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Timestamp: 2019-08-23 02:31:19+00:00
Document Index: 129217268

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Il danno biologico e morale possono essere liquidati solo in via equitativa | Studio Legale Parenti
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Corte di Cassazione, sentenza n. 5243 del 06.03.2014
La Corte di Cassazione, con la sentenza in esame ha precisato che nel quantifcare il danno in caso di infortunio conseguente ad un sinistro stradale il giudice, deve sempre procedere ad una adeguata e reale personalizzazione del danno non patrimoniale subito dalla vittima.
Corte di Cassazione, sentenza n. 3964 del 19.02.2014
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che i genitori possono essere chiamati a pagare i danni causati dai figli anche se i ragazzi sono prossimi alla maggiore età.
Per la Corte “impartire insegnamenti adeguati e sufficienti ad affrontare correttamente la vita di relazione deve essere assolto con maggiore rigore proprio in ragione dei tempi in cui avviene l’emancipazione dal controllo diretto dei genitori”.
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il danno all’immagine della Pubblica Amministrazione, sia esso perseguito dinanzi alla Corte dei Conti o dinanzi ad altra Autorità Giudiziaria, va configurato come danno patrimoniale da perdita di immagine, di tipo contrattuale, avente natura di danno-conseguenza, la cui prova può essere fornita anche per presunzioni e mediante il ricorso a nozioni di comune esperienza.
Corte di Cassazione, sentenza n. 2716 del 06.02.2014
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il danneggiato deve essere risarcito dal fondo vittime della strada anche se omette di denunciare il sinistro alla polizia.
Corte di Cassazione, sentenza n. 25894 del 19.11.2013
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che nel parcheggio di scambio in prossimità della stazione metropolitana la società che gestisce l’area non risponde del furto dell’auto se il cartello che esclude l’ obbligo di custodia è ben visibile ed è all’esterno, di modo che possa essere conosciuto prima della conclusione del contratto stesso.
Corte di Cassazione, sentenza n. 25410 del 12.11.2013
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che l’agenzia di viaggio è tenuta a risarcire la coppia in viaggio di nozze nel caso in cui la moglie considerata ancora cittadina extracomunitaria una volta scesa a destinazione non abbia il visto e quindi non possa soggiornare nel luogo scelto per la luna di miele.
Corte di Cassazione, sentenza n.6587 del 18.02.2010
La Corte di Cassazione ha negato l’attenuante dei motivi religiosi nell’uccisione di Hina la ragazza pachistana sgozzata dal padre, con la complicità di due generi nell’agosto del 2006. La Cassazione ha ribadito che alla base dell’omicidio ci sono stati motivi futili e abietti. Ad armare la mano del padre – sottolinea il Collegio – è stato il “possesso-dominio”, una violenza motivata dalla scarsa disponibilità della figlia a sottomettersi al suo volere. Nel confermare la pena a 30 inflitta a Saleem Mohammed dopo il giudizio abbreviato, la Corte ha respinto anche la richiesta della difesa dell’imputato di non ammettere la costituzione come parte civile del fidanzato che viveva con Hina. Gli ermellini hanno, infatti, specificato che il convivente ha diritto al risarcimento danni in caso di uccisione del compagno, quando come nel caso della giovane pachistana e del suo fidanzato italiano, la convivenza sia protratta nel tempo e abbia “visibilità esterna” e comunanza di vita. Un giudizio sul quale ha pesato anche il sostegno economico-morale che il ragazzo non aveva mai fatto mancare a Hina, per un legame contrastato dalla famiglia fino alle estreme conseguenze. Diciassette anni di reclusione sono stati infine attribuiti ai cognati di Hina. Due uomini di cui la ragazza si fidava al punto da entrare nella casa del padre solo in virtù della loro presenza rassicurante. Sono stati invece proprio loro a sbarrarle la via di fuga.
Corte di Cassazione sentenza n. 1524 del 17.02.2010
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che se un paziente muore a seguito di un errore medico, il figlio ha diritto ad essere risarcito anche della “paghetta”. Poco importa che sia già maggiorenne ed economicamente indipendente. Si tratta sempre e comunque di un danno patromoniale. E’ quanto ha stabilito una sentenza della Corte di Cassazione in relazione al decesso di una donna dovuto ad un errore del chirurgo. Il caso è finito al vaglio della suprema Corte non tanto in relazione all’accertamento della responsabilità medica quanto alle voci di danno oggetto di richiesta risarcitoria da parte del figlio. Nei primi due gradi di giudizio i giudici di merito avevano riconosciuto solo il diritto al risarcimento del danno morale. Nulla però veniva liquidato per il dedotto danno patrimoniale. L’uomo, nel corso del giudizio, aveva dimostrato che sua madre quando era in vita era solita inviargli donazioni in denaro e che pertanto dopo la sua morte quelle entrate economiche erano cessate. La Corte territoriale respingendo la richiesta aveva fatto notare che ”il solo invio di denaro – che fra l’altro non necessariamente avveniva ogni mese, ma con scadenze variabili – da parte della madre non e’ sufficiente a dimostrare una necessita’ del figlio incapace o impossibilitato a provvedere al proprio mantenimento… ben potendo rappresentare invece, come avviene nella maggior parte dei casi, una semplice elargizione, pur ripetuta nel tempo, che l’anziana genitrice intendeva effettuare nei confronti del figlio lontano quale supporto economico onde consentirgli un maggior agio economico”. Si sarebbe trattato dunque di ”semplici elargizioni a titolo grazioso … senza che in capo all’appellante fosse maturato alcun diritto”. Di diverso avviso la Suprema Corte che ha invece rilevato come il fatto che il figlio della vittima sia maggiorenne ed economicamente indipendente ”non esclude la configurabilita’ e la conseguente risarcibilita’ del danno patrimoniale da lui subito per effetto del venir meno delle provvidenze aggiuntive che il genitore gli destinava”. La perdita di quei soldi che gli arrivavano dalla madre – scrive la Corte – ”si risolve in un danno patrimoniale corrispondente al minor reddito per chi ne sia stato beneficiato”.
Corte di Cassazione, sentenza n. 80 del 20.01.2010
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che la responsabilità aquiliana per i danni provocati da animali selvatici alla circolazione dei veicoli deve essere imputata all’ente, sia esso Regione, Provincia, Ente parco, federazione o Associazione ecc, a cui siano stati concretamente affidati, nel singolo caso, i poteri di amministrazione del territorio e di gestione della fauna ivi insediata, sia che i poteri derivino da delega o concessione di altro ente. In quest’ultimo caso, sempre che sia conferita al gestore autonomia decisionale e operativa sufficiente a consentirgli di svolgere l’attività in modo da poter adottare le misure normalmente idonee a prevenire, evitare o limitare tali danni.
Corte di Cassazione, sentenza n.2847 del 11.02.2010)
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame occupandosi della ripartizione dell’onere della prova, in caso di consenso informato, ha chiarito che nel caso in cui il medico abbia omesso di informare il paziente sui rischi e sulle caratteristiche di un determinato intervento, l’eventuale pretesa risarcitoria da parte del paziente, per danni consistiti nel peggioramento delle sue condizioni di salute, è accoglibile solo nel caso in cui quest’ultimo dimostri che, se fosse stato informato sui tali rischi, avrebbe verosimilmente rifiutato di sottoporsi all’intervento stesso. Nella parte motiva della sentenza chiarisce che in mancanza di tale prova, sarebbe risarcibile solamente il danno ricollegabile alla lesione del diritto di autodeterminazione del paziente. Nela sentenza si richiama quello che viene definito un “definitivo approdo” giurisprudenziale secondo il quale l’intervento stesso del medico, anche solo in funzione diagnostica, da comunque luogo all’instaurazione di un rapporto di tipo contrattuale. Ne consegue che, effettuata la diagnosi in esecuzione del contratto, l’illustrazione al paziente delle conseguenze (certe o incerte che siano, purchè non del tutto anomale) della terapia o dell’intervento che il medico consideri necessari o opportuni ai fini di ottenere, quante volte sia possibile, il necessario consenso del paziente all’esecuzione della prestazione terapeutica, costituisce un’obbligazione il cui adempimento deve essere provato dalla parte che l’altra affermi inadempiente, e dunque dal medico a fronte dell’allegazione di inadempimento da parte del paziente. Dall’altro afferma che “per addossare al medico le conseguenze negative dell’intervento, necessario e correttamente eseguito, sarebbe occorso addivenire alla conclusione che la paziente non vi si sarebbe sottoposta se fosse stata adeguatamente informata, non potendosi altrimenti affermare la sussistenza di nesso di causalità tra la violazione (omessa informazione) e il bene giuridico che si assume leso (la salute)”.
Corte di Cassazione,Sezioni Unite sentenza n. 1627 del 27.01.2010
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precistao che il Comune è responsabile dell’attività dei propri messi comunali e qualora questi, nell’esercizio delle proprie funzioni, omettano di notificare un avviso di accertamento entro i termini previsti, l’Ente locale è tenuto a risarcire l’Agenzia delle entrate territorialmente competente che ha emesso il citato avviso, secondo un importo che deve essere, in via presuntiva, determinato in base alla pretesa fiscale salvo prova contraria da parte del Comune, che dimostri l’insussistenza dei presupposti di fatto o di diritto.
Corte di Cassazione, sentenza n. 564 del 15.01.2010
La Corte di cassazione con la sentenza in esame ha respinto il ricorso proposta da una donna che richiedeva l’equo indennizzo per irragionevole durata del processo (eccependo la generica violazione della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e della legge n.89 del 2001), stabilendo che è inammissibile il motivo del ricorso per cassazione che si concluda con la formulazione di un quesito di diritto in alcun modo riferibile alla fattispecie o senza attinenza con il decisum. La Corte ha quindi escluso la proposizione dei quesiti di diritto che si risolvano in una sintesi generica e prive di specificità individualizzante. La corte ha infatti affermato che i quesiti proposti dal ricorrente consistono in formulazioni del tutto astratte e prive di aderenza con la ratio decidendi: come ad esempio, sulla necessità del rispetto della consolidata giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo
Corte di Cassazione, sentenza n. 2122 del 29.01.2010
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che non spetta nessun risarcimento al primario di un ospedale che, dopo aver vinto un concorso in un’altra Asl, si dimette da suo incarico e perde il nuovo posto per il successivo annullamento del concorso stesso. Per la Corte la lesione di un interesse pretensivo è indennizzabile solo se viene contestata la legittimità del provvedimento che ha provocato la perdita del posto ma non quando il danneggiato si limita a contestare l’operato della pubblica amministrazione.
Corte di Cassazione, sentenza n.1688 del 26.01.2010
La Corte di cassazione, con la sentenza in esame ha precisto che in caso di incidente automobilistico, il proprietario dell’autovettura danneggiata ha diritto a richiedere anche il risarcimento del danno conseguente alla impossibilità di utilizzare il mezzo durante il tempo necessario per la riparazione. Tale danno (cd. fermo tecnico) può essere liquidato in via equitativa anche senza la necessità di una prova specifica dello stesso giacchè spiega la Corte ciò che rileva ai fini della liquidazione è il semplice fatto che il proprietario sia stato privato dell’utilizzo del mezzo per un determinato periodo di tempo e ciò anche a prescindere dall’uso effettivo a cui esso era destinato”. La Corte ricorda che è principio consolidato in giurispridenza il fatto che il risarcimento del danno da fatto illecito debba assolvere al compito di porre il patrimonio del danneggiato nello stesso stato in cui si sarebbe trovato se non vi fosse stato l’evento lesivo e ciò a prescindere dagli esborsi effettivi. In relazione al fermo tecnico, scive la Corte richiamando una precedente decisione, si deve considerare che “l’autoveicolo è difatti, anche durante la sosta forzata, fonte di spesa (tassa di circolazione, premio di assicurazione) comunque sopportata dal proprietario, ed altresì è soggetta a un naturale deprezzamento di valore, del veicolo”.
Corte di Cassazione, sentenza n. 1524 del 26.01.2010
La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che il danno patrimoniale deve essere riconosciuto anche al figlio della vittima economicamente indipendente se il genitore era solito fargli donazioni. Per la Corte il fatto che il figlio della vittima, deceduta a seguito di un fatto illecito altrui, sia maggiorenne ed economicamente indipendente non esclude la configurabilità la conseguente risarcibilità del danno patrimoniale da lui subito per effetto del venir meno delle provvidenze aggiuntive che il genitore gli destinava spontaneamente. La perdita di un sostegno durevole si risolve infatti in un danno patrimoniale corrispondente al minor reddito per chi ne sia stato beneficiato.
Corte di Cassazione, sentenza n. 920 del 22.012010
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame richiamando il contenuto dell’art. 1223 del codice civile in tema di risarimento danni, ha stabilito che l’avvocato che non depositi tempestivamente il ricorso per Cassazione precludendo così la possibilità per il cliente di vedere accolte le sue pretese (nella fattispecie si trattava della richiesta di riliquidazione dell’indennità di fine rapporto proposta da un lavoratore nei confronti della propria azienda) dovrà pagare il risarcimento del danno e corrispondere anche gli interessi e la rivalutazione monetaria che il dipendente avrebbe potuto ottenere giudizialmente. Il menzionato art. 1223, infatti, in materia di responsabilità contrattuale, dipone che “Il risarcimento del danno per l’inadempimento o per il ritardo deve comprendere così la perdita subita dal creditore come il mancato guadagno, in quanto ne siano conseguenza immediata e diretta”. Per questo il risarcimento deve essere idoneo a reintegrare quella perdita patrimoniale che non si sarebbe verificata se il professionista avesse tempestivamente depositato il ricorso. Trattandosi di credito da lavoro si dovrà tenere conto sia della rivalutazione monetaria, che ha lo scopo di risarcire il maggior danno previsto dall’art. 1224, sia gli interessi che coprono il pregiudizio derivante da mancato guadagno della liquidità cioè senza bisogno di prova del vantaggio che ne sarebbe derivato.
Corte di Cassazione, sentenza n. 997 del 21.01.2010
La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che l’automobilista che, in caso di sinistro stradale, si avvale dell’assistenza di uno studio di infortunistica può contenere in giudizio il rimborso delle spese sostenute anche se l’attività stata svolta da un soggetto che non riveste la qualità di professionista legale. Per la Corte l’attività di assistenza legale non può considerarsi riservata agli iscritti negli albi e dà diritto al compenso a favore di colui che la esercita, sempre che la “spesa sia stata necessitata e giustificata in funzione dell’attività di esercizio stragiudiziale del diritto al risarcimento
Corte di Cassazione, sentenza n. 80 del 08.01.2010
La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che gli automobilisti che subiscono danni dalla fauna selvatica devono essere risarciti da chi gestisce l’area . Infatti, chi gestisce di fatto il territorio dove è avvenuto il sinistro è tenuto a risarcire il danno senza poter invocare responsabilità di altri enti o autorità Per la Corte in assenza di una legge specifica sull’argomento si deve ritenere che la colpa per i danni a terzi debba essere imputata sempre ed esclusivamente all’ente (di solito le province) cui sono stati affidati nel singolo caso e con autonomia decisionale i poteri di amministrazione del territorio e di gestione della fauna selvatica.
Corte di Cassazione, sentenza n. 26495 del 17.12.2009
La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che l’istituto di vigilanza è responsabile del furto nella cassaforte di un cliente se ci sono falle nel sistema di protezione delle chiavi o della combinazione in suo possesso. L’essere depositario esclusivo della combinazione del forziere e delle chiavi di apertura, infatti, vincola la società al risarcimento anche se il servizio offerto è solo quello di scorta porta valori. Per la Corte è la custodia delle chiavi era obbligazione accessoria essenziale all’esecuzione dell’obbligo del prelievo dei valori. Poiché l’istituto di vigilanza era l’esclusivo detentore degli strumenti necessari per aprire la cassaforte spettava a lui dimostrare che non era stato possibile impedire il furto, non essendo sufficiente fornire la prova di aver usato la diligenza del buon padre di famiglia nello svolgimento della prestazione.
Corte di Cassazione, sentenza n. 13 del 05.01.2010
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che va risarcito anche il padre del bambino nato con una malformazione non diagnosticata dalla struttura sanitaria in tempo per far decidere alla madre se abortire o meno. Senza riaffermare esplicitamente l’esistenza del danno esistenziale la Corte, lo ripropone di fatto come modello risarcitorio, non sapendo come altro riconoscere il ristoro al danno indiretto sofferto da un padre di un bambino nato malato e al quale era senz’altro cambiata tutta l’esistenza. “La nascita indesiderata determina – mettono nero su bianco gli Ermellini – una radicale trasformazione delle prospettive di vita dei genitori, i quali si trovavano esposti a dover misurare (non i propri specifici valori costituzionalmente protetti, ma) la propria vita quotidiana, l’esistenza concreta, con le prevalenti esigenze del nascituro, con tutti gli ovvi sacrifici che ne conseguono”.
Corte di Cassazione, sentenza n. 25820 del 10.12.2009
La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che i rumori molesti provenienti dai vicini, anche se eccedono la normale tollerabilità non sempre garantiscono alla vittima il diritto al risarcimento del danno. Secondo la Corte infatti ai fini del risarcimento del danno derivante da immissione da rumore, non è sufficiente la mera lesività potenziale del fatto ove manchi la prova che essa ha comportato un’effettiva lesione della salute del molestato.
Corte di Cassazione, sentenza n. 25772 del 09.12.2009
La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che se un utente si fa male mentre accede ad uno studio professionale all’interno del condominio il danno deve essere risarcito da quest’ultimo. E a nulla vale l’accordo pattuito in assemblea affinchè sia lo studio a provvedere all’indennizzo. A stabilirlo è la Suprema Corte, la quale ha affermato che il riscontrato accordo negoziale è affetto da inammissibilità comunque non intacca la ratio decidendi in deroga ai criteri di ripartizione delle spese stabiliti dall’articolo 1123 del Codice civile.
Corte di Cassazione, sentenza n. 25040 del 27.11.2009
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che il ritardo del Comune nel rilascio del certificato di agibilità può costare caro al proprietario di un immobile. In assenza del documento, infatti, non solo può saltare” la vendita del bene ma si può essere condannati a risarcire il promettente acquirente. Lo ha affermato la seconda sezione civile della Cassazione con la sentenza in esame secondo la quale non rileva che l’immobile sia perfettamente in regola con le norme urbanistiche, che il sospirato certificato sia stato poi rilasciato e che il ritardo sia dovuto all’inerzia dell’ente locale nell’evadere la pratica. Grava, infatti, sul venditore l’onere di attivarsi per ottenere tempestivamente e, comunque, in tempo per la data della stipula il certificato dall’ente locale
Corte di Cassazione, sentenza n. 25270 del 01.12.2009
La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che il notaio può essere esonerato dall’obbligo di effettuare le visure ipotecarie e catastali anche in forma orale. In caso di controversia con i clienti, pertanto, il professionista può provare l’avvenuta dispensa anche tramite testimoni. Lo ha chiarito la Cassazione con la sentenza in oggetto ha respinto la richiesta di risarcimento proposta da una società nei confronti di un notaio che non aveva riscontrato la presenza di un pignoramento sull’immobile acquistato dal cliente. Il professionista si difeso sostenendo di essere stato dispensato dalle parti in sede di stipula mentre la società ha contestato la mancanza di una clausola scritta sul punto. La Cassazione, nel decidere la controversia, ha affermato che l’esonero del notaio dall’obbligo di eseguire le visure è valido ed efficace anche se non risulta da un atto scritto in quanto questa circostanza non rileva ai fini della responsabilità non essendo la forma scritta necessaria per la validità della clausola”.
Corte di Cassazione, sentenza n. 24030 del 13.11.2009
La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che la depenalizzazione del reato penale di falso in bilancio non mette al riparo dalle conseguenze del fatto illecito sul piano civile. E’ infatti legittimo, secondo la Corte, il ristoro del danno patrimoniale e morale per i dipendenti di una società il cui amministratore delegato è condannato per il reato di falso in bilancio. In sintesi nella pronunzia in oggetto è riconosciuto il nesso di causalità tra la non veritiera rappresentazione della situazione patrimoniale ed economica del gruppo e il pregiudizio subito dai lavoratori in merito alla quantificazione del premio, previsto dal contratto, indicizzato sulla base dell’andamento societario. Alle osservazioni manifestate dalla difesa in merito alla depenalizzazione del reato, a seguito delle modifiche introdotte nel 2002, la Corte ricorda che la sentenza impugnata ha opportunamente richiamato il secondo comma dell’art. 2 c.p., che nel disciplinare le conseguenze della abolitio criminis, prevede che con l’entrata in vigore della nuova norma, cessino la esecuzione e gli effetti penali della condanna, ma non modifica le conseguenze sul piano civile, secondo il principio, di cui all’art. 11 delle disposizioni sulla legge in generale, che esclude la retroattività della legge. Dunque “la contestazione del comportamento omissivo o inveritiero nella predisposizione dei dati risultanti dal bilancio, accertato in via definitiva dal giudice penale, integrava un fatto ingiusto potenzialmente idoneo a provocare una lesione di interessi rilevanti sul piano civilistico e quindi a dar luogo al conseguente risarcimento (art. 2043 c.c.) indipendentemente dalla rilevanza del medesimo comportamento sul piano penale.” Per quanto attiene poi alla liceità del ristoro del danno non patrimoniale o morale, la Corte precisa che correttamente “la sentenza impugnata ha fatto riferimento alla volontà manifestata dall’impresa e dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori che una parte della retribuzione fosse ancorata all’andamento del bilancio aziendale, nel convincimento che questo corrispondesse alla reale situazione economica e patrimoniale esistente. Il venir meno del rapporto di fiducia posto alla base di tale accordo, accertato attraverso l’indagine del giudice penale, integra secondo i giudici dell’appello quel perturbamento della sfera psichica dei lavoratori che integra il diritto al risarcimento anche di tale voce del danno”.
Corte di Cassazione, sentenza n. 24435 del 19.11.2009
La suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che anche gli zii della persona deceduta per incidente sul lavoro possono ottenere il risarcimento del danno morale se legati alla vittima da un legame affettivo di particolare intensità. Con tale principio la Corte ha respinto il ricorso di un datore di lavoro condannato a risarcire il danno morale non solo ai genitori e ai fratelli della vittima ma anche ai suoi zii non conviventi. I giudici di legittimità hanno affermato che il riconoscimento del danno non patrimoniale, da liquidarsi in via equitativa, può avvenire anche in favore dei parenti prossimi della vittima in virtù del legame affettivo e che la mancanza di convivenza del soggetto danneggiato con il congiunto deceduto può rappresentare solo un idoneo elemento indiziario da cui desumere un danno morale più è tenuto il rispetto a quello riconosciuto a genitori e fratelli.
Corte di Cassazione, Sezioni Unite, sentenza n. 23677 del 09.11.2009
La Suprema Corte a Sezioni Unite, con la sentenza in esame ha precisato che deve pagare i danni al fisco il messo comunale che non notifica ritualmente gli avvisi di accertamento Iva. La decisione su queste controversie spetta alla Corte dei conti. Con tale principio le Sezioni Unite, hanno confermato la condanna al risarcimento del danno nei confronti di un messo comunale che non aveva notificato ritualmente alcuni avvisi Iva.
Corte di Cassazione, sentenza n. 21707 del 13.10.2009
La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che le lesioni o le infermità derivanti da vaccinazioni obbligatorie, come nel caso di quelle previste da un corso per infermiera, sono indennizzabili solo nella misura prevista dalla tabella A annessa al Dpr 384/1981. La Corte ha così smentito la precedente sentenza della Corte d’appello di Firenze con cui era stato deciso il risarcimento dei danni biologici patiti da un’allieva di un corso, ma non rientranti in nessuna delle otto categorie di lesioni elencate nella tabella A. La Suprema corte, in altre parole, non ha accolto la convinzione che si possa procedere, in caso di danni particolarmente lievi e di difficile definizione, a una sorta di assimilazione alle infermità individuate dal legislatore. In caso invece di lesioni previste dalla tabella citata, si deve sempre procedere a un giudizio di equiparabilità tutt’altro che scontato, con la conseguente non indennizzabilità ai danni talmente lievi da non essere paragonabili a quelli meno gravi previsti nell’ultima delle otto categorie. Infatti, la tutela costituzionale del diritto alla salute non concerne ogni menomazione, anche di livello insignificante o irrilevante sul piano biologico o esistenziale, da valutare anche in relazione alla natura dell’offesa.
Corte di Cassazione, sentenza n. 21897 del 15.10.2009
La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che vanno poste a carico delle assicurazioni risarcimenti pesanti per i lavoratori morti in un incidente stradale. Infatti, la rendita Inail corrisposta alla famiglia per l’infortunio in itinere non diminuisce l’entità dei danni patrimoniali dovuti dalla compagnia. Con tale principio la Corte ha respinto il ricorso di una compagnia di assicurazione che non voleva pagare i danni alla vedova di un lavoratore morto in un infortunio in itinere perché la donna era già titolare di una rendita Inail
Corte di Cassazione, sentenza n. 21589 del 12.10.2009
La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che l’avvocato che, dopo aver rinunciato al mandato, non comunica al nuovo difensore l’avvenuta notifica della sentenza di primo grado rischia di dover risarcire il cliente se l’appello è poi presentato fuori termine. Lo ha chiarito la Cassazione che ha accolto il ricorso di un uomo che si era rivolto a un legale per presentare un ricorso di fronte al Tar. Dopo la sentenza dei giudici amministrativi a lui sfavorevole, l’avvocato lo aveva informato di non essere disponibile a proporre appello perché a suo avviso, non esistevano, probabilità di successo. Per questo motivo lo aveva invitato a rivolgersi a un altro professionista con il quale aveva anche parlato al telefono fornendogli una copia semplice della sentenza. L’avvocato però dimenticava di comunicare al nuovo collega l’avvenuta notifica della sentenza con la conseguenza che l’appello presentato dal secondo avvocato era dichiarato tardivo. Di qui la richiesta di danni da parte del cliente. La Cassazione, rinviando per un nuovo giudizio al giudice di merito, ha stabilito che il primo avvocato, in qualità di domiciliatario, era comunque responsabile nei confronti del cliente per non aver comunicato al collega l’avvenuta notifica della sentenza.
Corte di Cassazione, sentenza n. 20415 del 23.09.2009
La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che degli incidenti al parco giochi è responsabile il comune, il quale deve risarcire il danno, sia quando l’infortunato è un bambino sia quando a farsi male è un genitore. La Corte ha cosi precisato che per sollevarsi delle responsabilita’ non e’ sufficiente che il Comune abbia provato le buone condizioni di manutenzione delle strutture e l’uso improprio di esse dovendo anche “dimostrare che tale utilizzazione e’ assolutamente inusuale sia da parte dei minori e delle persone adulte e quindi imprevedibile”. Con tale argomentazione la Corte ha accolto il ricorso di una donna che aveva subito lesioni mentre aiutava i figlio a scendere dallo scivolo di una villa comunale. Poiché mancava una vite di fissaggio, un dito le era rimasto incastrato nella lamiera. I giudici di merito, in primo grado, considerato anche che la donna aveva perso il dito, le avevano accordato un risarcimento di 14mila euro. La Corte d’appello aveva ribaltato il verdetto escludendo la responsabilita’ del Comune, considerando che l’incidente fosse dovuto a “caso fortuito”. Di diverso avviso la Cassazione che ha affermato invece la responsabilità del Comune rinviando il caso alla Corte d’appello di Napoli. La nuova sentenza dovrà tenere conto delle indicazioni della Corte ossia che in base all’art. 2051 del codice civile “il custode per escludere la responsabilita’ da cosa in custodia ha l’onere di provare che l’evento e’ stato cagionato da fatto estraneo ad essa, che puo’ dipendere anche dalla condotta colpevole di un terzo o della stessa vittima”.
Corte di Cassazione, sentenza n. 18800 del 04.09.2009
La Corte di Cassazione ha stabilito che ai mariti che perdono la moglie in un incidente stradale il risarcimento del danno patrimoniale va calcolato solo sulle spese fisse che sosteneva in vita la donna (es. affitto, mutuo), e non su tutto lo stipendio che percepiva. Nel caso di specie, la Corte ha convalidato le decisioni dei giudici di merito osservato che la Corte territoriale ha “ai fini del risarcimento di tale danno patrimoniale, ha correttamente ritenuto che andasse esaminato solo il contributo economico prestato dalla vittima per quelle voci della gestione familiare, che non fossero suscettibili di contrazione, a seguito del decesso. Ciò comporta che il danno va esaminato non con riguardo alla somma che presumibilmente la vittima apportava alla comunione familiare, poiché parte di questa somma era destinata a consumi, in senso lato, che essa stessa realizzava, per quanto nell’ambito familiare (ad esempio quello alimentare), ma con solo riferimento a quelle voci di spesa che, nonostante la scomparsa del coniuge, non si sono contratte e che l’attore, coniuge superstite, ha dovuto sostenere da solo (quale appunto il costo dell’alloggio).
Corte di Cassazione, sentenza n. 18805 del 03.09.2009
La Suprema Corte con la sentenza in esame ha affermato che nelle ipotesi di interventi di chirurgia estetica, se un ritocco viene eseguito male è possibile ottenere il risarcimento del danno anche per il disagio psicologico che consegue alla presenza di cicatrici deturpanti. Secondo la Corte occorre tenere conto del grave turbamento che può derivare al paziente per le conseguenze di un intervento malriuscito. La Corte ha così accolto le richieste di una modella che dopo un intervento al seno si era ritrovata con delle “cicatrici deturpanti” impossibili da eliminare. In particolare la Cassazione ha sottolineato che “la presenza di cicatrici deturpanti non puo’ considerarsi non funzionale allorche’ vengano in considerazione l’estetica e la sfera sessuale della persona”. La donna, infatti, dopo i ritocchi sbagliati era entrata in uno stato di depressione e per la Suprema Corte “il fatto stesso che si debba ricorrere ad una psicoterapia manifesta la presenza di un turbamento grave” di cui un giudice non può non tenere conto.
Corte di Cassazione, sentenza n 18800 del 28.08.2009
La Suprema Corte con la sentenza in esame ha affermato che ai mariti che perdono le mogli in un incidente i danni patrimoniali vanno calcolati solo sulle spese fisse che sosteneva in vita la donna, affitto mutuo, e non su tutto lo stipendio che percepiva. Questo perché con buona probabilità da parte degli introiti andavano a coprire bisogni esclusivamente personali. Con tale principio la Corte, ha respinto il ricorso di un uomo che aveva perso la moglie in un incidente stradale e al quale era stato riconosciuto un danno patrimoniale parametrato al 20% dello stipendio di lei.
Corte di Cassazione, sentenza n. 19092 del 02.09.2009
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha affermato che il medico a causa di un intervento chirurgico non riuscito è responsabile non soltanto verso il paziente ma anche verso chi, di riflesso, è stato danneggiato. Con tale principio è stata sancita la legittimità del risarcimento anche nei confronti del marito che non può avere rapporti con la moglie a causa di un intervento chirurgico andato male. Il problema del danno alla vita sessuale, negli ultimi anni, ha ricevuto particolare attenzione da giuristi e giudici soprattutto quando, come in questo caso, si parla di danno indiretto perché riguardante il coniuge o il compagno. Fu uno dei primi esempi che la dottrina fece per rappresentare l’ormai tramontato (almeno come nomenclatura) danno esistenziale.
Corte di Cassazione, sentenza n. 18231 del 12.08.2009
La Suprema Corte con la sentenza in esame ha affermato che deve pagare i danni l’amministratore che ha determinato la crisi aziendale perché ha esposto l’impresa a perdite, con operazioni commerciali troppo rischiose, anche se non ha violato precise norme di legge o lo statuto della società. Con tale principio la Corte ha confermato il risarcimento di oltre 500mila euro nei confronti degli ex amministratori di una società che era fallita a causa della concessione di fidi non adeguatamente garantiti. Per la Corte se è vero che, come costantemente affermato dalla giurisprudenza di questa Corte, non sono sottoposte a sindacato di merito le scelte gestionali discrezionali, anche se presentino profili di alea economica superiore alla norma, resta invece valutabile la diligenza mostrata nell’apprezzare preventivamente se necessario, con adeguata istruttori i margini di rischio connessi all’operazione da intraprendere, così da non esporre l’impresa a perdite, altrimenti prevedibili.
Corte di Cassazione, sentenza n. 16382 del 14.07.2009
La Corte di Cassazione, con la sentenza in esame ha affermato che il mediatore, nel caso in cui agisca come mandatario, assume su di sé i relativi obblighi e, qualora si comporti illecitamente arrecando danni a terzi, è tenuto, a favore di questi ultimi, al risarcimento dei danni.
Corte di Cassazione, sentenza n. 10651 del 24.04.2008
La Suprema Corte con la sentenza in esame ha affermato che spetta al cliente il risarcimento del danno nel caso in cui la vacanza sia stata compromessa dall’impraticabilità del mare per tutta la durata del soggiorno, quando il tour operator non sia stato in grado di fornire servizi alternativi per una prosecuzione della villeggiatura ovvero di rimborsare parzialmente il prezzo del pacchetto, anche se il cliente stesso, nel corso del soggiorno, non si sia mai lamentato con la direzione del villaggio. La fruizione del mare e della spiaggia, anche se non costituisce un servizio turistico in senso stretto, rappresenta il presupposto di utilità del pacchetto e parte essenziale della prestazione turistica.
Corte di Cassazione, sentenza n. 15798 del 06.07.2009
La Suprema Corte con la sentenza in esame ha precisato che il fenomeno della bassa marea come condizione favorevole per il formarsi di alghe urticanti non è riconducibile al novero delle informazioni che l’organizzatore del viaggio deve mettere al disposizione del Consumatore. Con tale principio la Corte ha confermato la sentenza di rigetto di una richiesta di risarcimento danni avanzata nei confronti di un noto tour operator. Il cliente si era lamentato del fatto la società aveva violato l’obbligo di informare i viaggiatori dell’esistenza di fenomeni naturali (bassa marea, barriera corallina, presenza in mare di una particolare alga ustionante) che le avrebbero impedito il normale godimento della vacanza e le avevano cagionato una patologia dermatologica. Per la Corte per il caso di specie non vi sarebbe stata alcuna negligenza informativa “dovendosi ragionevolmente considerare che esula dalla esperienza dell’organizzatore del viaggio e dalla sua necessaria professionalità la cognizione della bassa marea in un posto e della esistenza di microrganismi infetti nello stesso”.
Corte di Cassazione, Sezioni Unite, sentenza n. 16503 del 15.07.2009
Le Sezioni Unite della Suprema Corte in tema di responsabilità civile per investimento a minore che, sceso dallo scuolabus, attraversava da solo al strada, hanno affermato che il giudicato formatosi in un primo giudizio, cui non ha partecipato il Ministero P.I., riguarda soltanto la misura del danno conseguente all’evento e il comportamento colposo del conducente dell’auto, ma non anche tutte le autonome e distinte condotte poste in essere da tutti coloro che, in tesi, possono ritenersi responsabili dell’evento, sicchè nel secondo giudizio, il detto Ministero può porre, ai sensi dell’art. 1306, secondo comma, cod. civ., la sentenza pronunziata tra il creditore e il condebitore in solido solo nei limiti indicati, mentre non è recluso l’accertamento sulla rilevanza della diversa e autonoma condotta negligente della scuola e, quindi, del Ministero.
Corte di Cassazione, sentenza n. 16448 del 15.07.2009
La Suprema Corte con la sentenza in esame ha affermato che: “l’unica possibile forma di liquidazione – per ogni danno che sia privo, come quello biologico e quello morale, delle caratteristiche della patrimonialita’ – e’ quella equitativa. Infatti, una precisa quantificazione pecuniaria e’ possibile in quanto esistano dei parametri normativi fissi di commutazione, in difetto dei quali il danno non patrimoniale non puo’ mai essere provato nel suo preciso ammontare, fermo restando il dovere del giudice di dar conto delle circostanze di fatto da lui considerate nel compimento della valutazione equitativa e del percorso logico che lo ha condotto a quel determinato risultato”. In particolare, spiega la Corte “la liquidazione del danno biologico puo’ essere effettuata dal giudice, con ricorso al metodo equitativo, anche attraverso l’applicazione di criteri predeterminati e standardizzati, e puo’ essere legittimamente effettuata dal giudice sulla base delle stesse “tabelle” utilizzate per la liquidazione del danno biologico, portando, in questo caso, alla quantificazione del danno morale in misura pari ad una frazione di quanto dovuto dal danneggiante a titolo di danno biologico, purche’ il risultato, in tal modo raggiunto, venga poi “personalizzato”, tenendo conto della particolarita’ del caso concreto e della reale entita’ del danno, con la conseguenza che non puo’ giungersi a liquidazioni puramente simboliche o irrisorie”.
L’agenzia di viaggio deve controllare il visto
La responsabilità aquiliana per i danni provocati da animali selvatici alla circolazione dei veicoli deve essere imputata all’ente a cui sono stati affidati i poteri di amministrazione sul territorio
Una settimana di forte agitazione per un test erroneamente positivo all’Hiv non da diritto al risarcimento del danno morale