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Timestamp: 2016-10-25 01:23:42+00:00
Document Index: 30710604

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Art. 830 cod. proc. civile: Decisione sull'impugnazione per nullità
Art. 830 cod. proc. civile: Decisione sull’impugnazione per nullità
RICHIEDI CONSULENZA SU QUESTO ARGOMENTO	La corte d’appello decide sull’impugnazione per nullità e, se l’accoglie, dichiara con sentenza la nullita’ del lodo. Se il vizio incide su una parte del lodo che sia scindibile dalle altre, dichiara la nullita’ parziale del lodo.
Se il lodo è annullato per i motivi di cui all’articolo 829, commi primo, numeri 5), 6), 7), 8), 9), 11) o 12), terzo, quarto o quinto, la corte d’appello decide la controversia nel merito salvo che le parti non abbiano stabilito diversamente nella convenzione di arbitrato o con accordo successivo. Tuttavia, se una delle parti, alla data della sottoscrizione della convenzione di arbitrato, risiede o ha la propria sede effettiva all’estero, la corte d’appello decide la controversia nel merito solo se le parti hanno cosi’ stabilito nella convenzione di arbitrato o ne fanno concorde richiesta.
Quando la corte d’appello non decide nel merito, alla controversia si applica la convenzione di arbitrato, salvo che la nullita’ dipenda dalla sua invalidità o inefficacia.
Su istanza di parte anche successiva alla proposizione dell’impugnazione, la corte d’appello può sospendere con ordinanza l’efficacia del lodo, quando ricorrono gravi motivi.
Giurisprudenza annotataDecisione sull’impugnazione per nullità.
Nullità parziale del lodo; 2. Riesame nel merito; 3. Impugnazione della sentenza della Corte d’appello.
Nullità parziale del lodo.
L’art. 830, primo comma, c.p.c., nel testo introdotto dall’art. 22, l. 5 gennaio 1994, n. 25, impone alla Corte d’appello, nel caso di accoglimento dell’impugnazione per nullità del lodo per un vizio che incida soltanto su una parte di esso, di accertare se detta parte sia scindibile dalle altre, evidenziando i rapporti di logica e giuridica connessione, dipendenza e pregiudizialità tra le varie parti della pronuncia arbitrale, e all’esito di tale accertamento di dichiarare la nullità parziale del lodo, così limitando la cognizione del giudizio rescissorio al capo o ai capi ritenuti viziati ed a quelli ad essi inscindibilmente legati, con la conferma del lodo nel resto, ovvero di pronunciarne la nullità totale. Cass. 28 maggio 2003, n. 8532.
Oggetto dell’indagine non è il collegamento astratto tra i rapporti sostanziali delle parti, né tra i vari negozi che da questi sono derivati, bensì quello esistente in concreto tra le varie statuizioni in cui il lodo è articolato, collegamento da accertare valutando se la parte o le parti da dichiarare nulle siano caratterizzate da petitum autonomo e indipendente da quello di una o di alcune delle altre, ovvero se fra esse sussista un vincolo di subordinazione o di connessione logica e giuridica, nel senso che la decisione relativa ad un rapporto giuridico sia virtualmente influente sulla decisione avente ad oggetto altro rapporto giuridico. Cass. 8 aprile 2004, n. 6950.
La disposizione dell’art. 830 c.p.c., nel testo novellato con l’art. 22 legge n. 25 del 1994 secondo cui la nullità parziale del lodo può essere dichiarata qualora il vizio incida su una parte soltanto del lodo stesso che sia scindibile dalle altre, per espresso disposto dell’art. 27, quarto comma, della legge stessa, è immediatamente applicabile, anche d’ufficio, ai procedimenti in corso alla data della sua entrata in vigore, ancorché relativi a lodi pronunciati prima della detta data; con la conseguenza che, ove in un giudizio d’impugnazione per nullità di sentenza arbitrale svoltosi prima dell’entrata in vigore della legge n. 25 del 1994 la Corte d’appello abbia pronunziato la nullità con riferimento ad un solo capo della sentenza impugnata, questa va annullata con rinvio, affinché la stessa Corte accerti preventivamente che il vizio incida su una parte del lodo scindibile dalle altre. Cass. 27 novembre 1996, n. 10563.
Riesame del merito.
Il giudizio di impugnazione arbitrale si compone di due fasi, la prima rescindente, finalizzata all’accertamento di eventuali nullità del lodo e che si conclude con l’annullamento del medesimo, la seconda rescissoria, che fa seguito all’annullamento e nel corso della quale il giudice ordinario procede alla ricostruzione del fatto sulla base delle prove dedotte; nella prima fase non è consentito alla Corte d’Appello procedere ad accertamenti di fatto, dovendo limitarsi all’accertamento delle eventuali nullità in cui siano incorsi gli arbitri, pronunciabili soltanto per determinati errori “in procedendo”, nonché per inosservanza delle regole di diritto nei limiti previsti dal medesimo art. 829 c.p.c.; solo in sede rescissoria al giudice dell’impugnazione è attribuita la facoltà di riesame del merito delle domande, comunque nei limiti del “petitum” e delle “causae petendi” dedotte dinanzi agli arbitri, con la conseguenza che non sono consentite né domande nuove rispetto a quelle proposte agli arbitri, né censure diverse da quelle tipiche individuate dall’art. 829 c.p.c. Cass. 8 ottobre 2010, n. 20880.
Riguardo al giudizio di impugnazione delle pronunce arbitrali, l’unificazione della fase rescindente e della fase rescissoria non costituisce causa di nullità dell’intero procedimento qualora il giudice abbia tenuto distinte sul piano logico, giuridico e concettuale le due fasi e, dopo aver pronunciato sulla nullità, abbia esaminato le conclusioni di merito, ritualmente precisate dalle parti, e ritenuto di poter pronunciare la decisione definitiva in base agli elementi di prova già acquisiti al processo arbitrale ed alle constatazioni compiute dagli arbitri. Cass., Sez. Un., 8 ottobre 2008, n. 24785.
Devolutasi all’arbitro l’interpretazione di un contratto, il compito di fare corretta applicazione dei canoni ermeneutici per accertare il significato del contratto stesso e la volontà delle parti che l’hanno stipulato è demandato all’arbitro, mentre al giudice dell’impugnazione del lodo compete valutare, nella fase rescindente, se questo contenga al riguardo una motivazione adeguata e corretta e alla Corte di cassazione, cui possono essere denunciati vizi della sentenza di detto giudice e non vizi del lodo, spetta soltanto di verificare se tale sentenza sia a sua volta adeguatamente e correttamente motivata in relazione ai motivi di impugnazione del lodo concernenti la presunta violazione delle regole di interpretazione e non già di sindacare l’eventuale soluzione di questioni di merito risolte dal giudice della impugnazione ai fini della predetta indagine. Cass. 31 gennaio 2007, n. 2201.
Il giudizio di impugnazione per nullità del lodo arbitrale non costituisce un appello avverso la pronuncia degli arbitri, in quanto ha ad oggetto unicamente l’accertamento delle cause di nullità previste dall’articolo 829 del c.p.c. e dedotte con l’atto di impugnazione, con la conseguenza che solo se il giudizio rescindente si conclude con l’accertamento della nullità del lodo è possibile in sede rescissoria il riesame del merito della pronuncia arbitrale, secondo il disposto dell’articolo 830 del codice di procedura civile. Cass. 20 marzo 2003, n. 4082; conforme Cass. 9 maggio 2000, n. 5857.
In caso di impugnazione per nullità del lodo arbitrale, il giudice deve esaminare anche d’ufficio il contenuto della clausola compromissoria, onde stabilire se l’impugnazione sia inammissibile, per avere in realtà ad oggetto un arbitrato di natura irrituale. Cass. 24 febbraio 2004, n. 3614.
L’impugnazione del lodo per nullità, ai sensi dell’art. 829 c.p.c., non dà luogo ad un giudizio di appello che abiliti in ogni caso il giudice dell’impugnazione a riesaminare nel merito la decisione degli arbitri, ma al cosiddetto giudizio rescindente, che consiste nell’accertare se sussista o meno taluna delle nullità previste dalla norma citata come conseguenza di errori in procedendo o in iudicando, e solo se il giudizio rescindente si conclude con l’accertamento della nullità del lodo, è possibile a norma dell’art. 830 c.p.c. il riesame di merito della pronuncia arbitrale, che forma oggetto dell’eventuale successivo giudizio rescissorio. App. Roma, 24 ottobre 2006.
Nel giudizio di impugnazione per nullità del lodo arbitrale, che è giudizio a critica limitata, trova applicazione la regola della specificità della formulazione dei motivi, in considerazione della natura rescindente di tale giudizio e del fatto che solo il rispetto di detta regola può consentire al giudice ed alla parte convenuta, di verificare se le contestazioni formulate corrispondano esattamente ai casi di impugnabilità stabiliti dall’art. 829 c.p.c. App. Roma, 22 gennaio 2008.
Nel giudizio di impugnazione per nullità del lodo arbitrale, la competenza a conoscere del merito, dopo l’esaurimento della fase rescindente, presuppone un lodo emesso da arbitri effettivamente investiti di potestas iudicandi; di conseguenza, la decisione rescissoria di merito deve essere esclusa in sede di impugnazione davanti alla Corte d’appello, se il lodo, dichiarato per altre ragioni nullo in sede rescindente, sia stato pronunciato nonostante la sua veste formale, in carenza di investitura di potere giurisdizionale degli arbitri per l’inesistenza di un patto compromissorio per arbitrato rituale. Cass. 6 dicembre 2004, n. 22794; conforme Cass. 25 luglio 2006, n. 16977.
Dedotta la nullità del lodo per inesistenza della clausola compromissoria, il giudice di merito ha il potere di interpretare direttamente la previsione contrattuale oggetto di contestazione, per accertare se contenga o meno la volontà di compromettere in arbitri la soluzione delle controversie; infatti, rilevando ai fini dell’accertamento della potestas iudicandi degli arbitri, l’interpretazione della clausola compromissoria non incontra i limiti stabiliti per l’interpretazione delle altre clausole contrattuali, riservata agli arbitri e sindacabile dal giudice di merito solo per violazione delle norme di ermeneutica contrattuale o per difetto assoluto di motivazione. Cass. 28 marzo 2007, n. 7649.
L’inesistenza del lodo arbitrale si verifica nelle sole ipotesi in cui la potestas decidendi viene a mancare in radice, o per inesistenza del compromesso o della clausola compromissoria, oppure per essere la materia, affidata alla decisione degli arbitri, estranea a quelle suscettibili di formare oggetto di compromesso; al di fuori di tali ipotesi, le eventuali difformità dai requisiti e dalle forme del giudizio arbitrale possono provocare solo la nullità del lodo che, una volta rilevata, non impedisce il passaggio alla fase rescissoria. Cass. 24 febbraio 2006, n. 4207.
Nel giudizio di impugnazione per nullità di un lodo arbitrale, la competenza a conoscere del merito, dopo l’esaurimento della fase rescindente, presuppone un lodo emesso da arbitri effettivamente investiti di potestas iudicandi; la violazione del contraddittorio, pur costituendo un vizio idoneo a determinare la nullità del lodo ai sensi dell’art. 829, n. 9), c.p.c., non integra una situazione di totale carenza di potere degli arbitri e di inesistenza del lodo, sicché, accertata la nullità del lodo per aver gli arbitri pronunciato su una o più domande senza il rispetto del principio del contraddittorio (perché proposte solo nella comparsa conclusionale), il giudice dell’impugnazione deve esperire il giudizio rescissorio. Cass. 21 maggio 2007, n. 11788.
Ai sensi dell’art. 830 c.p.c., in presenza di una volontà compromissoria validamente espressa, la Corte d’appello che dichiara la nullità del lodo è tenuta a pronunciare sul merito, salvo volontà contraria di tutte le parti. Cass. 12 dicembre 2003, n. 19025.
In seguito all’accoglimento dell’impugnazione del lodo arbitrale ai sensi dell’art. 828 c.p.c. in sede rescindente, nell’ulteriore fase del giudizio rescissorio la causa non deve essere trattata ed istruita collegialmente, ma va rimessa al consigliere istruttore, ai sensi dell’art. 830 c.p.c., che deve ritenersi tuttora in vigore, in quanto non abrogato per effetto dell’entrata in vigore della riforma processuale ex l. 353/1990. App. Torino, 26 novembre 2002.
Ai sensi dell’art. 830 c.p.c., in presenza di una volontà compromissoria validamente espressa, la Corte d’appello che dichiara la nullità del lodo è tenuta a pronunciare sul merito, salvo volontà contraria di tutte le parti e ove, per la decisione del merito, sia necessaria una nuova istruzione, il meccanismo previsto nell’ultima parte del comma 2 dell’art. 830 c.p.c., in base al quale la corte d’appello rimette con ordinanza la causa all’istruttore, non si applica al rito del lavoro nel quale è lo stesso collegio competente ad effettuare l’attività istruttoria (art. 437 c.p.c.). Nel rito del lavoro, pertanto, anche nel caso in cui si sia reso necessario l’espletamento di attività istruttoria, con la stessa sentenza il giudice dell’impugnazione del lodo unifica la fase rescindente con la fase rescissoria provvedendo, previa declaratoria della nullità del lodo, alla decisione sul merito. Cass. lav., 26 settembre 2005, n. 18766.
Il giudice dinanzi al quale sia stata impugnata la sentenza arbitrale, ove questa risulti invalidamente emessa per mancata integrazione del contraddittorio nei confronti del litisconsorte necessario, dichiarata la nullità del giudizio arbitrale e della decisione che lo ha definito, deve ordinare la integrazione del contraddittorio dinanzi a sé e pronunciare nel merito ex art. 830 c.p.c., senza potersi in presenza di una volontà compromissoria validamente espressa, limitare ad una pronuncia di mera invalidazione della sentenza arbitrale. Cass. 27 settembre 1994, n. 7872.
Deve essere cassata la sentenza del giudice di merito che, investito dell’impugnazione di un lodo arbitrale, abbia sostituito all’interpretazione della clausola compromissoria data dal collegio arbitrale una propria, diversa, interpretazione della stessa clausola. Mediante la impugnazione del lodo arbitrale, infatti, mentre la interpretazione degli arbitri in ordine al contenuto della clausola compromissoria non può essere contestata per la ricostruzione operata della volontà delle parti, né sostituita da una diversa interpretazione, il sindacato della Corte di appello può essere utilmente sollecitato unicamente in merito all’inosservanza o alla violazione delle regole di diritto applicate alla clausola e ai suoi effetti. Cass. 21 settembre 2004, n. 18917.
In caso di arbitrato rituale, la nullità della nomina degli arbitri determina, non l’inesistenza, ma la nullità del lodo da questi emesso, la quale non impedisce alla Corte d’appello che la rilevi di decidere nel merito a norma dell’art. 830, comma 2, c.p.c., dovendosi escludere che tale vizio sia di ostacolo al giudizio rescissorio. Cass. 9 aprile 2002, n. 5062.
Nel giudizio di impugnazione per nullità del lodo, in cui si contesti l’affermazione degli arbitri di non poter pronunziare sui diritti soggettivi in discussione per la loro devoluzione alla giurisdizione esclusiva del g.a., la sopravvenienza dell’art. 6, comma 2, della legge n. 205 del 2000 - per il quale «le controversie concernenti diritti soggettivi devolute alla giurisdizione del g.a. possono essere risolte mediante arbitrato rituale di diritto» - determina la compromettibilità della lite (pur non sussistente in base alla legge del tempo della stipulazione del compromesso o clausola compromissoria) per il mero fatto della sua inerenza soltanto a diritti soggettivi (ancorché sussista detta giurisdizione esclusiva) e comporta l’accoglimento dell’impugnazione medesima, la conseguente devoluzione alla corte d’appello della decisione sul merito sulla domanda, se ricorrano le condizioni all’uopo fissate dall’art. 830, comma 2, c.p.c. Cass., Sez. Un., 12 luglio 2005, n. 14545.
In tema di impugnazione del lodo arbitrale davanti alla Corte d’appello, stabilire se una controversia appartenga alla cognizione del giudice, ovvero sia deferibile agli arbitri, costituisce una questione di merito, non di competenza, in quanto riguarda la validità o l’interpretazione del compromesso o della clausola compromissoria; pertanto, la sentenza della Corte d’appello che dichiara la nullità del lodo a cagione della nullità della clausola compromissoria avente ad oggetto una controversia appartenente alla competenza del tribunale regionale delle acque pubbliche, costituisce una pronunzia di merito, non già una sentenza sulla competenza, alla quale non è applicabile l’art. 50 c.p.c., con la conseguenza che, non essendo configurabile l’estinzione del giudizio conseguente alla sua mancata riassunzione, il lodo arbitrale resta definitivamente travolto dal passaggio in giudicato della sentenza che lo ha dichiarato nullo. Cass., Sez. Un., 6 luglio 2005, n. 14205.
Diversamente da quanto accade nei casi di nullità del compromesso o di mera nullità del lodo arbitrale, previsti dall’art. 829 c.p.c., nel caso - equiparabile ad inesistenza del lodo - di vizio derivante dalla mancanza del compromesso o della clausola compromissoria o dall’esclusione della compromettibilità in arbitri della materia della controversia, non trova applicazione il principio generale di conversione dei motivi di nullità in motivi di impugnazione, da far valere nei modi e nei tempi previsti dall’art. 828 c.p.c., con la conseguente preclusione del potere della Corte d’appello di passare al giudizio rescissorio. Cass. 7 febbraio 2006, n. 2598.
Anche nel giudizio di impugnazione per nullità del lodo arbitrale trova applicazione il principio, desumibile dall’art. 336, primo comma, c.p.c., secondo cui la riforma, anche parziale, della sentenza di primo grado ha effetto sulle parti dipendenti dalla parte riformata (c.d. «effetto espansivo interno») e determina, pertanto, la caducazione del capo che ha statuito sulle spese di lite; ne consegue che il giudice di appello ha il potere-dovere di rinnovare totalmente, anche d’ufficio, il regolamento di tali spese, alla stregua dell’esito finale della causa, potendo anche pervenire ad un provvedimento di compensazione, totale o parziale, (delle spese dell’intero giudizio). Cass. 10 agosto 2007, n. 17631.
Impugnazione della sentenza della Corte d’appello.
La questione del deferimento di una controversia ad arbitri attiene al merito e non alla competenza, sicché il giudice di legittimità non ha il potere di esaminare direttamente la clausola compromissoria, la cui interpretazione è riservata al giudice di merito, salvi i vizi di legittimità. Cass. 28 marzo 2007, n. 7649.
La sentenza della Corte d’appello che dichiara la nullità del lodo per invalidità della clausola compromissoria, e conseguente carenza di potestas iudicandi in capo agli arbitri, non costituisce una pronuncia resa sulla competenza, ma decide una questione di merito; tale sentenza è pertanto impugnabile con il ricorso ordinario per cassazione, non già con il regolamento necessario di competenza. Cass. 18 maggio 2005, n. 10420.
L’ammissibilità del ricorso per cassazione ritualmente proposto avverso la sentenza della Corte d’appello resa in sede di impugnazione per nullità di un lodo arbitrale non è preclusa dal fatto che la stessa parte abbia precedentemente proposto analogo ricorso per cassazione direttamente avverso il lodo della cui impugnazione ha deciso la sentenza della Corte d’appello. Cass. 14 settembre 2004, n. 18460.
L’eccezione di difetto di giurisdizione degli arbitri rituali, per essere la stessa riservata alla cognizione del giudice amministrativo, proposta (non già in sede di regolamento preventivo di giurisdizione, ma) come motivo di ricorso avverso la sentenza della Corte d’appello che abbia pronunciato sull’impugnazione del lodo, non può essere dichiarata inammissibile perché concernente una questione di merito attinente all’esistenza ed alla validità del compromesso, ma deve essere esaminata e decisa, atteso che in siffatta ipotesi un problema di giurisdizione resta comunque ineludibile nel giudizio di impugnazione del lodo arbitrale. La Corte d’appello investita dell’impugnazione è infatti giudice della propria giurisdizione in relazione all’eventuale passaggio dalla fase rescindente a quella rescissoria, postulando la decisione positiva sul punto l’affermazione della compromettibilità della controversia ad arbitri, per non essere la stessa riservata alla giurisdizione del giudice amministrativo. Cass., Sez. Un., 20 aprile 2006, n. 9162; conforme Cass., Sez. Un., 29 aprile 2004, n. 8212; Cass., Sez. Un., 6 febbraio 2002, n. 1556.
È inammissibile, perché solleva per la prima volta in cassazione questione di merito attinente all’accertamento della validità della clausola compromissoria, il motivo di ricorso ordinario, avverso la sentenza reiettiva dell’impugnazione per nullità del lodo arbitrale, basato sulla deduzione della carenza di giurisdizione degli arbitri rituali per la prospettata deferibilità della controversia, ad essi devoluta, alla cognizione del giudice amministrativo. Cass., Sez. Un., 14 novembre 2003, n. 17205.
In tema di arbitrato, qualora la controversia circa la sua natura rituale od irrituale sia sollevata con il ricorso per cassazione, la S.C. deve procedere all’esame diretto del contenuto della clausola compromisso-ria, senza limitarsi al controllo della decisione del giudice di merito, incidendo la relativa qualificazione sul problema processuale dell’ammissibilità dell’impugnazione del lodo per nullità. Cass. 4 luglio 2000, n. 8937.
In sede di ricorso per cassazione avente a oggetto una sentenza che abbia deciso sull’impugnazione per nullità del lodo, il giudice di legittimità non può esaminare direttamente la pronuncia arbitrale, ma solo la decisione emessa in sede di impugnazione, per verificare se essa sia adeguatamente e correttamente motivata in relazione ai motivi di impugnazione del lodo, con la conseguenza che il sindacato di legittimità va condotto esclusivamente attraverso il riscontro della conformità a legge e della congruità della motivazione della sentenza che ha deciso sull’impugnazione del lodo. Ne consegue che nel giudizio di cassazione avverso la sentenza della Corte d’appello non è consentito introdurre questioni che direttamente o indirettamente si risolvano in un sindacato sulla motivazione del lodo. Cass. 20 marzo 2003, n. 4082; conforme Cass. 26 marzo 2004, n. 6069; Cass. 15 marzo 2007, n. 6028.
L’interpretazione di una clausola arbitrale si traduce in un apprezzamento di fatto affidato al giudice di merito, non censurabile in sede di legittimità, se non per il caso di insufficienza o contraddittorietà della motivazione, tale da non consentire la ricostruzione dell’iter logico seguito per giungere alla decisione, ovvero per il caso di violazione delle norme ermeneutiche, espressamente dedotte dalla controparte. Cass. 24 febbraio 2004, n. 3614.
La mancanza di accenni nella motivazione della sentenza della Corte d’appello, adita per l’impugnazione di nullità, sulla natura rituale od irrituale dell’arbitrato, costituisce omissione di motivazione tale da comportare comunque (a prescindere dall’esito della valutazione sulla natura dell’arbitrato, da demandare alla Corte d’appello) la cassazione della sentenza ex art. 360, n. 5, c.p.c. Cass. 24 febbraio 2004, n. 3614.
Stante la regola generale in forza della quale il dispositivo della sentenza deve essere interpretato in relazione alla motivazione, qualora il dispositivo sia d’inammissibilità dell’impugnazione del lodo arbitrale, ma nella motivazione alcune delle censure proposte in via di impugnazione siano esaminate nel merito e giudicate infondate, la pronuncia d’inammissibilità deve ritenersi riferita alle censure che non siano state esaminate nel merito. Con la conseguenza che la parte soccombente ha l’onere di proporre articolate e specifiche censure, con riguardo ai punti sui quali nella sentenza si rinvenga, malgrado la generica formula d’inammissibilità adottata in dispositivo, una motivazione di rigetto. Cass. 18 dicembre 2003, n. 19433.
L’interpretazione della portata e del contenuto del lodo arbitrale costituisce una tipica indagine di fatto affidata al giudice di merito, sindacabile in cassazione solo per violazione dei canoni ermeneutici, che il ricorrente ha l’onere di indicare specificamente, ovvero per vizio della motivazione, configurabile nel caso in cui la motivazione manchi del tutto ovvero sia meramente apparente, oppure sia affetta da contraddizioni logiche tali da rendere impossibile la individuazione o la comprensione della ratio decidendi che sorregge la decisione. Cass. 6 settembre 2005, n. 17801.
In sede di ricorso per cassazione avverso la sentenza che ha deciso sull’impugnazione per nullità del lodo arbitrale, il giudice di legittimità non può prendere in esame direttamente il lodo, ma solo i vizi logici o di diritto che inficiano la sentenza impugnata. Cass. 1° febbraio 2005, n. 1988.
In sede di ricorso per cassazione avverso la sentenza che abbia deciso sull’impugnazione per nullità del lodo arbitrale, il giudice di legittimità non può esaminare direttamente la pronuncia arbitrale, ma solo la decisione emessa nel giudizio di impugnazione, per verificare se essa sia adeguatamente e correttamente motivata in relazione ai motivi di impugnazione del lodo, con la conseguenza che il sindacato di legittimità va condotto esclusivamente attraverso il riscontro della conformità a legge e della congruità della motivazione della sentenza che ha deciso sull’impugnazione del lodo. Cass. lav., 26 settembre 2005, n. 18766; conforme Cass. 4 giugno 2004, n. 10641.
La ricostruzione dell’attività svolta dagli arbitri, seppure riferibile alle regole processuali comuni, non può essere considerata in sede di legittimità altrimenti che sotto il profilo della violazione di legge sostanziale ovvero del vizio di motivazione, ma alla Corte di cassazione rimane comunque interdetto l’accesso agli atti dell’arbitrato, sulla cui verifica la Corte territoriale esercita un controllo sovrano, non suscettibile di riesame, contrariamente a quanto, di regola, accade nell’ordinario giudizio impugnatorio per gli errores in procedendo. Cass. 11 giugno 2004, n. 11082.
In tema di arbitrato, soltanto nelle ipotesi di inesistenza del lodo arbitrale (per inesistenza del compromesso o della clausola compromissoria o per essere la materia affidata alla decisione degli arbitri estranea a quelle suscettibili di formare oggetto di compromesso), alla corte d’appello è precluso il passaggio alla fase rescissoria, mancando in radice la “potestas decidendi”, e configurandosi quindi l’eventuale pronuncia arbitrale come una vera e propria usurpazione di potere. Al contrario, le eventuali difformità dai requisiti e dalle forme del giudizio arbitrale possono provocare solo la nullità del lodo, con la conseguenza che la corte d’appello è tenuta sempre a pronunciare nel merito, senza possibilità di distinguere tra le varie ipotesi che abbiano dato luogo alla rilevata censura. Cass. 16 ottobre 2009, n. 22083.
L’eccesso di potere giurisdizionale in cui siano incorsi gli arbitri, traducendosi in un vizio del lodo che ne comporta la nullità (ex art. 829, primo comma, n. 4, c.p.c.), deve essere dedotto, come motivo di impugnazione, dinanzi alla corte d’appello, e non anche, per la prima volta, in cassazione (pena l’inammissibilità del ricorso), applicandosi anche alle sentenze arbitrali il principio (art. 161, comma primo, c.p.c.) della conversione in motivi di gravame delle cause di nullità della sentenza. Cass. 18 settembre 2009, n. 20141.
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