Source: http://www.antoniocasella.eu/archica/Balbi_2013.htm
Timestamp: 2019-07-17 07:05:47+00:00
Document Index: 69225396

Matched Legal Cases: ['art. 14', 'art. 14', 'sentenza ', 'art. 5', 'art. 6', 'art. 651', 'art. 10', 'art. 6', 'sentenza ', 'art. 116', 'sentenza ']

SOCIETÀ PARANOICHE E DIRITTO PEN
di Giuliano Balbi, Ordinario di Diritto Penale all'Università di Napoli II
http://dignitas.sestaopera.it/
Va tuttavia notato che con l’affermazione dello stato moderno, sulla scorta del giusnaturalismo laico prima, e soprattutto delle elaborazioni dell’illuminismo giuridico poi, il diritto penale - quantomeno a livello ideal-tipico - tende a trasformarsi da brutale strumento di polizia in sistema laico di risoluzione di conflitti funzionale all’ottimizzazione dell’interesse collettivo. Non più arbitrio assoluto, dunque, ma regole, premesse legittimanti.
Ciascun sistema penale, in effetti, tende – da allora - a collocare il suo punto di equilibrio su di un’asse ideale, costituito dalla tensione di due forze contrapposte: da un lato le mai sopite istanze del controllo sociale, dall’altro le garanzie fondamentali della persona. Proprio il posizionamento del baricentro, in realtà, svela la natura del modello ordinamentale: tanto più è vicino alle garanzie in uno stato di diritto, tanto più è assimilabile al controllo sociale nei totalitarismi. Si badi, tuttavia, che il baricentro è mobile, e che dunque quando si attenua la tutela dei principi fondamentali dei consociati – penso ad esempio alle nostre norme in materia di immigrazione clandestina, ai CIE o ai respingimenti in mare -, ci troviamo indubbiamente in presenza di una involuzione autoritaria dello Stato.
Non è sulla premessa corretta, tuttavia, che qui mi soffermerò, ma sulle distorsioni – politiche - che essa ha subito in presenza di patologie sociali.
Il problema riposa innanzitutto nella distorsione della premessa e, conseguentemente, nel fatto che essa venga portata avanti senza limiti, senza remore, con - mutuando i termini dalla definizione che i manuali di psichiatria di un tempo davano della paranoia - lucida follia.
E’ lo schema sotteso a molteplici istituti – su tutti le misure di sicurezza e le misure di prevenzione - fondati sul paradigma della pericolosità criminale, concetto prognostico, quasi vaticinante, scientificamente screditato e totalmente ambiguo che, ancor di più in anni di diritto penale della sicurezza (proiezione meta-oggettiva della pericolosità), ben si presta a canalizzare ostilità nei confronti di gruppi di persone stigmatizzate di volta in volta come socialmente minacciose (Pulitanò).
In realtà, il diritto penale moderno – attraverso l’idea dello scopo, e dunque già in parte con Feuerbach, più accentuatamente con von Liszt – si configura ab origine su di una grave patologia congenita (direi di tipo autoimmunitario) che, giustapponendo il piano della gravità del fatto realizzato a quello della pericolosità individuale del suo autore, lo predispone a rinnegare se stesso, la sua matrice culturale egalitaria e liberal-garantista, strutturandosi su due livelli. Un “piano nobile”, quello del fatto di reato, presidiato dalla legalità, oggetto delle attenzioni di una dottrina attenta all’invalicabile limite delle garanzie, una “penalistica civile”, dunque, idealmente proiettata su di un “diritto penale dei galantuomini”; e, nel contempo, una “bassa cucina” penale, modulata – appunto - sulla pericolosità criminale, strumentale a presidiare da un lato la tutela dell’ordine, dall’altro la preservazione delle posizioni politicamente e socialmente dominanti (P. Costa).
Il processo a Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, anarchici. Siamo nell’America degli anni ’20, realtà caratterizzata da gravi problemi economici e sociali, e da una profonda difficoltà per l’economia di ripartire dopo gli ingentissimi costi della grande guerra. Di tutto ciò vengono individuati come responsabili da violentissime campagne di stampa, in modo totalmente arbitrario, i socialisti, gli anarchici, i sindacalisti, specie se stranieri o immigrati di prima generazione. In questo clima di patologico odio sociale, Sacco e Vanzetti – anarchici italiani - vengono condannati a morte per due rapine, la seconda conclusa con l’uccisione del cassiere e di un poliziotto.
a) Art. 13, co. 13, che prevede la reclusione da 1 a 4 anni per lo straniero espulso che rientri nel territorio dello Stato senza l’autorizzazione del Ministero degli interni; b) art. 14, co. 5 ter, che sanziona la permanenza illegale nel territorio dello Stato in violazione dell'ordine di allontanamento, sia di respingimento sia di espulsione, del questore; c) art. 14, co. 5 quater, relativo al caso dello straniero che permanga nel territorio dello Stato sebbene destinatario sia del provvedimento di espulsione di cui al comma 5 ter sia di un nuovo ordine di allontanamento di cui al comma 5 bis (disposizione dichiarata parzialmente illegittima dalla Corte Costituzionale - sentenza 359/2010 - nella parte in cui non dispone che l'inottemperanza all'ordine di allontanamento sia punita nel solo caso che abbia luogo senza giustificato motivo, e infine ritenuta contrastante in toto con la normativa europea dalla Corte di Giustizia dell’Unione con decisione del 28 aprile 2011); d) art. 5, co. 8 bis, che prevede la pena della reclusione da uno a sei anni per l’utilizzazione di documenti, contraffatti o alterati, relativi all’ingresso e al soggiorno nel territorio dello Stato; e) art. 6, co. 3, che sanziona con l’arresto fino a un anno e l’ammenda fino a 2000 euro l’inottemperanza all’ordine di esibizione del passaporto o di altro documento di identificazione e del permesso di soggiorno o di altro documento attestante la regolare presenza nel territorio dello Stato (quasi superfluo rilevare che il cittadino che non ottemperi al medesimo ordine – rifiuta di dare indicazioni sulla propria identità personale - è punito, ai sensi dell’art. 651 c.p., con l’arresto fino a un mese), e così via.
Come se tutto ciò – e siamo già, evidentemente, ai limiti di un’ossessione delirante – non fosse sufficiente, il legislatore italiano del 2009 inserisce all’art. 10 bis del medesimo dlgs 286 /1998, il reato di immigrazione clandestina, incriminando l’ingresso o il trattenimento nel territorio dello Stato da parte dello straniero, in assenza di passaporto o di documento equipollente, nonché di visto quando richiesto, trasformando d'emblée gli stranieri irregolari, presenti nel territorio dello Stato, in criminali.
Non mi soffermo, in questa sede, sui pur molteplici profili di illegittimità della disposizione, né sui suoi effetti – per così dire - doppiamente criminogeni: a) il clandestino, non potendo lavorare legalmente, sarà facilmente reclutabile dalla criminalità organizzata, o comunque sarà indotto a ricercare chances esistenziali all’interno di attività lavorative illecite; b) essendo privo di qualsiasi tutela, e automaticamente ricattabile, diverrà vittima privilegiata di molteplici reati, soprattutto in ambito lavorativo - dalla materia previdenziale a quella contributiva, a quella, ancora, relativa alla sicurezza sul lavoro, con il concreto rischio di ulteriore vittimizzazione per illeciti contro la vita e l’incolumità personale.
Quello su cui in questo momento mi interessa porre l’attenzione è come tale scelta incriminatrice determini, sugli immigrati irregolari, effetti esistenziali devastanti alla luce dell’obbligo di denuncia gravante sul pubblico ufficiale e sull’incaricato di un pubblico servizio - il quale omette o ritarda di denunciare all’Autorità giudiziaria, o ad un’altra Autorità che a quella abbia obbligo di riferire, un reato di cui ha avuto notizia nell’esercizio o a causa delle sue funzioni -, ai sensi, rispettivamente, degli artt. 361 e 362 c.p.
Tuttavia, in relazione a qualsiasi altro servizio erogato dalla p.a., resta il dovere di denuncia. Anzi, modificandosi contestualmente il comma 2 dell’art. 6 dlgs 286/98, è venuta meno l’esenzione dell’obbligo di presentare il permesso di soggiorno per l’accesso agli atti dello stato civile e ai pubblici servizi, anche se, in proposito, va evidenziata la sentenza della Corte Costituzionale (n. 245/2011) che ha dichiarato parzialmente illegittimo l’art. 116, co. 1, c.c. - come modificato dalla l. 94/2009 - là dove, per poter contrarre matrimonio, richiedeva la presentazione di “un documento attestante la regolarità del soggiorno nel territorio italiano”.
Pur con questo significativo passo in avanti - che peraltro segna un’inversione di tendenza nella giurisprudenza della Corte Costituzionale (penso, in tema di accesso alla scolarità, alla sconcertante sentenza 250/2010) -, resta che il clandestino può sì sposarsi, ma se ha un figlio non può dichiararlo all’anagrafe né iscriverlo a scuola; non può accedere legalmente a un posto di lavoro; non può prendere in fitto un appartamento; se ha guadagnato dei soldi non può inviarli a casa; se è stato vittima di un reato – anche grave, magari di un’aggressione a sfondo razzista – non può presentare denuncia all’autorità. E così via.
“C'erano obiezioni che erano state dimenticate? Ce n'erano di certo. Dov'era il giudice che lui non aveva mai visto? Dov'era l'Alto tribunale al quale non era mai giunto? Levò le mani e allargò le dita.
Ma sulla gola di K. si posarono le mani di uno dei signori, mentre l'altro gli spingeva il coltello in fondo al cuore e ve lo rigirava due volte. Con gli occhi che si spegnevano K. vide ancora, davanti al suo viso, appoggiati guancia a guancia, i signori che scrutavano il momento risolutivo. «Come un cane!», disse, fu come se la vergogna dovesse sopravvivergli”.
Assumerò innanzitutto a riferimento la T4 Aktion, ovvero il programma di eliminazione sistematica dei disabili perseguito nella Germania nazista. Il progetto prende il nome dall’indirizzo di Berlino - Tiergarten 4, appunto - dell'ente pubblico per la salute e l’assistenza sociale preposto all’eliminazione dei disabili. Il progetto, definito di igiene razziale, consiste, scrive Hitler, in “un enorme lavoro educativo”.
Tra il 1939 e il 1941 vengono uccisi più di 70000 disabili (l’elenco delle patologie da ricondurre al “programma”, peraltro non tassativo, fa riferimento a “idiozia e sindrome di Down, specialmente se associate a cecità o sordità; macrocefalia; idrocefalia; malformazioni degli arti, della testa e della colonna vertebrale; paralisi, condizioni spastiche, schizofrenia, epilessia, còrea di Huntington, gravi forme di sifilide, demenza senile, encefalite e, in generale, condizioni neurologiche gravi”), uccisi da medici nelle strutture sanitarie pubbliche. Il progetto, inizialmente rivolto soltanto ai bambini – uccisi in strutture ad hoc create all’interno degli ospedali, definite “Reparti per l'assistenza esperta dei bambini con malattie ereditarie” (Abteilungen für kompetente Hilfe für Kinder mit Erbkrankheiten) – viene rapidamente esteso anche agli adulti.
Ricapitoliamo. Nulla ha più il senso che dovrebbe avere: l’ente pubblico per la salute, inizialmente nei “reparti per l'assistenza esperta dei bambini”, gestisce l’uccisione di 70000 persone da parte di medici: tutto ciò viene definito un enorme lavoro educativo destinato, e qui l’ossimoro è assoluto, alle lebensunwerte Leben, alle vite, cioè, indegne di essere vissute. E’ in questa prospettiva di perdita assoluta del senso delle cose, perfino delle parole, che si comprende il significato, o meglio l’assoluta mancanza di significato, dell’Arbeit macht frei che si stagliava all’ingresso di Auschwitz.
Ad Auschwitz c’era anche Hurbinek (è Primo Levi, ne La tregua, a raccontarcene la storia): “Hurbinek dimostrava circa tre anni, nessuno sapeva niente di lui, non sapeva parlare e non aveva nome: quel curioso nome, Hurbinek, gli era stato assegnato da noi … Era paralizzato dalle reni in giù, ed aveva le gambe atrofiche, sottili come stecchi; ma i suoi occhi, persi nel viso triangolare e smunto, saettavano terribilmente vivi, pieni di richiesta, di asserzione … Il suo sguardo era selvaggio e umano a un tempo, anzi maturo e giudice, e nessuno fra noi lo sapeva sostenere, tanto era carico di forza e di pena”. Ma una notte Hurbinek parlò, meglio, pronunciò una parola, “una parola difficile, qualcosa come «mass-klo», «matisklo». Nella notte tendevamo l'orecchio: era vero, dall'angolo di Hurbinek veniva ogni tanto un suono, una parola … Nei giorni seguenti, tutti lo ascoltavamo in silenzio, nella speranza che dicesse la sua parola, il cui significato - e c'erano fra noi parlatori di tutte le lingue d'Europa - rimase segreto”.