Source: http://www.paoloalfano.it/2012/10/25/fideiussione-comportamento-contrario-a-buona-fede-del-creditore-e-mezzi-probatori/
Timestamp: 2018-03-24 17:59:33+00:00
Document Index: 103477849

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1956', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 366', 'art. 360', 'e contrario']

Fideiussione: comportamento contrario a buona fede del creditore e mezzi probatori | Avv. Paolo Alfano
da Paolo Alfano | Ott 25, 2012 | Giurisprudenza civile | 0 commenti
Corte di Cassazione – Prima civile Sentenza 16667 del 01.10.2012
BANCA XXX S.P.A.;
C.M., nella qualità di Amministratore di sostegno di C.A
avverso la sentenza n. 363/2006 della Corte d’Appello di Ancona, depositata il 10/06/2006;
Il 16 gennaio 1987 il presidente del Tribunale di Ascoli Piceno, accogliendo un ricorso della Banca YYY s.p.a.
(poi incorporata dalla Banca XXX, e che d’ora innanzi verrà sempre designata come XXX), emise un decreto ingiuntivo nei confronti della locale Cooperativa di Lavoro fra ZZZ e nei confronti di alcuni fideiussori, tra i quali il sig. C.A., ordinando a quest’ultimo di pagare alla ricorrente la somma di L. 40.000.000, a fronte di uno scoperto di conto corrente di più elevato importo.
Quest’ultima, con sentenza depositata in cancelleria il 10 giugno 2006, condivise la valutazione del primo giudice in ordine al fatto che la banca, ampliando il credito concesso alla debitrice principale ormai palesemente insolvente, aveva violato i propri doveri di buona fede verso il fideiussore, e ritenne che, così giudicando, il tribunale non avesse esorbitato dai limiti della domanda, giacchè la censura in ordine al., comportamento della banca, pur se non accompagnata, nell’atto di opposizione a decreto ingiuntivo dall’espresso richiamo al disposto dell’art. 1956 c.c., appariva comunque riconducibile al principio di buona fede cui detta norma è ispirata. Che poi il comportamento dell’istituto creditore fosse davvero incompatibile col rispetto dell’obbligo di agire secondo buona fede, la corte territoriale lo dedusse non solo dalle modalità con cui la banca aveva modulato l’estensione delle garanzie richieste ai diversi fideiussori, nell’evidente convinzione dell’ormai acquisita insolvenza della cooperativa, ma soprattutto dall’ingiustificato e repentino ampliamento dell’entità dell’erogazione di credito in una situazione che non lasciava supporre alcuna possibilità di rientro da parte della debitrice principale.
Per la cassazione di tale sentenza ha proposto ricorso la Banca XXX, formulando due motivi di doglianza.
Il sig. C., rappresentato in giudizio dalla figlia M. in qualità di amministratrice di sostegno, si è difeso con controricorso.
1. Giova premettere che, essendo stata la sentenza impugnata resa pubblica nel giugno del 2006, al presente ricorso risulta ratione temporis applicabile la disposizione dell’art. 366 bis c.p.c., introdotta con il D.Lgs. n. 40 del 2006, e poi abrogata dalla L. n. 69 del 2009.
Quest’ultimo rilievo conduce subito a considerare inammissibili le doglianze prospettate in entrambi i motivi di ricorso con riferimento alla previsione dell’art. 360 c.p.c., n. 5, perchè in nessun punto del ricorso medesimo è dato rinvenire il suindicato momento di sintesi.
Detto motivo si conclude con un quesito di diritto, volto a sapere se il giudice può pronunciare d’ufficio su una domanda non enucleabile dalle difese della parte. Ma è quesito palesemente inadeguato e non conforme al modello legale, perchè per un verso assolutamente astratto e, per altro verso, del tutto ovvio e perciò tale da risolversi in un interrogativo retorico.
3. Pure i primi due quesiti di diritto posti a corredo del secondo motivo di ricorso sono inadeguati, perchè anch’essi, ruotando entrambi intorno al concetto della non accoglibilità di un’eccezione che si assume non sia stata formulata nè sufficientemente provata dalla parte, rivestono un carattere inammissibilmente retorico e muovono da un presupposto – la mancata proposizione ed il difetto di prova dell’eccezione – incompatibile con quello posto a base dell’impugnata sentenza, da cui la ricorrente dissente non per ragioni di diritto bensì di fatto.
Conserva un qualche margine di astratta plausibilità solo il quesito accluso all’esposizione del secondo, motivo del ricorso che sembra postulare un principio di diritto a tenore del quale, quando si tratti per il fideiussore di dare la prova di un comportamento del debitore principale contrario al principio di buona fede, dovrebbe escludersi la possibilità che tale prova sia fornita mediante presunzioni. Ma un siffatto principio di diritto è privo di qualsiasi base, giacchè nulla consente di affermare che il thema probandum sopra ipotizzato soffra di particolari limitazioni legali, sia quanto agli strumenti mediante i quali la parte interessata può assolvere il proprio onere sia in ordine alle risultanze sulle quali il giudice è in grado di radicare il proprio convincimento.
Contrariamente a quanto prospetta la parte ricorrente, quindi, deve enunciarsi il principio di diritto per il quale la circostanza che il creditore abbia tenuto un comportamento contrario al dovere di buona fede e correttezza contrattuale, tale da comportare la possibile liberazione del fideiussore dai propri obblighi di garanzia nei riguardi del creditore medesimo, può essere provata con ogni mezzo consentito dall’ordinamento, ivi compreso il ricorso a presunzioni, secondo la regola generale stabilita dagli artt. 2727 e 2729 c.c.
Depositato in Cancelleria il 1 ottobre 2012