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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'e contrario', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art 230', 'sentenza ', 'sentenza ']

Diritto all’interpretazione e alla traduzione: la Commissione presenta la prima proposta legislativa UE e la Commissione LIBE presenta i suoi emendamenti
maggio 11, 2010 – 6:10 am
La Commissione libertà civili, giustizia e affair interni del Parlamento europeo (LIBE) ha discusso il progetto di relazione sulla direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio sul diritto all’interpretazione e alla traduzione nei procedimenti penali. Presentato dalla relatrice Sarah Ludford il 17 marzo 2010, è una iniziativa presentata da 13 stati membri.
L’obiettivo della Direttiva
Questa è la prima di una serie di provvedimenti volti a definire norme comuni nelle cause penali, al fine di aiutare i cittadini a far valere il diritto a un processo equo ovunque nell’Unione, anche quando non conoscono la lingua del procedimento.
Gli altri provvedimenti adottati dalla tabella di marcia sui diritti procedurali includono:
informazione sui propri diritti e sulle accuse (estate 2010);
consulenza legale prima e nel corso del processo e assistenza legale;
diritto del detenuto di comunicare con familiari, datori di lavoro e autorità consolari;
protezione degli indagati vulnerabili.
In particolare questa direttiva obbliga gli Stati membri a garantire che qualsiasi persona indagata o imputata in un procedimento penale, che non comprende la lingua utilizzata in questo contesto, debba essere assistita da un interprete durante l’intero procedimento. Ciò è indispensabile per consentire all’imputato di conoscere le accuse che gli vengono mosse e seguire il corso del procedimento.
Questo approccio graduale non è la soluzione che il parlamento europeo preferisce, infatti esso aveva già supportato una iniziativa molto più ampia nel 2007. Però le negoziazioni fallirono e dopo un secondo sfortunato tentativo di stabilire questi provvedimenti, la relatrice ha ritenuto opportuno emendare l’iniziativa più ridimensionata presentata da 13 Stati membri, al fine di raggiungere un accordo il più possibile rapido con la Commissione ed il Consiglio.
1) riferimento alla Carta europea dei diritti fondamentali e alla Convenzione europea dei diritti umani
2) spiegare che il diritto in oggetto si applica non solo dal momento che viene notificato dalle autorità ma da quando ha il sospetto o viene al corrente d’essere indagato;
3) far si che tale diritto copra tutte le fasi del procedimento inclusi, sentenza, appello e detenzione sino a quando il procedimento viene concluso,
4) Specificare che l’indagato venga notificato in forma scritta,
5) fornire supporto non solo a coloro che hanno difficoltà di tipo linguistico ma anche a coloro che hanno difficoltà fisiche o mentali
6) specificare che il diritto all’interpretazione vale anche per le comunicazioni con l’avvocato e le traduzioni del servizio legale;
7) identificare il diritto d avere tradotto il materiale scritto e che quest’ultimo includa tutti I documenti del caso
8) Includere meccanismi d’appello ad una autorità giudiziaria e anche meccanismi di denuncia
9) aggiungere disposizioni sulla formazione e qualificazione e registrazione di interpreti e traduttori
10) aggiungere ulteriori salvaguardie: registrazione, tempo adeguato e servizi a disposizione, scadenze procedurali che tengano conto della tempistica per le traduzioni e interpretazioni.
La proposta del 9 marzo 2010 della Commissione prevede:
“L’ambito di applicazione comprende i procedimenti penali e i procedimenti di esecuzione del mandato di arresto europeo e interessa chiunque sia sottoposto a indagini per avere commesso un reato, fino alla conclusione del procedimento (comprese le impugnazioni). È importante che siano disciplinati i casi riguardanti il mandato di arresto europeo visto che la relativa decisione quadro tratta questi diritti solo in termini generali. In questo senso, la proposta rappresenta uno sviluppo ulteriore dell’articolo 5 CEDU
“Questo articolo sancisce il principio basilare secondo cui l’interpretazione deve essere fornita durante le indagini preliminari e nel corso del procedimento giudiziario, ossia durante gli interrogatori della polizia, nel corso del processo e in tutte le udienze interlocutorie e nei successivi gradi di giudizio. È quindi ricompresa l’interpretazione delle comunicazioni tra l’indagato o l’imputato e il suo difensore. Occorre predisporre un sistema volto a stabilire se la persona necessiti dell’assistenza di un interprete ovvero a consentirle di impugnare la decisione che dichiara superflua l’interpretazione o di contestarne la qualità.
Diritto alla traduzione dei documenti fondamentali
L’indagato ha diritto alla traduzione scritta dei documenti fondamentali al fine di salvaguardare l’equità del procedimento. Nella sentenza Kamasinski c. Austria17, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha statuito che il diritto all’interpretazione si applica al “materiale documentario” e che l’imputato deve avere una conoscenza sufficiente della causa intentata contro di lui affinché si possa difendere18. Tra i documenti fondamentali del procedimento penale rientra quindi l’atto contenente i capi d’imputazione e tutto il materiale documentario pertinente, ad esempio le dichiarazioni dei testimoni necessarie a comprendere “in modo dettagliato [la] natura e [i] motivi dell’accusa formulata a suo carico”, conformemente all’articolo 6, paragrafo 3, lettera a), CEDU. Occorre inoltre fornire la traduzione degli ordini di carcerazione e altro provvedimento che privi la persona della libertà, nonché della sentenza, necessaria per esercitare il diritto di appello (Protocollo 7 CEDU, articolo 2). In caso di documenti eccessivamente lunghi, la traduzione può limitarsi alle parti più rilevanti.
Qualità della traduzione e dell’interpretazione
L’articolo stabilisce i requisiti fondamentali per garantire la qualità dell’interpretazione e della traduzione. Nella relazione del Forum di riflessione sul multilinguismo e la formazione degli interpreti è possibile trovare raccomandazioni a questo riguardo
Clausola di non regressione
Finalità di questo articolo è assicurare che le norme minime comuni stabilite nella presente direttiva non comportino una diminuzione del livello di tutela assicurato da alcuni Stati membri, e che siano fatte salve le disposizioni della CEDU, della Carta dei diritti fondamentali e altre disposizioni pertinenti di diritto internazionale. Gli Stati membri restano liberi di definire norme che assicurino un livello di tutela più elevato rispetto alla presente direttiva.
Si può osservare che la proposta della Commissione riflette gli emendamenti della relatrice, al fine di garantire un livello di protezione elevato in linea con al convenzione europea dei diritti umani e della carta europea dei diritti fondamentali .
Vista la prossimità, anche se non equivalenza della proposta della Commissione con quella fatta dagli Stati membri, la Commissione ha suggerito al Parlamento di unire le due proposte in un unico testo.
La relatrice ha espresso la sua opinione contraria ed ha affermato che continuerà a basarsi sulla proposta degli Stati membri tendendo in considerazione la proposta della Commissione. La ragione principale sta nel fatto che seguendo tale approccio, vi sono probabilità maggiori che si possa arrivare ad un compromesso.
Il servizio giuridico del Parlamento europeo inoltre è dell’opinione che il Parlamento europeo ed il Consiglio debbano evitare d’adottare atti che non sono previsti dall’articolo 82 del TFUE, che rappresentano la base legale per la proposta di questa direttiva e non prevede la possibilità di adottare entrambe gli atti.
di Leda Bargiotti | Pubblicato su 3. Diritti fondamentali, 8. Cooperazione giudiziaria, Cooperazione giudiziaria in materia penale | Commenti (1)
Piano di lavoro della Commissione europea: 12 maggio – 30 luglio 2010
maggio 9, 2010 – 3:20 pm
Riunione N.1917 12 Maggio 2010 (Bruxelles)
Relazione sugli sviluppi della Politica Europea di Vicinato e piano d’azione della Politica Europea di Vicinato
Riunione 1919 26 Maggio 2010 (Bruxelles)
Raccomandazione della Commissione al Consiglio per autorizzare l’apertura di negoziazioni con gli USA sulla protezione dei dati e loro scambio
Riunione 1921 9 giugno 2010 (Bruxelles) – non ancora finalizzata
Riunione 1924 meeting 30 giugno 2010 (Bruxelles)
Comunicazione sulla politica europea dei diritti fondamentali – Una strategia per promuovere il rispetto dei diritti fondamentali
Direttiva sul diritto degli individui sospettati d’aver commesso atti illeciti di natura criminale ad essere informati sulle accuse mosse contro di loro
Riunione 1925 6 luglio 2010 (Strasburgo)
Comunicazione della Commissione al Consiglio e Parlamento europeo sulla gestione delle informazioni nello spazio europeo di libertà, sicurezza e giustizia
Comunicazione al parlamento europeo e al consiglio sulla valutazione delle misure prese in attuazione della strategia europea di anti terrorismo
di Leda Bargiotti | Pubblicato su 1. Quadro Istituzionale | Commenti (0)
Le negoziazioni su SWIFT rilanciate dalla Commissione europea
maggio 9, 2010 – 2:32 pm
In un mondo ideale prima si creano le norme di principio generale e poi le si applicano a misure e accordi specifici.
Tale logica dovrebbe essere applicata anche alle negoziazioni in atto sul regime di protezione dati dove:
1) prima l’Unione europea crea delle norme di protezione dei dati sulla base dell’articolo 16 del Trattato dell’Unione europea,
2) in seguito essa conclude un accordo quadro che pone solide basi sulla protezione dei dati in un contesto transatlantico,
3) infine, e solo se considerato opportuno, l’Unione europea conclude un accordo (preferibilmente non di carattere esecutivo dato che esso non richiede la ratifica da parte del Congresso statunitense) sul trasferimento di dati bancari nell’ambito del programma di controllo delle transazioni finanziarie dei terroristi (TFTP).
Invece, come Jonathan Faull ha ricordato in più occasioni di fronte alla Commissione LIBE il 7 aprile 2010, non viviamo in un mondo ideale e perciò l’Unione europea sta procedendo esattamente al contrario: prima prevede di concludere un accordo con gli Stati Uniti d’America sul trasferimento dei dati di messaggistica finanziaria e poi procederà alla conclusione di un accordo quadro generale sulla protezione dati. La conseguenza di tale approccio è che l’accordo concluso per ultimo non potrà far altro che formalizzare ciò che è diventato pratica con l’accordo precedente, anche a rischio di violazione di principi e valori della legislazione europea.
Il Collegio dei Commissari ha riaperto la procedura per un accordo EU-USA sul TFTP votando il testo per un nuovo mandato il 24 marzo 2010, con la speranza di concludere l’accordo entro giugno 2010.
Questo senza avere ancora un accordo quadro che regoli i principi guida sulla protezione dei dati tra l’UE e gli USA e nonostante il fatto che le negoziazioni per questo accordo siano cominciate ben prima di quelle relative all’accordo sul TFTP.
Alcuni membri della Commissione LIBE dal canto loro hanno espresso forti dubbi su alcuni aspetti relativi a tale accordo. Tra questi anche il Rapporteur, che ha ribadito alcuni aspetti già sollevati nella relazione precedente del Parlamento europeo:
I membri del Parlamento ritengono che ci sia ancora il rischio che la questione relativa al trasferimento in massa dei dati non venga affrontata in modo appropriato dal nuovo accordo. Sino ad ora infatti si pensava che SWIFT non avesse la capacità tecnica di selezionare dati individualmente e che potesse perciò solo trasferire dati in massa, incluse informazioni non necessarie al fine della lotta al terrorismo. Invece sembra che SWIFT possegga questa abilità , la qual cosa ridurrebbe il rischio di violare il principio di proporzionalità. Rimane da vedere se però SWIFT sia pronto a sostenere i costi che tale azione richiederebbe…
Violazione del principio che obbliga l’autorizzazione giudiziaria
Durante il dibattito in seno alla Commissione LIBE del 7 aprile, il Rapporteur ha chiesto alla Commissione quale opinione avesse sulla possibilità di basare l’accordo su un quadro legale diverso dalla mutua assistenza giudiziaria.
La ragione per cui alcuni attori possono essere interessati ad esplorare altre basi legali sta nella possibilità di eliminare l’obbligo di richiesta fatta ad una autorità giudiziaria responsabile per l’autorizzazione al trasferimento dei dati. Questo però potrebbe avere delle conseguenze molto gravi dal punto di vista dell’ammissibilità della richiesta dati e del controllo sul loro trasferimento. Infatti, sembra che per il momento questa possibilità sia stata esclusa.
Periodo archiviazione dati
Anche se il nuovo mandato limita l’archiviazione dei dati a cinque anni, alcuni parlamentari hanno sottolineato che questo lasso di tempo sia ancora troppo vasto, soprattutto perché riguarda anche i dati di persone presumibilmente innocenti. Da sottolineare che lo stesso periodo di archiviazione dei dati vale per gli accordi EU-USA sui PNR (vedi sopra).
Questi rappresentano solo alcuni degli elementi che sono stati sollevati dai parlamentari della Commissione LIBE il 7 aprile 2010 e che sono stati successivamente ripresi dalla relazione approvata in plenaria il 5 maggio 2010.
La Commissione europea dovrà tenerne conto in qualità di negoziatore (nel caso precedente, prima dell’entrata in vigore di Lisbona, era stato il Consiglio europeo il negoziatore con il supporto della Commissione). Inoltre, la Commissione deve anche tenere in conto il fatto che affinché l’accordo venga concluso deve ottenere il il consenso del Parlamento. A tal proposito deve anche rispettare il diritto di quest’ultimo ad essere pienamente informato durante ogni fase delle negoziazioni (articolo 218 del TFUE par 10).
Jonathan Faull ha ricordato che siamo ancora all’inizio del procedimento e che la Commissione ha già tenuto in conto il punto di vista del Parlamento inserendo nel testo del mandato una serie di misure suggerite dall’organo legislativo europeo:
salvaguardie maggiori dal uno della protezione dei dati personali,
diritto ad un risarcimento
diritto alla rettifica dei dati se sbagliati
proibizione di data mining e
diritto di porre fine all’accordo nel caso in cui avvenga una violazione delle salvaguardie previste dal trattato.
Le ricerche attraverso SWIFT continuano
Tali salvaguardie pero’ potrebbero essere uno specchietto per le allodole, specialmente tenendo conto del fatto che nonostante il voto negativo del Parlamento europeo sul precedente accordo SWIFT, le ricerche e il trasferimento dei dati sono continuati, grazie ad un accordo bilaterale con il Belgio, la nazione dove risiede SWIFT.
Inoltre una serie di server su base Americana è ancora accessibile previo il mandato di una autorità giudiziaria del governo statunitense.
Dato che i server in Virgina gestiscono tutte le transazioni che avvengono tra i due continenti, inclusi i pagamenti intra-europei che effettuati in dollari, il voto negativo del Parlamento è almeno in parte scavalcato
L’articolo 218 del TFUE paragrafo 11 prevede la possibilità di richiedere un ‘opinione alla Corte europea di giustizia sull’accordo e sulla sua compatibilità con la legislazione europea, però al momento non esistono sufficienti basi su cui la Corte possa esprimere un’opinione.
I negoziati dunque continuano e solo più avanti si saprà se i negoziatori affronteranno gli aspetti summenzionati.
di Leda Bargiotti | Pubblicato su 3. Diritti fondamentali, 8. Cooperazione giudiziaria, Cooperazione giudiziaria in materia penale, Protezione dei dati | Commenti (0)
Protezione dati nel contesto della cooperazione transatlantica: il Parlamento europeo approva le risoluzioni SWIFT e PNR
maggio 8, 2010 – 8:58 pm
Il Parlamento europeo ha approvato durante la seduta plenaria del 5 maggio 2010 due risoluzioni entrambe relative allo scambio di dati personali in un contesto transatlantico:
Risoluzione del Parlamento europeo del 5 maggio 2010 sulla raccomandazione della Commissione al Consiglio di autorizzare l’apertura dei negoziati in vista di un accordo tra l’Unione europea e gli Stati Uniti d’America ai fini della messa a disposizione del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti di dati di messaggistica finanziaria per prevenire e combattere il terrorismo e il suo finanziamento
Risoluzione del Parlamento europeo del 5 maggio 2010 sull’avvio dei negoziati per la conclusione di accordi sui dati del codice di prenotazione (PNR) con gli Stati Uniti, l’Australia e il Canada.
Questo dopo che la Commissione LIBE ha annunciato nel suo ultimo incontro di aprile l’intenzione di posticipare il voto sull’accordo UE-USA sui dati di codice di prenotazione (PNR), fintanto che la Commissione europea non presenta un insieme di misure che possano fornire un approccio più coerente alla definizione della protezione dei dati personali.
La Commissione cogliendo i suggerimenti del Parlamento prevede di proporre un pacchetto più coerente di misure:
a) una Comunicazione che elenca gli standard generali di applicazione per qualsiasi accordo PNR (regolando anche glia spetti esterni)
b) una direttiva sui PNR che sarà una “lisbonizzazione” dell’accordo attuale, e
c) una raccomandazione per dare il mandato all’Unione europea di negoziare un accordo PNR con gli USA, il Canada e l’Australia.
Nonostante queste buone intenzioni, le conclusioni degli accordi oggetto delle risoluzioni del Parlamento europeo presentano degli aspetti controversi che rischiano di mettere a repentaglio la protezione dei dati personali e della privacy degli individui.
Una diversa definizione di privacy e protezione dei dati
Privacy e protezione dei dati sono due differenti, anche se interdipendenti, principi e tale distinzione deve essere applicata sia nella dimensione interna sia esterna dell’UE.
Il diritto alla privacy non è assoluto, infatti vengono soprattutto enfatizzate le condizioni sotto le quali tale diritto può essere limitato. Il diritto alla protezione dei dati si applica invece sempre quando i dati personali vengo processati. La Corte europea di giustizia ha sottolineato che quando viene applicato il diritto alla protezione dei dati, deve essere tenuto in conto l’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti umani.
L’interrelazione tra i due principi diviene ancora più importante quando si parla di condivisione dei dati e ancor di più in relazione ad accordi internazionali con paesi terzi, come nei casi EU-USA PNR e UE-USA SWIFT.
Nel contesto transatlantico, ad esempio, le differenti concezioni di protezione dei dati e privacy complicano ulteriormente le cose, dato che l’approccio statunitense alla privacy si basa su una legislazione e auto regolamentazione create per un contesto prettamente industriale, mentre l’approccio europeo si basa su una legislazione più onnicomprensiva. I negoziatori devono riuscire perciò a colmare queste divergenze assicurando l’applicazione di principi d’applicazione generale che a loro volta possano poi essere declinati a casi specifici.
Tale accordo quadro non esiste ancora e nonostante ciò il trasferimento di dati personali sta già avvenendo attraverso l’accordo d’applicazione temporanea sui PNR.
Tale approccio è al quanto contestabile. Logica vorrebbe che l’accordo quadro sia compatibile con gli accordi UE-USA sulla protezione dei dati e non vice versa, come sottolineato dal supervisore europeo della protezione dei dati. Altrimenti il rischio di inconsistenze tra i principi generali e la loro applicazione negli accordi specifici diventa più che probabile.
Tale rischio è già una realtà a seguito dell’entrata in vigore, seppur temporanea, degli accordi UE-USA sui PNR:
Sistemi di prenotazione computerizzata (CRS) come intermediari tra le compagnie aeree e le agenzie/servizi di sicurezza e di controllo frontiera
Come Mr Edward Hasbrouck ha spiegato durante una seduta al Parlamento europeo, i dati PNR sono inseriti dalle agenzie di viaggio, I siti on line di turismo e i tour operators in un sistema di prenotazione computerizzato (CSR) che appartiene a parti terze.
Il CSR spedisce poi i dati PNR al Department of Homeland Security (DHS). Dato che tre dei quattro server sono installati in territorio Americano, incluso un ufficio di uno dei maggiori server europei, DHS e altri negli Stati Uniti d’America hanno accesso ai dati europei, anche quando riguardano voli che avvengono esclusivamente su territorio europeo.
L’attuale accordo sui PNR copre i trasferimenti di dati PNR dall’UE al DHS, ma non copre le relazioni che il DHS ha con i CSR. Quindi, le transizioni giornaliere aeree scavalcano completamente l’accordo UE-USA sui PNR.
Per ciò che riguarda i CSR, la base legale europea è stata recentemente aggiornata il 4 febbraio del 2009 dal Regolamento relativo a un codice di comportamento in materia di sistemi telematici di prenotazione e che abroga il regolamento (CEE) n. 2299/89 del Consiglio.
L’articolo 11 a cui fa riferimento il considerando 21 stabilisce che:
Trattamento, accesso e conservazione dei dati personali
1. Il trattamento di dati personali raccolti nell’ambito delle attività di un CRS al fine di fare prenotazioni o emettere biglietti per servizi di trasporto si effettua unicamente in un modo compatibile con tali finalità. Per quanto riguarda il trattamento di tali dati, il venditore del sistema è considerato responsabile del trattamento ai sensi dell’articolo 2, lettera d), della direttiva 95/46/CE.
2. Il trattamento di dati personali è effettuato soltanto quando è necessario all’esecuzione del contratto concluso con la persona interessata o all’esecuzione di misure precontrattuali su richiesta di tale persona.
3. Nel caso di categorie particolari di dati di cui all’articolo 8 della direttiva 95/46/CE, il trattamento di tali dati è effettuato sol- tanto se la persona interessata ha dato il proprio consenso espli- cito a tale trattamento con cognizione di causa.
4. Le informazioni controllate dal venditore del sistema con- cernenti prenotazioni individuali identificabili sono archiviate off line entro settantadue ore dal completamento dell’ultimo ele- mento della prenotazione individuale e distrutte entro tre anni. L’accesso a tali dati è consentito solo per controversie sulla fatturazione.
5. I dati relativi alla commercializzazione, alle prenotazioni e alle vendite messi a disposizione da un venditore di sistema non comprendono informazioni dirette né indirette sull’identità delle persone fisiche o, se del caso, delle organizzazioni o società per conto delle quali esse agiscono.
6. Su richiesta, l’abbonato comunica al consumatore il nome e l’indirizzo del venditore del sistema, lo scopo del trattamento dei dati personali, la durata della conservazione degli stessi e le moda- lità di esercizio del diritto di accesso ai dati delle quali può avva- lersi la persona interessata.
7. La persona interessata ha il diritto di avere gratuitamente accesso ai dati che la riguardano indipendentemente dal fatto che i dati siano conservati dal venditore del sistema o dall’abbonato.
8. I diritti riconosciuti nel presente articolo sono complemen- tari e si aggiungono ai diritti della persona interessata stabiliti dalla direttiva 95/46/CE, dalle disposizioni nazionali adottate confor- memente a detta direttiva, e dalle disposizioni degli accordi inter- nazionali di cui la Comunità è parte.
9. Le disposizioni del presente regolamento precisano e inte- grano la direttiva 95/46/CE ai fini di cui al paragrafo 1. Salvo altri- menti disposto, si applicano le definizioni figuranti in detta direttiva. Qualora le specifiche disposizioni relative al trattamento dei dati personali nell’ambito delle attività di un CRS fissate nel presente articolo non si applichino, il presente regolamento lascia impregiudicate le disposizioni di tale direttiva e le disposizioni nazionali adottate conformemente alla stessa nonché le disposi- zioni degli accordi internazionali di cui la Comunità è parte. (…).
E’ importante notare che in base all’articolo 14 del Regolamento l’attività dei CSR sul territorio europeo cade sotto la giurisdizione della Commissione europea e quest’ultima ha i poteri di controllo appropriati per accettare ricorsi per violazione del codice di condotta:
Per l’assolvimento dei compiti a essa conferiti dal presente regolamento, la Commissione può, mediante semplice domanda o mediante decisione, richiedere alle imprese o associazioni di imprese di fornire tutte le informazioni necessarie, compresi audit specifici in particolare sulle questioni previste agli articoli 4, 7, 10 e 11.
Ma la misura in cui tale potere di controllo possa essere realmente attuato rimane da vedere. Infatti, la direzione generale (DG) della Commissione europea responsabile per i CSR è DG Trasporto (DG TRAN) mentre la DG responsabile per i PNR è la DG Giustizia, libertà e sicurezza (DG JLS). Dunque, se le due DG non si coordinano, sarà molto difficile che possano portare avanti in modo efficace i compiti di carattere investigativo previsti dall’articolo 14 e far si che il codice di condotta non venga violato.
Il principio di proporzionalità alla base del trattamento dei dati personali
La Direttiva 95/46 stabilisce che gli Stati membri devono rispettare i principi seguenti quando trattano dati personali: limitazione dello scopo, la qualità dei dati e il principio di proporzionalità e di trasparenza.
Dunque, quello di proporzionalità è uno dei criteri che permette la restrizione del principio del diritto alla privacy. Al fine di attuare in pratica il principio di proporzionalità è necessario fornire risposte alle seguenti domande:
– Cosa significa “richiesta fatta su misura” (narrowly tailored request)?
– Cosa significa “richiesta fatta caso per caso” (case by case)?
– “Caso” si riferisce ad un individuo specifico o più d’uno? O invece si riferisce a qualsiasi dato di qualsiasi individuo che cade sotto un criterio specifico?
Il principio di proporzionalità può solo funzionare quando viene valutato di fronte a delle prove. Però, le prove che dimostrano la necessità di tali misure non sono ancora state presentate. Al contrario, il Direttore generale della DG JLS, Jonathan Faull, ha spiegato durante la riunione LIBE del 24 marzo 2010, che qualsiasi prova deve rimanere segreta per questioni di sicurezza nazionale.
Il giusto equilibrio tra restrizione del diritto alla privacy e alla protezione dei dati e l’attuazione di misure tese ad aumentare il livello di sicurezza può essere raggiunto solo se viene valutato di fronte all’impatto reale (e non presunto) che tali misure hanno sulla sicurezza degli individui. Altrimenti, il principio stesso di proporzionalità cessa d’esistere e con esso il rispetto dei diritti fondamentali di ogni individuo.
La limitazione dello scopo e la questione del ri-uso
La questione della proporzionalità è direttamente legata allo scopo della condivisione dei dati. Il paragrafo dell’accordo del 2004 stabilisce che lo scopo è di prevenire e combattere il terrorismo e il crimine internazionale. Quindi, è necessario garantire che quando a seguito della conclusione di investigazioni che stabiliscono che un individuo non è un terrorista ma abbia commesso altri atti illeciti (come trattenersi sul territorio europeo oltre il periodo concesso dal visto o violazione di diritti d’autore), i dati raccolti non vengano usati poi per iniziare un nuovo procedimento.
Tuttavia, come Dr Patrick Breyer ha spiegato, la relazione del High Level Contact Group (HLGC) del maggio 2008 non prevede una limitazione dello scopo restrittivo e specifico e quindi non da quelle garanzie di protezione dei diritti umani necessarie per permettere la rivelazione di informazioni personali ad agenti e stati stranieri.
Scambio di dati tra settori privato e pubblico
In aggiunta, vi è un ulteriore rischio di violazione del principio di limitazione dello scopo dovuto alla possibilità di scambio dei dati tra entità pubbliche private. Infatti, in questi casi la legittimità dello scambio dei dati deve essere ulteriormente dimostrata.
Un altro aspetto da analizzare quando si considerano le conseguenze che uno scambio di dati tra entità pubbliche e private può provocare riguarda la questione del “profiling”.
Una definizione unica di profiling non esiste. Ovvero, esistono diverse pratiche di profiling. Il Consiglio sta preparando però una relazione che a detta della Sig.ra Vassiliadou (DG JLS) dovrebbe fornire delle linee guida per le azioni che la Commissione europea intraprenderà in questo settore.
Il profling dei dati consiste nell’usare parole chiave per generare nuovi dati così da poter progredire nell’analisi dei dati a disposizione. Dunque, usando dati normali c’è il rischio che vengano poi generati dei dati di natura sensibile.
Tale pratica è sempre più usata dalle compagnie private al fine di creare un servizio più mirato per i propri clienti. Tale scopo commerciale può effettivamente essere considerato come un valore aggiunto per una persona, specialmente se il risultato è un miglior servizio che soddisfa quelle che sono le necessità dei clienti. Però, se tali profili vengono poi usati dalle autorità pubbliche per mantenere l’ordine pubblico, lo stesso individuo può essere contrario a tale pratica. Ne consegue che la stessa persona possa avere interessi in conflitto tra loro in relazione alla creazione di un suo profilo.
E’ per questa ragione che secondo il Prof. Paul de Hert i principi di minimizzazione dei dati e di minimizzazione dello scopo devono essere incorporati nella legislazione sulla protezione della privacy e dei dati.
Purtroppo però questo potrebbe non essere sufficiente, specialmente quando ci si deve confrontare con il rischio rappresentato dalle ricerche effettuate da sistemi automatizzati. Anche se, a detta della Commissione la decisione finale sarà sempre presa da una persona e non sarà mai lasciata esclusivamente nelle mani di un sistema automatizzato.
La sensibilità delle questioni relative alla limitazione dello scopo e del profiling è ancor maggiore se analizzata assieme al diritto di risarcimento così come formulato dall’accordo sul PNR e dal lavoro del HLCG.
Diritto di risarcimento e rimedio efficace
Ogni individuo i cui diritti alla protezione dei dati e alla privacy sono stati violati ha il diritto ad un equo risarcimento stabilito da una corte indipendente, così come stabilito dall’articolo 13 della Convenzione Europea dei diritti umani e l’articolo 47 della Carta europea dei diritti fondamentali.
Nonostante ciò, il sistema giudiziario degli Stati Uniti d’America non prevede tale possibilità e l’allegato della relazione del HLCG dell’ottobre 2009 prevede solamente una compensazione di natura amministrativa che non può certo essere definita come un rimedio efficace.
Nonostante questi nodi irrisolti, l’Unione europea è determinata a portare avanti le negoziazioni relative ad un accordo sui dati PNR e su SWIFT.
E’ a dir poco contestabile che nonostante i problemi sottolineati la Commissione europea non abbia optato per un approccio che prevedesse prima l’elaborazione di un accordo quadro generale sulla protezione dati e protezione della privacy tra l’UE e gli USA e solo dopo negoziasse accordi specifici sullo scambio dei dati.
Fonti non precisate hanno rivelato che la Commissione europea considera che l’accordo su SWIFT sarà rinforzato dalla conclusione di un accordo quadro sulla protezione dati tra l’UE e gli USA. Come può avvenire questo, sopratutto data la posizione statunitense di rinnegare le divergenze che esistono dal punto di vista del significato stesso di protezione dati e privacy tra l’UE e gli USA? Gli Stati Uniti d’America sostengono che il rifiuto del Parlamento europeo di concludere un accordo su SWIFT si basi sulla semplice incomprensione di come il sistema funziona.
In realtà l’Unione europea, in primis il Parlamento, ha capito bene come funzione il sistema. Tant’è che le due risoluzioni del Parlamento europeo cercano di affrontare i problemi sopraindicati. Sono due forti risoluzioni. Però com’è ben spiegato dal Parlamento europeo:
“(…) qualsiasi nuovo strumento legislativo de(ve) essere preceduto da una valutazione d’impatto sulla privacy e da un test di proporzionalità che dimostri l’insufficienza degli strumenti giuridici esistenti”
Piano d’azione sul piano di Stoccolma pubblicato da Statewatch
aprile 20, 2010 – 12:16 pm
European Commission: Stockholm Programme: Statewatch Analysis: Action Plan on the Stockholm Programme: A bit more freedom and justice and a lot more security (pdf) by Tony Bunyan: “The “harnessing of the digital tsunami” as advocated by the EU Future Group and the surveillance society, spelt out in Statewatch’s “The Shape of Things to Come” is embedded in the Commission’s Action Plan as it is in the Stockholm Programme….There is no mention of the European Security Research Programme (ESRP). Much of the technological development is being funded under the 1.4 billion euro security research programme. See: Statewatch/TNI report: Neoconopticon: EU security-industrial complex.”
– Statewatch Briefing: European Commission: Action Plan on the Stockholm Programme (pdf) Comments by Professor Steve Peers, University of Essex – Full-text: Communication from the Commission: Delivering an area of freedom, security and justice for Europe’s citizens Action Plan Implementing the Stockholm Programme (COM 171/2010, pdf)
di Leda Bargiotti | Pubblicato su 1. Quadro Istituzionale, 10. Protezione Civile, 2. Valori e principi dell'Unione europea, 3. Diritti fondamentali, 4. Cittadinanza dell'Unione europea, 5. Politiche relative al diritto di asilo e rifugiati, 6. Politiche relative ai controlli di frontiera, 7. Politiche relative all'immigrazione, 8. Cooperazione giudiziaria, 9. Cooperazione di polizia, Cooperazione giudiziaria in materia civile, Cooperazione giudiziaria in materia penale, Immigrazione irregolare, Immigrazione regolare, Non discriminazione, uguaglianza, integrazione e minoranze, Protezione Civile, Protezione dei dati, Protezione Diplomatica e consolare, Trasparenza | Commenti (0)
Linee guida Frontex: il Parlamento europeo le respinge ma non raggiunge la maggioranza qualificata necessaria
marzo 26, 2010 – 10:38 am
La commissione per le libertà civili aveva suggerito all’Aula di respingere la proposta di decisione ritenendo che la sua portata andasse oltre le competenze di esecuzione previste e auspicando, comunque, norme obbligatorie e non orientamenti non vincolanti (vedi post in questo blog). Ma i 336 voti espressi a favore di quest’opzione (a fronte dei 253 contrari e 30 astensioni) non sono bastati: era necessario raccoglierne 369 (la maggioranza qualificata).
di Leda Bargiotti | Pubblicato su 1. Quadro Istituzionale, 5. Politiche relative al diritto di asilo e rifugiati, 6. Politiche relative ai controlli di frontiera | Commenti (0)
Accordo sulla lotta alla contraffazione: verso un regime legalizzato di invasione della privacy?
marzo 9, 2010 – 11:08 am
L’Unione europea, rappresentata dalla Commissione europea, sta negoziando dal 2007 – un Accordo multilaterale sulla lotta alla contraffazione commercio (ACTA) con altri nove paesi: gli Sati Uniti d’America, l’Australia, il Canada, il Giappone, la Korea, il Messico, il Marocco, la Nuova Zelanda, Singapore e la Svizzera.
Lo scopo di tale accordo è di rinforzare i diritti sulla proprietà intellettuale (IPR), combattere la contraffazione su larga scala e la pirateria definendo un quadro legale che rafforzi gli IPR in particolare nel mondo digitale attraverso:
una maggiore cooperazione internazionale
l’attuazione di pratiche tese al rafforzamento degli IPR.
Visto il potenziale impatto che tale accordo può avere sulla vita privata degli individui, le conseguenze derivanti da ognuno degli aspetti sopraelencati devono essere valutate attentamente al fine di tutelare il pieno rispetto dei diritti fondamentali.
Maggiore cooperazione internazionale
Il quadro legislativo d’applicazione per ciò che riguarda il trasferimento dei dati previsto da ACTA è la Directive 95/46/EC of the European Parliament and of the Council of 24 October 1995 on the protection of individuals with regard to the processing of personal data and on the free movement of such data.
Specificatamente, gli articoli 25 e 26 definiscono il regime d’applicazione per il trasferimento dei dati nei paesi terzi. L’articolo 25 stabilisce che i trasferimenti avvengano solo con paesi che assicurano livelli adeguati di protezione. Tali paesi sono stati identificati dall’Article 29 Working Group in una lista che però non include la maggior parte dei partecipanti all’ACTA. Quindi, i trasferimenti previsti nel quadro di questo accordo contravvengono –teoricamente- la legislazione europea.
Nonostante ciò, i negoziatori di ACTA stanno considerando di instituire una serie di strumenti internazionali, quali condivisione internazionale di dati su violazioni sospette di IPR tra le autorità pubbliche (per esempio, autorità di frontiera, polizia e autorità giudiziarie) e forse anche tra attori privati e pubblici.
Queste opzioni, che sono al momento valutate anche in relazione ad altre negoziazioni (come il L’accordo UE-USA sulla protezione e condivisione dei dati per scopi legati al manteniment dell’ordine pubblico) pongono domande fondamentali per ciò che riguarda la protezione dei dati:
a) lo scambio dei dati previsto è reale o piuttosto si tratta di un trasferimento univoco di dati?
Dato che le informazioni disponibili sull’ACTA sono limitate, per rispondere a tale domande è utile fare riferimento agli accordi precedenti in questo campo. L’esempio chiave è il noto accordo SWIFT che non prevedeva lo scambio di informazioni, ma piuttosto il trasferimento univoco dall’UE agli USA. I negoziatori di ACTA perciò devono prendere in considerazione i pro e contro di tale approccio durante la fase negoziale degli accordi futuri. Infatti, il Parlamento europeo, assieme alle autorità europee responsabili per la protezione dei dati dei cittadini UE hanno espresso forti dubbi sulla assenza di reciprocità che ovviamente indebolisce la capacità dell’UE d’avere la stessa portata della sua controparte nell’accordo.
b) ammesso e non concesso che ACTA tratterà l’effettivo scambio di dati con paesi terzi, l’accordo può essere considerato legittimo e proporzionato?
Legittimo: l’assenza di un regime armonizzato di misure tese all’attuazione e sanzione tra i 27 stati membri solleva questioni sulla legittimità di tale accordo, dato che può creare ineguaglianze.
Inoltre, se l’obiettivo dell’accordo non è chiaramente limitato alla lotta alle infrazioni gravi di IPR, ma è esteso a presunte violazioni di IPR, andrà probabilmente contro il suo stesso scope che per l’appunto, usando le parole della Commissione europea, ha come obiettivo
Furthermore, if the scope of the agreement is not clearly limited to the fight against serious IPR infringement offenses, but is extended to alleged IPR infringement, it will probably go against its own purpose, which -using the European Commission’s words- targets “attività di contraffazione e pirateria che hanno un impatto significativo sugli interessi commerciali rather than on activities of ordinary citizens”.
Piuttosto che attività di cittadini ordinary.
Proporzionale: i negoziatori devono tenere in mente il principio di proporzionalità sulla base del quale è necessario stabilire il giusto equilibrio tra lo scopo dell’accordo e la protezione dei diritti fondamentali.
L’ACTA è a rischio di violare tale principio se gli attori coinvolti nello scambio dei dati non sono solo le autorità pubbliche ma anche il settore privato. Non solo è sproporzionale perché corre il rischio di violare il diritto alla privacy a causa del numero maggiore di entità che non devono rispondere a nessuno delle loro azioni, ma anche perché richiederebbe al settore privato degli obblighi che potrebbero non essere proporzionali allo scopo dell’accordo.
c) una volta che le prime due questioni vengono risolte, rimane ancora la questione inerente l’attuazione di salvaguardie sufficienti per la protezione dei dati quando vengono trasferiti dall’UE ai paesi terzi.
Per raggiungere tale scopo, l’EDPS ritiene che:
la base legale che giustifica la gestione dei dati deve essere verificata e il trasferimento dei dati deve rispettare lo scopo della raccolta dei dati,
la quantità e il tipo di dati da scambiare deve essere chiaramente specificato e ridotto a ciò che è strettamente necessario per raggiungere l’obiettivo del trasferimento,
le persone tra cui i dati possono essere scambiati devono essere chiaramente identificate e continui trasferimenti ad altri destinatari devono in principio essere proibiti,
il metodo usato per scambiare i dati deve essere chiaramente scelto tenendo in conto le conseguenze che ognuno può avere sulla protezione dei dati. Ad esempio, il ‘push system –sulla base del quale ISPs e organizzazioni titolari di indirizzi IP trasferiscono sotto il loro controllo un numero di dati a parti terze residenti in paesi terzi presenta rischi minori sulla violazione della protezione dei dati che il pull system. Sulla base di quest’ultimo, infatti, le forze dell’ordine hanno un accesso diretto alle banche dati di entità private o di enti che centralizzano i dati
la durata dell’archiviazione dei dati deve essere specificata così come lo scopo per cui tale trattenimento è necessario,
gli obblighi imposti su coloro che controllano i dati nei paesi terzi devono essere chiaramente stabiliti e
i diritti degli individui per ciò che riguarda il rispetto dei loro dati personali devono essere chiaramente stabiliti così da garantire che i loro diritti vengano tutelati anche all’estero.
L’attuazione di pratiche tese al rafforzamento dei IPR
Un documento recentemente trapelato sulle negoziazioni ACTA afferma:
“Ogni parte deve assicurare che il rafforzamento delle procedure (…) sia disponibile nella propria legislazione così da garantire un’efficace lotta alle attività che violano i brevetti, diritti d’autore o diritti collegati che avvengono attraverso l’uso di internet, inclusi rapidi rimedi al fine di prevenire tali violazioni e rimedi che possono costituire un deterrente a violazioni ulteriori” (traduzione non ufficiale).
Una delle misure che sono al momento discusse a tal proposito (e già attuate da stati come la Francia) sono le cosiddette ‘politiche delle tre fasi’. In base a tali misure i detentori di diritti d’autore possono controllare e identificare chi accede ad internet e verificare se commette ipotetiche violazioni di tale diritti . Nel caso tale persona effettivamente violi i diritti d’autore essa verrà avvisata tre volte e dopo la terza fase, le verrà bloccato l’accesso ad internet.
Tali pratiche sono state oggetto di forti critiche. Come la Relazione Gallo afferma, il Parlamento europeo “ rincresce il fatto che la Commissione non abbia menzionato o discusso il problema delicato della pirateria on-line, particolarmente la questione del giusto equilibrio tra accesso ad internet e le misure necessarie per combattere la piaga della pirateria in modo efficace .” (traduzione non ufficiale).
Inoltre, in fase di esame del telecoms package il Parlamento europeo ha sottolineato che:
“Le misure prese dagli Stati membri riguardo all’accesso o uso da parte di consumatori finali a servizi e applicazioni attraverso reti di comunicazione elettroniche devono rispettare i diritti fondamentali e le libertà naturali delle persone, così come garantiti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentale dai principi generali della Comunità . Qualsiasi di queste misure (…) che rischia di limitare tali diritti fondamentali può solo essere imposta se è appropriata, proporzionale e necessaria in una società democratica e la sua attuazione deve essere sottoposta a salvaguardie procedurali adeguate in conformità con la Convenzione europea per la protezione dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e dai principi generali della Comunità, inclusi protezione giuridica in fase processuale” (traduzione non ufficiale).
Al fine di mantenere tale equilibrio, la politica delle tre fasi deve:
essere in linea con la legislazione sulla protezione dei dati e sulla privacy come stabilita dall’articolo 8 ECHR e articolo 7 della Carta europea dei diritti fondamentali e che ha origine dal diritto alla protezione dei dati come stabilito dall’articolo 8 della Carta sui diritti fondamentali e articolo 16 del TFUE e come elaborato dalla Direttiva 95/46 e Direttiva 2002/58. Alla luce di tali norme, in base al EDPS, il controllo del comportamento individuale su internet e la successiva raccolta degli indirizzi IP è considerato come una interferenza al diritto alla vita privata. A tal proposito vale la pena sottolineare che gli indirizzi IP sono considerati dati personali in Europa mentre non lo sono per esempio negli Stati Uniti d’America
Essere proporzionale in natura. Per valutare ciò è necessario capire se l’introduzione di tali misure è proporzionale alle conseguenze che può avere in termine di violazione dei diritti alla privacy e alla libertà di informazione ed espressione.
I rappresentanti della società civile, come European Digital Rights , hanno avvertito che la politiche delle tre fasi non affronta la questione della contraffazione dei prodotti, ma impone una serie di requisiti da parte dell’industria per ciò che riguarda i diritti d’autore nella rete internet. Oltre ad avere un impatto sul diritto alla protezione dei dati e privacy rischia anche di violare i diritti alla libertà d’espressione e di informazione.
Alla luce di tali considerazioni, come l’Advocate General Kokott in Promusicae ha giustamente affermato, è necessario valutare attentamente se la condivisione privata di documenti, senza scopo di lucro, violi effettivamente la protezione dei diritti d’autore in misura tale da giustificare l’attuazione della politica delle tre fasi.
A seguito di tutti questi rischi, sarebbe utile considerare vie alternative e meno intrusive per salvaguardare I diritti d’autore. La Direttiva 2002/22/EC prevede già tali misure, come campagne d’informazione per i consumatori e attività di dissuasione. Un’altra possibilità potrebbe riguardare il controllo di un numero limitato d’individui che sono già sospettati di possibili violazioni ai diritti d’autore e pirateria. Anche se, la riposta a tale scelta è che –ovviamente- al fine di trovare i sospettati si deve prima mettere in piedi un sistema di sorveglianza generale.
Per il momento non è possibile fare un’analisi comprensiva dell’accordo ACTA a causa della segretezza delle negoziazioni. Nonostante ciò, nell’attesa dell’apertura di un vero dialogo da parte della Commissione europea, che coinvolga i gruppi di interesse nella creazione delle politiche in questo settore, gli elementi a disposizione costituiscono una base sufficiente per affermare che ACTA rischi di violare I diritti alla protezione dei dati, alla privacy e libertà fondamentali andando contro l’attuale legislazione e giurisprudenza europea.
di Leda Bargiotti | Pubblicato su 2. Valori e principi dell'Unione europea, 3. Diritti fondamentali, Protezione dei dati, Trasparenza | Commenti (1)
Dichiarazione di Interlaken e piano d’azione per riformare la Corte europea dei diritti dell’uomo
febbraio 25, 2010 – 6:16 pm
Il testo sottostante è stato rispreso dal sito uffciale Council of Europe Press release che presenta i risultati della Conferenza di Interlaken (19.02.2010)
Vale la pena notare che giovedi 25 febbraio, appena prima dell’apertura della Conferenza ministeriale, il Ministro russo per la giustizia Alexander Konovalov ha depositato la ratifica al Protocollo 14 che entrerà in vigore il 1 giugno 2010.
The High Level Conference meeting at Interlaken on 18 and 19 February 2010 at the initiative of the Swiss Chairmanship of the Committee of Ministers of the Council of Europe (“the Conference”):
1 Expressing the strong commitment of the States Parties to the Convention for the Protection of Human Rights and Fundamental Freedoms (“the Convention”) and the European Court of Human Rights (“the Court”);
2 Recognising the extraordinary contribution of the Court to the protection of human rights in Europe;
3 Recalling the interdependence between the supervisory mechanism of the Convention and the other activities of the Council of Europe in the field of human rights, the rule of law and democracy;
4 Welcoming the entry into force of Protocol No. 14 to the Convention on 1 June 2010;
5 Noting with satisfaction the entry into force of the Treaty of Lisbon, which provides for the accession of the European Union to the Convention;
6 Stressing the subsidiary nature of the supervisory mechanism established by the Convention and notably the fundamental role which national authorities, i.e. governments, courts and parliaments, must play in guaranteeing and protecting human rights at the national level;
7 Noting with deep concern that the number of applications brought before the Court and the deficit between applications introduced and applications disposed of continues to grow;
8 Considering that this situation causes damage to the effectiveness and credibility of the Convention and its supervisory mechanism and represents a threat to the quality and the consistency of the case-law and the authority of the Court;
9 Convinced that over and above the improvements already carried out or envisaged additional measures are indispensable and urgently required in order to:
i. achieve a balance between the number of judgments and decisions delivered by the Court and the number of incoming applications;
ii. enable the Court to reduce the backlog of cases and to adjudicate new cases within a reasonable time, particularly those concerning serious violations of human rights;
iii. ensure the full and rapid execution of judgments of the Court and the effectiveness of its supervision by the Committee of Ministers;
10 Considering that the present Declaration seeks to establish a roadmap for the reform process towards long-term effectiveness of the Convention system;
(1) Reaffirms the commitment of the States Parties to the Convention to the right of individual petition;
(2) Reiterates the obligation of the States Parties to ensure that the rights and freedoms set forth in the Convention are fully secured at the national level and calls for a strengthening of the principle of subsidiarity;
(3) Stresses that this principle implies a shared responsibility between the States Parties and the Court;
(4) Stresses the importance of ensuring the clarity and consistency of the Court’s case-law and calls, in particular, for a uniform and rigorous application of the criteria concerning admissibility and the Court’s jurisdiction;
(5) Invites the Court to make maximum use of the procedural tools and the resources at its disposal;
(6) Stresses the need for effective measures to reduce the number of clearly inadmissible applications, the need for effective filtering of these applications and the need to find solutions for dealing with repetitive applications;
(7) Stresses that full, effective and rapid execution of the final judgments of the Court is indispensable;
(8) Reaffirms the need for maintaining the independence of the judges and preserving the impartiality and quality of the Court;
(9) Calls for enhancing the efficiency of the system to supervise the execution of the Court’s judgments;
(10) Stresses the need to simplify the procedure for amending Convention provisions of an organisational nature;
(11) Adopts the following Action Plan as an instrument to provide political guidance for the process towards long-term effectiveness of the Convention system.
A. Right of individual petition
1. The Conference reaffirms the fundamental importance of the right of individual petition as a cornerstone of the Convention system which guarantees that alleged violations that have not been effectively dealt with by national authorities can be brought before the Court.
2. With regard to the high number of inadmissible applications, the Conference invites the Committee of Ministers to consider measures that would enable the Court to concentrate on its essential role of guarantor of human rights and to adjudicate well-founded cases with the necessary speed, in particular those alleging serious violations of human rights.
3. With regard to access to the Court, the Conference calls upon the Committee of Ministers to consider any additional measure which might contribute to a sound administration of justice and to examine in particular under what conditions new procedural rules or practices could be envisaged, without deterring well-founded applications.
B. Implementation of the Convention at the national level
4. The Conference recalls that it is first and foremost the responsibility of the States Parties to guarantee the application and implementation of the Convention and consequently calls upon the States Parties to commit themselves to:
a) continuing to increase, where appropriate in co-operation with national human rights institutions or other relevant bodies, the awareness of national authorities of the Convention standards and to ensure their application;
b) fully executing the Court’s judgments, ensuring that the necessary measures are taken to prevent further similar violations;
c) taking into account the Court’s developing case-law, also with a view to considering the conclusions to be drawn from a judgment finding a violation of the Convention by another State, where the same problem of principle exists within their own legal system;
d) ensuring, if necessary by introducing new legal remedies, whether they be of a specific nature or a general domestic remedy, that any person with an arguable claim that their rights and freedoms as set forth in the Convention have been violated has available to them an effective remedy before a national authority providing adequate redress where appropriate;
e) considering the possibility of seconding national judges and, where appropriate, other high-level independent lawyers, to the Registry of the Court;
f) ensuring review of the implementation of the recommendations adopted by the Committee of Ministers to help States Parties to fulfil their obligations.
5. The Conference stresses the need to enhance and improve the targeting and coordination of other existing mechanisms, activities and programmes of the Council of Europe, including recourse by the Secretary General to Article 52 of the Convention.
6. The Conference:
a) calls upon States Parties and the Court to ensure that comprehensive and objective information is provided to potential applicants on the Convention and the Court’s case-law, in particular on the application procedures and admissibility criteria. To this end, the role of the Council of Europe information offices could be examined by the Committee of Ministers;
b) stresses the interest for a thorough analysis of the Court’s practice relating to applications declared inadmissible;
c) recommends, with regard to filtering mechanisms,
i. to the Court to put in place, in the short term, a mechanism within the existing bench likely to ensure effective filtering;
ii. to the Committee of Ministers to examine the setting up of a filtering mechanism within the Court going beyond the single judge procedure and the procedure provided for in i).
D. Repetitive applications
7. The Conference:
a) calls upon States Parties to:
i. facilitate, where appropriate, within the guarantees provided for by the Court and, as necessary, with the support of the Court, the adoption of friendly settlements and unilateral declarations;
ii. cooperate with the Committee of Ministers, after a final pilot judgment, in order to adopt and implement general measures capable of remedying effectively the structural problems at the origin of repetitive cases.
b) stresses the need for the Court to develop clear and predictable standards for the “pilot judgment” procedure as regards selection of applications, the procedure to be followed and the treatment of adjourned cases, and to evaluate the effects of applying such and similar procedures;
c) calls upon the Committee of Ministers to:
i. consider whether repetitive cases could be handled by judges responsible for filtering (see above Section C);
ii. bring about a cooperative approach including all relevant parts of the Council of Europe in order to present possible options to a State Party required to remedy a structural problem revealed by a judgment.
E. The Court
8. Stressing the importance of maintaining the independence of the judges and of preserving the impartiality and quality of the Court, the Conference calls upon States Parties and the Council of Europe to:
a) ensure, if necessary by improving the transparency and quality of the selection procedure at both national and European levels, full satisfaction of the Convention’s criteria for office as a judge of the Court, including knowledge of public international law and of the national legal systems as well as proficiency in at least one official language. In addition, the Court’s composition should comprise the necessary practical legal experience;
b) grant to the Court, in the interest of its efficient functioning, the necessary level of administrative autonomy within the Council of Europe.
9. The Conference, acknowledging the responsibility shared between the States Parties and the Court, invites the Court to:
a) avoid reconsidering questions of fact or national law that have been considered and decided by national authorities, in line with its case-law according to which it is not a fourth instance court;
b) apply uniformly and rigorously the criteria concerning admissibility and jurisdiction and take fully into account its subsidiary role in the interpretation and application of the Convention;
c) give full effect to the new admissibility criterion provided for in Protocol No. 14 and to consider other possibilities of applying the principle de minimis non curat praetor.
10. With a view to increasing its efficiency, the Conference invites the Court to continue improving its internal structure and working methods and making maximum use of the procedural tools and the resources at its disposal. In this context, it encourages the Court in particular to:
a) make use of the possibility to request the Committee of Ministers to reduce to five members the number of judges of the Chambers, as provided by Protocol No. 14;
b) pursue its policy of identifying priorities for dealing with cases and continue to identify in its judgments any structural problem capable of generating a significant number of repetitive applications.
F. Supervision of execution of judgments
11. The Conference stresses the urgent need for the Committee of Ministers to:
a) develop the means which will render its supervision of the execution of the Court’s judgments more effective and transparent. In this regard, it invites the Committee of Ministers to strengthen this supervision by giving increased priority and visibility not only to cases requiring urgent individual measures, but also to cases disclosing major structural problems, attaching particular importance to the need to establish effective domestic remedies;
b) review its working methods and its rules to ensure that they are better adapted to present-day realities and more effective for dealing with the variety of questions that arise.
G. Simplified Procedure for Amending the Convention
12. The Conference calls upon the Committee of Ministers to examine the possibility of introducing by means of an amending Protocol a simplified procedure for any future amendment of certain provisions of the Convention relating to organisational issues. This simplified procedure may be introduced through, for example:
a) a Statute for the Court;
b) a new provision in the Convention similar to that found in Article 41(d) of the Statute of the Council of Europe.
In order to implement the Action Plan, the Conference:
(1) calls upon the States Parties, the Committee of Ministers, the Court and the Secretary General to give full effect to the Action Plan;
(2) calls in particular upon the Committee of Ministers and the States Parties to consult with civil society on effective means to implement the Action Plan;
(3) calls upon the States Parties to inform the Committee of Ministers, before the end of 2011, of the measures taken to implement the relevant parts of this Declaration;
(4) invites the Committee of Ministers to follow-up and implement by June 2011, where appropriate in co-operation with the Court and giving the necessary terms of reference to the competent bodies, the measures set out in this Declaration that do not require amendment of the Convention;
(5) invites the Committee of Ministers to issue terms of reference to the competent bodies with a view to preparing, by June 2012, specific proposals for measures requiring amendment of the Convention; these terms of reference should include proposals for a filtering mechanism within the Court and the study of measures making it possible to simplify the amendment of the Convention;
(6) invites the Committee of Ministers to evaluate, during the years 2012 to 2015, to what extent the implementation of Protocol No. 14 and of the Interlaken Action Plan has improved the situation of the Court. On the basis of this evaluation, the Committee of Ministers should decide, before the end of 2015, on whether there is a need for further action. Before the end of 2019, the Committee of Ministers should decide on whether the measures adopted have proven to be sufficient to assure sustainable functioning of the control mechanism of the Convention or whether more profound changes are necessary;
(7) asks the Swiss Chairmanship to transmit the present Declaration and the Proceedings of the Interlaken Conference to the Committee of Ministers;
(8) invites the future Chairmanships of the Committee of Ministers to follow-up on the implementation of the present Declaration.
di Leda Bargiotti | Pubblicato su 1. Quadro Istituzionale, 2. Valori e principi dell'Unione europea, 3. Diritti fondamentali | Commenti (0)
Primi passi verso l’adesione della Convenzione europea dei diritti umani
febbraio 25, 2010 – 6:08 pm
La commissione libertà civili, giustizia e affari interni del Parlamento europeo (LIBE) ha dibattuto il 23 febbraio lo stato attuale dell’adesione dell’Unione europea alla Convenzione europea dei diritti umani (ECHR).
L’adesione è imposta dall’articolo 6 del TUE ed il suo impatto principale sarà l creazione di uno strato addizionale di protezione dei diritti fondamentali nel sistema legale dell’UE. Infatti d’ora in poi sarà possibile di portare in giudizio di fronte alla Corte europea dei diritti umani (CEDU) anche atti europei che rischiano di violare i diritti fondamentali di un individuo (come spiegato in questo blog precedentemente).
Questo ulteriore strato di protezione potrebbe essere considerato non necessario, specialmente dopo l’entrata in vigore della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.(la Carta) che rispecchia e sviluppa ulteriormente il contenuto della Convenzione europea dei diritti umani (la Convenzione) comprendo anche altri diritti fondamentali come i diritti sociali).
Nonostante ciò, esistono ancora situazioni dove un individuo incontra ancor numerose difficoltà nel portare in giudizio sia davanti ad una corte nazionale che alla corte europea di giustizia un atto dell’UE che tocca i suoi diritti. Se l’Unione europea aderirà alla Convezione, dopo la sentenza della Corte su un atto dell’UE , l’individuo coinvolto potrà ancora rivolgersi alla Corte europea dei diritti umani se considera che i propri diritti fondamentali sono stati violati.
Come già sottolineato dal Presidente della Corte europea di giustizia Vassilious Skouris durante le consultazioni con la LIBE nel 2005 e 2007, quando la protezione dei diritti fondamentali di una persona è in gioco, la Corte europea dei diritti umani ha la parola finale anche se la Corte europea di giustizia è in una posizione comparabile a quella delle corti costituzionali nazionali quando affronta la giurisprudenza di Strasburgo.
Senza dubbio le sentenze emesse dalla Corte europea dei diritti umani rimarranno di natura dichiaratoria e non saranno applicabili automaticamente come invece succede per le sentenze emesse dalle corti nazionali e dalla Corte di giustizia europea o dalle Corti costituzionali nazionali. Sarà responsabilità dello Stato coinvolto (o dell’Unione europea quando aderirà alla Convenzione) di riaffermare il diritto violato delle persona che avevo portato in giudizio il caso.
Alcune questioni in sospeso
Tenendo in mente ciò che è stato appena detto e i commenti di esperti e accademici del settore, si può ragionevolmente assumere che l’adesione dell’UE alla Convenzione non sarà facile dato che richiederà una convergenza di opinioni su diversi punti:
a) la portata dell’adesione dell’UE (decidere se l4UE aderirà ai protocolli supplementari alla Convenzione che sono stai ratificati dagli Stati membri in base alla stessa procedura; quale status verrà riconosciuto alle deroghe/riserve nazionali);
b) la necessità di rendere coerenti la Carta e l’articolo 52(3) della Convenzione (stesso significato e portata dei diritti corrispondenti), stabilire un collegamento più chiaro tra i due strumenti e mantenere la Convenzione come punto di riferimento per gli standard minimi di protezione;
c) il bisogno di indirizzare le relazioni tra la Corte europea di giustizia e la Corte europea dei diritti umani (salvaguardia del monopolio della Corte europea di giustizia di interpretare i trattati dell’Ue; le relazioni tra le due Corti). Prendendo in considerazione l’articolo 55 della Convenzione, sarebbe appropriato chiarire che le competenze della Corte europea di giustizia non saranno toccate. Sullo stesso piano, gli stati membri dovrebbero affrontare quei casi, dove una giurisprudenza contraddittoria potrebbe emergere tra la corte europea di giustizia e la Corte europea dei diritti umani. Le procedure dovrebbero essere sviluppate cosi da rafforzare il dialogo tra le due corti;
d) verificare la sostenibilità di un “meccanismo di co-imputazione” che permetta la partecipazione congiunta dell’UE e degli stati membri coinvolti (evitare la situazione dove gli stati membri da soli si accollano il dovere di difendere la conformità della legislazione europea con quella della Convenzione). In questo contesto sarebbe utile definire i meccanismi che indicano chi deve essere considerato il difensore nei casi dove la presunta violazione dei diritti fondamentali riguarda le misure di attuazione della legislazione europea.
Se la scelta del difensore viene attribuita alla Convenzione c’è il rischio che la Corte europea dei diritti umani sia obbligata a definire la questione della distribuzione delle competenze tra l’UE e gli stati membri. Al fine di evitare tale situazione l’UE deve definire i meccanismi (eventualmente con il contributo della Corte di giustizia europea) grazie ai quali dovrebbe essere chiaro chi tra l’UE e gli stati membri debba essere il difensore (vedere una situazione simile come descritta nell’allegato IX, articolo 6 del diritto relativo alla Convenzione sul mare);
e) la salvaguardia delle competenze dell’UE, la distribuzione dei poteri tra le istituzioni così come tra le istituzioni e gli stati membri (in principio i giudici della Corte europea dei diritti umani non oppongono il sistema legale interno di coloro facenti parte della Convenzione,ma è risaputo che alcuni stati membri dell’Ue e i membri della Corte europea di giustizia sono preoccupati che ciò possa accedere);
f) il modo in cui l’UE verrà rappresentata e parteciperà nelle diverse entità della Convenzione e del Consiglio d’Europa (ex. la designazione da parte dell’UE di un giudice della Corte europea dei diritti umani; osservatore del Consiglio dei ministri, partecipazione all’assemblea parlamentare);
g) il bisogno di avere un’applicazione totale e rapida delle sentenze della Corte europea dei diritti umani (bisogno di specifici meccanismi e procedure), bisogno di aumentare l’autorità e l’applicazione diretta dei risultati della Corte nella legislazione nazionale;
h) chiarire il fatto che diventando parte della Convenzione, l’UE non diventa automaticamente un membro del Consiglio d’Europa. Quindi, una clausola di non-legame potrebbe essere inserita in base alla quale sia i diritti dell’Unione e i diritti degli stati membri nel Consiglio d’Europa non verranno danneggiati a seguito dell’adesione dell’UE alla Convenzione.
Una questione irrisolta di portata generale riguarda la posizione nei confronti dell’UE di coloro che fanno parte della Convenzione che non sono stati membri dell’UE (come la Turchia, la Russia etc…) che probabilmente useranno questa occasione per fare pressione politica ei confronti dell’UE.
La commissione libertà civili, giustizia e affari interni del Parlamento europeo (LIBE) ha dibattuto il 23 febbraio lo stato attuale dell’adesione dell’Unione europea alla Convenzione europea dei diritti umani.
L’adesione è imposta dall’articolo 6 del TUE ed il suo impatto principale sarà la creazione di uno strato addizionale di protezione dei diritti fondamentali nel sistema legale dell’UE. Infatti, d’ora in poi sarà possibile portare in giudizio di fronte alla Corte europea dei diritti dell’uomo anche atti europei che rischiano di violare i diritti fondamentali di un individuo (come spiegato in questo blog precedentemente).
Questo ulteriore strato di protezione potrebbe essere considerato non necessario, specialmente dopo l’entrata in vigore della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.(la Carta) che rispecchia e sviluppa ulteriormente il contenuto della Convenzione europea dei diritti umani (la Convenzione) comprendo anche altri diritti fondamentali come i diritti sociali.
Nonostante ciò, esistono ancora situazioni dove un individuo ha ancora numerose difficoltà nel portare in giudizio, sia davanti ad una corte nazionale che alla corte europea di giustizia, un atto dell’UE che viola i suoi diritti. Se l’Unione europea aderirà alla Convezione, dopo la sentenza della Corte, l’individuo coinvolto potrà ancora rivolgersi alla Corte europea dei diritti dell’uomo se considera che i propri diritti fondamentali siano stati violati.
Come già rilevato dal Presidente della Corte europea di giustizia Vassilious Skouris durante le consultazioni con la LIBE nel 2005 e 2007, quando la protezione dei diritti fondamentali di una persona è in gioco, la Corte europea dei diritti umani ha l’ultima parola anche se la Corte europea di giustizia è in una posizione comparabile a quella delle corti costituzionali nazionali quando affronta la giurisprudenza di Strasburgo.
Senza dubbio le sentenze emesse dalla Corte europea dei diritti dell’uomo rimarranno di natura dichiaratoria e non saranno applicabili automaticamente come invece succede per le sentenze emesse dalle corti nazionali e dalla Corte di giustizia europea o dalle Corti costituzionali nazionali. Sarà responsabilità dello Stato coinvolto (o dell’Unione europea quando aderirà alla Convenzione) di riaffermare il diritto violato delle persona che avevo portato in giudizio il caso.
a) la portata dell’adesione dell’UE (decidere se l’UE aderirà ai protocolli supplementari alla Convenzione che sono stati ratificati dagli Stati membri in base alla stessa procedura; quale status verrà riconosciuto alle deroghe/riserve nazionali);
c) il bisogno di indirizzare le relazioni tra la Corte europea di giustizia e la Corte europea dei diritti umani (salvaguardia del monopolio della Corte europea di giustizia di interpretare i trattati dell’UE; le relazioni tra le due Corti). Prendendo in considerazione l’articolo 55 della Convenzione, sarebbe appropriato chiarire che le competenze della Corte europea di giustizia non saranno toccate. Sullo stesso piano, gli stati membri dovrebbero affrontare i casi in cui emerge una giurisprudenza contraddittoria tra la corte europea di giustizia e la Corte europea dei diritti dell’uomo. Le procedure dovrebbero essere sviluppate così da rafforzare il dialogo tra le due corti;
d) verificare la sostenibilità di un “meccanismo di co-imputazione” che permetta la partecipazione congiunta dell’UE e degli stati membri coinvolti (evitare situazioni in cui gli stati membri da soli si accollano il dovere di difendere la conformità della legislazione europea con quella della Convenzione). In questo contesto sarebbe utile definire i meccanismi che indicano chi deve essere considerato il difensore nei casi dove la presunta violazione dei diritti fondamentali riguarda le misure di attuazione della legislazione europea.
Se la scelta del difensore verrà attribuita alla Convenzione c’è il rischio che la Corte europea dei diritti dell’uomo sia obbligata a definire la questione della distribuzione delle competenze tra l’UE e gli stati membri. Al fine di evitare tale situazione l’UE deve definire i meccanismi (eventualmente con il contributo della Corte di giustizia europea) grazie ai quali dovrebbe essere chiaro chi tra l’UE e gli stati membri debba essere il difensore (vedere una situazione simile come descritta nell’allegato IX, articolo 6 del diritto relativo alla Convenzione sul mare);
e) la salvaguardia delle competenze dell’UE, la distribuzione dei poteri tra le istituzioni così come tra le istituzioni e gli stati membri (in principio i giudici della Corte europea dei diritti dell’uomo non oppongono il sistema legale interno di coloro facenti parte della Convenzione,ma è risaputo che alcuni stati membri dell’UE e i membri della Corte europea di giustizia sono preoccupati che ciò possa succedere);
f) il modo in cui l’UE verrà rappresentata e parteciperà nelle diverse entità della Convenzione e del Consiglio d’Europa (ex. la designazione da parte dell’UE di un giudice della Corte europea dei diritti dell’uomo; osservatore del Consiglio dei ministri, partecipazione all’assemblea parlamentare);
Una questione irrisolta di portata generale riguarda la posizione nei confronti dell’UE di coloro che fanno parte della Convenzione che non sono membri dell’UE (come la Turchia, la Russia etc…), che probabilmente useranno questa occasione per fare pressione politica ei confronti dell’UE.
Situazione attuale per i lavori preliminari
Tenendo a mente i punti sollevati è facile capire perché, anche se alcuni lavori preparatori sono cominciati immediatamente dopo l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona (1 Dicembre 2009), la negoziazione del mandato è ancora in fase preparatoria.
Tale mandato è essenziale per poter lanciare la procedura di negoziazione così come descritta dall’articolo 218 TFUE. La procedura stessa avrà bisogno del consenso del Parlamento europeo e nel caso specifico dell’adesione dell’UE alla Convenzione anche dell’unanimità in Consiglio così come della ratifica da parte di tutti i parlamenti nazionali (contrariamente alla procedura ordinaria che prevede la maggioranza qualificata senza ratifica da parte dei parlamenti nazionali).
A prima vista potrebbe sembrare una “missione impossibile”, ma bisogna tener presente che la ratifica da parte di tutti e 27 gli stati membri è comunque necessaria dato che tutti gli stati membri dell’UE fanno già parte della Convenzione e devono perciò assieme agli altri 20 paesi che non fanno parte dell’UE -ma che fanno parte della Convenzione- ratificare l’adesione dell’UE (NDR: una situazione legale che si può definire come di ‘doppi ruolo” piuttosto interessante).
A parte questi aspetti di natura procedurale, molti altri aspetti sono stati già discussi dagli stati membri come riassunto dal documento della Presidenza del Consiglio (*)
La Commissione europea stessa ha anche dimostrato un impegno molto forte alla fine del 2009 ed è più che probabile che il nuovo vice presidente Reding sarà la responsabile per questo dossier come ha annunciato alla Conferenza di Interlaken sulla riforma della Corte europea dei diritti dell’uomo.
I contributi attuali si stanno concentrando sul Protocollo 8 (**) del Trattato di Lisbona che, riportando alcuni dubbi sollevati nel 1996 dall’opinione della Corte di Giustizia (2/94), affermano che futuri accordi “dovranno avere provvedimenti a salvaguardia delle specifiche caratteristiche dell’Unione e della legislazione dell’Unione, in particolare relativamente a:
(a)le disposizioni necessarie per la possibile partecipazione dell’Unione alle entità di controllo della Convenzione europea; e (b)i meccanismi necessari ad assicurare che le procedure da parte degli stati non-membri e domande individuali vengano correttamente indirizzate agli stati membri e/o all’Unione europea quando appropriato”.
Punto a) è un riferimento chiaro ai bisogni di un giudice specifico dell’Unione europea. Questo è totalmente coerente con la logica della Convenzione dove tutte le specificità dei sistemi legali nazionali devono essere rappresentate; attraverso la nomina di un giudice dell’UE anche i giudici nazionali verranno poi messi al corrente delle specificità del sistema legale europeo. Una questione che deve essere affrontata riguarda i poteri di questo giudice poiché le competenze dell’UE non sono generali come quelle degli stati-nazione. Quindi, la questione relativa al fatto se egli possa avere un ruolo deliberativo anche nei casi che non rientrano nelle competenze dell’Unione europea rimane irrisolta. Nella procedura di nomina in base all’articolo 22(1) della Convenzione richiede che “…i giudici siano eletti dall’Assemblea parlamentare in rispetto ad ogni Alta Parte contraente” deve essere deciso da quale istituzione devono essere designate le tre candidature (e.g.: l Consiglio, il Parlamento europeo, la Corte di Giustizia europea).
Un’altra questione riguarda la partecipazione da parte di un rappresentate dell’UE nel Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, che in base all’articolo 14 dello statuto del Consiglio d’Europa sorveglia l’esecuzione delle sentenze della Corte europea dei diritti umani (è bene sottolineare che un rappresentante della Commissione europea prende già parte senza diritto di voto al Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa).
Nota di riferimento: l’UE e diritti fondamentali
febbraio 25, 2010 – 5:46 pm
Con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona la protezione dei diritti fondamentali è divenuta uno degli aspetti fondamentali dell’attività dell’Unione europea. Siamo infatti testimoni di un cambiamento fondamentale nella costruzione europea che in principio nel 1957 era fondamentalmente un’organizzazione di natura economica.
Nonostante le critiche recenti portate avanti dalla Corte costituzionale tedesca, il sistema europeo di protezione dei diritti fondamentali è ora molto più articolato di prima grazie anche alle maggiori possibilità che un individuo ha di impugnare gli atti europei di fronte alle diverse corti.
In base all’articolo 6 del TUE (*) i diritti fondamentali sono ora protetti a livello europeo da tre fonti diverse e complementari: i principi generali dell’UE, i principi definiti in base alla Carta europea dei diritti fondamentali e i principi protetti dalla Convenzione europea dei diritti umani.
Diritti fondamentali protetti come “principi generali del diritto dell’UE”
E’ utile ricordare che i Trattai costitutivi non facevano alcun riferimento ai diritti fondamentali e che ancora nel 1959 la Corte rinnegava qualsiasi competenza in tema di protezione dei diritti fondamentali sulle decisioni prese dalla Comunità europea per il carbone e l’acciaio (CECA) così come garantiti dalla corte costituzionale tedesca (4 Febbraio 1959, Judg. 1/58, Stork V.High Authority, February 1960, Judg. 16-18/59, Geitling v. High Authority). In tal modo i giudici evitarono i conflitti che potevano emergere on la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo e con le corti costituzionali nazionali.
Solo alcuni anni più tardi, alla fine del 1963 e nel 1964, la Corte annunciava con orgoglio l’autonomia del sistema legale europeo con le sentenze miliari “Van Gend en Loos” e “Costa vs Enel”. inoltre, la corte di Lussemburgo diede il potere ai cittadini europei di invocare la primazia del diritto comunitario su quello nazionale, affrontando così l’opposizione della Corte costituzionale italiana ( sentenza “Frontini e Pozzani” del 7 Marzo 7 1974, n. 14) e tedesca (“Solange I” sentenza del 19 maggio 1976 in BverGE, 37, p. 271), che non accettarono la supremazia del diritto comunitario nei casi che coinvolgono i diritti fondamentali protetti dalle costituzioni nazionali.
Al fine di rispondere a tali opposizioni, e con lo scopo di dare un riferimento esplicito ai diritti fondamentali stabiliti nei Trattati costitutivi, la Corte di giustizia elaborò una raffinata dottrina in base alla quale gli stati membri devono proteggere i diritti fondamentali (“Stauder”, C- 29/69, ” “Handelsgesellschaft” C-228/69) come “parte integrante dei principi generali del diritto [comunitario]” quando attuano il diritto europeo (“Wachauf” C-5/88, July 13th, 1989) perché il “…Rispetto per i diritti umani è una delle condizioni alla base della legittimità degli atti comunitari..” (ECJ Opinione 2/94).
E’ importante sottolineare che con la dottrina dei “principi generali” dell’UE derivante dalle tradizioni costituzionali comuni degli stati membri, i giudici dell’UE non hanno solo creato una base comune solida sia per i sistemi legali nazionali che europei, ma anche un meccanismo in costante evoluzione che rispecchiava l’evoluzione dei sistemi costituzionali nazionali e delle relazioni internazionali tra gli stati membri (“Nold”, C-4/73 of May 14th, 1974).
A questo riguardo, l’interazione tra i livelli nazionale ed europeo rende possibile la corrispondenza tra l’evoluzione della società europea, specificatamente per ciò che riguarda i diritti fondamentali.
Perciò, non è sorprendente il fatto che nel giro di sessant’anni diverse “generazioni” di diritti umani sono state sottoposte all’attenzione dei giudici e legislatori europei.
Ci volle un po’ di tempo prima che la dottrina dei “principi generali” (come un meccanismo di reciproco completamento tra il livello europeo e quello nazionale) venisse rispecchiato nei Trattati. Ciò accadde nel 1993, con il Trattato di Maastricht, confermato poi dal Trattato di Amsterdam ed ora chiaramente affermato dal Trattato di Lisbona.
I diritti fondamentali stbiliti dalla Carta europea dei diritti fondamentali
Il principale punto debole della dottrina dei “principi generali” è che essa dipende dall’interpretazione dei giudici, dato che essi possono agire caso per caso. Alla fine degli anni ottanta perciò tali diritti vennero estesi ai nuovi stati membri e alle missioni dell’UE attraverso la codificazione della giurisprudenza della Corte europea di giustizia, così da rendere più visibili i diritti fondamentali ai cittadini europei e al legislatore europeo stesso.
Questa codificazione, derivante dalla Convenzione europea, dalle tradizioni comuni della costituzioni dei paesi membri e dalla giurisprudenza della Corte europea di giustizia, è stata decisa dal Consiglio europeo a Colonia il 3 e 4 Giugno 1999 in parallelo all’entrata in vigore del Trattato di Amsterdam
“Allo stato attuale dello sviluppo dell’Unione è necessario elaborare una Carta di tali diritti al fine di sancirne in modo visibile l’importanza capitale e la portata per i cittadini dell’Unione. Il Consiglio europeo ritiene che la Carta debba contenere i diritti di libertà e uguaglianza, nonché i diritti procedurali fondamentali garantiti dalla convenzione europea di salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e risultanti dalle tradizioni costituzionali comuni degli Stati membri, in quanto principi generali del diritto comunitario. La Carta deve inoltre contenere i diritti fondamentali riservati ai cittadini dell’Unione. Nell’elaborazione della Carta occorrerà inoltre prendere in considerazione diritti economici e sociali quali sono enunciati nella Carta sociale europea e nella Carta comunitaria dei diritti sociali fondamentali dei lavoratori (articolo 136 TCE), nella misura in cui essi non sono unicamente a fondamento di obiettivi per l’azione dell’Unione.”
Seguendo tale mandato, una “convenzione” straordinaria, composta di rappresentanti dei capi di stato e di governo, dal presidente della Commissione, dai membri del Parlamento europeo e dei parlamenti nazionali, preparò un testo che anche senza avere carattere vincolante venne proclamato dalle istituzioni europee a Nizza nel dicembre 2000.
Con l’entrata in vigore del Tratto di Lisbona, la Carta (attualizzata nel 2007) è ora parte del sistema costituzionale europeo, anche se il Regno Unito e la Polonia hanno regimi speciali, come definito dai due protocolli.
Diritti fondamentali stabiliti dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali
Come sottolineato sopra, la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU) è il punto di riferimento ed il blocco fondante della protezione dei diritti fondamentali in Europa anche se si concentra soprattutto sui diritti politici e civili (di “prima generazione”) che erano considerati prioritari dopo la fine della seconda guerra mondiale.
Già in aprile 1979 la Commissione europea propose che la Comunità europea potesse divenire membro della CEDU, ma la procedura venne lanciata solo il 19 novembre 1990. Alla proposta fece seguito una richiesta del Consiglio per un’opinione della Corte europea di giustizia. L’opinione (2/94) venne adottata il 28 marzo 199- ed affermò abbastanza sorprendentemente che “…nessun provvedimento conferisce alle istituzioni comunitarie alcun potere generale di attuare norme sui diritti umani o di concludere convenzioni internazionali in questo campo. L’accesso alla Convenzione produrrà ad ogni modo un cambio nel sistema attuale di protezione dei diritti umani a livello comunitario perché renderà necessario l’ingresso della Comunità in un sistema internazionale distinto così come l’integrazione dei provvedimenti della convenzione nel sistema legale comunitario. Tale modifica del sistema di protezione dei diritti umani a livello comunitario, con eguali fondamentali implicazioni istituzionali sia per la Comunità che per gli Stati membri , avrà rilevanza costituzionale a andrà perciò oltre alla portata dell’articolo 235. Esso potrà essere apportato solo attraverso emendamenti al trattato“. (Traduzione non ufficiale).
Perciò il fatto che l’UE, a contrario dei suoi stati membri, non facesse e non faccia ancora formalmente parte della CEDU ha creato dei problemi quando gli stati membri venivano chiamati di fronte alla Corte di Strasburgo per violazione dei diritti fondamentali per non -conformità della normativa nazionale a quella europea.
In due sentenze miliari “Matthews” in ‘99 e più chiaramente in “Bosphorus ” nel 2005, i giudici di Strasburgo hanno chiarito che anche se il regime europeo di protezione dei diritti fondamentali ” …potrebbe essere considerato come, e deve essere in tempo opportuno, “equivalente” a quello del sistema della convenzione …tale supposizione può essere confutata se, in un caso particolare, l’interesse della cooperazione internazionale assume un ruolo maggiore rispetto al ruolo della Convenzione come “strumento costituzionale di ordine pubblico europeo” nel campo dei diritti umani”.
La conseguenza di tale ragionamento fu che quando gli stati membri attuano il diritto comunitario essi potevano essere convocati dalla Corte di Strasburgo (se la legislazione europea non garantisce protezione sufficiente ai diritti umani) e allo stesso tempo dalla Corte di Lussemburgo per violazione delle medesime normative.
Per evitare di trovarsi di fronte a due situazioni spiacevoli, o di essere ostaggio dei due sistemi legali di Lussemburgo e Strasburgo, gli stati membri decisero che con il Trattato di Lisbona l’UE doveva anche aderire alla Convenzione cosicché i suoi atti non potessero essere direttamente portati di fronte alla corte di Strasburgo in caso di violazione della CEDU.
Adottando il Protocollo 14 l’adesione è ora formalmente possibile da parte del Consiglio d’Europa anche se le negoziazioni a tal proposito sembrano tutto ma non facili.
Un accesso più ampio per i giudici
Sarebbe stato inutile avere creato così tante modalità per invocare la protezione dei diritti fondamentali nei confronti degli atti europei se questa nuova costruzione legale non fosse stata accompagnata da un accesso facilitato ai giudici da parte degli individui.
Ancora una volta, il Trattato di Lisbona porta dei miglioramenti. Precedentemente (art 230 p.4 del TCE) un individuo aveva il diritto di portare in giudizio un atto dell’UE solo se esso veniva direttamente e individualmente colpito da tali atti. La posizione di una persona fisica o legale individualmente colpita da un atto europeo era piuttosto comune all’inizio della costruzione dell’UE quando molte decisioni delle istituzioni (come quelle della Comunità europea per il carbone e l’acciaio (CECA) o della Commissione nel settore della competizione) erano indirizzate a imprese specifiche, ma è divenuto meno comune mano a mano che l’UE ha sviluppato le sue attività legislative. Infatti, quasi tutte le azioni individuali contro i regolamenti della Comunità sono state dichiarate inammissibili dalla Corte di giustizia europea perché i requisiti necessari al fine di ammettere tale azione in base a “interessi individuali” non venivano soddisfatti. La dottrina considerò che tale approccio fosse troppo restrittivo al fine di garantire un’effettiva protezione degli individui nei confronti di azioni di natura generale.
La Corte di Giustizia considerò che “una protezione legale effettiva” era ad ogni modo garantita dal diritto riconosciuto all’individuo di portare in giudizio davanti alle corti nazionali misure nazionali di attuazione della normativa EU/CE (dato che queste corti agendo in qualità di “giudici europei decentralizzati” sarebbero state in grado di indirizzare domande preliminari alla Corte di giustizia).
Questa soluzione però non si applicava alle misure europee che non richiedevano misure di attuazione nazionali. In questi casi, come denunciato dall’Avvocato generale Francis Jacobs nel caso “Jégo-Quéré” davanti alla corte di primo grado, l’unico modo che l’individuo aveva per poter ottenere giustizia era di violare una misura europea e di mettere in discussione la sua validità durante un procedimento penale o altre procedure contro di lui.
La corte di primo grado nella sua sentenza del 3 maggio 2002, seguì la sentenza emessa per il caso AG Jacobs considerando che una persona viene considerata “individualmente coinvolta” quando una norma di applicazione generale tocca la sua posizione legale in modo definitivo ed immediato, restringendo i suoi diritti o imponendo degli obblighi sull’individuo in causa.
Nonostante ciò, la corte rifiutò tale interpretazione (“UPA” Caso del 25 giugno 2002) considerando che tale riforma del sistema di controllo giurisdizionale sarebbe stato possibile solo emendando il Trattato.
Tale riforma fu infine adottata, anche se in un modo non molto trasparente, durante le negoziazioni sul Trattato costituzionale, poi riprese dal Trattato di Lisbona.
L’ex articolo 230 TEC è ora divenuto l’articolo 263 del TFUE che recita:
“Qualsiasi persona fisica o giuridica può proporre, alle condizioni previste al primo e secondo comma, un ricorso contro gli atti adottati nei suoi confronti o che la riguardano direttamente e individualmente, e contro gli atti regolamentari che la riguardano direttamente e che non comportano alcuna misura d’esecuzione.
Gli atti che istituiscono gli organi e organismi dell’Unione possono prevedere condizioni e modalità specifiche relative ai ricorsi proposti da persone fisiche o giuridiche contro atti di detti organi o organismi destinati a produrre effetti giuridici nei loro confronti.”
Perciò la questione principale riguarda l’assenza nel Trattato di una definizione di “atti normativi”: questa formulazione copre tutti gli atti di applicazione generale legislativi e non, o invece si riferisce solo agli atti non-legislativi così come definiti dalla dottrina (Bruno De Witte)?
Questa seconda interpretazione permetterebbe al legislatore di nascondere negli atti legislativi tutte quelle misure per le quali non vuole essere portato in giudizio in base ad una richiesta individuale.
Inoltre, un’interpretazione di questo tipo sfiderebbe anche la giurisprudenza europea in base alla quale solo i contenuti degli atti sono decisivi e non la loro forma.
(*) Articolo 6 (come modificato dal Trattato di Lisbona)
1. L’Unione riconosce i diritti, le libertà e i principi sanciti nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea del 7 dicembre 2000, adattata il 12 dicembre 2007 a Strasburgo, che ha lo stesso valore giuridico dei trattati.
3. I diritti fondamentali, garantiti dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e risultanti dalle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri, fanno parte del diritto dell’Unione in quanto principi generali.