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Timestamp: 2019-12-14 11:11:54+00:00
Document Index: 147662206

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fed la sala,EMERGENZA TEOLOGICA E ANTROPOLOGICA. LEGGE 40 E VESCOVI. | ISintellettualistoria2
fed la sala,EMERGENZA TEOLOGICA E ANTROPOLOGICA. LEGGE 40 E VESCOVI.
http://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/Ratzinger/Interventi_1346247914.htm
EMERGENZA TEOLOGICA E ANTROPOLOGICA. CEDIMENTO STRUTTURALE DEL CATTOLICESIMO-ROMANO. Benedetto XVI, il papa teologo, ha gettato via la “pietra” su cui posava l’intera Costruzione …
LEGGE 40 E VESCOVI. Spento il “Lumen Gentium”, e confuso Dio (“Charitas”) con Mammona (“Caritas”), confondono anche “bambino” con “embrione”, e attaccano la Corte di Strasburgo che invita a distinguere (prima di unire). Un editoriale dell’Avvenire – con note
«La Cour observe d’abord que les notions d’’ embryon’ et d’’enfant’ ne doivent pas être confondues» (la Corte osserva prima di tutto che la nozione di ’embrione’ e di ’enfant’ non devono essere confuse). La sentenza è scritta solo in francese, enfant in francese è ’bambino’, enfant in francese è ’figlio’. L’embrione non è un bambino, allora, oppure l’embrione non è un figlio. La pietra angolare è qui (…)
Materiali per riflettere:
IL NOME DI DIO. L’ERRORE FILOLOGICO E TEOLOGICO DI PAPA BENEDETTO XVI, NEL TITOLO DELLA SUA PRIMA ENCICLICA. Nel nome della “Tradizione”
La legge 40, duemila anni fa. Una nota (del 2005) di don Enzo Mazzi
IL MAGISTERO EQUIVOCO DI BENEDETTO XVI OGGI (2006-2012) E CIO’ CHE OGNI BUON CATECHISTA INSEGNAVA IERI (2005). Una lezione di don Mauro Agreste
Il loro successore ha il cuore di pietra e se lo tiene ben stretto. Per lui Dio è Valore e tutto ha un caro-prezzo (“Deus caritas est”)!!! (Federico La Sala)
di Giuseppe Anzani (Avvenire, 29 agosto 2012)
Nella vicenda di quella coppia italiana che si è rivolta alla Corte di Strasburgo lamentando di essere esclusa dalla procreazione assistita e dalla diagnosi preimpianto (la legge 40 ammette la provetta solo per le coppie sterili o infertili, e non consente la selezione embrionale) ci sono tanti elementi di sofferenza umana che ci stringono il cuore, (un figlio di cinque anni malato di fibrosi cistica, l’intenzione di un altro figlio, e la paura rinnovata perché i genitori sono portatori sani della malattia, e il desiderio che il nuovo bambino sia sano). Ma se a dare certezza preventiva del figlio sano lo si vuol generare in provetta, di solito a grappolo, e si fa diagnosi pre-impianto, in modo da scartare i malati e trasferire in grembo un solo sano, dentro la storia irrompe un’altra parola che non è più vita, ma una sorta di roulette della morte.
In Italia questo non si fa. Altrove si fa, in Europa, con esclusione di pochi Paesi. Una sezione della Corte europea dei diritti umani di Strasburgo ha detto che la nostra legge limitativa della provetta e della diagnosi pre-impianto è contraria al principio di «rispetto della vita privata e familiare» e ha condannato il governo italiano a risarcire la coppia con 15mila euro. La sentenza non è definitiva, e in passato non sono mancati i casi in cui la Grande Chambre (il massimo livello di quella Corte) ha capovolto il verdetto. Ma gli argomenti usati dai giudici meritano sin d’ora grande attenzione, perché rivelano la deriva culturale e giuridica che si è andata formando negli anni recenti, in tema di vita nascente.
C’è una frase, su tutte, che sembra una base, e trafigge il pensiero: « La Cour observe d’abord que les notions d’’ embryon’ et d’’enfant’ ne doivent pas être confondues» (la Corte osserva prima di tutto che la nozione di ’embrione’ e di ’enfant’ non devono essere confuse). La sentenza è scritta solo in francese, enfant in francese è ’bambino’, enfant in francese è ’figlio’. L’embrione non è un bambino, allora, oppure l’embrione non è un figlio. La pietra angolare è qui, e se a Strasburgo siamo nel tempio dei ’diritti umani’ vuol dire che l’embrione non ha diritti di figlio, o non ha diritti di bambino, e insomma non ha diritti ’umani’, non se ne parla proprio, non se ne sente la ragione o il problema. È il ’volto cancellato’ del figlio d’uomo acceso dentro la provetta. Nella vita gli esami non finiscono mai: ma per il figlio in provetta gli esami ’cominciano prima’, prima che si decida se è ammesso a vivere o è congelato a morire. Naturalmente «nel rispetto della vita privata e familiare» (d’altri, non di lui).
È questa assenza di sguardo, cecità sulla vita generata, la convenzionale menzogna sulla vita umana fabbricata e tosto degradata forse a pre-vita o a vita preumana, ciò che distrugge il caposaldo dei diritti umani, l’uguaglianza. L’embrione non è bambino, e il maschio non è femmina, e il vecchio non è giovane, e il malato non è sano, e il nero non è bianco, e la nostra comune umanità grida e chiede basta differenze, grida che le differenze non contano, chiede l’abbraccio ’umano’ fra tutti gli umani. E su quel punto in cui la Corte ci dà una frustata bollandoci di incoerenza, perché la nostra legge sull’aborto permette di sopprimere un figlio malformato che ha già quasi 6 mesi, noi rispondiamo non col puntiglio correttivo che distingue le fattispecie legali, come pur sarebbe possibile (l’art. 6 della legge 194 dice «rischio di vita o salute»), ma col rossore che conosce le ipocrisie della prassi. Ma diciamo che l’incoerenza è inversa, diciamo che una falla nella nave del diritto alla vita andrebbe corretta, non fatta argomento per aprire spazio alla morte
Mercoledì 29 Agosto,2012 Ore: 15:44
Titolo:UNA LEGGE INCOMPATIBILE CON I DIRITTI …..
Una legge incompatibile con i diritti
di Vladimiro Zagrebelsky (La Stampa, 29.08.2012)
La legge italiana che disciplina l’utilizzo delle procedure mediche di fecondazione assistita e più particolarmente le limitazioni che essa impone, sono oggetto di critiche e polemiche fin dalla sua approvazione nel 2004. Critiche e polemiche che riguardano sia la legge in sé, sia le linee guida emanate dal ministero della Salute per specificarne, integrarne e aggiornarne le previsioni. Come si ricorda un referendum parzialmente abrogativo venne fatto fallire nel 2005 con il non raggiungimento del quorum di votanti.
E’ recente la decisione dalla Corte Costituzionale di restituire ai giudici che l’avevano prospettata, la questione di costituzionalità del divieto di ricorso alla fecondazione con ovocita o gamete di persona esterna alla coppia (la fecondazione eterologa). La questione verrà certo riproposta e la Corte Costituzionale deciderà. In passato, nel 2009, la stessa Corte aveva dichiarato incostituzionale perché irragionevole e in contrasto con il diritto fondamentale della donna alla salute, la limitazione a tre degli embrioni da impiantare contemporaneamente, senza possibilità di produrne un maggior numero da utilizzare nel caso che il primo impianto non avesse avuto esito positivo.
Ora è un diverso aspetto della regolamentazione, che una diversa Corte ritiene incompatibile con i diritti fondamentali della persona. Ancora una volta si tratta dell’irragionevolezza di un impedimento posto dalla legge italiana all’accesso a una tecnica che è frutto del progresso medico. In proposito va ricordato che il Patto internazionale dei diritti economici e sociali delle Nazioni Unite, riconosce a tutti la possibilità di «godere dei benefici del progresso scientifico e delle sue applicazioni». Limiti e condizioni sono possibili, ma, come per tutte le deroghe a diritti fondamentali, essi devono essere ristretti al minimo indispensabile per la tutela di altri diritti fondamentali confliggenti.
La Corte europea dei diritti dell’uomo ha deciso il ricorso di una coppia italiana protagonista (e vittima) di una vicenda esemplare dell’irragionevolezza della legge, che li esclude dalla possibilità di utilizzare le tecniche di fecondazione medicalmente assistita. I due ricorrenti avevano generato una figlia malata di mucoviscidosi. Fu così che essi appresero di essere entrambi portatori sani di quella malattia. Nel corso di una successiva gravidanza, la diagnosi prenatale rivelò che il feto era anch’esso malato. Ricorrendo alla legge sull’interruzione volontaria della gravidanza, essi procedettero all’aborto. Poiché tuttavia desideravano un secondo figlio e naturalmente volevano evitare che fosse malato, richiesero di procedere alla fecondazione artificiale, per conoscere lo stato dell’embrione prima di impiantarlo, escludere quello malato e utilizzare quello sano.
La legge che disciplina la materia limita il ricorso alla fecondazione medicalmente assistita al solo caso in cui la coppia è sterile o infertile. Le linee guida ministeriali del 2008 hanno ritenuto che sia assimilabile al caso d’infertilità maschile quello in cui l’uomo sia portatore delle malattie sessualmente trasmissibili derivanti da infezione da Hiv o da Epatite B e C. Ma non hanno considerato altre situazioni di genitori malati. E così alla coppia restò negata la possibilità di superare l’infermità e dar corso, con la fecondazione medicalmente assistita, a una gravidanza che si sarebbe conclusa con la nascita di un bimbo sano.
La Corte europea ha rilevato che la legge italiana nel caso in cui la diagnosi prenatale riveli che il feto è portatore di anomalie o malformazioni, consente di procedere all’interruzione della gravidanza. In effetti proprio a ciò aveva fatto ricorso la coppia, nella gravidanza successiva alla nascita della figlia malata. Vi è dunque, secondo la Corte, un’evidente irragionevolezza della disciplina, che, permettendo l’aborto e invece proibendo l’inseminazione medica con i soli embrioni sani, autorizza il più (e il più penoso), mentre nega il meno (e meno grave).
La Corte ha così rifiutato gli argomenti del governo italiano, che sosteneva che la legge tende a proteggere la dignità e libertà di coscienza dei medici e a evitare possibili derive eugenetiche. Argomenti contraddetti dal fatto che la legge consente di procedere all’aborto in casi come quello esaminato dalla Corte. In più ha pesato il fatto che la grande maggioranza dei Paesi europei consente la fecondazione medicalmente assistita per prevenire la trasmissione di malattie genetiche (solo l’Italia e l’Austria la vietano e la Svizzera ha in corso un progetto di legge per ammetterla). Irragionevole nel sistema legislativo italiano e ingiustificato nel quadro della tendenza europea, il divieto ha inciso senza ragione sul diritto della coppia al rispetto delle scelte di vita personale e familiare, garantito dalla Convenzione europea dei diritti umani.
La sentenza non è definitiva. Il governo italiano può chiederne il riesame da parte della Grande Camera della Corte europea. Se diverrà definitiva, sarà vincolante per l’Italia, una modifica della legge sarà inevitabile e saranno inapplicabili le linee guida ministeriali. La Corte Costituzionale ha già più volte detto che la conformità alla Convenzione europea dei diritti umani, «nella interpretazione datane dalla Corte europea», è condizione della costituzionalità delle leggi nazionali.
Una revisione della legge potrebbe convincere il legislatore ad abbandonare l’ambizione di disciplinare il dettaglio, con ammissioni ed esclusioni particolari che inevitabilmente creano disparità irragionevoli. Questa è una materia in cui occorrerebbe lasciar spazio alle scelte individuali (in questo caso quella di non rinunciare a procreare un figlio, un figlio sano) e alla responsabilità dei medici nel fare il miglior uso possibile del frutto della ricerca e dell’avanzamento delle conoscenze e possibilità umane. La Corte Costituzionale ha già ripetutamente posto l’accento sui limiti che alla discrezionalità legislativa pongono le acquisizioni scientifiche e sperimentali, che sono in continua evoluzione e sulle quali si fonda l’arte medica: sicché, in materia di pratica terapeutica, la regola di fondo deve essere la autonomia e la responsabilità del medico, che, con il consenso del paziente, opera le necessarie scelte professionali.
Ora liberi dalle ideologie
di Stefano Rodotà (la Repubblica, 29.08.2012)
PEZZO dopo pezzo la terribile legge sulla procreazione assistita, la più ideologica tra quelle approvate durante la sciagurata stagione politica che abbiamo alle spalle, viene demolita dai giudici italiani e europei. Ieri è intervenuta la Corte europea dei diritti dell’uomo con una sentenza che ha ritenuto illegittimo il divieto di accesso alla diagnosi preimpianto da parte delle coppie fertili di portatori sani di malattie genetiche. Si tratta di una decisione di grandissimo rilievo per diverse ragioni, che saranno meglio chiarite quando ne sarà nota la motivazione. Viene eliminata una irragionevole discriminazione tra le coppie sterili o infertili, che già possono effettuare la diagnosi grazie ad un intervento della nostra Corte costituzionale, e quelle fertili. Viene rilevata una violazione dell’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che tutela la vita privata e familiare. Viene constatata una contraddizione interna al sistema giuridico italiano, che permette l’aborto terapeutico proprio nei casi in cui una diagnosi preimpianto avrebbe potuto evitare quel concepimento. Viene messo in evidenza il rischio per la salute della madre, quando viene obbligata ad affrontare una gravidanza con il timore che alla persona che nascerà potrà essere trasmessa una malattia genetica (è questo il caso della coppia che si era rivolta alla Corte di Strasburgo perché, dopo aver avuto una bambina affetta da fibrosi cistica e dopo un aborto determinato dall’accertamento che nel feto era presente la stessa malattia, intendeva ricorrere alla diagnosi preimpianto per procreare in condizioni di tranquillità).
È bene sapere che tutte queste obiezioni erano state più volte avanzate nella discussione italiana già prima che la legge 40 venisse approvata, senza che la maggioranza di centrodestra sentisse il bisogno di una riflessione, condannando così la legge al destino che poi ha conosciuto, al suo progressivo smantellamento. La Corte costituzionale, già nel 2010, aveva dichiarato illegittime le norme che indicavano in tre il numero massimo degli embrioni da creare e accompagnavano questo divieto con l’obbligo del loro impianto. Vale la pena di ricordare quel che allora scrissero i nostri giudici: “la giurisprudenza costituzionale ha ripetutamente posto l’accento sui limiti che alla discrezionalità legislativa pongono le acquisizioni scientifiche e sperimentali, che sono in continua evoluzione e sulle quali si fonda l’arte medica; sicché, in materia di pratica terapeutica, la regola di fondo deve essere la autonomia e la responsabilità del medico che, con il consenso del paziente, opera le necessarie scelte professionali” (così la sentenza n. 151 del 2010). Le pretese del legislatore-scienziato, che vuol definire quali siano le tecniche ammissibili, e del legislatore-medico, che vuol stabilire se e come curare, vennero esplicitamente dichiarate illegittime.
La sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo si colloca lungo questa linea. Quando si parla del rispetto della vita privata e familiare, si vuol dire che in materie come questa la competenza a decidere spetta alle persone interessate. Quando si sottolineano contraddizioni e forzature normative, si fa emergere la realtà di un contesto nel quale le persone sono obbligate a compiere scelte rischiose proprio là dove dovrebbe essere massima la certezza, come accade tutte le volte che si affrontano le questioni della vita. Vi sono due diritti da rispettare, quello all’autodeterminazione e quello alla salute, non a caso definiti “fondamentali”. Di questi diritti nessuno può essere espropriato. Questo ci dicono i giudici, che non compiono improprie invasioni di campo, ma adempiono al compito di riportare a ragione e Costituzione le normative che investono il governo dell’esistenza. Né si può parlare di una deriva verso una eugenetica “liberale”, proprio perché si è di fronte ad una specifica questione, che riguarda gravi patologie.
Ma la sentenza della Corte di Strasburgo è una mossa che apre una complessa partita politica e istituzionale. Saranno necessari passaggi tecnici per far sì che tutte le coppie a rischio di trasmissione di malattie genetiche possano effettivamente accedere alla diagnosi preimpianto. Passaggi che potranno essere ritardati dal fatto che il governo ha tre mesi per impugnare la decisione davanti alla “Grande Chambre” di Strasburgo. Questa impugnativa è invocata dai responsabili di questo disastro legislativo e umano. Il ministro Balduzzi, prudentemente, parla della necessità di attendere le motivazioni della sentenza: Ma può il Governo scegliere una sorta di accanimento terapeutico per una legge di cui restano soltanto brandelli, di cui le giurisdizioni europea e italiana hanno ripetutamente messo in evidenza le innegabili violazioni della legalità costituzionale?
Questa sarebbe, invece, la buona occasione per uscire finalmente dalle forzature ideologiche. In primo luogo, allora, bisogna prendere atto, come buona politica e buon diritto vorrebbero, che bisogna riscrivere la legge davvero sotto la dettatura, non dei giudici, ma delle indicazioni costituzionali, obbedendo alla logica dei diritti fondamentali. Ma, in tempi di carte d’intenti e di programmi elettorali, sarebbe proprio il caso di abbandonare fondamentalismi e strumentalizzazioni. Il dissennato conflitto intorno ai “valori non negoziabili” dovrebbe lasciare il posto ad una attitudine capace di riconoscere che vi sono materie nelle quali l’intervento del legislatore deve essere in primo luogo rispettoso della libertà delle persone e della loro dignità, che non possono essere sacrificate a nessuna imposizione esterna.
Titolo:PER IL GOVERNO DEI PROF, UNA BUONA OCCASIONE PER FARE I COMPITI A CASA
La legge 40, i compiti a casa
di Ida Dominijanni (il manifesto, 29 agosto 2012)
Da un governo così europeista da accettare qualunque diktat neoliberista perché «ce lo chiede Bruxelles» e così preoccupato per la nostra salute da tassare la Coca cola perché ci fa ingrassare ci aspetteremmo salti di gioia per la sentenza della Corte europea di Strasburgo che distrugge uno degli assurdi divieti della legge italiana sulla procreazione assistita tacciandola di incoerenza e autorizzando l’accesso alla diagnosi preimpianto di una coppia non sterile, portatrice sana di una malattia, la fibrosi cistica, trasmissibile al feto.
Il ministro della salute Renato Balduzzi, invece, traccheggia: che ci fosse contraddizione fra la legge 40 (che vieta la diagnosi preimpianto) e la legge 194 (che consente l’aborto terapeutico se il feto risulta affetto da una malattia che la suddetta diagnosi potrebbe individuare anzitempo) era problema noto (ma perché allora non si è cercato di rimuoverlo?), però bisogna aspettare le motivazioni della sentenza, e poi rifletterci sopra, sì, ma bilanciando i due principi della soggettività giuridica dell’embrione e della salute della madre.
Ora, in primo luogo la sentenza è chiarissima anche senza le motivazioni: la legge 40 è sostanzialmente da buttare e riscrivere, sia perché limita l’accesso alle tecniche di fecondazione assistita alle sole coppie sterili e dunque ne vieta un uso terapeutico più ampio come quello richiesto dai coniugi che hanno fatto ricorso alla Corte, sia per via dell’incompatibilità di cui sopra con la legge sull’aborto: e a conti fatti, invece di promuovere contrasta, scrive la Corte, il diritto di ciascuno/a al rispetto della propria vita privata e familiare.
In secondo luogo, il bilanciamento fra i due principi della (opinabilissima, come il ministro dovrebbe sapere) soggettività giuridica dell’embrione e della salute della madre, bilanciamento sempre tirato in ballo per demolire la 194, in questo caso non c’entra nulla: qui il principio da tutelare, di puro buon senso, è uno solo, cioè la possibilità di usare la fecondazione in vitro e la diagnosi preimpianto per evitare di trasmettere al feto una malattia (i casi sono molti e frequenti) di cui i genitori siano portatori. Un uso illuminato, per così dire, della tecnologia, e non l’unico, che la legge 40, scritta – male – sulla base di un oscurantismo fobico, impedisce.
Accettando il ricorso di Rosetta Costa e Walter Pavan, già genitori di una bambina ammalata di fibrosi cistica e già costretti all’interruzione di una seconda gravidanza per la stessa ragione, la Corte di Strasburgo non fa altro che rimuovere un pilastro della legge 40 duramente contestato durante il suo tormentato e isterico iter parlamentare, poi incrinato da un parziale intervento dell’ex ministra Livia Turco e già demolito nel 2010 da una sentenza del tribunale di Salerno a tutela di una coppia portatrice sana di atrofia muscolare.
La sensatezza dei commenti favorevoli, di parte scientifica e politica, e l’insensatezza delle reazioni proibizioniste (la solita Eugenia Roccella e l’imperitura associazione cattolica Scienza e vita) confermano l’immobilismo granitico del dibattito italiano sulle materie cosiddette «eticamente sensibili». L’Europa, dal canto suo, si conferma bifronte: tanto sorda, politicamente, ai diritti sociali, quanto attenta, giuridicamente, ai diritti di libertà.
Per il governo dei prof, ecco una buona occasione per fare i famosi compiti a casa: provarsi a riscrivere con qualche serena competenza tecnica una legge fin qui tecnicamente impresentabile
Titolo:Strasburgo. La Corte europea per i diritti dell’uomo boccia la legge 40.
Strasburgo: no alla legge sulla fecondazione
La Corte europea per i diritti umani accoglie il ricorso di una coppia portatrice sana di fibrosi cistica
«Nega la diagnosi genetica preimpianto, ma autorizza l’aborto terapeutico»
di Anna Tarquini (l’Unità, 29.08.12)
La Corte europea per i diritti dell’uomo boccia la legge 40. Con una sentenza che ha accolto il ricorso di una coppia portatrice sana di fibrosi cistica, accusa il legislatore: «L’incoerenza del sistema legislativo italiano, da una parte proibisce l’accesso alla diagnosi genetica preimpianto e dall’altra autorizza all’aborto terapeutico». Il ministro Balduzzi: «Ce ne faremo carico». Livia Turco: «Norme da riscrivere».
Una legge incoerente che viola i diritti dell’uomo e il rispetto della vita privata e familiare. Un insieme di norme contraddittorie che da un lato negano alla coppia la diagnosi preimpianto in caso di malattie genetiche, perché sarebbe eugenetica, e dall’altro autorizzano la stessa all’aborto terapeutico.
La Corte Europea di Strasburgo, chiamata per la seconda volta a pronunciarsi nel merito, boccia per violazione dell’articolo 8 della Convenzione dei diritti dell’uomo due articoli cardine della legge 40 sulla fecondazione assistita. Sono il 4 e il 13, quelli che vietano ai coniugi portatori di malattie genetiche, soggetti sani ma non sterili, di ricorrere alla fertilizzazione in vitro. Cosa che la stessa legge invece consente a coppie portatrici di malattie come l’Hiv o l’epatite C per evitare il contagio del feto.
Che la legge 40 fosse, come dice oggi Ignazio Marino, «il frutto di una negoziazione avvenuta nel Parlamento italiano», era chiaro fin dalla sua approvazione. Bocciata sedici volte dai tribunali italiani, smantellata punto dopo punto dai ricorsi dei singoli cittadini.
Lasciata all’interpretazione dei singoli giudici e finita 5 volte all’esame della Consulta che già prima della di Strasburgo aveva messo un primo vero paletto con sentenza del 2009 dichiarando illegittimo l’articolo 14 nella parte che prevedeva un unico e contemporaneo impianto e comunque non superiore a tre embrioni.
Ieri però la Corte europea ha fatto un passo in più mettendo a confronto la Legge 40 con la 194, cioè con le norme che in Italia regolamentano l’aborto legale, per arrivare a un punto che tradotto in termini più semplici si può sintetizzare così: non è possibile vietare per etica la selezione dell’embrione e consentire invece l’aborto a feto nato malato.
Il ricorso era stato presentato nel 2010 da una coppia italiana fertile, ma portatrice sana di fibrosi cistica. Rosetta Costa e Walter Pavan, dopo aver avuto un figlio nato con la patologia, e di fronte al 25% di possibilità di mettere al mondo un altro figlio malato o portatore sano, avevano deciso di accedere alla procreazione assistita con diagnosi preimpianto.
La coppia decise allora di rivolgersi alla Corte europea per violazione del diritto al rispetto della vita privata e per discriminazione. La procreazione assistita, dopo l’entrata in vigore della legge 40, è consentita solo a coppie sterili o a quelle che hanno una malattia sessualmente trasmissibile. Ma rigorosamente vietata alle coppie non sterili e portatrici sane di una malattia.
E qui è la contraddizione sottolineata da Strasburgo che accusa: «l’incoerenza del sistema legislativo italiano che da una parte priva i richiedenti dell’accesso alla diagnosi genetica preimpianto e dall’altra li autorizza a effettuare un’interruzione di gravidanza quando. il feto è affetto da questa stessa patologia». «L’ingerenza nel diritto dei richiedenti è motivato al rispetto della loro vita privata e familiare è quindi sproporzionata».
Nelle motivazioni i giudici europei criticano le posizioni del governo italiano secondo cui la legge 40 ha lo scopo di proteggere la salute del bambino e della donna, la dignità e la libertà di coscienza del personale medico e allo stesso tempo evitare il rischio di derive eugenetiche.
«La Corte non è convinta da queste argomentazioni», si legge nel documento diffuso, poiché tenendo conto che la nozione di bambino e embrione non sono assimilabili, «non vede come la protezione degli interessi invocati dal governo possano conciliarsi con la possibilità di procedere a un aborto teraupetico di un feto malato».
La Corte sottolinea poi come Italia, Austria e Svizzera (che è però in procinto di rivedere la legge) siano gli unici tre Paesi, su 32 Stati membri del Consiglio d’Europa presi in considerazione, a proibire ancora il ricorso alla diagnosi preimpianto degli embrioni.
Il problema dei rapporti tra la legge 40 e la legge 194 era già presente all’attenzione italiana, ha commentato ieri il ministro della Salute Renato Balduzzi. «Adesso leggeremo la pronuncia e capiremo se e in che misura il bilanciamento accolto dalla legislazione italiana è stato compreso dai giudizi di Strasburgo. Il governo poi deciderà di conseguenza».
I coniugi Pavan saranno risarciti. La sentenza però non gli stravolgerà la vita. Non è definitiva. Lo Stato ha tre mesi di tempo per ricorrere all’ Alta Camera della Corte per i diritti dell’uomo.
Ma bisogna ricordare che appena 19 mesi fa Strasburgo aveva respinto il medesimo ricorso di due coppie austriache. Al momento nessuna ripercussione giuridica in Italia, ma la sentenza ha riacceso il dibattito. E se l’Osservatore Romano preferisce non commentare, Scienza e Vita si appella alla questione etica e il Centro di Bioetica cattolica parla di «eugenetica liberale», c’è chi ora vuole riscrivere la legge. «Nel rispetto delle coppie e della conoscenza scientifica» dice Ignazio Marino.
«Il Parlamento intervenga per riscrivere norme sagge e ispirate a un diritto mite dice Barbara Pollastrini che permettano alle coppie di accedere serenamente alla fecondazione assistita». «Una sentenza che indica la strada per cambiare la normativa osserva Anna Finocchiaro, presidente gruppo Pd al Senato come è auspicabile che si riesca a fare il prima possibile».
Titolo:Il governo sta con i vescovi contro l’Europa …
Legge 40, il governo sta con i vescovi contro l’Europa
di Marco Papola (il Fatto, 30.08.2012)
Sorpresa: il capo dei vescovi italiani interviene in difesa della magistratura. In un momento in cui i giudici sono sotto attacco su vari fronti, il Vaticano si schiera con le toghe. Peccato, pero&#768;, che la difesa d’ufficio sia in realta&#768; un attacco ad altri giudici, quelli della Corte di Strasburgo, che hanno bocciato la legge 40 (fecondazione assistita) nella parte che riguarda la diagnosi preimpianto.
“Bisogna ripensarci un attimo a livello nazionale, a livello di esperti, sia per il merito sia anche per il metodo, perche&#769; non si e&#768; passati attraverso la magistratura italiana. Bisogna pensarci. C’e&#768; stato un superamento della magistratura italiana, e&#768; singolare” ha detto ieri il presidente della Cei,
cardinale Angelo Bagnasco, al santuario genovese della Madonna della Guardia.
LA PRESA di posizione del porporato arriva all’indomani della sentenza della Corte di Strasburgo. I giudici europei hanno dato ragione a una coppia, portatrice sana di una grave malattia genetica, la fibrosi cistica, che chiedeva una diagnosi dell’embrione prima dell’impianto. Per scongiurare di mettere al mondo un bimbo malato con limitate aspettative di vita e percorsi di cura costanti e dolorosi. La diagnosi e&#768; vietata dalla legge 40 e la coppia ha fatto ricorso. E ha vinto: lo Stato italiano e&#768; stato condannato a pagare un risarcimento.
Ma oltre alla Chiesa, la decisione non e&#768; andata giu&#768; neanche al ministro della Sanita&#768;, Renato Balduzzi, in queste ore alle prese anche con il “decretone” stoppato sul nascere. Il ministro pensa al ricorso (l’organo d’appello e&#768; la Grande Camera, tre mesi di tempo prima che la decisione diventi definitiva) motivandolo con la necessita&#768; di fare chiarezza.
A sottolineare l’opportunita&#768; di un “punto di riferimento fermo sulla questione”, e il fatto “che un ricorso da parte del nostro Paese valga proprio a consolidare un punto di riferimento”, e&#768; stato ieri lo stesso ministro. Una motivazione, quella alla base dell’eventuale ricorso, che pero&#768; convince poco. Infatti in molti hanno sottolineato che la decisione presa dalla Corte di Strasburgo lascia poco spazio al dubbio.
Non c’e&#768; bisogno di fare chiarezza: i giudici (all’unanimita&#768;) hanno stabilito che la legge 40 viola i diritti dell’uomo.
E non e&#768; la prima bocciatura per la legge sulla procreazione assistita. Nella sua tormentata esistenza, per 17 volte non ha superato l’esame di un collegio giudicante. Da molti fronti arriva l’invito al governo a cogliere l’occasione per cambiare la legge. In modo da mettere a tacere anche chi accusa Monti di essere europeista solo quando si tratta di chiedere sacrifici.
“EVIDENTEMENTE l’europeismo del governo Monti funziona a corrente alternata: quando si tratta di nuove tasse, tagli e sacrifici, i memorandum europei sono irrinunciabili, mentre quando si tratta di rispettare i diritti umani e modificare una legge per restituire a chi ha problemi il diritto alla maternita&#768; e alla
paternita&#768; le decisioni della Corte europea dei diritti umani, l’Europa puo&#768; attendere”. Ad affermarlo e&#768; il presidente dei Verdi Angelo Bonelli, commentando l’annuncio del ministro Balduzzi di voler proporre ricorso.
“Invece di fare melina o cercare cavilli per difendere una norma indifendibile, governo e Parlamento devono mettersi a lavoro per una nuova legge”. Sulla stessa lunghezza d’onda la Lega italiana fibrosi cistica: “Riteniamo che l’obiettivo di una vita “normale” che i malati di fibrosi cistica si stanno faticosamente conquistando sarebbe stato fortemente compromesso dall’ipocrisia di chi, tutelando a parole l’intangibilita&#768; della vita, ne sancisce invece la condanna alla sofferenza per chi deve ancora nascere”.
fed la sala,EMERGENZA TEOLOGICA E ANTROPOLOGICA. LEGGE 40 E VESCOVI.ultima modifica: 2012-08-31T17:43:44+02:00da mangano1