Source: http://www.iurisprudentia.it/il-difficile-perimetro-applicativo-del-negozio-a-titolo-gratuito/
Timestamp: 2017-12-11 03:49:47+00:00
Document Index: 60522523

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Il (difficile) perimetro applicativo del negozio a titolo gratuito – Iurisprudentia
Osservazioni a margine della sentenza del Consiglio di Stato, sez. V, 3 ottobre 2017, n. 4614.
Sommario: 1. Premessa. – 2. La vicenda processuale. – 3. L’affidamento di servizi a titolo gratuito. – 4. L’economia dell’immateriale. – 5. La sponsorizzazione nell’attività pubblica. – 6. Il contratto di sponsorizzazione come contratto a titolo oneroso. – 7. La nozione di onerosità al vaglio della Corte di Giustizia dell’Unione europea: sentenza del Consiglio di Stato, sez. III, 4 ottobre 2017, n. 4631. – 8. La concezione “debole” del contratto a titolo oneroso.
Con la sentenza in commento il Consiglio di Stato ha affrontato un aspetto specifico in materia di contratti pubblici, ossia l’ammissibilità di bandi di gara in cui l’utilità economica del potenziale contraente non è finanziaria, ma insita nel fatto stesso di poter eseguire la prestazione contrattuale.
Per giungere ad una soluzione i giudici di Palazzo Spada si sono soffermati sul contratto di sponsorizzazione, qualificandolo come a titolo oneroso, quand’anche abbia ad oggetto servizi a titolo gratuito e, di conseguenza, ammettendo la sua assoggettabilità alla disciplina degli appalti pubblici.
L’analisi della citata sentenza può, pertanto, costituire un utile spunto per indagare la distinzione tra i concetti di onerosità, liberalità e gratuità. Tematica apparentemente nota, ma spesso foriera di notevoli dubbi applicativi.
Il caso concreto, sottoposto in ultima analisi al vaglio del Consiglio di Stato, ha preso avvio dal ricorso degli Ordini e Collegi dei professionisti tecnici della provincia di Catanzaro avverso i provvedimenti dirigenziali comunali (dell’ottobre 2016) di approvazione del bando e del disciplinare di gara della “procedura aperta per l’affidamento dell’incarico per la redazione del piano strutturale del Comune di Catanzaro e relativo regolamento urbanistico”.
L’impugnazione di tali atti è stata incentrata sull’illegittimità del bando di gara nella parte in cui ha previsto la natura gratuita del contratto di appalto di servizi, deliberando un corrispettivo pari ad un euro.
È stato evidenziato, infatti, il contrasto di siffatto bando con le discipline del codice civile e dei contratti pubblici nelle quali l’appalto si caratterizza come un contratto a titolo oneroso.
La sentenza 13 dicembre 2016 n. 2435 del Tribunale amministrativo regionale per la Calabria, sez. I, ha accolto il ricorso, enunciando che gli appalti di servizi pubblici non possono avere natura gratuita, ovvero atipica rispetto alla disciplina di cui al d.lgs 50 del 2016.
Il comune di Catanzaro ha, quindi, interposto appello per la riforma della succitata sentenza del TAR Calabria.
Il Consiglio di Stato, con la sentenza in esame, ha accolto il ricorso del comune di Catanzaro e, per l’effetto, in riforma della sentenza appellata, ha respinto quello di primo grado.
L’affidamento di servizi a titolo gratuito
L’analisi dei giudici della quinta Sezione è partita dalla necessità di verificare la compatibilità di un bando di gara avente ad oggetto un contratto di prestazione di servizi a titolo gratuito – che cioè preveda il solo rimborso delle spese – con il paradigma normativo dell’appalto pubblico.
Le perplessità derivano dalla lettura dell’art. 3 lett. ii), del d.lgs. 12 aprile 2016, n. 50, il quale definisce gli appalti pubblici come «contratti a titolo oneroso, stipulati per iscritto tra una o più stazioni appaltanti e uno o più operatori economici, aventi per oggetto l'esecuzione di lavori, la fornitura di prodotti e la prestazione di servizi», in linea con quanto sancito dal diritto euro-unitario[1].
La ragione su cui si fonda il requisito della onerosità dei contratti pubblici deve rinvenirsi nella considerazione per cui il prezzo-corrispettivo dell’appalto è chiaro indice di serietà dell’offerta; si osserva che “un potenziale contraente che si proponga a titolo gratuito, dunque senza curare il proprio interesse economico nell’affare che va a costosamente sostenere, celi inevitabilmente un cattivo e sospettabile contraente per una pubblica Amministrazione”. Di conseguenza, il contratto gratuito darebbe luogo a maggiori rischi per la pubblica amministrazione.
A ben vedere, siffatta valutazione non è soltanto il frutto di una considerazione logica, ma trova adeguato sostegno normativo. Generalmente si ritiene, infatti, che l’affidamento vantato da colui che acquista a titolo gratuito sia meritevole di una minore tutela rispetto a quello del contraente a titolo oneroso[2].
In tal senso, l’art. 1445 cc nel disciplinare gli effetti dell’annullamento nei confronti dei terzi stabilisce: “l’annullamento che non dipende da incapacità legale, non pregiudica i diritti acquistati a titolo oneroso dai terzi di buona fede, salvi gli effetti della trascrizione della domanda di annullamento”.
Sulla stessa logica si colloca la disciplina in materia di revocazione, contenuta nell’art. 2901 c.c.: se l'atto di disposizione è a titolo oneroso per agire in revocatoria, oltre la frode e il danno, è anche necessario che il terzo fosse consapevole del pregiudizio arrecato alle ragioni del creditore (e cioè fosse in malafede); trattandosi di atto di disposizione compiuto prima della nascita dell'obbligazione, è richiesto che il terzo abbia partecipato alla dolosa preordinazione con il debitore per pregiudicare gli interessi del creditore; viceversa, se l'atto è a titolo gratuito per agire in revocatoria è sufficiente dimostrare l'esistenza della frode e il prodursi del danno, mentre è irrilevante l'eventuale buona fede del terzo che abbia acquisito il diritto.
È risolutivo, infine, il confronto tra l’art. 482 e l’art. 775 cc, dal quale si evince che l’affidamento dell’acquirente a titolo oneroso è tutelato in modo più pregnante rispetto a quello del donatario[3]. Nel primo caso, infatti, l’annullamento non richiede che l’atto sia fonte di grave pregiudizio per l’incapace e che sussista la mala fede dell’altro contraente.
Il Consiglio di Stato ha, tuttavia, precisato che la ratio di serietà dell’offerta e di affidabilità dell’offerente può essere accertata anche se il contratto non prevede un utile finanziario e può essere assicurata da altri vantaggi derivanti dal contratto, valutabili economicamente (sebbene non direttamente finanziari).
Una conferma si avrebbe dall’ormai diffusa possibilità di accesso alle gare pubbliche a soggetti che perseguono finalità non lucrative, ma mutualistiche o sociali.
Ad avviso del Consiglio di Stato l’utilità perseguita può non consistere nell’ottenimento di un prezzo, ma spostarsi su altri elementi di carattere immateriale come quello di essere esecutore diligente della prestazione richiesta dalla pubblica amministrazione.
In altri termini, il contratto non assicurerebbe al contraente un introito finanziario, tuttavia gli garantirebbe una diversa utilità economica lecita ed autonoma (consistente nell’essere esecutore di servizi pubblici), tale da qualificare il contratto ugualmente come a titolo oneroso.
Di conseguenza, il contratto pubblico in cui l’utilità del contraente non è finanziaria, ma consiste nel fatto stesso di poter eseguire la prestazione è valutabile economicamente e, quindi, compatibile con la logica concorrenziale che presidia il codice degli appalti pubblici .
L’economia dell’immateriale
Muovendo da queste premesse, la pronuncia in esame ha dato atto del ruolo assunto nell’ordinamento dalla cd. “economia dell’immateriale”, attraverso la diffusa pratica dei contratti di sponsorizzazione.
Nel diritto civile la sponsorizzazione è un contratto atipico (non disciplinato dal codice, ma definito dall’art.8 n.12 legge 223 del 90 in materia di spettacoli televisivi e radiofonici[4]) attraverso cui un’impresa o la pubblica amministrazione (sponsor) al fine di promuovere nome, marchio, immagine, attività o prodotti può finanziare atleti ovvero manifestazioni sportive, culturali o televisive [5].
La Corte di Cassazione, nella sentenza n. 12801 del 29 maggio 2006, ha affermato che la sponsorizzazione è quel “contratto con il quale un soggetto, detto sponsor, fornisce prestazioni in danaro o in natura in cambio della possibilità di associare la propria immagine ed il proprio nome con quella di un altro soggetto, detto sponsee, al fine di trarne un"utilità commerciale (generalmente derivante da una maggiore commercializzazione del marchio – da qui, il contratto di sponsorizzazione come contratto aleatorio gravante sul soggetto sponsor). Da codesto contratto nasce un rapporto di durata caratterizzato da un rilevante carattere fiduciario in ordine al quale assumono particolare importanza i doveri di correttezza e buona fede, che gli artt.1175 e 1375 c.c. pongono a carico delle parti nello svolgimento e nell’ esecuzione del rapporto obbligatorio e che danno luogo ad obblighi ulteriori o integrativi rispetto a quelli principali"[6].
In realtà il contratto di sponsorizzazione non è definibile unitariamente poiché la “sponsorizzazione” costituisce “un vocabolo polisenso, utilizzato, sia nel linguaggio comune che in quello tecnico, per indicare fenomeni economico – giuridici così eterogenei tra loro, che il termine stesso ha finito per assumere scarsa efficacia distintiva, se non riferito ad uno specifico campo di applicazione”[7].
La dottrina ha enucleato differenti fattispecie di siffatto contratto[8].
Se lo sponsor versa allo sponsorizzato una somma di denaro, il contratto deve qualificarsi pacificamente come a titolo oneroso.
Diversa è, invece, l’ipotesi del “contratto di mecenatismo”, la quale si configura quando lo sponsor attribuisce una somma o dei beni allo sponsee esclusivamente per aiutarlo nell’impresa o nell’attività da compiere. In tal caso si realizza un atto di liberalità; lo sponsee, infatti, non deve fare, sopportare o dare nulla in cambio.
Fattispecie più complessa (su cui si incentrata la sentenza del Consiglio di Stato) è quella della c.d. sponsorizzazione “interna” che si realizza quando lo sponsor effettua la sua prestazione e lo sponsorizzato tollera la diffusione di tale notizia. Ciò che consegue lo sponsor è un ritorno di carattere pubblicitario o di immagine.
L’orientamento maggioritario sostiene che “il cd. ritorno pubblicitario se non può costituire di certo una controprestazione, tanto da qualificare il contratto come oneroso, ne esclude però il carattere liberale”[9]. Il contratto a titolo oneroso – che costituisce la regola nel diritto civile – è basato, infatti, sulla logica “sacrificio patrimoniale di una parte –vantaggio patrimoniale dell’altra parte” [10]. Il ritorno pubblicitario o di immagine, tuttavia, non si può considerare un vantaggio finanziario.
Allo stesso tempo, il citato contratto non configura un atto di liberalità, mancando lo spirito liberale, ossia l’assenza di qualsivoglia interesse economico. Com’è noto, infatti, gli atti di liberalità sono spontanei, cioè non dovuti giuridicamente o moralmente, presentano un elemento oggettivo, consistente nel depauperamento attuale e concreto della parte che pone in essere la liberalità, cui corrisponde l’arricchimento del destinatario, ed un elemento soggettivo riassumibile nell’intento liberale, ossia nell’assenza di interesse economico[11].
Anche gli atti a titolo gratuito sono caratterizzati dalla mancanza di corrispettivo, per tale motivo in passato spesso le due nozioni sono state sovrapposte.
Attualmente, invece, è indiscutibile la loro differenza che si fonda sul criterio degli interessi perseguiti.
In altri termini, l’atto di liberalità è disinteressato, non corrisponde ad alcuni interesse economico del disponente. Viceversa, l’atto gratuito – seppur privo di corrispettivo o di sacrifici in capo all’acquirente – mira a realizzare un interesse economico[12]. Trattasi di un interesse latamente economico, in cui tale componente non è in grado di elevarlo a vantaggio patrimoniale.
Nel contratto di sponsorizzazione interna manca la caratteristica del vantaggio patrimoniale che caratterizza i negozi a titolo oneroso e, al contempo, non può affermarsi la inesistenza di qualunque interesse economico che, invece, contraddistingue le liberalità.
Per tale motivo è stato tradizionalmente qualificato come un contratto modale a titolo gratuito.
La sponsorizzazione nell’attività pubblica
La ricostruzione della “sponsorizzazione interna” quale negozio gratuito è stata utilizzata proprio per definire alcune attività poste in essere dall’amministrazione.
Il fenomeno delle sponsorizzazioni riguardanti la pubblica amministrazione ha trovato disciplina nell’art. 19 del d.lgs. n. 50 del 2016, nonché nell’art. 120 d.lgs. 22 gennaio 2004, n. 42, inerente ai beni culturali. Un richiamo è, inoltre, contenuto nell’art. 43 della l. n. 449/97 e nell’art.119 T.U.E.L, così come in norme speciali riguardanti singole fattispecie negoziali (ad es. l’art.8 della l. n. 23/90 o la disciplina fiscale del mecenatismo culturale di cui all’art.38, l. n. 342/2000).
Il motivo per cui si è progressivamente diffuso il ricorso da parte della pubblica amministrazione al contratto di sponsorizzazione risiede soprattutto nell’esigenza di contenere la spesa pubblica, reperendo nuove fonti di finanziamento delle attività istituzionali.
Proprio la scarsità di risorse pubbliche ha comportato, inoltre, il ridimensionamento del fenomeno della sponsorizzazione “attiva” che si verifica quando la pubblica amministrazione assume la veste di sponsor finanziando e pubblicizzando l’attività di un soggetto terzo[13].
Viceversa, maggiore sviluppo ha conseguito la sponsorizzazione “passiva”, mediante la quale l’amministrazione pubblica assume la veste di soggetto sponsorizzato e lo sponsor privato paga un corrispettivo o realizza lavori pubblici, servizi o forniture (così come è accaduto nel caso sottoposto al vaglio del Consiglio di Stato).
Il testo unico degli enti locali (d.lgs. 267/2000) all’art. 119 indica le condizioni necessarie per la stipula del contratto di sponsorizzazione. È necessario che lo stesso miri a perseguire degli interessi pubblicistici; non generi conflitti di interessi tra attività pubblica e privata e sia giustificato da un’esigenza di risparmio di spesa.
Ciò detto, il largo utilizzo della sponsorizzazione da parte della pubblica amministrazione ha posto agli interpreti il problema di comprendere se sia ammissibile il suo impiego anche per lo svolgimento di attività soggette all’applicazione della normativa in materia di lavori pubblici.
Su questo aspetto si è pronunciata l’Autorità di vigilanza con determinazione n.24 del 5.12.2001.
L’Autorità indipendente ha affermato che “all’affidamento di contratti di sponsorizzazione non si applica la normativa sugli appalti di lavori pubblici in quanto non rientrano nella classificazione giuridica dei contratti passivi ovvero in quanto, nel caso della cosiddetta sponsorizzazione interna, danno origine ad un negozio gratuito modale”.
L’Autorità indipendente ha, quindi, chiarito che la sponsorizzazione “passiva” con cui lo sponsor ottiene la pubblicizzazione della propria immagine tramite l’attività stessa della pubblica amministrazione - pagando per questo fine un corrispettivo ovvero concorrendo alle spese dell’iniziativa pubblica - resta fuori dall’ambito della disciplina comunitaria e nazionale sugli appalti pubblici, in quanto non catalogabile come un contratto passivo.
Essa comporta, infatti, un vantaggio economico e patrimoniale direttamente quantificabile per la pubblica amministrazione mediante un risparmio di spesa. Al contrario, la disciplina degli appalti pubblici si applica solo ai contratti passivi (che comportano per l’amministrazione una spesa).
Differente è l’ipotesi della sponsorizzazione interna – in cui la prestazione e la controprestazione non sono riconducibili ad un criterio patrimoniale – qualificata dalla dottrina civilistica come un contratto gratuito modale.
Anch’esso, pertanto, prescinde dall’applicazione della normativa comunitaria e nazionale sugli appalti pubblici che, invece, presuppone l’onerosità dell’accordo negoziale.
La disciplina sugli appalti di opere pubbliche sarebbe, quindi, applicabile solo ai contratti di sponsorizzazione “attiva” e “propria”, ovvero a quei contratti a titolo oneroso e a prestazioni corrispettive.
Il contratto di sponsorizzazione come contratto a titolo oneroso
Ebbene, la soluzione a cui è giunto il Consiglio di Stato ha capovolto interamente le succitate conclusioni.
Nella sentenza si legge, infatti, che “la sponsorizzazione non è un contratto a titolo gratuito, in quanto alla prestazione dello sponsor in termini di dazione del denaro o di accollo del debito corrisponde l’acquisizione, in favore dello stesso sponsor, del diritto all’uso promozionale dell’immagine della cosa di titolarità pubblica: il motivo che muove quest’ultimo è l’utilità costituita ex novo dall’opportunità di spendita dell’immagine, cioè la creazione di un nuovo bene immateriale [..] In altri termini: la circostanza che vi sia verso lo sponsor una traslazione meramente simbolica, cioè di immagine, della cosa di titolarità pubblica non può essere considerata come vicenda gratuita, ma va posta in stretta relazione, nei termini propri dell’equilibrio sinallagmatico, con il valore della controprestazione, vale a dire della dazione dello sponsor”.
In sostanza, i giudici di Palazzo Spada hanno sostenuto che con il contratto di sponsorizzazione si realizza lo scambio della prestazione del contraente contro un’utilità non materiale, di carattere non finanziario, ma economico che si traduce nel ritorno di immagine.
Siffatta controprestazione, tuttavia, è di tipo aleatorio, per cui l’eventuale mancato ritorno economico (ma non finanziario, come precisato) non può dare luogo ad effetti risolutivi o risarcitori
Tale rilettura della sponsorizzazione ha, di riflesso, permesso al Consiglio di Stato sia di qualificare il contratto come passivo (dal quale deriva una spesa per la pubblica amministrazione) che di superare il divieto di non onerosità dell’appalto pubblico.
Conseguentemente la sentenza ha affermato la piena assoggettabilità del contratto di sponsorizzazione alla disciplina del codice dei contratti pubblici, finora esclusa per le ragioni esplicate.
La pronuncia ha, infine, precisato che i criteri di aggiudicazione scritti nel bando devono essere sufficientemente oggettivi per una valutazione dell’offerta, affinché sia sempre assicurato il rispetto del principio della concorrenza.
La peculiarità di tale contratto (caratterizzato dalla gratuità finanziaria, ma non anche economica) richiede, difatti, un adattamento della procedura di selezione dei contraenti, in grado di evitare che l’amministrazione appaltante scelga “il contraente a suo piacimento, con ciò ingenerando un’evidente lesione della par condicio dei potenziali interessati al contratto proprio per quell’utile immateriale e ledendo gli stessi principi di derivazione euro unitaria del mercato concorrenziale che sono alla base delle commesse pubbliche”.
La nozione di onerosità al vaglio della Corte di Giustizia: sentenza del Consiglio di Stato, sez. III, 4 ottobre 2017, n. 4631
È interessante osservare che il giorno dopo la sentenza in esame il Consiglio di Stato ha reputato opportuno rimettere alla Corte di Giustizia due questioni:
1) se la disciplina europea in materia di affidamento dei contratti pubblici di lavori, servizi e forniture e, segnatamente, gli artt. 1 e 2 della Direttiva 2004/18/CE, comprenda nel proprio ambito applicativo anche le operazioni complesse mediante le quali un’amministrazione pubblica aggiudicatrice intenda attribuire direttamente ad un determinato operatore economico un finanziamento di scopo, interamente finalizzato alla realizzazione di prodotti destinati ad essere forniti gratuitamente, senza ulteriore procedura di gara, a diverse amministrazioni, esentate dal pagamento di un qualsiasi corrispettivo al predetto soggetto fornitore; se, di conseguenza, la citata normativa europea osti ad una disciplina nazionale che consenta l’affidamento diretto di un finanziamento di scopo finalizzato alla realizzazione di prodotti destinati ad essere forniti, senza ulteriore procedura di gara, a diverse amministrazioni, esentate dal pagamento di un qualsiasi corrispettivo al predetto soggetto fornitore;
2) se la disciplina europea in materia di affidamento dei contratti pubblici di lavori, servizi e forniture e, segnatamente, gli artt. 1 e 2 della Direttiva 2004/18/CE, e gli artt. 49, 56, 105 ss. del Trattato UE, ostino ad una normativa nazionale che, equiparando gli ospedali privati “classificati” a quelli pubblici, attraverso il loro inserimento nel sistema della programmazione pubblica sanitaria nazionale, regolata da speciali convenzioni, distinte dagli ordinari rapporti di accreditamento con gli altri soggetti privati partecipanti al sistema di erogazione delle prestazioni sanitarie, in assenza dei requisiti per il riconoscimento dell’organismo di diritto pubblico e dei presupposti dell’affidamento diretto, secondo il modello dell’in house providing, li sottrae alla disciplina nazionale ed europea dei contratti pubblici, anche nei casi in cui tali soggetti siano incaricati di realizzare e fornire gratuitamente alle strutture sanitarie pubbliche specifici prodotti necessari per lo svolgimento dell’attività sanitaria, ricevendo contestualmente un finanziamento pubblico funzionale alla realizzazione di tali forniture.
Ciò che in questa sede rileva è il dubbio che i giudici amministrativi nutrono sulla corretta interpretazione della nozione di onerosità richiesta in materia di appalti pubblici.
Il Consiglio di Stato nel rimettere la questione alla Corte di Giustizia ha dato atto della possibilità di attribuirle due diverse interpretazioni.
Secondo la formulazione letterale della norma europea, l’onerosità riguarda il contenuto intrinseco del contratto stipulato dall’amministrazione aggiudicatrice con l’operatore economico. Ciò significa che qualora non sia prevista alcuna remunerazione, il contratto dovrebbe qualificarsi come a titolo gratuito ed essere sottratto alla disciplina comunitaria in tema di appalti pubblici.
La sezione remittente, tuttavia, ha aderito ad una diversa lettura della direttiva, secondo la quale l’onerosità dovrebbe essere riconosciuta anche nei casi in cui l’esecutore della fornitura riceva un significativo vantaggio economico da parte di un’altra amministrazione pubblica, allorché sia ragionevole ritenere che detto finanziamento sia finalizzato proprio alla realizzazione del servizio o della fornitura in favore di altre amministrazioni pubbliche.
Di conseguenza, la natura di appalto del contratto stipulato non dovrebbe essere messa in dubbio se l’onerosità dello stesso sia limitata ad un mero rimborso delle spese sostenute per fornire il servizio.
Il Consiglio di Stato ha sottolineato che tale interpretazione sostanziale della disposizione europea sarebbe “certamente più aderente alla sua ratio e alla sua collocazione sistematica”, sebbene non pienamente in linea con dato letterale.
Proprio per tale ragione ha ritenuto indispensabile proporre la questione pregiudiziale interpretativa alla Corte di Giustizia dell’Unione europea.
La concezione “debole” del contratto a titolo oneroso
In conclusione, è evidente che entrambe le citate sentenze si siano – consapevolmente – discostate dalla tradizionale lettura dei contratti a titolo oneroso.
Lo stesso Consiglio di Stato ha osservato, tuttavia, che “l’espressione contratti a titolo oneroso può assumere per il contratto pubblico un significato attenuato o in parte diverso rispetto all’accezione tradizionale e propria del mondo interprivato”.
In sostanza, si ammetterebbe nell’ambito degli appalti una concezione “debole” di contratto a titolo oneroso, giustificata dalle esigenze proprie di questo settore.
Ciò evoca una nota affermazione del Consiglio di Stato, contenuta nella sentenza 4364 del 2013, secondo la quale non è sempre possibile trasporre nel diritto amministrativo per “un malinteso senso delle simmetrie giuridiche o per un’artificiosa reductio ad unitatem dell’intero sistema giuridico” istituti di matrice civilistica[14].
Se ciò è vero resta, però, da chiedersi quale sia l’effettivo spazio applicativo dei contratti a titolo gratuito quando si verte nell’ambito dei rapporti con la pubblica amministrazione. Si potrebbe, difatti, sostenere che i privati nell’eseguire un’attività di interesse pubblicistico ottengano sempre un vantaggio latamente economico nella sua accezione di ritorno di immagine o pubblicitaria.
Occorre, quindi, attendere la pronuncia della Corte di Giustizia, la quale potrà decidere di assumere un orientamento fedele al dato letterale e alla tradizionale distinzione tra contratti a titolo oneroso e gratuito, oppure “adattare” la formulazione normativa alla ratio e alle esigenze che ispirano la disciplina in tema di appalti pubblici.
[1] Il considerando n. 4 della direttiva 2014/24/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 febbraio 2014 dispone che: «La normativa dell’Unione in materia di appalti pubblici non intende coprire tutte le forme di esborsi di fondi pubblici, ma solo quelle rivolte all’acquisizione di lavori, forniture o prestazioni di servizi a titolo oneroso per mezzo di un appalto pubblico»- art. 2 n. 5): «appalti pubblici»: contratti a titolo oneroso stipulati per iscritto tra uno o più operatori economici e una o più amministrazioni aggiudicatrici aventi per oggetto l’esecuzione di lavori, la fornitura di prodotti o la prestazione di servizi».
[2] G. Madio- F.Macario, Diritto Civile, Norme, questioni, concetti, Il Mulino, 2014, 882 ss.
[3] Art. 428 cc: Gli atti compiuti da persona che, sebbene non interdetta si provi essere stata per qualsiasi causa, anche transitoria, incapace d'intendere o di volere al momento in cui gli atti sono stati compiuti, possono essere annullati su istanza della persona medesima o dei suoi eredi o aventi causa, se ne risulta un grave pregiudizio all'autore. L'annullamento dei contratti non può essere pronunziato se non quando, per il pregiudizio che sia derivato o possa derivare alla persona incapace d'intendere o di volere o per la qualità del contratto o altrimenti, risulta la malafede (4) dell'altro contraente [1425].
Art 775 cc: La donazione fatta da persona che, sebbene non interdetta, si provi essere stata per qualsiasi causa, anche transitoria, incapace di intendere o di volere al momento in cui la donazione è stata fatta, può essere annullata su istanza del donante, dei suoi eredi o aventi causa.
[4] “Ai sensi della presente legge per sponsorizzazione si intende ogni contributo di un'impresa pubblica o privata, non impegnata in attività televisive o radiofoniche o di produzione di opere audiovisive o radiofoniche, al finanziamento di programmi, allo scopo di promuovere il suo nome, il suo marchio, la sua immagine, le sue attivita' o i suoi prodotti”
[5] F. Gazzoni, Manuale di diritto privato, Edizioni scientifiche italiane, 2011, 834 ss.
[6] L. Felleti , Un leading case della Cassazione in materia di sponsorizzazione: l’importanza della correttezza dello sponsee in Resp. Civ. prev., 2007, 554 ss.
[7] D. Bezzi – G. Sanviti, Accordi di collaborazione e contratti di sponsorizzazione, Giuffrè, 1998, 5.
[8] B. Inzitari, Sponsorizzazione, in Contr. impr., 1985, 200 ss.
[9] F. Gazzoni, Manuale di diritto privato, cit., 834 ss.
[10] M. Santise, Coordinate ermeneutiche di diritto civile, Giappichelli, 2017, 100 ss.
[11] A seconda del grado in cui si manifestano questi presupposti si distinguono le liberalità donative (art. 769 ss cc), dalle liberalità non donative, nelle quali rientrano le donazioni indirette (art.809 cc) ed altre figure quali la donazione remuneratoria; la donazione modale; la donazione obnuziale e le liberalità d’uso.
[12] G. Madio – F.Macario, op. cit., 882 ss.
[13] In ogni caso il ruolo di sponsor da parte di un soggetto pubblico è stato ritenuto ammissibile solo laddove non alteri “l’immagine di neutralità dell’amministrazione, il che discende dal principio fondamentale di buon andamento sancito dall’art. 97 della Costituzione”, come ha affermato il Cons. giust. amm. sic, nella sentenza n. 336/95.
[14] M. Santise, Coordinate ermeneutiche di diritto amministrativo, Giappichelli, 2017, 7 ss.