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Timestamp: 2013-05-21 19:23:51+00:00
Document Index: 24677856

Matched Legal Cases: ['art. 151', 'art. 158', 'art 156', 'sentenza ', 'art. 156', 'art. 156', 'art. 156', 'sentenza ', 'art. 156', 'art. 156', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 156', 'art.\n5', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 5']

Assegno di mantenimento ed elargizioni di terzi - Professionisti.it Login 800901335
Assegno di mantenimento ed elargizioni di terzi
di Avv. Paolo Fortina - NL Studio Legale
del 19/07/2012	Come
noto, nell'ordinamento italiano sussistono due tipi di separazione:
e quella consensuale.
La prima può essere chiesta al giudice quando si verificano fatti
tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza o tali
da recare grave pregiudizio alla prole (cfr. art. 151 c.c.) e viene
pronunciata con sentenza; la seconda risulta invece dall'accordo
raggiunto dai coniugi, omologato con apposito decreto (cfr. art. 158
c. c.).Volgendo
l'attenzione alla separazione
giudiziale viene
in analisi l'art 156 c.c., primo e
oggetto della sentenza della Cassazione n. 10380/2012, di seguito
esaminata.L'analisi imposta al
giudice dal primo e secondo comma dell'art. 156 c.c. (che recita:
giudice, pronunziando la separazione, stabilisce a vantaggio del
coniuge cui non sia addebitabile la separazione il diritto di
ricevere dall'altro coniuge quanto è necessario al suo mantenimento,
qualora egli non abbia adeguati redditi propri.”)
è condotta
con riguardo alla sola persona del coniuge cui non è
addebitabile la separazione (chiamiamolo “beneficiario”) e
avviene tramite due passaggi (sui quali cfr. Cass., 27 giugno 1997,
n. 5762). Innanzitutto, bisogna
accertare che il beneficiario non fruisca di redditi che gli
consentano di mantenere un tenore di vita analogo a quello
che aveva durante il matrimonio. In secondo luogo, è necessario
stabilire se tra i coniugi, al momento della separazione, vi sia una
disparità economica che giustifica l'imposizione dell'assegno
dalla parte economicamente più forte a quella più debole.
dell'art. 156 c.c. (che recita: “L'entità
di tale somministrazione è determinata in relazione alle circostanze
e ai redditi dell'obbligato”)
presuppone invece che sia stato fissato a carico di uno dei coniugi
l'obbligo di corrispondere l'assegno di mantenimento all'altro e si
riferisce unicamente alle circostanze di ordine economico che possono
influire sulla determinazione dello stesso, quali l'assegnazione al
coniuge beneficiato e le maggiori spese alle quali può andare
incontro per tale ragione il coniuge onerato, nonché ogni altro
elemento fattuale di ordine economico, o comunque apprezzabile in
termini economici, diverso dal reddito dell'onerato e suscettibile di
incidenza sulle condizioni delle parti (cfr. Cass., 14 agosto 1997,
n. 7630; Cass., 4 aprile 2002, n. 4800; Cass., 18 settembre 2003, n. 13747; Cass., 30 marzo 2005, n. 6712).
Il parametro che guida
sia la disamina di cui al primo comma dell'art. 156 c.c., sia quella
di cui al secondo comma del medesimo articolo, è quello della
complessiva potenzialità economica dei coniugi durante il
matrimonio, da determinarsi con un'oggettiva ricostruzione delle
situazioni patrimoniali complessive di entrambi, tenuto conto anche
dell'attendibile redditività del patrimonio esistente, nonché della
capacità di spesa e delle garanzie di elevato benessere da esso
derivanti (Cass., 19 marzo 2002, n. 3974; Cass., 22 ottobre 2004, n.
20638).
La sentenza in esame
(Cass., 21 giugno 2012, n. 10380)
riguarda la disamina di cui al secondo comma dell'art. 156
c.c. e, con riferimento al caso di specie, stabilisce che, per la
quantificazione dell'importo dell'assegno di mantenimento, non devono
essere tenute in considerazione le generose e costanti elargizioni
del padre del marito, consistite nell'acquisto di un prestigioso
appartamento per il figlio, destinato a casa della coppia, e in
versamenti di denaro per importi superiori al reddito da lavoro
percepito dal giovane. Il principio di diritto alla base di questa
decisione è che le
elargizioni liberali ricevute dall'obbligato e provenienti da terzi,
come i suoi genitori, ancorché regolari e protrattesi anche dopo la
separazione, non sono rilevanti al fine di determinare le circostanze
e i redditi del coniuge obbligato a corrispondere l'assegno di
decisivo il
carattere liberale
e non obbligatorio di
tali aiuti,
che impedisce di considerarli reddito dell'obbligato. Ciò a dire che
le elargizioni liberali – le donazioni – non potranno mai
costituire una fonte di reddito permanente, costante, definita, e
dunque non potranno rientrare nel calcolo della capacità reddituale
troverebbe applicazione la disciplina
stabilita per gli analoghi aiuti ricevuti dal coniuge cui spetta
l'assegno di mantenimento,
la quale risulterebbe ormai influenzata
dall'orientamento giurisprudenziale che nega rilevanza a tali
elargizioni liberali (Cass.,
18 luglio 2003, n.1224 e 13 marzo 2009, n. 6200 in tema di
separazione, nonché Cass., 7 maggio 1998, n. 4617, 4 aprile 2011, n.
7601 e 9 settembre 2002, n. 13060 in tema di divorzio).
a parere dello scrivente (ed in contrasto con quanto affermato dalla
Cassazione), il carattere
elargizioni in questione non parrebbe, in verità, elemento
sufficiente a poter escludere la rilevanza di dette elargizioni in
sede di separazione.
infatti, già lo stesso dettato dell'art. 156 secondo comma c.c.
confermerebbe tale circostanza, non limitandosi a menzionare i
redditi dell'obbligato, ma considerando anche quelle “circostanze”,
espressione indeterminata volta a includere tutti quei fatti che
sulle condizioni economiche delle parti, ed a maggior ragione quando
questi fatti, come nel caso di specie, hanno avuto una portata
rilevantissima (per non dire preminente) nella qualità della vita
particolare, con riferimento alle elargizioni la norma richiamata
sembra porre l'accento sul risultato finale, ossia sull'aumento delle
disponibilità del beneficiario che gli permetterebbe di elevare il
proprio tenore di vita; al contrario non pare che il carattere
liberale o meno della medesime possa assumere alcun rilievo, perché
gli effetti patrimoniali prodotti sono identici in entrambi i casi. Invece,
l'elemento rilevante è la regolarità
o meno dell'aiuto fornito: solo una prestazione regolare e continua
può influire in maniera “certa
e stabile”
(e, quindi misurabile anche in sede giudiziaria) sul tenore di vita
dell'interessato (Cass. 26 giugno 1996, n. 5916).
le pronunce citate dalla Corte di Cassazione a sostegno della propria
impostazione non sembrano del tutto pertinenti, prendendo le mosse da
fattispecie per certi aspetti differenti da quella trattata dalla
decisione del 2012.
esempio, nel caso deciso dalla Cassazione nel 2003 con la sentenza n.
11224, riguardante un caso di separazione dei coniugi, questi ultimi
sono stati mantenuti per tutta la durata del matrimonio dai genitori
di lei, ma, secondo il giudice delle leggi,
i coniugi non possono essere esonerati totalmente
dall'obbligo di assistenza derivante dal matrimonio (anche se, di
fatto, privi di reddito autonomo).
L'assegno di mantenimento ha infatti proprio la funzione di non
interrompere, neanche a seguito della separazione, la solidarietà
coniugale. Si
tratta di una situazione ben diversa da quella in cui l'aiuto è
fornito non alla coppia nel suo complesso ma a uno solo dei coniugi
e, determinando variazioni nell'assetto patrimoniale del
beneficiario, importa una diversa quantificazione dell'assegno da lui
dovuto. L'esonero
dall'obbligo di corrispondere l'assegno di mantenimento (e non
l'aumento dell'importo del medesimo, come nella vicenda in
discussione) è oggetto anche della sentenza della Suprema Corte n.
6200 del 2009, nella quale viene in analisi il diritto spettante alla
moglie, separata dal marito, di usare l'abitazione in proprietà di
sua madre. Ancora una volta la motivazione sembra soffermarsi sulla
perdurante sussistenza della solidarietà materiale tra i coniugi;
non sembra invece che l'attenzione sia concentrata sull'eventuale
disparità tra la condizione economica reale
dell'obbligato e quella posta dal giudice a base della propria
decisione, disparità che deriverebbe dalla mancata considerazione di
alcuni elementi del suo patrimonio, quali, appunto, le elargizioni
liberali dei genitori. Non
sembrerebbero decisive neanche le ultime tre sentenze citate, che si
riferiscono al differente caso del divorzio,
nel quale la disciplina applicabile è costituita non
dall'art. 156 c. c., ma dall'art.
5 della legge n. 898 dell'1 dicembre 1970 (come
modificato dalle legge 1 agosto 1978 n. 436 e 6 marzo 1987, n. 74).
il giudice del divorzio sarebbe tenuto a verificare i presupposti per
l'attribuzione dell'assegno e determinare in concreto la sua misura
sulla base di una valutazione nuova e autonoma rispetto a quella
operata al momento della separazione,
dal momento che “diverse
sono le rispettive discipline sostanziali, così come diversi sono la
natura, la struttura e la finalità dei relativi trattamenti”.
In altre parole l'assetto economico relativo alla separazione può
costituire soltanto “un
indice di riferimento nella regolazione del regime patrimoniale del
divorzio, nella misura in cui appaia idoneo a fornire elementi utili
per la valutazione delle condizioni dei coniugi e dell'entità dei
loro redditi”
(sulla questione cfr. Cass., 27 luglio 2005, n. 15722; Cass., 9
maggio 2002, n.6641 e Cass., 11 settembre 2001, n. 11575).
richiamo alle decisioni della Cassazione n. 4617 del 1998, 7601 del
2011 e n. 13060 del 2002 è quindi il prodotto della deprecabile
manifestatasi frequentemente nella prassi dei tribunali, a
rendere l'assegno divorzile una mera proiezione dell'assegno di
destituendo così nella prassi di ogni autonoma valenza il giudizio
di divorzio. In
ogni caso, anche entrando nel merito delle decisioni appena
menzionate e partendo dalla n. 4617 del 1998, le conclusioni non
variano. In tale pronuncia la circostanza del possesso di un
considerevole patrimonio da parte del padre della moglie, con il
quale la stessa vivrebbe, non risulta dalla sentenza di secondo
grado. Inoltre,
il principio secondo il quale la solidarietà di terzi, seppure
parenti, non fa venir meno né attenua l'obbligo primario del coniuge
obbligato è enunciato in maniera del tutto generica,
alcun riguardo al carattere di regolarità della prestazione erogata,
che al contrario, come accennato, è di estrema importanza.
sentenza n. 13060 del 2002 la Cassazione ritiene che l'intervento dei
terzi, i quali con il loro apporto incrementano il patrimonio
familiare non può rappresentare un contributo personale ed economico
alla conduzione familiare ai sensi dell'art. 5 della legge n. 898 del
1970, che deve invece provenire direttamente da uno dei coniugi.
la Suprema Corte considera implicitamente il medesimo intervento dei
terzi nel giudizio che mira a stabilire la sussistenza di un
apprezzabile divario tra il tenore di vita presente durante il
matrimonio e quello attuale. Infine, l'argomentazione
proposta dai giudici di legittimità nella decisione n. 7601 del 2011
è molto simile a quella già esaminata con riferimento alla
pronuncia n. 4617 del 1998; oltretutto anche in questa decisione la
prova delle presunte attribuzioni patrimoniali alla moglie non
risulta completamente raggiunta. Quanto esposto solleva alcune
perplessità sulla recente presa di posizione della Cassazione, che
portano a capovolgere il ragionamento dalla stessa adottato,
attribuendo rilievo alle elargizioni del padre del marito obbligato a
corrispondere l'assegno di mantenimento, che, proprio per la loro
regolarità e costanza, sono senz'altro in grado di incidere sul
patrimonio a sua disposizione. Altrimenti vi sarebbe una
disparità di trattamento tra l'obbligato che lavora e consegue il
relativo reddito e l'obbligato che, pur non lavorando, gode di
consistenti aiuti familiari. Avv. Paolo FortinaNL Studio legale contatta
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