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Timestamp: 2019-12-11 13:24:10+00:00
Document Index: 123503108

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 4', 'art. 6', 'art. 4', 'art. 2', 'art. 5', 'art. 19', 'art. 6', 'art. 1223']

ERRATA DIAGNOSI DEL MEDICO? SCATTA L’OBBLIGO A RISARCIRE IL DANNO! INTERRUZIONE DELLA GRAVIDANZA E DANNO DA VITA INDESIDERATA
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Martedì 30 Marzo 2010 01:00	Scritto da Avv.p. Stefania Prezioso
La recente giurisprudenza, ha stabilito che “ogni volta in cui il diritto alla vita venga leso scatta l’obbligo al risarcimento”. Ma in che termini si può ledere una vita?
Con la sentenza num. 10741 del 2009 la Cassazione Civile ha statuito la titolarità del diritto alla vita da parte del nascituro. Se dunque tale diritto viene in qualche modo ostacolato o lesionato a causa di una inesatta informazione medica, o nello specifico da una inesatta diagnosi, scattare l’obbligo al risarcimento a favore del nascituro.
Bisogna però sottolineare che, nonostante la legge italiana tuteli sempre la vita in ogni sua forma, viene comunque riconosciuta alla madre la “libera scelta se portare o meno a termine la gravidanza laddove eventi esterni concorrino ad arrecarle evidenti problematiche.
Si pensi al caso in cui un medico diagnostichi -correttamente-una grave malformazione del feto durante i primi mesi di gestazione. La madre, potrà decidere se interrompere o meno la gravidanza (L. 22 maggio 1978, n. 194 -legge sulla interruzione di gravidanza-):
a) entro i primi 90 giorni qualora la prosecuzione della stessa, il parto o la maternità comportino un serio pericolo per la salute fisica o psichica, in relazione al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche o sociali o familiari, , o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito (art. 4, L. 194/78);
b) anche dopo i 90 giorni quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna, ovvero quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinano un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna (art. 6,L. 194/78).
Solo in questi due casi, infatti, la madre potrà operare il suo diritto di scelta ed interrompere la gravidanza!
Difatti, l’aborto, al di fuori delle ipotesi di cui agli art. 4 e 6 della L. 194/1978, oltre a risultare, in ogni caso, in contrasto con i principi di solidarietà sociale di cui all’art. 2 della Cost. e di indisponibilità del proprio corpo di cui all’art. 5 c.c., costituisce reato anche a carico della gestante ex art. 19 della L. 194/1978.
Ma cosa accade se la madre non viene messa in condizione di conoscere la salute del proprio bambino durante i primi mesi della gravidanza e non può dunque operare il suo diritto di scelta che la legge le consente?
Nella ipotesi infatti in cui un medico ometti di comunicare alla donna, durante i primi mesi di gravidanza, la malformazione del feto, non darà modo alla stessa di poter scegliere se portare avanti la gravidanza, precludendole un suo proprio diritto.
In questo caso spetterà alla donna il risarcimento del danno. Infatti, la mancata diligente e preventiva comunicazione ai genitori sui rischi della nascita e sulle condizioni del nascituro, nonché l’omissione di controlli ed esami più approfonditi, attengono alla responsabilità contrattuale ed extracontrattuale del professionista nei confronti, innanzitutto, della madre ed, in via riflessa, del padre.
I genitori, quindi, nel caso in cui venga leso questo loro diritto, potranno richiedere in via giudiziale un risarcimento del danno derivante -non solo e non tanto- dalla nascita di un figlio non voluto, ma dal fatto stesso che è stata violata la loro decisione di non averlo.
In particolare, tale diritto si sostanzia nella possibilità, loro negata, di ricorrere all'interruzione della gravidanza, essendovi senz'altro le condizioni previste dagli art. 6 e 7 della L. 194 del 1978, e cioè la presenza di malformazioni o di anomalie del nascituro tali da determinare processi patologici, ovvero un grave pericolo per la salute psichica o fisica della madre.
In altri termini, il giudice sarà chiamato ad accertare la responsabilità del professionista dovendo stabilire -con valutazione da compiersi ex ante, e quindi, con riferimento al momento in cui il medico ha omesso la corretta informazione- se la conoscenza della reale situazione patologica del feto avrebbe ingenerato nella donna un processo patologico, fisico o psichico, con grave pericolo per la salute della stessa, ovvero se la sussistenza dell’errore diagnostico abbia o non abbia privato la madre dell’esercizio del suo diritto all’interruzione della gravidanza a causa della malformazione del figlio. Nel caso in cui, infatti, l’inadempimento all’obbligo di esatta informazione intervenga sino al novantesimo giorno dal concepimento, sussiste pacificamente l’obbligo del professionista di risarcire il danno. Nel caso in cui, invece, il predetto inadempimento dell'obbligo di informazione intervenga successivamente al novantesimo giorno, l'obbligo di risarcimento del professionista sussiste solo se l'omissione medesima abbia messo in grave pericolo la salute della donna.
Concludendo, dobbiamo sottolineare che il danno da vita indesiderata è stato qualificato dalla giurisprudenza recente come danno biologico, in quanto comporta una sorta di peggioramento della qualità della vita della madre con conseguente lesione del suo diritto ad una procreazione cosciente e responsabile: al fine della sua rilevabilità occorrerà però dimostrare la sussistenza di pregiudizi seri, che scaturiscano, come conseguenza immediata e diretta, dall’inadempimento del professionista ai sensi dell’art. 1223 c.c.