Source: http://diritto.regione.veneto.it/?p=122
Timestamp: 2018-04-27 04:53:57+00:00
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Matched Legal Cases: ['arte 31', 'arte 1', 'arte 20', 'arte 6', 'arte 23', 'arte 8', 'arte 17']

di Mauro Pitteri [*]
Cos’è un confine? Un concetto antropologico, ambientale e culturale prima ancora che giuridico e politico. Ed esso si differenzia da quello di ‘frontiera’ e, ancora, da quello di ‘borderland’ (‘margine’): una differenziazione che si dipana nel corso dei secoli, dall’Impero romano fino almeno alla nascita delle moderne potenze europee. Questa la premessa dalla quale parte il saggio storico di Mauro Pitteri per analizzare la questione dei confini nella Repubblica di Venezia, in particolare all’indomani delle Guerre d’Italia. Se fino ad allora si era “demandata la soluzione delle questioni confinarie ai pubblici rappresentanti delle province o si era tollerato l’autonomo agire delle comunità locali”, i nuovi assetti geopolitici diedero nuova rilevanza ai confini e ai metodi per definirli. La “tattica dilazionatoria” assunta fino ad allora non poteva più reggere “di fronte alle ambizioni dell’Impero asburgico, della Spagna e della Chiesa della Controriforma”. Pitteri illustra quindi la nascita e l’evoluzione di quella fondamentale istituzione della Repubblica di Venezia che fu la Camera dei Confini, con la creazione della figura del Sopraintendente, di assoluta rilevanza per la gestione veneta. Gradualmente questo incarico assunse sempre maggiore importanza, e nel XVIII secolo divenne un ufficio stabile, cui si richiedevano requisiti ben precisi: doveva essere un senatore tra i più influenti, di esperienza internazionale, già ambasciatore presso una delle corti estere. Durante il Settecento, in tutta Europa, si assisteva intanto a un processo di sistemazione dei confini dello Stato che tendeva a uscire dall’occasionalità del Seicento, quando ancora le porzioni di territorio erano delimitate dai Principi solo in seguito all’insorgere dei conflitti. Nel XVIII secolo, “le liti di confine assunsero un carattere di rilevanza pubblica, abbandonando quello prevalentemente locale che avevano avuto in precedenza”. In questo ambito si inserisce anche l’imponente opera della Repubblica che, con i suoi Sopraintendenti, partecipò a questo movimento generale europeo di regolazione dei confini. E la sua opera costituì certamente un tassello importante di questa “storia dello spazio che si stava trasformando in territorio” di cui parla Pitteri. Cominciava quella che l’autore definisce la “stagione dei Trattati”: oltre alla Santa Sede, di fondamentale importanza fu il rapporto costante con l’Impero asburgico. Fu in questo periodo che si mise mano alla riforma della Camera dei confini: priva com’era di un vero esercito, e costretta alla neutralità disarmata, era determinante per la sicurezza della Repubblica disporre di un istituto efficiente che accorciando la catena del comando abbreviasse i tempi. “Il caso veneto – scrive Pitteri – dimostra che la manifestazione del confine non fu solo un frutto delle nuove spinte nazionalistiche degli stati monarchici, ma, nel caso dei principati e delle repubbliche più piccoli, che si trovavano a confinare con una grande potenza, fu un’esigenza dovuta alla loro stessa tutela. Il principe più debole trovava una garanzia alla sua sopravvivenza da un’esatta e condivisa demarcazione del suo dominio”. In questo contesto si contraddistinse l’opera di alcuni sopraintendenti, tra cui quella in particolare quella di Andrea Tron.
In chiusura, Pitteri invita a leggere gli eventi che portarono alla caduta della Repubblica alla luce della lotta veneziana contro la perdita dell’indipendenza: una lotta condotta anche attraverso questa imponente opera di confinazione. Dopo la Pace di Presburgo (1805), con l’annessione al Regno d’Italia francese, il sistema veneto fu definitivamente abbandonato, e la competenza sui confini fu sottratta al governo di un magistrato civile per essere affidata a un organo militare. Nel nuovo assetto napoleonico, i limiti dello Stato erano intesi soprattutto come barriere da sottoporre a sorveglianza, e per delimitare le nuove conquiste era molto più semplice servirsi di carte geografiche, separando con un tratto di penna i diversi territori, senza tener conto della popolazione locale e dei suoi diritti. Ma il loro limite, in montagna e in alcune parti del piano presso i fiumi, rimase intatto, ed è una delle più importanti eredità lasciateci dagli antichi governanti.
SOMMARIO: 1. Da uno Stato all’altro – 2. Cos’è un confine – 3. Confini e frontiere – 4. I termini naturali – 5. Le origini della Camera dei confini a Venezia – 6. Il Sopraintendente alla Camera dei confini – 7. La stagione dei trattati – 8. Un confine ambulante – 9. I trattati con l’Austria (1750-1757) – 10. La riforma della Camera dei confini – 11. Il funzionamento della Camera dei confini – 12. La pratica dei confini. L’Altopiano dei Sette comuni – 13. La costruzione del confine bellunese – 14. Il confine della Schiavonia veneta – 15. Conclusione.
Quella del confine è un’idea vaga e polisemica, non evoca alcun oggetto materiale preciso e si presta a una grande diversità d’impiego. Chiunque abbia avuto esperienza del passaggio di un limite di Stato lontano dai valichi ufficiali, magari in un sentiero di montagna, in quella solitudine, avrà provato anche solo per un attimo un senso di spaesamento, intento a ricercare con lo sguardo un segno che gli indichi o gli confermi il cambio di giurisdizione, senza il quale si rimane nello stesso dubbio che colse Renzo Tramaglino in fuga dallo Stato di Milano: «Renzo, ora che l’Adda era, si può dir passata, gli dava fastidio il non saper di certo se lì essa fosse confine o se, superato quell’ostacolo, gliene rimanesse un altro da superare»; perciò, come si ricorderà, chiese al suo traghettatore, un pescatore guardingo, «E quella riva lì è bergamasca?». «Terra di san Marco», la risposta. «Viva san Marco!», l’esclamazione del fuggiasco, mentre il pescatore non disse più nulla[1]. È una citazione significativa tratta dal capitolo XVII dei Promessi Sposi. La Repubblica era separata dallo Stato di Milano da un fiume, l’Adda, appunto, un termine in apparenza stabile e indiscusso, ma, solo a un primo sguardo superficiale, poiché, invece, nulla è più mutevole dell’alveo di un corso d’acqua. Descritto da Manzoni con il piglio dello storico, a differenza di Renzo, il pescatore sapeva come muoversi con la sua barca in questo mondo particolare, privo di coltivi, ai margini dell’ordine costituito, popolato da «contrabbandieri e banditi», da un lato, da «gabellieri, birri ed esploratori, dall’altro»; e chi viveva in questi spazi doveva saper convivere ora con gli uni, ora con gli altri.
In tempo di pace e in assenza di emergenze sanitarie, nessun ostacolo impediva il transito da uno Stato all’altro, se non si percorrevano le strade postali, dove vi erano i caselli del dazio e le stazioni di sosta a indicare con un insegna o uno scudo l’ingresso nel territorio di un altro Principe. I viaggiatori che scendevano in Italia dall’Europa settentrionale, valicate le Alpi, neanche si accorgevano dei cambi di sovranità. Nel 1785, Robert Belgrave, conte di Grosevenor, appuntò nel suo diario di viaggio di essere stato costretto dal maltempo ad abbandonare l’idea di portarsi via mare da Trieste a Venezia: «Proseguimmo via terra percorrendo strade passabilmente buone, eccetto là dove il Piave e il Tagliamento avevano rotto gli argini allagando i terreni circostanti, la qual cosa ci procurò non poco ritardo, non volendo ricorrere all’unico ponte esistente»[2]. Quel viaggiatore inglese impegnato nel Grand Tour, era più preoccupato del ponte malconcio che delle numerose frontiere tra la Casa d’Austria e la Repubblica che dovette ben superare, essendo quella provincia orientale penetrata da enclave imperiali di cui il territorio di Aquileia era solo la più grande.
In antico regime, presso un confine, chiunque non fosse pratico del posto poteva confondersi e non sapere esattamente dove si trovasse, sotto la giurisdizione di quale Principe fosse la via che stava percorrendo. Questo poteva provocare qualche inconveniente, come capitò a Goethe, nel 1786, mentre stava disegnando dal vero uno schizzo delle rovine del castello di Malcesine. Sapeva che quel borgo era «la prima località veneziana sulla sponda orientale del lago», ma non sapeva dove passasse effettivamente la linea territoriale e non poteva certo immaginare che fosse proprio sulle rovine medievali che stavano attirando la sua attenzione; così, alcuni sudditi veneti, insospettiti da quel disegnatore, chiamarono i capi del villaggio e il famoso viaggiatore tedesco rischiò di essere scambiato per una spia. Per sua fortuna, fu riconosciuto e se la cavò, divertito per l’equivoco, ma, la sera stessa, l’episodio lo condusse a una più seria riflessione:
«Che bizzarra creatura è mai l’uomo, capace di rendere fastidioso e pericoloso a se stesso ciò che potrebbe godere con sicurezza in buona compagnia, per il solo capriccio di volersi appropriare a sua guisa del mondo e dei suoi contenuti».
I confini possono essere pericolosi, ma è un pericolo artificiale, costruito dall’uomo, per appropriarsi «del mondo e dei suoi contenuti»[3]. Come capita spesso, la letteratura anticipa alcune conclusioni fatte più tardi da geografi, sociologi e antropologi: il confine è una costruzione culturale che in natura, ovviamente, non esiste. La sua linearità è strettamente legata alla formazione dello Stato moderno e acquisisce un ulteriore significato nell’Ottocento, quando si cercò di stabilire non solo i limiti dello Stato ma anche quelli della nazione, che avrebbero dovuto possibilmente coincidere. Lo Stato nazionale è anch’esso una costruzione culturale, frutto dell’età romantica, ma si dovette spesso scontrare con un passato che tornava prepotente a imporre i propri diritti. Ne è un bell’esempio la lettera di Francesco Avesani, un protagonista della rivoluzione veneziana del 1848. Nel 1860, dopo la delusione dell’armistizio di Villafranca, che aveva fermato l’esercito franco piemontese sul Mincio, lasciando il Veneto ancora in mano austriaca, egli fu incaricato di sondare il governo inglese per trovare una soluzione diplomatica alla questione nazionale italiana. Dopo un colloquio riservato con il primo ministro Palmestron, scrisse a un amico:
«Egli mi assicurò che farà tutto quello che potrà ma l’imperatore d’Austria, egli disse, è ostinato e si trova difficoltà nei confini del Tirolo, quali erano al tempo veneto. Io gli assicurai che al contrario i confini erano cattivi per la Repubblica veneta, poiché in una delle paci tra essa e la Francia fu pattuito l’uti possidetis, e siccome le truppe venete e tedesche si trovavano disseminate qua e là, così il territorio veneto si trovò al di qua e al di là dell’austriaco, in luogo di una buona linea di confine»[4].
Al di là delle inesattezze storiche, conta rimarcare che a più di sessant’anni dalla caduta della Repubblica i suoi vecchi confini erano ancora determinanti per rivendicare quelli nazionali della nuova Italia; non erano però confini lineari e dunque giudicati «cattivi» da quel patriota, poiché il principio dell’uti possidetis, sancito dalla pace di Bologna del 1530, che pose allora fine alle guerre d’Italia, aveva creato quelle enclaves di cui il conte di Grosevenor non si accorse neppure e che invece un secolo dopo tanto pesavano a quel patriota veneziano.
Prima che giuridico, il concetto di confine è antropologico. Infatti, esso assume «un ruolo decisivo nella costruzione simbolica delle comunità», perché dà ai soggetti «la capacità di fornire significato e questo ruolo è decisivo sia per le identità individuali che per quelle collettive». Come accade anche in etologia, solo marcando lo spazio riesco a riconoscere il mio territorio e a farlo riconoscere dagli altri quale mio. Perciò, come succede spesso ai simboli politici, il confine riesce a concentrare nello stesso elemento significati non solo eterogenei ma anche alternativi, arbitrarietà e violenza ma anche ordine e rassicurazione; allo stesso tempo, unione e divisione profonda; criterio di giustizia ma anche fonte inspiegabile d’ingiustizia. Tale ambivalenza era ben riconoscibile nel limite più famoso di tutto il Novecento, il muro di Berlino, diventato non solo un segno di demarcazione spaziale ma anche ideologica. A seconda di dove uno si trovasse, al di qua o al di là della “cortina di ferro”, quel manufatto era «diventato motivo di dolore e di sofferenza, certo, ma in qualche modo anche paradossale e rassicurante certezza»[5].
I confini internazionali pongono seri problemi anche sul piano etico; «essi sono causa di conflitto e una ragione per la pace. Stabiliscono ordine e conducono al disordine. Forniscono una protezione e un’arma. Includono ed escludono. Definiscono e dividono. Sono reali e immaginati». Tutto ciò richiede distinzione e la distinzione si traduce il più delle volte nello spazio. Uno dei più celebri scrittori italiani di frontiera ha ben sottolineato come essa sia «duplice, ambigua; talora è un ponte per incontrare l’altro, talora una barriera per respingerlo»; e ancora «ogni confine ha a che fare con l’insicurezza e col bisogno di una sicurezza»[6]; e il bisogno di sicurezza è proprio uno dei motivi che spinse la Repubblica nel secondo Settecento a rendere manifesto con termini condivisi il limite del proprio territorio e l’inizio di quello della grande potenza imperiale asburgica. Nell’ambito del diritto pubblico, «la fissazione dei confini» presuppone la pace, com’è accaduto fin dalle guerre dell’età antica. Dove si stabiliscono confini, «l’avversario non viene semplicemente distrutto; anzi, anche se il vincitore dispone della massima superiorità, gli vengono riconosciuti certi diritti: e cioè, in modo ambiguo, pari diritti: è la stessa linea che non deve essere superata dai due contraenti»[7]. E va ricordato che rex, etimologicamente, è colui che traccia i confini, dando a essi un carattere sacro, e nello stesso tempo colui che stabilisce ciò che è retto e giusto. La cultura romana è quella del limes, delle vie rette, dei reticolati, del cardo e del decumano, dell’ordine deciso da un imperatore che è anche un dio in terra.
Come ha fatto Romolo sul Campidoglio, lo Stato romano si realizzò con la chiusura del territorio su cui sorse, anche se il processo fu molto lungo. Ponendo fine all’età classica, le invasioni dei popoli del Nord distrussero anche il concetto di limes e gli stessi limiti lineari costituivi del dominio di Roma. Al loro posto, a partire dal IX secolo, in tutta l’Europa medievale si estero le marche, delle zone di contatto fra diverse entità territoriali, molto permeabili, con debolissime capacità di distinzione; esse identificavano delle aree estreme, i contorni incerti degli imperi come nella omonima regione italiana, allora limite meridionale dell’impero carolingio prima del mondo bizantino; ma la stessa Ancona, con il suo orientale san Ciriaco dimostra la permeabilità tra i due mondi, specie lungo le coste adriatiche. Insomma, nel medio evo, alla linea retta subentrò la curva, più sinuosa e flessibile.
Gli storici francesi hanno sottolineato l’importanza della lotta condotta dalla Chiesa medievale contro il carattere divino che ancora rivestiva la persona dei re, ritenuti dal popolo agire come membri della Chiesa stessa e ancora dotati di poteri soprannaturali, taumaturgici. Tale opinione comune aveva sempre trovato l’opposizione degli ambienti ecclesiastici. Nel secolo XI, i gregoriani la combatterono «con il più duro e chiaroveggente vigore in nome di quella distinzione tra lo spirituale e il temporale» che è stata una delle grandi innovazioni del cristianesimo. D’altronde, ci ricorda Bloch, i seguaci di papa Gregorio VII «separavano tanto nettamente i due poteri solo per umiliare i padroni dei corpi davanti ai padroni delle anime; ma su questo punto ebbero scarso successo». Molti secoli dovettero passare prima che agli occhi dei popoli le monarchie fossero ricondotte alle loro mansioni di «potenze modestamente umane». Nel pullulare di dominazioni, caratteristico del mondo feudale, le monarchie costituivano dei poteri sui generis, non solo superiori a tutti gli altri, ma anche con un ordine diverso. Mentre le potenze feudali erano agglomerati di diritti diversi, impossibili da fissare su una carta, gli stati monarchici avevano quelle che legittimamente si possono chiamare frontiere; sia pure neppur esse rese manifeste sotto l’aspetto di linee tracciate con assoluta precisione, cosa contraria alla cultura del tempo. «L’occupazione del suolo ancora poco rigida non ne imponeva il bisogno. Per separare la Francia dall’Impero, nelle marche della Mosa – si chiede retoricamente il grande storico francese – non bastavano forse le boscaglie deserte delle Argonne? Insomma mentre per la terra al pari di un uomo era possibile avere più padroni, uno che ad esempio, esercitasse l’alta giustizia, un altro che vi possedesse servi, un terzo censi con la loro giurisdizione, un quarto la decima, era invece impossibile avere più di un re»[8]. Per tornare a parlare di confini stabili e precisi occorre attendere la nascita dei grandi stati monarchici.
Uno studioso americano ha individuato la nascita dei limiti territoriali come prodotto di confinazioni interne, quelle dei villaggi, e ciò, come vedremo, accadrà anche nella demarcazione settecentesca fra l’Impero e la Repubblica. Nei primi decenni del secolo XVII, nelle due monarchie di Spagna e Francia si discuteva dell’esatto sito dei «veri» Pirenei che avevano separato fin dall’antichità la Gallia dalle Spagne; e, dunque, della loro trasformazione in un vero e proprio confine lineare nazionale. Così, verso la metà del Seicento, gli emissari dei rispettivi sovrani iniziarono i lavori preparatori di quel Trattato dei Pirenei, conclusi nel 1659, che, oltre a porre fine allo stato di guerra tra Francia e Spagna, sancì la cessione formale del Rossiglione, a Nord della catena pirenaica, a Parigi; e condusse alla più complicata divisione della Cerdanya, una regione catalana storicamente legata al Rossiglione, ma che si estendeva soprattutto sul versante spagnolo. Per lo storico d’oltreoceano, è questo l’inizio della costruzione delle due monarchie come due veri e propri stati nazionali, delimitati da confini ben precisati, decisi dall’alto, dalle rispettive capitali. Così, gli abitanti della regione, pur continuando a essere catalani si ritrovarono divisi in sudditi del re di Francia e del re di Spagna, ma continuarono a usufruire dei loro pascoli come se ciò non fosse accaduto, spostandosi di qua e di là di quel nuovo limite artificiale, a seconda delle loro necessità[9].
3. CONFINI E FRONTIERE
È relativamente recente l’idea, politica e assieme giuridica, di frontiera lineare intesa come unica forma di manifestazione di un confine. Come pratica generalizzata essa trova la sua massima applicazione nel corso del secolo XIX, in concomitanza con la costruzione degli stati nazionali, opinione ormai diffusa fra gli studiosi, di cui la citata lettera di Francesco Avesani è un esempio. Questo concetto di frontiera lineare ha svuotato di senso storico il limite fra gli Stati, divenuto semplicemente la demarcazione di un territorio e della sua sovranità. I risvolti più drammatici di tale modo di operare apparentemente asettico si ebbero soprattutto nelle colonie durante l’età dell’imperialismo quando popolazioni un tempo unite furono separate da una linea tracciata su di una carta geografica[10].
Per il geografo, i confini di Stato sono soltanto una delle categorie di ordinamento spaziale, e se non lo si tiene presente si rischia di confondere due concetti diversi come quelli di confine e frontiera o, peggio, di dare alla sovranità un significato ideologico. Gli atlanti scolastici della fine del secolo XIX e d’inizio Novecento sono uno dei frutti avvelenati della concezione ideologica del confine propria del nazionalismo. Per dirla in breve, i termini territoriali sono di varia natura, esplicano funzioni diverse, agiscono in una pluralità di scale geografiche. Così in ambito geografico per cogliere l’esistente si è obbligati a ricorrere a un lessico che distingue fra confini (boundary) e frontiere (frontier) a cui oggi andrebbe aggiunto un altro lemma, borderland, che si potrebbe tradurre con «margine»[11].
Ora, pare che tra giuristi e geografi esista un certo consenso nel considerare il confine come una fascia di compenetrazione e promiscuità; e frontiera invece come una linea di separazione. Se accogliamo questa distinzione si può allora osservare che attorno alla metà del Settecento si passa in alcune parti d’Europa dai confini alle frontiere cancellando per quanto possibile le zone promiscue e in condominio e tracciando linee di netta demarcazione fra i territori degli Stati: «dove prima confinavano comunità ora si fronteggiano stati sovrani»[12]. Tuttavia, il passaggio non fu così pacifico: a volte rimasero accanto a quelli di Stato anche i limiti comunitari, soprattutto nell’arco alpino, a indicare, ad esempio, un pascolo dove i sudditi del principe confinante potevano comunque continuare a condurre liberamente i propri animali, seguendo antiche pratiche consuetudinarie. Insomma, qui l’antico regime continuava a convivere con il nuovo.
In realtà le cose sono più complesse. Ad esempio, nel suo celebre discorso del 1893, Turner descrisse la netta differenza tra una frontiera americana mobile e in continuo spostamento e una frontiera europea come «linea di confine fortificata che corre attraverso terre densamente abitate».
Un altro storico francese, Lucien Febvre, in un saggio del 1928, tracciò il percorso per cui frontiera è poi divenuto sinonimo di «limites», assorbendone il significato, pur mantenendo la propria connotazione militare di «ligne de front d’une troupe rangée en bataille, face a l’ennemi». Il momento di cesura era per lui da collocare dopo la rivoluzione francese; prima delle presa della Bastiglia, come si è già accennato, gli aristocratici, i letterati, i negozianti attraversavano le frontiere senza problemi. Esse, dunque, hanno un’origine sociale e non geografica[13].
L’osservazione del grande storico francese trova una conferma nelle pratiche di Cancelleria della Repubblica di Venezia. Nei decreti del Senato la parola «frontiera» non compare mai prima degli anni Novanta del Settecento. A quel che se ne sa, in ambito ufficiale, la prima volta fu usata da un decreto del Senato del 4 maggio 1793, relativo a una disputa fra Adria veneta e Ferrara pontificia per un fosso di scolo conteso. Una seconda volta fu adoperata in una scrittura dei Provveditori ai confini del 1° giugno 1794, quando era in discussione il limite con lo Stato pontificio lungo il Po di Goro[14]. Ma è in una circolare dei Provveditori ai confini Capello e Pisani del 3 ottobre 1796 che per la prima volta troviamo nello stesso testo le parole «confine» e «frontiera». Il momento era tragico per le sorti della Repubblica, gli eserciti francese e austriaco stavano combattendo nel territorio dello Stato marciano che la neutralità disarmata non era riuscito a difendere. A Venezia, si voleva sapere dai propri funzionari periferici quali fossero «le situazioni d’importanza occupate dalle estere milizie in prossimità del confine stesso, così entro come fuori della frontiera»[15]. In questa drammatica richiesta si contendevano due mondi: da un lato quello del confine fisso, sancito da laboriose trattative e geometriche misurazioni, quieto e pacifico e riconosciuto dai vicini; dall’altro l’avanzamento di una linea mobile, minacciosa, stabilita in modo unilaterale e prepotente, segnata dalla punta delle baionette.
Allora proprio un architetto, discendente professionale di quei periti e ingegneri protagonisti della stagione dei trattati, dà forse la distinzione più chiara fra i due lemmi. La frontiera è qualcosa in continua evoluzione, non è un dato certo e può cambiare all’interno o dall’esterno in qualsiasi momento, è instabile e questa incertezza si percepisce non solo a livello politico e spaziale, ma anche nella lingua, nelle abitudini e nei costumi di una società. Al contrario, stabilire un confine significa fondare uno spazio, definire un punto fermo da cui partire e a cui fare riferimento, fissare una linea certa e stabile fino a quando non si modificano profondamente le condizioni che l’hanno determinata[16].
I TERMINI NATURALI
Dopo un lungo percorso di ricerca, un altro storico transalpino ha messo bene in evidenza come l’adozione di confini lineari non sia stato un processo continuo e progressivo. Sino a buona parete dell’epoca moderna, le aree di confine del regno di Francia rispondevano a criteri di separazione territoriale rispetto ai possedimenti di altri potentati che, se non rifuggivano in via di principio al carattere della esatta determinazione, non facevano di questo criterio una regola. E del resto, il fatto che un confine non fosse lineare non vuol certo dire che non esistesse[17]. Così, un’osservazione più attenta alle realtà statuali di antico regime porta ancora una volta a spostare ad epoche più recenti l’ossessione di chiudere lo spazio politico dentro impenetrabili linee di separazione.
I giuristi vissuti a cavallo fra medio evo ed età moderna aiutano a capire cosa fosse allora un confine territoriale. Per loro non vi erano dubbi, si trattava di un elemento di divisione dello spazio. Ma uno di essi, Giovanni d’Andrea, nel momento in cui doveva descriverne le forme di manifestazione, avvertiva come solo in alcuni casi potevano essere le dimensioni lineari, mentre, assai spesso, erano altro, ossia, un fattore ambientale dotato di una sua consistenza: fiumi, laghi, mari, montagne, foreste, o un elemento del paesaggio, boschi, pascoli, coltivi e città. Occorre insistere nel ricordare che in quei secoli la vita degli uomini della montagna, del fiume o del bosco era determinata da tracciati di separazione che spesso avevano poco a che vedere con astratti criteri di divisione territoriale. Degli esempi di ciò, che illustreremo di seguito, si possono rinvenire nell’Altopiano dei Sette Comuni o lungo le valli del Natisone, presso Cividale del Friuli, per non parlare dei possedimenti della Repubblica in Levante, come i pascoli dei pastori morlacchi in Dalmazia, tra l’altro non a caso popolazione transumante eponima di un noto formaggio del Grappa. Ciò non toglie che i confini fossero anche zone di forte tensione, da stemperare con regole precise per evitare che degenerasse in conflitto. Quand’era necessario, un tracciato di confine poteva essere individuato valutando la fondatezza delle pretese dei contendenti. Secondo il giurista Ubaldo degli Ubaldi, un confine era tanto più giusto quanto più antico e perciò uno dei criteri per individuarlo era la memoria degli abitanti del luogo, la loro pratica dei siti. Per Giacomo Del Pozzo, era l’esercizio della iurisdictio uno dei modi più convincenti per misurare l’estensione dei possedimenti di ciascuno. Milizie di confine, gabellieri, ma anche forme rituali di esecuzione pubblica, come un rogo o una forca, servivano per marcare i propri confini e questo perché «limites territorii sunt limites iurisdictionis» e viceversa[18].
Rimaneva tuttavia da stabilire il modo con cui rendere manifeste le demarcazioni dei territori, se artificiale o naturale. Il primo consisteva nel dislocare cippi e termini lungo una linea prefissata, operazione costosa che comportava l’impiego di tecnici e di delegazioni miste per stabilire il percorso esatto e condiviso della linea territoriale; più comodo ed economico ricorrere al secondo, ossia, ai termini naturali. Va tenuto presente che in un contesto di antico regime la definizione di confine naturale non indicava un limite assegnato provvidenzialmente dalla natura a un popolo quale misura delle sue aspirazioni territoriali, come sarebbe accaduto dalla fine del secolo XVIII, quando, ad esempio, qualcuno vide nel Reno e nelle Alpi i confini naturali della Francia. Esso era piuttosto un elemento fisico dotato di una maggior visibilità e stabilità rispetto a una qualsiasi opera posta in essere dall’uomo e solo per questo detto «naturale». Nel linguaggio della Cancelleria veneta questo tipo di limite veniva chiamato «arcifine», per sottolinearne la maggior perfezione rispetto a un termine artificiale. Così, nel 1774, il Fosso Bergamasco che assieme al fiume Adda divideva il territorio della Repubblica dal Milanese austriaco, era stato indicato già da «antichissimo tempo dalla città di Bergamo per limite ed arcifinio del suo territorio»; e qualche anno dopo si apprezzava una linea territoriale che «viene ad essere nella sua massima estensione marcata da cime altissime di montagne e da fiumi e rivi che per essere li migliori termini divisori si chiamano da legisti arcifinj»[19].
Tuttavia, anche gli arcifini potevano essere causa di conflittualità, anzi, «nulla è più precario e artificioso dei confini naturali», persino nella montuosa Svizzera[20]. Essi non si differenziavano da quelli tracciati dall’uomo se non perché più visibili e più stabili e per questo ritenuti più sicuri. Però i fiumi potevano mutare di alveo e anche i laghi si sono mostrati nel tempo abbastanza irrequieti. Le regole divisorie dettate per tali confini, linea mediana di scorrimento di un fiume o dell’estensione lacustre, oppure la linea dello spartiacque per le montagne, avevano solo un valore indicativo e ammettevano numerose eccezioni, come vedremo nel caso di Falcade, nel Bellunese, che derivavano da un lento consolidarsi di prassi e abitudini.
LE ORIGINI DELLA CAMERA DEI CONFINI A VENEZIA
Per la Repubblica di Venezia, il problema dei confini assunse nuova valenza dopo la fine delle Guerre d’Italia. A lungo, si era demandata la soluzione delle questioni confinarie ai pubblici rappresentanti delle province o si era tollerato l’autonomo agire delle comunità locali, anche quando ricorrevano a vie di fatto; ma questa tattica dilazionatoria non poteva più reggere di fronte alle ambizioni dell’Impero asburgico, della Spagna e della Chiesa della Controriforma, per rimanere ai soli confini dello Stato da Terra. Perciò, nel 1564, il Maggior Consiglio elesse due senatori come «Provveditori sopra i confini», con il compito di esaminare tutti gli incartamenti relativi alle materie confinarie e di proporre ai Savi del Collegio «quelle provisioni che li pareranno necessarie». Erano dunque una sorta di magistratura consultiva che doveva suggerire ai Savi i metodi ritenuti più consoni alla soluzione delle questioni che via via venivano portate alla loro attenzione, per essere poi presentate ai Pregadi (senatori) per l’approvazione definitiva. Dunque, la potestà deliberativa sui confini era prerogativa del Senato ai cui segretari continuavano a pervenire sia le lettere dei pubblici rappresentanti, sia i dispacci dei ministri presso le corti estere. I due provveditori avevano solo una facoltà consultiva, comunque gravosa, tanto che potevano servirsi di un segretario e di un coadiutore per assolvere ai loro compiti; e fu messo a loro disposizione un luogo dove conservare carte, disegni e scritture, una volta «poste in un libro e alfabetate», affinché «con facilità si possino veder le ragioni della Signoria Nostra», appunto, l’ambiente della Secreta in Palazzo Ducale detto la Camera dei confini[21]. In pratica, a Venezia si costituì una sorta di ufficio centrale dei confini, una sorta di supporto tecnico ai commissari straordinari eletti quando vi era necessità di incontrare plenipotenziari esteri per cercare di stabilire concordati. Quando però la situazione internazionale volgeva verso la pace o, al contrario, era così aspra da rendere impraticabile qualsiasi trattativa, veniva meno la tensione che aveva portato a istituire i Provveditori ai confini e così, per anni, nessun senatore fu più eletto a quella carica[22].
Tra Cinquecento e Seicento, la Camera dei confini ebbe un carattere meramente archivistico e tecnico. Per il disbrigo degli affari più delicati, il Senato continuò a servirsi di commissari straordinari che si potevano avvalere dell’operato dei provveditori ai confini delle varie province suddite. Con procedure diverse a seconda delle città del dominio, tale carica era assegnata dal Senato a un nobile di Consiglio, suddito fedele della Repubblica, che prestava la propria opera laddove era già attiva una camera dei confini, ossia a Vicenza, Verona, Bergamo, Brescia e Udine (che aveva competenze anche sul Cadore) dislocata nel palazzo del pubblico rappresentante. Nel 1604, furono istituite nuove camere a Crema e a Capodistria; in seguito ne avrebbero avuta una anche Rovigo, Belluno, Feltre e, nel Settecento, Zara[23].
Nel 1619, conclusa la guerra di Gradisca, dopo tanti anni, il Senato tornò a preoccuparsi delle carte conservate in Secreta relative ai confini. Affidò il «carico e continuato buon indiricio delle scritture pertinenti a’ confini» a due Savi del Collegio, assistiti a tempo pieno da un segretario di Cancelleria. Essi avrebbero dovuto garantire la «buona regolazione» delle scritture e farne un diligente inventario «perché si possino sempre facilmente ritrovar li negozi separati e distinti»; insomma, l’ufficio era ancora un organo archivistico e tecnico che poteva avvalersi dei consultori più esperti e di personale ora stabile[24]. La nomina di due Savi all’ufficio dei confini era legata all’insorgere di emergenze e, dunque, ancora saltuaria. Unica differenza rispetto alla gestione cinquecentesca era la permanenza continuativa nell’ufficio di un segretario per curare l’amministrazione ordinaria. Di fatto, si delegò ancora ai provveditori ai confini delle province e ai capi delle comunità di villaggio, la parte più fastidiosa della materia, la soluzione delle micro conflittualità locali.
Il compito dei nobili di Consiglio delegati alla sorveglianza del confine era delicato e soprattutto di rango, poiché rappresentavano pur sempre la Repubblica dinnanzi ai funzionari stranieri con cui venivano a corrispondere. Perciò, a titolo onorifico, a cominciare da quello di Bergamo, fu deliberata per loro la concessione di portare armi[25]. Col tempo, il ruolo di questi nobili sudditi diventò insostituibile e non si poteva lasciare al caso la loro nomina. Così, nel 1657, approfittando della vacanza del provveditore ai confini di Crema, si deliberò in via definitiva il modo della loro elezione così da ridurne il più possibile la vacanza. I candidati dovevano essere «soggetti che per nobiltà di sangue, virtù e isperienza possino intieramente accompliere a pubblico merito». Li nominava il Senato, scegliendoli fra una rosa di candidati proposta dai nobili di Consiglio ai pubblici rappresentanti che la inviava poi ai Pregadi[26]. La carica era di fatto vitalizia e si poteva lasciare solo quando l’età avanzata o una salute malferma impedivano di sopportare un incarico così gravoso. E di solito, rimaneva appannaggio della stessa famiglia, poiché l’esperienza dei fatti e la pratica dei luoghi tramandate di padre in figlio erano decisive per rendere un buon servizio alla Repubblica.
IL SOPRAINTENDENTE ALLA CAMERA DEI CONFINI
Nel 1676, per dare un ordine definitivo alla materia confinaria, il Senato decretò l’elezione di un «Provveditor sopraintendente alla camera dei confini», che doveva rimanere in carica tre anni. Sue particolari incombenze sarebbero state quelle di «assistere o sopraintendere alla Camera de’ confini», rivedendone e regolandone le scritture; di farsi inviare dagli uffici delle città suddite tutte le carte concernenti la confinazione che mancassero a Venezia; e di reperire in Secreta tutto ciò che si era deliberato in merito «o con lettere a’ rappresentanti o con pubblici decreti». Avrebbe facilitato la consultazione dei documenti una nuova rubrica compilata dal segretario del Senato, già distaccato in Camera, con l’aiuto anche dei «dottori nostri» e di alcuni notai della Cancelleria[27]. Forse, per distinguerlo da quelli delle province suddite, il provveditore veneziano fu designato come Sopraintendente e il primo a essere eletto fu Battista Nani, savio di notevole esperienza, poiché, fra l’altro, era già stato commissario ai confini in Dalmazia, dove aveva continuato le trattative con i turchi dopo la perdita di Candia, solo parzialmente compensata dall’acquisto in Dalmazia della Morlacchia[28]. Tuttavia, la carica era ancora saltuaria e dopo la morte del procuratore Nani, si attese circa un ventennio per eleggerne un altro, con la fine della Prima guerra di Morea, nel 1699, nella persona di Girolamo Venier, per far fronte alle «presenti congionture»[29].
Nel 1702, gli elogi del Senato al Sopraintendente, lodato soprattutto per l’efficace riordino delle carte del commissariato straordinario in Dalmazia, che indicavano «l’ultima posizione de’ confini» fra lo Stato veneto e l’Impero ottomano, provavano quanto dipendesse dall’incerto esito della guerra e dunque da una causa contingente il rinnovato interesse per la materia confinaria. In quell’occasione, Girolamo Venier aveva presentato una scrittura con una breve storia dell’ufficio della Camera dei confini, dove ricordava come per «antica istituzione essa fu eretta», perché «servir dovesse d’archivio alle più importanti scritture e dissegni», a custodia di una così «preziosa raccolta»[30]. Da un triennio il Sopraintendente si era dato «col fervore della divota applicazione» ad eseguire gli ordini del Senato, ma la Camera era rimasta «per corso di molti e molti anni senza sopraintendenza alcuna», vent’anni, come si è visto, e tutto era involto nel caos. Le scritture erano «confuse, lacere, corrose. L’incuria del tempo, le piogge penetrate con danno rilevante avevano trionfato dell’intenzione pubblica e posto scritture e dissegni poco meno che fuori d’ogni uso». Si era tuttavia posto rimedio e la Camera aveva ripreso la «figura di comodo e decoroso ricetto». L’opera del sopraintendente si era rivolta soprattutto al riordino delle carte relative a Capodistria, Raspo, Brescia, Bergamo e Crema grazie alla diligenza di quei pubblici rappresentanti e di quei provveditori ai confini che avevano trasmesso «lumi, scritture, rubriche». Poi, si erano riuniti «i processi autentici» relativi al triplo confine tra la Repubblica e gli imperi asburgico e ottomano. Si sarebbe anche completata la raccolta dei disegni e degli articoli «concernenti la posizione de’ confini dopo l’ultima pace», quella di Carlowitz, se non fosse venuto a mancare chi aveva l’incombenza di riparare e copiare i disegni. Perciò, Girolamo Venier chiese di prolungare di un anno il suo mandato così da portare a termine l’opera di riordino, sopperendo così all’infausta morte del suo sottoposto. Il Senato fece di più e non designò un suo successore fino al 1710[31].
Nel secolo XVIII, quello di Sopraintendente alla Camera dei confini divenne finalmente un ufficio stabile e la consuetudine aveva fissato i requisiti richiesti al nobile delegato: questi doveva essere un senatore fra i più influenti, di esperienza internazionale, già ambasciatore presso una delle corti estere, a volte già procuratore di San Marco. Proprio per dare continuità al suo operato gli era concesso di assumere in contemporanea anche altri incarichi, così da non essere costretto a lasciare la Camera per assolverli; del resto, nella prima metà del secolo, fu invitato ad occuparsi solo delle questioni più importanti, mentre l’ordinaria amministrazione era delegata ai segretari e ai consultori. Un esempio illustre del cursus honorum richiesto è del sopraintendente Carlo Ruzzini, già ambasciatore e plenipotenziario veneto a Carlowitz e poi designato a rappresentare la Repubblica anche a Passarowitz dopo la Seconda guerra di Morea; egli sarebbe rimasto a dirigere l’ufficio dei confini fino alla sua elezione al dogado avvenuta nel 1732[32]. I nuovi sopraintendenti avevano ancora un ruolo consultivo, ma, dato il loro rango, difficilmente un loro parere poteva essere ignorato dai Pregadi. Essi infatti erano chiamati a produrre delle scritture con i loro «sentimenti» sulle vertenze fra le più significative, che si fondavano sulle ricerche d’archivio dei loro collaboratori se non di loro stessi. Data la sua importanza sempre crescente, la carica di Sopraintendente pur rimanendo in teoria triennale, nella pratica, diventò quasi vitalizia tant’è che, divenuto doge, a Ruzzini succedette Giovanni Emo, già bailo a Costantinopoli, che rimase a sopraintendere la Camera fino alla sua morte, avvenuta nel 1760. Fu questo patrizio che sostenne più a lungo l’impiego e che affrontò casi spinosi come la rottura delle relazioni con la Santa Sede a seguito della fine del Patriarcato di Aquileia e la stagione dei trattati con la Casa d’Asburgo.
LA STAGIONE DEI TRATTATI
Durante il Settecento, lo si è detto, in tutta Europa, era in corso un processo di sistemazione dei confini dello Stato, che tendeva a uscire dall’occasione contingente propria ancora del secolo XVII, quando invece porzioni di territorio erano delimitate dai Principi solo in seguito all’insorgere di conflitti, compresa come si è visto, la più famosa delle conterminazioni, quella dei Pirenei. Ad esempio, per la Svizzera, nel 1754, il Trattato di Torino fissò la linea territoriale fra il Regno di Sardegna e Ginevra e in questa circostanza, schiere di geometri e agrimensori percorsero le zone di confine per convocare delegazioni in contraddittorio, posare cippi, misurare distanze, verbalizzare descrizioni di linee divisorie, disegnare mappe, registrare le condizioni della proprietà fondiaria[33]. Anche la successione dei trattati francesi ebbe un’accelerazione dopo il 1760, anno in cui fu stipulata a Torino la convenzione che regolava la linea divisoria tra il Regno di Francia e la Savoia, faticoso lavoro reso possibile dalla neutralità sarda durante la Guerra dei sette anni. Un importante apparato di carte geografiche e mappe, vero catasto frontaliero, accompagnava i testi delle convenzioni. Tutto era descritto precisamente, sia che si trattasse di antichi confini rimessi in sesto, sia che fossero del tutto nuovi. I commissari incaricati della delimitazione agivano già distinguendo l’atto di giurisdizione e l’atto di esecuzione e demarcazione, per usare il linguaggio dei giuristi del XX secolo. Insomma, nel Settecento, il ricorso ai limiti per definire gli stati fu sistematico[34].
In Italia, dopo il 1748, si aprì un lungo periodo di stabilità e di pace che permise agli Stati della Penisola di spostare l’attenzione di governo verso i problemi interni. Uno di questi, e non il più secondario, era quello dei limiti territoriali. Era infatti sempre più sentita l’esigenza di delimitare una volta per tutte le rispettive giurisdizioni, avendo compreso che da allora in poi le nuove linee sarebbero durate a lungo. L’esempio più conosciuto è quello del fiume Ticino, nuovo confine stabilito ad Aquisgrana fra i domini della Casa d’Austria e il regno di Sardegna, «un piccolo capolavoro dell’antico regime», portato a conclusione per parte imperiale dal plenipotenziario Cristiani, funzionario di rango che avrebbe avuto in seguito un ruolo decisivo anche durante i congressi volti a stabilire i confini del Tirolo, del Milanese e del ducato di Mantova con la Repubblica di Venezia[35]. Sull’onda di questi successi, il commissario austriaco riuscì a condurre in porto negoziati anche con il duca di Modena e lo Stato della Chiesa[36], oltre a quello già citato con i Cantoni elvetici. Gli scopi principali dei Trattati erano rivolti a proteggersi dai banditi, a limitare il contrabbando e a favorire il commercio. Probabilmente il conte Beltrame Cristiani divenne uno dei massimi esperti europei nel campo della confinazione e pare sia stato incaricato dall’imperatrice di occuparsi anche della frontiera orientale dell’Impero[37].
Dunque, nel Settecento, le liti di confine assunsero un carattere di rilevanza pubblica, abbandonando quello prevalentemente locale che avevano avuto in precedenza. Si trattava anche di una conseguenza del progressivo imporsi della struttura statale moderna sulle autonomie locali compresa l’Italia. Ad esempio, nel caso piemontese, quel Governo tenne un diverso atteggiamento nelle controversie confinarie con la Repubblica di Genova rimaste ancora aperte dopo il trattato del 1735, sostituendo l’azione diplomatica alle operazioni militari; e lo stesso fece per risolvere le questioni con l’elvetica Repubblica di Ginevra, dovute alla «frammentarietà giurisdizionale del territorio conteso» che duravano dai tempi della riforma calvinista[38]. Così, sempre più di frequente, si ispezionavano confini e si piantavano nuovi termini. Oppure, com’era accaduto in Toscana già alla fine del Seicento, grazie alle visite d’ingegneri e funzionari centrali, si dava valenza di confine di Stato a termini che prima designavano solo la demarcazione fra comunità[39]. Si stava per giungere dunque a «una nuova stagione dei confini»; anche se le dispute rimanevano sostanzialmente quelle fra comunità, la questione territoriale acquistava un’importanza sempre crescente e sollecitava prassi di conciliazione più «tecniche», di cui poteva disporre solo l’apparato statale[40]. Con i suoi Sopraintendenti ai confini, anche la Repubblica di Venezia partecipò a questo movimento generale europeo di regolazione dei confini, la cui opera costituì certamente un tassello importante di questa storia dello spazio che si stava trasformando in territorio, «de cette minutieuse préoccupation territoriale».
UN CONFINE AMBULANTE
Il primo trattato stipulato dalla Repubblica durante questa nuova stagione europea degli accordi fra stati limitrofi, volta a prevenire i conflitti anziché concluderli, fu siglato nel 1749, con la Santa Sede, relativamente ai loro confini lungo il ramo del Po, un tempo detto di Ariano e poi, come oggi, di Goro. Fu importante e di lunga durata poiché proprio in seguito a tale accordo quel ramo deltizio separa oggi le regioni italiane del Veneto e dell’Emilia Romagna.
La lunga vertenza fra Venezia e Roma aveva un’importante implicazione commerciale, poiché per quella foce contesa transitavano i traffici provenienti dall’Adriatico e diretti verso la Lombardia tramite il corso del Po. Discutere della foce di Goro significava anche sollevare la questione della sovranità sull’Adriatico, rivendicata dalla Repubblica, questione complessa, che ebbe fra i protagonisti in campo il famoso frate servita Paolo Sarpi e che in questo saggio dedicato ai confini di terra non affronteremo. Ciò che invece qui interessa è un tipo particolare di confine, quello lungo un ramo deltizio di un grande fiume che pur essendo un confine naturale, nel senso sopra esposto, è in continuo movimento, non solo, ma con i suoi deposti alluvionali, strappa al mare spazi incrementando la terraferma. Tra la Repubblica e il Papa, fin dalla devoluzione del ducato di Ferrara si era aperto un conflitto annoso per la giurisdizione di quella foce e quindi di quelle «alluvioni» che aveva provocato momenti di acuta tensione soprattutto durante la seicentesca Guerra dei Trent’anni, quando fortini militari furono costruiti d’ambo le parti lungo quelle rive. Fu Benedetto XIV, papa riformatore, a volere la ripresa delle trattative con la Repubblica[41], ma, sospettava il sopraintendente Giovanni Emo, più che l’armonia del buon vicinare, il vero fine dei pontifici era di preservare i traffici commerciali lungo il Po. Per Emo, della confinazione, il punto «più speciale si è quello della riva sinistra di Goro alla quale s’attacca l’uso della navigazione»; era questo che stava particolarmente a cuore alla Santa Sede e ai suoi sudditi ferraresi, fin dal pontificato Corsini. Lo confermò un memoriale del nunzio pro tempore presentato al Senato, in cui scrisse che «la sua Corte riguardava la navigazione di Goro come la pupilla degli occhi, che la voleva certamente conservar libera, che la fu sempre della Santa Sede e che importava a tutti i Principi che hanno Stati nella Lombardia di mantenerla alla Santa Sede», ma mai la Repubblica volle «ammettere questione su di questo articolo»[42].
Dunque, per favorire la ricerca di un compromesso con papa Lambertini e togliere ogni sospetto di voler ostacolare i traffici commerciali dei ferraresi, il Senato accettò di rinunciare alla sovranità di una fascia d’incrementi di Po parallela alla riva sinistra del ramo di Goro. Là, doveva essere marcata la linea territoriale[43]. Fu la svolta che permise un’accelerazione delle trattative. In pratica, in cambio della piena sovranità sul Po di Goro, la Santa Sede rinunciò alle sue pretese sulle alluvioni prodotte dal Po dopo il taglio di Porto Viro, che, d’altronde, da più di un secolo, erano state ridotte a coltura o a pascolo dai proprietari veneziani.
Nell’aprile del 1748, prima di chiudere il congresso, per avere un quadro chiaro della situazione, il Senato inviò su quel lembo del Delta il famoso ingegnere Tommaso Temanza, assistito dal giovane e promettente Tommaso Scalfuroto, per la loro parte, tra i nuovi tecnici protagonisti di quel fenomeno di ridefinizione dello spazio europeo che i soli giuristi non erano in grado di eseguire. Loro compito era rinvenire un terreno «di conveniente altezza sopra le acque di Po e di molta sodezza», di continente che non fosse mare, così da potervi piantare i termini divisori fra i due stati senza correre il rischio d’ingenerare equivoci. Inutile rifarsi a vecchi disegni o a scritture di un tempo, il quadro ambientale era completamente mutato e il terreno che si trovava a mezzo fra il Po veneto e quello di Goro stava degenerando «in un cannedo che sempre si fa maggiore quanto più si avvicina alli vestigi dell’antica Canaletta dei Navigli», corso d’acqua che un tempo aveva marcato il confine, ma che ora era imbonito e assolutamente inadatto a ospitare termini territoriali, soggetto com’era ai continui incrementi alluvionali[44].
I fattori ambientali ritardarono la soluzione amichevole della vertenza sul delta del Po. Il nunzio o, meglio, il suo ingegnere, voleva tracciare la linea territoriale sopra uno scano dove sorgeva un fortino veneto. Ciò non era possibile, non solo perché si trattava di mare, secondo i veneziani, e in quanto tale escluso dalle trattative, ma soprattutto perché non era un suolo solido, destinato a durare nel tempo. Per togliere ogni dubbio, nel luglio del 1748, Temanza e Scalfuroto furono di nuovo inviati sul Delta in missione segreta e per non dare sospetti si «trattennero giorno e notte in una peota sulla bocca della Gnocca», altra foce deltizia. A pochi mesi dalla precedente ispezione, notarono come si fosse talmente imbonito il ramo del Po, allora detto dell’Oca, dove i pontifici volevano il confine, che era già «intransitabile anche da picciole barche». Scalfuroto vi si avventurò con gli stivali, ma tornò indietro «col piede quasi asciutto». Insomma, le torbide stavano congiungendo lo scano alla terraferma interrandone il canale divisorio.
Più che le ragioni dei veneti, furono gli incrementi di Po a convincere i pontifici a scegliere una linea territoriale solida anche se completamente nuova; ma rimaneva da stabilire il punto esatto d’inizio di quella linea, detta «ambulante», che in quel momento ancora non esisteva ma che si sarebbe dovuta tracciare sulle future alluvioni, in continuazione di quella che si andrà a stabilire in terraferma, senza bisogno di ulteriori congressi. Ossia, man mano che avanzavano le alluvioni in mare, doveva prolungarsi anche la linea territoriale che separava la giurisdizione dei due Principi, seguendo una direzione prestabilita. Perciò, neppure un mese dopo, l’ingegner Temanza fu suo malgrado invitato a eseguire un terzo sopralluogo perché occorreva essere certi del punto esatto dove finiva il continente e iniziava il mare. Allora, andava morendo anche il piccolo ramo deltizio dell’Oca che separava ancora di poco il continente dallo scano dov’era il fortino veneto. Il suo alveo era quasi tutto interrato e lungo le rive non vi erano che «vizze piane, basse, naturali, non coltivate di arbori, ma di palustri erbe e di sole cannucce ricolme»; e anche dove scorreva ancora, l’acqua era talmente bassa «che gli animali vi transitano liberamente». Perciò, il punto dove poteva terminare la linea territoriale sul continente e dove sarebbe iniziata quella «ambulante», distava circa 70 pertiche padovane (metri 150) da ciò che restava del piccolo alveo detto dell’Oca[45]. Il Senato intese vincolare il negoziato con la Santa Sede «al solo punto della protrazion della linea ambulante sul scano sin ove fosse terra erbosa, scoperta dalle acque, e sopra la quale vi si potesse camminare», linea che «dovrà sempre secondare l’andamento del fiume, trasportandola ove portasse la variazione dell’alveo». Insomma, il confine a partire dall’ultimo punto del «continente» doveva seguire l’andamento naturale del Po di Goro, ad una distanza di circa 150 metri, perfettamente parallela alla sua riva sinistra[46].
Alla fine, si arrivò all’accordo poiché entrambe le parti avevano fatto importanti concessioni; la Repubblica aveva rinunciato alla propria sovranità sopra una fascia, sia pur ristretta, di alluvioni limitrofa alla sponda sinistra del Po di Goro; la Santa Sede aveva acconsentito di escludere il mare e la libertà di navigazione dalla trattativa, accontentandosi di poterla praticare di fatto. Gli articoli principali del convenuto erano i due iniziali. Il primo stabiliva la linea di confine in terraferma, a partire da Corbola sul Po, una retta che tagliava in due l’isola di Ariano ed evidenziata da cinquanta termini in muratura. Il secondo definiva la linea «ambulante» che in futuro sarebbe continuata «sino a che vi è continente» e si sarebbe andata «protraendo sempre colla istessa distanza, secondo che si faranno incrementi di terra al continente», cosicché l’ultimo suo punto «termini sempre in terra all’ultimo punto del continente». Papa Benedetto accolse con «giubilo» la fine delle trattative. Egli bramava, «per il bene d’Italia, troppo afflitta da straniere potenze, che la concordia si mantenesse» tra Roma e Venezia, «senza la minima amarezza che le sturbasse»[47]. Tuttavia, questo rimase a lungo l’unico tratto della confinazione veneto pontificia evidenziato da condivisi termini territoriali, ma con la singolarità di prevedere una linea mobile, che, al momento delle ratifiche, era ancora inespressa, invisibile sul terreno ma già calcolata sulle mappe dai tecnici.
I TRATTATI CON L’AUSTRIA (1750-1757)
Ben altre preoccupazioni diede a Venezia l’impero asburgico dopo che lo Stato di Milano e il ducato di Mantova divennero entrambi possedimenti della Casa d’Austria. A parte un breve tratto del Bergamasco che confinava con lo Stato dei Grigioni, dal triplo confine sul fiume Tartaro, fra Verona, Mantova e Ferrara, fino all’Istria, tutto il territorio della Repubblica era chiuso dalla morsa imperiale. Data la presenza di un vicino così scomodo e potente, dopo la pace di Aquisgrana, fu interesse vitale del Senato evitare se possibile qualsiasi disputa confinaria, così da conseguire un amichevole vicinato con l’imperatrice Maria Teresa. Come si stava facendo in altre parti d’Italia, per dirimere le «molte e moleste insorgenze» ai confini dell’Istria, del Friuli, del Tirolo, della Lombardia e del Mantovano, si scelse la via dei congressi tenuti dai rispettivi plenipotenziari i cui auspicati accordi si sarebbero poi sottoposti alle ratifiche sovrane.
Il Senato elesse due commissari straordinari che si sarebbero suddivisi quella lunghissima confinazione: a uno, Giovanni Donà, toccò quella del Friuli e dell’Istria, all’altro, Pietro Correr, quella con il Mantovano, la Lombardia e il Tirolo; finalmente, il 10 marzo 1750, poté iniziare il loro lavoro che ebbe l’assistenza costante del soprintendente Emo e dell’ambasciatore veneto a Vienna, Andrea Tron[48]. Criteri di equità e giustizia dovevano ispirare quei lavori e grazie a essi gli incontri fra i rispettivi commissari furono subito fruttuosi. Decisiva fu la risoluzione di abbandonare l’esame delle vecchie carte, quando queste non fossero chiare, e non lo erano nella maggior parte dei casi, per seguire invece indicazioni pragmatiche legate al lungo possesso e alle consuetudini incontestate. Sul confine occidentale, i primi risultati si concretizzarono nei due trattati di Ostiglia, del 19 e del 20 aprile 1752. Uno delimitava i territori di Mantova e di Verona, l’altro doveva regolare l’uso delle acque del fiume Tartaro, fonte di innumerevoli controversie fra i contermini proprietari di risaie bisognose di abbandonati irrigazioni estive.
Ritornato dalla Corte parigina, nel 1752, Francesco Morosini[49] prese il posto del procuratore Correr designato ambasciatore della Repubblica a Vienna in sostituzione di Andrea Tron; il nuovo commissario si recò a Rovereto, per risolvere con il conte Cristiani una serie di dispute annose: quella fra un giurisdicente trentino e una comunità bresciana, poi, quella tra comunità del Cadore e della Pusteria per l’uso dei pascoli e infine quella relativa al castello di Covolo, enclave austriaca nel territorio vicentino. In quel Congresso, si decise quale doveva essere la linea territoriale fra l’alto veronese e i vicariati trentini che non diede soverchi problemi; non risultando esservene alcuna, si stabilì di farla correre «a norma dei possessi privati». Ossia, i confini delle proprietà dei singoli privati o dei comuni sarebbe diventati coincidenti con quelli dello Stato.
Nel 1753, sempre a Rovereto i commissari sottoscrissero un regolamento che sarebbe diventato il fondamento giuridico di tutta la successiva pratica dei confini. Con esso si fissarono i criteri con cui si dovevano applicare e interpretare i trattati; e soprattutto si regolarono le perlustrazioni, dette «visite», della linea territoriale, da svolgersi periodicamente, con il concorso dei rispettivi rappresentanti e ingegneri. Era questa una sorta di commissione mista a cui era affidato il compito di vigilare sull’esatta esecuzione di quanto convenuto e a cui avrebbero partecipato anche i rappresentanti delle comunità frontaliere per il tratto di loro pertinenza. Infatti, ogni villaggio di confine doveva nominare due soggetti istruiti e capaci per ispezionare annualmente la linea divisoria convenuta e per dare assistenza al provveditore veneto e al commissario imperiale durante le visite che si stabilì essere di cadenza biennale. I trattati avevano infatti addossato ai rispettivi Principi la spesa della collocazione dei termini della linea territoriale, ma le comunità limitrofe dovevano pensare alla loro manutenzione. In caso di «difetti o mancanze nelli termini», la commissione avrebbe provveduto al loro ripristino a spese delle comunità locali inadempienti.
La tutela fisica del confine era il compito principale della commissione mista ma non il solo. Infatti, il commissario austriaco e il provveditore veneto dovevano esaminare le eventuali denunce di violazione territoriale e risolvere le liti tra i frontalieri, stabilendo con giustizia ed equità le ragioni degli uni o degli altri; se concordi, potevano risolvere in loco le vertenze, senza ricorrere ad altri giudizi, comminando ai trasgressori le sanzioni previste dai trattati. Altrimenti, se in disaccordo, avrebbero avvisato i rettori delle province perché ne informassero i sovrani, attendendone le decisioni. Ci si aspettava però che i casi insoluti fossero eccezioni, mentre di norma le dispute andavano risolte con soddisfazione reciproca, poiché il compito delle commissioni miste era proprio quello di evitare il più possibile il coinvolgimento delle Cancellerie centrali in minute questioni periferiche.
Con le nuove regole confinarie furono in buona parte disinnescati i pericoli conseguenti alle violazioni territoriali più diffuse e che più avevano dato luogo a incidenti: l’invasione colposa o dolosa di animali al pascolo e la raccolta abusiva di legna. Basta campane a martello o tumulti e rappresaglie «come purtroppo praticato nel passato». Ora, entro quindici giorni, chi, individuo o comunità, ritenesse di aver subito un danno dai vicini, poteva sporgere denuncia al provveditore ai confini che avrebbe tentato un «componimento amichevole» con il collega austriaco e solo in caso di un loro mancato accordo i presunti danneggiati potevano rivolgersi ai rispettivi tribunali e capi di provincia. Lo stesso valeva per i sudditi esteri. Era questo l’aspetto innovativo più interessante entrato in vigore dopo i trattati. Ora, si potevano trattenere (si badi, trattenere, non sequestrare) alcuni animali o del legname al solo fine di identificare il presunto violatore della linea confinaria. Se la sua identità era certa, non si aveva diritto di trattenere nulla, se era ignota o dubbia si dovevano restituire animali o legname una volta accertata. Poi, sarebbero stati il commissario austriaco e il provveditore veneto a ricercare una soluzione amichevole, proponendo all’offeso «un equitativo e proporzionato risarcimento del danno sofferto»[50]. Tale espediente fu in un certo senso rivoluzionario e difatti incontrò le resistenze dei tribunali locali, soprattutto di quelli imperiali, che si videro sottratte lucrose competenze.
Nel secondo e nel terzo congresso di Rovereto, si stabilirono definitivamente le linee territoriali che separavano il Tirolo dalle province venete di Brescia, Verona e Vicenza, rimanendo invece insoluta la questione relativa alla sovranità sulle acque del lago di Garda[51]. Poi, sempre con il conte Cristiani, il commissario Morosini ebbe un congresso a Vaprio, dove si pose «intiero fine al tanto celebre affare del Tartaro», si ratificarono i confini fra basso veronese e mantovano e si discusse della linea di demarcazione fra il distretto bresciano di Asola e, ancora, il mantovano; e infine si affrontò la spinosa questione del fiume Oglio. L’ultima fatica di Morosini si ebbe a Mantova, nel 1756, quando furono definiti i confini di Brescia con Castiglione mantovana, di Crema con Cremona, Lodi e la Giara d’Adda e di Bergamo con il cremonese[52]. Uno sforzo di riordinamento territoriale enorme e che, fatte le debite proporzioni, trovava pochi eguali nell’Europa del secondo Settecento.
Mentre gli appuntamenti di Rovereto e di Vaprio fissavano la linea di demarcazione della Repubblica con la Lombardia e il Tirolo, non stette con le mani in mano l’altro plenipotenziario veneto, Giovanni Donà, lungo i confini del Friuli e dell’Istria. Aveva portato con sé una delegazione di prim’ordine, il giureconsulto Stelio Mastraca, professore nello studio di Padova, l’ingegnere matematico Tommaso Temanza, il suo aiuto ingegnere Tommaso Scalfurlotto, entrambi li abbiamo già incontrati sul delta del Po; assieme a loro, affiancavano quel nobile veneto due ufficiali istruiti nelle lingue e nella matematica; qui infatti oltre al tedesco e al friulano, occorreva conoscere anche lo «schiavo», ossia lo sloveno. L’impiego di un personale così qualificato si giustificava con la difficoltà della missione, tanto erano aleatori i confini in quelle parti dello Stato veneto, complicati ancor più dalla presenza di numerose enclaves di qua e di là dell’Isonzo[53].
Il commissario veneto era un provetto diplomatico, eppure il primo anno di incontri non diede praticamente risultato alcuno, anzi, invece di rischiararsi, le questioni confinarie sembravano in quei luoghi diventare sempre più oscure. Colpa dei due rappresentanti austriaci che infilavano nella discussione cavilli e pretesti per evitare ogni accordo. La loro tattica ostruzionistica, basata sulla scrittura di numerosi promemoria che, addirittura, non inviavano neppure ai loro superiori, era rivolta a proteggere dei potentati locali che «da quei conflitti traevano vantaggio». Questa era una delle difficoltà cui si andava incontro nelle trattative con la corte di Vienna. Essa non seguiva mai direttamente le questioni, ma le delegava ai potentati territoriali; se non si ritrovavano funzionari onesti, come il conte Cristiani, il rischio era d’imbattersi in commissari che avevano più a cuore il favore dei loro protettori locali che la soluzione delle vertenze. Ci volle tutto l’impegno dell’ambasciatore Tron per convincere il ministro Ulfeld a sostituire i due commissari con un nuovo plenipotenziario, senza interessi in loco, il colonnello Ferdinando Filippo conte di Harsch[54]. Dopo questo avvicendamento, finalmente, i lavori poterono entrare nel vivo e, nel dicembre 1751, furono regolati per primi e con reciproca soddisfazione i confini fra Carnia e Carinzia, seguiti, due anni dopo, dalle convenzioni di Cormons e di Gorizia che individuarono le linee territoriali del basso Friuli. Grazie all’opera della delegazione veneta si ricostruì tutto un tessuto topografico prima assente se non ignoto, come, ad esempio, quello relativo alla confinazione di Grado, città suddita che grazie al lavoro instancabile degli ingegneri fu preservata al dominio veneto, cui era unita solo per via di mare.
Con il convenuto del 26 dicembre 1754, si conclusero felicemente anche i lavori in Istria. Si trattava ora di porre i termini lungo la linea stabilita, operazione affidata anche in questa parte della confinazione alla commissione mista assistita dai deputati delle varie comunità frontaliere e dagli ingegneri. Le fatiche di Giovanni Donà si protrassero fino al 1757, quando giunse a Venezia con una carico notevole di scritture e di disegni che andarono a riempire ulteriormente gli scaffali degli armadi della Camera dei confini[55]. Tutte le operazioni del commissariato in Friuli e in Istria furono seguite e consigliate dal sopraintendente Emo e, una volta concluse, da lui approvate. Egli invitò il Senato a dare le necessarie commissioni ai pubblici rappresentanti perché tenessero pronti ingegneri, provveditori e soldati per collocare i termini lungo la concordata linea territoriale; e suggerì d’istituire due sole camere dei confini delle province, una a Udine e l’altra a Capodistria, possibilmente presso i palazzi prefettizi dove conservare i «disegni e trattati ultimamente conclusi», assieme alle carte più antiche, «nonostante che più non occorra far uso di esse»[56].
LA RIFORMA DELLA CAMERA DEI CONFINI
Nel 1756, tornato dal suo lungo e faticoso commissariato, Francesco Morosini 2° presentò in Senato una lunga e densa relazione. Alla fine del suo resoconto, egli espresse alcune considerazioni utili per dare «una nuova pianta» alla materia confinale. A suo parere, innanzitutto, occorreva ridurre il lasso di tempo che intercorreva tra l’insorgere di emergenze ai confini e i decreti risolutivi del Senato. Infatti, in caso di abusi, ricevutane notizia dai capi dei villaggi, il locale provveditore ai confini doveva informare il pubblico rappresentante che, a sua volta, avvisava il Senato. Quindi i Pregadi sottoponevano il caso alla Camera dei confini, per averne il prescritto parere e, dopo che i Savi lo avevano discusso, finalmente, deliberavano e trasmettevano le commissioni con una ducale che ripercorreva a ritroso la trafila precedente. Ciò metteva in posizione di svantaggio i veneti rispetto agli esteri che avevano una catena di comando più veloce. E la mancata tempestività decisionale contribuiva non poco ad aggravare i problemi alla periferia dello Stato.
Morosini propose di trasformare l’ufficio della sopraintendenza da consultivo a deliberante, riservando al Senato solo gli affari maggiori. Così il responsabile della Camera avrebbe carteggiato direttamente coi pubblici rappresentanti e coi locali provveditori ai confini, abbreviando di molto l’iter decisionale. Poi, «riparati in tal guisa sul nascer loro i disordini», ne avrebbe informato i Pregadi. Perché la proposta risultasse efficace, occorreva dotare le cancellerie delle città suddite di personale esperto, in grado di carteggiare con regolarità e competenza con l’ufficio superiore veneziano. Dunque, ogni casa prefettizia doveva comprendere una camera separata e segreta da adibire alla custodia dei confini. La proposta dava un potere notevole al sopraintendente pro tempore e, se accolta, avrebbe costituito un’importante riforma costituzionale, perché quello dei confini sarebbe divenuto uno dei rari uffici in cui un singolo nobile, sia pure di alto rango, avrebbe avuto potere decisionale in questioni delicatissime. Forse, Morosini aveva in mente una sorta di ministero per gli affari esteri, sull’esempio di quelli esistenti nelle principali corti europee presso le quali aveva prestato la propria opera di ambasciatore, ma, com’era prevedibile, la sua proposta trovò l’opposizione del Senato che comunque lo nominò Sopraintendente dopo la morte del vecchio Emo, nel 1760, per essere però sostituito due anni dopo da Andrea Tron[57].
Reduce dall’ambasciata di Vienna, nonostante le ripetute elezioni a Savio grande, Tron scontò una sorta di contumacia nelle materie confinarie, avversato forse da chi considerava la sua politica troppo filo austriaca[58]. Preso possesso della Camera dei confini, mirò anzitutto a impadronirsi ulteriormente della materia studiando i vari incartamenti e cercando di dare ordine all’archivio. Per farlo, cosa irrituale, non si fece scrupolo di riferire nelle sue prime scritture di essersi servito di personale qualificato, il consultore Triffone Vrachien e il matematico Angelo Giuseppe Rossi: passi questi decisivi per costituire un efficiente ufficio tecnico. Approfittò di questi primi suoi «sentimenti», così erano definiti i pareri che il sopraintendente doveva sottoporre ai Savi, anche per esporre il proprio programma che non si discostava di molto da quello del suo predecessore. Tron si propose innanzitutto di difendere gli accordi faticosamente raggiunti con l’imperatrice, di «far valere in faccia agli esteri la costante pubblica massima della perfetta esecuzione dei trattati» e di comandare ai sudditi la loro «pontuale esecuzione». Nel caso d’incidenti, l’esperienza insegnava che le responsabilità erano quasi sempre da addebitarsi ai sudditi ora di uno ora dell’altro Stato che «ricusano una simile disciplina»[59]. Perciò, era controproducente portare all’attenzione dei sovrani, «sublimandolo», qualsiasi minimo e vile accidente che potesse accadere lungo la linea territoriale. Conveniva invece far esaminare sul posto il caso dalla commissione mista e dal suo personale qualificato e ripristinare se possibile subito la quiete, applicando le regole confinarie convenute, così da evitare malintesi e lunghe diatribe fra Principi amici. In questo modo, si sarebbero perseguiti sia gli interessi dello Stato che dei sudditi più poveri. Però occorreva rimanere vigili perché non bisognava nascondersi che contro la quiete ai confini operava in modo subdolo chi invece aveva tutto l’interesse a mantenere uno stato di conflittualità permanente per trarne vantaggio, come i potentati locali, i vecchi giusdicenti, gli usurpatori di pascoli e di acque irrigue.
Finché la Camera dei confini rimase un organo solo consultivo, oltre a dare consigli ragionevoli al Collegio, il Sopraintendente non poteva fare di più. Per prendere decisioni efficaci, serviva ben altro, abbisognava di un qualche potere deliberativo, come aveva proposto Morosini. Tuttavia, per introdurre una riforma che avrebbe avvicinato i poteri della Sopraintendenza a quelli di un effettivo magistrato, occorreva un evento eccezionale che intimorisse i Pregadi, convincendoli della necessità di un ufficio più autonomo e snello. L’occasione venne da un grave incidente di territorialità violata.
Separava la Repubblica di Venezia dal ducato di Mantova un piccolo fiume di risorgiva, il Tartaro, già confine a suo tempo fra la signoria scaligera e i Gonzaga, le cui acque, di scarso significato nel secolo XVI, quando fu confermato come limite territoriale, diventarono ambite dopo la diffusione della redditizia coltura del riso nelle limitrofe valli di entrambi gli Stati. Nel 1762, una perlustrazione confinale appurò che un nobile mantovano, il marchese Ferdinando Cavriani, aveva eretto uno sbarramento sul letto del fiume per deviarne l’acqua necessaria ai bisogni della propria risaia, rimasta in parte asciutta, contravvenendo ai trattati[60]. Ancora una volta, erano i fattori ambientali a rendere inservibili gli accordi già faticosamente raggiunti a Ostiglia nel 1752. Durante le annate di siccità, l’acqua del Tartaro e dei suoi piccoli affluenti non riusciva a soddisfare il bisogno di tutte le risaie, sia mantovane che veronesi, disposte lungo le sue rive. Invece di prendere atto di questo dato di fatto, i mantovani, le cui risaie erano dislocate più a valle, preferirono accusare i proprietari veronesi, le cui proprietà erano a monte, di aver introdotto nelle loro tenute più acqua del pattuito, fatto abusivo in parte vero ma non determinante. Il problema insoluto stava nell’avidità di tutti i proprietari che avevano destinato alla coltivazione del riso una superficie di terreno troppo vasta e che non si riusciva a irrigare completamente se l’estate era secca, come accadeva ogni tanto; e non sempre si poteva sperare in abbondanti precipitazioni.
La situazione precipitò prima nell’agosto e poi nel settembre del 1763, quando per due volte le milizie austriache sconfinarono in territorio veneto, umiliando la sovranità della Repubblica, e con la forza chiusero le bocche delle seriole che irrigavano le risaie veronesi, deviando l’acqua del Tartaro verso quelle mantovane del marchese Cavriani. I due episodi d’arme ebbero vasta eco, finanche nelle altre Corti italiane[61], a riprova di quali gravi impegni potessero derivare al Senato se non si risolvevano con i maneggi affari confinali così delicati, fino al punto di mettere a rischio la stessa politica di neutralità. Tron, convinto che, pur gravi, gli incidenti non avessero altra causa che l’avidità di quel notabile, ben ammanicato con il Governo di Milano, suggerì al Senato d’invitare la corte di Vienna a costituire un nuovo commissariato, essendosi dimostrato insufficiente quanto già convenuto in precedenza. La fiducia del sopraintendente nell’imperatrice e nel suo ministro, il principe di Kaunitz, fu ben riposta. Maria Teresa acconsentì ai nuovi appuntamenti tra rispettivi plenipotenziari per risolvere una volta per tutte la questione delle risaie di Ostiglia e proprio Tron fu designato commissario per la parte veneta. Si trattava di una novità irrituale, poiché mai in passato uno stesso soggetto aveva svolto contemporaneamente le funzioni di sopraintendente e di commissario, altro passo verso quella riforma della Camera da lui perseguita.
Gli appuntamenti della nuova Commissione si ebbero a Ostiglia e si protrassero per tutto il 1764. Per evitare nuovi infortuni, Tron non solo volle giungere a un accordo, ma volle anche verificarne l’applicazione sul campo, fissando una volta per tutte i regolamenti attuativi, cosa che era mancata un decennio prima e che aveva favorito infrazioni sia veronesi che mantovane; e ciò lo costrinse a un altro anno di lavori[62]. Tuttavia, per risolvere il caso, fu decisivo trovare un nuovo collettore d’acqua, individuato in un canale mantovano, detto Molinella, alimentato da una diramazione del fiume Mincio, che avrebbe irrigato le risaie del marchese Cavriani, il vero responsabile dei disordini, rendendo per lui meno urgente il rifornirsi d’acqua dal Tartaro. Al di là di qualche tenue sacrificio dei proprietari veneti, costretti a rinunciare a dei quadretti d’acqua, ciò che contava era evitare nuovi pretesti all’ingresso di truppe estere e, di conseguenza, nuove umiliazioni alla sovranità della Repubblica.
La politica di Tron ebbe successo. Ora si trattava di mettere a frutto il buon esito della vicenda. «La materia del Tartaro era di picciola importanza», espose al Collegio nel 1765, ritornato dagli appuntamenti di Ostiglia, poiché, alla fine, non si trattava che «di qualche interesse di pochi utenti», ma divenne di «massimo riflesso», apportando al Principato «grave disturbo col replicato ingresso di molte invasioni di truppe austriache». Dopo aver illustrato la storia della controversia e l’andamento delle trattative, si compiacque di ciò che per lui era il risultato più importante, il riconoscimento del «diritto di reciprocità», ossia, il diritto di uguaglianza fra le due parti. Perciò, una delegazione mista avrebbe ogni anno perlustrato il corso del fiume e dei suoi affluenti, compresi i canali in territorio mantovano, e punito chiunque contravvenisse alle regole distribuite in copia a stampa a ciascun utente e a tutti i massari dei villaggi frontalieri. Prima che la commissione si riunisse, ogni anno un ingegnere veneto doveva verificare il rispetto del convenuto, misurando la capacità d’acqua distribuita dalle bocche di presa sul Tartaro, così da evitare altri abusi per l’avvenire, che, di fatto, così eclatanti, non ci sarebbero più stati.
Nell’ultima parte della scrittura, Tron «consigliò» come evitare il ripetersi di tali incidenti. Innanzitutto, occorreva sveltire le procedure. Oltre al Senato, si poteva commettere al pubblico rappresentante di Verona di rendere inteso anche il Sopraintendente pro tempore «di qualunque carta, lettera o relazione, sia per parte degli esteri, sia per parte dei provveditori ai confini che giunga al medesimo». In questo modo, si sarebbe accorciata quella lunga e tortuosa catena decisionale già denunciata dal suo predecessore. Non si trattava di sottrarre poteri al Senato che rimaneva l’unico depositario della materia confinale, sarebbe stata una riforma troppo ardita; ma si voleva il Sopraintendente «informato del filo della serie dei fatti», così che egli potesse dare «con prontezza e precisione il suo parere», senza che succedessero ancora «gravi inconvenienti per la mancanza di sollecite risposte, come purtroppo l’esperienza ha fatto vedere ch’è succeduto ne’ tempi decorsi».
Tron chiudeva la sua scrittura lodando i suoi aiutanti. Non era solo un atto formale e dovuto al termine di una lunga e difficile missione, ma anche il rimarcare che materie così delicate dovevano essere seguite da personale tecnico qualificato. Per intervenire con efficacia in tali questioni non ci si poteva affidare a misure estemporanee, se non a discapito della sicurezza dello Stato e della sua politica di neutralità[63]. Forse, spaventato dai recenti drammatici trascorsi, il Senato non solo accolse in pieno le richieste di Tron, ma andò addirittura oltre. Commise sì al capitano di Verona d’informare il Sopraintendente «di ogni sopravvenienza» in materia di confinazione, ma estese l’ordine a tutti i pubblici rappresentanti della Terraferma e dell’Istria[64]. Così, il Sopraintendente poté ricevere direttamente le informazioni dai capi delle province, tenere carteggi con i provveditori ai confini e con gli ingegneri, scrivere a chiunque ritenesse più opportuno, avere contatti non solo in via riservata ma anche ufficiali con i ministri veneti presso le Corti estere, avere copia di tutto ciò che riguardasse anche solo marginalmente la confinazione. Si trattava di una rivoluzione per gli uffici veneziani, considerando anche il fatto che era un solo soggetto a dirigere l’Ufficio. In questo modo Tron diventò l’unico responsabile di questo ramo importante della politica estera. Qualsiasi atto riguardante la confinazione passava sul suo tavolo. Era scongiurato il pericolo di decisioni affrettate prese da un’assemblea di molte decine di nobili, sovreccitata da sottoposti che spesso enfatizzavano quanto accadeva ai limiti dello Stato per aumentare poi i propri meriti agli occhi del Principe, una volta tornata la quiete.
IL FUNZIONAMENTO DELLA CAMERA DEI CONFINI
Tra il 1762 e il 1786, la Camera dei confini fu retta dal sopraintendente Tron o da altri nobili di sua fiducia; anzi, per oltre un decennio, fu guidata da lui senza soluzione di continuità, fino al 1775, quando di nuovo la carica di Sopraintendente diventò triennale, e a lui si avvicendarono Girolamo Ascanio Giustinian e Alvise Contarini[65], che continuarono la sua politica di attenzione verso l’Austria, fino al 1786, quando la carica di Sopraintendente fu abrogata e si tornò a eleggere due Provveditori ai confini, riesumando vecchie parti cinquecentesche.
In quegli anni, l’impegno del Sopraintendente fu sempre più oneroso, il suo ufficio era divenuto una sorta di dicastero degli esteri dove si affrontavano le questioni più spinose, non solo relative ai confini, ma anche al nuovo sistema postale e alle convenzioni per il reciproco scambio dei rei con gli altri Principi. Si andavano così moltiplicando i casi in cui era necessario «consigliare» i Savi del Collegio, poiché ora con regolarità giungevano dalle province tutte le questioni relative alla pratica dei confini introdotta dai vari trattati con le corti di Vienna e di Roma. Si era consci della «fisica difficoltà di tenere dietro alla massa farraginosa di cose sempre più crescenti per le continue sopravvenienze», dovute spesso alla malizia dei confinanti che «rinserrati nel loro interesse dalle convenzioni, moltiplicano le industriose ricerche e le artifiziose querele». La disciplina confinale era diventata ampia, divisa in sezioni territoriali che occorreva padroneggiare; gli incartamenti da studiare erano voluminosi e il tempo a disposizione era limitato, perché proprio l’immediatezza delle risposte era il mezzo più efficace per evitare nuove querimonie. Dunque, per far fronte alle emergenze con la dovuta celerità, bisognava aumentare il personale e, difatti, al matematico Rossi fu affiancato un giovane di talento, che lavorava nella Camera a tempo pieno, con l’obbligo «di rendersi istruito degli antichi e recenti trattati e di tenere ordinate le carte dell’archivio»[66]. Priva com’era di un vero esercito, e costretta alla neutralità disarmata, era determinante per la sicurezza della Repubblica disporre di una Camera dei confini efficiente, i casi sul Tartaro l’avevano dimostrato.
Tutto il sistema messo a punto da Tron nei primi dieci anni della sua sopraintendenza si fondava su di un presupposto fondamentale: la giustizia e l’equità a cui la corte di Vienna non poteva venir meno senza scalfire il suo prestigio europeo e mettere in discussione l’equilibrio raggiunto dopo la Guerra dei Sette Anni. Se non si fossero offerti pretesti, un’annessione asburgica di territori sottoposti alla sovranità della Repubblica era improbabile se non impensabile. L’esperienza avuta durante la sua ambasciata a Vienna e la conoscenza personale dell’imperatrice e del suo valente ministro, il principe di Kaunitz, avevano convinto il politico veneziano che quella Corte non aveva alcun interesse a limitare l’indipendenza della Repubblica che, va ricordato, anche se ridotta rispetto a un tempo, disponeva pur sempre della più forte squadra navale dell’Adriatico, che proteggeva dalle incursioni dei pirati barbareschi anche i porti del litorale austriaco. Dunque, un’attenta gestione delle linee territoriali avrebbe salvaguardato l’integrità della Repubblica. Il caso veneto dimostra che la manifestazione del confine non fu solo un frutto delle nuove spinte nazionalistiche degli stati monarchici, ma, nel caso dei principati e delle repubbliche più piccoli, che si trovavano a confinare con una grande potenza, fu un’esigenza dovuta alla loro stessa tutela. In questo caso, il Principe più debole trovava una garanzia alla sua sopravvivenza da un’esatta e condivisa demarcazione del suo dominio, che lo metteva almeno giuridicamente al sicuro dalle prepotenze del vicino più forte.
Il sistema messo in piedi con fatica dalla Camera dei confini guidata da Tron ebbe un momento di crisi nei mesi successivi alla prima spartizione della Polonia, avvenuta nel 1772. Sembrava a molti senatori avversari del Sopraintendente che fosse una pia illusione confidare nell’equità di chi non aveva esitato a intaccare la sovranità di un’altra repubblica. Pochi mesi dopo i fatti polacchi, incidenti avvenuti in Dalmazia, nel dominio veneto, sembrarono confermare le ipotesi più pessimistiche. Col pretesto di un contagio, gli austriaci della Licca penetrarono nella Morlacchia veneta per piantare i loro caselli di sanità, senza smantellarli una volta cessate le emergenze epidemiche. La questione della linea territoriale era qui irrisolvibile su base documentale, perché i congressi di Carlowitz e Passarowitz non avevano stabilito cosa fosse la Dalmazia, ossia, quali fossero i suoi confini. In sostanza, gli austriaci sostenevano che la Morlacchia fosse croata, i veneti che fosse dalmata. Così, l’estate del 1773, trascorse fra mille timori, ma Tron rimase sempre convinto di riuscire a ottenere dalla corte di Vienna riscontri positivi: «ogni uomo prudente è qui tranquillo sugli affari della Dalmazia». Infatti, troppo diversa era la crisi morlacca dai fatti di Polonia[67]. Tron suggerì d’inviare sul posto due visitatori, uno per parte, con ampie facoltà deliberative, convinto che avrebbero trovato una soluzione condivisa. Infatti, «chi cerca titoli antichi, chi esamina carte vecchie con spirito di cercar vantaggi», come si faceva nel Seicento, quando tanti commissariati fallirono, e come alcuni in Senato vorrebbero si continuasse a fare, «non vuole il confine, ma vuole la discordia». Chi invece «prescinde dall’oscurità dei titoli» e guarda «i possessi fondati sopra titoli chiari» e «cerca l’equo e buono, vuole la quiete e la confinazione».
Tuttavia, nella primavera del 1774, altri incidenti sul confine morlacco riscaldarono gli animi dei senatori. Sia nelle scritture ufficiali sia, più liberamente, nelle sue lettere private, Tron continuava a non trovare «ragione perché la corte di Vienna proceder debba con tanta malafede e con così profonda dissimulazione, contraria affatto alle dichiarazione del principe di Kaunitz» che aveva invece confidato di essere favorevole a una soluzione amicale. Alcuni suoi colleghi in Senato, non volevano intendere che se Vienna avesse voluto sul serio annettersi la Morlacchia, non c’era rimedio, data la disparità delle forze in campo; ma se, «come è ragionevole», la crisi non era stata premeditata dalla Corte, ma era stata causata «da maneggi privati» o «dall’indole di quei comandanti», allora, la via del commissariato rimaneva l’unica percorribile con speranze di successo. L’interesse di Tron alla soluzione dell’affare morlacco diventò stringente perché ne andava della sua stessa carriera politica e del suo prestigio. Gli sconfinamenti in quella provincia della Dalmazia divennero il primo serio banco di prova per sperimentare i nuovi criteri pragmatici con cui agiva la Camera dei confini anche perché nuove violazioni territoriali senza la dovuta reazione rischiavano di dare all’affare pieghe pericolose. Ne parlavano gli oziosi nei caffè e i «ministri forestieri, alcuno dei quali ho ben ragione di credere che abbia comunicato le cose alla sua Corte in un modo non vero», evocando lo spettro «dell’esempio polacco». Tuttavia, il Sopraintendente rimase fermo nella proposta di un maneggio: «Io non so immaginarmi certamente come tutti gli altri affari della confinazione procedendo a dovere, questo solo apportar debba tanti imbarazzi e quasi pericoli».
Finalmente, nel maggio 1774, giunsero le prime buone notizie relative all’affare morlacco: le truppe austriache avevano ricevuto l’ordine di ritirarsi dal territorio veneto e il principe di Kaunitz aveva dato un assenso di massima alla richiesta di un congresso[68]. Tuttavia, la soluzione definitiva era ancora lontana. Di nuovo, incidenti erano avvenuti al confine, con sparatorie; di nuovo si erano verificate abduzioni e tagli abusivi di legname. E diventava sempre più difficile «salvare i due importanti oggetti della pubblica dignità e della prudenza». Tron invitò ancora a credere nelle «rette intenzioni» dell’imperatrice e di Kaunitz, «tendenti alla massima di ben vicinare in questa parte di confinazione come lo è in tutte le altre», nonostante fosse accaduto un altro grave incidente con scontri a fuoco[69]. Il provveditore generale in Dalmazia giunse al punto di chiedere l’invio di truppe, ma, realisticamente, Tron continuò a suggerire prudenza. Del resto, «le cose di fatto», se portate avanti, «alla fine rimandano sempre, devo dirlo con dispiacere ma con verità, in pregiudizio di quel Principe che ha forze minori». Dunque, meglio usare circospezione e tanto più ora che sembrava finalmente prossimo l’assenso di Vienna a un commissariato, «unico mezzo per conoscere la verità e togliere gli equivoci».
Il nodo inestricabile era quello dei confini di Stato. Tuttavia non era necessario arrivare a stabilire una linea territoriale per riportare la quiete fra quelle popolazioni. L’esperienza avuta in altre parti della confinazione aveva dimostrato che poteva essere sufficiente accordarsi su di una semplice delimitazione dei pascoli, lasciando intatte le rivendicazioni territoriali di ciascun Principe; e per deciderla non occorrevano commissari di alto rango ma era sufficiente delegare la soluzione agli ufficiali «in faccia ai luoghi», senza impegnare troppo le rispettive Cancellerie. La proposta della Camera dei confini, istituire un congresso per discutere solo dei pascoli, lasciando da parte la linea territoriale, fu quella vincente. Infatti, non ci sarebbero state difficoltà tra le due Corti a trovare un accordo che riportasse i rispettivi sudditi a contenersi nelle loro azioni di fatto. Questo fu lo stratagemma usato per evitare che il congresso s’impantanasse in questioni di sovranità territoriale, poiché nessuno dei due Principi avrebbe rinunciato facilmente alle proprie pretese. La duttilità della pratica dei confini diede i suoi frutti anche in quelle parti remote dello Stato. Nel 1775, a Novegradi (Novigrad), fu siglato un accordo che fissava il limite dei pascoli fra i pastori liccani e quelli morlacchi reso manifesto dal posizionamento dei termini. Pur non essendo una linea di demarcazione fra stati, comunque una commissione mista l’avrebbe perlustrata periodicamente per verificare il rispetto del convenuto.
Le «visite» lungo le linee territoriali erano divenute lo strumento più importante di tutta la politica confinaria della Repubblica. I provveditori delle province, gli ingegneri e il personale di cancelleria avevano ormai definitivamente sostituito militari di professione e giureconsulti. Le fonti del diritto relativo ai confini erano i recenti trattati e le mappe allegate. Nel 1777, eletto sopraintendente per la seconda volta, ripreso il possesso della sua Camera, Tron si compiacque dei risultati positivi ottenuti grazie a quelle periodiche ispezioni. In Istria, «la poca importanza» delle cose scoperte degne di osservazione «comprovano ed evidenziano l’ottimo sistema in cui stabilita si trova la materia confinaria in quella parte». Anche lungo i confini veronesi regnava «armonia e quiete»; e lungo le rive del Tartaro, nonostante «la strana siccità dell’anno corrente», tutto funzionava a dovere. Poi, «gratissimi riscontri» erano giunti dai visitatori vicentini, sia per «l’inalterabilità della linea confinale», sia per la pace esistente fra quei popoli. Persino «la confinazione austro veneta della Morlacca, che negli anni scorsi costò tanti pensieri ed imbarazzi», ora si trovava «sistemata nel modo più regolato e tranquillo». Perciò, «quanto utile e provvida sia l’istituzione delle visite confinali che di due anni in due anni si fanno fra le provincie venete e austriache, ben si ravvisa dalle relazioni delle visite stesse che annunziano in ogni parte il buon ordine e la quiete fra le popolazioni limitrofe»[70]. Con malcelata soddisfazione, in faccia ai Savi, Tron ostentò il successo della sua politica di attenzione verso l’Austria. I pretesti per nuove azioni di forza erano per ora scongiurati, persino in Dalmazia. Certo, non potevano mancare problemi in una linea così lunga e aspra che correva fin sopra le cime innevate di monti inaccessibili e lungo le rive di fiumi dal corso instabile e impetuoso, ma quasi ogni sconcerto veniva risolto dagli appuntamenti periodici delle commissioni miste.
12. LA PRATICA DEI CONFINI. L’ALTOPIANO DEI SETTE COMUNI
I commissariati della metà del Settecento non si erano potuti occupare di tutta la confinazione austro veneta. Alcuni tratti, anche molto lunghi, ne erano rimasti esclusi. Ma ora, grazie alle commissioni miste, incaricate di vigilare sull’adempimento dei convenuti, era possibile con il loro ausilio tracciare la linea territoriale pure in quei luoghi che ne erano privi, nel caso in cui vi sorgessero contrasti. Con il nuovo metodo delle «visite» si poteva completare la manifestazione del confine senza convocare costosi consessi. Per dare un’idea al lettore della ricchezza documentaria prodotta da questa nuova serie di convenzioni tra la Repubblica e l’Impero, riguardanti ogni volta alcune comunità frontaliere, di seguito, vengono presentati tre studi di caso che vogliono essere un esempio di come a fine Settecento si è determinato un confine in aree di montagna con proprie specificità culturali.
Certamente, l’Altopiano dei Sette Comuni ebbe una spiccata specificità culturale, prodotto di continui scambi e intrecci fra le popolazioni dei suoi due versanti. Ormai, gli studiosi del Medioevo hanno dimostrato come l’insediamento delle popolazioni germanofone nell’altopiano non fu esclusivo e uniforme, ma si accompagnò con quello proveniente dalla pedemontana vicentina e dalla Val d’Astico. Un tessuto latino assieme a quello germanico è qui riscontrabile fino al XIV secolo, quando la crisi demografica successiva alla peste nera incentivò l’afflusso di coloni tedeschi creando così quella che nel Cinquecento sarebbe diventata una vera e propria società bilingue, dato peculiare che si sarebbe protratto per tutta la dominazione veneta. Proprio questo continuo amalgama di genti e di attività, di giurisdizioni vescovili e feudali, di possedimenti prima del Comune di Vicenza e poi dei vari signori che si sono avvicendati al governo della città, fino allo scontro cinquecentesco tra la Repubblica e l’imperatore Massimiliano d’Asburgo, lo rese uno dei tratti più caldi della lunga confinazione austro veneta[71].
Come si è detto, la soluzione dei conflitti aperti lungo il crinale dei Sette Comuni fu uno degli argomenti affrontati dai plenipotenziari veneto e austriaco durante gli appuntamenti di Rovereto. Senza ripercorrere l’insidioso esame di vecchie dispute, che qui erano numerose e ataviche, si decise di stabilire una linea territoriale che tenesse conto dei principi dell’equo e del giusto, il più importante dei quali era l’antica consuetudine dei luoghi. Una volta trovata l’intesa, la commissione mista avrebbe avuto il compito di evidenziare la linea territoriale fissata nelle mappe esecutoriali, collocando sui punti convenuti i cippi confinari, così da demarcare una volta per tutte le rispettive sovranità. La linea fu individuata da termini di pietra che avevano scolpiti «il millesimo», ossia l’anno 1752, una croce e a volte lo scudo rappresentativo dei due Stati, i gigli per l’Impero e il leone per la Repubblica. Così, i fondovalle furono segnati da questi termini artificiali, mentre sulle creste fungevano da confine naturale le cime dei monti e la linea degli «spioveri», ossia, dello spartiacque. Sostanzialmente, la linea territoriale che separava il lato veneto dell’Altopiano dei Sette Comuni dai possedimenti della Casa d’Austria si poteva distinguere in tre parti. La prima da occidente, muoveva dal rio Torra sino alle sue sorgenti al Camporosato e saliva fin all’osteria del Termine all’imbocco della Val d’Assa, per poi proseguire per la costa Sparivieri e arrivare al monte Mandriolo. Si tratta di località ora ben conosciute dagli appassionati di montagna a cui si deve anche la ricognizione odierna di ciò che resta, ed è molto, di quella linea[72]. Questo tratto di demarcazione mise fine a liti secolari per l’uso dei pascoli del monte Vezzena, assegnati alla comunità trentina di Levico. Il risultato fu così importante che, per non rischiare di perderne memoria, i termini furono rinnovati nel 1780 e sono quelli che un escursionista può facilmente individuare anche oggi. La parte mediana della terminazione separava l’Altopiano dei Sette Comuni dal territorio di Castelnuovo e correva lungo il crinale del monte Portule, proseguendo poi in cresta fino alle cime di Caldiera e Giogomalo. L’asprezza dei siti non permise la collocazione dei termini, e, del resto, come si è detto, erano essi stessi dei veri «arcifini». Tuttavia, delle croci furono scalpellate sulla nuda roccia per segnalare il dominio veneto e quello imperiale. Da ultimo, la parte più contesa della confinazione vicentina, quella che comprendeva le montagne di Frizzon e della Marcesina, delimitata proprio nel 1752, con ventinove nuovi termini di cui quattro principali, marcati dal millesimo, e anch’essi giunti fino a noi[73].
Il congresso di Rovereto confermò l’antico confine fra i due stati, riconoscendo però la proprietà del monte Frizzone al signore di Ivano. Dunque, la linea territoriale tagliava in due i pascoli del monte, lasciandone un terzo agli imperiali, e poi scendeva fino al Brenta, poco sopra Primolano, seguendo un percorso preciso allegato al protocollo esecutoriale della convenzione del 1752, confine che è ancor oggi quello che separa il Veneto dalla Provincia autonoma di Trento, e che costituisce un’attrattiva turistica grazie al sentiero detto «dei Cippi». Arrivare ad un accordo per stabilire le modalità d’uso del pascolo di Frizzone e della Malcesina, non fu impresa semplice, perché si frammischiavano questioni di natura pubblica con altre di carattere privato e del resto «niun territorio fu mai più ferace di controversie con li confinanti austriaci» di quelle montagne vicentine. Le pertinenze delle comunità frontaliere di Enego e Grigno ebbero così due confini, uno di Stato e uno dei loro rispettivi pascoli; la linea dei pascoli doveva delimitare quelli aperti all’uso collettivo dei valligiani da quelli rimasti di proprietà dei conti giurisdicenti d’Ivano da loro affittati alla comunità veneta di Enego che godeva del diritto di prelazione.
Per salvaguardare l’integrità dell’accordo così faticosamente raggiunto, fu deciso di assegnare alle rispettive comunità frontaliere l’onere di mantenere efficiente la linea territoriale nel tratto di propria competenza, come del resto accadeva in tutta la confinazione austro veneta. Si vietarono rappresaglie o ricorsi a vie di fatto. Anche qui, ogni due anni si sarebbe riunita la commissione mista con i compiti di verificare l’esatta posizione dei termini e di risolvere le vertenze eventualmente insorte, carte alla mano. A quei commissari e provveditori potevano rivolgersi coloro che ritenessero di aver sofferto un danno per chiederne il risarcimento. Al di là del restauro di alcuni cippi, le prime ispezioni, eseguite ancora saltuariamente, non rilevarono irregolarità importanti. A partire dal 1775, quando furono svolte regolarmente, con cadenza biennale, le «visite» delle commissioni ebbero ancor più agio a risolvere pacificamente le liti, senza strepiti; e assicurarono così un lungo periodo di tranquillità ai valligiani confinanti. Ad esempio, nel 1777, quando quelli di Rotzo pretesero d’impedire agli animali dei pastori confinanti di abbeverarsi in una pozza posta in territorio veneto, temendo di subire i danni del calpestio, grazie all’intervento della delegazione mista, fu trovato un accordo che evitò spiacevoli conseguenze. I veneti permisero il «beveraggio» agli imperiali in cambio del loro impegno solenne al risarcimento dei danni eventualmente causati ai loro pascoli e prati dal passaggio delle pecore e degli armenti. Fu così superato pacificamente un pericoloso contrasto che in passato avrebbe acceso dispute ben più violente. L’episodio appena rievocato dimostra come la linea territoriale indicasse il confine ma non separasse i confinanti che non si facevano alcuno scrupolo di varcarla quando necessario. Il buon vicinare non dipendeva solamente dalla manifestazione della linea, ma soprattutto dal metodo adoperato per risolvere i conflitti, che doveva prevedere la condivisione delle decisioni, evitando interventi unilaterali e tenendo sempre fermo il diritto di reciprocità. Così, le popolazioni di questa parte dell’Altopiano non diedero più problemi alle Cancellerie centrali, perché la commissione mista riusciva a risolverli sul posto.
Invece, non cessò il contenzioso fra il castellano d’Ivano e la comunità di Enego per l’uso dei pascoli sul monte Frizzone. Nonostante gli accordi del 1752, quel giusdicente tentò di aumentare arbitrariamente il canone d’affitto ai pastori di Enego e cercò di aggirare la clausola che dava a quella comunità veneta il diritto di prelazione, per incrementare i propri cespiti. Per contro, quelli di Enego erano accusati di aver condotto i propri animali al pascolato su di una superficie ben più ampia di quella concessa e per un tempo più lungo di quello pattuito. Infine, ultimo e più importante elemento del contendere, i vicentini iniziarono a rifiutarsi di pagare le decime dovute al signore del luogo. Per uscire d’imbarazzo, nel 1780, il provveditore ai confini di Vicenza consigliò al Sopraintendente di costringere quella comunità riottosa a prendere i pascoli in affitto perpetuo, corrispondendo al giusdicente d’Ivano un canone in denaro sostitutivo della decima; e se si fossero rifiutati se ne arrestassero pure i capi. Il Senato intervenne così come gli fu consigliato; dopo le minacce di aspri castighi, quei pastori pagarono, ma senza convinzione e infatti i versamenti s’interruppero quattro anni dopo.
Alle radici della questione era il doppio domicilio dei pastori del monte Frizzone, uno estivo e uno invernale, legato ai tempi stagionali della transumanza del bestiame. Di solito, in montagna, solo i pastori seguivano le greggi e gli armenti e alloggiavano d’estate nelle casere degli alpeggi, lasciando a valle la famiglia. Invece, sul monte Frizzone era tutta la famiglia a seguire la transumanza fino all’alpeggio estivo. Nel 1785, così, si aggiunse a quella delle decime un’altra vertenza di non semplice soluzione, anche perché il caso era nuovo e non previsto nei commissariati di Rovereto. Occorreva stabilire di chi fossero suddite le famiglie che d’estate monticavano in territorio imperiale e negli altri mesi invece svernavano sul versante veneto. Sulla parte dei monti Malcesina e Frizzone di pertinenza imperiale avevano costruito 58 case, dove alloggiavano 294 anime, che furono dai funzionari austriaci censite e suddivise in sei contrade; pareva anche che avessero intenzione di erigervi una chiesa parrocchiale. Tuttavia, era innegabile che scendendo nello Stato veneto durante i mesi invernali erano «sempre stati considerati enegani e di conseguenza veneti», tanto che alcuni di loro risultarono anche arruolati nella milizia dei Sette Comuni. Insomma, era dibattuto il loro domicilio sul Frizzone, non era chiaro se si dovesse considerare «fermo o vagante» e, dunque, di quale Principe fossero sudditi, imperiali nel primo caso, veneti nel secondo[74]. Nel 1790, furono di nuovo censite le famiglie in quell’alpeggio e stavolta ne furono ritrovate 68, per un totale di 258 persone. Benché le loro abitazioni fossero descritte come precarie e spesso in condizioni fatiscenti e solo uno di quei capofamiglia avesse dichiarato di abitare stabilmente in quel luogo, gli austriaci estesero comunque anche su di loro la coscrizione militare e, l’anno seguente, anno di guerra, ne reclutarono a forza alcuni, provocando le rimostranze del Senato che invece li considerava propri sudditi. Tuttavia la questione trovò un accomodamento pacifico, poiché, nel 1794, i commissari che relazionarono dopo la visita scrissero che nelle «vaste montagne di Frizzone e di Marcesina, tutto fu ritrovato a dovere e senza sconcerto fra i limitrofi comuni» anche perché i conti d’Ivano liberarono i veneti dal pagamento delle decime, dietro corresponsione di una somma una tantum, accordo raggiunto grazie alla mediazione del provveditore vicentino e del commissario austriaco.
Il caso dell’Altopiano dimostra la validità del sistema delle visite biennali che scongiurava il pericolo di scontri e ritorsioni da parte di chi riteneva di aver subito un torto. Un altro esempio fra i tanti lo si può riscontare ancora a Rotzo, dove, nel 1794, fu ripagato pacificamente un furto di legname al proprietario, fatto anch’esso che un tempo avrebbe avuto ben altre conseguenze. La riprova della bontà del metodo delle visite sta nella sua estensione ai confini fra i pascoli delle comunità venete dell’Altopiano, dunque confini interni di delimitazione degli spazi pascolativi. Visti i risultati avuti con gli esteri, quelli di Enego chiesero che il provveditore vicentino fungesse da giudice anche nelle vertenze che si aprivano di continuo con le vicine comunità di villaggio venete. Così, prima di unirsi al collega austriaco, il provveditore di Vicenza si doveva sobbarcare anche la perlustrazione della linea che separava i pascoli delle pertinenze di Foza, Enego e Valstagna, demarcata da croci, e questo per dare «tranquillità a quella selvaggia montana gente, facile ad abusare e difficile qualche volta a raffrenare». Dunque, altri termini furono collocati nell’Altopiano e facendo pochi passi, allora, ci si poteva imbattere in quelli che segnavano il limite fra le comunità di villaggio venete, quelli della linea di Stato e infine gli altri che separavano i pascoli del giusdicente d’Ivano dagli altri aperti ai pastori affittuari di Enego.
Grazie all’opera dei provveditori ai confini, piaceva a quelle popolazioni l’illuminato governo veneto di fine Settecento, che assicurava la quiete. Così si evitavano incidenti e, nel contempo, permettendo un adeguato sfruttamento di quelle risorse montane, si scoraggiava l’emigrazione definitiva. Secondo il conte Sessi, provveditore vicentino, i pastori dell’Altopiano desideravano «il Veneto sovrano perché a piena bocca lodano la sua clemenza e comendano la sua munificenza»; lui chiamava quegli uomini «anfibi», perché stavano alcuni mesi di qua e altri di là della linea territoriale che fu mantenuta in efficienza dalle ispezioni periodiche della commissione mista. Quella linea superò indenne la bufera rivoluzionaria, poiché «non sofferse veruna alterazione nei seguiti politici cambiamenti, trovandosi tutta esattamente demarcata dai termini in vari tempi e con molta esattezza affissi». Nel 1866, divenne, di nuovo confine di Stato, dopo l’unione del Veneto all’Italia; vide senza subire troppi danni i combattimenti della Grande Guerra, per diventare poi il confine storico tra due regioni italiane, almeno fino ad oggi.
LA COSTRUZIONE DEL CONFINE BELLUNESE
In passato, nella podesteria di Belluno non si ebbero conflitti tali da impensierire i Principi e perciò i congressi di Rovereto non si preoccuparono di renderne manifesta la confinazione. La relativa quiete di quei luoghi alpini s’infranse nella piena estate del 1761, quando la comunità veneta di Falcade contestò l’uso di un pascolo presso il passo di San Pellegrino a quella estera di Soraga. Di solito, in siti alpestri, quando passavano dai principi generali alle specifiche realtà territoriali, tutte le Cancellerie europee tendevano a far coincidere il confine politico con quello delle comunità frontaliere, limite però incerto per l’assenza di rilevazioni catastali e per la litigiosità continua tra comunità di villaggio che si contendevano l’uso dei pascoli e dei boschi[75]. Nel nostro caso, il territorio conteso era un colle, detto significativamente «Col de Mez», perché stava in mezzo al territorio dei due villaggi contermini. Esso era un feudo del vescovo di Bressanone, concesso in uso alla comunità di Soraga, e situato al di qua della linea dello spartiacque; scartando dal presunto confine naturale, penetrava nel versante veneto della montagna. Difatti, quel pascolo era incuneato nella valle del Biois e i suoi limiti giungevano a lambire le stesse case dei falcadini. I capi di quella comunità veneta cercarono di sfruttare a proprio vantaggio il concetto di confine naturale. Per cause forse legate a un aumento della pressione demografica, quel colle, prima ignorato, era divenuto improvvisamente appetibile. Gli usi rivendicati dalle comunità confinanti complicavano le relazioni fra gli Stati, fatto anche questo generale a tutta l’area montana europea. Per la Francia, si è notato che «il n’existe pas de frontière ou de limites naturelles. La frontière est tout le contraire d’une chose inerte qu’il suffirait de reconnaître». E così «les usages revendiqués par les habitants rendent les négociations toujours plus compliquées»[76].
Nel 1762, i falcadini chiesero al provveditore ai confini di Belluno di fissare una volta per tutte la linea territoriale, convinti così di recuperare l’uso di quel pascolo conteso. Scrissero: «quel confine non è Stato da molto tempo in qua visitato» e «la tradizione su cui appoggiavasi il possessorio de l’una e de l’altra parte viene alterata dall’animosità degli austriaci assai maggiori di numero dei nostri». Dunque, per sedare le liti, quei sudditi ritenevano indispensabile demarcare lo spazio con termini fissi e doveva farlo una commissione mista che avesse ascoltato le loro rivendicazioni. Il sopraintendente Tron fu incaricato di dare un proprio «sentimento» sulla materia, ma, nonostante le carte ricevute e un colloquio avuto con il provveditore ai confini di Belluno, non poté adempiere alle richieste del Senato. Egli trovò «che in quelle parti vi sono delle confusioni perché non vi è memoria di uomini quando infatti siano stati posti quei confini»; e «quello che rende tale materia più oscura» era la mancanza di disegni, irrintracciabili nonostante «le più diligenti perquisizioni in questa Camera». Così, «non si sa sopra quali principi piantare questa materia»[77]. Consigliò dunque di inviare sul posto un ingegnere che disegnasse una mappa dei siti contesi e di quello «che si crede abbia a essere il confine veneto», dopo aver ascoltato «delle vecchie persone e pratiche» di quei luoghi. Perciò, nel 1763, «nella total confusione e inscienza degli affari attinenti alla confinazione bellunese», il Senato inviò commissioni al podestà di Belluno perché eseguisse quanto suggerito dal Sopraintendente, così da riconoscere, finalmente, «anche a quella parte la vera costituzione e la linea territoriale, massime nel sito di Falcade». L’ingegner Leonardo Scarello che servì la Camera dei confini per lunghi anni, fino alla sua morte nel 1790, si recò effettivamente sui siti contesi. Risalì il torrente Biois fino al Pian dei Cingani dove rinvenne una «lasta», un sasso, sul quale erano scolpite tre croci e un millesimo, il 1474, con le iscrizioni Ven[ezia], Bressan[one], Tren[to]. Insomma era un antico termine che segnava il triplo confine tra la Repubblica e i due principati vescovili. Due corsi d’acqua, il rio San Pellegrino e la Val Fredda, demarcavano i due versanti del conteso Col di Mezzo[78]. Insomma, dopo quella perlustrazione apparve evidente come fossero insussistenti le richieste dei deputati di Falcade. Il Col de Mezzo e Fuciade erano pascoli da tempo situati sotto la giurisdizione vescovile bressanonese. Pur volendo sostenere i veneti, inconsapevolmente, il podestà di Belluno finì per rafforzare le tesi degli esteri; infatti, scrisse che quel terreno, parte «segativo», ossia da sfalcio, con «qualche macchia di bosco», e parte lasciato al pascolo vagante, era dai soraghesi per metà affittato ai falcadini «che sono soliti monticarvi con circa mille pecore e cento animali bovini», dietro corresponsione di un canone in denaro; e per l’altra metà condotto in proprio, come attestavano i ventiquattro «tabiadi», ossia dei fienili, e le due casere che avevano costruito. Dunque, da tempo era posseduto dai soraghesi.
Sulla base della documentazione raccolta, finalmente, Tron si decise a esprimere i suoi «sentimenti» ai Savi del Collegio. Come suo solito, dopo aver riassunto le varie fasi dell’affare, non poté nascondere che i documenti degli esteri erano autentici e provavano il loro uso oramai secolare di quei pascoli. Per contro, quelli di Falcade non avevano carte a sostegno delle loro rivendicazioni. Anzi, da «tempo immemorabile» pagavano un canone d’affitto alla regola di Soraga. Per il Sopraintendente, la supposta «tortuosità» della linea rispetto al crinale dei monti non poteva da sola essere sufficiente a provare alcunché. Infatti, addusse l’esempio dei limiti friulani, dove si ritrovava lo stesso anomalo andamento «in tanta parte della pubblica confinazione», senza che nessuno avesse mai protestato e perciò era impossibile sostenere le ragioni venete con un argomento così debole[79]. Il confine naturale era un comodo punto di riferimento, utile soprattutto in montagna, ma non poteva essere generalizzato. I rapporti fra gli Stati erano regolati da convenzioni che tenevano conto di criteri politici, economici e sociali, insomma, anche se Tron non lo disse esplicitamente in Collegio, un confine naturale non poteva sussistere senza una ratifica sovrana condivisa. È questo un esempio significativo della politica confinaria del Sopraintendente, che si è già evidenziata sopra, rivolta specialmente a mantenere un rapporto di salda amicizia con l’imperatrice. I contrasti fra le comunità frontaliere si dovevano risolvere usando criteri di equità e giustizia, e uno di questi era l’antico comprovato possesso e stavolta giocava a favore degli esteri. Solo così si potevano evitare continue impuntature da entrambe le parti, basate su argomenti poco solidi se non strumentali. Di una cosa però andavano soddisfatti i falcadini. Occorreva che una commissione mista stabilisse una volta per tutte la linea territoriale condivisa anche in quelle contrade, così da togliere ogni pretesto di risse «tra que’ torbidi confinanti».
Nel giugno del 1769, finalmente, un commissario austriaco e un provveditore veneto, assistiti dai rispettivi tecnici, ispezionarono i siti ai piedi del Colle di Mezzo e di Fuciade. Il sopralluogo ebbe inizio dal «pian dei Cingani», in veneto, zingari, dove fu individuato il termine che segnava fin dal 1474 il triplo confine. Da qui, la comitiva scese il rivo di San Pellegrino, chi a piedi chi in groppa a un mulo, seguendone la sponda, sino alla confluenza con l’acqua Valfredda, da dove riprese la salita, «fino a un dorso cospicuo di monte che seguita fino alle crepe o crode che voglian dirsi». Era questo il confine fra il dominio veneto e il principato vescovile di Bressanone, lo confermavano i resti di un edificio «che devesi anticamente aver servito per casello di guardia di sanità»; e un fienile, indicato come termine territoriale. Infine, la commissione raggiunse un promontorio, un «corozzetto», che divideva due strade, «una de quali, quella cioè a mano destra serve da confine»; e «al principio de una costa che ivi forma il monte»[80]. A partire dal fienile si estendevano dei prati di «particolari veneti di Falcade» però in territorio bressanonese. Mediante lo scavo di fossi, fu fissata anche la linea divisoria di questi terreni privati. In sé, il cambio di giurisdizione non determinava la perdita dei diritti di proprietà e, dunque, quel fosso non sarebbe stato necessario; ma trattandosi di pascoli e prati aperti al vagare degli animali, il provveditore veneto acconsentì, per evitare che i «possessori siano perturbati nel loro pacifico possesso e godimento». Così, in quei siti, la linea di Stato si sarebbe evidenziata con termini in pietra viva, mentre quella che separava i pascoli dei privati, da un semplice fosso.
Ora, per dare fine «a questo geloso affare» non restava che collocare i termini territoriali. Certamente qualche scontento ci sarebbe stato, ma non se ne doveva tener conto. Chi protestava doveva essere di sicuro «del numero di quelli che soliti a danneggiare e rubbare in quei luoghi», ora temevano di trovare «intercluso l’adito a mandar ad effetto impunemente il loro mal talento». Non solo il provveditore bellunese, ma anche il Sopraintendente, ormai lo sappiamo, era convinto che, in generale, gran parte delle questioni confinarie non dipendevano dalla volontà sopraffattrice dei Principi, ma dall’avidità di chi approfittava di quella «confusion e inscienza» per perseguire i propri interessi privati. Occorreva dunque distinguere le questioni politiche da meschine beghe locali e una linea territoriale chiara e condivisa era il miglior antidoto contro i prepotenti.
Questioni interne alla complessa struttura amministrativa dell’Impero, portarono all’interruzione dei lavori che ripresero solo nel 1771, quando, a Falcade, il 13 agosto fu siglato il protocollo ufficiale dell’intesa che descriveva nel dettaglio i termini territoriali, a partire dal Pian dei Cingani, per risalire il rio Valfredda fino allo «stabbio» dove si sarebbe piantato il secondo termine. Poi, da lì, in linea retta si giungeva «a un casale per la guardia veneta di sanità e si è ivi ordinata la posizione di altro termine». Da qui, risalendo ancora per la Valfredda, si giungeva «ad un corozzetto o sia piccolo promontorio» che fu riconosciuto da ambo le parti come termine territoriale assieme a una vicina cima detta Crepa Rossa[81]. Tuttavia, sempre a causa di gelosie interne agli imperiali, fra il rappresentante del vescovo principe e quello della corte di Vienna, l’effettivo impianto dei termini fu procrastinato al 1778, quando si effettuò la «visita» a cui parteciparono tre commissari, compreso quello di Bressanone, prima escluso dalle trattative. E difatti, con questo millesimo scolpito si piantarono i termini di pietra ancor oggi visibili a un escursionista che volesse risalire dal Pian dei Cingani verso la Forca Rossa.
Dopo tanto penare, sembrò riduttivo limitare la perlustrazione al solo tratto di linea che separava Falcade da Soraga. Si convenne di estendere i lavori a tutto il confine tra la podesteria di Belluno e il principato vescovile di Bressanone e, in un secondo tempo, anche a quello sul versante trentino. In questo modo, una banale vertenza per una monticazione estiva diventò il pretesto per tracciare un confine di Stato che resistette alla caduta della Repubblica. In quell’occasione, furono anche scavati i fossi che, come deciso, separarono i possessi privati, «da ambe le parti riconosciuti e laudati» e fatti segnare con sassi e croci. Oltre la Forca Rossa, la linea di Stato s’inerpicava per «montagne inaccessibili», fino alle crode della Marmolada, «a perpetue nevi condannata». Il provveditore bellunese conte Barcelloni, riferì al Senato le ultime discussioni con i suoi colleghi esteri, oggi di grande interesse perché relative a un monte meta di tanti turisti e sciatori, appunto, la Marmolada. I sudditi veneti volevano che il confine scendesse per il Passo di Mezzo mentre quelli imperiali della Val di Fassa lo volevano sopra l’alta cima di Sorauta «che sta concatenata alle rupi che formano il divisorio» e la spuntarono, mancando positivi documenti favorevoli ai falcadini. Nella sua lunga relazione, il conte Barcelloni tentò pure una spiegazione etimologica del toponimo Marmolada: «Cammina indi il confine per la sommità di quelle alte montagne, fino alle Marmolate, così dette dalle altissime falde di nevi che, a guisa di un marmo, un largo tratto di montagna ricoprono perpetuamente senza patire la diversità delle stagioni»[82].
Una volta stabilita e resa manifesta la linea territoriale, anche nel bellunese furono istituite le perlustrazioni biennali di una commissione mista e la prima si effettuò nel 1785. Fu una grande fatica per quel provveditore. Egli dovette trattare con tre differenti commissari, uno trentino, uno bressanonese e uno imperiale, e districarsi «dalla disparità de’ loro complicati non ben intesi diritti». Comunque, al termine dei lavori, con soddisfazione, il suo cancelliere poté riferire che ormai era sistemata e ridotta in «pubbliche convenzioni» la linea di questa provincia, «aggirantesi per circa cinquanta miglia a’ triplicati confini di Bressanone, di Trento e di Casa d’Austria»[83]. L’ispezione ai confini di Falcade non riscontrò importanti irregolarità. Gli otto termini della linea trentina, che ripercorreva le cime oggi peraltro famose del monte Mulaz fino ai piedi del monte Juribrutto, furono trovati tutti in buone condizioni. Anzi, al Pian dei Cingani, accanto alla famosa «lasta» del 1474, era stata posta una colonna in pietra con due nicchie che ospitavano le armi veneta, il leone marciano, e trentina; sull’altro lato si ergeva un’altra colonna della stessa altezza ma con le armi veneta e bressanonese.
Il provveditore Barcelloni, che tanta parte ebbe nella facitura della conterminazione bellunese, e quindi dell’odierno confine della Regione Veneto, era un sostenitore convinto dell’utilità delle perlustrazioni biennali. Lo scrisse in una lettera piena di suggerimenti inviata a chi doveva avvicendarlo nella «visita» successiva: «Lo scopo primario delle visite biennali si è quello di mantenere scrupolosamente in vigore quanto venne solennemente stipulato ne’ trattati fra le Corti e Principi contraenti a’ confini». Perciò uno dei principali doveri del provveditore era quello di mantenere i termini inalterati, tuttavia, usando saggezza e buon senso. Se si dovesse riscontrare qualche errore di misura rispetto alle mappe esecutoriali, «è talvolta bene il negligerlo», oppure, se una delle parti ne pretendeva la correzione, lo si rettificasse subito, senza scomodare i rispettivi sovrani. Poi, continuava, il secondo scopo delle ispezioni confinarie era quello di stabilire «il rissarcimento de’ danni o accidentali o colposi, quando siano stati denunciati a tempo», compito fondamentale per mantenere la quiete fra le popolazioni limitrofe. Tuttavia, la costituzione veneta non dava a nobili sudditi, com’erano i provveditori ai confini bellunesi, la possibilità di agire direttamente. Occorreva perciò esprimere «chiare istanze» al pubblico rappresentante pro tempore che solo poteva usare la forza per reprimere gli abusi e perseguire i rei. È noto come questa sia stata una delle debolezze della costituzione veneziana che emarginava da funzioni di Governo i nobili delle città suddite. Tuttavia, il fatto che la carica di provveditore ai confini fosse praticamente vitalizia, mentre i podestà si avvicendavano ogni biennio, dava al primo un’indiscussa autorità in materia.
IL CONFINE DELLA SCHIAVONIA VENETA
Sulle Prealpi Giulie, il vecchio confine tra la Repubblica di Venezia e i domini di Casa d’Austria, non stabiliva una demarcazione univoca e riconoscibile, anche perché era in tante parti «intralciato ed intersecato», soprattutto a causa dei «possessi privati che li austriaci pretendevano nel veneto territorio e li veneti nell’austriaco»[84]. Uno dei tratti di maggiore sofferenza era quello che separava la contea imperiale di Tolmino (Tolmin) dalla Schiavonia o Slavia veneta, denominazione storica delle valli del Natisone, abitate prevalentemente da popolazioni di lingua slovena ma fedeli suddite della Repubblica di Venezia. Si tratta di un caso che dimostra l’assenza di elementi nazionalistici dietro le rivendicazioni territoriali, «ancora inesistenti o poco evidenti a fine Settecento nei domini della Casa d’Austria»[85].
Dopo la stagione dei Congressi, il Trattato di Gorizia del 1755, tra l’altro, dispose che singoli privati o comunità di villaggio a qualsiasi titolo detentori di terreni che avrebbero cambiato Principe una volta tracciata la linea, sarebbero rimasti comunque in possesso dei propri beni, poiché i diritti acquisiti non erano in discussione. Tuttavia, le liti che dovessero insorgere tra possessori contermini, sarebbero andate «soggette alle leggi, giudizi e disposizioni di quel sovrano sotto il cui dominio restano [i terreni] con la presente confinazione». Così si sperava di rasserenare «quei popoli montani», timorosi di perdere l’uso dei propri beni in caso di cambio di giurisdizione; e per renderli ancora più sicuri, si diede loro facoltà di cingerli con fossi e masiere[86]. Qui, a differenza di quanto eseguito nella Lessinia veronese, poiché gli esteri possedevano beni fin sotto le case dei veneti, era stato impossibile definire la linea territoriale sulla base dei possessi dei privati, perché altrimenti, sarebbe risultata troppo vicina alle abitazioni e ciò avrebbe facilitato il contrabbando, specie quello del tabacco, già di per sé fiorente in queste contrade. Reso in seguito altrimenti famoso dall’azione del comandante Rommel nella Prima Guerra Mondiale, presupposto della disfatta italiana di Caporetto, le dispute più aspre si ebbero proprio sul Monte Maggiore, così chiamato dai veneti fin dal 1563, mentre gli imperiali lo designavano con i due toponimi Colovrat e Matajur. I sudditi della Repubblica ambivano da tempo al possesso di entrambi i versanti del monte, fino all’Isonzo e al villaggio d’Idria (Idrija); per contro gli imperiali reclamavano per sé tutto il territorio dei quattro villaggi sul versante veneto e, ricordiamolo, quelle genti erano comunque tutte di lingua slovena[87].
Durante il commissariato, i due plenipotenziari Donà e Harsch lasciarono «giacenti e imperfette» alcune questioni, tra le quali il corretto collocamento dei termini lungo la linea territoriale. Anche in questa parte della confinazione fu affidato il perfezionamento del convenuto alle successive ispezioni della commissione mista incaricata delle visite biennali, compresa la collocazione nei punti stabiliti delle pietre con l’iscrizione del millesimo, avvenuta effettivamente nel 1758. Nonostante ciò, quei «popoli cervicosi e montani confinanti» non godevano ancora di una calma durevole perché a loro dire non si era risolta la questione «dei privati possessi dei beni che alcune comunità austriache pretendevano avere dentro la linea dello Stato veneto e alcune comunità venete dentro la linea dell’Austriaco». Ossia, se si era trovata una condivisa soluzione per stabilire il confine di Stato, non fu invece possibile riuscire a delimitare i possessi dei privati. Insomma, come si era fatto sul monte Frizzone nel vicentino, anche sul Monte Maggiore, a quelli di Stato, occorreva aggiungere altri termini per marcare i pascoli e i boschi in uso ai rispettivi sudditi[88].
Nel 1760, il Senato incaricò il proprio ambasciatore a Vienna di portare all’attenzione della Corte quell’affare sul Monte Maggiore che rischiava di provocare nuovi incidenti, ma la guerra contro il re Federico di Prussia catalizzava tutte le attenzione di quel Governo. Così i contrasti fra villaggi austriaci e veneti continuarono, procurando «asporti di animali, ammazzamenti di persone, violazione di linea e altri eccessi veramente gravi in materia». Si è detto che tali liti dovevano essere risolte dai giudici naturali del luogo; ma ad essi non poteva rivolgersi «quella povera gente montana, rozza e inesperta alla quale mancano i modi, li denari e le protezioni necessarie per incamminare i processi nei rispettivi fori e giudicature». Del resto, si trattava di contese difficilmente appianabili per via di diritto, poiché mancavano alle comunità i titoli originali per provare i possessi, «autenticati più dall’uso e dalla consuetudine e tolleranza che dalla forza della ragione». Insomma, quelle genti montane si erano convinte che rivolgersi al giudice naturale, spesso lontano, sarebbe stato non solo costoso ma anche inutile. Meglio ricorrere a più spicce vie di fatto. Finalmente, stanca di noiosi e molesti imbarazzi, di «frequenti uccisioni ed incendi», la corte di Vienna ordinò al governo della contea di Gorizia di prendere contatti con la pubblica carica di Udine perché si formasse una commissione mista con piena facoltà di risolvere la questione dei possessi dei privati su quei monti.
La commissione si riunì una prima volta nel 1765, ma non se ne fece nulla. Infatti, i rappresentanti delle comunità estere denunciarono subito i veneti di sconfinamento e violazione territoriale sul Monte Maggiore, richiedendo consistenti somme a rimborso di pretesi danni inferti al patrimonio forestale. A fronte di tali richieste, il conte Piccoli, provveditore ai confini di Udine, propose di perlustrare i luoghi per valutare di persona lo stato dei fatti. Invece, il barone Baselli, commissario austriaco[89] volle esprimere un giudizio col solo esame delle mappe esecutoriali del Trattato di Gorizia, non essendo per lui il caso di salire sui monti «a motivo della gran neve che ancora sussisteva». Finalmente nel giugno del 1766, la commissione mista fece il sopralluogo e riuscì a trovare un accordo. Mancando ai villaggi esteri di «Sedlo e Podbiela»[90] pascoli sufficienti, si decise di assegnare loro una superficie di circa campi 220 in misura goriziana (circa 75 ettari) in territorio veneto, sul vicino monte Mia; in cambio, ai villaggi veneti si sarebbero concessi in uso campi 181 (circa ettari 62) di pascoli sul versante austriaco del Monte Maggiore o Colovrat e questo ovviamente senza inficiare la linea territoriale. L’accordo fu sottoposto all’esame del sopraintendente Tron che suggerì di approvare «con animo tranquillo» l’operato della commissione mista. Infatti, l’assegnamento dei pascoli alle rispettive comunità faceva salvi il diritto di reciprocità, la linea confinale e la giustizia. Dunque, il Senato poteva ratificare il convenuto e commettere al proprio ambasciatore di sollecitare quella Corte a fare altrettanto: «l’esperienza in tutta la materia confinaria con la corte di Vienna a sufficienza dimostra che fatte che sono le convenzioni e approvate dai Principi, vengono poi esse col fatto eseguite e si preserva la quiete tanto ricercata»[91].
Tuttavia, com’era accaduto nel Bellunese, anche in questa parte della confinazione, per questioni interne alla sua amministrazione legata a complicati equilibri con i potentati locali, anziché ratificare il convenuto sottoscritto dal suo commissario, la corte di Vienna avanzò la richiesta di istituire un altro commissariato con nuovi plenipotenziari, essendo a suo dire nullo quanto deciso nel 1766. Si accampavano a giustificazione errori della mappa esecutoriale. Tron ne fu molto contrariato. Gli pareva un mero pretesto sostenere che vi fosse stata superficialità nella conduzione dell’affare dei pascoli sul Monte Maggiore, perché il commissario Baselli e il provveditore Piccoli lavoravano assieme da ormai dieci anni e conoscevano bene la materia e i luoghi. Se avevano trovato un accomodamento, lo avevano fatto per amor di quiete e ciò non poteva essere considerato contrario al trattato, anzi, «piuttosto si è incontrato lo spirito e lettera del medesimo»[92]. Il Sopraintendente aveva preso «esatte informazioni» e lo si capisce dai suoi carteggi: «Autore di questi torbidi è il giurisdicente Coronini il quale per le sue particolari ragioni non ama la quiete al confine, mentre dal disordine cava profitto». Infatti, suoi uomini avevano continuato le «violenze, scortati da milizia armata»; e avvicinandosi il tempo della fienagione, si temeva potessero accadere «gli stessi inconvenienti nati negli anni decorsi tra quei confinanti»[93].
Alla fine si dovette cedere. Tron temeva che dietro la richiesta di un secondo commissariato che, tra l’altro, per gli austriaci avrebbe dovuto rivedere alcune mappe del trattato di Gorizia, si celasse un grave pericolo, addirittura la fine dell’intera politica di buon vicinare fin qui perseguita dalla Repubblica e dall’Impero. Infatti, non sfuggiva al Sopraintendente che mettere in dubbio l’esattezza dei disegni, parte integrante dei trattati, significava mettere in discussione i trattati stessi, essendo «istessa e contemporanea la sottoscrizione delli disegni e delli trattati»[94]. Durante il commissariato precedente, si erano ascoltate tutte le ragioni e si erano ponderate le decisioni, prima di ordinare agli ingegneri di tracciare la linea territoriale, poi solennemente ratificata dai Principi. Ora, dire che le mappe erano sbagliate, significava rischiare di rendere vano quanto deliberato e convenuto con enormi dispendi e fatiche; e perdere il frutto più nobile perseguito dal Senato e dall’imperatrice, «vale a dire la quiete dei loro sudditi e il sopimento delle controversie». Se, come volevano gli austriaci, andavano rettificati i disegni, andava emendato anche il Trattato di Gorizia e ciò avrebbe costituito un precedente pericolosissimo. I sovrani si sarebbero dovuti aspettare il risorgere di «antiche controversie nel Friuli, nell’Istria e in altre parti montane dei reciprochi queruli confinanti», specie laddove intere comunità austriache e venete avevano in «vigor dei trattati dovuto rilasciare per forza terreni di qualche estensione, sopra li quali non avevano altro titolo che quello di un mero usurpo». Ecco perché il Sopraintendente in tutto il carteggio intercorso nell’affare dei monti della Schiavonia aveva sempre ribadito l’intangibilità della linea territoriale. Del resto, anche nei memoriali inviati da quella Corte «si conveniva nella massima che resti salva la linea confinale già fissata da’ respettivi sovrani». Che cosa poteva aver indotto il principe di Kaunitz a contraddirsi in modo così palese, poiché, era evidente, non si poteva allo stesso tempo voler salva la linea e discuterne le mappe che la rappresentavano. Come si è detto, Tron non ne faceva mistero, i responsabili non andavano cercati a Vienna ma a Gorizia. Da quella città erano senz’altro partite delle false informazioni che avevano convinto la Corte a chiedere una modifica delle mappe, ancora una volta «col solo oggetto di preservare quei torbidi, coll’introdurre nuove difficoltà, e di proteggere la famiglia Coronini che da tanti anni tiene, con pregiudizio dell’armonia di quelle popolazioni, in sospeso la prosecuzione e termine di questo affare». A quei feudatari «per privati interessi nulla importa di compromettere l’armonia dei domini». Non bisognava permetterlo e così un caso in sé periferico diventò una questione di Stato di primaria importanza.
Tron suggerì di rispondere al promemoria austriaco dimostrando soddisfazione per la nomina del nuovo plenipotenziario; e, nel contempo, ribadendo di non poter acconsentire ad alcuna revisione della linea territoriale per una questione che, a ben vedere, si riduceva solo ad «alcune controversie di privati possessi che pretendono li austriaci nel Veneto e li veneti nell’Austriaco». Fatto salvo il confine di Stato, nel 1770, poté finalmente riunirsi la commissione che una volta per tutte doveva risolvere l’affare dei pascoli sul monte Mia e sul Monte Maggiore o Colovrat. Gli appuntamenti si tennero a Caporetto, a partire dal 20 agosto, e furono escussi numerosi testimoni, assieme al responsabile imperiale dei boschi e ai conti Coronini. Il dibattito fu aspro perché gli esteri pretendevano il pagamento di ingenti somme a sollievo dei danni operati nei boschi che consideravano di loro proprietà o del fisco imperiale[95], mentre il cancelliere della Schiavonia veneta presentò numerose controdeduzioni a sostegno dei suoi assistiti. Una cosa però appariva ora con chiarezza, ossia, l’aumento della popolazione di Drenchia e Trinco; infatti, un tempo erano solo quindici le case in quel territorio, mentre ora arrivavano fino a centocinquanta, ed «era naturale che questa gente consumati i loro, passasse in Stato austriaco a distruggere anco in questa parte li boschi» e si poteva ben comprendere come fosse difficile «far star a dovere una sì forte e risoluta popolazione»[96]. Ancora in quei giorni, sul monte Colovrat, tre di Drenchia avevano preso a sassate e percosso con un bastone un suddito estero che raccoglieva fieno già falciato, poche decine di passi dentro la linea austriaca.
Terminato l’esame dei documenti, il barone Brigido indicò quella che per lui poteva essere la soluzione dell’affare. Ora l’imperatrice aveva già concesso l’uso di «incontrastabili suoi fondi» sul monte Colovrat o Monte Maggiore per contenere le «ostinate pretese di quei vicini veneti». Non dubitava perciò che la Repubblica avrebbe ricambiato dando in uso agli esteri l’utilizzo di quella porzione di pascoli sul monte Mia, «necessarissima al sostentamento delle conterminanti numerose austriache popolazioni». In conclusione, meno condizionato da interessi locali, quel commissario imperiale proponeva uno scambio reciproco, vantaggioso per entrambi i Principi, ordinando nel contempo di vietare ai rispettivi sudditi ogni sconfinamento fino alle definitive decisioni sovrane, così da impedire altri danni ai boschi «ove li veneti con troppo avanzato ardire costruiscono molte carbonare, introducono numerose mandre per fino de’ dannosissimi animali caprini». Pur con qualche distinguo, la proposta fu accettata dal conte Dragoni, nobile udinese plenipotenziario veneto, anche perché «gran parte dei fatti riguardanti il possesso ed i confini è difficile e quasi impossibile il verificarli», poiché le parti «non convengono nei nomi», che suonano diversi fra italiano, friulano e sloveno, e neppure nei possessi, perché ciascuno considerava un usurpo quello preteso dai vicini.
In Palazzo Ducale, nella segreta Camera dei confini, sul tavolo del sopraintendente Tron arrivò il voluminoso incartamento sull’affare dei pascoli della Schiavonia veneta. Egli doveva proporre al Senato cosa e come rispondere alla corte di Vienna. Dopo aver di nuovo ripercorso tutte le fasi di questo noioso affare, passò a esaminare il convenuto di Caporetto del 1770 e le sue «voluminose allegazioni». Approvò le sensate proposte del conte Dragoni che avanzò la necessità «di appoggiarsi al principio dell’equo et bono, secondo la retta intenzione de’ Principi», poiché l’oscurità dei titoli «alquanto antichi» e la confusione causata dal cambiamento dei toponimi di quei poveri siti alpestri, non permetteva di «distinguer le cose nel primitivo e loro retto essere sopra carte rozzamente formate e in gran parte mancanti di giuridici requisiti». Come in tutto il resto della confinazione, se si fosse continuato ad opporre carta a carta, un accordo non si sarebbe mai trovato. Così, si era giunti alla stesura degli undici articoli del convenuto di Caporetto che, sebbene alquanto diversi da quelli del 1766, non ne cambiavano i punti principali: la linea divisoria dei due Stati era rimasta «salda e invariata»; si era evitato a quelle comunità di sborsare i rivendicati risarcimenti; si erano lasciati ai privati i terreni non contenziosi; ed infine, si erano dati prati e pascoli sufficientemente ampi sia veneti che agli esteri. Così si poteva sperare di vedere la fine di controversie dovute più ai tramestii del conte Coronini che «al malanimo di quelle montane popolazioni».
Nell’estate del 1772, si posero «termini notabili» per demarcare i possessi privati degli austriaci nel Veneto, sul monte Mia, e dei veneti nell’Austriaco, sul Monte Maggiore o Colovrat, alla presenza dei capi delle rispettive comunità. A loro, fu comandato poi di «cingere a stagione opportuna con siepi vive gli enunciati terreni» e questo per rendere certo l’andamento del confine privato e per impedire le contese che «facilmente sorgono per il trapasso degli animali»[97]. Non essendo stato possibile far coincidere il limite delle sovranità con quello dei possessi, su quei monti furono evidenziate due linee, una del confine di Stato, l’altra, dei pascoli delle comunità i cui animali potevano brucare in territorio estero, ma, ben s’intende, solo su quegli spazi delimitati. La convenzione di Caporetto funzionò, quei montanari, a lungo, non dettero più noia alle rispettive capitali, come, ad esempio, poté constatare la commissione mista incaricata di perlustrare quel tratto di confine: ebbene, si scrisse nel 1782, «mai le cose a quel confine furono così regolari e tranquille»[98]. Solo a Luico, allora veneta, nel 1792, ci furono problemi, poiché quella comunità aizzata dal proprio cappellano, aveva divelto la linea territoriale e aveva tagliato legna in territorio asburgico. Tuttavia, l’intervento del Luogotenente di Udine riportò di nuovo l’ordine, dopo il severo castigo dei colpevoli, mentre tutto il resto della confinazione della Schiavonia veneta era tranquillo. Anzi, per meglio tutelare la quiete si propose di rendere ancora più evidente la linea territoriale sui monti Colovrat, Matajur e Mia, costruendovi sopra un muro a secco sostenuto da capitelli[99].
L’interesse principale se non vitale della Repubblica, evitare qualsiasi pretesto che potesse essere usato per violare la sua sovranità da un vicino così potente e agguerrito, fu raggiunto nella Schiavonia veneta, lo si è appena visto, come in tante altre parti della confinazione, compresa l’Istria e la Dalmazia. La difesa della neutralità non era affidata alle armi, che non si possedevano truppe a sufficienza, ma all’abilità, alla sapienza e alla fedeltà dei sudditi preposti alla salvaguardia del confine. In tempi ordinari il sistema escogitato da Andrea Tron e dai sopraintendenti e provveditori resse, ma non poteva certo far fronte ad eventi straordinari come l’arrivo di eserciti rivoluzionari.
Nel maggio del 1796, le armate francesi violarono i confini della Repubblica, faticosamente costruiti durante l’ultimo secolo della sua vita. Ora si è molto discusso dell’incapacità del patriziato veneto di prevedere quegli eventi e di prepararsi adeguatamente, così da evitare la caduta rovinosa del vecchio Stato marciano. Si è anche accusata l’imbelle politica della neutralità disarmata. Senza ovviamente togliere nulla a quanto c’è di vero in tali affermazioni, queste note tuttavia possono illuminare da un’altra prospettiva, dandole forse nuova luce, la lotta veneziana contro la perdita dell’indipendenza. Vista la disparità delle forze in campo, una capitolazione era, prima o poi, inevitabile. Lo stesso sistema costituzionale anacronistico di quella che era rimasta nel suo fondamento una città-stato aveva retto anche troppo a lungo. Lo sforzo di uomini più acuti come Andrea Tron fu rivolto non tanto a salvare la Repubblica, era impossibile, quanto piuttosto a procrastinarne la fine. La sopravvivenza dello Stato fu così affidata ai principi di equità e di giustizia, perni del «buon vicinare», sanciti dai trattati stipulati con un sovrano sì amico ma troppo potente per essere spazientito da continue e minute dispute territoriali.
Superata la breve stagione democratica, come accaduto per altre magistrature repubblicane, anche la Camera dei confini continuò a svolgere le proprie funzioni durante la fase iniziale della prima dominazione austriaca, vigilando sui nuovi limiti delle province austrovenete che avevano subito lo scorporo dei territori al di là del Mincio e pesanti disaggregazioni nel Veronese e nel Polesine a favore della Repubblica Cisalpina. Fu però dopo la pace di Presburgo (26 dicembre 1805), con l’annessione al francese Regno d’Italia, che il sistema veneto fu definitivamente abbandonato, quando la competenza sui confini di Stato fu sottratta al governo di un magistrato civile per essere affidata a un organo militare. Terminava così la secolare pratica dei confini affidata alla perizia degli ingegneri e alla sapienza dei provveditori delle province. Nelle misure legislative di quegli anni napoleonici, i limiti dello Stato furono intesi soprattutto come barriere da sottoporre a sorveglianza per evitare i contrabbandi. Perciò, le disposizioni relative ai confini furono dirette a regolare il commercio dei grani, a proibire la libera circolazione delle merci estere o i loro ammassi presso le nuove frontiere, o a fissare gli obblighi dei barcaioli[100]. Nessuna preoccupazione invece per la linea territoriale e per la sua tutela. Del resto i continui e clamorosi sommovimenti di un quadro politico in continua evoluzione, sconsigliavano l’inizio di lunghe trattative per fissare confini stabili e duraturi. Per delimitare le nuove conquiste era molto più semplice servirsi di carte geografiche e con un tratto di penna separare i territori che dovevano essere assegnati a questa o a quella potenza, senza tener conto della popolazione locale, dei suoi diritti e delle sue secolari consuetudini. A Loeben, a Campoformio, a Lunéville, a Presburgo e a Vienna le vecchie province della Repubblica, in pianura, vennero smembrate a seconda della convenienza del momento o dei rapporti di forza tra le grandi potenze europee, come era già accaduto alla Polonia e come, fatte le debite proporzioni, sarebbe toccato all’Africa nell’età dell’imperialismo. Ma il loro limite in montagna e in alcune parti del piano presso i fiumi rimase intatto, ed è una delle più importanti eredità lasciateci da quei vecchi governanti.
Chi è Mauro Pitteri:
Mauro Pitteri è nato a Venezia nel 1955 e si è laureato a Ca’ Foscari con una tesi in storia dell’agricoltura. Insegna Storia nella scuola media superiore e Storia contemporanea presso lo IUSVE. Ha svolto l’incarico d’insegnamento di Laboratorio di Didattica della Storia presso la SSIS Veneto. Ha continuato l’attività di ricerca storica, interessandosi soprattutto alla storia della Repubblica di Venezia e della sua Terraferma. Negli ultimi anni si è occupato della confinazione della Repubblica veneta soprattutto con l’Impero asburgico, partecipando al più recente dibattito storiografico in tale materia. Tra i suoi obiettivi, mettere in evidenza lo stretto legame tra politica interna e politica estera all’interno del nuovo diritto internazionale impostosi durante l’Illuminismo. Ha pubblicato saggi su numerose riviste specializzate e scritto cinque volumi, tra cui «Per una confinazione equa e giusta». Andrea Tron e la politica dei confini della Repubblica di Venezia nel Settecento (Franco Angeli editore, Milano 2007), e un Diario del Risorgimento Veneto (Venezia 2011).
[1] Cito da I Promessi Sposi, I Meridiani, Milano, 2002, tomo II, I Promessi Sposi (1840). Storia della colonna infame, pp. 334-335.
[2] Citato da A. BRILLI, Il viaggio in Italia. Storia di una grande tradizione culturale, Il Mulino, Bologna, 2006, p. 150.
[3] Cito da Viaggio in Italia, traduz. di E. CASTELLANI, I Meridiani, Milano, 1983, pp. 30-32. L’episodio anche in BRILLI, op. cit., p. 133.
[4] Così riferisce Francesco Avesani all’amico Leone Pincherle nella sua lettera datata Londra, il 26 gennaio 1860, edita da R. CESSI, Studi sul Risorgimento, Liviana, Padova, 1965, pp. 338-339.
[5] G. P. CELLA, Tracciare confini. Realtà e metafore della distinzione, Il Mulino, Bologna, 2006, pp. 19-22.
[6] C. MAGRIS, Utopia e disincanto, Garzanti, Milano, 2001, pp. 52 e 58.
[7] W. BENJAMIN, Per la critica della violenza, in Angelus Novus. Saggi e frammenti, a cura di R. SOLMI, Einaudi, Torino, 1995, pp. 24, 25, citato da CELLA, op. cit., p. 23.
[8] M. BLOCH, La società feudale, Einaudi, Torino, 1974, pp. 428-30.
[9] P. SAHLINS, Boundaries. The Making of France and Spain in the Pyrenees, Berkeley, University of California Press, 1989. Va ricordato il luogo dell’incontro fra le delegazioni, guidate da Luigi XIV e Filippo IV, un posto simbolico, l’isola dei Fagiani sul fiume Bidasoa divenuto confine di Stato. Ebbene quell’isola assunse una sorta di significato simbolico tanto da rimanere comune a entrambe le monarchie.
[10] P. MARCHETTI, Spazio politico e confini nella scienza giuridica del tardo medioevo, in Confini e frontiere nell’età moderna. Un confronto fra discipline, a cura di A. PASTORE, Franco Angeli, Milano, 2007, pp. 65-80, pp. 65-67.
[11] P. SERENO, Ordinare lo spazio e governare il territorio: confine e frontiera come categorie geografiche, in Confini e frontiere cit., pp. 45-64. Continua l’autrice: « La differenza è di linearità e zonalità del limite territoriale. Al confine lineare è di norma associato il principio di sovranità dello Stato, giuridico e territoriale al tempo stesso, che conferisce significato politico ad un confine, alla sua definizione, delineazione, demarcazione», pp. 46-48.
[12] R. CESCHI, Ricognizione tra frontiere e confini, in Confini e frontiere cit.,pp. 107-116.
[13] Celebre la definizione «Il punto di vista vero per capire la storia di questa nazione non è la costa che guarda l’oceano Atlantico, è il grande West», J. TURNER, La frontiera nella storia americana, Il Mulino, Bologna, 1975, pp. 32-33. Continua invece Febvre, «solo dopo che in una comunità si è formata l’idea che esista una frontiera, questa idea può essere ricollegata a una certa configurazione geografica». Il saggio è Frontiera, la parola e la nazione, citazioni che devo al compianto C. DONATI, Per una storia plurale e dinamica della frontiera in età moderna: l’esempio lombardo, in Alle frontiere della Lombardia. Politica, guerra e religione nell’età moderna, a cura dello stesso, Franco Angeli, Milano 2006, pp. 7-16.
[14] Archivio di Stato di Venezia (ASV), Senato. Corti, fz. 459, alla data; e Provveditori e Sopraintendente alla Camera dei confini (PSCC), b. 107.
[15] ASV, PSCC, b. 107. Rimando al mio Rotture e continuità della linea territoriale veneta dopo le guerre napoleoniche (1796-1814), in “Ateneo Veneto”, anno CXCVI (2009), pp. 35-72.
[16] P. ZANINI, Significati del confine. I limiti naturali, storici, mentali, Bruno Mondadori, Milano, 1997, p. 14.
[17] D. NORDMAN, Frontières de France. De l’espace au territoire. XVIe-XIXe siècle, Paris 1998, pp. 336-338. In altre parole, in antico regime «i confini non sono confusi ma complessi».
[18] Le citazioni dei giuristi che stampano tutti le proprie opere proprio a Venezia in MARCHETTI, op. cit., pp. 70-76. E ID., De Jure finium. Diritto e confini tra tardo medioevo ed età moderna. Giuffré, Milano, 2001, pp. 51-55, dove si ribadisce tra l’altro che i territori sono prodotti «culturali», conseguenza dei modi con cui gli uomini hanno costruito e trasformato lo spazio in cui hanno vissuto e operato «edificando strade, case città, lavorando e sistemando terreni» in base a regole giuridiche e privilegi.
[19] Così nelle scritture del Soprintendente alla Camera dei confini Andrea Tron del 4 gennaio 1774 (1773 m. v.), in ASV, Senato. Corti, fz. 355, allegato alla parte del 15 gennaio; e del 5 marzo 1779, in ASV, PSCC, b. 281. Le riflessioni sul confine naturale in NORDMAN, op. cit., pp. 63-66.
[20] CESCHI, op. cit., p. 115.
[21] Si tratta della parte del Maggior Consiglio 5 novembre 1564 che seguiva la parte 31 ottobre dei Pregadi, edita da V. ADAMI, I Magistrati ai confini nella Repubblica di Venezia, Tipografia Italo-orientale, Grottaferrata 1915., pp. 45-46.
[22] Solo nel 1588, furono di nuovo designati due senatori; nel frattempo, si era fatto ricorso a commissari straordinari per estinguere conflitti insorti fra villaggi limitrofi in Cadore e lungo il Po; rimando al mio I confini della Repubblica di Venezia. Linee generali di politica confinaria (1554-1786), in Alle frontiere della Lombardia cit., pp. 259-288.
[23] La parte che ordina la nomina di un provveditore ai confini a Crema e Capodistria è del 16 febbraio 1605 (1604 m. v.) in ADAMI, op. cit., p. 49 e ASV, PSCC, b. 297. Quello di Belluno fu istituito il 15 dicembre 1678, id., b. 191.
[24] La parte del Senato 10 agosto 1619 che destinava alla camera un segretario a tempo pieno è in ADAMI, I Magistrati cit., pp. 55-56, ASV, Compilazione Leggi, b. 145.
[25] Il 3 gennaio 1637 (1636 m. v.) si concesse il porto d’armi al provveditore ai confini di Bergamo; il 13 maggio 1723 tale facoltà fu estesa a tutti i provveditori ai confini delle città suddite; ADAMI, op. cit., p. 54. ASV, Compilazione Leggi, b. 145.
[26] La parte del Senato del 19 aprile 1657, in ASV, Senato. Terra, reg. 154, c. 111r e Compilazione Leggi, b. 145.
[27] Inoltre, di tempo in tempo il Sopraintendente avrebbe dovuto presentarsi in Collegio per suggerire «tutto quel di più fosse profittevole da deliberarsi nella materia che è della maggior importanza mentre riguarda il dominio della Serenissima Signoria». La parte fu approvata il 31 dicembre 1676, ASV, Senato. Terra, fz. 939 e PSCC, b. 291.
[28] Il savio del Consiglio, Battista Nani (1616-1678) fu Zuanne, storico ufficiale della Repubblica, già ambasciatore a Roma (1645) e a Parigi (1645-1648), fu eletto commissario ai confini in Dalmazia il 16 aprile 1671 e provveditore sopraintendente il 31 dicembre 1676. Mancò di vita nel novembre del 1678 e non fu sostituito.
[29] Riferimento alle complicate trattative di Carlowitz, sostenute con grande difficoltà da Carlo Ruzzini. La parte del 25 luglio 1699 in ASV, Senato. Terra, fz. 1.254 e in PSCC, b. 291. L’elezione di Girolamo Venier fu Nicolò è del 14 agosto 1699, era nato nel 1650, ed era Stato ambasciatore a Parigi nel 1687 e a Vienna dal 1689 al 1692.
[30] La parte del 6 gennaio 1703 (1702 m. v.) in ASV, Senato. Terra, fz. 1.307. La scrittura di Girolamo Venier, allegata alla parte, è del 4 gennaio.
[31] La notizia della permanenza di Venier alla carica di sopraintendente fino al 1710 la dà Andrea Tron in una sua breve storia della sopraintendenza alla camera dei confini, Archivio Museo Correr di Venezia, Donà delle Rose, ms. 398, cc. 45-48.
[32] Carlo Ruzzini (1653-1735) fu eletto sopraintendente il 19 giugno 1717. L’anno dopo era a Passarowitz per le trattative di pace dopo la Seconda guerra di Morea, che avevano di nuovo modificato il triplo confine in Dalmazia a vantaggio della Repubblica, ancora una tenue compensazione per la perdita stavolta della Morea. Dopo il 1720, Ruzzini non avrebbe più avuto missioni diplomatiche. A. DA MOSTO, I Dogi di Venezia nella vita pubblica e privata, Firenze 1977, pp. 472-474.
[33] R. CESCHI, La Lombardia svizzera, in Storia della Svizzera italiana dal Cinquecento al Settecento, a cura di R. CESCHI, Bellinzona, edizioni Casagrande, 2000, pp. 42-44.
[34]NORDMAN, op. cit., pp. 363-364 e 384-386. Per l’autore, «l’Austria, la Prussia, la Baviera, i Cantoni, gli Stati e i Principati italiani (gli Stati sardi, Venezia e qualche altro), negoziano, regolarizzano il loro confini con i vicini. Di questa minuziosa preoccupazione territoriale, di cui non si astengono né i più grandi né i più piccoli, la storia resta da fare».
[35] Secondo F. VENTURI, Settecento riformatore, I, Da Muratori a Beccaria, Einaudi, Torino, 1969², pp. 411-417, fu stabilito in maniera così accurata e minuta da «lasciare ancor oggi una traccia geografica evidente».
[36] Sono i trattati di Mantova del 24 luglio 1752 e di Melara del 3 maggio 1757 che regolavano il confine mantovano con il Ferrarese, C. CAPRA, Il Ducato di Milano dal 1535 al 1796, in Storia d’Italia, UTET, Torino, 1984, vol. XI, pp. 308-309.
[37] Beltrame Cristiani (1702-1758), importante funzionario asburgico impegnato anche nelle riforma amministrative; quando morì ci fu sincero cordoglio a Venezia poiché si era perso un interlocutore onesto e competente, su di lui, S. ZANINELLI, Cristiani Beltrame, Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 31, pp. 7-11.
[38] Vedi P. PALUMBO, Diplomazia e controversie di confine tra la Repubblica di Genova e il Regno di Sardegna 1720-1790. Fonti e materiale cartografico dell’Archivio di Stato di Genova, in Alle frontiere della Lombardia cit., pp. 340-341; e D. CARPANETTO, Il regno e la repubblica. Conflitti e risoluzione dei conflitti tra Stato sabaudo e Ginevra, in Confini e frontiere cit., pp. 157-204.
[39] Vedi A. STOPANI, La memoria dei confini. Giurisdizione e diritti comunitari in Toscana (XVI-XVIII secolo), in “Quaderni Storici”, 118/a. XL n. 1 (2005), pp. 73-96, specie pp. 88-90.
[40] E. GRENDI, La pratica dei confini. Moglia contro Sassello, 1715-1745, in “Quaderni Storici”, 63/a. XXI, n. 3 (1986), pp. 811-845, specie pp. 840-841. Sui termini che disegnano una «linea intellettuale» che lega idealmente elementi naturali come una roccia o un corso d’acqua vedi ID., Cartografia e disegno locale. La coscienza sociale dello spazio, in Lettere Orbe, Palermo, 1991, pp. 135-161, specie p. 147.
[41] Vedi ASV, Senato. Dispacci Roma espulsi p., fz. 39 e reg. 19.
[42] Id., scrittura Emo del 26 marzo 1748; e di Zen del 27 luglio 1748, allegata alla parte 1° agosto, in ASV, Senato. Deliberazioni Roma espulsi p., fz. 60. Qui anche il memoriale del nunzio, 8 aprile 1747.
[43] Id., reg. 19, cc. 21r-22v, parte del 28 marzo 1748, ribadita dalla parte del successivo 20 aprile, cc. 36v-39r.
[44] Id., fz. 60, relazione Temanza del 6 aprile 1748, allegato alla parte 20 aprile.
[45] Id., relazione Temanza del 9 agosto 1748. La mappa dell’intera confinazione è in ASV, Savi ed Esecutori alle Acque, Serie Po, n. 148/100.
[46] ASV, Senato. Deliberazioni Roma espulsi p., reg. 19, cc. 84r-85r, parte presa il 28 settembre 1748. In quello stesso settembre, Benedetto XIV aveva fatto sapere all’ambasciatore veneto di essere «indifferentissimo» sull’effettiva positura della linea perché l’unica cosa che voleva era «il bene supremo della quiete al confine». ASV, Dispacci Roma espulsi p., fz. 39, n. 117 secondo, del 3 settembre 1748.
[47] ASV, Senato. Dispacci Roma espulsi p., fz. 31, n. 160, 10 maggio 1749. Il trattato del 15 aprile 1749 fu sottoscritto dal nunzio Caraccioli e dal procuratore Zen nella nunziatura in Venezia, a San Francesco della Vigna. Vedilo in ASV, PSCC, b. 107.
[48] Parte presa in Pregadi il 10 marzo 1750, ASV, Senato. Corti, fz. 278. Pietro Correr (1707-1768) aveva svolto una brillante carriera nelle magistrature della Repubblica, eletto con continuità Savio di Terraferma. Giovanni Donà (1691-1766) nel 1742 era Stato bailo alla Porta ottomana.
[49] Francesco Morosini 2°, detto Lorenzo, di Michiel, del ramo della Sbarra è nato il 21 giugno 1714, i suoi dispacci sono in ASV, PSCC, bb. 270-272. Alla b. 273 la sua relazione finale del 9 novembre 1756, di 76 pagine (19 fogli numerati), da cui sono tratte alcune notizie del testo.
[50] Si tratta degli art. VIII, IX e X del trattato, edito parzialmente da ADAMI, op. cit., pp. 67-71. Le prime visite si sarebbero effettuate nel 1754 a Vicenza, Verona e Brescia; nel 1755 in Cadore (art. III).
[51] Sulla questione del Garda vedi da ultimo V. TIGRINO, «Prescindendo dal diritto…con amichevole soddisfazione». Il contenzioso storico-giuridico sul lago di Garda tra Repubblica di Venezia e Impero nel XVIII sec., in “Studi Veneziani” (2005), pp. 1-20.
[52] Sono nell’ordine i due Trattati di Vaprio del 31 luglio e del 17 agosto 1754; e i tre di Mantova del 31 marzo, 10 giugno e 16 agosto 1756. Copie a stampa di questi trattati, assieme ai due precedenti di Ostiglia, legati in volume, in ASV, PSCC, b. 268.
[53] I dispacci del commissario Donà in ASV, PSCC, bb. 229-231. Egli siglò i primi trattati a Pontebba il 18 novembre 1750, a Cormons il 3 ottobre 1751 e a Gorizia il 25 aprile 1752; essi poi furono riuniti nella convenzione di Gorizia del 31 dicembre 1755.
[54] Il dispaccio con cui Tron avvisa il Senato dell’intenzione di Ulfeld di sostituire il plenipotenziario è dell’8 ottobre 1751, in ASV, Senato. Dispacci Germania, fz. 258, n. 166 copia in PSCC, b. 229, cc. 267-272.
[55] ASV, PSCC, b. 231, libro VI, c. 7.
[56] Le scritture di Emo del 13 febbraio sono allegate alla parte del Senato 26 febbraio 1757 (1756 m. v.) in ASV, Senato. Corti, fz. 271.
[57] Si tratta della citata relazione in ASV, PSCC, b. 273, discussa in Senato il 26 febbraio 1757 (1756 m .v.), vedi serie Corti, fz. 297. Morosini lasciò la sopraintendenza perché nominato ambasciatore straordinario a Londra.
[58] Su Andrea Tron (1712-1785), figura chiave della politica veneziana di quegli anni, rimando al mio Per una confinazione «equa e giusta». Andrea Tron e la politica dei confini della Repubblica di Venezia nel ‘700, Franco Angeli, Milano, 2007.
[59] Scritture di Tron del 17 e 18 agosto 1762 e del 25 gennaio 1763 (1762 m. v.), in ASV, PSCC, b. 279.
[60] Hanno studiato di recente il caso Tartaro M. VALENTINI, Un caso di trasformazione territoriale nel Veneto del ‘700: il Tartaro e la risaia, in Governo ed uso delle acque nella Bassa Veronese. Contributi e ricerche (XIII-XX sec.), a cura di G. BORELLI, Vago di Lavagno (VR), 1984, pp. 133-174, in particolarepp. 146-149; e L. PORTO, La regolazione del confine sul Tartaro nella seconda metà del Settecento, in Alle frontiere della Lombardia cit., pp. 324-335.
[61] Ad esempio, sulle reazioni del ministro napoletano Tanucci vedi ASV, Senato. Dispacci Napoli, fz. 144. Tanucci seguiva l’evolversi della situazione e ne scrisse al ministro napoletano a Venezia, il conte Finocchietti: «intanto il fatto conferma la massima che le sole forze sono capaci di conciliare li riguardi che senza di quelle si perdono. In tal vedute fu responsabile la condotta tenuta dal Savio di Terraferma, lasciandole sfornite di truppe». Archivio di Stato di Napoli, Esteri, fascio 2307, n. 57, 8 settembre 1763.
[62] Sul trattato di Ostiglia del 25 giugno 1764, vedi VALENTINI, op. cit., pp.156-157 e PORTO, op. cit., pp. 327-328. A metà giugno 1765 il sistema delle irrigazioni del Tartaro risultò completamente ristrutturato secondo i nuovi regolamenti di distribuzione dell’acqua stabiliti nel supplemento di Mantova del 19 giugno 1765, vedi PORTO, op. cit., p. 331. Sulla coltivazione del riso, che è all’origine dei problemi confinari del Tartaro, vedi M. VALENTINI, La coltivazione del riso nel Veronese nel XVIII secolo, “Atti dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti”, CXLIII (1985), pp. 197-224.
[63] ASV, PSCC, b. 279, scrittura del 27 agosto 1765. Si era servito del matematico Rossi, del consultore Marco Forcellini e degli ingegneri Leonardo Barrai e Adriano Cristofoli. Lodò soprattutto l’alfiere Ferro che aveva chiuso le bocche che alimentavano la risaia del marchese Cavriani, procurandosi così «qualche potente inimico».
[64] La ducale 20 settembre 1765 è in copia in ASV, Senato. Corti, fz. 423, allegato alla parte 6 maggio 1786. Un'altra copia in ASV, PSCC, b. 274.
[65] Già ambasciatore a Roma e bailo a Costantinopoli, Giustinian (1721-1790) fu eletto sopraintendente il 28 gennaio 1775 (1774 m. v.); l’aver sposato una Pisani Dal Banco lo aveva imparentato con i Tron di San Stae e del resto egli aveva condiviso con Andrea molte battaglie giurisdizionaliste. In tutto, produsse 82 scritture conservate in ASV, PSCC, b. 280. Manca uno studio biografico su Alvise Contarini 2°, eletto Sopraintendente il 6 giugno 1782, quando era reduce dall’ambasciata presso Pio VI durante il soggiorno veneziano del papa, conclusosi qualche settimana prima. E’ forse lo stesso che con tanto onore si era distinto nella carica di podestà a Bergamo. Le sue 144 scritture in Id., b. 282.
[66] Vedi ASV, PSCC, b. 280, I, cc. 33-48, 27 agosto 1775. Il prescelto fu Antonio Luigi Bricci, veronese, nipote del matematico Rossi, che aveva studiato a Padova «ove conseguì la laurea dottorale nelle leggi e quindi in Pisa e Bologna sotto la direzione di rinomati professori del dritto e delle scienze». Nel 1778, a lui furono affiancati due giovani della Cancelleria, id., III, cc. 124-130.
[67] Su tali argomenti, rimando al mio Per una confinazione cit., pp. 38-42 e alla scrittura del 13 febbraio 1774 (1773 m. v.) edita alle pp. 87-109. La relazione dei fatti di Polonia con la Dalmazia è riscontrata anche da F.M. PALADINI, «Un caos che spaventa». Poteri, territori e religioni di frontiera nella Dalmazia della tarda età veneta, Marsilio, Venezia 2002, pp. 287-297.
[68] Notizie tratte dalle lettere a Bartolomeo Gradenigo 2°, del 3 novembre 1773, 18 e 20 maggio 1774, in Archivio Museo Correr di Venezia, Donà delle Rose, b. 399.
[69] Le lettere del nuovo provveditore generale in Dalmazia, Giacomo Gradenigo (1774-1777) che informano dell’accaduto in ASV, Senato. Corti, fz. 359, allegati alla parte 23 dicembre 1774. Truppe austriache e sudditi liccani avevano appiccato il fuoco alle case di alcune famiglie morlacche di Tribagn che avevano rifiutato di rinnegare la propria fedeltà alla Repubblica. L’episodio anche in PALADINI, op. cit., pp. 292-294.
[70] Vedi le scritture in ASV, PSCC, b. 281, I, cc. 1-5, 67-68 e 69-75, del 23 febbraio, 17 e 19 novembre 1778; II, del 24 marzo e 2 agosto 1779; III, del 14 settembre 1780.
[71] Si rifà agli studi del compianto Sante Bortolami, F. BIANCHI, Una società di montagna in una terra di confine: l’altopiano dei Sette Comuni vicentini nel primo Cinquecento, in Questioni di confine e terre di frontiera in area veneta. Secoli XVI-XVIII, a cura di W. PANCIERA, Franco Angeli, Milano, 2009, pp. 19-88, specie pp. 31-33. Nello stesso volume vedi il saggio di W. PANCIERA, Il confine tra Veneto e Tirolo nella parte orientale dell’Altopiano di Asiago tra il XVI e il XVIII secolo, pp. 147-179. E quelli di J. PIZZEGHELLO e S. LAVARDA, sempre relativi all’Altopiano dei Sette Comuni oggi detto di Asiago.
[72] Si tratta della guida storica di T. BELLÒ, Storie di confine dell’Alpi vicentine. Da Recoaro al Monte Grappa, La Serenissima, Vicenza, 2006. Guida analoga per la Lessinia hanno scritto I. LAITI e A. BOTTEGAL, Il confine fra la Casa d’Austria e la Repubblica di Venezia sulla Lessinia. Storia generale dell’origine e definizione del confine territoriale. Studio particolareggiato della linea confinaria. Monografia dei termini e itinerari di visita, Comunità Montana della Lessinia, La Grafica Editrice, Verona, 2005.
[73] I. CACCIAVILLANI, I cippi della Marcesina, Signum, Padova 2001, illustrati nella bella appendice fotografica; e PANCIERA, op. cit., pp. 165-168.
[74] ASV, PSCC, b. 124, Relazioni dei provveditori ai confini di Vicenza, 1787 e 1788.
[75] Rimando al mio La nascita di un confine. La linea di Stato tra Falcade veneta e i domini della Casa d’Austria (1761-1795), in Questioni di confine cit., pp. 225-254. Per altre aree alpine vedi D. BALANI, I confini tra Francia e Stato sabaudo nel XVIII secolo: strategie diplomatiche e amministrazione del territorio, in Lo spazio sabaudo. Intersezioni, frontiere e confini in età moderna, a c. di B. A. RAVIOLA, Franco Angeli, Milano, 2007, pp. 59-99, in particolare pp. 60-63. Per i Pirenei, SAHLINS, op. cit., pp. 33-36.
[76] D. NORDMAN, La frontière: notions et problèmes en France (XVIe-XVIIIe siècle), in Lo Spazio sabaudo cit., pp. 19-30, in particolare, pp. 28-29 .
[77] La scrittura di Tron è del 30 giugno 1763, in ASV, PSCC, b. 279.
[78] La mappa di Scarello, in realtà uno schizzo, del 1763, in ASV, PSCC, b. 190. Il sasso del triplo confine è visibile ancor oggi presso la strada che porta al passo San Pellegrino.
[79] «Sembrando – continuava Tron – per dire il vero, un poco strano che con un sì frivolo pretesto, com’è quello di uniformità al confine, spogliar si voglia il vicino di un terreno che ha sempre a memoria di uomini pacificamente posseduto e possiede». Tali argomentazioni non devono esser piaciute ai falcadini che si son tramandati tale amarezza. Ancor oggi (2008) in paese c’è chi sostiene che nell’affare del Col di Mezzo la Repubblica li avesse abbandonati.
[80] Si tratta della convenzione siglata a San Pellegrino il 28 giugno 1769 dal provveditore veneto Barcelloni e dal commissario bressanonese Pallaux, in ASV, PSCC, b. 190. Il disegno esecutoriale è conservata presso il Tiroler Landesarchiv Innsbruck, n. 61/2.
[81] La relazione è stata sottoscritta dalla commissione mista, a cui presero parte anche l’ingegnere veneto Scarello e quello austriaco Giorgio Singer, assieme a sei deputati di Soraga, assistiti dal giudice di Fassa, e a nove deputati della Pieve di Canale e di Falcade. I termini tuttavia non furono ancora posti in effetto. Vedi ASV, Senato. Corti, fz. 345.
[82] La relazione del conte Barcelloni, datata 15 novembre 1778, in ASV, Senato. Corti, fz. 375; in quell’occasione furono stabiliti anche il confine tra Falcade e Moena (1777-1778) e fra Falcade e il Primiero (1781).
[83] La linea era stata «eseguita con l’effettiva demarcazione di non meno che 94 termini tra principali e secondari». Vedi ASV, PSCC, b. 191.
[84] Scrittura Tron del 12 maggio 1770, allegata alla parte 8 maggio 1770 (ASV: Senato. Corti, fz. 338), edita in Per una confinazione «equa e giusta» cit., pp. 78-86.
[85] Come noto l’idea di nazione è legata al fenomeno romantico proprio del secolo XIX; la citazione è tratta da A.M. THIESSE, La creazione delle identità nazionali in Europa, Bologna, 2001, p. 99.
[86] ASV, Commemoriali, reg. 32, cc. 1-2.
[87] ASV, PSCC, b. 231, libro VI, cc. 203-210. I documenti riportano i nomi di quattro villaggi contesi dagli austriaci: Drenchia (Trenchia nei documenti dell’epoca) con i suoi casali. Poi Luich, ossia, Luico che oggi è sloveno, Mersino e un non individuato Matajora.
[88] ASV, PSCC, b. 274. «Nel capitanato di Tolmino i boschi comunali o ordinari erano tutti affittati dal signore conte Coronini ai vari comuni rurali del capitanato». A. PANJEK, Gli usi del bosco nelle Alpi Giulie in età moderna, in Comunità e questioni di confini in Italia settentrionale (XVI-XIX sec.), a cura di M. AMBROSOLI e F. BIANCO, Franco Angeli, Milano, 207, pp. 144-168, in particolare p. 148.
[89] Giovanni Battista Baselli, regio commissario ai confini, sarebbe morto mentre era in pieno corso la disputa su questi monti, nel 1769. Gli subentrerà il nipote Giovanni Pietro Baselli (ASV, Senato. Corti, fz. 342).
[90] Si tratta dei villaggi di Podibela o Sant’Elena al Natisone e Sedula, oggi insediamenti del comune di Caporetto in Slovenia.
[91] La comunità di Luico (Luich) era un piccolo villaggio; da Udine si era indagato ed esso era di sole 49 case per un totale di 330 anime. Gli animali grossi posseduti erano circa 300 e 800 quelli minuti. Poi, quei regolieri avevano venduto ad altri molti carri di fieno ed avevano proprio in quell’anno lasciato «caricare» il monte Mia comunale e anche la pianura di «bovi e cavalli da Gemona veneto e altri da vicini austriaci». Dunque nulla avrebbero sofferto se privati di quella porzione di pascolo. Vedi ASV, PSCC, reg. 279.
[92] Si tratta della scrittura approvata dal Senato il 23 luglio 1768 (ASV, PSCC, reg. 279, cc. 152-157).
[93] ASV, PSCC, b. 279. Dopo essere stata veneta, nel 1514, la contea di Gorizia compreso il capitanato di Tolmino passò agli Asburgo che la infeudarono ai conti Coronini, già signori di Gorizia. Vedi l’allegato alla parte 17 febbraio 1770 (1769 m. v.). Queste violazioni sono denunciate dal Luogotenente di Udine (ASV, Senato. Corti, fz. 337). Sui Coronini che da tempo accusavano i veneti di danneggiare i loro boschi vedi PANJEK, op. cit., pp. 145-147.
[94] Tron si riferiva in particolare all’articolo III del trattato di Gorizia del 6 novembre 1755, dove sono indicati i nomi dei monti segnati dai termini, fra i quali il n. 48 che indicava il monte «detto Collovrat dagli austriaci», ASV, Commemoriali, reg. 32.
[95] Nel capitanato di Tolmino vi erano boschi camerali affidati alla sorveglianza di un waldmastro di nomina regia perché riservati all’imperatore, mantre i boschi comunali o ordinari erano gestiti dalla famiglia Coronini (PANJEK, op. cit., p. 145). In sostanza, quei conti non volevano che fosse di loro possesso il pascolo ceduto in uso ai veneti sul Monte Maggiore.
[96] Una nota indica in 410 il numero delle case dei villaggi esteri, così distribuite nell’ordine di citazione: Smasti (Smast) n. 52, Ladra (Ladra) n. 26, Càmina (Kamno) n. 57, Idresca d’Isonzo (Idrsko) n. 74, Volzana (Volče) n. 110, Dollia (Dolje) n. 53 e Vollària (Volarje) n. 38. Vedi ASV, Senato. Corti, fz. 342.
[97] Scrittura di Tron del 14 gennaio 1773 (1772 m. v.) in ASV, Senato. Corti, fz. 351.
[98] Protocollo del 16 novembre 1782 in ASV, PSCC, reg. 282.
[99] Scrittura dell’ 8 agosto 1792 (ASV, PSCC, reg. 285). La comunità di Luico pretendeva di nuovo di pascolare su fondi loro assegnati da un privilegio dei Provveditori sopra beni comunali del 1613, documento che non poteva essere usato perché il titolare dei beni comunali, secondo la legislazione veneta, è il Principe che ha giurisdizione sui fondi. E poi il privilegio stesso faceva salvi i diritti delle comunità vicine. Il Senato ordinò di punire i colpevoli e di confiscare tutti i documenti, ordinando il rifacimento della linea territoriale a spese di quelli di Luico.
[100] Vedi la voce Confini nel Repertorio Universale della Legislazione pel Regno d’Italia dall’anno 1802 a tutto l’anno 1809, in ASV, Biblioteca Legislativa, b. 33.