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Timestamp: 2018-10-19 18:43:06+00:00
Document Index: 139556979

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 585', 'art. 443', 'art. 599', 'art. 585', 'art. 342', 'sentenza ', 'art. 342', 'art. 173', 'sentenza ', 'art. 57', 'art. 196']

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Giustizia Militare – giurisprudenza
L’eccezione è infondata. Invero, dopo iniziali oscillazioni, la giurisprudenza di questa Corte si è consolidata nel senso che, ai fini delle impugnazioni, la sentenza del giudizio abbreviato è assimilata a quella dibattimentale, sicché i termini di impugnazione coincidono con quelli stabiliti per le sentenze pronunciate all’esito del dibattimento per quanto riguarda la decorrenza e la durata previste dall’art. 585 c.p.p. (Cass., Sez. Un., 15 dicembre 1992, Cicero ed altri).
Deve trarsene la conseguenza che, benché l’ultimo comma dell’art. 443 c.p.p. disponga che il giudizio di appello si svolge con le forme previste dall’art. 599, evidenti ragioni di coerenza logica e sistematica impongono di ritenere che il termine per impugnare la decisione di secondo grado non corrisponda a quello fissato dalla lett. a) del primo comma dell’art. 585 per i provvedimenti emessi in seguito a procedimento in camera di consiglio, ma al termine stabilito per le sentenze dibattimentali.
In relazione ai precisi termini fattuali del caso in esame, accertati dai giudici di merito, è dimostrato che l’imputato aveva documentato di essere affetto da infermità, che rendeva necessari cinque giorni di riposo, e che – come confermato anche nel ricorso – egli manifestò l’intenzione di recarsi nel paese di origine, attuando poi tale proposito nonostante l’ordine del superiore di non allontanarsi dalla caserma ove prestava servizio.
Ciò posto, va rilevato che l’art. 342 Reg. dispone che «i militari ai quali l’ufficiale medico, o eventualmente il medico civile convenzionato, abbia prescritto il riposo possono uscire dalla caserma o dall’abitazione solo per recarsi, nei limiti di tempo strettamente necessari, presso ambulatori o luoghi di cura del luogo allo scopo di effettuare cure specialistiche prescritte dal sanitario curante.
Fanno però eccezione quelli dimessi da luoghi di cura, i quali, salvo diversa prescrizione del medico, possono uscire nelle ore della libera uscita o in quelle ritenute più opportune dai superiori».
Il divieto di lasciare la caserma o l’abitazione durante il periodo di malattia, se non per ragioni inerenti all’esecuzione delle terapie necessarie, non può considerarsi illegittimo né il limite imposto al carabiniere malato di trasferirsi in località diverse da quella in cui si presta servizio contrasta con fonti normative di rango superiore.
Le ampie ed elaborate argomentazioni difensive, svolte per contestare l’interpretazione accolta nella sentenza impugnata, non possono essere condivise per la semplice ragione che esse equiparano situazioni totalmente differenti, essendo evidente che le disposizioni relative alla libera uscita e alla libertà di spostamento – sia pur limitabile per esigenze di servizio – non sono estensibili ai militari malati.
A ben vedere, il divieto di lasciare la caserma o l’abitazione e di trasferirsi in luoghi diversi dal comune in cui si presta servizio trova razionale base giustificativa nella necessità dei controlli, previsti, in generale, nell’ipotesi di malattia di ogni prestatore di lavoro subordinato, e, in definitiva, nella stessa tutela della salute del militare infermo, tant’è che il medesimo art. 342 Reg. stabilisce che la limitazione non è operante quando l’uscita dalla caserma o dall’abitazione avvenga allo scopo di effettuare le cure prescritte dal medico curante.
Dalle precedenti considerazioni deve inferirsi che nel caso in esame, essendo indubbio che l’ordine del superiore è stato impartito per ragioni attinenti al servizio o alla disciplina, il rifiuto di obbedienza integra la fattispecie ipotizzata dall’art. 173 c.p.m.p.
Merita, invece, accoglimento il quarto motivo di ricorso che investe il punto della sentenza impugnata con cui è stato ritenuto che l’imputato non ha interesse alla conversione della pena detentiva in pena pecuniaria, giacché la prima non deve essere eseguita a seguito della concessione della sospensione condizionale.
È evidente, infatti, che l’applicazione di tale beneficio non fa venire meno l’attualità e la concretezza dell’interesse ad ottenere la sostituzione della pena detentiva con quella pecuniaria per l’indubbio vantaggio del condannato ad espiare, in caso di eventuale revoca della sospensione condizionale, la meno afflittiva pena sostitutiva pecuniaria, come, del resto, è espressamente confermato dal terzo comma dell’art. 57 della l. 24.11.1981, n. 689, da cui risulta che la sospensione condizionale è compatibile con la sostituzione di pena.
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