Source: http://toghe.blogspot.it/2008/06/
Timestamp: 2017-08-23 21:15:36+00:00
Document Index: 95533182

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 69', 'art. 90', 'sentenza ']

UGUALE PER TUTTI: giugno 2008
Edy Pinatto, dopo ben tre disciplinari per il ritardo degli otto anni, è stato destituito dalla magistratura.
La pena più severa .
Nulla da dire: gli argomenti del Procuratore Generale erano insuperabili. Otto anni sono una cosa grossa. Difficile giustificare.
Certo, nella sua requisitoria c’erano forse un po’ troppe condanne morali, troppi aggettivi.
Cose di cui tutto sommato non c’era bisogno, visto che il collega il proprio torto lo aveva ammesso.
Ci sono momenti in cui una parola in più guasta.
Quando l’altro si arrende, la spada si ferma.
Questione di misura, forse, di sfumature.
Ma il fatto c’era e non si discute.
Però – se è sicuramente giusta la condanna di Pinatto – possiamo chiederci se è giusta la condanna del SOLO Pinatto?
Non c’è forse una norma di buon senso che – dai secoli dei secoli – consiglia di far fare le cose più difficili ai più esperti?
E la ragione di questa norma non è forse proprio quella di evitare che – messi a fare le cose più difficili – i più inesperti finiscano “nel pallone”, come ha detto lo stesso severo Procuratore Generale?
Domanda: ma in quella Gela di tanti anni fa, non c’erano giudici più navigati di Pinatto a cui affidare quel pesantissimo maxiprocesso?
Si sapeva da mesi che si sarebbe dovuto celebrare.
Perché non si chiese a tempo debito l’applicazione di giudici più anziani ed attrezzati, magari fuori distretto?
E’ davvero giusto un sistema che assiste indifferente al fatto che un simile dibattimento venga caricato sulle spalle di alcuni piccoli uditori?
Di queste omissioni, di questa indifferenza, di questa mancanza di governo delle cose – i cui effetti nefasti vediamo solo oggi – chi risponderà, chi mai chiederà conto a qualcuno, qualcuno che magari in questi anni continuava a far carriera mentre il povero Pinatto restava sempre più solo nel suo pallone?
Ma al di là di tutto questo, è giusta – ANCHE nel quantum – la stessa sanzione della rimozione?
Voi direte che è giusta e sacrosanta perché otto anni sono troppi.
Bene, forse la rimozione non è eccessiva in assoluto. Lo è però se rapportata ad altre decisioni del Consiglio: per caso, qualcuno si ricorda più della collega che disertava l’ ufficio per malattia e fu scoperta invece a fare crociere e regate in giro per i sette mari?
Cose di qualche mese fa.
In quel caso la rimozione non vi fu.
Pure, si trattava di cose odiose.
Cose che Pinatto, il timido, l’ impacciato, il ritardatario cronico; Pinatto, incapace di scrivere una sentenza per otto anni ma capace anche di stare fino a notte fonda in ufficio, anche di sabato, anche di domenica, per tentare disperatamente di spalare fascicoli su fascicoli, prontissimo a sostituire chiunque, a fare i turni di urgenza sempre e comunque – per testimonianza unanime di chi lo conosce bene – non avrebbe mai fatto.
Essere incapace di scrivere in tempo una sentenza è più grave, più odioso, più insultante che fare le cose della collega/velista?
E’ più pericoloso per la democrazia, per la salvezza del paese?
L’immagine della magistratura è offesa più dai deboli che dai velisti?
In tutto questo, qualcuno ci dica se su questa sentenza così severa ha inciso l’enorme pressione mediatica che si era creata.
Qualcuno ci dica se nella valutazione disciplinare si siano posti il problema dei precedenti o dell’uniformità dei giudizi.
E se si vorranno accertare altre responsabilità oltre a quelle di Pinatto.
Insomma, la condanna di Pinatto è giusta. Ma non giustissima.
E qualcosa manca nella nostra capacità di organizzare la macchina delle sentenze, che in larghissima misura dipende dalla politica, ma che in piccola dipende anche da noi.
Ed anche quella piccola, piccolissima parte è cosa importante.
Tanto importante che ora tutti dovrebbero chiedersi: ma se oggi – nell’ anno di grazia 2008, dopo dieci anni dai fatti – in una Gela qualsiasi ci si trovasse nella stessa situazione – un maxi processo alle porte e solo un pugno di uditori disponibili – si rifarebbe la stessa cosa? Si manderebbero ancora allo sbaraglio dei ragazzi o non piuttosto si cercherebbero giudici più navigati, magari in tutta la Sicilia?
E se oggi – certo, certissimamente – si farebbe così, perché così non si fece allora?
Insomma, il collega è stato mandato in campo ed ha perso la partita.
Ma dove erano gli allenatori? Dov’era il presidente? Dove i giornali? Dove i politici? Dove i censori di oggi?
Quali che siano le colpe di Pinatto – e non sono poche – il sistema che ora lo scomunica con ignominia è lo stesso che tanti anni fa assistette cinico ed indifferente alla sua sovraesposizione di povero ed ultimo uditore giudiziario.
Alla fine , questa condanna dà l’idea di una giustizia giusta e severa ma orba, che fulmina l’ultimo rimasto col cerino in mano ed altro non vuol sapere.
Qualcuno dirà che Pinatto non è stato l’unico ad essere mandato allo sbaraglio.
E’ capitato anche ad altri e di quegli altri molti se la sono cavata egregiamente.
Alcuni di noi sono meno forti.
Occorre aspettare, lasciare maturare, fare crescere.
Ecco perché risponde a criteri di semplice saggezza essere graduali nelle prove, nelle fatiche.
Ecco perché quell’incredibile prova processuale DOVEVA essere sostenuta da magistrati più esperti.
La scena di questo ragazzo in ginocchio, da altri mandato allo sbaraglio, sicuramente colpevole non di mala fede ma delle sue gravi e invincibili debolezze, ormai oggetto dello scherno e del disprezzo di un intero stadio inferocito è una scena triste.
E’ la scena di una strega che stiamo bruciando sul rogo per nascondere i nostri demoni interiori.
Non c’è niente di edificante, niente di cui andare fieri.
Ecco perché occorre che ognuno di noi, almeno per un minuto, provi a mettersi dalla parte della strega.
E si chieda se davvero quella strega ha tutte le colpe.
Se non ci sia qualcosa di vero in quello che ha provato a dire, completamente sola, davanti allo stadio urlante.
Pubblicato da "Uguale per tutti" a 09:37 40 commenti
Se mi tagliano lo stipendio, faccio fallire lo stato
di Giuseppe Bonfiglio
(Giudice del Tribunale di Patti)
L’art. 69, 1° comma, del D.L. 25 giugno 2008, n. 112, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 25 giugno 2008, n. 147, prevede una corposa riduzione degli stipendi dei magistrati (1).
Non sono entrato in Magistratura per i soldi.
Mi sono trovato a gestire - sono di prima assegnazione - un ruolo di 2.600 cause per oltre un anno.
Adesso (essendomene state sottratte 500) il ruolo conta 2.100 cause circa. In materia civile.
Solo per chi non avesse mai fatto civile nella sua vita professionale - perché chi l'ha fatto capisce di cosa parlo senza bisogno di parole -, puntualizzo che un ruolo di questa entità comporta un impegno lavorativo INIMMAGINABILE.
Si tratta di scrivere non soltanto sentenze, ma altri provvedimenti che, al crescere del ruolo, si moltiplicano a centinaia (si pensi a: liquidazioni perizie, ordinanze riservate, anche in materie assai complicate; cautelari in corso di causa; risposte a istanze isolate; decreti ingiuntivi).
Ripeto: questi ulteriori provvedimenti ammontano a centinaia: e non sto ricorrendo a un'iperbole.
Queste ultime due settimane le ho trascorse in ferie. Ferie maturate lo scorso anno e non godute.
Le ho impiegate interamente - sì, interamente - per scrivere sentenze e ordinanze e provvedimenti vari, restando tutto (tutto) il giorno in ufficio, fino a notte fonda.
Per notte fonda intendo: da mezzanotte e mezza fino all'una e mezza.
La signora del bar di fronte al Tribunale quando sono entrato nel suo locale, verso le 23:00, a prendermi una bottiglia di acqua fresca (il mio sollievo notturno, nel caldo afoso di questi giorni, insieme con la vista del mare del sud), mi ha guardato - sorpresa - spalancando gli occhi, sapendo che quella era solamente una pausa (di qualche minuto) che preludeva al rientro in ufficio.
Meno sorpreso - perché appartiene al pubblico dei soggetti che intuiscono quanto lavoro ci vuole per fare certe cose - è stato l'avvocato che casualmente ho incrociato rientrando a piedi a casa, qualche notte prima, dal Tribunale: sempre verso l'una.
Rispetto al mio primo anno di esercizio delle funzioni, in virtù dell'esperienza, ho velocizzato il mio lavoro, cercando però sempre, nei limiti delle mie forze, di mantenere un certo livello di qualità (si ha ragione a diffidare delle produttività abnormemente elevate: in genere vi corrispondono schifezze).
Per soddisfazione personale (studiare non mi annoia) e a beneficio del sistema complessivo (la percentuale di appelli e reclami avverso le mie sentenze e ordinanze è in termini percentuali insignificante).
Chi me lo fa fare, di trattenere in riserva e in decisione più di quello che chiunque potrebbe scrivere, sapendo di espormi a qualche rilievo in sede ispettiva?
Ora non è il caso che vi tedi sulle mie motivazioni personali. Anche per non ripetere l'errore di chi già la sta buttando sul piano delle sensazioni soggettive.
Se qualcuno pensa di essere sovraretribuito, troverà certamente e facilmente il modo per disfarsi di una quota del suo stipendio, destinandola a organizzazioni che cercano di migliorare il mondo.
Espongo però un dato oggettivo: assumendo in decisione più cause di quante sentenze posso scrivere, accumulerò sicuramente dei ritardi.
Si tratta però di ritardi altrettanto sicuramente inferiori, e di molto nei casi più numerosi, rispetto a quelli di definizione dei processi relativi.
Nessuno pensi che la mia è una condizione isolata.
Essa corrisponde a quanto vedo accadere normalmente (con margini di oscillazione fisiologicamente diversi) ai magistrati del mio distretto.
Una cosa è lavorare molto senza speranza di aumenti commisurati all'entità complessiva del lavoro svolto. Altra cosa è lavorare molto con la minaccia di un taglio alla retribuzione.
In tale ultimo caso, sarò mio malgrado costretto a rivedere tutto il mio piano di lavoro.
Le udienze (in cui assumo le prove) non dureranno oltre le 14:00 (non di rado ho tenuto udienza fino alle 17:00 e oltre e poi ho continuato a lavorare scrivendo).
Le prove che non potranno essere assunte entro questo orario, saranno rinviate di qualche anno (per chi non avesse mai fatto civile in vita sua: un ruolo del tipo di quello descritto in apertura, comporta mediamente la necessità di assumere centinaia di prove orali: anche senza doppie lauree in statistica o in matematica si capisce quale può essere la distribuzione nel tempo - negli anni - dei rinvii).
Non tratterrò una decisione o una riserva in più rispetto alle sentenze e alle ordinanze che posso scrivere in un orario di lavoro ragionevole. Avendo cura di redigere, se i miei colleghi producono 100 sentenze all'anno, 101 sentenze.
Voi tutti immaginate i rischi esponenziali a cui le casse dello Stato (non so perché continuo a scriverlo in maiuscolo ...) si espongono con l'incremento della durata dei processi: cause Pinto a go-go (2).
Nessuno potrà mai rimproverarmi se faccio (soltanto) un grammo in più del lavoro che si può esigere da me. Per quanto mi riguarda, lo Stato (e con lui gli enti locali) può cominciare a vendersi pure i computer con cui lavoro. Stenderò le sentenze a mano.
Spero vivissimanente, ardentemente (e non so con quale altro avverbio sottolineare e corporificare questa mia speranza) che i dirigenti dell'ANM riescano a:
- fare comprendere al governo che, a fronte dei risparmi risibili, il taglio degli stipendi potrebbe determinare il tracollo del bilancio statale, per altri motivi (verrà un giorno in cui i magistrati si stancheranno di "mettere la pezza", di rimediare alle mancanze degli altri poteri statali?);
- ideare, coordinare e attuare SUBITO (perché domani è troppo tardi) una forma di protesta incisiva e dura (nel rispetto delle norme ovviamente), relegando in secondo piano i comunicati (non si vive di soli comunicati occasionali).
E' inutile girarci intorno: la proposta di ridurre gli stipendi rientra nel più generale disegno, perseguibile e di fatto perseguito su molteplici livelli, inteso a mortificare socialmente, a indebolire, a prostrare nell'animo, a schiacciare nella dignità i magistrati.
L'esempio involutivo del ceto degli insegnanti è sotto gli occhi di tutti.
(1) D.L. n. 112/08
Art. 69, comma 1
«A decorrere dal 1° gennaio 2009 la progressione economica degli stipendi prevista dagli ordinamenti di appartenenza per le categorie di personale di cui all’articolo 3 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, si sviluppa in classi ed aumenti periodici triennali con effetto sugli automatismi biennali in corso di maturazione al 1° gennaio 2009 ferme restando le misure percentuali in vigore».
(2) La legge 24 marzo 2001, n. 89 – comunemente nota come “legge Pinto” – attribuisce a colui che ha subito un danno patrimoniale o non patrimoniale per effetto di violazione della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, sotto il profilo del mancato rispetto del termine ragionevole di durata del suo processo, il diritto ad una equa riparazione.
Il diritto all’equa riparazione nasce in ogni caso di violazione del diritto alla ragionevole durata, sia essa consumata in un processo civile, penale, amministrativo, contabile, tributario o militare.
Pubblicato da "Uguale per tutti" a 09:13 25 commenti
di Benny Calasanzio Borsellino
Qualche minuto fa il Csm ha assolto la dottoressa Clementina Forleo, Gip di Milano, dall’accusa di aver violato i suoi doveri di giudice per le indagini premiliminari nell’ordinanza con la quale chiedeva alle Camere di utilizzare le intercettazioni che riguardavano alcuni parlamentari parecchio sfigati: il senatore Luigi Grillo di Forza Italia, per la vicenda Antonveneta; e per quella delle scalate Bnl e Rcs, Massimo D’Alema, Piero Fassino e Nicola Latorre del Pd, Salvatore Cicu e Romano Comincioli di Forza Italia.
La Forleo aveva scritto nell’ordinanza che i politici coinvolti “appaiono non passivi ricettori di informazioni pur penalmente rilevanti né personaggi animati da sana tifoseria per opposte forze in campo, ma consapevoli complici di un disegno criminoso di ampia portata”.
Il Procuratore generale della Cassazione aveva chiesto la condanna della Forleo alla censura e, come pena accessoria, aveva indicato il trasferimento in un altro ufficio.
Per una volta, il Cms dice tutt’altro: assoluzione perché il fatto non costituisce illecito disciplinare.
Che Clementina Forleo aveva tutto il diritto di scrivere quelle considerazioni emerse dalle intercettazioni per motivare la richiesta di via libera (urgente) alle Camere.
Per adesso si può solo gioire a metà però: nelle prossime settimane il Csm dovrà decidere su altri due procedimenti contro di lei per il quale è stato richiesto il trasferimento (uno relativo alle dichiarazioni che la Forleo aveva rilasciato su presunte «pressioni» ricevute da «ambienti istituzionali» e un’altra azione disciplinare promossa dal Pg di Cassazione e inerente la gestione di un procedimento a carico di Farida Bentiwaa, accusata di terrorismo internazionale, processo sul quale il gip aveva avuto contrasti con il procuratore aggiunto di Milano, Armando Spataro).
Ho come la sensazione però che la vera prova è stata superata.
La dottoressa Forleo è uscita pulita e indenne da una guerra che le hanno scatenato contro gli schieramenti politici.
Toccando la politica si muore, le avrà detto qualcuno.
Oggi mi sembra che a soccombere siano finalmente coloro che si credevano intoccabili, potenti e stimati.
Ora rimangono il piccolo D’Alema, il piccolo Fassino, l’infimo Latorre.
E rimane un grande giudice che dopo essersi difesa per un anno esatto, speriamo possa tornare a fare al meglio il proprio lavoro.
Ad ore invece l’altra sentenza, quella relativa al procedimento a carico di Luigi De Magistris.
Pubblicato da "Uguale per tutti" a 13:34 17 commenti
di Riccardo Paternò
dal blog Cose di tutti i giorni
Clementina Forleo non sarà trasferita.
Il CSM ha deciso contro l’accusa che la riteneva colpevole di volere utilizzare per il caso Unipol intercettazioni in cui comparivano D’Alema, Fassino e Latorre.
Ebbe persino l’ardire di definire i suddetti complici degli intrallazzi bancari di quella stagione avventuriera.
Da quel momento la poveretta ne ha passate di tutti i colori e altrettante gliene hanno dette, da indegna a matta delirante.
I tre moschettieri ebbero il sostegno di tutto il mondo politico, Berlusconi incluso (finalmente nella stessa barca! Non ci poteva credere, in fondo era la conferma di quanto lui diceva da sempre, e ancora oggi dice).
Invece niente, le accuse di protagonismo e malafede erano baggianate, il livore del potere tradotto in efficaci titoli mediatici. La Forleo aveva semplicemente formulato una legittima ipotesi accusatoria che sarebbe stata poi vagliata nelle sedi opportune.
L’ho vista prima in tv, Clementina. Sorridente e rilassata, una voce fresca ed emozionata, una bella donna.
Quello che il sistema si è permesso con lei non l’avrebbe fatto con un maschio.
La nostra è una società maschilista sverniciata di rosa pallido, quanto basta per essere progressisti.
Donne prese in mezzo.
Mi vengono in mente la coraggiosissima teste Omega e quell’altra donna che lavorava in segreteria alla facoltà dove uccisero Marta Russo.
Ebbe contro tutto il sistema accademico per avere testimoniato contro gli assassini Scattone e Ferraro.
Siamo beceri forte, altroché.
Tornando a noi, francamente non vedo gran differenza tra il fumus persecutionis di Previti & Co. e il modus operandi di D’Alema e soci.
Sfumature a parte, il succo è che questi signori sono in grado di interrompere la normale procedura processuale, una cosa che io non potrei mai fare.
Certo, i toni di D’Alema sono più british, ma poi neanche tanto.
Perché quando uno si comporta così, col cipiglio di lesa maestà, alla fine finisce comunque per assomigliare ad un indignato generale sudamericano.
La verità è che il potere è potere e non tollera l’insubordinazione, né tanto meno di essere messo sotto scacco.
Ringraziamo, dunque, queste donne che ci aiutano ad essere una società più civile, erigiamo loro un monumento.
Pubblicato da "Uguale per tutti" a 13:28 6 commenti
da Corriere.it del 28 giugno 2008
Milano – È da poco terminata la seduta della commissione disciplinare del Csm. Clementina Forleo è stata assolta e il vice presidente Nicola Mancino ha rimarcato l’autonomia del Csm.
«Rincuorata. La decisione della commissione mi ha dato più coraggio. Torno a lavorare come sempre nel mio ufficio».
Pubblicato da "Uguale per tutti" a 12:59 6 commenti
da Repubblica.it del 27 giugno 2008
Csm, assolta Clementina Forleo “Paga avere fiducia nella giustizia”.
La sezione disciplinare chiude la vicenda del gip di Milano e della scalata Unipol.
La motivazione: “Il fatto non costituisce illecito disciplinare”.
Roma - “Il fatto non costituisce illecito disciplinare”. Il gip di Milano Clementina Forleo è stata assolta dalla sezione disciplinare del Csm dall’accusa di aver violato i suoi doveri per i contenuti dell’ordinanza con la quale, nel luglio del 2007, chiese alle Camere l’autorizzazione all’uso di intercettazioni che riguardavano alcuni parlamentari nell’ambito della vicenda Unipol.
“Avere fiducia nella giustizia prima o poi paga” commenta la Forleo che non sarà trasferita come aveva chiesto il rappresentante dell’accusa, il sostituto pg della Cassazione Federico Sorrentino.
Alla Forleo, infatti, veniva imputato “un abnorme e non richiesto giudizio anticipato” su alcuni questi parlamentari che pure non erano indagati, “ledendo i loro diritti ed esorbitando dalle sue competenze”.
Il riferimento è a Massimo D’Alema e Nicola La Torre che la Forleo aveva definito “consapevoli complici di un disegno criminoso” ipotizzando per loro il possibile concorso nel reato di aggiotaggio.
E descrivendoli come “pronti e disponibili a fornire i loro apporti istituzionali in totale spregio dello stato di diritto”.
Accuse a cui il difensore di Forleo, il Procuratore di Asti Maurizio Laudi, aveva risposto con la richiesta di assoluzione, ritenendo del tutto infondate le accuse nei confronti della sua assistita.
Che, davanti alla sezione disciplinare del CSM, si era limitata a pronunciare poche parole: “Spero, credo e voglio credere che la legge sia uguale per tutti”.
L’eventualità di un trasferimento da Milano, però, è sempre possibile. Il plenum del Csm, infatti, nelle prossime settimane sarà chiamato a decidere se dare il via libera al trasferimento d’ufficio per incompatibilità ambientale del gip di Milano proposto dalla prima commissione del Csm e relativo alle dichiarazioni che la Forleo aveva rilasciato su presunte “pressioni” ricevute da “ambienti istituzionali”.
Inoltre, nei confronti della Forleo, pende anche un’altra azione disciplinare promossa dal Pg della Cassazione e inerente la gestione di un procedimento a carico di Farida Bentiwaa, accusata di terrorismo internazionale, processo sul quale il Gip aveva avuto contrasti con il procuratore aggiunto di Milano, Armando Spataro.
Oggi la Forleo si gode l’assoluzione. E rivolge un pensiero al suo collega De Magistris, il magistrato, coinvolto in un procedimento disciplinare, titolare dell’inchiesta Why Not che vedeva coinvolto Clemente Mastella: “Siccome il tempo è galantuomo spero che anche lui abbia giustizia”.
Sull’abnormità della contestazione disciplinare dalla quale Clementina oggi è stata assolta abbiamo riportato su questo blog un articolo del prof. Franco Cordero - “Il giudice e le intercettazioni” – che vi proponiamo di rileggere.
Pubblicato da "Uguale per tutti" a 16:37 18 commenti
Pubblicato da "Uguale per tutti" a 06:00 23 commenti
Pubblicato da "Uguale per tutti" a 12:40 18 commenti
Anche gli “eletti dal popolo” sono soggetti alla legge e devono rispettare la Costituzione
Di tutte le cose pericolose per la democrazia e la civiltà che vengono dette per coprire gli abusi del potere ai quali assistiamo ormai quotidianamente da anni, la più pericolosa ci sembra quella con la quale si sostiene l’“intoccabilità” di coloro che sono stati “eletti dal popolo”.
Si tratta di una ricostruzione pedestre e maliziosa dei principi costituzionali che, partendo da un evidente e doloso fraintendimento del concetto di “sovranità popolare”, fa trasmettere quella “sovranità” agli “eletti” (senza tenere in nessun conto, peraltro, come ormai gli “eletti” siano sempre meno “eletti dal popolo” e sempre più “designati dai partiti”: ma non è questo il problema centrale).
Illustrare quanto regresso di civiltà ci sia in questa falsa ricostruzione dei principi costituzionali richiederebbe e meriterebbe dei libri.
Si impone qui una sintesi che metta in evidenza almeno due punti.
Il primo relativo al fatto che quella politica non è l’unica forma di responsabilità e, anche quando essa c’è, non elimina tutte le altre.
Per fare un esempio banale, se un “eletto dal popolo” uccidesse la moglie, di ciò dovrebbe rispondere solo ai suoi elettori e solo “politicamente”? Oppure dovrebbe risponderne anche a tutti penalmente e, civilmente, anche alle parti offese e/o danneggiate?
La cosa orribile è che a questo punto tanti diranno: “Ehi, un momento, ma un conto è uccidere la moglie, altro conto è corrompere un testimone in un processo o evadere due miliardi di euro di tasse” (gli esempi sono presi a caso). Con ciò dimostrando che ormai non solo fra i potenti ma anche fra la gente comune si è diffusa l’idea che il codice penale abbia due facce: una per i cittadini comuni, fatta di reati percepiti come tali, e un’altra per i potenti, fatta di reati che vengono trattati più che altro come “perdonabili marachelle”.
Il secondo punto da mettere in evidenza, quello più importante e decisivo, è che in una democrazia costituzionale nessuno ha un potere assoluto, neppure il popolo, e ogni potere è soggetto alla legge e, massimamente, alla costituzione.
In sostanza, il popolo non può “delegare” ai suoi eletti certi poteri, perché quei poteri non li ha neppure lui.
Il popolo, per esempio, non può autorizzare i suoi eletti a discriminare i bianchi dai neri e neppure può ordinare ai giudici di assolvere i colpevoli e condannare gli innocenti e tante altre cose simili. E dunque queste cose che non può fare il popolo men che meno le possono fare “gli eletti”.
Abbiamo già scritto moltissime altre volte che la democrazia non è principalmente un metodo di scelta del governante, ma invece un metodo di esercizio del potere.
Per verificare la fondatezza di questo assunto, basta considerare che è più democratico un paese nel quale un governante non scelto dal popolo, ma, per esempio, nominato per successione dinastica, governi nel pieno rispetto di tutte le regole della democrazia – separazione dei poteri, soggezione di tutti i poteri alla legge, disciplina costituzionale del potere, libertà di manifestazione del pensiero e di critica, eccetera – rispetto a un altro paese nel quale un governante scelto dal popolo governi però senza rispettare le regole della democrazia – esercizio arbitrario del potere, concentrazione e non separazione dei poteri, violazione delle regole costituzionali, eccetera.
Nella gravissima deriva antidemocratica nella quale si sta inabissando da anni il nostro Paese (perché purtroppo sono molti anni e sotto molti e diversi governi che il rispetto delle regole democratiche di esercizio del potere viene considerato non imprescindibile e neppure prioritario), uno degli eventi con riferimento ai quali massima è la sproporzione fra gravità e violenza del fatto e modestia se non inesistenza della reazione è la promulgazione di leggi incostituzionali ad opera di deputati che sanno della incostituzionalità di quelle leggi.
E’ stato davvero impressionante, quando la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità di alcune norme della c.d. Bossi Fini, sentire l’on. Ignazio La Russa dichiarare: “Non c’è alcun problema, sapevamo che quella norma era incostituzionale. Abbiamo già la soluzione del problema”.
E’ assolutamente inaccettabile che i deputati ritengano possibile violare consapevolmente la Costituzione.
Per comprendere quanto grave sia questa violazione, basti considerare che l’art. 90 della Costituzione dispone che «il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni» - si badi, solo di quelli compiuti nell’esercizio delle sue funzioni: dunque, se evade le tasse o uccide la moglie, viene perseguito – «tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione».
Dunque, se l’attentato alla Costituzione è punito anche quando a commetterlo è il Presidente della Repubblica che gode costituzionalmente della più ampia forma di impunità con riferimento alla sua attività istituzionale, non ci possono essere dubbi sulla estrema gravità della violazione consapevole e reiterata della Costituzione da parte dei parlamentari e del Parlamento.
Eppure negli ultimi anni le leggi palesemente incostituzionali varate nella piena consapevolezza di ciò sono state tante e tutte dagli effetti gravissimi sull’amministrazione della giustizia.
Né è accettabile che taluni dicano: “Ma che problema c’è: se la legge è incostituzionale ci penserà la Corte Costituzionale a eliminarla”.
Questo modo di ragionare è inaccettabile per diverse ragioni:
1. Sotto un primo profilo equivale a chi dicesse: “Va bene, io intanto mi approprio di questi milioni di euro o compio questo altro abuso. Mi rendo conto che probabilmente è reato, ma trovo inutile che voi ve ne lamentiate. Se è reato, ci penseranno i giudici a punirmi”.
La sanzione giudiziale è il “rimedio” a una patologia. Non può diventare l’alibi per il compimento consapevole e sfacciato di abusi.
2. Nella maggior parte dei casi di incostituzionalità delle leggi, per il particolare meccanismo con il quale opera (tendenzialmente in via incidentale in relazione a un processo), la Corte Costituzionale non potrà neppure essere chiamata a intervenire.
3. Nella maggior parte dei casi nei quali la Corte Costituzionale interviene le leggi illegittime hanno già avuto degli effetti e gravi.
Se – per stare al caso di maggior attualità – il Parlamento fa una legge che sospende i processi per un anno, poiché la Corte Costituzionale non impiegherà meno di un anno a pronunciarsi sull’eventuale ricorso di un giudice, quando la Corte dirà che la legge è incostituzionale e la eliminerà, essa avrà già avuto tutti i suoi effetti, essendo rimasti effettivamente sospesi per un anno tutti i processi.
Con una ulteriore e folle aggravante.
Che la legge che sospende i processi per un anno prevede che la prescrizione resti sospesa in quell’anno, mentre l’annullamento della legge per la sua palese incostituzionalità farà venir meno anche la norma che prevede la sospensione della prescrizione. Dunque, l’anno di sospensione ci sarà stato e la prescrizione avrà fatto il suo corso in quell’anno.
Ogni volta che finisce una dittatura, ci si chiede sempre come sia stato possibile che un popolo abbia consegnato se stesso a un dittatore.
La dinamica di queste storie è sempre la stessa.
Un uomo o un gruppo di uomini promette al popolo il paradiso – vincere una guerra, diventare più ricchi, togliersi dai piedi gli ebrei, eliminare i comunisti, eliminare i fascisti, affermare il paradiso comunista, avere più sicurezza nelle strade, sconfiggere il cancro, ecc. – e chiede fiducia e potere per realizzare questo paradiso.
Il popolo, avido del sogno, dà la fiducia e il potere.
E quando serve più potere, alcuni salvacondotti e leggi eccezionali, concede anche quelli.
Infine – purtroppo solo dopo molti anni e tante tragedie – si rende conto che i “poteri speciali” servivano solo o principalmente a realizzare il paradiso privato del potente o dei potenti e il paradiso collettivo era solo “pubblicità”!
Tutto ciò posto, inseriamo qui i link ad alcuni articoli di stampa sulla palese incostituzionalità delle legge che sospende i processi penali per un anno.
Articolo del prof. Valerio Onida, illustre costituzionalista ed ex Presidente della Corte Costituzionale.
Articolo del prof. Alessandro Pace, Professore ordinario di diritto costituzionale nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università “La Sapienza” di Roma.
Un articolo di stampa sul parere del C.S.M. sulla legge “bloccaprocessi/salvapremier”.
Il testo integrale della bozza di parere del C.S.M. sulla legge “bloccaprocessi/salvapremier”.
Pubblicato da "Uguale per tutti" a 12:05 55 commenti
(Direttore de La Repubblica)
da La Repubblica del 26 giugno 2008
Dunque Silvio Berlusconi dice di non essere ossessionato dai giudici. Se così fosse, tutto sarebbe più semplice. Il Cavaliere è il legittimo capo del governo del Paese, ha ottenuto un forte consenso popolare, guida una maggioranza compatta di parlamentari che ha potuto scegliere e nominare personalmente, è alla sua terza prova a Palazzo Chigi, può finalmente trasformarsi in uomo di Stato. Intanto i suoi avvocati lo difendono con sapienza, libertà e ampia fantasia tecnica nel processo di Milano, dov’è imputato per corruzione in atti giudiziari, con l’accusa di aver spinto l’avvocato londinese Mills a dichiarare il falso sui fondi neri all’estero della galassia Fininvest.
Due poteri dello Stato - l’esecutivo e il giudiziario - svolgono il loro ruolo, nelle loro prerogative autonome, ed entrambi nell’interesse del libero gioco democratico, al servizio della Repubblica. Poi, l’opinione pubblica giudicherà gli esiti. Si chiama separazione dei poteri, è uno dei fondamenti dello Stato moderno, e realizza il principio secondo cui la legge è uguale per tutti, anche per chi ha vinto le elezioni e governa il Paese. Perché l’eguaglianza, come spiega Rawls, “è essenzialmente la giustizia come rispetto della norma”.
Ma si può dire che sia così? Stiamo ai fatti. Ieri Berlusconi è entrato tra applausi e invocazioni da stadio all’assemblea della Confesercenti, pronta ad ascoltare la ricetta del governo per una categoria che ad aprile ha visto i consumi in caduta libera (-2,3 per cento), con i piccoli negozi in calo del 4,1, il settore non alimentare del 3,4.
Ma il Cavaliere, dopo aver ringraziato per l’accoglienza “tonificante” ha mimato con le mani incrociate le manette, ha assicurato che “certi pm vorrebbero vedermi così”, ha spiegato che i giudici politicizzati sono “una metastasi della democrazia”, una democrazia peraltro “in libertà vigilata, tenuta sotto il tacco” dalla magistratura ideologizzata “che vuole cambiare chi è al governo, ledendo con accuse fallaci il diritto dei cittadini a essere governati da chi hanno scelto democraticamente”: mentre il Pd, difendendo i magistrati, ha spezzato il dialogo che Berlusconi ormai rifiuta, perché non vuole discutere “con un’opposizione giustizialista”.
Siamo dunque davanti alla rappresentazione istituzionale di un’ossessione. Anzi, ad un’ossessione che si fa governo, che si trasforma in legge, che rompe una politica e ne avvia un’altra. Un’ossessione che si fa verbo e carne, misura di una leadership, orizzonte di una maggioranza, cifra definitiva dell’avventura di questa destra italiana talmente impersonata dal Cavaliere da precipitare intera nei suoi incubi.
Si capisce perfettamente la scomodità di fronteggiare un processo per corruzione mentre si è appena riconquistata con un trionfo elettorale la legittimità a governare il Paese. E tuttavia questa scomodità è anche una delle prove della democrazia sostanziale di una Repubblica. Perché non è in gioco, com’è ovvio e com’è evidente, il pieno diritto e la piena libertà dell’imputato Berlusconi a difendersi con ogni mezzo lecito nel processo, facendo valere fino in fondo le sue ragioni, sperando che prevalgano. In gioco, c’è il privilegio improprio di quell’imputato, che può contare sull’aiuto del Premier Berlusconi. Un aiuto attraverso il quale il potere politico diventa ineguale perché abusando della potestà legislativa costruisce con le sue mani - le mani del Presidente del Consiglio, che sono le stesse mani dell’accusato in giudizio - un vantaggio indebito contro un altro legittimo potere della Repubblica (il giudiziario) e contro i cittadini che si trovano nelle sue stesse condizioni, ma non possono contare su quel privilegio.
Per salvarsi da un potere che opera in nome di quello stesso popolo italiano da cui ha avuto un consenso amplissimo, il Cavaliere ha infatti deciso di trasformare il suo personale problema in un problema del Paese e la sua ansia privata in un’urgenza nazionale. Dopo aver ritagliato dentro la procedura penale una misura di sospensione dei processi che ha il profilo della sua silhouette, per bloccare la sentenza in arrivo a Milano, ha provato a trasformare in decreto legge (dunque un provvedimento con carattere di necessità e di urgenza) il nuovo lodo Schifani che per la seconda volta tenta di garantirgli l’immunità penale. Com’è evidente, è proprio l’urgenza di legiferare sotto necessità impellente che rende le due norme inaccettabili, perché patentemente ad personam. È il legame tra le due misure che le svilisce a strumento di salvacondotto meccanico. È tutto ciò, più la coincidenza democraticamente blasfema tra la persona dell’imputato, del capo del governo e del capo della maggioranza legislativa che fa del caso italiano qualcosa di molto diverso dal sistema costituzionale della garanzie per le alte cariche in vigore in alcuni Paesi: dove i Parlamenti - almeno in Occidente - legiferano su tipologie astratte nell’interesse del sistema e non su biografie giudiziare specifiche per dirottarne l’esito nell’interesse privato, spinti dal calendario di un processo in corso.
A due mesi appena da un voto che aveva garantito maggioranza certa, leadership sicura, alleanze blindate, opposizione dialogante, stiamo dunque assistendo ad un incendio istituzionale in cui tutto brucia, nel rogo di un leader che ogni volta consegna i suoi talenti ad un demone, sempre lo stesso. Brucia anche l’autorevolezza del premier e la sua credibilità se non come uomo di Stato almeno come uomo d’ordine: proprio ieri, mentre attaccava i giudici in preda ad un’ira visibile, la platea plaudente dei commercianti ha cominciato a mormorare, poi a rumoreggiare, infine a gridare, con i primi fischi che solcano il miele di questa luna berlusconiana, luminosa per due mesi, e improvvisamente nera.
Dice la commissione del Csm incaricata di preparare il plenum che la norma salvapremier farà fermare oltre la metà dei processi in corso, scegliendo arbitrariamente tra i reati, introducendo casualmente uno spartiacque temporale, violando la Costituzione quando parla di “ragionevole durata” del dibattimento, fino a realizzare nei fatti una “amnistia occulta”. Sullo sfondo, per tutte queste ragioni, si annuncia un conflitto con il Capo dello Stato che ancora ieri ha chiesto rispetto tra politica e magistratura, ma senza illudersi: “Con la moral suasion lancio messaggi in bottiglia, non sapendo chi vorrà raccoglierli”.
Rotto il dialogo, perché ieri Veltroni ha chiuso definitivamente la porta, il Cavaliere è dunque solo davanti alla sua ossessione. Che non è politicamente neutra, e nemmeno istituzionalmente, perché sta producendo giorno dopo giorno una specialissima teoria dello Stato che potremmo chiamare monocratico, con un potere sovraordinato perché di diretta derivazione popolare (il governo espressione della maggioranza parlamentare) e tutti gli altri poteri della Repubblica subordinati: al punto da diventare illegittimi quando mettono in gioco nella loro autonoma funzione il nuovissimo principio di sovranità che vuole il moderno sovrano legibus solutus. I costituzionalisti hanno previsto questa forma di “autoritarismo plebiscitario”, e Costantino Mortati ha parlato di “sospensione delle garanzie dei diritti” per la necessità “di preservare l’istituzione da un grave pericolo che la sovrasta” e per la precisa esigenza “di sottrarre a controlli l’opera del capo”: ma nessuno avrebbe detto che eravamo davanti a questa soglia.
E invece, questo è un esito possibile - istintivo e necessitato più che teorizzato, e tuttavia perfettamente coerente - del populismo italiano all’opera da quindici anni, capace non solo di conquistare consenso ma di costruire un senso comune dominante, d’ordine e rivoluzionario insieme, tipico della modernizzazione reazionaria in atto. Nel quale può infine crescere senza reazioni questa sorta di opposizione dal governo tipica della destra populista, una speciale forma di “disobbedienza incivile” come atto contrario alla legge, con la maggioranza che detiene il potere politico impegnata a chiamare il popolo alla ribellione.
Questa, non altra, è la posta in gioco. Si può far finta di non vederla, per comodità, pavidità, complicità o per convenienza. Lo stanno facendo in molti, dentro il nuovo senso comune che contribuiscono a diffondere. Sarà più semplice per Berlusconi compiere il penultimo atto, l’attacco finale alla libera stampa. Poi il privilegio prenderà il posto del governo della legge, rule of law. Ecco dove porta l’ossessione del Cavaliere. C’è ancora tempo per dire di no: non tutta l’Italia è acquisita, indifferente e succube.
Pubblicato da "Uguale per tutti" a 11:57 8 commenti
Il ricorrente ripetersi di attriti talora gravissimi tra la Magistratura ed il potere politico, il quale ultimo spesso strumentalmente taccia il potere giudiziario di perseguire disegni politici tramite un abuso delle proprie funzioni, ha portato più di un collega (da ultimo, su questo blog, Nicola Saracino) ad auspicare il ritorno ad un sistema generalizzato di autorizzazioni a procedere, quale necessaria condizione per sottoporre a procedimento penale i parlamentari, rinvenendosi in tale istituto un saggio punto di equilibrio tra le necessità della giustizia e quelle del libero esercizio del mandato parlamentare nel rispetto della volontà degli elettori; l’importanza della funzione legislativa e del reciproco rispetto tra questa e potere giudiziario, e la necessità, per il bene del Paese e delle Istituzioni di evitare il pericolo di uno stato di conflitto permanente tra le stesse, imporrebbe quindi di reintrodurre l’istituto dell’autorizzazione a procedere, di cui ora si rivaluta la funzione e la saggezza.
Si tratta di osservazioni senz’altro lucide ed intelligenti, che però mi sembrano essere in larga parte condizionate più dal desiderio di rinvenire un termine allo stato di perenne aggressione della magistratura da parte del potere politico, che da una verifica razionale condotta tenendo conto di quella che è stata la concreta esperienza storica dell’epoca in cui l’istituto dell’autorizzazione a procedere vigeva.
Allorché questa era infatti generale condizione di procedibilità nei confronti dei parlamentari, quel che accadeva era che la casta politica difendeva, come ancora oggi normalmente difende, sé stessa; le decisioni sulla richiesta di autorizzazione prescindevano dal merito della fondatezza delle accuse alla stregua degli atti acquisiti (come ancora oggi spesso appaiono prescinderne nei residui casi in cui l’autorizzazione o una valutazione della Camera di appartenenza è ancora prevista), e rispondevano a logiche di appartenenza e di schieramento politico, o appunto di casta; e, per la posizione assunta negando o rilasciando l’autorizzazione a procedere, la responsabilità politica del Parlamento (rectius, dei parlamentari per il voto dato in detta sede) non fungeva affatto, come tuttora non funge, da remora ad abusi e a improponibili posizioni di “copertura” e protezione dei gaglioffi e di intralcio alla giustizia.
La ragione, semplicissima, è che la responsabilità politica è responsabilità di fronte all’elettorato, e cioè alla pubblica opinione; la quale intanto ha un potere di controllo e sindacato effettivo (e può esercitare con consapevolezza il diritto di voto) in quanto venga correttamente informata; ma non da ora (ed oggi molto peggio che in passato), l’informazione è spesso politicamente controllata e manipolata.
In un Paese in cui la lettura dei quotidiani è appannaggio di una minoranza, rivolgendosi la massa ai telegiornali, ed in cui una parte politica controlla tutte le principali reti televisive (oltre che alcuni quotidiani), che speranza vi è che la pubblica opinione, tranne che in alcune sue più avvedute frange, possa formarsi un’opinione veramente libera ed informata? E che speranza vi è, quindi, che possa sindacare le responsabilità politiche degli eletti?
Temo che, se si tornasse all’istituto dell’autorizzazione a procedere, vedremmo accadere per ogni singolo processo riguardante un parlamentare ciò che oggi accade allorché sotto processo è qualche esponente di spicco della maggioranza: a sostegno del diniego di autorizzazione si somministrerebbe al popolo dei telegiornali la trita – ma a quel che pare ancora di effetto – storia del complotto politico ordito da una magistratura politicizzata e comunista, o della ricerca politica di una via giudiziaria alla conquista del potere, ecc. ecc.: il tutto, probabilmente, in un contesto in cui la libertà di stampa (vedi disegno di legge sulle intercettazioni) sarà più imbavagliata di prima, ed i media indipendenti messi nell’impossibilità di rappresentare la vera sostanza dei fatti.
Credo pertanto che la via dell’autorizzazione a procedere non sia la via praticabile né per un più corretto uso dei poteri giudiziari nei confronti dei parlamentari, né per attenuare le occasioni di contrasto istituzionale tra potere giudiziario e potere politico.
Paradossalmente, anzi, il ritorno all’istituto dell’autorizzazione a procedere incrementerebbe nuovi e più gravi contrasti istituzionali; e mi riferisco a quelli tra Parlamento e Corte Costituzionale, essendo prevedibile che quest’ultima verrebbe sempre più spesso evocata dalla Magistratura ordinaria a risolvere i conflitti insorti con la Camera che abbia ingiustamente negato un’autorizzazione a procedere nei confronti di un proprio membro; e poiché la Corte generalmente dà ragione alla magistratura – perchè questa in genere non persegue quelle mire persecutorie che giustificherebbero il diniego dell’autorizzazione – ecco che gli strali delle parti politiche finirebbero, in quest’epoca in cui per le Istituzioni e la loro immagine si ha ben poco rispetto, per investire anche la Corte.
Pubblicato da "Uguale per tutti" a 10:05 2 commenti
Pubblicato da "Uguale per tutti" a 12:03 32 commenti