Source: http://massimedalpassato.it/12-il-casino-di-venezia-e-i-debiti-di-giuoco-1941/
Timestamp: 2020-02-28 19:17:12+00:00
Document Index: 12846229

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 1', 'art. 484', 'art. 1802', 'art. 1802', 'art. 1802', 'art. 5', 'art. 1802']

12. Il Casinò di Venezia e i debiti di giuoco (1941) | | Massime dal Passato
Lo ammetto: mi piace giocare. Mi piace giocare a carte, mi piace scommettere (in particolare sul basket filippino), ma soprattutto mi piace frequentare i Casinò.
Non nutro quasi mai velleità di vittoria, ci mancherebbe altro.
Nei Casinò si va innanzitutto per perdere e per contemplare beati la fauna intorno a sé: i ragazzini che mettono dieci euro ciascuno per puntarne 50 su rosso e 70 sul nero (ottima strategia!); i cinesi che srotolano da tubetti di plastica pezze viola; le signore incollate alle macchinette; il personaggio di turno che tutti conoscono e che punta a caso dobloni su quattro tavoli contemporaneamente e vince sempre; la coppia con lui esaltato e lei con lo sguardo perso nel vuoto; il distributore automatico di succo gratis; il 29 nero; gli orfanelli e i vicini dello zero e al fronte sudata di Federico.
La tattica del bravo perdente è quella di entrare nella sala da giuoco con soli contanti, dell’ammontare prestabilito, e senza carte, assegni o cambiali, per evitare di lasciarsi prendere la mano.
Questa tattica paga molto, e spesso dà soddisfazione. Si perde e si va a casa sereni.
Ne ho viste posso dire di tutti i colori. Ma non mi è mai però passata neanche dall’anticamera del cervello l’idea di farmi prestare del denaro dal croupier o peggio dal cassiere del Casinò per continuare a giocare! Questo è quello che aveva avuto l’ardire di fare il Signor Fraser, protagonista della sentenza della Corte d’Appello di Venezia del 1941, sotto riportata.
Ebbene, Fraser aveva giocato e perso in 20-30 minuti di roulette ben 200.000 Lire. Ora, nel 1941, in piena Seconda Guerra Mondiale, duecentomila lire valevano assai più di centomila euro di oggi, come ci insegna l’infografica sul potere d’acquisto tratta dal sito del Sole24Ore,!
Ora, parte di quei soldi, gli erano stati prestati addirittura dal cassiere del Casinò, al quale il Fraser – molto ubriaco – si era rivolto, ripromettendo la pronta restituzione. Inutile dire che i soldi al cassiere – e quindi al Casinò – non furono restituiti.
Bella vita Signor Fraser, troppo comodo così!
Il regio decreto-legge 22 dicembre 19127, n. 2448, dispone all’art. 1 “E’ data facoltà al ministero per l’interno di autorizzare, anche in deroga alle leggi vigenti purché senza aggravio per il bilancio dello Stato, il comune di San Remo ad adottare tutti i provvedimenti necessari per poter addivenire all’assestamento del proprio bilancio e all’esecuzione delle opere pubbliche indilazionabili. L’autorizzazione del ministero dell’interno ha efficacia giuridica anche in confronto dei terzi“.
Col regio decreto-legge 16 luglio 1936, n .1404, le disposizioni del regio decreto-legge suddetto riguardante il comune di San Remo furono estese al comune di Venezia.
Il ministro dell’interno, con decreto del 30 luglio 1936 dispose: “Il Comune di Venezia è atorizzato, in deroga alle leggi vigenti e con efficacia giuridica nei confronti dei terzi, all’esercizio dei giuochi d’azzardo. I termini e le modalità di tale esercizio saranno approvati con separato decreto“.
Il Tribunale ha ritenuto che colle disposizioni sopra riportate si è voluto derogare non soltanto alla norma penale che vieta il giuoco di azzardo in luogo pubblico o aperto al pubblico, ma anche alla legge civile che limita la efficacia del debito di giuoco, negando l’azione per ottenere il pagamento del debito stesso ed ammettendo solo la soluti retentio; ed ha rigettato le domande dell’attore.
La corte ritiene che il tribunale abbia rettamente giudicato e che le argomentazioni in contrario dell’appellante non abbiano fondamento.
Invero la latitudine della espressione “in deroga alle leggi vigenti” usata nei decreti di cui sopra è evidente, giacché tale espressione comprende tutte le leggi in genere, quindi non solo quelle penali, ma anche quelle civili che abbiano attinenza al giuoco. Onde nella lettera delle disposizioni invano si cercherebbe una limitazione che non esiste.
Vi è poi l’altra espressione, colla quale all’autorizzazione si dà “efficacia giuridica nei confronti dei terzi” che rafforza il concetto della deroga alle norme di diritto privato; giacché per terzi non possono intendersi che quelle persone che per ragioni del giuoco vengono ad avere rapporti coll’esercente autorizzato del medesimo, e per efficacia giuridica non può intendersi che una efficacia relativa ai rapporti giuridic, che vengono a stabilirsi fra l’esercente del giuoco da una parte e i terzi dall’altra, sempre per ragioni del giuoco stesso.
Il Tribunale, a conforto della propria decisione, ha opportunamente rilevato la differenza di espressione usata dal legislatore nel precedente regio decreto 22 aprile 1924, n. 636 (che non ebbe applicazione), nel quale decreto la deroga era espressamente limitata agli art. 484 e 487 codice penale.
E giustamente ha dedotto dal confronto dei due testi di legge, che se il legislatore nel regio decreto del 22 dicembre 1927 non ha limitato la deroga alle disposizioni penali, ma ha usato l’espressione tanto più generica e comprensiva di “deroga alle leggi vigenti” ciò significa che ha voluto in questo secondo decreto manifestare una diversa intenzione.
Obbietta l’appellante che il confronto di cui sopra non ha valore, perché il regio decreto del 22 aprile 1924 aveva per oggetto esclusivamente la disciplina delle case da giuoco; mentre invece il regio decreto del 22 dicembre 1927 e quello del 16 luglio 1936 non parlano nemmeno di case da giuoco, ma hanno un ambito di applicazione più vasto, riferendosi a tutti i provvedimenti necessari per l’assestamento del bilancio dei comuni di San Remo e di Venezia. Ma l’obbiezione è priva di sostanziale fondamento; giacché è certo che il legislatore, pur non nominando nel decreto del 22 dicembre 1927 le case da giuoco, volle implicitamente autorizzare l’apertura di una di esse nel comune di San Remo; e più che mai è certo che, col decreto del 16 luglio 1936, intese autorizzare il comune di Venezia ad aprire una casa da giuoco simile a quella già funzionante nel comune di San Remo.
Lo spirito poi delle disposizioni in esame, desunto dai loro scopi, conforta nell’interpretazione che la deroga comprende tanto le leggi penali che quelle civili, e quindi anche l’art. 1802 codice civile.
L’immoralità della causa, che è il fondamento della disposizione colla quale si nega nel nostro diritto privato qualsiasi azione per il pagamento di un debito di giuoco, è superata, nel caso dei decreti in esame, dal fine di interesse pubblico, per il quale in determinati comuni e in apposite case, è stato permesso l’esercizio dei giuochi d’azzardo. Ciò posto è logico che il legilatore, permettendo l’esercizio dei giuochi a tale fine, abbia voluto ogni disposizione ritenuta atta al miglior conseguimento di quel fine. Onde la deroga al disposto dell’art. 1802 appare pienamente logica e giustificata; giacché il dare azione per i debiti di giuoco, garantisce il proficuo esercizio delle case da giuoco autorizzate come sopra, i cui profitti sono per gran parte devoluti ai comuni relativi, per l’assestamento dei loro bilanci e per l’esecuzione di opere pubbliche inderogabili.
Sostiene l’appellante che il concedere azione per i debiti di giuoco in deroga all’art. 1802 codice civile sarebbe superfluo in rapporto alle case da giuoco in questione, in quanto i regolamenti ai quali quelle sono sottoposte escludono, se rispettati, la possibilità di dover ricorrere ad azioni giudiziarie per il pagamento di debito di giuoco.
Secondo il regolamento del casino municipale di Venezia non sono ammesse puntate sulla parola ed ogni puntata deve essere coperta
E’ inoltre proibito qualsiasi prestito, e la direzione in nessun caso ne concede (art. 5, 6 e 7) dell’estratto di regolamento del casino, prodotto in causa dagli appellanti). Onde, deduce l’appellante, il giuocatore anticipando la puntata in moneta, o in gettoni forniti dalla cassa del casino in cambio di moneta, non può dare origine a questioni per il pagamento del suo debito, se perde. Nè, se il giuocoatore vince, può nascere questione per il pagamento della vincita da parte del casino; giacchè i giuocatore può sempre farsi convertire in danaro dalla cassa del casino stesso i gettoni ricevuti.
Ma la possibilità di questioni non è in teoria esclusa, specialmente per quel che riguarda il pagamento delle vincita da parte della casa da giuoco.
Giacché nessuno può escludere a prióri il sorgere di una contestazione circa l’esito di una giuocata, in seguito alla quale l’agente della casa da giuoco rifiuti il pagamento di una pretesa vincita al giuocatore che la reclami ; e nemmeno può essere escluso a priori che il cassiere della casa da giuoco si trovi per qualsiasi ragione nella impossibilità di pagare. Se tali ipotesi non si verificano in pratica, in pratica, ciò non vuol dire che siano impossibili.
Nel caso poi che il regolamento non venga rigorosamente rispettato, come si sostiene essere avvenuto per l’appellante cui fu fatto un prestito dal cassiere Butti, è indubbio che questioni possono sorgere, tanto è vero che una di esse è appunto oggetto della presente controversia.
Nè l’infrazione ad una norma di regolamento interno (sia pure approvato dal Ministero) della casa da giuoco può avere per conseguenza di negare il riconoscimento di un diritto, se questo sussiste. Esso potrà soltanto avere le sanzioni eventualmente stabilite, o potrà dar motivo ad opportuni provvedimenti di polizia nei riguardi del gerente della casa da giuoco.
Deduce l’appellante, che i decreti più volte indicati sono provvedimenti amministrativi con i quali si è derogato al divieto relativo ai giuochi d’azzardo contenuti nella legge penale, e che un provvedimento amministrativo di autorizzazione non può derogare implicitamente alla legge civile, perchè mentre una deroga alla legge penale che vieta i giuochi d’azzardo è in re ipsa in un provvedimento che autorizzi l’apertura di una casa da giuoco, ben diverso è il caso della norma civile che nega l’azione per il pagamento dei debiti di giuoco.
Per tale norma civile la deroga implicita non può essere ammessa, perchè contraria a tutto il sistema del nostro ordinamento positivo ; nè fra il provvedimento di autorizzazione del giuoco e la norma del codice civile che lo dichiara sfornito di azione vi è incompatibilità.
Il ragionamento dell’appellante non regge, giacché è tutto basato sul presupposto che il regio decreto 22 dicembre 1927 e il decreto ministeriale di autorizzazione relativo al Casino Municipale di Venezia abbiano derogato implicitamente ad alcune norme legislative, in quanto queste siano incompatibili con l”autorizzazione della casa da giuoco; ma tale presupposto è errato, perchè i decreti di cui sopra contengono una deroga esplicita, cioè positivamente espressa, colle parole «deroga alle leggi vigenti».
Il ragionamento dell’appellante potrebbe essere preso in considerazione se nei decreti di cui si tratta si tacesse circa la deroga ad altre leggi. In tal caso si potrebbe logicamente ricercare l’esistenza di una deroga implicita a determinate disposizioni di legge, valendosi del criterio di incompatibilità di esse coll’autorizzazione ai giuochi d’azzardo. Ma tale ricerca è inutile quando si ha deroga esplicita, come nel caso. Onde la questione da risolvere non è quella, se il disposto dell’art. 1802 cod. civ. sia compatibile o meno coll’autorizzazione ad aprire una casa per giuochi d’azzardo ; ma l’altra, se « deroga alle leggi vigenti » significhi deroga estesa, oltreché alle leggi penali, anche alle leggi civili che riguardano il giuoco. Questione già trattata e risolta come sopra.
Ritenuto valido, per le ragioni esposte, il debito contratto dal Fraser verso la S.A.V.I.A.T., anche se tale debito sia dipendente dal giuoco, rimane inutile indagare se trattasi veramente di debito di giuoco, come sostiene l’appellante, o se trattasi invece di un mutuo fatto al Fraser dal cassiere principale Butti quale persona estranea al giuoco, come sostengono in ipotesi gli appellati. Onde giustamente il Tribunale ha omesso l’indagine medesima, ed ha respinto la richiesta di prove orali in proposito.
L’appellante sostiene in via subordinata l’invalidità della propria obbligazione verso la S. A.V.I.A.T. in quanto egli l’avrebbe contratta in istato di assoluta incapacità naturale per lo stato di ubriachezza in cui si trovava; e chiede di provare con testimoni questa circostanza. Ma rettamente ha osservato su questo punto il Tribunale che la circostanza dell’ubriachezza e la conseguente incapacità del Fraser è senz’altro da escludere in base alle deduzioni dello stesso Fraser. Egli ha infatti dichiarato di ricordare: che nel Casino municipale di Venezia giuocò alla roulette; che nel corso di 20 o 30 minuti perse la somma di lire 200.000, che tale somma era rappresentata da gettoni ottenuti a varie riprese poco prima dal cassiere Butti, che dopo la perdita andò alla cassa del Butti per redigere un assegno, e che redasse l’assegno non su un foglio del proprio libretto, ma su apposito modulo fornitogli dal Butti. Il ricordo di una tale serie di circostanze, concernente anche i particolari del fatto, si manifesta evidentemente incompatibile con uno stato di ubriachezza che costituisca incapacità naturale.
Pertanto anche questo motivo di appello deve essere respinto.
[Foro it., 66, 1941, 1291]
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