Source: https://www.cortecostituzionale.it/actionSchedaPronuncia.do?anno=2010&numero=139
Timestamp: 2018-05-21 22:45:26+00:00
Document Index: 120129328

Matched Legal Cases: ['art. 112', 'art. 24', 'sentenza ', 'art. 24', 'art. 6', 'art. 14', 'art. 24', 'sentenza ', 'art. 24', 'art. 6', 'art. 14', 'art. 96', 'art. 51']

Sentenza 139/2010 (ECLI:IT:COST:2010:139)
Camera di Consiglio del 24/03/2010; Decisione del 14/04/2010
Deposito del 16/04/2010; Pubblicazione in G. U. 21/04/2010 n. 16
Massime: 34603
Il giudice a quo osserva, in punto di rilevanza, come la revoca dell’ammissione sia stata correttamente disposta, con il provvedimento oggetto di reclamo, alla luce della previsione contenuta nell’art. 112, comma 1, lettera d), dello stesso d.P.R. n. 115 del 2002, secondo cui, entro i cinque anni successivi alla definizione del processo, il giudice provvede a revocare il beneficio del patrocinio a spese dello Stato nel caso constati la mancanza, «originaria o sopravvenuta», delle relative condizioni di reddito. In particolare, anche la presunzione negativa introdotta con il d.l. n. 92 del 2008 dovrebbe essere apprezzata nella valutazione sulla perdurante ammissibilità del beneficio.
Dopo aver richiamato, in particolare, il disposto del terzo comma dell’art. 24 Cost., il rimettente sottolinea come la Corte costituzionale abbia stabilito che la difesa dei non abbienti è oggetto di un interesse generale, oltre che soggettivo, tanto che non rilevano le ragioni concrete dell’indisponibilità di un reddito adeguato (sono citate le sentenze n. 144 del 1992, n. 139 del 1998 e n. 33 del 1999). La Corte di cassazione, dal canto suo, avrebbe posto in luce la particolare cogenza, nei giudizi penali, dell’interesse pubblico ad una piena esplicazione del diritto di difesa (è richiamata la sentenza delle Sezioni unite penali n. 25 del 24 novembre 1999).
La normativa censurata colliderebbe anche con l’art. 24, terzo comma, Cost., con l’art. 6, comma 3, lettera c), della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950, e con l’art. 14, comma 3, lettera d), del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, firmato a New York il 16 dicembre 1966, che garantiscono ai non abbienti «la possibilità di accedere, comunque, alla difesa».
La presunzione censurata avrebbe l’effetto concreto di escludere sempre, senza possibilità di eccezione, l’accesso di determinati soggetti al patrocinio, non già in forza della loro condizione di reddito, ma «in ragione delle risultanze del certificato del casellario giudiziale»: sarebbe inutile finanche la positiva documentazione della concreta indisponibilità di un reddito eccedente i limiti posti dalla legge per l’accesso al beneficio. Una condanna per un reato compreso nell’elenco dei precedenti preclusivi, specie se risalente, non sarebbe effettivamente significativa circa l’attuale condizione di «abbienza» dell’interessato, il quale, ad esempio, potrebbe essersi allontanato dall’ambiente criminale. Di conseguenza la norma censurata, almeno nella parte in cui non ammette il condannato a produrre elementi di prova utili a vincere la relativa presunzione, determinerebbe una lesione del diritto di difesa, sia con riguardo al terzo comma dell’art. 24 Cost., sia con riferimento al secondo comma della stessa norma, posto che l’accesso al patrocinio rappresenta lo strumento per il pieno ed effettivo esercizio del diritto in questione.
Il giudice a quo deve provvedere sulla richiesta dell’imputato di essere ammesso al patrocinio a spese dello Stato, e rileva che l’interessato è stato condannato con pronuncia irrevocabile per il delitto di associazione di tipo mafioso. Tale precedente, pur ricorrendo tutti gli ulteriori presupposti per l’accoglimento, imporrebbe il rigetto della domanda.
L’applicazione della norma censurata presuppone, infatti, che la colpevolezza dell’interessato per i reati in essa indicati sia stata accertata con sentenza irrevocabile. D’altro canto, la presunzione circa la disponibilità di redditi incompatibili con l’accesso al beneficio – presunzione effettivamente insuperabile – sarebbe fondata su una «consolidata massima di esperienza», che documenta l’enormità dei profitti prodotti dal crimine organizzato. Il ricorso a meccanismi presuntivi sarebbe imposto proprio dal carattere illecito, e dunque clandestino, dei redditi in discussione.
Il Tribunale di Catania prospetta anche una violazione del secondo comma dell’art. 24 Cost., nonché del terzo comma della medesima norma, evocato unitamente all’art. 6, comma 3, lettera c), della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950, ed all’art. 14, comma 3, lettera d), del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, firmato a New York il 16 dicembre 1966. La norma censurata, in particolare, eluderebbe il diritto all’assistenza gratuita ed al pieno esercizio della difesa con riferimento a soggetti che, pur avendo in precedenza commesso un reato incluso nell’elenco contenuto nella norma stessa, non dispongano di un reddito adeguato.
Rispetto a tali elementi di prova, il giudice avrà l’obbligo di condurre una valutazione rigorosa e allo scopo potrà certamente avvalersi degli strumenti di verifica che la legge mette a sua disposizione, anche di quelli, particolarmente penetranti, indicati all’art. 96, comma 3, del d.P.R. n. 115 del 2002. La ratio della relativa previsione – che concerne le richieste di accesso al patrocino a spese dello Stato da parte degli imputati per uno dei reati previsti dall’art. 51, comma 3-bis, del codice di procedura penale – è certamente valida anche per le fattispecie oggetto del presente giudizio.