Source: https://www.laleggepertutti.it/121380_rimborso-spese-gonfiato-lazienda-licenzia
Timestamp: 2018-04-20 16:44:14+00:00
Document Index: 128882077

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Rimborso spese gonfiato: l'azienda licenzia
Lo sai che? Rimborso spese gonfiato: l’azienda licenzia
Il dipendente che gonfia la richiesta di rimborso spese commette una truffa ai danni del datore di lavoro e, pertanto, può essere licenziato.
Occhio a gonfiare la richiesta di rimborso spese: se il lavoratore dipendente presenta una nota dei costi superiore a quelli effettivamente sostenuti rischia il licenziamento in tronco. Tale comportamento, infatti, genera una rottura del legame di fiducia che deve necessariamente legarlo all’azienda e, quindi, giustifica la cessazione del contratto di lavoro. È quanto chiarito dalla Cassazione con una sentenza pubblicata ieri [1].
Il caso più ricorrente è quello dei rimborsi carburante: sebbene la spesa sia stata effettivamente sostenuta, il dipendente ha l’obbligo di separare gli importi sostenuti per far fronte al lavoro e quelli, invece, per uso personale. Dunque, sussiste ugualmente il comportamento fraudolento se la benzina è stata consumata per finalità differenti da quelle relative alle mansioni lavorative.
Si tratta, secondo la Cassazione, di un comportamento classificabile come “grave” e, pertanto, capace di minare irrimediabilmente il rapporto di fiducia tra le parti, ponendo il lavoratore un’azione con piena coscienza di trarne un proprio utile personale, in danno a quello dell’azienda. Questo perché – spiega la Corte – se è vero che nel rapporto di lavoro subordinato, il datore deve effettuare dei controlli sull’operato dei dipendenti per vedere se la situazione è regolare è anche vero che non può diventare una sentinella o un “cane da guardia” così da reprimere ogni singola condotta scorretta del prestatore.
Si legge in sentenza che il datore di lavoro ha il potere, ma non l’obbligo di controllare in modo continuo e assiduo i propri dipendenti contestando loro immediatamente qualsiasi infrazione al fine di evitarne un possibile aggravamento; se dovessimo infatti ritenere sussistente tale obbligo – benché non previsto da alcuna norma di legge né desumibile dai principi di correttezza e buona fede contenuti nel codice civile [2] – si dovrebbe anche negare il carattere fiduciario del rapporto di lavoro subordinato, che implica che il datore di lavoro normalmente conti sulla correttezza del proprio dipendente, ossia che faccia affidamento sul fatto che egli rispetti i propri doveri anche in assenza di assidui controlli.
Dunque, va licenziato il dipendente che chiede il rimborso del carburante gonfiando il consumo. Il provvedimento espulsivo non è da ritenersi sproporzionato rispetto a un simile comportamento. Né tantomeno può rimproverarsi all’azienda di non essere stata tempestiva nello scoprire l’illecito e nell’espellere il lavoratore: la tempestività della contestazione disciplinare va valutata non in relazione al momento in cui il datore avrebbe potuto accorgersi dell’infrazione ove avesse esercitato assidui controlli sull’operato del proprio dipendente, ma in relazione al momento in cui ne abbia acquisito piena conoscenza.
[1] Cass. sent. n. 10069/2016 del 17.05.2016.
[2] Art. 1175 e 1375 cod. civ.
Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 3 marzo – 17 maggio 2016, n. 10069
Per la cassazione della sentenza ricorre Sky Italia S.r.l. affidandosi a quattro motivi, poi ulteriormente illustrati da memoria ex art. 378 c.p.c..
Il terzo motivo denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 1375, 2106 e 2119 c.c. per avere la gravata pronuncia ritenuto non tempestivi la contestazione dell’addebito e il successivo licenziamento: obietta la ricorrente che la tempestività deve valutarsi in relazione ai tempi necessari per l’accertamento dell’infrazione disciplinare, a tal fine non potendosi equiparare la mera conoscibilità dell’illecito all’effettiva sua conoscenza, anche perché non può porsi a carico del datore di lavoro l’obbligo di un continuo controllo dell’operato del dipendente, essendo il rapporto di lavoro ispirato a reciproca fiducia.
Premesso che, vista la data di deposito della sentenza impugnata (14.8.12), trova ancora applicazione il testo dell’art. 360 co. 1 n. 5 c.p.c. previgente rispetto alla novella di cui all’art. 54 d.l. n. 83/12, convertito in legge n. 134/12 (v. in tal senso il co. 3 del cit. art. 54), deve darsi atto dell’intrinseca contraddizione in cui incorre la Corte territoriale là dove, per configurare una modesta intensità del dolo dell’odierno controricorrente malgrado la ritenuta falsità del dato quantitativo del consumo di carburante oggetto della richiesta di rimborso, suppone che l’indebito rimborso sia stato chiesto quasi a titolo di implicito “benefit” contando sulla benevolenza della società, tralasciando però di aver poco prima motivato la fondatezza dell’addebito escludendo che il lavoratore potesse vantare, in assenza di esplicita pattuizione in tal senso, il diritto al rimborso del carburante anche per l’utilizzo dell’autoveicolo per uso proprio, ossia che potesse vantare un qualche benefit a riguardo.
Nella presunzione semplice il fatto ignoto costituisce (cfr., ad esempio, Cass. n. 5082/97) conseguenza (non necessaria ed esclusiva, ma almeno) probabile di quello noto, in virtù d’un giudizio basato sull’id quod plerumque accidit (regola dell’inferenza probabilistica attraverso l’uso d’una massima di esperienza che funge da premessa maggiore del sillogismo giudiziario).
Si rivela, in sintesi, viziata la motivazione nella parte in cui ha ritenuto particolarmente modesta l’intensità del dolo, il che fa venir meno proprio il rilievo che ha indotto la Corte territoriale a non sussumere nel concetto di giusta causa di licenziamento di cui agli artt. 2119 e 1 legge n. 604/66 la condotta addebitata all’odierno controricorrente.
Prova ne sia che per potersi parlare di obbligo all’interno d’un rapporto sinallagmatico dovrebbe individuarsi la correlata posizione attiva a favore dell’altra parte. Ma non è ipotizzabile un diritto del dipendente ad essere controllato o ad essere subito informato del fatto che le proprie infrazioni siano state scoperte dal datore di lavoro.
Né l’obbligo di tempestivo controllo di cui parla la sentenza impugnata può essere ricostruito come onere da assolvere per il susseguente esercizio del potere disciplinare di cui all’art. 2106 c.c., sostituendolo o aggiungendolo all’onere (che è assai diverso, sia ben chiaro) di formulare tempestiva contestazione non appena si venga a conoscenza d’una infrazione disciplinare da parte del dipendente: mentre questo risponde all’esigenza di prevenire un uso dell’iniziativa disciplinare pretestuoso o strumentale alla menomazione del diritto di difesa del lavoratore, quello sarebbe privo di qualsiasi fondamento pratico o teorico e contrario alla natura fiduciaria del rapporto di lavoro (come s’è detto).
Pertanto, si cassa la sentenza impugnata in relazione al ricorso accolto, con rinvio – anche per le spese alla Corte d’appello di L’Aquila, che dovrà rivalutare la gravità dell’infrazione disciplinare per cui è causa e la tempestività della sua contestazione, il tutto attenendosi ai seguenti principi di diritto:
La Corte accoglie il ricorso principale, dichiara assorbito quello incidentale, cassa la sentenza impugnata in relazione al ricorso accolto e rinvia, anche per le spese, alla Corte di appello di L’Aquila.