Source: https://www.camera.it/leg18/1058?idLegislatura=18&tipologia=audiz2&sottotipologia=comunicazioneGoverno&anno=2019&mese=03&giorno=26&idCommissione=0314c0314&numero=0005&file=indice_stenografico
Timestamp: 2020-04-02 18:49:18+00:00
Document Index: 20906992

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Seduta n. 5 di Martedì 26 marzo 2019
Comunicazioni del Governo sugli esiti del Consiglio europeo del 21 e 22 marzo 2019:
Montaruli Augusta (FDI) ... 8
Bagnai Alberto ... 8
Fassina Stefano (LeU) ... 9
Fassino Piero (PD) ... 9
Urso Adolfo ... 10
Rossello Cristina (FI) ... 11
Scalfarotto Ivan (PD) ... 12
Formentini Paolo (LEGA) ... 13
Benedetti Silvia (Misto) ... 13
Candura Massimo ... 13
Comunicazioni del Governo sugli esiti del Consiglio europeo del 21 e 22 marzo 2019.
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca le Comunicazioni del Governo sugli esiti del Consiglio europeo del 21 e 22 marzo 2019.
A nome delle Commissioni esteri e politiche dell'Unione europea della Camera e del Senato do il benvenuto al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, professor Enzo Moavero Milanesi.
Ricordo ai colleghi i temi previsti all'ordine del giorno del Consiglio europeo: occupazione, crescita e competitività; cambiamenti climatici; relazione esterne; come garantire elezioni europee libere e regolari e combattere la disinformazione.
In vista del vertice Unione europea-Cina, fissato per il 9 aprile prossimo, la riunione è stata anche occasione per uno scambio di vedute sulle relazioni tra l'Unione europea e la Cina nel contesto globale.
I Capi di Stato e di Governo dell'Unione europea a 27 hanno discusso, inoltre, degli sviluppi relativi alla Brexit, concordando una proroga del negoziato fino al 22 maggio 2019, da concedere a Londra a condizione che il Parlamento del Regno Unito approvi l'accordo di recesso nel corso di questa settimana. In caso contrario, nell'aspettativa che il Regno Unito indichi comunque prima di tale data il percorso da seguire, i leader dell'Unione europea acconsentono a rinviare la Brexit al 12 aprile 2019.
La documentazione predisposta dagli uffici relativa alle conclusioni del Consiglio europeo e agli ultimi sviluppi sulla Brexit è stata già anticipata ai colleghi per posta elettronica ed è disponibile sulla piattaforma documentale GeoCom.
Al fine di consentire a tutti i Gruppi di intervenire, chiedo ai colleghi di far pervenire alla presidenza le richieste di intervento, al fine di organizzare i tempi del relativo dibattito.
ENZO MOAVERO MILANESI, Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale. Deputati e deputate, senatori e senatrici, vi ringrazio e ringrazio il presidente per l'introduzione.
Il Consiglio europeo del 21 e 22 marzo prevedeva l'articolazione seguente: il giorno 21 si è discusso essenzialmente della questione Brexit, prima in presenza della Primo Ministro Theresa May e poi nel formato a 27, il giorno 22 invece si sono affrontati gli altri temi.
C'è da sottolineare che, come sapete, questo è l'ultimo Consiglio europeo formale prima delle elezioni europee di maggio. Si terrà però un vertice informale a Sibiu il 9 maggio, data evocativa della dichiarazione Pag. 4di Robert Schuman, da cui tutto iniziò nel processo d'integrazione europea.
Brexit. Come ci siamo detti anche l'ultima volta che ci siamo visti, è una fase ricca di colpi di scena, colpi di scena di democrazia, colpi di scena di voto parlamentare, iniziative di Governo. Sostanzialmente dove siamo? Le decisioni del Consiglio europeo sono state le seguenti. Hanno innanzitutto formalmente approvato, a livello dei 27, l'accordo di recesso e la dichiarazione congiunta che lo accompagna, in secondo luogo hanno acconsentito alla richiesta di proroga arrivata da parte del Regno Unito, per consentire ancora un margine di tempo.
La durata e le condizioni della proroga prevedono in particolare le due date che avete appena sentito. La prima data di riferimento è il 22 maggio, questa data vale come proroga a condizione che entro il 29 marzo, quindi ormai pochissimi giorni, sia approvato l'accordo di recesso, cosa che sembra a bocce ferme piuttosto difficile.
La seconda data, che è stata già concordata anche unanimemente fra i 27, è il 12 aprile, data entro la quale il Regno Unito può approvare l'accordo di recesso così com'è, quindi fare questa operazione che da due o tre settimane non è avvenuta, anzi ha dato luogo a voti contrari, oppure andare inerzialmente verso l'uscita brusca, l'uscita senza accordo, l'uscita definita con il termine inglese no deal, oppure utilizzare questo tempo fino al 12 aprile per fare nuove proposte, proposte di assoluta libertà politica, che poi dovranno essere accettate unanimemente dai 27.
Segnalo che domani è previsto un voto alla Camera dei Comuni che ha un titolo molto aperto: «possibili altre opzioni». Quindi bisogna vedere in che modo si dovrà articolare questo voto. Nelle possibili altre opzioni ci può essere di tutto, ci può essere naturalmente una richiesta di proroga più lunga, per cercare di risolvere il problema specifico su cui attualmente si è bloccato l'accordo da parte britannica o per negoziare un nuovo accordo o addirittura, come si può in libertà di analisi, ma completamente in astratto immaginare, anche un ripensamento, un ritiro dell'istanza di uscita, che è unilaterale, quindi se ci fosse un ritiro non occorre un'approvazione, mentre per tutte le altre cose è necessaria un'approvazione.
C'è chi parla di possibili elezioni politiche, di cambiamenti al vertice del Partito conservatore di maggioranza in Gran Bretagna, c'è chi parla di eventuali, nuovi referendum, avete visto le molte persone (un milione secondo gli organizzatori) della manifestazione in piazza per chiedere di rimanere in Europa, insomma qui siamo nella fluidità più totale, per cui quello che dico è puramente speculazione di immaginazione di quello che può accadere.
Quello che è sul tavolo è un'approvazione dell'accordo tal quale entro la settimana, nel qual caso ci sarà tempo fino al 22 per l'uscita cosiddetta «morbida» con l'accordo, oppure un'approvazione dopo la data del 29 marzo, ma prima del 12 aprile, o una non approvazione, nel qual caso il 12 aprile potrebbe avvenire l'uscita con il cosiddetto no deal.
La data del 12 aprile è legata alla non organizzazione delle elezioni per il Parlamento europeo in Gran Bretagna. È stato calcolato che è l'ultima data utile per non dover organizzare in Gran Bretagna elezioni per il Parlamento europeo, né consentire a residenti in Gran Bretagna di altri Stati dell'Unione europea di votare dalla Gran Bretagna, come sarebbe loro diritto (ad esempio gli italiani residenti in Gran Bretagna hanno diritto, nelle elezioni europee, di votare i membri del Parlamento che sono in conto alla Gran Bretagna).
Qualora tutto si risolvesse prima del 12 aprile, tutti questi problemi non si porrebbero, se invece si dovesse andare per una proroga più lunga, si dovranno tenere (è una condizione che è stata resa esplicita nel dibattito al Consiglio europeo) le elezioni europee anche in Gran Bretagna. Qualora invece ci fosse l'approvazione dell'attuale accordo di recesso, si applica il suo contenuto, che vi ho illustrato il 29 novembre e che non è cambiato.
Ricordo semplicemente, per andare al punto di sostanza, che, se si esce con l'accordo di recesso, per un periodo di diciotto mesi nulla cambia, quindi fino al 31 dicembre Pag. 5 del 2020 tutto resterebbe come adesso per i rapporti con la Gran Bretagna, l'unica differenza sarebbe che sarebbe avvenuto il recesso e che quindi i rappresentanti della Gran Bretagna non parteciperebbero più all'attività legislativa o all'attività esecutiva o all'attività giudiziaria a livello europeo.
L'eventualità di arrivare al 12 aprile e di avere nuove proposte dipende da quello che verrà deciso a livello di Gran Bretagna. Per questo è importante questo voto di domani, che riguarda proprio i possibili altri scenari – il titolo in inglese è «Other Brexit options» – per cui forse domani avremo qualche elemento in più.
Come vi ho riferito già in audizione, nell'ipotesi del no deal, dell'uscita senza accordo di recesso, non dobbiamo dipingere scenari catastrofici. Naturalmente non è un'opzione positiva né per la Gran Bretagna, né per gli altri Paesi europei, né a mio parere tantomeno per l'Italia, che ha un saldo di rapporti commerciali attivo con la Gran Bretagna, per cui l'uscita senza un accordo morbido, che consenta una continuità, potrebbe tradursi per le imprese esportatrici in Gran Bretagna in una minore fluidità di interscambio, però sotto il profilo della tutela dei cittadini, della tutela degli aspetti relativi ai servizi finanziari e quant'altro abbiamo predisposto le varie misure.
Avete già visto il decreto Brexit adottato dal Consiglio dei ministri la settimana scorsa, lo strumento del decreto-legge, che non tutti gli Stati europei hanno, anzi è un qualcosa che abbiamo essenzialmente noi italiani, ci consente di affrontare con condizioni di necessità e urgenza quello che magari altri hanno dovuto preparare prima, e questo può dare l'impressione di una diversa preparazione ma, come vi dicevo l'ultima volta, non è questo il caso.
Nel decreto cosiddetto Brexit ci sono misure che riguardano i cittadini e misure che riguardano i servizi finanziari, è stato depositato in Senato, quindi non vi tedio con spiegazioni intense. Attualmente lavoriamo anche mano nella mano con le Istituzioni europee, che stanno adottando regolamenti e decisioni, quindi atti applicabili immediatamente, a livello di Unione europea per regolare questa ipotesi.
Qui è dove stiamo per il momento, è quasi il caso di dire a quest'ora di oggi, perché già domani la situazione potrebbe essere diversa sulla base delle opzioni che escono dalla Camera dei Comuni. Sapete che c'è stato un voto che ha avocato al Parlamento, da quel voto in poi, la conduzione dell'esercizio.
Il Consiglio europeo, come vi dicevo, non ha unicamente parlato di Brexit, anche se era il tema forte all'ordine del giorno, ma ha parlato anche di diversi altri elementi. Molto importanti in ogni Consiglio europeo del mese di marzo, il cosiddetto «Consiglio europeo di primavera», sono le questioni di carattere economico. È tradizione che il presidente della Banca centrale europea faccia un intervento di fronte ai Capi di Stato e di Governo, cosa che è avvenuta e il presidente della Banca centrale ha dipinto un quadro che riassumerei nei punti seguenti. C'è una situazione di generale rallentamento dell'economia in Europa, determinata soprattutto da due fattori, misure commerciali adottate negli Stati Uniti, secondo Mario Draghi, e la minor domanda che proviene da altri Paesi, in particolare dalla Cina. Le due più grandi economie del pianeta condizionano evidentemente anche la situazione europea.
Si pensa quindi da parte della Banca centrale di mantenere un certo accompagnamento di sostegno alla ripresa, in particolare mantenendo i tassi di interesse al livello attuale, per facilitare il flusso del credito.
È stato anche detto (lo considero un passaggio importante) che i Paesi dell'Unione europea che hanno un surplus commerciale devono fare di più di ciò che fanno per stimolare l'economia, quindi avendo un surplus sono in grado di essere locomotive, però in quanto locomotive devono fare di più per trainare meglio il convoglio. È stato sottolineato naturalmente come debbano rimanere credibili e presenti le misure di riduzione di debito pubblico per i Paesi che presentano dei livelli eccessivi. Pag. 6
Mario Draghi giudica gli effetti e le conseguenze economiche della Brexit marginali sull'area dell'euro, comunque esiste un contatto costante tra la Banca centrale e la Banca di Inghilterra.
Terzo tema, che si collega alla tematica economica, come vi dicevo sempre centrale nei Consigli di primavera, è il tema relativo all'occupazione, alla crescita e alla competitività. Questo tema ha avuto questa volta un suo profilo più particolare, perché i Capi di Stato e di Governo hanno discusso di rapporti con la Cina, in quanto il 9 aprile è in calendario il vertice tra Unione europea e Cina, quindi hanno parlato di Cina per quel motivo.
Nel discorso Unione europea-Cina è stato sottolineato a livello del Consiglio europeo che bisogna tenere presente l'importanza della reciprocità, l'importanza della tutela della proprietà intellettuale, a cui come Italia agganciamo sempre le denominazioni d'origine, e anche (è stato il discorso di Juncker) tenere presente che la Cina certamente è un partner imprescindibile, ma rappresenta anche un concorrente, un rivale, nella terminologia usata più direttamente che in parte riprende il contenuto della comunicazione che ha fatto la Commissione europea il 12 di questo mese sui rapporti generali con la Cina.
Sta di fatto tuttavia che non esiste una politica univoca comune dell'Unione europea che regoli l'insieme dei rapporti con la Cina. Di conseguenza, come è avvenuto negli anni passati, ciascuno Stato dell'Unione europea, nel rispetto delle regole comuni, per cui naturalmente la politica commerciale e gli accordi commerciali sono fatti attraverso l'Unione, però nel rispetto degli accordi commerciali multilaterali e delle regole comuni, ciascun Paese regola il proprio interscambio, i propri rapporti con la Cina.
Questo è quanto è stato fatto anche dall'Italia. Il Presidente del Consiglio ha riferito ai partner del memorandum of understanding non vincolante, che è stato firmato per il quadro della possibile cooperazione con la Cina, una cornice di possibile cooperazione, ha riferito sugli altri elementi e poi abbiamo visto quanto è avvenuto durante la visita del presidente cinese qui a Roma e quanto è avvenuto durante la visita del presidente cinese anche in Francia, per cui rimane questo quadro di rapporti, nella cornice Unione europea, di ciascuno Stato con la Cina.
Si è parlato più in generale anche di politica commerciale, dove la sintesi estrema nella mia comprensione è la seguente: da una parte rimane l'impronta liberoscambista della politica commerciale comune dell'Unione, alla quale si affianca una maggiore sensibilità alla salvaguardia degli interessi europei. Questa, che sembra una cosa ovvia detta oggi, se la inquadriamo in ciò che l'Unione europea ha detto per anni fino a non troppo tempo fa, è in realtà una novità di notevole importanza, perché l'impostazione soprattutto a livello di politica degli investimenti oltre che di politica degli scambi è stata quella di perseguire quanto più possibile una liberalizzazione, una riduzione dei tassi, un'apertura agli investimenti anche di Paesi terzi da noi.
Forse oggi l'Europa (ma questa è una mia personale interpretazione) si rende conto che anche nel suo insieme pesa meno nel mondo globalizzato e di conseguenza, come accade in questo genere di situazioni, ma come accade a tutti i Paesi, è opportuno tenere anche un occhio su misure di minore apertura, avendo come bussola il proprio interesse europeo.
Affine, anche se non direttamente collegato a questo dibattito, è la discussione, peraltro molto breve, ma stimolata dal documento franco-tedesco su una possibile revisione delle regole antitrust, in particolare di quelle regole a tutela della libertà di concorrenza che si applicano alle concentrazioni di imprese, alle fusioni fra imprese, all'acquisizione di partecipazioni di controllo in imprese. L'idea teorizzata e messa sul tavolo da Francia e Germania, tre o quattro settimane fa, è quella di una maggior apertura del rigore di applicazione di queste regole per consentire la formazione di grandi gruppi di dimensione europea, comparabile alla dimensione dei grandi gruppi che si affrontano sulla scena globale, quindi grandi gruppi americani piuttosto che cinesi o anche di altri Paesi Pag. 7importanti che hanno grandi gruppi industriali o società di servizi.
Il dibattito a livello di leader è ancora estremamente embrionale, ma se dovesse andare avanti come idea da discutere, è una novità discretamente epocale, se posso definirla così, in quanto l'intero impianto delle normative a tutela della concorrenza che si applica alle imprese, quindi delle cosiddette «normative antitrust» a livello europeo, era un impianto che si differenziava da quello americano – che bada soprattutto al beneficio per il consumatore –, in quanto anche molto attento alla tutela dei concorrenti minori.
La formazione dei grandi gruppi era quindi sempre vista come un rischio anche a livello europeo, al di là della loro capacità di competere meglio a livello mondiale, perché rischiava di schiacciare la concorrenza di imprese di dimensione minore nell'ambito europeo. Dato il nostro tessuto di piccole e medie imprese, credo che dovremmo seguire questo dibattito con grande attenzione, non dico che sia sbagliato o che sia giusto a priori, ma bisogna seguirlo con attenzione perché, visto che poi la bussola diventa l'interesse, noi dobbiamo tenere presente l'interesse del nostro mondo imprenditoriale e quindi finalmente anche il nostro interesse nazionale.
Teniamo conto che l'Unione europea, al di là di determinati miti, è un luogo in cui si cerca di far convergere i diversi interessi nazionali e di tradurli in un interesse comune. Però bisogna anche farli convergere, bisogna metterli sul tavolo per poterli confrontare. Questo è un dibattito da seguire, tenuto conto che si tratta appena dei suoi inizi, ma è molto importante per il tessuto imprenditoriale nazionale.
Si è parlato di mercato interno nei toni che recentemente caratterizzano questo dibattito, quindi digitalizzazione, mercato dell'energia, apertura soprattutto degli aspetti relativi ai servizi. Rispetto al mercato interno, si è anche parlato di un maggior coordinamento tra i vari organismi o tra i vari centri di applicazione delle normative nazionali, che controllano gli investimenti da Paesi terzi verso l'Europa.
Qui sapete (perché il decreto-legge arriva in Parlamento per la conversione in legge) che il Governo ha riformato, integrato, corroborato la legge sui cosiddetti «golden power», includendo elementi relativi non solo ad acquisizioni di partecipazioni o controllo di aziende, ma anche all'acquisizione di mercati attraverso meccanismi contrattuali.
Questo è un elemento importante, che dovrebbe rassicurarci come sistema Italia rispetto anche alle questioni legate alla sicurezza nazionale, perché i criteri che si possono applicare per non ammettere eventuali operazioni di questo tipo sono la pubblica sicurezza e l'ordine pubblico, quindi elementi fondanti della sicurezza nazionale.
I leader hanno parlato anche di cambiamento climatico. Qui la dialettica (non vi stupirà) è tra Paesi che vogliono un percorso più veloce verso la cosiddetta «neutralità climatica» entro il 2050 – il che vuol dire naturalmente anche interventi estremamente significativi sulle industrie che producono più inquinamento o consumano maggiori energie, e vuol dire introduzione massiccia di energie rinnovabili – e Paesi che la pensano diversamente.
La linea finale è stata di maggior compromesso rispetto ai Paesi che invece sono meno favorevoli all'assunzione di questi corsi, e la conclusione è francamente un po’ deludente. L'idea è che la Commissione europea, il Consiglio e il Parlamento sono stati esortati ad esaminare e presentare in tempi rapidi una strategia definita ambiziosa (bisogna poi vedere concretamente come si configurerà) entro il 2020: quindi entro il 2020 dovrà essere presentata una strategia, e si vedrà in che misura questa andrà più verso il senso di un più rapido raggiungimento della neutralità climatica o meno.
Peraltro, parallelamente alla strategia europea, gli Stati sono invitati a presentare le loro strategie nazionali. Quindi anche qui c'è una divaricazione: da una parte l'azione europea, dall'altra l'azione degli Stati, e sappiamo che quando le comunità europee o l'Unione europea hanno voluto intervenire in modo più efficace sono intervenuti Pag. 8 con strumenti essenzialmente europei, quando si pattina sui due percorsi non sempre si arriva velocemente al risultato.
Si è concluso il dibattito parlando di tematiche di relazioni esterne, in particolare legate alle grandi calamità che si sono verificate in alcuni Paesi dell'Africa, si è ribadita l'opposizione europea a quanto avvenuto in Crimea e si è concluso parlando di un tema importantissimo, che è stato però trattato sotto il profilo di solleciti e di incoraggiamenti, che è il tema della disinformazione. La conclusione del vertice è che si sollecitano le piattaforme e gli operatori del digitale ad adottare codici di buona condotta, di autoregolamentazione, al fine di scongiurare situazioni di disinformazione.
Anche qui l'alternativa potrebbe essere (ma la proposta non è in questo momento sul tavolo) l'adozione di una vera e propria normativa, che preveda delle responsabilità analoghe a quelle che noi conosciamo per i media tradizionali, ma non siamo ancora arrivati lì. Grazie.
PRESIDENTE. Ringrazio il Ministro Moavero Milanesi. Ho ricevuto richieste d'intervento da parte di dodici parlamentari, pertanto, visti l'ora e il tempo per le repliche, direi di mantenerci sui tre minuti per ciascun intervento.
AUGUSTA MONTARULI. Signor Ministro, in relazione alla Brexit vogliamo manifestare ancora una volta la nostra preoccupazione per il rapporto tra il Regno Unito, l'Irlanda e l'Irlanda del Nord, perché mi sembra che quello sia un nodo ancora fortemente irrisolto, peraltro in un momento in cui sembra che le tensioni, seppur in maniera assai contenuta, tornino a farsi sentire nel territorio dell'Irlanda del Nord.
La presenza di una frontiera visibile tra l'Irlanda e l'Irlanda del Nord rappresenterebbe di sicuro un'accelerazione rispetto a tali tensioni e allo stesso tempo un passo indietro rispetto agli accordi del Venerdì Santo e successivamente un aumento delle nostre preoccupazioni sul rispetto dei diritti civili delle minoranze presenti su quel territorio.
È evidente che, nell'ottica di un'Europa autenticamente Europa, un'Europa dei popoli, un'Europa di pace, il nodo che sembra assai marginale, ma che marginale non è né nel Regno Unito, né per quanto ci riguarda, va assolutamente risolto, e l'Italia deve fare la sua parte nel cercare di contenere queste tensioni e fare in modo che questo nodo venga risolto nel migliore dei modi.
Al di là di un'unione doganale e di uno stato speciale che taluni prospettano per l'Irlanda del Nord, un primo passo sarebbe già di per sé rinunciare ad una frontiera visibile e incentivare una frontiera invisibile, in modo che anche fisicamente la presenza di check point, di stazioni di blocco tra l'Irlanda e l'Irlanda del Nord non vadano in quel senso. Grazie.
ALBERTO BAGNAI. Grazie, signor Ministro. Intanto la ringrazio per aver messo in una prospettiva di non demonizzazione il ruolo dell'interesse nazionale nel gioco politico europeo. Questo mi sembra effettivamente, come Lei ha sottolineato, un grande progresso sotto il profilo culturale. Ho due domande, una secca.
Lei ha rilevato (ce ne siamo un po’ accorti tutti) che non esiste una politica europea comune rispetto alla Cina, quindi la domanda è molto semplice, è quella che farebbero i bambini: perché? Nel senso che la Cina, della quale sentiamo dire «oggi c'è la Cina», frase tipica dei dibattiti televisivi, c'è da un pochino più di oggi, sono almeno trent'anni che si è aperta al commercio internazionale, quindi forse questo testimonia una piccola crepa nella tenuta o comunque nella capacità propositiva del progetto europeo.
Lei ha parlato di un'Europa dove ci si pone il tema dei grandi campioni europei, e io ricordo che nel Manifesto di Ventotene è scritto che «non si possono lasciare più ai privati le imprese che, svolgendo un'attività necessariamente monopolistica, sono in condizioni di sfruttare le masse dei consumatori, o le imprese che, per la grandezza dei capitali investiti e il numero degli operai occupati, possono ricattare gli organi dello Stato imponendo una politica a loro vantaggiosa». Pag. 9
Questo è il Manifesto di Ventotene, che riconosceva l'esistenza dei monopoli, ma poneva una esigenza molto forte, parlando di «nazionalizzazioni su scala vastissima, senza alcun riguardo per i diritti acquisiti», addirittura parole che oggi sembrano rivoluzionarie. Nel manifesto che viene richiamato da chi difende il progetto come oggi si propone mi sembra che ci sia stata un'evoluzione, sulla quale forse bisognerebbe fare una riflessione culturale per interrogarci sulla sostenibilità di queste ulteriori concentrazioni monopolistiche che ci vengono proposte. Questo soprattutto considerando che in questi giorni, come tutti sanno, viviamo lo shock di aver visto una sentenza che ha rovesciato una decisione presa per tutelare la concorrenza in un campo in cui sinceramente le nostre banche non davano fastidio a nessun altro Paese europeo.
La ringrazio, Ministro.
STEFANO FASSINA. Ringrazio il Ministro Moavero Milanesi e ho anch'io due domande molto sintetiche.
La prima riguarda il punto all'ordine del giorno del vertice relativo alla concorrenza. Ci sono delle affermazioni generiche, dalle quali vorrei capire se, come mi sembra emerga da altri atti, sia stato rinnovato, diciamo, il mandato alla Commissione europea per riaprire il capitolo TTIP (Transatlantic trade and investment Partnership) nel rapporto con gli Stati Uniti, nonostante vi sia stato una decina di giorni fa un voto su un emendamento al Parlamento europeo che proponeva la revoca del mandato dato alla Commissione europea dagli Stati membri nel 2013. Dal testo delle conclusioni sembra che anche il Governo italiano abbia sostenuto una posizione che, almeno a stare al programma di Governo, è piuttosto contraddittoria.
La seconda domanda è più breve e riguarda le relazioni tra il nostro Paese e la Cina. Non è ovviamente oggetto specifico della sua comunicazione, ma vorremmo capire se il Governo intenda trasmettere o rendere disponibili al Parlamento gli atti che sono stati sottoscritti nei giorni scorsi. Abbiamo letto ricostruzioni di sintesi o comunque generiche e sarebbe molto importante per il Parlamento, in particolare prima del vertice europeo del 9 aprile dedicato ai rapporti tra l'Unione europea e la Cina, conoscere i contenuti degli atti che sono stati sottoscritti.
MAURIZIO LUPI. Anche io sarò molto sintetico con due domande anche perché poi anche la collega Benedetti intende fare una domanda su uno degli aspetti citati nell'intervento del collega Fassina.
La prima domanda, più specifica, è sul rapporto Unione europea-Cina. Vorrei capire meglio cosa il 9 aprile l'Unione europea vada a dire, nel senso che è vero che non c'è una linea unitaria, ma se c'è un vertice tra Unione europea e Cina, immagino che almeno in Consiglio europeo si sia decisa una linea comune, quindi cosa si va a dire in quella data? Il nostro Presidente della Repubblica credo che con forza abbia ribadito non solo che la via della seta doveva essere a doppio senso, ma che il tema è i rapporti Europa-Asia.
La seconda domanda riguarda invece il punto, che il Ministro ha già toccato e lo ringrazio, sulla sicurezza delle reti 5G. Oggi c'è stato un comunicato della Commissione europea e, mentre il Consiglio auspicava un approccio concertato in materia di sicurezza delle reti, da quanto ho letto nel comunicato la Commissione europea dice che ogni Paese deve valutare gli standard di sicurezza e che la decisione di bloccare l'accesso resta agli Stati membri, quindi sulle reti 5G ognuno per conto proprio?
PIERO FASSINO. Ringrazio il Ministro Moavero Milanesi. Lei, Ministro, ha detto che dal Consiglio europeo emerge una linea – enunciata e per alcuni aspetti anche in alcuni atti che possono maturare – di contenimento e di riduzione di una linea di libero scambio, nonché che sarebbe stata manifestata una maggiore sensibilità alla tutela degli interessi nazionali e una modifica dell’antitrust in funzione della facilitazione della creazione di player europei.
Tutto questo sottolinea il fatto che, se vuoi fare i conti con la Cina, devi darti una politica e delle dimensioni che siano comparabili, perché fare i conti con un Paese di Pag. 101 miliardo e 300 milioni di persone richiede dimensioni non solo demografiche ovviamente, ma economiche, tecnologiche, finanziarie che siano in grado di sostenere quel confronto, dal che risulta evidente che è necessaria una politica dell'Unione europea di relazione con la Cina, e questo sarà il tema centrale in preparazione del vertice del 9 aprile.
Da questo punto di vista, senza aprire un dibattito recriminatorio su cosa è avvenuto in queste giornate, penso che ci sia una questione, cioè se è vero che va rafforzata una politica europea di tutela degli interessi dell'Unione europea e degli interessi nazionali di ogni Paese dentro la politica Unione europea, va da sé che nessuno può fare da solo.
La mia richiesta e la mia sollecitazione è che di qui al 9 aprile l'Italia riposizioni il suo rapporto con gli altri Paesi dell'Unione europea in funzione del concorrere alla definizione di una politica dell'Unione nei rapporti con la Cina, e non persegua l'illusione di un rapporto solitario e bilaterale, a prescindere dalla dimensione europea.
La seconda questione è più breve. Vorrei capire perché l'Italia insieme ad alcuni Paesi, segnatamente Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, abbia votato contro l'assunzione della risoluzione del Parlamento europeo in materia di cambiamenti climatici. Il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione che va nella direzione di sostenere almeno 2 delle 8 misure strategiche fondamentali per la decarbonizzazione e la riduzione delle emissioni di qui al 2050. Anziché sostenere questa risoluzione del Consiglio europeo il nostro Paese si è schierato con la non assunzione di questi indirizzi, il che mi pare cozzi con tutto il peana che anche in Italia si è fatto, in presenza delle manifestazioni di queste settimane, sul cambiamento climatico, sulla necessità di non smarrire la priorità di questo tema.
Bisogna essere coerenti: se si considera questo tema così strategico, non si vota però poi contro l'adozione di provvedimenti che vanno in quella direzione.
ADOLFO URSO. Innanzitutto plaudo al Ministro, che riesce a rappresentare il nostro Paese in una condizione estremamente difficile, causata dalle contraddizioni interne alla maggioranza.
Prima domanda. La Commissione europea ha presentato le previsioni economiche intermedie d'inverno: esse indicano lo 0,2 per cento di crescita per l'Italia, catastrofiche previsioni anche rispetto al resto dei Paesi europei che sono tutti sopra l'1 per cento. Avete contestato queste previsioni catastrofiche della Commissione o come vi siete rapportati ad esse?
Seconda domanda: relazioni USA-Unione europea. Mi risulta che all'inizio il nostro Paese si era esposto contro la riduzione del capitolo centrale di questo nuovo partenariato, quello delle tariffe industriali. Avete cambiato la posizione, dando finalmente parere favorevole – come ovviamente il sistema industriale italiano richiede – sulla proposta di «dazi zero» sulle tariffe industriali transatlantiche?
Sui giornali abbiamo letto che il Governo italiano è in imbarazzo rispetto alle posizioni sulla Cina all'interno del Consiglio europeo. «Imbarazzo» era il titolo del principale quotidiano italiano.
Non è vero che l'Europa non abbia una posizione. A me sembra che proprio in questi documenti presentati al Consiglio europeo si delinei una posizione che via via nel tempo, nell'ultimo anno, è sostanzialmente cambiata nei confronti della Cina e riguarda tanti argomenti all'ordine del giorno del Consiglio europeo, dal Piano straordinario sull'intelligenza artificiale, che evidentemente è competitivo col primo Paese sull'intelligenza artificiale, che è la Cina, alla tassazione dell'economia digitale, dall'accordo globale sugli investimenti con la Cina alla riforma degli appalti pubblici in Europa, con particolare riferimento al Fondo sovrano europeo per contrastare gli investimenti cinesi nelle aziende strategiche europee, dalla politica per creare dei campioni europei alle regole sulla sicurezza informatica. Si delinea una politica globale dell'Europa nei confronti della Cina, con una postura del tutto diversa rispetto a quello che era avvenuto fino a un anno fa.
A fronte di questo, mi chiedo qual è la posizione dell'Italia. È quella già espressa sul regolamento sullo screening per gli investimenti Pag. 11 esteri, unico Paese dei 27 – oltre alla Gran Bretagna, che è fuori dell'Europa – a opporci al regolamento con l'astensione, che in sede UE equivale a opposizione?
A questo proposito, come si concilia la posizione del Governo, che si è opposto di fatto al regolamento sullo screening per gli investimenti esteri, col documento che lo stesso Governo ha presentato al Parlamento, firmato dal premier Conte, «Rapporto dei servizi di sicurezza al Parlamento», in cui c'è scritto che questo regolamento è fondamentale per la sicurezza dell'Italia?
YANA CHIARA EHM. Vorrei ringraziare anch'io il Ministro Moavero Milanesi. Io andrò un po’ fuori dalle tematiche che sono state rappresentate, ma mi risulta ugualmente importante mettere in luce quello che succede attualmente nei Paesi a noi vicini. Non parlo soltanto di quel che accade a sud del Mediterraneo, ovvero in Algeria, ma soprattutto di quel che è successo negli scorsi giorni in Israele, in Palestina e anche in Libano.
Sono questioni secondo me importantissime ed è fondamentale anche un nostro approccio, la visione italiana sia per quanto riguarda la questione di Gaza, poiché questa notte ci sono stati attacchi ripetuti tra Israele e Gaza, sia per quanto riguarda la questione delle alture del Golan, che è stata discussa abbastanza in questi giorni, fino alle recenti affermazioni di questa mattina del presidente del Libano sulla questione migratoria.
Io so che è una tematica che in questo momento esula dalle questioni trattate in sede di Consiglio europeo, ma credo che sia ugualmente importante attenzionarla.
CRISTINA ROSSELLO. Buonasera, signor Ministro. La ringraziamo per la disponibilità. Abbiamo da porre una serie di domande e ci dispiace di doverci sempre rivolgere a Lei, perché il tema è stato spesso dibattuto.
Noi siamo partiti dalle funzioni di indirizzo parlamentare in merito alla partecipazione dell'Italia all'Unione europea e abbiamo fatto particolare riferimento ai negoziati prioritari per il Paese. Nei due incontri che si erano tenuti col Ministro Savona avevamo chiesto chiarimenti a lui e ci aveva demandato a Lei. Lei aveva a sua volta detto che le domande che avevamo posto non erano materie che la riguardavano, quindi ci siamo trovati in un rimbalzo incredibile, rimbalzo che adesso ci trova ad avere un Ministro uscente che ha firmato anche una relazione programmatica sulla partecipazione dell'Italia all'UE, ma che non è in discussione oggi. Il passaggio governativo non ha rispettato le prerogative parlamentari, perché quelle sono il momento nel quale c'è una partecipazione del Parlamento. Questo è un tema sul quale noi non vogliamo demordere, perché riteniamo che ci sia un vuoto nel rispetto istituzionale dei passaggi procedurali che ci impedisce di svolgere bene la nostra attività, ancorché lo vogliamo fare.
Non vorremmo che Lei reputasse un atto di scortesia porle queste domande, ma, Ministro, noi adesso siamo con Lei a interagire e a parlare di temi per i quali dovrebbe essere qui il Presidente del Consiglio, perché ha la delega ad interim sugli affari europei, che non ha delegato a nessun altro. Noi Le poniamo delle domande sulla Brexit e così via. Sulla Cina, ad esempio, noi non abbiamo le idee chiare, non sappiamo chi ha firmato e che cosa ha firmato. Abbiamo appreso che c'è un Ministro, il Ministro Di Maio, che ha dichiarato in conferenza stampa di aver assunto degli impegni. Vorremmo capire quali impegni e con quali deleghe, perché per noi il tema della governance e della distribuzione delle funzioni in questo Governo non è assolutamente chiaro, non ci sono delle opponibilità chiare per noi.
Lei ha accennato al tema della concorrenza e alle tematiche antitrust, che vanno in controtendenza rispetto a quello che era stato fatto con la teoria del mercato ristretto, che tutelava le nostre medie e piccole imprese. Questo tema è nato ed è stato discusso. Chi lo tratterà? Chi avrà le competenze per questa disciplina? Noi vogliamo avere degli aggiornamenti e degli interlocutori chiari, perché tempo fa successe Pag. 12 che la stessa tematica nel mondo bancario fosse stata trascurata e abbiamo visto i risultati, anche con le pronunce attuali che ci sono state di una Corte europea che addirittura ha dato ragione sul tema degli aiuti di Stato e che non è stata contraddetta dalle Istituzioni europee. A chi possiamo chiedere la tutela risarcitoria per i danni che sono stati prodotti al nostro Paese e al risparmio che non è stato tutelato?
Sulla Cina le dieci azioni fondamentali per la cooperazione devono essere ovviamente salvaguardate, però ci è stato impedito di fare delle domande al Ministro Savona sulla Cina, per mancanza di tempo – e lo capiamo – dal momento che nel penultimo incontro che abbiamo avuto ci parlava della Cina come una soluzione alternativa ai finanziamenti che mancavano a livello europeo.
Questo vuol dire che c'erano stati dei contatti a partire da luglio. Questo ci fa pensare che ci siano delle decisioni che non sono passate per i normali canali istituzionali e che ci sia una totale mancanza di comunicazione. Le chiediamo di farsi portavoce di questo disagio, che è sempre nel rispetto delle Istituzioni e del suo ruolo. Tuttavia, signor Ministro, ci capirà, dobbiamo avere delle risposte.
IVAN SCALFAROTTO. Signor Ministro, anch'io la ringrazio di essere qui questa sera. La domanda è molto semplice. In realtà, è un po’ il precipitato di cose che hanno già detto molti altri colleghi, ma gliela pongo nel modo più diretto possibile.
Lei ci ha detto che il Governo italiano ha illustrato ai partner europei il famoso memorandum, che Lei ha sottolineato essere non vincolante. Il fatto che quel memorandum non sia vincolante, secondo me, è il principale elemento di preoccupazione, perché, non essendo vincolante sul piano degli affari, evidentemente non si firma una cosa che non ha senso. Vuol dire che ha un grande significato politico. Non è vincolante perché non produce immediatamente dei deals, del business, ma produce un grande significato politico. Peraltro, il Presidente Xi Jinping viene da Pechino per firmare qualcosa qui e quella cosa da firmare evidentemente valeva quantomeno il viaggio.
Quello che mi piacerebbe sapere è: una volta che è stato raccontato questo memorandum of understanding (MoU), così non vincolante sul piano del Ministero dello sviluppo economico, ma così vincolante, così vistoso, sul piano della Farnesina che cosa hanno risposto i nostri partner?
Il collega Urso ricordava correttamente il combinato disposto di questo MoU con l'incredibile voto di astensione sullo screening sugli investimenti diretti esteri, che ricordo essere stata una proposta fatta insieme nel 2017 dai Governi francese, tedesco e italiano, proprio a tutela delle acquisizioni predatorie che talvolta i cinesi fanno su aziende ad altissima tecnologia.
L'Italia, da sola – con il Regno Unito, che però si sta astenendo su tutto, quindi da sola – ha espresso un voto di astensione su un regolamento che serviva e serve a proteggere le nostre imprese ad alta tecnologia da acquisizioni predatorie dei cinesi e nella stessa settimana firma un accordo, non vincolante sul piano economico, ma enormemente simbolico sul piano politico, sempre con lo stesso partner cinese. Viene da chiedersi che cosa diavolo avranno risposto i nostri partner, a parte organizzare un vertice Merkel-Macron-Juncker, rispetto al quale l'Italia era drammaticamente assente.
Naturalmente il Presidente Macron ha venduto trecento aerei per trenta miliardi, senza firmare nessun memorandum. È la differenza tra vendere e vendersi. Talvolta basta poco.
ANNA CINZIA BONFRISCO. Grazie, Ministro. Posto che la Lega, come immagino anche Lei nella sua azione di governo, ha sempre lavorato per una soluzione rapida e rispettosa della volontà espressa dal popolo britannico e contemporaneamente una posizione che tuteli gli interessi del sistema-Italia nel Regno Unito e che permetta una cooperazione amichevole e fruttuosa con un Paese che rimarrà secondo noi un alleato importantissimo anche dopo l'uscita dalla Unione europea, Lei si è fatto un'idea più precisa, signor Ministro, riguardo ai Pag. 13tempi, che ci sembrano ormai diventati una variabile nebulosa?
La seconda questione concerne il fallimento della «linea Vestager», la sacerdotessa di un liberalismo di maniera che ha avuto tanti adepti in Italia e che ha prodotto nel nostro Paese, solo per restare al sistema bancario, circa duecento miliardi di perdite secche di capitalizzazione del nostro sistema del credito. Chi risarcirà il nostro Paese, signor Ministro, del danno prodotto da scelte politiche della Commissione così tanto sbagliate, anche alla luce del fatto che emerge, non solo per opera della Corte di giustizia, ma anche per la volontà politica di due grandi Paesi, Francia e Germania, la forte esigenza di rimettere in discussione quella politica?
Vengo ora a un'ultima questione politica, non nell'agenda del Consiglio, ma nell'agenda della realtà. Io sono convinta e spero che quanto prima sia evidente la posizione italiana rispetto alla grande questione israeliana – perché noi così la definiamo – che vede Israele sotto attacco e il suo diritto a difendersi.
PAOLO FORMENTINI. Ringrazio ancora una volta il Ministro per il grande lavoro che sta facendo e arrivo subito a due aspetti che vorrei sottolineare. Il primo concerne la Cina e la grande attenzione che Le chiediamo di mantenere su questo tema. È un appello della Lega, che riguarda l'interesse nazionale, la sicurezza e il trattamento dei dati sensibili – si è accennato al 5G e al golden power – che deve essere altissimo. Si tratta di interessi strategici nazionali che non sono in vendita, quindi sì al commercio, ma al commercio che si ferma laddove arriva l'interesse nazionale. Interesse nazionale che un nostro alleato storico, gli Stati Uniti, ci ha sollecitato a difendere. È bene ribadire anche in questa sede la nostra appartenenza convinta all'Alleanza atlantica e all'alleanza con gli Stati Uniti.
Quanto a Israele, che è stato menzionato poc'anzi, è necessario esprimere da parte della Lega la piena solidarietà al popolo israeliano, che è stato oggetto in queste ore di gravissimi attacchi con razzi, e il pieno diritto di Israele a difendersi, a difendere la sicurezza del proprio territorio e ovviamente ad esistere.
SILVIA BENEDETTI. Buonasera, Ministro. Lei ha parlato del Consiglio e ha affermato che si sono affrontate anche questioni di politica commerciale. Le vorrei chiedere di entrare più nel dettaglio, riferendoci se si è parlato dell'accordo TTIP, qual è stata la posizione dell'Italia relativamente al via libera alla Commissione europea per rinegoziare il TTIP, che ricordo essere stato bocciato dal Parlamento europeo?
Collegata a questa, Le pongo una domanda di più ampio respiro: qual è la posizione che l'Italia intende assumere, non solo sul TTIP, ma anche relativamente a tutti gli altri accordi commerciali di questo tipo? Un esempio può essere il CETA (comprehensive economic and trade agreement).
MASSIMO CANDURA. Buonasera, Ministro. La ringrazio per la sua presenza. Io vorrei fare un focus sulla Brexit. Visto che siamo purtroppo nel campo delle ipotesi, in un'ipotesi no deal, facendo un focus sulle conseguenze commerciali, in particolare per quanto riguarda il settore agricolo e della trasformazione dei prodotti agricoli, i commentatori presentano il quadro come dannoso per entrambi i partner, tanto per il Regno Unito quanto per l'Europa.
I commentatori internazionali, però, su quest'ambito raramente osservano la situazione dell'Inghilterra in relazione al Commonwealth – alcuni partner del Commonwealth hanno una produzione agricola intensa – e alle esternazioni filo-Brexit del Governo americano. Chiaramente anche gli Stati Uniti chiaramente dal punto di vista agricolo hanno capacità esportative.
Se, invece, ci fosse un deal, così come prospettato nella relazione, nel periodo transitorio per quanto concerne i contributi che ogni Stato europeo è portato a versare all'Unione stessa, la Gran Bretagna continuerebbe a versarli nella stessa forma precedente o ci sarebbero degli sconti o una sospensione?
PRESIDENTE. Do la parola al Ministro Moavero Milanesi per la replica.
ENZO MOAVERO MILANESI, Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale. Immagino che ci rendiamo tutti conto che la complessità delle domande rischia di portarci avanti con l'orologio. Per parte mia non c'è problema. Mi rimetto, però, alla disciplina che mi viene indicata. Cerco, quindi, di andare velocemente sulle questioni principali, in maniera che almeno quelle ricevano risposta. Dopodiché, lascio ai presidenti la facoltà di decidere se continuare a dare gli elementi oppure se, viceversa, trovare altre soluzioni.
Cominciamo col discorso Brexit. La questione della frontiera tra la Repubblica d'Irlanda e l'Irlanda del Nord è la questione centrale, su cui si è sostanzialmente bloccato l'intero discorso, quindi l'attenzione è vivissima. Naturalmente tutti gli Stati sono estremamente sensibili a evitare che ci possa essere qualunque tipo di recrudescenza.
Se si guardano gli accordi detti «del venerdì santo» né frontiere visibili né frontiere invisibili dovrebbero esistere fra le due aree dell'isola d'Irlanda, quindi è proprio per cercare di dare la soluzione migliore a questo problema che si è fatto l'accordo di recesso così com'è, ma è proprio perché questo finisce col vincolare la Gran Bretagna a degli elementi di unione doganale che da parte del Regno Unito di Gran Bretagna c'è reticenza e da lì nasce tutta la difficoltà in cui siamo. Ad ogni modo, dal punto di vista dei 27 non c'è nessuna intenzione di non essere più che garantisti rispetto alle esigenze tra queste due aree dell'isola di Irlanda.
Vengo alla seconda questione legata a Brexit. I tempi sono quelli che indicavo: il tempo della data del 12 aprile è quello più probabile con cui abbiamo a che fare, a meno che nei prossimi tre o quattro giorni non venga adottato l'accordo di recesso. Il tempo della data del 12 aprile dà modo al Governo e al Parlamento del Regno Unito di decidere se fare proposte nuove, come dicevo prima, ma qui il discorso è completamente aperto – forse ne sapremo di più domani, quando ci sarà un voto a Westminster proprio su queste altre opzioni – oppure, se viceversa, lasciar andare verso il no deal.
Se si va verso il no deal non è una buona notizia. Non è una buona notizia, non solo dal punto di vista del principio – è un peccato che si arrivi a questo divorzio senza avere nemmeno delle condizioni che lo regolino – ma anche per l'interscambio, perché naturalmente con il no deal si deve rinegoziare una situazione, in particolare per quanto riguarda l'interscambio commerciale, mentre saranno garantite le questioni relative agli aspetti finanziari, che sono quelli più delicati: i depositi; la tutela dei rapporti in corso e dei cittadini, con la loro possibilità di soggiorno. Sotto il profilo degli scambi commerciali occorrerà una discussione.
Le previsioni, con tutte le cautele, lasciano pensare che ci sia un interesse reciproco a mantenere l'interscambio, incluso nel comparto agricolo e alimentare, ma naturalmente questa è una questione che va tenuta presente e credo sia più che presente alle associazioni. Nell'immediato non ci saranno impatti, perché ci sarebbe sostanzialmente un mantenimento di status quo, però a un certo punto questo status quo verrà toccato da come si ristabiliranno i rapporti tra Unione europea e Regno Unito.
Per la questione specifica dei contributi, nell'accordo di recesso è tutto regolato. Questo è uno degli elementi che all'inizio era maggiormente in discussione, perché uno dei cavalli di battaglia dei favorevoli alla Brexit era «non vogliamo più mandare un soldo a Bruxelles», ma poi viceversa questo è stato regolato. Naturalmente nel momento in cui il Regno Unito è fuori i suoi contributi che andavano a finanziare i componenti della politica agricola comune, per rimanere nel settore, non ci saranno più, ma credo che l'aspetto delicato sia soprattutto come si regolano i rapporti commerciali, che è una delle cose su cui portiamo maggiore attenzione.
Il secondo tema ricorrente nella maggior parte delle domande è la questione Cina. Per quanto riguarda l'aspetto «ci sono o non ci sono una visione e una politica europea», la distinzione è interessante: Pag. 15 c'è una visione europea e c'è anche una posizione europea, che è voluta. Vi rinvio per brevità alla lettura della recentissima comunicazione della Commissione, del 12 marzo, che inquadra la Cina in questo rapporto binario di concorrente/partner, con cui è molto importante avere rapporti commerciali, idealmente a condizione di reciprocità, garantendo la tutela della proprietà industriale e tutti i vari elementi che conosciamo.
Questa posizione, questa visione, recentemente peraltro «risettata» – come finiamo col dire tutti, anche se la parola non esiste in italiano, però ci comprendiamo – è una posizione che non si è tradotta in vincoli o elementi normativi. In quel senso io dicevo che non esiste una vera e propria politica comune. Tuttavia, è una posizione.
Rispetto a questa posizione, nulla di quanto l'Italia ha effettuato da ultimo, di quanto altri Paesi hanno effettuato da ultimo o di quanto altri Paesi hanno effettuato in precedenza è stato giudicato non corretto, deviante o quant'altro dal punto di vista sostanziale. Naturalmente, dal punto di vista di quel rapporto di competizione che esiste anche fra Stati europei, ognuno cerca di portare un maggior vantaggio dalla sua parte.
In questa fase non esiste nessun tipo di devianza italiana particolare rispetto a quanto altri Stati europei hanno già fatto da tempo o continuano a fare. Questo si caratterizza concretamente in azioni diverse. Effettivamente nel caso nostro si è firmato un memorandum of understanding e si sono firmati anche degli accordi più specifici. Ricordo quelli relativi all'esportazione di agrumi, all'esportazione di carne di maiale, che peraltro sappiamo nella nostra industria cosa possa significare, e altri accordi specifici. Altri Paesi fanno naturalmente i loro accordi con i loro prodotti. Si può sempre ritenere che siano migliori o peggiori.
Io leggo il memorandum of understanding come una cornice nell'ambito della quale si muove il nostro Paese. Ciò dipenderà da come concretamente sarà fatto e non riguarda solo la componente governativa, ma riguarda anche il settore delle aziende e delle loro iniziative, pubbliche o private, e da come si vorranno inserire. Naturalmente questo memorandum copre l'intero spettro delle attività, dalle attività economiche a quelle non economiche, dalle attività culturali a quelle commerciali, da quelle industriali agli investimenti. È una lista pressoché esaustiva, in cui c'è tutto e, di conseguenza, si potrà o meno utilizzare.
Quello che è vero è che il nostro Paese ha un saldo commerciale negativo con la Cina, è molto più indietro di altri Paesi come meta di investimenti cinesi; così come la presenza di realtà del nostro Paese in Cina, seppure in crescita, è notevolmente meno forte di quella di altri Paesi europei con cui noi di solito ci confrontiamo. Pertanto, il margine di miglioramento esiste.
Per quanto riguarda la richiesta di trasmissione al Parlamento di tutti i vari atti, io sicuramente la comunicherò al Presidente del Consiglio, prendendo atto di quanto voi avete detto oggi.
Per quanto concerne la questione degli investimenti cinesi, come vi dicevo prima, la questione degli investimenti di Paesi terzi nell'Unione europea, nella tradizione dell'Unione stessa e delle Comunità europee prima, è stata considerata sempre da un punto di vista di totale apertura. Ricordo – anche se il dettaglio può apparire tecnico, ma secondo me ha un grande significato politico – che la libertà di investimenti e di circolazione dei capitali è l'unica libertà legata al mercato interno che si applica anche all'esterno del mercato interno stesso. Se parliamo di servizi, merci e persone, parliamo dell'interno; se parliamo di capitali, parliamo sia dell'interno che dell'esterno. L'idea è sempre stata di grande apertura, tant'è vero che quando molti Stati europei si sono dotati del primo strumento di controllo – lo ricordiamo tutti, erano le cosiddette «golden share», che poi si traducevano in vere azioni d'oro o in poteri di gradimento rispetto a investimenti – l'Unione Europea e la Commissione li hanno regolarmente contestati, in quanto incompatibili con questa libertà a 360 gradi.
Oggi questo vento sta parzialmente cambiando. Il regolamento sullo screening degli investimenti esteri, in realtà, è un regolamento Pag. 16 che stabilisce uno scambio di informazioni e un coordinamento fra organismi o entità preposte ad applicare le leggi di cui ciascuno Stato si è dotato. Mi permetto di dire che la legge adottata da questo Parlamento nel 2012, nota col termine di «golden power», è una legge fra le più efficaci, come abbiamo anche potuto constatare in svariati casi che sono anche assurti all'onore delle cronache.
Il motivo per cui rispetto al regolamento europeo c'è stata alla fine un'astensione, come peraltro emerge nelle motivazioni scritte che sono state lasciate dal sottosegretario Geraci, che rappresentava il Governo in quell'occasione, è un motivo di non soddisfazione per la natura più debole di questo regolamento rispetto a ciò che noi riteniamo dovrebbe essere una vera normativa europea di contenimento. Vero è che ci sono ancora divisioni fra gli Stati europei tra chi è ancora favorevole a questa apertura maggiore e chi comincia a essere molto più preoccupato.
In ogni modo – e questo è il punto che mi sembra più importante – la vera normativa che tutela l'Italia rispetto a investimenti provenienti da Paesi terzi all'Unione europea e per certi versi anche da investimenti provenienti da Stati membri dell'Unione europea è la normativa sul golden power. Applicata con regolarità e, come abbiamo visto anche da vicende assurte nelle cronache di larga diffusione applicata anche rispetto a investitori di Paesi membri dell'Unione europea, a maggior ragione di Paesi terzi, è stata estesa col decreto recente anche a situazioni di acquisizione di mercati per contratto e quant'altro, quindi non più solo acquisizione di partecipazioni, ed è considerata anche a livello europeo senza dubbio una delle normative più efficaci in materia. Applica i due criteri della pubblica sicurezza e dell'ordine pubblico, che sono esattamente le due preoccupazioni che credo stiano a cuore a tutti noi, al Governo, al Parlamento, agli italiani in primis, e naturalmente anche ai nostri alleati.
È assolutamente evidente che, come io stesso ho avuto modo di dire pubblicamente in più di un'occasione, le questioni di sicurezza prevalgono su qualsiasi tipo di questione commerciale, per interessante che possa essere. Sotto questo profilo, noi abbiamo anche rassicurato le preoccupazioni dei nostri alleati.
Sempre in materia di Cina, indirettamente mi ricollego alla questione dei campioni europei, che però non va collegata unicamente alla Cina. Questa sarebbe una prospettiva più ristretta di quella che ha in realtà. La questione dei campioni europei è una questione antica come l’antitrust europeo. Ci sono state infinite polemiche nel corso dei decenni. È un po’ ironico per la storia di questo tipo di materia che i più strenui difensori di un antitrust che garantisse massimo rigore nella concorrenza interna, anche tutelando i piccoli rispetto ai grandi, che sono i tedeschi, diventino oggi i campioni dei grandi. L'impostazione dell’antitrust europeo è diversa da quella americana, perché ha ripreso la concezione tedesca, che nasce nel dopoguerra – scusate la divagazione, però è importante capire – in antitesi alla politica del Terzo Reich, che vedeva nei grandi gruppi, nei grandi campioni il colosso attraverso il quale nutrire tutto ciò che abbiamo visto scatenarsi nel corso della seconda guerra mondiale.
Adesso c'è una diversa ottica. Noi non siamo preclusi alla discussione. Teniamo, però, presente anche la realtà del concetto di campioni europei oggi. Non vorremmo che alla fine questi campioni europei avessero sempre una doppia nazionalità di due Paesi specifici e non fossero di tipo diverso, anche perché abbiamo visto qualche mancanza di entusiasmo nelle operazioni che potevano creare dei grossi gruppi europei di partecipazione, per esempio, di imprese importanti del nostro Paese. Per non parlare in maniera troppo obliqua, penso alla vicenda Fincantieri e a quanto l'ha caratterizzata. Se tutto questo, invece, viene vissuto in maniera eguale, con grande reciprocità di trattamento, grande apertura, grande europeismo, siamo pronti a discuterne.
La ridiscussione delle regole antitrust riguarda essenzialmente il comparto fusioni, concentrazioni e acquisizioni, non Pag. 17riguarda gli altri comparti. Non riguarda in particolare il comparto degli aiuti di Stato, a cui invece appartiene la sentenza del Tribunale dell'Unione europea che ha riguardato la Banca Tercas, rispetto alla quale la Corte europea ha pienamente riconosciuto tutti gli argomenti esposti dal Governo italiano, dal Fondo di garanzia sui depositi e dalla Banca popolare di Bari, che ricorrevano contro la decisione della Commissione.
Naturalmente adesso questa sentenza va valutata con grande attenzione, proprio in un'eventuale prospettiva risarcitoria. Quando si parla di prospettiva risarcitoria comunque bisogna tenere presente che, come ogni prospettiva risarcitoria, riguarda in primis i soggetti direttamente toccati e poi può riguardare anche altri. Naturalmente, in base alla valutazione che sarà fatta, lo Stato stesso valuterà se e in che modi ci siano margini.
È chiaro, però, che questa è una sentenza che può essere ancora portata in grado di appello dalla Commissione europea, ricorrendo al grado superiore e ultimo della giurisdizione europea, ma è anche una sentenza che ha una grossissima importanza e valenza politica. Pertanto, trovo che sia perfettamente corretto che sia anche guardata con grande attenzione dal Parlamento oltre che dal Governo. È indubbio che questa posizione della Commissione, presa a suo tempo nel 2014 nei confronti dell'operazione Banca Tercas e dell'intervento preventivo da parte del Fondo di garanzia sui depositi, che avrebbe evitato la messa in liquidazione e via dicendo, è una decisione che ha influenzato una serie di eventi successivi e che oggi la sentenza ci spiega non essere stata legittima. Se ci fosse un grado d'appello, naturalmente noi continueremmo a mantenere e a sostenere le nostre tesi.
Per quanto concerne i rapporti con gli Stati Uniti, il discorso attualmente si sposta su binari diversi rispetto al TTIP e si collega più che altro alla dichiarazione che fecero insieme il Presidente Trump e Jean-Claude Juncker il 25 luglio del 2018. Si tratta soprattutto di interscambio di beni industriali e di discussione sulle regole tecniche. Naturalmente noi siamo estremamente interessati all'apertura di questo interscambio con un mercato che resta per noi di grandissima importanza, ma è un qualcosa di diverso da ciò che era stato il progetto del TTIP. Questo riguarda anche in particolare l'aspetto tariffe industriali, rispetto alle quali ovviamente il nostro interesse è che possano scendere e che possano consentire una maggiore possibilità di esportazione dei nostri prodotti.
A proposito di Israele e della situazione più generale dei Paesi dell'area mediorientale e nordafricana, li seguiamo con grande attenzione. Naturalmente seguiamo con grande attenzione e non neghiamo, anzi affermiamo, il nostro pieno sostegno al pieno diritto dello Stato di Israele alla sua sicurezza e a non subire attacchi. Naturalmente deploriamo, come ormai viene fatto da tanti decenni, quando queste continue azioni, contro-azioni e quant'altro continuano a rendere instabile quell'area.
Per quanto riguarda l'Algeria, stiamo seguendo con la massima attenzione al Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale. Naturalmente è un Paese di fronte a noi, è un Paese da cui acquistiamo peraltro anche materie prime di idrocarburi. Pertanto, la stabilità di questo Paese, sia dal punto di vista politico, perché è di fronte a noi, sia dal punto di vista economico, perché è un nostro fornitore, sia dal punto di vista dei flussi migratori per il controllo dei medesimi, è estremamente importante.
Io spero di aver dato elementi di risposta su tutto. Se c'è qualcosa di importante che manca, sono a disposizione.
PRESIDENTE. Se non ci sono approfondimenti, possiamo chiudere qui la nostra seduta. Ringrazio i presidenti, ringrazio il Ministro e i colleghi e dichiaro chiusa l'audizione.
La seduta termina alle 21.30.