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Timestamp: 2019-02-16 22:14:39+00:00
Document Index: 18120223

Matched Legal Cases: ['art. 2230', 'art.28', 'art. 2232', 'art. 1218', 'art.2049', 'art. 1173', 'art. 1173', 'art. 1218', 'art. 2236', 'art.1174', 'art.1218']

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La professione medica, su cui hanno compiti di vigilanza gli ordini professionali, è stata da sempre inquadrata dalla legge nella come una c.d. professioni intellettuali.
L’incarico che si conferisce al medico è quindi stipulato col professionista intellettuale e, pertanto, regolata dall’art. 2230 c.c. e seguenti.
Da quando fu accolta nel nostro ordinamento la funzione pubblica del medico, l’evoluzione giurisprudenziale ha fortemente risentito delle diverse forme di organizzazione della professione.
In principio, si riteneva che non fosse possibile configurare come privato il rapporto del singolo con il medico di una struttura sanitaria pubblica. Il medico, si affermava, era equiparato al dipendente pubblico, e la sua responsabilità era configurabile, pertanto, solo nei confronti dell’Amministrazione (art.28 Costituzione Italiana.).
D’altra parte, la struttura sanitaria pubblica era considerata un soggetto giuridico quasi evanescente: si riteneva praticamente impossibile qualificare l’entità giuridica dell’Ospedale Pubblico distinta da quella dello Stato.
In questa prima fase, si rammenta come gli strumenti di tutela del cittadino - malato - danneggiato erano unicamente quelli estratti dal codice civile, o dal codice penale e, quel che è peggio, sotto il corto vestito della extracontrattualità del rapporto malato/medico/ospedale.
Né, d’altra parte, nessuna delle dottrine o degli studi condotti in diritto sulla cosa consentiva di dare credibilità alla tesi che si potesse essere innanzi a una controprestazione di natura contrattuale.
Sotto un altro profilo, però, le strutture ospedaliere private subivano il differente inquadramento di cui all’art. 2232 c.c., che prevede la responsabilità del prestatore d’opera, e dei suoi ausiliari (ex art. 1218 o art.2049 c.c.).
In un momento successivo, i Tribunali hanno ritenuto di poter scorgere nelle costituite Unità Sanitarie (le vecchie USL) una forma embrionale di personalità giuridica, pur sempre di diritto pubblico: verso questi enti era quindi possibile utilizzare i medesimi strumenti utilizzabili nei confronti di strutture private.
In questo contesto, le relazioni fra Amministrazione Pubblica e dipendenti-medici prendono forma privatistica, finalmente capace di configurare il medico alla stregua di un professionista intellettuale, nonché lavoratore autonomo.
In questa fase, prende vita la scuola di pensiero che ritiene che il medico possa rispondere del proprio operato a livello extracontrattuale.
Si formano così due diversi filoni giurisprudenziali: l’uno rivolto alle strutture private, e l’altro alle strutture pubbliche.
Con l’inaccettabile risultato che la struttura pubblica svolge la propria funzione senza idonee garanzie di soddisfacimento al cittadino - utente - malato, nel momento nel quale, peraltro, v’è maggior bisogno di tutele.
La percezione di tali disparità ed i rimedi predisposti ad hoc (c.d. “Tribunale del malato”), di pari passo con l’evoluzione del sistema pubblico e dell’organizzazione sanitaria pubblica, stanno oggi portando l’attività del medico pubblico ad un sistema meglio garantito.
Al fine di costruire un sistema di garanzie migliori, che sottopongano l’attività medica ad un controllo più pregnante dell’Autorità Giudiziaria, oltre che a perfezionare sistemi di tutela più pregnanti per chi debba ricorrere alle cure mediche, la Giurisprudenza ha ricavato un’apposita disciplina contrattuale di cui all’art. 1173 c.c.
in definitiva, nella casistica giurisprudenziale viene soppiantato il ruolo della responsabilità extracontrattuale a favore di quella contrattuale: viene così alla luce la nuova responsabilità di origine negoziale, c.d. “da contatto sociale”.
L’Ospedale, il Medico e la responsabilità civile
La responsabilità civile del medico è connotata da alcuni particolari aspetti che partono dalla considerazione che il legislatore collega all’attività medica.
Il contratto sociale tra ente, Medico e persona
L’ultima teoria indicata prende spunto dal fatto che il privato, in realtà, nel momento in cui si reca in ospedale, o dal medico curante, ponga in essere un’attività negoziale. A tale attività contrattuale deve, pertanto, esser garantita la tutela sulla base delle note norme costituzionali.
Lo Stato, quindi, nel momento in cui compie un servizio pubblico tramite le proprie strutture, non esercita poteri pubblicistici, ma si limita a offrire un servizio, predisposto nell’interesse dei singoli che ne fanno richiesta.
Il privato, dunque, una volta operata la richiesta del servizio, acquista il c.d. diritto soggettivo che corrisponde a un dovere giuridico dello Stato. Sebbene la fonte dell’obbligazione non sia un contratto vero e proprio, o nelle forme in cui noi siamo usi a pensare, è palese come vi è comunque un rapporto giuridico fra privato-paziente e struttura o privato-paziente e medico, e che non si possa parlare, appunto, di responsabilità extracontrattuale.
Il Medico e la sua responsabilità
La responsabilità civile è la conseguenza giuridica di un comportamento illecito: è ravvisabile in un rapporto di causa/effetto fra fatto illecito ed evento, ed è caratterizzata dall’aspetto del risarcimento del danno. Ci sono tre fondamentali tipi di responsabilità medica:
La responsabilità contrattuale, si basa sul disposto di cui all’art. 1173 c.c. e si applica nei casi di convenzione contrattuale fra ente (o medico) e paziente.
In alcuni casi i Tribunali hanno notato un accordo espresso nel caso di sottoscrizione del c.d. consenso informato, ovvero quel documento sul quale è riportata una dichiarazione liberatoria del paziente nei confronti del medico, nella quale si attesta che quegli si ritiene avvertito del trattamento sanitario e delle conseguenze relative.
In termini generali, la norma di riferimento per determinare la responsabilità del medico sarà quella di cui all’art. 1218 e s.s. c.c. e art. 2236 c.c., che prevedono che il medico risponde, in caso di problemi di particolare difficoltà, solo in caso di dolo o colpa grave.
In ordine a questa ultima norma, la giurisprudenza spesso ignora le istanze di quelli che la vorrebbero applicata, sul presupposto che ad oggi è esigibile una diligenza spesso superiore a quella che il legislatore aveva in mente alla stesura del codice civile.
Questo a causa delle specializzazioni dei medici, e della particolare attenzione verso la categoria sanitaria. Tuttavia, se il danno non poteva essere prevedibile, sulla base delle cognizioni tecniche al momento dell’obbligazione, il medico sarà tenuto al risarcimento solo in caso di dolo.
È inoltre necessario che il danno sia conseguenza immediata e diretta del comportamento negligente del medico. Il nesso di causalità va ravvisato nel caso in cui il danno sia conseguenza immediata e diretta di tale imperizia o negligenza.
In sostanza, la responsabilità del personale sanitario si riscontra ove il medico si causa dell’evento in maniera che questo sia riconducibile direttamente alla sua condotta.
Per immediatezza si intende il requisito della mancanza di un concorso di altre cause, che possano aver reso indiretto l’apporto causale del medico. In conclusione si richiede che la condotta illecita sia antecedente causale rispetto all’evento, che sia scientificamente provata la regolarità del processo causale, che tale ricostruzione sia anche logicamente e razionalmente credibile (v. sent. Cass. “Franzese”).
Il danno si configura come danno da inadempimento contrattuale dell’obbligazione di mezzi contratta, intendendosi il canone di condotta adempiente migliore possibile con riferimento all’interesse del paziente (art.1174, c.c.), ma anche come danno ulteriore che derivi dall’evento cagionato dalla condotta inadempiente.
È dunque possibile che il medico si liberi della responsabilità per inadempimento solo nel caso in cui la prestazione sia impossibile, e tale impossibilità non sia a lui imputabile (art.1218 c.c.).
La responsabilità extracontrattuale, a differenza di quella sopra descritta, presenta differenze anzitutto in ordine al regime della prova: la prima adotta un regime probatorio più semplice, mentre la seconda richiede la soddisfazione dell’onere della prova su ciascuno degli elementi fondanti.
È dunque richiesta la prova di ciascuno dei componenti del risarcimento: del danno ingiusto, dell’evento dannoso, del nesso causale, del fatto.
La responsabilità da contratto sociale, figura ai limiti di quella da fatto illecito, è stata ricostruita dalla giurisprudenza sulla base di norme ritenute dapprima non direttamente applicabili, alle quali oggi si fa sempre più riferimento.
Il contatto sociale, come detto, prende origine da un fatto inserito in un negozio, che è costituito dalla richiesta di erogazione di un servizio, da parte dal privato, e dall’accettazione di tale richiesta, da parte del medico/ospedale.
Da tale rapporto, che si realizza in un rapporto sinallagmatico tra privato e struttura media/medico, sorge da una parte il contratto con l’ente ospedaliero, d’altro canto una relazione negoziale - che la giurisprudenza ancora stenta a definire compiutamente come obbligatoria - con il medico.
Ove sia ravvisabile il contatto, il relativo onere probatorio sarà posto a carico della parte che intende provarlo, come detta la disciplina in materia contrattuale.
Ciò da cui non si può prescindere è la prova del nesso causale, che si tratti di responsabilità contrattuale o extracontrattuale, o da contatto sociale, la dinamica dell’inadempimento andrà provata.
Sicché, dall’originale tesi della causalità naturale (condicio sine qua non), che prevedeva la necessità di rinvenire un antecedente causale che condizionasse l’evento, si è passato attraverso altre teorie, per le quali l’evento si considera prodotto dal fatto ove questo ne sia sviluppo prevedibile (causalità adeguata - id quod plerumque accidit), oppure ove il fatto sia presupposto necessario dell’evento salvo il caso dell’eccezionalità (c.umana - Antolisei).
Nell’ambito delle attività rilevanti per il diritto, si possono distinguere le c.d. attività rischiose, ma giuridicamente autorizzate, e le attività rischiose non più giuridicamente autorizzate.
Tale distinzione ritiene sistematicamente lecite le prime, ove rispettose delle leges artis e delle autorizzazioni di legge, in forza della loro intrinseca utilità sociale. Condanna però le seconde in presenza di una duplice condizione: l’evento deve costituire realizzazione del rischio non consentito e quindi prevedibile ex lege, e l’evento deve esser evitabile con certezza, osservando le norme cautelari.
Si demanda così all’elemento psichico il sorgere della responsabilità. Vengono quindi utilizzate, allo scopo, leggi di certezza scientifica, come leggi statistiche, purché l’indice di probabilità si avvicini al massimo scientificamente possibile, e l’esito risponda a una credibilità razionale. In definitiva, le operazioni giuridiche attengono all’aspetto sanzionatorio dei risarcimenti, ed in quanto tali, devono tenere conto del concorso di altre circostanze e dell’orientamento causale di queste, onde evitare risultati aberranti.