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Timestamp: 2019-02-18 14:05:01+00:00
Document Index: 61626031

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 186', 'art. 337', 'art. 575', 'art. 61', 'art. 589', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 89', 'sentenza ', 'art. 89', 'art. 620', 'art. 89', 'sentenza ']

Corte di Cassazione, sezione I, sentenza 16 settembre 2015, n. 37606. Sussiste la fattispecie di omicidio sorretto da dolo diretto ed alternativo, e non quello di lesioni personali, se il tipo di arma impiegata e specificamente l'idoneità offensiva della medesima, la sede corporea della vittima raggiunta dal colpo di arma e la profondità della ferita inferta inducano a ritenere la sussistenza, in capo all'agente, dell'animus necandi, con la conseguenza che risponde di omicidio con dolo diretto alternativo chi prevede e vuole, come scelta sostanzialmente equipollente, la morte o il grave ferimento della vittima - Renato D'Isa
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Sentenza 16 settembre 2015, n. 37606
1. Poco dopo le ore 17,00 del 2 dicembre 2011 E.M.H. , dopo aver trascorso il pomeriggio in un bar insieme a tale G.M. , in stato di ubriachezza si poneva alla guida della autovettura di proprietà del fratello, tipo Suv Mercedes ML, accompagnato dal predetto G. ; a cagione della guida gravemente imprudente, della velocità data all’automezzo e di alcune manovre palesemente imprudenti, due agenti della polizia municipale di Bolzano, impegnati in compiti di istituto, gli intimavano l’alt; l’imputato, anziché fermarsi, accelerava puntando l’automezzo verso gli agenti i quali, per evitare l’investimento, si buttavano l’uno da una parte l’altro dall’altra, ponendosi subito dopo all’inseguimento dell’autovettura; l’imputato proseguiva la sua corsa a forte velocità, superando un semaforo rosso, oltrepassando un dosso dissuasore ed un incrocio fino ad immettersi in una strada ad una corsia ed a senso unico, dove investiva il pedone A.G. mentre questi stava attraversando la strada; l’imputato, senza frenare, aveva tentato di evitare il pedone, sordo agli inviti del passeggero che gli urlava di fermarsi; in seguito all’urto la vittima veniva sbalzata con violenza contro un cassone ed il cordolo del marciapiede e le lesioni provocate per questo ne cagionavano la morte pressoché immediata; il guidatore, dopo aver urtato contro i veicoli parcheggiati sulla via spostandone sei, scendeva dall’auto dandosi alla fuga e veniva trovato pochi minuti dopo nel cortile di un limitrofo caseggiato mentre cercava di nascondersi.
Sulla base delle citate acquisizioni a carico di E.M.H. venivano contestati i seguenti reati: contravvenzione di cui all’art. 186 co. 1, 2 lett. C) e 2-bis C.d.S. per guida in stato di ebbrezza aggravata dall’incidente stradale mortale derivatone (capo a); delitto di cui all’art. 337 c.p. per violenza e minaccia nei confronti dei due vv.uu., pubblici ufficiali, al fine di opporsi ai loro compiti di istituto (capo b); omicidio volontario (art. 575 c.p.), aggravato ai sensi dell’art. 61 n. 2 c.p., per aver cagionato la morte di A.G. investendolo con la sua autovettura guidata in modo sconsiderato come da specifica descrizione del capo di imputazione (capo e); reato di cui agli artt. 81 c.p. e 189, commi 6 e 7 C.d.S. per non aver prestato soccorso al pedone investito dopo aver consumato i reati di cui ai capi c) ed a) (capo d); in Bolzano, nel tardo pomeriggio del 2 dicembre 2011.
3.1 Col primo di essi denuncia la difesa ricorrente vizio della motivazione in relazione alla ricostruzione dell’evento, in particolare osservando ed argomentando: la corte, e prima di essa il giudice di primo grado, ha considerato prevedibile la presenza di pedoni in attraversamento della arteria cittadina ove avvenne l’investimento in forza della considerazione che di norma, nel tardo pomeriggio, le strade cittadine sono frequentate da numerosi cittadini; ciò dimostra che la corte medesima non ha considerato le ragioni sviluppate dalla difesa con i motivi di appello; collegare la prevedibilità circa la presenza di pedoni da parte di un automobilista sulla base dell’ora è illogico e priva di certe fondamenta l’imputazione in termini di dolo; il perito di ufficio indica in m. 4,5 il campo di avvistamento prima dell’impatto, mentre il consulente della difesa riduce tale spazio a m. 2,00; l’insanabile contrasto viene risolto dai giudici di merito in favore del perito con motivazione però destituita di fondamento; la stessa ricostruzione tratta dalle immagini riprese dalla telecamera evidenzia che l’urto è avvenuto al centro della via dopo che il pedone aveva percorso circa due metri della larghezza utile; trattasi di ricostruzione inconfutabile perché desunta da una ripresa televisiva; è pertanto smentito che il pedone al momento dell’investimento avesse quasi completato l’attraversamento della strada; la differenza è notevole ed importante, giacché dall’una o dall’altra tesi dipende il tempo utile per essere avvistato e per calcolare il tempo necessario di reazione per le manovre di emergenza; per superare l’evidenza delle conclusioni tecnico-scientifiche, i giudice di prime cure valorizza le testimonianze di G.M. e M.G. , che non appaiono comunque in contrasto con la visione del filmato; G. infatti dice che il pedone aveva appena superato la mezzeria, non si sa di quanto; il tempo di permanenza della vittima nel campo visivo dell’imputato è anch’esso determinato dal giudice di appello pedissequamente riproponendo le considerazioni del giudice di prime cure e del tutto ignorando i rilievi difensivi; il pedone era proteso a raggiungere la moglie, che lo precedeva, eppertanto non poteva che avere una andatura spedita, certamente non rallentata dalla borsa la quale, diversamente da quanto opinato dai giudici di merito, non era affatto pesante perché visivamente ripresa avanti rispetto al corpo della vittima (se pesante la borsa sarebbe scesa a perpendicolo lungo il corpo del pedone); quanto poi all’accertamento della velocità, si deve registrare una mancanza assoluta di motivazione; anche su tale punto si confrontano le tesi assai diverse del perito di ufficio e del consulente di parte e l’opzione giudiziale in favore delle prime; il giudice di merito indica in km/h 75 la velocità dell’auto Mercedes investitrice, mentre il consulente di parte, sulla base di quattro fotogrammi ripresi televisivamente, ha accertato scientificamente in 57/65 km/h la velocità del mezzo (si dà atto che la difesa replica nel ricorso il percorso deduttivo del consulente, inserendo i fotogrammi esaminati con il tempo della ripresa per ciascuno di essi e per un tempo di quattro secondi).
3.2 Col secondo motivo di impugnazione denuncia la difesa ricorrente vizio della motivazione e violazione di legge in relazione alla mancata applicazione dell’art. 589 c.p., in particolare osservando: per la corte territoriale la condotta di guida dell’imputato sarebbe stata caratterizzata“verso una decisione per l’illecito”; per i giudicanti il prevenuto intendeva sottrarsi al controllo dei VV.UU. e per questo si diede alla fuga, con guida spericolata, perché voleva evitare i controlli sul suo stato di ubriachezza, la possibile sospensione della patente, il fermo amministrativo dell’automezzo; sempre per i giudici di merito il prevenuto, tutto ciò bilanciando e pur di non perdere la patente di guida, avrebbe accettato di uccidere una persona; eppure la condotta di guida dell’imputato, pur spericolata, è provato che si sia articolata sempre cercando di evitare danni a terzi, come quando ha evitato un ciclista, o come quando non ha sorpassato l’autovettura del teste M.G. rimanendo a lungo dietro di essa, anche perché in senso inverso, sopraggiungevano altri ciclisti; è ben differente la condotta dell’imputato, pur con tutti i rilievi di colpa riscontrabili nella velocità elevata e nel suo stato di ubriachezza, rispetto ai casi tipici in cui la guida rischiosa è stata valutata come punibile a titolo di omicidio volontario imputabile a titolo di dolo eventuale, casi in cui si attraversa un incrocio nonostante il segnale rosso di stop o si corre contromano o si va di notte a fari spenti; nel caso di specie c’è un veicolo che procede a velocità eccessiva per un centro abitato ed il guidatore in stato di ubriachezza e c’è, per converso, un pedone che, in violazione delle regole stradali, attraversa la strada evitando di farlo utilizzando le strisce pedonali poco lontane; palese la differenza tipologica, perché nei casi richiamati innanzi come diversi da quello per cui è causa, si è in presenza dell’accettazione di un rischio elevatissimo, tanto che il danno all’incolumità di terzi assume la dimensione dell’attualità più che della potenzialità; eppoi si appalesa del tutto inverosimile la ricostruzione secondo cui l’imputato, per evitare di perdere la patente, abbia accettato il rischio di uccidere una persona; applicando poi la nota formula di Frank, appare utile domandarsi se l’imputato avrebbe ugualmente agito laddove avesse previsto in termini di certezza l’evento e quindi mettendo in conto la sua sicura verificazione; palese la enorme differenza e la non comparabilità degli interessi in gioco; l’imputato non voleva l’incidente e contava di non provocarlo giacché con esso si vanificavano tutte le ragioni della fuga in auto, come puntualmente avvenuto; a tutto concedere si versa in una ipotesi di dubbio circa la ricorrenza di una volontà dolosa ovvero semplicemente gravemente colposa, dubbio che va risolto, secondo regole generali, in favore dell’imputato.
1.2 Manifestamente infondato giudica, altresì, la Corte il primo motivo di impugnazione, con il quale censura la difesa ricorrente la ricostruzione dell’incidente mortale proposto dai giudici di merito. Al riguardo giova qui ribadire che la funzione dell’indagine di legittimità sulla motivazione non è quella di sindacare l’intrinseca attendibilità dei risultati dell’interpretazione delle prove e di attingere il merito dell’analisi ricostruttiva dei fatti, bensì quella, del tutto diversa, di accertare se gli elementi probatori posti a base della decisione siano stati valutati seguendo le regole della logica e secondo linee argomentative adeguate, che rendano giustificate, sul piano della consequenzialità, le conclusioni tratte, verificando la congruenza dei passaggi logici. Ne consegue che, ad una logica valutazione dei fatti operata dal giudice di merito, non può quello di legittimità opporne un’altra, ancorché altrettanto logica (Cass. 5.12.02 Schiavone; Cass. 6.05.03 Curcillo; Sez. 4, n. 15227 dell’11/4/2008, Baratti, Rv.239735; cfr. in termini: Cass. sez. 2A, sentenza n. 7380 dell’11/01/2007, dep. il 22/02/2007, Rv. 235716, imp. Messina; Sez. 6, n. 1307 del 14/1/2003, Delvai, Rv. 223061). Orbene, nel caso in esame palese è la natura di merito delle argomentazioni difensive, giacché volte le medesime, a fronte di una esaustiva motivazione del giudice territoriale, a differentemente valutare gli elementi di prova puntualmente da esso richiamati e valorizzati, onde poi accreditare uno svolgimento della vicenda del tutto alternativo a quello logicamente ritenuto con la sentenza impugnata.
Nel caso in esame invece la corte di merito ha applicato il beneficio di cui all’art. 89 c.p. alla sola pena base prima degli aumenti successivamente conteggiati per l’applicazione della continuazione in riferimento ai reati contestati ai capi a), b) e d) della rubrica, per questo rimasti indenni dalla riduzione imposta dalla norma. Sul punto, pertanto, la sentenza impugnata va annullata con rinvio affinché si provveda alla determinazione della pena con la corretta applicazione della diminuente di cui all’art. 89 c.p.. Il Collegio ritiene infine non ricorrente, nella fattispecie, una ipotesi riconducibile all’art. 620 c.p.p., co. 1 lett. l), giacché la diminuente applicabile ai sensi dell’art. 89 c.p. è fissata in termini discrezionalmente valutabili da parte del giudicante fino ad un terzo in considerazione della equità della pena e ciò integra giudizio di merito precluso al giudice di legittimità.
Corte di Cassazione, sezione IV, sentenza 16 febbraio 2015, n. 6718....