Source: https://epaminternational.wordpress.com/2014/03/19/uscita-dalleuro-e-dallunione-europea-un-problema-giuridico/
Timestamp: 2017-12-14 07:58:58+00:00
Document Index: 67272942

Matched Legal Cases: ['art. 48', 'art. 48', 'art. 48', 'art.71', 'art. 48', 'art.225', 'art. 11', 'art. 48', 'art. 48', 'art.139']

Uscita dall’euro e dall’Unione Europea: un problema giuridico? | EPAM Greece EPAM Greece
Un’omissione creata ad arte, proprio per impedire una rottura dell’Unione Monetaria, così come palesemente ammesso da Jacques Attali, uno dei padri del Trattato di Maastricht: “Innanzitutto, coloro che (di cui ho avuto il privilegio di far parte) hanno partecipato alla stesura delle prime versioni del trattato di Maastricht, hanno fatto in modo che non fosse possibile uscire. Ci si è accuratamente dimenticati di scrivere l’articolo che permettesse l’uscita. [Alcune risate e applausi in sala…] Non è stato molto democratico, evidentemente, ma è stata una grande garanzia per rendere le cose più difficili, per forzarci ad avanzare. Perché se si esce, ipotesi che naturalmente è sempre possibile, è impossibile, vale a dire naturalmente, se si vuole si può, ma è molto complicato, non vado avanti ma è molto complicato uscire sia dall’alto che dal basso, è molto complicato.” 1
2. L’uscita unilaterale dall’eurozona potrebbe essere effettuata mediante una modifica dei Trattati (TUE e TFUE) ai sensi dell’art. 48 del Trattato dell’Unione Europea.
L’art. 48 prevede delle procedure di revisione ordinarie (commi 2-5) e delle procedure di revisione semplificate (commi 6-7).
Si ritiene che un’eventuale revisione del Trattato per ottenere l’uscita di uno Stato dall’eurozona si debba porre in essere principalmente mediante una procedura semplificata, infatti l’art. 48 paragrafo 6 prevede che: “6. Il governo di qualsiasi Stato membro, il Parlamento europeo o la Commissione possono sottoporre al Consiglio europeo progetti intesi a modificare in tutto o in parte le disposizioni della parte terza del trattato sul funzionamento dell’Unione europea relative alle politiche e azioni interne dell’Unione.”
Invero, la Parte Terza del TFUE (Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea) comprende, al Titolo VIII, le disposizioni inerenti la Politica Economica e Monetaria.
Quindi, l’impulso per la revisione dovrebbe pervenire dal Governo di uno Stato Membro, dal Parlamento Europeo o dalla Commissione Europea.
Presumibilmente, il Governo dello Stato membro dovrebbe agire in base ad una deliberazione del Parlamento nazionale. Nel caso dell’Italia, l’input potrebbe pervenire da un’iniziativa di legge popolare secondo l’art.71 della Cost. . In questo caso però è da considerare che il Parlamento italiano non ha l’obbligo di approvare una proposta di legge popolare, quindi senza una maggioranza parlamentare adeguata che sostenga l’iniziativa si rischia l’insabbiamento.
L’art. 48 non specifica in quale forma normativa il Parlamento Europeo e la Commissione Europea possano agire per richiedere una modifica dei Trattati, quindi è necessario tentare di individuare quale possa essere il percorso da seguire.
Il Parlamento Europeo esercita congiuntamente al Consiglio la funzione legislativa, infatti la procedura legislativa ordinaria (per l’adozione di un regolamento, una direttiva o una decisione) si esplica mediante un meccanismo di codecisione tra le due istituzioni.
È necessario considerare che, a differenza di ciò che è previsto nei Parlamenti nazionali, l’iniziativa legislativa non è, in via preminente, di competenza del Parlamento, bensì, quasi in via esclusiva, della Commissione Europea. Al limite, un potere di “preiniziativa” nei confronti della Commissione potrebbe essere esercitato dal Parlamento, ai sensi dell’art.225 TFUE, e da un milione di cittadini dell’Unione Europea (art. 11 paragrafo 4, TUE) . Tuttavia, la Commissione potrebbe anche non dar seguito ad una tale proposta di legge, facendo pervenire le proprie motivazioni al Parlamento Europeo.
Oltre a ciò, il Parlamento Europeo esercita le proprie funzioni nell’interesse dell’Unione Europea e non dei cittadini europei. Infatti è un organo, al pari della Commissione, congegnato per contrapporsi alle istanze particolaristiche provenienti dagli Stati Membri, rappresentate invece dal Consiglio e dal Consiglio Europeo.
Infine, secondo la giurisprudenza della Corte di Giustizia Europea il Parlamento ha un potere generale di deliberare e di adottare risoluzioni su qualsiasi questione concernente l’Unione.
Pertanto, si può ipotizzare che l’impulso del Parlamento Europeo per la revisione dei Trattati possa avvenire anche senza una forma rigidamente predeterminata in ottemperanza a tale generale potere.
La Commissione Europea è tenuta ad operare nell’esclusivo interesse dell’Unione Europea ed è la cosiddetta “guardiana” dei Trattati Europei , perciò è facile immaginare quanto sia difficile che da quest’organo abbia origine l’impulso per una modifica dei Trattati in vista dell’uscita dall’Euro di alcuni Paesi.
L’art. 48 del TUE al paragrafo 6 prosegue: “Il Consiglio europeo può adottare una decisione che modifica in tutto o in parte le disposizioni della parte terza del trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Il Consiglio europeo delibera all’unanimità previa consultazione del Parlamento europeo, della Commissione e, in caso di modifiche istituzionali nel settore monetario, della Banca centrale europea. Tale decisione entra in vigore solo previa approvazione degli Stati membri conformemente alle rispettive norme costituzionali.”
Quindi la decisione spetta al Consiglio Europeo all’unanimità, previo parere (probabilmente non vincolante) del Parlamento, della Commissione e della BCE. In tale decisione avranno sicuramente un certo peso le convinzioni del Presidente del Consiglio Europeo, eletto a maggioranza qualificata con i soli voti dei Capi di Stato o di Governo, e del Presidente della Commissione Europea.
Comunque, in caso di adozione del progetto di revisione da parte del Consiglio Europeo sarà necessaria l’approvazione dei singoli Stati membri in conformità alle rispettive norme costituzionali. Per l’Italia tale decisione dovrà essere approvata sotto la forma della Legge di esecuzione dei Trattati, mediante ratifica ai sensi degli artt. 87 e 80 della Cost., previa approvazione con legge del Parlamento.
Inoltre, è possibile che sia necessario adire una procedura di una revisione in forma ordinaria per la modifica delle norme presenti in altre parti del TUE e del TFUE riguardanti l’eurozona.
In tal caso l’iter è disciplinato dall’art. 48 TUE paragrafi 2-5: 2. “Il governo di qualsiasi Stato membro, il Parlamento europeo o la Commissione possono sottoporre al Consiglio progetti intesi a modificare i trattati. Tali progetti possono, tra l’altro, essere intesi ad accrescere o a ridurre le competenze attribuite all’Unione nei trattati. Tali progetti sono trasmessi dal Consiglio al Consiglio europeo e notificati ai parlamenti nazionali.”
Diversamente dalla procedura legislativa semplificata, qui si prevede espressamente la possibilità di presentare progetti che riducano le competenze dell’Unione e tra gli organi deputati alla revisione si inserisce anche il Consiglio , in rappresentanza degli interessi dei singoli Stati membri.
Secondo il paragrafo 3 , nell’ipotesi di una modifica istituzionale del sistema monetario, il Consiglio Europeo, previa consultazione della BCE, del Parlamento Europeo e della Commissione, può adottare a maggioranza semplice una decisione favorevole alle modifiche proposte. In questo senso sarebbe particolarmente importante che gli Stati Membri interessati all’uscita dall’Eurozona agiscano compatti per far valere il rispettivo peso in seno al Consiglio Europeo.
Nel caso in cui l’esame delle modifiche abbia un esito positivo, la Convenzione adotta per consenso (quindi senza una formale votazione) una raccomandazione per indire una conferenza dei rappresentanti dei governi degli Stati Membri. Dunque, il Presidente del Consiglio convoca la conferenza dei rappresentanti dei Governi degli Stati membri al fine di stabilire di comune accordo le modifiche da apportare ai Trattati, ai sensi del par.4.
Il paragrafo 5 prevede infine che, nel caso in cui, trascorsi due anni dalla firma di un tale Trattato di revisione, i quattro quinti degli Stati membri l’abbiano ratificato e invece, uno o più Stati abbiano incontrato delle difficoltà nell’adozione, la questione passi al Consiglio Europeo.
Tuttavia, il Consiglio Europeo non avrà alcuna possibilità di imporre la ratifica a nessuno Stato, né di assicurare l’entrata in vigore tra i ratificanti, anche qualora manchi una sola adesione.
Ad ogni modo, in caso di esito positivo, si ritiene che i paesi uscenti dall’eurozona possano stabilire con l’Unione Europea dei Protocolli (aventi la stessa valenza normativa dei Trattati) in deroga, così come, ad esempio, sono stati previsti per il Regno Unito (Protocolli nn.15,20) e per la Danimarca (Protocolli nn.16,17,22).
Tirando le somme, nonostante il limite costituito dal fatto che l’impulso per il recesso dalla moneta unica debba necessariamente configurarsi come un atto unilaterale del Paese, ove vi siano più paesi interessati all’uscita dall’eurozona potrebbero adottare una strategia comune per non far mancare allo stato istante, nell’ambito delle singole procedure di revisione, l’ appoggio nelle sedi delle istituzioni europee.
Senza contare che, nel caso in cui più paesi presentassero contemporaneamente un’istanza di revisione dei trattati, sarebbe molto più facile ottenere l’uscita in virtù di una maggior pressione politica.
L’art.139 TFUE differenzia la condizione di quella di «Stati membri la cui moneta è l’euro» da quella di «Stati membri con deroga» per gli Stati che non abbiano voluto inizialmente aderire alla moneta unica, quali il Regno Unito o la Danimarca ad esempio, oppure per i quali il Consiglio abbia ritenuto che non abbiano realizzato le condizioni necessarie per l’ingresso nell’eurozona.
I Trattati Europei, nonostante le loro peculiarità, sono a tutti gli effetti dei Trattati di diritto internazionale ed in quanto tali soggetti alle regole del diritto internazionale generale.
In primo luogo, si potrebbe applicare la norma di diritto internazionale generale in forza della quale uno Stato può recedere unilateralmente da un Trattato in seguito ad una violazione sostanziale compiuta da un’altra parte.
In buona sostanza per giustificare il recesso deve essersi alterato l’equilibrio che originariamente garantiva le prestazioni tra le parti, in questo caso gli Stati e l’Unione Europea dall’altra, tale da determinare un mutamento della volontà politica al mantenimento del Trattato.
O magari, anziché utilizzare gli strumenti interni ad un ordinamento sostanzialmente antidemocratico quale l’Unione Europea, preferire un meccanismo di uscita che riporti come parametro di legittimità le norme di diritto internazionale e la Costituzione che rimane l’ultimo solido presidio contro le politiche deflattive imposte dai Trattati Europei.
1 Fonte: http://www.youtube.com/watch?v=jXBLvGuNVuU intervento all’ “Université participative” organizzato da Ségolène Royal sul tema “La crisi dell’euro”, il 24 gennaio 2011.
source: ECONOMIA PER I CITADINI
Emanuele Salis, Valentina Serru
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09/03/2015 at 05:21