Source: http://sportelegge.gazzetta.it/2011/03/04/frode-sportiva-quando-il-silenzio-e-doro/
Timestamp: 2017-05-30 03:25:56+00:00
Document Index: 20162526

Matched Legal Cases: ['art 7', 'art 2', 'art. 266', 'art. 266', 'sentenza ', 'art. 266', 'sentenza ', 'sentenza ']

Frode sportiva: quando il silenzio è d’oro | Sport e Legge
Sport e Legge  04 marzo 2011 Frode sportiva: quando il silenzio è d’oro
di Elisa Brigandi
Ancora luci e ombre sulla presunta combine tra Genoa e Venezia. A distanza infatti di quasi 6 anni dagli eventi la parola fine sulla vicenda ancora non è stata posta.
La Corte di Appello di Genova (dopo il rinvio dalla Cassazione per l’annullamento della precedente condanna in appello) ha infatti riconfermato la condanna a 4 mesi per il Presidente del Genoa, Enrico Preziosi, imputato per il reato di frode sportiva in merito alla vicenda del presunto accordo sul risultato della gara Genoa-Venezia, giocata nel campionato di serie B 2004-2005. Assolti invece tutti gli altri coimputati."
Ma vediamo di ricostruire nei dettagli questa lunga (ed a quanto pare infinita) vicenda cercando di capire cosa è successo tra un colpo di scena e l’altro, tra smentite e conferme, condanne e assoluzioni… anche se non per tutti.
Partiamo dai fatti: nel 2005 vincendo la gara contro il Venezia per 3-2, il Genoa conquistò la promozione in Serie A . A rovinare però la festa al popolo genoano ci pensarono due PM genovesi, che indagavano da tempo su un lotto di 42 partite dalla A alla D per presunte scommesse clandestine e, sulla base degli elementi investigativi raccolti, alcuni giorni dopo la gara incriminata avevano fermato Giuseppe Pagliara, un dirigente del Venezia, trovandolo in possesso della ormai famosa “valigetta” contenente la somma di 250.000 euro che Pagliara giustificò essere una caparra per la vendita appena conclusa di Maldonado dal Venezia al Genoa. Secondo l’accusa, invece, quella somma era il corrispettivo che le due squadre avevano concordato per truccare la gara e assicurare così la conquista della promozione al Genoa . La prova della combine sarebbe stata fornita dalle intercettazioni telefoniche intervenute tra i Presidenti delle due squadre (Preziosi e in allora Dal Cin) nelle quali i due provavano a trovare un’intesa sul risultato della gara.
Le carte dell’inchiesta relative alla partita Genoa-Venezia furono così trasmesse alla Procura Federale della FIGC che, a sua volta, aprì un procedimento in sede sportiva contro il Genoa ed il Venezia per il c.d. illecito sportivo (art 7 Codice Giustizia Sportiva) e che si concluse poi con l’amaro declassamento all'ultimo posto del Campionato di Serie B 2004-2005 e conseguente retrocessione della squadra rossoblu in Serie C1 con 3 punti di penalizzazione. I due Presidenti furono sanzionati con 5 anni di inibizione con proposta di radiazione. Altri 5 anni furono dati all’allora direttore sportivo del Genoa Capozucca e al dirigente del Venezia Pagliata, 3 anni e 1 mese a Michele Dal Cin (dirigente del Venezia e figlio del Presidente ). In secondo grado la Corte di Appello Federale (CAF) confermò quasi tutte le decisioni della Disciplinare.
Il Genoa però non si arrese e violando il vincolo di giustizia ( la norma sportiva che vieta ai tesserati ed affiliati il ricorso al Giudice statale ed impone loro di rispettare le decisioni degli organi di giustizia sportiva) presentò un ricorso al Tribunale di Genova il quale però lo rigettò rilevando un difetto di giurisdizione: la questione ineriva profili amministrativi (la retrocessione), è la competenza, quindi, in base alla Legge 280/03 (la normativa che delimita i confini di giurisdizione tra giudice sportivo e giudice statale) spettava al TAR del Lazio.
Sul fronte penale, invece, i protagonisti furono tutti rinviati a giudizio con l’accusa di frode sportiva (art 2 L. 401//89) e condannati prima dal Tribunale e poi nel 2008 dalla Corte di Appello di Genova a 4 mesi di reclusione (le richieste della Procura erano per 8 mesi). L'unico assolto, per non aver commesso il fatto, fu Michele Dal Cin.
A questo punto della storia, finalmente, arriviamo al punto nevralgico della vicenda.
I legali di Preziosi non si diedero per vinti forti di una certezza: quelle intercettazioni, la prova principe per gli organi inquirenti sulla quale poggiava tutto l’impianto accusatorio, non erano utilizzabili nel procedimento contro Preziosi in quanto erano state acquisite a loro avviso in maniera illegittima e al di fuori dei limiti consentiti dalla legge ed in particolare dall’art. 266 c.p.p. Le intercettazioni, infatti, erano state originariamente disposte nei confronti di altri indagati ed in relazione ad un’ipotesi di reato associativo finalizzato alla clonazione di carte di credito, ipotesi, peraltro, poi oggetto di successiva archiviazione. Erano poi proseguite, con autorizzazioni del GIP, dalle motivazioni identiche a quelle originarie, in relazione ad un presunto traffico di sostanze anabolizzanti nonché poi ad ipotesi di frode sportive, ed infine si erano concentrate nei confronti di indagati diversi da quelli originari e solo su tale ultima figura di reato, per la quale, peraltro, le intercettazioni ai sensi dell’art. 266 c.p.p. non sarebbero neanche consentite. Si deduce quindi che secondo i difensori le intercettazioni non potevano essere disposte. Conseguenza immediata e diretta per la difesa doveva dunque essere l’assoluzione degli imputati.
Tali assunti difensivi furono accolti dalla Corte di Cassazione che, infatti, nel 2010 ha annullato la sentenza di condanna inflitta in secondo grado disponendo il rinvio del processo ad altra sezione della Corte di Appello di Genova.
Più in particolare, la Suprema Corte riconobbe l’inutilizzabilità delle intercettazioni eseguite nel corso delle indagini per l’accertamento di un reato associativo, rivelatosi poi inesistente ed oggetto di archiviazione, ed afferenti quindi all’accertamento di un reato diverso da quello per cui era stato disposto il rinvio a giudizio degli imputati. Reato questo per il quale le intercettazioni ai sensi dell’art. 266 c.p.p. non sono consentite. La ratio della decisone è insita nel fatto che l’inviolabilità della segretezza e della libertà delle comunicazioni ha un limite nella esigenza di reprime la commissione di reati di particolare gravità ed è evidente che tale limite non può essere modificato con l’uso nel giudizio di intercettazioni al fine di accertare reati per i quali tale mezzo di indagine, invasivo delle predette libertà, non è consentito, anche se originariamente disposto per l’accertamento di una diversa fattispecie criminosa rivelatasi inesistente (quella dell’associazione a delinquere poi archiviata).
Palla al centro e tutto da rifare ? A quanto pare si.
L’ennesimo atto di questa storia è stato posto dalla diversa sezione della Corte di Appello di Genova incaricata del processo bis , la quale con sentenza del 25 febbraio 2011 ha assolto tutti gli imputati tranne, a sorpresa, il Presidente genoano, per il quale ha confermato la condanna a 4 mesi, anche se in oggi la pena è comunque coperta da indulto.
Ovviamente la domanda che tutti ci poniamo è la ratio legis di tale decisone.
Ad oggi le motivazioni della sentenza non sono ancora state depositate ma da quanto emerso dal processo si può evincere che mentre in sede di indagine tutti gli imputati si sarebbero avvalsi della facoltà di non rispondere Preziosi, per contro, avrebbe reso dichiarazioni agli inquirenti. Questo potrebbe, per la Corte di Appello, aver “sdoganato” il contenuto delle intercettazioni. Per sapere, però, le reali ragioni della decisione dovremo aspettare le motivazioni, ma già sin d’ora si potrebbe dire che il vecchio detto per cui il silenzio è d’oro è sempre in auge !!	Elisa Brigandì
Tags: calcio, penale, questioni disciplinari, scommesse Condividi questo post: