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Timestamp: 2019-04-19 22:21:58+00:00
Document Index: 35441133

Matched Legal Cases: ['art. 2943', 'art. 1495', 'art. 1492', 'art. 1495', 'sentenza ', 'art. 1490', 'art. 1492', 'art. 1495', 'art. 1490', 'art. 1495', 'art. 2934', 'art. 2936', 'art. 2936', 'art. 1495', 'art. 2943', 'art. 2944', 'art. 2943', 'art. 2944', 'art. 1988', 'art. 2943', 'art. 2943', 'art. 1495', 'art. 1492', 'art. 1495', 'art. 1219', 'art. 2943', 'sentenza ', 'art. 1492', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2943', 'art. 2934', 'art. 1073', 'art. 982', 'art. 1229', 'art. 1341', 'art. 1341', 'art. 2940', 'art. 2033', 'art. 2034', 'art. 2945', 'art. 1310', 'art. 2943', 'sentenza ', 'art. 2945', 'art. 1310', 'art. 2055', 'sentenza ', 'art. 32', 'art. 138', 'art. 1223', 'art. 2059', 'art. 185', 'art. 1', 'art. 2059', 'sentenza ', 'art. 2059', 'art. 2059', 'art. 360', 'art. 1223', 'art. 2059', 'art. 185', 'art. 1', 'art. 2059', 'art. 2059', 'art. 2059', 'art. 32', 'art. 139', 'art. 2059', 'art. 139', 'art. 139', 'art. 13', 'sentenza ', 'art. 138', 'art. 32', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 139', 'sentenza ', 'sentenza ']

Gli atti interruttivi della prescrizione civile: la portata dell’art. 2943 c.c. alla luce della distinzione tra diritti di credito e diritti potestativi
Nota alla ordinanza della Cassazione civile, sez. II, 02/10/2018, (ud. 23/05/2018, dep.02/10/2018), n. 23857, Pres. D’Ascola, rel. Federico.
Ricognizione: la Sezione II della Corte di Cassazione ha rimesso all’esame del Primo Presidente, per la valutazione dell’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite, la seguente questione di massima di particolare importanza: “se, previa qualificazione dell’istituto della garanzia per vizi nella compravendita, con esclusione delle ipotesi disciplinate dal codice del consumo, siano configurabili idonei atti interruttivi della prescrizione di cui all’art. 1495, comma 3, c.c., ai sensi degli artt. 2943 ss. c.c., diversi dalla proposizione dell’azione giudiziale e se, ed in quale misura, detti atti interruttivi inibiscano il decorso della prescrizione in relazione alle azioni edilizie di cui all’art. 1492, comma 1, c.c.”.
Sommario: a) La vicenda concreta da cui origina la questione di diritto; b) La questione giuridica all’esame della Corte di Cassazione; c) Premessa sistematica: gli istituti in rilievo: 1.la garanzia per vizi nella compravendita; 2.la prescrizione come sanzione per l’inerzia; 3.Gli atti interruttivi la prescrizione. d) I due orientamenti in ordine agli atti idonei interruttivi della prescrizione di cui all’art. 1495, comma 3, c.c.; e) Riflessioni conclusive.
La vicenda concreta da cui origina la questione di diritto.
Nel caso portato sino all’attenzione della Seconda Sezione, un’azienda agricola citava in giudizio innanzi al Giudice di pace di Lizzano una cooperativa vivai, per sentir pronunciare la riduzione del prezzo ex artt. 1490 e 1492 c.c. di una partita di piante acquistate dalla cooperativa convenuta.
Esponeva l’attrice di aver provveduto alla restituzione di una parte delle piante in quanto palesemente affette da virosi e di aver effettuato la denuncia per vizi attraverso quattro raccomandate. La cooperativa convenuta eccepiva la tardività della denuncia e conseguentemente la decadenza dalla garanzia per vizi ed, in ogni caso, la prescrizione dell’azione.
Il Giudice di pace, adito in primo grado, accoglieva la domanda attorea di riduzione del prezzo.
La sentenza veniva confermata dal Tribunale di Taranto in appello, con reiezione delle eccezioni di decadenza e prescrizione riproposte in sede di gravame dalla venditrice, ritenendo, quanto alla decadenza, che l’acquirente avesse raggiunto contezza dei vizi nel corso del tempo, e che, per effetto delle note inviate, poteva ritenersi rispettato il termine decadenziale; quanto alla prescrizione, rilevava il giudice di secondo grado che l’azione di garanzia poteva ritenersi utilmente interrotta dalle diverse comunicazioni, con le quali l’acquirente aveva manifestato per iscritto alla venditrice l’inidoneità delle piante all’innesto, prospettando il ricorso alla tutela giudiziaria poi concretamente attuato.
Avverso detta sentenza, la cooperativa vivai proponeva ricorso per cassazione.
La questione giuridica all’esame della Corte di Cassazione.
Orbene, la questione su cui la Sezione Seconda rinviene un contrasto di vedute concerne specificamente la categoria degli atti interruttivi della prescrizione civile.
La ricognizione concerne la necessità di verificare se le comunicazioni con le quali l’acquirente manifesti alla venditrice l’esistenza di vizi del bene compravenduto, prospettando, mediante tali atti, il futuro ricorso alla tutela giudiziaria, poi effettivamente esperito, possano costituire atti idonei ad interrompere, ai sensi e per gli effetti degli artt. 1495 e 2943 c.c., la prescrizione della garanzia del venditore di cui all’art. 1490 c.c. e delle azioni che da essa derivano ex art. 1492 c.c.
La Suprema Corte viene quindi interrogata su un istituto concettualmente problematico, dalla natura ambivalente, sostanziale e processuale, definito quale fenomeno che “accomunato – quasi come se si trattasse di un unico fenomeno giuridico – da una identità di nomen e di struttura, tanto nel diritto civile (ove dava luogo ad un fenomeno «estintivo» e ad uno «acquisitivo» dei diritti, in luogo della usucapione), che in quello penale («vizio di origine» che si è portato addosso per molto tempo), ha saltellato e continua a saltellare in una terra di nessuno, a mezza strada tra il diritto sostanziale e quello processuale, secondo un pendolarismo che la sua stessa natura anfibia indubbiamente asseconda.[1]”.
Il quesito – ovvero quali siano compiutamente gli atti idonei ad interrompere il breve termine di prescrizione previsto dall’art. 1495 c.c. e se sia possibile immaginare all’interno della categoria anche atti diversi dall’azione giudiziale; ancora, nel caso positivo, quale debba essere contenuto di tali atti – merita un previo approfondimento dogmatico.
Premessa sistematica: gli istituti in rilievo: La garanzia per vizi nella compravendita
Le Sezioni Unite vengono chiamate ad indagare la “previa qualificazione dell’istituto della garanzia per vizi nella compravendita”, con esclusione, quindi, del pur importante panorama dei rimedi previsti in favore del compratore nella legislazione speciale, specie di quelli che attengono ad ipotesi di vendita intercorse con un compratore consumatore,
collocate nell’unico testo normativo del Codice del Consumo di cui al D. Lgs. 6/9/2005 n. 206.
Orbene, l’articolo 1490 c.c. prevede che il venditore è tenuto a garantire che la cosa venduta sia immune da vizi che la rendano inidonea all’uso a cui è destinata o ne diminuiscano in modo apprezzabile il valore. L’art. 1490 co. II c.c. prevede la possibilità di un patto per escludere o limitare la garanzia; tale patto non ha effetto per il caso che il venditore abbia in mala fede taciuto al compratore i vizi della cosa[2].
L’articolo 1491 c.c. stabilisce poi che non è dovuta la garanzia se al momento del contratto il compratore conosceva i vizi della cosa; parimenti non è dovuta se i vizi erano facilmente riconoscibili, salvo, in questo caso, che il venditore abbia dichiarato che la cosa era esente da vizi.
Il nostro codice accorda, in linea generale, al compratore una particolare protezione che si sostanzia nelle cosiddette azioni edilizie (la cui etimologia risale al diritto romano ove erano previste negli editti degli edili curuli, ossia dai magistrati che in Roma erano chiamati a sovrintendere alle vendite di schiavi e animali nei mercati[3]; si tratta della azione di risoluzione, riduzione del prezzo cui si aggiunge il diritto al risarcimento del danno).
Pertanto, l’articolo 1492 c.c. disciplina il tipo di azioni che sono esperibili dal compratore, prevedendo che nei casi indicati dall’articolo 1490 c.c. il compratore possa domandare a sua scelta la risoluzione del contratto, ovvero la riduzione del prezzo.
Nel primo caso si parla di azione redibitoria, con la quale l’acquirente è tenuto a restituire il bene ed ha diritto al rimborso del prezzo pagato, mentre nel secondo caso si tratta dell’azione estimatoria o actio quanti minoris. In tal caso, se l’acquirente ha già versato il prezzo ha diritto alla restituzione di parte di esso; mentre, se non l’ha ancora versato ha diritto a versare una somma minore rispetto a quella pattuita.
Il codice non contempla un’azione di esatto adempimento, e le ragioni di tale scelta sono svelate dalla stessa origine storica di questi strumenti. Ed invero, nel diritto romano, quando oggetto delle compravendite erano essenzialmente beni infungibili (es. schiavi o cavalli), l’azione di esatto adempimento (comportante la sostituzione o riparazione della res compravenduta) sarebbe apparsa del tutto insoddisfacente rispetto alle concrete esigenze di tutela[4].
La disciplina della garanzia edilizia contempla termini brevi: il compratore infatti decade dal diritto alla garanzia se non denunzia i vizi al venditore entro otto giorni dalla scoperta; la denunzia non è necessaria se il venditore ha riconosciuto l’esistenza del vizio o l’ha occultato; l’azione, inoltre, si prescrive in un anno dalla consegna della cosa (art. 1495 c.c.).
2.La prescrizione come sanzione per l’inerzia.
È noto che presupposto della prescrizione sia l’inerzia del titolare del diritto, ovvero la mancata verificazione di quel fatto umano rilevante per l’ordinamento da parte del titolare o da colui che trae vantaggio dal compimento della prescrizione[5].
La prescrizione opera come sanzione per l’inerzia del titolare del diritto protrattasi per un determinato periodo di tempo, in quanto l’ordinamento vi ricollega la perdita del diritto.
Discusse la natura della prescrizione e la sua giustificazione. Invero, l’art. 2934 c.c. chiarisce che “ogni diritto si estingue per prescrizione”, indicando come la prescrizione sia un modo di estinzione dei rapporti giuridici[6].
Nel tempo la dottrina ha osservato l’istituto della prescrizione, rinvenendo nella stessa la necessità di tutelare l’interesse generale alla certezza del diritto. Soprattutto nel Medioevo, infatti, essa era percepita come conforme con la morale a fronte della ingiusta violenza che il creditore o il titolare di un diritto era chiamato a subire da chi profittava del decorso del tempo. Per questo motivo i giuristi esponenti della dottrina canonistica asserirono che la disciplina della prescrizione non tutelava gli interessi di una parte, bensì un superiore interesse alla certezza del diritto[7].
Bartolo da Sassoferrato, emancipandosi parzialmente dall’insegnamento canonistico, introdusse una regola interessante e degna di essere ricordata in questa sede. Il giurista bolognese distinse la prescrizione delle azioni reali – alle quali corrispondeva l’acquisto della proprietà attraverso l’usucapione e che necessitava della buona fede del possessore – dalla prescrizione dei crediti, per i quali, invece, dalla buona fede si poteva prescindere[8].
L’eccezione medioevale dell’istituto si è tramandata nei codici d’ispirazione francese nei quali si legge che la funzione principale della prescrizione fosse quella di garantire la certezza del diritto[9]: il sacrificio del titolare del diritto consente da un lato di garantire la certezza dei rapporti giuridici dall’altro di impedire che determinate pretese vengano azionate a distanza di molto tempo dal loro sorgere, rendendone gravosa la prova in sede processuale[10].
Nella relazione ministeriale del codice italiano del 1942 all’art. 2936 del c.c. il Ministro affermava espressamente che, «coerentemente alla finalità d’ordine pubblico che informa l’istituto della prescrizione», l’art. 2936 c.c. sancisce la nullità di qualsiasi patto diretto a modificarne la disciplina legale. Sempre secondo la relazione, le ragioni a giustificazione delle clausole che consentono alle parti di modificare i termini prescrizionali «muovono dall’erroneo presupposto che la prescrizione sia stabilita nell’interesse del debitore, disconoscendo così il carattere pubblico dell’istituto, posto in luce dalla migliore dottrina»[11].
Tale tesi ha trovato pieno consenso nella dottrina maggioritaria[12].
La giurisprudenza più recente della Suprema Corte ha oltrepassato tale orientamento, riconoscendo oggi che la prescrizione tutela esclusivamente un interesse disponibile delle parti[13], realizzando in tal modo l’emancipazione dal consolidato orientamento dottrinale e affermando il principio per cui l’interesse tutelato dalla prescrizione non ha natura pubblicistica, ma coincide con quello del debitore. Ne consegue che viene meno anche la ratio del divieto (di ordine pubblico) di derogare alla disciplina prevista dal legislatore[14].
3.Gli atti interruttivi della prescrizione.
Orbene, anteposti i principi fondanti la prescrizione, occorre indagare quali siano gli atti idonei ad interrompere il breve termine di prescrizione previsto dall’art. 1495 c.c. e se sia possibile immaginare all’interno della categoria anche atti diversi dall’azione giudiziale.
L’art. 2943 c.c. dispone che la prescrizione sia interrotta dalla notifica dell’atto con il quale si inizia un giudizio di cognizione, conservativo od esecutivo, dalla domanda proposta nel corso di un giudizio. La norma inoltre stabilisce che prescrizione sia interrotta “da ogni altro atto che valga a costituire in mora il debitore e dall’atto notificato con il quale una parte, in presenza di compromesso o clausola compromissoria, dichiara la propria intenzione di promuovere il procedimento arbitrale, propone la domanda e procede per quanto le spetta alla nomina degli arbitri”[15].
La legge riconosce effetto interruttivo – oltre che all’atto con cui il creditore esercita il diritto – anche ad un particolare atto del debitore: l’art. 2944 (Interruzione per effetto di riconoscimento) stabilisce che la prescrizione è interrotta dal riconoscimento del diritto da parte di colui contro il quale il diritto stesso può essere fatto valere[16].
Dunque, il Codice civile distingue essenzialmente tra due tipi diversi di interruzione della prescrizione, quello che si regge su un atto del titolare del diritto (art. 2943 c.c.) e quello che promana dal “colui contro il quale il diritto stesso può essere fatto valere” (art. 2944 c.c.).
Mentre nel secondo caso si ha un solo modo di interruzione (di norma, tramite il riconoscimento del debito, ai sensi dell’art. 1988 c.c.), le modalità con le quali il titolare del diritto può interrompere la prescrizione sono distinte: il codice parla della “notificazione dell’atto con il quale si inizia un giudizio” (art. 2943, 1° comma, c.c.) e di “ogni altro atto che valga a costituire in mora il debitore” (art. 2943, 3° comma, c.c.).
La genericità della previsione si presterebbe ad una interpretazione estensiva tale da far ritenere che le modalità di interruzione della prescrizione siano sostanzialmente atipiche. In realtà, è opinione dominante che le cause di interruzione della prescrizione siano tassativamente fissate per legge[17] (e si sostanziano nella domanda giudiziale, anche se proposta per la prima volta in appello, nell’atto di costituzione in mora e nel riconoscimento del diritto da parte del debitore), non essendo ammissibili altre cause al di fuori di quelle espressamente contemplate. Ne consegue che le disposizioni in esame non sono suscettibili di analogia[18], né è ammissibile un accordo delle parti volto a determinare un solo idoneo atto di interruzione con esclusione di tutti i possibili altri, né peraltro ha valore di causa interruttiva l’esistenza di trattative non giunte a buon fine[19].
I due orientamenti in ordine agli atti idonei interruttivi della prescrizione di cui all’art. 1495, comma 3, c.c.
Passando alla specifica questione problematica, l’interprete non può non osservare come venga finalmente in rilievo la contaminazione e la prevalenza processuale della prescrizione.
In ordine al profilo in esame, si registrano due difformi orientamenti della giurisprudenza di legittimità.
Secondo un primo indirizzo, costituisce atto interruttivo della prescrizione dell’azione di garanzia la mera manifestazione al venditore della volontà – del compratore – di volerla esercitare, ancorché il medesimo riservi ad un momento successivo la scelta tra la tutela alternativa di riduzione del prezzo o di risoluzione del contratto[20]. Secondo tale orientamento, qualora il compratore comunichi al venditore che intende far valere il diritto alla garanzia, egli interrompe la prescrizione inerente a tale diritto e, come non è necessaria la precisazione del tipo di tutela che andrà a chiedere in via giudiziaria, cosi è irrilevante, ai fini della idoneità dell’interruzione, la riserva di scelta del tipo di tutela, in quanto non è riserva di far valere un diritto diverso da quello in relazione al quale si interrompe la prescrizione.
Un diverso orientamento [21] distingue ai fini della individuazione dell’atto idoneo ad interrompere la prescrizione tra diritti di credito e diritti potestativi.
In particolare, si osserva che la facoltà di domandare la risoluzione del contratto di vendita, attribuita dall’art. 1492 cod. civ. al compratore di una cosa affetta da vizi, abbia natura di diritto potestativo, a fronte del quale la posizione del venditore è di mera soggezione. Ne consegue che la prescrizione dell’azione – fissata in un anno dall’art. 1495 c.c., comma 3, – può essere utilmente interrotta soltanto dalla proposizione di domanda giudiziale e non anche mediante atti di costituzione in mora (che debbono consistere, per il disposto dell’art. 1219 c.c., comma 1, in una intimazione o richiesta di adempimento di un’obbligazione), previsioni che si attagliano ai soli diritti di credito e non anche ai diritti potestativi. Tale distinzione parrebbe rinvenire una conferma nella Relazione al Codice Civile al n. 1203 dove il comma 4 dell’art. 2943 viene giustificato per le esigenze del credito, sulla base del fatto che altrimenti si sarebbe “addossato, specie in tema di prescrizioni brevi, un grave onere al creditore, costretto ad agire giudizialmente per mantenere in vita il suo diritto”.
Tale indirizzo è stato ancora di recente seguito dalla Cassazione con la sentenza del 4 settembre 2017, n. 20705, che ha affermato che in tema di esercizio di diritti potestativi, quale è l’esperimento dell’azione di risoluzione di un contratto di compravendita per vizi della cosa venduta, l’effetto interruttivo della prescrizione consegue unicamente alla proposizione della relativa domanda giudiziale, risultando inidoneo all’uopo qualsiasi atto stragiudiziale di costituzione in mora.
Di conseguenza, secondo l’indirizzo da ultimo rappresentato, si afferma tout court l’inidoneità di un mero atto di costituzione in mora con manifestazione dell’intenzione di agire di giudizio o, deve ritenersi, dell’impegno del venditore ad eliminare i vizi, a fronte del successivo esperimento dell’azione di risoluzione (ma la conclusione deve ritenersi identica anche in relazione all’actio quanti minoris, stante l’identica natura di pronuncia costitutiva che da essa deriva).
L’opposto orientamento ha invece ritenuto che la contestazione dei vizi, con “ogni più ampia riserva di azione”, contenuta in un telegramma inviato a controparte, implicando un riferimento all’alternativa prevista dall’art. 1492 c.c. – nel senso di richiesta di risoluzione o di riduzione del contratto – non richiedesse necessariamente, ai fini della valida costituzione in mora e dell’effetto interruttivo, la scelta dell’azione, ben procrastinabile fino alla proposta della domanda giudiziale, dovendo escludersi che la riserva concernesse un diritto diverso da quello in relazione al quale si interrompeva la prescrizione[22].
Ritiene l’ordinanza di rimessione che la risoluzione di tale questione postula peraltro, la definizione di altra controversa questione, pregiudiziale, vale a dire la qualificazione giuridica della “garanzia per vizi” nella compravendita e del rapporto tra le categorie generali della “garanzia” da una parte e delle situazioni giuridiche passive dall’altra, con esclusione evidentemente delle compravendite stipulate da un compratore qualificabile come “consumatore” con un venditore “professionista” disciplinate dal Codice del consumo.
In particolare, a parere della Sezione II sembra decisivo stabilire se la peculiare situazione giuridica designata dal codice civile come “garanzia per vizi” sia riconducibile alla nozione di obbligazione ex contractu, ovvero se, come affermato, seppur incidenter tantum dalla sentenza resa dalle Sezioni Unite del13 novembre 2012 n.19702, in materia di accordo tra venditore e compratore volto all’eliminazione dei vizi, di “soggezione“, poichè espone il venditore all’iniziativa del compratore, intesa alla modificazione del contratto di vendita o alla sua caducazione, mediante l’esperimento dell’actio quanti minoris o dell’actio redibitoria.
Il venditore – prosegue la sentenza – deve subire tali effetti, che si verificano nella sua sfera giuridica ope iudicis, senza essere tenuto ad eseguire alcuna prestazione, a parte il “dare” o “solvere” derivanti dai doveri di restituzione o risarcimento.
Ora, se si ritiene che la garanzia per vizi sia riconducibile non alla categoria dell’obbligazione, ma piuttosto alla soggezione, cui è correlata, dal lato attivo, una situazione giuridica di diritto potestativo in capo al compratore di scegliere la tutela da azionare, da ciò sembra doversi fare discendere l’inidoneità, ai fini dell’interruzione della prescrizione, di atti quali la costituzione in mora e la contestazione dei vizi o di atti di riconoscimento del debito quali l’impegno ad eliminare i vizi, essendo all’uopo necessaria la proposizione di una domanda giudiziale.
L’ordinanza di rimessione predilige pertanto il secondo orientamento giurisprudenziale, di natura restrittiva, facendo dipendere la soluzione ultima dalla preliminare questione circa la qualificazione giuridica della “garanzia per vizi” nella compravendita, quale categoria dell’obbligazione, o piuttosto ipotesi di soggezione. Del resto, dogmaticamente appare maggiormente corretto e condivisibile distinguere, ai fini della individuazione dell’atto idoneo ad interrompere la prescrizione, tra diritti di credito e diritti potestativi.
Ambedue le tesi esaminate, a ben vedere, sembrano lambire quella esigenza di certezza del diritto che ancora oggi aleggia intorno all’istituto e che la dottrina immagina quale sua ragione fondante.
Può osservarsi tuttavia che l’orientamento avallato dalla ordinanza di rimessione si scontrerebbe con un dato testuale oltre che fattuale; ed invero, secondo parte della dottrina l’art. 2943 c.c. avrebbe una funzione integrativa dell’art. 2934 apportandovi un’estensione e al contempo una limitazione. L’estensione concerne proprio i diritti reali, mentre la restrizione i diritti di credito.
In particolare, l’estensione consiste nel fatto che la prescrizione dei diritti reali, a ben vedere, può essere interrotta anche dagli atti di esercizio del diritto (cd. atti d’uso), ed altresì dagli atti, rivestiti di forma scritta e recettizi, con cui il titolare manifesta l’intenzione al soggetto passivo di realizzare il proprio diritto malgrado un ostacolo che vi si opponga (v. art. 1073 c.c. che per le servitù negative attribuisce il carattere di atto d’esercizio ad ogni atto di proibizione del titolare; nel diritto di superficie la prescrizione può essere interrotta dall’edificazione così come dalla richiesta
rivolta al proprietario del possesso del fondo o della cessazione di atti di turbativa; per l’usufrutto vale ad interrompere la prescrizione quale dichiarazione recettizia della volontà di realizzare il diritto, la richiesta del possesso della cosa ai sensi dell’art. 982 c.c. )[23].
La restrizione invece consiste nel fatto che il legislatore tra i vari atti compiuti dal creditore al fine di realizzare il diritto (atti di esercizio) attribuisce efficacia interruttiva soltanto a quelli rivestiti di forma scritta e recettizi con cui il creditore intima al debitore di adempiere.
Sarebbe pertanto opportuno delimitare la pronuncia alla sottocategoria di diritti potestativi in cui l’iniziativa del titolare seppur necessaria non è sufficiente alla realizzazione, occorrendo a ciò una pronuncia del giudice, come nell’azione di annullamento di un contratto.
Ancora in chiave critica può osservarsi che la ricostruzione maggiormente prudente, secondo la quale l’effetto interruttivo consegue unicamente alla proposizione della domanda giudiziale, risultando inidoneo all’uopo qualsiasi atto stragiudiziale di costituzione in mora, a meno che non si verta in materia di diritti di credito, comporterebbe un considerevole aggravio della posizione dei privati acquirenti, i quali si vedrebbero invero costretti, al fine di interrompere il termine breve di prescrizione, ad intraprendere una dispendiosa – oltre che dall’esito incerto – azione giudiziale, in tal modo vanificando la tendenza più recente del nostro sistema legislativo volta alla deflazione del contenzioso civile, per la via della degiurisdizionalizzazione.
Ad ogni modo è di certo opportuno un intervento chiarificatore da parte dell’organo di nomofilachia, al fine di evitare che venga lasciato all’interprete il ruolo di stabilire se abbiano efficacia interruttiva atti non espressi secondo il consueto modello della costituzione in mora.
L’attuale analisi della giurisprudenza, ad ogni modo, evidenzia come l’istituto della prescrizione stia vivendo una fase di profonda evoluzione e cambiamento, che, in attesa della pronuncia della Suprema Corte, giustificheranno un maggiore interesse, soprattutto da parte della dottrina.
[1]A. Macchia, Prescrizione, Taricco e dintorni: spunti a margine di un sistema da riformare, in Riv. Trim. Quest. Giust., n. 1/2017.
[2] È opportuno tener presente che tale patto soggiace ai limiti di cui all’art. 1229 c.c. e che, se relativo a condizioni generali di contratto di cui all’art. 1341 c.c., configura clausola vessatoria che richiede specifica sottoscrizione ai sensi del comma II dello stesso art. 1341 c.c. (cfr. Cass. 23/12/1993 n. 12759).
[3]V. Arangio-Ruiz, La compravendita in diritto romano, II, 2a ed., rist. Napoli, 1990, 353 ss.
[4] Al contrario, tale azione appare oggi certamente utile rispetto a beni prodotti in serie, in cui l’interesse dell’acquirente si incentra sulla sostituzione o sulla riparazione del bene, come accade nelle vendite di beni di consumo: il diritto del consumatore acquirente al ripristino, con la riparazione o sostituzione risulta ora previsto e disciplinato agli artt. 130 e 132 del Codice del Consumo.
[5] R. Ferrucci, Della prescrizione e della decadenza, in Comm. cod. civ., 2a ed., Torino, 1980, 446.
[6] Si veda sul punto F. Gazzoni secondo il quale “il riferimento operato dalla legge alla estinzione del diritto non appare del tutto proprio. In verità se la prescrizione operasse nel senso di estinguere il diritto, più non si comprenderebbe la regola posta dall’art. 2940 secondo cui non è ammessa la ripetizione di ciò che è stato spontaneamente pagato in adempimento di un debito prescritto. Infatti se il diritto (di credito) più non esistesse il pagamento sarebbe non più dovuto ed è regola del nostro ordinamento che il pagamento dell’indebito ammette la ripetizione (art. 2033). Dovrebbe allora ipotizzarsi che a seguito della prescrizione nascerebbe in capo al debitore un’obbligazione naturale ex art. 2034, con conseguente soluti retentio in caso di spontaneo adempimento. Sembra dunque più opportuno dire che il diritto prescritto non si estingue ma perde la propria forza, nel senso che, se si agisce in giudizio, il terzo potrà eccepire l’intervenuta prescrizione, in tal modo bloccando l’iniziativa giurisdizionale. Ma se tale eccezione non viene opposta, il diritto potrà essere fatto valere ad ogni affetto. Con altra terminologia può dirsi che la prescrizione non opera sul merito della pretesa esercitata, da cui prescinde, per determinare solo un effetto preclusivo e non già estintivo”; F. Gazzoni, Manuale di diritto privato, Napoli, 2004., p. 110.
[7] Sul punto si veda C. NANI, Storia del diritto privato italiano, Torino 1902, p. 304 ss. Proprio in tali convinzioni e nella necessità di una giustificazione di tipo pubblicistico dell’istituto trova origine il divieto di derogare alle disposizioni in materia di prescrizione e la loro conseguente attrazione tra le disposizioni di ordine pubblico: cfr. G. Magri, La prescrizione in Europa tra ordine pubblico e tutela del debitore, in Rivista di Diritto Civile, CEDAM, settembre ottobre 2017
[8] Cfr. Bartolo da Sasso-ferrato, Bartoli Commentaria in primam digesti novi «de usucapio et usurpatio», Lugduni,1552, fol. 108 r, n. 8.
[9] Cfr. Code civil francais: Discours et exposè des motifs, tomo IV, Bruxelles, 1804,p. 344.
[10] G. Magri, La prescrizione in Europa tra ordine pubblico e tutela del debitore, in Rivista di Diritto Civile, CEDAM, settembre ottobre 2017, p. 1167.
[11] Rel. n. 1199.
[12] Per tutti si vedano G. S CARPELLO -G. AZZARITI, Della prescrizione e della decadenza, in Comm. Scialoja-Branca, Roma-Bologna, 1972, p. 203.
[13] Cass. civ., 18 gennaio 2011, n. 1084.
[14] G. Magri, La prescrizione in Europa tra ordine pubblico, cit., p. 1169.
[15] Pertanto interrompe la prescrizione la richiesta di adempimento fatta per iscritto.
[16] L’istituto dell’interruzione si differenzia da quello della sospensione sia sul piano sostanziale che processuale. Sotto il primo profilo, quello del diritto sostanziale, mentre la sospensione ha l’effetto di aprire un intervallo nel decorso del termine, l’interruzione realizza una frattura, rendendo del tutto irrilevante il periodo di tempo decorso antecedentemente al compimento dell’atto. Come infatti prevede il primo comma dell’art. 2945 c.c. “per effetto dell’interruzione s’inizia un nuovo periodo di prescrizione”. Sotto il profilo processuale l’interruzione si presenta quale istituto nettamente distinto dalla sospensione. Si pensi alla circostanza che, a differenza della sospensione della prescrizione, la quale non ha effetto nei confronti degli altri debitori in solido (art. 1310, 2° comma, c. c.), l’interruzione della prescrizione, avvenuta con la notificazione dell’atto con cui si inizia il giudizio (art. 2943, 1° comma) permane fino al momento in cui passa in giudicato la sentenza che definisce il giudizio stesso (art. 2945, 2° comma) ed ha effetto contro i condebitori solidali del convenuto (art. 1310, 1° comma), e, quindi, contro tutte le persone alle quali sia imputabile il fatto dannoso (art. 2055, 1° comma).
[17] Cass. civ., n. 5302/1998; Cass. civ., n. 696/2002; Cass. civ., n. 1314/1979; T.A.R. Basilicata 12.7.2002, n. 504; T. Spoleto, 20.3.1996
[18] Cass. civ., n. 7898/1994.
[19] Si ricorda inoltre che le suddette cause consistono in elementi di fatto che devono essere dedotti dall’interessato o come eccezione o come controeccezione e non possono essere rilevate d’ufficio dal giudice, anche se la parte abbia fornito idonea documentazione della prova dell’intervenuta interruzione (Cass. civ., 12024/2000; C. 10526/1997; contra C. 3726/2000). La Suprema Corte, modificando il proprio orientamento, di recente si è pronunciata nel senso che l’eccezione di interruzione di prescrizione, configurandosi come eccezione in senso lato può essere rilevata d’ufficio dal giudice in qualsiasi stato e grado del processo (Cass. civ., S.U., 15661/2005; C. 12401/2008; C. 13783/2007; C. 6092/2006).
[20] In tal senso si esprime Cass. civ., sez. II, 10 Settembre 1999, n. 9630.
[21] Affermato già da Cass. civ., 3 dicembre 2003, n. 18477 e Cass. civ., 27 settembre 2007, n. 20332.
[22] Cfr. Cass. civ. n. 22903/2015.
[23] F. ROSSELLI, Trattato Rescigno, vol. XX p. 425, Torino 1985.
Caratteri dell’overruling e giurisprudenza di merito
Cass. civ., sez. un, 12 febbraio 2019, n. 4135 – Pres. Mammone, Rel. Lamorgese
Il rimedio dell’overruling è riconoscibile solo in presenza di stabili approdi interpretativi del giudice di legittimità, eventualmente a Sezioni Unite, se connotati dai “caratteri della costanza e ripetizione”, mentre non può essere invocato sulla base di alcune pronunce della giurisprudenza di merito, le quali non sono idonee ad integrare un “diritto vivente”.
[Nel caso le Sezioni Unite hanno supportato il principio di diritto di cui in massima richiamando il precedente della Corte costituzionale (Corte cost. n. 78 del 2012) per cui qualora l’applicazione della norma ivi censurata si estendesse anche ai giudizi in corso, resterebbe violato il principio del legittimo affidamento delle parti, in relazione all’applicazione di un orientamento consolidato (ivi in tema di prescrizione), essendo stato operato, per via legislativa, un vero e proprio overruling.].
Non sovrapponibilità tra danno morale e danno esistenziale: decalogo della Cassazione sui danni non patrimoniali
Cassazione civile, sez. III, sentenza n. 2788 del 31 gennaio 2019 n° 2788 – Pres. Travaglini, Rel. Porreca
La natura unitaria e onnicomprensiva del danno non patrimoniale, secondo l’insegnamento della Corte costituzionale e delle Sezioni Unite della Suprema Corte (Corte cost. n. 233 del 2003; Cass., Sez. U., 11/11/2008, n. 26972) dev’essere interpretata, parte qua, sul piano delle categorie giuridiche (anche se non sotto quello fenomenologico) rispettivamente nel senso: a) di unitarietà rispetto a qualsiasi lesione di un interesse o valore costituzionalmente protetto e non suscettibile di valutazione economica; b) di onnicomprensività intesa come obbligo, per il giudice di merito, di tener conto, a fini risarcitori, di tutte le conseguenze (modificative “in peius” della precedente situazione del danneggiato) derivanti dall’evento di danno, nessuna esclusa, con il concorrente limite di evitare duplicazioni attribuendo nomi diversi a pregiudizi identici, procedendo, a seguito di compiuta istruttoria, a un accertamento concreto e non astratto del danno, a tal fine dando ingresso a tutti i necessari mezzi di prova, ivi compresi il fatto notorio, le massime di esperienza, le presunzioni.
Costituisce duplicazione risarcitoria la congiunta attribuzione del danno biologico – inteso, secondo la stessa definizione legislativa, come danno che esplica incidenza sulla vita quotidiana del soggetto e sulle sue attività dinamico relazionali – e del danno cd. esistenziale, appartenendo tali “categorie” o “voci” di danno alla stessa area protetta dalla norma costituzionale (art. 32 Cost.), mentre una differente ed autonoma valutazione andrà compiuta con riferimento alla sofferenza interiore patita dal soggetto in conseguenza della lesione del suo diritto alla salute (come oggi normativamente confermato dalla nuova formulazione dell’art. 138 del c.d.a.
[La Sezione ribadisce altresì il principio di diritto per cui – premesso che sul piano del diritto positivo, l’ordinamento riconosce e disciplina (soltanto) le fattispecie del danno patrimoniale (nelle due forme del danno emergente e del lucro cessante: art. 1223 c.c.) e del danno non patrimoniale (art. 2059 c.c.; art. 185 c.p.) – la natura unitaria e onnicomprensiva del danno non patrimoniale, secondo l’insegnamento della Corte costituzionale e delle Sezioni Unite della Suprema Corte (Corte cost. n. 233 del 2003; Cass., Sez. U., 11/11/2008, n. 26972) dev’essere interpretata, parte qua, sul piano delle categorie giuridiche (anche se non sotto quello fenomenologico) rispettivamente nel senso: a) di unitarietà rispetto a qualsiasi lesione di un interesse o valore costituzionalmente protetto e non suscettibile di valutazione economica; b) di onnicomprensività intesa come obbligo, per il giudice di merito, di tener conto, a fini risarcitori, di tutte le conseguenze (modificative “in peius” della precedente situazione del danneggiato) derivanti dall’evento di danno, nessuna esclusa, con il concorrente limite di evitare duplicazioni attribuendo nomi diversi a pregiudizi identici, procedendo, a seguito di compiuta istruttoria, a un accertamento concreto e non astratto del danno, a tal fine dando ingresso a tutti i necessari mezzi di prova, ivi compresi il fatto notorio, le massime di esperienza, le presunzioni. Nel procedere all’accertamento e alla quantificazione del danno risarcibile, il giudice di merito deve dunque tenere conto, da una parte, dell’insegnamento della Corte costituzionale (Corte cost. n. 235 del 2014, punto 10.1 e ss.) e, dall’altra, del recente intervento del legislatore sugli artt. 138 e 139 c.d.a. come modificati dalla L. 4 agosto 2017, n. 124, art. 1, comma 17, la cui nuova rubrica (“danno non patrimoniale”, sostituiva della precedente, “danno biologico”), e il cui contenuto consentono di distinguere definitivamente il danno dinamico-relazionale da quello morale. Ne deriva che il giudice deve congiuntamente, ma distintamente, valutare la compiuta fenomenologia della lesione non patrimoniale, e cioè tanto l’aspetto interiore del danno sofferto (cd. danno morale) quanto quello dinamico-relazione (destinato a incidere in senso peggiorativo su tutte le relazioni di vita esterne del soggetto)].
C.M. e D.F.M. convenivano in giudizio l’Azienda policlinico (OMISSIS) di Roma chiedendo il risarcimento dei danni patrimoniali e non, subiti dall’attrice per l’esecuzione colposamente inidonea di un intervento chirurgico effettuato per il trattamento di un’ernia discale, seguito da una seconda operazione solo parzialmente riparatrice, con conseguente necessità, in chiave terapeutica, di significative cure fisioterapiche e farmacologiche.
Il tribunale, per quanto qui ancora rileva, accoglieva la domanda condannando, altresì, Ina Assitalia s.p.a., chiamata in garanzia dall’azienda ospedaliera, a tenere indenne la stessa nella misura della liquidazione risarcitoria accordata.
La corte di appello riformava parzialmente la pronuncia di primo grado, riducendo, in particolare, la liquidazione del danno in favore dell’attrice, in conseguenza di un’invalidità permanente ritenuta sussistente in misura minore; escludeva il danno da lesione del rapporto parentale in favore del coniuge, stante l’assenza di macrolesioni che potessero legittimare il ricorso a presunzioni; accoglieva e liquidava altresì il danno la lesione del diritto al consenso informato, quale situazione giuridica soggettiva distintamente tutelata.
Avverso questa decisione ricorrono per cassazione C.M. e D.F.M. formulando sei motivi.
Resistono con controricorso l’Azienda policlinco (OMISSIS), Generali Italia s.p.a., già Ina Assitalia s.p.a., e E.V., medico che aveva eseguito sia il primo che il secondo intervento, originariamente chiamato in causa dalla società assicuratrice unitamente ad altri due medici, L.J., quale partecipante al primo intervento, e Ca.Gi., coesecutore del secondo intervento.
Non hanno svolto difese L.J. e Ca.Gi..Generali Italia s.p.a. ha depositato memoria.
1. Con il primo motivo si prospetta la violazione e falsa applicazione dell’art. 2059 c.c., in uno all’omesso esame di un fatto decisivo e discusso, poichè la corte di appello avrebbe errato nell’omettere di considerare che l’indagine medico legale del perito d’ufficio aveva accertato la lesione morfologica ma non aveva apprezzato le specifiche e dettagliate conseguenze funzionali e quindi relazionali della stessa, di cui pertanto era mancata la liquidazione ai fini dell’unitaria ma compiuta riparazione del danno non patrimoniale arrecato, il tutto, in particolare, non apprezzando il più che probabile aggravamento futuro dei postumi e, inoltre, contraddicendosi, perchè dapprima indicando lacune della stessa consulenza nella complessiva quantificazione della percentuale d’invalidità permanente (20% invece del 27% derivante dalla somma di quelle quantificate per i singoli profili biologici sezionati) e nell’omessa inclusione del danno estetico (per un necessario incremento al 30% finale), e poi concludendo per l’erroneità della sentenza con cui il tribunale aveva, invece, colmato le lacune medesime, accordando più congruamente, anche se non abbastanza, un percentuale di danno permanente del 40%.
Con il secondo motivo si prospetta la violazione e falsa applicazione dell’art. 2059 c.c., in uno all’omesso esame di un fatto decisivo e discusso, perchè la corte di appello avrebbe errato contraddicendosi nel riconoscere, a C.M., per un verso, un danno relazionale, neppure idoneamente liquidato, alla vita di relazione in specie sessuale, per converso negandolo, poi, al marito cui avrebbe potuto e dovuto riconoscersi per via presuntiva, anche in riferimento alla sofferenza normalmente implicata dal legame affettivo.
Con il terzo motivo si prospetta la violazione e falsa applicazione dell’art. 2059 c.c., in uno all’omesso esame di un fatto decisivo e discusso, poichè la corte di appello avrebbe errato nel mancare di considerare la componente morale del danno non patrimoniale, illegittimamente ritenuta assorbita dalla liquidazione personalizzata del danno biologico e neppure valutata apprezzando la gravità della condotta colposa lesiva.
Con il quarto motivo si prospetta la violazione di legge che la corte di appello avrebbe commesso, come già aveva fatto il tribunale, applicando, per la liquidazione del danno alla persona, le c.d. tabelle romane invece che quelle milanesi.
Con il quinto motivo si prospetta l’omesso esame di un fatto decisivo e discusso in cui sarebbe incorsa la corte di appello non apprezzando nella sua compiutezza la lesione derivante dalla violazione del consenso informato, pur affermata a differenza di quanto accaduto in primo grado, concludendo per una liquidazione equitativa inadeguatamente limitata a 10.000 Euro senza considerare, in particolare, che l’attrice non avrebbe assentito all’intervento stesso se avesse avuto contezza di ogni aspetto fattuale e soprattutto della possibilità di evitare l’operazione, tentando la fisioterapia conservativa, in specie alla luce delle risultanze dell’esame elettronEurografico che le furono evidentemente celate, fermo che, quanto meno, conoscendo adeguatamente i rischi, si sarebbe meglio preparata alla successiva sofferenza derivante dall’intervenuta invalidità.
Con il sesto motivo si prospetta l’omesso esame di un fatto decisivo e discusso e l’illegittima negazione del rinnovo della consulenza tecnica d’ufficio, poichè la corte di appello avrebbe illogicamente mancato di valutare che le conseguenze della colposa condotta medica erano da verificare, come non era stato fatto, anche con riferimento alla sintomatologia dolorosa dovuta agli spasmi muscolari da compressione midollare e alla limitazione della motilità delle spalle oltre che degli arti e non solo del collo o della colonna vertebrale.
2. Il primo e terzo motivo vanno esaminati congiuntamente per connessione, è sono fondati.
2.1. Deve premettersi che nel ricorso per cassazione, il motivo di impugnazione che prospetti una pluralità di questioni precedute dall’elencazione delle norme che si assumono violate e dalla deduzione del vizio di motivazione, è inammissibile, richiedendo un inesigibile intervento integrativo della Corte che, per giungere alla compiuta formulazione del motivo, dovrebbe individuare per ciascuna delle doglianze lo specifico vizio di violazione di legge o di difetto motivazionale (Cass., 20/09/2013, n. 21611).
La suddetta inammissibilità può dirsi sussistente, logicamente, a patto che la descritta mescolanza di motivi sia inestricabile (cfr. anche Cass., 17/03/2017, n. 7009). Infatti, deve al contempo farsi applicazione del principio per cui la circostanza che un singolo motivo sia articolato in più profili di doglianza, ciascuno dei quali avrebbe potuto essere prospettato come un autonomo motivo, non costituisce, di per sè, ragione d’inammissibilità dell’impugnazione, dovendosi ritenere sufficiente, ai fini dell’ammissibilità del ricorso, che la sua formulazione permetta di cogliere con chiarezza le deduzioni prospettate in modo da consentirne, se necessario, l’esame separato esattamente negli stessi termini in cui lo si sarebbe potuto fare se esse fossero state articolate in motivi distinti (Cass., Sez. U., 06/05/2015, n. 9100).
L’esame del motivo ora in scrutinio così come degli altri in cui la questione si ripropone – richiamando in modo cumulativo disposizioni correlate a violazioni di legge e il vizio di cui all’art. 360, primo comma, n. 5, cod. proc. civ. – avverrà nei suddetti limiti, al di fuori dei quali residua dunque l’inammissibilità delle censure.
2.2. Sul piano del diritto positivo, l’ordinamento riconosce e disciplina (soltanto) le fattispecie del danno patrimoniale (nelle due forme del danno emergente e del lucro cessante: art. 1223 c.c.) e del danno non patrimoniale (art. 2059 c.c.; art. 185 c.p.).
La natura unitaria e onnicomprensiva del danno non patrimoniale, secondo l’insegnamento della Corte costituzionale e delle Sezioni Unite della Suprema Corte (Corte cost. n. 233 del 2003; Cass., Sez. U., 11/11/2008, n. 26972) dev’essere interpretata, parte qua, sul piano delle categorie giuridiche (anche se non sotto quello fenomenologico) rispettivamente nel senso:
b) di onnicomprensività intesa come obbligo, per il giudice di merito, di tener conto, a fini risarcitori, di tutte le conseguenze (modificative “in peius” della precedente situazione del danneggiato) derivanti dall’evento di danno, nessuna esclusa, con il concorrente limite di evitare duplicazioni attribuendo nomi diversi a pregiudizi identici, procedendo, a seguito di compiuta istruttoria, a un accertamento concreto e non astratto del danno, a tal fine dando ingresso a tutti i necessari mezzi di prova, ivi compresi il fatto notorio, le massime di esperienza, le presunzioni.
Nel procedere all’accertamento e alla quantificazione del danno risarcibile, il giudice di merito deve dunque tenere conto, da una parte, dell’insegnamento della Corte costituzionale (Corte cost. n. 235 del 2014, punto 10.1 e ss.) e, dall’altra, del recente intervento del legislatore sugli artt. 138 e 139 c.d.a. come modificati dalla L. 4 agosto 2017, n. 124, art. 1, comma 17, la cui nuova rubrica (“danno non patrimoniale”, sostituiva della precedente, “danno biologico”), e il cui contenuto consentono di distinguere definitivamente il danno dinamico-relazionale da quello morale.
2.3. La regola di giudizio dianzi esposta si pone in una linea di evidente continuità con i principi diacronicamente (ma costantemente) affermati dalla giurisprudenza della Corte costituzionale e della Corte di Giustizia Europea, oltre che da questa stessa Corte regolatrice (principi rispetto ai quali le sole sentenze del 2008 delle sezioni unite di questa Corte sembrarono segnare, parte qua, un momento di apparente discontinuità).
b) Corte cost. n. 372 del 1994: “Il danno alla salute patito dal familiare della persona uccisa è il momento terminale di un processo patogeno originato dal medesimo turbamento dell’equilibrio psichico che sostanzia il danno morale soggettivo, che, in persona particolarmente predisposte, anzichè esaurirsi in un patema d’animo o in uno stato d’angoscia transeunte, può degenerare in un trauma fisico o psichico permanente”; “Il risarcimento dei danni non patrimoniali deve essere razionalmente commisurato non semplicemente al pretium doloris in senso stretto, ma alle conseguenze del trauma in termini di perdita delle qualità personali”;
c) Corte cost. n. 293 del 1996: “L’inclusione del danno alla salute nella categoria considerata dall’art. 2059 c.c., non significa identificazione con il danno morale soggettivo, ma soltanto riconducibilità delle due figure, quali specie diverse, al genere del danno non patrimoniale”;
d) Corte cost. n. 233 del 2003 (punto 3.4.): “Occorre da ultimo considerare che l’indirizzo interpretativo assunto dal rimettente come diritto vivente risulta disatteso, successivamente all’ordinanza di rimessione, dalla stessa giurisprudenza di legittimità Giova al riguardo premettere – pur trattandosi di un profilo solo indirettamente collegato alla questione in esame – che può dirsi ormai superata la tradizionale affermazione secondo la quale il danno non patrimoniale riguardato dall’art. 2059 c.c., si identificherebbe con il cosiddetto danno morale soggettivo. In due recentissime pronunce (Cass., 31 maggio 2003, nn. 8827 e 8828) viene, infatti, prospettata un’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 2059 c.c., tesa a ricomprendere nell’astratta previsione della norma ogni danno di natura non patrimoniale derivante da lesione di valori inerenti alla persona: e dunque sia il danno morale soggettivo, inteso come transeunte turbamento dello stato d’animo della vittima; sia il danno biologico in senso stretto, inteso come lesione dell’interesse, costituzionalmente garantito, all’integrità psichica e fisica della persona, conseguente ad un accertamento medico (art. 32 Cost.); sia infine il danno (spesso definito in dottrina ed in giurisprudenza come esistenziale) derivante dalla lesione di (altri) interessi di rango costituzionale inerenti alla persona”;
e) Corte cost. n. 235 del 2014 (punto 10.1.) “E’ pur vero che l’art. 139 cod. ass. fa testualmente riferimento al danno biologico, e non fa menzione del danno morale. Ma la norma denunciata non è chiusa, come paventano i rimettenti, alla risarcibilità anche del danno morale: ricorrendone i presupposti del quale, il giudice può avvalersi della possibilità di incremento dell’ammontare del danno biologico, secondo la previsione, e nei limiti, di cui alla disposizione del comma 3 (aumento del 20%). L’introdotto meccanismo standard di quantificazione del danno attiene al solo, specifico e limitato settore delle lesioni di lieve entità, e lascia comunque spazio al giudice per personalizzare l’importo risarcitorio, eventualmente maggiorandolo fino ad un quinto, in considerazione delle condizioni soggettive del danneggiato”;
f) Corte giust., 23/01/2014, C-371/2012: “Rientra nella nozione di danno alla persona ogni danno arrecato alla sua integrità che include le sofferenze sia fisiche che psicologiche. Di conseguenza, tra i danni che devono essere risarciti conformemente alla prima e alla seconda direttiva figurano i danni morali. Il diritto nazionale italiano prevede, da un lato, all’art. 2059 c.c., il fondamento del diritto al risarcimento dei danni morali derivanti dai sinistri stradali, dall’altro, all’art. 139 cod. ass., le modalità di determinazione della portata del diritto al risarcimento per quanto riguarda il danno biologico per lesioni di lieve entità cagionate da siffatti sinistri. L’art. 139 cod. ass. non si pone, pertanto, in contrasto con la normativa comunitaria, poichè la liquidazione del danno morale, se e in quanto dimostrato, non è impedita dalla norma denunciata, ma semmai, come confermato dal Governo italiano in udienza dinanzi alla Corte, limitata entro la misura stabilita dalla norma stessa”;
g) Cass. n. 8827 del 2003 (p. 38): “Si risarciscono così danni diversi da quello biologico e da quello morale soggettivo, pur se anch’essi, come gli altri, di natura non patrimoniale”, il che “non impedisce che la valutazione equitativa di tutti i danni non patrimoniali possa anche essere unica, senza una distinzione – bensì opportuna, ma non sempre indispensabile – tra quanto va riconosciuto a titolo di danno morale soggettivo, quanto a titolo di risarcimento del danno biologico in senso stretto, se una lesione dell’integrità psico-fisica sia riscontrata, e quanto a titolo di ristoro dei pregiudizi ulteriori e diversi dalla mera sofferenza psichica”, e ciò perchè “il danno biologico non è configurabile se manchi una lesione dell’integrità psico-fisica secondo i canoni fissati dalla scienza medica: in tal senso si è orientato il legislatore con il D.Lgs. 23 febbraio 2000, art. 13, e L. n. 57 del 2001, artt. 5 e 38, prevedendo che il danno biologico debba essere suscettibile di accertamento o valutazione medico-legale”;
h) Cass., Sez. U., n. 6276 del 2006: “Invero, stante la forte valenza esistenziale del rapporto di lavoro, per cui allo scambio di prestazioni si aggiunge il diretto coinvolgimento del lavoratore come persona, per danno esistenziale si intende ogni pregiudizio che l’illecito datoriale provoca sul fare areddituale del soggetto, alterando le sue abitudini di vita e gli assetti relazionali che gli erano propri, sconvolgendo la sua quotidianità e privandolo di occasioni per la espressione e la realizzazione della sua personalità nel mondo esterno. Peraltro, il danno esistenziale si fonda sulla natura non meramente emotiva ed ulteriore (propria del danno morale), ma oggettivamente accertabile del pregiudizio, attraverso la prova di scelte di vita diverse da quelle che si sarebbero adottate se non si fosse verificato l’evento dannoso. Il danno esistenziale, essendo legato indissolubilmente alla persona, e quindi non essendo passibile di determinazioni secondo il sistema tabellare – al quale si fa ricorso per determinare il danno biologico – necessita di precise indicazioni comprovanti l’alterazione delle abitudini di vita del danneggiato in conseguenza di ciò che concretamente ha inciso in senso negativo nella sfera del lavoratore alterandone l’equilibrio”.
Va, in particolare, osservato, quanto all’interpretazione del dictum del giudice delle leggi di cui a Corte cost. n. 235 del 2014, che una piana lettura del punto 10.1. della sentenza non consente (diversamente da quanto sostenuto recentemente da autorevole dottrina, che discorre, in proposito, “di lettura antiletterale”) soluzione diversa da quella che predichi l’ontologica differenza tra danno morale e danno biologico (i.e., il danno dinamico-relazionale).
Se, sul piano strutturale, la qualificazione della fattispecie “danno non patrimoniale”, in assoluta consonanza con i suoi stessi precedenti, viene espressamente ricondotta dal giudice delle leggi, giusta il consapevole uso dell’avverbio “anche”, alla duplice, diversa dimensione del danno morale e del danno alla salute, sul piano funzionale la liquidazione del danno conseguente alla lesione viene poi circoscritta (si badi, per il “solo, specifico e limitato caso delle micro permanenti conseguenti alla circolazione stradale”) entro i limiti di un generalizzato aumento del 20% rispetto ai valori tabellari.
Ogni incertezza sul tema del danno alla persona risulta, comunque, si ripete, definitivamente fugata ad opera dello stesso legislatore, con la riforma degli artt. 138 e 139 del codice delle assicurazioni.
L’art. 138 (la cui rubrica è stata correttamente e coerentemente trasformata da quella di danno biologico in quella, onnicomprensiva, di danno non patrimoniale), al comma 2, lett. e), recita testualmente: “al fine di considerare la componente del danno morale da lesione dell’integrità fisica, la quota corrispondente al danno biologico è incrementata in via percentuale e progressiva per punto, individuando la percentuale di aumento di tali valori per la personalizzazione progressiva della liquidazione”.
Il sopravvenuto intervento chiarificatore, da parte del legislatore, della fenomenologia del danno alla persona induce a escludere una rimessione della questione alle Sezioni Unite di questa Corte, posta, cioè, l’esistenza di una chiara volontà normativa affermativa della distinzione strutturale tra danno morale e danno dinamico relazionale (non diversamente da quanto accaduto in campo sanitario, con la modificazione legislativa della responsabilità del medico da contrattuale in aquiliana, nonostante la contrastante ricostruzione in termini di contatto sociale da parte delle stesse Sezioni Unite di questa Corte), sia pur in apparente contrasto con alcune affermazioni contenute nelle citate sentenze delle sezioni unite del 2008.
A tali, necessarie premesse storico-metodologiche consegue, con riguardo alla fattispecie concreta sottoposta all’esame del collegio, che, in particolare nella valutazione del danno alla persona da lesione della salute (art. 32 Cost.), ma non diversamente da quanto avviene in quella di tutti gli altri danni alla persona conseguenti alla lesione di un valore o interesse costituzionalmente protetto, il giudice dovrà necessariamente valutare tanto le conseguenze subite dal danneggiato nella sua sfera morale (che si collocano nella dimensione del rapporto del soggetto con sè stesso), quanto quelle incidenti sul piano dinamico-relazionale della sua vita (che si dipanano nell’ambito della relazione del soggetto con la realtà esterna, con tutto ciò che, in altri termini, costituisce “altro da sè”).
La misura standard del risarcimento prevista dalla legge o dal criterio equitativo uniforme adottato dagli organi giudiziari di merito (oggi secondo il sistema c.d. del punto variabile) può inoltre essere aumentata, nella sua componente dinamico-relazionale, in presenza di conseguenze dannose del tutto anomale, eccezionali e affatto peculiari: le conseguenze dannose da ritenersi normali e indefettibili secondo rid quod plerumque accidit” (ossia quelle che qualunque persona con la medesima invalidità ovvero lesione non potrebbe non subire) non giustificano alcuna personalizzazione in aumento del risarcimento.
In questo senso, va ribadito che ai fini della c.d. “personalizzazione” del danno forfettariamente individuato (in termini monetari) attraverso i meccanismi tabellari cui la sentenza abbia fatto riferimento (e che devono ritenersi destinati alla riparazione delle conseguenze “ordinarie” inerenti ai pregiudizi che qualunque vittima di lesioni analoghe normalmente patirebbe), spetta al OMISSIS far emergere e valorizzare, dandone espressamente conto in motivazione in coerenza alle risultanze argomentative e probatorie obiettivamente emerse all’esito del dibattito processuale, specifiche circostanze di fatto, peculiari al caso sottoposto ad esame, che valgano a superare le conseguenze “ordinarie” già previste e compensate dalla liquidazione forfettizzata assicurata dalle previsioni tabellari; da queste ultime distinguendosi siccome legate all’irripetibile singolarità dell’esperienza di vita individuale nella specie considerata, meritevoli in quanto tali di tradursi in una differente (più ricca e, dunque, individualizzata) considerazione in termini monetari, rispetto a quanto suole compiersi in assenza di dette peculiarità (Cass., 21/09/2017, n. 21939).
2.4. Facendo applicazione di tali principi alla fattispecie va rilevato quanto segue:
a) da una parte, sul piano logico, non vi è una (insanabile) contraddizione tra l’aver ritenuto sussistenti, come già il tribunale, alcune lacune della consulenza medica officiosa in punto di quantificazione dell’invalidità, senza al contempo giungere agli incrementi domandati dalla parte deducente, fermo quanto si sta per dire sub b) e c);
b) d’altra parte, però, la prima censura coglie nel segno nella parte in cui si sostanzia in una critica all’omessa personalizzazione del danno, risultando fondata, nello specifico, poichè la corte territoriale non ha apprezzato l’eccezionalità delle conseguenze relazionali del danno biologico subito, che, nel particolare caso, come pacificamente accertato dalla consulenza officiosa riportata in ricorso (pag. 41), ha comportato la preclusione di “tutte quelle attività, lavorative e non, che impongono continue sollecitazioni meccaniche della colonna cervicale”: si tratta di conseguenze correlate a un’irripetibile “eccezionalità” del profilo dinamico relazionale, prive, come tali, di un puntuale apprezzamento. Dal che la fondatezza del motivo;
c) la sentenza andrà poi cassata anche quanto all’erronea sovrapposizione tra “personalizzazione” della liquidazione del pregiudizio non patrimoniale e danno “morale” (pag. 8, terz’ultimo capoverso, della pronuncia d’appello), che dovrà essere autonomamente apprezzato e liquidato per le ragioni sopra esplicitate. Dal che la fondatezza del terzo motivo. Con l’ulteriore precisazione che, come anticipato, la “personalizzazione” della liquidazione non concerne, come affermato dalla corte di appello, le oscillazioni tabellari che definiscono il “range” astrattamente individuato per monetizzare le “ordinarie” conseguenze del punto d’invalidità accertato (congegnato in modo da lasciare così al giudicante un margine per il concreto apprezzamento equitativo delle appena menzionate ricadute pregiudizievoli). La “personalizzazione” in parola, si ripete, riguarda le eccezionali conseguenze dannose che, rispetto a quelle (da ritenere) incluse nello “standard” statistico sintetizzato dal punto d’invalidità, permettano e anzi, quando del caso, impongano un incremento rispetto a quel “range”.
Il giudice del rinvio procederà dunque, nei suddetti sensi, a un nuovo e compiuto apprezzamento e, quindi, a una nuova e compiuta liquidazione del danno alla persona.
2.5. Il secondo motivo è anch’esso fondato.
Con la censura, al di là della sua formale rubricazione, si deduce l’errore di giudizio in cui si è tradotta un’erronea sussunzione della fattispecie nel regime legale delle presunzioni, rilevanti al fine della liquidazione del danno non patrimoniale da lesione del rapporto parentale.
L corte territoriale ha escluso conseguenze, al riguardo, “non essendo riscontabili nella specie macrolesioni o danni fortemente invalidanti”.
Quest’affermazione, a fronte di accertate lesioni di non lieve entità (fino al 10%, ex art. 139 c.d.a.) bensì quantificante al 30%, si risolve in un’apodittica negazione di quanto ragionevolmente è riferibile alla normalità di rapporti di convivenza coniugale non revocata in dubbio nelle fasi di merito, in termini di sofferenza morale implicata dalla relazione di vita, sebbene non in termini autonomamente biologici nel senso sopra ricostruito (cfr Cass., 11/07/2017, n. 17058, punto 3). Laddove la locuzione “ragionevolmente riferibile” sta a significare il minimo comun denominatore delle conoscenze e degli apprezzamenti che, in un dato momento storico, vengono riferiti a quella “relazione di vita”.
Va al contempo precisato, con riferimento a quanto dedotto in ricorso (in specie a pag. 68) che ciò che dev’essere apprezzato consiste nella gravità delle ricadute – in questo senso del fatto pregiudizievole (Cass. 13/02/2013, n. 3582) – e non della gravità delle condotte colposamente causali del loro autore, atteso che la responsabilità civile, al di là delle sue ricadute funzionali e di espresse eccezioni legislative, ha una generale struttura risarcitoria e non punitiva.
2.6. Il quarto motivo è inammissibile poichè non si censura idoneamente la affermazione della corte di appello secondo cui sul punto dell’applicazione delle c.d. tabelle romane, in luogo di quelle milanesi, si era formato, per mancata impugnazione, il giudicato interno (pag. 8 della sentenza, di cui il ricorso dà atto a pag. 73). La statuizione non è superabile, come preteso, in ragione di un suo assunto formalismo. Una volta non contestata, cioè, la formazione del giudicato interno, la “ratio decidendi” in parola risulta ostativa, al di là della pur rilevabile mancanza di dimostrazione della produzione, nelle fasi di merito, delle c.d. tabelle milanesi (che avrebbe, in ogni caso, costituito altra ragione d’inammissibilità: Cass., 13/11/2014, n. 24205, Cass., 16/06/2016, n. 12397).
2.7. Il quinto motivo è in parte inammissibile, in parte infondato.
La corte territoriale ha accertato e liquidato il danno da lesione del consenso informato, e la specifica deduzione per cui tale liquidazione dovrebbe essere ritenuta insufficiente perchè non avrebbe considerato che la paziente avrebbe rifiutato l’intervento chirurgico ove compiutamente informata (in specie dell’esame elettronEurografico), s’infrange con la mancata specificazione di aver allegato e provato tale circostanza (ossia la scelta di non operarsi), anche presuntivamente, nelle sedi di merito (Cass., 19/07/2018, n. 19199).
Per il profilo, invece, inerente alla lesione dell’autodeterminazione e alla preparazione all’impatto delle conseguenze, la censura, per come formulata, si risolve in una richiesta di nuovo apprezzamento, in termini equitativi, delle risultanze istruttorie, inammissibile nel giudizio di legittimità.
2.8. Il sesto motivo è inammissibile.
Il giudice di merito non è tenuto, anche a fronte di una esplicita richiesta di parte, a disporre una nuova consulenza tecnica, atteso che il rinnovo dell’indagine tecnica rientra tra i poteri discrezionali del giudice di merito, sicchè non è neppure necessaria un’espressa pronunzia sul punto (Cass., 29/09/2017, n. 22799).
Ciò posto, la censura formulata si traduce nella richiesta di un nuovo apprezzamento istruttorio in questa sede inammissibile.
3. Spese al giudice del rinvio.
Prevenzione penale d’impresa nell’ambito del riciclaggio di denaro
Il mio obiettivo è sottolineare due questioni fondamentali: a) la prima riguarda la descrizione nel contesto argentino – con alcune referenze al Diritto Spagnolo – di quella che viene denominata prevenzione penale d’impresa nell’ambito del riciclaggio di denaro. In essenza, la definizione raccoglie le esigenze normative di collaborazione del cittadino con lo Stato nella prevenzione e nell’indagine relative a tale fenomeno; b) successivamente, tratterò schematicamente la questione relativa all’imputazione penale della persona giuridica in tale ambito, con le problematiche che ciò trae nel distinguere tra Diritto Amministrativo Punitivo e Diritto Penale.
La crisi del Diritto Penale e il suo impatto sul diritto penale d’impresa
Al giorno d’oggi viene spesso sottolineata la crisi del diritto penale. In effetti, parlare di una crisi del diritto penale significa affrontare i problemi di giustificazione e legittimazione che inficiano gli “elementi definitori della sua identità[2].”
A questo proposito, rileva CASTALDO che, forse, per avere la definizione più semplice e più appropriata del “volto” del diritto penale, è sufficiente partire dalla negazione, vale a dire dal definire cosa non è, piuttosto che da quegli elementi di cui è realmente composto[3].
Di fatto, in questi giorni non c’è aspetto del diritto penale, che non sia soggetto a critiche riguardanti le basi stesse che lo fondamentano. Per citare alcuni esempi, l’auge dei reati di pericolo astratto necessariamente porta ad un ripensamento del tradizionale principio di offensività, mentre la tutela degli interessi giuridici collettivi fa intravedere una crisi della nozione classica di bene giuridico legato a interessi individuali.
Si avverte una tensione evidente tra la dottrina criminale contraddittoriamente minimalista e la tendenza legislativa inarrestabile verso la progressiva estensione dei beni giuridici oggetto di tutela giuridica penale, caratterizzata dalla proliferazione di disposizioni penali in termini vaghi e porosi, con norme generali o di intenso contenuto valutativo.
Yacobucci rileva che tale prospettiva descrive un processo attraverso il quale il Diritto Penale è sottomesso a una critica costante basata su standard etici e politici in costante cambio, in gran parte soggetti al contesto filosofico-culturale della convivenza civile[4].
In relazione a questo aspetto, i principi di legalità, colpevolezza, offensività, tassatività e perfino di ultima ratio, sono seriamente messi in discussione dalle nuove disposizioni legislative in materia penale.
Ad esempio, sui problemi che la clausola generale di commissione per omissione comporta per il principio di legalità, sono significative le riflessioni di MOCCIA, secondo il quale uno dei momenti fondamentali per il problema della crisi del principio di tassatività appare all’interno della definizione dei reati di omissione impropria. A questo proposito egli ritiene che il legislatore trasmetta parte della propria responsabilità all’interprete, giacché l’obbligo formalmente rilevante è deducibile da una combinazione data dalla norma di parte speciale e dalla clausola di equivalenza della Parte Generale del Codice[5].
Il fenomeno espansivo del diritto penale sull’attività d’impresa delle persone
Sempre più di frequente il diritto penale si occupa del comportamento economico degli individui, cioè, di quell’attività diretta all’utilizzo della ricchezza. Questo fenomeno porta a un conseguente aumento del rischio penale in relazione ad attività quali lo scambio di beni e servizi, ove la possibilità di “restare intrappolati” nel sistema penale è tanto più alta, quanto più centrale e socialmente rilevante è l’attività che il soggetto sviluppa.
Per dirlo con le parole del professor Sgubbi:
“Quando più grandi e più significativi sono i ruoli economici e sociali di un individuo, maggiore è il numero di prescrizioni (e quindi di fattispecie penali) di cui il soggetto è destinatario” [6].
Difatti, la tutela penale include oggi non solo i beni giuridici dell’individuo (come i crimini contro la vita, la salute, la libertà, la proprietà, ecc.), ma anche i beni giuridici della comunità (reati contro la salute pubblica, l’interesse economico generale, l’ambiente, la sicurezza stradale, l’ordine socio-economico, solo per citare alcuni casi). Questa realtà ha contribuito a creare una crisi di legittimità materiale del diritto penale inteso come ultima ratio del sistema giuridico. Sorgono così fattispecie che vengono considerate da certa dottrina come di protezione delle funzioni dell’Amministrazione piuttosto che di protezione di beni giuridici[7].
A questo proposito, si è sostenuto che:
“Nascono leggi simboliche, create in sostanza al fine di assicurare l’opinione pubblica sul fatto che l’Autorità si sta impegnando al fine di eliminare determinati comportamenti sociali. Leggi che si usa definire avanzate, o anche forti e audacemente innovative; leggi che nascono non tanto per tutelare efficacemente beni giuridici, quanto piuttosto per rispettare valori contingenti della politica[8]”.
I doveri di collaborazione del cittadino in relazione ai compiti di controllo dell’Amministrazione e il loro impatto sul processo penale
Attualmente stiamo assistendo ad un numero significativo di obblighi di collaborazione dei cittadini verso l’Amministrazione, che sono una chiara manifestazione dell’espansione del Diritto Penale sull’attività d’impresa.
Difatti, assieme a tale espansione dei criteri di attribuzione di responsabilità penali a livello di attività imprenditoriale, si avverte una crescente espansione dello Stato nel controllo di detta attività utilizzando, a tal fine, lo strumento penale.
In base a ciò, in caso di mancata collaborazione o di ostruzione, da parte dei cittadini, dei canali di controllo dell’Amministrazione, si fa spesso ricorso a reati che presentano come denominatore comune il reato di disobbedienza.
Su questo punto, si è sostenuto che è significativa la somiglianza di certi doveri di soggetti portatori di talune posizioni speciali con lo schema particolare di attribuzione di responsabilità penale a funzionari pubblici per reati di violazione di un dovere.
È quindi un fatto inconfutabile che l’adempimento dei doveri dello Stato non si riduce alla sola attività dei funzionari pubblici, ma che la partecipazione dei cittadini in alcuni casi può essere altrettanto importante dell’intervento dei funzionari stessi[9].
In particolare, si segnala che in campo imprenditoriale, la legge dà ad alcuni soggetti economici una certa competenza istituzionale al fine di realizzare gli obiettivi dello Stato. Si sostiene, quindi, che nella misura in cui i funzionari pubblici non possano avere un pieno accesso allo sviluppo economico, si creano determinate competenze istituzionali che vincolano le imprese o gli amministratori a determinati organismi pubblici[10].
Ad esempio, nell’ambito del riciclaggio dei proventi di reato ciò si vede chiaramente quando si analizzino i fondamenti che legittimano materialmente le sanzioni applicabili nel caso della violazione del dovere di segnalare le operazioni sospette da parte dei soggetti a ciò obbligati.
A questo proposito, si è sostenuto che il punto di partenza per l’individuazione dei casi di riciclaggio di denaro di provenienza illecita è il grado di efficacia con cui i soggetti obbligati a segnalare adempiono a tale obbligo, comunicando ai pubblici funzionari le operazioni sospette di riciclaggio. In questo modo, il sistema di prevenzione poggia in primo luogo sulla figura dei soggetti pubblici e privati obbligati ad informare, e rispetto a questi ultimi si potrebbe sostenere che diventano dei quasi-funzionari dello Stato[11].
La “Unidad de Información Financiera” (UIF, Unità d’Informazione Finanziaria, organo statale di controllo in materia) mediante la Risoluzione -25-II-2013- ha osservato che:
“La nomina di un funzionario di alto livello, lo rende responsabile di garantire il rispetto e l’attuazione di procedure e controlli per prevenire il riciclaggio di denaro.
Le caratteristiche più significative del compliance officer – Responsabile dell’Osservanza delle Politiche Aziendali – sono: a) la progettazione e la proposizione all’Ente di procedure e controlli in materia di prevenzione del riciclaggio di denaro; b) Analizzare le operazioni inusuali e, se del caso e previa decisione dell’Ente, preparare e consegnare il report su operazioni sospette all’UIF; c) il monitoraggio delle procedure interne dell’organizzazione, l’applicazione di politiche preventive in materia; d) proporre politiche di formazione; e) centralizzare gli obblighi di informazione da parte degli organismi competenti; f) l’individuazione di quelle che sono le esigenze all’interno dell’entità in cui si sviluppa la sua funzione al fine di una efficace attuazione delle disposizioni normative; g) la formazione del personale con l’adozione di un programma formale di educazione e formazione per tutti i dipendenti dell’entità; g) audit: l’attuazione di verifiche periodiche e indipendenti del programma globale di lotta contro il riciclaggio di denaro, al fine di garantire il raggiungimento degli obiettivi.
Seguendo questa linea, l’articolo 24 della legge 25,246 -26,683- afferma:
1 La persona che, agendo in qualità di organo od esecutore di una persona giuridica o una persona fisica, non adempie i suoi obblighi nei confronti della Unità di Informazione Finanziaria – Unidad de Información Financiera (UIF) -, che viene creata con la presente legge, è punito con una multa da uno (1 ) a dieci (10) volte il valore totale dei beni o della transazione cui si riferisce l’infrazione, a condizione che il fatto non costituisca più grave reato.
2 La stessa pena si applica alla persona giuridica al cui interno presti la sua attività il soggetto che infrange la norma.
3 Quando non sia possibile determinare il valore effettivo della merce, la multa è da diecimila pesos (AR$ 10.000) a centomila pesos (AR$ 100.000).
4 L’azione penale al fine di applicare la sanzione prevista nel presente articolo si prescrive in cinque (5) anni a partire dalla violazione. Lo stesso termine si applica all’esecuzione della pena della multa, calcolato dal momento in cui la sentenza passa in giudicato.
5 La prescrizione dell’azione per l’applicazione della sanzione verrà interrotta: dalla notifica dell’atto che prevede l’apertura del procedimento probatorio o dalla notifica dell’atto amministrativo che dispone la sua applicazione.
Prima conclusione: il compliance officer rappresenta il punto finale di un diritto penale tradizionale concepito come strumento di reazione per far posto alla costruzione di un meccanismo di controllo preventivo.
Tale normativa ha, attraverso l’Ente specializzato, imposto ammende per oltre 75 milioni di pesos a varie entità bancarie insieme a quelle imposte ai compliance officers.
Inoltre, la delibera n 185/2013 dell’Unità d’Informazione Finanziaria prevede che i soggetti obbligati che siano stati puniti con una multa, devono pagare entro 10 giorni dalla notifica della sanzione. In questo modo il ricorso al Tribunale Amministrativo ha effetto devolutivo. Cioè, si deve prima pagare e una volta vinto il ricorso lo Stato restituirà l’importo pagato.
Per quanto riguarda il calcolo del termine di prescrizione la UIF ha osservato che: “quando il dovere di informare costituisce un obbligo permanente del soggetto che viene incluso nella norma, fino a quando tale informazione non venga trasmessa, l’UIF non potrà mai venire a conoscenza dell’operazione non comunicata (occultata, taciuta o omessa), e non potrà nemmeno esercitare la sua funzione di lotta al riciclaggio di denaro, o punire il soggetto obbligato… l’inizio del periodo di prescrizione deve calcolarsi da quando il soggetto cambia il suo comportamento, cioè, quando in realtà compia il suo dovere di informazione. Una differente interpretazione porterebbe a un sistema in cui un ritardo nella notifica viene premiato con la prescrizione “.
Si può notare, quindi, come il modello di tutela penale delle agenzie amministrative parta dalla concezione delle relazioni che concepiscono il privato come un collaboratore nell’esercizio di funzioni pubbliche, anche a scapito di se stesso.
Ad esempio, l’articolo 294 del codice penale spagnolo prevede come conseguenza giuridica, la reclusione da sei mesi a tre anni o una multa di 12 a 24 mesi, a coloro che:
“In qualità di amministratori di fatto o diritto di qualsiasi società costituita o in formazione, che sia soggetta o agisca in mercati soggetti a controllo amministrativo, neghino o impediscano l’azione delle persone, organi o enti di controllo o di supervisione.”
Per dirla con le parole di SILVA SANCHEZ, una disposizione di tali caratteristiche è parte di un modello di Diritto Penale d’Impresa che si focalizza sulle nozioni di prevenzione e di massima anticipazione e di cui è lecito prevedere la progressiva diffusione. In questo modello si riprende “, sebbene aggiornato, il vecchio paradigma di applicazione del Diritto Penale di Polizia e dell’infrazione basata sulla mera disobbedienza, avendo lo Stato assunto le funzioni di una nuova polizia del rischio[12]”.
A questo proposito, si scarica sull’imprenditore l’onere economico della lotta contro i comportamenti illeciti, e si finisce per consolidare una politica di prevenzione a costo zero che genera responsabilità di colpevolezza basate sulla posizione.
Quanto appena detto vale soprattutto sul piano dei doveri di collaborazione attiva nei confronti delle Autorità, ove tale collaborazione possa comportare una violazione della garanzia giudiziaria che stabilisce che “nessuno può essere costretto a testimoniare contro se stesso.”
In Spagna, la questione ha attirato l’attenzione della Corte Costituzionale in STC (1 °) 18/2005, del 1 febbraio – relatore Homes Baamonde- e STC (1 °) 68/2006, del 13 marzo – relatore Delgado Barrio -, dove si sostiene che il diritto di garanzia contro l’auto-incriminazione si estende alle azioni previe al processo penale che abbiano influenza su quest’ultimo, quando una persona consegni, sotto costrizione, documenti nell’ambito dei procedimenti di verifica fiscale e successivamente, venga condannata in un procedimento penale sulla base di quegli stessi documenti.
In Argentina, la questione sembra essere risolta, dal punto di vista costituzionale, attingendo agli effetti generati dall’interpretazione nel nostro sistema giudiziario della regola di esclusione delle prove ottenute illegalmente e della sua successiva estensione attraverso la teoria del frutto dell’albero avvelenato.
In breve, devono essere esclusi dal processo penale gli elementi di prova ottenuti attraverso la coercizione e l’inganno da parte dello Stato, così come quelli ottenuti volontariamente ma che presentino l’elemento dell’esigenza legale del dovere di cooperazione del cittadino sotto la minaccia di incorrere in sanzioni amministrative e penali in caso di infrazione.
Il “Compliance Officer” (Responsabile per l’Osservanza delle Politiche Aziendali) e l’imputazione penale dell’impresa per riciclaggio di denaro.
1 La figura del compliance officer – Responsabile per l’Osservanza delle Politiche Aziendali o delle leggi – è propria di una corrente del diritto del Nord America. In generale si agisce sulla base dell’idea della prevenzione della responsabilità delle imprese, dei loro organi e amministratori e minimizzare i rischi di tali responsabilità. Il concetto giuridico penale di compliance sorge in modo induttivo da programmi di adempimento dei vari forum e seminari.
Il concetto del good corporate citizen – cioè quell’impresa che è un buon cittadino -, che predomina nella dottrina americana a partire dagli anni Novanta, si riferisce a quell’impresa che rispetta la legge, o più precisamente a quella società che ha istituzionalizzato una cultura aziendale del rispetto dell’adempimento del diritto, del rispetto per la legge.
Il concetto di good corporate citizen acquista dei tratti penalmente definiti nell’importante lavoro di Christopher Stone a metà degli anni Settanta il cui titolo è peraltro suggestivo: “Dove finisce la legge: Il controllo sociale del comportamento dell’azienda”. La questione è, per questo autore, il determinare come controllare le aziende in modo da garantire la corretta gestione di tali rischi. In altre parole: il controllo sociale del comportamento dell’azienda.
Per STONE né il mercato né il diritto possono controllare il comportamento delle imprese e conclude che solo l’impresa stessa può controllarsi e autoregolarsi in base a dei parametri esterni che devono essere soddisfatti. In questo passaggio si introduce il concetto di good corporate citizen definito come quell’azienda che crea meccanismi interni adeguati al fine di controllare che la propria attività aziendale non causi pericolo per il contesto sociale.
2 La responsabilità penale delle persone giuridiche non è più una discussione retorica in Argentina, e rappresenta, invece, un problema di Diritto Positivo in vigore.
Dal mio punto di vista della mia analisi, nel campo del riciclaggio di denaro si è venuto a creare un vero e proprio presupposto di responsabilità penale delle imprese. Vediamo la legge vigente:
CP Articolo 304 – Quando i reati di cui al precedente articolo siano stati realizzati in nome, o con l’intervento o in beneficio di una persona giuridica, saranno imposte alla persona giuridica, in modo congiunto o alternativamente, le seguenti sanzioni:
1 Multa da due (2) a dieci (10) volte il valore dei beni oggetto del reato.
2 Sospensione totale o parziale dall’attività, che in nessun caso potrà superare i dieci (10) anni.
3 Sospensione alla partecipazione a gare o appalti pubblici di opere o servizi o di qualsiasi altra attività connessa con lo Stato, che in nessun caso potrà superare i dieci (10) anni.
4 Annullamento della personalità giuridica nel caso in cui fosse stata creata al solo scopo di commettere il reato o tali atti costituiscano l’attività principale del soggetto.
Perdita o sospensione di eventuali benefici statali.
6 Pubblicazione di un estratto della sentenza a carico della persona giuridica.
Per regolare l’entità di tali sanzioni, i giudici esamineranno la violazione delle regole e procedure interne, l’omissione della vigilanza sull’attività di attori e complici, l’entità del danno, l’ammontare del denaro implicato nel reato, la dimensione, la natura e le capacità economiche della persona giuridica.
Nel caso in cui risultasse necessario mantenere la continuità operativa dell’entità, o di un lavoro, o di un particolare servizio, non si applicano le sanzioni di cui al comma 2 e comma 4.
3 Tuttavia, un grave problema che non si può non affrontare nel trattare tale questione nel mio paese, è l’esigenza di affrontare l’aspetto costituzionale – quindi non dogmatico – della responsabilità penale delle persone giuridiche che è stato introdotto dal giudice della Corte Suprema Professor Raúl ZAFFARONI, il quale ha focalizzato la discussione in un contesto costituzionale che supera il dibattito dogmatico.
In breve sintesi, il problema passa attraverso l’obiezione costituzionale alla commissione da parte delle persone giuridiche di un “fatto” – costituzionale, mi permetto di aggiungere – d’accordo ai termini previsti dall’articolo 18 della Costituzione. Tale obiezione, non solo dogmatica ma basata sul dettato costituzionale, rende necessario affrontare preliminarmente la questione.
Per ZAFFARONI il dibattito sulla responsabilità penale delle persone giuridiche viene stroncata sul nascere: le imprese non hanno capacità di azione. Non solo, ma il vincolo tra diritto penale ed azione, intesa come comportamento esclusivamente attribuibile all’uomo, è un requisito costituzionale. In questo pensiero, i principi di colpevolezza e di personalità della pena sono argomenti collaterali rispetto a quello centrale costituito dall’incapacità di agire stabilita sulla base del testo costituzionale.
Secondo la mia interpretazione, questo voto rappresenta l’ultimo tentativo dogmatico classico – comunque rispettabile – di sfuggire al diritto amministrativo punitivo come un modo di mantenere una coerenza conservatrice della dogmatica penale.
Nella mia interpretazione, il ricorso a una amministrativizzazione della sanzione per le persone giuridiche – ed è questo forse l’aspetto più rilevante sul piano politico-criminale – finirà per portare a un sistema più flessibile in relazione al rispetto delle garanzie giurisdizionali, problema cui si deve dare particolare attenzione nel contesto di un diritto amministrativo sempre più invadente. In questo modo, con il pretesto di sanzioni amministrative inflitte da un tribunale penale o mere conseguenze accessorie della pena da infliggere al rappresentante dell’impresa, in realtà si applicano sanzioni repressive vere e proprie – in termini materiali – per la persona giuridica.
Limitare il concetto di “fatto” ai sensi dell’articolo 18 della nostra legge costituzionale a un accadimento fattuale attribuibile solo ed esclusivamente a una persona fisica, rappresenta una chiara limitazione alla capacità di resa del concetto normativo, interpretazione che rimane ancorata a concetti ontologici e naturalistici che ignorano un’interpretazione normativa e dinamica della nostra Costituzione.
Al contrario, se si considera il termine fatto in senso ampio come realtà fattuale che modifica la realtà circostante e che pertanto è suscettibile di essere attribuita ad un soggetto come centro normativo di imputazione e non come una realtà viva ed ontologica, non vi sono inconvenienti nell’affermare che tale evento può appartenere alla persona giuridica come proprio e, pertanto, non presenta alcuna forzatura costituzionale. In pratica si tratta del mancato adempimento di aspettative sociali attribuite a un determinato ruolo.
Da un punto di vista politico criminale, la mia interpretazione è che in questioni complesse – come la determinazione dell’attribuibilità della responsabilità penale alle persone giuridiche – la questione diventa un problema di decisione politica criminale del legislatore e sfugge al controllo di costituzionalità dei giudici attraverso il sistema di revisione giurisdizionale.
La norma sulla responsabilità penale per le aziende nel campo del riciclaggio di denaro proveniente da reati mi ha permesso di arrivare al centro del dibattito giuridico sulla definizione della responsabilità penale delle persone giuridiche da intendersi come responsabilità penale per attribuzione o, piuttosto, come responsabilità per fatto proprio commesso dall’ente.
Una lettura lineare della norma sembrerebbe dar ragione a quanto sostenuto dal professor ZAFFARONI nel caso “Fly Machine”, ove la pena per l’impresa appare come una conseguenza giuridica – di carattere amministrativo – imposta in modo accessorio rispetto alla sanzione per un fatto penale attribuito a un agente. Sanzione potrà imporre il giudice penale per ragioni di economia giudiziaria.
Una delle principali critiche rivolte al sistema d’imputazione per attribuzione è che afferisce alla colpevolezza della propria persona giuridica, trasferendo all’ente la colpevolezza del dirigente in modo automatico e accessorio, sotto la veste formale di sanzioni non penali, oltre ad essere un metodo di imputazione sussidiario.
Al contrario, se la regola viene definita come pretesa di un comportamento istituzionalizzato, in modo che tali pretese sarebbero norme penali di condotta che, grazie alla loro rilevanza per l’identità normativa di una data società umana, vengono protette da sanzioni penali, anche le persone giuridiche, in quanto agenti economici e sociali reali, sono socialmente costruiti come centri di imputazione nel caso di inadempimento di pretese normative e pertanto soggetti passivi delle conseguenze previste in caso di inadempimento di dette pretese. In altre parole, sono centri di imputazione e quindi la responsabilità penale si basa sulla commissione propria del fatto.
Quindi, se si conclude che l’impresa è un centro di imputazione normativa e che il reato di riciclaggio di denaro -per esempio- è un rischio unico che ammette due canali o vie d’imputazione indipendenti, la responsabilità penale delle imprese deve essere intesa come assunzione di responsabilità per fatto proprio, al fine di evitare vulnus al principio di colpevolezza, visto che non si può non notare che una sanzione penale comminata a un’impresa, applicabile come derivato di una sanzione penale comminata a un individuo, rappresenta, in pratica, una responsabilità penale per fatto altrui e che perciò è al di fuori del nostro sistema costituzionale.
Al contrario, è importante fare degli sforzi per includere la persona giuridica nella responsabilità per fatto proprio. In questo senso si apprezza nella nostra legislazione positiva una limitazione al concetto di responsabilità penale delle imprese a casi esclusivi ed escludenti dove il fatto appare commesso in nome, con l’intervento o in beneficio di una persona giuridica.
In questo modo, il legislatore ha escluso come criterio di imputazione della responsabilità penale la mancanza di controllo o di supervisione sulle procedure e sul funzionamento dell’impresa.
Curiosamente, questo criterio di imputazione penale è stato invece preso in considerazione come elemento al fine della commisurazione giudiziale della pena (come una sorta di estensione del disposto normativo degli articoli 40 e 41 del Codice Penale). Così, nelle norme suddette, il legislatore ha consentito che si commisuri la pena a seconda del livello di violazione del dovere di controllo della persona giuridica.
“Per commisurare queste sanzioni, i giudici esamineranno la violazione delle regole e procedure interne, l’incapacità di vegliare sulle attività dei responsabili e l’entità del danno, la somma di denaro coinvolta nel reato, le dimensioni, la natura e la capacità economica della persona giuridica “.
Quindi, ai fini di un’interpretazione più rispettosa delle garanzie, tale criterio di commisurazione della pena è traducibile – nella sua interpretazione giudiziaria – in un vero presupposto di responsabilità penale per fatto proprio.
Vale a dire che, assieme alla determinazione del fatto che il reato è stato commesso a vantaggio, con l’intervento, e per conto della persona giuridica, si renderà necessario dimostrare che è stato violato un dovere di controllo da parte della persona giuridica che ha consentito la commissione del crimine.
Questa tendenza può essere apprezzata nella legislazione che limita la responsabilità penale delle aziende laddove:
L’organo dirigente abbia adottato ed efficacemente implementato, prima della commissione del fatto, un modello di organizzazione e di gestione idoneo a prevenire il reato della fattispecie oggetto di verifica.
L’impegno di vigilanza sul funzionamento e l’osservanza di tale modello e il suo aggiornamento sia stato affidato a un organo dotato di poteri di autonomia, iniziativa, e controllo.
La persona che ha commesso il reato eludendo fraudolentemente il modello di organizzazione e gestione.
Alcune possibili conclusioni.
La società si è evoluta: da una società di individui è diventata una società di organizzazioni. Questo ha dato luogo a due importanti istituzioni sociali nella configurazione sociale corrente. Da un lato lo Stato – ambito pubblico -; dall’altro l’azienda- ambito privato-.
La figura del compliance officer è strettamente vincolata alla cornice dogmatica dei reati di violazione di un dovere.
Questa affermazione ci permette di chiederci se l’impresa sia una Istituzione -in termini funzionali di Diritto Penale – con le implicazioni di perimetro e di conseguenze che ciò comporta.
Il compliance officer assume una posizione giuridica di garante con una legittimazione giuridica – in principio indisponibile – durante la permanenza in detta posizione. Questo lo rende barriera di contenimento di determinati rischi propri della sua sfera di competenza istituzionale e lo pone all’interno della generazione di aspettative in materia di prevenzione della criminalità nel settore proprio della sua competenza.
Il compliance officer realizza funzioni quasi-statali nella prevenzione dei rischi, sulla base dell’obbligo di cittadini di collaborazione con l’Amministrazione. Questa situazione lo pone come individuo privato che adempie funzioni pubbliche;
Il compliance officer rappresenta un collegamento tra un sistema di imputazione penale strettamente personale nel campo dell’impresa e uno che fa riferimento all’impresa;
Sebbene la figura del compliance officer rappresenti un’espansione del diritto penale contemporaneo, resta il fatto che la sua inclusione e disciplina devono essere inquadrati in una interpretazione garantista del diritto penale, la cui attuazione è legata a criteri sostanziali di attribuzione di un fatto all’azienda come proprio;
In questo schema di pensiero, dobbiamo chiederci se la figura del compliance deve essere limitata a ipotesi di responsabilità penale patrimoniale o imprenditoriale economica; o, al contrario, può includere anche ipotesi che superano il mero approccio patrimoniale.
In breve, la figura del compliance genera molte domande e possibili sviluppi normativi che vanno analizzati al di là del contesto politico contingente. Questo ci permette di elevarci al di sopra di una certa congiuntura e pensare e ripensare che modello di imputazione sia il più adatto – in termini di efficienza e di garanzia – ai fini di uno schema di Diritto Penale ancorato all’impresa che non sembra disposto a fare passi indietro.
[1] Universidad Austral (Buenos Aires- Argentina).
[2] Jesús María Silva Sánchez, La insostenible situación del derecho penal, Comares, Granada, 2000, XI.
[3] Cfr. Andrea Castaldo, “¿Cuál Derecho Penal para el Nuevo Milenio?”, trad. Jorge Eduardo Lodoño Ulloa, in J.E. Lodoño Ulloa (comp.), in Tendencias actuales del derecho público y del derecho privado, Centro de Investigaciones para el desarrollo cipade, Fundación Universitaria de Boyacá, Tunja, 2000,30.
[4] Cfr. Guillermo Yacobucci, El sentido de los principios penales, Editorial Ábaco de Rodolfo Depalma, Buenos Aires, 2001, 27.
[5] Cfr. Sergio Moccia, La promessa non mantenuta: ruolo e prospettive, Edizioni scientifiche italiane, Napoli, 2001, 68.
[6] Filippo Sgubbi, El delito como riesgo social, Editorial Ábaco de Rodolfo Depalma, Buenos Aires, 1998, 122.
[7] Sergio Moccia, “De la tutela de bienes jurídicos a la tutela de funciones: entre ilusiones posmodernas y reflujos liberales”, en Jesús María Silva Sánchez, (ed.), Política criminal y nuevo derecho penal, Libro in omaggio a Claus Roxin, J.M. Bosch. Editor, Barcelona, 1997, 113-142, passim
[8] Cfr. Filippo Sgubbi, “El derecho penal en la transformación económica”, relazione presentata al Seminario del Departamento de Derecho Penal de la Universidad Austral, Buenos Aires, settembre 1996.
[9] Cfr. Juan María Rodríguez Estévez, ““¿Puede la responsabilidad penal del empresario fundamentarse en la dogmática de los delitos de “infracción de un deber”?, en El Derecho Penal, El Derecho, Buenos Aires, 2005, 5-29, passim, dove casi concreti di incidenti aerei attribuibili a una mancanza nella struttura di controllo su specifiche attività sono stati considerati come reati di violazione del dovere sul piano della tipicità oggettiva.
[10] Cfr. Percy García Cavero, Derecho Penal económico. Parte General.e Ara Editores, Universidad de Piura, Lima, 2003, 485.
[11] Cfr. Carlos M. Gónzalez Guerra y Jorge A. Valerga Aráoz (h), “Sujetos obligados a informar. Cuasifuncionarios en la prevención del delito de lavado de dinero”, El Derecho Penal, Revista N.º 12, El Derecho, Buenos Aires, 2011, 5ss-7.
…, 5 ss., 7. Si veda anche: Hernán Blanco, Lavado de activos por sujetos obligados. Análisis desde la teoría de los delitos de infracción de un deber, Abeledo-Perrot, Buenos Aires, 2011, 101-108, per quanto rigurarda il fondamento dei doveri dei privati verso lo Stato nel delitto di riciclaggio di denaro.
[12] Cfr. Jesús María Silva Sánchez, ““Hacia un derecho penal del Estado de la prevención. La protección penal de las agencias administrativas de control en la evolución de la política criminal”, en ¿Libertad económica o fraudes punibles?, Marcial Pons, Madrid-Barcelona, 2003, 310.