Source: http://dirittolavoro.altervista.org/cendon_barilla.html
Timestamp: 2018-03-17 23:52:33+00:00
Document Index: 144427457

Matched Legal Cases: ['art. 2043', 'sentenza ', 'art.2043', 'art. 2059', 'art.3', 'art 2059']

CASO BARILLÀ: PERCHÉ SÌ AL DANNO ESISTENZIALE, SECONDO LA CASSAZIONE PENALE
SOMMARIO 1. Introduzione - 2. Il danno non patrimoniale - 3. L’ampliamento dell’area della responsabilità - 4. Il danno morale - 5. Natura non patrimoniale del danno biologico - 6. Valutazioni della S.C. - 7. Il danno esistenziale - 8. Limiti delle sentenze 8827 e 8828/2003 - 9. Differenze fra danno esistenziale e biologico - 10. Diversità fra danno esistenziale e danno morale - 11. Riferimenti normativi: Costituzione e oltre - 12. Una ricostruzione persuasiva - 13. Casistica - 13.1. Cose che valgono - 13.2. Le figure portanti 14. Cambiamenti, riconciliazioni – 14.1. Lezioni del passato - 15. Il requisito dell’ingiustizia - 16. Patrimoniale e non patrimoniale - 16.1. Esemplificazioni - 17. I danni esistenziali ingiusti - 18. Diritto alla “felicità” in che senso – 19. Il rapporto di causalità - 20. Il futuro prossimo fra artt. 2043 e 2059 c.c. - 21. Il no a etichette meramente negative - 22. Tre categorie di danno non patrimoniale - 23. Espansioni future - 24. Riequilibri interni – 24.1. Che cosa cambia - 25. Nuove voci funzionali - 26. Raccordi - 27. Danni plurimi e combinazioni ricorrenti.
(a) Ricordano i giudici, in primo luogo, come “l’evidente iniquità della limitazione della risarcibilità del danno non patrimoniale alle ipotesi di reato (e alle altre limitate ipotesi via via introdotte dal legislatore)” abbia avuto l’effetto di indurre “dottrina e giurisprudenza a costruire, in un primo tempo, ipotesi di danni risarcibili come danni patrimoniali anche in casi nei quali la lesione patrimoniale era assai poco evidente e comunque poteva mancare”;
(b) in tal senso - continua la pronuncia - la prima citazione non può che andare alla figura del danno biologico (“costituito, come si è detto, dalla lesione dell’integrità psico fisica della persona che è stato fondato sulla diretta violazione del diritto alla salute e all’integrità psicofisica della persona, garantito dall’articolo 32 della Costituzione, ma con il richiamo all’articolo 2043 c.c., e non all’articolo 2059 del medesimo codice, anche dopo che ne è stata riconosciuta la natura non patrimoniale”);
(c) la seconda menzione, non meno eloquente, concerne l’entrata in scena del danno esistenziale - categoria sui cui tratti caratteristici l’estensore dichiara di voler tornare più avanti, nel corso della motivazione; anticipando solo che, di questo tipo di pregiudizio, la “natura non patrimoniale, a differenza di quello biologico, è sempre stata indiscussa”:
(d) ecco poi, in generale, la precisazione secondo cui il “danno non patrimoniale risarcibile” non può essere riduttivamente ricondotto al c.d. “danno morale soggettivo” cioè “alla mera sofferenza psicologica, al patema d’animo, al turbamento contingente conseguente al fatto illecito” – trattandosi (ricordano i giudici) di un’entità che abbraccia “invece tutte le conseguenze dell’illecito che non sono suscettibili di una valutazione pecuniaria”;
(f) particolarmente indicativo, sotto altro profilo, suona poi anche in Italia “l’orientamento della giurisprudenza comunitaria che, dopo avere in più occasioni riaffermato che la risarcibilità del danno morale costituisce problema riservato alle legislazioni nazionali, ha in un caso che potrebbe anche essere ritenuto di natura “bagatellare” (quello della “vacanza rovinata”)” - caso che, proprio per questa ragione, conferma agli occhi dei giudici “la tendenza espansiva del danno non patrimoniale” riconosciuto la risarcibilità del danno morale conseguente all’inadempimento delle prestazioni pattuite dagli organizzatori di viaggi organizzati;
(g) viene infine ricordato, dalla S.C., come “l’evoluzione giurisprudenziale più significativa in tema di danno non patrimoniale” sia cosa vicina, recentissima; “con due sentenze depositate il medesimo giorno (31 maggio 2003 nn. 8828, che indica le soluzioni proposte, e 8827 che, su questi temi, richiama e fa proprie le argomentazioni dell’altra sentenza) la terza sezione civile di questa Corte ha ribadito innanzitutto come non possa più essere ricondotto, il concetto di danno non patrimoniale, al mero danno morale soggettivo e ha interpretato l’articolo 2059 in esame nel senso che “il danno non patrimoniale deve essere inteso come categoria ampia, comprensiva di ogni ipotesi in cui sia leso un valore inerente alla persona’”. Ha ritenuto che una lettura costituzionalmente orientata dell’articolo 2059 Cc imponga di ritenere inoperante il limite posto da tale norma “se la lesione ha riguardato valori della persona costituzionalmente garantiti” ed in particolare i diritti inviolabili dell’uomo riconosciuti e garantiti dall’articolo 2 della Costituzione”.
Quest’ultima ha in particolare errato, sostiene la Cassazione, nel far rifluire ogni voce del danno morale soggettivo entro il raggio di quello esistenziale (figura che appare al centro, ricordiamo, delle impugnazioni proposte dai soccombenti in cassazione). La verità è che, sul punto in esame, “l’interpretazione della Corte di merito sul danno morale soggettivo appare riduttiva, perché questa tipologia di danno ha perso, o visto attenuato nel tempo, l’originario carattere sanzionatorio per assumere sempre più una veste anche riparatoria”.
Occorre anzi tenere presente – concludono i giudici penali – che la sent. di Cass. n. 8827 del 2003 “ha compiuto un ulteriore passo per svincolare dal reato anche il danno morale soggettivo, avendo ritenuto che, nel caso di pregiudizi derivanti dalla lesione di un interesse costituzionalmente protetto, “il pregiudizio consequenziale integrante il danno morale soggettivo (patema d’animo) è risarcibile anche se il fatto non sia configurabile come reato’’”.
Osserva anzitutto la S.C. come la categoria in questione rappresenti, essenzialmente, il frutto di un’elaborazione di stampo giurisprudenziale - pur avendo il danno biologico trovato da ultimo “significative conferme a livello legislativo con l’entrata in vigore del D.Lgs 38/2000 e della legge 57/2001”. E si ricorda poi, opportunamente, come il nocciolo dei pregiudizi inflitti dall’agente sia rappresentato qui “dalla compromissione, di natura areddituale, dell’integrità psicofisica della persona”.
Continuano poi i giudici: “Sul punto della collocazione teorica del danno biologico deve rilevarsi che la qualificazione come danno non patrimoniale data dal giudice della riparazione appare del tutto corretta e confermata dalla giurisprudenza di legittimità. La lesione del bene giuridico tutelato non necessariamente comporta un pregiudizio di natura patrimoniale: chi vive esclusivamente di investimenti finanziari potrà continuare a farlo, e a percepire i medesimi introiti, anche se ha subito un gravissimo incidente che ne provoca l’immobilità”.
Viene precisato subito dopo: “Per converso un danno biologico modesto (per es. una lesione permanente ad una mano) potrà provocare un danno economico rilevantissimo ad un affermato pittore o ad un noto pianista. Ma, in quest’ultimo caso, il danno economico andrà risarcito autonomamente come riduzione della capacità lavorativa (in questo caso specifica) e non come danno biologico che troverà un suo autonomo risarcimento (ma taluni, come si è già accennato, preferiscono usare, per il danno non patrimoniale e quindi anche per il danno biologico, il termine riparazione)”.
Ecco poi dalla S. C. il (richiamo al) passaggio in cui, nel testo della 8827 e della 8828/03, si dichiara esplicitamente che l’orientamento tradizionale, favorevole a collocare la disciplina del danno biologico nell’art. 2043 c.c., “non appena ne sarà fornita l’occasione, merita di essere rimeditato”.
A tale riguardo anzi - contro l’opinione di “autorevole corrente dottrinaria”, la quale “ha posto motivatamente in discussione questo orientamento ed in particolare la tendenza a creare, con l’interpretazione ricordata dell’articolo 2059 Cc, una clausola generale di responsabilità non patrimoniale relegando l’articolo 2043 del medesimo codice a clausola generale di responsabilità patrimoniale” – sempre la Cass. penale ribadisce di “condividere l’orientamento ricordato” della 233/2003, affermando “la natura non patrimoniale del danno biologico” e approvando in concreto “la sua collocazione all’interno dell’articolo 2059 Cc quale danno alla salute tutelato direttamente dall’articolo 32 della Costituzione”.
Dopo una breve premessa - a metà fra realismo letterario e prudenza dogmatica (meglio non “addentrarsi in una problematica che sarebbe opera di presunzione tentare di risolvere da parte del giudice penale di legittimità”) - rimarca la Corte che “le fondate preoccupazioni della corrente dottrinaria contraria a questa evoluzione della giurisprudenza preoccupazioni dirette soprattutto alla finalità di non estendere in modo abnorme una forma di responsabilità per sua natura dai contorni generici e indefiniti possono essere significativamente attenuate con una duplice considerazione: 1) anche il danno non patrimoniale richiede pur sempre l’ingiustizia (oltre che l’elemento soggettivo e il rapporto di causalità) secondo i criteri di valutazione formatisi nell’interpretazione dell’articolo 2043 c.c. (che può quindi continuare a rappresentare la clausola generale della responsabilità compresa quella per danni non patrimoniali; un passaggio della sentenza 8828/03 lo dice espressamente); 2) l’applicazione estensiva dell’articolo 2059 c.c. non dà luogo ad un abnorme ampliamento dei casi di danni risarcibili perché la selezione degli interessi meritevoli di tutela avviene con il parametro costituzionale (addirittura, se il riferimento è all’articolo 2, con la sola considerazione dei diritti l’inviolabili)”.
In altre parole: “il sistema della responsabilità per danno non patrimoniale è dotato di due filtri, quello dell’articolo 2043 e, una volta superato questo varco, quello dell’articolo 2059 (casi previsti dalla legge, reato, lesione di diritti costituzionalmente protetti). E questo assetto, tra l’altro, garantisce un sufficiente grado di tipicità delle ipotesi di danno riparabile venendo incontro ad un’altra preoccupazione espressa da una parte della dottrina. Si aggiunga, come possibile (e discusso) ulteriore criterio selettivo (peraltro non richiamato né dalla Corte costituzionale né dalla Cassazione), quello sostenuto da autorevole dottrina che richiede inoltre, come previsto da altri ordinamenti per i danni non patrimoniali, una gravità dell’offesa che giustifichi la riparazione”.
Conclusione finale sul punto: “ingiustizia del danno e valori costituzionali valgono sufficientemente a selezionare i danni meritevoli di tutela riparatoria, anche se provocati nell’esercizio di attività legittime (ma con conseguenze ingiuste) rispetto a quelli bagatellari”. Siamo di fronte insomma - con il trasloco dell’intero danno non patrimoniale, in tutte le sue vesti possibili, comprese quelle sin qui affidate alla gestione dell’art.2043 c.c. - ad un “ disegno complessivo di razionalizzazione del sistema della responsabilità civile, nell’ambito di un processo che mostra una condivisibile tendenza alla tutela dei valori della persona anche quando i pregiudizi subiti dalla medesima non abbiano risvolti economici ma si risolvano nella lesione dell’integrità fisica e morale, degli interessi riguardanti gli affetti, i rapporti personali e familiari”.
Tutte “situazioni giuridiche spesso contrabbandate come aventi carattere patrimoniale proprio per garantirne la tutela giurisdizionale”; ciò che corrisponde, d’altronde, a una linea di tendenza nient’affatto sorprendente nella responsabilità civile - se è vero che in questo campo “spesso sono stati i danni ingiusti a orientare l’interpretazione della norma e non viceversa”.
Da quali lidi la categoria in esame arrivi, in primo luogo: ricordano appunto i giudici che essa “costituisce il frutto di un’elaborazione giurisprudenziale e dottrinale relativamente recente”. In cosa consista il pregiudizio che si lamenta: esso “è ricollegato ad un peggioramento non temporaneo della qualità della vita del danneggiato con un conseguente mutamento radicale delle sue abitudini, dei suoi rapporti personali e familiari”.
Atteggiamenti della dottrina in proposito: “sulla natura, presupposti e fondamento del danno esistenziale la dottrina è divisa (si sono formate tre scuole facenti capo a sedi universitarie denominate triestina, torinese e pisana, quest’ultima contraria alla categoria del danno esistenziale)”. Propensioni manifestate dalle corti italiane: la “giurisprudenza è sempre più orientata a ritenere ammissibile la riparazione del danno esistenziale e questo percorso è da ritenere confermato dalle citate sentenze 8828 e 8827 e da quella della Corte costituzionale n. 233 (quest’ultima, a differenza delle altre due, fa esplicito riferimento anche al danno esistenziale)”.
(a) da un lato, “il giudice civile di legittimità sembra propendere per un concetto unitario di danno non patrimoniale”;
(b) dall’altro, lo stesso giudice afferma di ritenere “ non proficuo “ (di qui in poi la S.C. citerà esplicitamente le parole delle due sentenze del 2003) “ritagliare all’interno di tale generale categoria specifiche figure di danno etichettandole in vario modo: ciò che rileva, ai fini dell’ammissione al risarcimento, in riferimento all’articolo 2059, è l’ingiusta lesione di un interesse inerente alla persona, dal quale conseguano pregiudizi non suscettivi di valutazione economica”.
Orbene, “in questa ottica - rileva la S.C. penale - le sentenze citate della terza sezione evitano di fare espresso riferimento al danno esistenziale”. “Ma – ed ecco le note di perplessità del collegio, proprio tenuto conto delle situazioni concretamente all’origine della 8828 e della 8827 - l’esame dei casi presi in considerazione conferma che i danni accertati erano riferiti a questo tipo di danno (in un caso riguardavano la perdita del rapporto parentale; nell’altro lo sconvolgimento delle abitudini dei genitori conseguente alle gravissime lesioni subite dal figlio ridotto allo stato vegetativo) perché si riferivano a casi che la precedente giurisprudenza, anche di legittimità, collocava tra i danni di natura esistenziale”.
Circa i nessi fra danno biologico e danno esistenziale, allora: “non è condivisibile la critica di fondo contenuta nei due ricorsi che, sostanzialmente, lamentano che, con il riconoscimento del danno esistenziale, si opererebbe un’indebita duplicazione risarcitoria con il danno biologico. Questa duplicazione non esiste perché il danno esistenziale è cosa diversa dal danno biologico e non presuppone alcuna lesione fisica o psichica, né una compromissione della salute della persona, ma si riferisce ai già indicati sconvolgimenti delle abitudini di vita e delle relazioni interpersonali provocate dal fatto illecito. Si vedano gli esempi esaminati, e già accennati, nelle sentenze 8827 e 8828”.
Occorre evitare ancora una volta – rimarca la Cassazione – di confondere “la natura delle due tipologie di danno: il danno morale soggettivo (pati) si esaurisce nel dolore provocato dal fatto dannoso, è un danno transeunte di natura esclusivamente psicologica; il danno esistenziale (non facere ma anche un facere obbligato che prima non esisteva), pur avendo conseguenze di natura psicologica, si traduce in cambiamenti peggiorativi permanenti, anche se non sempre definitivi, delle proprie abitudini di vita e delle relazioni interpersonali”.
E “la non sovrapponibilità tra le due categorie di danno emerge chiaramente proprio in relazione all’ingiusta detenzione: la privazione della libertà personale per un solo giorno può provocare un gravissimo danno morale ma il danno esistenziale, in questi casi, può anche mancare”.
Sono nozioni cui gli stessi giudici genovesi (continua la S.C.) fanno un consapevole riferimento, allorché - con riguardo alla vittima dell’errore giudiziario - parlano, sia pure erroneamente, di danno morale: “la Corte fa infatti riferimento al “carico di sofferenze” ma lo ricollega al modificato regime di vita e alla privazione della libertà personale, le cui conseguenze perdurano nel tempo, non avendo potuto il Barillà, dopo la scarcerazione, ripristinare le sue precedenti abitudini di vita. Non quindi - conclude la S.C. - sofferenza psicologica transitoria connaturata al danno morale soggettivo ma sconvolgimento perdurante nel tempo (anche successivamente all’avvenuta scarcerazione) delle abitudini di vita che costituisce l’aspetto caratterizzante del danno esistenziale”.
Ecco perché l’ordinanza genovese, al di là di qualche imprecisione sul terreno definitorio o qualificatorio, non può che ritenersi nella sostanza impeccabile: “nel caso in esame il giudice di merito ha accertato l’esistenza di tutti i presupposti per la risarcibilità del danno esistenziale subito da Barillà, e ben può affermarsi che l’ipotesi in esame costituisca un caso emblematico dello sconvolgimento esistenziale che procurano una detenzione, una sottoposizione a processo e una condanna ad una lunga pena da espiare, poi rivelatesi ingiuste, e da cui conseguono la privazione della libertà personale, l’interruzione delle attività lavorative e di quelle ricreative, l’interruzione dei rapporti affettivi e di quelli interpersonali, il mutamento radicale peggiorativo e non voluto delle abitudini di vita e altre che non è necessario precisare”.
Conclude su questi aspetti la S.C.: “insomma l’ingiusta detenzione e l’ingiusta sottoposizione a processo costituiscono forse un caso ancor più significativo tra quelli che la giurisprudenza ha fino ad oggi preso in considerazione per fondare la risarcibilità del danno esistenziale”.
Premette al riguardo la Corte: “Quanto al fondamento giuridico (il rinvio, da taluno ritenuto riserva di legge, contenuto nell’articolo 2059 c.c.) in questo caso la tutela si fonda non solo sulla norma costituzionale generica (articolo 2 che riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo) ma anche sulle norme, specifiche, che sanciscono l’inviolabilità della libertà personale (articolo 13) e tutelano le libertà, previste negli articoli successivi, che la detenzione inevitabilmente comprime o addirittura esclude (per es. la libertà di circolazione)”.
Ecco allora la precisazione di maggior rilievo, operativamente: si tratta in ogni caso di richiami (oltre che complessi in se stessi) non strettamente circoscrivibili al testo puro e semplice della nostra Costituzione: e “ne consegue che correttamente la Corte di merito ha ritenuto la risarcibilità (o riparabilità) anche del danno esistenziale perché ricollegato ad una privazione o restrizione legittime - ma successivamente rivelatesi ingiuste - degli indicati diritti garantiti non solo dalla nostra Costituzione ma anche dai già ricordati articolo 5 comma 50 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e sull’articolo 9 n. 5 del Patto internazionale dei diritti civili e politici”.
La conclusione finale è d’obbligo: «sembra del tutto condivisibile l’affermazione fatta in dottrina, proprio a commento dell’ordinanza in esame, che l’articolo 643 Cpp “contempli uno dei casi di risarcibilità dei danni non patrimoniali a cui rinvia l’articolo 2059 c.c.”».
Le figure portanti
Cambiamenti, riconciliazioni
Per quel che attiene in particolare al requisito dell’”ingiustizia” del danno - fintantoché l’art. 2059 c.c. rimanga in vita, perlomeno: nello scenario che arieggia, cioè, all’imprescindibilità di un rinvio nominale alla Costituzione, quale tabernacolo dei valori rilevanti anche ai fini del risarcimento.
Patrimoniale e non patrimoniale
E’ frequente in dottrina, soprattutto ultimamente, la propensione a rovesciare gli approcci più consueti, nei riguardi delle “attività realizzatrici” della persona - a ricomporre il quadro delle norme secondo una chiave, per così dire, in positivo.
Le corrispondenze fra i due ordini formali del discorso, quello “politico” di fondo e quello più strettamente “applicativo”: (x) le indicazioni di cui all’art.3, 2° comma della Costituzione, da una parte, con le postulazioni rivolte a una clausola generale, quale riferimento di “default” per ogni contesto relazionale della persona; (y) le restrizioni codicistiche in punto di protezione aquiliana, dall’altra parte, con l’intervento della 8828/2003 quale affondo per la rimozione degli ostacoli ingiusti, sulla via di una miglior salvaguardia dei danneggiati.
L’utilità esplicativa di locuzioni - come questa - attente ai momenti della promozionalità, dell’agire e dell’essere nel mondo. L’attitudine a permettere, in tal modo, un più congruo apprezzamento dell’illecito, anche agli effetti della quantificazione. L’accentuazione dei risvolti progettuali come tramite per dar conto dei tratti dinamici dell’ingiustizia - per legittimare valutazioni estese, nella law in action, all’ intera fascia operativa della vittima
Altre indicazioni è probabile che cambieranno, di tanto o di poco. Ma occorre distinguere. Nella maggior parte dei casi, non è difficile immaginare in che maniera le tracce potranno evolversi; solo su alcuni aspetti di dettaglio il domani appare meno sicuro.
Fra i punti fermi vi è, plausibilmente, il no a un’impostazione che si accontenti, per i materiali in esame, di parlare semplicemente (con un’espressione di tipo generale - unico riferimento cui far capo, al quale nient’altro dovrebbe fare seguito, come attributo o come sostantivo) di danno non patrimoniale
Decisivi in tal senso i rilievi - già affacciati da qualche autore - circa l’inidoneità di una piattaforma atteggiata in termini meramente oppositivi (e dunque povera di contenuto) a svolgere sul terreno dell’art 2059 c.c. compiti soddisfacenti di amministrazione.
Oggi che in Italia la casistica si è tanto arricchita - non solo dal punto di vista qualitativo (colonne cinquanta volte più estese nei repertori, rispetto a trent’anni fa), ma anche sul terreno qualitativo (numerose voci inedite alla ribalta) - è palese come l’insistenza su etichette puramente “avversative” appaia, rispetto ai materiali di cui all’ultima disposizione del quarto libro del c.c., qualcosa di inadeguato. Un ripiego istituzionalmente povero - poco più di un’”apparecchiatura” di bottega, che si arresta là dove le informazioni di lavoro dovrebbero invece cominciare, sgorgare.
di un’ampia lista di legittimati attivi, con più di una “vittima secondaria” da soddisfare;
ciascuna coi suoi cahiers de doléances specifici (esistenziale e morale soprattutto).
Impossibile soffermarsi qui nell’analisi dei dettagli. E’ palese tuttavia come ci si trovi dinanzi, in ambedue le ipotesi, a meccanismi alquanto singolari – anche dal punto di vista del danno non patrimoniale
- non è detto che i ritocchi, di cui prendere atto, si limitino sempre a un gioco interno, di smistamento tra lemmi tutti già preesistenti; talvolta il risultato si esprimerà nella nascita di nuove categorie di danno, o almeno di locuzioni inedite, più o meno persuasive e durature: è quanto è spesso accaduto in passato (d. alla vita di relazione, d. ambientale, d. emotivo, d. alla serenità familiare, danno edonistico, etc.), e anche più recentemente (d. esistenziale):
malpratice medica: è un campo che appare dominato abitualmente dal
(patimento di un) danno biologico; il danno morale avrà di solito un certo peso, il d. esistenziale varrà soprattutto per i familiari;
incidenti stradali: la combinazione sarà di norma la medesima;
(Professore ordinario di istituzioni di diritto privato – Università di Trieste)