Source: https://www.laleggepertutti.it/139909_se-lascio-un-bambino-solo-in-macchina-che-rischio
Timestamp: 2018-12-19 06:37:10+00:00
Document Index: 73397533

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 391', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 372', 'art. 395', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 591', 'sentenza ', 'art. 8', 'art. 8', 'art. 7', 'art. 6', 'art. 8', 'art. 7', 'art. 8', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 360', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Se lascio un bambino solo in macchina che rischio?
Il reato di abbandono di minore scatta se un bambino viene lasciato, da solo, in auto dal genitore o dal parente che ne fa in quel momento le veci e da ciò ne può derivare un pericolo.
Lasciare un bambino da solo in auto può far scattare il reato di abbandono di minore, ma è necessario che il giudice ravvisi in ciò una situazione di pericolo per il pargolo. Ad esempio, secondo la Cassazione [1], lasciare una bimba di quattro anni, in auto, in periodo invernale, per un tempo di almeno un’ora integra gli estremi dell’illecito penale.
In un’altra e più recente occasione la Corte [2] ha ritenuto non sussistente lo stato di pericolo per un episodio isolato in cui i genitori avevano lasciato solo in automobile, per giunta di notte, il loro bambino. Secondo i giudici, nel caso concreto, sarebbe mancato un effettivo rischio in quanto l’auto era parcheggiata sotto casa.
Invece, in un’ulteriore occasione [3] i giudici supremi hanno condannato il genitore che aveva lasciato il figlio disabile, per circa quattro ore, in un’auto, nel pomeriggio di un giorno estivo. In questo caso la condanna è stata abbastanza scontata.
Insomma, tutto dipende da quanto sia effettivo e concreto lo stato di pericolo in cui il minore sia stato abbandonato. A questo è necessario verificare quando sussiste lo «stato di pericolo» nel caso in cui il minore venga lasciato da solo in auto. A chiarirci le idee è un vademecum diffuso dal Ministero della salute.
Innanzitutto bisogna avere riguardo alla temperatura. Gli eccessi di caldo o di freddo possono mettere a repentaglio la salute di un bambino più di quanto non avvenga con gli adulti. In particolare, quando fa molto caldo i neonati e i bambini piccoli sono più esposti dei grandi al rischio di un aumento eccessivo della temperatura corporea (ipertermia) e alla disidratazione. Le conseguenze sono estremamente dannose sia per il sistema cardiocircolatorio, che respiratorio e neurologico. Rischi, questi, che possono causare anche la morte del bambino.
Il Ministero della Salute avverte che la temperatura del corpo di un bambino può salire da 3 a 5 volte più velocemente rispetto a quella di un adulto, per la presenza di una minore quantità di acqua nelle riserve corporee.
Anche se lasciamo i finestrini dell’auto aperti il rischio non diminuisce. E un’ipertermia può verificarsi anche quando la temperatura esterna all’auto è solo di 22 gradi: insomma un normale mese di giugno. Difatti l’interno dell’automobile si riscalda con estrema rapidità fino a sfiorare – se ferma – anche i 40 gradi.
L’ipertermia può verificarsi in soli 20 minuti e la morte può avvenire entro circa 2 ore. Ecco perché anche se l’abbandono è durato pochissimo tempo il reato è facilmente configurabile.
Che fare se vedi un bambino lasciato solo in un’auto?
Se hai visto un bambino da solo in auto, puoi attivarti per segnalare l’episodio tempestivamente alle autorità. Per evitare che dall’abbandono di minore possa derivare per quest’ultimo un serio pericolo di vita, per prima cosa devi assicurarti che nelle vicinanze non ci sia il genitore, poiché diversamente il pericolo potrebbe essere ritenuto insussistente. Quindi, sarebbe più opportuno fermarsi qualche minuto ad osservare l’ambiente circostante. Esclusa la presenza di parenti grandi, puoi attivarti chiamando il 112 (numero unico europeo per le emergenze) o il 113.
[1] Cass. sent. n. 42254/14 del 9.04.2014.
[2] Cass. sent. n. 13435/16 del 30.06.2016.
[3] Cass. sent. n. 2966/16 del 18.04.2016.
Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 22 aprile – 30 giugno 2016, n. 13435
Ricorso per revocazione. 1. – È pregiudiziale la risoluzione positiva della questione di ammissibilità del ricorso per revocazione, nel quale vengono esposti i fatti rilevanti per l’esame della domanda di revocazione e ad illustrare il motivo della stessa, senza la riproposizione dei motivi dell’originario ricorso per cassazione.
– L’elemento essenziale, dai ricorrenti esposto nel motivo di ricorso per revocazione, ai sensi degli art. 391-bis e 394, n. 4, c.p.c., consiste nell’avere la sentenza di cassazione posto a fondamento della decisione un episodio della vita della famiglia, che sarebbe risultato però totalmente escluso in forza della sentenza penale del Tribunale di Casale Monferrato del 12 giugno 2013, già in precedenza prodotta ex art. 372 c.p.c., con la quale gli odierni ricorrenti sono stati assolti dal reato di abbandono di minore perché il fatto non costituisce reato.
– Secondo un consolidato e condiviso orientamento di questa Corte, la configurabilità dell’errore di cui all’art. 395, n. 4, c.p.c. presuppone che la decisione appaia fondata, in tutto o in parte, esplicitandone e rappresentandone la decisività, sull’affermazione di esistenza o inesistenza di un fatto che, per converso, la realtà effettiva (quale documentata in atti) induce, rispettivamente, ad escludere od affermare, così che il fatto in questione sia percepito e portato ad emersione nello stesso giudizio di cassazione, nonché posto a fondamento dell’argomentazione logico-giuridica conseguentemente adottata dal giudice di legittimità (fra le altre, Cass. 5 giugno 2014, n. 12623; 28 marzo 2011, n. 7063; 15 luglio 2009, n. 16447).
Tuttavia, era già stata prodotta la sentenza penale sopravvenuta nel corso del giudizio di legittimità, in quanto pronunciata tre mesi prima dell’udienza di discussione e resa ivi nota mediante la memoria; sentenza penale che verte proprio sull’episodio occorso il 28 giugno 2010, per la quale vi era stato pure il rinvio a giudizio, intorno al quale era stata costruita l’intera tesi dell’esistenza dello stato di abbandono morale e materiale. Ciò posto, l’accertamento contenuto nella sentenza penale, costituente giurisprudenza da valutare, che ha assolto i genitori dal reato di cui all’art. 591 c.p. sollevandoli anche dal disvalore sociale del fatto imputato prova che la sentenza, oggi impugnata, fu fondata sulla supposizione erronea di un fatto, accertato dai giudici del merito ed acquisito come tale dalla corte di legittimità, la cui verità era però positivamente esclusa proprio innanzi alla Corte: che, cioè, i genitori avessero abbandonato la minore in una situazione di reale pericolo.
Giudizio rescissorio. 4. – I motivi di ricorso avverso la sentenza d’appello sono i seguenti:
– I primi due motivi, da trattare congiuntamente in quanto intimamente connessi, sono fondati.
Dispone l’art. 8, 10 comma, della legge 4 maggio 1983, n. 184, Diritto del minore ad una famiglia, che “Sono dichiarati in stato di adattabilità dal tribunale per i minorenni del distretto nel quale si trovano, i minori di cui sia accertata la situazione di abbandono perché privi di assistenza morale e materiale da parte dei genitori o dei parenti tenuti a provvedervi, purché la mancanza di assistenza non sia dovuta a causa di forza maggiore di carattere transitorio“.
5.5. – Ebbene, la Corte Edu, nel giudicare della violazione – in caso di dichiarazione dello stato di abbandono finalizzato all’adozione piena di minori dell’art. 8 della Convenzione, secondo cui “ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare” e “non può esservi ingerenza di una autorità pubblica nell’esercizio di tale diritto a meno che tale ingerenza sia prevista dalla legge e costituisca una misura che, in una società democratica, è necessaria alla sicurezza nazionale, alla pubblica sicurezza, al benessere economico del paese, alla difesa dell’ordine e alla prevenzione dei reati, alla protezione della salute o della morale, o alla protezione dei diritti e delle libertà altrui“, ha progressivamente affermato l’esigenza di presupposti assai stringenti, la cui esistenza è necessaria – anzitutto nell’interesse del figlio – per poter sopprimere il legame di filiazione.
Non senza trascurare che lo status filiationis, il quale implica anche continuità affettiva, costituisce un aspetto essenziale della identità personale, acquisito al momento della nascita, che il minore ha diritto di conservare e gli Stati l’obbligo di preservare (cfr. Corte cost. 23 febbraio 2012, n. 31, sull’”interesse del minore a vivere e crescere nella propria famiglia, mantenendo un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori“).
Mentre la Corte di giustizia dell’Unione Europea afferma, con riguardo all’art. 7 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (“Ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare“, c.d. carta di Nizza, che ha lo stesso valore giuridico dei trattati ex art. 6, par. 1, Tue), che la norma “contiene diritti corrispondenti a quelli garantiti dall’art. 8, n. 1, Cedu e che pertanto occorre attribuire all’art. 7 della carta lo stesso significato e la stessa portata attribuiti all’art. 8, n. 1, Cedu, nell’interpretazione datane dalla giurisprudenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo” (cfr. Corte di giustizia 15 novembre 2011, C-256/11).
Al riguardo, la sentenza afferma, riportando un’osservazione dei consulenti: “Una gravidanza a 57 anni lei e 69 lui rappresenta infatti una deviazione dalla norma” ed essa “non può non essere considerata un dato significativo e rilevante nella valutazione complessiva“, posto che “a tale età le capacità genitoriali sono fisiologicamente ridotte” ed “oltre tale età si crea il paradosso del bambino costretto ad occuparsi dei genitori“, perché “se la legge italiana ha stabilito dei limiti, tali limiti hanno un senso“, così concludendo: “L’età avanzata è un elemento di cui tener conto sia nella valutazione delle capacità genitoriali sia nella valutazione della loro struttura di personalità“.
Ed invece, questi gli elementi elencati dalla corte territoriale: la preoccupazione dei genitori di giustificarsi con i vicini dopo il suddetto episodio, da essi svalutato nella sua pericolosità; il desiderio di paternità, come volto ad assecondare il desiderio della moglie; il ruolo di padre legato a “stereotipi“, minimizzando egli gli inconvenienti legati all’età “con un ottimismo per certi versi invidiabile, ma abbastanza critico“; la negazione, da parte della madre, di particolari problemi e la sua “personalità narcisistica” nel realizzare il progetto di maternità, oltre ad un “ferreo controllo delle emozioni“, pensando ella al “mondo esterno come una proiezione dei propri desideri e bisogni, indipendentemente da un esame di realtà“; l’affermazione del padre che “parla dell’amore come unico valore importante nella relazione con la bambina senza mai citare altri aspetti come una funzione normativa ma anche la responsabilità che il ruolo comporta“.
Si legge, invero, in sentenza che “la Corte non ha esitazioni ad escludere ogni situazione, anche solo ipotetica, di maltrattamento diretto o di abuso nei confronti della minore“; quanto al padre, “la struttura mentale del sig. D. non presenta derive patologiche, e nemmeno segni di decadimento intellettuale a causa dell’età. Egli risulta persona buona, ed onesta, e positivamente integrata nel tessuto sociale in cui vive, si può dire da sempre“; la sua partecipazione ai colloqui è “perfettamente adeguata” e “non sono mai emersi sintomi della serie psicotica“; mentre la madre “appare adeguata nel rispondere alle domande e sono assenti segni di disturbo psichiatrico clinicamente significativo“.
A ben vedere, l’unico elemento negativo riscontrato dagli assistenti sociali nel rapporto con la minore – si legga, in sentenza, la descrizione degli incontri programmati, in cui la bambina “è profondamente a disagio” e “non emerge che i genitori naturali (i Signori) siano per lei delle figure significative” – è stato indotto dallo Stato medesimo, allorché ha allontanato una neonata dai genitori a pochissime settimane dalla nascita: e la stessa corte del merito ammette come “è comprensibile che l’aver potuto vedere la bambina poche decine di volte nell’arco di questi anni alteri il rapporto tra lei e la minore e soprattutto che dia ragione di una certa ‘legnosità’ della relazione“.
– Il terzo motivo è inammissibile, non rispettando esso i requisiti del nuovo art. 360, l comma, n. 5, c.p.c..
– In conclusione, vanno accolti il primo ed il secondo motivo del ricorso e la sentenza impugnata va cassata.
La Corte, pronunciando sul ricorso per revocazione, revoca la sentenza di questo Ufficio dell’B novembre 2013, n. 25213; accoglie il primo e secondo motivo del ricorso per cassazione di D.L. e C.G. avverso la sentenza della Corte d’appello di Torino del 22 ottobre 2012, n. 150, dichiarato inammissibile il terzo motivo; cassa la sentenza ivi impugnata e rinvia, per nuovo esame, innanzi alla Corte d’appello di Torino, in diversa composizione, cui demanda pure la liquidazione delle spese del giudizio di legittimità.