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Timestamp: 2020-07-14 15:09:36+00:00
Document Index: 184651193

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CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. VI PENALE - SENTENZA 18 giugno 2018, n.27981
| Catalogo libri | Rivista | Distribuzione | Formazione | MARTEDÌ 14 LUGLIO AGGIORNATO ALLE 17:9
Discrimen tra induzione indebita e truffa
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. VI PENALE - SENTENZA 18 giugno 2018, n.27981MASSIMA
La distinzione tra il delitto di induzione indebita commesso mediante inganno e quello di truffa va individuata nel fatto che nella prima fattispecie il privato mantiene la piena consapevolezza della non debenza della prestazione data o promessa, accettando la pattuizione illecita per evitare il pregiudizio paventato dal pubblico agente, mentre nel reato di truffa la vittima viene indotta in errore circa la doverosità delle somme o delle utilità oggetto di dazione o promessa.
La Corte di appello di Lecce confermava la sentenza del Tribunale della stessa città che aveva condannato un necroforo dipendente della ditta affidataria dei servizi cimiteriali comunali per il reato di cui all’art. 319-quater cod. pen., per aver indotto il proprietario di una cappella a consegnarli indebitamente 500 Euro per l’esecuzione di una estumulazione straordinaria, minacciando in mancanza di pagamento la chiusura della cappella da parte dei sanitari della ASL per molto tempo. Avverso la suddetta sentenza proponeva ricorso per cassazione l’imputato, deducendo vizio di motivazione e violazione di legge, in ordine alla mancata riqualificazione giuridica del fatto nell’ipotesi di truffa aggravata, atteso che difettava lo stato di soggezione al pubblico potere, posto che il pagamento venne effettuato solo per effetto dell’interessamento mostrato dal ricorrente alla situazione dei proprietari della cappella.
L’addetto ai servizi del cimitero si fa dare dal proprietario di una cappella 500 euro per un’estumulazione straordinaria, paventando altrimenti la necessità di seguire l’iter ordinario con il rischio della chiusura della cappella per molti mesi da parte del personale dell’Asl: si configura il reato di induzione indebita ex art. 319 quater c.p. o quello di truffa? La Suprema Corte nella sentenza in epigrafe conferma la decisione dei giudici di merito che avevano riconosciuto nella fattispecie in esame la configurazione dell’induzione indebita e non quella di truffa, essendo stato correttamente il fatto qualificato come induzione indebita, dopo che era stato dimostrato che l’imputato aveva prospettato una grave situazione che avrebbe comportato la chiusura della cappella per alcuni mesi, profittando dello stato emotivo della proprietaria della cappella. Tale conclusione si fonda sulla considerazione, avallata dai giudici di legittimità, che la distinzione tra il delitto di induzione indebita commesso mediante inganno e quello di truffa va individuata nel fatto che nella prima fattispecie il privato mantiene la piena consapevolezza della non debenza della prestazione data o promessa, accettando la pattuizione illecita per evitare il pregiudizio paventato dal pubblico agente, mentre nel reato di truffa la vittima viene indotta in errore circa la doverosità delle somme o delle utilità oggetto di dazione o promessa.
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. VI PENALE - SENTENZA 18 giugno 2018, n.27981 - Pres. Rotundo – est. Calvanese
1. Con la sentenza in epigrafe indicata, la Corte di appello di Lecce confermava la sentenza del Tribunale della stessa città che aveva condannato R.P. per il reato di cui all’art. 319-quater cod. pen.
1.1. L’imputato era stato riconosciuto responsabile (i fatti originariamente contestati come il reato di cui all’art. 317 cod. pen. erano stati in primo grado diversamente qualificati in quelli di induzione indebita, attenuati ai sensi dell’art. 323-bis cod. pen.) per aver, quale necroforo dipendente della ditta affidataria dei servizi cimiteriali comunali della città di (...), abusando della sua qualità e dei suoi poteri, indotto F.O. a consegnarli indebitamente 500 Euro per l’esecuzione di una estumulazione straordinaria.
In particolare, l’imputato aveva prospettato al F. la necessità dell’intervento (da un loculo della cappella di sua proprietà fuoriusciva del liquido), pena la chiusura della cappella da parte dei sanitari della ASL per molto tempo.
In sede di appello, il R. aveva sostenuto che non vi era prova dell’attività induttiva, posto che la teste F.P. non aveva neppure ricordato se fossero mai stati prospettati loro dei rischi di chiusura della cappella e comunque aveva dichiarato di non ricordare le frasi pronunciate dall’imputato, mentre il fratello O. aveva riferito di non essere stato presente ai fatti e di averli appresi dalla predetta.
Ciò premesso, l’imputato aveva concluso che l’attività effettivamente compiuta a favore dei F. (pulizia della cappella) poteva essere al più sanzionata disciplinarmente, trattandosi attività di competenza dei proprietari, comunque affidata al suddetto in maniera volontaria.
L’imputato aveva chiesto in subordine di qualificare i fatti come truffa aggravata ai sensi dell’art. 61, n. 9 cod. pen., in quanto le persone offese erano state indotte a pagate solo sulla base della falsa rappresentazione della doverosità del versamento.
Secondo la sentenza impugnata, risultava chiaramente dal capo di imputazione e confermato dalla testimonianza di F.O. che l’attività che l’imputato si era offerto di compiere non fosse di mera pulizia della cappella, bensì di apertura del loculo con relativa bonifica, previa asportazione della bara attività di competenza dei servizi comunali affidati ai necrofori (della pulizia non risolutiva della cappella tra l’altro si era occupata la sorella del predetto).
La Corte territoriale rilevava a tal riguardo che era stato solo l’imputato in sede di esame ad aver sminuito la natura del servizio prestato, assumendo di aver provveduto solamente alla pulizia della cappella, e che, del resto, solo una definitiva risoluzione del problema avrebbe consentito ai F. di evitare la chiusura della cappella.
Sulla base delle testimonianze di O. e F.P. , era emerso che l’imputato aveva rappresentato alla seconda che, se non fosse stato incaricato della operazione, la cappella sarebbe stata chiusa per un paio di mesi (la P. , sentita a distanza di nove anni dal fatto, aveva riferito che le sembrava di ricordare tale circostanza, mentre il fratello aveva confermato con certezza la circostanza appresa dalla sorella all’epoca dei fatti).
La Corte di appello riteneva che correttamente il fatto fosse stato qualificato come induzione indebita, essendo stato dimostrato che l’imputato aveva prospettato una grave situazione che avrebbe comportato la chiusura della cappella per alcuni mesi, profittando dello stato emotivo della F.P. . La scelta dei proprietari era stata quella di aggirare consapevolmente la prassi lecita (per i fastidi prospettati), così ottenendo un vantaggio.
Andava pertanto esclusa la richiesta difensiva in ordine alla configurabilità nei fatti di un’ipotesi di truffa aggravata, difettando nella specie l’errore sulla doverosità delle somme pattuite.
2. Avverso la suddetta sentenza ha proposto ricorso per cassazione l’imputato, deducendo i motivi di seguito enunciati nei limiti di cui all’art. 173, disp. att. cod. proc. pen.
2.1. Vizio di motivazione in ordine alla natura delle operazioni poste in essere presso la cappella mortuaria e sulla non attendibilità delle dichiarazioni rese dall’imputato nel corso del suo esame.
La Corte di appello, come è dato leggere nella motivazione, avrebbe tratto illogicamente la prova della natura delle operazioni compiute dall’imputato dal capo di imputazione e dalla testimonianza di F.O. , non presente ai fatti, mentre l’unica fonte diretta (la sorella di quest’ultimo) era risultata incerta.
Ne poteva essere utilizzata a sostegno dell’ipotesi accusatoria la circostanza che della pulizia non risolutiva si fosse occupata la F. , posto che nulla escludeva una pulizia più approfondita.
2.2. Vizio di motivazione in ordine agli elementi costitutivi del reato di cui all’art. 319-quater cod. pen.
In primo luogo, la Corte di appello avrebbe tratto illogicamente la prova del reato dalla circostanza che F.O. fosse consapevole di aderire ad una prassi illecita, tanto da contrattare uno sconto sul prezzo; vieppiù considerando, che era stato lo stesso testimone a ritenere la prassi lecita e di aver solo successivamente compreso di essere stato truffato.
Andava invece considerato che la condotta posta in essere dall’imputato di induzione in errore sulla doverosità della prestazione economica (i proprietari della cappella erano convinti della regolarità dell’iter) non sarebbe riconducibile nella induzione di cui all’art. 319-quater cod. pen.
Difetterebbe infatti lo stato di soggezione al pubblico potere, posto che il pagamento venne effettuato solo per effetto dell’interessamento mostrato dal ricorrente alla situazione dei F. .
Alla luce delle risultanze processuali, la Corte di appello avrebbe dovuto al più qualificare il fatto nell’ipotesi di abuso di ufficio.
1. Il ricorso è inammissibile in ogni sua articolazione.
Il ricorrente invero non si confronta con la motivazione là dove la Corte di appello ha spiegato che, mentre la teste diretta, la sorella del F. , era stata incerta, stante il lungo tempo trascorso, sul ricordo preciso della frase pronunciata dal R. , il F. , che aveva appreso tale circostanza dalla sorella all’epoca dei fatti (avendo tra l’altro partecipato lui stesso poi alla trattativa), l’aveva riportata con certezza.
Va ribadito che il legislatore, nel disciplinare la testimonianza indiretta, si è limitato a prescrivere, ad impulso di parte, l’obbligo di escussione giudiziale della fonte diretta al fine di verificare l’assunto riferito dal testimone de relato, ma non per questo ha posto una sorta di gerarchia, privilegiando imprescindibilmente la prima, cosicché soccorre al riguardo il principio generale del libero convincimento del giudice che non può considerarsi vincolato alla fonte primaria medesima (tra le tante, Sez. 3, n. 529 del 02/12/2014, dep. 2015, N., Rv. 261793).
A fronte di tale prova, confortata anche da elementi logici (la semplice pulizia della cappella era stata già effettuata dalla sorella del F. ), la Corte di appello ha quindi ritenuto priva di sostegno alcuno la versione difensiva (riproposta dal ricorrente nell’appello nella prospettiva della mancanza di prova sulla circostanza di cui sopra).
Non possono infatti essere dedotte con il ricorso per cassazione questioni sulle quali il giudice di appello abbia correttamente omesso di pronunciare, perché non devolute alla sua cognizione (ex multis, Sez. 3, n. 16610 del 24/01/2017, Costa, Rv. 269632).
3.1. Orbene, il ricorrente aveva contestato nell’appello la prova dei fatti contestati, sia in ordine alla tipologia di servizio offerto che alle modalità di prospettazione della richiesta: questioni, alle quali la Corte di appello ha fornito adeguata risposta priva di manifesti vizi logico-giuridici, facendo riferimento agli elementi probatori di cui si è detto nel paragrafo che precede.
Era stato invero accertato che il ricorrente aveva prospettato una grave situazione (la chiusura per molti mesi della cappella cimiteriale) idonea a condizionare la libertà di autodeterminazione del destinatario, tenuto conto dello stato emotivo in cui versava la F. per l’accaduto (che coinvolgeva la madre defunta).
La Corte di appello ha anche evidenziato che il destinatario, condizionato dal timore di subire un pregiudizio, avesse aderito ad una illecita pattuizione - come dimostravano ragionevolmente tanto la contrattazione sul prezzo del servizio tanto il pagamento in contanti nelle mani dell’imputato - nella prospettiva di ottenere un proprio tornaconto personale (ripristinare la cappella in breve tempo).
3.2. Inoltre, il ricorrente nel gravame aveva ritenuto che i fatti contestati dovessero al più essere qualificati come truffa aggravata.
Sulla base della ricostruzione in fatto sopra indicata, la Corte territoriale ha infatti escluso correttamente - difettando l’induzione in errore - che si versasse nella fattispecie di truffa.
Va rammentato che la distinzione tra il delitto di induzione indebita commesso mediante inganno e quello di truffa va individuata nel fatto che nella prima fattispecie il privato mantiene la piena consapevolezza della non debenza della prestazione data o promessa, accettando la pattuizione illecita per evitare il pregiudizio paventato dal pubblico agente, mentre nel reato di truffa la vittima viene indotta in errore circa la doverosità delle somme o delle utilità oggetto di dazione o promessa (tra tante, Sez. 6, n. 53436 del 06/10/2016, Vecchio, Rv. 268792).
Per le ragioni sopra illustrate risulta del tutto priva di fondamento anche la richiesta di riqualificazione del fatto in abuso d’ufficio, vieppiù considerata la genericità della deduzione, che la rende neppure apprezzabile ai sensi dell’art. 609 cod. proc. pen.
L’inammissibilità del ricorso preclude ogni possibilità sia di far valere sia di rilevare di ufficio, ai sensi dell’art. 129 cod. proc. pen., l’estinzione del reato per prescrizione, maturata in data posteriore alla pronunzia della sentenza di appello (Sez. U, n. 23428 del 22/03/2005, Bracale, Rv. 231164; Sez. U, n. 12602 del 17/12/2015, dep. 2016, Ricci, Rv. 266818).
Il ricorrente deve essere condannato, ai sensi dell’art. 616 cod. proc. pen., al pagamento delle spese del procedimento.
In virtù delle statuizioni della sentenza della Corte costituzionale del 13 giugno 2000, n. 186, e considerato che non vi è ragione di ritenere che il ricorso siano stato presentato senza 'versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità', deve, altresì, disporsi che il ricorrente versi la somma, determinata in via equitativa, di duemila Euro, in favore della cassa delle ammende.