Source: http://www.curealternative.net/consenso_informato.htm
Timestamp: 2019-01-16 22:12:45+00:00
Document Index: 154461700

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 32', 'art. 32', 'art. 32', 'art. 13', 'art. 5', 'art. 31', 'art. 32', 'sentenza ', 'art. 54', 'art. 54', 'art. 32', 'art. 33', 'art. 39', 'art. 34']

CONSENSO INFORMATO - 1
(con commenti dell'Avv. Luca Troyer)
Si tratta di tutte le confezioni autorizzate dopo il 1° gennaio 2011 che contengono una nuova sostanza attiva; vaccini o prodotti derivati dal plasma di origine biologica; i medicamenti per i quali sono necessarie determinate informazioni supplementari nella fase successiva alla messa in commercio, o la cui autorizzazione è subordinata al rispetto di determinate condizioni o restrizioni per un impiego sicuro ed efficace.-
Cos’è il Consenso Informato:
“Il consenso informato non può esaurirsi nella comunicazione del nome del prodotto che verrà somministrato o di generiche informazioni ma deve investire, soprattutto nel caso di trattamenti diretti a finalità estetiche, gli eventuali effetti negativi della somministrazione in modo che sia consentito al paziente di valutare congruamente il rapporto costi-benefici del trattamento e di mettere comunque in conto l’esistenza e la gravità delle conseguenze negative ipotizzabili.”
(Cassazione Penale, Sezione IV, Sentenza 8 maggio 2008, n. 32423)
Sottoscrizione modulo di consenso e difetto di informazione
La finalità dell'informazione che il medico è tenuto a dare è quella di assicurare il diritto all'autodeterminazione del paziente, il quale sarà libero di accettare o rifiutare la prestazione medica.
È irrilevante la qualità del paziente al fine di stabilire se vi sia stato o meno consenso informato, potendo essa incidere solo sulle modalità di informazione, in quanto l'informazione deve sostanziarsi in spiegazioni dettagliate ed adeguate al livello culturale del paziente, con l'adozione di un linguaggio che tenga conto del suo particolare stato soggettivo e del grado delle conoscenze specifiche di cui dispone. Il consenso deve però essere sempre completo, effettivo e consapevole ed è onere del medico provare di aver adempiuto tale obbligazione, a fronte dell'allegazione di inadempimento da parte del paziente.
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso proposto da un paziente esercente la professione di avvocato al quale era stato fatto sottoscrivere dalla segretaria un modulo prestampato.
By Avv. Ennio Grassini - dirittosanitario.net
Ecco il testo della Camera Italiana sul Consenso Informato PDF + Delucidazioni sul CONSENSO
Obbligatorie informazioni esaustive
Il professionista sanitario ha l'obbligo di fornire al paziente tutte le informazioni possibili in relazione alle cure mediche (vaccinazioni comprese) o all'intervento chirurgico da effettuare, tanto è vero che deve sottoporgli, affinchè sottoscriva, un modulo non generico, dal quale sia possibile desumere con certezza l'ottenimento in modo esaustivo delle informazioni medesime.
In questi termini si è espressa la Suprema Corte, aggiungendo che il medico-chirurgo viene meno all'obbligo a suo carico in ordine all'ottenimento del cosiddetto consenso informato ove non fornisca al paziente, in modo completo ed esaustivo, tutte le informazioni scientificamente possibili sull'intervento chirurgico che intende eseguire e soprattutto sul bilancio rischi/vantaggi.
Esistono due forme di Consenso Informato, verbale e scritto. Il consenso deve essere scritto nei casi in cui l’esame clinico o la terapia medica possono comportare gravi conseguenze per la salute e l’incolumità della persona.
Se il consenso è rifiutato, il medico ha l’OBBLIGO di NON eseguire o di interrompere l’esame clinico o la terapia in questione.
Il consenso scritto è anche obbligatorio, per legge, quando si dona o si riceve sangue, nei casi in cui si assume un farmaco ancora sperimentale, negli accertamenti di un’infezione da HIV.
Negli altri casi, soprattutto quando è consolidato il rapporto di fiducia tra il medico e l’ammalato, il consenso può essere solo verbale, ma deve essere espresso direttamente al medico. (NdR: meglio se davanti ad un testimone).
In ogni caso, il consenso informato dato dal malato deve essere attuale, deve cioè riguardare una situazione presente e non una futura. Per questo, la legge non riconosce la validità dei testamenti biologici.
Se la cura considerata prevede più fasi diverse e separabili, ogni fase necessita di un consenso separato: la persona malata deve dare il suo consenso per ogni singola parte di cura.
È legittimo revocare un consenso già dato ed interrompere una cura in corso, sempre che questo non sia materialmente impossibile o non metta a serio rischio la vita della persona.
Il consenso informato ad una determinata cura può essere espresso da un'altra persona solo se questa è stata delegata chiaramente dal malato stesso. Se la persona malata è minorenne, il consenso è automaticamente delegato ai genitori. Il minorenne, però, ha diritto ad essere informato e ad esprimere i suoi desideri, che devono essere tenuti in considerazione.
Se il malato è maggiorenne ma è incapace di decidere, è il tutore legale a dovere esprimere il consenso alla cura. ma la persona interdetta ha diritto ad essere informato e di veder presa in considerazione la sua volontà.
- le situazioni nelle quali la persona malata ha espresso esplicitamente la volontà di non essere informata;
- le condizioni della persona siano talmente gravi e pericolose per la sua vita da richiedere un immediato intervento "di necessità e urgenza" indispensabile. In questi casi si parla di consenso presunto;
- i casi in cui si può parlare di consenso implicito, per esempio per quelle cure di routine, o per quei farmaci prescritti per una malattia nota. Si suppone, infatti, che in questo caso sia consolidata l’informazione ed il consenso relativo;
- in caso di rischi che riguardano conseguenze atipiche, eccezionali ed imprevedibili di un intervento chirurgico, che possono causare ansie e timori inutili. Se, però, il malato richiede direttamente questo tipo di informazioni, il medico deve fornirle;
- i Trattamenti Sanitari Obbligatori (TSO), in caso di particolari disturbi psichici;
- le Vaccinazioni "obbligatorie", stabilite nei programmi nazionali di salute pubblica.
Percio' RICHIEDETE il Consenso Informato - anche con e per i DANNI dei VACCINI - al medico vaccinatore PRIMA di vaccinare i Vs figli, e leggete in Danni dei Vaccini le loro gravi pericolosita' e se insiste chiedetegli di firmare la lettera di assunzione di responsabilita' che trovate QUI
Responsabilità medica: il paziente che non riceve l'informativa va sempre risarcito (anche per i vaccini)
Secondo la Corte di Cassazione (sezione civile, sentenza 16503/2017) chi non informa il paziente (consenso informato) va punito senza che sia necessario dimostrare che, se l'obbligo informativo fosse stato correttamente svolto, il paziente avrebbe probabilmente rifiutato l'intervento al quale invece si è sottoposto. La SENTENZA.
Chi non informa il paziente (consenso informato) va punito senza che sia necessario dimostrare che, se l'obbligo informativo fosse stato correttamente svolto, il paziente avrebbe probabilmente rifiutato l'intervento al quale invece si è sottoposto.
La Corte di Cassazione (sezione civile, sentenza 16503/2017) non ha dubbi sul fatto che l'obbligo del consenso informato sia legittimazione e fondamento del trattamento sanitario. E in caso manchi è sicuramente “illecito”, anche se la cosa è avvenuta nell'interesse del paziente.
L’obbligo riguarda le informazioni circa le prevedibili conseguenze del trattamento cui viene sottoposto un paziente e l'acquisizione del consenso da parte di questo rappresenta una prestazione "altra e diversa da quella dell'intervento medico", perché la Corte la giudica “idonea ad assumere una rilevanza autonoma ai fini dell'eventuale responsabilità risarcitoria”.
La sentenza riguarda le lesioni da un intervento chirurgico di emilanectomia parziale, erniectomia e foratominotomia per tentare di risolvere una lombosciatalgia destra eseguito in una azienda ospedaliera, condannata dal Tribunale territoriale al risarcimento del danno al paziente. La Cassazione ha repsinto l’ulteriore ricorso contro la sentenza del Tribunale affermando che il “danno evento” provocato dall'omessa informazione è rappresentato dal compimento stesso di un intervento medico sul paziente senza averne prima ottenuto il consenso. Si tratta, insomma, della conseguenza di una condotta omissiva seguita da una condotta commissiva.
Il “danno conseguenza”, invece, può manifestarsi in vari modi, ma la Corte sottolinea in particolare la sofferenza e la contrazione della libertà di disporre di se stesso. In quanto tale, esso può considerarsi la regola esentata da prova specifica.
Nella sentenza la Cassazione traccia una vera e propria identità del consenso informato, dei suoi obblighi e dei suoi effetti in caso di incompletezza od omissione:
- l'obbligo del consenso informato costituisce legittimazione e fondamento del trattamento sanitario, senza il quale l'intervento del medico è - al di fuori dei casi di trattamento sanitario per legge obbligatorio o in cui ricorra uno stato di necessità - sicuramente illecito, anche quando è nell'interesse del paziente; in base alla Costituzione e alla legge l’obbligo è a carico del sanitario, il quale, una volta richiesto dal paziente dell'esecuzione di un determinato trattamento, decide in piena autonomia di accogliere la richiesta e darvi corso;
- l’obbligo attiene all'informazione circa le prevedibili conseguenze del trattamento cui il paziente viene sottoposto e in particolare al possibile verificarsi, in conseguenza dell'esecuzione del trattamento, di un aggravamento delle condizioni di salute, per porre quest'ultimo in condizione di consentire consapevolmente al trattamento sanitario prospettato. Il medico ha quindi il dovere di informare il paziente sulla natura dell'intervento, la portata dei possibili e probabili risultati conseguibili e delle implicazioni verificabili
- l'acquisizione da parte del medico del consenso informato costituisce prestazione altra e diversa da quella dell'intervento medico richiesto, assumendo autonoma rilevanza rispetto all'eventuale responsabilità risarcitoria in caso di mancata prestazione da parte del paziente. Si tratta, in definitiva, di due diritti distinti: il consenso informato attiene al diritto fondamentale della persona all'espressione della consapevole adesione al trattamento sanitario proposto dal medico e quindi alla libera e consapevole autodeterminazione del paziente, perché nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge; il trattamento medico terapeutico riguarda invece la tutela del (diverso) diritto fondamentale alla salute.
Il diritto ad essere correttamente informati per potere esprimere un consenso al trattamento sanitario sulla propria persona va attentamente ricostruito alla stregua dei principi generali già affermati dalla Cassazione:
- il c.d. danno evento cagionato da questa condotta è rappresentato dallo stesso intervento sul paziente senza la previa acquisizione del consenso, cioè, per restare al caso dell'intervento chirurgico, dall'esecuzione senza tale consenso dell'intervento sul corpo del paziente; danno-evento in questione che risulta, dunque, dalla tenuta di una condotta omissiva seguita da una condotta commissiva;
- il danno conseguenza è, invece, rappresentato dall'effetto pregiudizievole che la mancata acquisizione del consenso e, quindi, il comportamento omissivo del medico, seguito dal comportamento positivo di esecuzione dell'intervento, ha potuto determinare sulla sfera della persona del paziente, considerata nella sua rilevanza di condizione psico-fisica posseduta prima dell'intervento, la quale, se le informazioni fossero state date, l'avrebbe portata a decidere sul se assentire la pratica medica.
a) dalla sofferenza e dalla contrazione della libertà di disporre di sé stesso, psichicamente e fisicamente, patite dal paziente in ragione dello svolgimento sulla sua persona dell'esecuzione dell'intervento durante la sua esecuzione e nella relativa convalescenza;
b) eventualmente, dalla diminuzione che lo stato del paziente subisce a livello fisico per effetto dell'attività demolitoria, che abbia eventualmente eliminato, sebbene a fini terapeutici, parti del corpo o le funzionalità di esse: poiché tale diminuzione avrebbe potuto verificarsi solo se assentita sulla base dell'informazione dovuta e si è verificata in mancanza di essa, si tratta di conseguenza dannosa, che configura danno conseguenza indipendentemente dalla sua utilità rispetto al bene della salute del paziente, che è bene diverso dal diritto di autodeterminarsi rispetto alla propria persona, anche se in modo di riflesso incide sul bene della salute;
c) con riferimento alla possibilità che, se il consenso fosse stato richiesto, la facoltà di autodeterminazione avrebbe potuto indirizzarsi nel rivolgersi per l'intervento medico altrove, qualora si riveli che sarebbe stata possibile in relazione alla patologia l'esecuzione di altro intervento meno demolitorio o anche solo determinativo di minore sofferenza, si verifica anche un danno conseguenza rappresentato da vera e propria perdita, questa volta relativa proprio ad aspetti della salute del paziente.
vedi: Dissenso Informato + Eutanasia + Conflitto di Interesse
vedi anche: Conflitto di Interesse + Conflitti di interesse PDF - 1 + Conflitti di interesse PDF - 2 + Conflitti di Interesse, denuncia del Governo Ii - PDF + CDC - 1 + CDC - 2 + FDA + Corruzione e Conflitti di Interesse per farmaci e vaccini + Conflitti di interesse dell'AIFA + Corruzione
CASSAZIONE: NO INTERVENTO MEDICO SE PAZIENTE RIFIUTA CURE - Sett. 2008
Il medico, di regola, "non puo' intervenire senza il consenso o malgrado il dissenso del paziente".
Lo sottolinea la Cassazione, tornando ad affrontare la questione del rifiuto delle cure mediche.
"Non e' discutibile che l'attivita' medico-chirurgica - osservano i giudici di piazza Cavour con la sentenza n. 37077 della quarta sezione penale depositata ieri - per essere legittima presuppone il consenso del paziente" che "costituisce un presupposto di liceita' del trattamento", al di fuori di casi eccezionali, come quello dello stato di necessita' o quello in cui "il paziente non sia in grado, per le sue condizioni, di prestare un qualsiasi consenso o dissenso".
Il Diritto alla Salute (commenti dell'Avv. Luca Troyer)
Com'è noto, uno dei nodi problematici più tradizionali in dottrina ed in giurisprudenza riguardo ai limiti dell'attività medico-chirurgica è rappresentato dalla individuazione dei fondamenti idonei a consentire che un estraneo, sia pure qualificato come il medico, possa intervenire nell'ambito di una sfera, l'integrità fisica o - più genericamente - la salute, di un altro soggetto.
Non è qui il caso di ripercorrere le molteplici teorie che ad oggi vengono formulate al riguardo. Occorre pur tuttavia evidenziare come le diverse soluzioni ruotino attorno a due distinti approcci dogmatici:
da un lato, vi è chi individua il fondamento della liceità dell'attività medica nel consenso dell'avente diritto. In altri termini: poiché il paziente è libero di salvaguardare la propria integrità psico-fisica, ogni attività medica nei suoi confronti trova la sua naturale giustificazione nel consenso del paziente stesso, salvo naturalmente le ipotesi in cui si riscontrino i fondamenti dello stato di necessità;
dall'altro lato, vi sono autori, per la verità minoritari, che insistono sulla dimensione anche collettiva del bene "salute", e che pertanto, a fronte del ruolo sociale svolto dalla classe medica, individuano un tale fondamento nel dovere del medico di salvaguardare la vita e l'integrità fisica di ogni uomo.
Si darà naturalmente conto dell'orientamento sviluppatosi nella giurisprudenza di legittimità sul punto.
Non può tuttavia non sottolinearsi come una tale dicotomia, per certi versi, a mio parere, irriducibile (l'attuale dibattito in tema di eutanasia ne è la migliore dimostrazione), trovi la propria genesi nello stesso dettato costituzionale.
Infatti, l'art. 32 della Costituzione, e cioè la norma che primieramente riconosce a livello costituzionale il diritto alla salute, racchiude indubbiamente in sé una certa ambiguità fosse inevitabile, individuando nel bene "salute" un risvolto sia individuale che collettivo.
Così, se "la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo", è anche vero che una tale tutela è indicata anche come "interesse della collettività".
D'altra parte, il secondo comma dell'art. 32 evidenzia come "NESSUNO (NdR: quindi anche chi NON vuole vaccinarsi) può esser obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge".
Fondamento della liceità dell'intervento medico
Se dunque la regola è la intangibilità, da parte della collettività, della salute come bene individuale, nondimeno sono previste eccezioni, sia pure, "riservate" alla legge (si pensi anche soltanto ai casi di vaccinazione obbligatoria, cui il cittadino non può sottrarsi, per ragioni di salute pubblica).
Orbene, pur consapevoli che i nodi problematici che ancora emergono in tema di responsabilità penale del medico traggono origine proprio da una tale ambivalenza, occorre evidenziare come negli ultimi anni la giurisprudenza abbia decisamente individuato il fondamento della liceità dell'intervento medico nel preventivo assolvimento di precisi doveri di informazione nei confronti del paziente.
In altri termini: il medico deve agire con il consenso del paziente, ed un tale consenso deve essere preceduto da una idonea ed esaustiva informazione sulle sue condizioni e prospettive terapeutiche.
Ma, occorre chiedersi, quali sono i fondamenti normativi del c.d. "consenso informato" ?
La questione non può che inquadrarsi negli artt. 32 e 13 Cost., da un lato, e 5 c.c., dall'altro.
Dell'art. 32 si è detto. L'art. 13, affermando l'inviolabilità della libertà personale, ed ancorandone ogni restrizione alla riserva di legge, rafforza il carattere "personalistico" del bene salute.
Semmai, l'art. 5 c.c. suggerisce di per sé un argomento di altrettanto scottante attualità. Cioè a dire: fino a che punto un soggetto è libero di disporre della propria salute?
Volutamente intendiamo riferirci alla nozione di "salute" più che non a quella di "corpo" giacché la sistematica lettura degli articoli in questione comporta che non tanto siano vietati gli atti di disposizione del proprio corpo tali da cagionare una diminuzione permanente dell'integrità fisica, quanto invece che sono consentiti tutti quegli interventi, concernenti "anche" l'integrità fisica, che tuttavia siano idonei a tutelare il bene "salute" nella sua accezione più ampia, anche psichica (1). Basti pensare all'evoluzione giurisprudenziale in tema di cambiamento "chirurgico" dei caratteri sessuali, per rendersi perfettamente conto di una tale inversione non solo metodologica.
Il consenso informato nel nuovo codice deontologico.
In quest'ottica, il cd. consenso informato è stato alfine "normativizzato" da ultimo nell'art. 31 nel nuovo codice di deontologia medica adottato nel 1995 (2).
È pur vero che il codice deontologico non costituisce atto legislativo. Tuttavia, è chiaro che il giudice, nel valutare il comportamento del medico, ne apprezzerà la rispondenza anche al codice deontologico.
Tanto più che una tale codificazione del principio in discussione è intervenuta nell'ambito di una nutrita giurisprudenza che ha imperniato proprio sulla corretta informazione del paziente e sul suo previo consenso la liceità dell'intervento medico.
Così, ad es., Cass., sezione V, 13 maggio 1992, Massimo: "soltanto il consenso, manifestazione della volontà di disporre del proprio corpo, può escludere in concreto l'antigiuridicità del fatto e rendere questo legittimo. Ed in proposito, mentre non sembra inutile ricordare che, ai sensi dell'articolo 89 del Codice di deontologia medica (previgente: n.d.a.), il consenso del paziente deve obbligatoriamente essere richiesto per ogni atto medico, deve ricordarsi altresì, intorno al trattamento medico-chirurgico, che l'antigiuridicità può, indipendentemente dal consenso, solo essere esclusa da cause di giustificazione, che nella fattispecie non vengono configurate (il preteso stato di necessità). (...) Se il trattamento, eseguito a scopo non illecito, abbia esito sfavorevole, si deve, pur sempre, distinguere l'ipotesi in cui esso sia consentito dall'ipotesi in cui il consenso invece non sia prestato.
E si deve ritenere che, se il trattamento non consentito ha uno scopo terapeutico e l'esito sia favorevole, il reato di lesioni sussiste, non potendosi ignorare il diritto di ognuno di privilegiare il proprio stato attuale (art. 32, secondo comma, Cost.), e che a fortiori il reato sussiste ove l'esito sia sfavorevole".
Se il medico interviene senza il preventivo consenso, egli è in ogni caso responsabile di lesioni personali ovvero, in caso di esito mortale, di omicidio preterintenzionale.
Infatti, il suo intervento non può in alcun modo qualificarsi come colposo, poiché egli agisce rappresentandosi correttamente la situazione di fatto e volendo l'evento dannoso o pericoloso da cui la legge fa dipendere l'esistenza del reato. Del resto, è qui sufficiente il semplice dolo generico, non essendo richiesto il perseguimento di alcun fine ulteriore. Da ciò discende il fatto che il medico risponderà a titolo di dolo anche se il suo fine fosse di tutelare nel migliore dei modi l'integrità del paziente.
Se invece l'intervento avesse un esito felice, senza alcuna conseguenza sia pure minima sull'integrità fisica del malato, si ritiene che sia configurabile il delitto di violenza privata di cui all'articolo 610 c.p..
Requisiti del valido consenso
Innanzitutto deve esser chiaro che il consenso debba esser dato prima dell'inizio del trattamento terapeutico. Esso è naturalmente revocabile in ogni momento (sempre che il soggetto sia capace di intendere e di volere, e salvo - in tale ipotesi - i casi di stato di necessità, quando ad esempio l'interruzione repentina del trattamento possa provocare gravissimi rischi per il paziente).
Destinatario del consenso è evidentemente il medico che effettua la particolare prestazione che di volta in volta viene in considerazione.
Si ritiene, tuttavia, che il consenso dato ad un medico senza particolari limitazioni valga a rendere lecito l'intervento anche di un altro medico, dotato tuttavia dello stesso grado di capacità o di specializzazione (non sarebbe cioè "fungibile" un consenso dato ad uno specialista rispetto all'opera prestata da un medico generico).
Tuttavia, se il paziente specifica che il possesso viene prestato a condizione che il trattamento sia posto in essere da un medico determinato, il consenso varrà esclusivamente per quest'ultimo.
Oggetto del consenso
Oggetto del consenso è il trattamento (si ricorda infatti che il medico è tenuto ad un'obbligazione di mezzi e non di risultato).
Tuttavia il consenso dovrà essere preceduto da una illustrazione il più possibile esaustiva della terapia, sebbene la dottrina abbia evidenziato come il medico debba guardarsi da un vero e proprio "eccesso informativo" che potrebbe fondatamente rivelarsi controproducente, quale ad es. nel caso che si prospettassero al paziente in attesa di essere operato conseguenze nefaste del tutto remote, atte soltanto ad aumentarne lo stato di ansia che potrebbe pregiudicare gli effetti dell'intervento (3).
Del resto, la stessa giurisprudenza di merito ha recentemente evidenziato come non possa esser tenuto responsabile di lesioni personali volontarie, conseguenti alla mancanza di consenso informato, il medico che abbia eseguito una escissione di un linfonodo cervicale, da cui sia derivato un danno neurologico al nervo accessorio spinale, quando di tale intervento il paziente sia stato preventivamente informato, pur senza esser stato edotto circa lo specifico rischio poi concretizzatosi. Infatti la sentenza da' atto della "non rilevante incidenza statistica dell'evento lesivo, quale conseguenza della pratica osservata dal chirurgo" (4).
Secondo la recente dottrina, "il medico dovrà illustrare in termini comprensibili:
la condizione patologica in atto;
le scelte programmate tanto ai fini diagnostici che terapeutici;
i rischi connessi all'attuazione dei mezzi diagnostici-terapeutici prescelti, prospettando, ove possibile, le possibili alternative;
i risultati prevedibili di ciascuna scelta;
gli effetti collaterali, le menomazioni e le mutilazioni inevitabili (...);
le percentuali di rischio connesse, in particolare in relazione alla sopravvivenza" (5).
Particolarmente delicata è poi la questione relativa alla possibilità che il medico limiti l'informazione al paziente che debba affrontare un'intervento chirurgico particolarmente rischioso ed, al tempo stesso, imprescindibile.
Sebbene la nuova norma deontologica imponga alla medico una maggiore informazione del paziente rispetto al codice previgente (6).
Peraltro, vi è in dottrina chi sostiene che, ove un'informazione dettagliata possa pregiudicare la stessa salute del paziente a causa inevitabili ripercussioni psicologiche che inevitabilmente si riverbererebbero sul suo generale tono psico-fisico, il medico ben potrebbe ometterla in virtù dell'articolo 54 c.p. (stato di necessità) (7).
Riteniamo che una tale opzione sia del tutto condivisibile, anche alla luce del generale obbligo di garanzia incombente sul medico.
Come è facile intuire, occorre prestare particolare attenzione al problema della documentazione del consenso.
Così, se è vero che il consenso può ben esser dato anche oralmente, non vi è dubbio che l'atto scritto, debitamente controfirmato dal paziente, sia tale da evitare tanto spiacevoli incomprensioni o ambiguità, quanto difficoltose necessità probatorie.
Semmai, occorre precisare che, tanto meno "necessario" sia l'intervento da effettuarsi (basti pensare alla chirurgia estetica), tanto più scrupoloso dovrà essere il medico nell'ottenere un consenso scritto. In tale ipotesi infatti il medico non potrebbe invocare l'esimente dello stato di necessità, e si troverebbe dunque esposto ad ipotesi di responsabilità penale.
Teoricamente è comunque sufficiente anche un mero consenso tacito (deducibile cioè univocamente dal comportamento concludente del paziente). Gli inconvenienti di una tale opzione, tuttavia, sono fin troppo evidenti.
Ovviamente, il consenso deve esser prestato da chi è titolare del bene giuridico tutelato, e quindi dal paziente.
Nel caso in cui il paziente sia minorenne ovvero incapace di intendere e di volere, il valido consenso dovrà esser prestato da chi ne esercita la potestà ovvero dal rappresentante legale (tutore o curatore) dell'incapace (interdetto o inabilitato).
La dottrina maggioritaria ritiene che solo il maggiorenne possa consentire ad interventi medici sulla propria persona: tale tesi appare certamente preferibile (in ottemperanza del resto alle disposizioni civilistiche in materia di capacità di agire), sebbene vi siano autori che evidenziano come in diritto penale diverse siano le soglie di età da valutare, mentre altri richiamano addirittura alla necessità di valutare di volta in volta la capacità del soggetto, a prescindere dall'età dello stesso (8).
Assai più delicata appare la questione relativa ai prossimi congiunti.
È infatti prassi ormai consolidata che il sanitario, a fronte di un paziente in momentaneo stato di incapacità (ad es. perché in coma), si rivolga ai prossimi congiunti chiedendo loro il preventivo consenso ad un intervento di particolare difficoltà.
A tal proposito occorre essere ben chiari. Sotto il profilo strettamente giuridico, e specificamente penale, il consenso dei prossimi congiunti non ha alcun effetto discriminante.
Il consenso, infatti, per avere efficacia penalmente rilevante, deve essere prestato dal titolare del bene giuridico protetto ovvero da colui che riveste una posizione di garanzia (rectius di protezione) rispetto a quel bene, e pertanto dal genitore (se il paziente è minorenne) o ancora dal rappresentante legale (se quello è incapace). Certamente non dai prossimi congiunti.
Semmai, la preventiva informazione dei prossimi congiunti dovrà essere effettuata sia per conoscere eventuali determinazioni precedentemente espresse dal paziente (pur rimando in tale caso al medico il potere - dovere di decidere nell'interesse esclusivo del paziente), sia per evitare successivi problemi giudiziari, in quanto è forse il caso di ricordare che normalmente gli atti di denuncia nei confronti di sanitari traggono origine proprio dai prossimi congiunti a motivo (eminentemente psicologico) della mancanza di preventiva informazione nei loro confronti circa i rischi connessi ad intervento medico-chirurgico.
Sia come sia, per superare ogni dubbio, deve essere chiaro che solo queste sono le ragioni che consigliano una preventiva informazione dei congiunti, la mancanza della quale - si ripete - non rileva sotto il profilo strettamente giuridico-penale.
Nelle ipotesi in cui il paziente non possa prestare alcun valido consenso, pertanto, il medico dovrà assumersi in prima persona ogni responsabilità, e, qualora decidesse di intervenire, non sarà punibile:
purché sussistano i requisiti di cui al art. 54 c.p., e cioè lo stato di necessità, che risulta integrato quando egli debba agire mosso dalla necessità di salvare il paziente dal pericolo attuale di un danno grave alla persona (cd. soccorso di necessità), sempre che il pericolo non sia stato da lui volontariamente causato, né sia altrimenti evitabile, e l'intervento sia proporzionale al pericolo;
ovvero purché emerga il proprio obbligo di attivarsi. Si ricorda infatti che l'art. 54 c.p. prevede semplicemente una causa di giustificazione che facoltizza il medico ad intervenire, ma non lo obbliga a farlo. Peraltro, in capo al medico stanno una serie di obblighi di garanzia nei confronti del paziente, obblighi derivanti dalla sua "posizione", dal suo ruolo. Lo stesso codice deontologico è chiaro sul punto (9), imponendo, e non solo facoltizzando, l'intervento medico, sia in casi di necessità e di urgenza, sia nelle ipotesi in cui il paziente - versando in condizioni gravi - non possa esprimere una volontà contraria.
Ciò introduce al diverso problema concernente il manifesto dissenso del paziente.
Occorre innanzitutto distinguere le ipotesi in cui il dissenso provenga direttamente dal paziente da quelle in cui invece sia il rappresentante legale del paziente ad opporsi.
Di tale secondo caso, infatti, l'esperienza giurisprudenziale ha avuto modo di occuparsi: si ricorderà la nota vicenda relativa all'opposizione dei genitori, appartenenti alla setta dei cd. Testimoni di Geova, rispetto alla indispensabile trasfusione di sangue nei confronti della loro figlia (10).
In tale situazione, deve ritenersi doveroso, da parte del medico, rivolgersi all'autorità giudiziaria, evidenziando la situazione sanitaria del paziente ed il rifiuto del suo rappresentante legale. Sempre che, naturalmente, non sussistano ragioni tanto gravi di urgenza, da non consentire alcun ritardo. È evidente, in tale ultima ipotesi, che il sanitario debba attivarsi immediatamente.
In ordine al rifiuto da parte del paziente stesso, viceversa, i problemi sono ancor più accentuati, anche a fronte del totale vuoto normativo, ciò che lascia il medico completamente solo di fronte a scelte di così evidente rilevanza.
Si scontrano in proposito due orientamenti dottrinali, una dicotomia che, come si è detto all'inizio, discende direttamente dalla effettiva ambiguità della norma costituzionale.
Da un lato, si sostiene che l'ordinamento non possa consentire comportamenti suicidari, specie ove questi vengano posti in essere al cospetto di un medico (11).
Si giustifica un tale assunto in relazione all'art. 32 Cost., nel quale viene evidenziato anche il valore collettivo del bene salute. Per di più, occorre tener conto di una serie di obblighi discendenti dalla normativa deontologia, della possibilità di incorrere nel reato di omissione di soccorso cui in caso di inerzia il medico andrebbe incontro, ed inoltre della posizione di garanzia rivestita dal medico nei confronti del paziente anche dissenziente.
Dall'altro lato, in riferimento al combinato disposto di cui agli artt. 32 e 13 Cost., si evidenzia come il bene salute abbia una rilevanza eminentemente personale, tollerando limitazioni nei soli casi previsti dalla legge (in materia ad es. di trattamenti sanitari obbligatori per la tutela della salute pubblica).
Pertanto, a fronte del valido dissenso di un paziente in normale stato di capacità (12), il medico dovrebbe astenersi da alcun intervento.
È evidente che una tale problematica sta alla base dell'attuale dibattito anche in tema di eutanasia.
Pare allo scrivente più che mai opportuno, in presenza degli accennati divergenti approdi dottrinali i quali pongono a proprio fondamento le medesime disposizioni costituzionali, che il legislatore intervenga a disciplinare compiutamente la materia, anche per limitare l'attuale disorientamento degli esercenti la professione medica.
1 . Si vedano, sul punto, le puntuali notazioni di C. PARODI - V. NIZZA, La responsabilità penale del personale medico e paramedico, in Giurisprudenza sistematica di diritto penale, diretta da F. Bricola e V. Zagrebelsky, Torino, 1996, p. 398 ss.
2 . Art. 31. Consenso informato. Il medico non deve intraprendere attività diagnostica o terapeutica senza il consenso del paziente validamente informato.
Il consenso, in forma scritta nei casi in cui per la particolarità delle prestazioni diagnostiche o terapeutiche o per le possibili conseguenze sulla integrità fisica si renda opportuna una manifestazione inequivoca della volontà del paziente, è integrativo e non sostitutivo del consenso informato di cui all'articolo 29.
Il procedimento diagnostico e il trattamento terapeutico che possono comportare grave rischio per l'incolumità del paziente, devono essere intrapresi, comunque, solo in caso di estrema necessità e previa informazione sulle possibili conseguenze, cui deve far seguito una opportuna documentazione del consenso.
In ogni caso, in presenza di esplicito rifiuto del paziente capace di intendere e di volere, il medico deve desistere da qualsiasi atto diagnostico e curativo, non essendo consentito alcun trattamento medico contro la volontà del paziente, ove non ricorrano le condizioni di cui al successivo art. 33.
3 . Sul punto si veda in generale CHIODI, Il consenso del paziente, in La responsabilità medica, Milano, 1982.
4 . Così Corte d'Appello di Firenze, 11 luglio 1995, Gervino e altro, in Foro it., 1996, II, c. 188 ss..
5 . Così C. PARODI - V. NIZZA, La responsabilità penale, cit., p. 417.
6 . Così disponeva l'art. 39 del codice deontologico del 1989: "Il medico potrà valutare, segnatamente in rapporto alla reattività del paziente, l'opportunità di non rivelare al malato o di attenuare una prognosi grave o infausta".
Così invece l'articolo 29, quarto comma, del nuovo codice deontologico: "Le informazioni riguardanti prognosi gravi o infauste o tali da poter procurare preoccupazioni e sofferenze particolari al paziente, devono essere fornite con circospezione, usando terminologie non traumatizzanti senza escludere mai elementi di speranza".
7 . Sul punto si veda la risalente, ma sempre attuale, opinione di CRESPI, La responsabilità penale nel trattamento medico chirurgico con esito infausto, Palermo, 1955, p.56.
8 . In tale ultimo senso si veda Antolisei, Manuale di diritto penale, parte generale, Milano, 1994, p. 255 ss.
9 . Così l'art. 34. Necessità e urgenza. Allorché sussistano condizioni di necessità e urgenza e in casi implicanti pericolo per la vita di un paziente, che non possa esprimere al momento una volontà contraria, il medico deve prestare l'assistenza e le cure indispensabili.
10 . Sul punto si veda Pretore di Catanzaro, 13 gennaio 1981, in Giur. Cost., I, 1981, p. 3098.
11. In tal senso IADECOLA, Consenso del paziente e trattamento medico-chirurgico, in Riv. it. med. leg., 1986, p. 49 ss.
12 . Peraltro occorrerebbe indagare sulla reale "capacità" del soggetto in gravi condizioni di salute, ma ci addentreremmo in un terreno assai ostico, irto di obiezioni morali prima ancora che giuridiche.
Tratto da: http://www.aisa.it/angolo_legale/consenso_informato.htm
Consenso informato NON mette al riparo il medico - Italy - Cassazione - Roma, 15 Apr. 2008
(Adnkronos Salute) - Informare un paziente sui rischi dell'intervento o della terapia cui deve essere sottoposto, non mette al riparo il medico da ogni responsabilità. Se il malato muore, il camice bianco finisce comunque sotto processo per omicidio colposo, e non preterintenzionale.
Io Medico ormai in Pensione dopo oltre 40 aa. di attività come medico di Medicina Generale alla Corte di Cassazione vorrei sottoporre alcune precise domande, se possibile, cioè se non si deve considerare DANNO da riparare da parte di chi l’ha arrecato, quello provocato ai pazienti che per settimane (spesso mesi) soffrono le pene dell’inferno in attesa di conoscere il verdetto diagnostico, Tumore SI e Tumore NO, a causa del desolante fatto che in Italia gli Oncologi, i Docenti Universitari, le Autorità Sanitarie, a partire dal Ministro della Salute scendendo giù fino al Dirigente ASL, ignorano (o forse fingono di ignorare ?) l’esistenza del Terreno Oncologico e del relativo Congenito Reale Rischio Oncologico in ben definiti sistemi biologici ?
E infine, perché, TUTTI i mass-media interpellati o tacciono o si limitano a punzecchiare, secondo la politica (anche questa americana) di wait and see ? - continua su: dott. S. Stagnaro - vedi suo curriculum