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Timestamp: 2020-04-06 21:35:39+00:00
Document Index: 120289372

Matched Legal Cases: ['art. 116', 'art. 116', 'art. 116', 'sentenza ', 'art. 116', 'sentenza ', 'art. 380', 'sentenza ', 'art. 116', 'art. 13', 'art. 1', 'art. 13', 'art. 13', 'sentenza ', 'art. 18', 'art. 33', 'art. 24', 'sentenza ']

CORTE DI CASSAZIONE - Ordinanza 14 febbraio 2020, n. 3823 - In tema di obbligazioni contributive nei confronti delle gestioni previdenziali ed assistenziali, l'accertamento dell'esistenza, tra le parti, di un contratto di lavoro subordinato in luogo di un lavoro autonomo concretizzi l'ipotesi di "evasione contributiva" di cui all'art. 116, comma 8, lett. b), della l. n. 388 del 2000 e non la meno grave fattispecie di "omissione contributiva" di cui alla lettera a) della medesima norma - Studio Cerbone
CORTE DI CASSAZIONE – Ordinanza 14 febbraio 2020, n. 3823 – In tema di obbligazioni contributive nei confronti delle gestioni previdenziali ed assistenziali, l’accertamento dell’esistenza, tra le parti, di un contratto di lavoro subordinato in luogo di un lavoro autonomo concretizzi l’ipotesi di “evasione contributiva” di cui all’art. 116, comma 8, lett. b), della l. n. 388 del 2000 e non la meno grave fattispecie di “omissione contributiva” di cui alla lettera a) della medesima norma
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CORTE DI CASSAZIONE – Ordinanza 14 febbraio 2020, n. 3823
Cartella di pagamento – Pretese contributive e sanzioni – Natura subordinata del rapporto di lavoro – Gestione separata Inps – Co.co.co.
1. la Corte d’appello di Milano confermava la sentenza del Tribunale di Varese che aveva rigettato l’opposizione proposta avverso la cartella di pagamento, avente ad oggetto pretese contributive e sanzioni, quantificate ai sensi dell’art. 116 comma 8 lettera b) della l. n. 388 del 2000, derivanti dalla ritenuta natura subordinata del rapporto di lavoro intercorso tra la Società V. c. e c. Spa e A.S., C.G. e N.D., iscritti i primi due alla gestione separata dell’Inps in qualità di co.co.co ed il terzo all’ENPALS.
2. In merito all’accertamento della natura della prestazione resa dalla A. per il periodo dal marzo 1998 al agosto 1999, infermiera deputata all’assistenza dei fantini in caso di infortuni che si fossero verificati durante gli allenamenti, la Corte territoriale condivideva la valutazione del Tribunale relativa in primo luogo all’utilizzabilità delle dichiarazioni rese dalla stessa ex articolo 421 c.p.c., neppure contestate in merito alla veridicità del loro contenuto. Argomentava poi che, così come ritenuto dal Tribunale, il particolare contenuto professionale dei compiti affidati alla lavoratrice escludesse la possibilità della società – la cui attività consisteva nella gestione dell’Ippodromo delle B. di Varese ove essa organizza corse di cavalli sia al trotto che al galoppo – la formulazione di qualsiasi potere di conformazione della propria attività e che di conseguenza correttamente il primo giudice avesse valorizzato ai fini della qualificazione del rapporto gli elementi sussidiari della subordinazione, consistenti nel carattere fisso dell’orario di lavoro, nella misura sostanzialmente costante della retribuzione, nell’assenza in capo alla lavoratrice di qualsiasi organizzazione imprenditoriale o rischio di impresa, nell’utilizzo di materiali della datrice di lavoro per lo svolgimento delle prestazioni, nello stabile inserimento nell’organizzazione aziendale, nella cadenza costante e continuativa dell’ attività lavorativa presso l’infermeria dell’ippodromo per tutta la durata degli allenamenti.
Per la cassazione della sentenza la Società V. c. e c. s.p.a. ha proposto ricorso, affidato a tre motivi, cui ha resistito l’INPS con controricorso.
3. La società ricorrente ha depositato anche memoria ex art. 380-bis. 1 c.p.c.
4. come primo motivo di ricorso la società deduce la violazione dell’articolo 360 n 5 c.p.c. in relazione agli articoli 2094 e 2222 c.c. e la violazione e falsa applicazione delle disposizioni di legge in materia di lavoro subordinato e lavoro autonomo. Sostiene che la Corte territoriale avrebbe errato nel ritenere non decisivo l’esercizio del potere di conformazione da parte del committente e di valorizzare soltanto gli indici sussidiari della subordinazione, che peraltro nel caso erano più compatibili con il lavoro autonomo che con quello subordinato.
5. Il motivo non è fondato.
Questa Corte ha chiarito che ai fini della qualificazione di un rapporto di lavoro come autonomo o subordinato, nei casi di difficile qualificazione a causa della natura intellettuale e specialistica dell’attività svolta, la sussistenza dell’essenziale criterio distintivo della subordinazione, intesa come assoggettamento del lavoratore al potere organizzativo e disciplinare del datore di lavoro, deve necessariamente essere verificata sulla base di elementi sussidiari che il giudice di merito deve individuare con accertamento di fatto, incensurabile in sede di legittimità se adeguatamente motivato (Cass. n. 22785 del 07/10/2013, Cass. n. 13858 del 15/06/2009).
6. Nel caso, trattandosi di esercizio di una professione sanitaria in favore di un’organizzazione imprenditoriale, correttamente pertanto la natura subordinata della prestazione è stata desunta dalle modalità eteroorganizzate della prestazione resa nell’ambito e dell’organizzazione datoriale, piuttosto che sull’esistenza di uno specifico potere di conformazione del suo contenuto, che sfuggiva di necessità alla competenza datoriale.
7. Con il secondo motivo di ricorso si censura la violazione dell’articolo 116 della legge n. 388 del 2000 in ordine alla qualificazione delle sanzioni civili in termini di evasione anziché omissione contributiva. La ricorrente sostiene che difettino il requisito dell’occultamento del rapporto di lavoro e l’intenzione specifica di non versare i contributi, derivando l’addebito da una diversa qualificazione giuridica dei rapporti di lavoro.
8. Come terzo motivo deduce l’illegittimità costituzionale dell’articolo 117 comma 8 lettera b) ove interpretato nel senso della sentenza impugnata, per violazione del principio di non proporzionalità delle sanzioni sancito dall’ordinamento comunitario, applicabile agli atti normativi degli Stati membri e anche agli atti nazionali.
9. Il secondo motivo non è fondato: la Corte territoriale ha applicato la giurisprudenza di questa Corte, secondo la quale in tema di obbligazioni contributive nei confronti delle gestioni previdenziali ed assistenziali, l’accertamento dell’esistenza, tra le parti, di un contratto di lavoro subordinato in luogo di un lavoro autonomo, benché regolarmente denunciato e registrato, concretizzi l’ipotesi di “evasione contributiva” di cui all’art. 116, comma 8, lett. b), della l. n. 388 del 2000 e non la meno grave fattispecie di “omissione contributiva” di cui alla lettera a) della medesima norma, in quanto si realizza un occultamento dei rapporti o delle retribuzioni o di entrambi, idoneo a presumere l’esistenza della volontà datoriale di realizzarlo allo specifico fine di non versare i contributi o i premi dovuti, sicché grava sul datore di lavoro inadempiente l’onere di provare la mancanza dell’intento fraudolento e, quindi, la sua buona fede, che non può tuttavia reputarsi assolto in ragione dell’avvenuta corretta annotazione dei dati omessi o infedelmente riportati nelle denunce sui libri di cui è obbligatoria la tenuta; in tale contesto, spetta al giudice del merito accertare la sussistenza, ove dedotte, di circostanze fattuali atte a vincere la suddetta presunzione, con valutazione intangibile in sede di legittimità se congruamente motivata (Cass. n. 6405 del 13/03/2017).
10. Nel caso, la Corte ha riferito che nessun elemento fattuale idoneo a vincere la presunzione di evasione contributiva era stato fornito dalla società, affermazione che nel caso neppure viene fatta oggetto di specifica confutazione.
11. Inammissibile è infine il terzo motivo, in assenza dell’indicazione di qualunque parametro quantitativo che consenta di ritenere la sanzione non proporzionata all’addebito contributivo, a fronte del ritenuto intento fraudolento dell’occultamento della vera natura del rapporto di lavoro.
12. Segue coerente il rigetto del ricorso.
13. Le spese, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza.
14. L’esito del giudizio determina la sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, previsto dall’art. 13, comma 1 quater, del d.P.R. 30 maggio 2002 n. 115, introdotto dall’art. 1, comma 17, della legge 24 dicembre 2012, n. 228 (v. Cass. S.U. n. 23535 del 2019).
Rigetta il ricorso. Condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in complessivi € 7.000,00 per compensi professionali, oltre ad € 200,00 per esborsi, rimborso delle spese generali nella misura del 15% ed accessori di legge.
Ai sensi dell’art. 13, co. 1 quater, del d.lgs. n. 115 del 2002 dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13, ove dovuto.
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