse.
La disciplina applicabile a seguito dell’esito della consultazione popolare era quella comunitaria, più favorevole per le Regioni, con la conseguenza che la reintroduzione da parte del legislatore statale della medesima disciplina oggetto dell’abrogazione referendaria, oltre a violare volontà popolare espressa attraverso la consultazione, avrebbe anche determinato una potenziale lesione delle competenze delle Regioni in materia.
Il giudice delle leggi, nel dichiarare fondata la questione sollevata, rileva che effettivamente la norma impugnata introduce, a distanza di meno di un mese dalla pubblicazione del decreto dichiarativo dell’avvenuta abrogazione dell’art. 23-bis del d.l. n. 112 del 2008, una nuova disciplina dei servizi pubblici locali di rilevanza economica, con la medesima ratio di quella abrogata, operando una drastica riduzione delle ipotesi di affidamenti in house, spingendosi oltre a quanto prescritto dalla normativa comunitaria. Inoltre, viene rilevato come la nuova disciplina sia letteralmente riproduttiva, in buona parte, di svariate disposizioni dell’articolo abrogato e di molte disposizioni del regolamento attuativo di cui al d.P.R. n. 168 del 2010.
La disposizione impugnata viola, quindi, il divieto di ripristino della normativa abrogata dalla volontà popolare desumibile dall’art. 75 della Costituzione.
Sentenza 20 luglio 2012, n. 200 – (giudizio promosso dalle Regioni Emilia-Romagna, Lazio, Puglia, Toscana, Veneto, Umbria, Calabria e Regione autonoma della Sardegna c/Presidente del Consiglio dei ministri)
Materia: tutela della concorrenza (principio di liberalizzazione delle attività economiche)
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 3, comma 3, del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138 (Ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo),
La Corte, riservata a separate pronunce la decisione sull’impugnazione delle altre disposizioni contenute nel decreto legge 138 del 2011, esamina le questioni sollevate nei confronti dell’art. 3 con il quale il legislatore statale ha previsto, al comma 1, che: “Comuni, Province, Regioni e Stato, entro il 30 settembre 2012, adeguano i rispettivi ordinamenti al principio secondo cui l'iniziativa e l'attività economica privata sono libere ed è permesso tutto ciò che non è espressamente vietato dalla legge nei soli casi di:
e) disposizioni relative alle attività di raccolta di giochi pubblici ovvero che comunque comportano effetti sulla finanza pubblica.”.
Detta disposizione costituisce, per espressa previsione del comma 2, principio fondamentale per lo sviluppo economico e attua la piena tutela della concorrenza tra le imprese.
Il comma 3 prevede poi che “Sono in ogni caso soppresse, alla scadenza del termine di cui al comma 1, le disposizioni normative statali incompatibili con quanto disposto nel medesimo comma, con conseguente diretta applicazione degli istituti della segnalazione di inizio di attività e dell'autocertificazione con controlli successivi. Nelle more della decorrenza del predetto termine, l'adeguamento al principio di cui al comma 1 può avvenire anche attraverso gli strumenti vigenti di semplificazione normativa. Entro il 31 dicembre 2012 il Governo è autorizzato ad adottare uno o più regolamenti ai sensi dell'articolo 17, comma 2, della legge 23 agosto 1988, n. 400, con i quali vengono individuate le disposizioni abrogate per effetto di quanto disposto nel presente comma ed è definita la disciplina regolamentare della materia ai fini dell'adeguamento al principio di cui al comma 1”.
I successivi commi dell’art. 3 riguardano la liberalizzazione dell’esercizio delle professioni, mentre i commi 10 e 11, consentono la revoca di ulteriori restrizioni all’esercizio delle attività economiche e all’accesso alle medesime attraverso norme regolamentari e permettono, invece, di mantenere le restrizioni per singole attività, con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, in presenza di ragioni di interesse generale, rispetto alle quali le restrizioni costituiscono una misura indispensabile, proporzionata, idonea e non discriminatoria sotto il profilo della concorrenza.
Con riferimento ai commi 1 e 2, le censure sollevate contestano l’invasione delle competenze regionali, in particolare nelle materie del commercio e attività produttive, tutela della salute, governo del territorio.
Ad avviso delle ricorrenti, il legislatore statale, per esigenze di tutela della concorrenza, imporrebbe il principio di liberalizzazione anche in ambiti di competenza regionale.
Di diverso avviso la Corte che dichiara non fondate le censure sollevate nei confronti dei commi 1 e 2 dell’articolo impugnato, rilevando che con gli stessi ha inteso stabilire alcuni principi in materia economica orientati allo sviluppo della concorrenza, mantenendosi all’interno della cornice delineata dai principi costituzionali.
“Così, dopo l’affermazione di principio secondo cui in ambito economico «è permesso tutto ciò che non è espressamente vietato dalla legge», segue l’indicazione che il legislatore statale o regionale può e deve mantenere forme di regolazione dell’attività economica volte a garantire, tra l’altro – oltre che il rispetto degli obblighi internazionali e comunitari e la piena osservanza dei principi costituzionali legati alla tutela della salute, dell’ambiente, del patrimonio culturale e della finanza pubblica – in particolare la tutela della sicurezza, della libertà, della dignità umana, a presidio dell’utilità sociale di ogni attività economica, come l’art. 41 Cost. richiede. La disposizione impugnata afferma il principio generale della liberalizzazione delle attività economiche, richiedendo che eventuali restrizioni e limitazioni alla libera iniziativa economica debbano trovare puntuale giustificazione in interessi di rango costituzionale o negli ulteriori interessi che il legislatore statale ha elencato all’art. 3, comma 1. Complessivamente considerata, essa non rivela elementi di incoerenza con il quadro costituzionale, in quanto il principio della liberalizzazione prelude a una razionalizzazione della regolazione, che elimini, da un lato, gli ostacoli al libero esercizio dell’attività economica che si rivelino inutili o sproporzionati e, dall’altro, mantenga le normative necessarie a garantire che le dinamiche economiche non si svolgano in contrasto con l’utilità sociale”.
Secondo il giudice delle leggi il principio di liberalizzazione delle attività economiche è effettivamente da inquadrare nell’ambito della competenza statale in materia di tutela della concorrenza che ricomprende non solo l’insieme delle misure antitrust, ma anche azioni di liberalizzazione, che mirano ad assicurare e a promuovere la concorrenza “nel mercato” e “per il mercato”, secondo gli sviluppi ormai consolidati nell’ordinamento europeo e internazionale, più volte ribaditi dalla giurisprudenza costituzionale.
Ciò premesso la Corte rileva che le norme impugnate non stabiliscono regole ma dettano disposizioni di principio che, per ottenere piena applicazione, richiedono ulteriori interventi normativi da parte sia del legislatore statale, sia di quello regionale, ciascuno nel proprio ambito di competenza.
Così facendo il legislatore nazionale non ha occupato gli spazi riservati alle Regioni, le quali continuano ad esercitare le loro competenze conformandosi, tuttavia, ai principi stabiliti a livello statale.
Vengono invece dichiarate fondate le censure sollevate nei confronti del comma 3 dell’articolo impugnato, che prevede allo scadere del termine del 31 dicembre 2012, l’automatica soppressione di tutte le norme statali incompatibili con i principi di liberalizzazione di cui al comma 1.
In questo caso la norma contiene prescrizioni di carattere specifico e puntuale (la soppressione di tutte le norme statali incompatibili), che essendo indeterminate sono potenzialmente invasive delle competenze legislative regionali.
Infatti la soppressione delle norme statali per incompatibilità con i principi generali di liberalizzazione di cui al comma 1, non esplicano i loro effetti ai soli ambiti di competenza statale.
Il giudice osserva che “l’effetto della soppressione automatica e generalizzata delle normative statali contrarie ai principi di cui all’art. 3, comma 1, oltre ad avere una portata incerta e indefinibile, potrebbe riguardare un novero imprecisato di atti normativi statali, con possibili ricadute sul legislatore regionale, nel caso che tali atti riguardino ambiti di competenza concorrente o trasversali, naturalmente correlati a competenze regionali.
Inoltre, l’automaticità dell’abrogazione, unita all’indeterminatezza della sua portata, rende impraticabile l’interpretazione conforme a Costituzione, di talché risulta impossibile circoscrivere sul piano interpretativo gli effetti della disposizione impugnata ai soli ambiti di competenza statale.”.
Infine, la norma impugnata poiché dispone la soppressione per incompatibilità, senza individuare puntualmente quali normative risultino abrogate, pone le Regioni in una condizione di obiettiva incertezza, nella misura in cui queste debbano adeguare le loro normative ai mutamenti dell’ordinamento statale. “Infatti, le singole Regioni, stando alla norma censurata, dovrebbero ricostruire se le singole disposizioni statali, che presentano profili per esse rilevanti, risultino ancora in vigore a seguito degli effetti dell’art. 3, comma 3, primo periodo. La valutazione sulla perdurante vigenza di normative statali incidenti su ambiti di competenza regionale spetterebbe a ciascun legislatore regionale, e potrebbe dare esiti disomogenei, se non addirittura divergenti. Una tale prospettiva determinerebbe ambiguità, incoerenza e opacità su quale sia la regolazione vigente per le varie attività economiche, che potrebbe inoltre variare da Regione a Regione, con ricadute dannose anche per gli operatori economici.”.
Con queste motivazioni la Corte dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 3, comma 3, sotto il profilo della ragionevolezza, determinando una violazione che si ripercuote sull’autonomia legislativa regionale garantita dall’art. 117 della Costituzione perché, anziché favorire la tutela della concorrenza, finisce per ostacolarla, ingenerando grave incertezza fra i legislatori regionali e fra gli operatori economici.
Sentenza 20 luglio 2012, n. 201 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri c/Regione Molise)
Materia: protezione civile (edificabilità in zona sismica)
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 4, comma 3, della legge della Regione Molise 9 settembre 2011, n. 25 (Procedure per l’autorizzazione sismica degli interventi edilizi e la relativa vigilanza, nonché per la prevenzione del rischio sismico mediante la pianificazione urbanistica).
La normativa concernente gli interventi edilizi in zone sismiche è riconducibile nell’ambito della materia della protezione civile, di competenza concorrente tra Stato e Regioni.
Pertanto, poiché all’art. 88 del d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia – Testo A), consente soltanto al Ministro per le infrastrutture e i trasporti, all’esito di apposita istruttoria, la possibilità di concedere deroghe all’osservanza delle norme tecniche di costruzione nelle zone considerate sismiche previste dal d.m. 14 gennaio 2008 (Approvazione delle nuove norme tecniche per le costruzioni), che impongono di procedere alla preventiva valutazione della sicurezza in presenza di variazioni che comportino incrementi dei carichi globali superiori al 10 per cento, ne consegue che le norme tecniche non sono derogabili da parte delle Regioni.
E’ quindi illegittima una disposizione regionale che, in difformità alle citate norme tecniche, preveda, in caso di modifica architettonica che comporti un aumento dei carichi superiore al 20 per cento, l’obbligo di redazione di una variante progettuale, da depositare preventivamente con riferimento al progetto originario, restando le modifiche inferiori a detto limite soggette al deposito della sola verifica strutturale nell’ambito delle responsabilità proprie della direzione dei lavori.
Infatti le norme tecniche relative alle costruzioni esistenti nelle aree sismiche fissano il limite del 10 per cento per le variazioni che comportino incrementi di carico globali, al di sopra del quale occorre procedere alla valutazione della sicurezza.
Sentenza 20 luglio 2012, n. 203 – (giudizio promosso dalla Provincia autonoma di Trento c/Presidente del Consiglio dei ministri)
Materia: livelli essenziali delle prestazioni (scia in edilizia)
– dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale sollevate nei confronti dell’art. 49, comma 4-ter, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78 (Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 30 luglio 2010, n. 122.
Con la sentenza in rassegna la Corte, a breve distanza dalla sentenza n. 164 del 27 giugno 2012, torna nuovamente ad occuparsi della disciplina della “segnalazione certificata di inizio attività” (SCIA), contenuta nell’art. 49, comma 4-bis, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78 (Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica), che modifica l’art. 19 della legge 7 agosto 1990, n. 241 (Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi).
In particolare il giudice rileva che l’istituto della SCIA è finalizzato alla semplificazione dei procedimenti di abilitazione all’esercizio di attività per le quali sia necessario un controllo della pubblica amministrazione e che il principio di semplificazione, di diretta derivazione comunitaria, “…va senza dubbio catalogato nel novero dei principi fondamentali dell’azione amministrativa”.
Con riferimento all’autoqualificazione della norma fatta dal legislatore statale nell’introdurre l’istituto della SCIA (art. 49, comma 4-ter, d.l. 78/2010), secondo la quale esso attiene alla tutela della concorrenza, e costituisce livello essenziale delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali ai sensi della lettera m) dell’art. 117, secondo comma, della Costituzione, la Corte rileva come la prima delle due qualificazioni non sia corretta, considerato che la disciplina della SCIA è applicabile a qualsiasi atto di autorizzazione, licenza, concessione non costitutiva, permesso o nulla osta comunque denominato, comprese le domande per le iscrizioni in albi o ruoli richieste per l’esercizio di attività imprenditoriale, commerciale o artigianale, il cui rilascio dipenda esclusivamente dall’accertamento di requisiti e presupposti richiesti dalla legge o da atti amministrativi a contenuto generale, e per il quale non sia previsto alcun limite o contingente complessivo o specifici strumenti di programmazione settoriale.
Pertanto l’ambito applicativo della SCIA è diretto alla generalità dei cittadini e non è quindi limitato alla materia della concorrenza, pur potendolo ad essa riferirsi in specifici casi da verificare in concreto.
E’ invece corretto, ad avviso del giudice, il secondo parametro contenuto dalla norma statale. In particolare viene rilevato che la competenza in via esclusiva allo Stato della determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni è prevista in relazione ai diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale in ossequio del fondamentale principio di uguaglianza di cui all’art. 3 della Costituzione.
Tenuto conto che l’attività amministrativa può essere qualificata come “prestazione”, ne consegue che la disciplina della SCIA è ben riconducibile al parametro indicato dal legislatore statale il quale permette una restrizione dell’autonomia legislativa delle Regioni, giustificata dallo scopo di assicurare un livello uniforme di godimento dei diritti civili e sociali tutelati dalla stessa Costituzione.
La Corte precisa inoltre che la competenza statale a fissare standard minimi uniformi su tutto il territorio nazionale per garantire un livello essenziale delle prestazioni, è ravvisabile anche con riferimento alla SCIA in materia edilizia, nonostante quest’ultima rientri nell’ambito della materia “governo del territorio”, ciò in quanto, a prescindere che comunque spetta allo Stato determinare i principi fondamentali della materia, tra i quali è riconducibile la semplificazione amministrativa, in ogni caso si è in presenza di un concorso di competenze che, nella fattispecie, vede prevalere la competenza esclusiva statale in materia di determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni.
Sentenza 24 luglio 2012, n. 207 – (giudizio per conflitto di attribuzioni promosso dalla Provincia autonoma di Trento c/Presidente del Consiglio dei ministri)
Materia: livelli essenziali delle prestazioni (procedimenti amministrativi semplificati)
– dichiara che spettava allo Stato disciplinare, nei confronti della Provincia autonoma di Trento, il procedimento semplificato di autorizzazione paesaggistica, come regolato dall’articolo 6, comma 2, del decreto del Presidente della Repubblica 9 luglio 2010, n. 139 (Regolamento recante procedimento semplificato di autorizzazione paesaggistica per gli interventi di lieve entità, a norma dell’articolo 146, comma 9, del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, e successive modificazioni), impugnato dalla Provincia autonoma di Trento con ricorso per conflitto di attribuzione.
La Corte ribadisce che tutta l’attività amministrativa, e quindi i procedimenti amministrativi in genere, può configurarsi quale “prestazione” con riferimento alla quale spetta allo Stato fissare un “livello essenziale” a fronte di una specifica pretesa di individui, imprese, operatori economici ed, in generale, di soggetti privati.
Nello specifico la Provincia ricorrente ha impugnato, con ricorso per conflitto di attribuzioni, l’art. 6, comma 2, del d.P.R. n. 139 del 2010 che regolamenta il procedimento semplificato di autorizzazione paesaggistica per gli interventi di lieve entità, lamentando l’invasione nelle competenze proprie della Provincia garantite dal proprio statuto di autonomia che contempla la materia della tutela del paesaggio tra quelle affidate alla potestà legislativa primaria della Provincia.
Di diverso avviso il giudice delle leggi che rileva come la disciplina contenuta nel provvedimento impugnato non sia riconducibile nell’ambito della materia “tutela del paesaggio”, ma riguardi più propriamente aspetti di carattere procedurale individuando quali debbano essere le regole che disciplinano, con riferimento alle procedure semplificate in materia di autorizzazione paesaggistica per gli interventi di lieve entità, il rapporto tra la pubblica amministrazione e coloro che richiedono questa specifica prestazione.
Chiarito quindi che la norma attiene al procedimento amministrativo e che la competenza a predisporre modelli procedurali semplificati, uniformi su tutto il territorio dello nazionale, spetta allo Stato ai sensi dell’art. 117, secondo comma, lettera m) della Costituzione, trattandosi di determinare i livelli essenziali di prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale, compreso quello delle Regioni a statuto speciale e delle Province autonome, la Corte dichiara che, anche nel territorio della Provincia ricorrente, spetta allo Stato disciplinare il procedimento semplificato di autorizzazione paesaggistica.
Sentenza 30 luglio 2012, n. 211 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri c/Regione Basilicata)
Materie: coordinamento finanza pubblica
– dichiara l’illegittimità costituzionale degli artt. 31, 32, 34, comma 5, e 39, comma 1, della legge della Regione Basilicata 4 agosto 2011, n. 17 (Assestamento del bilancio di previsione per l’esercizio finanziario 2011 e del bilancio pluriennale per il triennio 2011-2013).
L’art. 6, comma 3, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78 (Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica), convertito in legge, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, in base al quale “a decorrere dal 1 gennaio 2011, le indennità, i compensi, i gettoni, le retribuzioni o le altre utilità comunque denominate, corrisposti dalle pubbliche amministrazioni di cui al comma 3 dell’art. 1 della legge 31 dicembre 2009, n. 196, incluse le autorità indipendenti, ai componenti di organi di indirizzo, direzione e controllo, consigli di amministrazione e organi collegiali comunque denominati ed ai titolari di incarichi di qualsiasi tipo, sono automaticamente ridotte del 10 per cento rispetto agli importi risultanti alla data del 30 aprile 2010. Sino al 31 dicembre 2013, gli emolumenti di cui al presente comma non possono superare gli importi risultanti alla data del 30 aprile 2010, come ridotti ai sensi del presente comma”, costituisce espressione di un principio fondamentale in materia di coordinamento della finanza pubblica.
Sono pertanto illegittime tutte le norme regionali che, disattendendo i divieti ed i limiti previsti dalla citata norma statale, prevedono la corresponsione di emolumenti a favore di componenti di organi di enti regionali.
Nello specifico vengono dichiarate illegittime alcune disposizioni con le quali si prevedeva una serie di indennità, parametrate in percentuale a quelle previste per i consiglieri regionali, a favore del Presidente e dei componenti della “Commissione dei lucani all’estero”, e ai componenti della “Commissione per missioni in Italia e all’estero”, indennità precedentemente abrogate dallo stesso legislatore regionale.
La Corte rileva che l’obbligo di riduzione delle spese per il personale previsto dalla norma statale, e di mantenere le stesse ferme fino al 2013, costituisce principio fondamentale per le Regioni nel senso di limite globale, complessivo, che può essere da ciascuna Regione graduato e differenziato, purché il risultato complessivo sia pari a quello indicato nella legge statale.
Nello caso delle norme impugnate viene osservato che le stesse, non solo non prevedono una diminuzione delle spese ma, anzi, ne determinano un aumento. “Esse vanno oltre i margini di discrezionalità del legislatore regionale e finiscono per porsi in contrasto con il nucleo stesso del principio statale, che mira ad una diminuzione della spesa per il personale. Le disposizioni impugnate, in altre parole, sono intrinsecamente lesive non solo dell’obiettivo di abbattimento della spesa pubblica regionale, ma direttamente di quello, minimale, di contenimento della stessa”.
La Corte rileva, infine, come le norme regionali censurate si pongano in contrasto anche con il comma 2, del citato art. 6, del decreto-legge 78/2010, in base alla quale la partecipazione in organi collegiali, anche di amministrazione, degli enti, che comunque ricevono contributi a carico delle finanze pubbliche, nonché la titolarità di organi dei predetti enti è onorifica e può dar luogo solo al rimborso delle spese sostenute ove previsto dalla normativa vigente.
Sentenza 30 luglio 2012, n. 212 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri c/Regione Sardegna)
Materie: coordinamento finanza pubblica; obbligo di copertura finanziaria ex art. 81 Cost.; violazione del principio di pubblico concorso, art. 97 Cost.; organizzazione regionale
– dichiara l’illegittimità costituzionale degli artt. 4, commi 10 e 11, 5,comma 1, 6, commi 2 e 8, 9, comma 3, e 10 della legge della Regione Sardegna 4 agosto 2011, n. 16 (Norme in materia di organizzazione e personale)
La sentenza esamina molteplici censure sollevate nei confronti della legge regionale n. 16 del 2011.
In particolare viene all’esame del giudice una disposizione con la quale, modificando una precedente legge regionale in materia dei consorzi di bonifica, si prevede che i consorzi di bonifica devono disporre l’assunzione, nelle proprie dotazioni organiche, del personale che ha prestato attività lavorativa, con contratti a tempo determinato, per le opere trasferite all’Ente acque della Sardegna (ENAS), per almeno un certo numero di giornate lavorative nei tre anni a partire dal 10 gennaio 2008.
Sul punto la Corte, accogliendo le censure sollevate dal ricorrente, rileva che la norma impugnata viola il principio di coordinamento della finanza pubblica contenuto nell’art. 9, comma 28, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78 (Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica), convertito in legge, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, secondo il quale, a decorrere dall’anno 2011, le amministrazioni pubbliche possono avvalersi di personale a tempo determinato o con convenzioni o con contratti di collaborazione coordinata e continuativa, solamente nel limite del 50 per cento della spesa sostenuta per le stesse finalità nell’anno 2009.
La norma impugnata, omettendo qualsiasi riferimento al limite previsto dal decreto-legge 78/2010, e consentendo, pertanto, assunzioni a tempo determinato comportanti una spesa maggiore, si pone in contrasto con l’art. 117, terzo comma, della Costituzione.
Per gli stessi motivi viene dichiarata illegittima anche un’altra disposizione della legge impugnata, con la quale si dispone uno stanziamento per finanziare la stipulazione dei contratti a tempo determinato per la prosecuzione dell’attività lavorativa del personale in servizio presso i Centri servizi per il lavoro, i Centri servizi inserimento lavorativo e le agenzie di sviluppo locale, senza richiamare alcun limite, così consentendo alla Regione di procedere ad assunzioni a termine che possono comportare una spesa superiore a quella massima stabilita dal legislatore statale.
Un’ulteriore censura si riferisce, invece, ad una disposizione che non rispetta il principio di copertura previsto dall’art. 81 della Costituzione.
In particolare la norma impugnata prevedeva la proroga, fino al 31 dicembre 2012, di un progetto comportante il reclutamento di personale archivistico qualificato, senza indicare alcuna copertura finanziaria.
Contrariamente a quanto sostenuto dalla difesa regionale, secondo la quale la norma impugnata, lungi da prevedere nuove spese, detterebbe solamente un indirizzo vincolante per la struttura amministrativa che già da alcuni anni ha posto in essere il progetto, il giudice delle leggi rileva come sia del tutto evidente che, “quale che sia il concreto svolgimento del progetto e la struttura organizzativa che lo gestisce, la proroga della durata dello stesso è inevitabilmente fonte di una nuova spesa e di nuovi oneri per l’ente regionale”. Ne consegue, pertanto, la violazione del principio di cui all’art. 81 della Costituzione.
Viola invece il principio di coordinamento della finanza pubblica, contenuto nell’art. 1, comma 557, della legge 27 dicembre 2006, n. 296 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge finanziaria 2007)[1], una disposizione con la quale la Regione Sardegna ha istituito la Scuola regionale del Corpo forestale e di vigilanza ambientale della Regione sarda, prevedendo un aumento della dotazione organica del personale forestale di 20 unità.
La Corte, richiamando la propria giurisprudenza (sent. n. 108 del 2011), ribadisce che il principio contenuto nella citata norma statale obbliga le Regioni alla riduzione delle spese di personale e al contenimento della dinamica contributiva ed occupazionale.
L’aumento della dotazione organica disposto dalla norma regionale si pone, pertanto, in contrasto con il richiamato principio fissato dalla competente legislazione statale.
Sempre con riferimento al personale del Corpo forestale regionale della Sardegna, si pone invece in contrasto con l’art. 97 della Carta fondamentale, una disposizione con la quale si prevede l’accesso alla qualifica di dirigente del Corpo forestale a favore di chi, pur non rivestendo tale qualifica, sia in possesso dei requisiti richiesti per l’accesso alla dirigenza e sia titolare di incarico dirigenziale, conferito sulla base di una precedente legge regionale, per più di quattro anni.
Sul punto la Corte ricorda che il precetto costituzionale che impone il pubblico concorso quale modalità di accesso ai pubblici uffici si applica anche nei casi di passaggio ad una qualifica superiore.
L’art. 97 della Costituzione viene inoltre violato da un’ulteriore disposizione della legge impugnata con la quale si prevede la stabilizzazione del personale non dirigenziale addetto al servizio sanitario di urgenza ed emergenza che abbia lavorato per almeno trenta mesi negli ultimi cinque anni dall’entrata in vigore della norma.
Viola invece l’art. 117, terzo comma, della Costituzione una disposizione con la quale la Regione Sardegna introduce l’istituto dell’esonero dal servizio per il personale regionale e degli enti regionali, prevedendo che i dipendenti, nell’ultimo quinquennio di servizio, possono essere esonerati dal prestare la propria attività lavorativa e che, in tal caso, si determina la sospensione dell’obbligazione lavorativa e la sostituzione dell’obbligazione retributiva con un trattamento economico temporaneo, pari alla metà di quello goduto in costanza di rapporto, cumulabile con altri redditi di lavoro.
La normativa regionale prevede, inoltre, a favore del personale esonerato dal servizio, un incentivo economico pari a dodici mensilità per il personale del comparto e a sei mensilità per il personale dirigenziale.
La Corte, nel dichiarare fondate le censure sollevate dal ricorrente, rileva che la norma statale che disciplina l’istituto dell’esonero[2] non prevede alcun incentivo economico a favore dei richiedenti ma si limita a prevedere la corresponsione del 50 percento di quello che sarebbe stato il trattamento economico che avrebbe percepito continuando a svolgere la propria attività lavorativa.
Ne consegue che la disciplina regionale impugnata, prevedendo la corresponsione anche di un incentivo, si pone in contrasto con quello che, ad avviso della Corte, è un principio fondamentale espresso dallo Stato nella materia del coordinamento della finanza pubblica.
Sentenza 30 luglio 2012, n. 213 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri c/Regione Molise)
Materie: ordinamento civile (trattamenti economici differenziati)
– dichiara l’illegittimità costituzionale degli artt. 1 e 3 della legge della Regione Molise 4 agosto 2011, n. 17 (Modifiche all’articolo 8 della legge regionale 12 settembre 1991, n. 15, e all’articolo 6 della legge regionale 20 agosto 2010, n. 16, in materia di segreterie particolari).
Non è consentito al legislatore regionale prevedere che il personale regionale, e quello in posizione di comando, eventualmente utilizzato nelle segreterie particolari degli organi politici regionali (ad esempio Presidente della Giunta regionale e Assessori regionali), conservi il trattamento giuridico, economico ed indennitario in godimento, e che nel caso di attribuzione della funzione di responsabile di una segreteria particolare, ove titolare di retribuzione inferiore, ha diritto ad un trattamento giuridico, economico ed indennitario non inferiore a quello previsto per la categoria D – posizione economica D3.
Osserva infatti la Corte che, così facendo, la norma regionale finirebbe per prevedere una corrispondenza della posizione di responsabile di segreteria particolare, con la categoria D – posizione economica D3, propria del regime di qualificazione del personale previsto dalla contrattazione collettiva del comparto delle Regioni e delle Autonomie locali (contratto collettivo nazionale di lavoro 31 marzo 1999, e successive modificazioni). Così facendo, la norma regionale finirebbe per incidere nell’ambito dell’ordinamento civile, di competenza del legislatore statale, e segnatamente nella materia degli inquadramenti del personale, riservata dalla legge alla contrattazione collettiva (art. 40, comma 1, primo periodo, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, recante «Norme generali sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche»).
Inoltre viene rilevato come una simile equiparazione inciderebbe sull’assetto del trattamento economico e giuridico di dipendenti pubblici (regionali e comandati) e sulla disciplina dell’attribuzione di mansioni superiori, anche in deroga al regime dell’art. 52 del d.lgs. n. 165 del 2011 ed alla specifica regola, ivi stabilita, secondo cui gli effetti di una tale assegnazione (comunque senza riflessi sull’inquadramento ai sensi del comma 1 dell’art. 52, cit.) possono essere regolati in modo difforme soltanto dai contratti collettivi.
Sentenza 30 luglio 2012, n. 214 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri c/Regione Calabria)
Violazione art. 81 Cost. (principio di copertura finanziaria)
– dichiara l’illegittimità costituzionale degli artt. 5 e 9, della legge della Regione Calabria 28 settembre 2011, n. 35 (Riconoscimento ex articolo 54, comma 3, della legge regionale 19 ottobre 2004, n. 25, della «Fondazione per la Ricerca e la Cura dei Tumori “Tommaso Campanella” Centro Oncologico d’Eccellenza» come ente di diritto pubblico).
Violano il principio dell’obbligo di copertura finanziaria, sancito dall’art. 81 della Costituzione, le disposizioni contenute nella legge regionale impugnata, con le quali si prevede il riconoscimento come ente di diritto pubblico, parte del sistema sanitario regionale, di una Fondazione per la ricerca e la cura dei tumori, già istituita con precedente legge regionale quale fondazione di diritto privato, senza che siano indicati idonei mezzi per far fronte alla nuova, o maggiore, spesa pubblica rispetto alla previgente normativa sostanziale.
Nello specifico caso portato all’attenzione della Corte, viene rilevato che il riconoscimento della natura di ente di diritto pubblico della Fondazione già istituita come ente privatistico, comporta indubbiamente un fatto generatore di spesa pubblica, posto che la stessa legge regionale che ha previsto l’istituzione della Fondazione, annovera tra le fonti di finanziamento della Fondazione stessa, “finanziamenti pubblici”, e “finanziamenti straordinari regionali”.
Viene inoltre osservato che è lo stesso legislatore regionale a prevedere che la Fondazione, una volta conseguito il riconoscimento come ente di diritto pubblico, debba operare in forza delle risorse economiche messe a disposizione dalla Regione, al cui ordinamento viene ad appartenere, in base all’art. 54 della legge della Regione Calabria 19 ottobre 2004, n. 25 (Statuto della Regione Calabria).
Ciò premesso, rilevato che le norme impugnate sono prive dell’indicazione dei mezzi per far fronte alle spese che esse introducono, e ribadito quanto già affermato con precedenti sentenze (sentenza n. 141 del 2010; sentenza n. 9 del 1958), che spetta alla legge, e non agli eventuali provvedimenti che vi diano attuazione determinare la misura e la copertura dell’impegno finanziario richiesto perché essa possa produrre effetto, “atteso che, in tal modo, viene altresì definito, in una sua componente essenziale, «il contenuto stesso della decisione politica assunta tramite l’adozione, con effetti immediatamente vincolanti, della disposizione» che sia fonte di spesa (sentenza n. 386 del 2008)”, la Corte dichiara l’illegittimità costituzionale delle disposizioni impugnate per violazione dell’art. 81, quarto comma, della Costituzione, con conseguente dichiarazione di illegittimità costituzionale, in via consequenziale, dell’intero testo delle leggi regionali che hanno previsto, prima l’istituzione della Fondazione quale ente di diritto privato, poi la trasformazione in ente di diritto pubblico, posto che, come già affermato dalla giurisprudenza costituzionale (sentenza n. 106 del 2011), “un simile vizio, investendo la componente finanziaria della legge di spesa, non può, se sussistente, che estendersi in via consequenziale alle disposizioni sostanziali generatrici della spesa”.
Sentenza 30 luglio 2012, n. 215 – (giudizio promosso dalla Regione autonoma Valle d’Aosta e dalle Regioni Liguria, Toscana, Emilia-Romagna e Puglia c/ Presidenza Consiglio dei Ministri)
Materia: principio di coordinamento della finanza pubblica; ordinamento civile
– dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 9, commi 1, 2-bis 4 e 21, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78 (Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica), convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122;
Con la sentenza in rassegna la Corte continua l’esame dei ricorsi sollevati nei confronti del decreto-legge n. 78 del 2010, affrontando, nello specifico, le questioni relative ad alcuni commi dell’art. 9 che riguardano il trattamento economico del personale regionale.
In particolare vengono dichiarate non fondate le censure sollevate nei confronti del comma 1 dell’art. 9 che prevede che negli anni 2010-2012, il trattamento economico complessivo dei singoli dipendenti delle pubbliche amministrazioni inserite nel conto economico consolidato della pubblica amministrazione, come individuate dall’Istituto nazionale di statistica (ISTAT), ai sensi del comma 3, dell’articolo 1, della legge 31 dicembre 2009, n. 196, non può superare quello ordinariamente spettante per l’anno 2010.
Diversamente da quanto sostenuto dalle ricorrenti, secondo le quali la norma impugnata violerebbe l’art. 117, comma terzo della Costituzione, intervenendo con norme di dettaglio in materia di competenza concorrente, la stessa non fa altro che stabilire un limite massimo al trattamento economico di tutti i dipendenti delle Regioni e degli enti regionali, con l’effetto di fissare, per il triennio 2011-2013, l’ammontare complessivo degli esborsi a carico delle Regioni a titolo di trattamento economico del personale, già in servizio alla data di entrata in vigore della norma, in misura non superiore a quello dell’anno 2010.
Ad avviso del giudice delle leggi si tratta, pertanto, di una norma, che impone un limite generale ad una rilevante voce del bilancio regionale, legittimamente emanata dallo Stato nell’esercizio della sua potestà legislativa concorrente in materia di coordinamento della finanza pubblica.
Infondate sono anche le censure sollevate nei confronti del comma 2-bis dell’art. 9 citato, in base al quale dal 1 gennaio 2011 al 31 dicembre 2013, l’ammontare complessivo delle risorse destinate annualmente al trattamento accessorio del personale di ciascuna delle amministrazioni di cui all’art. 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 (Norme generali sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche), tra le quali sono comprese anche tutte le Regioni e le Province, non può superare il corrispondente importo dell’anno 2010 ed è, comunque, automaticamente ridotto in misura proporzionale alla riduzione del personale in servizio.
Anche in questo caso, secondo il giudizio della Corte, la norma censurata ha natura di principio fondamentale in materia di coordinamento della finanza pubblica poiché introduce un limite per un settore rilevante della spesa per il personale e, cioè, quello concernente una delle due grandi parti in cui si suddivide il trattamento economico del personale pubblico e, precisamente, quella relativa alle voci del trattamento accessorio.
Le ricorrenti, sempre sul presupposto che la norma detti una disciplina puntuale in materia di competenza concorrente, censurano anche il comma 4, dell’art. 9, che prevede che i rinnovi contrattuali del personale dipendente dalle pubbliche amministrazioni e i miglioramenti economici del rimanente personale in regime di diritto pubblico, relativi al biennio 2008-2009, non possono, in ogni caso, determinare aumenti retributivi superiori al 3,2 per cento stabilendo, inoltre, che tale divieto si applica anche ai contratti ed accordi stipulati prima della data di entrata in vigore del decreto-legge n. 78 del 2010 comportando l’inefficacia delle clausole difformi contenute nei predetti contratti ed accordi, a decorrere dalla mensilità successiva alla data di entrata in vigore dello stesso decreto, con conseguente adeguamento dei trattamenti retributivi.
Sul punto la Corte osserva che la ricostruzione fatta dalle ricorrenti è errata poiché la norma non rientra nell’ambito delle materie di competenza concorrente ma, bensì, sono esercizio della competenza esclusiva statale in materia di ordinamento civile.
Il legislatore, nell’imporre un limite massimo agli aumenti retributivi che possono essere disposti dalla contrattazione collettiva in sede di rinnovi relativi al biennio 2008-2009, è infatti intervenuto a definire la disciplina di un istituto del contratto di lavoro subordinato pubblico e, cioè, quello attinente alla retribuzione.
Infine, vengono dichiarate infondate anche le censure sollevate nei confronti del comma 21 dell’art. 9, nella parte in cui stabilisce che per il personale contrattualizzato le progressioni di carriera comunque denominate ed i passaggi tra le aree eventualmente disposti negli anni 2011, 2012 e 2013 hanno effetto, per i predetti anni, ai fini esclusivamente giuridici.
La Corte osserva che la disposizione impugnata rientra nell’ambito della disciplina di un istituto contrattuale (il trattamento economico dei dipendenti pubblici), con la conseguenza che la stessa è riconducibile alla materia dell’ordinamento civile, di competenza esclusiva statale.
[1] Si riporta il comma 557 dell’art. 1 citato:“Ai fini del concorso delle autonomie regionali e locali al rispetto degli obiettivi di finanza pubblica, gli enti sottoposti al patto di stabilità interno assicurano la riduzione delle spese di personale, al lordo degli oneri riflessi a carico delle amministrazioni e dell’IRAP, con esclusione degli oneri relativi ai rinnovi contrattuali, con azioni da modulare nell’ambito garantendo il contenimento della dinamica retributiva e occupazionale, della propria autonomia e rivolte, in termini di principio, ai seguenti ambiti prioritari di intervento: a) riduzione dell’incidenza percentuale delle spese di personale rispetto al complesso delle spese correnti, attraverso parziale reintegrazione dei cessati e contenimento della spesa per il lavoro flessibile; b) razionalizzazione e snellimento delle strutture burocratico-amministrative, anche attraverso accorpamenti di uffici con l’obiettivo di ridurre l’incidenza percentuale delle posizioni dirigenziali in organico; c) contenimento delle dinamiche di crescita della contrattazione integrativa, tenuto anche conto delle corrispondenti disposizioni dettate per le amministrazioni statali.”.
[2] Art. 72 del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112 (Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria), convertito in legge, con modificazioni, dall’art. 1 della legge 6 agosto 2008, n. 133.