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Timestamp: 2020-05-28 12:16:31+00:00
Document Index: 72836950

Matched Legal Cases: ['art. 2486', 'art. 146', 'art. 2423', 'sentenza ', 'art. 2447', 'art. 2447', 'art. 2485', 'art. 2484', 'art. 2486']

Responsabilità degli amministratori di SRL per aggravamento del dissesto
Gli amministratori che, in violazione al disposto dell'art. 2486 codice civile, al verificarsi di una causa di scioglimento della società proseguono l'attività economica, rispondono personalmente e in solido dei danni arrecati alla società, ai soci e ai creditori sociali.
Decisione: Sentenza n. 1718/2017 Tribunale di Milano - Sez. Spec. in materia di Impresa B
Il curatore del fallimento di una SRL conveniva in giudizio i due soggetti succedutisi nella carica di amministratore unico, chiedendone la condanna al risarcimento per atti di mala gestio.
In particolare, invocava la responsabilità ex artt. 1476, 2482 ter, 2484, 2485 c.c. e art. 146 l.f., per illegittima prosecuzione dell'attività sociale in un'ottica non meramente conservativa a seguito dell'omessa adozione dei provvedimenti richiesti dalla legge in presenza di una causa di scioglimento della società - segnatamente la perdita del capitale sociale - occultata dall'amministratore mediante una serie di irregolarità contabili di per sé rilevanti ex art. 2423 c.c., nonché la prosecuzione indebita dell'attività e aggravamento del dissesto causato da specifiche operazioni, e ulteriori specifici atti di mala gestio consistenti in distrazioni patrimoniali.
I convenuti si costituivano in giudizio, e uno di loro eccepiva la carenza di legittimazione del fallimento nell'azione di repsonsabilità perché i danni asseritamente patiti riguarderebbero i singoli creditori e non la totalità di essi.
Il Tribunale ammetteva la consulenza tecnica d'ufficio richiesta, all'esito della quale venivano accertati danni maggiori a quelli richiesti dal fallimento; la domanda di risarcimento viene accolta.
Dopo aver riassunto le domande delle parti, il Tribunale rileva «l' infondatezza dell'eccezione - proposta da parte convenuta De Magnis con la terza memoria istruttoria - di carenza di legittimazione attiva del Fallimento "in quanto i danni patiti riguarderebbero singoli creditori e non l‟intero ceto creditorio"».
Rileva che, «nel caso di specie, come risulta sin dall'atto introduttivo del giudizio, il Fallimento non ha agito per il ristoro di un danno provocato direttamente dagli amministratori a singoli creditori, ma - oltre che per il danno direttamente provocato alla Società - per il danno provocato ai creditori per effetto dei comportamenti di mala gestio dannosi per il patrimonio sociale - azione ex artt. 2394, 2394 bis, 146 l.f., al cui esercizio è legittimato anche il curatore del fallimento di società a responsabilità limitata - nonché per il danno provocato alla massa dei creditori dalla prosecuzione illegittima dell'attività economica della società in stato di scioglimento dopo la perdita del capitale sociale (azione ex artt. 2486 c.c., 146 l.f.), danno consistente nella diminuzione dell'attivo patrimoniale rispetto al passivo, con conseguente diminuzione della percentuale di riparto».
Il Tribunale si richiama alla giurisprudenza di legittimità: «a chiusura dell'argomento, giova il riferimento alla recente giurisprudenza della Corte di Cassazione che riconosce in capo al curatore una "legittimazione attiva unitaria, in sede penale come in sede civile, all‟esercizio di qualsiasi azione di responsabilità sia ammessa contro gli amministratori di qualsiasi società».
Il Giudicante passa quindi all'esame nel merito, erileva che «il Fallimento ha dedotto in primo luogo che la I. S.r.l., dichiarata fallita con sentenza del Tribunale di Monza in data 10.11.2009, già dal 31.12.2006 versava nelle condizioni di cui all'art. 2447 c.c. e che la perdita del capitale sociale era stata occultata dal D. - amministratore unico in carica dal 20.01.2005 al 15.04.2005 e dal 20.05.2009 all'1.04.2009 - e dalla S. - amministratore unico in carica dal 15.04.2005 al 20.05.2009 - mediante una serie di irregolarità contabili. Dette irregolarità consistevano, secondo l'attore, nella sistematica contabilizzazione di fatture per operazioni inesistenti, nell'esposizione di ricavi fittizi e nell'occultamento di passività mediante l'omessa tempestiva svalutazione di crediti insussistenti e/o manifestamente inesigibili».
Dopo aver condiviso l'analisi svolta dal consulente tecnico d'ufficio, il Tribunale rileva che «In tale contesto, tuttavia, i convenuti omettevano di convocare l'assemblea dei soci ai sensi dell'art. 2447 c.c e, in violazione dell'art. 2485 c.c. non veniva accertava la causa di scioglimento di cui all'art. 2484 comma 1 n. 4 c.c. e non procedeva all'iscrizione della medesima presso il Registro delle Imprese; al contrario, i convenuti proseguivano l'attività sociale con assunzione di nuovo rischio imprenditoriale, come reso particolarmente evidente dall'acquisto dei beni ammortizzabili».
A ciò si aggiungevano le restituzioni di finanziamenti soci per oltre 200 mila euro, anziché utilizzarli per la copertura delle perdite.
Per il Giudicante «la responsabilità in qualità di amministratore unico della S. e del D. per i danni subiti dalla Società e dai creditori sociali per effetto dell'illegittima prosecuzione dell'attività sociale, risulta completamente acclarata».
Il Tribunale passa quindi alla quantificazione dei danni: «In punto di quantificazione del danno, la complessità dell'attività aziendale e il rilevante numero di nuove operazioni di rischio rendono oltremodo difficoltosa la ricostruzione analitica delle conseguenze dannose di ogni singola operazione posta illecitamente in essere in ottica non conservativa».
Ritenendo «legittima l'utilizzazione del criterio presuntivo e sintetico della differenza dei netti patrimoniali. Il quantum del danno può pertanto determinarsi come differenza tra i patrimoni netti al momento della perdita del capitale e alla data del fallimento, con l'espunzione dell'abbattimento che il patrimonio netto avrebbe comunque subito se la Società fosse stata tempestivamente posta in liquidazione».
Per il CTU, che ha provveduto a rettificare ulteriormente i bilanci della Società, il danno patrimoniale complessivamente cagionato ammonta a oltre 2,5 milioni di euro, superiori al milione chiesto dal fallimento.
Poiché i due amministratori si erano succeduti nella carica, il Tribunale passa alla quantificazione del danno cagionato da ciascuno di essi e «stabilire l'incremento del deficit relativo all'esercizio 2009 in cui entrambi hanno ricoperto la carica dopo la perdita del capitale sociale e nell'ovvia irrilevanza dell'attività gestoria svolta antecedentemente»: tale suddivisione è sttaa agevolata dagli accertamenti svolti dal consulente tecnico d'ufficio, che hanno permesso di determinare la ripartizione degli oltre 2,5 milioni di danni tra i due periodi.
Poi il Giudice rileva che «Sin dall'atto di citazione, il Fallimento attore, sulla base di una valutazione sulla solvibilità dei convenuti, limitava la propria pretesa risarcitoria ad € 1.000.000,00. Ne discende che il danno ascrivibile a ciascun convenuto, indicato dal CTU con riferimento al dissesto complessivo, deve essere parametrato alla minor pretesa del Fallimento. Ne discende che il danno imputabile alla S. è pari ad € 877.825,00 mentre quello imputabile al D. è pari ad € 122.175,00».
Il Tribunale accoglie quindi le domande di risarcimento del fallimento, e condanna gli amministratori al risarcimento dei danni, oltre a interessi legali e rivalutazione monetaria.
Il Tribunale affrontato un tema ricorrente, quello della prosecuzione - in violazione all'art. 2486 codice civile - dell'attività anche in conseguenza della riduzione del capitale al di sotto dei limiti che richiedono la sua ricostituzione o lo scioglimento della società, così aggravando il dissesto.
Nel caso deciso, la CTU - richiesta da uno dei convenuti - ha accertato la dimensione dell'aggravamento del dissesto, a cui è seguita la condanna al risarcimento, nei limiti di quanto richiesto dal fallimento.
• Cass. 17121/2010
• Cass. 1641/2017, Sezioni Unite