Source: http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/recensioni/recensione_27.html
Timestamp: 2018-12-15 19:51:47+00:00
Document Index: 54182212

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In nome del popolo italiano. Linguaggio giuridico e lingua della sentenza in Italia | Treccani, il portale del sapere
In questo saggio, l'autrice Maria Vittoria Dell'Anna, che insegna Linguistica italiana presso la Facoltà di Lettere, Filosofia, Lingue e Beni Culturali dell’Università del Salento, mette subito in evidenza la peculiarità del linguaggio giuridico rispetto ad altri linguaggi specialistici dell'italiano (per una trattazione panoramica, si veda la recente ristampa del saggio di Riccardo Gualdo e Stefano Telve): «Il diritto non esiste a priori, non è una realtà – naturale o artificiale – sganciata da realizzazioni testuali posteriori e a posteriori create per rappresentarlo. Il diritto […] esiste […] solo e soltanto se è lingua». Chi, per esempio, studia la fisica e ne scrive, lo fa a partire da meccanismi che esistono indipendentemente dalla descrizione che se ne può fare. Chi scrive o parla di diritto, parla contemporaneamente dell'intera gamma di attività trattate o trattabili dalla lingua, nei suoi vari mezzi ed espressioni, nel corso del tempo.
Dopo aver definito le varie prospettive di ricerca che i linguisti, interessati allo studio dei testi giuridici, hanno profilato in Italia a partire dal Secondo dopoguerra, Maria Vittoria Dell'Anna si preoccupa di riconoscere, all'interno della «locuzione sovraordinata» linguaggio giuridico, che abbraccia tanta capienza di realizzazioni linguistiche concrete, la caratteristica di «prodotto linguistico diastraticamente elevato e carico nel senso di elezione linguistica». Qui scatta la prima intersezione che rende complessa la relazione tra la suddetta capienzae la relazione utente (persona che sa di diritto: giudice, avvocato, giurista, notaio, ecc.) / destinatario (ogni persona "comune"): anche se dotato di una riserva di tecnicismi specifici inferiore a quella posseduta dal linguaggio medico (altro linguaggio specialistico rivolto a tutti), il linguaggio giuridico è rivestito di una ben percettibile patina di aulicità (si pensi ai tipici «connettivi "pesanti"» citati da Serianni: a carico di 'contro', a seguito di 'per, dopo', a titolo di 'per, come', ai sensi di 'per, secondo', in danno di 'su, contro', in ordine a 'su', per via di 'per, con, attraverso', fatto salvo 'tranne'), esibisce nel lessico una buona dose di latino formulare e, soprattutto, per dir così, confonde le acque della comprensione ai non addetti adoperando parole della lingua comune in accezioni molto spesso differenti, tecnificate (delitto, ammenda, multa, cosa, reale in diritto reale, fatto, delazione, ecc.).
Naturalmente corrono differenze, anche rilevanti, in relazione a una classificazione fatta secondo criteri linguistico-testuali, tra – secondo la proposta avanzata dall'autrice - «testi giuridici che normano e testi giuridici che non normano», i quali ultimi includono testi «applicativi» e testi «interpretativi» (p. 27). Un testo giuridico che norma (tipicamente, una legge) è, insieme, fortemente vincolante per il destinatario (massimo grado di prescrittività), ma anche fortemente vincolato per l'emittente, in quanto si ricollega alla normativa esistente nella quale si colloca, dovendosi conciliare con questa e giammai contraddirla.
La lingua di un testo giuridico che non norma (per esempio, un'arringa avvocatesca in un processo) risponde a un'osservazione che l'autrice riprende da Francesco Sabatini, insieme con Bice Mortara Garavelli uno dei linguisti che più si è cimentato nella sistemazione e classificazione dei tipi di testi giuridici italiani contemporanei: «non appena ci si muove al di là del testo normativo e dei canoni testuali della prescrittività, ci si allontana dall'"uso prototipico della lingua" e l'aspetto linguistico-testuale dei testi (dunque, non normativi) si apre alle possibilità non irreggimentate del discorso mediamente e poco vincolante» (p. 27). Un avvocato, tramite l'arringa, proprio come un politico, deve propagandare e convincere, non prescrivere.
Ciò nonostante, l'autrice invita a non sottovalutare le forti interrelazioni che corrono tra la lingua dei testi giuridici che normano e la lingua dei testi giuridici che non normano: i testi interpretativi (scritti con intenti teorico-pratici dai giuristi) e i testi applicativi (giurisprudenziali) «hanno una base comune nei testi normativi […] per concreti caratteri di lingua» (p. 28). Viceversa, la genesi dei testi normativi, ricostruibile con studi lessicologici in diacronia, prende avvio in testi non normativi. In particolare, il lessico si normativizza attraverso successivi aggiustamenti definitori, in quanto «la definizione di una parola o di una locuzione, pur stabilita e codificata nel testo normativo, non è una creazione ex novo del legislatore, ma sovente l'esito di un processo di legittimazione di usi e accezioni che hanno origine nella giurisprudenza e nella dottrina» (p. 29).
In questo contesto, insieme stabile e mobile, la sentenza è un tipo di testo giurisprudenziale complesso in sé e, in qualche modo, misto. Come atto conclusivo del processo, applicando regole giuridiche universali a casi particolari, la sentenza ha, secondo una prospettiva giuridica, carattere normativo di «norma giuridica individuale» (p. 39). In fatto di lingua, invece, la sentenza ha un «carattere composito»: disporre la ricaduta di regole universali sul caso contingente, per il giudice, significa sì disporre, cioè prescrivere, ma soltanto dopo aver riepilogato l'imputazione e le conclusioni delle parti, esposto i motivi di fatto e di diritto su cui si basa la decisione, argomentato circa le prove accolte e quelle rifiutate.
La doviziosa analisi sintattica, morfosintattica, testuale e lessicale, basata sullo spoglio di 50 sentenze civili e 50 sentenze penali emesse dalla Corte di Cassazione nell'ultimo ventennio, viene svolta da Dell'Anna nella parte centrale del saggio. Qui si rende chiaro come la sentenza possa definirsi testo giuridico che norma, estremamente vincolante dal punto di vista interpretativo posto al ricevente, soltanto nel dispositivo, mentre sfugge al carattere di alta vincolatività nelle sezioni dello svolgimento e della motivazione, caratterizzate da una differente «impalcatura discorsiva» (p. 31).
Nel saggio, necessario a chiunque si occupi o interessi di linguaggio giuridico, il primo capitolo colloca la sentenza all'interno di una più generale disamina del linguaggio giuridico e dei testi giuridici. Relativamente alla sentenza, il secondo capitolo si occupa di struttura del testo e argomentazione; il terzo tratta degli aspetti di sintassi, morfosintassi e testualità; il quarto del lessico; il quinto (Dopo la sentenza, oltre la sentenza) analizza un importante testo a latere, la massima giurisprudenziale, emessa da giudici di carriera dell'Ufficio del Massimario e del Ruolo della Corte Suprema, e consistente nel «breve testo che racchiude in uno o più periodi i principi di diritto affermati nella sentenza alla quale si riferisce, seguiti talora da una descrizione sintetica e sommaria della fattispecie» (p. 166).