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September 2019 - ConfiniConfini
Bioetica Politica
September 27, 2019 9:34 am
Suicidio assistito: “Una sentenza liberale non libertaria”. Intervista a Stefano Ceccanti
Dj Fabo (Ansa)
Sta facendo discutere l’opinione pubblica, ed anche la politica, la sentenza della Corte Costituzionale sul suicidio assistito. Quali sono le ragioni di questa sentenza della Corte? Come evitare il “bipolarismo etico”? Ne parliamo, in questa intervista, con Stefano Ceccanti, costituzionalista e deputato del PD.
Onorevole Ceccanti, la Corte Costituzionale, con la sentenza di mercoledì, ha portato a termine la questione di legittimità dell’articolo 580 del Codice penale. La Corte ha dichiarato la non punibilità, a determinate condizioni, del “suicidio assistito”. Adesso bisogna attendere le motivazioni di una sentenza, che molti definiscono “storica”. Le chiedo, come costituzionalista, sulla base di quali principi costituzionali, secondo lei, la Corte ha emesso questa sentenza?
Con qualche necessaria cautela, perché stiamo in questo caso commentando un comunicato e non una sentenza definitiva, mi sembra che la chiave di lettura la possiamo capire sulla base di una ordinanza dell’anno scorso. La Corte legge senz’altro la dignità della persona in un quadro comunitario e quindi non considera un assoluto il valore dell’autodeterminazione dell’individuo singolo nella sua decisione di rompere il legame con gli altri, dando via libera a qualsiasi forma di aiuto. Non legge quindi in chiave libertaria, individualistica la Costituzione e si pone anche il problema della protezione delle persone più deboli e di un’effettiva volontà della persona, senza condizionamenti anomali. Tuttavia la Corte non adotta neanche un approccio unilaterale opposto, statalistico-paternalistico, che porterebbe a negare sempre e comunque qualsiasi valore dell’autodeterminazione individuale, che dissolverebbe l’autonomia della persona nella comunità. Diciamo, quindi, che ha adottato un approccio liberale: pur ritenendo il suicidio e l’aiuto al suicidio un ricorrere alle armi del diritto penale.
Quali sono i limiti posti dalla Corte, e perché non ha previsto l’obiezione di coscienza?
La Corte stabilisce che l’aiuto al suicidio vada depenalizzato nei confronti di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli, come aveva già detto nell’ordinanza di un anno fa. Non ha parlato di obiezione di coscienza perché non si parla di un diritto soggettivo ad ottenere una prestazione, ma del riconoscimento a farsi aiutare in una scelta senza che nessuno possa essere condannato. Non essendoci un obbligo, almeno secondo quanto capiamo ora della sentenza, non c’è obiezione.
Lei ha definito la sentenza come “liberale” e non “libertaria”…Perché?
Perché è figlia di una concezione dello Stato che si ritrae, che si considera parziale, che a certe condizioni rinuncia a punire chi opera una scelta che considera comunque un disvalore e non un diritto. Peraltro è un linguaggio noto anche alla Chiesa: in materia di libertà religiosa la Dichiarazione del Concilio Vaticano II, pur non equiparando in materia relativistica le diverse scelte religiose, parla di immunità dalla coercizione, di autolimitazione dello Stato che non ha il monopolio del bene comune e che pertanto non deve esagerare con l’estensione del diritto penale.
La reazione, però, della CEI è stata negativa. La Conferenza Episcopale è preoccupata “per la spinta culturale implicita che può derivarne”: cioè che togliersi la vita è una cosa buona. Da cattolico democratico come risponde a questa preoccupazione?
In linea generale bisogna sempre capire che i vescovi ragionano soprattutto da educatori, non da giuristi o da politici. In questa chiave capisco il senso della preoccupazione. Ciò detto, mi sembra che presa alla lettera questa affermazione fraintenderebbe la sentenza che rinuncia appunto a punire in alcuni casi limite, non che riconosce un diritto al suicidio. Credo però che l’affermazione non vada intesa in senso letterale, ma che invece alluda a scelte che possano nascere sulla deriva di questa soluzione, col cosiddetto pendio scivoloso. Allora, se è così, l’argomento obiettivamente non fraintende la sentenza e come tale, in astratto, potrebbe avere una sua plausibilità. Però se il pericolo che si vuole sventare è questo, invece che polemizzare con la sentenza, che è comunque vincolante, e proporre di nuovo soluzioni impossibili tese ad eluderla (leggi che ripristinino una pena, che sarebbero sicuramente incostituzionali), sarebbe bene pensare a limiti seri che circoscrivano la depenalizzazione, che interpretino in modo rigoroso le indicazioni della Corte. Tanto più se si considera un altro fatto: vedremo la sentenza finale, ma in assenza di limiti di legge, dopo la certa assoluzione di Cappato, dato che un principio di non punibilità è stato comunque affermato, non è chiaro con quale latitudine il principio potrebbe essere applicato in via giudiziaria. Se invece si continuasse a polemizzare con la Corte, si renderebbe più difficile il varo condiviso e non troppo lontano da limiti seri.
Adesso il Parlamento dovrà, finalmente , legiferare…. Non sarà facile evitare il bipolarismo etico…Come evitarlo? La destra sovranista è pronta alle barricate… Quali potranno essere i punti di mediazione?
In realtà, se si capisce bene la sentenza che taglia le posizioni estreme, ossia da un lato l’approccio libertario assoluto e dall’altra quello statalistico-paternalistico, la scrittura di una legge risulta ora molto semplificata perché la questione è diventata chiaramente quella di quale depenalizzazione sia sensata e non più sull’opportunità di depenalizzare che ha paralizzato il Parlamento nei mesi passati. A dir la verità si sarebbe già potuto capire anche solo con l’ordinanza, ma va comunque bene se si parte anche ora con questa consapevolezza. Il Parlamento può ben individuare in questa chiave il bene possibile oggi, senza volontà di vittorie unilaterali di nessuno, senza affermare un dannoso bipolarismo etico.
September 13, 2019 12:21 pm
Dopo il voto di fiducia del Parlamento, il governo Conte 2 si avvia alla sua attività ordinaria che ci permetterà di capire quali misure saranno messe in campo per effettuare quegli investimenti che possano consentire “crescita economica, maggiore occupazione e sviluppo sostenibile”, per citare le parole usate dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Entriamo in una fase che probabilmente vedrà più protagoniste di ieri le organizzazioni di rappresentanza di lavoro e impresa. Di questo abbiamo parlato con Giuseppe Sabella, direttore di Think-industry 4.0.
Sabella, dalle elezioni europee è emersa una commissione che sembra più aperta della precedente a politiche di sviluppo. Parallelamente in Italia, dopo la crisi d’agosto aperta da Matteo Salvini, è nato un governo che sembra trovarsi piuttosto allineato alla compagine guidata da Ursula Von der Leyen. È così?
Si, mi ritrovo nella sua analisi dei rapporti che intercorrono oggi tra Roma e Bruxelles aggiungendo un particolare: se consideriamo ciò che sta avvenendo in Gran Bretagna, non possiamo non dire che – per via diverse – il sovranismo inglese e quello italiano stanno sbattendo contro il muro. È presto per dare per morto il nazionalismo ma è evidente che, da questo nuovo ciclo che si sta avviando, la democrazia europea si sta rivelando più forte e longeva di quello che pensavamo. Aver fermato l’ascesa del nazionalismo italiano a trazione Salvini – che ci ha messo molto del suo – è fattore importante: è, insieme alla Brexit che si inceppa forse definitivamente, un colpo per l’intero movimento sovranista europeo. Dall’Europa devono però arrivare risposte concrete per le persone e per il lavoro, onde evitare che i movimenti nazionalisti tornino a rinsaldarsi. In questo quadro, la ripresa italiana è determinante.
E questo governo sarà in grado di dare la spinta a questa ripresa?
Benché non vi siano personalità di spicco, vi sono elementi che mi inducono a pensare che l’esecutivo Conte 2 può farsi male solo con le sue mani. La Commissione così ben disposta nei nostri confronti – e Gentiloni agli affari economici è il segno di una considerazione importante per il nostro Paese – è presupposto importante per questa spinta. E le organizzazioni di rappresentanza di lavoro e impresa possono giocare un ruolo nuovo, per ragioni diverse.
Lavoro e sviluppo economico sono guidati da due ministri a cinque stelle. Il sindacato in particolare, per quanto un po’ lento e macchinoso, è soggetto robusto ove c’è consapevolezza piuttosto diffusa su bisogni e risposte da dare oggi al lavoro. Credo che il sindacato possa essere un interlocutore importante per questo governo. In secondo luogo, sono sicuro che sia M5s che Pd vedano nel sindacato quel soggetto utile anche per finalità politiche: per i due azionisti del Conte 2, il bisogno di allargare il proprio consenso è forte, lavorare bene con il sindacato significa – anche indirettamente – aiutare il governo a essere più popolare.
Maurizio Landini, che guida la Cgil, sembra piuttosto contento di questo nuovo governo. Non vi è pericolo che la Cgil torni a essere in modo nuovo “cinghia di trasmissione” di una parte della politica?
Sono in molti a chiederselo e, del resto, il consenso di cui godeva la candidatura di Vincenzo Colla alla segreteria generale – che fino all’ultimo ha tenuto testa a Landini – aveva proprio questa forte propensione: quella dell’autonomia del sindacato dalla politica. Sono tuttavia convinto che, oggi, per Landini sia più importante l’unità del sindacato che il ponte con la politica. E credo che, all’interno del sindacato, siano tutti consapevoli del fatto che il loro destino si gioca sull’unità sindacale.
Possiamo dire che siamo all’inizio della fine della disintermediazione?
È presto per affermarlo in modo così netto, anche perché mentre la politica ha fortemente accelerato sui processi decisionali – al di là del bene e del male – il sindacato ha sicuramente fatto progressi su questo punto ma il passo va velocizzato. Ad ogni modo, è evidente che sta avvenendo qualcosa per cui politica e sindacato stanno tornando nuovamente a cercarsi: del resto, i cantieri aperti in particolare su salario minimo e reddito di cittadinanza – misura che va assolutamente perfezionata se non vogliamo continuare a sprecare denaro – chiedono risposte intelligenti. La questione del salario minimo, in particolare, esprime tutta la complessità del nostro sistema lavoro e solo in modo condiviso si possono evitare danni: la soluzione passa attraverso la validazione dell’efficacia erga omnesdei contratti e la fissazione dei criteri di misurazione della rappresentatività. Si può scrivere una pagina importante a cinquant’anni dall’autunno caldo.
Si parla anche del taglio del cuneo fiscale…
Si. E onestamente credo che anche questo sia un aspetto da considerare con molta attenzione. Innanzitutto, parliamo di taglio del cuneo fiscale a vantaggio dei lavoratori, come – oltre ai sindacati – chiede la stessa Confindustria. In Italia, gli stipendi sono da 25 anni fermi e, come ci ha detto il rapporto Coop in questi giorni, lavoriamo mediamente 360 ore in più all’anno dei tedeschi con stipendi inferiori del 30% e, praticamente, lo stesso livello di cuneo fiscale. In questo momento non favorevole per l’economia, la leva fiscale è l’unico strumento che può riportare equilibrio nello scambio lavoro-salario, anche se qualcosa dovrà migliorare nel nostro modello contrattuale: senza la contrattazione territoriale, in tutte quelle aziende dove non vi sono accordi di secondo livello, vi sono forti limiti di distribuzione della ricchezza che, nella migliore delle ipotesi, avviene in modo unilaterale e del tutto arbitrario.
Proprio il taglio del cuneo fiscale, insieme a forme di incentivi annunciati per le imprese green e industria 4.0, è provvedimento piuttosto oneroso per le casse dello stato. È sicuramente interessante questa (per il momento apparente) virata di Bruxelles e Italia su politiche di sviluppo, ma con quali risorse può avvenire tutto questo?
Questo naturalmente è un aspetto fondamentale. Vedremo quali scelte concrete farà il governo. Detto questo, è chiaro che molto dipende anche da come i soldi vengono spesi: se sforando il deficit si scelgono misure di mero assistenzialismo, evidentemente non vi è nessun ritorno dal circuito dell’economia; se invece le stesse risorse vengono investite in un piano infrastrutturale, non solo si porta efficienza al nostro sistema produttivo ma si creano effetti positivi su occupazione e consumi. Credo che un paese come il nostro, che eccelle nell’industria e nella manifattura, debba fortemente innovarsi nelle sue infrastrutture che oggi creano un gap in termini di competitività.
E questo riavvicinamento di politica e sindacato, a che tipo di “autunno” prelude?
È sicuramente un fatto positivo che, se passa attraverso i giusti interventi, può essere preludio di una nuova stagione. Naturalmente ce lo auguriamo tutti anche se non sarà semplice. Le variabili sono diverse e molto dipenderà anche dalle politiche che l’Europa deciderà di mettere in campo. Da questo punto di vista, l’annuncio della BCE di far ripartire il Quantitative Easing, va visto con molta attenzione: il QE è strumento prezioso per un Paese come il nostro. E non solo per noi. Tuttavia, l’auspicio più grande è che tra il nazionalismo e la burocrazia possa esistere una terza via. E continuo a pensare che questa terza via è quella della democrazia liberale di cui l’Europa è terra d’origine. O, per usare parole di Karl Popper care a me e a Giulio Giorello, della “società aperta”.
September 10, 2019 7:01 pm
Con questa seconda intervista, dopo quella al teologo brasiliano Leonardo Boff, concludiamo il nostro
approfondimento dedicato all’Amazzonia e al Sinodo sull’Amazzonia, convocato nel mese di Ottobre, a
Roma, da papa Francesco. Oggi il dialogo è con Padre Roberto Jaramillo Bernal, gesuita colombiano,
Presidente della Conferenza dei Provinciali gesuiti dell’America Latina e dei Caraibi.
Cosa può fare la comunità internazionale per difendere l’Amazzonia?
Due settimane fa abbiamo assistito a un momento unico di consapevolezza planetaria sull’importanza dell’Amazzonia: dopo 17 giorni di incendi, quando nella grande città di San Paolo (Brasile) il pomeriggio si è oscurato dalla densità del fumo proveniente dagli incendi dall’Amazzonia, il mondo intero ha iniziato a spaventarsi; e solo allora (seconda settimana di agosto) i grandi “media” e i governi iniziarono a pronunciarsi. L’azione efficace ha richiesto molto più tempo e in alcuni casi non si è nemmeno verificata. Tuttavia, dopo due settimane di dibattiti, accuse, foto scandalose e dichiarazioni di buona volontà, oggi le notizie che destano preoccupazione nello “spazio sociale” sono altre. Nonostante ciò, la nuova coscienza planetaria è piena di speranza; ma la preoccupazione comune per la “casa in cui viviamo” dovrebbe essere non solo promettente, ma anche riparativa. Ed è qui che credo che la comunità internazionale debba – contrariamente alla manipolazione effimera delle notizie (e non sto esprimendo un giudizio morale) – lavorare su due compiti fondamentali: in primo luogo pressione globale dei cittadini sui governi che hanno responsabilità diretta nella cura e conservazione delle foreste tropicali del mondo, ovvero: l’Amazzonia, il bacino del Congo e le foreste dell’Asia meridionale e orientale; e quando dico “pressione” non mi riferisco solo ai governi di quei paesi, ma anche a coloro che sfruttano o hanno sfruttato secolarmente quei territori e quei popoli a loro vantaggio. In secondo luogo, abbiamo la sfida – che a volte sembra impossibile – di generare e sviluppare un compito educativo attraverso il quale gli abitanti della terra assumono abitudini di consumo responsabile nel consumo del cibo, nell’igiene, nell’industria, nella estetica, nell’edilizia, nei trasporti e nei campi più svariati. Il compito sembra essere solo all’inizio e ha molti nemici.
Sappiamo che le irresponsabili politiche del governo di Bolsonaro sull’Amazzonia si basano su un’ideologia “estrattiva”. Ma esiste anche la pericolosa ideologia “sovranista”, ovvero “l’Amazzonia appartiene al Brasile”. Questo dice Bolsonaro. È così?
Bolsonaro non è altro che l’espressione di metà di un paese che lo ha eletto presidente, come è accaduto in altri paesi potenti: Stati Uniti, Israele, India, Russia, Cina. Il nazionalismo non è una malattia tropicale o brasiliana, ma un’arma politica per difendere gli interessi egoistici e meschini, sempre più monopolizzati a livello internazionale. Il problema di questo dibattito sull’internazionalizzazione dell’Amazzonia non è geografico ma politico; di più, non è nemmeno geopolitico ma geo-economico (e non solo per il governo brasiliano): ciò che viene difeso non sono gli interessi nazionali ma quelli economici delle imprese!Questo è il motivo per cui è così importante sviluppare quella coscienza universale riguardo alla “casa comune” e che si traduce in pratiche concrete di consumo sempre più responsabile (austero) e nell’esercizio di una cittadinanza universale che non dovremmo lasciarci portare via (ricerca, dibattito, pressione, organizzazione).
Oltre a queste ideologie, quali sono le altre “strutture di peccato” che stanno devastando l’Amazzonia?
Devastare è una parola piuttosto pesante; penso, in verità, che la devastazione delle foreste tropicali del mondo – dall’Indonesia e dalla Malesia, dalle foreste del Congo alla Panamazonia – sia una diretta conseguenza dell’avidità di denaro e dell’ambizione di guadagni egoistici e senza misura.Dietro quella pulsione che vende come “naturale” il sistema attuale vi è un enorme , un tremendum vuoto: e questo tremendum ha a che fare con lo spirituale e il religioso. Esistono alcune “strutture di peccato” (per continuare con l’espressione della tua domanda) che avvelenano la testa e il cuore di persone e gruppi: famiglie, corporazioni, compagnie, partiti, nazioni e che rendono l’umanità veramente cieca: cammina verso la propria distruzione. Come ha ripetuto Greta Thungber nei suoi discorsi: i nipoti dei “Bolsonaros della vita” – per quanto ricchi possano essere – non avranno né acqua pura, né acqua potabile né cibo sano. Questo è ciò che stiamo lasciando alla prossima generazione.
Come si muove la Chiesa cattolica per difendere l’Amazzonia?
Anche la Chiesa si sta svegliando lentamente. Storicamente non siamo stati un esempio per nessuno: sia i conquistatori che i colonizzatori di ieri e di oggi sono stati principalmente il frutto del cristianesimo: questo tipo di umanità devastante che in cinquecento anni ha messo a rischio il frutto di milioni di anni di evoluzione.Tuttavia, all’interno di questo cristianesimo ci sono molte persone, e anche persone della Chiesa cattolica, che iniziano a pensare e agire in modo personale e istituzionale in un modo nuovo. Ad esempio, l’accoglienza straordinaria che l’enciclica Laudato Sì ha avuto negli ambienti universitari dell’America Latina, specialmente tra le persone che non confessano di essere credenti praticanti, è un chiaro segno che la Chiesa è in grado di ascoltare e sintonizzarsi con i desideri più profondi dell’umanità: quelli con i quali “lo Spirito geme al suo interno come per i dolori del parto” (Rom. 8, 22-23).Le chiese della regione amazzonica hanno una speciale sensibilità spirituale che si rivela essere un dono per il corpo universale. E il suo più grande contributo è l’affermazione, la difesa e la promozione di risorse umane, etiche e spirituali, che sostengono una visione globale, attenta e compassionevole della creazione.
Sappiamo dalla storia che esiste un legame profondo tra la Compagnia e la causa degli indios. Come si sviluppa concretamente l’azione di promozione umana della Compagnia nei confronti degli indios?
Nella cosiddetta panamazzonia, condivisa da 9 paesi sudamericani, i gesuiti hanno una presenza significativa per noi e per la Chiesa (anche se piccola) nel lavorare con le popolazioni e le culture native: nell’alta giungla del Perù, nelle pianure di Moxos in Bolivia, nella Guyana inglese occidentale, nelle savane del sud dell’Orinoco, nella foresta pluviale dell’Ecuador, e da Leticia (Colombia) a Belem do Pará (Brasile) alla foce dell’Amazzonia; Ci sono circa 45 gesuiti che lavorano a tempo pieno.Una priorità apostolica è lavorare e sostenere le iniziative di organizzazione e difesa culturale delle molte popolazioni indigene che abitano secolarmente in questi luoghi: compiti pastorali ed educativi, difesa e promozione dei diritti umani individuali e collettivi, promozione delle loro culture, comprese le loro visioni politiche e religiosi, sostegno nella difesa dei loro territori e progetti di vita, tra gli altri, sono opere realizzate dai Compagni di Gesù insieme a molti altri religiosi e laici con i quali collaboriamo.Insisto sul fatto che è un lavoro significativo per noi (e forse per le chiese locali) ma che di fronte all’immenso territorio umano e geografico che abbiamo di fronte è molto piccolo: come un fermento nel mezzo della massa. Stiamo imparando insieme a molti altri che sono lì e che sono rimasti per secoli al servizio dei popoli nativi dell’Amazzonia.
Papa Francesco, come sappiamo, ha convocato, per il prossimo ottobre, il Sinodo sull’Amazzonia. Nell’Instrumentum laboris, molto denso e profondo, c’è la proposta di promuovere una “ecologia integrale” in Amazzonia. Cosa significa questo?
È forse il concetto più originale che Papa Francesco abbia avuto la grazia di coniare e far circolare nella discussione anche teologica dell’umanità di oggi. Non è facile dire tutto quello che significa il concetto di “ecologia integrale” perché in ogni specifica situazione di discussione e analisi è necessario considerare variabili eco-logiche che in un’altra situazione non sarebbero contemplate.Ma l'”integrale” ha, oltre a quel senso di complessità, un altro senso ancora più carico della propria forza e che il Papa esprime quando dice: “Tutto è collegato a tutto”, tutto è interconnesso. L’enfasi non è più posta sugli elementi integrabili e sulla loro complessità, ma nel complesso che gli elementi costituiscono, il che, credo, è ciò che rende peculiare la discussione che propone il papa. È un paradigma di particolare conoscenza, molto diverso da quello che il genericamente chiamato “mondo occidentale” ha prodotto, coltivato e diffuso, e che ha dimostrato il suo fallimento nei risultati che dice che desidera: uguaglianza, fraternità, libertà. Un paradigma diverso molto più vicino a quello dei popoli originali e alla visione spirituale (mistica religiosa) della realtà nel suo insieme e dell’essere umano in essa.
Pensa che il Sinodo avrà conseguenze politiche favorevoli per il popolo dell’Amazzonia?
Le conseguenze politiche che il Sinodo avrà sicuramente hanno a che fare principalmente con l’ascolto dei popoli amazzonici e quindi con “far sentire la loro voce” a livelli sempre più ampi e decisivi; e, in secondo luogo, con le dinamiche della partecipazione popolare (ecclesiale) che erano già state generate in questo periodo di preparazione dall’annuncio del sinodo a Puerto Maldonado (2018), nonché con quelle che possono essere generate e promosse grazie alla conversione delle chiese amazzoniche (che dipendono in gran parte dai vescovi sinodali) nelle chiese locali di vera comunione.Si tratta di recuperare, valorizzare e promuovere comunità aperte e inclusive, dove la povertà personale e sociale è bandita e la responsabilità e la condivisione reciproca sono reali, dove il vangelo di Gesù è una fonte di ispirazione non solo per celebrare la Messa in modo autoctono (fonte e culmine della vita ecclesiale), ma rendere la vita ordinaria un’Eucaristia permanente dove ognuno ha cibo, terra, educazione, salute, “voce e tempo”, come di solito cantano in Brasile; e un clero che è veramente al servizio del popolo di Dio (più simile al figlio molto piccolo della mangiatoia, che all’Altissimo della Gloria).Niente di più politico che vedere sempre più chiese più evangeliche. Il sinodo promette di alimentare questo processo; sebbene ci siano ostacoli e nemici.
Nuovi percorsi pastorali sono proposti per la Chiesa in Amazzonia. Ad esempio, una parte del documento può portare a una nuova visione dei ministeri. In particolare, il ministero ordinato. I conservatori stanno attaccando su questo punto. Pensa che il Sinodo sarà in grado di resistere?
Una cosa importante è sapere, comprendere e accettare che si tratta di un “sinodo speciale” per l’Amazzonia (terza modalità di un sinodo, che non è la stessa di un “terzo sinodo” come alcuni vorranno vederlo a seconda delle loro conclusioni). Personalmente, mi sembra che sia una tentazione e che faccia del male al sinodo far finta che parli “come ex catedra”, cioè: che i padri sinodali convocati per discernere i nuovi percorsi che le chiese amazzoniche pretendono (o aspettano loro) danno lezioni a tutta la chiesa (speriamo di non essere contaminati da questa “ideologia”, i mass media certamente la forzeranno).Nello specifico, quel punto sui ministeri necessari per la vita delle chiese amazzoniche deve essere messo in quella prospettiva. Non credo che il Sinodo dirà o chiederà di attuare tutto ciò che non è già stato detto e rivendicato dal Concilio Vaticano II, che ha affermato con tutta l’autorità della Chiesa (in lettere maiuscole TUTTI) la ministerialità propria del popolo di Dio, la centralità e l’urgenza della comunione eucaristica nella costruzione e realizzazione della comunità ecclesiale e la funzione clericale come uno tra molti altri servizi possibili e necessari per la missione di tutto il corpo ecclesiale. Molti cattolici non hanno letto né conosciuto l’ultimo concilio.
Ultima domanda: Papa Francesco sta dando alla Chiesa una svolta nel segno della “Chiesa uscente” e della sinodalità. Sappiamo che i nemici di Francesco, che non sono solo ecclesiastici, stanno facendo tutto il possibile per limitare la forza delle sue riforme. Pensa che il percorso intrapreso da Francisco sia irreversibile?
L’elezione del cardinale Bergoglio come papa è stata una sorpresa assoluta per lo Spirito e lo abbiamo vissuto in questi anni come un dono straordinario, non solo per la Chiesa ma per il mondo intero. Nonostante le paure che possono sorgere e persino giustificare una semplice analisi sociologica della Chiesa come istituzione mondiale, ho una profonda convinzione – non solo una credenza ma una fiducia basata sulla fede – che è lo Spirito Santo che ci guida, ora con Francesco in testa e che quando arriverà il momento continuerà a mostrarci la strada da percorrere.
(Ha collaborato Alberto Cuevas)