Source: http://www.farodiroma.it/la-giustizia-per-essere-giusta-deve-essere-celere-di-m-pomante/
Timestamp: 2020-07-16 15:52:09+00:00
Document Index: 1918610

Matched Legal Cases: ['art. 10', 'art. 14', 'art. 47', 'art. 6', 'art. 111', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 2', 'sentenza ']

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La giustizia per essere giusta deve essere celere (di M. Pomante)
Ogni cittadino ha diritto ad essere parte di un processo che sia veloce e garantista. Da sempre il mondo giuridico, induce il legislatore a trovare una risposta coerente con il nostro ordinamento e con quello comunitario.
Quello che preme è alleggerire il tempo di durata dei processi dando un tempo massimo in cui le autorità giudiziarie sono tenute a rispettare al fine di evitare che la lungaggine processuale si tramuti inevitabilmente in una violazione della sfera giuridica delle parti. Ma nel sistema giudiziario italiano c’è sempre stato un eccessivo protrarsi del processo tanto da portare a conseguenze del tutto paradossali, aggravando i danni alla sfera personale di chi, al contrario, interviene in un giudizio chiedendo tutela. È vero pure che qualche volta è la natura stessa delle controversie a richiedere un iter processuale particolarmente complesso, come ad esempio, la raccolta di elementi probatori ha bisogno di più udienze separate o che l’accertamento della questione richieda un esame più approfondito, fatto di più momenti.
La questione quindi, è individuare fino a che punto l’elemento temporale possa incidere negativamente sul processo, ponendo cosi il limite massimo entro cui il corso processuale può estendersi e oltre il quale lo stesso diventi pregiudizievole. Ma quale diritto può invocare la parte che si ritiene lesa dalla lunga durata del processo?
La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, riteneva che il diritto alla ragionevole durata del processo fosse connaturato nel concetto stesso di uguaglianza: l’art. 10 del suddetto documento, poneva le seguenti garanzie: “ogni individuo ha diritto, in posizione di piena uguaglianza, ad essere ascoltato, in corretto e pubblico giudizio, da un tribunale indipendente ed imparziale, cui spetti decidere sulle controversie intorno ai suoi diritti ed obblighi, così come sulla fondatezza di ogni accusa in materia penale mossa e a suo carico”. Ma nel suddetto articolo, non veniva fatto riferimento al fattore tempo, che si riteneva implicitamente sottinteso alle garanzie menzionate, e questo poneva forti dubbi in merito alla interpretazione del concetto di correttezza del giudizio e del significato da attribuirgli. Non è in discussione che l’analisi portava all’attenzione dei giuristi internazionali, il problema della tutela processuale delle parti.
Restando in ambito sovranazionale, un preciso richiamo al principio della ragionevole durata del processo inteso nella sua essenza temporale, lo troviamo con il Patto internazionale sui diritti civili e politici del 1966, il quale all’art. 14 afferma che “ogni persona ha diritto ad essere giudicata senza eccessivo ritardo.”
Ancora, la Carta dei diritti dell’ Unione Europea, adottata a Nizza nel 2000, all’art. 47 espressamente dispone: “ il diritto di ogni individuo a che la sua causa sia esaminata equamente, pubblicamente e entro un termine ragionevole da un giudice indipendente ed imparziale, precostituito per legge.”
La Carta UE prevede il rispetto di un termine ragionevole, che è ancora più vincolante in quanto la stessa Carta, con la stipula del Trattato di Lisbona del 2008, ha acquisito lo stesso rango dei trattati ed è quindi vincolante all’interno di ciascun Stato membro.
La disposizione più importante e maggiormente incisiva sul principio della ragionevole durata del processo e che per la prima volta lo ha riconosciuto e sancito è la Convenzione Europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, la quale all’art. 6 prevede che “ogni persona ha diritto di farsi ascoltare, in corretto e pubblico giudizio, da un giudice imparziale ed indipendente, costituito per legge, cui spetti decidere in tempo ragionevole, sulle controversie intorno ai suoi diritti ed obblighi di carattere civile, cosi come sul fondamento di ogni accusa mossa a suo carico”. La Convenzione, veniva siglata a Roma nel 1950 e ratificata in Italia con la legge del 4 agosto del 1955, n. 848.
L’ordinamento giuridico italiano con l’art. 111 della Costituzione prevede il principio del giusto processo; l’articolo, modificato con la legge costituzionale 1/1999, al secondo comma dispone: “Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a un giudice terzo e imparziale”, e segue, “la legge ne assicura la ragionevole durata.”
Ma nonostante la formalizzazione di tale principio, continuavano a non essere previsti strumenti di tutela diretta da azionare dinanzi al giudice nazionale, nel caso di mancato rispetto delle regole del c.d. giusto processo.
A colmare tale lacuna, è intervenuta la legge Pinto (89/2012), la quale ha previsto il diritto di ciascun cittadino di ottenere un risarcimento del danno, di natura patrimoniale e non, nel caso in cui si accerti l’eccessivo protrarsi del processo. Infatti, si legge all’art. 1 bis co. 2 della legge in questione, come modificata dalla legge di stabilità 2016, (208/2015), che chi ha subito un danno a causa dell’irragionevole durata del processo, ha diritto ad un’ equa riparazione, pur avendo esperito i rimedi preventivi di cui all’art. 1 ter.
Tali rimedi sono previsti a pena di inammissibilità della domanda di equa riparazione: ciò significa che se nel corso del giudizio la parte non fa ricorso a tali “strumenti”, allora non potrà chiedere il risarcimento per l’eccessiva durata.
Sull’art. 2 bis si è pronunciata di recente la Corte Costituzionale, che con sentenza n. 36/2016 ne ha dichiarato la illegittimità costituzionale nella parte in cui stabilisce nel termine di tre anni la durata ragionevole del processo in primo e unico grado, anche per i processi instaurati al fine di ottenere l’equa riparazione a seguito della durata irragionevole denunciata in altro processo. La pronuncia della Consulta traeva la sua ragione dalla costante giurisprudenza europea sul punto, secondo la quale lo Stato è tenuto a concludere il procedimento volto all’equa riparazione in termini più veloci rispetto alle procedure ordinarie, che nella maggior parte dei casi sono più complesse e comunque non realizzate al fine di porre un rimedio ad una precedente inerzia nell’amministrazione della giustizia.
La crisi di complessiva efficienza della giustizia nell’ambito nazionale italiano e, più in generale, nel panorama europeo, induce ad una riflessione sui possibili e potenziali rimedi, che, lontano da valutazioni orientate al reale richiamo dell’excursus storico-giurisprudenziale, cerca di proporre espedienti innovativi.
Il tutto dopo aver proceduto ad un’indispensabile analisi sulle soluzioni deflazionistiche del contenzioso che spazierà senza pretese di esaustività, dal giudizio davanti alla Corte di Strasburgo che rischia la “paradossale” violazione dei ragionevoli tempi di durata, al sistema giurisdizionale UE tenuto a confrontarsi con un crescente numero dei ricorsi, per giungere, infine, ad alcuni cenni al processo italiano con le sue caratteristiche civili penali e amministrative.
La partita (superflua) sulla prescrizione. Renzi, lo sfrontato, fa come tutti i generali senza esercito. E se ne buggera del bene comune