Source: http://lamulta.it/15-approfondimenti/316-proprieta-del-veicolo-si-trasferisce-col-consenso-e-non-serve-l-annotazione-al-pra.html
Timestamp: 2019-11-19 02:44:12+00:00
Document Index: 72660983

Matched Legal Cases: ['art. 1376', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 320', 'sentenza ', 'art. 320', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1376', 'sentenza ', 'art. 1376', 'sentenza ', 'sentenza ']

Per individuare l'effettivo proprietario di un veicolo i dati del P.R.A. forniscono elementi meramente presuntivi, i quali possono essere vinti con ogni mezzo di prova, anche testimoniale, dovendosi accertare la effettiva titolarità del veicolo secondo le regole civilistiche, riguardanti la circolazione di beni mobili, tra cui l'articolo 1376 c.c.: norma che disciplina il contratto con effetti reali in forza del mero consenso delle parti, e dunque in forma libera.
La eventuale forma scritta è richiesta ai fini della trascrizione al PRA, la quale non costituisce requisito di validità e di efficacia del trasferimento, ma un mezzo di pubblicità, inteso a dirimere vari contrasti tra più aventi causa dal medesimo venditore (e si aggiunge, ai fini dell'imputabilità fiscale del bollo di circolazione e di altri adempimenti quali la revisione del veicolo). Ai fini della individuazione dell'effettivo proprietario del veicolo i dati del PRA forniscono elementi meramente presuntivi, i quali possono essere vinti con qualsiasi mezzo di prova, anche testimoniale.
la presunzione semplice che si ricava dai pubblici registri può essere quindi vinta con ogni mezzo di prova, incluse le prove testimoniali, dovendo la effettiva titolarità essere accertata alla stregua delle regole civilistiche, relative alla circolazione dei beni mobili, tra cui l'art. 1376 c.c[1]."
Questo arresto, come esso stesso rileva, si inserisce in una stabile corrente interpretativa che ha sempre riconosciuto l'estraneità della registrazione alla validità e all'efficacia della vendita dell'automobile, dichiarando che la registrazione del contratto al P.R.A. non è costitutiva rispetto al contratto stesso, bensì finalizzata a dirimere, tramite il criterio della priorità della trascrizione, eventuali conflitti tra più acquirenti dallo stesso venditore (v., tra le pronunce massimate, tutte sulla stessa linea, Cass. sez. 1, 11 gennaio 1999 n. 157 - per cui appunto il trasferimento di proprietà di un veicolo si realizza per effetto del consenso delle parti, e la trascrizione dell'atto al P.R.A. non costituisce un requisito di validità o efficacia del trasferimento ma soltanto un mezzo di pubblicità per risolvere gli eventuali conflitti tra più aventi causa dallo stesso venditore, per cui, in conformità ai principi generali sull'efficacia retroattiva dei contratti consensuali, le risultanze del P.R.A. assumono unicamente il valore della presunzione semplice, superabile con ogni mezzo di prova -; Cass. sez. 1, 1 luglio 1996 n. 5954; Cass. sez. 1, 4 maggio 1994 n. 4315 - per cui l'effettiva titolarità della proprietà di un automobile va accertata secondo le comuni regole civilistiche, onde l'effetto traslativo della proprietà si verifica a seguito del mero consenso delle parti ex articolo 1376 c.c., la trascrizione al P.R.A. assumendo invece il mero effetto di regolamento tra più aventi causa di cui sopra -; Cass. sez. 1, 15 aprile 1992 n. 4565; trattasi di orientamento tanto consolidato quanto risalente ormai nelle origini: tra gli arresti massimati, p. es., già Cass. sez. 3, 12 ottobre 1964 n. 2574 e Cass. sez. 3, 16 dicembre 1971 n. 3681 attribuivano alla trascrizione al P.R.A. il valore di mera presunzione, vincibile con ogni mezzo di prova idoneo, e Cass. sez. 3, 16 febbraio 1965 n. 241 evidenziava la mera finalità della trascrizione suddetta a dirimere il conflitto tra un'eventuale pluralità di aventi causa dallo stesso venditore del medesimo autoveicolo).
Proprio perché, allora, viene riconosciuto che ogni mezzo di prova, anche testimoniale, può vincere il documento rappresentato dal certificato P.R.A., dalla giurisprudenza sopra citata è d'altronde ben desumibile che il contratto di vendita di autoveicolo non è neppure a forma scritta ad probationem, dato che, in tal caso la registrazione assurgerebbe a prova scritta, e l'unico spazio lasciato alla prova testimoniale sarebbe quello dettato dal combinato disposto degli articoli 2725, primo comma, e 2724 n. 3 c.c.
In realtà, trattandosi di contratto i cui effetti reali sono collegati al mero consenso delle parti, la prova dell'esistenza dello stesso dovrà formarsi secondo le regole ordinarie: e pertanto l'ammissibilità o meno della prova testimoniale del contratto dovrà essere valutata ai sensi degli articoli 2721 ss. c.c.
20 aprile 2016, n. 7771
1. Con sentenza del 15-18 ottobre 2011 il Tribunale di Torre Annunziata, sezione distaccata di Torre del Greco, ha rigettato l'appello principale proposto da Z. Z. avverso sentenza n. 2068/2008 con cui il giudice di pace di Torre del Greco aveva respinto la sua domanda, presentata nei confronti di F. F. e Impresa assicuratrice ///, di risarcimento dei danni derivati da sinistro stradale avvenuto il 13 febbraio 2007, nonché gli appelli incidentali proposti da Impresa assicuratrice /// e da Impresa assicuratrice … per F.G.V.S.
2. Ha presentato ricorso la Z. Z. sulla base di quattro motivi.
Il primo motivo denuncia, ex articolo 360, primo comma, n. 3 c.p.c., violazione degli articoli 439 e 427 c.p.c. per avere il Tribunale ritenuto tardiva la richiesta della attuale ricorrente di mutare il rito da speciale a ordinario.
Il secondo motivo, ex articolo 360, primo comma, n. 5 c.p.c., lamenta omessa motivazione del Tribunale sull'ordinanza con cui negò il mutamento del rito.
Il terzo motivo, ex articolo 360, primo comma, n. 3 c.p.c., denuncia violazione e falsa applicazione degli articoli 1376, 2721 e 2864 c.c. per avere il Tribunale respinto la richiesta di ammissione di prova testimoniale avanzata dalla attuale ricorrente per dimostrare che la F. F. era proprietaria dell'auto danneggiante.
Il quarto motivo, ancora ex articolo 360, primo comma, n. 3 c.p.c., denuncia violazione e falsa applicazione degli articoli 144 d.lgs. 7 settembre 2005 n. 209, 102 e 180 c.p.c., sempre riguardo alla legittimazione passiva della F. F.
Si è difeso dal ricorso con controricorso Impresa assicuratrice …, chiedendo che sia disatteso.
Sia la ricorrente sia la controricorrente hanno depositato memoria ex articolo 378 c.p.c.
3.1 II primo motivo lamenta che il Tribunale ritenne tardiva la richiesta di mutamento del rito da rito del lavoro ad ordinario, nonostante l'applicabilità alla fattispecie dell'articolo 439 c.p.c. e rientrando quindi nei poteri del giudice d'appello mutare il rito se il primo grado era stato celebrato con un rito erroneo. In particolare nel caso di specie, sostiene la ricorrente, il giudice di pace, "sulla base dell'eccezione sollevata da controparte, ha deciso la causa senza mutare il rito della stessa e quindi impedendo all'appellante (sic) di richiedere il termine ex art. 320 c.p.c. per provare, ove ve ne fosse stata la necessità, la legittimazione passiva" della F. F., e il Tribunale, poi, con ordinanza del 16 aprile 2010 accoglieva le relative argomentazioni dell'appellante disponendo il mutamento del rito da quello speciale in quello ordinario e rinviando "per la precisazione delle conclusioni la causa per verificare se il mancato mutamento del rito aveva o meno pregiudicato il diritto di difesa" dell'appellante stessa; ma, nella sentenza impugnata, "senza alcuna motivazione, né revocando il precedente provvedimento", il Tribunale ha ritenuto "di non mutare il rito (già mutato)" per tardività della richiesta di mutamento. In base a questo la ricorrente chiede che sia accolto il motivo in esame.
In primo luogo, deve rilevarsi che la doglianza è priva di autosufficienza, poiché non indica in modo sufficientemente specifico né le ragioni per cui aveva chiesto il mutamento del rito al giudice di primo grado (rito che peraltro aveva essa stessa scelto essendo l'attrice) e al giudice d'appello, né le ragioni in base alle quali quest'ultimo, con l'ordinanza del 16 aprile 2010, gliel'avrebbe concesso; né, poi, la ricorrente spiega la opzione che a suo dire il giudice d'appello nella suddetta ordinanza avrebbe adottato, ovvero di passare alla fase decisoria per verificare se il mancato mutamento del rito avesse leso il diritto di difesa dell'appellante.
Ma soprattutto deve rilevarsi proprio che l'error in procedendo non può essere denunciato di per sé, bensì se sussiste reale interesse a denunciarlo, vale a dire se la violazione della norma processuale ha cagionato una concreta lesione al diritto di difesa di chi denuncia, che deve specificamente dolersene, id est descriverne le conseguenze in punto di merito nella controversia (sul principio per cui la corretta applicazione delle regole di rito non è tutelata di per sé, bensì in relazione ad un conseguente pregiudizio concreto del diritto di azione e del diritto di difesa che il ricorrente pertanto deve indicare cfr. ex multis Cass. sez. 1, 21 febbraio 2008 n. 4435, Cass. sez. 3, 12 settembre 2011 n. 18635 e Cass. sez. 2, 27 settembre 2013 n. 22289; sul rispetto in tal senso del modello legale di impugnazione cfr. p. es. Cass. sez. 3, 29 gennaio 2010 n. 2053), pena l'inammissibilità della censura.
E dunque, nel caso in esame, la ricorrente non ha evidenziato quale pregiudizio in punto di merito le sia derivato dalla mancata disposizione del mutamento del rito - e ciò per di più in un contesto d'illustrazione del motivo contraddittoria laddove si ammette che il rito fu mutato -, limitandosi ad un del tutto generico riferimento alla sua possibilità in tal caso di provare la legittimazione passiva della F. F., di cui avrebbe peraltro avuto necessità solo eventuale (si rimanda ancora, nel ricorso, al già riportato passo di pagina 5: il giudice di pace ha deciso senza mutare il rito "e quindi impedendo all'appellante di richiedere il termine ex art. 320 c.p.c. per provare, ove ne fosse stata la necessità, la legittimazione passiva"). Né tantomeno in riferimento alla decisione di secondo grado la ricorrente individua una conseguenza pregiudizievole sul merito di quanto ivi deciso a proposito del rito.
Il motivo, in conclusione, sotto ogni profilo risulta privo di pregio.
3.2 II secondo motivo è in realtà un'appendice del precedente, in cui la ricorrente lamenta omessa motivazione della sentenza sull'ordinanza dello stesso giudice d'appello che aveva mutato il rito. Viene cosi riproposta la questione di error in procedendo già esaminata, alla cui illustrazione a proposito del primo motivo, pertanto, si rimanda.
Comunque, non si può non ricordare che nel caso di specie trattasi di una questione di diritto, e quindi (si tratti di diritto processuale come di diritto sostanziale) il vizio motivazionale non rileva, perché quel che conta è soltanto la decisione in punto di diritto, non l'iter percorso per raggiungerla (sull'incidenza unicamente della corretta applicazione da parte del giudice di merito delle norme di diritto v. Cass. sez. 3, 14 febbraio 2012 n. 2107, Cass. sez. 5, 2 febbraio 2002 n. 1374; Cass. sez. 2, 10 maggio 1996 n. 4388; Cass. sez. 1, 14 giugno 1991 n. 6752; Cass. sez. 2, 22 gennaio 1976 n. 199; trattasi di principio generale, relativo anche alla giurisdizione di legittimità in materia penale: cfr. da ultimo Cass. pen. sez. 1, 20 maggio 2015 n. 16372 e Cass. pen. sez. 3, 23 ottobre 2014-11 febbraio 2015 n. 6174).
Anche questo motivo, pertanto, non merita accoglimento.
3.3 Il terzo motivo, come violazione e falsa applicazione degli articoli 1376, 2721 e 2864 (evidente errore materiale in riferimento a 2684) c.c., lamenta che la domanda della ricorrente fu rigettata dal giudice di merito per preteso difetto di prova che F. F. fosse la proprietaria del veicolo danneggiante nel sinistro, a ciò pervenendo, però, mediante il rigetto dell'istanza attorea di ammissione di prova testimoniale al riguardo. Osserva la ricorrente che la prova testimoniale era invece ammissibile, dal momento che la vendita di automobile non è un contratto con forma scritta ad substantiam, necessitando la forma scritta solo al fine della trascrizione della vendita al P.R.A.
Il Tribunale, effettivamente, afferma che la legittimazione passiva della F. F. è sfornita di prova perché "l'attrice in primo grado avrebbe dovuto produrre documentazione da cui desumerla che, invece, manca del tutto né è consentito porre a sostegno della prova la visura P.R.A. allegata solo al fascicolo di secondo grado. Il titolo di proprietà dell'autovettura della convenuta in primo grado non può certamente essere provato attraverso una prova testimoniale vedendo su una circostanza squisitamente documentale"; condivisibilmente, pertanto, secondo il giudice d'appello, per tale motivo il giudice di primo grado ha respinto la domanda attorea; e per lo stesso motivo, quindi, il Tribunale rigetta l'appello.
Con l'espressione, alquanto atecnica, "circostanza squisitamente documentale", a ben guardare il giudice d'appello impone al contratto di vendita di auto una forma legale quanto meno - per quel che può intendersi dalla concisa motivazione - ad probationem: esclude, infatti, in modo assoluto che una prova testimoniale sia idonea a dimostrare l'esistenza del contratto, occorrendo allo scopo, evidentemente, una prova documentale.
L'asserto non vanta alcun espresso riscontro normativo, ma comunque non trova neppure sostegno nella consolidata, e consapevolmente sistemica, interpretazione della giurisprudenza di legittimità. AI contrario, proprio la giurisprudenza di questa Suprema Corte, con un una sentenza su questa tematica - Cass. sez. 3, 11 aprile 2006 n. 8415, citata non solo dalla ricorrente, ma anche dalla controricorrente che peraltro non la interpreta in modo corretto - ha affermato che per individuare l'effettivo proprietario di un veicolo i dati del P.R.A. forniscono elementi meramente presuntivi, i quali possono essere vinti con ogni mezzo di prova, anche testimoniale, dovendosi accertare la effettiva titolarità del veicolo secondo le regole civilistiche, riguardanti la circolazione di beni mobili, tra cui l'articolo 1376 c.c.: norma che disciplina il contratto con effetti reali in forza del mero consenso delle parti, e dunque in forma libera.
Il caso esaminato dal suddetto arresto è alquanto simile a quello oggetto della presente causa: nell'ambito di un giudizio sorto da domanda risarcitoria dei danni derivati da un sinistro stradale, il giudice di pace aveva rigettato la domanda perché secondo le risultanze del PRA un'auto coinvolta non era di proprietà, in questo caso, della parte attrice; quest'ultima aveva poi presentato ricorso per cassazione per violazione, appunto, degli articoli 1376, 2721 e 2684 c.c., affermando che - come sintetizza la motivazione dell'arresto citato - "il contratto di compravendita di un'automobile non richiede la forma scritta ad substantiam, ma si perfeziona, al pari della vendita di qualsiasi bene mobile, con il semplice consenso di venditore ed acquirente validamente manifestato (art. 1376 c.c.)". E il giudice di legittimità ha accolto in pieno la doglianza, sottolineando che "la eventuale forma scritta è richiesta ai fini della trascrizione al PRA, la quale non costituisce requisito di validità e di efficacia del trasferimento, ma un mezzo di pubblicità, inteso a dirimere vari contrasti tra più aventi causa dal medesimo venditore (e si aggiunge, ai fini dell'imputabilità fiscale del bollo di circolazione e di altri adempimenti quali la revisione del veicolo). Ai fini della individuazione dell'effettivo proprietario del veicolo i dati del PRA forniscono elementi meramente presuntivi, i quali possono essere vinti con qualsiasi mezzo di prova, anche testimoniale". Nel caso trattato dalla sentenza del 2006, il giudice di pace aveva peraltro ammesso la prova testimoniale, ma poi ne aveva disatteso, senza motivazione alcuna, l'esito, per cui questa Suprema Corte ha ritenuto "violato il principio generale del diritto in ordine al trasferimento della proprietà di quel particolare bene mobile che è l'autoveicolo, trasferimento che non esige la forma scritta ad substantiam, ma la prova del consenso delle parti ai fini dell'effetto traslativo. Pertanto la presunzione semplice che si ricava dai pubblici registri può essere vinta con ogni mezzo di prova, incluse le prove testimoniali, dovendo la effettiva titolarità essere accertata alla stregua delle regole civilistiche, relative alla circolazione dei beni mobili, tra cui l'art. 1376 c.c[2]."
Questo arresto, come esso stesso rileva, si inserisce in una stabile corrente interpretativa che ha sempre riconosciuto l'estraneità della registrazione alla validità e all'efficacia della vendita dell'automobile, dichiarando che la registrazione del contratto al P.R.A. non è costitutiva rispetto al contratto stesso, bensì finalizzata a dirimere, tramite il criterio della priorità della trascrizione, eventuali conflitti tra più acquirenti dallo stesso venditore (v., tra le pronunce massimate, tutte sulla stessa linea, Cass. sez. 1, 11 gennaio 1999 n. 157 - per cui appunto il trasferimento di proprietà di un veicolo si realizza per effetto del consenso delle parti, e la trascrizione dell'atto al P.R.A. non costituisce un requisito di validità o efficacia del trasferimento ma soltanto un mezzo di pubblicità per risolvere gli eventuali conflitti tra più aventi causa dallo stesso venditore, per cui, in conformità ai principi generali sull'efficacia retroattiva dei contratti consensuali, le risultanze del P.R.A. assumono unicamente il valore della presunzione semplice, superabile con ogni mezzo di prova -; Cass. sez. 1, 1 luglio 1996 n. 5954; Cass. sez. 1, 4 maggio 1994 n. 4315 - per cui l'effettiva titolarità della proprietà di un automobile va accertata secondo le comuni regole civilistiche, onde l'effetto traslativo della proprietà si verifica a seguito del mero consenso delle parti ex articolo 1376 c.c., la trascrizione al P.R.A. assumendo invece il mero effetto di regolamento tra più aventi causa di cui sopra -; Cass. sez. 1, 15 aprile 1992 n. 4565, citata anche dalla ricorrente; Cass. sez. 1, 10 maggio 1991 n. 5235; trattasi di orientamento tanto consolidato quanto risalente ormai nelle origini: tra gli arresti massimati, p. es., già Cass. sez. 3, 12 ottobre 1964 n. 2574 e Cass. sez. 3, 16 dicembre 1971 n. 3681 attribuivano alla trascrizione al P.R.A. il valore di mera presunzione, vincibile con ogni mezzo di prova idoneo, e Cass. sez. 3, 16 febbraio 1965 n. 241 evidenziava la mera finalità della trascrizione suddetta a dirimere il conflitto tra un'eventuale pluralità di aventi causa dallo stesso venditore del medesimo autoveicolo).
Proprio perché, allora, viene riconosciuto che ogni mezzo di prova, anche testimoniale, può vincere il documento rappresentato dal certificato P.R.A., dalla giurisprudenza sopra citata è d'altronde ben desumibile che il contratto di vendita di autoveicolo non è neppure a forma scritta ad probationem, dato che, in tal caso la registrazione assurgerebbe a prova scritta (in tal senso sembra aver argomentato il Tribunale), e l'unico spazio lasciato alla prova testimoniale sarebbe quello dettato dal combinato disposto degli articoli 2725, primo comma, e 2724 n. 3 c.c. In realtà, trattandosi di contratto i cui effetti reali sono collegati al mero consenso delle parti, la prova dell'esistenza dello stesso dovrà formarsi secondo le regole ordinarie: e pertanto l'ammissibilità o meno della prova testimoniale del contratto dovrà essere valutata ai sensi degli articoli 2721 ss. c.c.
Il motivo trova quindi fondatezza, e assorbe logicamente il motivo successivo, che sostiene la legittimazione passiva della stessa F. F. anche come responsabile del danno, sempre per contrastare il rigetto della domanda pronunciato dai giudici di merito sulla base di un preteso difetto di legittimazione passiva della suddetta.
In conclusione, il ricorso, respinti i primi due motivi e assorbito il quarto, deve essere accolto quanto al terzo motivo, dovendosi cassare la sentenza impugnata in relazione ad esso con conseguente rinvio allo stesso Tribunale in persona di diverso magistrato.
Rigetta il primo e il secondo motivo del ricorso; accoglie il terzo motivo e dichiara assorbito il quarto motivo del ricorso; cassa la sentenza impugnata in relazione e rinvia al Tribunale di Torre Annunziata in persona di diverso magistrato anche per le spese.
Così deciso in Roma il 12 gennaio 2016.