Source: https://www.ict4innovation.it/news
Timestamp: 2019-09-19 09:04:42+00:00
Document Index: 70630315

Matched Legal Cases: ['art. 33', 'art. 162', 'art. 169', 'art. 33', 'art. 33', 'art. 33', 'art. 55', 'art. 56', 'art. 55', 'art. 33', 'art. 33', 'art. 34', 'art. 34']

News — ICT4Innovation
Data Protection: la valutazione di impatto prevista dal GDPR / January 8, 2018 by luca nogara
Dal 25 maggio 2018, giorno di applicazione del nuovo regolamento UE sulla privacy, per la corretta gestione del trattamento e della sicurezza dei dati personali vanno valutati i rischi delle violazioni e le possibili conseguenze. Ecco cosa prevede il testo, appena approvato in via definitiva, relativo Data protection impact assessment” (DPIA)
La data protection impact assessment (DPIA), la valutazione d’impatto in caso di violazione della Data Protection, è stata definita da Gruppo di Lavoro del GDPR (WP29) lo scorso 4 ottobre 2017 (qui il testo definitivo doc. WP248rev.01). Come ben noto agli “addetti ai lavori”, dal 25 maggio 2018, giorno di applicazione del GDPR, il Regolamento UE sulla data protection n. 2016/679, la corretta gestione del trattamento e della sicurezza dei dati personali dovrà tenere conto della DPIA.
Cos'è la Data protection impact assessment (DPIA) e quando è obbligatoria
Premettiamo sin da subito come la DPIA altro non sia che una valutazione preliminare degli impatti a cui andrebbe incontro un trattamento laddove dovessero essere violate le misure di protezione dei dati. Tale valutazione deve tenere in conto sia del grado di rischio che il trattamento possa presentare per i diritti e le libertà delle persone fisiche sia del grado di innovatività della tecnologia con cui viene effettuato il trattamento. In tal senso, una corretta DPIA, così come ribadito dal Gruppo di Lavoro, può essere utile per valutare l’impatto sulla protezione dei dati elaborati attraverso una particolare tecnologia, ad esempio una componente hardware o software.
Inoltre così come sottolineato dalle recenti Linee Guida nonché dal Garante per la Protezione dei Dati personali nella Guida all’applicazione del Regolamento europeo), una singola DPIA potrebbe essere utilizzata per valutare molteplici operazioni di trattamento che sono simili in termini di rischi presentati. Pertanto, compito del Titolare del Trattamento, utilizzando un “risk-based approach”, sarà quello (prima che i dati vengano trattati) di individuare, nello specifico, l’origine, la natura, la probabilità e la gravità del rischio, l’ambito di applicazione, il contesto e le finalità del trattamento stesso in quanto più è elevata la rischiosità del dato, più alte sono le conseguenze in termini d’impatto con l’interessato.
Ciò può consentire al Titolare, mediante anche la consultazione del Data Protection Officere dei responsabili del trattamento, di poter identificare le misure appropriate per minimizzare i rischi ed adottare costantemente (tenuto conto dello stato dell’arte) ogni misura tecnica, giuridica ed organizzativa in quanto una semplice variabilità del rischio potrebbe generare ulteriori attività da svolgere.
Le Linee Guida offrono ulteriori precisazioni tra cui, a titolo esemplificativo: un elenco di operazioni di trattamento di dati personali rispetto alle quali l’effettuazione della valutazioned’impatto deve ritenersi obbligatoria nonché un elenco di operazioni di trattamento rispetto alle quali la valutazione d’impatto non è necessaria; criteri comuni aventi ad oggetto sia la metodologia da adottare per l’effettuazione della valutazione d’impatto sia la definizione dei casi in cui è necessario consultare l’Autorità di controllo; raccomandazioni sulla base dell’esperienza acquisita negli Stati membri dell’UE.
Azienda Digitale, Big Data, Cloud Computing, Disaster Recovery, GDPR, Governance, INFOSecurity, Normative, Privacy, Regolamenti, Scenari, Sicurezza, Sistemi Informativi DPIA, data protection, regolamento europeo, trattamento dati, GDPR January 08, 2018
GDPR: cosa c’è da sapere sulla profilazione di clienti e consumatori / January 5, 2018 by luca nogara
Avvocati, Azienda Digitale, Big Data, Business Continuity, Cloud Computing, Disaster Recovery, GDPR, Governance, INFOSecurity, Normative, Regolamenti, Privacy, Sicurezza, Sistemi Informativi GDPR, data protection, regolamento February 16, 2018
Come e perché la trasformazione digitale impone una nuova cultura aziendale di sicurezza / January 4, 2018 by luca nogara
Per Gartner entro 3 anni il 95% degli attacchi sarà colpa dei comportamenti sbagliati degli utenti. Il costo? Nel caso del furto di dati sensibili, la sanzione amministrativa oggi va da 10mila a 120mila euro. Bissel (Accenture): occorre un approccio specifico per ogni settore che tuteli l’intera catena del valore. Bechelli (Clusit): il digitale impone una comprensione più ampia dei vantaggi, ma anche dei rischi del cyberspazio
La trasformazione digitale offre un livello di comunicazione e di interazione che non ha precedenti nella storia. Il fenomeno dell'omnicanalità riguarda le 6C di un'utenza globale: Colleghi, Collaboratori, Competitor, Clienti, Cittadini e Consumatori... Gran parte della popolazione oggi è connessa: smartphone-dotata, ma anche tablet-dotata e pc-dotata. La consumerizzazione dell'IT ha portato i dipendenti a utilizzare con disinvoltura schermi touchscreen e menu di navigazione. Crescono le installazioni interattive: totem, chioschi, tavoli, specchi, pareti portano a bordo una nuova intelligenza applicativa. Tutto questo senza corsi di formazione aziendale perché a vincere è un passaparola bimodale (off line e online).
L'abitudine a utilizzare Internet in tutte le sue forme ha inaugurato l'economia delle App, favorendo anche una più immediata comprensione dei vantaggi associati al cloud. Con tutte le conseguenze annesse e connesse.
Secondo Gartner da qui al 2020 il 95% degli attacchi alla sicurezza sarà colpa dei comportamenti sbagliati degli utenti (Fonte: Gartner Top Prediction for IT Organizations and Users for 2016 and Beyond). Gli analisti puntano l'attenzione sull'ingenuità delle persone che, deviate dai vantaggi e dalla semplicità delle tecnologie, non si rendono conto dei rischi e nemmeno conoscono le regole base della sicurezza rispetto alla gestione delle identità e degli accessi. Dal furti di dati alla paralisi dell'attività, lo scotto da pagare è ormai noto e dovrebbe far riflettere l'intero board aziendale.
Prendiamo il caso di un’organizzazione che in Italia subisca un attacco informatico da parte di alcuni hacker che riescono ad accedere ai dati sensibili e a diffonderli via web. Al momento, se gli interessati fanno ricorso al Garante della Privacy e si scopre che il titolare del trattamento (l’azienda) non aveva adottato le misure minime di sicurezza per la protezione dei dati, prescritte all’art. 33 del Codice della Privacy (CDP), la sanzione amministrativa va da un minimo di 10.000 euro a un massimo di 120.000 euro, comminati dal Garante e senza passare dall’autorità giudiziaria, ex art. 162 c. 2-bis CDP. In sede di giudizio penale la sanzione va a sommarsi all'Ex art. 169 CDP per cui è previsto l’arresto fino a 2 anni (a questo link, la tabella di dettaglio)
Ma le aziende sanno quanto costa il cybercrime?
Quanto costa il cybercrime alle aziende? Gli analisti parlano di 11,7 milioni di dollari per azienda, con un aumento del 23% rispetto ai 9,5 milioni di dollari registrati nel 2016 e del 62% nell’ultimo quinquennio (Fonte: “Cost of Cyber Crime Study” - Accenture e Ponemon Institute, Settembre 2017). In media un’azienda subisce 130 violazioni all’anno (+ 27,4% rispetto al 2016) che si traducono in infiltrazioni nella rete o nei sistemi aziendali.
Kelly Bissell, Managing Director di Accenture Security"È necessario che le organizzazioni adottino una strategia di sicurezza dinamica e agile - afferma Kelly Bissell, Managing Director di Accenture Security -, che costruisca resilienza dall’interno e non si focalizzi sulla difesa del perimetro. Occorre inoltre un approccio che sia specifico per ciascun settore e che tuteli l’intera catena del valore dell’azienda. Le conseguenze del cybercrime che le aziende subiscono a causa dei crimini informatici sono sempre più costose e devastanti, sottolineando l’importanza crescente di una pianificazione strategica e di un monitoraggio costante degli investimenti in sicurezza”.
Riportata ai suoi fondamentali, la questione è semplice: la gestione della sicurezza associata alla trasformazione digitale oggi non può essere più scaricata solo sui CIO o sui CISO che, facendo conto dei budget messi a loro disposizione, fanno miracoli per garantire la business continuity, la tutela dei dati e la protezione delle risorse aziendali.
Serve una consapevolezza più ampia e funzionale di cosa significhi risk management nell'era della trasformazione digitale, della Web Economy, delle aziende liquide e di tutti quegli orizzonti di servizio in continuo divenire che portano più fatturato ma anche più margini di rischio. È ora di lavorare a livello utente, offrendo un po' più di cultura ma anche soluzioni più puntuali in caso di perdite di dati e di fermi informatici. Serve maggiore consapevolezza a tutti i livelli dell'organizzazione.
Quando il cloud è l'abilitatore della trasformazione digitale
Luca BechelliLa questione è che non c'è trasformazione digitale senza una governance delle infrastrutture e dei servizi. L'uso del cloud, ad esempio, cresce perché economicamente più comodo, ma quasi 7 aziende su 10 nutrono ancora molte riserve. Secondo l'Osservatorio Cloud e ICT as A Service del Politecnico di Milano il 67% delle imprese indica come principale fattore di inibizione la sicurezza e la privacy.
Eppure la sicurezza viene ancora considerata una componente addizionale perché le aziende seguono ancora un approccio banalmente costruttivo: prima creo l'infrastruttura e dopo penso alla sicurezza. Questa protezione non nativa, però, ha un impatto notevole sulle aziende.
"L’Italia è uno dei Paesi in cui c’è una percentuale di adozione del cloud tra le più alte in Europa (siamo i secondi tra tutti i Paesi) - spiega Luca Bechelli, Membro del Comitato Tecnico Scientifico, CLUSIT e consulente indipendente per la sicurezza informatica -. Eppure, rispetto al cloud, ci sono ancora molti limiti a livello di vision. Le aziende che ricorrono a servizi cloud, spesso non lo fanno nel modo corretto. A questo si aggiunge il problema dello shadow IT. Quante volte i nostri colleghi, in buona fede, si portano il lavoro a casa inviando una mail d’ufficio sul proprio account privato o caricandosi su un servizio di file sharing il lavoro (magari perché non gli abbiamo fornito un’alternativa aziendale valida per fare questo mestiere)? Da qui le preoccupazioni principali delle aziende: da recenti studi è emerso che il 64% delle aziende sono preoccupate di non sapere dove sono dati importanti, perché hanno perso di vista il modo in cui le informazioni viaggiano. Insomma, lo scenario effettivamente caratterizzato da molti problemi e da un approccio disfunzionale. La questione è che l’attaccante può essere qualcuno che sta a centinaia di km da noi, ma la maggior parte degli attacchi oggi si determina perché l’utente fa click".
Spostare la complessità non significa dimenticare la sicurezza
Vero è che il cloud rende talmente efficiente e facile agli utenti l’uso dei sistemi da fornire la percezione di una riduzione delle complessità e questo si traduce troppo spesso in un'adozione di pratiche povere dal punto di vista della sicurezza. Bisogna invece ricordare che la complessità c’è ancora: è solo stata spostata e l'azienda deve comunque preoccuparsi di gestire la sua parte.
"Dall’altra parte vediamo che sono importanti le quote di altre tipologie di cloud - ribadisce Bechelli - quindi Software as a Service (SaaS) e Platform as a Service (PaaS), con modalità di servizi centrali per il funzionamento dell’azienda: CRM, ERP, amministrazione, la stessa software automation delle mail che spesso viene sottovalutata e dove si trovano i dati più critici dell’azienda perché per quanto noi pensiamo di metterli all’interno di repository protetti, poi li facciamo comunque circolare nelle varie versioni. Il tema degli endpoint che accedono al cloud non è più solo il pc, ma una serie di dispositivi fissi e mobili che vanno protetti e tutelati perché la sicurezza che potremmo denominare Agile, ancora non esiste. I dati Clusit sulla crescita del cybercrime si commentano da soli".
Come evidenzia Bechelli, anche le aziende che non sono in cloud sono ormai di fronte a un bivio: se sono in cloud i suoi partner, ad esempio, un'organizzazione che credeva di non essere in cloud può scoprire di esserlo.
"Dobbiamo capire oggi che la nostra azienda è cambiata - conclude l'esperto -: non ha neanche più senso parlare di azienda mobile, che lo è già per definizione dal momento che i nostri dipendenti hanno un cellulare e, trovando aperta la porta del server di mail, cominciano a scaricare la posta sul proprio device. A quel punto siamo già mobili e dobbiamo pensare in mobilità. La trasformazione digitale è un'evoluzione delle esigenze dei colleghi che vogliono essere mobili, agili e che interagiscono in molti modi con il resto del mondo: non solo dal pc blindato tradizionale, ma anche con altri media che possono essere vulnerabili ad attacchi e possono mettere in crisi l’operatività".
Insomma, aggiornare gli antivirus non è più sufficiente. Il board aziendale deve imparare a guardare l'azienda in modo molto diverso, andando ben oltre il tema del GDPR. La normativa che entrerà in vigore a maggio del 2018 ha il merito di aver l'attenzione sul tema della protezione dei dati offrendo l'opportunità di rivedere posizioni e policy, ma non risolve certo la totalità della governance. CFO, CEO, COO... tutti gli executive devono imparare a vivere la trasformazione digitale con una visione della sicurezza non solo più responsabile ma anche più lungimirante.
Azienda Digitale, Governance, GDPR, Sicurezza, Sistemi Informativi, Scenari, Social Marketing : sicurezza, governance, GDPR, cybersecurity, costo cybercrime, Luca Bechelli, Clusit, Kelly Bissell, Accenture, cloud, Agile January 04, 2018
Come e perché la trasformazione digitale impone una nuova cultura aziendale di sicurezza / January 3, 2018 by luca nogara
È necessario che le organizzazioni adottino una strategia di sicurezza dinamica e agile - afferma Kelly Bissell, Managing Director di Accenture Security -, che costruisca resilienza dall’interno e non si focalizzi sulla difesa del perimetro. Occorre inoltre un approccio che sia specifico per ciascun settore e che tuteli l’intera catena del valore dell’azienda. Le conseguenze del cybercrime che le aziende subiscono a causa dei crimini informatici sono sempre più costose e devastanti, sottolineando l’importanza crescente di una pianificazione strategica e di un monitoraggio costante degli investimenti in sicurezza”.
La questione è che non c'è trasformazione digitale senza una governance delle infrastrutture e dei servizi. L'uso del cloud, ad esempio, cresce perché economicamente più comodo, ma quasi 7 aziende su 10 nutrono ancora molte riserve. Secondo l'Osservatorio Cloud e ICT as A Service del Politecnico di Milano il 67% delle imprese indica come principale fattore di inibizione la sicurezza e la privacy.
Big Data, Business Continuity, Sicurezza, Sistemi Informativi sicurezza, governance, GDPR, cybersecurity, costo cybercrime, Luca Bechelli, Clusit, Kelly Bissell, Accenture, cloud, Agile January 03, 2018
L’innovazione digitale è un gioco di squadra: entrano in campo le Line of Business / December 28, 2017 by luca nogara
La digital transformation è diventata pervasiva e trasversale: nascono progetti strategici in ogni funzione aziendale, da Marketing e Vendite all'HR, fino a Procurement e Supply Chain. Cresce la collaborazione interna, perché la revisione dei processi supera la classica visione organizzativa a silos. È un cambio di passo confermato dalla presenza di budget per l'innovazione al di fuori delle direzioni ICT in oltre un terzo delle grandi imprese italiane
La trasformazione digitale per moltissime imprese italiane è ormai un piano concreto di attività, progetti e iniziative che coinvolgono tutta l’organizzazione. L'innovazione è diventata pervasiva e ha definitivamente travalicato il confine della direzione ICT, diventando una priorità strategica per le Line of Business.
È un cambio di passo significativo, che abbiamo avuto modo di riscontrare in modo evidente negli ultimi mesipartecipando a convegni e intervistando manager di tante eccellenze italiane, soprattutto nelle grandi aziende e nelle multinazionali (anche quelle “tascabili”) del made in Italy. Tutti confermano che per restare rilevanti sul mercato non solo serve uno sforzo per rivedere prodotti, processi e modelli di business. Serve anche ripensare il concetto stesso di innovazione. Se fino a pochi anni fa erano soltanto i CIO a guidare i progetti che prevedono l’adozione di nuove tecnologie, oggi sono i manager di Line – affiancati dalle direzioni ICT – i principali promotori di iniziative di digitalizzazione e ridisegno dei processi che sono chiamati a governare: è così nel Marketing e nelle vendite, impegnati in progetti omnichannel e per migliorare la customer experience; nelle direzioni HR, chiamate a colmare i gap di competenze digitali o ad adottare nuovi tool di HCM a supporto dei processi; è sempre più vero per i responsabili Procurement e Supply Chain, dove l’uso di piattaforme online B2B garantisce risparmi importanti, trasparenza e velocità.
In questi progetti, tutte le divisioni sono spesso coinvolte in modo collaborativo: la revisione profonda dei processi in chiave digitale e la ricerca di soluzioni innovative che diano slancio alle aziende non possono essere più gestiti nella tradizionale visione a silos, ma richiedono commitment a tutti i livelli apicali, incluso il top management.
Ma c’è di più. Si è diffusa con forza la consapevolezza che per fronteggiare giovani e agili concorrenti, società nate in questi ultimi anni con un dna al 100% digitale (una minaccia che spesso arriva da settori anche molto distanti da quello in cui le imprese hanno operato per lungo tempo) serve uno scatto in avanti in termini di cultura, che significa non solo competenze digitali e famigliarità con servizi e tecnologie di nuova generazione, ma anche spirito imprenditoriale, pensiero laterale e creatività. Ora che l’innovazione digitale è diventata trasversale, il concetto stesso di competenze e talenti digitali si va ampliando per coinvolgere ogni livello ed in ogni funzione.
Tante aziende hanno quest’anno avviato in quest'ottica iniziative interdisciplinari, spesso guardando al di fuori del proprio perimetro in un’ottica Open Innovation: formazione, Innovation Lab, Contest e Hackathon interni, oltre a nuove relazioni con start up e modelli di governance e sui processi per la gestione dell’Innovazione Digitale. Lo sviluppo di cultura e competenze digitali è inoltre la principale sfida per le Direzioni HRdelle nostre imprese e la quasi totalità dei Responsabili Risorse Umane italiani si è già mossa per adeguare le skills dell’organico aziendale.
La trasformazione organizzativa va di pari passo con gli investimenti in digitale, che ora disegnano una nuova mappa. Lo conferma una recente survey degli Osservatori Digital Innovation, che ha verificato la presenza di interessanti budget per l’Innovazione Digitale, oltre al budget della Direzione ICT, nel 39% delle imprese intervistate, allocati nelle diverse Line of Business e principalmente nelle Direzioni Marketing, Digital e Business Development. Tali budget sono nel 10% dei casi comparabili o superiori a quella della Direzione ICT, in leggero aumento rispetto al dato rilevato nel 2016.
Certo, la strada resta lunga e piena di insidie. L’Italia continua a scontare, a livello di sistema e PA, un ritardo importante rispetto ai paesi più avanzati. Ma il cantiere è aperto e lavora a pieno regime, con il coraggio, l’impegno e la determinazione di tanti innovatori.
Sistemi Informativi, Digitalizzazione, Scenari, Business Continuity, Azienda Digitale, INFOSecurity innovation management, innovazione, gestione dell'innovazione December 28, 2017
Guida alla gestione dei data breach secondo il regolamento GDPR sulla Data protection / December 27, 2017 by luca nogara
Cosa fare in caso di violazioni di dati personali che possano compromettere le libertà e i diritti dei soggetti interessati? A chi rivolgersi? Come comunicarle? La risposta è nelle linee guida pubblicate dal Gruppo di lavoro del nuovo regolamento europeo sulla privacy
A seguito dell’entrata in vigore del GDPR (Regolamento UE 2016/679 in materia di protezione dei dati personali), il Gruppo di lavoro Art. 29 si è più volte attivato per offrire indicazioni concrete e casi esemplificativi che potessero aiutare gli operatori coinvolti nel trattamento di dati personali a interpretare le disposizioni del Regolamento e a pianificare correttamente il loro adeguamento.
Si collocano in questo scenario le nuove linee guida del Gruppo di lavoro Art. 29 sul data breach (Guidelines on Personal data breach notification under Regulation 2016/679, adottate il 3 ottobre 2017).
Il GDPR disciplina il data breach prevedendo espressamente un obbligo di notifica e comunicazione in capo al titolare, in presenza di violazioni di dati personali che possano compromettere le libertà e i diritti dei soggetti interessati. L’approccio del Regolamento si differenzia nettamente da quello adottato della Direttiva 95/46/CE, che, al contrario, non dispone alcun obbligo generalizzato di notifica. Attualmente, anche il nostro ordinamento prevede un obbligo di notifica frammentario. In recepimento della normativa europea in materia di comunicazioni elettroniche, il Codice privacy ha introdotto uno specifico obbligo di notifica dei data breach esclusivamente per i fornitori di servizi di comunicazioni elettroniche accessibili al pubblico. In altri settori (dati biometrici, dossier sanitario e pubbliche amministrazioni) l’obbligo è stato prescritto attraverso puntuali provvedimenti del Garante privacy. Il nuovo Regolamento, invece, attribuisce alla notifica una funzione essenziale di tutela degli interessati ed estende tale obbligo alla generalità dei titolari di trattamento.
Il criterio dirimente per valutare la necessità di avviare una procedura di notifica è la probabilità che la violazione possa porre a rischio (per la notifica all’autorità) o ad elevato rischio (per la comunicazione agli interessati) le libertà e i diritti degli individui. Appurato il rischio conseguente dalla violazione, gli artt. 33 e 34 del GDPR indicano ai titolari i termini, le modalità, i contenuti e le deroghe della notifica e della comunicazione di data breach.
Le nuove linee guida integrano gli articoli citati e permettono di dare risposta ad una serie di quesiti la cui comprensione risulta di fondamentale importanza per la predisposizione di corrette procedure di notificazione.
Quando il titolare è ritenuto “a conoscenza” di una violazione?
L’art. 33 impone al titolare di notificare la violazione all’autorità di controllo entro 72 ore dal momento in cui ne viene a conoscenza. Il tempo di riferimento da cui iniziano a decorrere i termini della notifica viene individuato quindi nel momento in cui il titolare acquisisce consapevolezza dell’avvenuta violazione.
Nell linee guida, il Gruppo ritiene che debba considerarsi “a conoscenza” il titolare che abbia un ragionevole grado di certezza in merito alla verificazione di un incidente di sicurezza. È evidente che, in base alle specifiche circostanze, mentre alcune violazioni saranno facilmente rilevabili, per altre sarà necessario instaurare un’indagine più approfondita. In questi casi, durante la fase di investigazione, il titolare può essere considerato come privo di un grado di conoscenza tale da far scattare immediatamente l’obbligo di notifica. Ciò precisato, il Gruppo sottolinea che il diligente comportamento del titolare sarà in ogni caso valutato sulla base della sua tempestiva attivazione in caso venga informato di una possibile infrazione. La fase investigativa, quindi, non deve essere abusata per prorogare illegittimamente il termine di notifica.
A tale considerazione si legano le raccomandazioni del Gruppo sia con riferimento alla struttura organizzativa predisposta dal titolare, sia in merito al ruolo del responsabile del trattamento in caso di data breach. In primo luogo, il Gruppo raccomanda ai titolari di predisporre un piano di sicurezza che evidenzi le procedure organizzative interne da adottare nella gestione di eventuali violazioni e l’organigramma dei soggetti o dei livelli direttivi a cui è necessario fare riferimento per riportare l’accadimento.
In merito al responsabile, l’art. 33 dispone l’obbligo in capo a quest’ultimo di informare tempestivamente il titolare dell’avvenuta violazione. Interpretando questo assunto alla luce del rapporto che lega titolare e responsabile, il Gruppo evidenzia come, in linea di principio, il titolare debba considerarsi a conoscenza della violazione nel momento in cui il proprio responsabile ne sia venuto a conoscenza. Non deve quindi esistere alcuna dilazione temporale nelle comunicazioni tra titolare e responsabile, giacché questi viene considerato come estensione fisica dell’attività del titolare e fa perciò scattare automaticamente l’obbligo di notifica in capo al primo.
Su questo punto, le linee guida prospettano l’ipotesi che il responsabile, sulla base di specifica autorizzazione del titolare contrattualmente prevista, possa eseguire personalmente la notifica per conto di quest’ultimo. Ciò non toglie, è bene sottolinearlo, che le responsabilità nei confronti dell’autorità e degli interessati scaturenti dalla notifica o dalla sua mancanza, permangano in capo al titolare. In caso di negligenza, il responsabile potrà rispondere unicamente nei confronti del titolare.
Qual è l’autorità di controllo competente?
L’art. 33 dispone che la notifica debba essere effettuata all’autorità di controllo competente, a norma dell’articolo 55. A sua volta l’art. 55 prevede che ciascuna autorità di controllo è competente per l’esercizio dei compiti e dei poteri assegnatele sul territorio del proprio Stato membro. Dunque, se la violazione si verifica in un determinato Stato membro, sarà all’autorità garante di quello Stato che dovrà essere presentata apposita notifica.
Lo scenario si complica nei casi in cui il trattamento dei dati valichi i confini territoriali nazionali, cosicché una loro violazione possa compromettere i diritti e le libertà di cittadini situati in diversi Pasi membri. In questo caso, il Gruppo chiarisce che dovrà utilizzarsi il meccanismo delle “autorità capofila”, previsto dall’art. 56 del GDPR. Fermo restando quanto disposto dall’art. 55, in caso di trattamenti transfrontalieri di dati personali si considera autorità capofila (e dunque autorità di riferimento anche in caso di notifica di data breach) l’autorità garante situata nello Stato membro presso cui si trova lo stabilimento principale o l’unico stabilimento del titolare o del responsabile. Naturalmente, il titolare rimane libero di notificare la violazione a tutte le autorità degli Stati membri in cui ritiene possano esserci conseguenze pregiudizievoli per gli interessati ivi locati. Tuttavia risulterà compliant anche nel caso decida di eseguire la notifica solo con riferimento all’autorità capofila correttamente individuata.
Le linee guida, peraltro, ricordano ai titolari che l’obbligo di notifica previsto dall’art. 33 del GDPR deve coordinarsi con ulteriori eventuali obblighi di notifica previsti da altri strumenti normativi. Per esempio, obblighi di notifica in caso di incidenti di sicurezza (categoria ampia che al suo interno ricomprende l’insieme delle violazioni di dati personali) sono presenti nel Regolamento e-IDAS per i fornitori di servizi fiduciari o nella Direttiva NIS per i fornitori di servizi essenziali e di servizi digitali. Dunque, se una società fornitrice di servizi certificati di firma elettronica riscontra una violazione di sicurezza, dovrà non soltanto notificare l’attività illecita alla propria autorità nazionale di riferimento ma, in caso siano coinvolti dati personali dei propri clienti e qualora ne ricorrano i presupposti, dovrà altresì darne riscontro all’autorità garante in materia di dati personali.
Come devono comportarsi i titolari quando non dispongono di sufficienti informazioni sulla violazione?
La notifica ha la funzione di allertare l’autorità e consentire la predisposizione di misure di tutela immediate ai soggetti coinvolti. Elemento centrale della procedura di notificazione è quindi la sua tempestività.
Tuttavia non sempre il titolare, anche quando ha appurato con ragionevole certezza l’esistenza di una violazione, è già in possesso di tutti gli elementi utili per effettuare una descrizione completa ed esaustiva dell’infrazione. Il Gruppo di lavoro chiarisce come il GDPR, tenendo in considerazione la predetta possibilità, mette a disposizione del titolare alcune tecniche o modalità che permettono di bilanciare le esigenze di celerità del messaggio con quelle di una sua sostanziale accuratezza e completezza.
La prima tecnica è l’utilizzo dell’“approssimazione”. Il titolare che non sia ancora in grado di conoscere con certezza il numero di persone e di dati personali interessati dalla violazione può comunicarne in prima battuta un ammontare approssimativo, provvedendo a specificare il numero esatto a seguito di accertamenti.
Secondo strumento previsto dal Regolamento è la “notificazione in fasi”. In questo caso il titolare, per la complessità o estensione della violazione, potrebbe non essere in grado di fornire con immediatezza all’autorità tutte le informazioni necessarie. Potrà allora ottemperare agli obblighi di notifica comunicando, dopo una prima e rapida notifica di alert, tutte le informazioni per fasi successive, aggiornando di volta in volta l’autorità sui nuovi riscontri.
Infine, il Regolamento prevede la possibilità di effettuare una notifica differita, dopo le 72 ore previste dall’art. 33. È il caso in cui, per esempio, un’impresa subisca violazioni ripetute, ravvicinate e di simile natura che interessino un numero elevato di soggetti. Al fine di evitare un aggravio di oneri in capo al titolare e l’invio scaglionato di un numero elevato di notificazioni tra loro identiche, il titolare è autorizzato ad eseguire un’unica “notifica aggregata” di tutte le violazioni occorse nel breve periodo di tempo (anche se superi le 72 ore), purché la notifica motivi le ragioni del ritardo.
Quali sono le modalità di comunicazione all’interessato?
Accanto agli obblighi di notifica all’autorità di controllo, l’art. 34 prevede in capo ai titolari un obbligo di comunicazione agli interessati che consenta loro di attivarsi a tutela dei propri interessi.
Come evidenziato dal Gruppo di lavoro, i due obblighi sono innescati dal superamento di soglie di rischio differenti: è sufficiente un rischio semplice per far sorgere il dovere di notifica, mentre è necessario un rischio “elevato” per attivare quello di comunicazione.
L’adeguatezza di una comunicazione è determinata non solo dal contenuto del messaggio, ma anche dalle modalità di effettuazione. Le linee guida, sulla base dell’art. 34, ricordano che devono sempre essere privilegiate modalità di comunicazione diretta con i soggetti interessati (quali email, SMS o messaggi diretti). Il messaggio dovrebbe essere comunicato in maniera evidente e trasparente, evitando quindi di inviare le informazioni nel contesto di update generali o newsletter, che potrebbero essere facilmente fraintesi dai lettori. Inoltre, dovrebbe tenere conto di possibili formati alternativi di visualizzazione del messaggio e delle diversità linguistiche dei soggetti riceventi (es. l’utilizzo della lingua madre dei soggetti riceventi rende il messaggio immediatamente comprensibile).
Anche in questo caso, il Regolamento è attento a non gravare i titolari di oneri eccessivi prevedendo che, nel caso la segnalazione diretta richieda sforzi sproporzionati, questa possa essere effettuata attraverso una comunicazione pubblica. Si sottolinea però che anche questo tipo di comunicazione deve mantenere lo stesso grado di efficacia conoscitiva del contatto diretto con l’interessato. Così, mentre può ritenersi adeguata la comunicazione fornita attraverso evidenti banner o notifiche disposte sui siti web, non lo sarà se questa sia limitata all’inserimento della notizia in un blog o in una rassegna stampa.
Come valutare il rischio conseguente a un data breach?
La corretta valutazione dei possibili rischi scaturenti da una violazione è un passaggio importante per un’efficiente gestione del data breach. L’analisi consente al titolare di individuare con prontezza adeguate misure per arginare o eliminare l’intrusione e di valutare la necessità di attivare le procedure di comunicazione e di notifica (che si ricorda si attivano solo al superamento di determinate soglie di rischio). Rispetto alla valutazione effettuata in sede di DPIA (Data Protection Impact Assessment), la valutazione di data breach persegue uno scopo più mirato. Nel primo caso, infatti, si valutano conseguenze potenziali nel caso si verifichi un’ipotetica violazione. Nel caso di data breach, invece, il giudizio prognostico effettuato con il DPIA dovrà essere personalizzato avendo riguardo alle concrete circostanze della violazione.
Le linee guida rappresentano in questo campo un utile ausilio alle complesse attività di assessment, in quanto forniscono una serie di fattori che i titolari devono tenere in primaria considerazione ai fini della valutazione. In particolare, le conseguenze della violazione varieranno a seconda di: tipo di violazione e natura dei dati violati (es. violazione di riservatezza, di accessibilità o di integrità dei dati; dati sanitari, documenti di identità o numeri di carte di credito); la facilità con cui potrebbero essere identificati gli interessati (es. l’aggressione riguarda dati identificativi o dati personali non direttamente identificativi; era previsto l’utilizzo di tecniche di pseudonimizzazione o crittografia); la gravità delle conseguenze sugli individui in termini di potenziali danni (es. i dati sono stati inviati erroneamente a un fornitore di fiducia o sono stati sottratti da un terzo sconosciuto); speciali caratteristiche e numero degli individui interessati (es. bambini o anziani; violazione massiccia o individuale); particolari caratteristiche del titolare (es. ambito di attività economico o sanitario; contatto frequente con dati sensibili).
Accertato il livello di rischio, il titolare sarà in grado di determinare la necessità o meno di eseguire la notifica all’autorità e la comunicazione agli individui interessati. A titolo esemplificativo, quindi, nel caso una media company perda il temporaneo accesso agli indirizzi email dei propri clienti a causa di un blackout, non sarà necessario procedere alla notifica dell’evento. Al contrario, la temporanea perdita di accesso ai dati sanitari dei pazienti di un ospedale, deve essere considerato un evento che pone a rischio (anche elevato) i diritti degli individui e dovrà perciò essere correttamente gestita ai sensi degli artt. 33 e 34 del GDPR.
Allo stesso modo, lo smarrimento di un CD o di una chiavetta USB contenente dati criptati indecifrabili da terzi, nel caso in cui la chiave crittografica sia nel possesso del titolare e questi possieda un backup di tali dati, potrebbe ritenersi non lesivo nei confronti degli interessati e quindi non obbligatoriamente notificabile. In caso invece la chiave crittografica non sia sicura o non esista un backup dei dati smarriti, sarà necessario attivare le procedure di notifica e comunicazione individuate.
Azienda Digitale, Business Continuity, Cloud Computing, Digitalizzazione, Disaster Recovery, Governance, INFOSecurity, Mobile Payments, Normative, Privacy, Regolamenti, PMI, Scenari, Sicurezza GDPR, data breach, regulation, privacy, data protection December 27, 2017
Data Management Platform (DMP): cosa sono e come aiutano a raggiungere l'audience giusta / June 30, 2017 by luca nogara
Marketing e comunicazione per poter essere efficaci devono focalizzarsi sempre di più sulla user experience e sulla personalizzazione dei messaggi e dei servizi offerti. È proprio per questo che sta crescendo l’utilizzo delle DMP - Data Management Platform, sistemi che aiutano le aziende a raccogliere e organizzare dati e informazioni relative agli utenti per poterle clusterizzare e analizzare, e ottimizzare così gli investimenti pubblicitari
Che i dati siano il pilastro portante delle aziende ormai è inequivocabile e indiscutibile. Ancor più importanti e strategici lo sono per le divisioni Marketing che necessitano di informazioni sempre aggiornate per definire i propri piani di azione, programmare l’acquisto di pubblicità o l’avvio di campagne promozionali o di comunicazione, ecc.
Secondo quanto emerge dall’Osservatorio Internet Media degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano, lo spostamento dal semplice acquisto di spazi per la pubblicità verso la necessità di accedere a specifiche audience rende sempre più critica la raccolta e l’organizzazione di dati e informazioni che permettano di clusterizzare gli utenti per poterne analizzare bisogni e comportamenti e, di conseguenza, personalizzare al meglio le attività di marketing e comunicazione.
A supporto di questo scenario, si osserva da più analisi un crescente utilizzo delle cosiddette DMP - Data Management Platform. Cosa sono le DMP? Si tratta di soluzioni tecnologiche che possiamo raggruppare in due macro-gruppi:
- quelle di natura più “tattica”, finalizzate all’ottimizzazione degli acquisti di spazi media rivolti a specifiche audience;
- quelle di natura più “strategica” il cui obiettivo è raccogliere dati e informazioni non solo per l’acquisto di spazi pubblicitari ma anche per altre attività di marketing e Crm di taglio più “business oriented”.
Quello delle DMP è un mercato complesso, non solo perché, come accennato, ci sono soluzioni differenti a seconda degli obiettivi che si intende raggiungere, ma anche perché si tratta di piattaforme che, in generale, richiedono un continuo aggiornamento e un vero e proprio cambiamento nella governance aziendale della gestione delle informazioni all’interno delle diverse funzioni/divisioni (senza contare che l’investimento iniziale non è banale). Tuttavia, i modelli cloud incentrati sul Software-as-a-Service hanno contribuito alla diffusione di queste tecnologie, tanto da spingere alcune società di analisi come ExchangeWire Research e Weborama a stimare che, entro il 2018, il 92% di agenzie media, inserzionisti e publisher europei implementerà una DMP (analisi che emerge dall’ultimo report “State of the European Data Management Platform market: media usage already mature, but the evolution is not complete”).
Il messaggio giusto al momento opportuno al target più corretto: è ciò che vuole chi utilizza una DMP
Il campione europeo preso in esame da ExchangeWire Research e Weborama non può dirsi a valenza statistica (360 i professionisti interpellati in Uk, Francia, Spagna e Italia) ma ha il pregio di tracciare gli orizzonti di un trend che negli ultimi due anni ha registrato crescite interessanti anche nel nostro paese. Le DMP sono considerate tecnologie ormai indispensabili dalle aziende che hanno nella pubblicità una forza di propulsione per il business, ma stanno diventando strumenti strategici anche per attività di marketing e comunicazione più ampie dove il dato su clienti, consumatori, utenti diventa il vero asset.
In quest’ottica, ciò che rivela l’indagine europea è interessante: oltre il 75% di coloro che già utilizzano una DMP crea attraverso questi sistemi nuovi volumi di affari proprio grazie ai dati, o meglio, attraverso le campagne corrette, indirizzate al target giusto al momento opportuno (obiettivo raggiungibile solo attraverso il corretto utilizzo dei dati).
Quali dati raccogliere
Quanto alla tipologia di dati “necessari” al raggiungimento di questi obiettivi, una DMP dovrebbe essere in grado di raccogliere ed integrare qualsiasi tipo di dato ma, stando ai risultati europei dell’indagine condotta lo scorso anno, le aziende tendono a collezionare con più sistemicità quelli provenienti dai comportamenti degli utenti sul web (navigazione di siti e app, per l’87% degli intervistati) integrandoli con quelli già presenti nel proprio CRM (nel 64% dei casi). I dati provenienti dai social network iniziano ad entrare nel bacino di raccolta, integrazione e analisi di una DMP anche se con percentuali più basse (solo il 43% delle aziende prese in esame afferma di utilizzarli); è probabile che ne vedremo la crescita come fonte di alimentazione delle DMP nei prossimi 12 mesi.
Azienda Digitale, Digitalizzazione, Governance, Mobile, Scenari, Sistemi Informativi, Social Marketing digital advertising, com, data management platform, analytics June 30, 2017
Avvocati, Commercialisti, Sistemi Informativi, Scenari, PMI, Privacy, Azienda Digitale, Cloud Computing, Digitalizzazione Osservatorio Professionisti, Innovazione Digitale, Avvocati, Commercialisti, Consulenti del Lavoro, Politecnico Milano June 28, 2017
Azienda Digitale, Mobile, PMI, Scenari, Sistemi Informativi mobile app, app economy, Gartner, responsive, bot, chatbot, assistenti virtuali June 26, 2017
I robot prenderanno il posto dei colletti bianchi? No, se si punterà sull'integrazione / June 24, 2017 by luca nogara
A partire dal 2022 l'intelligenza artificiale metterà a rischio anche le posizioni con competenze più qualificate in ambito Legal, Finance e IT: CIO e funzione HR dovranno trovare il giusto equilibrio nel tracciare le regole della convivenza tra uomo e macchine, e le nuove strategie di assunzione. Il punto di Gartner
Anche i profili professionali di alto livello subiranno la concorrenza delle macchine. Almeno secondo Gartner, che nel report "Prepare for when AI turns skilled practices into utilities" prevede che a partire dal 2022 i professionisti più qualificati degli ambiti finanziario, legale e informatico saranno eguagliati se non superati nello svolgimento delle loro mansioni dall'intelligenza artificiale (AI), che si manifesterà in azienda attraverso smart machine e robot.
«AI e machine learning renderanno alcune delle attività svolte oggi da professionisti qualificati funzioni a basso costo», conferma Stephen Prentice, Vice President and Gartner Fellow, «e questo porterà molte industry a rivedere completamente modelli organizzativi e strategie di business, visto considerando che settori attualmente ad alto margine, sulla spinta di tecnologie che trasformano lavori complessi in semplici servizi informatici acquistabili a cottimo, si trasformeranno in vere e proprie utilities».
Uno degli ambiti più coinvolti, secondo Prentice, sarà quello legale. Oggi un avvocato deve affrontare un lungo percorso formativo per maturare le competenze e le conoscenze necessarie a svolgere la propria mansione. Lo stesso può dirsi di una macchina: attualmente i sistemi AI necessitano di tempo e investimenti per costruire il proprio know how e sviluppare determinate specializzazioni. La differenza con un essere umano è che una macchina, una volta addestrata, può replicare le proprie funzioni virtualmente all'infinito. Se un'azienda invece ha bisogno di più avvocati, deve assumerli, con tutto quel che ne consegue sul piano dei costi.
Anche il Finance subirà un importante scossone: attività come l'analisi per la concessione di prestiti e l'assicurazione dei crediti possono già essere automatizzate. Ma se da una parte l'AI ridimensionerà la forza lavoro, specialmente rispetto alla gestione dell'ordinaria amministrazione, dall'altra permetterà di dirottare le risorse fino a ora impegnate in attività ripetitive sullo sviluppo e sull'erogazione di servizi a maggior valore.
Questa trasformazione è inevitabile anche rispetto al comparto dell'IT, e in maniera trasversale i CIO devono preparare l'organizzazione a un drastico cambiamento rispetto allepriorità nei processi di assunzione. «L'AI è naturalmente più efficace nell'affrontare task ben definiti e con obiettivi chiari, mentre l'intervento umano continuerà a essere preponderante là dove i problemi sono di definizione più complessa», continua Prentice.
«Una cosa non esclude l'altra, macchina e uomo possono collaborare e non dimentichiamoci che quando cambiano le condizioni di base è sempre l'uomo che indirizza la macchina». Così Prentice raccomanda ai Chief Executive Officer di sfruttare i piani aziendali di medio termine per immaginare e pianificare insieme all'ufficio HR, un giusto equilibrio tra skill umane e capacità dell'AI. Troppa automazione rischia infatti di rendere l'impresa poco flessibile, ma porre i giusti limiti tra un ambito e l'altro si rivelerà utile anche per rassicurare i collaboratori rispetto a paventate invasioni di campo da parte dei robot.
Azienda Digitale, Digitalizzazione, Governance, Normative, Personal Development, Scenari HR, risorse umane, intelligenza artificiale, automazione, robot, Gartner June 24, 2017
I 9 trend dell’IT nei prossimi mesi, secondo Gartner: tra edge computing, cloud, e Io / June 23, 2017 by luca nogara
Gartner ha riassunto quali saranno le principali tendenze IT del 2017. Anche se non si tratta di argomenti del tutto nuovi, sarà la loro evoluzione ad avere un impatto significativo sui team IT e sui carichi di lavoro dei data center. La governance sarà in mano a 5 professionisti chiave
fonte: digital4.biz - puoi leggere l'articolo originale qui
Data center interconnessi, invisibili, containerizzati, capaci di orchestrare l'evoluzione di una Internet of Things pervasiva. La governance sarà in mano a nuove figure chiave, sempre più specializzate nei vari cluster di pertinenza che caratterizzano lo sviluppo dei data center di domani, incentrati su chiavi di servizio sempre più sofisticate e performanti.
Quali sono le tendenze che continueranno a definire il ruolo dei professionisti IT e le competenze che questi ultimi dovranno avere per gestire i data center del prossimo futuro?
Se ne è parlato ad Orlando lo scorso mese, in occasione dell'IT Operations Strategies and Solutions Summit di Gartner. Gli esperti hanno analizzato i top trend del 2017 in ambito IT per far luce su quali saranno gli elementi che avranno un impatto maggiore sugli operatori del settore.
1) I data center tradizionali scompariranno
I tradizionali data center on premise stanno diminuendo di giorno in giorno. Il motivo? Le leggi di mercato. Per le aziende oggi esistono delle alternative più efficienti ed economicamente convenienti. Gli analisti di Gartner hanno rilevato che oggi circa l'80% dei carichi di lavoro aziendali si esegue on premise e il restante 20% si trova sul cloud o su impianti esternalizzati, mentre entro il 2021 la percentuale dei workload eseguiti localmente scenderà a circa il 20-25%, a tutto vantaggio delle soluzioni cloud e off-premise. Il concetto di data center as a service (DCaaS) ha guadagnato terreno poiché le imprese hanno spostato il proprio focus dall’infrastruttura alle applicazioni. Ma la scelta di cloud, outsourcing, SaaS, PaaS, risorse umane as a service e DCaaS non sono proposte poi così estreme. Gli esperti ritengono che un solo delivery model probabilmente non supporterà tutte le esigenze di un'organizzazione e che gli operatori, probabilmente, dovranno utilizzare diversi modelli per raggiungere diversi obiettivi.
2) I data center saranno interconnessi
La connettività è un elemento caratteristico della moderna tecnologia dei data center, ma la crescita del cloud e di altri servizi off-premise la metterà ancora più al centro dei processi operativi, utilizzando i collegamenti in fibra per la connettività ad alta velocità e di lunga distanza.
Secondo gli esperti, le interconnessioni future fonderanno data center e risorse in modo molto simile alle reti peer-to-peer. Questo metterà le prestazioni e la resilienza della connettività dei provider di cloud e software-as-a-service alla pari con le risorse di calcolo e archiviazione private on-premises, oltre a offrire flessibilità e agilità su scala più vasta.
3) I container cambieranno le applicazioni
I container continuano a essere una delle principali tendenze dell’IT aziendale. Questo perché consentono nuove forme di sviluppo e implementazione delle applicazioni che non sarebbero possibili persino con centri dati virtualizzati.
Mentre questo scenario rappresenta un terreno fertile per gli sviluppatori, ai professionisti IT richiede di implementare e supportare i container, oltre ad affrontare nuovi problemi di gestione relativi al loro utilizzo, come governance, licenza software e così via. Gli esperti evidenziano che per creare, monitorare, gestire e distruggere i container gli operatori devono garantire un'infrastruttura solida, organizzando e monitorando tutte le risorse utilizzate per farli funzionare.
4) L’IT, se saprà innovarsi, guiderà il business
I leader aziendali comprendono il ruolo svolto dai servizi IT in azienda e la loro importanza per il successo del business, ma gli analisti sottolineano come l’era dell’ IT in-house che dà ordini su applicazioni, servizi e tecnologie utilizzate dalle unità di business sia terminata. La rapida crescita del cloud pubblico, del SaaS e di altri servizi concorrenziali ha posto sulla difensiva i modelli IT tradizionali: non c'è più bisogno di aspettare che l’IT possa valutare, raccomandare o distribuire servizi e carichi di lavoro quando esistono opzioni efficaci che possono essere impegnate più velocemente e con meno problemi nelle line of business.
Gartner fa notare come oltre il 20% della spesa IT aziendale, attualmente, sia fuori dal controllo IT e come ciò rappresenti una sfida per l’IT che deve sapersi innovare e ripensare il suo ruolo di abilitatore di servizi e broker.
5) La stranded capacity dovrà essere identificata e ridotta
Il concetto di stranded capacity non è certo una novità, ma la velocità e l’agilità dai moderni modelli di calcolo rendono i problemi di sprawl molto più pronunciati e potenzialmente costosi. Gli analisti di Gartner hanno riferito che il 22% delle istanze di calcolo oggi sono invisibili, ovvero sono istanze che eseguono e consumano risorse, ma non forniscono alcun valore all'attività. Il 40% dei rack non è adeguatamente approvvigionato e i server eseguono solo il 32%. Tutto questo si traduce in sprechi di risorse, ovvero in costi inutili per l’organizzazione.
6) Internet of Things in emersione
L'internet delle cose è diventato rapidamente uno dei trend principali in ambito IT, grazie alla sua capacità di sfruttare enormi quantità di dati in opportunità mai viste prima sia per le vendite, il controllo e l'analisi dei processi. I dispositivi IoT possono velocizzare i tempi di vendita con funzionalità predefinite, elevata scalabilità, supporto per i fornitori e un ecosistema di fornitori abbastanza completo. Nonostante ciò, gli esperti notano che i dispositivi reali e gli stack di software utilizzati nelle distribuzioni IoT sono ancora in fase di definizione e che il settore soffre ancora della mancanza di uno standard.
7) I dispositivi remoti devono essere gestiti
L’Internet of Things richiede che i team IT gestiscano anche i dispositivi remoti - le cose dell’internet, appunto! - e ciò rappresenta una sfida logistica non da poco: significa occuparsi di installare, configurare, gestire, sostituire o ritirare ogni dispositivo remoto presente nell'ambiente.
8) Micro ed edge computing meritano attenzione
Invece di investire in una larghezza di banda di rete più costosa, molte organizzazioni impiegano risorse di calcolo su piccola scala e risorse di archiviazione più vicine alla posizione del lavoro effettivo: questa strategia è conosciuta come edge computing. Tuttavia, tali sforzi di elaborazione remota o pongono di fronte ai responsabili IT altri tipi di problemi, come la resilienza e la manutenzione. Le aziende devono pertanto considerare con attenzione i requisiti e le vulnerabilità di una piattaforma di calcolo remoto.
9) Guardare avanti verso i nuovi ruoli dell’IT: le 5 figure chiave della governance
Queste tendenze e la mutevole relazione tra business e IT hanno generato nuovi ruoli nel settore.
Secondo gli esperti, per esempio, l’architetto dell’Internet of Things sarà colui il quale selezionerà e implementerà i componenti di un sistema IoT per garantire una corretta gestione e integrazione con altre infrastrutture e software di data center.
Il cloud sprawl specialist, invece, monitorerà l'utilizzo delle risorse nel cloud pubblico e privato e applicherà politiche rivolte a ridurre al minimo gli sprechi. Lo strategy architect sarà la figura che esaminerà le infrastrutture esistenti e fornirà indicazioni per ottimizzarle, individuando le tecnologie necessarie per conseguire gli obiettivi aziendali.
Uno specialista di capacità e risorse, invece, si occuperà di analizzare le risorse per il business con il fine di individuare, ove possibile, alternative a costi più accessibili.
Gli esperti ritengono che alla figura del broker and provider specialist, invece, verrà demandato il compito di identificare i migliori servizi di business tra quelli offerti dalla gran quantità di potenziali fornitori per guidare l'azienda verso l’impiego di servizi convenienti capaci di integrarsi con altre piattaforme di business.
Infine, un esperto di performance ed end-to-end si occuperà di application performance management per garantire che i carichi di lavoro operino con la massima efficienza e la soddisfazione degli utenti.
Azienda Digitale, Business Continuity, Cloud Computing, Disaster Recovery, INFOSecurity, PMI, Sistemi Informativi edge computing, cloud, Internet of Things, data center, Gartner June 23, 2017
Data center in Italia? L'83% è in house, ma risorse e infrastrutture non sono più adeguate al business / June 22, 2017 by luca nogara
Data center aziendali indispensabili ma anche concettualmente obsoleti. Lo staff IT occupa più tempo a gestire i contratti con i fornitori che a occuparsi dello sviluppo e della programmazione. Il cloud piace e interessa, ma c'è ancora molta paura per la business continuity. Tutti i numeri in una survey firmata NetworkDigital360
Data center in Italia come cardine del business ma anche come asset sempre più critico. I dati parlano chiaro: a fronte di nuovi modelli tecnologici incentrati sul cloud e sulle logiche dell'As a Service e del Pay Per use, 8 aziende su 10 (83%) nel nostro Paese hanno ancora un data center in house, l'85% delle imprese ha bisogno di far evolvere l'infrastruttura IT in una chiave di maggiore razionalizzazione e agilità, quasi 7 aziende su dieci (69%) hanno uno staff sottodimensionato rispetto alle esigenze e ai compiti associati alla governance.
lI vero problema dei data center in Italia, infatti, sono infrastrutture aziendali che non hanno seguito un modello di sviluppo programmato e oggi sono il risultato di una crescita molto più addizionale che strategica. Questo è il motivo per cui tutte le aziende confermano di avere necessità di cambiare, in un'ottica di forte rinnovamento delle macchine ma anche delle modalità di gestione dei servizi.
A rivelarlo una survey condotta da NetworkDigital360, in collaborazione con Dimension Data, su un campione di 280 aziende italiane di medie dimensioni (superiori a 250 dipendenti), operanti in vari settori industriali dal manufacturing (65%) al finance (10%), dal retail (20%) al chimico-farmaceutico (4%).
Data center in Italia: voglia di evoluzione per quasi 9 aziende su 10
Gli analisti hanno sottolineato come per quasi nove aziende su 10 (85%) il motivo principale che sta spingendo la direzione a revisionare le infrastrutture ICT esistenti sia la volontà di razionalizzare un installato eterogeneo, costituito da sistemi legacy e nuove soluzioni che progressivamente sono entrate in azienda per rispondere rapidamente alla domanda delle diverse LOB che richiedono maggiore agilità e una velocità di servizio crescente. Il resto delle risposte fotografa segnali di evoluzione e di cambiamento in relazione allo sviluppo del business. La reingegnerizzazione dei data center italiani, infatti, è funzionale alla crescita dell'organizzazione interna (22%), ad acquisizioni/merge e dismissioni di rami d'impresa (15%), all'apertura di nuove filiali (12%), all'apertura di nuove business unit (10%) e all'internazionalizzazione legata a delocalizzazione o apertura di sedi estere (6%). Solo l'11% delle imprese dichiara di aver bisogno di rinovare le proprie infrastrutture per adeguarle alla compliance normativa.
Per più di 8 aziende su 10 il data center non è un servizio ma una proprietà
La volontà di sviluppare i servizi richiesti nel più rapido tempo possibile per garantire il time to market aziendale oggi spinge le imprese a rivedere la propria regia informatica. L’obbiettivo? Presidiare la governance integrando applicazioni e sistemi secondo criteri di centralizzazione e omogeneizzazione più efficaci e con economie più lungimiranti e sostenibili. La ricerca ha messo in luce ulteriori aspetti che aiutano a capire quali sono i limiti di un approccio più evoluto: l’83% delle imprese italiane considera ancora il data center come un bene, ovvero un asset rigorosamente proprietario. Meno di 1 azienda su 10 (8%) ha terziarizzato la complessità del data center affidandola a un provider specializzato e meno di 1 azienda su 10 (9%) ha spostato il proprio approccio da un concetto di possesso a un concetto di puro servizio affidando a un cloud provider la gestione in toto delle proprie infrastrutture ICT.
Grande interesse per il cloud
Alla domanda “Valutando la possibilità di una migrazione delle vostre infrastrutture in cloud, quali delle seguenti opzioni terreste più in considerazione?” gli analisti hanno registrato come il 35% delle aziende sia più propensa a scegliere un modello ibrido, il 33% un modello di cloud privato e il 20% un modello di cloud pubblico. 8 aziende su 10 scelgono la virtualizzazione mentre solo due aziende su 10 affermano di non essere minimamente interessate a spostare sulla nuvola le proprie infrastrutture, mentre un’azienda su dieci confessa di non aver ancora preso posizione. In realtà l'indagine evidenzia come ci siano ancora moltissimi freni rispetto all'uso più intensivo e strategico della nuvola.
L’orientamento delle risposte suggerisce che le imprese italiane nutrono ancora diverse riserve nell’affidare la gestione delle proprie infrastrutture completamente all’esterno del tradizionale aziendale. Le risposte, in vario modo, sono quasi tutte legate al timore di interrompere la business continuity. Al primo posto delle criticità per quasi 6 aziende su 10 c’è la paura di intaccare la sicurezza aziendale (59%) seguita, praticamente a pari merito (58%), dalla scarsa fiducia rispetto alle garanzie di una connettività tale da garantire la business continuity erogata in cloud. La terza criticità, in ordine di spiegazione, è comunque correlata allo stesso tema: il timore di un’interruzione rispetto alla continuità operativa, indicata da quasi 5 aziende su 10 (49%). Per il 36% delle imprese la migrazione sulla nuvola delle proprie infrastrutture è frenata da problemi associati alla compliance, a pari merito con motivazioni legate alla paura di vedere aumentare i costi dell’As a Service. Per due aziende su 10 (20%), invece, il cloud è inaccessibile perché le infrastrutture sono troppo obsolete per consentire una gestione on demand.
Staff IT sempre più ...staffati. La risposta è nell'outsourcing
Al di là delle criticità legate alla gestione di server, storage e infrastrutture di rete fisiche e virtuali la survey ha messo in luce una grossa una grossa crisi interna allo staff ICT: quasi 7 aziende su dieci (69%) dichiara di essere sottodimensionato ma il 31% ha ovviato al problema grazie a risorse in outosurcing. La governance è ripartita tra chi si occupa di demand management (73%) che raccoglie informazioni dal business e le traduce in requisiti IT, una parte del personale (70%) che a causa della sempre più rapida obsoloscenza tecnologica dell’hardware e del software si occupa di gestire contratti diversificati con una molteplicità di fornitori per upgrade ed evolutive, personale prettamente tecnico e dedito allo sviluppo e alla programmazione (67%). A fronte di un 45% di aziende che non pensa di intervenire su un potenziamento dello staff IT, più di 3 aziende su 10 (33%) afferma che ricorrerà all'outsourcing mentre 1 azienda su 10 sta formando il proprio personale e 1 azienda su 10 provvederà al gap attraverso nuove assunzioni.
Azienda Digitale, Cloud Computing, Disaster Recovery, INFOSecurity, Sistemi Informativi, PMI data center, infrastruttura, cloud, hybrid cloud, sicurezza, business continuity, NetworkDigital360, intel, Dimension Data June 22, 2017
Governance delle infrastrutture nell'era omnicanale e gestione del rischio / June 21, 2017 by luca nogara
fonte: digital4.biz - trovi l'articolo originale qui
Governance delle infrastrutture nell'era omnicanale significa saper lavorare sulle architetture di rete con una visione estremamente allargata e dinamica rispetto alle soluzioni da innestare e presidiare. Garantire la massima continuità operativa rimane un fondamentale. Come riuscirci è tutto un altro discorso.
Il tema è duplice. Da un lato bisogna continuare a gestire i processi, interpretando i protocolli associati a una molteplicità di livelli per agganciare e far funzionare soluzioni, aprendo nuovi canali di comunicazione finalizzati ad abilitare tutti i nuovi servizi richiesti dalle LoB che, ormai, hanno capito che non c'è business senza una strategia omnicanale. Dall'altro bisogna continuare a garantire la business continuity che, con l'evolversi delle tecnologie di ultima generazione, ormai tende a rientrare in quel macrocapitolo chiamato Cybersecurity. Secondo una ricerca condotta da Accenture, ad esempio, 7 aziende su 10 confermano come la cybersecurity impatti sulla governance imponendo nuovi modelli di gestione.
Il problema è collettivo: gli analisti hanno infatti evidenziato come, nel mondo, le organizzazioni nel 2015 abbiano speso 84 miliardi di dollari sulla sicurezza e da qui ai prossimi quattro anni la cifra lieviterà a quota 125 miliardi. Sono un sacco di soldi, è vero, ma i costi che le aziende dovranno sostenere entro il 2030 in seguito ai cyberattacchi sono stimati da Accenture nell'ordine dei 90 miliardi di dollari.
Governance delle infrastrutture nell'era omnicanale, distribuita anzi troppo distribuita
Che si tratti di abilitare un nuovo server, avviare un servizio di streaming, includere tra gli accessi alla rete i dispositivi mobili non solo dei dipendenti ma anche degli ospiti o implementare qualsiasi altro touch point che la Internet of Things ha reso più smart (dal sistema di videoconferenza all'e-board, dal chiosco interattivo in reception al tavolo intelligente in show-room), la governance deve cosiderare sempre e comunque che la connettività alla rete porta con se nuovi margini di rischio che vanno analizzati, capiti, prioritizzati e gestiti.
Dall'azienda estesa all'azienda distribuita tra le decine di utenti che lavorano da cellulare, da tablet, da pc portatile ma anche da tutta una serie di dispositivi associati a una Collaboration supportata da tutte le derive tecnologiche della Unifiend Communication significa prevedere una quantità di software di riferimento inenarrabile. Il tutto considerando come il cloud abbia cambiato ulteriormente gli equilibri, spostando una parte delle infrastrutture nell'etereo universo dell'As a Service.
Il problema, spesso, è che nelle aziende le figure di riferimento per gestire i servizi sono diverse. Il CIO è spesso un senior cablato nella gestione dei fornitori e del suo staff IT mentre il network manager, che conosce la rete come le sue tasche difficilmente si occupa di Security, dal momento che questa è stata associata anche alla gestione della proprietà dei dati, della proprietà intellettuale, della Privacy, della Compliance e di tutta un'altra serie di task che sono stati spostati su altre figure professionali. Il risultato è che ognuno fa il suo ma le architetture di rete continuano a crescere in maniera discontinua e pericolosa. Serve una centralizzazione delle attività e serve un sistema di supervisione condiviso tra i manager che aiuti l'azienda a capire in fretta cosa sta succedendo e perchè, al di là di tutti gli strumenti di controllo puntuali di cui è stata costellata l'infrastruttura.
Per gestire prodotti multipli e tutto il profluvio di applicazioni oggi le aziende inziano a utilizzare nuove piattaforme che, attraverso un unico cruscotto centralizzato, consentono di presidiare le reti e di rilasciare servizi in tempo reale. L'obbiettivo? Gestire le infrastrutture a 360 gradi.
Ieri architetture di rete. Oggi ecosistemi estesi
«Le architetture dei data center - ha spiegato Stefano Mainetti, Responsabile Scientifico Osservatorio Cloud & ICT As a Service della School of Management del Politecnico di Milano - si stanno muovendo da soluzioni on-premise basate su server fisici (o blade server) in cui servivano skills specifici (tipicamente skills sistemistici) verso soluzioni più semplici da gestire in cui l’hardware sottostante è sempre più nascosto e gestito esternamente. Questo aumenta da un lato le performance e l’affidabilità delle infrastrutture (si pensi alle capacità di investimento che hanno i provider nei confronti dei loro data center) e dall’altro il livello di scalabilità (che non si poteva ottenere prima con le soluzioni on-premise basate su sistemi fisici). Il punto di arrivo è il software defined data center che, attraverso meccanismi di integrazione, può dare vita ad architetture ibride capaci di accedere dinamicamente a ulteriori risorse computazionali, come il cloud pubblico. Operativamente, si parla quindi di un modello architetturale basato sulla condivisione di risorse, che supera il concetto tradizionale di silos e si muove verso un data center programmabile come un software. Alle aziende, dunque, sono richieste nuove vision e una nuova governance».
In ambito industriale, soprattutto, i mondi IT e OT convergeranno su una soluzione interclouding e la differenza la farà la flessibilità e interoperabilità di quanto disponibile, da cui la strategicità dei partner tecnologici con i quali si andrà a collaborare su tutti i livelli dei processi aziendali. Questo comporterà una revisione profonda a livello di organizzazione, ruoli e responsabilità rispetto alle figure IT e OT oggi presenti in azienda.
Le indicazioni degli esperti? Abbandonare il concetto di architettura e sposare quello di ecosistema esteso, che cambia e cresce costantemente. Solo in questo modo le organizzazioni potranno essere in grado di adattarsi e riallinearsi per proteggere la propria continuità operativa avendo ben chiare le priorità aziendali secondo una nuova logica evolutiva.
Secondo Accenture, con un'economia digitale in rapida espansione, molte organizzazioni dovrebbero valutare più seriamente le falle che potrebbero crearsi nelle proprie infrastrutture di rete, soprattutto considerando come ormai la sicurezza sia partizionata tra più partner a cui è stata terziarizzata la complessità.
Un suggerimento importante degli analisti alle aziende è di non dare più per assodato quanto si è costruito: ogni giorno arrivano nuove istanze e nuove tecnologie, nuove minacce e nuove soluzioni da analizzare, portare in azienda, interfacciare e integrare, controllare, aggiornare, proteggere, insomma gestire. La Governance 4.0 va rifondata su un concetto di massima trasparenza informatica, non su un addizione di strumenti diversi: è ora di razionalizzare e passare a piattaforme di controllo capaci di gestire in modalità convergente l'eterogeneità di sistemi e applicazioni in modo dinamico e cybersicuro.
Azienda Digitale, Cloud Computing, INFOSecurity, Sicurezza, Sistemi Informativi data center, infrastruttura, cloud, hybrid cloud, sicurezza, business continuity June 21, 2017
Polimi, l’eCommerce B2B in Italia vale 310 miliardi: «Il 14% di tutte le interazioni business è digitale» / June 20, 2017 by luca nogara
Gli scambi di informazioni e le transazioni tra imprese via web o EDI crescono del 19% in un anno. Più di metà delle grandi aziende, e una PMI su 4, usano soluzioni eProcurement, eSupply Chain Execution o Collaboration. Censiti 430 Portali B2B ed Extranet, 250 Portali eProcurement, e 150 milioni di documenti scambiati via EDI. Tutti i dati del report 2017 dell'Osservatorio Fatturazione Elettronica ed eCommerce B2B del Politecnico di Milano
310 miliardi di euro. Questo il valore raggiunto in Italia nel 2016 dall’eCommerce B2b, la gestione delle transazioni tra imprese tramite soluzioni digitali: un valore cresciuto del 19% in un anno, e che rappresenta il 14% del totale delle transazioni tra le imprese (B2B) nel nostro Paese, che nel 2016 è stato di 2200 miliardi di euro. Questi i principali dati dell’edizione 2017 dell’Osservatorio Fatturazione Elettronica ed eCommerce B2B del Politecnico di Milano, presentata stamattina.
«Il 14% del totale degli scambi B2B è un valore significativo, ma ancora marginale - ha detto Alessandro Perego, Direttore Scientifico Osservatori Digital Innovation e Responsabile Scientifico dell'Osservatorio Fatturazione Elettronica & eCommerce B2B- Sono ormai 15 anni che studiamo l’uso del digitale per gestire le transazioni e la collaborazione B2B tra le imprese: è uno dei temi meno “sexy” della digital transformation italiana, molto meno dell’Intelligenza Artificiale per esempio, eppure ne costituisce le fondamenta. È una battaglia culturale, e vogliamo contribuire a far capire che i benefici sono enormi, e vanno ben oltre quelli della dematerializzazione e della fatturazione elettronica: per questo abbiamo ampliato il nome dell’Osservatorio per comprendere tutto l’eCommerce B2B».
Automotive e Farmaceutico le filiere più "digitalizzate"
La metà del valore dell’eCommerce B2B italiano, spiega il report, si concentra nel rapporto tra produttori e rivenditori, mentre il 30% scaturisce da scambi tra produttori e fornitori, e il restante 20% dai rapporti grossisti-rivenditori e produttori-grossisti. 120mila imprese italianenel 2016 hanno usato soluzioni di eCommerce B2B, il 20% in più dell’anno precedente. Tra esse c’è oltre la metà delle grandi imprese italiane, e più di una PMI su 4.
Distinguendo per comparti merceologici, Automotive (80 miliardi di euro), Largo Consumo (65 miliardi) e Farmaceutico (18 miliardi) sono i primi 3 settori in Italia per volume di scambi di eCommerce B2B. L’Automotive si conferma al primo posto anche per l’incidenza dell’eCommerce rispetto al totale del transato B2B (ben il 70%), quasi eguagliato però dal Farmaceutico (67%).
L’Osservatorio classifica le soluzioni eCommerce B2B in tre categorie: eProcurement (ricerca, qualificazione e certificazione fornitori, negoziazione su strumenti digitali, eCatalog), eSupply Chain Execution (fasi logistiche, commerciali, amministrative e contabili), eSupply Chain Collaboration (pianificazione, sviluppo nuovi prodotti, gestione della qualità).
«Circa il 75% del valore dell'eCommerce B2b scaturisce dall’uso di applicazioni di eSupply Chain Execution, perché le imprese negli ultimi anni si sono concentrate soprattutto sul recupero di efficienza digitalizzando il Ciclo Order-to-Pay – ha spiegato Irene Facchinetti, Direttore dell'Osservatorio -. Le soluzioni di eProcurement ed eSupply Chain Collaboration invece sono usate per lo più da poche grandi imprese e incidono molto meno sui volumi complessivi scambiati».
Per quanto riguarda l’eSupply Chain Execution, l’Osservatorio distingue tra connessioni EDI e portali B2B/Extranet. Nel primo caso (reti EDI) oltre 150 milioni di documenti digitali (+36% rispetto al 2015) - soprattutto fatture, ordini, conferme di spedizione - sono stati scambiati nel 2016 tra oltre 12.000 imprese (+9%), il 96% delle quali appartiene a soli 5 settori: Automotive, Elettrodomestici/Elettronica di Consumo, Farmaceutico, Largo Consumo, Materiale Elettrico. Quanto a Extranet e Portali B2b, sono circa 430, utilizzati principalmente dalle grandi imprese per interagire con ecosistemi frammentati o piccole imprese.
C’è poi anche il Sistema di Interscambio (SdI) per interagire con la Pubblica Amministrazione (e non solo), già adottato al 31 dicembre 2016 da oltre 900.000 imprese, con cui l'anno scorso sono state scambiate oltre 30 milioni di Fatture Elettroniche nel Tracciato FatturaPA.
Passando all’Procurement, in Italia sono quasi 250 i grandi Portali che supportano sia i processi di selezione e qualifica dei fornitori sia le fasi di negoziazione e acquisto. Nel 60% dei casi i Portali sono cataloghi elettronici, prevalentemente per l’acquisto di beni e servizi indiretti (utensileria, articoli per ufficio, ecc.). Nel restante 40% dei casi gestiscono anche lo scambio di documenti del Ciclo dell’Ordine.
Quanto all’eSupply Chain Collaboration, l’adozione di queste soluzioni resta limitata. Fanno eccezione pochi grandi attori che hanno deciso di scambiare con clienti e/o fornitori informazioni “strategiche” (dati di sell-out, livelli di stock, piani di produzione, previsioni di vendita) oltre a quelle “operative” (Ordini, Fatture). C'è interesse per le collaborazioni nei processi di Marketing e Comunicazione (30% delle imprese), meno nello sviluppo congiunto di nuovi prodotti (14%).
Infine oltre il 60% delle grandi imprese intervistate dall'Osservatorio indica tra le priorità di investimento per i prossimi tre anni progetti digitali a supporto del ciclo Order-to-Pay, e dei processi interni (Gestione Elettronica Documentale, Conservazione Digitale). Tre imprese su 4 dichiarano tra le priorità almeno un progetto collaborativo (Marketing o Monitoraggio della Supply Chain). Prioritarie solo per un’impresa su 5, invece, le soluzioni di eProcurement.
«Tirando le somme, il valore dell'eCommerce B2b resta ancora marginale in termini di incidenza sul transato delle imprese in Italia, ma è in sensibile crescita – ha sottolineato Facchinetti -. Rispetto allo scorso anno, oltre a un incremento del dato di circa il 20%, abbiamo in generale riscontrato una maggior sensibilità delle imprese per le opportunità offerte dall’eCommerce B2b, inteso come ripensamento in chiave digitale del modo in cui un’organizzazione funziona e si relaziona con i propri clienti e fornitori. Ma deve diventare una priorità per tutte le imprese e per il Paese».
Azienda Digitale, eCommerce, Digitalizzazione, eProcurement, Mobile Payments, Scenari, Sistemi Informativi eCommerce B2B, fatturazione elettronica, Osservatorio Fatturazione Elettronica, Politecnico di Milano June 20, 2017
Aziende più smart e benefici fiscali grazie alla fatturazione elettronica nel B2B / June 16, 2017 by luca nogara
Il modello basato sul tracciato XML per la trasmissione delle fatture verso la PA è stato adeguato per consentire la fatturazione elettronica per aziende e professionisti, favorendo il processo di innovazione per tutte le filiere. Un White Paper a cura di Noovle spiega in che modo la tecnologia supporta e rende semplice l’innovazione
fonte: digital4.biz . potete leggere l'articolo originale qui
Dall'1 gennaio di quest’anno – grazie ad nuovo Decreto Legge (DL 193/2016, Disposizioni urgenti in materia fiscale e per il finanziamento di esigenze indifferibili) e a un provvedimento dell'Agenzia delle Entrate – chi sceglie di adottare la fatturazione elettronica tra aziende private, potrà usufruire di importanti benefici e semplificazioni previste nella legge di stabilità.
Il modello per la trasmissione delle fatture verso la PA è stato infatti adeguato per consentire la fatturazione elettronica per aziende e professionisti favorendo così il processo di innovazione per tutte le filiere all’insegna di integrazione, velocità ed efficienza. Il nuovo formato è così utilizzato sia per la fatturazione elettronica verso la PA sia per quella tra privati, secondo un unico tracciato XML e sempre attraverso il Sistema di Interscambio (SdI), che ha il ruolo di garantire la correttezza formale e la veridicità del mittente del documento.
Attraverso il nuovo decreto è quindi possibile usufruire di importanti vantaggi fiscali e garantire l'esito dell’invio e della ricezione del documento restituendo in tempo reale lo stato delle operazioni rilevanti ai fini IVA. Tra le semplificazioni previste nella legge di stabilità vi sono l’esonero dallo spesometro, l’abolizione della comunicazione delle operazioni in black list, dell’intrastat acquisti e dell’intrastat servizi ricevuti.
È un altro tassello che punta a promuovere l’innovazione in ogni processo aziendale affinché possa compiersi una gestione strutturata e dinamica di tutte le fasi organizzative.
La dematerializzazione delle fatture e, più in generale, la gestione elettronica dei documenti sono dei facilitatori imprescindibili per la collaborazione e l’integrazione tra i diversi soggetti delle varie filiere - produttori, fornitori, operatori logistici, distributori e clienti finali - e costituiscono di fatto un’importante leva strategica di sviluppo e competitività nel quadro dell’attuazione di un’innovazione sostenibile.
I vantaggi sono molti e fra questi non vanno dimenticati il risparmio di carta, stampa, spedizione e archiviazione. Inoltre, integrare il documento elettronico nei processi informativi dell’azienda implica rendere i dati contenuti nel documento leggibili, elaborabili e condivisibili in automatico dai sistemi aziendali.
Questa modalità contribuisce a rendere ancora più efficiente, economica e rapida la gestione delle informazioni e delle relazioni tra l’impresa e i suoi fornitori, partner, colleghi e clienti. I dati, infatti, una volta messi a sistema, possono essere gestiti in maniera interattiva: in ogni momento è possibile non solo cercare e consultare le informazioni ma, a seconda dei privilegi di accesso e dei ruoli, intervenire per fare aggiornamenti e modifiche, garantendone sempre qualità e conformità. Il tutto, potendo condividere i documenti con fornitori, partner, distributori e clienti, evitando inutili attese, smarrimenti, ridondanze e potenziando di conseguenza la qualità della relazione e del business in ottica multicanale.
Peccato che secondo i dati dell’Osservatorio Fatturazione Elettronica e Dematerializzazionedella School of Management del Politecnico di Milano (www.osservatori.net), l’eCommerce B2B nel 2015 valesse solo 260 miliardi di euro, appena il 10% del totale degli scambi tra le imprese, che sono pari a circa 2700 miliardi l'anno. Eppure, sempre secondo i dati forniti dall’Osservatorio, le transazioni B2B attraverso strumenti digitali (come portali di vendite online, marketplace o eBusiness) potrebbero costituire una leva strategica per la competitività, con benefici potenziali per il sistema economico di almeno 60 miliardi di euro grazie a un’adozione diffusa delle soluzioni di Integrazione del Ciclo dell’Ordine, a cui aggiungere il miglioramento dei livelli di servizio e la riduzione del capitale circolante.
Un'occasione per rendere i processi chiave digitali
In un mondo sempre più interconnesso, per una efficace gestione della molteplicità delle tecnologie di comunicazione e dei numerosi applicativi utilizzati, risultano indispensabili soluzioni di Unified Communication & Collaboration per semplificare e ottimizzare i processi produttivi.
Per tutte le attività che rientrano nel quadro normativo della gestione dei flussi documentali a norma di legge – PEC, Firma Digitale, Conservazione sostitutiva – esistono strumenti per la dematerializzazione legale dei documenti con servizi di firma digitale e archiviazione sostitutiva direttamente integrati nella piattaforma Google Drive. Attraverso la loro adozione è possibile inviare mail di Posta Elettronica Certificata, firmare e applicare la marca temporale ai documenti presenti di Google Documenti o archiviati su Google Drive, richiedere la firma dei documenti ad altri utenti delle Google Apps e inviare o recuperare un documento in Conservazione sostitutiva.
È possibile scaricare qui un White Paper a cura di Noovle, ICT Company italiana tra i primi 50 Google Cloud Premier Partner nel mondo, che spiega in che modo la tecnologia possa trasformarsi in una preziosa opportunità per trasferire la gestione dei processi di routine all’interno degli strumenti di lavoro usati quotidianamente nella piena osservanza della normativa italiana