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Timestamp: 2018-08-22 00:02:32+00:00
Document Index: 150165341

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 32', 'art. 97', 'art. 117', 'art. 108', 'art. 76', 'art. 9', 'art. 97', 'art. 97', 'art. 3', 'art. 5', 'art. 117', 'art. 8', 'art. 1', 'art. 8', 'art. 18', 'art. 6', 'art. 12', 'sentenza ', 'art. 32', 'art. 117', 'art. 32', 'art. 19', 'art. 32', 'art. 32', 'art. 288', 'art. 117', 'art. 118', 'art. 136', 'art. 97', 'art. 1', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 136', 'art. 136', 'art. 97']

La giurisprudenza della Corte costituzionale nelle materie di interesse delle Regioni; settembre – ottobre 2012
Nel periodo settembre-ottobre 2012 le decisioni della Corte costituzionale d’interesse per le Regioni a statuto ordinario sono state otto, delle quali tre a seguito di rimessione in via incidentale, due a seguito di ricorsi promossi dallo Stato e due conseguenti ricorsi promossi dalle Regioni (in entrambi i casi la Regione Toscana), nei confronti dello Stato. Una sentenza, la n. 241, ha riguardato esclusivamente questioni relative a violazioni, da parte di normativa statale, delle prerogative di autonomia riconosciute alle Regioni a statuto speciale. Le sentenze, n. 226 e n. 231, non sono invece entrate nel merito delle questioni sollevate dallo Stato nei confronti di disposizioni regionali, rispettivamente della Puglia e della Calabria, poiché dichiarate infondate nel merito, così come la sentenza n. 234 con riferimento a censure sollevate dalla Regione Sicilia nei confronti di disposizioni statali.
Una sola pronunciata ha riguardato un conflitto di attribuzioni, dichiarato peraltro inammissibile, proposto dalla Provincia autonoma di Bolzano nei confronti di un decreto di un Ufficio statale della Presidenza del Consiglio dei ministri.
Si segnala la sentenza n. 236 che ha sindacato una disposizione della Regione Puglia avendo come riferimento la tutela del diritto alla salute, protetto e garantito dall’art. 32 della Costituzione.
Sentenza 13 settembre 2012, n. 217 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri c/Regione Friuli-Venezia Giulia)
Materie: violazione normativa comunitaria in materia di aiuti di stato; coordinamento della finanza pubblica; principio pubblico concorso ex art. 97 Cost.
– dichiara l’illegittimità costituzionale degli artt. 2, comma 106; 7, comma 51, 10, comma 25; 12, commi 26, 28 e 33, della legge della Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia 11 agosto 2011, n. 11 (Assestamento del bilancio 2011 e del bilancio pluriennale per gli anni 2011-2013 ai sensi dell’articolo 34 della legge regionale n. 21 del 2007)
La Corte dichiara l’illegittimità costituzionale di numerose disposizioni contenute nella legge di assestamento del bilancio 2011 e di approvazione del bilancio pluriennale 2011- 2013 della Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia.
Di particolare interesse le censure sollevate nei confronti di una disposizione con la quale la Regione ha previsto la concessione di un contributo al Consorzio per lo sviluppo Industriale della zona dell’Aussa Corno, sino alla concorrenza di 2 milioni euro, per gli oneri sostenuti per l’esercizio della facoltà di riacquisto della proprietà di aree cedute per finalità di sviluppo industriale, nell’ipotesi in cui il cessionario non realizzi il previsto stabilimento nel termine di cinque anni dalla cessione.
Il giudice rileva che tale previsione normativa viola l’art. 117, primo comma, della Costituzione, in considerazione dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario, in quanto introduce un aiuto di Stato oltre la soglia stabilita dal Regolamento CE de minimis n. 1998/2006 della Commissione delle Comunità europee del 15 dicembre 2006, ad una impresa, senza aver provveduto alla comunicazione prevista dall’art. 108 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE).
Un’ulteriore questione riguarda alcune disposizioni con le quali è stato stabilito che, ai fini dell’applicazione delle deroghe al regime di assunzioni, previsto da un’altra legge regionale in base alla quale è previsto un rapporto tra dipendenti in servizio e popolazione residente, non vengano conteggiati i dipendenti collocati in aspettativa retribuita per almeno sei mesi continuativi nel corso dell’esercizio finanziario di riferimento.
Sul punto la Corte osserva che la norma censurata si pone in contrasto con quanto previsto dall’art. 76, comma 7, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112 “Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanziaria pubblica e la perequazione finanziaria”, che, in funzione del coordinamento della finanza pubblica, ha fissato un limite alle assunzioni e alla spesa complessiva di personale, che contrasta con le deroghe previste dalla norma censurata.
E’ in contrasto con i principi di coordinamento della finanza pubblica anche un’ulteriore disposizione con la quale si stabilisce che l’indennità di pronto intervento del personale regionale, spettante al personale previamente individuato dal direttore centrale della protezione civile e immediatamente disponibile per il servizio di pronto intervento, è rideterminata, con decorrenza dal primo giorno del mese successivo alla data di entrata in vigore della legge, in 90 euro mensili lordi da corrispondere per 12 mensilità, con imputazione al Fondo regionale per la protezione civile.
La Corte, accogliendo le censure sollevate dal ricorrente, rileva che la norma impugnata, rideterminando una indennità a decorrere dal primo giorno del mese successivo all’entrata in vigore della legge regionale, si pone in contrasto con i principi desumibili dall’art. 9, comma 1, del decreto-legge n. 78 del 2010, secondo cui per gli anni 2011, 2012 e 2013 il trattamento economico complessivo dei singoli dipendenti, anche di qualifica dirigenziale, non può superare il trattamento ordinariamente spettante per l’anno 2010, al netto degli effetti derivanti da eventi straordinari della dinamica retributiva, ivi incluse le variazioni dipendenti da eventuali arretrati.
Viola invece i principi contenuti nell’art. 97 della Carta fondamentale, una disposizione contenuta nella legge regionale impugnata con la quale si prevede che il personale regionale che svolge incarichi dirigenziali a tempo determinato, reclutato ai sensi di una precedente legge regionale mediante procedura comparativa pubblica, attuata tramite previa valutazione dei curricula professionali, sia inquadrato nel ruolo unico dei dirigenti regionali con incarico a tempo determinato.
Invero, osserva la Corte, la norma impugnata viola il principio dell’assunzione tramite pubblico concorso previsto dall’art. 97 della Costituzione, poiché prevede una riserva assoluta di posti a favore di soggetti reclutati con procedure selettive, prive dei connotati e delle garanzie del concorso pubblico, preordinate alla successiva assunzione di dirigenti, e ciò in contrasto con il principio del buon andamento della pubblica amministrazione, presidiato dalla citata disposizione costituzionale.
Sentenza 21 settembre 2012, n. 219 (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri c/Regione Molise)
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 3 della legge della Regione Molise 9 settembre 2011, n. 29, recante «Modifiche ed integrazioni alla legge regionale 8 gennaio 1996, n. 1 (Disciplina della professione di maestro di sci nella Regione Molise)», che sostituisce l’art. 5 della legge della Regione Molise n. 1 del 1996, nella parte in cui prevede che i maestri di sci iscritti negli albi professionali di altre Regioni e delle Province autonome siano tenuti a praticare le tariffe determinate dalla Giunta regionale e comunque non inferiori a quelle della locale scuola di sci.
Viola la competenza statale in materia di tutela della concorrenza una disposizione regionale con la quale si impone ai maestri di sci, iscritti negli albi professionali di altre Regioni o delle Province autonome, di praticare le tariffe determinate dalla Giunta regionale e comunque non inferiori a quelle della locale scuola di sci ed a rispettare gli altri adempimenti relativi alla tutela della professione.
Una simile disposizione, riducendo la scelta tra le offerte esistenti sul mercato ed introducendo barriere all’accesso ed alla libera esplicazione dell’attività professionale, ostacola la competitività tra gli operatori invadendo l’ambito della potestà legislativa esclusiva in materia di tutela della concorrenza riservata allo Stato dall’art. 117, secondo comma, lettera e), della Costituzione.
Sentenza 4 ottobre 2012, n. 221 (giudizio promosso dalla Regione Toscana c/Presidente del Consiglio dei ministri)
– dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 8, commi 1, 2 e 2-bis, del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138 (Ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 14 settembre 2011, n. 148, promossa in via principale dalla Regione Toscana, in riferimento agli artt. 39, 117, terzo comma, e 118 della Costituzione, nonché al principio di leale collaborazione
Rientra nell’ambito della materia dell’ordinamento civile e non in quello della tutela del lavoro, quanto previsto dall’art. 8, commi 1, 2 e 2 bis del decreto-legge n. 138 del 2011, con i quali, al fine di prevedere un sostegno alla contrattazione collettiva di prossimità, si stabilisce che i contratti collettivi di lavoro, sottoscritti a livello aziendale o territoriale, possono realizzare, nell’ambito di determinate materie individuate dal legislatore statale, specifiche intese aventi ad oggetto, tra l’altro, azioni preordinate alla maggiore occupazione, all’adozione di forme di partecipazione dei lavoratori, alla gestione delle crisi aziendali e occupazionali, agli investimenti e all’avvio di nuove attività, potendo derogare alle disposizioni di legge che disciplinano le materie individuate dal legislatore, e alle regolamentazioni contenute nei contratti collettivi nazionali di lavoro.
Sono pertanto infondate le censure sollevate dalla ricorrente sul presupposto che le norme impugnate, sarebbero in grado di vanificare la legislazione regionale emanata in materia di tutela del lavoro.
Sentenza 11 ottobre 2012, n. 224 – (giudizio in via incidentale promosso dal TAR Sardegna c/ legge della Regione Sardegna)
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 18 della legge della Regione Sardegna 29 maggio 2007, n. 2 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale della Regione. Legge finanziaria 2007), come sostituito dall’art. 6, comma 8, della legge della Regione Sardegna 7 agosto 2009, n. 3 (Disposizioni urgenti nei settori economico e sociale)
Secondo quanto emerge dalla normativa comunitaria in materia di produzione di energia da fonti rinnovabili,[1] la promozione dell’elettricità prodotta da fonti energetiche rinnovabili è un obiettivo prioritario a livello comunitario per motivi di sicurezza e diversificazione dell’approvvigionamento energetico, protezione dell’ambiente e coesione economica e sociale.
Il controllo del consumo di energia europeo e il maggior ricorso all’energia da fonti rinnovabili, congiuntamente ai risparmi energetici e ad un aumento dell’efficienza energetica, costituiscono parti importanti del pacchetto di misure necessarie per ridurre le emissioni di gas a effetto serra e per rispettare il protocollo di Kyoto della convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici e gli ulteriori impegni assunti a livello comunitario e internazionale per la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra oltre il 2012. Tali fattori hanno un’importante funzione anche nel promuovere la sicurezza degli approvvigionamenti energetici, nel favorire lo sviluppo tecnologico e l’innovazione e nel creare posti di lavoro e sviluppo regionale, specialmente nelle zone rurali e isolate.
A livello nazionale la disciplina europea ha trovato attuazione con il decreto legislativo 29 dicembre 2003, n. 387 (Attuazione della direttiva 2001/77/CE relativa alla promozione dell’energia elettrica prodotta da fonti energetiche rinnovabili nel mercato interno dell’elettricità), il cui art. 12 prevede che le Regioni possono procedere alla indicazione di aree e siti non idonei all’istallazione di specifiche tipologie di impianti.
La giurisprudenza costituzionale[2] ha già da tempo riconosciuto la citata norma statale come espressione di un principio fondamentale in materia di produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia.
Non è, pertanto, consentito alle Regioni, ai fini dell’installazione degli impianti eolici, individuare, come ha fatto la Regione Sardegna, le aree nelle quali è possibile installare impianti di questo tipo, escludendo in tal modo la restante parte del territorio.
Invero, rileva la Corte, la ratio ispiratrice del criterio residuale di indicazione delle aree non destinabili alla installazione di impianti eolici deve essere individuata nel principio di massima diffusione delle fonti di energia rinnovabili, derivante dalla normativa europea, principio che trova attuazione garantendo la generale utilizzabilità di tutti i terreni per l’inserimento di tali impianti, con le eccezioni, stabilite dalle Regioni, ispirate alla tutela di altri interessi costituzionalmente protetti nell’ambito delle materie di competenza delle Regioni stesse.
Sentenza 11 ottobre 2012, n. 225 – (giudizio in via incidentale promosso dal TAR Liguria c/ legge della Regione Liguria)
Materia: governo del territorio (condono edilizio)
– dichiara l’illegittimità costituzionale degli artt. 3, comma 3, e 4, comma 1, quest’ultimo limitatamente alle parole «ed in epoca successiva alla imposizione del relativo vincolo», della legge della Regione Liguria 29 marzo 2004, n. 5 (Disposizioni regionali in attuazione del decreto-legge 30 settembre 2003, n. 269 «Disposizioni urgenti per favorire lo sviluppo e la correzione dell'andamento dei conti pubblici», come convertito dalla legge 24 novembre 2003, n. 326 e modificato dalla legge 24 dicembre 2003, n. 350 «Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge finanziaria 2004», concernenti il rilascio della sanatoria degli illeciti urbanistico-edilizi).
Con la sentenza in esame la Corte dichiara l’illegittimità costituzionale di alcune disposizioni con le quali la Regione Liguria, nel dare attuazione alle norme statali dirette a concedere la sanatoria agli abusi edilizi, viola i principi contenuti nel decreto legge n. 269 del 2003, in particolare l’art. 32, commi 26 e 27, ampliando la prescrizione delle opere sanabili e limitando le fattispecie insanabili, eccedendo in tal modo i limiti della competenza regionale in materia, riconosciuti dall’art. 117, comma terzo, della Carta fondamentale.
Sentenza 26 ottobre 2012, n. 236 – (giudizio in via incidentale promosso dal TAR Puglia c/legge della Regione Puglia)
Diritto alla salute art. 32 Cost.
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 19, comma 4, della legge della Regione Puglia 9 agosto 2006, n. 26 (Interventi in materia sanitaria), come sostituito dall’articolo 8 della legge della Regione Puglia 25 febbraio 2010, n. 4 (Norme urgenti in materia di sanità e servizi sociali), limitatamente alla parola “regionali”.
Non è consentito alle Regioni prevedere che, per quanto attiene all’erogazione di prestazioni riabilitative in regime domiciliare, l’ASL possa stipulare accordi contrattuali con presidi pubblici o, in subordine, privati, presenti nel territorio dell’ASL, e che qualora ciò non sia possibile, i direttori generali stipulano accordi contrattuali con strutture insistenti in altri ambiti territoriali regionali, in ragione dell’abbattimento delle liste di attesa.
Una disposizione di questo tipo, infatti, che circoscrive la possibilità di concludere accordi contrattuali con i soli operatori situati nel territorio regionale appare, a giudizio della Corte costituzionale, irragionevole e inutilmente restrittiva della libertà di cura garantita dall’art. 32 della Costituzione.
Il giudice osserva che delimitare la scelta dei soggetti erogatori di prestazioni nell’ambito dei confini del territorio regionale incide irragionevolmente sulla libertà di scelta del luogo di cura, senza perseguire obiettivi di contenimento della spesa pubblica, obiettivi che potrebbero eventualmente giustificare un intervento normativo restrittivo posto che, come già chiarito dalla giurisprudenza costituzionale il diritto alla libertà di scelta del luogo della cura in tutto il territorio nazionale non ha carattere assoluto, dovendo essere contemperato con altri interessi costituzionalmente protetti, anche in considerazione dei limiti oggettivi derivanti dalle risorse finanziarie disponibili.
Pertanto “non è vietato al legislatore regionale sacrificare la libertà di scelta del paziente, a condizione che il sacrificio risulti necessitato dall’esigenza di preservare altri beni di rango costituzionale, quale ad esempio un’efficiente ed efficace organizzazione del sistema sanitario.”.
Tuttavia nel caso posto all’attenzione della Corte, non essendovi sufficienti ragioni di pregio costituzionale che giustifichino la restrizione del diritto protetto dall’art. 32 della Costituzione, posto che da detta restrizione non si ottengono necessariamente un risparmio di spesa, ed anzi potrebbe tradursi in una diseconomia nel caso in cui le tariffe praticate dai presidi sanitari di altre Regioni risultino inferiori, viene dichiarata l’illegittimità costituzionale della norma impugnata, nella parte in cui limita la possibilità ai soli accordi contrattuali con operatori situati nel territorio regionale.
Sentenza 31 ottobre 2012, n. 244 – (giudizio promosso dalla Regione Toscana c/Presidente del Consiglio dei ministri)
– dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale degli artt. 6, 7, comma 1, 16, 17, 22 e 23, comma 1, 29 e 30 del decreto legislativo 8 ottobre 2011, n. 176 (Attuazione della direttiva 2009/54/CE, sull’utilizzazione e la commercializzazione delle acque minerali naturali), sollevate dalla Regione Toscana in riferimento agli artt. 117, terzo comma, e 118 della Costituzione
La Regione Toscana ha censurato alcune disposizioni statali contenute nel d.lgs. n. 176 del 2011, dirette a dare attuazione alla direttiva 2009/54/CE, in materia di utilizzazione e commercializzazione delle acque minerali naturali.
In particolare, tra le varie disposizioni impugnate, vengono all’esame della Corte Costituzionale gli artt. 6, 7, comma 1, nonché gli artt. 22 e 23, comma 1, nella parte in cui disciplinano l’utilizzazione di una sorgente d’acqua minerale naturale e l’immissione in commercio di un’acqua di sorgente e stabiliscono che detta utilizzazione ovvero immissione siano subordinate all’autorizzazione regionale (rilasciata previo accertamento dei requisiti previsti dallo stesso decreto).
Ad avviso della ricorrente le norme impugnate contrasterebbero con gli artt. 117, terzo comma, e 118 della Costituzione, poiché pongono una disciplina puntuale nelle materie della tutela della salute e dell’alimentazione, in tal modo ledendo la competenza legislativa e amministrativa delle Regioni.
Su punto il giudice delle leggi rileva che la normativa impugnata si limita a riprodurre quanto previsto a livello comunitario dalla direttiva 18 giugno 2009, n. 2009/54/CE (Direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio sull’utilizzazione e la commercializzazione delle acque minerali naturali), che prevede espressamente che l’utilizzazione di una sorgente d’acqua minerale naturale è subordinata all’autorizzazione dell’autorità responsabile del paese in cui l’acqua è stata estratta, previo accertamento della sua conformità ai criteri previsti all’allegato I parte I della medesima direttiva.
E’ pertanto lo stesso legislatore comunitario, nell’esercizio della propria discrezionalità normativa, a prevedere il principio del previo accertamento del rispetto dei criteri prescritti ai fini del rilascio dell’autorizzazione, al fine di assicurare la tutela della salute dei consumatori di acque minerali.
Ne consegue che la norma interna oggetto delle censure della ricorrente, non fa altro che recepire quanto previsto dalla direttiva la quale, ai sensi dell’art. 288 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE), vincola lo Stato membro cui è rivolta per quanto riguarda il risultato da raggiungere.
Rilevato che la normativa statale ripropone pedissequamente le previsioni comunitarie contenute nella direttiva 2009/54/CE, la stessa si configura come disciplina di principio della materia “… comunque non modificabile dalla fonte regionale, pena la mancata o incompleta attuazione dell’atto comunitario”.
La Corte dichiara, pertanto, infondate le questioni di legittimità sollevate posto che le norme impugnate non appaiono in contrasto né con l’art. 117, terzo comma, né con l’art. 118 della Costituzione.
Sentenza 31 ottobre 2012, n. 245 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri c/Regione Puglia)
Violazione del giudicato costituzionale, art. 136 Cost.; principio del pubblico concorso, art. 97 Cost.
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 1 della legge della Regione Puglia 2 novembre 2012, n. 28 (Misure urgenti per assicurare la funzionalità dell’amministrazione regionale)
Con sentenza 15 dicembre 2010, n. 354, la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di una disposizione con la quale la Regione Puglia, in asserita ottemperanza di un precedente giudicato costituzionale (sentenza 23 luglio 2002 n. 373), faceva salvi gli esiti delle procedure di progressione verticale effettuate con riserva assoluta a favore del personale di ruolo della Regione.
A seguito della sentenza n. 354 del 2010, la Regione Puglia, in via eccezionale e all’esclusivo fine di garantire la continuità dell’attività amministrativa e la funzionalità degli uffici regionali, ha previsto che, nelle more dell’esperimento delle procedure concorsuali per la copertura dei posti resisi vacanti per effetto della sentenza della Corte costituzionale, i dipendenti della Regione Puglia interessati dagli effetti di tale sentenza sono adibiti alle mansioni proprie della categoria in cui erano inquadrati alla data di pubblicazione della stessa sulla Gazzetta ufficiale della Repubblica italiana.
Avverso tale disposizione ha proposto ricorso il Presidente del Consiglio dei ministri, rilevando che la stessa, sostanzialmente, ottiene il risultato di annullare gli effetti della pronuncia del 2010 determinando la violazione dell’art. 136 della Costituzione.
Inoltre, la disposizione impugnata violerebbe, ancora una volta, i principi di imparzialità e di buon andamento della pubblica amministrazione, atteso che, in concreto, la norma regionale continua ad adibire personale regionale a mansioni superiori, ottenute senza pubblico concorso, lasciando in sostanza inalterata l’attribuzione delle qualifiche illegittimamente perseguite, anziché procedere a indire un concorso pubblico aperto, per almeno il 50 per cento dei posti, a personale esterno.
La Corte, nell’accogliere le censure sollevate, richiamando la propria giurisprudenza (sentenze n. 223 del 1983, n. 88 del 1966 e n. 73 del 1963), osserva che il giudicato costituzionale è violato non solo quando il legislatore emana una norma che costituisce una mera riproduzione di quella già ritenuta lesiva della Costituzione, ma anche laddove la nuova disciplina miri a perseguire e raggiungere, anche se indirettamente, esiti corrispondenti.
La norma da ultimo impugnata, prevedendo che i dipendenti regionali continuino ad esercitare le mansioni superiori, prolunga nel tempo gli effetti delle disposizioni già dichiarate incostituzionali con le sentenze n. 354 del 2010 e n. 373 del 2002, con conseguente lesione dell’art. 136 della Costituzione.
Il giudice rileva inoltre che non è rilevante la circostanza che la disposizione impugnata abbia applicazione in via eccezionale e nelle more dell’esperimento delle procedure concorsuali per la copertura dei posti resisi vacanti, posto che la stessa non prevede alcun termine per lo svolgimento di dette procedure, così che, in tal modo, la norma censurata assume solo nominalmente carattere provvisorio.
Infine, considerato che la norma censurata consente ai dipendenti regionali di esercitare le mansioni proprie delle qualifiche cui hanno avuto accesso a seguito di procedure interamente riservate a personale interno, in forza di disposizioni che sono in contrasto con l’art. 97 della Costituzione, come già accertato dalle precedenti sentenze n. 354 del 2010 e n. 373 del 2002, la stessa viola anche gli artt. 3 e 97 della Carta fondamentale.
[1] In particolare la direttiva 27 settembre 2001, n. 2001/77/CE (Direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio sulla promozione dell'energia elettrica prodotta da fonti energetiche rinnovabili nel mercato interno dell'elettricità), e la successiva direttiva 23 aprile 2009, n. 2009/28/CE (Direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio sulla promozione dell’uso dell’energia da fonti rinnovabili, recante modifica e successiva abrogazione delle direttive 2001/77/CE e 2003/30/CE).
[2] (Vd. Sentenze n. 192 del 2011, n. 124 del 2010, n. 282 del 2009).