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Timestamp: 2018-07-21 03:58:32+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 2621', 'art. 8', 'art. 5', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 8', 'art. 2426', 'art. 2426', 'art. 2621', 'art. 102', 'art. 2', 'art. 18', 'art. 247', 'art. 246', 'art. 413', 'art. 2', 'art. 10']

Falsità e valutazioni nella disciplina delle false comunicazioni sociali. Il problema delle soglie - Studio Legale Tidona e Associati
10 aprile 2008 | By Studio In Diritto bancario
Le comunicazioni sociali, ora, sono solo quelle previste dalla legge, tipiche, dirette ai soci o al pubblico come categoria, e non più tutte le comunicazioni, scritte od orali, tipiche od atipiche che fossero, a chiunque rivolte. La direzionalità esclusiva delle comunicazioni sociali “ai soci o al pubblico” costituisce una significativa novità, nel senso della tipizzazione; rimangono così fuori dall’ambito applicativo delle fattispecie in esame le comunicazioni, interorganiche, intraorganiche, quelle riferite ad autorità di controllo e ad autorità di vigilanza (così le comunicazioni a Consob, Banca d’Italia, Isvap, Ministero dell’industria, Ministero del lavoro, sia per motivi propriamente istituzionali, che al fine di ottenere sovvenzioni)[21] al Fisco, quelle a destinatario unico, mentre in passato le “altre comunicazioni sociali” erano intese dalla giurisprudenza in senso molto ampio: grosso modo tutte quelle compiute dagli organi societari o loro membri, sia per iscritto che oralmente, a rilevanza esterna o meno, dirette ai soci, ai creditori, presenti e futuri, e, in generale, ai terzi interessati, così come estensivamente era interpretata l’espressione “fatti concernenti le condizioni economiche”: anche comunicazioni non ufficiali o rivolte a destinatari generici, o atipiche, ad eccezione delle sole comunicazioni private o confidenziali[22].
In generale, dal punto di vista economico si può ricondurre il tema del falso in bilancio al problema della ricerca degli incentivi più adatti a fronteggiare una situazione di asimmetria informativa. Detto altrimenti, in tutte le questioni di corporate governance i problemi nascono dal fatto che i responsabili della redazione del bilancio, pur rappresentando la parte più informata sull’effettivo andamento della società, non sono necessariamente i soggetti più interessati alle conseguenze di un saldo positivo o negativo, oppure a un bilancio non veritiero. Per accrescere la consonanza tra l’amministratore (agente) e l’azionista (principale) oggi si fa spesso ricorso alle stock options. Occorre allora colmare l’asimmetria informativa attraverso un opportuno bilanciamento di obblighi d’informazione, incentivi e controllo da parte di autorità non solo di regolamentazione come la Consob ma anche giudiziarie[42].
L’ordinanza 12 febbraio 2003 denuncia il contrasto dell’art. 2621 c.c. “con l’art. 8, comma 2, della Convenzione OCSE, l’art. 5 T.CE, le direttive CEE n. 78/660, 83/349, 90/605, il principio affermato con sentenza della Corte di Giustizia Europea del 29/9/1998, nonché con i principi affermati nella sentenza 21/12/1989, 13/7/1990, 26/9/1996 (in ordine alla concreta adeguatezza della norma penale sotto il profilo sostanziale e procedurale), con gli artt. 41, 47 e 117, comma 1 e 2 lett. e), Cost., sotto il profilo dell’adeguatezza/incompatibilità della norma a tutelare il bene giuridico della trasparenza e veridicità della contabilità dell’impresa”, nonché della tutela del mercato, della concorrenza e del risparmio. Non sembra sussistere il denunciato contrasto con il co. 1 del citato art. 8, poiché questo vieta, più che “qualsiasi” manipolazione contabile, quei comportamenti qualificati dall’intenzione di corrompere pubblici funzionari stranieri od occultare fatti di corruzione[70].
Tale principio contabile, entrato in vigore a partire dal 1.1.2001, dispone che gli assets, gli strumenti finanziari, compresi i derivati, gli “Intangibili ”, suddivisi in “Intangibili generici” (goodwill, capitale umano, sinergie, etc.) e “Intangibili specifici” (negoziabili separatamente rispetto all’azienda, o meno, comunque derivanti da contratti e diritti) devono essere contabilizzati inizialmente al costo di acquisto, ossia del corrispettivo dato o ricevuto, a un valore cioè corrente, di mercato, con quote di ammortamento non più costanti, ma da valutarsi annualmente, anche con eventuali perizie di valore (Impairment Test, secondo i principi contabili statunitensi FAS 141 e 142, citati nella Relazione); mentre l’art. 2426, p.to 9), c.c. dispone che le attività finanziarie che non costituiscono immobilizzazioni sono iscritte al costo di acquisto, ovvero al valore di realizzazione desumibile dall’andamento del mercato, solo se minore, anche se l’art. 2426, n. 6 consente l’ammortamento dell’avviamento oltre i 5 anni, con motivazione in Nota Integrativa[73]. Bisogna sottolineare come gli “Intangibili” siano ora guardati da alcuni con un certo sospetto, perché considerati una delle cause della effimera crescita dei bilanci delle società interessate dalla bolla speculativa del biennio 1998/2000, con i suoi risvolti penalistici[74].
Il Board può approvare delle eccezioni alla regola della separazione tra consulenza e revisione, accertata l’assenza di pericolo di conflitti d’interesse, da rendersi pubbliche. Gli audit committees (costituiti da membri indipendenti del consiglio d’amministrazione) devono scegliere una diversa società di revisione ogni cinque anni fiscali (cd. Audit partner rotation), supervisionarne il lavoro, fissarne i compensi. La società di revisione deve riferire tempestivamente all’audit committee della società sotto revisione circa ogni politica contabile controversa, il trattamento delle informazioni finanziarie nell’ambito dei GAAP (General and Accepted Accounting Principles), i contatti avuti con gli amministratori.
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[8] Ai fini di una corretta memoria storica relativa alle fattispecie in esame occorre ricordare che nel XIX secolo, probabilmente a causa del tardivo affermarsi in Italia del liberismo, i fatti di mala gestio ricadevano nell’alveo della truffa, da cui però gli amministratori delle società sfuggivano facilmente, a causa delle difficoltà di prova in ordine al requisito del danno. Da più parti si invocava così l’introduzione di un reato a tutela della trasparenza e veridicità delle comunicazioni sociali, di natura delittuosa e di pericolo. Le prime norme incriminatrici si ebbero con la promulgazione del codice di commercio del 1889: l’art. 247, che puniva, con lieve pena pecuniaria, “gli amministratori, direttori, sindaci e liquidatori che, nelle azioni o nelle comunicazioni sociali d’ogni specie fatte all’assemblea generale nei bilanci o nelle situazioni delle azioni abbiano scientemente enunciato fatti falsi sulle condizioni della società o abbiano scientemente in tutto o parte nascosti fatti riguardanti le condizioni medesime”, e l’art. 246 che puniva con le pene del reato di truffa, fatta salva l’eventuale concorrenza di quest’ultimo (art. 413 del c.p. Zanardelli, reclusione fino a tre anni e multa) i costitutori e promotori che asserissero falsamente l’esistenza di sottoscrizioni già avvenute, allo scopo di indurre il pubblico a versare e/o sottoscrivere capitale sociale. Rimaneva quindi forte l’aggancio al reato di truffa, prevalendo così un’impostazione prettamente patrimonialistica. All’indomani della grande depressione del’ 29, l’art. 2 l. 660/1931 unificò le due disposizioni citate e modificò così la condotta: “nelle relazioni o comunicazioni fatte al pubblico o all’assemblea o nei bilanci, espongono fatti falsi sulla costituzione o sulle condizioni economiche della società o nascondono fraudolentemente in tutto o in parte fatti concernenti le condizioni medesime”, introducendo così il pubblico all’interno della fattispecie, oltre che elevando la pena massima a dieci anni. L’atteggiamento della giurisprudenza si manteneva comunque cauto, soprattutto per la sempre più elaborata costruzione del dolo, in particolare quanto al significato dell’avverbio fraudolentemente. Infine la disposizione del 1942.
[10] Nell’ambito di questo dibattito, è stato particolarmente significativo il Progetto redatto dalla Commissione Mirone, istituita con decreto interministeriale del 24 luglio 1998, immediatamente dopo l’approvazione del Testo Unico sull’intermediazione finanziaria (avvenuta con D.lgs. 24 febbraio 1998, n. 58, noto come Testo Draghi), presso il Ministero di Grazia e Giustizia, durante la precedente legislatura. Esso recita così all’art. 10, “Disciplina penale delle società commerciali”: – riformulazione dei reati societari preesistenti ed introduzione di nuovi: in particolare fra gli aspetti di maggiore rilievo, la riformulazione del reato di false comunicazioni sociali; l’introduzione dell’infedeltà patrimoniale in relazione anche al caso del conflitto di interessi; estensione dei reati anche a coloro che di fatto hanno esercitato la funzione, anche se non formalmente investiti; riformulazione delle norme sui reati fallimentari che richiamano i reati societari, prevedendo che la pena si applichi alle sole condotte integrative dei reati societari che concorrono a cagionare il dissesto della società; prevedere una sanzione amministrativa per la società, se il reato è stato compiuto “nell’interesse della società”. Il Progetto effettuò un riordinamento sistematico di tutta la disciplina penale commerciale, in particolare per l’ipotesi delle falsità in bilancio, nelle relazioni e in altre comunicazioni sociali, riaffermando l’esigenza di un’informazione societaria veritiera e completa, e stabilì alcuni principi per la riformulazione del fatto tipico: falsa o incompleta informazione a categorie aperte di soggetti destinatari; direzionalità offensiva, anche se a soggetti indeterminati; rilevanza delle informazioni, intese come fatti materiali ancorché oggetto di valutazioni; intenzionalità della condotta volta a conseguire un ingiusto profitto; idoneità della condotta ad ingannare; forte orientamento a colpire i comportamenti fraudolenti (per i quali è richiesto un dolo specifico ed intenzionale). È evidente come il Progetto Mirone abbia anticipato molte soluzioni poi effettivamente adottate dal legislatore; la differenza principale attiene alla natura del reato, di pericolo nel Progetto Mirone. Il disegno è stato approvato dal Governo il 26 maggio 2000, tuttavia non avrà seguito.
[20] Tra cui cfr. ANTOLISEI F., Manuale, Leggi complementari, vol. I, Milano, 1997; CONTI L., I Soggetti, in Trattato di diritto penale dell’impresa, diretto da DI AMATO, Padova, 1992.
[24] Si è posto il problema dell’individuazione di una nozione univoca di “falsità” penalmente rilevante. In tal senso, sulla locuzioni “non rispondenti al vero” di cui agli artt. 2621 e 2622 c.c. si sono formati in dottrina essenzialmente tre indirizzi interpretativi: 1) il primo è basato sul criterio del vero legale, e identifica la falsità penalmente rilevante nell’alterazione della realtà obiettiva, che si risolve nella difformità dai criteri legali fissati per la redazione del bilancio; cfr. ZUCCALÁ, op. ult. cit., e Precisazione rilievi sul delitto di false comunicazioni sociali, in Studi in onore di F. Antolisei, vol. III, Milano, 1965, p. 515; 2) il secondo, particolarmente avallato dalla giurisprudenza, si basa sul riconoscimento di uno spazio di discrezionalità agli amministratori nella stima delle poste contabili, ed in ossequio ad una extrema ratio dell’intervento penale, giuridica una valutazione “falsa” solo ove essa travalichi i limiti della ragionevolezza; cfr. CONTI, op. ult. cit., NAPOLEONI, op. ult. cit.; 3) la maggioranza della dottrina fa leva, invece, sulla mancata corrispondenza tra criteri di valutazione relazionati e le valutazioni effettuate in bilancio: si opera, così, una conciliazione tra il necessario spazio di autonomia della valutazione penalistica e la funzione informativa del bilancio, tratteggiata secondo i dettami della disciplina civilistica di riferimento; cfr. BARTULLI, Tecnica di relazione del bilancio e norme incriminatici, nonché, Le violazioni in materia di bilancio: aspetti penalistici, entrambi in Tre studi sulla in bilancio e altri scritti di diritto penale, Milano, 1980; MAZZACUVA, op. ult. cit., FOFFANI L., Reati societari, in PEDRAZZI – ALESSANDRI – FOFFANI SEMINARA – SPAGNOLO, Manuale di diritto penale dell’impresa, Bologna, 2000.
[38] La costruzione di un dolo dai contorni così precisi (delimitando quindi la fattispecie incriminatrice anche sul piano dell’elemento soggettivo) va inquadrato nella iper – reazione del legislatore ad anni di incertezze giurisprudenziali causate dall’avverbio “fraudolentemente”. La qualificazione del dolo in termini di intenzionalità si inquadra, poi, nell’esigenza di affrancarsi da soluzioni applicative basate sulla figura del dolo eventuale, che avevano contribuito all’opera di sconfinamento della fattispecie di falso in bilancio. Il dolo specifico intenzionale va così ad aggiungersi al dolo generico avente ad oggetto gli elementi strutturali del fatto. Infine l’elemento soggettivo così inquadrato andrà a concretizzarsi e svilupparsi con riferimento alle soglie quantitative, escludenti la punibilità, introdotte nelle fattispecie di reato in esame.
[39] Tra i tanti v. ROVELLI R., Disciplina penale dell’impresa, Milano, 1953; CRESPI A., Brevi note sull’aumento di capitale sociale mediante esagerata valutazione dei conferimenti in natura, in L’illegale ripartizione di utili, 2°ed., Milano, 1986; PEDRAZZI C., Reati fallimentari, in AA.VV., Manuale di diritto penale dell’impresa, Bologna, 2000; ROMANO M., I delitti contro la pubblica amministrazione. I delitti dei pubblici ufficiali, Milano, 2002.
[41] RAMPINI, “Buy back”, l’ondata non tocca l’Italia, in Il sole 24 ore del 20 gennaio 1998; PEDRAZZI C., Gestione d’impresa e responsabilità penali, in Riv. soc., 1962; DI RAIMO N., Unicità del bene giuridico tutelato e dolo di frode nel reato di false comunicazioni sociali, in Cass. pen., II, pagg. 446 ss; FIORELLA A., I principi generali del diritto penale dell’impresa, in Trattato di diritto commerciale e di diritto pubblico dell’economia, diretto da GALGANO, Padova, 2001.
[59] A tal proposito v. anche MARINUCCI G., Depenalizzazione del falso in bilancio con l’avallo della SEC: ma è proprio così?, in Dir. pen. e proc., 2002, pagg. 137 ss.
[62] In tal senso COLOMBO G. E., La moda dell’accusa del falso in bilancio nelle indagini delle Procure della Repubblica, in Riv. soc., 1996, ed anche PERINI, Valutazione di bilancio e false comunicazioni sociali, in Riv. trim. dir. pen. ec., 1954.
[66] Tali esempi sono di TARGETTI R., op. ult. cit., e sempre lo stesso in Reati societari – La riforma del falso aziendale, in, Il Sole 24 Ore, Milano, 2002.
[79] Una ricostruzione storica del Sarbanes – Oxley Act e delle nuove regole introdotte da esso, molto dettagliata è data da GALLETTI F., Il caso Enron. Microanalisi dell’ “Enrongate”: l’uso del circuito off – shore offerto dalle Cayman islands, in www.magistra.it, 11 febbraio 2002.