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Timestamp: 2019-11-19 04:35:48+00:00
Document Index: 169879607

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 3', 'art. 6', 'art. 3', 'art. 51', 'art. 1', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 8', 'art. 9', 'art. 10', 'art. 3', 'art. 1', 'art. 10', 'art. 10', 'art. 3', 'art. 9', 'art. 14', 'art. 25', 'art. 30', 'art. 6', 'art. 51', 'art. 1']

Lanfranco Palazzolo: 26-feb-2011
Le pari opportunità e il ruolo della donna in Italia e nell'Unione europea
L'uguaglianza tra le donne e gli uomini rappresenta uno dei princìpi fondamentali sanciti dal diritto comunitario. Gli obiettivi dell'Unione europea (UE) in materia di uguaglianza tra le donne e gli uomini hanno lo scopo di assicurare le pari opportunità e l'uguaglianza di trattamento tra donne e uomini, nonché di lottare contro ogni discriminazione basata sul sesso. In questo settore, l'UE ha seguito un duplice approccio, associando azioni specifiche e azioni di sistema (gender mainstreaming). Questo tema presenta parimenti una forte dimensione internazionale in termini di lotta contro la povertà, di accesso all'istruzione e ai servizi sanitari, di partecipazione all'economia e al processo decisionale, nonché di diritti delle donne in quanto diritti umani.
L’intervento dell’Unione europea: base giuridica
Il Trattato di Lisbona ha riaffermato il principio di uguaglianza tra donne e uomini (già enunciato agli articoli 2, 3 e 13 del previgente Trattato CE), inserendolo tra i valori (art. 2 TUE) e tra gli obiettivi (art. 3, par. 3 TUE) dell’Unione. Inoltre il nuovo articolo 10 introdotto dal Trattato di Lisbona nel Trattato sul Funzionamento dell’Unione europea prevede che nell’attuazione delle sue politiche ed azioni, l’Unione miri a combattere le discriminazioni fondate sul sesso, la razza o l’origine etnica, la religione o le convinzioni personali, la disabilità, l’età o l’orientamento sessuale.
Per quanto riguarda l’ambito lavorativo, le disposizioni relative alla parità fra uomini e donne già previste agli articoli 137 e 141 del Trattato CE sono confluite, in base al Trattato di Lisbona, negli articoli 153 e 157 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione europea.
La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea riafferma il divieto di qualsiasi forma di discriminazione, in particolare quella fondata sul sesso, e il dovere di garantire la parità fra uomini e donne in tutti i campi, prevedendo, inoltre, che il principio della parità non osta al mantenimento o all’adozione di misure che prevedano vantaggi specifici a favore del sesso sottorappresentato.
Con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, la Carta dei diritti fondamentali ha assunto carattere giuridicamente vincolante attraverso un apposito articolo di rinvio (art. 6 TUE).
Il Consiglio europeo del 18-19 giugno 2009 ha adottato una dichiarazione solenne sui diritti dei lavoratori e sulla politica sociale nella quale ribadisce l’importanza del rispetto integrale del quadro e delle disposizioni dei trattati UE, sottolineando, tra le altre cose, che i trattati modificati dal trattato di Lisbona si prefiggono di combattere l’esclusione sociale e le discriminazioni e di promuovere la giustizia e la protezione sociali, la parità tra uomini e donne, la solidarietà tra le generazioni e la tutela dei diritti del minore.
La nuova strategia UE per la parità di genere (2010-2015)
Il 18 dicembre 2009 la Commissione europea ha presentato la relazione sulla parità tra donne e uomini – 2010 (COM(2009)694), nella quale illustra i progressi raggiunti in materia di parità tra uomini e donne nonché le sfide e le priorità per il futuro.
Per quanto riguarda le donne nel processo decisionale, la Commissione rileva che, nonostante il fatto che sempre più numerose siano le donne altamente qualificate e che la partecipazione al mercato del lavoro delle donne sia in aumento, esse sono tuttora minoritarie rispetto agli uomini in posti di responsabilità nella politica e nelle imprese, specialmente ai più alti livelli. I dati raccolti nel documento di lavoro (SEC(2009)1706) che accompagna la relazione, mostrano che: il numero di donne con funzioni direttive (direttori, amministratori delegati e dirigenti di piccole imprese) nell'UE è rimasto stabile negli ultimi anni, con una media del 30%, e meno ancora nella maggioranza degli Stati membri (tra il 30% e il 25% in Germania, Repubblica ceca, Danimarca, Grecia, Ungheria, Olanda, Romania, Slovenia, Slovacchia; al di sotto del 25% in Lussemburgo, Irlanda, Finlandia, Svezia, Malta e Cipro, ma sopra al 35% in Italia, Spagna, Polonia e Francia); solo l’11% dei membri dei consigli di amministrazione delle principali imprese (le “blue-chip” dei listini di borsa) è costituito da donne (la percentuale supera il 20% in Finlandia e Svezia, ma scende al 5% in Italia, Lussemburgo, Portogallo e a Malta e Cipro); non vi sono donne tra i governatori delle Banche centrali dell'Unione europea ed le donne rappresentano soltanto il 16% negli organi decisionali più elevati di tali istituzioni. La Commissione ritiene tale situazione tanto più paradossale, in considerazione del fatto che le studentesse superano in numero gli studenti nei settori del commercio, della gestione e del diritto.
Si segnala che dati analoghi erano già contenuti nella relazione “Donne e uomini nel processo decisionale 2007 – Analisi della situazione e tendenza”, presentata dalla Commissione in occasione della Giornata internazionale della donna 2008. In riferimento alla sottorappresentazione delle donne nei posti di alta dirigenza delle grandi imprese in Europa, la relazione sottolineava che una notevole eccezione è costituita dalla Norvegia, dove è stata attuata un’azione positiva per correggere il disequilibrio imponendo per legge una rappresentanza femminile di almeno il 40% in seno ai consigli di amministrazione delle imprese pubbliche e private. La Commissione europea osservava in proposito, che, prevedendo sanzioni in caso di non conformità, tale intervento legislativo - approvato nel dicembre 2003 - aveva effettivamente prodotto un innalzamento del livello di partecipazione femminile nei consigli di amministrazione norvegesi fino al 34% (al 2007).
Per quanto riguarda la partecipazione delle donne alla vita politica, la relazione annuale sulla parità tra donne e uomini – 2009 osserva inoltre che la maggior parte dei paesi dell'Unione europea ha fatto registrare progressi in questi ultimi dieci anni, progressi però lenti con cifre nel complesso basse. Analoghe considerazioni sono svolte nello studio dal titolo “Women in European politics – time for action” realizzato da Alphametrisc Ldt., UK e Applica Sprl., Belgium, per conto della Direzione generale per l’occupazione, affari sociali e pari opportunità, pubblicato dalla Commissione europea nel marzo 2009.
In base ai dati raccolti, la percentuale media di donne tra i deputati dei parlamenti nazionali è passata dal 16% nel 1997 al 24% nel 2009, percentuale che varia dal 9% al 46% a seconda dei paesi. Soltanto in undici Stati membri tale percentuale è superiore al 30%, soglia ritenuta minima perché le donne possano esercitare un'effettiva influenza sulle questioni politiche. In Italia la rappresentanza femminile in Parlamento è pari al 21,3%. Nei governi nazionali la percentuale media di donne ministro è del 25%, mentre la percentuale tra Stati membri varia dallo zero al 60%. Le istituzioni europee hanno fatto registrare alcuni progressi, ma le donne sono tuttora sottorappresentate ai più alti livelli. Un certo progresso si è riscontrato dopo le elezioni europee del 2009, in seguito alle quali la percentuale delle donne nel Parlamento europeo è cresciuta dal 31% al 35%.
Si segnala in proposito che il 9 giugno 2008 il Consiglio ha adottato conclusioni sulle donne e la presa di decisioni politiche nelle quali sottolinea che la partecipazione paritaria delle donne e degli uomini ai processi decisionali è una condizione preliminare alla promozione della donna alla realizzazione di una vera parità tra donne e uomini nonché un fondamento necessario della democrazia.
Una Carta per le donne
Il 5 marzo 2010, in vista della Giornata internazionale della donna 2010 e del 15º anniversario della Conferenza mondiale dell'ONU sulle donne, la Commissione ha adottato una Carta per le donne, in cui ribadisce l'impegno a favore della parità tra donne e uomini nell'Unione europea e nel resto del mondo e sottolinea la necessità di tenere in considerazione la parità fra i generi in tutte le politiche dell’UE.
La Carta propone cinque campi d'azione specifici:
· l’indipendenza economica va raggiunta lottando in particolare contro la discriminazione, gli stereotipi nell'educazione, la segregazione del mercato del lavoro, la precarietà delle condizioni di occupazione, il lavoro part-time involontario e lo squilibrio nella suddivisione dei compiti di assistenza tra donne e uomini. La Commissione s'impegna a garantire la completa realizzazione delle potenzialità delle donne ed il pieno impiego delle loro capacità. La sua azione dovrà facilitare una migliore distribuzione dei generi sul mercato del lavoro e permettere più lavori di qualità per le donne;
· nell'Unione europea non esiste ancora una pari retribuzione tra donne e uomini (per lo stesso lavoro o lavoro di pari valore). La Commissione si impegna a colmare le differenze di retribuzione mobilitando tutti gli strumenti disponibili, compresi quelli legislativi;
· nei processi decisionali e nelle posizioni di potere le donne continuano ad essere sottorappresentate rispetto agli uomini, tanto nel settore pubblico tanto in quello privato. La Commissione si impegna ad agire per una più equa rappresentanza delle donne, in particolare attraverso l’adozione di incentivi;
· è necessario promuovere il rispetto della dignità e dell’integrità delle donne, ma anche la fine della violenza basata sul genere, comprese le prassi nocive dettate dalle consuetudini o dalle tradizioni. Infatti, la Carta ribadisce l'impegno della Commissione a favore dei diritti fondamentali. La sua azione è volta in particolare a eliminare le disparità nell'accesso all'assistenza sanitaria e a eradicare qualsiasi forma di violenza basata sul genere, ricorrendo anche alle disposizioni del diritto penale, entro i limiti dei suoi poteri;
· l’azione oltre i confini dell’UE in materia di parità tra donne e uomini permetterà di sostenere lo sviluppo di società sostenibili e democratiche. La Commissione si impegna a difendere la parità tra donne e uomini nel quadro delle relazioni con i paesi terzi. Essa condurrà delle azioni di sensibilizzazione, di cooperazione con le organizzazioni internazionali e regionali competenti, nonché di sostegno agli organismi statali e non statali.
- occupazione 23%,
- protezione sociale e integrazione 30%,
- condizioni di lavoro 10%,
- diversità e lotta contro la discriminazione 23%,
- parità fra uomini e donne 12%.
Equa ripartizione delle posizioni di responsabilità
Promuovere l'equa partecipazione di donne e uomini al processo decisionale costituisce una delle priorità della Commissione. Nonostante i progressi finora compiuti, nella maggior parte degli Stati membri dell'UE le donne continuano ad essere sottorappresentate a tutti i livelli del processo decisionale.
Nei parlamenti nazionali, meno di un deputato su quattro è donna. Nelle imprese la situazione è ancora peggiore: le donne rappresentano meno di un decimo dei membri nel consiglio d'amministrazione delle principali aziende europee quotate in borsa. Nel mondo della scienza e della tecnologia restano poche le donne che occupano posizioni di alto livello.
L'UE riconosce da tempo l'esigenza di promuovere la parità uomo-donna nel processo decisionale e si adopera in tal senso in vari modi. Nel 1996 il Consiglio dell'UE ha rivolto agli Stati membri la raccomandazione formale di introdurre misure legislative, regolamentari e di incentivazione a tal fine. Le iniziative promosse dalla Commissione in questo campo includono una maggiore conoscenza della materia da parte di tutti i soggetti interessati, l'analisi delle tendenze e la diffusione di informazioni, la promozione della messa in rete, lo scambio di buone pratiche e la raccolta di dati.
Nel giugno 2008 la Commissione ha varato la rete europea delle donne che occupano posizioni di responsabilità nel mondo politico ed economico per fornire una piattaforma europea che consenta di favorire il dibattito, facilitare lo scambio di informazioni e buone pratiche e individuare le migliori strategie per compiere passi avanti in questo campo.
A dicembre 2010 è stato pubblicato l’ultimo aggiornamento: i dati sono stati raccolti tra metà settembre e metà ottobre 2010 per i livelli politici europeo e nazionale (se si sono tenuti elezioni) e ad agosto 2010 per quanto riguarda il livello regionale; i dati su banche centrali, tribunali e corti, amministrazioni pubbliche e imprese sono stati collazionati tra maggio ed ottobre 2010.
· le elezioni parlamentari si sono tenuti in Svezia e in Lettonia durante i mesi di settembre ed ottobre 2010 ma hanno avuto un impatto minimo per quanto riguarda la parità di genere: in Svezia la percentuale di donne è ancora pari al 46 percento, ma in Lettonia le donne restano il genere sottorappresentato (19 percento);
· diversi cambiamenti di governo si sono verificati in Europa durante l’estate scorsa. In Romania e in Slovenia i governi hanno guadagnato ciascuno una donna, in compagini comunque prevalentemente maschili con percentuali di donne rispettivamente del 12 e del 26 percento. Per contrasto il rimpasto in Grecia ha visto una diminuzione in termini di parità di genere, passando dal 31 al 17 percento di donne, benché la situazione sia migliorata tra i ministri junior (da 15 a 23 percento);
· a livello regionale si sono verificati pochi cambiamenti rispetto all’anno precedente: gli uomini guidano ancora la stragrande maggioranza delle assemblee regionali (86 percento) e ne costituiscono i due terzi dei membri, mentre le donne guidano soltanto sette assemblee. Anche il potere esecutivo nelle autorità regionali rimane prerogativa degli uomini, ma la percentuale di donne ha raggiunto le due cifre per la prima volta, passando da 8 a 10 percento;
· nell’ambito degli organi decisionali delle associazioni sociali europee che rappresentano i lavoratori vi è una donna ogni tre uomini. Tale situazione è migliore rispetto alle associazioni che rappresentano gli impiegati (sei uomini ogni donna). In ogni caso pochi i cambiamenti registrati rispetto al 2009.
· i governatori di tutte le banche centrali europee sono uomini e la percentuale di esponenti maschili negli organismi decisionali è pari all’82 percento. Vi sono stati isolati miglioramenti nella rappresentanza femminile nel corso del 2010, nelle banche nazionali polacca (in cui la rappresentanza femminile negli organismi decisionali è passata dal 6 al 24 percento) e slovena (una donna su cinque, in luogo di nessuna donna);
Il 19 giugno 2009 la Commissione ha adottato una comunicazione relativa ai risultati e alla valutazione globale dell’Anno europeo per le pari opportunità (2007) (COM(2009)269), che ha inteso diffondere tra i cittadini europei la consapevolezza dei loro diritti, con riferimento anche alla tutela offerta dalle direttive adottate a partire dal 2000 sulla base dell’articolo 13 TCE (direttiva 2000/43/CE che attua il principio della parità di trattamento fra le persone indipendentemente dalla razza e dall'origine etnica; direttiva 2000/78/CE che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro; direttiva 2004/113/CE, che attua il principio della parità` di trattamento tra uomini e donne per quanto riguarda l'accesso a beni e servizi e la loro fornitura). La Commissione sottolinea che l'AEPO non ha solo centrato il proprio obiettivo globale, ovvero sensibilizzare riguardo ai diritti e agli obblighi previsti dal quadro giuridico attualmente in vigore, ma è anche riuscito a innescare un dibattito sull'abbattimento delle barriere nella percezione dei 6 motivi di discriminazione (sesso, la razza o l'origine etnica, la religione o le convinzioni personali, gli handicap, l'età o le tendenze sessuali). Il dibattito è sfociato nella decisione della Commissione di adottare una nuova proposta di direttiva basata sull'articolo 13 (COM (2008) 426), al fine di armonizzare la protezione garantita nei confronti dei diversi motivi di discriminazione; inoltre ha fatto nascere un dialogo permanente tra gli Stati membri ed i principali soggetti in causa. Secondo la Commissione questi traguardi contribuiranno al superamento dei timori e pregiudizi potenzialmente insiti nell'attuale crisi finanziaria ed economica, contrastando la nascita di nuove forme di discriminazione e impedendo così che un rafforzamento dell'emarginazione ostacoli il rilancio economico.
Il 10 febbraio 2010, con 381 voti favorevoli, 253 contrari e 31 astensioni, il Parlamento europeo ha adottato la relazione di Marc Tarabella (S&D, BE) sulla parità tra donne e uomini nell'Unione europea che sottolinea l'importanza di "rafforzare le politiche di parità tra i sessi", rilevando la necessità di "un maggior numero di azioni concrete e di nuove politiche".
Il Parlamento europeo chiede agli Stati membri e alle parti sociali di promuovere una presenza più equilibrata tra donne e uomini nei posti di responsabilità delle imprese, dell'amministrazione e degli organi politici". Sollecitando pertanto "la definizione di obiettivi vincolanti per garantire la pari rappresentanza di donne e uomini", il PE sottolinea "gli effetti positivi dell'uso delle quote elettorali sulla rappresentanza delle donne"; in proposito, si compiace della decisione del governo norvegese di aumentare ad almeno il 40% dei membri il numero di donne nei consigli di amministrazione delle società private e di imprese pubbliche, e invita la Commissione e gli Stati membri "a considerare l'iniziativa norvegese come un esempio positivo e a progredire nella stessa direzione".
· invita l'Ufficio di presidenza del Parlamento europeo e la Commissione a intensificare gli sforzi per incrementare il numero di donne con incarichi dirigenziali nell'organico; invita la Commissione a studiare un meccanismo volto ad assicurare la parità in seno al Collegio dei Commissari nella prossima legislatura.
Le pari opportunità nell’ordinamento italiano
Le pari opportunità come principio dell’ordinamento italiano
Il principio della parità tra i sessi è fissato dall’articolo 3, primo comma, della Costituzione che sancisce la pari dignità sociale e l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge senza distinzioni di sesso, oltre che di razza, lingua, religione, di opinioni politiche e di condizioni sociali ed economiche.
Il secondo comma dell’art. 3 della Costituzione stabilisce un principio di uguaglianza sostanziale che impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano la libertà e l’uguaglianza dei cittadini e ne impediscono la piena partecipazione alla vita politica, economica e sociale del Paese. Sulla base di tale principio, sono state adottate disposizioni di legge che configurano “azioni positive” nei confronti delle donne.
Una specificazione del principio di uguaglianza si ritrova nell’articolo 51, primo comma, della Costituzione che stabilisce la parità dei sessi nell’accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive. La legge costituzionale n. 1 del 2003 ha integrato tale disposizione prevedendo l’adozione di appositi provvedimenti per la promozione delle pari opportunità tra donne e uomini.
Ulteriori statuizioni si rinvengono nell’articolo 37 Cost., che dispone che la donna lavoratrice abbia gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni spettanti al lavoratore. Vi si stabilisce, inoltre, che le condizioni di lavoro devono essere tali da consentire alla donna l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale e adeguata protezione.
Si ricorda, inoltre, l’articolo 117, settimo comma, Cost., come modificato dalla legge costituzionale n. 3 del 2001, ai sensi del quale le leggi regionali rimuovono ogni ostacolo che impedisce la piena parità degli uomini e delle donne nella vita sociale, culturale ed economica e promuovono la parità di accesso tra donne e uomini alle cariche elettive.
Successivamente è stato adottato il Codice delle pari opportunità tra uomo e donna (decreto legislativo 11 aprile 2006, n. 198), volto a raccogliere e semplificare tutta la normativa statale sull’uguaglianza dei sessi vigente nei settori della vita politica, sociale ed economica.
Il Codice raccoglie anche le norme relative alle consigliere e ai consiglieri di parità nominati a livello nazionale, regionale e provinciale e quelle concernenti le pari opportunità nel lavoro, nell’attività di impresa e nell’accesso alle cariche elettive. È composto di 58 articoli e si divide in quattro libri: il primo contiene disposizioni generali per la promozione delle pari opportunità tra uomo e donna, mentre nei libri successivi trovano spazio le disposizioni volte alla promozione delle pari opportunità nei rapporti etico-sociali, nei rapporti economici e nei rapporti civili e politici.
Le pari opportunità nella vita politica
L’ordinamento italiano, sia a livello nazionale sia a livello regionale, prevede disposizioni di carattere generale finalizzate alla promozione dell’accesso delle donne alle cariche elettive.
A livello nazionale, oltre alle disposizioni di rango costituzionale sopra richiamate, si segnala innanzitutto, tra la legislazione ordinaria, il testo unico delle leggi per l’elezione del Senato nel quale si prevede che il sistema elettorale debba favorire “l’equilibrio della rappresentanza tra donne e uomini”.
L’articolo 56 del citato Codice delle pari opportunità, reca una norma, di attuazione dell’art. 51 Cost., volta a promuovere l’accesso delle donne alla carica di membro del Parlamento europeo, allo scopo di incrementare il tasso di partecipazione femminile alla vita politica e istituzionale del Paese.
A tal fine, la norma stabilisce che, nelle liste di candidati presentate per dette elezioni, nessuno dei due sessi può essere rappresentato in misura superiore ai due terzi dei candidati presenti nella lista.
Il computo è effettuato a livello nazionale, sull’insieme delle liste presentate con un medesimo contrassegno nelle diverse circoscrizioni (è quindi possibile una compensazione tra le diverse aree geografiche). Nel computo si tiene conto una sola volta delle candidature plurime (un candidato o una candidata può infatti presentarsi in più circoscrizioni); la cifra risultante è arrotondata all’unità prossima.
Per i movimenti e i partiti politici che non abbiano rispettato questa proporzione, viene ridotto il contributo a titolo di rimborso per le spese elettorali, spettante ai sensi della L. 157/1999.
Dalla modifica costituzionale dell’articolo 51 discendono anche le norme inserite nella L. 244/2007 (Legge finanziaria 2008) ai commi 376 e 377 dell’art. 1 i quali, disponendo in tema di organizzazione del Governo, stabiliscono che la sua composizione deve essere coerente con il principio costituzionale delle pari opportunità nell’accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive.
Tra le disposizioni intese a promuovere la partecipazione attiva delle donne alla politica, va inoltre segnalata la legge n. 157 del 1999, che, in materia di rimborsi delle spese per le consultazioni elettorali, prevede l’obbligo a carico dei partiti di destinare almeno un importo pari al 5% del totale dei rimborsi elettorali ricevuti ad iniziative connesse alle predette finalità.
Anche a livello regionale, a seguito della modifica degli articoli 122 e 123 della Costituzione che ha dato avvio al processo di elaborazione di nuovi statuti regionali e di leggi per l’elezione dei consigli nelle regioni a statuto ordinario, si registrano disposizioni volte a favorire l’accesso femminile alle candidature.
Tutte le regioni che hanno adottato norme in materia elettorale hanno introdotto disposizioni specifiche per favorire la parità di accesso alle candidature.
In particolare, le regioni Lazio (L.R. 2/2005, art. 3), Puglia (L.R. 2/2005, art. 3, co. 3), Toscana (L.R. 25/2004, art. 8, co. 4), Marche (L.r. 27/2004, art. 9, comma 6), Campania (L.R. 4/2009, art. 10) e da ultimo la regione Umbria (L.R. 2/2010, art. 3 comma 3) pongono il limite di due terzi alla presenza di candidati di ciascun sesso in ogni lista provinciale. Nelle liste regionali (tra le regioni citate, presenti solo nella regione Lazio) i candidati di entrambi i sessi devono essere invece in numero pari. Per la regione Abruzzo (L.R. 1/2002, art. 1-bis), invece, il limite è il 70%; nella regione Toscana, inoltre, in relazione alle candidature regionali, quando le liste indicano più candidati, ciascun genere deve essere rappresentato (art. 10, co. 2). Meno cogente la prescrizione della regione Calabria (L.R. 1/2005, art. unico, co. 6) per la quale nelle liste elettorali (provinciali e regionali) devono essere presenti candidati di entrambi i sessi.
Nella maggioranza dei casi l’inosservanza del limite è causa di inammissibilità; nelle regioni Lazio, Puglia e Umbria, invece, è causa di sanzione pecuniaria per le liste provinciali.
La legge della regione Campania, infine, contiene disposizioni anche in relazione alla campagna elettorale, in quanto dispone che i soggetti politici devono assicurare la presenza paritaria di candidati di entrambi i generi nei programmi di comunicazione politica e nei messaggi autogestiti (art. 10, comma 4, L.r. 4/2009).
Per quanto concerne le regioni a statuto speciale, la regione Friuli-Venezia Giulia, la regione Valle d’Aosta, la Regione siciliana e la Provincia autonoma di Trento hanno adottato norme in materia elettorale, tra cui disposizioni per favorire l’accesso alle cariche elettive di entrambi i sessi, come disposto dalla legge costituzionale 31 gennaio 2001, n. 2, relativa all’elezione diretta dei Presidenti delle regioni a statuto speciale e delle province autonome di Trento e Bolzano.
Le disposizioni sono diversificate, tutte contengono obblighi nella presentazione delle liste:
§ per la regione Valle d’Aosta, in ogni lista di candidati all'elezione del Consiglio regionale ogni genere non può essere rappresentato in misura inferiore al 20 per cento, arrotondato all'unità superiore (art. 3-bis, LR 3/1993 come modificato da ultimo dalla L.R. 22/2007); in sede di esame e ammissione delle liste, l’Ufficio elettorale regionale riduce al limite prescritto quelle contenenti un numero di candidati superiore al numero massimo prescritto, cancellando gli ultimi nomi; dichiara non valide le liste che non corrispondano alle predette condizioni (art. 9, comma 1, LR 3/1993 come modificato da ultimo dalla L.R. 22/2007);
§ per la regione Friuli-Venezia Giulia ogni lista circoscrizionale deve contenere, a pena di esclusione, non più del 60 per cento di candidati dello stesso genere; nelle liste i nomi dei candidati sono alternati per genere fino all'esaurimento del genere meno rappresentato; al fine di promuovere le pari opportunità, la legge statutaria prevede inoltre forme di incentivazione o penalizzazione nel riparto delle risorse spettanti ai gruppi consiliari (è considerato ‘sottorappresentato’ quello dei due generi che, in Consiglio, è rappresentato da meno di un terzo dei componenti) e disposizioni sulla campagna elettorale. I soggetti politici devono assicurare la presenza paritaria di candidati di entrambi i generi nei programmi di comunicazione politica offerti dalle emittenti radiotelevisive pubbliche e private e, per quanto riguarda i messaggi autogestiti previsti dalla vigente normativa sulle campagne elettorali, devono mettere in risalto con pari evidenza la presenza dei candidati di entrambi i generi nelle liste presentate dal soggetto politico che realizza il messaggio. (artt. 23, comma 2 e 32 L.R. 17/2007);
§ nella Regione siciliana, tutti i candidati di ogni lista regionale dopo il capolista devono essere inseriti secondo un criterio di alternanza tra uomini e donne; una lista provinciale non può includere un numero di candidati dello stesso sesso superiore a due terzi del numero dei candidati da eleggere nel collegio (art. 14, comma 1, L.R. 29/1951, come modificato dalla L.R. 7/2005);
§ nella Provincia autonoma di Trento, in ciascuna lista di candidati – a pena di inammissibilità - nessuno dei due generi può essere rappresentato in misura superiore a due terzi del numero dei candidati della lista, con eventuale arrotondamento all'unità superiore (art. 25 co. 6-bis e art. 30 co. 1 L.P. 2/2003 come modificata dalla L.P. 8/2008).
Il principio di pari opportunità è affermato anche dal testo unico sugli enti locali, laddove prevede che gli statuti comunali e provinciali stabiliscono norme per assicurare condizioni di pari opportunità tra uomo e donna e per promuovere la presenza di entrambi i sessi nelle giunte e negli organi collegiali del comune e della provincia, nonché degli enti, aziende ed istituzioni da essi dipendenti (art. 6).
Le pari opportunità nella pubblica amministrazione
Il testo unico sul pubblico impiego prevede che tutte le amministrazioni pubbliche debbano garantire la parità di trattamento e le pari opportunità tra gli uomini e le donne per l’accesso al lavoro e per il trattamento sul lavoro. A tal fine le pubbliche amministrazioni:
§ riservano alle donne, salva motivata impossibilità, almeno un terzo dei posti di componente delle commissioni di concorso;
§ adottano atti regolamentari per assicurare pari opportunità fra uomini e donne sul lavoro;
§ garantiscono la partecipazione delle proprie dipendenti ai corsi di formazione e di aggiornamento professionale, adottando modalità organizzative atte a favorirne la partecipazione, consentendo la conciliazione fra vita professionale e vita familiare;
§ possono finanziare programmi di azioni positive e l'attività dei Comitati pari opportunità nell'ambito delle disponibilità di bilancio.
Nel 2002, la legge di riordino della dirigenza statale ha precisato che la tutela della parità dei sessi nella pubblica amministrazione si applica anche alla dirigenza.
Più recentemente, in seguito alla modifica apportata nel 2003 all’art. 51, primo comma, della Costituzione, il Ministro per le riforme e le innovazioni nella pubblica amministrazione ed il Ministro per i diritti e le pari opportunità hanno adottato la direttiva sulle Misure per attuare parità e pari opportunità tra uomini e donne nelle amministrazioni pubbliche, che sollecita la piena attuazione delle disposizioni vigenti in materia di parità nel pubblico impiego, e l’applicazione delle misure esistenti a tutela delle donne.
Il provvedimento, destinato ai vertici delle amministrazioni e in particolare ai responsabili del personale, intende “promuovere e diffondere la piena attuazione delle disposizioni vigenti, aumentare la presenza delle donne in posizioni apicali, sviluppare politiche per il lavoro pubblico, pratiche lavorative e, di conseguenza, culture organizzative di qualità tese a valorizzare l’apporto delle lavoratrici e dei lavoratori delle amministrazioni pubbliche”. Il provvedimento introduce a carico delle amministrazioni il compito di monitorare le aree critiche individuando al contempo le possibili azioni positive. Le amministrazioni sono dunque tenute a garantire ed esigere l’osservanza delle norme che vietano qualsiasi forma di discriminazione diretta o indiretta in riferimento ad ogni fase ed aspetto della vita lavorativa, e al tal proposito si ricordano le misure sanzionatorie vigenti, quali la nullità degli atti, l’applicazione di sanzioni amministrative, l’obbligo di reintegrazione nel posto di lavoro, nonché le conseguenze risarcitorie nel caso di danno.
Il legislatore ha provveduto, nel corso degli anni, a creare una serie di strumenti per garantire le pari opportunità sul luogo di lavoro, contrastare le discriminazioni e promuovere l’occupazione femminile.
Oltre alla normativa degli anni ’70, con la quale si è vietata qualsiasi discriminazione fondata sul sesso nell’accesso al lavoro, si ricorda la legge n. 125 del 1991 che ha disciplinato le cosiddette “azioni positive”, ovvero quelle misure che, prevedendo situazioni di favore per le donne, realizzano lo scopo di rimuovere le disuguaglianze che si frappongono al raggiungimento di una condizione di parità in ambito lavorativo. Con il decreto legislativo n. 196 del 2000 si sono poi rafforzate le funzioni e i poteri dei Consiglieri di parità nazionali, regionali e provinciali, organi istituiti per la promozione e il controllo dell’attuazione dei principi di uguaglianza di opportunità e non discriminazione nel mondo del lavoro.
Il divieto di discriminazione fondata sul sesso per quanto concerne l’accesso al lavoro, con specifico riferimento allo stato matrimoniale, di famiglia o di gravidanza, è stato ulteriormente ribadito nell’articolo 3 del D.Lgs. 151 del 2001, che interviene a tutela e sostegno della maternità e della paternità. Nello stesso provvedimento è vietata, inoltre, qualsiasi discriminazione fondata sul sesso in materia di orientamento, formazione, perfezionamento e aggiornamento professionale, con riguardo sia ai profili dell’accesso sia agli aspetti legati alla retribuzione, alla classificazione professionale e alla progressione nella carriera.
Nell’ambito della disciplina del lavoro molte fonti normative costituiscono recepimento di direttive comunitarie come quelle sulla parità delle retribuzioni tra i lavoratori di sesso maschile e quelli di sesso femminile, sulla parità di trattamento e l’assenza di discriminazioni per quanto concerne l'accesso all'occupazione, alla formazione e alla promozione professionale.
Gli organismi pubblici a tutela delle pari opportunità
Nel 1996 all’atto della formazione del Governo è stato nominato per la prima volta un Ministro senza portafoglio per le pari opportunità, poi confermato in tutti i Governi successivi, al quale sono stati conferiti compiti di proposta, coordinamento e attuazione delle politiche governative in materia.
Nel 1997 è stato istituito presso la Presidenza del Consiglio il Dipartimento per le pari opportunità: sorto come struttura di supporto per l’attività del Ministro e con compiti di promozione e coordinamento delle politiche di parità, ha ampliato progressivamente le proprie competenze anche nel campo della lotta alla discriminazione razziale.
Presso il Dipartimento opera la segreteria della Commissione per le pari opportunità tra uomo e donna, organo consultivo e di proposta del Presidente del Consiglio dei ministri con compiti di elaborazione e promozione di iniziative, anche di tipo legislativo, per assicurare l’uguaglianza tra i sessi.
Per la promozione delle pari opportunità nel mondo del lavoro svolge un ruolo centrale il Ministero del lavoro, in cui dal 1991 opera il Comitato nazionale per l’attuazione dei principi di parità di trattamento ed uguaglianza di opportunità tra lavoratori e lavoratrici, organo consultivo del Ministro del lavoro con compiti di studio e di promozione in materia di parità nel settore della formazione professionale e del lavoro.
Presso il Ministero dello sviluppo economico opera il Comitato per l’imprenditoria femminile, istituito nel 1992 con compiti di promozione delle attività di ricerca e formazione sull’imprenditorialità femminile.
Infine, occorre segnalare l’attività dei Comitati per le pari opportunità nella pubblica amministrazione. Previsti dagli accordi nazionali di lavoro dei comparti del pubblico impiego a partire dal 1987, sono composti in misura paritetica da rappresentanti dell’amministrazione e delle organizzazioni sindacali. Essi hanno prevalentemente compiti di raccolta dati, promozione di iniziative, formulazione di proposte al fine di favorire effettive pari opportunità tra donne e uomini.
Tra le iniziative più recenti si ricordano:
§ il Forum permanente contro le molestie gravi e la violenza alle donne, per orientamento sessuale e identità di genere, istituito con decreto del 13 dicembre 2007, quale sede di dialogo e confronto fra istituzioni e società, nonché di sostegno e inclusione delle vittime;
§ l’Osservatorio nazionale contro la violenza sessuale e di genere, previsto dal comma 1261, art. 1, della L. 296/2006 (Legge finanziaria 2007), avente compiti di analisi e ricerca scientifica e di supporto alla progettazione ed implementazione delle politiche di prevenzione, sensibilizzazione e contrasto alla violenza di genere, contro le donne e contro le persone di diverso orientamento sessuale;
§ la Commissione per la prevenzione e il contrasto delle pratiche di mutilazione genitale femminile, istituita il 16 novembre 2006, con compiti informativi e di promozione di iniziative di sensibilizzazione ed operante presso il Dipartimento.
Secondo l’analisi annuale del World economic forum sulla presenza delle donne nei livelli più alti delle istituzioni (Governo, Parlamento ed altre assemblee legislative, alta dirigenza ecc.) l’Italia si colloca al 74° posto su 134 Paesi nella classifica del 2010 (era al 72° nel 2009, al 67° posto nel 2008 ed all’84° nel 2007.
I dati relativi alla presenza femminile negli organi costituzionali italiani mostrano, infatti, una presenza contenuta nei numeri e molto limitata quanto alle posizioni apicali. Nessuna donna ha mai rivestito la carica di Capo dello Stato o di Presidente del Consiglio e la carica di Presidente della Camera è stata declinata al femminile nelle legislature VIII, IX, X , con l’elezione dell’on. Nilde Iotti e XII con l’elezione dell’on. Irene Pivetti.
Quanto alla presenza parlamentare nella XVI legislatura sono state elette alla Camera dei deputati 133 donne, al Senato 58; tra i senatori a vita è stata nominata, il 1° agosto 2001, la prof.ssa Rita Levi Montalcini.
Nell'attuale Governo, le donne Ministro sono 5 (on. Stefania Prestigiacomo, Ministro dell’ambiente, tutela del territorio e del mare, on. Mariastella Gelmini, Ministro dell’istruzione, università e ricerca, on. Giorgia Meloni, Ministro senza portafoglio per le politiche per i giovani, on. Maria Rosaria Carfagna, Ministro senza portafoglio per le pari opportunità, on. Michela Vittoria Brambilla, Ministro senza portafoglio del turismo) su 22 ministri.
Le donne Sottosegretario di Stato sono 7 (on. Stefania Craxi, Affari esteri; sen. Maria Elisabetta Alberti Casellati, Giustizia; on. Francesca Martini e on. Eugenia Maria Roccella, Salute; Laura Ravetto, Rapporti con il Parlamento; Daniela Santanchè, Attuazione del programma di governo; Sonia Viale, Economia e finanze) su 31 Sottosegretari.
Nelle elezioni per il rinnovo al Parlamento europeo del 2004, le prime con la nuova legge, sono state elette 15 donne su 78 seggi spettanti all’Italia. Nelle elezioni precedenti (1999) le donne erano 8 su 87 seggi italiani. Nelle elezioni del 2009, le donne elette al Parlamento europeo risultano 16 su 72 seggi spettanti all’Italia.
Il 4 novembre 1996, il Presidente della Repubblica ha nominato per la prima volta una donna alla carica di giudice della Corte costituzionale: si tratta di Fernanda Contri, avvocato, (cessata dalla carica nel 2005) che aveva ricoperto in precedenza anche la carica di ministro degli Affari sociali e di componente del Consiglio Superiore della Magistratura. Un secondo giudice costituzionale di sesso femminile è stato nominato dal Presidente della Repubblica il 4 novembre 2005: si tratta di Maria Rita Saulle, professore ordinario universitario.
Per quanto riguarda gli organi di governo delle regioni, la presenza delle donne si attesta nel 2010 al 22,1% del totale nelle giunte e all’11,4% nei consigli regionali. Nei comuni italiani, la media della presenza femminile è pari all’11,8% nei consigli e al 17,9% nelle giunte comunali. Nelle province, i dati salgono al 12,9% del totale nei consigli provinciali, mentre gli assessori provinciali donne rappresentano il 17,2% del totale.
Le donne nella dirigenza pubblica
Anche se la presenza delle donne nella pubblica amministrazione è fortemente radicata, c’è un problema di sottorappresentazione delle stesse nelle posizioni di vertice.
Secondo i dati del Dipartimento della funzione pubblica, più del 55% del totale dei dipendenti con contratto a tempo indeterminato nella p.a. è costituito da donne.
Tuttavia, nella dirigenza emerge una netta situazione di squilibrio tra i generi. Nel 2009 sono state conteggiate 467 posizioni tra tutti i dirigenti appartenenti ai ruoli dello Stato, i dirigenti provenienti da altre amministrazioni pubbliche, le persone di particolare e comprovata qualificazione professionale cui è stato affidato un incarico dirigenziale di livello generale. La ripartizione per genere evidenzia che, tra gli incarichi di livello generale apicale (segretari generali di ministeri ed incarichi di direzione di strutture articolate al loro interno in uffici dirigenziali generali) si registra solo l’1,93% di posizioni assegnate alle donne in rapporto all’8,78% di posizioni assegnate agli uomini.
Si registra un miglioramento per quanto riguarda le posizioni di livello generale non apicali dove le donne si attestano al 25,05% e gli uomini al 64,24%.
Le donne nella magistratura
L’ingresso delle donne in magistratura risale in Italia al 1963, quando la legge n. 66 regolamentò “l’ammissione della donna ai pubblici uffici ed alle professioni”.
Il primo concorso aperto alle candidate donne fu indetto nel maggio dello stesso anno, e risultarono idonee al posto di uditore giudiziario 8 candidate su 187. Per fare un utile raffronto, nel concorso per l’accesso in magistratura del 2004, oltre il 60% dei 382 vincitori sono state donne.
Oggi, la presenza femminile in magistratura risulta in costante crescita: i magistrati ordinari in servizio sono 8.937 e di questi 4.056 sono donne (circa il 45%).
Sono però tuttora molto più ridotte le percentuali di presenza femminile man mano che si salgono i gradini della carriera in magistratura (si ricorda che ogni promozione “interna”, ovvero assegnazione di posti direttivi, avviene per titoli e per meriti, senza applicazione di c.d. “quote”).
In base a dati del 2007, ai vertici amministrativi (posti direttivi, p.es. presidenti di Tribunali o di Corte d’Appello, Procuratori o P.G., presidenti di sezione della Cassazione) troviamo solo il 4% di donne (22, contro 440 uomini).
I posti semidirettivi (giudici di Cassazione, di tribunale o di Corte d’Appello, sostituti procuratori) occupati da donne sono circa l’11% del totale (per l’esattezza 77 su 645).
Questi dati possono essere in parte spiegati anche con il relativamente recente ingresso delle donne nell’ordine giudiziario: la carriera del magistrato si sviluppa di norma fra i 35 e i 55 anni, dunque, oggi, riguarda prevalentemente coloro che hanno indossato la toga negli anni settanta del ‘900. Una presenza massiccia di donne in Magistratura si comincia invece ad avvertire solo più tardi (le donne erano meno del 3% nel 1971, oltre il 10% dieci anni dopo).
Le donne nella formazione
Secondo gli ultimi dati disponibili relativi ai risultati scolastici, le ragazze si dimostrano più studiose dei ragazzi.
In relazione all’anno scolastico 2007-2008, nella scuola secondaria di I grado, la distribuzione del giudizio di licenza tra ragazzi e ragazze conferma che queste ultime ottengono i migliori risultati. In particolare, alle studentesse è stato attribuito il 61,8% dei giudizi di “ottimo” ed il 55,3% dei giudizi di “distinto”. Nella scuola secondaria di II grado, su un totale di 4.013 diplomati con lode, 2.372 (pari al 59,1%) sono state studentesse.
Anche il tasso di passaggio dalla scuola secondariasuperiore all’università, pari nel complesso al 65,8% nell’anno accademico 2007/2008, è più elevato per le donne (71,0%) rispetto agli uomini (60,0%).
Parimenti, il numero di donne che conseguono la laurea è maggiore di quello degli uomini e raggiunge il 58% del totale. Con riferimento al rapporto con la popolazione di pari età, la quota di giovani donne (25 anni) che consegue il diploma di laurea è pari al 51,7%, a fronte del 36,6% dei ragazzi.
Questi dati si riflettono anche in quelli relativi alla formazione post-lauream: infatti, il 67,7% degli iscritti alle scuole di specializzazione sono donne. Per quanto riguarda i corsi di dottorato, le donne rappresentano il 51,7% tra gli ammessi ed il 52,8% tra i dottori di ricerca.
Secondo gli ultimi dati disponibili, nel terzo trimestre del 2010 il numero di occupati risulta pari a 22.811.000 unità, segnalando un calo rispetto al trimestre precedente pari allo 0,1%. Per quanto riguarda i dati di genere, risultano 9.179.000 donne occupate a fronte di 13.610.000 uomini.
In particolare, in base ai dati non destagionalizzati, l’Istituto registra un modesto decremento dell’occupazione femminile rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente (-0,1%, pari a -11.000 unità), mentre la componente maschile registra un decremento maggiore (-1,5%, pari a -211.000 unità). La ri-duzione del numero degli occupati sintetizza un’ulteriore sostenuta flessione della componente italiana (-342.000 uomini, pari al –2,7%; –80.000 donne, pari al -1,0%) e una crescita di quella straniera (+131.000 uomini e +69.000 donne).
Per quanto attiene al tasso di occupazione, esso risulta pari al 56,7%, con una flessione di otto decimi di punto percentuale rispetto al terzo trimestre 2009. L’indicatore scende al 67,6% (-1,2%i su base annua) per gli uomini e al 45,8% (-0,3%) per le donne. Dopo la discesa intervenuta dal primo trimestre del 2009 al secondo trimestre 2010, il tasso di occupazione degli stranieri rimane pressoché stabile su base annua, posizionandosi al 63,7% (63,8% nel terzo trimestre 2009). Il risultato sintetizza un accrescimento dell’indicatore tra gli uomini (dal 77,7% al 78,3% per cento) e una persistente flessione tra le donne (dal 51,0% al 50,2%).
In base ai dati non destagionalizzati, nel terzo trimestre del 2010 la crescita della disoccupazione, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, continua ad interessare in misura più significativa gli uomini (+38.000 unità) in confronto alle donne (+12.000 unità). Rispetto al recente passato, l’allargamento dell’area della disoccupazione riguarda pressoché esclusivamente la componente italiana. Alla crescita della disoccupazione femminile straniera (+17.000 unità) ha corrisposto la flessione di quella maschile (-13.000 unità).
Per quanto concerne il tasso di disoccupazione, si registra un aumento, su dati non destagionalizzati III trimestre 2009 e stesso periodo 2010, dello 0,3% per la componente maschile e dello 0,1% per quella femminile. Nel Nord la sostanziale stabilità dell’indicatore (dal 5,1 al 5,2%) riguarda sia gli uomini sia le donne; nel Centro il tasso aumenta al 7,0% per cento (6,5% nell’anno precedente), per una crescita dovuta ad entrambe le componenti di genere. Nel Mezzogiorno il tasso di disoccupazione risulta pari al 12,1% (rispetto all’11,7% dell’anno precedente), con una punta del 13,9% per le donne.
Infine, riguardo al tasso di inattività, nel III trimestre 2010 si ha una percentuale pari al 38,6% (sei decimi di punto in più rispetto al 2009), con un incremento maggiore della componente maschile rispetto a quella femminile. Nel Nord l’indicatore raggiunge il 31,6% (31,0% nel III trimestre 2009). Nel Centro il tasso di inattività si posiziona al 34,1% (33,9% nel III trimestre 2009), scontando la crescita della componente maschile e il calo di quella femminile. Nel Mezzogiorno, il tasso di inattività registra un aumento tendenziale di un punto percentuale attestandosi al 50,0%. Il risultato riflette il significativo incremento della componente maschile e la moderata crescita di quella femminile, per la quale il tasso di inattività rimane comunque particolarmente elevato e pari al 64,5%.
Considerando la media nei paesi OCSE, il tasso di occupazione femminile in Italia resta ad un livello basso. Secondo quanto riportato nel Rapporto OCSE sull’occupazione nel 2010, infatti, per quanto attiene all’occupazione femminile, l’Italia si è attestata nel 2008 al 46,4%, a fronte del 56,5% della media OCSE.
Le pari opportunità e il ruolo della donna in Ital...