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Timestamp: 2018-12-17 18:07:20+00:00
Document Index: 78161179

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 155', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 44']

IL SOLE 24 ORE - 17 novembre 2008
La scelta unitaria va resa più chiara
Dal 1975, in mancanza di una precisa e opposta scelta fatta espressamente al momento del matrimonio, il regime legale patrimoniale della famiglia è quello della "comunione dei beni"; vale a dire che i [...]
Dal 1975, in mancanza di una precisa e opposta scelta fatta espressamente al momento del matrimonio, il regime legale patrimoniale della famiglia è quello della "comunione dei beni"; vale a dire che i beni acquistati nel corso dell'unione (anche se con molte e numerose eccezioni) da uno o da entrambi i coniugi sono automaticamente di proprietà di entrambi. Questo meccanismo rispondeva, trentatré anni fa, alla duplice esigenza di riconoscere alle donne, allora in maggioranza casalinghe, una dignità, anche economica, pari a quella del marito e di valorizzare l'apporto della moglie alla conduzione della vita familiare. Quella di allora era un'Italia in cui i risparmi delle famiglie erano custoditi nei conti correnti, oppure usati per l'acquisto della casa familiare. Pochi erano quelli che si permettevano di investire, giocando in Borsa e acquistando azioni o titoli. Non esistevano, allora, i tanti prodotti finanziari che oggi hanno invaso il mercato. Era un'Italia in cui le separazioni erano rare e il divorzio era legge da pochi anni. Per quel contesto socio-economico, più semplice di quello attuale, erano state pensate le regole del codice civile sulla comunione dei beni, che hanno svolto un ruolo fondamentale nel nostro Paese; tanto che sino al 2000 la comunione era il regime patrimoniale preferito dalla maggioranza delle coppie di neosposi. Oggi, invece, 6 coppie su 10 scelgono il più facile e snello regime della separazione dei beni. Perché è cambiato lo scenario complessivo. In primo luogo la donna ha acquisito una maggiore indipendenza, professionale, sociale e personale. E ha dunque meno bisogno di tutele rispetto a quanto accadeva nel passato, quando era il marito il solo a gestire il "portafoglio". E sono proprio le donne, oggi, quelle scarsamente interessate alla comunione dei beni, avendone obiettivamente meno bisogno. La comunione, peraltro, oggi è diventata sempre meno interessante e sempre più fonte di conflitti e contrasti. Le regole che la governano, infatti, sono rimaste le stesse e non hanno assorbito i cambiamenti che si sono succeduti negli ultimi tre decenni. Sono comparse sulla scena nuove forme di investimento, nuove modalità di far fruttare il denaro. Il confine tra attività lavorativa e attività speculativa è diventato sempre più labile. Giudici e avvocati hanno cercato di supplire alle carenze legislative, con il risultato però di aumentare l'incertezza: la discussione su cosa diventi di proprietà comune (e quando) e cosa no è sempre vivace ed animata. Infatti, contrariamente a quello che genericamente si pensa, non tutto quello che marito e moglie, separatamente o congiuntamente, comprano durante il matrimonio diventa di proprietà di entrambi. Sono comuni i beni immobili, a meno che non siano ereditati, donati o acquistati con denaro derivante dalla vendita di beni personali (e ciò sia espressamente menzionato nel rogito di acquisto); sono comuni anche le azioni, così come le obbligazioni e le quote dei fondi di investimento; per le quote di srl occorre verificare se sono una mera forma di investimento oppure se la società è stata creata per un'attività imprenditoriale. Per altre forme di investimento misto (polizze, piani di accumulo, etc.) la discussione continua. Complicato, poi, il discorso dei redditi da lavoro: non sono comuni ma lo diventano solo se esistono ancora quando la comunione si scioglie; e ciò avviene quando marito e moglie lo decidono assieme oppure se interviene una pronuncia del Giudice, in presenza di determinati presupposti. La comunione si scioglie anche successivamente alla separazione personale (consensuale o giudiziale) dei coniugi. In questo caso, il più frequente, marito e moglie devono prima aspettare la sentenza di separazione personale e poi domandare la divisione dei beni comuni. Con due distinti processi uno successivo all'altro. Il ché, è evidente, comporta oltreché una notevole perdita di tempo anche un inutile e dispensioso raddoppio delle spese di legali e periti contabili, che, dovranno dibattere cosa e quanto possa rientrare nella comunione e dunque essere poi diviso Dunque, la scelta della comunione, oggi, complica ancora più le cose. Queste difficoltà dovrebbero indurre a riflettere sulla necessità di riformare l'istituto, mettendo gli sposi di fronte a una scelta chiara: per esempio stabilendo che, con l'opzione della comunione, come nel diritto anglossassone, qualunque bene, acquistato dal matrimonio sino alla domanda di separazione, diventerà di proprietà comune. Una regola semplice per rendere effettiva e più consapevole la comunione che, se non riformata, continuerà ad essere un argomento in più per litigare e discutere in Tribunale.
Avv. Alessandro Simeone
HOUSE24 - 28 ottobre 2008
Dividere mobili e arredi
Prima o poi nel divorzio, e quasi subito se non ci sono figli, i coniugi si trovano a doversi spartire arredi e corredi della casa familiare. Ho imparato che è un momento a volte denso di sfumature [...]
Prima o poi nel divorzio, e quasi subito se non ci sono figli, i coniugi si trovano a doversi spartire arredi e corredi della casa familiare. Ho imparato che è un momento a volte denso di sfumature drammatiche, da quando ho accettato di aiutare due amici a farlo. Ricordo ancora allibita l'ingresso in casa: i quasi ex, che pure dignitosamente avevano raggiunto l'accordo sul denaro e sulla divisione delle case di proprietà, mi avevano accolta muniti ciascuno di un misterioso dossier, una bilancia e una lente di ingrandimento. Ci vollero pochi minuti per capire che si erano dotati della lista dei rispettivi regali di nozze, delle fatture a loro nome, di un numero imprecisato di fotografie (in ordine cronologico per 15 anni), di expertises per quadri e argenti e di testimonianze scritte degli amici che negli anni avevano loro regalato qualcosa. La lente doveva evidenziare marchi e firme e la bilancia finì col servire, tante volte, per pesare gli argenti. L'obiettivo dei due futuri ex era stato individuato nel dividersi esattamente a metà qualsiasi cosa, per numero e valore economico. Sette ore di panico. E io fungevo da notaio per ratificare e verbalizzare la polemicissima ma corretta attribuzione. Dimezzati con puntiglio i servizi di piatti e di bicchieri, calcolati e parificati quadri per numero e valore, spezzettati i servizi di posate, ponderati per numeri e kili e numero i vari pezzi d'argento, discusso a lungo sugli elettrodomestici deteriorati dall'uso, conteggiati libri, dischi e imbarazzanti ammenicoli diversi, risolto un conflitto sul nascere relativo alle penne stilografiche, suggerita la ristampa di tutte le fotografie ( al 50% di costo a testa!), alla fine, morta di fame e di sete, mi sono trovata davanti all'armadio della biancheria. Lenzuola, tovaglie e tovagliette erano fortunatamente in numero pari, ma il mio occhio ormai allarmato si era reso conto all'istante che gli strofinacci da cucina erano 13. Con la forza della disperazione ne ho afferrato uno con due mani e, prima che qualcuno aprisse bocca, l'ho strappato appoggiando ordinatamente le due perfette metà su ciascun mucchietto da 6. Giustizia era fatta. Nel silenzio dei coniugi, ricco di stupore in parti uguali.
IL SOLE 24 ORE - 20 ottobre 2008
La legge sull'affido condiviso ha fissato i criteri oggettivi che il Giudice dovrebbe utilizzare per calcolare, nelle cause di separazione e divorzio, l'assegno di mantenimento per i figli. Ma i [...]
La legge sull'affido condiviso ha fissato i criteri oggettivi che il Giudice dovrebbe utilizzare per calcolare, nelle cause di separazione e divorzio, l'assegno di mantenimento per i figli. Ma i giudici continuano a regolarsi ognuno secondo il proprio personale potere discrezionale. Perchè la nuova legge non ha funzionato? Da un lato, non ha potuto e forse non può eliminare i contrapposti preconcetti che animano i padri e le madri in fase di separazione: i primi continuano a non capire che i costi di un figlio non si limitano "al mangiare", bensì comprendono tutto il necessario a confermare l'organizzazione domestica stabile che gli stessi genitori avevano stabilito per lui quando vivevano assieme; d'altra parte le madri non riescono a capire che la separazione non raddoppia la disponibilità economica, ma la dimezza. Dunque, il tenore di vita non può mutare all'improvviso e neppure restare identico. Purtroppo, poi, molti Giudici riducono i criteri dell'art. 155 cod. civ. a mere clausole di stile, le disattendono come fanno anche per altri principi introdotti dalla legge: alla fine l'ammontare concreto dell'assegno finisce per essere l'espressione delle convinzioni personali, etiche e politiche del magistrato, invece che l'applicazione della legge. Né la situazione potrebbe migliorare con l'introduzione, auspicata da più parti, di modelli matematici o di software che determinano l'assegno di mantenimento in funzione di precisi e variegati calcoli. La figura del giudice-computer non si addice a un paese come il nostro, in cui l'evasione fiscale raggiunge livelli record e i calcoli sarebbero viziati in partenza. E' necessario poi ricordare che, a trentatré anni dalla riforma del diritto di famiglia, ci sono i figli naturali ancora discriminati rispetto ai figli legittimi. I figli di genitori sposati, infatti, possono contare quantomeno su regole processuali certe: il loro caso verrà deciso, prima in via provvisoria e poi in via definitiva, da un magistrato del Tribunale ordinario che emetterà la sua decisione sul mantenimento (ancorché provvisoria) entro 90/120 giorni dal deposito della richiesta. Quella decisione, se non soddisfacente, potrà essere rivista dalla Corte d'Appello e, se non rispettata, potrà dar luogo all'applicazione di severe sanzioni (pignoramenti o sanzioni penali). I figli di genitori non sposati, invece, non hanno nulla di tutto di ciò. Per loro decide un Tribunale speciale - il Tribunale per i minorenni - creato ai tempi del fascismo e formato da un insieme di magistrati togati e di giudici onorari (spesso con scarsa o nulla preparazione giuridica). Un Tribunale speciale che rifiuta sistematicamente l'applicazione delle regole stabilite per i Tribunali ordinari e che, frequentemente, lascia per due o tre anni un bambino senza assegno di mantenimento. E poi anche quando, dopo anni, si giunge a una decisione, ecco che alcuni di questi Tribunali speciali rifiutano di apporvi la cosiddetta "formula esecutiva": così la sentenza può tranquillamente non essere rispettata. Senza la formula, infatti, non sarà possibile agire coattivamente per il pagamento dell'assegno: niente precetti, niente pignoramenti. Ed è evidente che un comando senza sanzione non è un comando, almeno in senso giuridico. Alcune Corti d'Appello, per di più, sostengono che i provvedimenti provvisori dei Tribunali speciali (nei pochi casi in cui sono emessi) non sono impugnabili: i figli legittimi, in sostanza, hanno diritto a due gradi di giudizio. Quelli naturali no. Il quadro è sconfortante e frustrante. Continuiamo a essere spettatori passivi di atti discriminatori verso bambini privati della benché minima forma di tutela, mentre siamo ubriacati da dichiarazioni - di politici, operatori, associazioni - che dicono di battersi per la tutela dell'infanzia con progetti reboanti ma poco incisivi. E' inutile battersi per nuove leggi se prima non viene creata una struttura seria che le applichi, con efficienza e senza discriminazioni. Con magistrati competenti e di esperienza specifica. La soluzione è quella da tempo promessa, sperata, voluta, ma mai realizzata: la creazione del Tribunale della famiglia, nel quale giudici specializzati (e svincolati dall'obbligo di dover abbandonare il loro incarico dopo 10 anni) agiscano in funzione di poche regole ma certe, nel rigoroso rispetto del diritto del contraddittorio e della diversità di ogni caso umano. E nel rispetto del diritto a vivere e a ricominciare. Lo stallo e gli errori giudiziari fanno più danno dei genitori incapaci. Chi decide, quando si decide a farlo, dimentica che i nostri figli saranno domani i nostri medici curanti, gli ingegneri costruttori delle nostre case, i politici amministratori della cosa pubblica: non possono crescere nella consapevolezza che le regole sono inutili perchè nessuno le sa e le fa rispettare.
IO DONNA - 18 ottobre 2008
Annamaria Bernardini de Pace LESSICO GIURIDICO oppure LE PAROLE DEL DIRITTO Se ci si sposa all'estero, il matrimonio è valido anche in Italia? Per sposarsi all'estero e avere una matrimonio [...]
Annamaria Bernardini de Pace LESSICO GIURIDICO oppure LE PAROLE DEL DIRITTO Se ci si sposa all'estero, il matrimonio è valido anche in Italia? Per sposarsi all'estero e avere una matrimonio perfettamente valido ed efficace anche in Italia è necessario, innanzitutto, rispettare tutte le norme per la celebrazione previste dal paese straniero. Una volta celebrato il matrimonio secondo le indicazioni delle autorità locali, il Consolato (o l'Ambasciata italiana dello Stato estero), su domanda degli interessati, provvede a inoltrare la richiesta di trascrizione all'ufficio di stato civile competente in Italia. L'ufficiale di stato civile, prima di procedere a trascrivere, verifica che il matrimonio "straniero"  comunque già immediatamente valido  non sia contrario all'ordine pubblico (cioè in contrasto con norme inderogabili della legge italiana). In caso di contrarietà all'ordine pubblico, infatti, l'ufficiale di stato civile rifiuta la trascrizione, rilasciando un'attestazione contenente la motivazione del rifiuto, e ne dà comunicazione al Procuratore della Repubblica per gli eventuali adempimenti di competenza. L'autorità giudiziaria potrà, infatti, pronunciarsi sulla validità del vincolo e su eventuali reati commessi. Per esempio bigamia, qualora uno dei due sia già sposato in Italia. Il matrimonio non è mai uno scherzo. Neanche quello all'estero.
LIBERO - 8 luglio 2008
Madri con la pistola protette dal burka del buonismo Da un mese una madre (psicologa) è sparita con la figlia di 5 anni. Potrebbero essere morte entrambe, uccise, sequestrate. Eppure magistrati civili [...]
Madri con la pistola protette dal burka del buonismo Da un mese una madre (psicologa) è sparita con la figlia di 5 anni. Potrebbero essere morte entrambe, uccise, sequestrate. Eppure magistrati civili e penali e forza pubblica, malgrado allertati da denunce e istanze, a oggi non danno risposta a un padre devastato dall'angoscia. La convinzione di tutti è, infatti, che la madre sia volontariamente scomparsa, che abbia ritenuto suo diritto sparire con la bimba e che alla piccola non possa accadere nulla di male. "Tanto è con la mamma", questa è la risposta che il padre si sente dare dagli inquirenti e dai familiari di lei. Ma se fosse stato il padre a rapire la figlia, l'atteggiamento generale sarebbe lo stesso? O avrebbe lui alle spalle orde di cani lupo, Interpol e kalashnikoff? Purtroppo, il padre è sempre un orco e la madre una fatina, vittima del suo amore materno. Ma quale amore? Non c'è amore se non c'è rispetto dei diritti civili, affettivi e sociali di un minore. Non c'è amore, ma rabbia vendicativa, quando una madre disprezza i provvedimenti del Tribunale che le hanno dovuto imporre di sottostare alle direttive dei Servizi Sociali per permettere alla figlia di incontrare il padre. Come è sacrosanto diritto di questa bimba, tuttavia negatole proprio dalla madre che ha in odio il papà. Non c'è amore se strappi una piccola al suo contesto sociale, alla trama affettiva di ogni giorno, per farla vivere da clandestina in un luogo sconosciuto, con la sola presenza di una madre avida e vorace di tutti i sentimenti della figlia. Non c'è amore se sottrai una piccola anima in formazione, sottoposta purtroppo ai traumi di una madre destabilizzante, alla terapia psicologica che avrebbe dovuto restituirle serenità e che avrebbe potuto ricomporre nel suo cuore la figura paterna, così denigrata e stracciata dalla rancorosa mamma. Ma come mai questa madre così poco mamma, ha potuto impavida, arrogante e senza colpo ferire, sequestrare di fatto sua figlia e sparire dal mondo senza lasciare traccia di sé? Da dove trae la sua forza, oltre che dal simbiotico bisogno di non "dividere" la figlia col padre? Dalle capacità economiche della famiglia? Dall'appoggio di persone influenti? Dalla certezza della inefficienza della giustizia? Forse anche, ma soprattutto dall'essere una madre. Nessuno tocchi la mamma. Malgrado una legge che ha fatto tanto discutere e che ha creato fallaci aspettative nei padri, oggi i giudici continuano a non avere il coraggio di negare i figli alle madri, per quanto drogate,pazze, anaffettive, incapaci. L'amore materno dato per scontato piega ancora molti magistrati, psicologi, poliziotti e agenti carcerari al compromesso e all'inettitudine più vergognosa. Così manipolando e ipotecando il futuro di bimbi innocenti e bisognosi di rispetto. Il pregiudizio dell'esistenza dell'istinto materno e della positività di qualsiasi specie d'amore materno, ha creato almeno tanti danni e infelicità (in Italia) quanti ne ha prodotti la violenza maschile. Eppure si continua a proteggere la donna maltrattata ma non si vogliono alzare i materassi che nascondono centinaia di figli maltrattati. Nel segreto delle loro case. Da madri frustrate e incapaci. Da madri tanto cattive da considerare i figli propri oggetti di divertimento, conquista, sperimentazione. Armi contro la vita e gli altri, ma gingilli per sé. Madri con la pistola, che si fanno beffe oltre che dei bimbi stessi, dei loro padri, dell'autorità, delle istituzioni. Nascoste sotto il burka confezionato dall'ipocrisia e dal buonismo micidiale di una società cieca e adolescente. Questa è la vera forza di una madre che rapisce il figlio. E se questa piccola bimba non tornerà al più presto nel mondo dove è nata, cosa potrà mai pensare del suo papà che, per quanto lei possa sapere e capire, non ha fatto nulla per ridarle la sua vita di tutti i giorni? Egli non può fare nulla. Deve affidarsi alle istituzioni e fidarsi di loro. Deve essere prudente nell'agire, altrimenti lo puniscono per non avere rispettato la legge. Lui, che subisce la violenza, come sua figlia, deve sapere aspettare, ingoiando il dolore liquido dell'impotenza. Quale sarà nel frattempo, ora per ora, il racconto quotidiano di una mamma che non rispetta la figlia e odia il papà? L'amore è un'altra cosa. E forse questa piccola non lo saprà mai. E' già troppo tardi.
IO DONNA - 28 giugno 2008
Annamaria Bernardini de Pace LESSICO GIURIDICO oppure LE PAROLE DEL DIRITTO Genitori separati, vacanze estive e diritto di visita. Come ci si organizza? Il calendario degli incontri tra figlio e [...]
Annamaria Bernardini de Pace LESSICO GIURIDICO oppure LE PAROLE DEL DIRITTO Genitori separati, vacanze estive e diritto di visita. Come ci si organizza? Il calendario degli incontri tra figlio e genitore non collocatario, stabilito dal giudice della separazione o del divorzio su proposta dei genitori, spesso prevede almeno una visita durante la settimana, oltre alla regola dei c.d. "weekend alternati". Ma cosa succede durante le vacanze estive, quando di solito si lascia la città per recarsi al mare o in montagna? Nonostante non ci sia una regola precisa nel codice che disciplina questa situazione, normalmente il diritto di visita del genitore non collocatario si ritiene sospeso. In questi particolari periodi, infatti, di solito i genitori si accordano per trascorrere tempi paritetici con i figli, interrompendo così  temporaneamente  l'ordinario calendario di visita. La soluzione della c.d. sospensione del diritto di visita è ragionevole, perchè favorisce i genitori separati che vogliano sfruttare proprio un periodo lungo di vacanza per trascorrere più tempo con i figli. L'importante, come sempre, è accordarsi per tempo con l'altro genitore per la suddivisione del periodo e comunicare meta e recapiti del luogo di soggiorno.
IO DONNA - 14 giugno 2008
Annamaria Bernardini de Pace LESSICO GIURIDICO oppure LE PAROLE DEL DIRITTO Mio marito mi tradisce e io, distrutta, sono tornata a vivere dai miei. Rischio l'addebito della separazione? Tra i doveri [...]
Annamaria Bernardini de Pace LESSICO GIURIDICO oppure LE PAROLE DEL DIRITTO Mio marito mi tradisce e io, distrutta, sono tornata a vivere dai miei. Rischio l'addebito della separazione? Tra i doveri reciproci dei coniugi, il nostro codice civile prevede espressamente quello di coabitazione. Se non viene rispettato, e cioè se uno dei coniugi decide, senza il consenso dell'altro e senza giustificato motivo, di allontanarsi dalla casa coniugale, al momento della separazione il giudice può "sanzionare" questa condotta con la dichiarazione di "addebito". Si tratta di una conseguenza spesso molto grave, soprattutto quando ad andarsene è la parte debole economicamente: l'addebito, di regola, fa perdere il diritto al mantenimento. Esiste, però, un requisito indispensabile perché il giudice possa addebitare la separazione al coniuge che ha violato uno o più doveri matrimoniali: è fondamentale dimostrare, in corso di causa, che la crisi del rapporto di coppia e la decisione di separarsi siano diretta conseguenza di quel comportamento. E cioè, che il matrimonio è entrato in crisi proprio a causa di quell'abbandono. Ora, quando ad andarsene è la donna tradita, ciò che mette in crisi il rapporto di coppia non è l'abbandono della moglie ma è il tradimento del marito. Quindi, chi rischia l'addebito è chi tradisce. Il perdono non è un dovere.
HOUSE24 - 1 giugno 2008
La casa. Attrazione fatale
Non riesci a lasciarla. Soffri. L'hai scelta con passione tra tutte le altre. Hai dato tutto quello che avevi per farla tua. L'hai posseduta ogni giorno, scoprendole virtù e difetti. Lei, ha accolto [...]
Non riesci a lasciarla. Soffri. L'hai scelta con passione tra tutte le altre. Hai dato tutto quello che avevi per farla tua. L'hai posseduta ogni giorno, scoprendole virtù e difetti. Lei, ha accolto la tua intimità e raccolto il tuo più segreto modo di essere. Ti abbraccia con calore ogni volta che torni e resta muta e solitaria quando te ne vai. L'hai arricchita negli anni e lei ti ha offerto golosa e maliziosa nuovi vuoti da riempire. S'illumina solo se tu lo desideri e silenziosa protegge il tuo sonno. E' testimone della tua rabbia e delle tue risate, della paura e dei progetti, del dolore e della vergogna. Delle tue abbuffate e delle stordenti bevute. Ha protetto ogni tua storia d'amore, amante discreta di ogni amante e solidalmente nemica di ogni nemico. Tu le hai dato vita e lei è la tua vita; incapace di essere com è, se è senza di te. A volte è disordinata e confusionaria, ma a te piace così: ne conosci ogni angolo più oscuro e lei non ti nasconde nulla. Hai fatto qualsiasi cosa per tenerla: gli amici ti hanno aiutato, sempre pronti a ogni tua disperata invocazione. Ma lei voleva sempre di più. Per essere più bella, per non mostrare i segni della vecchiaia. Le hai regalato tanti lifting rivolgendoti agli artisti del mestiere. E ti è costata tanto, troppo. Per il tuo gusto incontenibile di mostrarla agli altri sempre più dotata di un fascino speciale. E ora un altro la vuole. La pretende. Anzi ormai lei è sua e tu devi lasciarla. Lui l'ha comprata, come fosse una schiava. Ma è colpa tua se lei è andata all'asta. Avresti dovuto pagare tutte le rate del mutuo a tasso variabile che hai contratto per acquistare e mantenere la tua meravigliosa casa. Invece di fartela pignorare e permettere che d'ora in poi la possieda un altro.
IO DONNA - 19 aprile 2008
L'abbandono della casa coniugale
LIBERO - 21 marzo 2008
La solita, imbarazzante, lamentela dei papà separati è questa: I divorzi aumentano; i costi di mantenimento dei figli sono alti altrettanto quelli degli avvocati; chi guadagna 1.500 ha dunque a [...]
La solita, imbarazzante, lamentela dei papà separati è questa: I divorzi aumentano; i costi di mantenimento dei figli sono alti altrettanto quelli degli avvocati; chi guadagna 1.500 ha dunque a disposizione meno di 400 ; circa 800 mila separati vivono sotto le soglie di povertà; 3.500 papà separati sono quasi clochard che frequentano i dormitori pubblici. In questa "emergenza", la prima seria considerazione critica che si può fare contro questa ennesima lagna è: "le loro mogli invece stanno meglio?" "e i loro figli?" Da qui una cascata di logiche domande. Primo. Quale era la prospettiva di vita di questi papà separati che, nell'esempio da loro proposto, guadagnerebbero 1.500  dovendo impiegarne 1.100 ogni mese per pagare figli e spese legali? Che cosa succedeva quando loro erano in casa? Quando convivevano con la famiglia e non avevano i costi degli avvocati? E quanto riterrebbero giusto dare per crescere i loro figli? C'è da chiedersi se le mogli lavorassero o no. E se no, perché? C'è ancora da chiedersi che genere di donna abbiano scelto come moglie e perché non si siano dati da fare per mantenere la famiglia unita anziché lasciare che si smembrasse. Bisogna anche domandarsi perché preferiscano il vittimismo del clochard alla più dignitosa soluzione di tornare nella famiglia di origine. C'è poi da indagare su che avvocati abbiano scelto (evidentemente cari ma perdenti) e quale giudice Torquemada abbiano mai incontrato. Nel concreto. Ipotizziamo che questo papà separato presunto clochard abbia una moglie non produttiva di reddito e due figli. Secondo uno schema elaborato dal Tribunale di Monza, e peraltro più o meno seguito in tutta Italia, a fronte di un reddito di 1.500 , tenuto conto anche dell'assegnazione della casa familiare, il Giudice pone a carico del coniuge più forte un assegno in favore dei figli pari a circa 1/3 dello stipendio e pari circa al 10% in favore della moglie. Quindi dei 1.500, a spanne, 500 sarebbero per i due figli e 150 per la moglie. Allora ci deve spiegare, il povero clochard di rimessa, primo come possano vivere tre persone con 650 ; (punto e virgola al posto di e) secondo come mai lui sia costretto ad andare al dormitorio avendo, da solo, a disposizione 850 . Terzo deve, in ogni caso, responsabilizzarsi sulle sue scelte precedenti la separazione: accettare che la moglie non lavori e mettere al mondo due figli non potendo loro garantire né una famiglia serena né una separazione decorosa. In ogni caso, il malinconico senzatetto non ci ha ancora spiegato quale giudice e quale avvocato lo abbiano fatto restare con appena 400 . Che costituiscono pur sempre il doppio, per lui solo, di ciò che rimane a disposizione di ciascun membro della sua famiglia, cioè 220  scarsi. Potrebbe replicare il poverino: "ma loro hanno la casa". Si potrebbe ribattere che questo è un costo da detrarre da quei 650 . Purtroppo con questi implacabili papà separati, i ragionamenti razionali e concreti, conti alla mano, non bastano, anzi non servono veramente a nulla. Preferiscono organizzare ogni tanto qualche "daddy's pride"  c'è forse dell'orgoglio più grande che chiamarlo orgoglio paterno?  svelando la loro patetica competizione con le madri alle quali vengono "dati" i figli più che a loro. Preferiscono lamentarsi dei costi legali e perdere tempo invece di mettere in discussione i loro sistemi di vita e di organizzare più produttivamente, anche in termini affettivi, il loro tempo. E' davvero scandaloso che anche nella vigenza della legge sull'affido condiviso  applicata nel 94% dei casi  queste associazioni di padri dolorosi continuino a esprimere rabbia e rivendicazione verso le mogli, i giudici e gli avvocati senza mai riflettere un solo momento, con saggezza e lealtà, su loro stessi. Comunque sia, io non credo a queste opportunistiche statistiche che vengono divulgate appunto in occasione di queste manifestazioni pubbliche. Non credo che il 70 % di frequentatori di dormitori siano padri separati responsabili e per bene e percettori di stipendi che corrispondono all'80% degli stipendi medi italiani. Non credo che la maggior parte dei padri separati debba vivere in uno sgabuzzino da 70  al mese o in un garage e mangiare alla mensa dei poveri. E' ridicolo che quelli che si lamentano e propalano questi dati si accaniscano contro "l'industria fiorente del divorzificio" e le loro mogli. Nel corso della mia attività professionale mi sono interessata a circa 18.000 casi e neppure uno coi dati catastrofici riferiti dai papà separati. Né clienti né avversari. Più frequenti sono, invece, i casi di papà che non vogliono pagare, che fingono di non avere denaro per pagare, che simulano di essere diventati poveri, che pretendono di avere i figli con sé solo per non versare denaro alle mogli. Numerosi ancora i casi di papà violenti e anaffettivi. Vicini per numeri a quelli di madri violente e anaffettive, in verità. Dunque, se questi papà separati vogliono fare i sociologi, gli psicologi e i giuristi, prima di tutto imparino a diffondere dati realistici, in secondo luogo non se la prendano con gli altri, ma comincino a fare autocritica e in terzo luogo non perdano tempo a piangere, ma onorino il loro ruolo di padre con l'orgoglio della fatica e dell'impegno indirizzati al concreto. In sostanza alcuni papà, erano dei potenziali clochard ancora prima di sposarsi.
LIBERO - 14 marzo 2008
Nel codice penale italiano, l'incesto é trattato tra i "delitti contro la morale familiare". Chi commette incesto "in modo che ne derivi pubblico scandalo", è punito con la reclusione da uno a cinque [...]
Nel codice penale italiano, l'incesto é trattato tra i "delitti contro la morale familiare". Chi commette incesto "in modo che ne derivi pubblico scandalo", è punito con la reclusione da uno a cinque anni. Che diventano da due a otto nel caso di relazione incestuosa. Perché sia considerato reato, quindi, l'incesto deve creare pubblico scandalo, deve cioè portare un profondo senso di turbamento e disgusto in un numero indefinito di persone estranee alla cerchia familiare dei protagonisti. Dunque, se vi sono rapporti sessuali segreti tra persone unite da un legame di sangue o affini in linea retta, non c'è reato. Fratelli e sorelle, padri e figlie, madri e figli, nonni e nipoti, suocera e genero, nuora e suocero sono punibili dal codice, pertanto, solo se incauti. Se, cioè, rendono palese l'atto o la relazione sessuale al punto da scandalizzare qualcuno. Naturalmente l'incesto può esserci anche tra fratello e fratello, tra suocero e genero, tra nuora e suocera, e via dicendo. L'importante, perché sia salva la moralità della famiglia e tutelata la serenità della gente, è che non si racconti, non si sappia, non nascano figli. E, se nascono, non sempre possono essere riconosciuti, perché sono la prova tangibile dello scandalo. In conclusione, per il Codice italiano, l'incesto è un tabù. Si può fare, ma non si può dire. La scienza medica, poi, sconsiglia la procreazione tra consanguinei, perché aumenta il rischio di fare emergere malattie ereditarie, anche latenti. In Francia, Belgio, Olanda, Spagna, Portogallo e Lussemburgo, l'incesto è stato depenalizzato. Così come già era avvenuto in Giappone, Cina, Turchia, Argentina, Brasile, Russia e Costa d'Avorio. E' tutt'ora reato, oltre che in Italia, in Danimarca, Inghilterra, Svizzera e Stati Uniti. E in Germania, dove in questi giorni, vi sono grandi discussioni per la storia dei fratelli di Lipsia, Susan e Patrick. Lui è in carcere, lei ha avuto quattro figli da lui ma, poiché ritardata mentale, alcuni sono in affidamento. I due fratelli, separati da piccolini, si sono conosciuti adolescenti e subito innamorati. Tre dei loro figli sono portatori di malformazioni genetiche. Entrano ed escono dal carcere, ma non riescono a staccarsi l'uno dall'altra e continuano impavidi la loro battaglia per affermare la libertà sessuale estrema, oltre i limiti familiari previsti dalla legge. E' una storia particolare la loro, se non altro perché si sono conosciuti da grandi e sono privi di un patrimonio comune emotivo e di intimità. Per di più stanno dimostrando la forza del loro sorprendente legame. Per questo la società tedesca e i giuristi stanno combattendo su fronti opposti nell'obiettivo di modificare la legge. E' difficile, però, prendere posizione quando la coscienza è scossa alle fondamenta di una costruzione sociale, educativa e psicologica così stratificata. Forse, sarebbe più giusto che l'incesto, se reato, fosse considerato un delitto contro la persona e non contro la morale familiare. Se non altro perché la libertà di uno dei protagonisti può non essere libera, ma condizionata dallo squilibrio dei rapporti familiari. Tuttavia, codice penale a parte, non si può decidere che l'incesto sia da punire solo perché c'è il rischio che nascano figli non sani. Non esiste una legge che, per lo stesso motivo, vieti la procreazione ai non parenti. Se questa fosse la ragione, addirittura staremmo parlando di eugenetica, di selezione di nascituri. La legge tedesca in parte, forse, va interpretata in questo senso: Patrick, infatti, ha voluto farsi sterilizzare, nella speranza di vivere in serenità e pubblicamente la sua storia sentimentale con la sorella. In conclusione, in Italia, l'incesto non è di per sé un crimine. Lo è, appunto, solo se rivelato. L'omicidio è un crimine sempre. La violenza sessuale anche. Contro la persona. Un reato protetto dalla privacy, allora, come l'incesto, non è più un reato? C'è forse ipocrisia e paura nel trattare quest'argomento. Sono certa tuttavia che, quantomeno i cattolici, non lo ritengono dannoso solo perché foriero di figli malformati. Se così fosse, non avrebbero tanto ostacolato l'ipotesi di diagnosi pre-impianto nella legge sulla fecondazione assistita. E, dunque, di che cosa stiamo parlando? Della morale familiare, dice la legge. E la famiglia, dice sempre la legge, non deve dare né subire scandali. E' la famiglia in sé il bene che la legge vuole proteggere. Non le singole persone. Dunque, se questa è la legge, continuiamo "a lavare i panni sporchi in casa ".
IL SOLE 24 ORE - 21 febbraio 2008
In Francia:adozione negata agli omosessuali
Maud de Boer Buquicchio, vice segretario generale del Consiglio d'Europa, nella conferenza tenutasi a Strasburgo il 19 febbraio scorso, ha presentato la bozza della nuova Convenzione europea sui [...]
Maud de Boer Buquicchio, vice segretario generale del Consiglio d'Europa, nella conferenza tenutasi a Strasburgo il 19 febbraio scorso, ha presentato la bozza della nuova Convenzione europea sui diritti dei minori. Ha spiegato che la convenzione attualmente in vigore sul tema dell'adozione risale al 1967. Dunque, vi è l'urgente necessità di adeguare, e innovare la normativa sul punto alla profonda, radicale e significativa evoluzione della società e dei costumi. Per di più c'è il recentissimo precedente dell'importante e rivoluzionaria sentenza della Corte europea per i diritti umani, che ha sanzionato la Francia per avere discriminato una donna, negandole l'adozione solo perché omosessuale. Il testo della Convenzione è ancora in fase di completamento ma De Boer Buquicchio ha, comunque, anticipato i punti più significativi della nuova normativa europea, in forza della quale i single potranno diventare genitori adottivi, e anche le coppie eterosessuali non sposate. In particolare, in Europa gli Stati nazionali avranno l'obbligo di recepire questa indicazione poiché, come è stato sottolineato, "quello dei single è un diritto pieno". Dunque, tutti quei Paesi (come l'Italia) nei quali l'adozione è oggi possibile solo per le coppie unite in matrimonio, dovranno necessariamente adeguarsi alla nuova norma sovranazionale, modificando di conseguenza le rispettive leggi interne. Tra le novità, l'apertura dell'adozione anche alle coppie omosessuali, registrate o semplicemente conviventi. Su quest'ultimo punto, però, gli Stati non avranno alcun obbligo di aggiornamento delle leggi, giacché "la Convenzione apre questa possibilità, ma lascia alla discrezione del singolo Stato". Del resto, questa opportunità, sebbene articolata diversamente, esiste già in Olanda, in Spagna, in Svezia, nel Regno Unito, in Germania, in Danimarca e in Belgio. La Svezia, per esempio, consente alle coppie omosessuali di adottare anche bambini stranieri; mentre in Germania e Danimarca il gay può, più restrittivamente, adottare solo il figlio del partner (per i tedeschi, solo se si tratta di figlio naturale del compagno o se nato con il sistema dell'inseminazione artificiale, mentre per i danesi solo se è figlio nato dalle rispettive precedenti unioni). Ma il nuovo testo della Convenzione, a ulteriore tutela dei fondamentali interessi dei bambini, prevede anche che questi siano più coinvolti nell'iter adottivo, in rapporto alla loro maturità e al grado di comprensione della situazione di vita che li vede protagonisti. E, naturalmente, sempre quando hanno compiuto i 14 anni. I minori, quindi, dovranno essere ascoltati e potranno manifestare liberamente i loro desideri e la loro volontà. Sarà, inoltre, riconosciuto il diritto degli adottati di sapere le loro origini, cercando, come ha, tuttavia, precisato il vice segretario generale, di trovare un punto di equilibrio con lo speculare diritto dei genitori biologici di rimanere anonimi. E ciò, anche attraverso l'istituzione di specifiche autorità competenti a valutare e decidere caso per caso. Sembra che le novità siano molte altre, ma si dovrà necessariamente attendere il testo definitivo. La nuova Convenzione ha più obiettivi e tutti interessanti: andare incontro al nuovo sentimento sociale degli europei, uniformare le singole - e diversissime - leggi nazionali, fornire a tutti gli Stati indicazioni di base in linea con la giurisprudenza della Corte Europea. Attendiamo, adesso, che venga sottoposta al Comitato dei Ministri per la firma, il prossimo maggio. Dopodiché i 47 Paesi rappresentati dal Consiglio d'Europa procederanno alla ratifica della convenzione.
LIBERO - 20 febbraio 2008
Il fedifrago non testimonia
Ecco la questione: per tutelare il sentimento familiare o affettivo, quando qualcuno è chiamato a testimoniare può astenersi dal farlo. Una volta c'era addirittura il divieto di essere teste contro un [...]
Ecco la questione: per tutelare il sentimento familiare o affettivo, quando qualcuno è chiamato a testimoniare può astenersi dal farlo. Una volta c'era addirittura il divieto di essere teste contro un congiunto. Oggi il legislatore non ha stabilito un criterio assoluto, ma ha concesso, appunto, la facoltà di astensione dal deporre, quando il farlo mette l'interessato in conflitto tra il dovere di dire la verità e il desiderio di non danneggiare un prossimo congiunto. È ovvio che, se poi il testimone decide di non astenersi, e quindi di deporre in tribunale, la verità va detta. Affetti o non affetti. Infatti escludere la falsa testimonianza, e quindi ritenere non punibile chi non si è astenuto, equivarrebbe a legittimare la figura del testimone con licenza di mentire. Il che sarebbe paradossale nel nostro sistema giuridico che prevede sia il dovere di testimoniare dicendo la verità, sia il reato di falsa testimonianza, sia il diritto di non testimoniare quando si teme un cortocircuito tra affetti, lealtà e senso civico. Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno annullato una sentenza, rinviandola alla Corte d'Appello di Roma per un nuovo giudizio, perché i magistrati, sbagliando, avevano stabilito che non è punibile per falsa testimonianza chi mente per salvare dal disonore un parente, e ciò fa malgrado abbia avuto l'opportunità offertagli dalla legge di rinunciare a testimoniare. È ineccepibile il ragionamento logico e giuridico della Corte che rimette in posizione di equilibrio alcuni articoli del codice penale disinvoltamente interpretati dai magistrati di primo grado. Tuttavia, nel percorso argomentativo, i Supremi Giudici sono inciampati in un tronco messo di traverso - peraltro quanto mai visibile in questo primo scorcio di terzo millennio - e che li ha fatti ruzzolare indietro di oltre 50 anni. Nello spiegare la differenza tra le tutele accordate nel primo e secondo comma dell'articolo 384 c.p. precisano che vi sono casi in cui il dichiarante non ha la facoltà di astenersi; tuttavia egli può dover mentire per non auto accusarsi o per non mettere in grave imbarazzo un congiunto; in tal caso opera la non punibilità della falsa dichiarazione. Proprio a questo punto i severi magistrati affermano: " anche tutte le altre dichiarazioni dalle quali potrebbero emergere fatti disonorevoli (un rapporto incestuoso; un rapporto omosessuale) per il testimone ( richiesto ad esempio di indicare le ragioni per le quali era presente in un certo posto a una certa ora)." Tanto per cominciare il rapporto incestuoso è penalmente perseguibile e il rapporto omosessuale invece no. Dunque il paragone, per gli alti magistrati penali, è davvero più che un ruzzolone: così pensando, cancellano decine di anni di legge e di giurisprudenza, ma soprattutto se ne infischiano della pari dignità giuridica delle persone, dei diritti civili, della non discriminazione, della società libera e avanzata in cui noi viviamo. Non sanno forse che gli omosessuali, anzi gli omosentimentali, sono fieri di esserlo? Lo dichiarano apertamente, non considerano per nulla un disonore partecipare al gay pride. Invocano a gran voce pax, dico e matrimoni. Quale disonore? Fanno feste pubbliche, si fanno fotografare insieme, si vivono in famiglia. Sono finalmente liberi di amare chi vogliono e di non sentirsi ghettizzati dal cupo giudizio altrui. Gli incestuosi fanno forse altrettanto? E' giusto assimilare queste due categorie così distanti nel concetto complessivo di disonore, menzogna e "grave nocumento a sé e familiari"? Secondo me sono molto più disonorevoli le relazioni extraconiugali degli eterossessuali. Che, infatti, mentono disperatamente, anche in tribunale, per nasconderle. Comunque sia, prima di concedere troppe indulgenze ai bugiardi interessati, sarebbe bene che alcuni giudici scendessero tra noi: è loro il compito di interpretare correttamente le leggi adeguandole alla sensibilità, o all'insensibilità, sociale. Ed è anche loro il dovere di testimoniare, correttamente, dell'onore e del disonore. In genere e in particolare.
LIBERO - 23 gennaio 2008
L'Europa dei singles alza la voce sulle adozioni
La Francia ha negato il diritto di adottare un bambino a una donna di 45 anni, in quanto omosessuale e convivente con altra donna. Per questo, il Tribunale Europeo dei Diritti Umani di Strasburgo ha [...]
La Francia ha negato il diritto di adottare un bambino a una donna di 45 anni, in quanto omosessuale e convivente con altra donna. Per questo, il Tribunale Europeo dei Diritti Umani di Strasburgo ha condannato lo Stato francese al risarcimento dei danni morali, liquidati in  10.000,00. oltre che al rimborso delle spese legali per altri  15.000 circa. A parte la miseria della valutazione del disagio in questione (l'avvocato costa di più della maternità negata), l'Alta Corte Europea ha motivato la propria decisione in base al fatto che la legge francese, a differenza di quella italiana, consente l'adozione anche da parte dei single. Dunque, non possono essere in alcun modo discriminati, nemmeno per le loro scelte di vita e tendenze sessuali. Se il presupposto dell'adozione è l'essere single, non è giusto indagare quale sia l'orientamento sessuale del single stesso, che, peraltro, con tutta probabilità, può non essere eterosessuale. Se l'adozione è negata a un single per il suo stile di vita, che consiste nel convivere con un'altra persona dello stesso sesso, c'è discriminazione. Il principio che emerge, infatti, da questa storica pronuncia è che la Francia sia stata discriminatoria nel negare l'adozione ai gay. E che discriminatorio sia qualsiasi Paese che faccia altrettanto. Tale direttiva, comunque sia, può valere solo per i Paesi nei quali i single possono diventare genitori adottivi. Perciò è destinata ad avere eco limitata in Italia, dove la legge permette solo ai coniugi (sposati da almeno tre anni o che abbiano convissuto continuativamente e stabilmente per il medesimo periodo prima del matrimonio), di presentare domanda per la dichiarazione di idoneità all'adozione. Ai single, però, questa possibilità è riconosciuta anche dalla legge italiana, ma solo in circoscritte ipotesi, del tutto particolari e specificamente indicate. In queste poche ipotesi, anche chi è gay, d'ora in avanti, dovrebbe essere considerato idoneo. Ma il nostro ordinamento, pur contenendo il divieto di discriminare una persona in base al proprio orientamento sessuale, nel diritto minorile  improntato alla tutela del superiore interesse dei bambini  e, in particolare, in tema di adozione, ha sempre espresso e ribadito l'esigenza di assicurare ai minori la presenza di entrambe le figure genitoriali, e di inserirli in famiglie che diano sufficienti garanzie di stabilità. Inserendoli perciò in contesti simili alle famiglie naturali, che possano permettere loro di vivere, crescere ed essere educati da una mamma e un papà. L'obiettivo della nostra legge, tuttavia, non è quello di assecondare l'esigenza di maternità o paternità degli adulti, bensì di soddisfare le necessità affettive di bambini già duramente provati e privati negli affetti più profondi. Dopo questa chiara sentenza della Corte Europea, anche in Italia le carte si dovranno sparigliare. Prima di tutto perché le garanzie di stabilità delle famiglie eterosessuali vanno sempre più evaporando e, pertanto, i Tribunali dovranno rivedere i criteri di idoneità genitoriale. Inoltre, questa rivoluzionaria sentenza imporrà ai giudici di valutare l'opportunità dell'adozione, soprattutto nei casi particolari previsti al n. 3 dell'art. 44 della legge n. 184 del 1983, solo a favore dei bambini, senza violare la vita privata dell'adottante. Infatti, l'orientamento sessuale, in quanto non più indagabile, non sarà più un requisito rilevante ai fini della capacità di adottare. E, soprattutto, il tema dell'adozione da parte di un omosessuale non si porrà più in termini di uguaglianza  che non c'è e non ci può essere -, ma in termini di pari dignità giuridica. Che deve esserci anche tra persone che hanno stili di vita differenti.