Source: http://www.goleminformazione.it/smoking-area/legge-elettorale-porcellum-incostituzionale-conseguenze.html
Timestamp: 2019-04-23 21:00:06+00:00
Document Index: 3127670

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 48', 'art. 294', 'art. 136', 'sentenza ']

Legislazione Elezioni Corte Costituzionale Politica
27 Dicembre 2013	di Maurizio Fumo
Benché la “legge Calderoli” sia incostituzionale, il Parlamento e le leggi che ha prodotto non sono - tecnicamente – contra Constitutionem, in quanto anteriori alla sentenza della Consulta. Ma dal giorno seguente alla sentenza dovrebbe dirsi il contrario. Nessuno però ne ha tratto le conseguenze. I responsabili di questo disastro non devono rendere conto di quanto è accaduto?
Ora che la Corte costituzionale ha affermato quello che molti pensavano (e che non pochi dicevano), vale a dire che il così detto porcellum è una legge incostituzionale, sarebbe logico attendersi, da un lato, moti di indignazione (popolare), dall’altro, assunzione di responsabilità, presentazione di scuse e formulazione di nuovi propositi (politici) per il futuro.
Sembra che la legge elettorale 21 dicembre 2005 n. 270, recante “Modifiche alle norme per l'elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica” (il porcellum, appunto), non solo non abbia genitori, ma nemmeno abbia parenti; sembra che essa sia stata imposta al Parlamento da un’entità malvagia ed estranea e che - né allora, né ora - “qualcuno” la abbia voluta, approntata e promulgata.
E capita dunque di dover ascoltare critiche a quel (questo) sistema elettorale, provenienti, paradossalmente, anche dalla medesima parte politica che lo ha (strumentalmente) partorito.
Se non fosse offensivo (per i cittadini-elettori), sarebbe comico (per i cittadini- spettatori).
Il fatto è che per tale deliberato “imbroglio” sembra che nessuno debba essere chiamato a rispondere.
Negli ultimi decenni si è fatto un gran parlare della responsabilità civile dei magistrati per gli abusi o gli errori gravi che essi possono commettere nell’esercizio del loro potere.
Si è svolto un primo referendum, è stata promulgata una legge (legge 13 aprile 1988 n. 117, recante “Risarcimento dei danni cagionati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie e responsabilità civile dei magistrati” e successive modificazioni; legge che, per vero, non ha soddisfatto nessuno), è stata avviata altra raccolta di firme per un nuovo referendum, per il quale, tuttavia, non è stato raggiunto il quorum.
In merito ognuno ha le sue idee e non intendiamo in questa sede affrontare l’argomento.
È stato però sostenuto da alcuni che, essendo quello giudiziario, appunto, un potere dello Stato superiorem non recognoscens, non avrebbe senso - al di fuori del caso in cui il magistrato commetta reati - prevedere ipotesi di responsabilità civile per gli atti compiuti nell’esercizio di tale potere, che, come è noto, è autonomo e dotato di meccanismi di auto-correzione.
L’assunto può essere condiviso oppure no, ma, per coerenza, chi lo rigetta, deve applicare il principio che ne scaturisce anche agli altri due poteri statuali: quello legislativo e quello di governo (si pensi al disastro degli “esodati”).
Torniamo allora al porcellum: esso ha prodotto un sistema di rappresentanza elettorale e di selezione della classe politica palesemente incostituzionale. Di più: consapevolmente incostituzionale, atteso che chi lo ha elaborato, proposto e fatto votare ben sapeva che stava sponsorizzando un atto contra Consitutionem. Tanto ciò è vero che il titolare dell’apparato cerebrale che lo partorì ebbe a definire - egli per primo - la sua creatura “una porcata” (donde il nome in latino maccheronico). Dunque: dolo diretto e intenzionale. È stata varata (e promulgata) una legge incostituzionale nella piena consapevolezza della sua incostituzionalità. È stato perpetrato un danno rilevante ai diritti politici dei cittadini. È stata resa possibile la selezione di una classe politica, priva di una effettiva rappresentatività. Non si deve infatti trascurare che due sono i punti sui quali evidentemente si sono concentrate le critiche del Giudice delle leggi: le liste bloccate senza possibilità di esprimere preferenze e la determinazione del così detto premio di maggioranza, vale a dire la possibilità di accrescere, oltre una misura “ragionevole”, la rappresentanza in termini di seggi parlamentari da attribuire alla lista più votata.
Ma i danni non sono solo di natura istituzionale. Vi è un evidente danno di immagine, in Italia e all’estero (si parla ormai, sia pure, in senso a-tecnico di Parlamento delegittimato) e vi è un percepibile danno politico: gli elettori si sentono sempre più lontani dagli eletti e sempre meno rappresentati da essi. Non sono, oltretutto, infrequenti i casi di candidati imposti dall’alto in circoscrizioni elettorali nelle quali essi non hanno alcun radicamento. Entrano in Parlamento le persone che i partiti (non gli elettori) hanno designato. E, se Caligola fu in grado di nominare senatore Incitatus, non è da escludere che, con il porcellum, altri equini possano aver varcato la soglia delle Camere.
Per non dire dell’astensionismo elettorale, quale ulteriore conseguenza della delusione del corpo elettorale.
Certo non è tutta colpa del porcellum, ma sarebbe ipocrita negare la esistenza di uno stretto rapporto causale tra il capolavoro legislativo del 2005 e la disaffezione degli italiani per la politica (e in particolare per le competizioni elettorali).
Il fatto è che “la porcata” non doveva servire (come di fatto è servita) solo a far vincere male la parte che ci si aspettava avrebbe vinto; essa doveva svolgere anche un’altra funzione, anche questa, si può dire, soddisfacentemente raggiunta: umiliare e subordinare il Parlamento rispetto al Governo. Con un parlamento “ottriato”, la maggioranza presente alle Camere non poteva avere altro ruolo se non quello di votare – con puntualità e obbedienza – i provvedimenti proposti dal Governo o, comunque, ad esso graditi. La funzione di controllo dell’organo parlamentare (che presuppone la –relativa - indipendenza dei senatori e dei deputati e la loro responsabilità verso l’elettorato che li ha scelti) è ormai una pura illusione.
Ma – la domanda ritorna – il responsabile (i responsabili) di questo disastro (prevedibile e, di fatto, previsto) non deve (devono) rendere conto di quanto è accaduto?
Responsabilità politica, si potrebbe rispondere, ma si tratta di poco più di una formula, dal momento che l’inamovibilità dei principali rappresentanti parlamentari è dato di diffusa conoscenza e, sembra, di ineluttabile verificazione.
Il fatto è che l’art. 48 della Costituzione stabilisce che il voto, oltre ad esser personale, eguale e segreto, deve essere anche libero. Ora ci chiediamo se nel concetto di libertà non rientri necessariamente la possibilità di scelta. La domanda è retorica e la risposta è intuitiva. E allora impedire, limitare o coartare l’esercizio di un diritto politico costituisce una condotta di assoluta gravità in democrazia. Se tale condotta è connotata da violenza, minaccia o inganno, essa integra addirittura gli estremi di un delitto (art. 294 cod. pen.: attentato contro i diritti politici del cittadino: pena reclusione da uno a cinque anni). Ora, è difficile sostenere che un atto legislativo possa, in sé, costituire un inganno, ma certo è che, in casi come quello appena descritto, non ne è troppo lontano.
“Quando la Corte dichiara la illegittimità costituzionale di una norma di legge o di un atto avente forza di legge, la norma cessa di avere efficacia dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione” (art. 136 Cost.).Dunque: benché la “legge Calderoli” sia incostituzionale, il Parlamento eletto con tale legge, gli organi che dal Parlamento hanno ricevuto investitura e nomina (il Presidente della repubblica, una parte dei giudici costituzionali ecc.), le leggi che quel Parlamento ha prodotto non sono -tecnicamente – contra Constitutionem, in quanto anteriori alla sentenza della Consulta; ma, a far tempo dal giorno seguente alla sentenza, a stretto rigore, dovrebbe dirsi il contrario.
Nessuno però ne ha tratto le conseguenze e tutto procede come se nulla fosse accaduto. Anche perché c’è una situazione di emergenza.
Nel nostro Paese emergenza (oggettiva) e provvidenza (soggettiva) tendono, molto spesso, a identificarsi.