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Timestamp: 2018-11-16 12:41:22+00:00
Document Index: 89997904

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 582', 'art. 585', 'art. 61', 'art. 618', 'art. 382', 'art. 13', 'art. 382', 'art. 237', 'art. 382', 'art. 237', 'art. 382', 'art. 237', 'art. 382', 'art. 237', 'art. 13', 'art. 14', 'art. 382', 'art. 382', 'art. 47', 'art. 168', 'art. 382', 'art. 237', 'art. 382', 'art. 382', 'art. 382', 'art. 383', 'art. 242', 'art. 357', 'art. 382', 'art. 13', 'sentenza ']

Quasi flagranza, ecco quando è consentito l’arresto. – Noi Radiomobile™
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Quasi flagranza, ecco quando è consentito l’arresto.
(Corte di Cassazione penale, SS.UU., sentenza 21.09.2016, n. 39131)
Dott. MARASCA Gennaro – Consigliere –
Dott. BRUSCO Carlo Giusep – Consigliere –
Dott. VESSICHELLI Mar – Consigliere –
1. I Carabinieri della stazione di Caulonia Marina, il (OMISSIS), in via (OMISSIS) di quel comune, trassero in arresto V.C. nella ritenuta “quasi flagranza” del delitto di lesione personale aggravata (dall’uso di un coltello), commesso in danno di B.R., rappresentando quanto segue nel relativo processo verbale.
1.1. Su disposizione impartita dalla centrale operativa del comando della compagnia (in seguito alla telefonata colla quale la moglie del B., S.C., aveva denunziato il reato), una pattuglia dei militari si era recata presso la tabaccheria gestita dal figlio della vittima, sita nella ridetta via (OMISSIS), constatando la presenza all’interno del locale dello stesso B., ferito superficialmente al cuoio capelluto, al lobo dell’orecchio sinistro e al braccio sinistro.
La vittima aveva dichiarato che era stata accoltellata da tal C., soprannominato lo (OMISSIS). E di tanto i componenti della pattuglia avevano prontamente informato il maresciallo comandante della stazione.
1.2. In precedenza B., mentre si dirigeva in bicicletta alla volta del proprio terreno, era stato raggiunto, lungo via (OMISSIS), da V.; costui aveva reiterato le rimostranze, espresse quella stessa mattinata, per la mancata restituzione di una bilancia; e, nonostante B. avesse rinnovato l’assicurazione che avrebbe restituito l’utensile, V. dapprima gli aveva sferrato alcuni calci alle gambe; quindi aveva prelevato dalla cassetta porta oggetti della propria bicicletta un coltello e aveva colpito più volte l’interlocutore, ferendolo.
La vittima si era sottratta alle ulteriori coltellate, fuggendo e riparando in cerca di aiuto presso il campo del suo vicino, D.V.G., il quale lo aveva prontamente soccorso.
Era sopraggiunto V., brandendo l’arma e proferendo minacce di morte. Ma D.V., intimando pressantemente a V. di desistere, aveva posto termine alla aggressione; aveva, quindi, accompagnato B. in via (OMISSIS), presso la tabaccheria del figlio.
Dal locale la S. aveva, poi, chiamato i Carabinieri.
1.3. Il maresciallo comandante della stazione, sulla base delle indicazioni onomastiche del feritore trasmessegli dai componenti della pattuglia (in seguito alle dichiarazioni rese loro dalla vittima), pervenne subito alla identificazione di V., persona a lui nota per pregressa conoscenza; si recò, quindi, anche egli presso la fazione (OMISSIS) e ivi, avendo avvistato V. nelle adiacenze della tabaccheria B., lo arrestò.
Pur riconoscendo il concorso di gravi indizi di reità, in ordine al delitto di lesione personale pluriaggravata, ai sensi dell’art. 582 c.p., art. 585 c.p., comma 2, n. 2, e art. 61 c.p., comma 1, n. 1, e di esigenze cautelari, il giudice a quo ha reputato che difettasse “il requisito della flagranza o della quasi flagranza” del reato.
In proposito il Giudice per le indagini preliminari ha motivato, con citazione di pertinenti arresti della giurisprudenza di legittimità, che alla individuazione dell’autore della condotta delittuosa i Carabinieri erano pervenuti “solo in ragione delle dichiarazioni della persona offesa”, mentre V. “non aveva indosso alcuna traccia del reato, atteso che il coltello utilizzato per il ferimento non (era) stato rinvenuto e (atteso che) gli indumenti, indossati dall’arrestato, non recavano macchie di sangue o altre tracce del reato”; sicchè era da escludere anche alo stato di quasi flagranza” in quanto la polizia giudiziaria aveva “appreso il fatto non direttamente”, bensì – ed esclusivamente – “dalla denunzia della persona offesa e (…) solo successivamente (aveva) proceduto all’inseguimento del colpevole”.
Il ricorrente si duole del diniego della convalida dell’arresto e, in proposito, dopo aver ricapitolato lo svolgimento dei fatti, sulla base dei primi accertamenti della polizia giudiziaria, e l’azione dei Carabinieri operanti, deduce: il Giudice delle indagini preliminari non ha convalidato l’arresto facoltativo, del quale peraltro ricorrevano pacificamente tutte le altre condizioni (titolo del reato, gravità del fatto e pericolosità del reo) soltanto per la ritenuta carenza della “quasi flagranza”; ma tale conclusione è erronea.
Sul punto il Procuratore della Repubblica obietta, invocando conformi arresti di legittimità, affatto in termini, che, ai fini della “quasi flagranza”, nella “nozione di inseguimento del reo” deve intendersi compresa anche “l’azione di ricerca immediatamente posta in essere (…) purchè protratta senza soluzione di continuità, sulla scorta delle indicazioni delle vittime, dei correi o di altre persone a conoscenza dei fatti”.
La Quinta Sezione penale, assegnataria del ricorso, l’ha rimesso alle Sezioni Unite a norma dell’art. 618 c.p.p., con ordinanza in data 18 febbraio 2015.
4.1. Secondo l’orientamento prevalente la quasi flagranza non è ravvisabile, se l’inseguimento dell’indagato sia stato intrapreso dalla polizia giudiziaria “per effetto e solo dopo” l’assunzione di informazioni dalla persona offesa o da altri testi presenti in loco nel momento della commissione del reato.
L’indirizzo in parola valorizza il carattere eccezionale della privazione della libertà personale, che si traduce nell’arresto; e ravvisa il fondamento e la “giustificazione” dell’istituto nella diretta percezione della polizia giudiziaria della azione delittuosa, ovvero – in difetto – dell’inseguimento del reo o, infine, della circostanza che costui presenti tracce (o rechi cose) le quali rivelino che egli immediatamente prima abbia commesso il reato.
A siffatte condizioni che abilitano all’arresto non sono assimilabili le investigazioni e le ricerche che la polizia giudiziaria, subito dopo la commissione del reato, intraprende affatto tempestivamente, sulla base delle dichiarazioni assunte, anche informalmente, dalle persone presenti al fatto, così pervenendo alla individuazione della persona dell’indagato.
4.2. L’orientamento contrario, richiamato dal Procuratore della Repubblica ricorrente, sostiene, invece, che la nozione di “inseguimento del reo” deve essere estesa al di là della accezione “strettamente etimologica” (scilicet: “di attività di chi corre dietro, tallona e incalza, a vista, la persona inseguita”), fino a comprendere “anche la azione di ricerca, immediatamente eseguita (…) protratta senza soluzione di continuità, sulla base delle ricerche immediatamente predisposte sulla scorta delle indicazioni delle vittime, dei correi o di altre persone a conoscenza dei fatti” e nel tempo strettamente necessario, occorrente “alla polizia giudiziaria per giungere sul luogo del delitto, acquisire notizie utili e iniziare le ricerche”.
L’indirizzo in parola ravvisa il fondamento dell’arresto nella correlazione tra il dato temporale di prossimità – fra la commissione della azione delittuosa e la privazione della libertà del suo autore – con l’elemento funzionale del “controllo anche indiretto” e della repressione del reato esercitati dalla polizia giudiziaria tempestivamente intervenuta.
4.3. In conclusione la Sezione – rimettente, preso atto del contrasto, ha ravvisato la necessità dell’intervento delle Sezioni Unite, al fine di stabilire “cosa debba intendersi con esattezza per quasi flagranza”, essendo, in proposito, ineludibile il “chiarimento” circa il significato degli “elementi (…) fondamentali nella costruzione della definizione della quasi flagranza, rappresentati dalla percezione della azione delittuosa e dall’inseguimento del reo”.
Nella requisitoria il Procuratore generale, previa ricognizione delle ipotesi di flagranza enunciate dell’art. 382 c.p.p., comma 1, (inquadrate nella cornice costituzionale alla stregua del principio della inviolabilità della libertà personale, sancito dall’art. 13 Cost.), ha considerato che, in punto di fatto, la polizia giudiziaria non aveva colto l’arrestato nell’atto di commettere il reato (di lesione personale), nè lo aveva sorpreso con cose o tracce compromettenti dalle quali appariva che l’indagato aveva perpetrato la azione delittuosa immediatamente prima; sicché assumeva esclusivamente rilievo la disamina della residua previsione, contemplata nella citata disposizione del codice di rito, dell’inseguimento dell’autore del reato.
In proposito il requirente ha osservato che, sebbene il progresso tecnologico (colla possibilità del controllo a distanza mediante sistemi elettronici e satellitari) renda non più “adeguata alla realtà fenomenica” e, pertanto, superata “la tradizionale definizione dell’inseguire, come azione di chi “corre dietro a chi fugge, tallonandolo da presso””, tuttavia resta estranea alla nozione dell'”inseguimento” la differente ipotesi dell’attività investigativa della polizia giudiziaria, ancorché tempestivamente intrapresa e proseguita colla ricerca del reo celermente e fruttuosamente compiuta in tempi rapidi.
In tale prospettiva il quid proprium della flagranza è ravvisato dal Procuratore generale nella “situazione di evidenza probatoria” caratterizzata dal “peculiare legame tra (il) reato commesso e (il) contesto nel quale l’indiziato viene tratto in arresto”. Tale legame è diretto nella flagranza in senso proprio; mentre è indiretto nelle ipotesi della quasi flagranza, caratterizzate, entrambe, dal criterio temporale, che si combina, nel primo caso, col “nesso teleologico” (dell’inseguimento del reo) e nel secondo col “nesso logico” (delle tracce rivelatrici della commissione del reato).
Con specifico riguardo alla previsione dell’inseguimento – prosegue il requirente – la flagranza ricorre non solo nella ipotesi in cui la polizia giudiziaria, avuta diretta percezione della azione delittuosa nella attualità della relativa commissione e non avendo, tuttavia, potuto procedere in continenti all’arresto del reo, datosi alla fuga, lo rincorra, lo raggiunga e lo acciuffi, ma anche nella ipotesi ulteriore in cui l’autore del reato sia fuggito, immediatamente dopo aver perpetrato il delitto, e la polizia giudiziaria (successivamente intervenuta) si sia posta sulle sue tracce per “effetto delle informazioni (…) fornite da terzi”, presenti al fatto, i quali abbiano indicato agli “operanti la direzione di fuga” del reo. Siffatta interpretazione evita di “restringere ingiustificatamente l’alveo delle ipotesi di arresto in flagranza” e soddisfa il requisito della “stretta continuità (…) spazio-temporale” tra la commissione del reato e l’arresto, in quanto, al momento dell’intervento della polizia giudiziaria “permane il nesso teleologico” tra il reato e l’autore, che consente di operare il relativo collegamento “sulla base della diretta percezione” del comportamento post delictum del reo in fuga e sulla base delle “dichiarazioni dei terzi che materialmente assistettero alla condotta delittuosa”.
Alla luce di siffatte considerazioni il Procuratore generale ha motivato il rigetto del ricorso, rilevando che, nella specie, difettava il “nesso spazio-temporale” tra la commissione del delitto e l’arresto dell’indagato: la misura precautelare era stata adottata solo “all’esito di una corposa attività di indagine”, sebbene compiuta “a breve lasso di tempo dal fatto”; il delitto di lesione personale era stato commesso “in epoca anteriore e, soprattutto, in altro luogo sito a considerevole distanza”; l’indagato, dopo la consumazione del delitto, non era stato inseguito da alcuno; e, prima di essere individuato dai Carabinieri e arrestato, “si era anche disfatto del coltello”; sicchè la cesura del “continuum che deve sussistere tra la commissione del reato e la sorpresa del suo autore” precludeva la adozione della misura.
L’art. 382, del vigente codice di rito, sotto la rubrica “Stato di flagranza”, condensa nel comma 1 le corrispondenti previsioni racchiuse nel secondo e nell’art. 237 c.p.p., comma 3 1930 (eccettuata la disposizione relativa alla flagranza del reato permanente – già contenuta nel secondo inciso del comma 1, del previgente articolo – che attualmente trova collocazione nel ridetto art. 382, comma 2).
Per vero, la formulazione letterale dell’art. 237 c.p.p. 1930, comma 2, è transitata affatto inalterata nell’art. 382 c.p.p., comma 1: “E’ in stato di flagranza chi viene colto nell’atto di commettere il reato”; tuttavia – in luogo del segno (immediatamente successivo) del punto finale della disposizione previgente – nella costruzione sintattica della norma attuale la congiunzione disgiuntiva “ovvero” salda nella medesima proposizione principale del ridetto comma 1 le previsioni di entrambi i casi della quasi flagranza contenuti nell’art. 237 c.p.p. 1930, comma 3, enunciandoli (con qualche variazione meramente terminologica, v. Sez. 1, n. 3318 del 08/07/1992, Maglione, Rv. 192032) mediante la ulteriore proposizione subordinata del periodo, introdotta analogamente dal pronome relativo e articolata nella ulteriore disgiunzione. Sicchè non già “si considera”, bensì “è” in stato di flagranza anche “chi, subito dopo il reato, è inseguito dalla polizia giudiziaria, dalla persona offesa o da altre persone ovvero è sorpreso con cose o tracce dalle quali appaia che egli abbia commesso il reato immediatamente prima”.
Siffatte ulteriori due previsioni, pertanto, non devono più ritenersi meramente equiparate alla prima, in virtù della fictio legis, bensì integrano, disgiuntamente e a pieno titolo – esattamente al pari della prima – lo stato di flagranza.
Orbene la quaestio iuris in esame è pertinente allo specifico stato di flagranza costituito dall'”inseguimento” dell’autore del reato.
Le variazioni letterali apportate al riguardo dall’art. 382 c.p.p., comma 1, (rispetto alla formulazione della corrispondente previsione dell’art. 237 c.p.p. 1930, comma 3) sono modeste (scilicet: “subito dopo il reato”, “polizia giudiziaria” e “persona offesa”, rispettivamente al posto di “immediatamente dopo il reato”, “forza pubblica” e “offeso dal reato”) e non assumono rilievo ai fini della soluzione del quesito di diritto.
Le ragioni che sorreggono l’affermazione del principio testè enunciato possono essere sinteticamente ricapitolate nei termini che seguono.
La provvisoria privazione del diritto fondamentale della libertà personale, di iniziativa della polizia giudiziaria e in carenza di alcun provvedimento motivato della autorità giudiziaria, rappresenta, per vero, istituto di carattere affatto eccezionale e in tal senso è espressamente connotato dall’art. 13 Cost., comma 3.
Le disposizioni della legge ordinaria e, segnatamente, del codice di rito, che disciplinano l’arresto sono, pertanto, di stretta interpretazione (art. 14 preleggi, comma 1).
Orbene, la dilatazione della nozione della quasi flagranza sino a prescindere dalla coessenziale correlazione tra la percezione diretta del fatto delittuoso (quantomeno attraverso le tracce rivelatrici della immediata consumazione, recate dal reo) e il successivo intervento di privazione della libertà dell’autore del reato, deborda dall’ambito della interpretazione estensiva dell’art. 382 c.p.p., comma 1.
Mentre, in difetto, apprezzamenti e valutazioni, fondati sul piano affatto differente degli elementi investigativi assunti (ancorchè prontamente e magari anche in loco) dalla polizia giudiziaria, non offrono analoghe sicurezza e affidabilità di previsione (v., in proposito, Sez. 1, n. 6642 del 11/12/1996, dep. 1997, Palmarini, Rv. 207085).
L’orientamento contrario – presente in modo significativo nella giurisprudenza più risalente nel tempo e, tuttavia, pur recentissimamente ribadito con pronunce deliberate in consapevole contrasto col prevalente indirizzo – ravvisa la ipotesi della flagranza anche qualora, subito dopo la commissione del reato, la polizia giudiziaria, prontamente intervenga, assuma le informazioni del caso dalla persona offesa o dai testimoni presenti al fatto, e immediatamente si ponga, sulla scorta delle stesse, all'”inseguimento” dell’autore del reato, celermente pervenendo – senza alcuna interruzione della attività di investigazione e di ricerca, tempestivamente intrapresa – all’arresto dell’indagato. Secondo il principio conseguentemente affermato “lo stato di quasi flagranza sussiste anche nel caso in cui l’inseguimento (…) sia iniziato (…) per le informazioni acquisite da terzi (inclusa la vittima), purchè non sussista soluzione di continuità fra il fatto criminoso e la successiva reazione diretta ad arrestare il responsabile del reato. (Sez. 3, n. 22136 del 06/05/2015, B., Rv. 263663; Sez. 1, n. 6916 del 24/11/2011, Vinetti, Rv. 252915; Sez. 2, n. 44369 del 10/11/2010, Califano, Rv. 249169; Sez. 4, n. 29980 del 2G/06/2006, Sali, Rv. 234816; Sez. 5, n. 2738 del 07/06/1999, Giannatiempo, Rv. 214469; Sez. 4, n. 1314 del 12/04/1995, Bianchi, Rv. 202108; Sez. 1, n. 1646 del 12/04/1994, Padovano, Rv. 198882; Sez. 1, n. 402 del 19/02/1990, Mastrodonato, Rv. 183661).
L’argomento letterale, piuttosto che l’indirizzo prevalente, suffraga, invece, la tesi contraria: in relazione alla previsione dell’inseguimento l’art. 382 c.p.p., comma 1, non richiede, nella sua formulazione testuale, che “chi procede all’arresto abbia veduto l’agente mentre commetteva il fatto” e, neppure, “che abbia veduto il reo fuggire dal luogo dove ha commesso il fatto” (v. ibidem).
Sicché (a prescindere dai casi di quasi flagranza distintamente contemplati dall’art. 47 c.p.p. 1865, comma 2, e art. 168 c.p.p. 1913, comma 3) la flagranza in senso proprio comprendeva anche il caso del reato, commesso “poco prima”, cioè (non nella immediatezza, bensì) in un momento cronologicamente anteriore dal quale era trascorso un apprezzabile intervallo temporale, ancorchè modesto e contenuto.
Il dato codicistico comportava, dunque, la legittimità dell’arresto dell’autore del reato sol perchè il fatto era stato “commesso poco prima” ed era, quindi, tuttora “flagrante”.
In conclusione, anche in base all’art. 382 c.p.p., comma 1, che non ha variato la enunciazione letterale dello stato di flagranza contenuta nell’art. 237 c.p.p. 1930, comma 2, il dato meramente cronologico, costituito dalla brevità del lasso di tempo trascorso dalla commissione del reato – pur nella sinergia colla indagine dalla polizia giudiziaria, tempestivamente incoata e, senza alcuna interruzione, rapidamente conclusa non assume giuridica rilevanza, sulla base del diritto positivo (salvo i casi particolari dell’arresto “ritardato” previsti da speciali disposizioni), al fine di offrire fondamento di legittimità all’arresto del reo nella indicata prospettiva della soddisfazione della esigenza della pronta “reazione” istituzionale alla attività criminale.
4.3. In carenza della deprehensio in ipsa perpetratione facinoris, il reo continua a versare nello stato di flagranza, qualora, subito dopo il reato sia inseguito.
La norma si sofferma a enumerare categorie di inseguitori: la polizia giudiziaria, la persona offesa o altre persone. Ma, in effetti, in virtù dell’ultimo termine della disgiunzione, chiunque può inseguire l’autore del reato.
Non è condivisibile la tesi che l’art. 382 c.p.p., comma 1, sia comprensivo di previsione (ulteriore e affatto diversa) fondata sulla accezione del verbo in senso figurato o puramente metaforico, così da includere la ipotesi dell’autore del reato che venga fatto oggetto di incalzante attività investigativa, in seguito alla ricezione della notitia criminis, e, pertanto, sotto tale profilo risulti “perseguito” dalla polizia giudiziaria, come il caso (citato a titolo di esempio da un Autore in epoca non recente) dell'”arresto eseguito tre ore dopo la consumazione del fatto a seguito di chiamata di correo che abbia posto la polizia giudiziaria sulle tracce dell’arrestato”.
Nell’art. 382 c.p.p., comma 1 – norma nella quale il legislatore, ridefinendo lo stato di flagranza, ha concentrato in una unica disposizione le previsioni collocate in commi distinti del corrispondente articolo del codice abrogato, in prospettiva unitaria – condotte e situazioni assumono rilievo nella evidenza della loro materialità, siccome espresse da dati effettuali, quali l’essere il soggetto colto nell’atto di commettere il reato ovvero l’essere sorpreso con cose o tracce dalla quali appaia che egli abbia commesso il reato immediatamente prima.
Sicchè la stessa evoluzione del diritto positivo esclude alla evidenza la interpretazione avversata.
A’ termini degli artt. 380, 381 e 383 c.p.p., non è giuridicamente configurabile la esistenza di un arresto che non sia materialmente eseguito, bensì soltanto (come per es. il fermo dell’indiziato di delitto) semplicemente disposto.
La attività di privazione della libertà personale del reo e la deliberazione di chi esegue l’arresto (di esercitare la relativa potestà) sono inscindibili: la misura precautelare consiste (e si esaurisce) nella sua materiale esecuzione, perchè è dalla legge prevista come essenzialmente attuosa.
Ulteriore conforto riceve, pertanto, la conclusione che l’arresto eseguito sebbene dopo brevissimo lasso di tempo dal fatto e tuttavia – in virtù della assunzione (e, dunque, della valutazione) di informazioni rese dai presenti alla polizia giudiziaria e all’esito alle pronte e fruttuose ricerche dell'”indicato” autore del reato, resta affatto estraneo alla previsione normativa dello stato di flagranza costituto dell’inseguimento dell’indagato.
Mentre la mera fuga (già incoata) di taluno dal locus coinmissi delicti non permette (in difetto della denunzia degli astanti) di inferire la reità del fuggitivo, posto che il precipitoso allontanamento dalla scena del crimine può indifferentemente correlarsi a ragioni diverse dalla colpevolezza (come, ad esempio, alla esigenza di tutelare la propria incolumità, di chiedere soccorso etc.); e l’inseguimento, qualora sia intrapreso non immediatamente, bensì sulla scorta delle dichiarazioni acquisite dai testimoni, non corrisponde alla previsione dell’art. 382 c.p.p., comma 1, in quanto la disposizione esige che l’indagato sia inseguito “subito dopo il reato”.
Nè, infine, appare fondato l’argomento che, laddove la legge ammette l’arresto dell’indagato a opera del privato (art. 383 c.p.p., comma 1), sarebbe senza giustificazione “svilito” il contributo informativo del testimone oculare del fatto che dia adito all’inseguimento della polizia giudiziaria, quando, invece, il privato è abilitato a procedere direttamente all’inseguimento e all’arresto del reo.
Nel vigore del codice previgente, la Corte costituzionale, risolvendo positivamente la questione della legittimità costituzionale della disposizione dell’art. 242 c.p.p. 1930, comma 1, relativa alla facoltà di arresto da parte dei privati, ha spiegato che, in tale evenienza, il privato cittadino, autore dell’arresto, “allorchè agisce in presenza delle condizioni e rimane nei limiti stabiliti dalla norma stessa, assume la veste di organo di polizia, sia pure straordinario e temporaneo, ed in conseguenza viene a godere, nell’esercizio delle funzioni pubbliche assunte, della stessa speciale posizione giuridica conferita agli ufficiali di polizia giudiziaria, come risulta dal n. 2 dell’art. 357 c.p.” (Corte cost., sent. n. 89 del 1970).
Purtuttavia, in modo pressochè concorde gli Autori escludono la possibilità della assimilazione all’inseguimento “vero e proprio” di quello “ideale”, ovvero del c.d. “inseguimento investigativo”, dispiegato dalla polizia giudiziaria sulla base di informazioni prontamente assunte.
Ricorrente è il rilievo che il legislatore, imprimendo con l’art. 382 c.p.p., comma 1, una sistemazione unitaria ai casi della flagranza in senso proprio e della quasi flagranza (in precedenza contemplati in distinte disposizioni), ha inteso porre a fondamento della unificata previsione dello stato di flagranza il “rapporto di contestualità tra la condotta del reo e la percezione della stessa” o del “nesso tra il reato e il suo autore”.
In proposito è stato osservato: “In ogni caso la flagranza del reato giustifica l’arresto in quanto chi vi procede sia diretto testimone del fatto” ovvero “solo quando sia, comunque, immediata la percezione di un nesso tra il reato e il suo autore.
Non è dunque legittimo l’arresto quando manchi in chi vi procede l’immediata e autonoma percezione delle tracce del reato e del loro collegamento inequivocabile con l’indiziato.
Non è legittimo l’arresto che si fondi sulla percezione di testimoni o sulle dichiarazioni confessorie resa dallo stesso accusato, perché in questi casi, mancando una percezione diretta dei fatti, si richiede un apprezzamento di elementi probatori estranei alla ratio dell’istituto”.
Pur ribadendo la esclusione dall’ambito dello stato di flagranza dell’inseguimento intrapreso dalla polizia giudiziaria sulla scorta della sollecita acquisizione di informazioni dalle persone presenti al fatto, un autore sostiene che non sia necessario che gli inseguitori abbiano “una percezione diretta (…) della commissione dell’illecito”, in quanto può supplire la percezione diretta della fuga del reo, a condizione che, in una “unica sequenza temporale”, l’inseguimento sia intrapreso nel “momento che coincide con quello in cui inizia la fuga” e che la fuga stessa sia incoata dall’autore del reato nel preciso “momento che coincide con la cessazione della condotta delittuosa”.
Per vero, tuttavia, la ritenuta necessità della doppia coincidenza (consumazione del reato-fuga e fuga-inseguimento), alla luce del pertinente esempio addotto dallo stesso Autore – l’inseguimento del rapinatore, sorpreso dalla polizia, all’uopo accorsa in loco, mentre fugge dalla banca rapinata – comporta in definitiva che la “evidenza probatoria” dell’inseguimento trova pur sempre ancoraggio nella diretta percezione della condotta criminale nella immediatezza e attualità dell’impossessamento della refurtiva.
In generale gli Autori concordano nella affermazione che lo stato di flagranza si caratterizza sulla base della percezione della “evidenza prima facie” della reità e che “tale evidenza giustifica l’arresto dell’autore (del reato) a opera degli ufficiali o agenti della polizia giudiziaria, senza l’ordine del magistrato, appunto perchè è ridotto al minimo il pericolo di una ingiusta” privazione della libertà.
L’art. 13 Cost., comma 3, contempla, infatti, che “in casi eccezionali di necessità e urgenza, indicati tassativamente dalla legge, l’autorità di pubblica sicurezza può adottare provvedimenti provvisori” de libertate sottoposti alla comunicazione alla autorità giudiziaria e alla convalida della stessa, da eseguirsi entro termini perentori, a pena di revoca e, comunque, di perdita “di ogni effetto”.
La eccezionalità dell’arresto in flagranza – da apprezzarsi, ovviamente, non sul piano empirico della frequenza statistica della pratica di polizia, bensì sul piano squisitamente giuridico per la natura derogatoria dell’istituto sottolineata dalla sentenza da ultimo citata – si rinsalda alla considerazione che la privazione della libertà a opera della polizia giudiziaria ovvero, nei casi ammessi, da parte del privato, trova ragionevole giustificazione nella constatazione (da parte di chi procede all’arresto) della condotta del reo, nell’atto stesso della commissione del delitto, ovvero della diretta percezione di condotte e situazioni personali dell’autore del reato, immediatamente correlate alla perpetrazione e obiettivamente rivelatrici della colpevolezza; sicchè appare assai remota (e praticamente esclusa) la eventualità di ingiustificate privazioni della libertà personale.
In conclusione, così definiti i confini della misura precautelare dell’arresto in stato di flagranza, risulta evidente che nel relativo ambito non deve essere compresa la privazione della libertà dell’indagato allorchè sia operata, seppure in tempo prossimo alla commissione del reato, sulla base delle dichiarazioni rese alla polizia giudiziaria dai testimoni del fatto.
Alla luce delle considerazioni che precedono la risposta al quesito proposto dalla Sezione rimettente si compendia nella affermazione del seguente principio di diritto: “Non può procedersi all’arresto in flagranza sulla base delle informazioni della vittima o di terzi fornite nella immediatezza del fatto”.
L’applicazione del principio di diritto, testè enunciato, al caso oggetto del presente scrutinio di legittimità, comporta il rigetto del ricorso.
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