Source: https://www.laleggepertutti.it/codice-civile/art-2128-codice-civile-lavoro-a-domicilio
Timestamp: 2020-06-04 08:36:22+00:00
Document Index: 8230006

Matched Legal Cases: ['art. 2094', 'art. 1', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 1', 'sentenza ']

Art. 2128 codice civile: Lavoro a domicilio | La Legge per tutti
Art. 2128 codice civile: Lavoro a domicilio
Ai prestatori di lavoro a domicilio (1) si applicano le disposizioni di questa sezione, in quanto compatibili con la specialità del rapporto (2).
Domicilio: [v. 43].
(1) È un tipo di rapporto di lavoro speciale che rappresenta la più evidente eccezione al principio secondo cui l’esecuzione della prestazione lavorativa deve essere eseguita nel luogo indicato dal datore di lavoro. Esso costituisce un fenomeno diffuso nel nostro Paese specie in determinati settori (confezioni, abbigliamento etc.) ed è uno dei pochi casi in cui il cottimo è obbligatorio per legge [v. 2100]. La ragione va ricercata nel fatto che, a causa della mancanza di un’organizzazione del lavoro e dell’impossibilità per il datore di controllare la durata della prestazione, risulta impraticabile l’adozione del sistema di retribuzione a tempo.
2) La disciplina del rapporto di lavoro a domicilio è articolata nei seguenti punti caratterizzanti:
— possibilità di assunzione diretta dei lavoratori a domicilio senza formalità o adempimenti ulteriori rispetto a quelli previsti per i lavoratori dipendenti;
— il datore deve registrare sul libro unico del lavoro nominativo, domicilio e retribuzione del lavoratore;
— non è ammessa l’esecuzione di lavori pericolosi comportanti impiego di sostanze o materiali nocivi o pericolosi per la salute del lavoratore e dei suoi familiari.
Cassazione civile sez. lav. 05 aprile 2011 n. 7747
Ritenuto che il lavoro a domicilio è compatibile con modalità di prestazione intrinsecamente precarie e carenti di garanzia giuridica in ordine alla continuità ed entità delle commesse, anche se la possibile precarietà del rapporto non esclude che lo stesso si attui, in concreto, con modalità tali da conferirgli una continuità qualificata e ragionevole e da renderlo pienamente assoggettabile anche alla disciplina limitativa del potere di regresso del datore di lavoro; ritenuto che il lavoro a domicilio realizza una forma di decentramento produttivo in cui l'oggetto della prestazione del lavoratore, resa in maniera continuativa all'esterno dell'azienda, e, però, organizzata ed utilizzata in funzione complementare o sostitutiva del lavoro eseguito all'interno di essa, e che, correlativamente, il vincolo di subordinazione viene a configurarsi come inserimento dell'attività del lavoratore nel ciclo produttivo aziendale, del quale la prestazione lavorativa resa diventa elemento integrativo; ritenuto che, perché tale condizione si realizzi è sufficiente che il lavoratore esegua lavorazioni analoghe ovvero complementari a quelle eseguite all'interno dell'azienda, sotto le direttive dell'imprenditore, le quali non devono necessariamente essere specifiche e reiterate, essendo sufficiente, secondo le circostanze, che esse siano inizialmente impartite una volta per tutte, mentre i controlli possono anche limitarsi alla verifica della buona riuscita della lavorazione; ritenuto, ancora, che la compatibilità del rapporto a domicilio con modalità di prestazione precarie e carenti di garanzia giuridica in ordine alla continuità ed entità delle commesse non esclude affatto la sussistenza di quell'attenuata subordinazione che la l. n. 877/1973 ha introdotto come "species" derogatoria rispetto al "genus" delineato dall'art. 2094 c.c.; ritenuto tutto quanto precede, il lavoro a domicilio, ancorché precario in questo limitato senso, resta pur sempre un rapporto di lavoro subordinato - ben differenziabile da quello autonomo, all'uopo essendo necessario, ma sufficiente che ricorrano i requisiti indicati dall'art. 1 l. n. 877/1973, come modificato dall'art. 2 l. n. 858/1980 - e, pertanto, sottoposto ai vincoli previsti dal cd. statuto dei lavoratori a tutela di questi ultimi.
Cassazione civile sez. lav. 21 ottobre 2010 n. 21625
Il lavoro a domicilio - secondo la configurazione risultante dalla disciplina contenuta nella l. 18 dicembre 1973 n. 977, che, nel superare la distinzione fra lavoro a domicilio autonomo e lavoro a domicilio subordinato, ha innovato rispetto a quella prevista dalla l. 13 marzo 1958 n. 264 - realizza una forma di decentramento produttivo, caratterizzata dal fatto che l'oggetto della prestazione viene in rilievo non come risultato, ma come l'estrinsecazione di energie lavorative, rese in maniera continuativa all'esterno dell'azienda, ma organizzate ed utilizzate in funzione complementare o sostitutiva del lavoro eseguito all'interno di essa. Correlativamente, nel lavoro a domicilio il vincolo di subordinazione viene a configurarsi come inserimento dell'attività del prestatore nel ciclo produttivo, del quale la prestazione lavorativa resa, pur se in ambienti esterni all'azienda e con mezzi ed attrezzature anche propri del lavoratore stesso, ed eventualmente con l'ausilio dei suoi familiari purché conviventi ed a carico, diventa parte integrante e tale integrazione si esprime non solo con l'obbligo di seguire analitiche e vincolanti indicazioni dell'azienda, bensì con l'ineludibile obbligo di lavorare; diversamente, si configura la distinta fattispecie del lavoro autonomo allorché sia riscontrabile, in capo al soggetto cui l'imprenditore abbia commesso un determinato risultato, una vera e propria organizzazione imprenditoriale, distinta da quella del committente, cosicché l'attività lavorativa possa dirsi prestata con inserimento in quella e non nel ciclo produttivo di questa, ovvero nei casi nei quali la prestazione, pur personalmente resa, risulti caratterizzata da autonomia tale da escludere anche la subordinazione attenuata precedentemente definita. In difetto di sufficienti indici rivelatori della sussistenza di un vincolo di subordinazione, il cui onere probatorio incombe a chi lo deduce, deve essere esclusa l'applicabilità al lavoro a domicilio della disciplina del lavoro subordinato. (Nella specie, la S.C. ha cassato la sentenza impugnata che non si era attenuta all'enunciato principio, ritenendo che il lavoratore a domicilio fosse, in quanto tale, lavoratore dipendente, senza accertare se tanto era stato dedotto e provato dalla lavoratrice che aveva impugnato il licenziamento).
Cassazione civile sez. lav. 06 marzo 2006 n. 4761
In tema di lavoro a domicilio, per applicare le norme sul lavoro subordinato non occorre accertare se sussistano i caratteri propri di questo, essendo, invece, necessario e sufficiente che ricorrano i requisiti indicati dall'art. 1, l. n. 877 del 1973.
Cassazione civile sez. lav. 15 novembre 2004 n. 21594
Il lavoro a domicilio realizza una forma di decentramento produttivo in cui l'oggetto della prestazione del lavoratore assume rilievo non già come risultato ma come estrinsecazione di energie lavorative, resa in maniera continuativa all'esterno dell'azienda, e però organizzata ed utilizzata in funzione complementare o sostitutiva del lavoro eseguito all'interno di essa, e, correlativamente, il vincolo di subordinazione viene a configurarsi come inserimento dell'attività del lavoratore nel ciclo produttivo aziendale, del quale la prestazione lavorativa da lui resa, pur se in ambienti esterni all'azienda e con mezzi ed attrezzature anche proprie del lavoratore stesso, ed eventualmente anche con l'ausilio dei suoi familiari, purché conviventi e a carico, diventa elemento integrativo (c.d. "subordinazione tecnica"). Nè valgono, di per sè, ad escludere la configurabilità del suddetto tipo di rapporto l'iscrizione del prestatore di lavoro all'albo delle imprese artigiane (in quanto ad una iscrizione formale priva di valore costitutivo, può non corrispondere l'effettiva esplicazione di attività lavorativa autonoma) ovvero l'emissione di fatture per il pagamento delle prestazioni lavorative eseguite (potendo tale formalità essere finalizzata proprio all'elusione della normativa legale surrichiamata), oppure la circostanza che il lavoratore svolga la sua attività per una pluralità di committenti (nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza del giudice di merito che aveva ritenuto sussistente - con motivazione immune da vizi logici e giuridici - il rapporto di lavoro subordinato di due lavoratrici a domicilio "carteggiatrici" di mobili sulla base della loro sottoposizione alle direttive date dalla società, dell'inserimento di esse nel ciclo produttivo della società stessa, del non alto contenuto professionale delle loro prestazioni, della emissione sistematica e periodica di fatture da parte delle lavoratrici a scadenza mensile e sempre alla fine del mese).
Per la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato a domicilio non sono necessarie la continuità sistematica delle prestazioni lavorative e le analitiche prescrizioni circa il lavoro da svolgere, essendo invece sufficiente che le prescrizioni stesse siano inizialmente impartite al prestatore, restando questo sottoposto al più penetrante controllo del datore di lavoro al momento della riconsegna del prodotto, senza che possano costituire elementi sintomatici idonei ad escludere la natura subordinata del rapporto la circostanza che il lavoratore sia iscritto all'albo delle imprese artigiane, lavori per più imprese, emetta regolare fattura per le sue prestazioni, o abbia libertà di scelta circa il tempo di lavoro. Tuttavia, ai fini della configurabilità di un rapporto di lavoro subordinato a domicilio, occorre pur sempre - esclusivamente per i rapporti anteriori all'entrata in vigore della legge n. 858 del 1980 - la comproprietà, tra datore e prestatore di lavoro, dei materiali e della attrezzature.
Cassazione civile sez. lav. 15 febbraio 1997 n. 1433