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Timestamp: 2017-05-27 21:29:02+00:00
Document Index: 110966680

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 12', 'art. 12', 'sentenza ', 'art. 12', 'art. 14', 'art. 3', 'art. 42', 'art. 10', 'art. 12', 'sentenza ', 'art. 70', 'art. 10', 'art. 8', 'art. 10', 'art. 12', 'art. 12', 'art. 14', 'art. 21', 'art. 3']

Consiglio di Stato, Sezione VI, 3 giugno 2011 a cura del Dott. Francesco BarchielliConsiglio di Stato, Sezione VI, 3 giugno 2011Sulle valutazioni in ordine all''esistenza di un interesse storico-artistico su un immobile, tali da giustificare l''apposizione del relativo vincoloSENTENZA N. 3894
Le valutazioni in ordine all'esistenza di un interesse storico-artistico su un immobile, tali da giustificare l'apposizione del relativo vincolo, costituiscono espressione di un potere nel quale sono presenti sia momenti di discrezionalità tecnica, sia momenti di propria discrezionalità amministrativa. Tale valutazione è espressione di una prerogativa esclusiva dell’amministrazione e può essere sindacata in sede giurisdizionale solo in presenza di profili di incongruità ed illogicità di evidenza tale da far emergere inattendibilità della valutazione tecnica-discrezionale compiuta (Cons. Stato, VI, 29 settembre 2009, n. 5869). La declaratoria di particolare interesse storico ed artistico di un immobile scaturisce infatti dall'applicazione di canoni e criteri aventi peraltro un grado notevole di opinabilità, poiché basati sulla valutazione del contenuto artistico e della rilevanza storica dei beni, con l'effetto dell'ampiezza della discrezionalità esercitata e della conseguente limitazione del riscontro di legittimità al solo difetto di motivazione, alla illogicità manifesta ed all'errore di fatto (Cons. Stato, VI, 19 giugno 2009, n. 4066). Questo essendo il quadro logico-concettuale antro il quale inquadrare l’ambito delle valutazioni circa l’esistenza della valenza storico-artistica di determinati beni, è evidente che il giudizio espresso dai competenti organi statali debba essere valutato nella sua portata complessiva. Ne consegue che, in presenza di valutazioni di interesse storico-artistico fondate su una pluralità di indici rivelatori, non è sufficiente che alcuni soltanto di essi palesino aspetti di particolare opinabilità per infirmare nel complesso la validità delle conclusioni raggiunte, ma è necessario che la sommatoria delle lacune individuate risulti di tale pregnanza da compromettere nel suo complesso l’attendibilità del giudizio espresso dall’organo competente.
Con due distinti ricorsi proposti dinanzi al T.A.R. della Lombardia, nn. 732/08 e 401/08, la s.r.l. SAI e la s.p.a. CONI Servizi., premesso di essere rispettivamente acquirente e venditrice di un complesso immobiliare denominato ‘velodromo Pierino Baffi di Crema’ (complesso trasferito con atto notarile in data 10 ottobre 2006), impugnavano il provvedimento in data 20 novembre 2007, con cui il Direttore Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Lombardia aveva dichiarato l’interesse storico-artistico del complesso in questione, ritenendo la sussistenza dei presupposti di cui agli articoli 10 e 12 del d.lgs. 22 gennaio 2004, n. 42 (nella formulazione ratione temporis vigente).
In particolare, le società contestavano sotto svariati profili la sussistenza dei requisiti di legge per procedere alla richiamata declaratoria e ritenevano l’erroneità del giudizio della Soprintendenza, la quale aveva ritenuto a tal fine determinanti:
a) l’anno di realizzazione dell’impianto per cui è causa (da collocarsi fra il 1921 e il 1923);
b) le particolari caratteristiche dello stesso (il quale rappresenterebbe una delle prime piste ciclistiche ‘olimpioniche’ d’Italia);
c) le caratteristiche architettoniche di particolare interesse dell’impianto;
d) il fatto che la pista avesse rappresentato nel corso degli anni “un prestigioso punto di riferimento per gli appassionati di ciclismo”;
e) la particolare importanza in ambito ciclistico assunta dall’impianto nel secondo dopoguerra.
Con la sentenza appellata, il Tribunale adito, previa riunione, respingeva i ricorsi in questione, in quanto infondati.
La sentenza veniva gravata in sede di appello dalla s.p.a. SAI (ricorso n. 3424/2010), la quale articolava numerosi profili di doglianza, che possono essere così sintetizzati.
Con un primo motivo (reiterativo dei motivi primo ed ottavo già articolati in primo grado), la società contesta la correttezza delle valutazioni formulate dalla Soprintendenza in sede di declaratoria dell’interesse storico-artistico del bene, dinanzi richiamate alle lettere a), b), c), d) ed e).
In particolare, la società ha dedotto che:
a) per quanto concerne l’epoca di realizzazione dell’impianto, essa sarebbe da far risalire non già al 1923, bensì al 1975, anno in cui la struttura era stata interessata da lavori di ristrutturazione talmente incisivi da non lasciare sopravvivere praticamente nulla dell’impianto originario; b) per quanto concerne l’essere l’impianto “una delle prime piste ciclistiche olimpioniche”, tale circostanza non corrisponderebbe al vero, poiché l’unico impianto in Italia in cui si sono corse competizioni olimpiche è ubicato a Roma; c) per quanto concerne le particolari caratteristiche architettoniche del velodromo, esse non sussisterebbero in concreto, dal momento che tutti gli impianti di quel genere presentano analoghe caratteristiche costruttive, dimensionali e strutturali; d) per quanto concerne l’essere stato l’impianto in parola punto di incontro di grandi ciclisti e pistard del passato (es.: Binda, Girardengo, Giorgetti, Maspes), la circostanza risulterebbe priva di ogni riscontro effettivo; e) per quanto concerne, infine, la grande importanza che l’impianto avrebbe assunto nel corso del secondo dopoguerra, anche tale circostanza sarebbe smentita in punto di fatto, dal momento che – al contrario – il decorso del tempo avrebbe segnato il momento di maggiore decadenza e di abbandono dell’impianto.
Ancora con il primo motivo, la soc. SAI nega la sussistenza nel caso di specie dei presupposti per la verifica dell’interesse culturale di cui al comma 1 dell’art. 12, d.gs. 42, cit. (ossia, l’essere l’immobile di carattere ultracinquantennale ed opera di autore non più vivente). Al contrario, l’opera attualmente esistente sarebbe del tutto diversa da quella risalente agli anni venti del Novecento, ormai andata perduta a seguito degli interventi susseguitisi nel corso dei decenni.
Ed ancora, essa ha dedotto che il provvedimento impugnato in primo grado sarebbe viziato per difetto di istruttoria e di motivazione per non avere l’Amministrazione in alcun modo valutato: i) lo stravolgimento apportato alla struttura con l’intervento del 1975; ii) la sostanziale perdita della destinazione originaria subita nel corso degli anni; iii)l’assenza di particolari caratteristiche costruttive o funzionali).
Con un secondo motivo (anch’esso reiterativo di analogo motivo già articolato nel primo giudizio), la soc. SAI lamenta che l’atto impositivo del vincolo risulterebbe illegittimo per mancata applicazione del D.D.G. in data 27 novembre 2006, recante gli indirizzi di carattere generale necessari per assicurare uniformità di valutazione ed indirizzo ai sensi dell’art. 12 del d.lgs. 42 del 2004.
Con un terzo motivo (pure, reiterativo di analogo motivo già articolato innanzi al Tribunale), la soc. SAI lamenta che il decreto impositivo del vincolo sarebbe affetto da carenza di istruttoria e di motivazione, in quanto: i) avrebbe immotivatamente annesso valenza probante alle deduzioni dell’Unione Ciclistica Cremasca; ii) avrebbe dato per acquisite alcune circostanze di fatto solo apoditticamente declinate (la frequentazione da parte di grandi atleti del passato, ivi compreso lo stesso Pierino Baffi); iii) avrebbe del pari apoditticamente enfatizzato oltre misura i pregi (anche architettonici) dell’impianto.
Con un quarto motivo (coincidente con il secondo motivo del ricorso al T.A.R.), si chiede la riforma della sentenza per non avere il Tribunale dato rilievo al superamento del termine procedimentale (pari a centoventi giorni) di cui all’art. 12 del d.lgs. 42 del 2004. Ed infatti, il superamento del richiamato termine (pur se inidoneo ex se a viziare il provvedimento conclusivo) si sarebbe dovuto valutare quanto meno ai fini risarcitori;
Con un quinto motivo (corrispondente al terzo motivo del ricorso di primo grado), l’appellante lamenta che il provvedimento impositivo sia viziato per un error in procedendo derivante dal mancato rispetto delle disposizioni procedurali di cui all’art. 14, d.lgs. 42, cit. Sotto questo aspetto, il Tribunale avrebbe omesso di tenere in adeguata considerazione le peculiarità che distinguono le garanzie partecipative di cui alla disposizione da ultimo richiamata rispetto alle previsioni generali di cui agli articoli 7 e segg. della l. 7 agosto 1990, n. 241;
Con un sesto motivo si lamenta il mancato esame del sesto motivo del ricorso di primo grado (‘Violazione dell’art. 3, l. n. 241/1990; eccesso di potere per carente o insufficiente istruttoria, per travisamento dei fatti, per illogicità e per difetto di motivazione’);
Con il settimo e ultimo motivo (reiterativo di analogo motivo già proposto nel corso del primo grado), la soc. SAI lamenta la disparità di trattamento con quanto operato dal Ministero in relazione al velodromo utilizzato per Olimpiadi di Roma del 1960 (recentemente sottoposto a rilevantissimi interventi di ristrutturazione urbanistica senza opposizione alcuna da parte della competente Soprintendenza).
Sotto tale aspetto, il T.A.R. avrebbe erroneamente affermato che l’impianto romano non possedesse i caratteri di cui all’art. 42, d.lgs. 42 del 2004 (con particolare riguardo al requisito dell’ultracinquantennalità).
La pronuncia del Tribunale veniva, altresì, gravata in sede di appello dalla soc. CONI Servizi (ricorso n. 3436/2010), la quale articolava a propria volta numerosi profili di doglianza, che possono essere così sintetizzati.
In primo luogo, il Tribunale avrebbe erroneamente ritenuto che la disciplina di cui agli articoli 10 e 12 del d.lgs. 42 del 2004 fosse applicabile sotto il profilo soggettivo a un’entità (come la CONI Servizi, appunto) non riconducibile ad alcuna delle figure richiamate al comma 1 dell’art. 10, cit. (“sono beni culturali le cose immobili e mobili appartenenti allo Stato, alle regioni, agli altri enti pubblici territoriali, nonché ad ogni altro ente ed istituto pubblico e a persone giuridiche private senza fine di lucro, che presentano interesse artistico, storico, archeologico o etnoantropologico”). In particolare, il Tribunale avrebbe omesso di considerare che l’appellante non rientrerebbe in alcuna delle richiamate categorie, essendo una società per azioni a totale partecipazione pubblica, la quale opera sul mercato, perseguendo finalità lucrativa al pari degli altri imprenditori.
Con un secondo ordine di ragioni, la s.p.a. CONI Servizi contesta sotto diverso profilo la sussistenza dei presupposti per procedere alla dichiarazione di interesse storico e artistico del bene.
In particolare, la Soprintendenza (e successivamente il T.A.R.) avrebbero erroneamente ritenuto che l’impianto in questione avesse carattere ultracinquantennale (essendo stato sostanzialmente rifatto nel 1975 e – in parte – nel 1991) e che esso fosse opera di autore non più vivente (comma 1 dell’art. 12, d.lgs. 52, cit.), essendo al contrario riferibile all’opera dell’Ing. Valentino Sarolli, ancora in vita.
In definitiva, il T.A.R. avrebbe erroneamente omesso di considerare che l’immobile valutato dalla Soprintendenza mantiene del velodromo degli anni venti del Novecento soltanto la denominazione, le finalità e la localizzazione, mentre si distingue nettamente da esso per ciò che attiene la struttura e le caratteristiche tecniche e realizzative.
Ancora, il T.A.R. avrebbe omesso di considerare:
- che le numerose modifiche susseguitesi nel corso degli anni hanno alterato una delle caratteristiche ritenute di maggior pregio in sede di relazione storico-artistica (ossia, la particolare lunghezza della pista, tale da consentire di percorrere un chilometro con tre giri completi);
- che, già al momento in cui il bene era pervenuto al CONI (1941), esso aveva perso ogni caratteristica di pregio, risultando addirittura inidoneo allo svolgimento di gare a causa del dissesto della pista;
- che nel corso degli anni erano andati interamente persi gli ulteriori beni accessori al velodromo, pure richiamati nel verbale di consistenza del 1941 (es.: le costruzioni adibite a servizi igienici e a rivendita di bibite, nonché il cancello di accesso in metallo fra pilastri di cotto ricavati nell’ambito del muro esterno in cemento)
Infine, la soc. CONI Servizi lamenta che il provvedimento della Soprintendenza (e, successivamente, il T.A.R.) abbiano aderto in modo sostanzialmente acritico alle affermazioni fornite dall’Unione Ciclistica Cremasca, la quale avrebbe palesemente esagerato (essendo, peraltro, soggetto interessato a farlo) la valenza storico-artistica del velodromo in questione.
Si costituiva in giudizio il Ministero per i beni culturali, la quale concludeva nel senso della reiezione di entrambi i gravami.
All’udienza pubblica del giorno 1° febbraio 2011, presenti gli Avvocati come da verbale di udienza, i ricorsi venivano trattenuti in decisione.
1. Giungono all’esame del Collegio due distinti appelli proposti rispettivamente dalla soc. SAI (acquirente di un compendio immobiliare denominato ‘velodromo Pierino Baffi di Crema’ – ricorso n. 3424/2010) e dalla soc. CONI Servizi s.p.a. (venditrice del medesimo compendio – ricorso n. 3436/2010 -) avverso la sentenza del T.A.R. della Lombardia con cui, previa riunione, sono stati respinti i ricorsi proposti da tali società al fine di ottenere l’annullamento del decreto della Soprintendenza, con il quale era stato dichiarato l’interesse storico-artistico del complesso (artt. 10 e 12, d.lgs. 42 del 2004).
2. In primo luogo, il Collegio ritiene di disporre la riunione dei ricorsi in epigrafe, sussistendo evidenti ragioni di connessione oggettiva e in parte soggettiva (art. 70, c.p.a.).
3. Il Collegio ritiene necessario esaminare in via preliminare il motivo di appello sollevato dalla soc. CONI Servizi (e meglio descritto in premessa), con il quale si è negato che alla società appellante siano soggettivamente applicabili le previsioni di cui al comma 1 dell’art. 10, d.lgs. 42 del 2004.
Come si è anticipato, infatti, l’appellante ritiene che la richiamata previsione normativa non le sia riferibile, se solo si osservi che essa è una società per azioni di diritto comune la quale, oltre ad assicurare in via strumentale all’Ente pubblico CONI prestazioni di beni e servizi di qualità adeguata, opera altresì sul mercato, con finalità lucrativa, al pari degli altri imprenditori.
3.2. Si osserva in primo luogo che l’attività di gestione del patrimonio immobiliare già attribuito all’Ente pubblico Comitato Olimpico Nazionale Italiano e trasferito alla s.p.a. CONI Servizi a seguito del’entrata in vigore della legge di riordino del 2002 (art. 8 del d.l. 8 luglio 2002, n. 138, come modificato dalla relativa legge di conversione), assumendo un carattere direttamente strumentale rispetto al perseguimento delle finalità istituzionali dell’Ente pubblico di riferimento, non può certamente essere assimilata a una qualunque attività di carattere lucrativo. Conseguentemente, non vi è ragione alcuna per sottrarre le attività sociali ascrivibili a tale ambito strumentale dal campo di applicazione del comma 1 dell’art. 10 del d.lgs. 42 del 2004.
In secondo luogo vanno richiamate le previsioni di cui al comma 27 dell’articolo 3 della l. 24 dicembre 2007, n. 244, secondo cui “al fine di tutelare la concorrenza e il mercato, le amministrazioni di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 [fra cui il CONI e il Ministero dell’Economia e delle Finanze], non possono costituire società aventi per oggetto attività di produzione di beni e di servizi non strettamente necessarie per il perseguimento delle proprie finalità istituzionali, né assumere o mantenere direttamente partecipazioni, anche di minoranza, in tali società. E’ sempre ammessa la costituzione di società che producono servizi di interesse generale e che forniscono servizi di committenza o di centrali di committenza (…)”.
Il comma 28, poi, stabilisce che “l’assunzione di nuove partecipazioni e il mantenimento delle attuali devono essere autorizzati dall’organo competente con delibera motivata in ordine alla sussistenza dei presupposti di cui al comma 27 (…)”.
Inoltre, il comma 29 (nel testo modificato, da ultimo, dal comma 1 dell’articolo 71 della l. 18 giugno 2009, n. 69) stabilisce che “entro trentasei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge le amministrazioni di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, nel rispetto delle procedure ad evidenza pubblica, cedono a terzi le società e le partecipazioni vietate ai sensi del comma 27”.
Le disposizioni in questione testimoniano un evidente sfavore del Legislatore nei confronti della costituzione e del mantenimento da parte delle Amministrazioni pubbliche (ivi compresi il CONI e i Ministeri) di società commerciali con scopo lucrativo il cui campo di attività esuli dall’ambito delle relative finalità istituzionali, né risulti comunque coperto da disposizioni normative di specie (secondo il modello delle c.d. ‘società di diritto singolare’).
Ebbene, ad avviso del Collegio, l’esistenza delle prescrizioni appena richiamate conferma che l’attività di vendita del compendio immobiliare per cui è causa non fosse riconducibile a un’attività di libero mercato realizzata per fini lucrativi (in via di principio vietata sin dall’entrata in vigore della l. 244 del 2007, salvo l’obbligo di dismissione da ottemperare nei tre anni successivi), ma fosse riconducibile al diverso ambito dell’attività di produzione di beni e di servizi necessari per il perseguimento delle finalità istituzionali dell’Ente pubblico CONI. Anche per tale ragione, non emerge alcun motivo per escludere la soc. CONI Servizi dall’ambito soggettivo di applicazione delle disposizioni di cui agli articoli 10 e 12 del d.lgs. 42 del 2004.
4. Nel merito gli appelli in epigrafe (i cui motivi fondanti possono essere esaminati in modo congiunto) sono infondati.
4.1. Secondo un consolidato orientamento (dal quale non si rinvengono nella specie ragioni onde discostarsi), le valutazioni in ordine all'esistenza di un interesse storico-artistico su un immobile, tali da giustificare l'apposizione del relativo vincolo, costituiscono espressione di un potere nel quale sono presenti sia momenti di discrezionalità tecnica, sia momenti di propria discrezionalità amministrativa. Tale valutazione è espressione di una prerogativa esclusiva dell’amministrazione e può essere sindacata in sede giurisdizionale solo in presenza di profili di incongruità ed illogicità di evidenza tale da far emergere inattendibilità della valutazione tecnica-discrezionale compiuta (Cons. Stato, VI, 29 settembre 2009, n. 5869).
La declaratoria di particolare interesse storico ed artistico di un immobile scaturisce infatti dall'applicazione di canoni e criteri aventi peraltro un grado notevole di opinabilità, poiché basati sulla valutazione del contenuto artistico e della rilevanza storica dei beni, con l'effetto dell'ampiezza della discrezionalità esercitata e della conseguente limitazione del riscontro di legittimità al solo difetto di motivazione, alla illogicità manifesta ed all'errore di fatto (Cons. Stato, VI, 19 giugno 2009, n. 4066).
Questo essendo il quadro logico-concettuale antro il quale inquadrare l’ambito delle valutazioni circa l’esistenza della valenza storico-artistica di determinati beni, è evidente che il giudizio espresso dai competenti organi statali debba essere valutato nella sua portata complessiva.
Ne consegue che, in presenza di valutazioni di interesse storico-artistico fondate su una pluralità di indici rivelatori, non è sufficiente che alcuni soltanto di essi palesino aspetti di particolare opinabilità per infirmare nel complesso la validità delle conclusioni raggiunte, ma è necessario che la sommatoria delle lacune individuate risulti di tale pregnanza da compromettere nel suo complesso l’attendibilità del giudizio espresso dall’organo competente.
Ebbene, ad avviso del Collegio, le desuzioni delle appellanti non risultano idonee a rendere nel complesso inattendibile il complessivo giudizio espresso dalla Soprintendenza lombarda, ove si consideri che:
- è pacifico in atti che l’attuale velodromo Piarino Baffi coincida per sagoma, dimensioni generali, collocazione e finalità di utilizzo con il velodromo realizzato fra il 1921 e il 1923 su iniziativa della società Moto Velodromo di Crema;
- è pacifico che la struttura in questione, nel periodo in cui fu realizzata, costituiva un esempio innovativo di architettura sportiva vuoi per le caratteristiche costruttive (ci si riferisce, in particolare, all’uso del cemento armato), vuoi per la particolare conformazione delle curve paraboliche (la stessa Unione Velocipedistica Italiana ha affermato in relazione al velodromo in questione che “l’anello della pista è uno dei più razionali”), vuoi infine per la particolarità delle dimensioni (la lunghezza della pista era tale da permettere di percorrere un chilometro con tre giri di pista esatti);
- risulta che il velodromo in questione sia effettivamente una delle prime piste ciclistiche olimpioniche realizzate in Italia (anche se è pacifico che non vi si siano mai svolte competizioni olimpiche, riservate nella storia italiana al solo impianto di Roma 1960). Sotto tale aspetto, non appare tanto rilevante ai fini del decidere il fatto che le caratteristiche dimensionali di un impianto ‘olimpionico’ siano comuni anche a molti altri impianti analoghi, quanto il fatto che il velodromo in questione sia stato fra i primi in Italia ad essere realizzato secondo modalità conformative in seguito affermatesi come standard di riferimento;
- dal momento che la valenza storico-artistica del bene è riferita essenzialmente all’esistenza del vecchio velodromo in quanto tale, alla sua collocazione geografica, alla sua struttura di base (in particolare:la pista con curve paraboliche in cemento armato), alle sue modalità costruttive e alla sua origine storica risalente, non appare possibile negare che il manufatto attualmente visionabile si ponga in linea di continuità con quello risalente al 1921-23. Ed infatti, pur dandosi atto dei numerosi ed incisivi interventi di ristrutturazione e manipolazione subiti dall’immobile nel corso dei decenni, non appare possibile (a meno di non operare un’inammissibile forzatura logica e fattuale) affermare che osso costituisca un aliud rispetto alla struttura originaria della quale, in ultima analisi, conserva inalterate le caratteristiche di fondo sotto l’aspetto localizzativo, funzionale, compositivo e –lato sensu – dimensionale;
- per le ragioni appena richiamate, neppure può attribuirsi valenza eccessiva al fatto che gli interventi risalenti al 1975 abbiano ridotto la lunghezza della pista da 333,33 a 329 mt. Ed infatti, pur non potendosi obliterare il rilievo degli interventi in questione, essi non risultano di per sé idonei a privare il bene del suo interesse storico (interesse storico che, come è evidente, non può essere riferito alla pista in cemento armato in quanto tale – destinata comunque ad essere incisa dall’obsolescenza dei materiali e dai necessari interventi manutentivi -, bensì al complesso delle caratteristiche funzionali e compositive del bene, ossia a un insieme di caratteristiche idoneo a sopravvivere anche ad interventi e rimaneggiamenti inadeguati);
- per le medesime ragioni non possono trovare accoglimento i motivi di appello (articolati con argomenti assimilabili dalla soc. SAI e dalla soc. CONI Servizi) fondati sul fatto che l’opera non avrebbe carattere ultracinquantennale e non sarebbe riferibile ad autore non più vivente. Conseguentemente, trova certamente applicazione nel caso di specie la previsione di cui al comma 1 dell’art. 12, d.lgs. 42 del 2004;
Impostati in tal modo i termini della questione, le valutazioni espresse dalla Soprintendenza e trasfuse nel provvedimento impugnato in primo grado mantengono il complessivo grado di attendibilità rilevato dai primi Giudici anche a prescindere dalla puntuale prova del fatto storico (con enfasi indicato in sede di relazione storico-artistica) rappresentato dal numero di sfide svoltosi sulla pista in parola fra grandi campioni del passato.
Invero, la circostanza in questione (di per sé non contestabile, dato che le stesse appellanti non ritengono a propria volta di escludere che famosi pistard si siano cimentati nel corso dei decenni con la pista di Crema) non appare ex se dirimente nel senso di affermare o di negare il notevole rilievo storico del complesso (rilievo che – lo si ripete – deriva da circostanze e caratteristiche compositive ulteriori e diverse rispetto a quelle, forse enfatizzate, riportate in sede di relazione per ciò che riguarda l’individuazione dei campioni che avevano corso al velodromo di Crema).
4.2. Per le ragioni sin qui esaminate, la pronuncia in epigrafe appare meritevole di conferma laddove ha ritenuto che il giudizio espresso dalla Soprintendenza (reso nell’esercizio della sua discrezionalità tecnica) risultasse esente dai rubricati profili di incongruità ed irragionevolezza.
5. Neppure sono fondati gli ulteriori motivi di appello articolati dalle due società.
5.1. Non è fondato il motivo di appello con cui si lamenta la violazione, da parte della Soprintendenza, dei criteri uniformi di valutazione dell’interesse storico-artistico individuati con la determinazione direttoriale in data 27 novembre 2006.
Ed infatti, premesso che il motivo in questione era stato formulato nel primo grado dalla soc. SAI senza specifiche precisazioni (sì da giustificare la pronuncia reiettiva del T.A.R.), si osserva comunque che il mancato rispetto dei richiamati criteri uniformi potrebbe rilevare (quale figura sintomatica di eccesso di potere) solo laddove l’appellante avesse dimostrato che il mancato rispetto delle richiamate modalità si sia risolto in qualche misura nella complessiva inattendibilità del giudizio finale espresso dall’organo statale (dimostrazione che, per le ragioni dinanzi esposte sub 4 non è stata in concreto fornita).
5.2. Neppure è fondato il motivo di appello fondato sul superamento del termine procedimentale di centoventi giorni di cui al comma 10 dell’art. 12, d.lgs. 42 del 2004 (motivo che la soc. SAI torna ad articolare nella presente sede, sia pure ai meri fini risarcitori – pag. 27 dell’atto di appello).
Sotto tale aspetto, è pacifico che il superamento del termine legale per l’adozione del provvedimento finale non comporta consumazione del potere, in tal modo non determinando alcun effetto viziante sulla determinazione comunque adottata in ritardo (Cons. Stato, IV, 15 gennaio 2009, n. 179).
Il richiamato superamento non rileva neppure ai fini risarcitori, dal momento che (per le ragioni sin qui espresse e per quelle ulteriori che di seguito si esporranno) difettano nel caso in esame gli elementi costitutivi della fattispecie oggettiva dell’illecito foriero di danno, il che rende irrilevante ogni ulteriore considerazione sulle conseguenze derivanti dalla natura ordinatoria del termine.
5.3. Ancora, non può trovare accoglimento il motivo di appello con cui si afferma che il provvedimento impugnato in primo grado fosse viziato per difetto nella comunicazione di avvio del procedimento e nella conseguente partecipazione procedimentale.
Al riguardo, dalla documentazione acquisita comunque risulta l’attivazione del procedimento volto ad attivare il prescritto procedimento, ai sensi dell’art. 14 del d.lg. n. 42 del 2004.
Inoltre, anche a voler enfatizzare la diversità fra le prerogative procedimentali delineate dal medesimo articolo 14 rispetto al paradigma tipico di cui agli articoli 7 e seguenti della l. 241 del 1990 e anche a voler ammettere che il procedimento conclusosi con il provvedimento in data 20 novembre 2007 divergesse rispetto al paradigma legale tipico per ciò che attiene la fase della comunicazione di avvio, non potrebbe comunque pervenirsi al richiesto annullamento del decreto impositivo, trovando comunque applicazione la previsione di cui al comma 2 dell’art. 21-octies della l. 241 del 1990 in tema di c.d. ‘illegittimità non invalidanti’.
Ed infatti, il secondo periodo della disposizione da ultimo richiamata stabilisce che il provvedimento amministrativo (pur se caratterizzato – come nel caso di specie – dall’esercizio di discrezionalità di tipo anche tecnico) non è comunque annullabile per mancata comunicazione di avvio del procedimento (ipotesi alla quale è da assimilare, per evidenti ragioni di continenza, quella di comunicazione di avvio incompleta o irrituale) qualora l’amministrazione dimostri in giudizio che il contenuto dispositivo dell’atto non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato. Il che (per le ragioni sin qui esaminate e per quelle che fra breve si esporranno) è precisamente avvenuto nel caso di specie.
5.4. Neppure può trovare accoglimento il motivo di gravame articolato a pag. 31 dell’atto di appello dalla soc. SAI, la quale lamenta il mancato esame da parte dei primi giudici del motivo di ricorso rubricato ‘Violazione dell’art. 3, l. n. 241/1990; eccesso di potere per carente o insufficiente istruttoria, per travisamento dei fatti, per illogicità e per difetto di motivazione’.
Ed infatti, dall’esame degli atti di causa emerge che i dedotti vizi di difetto di motivazione e di istruttoria articolati con il motivo in questione fossero del tutto analoghi a quelli dinanzi richiamati sub 4 e che, dopo essere stati comunque esaminati e ritenuti infondati dal T.A.R., sono stati altresì esaminati e ritenuti infondati da questo giudice di appello.
5.5. Ancora, non può trovare accoglimento il motivo di appello (già articolato in prime cure e ritenuto infondato dal T.A.R.) con cui si è lamentato che il giudizio espresso dalla Soprintendenza fosse viziato per eccesso di potere sotto il profilo della disparità di trattamento in relazione a quanto operato dagli organi ministeriali in relazione alle vicende del velodromo di Roma 1960.
Al riguardo va richiamato il consolidato orientamento secondo cui la censura di eccesso di potere per disparità di trattamento a fronte di scelte discrezionali dell'Amministrazione è riscontrabile soltanto in caso di assoluta identità di situazioni di fatto e di conseguente assoluta irragionevole diversità del trattamento riservato, situazioni la cui prova rigorosa deve essere fornita dall'interessato, con la precisazione che la legittimità dell'operato della Pubblica amministrazione non può comunque essere inficiata dall'eventuale illegittimità compiuta in altra situazione (Cons. Stato, V, 11 gennaio 2011, n. 79; id., IV, 18 febbraio 2010, n. 959; id., VI, 23 settembre 2009, n. 5671).
A tacer d’altro, si osserva che le odierne appellanti non hanno fornito alcun elemento idoneo a dimostrare l’assoluta identità fra la situazione all’origine dei fatti di causa e le vicende relative al velodromo romano, da considerare comunque obiettivamente diverse.
6. Per le ragioni sin qui esposte, gli appelli in epigrafe devono essere respinti.
Le spese del secondo grado del giudizio seguono la soccombenza e vengono liquidate in dispositivo.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Sesta), definitivamente pronunciando sugli appelli, come in epigrafe proposti, previa riunione li respinge.
Condanna le società appellanti alla rifusione in favore del Ministero appellato delle spese del secondo grado di lite, che liquida in complessivi euro 5.000 (cinquemila) a carico di ciascuna di esse, oltre gli accessori di legge, per un totale di euro diecimila in favore del Ministero appellato.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 1° febbraio 2011 con l'intervento dei magistrati: