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Timestamp: 2019-11-21 10:37:20+00:00
Document Index: 87832387

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 646', 'art. 646', 'Cass. Sez. ', 'Cass. Sez. ', 'art. 646']

La Suprema Corte esclude il reato di appropriazione indebita
La Suprema Corte esclude il reato di appropriazione indebita per mancata restituzione del bene alla società di leasing a seguito della risoluzione contrattuale
Cass., 20 luglio 2011, Sez. II, n. 28875
Massima: “Non è astrattamente configurabile il delitto di appropriazione indebita a carico di chi, in violazione del contratto di leasing, non restituisce immediatamente il bene locato nel luogo indicato dal concedente dopo la risoluzione dello strumento negoziale: detta condotta, che risulta in contrasto con la norma patrizia, può dar luogo al più a una responsabilità civile, mentre la mancanza della prova dell’elemento psicologico del reato esclude la sussistenza del fumus commissi delicti e, dunque, rende illegittimo il sequestro preventivo del bene.” (leggi la sentenza per esteso)
Secondo il consolidato orientamento giurisprudenziale della Corte di Cassazione, qualora l’utilizzatore non adempia al pagamento dei canoni e non restituisca il bene alla Concedente a seguito della risoluzione della contratto di leasing e della richiesta da parte della Società di leasing, si configura il reato di appropriazione indebita.
L’utilizzatore, nel rifiutare la restituzione del cespite richiesta, manifesta l’animus domini e si rende così colpevole del reato previsto dall’art. 646 c.p.c.
Il reato di appropriazione indebita si configura a seguito dell’interversione del possesso del bene e, agli effetti penali, il possesso è ritenuto integrato anche da una mera detenzione qualificata, consistente nell’esercizio sulla cosa di un potere di fatto al di fuori della sfera di sorveglianza del titolare (Cass., Sez. II, 18 ottobre 2007, n. 38604).
La Suprema Corte (Cass., Sez. II, 25 gennaio 2002) ha chiarito che l’omessa restituzione del bene non realizza l’ipotesi di reato di cui all’art. 646 c.p., se non quando si ricollega, oggettivamente, ad un atto di disposizione uti dominus e, soggettivamente, all’intenzione di convertire il possesso in proprietà.
In merito a tali elementi del reato, la Corte di Cassazione ha precisato che quando sussiste un credito fatto valere in compensazione, la semplice ritenzione precaria, attuata a garanzia di un diritto di credito – purché certo, liquido ed esigibile (Cass. 45992/2007; Cass. 6080/2009) – conservando il bene a disposizione del proprietario e condizionando la restituzione all’adempimento della prestazione cui lo si ritiene obbligato, non costituisce appropriazione indebita (Cass. Sez. II, 27.5.1981, n.150663).
Si segnala che la Suprema Corte è recentemente tornata in argomento (Cass. Sez. II, 20.7.2011, n.28875) ribadendo che, in mancanza dell’elemento psicologico del reato, l’omessa restituzione del bene integra una mera responsabilità civile dell’utilizzatore, con conseguente inammissibilità per la Società di leasing di sporgere querela per il reato sopraindicato.
Nella fattispecie esaminata nella suddetta pronuncia dalla Corte, la Società di leasing aveva concesso in locazione finanziaria un veicolo e, a seguito della persistente morosità dei canoni, aveva risolto il contratto e richiesto la restituzione del mezzo.
L’utilizzatore aveva peraltro risposto alla diffida ricevuta invitando la Società di leasing, senza esito, a ritirare il bene. Nonostante tale disponibilità manifestata, la Concedente aveva depositato denuncia per appropriazione indebita ed il veicolo rinvenuto era stato sottoposto a sequestro preventivo.
La Corte ha escluso l’elemento soggetto dell’appropriazione indebita, non risultando provato, alla luce della missiva inviata alla Società di leasing, che l’utilizzatore volesse nel caso di specie impossessarsi del cespite, nonostante il contratto sottoscritto prevedesse “l’immediata restituzione del bene nel luogo indicato dalla Concedente” in quanto la violazione della clausola contrattuale non è di per sé sufficiente a configurare il reato.
Considerata la peculiarità della fattispecie la recente pronuncia pare conforme alla consolidata giurisprudenza sopra richiamata, la quale, per configurare il reato di cui all’art. 646 c.p.c., esige la manifestazione dell’animus domini, cioè il rifiuto dell’utilizzatore a restituire il cespite richiesto dalla Concedente.