Source: https://soluzione231.com/2019/11/01/responsabilita-del-capocantiere-per-linfortunio-mortale-nessuna-sanzione-per-la-societa-se-e-stata-omessa-la-valutazione-del-mog/
Timestamp: 2020-07-16 13:21:55+00:00
Document Index: 133578891

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 606', 'art. 192', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 5', 'sentenza ', 'art. 6']

Responsabilità del capocantiere per l’infortunio mortale. Nessuna sanzione per la società se è stata omessa la valutazione del MOG
Cassazione Penale, Sez. 4, 28 ottobre 2019, n. 43656 –
1. La Corte di appello di Roma il 24 maggio 2018, per quanto in questa sede rileva, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Roma del 18 novembre 2015, con la quale, all’esito del dibattimento, G.T. è stato ritenuto colpevole del delitto di omicidio colposo, con violazione della disciplina antinfortunistica (capo E), e della contravvenzione di cui agli artt. 19, comma 1, lett. a), e 56, comma 1, lett. e), del d. lgs. 9 aprile 2008, n. 81 (capo D), per avere omesso, in qualità di preposto, di esercitare una vigilanza adeguata al fine di assicurare l’osservanza delle norme antinfortunistiche, fatti entrambi commessi il 22 dicembre 2010, e, quindi, condannato alla pena di giustizia, oltre al risarcimento dei danni in favore della parte civile, con assegnazione di provvisionale, ed inoltre la s.r.l. “Compagnia progetti e costruzioni”, in persona del legale rappresentante, è stata riconosciuta responsabile dell’illecito amministrativo di cui agli artt. 5, comma 1, lett. a), e 25-septies del d. lgs. n. 231 del 2001 (capo F), per non avere operato tempestivamente ed efficacemente per prevenire la commissione del reato di omicidio colposo, ha dichiarato non doversi procedere in relazione al capo D), perché estinto per intervenuta prescrizione, rideterminando la pena nei confronti di G.T., riducendo la stessa; con conferma quanto al resto.
2.1.Il 22 dicembre 2010, mentre erano in corso lavori edili di sopraelevazione di un corpo di fabbrica in un edificio pubblico, lavori dati in appalto ad un’associazione temporanea di imprese (acronimo: A.T.I.) costituita tra la s.r.l. “Compagnia progetti e costruzioni” e la s.r.l. Ritap, l’operaio B.M., che stava conducendo una macchina palificatrice (macchinario atto a perforare il suolo e porre in opera micropali), a causa dell’improvviso crollo della pavimentazione sotto il peso del pesante mezzo, rimaneva schiacciato tra la macchina ed il muro perimetrale dell’edificio e decedeva quasi sul colpo.
L’A.T.I. aveva il 12 marzo 2010 stipulato un contratto di nolo “a caldo”, in virtù del quale la ditta “Eurofondazioni” s.r.l. forniva in noleggio la macchina perforatrice, da condursi da parte di operai specializzati contestualmente messi a disposizione dalla stessa “Eurofondazioni”, tra i quali B.M. (che era dipendente della “Soiltecno” distaccato presso la “Eurofondazioni”).
2.2. La responsabilità dell’accaduto è stata addebitata in entrambi i gradi di merito al datore di lavoro L.DP., amministratore unico della s.r.l. “Compagnia progetti e costruzioni” e al capocantiere preposto G.T., odierno ricorrente.
La società “Compagnia progetti e costruzioni” è stata riconosciuta responsabile dell’illecito amministrativo di cui agli artt. 5, comma 1, lett. a), e 25-septies del d. lgs. n. 231 del 2001, per non avere operato tempestivamente ed efficacemente per prevenire la commissione del reato di omicidio colposo e, in conseguenza, condannata alla sanzione amministrativa ritenute di giustizia.
3. Ricorrono per la cassazione della sentenza, tramite distinti ricorsi affidati a differenti difensori G.T. (avv. Paolo Maria G.) e la “Compagnia progetti e costruzioni” s.r.l. in liquidazione (avv. Fabio L.) lamentando sia violazione di legge che difetto motivazionale.
4. Il ricorso dell’avv. Paolo Maria G, nell’interesse per G.T. è affidato a due motivi.
Ciò posto, si rammenta che nell’atto di appello e nella successiva memoria difensiva si è osservato che la ricostruzione del giudice di primo grado sarebbe frutto dì evidente travisamento delle emergenze probatorie, in quanto il pericolo di crollo era, in realtà, trattato nel piano operativo di sicurezza (acronimo: P.O.S.) del 27 luglio 2010, oltre che affrontato in una riunione di cantiere, in cui si era programmato l’aggiornamento del P.O.S., ed inoltre risultava dal giornale di cantiere del 6 ottobre 2010, oltre che dalle dichiarazioni dei testi ing. A. e B., del tecnico della prevenzione, isp. A., che ha affermato di avere trovato, al suo arrivo nel cantiere per effettuare il sopralluogo, sia assi che lamiere, e di operai, tra i quali B.M..
Si è anche evidenziato non essere dirimente la circostanza dell’allontanamento temporaneo di G.T. dal cantiere al momento in cui l’operaio ha movimentato il macchinario, in quanto in quel momento – essendo l’inizio della pausa pranzo per gli operai – non erano previsti lavori da svolgere.
Analizzate, in particolare, le dichiarazioni dei lavoratori B.H. e S.B., che si riferiscono nel ricorso nei passaggi ritenuti essenziali, si assume che le stesse sarebbero state travisate, essendone stato ribaltato il contenuto, avendo, in realtà i due, ad avviso del ricorrente, dichiarato di essere stati informati dei pericoli legati all’utilizzo della macchina, proprio a cura di G.T., ed anche forniti dei materiali (assi e lamiere) per evitare tali rischi.
che il pericolo di crollo della pavimentazione era stato debitamente segnalato (come risulterebbe dal giornale di cantiere del 6 ottobre 2010, dal P.O.S. del 27 luglio 2010 e dalle deposizioni dei testi ingg. A. e B. e dell’operaio B.H.);
che non vi era prova che G.T. si fosse allontanato dal cantiere nella consapevolezza dell’Imminenza della movimentazione della macchina palificatrice da parte dell’operaio, il quale ha agito nell’intervallo della pausa pranzo.
5. Mediante il ricorso dell’avv. Fabio L. nell’interesse della società si lamenta promiscuamente violazione di legge (artt. 5, 6 e 7 del d. Lgs. n. 231 del 2001 e 125 cod. proc. pen.), anche sotto il profilo della omissione di motivazione, che si addita altresì ad illogica e contraddittoria.
In realtà – si osserva – «nel giudizio di responsabilità dell’ente la mancanza o inidoneità del modello è il momento centrale della valutazione dei deficit organizzativo, e la verifica circa l’adozione in concreto delle regole operative costituisce il successivo punto di passaggio obbligato nel giudizio di accertamento dell’illecito amministrativo» (così alla p. 6 del ricorso), ma tale valutazione sarebbe stata del tutto omessa dai decidenti, non essendo ad essa dedicato una sola parola, avendo la Corte di appello confermato una valutazione di responsabilità di tipo puramente oggettivo e, addirittura, meramente presuntivo dell’ente.
5.2. Con riferimento, poi, al requisito dell’interesse o vantaggio per l’ente, si assume che l’interpretazione preferibile in giurisprudenza di merito dovrebbe essere quella che tali criteri siano incompatibili con reati meramente colposi, poiché la finalizzazione al vantaggio o all’interesse dovrebbe derivare da una specifica tensione di genere sostanzialmente volontario verso un obiettivo di risparmio di costi aziendali o di possibili benefici economici per l’ente.
1. Quanto al ricorso nell’interesse dell’imputato G.T., deve premettersi che, «Poiché la mancata osservanza di una norma processuale in tanto ha rilevanza in quanto sia stabilita a pena di nullità, inutilizzabilità, inammissibilità o decadenza, come espressamente disposto daii’art. 606, comma 1, lett. c) cod. proc. pen., non è ammissibile il motivo di ricorso in cui si deduca la violazione dell’art. 192 cod. proc. pen., la cui inosservanza non è in tal modo sanzionata» (così Sez. 4, n. 51525 del 04/10/2018, M., Rv. 274191-01; in conformità, tra le altre, Sez. 6, n. 7336 del 08/01/2004, Meta ed altro, Rv. 229159-01; in termini, Sez. 1, n. 9392 del 21/05/1993, Germanotta, Rv. 195306-01).
che l’operaio poi deceduto ha manovrato la macchina con l’aiuto di un altro operaio presente (B.H.), che gli dava indicazioni, e nella piena consapevolezza degli altri operai presenti, nessuno dei quali ha trovato azzardato o strano il suo comportamento; anzi, uno di essi, S.M., ha preventivamente stretto un tubo per evitare perdite di olio;
che, in ogni caso, le modalità del fatto dimostrano, secondo i giudici di merito, che è mancato un efficace controllo da parte dell’Imputato capocantiere-preposto e della società sul rispetto da parte dei lavoratori della misure di sicurezza, in violazione, tra l’altro, degli artt. 5, comma 1, lett. a), e 25-septies del d. lgs. n. 231 del 2001 (capo F);
2. Si passi ad esaminare il ricorso nell’interesse della s.r.l. “Compagnia progetti e costruzioni”.
2.2.2. Ciò posto, imprescindibile punto di partenza per la individuazione delle nozioni di “interesse” e di “vantaggio” per l’ente nell’accezione di cui al richiamato art. 5 del d. lgs. n. 231 del 2001 è la nota pronunzia a Sezioni Unite n. 38343 del 24/04/2014, P.G., R.C., Espenhahn e altri, Rv. 261114-01 e 261115-01, secondo cui, rispettivamente, «In tema di responsabilità da reato degli enti, i criteri di imputazione oggettiva, rappresentati dal riferimento contenuto nell’art. 5 del D.Lgs. 231 del 2001 all’ “interesse o al vantaggio”, sono alternativi e concorrenti tra toro, in quanto il criterio dell’interesse esprime una valutazione teleologica del reato, apprezzabile “ex ante”, cioè ai momento della commissione del fatto e secondo un metro di giudizio marcatamente soggettivo, mentre quello del vantaggio ha una connotazione essenzialmente oggettiva, come tale valutabile “ex post”, sulla base degli effetti concretamente derivati dalla realizzazione dell’illecito» e «In tema di responsabilità da reato degli enti derivante da reati colposi di evento, i criteri di imputazione oggettiva, rappresentati dai riferimento contenuto nell’art. 5 del D.Lgs. n. 231 del 2001 all’ “interesse o al vantaggio”, devono essere riferiti aita condotta e non all’evento».
“Interesse” e “vantaggio”, dunque, non costituenti un’endiadi, essendo concetti giuridicamente diversi e potendosi ipotizzare un interesse prefigurato come discendente da un indebito arricchimento e magari non realizzato e, invece, un vantaggio obiettivamente conseguito tramite la commissione di un reato (come già prefigurato da Sez. 2, n. 3615 del 20/12/2005, dep. 2006, D’Azzo, Rv. 222957-01): «astrattamente […] il reato può essere commesso nell’interesse dell’ente, senza procurargli in concreto alcun vantaggio (sez. 4, n. 2544 del 17/12/2015, dep. 21/1/2016 , Gastoldl ed altri). Con l’ulteriore precisazione che il concetto di “interesse” attiene ad una valutazione ex ante rispetto alla commissione del reato presupposto, mentre il concetto di “vantaggio” implica l’effettivo conseguimento dello stesso a seguito della consumazione del reato, e, dunque, si basa su una valutazione ex post» (così Sez. 4, n. 31210 del 19/05/2016, Merlino ed altro, non mass, in motivazione, sub n. 10.1. del “considerato in diritto”).
Sulla scia della richiamata pronunzia del massimo Consesso, si è ulteriormente puntualizzato da parte delle Sezioni semplici che ricorre il requisito dell’interesse qualora l’autore del reato ha consapevolmente violato la normativa cautelare allo scopo di conseguire un’utilità per l’ente, mentre sussiste il requisito del vantaggio qualora la persona fisica ha violato sistematicamente le norme prevenzionistiche, consentendo una riduzione dei costi ed un contenimento della spesa con conseguente massimizzazione del profitto (Sez. 4, n. 2544 del 17/12/2015, dep. 2016, Gastoldi e altri, Rv. 268065-01) e, con più approfondita analisi e secondo progressive puntualizzazioni, che «[…] il requisito dell’ “interesse” dell’ente ricorre quando la persona fisica, pur non volendo il verificarsi dell’evento morte o lesioni del lavoratore, ha consapevolmente agito allo scopo di far conseguire un’utilità alla persona giuridica; ciò accade, per esempio, quando la mancata adozione delle cautele antinfortunistiche risulti essere l’esito, non di una semplice sottovalutazione dei rischi o di una cattiva considerazione delle misure di prevenzione necessarie, ma di una scelta finalisticamente orientata a risparmiare sui costi d’impresa: pur non volendo (quale opzione dolosa) Il verificarsi dell’Infortunio in danno del lavoratore, l’autore del reato ha consapevolmente violato la normativa cautelare allo scopo di soddisfare un interesse dell’ente (ad esempio, far ottenere alla società un risparmio sui costi in materia di prevenzione). Ricorre, invece, il requisito del “vantaggio” per l’ente quando la persona fisica, agendo per conto dell’ente, anche in questo caso, ovviamente, non volendo H verificarsi dell’evento morte o lesioni del lavoratore, ha violato sistematicamente le norme prevenzionali e, dunque, ha realizzato una politica d’impresa disattenta alla materia della sicurezza sul lavoro, consentendo una riduzione dei costi ed un contenimento della spesa con conseguente massimizzazione del profitto» (così, efficacemente, Sez. 4, n. 31210 del 19/05/2016, Merlino ed altro, non mass, cit., Sub n. 10.1. del “considerato in diritto”).
Ancora: «In tema di responsabilità degli enti derivante da reati colposi di evento in violazione della normativa antinfortunistica, i criteri di imputazione oggettiva rappresentati dall’interesse e dai vantaggio, da riferire entrambi alla condotta del soggetto agente e non all’evento, ricorrono, rispettivamente, il primo, quando l’autore del reato abbia violato la normativa cautelare con il consapevole intento di conseguire un risparmio di spesa per l’ente, indipendentemente dal suo effettivo raggiungimento, e, ii secondo, qualora l’autore del reato abbia violato sistematicamente le norme antinfortunistiche, ricavandone oggettivamente un qualche vantaggio per l’ente, sotto forma di risparmio di spesa o di massimizzazione della produzione, indipendentemente dalla volontà di ottenere ii vantaggio stesso» e «In tema di responsabilità da reato degli enti, i criteri di imputazione riferiti all’ interesse e ai vantaggio sono giuridicamente distinti giacché, mentre ii primo è criterio soggettivo, da valutare “ex ante”, e consistente nella proiezione finalistica volta a far conseguire all’ente un profitto indipendentemente dall’effettiva realizzazione dello stesso, il secondo è criterio oggettivo, accertabile “ex post” e consistente nel concreto vantaggio derivato all’ente dal reato» (Sez. 4, n. 38363 del 23/05/2018, Consorzio Melinda s.c.a., Rv. 274320-01 e Rv. 274320-02).
2.2.3. Con specifico riferimento ai «reati colposi d’evento […quali, ad esempio, le lesioni colpose e gli omicidi colposi, si è condivisibilmente ritenuto da parte della S.C. che] il finalismo della condotta prevista dall’art. 5 d. lgvo n. 231/2001 è compatibile con la non volontarietà dell’evento lesivo, sempre che si accerti che la condotta che ha cagionato quest’ultimo sia stata determinata da scelte rispondenti all’interesse dell’ente o sia stata finalizzata all’ottenimento di un vantaggio per l’ente medesimo. Ricorre il requisito dell’interesse quando la persona fisica, pur non volendo il verificarsi dell’evento morte o lesioni dei lavoratore, ha consapevolmente agito allo scopo di conseguire un’utilità per la persona giuridica; ciò accade, ad esempio, quando la mancata adozione delle cautele antinfortunistiche risulti essere l’esito (non di una semplice sottovalutazione dei rischi o di una cattiva considerazione delle misure di prevenzione necessarie, ma) di una scelta finalisticamente orientata a risparmiare sui costi d’impresa: pur non volendo il verificarsi dell’infortunio a danno del lavoratore, l’autore dei reato ha consapevolmente violato la normativa cautelare allo scopo di soddisfare un interesse dell’ente (ad esempio far ottenere alla società un risparmio sui costi in materia di prevenzione). Ricorre il requisito del vantaggio quando la persona fisica, agendo per conto dell’ente, pur non volendo il verificarsi dell’evento morte o lesioni del lavoratore, ha violato sistematicamente le norme prevenzionistiche e, dunque, ha realizzato una politica d’impresa disattenta alla materia della sicurezza dei lavoro, consentendo una riduzione dei costi ed un contenimento della spesa con conseguente massimizzazione del profitto; il criterio del vantaggio, così inteso, appare indubbiamente quello più idoneo a fungere da collegamento tra l’ente e l’illecito commesso dai suoi organi apicali ovvero dai dipendenti sottoposti alla direzione o vigilanza dei primi. Occorre, perciò, accertare in concreto le modalità del fatto e verificare se la violazione della normativa in materia di sicurezza o igiene del lavoro, che ha determinato l’infortunio, rispondesse ex ante ad un interesse della società o abbia consentito alla stessa di conseguire un vantaggio» (cosi Sez. 4, n. 16713 del 13/09/2017, dep. 2018, Sossio ed altri, non mass., in motivazione, sub n. 5 del “considerato in diritto”).
2.2.4. Passando a calare nel concreto i richiamati principi, si è, dunque, ritenuto che «In tema di responsabilità amministrativa degli enti derivante dai reato di lesioni personali aggravate dalla violazione della disciplina antinfortunistica, sussiste l’interesse dell’ente nel caso in cui l’omessa predisposizione dei sistemi di sicurezza determini un risparmio di spesa, mentre si configura il requisito del vantaggio qualora la mancata osservanza della normativa cautelare consenta un aumento della produttività. (In motivazione, la Corte ha affermato che la responsabilità dell’ente, non può essere esclusa in considerazione dell’esiguità dei vantaggio o della scarsa consistenza dell’interesse perseguito, in quanto anche la mancata adozione di cautele comportanti limitati risparmi di spesa può essere causa di lesioni personali gravi). (Conf. n.31003 del 2015 e n.31210 del 2016 N.M.)» (Sez. 4, n. 24697 del 20/04/2016, Mazzotti e altro, Rv. 268066-01) ed anche che «In tema di responsabilità degli enti derivante da reati colposi di evento in violazione della normativa antinfortunistica, il “risparmio” in favore dell’impresa, nel quale si concretizzano i criteri di imputazione oggettiva rappresentati dall’interesse e dai vantaggio, può consistere anche nella sola riduzione dei tempi di lavorazione. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto esente da censure la sentenza che aveva affermato la responsabilità dell’ente in un caso in cui, sebbene i lavoratori fossero stati correttamente formati e i presidi collettivi ed individuali fossero presenti e conformi alla normativa di riferimento, le lavorazioni in concreto si svolgevano senza prevedere l’applicazione ed il controllo dell’utilizzo degli strumenti in dotazione, ai fine di ottenere una riduzione dei tempi di lavoro)» (Sez. 4, n. 16598 del 24/01/2019, Tecchio, Rv. 275570-01).
Appare, pertanto, opportuno puntualizzare il seguente principio di diritto, cui si atterrà il giudice del rinvio: “In tema di responsabilità degli enti derivante da reati colposi di evento in violazione della normativa antinfortunistica compete al giudice di merito, investito da specifica deduzione, accertare preliminarmente l’esistenza di un modello organizzativo e di gestione ex art. 6 del d. lgs. n. 231 del 2001; poi, nell’evenienza che il modello esista, che lo stesso sia conforme alle norme; infine, che esso sia stato efficacemente attuato o meno nell’ottica prevenzionale, prima della commissione dei fatto” (in tal senso v. la già richiamata decisione di Sez. 4, n. 29538 del 28/05/2019, Calcinoni ed altri, non mass., in motivazione, sub n. 9.2. del ” considerato in diritto”).
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