Source: https://renatodisa.com/2016/08/23/corte-di-cassazione-sezioni-unite-civili-sentenza-5-agosto-2016-n-16598/
Timestamp: 2018-10-21 17:22:22+00:00
Document Index: 40345223

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 358', 'art. 327', 'art. 325', 'sentenza ', 'art. 285', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 348', 'art. 358', 'art. 326', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 358', 'art. 387', 'art. 327', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 325', 'art. 358', 'art. 327', 'art. 325', 'sentenza ', 'art. 285', 'art. 360', 'art. 335', 'art. 360', 'in fine', 'sentenza ', 'art. 348', 'art. 348', 'art. 348', 'art. 165', 'art. 347', 'art. 165', 'art. 347', 'art. 348', 'art. 347', 'art. 165', 'art. 347', 'art. 156', 'art. 347', 'art. 348', 'art. 165', 'art. 165', 'art. 162', 'art. 350', 'art. 165', 'art. 350', 'art. 350', 'art. 165', 'art. 350', 'art. 350', 'art. 348', 'art. 348', 'art. 350', 'art. 350', 'sentenza ', 'art. 112', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 184', 'art. 366', 'art. 360', 'art. 360', 'art. 2697', 'art. 115', 'art. 115', 'art. 116', 'art. 360']

Corte di Cassazione, sezioni unite civili, sentenza 5 agosto 2016, n. 16598 - Avvocato Renato D'Isa
Corte di Cassazione, sezioni unite civili, sentenza 5 agosto 2016, n. 16598
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Nel rito ordinario, la notifica della citazione in appello, non seguita da iscrizione della causa a ruolo o seguita da un’iscrizione tardiva e, dunque, determinativa dell’improcedibilità dell’appello da essa introdotto, non consuma il potere di impugnazione, perché l’art. 358 c.p.c. intende riferirsi, nel sancire la consumazione del diritto di impugnazione, all’esistenza – al tempo della proposizione della seconda impugnazione – della già avvenuta declaratoria della improcedibilità del primo appello. Ne segue che, quando tale declaratoria non sia ancora intervenuta, è consentita la proposizione di un nuovo appello (di contenuto identico o diverso) in sostituzione del precedente viziato, purché il termine per l’esercizio del diritto di appellare non sia decorso. Per la verifica della tempestività del secondo appello occorre aver riguardo non al termine c.d. lungo di cui all’art. 327 c.p.c., ma a quello breve di cui all’art. 325 c.p.c., il quale, solo in difetto di notificazione della sentenza appellata anteriormente a quella del primo appello in modo idoneo a farlo decorrere (art. 285 c.p.c.), decorre dalla data di perfezionamento per il destinatario della notificazione della prima impugnazione, che equivale alla conoscenza legale della decisione impugnata idonea a determinare il decorso del termine breve
sentenza 5 agosto 2016, n. 16598
p.1. V.M. , nella qualità di titolare dell’omonima ditta, ha proposto ricorso per cassazione contro G.T. avverso la sentenza del 22 gennaio 2009, con cui la Corte d’Appello di Roma ha provveduto su due appelli riuniti, successivamente proposti dalla G. , il primo notificato il 12 novembre 2004 e non iscritto a ruolo dalla G. ma dall’appellato V. al solo dichiarato fine di ottenere la declaratoria della sua improcedibilità, il secondo notificato il 26 novembre successivo ed iscritto a ruolo dalla G. con deposito non dell’originale della citazione di appello, bensì di una “velina”.
p.2. La Corte genovese ha parzialmente riformato la sentenza resa in primo grado dal Tribunale di Roma il 6 settembre del 2004 e – decidendo sulla domanda proposta dal qui ricorrente per il pagamento della somma di allora Lire 25.642.000 quale corrispettivo dovuto in forza di un contratto di appalto per la ristrutturazione di un immobile in XXXX, nonché di altre due somme per indennità di mancato guadagno e restituzione della c.d. ritenuta di garanzia – ha ridimensionato il dovuto a favore del qui ricorrente (già riconosciuto dal Tribunale in 8.181,19 euro) in 648,00 euro, oltre interessi legali dal 7 marzo 2001 al saldo.
p.4. La trattazione del ricorso veniva fissata davanti alla Seconda Sezione Civile di questa Corte per l’udienza del 7 ottobre 2015 ed all’esito il Collegio, con ordinanza interlocutoria n. 25529 del 18 dicembre 2015, riteneva – per quello che vi si enuncia in relazione ai due primi motivi del ricorso – che la decisione implicasse la soluzione di due questioni, sulle quali ravvisava l’esistenza di contrasto nella giurisprudenza delle sezioni semplici, e, pertanto, rimetteva il ricorso al Primo Presidente, perché valutasse l’opportunità di assegnarne la trattazione alle Sezioni Unite.
c) nelle more, in data 26 novembre 2004, la G. notificava un secondo atto di appello, di contenuto identico al primo e questa volta provvedeva alla sua iscrizione a ruolo il giorno dopo, peraltro mediante deposito di quella che tanto il ricorrente quanto la sentenza impugnata definiscono come “velina” dell’atto, cioè della citazione di appello, senza ulteriori specificazioni.
p.2. La Corte capitolina riuniva gli appelli e, sull’eccezione di improcedibilità del primo ai sensi dell’art. 348, primo comma, c.p.c. e di inammissibilità del secondo, rilevava: a1) che, secondo l’esegesi dell’art. 358 c.p.c. fatta da questa Corte, il secondo appello non poteva dichiararsi inammissibile in ragione della improcedibilità del primo, in quanto quest’ultima non era stata dichiarata ancora all’atto della sua proposizione e, d’altro canto, il secondo appello era stato proposto quando ancora non era trascorso il termine ai sensi dell’art. 326 c.p.c., decorso dalla notificazione del primo appello, quale equipollente della conoscenza legale della sentenza in modo utile per l’esercizio del diritto di impugnazione; a2) che l’iscrizione del secondo appello era avvenuta anteriormente a quella del primo e che, d’altro canto, non era fondata l’eccezione di inammissibilità del secondo appello in quanto iscritto con la “velina”, trattandosi di una mera irregolarità formale non pregiudizievole per la parte appellata.
p.3. Con il primo motivo si denuncia, in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c., “violazione e/o falsa applicazione degli arti. 348 e 358 c.p.c.”.
Va rilevato che l’art. 358 c.p.c. (come l’omologo art. 387 c.p.c. dettato per il giudizio di cassazione) dispone che “l’appello dichiarato inammissibile o improcedibile non può essere riproposto, anche se non è decorso il termine fissato dalla legge”.
Anteriormente a tale dichiarazione, la riproposizione dell’appello (cioè di un secondo appello) – sempre che non sia preclusa o dal decorso del termine c.d. lungo di cui all’art. 327, primo comma, c.p.c., o dal decorso del termine breve di impugnazione verificatosi in dipendenza di una notificazione della sentenza oppure dallo stesso momento della notificazione del primo appello (in quanto evidenziante la conoscenza legale della sentenza in funzione dell’impugnazione: si veda in termini recentemente Cass. sez. un. n. 12084 del 2016; e si consideri quanto affermato condivisibilmente da Cass. n. 9258 del 2015 sulla decorrenza del termine breve di cui all’art. 325 cod. proc. civ. a carico del notificante) – invece può avere luogo e non è impedita dalla pregressa verificazione di una fattispecie di improcedibilità dell’appello precedente che non sia stata ancora dal giudice dichiarata.
p.3.4. Le Sezioni Unite intendono, comunque, ribadire il seguente principio di diritto: “Nel rito ordinario, la notifica della citazione in appello, non seguita da iscrizione della causa a ruolo o seguita da un’iscrizione tardiva e, dunque, determinativa dell’improcedibilità dell’appello da essa introdotto, non consuma il potere di impugnazione, perché l’art. 358 c.p.c. intende riferirsi, nel sancire la consumazione del diritto di impugnazione, all’esistenza – al tempo della proposizione della seconda impugnazione – della già avvenuta declaratoria della improcedibilità del primo appello. Ne segue che, quando tale declaratoria non sia ancora intervenuta, è consentita la proposizione di un nuovo appello (di contenuto identico o diverso) in sostituzione del precedente viziato, purché il termine per l’esercizio del diritto di appellare non sia decorso. Per la verifica della tempestività del secondo appello occorre aver riguardo non al termine c.d. lungo di cui all’art. 327 c.p.c, ma a quello breve di cui all’art. 325 c.p.c., il quale, solo in difetto di notificazione della sentenza appellata anteriormente a quella del primo appello in modo idoneo a farlo decorrere (art. 285 c.p.c.), decorre dalla data di perfezionamento per il destinatario della notificazione della prima impugnazione, che equivale alla conoscenza legale della decisione impugnata idonea a determinare il decorso del termine breve”.
p.4. Con un secondo motivo si denuncia “violazione e/o falsa applicazione del combinato disposto degli artt. 348, 335, 274 e 295 c.p.c. (art. 360 c.p.c.)”.
Invero, se si opinasse che l’art. 335 c.p.c., nel caso di successive impugnazioni proposte dalla stessa parte contro la stessa sentenza, possa non venire in rilievo allorquando la prima di esse sia inammissibile o improcedibile o comunque tale da doversi definire in rito, sì da non configurarsi come obbligatoria la riunione, si dovrebbe comunque reputare che, nella specie, se la riunione non fosse stata disposta e la decisione sul primo appello fosse stata presa separatamente, il primo appello avrebbe dovuto dichiararsi improcedibile, ma la decisione in tal senso non avrebbe potuto avere conseguenze sulla decisione del secondo appello in non diversa guisa di come è stato; e ciò sempre perché – alla stregua dei principi ribaditi esaminando il primo motivo – tale secondo appello risultava proposto prima di detta dichiarazione.
p.5. Con un terzo motivo si denuncia “violazione del combinato disposto degli artt. 165, 347 e 348 c.p.c. (art. 360 n. 3 c.p.c.)”.
aa) si deduce in primo luogo che la G. avrebbe iscritto a ruolo il secondo appello con una “velina, senza depositare mai (né nei dieci giorni successivi alla notificazione e/o restituzione dell’atto di citazione da parte dell’Ufficiale giudiziario né alla prima udienza né successivamente e nemmeno all’udienza di precisazione delle conclusioni) l’originale dell’atto di citazione”;
dd) in fine, dopo il rilievo che la Corte territoriale avrebbe affermato che vi era stata una mera irregolarità, si torna a sostenere che, pur ammesso che l’iscrizione della velina dia luogo ad una mera irregolarità, il mancato deposito nel termine per la costituzione dell’atto di appello integrava l’improcedibilità dell’appello “ai sensi appunto del combinato disposto degli artt. 347 e 348 c.p.c.”.
p.5.1.1. La Seconda Sezione, dopo avere registrato che il ricorrente “prospetta l’erroneità della decisione, assumendo nella specie mai avvenuto il deposito dell’originale dell’atto di appello, mentre nella sentenza impugnata si afferma che esso è stato effettuato, ma non se ne precisa il momento”, ha osservato: 1a) che lo stesso ricorrente ha richiamato a sostegno della sua prospettazione Cass. n. 18009 del 2008, cui si è conformata Cass. n. 10 del 2010; 1b) che “pronunce coeve e successive alle due ultime citate hanno invece ribadito l’orientamento inaugurato da Cass. n. 23027 del 2004, secondo cui “il deposito, al momento della costituzione in giudizio dell’appellante, di una copia dell’atto di appello notificato – e non dell’originale (depositato dopo la scadenza del termine prescritto per la costituzione) – non comporta la sanzione dell’improcedibilità del gravame, in quanto non determina la nullità della costituzione stessa, ma integra una mera irregolarità rispetto alle modalità stabilite dalla legge, non conseguendo a tale violazione alcuna lesione dei diritti della controparte e stabilendosi il contraddittorio con la notifica della citazione, onde tale fattispecie non è riconducibile all’ipotesi di mancata tempestiva costituzione dell’appellante, prevista tra quelle – tassative – che determinano l’improcedibilità a norma dell’art. 348 cod. proc. civ. nel testo novellato dalla legge n. 353 del 1990”; 1c) che “recentemente il tema è stato nuovamente affrontato per ribadire che la sanzione dell’improcedibilità dell’appello, ai sensi dell’art. 348, primo comma, cod. proc. civ., attiene alla sola mancata tempestiva costituzione dell’appellante nei termini, non anche all’omessa osservanza delle forme di costituzione”, e che il “vizio della costituzione tempestiva ma inosservante delle forme di legge soggiace al regime della nullità, e in particolare al principio del raggiungimento dello scopo, per il quale rilevano anche i comportamenti successivi alla scadenza del termine di costituzione, con la conseguenza che non può essere dichiarata l’improcedibilità dell’appello se l’appellante, il quale si sia costituito con il deposito della cosiddetta velina, abbia depositato, successivamente alla scadenza del termine di cui agli artt. 165 e 347 c.p.c., l’originale dell’atto notificato, conforme alla velina (Cass. n. 6912 del 2012)”; 1d) che “questa pronuncia, come anche Cass. n. 15715 del 2013, che con varie altre non massimate vi si è conformata, ha individuato nella prima udienza di trattazione il termine entro il quale deve comunque avvenire il deposito dell’atto in originale, per sanare la nullità della costituzione in giudizio avvenuta con la “velina”. In altre pronunce di legittimità, invece, nessun limite temporale è stato posto, essendosi deciso che la nullità può essere sanata “successivamente” nel corso del giudizio di appello: v., tra le altre, Cass. n. 17666 del 2009, n. 13208 del 2014, n. 26437 del 2014)”; 1e) che, “anche a ritenere superati gli arresti di Cassazione n. 18009 del 2008 e n. 10 del 2010, residua comunque l’ulteriore questione, su cui la giurisprudenza di legittimità non è unanime, relativa al momento entro il quale deve essere effettuato il deposito dell’originale dell’atto di appello per scongiurare l’applicazione della sanzione dell’improcedibilità”.
p.5.1.2. Sulla base di tali argomentazioni la Seconda Sezione ha chiesto un intervento chiarificatore delle Sezioni Unite “in ordine alle conseguenze dell’iscrizione a ruolo “con velina” delle cause di appello” ed in particolare sul se essa “comporti di per sé l’improcedibilità del giudizio di gravame, oppure dia luogo a una nullità sanabile” e sul se “in questa seconda ipotesi, se per evitare l’improcedibilità il deposito dell’originale dell’atto di impugnazione debba necessariamente avvenire entro la prima udienza, oppure possa essere utilmente effettuato nel prosieguo del giudizio, oppure ancora se sia già di per sé sufficiente (ipotesi che in giurisprudenza non risulta essere stata prospettata) la costituzione stessa in giudizio dell’appellato, in quanto dimostrativa dell’avvenuto raggiungimento dello scopo dell’atto”.
p.5.2. Rilevano le Sezioni Unite che al primo quesito, quello sul se l’iscrizione a ruolo con “velina” determini di per sé l’improcedibilità dell’appello oppure una nullità sanabile, salvo stabilire quando e come, debba darsi risposta nel senso che la sanzione della improcebilità dell’appello che, nel rito ordinario, l’art. 348, primo comma, c.p.c. commina “se l’appellante non si costituisce nei termini” è ricollegata soltanto al mancato o tardivo compimento da parte dell’appellante, nel termine previsto dall’art. 165 c.p.c., cui rinvia il primo comma dell’art. 347 c.p.c., dell’attività di costituzione e non anche al compimento di un’attività di costituzione avvenuta entro quel termine ma non secondo le forme previste dall’art. 165 c.p.c., cui pure rinvia lo stesso primo comma dell’art. 347 c.p.c..
p.5.3. Le Sezioni Unite intendono così dare continuità a quell’orientamento delle Sezioni Semplici che, sulla premessa che l’art. 348, primo comma, c.p.c., dopo che l’art. 347, primo comma, ha prescritto che “la costituzione in appello avviene secondo le forme e i termini per i procedimenti davanti al tribunale”, così attuando un sostanziale rinvio all’art. 165 c.p.c., dispone che “l’appello è dichiarato improcedibile, anche d’ufficio, se l’appellante non si costituisce in termini”, ha osservato che “la sanzione di improcedibilità è ricollegata soltanto all’inosservanza del termine di costituzione e non anche all’inosservanza delle sue forme” ed ha, quindi, soggiunto che “ne deriva che le conseguenze della scelta del legislatore di applicare la sanzione della improcedibilità, che significano sottrazione dell’inosservanza delle forme al regime delle nullità e, quindi, esclusione dell’operatività del principio della sanatoria per l’eventuale configurabilità di una fattispecie di raggiungimento dello scopo, si giustificano soltanto per il caso di costituzione mancata entro il termine, cioè che non sia mai avvenuta, o sia avvenuta successivamente ad esso”.
Viceversa, “le conseguenze di una costituzione avvenuta nel termine ma senza l’osservanza delle forme evocate nell’art. 347, comma 1, essendo il regime della improcedibilità, in quanto di maggior rigore rispetto al sistema generale delle nullità, di stretta interpretazione, soggiacciono, viceversa, al regime delle nullità di cui all’art. 156 c.p.c., e segg., e, quindi, vanno disciplinate applicando il principio della idoneità dell’atto al raggiungimento dello scopo e ciò anche attraverso l’esame di atti distinti o di comportamenti successivi rispetto a quello entro il quale la costituzione doveva avvenire” (Cass. n. 6912 del 2012).
Mentre nella prima norma il legislatore ha disciplinato il “quando” ed il “come” della costituzione dell’appellante, sebbene tramite rinvio formale alle norme in proposito dettate sul procedimento davanti al tribunale, e lo ha fatto espressamente alludendo alle forme ed ai termini, nella seconda il legislatore, nel prevedere la sanzione dell’improcedibilità, l’ha riferita alla mancata costituzione “nei termini”, così chiaramente comminandola solo per il mancato compimento dell’attività di costituzione sotto il profilo temporale e non anche per il compimento di tale attività nel rispetto di tale profilo, ma senza l’osservanza delle forme emergenti dalla normativa oggetto del rinvio disposto dal primo comma dell’art. 347 c.p.c..
La riposta al primo quesito dev’essere, dunque, enunciata affermando che l’art. 348, primo comma, c.p.c., quando commina l’improcedibilità dell’appello “se l’appellante non si costituisce nei termini”, dev’essere inteso nel senso che tale sanzione riguarda la mancata costituzione nei termini indicati dall’art. 165 c.p.c., oppure una costituzione avvenuta al di là di essi e non invece una costituzione avvenuta nell’osservanza di tali termini, ma senza il rispetto delle forme con cui doveva avvenire ai sensi dello stesso art. 165. Ne deriva che la costituzione dell’appellante nel termine senza il deposito dell’originale della citazione e, come nella specie, con una c.d. velina, non determina di per sé l’improcedibilità dell’appello.
Queste attività realizzano una sanatoria spontanea dei vizi formali, delle nullità, che la sua – pur tempestiva – costituzione presentava.
Va precisato, per completezza, che al rilievo della nullità non segue un ordine di rinnovazione ai sensi dell’art. 162, primo comma, c.p.c.. Infatti, poiché tale norma ammette l’ordine di rinnovo degli atti nulli solo “quando sia possibile”, nel caso di specie la prescrizione che il controllo della regolarità della costituzione debba avvenire all’udienza di cui all’art. 350 c.p.c. e l’esclusione di un potere del giudice di concedere un termine comportano l’impossibilità anche di un ordine di rinnovazione, perché esso si risolverebbe nella concessione di un termine.
Ci si deve, invece, confrontare con l’art. 165 c.p.c., là dove individua come modalità della costituzione il contenuto del fascicolo prescrivendo che esso contenga “l’originale della citazione, la procura e i documenti offerti in comunicazione” (e nel caso di costituzione personale la dichiarazione di residenza o l’elezione di domicilio) e soggiungendo che “se la citazione è notificata a più persone, l’originale della citazione deve essere inserito nel fascicolo entro dieci giorni dall’ultima notificazione”.
In questo caso il deposito di quanto necessiti per dimostrarlo potrà avvenire successivamente e comunque all’udienza ai sensi dell’art. 350 c.p.c. e non è certamente attività diretta a regolarizzare la costituzione, ma ad evidenziare l’attivazione del contradditorio sull’appello, che dipende dal perfezionamento della notificazione nei riguardi del destinatario. Il mancato deposito anche in tale udienza potrà giustificare – sempre che l’appellato non si sia costituito ed abbia dunque reso irrilevante la prova della conoscenza della citazione – l’ordine di rinnovo della notificazione della citazione di appello al convenuto (a meno che l’appellante non chieda un eventuale rinvio per la produzione sulla base di giustificate ragioni) ai sensi del secondo comma dell’art. 350 c.p.c..
p.7.3. Si deve ora considerare il caso in cui – pur non ricorrendo l’ipotesi del secondo comma dell’art. 165 c.p.c. – la tempestiva costituzione avvenga senza il deposito dell’originale della citazione.
p.7.3.7. Qualora, in presenza di costituzione dell’appellante con una copia, l’appellato non si sia costituito e non sia stato depositato dall’appellante l’originale nemmeno all’udienza ai sensi dell’art. 350 c.p.c., l’impossibilità di riscontrare tramite l’originale sia la conformità della copia a quella ipoteticamente notificata sia la stessa notificazione e l’impossibilità di dare rilievo al comportamento del convenuto, rimasto contumace, determinerà – in tutte e tre le ipotesi – il consolidarsi della nullità della costituzione per l’impossibilità di ordinare il rinnovo della notificazione.
Si è già detto che il tenore della norma dell’art. 350, secondo comma, c.p.c. esclude che il giudice dell’appello possa prendere una iniziativa d’ufficio sollecitando un’attività successiva di regolarizzazione, diretta a rimediare alla nullità. La ricostruzione prospettata sopra è oggi, nel vigore della disciplina dell’appello introdotta dal d.l. n. 83 del 2012, convertito con modificazioni, nella legge n 134 del 2012, rafforzata dalla previsione dell’art. 348-ter c.p.c. che correla ad essa l’adozione della decisione di inammissibilità dell’appello ai sensi dell’art. 348-bis c.p.c., così evidenziando – specie dopo Cass. sez. un. 1914 del 2016, che ha escluso che l’inammissibilità con ordinanza possa dichiararsi per ragioni processuali – la necessità che le condizioni di decidibilità in rito e segnatamente quella ricollegata alla regolarità della costituzione dell’appellante debbano sussistere alla prima udienza di cui all’art. 350 c.p.c..
Tale carattere sarebbe sussistito ed avrebbe dovuto denunciarsi evidenziando che l’ipotetico mancato deposito dell’originale anche all’udienza ai sensi dell’art. 350 c.p.c. e, quindi, la relativa nullità della costituzione non si sarebbe sanata per effetto del comportamento del qui ricorrente, che pacificamente si costituì all’esito della notificazione del secondo appello iscritto con la “velina”.
Si rileva in primo luogo che parte ricorrente non ha fornito alcuna delucidazione sul contenuto della “velina” con cui sarebbe stato iscritto a ruolo il secondo appello ed in particolare non ha precisato se essa recasse la relata di notificazione oppure no. Il solo chiamare la copia “velina” non può naturalmente giustificare la seconda ipotesi.
Nemmeno e soprattutto il ricorrente ha sollevato contestazione alcuna circa la conformità della copia notificatagli del secondo appello alla pretesa “velina”.
Mette conto di osservare, inoltre, che, se la velina con cui venne iscritto a ruolo il secondo appello non recava la relata di notificazione (e, si badi, tanto una relata documentante il perfezionamento per l’appellata, quanto una relata documentante quello per il solo appellante), sarebbe stata rilevante per la Corte territoriale – non potendo essa contentarsi dell’affermazione dell’appellato, perché avrebbe potuto essere in veritiera – l’impossibilità di poter accertare la tempestività della notificazione del secondo appello in relazione a quella del primo, ma soltanto se a sua volta l’appellato qui ricorrente non avesse prodotto la copia notificatagli, perché esclusivamente in questo caso sarebbe sussistita quella impossibilità.
p.12. Con il quarto motivo si denuncia “nullità della sentenza per violazione dell’art. 112 c.p.c. (art. 360 n. 4 c.p.c.)”.
p.12.1. Parte ricorrente espressamente evoca come motivazione criticata e con la quale la Corte territoriale sarebbe incorsa in ultrapetizione quella con cui essa avrebbe ritenuto “che la Sig.ra G. avrebbe eccepito, in via riconvenzionale, le inadempienze della Ditta V.M. per limitare le pretese dell’attore, concludendo poi “che la produzione documentale sopra messa in evidenza (ad eccezione delle fatture per i ripristini) e la condotta (anteriore al giudizio e successiva ad esso) del V. consentono di ritenere fondata l’eccezione di parziale inadempimento di quest’ultimo”. Sostiene che la sentenza impugnata sarebbe andata ultra petita “in quanto la Sig.ra G. non ha mai chiesto l’accertamento dei vizi delle opere e l’accertamento e dichiarazione di inadempienza della Ditta V. “.
Il ricorrente ritiene di dimostrare la censura di ultrapetizione argomentando: a) dalla riproduzione delle conclusioni della comparsa di risposta della G. , nelle quali non si rinverrebbe “alcuna domanda d’accertamento di in esecuzione a regola d’arte dei lavori e conseguentemente di inadempienza del V. “; b) dalla riproduzione di una parte di una memoria ai sensi dell’art. 184 c.p.c. in cui tanto si era ribadito.
Ne segue la inammissibilità alla stregua del consolidato principio di diritto secondo cui: “Il motivo d’impugnazione è rappresentato dall’enunciazione, secondo lo schema normativo con cui il mezzo è regolato dal legislatore, della o delle ragioni per le quali, secondo chi esercita il diritto d’impugnazione, la decisione è erronea, con la conseguenza che, in quanto per denunciare un errore bisogna identificarlo e, quindi, fornirne la rappresentazione, l’esercizio del diritto d’impugnazione di una decisione giudiziale può considerarsi avvenuto in modo idoneo soltanto qualora i motivi con i quali è esplicato si concretino in una critica della decisione impugnata e, quindi, nell’esplicita e specifica indicazione delle ragioni per cui essa è errata, le quali, per essere enunciate come tali, debbono concretamente considerare le ragioni che la sorreggono e da esse non possono prescindere, dovendosi, dunque, il motivo che non rispetti tale requisito considerarsi nullo per inidoneità al raggiungimento dello scopo. In riferimento al ricorso per Cassazione tale nullità, risolvendosi nella proposizione di un “non motivo”, è espressamente sanzionata con l’inammissibilità ai sensi dell’art. 366 n. 4 cod. proc. civ.” (Cass. n. 359 del 2005, seguita da numerose conformi).
p.13. Con un quinto motivo si prospetta “omessa, insufficiente, contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio” e, dunque, si espone un motivo ai sensi dell’art. 360 n. 5 c.p.c..
p.14. Con un sesto motivo, peraltro ancora indicato come quinto, si denuncia “violazione degli arti. 2697 c.c., 115 c.p.c. (art. 360 n. 3 c.p.c.”.
La violazione dell’art. 2697 c.c. si configura se il giudice di merito applica la regola di giudizio fondata sull’onere della prova in modo erroneo, cioè attribuendo l’onus probandi a una parte diversa da quella che ne era onerata secondo le regole di scomposizione della fattispecie basate sulla differenza fra fatti costituivi ed eccezioni, mentre per dedurre la violazione del paradigma dell’art. 115 è necessario denunciare che il giudice non abbia posto a fondamento della decisione le prove dedotte dalle parti, cioè abbia giudicato in contraddizione con la prescrizione della norma, il che significa che per realizzare la violazione deve avere giudicato o contraddicendo espressamente la regola di cui alla norma, cioè dichiarando di non doverla osservare, o contraddicendola implicitamente, cioè giudicando sulla base di prove non introdotte dalle parti e disposte invece di sua iniziativa al di fuori dei casi in cui gli sia riconosciuto un potere officioso di disposizione del mezzo probatorio (fermo restando il dovere di considerare i fatti non contestati e la possibilità di ricorrere al notorio, previsti dallo stesso art. 115 c.p.c.), mentre detta violazione non si può ravvisare nella mera circostanza che il giudice abbia valutato le prove proposte dalle parti attribuendo maggior forza di convincimento ad alcune piuttosto che ad altre, essendo tale attività consentita dal paradigma dell’art. 116 c.p.c., che non a caso è rubricato alla “valutazione delle prove” (Cass. n. 11892 del 2016).
p.15. Con un settimo motivo (indicato come sesto) si denuncia “omessa, insufficiente, contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio (art. 360 n. 5 c.p.c.)”.
Pubblicato da Avv. Renato D'Isa|2016-08-23T15:23:27+00:0023 agosto 2016|Cassazione civile 2016, Corte di Cassazione, Diritto Civile e Procedura Civile, Sentenze - Ordinanze, Sezioni Unite|0 Commenti