Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-2403-del-01-02-2011
Timestamp: 2020-04-01 02:20:52+00:00
Document Index: 19031411

Matched Legal Cases: ['art. 6', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 26', 'art. 35', 'art. 6', 'art. 13', 'art. 41', 'art. 2', 'art. 13', 'art. 375', 'sentenza ', 'art. 6', 'art. 4', 'art. 6']

Sentenza Cassazione Civile n. 2403 del 01/02/2011 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2403 del 01/02/2011
Cassazione civile sez. I, 01/02/2011, (ud. 17/12/2010, dep. 01/02/2011), n.2403
R.T. (c.f. (OMISSIS)), elettivamente domiciliato
23/03/2005, n. 51146/04 R.G.D.A.;
Nel 2004, R.T. adiva la Corte di appello di Roma chiedendo che la Presidenza del Consiglio dei Ministri fosse condannata a corrispondergli l’equa riparazione prevista dalla L. n. 89 del 2001 per la violazione dell’art. 6, sul “Diritto ad un processo equo”, della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e della libertà fondamentali, ratificata e resa esecutiva con la L. 4 agosto 1955, n. 848.
che il R. aveva chiesto l’equa riparazione del danno subito per effetto dell’irragionevole durata del processo amministrativo da lui introdotto nei confronti della Regione Lazio, dinanzi al TAR Lazio, e definito con sentenza del Consiglio di Stato pubblicata il 26.09.2001, passata in giudicato l’11.05.2002;
che, con ricorso del 19.11.2003, il R. aveva dovuto intraprendere il giudizio di ottemperanza, dinanzi al TAR Lazio che il giudizio di ottemperanza, benchè anch’esso d’indole giurisdizionale, costituiva un giudizio autonomo ed eventuale rispetto a quello di cognizione che, quindi, la domanda d’indennizzo, introdotta nel 2004, era inammissibile e/o improcedibile per decadenza ai sensi della L. n. 89 del 2001, artt. 4 e/o 6, rispetto al giudizio di cognizione, essendo decorso il prescritto termine semestrale dalla data del passaggio in giudicato della sentenza di cognizione e, invece, era infondata in relazione al giudizio di ottemperanza ancora in corso, non affetto da irragionevole durata.
Avverso questo decreto il R. ha proposto ricorso per Cassazione, notificato il 27.04.2006 e depositato memoria. La Presidenza del Consiglio dei Ministri non ha svolto attività difensiva.
A sostegno dell’impugnazione il R. deduce:
Violazione dell’art. 26 e art. 35, dell’art. 6, par. 1, dell’art. 13 e dell’art. 41 CEDU. Violazione L. n. 89 del 2001, art. 2, commi 1 e 3, e al rinvio della stessa legge alla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.
Violazione art. 13 della Convenzione ed omessa immediata e diretta applicabilità della stessa in Italia.
Essenzialmente il R. si duole che ai fini della proponibilità della domanda di equa riparazione ex Lege n. 89 del 2001, della determinazione della complessiva durata del processo e del conseguente accertamento del dedotto danno sia mancata la considerazione unitaria del giudizio di ottemperanza e di quello precedente, la cui decisione finale a lui favorevole non aveva avuto spontanea attuazione da parte dell’ente pubblico soccombente. I motivi di ricorso, che essendo strettamente connessi consentono esame unitario, non sono fondati.
Occorre premettere che in tema di giudizio di cassazione, l’inammissibilità della pronunzia in camera di consiglio è ravvisabile solo ove la Suprema Corte ritenga che non ricorrano le ipotesi di cui all’art. 375 cod. proc. civ., comma 1, ovvero che emergano condizioni incompatibili con una trattazione abbreviata, nel qual caso la causa deve essere rinviata alla pubblica udienza. Ove, per contro, la Corte ritenga che la decisione del ricorso presenti aspetti d’evidenza compatibili con l’immediata decisione, ben può pronunziarsi per la manifesta fondatezza dell’impugnazione, anche nel caso in cui le conclusioni del P.G. siano state all’opposto, per la manifesta infondatezza, e viceversa (cfr. tra le altre, cass. 200713748; 200723842).
Nel merito le doglianze del ricorrente devono essere disattese alla luce del condiviso principio di recente affermato dalle Sezioni Unite di questa Corte, con la sentenza n. 27365 del 2009, secondo cui “In tema di equa riparazione per violazione del termine ragionevole di durata del processo, questo va identificato, in base all’art. 6 della CEDU, sulla base delle situazioni soggettive controverse ed azionate su cui il giudice adito deve decidere, che, per effetto della suddetta norma sovranazionale, sono “diritti e obblighi”, ai quali, avuto riguardo agli artt. 24, 111 e 113 Cost., devono aggiungersi gli interessi legittimi di cui sia chiesta tutela ai giudici amministrativi. Ne consegue che, in rapporto a tale criterio distintivo, il processo di cognizione e quello di esecuzione regolati dal codice di procedura civile e quello cognitivo del giudice amministrativo e il processo di ottemperanza teso a far conformare la P.A. a quanto deciso in sede cognitoria, devono considerarsi, sul piano funzionale (oltre che strutturale), tra loro autonomi, in relazione, appunto, alle situazioni soggettive differenti azionate in ciascuno di essi. Pertanto, in dipendenza di siffatta autonomia, le durate dei predetti giudizi non possono sommarsi per rilevarne una complessiva dei due processi (di cognizione, da un canto, e di esecuzione o di ottemperanza, dall’altro) e, perciò, solo dal momento delle decisioni definitive di ciascuno degli stessi, è possibile, per ognuno di tali giudizi, domandare, nel termine semestrale previsto dalla L. n. 89 del 2001, art. 4, l’equa riparazione per violazione del citato art. 6 della CEDU, con conseguente inammissibilità delle relative istanze in caso di sua inosservanza”.