Source: http://www.salmone.org/category/luca-simonetti/
Timestamp: 2019-04-25 00:23:23+00:00
Document Index: 827819

Matched Legal Cases: ['art. 54', 'art. 54', 'art. 54', 'sentenza ', 'art. 23', 'art. 34', 'art. 534', 'art. 34', 'art. 53', 'art. 34', 'art. 54', 'art. 53', 'art. 53', 'sentenza ']

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Ed eccoci all’ultimo atto (per ora) della guerra tra il Governo italiano e gli Ogm: il 12 luglio scorso tre Ministri (quello della Salute, quello dell’Agricoltura e quello dell’Ambiente) hanno congiuntamente firmato un decreto che vieta su tutto il territorio nazionale la coltivazione di mais MON 810, divieto che dovrebbe, nelle intenzioni, restare in vigore “fino all’adozione di misure comunitarie di cui all’art. 54.3. del Regolamento CE 178/2002” e comunque non oltre 18 mesi.
Il decreto si muove (come recitano esplicitamente i suoi Considerando) sul solco di una analoga mossa del Governo francese, senz’altro il leader del movimento anti-Ogm all’interno dell’UE: quest’ultimo, il 16.3.2012, ha appunto invocato l’art. 54 del Regolamento 178/2002. Scrivo “sul solco” a ragion veduta: il testo del decreto del Ministro francese è letteralmente riprodotto (in una discreta versione italiana) nei “Considerando” del decreto in commento, con alcune aggiunte minori, così confermando (se mai ce ne fosse bisogno) che quel che i politici italiani difettano in originalità, compensano abbondantemente con la diligenza.
Il Ministro francese era ricorso all’art. 54 del Regolamento 178/2002, diciamo così, per disperazione. Infatti, dopo averle provate letteralmente tutte per bloccare il mais MON 810, infine, all’ultimo coniglio tirato fuori dal cappello francese la Corte di Giustizia, con la sentenza dell’8.9.20011 nelle cause riunite da C-58/10 a C-68/10, aveva stabilito che il MON 810 non poteva esser assoggettato, da parte di uno Stato membro, alle misure di sospensione o divieto provvisorio ai sensi dell’art. 23 della Direttiva 2001/18, mentre poteva esserlo alle misure assunte ai sensi dell’art. 34 del Regolamento 1829/2003. Quest’ultima norma richiama per l’appunto l’art. 534 del Regolamento 178/2002.
Per esprimermi in maniera un po’ meno criptica, vi dirò che l’art. 34 del Regolamento 1829/2003 prevede che, qualora sia “manifesto” che “prodotti autorizzati dal presente regolamento o conformemente allo stesso possano comportare un grave rischio alla salute umana, per la salute degli animali o per l’ambiente“, si possono adottare delle misure in base alla procedura prevista dagli artt. 53 e 54 del Regolamento 178/2002. Notiamo quindi anzitutto che si deve trattare a) di un grave rischio per la salute o per l’ambiente e b) di un rischio manifesto, cioè evidente, vistoso, inequivocabile.
Gli artt. 53 e 54 del Regolamento 178/2002 prevedono due distinte procedure per le c.d. “situazioni di emergenza”. L’art. 53 prevede che - “quando sia manifesto che alimenti o mangimi di origine comunitaria o importati da un paese terzo possono comportare un grave rischio per la salute umana, per la salute degli animali o per l’ambiente“: come vedete, si tratta degli stessi requisiti di cui all’art. 34 - a muoversi sia la Commissione, e di conseguenza questa non ci interessa qui (la Commissione non ci pensa neanche a intervenire). L’art. 54 prevede che se uno Stato membro informa “ufficialmente” la Commissione circa la “necessità di adottare misure urgenti” ai sensi dell’art. 53 (quindi: manifesto grave rischio alla salute o all’ambiente, e in più l’urgenza di provvedere) e la Commissione rimane inerte, lo Stato in questione “può adottare misure cautelari provvisorie“, informandone immediatamente gli altri Stati e la Commissione. Quest’ultima dovrebbe affrontare la questione nei 10 giorni successivi, ma lo Stato membro può tenere in vigore le proprie misure cautelari provvisorie fino all’adozione delle misure comunitarie. E il Governo italiano aveva appunto informato la Commissione (con nota del 2.4.2013) della necessità di adottare misure di emergenza ai sensi dell’art. 53 del Regolamento 178/2002.
Possiamo dunque dire che, formalmente, tutto è a posto: il decreto francese, e adesso quello italiano, rispettano la procedura prevista dai due Regolamenti.
Ma ricorrono anche tutti i presupposti giuridici sostanziali per applicare delle misure, sia pure “provvisorie”, gravi come un divieto su tutto il territorio nazionale della coltivazione di un seme come il mais MON 810, già autorizzato dall’UE?
Francamente no, non sembra. Il Ministero italiano richiama, per giustificare il rischio grave e manifesto per la salute e l’ambiente, nell’ordine:
1) il fatto che il MON 810 è stato autorizzato nel 1998, in base a un quadro normativo che era diverso e meno stringente di quello attuale (ma poi l’autorizzazione è stata rinnovata nel 2009 in base a un parere favorevole dell’EFSA);
2) il fatto che il Consiglio dell’UE, nel dicembre 2008 (quindi, prima del rinnovo dell’autorizzazione del MON 810…) ha sostenuto che le procedure di valutazione del rischio ambientale degli OGM dovrebbero essere rafforzate;
3) il fatto che l’EFSA ha pubblicato nel 2010 nuove linee guida che sono in corso di discussione tra Commissione e Stati membri;
4) il fatto che nel parere dell’8.12.2011 sul mais BT11, l’EFSA avrebbe concluso che questo mais “impatti in relazione all’acquisizione di resistenze da parte di parassiti e sulla popolazione di lepidotteri sensibili” e che queste conclusioni siano applicabili anche al MON 810; questo vorrebbe dire che, in base al parere dell’EFSA, il MON 810 è “chiaramente suscettibile di presentare un grave rischio per l’agrobiodiversità in assenza di misure di gestione in grado di limitare questo rischio”; però, nessuna misura di gestione del genere è stata prevista per il MON 810;
5) il fatto che, a seguito della nota del Governo italiano, la Commissione non ha adottato “alcuna azione al fine di cambiare le condizioni della messa in coltura del MON810 per imporre l’attuazione di misure di gestione necessarie per la protezione dell’ambiente raccomandate dall’EFSA”;
6) il fatto che il decreto del Ministro francese del 2012 è ancora in vigore;
7) il fatto che ci sarebbero altri rischi non considerati dal parere dell’EFSA sul BT11 (mancherebbe una valutazione “sugli effetti sub-letali” e inoltre uno studio recente dell’Istituto federale di tecnologia di Zurigo conferma che la tossina Cry1Ab “aumenta la mortalità delle larve di coccinella; il dossier del CRA menzionerebbe evidenze successive al 2009 sugli effetti nocivi del MON 810; il parere ISPRA del 30.4.2013 conclude che il MON810 sarebbe pericoloso per le “popolazioni di lepidotteri non target” e “non escludono” la possibilità di “impatto negativo sugli organismi acquatici sensibili alle tossine Cry1Ab”).
Sulla base di questi dati, il decreto conclude che “è urgente, dato il protrarsi della stagione di semina” adottare le misure temporanee.
Il sottoscritto non è uno scienziato e dunque non si azzarderà a dire quel che pensa delle giustificazioni “scientifiche” (le virgolette, però, ce le metto) addotte dai tre Ministri. Mi limito a rilevare che il parere dell’EFSA sul BT11 dice tutt’altro (cioè dice che solo quando ci sia davvero un pericolo per lepidotteri altamente sensibili allora occorrerà adottare misure gestionali; inoltre, queste misure non sono necessarie quando il mais BT coltivato è meno del 7,5% dell’area coltivata; e infine, che “misure gestionali” possono e devono essere adottate anche dalle Autorità statali, non necessariamente da quelle comunitarie, e d’altronde non dovrebbero affatto equivalere a vietare tout court la coltivazione del mais BT), e che i punti 2), 3), 5) e 6) di cui sopra sono del tutto privi di rilevanza. Soprattutto, è abbastanza chiaro che i rischi (i) non sono affatto manifesti e (ii) non sono affatto urgenti (anche perché, se ci fosse davvero stata urgenza, allora il decreto sarebbe stato da adottare all’inizio della stagione di semina, non alla fine).
Quali saranno gli effetti del decreto? E’ abbastanza prevedibile che la Commissione e l’EFSA negheranno l’esistenza dei presupposti per la normazione d’urgenza; ma fino a quel momento - che potrebbe non essere prossimo: non si sa ancora, per es., se la Commissione abbia o meno replicato al Governo francese - il decreto resta valido e vincolante. Certo, si può decidere di ignorarlo nella speranza che il Giudice di turno decida di disapplicare la norma italiana, o si potrà direttamente impugnare dinanzi al TAR il decreto stesso invocando la violazione delle norme comunitarie da esso stesso invocate; ma non sembra una strada velocissima (probabilmente, arriverebbe prima la reazione della Commissione). C’è pure da chiedersi, ed è una questione molto interessante, cosa accade nel frattempo dei campi di mais Ogm già seminati (come quello di Giorgio Fidenato). Sembra chiaro che il decreto dovrebbe avere applicazione solo dopo la sua entrata in vigore, visto che la legge (e a maggior ragione, quindi, un atto amministrativo come un decreto ministeriale) dispone solo per l’avvenire; d’altronde non c’è dubbio che quando il mais è stato seminato, prima cioè dell’entrata in vigore del decreto, la semina era perfettamente lecita, dunque anche eventuali provvedimenti di confisca o sequestro ai danni del mais già seminato sembrerebbero, almeno a prima vista, del tutto abusivi.
Infine, inutile commentare, di nuovo, il patetico bailamme di tutti gli anti-Ogm della politica, della carta stampata e del business che plaudono alla “legalità ripristinata” a proposito di un atto amministrativo che è in stridente contrasto proprio con la legalità. Ognuno ha la cultura e la politica che si merita e noi, evidentemente, questo e non altro ci meritiamo.
http://www.legifrance.gouv.fr/affichTexte.do?cidTexte=JORFTEXT000025525099 (il decreto francese)
http://www.efsa.europa.eu/it/search/doc/2478.pdf (il parere EFSA sul BT11)
http://www.efsa.europa.eu/it/efsajournal/doc/2193.pdf (linee guida EFSA)
Dunque accade che la Repubblica Italiana si è vista recapitare, da parte della Commissione UE, una richiesta di informazioni circa l’applicazione in Italia delle Direttive 2001/18 e 2002/53 nonché del Regolamento n. 1829/2003. Se le spiegazioni dell’Italia non risulteranno convincenti, la Commissione potrà, se lo ritiene, avviare una procedura d’infrazione: vale a dire, la Commissione indicherà all’Italia cosa deve fare per adempiere ai suoi obblighi comunitari (cioè per applicare correttamente gli strumenti comunitari citati), imponendole di adeguarsi entro un certo termine; se l’Italia non lo fa, la Commissione può citarla davanti alla Corte di Giustizia, la quale, se accoglie il ricorso della Commissione, ordinerà all’Italia di adempiere, irrogandole anche una multa in caso di ritardo.
Sempre che, ovviamente, l’Italia decida di rispondere. Finora, l’Italia si è rigorosamente limitata a guadagnare tempo facendo finta di nulla. Scommetto my two cents su quest’ultima via d’uscita. Tanto, di qui alla sentenza di condanna della Corte di Giustizia, chissà cosa sarà successo, e soprattutto, chi sarà stato al Governo.