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Timestamp: 2020-08-03 20:43:09+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 41', 'art. 47', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 47', 'art. 41']

Qualche riflessione sulle recenti scarcerazioni dei detenuti al 41 bis. – La MAGNA CHARTA
26 aprile 2020 di Francesco GiacaloneLascia un commento
I giorni appena trascorsi sono stati caratterizzati dal rapido susseguirsi di articoli, riflessioni e pubbliche dichiarazioni sulle recenti scarcerazioni disposte dalla Magistratura a beneficio di condannati per fatti di mafia sottoposti al regime del cosiddetto “carcere duro”, disciplinato dall’art. 41 bis L. 26 luglio 1975, n. 354.
Ebbene, non si è potuto non constatare l’enorme confusione che aleggia su un tema di per sé parecchio delicato e che, vogliasi per mero spirito complottistico, vogliasi per la raccapricciante necessità di speculazione che accomuna certe frange della politica, vogliasi per eccesso di semplicismo, ha avuto quale effetto un’ondata di indignazione che è, si badi bene, comprensibile, ma che si alimenta delle maldestre ricostruzioni degli istituti giuridici chiamati in causa e delle stesse scelte operate dagli organi giudicanti.
Ha destato particolare clamore l’ordinanza con cui il Tribunale di Sorveglianza di Milano ha disposto il differimento della pena nelle forme della detenzione domiciliare (per i più curiosi si tratta dell’art. 47 ter, c. 1 ter L. 26 luglio 1975, n. 354) a favore di Francesco Bonura, settantottenne boss di Cosa Nostra, condannato a 23 anni di reclusione già in occasione del primo Maxiprocesso.
Secondo la ricostruzione offerta da “L’Espresso” nell’articolo a firma di Lirio Abbate dello scorso 21 aprile, il profilo che deve destare ancor più preoccupazione è che tale provvedimento potrebbe inserirsi in una più ampia politica di deflazione della popolazione carceraria che, sfruttando l’emergenza sanitaria in atto, favorirà nei prossimi giorni il “ritorno a casa” di mafiosi del calibro di Leoluca Bagarella, Pippo Calò o Vincenzo Galatolo.
Ma cosa c’è di vero dietro questa rappresentazione e dietro tutte quelle che ne sono scaturite? Sono solo fantasie oppure si è improvvisamente deciso di accantonare il pugno duro contro le mafie?
Il differimento della pena nelle forme della detenzione domiciliare.
È opportuno procedere con una prima, fondamentale precisazione: il Bonura ha avuto accesso non ad una misura alternativa alla detenzione, bensì ad un istituto che risponde a logiche ben diverse, e cioè il differimento della pena.
Nel primo caso, infatti, si sarebbe trattato di strumenti caratterizzati principalmente da spirito di premialità (si guardi all’affidamento in prova ai servizi sociali, alla detenzione domiciliare o alla semilibertà) e per i quali il Legislatore esclude categoricamente l’accesso a favore di condannati per reati di mafia, eccetto che gli stessi, ma non è il caso del Bonura, abbiano collaborato con la giustizia (il riferimento è l’art. 4 bis L. cit.).
E questa logica permane anche quando il ricorso agli istituti predetti risponda primariamente alla ratio della deflazione della popolazione carceraria. È il caso delle soluzioni pensate col D.L. 17 marzo 2020, n. 18 (il c.d. decreto “Cura Italia) che hanno ampliato la portata della detenzione domiciliare disciplinata dalla L. 26 novembre 2010, n. 199, mantenendo pur sempre il limite dell’art. 4 bis cit.
Ecco il primo snodo: il Bonura NON è stato scarcerato in applicazione di uno degli strumenti pensati per fronteggiare l’emergenza sanitaria in atto.
Il differimento della pena (disciplinato dagli artt. 146 e 147 c.p.) è, infatti, un istituto ordinariamente presente nel nostro sistema che risponde a esigenze di umanità nell’esecuzione della pena detentiva. Ci sono situazioni in cui le condizioni del detenuto sono obiettivamente incompatibili con la reclusione carceraria: si pensi al caso della donna incinta, al malato di AIDS che non risponde più alle terapie curative o a chiunque, in generale, si trovi in condizioni di grave infermità fisica.
Da questo punto di vista il nostro ordinamento pone un ben preciso ordine di valori: la tutela della salute è un’esigenza sempre predominante, tanto che, ove necessario, è possibile sospendere, fintanto che lo stato clinico permanga gravemente compromesso, l’esecuzione della pena nei confronti di un soggetto condannato, qualunque sia il titolo di reato.
E non pare che siffatto bilanciamento possa davvero essere messo in dubbio!
A maggior ragione se si guarda l’art. 47 ter c. 1 ter L. 26 luglio 1975, n. 354 che, nel tentativo di rispettare le pur esistenti ragioni di tutela della pubblica sicurezza, consente al Giudice di disporre il differimento della pena, imponendo al condannato, tuttavia, i limiti tipici della detenzione domiciliare, sì da limitarne comunque la libertà personale. È proprio questo il caso del Bonura: soggetto ultrasettantenne, gravemente malato, con un fine pena prossimo e la cui situazione sanitaria è stata valutata assolutamente incompatibile con la detenzione intramuraria.
Ma qual è stato il ruolo del COVID-19?
Nella motivazione dell’ordinanza del Tribunale di Sorveglianza di Milano compare anche il COVID-19.
Dopotutto, le valutazioni del Giudice circa il differimento della pena hanno natura sostanzialmente relazionale: occorre, infatti, “mettere a sistema” lo stato di salute del detenuto e le condizioni effettive della restrizione carceraria. Ed è chiaro che oggi queste ultime siano notevolmente deteriorate, e ciò proprio a causa della crisi sanitaria in atto.
Come si ha già avuto modo di approfondire nell’articolo pubblicato sempre su La Magna Charta, “Focolai nascosti: la difficile guerra contro il COVID-19 negli Istituti penitenziari italiani”, il sovraffollamento carcerario, a cui pure si è cercato (vanamente!) di far fronte col Decreto “Cura Italia”, rappresenta un ovvio motivo di allarme, stante il fatto che l’insorgenza di focolai all’interno degli Istituti difficilmente potrebbe essere gestita in sicurezza con gli spazi e con gli strumenti a disposizione. E ciò soprattutto a discapito della popolazione più fragile.
Da questo punto di vista deve essere letta la circolare del Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria del 21 marzo scorso con cui è stato chiesto ai Direttori degli Istituti di pena di individuare le frange più deboli e quindi più a rischio in caso di diffusione del contagio, al fine di consentire alle Autorità Giudiziarie di valutare, alla luce della rinnovata condizione sanitaria delle carceri, l’eventuale differimento della pena. Ma si badi bene, senza ingenerare nessun automatismo, ma rimettendo le valutazioni alla discrezionalità dell’organo giudiziario.
Il punto che, piuttosto, vale la pena sottolineare è un altro. La già evidenziata natura relazionale del sindacato giurisdizionale fa emergere che tanto meglio si vive all’interno degli Istituti di pena, tanto più compatibili con quel contesto risultano le condizioni di salute dei detenuti. Ciò che intende dirsi, insomma, è che con una migliore gestione, in chiave preventiva, dell’attuale emergenza sanitaria intramoenia, la Magistratura avrebbe avuto un fattore di rischio in meno da valutare, che invece, allo stato, si muove anche all’interno delle carceri come una pericolosa scheggia impazzita.
Che piaccia oppure no, ogni singolo ristretto è sottoposto alla curatela dello Stato e questo aspetto, che sfugge ai più giustizialisti e che, purtroppo, pare sfuggito anche al Governo, è ben chiaro alla Magistratura di Sorveglianza.
Le criticità della soluzione adottata.
Ammetto che durante la stesura di queste brevi riflessioni ho provato sentimenti molto contrastanti. L’uomo di diritto che c’è in me crede fermamente nel supremo valore del senso di umanità che si cela dietro un istituto come il differimento della pena. D’altro canto, da Siciliano, vedere gente come Bonura ritornare dai propri familiari, seppure in condizioni di vita precarie, fa male.
E non si tratta solo di un incontrollabile senso di vendetta nei confronti di chi ha sparso tanto, troppo sangue nella mia terra, ma anche del valore simbolico (e forse non solo!) che il reinserimento di certi individui nel loro contesto territoriale comporta per le mafie.
Il regime penitenziario previsto dall’art. 41 bis L. 26 luglio 1975, n. 354, infatti, è finalizzato a recidere profondamente il legame che tiene insieme l’associato e la consorteria criminale. Legame che, la storia ci insegna, sopravvive dentro e fuori dal carcere. Per questo si rende necessario l’allontanamento territoriale durante l’esecuzione della pena e l’attivazione di meccanismi di isolamento intramoenia.
E se è pur vero che il Bonura, a detta dei difensori, doveva ancora scontare pochi mesi di pena prima di essere definitivamente scarcerato, è innegabile che il differimento dell’esecuzione ha ulteriormente anticipato il momento del reinserimento non morale (quello non è mai venuto meno!) ma fisico alla cosca. Si ha l’amara sensazione, insomma, che un soggetto ancora sotto la curatela dello Stato sia già posto nelle condizioni per relazionarsi a Cosa Nostra.
Si assiste così al più insanabile degli scontri tra le due anime del diritto che si intrecciano inscindibilmente in questa storia: quella reazionaria dell’ordine e della sicurezza che si contrappone all’anima naturalistica dell’umanità e della solidarietà.
Che il dibattito abbia inizio.
Posted in: attualità Diritto
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