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Timestamp: 2018-09-21 20:07:57+00:00
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Cassazione sentenza n. 12770 del 23 luglio 2012 - Mobbing ed omessa dimostrazione dell'intento persecutorio - Studio Cerbone
Cassazione sentenza n. 12770 del 23 luglio 2012 – Mobbing ed omessa dimostrazione dell’intento persecutorio
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Corte di Cassazione sentenza n. 12770 del 23 luglio 2012
LAVORO SUBORDINATO – RAPPORTO DI LAVORO – MOBBING – OMESSA DIMOSTRAZIONE DELL’INTENTO PERSECUTORIO – RESPONSABILITÀ CIVILE
Ai fini della configurabilità della condotta lesiva qualificata “mobbing” sono rilevanti i seguenti elementi: a) la molteplicità dei comportamenti a carattere persecutorio, illeciti o anche leciti se considerati singolarmente, che siano stati posti in essere in modo miratamene sistematico e prolungato contro il dipendente, in modo tale da disvelare un intento vessatorio; b) l’evento lesivo alla salute e alla personalità del dipendente; c) il nesso eziologico tra la condotta del “mobber” e il pregiudizio alla integrità psico-fisica; d) la dimostrazione dell’elemento soggettivo.
Con sentenza del 19 maggio 2004, il Tribunale di Roma respingeva una serie di domande proposte da M.L., dal 23 marzo 1987 dipendente della T. s.p.a. – con inquadramento in livello C) di cui al CCNL applicato e mansioni di impiegata amministrativa -, dirette ad ottenere l’accertamento dell’illegittimità della intervenuta modifica in peius delle sue mansioni, il suo diritto ad essere reintegrata nelle mansioni precedenti, la condanna della società predetta a risarcirle il danno alla professionalità e all’immagine professionale subito, la condanna della stessa a risarcirle il danno biologico provocato dall’illegittimo trasferimento ed applicazione al servizio 187, il danno morale e quello esistenziale, oltre al pagamento di alcuni elementi retributivi e l’accertamento del suo diritto ad una qualifica superiore, con le connesse differenze retributive.
Su appello della L., la Corte d’appello di Roma, con sentenza non definitiva depositata il 23 ottobre 2007, pronunciando unicamente sul motivo di appello relativo alla dequalificazione che l’appellante avrebbe subito, prima a causa della sua inattività per quattro mesi dal novembre 1999 e poi in ragione dell’adibizione, alla fine di marzo 2000, al servizio telefonico 187, riformava la sentenza di primo grado, dichiarando l’illegittimità del comportamento denunciato e il diritto della L. nei confronti della T. ad essere reintegrata nelle mansioni precedentemente svolte ovvero in altre ad esse equivalenti e disponeva, con separata ordinanza, la prosecuzione del giudizio in ordine agli ulteriori motivi di appello.
Avverso tale sentenza proponeva ricorso per cassazione la T. s.p.a., ma il ricorso veniva rigettato. Frattanto il giudizio proseguiva dinanzi alla Corte d’appello per l’esame delle domande della L. ulteriori rispetto a quelle della lamentata dequalificazione accolta – ormai irrevocabilmente – dalla sentenza non definitiva sopra ricordata. Con sentenza definitiva del 17/7/2008-27 luglio 2009 la Corte d’appello, dopo aver disposto CTU medico-legale, in parziale accoglimento del gravame ed in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Roma, accoglieva i capi di domanda formulati originariamente dall’attrice, concernenti il risarcimento del danno alla salute, alla professionalità, oltreché il danno morale per un importo complessivo di € 29.352,58, di cui € 22.152,58 a titolo di risarcimento del danno biologico, € 5.000,00 a titolo di risarcimento del danno morale, € 2.200,00 a titolo di risarcimento del danno alla professionalità, tutti valori comprensivi degli interessi, rapportati al momento della decisione, oltre interessi dalla pronuncia al soddisfo, salva la eventuale rivalutazione dalla pronuncia stessa in caso di inadempimento. Rigettava ogni altra domanda.
Resiste la T. spa con controricorso, proponendo, a sua volta, ricorso incidentale basato su due motivi, contestato dalla L. con controricorso.
Con il secondo motivo, subordinato al primo, la ricorrente, denunciando violazione dell’art. 1218 c.c. in relazione agli artt.2103 e 2697 c.c. (art. 360 n. 3 c.p.c.), evidenzia la natura contrattuale dell’obbligo del datore di adibire il lavoratore alle mansioni rispondenti alla categoria attribuita o a mansioni equivalenti a quelle da ultimo svolte. Da tale premessa fa discendere, come corollario, l’assunto che, al fine di escludere la responsabilità per inadempimento ossia per il demansionamento o attribuzione di mansioni inferiori, non sarebbe sufficiente la contestazione della allora convenuta che era onerata invece del relativo onere della prova. L’infondatezza del motivo emerge dal richiamo alla parte della motivazione della sentenza impugnata ove si afferma che “nella fattispecie in esame, deve rilevarsi che il danno alla professionalità risulta provato solo in relazione all’illegittimo trasferimento e non alla dedotta inattività, dal novembre 1999 al 1.3.2000”. Pertanto -come appare evidente- la sentenza impugnata non ha posto a carico del lavoratore l’onere di provare che le mansioni assegnate fossero equivalenti a quelle svolte in precedenza, ma solo quello di provare il danno del quale chiede il risarcimento.
Il motivo è privo di fondamento, se si considera che, nella specie, rilevando il c.d. trasferimento non come spostamento di sede bensì come mutamento di mansioni verificatosi nel marzo 2000, la attuale ricorrente avrebbe dovuto gravare di ricorso per cassazione la sentenza parziale, che a questo evento, cioè alla dedotta dequalificazione a seguito del trasferimento al servizio 187″ – come sostenuto dalla stessa ricorrente nel ricorso in esame – faceva riferimento. Con il quarto motivo la ricorrente, denunciando violazione e falsa applicazione dell’art. 2087 c.c. nonché carenza ed illogicità di motivazione (art. 360 nn. 3 e 5 c.p.c.), contesta il capo della sentenza che, dopo aver richiamato la nozione comunemente accolta del mobbing, ha escluso che il comportamento datoriale abbia contenuto e finalità mobizzanti. Ciò perché la sentenza avrebbe assunto una valutazione oggettiva e non finalistica delle singole condotte rispetto alle quali non rileva la legittimità dei singoli comportamenti e che deve prescindere sia dalla valutazione “puntigliosamente analitica” di ciascuna delle condotte sia dalla valutazione complessiva del comportamento vessatorio sia, infine, dal loro collegamento temporale. Il motivo è infondato.
Invero, la Corte territoriale, dopo aver rilevato che i vari comportamenti assunti mobizzanti, complessivamente valutati, non erano tali da configurare la nozione di mobbing, così come delineata dalla consolidata giurisprudenza, ha sottolineato che alcuni di questi non risultavano provati (il divieto di ritirare gli effetti personali) e che la maggioranza degli stessi risultava del tutto legittima (apertura della corrispondenza avuto riguardo alla normativa che inibisce la recezione di corrispondenza personale e quindi logica riferibilità a comunicazioni d’ufficio; trattamento di malattia corrisposto nella misura prevista da contratto collettivo vigente; conteggio del dare e dell’avere per somme pagate in eccedenza i mesi precedenti; reiterazione delle visite controllo legittimata dalla durata dell’assenza per malattia – oltre otto mesi nel 2000 e cinque mesi nel 2001 -; legittimo rifiuto della licenza straordinaria, concedibile, secondo il contratto collettivo, solo all’esaurimento del periodo di comporto, presupposto nel caso non realizzato; fruizione di una licenza straordinaria dal 1 gennaio al 31 dicembre 2002 ancorché questa licenza, pendendo trattative per la risoluzione consensuale rapporto, sia stata formalizzata solo nel 2002; coerenza della decisione aziendale di soddisfare -in un contesto che vedeva le richieste superiori rispetto alle disponibilità – i lavoratori che avevano prestato la loro opera nell’intero anno 2000, essendosi invece la ricorrente assentata dal marzo al dicembre dello stesso anno). Motivatamente, pertanto, la Corte di merito ha ritenuto che i singoli comportamenti non avevano in sé, congiuntamente ed isolatamente considerati contenuto mobizzante, sicché dalla loro somma, difettando una qualsiasi prova dell’esercizio abusivo del diritto, non poteva trarsi un disegno persecutorio fonte di risarcimento.
Con il primo motivo la T. S.p.A., denunciando violazione dell’art. 112 c.p.c., sostiene che la sentenza impugnata – nel riconoscere in favore della L. il risarcimento del danno da lesione alla professionalità nella misura del 50% della retribuzione – sia incorsa nel vizio di ultrapetizione dal momento che la lavoratrice nel ricorso iniziale aveva chiesto il risarcimento di detta voce di danno nella misura del 20%.