Source: http://www.geronimados.com/2013/09/
Timestamp: 2019-09-15 14:43:18+00:00
Document Index: 25947003

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 415', 'art. 354', 'art. 415', 'art. 162', 'art. 354', 'art. 354', 'art. 415', 'art. 353', 'art. 354', 'art. 164', 'art. 415', 'art. 159', 'art. 415', 'art. 354', 'art. 354', 'art. 36', 'art. 2109', 'art. 10', 'art. 18', 'art. 18', 'art. 36', 'art. 7', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 378', 'art. 437', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 36', 'art. 2109', 'art. 432', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 6', 'sentenza ', 'art. 6', 'sentenza ', 'art. 606', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 606', 'art. 6', 'sentenza ', 'art. 340', 'art. 107', 'sentenza ', 'art. 107', 'art. 157', 'art. 578', 'sentenza ', 'art. 6', 'art. 51', 'art. 51', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 380', 'art. 3', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

GERONIMADOS: settembre 2013
CONGEDO STRAORDINARIO - ASSISTENZA A PORTATORE DI HANDICAP GRAVE - SOGGETTI AVENTI DIRITTO
Corte costituzionale 18/7/2013 n. 203; Pres. Gallo, F., Rel. Cartabia, M.
2. Congedo straordinario - Assistenza di portatore di handicap grave - Soggetti aventi diritto - Art. 42, comma 5, del d.lgs. n. 151 del 2001 - Illegittimità costituzionale
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Corte di Cassazione Sezione civile, lavoro n. 18168 del 26/7/2013
La Corte di appello, giudice del lavoro, di Reggio Calabria, in accoglimento dell'impugnazione proposta dalla Regione Calabria, dichiarava la nullità del ricorso introduttivo del giudizio di primo grado proposto da F.F.A. e della sentenza impugnata e ciò dopo aver riscontrato che non fossero intercorsi almeno trenta giorni tra la data di notifica del ricorso e la data dell'udienza di discussione; quindi, considerando che tale nullità non rientrava tra quelle per cui era prevista la rimessione della causa al primo giudice, decideva nel merito accogliendo la domanda proposta dal F. e condannando la Regione Calabria al pagamento, in suo favore, della somma di Euro 2.235,16 oltre accessori a titolo di indennità sostitutiva delle ferie non godute dal dipendente (collocato a riposo con decorrenza 1/1/2000) nell'anno 1999.
1. Con il primo motivo la Regione ricorrente denuncia: "Violazione e falsa applicazione dell'art. 415 c.p.c., comma 5, e art. 354 c.p.c., nonchè omessa, insufficiente motivazione circa un punto decisivo della controversia". Si duole del fatto che la Corte territoriale ha ritenuto di non rimettere la causa al primo giudice rilevando che il mancato rispetto del termine a comparire determina la nullità della notifica e non quella del ricorso.
Nei procedimenti soggetti al rito del lavoro, introdotti mediante ricorso da notificarsi al convenuto unitamente al decreto di fissazione dell'udienza di discussione, trova applicazione la disciplina dettata dall'art. 415 c.p.c., per cui, in particolare, tra la data di notificazione al convenuto e quella dell'udienza di discussione deve intercorrere un termine non minore di trenta giorni (comma 5), elevato a quaranta giorni se la notificazione debba effettuarsi all'estero (comma 6). La disciplina di tali procedimenti, peraltro, non prevede specificamente le conseguenze processuali derivanti dalla mancata osservanza in primo grado del prescritto termine dilatorio, come avviene, invece, per il procedimento ordinario, nel quale, essendo esplicitamente prevista la nullità della citazione in caso di assegnazione di un termine a comparire inferiore a quello stabilito dalla legge (artt. 164 e 163 bis c.p.c.), il giudice di appello, ove la nullità non sia stata sanata in primo grado mediante costituzione del convenuto o rinnovazione dell'atto di citazione, deve necessariamente disporre la rinnovazione degli atti nulli, ex art. 162 c.c., comma 1, e decidere la causa nel merito, non potendo comunque trovare applicazione il disposto dell'art. 354 c.p.c., comma 1, che prevede la rimessione al primo giudice nel caso di nullità della sola notificazione e non anche dello stesso atto introduttivo.
La questione se la disciplina ordinaria sia integralmente applicabile ai suddetti procedimenti di rito speciale ovvero se la particolarità della vocatio, propria di tali procedimenti, con la scissione della editio actionis (che si realizza con il deposito del ricorso nella cancelleria del giudice) e della vocatio in jus (che si attua mediante il concorso del comportamento del giudice, che emette il decreto di fissazione dell'udienza, e dell'attore, che deve provvedere alla notificazione del ricorso e del decreto al convenuto entro un termine sufficiente ad assicurare il prescritto spatium deliberarteli), comporti che la violazione del termine di comparizione afferisca alla sola fase di notificazione, senza che il vizio si estenda allo stesso atto introduttivo del giudizio, e se ne derivi, in tal caso, per il giudice di appello, l'obbligo di rimettere la causa al primo giudice, in applicazione di quanto previsto dal citato art. 354 c.p.c., comma 1, per l'ipotesi di nullità della notifica della citazione, è stata risolta dalle sez. un. di questa Corte con decisione del 21 marzo 2001, n. 122. E' stato così ritenuto, risolvendo un contrasto, che il giudice di appello che rilevi la nullità dell'introduzione del giudizio, determinata dall'inosservanza del termine dilatorio di comparizione stabilito dall'art. 415 c.p.c., comma 5, non possa dichiarare la nullità e rimettere la causa al giudice di primo grado (non ricorrendo in detta ipotesi nè la nullità della notificazione dell'atto introduttivo, nè alcuna delle altre ipotesi tassativamente previste dall'art. 353 c.p.c., e art. 354 c.p.c., comma 1), ma debba trattenere la causa e, previa ammissione dell'appellante ad esercitare in appello tutte le attività che avrebbe potuto svolgere in primo grado se il processo si fosse ritualmente instaurato, decidere nel merito. Ciò in ragione della diversità strutturale tra l'atto introduttivo del giudizio ordinario (che inizia con la citazione ad udienza fissa) e l'atto introduttivo del giudizio secondo il rito del lavoro, che non consente l'automatica trasposizione dell'art. 164 c.p.c., comma 1, nella parte in cui qualifica come causa di nullità della citazione l'inosservanza del termine dilatorio di comparizione, al rito del lavoro, che assume la struttura di fattispecie complessa a formazione progressiva, caratterizzata dalla scissione tra l'editio actionis e la vocatio injus. Inoltre è stato considerato che l'inosservanza del termine di comparizione di cui all'art. 415, comma 5, sia essa dovuta al provvedimento del giudice ovvero alla successiva condotta dell'attore, è causa di invalidità della vocatio in jus, e non può quindi incidere sulla validità dell'editio actionis, perfezionata mediante il deposito del ricorso, in ragione del principio generale di cui all'art. 159 c.p.c., comma 1, secondo cui la nullità di un atto non importa quella degli atti precedenti. In sostanza, nel caso dell'inosservanza del termine dilatorio di comparizione stabilito dall'art. 415 c.p.c., comma 5, la notifica del ricorso e del decreto di fissazione dell'udienza di discussione viene postulata come valida: il contatto tra attore e convenuto si è realizzato, mediante la notificazione, ed il contraddittorio è potenzialmente instaurato.
Il convenuto che, pur avendo avuto notizia del giudizio intentato nei suoi confronti, rileva la violazione del termine di comparizione, non si costituisce per libera scelta di strategia processuale, riservandosi la tutela in sede di impugnazione. Non si verte, quindi, in una ipotesi di nullità della notificazione dell'atto introduttivo, determinante il difetto di conoscenza nel convenuto della pendenza del giudizio, ma in una ipotesi di nullità della fattispecie introduttiva determinata dalla lesione del diritto di difesa del convenuto, inciso dall'assegnazione di uno spatium deliberaridi inferiore a quello garantito dalla legge. E questa ipotesi non è espressamente prevista dall'art. 354 c.p.c., comma 1. Ne consegue l'inapplicabilità della rimessione al primo giudice di cui al medesimo art. 354 c.p.c., comma 1.
3. Con il secondo motivo la Regione ricorrente denuncia: "Violazione e falsa applicazione dell'art. 36 Cost., e art. 2109 c.c., nonchè violazione e/o falsa applicazione dell'art. 10 del c.c.n.l. Regioni Enti Locali del 6/7/1995 (applicabile ratione temporis) - omessa, contraddittoria ed insufficiente motivazione su un punto decisivo".
Si duole del fatto che siano state ritenute monetizzabili ferie di cui il lavoratore non aveva goduto e ciò sulla base della sola circostanza del mancato godimento e senza tener conto che una specifica disposizione pattizia (art. 18, comma 9, c.c.n.l. del 6/7/1995) prevedeva tale monetizzazione solo nell'ipotesi in cui le ferie spettanti non fossero state fruite per esigenze di servizio, situazione nella specie non sussistente. bene (il riposo con recupero delle energie psicofisiche, la possibilità di meglio dedicarsi a relazioni familiari e sociali, l'opportunità di svolgere attività ricreative e simili) al cui soddisfacimento l'istituto delle ferie è destinato e, per altro verso, costituisce erogazione di indubbia natura retributiva, perchè non solo è connessa al sinallagma caratterizzante il rapporto di lavoro, quale rapporto a prestazioni corrispettive, ma più specificamente rappresenta il corrispettivo dell'attività lavorativa resa in periodo che, pur essendo di per sè retribuito, avrebbe invece dovuto essere non lavorato perchè destinato al godimento delle ferie annuali, restando indifferente l'eventuale responsabilità del datore di lavoro per il mancato godimento delle stesse (cfr., tra le più recenti, Cass. 9 luglio 2012, n. 11462; id. 11 ottobre 2012, n. 17353).
Dovendo, quindi, farsi applicazione del principio secondo cui dal mancato godimento delle ferie - una volta divenuto impossibile per il datore di lavoro, anche senza sua colpa, adempiere l'obbligo di consentirne la fruizione - deriva il diritto del lavoratore al pagamento dell'indennità sostitutiva, le clausole del contratto collettivo (nella specie, l'art. 18, comma 9, c.c.n.l. Regioni ed enti locali, triennio 1994-1997), che pur prevedono che le ferie non sono monetizzabili, vanno interpretate - in considerazione dell'irrinunciabilità del diritto alle ferie, ed in applicazione del principio di conservazione del contratto - nel senso che, in caso di mancata fruizione delle ferie per causa non imputabile al lavoratore, non è escluso il diritto di quest'ultimo all'indennità sostitutiva.
Va, al riguardo, richiamato il principio già espresso da questa Corte secondo cui, in relazione al carattere irrinunciabile del diritto alle ferie, garantito anche dall'art. 36 Cost., e dall'art. 7 della direttiva 2003/88/CE (v. la sentenza 20 gennaio 2009 nei procedimenti riuniti c-350/06 e c-520/06 della Corte di giustizia dell'Unione Europea), ove in concreto le ferie non siano effettivamente fruite, anche senza responsabilità del datore di lavoro, spetta al lavoratore l'indennità sostitutiva che ha, per un verso, carattere risarcitorio, in quanto idonea a compensare il danno costituito dalla perdita di un
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LICENZIAMENTO PER GIUSTIFICATO MOTIVO OGGETTIVO - ACCERTAMENTO DELLA NATURA SUBORDINATA DEL RAPPORTO DI LAVORO
Corte di Cassazione Sezione civile, lavoro n. 18166/2013 del 26/7/2013
Con ricorso al Tribunale di Roma A. D., A. F. Da L. e A. de A. L., deducendo di avere lavorato alle dipendenze della A. D. s.r.l., ora S. s.r.l., esercente un bar-trattoria-pizzeria, rispettivamente quale cameriere, cuoco e uomo di fatica/lavapiatti, chiedevano accertarsi la natura subordinata del rapporto; dichiararsi illegittimo il licenziamento disposto nei loro confronti dalla società; la condanna della stessa al pagamento di differenze retributive a vario titolo.
Si costituiva la società, chiedendo il rigetto del ricorso del ricorso e, in via riconvenzionale, la condanna dei ricorrenti al risarcimento dei danni subiti per avere i medesimi chiuso arbitrariamente l'esercizio durante il periodo feriale./>Il Tribunale adito rigettava tutte le domande.
Su appello principale dei lavoratori ed incidentale della società, con sentenza non definitiva depositata il 28 novembre 2007, la Corte d'Appello di Roma dichiarava la natura subordinata del rapporto intercorso tra le parti; confermava la pronuncia di rigetto relativa al licenziamento: condannava i lavoratori al risarcimento dei danni a favore della società, liquidandoli in via equitativa in € 12.000; disponeva con separata ordinanza la prosecuzione del giudizio per l'esame della domanda relativa alle differenze retributive chieste dai lavoratori.
Con sentenza definitiva depositata il 23 febbraio 2010 la stessa Corte condannava la società, a tale titolo, al pagamento della somma di € 2.276,29 a favore di A. D., di € 4.151,66 a favore di A. F. Da L. e di € 394,37 a favore di A. de A. L..
Avverso dette sentenze hanno proposto ricorso per cassazione i lavoratori sulla base di cinque motivi, illustrato da memoria ex art. 378 cod. proc. civ. La società ha resistito con controricorso.
1. Con il primo motivo i ricorrenti, denunziando violazione degli artt. 1, 3 e 5 della legge 15 luglio 1966 n. 604 nonché dell'art. 437 cod. proc. civ., deducono che erroneamente la Corte territoriale ha ritenuto inammissibili, perché nuove, le questioni sollevate dai lavoratori in sede di appello circa lo stato di crisi in cui si trovava l'esercizio, successivamente chiuso, e la violazione dell'obbligo di repechage. Tali questioni erano state infatti dedotte dai lavoratori per contestare le affermazioni contenute nella sentenza di primo grado nonché quanto sostenuto dalla società a sostegno della legittimità del licenziamento.
La Corte territoriale ha ritenuto legittimo il licenziamento per giustificato motivo oggettivo disposto dalla società, in quanto, come già affermato dal giudice di primo grado, esso fu determinato dalla chiusura dell'esercizio, circostanza questa effettiva e non pretestuosa, diversamente da quanto sostenuto dei ricorrenti.
Ha poi aggiunto, con riferimento all'asserito obbligo di reimpiego, che nulla era stato dedotto in primo grado dai lavoratori al riguardo, onde la tardività di tale questione aveva precluso alla controparte di controdedurre sul punto. Si trattava dunque di questione nuova e per tale motivo inammissibile.
I ricorrenti hanno sostanzialmente ammesso di avere dedotto motivi nuovi e diversi in grado di appello e tanto basta per respingere la censura relativa all'obbligo di repechage, non avendo peraltro i lavoratori, in violazione del principio di autosufficienza del ricorso, esposto in quali termini tale questione è stata introdotta nel giudizio, una volta che non era stata sollevata dagli stessi lavoratori.
Quanto alla chiusura dell'esercizio, l'accertamento al riguardo eseguito dal giudice di merito - che ha affermato che in effetti tale chiusura fu effettiva - non può essere sindacato in questa sede, non essendo consentito al giudice di legittimità di riesaminare il merito della vicenda processuale e di sostituire una propria valutazione a quella data dal giudice di merito.
3. Con il secondo motivo i ricorrenti, denunziando omessa motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, deducono di avere chiesto in primo grado, reiterando la richiesta in appello, prova testimoniale - di cui riporta i relativi capitoli - al fine di dimostrare il lavoro straordinario svolto alle dipendenze della odierna resistente.
Tale richiesta, aggiungono, è stata rigettata dal giudice d'appello sul rilievo che dalle registrazioni di cassa risultava che l'orario di chiusura del locale era ben anteriore rispetto a quello indicato nei capitoli di prova, motivazione questa palesemente insufficiente non essendo possibile far discendere l'orario di chiusura di un esercizio dalle registrazioni di cassa.
4. Il motivo è fondato
La Corte territoriale sulla domanda relativa al lavoro straordinario ha così motivato: "Nulla spetta per lavoro straordinario, avendo la parte datoriale documentato (registrazioni di cassa) che l'orario di chiusura del locale (tra le ore 24 e l'una di notte) era ben anteriore a quello allegato dai ricorrente.
Tale motivazione è inadeguata ed illogica, essendo evidente che la chiusura del registratore di cassa non coincide con la cessazione della prestazione lavorativa, la quale, specie con riguardo al personale che opera nelle trattorie e nei ristoranti, continua ben oltre dopo l'uscita dal locale dell'ultimo cliente e la chiusura delle registrazioni fiscali, dovendo tale personale provvedere ad ulteriori incombenti prima di lasciare l'esercizio (pulizia dello cucina, riordino della stessa, rigoverno dei locali, risistemazione dei tavoli, etc).
La sentenza impugnata che, sulla scorta della sola motivazione sopra indicata, ha respinto la domanda in questione, implicitamente rigettando anche la richiesta di prova testimoniale, deve pertanto essere sul punto cassata.
5. Con il terzo motivo, denunziando violazione e falsa applicazione degli artt. 116 cod. proc. civ. e 2697 cod. civ., i ricorrenti deducono che la Corte di merito ha ritenuto arbitraria la chiusura dell'esercizio ad opera dei ricorrenti nel periodo 9-20 agosto 2000. Rilevano che, al più, si è trattato di un inadempimento che, tuttavia, doveva considerarsi lecito, "atteso il precedente inadempimento del datore di lavoro in tema di decorrenza e di svolgimento del rapporto, sicché esso non può ritenersi produttivo di un danno ingiusto". Inoltre, sul punto, la sentenza impugnata non ha "convenientemente interpretato i dati probatori disponibile, male valutando la prova testimoniale.
6. Con il quarto motivo, denunziando violazione e falsa applicazione degli artt. 116 cod. proc. civ. e 2697 cod., civ., i ricorrenti deducono che non era stata provata l'esistenza del danno, onde nulla poteva essere liquidato a tale titolo alla società.
7. Con il quinto motivo i ricorrenti, denunziando motivazione carente ed illogica, rilevano che il giudice d'appello ha liquidato in via equitativa la somma di € 12.000, senza spiegare perché l'astensione dal lavoro degli stessi ricorrenti fosse illecita ed avesse determinato un danno ingiusto. Inoltre lo stesso giudice non ha dato conto delle ragioni che lo hanno indotto alla liquidazione equitativa.
8. I predetti tre motivi che, in quanto connessi, vanno trattati congiuntamente, sono infondati.
Deve premettersi che, secondo quanto più volte affermato da questa Corte, l'esatta determinazione del periodo feriale, presupponendo una valutazione comparativa di diverse esigenze, spetta unicamente all'imprenditore quale estrinsecazione del generale potere organizzativo e direttivo dell'impresa; al lavoratore compete soltanto la mera facoltà di indicare il periodo entro il quale intende fruire del riposo annuale. Peraltro, allorché il lavoratore non goda delle ferie nel periodo stabilito e non chieda di goderne in altro periodo dell'anno non può desumersi alcuna rinuncia - che, comunque, sarebbe nulla per contrasto con norme imperative (art. 36 Cost. e art. 2109 cod. civ.) - e quindi il datore di lavoro è tenuto a corrispondergli la relativa indennità sostitutiva delle ferie non godute.
Nella specie la Corte territoriale ha affermato che dalla prova testimoniale era emerso che i ricorrenti, senza avvertire i proprietari, chiusero di propria iniziativa l'esercizio per usufruire delle ferie, comunicando tale loro decisione alla aiuto-cuoca E. V.. Ha rilevato altresì che da tale condotta erano sicuramente derivati danni alla società, posto che nei mesi di luglio ed agosto vi è un maggior afflusso di clienti. Ha determinato quindi tali danni, in via equitativa, in misura pari "a circa un terzo/quarto dei ricavi mensili", detratti i presumibili costi per lo stesso periodo.
Trattasi anche qui, con riferimento alle prime D. circostanze, di un accertamento di merito non sindacabile in questa sede, mentre, con riguardo alla valutazione equitativa del danno, essa discende dal disposto di cui all'art. 432 cod. proc. civ., secondo cui, quando sia certo il diritto ma non sia possibile determinare la somma dovuta il giudice la liquida con valutazione equitativa.
Il ricorso a tale forma di liquidazione implica un giudizio di merito censurabile in sede di legittimità solo per insufficienza dei presupposti o per vizio di motivazione, peraltro deducibile esclusivamente sotto il profilo della sua mancanza o sotto quello della enunciazione meramente apparente (cfr., al riguardo, tra le altre, Cass. 14 gennaio 2003 n, 458).
Il giudice d'appello, accertata la sussistenza del danno e l'obiettiva impossibilità di una determinazione certa dell'importo della somma dovuta alla stregua degli elementi acquisiti al processo, ha liquidato il danno in via equitativa, dando congrua ragione del processo logico seguito ed indicando i criteri assunti a base del procedimento valutativo.
9. In conclusione va accolto il secondo motivo, mentre vanno rigettati gli altri. La sentenza impugnata va cassata in relazione al motivo accolto, con rinvio al giudice indicato in dispositivo per il riesame sul punto della controversia. Il giudice di rinvio provvederà anche sulle spese del presente giudizio.
Accoglie il secondo motivo e rigetta gli altri. Cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia, anche per le spese, alla Corte di Appello di Roma in diversa composizione.
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LAVORO - E' VIOLENZA PRIVATA COSTRINGERE IL DIPENDENTE A PRESENZIARE ALLA RIUNIONE
CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 25 luglio 2013, n. 32463
Violenza privata – Corretto adempimento della prestazione lavorativa – Pretesa esercitata con la coercizione fisica – Illecito penale – Configurabilità
Con sentenza 28.6.2012, la corte di appello di Ancona ,in riforma della sentenza 20.7.09 del tribunale di Ascoli Piceno, sezione di San Benedetto del Tronto, impugnata dal P.M., ha condannato, previa concessione delle attenuanti generiche, D.B. R., dirigente del settore Servizi Sociali del comune di San Benedetto del Tronto, alla pena di 4 mesi di reclusione, al risarcimento dei danni, liquidati in € 6.000, alla rifusione delle spese in favore della parte civile, perché ritenuto colpevole del reato di violenza privata, in danno dell’impiegata del medesimo ufficio L. M..
Il difensore ha presentato ricorso per i seguenti motivi, integrati con memoria pervenuta il 15 marzo u.s.:
1. vizio di legge, in riferimento agli artt. 6 e 46 della CEDU, 111 e 117 co. 1 Cost., 533, 603, 530 cpp: il giudizio di secondo grado si è svolto a seguito dell’impugnazione proposta dal P.M. limitatamente alla pronuncia di assoluzione, da parte del tribunale, del D.B. dal reato di violenza privata, mentre non ha esaminato l’impugnazione della parte civile avverso la pronuncia di assoluzione dai reati di violenza privata, lesioni e ingiuria, per omessa notifica dell’atto di appello all’imputato. Secondo il ricorrente, la corte territoriale, conformemente alla sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo del 5.7.2011 (Dan contro Moldavia) e ai principi del giusto processo ex art. 6 CEDU, avrebbe dovuto rinnovare integralmente l’istruttoria dibattimentale, non potendosi risolvere il giudizio di appello in un mero controllo sul piano documentale. Nel procedimento dinanzi all’autorità giudiziaria della Moldavia, la corte di merito aveva accolto l’appello della procura e, aveva ribaltato la sentenza di assoluzione, senza esaminare i testimoni, ma valutando diversamente le loro dichiarazioni e ritenendo attendibili quelle accusatorie, senza rilevare importanti contraddizioni. La corte di appello di Ancona, con motivazione apparente, non solo ha omesso di riascoltare direttamente i testi, nell’ambito della corretta dialettica processuale in cui si sostanzia “il giusto processo” europeo ex art. 6 della CEDU, ma ha travisato radicalmente il contenuto delle loro deposizioni, rese nel corso del giudizio di primo grado e ha anche attribuito all’imputato un’inesistente ammissione degli elementi costitutivi del reato. In tal modo ha disatteso il principio ermeneutico fissato dalla Corte Europea, con la sentenza che – stante la forza vincolante della norme della Convenzione Europea – costituisce il diritto vivente a cui devono conformarsi il legislatore e la magistratura di ogni Stato aderente.
Pertanto costituisce un vero e proprio errore procedurale, a norma dell’art. 606 co. 1 lett, b) cpp, la prassi, non sostenuta da alcuna disposizione normativa, di effettuare un riesame cartolare delle prove testimoniali assunte in primo grado, nel processo di appello celebrato a seguito di impugnativa del P.M. Ciò si evince dalle statuizioni dell’ordinanza n. 34472 del 19,4.2012 delle S.U. penali, che chiariscono l’efficacia extra processuale delle sentenze della CEDU. Quindi gli effetti della citata sentenza 5.7.2011 devono trovare ingresso nel presente procedimento, mediante intervento adeguatore del giudice di legittimità, cassando per evidente errore in procedendo la sentenza impugnata, a norma dell’art. 606 cpp, violativo dell’art. 6 CEDU.
2. vizio di motivazione, in relazione alla violazione del diritto di difesa e del contraddittorio, conseguente all’omessa notifica dell’appello della parte civile: la mancata conoscenza dei motivi dell’impugnazione ha impedito all’imputato di esercitare il diritto di impugnazione in via incidentale, per contrastare le pretese avanzate dalla parte civile e per ottenere la sua condanna alla rifusione delle spese del giudizio di primo grado, sulle quali il primo giudice non si è pronunciato. Inoltre, la corte, pur affermando di non esaminare le argomentazioni contenute nell’atto di impugnazione, in realtà ne ha tenuto conto, come risulta dalla condanna al risarcimento dei danni in favore della parte civile.
3. vizio di motivazione in riferimento all’affermazione di responsabilità per il delitto di violenza privata: la corte ha fondato la decisione sulle dichiarazioni della donna, sebbene la giurisprudenza afferma che il convincimento del giudice non si può formare con il narrato del querelante o del denunciarne, tanto più se è parte civile e quindi portatrice di interessi economici; inoltre ha richiamato genericamente le dichiarazioni di tre testimoni senza tener conto delle contrarie deposizioni di oltre dieci testi oculari, che sono riportate nel ricorso quanto alle lesioni, è da escludere che sia derivata una malattia, che abbia negativamente inciso sull’incolumità fisica della L. (come risulta dal contenuto della documentazione sanitaria, riportato nei motivi dell’impugnazione). Sulla scorta delle dichiarazioni testimoniali e della documentazione, il ricorrente formula una valutazione radicalmente negativa sulla esistenza e sulla consistenza della motivazione della sentenza impugnata;
4. violazione di legge e vizio di motivazione in riferimento alla negata sussistenza di cause di giustificazione, quali la legittima difesa, l’esercizio di un diritto, l’adempimento di un dovere, dello stato di necessità, dell’eccesso colposo: la parte civile ha tenuto comportamenti penalmente rilevanti, quali l’oltraggio a pubblico ufficiale, la diffamazione, o quanto meno l’ingiuria, inosservanza di provvedimenti dell’Autorità, resistenza a pubblico ufficiale, l’interruzzione di un pubblico servizio. Sotto quest’ultimo profilo, del tutto legittimamente il dottor D.B. si era rappresentato la necessità, impostagli dalla legge, di far cessare la permanenza del reato ex art. 340 c.p. La corte di appello avrebbe dovuto applicare il principio formulato proprio in tema di violenza privata (sez. V, n. 5423/1989; id. 7.6.1988), secondo cui, ai fini della sussistenza o meno del reato di violenza privata, la coazione deve ritenersi giustificata non solo quando ricorra una delle cause di giustificazione previste dagli artt. 51 e 54, ma anche quando la violenza o la minaccia siano in concreto adoperate per impedire l’esecuzione o la permanenza del reato. Il delitto viene meno se risulta che l’agente aveva il diritto di imporre con violenza o minaccia una determinata condotta positiva o negativa. Vi è rilevare che all’imputato, pubblico ufficiale, datore di lavoro della L., dirigente pubblico di ruolo spettavano i doveri di cui all’art. 107 d,lgs 267/2000, ai fini della cura del corretto funzionamento degli uffici e servizi assegnati alla propria competenza. Tenuto conto delle risultanze processuali, in definitiva, l’azione di sospingimento contenitivo, di certo non aggressivo della parte offesa, posta in essere dal dirigente (le cui modalità assolutamente non aggressive sono state confermate dal passaggio in giudicato del capo della sentenza che ha riconosciuto come inesistenti le lesioni personali per 98 giorni di malattia lamentati dalla donna) era finalizzata, in ragione della funzione istituzionale di cura e garanzia, conferitagli dal citato art. 107 a far cessare i numerosi reati che lei stava consumando.
5. violazione di legge in riferimento all’art. 157 cp., per mancata declaratoria di estinzione del reato per prescrizione e dell’art. 578 cpp, per il mancato riconoscimento dell’insussistenza di un danno ricollegabile alla condotta dell’imputato, nonché per ingiusta e immotivata quantificazione del danno medesimo.
La doglianza sulla violazione del principio ermeneutico, fissato dalla Corte Europea nella citata sentenza del 5.7.2011 (Dan contro Moldavia) è formulata sull’errato presupposto che la corte di appello di Ancona abbia compiuto – attraverso l’omissione del nuovo esame dei testi e attraverso un esame cartolare delle loro deposizioni – una diversa valutazione delle prove dichiarative, travisandone il contenuto e attribuendo all’imputato un’inesistente ammissione del fatto contestatogli. Di qui una diverga ricostruzione del fatto, in violazione della corretta dialettica processuale, in cui si sostanzia il “giusto processo” ex art. 6 della CEDU.
Tale assunto critico è del tutto privo di fondamento. Al di là dell’assenza di riferimento a una richiesta, da parte dell’interessato, di riapertura dell’Istruttoria dibattimentale, va rilevato che dagli atti emerge che la corte di appello di Ancona, lasciando sostanzialmente invariata la valutazione delle dichiarazioni testimoniali e prendendo atto delle innegabili ammissioni del D.B., ha conseguentemente lasciata inalterata la ricostruzione dei fatti compiuta dal primo giudice . E’ risultato quindi confermato che:
a) la condotta incriminata “è stata riconosciuta dallo stesso imputato, che sin dalla prima udienza, in sede di dichiarazioni spontanee, ha ammesso che, dopo aver discusso all’interno del suo ufficio, la L. sarebbe uscita sbattendo la porta e nonostante lui la seguisse in corridoio invitandola a rientrare per concludere il discorso iniziato, la donna continuava a camminare lungo il corridoio e cominciava a chiamare provocatoriamente aiuto, urlando di non menarla nonostante tra i due vi fossero diversi metri di distanza” (sent. Trib. pag .10);
b) che la L., giunta dinanzi alla propria stanza veniva raggiunta dall’imputato che, “preso atto che la stessa non desisteva dal suo comportamento, la spingeva sino alla sua scrivania imponendole di sedersi … la invitava verbalmente ad entrare nella propria stanza e, visto il suo rifiuto, la sospingeva sino alla sua scrivania facendola sedere sulla sua sedia” (sent. trib. pagine 10e 11). Questa identica premessa storica è stata però diversamente valutata dai giudici di merito: secondo il tribunale “il rifiuto della L. di rientrare nella propria stanza e sedersi alla sua scrivania per riprendere il lavoro assume il carattere dell’illegittimità per cui l’azione posta in essere successivamente dall’imputato deve considerarsi scriminata ai sensi dell’art. 51, integrando l’esercizio di un diritto o l’adempimento di un dovere, Né può sostenersi che il Dirigente di fronte alle offese rivoltegli dalla dipendente e alla sua plateale insubordinazione agli ordini impartiti avrebbe dovuto limitarsi a promuovere nei suoi confronti un procedimento disciplinare, infatti il mero ricorso ad una segnalazione scritta non era in alcun modo in grado di porre fine al comportamento della L. che, nell’immediato, con il suo perdurare, creava una situazione di profondo disagio sia al Dirigente che vedeva gravemente delegittimata la propria funzione, sia gli altri dipendenti che, accorsi in corridoio, assistevano alla scena, sia infine agli utenti presenti essendosi i fatti svolti in orario di apertura al pubblico dell’Ufficio”(pag. 12). La corte di merito, prende atto che il giudice di primo grado aveva ricostruito un indubbio atto di costrizione fisica del D.B. nei confronti della donna e che ne aveva “escluso l’antigiuridicità penale ricollegando la violenza adoperata all’attuazione di una pretesa legittima, quella dell’amministrazione al corretto adempimento della prestazione lavorativa di L. M.», e di un comportamento doveroso da parte della dipendente”.
Questa pretesa al corretto adempimento della prestazione lavorativa,esercitabile con la coercizione fisica nei confronti di un lavoratore subordinato, è stata ritenuta dalla corte di appello estranea al nostro ordinamento giuridico. “I diritti del datore di lavoro alle prestazioni consistenti in un facere non sono coercibili sotto alcun profilo: né sul piano naturalistico, trattandosi di comportamenti personali volontari, né sul piano del diritto positivo, che prevede l’esecuzione coattiva degli obblighi di fare solo per comportamenti surrogabili, che non discendano da intuitus personae, mentre la tutela verso gli inadempimenti di obblighi incoercibili resta essenzialmente risarcitoria”. Secondo il giudice di appello, al di là dei danni fisici, la condotta di violenta imposizione di un facere al lavoratore subordinato, risulta gravemente lesiva della dignità personale e della libertà di autodeterminazione. Il nostro ordinamento prevede come unici rimedi “i normali e leciti strumenti amministrativi disciplinari di cui può e deve disporre il dirigente”. Correttamente, in conformità ai criteri interpretativi dell’esimente ex art. 51 c.p., la corte ha negato, sia pure per implicito, alla condotta dell’imputato il requisito della proporzionalità, immanente a tutte le cause di giustificazione. Secondo un condivisibile orientamento giurisprudenziale, la coazione, anche quando sia usata per impedire la commissione di un reato (ipotesi non configurata a carico della L.) non può prescindere da un criterio di proporzionalità tra il mezzo adoperato e il fatto trasgressivo che si intendeva evitare, “proporzionalità certamente necessaria, se si vuole che l’asserito esercizio di un diritto non si tramuti nell’ingiustificata lesione del bene altrui”(sez. 5, n. 5423 del 7.6.1988, Bajona).
La conclusione a cui è giunta la corte di merito è quindi non solo improntata a una fedele conformità alle risultanze processuali e a una razionale esposizione delle ragioni che la giustificano, ma è anche in perfetta armonia con intangibili principi costituzionali in tema di diritti fondamentali della persona e del principio dì uguaglianza: la diversità di funzioni tra imputato e persona offesa, scandita nella sentenza di primo grado (“deve ricordarsi che il D.B. non era collega della persona offesa bensì il suo Dirigente”) non può tradursi in una diversità di posizione sul piano della dignità personale all’interno dei rapporti umani e professionali.
Quanto alla doglianza relativa alla violazione del diritto di difesa e del contraddittorio sul piano delle statuizioni civili e del pagamento delle spese processuali, va rilevato che nessuna censura è formulabile nei confronti della presa d’atto del giudice di appello, del mancato instaurarsi del rapporto processuale tra le parti, nell’ambito del giudizio civile, a seguito della omessa notifica all’imputato dell’appello della parte civile.
Nessuna censura è ugualmente formulabile in ordine alle statuizioni civili relative alla condanna del D.B. al risarcimento dei danni e al rimborso delle spese sostenute dalla parte civile Secondo un consolidato e condivisibile orientamento interpretativo il giudice di appello, che su gravame del solo pubblico ministero, condanni l’imputato assolto nel giudizio di primo grado, deve provvedere anche sulla domanda della parte civile che non abbia impugnato la decisione assolutoria( S. U. n. 30327 del 10.7.02, rv 222001, conf. sez. 5 ,n. 16961 del 12.2.2010,rv 246876).
La determinazione della somma liquidata dalla corte di merito, a titolo di risarcimento del danno morale e biologico, è insuscettibile di censura, in virtù della sua razionale adeguatezza all’entità della sofferenza causata alla L. dalla violenta aggressione. Va anche rilevata la sua piena conformità alla forma equitativa: secondo un consolidato e condivisibile orientamento giurisprudenziale, unica forma possibile di liquidazione di danni privi di caratteristiche patrimoniali è quella equitativa, in cui la dazione di somma di denaro non è reintegratrice di una diminuzione patrimoniale, ma compensativa di un pregiudizio non economico. E’ quindi logicamente escluso che il giudice abbia l’obbligo – in assenza di parametri normativi di commutazione – di scandire gli specifici elementi valutativi da lui considerati nella quantificazione della entità del danno e della correlata dimensione del ristoro pecuniario, a fronte di accertati comportamenti, che inequivocabilmente sono da ritenere, secondo la comune esperienza e secondo consolidati criteri della civile convivenza- fonte dì sofferenza per chi ne sia stato investito. Quanto alla richiesta di declaratoria di estinzione del reato per prescrizione, il preciso calcolo del tempo trascorso dalla data della sua consumazione conduce a ritenere che il termine di 7 anni e 6 mesi non è ancora maturato.
Il ricorso va quindi dichiarato inammissibile con condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e al pagamento della somma di € 1.000 in favore della Cassa della Ammende, nonché alla rifusione delle spese sostenute dalla parte civile, che liquida in complessivi € 2.000,00, oltre accessori secondo legge.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di € 1.000,00 in favore della Cassa delle Ammende, nonché alla rifusione delle spese sostenute dalla parte civile, che liquida in complessivi € 2,000,00, oltre accessori secondo legge.
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IL VIAGGIO DALLA SEDE DELL’AZIENDA AL PUNTO IN CUI SI SVOLGONO LE MANSIONI DEVE ESSERE CONSIDERATO ORARIO DI LAVORO
CORTE DI CASSAZIONE – Ordinanza 29 luglio 2013, n. 18237
Lavoro –Contributi e Premi Inail – Prestazione attività lavorativa fuori sede
Con la sentenza impugnata la Corte d’appello di Torino dichiarava che l’indennità di trasferta per gli anni dal 2002 al 2005, corrisposta sia ai dipendenti inquadrati nel settore edile, sia ai dipendenti del settore impiantistico metalmeccanico doveva essere assoggettata a contribuzione Inps e premi lnail nella misura del 50% del loro ammontare. La Corte adita rilevava che l’appellante esercitava attività di edilizia stradale e che i dipendenti operavano tutti con le stesse modalità, essendo tenuti a svolgere ordinariamente la propria attività fuori sede. Costoro si trovavano ogni mattina presso il deposito automezzi, prelevavano il materiale occorrente e si recavano, con i mezzi aziendali presso i vari cantieri, rientravano quindi nella categoria dei ed. trasfertisti, essendo tenuti a svolgere l’attività lavorativa sempre in luoghi variabili e diversi rispetto alla sede aziendale. Il relativo compenso, non trattandosi di indennità di trasferta, doveva essere sottoposto a contribuzione nella misura del 50%. La Corte territoriale affermava poi che il rapporto di lavoro intercorso con la società e B. era di natura subordinata e non si configurava come associazione in partecipazione. Infatti il medesimo era stato mensilmente pagato in misura fissa, non aveva partecipato al rischio di impresa concernente utili e perdite, non era stato adempiuto all’obbligo di rendiconto. Il rapporto era di natura subordinata perché il medesimo doveva essere sempre a disposizione come capo cantiere e la sua autonomia era giustificata dalle competenze tecniche di cui era in possesso. La Corte riteneva altresì che dovessero essere assoggettate a contribuzione le ore di lavoro straordinario prestate dai lavoratori F., R. e B., avendo gli stessi così riferito, con ciò fornendo un indizio di prova. In ogni caso doveva essere assoggettato a contribuzione il compenso erogato per le ore necessarie a raggiungere il posto di lavoro, essendo i dipendenti obbligati a presentarsi presso la sede aziendale per essere poi inviati a rendere la prestazione lavorativa in varie località.
Avverso detta sentenza la società soccombente ricorre con cinque motivi.
Inps in proprio ed in rappresentanza della S. spa ed lnail resistono con controricorso, Equitalia è rimasta intimata;
Con il primo motivo il ricorrente sostiene che, secondo la sentenza impugnata, per gli operai tenuti a svolgere l’attività fuori della sede di lavoro non sarebbe mai configurabile l’istituto della trasferta, che invece non potrebbe essere esclusa, ed invoca le norme di carattere fiscale di cui al TUIR ed alle circolari ministeriali.
Con il secondo mezzo si duole che non sia stato considerato che l’indennità di trasferta veniva erogata solo per i giorni di effettivo lavoro;
Con il terzo si duole che sia stata accolta la pretesa degli enti previdenziali, ancorché questi non avessero prodotto i cronotachigrafi;
Con il quarto si denunzia difetto di motivazione per non avere tenuto conto, in relazione alla posizione del B., che costui aveva riferito essere stato pattuito un compenso fisso per le spese e la partecipazione agli utili e di avere percepito 70.000 euro a titolo di partecipazione agli utili all’atto dell’apertura dalla partita Iva.
Con il quinto si duole che sia stato sottoposto a contribuzione il compenso per lavoro straordinario, nonostante non dimostrato e non dovendo in ogni caso essere considerato come orario di lavoro quello necessario per raggiungere il luogo della prestazione.
Letta la relazione resa ex art. 380 vis cod. proc. civ. di manifesta fondatezza del quarto motivo e la manifesta infondatezza degli altri;
Infatti i primi tre motivi di ricorso sono manifestamente infondati.
L’unica disposizione applicabile ratione temporis è l’art. 3 comma 6 d.lgs. n. 314 del 1997 che recita “6. Le indennità e le maggiorazioni di retribuzione spettanti ai lavoratori tenuti per contratto all’espletamento delle attività lavorative in luoghi sempre variabili e diversi, anche se corrisposte con carattere di continuità le indennità di navigazione e di volo previste dalla legge o dal contratto collettivo concorrono a formare il reddito nella misura del 50 per cento del loro ammontare…” La sentenza impugnata ha accertato – con di accertamento di fatto di cui non sono stati lamentati errori logici né giuridici, né la mancata considerazione di circostanze decisive, quindi incensurabile in questa sede – che l’attività dell’impresa si esplica nei lavori di edilizia stradale, la quale richiede necessariamente, di per sé, che la prestazione di attività lavorativa sia svolta fuori della sede aziendale. Sembra allora trattarsi, senza che sia necessaria la prova dei cronotachigrafi, del tipico lavoro dei trasfertisti, il cui regime contributivo è disciplinato esclusivamente dalla disposizione citata, mentre non rileva l’invocato regime fiscale.
Parimenti infondato è il quinto motivo, perché i Giudici di merito hanno ritenuto in fatto, con congrua motivazione incensurabile in questa sede, che il lavoro straordinario era stato prestato e si sono poi conformati alla giurisprudenza di questa Corte per cui l’orario necessario a recarsi sul luogo di lavoro deve essere considerato come tempo di lavoro e quindi sottoposto a contribuzione. E’ stato infatti affermato ( tra le tante Cass. n. 17511 del 26/07/2010) che « Il tempo per raggiungere il luogo di lavoro rientra nell’attività lavorativa vera e propria (e va, quindi, sommato al normale orario di lavoro come straordinario) allorché lo spostamento sia funzionale rispetto alla prestazione; in particolare, sussiste il carattere di funzionalità nei casi in cui il dipendente, obbligato a presentarsi presso la sede aziendale, sia poi di volta in volta destinato in diverse località per svolgervi la sua prestazione lavorativa». Si trattava in quel caso del compenso per lavoro straordinario prestato dal lavoratore in occasione del trasporto giornaliero da lui effettuato, per la durata di circa un’ora, di operai e mezzi dalla sede della società ai singoli cantieri.
Risulta invece manifestamente fondato il quarto motivo, in relazione alla posizione del capo cantiere B., non avendo la sentenza impugnata considerato le dichiarazioni rese dal medesimo, per cui era stata pattuita una partecipazione agli utili e che a tal titolo gli era stata erogata la somma di 70.000 euro. Sussiste quindi il difetto di motivazione su una circostanza rilevante.
Va quindi accolto il quarto motivo e rigettati gli altri; la sentenza impugnata va cassata in relazione al motivo accolto, con rinvio, anche per le spese, alla Corte d’appello di Torino in diversa composizione.
Accoglie il quarto motivo di ricorso e rigetta gli altri. Cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia, anche per le spese, alla Corte d’appello di Torino in diversa composizione.
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