Source: https://www.laleggepertutti.it/158339_incidente-il-musicista-ha-diritto-a-un-risarcimento-piu-alto
Timestamp: 2018-12-12 15:34:49+00:00
Document Index: 181602228

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 13', 'art. 1', 'art. 13']

La difficoltà di articolare un braccio e la mano a seguito dei postumi da incidente stradale è causa di un risarcimento ulteriore per chi coltiva la passione, e la professione, del musicista.
Chi con le mani “ci lavora” ha diritto a un risarcimento ulteriore rispetto a chi, invece, svolge un’attività professionale. In base a questo principio, chi a seguito di un incidente stradale riporta postumi tanto invalidanti da non consentirgli più una corretta articolazione dell’arto, va risarcito doppiamente: e questo vale non solo, ad esempio, per il muratore, il sarto o il tennista di professione, ma anche per il musicista. L’addio alla passione e all’attività lavorativa collegata allo strumento musicale è causa di una maggiorazione del risarcimento morale e patrimoniale. E questo perché l’assicurazione è tenuta a indennizzare tutte le conseguenze del sinistro stradale, anche quelle derivanti dalle particolari condizioni personali del danneggiato. È quanto chiarito dalla Cassazione [1] secondo cui, in caso di incidente, il musicista ha diritto a un risarcimento più elevato rispetto alle altre persone.
A seguito di una frattura multipla del braccio destro, con relativa paralisi della mano, una donna vedeva sfumare il suo sogno di portare avanti la carriera di pianista a cui aveva dedicato tutta sé stessa. E questo dato, riconoscono i giudici, non può essere trascurato, poiché ella «ha indirizzato la propria vita e i propri interessi verso la musica, e in particolare verso il pianoforte, in cui aveva investito tutte le proprie energie, anche lavorative».
In questo caso l’incidente stradale è causa di un grave peggioramento della qualità della vita del musicista una volta preso atto della «perdita della possibilità di suonare il piano con la scioltezza e l’abilità precedenti». Oltre, dunque, al danno patrimoniale derivante dallo sfumare della carriera e delle possibilità di guadagno (cosiddetto danno da perdita di chances), all’infortunato anche il risarcimento del danno esistenziale per aver visto scombussolati i piani di una vita intera.
[1] Cass. sent. n. 9246/17 dell’11.04.2017.
Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 20 settembre 2016 – 11 aprile 2017, n. 9246
Presidente Spirito – Relatore Travaglino
M. G. B. convenne dinanzi al Tribunale di Padova A. B., il Centro Studi Musicali R. Schumann e la Toro Assicurazioni, chiedendo loro il risarcimento dei danni subiti, in qualità di trasportata, a seguito di un incidente stradale.
La corte di appello di Venezia, investita dell’impugnazione proposta dall’attrice, la accolse in parte, condannando gli appellati a corrisponderle la ulteriore somma di 15 mila Euro, non avendo il Tribunale adeguatamente risarcito la componente esistenziale del danno lamentato dall’appellante, poiché quest’ultima, avendo indirizzato la propria vita ed i propri interessi verso la musica, e in particolare verso il pianoforte, in cui aveva investito tutte le proprie energie, anche lavorative, aveva subito, a seguito dell’incidente, un grave peggioramento della qualità della sua vita, causa la perdita della possibilità di suonare lo strumento musicale con la scioltezza e l’abilità precedenti.
Avverso la sentenza della Corte lagunare M. G. B. ha proposto ricorso per cassazione sulla base di 5 motivi di censura.
Con il primo motivo, si denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 2056, 2059, 1226 cc.
Il motivo – con il quale si lamenta la insufficienza della liquidazione dell’aspetto esistenziale del danno, come operata dalla Corte di appello – è privo di pregio.
Esso si infrange, difatti, sul corretto impianto motivazionale adottato dal giudice territoriale nella parte in cui ha ritenuto che il risarcimento riconosciuto alla B. in prime cure, sub specie della modificazione in pejus della qualità della sua vita, fosse inadeguato a risarcire tale aspetto del danno, procedendo ad una liquidazione che, nella specie, non poteva che assumere forma e veste equitativa.
Con il terzo motivo, (erroneamente indicato come quarto, nel ricorso) si denuncia nullità della sentenza o del procedimento in relazione agli artt. 112 c.p.c, per non essersi la Corte di appello in alcun modo pronunciata sulla domanda di integrazione/rinnovazione della perizia proposta da parte appellante.
I motivi – che possono essere congiuntamente esaminati, attesane la intrinseca connessione, e che lamentano, da un canto, la mancata comprensione e valutazione, da parte dei giudici di primo e secondo grado, della reale entità della lesione subita dall’odierna ricorrente sub specie della ridotta capacità lavorativa specifica, dall’altro la omessa pronuncia sulla richiesta di integrazione/rinnovazione della CTU – non possono essere accolti. Premessa la infondatezza delle censura di omessa pronuncia in ordine alla richiesta di rinnovazione della CTU – essendosi, di converso, la Corte territoriale, espressamente pronunciata sul punto, in particolare nel ritenere la CTU “completa, esaustiva e condivisibile rispetto ai quesiti medico-legali -, la decisione adottata, in ordine alla dedotta perdita della capacità lavorativa specifica, risulta conforme a diritto, ed in linea con l’insegnamento di questa Corte regolatrice in ordine alla necessità della prova rigorosa della relativa domanda (Cass. 10289/2001, tra le molte conformi), prova che, a giudizio della Corte territoriale, è nella specie mancata, mentre correttamente risulta liquidata, in sede di giudizio di merito, la perdita di chance.
La censura è manifestamente infondata, avendo la Corte territoriale fornito ampia ed esaustiva spiegazione dei criteri
adottati per la liquidazione di tale voce di danno, incrementandone l’importo proprio in considerazione di una più approfondita valutazione della sua componente esistenziale, con apprezzamenti di fatto ancora una volta incensurabili in questa sede.
Anche sotto tale profilo, pertanto, la decisione appare scevra da vizi logico-giuridici, e va integralmente confermata. Il ricorso è pertanto rigettato.
La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di Cassazione, che si liquidano in complessivi Euro 5200, di cui 200 per spese.
Ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater del D.P.R. n. 115 del 2002, inserito dall’art. 1 comma 17 della legge n. 228 del 2012, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari alla somma già dovuta, a norma del comma 1 bis del predetto art. 13.