Source: http://centrodestra.blogspot.com/2009/05/mannino-unassoluzione-clamorosa.html
Timestamp: 2018-07-16 08:45:58+00:00
Document Index: 170801701

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centrodestra: Mannino: un'assoluzione clamorosa, ignorata dai giornali. Lino Jannuzzi
La settimana scorsa sono state depositate le motivazioni della sentenza con cui la seconda sezione della Corte d’appello di Palermo ha assolto il 22 ottobre dell’anno scorso l’ex ministro dell’Agricoltura e del Mezzogiorno Calogero Mannino. Il “Giornale di Sicilia” ha dedicato alla notizia mezza pagina (solo a pagina 9) ma nessun quotidiano a diffusione nazionale se ne è occupato seriamente (soltanto un paio vi hanno dedicato una decina di righe). Eppure le motivazioni sono clamorose: “Assoluta inconsistenza del compendio probatorio dell’accusa ogni qualvolta si è provato ad approfondirne i contenuti e specificarne i contorni”; “manifesta vaghezza e genericità” delle accuse dei ‘pentiti’; “apodittico ed empiricamente inafferrabile il preteso contributo dell’imputato al rafforzamento dell’associazione mafiosa”; “oltremodo evanescente, dunque insussistente il presunto patto politico-mafioso”; “non è stato individuato dall’accusa un solo atto amministrativo a firma del Mannino, né è stata addotta prova alcuna di interventi e pressioni si soggetti inseriti in ruoli rilevanti”.
Tutto questo a conclusione di una vicenda che è durata ben 15 anni: Mannino è stato avvisato di reato nel febbraio del 1994; è stato arrestato il 13 febbraio del 1995, è stato tenuto in galera nove mesi e rinchiuso in casa agli arresti domiciliari per un altro anno e due mesi; il processo di primo grado è stato il più lungo processo per mafia celebrato a Palermo, è durato più di cinque anni e mezzo, con 300 udienze, 400 testimoni, 25 ‘pentiti’ oltre 5mila pagine di atti processuali, fino all’assoluzione “perché il fatto non sussiste” pronunciata nel luglio del 2001; il processo d’appello cominciato nell’aprile del 2003 si concluse con una condanna a cinque anni e quattro mesi per concorso esterno in associazione mafiosa nel 2004; le sezioni unite della Cassazione annullarono la condanna con rinvio nel 2005; il secondo processo d’appello, che per cominciare ha dovuto attendere il pronunciamento della Corte Costituzionale (che ha bocciato la legge che prevedeva che bastasse l’assoluzione in primo grado per chiudere la partita) si è concluso con l’assoluzione soltanto il 22 ottobre dell’anno scorso. E tutta la vicenda con una caratteristica che non ha precedenti (e difficilmente potrà avere repliche) nella storia giudiziaria della Repubblica italiana e di qualsiasi altro paese del mondo: per i due anni dell’inchiesta iniziale, per i cinque anni e mezzo del processo di primo grado, per i due anni del primo processo d’appello, per i due anni di attesa per l’annullamento della Cassazione, per la sospensione, per tutto il tempo del secondo processo d’appello, l’accusa contro Mannino è stata sostenuta sempre dallo stesso magistrato, che ha fatto in tempo a fare le indagini preliminari, il processo di primo grado, il primo processo d’appello dopo tre anni, e si è trovato persino pronto, dopo altri tre anni, a sostenere l’accusa nel secondo processo d’appello, dopo l’annullamento e la sospensione.
Pare che ciò sia consentito dal nostro ordinamento giudiziario: un magistrato, lo stesso magistrato può dedicare 14 anni della sua vita a inquisire e a chiedere la condanna dello stesso imputato. Quattordici anni per arrivare a concludere ciò che il Procuratore generale della Cassazione, nel chiedere l’annullamento della sentenza di condanna, ha così definito: “Nella sentenza di condanna di Mannino non c’è nulla. La sentenza torna ossessivamente sugli stessi concetti, ma non c’è nulla che si lasci apprezzare in termini rigorosi e tecnici, nulla che possa valere a sostanziare l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Questa sentenza costituisce un esempio negativo da mostrare agli uditori giudiziari, di come una sentenza non dovrebbe essere mai scritta...”.
Sarà per questa ragione, per non scandalizzare gli uditori giudiziari e i giovani che studiano giurisprudenza, che i giornali hanno evitato di parlarne? (il Velino)
05 maggio, 2009 17:57
Per certa gente c'è il regime solo quando le fa comodo...
05 maggio, 2009 18:41
rosicare non ti fa bene alla pellaccia Maurom, vuoi nasconderti dietro frasi del genere, libero di farlo
intanto i fatti sono questi e i tuoi rispettosi quotidiani (leggermente di parte) non riportano queste notizie ma riportano solo ciò che fa piacere al proprio padrone
saluti da un non servo
06 maggio, 2009 08:52
06 maggio, 2009 09:00
sì, ma leccac.... di Franceschini
06 maggio, 2009 09:39
serve una legge che addossi la responsabilità penale e civile alla Casta.
06 maggio, 2009 09:41
Il dipietrismo è una malattia contagiosa: dovrò mettermi la mascherina?
06 maggio, 2009 12:35
la "mascherina" dovrebbero metterla tutti coloro che hanno dovuto assistere a due ore di autodifesa e campagna elettorale del premier dalla tv pubblica di Vespa, praticamente in assenza di contraddittorio, in barba a ogni regola di par condicio e, aggiungerei, di buon gusto. Siete tanto bravi a scandalizzarvi per Santoro, ma quando a fare un uso strumentale e distorto della tv pubblica è il premier, tutti zitti.
si dopo che lo tesso Berlusconi aveva detto sono fatti privati, e usa il mezzo pubblico per le sue verità
il solito itaGliano... piccolo piccolo
06 maggio, 2009 13:17
«Vor­rei che la storia del divorzio rimanesse nella sfera priva­ta ».
Invece il presidente del Consiglio, nonostante i suoi più fidati collaboratori glielo avesserosconsigliato, ha deci­so di andare lo stesso in tv.
LEI PUO' FARE QUELLO CHE VUOLE, E' L'IMPERATORE
06 maggio, 2009 13:28
Scenario dell'episodio, risalente al 25 aprile, le rovine di Bazzano (AQ).
Al momento della foto di gruppo, il premier vede Lia Beltrami, responsabile delle Pari Opportunità della Provincia di Trento, e dice: "Posso palpare un po'la signora?". Il tutto sotto l'occhio delle telecamere di Tca, emittente locale trentina
06 maggio, 2009 13:39