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Timestamp: 2019-02-19 02:20:03+00:00
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Rassegna stampa 1-4 febbraio 2019 - Studio Legale Roma - P&I Guccione e Associati
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Rassegna stampa 1-4 febbraio 2019
da Alessia peilex|Pubblicato 4 febbraio 2019
01/02/2019 12.02 – Quotidiano Enti Locali e Pa
Consiglio di Stato, sulle partecipate scelte autonome degli enti
Il Consiglio di Stato, con la sentenza n. 578/2019, sembra avere messo la parola fine a un’intricata vicenda giudiziaria che ha provocato una vasta eco, non solo locale. Il caso Al centro della questione, la sorte delle partecipazioni detenute da un numeroso gruppo di Comuni all’interno di una holding a capitale misto, pubblico e privato, operante prevalentemente nel settore delle public utilities. Gli enti locali, infatti – chiamati dal Dlgs 175/2016 a giustificare la legittimità delle partecipazioni nell’ambito del piano di ricognizione straordinaria – essendo incappati in uno dei divieti di legge (la holding in questione aveva un numero di amministratori superiore a quello dei dipendenti), avevano deliberato, quale misura di razionalizzazione, la fusione per incorporazione nella holding, di un’altra società del gruppo, operante nel settore della telefonia. I soci privati, ritenendo comunque illegittime le partecipazioni pubbliche anche dopo le misure di razionalizzazione deliberate, si sono rivolti al giudice amministrativo per ottenere l’annullamento dei piani. La sentenza di primo grado Il Tar Veneto, in primo grado (sentenza n. 363/2018), aveva concluso per l’illegittimità degli atti adottati dai Comuni sulla base di un sillogismo elaborato dal giudice contabile (Corte dei conti della Lombardia, sezione di controllo, delibera 398/2016) e fatto proprio da quello amministrativo: se le pubbliche amministrazioni possono detenere partecipazioni soltanto in società che svolgono servizi di interesse generale, e se sono tali solo quelle attività che possono essere svolte solo tramite l’intervento pubblico, allora una partecipazione “pulviscolare” (in condizioni di sostanziale irrilevanza del ruolo pubblico) non consente -oggettivamente – di configurare questo tipo di attività (che, evidentemente, ben potrebbe essere svolta dal mercato).A questo sillogismo, il giudice di primo grado ha aggiunto che, in ogni caso, né le attività di vendita del gas né quelle di telecomunicazione potessero essere fatte rientrare tra i servizi di interesse generale. La decisione di Palazzo Spada Il Consiglio di Stato ha confermato gli effetti della prima sentenza, ma sulla base di una diversa motivazione. Per il giudice di Palazzo Spada non è corretto affermare che una partecipazione pulviscolare esclude di per sé lo svolgimento di un servizio di interesse generale, perché la definizione di un’attività (di interesse generale o meno) non dipende dalle modalità organizzative con le quali è svolta. È vero invece che la partecipazione pulviscolare, in assenza di coordinamento istituzionalizzato con gli altri soci pubblici, è inidonea a consentire ai singoli soggetti pubblici di orientare le scelte strategiche della società al soddisfacimento dei bisogni della collettività di riferimento (elemento, questo, che contraddistingue i servizi di interesse generale in base all’articolo. 2, comma. 1, lettera. h, del Testo unico). Di qui, l’altro snodo della «diversa motivazione» del Consiglio di Stato: i servizi di interesse generale sono le attività di produzione di beni e servizi necessari a soddisfare i bisogni della collettività di riferimento; e spetta alle singole amministrazioni stabilire quali siano i bisogni da soddisfare e i mezzi più adatti per garantire tale soddisfacimento, «sempre che la soddisfazione dei detti bisogni non sia già rimessa alla competenza di un’altra amministrazione pubblica». Se così è, il Consiglio di Stato apre il varco per affermare che la legittimità di una partecipazione societaria pubblica dipende (in relazione all’articolo. 4, comma. 2, lettera. a, del Testo unico) da una scelta di «ordine eminentemente politico-strategico», in quanto tale sindacabile esclusivamente sul punto dell’eventuale “travalicamento” della competenza a danno di altre amministrazioni pubbliche. Il Consiglio di Stato, insomma, in apparente adesione a un emergente orientamento culturale di maggiore legittimazione dell’intervento pubblico diretto in economia, non dà alcun rilievo (come pure richiesto dalla norma, nella parte in cui ritiene che il servizio possa configurarsi d’interesse generale solo quando non può essere svolto dal mercato o non può esserlo alle condizioni ritenute necessarie) al possibile conflitto tra intervento pubblico e mercato (rinviando, sul punto, al principio euro-unitario della “neutralità” della proprietà, pubblica o privata, dell’impresa; articolo 106 del Tfue), ma solo all’eventuale conflitto interno all’apparato pubblico. Si tratta, con ogni evidenza, oltre che di un drastico stop ai principali obblighi del Testo unico, di una notevole apertura di credito nei confronti dei Comuni che, in quanto enti autonomi a fini generali, potranno decidere di produrre qualunque attività economica tramite imprese pubbliche locali, con due soli limiti: che la soddisfazione dei bisogni cui è funzionale la società non sia istituzionalmente affidata a un’altra pubblica amministrazione; e che la partecipazione, se pulviscolare, si coordini stabilmente – attraverso patti parasociali o norme statutarie – con gli altri soci pubblici così da poter incidere sulle scelte strategiche della società.
01/02/2019 09.00 – Mondo Utilities
Grazie a tale accordo e al supporto di due player come Alperia e Dolomiti Energia Holding Neogy si pone l’obiettivo di acquisire una posizione di leadership nel settore della mobilità elettrica. Neogy, grazie all’unione delle due reti attualmente esistenti, parte con una dotazione inziale di 350 stazioni di ricarica già presenti sul territorio Regionale. La società, in linea con i Piani per la mobilità elettrica, locali e nazionali, e gli obiettivi comunitari di riduzione del 60% delle emissioni di anidride carbonica generate da veicoli, ha poi pianificato importanti investimenti per espandere capillarmente l’attuale infrastruttura di colonnine di ricarica: un programma ambizioso che prevede stazioni di ricarica pubbliche e punti di ricarica dedicati presso strutture commerciali e ricettive, accompagnato da una vasta gamma di offerte di servizi di ricarica domestici, aziendali e pubblici. L’attività sarà focalizzata non solo nelle provincie di Trento e Bolzano ma si estenderà fin da subito anche ad altre zone del territorio nazionale. Tutte le stazioni di ricarica di Neogy saranno alimentate con energia 100% rinnovabile, prodotta nelle centrali idroelettriche appartenenti ad Alperia e al Gruppo Dolomiti Energia per garantire la totale sostenibilità ambientale della mobilità elettrica, assicurando quindi una significativa riduzione dell’impatto ambientale nel settore dei trasporti con vantaggi in termini di miglioramento della qualità dell’aria, grazie alla diminuzione delle emissioni e alla riduzione dell’inquinamento acustico. Per assicurare continuità di ricarica e la massima fruibilità da parte dei clienti finali, l’infrastruttura di ricarica sviluppata da Neogy garantirà la più ampia interoperabilità fra sistemi di ricarica e circuiti diversi e una facile accessibilità: tutti i punti di ricarica saranno infatti utilizzabili sia da clienti che abbiano stipulato un contratto con la società o con altri gestori suoi partner, che da clienti occasionali. Allo stesso modo i clienti di Neogy avranno la possibilità di ricaricare in Italia e in Europa anche presso le infrastrutture di altri operatori convenzionati. Il rifornimento si potrà pagare anche con modalità innovative, senza quindi la necessità di dover prima concludere un contratto. Il perfezionamento dell’operazione è subordinato all’ottenimento del nulla osta da parte delle competenti Autorità Antitrust.
03/02/2019 – L’Adige
Trentino, la vera partita dell’ energia PIERANGELO GIOVANETTI
(segue dalla prima pagina) Tenere presente quanto è stato fatto dal Trentino negli ultimi vent’ anni in tema di energia, è importante per capire la questione. Non solo la Provincia ha ottenuto la competenza nel campo idroelettrico, ma dispone dell’ intero demanio idrico e delle centrali produttrici (cosa che non hanno le altre regioni italiane). In più ha costituito una società concessionaria a stragrande controllo pubblico (Dolomiti Energia) che di fatto ha stoppato l’ arrivo di player internazionali privati, ottenendo quindi la gestione diretta delle centrali, incassandone i dividendi della produzione di energia. Questo è il quadro attuale, in cui va inserito quello futuro indicando le strategie dell’ attuale maggioranza, indispensabili nel momento della fissazione dei bandi per l’ assegnazione delle concessioni. Finora dal dibattito è uscita una volontà generica della giunta Fugatti di liquidare i privati. Ora, pur avendo il controllo totale della filiera dell’ energia, per liquidare i soci privati delle loro partecipazioni di minoranza (parliamo di gruppi internazionali come gli australiani di Macquarie, i francesi ex Edison, e per il 20% della holding di controllo investitori trentini) la Provincia dovrebbe sborsare circa 400 milioni di euro al valore attuale, che potrebbero salire a 500, se i privati volessero far pagare care le loro quote di minoranza. La totale nazionalizzazione dell’ energia può essere una scelta, costosa ma fattibile. Bisogna però capire per ottenere che cosa. Cioè, che senso ha. Altrimenti per la Provincia – che non ha nemmeno i soldi per ricostruire dopo le distruzioni del maltempo di ottobre – tirar fuori dai suoi bilanci 500 milioni di euro sottraendoli ad altre voci sociali, è un totale nonsenso se questo non cambia nulla nell’ assetto di comando (che è già in mano all’ ente pubblico), né nel potere di regolamentazione a garanzia del territorio (che è della Provincia), né nella possibilità di assegnare i dividendi dell’ energia ai comuni e ai territori, visto che già ora il pubblico si spartisce 8/10 dei dividendi di Dolomiti Energia Holding, più l’ Iva che resta sul territorio (200 milioni l’ anno), più le entrate della concessione. A parte la gioia espressa dai sindacati all’ idea che tutti i 1300 dipendenti del gruppo Dolomiti Energia diventino dei provinciali (con relativi privilegi), vantaggi dalla liquidazione dei privati non ve ne sono. Semmai si può dire che i privati trentini presenti non sono proprio dei «capitani coraggiosi», visto che riscuotono semplicemente il dividendo del capitale che hanno investito. Ma quel dividendo andrebbe dato alle banche, se quei soldi li avessero prestati le banche invece di Finanziaria Trentina. L’ unico motivo sensato per nazionalizzare e quindi liquidare i privati di minoranza, è l’ eventuale paura di perdere la gara di assegnazione come si è temuto per l’ A22, dimostrando però tutti i limiti e l’ inadeguatezza della soluzione «in house». A differenza dell’ autostrada, inoltre, per le centrali tale paura è del tutto ingiustificata. Per un semplice motivo: chi fa il bando è la Provincia, e se lo fa bene, le concessioni non vanno di certo in mano ai cinesi o ai tedeschi, ma restano sul territorio. In più la Provincia dispone del potere regolatorio, e stabilisce quali garanzie vanno date dal concessionario a favore del territorio e dei comuni. Tirar fuori 500 milioni per liquidare i privati è, pertanto, totalmente privo di senso compiuto. Se poi guardiamo dal punto di vista dell’ efficienza gestionale, molto meglio avere quali soci di minoranza gruppi francesi e australiani come quelli che ha Dolomiti Energia, i quali hanno una stabilità finanziaria enorme, know how internazionale, interesse che la società funzioni bene e produca utili (e non crei inefficienze, tipiche del monopolio e della gestione totalmente pubblica), e soprattutto dispongono di alleanze a livello mondiale, che rendono Dolomiti Energia di fatto favorita nella riassegnazione della concessione, se non altro perché ha due grandi competitor in meno, gli australiani e i francesi. Quanto alla sparata che con una Dolomiti Energia tutta pubblica, si può dare energia gratis ai trentini, è una contraddizione in termini. Non solo i bolzanini, che hanno un soggetto gestore totalmente pubblico, pagano le bollette come noi trentini, ma le tariffe sono fissate in maniera unica a livello nazionale, non sono decise da Dolomiti Energia. Già oggi, poi, essendo a controllo pubblico, se la Provincia volesse distribuire le decine di milioni di dividendi che incassa da Dolimiti Energia traducendoli in bollette gratis, lo può fare. Sottrae dalla scuola e dalla sanità fondi (perché i dividenti dell’ energia sono serviti a questo) e li assegna agli ultrasettantenni, possidenti o meno, o a chi vuole, come ha fatto per gli autobus. Forse, invece di vendere propaganda e distribuire illusioni, sarebbe utile che la Provincia valutasse se costituire una società unica con Bolzano e quotarsi in Borsa, creando una holding delle rinnovabili che già ora coprirebbe il 18% della produzione idroelettrica in Italia. Se quotata in Borsa, non si creerebbe nemmeno il problema di chi comanda fra Trento e Bolzano. Sarebbe una novità a livello europeo, e ci doterebbe di un gruppo fortissimo e di grande peso per il territorio, con controllo a maggioranza regionale. Quello del controllo, infatti, è il problema vero. Oggi la Provincia di Trento controlla tutta la filiera dell’ energia e comanda in Dolomiti Energia. Se un domani costituisce invece un’ alleanza con i veneti, o i lombardi – che sono forti – chi comanderà? Non è che dietro la volontà di rendere tutta pubblica Dolomiti Energia, ci sia qualche altro disegno, che farebbe perdere poi il controllo al Trentino, in nome di fumose alleanze padane (magari perdendo pure le tasse oggi versate in Trentino)? p.giovanetti@ladige.it
04/02/2019 – La Prealpina
Acqua pubblica, la legge va alla Camera
ROMA – La legge sulla ripubblicizzazione dell’ acqua è pronta per approdare nell’ Aula della Camera, dopo mesi di esame in commissione Ambiente. Si tratta del testo di legge della deputata M5S Federica Daga. Un provvedimento cui i pentastellati tengono molto a cominciare dal presidente della Camera Roberto Fico che più volte non ha mancato di manifestare il suo sostegno; così come il ministro dei Rapporti con il Parlamento Riccardo Fraccaro, che ha accolto l’ adozione del testo Daga come «una vittoria della democrazia». In Aula, la proposta di legge che secondo M5S «incarna la volontà popolare espressa con il voto del referendum del 2011», dovrebbe presentarsi – dopo l’ esame del dl Semplificazione e del dl Carige – presumibilmente per l’ inizio di marzo; mentre il termine per presentare gli emendamenti è fissato all’ 8 febbraio. Il tema potrebbe aprire un altro fronte di attrito, finora relativamente sottaciuto, all’ interno della maggioranza, dove potrebbero emergere le diverse posizioni proprio con la presentazione delle proposte di modifica al provvedimento. In molti, dalle opposizioni hanno manifestato le proprie perplessità al testo, chiedendo un’ apertura rispetto a eventuali proposte di modifica. E in tanti, a cominciare dalla deputata del Pd Chiara Braga (che aveva portato in discussione una pdl sullo stesso argomento), hanno messo in evidenza il silenzio della Lega sulla questione. La cosa – a quanto si apprende – potrebbe risolversi nella ricerca di un «compromesso», dal momento che il Carroccio pensa sia sì necessario approvare una legge di questo tipo, ma senza esporre il Paese a rischi sul piano pratico della gestione e sul versante dei conti pubblici. Supporta questa tesi una ricerca di Oxera – messa a punto per Utilitalia (la Federazione delle imprese di acqua ambiente e energia, che riunisce la quasi totalità dei gestori del ciclo idrico) – in cui si fa presente che il potenziale impatto di questa legge potrebbe essere di circa 15 miliardi (partendo da 14,6 miliardi a un massimo di 16,5 miliardi di costi una tantum, cui si devono aggiungere da un minimo di 4 a un massimo di 6 miliardi all’ anno). C’ è poi un nodo, di carattere locale con ripercussioni a livello nazionale, che terrebbe in sospeso la Lega; e cioè che gli amministratori dei comuni del nord, proprio dove il servizio idrico va meglio, sarebbero in agitazione e preoccupati dal provvedimento. Al netto di aperture a modifiche, sembra che il tavolo di discussione sul testo possa ritenersi una partita da giocare.
04/02/2019 – Corriere della Sera
Quei 1.425 ponti senza gestore
Il record della Campania con 307 strutture «anonime» altre 121 sono localizzate in Lombardia e 112 nel veneto Secondo anas oltre il 50% dei cavalcavia ha più di 40 anni
Il 19 dicembre sul tavolo del ministro dei Trasporti arriva una lettera allarmata: «1.425 cavalcavia non hanno una proprietà». Mittente: l’ amministratore delegato di Anas. L’ informazione resta riservata. È troppo calda la tragedia del Ponte Morandi con le sue 43 vittime, mentre dall’ inchiesta di Genova saltano fuori altri 6 viadotti dove i controlli di legge venivano «truccati». Gli effetti del tempo, del traffico pesante e dell’ incuria dei concessionari sta presentando il conto: il 28 ottobre del 2016 il cavalcavia di Annone sulla Statale 36 Milano-Lecco collassava sotto il peso di un tir finendo su due auto in transito; il 9 marzo del 2017, cedeva il ponte autostradale di Osimo, dalle parti di Ancona; il 18 aprile 2018 era la volta di quello di Fossano (Cuneo) che si schiantò su un’ auto dei carabinieri. Qualche settimana fa il sequestro da parte della Procura di Arezzo del viadotto Puleto sull’ E45 «perché a rischio». Il motivo è sempre lo stesso: chi gestisce le infrastrutture non fa la manutenzione. La storia in casa Anas comincia proprio con quel ponte di Annone: da anni nessuno ci metteva mano perché Anas pensava fosse in carico alla Provincia e viceversa, mentre il passaggio di carichi eccezionali aumentava, fino a quando è venuto giù. L’ amministratore delegato Gianni Armani, fresco di nomina, si era posto il problema che i suoi predecessori avevano ignorato: «Non è che sulle nostre statali ci sono altri casi in cui non è chiaro chi deve intervenire in caso di salute precaria?». A inizio 2017 avviava così un censimento dei ponti che incrociano la rete gestita dall’ azienda pubblica: oltre 27 mila chilometri di asfalto, fra Statali, autostrade, raccordi stradali e complanari. Ne hanno contati 2.994, di cui non era chiara la proprietà. Dopo un anno di indagine Anas scopriva che 983 sono i suoi, 586 sono di un altro gestore, ma ben 1.425 viadotti sono risultati senza un proprietario e gestore identificato. La situazione è stata portata alla luce con preoccupazione da Armani in una comunicazione (finora inedita) al ministero del 19 dicembre: «Per 1.425 ponti e cavalcavia non è stato possibile reperire documentazione negli archivi, atta a dimostrare la proprietà e la relativa competenza Si sono richieste informazioni relative alle autorizzazioni concesse per trasporti eccezionali e stato di conservazione e manutenzione delle opere. Considerato che ad oggi per larga parte di queste non si è ancora ricevuta risposta, si chiede al ministero di fornire precisi indirizzi relativamente alle azioni da intraprendere». Pochi giorni prima di lasciare l’ incarico, in questa sorta di testamento della viabilità italiana, Armani chiede lumi anche «circa le modalità amministrative e finanziarie con cui Anas possa intervenire a tutela della sicurezza su opere in condizioni di pericolosità». In altre parole: se Anas se ne deve occupare servono i fondi. Secondo Anas, oltre il 50 per cento delle strutture ha compiuto i 40 anni di età e quasi una su quattro ha superato i 50. Non è possibile risalire con certezza al gestore di un ponte perché nella maggior parte dei casi ha registrato passaggi di proprietà o di gestione. Se i titolari sono privati, come nel caso di Consorzi o singole società, possono subentrare contenziosi, fallimenti, decessi. Cambiano gli uomini, i riferimenti, e tutto si confonde. Nel caso di enti pubblici, le responsabilità si rimpallano davanti al Tar, e in assenza di interventi tutti confidano nella buona sorte. Il record regionale delle opere «da identificare» si trova in Campania: 307, praticamente tutte. Spicca il caso della Statale 7 bis che attraversa leprovince di Caserta e Napoli. Un’ arteria di grande percorrenza, realizzata nel post terremoto del 1980 dalla Cassa del Mezzogiorno. Nel tratto che tocca i comuni di Orta, Gricignano e Succivo, per 13 cavalcavia «risulta un lungo rimpallo delle competenze manutentive», scrive l’ Anas. Il sindaco di Orta di Atella, Andrea Villano, professione ingegnere, ne ha chiusi tre, «ma il problema è che possono cadere calcinacci da un momento all’ altro sul traffico che scorre sotto». Villano ha chiesto all’ Anas un intervento d’ urgenza, ma Anas ha impugnato tutto davanti al Tar della Campania: «se ne deve occupare il Comune». Che però è in dissesto finanziario. Quindi, tutto fermo. Tranne le auto e i camion, che continuano a sfrecciare, ignari, sulla Statale. In Lombardia le strutture «anonime» sono 121, e in Veneto 112. Due casi riguardano la Statale 629 del lago di Monate, nata nel 1963 come Provinciale. «Ora però non so con certezza di chi sia la proprietà anche se ho sempre dato per scontato che fosse di Anas – precisa il sindaco di Malgesso, Giuseppe Iocca, anche lui ingegnere -. Mi è difficilissimo documentare la cosa, il nostro tecnico se n’ è andato in un altro comune». Stessa situazione a Bussolengo, in Veneto, sulla vecchia Statale 12 dell’ Abetone e del Brennero che collega Pisa al confine austriaco, (anno di nascita 1928) e sulla Transpolesana che va da Verona a Rovigo, realizzata negli anni Ottanta. Strutture su cui Anas è comunque intervenuta, idem sul ponte che scavalca l’ asse attrezzato Chieti – Pescara, dove passano 40 mila veicoli al giorno, ma dopo la caduta di calcestruzzo. Il Consorzio che l’ aveva costruita nel 1975, è fallito da tempo. Anas però non intende più prendersene cura, e per due ragioni: 1) servono tanti soldi per sistemare i ponti italiani; 2) non ha titolo per intervenire su infrastrutture altrui. L’ 8 gennaio il ministero ha risposto ad Anas: «Si proceda intanto con la sorveglianza delle opere da identificare – scrive il direttore generale Antonio Parente – tuttavia la gravità della situazione emersa sottende possibili profili di irregolarità». In sostanza dice che Anas è venuta meno ai suoi obblighi nel lasciare che nel tempo tutto questo accadesse, e che convocherà a breve un tavolo tecnico. Il ministero va dunque allo scontro con Anas? La situazione è grave, ma dopo un mese, il «tavolo» non ha ancora una data. Armani è stato mandato a casa, e dal 21 dicembre al timone c’ è l’ ingegner Massimo Simonini. «Nasce la nuova Anas, basta sprechi e poltronifici», aveva dichiarato il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli. Simonini, in Anas da 20 anni, e che ha fatto tre balzi in un colpo solo, era proprio il dirigente responsabile di ponti, viadotti e gallerie. Conosce perfettamente la lista degli «anonimi» poiché coinvolto nel censimento. A questo punto tutti sanno. Occupatevene, magari prima del prossimo crollo. MILENA GABANELLI E ANDREA PASQUALETTO
02/02/2019 – Il Sole 24 Ore
Porti, Marghera e Massa Carrara nel mirino di F2i
Nell’ operazione asset che fanno capo all’ armatore Enrico Bogazzi
F2i mette nel mirino il settore dei porti. Il fondo guidato da Renato Ravanelli, come anticipato dall’ agenzia Radiocor, starebbe sondando il mercato per eventuali investimenti in un segmento di business che, come altre filiere infrastrutturali del Paese, ha una forte esigenza di consolidamento per ridurre il gap con altri partner europei. Nel dettaglio, F2i avrebbe individuato alcuni asset di particolare interesse che fanno capo all’ armatore Enrico Bogazzi, uno degli imprenditori più noti e rispettati della Versilia: si tratterebbe di alcuni terminal commerciali del porto di Massa Carrara e di quello di Marghera (Venezia). L’ operazione, che avrebbe un importo comunque limitato, potrebbe entrare nel vivo nelle prossime settimane e rappresenterebbe per il fondo un piccolo passo iniziale per “sbarcare” nel settore dei porti, in cui fino ad oggi – in ormai 12 anni di attività duranti i quali ha esplorato ormai tutto l’ arco istituzionale delle infrastrutture – non era mai entrato. F2i ha esaurito anche il terzo fondo (raccolto soltanto un anno fa) e i suoi investimenti spaziano dagli aeroporti (con Malpensa e Linate, oltre a Napoli, Torino, Alghero e recentemente Trieste) alle reti gas (dove è il primo operatore privato del Paese) per arrivare alle torri di trasmissione tv, in cui ha appena concluso l’ ingresso in EI Towers, e alle energie rinnovabili con la joint venture sull’ eolico insieme a Edison e soprattutto con il solare, in cui F2i è diventato il terzo operatore europeo grazie all’ acquisto in estate di Rtr e del 50% della partnership con Enel, chiuso invece lo scorso dicembre. Senza dimenticare le partecipazioni nelle cliniche Kos, nella Sia (leader europeo nelle infrastrutture tecnologiche per i pagamenti), in Irideos (servizi Ict alle imprese), nella rete idrica con Iren e nella San Marco Bioenergie, specializzata sulla valorizzazione energetica delle biomasse legnose. Discorso a parte sono le autostrade, su cui il fondo ha intenzione di puntare nel prossimo futuro a partire da Brebemi e Serravalle a prescindere dai rumors su un possibile ruolo nell’ eventuale riassetto di Autostrade per l’ Italia. La filosofia di F2i, che tra i suoi principali sponsor vede Cdp, Intesa Sanpaolo, Unicredit, le principali Fondazioni e Casse italiane nonché investitori istituzionali esteri di rilievo come Ardian e China Investment Corporation, è semplice: puntare sul consolidamento, per superare la cronica frammentazione del Paese in alcuni ambiti chiave delle infrastrutture, e di conseguenza sulle efficienze, generando così anche valore per i sottoscrittori dei suoi fondi (il primo, da 1,85 miliardi, ha reso oltre il 12% l’ anno). Questa stessa strategia potrebbe essere applicata ai porti italiani che devono esprimere ancora molto del potenziale. Le merci in container movimentate nel Mediterraneo, in cui passa un quinto del traffico marittimo mondiale, sono aumentate del 500% negli ultimi vent’ anni ma in Italia l’ incremento è stato di dieci volte inferiore, cioè pari al 50%. I problemi principali? Frammentazione e pesante burocrazia, nonché – secondo lo studio – la mancanza di una cabina di regia a livello nazionale. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Cheo Condina
02/02/2019 – La Repubblica
Stadio, salta il vertice 5S e il parere diventa un caso Raggi: “Va ancora letto”
Nulla da fare. Per mettere le mani sull’ attesissimo parere del Politecnico di Torino sul nuovo stadio della Roma, i consiglieri del M5S dovranno attendere ancora un intero fine settimana. Il vertice in programma ieri mattina è saltato all’ ultimo momento, perché il documento – a quanto pare – non sarebbe stato ancora protocollato dal dipartimento Trasporti. La sindaca Virginia Raggi, davanti alle domande degli assessori, lo ha dovuto spiegare anche nella riunione di giunta di ieri pomeriggio: «Ancora non mi è arrivato nulla». Dallo staff della prima cittadina assicurano che questa volta, a differenza di quanto avvenuto con la bozza dello studio che definiva «catastrofica » la situazione del traffico a Tor di Valle con lo stadio, non ci saranno fughe di notizie: «Il parere verrà letto soltanto dalla sindaca. Poi ne parleremo alla stampa » . E quindi ai romani – soprattutto ai romanisti – in attesa di novità sul nuovo Colosseo giallorosso. In ballo c’ è un investimento da oltre un miliardo di euro e i potenziali investitori aspettano a loro volta di conoscere l’ esito dello studio commissionato dalla giunta grillina dopo lo scoppio dell’ inchiesta che ha portato all’ arresto per corruzione del costruttore Luca Parnasi e del consulente numero uno di Virginia Raggi, il presidente di Acea Luca Lanzalone. La Roma resta alla finestra, in silenzio. Cercando di capire cosa diranno gli ingegneri di Torino sulla cura del ferro auspicata dalla sindaca per la Roma-Lido e che ne sarà del ponte di Traiano. Il premier Giuseppe Conte e il ministro Danilo Toninelli hanno promesso un intervento del governo in caso di necessità. Perché la volontà politica di fare lo stadio, al netto dei possibili mal di pancia di alcuni dei consiglieri 5S, c’ è tutta. – l.d’ a. © RIPRODUZIONE RISERVATA Il rendering del progetto del nuovo stadio della Roma.
02/02/2019 – Il Giorno
«Sbloccate seicento cantieri fermi»
Ultimatum dei costruttori. «Basta proclami, si può recuperare mezzo punto di Pil»
MILANO QUASI SEICENTO OPERE (dalle strade alle ferrovie, dagli ospedali al dissesto idrogeologico) per un valore di circa 36 miliardi, che potrebbero creare 550mila posti di lavoro e una ricaduta di 125 miliardi sull’ economia, restano bloccate per colpa di un sistema burocratico, legislativo e amministrativo che non permette di far partire i cantieri. La denuncia arriva dall’ Ance, l’ associazione dei costruttori, che sul sito sbloccacantieri.it ha recensito centinaia di infrastrutture che non partono. Spiccano, in particolare, le 28 grandi opere (dal costo superiore ai 100 milioni di euro ognuna) che valgono, da sole, oltre 33 miliardi. Dopo una crisi che dura da undici anni per un settore, quello delle costruzioni, che con tutta la filiera (dai produttori dei materiali all’ immobiliare) rappresenta il 22% del Pil italiano e che ha perso oltre 600mila posti di lavoro, l’ Ance ha deciso di dire basta all’ immobilizzo della politica. «SIAMO stanchi di proclami sblocca cantieri – attacca il presidente di Ance, Gabriele Buia – senza alcun fatto concreto. Non vogliamo più tavoli tecnici al Mise ma politici per far ripartire un settore fondamentale per l’ economia che, da solo, se ripartisse, potrebbe portare mezzo punto di crescita del Pil». I soldi per costruire le opere, del resto, ci sarebbero: 140 miliardi già disponibili con le ultime leggi di Bilancio e altri 80 previsti fino al 2033, anche se la manovra di quest’ anno da 3,5 miliardi ha ridotto le disponibilità a 500 milioni. Denari che non vengono usati per la complessità e lunghezza della burocrazia, con decine di rimpalli tra ministeri ed enti diversi. «PER LA STATALE IONICA – ricorda Buia – ci sono voluti tre anni solo per il parere del Cipe. La riforma del Codice degli appalti, più che favorire le opere, le ha ulteriormente ritardate e quel poco di buono che c’ era (semplificazioni delle stazioni appaltanti, albo dei commissari delle gare, strutture d’ indirizzo per infrastrutture, scuole e dissesto idrogeologico) non è mai stato realizzato o non funziona più, mentre è stato aumentato – creando una pericolosa scorciatoia – da 40 a 150mila euro il tetto degli appalti senza gare. «Di quello che abbiamo chiesto, nonostante gli impegni del governo, non abbiamo ancora visto nulla, neppure nel decreto semplificazioni – conclude Buia -. Non vogliamo che si accelerino le opere con i commissari o la Protezione civile ma norme urgenti che snelliscano le procedure amministrative-burocratiche». ALTRIMENTI, chiude Buia con un’ amara constatazione, «se il ministro Luigi Di Maio è andato a pranzo con i 100 dipendenti della Pernigotti, per i posti persi e che si perderanno ancora nel nostro settore dovrebbe fare pranzi e cene per anni…». © RIPRODUZIONE RISERVATA. Achille Perego
03/02/2019 – Il Messaggero
La mappa delle infrastrutture
Da Nord a Sud cantieri ancora fermi manca un piano per far ripartire i lavori Stop alla Civitavecchia -Mestre e alla Jonica come all’ alta velocità ferroviaria Napoli -Bari
IL FOCUS ROMA Non c’ è solo la Tav ferma al palo. Ci sono le opere bloccate dalla burocrazia, dai litigi tra amministrazioni e stato centrale o, più banalmente, dalla inerzia della politica. Sono oltre 600, secondo l’ ultimo rapporto dell’ Ance, per un valore che supera i 27 miliardi. Opere sparse su tutto il territorio nazionale, piccoli e grandi interventi dimenticati, ma che devono ripartire. Nonostante la prassi, trasversale a tutti partiti, di abbandonare i programmi infrastrutturali varati dai precedenti governi per ricominciare tutto daccapo. Il che rende ancora più confuso il quadro complessivo. Di certo c’ è solo il drammatico calo dell’ occupazione del settore. Il risultato di questa inefficienza è sotto gli occhi di tutti. Per realizzare un’ opera pubblica di medie-grandi dimensioni ci vogliono fino a 15 anni, nel frattempo il gap infrastrutturale dell’ Italia rispetto agli altri paesi europei è salito, stima sempre l’ Ance, a quota 84 miliardi di euro. LA RINCORSA Se il vice premier Luigi di Maio non vede l’ ora di archiviare le grandi opere ferroviarie del centro-sinistra, a partire dalla Tav, dall’ altra deve ingoiare il via libera al Terzo valico e alla Tap. Dimenticata, al momento, anche la Gronda di Genova, fondamentale per la città ligure e congelata da anni, nonostante i ripetuti ok. La mappe delle incompiute è lunghissima (vedere tabella). Al Nord c’ è la bretella autostradale della Val Trompia, sollecitata dagli imprenditori della zona e finita nel cassetto. Stesso discorso, in materia stradale, per il collegamento Rho-Pero. LE PRIORITÀ NEGATE Tra le maggiori opere dimenticate c’ è la storica Civitavecchia-Orte-Ravenna-Mestre (E45/55), considerata prima arteria strategica ed ora uscita dalle priorità. Anche se le proposte stanno sempre lì e nessuna decisione è stata presa per annullare l’ intervento. Cantieri fermi poi per la stazione di Firenze dell’ Alta velocità, l’ autostrada Tirrenica A12 Livorno-Civitavecchia (1,3 miliardi di lavori) e il completamento della superstrada Due Mari E78 Grosseto-Fano (828 milioni) nel tratto Grosseto-Siena. Nelle Marche le cose non vanno meglio rispetto alla Toscana. Ad Ancona l’ uscita dal porto è ancora sulla carta, così come il completamento della Quadrilatero (sulla Ancona-Perugia, il cantiere da Fossato a Genga è abbandonato da oltre un anno), un progetto fondamentale per l’ economia del territorio, completamento rinviato di legislatura in legislatura. Mentre resta la linea ferroviaria a un binario tra Orte e Falconara (è l’ asse Ancona-Roma) il cui raddoppio procede a singhiozzo da decenni. I progetti in bilico non si contano più. Da Nord a Sud, al di là delle promesse, attendono un futuro la Statale Jonica 106, la Cremona-Mantova, l’ alta velocità Napoli-Bari e l’ autostrada Sassari-Oblia. Fino ad ora, rispetto agli annunci del governo giallo verde, è passata solo una modifica del codice degli appalti che alza da 40 mila a 150 mila euro i lavori da appaltare senza gara. Una scorciatoia che non piace nemmeno ai costruttori. Resta un sogno invece l’ accorpamento delle stazioni appaltanti, ora sparpagliate. Il governo ha promesso per marzo la svolta con una cabina di regia a Palazzo Chigi alle dirette dipendenze del presidente Conte che dovrebbe lavorare in tandem con InvestItalia per dare sprint agli investimenti. Parallelamente sarà presentato un provvedimento per alleggerire proprio il codice degli appalti. Si vogliono poi raccogliere tutti i finanziamenti previsti e frammentati in manovra per varare un programma di manutenzione straordinaria su strade, ponti, ferrovie e rete elettriche concentrato sulle piccole opere, al quale legare un piano contro il dissesto idrogeologico da almeno 9 miliardi. Cifre, annunci, programmi che attendono di trasformarsi in realtà. Umberto Mancini © RIPRODUZIONE RISERVATA.
01/02/2019 – Il Messaggero
Cabina di regia sugli appalti Conte strappa il timone a Tria
Vertice tra premier, Di Maio e leader leghista: decisi 2 decreti per sbloccare le opere pubbliche Salvini mette il cappello sul provvedimento, irritazione dei 5Stelle. No a manovre correttive
IL RETROSCENA ROMA Alle nove del mattino, davanti a un caffé, Giuseppe Conte, Luigi Di Maio e Matteo Salvini si sono incontrati per parlare dei nefasti dati dell’ Istat. Quelli che certificano un Pil inceppato e un’ Italia tornata, dopo 5 anni, in recessione. Lontano da taccuini e telecamere, premier e vicepremier non si sono messi a dare la colpa del tracollo economico ai governi precedenti, né sono stati più di tanto a parlare dei «fattori esogeni» che avrebbero innescato la recessione. Stabilito che di «manovra correttiva non se ne parla» almeno fino a luglio, nell’ improvvisata war-room di palazzo Chigi, Conte ha illustrato il piano che ha in mente per provare a ottenere «il riscatto» nel «secondo semestre» di quest’ anno. Nulla di nuovo, per la verità. Ma il premier, che ha deciso di condurre in prima persona questa partita strappandola al ministro dell’ Economia Giovanni Tria, spera di far ripartire l’ economia sbloccando 27 miliardi di investimenti pubblici, paralizzati ormai da anni a causa della burocrazia e dei ricorsi. Con due provvedimenti. Il primo è un decreto della presidenza del Consiglio per istituire, entro inizio febbraio, presso palazzo Chigi (e non il Demanio come avrebbe voluto Tria) l’ ormai famosa cabina di regia chiamata «Strategia Italia»: sarà composta da 30-35 persone e servirà a «monitorare cantiere per cantiere, in coordinamento con il ministero delle Infrastrutture»: «Andremo a stanare anche i più piccoli intoppi burocratici di ogni cantiere e lo riavvieremo», ha spiegato il premier, che pensa a una vera e propria «centrale di progettazione» delle opere pubbliche grandi e piccole. «TRECENTO PROFESSIONISTI» La cabina di regia, per la quale in legge di bilancio sono stati stanziati 100 milioni, avrà la veste giuridica di una struttura tecnica di missione della presidenza del Consiglio. E si servirà anche del contributo di circa trecento persone, tra ingegneri, architetti ed esperti, «a disposizione di tutte le pubbliche amministrazioni, per coadiuvarle nella realizzazione dei vari progetti infrastrutturali» rimasti finora al palo. Inoltre questa cabina di regia sarà collegata a InvestItalia (budget 20 milioni) che avrà il compito di coordinare, sempre da palazzo Chigi, «tutti gli investimenti pubblici e privati». Il secondo provvedimento è ancora avvolto nella nebbia. Nelle stanze di Conte si parla di un semplice decreto attuativo della legge delega sugli appalti. Nell’ entourage di Salvini, ma la sostanza non cambia, si scommette invece su un decreto vero e proprio che dovrebbe puntare all’ annunciata revisione del codice degli appalti. Obiettivo: «Velocizzare e aggiudicare il maggior numero di gare nel minor tempo possibile». In più Conte, come ha annunciato mercoledì a Milano per tentare di tranquillizzare gli imprenditori, «entro metà febbraio» vuole dare alla luce «un piano straordinario per la messa in sicurezza del territorio e delle infrastrutture esistenti». Vale a dire: interventi contro il dissesto idrogeologico («in collaborazione con la Protezione civile») e manutenzione di strade, ponti, ferrovie, viadotti. «Ci sono miliardi sonanti a disposizione», ha garantito il premier, «e con questa imponente iniezione di fondi pubblici l’ economia riceverà un forte stimolo». Ad annunciare urbi et orbi il decreto sugli appalti è stato Salvini. Il vicepremier leghista, che oggi sarà a Chiomonte per chiedere il completamento della Tav, ha voluto piantare la bandiera. Confermarsi, agli occhi dell’ elettorato del Nord, l’ alfiere delle opere pubbliche: «Stiamo lavorando a un decreto legge chiamato cantieri veloci per dimezzare i tempi dei lavori. Lo avremo entro il 9 marzo, giorno del mio compleanno». Una sortita che ha innescato l’ irritazione di Di Maio, sempre più allergico alla competition con il leader della Lega. E ha fatto alzare più un sopracciglio nello staff di Conte. LA SCOMMESSA 5STELLE Il leader 5Stelle, che da ministro del lavoro festeggia per i dati sull’ occupazione («visto?! Avevamo ragione…»), da responsabile dello Sviluppo economico punta tutto sugli effetti salvifici del suo reddito di cittadinanza e di quota 100: «Con la prima misura inietteremo nell’ economia reale 8 miliardi di euro all’ anno e con l’ anticipazione del Tfs agli statali arriveranno nei conti correnti altri 5 miliardi». Questi soldi, secondo Di Maio, daranno «una forte spinta ai consumi interni», limitando gli effetti del crollo delle esportazioni da cui finora è stata legata la produzione industriale». C’ è solo da sperare che il vicepremier grillino abbia ragione. Alberto Gentili © RIPRODUZIONE RISERVATA.
01/02/2019 – Italia Oggi
Le correzioni contenute negli emendamenti presentati in commissione andranno in un ddl del Mit
Riforma sugli illeciti professionali. Sventato caos su parcelle
Nel decreto-legge sulle semplificazioni, nulla di fatto per le modifiche al codice dei contratti pubblici; rimane soltanto la norma del decreto sugli illeciti professionali; sventato il caos sulle parcelle; rinviate le modifiche contenute negli emendamenti della maggioranza presentati in commissione che potrebbero finire in un disegno di legge con corsia preferenziale. È questo il quadro di insieme che si trae dai lavori parlamentari di queste ultime settimane sul decreto-legge semplificazioni (135/2018), approvato martedì sera al senato in prima lettura, che rappresenta sostanzialmente un nulla di fatto in tema di riforma del codice appalti. L’ unica modifica rimasta in piedi è infatti quella relativa all’ articolo 80 del codice in tema di grave illecito professionale. L’ articolo 5, che si applica alle procedure i cui bandi sono stati pubblicati dopo il 15 dicembre, modifica la lettera c dell’ articolo 80 dell’ attuale codice dei contratti articolandola in tre parti (lettere c, c-bis e c-ter). Le novità rispetto al testo attuale riguardano innanzitutto il fatto che è in capo alla stazione appaltante dimostrare «con mezzi adeguati» che i comportamenti contestati in precedenza all’ impresa la rendono inaffidabile per l’ esecuzione del contratto da affidare. In secondo luogo, potrà essere escluso dalla gara chi abbia fornito informazioni fuorvianti o abbia tentato di influenzare a proprio vantaggio le decisioni della commissione giudicatrice. Inoltre, potrà essere escluso dalla gara anche il soggetto (professionista o impresa) che in un precedente appalto abbia causato la risoluzione per inadempimento o abbia portato a una condanna di risarcimento danni, ma, ed è qui la novità maggiore, la risoluzione del contratto non deve più essere «non contestata in giudizio o confermata all’ esito del giudizio». Pertanto la stazione appaltante potrà automaticamente escludere ma deve motivare l’ esclusione «con riferimento al tempo trascorso dalla violazione e alla gravità della stessa». Se questa è l’ unica modifica al codice appalti prevista nel decreto-legge ciò è stato dovuto alla scelta di una settimana fa della maggioranza di ritirare tutti gli emendamenti all’ articolo 5 del provvedimento perché l’ intenzione di governo e maggioranza era «di procedere con una legge delega sul codice degli appalti». Così, aveva affermato il capogruppo del M5s in senato, Stefano Patuanelli che in quella sede propose di «lavorare immediatamente per iniziare a proporre un disegno di legge di iniziativa parlamentare che abbia disposizioni urgenti in attesa della legge delega» anche con l’ Anac. Quindi, tabula rasa sulle modifiche che incidevano, fra le altre cose, sulle soglie per le procedure negoziate, sul subappalto (eliminazione della terna), sull’ appalto integrato per le manutenzioni. Era rimasto in piedi soltanto un emendamento che incideva sui compensi per il coordinamento in fase di esecuzione, ma che creava a sua volta un problema non da poco perché avrebbe reso facoltativo (oggi è obbligatorio) l’ utilizzo del cosiddetto «decreto parametri», provvedimento che serve a calcolare l’ importo a base di gara per gli affidamenti di servizi tecnici. Un pasticcio giuridico che sarebbe stato corretto in aula. Ma il problema è stato risolto direttamente alla vigilia del voto in aula quando degli 85 emendamenti approvati in commissione ne sono stati tagliati 62, fra cui quello «pasticciato» che aveva scatenato le ire delle settore delle professioni. Una «tagliola» auspicata dal Quirinale per un decreto che era divenuto «omnibus», che ha tolto le castagne dal fuoco a chi sbadatamente aveva votato una norma boomerang. © Riproduzione riservata. PAGINA A CURA DI ANDREA MASCOLINI
02/02/2019 – Italia Oggi
Offerta economica più vantaggiosa, non può incidere più del 30%
Limite inderogabile nella valutazione dell’ Oepv secondo l’ Anac
Se si aggiudica un appalto con l’ offerta economicamente più vantaggiosa il limite massimo del 30% non è mai derogabile, anche se la prestazione ha carattere di omogeneità. È quanto ha stabilito l’ Anac con la delibera n.7 del 9 gennaio 2019 con un parere di precontenzioso concernente una procedura aperta per la fornitura, per due anni, di materiale di osteosintesi che, per un importo base d’ asta di oltre 2 milioni di euro, doveva essere aggiudicato con il criterio della offerta economicamente più vantaggiosa. Una società aveva eccepito la violazione dell’ art.95, comma 10-bis del codice dei contratti pubblici dal momento che la stazione appaltante aveva quantificato nel 40% il peso del punteggio da attribuire alla componente «prezzo» dell’ offerta, invece di rispettare il limite massimo del 30%. L’ articolo 95, comma 10-bis, introdotto dal decreto correttivo del 2017 prevede che «la stazione appaltante, al fine di assicurare l’ effettiva individuazione del miglior rapporto qualità-prezzo, valorizza gli elementi qualitativi dell’ offerta e individua criteri tali da garantire un confronto concorrenziale effettivo sui profili tecnici. A tal fine la stazione appaltante stabilisce un tetto massimo per il punteggio economico entro il limite del 30%». La stazione appaltante aveva difeso la scelta sostenendo che, alla luce delle indicazioni contenute nelle linee guida Anac n.2 sull’ offerta economicamente più vantaggiosa, «la scelta di prevedere una soglia massima del 30%, per l’ attribuzione del punteggio economico, non ha trovato fondamento negli orientamenti dell’ Autorità nazionale anticorruzione (Anac), apparendo eccessivamente limitante per la valorizzazione dell’ offerta economica, in particolare in quei mercati dove le forniture possono presentare un elevato grado di omogeneità». Da ciò la stazione appaltante aveva fatto discendere che «in un contesto di omogeneità dei prodotti sul mercato, di dare maggiore peso all’ offerta economica, nell’ intendimento di assicurare maggiore risparmio di spesa, a tutto vantaggio del bilancio aziendale». L’ Anac ha bocciato questa tesi ritenendola «del tutto infondata» ribadendo che nelle linee guida si afferma il principio generale che si deve attribuire al prezzo un punteggio limitato (al di sotto del 30%) se si vuole apprezzare la parte qualitativa dell’ offerta o scoraggiare ribassi eccessivi ritenuti difficilmente perseguibili dagli operatori economici. L’ Anac ha chiarito, però, che l’ avere affermato che «si deve attribuire un peso maggiore alla componente prezzo quando le condizioni di mercato sono tali che la qualità dei prodotti offerti dalle imprese è sostanzialmente analoga» significa che il peso del prezzo può essere maggiore degli altri casi, ma sempre calibrato nel limite di legge del 30%. Quindi una percentuale del 40% per l’ offerta economica prevista dal bando di gara viene ritenuta illegittima. In ogni caso, quando le prestazioni contrattuali presentano un elevato grado di omogeneità (qualitativa) è sempre possibile utilizzare anche esclusivamente il criterio del minor prezzo, ma deve trattarsi, appunto, di «forniture con caratteristiche standardizzate o le cui condizioni sono definite dal mercato» ai sensi dell’ art. 95, comma 4, lett. b)». © Riproduzione riservata.
04/02/2019 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e territorio
Gare, Pa obbligate a pubblicare un avviso anche nelle procedure negoziate
Il Consiglio di Stato conferma l’impostazione delle linee guida Anac: bisogna far sapere che si cercano imprese da invitare e permettere di manifestare l’interesse a concorrere
Rendere pubblica la volontà di affidare una commessa è obbligatorio anche nei piccoli appalti affidati senza una gara formale, ma con una procedura negoziata tra poche imprese invitate a presentare un’offerta. Limitarsi a pubblicare un avviso sugli operatori invitati, successivo alla fase della loro selezione, non basta. Le stazioni appaltanti devono adeguarsi a quanto previsto alle linee guida Anac n. 4 sugli affidamenti sottosoglia che impongono di rendere pubblica «l’attività di esplorazione del mercato», pubblicando perlomeno un avviso sul proprio sito Internet.
È quanto ha stabilito il Consiglio di Stato, con la sentenza n. 518/2019 dello scorso 21 gennaio. Una precisazione tanto più importante alla luce della norma della legge di Bilancio che ha ampliato i confini delle procedure informali, introducendo, per i lavori, una formula “ibrida” di affidamento “diretto” con l’invito di almeno tre operatori per gli appalti tra 40mila e 150mila euro, e permettendo di affidare senza gara appalti fino a 350mila euro riducendo il numero delle imprese da invitare. È ricorrendo a queste deroghe che, con tutta probabilità, verranno affidati i micro-cantieri dei piccoli Comuni finanziati con 400 milioni dal Viminale.
A far nascere il caso il ricorso di un professionista (ma l’esempio resta valido anche per i lavori) rimasto fuori dalla procedura di assegnazione di una commessa a cui avrebbe potuto aspirare, laddove fosse stato invitato a partecipare. Punto accolto dal Consiglio di Stato che dopo aver ricordato i presupposti per l’avvio di una procedura negoziata invece che di una gara formale ribadisce la necessità di seguire il percorso stabilito dall’Anac nelle linee guida specifiche. In particolare, si legge nella sentenza, la stazione appaltante deve assicurare «l’opportuna pubblicità dell’attività di esplorazione del mercato, scegliendo gli strumenti più idonei in ragione della rilevanza del contratto per il settore merceologico di riferimento e della sua contendibilità, da valutare sulla base di parametri non solo economici».
Le stesse Linee guida, ricordano ancora i giudici, precisano che «a tal fine la stazione appaltante pubblica un avviso sul profilo di committente, nella sezione «amministrazione trasparente» sotto la sezione «bandi e contratti», o ricorre ad altre forme di pubblicità. La durata della pubblicazione è stabilita in ragione della rilevanza del contratto, per un periodo minimo identificabile in quindici giorni, salva la riduzione del suddetto termine per motivate ragioni di urgenza a non meno di cinque giorni».
Dunque la pubblicazione di un avviso preventivo, perlomeno sul sito dell’ente per almeno 15 giorni, è obbligatoria. Su questo punto, secondo il Consiglio di Stato, non valgono deroghe.
Piaga contenzioso, appalti Consip per 800 milioni bloccati dai ricorsi
In sette anni la centrale acquisti si è vista notificare 776 ricorsi , di questi 215 sono ancora in attesa di giudizio
Appalti per quasi 800 milioni bloccati per colpa dei ricorsi. La denuncia arriva dalla Consip che ha aggiornato a fine 2018 il report sull’analisi del contenzioso registrato sulle proprie gare.
In sette anni, precisa il dossier, la centrale acquisti si è vista notificare 776 ricorsi (erano 735 al 30 settembre 2018) , di questi 215 sono ancora in attesa di giudizio. In altri termini, il 28% delle “questioni” sollevate dalle imprese devono essere ancora risolte.
Quanto al valore delle gare ancora sub-iudice, Consip precisa che il valore dei contratti tra amministrazioni e imprese “bloccati” da ricorsi p ammonta a circa 769 milioni di euro – in leggero calo rispetto al trimestre scorso (quando tale valore era pari a 852 milioni di euro).
«Il fenomeno – sottolineano alla centrale acquisti – resta comunque di dimensioni rilevanti e si traduce in maggiori costi per lo Stato per ritardi e diseconomie di sistema, danno per le imprese derivante dalla mancata attivazione dei contratti, minore conformità alla disciplina vigente per effetto delle (conseguenti) proroghe tecniche, e servizi meno efficienti per i cittadini».
Per quanto concerne i settori merceologici in cui si registra la più alta “litigiosità”, sette ricorsi su dieci (572 su 776 totali) riguardano solo cinque ambiti: servizi e forniture Ict/Tlc, pulizie e facility management, servizi energetici a immobili e territorio, servizi e forniture sanitarie, raccolta e trasporto rifiuti. In questi settori si concentra anche oltre il 60% del totale delle imprese ricorrenti (185 su 300).
Quanto agli esiti – analizzando i soli ricorsi “passati in giudicato”, dove il procedimento è arrivato a una conclusione definitiva – Consip conferma la percentuale di successo di oltre il 75%, ovvero tre pronunce su quattro si sono risolte con esito positivo per la centrale acquisti.
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