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Timestamp: 2018-10-23 17:20:45+00:00
Document Index: 166225300

Matched Legal Cases: ['art. 1454', 'art. 1454', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1454', 'sentenza ', 'art. 1460', 'art. 1385', 'sentenza ', 'art. 1460', 'art. 1455', 'art. 1460', 'art. 1454', 'art. 1454', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 360']

Cosa è la diffida a adempiere?
Tra gli strumenti predisposti dal legislatore per consentire al creditore di tutelarsi dall’inadempimento del debitore è prevista la diffida ad adempiere, disciplinata dall’art. 1454 del codice civile.
Alla parte inadempiente l’altra parte può intimare per iscritto di adempiere in un congruo termine, dichiarando che, decorso inutilmente detto termine, il contratto s’intenderà senz’altro risolto (art. 1454 c.c.).
Il termine non può essere inferiore a quindici giorni, salva diversa pattuizione delle parti o salvo che, per la natura del contratto o secondo gli usi, risulti congruo un termine minore.
Decorso il termine senza che il contratto sia stato adempiuto, questo si risolve di diritto ossia automaticamente, senza bisogno di una sentenza che cancelli il vincolo (il giudice può essere solo chiamato ad accertare – con sentenza dichiarativa – l’avvenuto scioglimento del contratto).
L’intimazione, da parte del creditore, della diffida ad adempiere ed il decorso del termine fissato per l’adempimento, senza che il debitore esegua la sua prestazione, non eliminano la necessità dell’accertamento giudiziale della gravità dell’inadempimento che deve essere effettuata secondo un criterio che tenga conto sia dell’elemento oggettivo della mancata prestazione che, nel quadro dell’economia generale del contratto, degli aspetti soggettivi rilevabili tramite una indagine unitaria sul comportamento del debitore e sull’interesse del creditore all’esatto adempimento (Cass., 4 mggio 1994, n. 4275).
Secondo una recente sentenza della Cassazione [1], la diffida non determina risoluzione di diritto del contratto; la risoluzione deve essere dichiarata dal giudice (per il testo vedi in nota).
Il creditore, per ottenere il soddisfacimento della prestazione, può fare ricorso alla diffida ad adempiere, intimando per iscritto al debitore di eseguire la propria obbligazione in un termine — di regola — non inferiore a quindici giorni. Decorso inutilmente tale termine, il contratto si ha per risolto di diritto.
[1] Cass. sent. n. 9317/2016.
Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 8 marzo – 9 maggio 2016, n. 9317
R.S.M. e S.M. , con citazione notificata il 24 maggio 2004, convenivano in giudizio, avanti al Tribunale di Bergamo, Residence Chiara s.r.l. chiedendo che venisse accertata la legittimità del loro recesso dal contratto preliminare di compravendita immobiliare del 10 ottobre 2002 per la malafede precontrattuale della controparte, la condotta contraria a correttezza e buona fede della stessa e i pretesi vizi dell’immobile promesso in vendita, oltre che per le difformità dello stesso rispetto alla concessione edilizia rilasciata. Gli attori chiedevano quindi che la società evocata in giudizio fosse condannata al pagamento della somma di Euro 60.000,00, pari al doppio della caparra confirmatoria versata, oltre interessi.
Residence Chiara si costituiva, chiedeva il rigetto della domanda attrice e, in via riconvenzionale, domandava che fosse accertata la legittimità del proprio recesso dal contratto preliminare, in relazione al rifiuto di controparte di concludere il contratto; chiedeva altresì l’accertamento del proprio diritto a trattenere la caparra confirmatoria.
Il Tribunale di Bergamo rigettava la domanda attrice e dichiarava che la convenuta aveva il diritto di ritenere la somma ricevuta al titolo di caparra. Proponevano appello gli attori i quali, in via subordinata, domandavano che fosse accertata la risoluzione ex art. 1454 del contratto preliminare, con condanna dell’appellata alla restituzione dell’importo da essa trattenuto.
La società Residence Chiara resisteva all’impugnazione.
La Corte di appello di Brescia, con sentenza depositata il 22 giugno 2010, respingeva il gravame.
Questa pronuncia stata impugnata per cassazione da R. e S. con ricorso affidato a cinque motivi. Resiste con controricorso Residence Chiara.
Con il primo motivo è lamentata violazione e falsa applicazione degli artt. 1385, 1454, 1455 c.c.. I ricorrenti censurano la decisione impugnata per avere la stessa ritenuto legittimo il recesso della promittente venditrice senza valutare in modo appropriato le inadempienze in cui questa era incorsa. La corte di merito aveva limitato l’oggetto della propria indagine all’inesistenza di un inadempimento, da parte della società, che fosse sufficientemente grave e tale da giustificare il recesso dei ricorrenti, ma aveva mancato di accertare se i medesimi avessero maturato il diritto di rifiutare la conclusione del contratto: e ciò avendo riguardo anche alla facoltà, in capo agli stessi promissari acquirenti, di sospendere l’adempimento della propria obbligazione ex art. 1460.
La disciplina dettata dal secondo comma dell’art. 1385 c.c., in tema di recesso per inadempimento nell’ipotesi in cui sia stata prestata una caparra confirmatoria, non deroga alla disciplina generale della risoluzione per inadempimento, consentendo il recesso di una parte solo quando l’inadempimento dell’altra sia colpevole e di non scarsa importanza in relazione all’interesse dell’altro contraente. È vero,
dunque, che nell’indagine sull’inadempienza contrattuale da compiersi al fine di stabilire se ed a chi spetti il diritto di recesso, i criteri da adottarsi sono quegli stessi che si debbono seguire nel caso di controversia su reciproche istanze di risoluzione (nel senso che occorre procedere a una valutazione comparativa del comportamento di entrambi i contraenti in relazione al contratto, in modo da stabilire quale di essi abbia fatto venir meno, con il proprio comportamento, l’interesse dell’altro al mantenimento del negozio, cfr. Cass. 23 gennaio 1989, n. 398; in senso analogo, Cass. 27 agosto 1991, n. 9158).
Ineccepibile appare allora la valutazione spesa dalla corte lombarda in ordine alla trascurabile importanza dell’inadempimento della promittente venditrice: giacché a fronte della denuncia, da parte dei promittenti acquirenti, di inadempienze in larga parte insussistenti, e ove esistenti, del tutto marginali nell’economia complessiva del contratto (lettere C, E, G, H della sentenza impugnata), soggetti cui addebitare la risoluzione del contratto preliminare dovevano essere identificati negli appellanti, oggi ricorrenti per cassazione, che avevano rifiutato di dare esecuzione al programma contrattuale.
Quanto al profilo attinente all’eccezione di inadempimento, i ricorrenti non chiariscono se e quando la questione oggetto del primo motivo di ricorso sia stata da loro trattata nelle precedenti fasi del giudizio.
Peraltro, la proposizione dell’eccezione ex art. 1460 c.c. non avrebbe escluso il raffronto tra le rispettive inadempienze, di cui si è detto: infatti, ove venga proposta dalla parte l’eccezione inadimplenti non est adimplendum, il giudice deve procedere ad una valutazione comparativa degli opposti inadempimenti avuto riguardo anche allo loro proporzionalità rispetto alla funzione economico-sociale del contratto e alla loro rispettiva incidenza sull’equilibrio sinallagmatico, sulle posizioni delle parti e sugli interessi delle stesse, per cui qualora rilevi che l’inadempimento della parte nei cui confronti è opposta l’eccezione non è grave ovvero ha scarsa importanza, in relazione all’interesse dell’altra parte a norma dell’art. 1455 c.c., deve ritenersi che il rifiuto di quest’ultima di adempiere la propria obbligazione non sia in buona fede e, quindi, non sia giustificato ai sensi dell’art. 1460, 2 co. c.c. (Cass. 6 luglio 2009, n. 15796; Cass. 16 maggio 2006, n. 11430; Cass. 3 luglio 2000, n. 8880). La proposizione dell’eccezione non avrebbe quindi mutato i termini della questione e non avrebbe imposto una indagine differente rispetto a quella svolta dalla corte territoriale.
Il secondo motivo denuncia insufficienza e contraddittorietà della motivazione su un punto decisivo dalla controversia. Si spiega che la corte distrettuale aveva motivato l’inammissibilità della domanda di risoluzione del contratto per la sua novità, senza rilevare che vi era stata una riduzione quantitativa della domanda restitutoria, limitata all’importo della caparra versata. Rilevano poi i ricorrenti che la risoluzione del contratto a seguito della diffida ad adempiere si era prodotta di diritto e, per ciò stesso, era rilevabile d’ufficio; da tale scioglimento del rapporto contrattuale discendeva, poi, l’impossibilità di configurare il recesso, che costituiva una dichiarazione tendente a far cessare gli effetti di un rapporto contrattuale in corso.
La risoluzione di diritto del contratto si sarebbe prodotta, secondo la prospettazione dei ricorrenti, a seguito della diffida ad adempiere che la controricorrente aveva loro intimato con lettera del 3 maggio 2004.
La società Immobiliare Chiara non ha tuttavia agito per la declaratoria della risoluzione di diritto del contratto ex art. 1454 c.c. – la quale si sarebbe determinata in conseguenza della diffida ad adempiere del 3 maggio 2004 preferendo domandare l’accertamento del proprio diritto di ritenere la caparra, previa declaratoria della legittimità del recesso dal contratto preliminare, siccome esercitato con comunicazione del 24 maggio 2003.
Come è noto, la diffida ad adempiere costituisce una facoltà che si esprime nella libertà di scegliere tale mezzo di risoluzione del contratto a preferenza di altri e nella possibilità di rinunciare agli effetti risolutori già prodotti: il che rientra nell’ambito delle facoltà connesse all’esercizio dell’autonomia privata al pari della rinuncia al potere di ricorrere al congegno risolutorio di cui all’art. 1454 c.c. (Cass. 8 novembre 2007, n. 23315; in tema cfr. ad es. pure Cass. l aprile 2005, n. 6891). Il principio trova applicazione anche con riguardo a fattispecie quale quella in esame: infatti, il contraente non inadempiente che abbia intimato diffida ad adempiere alla controparte, dichiarando espressamente che, allo spirare del termine fissato, il contratto si avrà per risoluto di diritto, ben può rinunciare, successivamente, anche attraverso comportamenti concludenti, alla diffida ed al suo effetto risolutivo (Cass. 4 agosto 1997, n. 7182).
D’altro canto, il termine contenuto nella diffida ha carattere essenziale in relazione agli effetti che la legge riconnette alla sua inosservanza e soltanto al creditore, nel cui esclusivo interesse l’essenzialità è posta, è rimessa la valutazione della convenienza di far valere l’inutile decorso di quel termine: sicché l’effetto risolutorio rimane nella libera disponibilità di detto soggetto. Ciò è tanto vero che il giudice non potrebbe dichiarare d’ufficio la risoluzione del contratto a seguito dell’inutile decorso del termine indicato nella diffida, senza che vi sia stata apposita domanda del creditore (Cass. 18 maggio 1987, n. 4535; Cass. 31 maggio 1971, n. 1637).
Appare allora evidente che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, la corte di merito non potesse rilevare d’ufficio la risoluzione del contratto per effetto dell’inutile decorso del termine di cui alla diffida ad adempiere. E appare altrettanto evidente che, anche a voler prescindere dal profilo relativo alla novità della domanda – profilo che ha ad oggetto un dato incontestabile, visto che la domanda stessa fu proposta in appello -, gli odierni ricorrenti non potessero ottenere una pronuncia di risoluzione del contratto: sia in quanto non vi erano legittimati, sia in quanto la controricorrente – unico soggetto titolato ad avvalersi dell’intimata diffida – aveva manifestato, nei fatti, la propria intenzione di non profittare dell’effetto risolutivo dipendente dalla propria precedente iniziativa.
Col terzo motivo la sentenza è fatta oggetto di censura per violazione e falsa applicazione degli artt. 1373 e 1385 c.c.. Lamentano i ricorrenti che la corte di Brescia avesse ritenuto che le uniche inadempienze suscettibili di apprezzamento fossero quelle denunciate con la comunicazione di recesso. Rilevano che l’assunto secondo cui essi istanti non avrebbero potuto fondare in giudizio la legittimità del proprio recesso con allegazioni diverse rispetto a quelle desumibili dalla comunicazione dello stesso non aveva fondamento in punto di diritto.
Devono valere, in proposito, le considerazioni svolte trattando del primo motivo, presentando la censura carattere di novità. Nella sentenza impugnata (pag. 9) si legge che il tribunale aveva attribuito rilievo alle sole mancanze dell’immobile promesso in vendita che erano state denunciate con la comunicazione di recesso. Ebbene, né la pronuncia della Corte di Brescia, né il ricorso per cassazione danno conto del fatto che tale affermazione del giudice di primo grado costituì oggetto di un motivo di gravame.
Il quarto mezzo si incentra sempre su di una motivazione insufficiente e contraddittoria riguardo a un punto decisivo. La censura investe quanto argomentato dalla corte distrettuale con riferimento alle diverse inadempienze che i ricorrenti avevano ritenuto potessero giustificare il loro recesso.
La sentenza della corte di merito, come si è detto, ha escluso, nella loro massima parte, gli inadempimenti lamentati dagli odierni ricorrenti, evidenziando che quelli ravvisati erano del tutto trascurabili. Peraltro, lo stresso giudice dell’impugnazione ha evidenziato che per uno dei quattro inconvenienti riscontrati (lett. E) la promittente venditrice si era detta disponibile a una riduzione di prezzo e che altro (lett. G) non era nemmeno imputabile all’odierna controricorrente.
Ciò posto, i ricorrenti investono questa Corte del riesame degli accertamenti in fatto svolti dal giudice dell’impugnazione, mentre compete ad essa la sola facoltà di controllo, sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico formale, delle argomentazioni svolte dal giudice del merito. D’altro canto, ai fini del sindacato di cui all’art. 360, n. 5 c.p.c., costituisce fatto decisivo per il giudizio quello la cui differente considerazione è idonea a comportare, con certezza, una decisione diversa (Cass. 31 luglio 2013, n. 18368). Per potersi configurare il vizio di motivazione su un asserito punto decisivo della controversia, è necessario, dunque, un rapporto di causalità fra la circostanza che si assume trascurata e la soluzione giuridica data alla controversia, tale da far ritenere che quella circostanza, se fosse stata considerata, avrebbe portato ad una diversa soluzione della vertenza (ex plurimis: Cass. 24 ottobre 2013, n. 24092; Cass. 12 luglio 2007, n. 15604; Cass. 21 aprile 2006, n. 9368).
L’analitica motivazione spesa dalla corte di merito con riferimento alle singole inadempienze lamentate dai ricorrenti appare congrua ed esauriente, né evidenzia l’omesso esame di risultanze processuali tale da invalidare, con un giudizio di certezza, e non di mera probabilità, l’efficacia delle altre emergenze sulle quali il convincimento è fondato, così da privare di base la ratio decidendi della pronuncia. Si osserva, oltretutto, che con riferimento a un certo numero di vizi la corte distrettuale ha evidenziato che essi non figuravano nella comunicazione di recesso: e si è detto che la censura sollevata dai ricorrenti col terzo motivo di ricorso (che è diretta a colpire il fondamento della distinzione tra inadempienze indicate e, rispettivamente, taciute nell’atto di recesso), risulta essere inammissibile.
Col quinto motivo, infine, è lamentata l’insufficiente e contraddittoria motivazione in ordine alla mancata ammissione della prova testimoniale. La decisione assunta al riguardo dalla corte di merito non risultava, secondo gli odierni istanti, giustificata adeguatamente in relazione alle motivazioni addotte e l’esperimento della stessa avrebbe potuto incidere significativamente sulla decisione da adottare nel merito.
Parte ricorrente lamenta il vizio motivazionale con riguardo alla pronuncia reiettiva della istanza di prova testimoniale, ma la sentenza, sul punto, è puntualmente argomentata, avendo essa sottolineato come la detta prova vertesse su giudizi o su fatti genericamente dedotti. Le doglianze sollevate dai ricorrenti sfuggono, d’altro canto, al sindacato della Corte. Si ricorda che il giudizio circa la superfluità e genericità della prova testimoniale è insindacabile in cassazione, involgendo una valutazione di fatto che può essere censurata soltanto se basata su erronei principi giuridici, ovvero su incongruenze di ordine logico (Cass. 10 settembre 2004, n. 18222; cfr. pure: Cass. 16 novembre 1971, n. 3284; Cass. 17 settembre 1970, n. 1517; Cass. 21 febbraio 1966, n. 531). Inoltre, il giudice non può dare ingresso a deposizioni che implichino la formulazione di meri giudizi, dovendo anzi sempre rilevare, d’ufficio, l’inammissibilità della prova che verta su apprezzamenti e valutazioni del teste piuttosto che su fatti specifici a conoscenza dello stesso (Cass. 2 ottobre 1996, n. 8620).
Le spese del giudizio di legittimità vanno riversate sui ricorrenti.
La Corte rigetta il ricorso; condanna parte ricorrente al pagamento delle spese processuali, liquidate in Euro 4.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi.