Source: http://www.antoniocasella.eu/archica/Vigano_7lug14.htm
Timestamp: 2019-07-17 06:20:28+00:00
Document Index: 54334848

Matched Legal Cases: ['art. 8', 'art. 8', 'art. 275', 'art. 8', 'art. 275', 'sentenza ', 'art. 656', 'sentenza ', 'art. 276', 'art. 275', 'art. 274']

Una norma da eliminare: l'art. 8 del d.l. 92/2014. Editoriale
www.penaleconteporaneo.it/ 7 Luglio 2014
1. Sin dalla sua nascita, la nostra Rivista ha contribuito a tener desta l'attenzione sulla violazione 'sistemica' dei diritti fondamentali dei detenuti italiani, per effetto della insostenibile situazione di sovraffollamento delle nostre carceri: situazione che, nonostante gli indubbi miglioramenti rispetto alla situazione fotografata dalla Corte europea in Torreggiani nel gennaio 2013, continua oggi a essere pesante, con una popolazione carceraria che ancora sfiora il numero di 60.000 unità. Abbiamo pertanto salutato con favore tutti gli interventi effettuati da governo e parlamento con l'obiettivo di alleggerire il sovraffollamento carcerario; e abbiamo auspicato con forza soluzioni giurisprudenziali innovative - in tema, ad es., di rideterminazione della pena in executivis per i delitti in materia di stupefacenti - valorizzando anche l'argomento della funzionalità di simili soluzioni rispetto alla necessità di deflazione della popolazione carceraria. Meritevole di complessivo apprezzamento è apparso a chi scrive anche il recentissimo decreto legge n. 92/2014, entrato in vigore lo scorso 28 giugno, che introduce per la prima volta un rimedio risarcitorio - con un'inedita possibilità di riduzione della pena da scontare - in favore dei detenuti vittime di sovraffollamento carcerario, in ossequio alle esplicite indicazioni della Corte europea. Ma su una norma specifica contenuta in questo decreto legge - l'art. 8, che modifica il comma 2-bis dell'art. 275 c.p.p. - non posso qui, personalmente, che ribadire le mie più profonde perplessità, già espresse a 'caldo' la settimana scorsa nelle poche note che accompagnavano la segnalazione del nuovo intervento del governo: perplessità, del resto, che secondo le anticipazioni pubblicate dai principali quotidiani stanno alla base di una proposta di emendamento in sede di conversione che l'Associazione Nazionali Magistrati si appresta a presentare.
L'art. 8 del decreto aggiunge un periodo finale all'art. 275 co. 2-bisc.p.p., che suona ora come segue: "Non può essere applicata la misura della custodia cautelare in carcere o quella degli arresti domiciliari se il giudice ritiene che con la sentenza possa essere concessa la sospensione condizionale della pena. Non può applicarsi la misura della custodia cautelare in carcere se il giudice ritiene che, all'esito del giudizio, la pena detentiva da eseguire non sarà superiore a tre anni".
L'art. 656 c.p.p., come è noto, prevede al quinto comma che, al momento del passaggio in giudicato della sentenza di condanna, il pubblico ministero sospenda l'esecuzione della pena detentiva non superiore - di regola - a tre anni, anche se costituente residuo di maggior pena, in modo da consentire al condannato, nei trenta giorni successivi, di formulare istanza di concessione di una misura alternativa alla detenzione. La sospensione dell'esecuzione ha lo scopo di evitare il passaggio in carcere per i condannati che si trovino in stato di libertà ovvero agli arresti domiciliari al momento del passaggio in giudicato della sentenza, allorché la quantità di pena ancora da eseguire sia compatibile con la concessione dell'affidamento in prova al servizio sociale, ovvero - in caso di insussistenza dei presupposti per l'affidamento in prova -della detenzione domiciliare o, in ulteriore subordine,dell'esecuzione della pena presso il domicilio di cui alla legge n. 199/2010 e successive modificazioni. Il soggetto potrà ugualmente finire in carcere, beninteso, se il tribunale di sorveglianza lo riterrà poi immeritevole di tutti questi benefici; ma il legislatore, del tutto ragionevolmente, muove qui da una prognosi favorevole circa la loro concessione.
Chiunque abbia un minimo di esperienza pratica sa bene che il limite di tre anni di pena in concreto è compatibile con reati di media gravità, e comunque di notevole allarme sociale: come ricordavo in sede di primissimo commento, il catalogo va dai furti in abitazionealle piccole rapine, dai maltrattamenti in famiglia allo stalking, dalpeculato e la corruzione per l'esercizio della funzione all'illecito finanziamento ai partiti.
La situazione è poi ancora più paradossale nelle ipotesi in cui l'imputato disponga di un domicilio, e possa essere collocato agli arresti domiciliari. In caso di trasgressione degli obblighi inerenti alla misura, l'art. 276 co. 1­-ter c.p.p. dispone bensì che la misura debba essere revocata e sostituita con la custodia cautelare in carcere. Ma anche tale disposizione è, oggi, divenuta inapplicabile in tutti i casi previsti dall'art. 275 co. 2-bis c.p.p., che stabilisce legenerali condizioni di applicabilità della custodia cautelare in carcere: la quale dunque dovrà essere applicata soltanto agli imputati per i quali il giudice prognostichi l'inflizione una pena detentiva superiore ai tre anni.
Non ritengo, in effetti, sia proficuamente percorribile la strada di una sua mera correzione, più volte invocata in questi giorni nel dibattito pubblico. Immaginare una lista di reati di particolare allarme sociale che facciano eccezione alla regola generale è, infatti, un espediente particolarmente gradito al nostro legislatore, che ha però il non trascurabile effetto collaterale di dare la stura a probabili eccezioni di illegittimità costituzionale in relazione ai reati non inclusi nella lista; mentre introdurre una clausola generale che, ad es.,consenta al giudice di applicare la misura cautelare in carcere nei casi di grave pericolo di reiterazione del reato, significherebbe reintrodurre dalla finestra quelle stesse esigenze cautelari indicate in via generale dall'art. 274 c.p.p., che si volevano solennemente cacciate dalla porta per tutti gli imputati per i quali possa effettuarsi una prognosi di pena detentiva non superiore, in concreto, ai tre anni. Anche perché, una volta reintrodotta la possibilità della custodia cautelare per il pericolo di reiterazione del reato, perché mai non reintrodurla anche per il pericolo di fuga, quasi che possa essere considerato un problema veniale quello di un condannato che si sottragga all'esecuzione di una pena di tre anni di reclusione? E perché non ripristinare la custodia cautelare anche per i casi più eclatanti di pericolo di inquinamento probatorio, particolarmente rilevanti in relazione a tipologie di reato diverse da quelle delle 'direttissime', e che coinvolgono invece 'colletti bianchi' che possono avvalersi di fitte rete di relazioni e di potere?