Source: http://www.architetto.info/news/norme-e-sentenze/ristrutturazioni-con-cambio-di-sagoma-la-corte-costituzionale-contro-la-lombardia/
Timestamp: 2018-09-22 04:08:04+00:00
Document Index: 146155123

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Ristrutturazioni con cambio di sagoma: la Corte Costituzionale contro la Lombardia | Architetto.info
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La sentenza della Corte Costituzionale n. 224 del 20 ottobre 2016 ha dichiarato l’illegittimità costituzionale per violazione dell’art. 136 Cost., dell’art. 17, comma 1 della Legge regionale della Lombardia n. 7/2012, riguardante “Interventi di ristrutturazione edilizia oggetto della sentenza della Corte Costituzionale n. 309/2011.”
La pronuncia interviene nell’annosa questione che impegna la giurisprudenza e il legislatore nazionale e regionale: se si possano conservare gli effetti amministrativi a scapito dell’efficacia di una sentenza della Corte Costituzionale, in relazione a una norma regionale dichiarata a suo tempo illegittima ma confermata da un successivo provvedimento statale, in un campo in perenne evoluzione come quello della disciplina edilizia. La risposta è: no.
L’art. 17, comma 1, della Lr Lombardia n. 7 del 18 aprile 2012, riconoscendo la validità dei permessi di costruire per gli interventi di ristrutturazione edilizia, rilasciati fino al 30 novembre 2011 – data della sentenza Corte Cost. n. 309 del 2011 – nonché delle denunce di inizio attività esecutive alla medesima data ed efficaci fino al momento della dichiarazione di fine lavori, finiva per annullare una pronuncia di illegittimità costituzionale, conservando o ripristinando gli effetti di una norma dichiarata illegittima.
Il fatto e la sentenza n. 309/2011
La proprietaria di un immobile – confinante con un’area nella quale il Comune aveva autorizzato, con permesso di costruire, un intervento di ristrutturazione mediante demolizione dell’edificio esistente e ricostruzione con sagoma diversa – aveva rivolto al Comune istanza di autotutela in relazione al permesso di costruire, invocando la sentenza n. 309 del 2011, successiva al rilascio del provvedimento, con cui la Corte Costituzionale aveva dichiarato l’illegittimità costituzionale delle norme regionali che consentivano, nell’ambito degli interventi di ristrutturazione edilizia, la ricostruzione dell’edificio che seguiva a demolizione senza vincolo di sagoma. In particolare:
l’art. 27, comma 1, lettera d), ultimo periodo, della legge della Regione Lombardia n. 12 dell’11 marzo 2005 (Legge per il governo del territorio), nella parte in cui escludeva l’applicabilità del limite della sagoma alle ristrutturazioni edilizie mediante demolizione e ricostruzione;
l’art. 103 della stessa legge regionale, nella parte in cui disapplicava l’art. 3 del Dpr n. 380/2001, il cui comma 1, lettera d), nel testo allora vigente stabiliva il principio fondamentale secondo cui rientrano nella definizione di ristrutturazione edilizia solo gli interventi di demolizione e ricostruzione con identità di volumetria e di sagoma rispetto all’edificio preesistente;
l’art. 22 della legge della Regione Lombardia n. 7 del 5 febbraio 2010, il quale interpretava il citato art. 27, comma 1, lettera d), della Lr Lombardia n. 12/2005, nel senso di svincolare la ricostruzione di un edificio al rispetto della sagoma precedente.
L’istanza di autotutela era stata respinta dal Comune proprio in ragione del sopravvenuto art. 17, comma 1, della legge regionale Lombardia n. 7 del 2012, il quale “sanava” la validità dei titoli abitativi a condizione che la comunicazione di inizio lavori risultasse protocollata entro il 30 aprile 2012. La ricorrente ha impugnato il provvedimento negativo del Comune, insieme al permesso di costruire, e ha eccepito l’illegittimità costituzionale della nuova norma regionale.
La Corte Cost. ha riconosciuto che tale norma ha limitato gli effetti per il passato della sua sentenza n. 309 del 2011, escludendo che la perdita di efficacia delle disposizioni dichiarate costituzionalmente illegittime rilevasse per i titoli edilizi rilasciati in base alle stesse disposizioni prima della pubblicazione della sentenza.
La Corte Costituzionale aveva già stigmatizzato le disposizioni con cui il legislatore, statale o regionale, interviene per mitigare gli effetti di una pronuncia di illegittimità costituzionale, per conservare o ripristinare, in tutto o in parte, gli effetti della norma dichiarata illegittima. Tale è il caso della disposizione impugnata. Essa, come risulta esplicitamente dal suo tenore letterale, mira a convalidare e a confermare nell’efficacia gli atti amministrativi emessi in diretta applicazione di una precedente normativa regionale dichiarata costituzionalmente illegittima.
Le nuove norme sul vincolo di sagoma
L’art. 30 del Dl n. 69 del 2013 (“decreto del Fare”), convertito dalla legge n. 98 del 2013, ha modificato, tra l’altro, l’art. 3, comma 1, lettera d), del Dpr n. 380 del 2001, eliminando dalla definizione della ristrutturazione edilizia il rispetto della sagoma precedente.
A seguito di tale novità normativa, la sagoma preesistente non rileva più come elemento che, se non rispettato, determina la qualificazione dell’intervento edilizio come nuova costruzione, piuttosto che come ristrutturazione.
Tuttavia, il citato art. 30 non ha portata retroattiva ed è innovativo nel contenuto, in quanto modifica il concetto di ristrutturazione, ampliandolo rispetto alla consolidata interpretazione della normativa previgente e quindi non può essere applicato ai fatti della causa in esame.
A parere della Corte Cost., i mutamenti successivamente intervenuti nella legislazione statale, che hanno rimosso il divieto di alterazione della sagoma nelle ristrutturazioni edilizie, su cui si fondavano le dichiarazioni di illegittimità costituzionale contenute nella sentenza n. 309 del 2011, non hanno rilevanza: la questione in esame e la norma che ne costituisce oggetto concernono situazioni anteriori a tale innovazione della legislazione statale e non sono da essa interessate.
Approfondimenti: La ristrutturazione di una casa Liberty pugliese di Esther Tattoli
Tag: normativa ediliziaristrutturazionisagoma edifici