Source: http://www.iurisprudentes.it/2016/11/28/la-riforma-e-viziata-fin-dalla-sua-genesi-non-basta-il-138-bisogna-convocare-una-nuova-assemblea-costituente/
Timestamp: 2018-08-19 21:14:47+00:00
Document Index: 3311783

Matched Legal Cases: ['art 138', 'art 138', 'art. 138', 'art 138', 'art. 77', 'art. 70', 'art. 70', 'art. 70', 'art. 70']

La Riforma è viziata fin dalla sua genesi: non basta il 138, bisogna convocare una nuova Assemblea Costituente | -IURIS PRUDENTES-
5 minutes read	La Riforma è viziata fin dalla sua genesi: non basta il 138, bisogna convocare una nuova Assemblea Costituente
Intervista al Professor Giuseppe Consolo, Professore associato di Istituzioni di Diritto Pubblico presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università Luiss Guido Carli di Roma
Professor Consolo, perché noi giovani dovremmo votare No al referendum del 4 dicembre?
Chiunque deve votare no perché l’art 138 ci impone di apportare modifiche di questo tipo alla Costituzione attraverso un’Assemblea Costituente e non a mezzo della norma prevista dall’art 138 stesso. Il numero così elevato di articoli modificati non consente di avvalersi della norma citata.
Più volte, e ancora in questa sede, lei ha sostenuto che la riforma sia viziata fin dalla sua genesi, perché va a modificare uno dei capisaldi del nostro ordinamento ossia il bicameralismo paritario, oltre ad un numero consistente di articoli, e lo fa con l’art. 138. In che senso, allora, la procedura da preferire è una nuova assemblea costituente?
Basta studiare i lavori preparatori alla Costituzione: si può vedere come il problema sia stato dibattuto, e i padri costituenti all’unanimità hanno sostenuto che non potrebbe usarsi l’art 138 in questi casi, in quanto l’articolo medesimo è previsto solo per piccoli cambiamenti. Nel caso della riforma Renzi i “piccoli cambiamenti” sono il mutamento di…. più di 40 articoli! Se si parla di 40 articoli noi non possiamo fare altro che votare un’Assemblea Costituente e dare così, finalmente, nel rispetto della Carta Costituzionale, la parola al popolo.
Entrando nel merito dei singoli temi della riforma, il fronte del Sì ritiene che la trasformazione del Senato in Camera delle Autonomie sia un elemento di progresso per la nostra Repubblica, in quanto la funzione di evitare derive autoritarie delle due Camere identiche sembra ormai essere un retaggio del passato. Secondo lei il rischio di autoritarismi è davvero così basso come si sostiene o ridurre il rapporto di fiducia a quello tra Governo e la sola Camera dei Deputati può preludere invece a una deriva?
No, nel senso che la deriva autoritaria non ha nulla a che vedere con la modifica costituzionale; dobbiamo però considerare che il Senato sarebbe costituito da un’assemblea di prescelti e non di eletti. Per quanto riguarda poi le spese relative a queste modifiche, secondo i fautori di questa Riforma, sarebbero pari quasi a zero. In realtà se si pensa a tutti i senatori che dovrebbero venire a Roma al Senato a spese della collettività e a tutte le ingenti spese che si andrebbero ad affrontare non c’è alcun vantaggio nel modificare la composizione del Senato. Io, personalmente, nel merito ritengo che sarebbe molto meglio far funzionare l’attuale sistema basato sul bicameralismo piuttosto che creare un sistema con una Camera che funzioni da sola senza il controllo dei senatori. D’altro canto quello che finora non ha funzionato, non l’ha fatto per motivi politici: il voler utilizzare il doppio passaggio non è qualcosa che non va, ma è qualcosa che non fanno andar bene i nostri politici, e mi inserisco anche io nella categoria, pur non ritenendo di essere un politico, ma di fare principalmente un altro mestiere.
Mettendomi però nella categoria noto che quando la classe politica ha ritenuto di mutare delle leggi lo ha fatto e lo ha fatto in modo assai deciso. Ricordiamo inoltre l’art. 77 Cost. che prevede in casi di straordinaria necessità e urgenza, sotto la responsabilità del governo, l’adozione di provvedimenti che abbiano forza di legge, fermo restando l’obbligo di presentarli per la conversione alle Camere. Quando un governo ha voluto far passare una determinata norma, l’ha fatta passare.
Allora dov’è che non va la navetta? Non va dove la forza politica non ha voluto che andasse. Guardiamo la norma sul caporalato approvata all’unanimità salvo l’astensione di Forza Italia e Lega. Cosa c’entra questo con il mancato funzionamento del doppio passaggio? Io non riesco a comprenderlo.
A proposito della formulazione dell’art. 70 Cost. previsto dalla riforma invece, molti costituzionalisti ritengono che il testo sia inutilmente complesso, e lo stesso Zagrebelsky ha detto che se dovesse vincere il Sì sarebbe costretto a smettere di insegnare perché non ha capito il significato della disposizione. Secondo lei quanto potrà in concreto la complessità dell’art. 70 influire sulla produzione delle leggi?
Zagrebelsky che non è uno sprovveduto ed è uno che di diritto costituzionale ne capisce, e pure troppo, è difficile prenderlo in giro.
Se noi pensiamo alla dizione attuale dell’art. 70 è assai semplice: “La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere”. La stesura del nuovo art. 70 è una norma di cui tutto si può dire tranne che sia semplice, e hanno torto quelli che dicono che sia di facile comprensione. Senza dubbio questa complessità aggraverà il procedimento: invece di rendere più snella la norma, la renderebbe assai più complicata e quindi il cittadino vedrebbe, con orrore, sempre più lontana la codificazione normativa della propria volontà, rispetto alla semplicità che tutti invocano. Che cos’è la legge: è la facoltà di agire nell’ambito della norma, o la facoltà di esigere che il comportamento della maggioranza del popolo sia codificata in norma? È chiaro che un’interpretazione di questo tipo è più accettabile. La norma deve essere niente altro che l’esigenza dei cittadini che si fa legge. Come diceva Vittorio Frosini, compianto mio Maestro, la norma è l’azione che si fa legge. La norma quindi è definibile non come facultas agendi, ma come facultas exigendi, facoltà di esigere che l’azione, il comportamento dei cittadini si faccia legge.
Un tema di cui si è parlato abbastanza poco è l’abolizione del CNEL. Chi parteggia per il Sì ritiene che questo sia un organo inutile e che rappresenta la cattiva gestione della cosa pubblica. Invece abolire un organo consultivo di questo tipo non è secondo lei un ridurre la rappresentatività della società civile e, di conseguenza, la democraticità del sistema?
Io credo che la ragione stia a metà. Il CNEL non ha brillato per efficienza, è composto attualmente da 13 membri; credo che abbia dato una non buona prova di sé, ma allo stesso tempo sono convinto che ci siano problemi molto più complessi nel nostro assetto costituzionale di questo.