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Timestamp: 2019-12-15 00:19:54+00:00
Document Index: 51353407

Matched Legal Cases: ['art. 101', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 97', 'art. 507', 'art. 62', 'art. 219', 'art. 219', 'art. 185', 'art. 131', 'art. 333', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 159', 'art. 304', 'art. 25', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 40', 'art. 24', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 304', 'sentenza ', 'art. 159', 'art. 4', 'art. 420', 'art. 420', 'art. 40', 'art. 18', 'art. 4', 'art. 294', 'art. 467', 'art. 420', 'art. 13', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 4', 'art. 467', 'art. 467', 'art. 392']

Astenzione udienze avvocati - valore codice di autoregolamentazione - poteri di valutazione del giudice
Corte di Cassazione - Sez. Unite penali -Sentenza 40187 del 29.09.2014
Il codice di autoregolamentazione delle astensioni dalle udienze degli avvocati, dichiarato idoneo dalla Commissione di garanzia per l'attuazione della legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali, con deliberazione del 13 dicembre 2007 e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 3 del 4 gennaio 2008 (così come la previgente Regolamentazione provvisoria dell'astensione collettiva degli avvocati dall'attività giudiziaria, adottata dalla Commissione di garanzia con deliberazione del 4 luglio 2002, e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 171 del 23 luglio 2002), costituisce fonte di diritto oggettivo contenente norme aventi forza e valore di normativa secondaria o regolamentare, vincolanti erga omnes, ed alle quali anche il giudice è soggetto in forza dell'art. 101 Cost., comma 2.
Il bilanciamento tra il diritto costituzionale dell'avvocato che aderisce all'astensione dall'attività giudiziaria e i contrapposti diritti e valori costituzionali dello Stato e dei soggetti interessati al servizio giudiziario, è stato realizzato, conformemente alle indicazioni della sentenza costituzionale n. 171 del 1996, in via generale dal legislatore primario con la L. n. 146 del 1990 (come modificata e integrata dalla L. n. 83 del 2000) e dalle suddette fonti secondarie alle quali è stata dalla legge attribuita la competenza in materia, mentre al giudice spetta normalmente il compito di accertare se l'adesione all'astensione sia avvenuta nel rispetto delle regole fissate dalle competenti disposizioni primarie e secondarie, previa loro corretta interpretazione
uditi per il ricorrente gli avvocati Giovanni Guzzetta e Fabrizio Merluzzi, che hanno concluso chiedendo l'accoglimento del ricorso.
1. Il Tribunale di Ferrara, con sentenza del 17 aprile 2008, dichiarò L.A. colpevole dei reati di bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale, commessi quale amministratore di fatto della Euro Motors 2000 s.r.l., dichiarata fallita il ____, e A.R. colpevole del reato di bancarotta fraudolenta documentale, commesso in concorso con il L., nella qualità di amministratrice di diritto della suddetta società; e ciò per avere, da un lato, distratto beni e danaro della società (mai consegnati alla curatela, nè da questa reperiti) per complessivi Euro 133.845,63, e, da un altro lato, occultato i libri e le scritture contabili della società, o comunque per averli tenuti in modo da non consentire la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari.
Rileva qui ricordare che, in vista dell'udienza del 5 luglio 2007, nella quale era prevista la deposizione di una teste di accusa, il difensore di fiducia dell'imputato L.A., avv. Giacomo Lattanzio, aveva fatto pervenire in cancelleria a mezzo fax una dichiarazione di adesione all'astensione proclamata dalle Camere penali con richiesta di rinvio dell'udienza. Il Tribunale, all'udienza, respinse l'istanza, nominò al difensore non comparso un sostituto ex art. 97 c.p.p., comma 4, e dispose ugualmente l'escussione della teste, per il motivo: - che la teste aveva affrontato un viaggio da Bari per partecipare all'udienza; - che l'assunzione della testimonianza appariva "improcrastinabile ai fini di giustizia, non potendosi costringere la teste a ricomparire in altra udienza neppure coattivamente, in quanto una tale misura apparirebbe verosimilmente vessatoria e contraria ai fondamentali diritti delle parti"; - che la testimonianza era necessaria e non si poteva garantire la presenza della teste in altra udienza, sicchè l'atto appariva urgente ed indifferibile.
3) Erronea applicazione dell'art. 507 c.p.p., per essere state rigettate le richieste di prova avanzate all'udienza del 6 marzo 2008 nonchè quella relativa all'escussione del teste R. B.
6) Mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione in ordine al punto g) dei motivi di appello, ed erronea applicazione dell'art. 62 bis c.p., e L. Fall., art. 219. Lamenta, in particolare, che le attenuanti generiche sono state negate per l'assenza dell'imputato al procedimento di primo grado e che l'attenuante speciale del danno di speciale tenuità di cui alla L. Fall., art. 219, è stata negata pur non essendovi alcuna certezza in ordine all'effettiva entità degli ammanchi.
2.1. Nella vigenza del codice Rocco, caratterizzato da una disciplina di impronta marcatamente inquisitoria, la mancata presenza del difensore non rientrava tra le cause obbligatorie di sospensione o rinvio del dibattimento. Il principio seguito era che "l'impedimento del difensore, anche se provato, non rende obbligatorio il rinvio, poichè l'imputato può provvedere alla nomina di altro difensore o essere assistito da quello di ufficio" (Sez. 4, n. 5556 del 04/03/1985, Gavioli, Rv. 169604; Sez. 4, n. 8618 del 12/04/1984, Biancardi, Rv. 166136; Sez. 2, n. 6868 del 17/12/1982, dep. 1983, De Sivo, Rv. 160009). Al difensore, inoltre, era anche radicalmente preclusa qualsiasi possibilità di optare per l'astensione dalla propria attività di assistenza nel processo, quand'anche si trattasse di una scelta per fini "rivendicativi" o di denuncia di violazione di diritti della difesa. La giurisprudenza era costante nell'escludere che l'adesione all'astensione di categoria potesse pregiudicare il regolare svolgimento del processo e nell'affermare che "lo sciopero della categoria professionale degli avvocati e dei procuratori esercita la propria influenza limitatamente alla categoria stessa e non determina alcuna sospensione dell'attività giurisdizionale, nè tanto meno la nullità del dibattimento, per violazione dell'art. 185 c.p.p., svoltosi in assenza del difensore di fiducia che abbia aderito allo sciopero", ove l'imputato sia stato regolarmente assistito dal difensore d'ufficio (Sez. 5, n. 16015 del 21/10/1977, Arzano, Rv. 137510; Sez. 1, n. 2517 del 10/05/1989, dep. 1990, Zeno, Rv. 183435). Anzi, tale condotta risultava riconducibile ad un "abbandono" della difesa, rilevante ai sensi dell'art. 131 del previgente codice, e quindi punibile con sanzione disciplinare interdittiva irrogata dalla sezione istruttoria della Corte di appello nel cui distretto aveva sede l'autorità giudiziaria procedente; e per parte della dottrina tale "assenza qualificata" era anche riconducibile alla fattispecie incriminatrice di cui all'art. 333 c.p. (poi abrogato dalla L. 12 giugno 1990, n. 146).
2.3. In questo contesto - caratterizzato dal riconoscimento della legittimità dell'astensione ma anche dalla preoccupazione per le implicazioni processuali in mancanza di una specifica normativa - intervenne una prima volta la Corte costituzionale con la sentenza n. 114 del 1994. La questione esaminata aveva ad oggetto, in riferimento all'art. 3 Cost., l'art. 159 c.p., nella parte in cui non prevedeva la sospensione della prescrizione nel caso di sospensione o rinvio del dibattimento per l'astensione dalle udienze del difensore ovvero, in subordine, nella parte in cui non prevedeva la possibilità di adottare un provvedimento di sospensione della prescrizione, sulla falsariga di quanto disposto, per i termini di custodia cautelare, dall'art. 304 c.p.p., comma 1, lett. b). La questione venne dichiarata manifestamente inammissibile sia per la duplicità di soluzioni alternative prospettate, sia anche e soprattutto perchè era stata sollecitata una pronuncia additiva in malam partem (tale essendo stata considerata l'aggiunta di una nuova causa di sospensione della prescrizione), in contrasto col principio di legalità di cui all'art. 25 Cost..
2.4. Nel periodo successivo alla sentenza costituzionale n. 114 del 1994, la giurisprudenza di legittimità, pur continuando a ricondurre l'astensione nell'alveo del legittimo impedimento, sottolineò più volte la necessità per il giudice di operare un bilanciamento tra l'interesse difensivo all'astensione e l'interesse pubblico alla immediata trattazione del processo "quando sussistano ragioni obiettive che la impongano (imminente operatività di cause estintive del reato, prossima scadenza di termini di custodia cautelare e simili)" (v. Sez. 1, n. 9922 del 07/09/1995, Esposito, Rv. 202538); anche se qualche pronuncia si orientò nel senso di riconoscere senz'altro la sussistenza del legittimo impedimento per il solo fatto dell'adesione all'astensione ("allo sciopero di categoria"), purchè prontamente comunicata al giudice procedente (cfr., ad es., Sez. 3, n. 8338 del 01/07/1994, Riccio, Rv. 198701; Sez. 1, n. 856 del 29/11/1995, dep. 1996, Milano, Rv. 203501, secondo cui la necessità di una tempestiva comunicazione è dovuta al fatto che l'astensione non è vincolante per il singolo associato, che rimane libero di aderirvi o meno).
2.5. In questa situazione di incertezza giurisprudenziale, in cui, da un lato, perdurava l'inerzia del legislatore e, da un altro lato, si accresceva la frequenza e l'intensità partecipativa delle astensioni proclamate dalle associazioni forensi, la Corte costituzionale intervenne una seconda volta con la sentenza (additiva di principio) n. 171 del 1996, la quale, dopo avere constatato l'inefficacia dell'invito rivolto al legislatore con la precedente pronuncia - cui era anzi seguito un deterioramento ed un crescente allarme per il ripetersi di astensioni non regolamentate, con conseguente disagio e pregiudizio per l'amministrazione della giustizia e, dunque, per i diritti fondamentali della persona che in essa trovano tutela - passò "dal monito ai fatti" e dichiarò l'illegittimità costituzionale non già di norme del codice di rito (pure impugnate da numerose ordinanze di rimessione), ma di alcune disposizioni della legge n. 146 del 1990, regolativa dello sciopero nei servizi pubblici essenziali. La sentenza ribadì innanzitutto che il pieno riconoscimento della libertà di associazione e della libertà sindacale e la garanzia espressa del diritto di sciopero (nei limiti indispensabili alla tutela di altri interessi costituzionalmente protetti) sono valori fondanti del nostro ordinamento, e consentono di individuare "un'area, connessa alla libertà di associazione, che è oggetto di salvaguardia costituzionale ed è significativamente più estesa rispetto allo sciopero": in questa area rientrano "le astensioni collettive dal lavoro volte a difendere interessi di categoria, non soltanto economici, e a garantire un corretto esercizio della libera professione". L'astensione degli avvocati, quindi, pur non potendo essere ricondotta nell'alveo del diritto di sciopero tutelato ex art. 40 Cost., costituisce una incisiva manifestazione della dinamica associativa volta alla tutela di quella forma di lavoro autonomo e, di conseguenza, ricade nel favor libertatis che ispira la prima parte della Costituzione e non può "essere ridotta a mera facoltà di rilievo costituzionale". La salvaguardia di questi "spazi di libertà dei singoli e dei gruppi" - precisò la Corte - non esclude però la necessità di tutelare altri valori di rango costituzionale, quali i diritti fondamentali dei soggetti destinatari della funzione giurisdizionale (diritti di azione e difesa ex art. 24 Cost.) ed i principi generali posti a tutela della giurisdizione. La stessa L. n. 146 del 1990, nel definire i servizi pubblici essenziali, "fa riferimento non tanto a prestazioni determinate oggettivamente, quanto al nesso teleologia) tra queste e gli interessi e beni costituzionalmente protetti" (diritto alla vita, alla salute, alla libertà e sicurezza, alla libertà di circolazione, ecc); e, coerentemente con questa impostazione, individua, tra i servizi pubblici essenziali, "l'amministrazione della giustizia, con particolare riferimento ai provvedimenti restrittivi della libertà personale ed a quelli cautelari ed urgenti nonchè ai processi penali con imputati in stato di detenzione" (L. n. 146, art. 1, comma 2, lett. a)). Ne deriva che "quando la libertà degli avvocati e procuratori si eserciti in contrasto con la tavola di valori sopra richiamata, essa non può non arretrare per la forza prevalente di quelli". La Corte quindi concordò con la soluzione fino ad allora adottata, in mancanza di una specifica disciplina normativa, da una parte della giurisprudenza di legittimità - e consistente nel bilanciamento degli interessi in gioco, onde privilegiare i valori costituzionali a scapito della "libertà sindacale" - perchè conforme ad una interpretazione adeguatrice delle disposizioni normative in vigore. Osservò, tuttavia, che, da una parte, non poteva costituire una risposta soddisfacente la nomina di un difensore d'ufficio all'esito del bilanciamento, se non altro per le criticità derivanti dall'eventuale adesione anche del sostituto all'astensione di categoria. Da un'altra parte, la L. n. 146 del 1990, pur finalizzata a garantire i servizi pubblici essenziali ed i beni fondamentali della persona ad essi sottesi, ometteva di disciplinare "situazioni che - al pari dello sciopero - possono determinare lesioni non rimediabili a detti beni": il che poneva un problema "non più eludibile di legittimità costituzionale della legge", in quanto, per disciplinare le astensioni dei difensori, non poteva procedersi ad un'interpretazione estensiva o analogica dei meccanismi ivi previsti per l'astensione dal lavoro dei lavoratori subordinati (personale di cancelleria ecc). Secondo la Corte, quindi, era necessaria una più ampia disciplina, idonea a regolare anche le astensioni collettive non qualificabili come esercizio del diritto di sciopero, quanto meno in relazione alla necessità di un congruo preavviso e di un ragionevole limite di durata ("peraltro già previsti da codici di autoregolamentazione recentemente adottati da vari organismi professionali che, tuttavia, non hanno efficacia generale"), nonchè all'individuazione delle prestazioni essenziali da eseguire durante l'astensione e delle misure in caso di inosservanza. Sulla base di queste considerazioni, la sentenza n. 171 del 1996 dichiarò l'illegittimità costituzionale della L. n. 146 del 1990, art. 2, commi 1 e 5, "nella parte in cui non prevede, nel caso dell'astensione collettiva dall'attività giudiziaria degli avvocati e dei procuratori legali, l'obbligo di un congruo preavviso e di un ragionevole limite temporale dell'astensione e non prevede altresì gli strumenti idonei a individuare e assicurare le prestazioni essenziali, nonchè le procedure e le misure consequenziali nell'ipotesi di inosservanza".
Altrettanto rilevante è l'art. 3, sugli "effetti dell'astensione", il quale innanzitutto (comma 1) prevede una modalità alternativa di comunicazione all'autorità procedente dell'adesione all'astensione: in particolare, la mancata comparizione dell'avvocato - per poter essere considerata in adesione ad una legittima astensione collettiva "e dunque considerata legittimo impedimento del difensore" - deve essere dichiarata (personalmente o tramite sostituto) all'inizio dell'udienza o dell'atto di indagine preliminare, oppure comunicata almeno due giorni prima della data stabilita "con atto scritto trasmesso o depositato nella cancelleria del giudice o nella segreteria del pubblico ministero, oltrechè agli altri avvocati costituiti". Ove tali formalità siano rispettate, "l'astensione costituisce legittimo impedimento anche qualora avvocati del medesimo procedimento non abbiano aderito all'astensione stessa. La presente disposizione si applica a tutti i soggetti del procedimento, ivi compresi i difensori della persona offesa, ancorchè non costituita parte civile" (art. 3, comma 2). Il comma 3, prevede poi che "nel caso in cui sia possibile la separazione o lo stralcio per le parti assistite da un legale che non intende aderire all'astensione, questi, conformemente alle regole deontologiche, deve farsi carico di avvisare gli altri colleghi interessati all'udienza o all'atto di indagine preliminare quanto prima, e comunque almeno due giorni prima della data stabilita, ed è tenuto a non compiere atti pregiudizievoli per le altre parti in causa". L'art. 3, comma 4, chiarisce, conclusivamente, che il diritto di astensione può essere esercitato in ogni stato e grado del procedimento, sia dal difensore di fiducia sia da quello d'ufficio.
6.2. Questo orientamento fu abbandonato solo a seguito dell'intervento delle Sezioni Unite, che affermarono il diverso principio che la sospensione o il rinvio del dibattimento per impedimento dell'imputato o del difensore, o su loro richiesta (salvo che quest'ultima sia stata determinata da esigenze di acquisizione della prova o di beneficiare di termini a difesa) determina comunque la sospensione della prescrizione, anche se l'imputato non sia sottoposto a misura cautelare (Sez. U, n. 1021 del 28/11/2001, dep. 2002, Cremonese, Rv. 220509). In sostanza, in questa sentenza, l'astensione continua ad essere considerata come un legittimo impedimento, ma viene al contempo ricondotta tra le fattispecie determinanti la sospensione della prescrizione, ricorrendo un'ipotesi di sospensione del procedimento penale imposta da una particolare disposizione di legge. Nella medesima prospettiva, altre pronunce successivamente ribadirono la sospensione della prescrizione nei casi di cui all'art. 304 c.p.p., anche in assenza di misure cautelari, continuando però a qualificare - "quasi in forma tralatizia", come rilevato dalla dottrina - l'astensione come legittimo impedimento: cfr. Sez. 6, n. 24603 del 03/04/2003, Cuozzo, Rv. 226008; Sez. 3, n. 16022 del 05/03/2004, Granata, Rv. 228968. Quest'ultima decisione, peraltro, affermò anche un altro importante principio (Rv. 228969) - poi ripreso da numerosissime pronunce successive - sulla durata della sospensione del corso della prescrizione, sostenendo che tale sospensione, se "collegata al rinvio od alla sospensione del dibattimento disposti nei casi previsti dalla legge, va commisurata alla effettiva durata del rinvio dell'udienza disposto dal giudice: quindi nel caso di impedimento a comparire del difensore, motivato dall'adesione all'astensione dalle udienze proclamata dalla categoria, l'effetto sospensivo deve essere determinato non in base alla durata dello sciopero, ma al tempo resosi di conseguenza necessario per gli adempimenti tecnici imprescindibili per garantire il recupero dell'ordinario corso della giustizia, atteso che tutte le parti processuali condividono con il giudice che dispone il rinvio la responsabilità dell'ordinato andamento del processo, nel corretto bilanciamento tra garanzia dei diritti di difesa e funzionalità del processo penale".
Anche se non sono mancate in dottrina opinioni contrarie (nel senso che l'assolutezza dell'impedimento dovrebbe essere intesa non in termini letterali, "bensì come impossibilità per il difensore di comparire in udienza senza patire l'irrimediabile lesione di un proprio, concorrente diritto costituzionalmente garantito"), questo indirizzo, volto ad escludere che l'astensione dalle udienze possa essere ricondotta nell'alveo del legittimo impedimento, appare ormai del tutto consolidato nella giurisprudenza di legittimità. Se prima della sentenza costituzionale n. 171 del 1996 alcune pronunce contrarie al legittimo impedimento tendevano talora a considerare la "libera scelta del difensore" come un abbandono di difesa giustificato come esercizio di un diritto costituzionalmente garantito (cfr. Sez. 1, n. 2646 del 26/04/1996, Di Paolo, Rv. 205175), la giurisprudenza successiva ha seguito l'inquadramento operato dalla Corte costituzionale nell'ambito della libertà di associazione. L'orientamento ormai consolidato, quindi, parte dal riconoscimento della piena legittimazione dell'astensione dei difensori nell'ambito delle regole e dei limiti fissati "direttamente dal legislatore o dalle fonti ed istituzioni alle quali la legge rinvia", ed osserva che il rispetto di queste regole e questi limiti determinerà l'accoglimento della richiesta del difensore di differimento dell'udienza, ma in tal caso "la ragione del rinvio sarà pur sempre l'esercizio di un diritto di libertà, che è cosa del tutto diversa dal rinvio determinato da un impedimento"; con la conseguenza che si verterà nella seconda ipotesi prevista dall'art. 159 c.p., n. 3. Ossia, l'adesione all'astensione costituisce un legittimo motivo per chiedere ed ottenere di non trattare il processo, ma non costituisce un impedimento a comparire, sicchè il giudice non è tenuto a differire l'udienza entro i sessanta giorni e l'intero periodo di rinvio andrà considerato ai fini della sospensione della prescrizione (in questo senso, Sez. 2, n. 20574 del 12/02/2008, Rosano, Rv. 239890; Sez. 5, n. 44924 del 14/11/2007, Marras, Rv. 237914; Sez. 5, n. 33335 del 23/04/2008, Inserra, Rv. 241387; Sez. 1, n. 25714 del 17/06/2008, Arena, Rv. 240460; Sez. 5, n. 18071 del 08/02/2010, Piacentino, Rv. 247142; Sez. 4, n. 10621 del 29/01/2013, M., Rv. 256067). Alcune decisioni hanno fondato questa soluzione anche richiamando l'art. 4 del vigente codice di autoregolamentazione - il quale vieta l'astensione qualora l'imputato si trovi in stato di custodia cautelare o di detenzione e "chieda espressamente, analogamente a quanto previsto dall'art. 420 ter c.p.p., comma 5, che si proceda malgrado l'astensione del difensore" - osservando che in questo modo il legislatore secondario sembra aver considerato l'astensione dalle udienze come non riconducibile ad un legittimo impedimento a comparire poichè, diversamente, il richiamo all'art. 420 ter c.p.p., comma 5, sarebbe stato superfluo (v. Sez. 5, n. 21963 del 07/05/2008, Del Duca, n. m.; Sez. 2, n. 44391 del 29/10/2008, Palumbo, n. m.).
Nell'ambito di questo filone interpretativo sembrerebbe porsi anche un orientamento giurisprudenziale secondo il quale dovrebbe distinguersi tra il "diritto di sciopero", specificamente tutelato dall'art. 40 Cost., ed una mera "libertà di astensione", riconducibile al diverso ambito del diritto di associazione di cui all'art. 18 Cost., con la conseguenza che il giudice avrebbe, nel singolo processo, il potere di bilanciare i valori e gli interessi in conflitto e quindi "di far recedere la "libertà sindacale" di fronte a valori costituzionali primari" (in questo senso, a quanto sembra, Sez. 2, n. 22353 del 19/04/2013, Di Giorgio, Rv. 255937; Sez. 2, n. 46686 del 06/12/2011, Bencivenga, n. m.; Sez. 2, n. 18613 del 16/04/2010, Bau).
Il bilanciamento con il fondamentale diritto di libertà di indagati ed imputati, nonchè con le esigenze di urgenza, di celerità e di effettività (e ragionevole durata) del processo, è operato dall'art. 4 del codice che, come già ricordato, prevede, alla lettera a), che l'astensione non è consentita in relazione agli atti di perquisizione e sequestro; alle udienze di convalida dell'arresto e del fermo; a quelle afferenti misure cautelari; agli interrogatori di garanzia di cui all'art. 294 c.p.p.; all'incidente probatorio ad eccezione dei casi in cui non si verta in ipotesi di urgenza, come ad esempio di accertamento peritale complesso; al giudizio direttissimo; al compimento degli atti urgenti di cui all'art. 467 c.p.p. (specie con riferimento alle prove non rinviabili); e, alla lettera b), che l'astensione è esclusa "nei procedimenti e nei processi in relazione ai quali l'imputato si trovi in stato di custodia cautelare o di detenzione, ove l'imputato chieda espressamente, analogamente a quanto previsto dall'art. 420 ter c.p.p., comma 5, che si proceda malgrado l'astensione del difensore. In tal caso il difensore di fiducia o d'ufficio, non può legittimamente astenersi ed ha l'obbligo di assicurare la propria prestazione professionale".
Negli ultimi cinque anni, dal 2009 al 2013, la Commissione di garanzia ha svolto circa una novantina di interventi preventivi di "indicazione immediata" delle violazioni della normativa vigente, ai sensi della L. n. 146 del 1990, art. 13, comma 1, lett. d). Con questi provvedimenti la Commissione, non appena ricevuta la delibera di proclamazione dell'astensione delle udienze, ha indicato "immediatamente" le violazioni delle disposizioni della legge e del codice di autoregolamentazione relative alla fase precedente all'astensione (solitamente riguardanti il preavviso minimo, la durata massima e l'intervallo minimo tra successive proclamazioni); ed ha invitato l'organismo proclamante, a seconda dei casi, a revocare immediatamente l'astensione ovvero a differirla, riformulandola in modo conforme alla normativa.
Tra le violazioni più spesso sanzionate vi sono state il mancato rispetto degli obblighi di preavviso e di durata massima. Il punto di maggiore criticità è dato dal fatto che queste violazioni vengono frequentemente giustificate dagli organismi che proclamano l'astensione con il richiamo alla L. n. 146 del 1990, art. 2, comma 7, il quale prevede che le disposizioni in tema di preavviso e di durata massima "non si applicano nei casi di astensione dal lavoro in difesa dell'ordine costituzionale, o di protesta per gravi eventi lesivi dell'incolumità e della sicurezza dei lavoratori". L'art. 2, comma 3, del codice di autoregolamentazione ribadisce che le norme in tema di preavviso e di durata possono non essere rispettate nei soli casi in cui l'astensione è proclamata ai sensi della L. n. 146, citato art. 2, comma 7, (la disposizione, quindi, è più restrittiva del previgente art. 2, comma 3, della regolamentazione provvisoria, il quale parlava di proclamazione "in difesa dell'ordine costituzionale ovvero per gravi attentati ai diritti fondamentali dei cittadini e alle garanzie essenziali del processo"). Questa disposizione è stata a volte erroneamente interpretata in modo eccessivamente esteso da alcuni organismi locali. Nelle delibere di apertura del procedimento di valutazione del comportamento, fra le motivazioni alla base dell'astensione, possono leggersi, ad esempio, quelle dell'aggravarsi della situazione organizzativa del tribunale; o di gravi carenze nell'impianto elettrico e di prevenzione degli incendi; o della mancanza o insufficiente funzionamento dell'impianto di climatizzazione; o del decesso di un avvocato per malore cardiaco in mancanza di un presidio medico presso il tribunale; o delle precarie condizioni di stabilità dell'edificio o della mancanza dei canoni di salubrità; o della carenza di organico del personale e dei magistrati e della proposta del Governo di riforma delle sedi giudiziarie.
Va innanzitutto ricordato quanto già dianzi osservato, e cioè che, in relazione all'epoca in cui è avvenuta la dichiarazione di astensione, non trovava applicazione il codice di autoregolamentazione approvato dalla Commissione il 13 dicembre 2007 e pubblicato nella G.U. del 4 gennaio 2008, bensì la regolamentazione provvisoria adottata dalla Commissione di garanzia il 4 luglio 2002 e pubblicata nella G.U. del 23 luglio 2002. Ciò però non produce in pratica conseguenze sulla presente decisione, perchè, come già rilevato, anche la regolamentazione provvisoria è una fonte secondaria di diritto oggettivo contenente norme efficaci erga omnes e vincolanti per il giudice. La disciplina posta dalla regolamentazione provvisoria, almeno per gli aspetti rilevanti in questo processo, era poi identica a quella del successivo codice di autoregolamentazione dichiarato idoneo. In particolare, era identico il testo dell'art. 4, lett. a), nella parte in cui esclude il diritto di astenersi nel caso di "compimento degli atti urgenti di cui all'art. 467 c.p.p.". Ora, l'art. 467 prevede che il presidente, a richiesta di parte, dispone l'assunzione delle prove non rinviabili nei casi previsti dall'art. 392 c.p.p.. Quest'ultimo, per quanto concerne in particolare la raccolta di deposizioni testimoniali nelle ipotesi che possono interessare il presente giudizio, prevede "l'assunzione di una testimonianza di una persona, quando vi è fondato motivo di ritenere che la stessa non potrà essere esaminata nel dibattimento per infermità o altro grave impedimento".
Depositato in Cancelleria il 29 settembre 2014
Corte di Cassazione - Unite penali Sentenza 40187 del 29.09.2014