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Timestamp: 2017-04-25 22:19:46+00:00
Document Index: 63126893

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 7', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 4', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 6', 'art. 4', 'art. 6', 'art. 3', 'sentenza ', 'e contrario', 'art. 21', 'art. 6', 'art. 165', 'art. 4', 'art. 11', 'art. 2', 'art. 11', 'art. 11', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 4', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 42', 'sentenza ', 'art 42', 'art. 42', 'art. 43', 'art. 34', 'art. 43', 'art. 42', 'art. 42', 'sentenza ', 'art. 42', 'art. 42', 'art. 42', 'art. 42', 'art. 42', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 42', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 9', 'art. 380', 'art. 4', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 9', 'art. 1', 'art. 4', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 9', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 9', 'art. 96', 'sentenza ', 'art. 4', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 9', 'art. 9']

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È stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 158 del 8.7.2016 la LEGGE 7 luglio 2016, n. 122 recante "Disposizioni per l'adempimento degli obblighi derivanti dall'appartenenza dell'Italia all'Unione europea - Legge europea 2015-2016". note: Entrata in vigore del provvedimento: 23/07/2016. Per maggiori informazioni scarica il testo. segnalazione della Legge n. 122 del 7.7.2016 pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 158 del 8.7.2016
È stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, Serie Generale, n. 231 del 6.10.2015 il decreto 24 settembre 2015 del Ministero della Difesa recante "Individuazione delle acque internazionali soggette al rischio di pirateria nell'ambito delle quali e' consentito l'impiego di guardie giurate a bordo delle navi mercantili battenti bandiera italiana".
Sulla questione si è di recente pronunciata l’Adunanza plenaria di questo Consiglio di Stato ( Ad.plen. 28 gennaio 2015 n. 1).
Il Consiglio di Stato Sez. VI nella sentenza del 7.8.2015 n. 3908 ha richiamato tale autorevole precedente, condividendone l’impianto motivazionale.
Al termine di una completa ed esaustiva disamina di tutte le questioni implicate, nella richiamata sentenza si è tra l’altro precisato come questo Consiglio abbia più volte ribadito ( da ultimo, sez. VI, 22 aprile 2014, n. 2028 e 30 maggio 2014, n. 2829 ) che è legittima l'esclusione da un qualsiasi anno di corso degli studenti di università estere, che non superino la prova selettiva di primo accesso, eludendo con corsi di studio avviati all'estero la normativa nazionale ( v. anche Cons. Stato, sez.VI, 15 ottobre 2013, n. 5015; 24 maggio 2013, n. 2866 e 10 aprile 2012, n. 2063 ).
- a livello di normazione primaria e secondaria, le uniche disposizioni in materia di trasferimenti si rinvengono ai commi 8 e 9 dell’art. 3 del D.M. 16 marzo 2007 in materia di “Determinazione delle classi di laurea magistrale”, che, senz’alcun riferimento a requisiti per l’ammissione, disciplinano il riconoscimento dei crediti già maturati dallo studente; - mentre con specifico riguardo ai trasferimenti nessuno specifico requisito di ammissione è previsto, l’art. 4 della legge 2 agosto 1999, n. 264 subordina l’ammissione ai corsi i cui accessi sono programmati a livello nazionale ( art. 1 ) o dalle singole università ( art. 2 ) al “previo superamento di apposite prove di cultura generale, sulla base dei programmi della scuola secondaria superiore, e di accertamento della predisposizione per le discipline oggetto dei corsi medesimi”;
- sebbene la norma non riferisca espressamente la locuzione “ammissione” al solo “primo accoglimento dell’aspirante nel sistema universitario”, a rendere sicuramente preferibile e privilegiata tale interpretazione può valere, nell’àmbito del corpus complessivo delle norme concernenti l’accesso ai corsi di studio universitari, l’art. 6 del D.M. 22 ottobre 2004, n. 270, che, nell’indicare i “requisiti di ammissione ai corsi di studio”, fa esclusivo riferimento, ai fini della ammissione ad un corso di laurea (di primo livello o magistrale: vedansi i commi dall’1 al 3), al “possesso del diploma di scuola secondaria superiore”, ch’è appunto il titolo imprescindibile previsto per l’ingresso nel mondo universitario; il che rende palese che quando il legislatore fa riferimento alla ammissione ad un corso di laurea, intende riferirsi appunto allo studente ( e solo allo studente ) che chieda di entrare e sia accolto per la prima volta nel sistema;
- se i contenuti della prova di ammissione di cui all’art. 4 della legge 2 agosto 1999, n. 264 devono far riferimento ai “programmi della scuola secondaria superiore”, è evidente che la prova è rivolta a coloro che, in possesso del diploma rilasciato da tale scuola ( v. il già citato art. 6 del D.M. n. 270/2004 ), intendono affrontare gli studi universitari, in un logico continuum temporale con la conclusione degli studi orientati da quei “programmi” e dunque ai soggetti che intendono iscriversi per la prima volta al corso di laurea, sulla base, appunto, del titolo di studio acquisito e delle conoscenze ad esso sottostanti;
- stabilirà le modalità di valutazione dell’offerta potenziale dell’ateneo ai fini della determinazione, per ogni anno accademico ed in relazione ai singoli anni di corso, dei posti disponibili per trasferimenti, sulla base del rispetto imprescindibile della ripartizione di posti effettuata dal Ministero negli anni precedenti - nell’àmbito delle disponibilità per trasferimenti stabilirà le modalità di graduazione delle domande;
- fisserà criteri e modalità per il riconoscimento dei crediti, anche prevedendo “colloqui per la verifica delle conoscenze effettivamente possedute” ( art. 3, comma 8, del D.M. 16 marzo 2007 );
- in tale àmbito determinerà i criteri, con i quali i crediti riconosciuti ( in termini di esami sostenuti ed eventualmente di frequenze acquisite ) si tradurranno nell’iscrizione ad un determinato anno di corso, sulla base del rispetto dei requisiti previsti dall’ordinamento didattico della singola università per la generalità degli studenti ai fini della iscrizione ad anni successivi al primo.
Alla luce dei principi enunciati dalla Adunanza plenaria, il Consiglio di Stato ha rigettato l’appello in esame in quanto il diniego di iscrizione è stato opposto dall’Università de L’Aquila sulla base della mera circostanza secondo cui gli studenti universitari qui appellati non si erano sottoposti ai test di ingresso previsti per il primo anno di iscrizione dalla legislazione nazionale suindicata.
Senonchè - precisa il Collegio - una tale interpretazione è contrastante con la normativa nazionale come interpretata dalla sentenza della Adunanza plenaria, che peraltro si pone in perfetta linea di coerenza con le coordinate desumibili dall’ordinamento comunitario.
Ed infatti se è pur vero che l'ordinamento comunitario garantisce, a talune condizioni, il riconoscimento dei soli titoli di studio e professionali e non anche delle procedure di ammissione, che non risultano armonizzate ciò, tuttavia, lungi dal confermare la veduta tesi restrittiva, significa soltanto che il possesso dei requisiti di ammissione ad un ateneo europeo non dà di per sé “diritto” al trasferimento dello studente in qualsiasi altro Ateneo di diverso Stato dell’Unione Europea.
Ma negare tout court il diritto al trasferimento in Italia degli studenti provenienti da Università di altri Paesi UE sarebbe contrario al principio di libertà di circolazione e soggiorno nel territorio degli Stati comunitari (art. 21 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea), suscettibile di applicazione non irrilevante nel settore dell’istruzione tenuto conto delle competenze attribuite all’Unione per il sostegno e completamento dell’azione degli Stati membri in materia di istruzione e formazione professionale (art. 6, lettera e), del Trattato), nonché degli obiettivi dell’azione dell’Unione fissati dall’art. 165 n. 2 secondo trattino del Trattato stesso, teso proprio a “favorire la mobilità degli studenti …, promuovendo tra l’altro il riconoscimento accademico dei diplomi e dei periodi di studio”.
In definitiva, ciò che soltanto appare compatibile con l’ordinamento comunitario è che sia lasciata all’autonomia dell’università il riconoscimento dei periodi di studio svolti all’estero ( e dunque anche quelli non sfociati in un “titolo” ivi conseguito ), tenendo conto del dato sostanziale costituito dalla completezza, esaustività, corrispondenza dei corsi da accreditare con gli omologhi corsi nazionali, prendendo in considerazione i contenuti formativi del corso di studi seguito all’estero con riferimento alle discipline oggetto d'esame; potere, questo, rispetto al quale completamente ultronea risulta la pretesa di effettuazione di una preliminare verifica della “predisposizione” a studi già in parte compiuti.
Detta norma consente anche di superare qualsiasi dubbio di discriminazione fra studenti universitari provenienti da università italiane ( che comunque hanno a suo tempo superato, ai fini dell’accesso all’università di provenienza, una prova di ammissione ex art. 4 della legge n. 264/1999 ) e studenti universitari provenienti da università straniere ( che una prova di ammissione alla stessa non abbiano sostenuto o che comunque abbiano superato una prova di tal fatta del tutto irrilevante per l’ordinamento nazionale ), giacché il trasferimento interviene, sia per lo studente che eserciti la sua “mobilità” in àmbito nazionale che per lo studente proveniente da università straniere, non più sulla base di un requisito pregresso di ammissione agli studi universitari ormai del tutto irrilevante perché superato dal percorso formativo-didattico già seguito in àmbito universitario, ma esclusivamente sulla base della valutazione dei crediti formativi affidata alla autonomia universitaria, in conformità con i rispettivi ordinamenti, sulla base del principio di autonomia didattica di ciascun ateneo ( art. 11 della legge n. 341 del 1990, che affida l'ordinamento degli studi dei corsi e delle attività formative ad un regolamento degli ordinamenti didattici, denominato "regolamento didattico di ateneo"; v. anche l'art. 2, comma 2, del d.m. 22 ottobre 2004, n. 270, che dispone che - ai fini della realizzazione della autonomia didattica di cui all'art. 11 della legge n. 341 del 1990 - le università, con le procedure previste dalla legge e dagli statuti, disciplinano gli ordinamenti didattici dei propri corsi di studio in conformità con le disposizioni del medesimo regolamento, nonché l'art. 11, comma 9, dello stesso D.M., che, a proposito dei regolamenti didattici di ateneo, prevede che le università, con appositi regolamenti, riordinano e disciplinano le procedure amministrative relative alle carriere degli studenti in accordo con le disposizioni del regolamento statale).
Oggetto del giudizio è il provvedimento con il quale l’Università degli Studi dell'Aquila aveva respinto la richiesta di trasferimento avanzata da studente italiano iscritto presso un’università straniera per non avere superato in Italia l’esame di ammissione al corso di laurea in Medicina e Chirurgia.
Il Consiglio di Stato Sez. VI nella sentenza del 4.6.2015 ha rigettato l'appello rilevando che la questione posta dall’appello è stata oramai risolta dall’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato n. 1 del 28 gennaio 2015, che ha stabilito che è illegittima la delibera con la quale il Consiglio di Corso di laurea in medicina e chirurgia di una università italiana respinge l’istanza avanzata da alcuni studenti iscritti al primo anno di studi di Facoltà di medicina di una università straniera, volta ad ottenere il trasferimento presso l’università italiana con iscrizione ad anno successivo al primo del corso di laurea in medicina e chirurgia con la motivazione che gli studenti, provenendo da università straniere, non avrebbero superato in Italia l’esame di ammissione al corso di laurea in medicina e chirurgia, requisito essenziale previsto dal manifesto degli studi.
Secondo il precedente dell’Adunanza Plenaria, sul piano sistematico: 1) a livello di formazione primaria e secondaria, le uniche disposizioni in materia di trasferimenti si rinvengono ai commi 8 e 9 dell’art. 3 del d.m. 16 marzo 2007 in materia di “Determinazione delle classi di laurea magistrale”, che, senza alcun riferimento a requisiti di ammissione, disciplinano il riconoscimento dei crediti già maturati dallo studente; 2) l’art. 4 l. 2 agosto 1999, n.264 subordina l’ammissione ai corsi i cui accessi sono programmati a livello nazionale (art. 1) o dalle singole università (art. 2), al “previo superamento di apposite prove di cultura generale, sulla base dei programmi della scuola secondaria superiore, e di accertamento della predisposizione per le discipline oggetto dei corsi medesimi”; 3) la locuzione “ammissione” contenuta nella norma sopra citata fa riferimento al solo “primo accoglimento dell’aspirante nel sistema universitario”; 4) nel definire “modalità e contenuti delle prove di ammissione ai corsi di laurea ad accesso programmato a livello nazionale a.a.2012-2013”, il d.m. 28 giugno 2012 usa indifferentemente i termini di “ammissione” ed “immatricolazione”, facendo riferimento quest’ultimo allo studente che si iscriva al primo anno di corso. Mentre sul piano giuridico, ha rilevato l’Adunanza Plenaria, i test di accesso mirano a valutare la preparazione di colui che, terminata la scuola superiore, deve ancora entrare nell’università per quelli già inseriti nel sistema (e cioè iscritti ad università italiane o straniere) non si tratta più di accertare, ad un livello di per sé presuntivo, l’esistenza di una “predisposizione” di tal fatta, quanto, semmai, di valutarne l’impegno complessivo di apprendimento dimostrato dallo studente con l’acquisizione dei crediti corrispondenti alle attività formative compiute. Una limitazione, da parte degli Stati membri, all’accesso degli studenti provenienti da università straniere per gli anni di corso successivi al primo della facoltà di medicina e chirurgia, si porrebbe in contrasto con il principio comunitario di libertà di circolazione.
È stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 106 del 9.5.2015 il decreto legislativo 23 aprile 2015 n. 54 recante "Attuazione della decisione quadro 2006/960/GAI del Consiglio del 18 dicembre 2006 relativa alla semplificazione dello scambio di informazioni e intelligence tra le Autorita' degli Stati membri dell'Unione Europea incaricate dell'applicazione della legge".
In particolare, il decreto disciplina, nel rispetto dei principi di cui all'articolo 6 del Trattato sull'Unione europea, delle norme in materia di protezione dei dati personali e del segreto di indagine, le condizioni e le modalita' con le quali: a) le autorita' nazionali competenti incaricate dell'applicazione della legge e le autorita' di un altro Stato membro si scambiano, su richiesta, le informazioni o le analisi di cui esse dispongono, ai fini dello svolgimento di indagini penali o di operazioni informative o investigative criminali; b) le autorita' nazionali competenti incaricate dell'applicazione della legge comunicano, d'iniziativa, informazioni e/o analisi che possono contribuire allo svolgimento di indagini penali sui reati di cui all'articolo 2, paragrafo 2, della decisione 2002/584/GAI del Consiglio del 13 giugno 2002 relativa al mandato di arresto europeo ovvero alla prevenzione di questi ultimi. Il decreto entrerà in vigore il 24 maggio 2015.
Per scaricare il decreto legislativo cliccare su "Accedi al provvedimento".
sabato 20 settembre 2014 09:02
Occupazione sine titulo: la decisione di disporre l'acquisizione ex art. 42 bis d.p.r. 327/2001 o la restituzione del bene rimane nella sfera di discrezionalità dell'amministrazione, ma l'esercizio di tale potestà non può protrarsi indefinitamente nel tempo, altrimenti l'inerzia dell'Amministrazione si tradurrebbe in un illecito permanente
Nel giudizio in esame con il primo motivo di appello si chiede la riforma della sentenza gravata laddove non ha riconosciuto l'obbligo per l'amministrazione di iniziare e concludere il procedimento, sollecitato dall'appellante, e volto ad effettuare la valutazione amministrativa discrezionale consistente nella scelta fra l'acquisizione autoritativa dell'immobile secondo la disciplina di cui all'art 42 bis cit., da una parte, e l'opzione in favore della soluzione restitutoria e risarcitoria regolata dal diritto comune, dall'altra.Il Tar ha sul punto ritenuto che non si sia in presenza di un silenzio-inadempimento in quanto, con riferimento al procedimento de quo, non sussisterebbe in capo all'Amministrazione un obbligo giuridico di provvedere.Il motivo di appello merita accoglimento.L'art. 42 bis, come già in precedenza evidenziato da questo Consiglio di Stato riguardo all'analoga ratio dell'art. 43 (Sez. IV, 16 novembre 2007, n. 5830), è stato emanato per consentire una legale via di uscita per i casi in cui una pubblica amministrazione avesse occupato senza titolo un'area di proprietà privata, in assenza di un valido ed efficace decreto di esproprio.L'articolo in questione, inserito nel Testo unico degli espropri dal decreto legge 6 luglio 2011, n. 98 (art. 34) ha dunque reintrodotto, con diversa disciplina, il potere discrezionale già attribuito dall'art. 43: l'amministrazione - valutate le circostanze e comparati gli interessi in conflitto - può decidere se demolire l'opera e restituire l'area al proprietario, oppure se disporre l'acquisizione.L'art. 42 bis prevede infatti, al comma 1, che l'Amministrazione, valutati gli interessi in conflitto, possa disporre, con formale provvedimento, l'acquisizione del bene, con la corresponsione al privato di un indennizzo per il pregiudizio subito, patrimoniale e non patrimoniale.Il potere di disporre l'acquisizione ex art. 42 bis del d.p.r. 327/2001 è espressione del più generale potere di amministrazione attiva che compete agli enti pubblici cui il giudice amministrativo non può sostituirsi al di fuori dei casi di giurisdizione estesa al merito. La valutazione degli interessi in gioco e la conseguente decisione in ordine all'acquisizione o alla restituzione del bene rimane quindi nella sfera di discrezionalità dell'amministrazione (cfr. Cons. St., sez. IV, 16 marzo 2012, n. 1514).La scelta tra la possibilità di procedere all'acquisizione sanante o alla restituzione del bene deve infatti derivare da una valutazione comparativa degli interessi in gioco, valutazione che spetta unicamente all'Amministrazione.La sentenza gravata, ha quindi correttamente sottolineato il carattere altamente discrezionale della scelta spettante all'Amministrazione, non potendo il giudice condannare il Comune all'adozione di un atto specifico riconoscendo la fondatezza della pretesa sostanziale di parte ricorrente.Tuttavia, il Tar ha errato laddove ha ritenuto insussistente un obbligo di provvedere.Infatti, l'occupazione sine titulo di beni immobili appartenenti a privati è una situazione di fatto del tutto contrastante con quella di diritto e l'Amministrazione deve tempestivamente adoperarsi per ripristinare una situazione di legalità.“Il privato può dunque legittimamente domandare o l'emissione del provvedimento di acquisizione o, in difetto, la restituzione del fondo con la sua riduzione in pristino. Nell'attuale quadro normativo, le Amministrazioni hanno infatti l'obbligo giuridico di far venir meno -- in ogni caso -- l'occupazione "sine titulo" e, quindi, di adeguare comunque la situazione di fatto a quella di diritto. La P.A. ha due sole alternative: o restituisce i terreni ai titolari, demolendo quanto realizzato e disponendo la completa riduzione in pristino allo "status quo ante", oppure deve attivarsi perché vi sia un legittimo titolo di acquisto dell'area. Quello che le amministrazioni non possono pensare di continuare fare è restare inerte in situazioni di illecito permanente connesso con le occupazioni usurpative”. (Cons. St., sez. IV, 26 marzo 2013, n. 1713)Nel caso di specie è pacifico che il Comune stia utilizzando senza titolo beni presenti su terreni di proprietà altrui. L'amministrazione ha quindi l'obbligo di restituire i beni illecitamente occupati, oppure, di acquisirli al proprio patrimonio ritenendo sussistenti le condizioni per procedere ex art. 42 bis.Il fatto che tali opere non siano state realizzate dall'Amministrazione ma dal privato stesso, non fa venir meno l'applicabilità delle disposizioni dell'art. 42 bis che, come si è detto, nelle intenzioni del legislatore vuole rappresentare una legale via di uscita per tutti i casi in cui una pubblica amministrazione avesse occupato senza titolo un bene di proprietà privata, in assenza di un valido ed efficace decreto di esproprio. A conferma della generale applicazione dell'art. 42 bis può citarsi il fatto che comma 6 del detto articolo prevede espressamente l'applicabilità delle disposizioni, in quanto compatibili, anche nel caso in cui l'Amministrazione abbia in via di fatto imposto una servitù su un bene altrui.Il fatto che le opere utilizzate non siano state realizzata dal Comune potrà semmai rilevare nel caso in cui si proceda alla restituzione dei beni, non dovendosi in tal caso provvedere alla rimessione in pristino.Fermo restando quindi il carattere discrezionale della valutazione rimessa alla Amministrazione sulla possibilità di procedere ex art. 42 bis, non v'è dubbio che l'esercizio di tale potestà non possa protrarsi indefinitamente nel tempo, altrimenti l'inerzia dell'Amministrazione si tradurrebbe in un illecito permanente.Seppure, quindi, l'art. 42 bis non contempli un avvio del procedimento ad istanza di parte, deve ritenersi che il privato possa sollecitare l'Amministrazione ad avviare il relativo procedimento e che l'Amministrazione abbia l'obbligo di provvedere al riguardo, essendo l'eventuale inerzia dell'Amministrazione configurabile quale silenzio-inadempimento impugnabile di fronte al giudice amministrativo.Infatti, per la P.A. l'obbligo giuridico di provvedere, positivizzato in via generale dall'art. 2 della legge n. 241/1990, sussiste ove il procedimento consegua obbligatoriamente ad un'istanza, ovvero debba essere iniziato d'ufficio, derivandone che il silenzio-rifiuto è un istituto riconducibile a inadempienza dell'Amministrazione, in rapporto a un sussistente obbligo di provvedere che, in ogni caso, deve corrispondere ad una situazione soggettiva protetta, qualificata come tale dall'ordinamento (cfr.: Cons. St., Sez. IV, 22.6.2006 n. 3883; Id, 4.9.1985 n. 333 e 6.2.1995 n. 51; Sez. V 6.6.1996 n. 681 e 15.9.1997 n. 980; Sez. VI, 11.11.2008). Peraltro, la giurisprudenza ha chiarito che tale obbligo è rinvenibile anche al di là di un'espressa disposizione normativa che tipizzi il potere del privato di presentare un'istanza e, dunque, anche in tutte quelle fattispecie particolari nelle quali ragioni di giustizia e di equità impongano l'adozione di un provvedimento ovvero tutte quelle volte in cui, in relazione al dovere di correttezza e di buona amministrazione della parte pubblica, sorga per il privato una legittima aspettativa a conoscere il contenuto e le ragioni delle determinazioni (qualunque esse siano) dell'Amministrazione (ex plurimis: Cons. St., sez VI, 14.10.1992 n. 762).Nel caso di specie il ricorrente è titolare di una situazione soggettiva protetta e, anche a fronte del notevole lasso di tempo intercorso, ha senz'altro una legittima aspettativa a conoscere il contenuto e le ragioni delle determinazioni dell'Amministrazione riguardanti la sua proprietà.Deve quindi riformarsi la sentenza gravata, accogliendo il ricorso avverso il silenzio e riconoscendo l'obbligo per l'Amministrazione di concludere il procedimento determinando, entro 60 giorni dal deposito della presente sentenza, se intenda procedere o meno all'acquisizione del bene ex art. 42 bis cit..Per scaricare la sentenza cliccare su "Accedi al Provvedimento".
Nel giudizio in esame con il primo motivo di appello si chiede la riforma della sentenza gravata laddove non ha riconosciuto l'obbligo per l'amministrazione di iniziare e concludere il procedimento, sollecitato dall'appellante, e volto ad effettuare la valutazione amministrativa discrezionale consi ... Continua a leggere
lunedì 4 agosto 2014 21:54
Dopo le modifiche introdotte dall'articolo 1 del D.Lgs. 8 gennaio 2007, n. 3, in attuazione della direttiva 2003/109/CE relativa allo status di cittadini di paesi terzi soggiornanti di lungo periodo, l’art. 9, comma 4, del T.U. Immigrazione, di cui al D.Lvo 25 luglio 1998, n. 286, non consente alcun automatismo nel diniego ( e nella revoca ) del “permesso per soggiornanti di lungo periodo” ( c.d. carta di soggiorno), in conseguenza delle condanne penali riportate dallo straniero, rientranti nelle ipotesi contemplate dall’art. 380 c.p.c. e 381 c.p.c., limitatamente ai delitti non colposi, e anche in materia di stupefacenti.
La norma, facendo eccezione rispetto alle previsioni di cui all’art. 4, comma 3, dello stesso T.U., anche nel testo vigente all’epoca del diniego impugnato, relative alle condizioni per il rilascio del permesso di soggiorno (che considerano ostativa automaticamente la condanna per reati inerenti gli stupefacenti) espressamente dispone che, nel formulare il giudizio di pericolosità sociale nei confronti del soggetto che è titolare di carta di soggiorno a tempo indeterminato, l’Amministrazione tenga conto non solo delle condanne riportate dallo straniero, ma di un complesso di elementi, quali la durata del soggiorno nel territorio nazionale e l'inserimento sociale, familiare e lavorativo.
Nella fattispecie, risulta dal provvedimento impugnato che l’Amministrazione ha tenuto conto unicamente della condanna riportata dal ricorrente (con sentenza n. 1021/2007 del 25.6.2007 del Tribunale di Udine ad anni cinque e mesi quattro di reclusione ed euro 18.000 di multa) e del successivo arresto in data 14.11.2008, per il medesimo reato di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti.
La sentenza appellata non sembra attribuire rilievo alla mancata valutazione degli elementi indicati dall’art. 9, comma 4, T.U. 286/98, ovvero alla durata del soggiorno nel territorio nazionale e all'inserimento sociale, familiare e lavorativo dello straniero, ritenendo, pertanto, legittimo il giudizio di pericolosità dedotto unicamente dalla tipologia dei reati commessi e dalla condotta di vita del ricorrente, che lo farebbero rientrare tra le categorie di persone di cui all’art. 1 della l. 1423/56, venendo con ciò meno “i requisiti per l’ingresso ed il soggiorno nel territorio dello Stato ai sensi dell’art. 4, comma 2, del D.L.vo 286/98”.
Come più volte affermato da questo Consiglio, è illegittima la revoca del permesso per soggiornanti di lungo periodo precedentemente rilasciato, che faccia riferimento al solo fatto che lo straniero è stato condannato in via definitiva alla pena detentiva, senza un autonomo (seppure sinteticamente motivato) giudizio di pericolosità sociale, limitandosi, al contrario, all'affermazione di un vincolante automatismo tra la sentenza di condanna penale riportata e la revoca del permesso (Consiglio di Stato, Sez. VI, 20/02/2007, n. 906 e Sez. III, 25/05/2012, n. 3095 in fattispecie relative a condanna per stupefacenti; Sez. III, 13/09/2013, n. 4539, in fattispecie riguardante condanna per rapina; sez. III, 29/04/2014, n.2205, in fattispecie di condanna per stupefacenti e immigrazione clandestina).
Vero è che lo straniero che, anche a prescindere da condanne penali, appartenga a taluna delle categorie di cui all'art. 1 l. n. 1423/1956 (pericolose per la sicurezza e per la pubblica moralità, suscettibili di misure di prevenzione) potrebbe essere espulso dal luogo di abituale dimora ed, anzi, il tenore letterale della norma depone nel senso di una causa tipica di espulsione vincolata. Tuttavia, il confronto con l'art. 9 d.lg n. 286/1998, che non contempla il reato di cessione illecita di sostanze stupefacenti tra quelli ostativi al rilascio della carta di soggiorno e prevede le misure di prevenzione ex art. 1 l. n. 1423/1956 come possibile causa di espulsione discrezionale dello straniero titolare di carta di soggiorno, induce a ritenere che lo straniero, quand’anche raggiunto dall'avviso di cui all'art. 1 l. n. 1423/1956, possa essere espulso dal territorio nazionale soltanto in base ad un apprezzamento discrezionale, che tenga conto di tutti gli elementi rilevanti indicati dallo stesso art. 9, comma 4, possibili indici di una effettiva volontà di non integrazione sociale. Ove tale valutazione sia concludente in senso negativo, è evidente che lo straniero suscettibile di espulsione, a maggior ragione, non potrà ottenere il rilascio né il rinnovo della carta di soggiorno.
Ma, viceversa, ove una pluralità di elementi sussistano in favore della tutela dei vincoli familiari esistenti nel territorio italiano e una durevole permanenza nel contesto familiare e sociale, va motivatamente ponderata l’incidenza di tali circostanze sulla pericolosità desumibile dalle precedenti condanne penali, per quanto gravi.
E’ pur consapevole il Collegio che la tipologia dei reati e l'entità della condanna impongono di ritenere sussistente una minaccia per l'ordine e la sicurezza pubblica anche in base ai parametri comunitari; secondo l'art. 96 par. 2 della Convenzione attuativa dell'Accordo di Schengen sussiste, infatti, una tale minaccia quando sia intervenuta una condanna a pena detentiva superiore a un anno oppure nel caso di reato connesso con la cessione diretta o indiretta di stupefacenti.
E, per quanto riguarda il diritto interno, la Corte Costituzionale nella sentenza n. 148 del 16 maggio 2008 ha stabilito che l'opzione legislativa dell'automatismo espulsivo, applicata alle condanne (anche patteggiate) successive alla data di entrata in vigore della legge 30 luglio 2002 n. 189, non è manifestamente irragionevole, in quanto le ipotesi delittuose previste dal novellato art. 4 comma 3 del Dlgs. 286/1998 implicano spesso contatti profondi con le organizzazioni criminali.
Tuttavia, la stessa sentenza della Corte Costituzionale n. 148/2008 ha ammesso il superamento di tale automatismo per ragioni umanitarie e solidaristiche in situazioni caratterizzate da elementi particolari, come nel caso dei soggiornanti di lungo periodo o del ricongiungimento familiare.
Peraltro, proprio in tema di tutela della effettività dei vincoli familiari, va ricordato che di recente, con sentenza n.202 del 18.7.2013, la Corte ha dichiarato costituzionalmente illegittimo l'art. 5, comma 5, d.lg. 25 luglio 1998, n. 286, nella parte in cui prevede che la valutazione discrezionale in esso stabilita si applichi solo allo straniero che "ha esercitato il diritto al ricongiungimento familiare" o al "familiare ricongiunto", e non anche allo straniero "che abbia legami familiari nel territorio dello Stato", con ciò riconoscendo che quando la disciplina dell'immigrazione sia suscettibile di incidere sui diritti fondamentali, che la Costituzione protegge egualmente nei confronti del cittadino e del non cittadino, quale l’effettività dei vincoli familiari, la tutela rafforzata, che permette di superare l'automatismo ostativo alla permanenza sul territorio nazionale del condannato, anche in via non definitiva, per alcuni reati, fra i quali quelli in materia di stupefacenti, va riconosciuta, oltre che nelle eccezioni già normativamente previste dall’art. 5, comma 5, e dall’art. 9, rispettivamente per coloro che hanno esercitato il diritto al ricongiungimento familiare e per coloro che richiedono un permesso di soggiorno Ce per soggiornanti di lungo periodo, anche nei confronti dei soggetti che non hanno presentato istanza di ricongiungimento, pur versando nelle condizioni sostanziali per ottenerlo.
Se questo è il quadro normativo e giurisprudenziale, che delinea una tutela rafforzata nei confronti della “effettività” della famiglia, per il valore solidaristico, sociale ed educativo che ad essa si riconnette, occorre tenerne conto nell’esame della vicenda dell’appellante.
Dunque, nel caso in esame, la situazione personale dello straniero, entrato in Italia per ricongiungersi alla famiglia oltre 10 anni prima del provvedimento impugnato e che qui ha soggiornato ininterrottamente insieme ai familiari, tutti titolari di carta di soggiorno, i quali lavorano (o studiano) stabilmente con inserimento nel tessuto sociale, richiede una valutazione ponderata da parte dell’amministrazione che valorizzi adeguatamente la lunga presenza in Italia, l’effettività dei vincoli familiari e la buona condotta mantenuta successivamente alla condanna, come rappresentata dall’appellante nella memoria del 7 marzo 2014, al fine di pervenire ad un giudizio di pericolosità sociale complessivo, che non tenga conto unicamente dei precedenti penali.
Dopo le modifiche introdotte dall'articolo 1 del D.Lgs. 8 gennaio 2007, n. 3, in attuazione della direttiva 2003/109/CE relativa allo status di cittadini di paesi terzi soggiornanti di lungo periodo, l’art. 9, comma 4, del T.U. Immigrazione, di cui al D.Lvo 25 luglio 1998, n. 286, non consente alcu ... Continua a leggere
sabato 15 marzo 2014 19:45
La fattispecie giunta all'attenzione del Consiglio di Stato ha ad oggetto la decadenza e il recupero di circa 25.000,00 euro erogati, indebitamente, dalla Regione Marche, a titolo di contributo per il sostegno di zone svantaggiate in attuazione di specifico regolamento comunitario.
Gli organismi nazionali sono tenuti ad assicurare il corretto utilizzo delle provvidenze erogate per conto della Comunità europea, procedendo, in caso di accertata violazione, alla revoca del contributo e al recupero delle somme (cfr. Cons. St. – VI n. 5765/2008; Corte di Giustizia U.E. C-613/11 del 21 marzo 2013).
Ne deriva che la normativa e le disposizioni attuative, per le finalità perseguite volte anche a evitare le cd. truffe comunitarie, debbono, per intuibili motivi, essere interpretate e applicate nel modo più restrittivo e rigoroso, e prevedono forme di vigilanza e doverosi controlli a tutela dell’erario e degli altri concorrenti e, è bene ricordare, della assoluta regolarità dell’erogazione del contributo di origine comunitaria (cfr. III n. 3115/2013). Per approfondire cliccare su "Accedi al Provvedimento".
Gli organismi n ... Continua a leggere
lunedì 10 febbraio 2014 21:29
Maro' giudicati con legge antipirateria, Italia pronta a reagire segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del comunicato della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 10.2.2014
Il capo d’imputazione presentato oggi in India dall’Attorney General, che prevede di giudicare il caso dei due fucilieri di marina italiani sulla base della legge antipirateria (SUA) è assolutamente sproporzionato e incomprensibile: assimila l’incidente a un atto di terrorismo. L’Italia non è un Paese terrorista. Qualora fosse convalidata dalla Corte Suprema, questa tesi sarebbe assolutamente inaccettabile. Si tratterebbe di una decisione lesiva della dignità dell'Italia quale Stato sovrano, di cui i due Fucilieri della Marina sono organi impegnati nel contrasto alla pirateria conformemente alla legislazione italiana, al diritto internazionale e alle decisioni rilevanti del Consiglio di sicurezza dell'ONU.
Alla luce della decisione della Corte Suprema, il Governo si riserva di assumere ogni iniziativa. Dopo due anni senza un capo d’accusa, non intendiamo recedere dal nostro obiettivo di riportare quanto prima a casa Salvatore Girone e Massimiliano Latorre e di vedere riconosciuti la loro dignità ed i loro diritti.
segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del comunicato della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 10.2.2014
Il capo d’imputazione presentato oggi in India dall’Attorney General, che prevede di giudicare il caso dei due fucilieri di marina italiani sulla base della legge antipirateria (SUA) è assolutamente sproporzionato e incomprensibile: assimila l’incidente a un atto di terrorismo. L’Italia non è un Pa ... Continua a leggere
Funzione Pubblica: il 2 dicembre il convegno su “Il rafforzamento della capacità amministrativa nella programmazione 2014-2020” segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del comunicato della Funzione Pubblica del 18.11.2013
Si terrà il prossimo 2 dicembre, dalle ore 14.00 alle ore 18.00, nella Sala polifunzionale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, il convegno “Il rafforzamento della capacità amministrativa nella programmazione 2014-2020 - Il ruolo del performance management nella PA”. Sono aperte le iscrizioni sino al 27 novembre.
Il convegno è organizzato dal Dipartimento della funzione pubblica nell’ambito del progetto Valutazione delle Performance. L’incontro sarà un’occasione di riflessione su quale sia il ruolo che il performance management ha per rafforzare la capacità amministrativa dei Comuni nella prospettiva della Programmazione dei fondi europei 2014 – 2020.
Durante il convegno sarà disponibile la diretta streaming dell'evento e sarà attivato il dibattito su Twitter con hashtag #VDP, animato anche dal nostro profilo twitter di Progetto PerformancexPA.
Per maggiori informazioni sul Progetto "Valutazione delle Performance", può consultare la sezione di progetto sul portale PAQ oppure contattare l'email valutazioneperformance@funzionepubblica.it. Per visualizzare il programma cliccare su "Accedi al Provvedimento".
Immigrazione: 2 milioni di euro per progetti diretti alla promozione della conoscenza di diritti e doveri di cittadini stranieri ed italiani segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del comunicato del Ministero dell'Interno del 12.11.2013
E' stato pubblicato l’Avviso a valere sull’Azione 5 'Informazione, comunicazione e sensibilizzazione' del Programma Annuale (AP) 2013 del Fondo Europeo per l’Integrazione di cittadini di Paesi terzi (FEI). L’avviso - che prevede uno stanziamento di euro 2.000.000,00 (IVA inclusa) - intende promuovere la conoscenza dei diritti, dei doveri e delle opportunità rivolte ai cittadini di Paesi terzi, e anche sensibilizzare cittadini stranieri e italiani favorendo la conoscenza e il rispetto reciproci. Le proposte progettuali potranno essere presentate esclusivamente attraverso il portale fondisolid.interno.it a partire dalle ore 12.00 del 22 novembre 2013, e dovranno pervenire entro e non oltre le ore 16.00 del 18 dicembre 2013. segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del comunicato del Ministero dell'Interno del 12.11.2013
Dichiarazione Iva standardizzata in tutta l'Unione Europea: la proposta aiuta imprese della Commissione Europea segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del comunicato del Dipartimento Politiche Europee del 23.10.2013
Una nuova dichiarazione Iva standardizzata in tutta l'Unione Europea, che non solo semplificherà la vita alle impresa (con 5 caselle al massimo invece delle 100 che si contano oggi in alcuni casi) ma renderà il fisco più efficiente e in grado di incassare più gettito. Questa e' la proposta lanciata dalla Commissione europea che conta di ridurre in questo modo i costi per le imprese europee fino a quindici miliardi di euro all'anno attraverso un alleggerimento degli oneri burocratici agevolando il rispetto degli obblighi fiscali. La Commissione ricorda anche come dall'Iva i paesi europei incassano oltre 190 miliardi di euro l'anno, un quinto - il 21 per cento - delle entrate fiscali totali.
La proposta rientra nel quadro delle iniziative previste dal programma "Refit" per semplificare le norme e ridurre gli oneri amministrativi. La dichiarazione Iva standard - che sostituirà le dichiarazioni Iva nazionali - farà sì che alle imprese siano richieste le stesse informazioni di base entro le stesse scadenze in tutta l'Unione. Poiché le procedure semplificate risultano più facili da rispettare e da applicare, la proposta odierna dovrebbe anche contribuire a migliorare il rispetto della normativa Iva e, secondo la Commissione, aumentare le entrate pubbliche.
Le imprese presenteranno la dichiarazione Iva standard mensilmente, mentre le microimprese saranno obbligate a farlo su base trimestrale. L'obbligo di presentare una dichiarazione Iva annuale riepilogativa, che alcuni Stati membri attualmente impongono, sarà abolito. Inoltre, la proposta incoraggia la presentazione elettronica dell'imposta sul valore aggiunto, che potrà essere in tutta l'Unione.
Per saperne di più cliccare su "Accedi al Provvedimento".
Con il sistema di sorveglianza delle frontiere "Eurosur", le cui regole di funzionamento sono state approvate dal Parlamento europeo, gli Stati membri dell'UE saranno meglio attrezzati per prevenire, individuare e combattere l'immigrazione clandestina, ma anche per salvare le vite dei migranti. Eurosur consentirà infatti agli Stati membri di condividere immagini e dati in tempo reale sugli sviluppi alle frontiere esterne dell'UE. La rete di comunicazione Eurosur è progettata per migliorare l'individuazione, la prevenzione e la lotta contro l'immigrazione clandestina e la criminalità transfrontaliera. I deputati hanno sottolineato che tale rete deve essere utilizzata anche per salvare la vita dei migranti.
I paesi UE che utilizzano Eurosur si impegnano a rispettare i diritti umani, tra i quali il divieto di respingimento, che vieta il rimpatrio di persone minacciate di vita o private della libertà. Gli utenti di Eurosur dovranno inoltre proteggere i diritti fondamentali dell'Unione europea, tra i quali la protezione dei dati personali. Qualsiasi scambio di dati personali tra gli Stati membri dell'Unione europea o con paesi terzi tramite Eurosur deve rimanere un'eccezione e rispettare la legislazione sulla protezione dei dati.
Inoltre, gli Stati membri non devono utilizzare Eurosur per inviare a paesi terzi qualsiasi informazione che potrebbero essere utilizzata per identificare una persona che ha richiesto la protezione internazionale o la cui vita o l'integrità fisica potrebbe essere a rischio. Le norme di funzionamento di Eurosur sono state concordate con i governi nazionali. Bulgaria, Estonia, Grecia, Spagna, Francia, Croazia, Italia, Cipro, Lettonia, Lituania, Ungheria, Malta, Polonia, Portogallo, Romania, Slovenia, Slovacchia e Finlandia inizieranno a utilizzare Eurosur il 2 dicembre 2013. Gli altri Stati membri seguiranno l'esempio il 1° dicembre 2014.
Tutti i cittadini europei hanno il diritto all'assistenza legale di un difensore in un procedimento penale in qualunque Paese UE essi si trovino. Lo stabilisce una nuova direttiva europea adottata dal Consiglio UE dei Ministri della Giustizia che completa l'iter legislativo dopo il voto del Parlamento europeo del mese scorso. La nuova direttiva stabilisce degli standard minimi in materia di assistenza legale. Tutti i sospettati, in qualunque Stato membro si trovino, avranno quindi il diritto all'assistenza legale dal momento in cui vengono formalmente indagati fino alla fine del processo. Quando un sospettato è arrestato, le nuove regole assicurano che abbia contatti con la famiglia. Se sono fuori dal loro Paese di origine, devono anche avere diritto a mettersi in contatto con il proprio consolato e si offre alle persone oggetto di un mandato d'arresto europeo la possibilità di ricevere consulenza legale sia nel paese in cui è effettuato l'arresto che in quello in cui è stato spiccato.
La legge e' in corso di pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell'UE e gli Stati membri avranno tre anni di tempo per attuarla nel diritto nazionale. segnalazione del Prof. Avv. Enrico Michetti del comunicato della Commissione Europea
In Italia sono presenti 3.764.236 cittadini non comunitari regolari ISTAT
COMMENTO ALLA SENTENZA DELLA CORTE DI GIUSTIZIA UE – GRANDE SEZIONE – 19 DICEMBRE 2012. ELEMENTI IDENTIFICATIVI DEGLI ACCORDI DI COOPERAZIONE, EX ART. 15 LEGGE 241 DEL 1990 E S.M.I. E OBBLIGO DI RISPETTARE LE REGOLE DELL’UNIONE EUROPEA SUGLI APPALTI PUBBLICI
dell’Avv. Luisa Capicotto «:::::::::GA:::::::::»