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Timestamp: 2020-08-10 18:00:03+00:00
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Matched Legal Cases: ['art.163', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art.167', 'art.18', 'art.3', 'art 1']

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Escussione – Significato e Definizione
Quando una banca o una società finanziaria erogano un credito a un cliente, sia esso impresa o famiglia, si coprono dal rischio che questo possa non essere restituito, in parte o in toto, a causa di difficoltà economiche sopravvenute, si pensi a un lavoratore che perde il posto e che non può più pagare le rate mensili del mutuo o a un’azienda che fallisce e non può più restituire il prestito ottenuto, o di problemi di altra natura. Per questo richiede il rilascio di adeguate garanzie, che possono essere reali, come ipoteca su beni immobili o mobili registrati di proprietà o pegno su beni mobili, o personali, queste ultime anche dette fideiussioni. Esse agevolano l’erogazione di un prestito o, in molti casi, lo rendono possibile, visto che un debitore sprovvisto di beni di proprietà dal valore congruo difficilmente si vedrà accettata la richiesta da parte di un istituto. Tra le azioni a disposizione del creditore a difesa del suo credito, vi è l’escussione, ovvero la possibilità, dietro titolo esecutivo, di sottoporre i beni del debitore a esecuzione forzata.
Si pensi alla cambiale. Se compilata in maniera corretta, e se su di essa siano state annullate in misura minima dovuta le marche da bollo, essa costituisce titolo esecutivo, nel senso che nel caso di inadempienza del debitore, il creditore ha la possibilità di escutere i beni del primo per rivalersi del credito vantato, senza ricorrere al giudice con interminabili azioni legali, che spesso finiscono per provocare dispendio inutile o quasi di tempo ed energie.
In realtà, il termine escussione viene spesso utilizzato all’interno dell’espressione beneficio di escussione, che riguarda il diritto di un debitore di grado inferiore di ottenere che il creditore escuta coattivamente i beni del debitore principale, prima di rivolgersi alla sua persona. Ciò è possibile nei casi in cui non esista un vincolo di solidarietà tra i due o più debitori, ovvero quando questi non sono obbligati in solido. Il beneficio di escussione non è possibile quando il debitore principale versi nell’impossibilità di effettuare i pagamenti al creditore. Esso è previsto dal codice civile a favore del fideiussore, il quale è tenuto, però, a indicare quali beni del debitore principale possono essere escussi e ad anticipare le spese relative all’azione di escussione del creditore. Una situazione analoga si ha per i soci di società semplici, che possono pretendere che sia prima escusso il patrimonio sociale, indicando su quali beni possa avvenire tale azione. Lo stesso dicasi per i soci di società in nome collettivo e di quelli accomandatari in società in accomandita semplice, dai quali i creditori non possono pretendere il pagamento dei crediti vantati, nemmeno se la società versa in stato di liquidazione, se prima non hanno escusso il patrimonio sociale.
Dunque, riepilogando, l’escussione è la possibilità assegnata al creditore di escutere il patrimonio del debitore nel caso di inadempienza e fino a rivalersi del tutto del credito vantato. Qualora questa azione non sia possibile, per esempio, perché il debitore risulti nullatenente o perché i beni di cui è proprietario sono stati già pignorati o sottoposti a ipoteca da altri creditori, il creditore può rivolgersi a un eventuale garante del debitore, detto anche fideiussore, che risponde del debito contratto dal primo con tutto il suo patrimonio. Questi può opporgli, come detto, il beneficio di escussione, ovvero può pretendere, se non è obbligato in solido, che il creditore prima escuta il patrimonio del debitore principale, ma se, come detto, questa azione risulta impossibile da attuare, ecco che tale beneficio non potrà essere fatto valere.
Sopra, abbiamo citato il caso della cambiale quale titolo esecutivo che assegna al creditore il diritto di escussione. Se su di essa non è stata annullata alcuna marca da bollo, contrariamente a quanto richiesto dalle leggi cambiarie, o se l’importo annullato risulta essere inferiore alla misura dovuta, il titolo perde la sua esecutività, per cui l’escussione non è possibile, restando intatto il diritto del creditore a riscuotere la somma indicata sul documento. Attenzione, però, perché la mancata esecutività non può essere fatta valere automaticamente dal debitore, ma deve essere rilevata dal giudice.
La conseguenza è che il garante si espone all’atto dell’apposizione della firma per il rilascio di una fideiussione a un rischio, direttamente proporzionale a quello di insolvenza del debitore garantito. Non è un caso che il fideiussore sia nella quasi totalità dei casi un parente stretto o un amico fidato del debitore, anche perché è tenuto non solo a garantire che il debito sia interamente restituito, ma anche che esso venga ripagato a ogni scadenza pattuita. Dunque, diventa necessario spesso persino una vicinanza fisica tra le due figure, al fine di consentire al garante di monitorare l’andamento dell’obbligazione. Chi rilascia una fideiussione, infine, non può eccepire al creditore di non essere stato al corrente dell’inadempienza del debitore principale, potendo essere segnalato al pari di questo come cattivo pagatore o protestato.
L’articolo 166 del Codice di Procedura Civile fissa i termini per la costituzione del convenuto, che può avvenire tramite procuratore o personalmente, nei casi consentiti dalla legge, almeno 20 giorni prima dell’udienza di comparizione fissata nell’atto di citazione o almeno 20 giorni prima dell’udienza fissata dal giudice, 10 giorni prima nei casi di abbreviazione dei termini, a norma dell’art.163, depositando in cancelleria il proprio fascicolo contenente la comparsa con la copia di citazione notificata, la procura e i documenti che offre in comunicazione.
La modalità di costituzione del convenuto è uguale alle modalità di costituzione dell’attore e la ricezione della notifica della citazione lo legittima a costituirsi come convenuto. La comparsa di risposta, invece, è l’atto con il quale il convenuto compare nel processo e contiene l’esposizione dei fatti, l’esplicazione della sua difesa, le prove e le conclusioni. Se questi elementi sono inseriti nella comparsa di risposta, alcuni sono obbligatori, a pena di decadenza, come la chiamata di un terzo in causa, le controdomande del convenuto e le conclusioni medianti le quali il convenuto stabilisce la propria posizione.
La sentenza del giudice ha effetti nei confronti delle parti, ovvero quella passata in giudicato ha efficacia tra le parti. Questa precisazione rileva, in quanto restringe l’ambito soggettivo dell’applicazione della sentenza, che altrimenti saremmo portati a pensare abbia efficacia erga omnes, ovvero verso tutti. Ciò si ha in conseguenza del principio del contraddittorio, in base al quale la sentenza non può nuocere a chi non è parte e a quanti non hanno potuto contraddire. Se la sentenza produce effetti nei confronti di terzi, risulta necessario che questi abbiano potuto agire nel processo, ovvero che siano stati chiamati, così da avere potuto esplicare le proprie ragioni. Solo in questo modo la sentenza acquista efficacia verso di loro.
Questi soggetti terzi possono entrare nel processo per la chiamata di una delle parti, oppure per volontà propria. Si consideri che alcuni processi, poi, non possono nemmeno celebrarsi senza la presenza di un numero maggiore di parti. Un primo modo per la presenza di un numero di parti nel processo superiore a due si ha con l’attore che propone la citazione di più convenuti. In sostanza, l’attore propone più domande, ciascuna per un differente convenuto. Le cause contro più persone possono essere presentate davanti a giudici diversi, ma se sono legate dal titolo e l’oggetto, possono essere proposte davanti al giudice del luogo di residenza o di domicilio di una delle parti, le quali verranno raggruppate in un unico processo. Dunque, più convenuti potranno essere chiamati in causa da un attore davanti a un solo giudice, anche in deroga alle norme sulla competenza, sempre che titolo e oggetto della causa siano in comune.
Tornando ai tempi della costituzione del convenuto, essi sono stati innalzati dai 5 giorni della formulazione precedente. La tempestività va accertata anche nel caso in cui l’udienza sia stata rinviata rispetto al giorno indicato dall’attore. Pertanto, va considerata tardiva la domanda riconvenzionale contenuta in una comparsa di risposta depositata entro i 20 giorni dalla data dell’udienza differita. Tuttavia, il termine dei 20 giorni non è perentorio, potendo il convenuto costituirsi fino alla data di udienza di precisazione delle conclusioni, anche se la costituzione tardiva comporta la decadenza di cui all’art.167 c.p.c., secondo comma, in base alla nuova riformulazione, ovvero le eventuali domande riconvenzionali e le domande processuali e di merito non rilevabili d’ufficio. Se è omesso o risulta incerto l’oggetto o il titolo della domanda riconvenzionale, il giudice, dopo avere rilevato la nullità, fissa al convenuto un termine perentorio per integrarla, ferme restando le decadenze maturate e fatti salvi i diritti acquisiti prima dell’integrazione.
Il convenuto deve depositare in tempo la propria difesa rispetto alla data della prima udienza di comparizione, in modo che il giudice possa studiare bene il fascicolo. Anche l’attore avrà modo di conoscere le difese della controparte, trovandosi nelle condizioni già alla prima udienza magari di proporre eccezioni o domande necessarie a seguito proprio di queste difese, oltre che modifiche e integrazioni di domande già proposte o di dedurre nuovi mezzi di prova.
Quanto al calcolo della tempestività della costituzione del convenuto, bisogna tenere conto del dies a quo, a ritroso rispetto alla data di fissazione della prima udienza, restando questo libero, per cui i 20 giorni devono essere effettivi, al netto del giorno in cui si terrà l’udienza di comparizione indicata. La sospensione dei termini processuali durante i periodi feriali comporta la sottrazione di questi dal computo di cui sopra. Nel procedimento civile, il vizio di cui è affetta la costituzione di una delle parti non determina una nullità rilevabile d’ufficio in ogni stato e grado del giudizio, per cui, ad esempio, in cassazione non si può eccepire l’irregolare costituzione del convenuto in primo grado, se non è stata sollevata nei motivi in appello.
Tra le obbligazioni, nel Codice Civile vengono citate e normate quelle alternative agli artt.1285 e ss. Esse sono caratterizzate da un oggetto complesso, costituito da una pluralità di prestazioni e da un unico adempimento, ovvero il debitore si libera dall’obbligazione eseguendo una delle prestazioni pattuite, ma non può costringere il creditore ad accettare l’adempimento parziale di più obbligazioni. A questo proposito, si ha una distinzione tra obbligazioni alternative e quelle facoltative. Nelle prime, l’impossibilità sopravvenuta di adempiere a una delle prestazioni previste comporta l’obbligo per il debitore di concentrarsi sull’adempimento della seconda, mentre nel caso delle obbligazioni facoltative si ha l’estinzione dell’obbligazione medesima.
Caratteristica delle obbligazioni alternative sta nel fatto di essere parzialmente indeterminate, la determinazione è infatti legata alla scelta della prestazione da eseguire. Questa va comunicata attraverso una dichiarazione recettizia e diviene irrevocabile con l’adempimento di una delle prestazioni. In dottrina si discute se la scelta della prestazione da eseguire in un’obbligazione alternativa sia un atto unilaterale recettizio o tacito o un atto giuridico in senso stretto. Infatti, essa non modifica un rapporto obbligatorio, ma individua un fatto tra due o più fatti precostituiti. Per fare in modo che la scelta sia legalmente valida, è necessario che chi la effettua sia capace di assumere l’obbligazione, mentre non rileva l’errore tra i vizi del consenso, dato che i requisiti dell’essenzialità e della riconoscibilità non sono obbligatori.
La scelta spetta al debitore, nel caso che non sia rimessa al creditore o a un terzo. Se il debitore non la esercita entro il termine previsto, spetterà al creditore effettuare la scelta. Al contrario, se il creditore non si avvale della scelta della prestazione da eseguire, essa spetterà al debitore. Infine, se la scelta ricade in capo a un terzo e questo non si avvale della facoltà entro il termine assegnato, essa spetterà al giudice.
L’impossibilità sopravvenuta della prestazione prima che sia stata effettuata la scelta determina la concentrazione del debitore sulla prestazione alternativa, mentre se l’impossibilità sopravvenuta avviene dopo che sia stata effettuata la scelta, l’obbligazione si ritiene estinta. Se l’impossibilità sopravvenuta è per colpa del debitore e la scelta è rimessa a lui, l’obbligazione si concentra sulla prestazione alternativa. Se, invece, essa discende da una colpa a carico del creditore e la scelta ricade in capo al debitore, questo è liberato dall’obbligazione nel caso in cui non ritenga di volere adempiere alla prestazione alternativa e chiedere il risarcimento del danno. Se l’impossibilità sopravvenuta avviene per colpa del creditore e la scelta spetta ad esso stesso, il debitore è liberato dall’obbligazione se il creditore non sceglie di ricevere l’altra prestazione e di risarcire il danno. Se, infine, la prestazione diventa impossibile per colpa del debitore, il creditore può scegliere di ricevere la prestazione alternativa o il risarcimento del danno.
Diversa, come abbiamo accennato, è l’obbligazione facoltativa, che consiste in un’unica prestazione, anche se il debitore può liberarsi eseguendone una diversa. Tuttavia, se la prestazione principale non può essere eseguita per causa non imputabile al debitore, l’obbligazione si considera estinta e non si potrà pretendere l’esecuzione della prestazione facoltativa. Nell’obbligazione facoltativa, poi, la scelta viene esercitata attraverso l’esecuzione della diversa prestazione, ma non siamo nell’ambito della datio in solutum, dato che l’esecuzione della prestazione diversa non dipende da un accordo tra le parti.
Tornando alle obbligazioni alternative, dunque, abbiamo due prestazioni, le quali non devono essere eseguite entrambe, ma solo una al posto dell’altra. Pertanto, non sono obbligazioni ad oggetto cumulativo, che si caratterizzano per l’esecuzione di tutte le prestazioni che sono oggetto dell’obbligazione nell’interesse del creditore.
Essendovi due obbligazioni, bisogna successivamente scegliere quale delle due eseguire, attraverso una scelta chiamata anche concentrazione. Una volta che la scelta viene individuata, magari attraverso l’esecuzione, l’obbligazione da complessa diventa semplice, in quanto il debitore non si libera eseguendo la prestazione alternativa, nemmeno nel caso in cui quella scelta sia divenuta impossibile.
La Cassazione nel 2014 ha stabilito che in caso di licenziamento illegittimo, nel caso in cui il lavoratore in regime di tutela reale opti per l’indennità sostitutiva della reintegrazione, avvalendosi della facoltà prevista dall’art.18, comma 5, il rapporto di lavoro subordinato si estingue con la comunicazione al datore di lavoro di tale scelta, senza che debba esservi il pagamento dell’indennità stessa e che permanga un obbligo retributivo per il periodo successivo in cui la prestazione lavorativa non viene eseguita dal lavoratore. La conseguenza è che nel caso di mancato pagamento dell’indennità, si rientra nella mora debendi per inadempimento o ritardo nell’inadempimento.
Quello di cui sopra è un esempio succinto di applicazione pratica di un caso di obbligazione alternativa. Essa può essere contratta nella quotidianità, specie nel mondo degli affari, partendo da due prestazioni poste in alternativa tra di loro su un piano di parità e con scelta rimessa in capo ad una delle parti o a un terzo, con la conseguenza che nel caso di nullità dell’obbligazione principale per indeterminabilità dell’oggetto, non si può ritenere integrato il presupposto per l’adempimento dell’obbligazione subordinata.
La Costituzione è la carta fondamentale di uno Stato, che contiene regole e principi su cui si fondano la convivenza civile e il funzionamento delle istituzioni. In Italia, la Costituzione è stata scritta tra il 1946 e la fine del 1947, sulla base di un mandato assegnato dagli elettori con suffragio universale il 2 giugno 1946, lo stesso giorno in cui tramite referendum prevalse la forma repubblicana sulla monarchia. Risulta essere entrata in vigore nel gennaio 1948 ed è giunta quasi intatta fino ad oggi, salvo poche modifiche.
In genere, nel dibattito politico, ma anche accademico, si suole distinguere tra Costituzione formale e Costituzione materiale. In questa guida vi spieghiamo in sintesi e con semplicità la differenza tra i due concetti. Iniziamo da una premessa, non vi è alla base una distinzione tra due diverse tipologie di carte. Quando parliamo di Costituzione formale, facciamo riferimento all’insieme delle norme e dei principi contenuti nella nostra Carta. Insomma, è il documento scritto, che è costituito nel nostro caso da 139 articoli. Pertanto, si suole anche affermare che quella italiana sia una Costituzione lunga. In passato, non è sempre stato così, perché la carta fondamentale di una nazione, magari sotto una monarchia costituzionale, si limitava a regolare il funzionamento basilare delle istituzioni, limitando i poteri del sovrano verso l’assemblea elettiva e assegnando ai sudditi diritti basilari incomprimibili. Nei secoli, specie tra Ottocento e Novecento, abbiamo assistito a un passaggio da costituzioni di stampo liberali ad altre maggiormente di stampo socialdemocratico. In altri termini, le costituzioni che oggi vigono nella maggioranza degli ordinamenti democratici non si limitano ad enunciare pochi principi e a regolare il funzionamento dei vari organi dello stato, ma puntano a indirizzare il legislatore verso un determinato assetto economico sociale, occupandosi di tematiche che tipicamente non erano affrontate dalle costituzioni liberali.
Così, per esempio, all’art.3 della Costituzione italiana, al secondo comma, dopo che è stata sancita l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, indistintamente da sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche e condizioni personali e sociali, viene introdotto un concetto, che oggi ci appare quasi scontato, ma che ai tempi poteva essere definito rivoluzionario, ovvero che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
Vediamo cosa contengono di così rivoluzionario queste parole. Per la prima volta, la carta fondamentale in Italia sanciva il principio per cui è obbligo per lo Stato rimuovere quegli ostacoli che nei fatti impediscono ai cittadini di essere uguali davanti alla legge. L’uguaglianza formale è stato un concetto basilare per tutte le costituzioni liberali, ma spesso rimaneva privo di significato concreto nella quotidianità, in quanto le disparità di partenza sul piano economico e sociale tra i cittadini non erano facilmente sormontabili. La nostra Costituzione repubblicana, invece, stabilisce che l’uguaglianza va perseguita in maniera sostanziale. Per fare un esempio concreto, l’istruzione gratuita obbligatoria non potrebbe mai essere rimossa da alcuna maggioranza parlamentare, perché contrasterebbe con un principio fondamentale della nostra Carta, essendo chiaramente l’analfabetismo una delle cause alla base delle disparità tra cittadini e che impedirebbe il raggiungimento dell’eguaglianza sostanziale.
Ora, se per il momento abbiamo spiegato il concetto di Costituzione formale, vediamo cosa intendiamo per quella materiale. Si tratta dell’applicazione, da parte delle forze politiche, dei principi enunciati nella Carta. In sostanza, una cosa sono le norme scritte, un’altra è la loro traduzione in politiche concrete. Spesso, in Italia si afferma, non a torto, che esista una forte distanza tra Costituzione formale e Costituzione materiale. Per fare un esempio, l’art 1 si apre con la seguente espressione L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro. Risulta essere difficile considerarlo un principio realizzato, quando milioni di persone lamentano l’assenza di lavoro e il tasso di disoccupazione in alcune zone del nostro Paese supera persino il 50% tra i più giovani.
Risulta essere evidente che la Costituzione italiana non è stata applicata ancora oggi alla lettera, così come va detto che la stessa applicazione può prendere varie strade, perché i principi si evolvono nell’interpretazione, sia giurisprudenziale che politica, essendo soggetti ai cambiamenti anche culturali che si registrano lungo i decenni. Negli anni Settanta, peresempio, la tutela della proprietà veniva intesa in maniera più restrittiva di oggi, esposta alle limitazioni consentite dalla Costituzione per ragioni pubbliche, risentendo del clima del tempo, caratterizzato da un elevato assenso a politiche interventiste e di promozione dei diritti sociali.
In definitiva, la Costituzione materiale è l’applicazione in concreto dei principi enunciati dalla Costituzione formale, ma si evolve nel tempo e non è nemmeno detto che rispetti alla lettera la seconda, come accade spesso di constatare nella quotidianità. In ogni caso, la Costituzione formale rappresenta sempre un modello di ispirazione per gli amministratori pubblici, anche per quei principi apparentemente meno raggiungibili.