Source: https://www.studioduchemino.com/2015/04/
Timestamp: 2019-12-16 04:51:15+00:00
Document Index: 107837526

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 3', 'art. 12', 'art. 13', 'art. 161', 'sentenza ', 'art. 15', 'art. 9']

Studio Avvocato Duchemino Torino | Archivi Mensili: Aprile 2015
Lavoro accessorio: modificati gli importi
Pubblicato su 17 Apr 2015 di Studio Duchemino
L’I.N.P.S. ha modificato gli importi del lavoro accessorio.
Nel lavoro accessorio, i corrispettivi complessivamente percepiti dal prestatore non possono superare, per legge, gli € 5.000 annui (anno solare), con riferimento a tutti i committenti. Si precisa che questo limite deve essere interpretato come netto ed è pari a 6.666 euro lorde. Inoltre, le prestazioni lavorative svolte a favore di imprese commerciali o professionisti, fermo restando il limite dei 5.000 euro, non possono in ogni caso superare i 2.000 euro per ciascun committente. Il limite va inteso come netto ed è pari a 2.666 euro lorde.
La normativa, però, preve che questi importi di limite annuo siano rivalutati. Finora erano corrispondenti con € 5.050 netti (6.740 lordi) per la totalità dei committenti nel corso di un anno solare ed € 2.020 € netti (2.690 lordi) in caso di committenti imprenditori commerciali o liberi professionisti nel corso di un anno solare.
Ora è stata pubblicata la circolare INPS che rivede al rialzo questi importi, ovviamente rivalutandoli secondo quanto disposto dalla legge.
Qui è consultabile la circolare: http://www.cgiamestre.com/wp-content/uploads/2015/04/Circolare-numero-77-del-16-04-2015.pdf
Articolo redatto a Torino da Studio Duchemino il 17 aprile 2015
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Tasse ingiuste e assurde: un primato tutto italiano
Non ci riferiamo solo alla pressione fiscale, che è molto alta.
Piuttosto, ai tipi di tasse che Comuni, Enti Pubblici e P.A. “inventano” ogni giorno per raschiare il barile e trovare fondi a tutti i costi per le loro casse in dissesto. La malagestione dell’amministrazione, infatti, viene fatta ricadere sui cittadini, già ampiamente esasperati. Vale, così, la pena individuare quelle che in Italia oggi rappresentano veramente delle imposizioni fiscali assurde, ingiuste, intollerabili.
La carrellata potrebbe iniziare, anzitutto, dall’ipotesi circolante in merito ad una tassa di € 4 a passeggero per il semplice transito aeroportuale, che condizionerebbe un settore già in crisi, riducendo probabilmente la domanda dello 0,7 %. E’ stata battezzata “tassa sul biglietto aereo” e ovviamente renderebbe meno competitivo questo sistema di trasporto rispetto a quello ferroviario.
Hanno colpito, poi, l’immaginario collettivo le tasse sull’ombra dei tendoni dei negozi, sulle croci luminose delle farmacie o sulle insegne, sui menù esposti dai ristoranti, e su cartelli e bacheche.
Altrettanto folle è la tassa sugli imbullonati, cioè i macchinari delle fabbriche che vengono imbullonati a terra e quindi considerati con gaudio dal Fisco come “beni immobili” da (tar)tassare! Inutile dire che si tratta di strumenti produttivi, che le aziende utilizzano proprio per continuare l’attività…
Appare persino banale, al confronto, la tassa di soggiorno turistico, che spesso i Comuni aumentano a dismisura. Per coprire non si sa quali costi di accoglienza e imposta non a tutti, ma solo alle strutture “ufficiali”. Senza contare che alla fine molti albergatori se la tengono e non la versano al Comune.
Meno banale, ma più odiosa, l’IMU sugli immobili inagibili perchè alluvionati o terremotati.
Interessante, ironicamente, la tassa sulla messa in sicurezza dello stemma di famiglia, che verrebbe registrato pagando appunto una tassa sul cognome della casata. E la tassa sulla raccolta dei funghi? Quella sulla bonifica delle paludi?
Sembra a questo punto molto verosimile quella teoria secondo cui le tasse servono solo allo Stato per “gestire” l’inflazione e non certo per coprire la spesa pubblica, sempre più oscura e poco trasparente! C’è da chiedersi se qualche volta è eticamente corretta una tassa sui loculi del cimitero, se ha senso che un cittadino paghi un’accisa che fu introdotta magari durante la guerra per fronteggiare determinate situazioni scomparse da decenni. Peraltro, ormai sul web l’ironia si spreca, c’è che pensa infatti alla onestà della tassa di soggiorno degli automobilisti in coda da ore sull’autostrada, sulla via delle vacanze, oppure chi fa correttamente sarcasmo sul fatto che bisognerebbe tassare gli annunciatori degli 80 €, in modo da avere poi la copertura per gli stessi 80 euro! D’altronde, l’ironia è l’eleganza del cittadino che non sa come far capire al Governante che è folle applicare l’I.M.U. su una sciovia, come stabilito dalla Cassazione che ha considerato gli impianti come esercizi di commercio, invece che di trasporto pubblico o privato. Così, esterrefatti si rimane di fronte alla tassa sulle salme che entrano nel cimitero, escussa al momento della sepoltura. Si è rivelata, per fortuna, una bufala la tassa sulle gabbie per uccelli in discussione a Capri. Non così, forse, per la tassa sulle rampe d’accesso al fiume Po.
Chissà se ci vuole una laurea in economia per comprendere che ogni tassazione assurda non fa altro che diminuire la circolazione del denaro e quindi il PIL?
Articolo redatto a Torino il 17 aprile 2015 da Studio Duchemino
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Ispezioni sul lavoro: Agenzia unica per le ispezioni
Pubblicato su 16 Apr 2015 di Studio Duchemino
Il Jobs Act prevede, tra le altre novità, un accorpamento di enti ispettivi e funzioni, al fine di evitare duplicazioni di controlli e competenze in materia di lavoro. Si tratta di una novità piuttosto rilevante.
L’esigenza, sempre più sentita, di razionalizzare la funzione pubblica (e anche la spesa) comporta la ricerca di strumenti di accorpamento, al fine di garantire banche dati unificate, controlli non vessatori da parte di più enti dotati di competenze analoghe o sovrapposte, controlli ed ispezioni più efficaci, verifiche unitarie sotto i vari profili del diritto del lavoro e della previdenza sociale, e molti altri vantaggi.
Si sono levate molte voci discordanti su questo punto: si tratta soprattutto dei sindacati, che difendono i lavoratori delle Direzioni del Lavoro, perchè temono che a seguito della creazione dell’Agenzia Unica, ci saranno licenziamenti di personale in esubero. Alcuni, però, hanno fatto notare che per ottenere reali risultati è necessario andare ben oltre la legge delega, che prevedeva solo generiche forme di coordinamento tra I.N.P.S. e I.N.A.I.L. e Direzioni territoriali del Lavoro. E lo si può fare, ovviamente, proprio accorpando gli enti e le funzioni. Infatti, il Governo si sta muovendo proprio in questa direzione. Il coordinamento tra i vari Enti accertatori non si è mai realizzato, nonostante le belle intenzioni e gli Enti sono veramente troppi, in quanto si sommano a quelli già citati anche le A.S.L. e l’Agenzia delle Entrate, che si rimpallano il soggetto accertato.
E’ stato ricordato anche che nel 2010 era stato sottoscritto un protocollo, al fine di creare un’unica banca dati tra i vari Enti accertatori. Il nulla di fatto però impone soluzioni diverse. Il problema, però, per quanto riguarda il personale degli Enti è che la riforma prevederebbe l’istituzione dell’Agenzia “a costo zero”, come spesso accade negli ultimi anni per molte riforme. Tuttavia, il personale presenta ancora differenti livelli e forme contrattuali, per cui c’è da chiedersi quale sarebbe il trattamento definitivo del personale dell’Agenzia Unica, in quanto il livellamento verso l’alto delle retribuzioni comporterebbe sicuramente costi per lo Stato, costi che sono esclusi a monte proprio dalla riforma.
Queste preoccupazioni, peraltro verosimili, si affiancano al problema della riduzione dei costi e della spending review. Secondo i dati del Governo, infatti, è bene precisarlo, 18 milioni di euro di risparmi riguarderebbero i soli locali e i contratti di locazione che lo Stato si accolla oggi per ospitare i vari Enti accertatori e sarebbe il risparmio maggiore. L’Agenzia entrerebbe in vigore e funzionamento dal primo gennaio 2016. Ovviamente, se i maggiori risparmi riguarderanno utenze, locazioni e spese di manutenzione, il personale dovrà essere mobilitato, perchè molte sedi, almeno 85, saranno sciolte ed eliminate: si parla di molte sedi locali delle direzioni interregionali e non solo. Il personale dovrà essere trasferito presso l’I.N.P.S., le Prefetture o altri Enti pubblici.
In ogni caso, l’Agenzia avrebbe Sede centrale a Roma e n. 18 sedi territoriali con 5.982 unità di lavoratori.
Articolo redatto a Torino da Studio Duchemino il 16 aprile 2015
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Bonus bebè: come chiederlo
L’I.N.P.S. si adopererà nei prossimi giorni per la modulistica, avendo tempo fino al 25 aprile 2015, ma il bonus bebè per le famiglie è partito ufficialmente, con la pubblicazione del decreto attuativo nella Gazzetta Ufficiale n. 83 del 10 aprile 2015.
Riguarderà le famiglie con figli nati tra il primo gennaio 2015 e il 31 dicembre 2017. Il Governo ha approvato i decreti attuativi della norma, di cui ci siamo già occupati in precedenza. Il bonus non riguarda, ovviamente, solo i figli nati nel periodo considerato, ma anche quelli adottati, che sono in tutto equiparati ai figli legittimi e naturali.
L’I.s.e.e. deve essere inferiore ad € 25.000 annui. Con I.s.e.e. inferiore ad € 7.000, però, l’importo del bonus raddoppia ad € 160,00 mensili e comunque verrà pagato per tre anni, meglio ancora fino al terzo compleanno del bambino. I requisiti per l’accesso devono perdurare affinché anche il versamento continui per il periodo previsto.
Per presentare la domanda, si può procedere tramite CAF oppure in via telematica sfruttando il codice PIN dell’INPS, quello in dotazione.
La domanda va presentata entro 90 giorni dalla nascita del bambino (o dall’ingresso nella famiglia), altrimenti si perdono le prime mensilità, che invece decorreranno solo dal giorno della domanda, se successiva allo scadere del novantesimo giorno. Attenzione, però, ai figli nati nel periodo che intercorre tra la legge e l’entrata in vigore dei decreti attuativi. In questo caso, i novanta giorni decorrono dall’entrata in vigore del decreto, proprio per evitare di perdere mensilità del bonus.
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Equitalia: accedi on line alla tua posizione
Pubblicato su 14 Apr 2015 di Studio Duchemino
La notizia farà contenti molti contribuenti, destinatari di cartelle esattoriali delle quali non conoscono magari bene gli importi e i titoli di emissione, nè la situazione concreta e attuale: sarà possibile da oggi accedere direttamente al sito dell’Equitalia, nell’area riservata, per verificare la propria posizione esattoriale.
Sarà sufficiente anzitutto ricercare il sito al seguente indirizzo: www.gruppoequitalia.it e poi accedere all’area riservata, operazione possibile con le classiche password già in uso o per l’i.n.p.s. o per la dichiarazione dei redditi precompilata.
Ovviamente la funzione più importante, che solitamente si compie agli sportelli, magari facendo una lunga coda, è la consultazione delle cartelle. Sarà, però, possibile anche pagarle e rateizzarle, anche perchè molti contribuenti in effetti si recano alle sedi della concessionaria proprio per rateizzare gli importi.
Una funzione che potrebbe rivelarsi utile sarà la sospensione on line, cioè la facoltà di richiedere la sospensione momentanea della riscossione in attesa di verificare presso gli enti che hanno iscritto a ruolo le somme gli importi e le causali. Tutto ciò sarà possibile direttamente in via telematica. Ciò vale anche per le richieste di assistenza.
Si ricorda tra l’altro che di recente TAR Campania, Sez. I del 9.2.2015, n. 308 aveva stabilito come facoltà/diritto del contribuente quella di accedere alla consultazione di copie integrali autentiche degli atti del concessionario e non solo fotocopie. Secondo la sentenza, il silenzio dell’Equitalia ad una richiesta di questo tipo si considera diniego tout court.
Articolo redatto a Torino da Studio Duchemino il 14 aprile 2015
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Immobili: aste giudiziarie on line
Pubblicato su 13 Apr 2015 di Studio Duchemino
Il DM 26/02/2015, n. 32 del Ministero della Giustizia stabilisce le nuove modalità delle aste giudiziarie immobiliari, con entrata in vigore a partire dall’8 aprile 2015: anzitutto la modalità on line.
In realtà sarebbe più preciso dire che il decreto si è occupato sia dei beni mobili, sia dei beni immobili, prescrivendo norme tecniche e operative per lo svolgimento delle vendite dei beni mobili e immobili mediante gara telematica nei casi previsti dal codice di procedura civile (art. 1 del decreto). La modalità delle aste riguarda ormai soprattutto le tradizionali vendite all’incanto con cui, nell’ambito delle procedure esecutive contro i debitori, si alienano al migliore offerente i beni pignorati, sia le vendite finalizzate alle dismissioni del patrimonio pubblico.
Perchè le aste convengono? Per ragioni di prezzo, ovviamente, visto che ogni volta che un’asta va deserta, la legge prescrive un abbassamento del prezzo minimo (25 %). Si tratta di capire se il settore rimane prerogativa di pochi addetti ai lavori, ovvero sia accessibile al grande pubblico. E soprattutto come.
Il decreto ha disposto la istituzione di un apposito registro (art. 3) dei gestori della vendita telematica costituiti in forma di società di capitali. L’art. 12 stabilisce che l’offerta per la vendita telematica deve contenere:
a) i dati identificativi dell’offerente, con l’espressa indicazione del codice fiscale o della partita IVA;
b) l’ufficio giudiziario presso il quale pende la procedura;
c) l’anno e il numero di ruolo generale della procedura;
f) l’indicazione del referente della procedura;
g) la data e l’ora fissata per l’inizio delle operazioni di vendita;
h) il prezzo offerto e il termine per il relativo pagamento, salvo che si tratti di domanda di partecipazione all’incanto;
i) l’importo versato a titolo di cauzione;
l) la data, l’orario e il numero di CRO del bonifico effettuato per il versamento della cauzione;
m) il codice IBAN del conto sul quale è stata addebitata la somma oggetto del bonifico di cui alla lettera l);
n) l’indirizzo della casella di posta elettronica certificata di cui al comma 4 o, in alternativa, quello di cui al comma 5, utilizzata per trasmettere l’offerta e per ricevere le comunicazioni previste dal presente regolamento;
o) l’eventuale recapito di telefonia mobile ove ricevere le comunicazioni previste dal presente regolamento.
Le offerte vengono trasmesse tramite un sistema di PEC (posta elettronica certificata): l’offerta e i documenti allegati sono inviati a un apposito indirizzo di posta elettronica certificata del Ministero mediante la casella di posta elettronica certificata (art. 13).
Ora, venendo al sistema che dovrebbe entrare in vigore tra un anno e che si richiama al fondamento normativo dell’art. 161 ter disposizioni di attuazione codice di procedura civile, esso prevede:
Il Ministro della giustizia stabilisce con proprio decreto le regole tecnico-operative per lo svolgimento della vendita di beni mobili e immobili mediante gara telematica nei casi previsti dal codice, nel rispetto dei princìpi di competitività, trasparenza, semplificazione, efficacia, sicurezza, esattezza e regolarità delle procedure telematiche. Con successivi decreti le regole tecnico-operative di cui al primo comma sono adeguate all’evoluzione scientifica e tecnologica.
La legge 24/2010 ha trovato quindi attuazione pratico-operativa con il decreto sopramenzionato, che prevede le specifiche tecniche per realizzare gli acquisti e le vendite telematiche.
Per l’acquisto, si accederà ad un portale, previa iscrizione e/o registrazione. Inoltre, sarà possibile presentare in modo anonimo e con garanzia di rispetto della riservatezza, la propria offerta telematica. Bisognerà essere molto veloci, in quanto farà fede, a livello di priorità, l’intera ricevuta di consegna, anche perchè nelle aste partecipano di solito molti soggetti (non tutte, in verità, sono così appetibili). Sarà tutto all’insegna dell’immediatezza, perchè le varie offerte compariranno on line, saranno consultabili e gli utenti della piattaforma potranno rilanciare in tempo reale, conoscendo le tempistiche tramite sistemi di count down. Ci si avvicina, quindi, al modello “classico” delle aste telematiche, utilizzato in altre piattaforme come EBay.
Le vendite saranno almeno di tre tipi, aste completamente sincrone, aste miste o aste asincrone, a seconda delle modalità con cui i soggetti coinvolti, tra cui il giudice e la società che gestisce l’asta si collegano e anche in dipendenza delle modalità con cui vengono depositate e pubblicate le offerte pendenti. Peraltro, tali tipologie sono previste proprio dal decreto di cui si è parlato sopra.
Il Ministero della Giustizia pubblica gli enti autorizzati alle aste telematiche: http://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_18_1.wp.
Ricordiamo, d’altronde, la bella esperienza del Tribunale di Gorizia, che già a febbraio 2015 metteva a disposizione un apposito sportello (del tipo agenzia immobiliare) per verificare e consultare le varie offerte pendenti nelle aste del Tribunale, in modo da agevolare realmente i cittadini per l’accesso a queste vendite all’incanto. Il vantaggio delle aste telematiche, che sono state una battaglia soprattutto per Confedercontribuenti, sta nell’estensione del bacino di utenza raggiungibile in tempo reale, nell’abbattimento dei costi, nelle maggiori difficoltà delle organizzazioni criminali di influenzare le vendite, e in molti altri aspetti che sono tipici di ogni asta on line.
Si segnala, poi, per completezza il parere preventivo redatto dal Consiglio di Stato sulle vendite telematiche, il quale contiene importanti osservazioni sull’argomento: https://www.giustizia-amministrativa.it/cdsintra/cdsintra/AmministrazionePortale/DocumentViewer/index.html?ddocname=LQTGVK62OPKFLRD5F5YZYBKWA4&q=
Inoltre, per quanto riguarda la vendita di immobili su delega dell’Autorità Giudiziaria e di immobili rientranti nei piani di dismissione degli Enti, i Notai, come noto, si sono attrezzati con un’apposita rete (RAN – Rete Aste Notarili) che consente a chiunque, tramite il Notaio locale, di collegarsi e partecipare. La partecipazione indiretta, in questo specifico caso, è considerata forte garanzia per l’identificazione esatta del partecipante, ai fini anti-riciclaggio.
Non resta che verificare, nei prossimi anni, i risultati e lo sviluppo di questi sistemi moderni, che potrebbero portare un abbassamento consistente dei costi di partecipazione all’asta, di gestione delle vendite all’incanto e indubbi vantaggi per gli acquirenti.
Articolo redatto a Torino da Studio Duchemino il 13 aprile 2015
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Il reato di tortura: cenni e profili critici
Pubblicato su 10 Apr 2015 di Studio Duchemino
La vicenda si è originata da una sentenza della Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo, che si è occupata dei fatti della Scuola Diaz risalenti al 21 luglio 2001. Si tratta del comportamento tenuto dalle Forze dell’Ordine in quella vicenda, il quale diede adito a numerose polemiche. Il ricorso fu presentato dal Sig. Arnaldo Cestaro e ha portato alla condanna dell’Italia per un deficit “strutturale” legato all’assenza nell’ordinamento del reato di tortura e all’incapacità di prevenire fatti di violenza simili, almeno stando all’interpretazione datane dalla Corte.
Di fatto il ricorrente sostenne (e dimostrò) di essere stato brutalmente picchiato, con la precisazione che non esisteva alcun nesso causale o alcuna proporzione tra la situazione in cui si trovava e l’uso della forza che fu irrogata contro di lui, nonché il fatto che gli agenti non furono mai perseguiti anche a causa di una scarsa collaborazione dello Stato.
La reazione italiana è la discussione del vecchio disegno di legge sul reato di tortura che era stato depositato il 19 giugno 2013 (http://www.camera.it/_dati/leg17/lavori/stampati/pdf/17PDL0018050.pdf) e che ora riceve una poderosa spinta, proprio perchè approvato dalla Camera dei Deputati, in vista, dopo la discussione, di essere definitivamente approvato dal Senato e diventare operativo.
Tuttavia, l’originario testo, così come concepito, stabiliva come presupposto anzitutto la situazione di privazione della libertà personale, condizione che scompare proprio nel testo approvato dalla Camera dei Deputati, creando una profonda aporia di sistema.
L’originaria fattispecie veniva così delineata:
ART . 613-
bis. – (Tortura) – Chiunque, con violenze o minacce gravi, ovvero mediante trattamenti inumani o degradanti la
dignità umana, cagiona acute sofferenze fisiche o psichiche ad una persona privata della libertà personale o affidata alla sua custodia o autorità o potestà o cura o assistenza ovvero che si trovi in una condizione di minorata difesa, è punito con la reclusione da tre a dieci anni
La pena è aggravata se i fatti sono commessi da pubblico ufficiale e in varie altre modalità circostanziali.
La fattispecie, come si può notare, presenta vari ordini di problemi: l’estensione applicativa e la specificità del fatto, descritto invero in modo piuttosto generico. Anzitutto. E molti altri, se si scende nel dettaglio, specialmente per individuare il delicato equilibrio tra scriminanti legate alle Forze di Sicurezza e la loro attività, da una parte, e l’esigenza di rispettare i diritti umani, dall’altra.
Il testo viene modificato dalla Camera e quindi l’articolo 613-bis c.p. punisce con la reclusione da 4 a 10 anni chiunque,
con violenza o minaccia, ovvero con violazione dei propri obblighi di protezione, cura o assistenza, intenzionalmente cagiona ad una persona a lui affidata, o comunque sottoposta alla sua autorità, vigilanza o custodia, acute sofferenze fisiche o psichiche (reato di evento),
a causa dell’appartenenza etnica, dell’orientamento sessuale o delle opinioni politiche o religiose o
– ottenere da essa, o da un terzo, informazioni o dichiarazioni o
– infliggere una punizione o
– vincere una resistenza.
Si sottolinea, appunto, la scomparsa del requisito riguardante la privazione della libertà personale e soprattutto l’ultimo elemento, cioè il contenuto del dolo specifico di “vincere una resistenza”, che pare pensato e concepito principalmente per le Forze dell’Ordine, considerato che esse svolgono come attività base per legge proprio quella di vincere resistenze dei cittadini!
Il reato, che non sarebbe più specifico di determinate categorie, ma comune a tutti i soggetti, può essere compiuto mediante violenza o minaccia, ovvero con violazione dei propri obblighi di protezione, cura o assistenza.
Non è facile individuare cosa siano le “acute sofferenze fisiche o psiciche“. Sotto questo profilo, è poco chiaro non tanto il fatto che il comportamento tenuto dal soggetto abbia causato la sofferenza (nesso causale), ma il fatto della sofferenza in sè, perchè essa non è facilmente definibile.
Sull’estensione applicativa, è chiaro che questo reato sarebbe pensato per vari ambiti, non solo per colpire gli abusi delle Forze dell’Ordine. Principale critica al testo risiede nel fatto che la privazione della libertà non sarebbe più elemento presupposto di fattispecie, quindi il reato potrebbe teoricamente configurarsi anche nell’attività di insegnamento, ovvero nell’educazione impartita dai genitori. E’ evidente che si realizzano, così facendo, pesanti sovrapposizioni di fattispecie, rispetto ad altri reati tuttora previsti dall’ordinamento.
Il disegno di legge modificherebbe anche il testo unico sull’immigrazione, vietando le espulsioni, i respingimenti e le estradizioni tutte le volte che sussistano fondati motivi di ritenere che, nei Paesi di provenienza degli stranieri, essi possano essere sottoposti a tortura.
Alcuni osservatori, rilevando che nella previsione normativa così come concepita, il dolo specifico (intenzione specifica di) è configurato in modo tale da ricomprendere precise situazioni, hanno sottolineato il grave rischio che la norma, se approvata, non sarebbe in grado in realtà di evitare, prevenire e combattere le torture perpetrate per mera finalità sadica, ovvero semplicemente prive di alcuna giustificazione. Ovviamente il reato di tortura è previsto, come divieto, in tutte le principali Carte dei Diritti Umani; si tratta solo di introdurre nell’ordinamento una fattispecie efficace, ma anche ben delineata a livello normativo, per evitare che le buone intenzioni non si traducano in fatti concreti. Anche il corretto funzionamento dei corpi di polizia è un valore che deve essere tutelato al fine di garantire la sicurezza dei cittadini, il che significa che è necessario evitare l’effetto “intimidatorio” che certe formulazioni legislative possono produrre, con conseguente induzione dei soggetti coinvolti a modificare preventivamente i propri comportamenti al solo fine di evitare successive sanzioni.
Articolo redatto a Torino da Studio Duchemino il 10 aprile 2015
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Pagamento tramite POS per imprese e professionisti
Pubblicato su 7 Apr 2015 di Studio Duchemino
Dal 30 giugno 2014 sarebbe in vigore l’obbligo per le imprese (e i professionisti) di consentire ai clienti pagamenti tramite POS, bancomat, quindi, e carte di credito (moneta elettronica).
Per quanto riguarda specificamente gli avvocati, il C.N.F. (Consiglio Nazionale Forense) aveva ribadito con circolare 10-C-2014 che l’inesistenza di sanzioni verso chi non si fosse dotato di questi apparecchi, piuttosto costosi (si parla di un costo tra € 25,00 circa ad € 180,00 annuali), che permettono le operazioni di pagamento tramite POS escludeva che gli avvocati e i professionisti dovessero derogare ai consueti principi regolanti la materia: il pagamento, al di là delle situazioni in cui le leggi prevedono forme di pagamento precise (come in materia di anti-riciclaggio) avveniva quindi nelle modalità consuete del bonifico, del contante, dell’assegno circolare o bancario.
Ad oggi possiamo dire che è cambiato poco, salvo quanto però previsto dal disegno di legge n. 1747 depositato al Senato (Disposizioni relative all’obbligo per i soggetti che effettuano l’attività di vendita di prodotti e di prestazione di servizi, anche professionali, di dotarsi di adeguati strumenti di pagamento elettronici per pagamenti superiori ai 30 euro), reperibile qui (http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/00905725.pdf), che stabilisce effettivamente sanzioni per chi non si dota di queste apparecchiature: € 500,00, obbligo di adeguamento, ulteriore sanzione di € 1.000,00 nel caso di mancato adeguamento nonostante l’accertamento, eventuale sospensione dell’attività nelle more dell’adeguamento.
Si sta parlando dei pagamenti superiori ad € 30,00. Sono state sollevate fondate critiche a queste imposizioni. In effetti, almeno per quanto riguarda gli studi professionali, il problema è che molto spesso i clienti non saldano nemmeno il dovuto e gli studi legali sono impegnati, durante l’anno, a recuperare i crediti derivanti dall’attività professionale già svolta, senza contare i casi in cui i servizi siano stati resi nei confronti dello Stato o delle Pubbliche Amministrazioni, che risultano morose nei pagamenti anche per diversi anni. Inoltre, coloro i quali posseggono un conto corrente bancario e quindi potrebbero fruire di una carta bancomat o di una carta di credito collegati al conto, in realtà potrebbero contemporaneamente pagare i servizi richiesti tramite bonifico bancario o assegno.
Inoltre, le spese di gestione dei sistemi POS, praticamente in previsione mai utilizzati dai professionisti, molto più forse per il commercio al dettaglio o in larga scala, ricadrebbero unicamente sugli studi e sulle aziende, senza alcun beneficio, se non le farraginose proposte di deduzione fiscale degli oneri previste dal disegno di legge e riconosciute a chi si doti di questi apparecchi.
Il disegno di legge è stato in questi giorni assegnato alla Commissione Finanze del Senato, per cui verrà probabilmente discusso. Il risultato andrà ad integrare la normativa vigente rappresentata dall’art. 15, comma 4, del D.L. n. 179/2012, convertito nella L. n. 221/2012, come successivamente modificato dall’art. 9, comma 15-bis, del D.L. n. 150/2013, convertito dalla L. n. 15/2014 (c.d. “Milleproroghe 2013“). Le sanzioni, come si è detto da più parti, appaiono però spropositate rispetto al fine che il Legislatore si è prefissato, anche considerando che molti clienti di studi ed imprese non sono dotati nemmeno del conto corrente bancario.
Il 10 marzo 2015 il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Architetti ha definito la misura “ingiusta, anacronistica, punitiva e inutile“. L’Ordine ha messo in luce che l’obbligo renderebbe gravosa la vita ai giovani professionisti, e inoltre nessun contributo fornirebbe alla lotta al nero e all’evasione fiscale, che non dipende dal dotarsi, il professionista o l’azienda, del sistema POS.
Alcune associazioni di commercialisti si muovono nella stessa direzione, sottolineando l’importanza di evitare, in questa fase di grave stagnazione dell’economia, di appesantire ulteriormente lo scambio di beni e di servizi e la circolazione della moneta.
Confedertecnica ha parlato di stato di polizia tributaria. Claai ha parlato di operazione vessatoria a danno di chi in un momento di crisi come questo non può sopportare altri costi fissi di gestione.
I senatori che hanno presentato il disegno di legge sottolineano che l’intenzione non è stata quella di punire imprese e professionisti, ma di agevolarli, garantendo la detrazione dalla base imponibile del costo percentuale relativo alla transazione eseguita.
Articolo redatto a Torino da Studio Duchemino il 7 aprile 2015
Pubblicato in Notizie	| Tag: disegno di legge 1747, moneta elettronica, obbligo di POS, pagamenti tramite POS, superiori ad € 30	| Lascia un commento |
5 per mille: nuova procedura per ottenerlo
Pubblicato su 4 Apr 2015 di Studio Duchemino
Pubblicata la circolare 13/E dell’Agenzia delle Entrate per l’ottenimento del 5 per mille.
La circolare è reperibile qui: http://www.cgiamestre.com/wp-content/uploads/2015/03/cir-13-5per-mille-del-26.03.15.pdf
Destinatari del 5 per mille possono essere:
– organizzazioni non lucrative di utilità sociale;
– enti ecclesiastici;
– ONLUS parziali;
– organizzazioni di volontariato;
– organizzazioni non governative;
– cooperative sociali;
– associazioni di promozione sociale;
– associazioni e fondazioni.
La procedura per l’ammissione al beneficio va ripetuta ogni anno. La domanda, in ogni caso, a livello operativo deve essere inviata telematicamente all’Agenzia delle Entrate entro il 7 maggio 2015, anche mediante intermediario.
Vanno allegati la dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà circa le finalità dell’ente e il documento di identità del legale rappresentante.
La Corte dei Conti ha più volte messo in guardia circa la necessità di selezionare meglio gli enti che fruiscono di questo beneficio, al fine di non disperderlo in finalità diverse.
Articolo redatto a Torino da Studio Duchemino il 4 aprile 2015
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Studi di settore: approvate le modifiche
Approvate con Decreto il 31 marzo 2015, pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 75, il Decreto del Ministero dell’Economia e Finanze, le integrazioni agli studi di settore, resesi ormai necessarie per adeguare la fiscalità alla situazione economica reale.
Disponibile a questo link il decreto: http://www.cgiamestre.com/wp-content/uploads/2015/04/decreto_ministero_delleconomia_e_delle_finanze_30_marzo_2015.pdf
Le modifiche riguardano periodo di imposta in corso alla data del 31 dicembre 2014.
La prima modifica, per gli addetti ai lavori, riguarda la territorialità dei factory outlet center. In poche parole, gli studi di settore sono stati aggiornati per tenere conto di aperture e chiusure di nuovi outlet center (aggregazioni commerciali fuori città dove più monomarca si uniscono e vendono prodotti di abbigliamento fuori collezione, oppure dedicati) e del raggio di 90 minuti di percorrenza che può influenzare l’area in cui sono collocate queste strutture commerciali rispetto al commercio tradizionale, cioè in questo caso lo studio di settore WM05U riguardante il commercio al dettaglio di abbigliamento e pelletteria.
E’ evidente, infatti, che l’influenza degli outlet, che vendono di solito a prezzi ribassati, grava sulla condizione reddituale degli esercenti della zona.
Novità anche riguardo le aggregazioni comunali, con accorpamento di Comuni italiani, che influiscono sulle strutture di ricezione alberghiera e turistica e sui relativi studi di settore WG44U.
Alcune variazioni anche per i servizi taxi, in particolare lo studio di settore WG72A.
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