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Timestamp: 2019-03-25 17:45:20+00:00
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Corte di Cassazione, Sezione V penale, sentenza 24 marzo 2017, n. 14531
L’amministratore di fatto, in tema di bancarotta fraudolenta, va individuato sulla base delle concrete funzioni esercitate, basandosi anche su indici sintomatici quali il conferimento di deleghe in settori fondamentali della vita d’impresa o la partecipazione diretta alla gestione della vita societaria.
Con sentenza del 20/11/2015 la Corte di Appello di Lecce confermava la sentenza di condanna alle pene ritenute di giustizia emessa dal Tribunale di Lecce nei confronti di (OMISSIS), per il reato di bancarotta fraudolenta documentale, per avere, in qualita’ di amministratore di fatto della (OMISSIS) s.a.s., dichiarata fallita il (OMISSIS), in concorso con (OMISSIS), tenuto i libri e le scritture contabili in modo da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio, e nei confronti di (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), per il reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, per aver distratto il ramo di azienda avente ad oggetto l’attivita’ principale della societa’, assolvendoli dal reato di falso ideologico in atto pubblico (articolo 483 cod. pen.), per avere falsamente dichiarato nell’atto notarile di cessione di ramo di azienda che il prezzo di vendita era stato interamente pagato dalla societa’ acquirente (OMISSIS) s.r.l. di (OMISSIS).
Il ricorrente lamenta l’attribuzione del ruolo di amministratore di fatto, a suo dire, non suffragata da uno stabile impianto probatorio. Afferma, infatti, che non sarebbe sufficiente la prova di un’ingerenza saltuaria nell’attività sociale, occorrendo, invece, provare un esercizio significativo e continuativo dei poteri di amministrazione.
Inoltre, in merito alle condotte distrattive, si afferma che la cessione di beni d’impresa non possa assumere rilevanza penale nel caso in cui sia diretta a realizzare una finalità d’impresa, quale quella di soddisfare le pendenze debitorie.
Si afferma, dunque, che l’imputato avesse svolto le attività che gli sono contestate in qualità di socio accomandante e che, quindi, non fosse possibile desumere, dallo svolgimento di queste, l’ulteriore qualifica di amministratore di fatto.
Il ricorrente, secondo la linea della difesa non ha mai partecipato alla gestione della società in maniera concreta, continuativa e significativa, ne’ si è intromesso nell’esercizio delle funzioni amministrative, e dunque non poteva essere ritenuto responsabile a titolo di concorso nel reato di bancarotta fraudolenta, mancando la prova di un contributo causale.
La Suprema Corte afferma in particolare, con riferimento alle doglianze relative all’effettivita’ del ruolo di amministratore di fatto, va rammentato che, in tema di bancarotta fraudolenta, i destinatari delle norme di cui agli articoli 216 e 223 L. fall. vanno individuati sulla base delle concrete funzioni esercitate, non gia’ rapportandosi alle mere qualifiche formali ovvero alla rilevanza degli atti posti in essere in adempimento della qualifica ricoperta (Sez. 5, n. 41793 del 17/06/2016, Ottobrini, Rv. 268273, che, in motivazione, ha ritenuto corretta l’individuazione dell’imputato quale amministratore di fatto, in quanto effettuata sulla base di indici sintomatici quali: il conferimento di deleghe in suo favore in fondamentali settori dell’attivita’ di impresa, la diretta partecipazione alla gestione della vita societaria, la costante assenza dell’amministratore di diritto e la mancata conoscenza di quest’ultimo da parte dei dipendenti; Sez. 1, n. 18464 del 12/05/2006, Ponciroli, Rv. 234254: “La posizione dell’amministratore di fatto, destinatario delle norme incriminatrici della bancarotta fraudolenta, va determinata con riferimento alle disposizioni civilistiche che, regolando l’attribuzione della qualifica di imprenditore e di amministratore di diritto, costituiscono la parte precetti va di norme che sono sanzionate dalla legge penale. La disciplina sostanziale si traduce, in via processuale, nell’accertamento di elementi sintomatici di gestione o cogestione della societa’, risultanti dall’organico inserimento del soggetto, quale “intraneus” che svolge funzioni gerarchiche e direttive, in qualsiasi momento dell'”iter” di organizzazione, produzione e commercializzazione dei beni e servizi – rapporti di lavoro con i dipendenti, rapporti materiali e negoziali con i finanziatori, fornitori e clienti – in qualsiasi branca aziendale, produttiva, amministrativa, contrattuale, disciplinare”). La nozione di amministratore di fatto, introdotta dall’articolo 2639 cod. civ., postula l’esercizio in modo continuativo e significativo dei poteri tipici inerenti alla qualifica od alla funzione; nondimeno, significativita’ e continuita’ non comportano necessariamente l’esercizio di tutti i poteri propri dell’organo di gestione, ma richiedono l’esercizio di un’apprezzabile attivita’ gestoria, svolta in modo non episodico o occasionale. Ne consegue che la prova della posizione di amministratore di fatto si traduce nell’accertamento di elementi sintomatici dell’inserimento organico del soggetto con funzioni direttive – in qualsiasi fase della sequenza organizzativa, produttiva o commerciale dell’attivita’ della societa’, quali sono i rapporti con i dipendenti, i fornitori o i clienti ovvero in qualunque settore gestionale di detta attivita’, sia esso aziendale, produttivo, amministrativo, contrattuale o disciplinare – il quale costituisce oggetto di una valutazione di fatto insindacabile in sede di legittimita’, ove sostenuta da congrua e logica motivazione (Sez. 5, n. 35346 del 20/06/2013, Tarantino, Rv. 256534).
Inoltre In ordine alla responsabilita’ del socio accomandante ed ai limiti di applicabilita’ dell’articolo 222 L.f., e’ stato chiarito che la responsabilita’ per reati fallimentari del socio accomandante di una societa’ in accomandita semplice puo’ essere ricollegata a due diverse situazioni: – come socio divenuto illimitatamente responsabile, per essersi indebitamente ingerito nell’amministrazione della societa’, attraverso la sua dichiarazione di fallimento in sede di estensione ai sensi dell’articolo 147, comma 2, legge fall., venendo cosi’ a possedere, con lo “status” di fallito la necessaria qualifica soggettiva; – come amministratore di fatto della s.a.s. dichiarata fallita, a prescindere dallo “status” di fallito, bastando a conferirgli la soggettivita’ attiva l’essere stato preposto all’amministrazione ed al controllo di una societa’ commerciale, com’e’ previsto dall’articolo 223 L. fall.. Nel primo caso la sua responsabilita’ trova fondamento nel capo primo, titolo sesto della legge fallimentare (reati commessi dal fallito, articolo 216-222); nel secondo caso, nel capo secondo dello stesso titolo reati commessi da persone diverse dal fallito, articoli 223-235 – di cui l’amministratore (ufficialmente investito della carica o amministratore di fatto) e’ diretto destinatario (Sez. 5, n. 2637 del 07/02/1994, Cumani, Rv. 197282); in tal senso, risponde dei delitti di bancarotta anche l'”amministratore di fatto” che abbia esercitato in concreto poteri di amministratore di una societa’ in nome collettivo o in accomandita semplice e che, pertanto, non rivestendo la qualita’ di “socio illimitatamente responsabile”, puo’ non essere stato dichiarato fallito in proprio (Sez. 5, n. 43036 del 13/10/2009, Gennari, Rv. 245435; Sez. 5, n. 44103 del 28/09/2011, Melis, Rv. 251126: “In tema di reati fallimentari, la mancata estensione della dichiarazione di fallimento non preclude, di per se’, la responsabilita’ del socio accomandante che abbia violato il divieto di immissione nell’attivita’ amministrativa, a titolo di concorso nel delitto di bancarotta fraudolenta ascritto all’accomandatario, essendo sufficiente ai fini della lesione del bene giuridico tutelato dall’articolo 216 L. fall. lo svolgimento di attivita’ amministrativa, anche attraverso i contatti con i clienti dell’impresa, che implica inevitabilmente la gestione delle attivita’ aziendali”).
Ai fini della sussistenza del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, non è necessaria l’esistenza di un nesso causale tra i fatti di distrazione ed il successivo fallimento, essendo sufficiente che l’agente abbia cagionato il depauperamento dell’impresa, destinandone le risorse ad impieghi estranei alla sua attività.
Con sentenza del 14/10/2015 la Corte d’appello di L’Aquila: a) ha confermato la sentenza di primo grado che aveva condannato alla pena di giustizia e al risarcimento dei danni (OMISSIS), in relazione a fatti di bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale, commessi nella qualita’ di amministratore della (OMISSIS) s.r.l., dichiarata fallita in data (OMISSIS); b) ha confermato l’affermazione di responsabilita’ di (OMISSIS) solo in relazione al reato di bancarotta semplice documentale, in tal modo riqualificato il reato originariamente contestato, provvedendo, anche per effetto della contestuale assoluzione dai restanti reati contestati, alla rideterminazione della pena principale e delle pene accessorie nonche’ alla concessione dei doppi benefici; c) ha confermato nel resto la sentenza impugnata.
In merito al reato di bancarotta fraudolenta si contesta la mancata prova del nesso causale.
La Corte al riguardo afferma che… ai fini della sussistenza del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, non e’ necessaria l’esistenza di un nesso causale tra i fatti di distrazione ed il successivo fallimento, essendo sufficiente che l’agente abbia cagionato il depauperamento dell’impresa, destinandone le risorse ad impieghi estranei alla sua attivita’ (Sez. U, n. 22474 del 31/03/2016, Passarelli, Rv. 266804). Ne discende l’assoluta irrilevanza delle cause concrete del dissesto. Per pura completezza, va aggiunto comunque che anche le operazioni manifestamente imprudenti, di cui all’articolo 217 L. fall., n. 3 devono presentare, in astratto, un elemento di razionalita’ nell’ottica delle esigenze dell’impresa, cosicche’ il risultato negativo sia frutto di un mero e riscontrabile errore di valutazione (Sez. 5, n. 2876 del 10/06/1998 – dep. 03/03/1999, Vichi, Rv. 212608), laddove, nel caso di specie, la Corte territoriale ha sottolineato, alla luce del grave depauperamento determinato dalle operazioni esaminate, che era anche ravvisabile la volonta’ di determinare il dissesto.
Inoltre, in relazione all’elemento psicologico la Corte ne individua il fondamento attraverso le risultanze peritali.
Si afferma che… alla stregua delle risultanze peritali, che non si era al cospetto di mere irregolarita’ formali, ma di indebiti giroconti, di storni, di compensazioni, di acconti a fornitori non individuati, di pagamenti in contanti e quindi di anomalie che hanno reso impossibili la quantificazione dei valori di cassa, con formali aggiustamenti finalizzati a occultare le distrazioni. Quest’ultimo profilo rivela chiaramente l’apparato argomentativo della sentenza impugnata, quanto alla sussistenza dell’elemento psicologico del reato ritenuto e alla mancata riqualificazione del fatto come bancarotta semplice – peraltro, con prospettazione che va addirittura al di la’ del dolo generico sufficiente per il caso di irregolare tenuta delle scritture contabili: Sez. 5, n. 5264 del 17/12/2013 – dep. 03/02/2014, Manfredini, Rv. 258881).
L’elemento soggettivo del reato di bancarotta fraudolenta impropria può dirsi integrato dalla mera prevedibilità del dissesto come conseguenza della condotta antidoverosa.
Con sentenza del 9 giugno 2015 la Corte d’appello di Salerno ha confermato la pronunzia di primo grado, emessa in data 12 novembre 2012 dal Tribunale di Salerno, con la quale (OMISSIS) era stato condannato per il reato di bancarotta fraudolenta impropria.
… il ricorrente…deduce … che mancherebbe la prova sia della sussistenza del nesso causale tra operazioni dolose e dissesto, sia della consapevolezza in capo all’imputato del potenziale danno arrecato alle ragioni creditorie, avendo questi cessato dalla carica di amministratore due anni prima del fallimento.
Tale censura risulta, secondo la Corte, priva di fondamento.
Si afferma, infatti, che il fallimento della societa’ e’ stato cagionato principalmente dal mancato pagamento di contributi previdenziali.
Nonché… e’ emerso che la societa’ e’ stata costituita al precipuo scopo di assumere numerosi dipendenti che hanno lavorato per conto di altre aziende, mentre sulla fallita sono stati scaricati i relativi oneri, compreso quelli previdenziali.
La Corte individua la distinzione tra il reato di bancarotta preferenziale e quello di bancarotta fraudolenta per distrazione.
Si rimprovera ai giudici di merito di avere recepito acriticamente le conclusioni del consulente del Pubblico Ministero senza tenere in alcun conto le dichiarazioni del curatore, tese ad escludere rilevanza penale nelle condotte tenute dall’imputato quale amministratore della fallita.
Si sostiene, a proposito della asserita distrazione degli anticipi su fatture emesse e non contabilizzate, che… Le somme liquidate a titolo di compenso per gli amministratori troverebbero giustificazione nel fatto che gli amministratori, come del resto i soci, fossero tutti impiegati a tempo pieno nell’impresa di famiglia, senza percepire emolumenti ne’ utili, sicche’ i compensi destinati agli amministratori erano l’unica fonte di sostentamento dei soci lavoratori.
La Corte a tale riguardo afferma che…Risponde di bancarotta preferenziale e non di bancarotta fraudolenta per distrazione l’amministratore che, senza autorizzazione degli organi sociali, si ripaghi dei suoi crediti verso la societa’ in dissesto relativi a compensi per il lavoro prestato, prelevando dalla cassa sociale una somma congrua rispetto a tale lavoro (Sez. 5, n. 21570 del 16/04/2010 Rv. 247964; Sez. 5, n. 48017 del 10/07/2015 Rv. 26631101); integra, invece, il delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione (articolo 216, comma 1, n. 1, e articolo 223 L. Fall.) la condotta dell’amministratore unico di una societa’ che effettui prelevamenti dalle casse sociali, provvedendo a determinare ed a liquidare in proprio favore tali somme come compenso per l’attivita’ svolta, senza nemmeno indicarne il titolo giustificativo (delibera assembleare o norma statutaria) e per di piu’ in epoca di grave dissesto per la societa’ (Sez. 5, n. 4985 del 19/12/2006 dep. 07/02/2007, Rv. 236319).
Inoltre si precisa che…il reato di bancarotta documentale e’ configurabile con riferimento alla irregolare tenuta delle rilevazioni contabili di magazzino, in quanto il regime tributario di contabilita’ semplificata, previsto per le cosiddette imprese minori, non comporta l’esonero dall’obbligo, previsto dall’articolo 2214 cod. civ., di tenuta dei libri e delle scritture contabili che siano richieste dalla natura e dalle dimensioni dell’impresa (Sez. 5, n. 52219 del 30/10/2014 Rv. 262198).