Source: http://www.sindacatofsi.it/2016/04/20/appalti-la-spending-review-legittima-la-revoca-dellaggiudicazione/
Timestamp: 2018-05-21 13:10:00+00:00
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Appalti: la spending review legittima la revoca dell’aggiudicazione | Sindacato FSI
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Appalti: la spending review legittima la revoca dell’aggiudicazione
Sentenza 10 febbraio – 21 aprile 2015, n. 2019
N. 02019/2015REG.PROV.COLL.
N. 01353/2014 REG.RIC.
sul ricorso numero di registro generale 1353 del 2014, proposto dalla Regione Calabria, in persona del Presidente pro tempore, rappresentata e difesa dall’avvocato Oreste Morcavallo, con domicilio eletto presso il suo studio in Roma, Via Arno, n. 6;
Impresa Ambiente Edilizia e Territorio – A.E.T. s.r.l., in persona del legale rappresentante pro tempore, non costituita in giudizio;
della sentenza breve del T.A.R. Calabria – Sezione Staccata di Reggio Calabria, Sezione I, n. 00713/2013, resa tra le parti;
Relatore nell’udienza pubblica del giorno 10 febbraio 2015 il Cons. Antonio Amicuzzi e udito per la parte appellante l’avvocato Oreste Morcavallo;
Il provvedimento impugnato è stato ritenuto dal T.A.R. carente di motivazione con riguardo al mancato raffronto tra le spese derivanti dall’esecuzione dell’appalto ed i risparmi derivanti dall’abbattimento dei costi di locazione delle sedi di alcuni uffici, ma mettendo a confronto voci incongruenti.
Tale atto integra le motivazioni del provvedimento di revoca impugnato e può quindi ritenersi che a sostegno dell’assunta determinazione siano state poste le premesse ivi riportate, recanti l’indicazione che l’Ufficio di Presidenza della Regione, con deliberazione n. 92 del 2012, aveva manifestato l’intenzione di non proseguire nella procedura di gara e di riconsiderare l’opportunità di pervenire alla fase di contrattualizzazione sulla base dei seguenti rilievi: a) volontà di ridurre i costi della politica nel rispetto del d.l. n. 95 del 2012, convertito in l. n. 135 del 2012 (che prevede la diminuzione degli spazi lavorativi per i dipendenti); b)
adozione della deliberazione del C.R. n. 135 del 2012 (che aveva ridotto il numero delle commissioni permanenti e la soppressione di due comitati); c) adozione della l.r. n. 36 del 2011 (che contiene disposizioni volte alla riduzione dei componenti delle strutture speciali); d) adozione del d.l. n. 95 del 2012 (che ha disposto la riduzione degli spazi ad uso ufficio a disposizione per addetto); e) adozione della l.r. n. 34 del 2012 (che ha soppresso la figura dei sottosegretari alla Presidenza della Giunta Regionale); f) adozione della deliberazione del C.R. n. 230 del 2012 (di riduzione del numero degli assessori della G.R.).
7.1. Al riguardo con l’impugnata sentenza è stato sostanzialmente sostenuto che, avendo l’aggiudicataria speso risorse ed energie tecniche, professionali ed economiche, sia per la partecipazione alla gara che per resistere in diversi giudizi, nell’ambito dei quali l’Amministrazione appaltante aveva svolto considerevole attività difensiva, è stata indotta a confidare nella positiva conclusione del procedimento, a fronte del quale la motivazione dell’atto di revoca è stata riconosciuta priva del necessario livello di approfondimento degli interessi pubblici.
In particolare la Regione, secondo l’aggiudicataria, non avrebbe tenuto nel debito conto: che la costruzione del fabbricato avrebbe consentito la diminuzione di fitti passivi in altri fabbricati; che la soppressione di alcuni organismi istituzionali si riferiva a comitati non occupanti spazi autonomi; che la riduzione dei consiglieri era fatto già noto prima della pubblicazione del bando di gara; che dette circostanze non potevano comportare riduzione dei 108 dipendenti per cui era strutturato l’edificio e che non erano stati valutati i vantaggi derivanti dalla realizzazione dell’edificio.
7.2.- Vanno innanzi tutto condivise dal collegio le preliminari osservazioni al riguardo formulate dalla Regione, secondo cui l’obbligo di esaminare le memorie ed i documenti difensivi presentati in riscontro alla comunicazione di avvio del procedimento amministrativo non impone all’Amministrazione una formale ed analitica confutazione di ogni argomento esposto, essendo sufficiente una motivazione che renda percepibili le ragioni del mancato adeguamento alle deduzioni partecipative (Consiglio di Stato, Sezione VI, 29 maggio 2012, n. 3210).
Tanto premesso, condivide la Sezione la tesi della Regione secondo cui l’affermazione del primo giudice – che ha ritenuto che la motivazione contenuta nell’impugnato provvedimento non era sufficientemente articolata in relazione alla complessità anche tecnica degli interessi coinvolti e all’affidamento ingenerato nella società aggiudicataria – non possa essere condivisa, dando essa per scontato l’affidamento della società quale conseguenza diretta ed immediata dell’aggiudicazione definitiva e della attività difensiva svolta nel corso di precedenti giudizi relativi all’aggiudicazione della procedura aperta di cui trattasi e definiti con sentenza del T.A.R. n. 347 del 2013.
Infatti l’affidamento può dirsi qualificato e non configura una mera aspettativa di fatto laddove, in relazione al dovere di correttezza e di buona amministrazione della parte pubblica, risulti in modo inequivoco che la P.A. abbia indotto nel privato la ragionevole consapevolezza che gli atti posti in essere comportino vantaggi, anche a seguito del lungo tempo trascorso dalla loro adozione senza l’intervento di atti di autotutela. Perché possa ritenersi tutelabile l’affidamento ingenerato dall’Amministrazione nel privato in ordine all’esercizio dei propri poteri in autotutela, devono sussistere tre elementi costitutivi: un elemento oggettivo, consistente nella chiarezza, certezza e univocità del vantaggio del privato, che deve trovare fonte in un comportamento attivo; un elemento soggettivo, rappresentato dalla plausibile convinzione del privato di aver titolo all’utilità ottenuta; un elemento cronologico, ovvero il passaggio del tempo che rafforza la convinzione della spettanza del bene della vita ottenuto (Consiglio di Stato, sez. V, 3 agosto 2012, n. 4440).
Né l’avvenuta aggiudicazione poneva un limite all’esercizio del potere di revoca di cui all’art. 21 quinquies della l. n. 241 del 1990, in quanto, secondo consolidata giurisprudenza, non è precluso all’Amministrazione di revocare l’aggiudicazione con atto adeguatamente motivato, richiamando un preciso e concreto interesse pubblico (Consiglio di Stato, Sezione III, 11 luglio 2012, n. 4116), in presenza di mutazione della situazione di fatto e di una nuova valutazione dell’interesse pubblico originario (nel caso di specie sulla base della normativa statale in materia di “spending review” e delle leggi regionali intervenute, nonché delle deliberazioni di riorganizzazione degli uffici adottate).
Infatti, secondo la giurisprudenza formatasi in materia, costituiscono valida ragione del provvedimento di revoca dell’atto amministrativo l’esigenza di conseguire risparmi di spesa imposti per factum principis in ragione di una crisi economica (Consiglio di Stato, Sezione V, 29 dicembre 2014 n. 6406) e delle mutate condizioni delle risorse finanziarie disponibili (Consiglio di Stato, Sezione III, 26 settembre 2013, n. 4809).
Come dedotto dall’appellante, la tesi del primo giudice – che non fosse stata adeguatamente valutata la fondamentale circostanza che la disponibilità di un nuovo edificio di proprietà avrebbe consentito alla Regione di evitare parte dei costi per fitti passivi relativi alle sedi di altri uffici regionali – è incondivisibile; ciò in base all’orientamento giurisprudenziale per il quale le scelte discrezionali dell’Amministrazione sono sottratte al sindacato di legittimità del giudice amministrativo, che non può sostituire le proprie scelte a quelle dell’Amministrazione in assenza di evidenti profili di sviamento e di logicità.
Peraltro il T.A.R., nel ritenere carente di motivazione il provvedimento impugnato – con riguardo al mancato raffronto tra le spese derivanti dall’esecuzione dell’appalto ed i risparmi conseguenti all’abbattimento dei costi di locazione delle sedi di alcuni uffici non del Consiglio, ma della Giunta regionale – come dedotto dall’appellante, ha messo a confronto due voci incongruenti, perché la realizzazione dell’opera pubblica, in quanto destinata ad ospitare il CORECOM ed altri organi politico istituzionali per un totale di 108 dipendenti, non è stato adeguatamente dimostrato che avrebbe potuto concretamente ed effettivamente far venir meno il costo delle locazioni relative ad uffici diversi; ciò considerato che il nuovo immobile non è pacificamente dimostrato che avrebbe potuto ospitare uffici riguardanti l’intero territorio regionale ed indistintamente tutte le strutture dipendenti dal Consiglio e dalla Giunta.
Il primo giudice ha quindi ritenuto sussistente una omologazione tra detti elementi con giudizio che invece attiene a poteri discrezionali dell’Amministrazione, non da esso sussumibili.
La Regione aveva invero messo a confronto il risparmio di spesa conseguibile dalla mancata esecuzione dell’appalto (tenuto conto dei futuri oneri di manutenzione) con la possibilità di ospitare i medesimi uffici nella sede del Consiglio regionale e può quindi concordarsi con la appellante che con la sentenza sono state svolte censure di merito sull’operato dell’Amministrazione nella verifica dell’interesse pubblico atto a sorreggere la procedura di gara, in violazione del principio per il quale il sindacato giurisdizionale sui provvedimenti discrezionali è limitato solo all’illogicità, contraddittorietà, ingiustizia manifesta ed arbitrarietà ictu oculi rilevabile.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, Sezione Quinta, definitivamente decidendo, accoglie l’appello in esame e, per l’effetto, in riforma della sentenza di primo grado, respinge il ricorso originario proposto dinanzi al T.A.R.