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Timestamp: 2018-12-18 19:25:52+00:00
Document Index: 150216679

Matched Legal Cases: ['art. 408', 'art. 2', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 408', 'art. 408']

Fusco Via giudiziaria
La "via giudiziaria" al testamento biologico come rimedio all'inerzia del legislatore
(Pubblicato su Diritto & Giustizia del 15.11.2008)
A pochi mesi dall’ultima pronunzia della Corte di Appello di Milano sul caso di Eluana Englaro, che aveva nuovamente riportato all’attenzione dell’opinione pubblica i delicati temi dell’accanimento terapeutico e del testamento biologico, un’altra pronunzia di una corte di merito si inserisce nel variegato e complesso panorama giurisprudenziale relativo alle tematiche di fine vita. È il decreto del Tribunale di Modena del 5 novembre 2008 (pubblicato sul numero del 7.11.2008 di questa Rivista), con cui il giudice tutelare Guido Stanzani ha accolto l’istanza di un privato cittadino che chiedeva per sé stesso la nomina dell’amministratore di sostegno in caso di futura incapacità dovuta a malattia terminale o grave malattia/lesione cerebrale.
La pronunzia in questione, estremamente innovativa, merita un’attenta valutazione, anche perché costituisce il primo riconoscimento giuridico delle cosiddette “dichiarazioni anticipate di fine vita”, nelle more di un intervento del legislatore tanto auspicato quanto tardivo.
Tale riconoscimento passa innanzitutto attraverso una scrittura privata autenticata da notaio, con cui l’istante, un individuo in perfette condizioni di salute e nel pieno delle proprie capacità, dichiarava che “in caso di malattia allo stato terminale, malattia o lesione traumatica cerebrale, irreversibile e invalidante, malattia che mi costringa a trattamenti permanenti con macchine o sistemi artificiali che impediscano una normale vita di relazione, chiedo e dispongo di non essere sottoposto ad alcun trattamento terapeutico, con particolare riguardo a rianimazione cardiopolmonare, dialisi, trasfusione, terapia antibiotica, ventilazione, idratazione o alimentazione forzata e artificiale. Chiedo inoltre formalmente che, nel caso in cui fossi affetto da una delle situazioni sopraindicate, siano intrapresi tutti i provvedimenti atti ad alleviare le mie sofferenze, compreso, in particolare, l’uso di farmaci oppiacei, anche se essi dovessero anticipare la fine della mia vita”. Come si evince chiaramente, la dichiarazione in questione si riferisce non solo ai principali trattamenti medici e di sostegno vitale che in caso di trauma/patologia grave consentono di prolungare l’esistenza in vita dell’individuo e che vengono rifiutati in toto dall’interessato, ma anche all’esplicita richiesta di somministrare farmaci in grado di lenire il dolore (cd. “cure palliative”), da applicarsi anche se il relativo impiego dovesse anticipare l’esito infausto.
Contestualmente l’istante designava, ai sensi dell’art. 408, comma 2°, c.c., come proprio amministratore di sostegno, la moglie e, in caso di indisponibilità di quest’ultima, la figlia, con l’incarico di manifestare tale volontà e richiedere, in caso di propria eventuale, futura incapacità, il rispetto delle disposizioni terapeutiche sopra citate.
La richiesta veniva poi depositata presso il Tribunale di Modena e sottoposta al Giudice Tutelare Guido Stanzani che, all’udienza del 3.11.2008, ascoltava il ricorrente e i familiari designati, conferendo loro la nomina di amministratore di sostegno con decreto rilasciato il successivo 5 novembre.
Punto di partenza delle argomentazioni del giudice modenese non poteva che essere il combinato disposto degli art. 2, 13 e 32 della Costituzione, posto ormai stabilmente a fondamento della “indefettibile regola per cui è precluso al medico di eseguire trattamenti sanitari se non acquisisca quel consenso libero e informato del paziente che è presupposto espressivo del suo diritto primario di accettazione, rifiuto e interruzione della terapia”. Recependo l’insegnamento della Corte di Cassazione, ormai consolidatosi sul riconoscimento del pieno diritto del paziente al rifiuto del trattamento medico, il giudice modenese afferma nuovamente la legittimità di tale rifiuto da parte dell’interessato “anche se tale condotta lo esponga al rischio di morte” (cfr. sentenza n. 23676 del 15 settembre 2008, sulla legittimità del diniego alle trasfusioni da parte dei Testimoni di Geova). Sul punto è sicuramente indicativo il riferimento alla discussa e storica ultima pronunzia della Suprema Corte sul caso Englaro, ovvero la n. 21748 del 16.10.2007 (cfr. gli arretrati del 17 e del 23 ottobre 2007 di questa Rivista), con la quale per la prima volta si affermava in maniera chiara la possibilità di interrompere i trattamenti di sostegno vitale (ritenuti trattamento medico a tutti gli effetti) in presenza di precisi presupposti, ovvero: a) l’irreversibilità dello stato patologico senza la benché minima possibilità di un qualche, sia pure flebile, recupero della coscienza e di ritorno ad una percezione del mondo esterno e b) l’accertamento, in base ad elementi di prova chiari, univoci e convincenti, della volontà del paziente medesimo di interrompere il trattamento medico, tratta dalle sue precedenti dichiarazioni ovvero dalla sua personalità e dal suo stile di vita.
Come sicuramente si ricorderà, la sentenza in questione, al pari della successiva pronunzia della Corte di Appello di Milano (decreto del 9.7.2008, est. Lamanna, pubblicata sul numero del 10.7.2008 di questa Rivista) che autorizzava Beppe Englaro a sospendere le terapie di sostegno vitale per la propria figlia, aveva scatenato una serie di polemiche nel mondo politico sul possibile travalicamento, da parte dei giudici di merito e di legittimità, della propria sfera costituzionale di attribuzioni. Tuttavia, nonostante fosse innegabile che le pronunzie sopra citate fossero state emanate in una situazione di vuoto legislativo pressoché assoluto, la Corte Costituzionale, investita della questione da parte delle Camere, riteneva insussistente il lamentato conflitto di attribuzione, non rilevando “la sussistenza nella specie di indici atti a dimostrare che i giudici abbiano utilizzato i provvedimenti censurati - aventi tutte le caratteristiche di atti giurisdizionali loro propri e, pertanto, spieganti efficacia solo per il caso di specie - come meri schermi formali per esercitare, invece, funzioni di produzione normativa o per menomare l’esercizio del potere legislativo da parte del Parlamento, che ne è sempre e comunque il titolare” (cfr. Corte Costituzionale, Ordinanza n. 334 dell’8.10.2008).
Tenendo ben presente la portata sicuramente innovativa di tali pronunzie, il giudice modenese traccia un quadro senza dubbio esauriente del dominante e recentissimo orientamento giurisprudenziale in materia di rifiuto/interruzione di trattamenti medici non richiesti (ivi comprese la nutrizione e l’idratazione artificiali), per poi affrontare, in maniera sicuramente innovativa, il tema della possibilità di applicare alle direttive di fine vita l’istituto, recentissimo, dell’amministratore di sostegno.
Introdotta con la legge n. 6 del 9.1.2004, la figura dell’amministratore di sostegno, attualmente regolamentata dagli artt. 404 e ss. C.c. ha profondamente rivoluzionato la disciplina codicistica in materia di incapacità delle persone fisiche, ponendo senza dubbio in secondo piano gli istituti, ormai desueti, dell’interdizione e dell’inabilitazione. L’amministratore di sostegno, nominato dal giudice tutelare, ha infatti oggi il ruolo importantissimo di assistere colui che, privo in tutto o in parte di autonomia per effetto di una infermità fisica o psichica, si trovi nella impossibilità, anche parziale o temporanea, di provvedere ai propri interessi, disponendo “per gli atti o per le categorie di atti per i quali si ravvisi l’opportunità del sostegno, la sostituzione ovvero la mera assistenza della persona che non sia in grado di darvi autonoma esecuzione”. La novella codicistica apportata dalla legge n. 6/2004 prevede altresì che “l'amministratore di sostegno può essere designato dallo stesso interessato, in previsione della propria eventuale futura incapacità, mediante atto pubblico o scrittura privata autenticata” (art. 408, co. 2, C.c.).
La semplice lettura delle norme sopra citate rende assolutamente evidente come l’istituto in questione possa senza dubbio prestarsi a dare pieno riconoscimento giuridico a quelle direttive di fine vita, o testamento biologico che dir si voglia, che ad oggi ancora stentano a trovare un esplicito riconoscimento giuridico da parte del legislatore. La scrittura privata autenticata con cui un soggetto manifesta la propria volontà in ordine al rifiuto di determinate pratiche mediche, unitamente alla designazione “ora per allora” di un amministratore di sostegno avente il poter/dovere di manifestare ed attuare tale volontà nell’ipotesi di sopravvenuta incapacità, costituisce invero una strada giuridicamente ineccepibile per dare piena forza giuridica ad una volontà che spesso, in caso di bisogno, non riesce a trovare adeguata tutela. In questo, l’intervento e la supervisione del giudice tutelare costituisce senza dubbio un’ulteriore autorevole garanzia sia per l’interessato che per il medico che si trovi a doverne rispettare la volontà e che spesso, in passato, si è trovato schiacciato tra il dovere di salvare la vita del paziente e quello, antitetico, di rispettarne la volontà. Prezzo di questa maggiore tutela sono gli oneri ed i tempi di un procedimento giudiziale, ancorché breve, nonché una non del tutto implausibile ipotesi di “obiezione di coscienza” da parte del magistrato.
Parimenti evidente è come una simile soluzione possa risultare senz’altro farraginosa e di non facile attuazione, richiedendo necessariamente la presenza di un notaio per l’autentica della scrittura e di un avvocato per la successiva nomina da parte del giudice tutelare, ma, in assenza di una specifica normativa sul punto, appare comunque una strada, ancorché tortuosa, senz’altro percorribile. Per questo motivo il decreto in esame può senza dubbio porsi come leading case di una giurisprudenza che possa tutelare la volontà e l’autodeterminazione di chi, come il ricorrente modenese, per propri convincimenti morali, rifiuti di prestare il proprio consenso a trattamenti finalizzati alla rianimazione e/o a pratiche di sostegno vitale e richieda unicamente interventi finalizzati al lenimento del dolore. Sul punto il magistrato modenese precisa tuttavia che la richiesta di somministrazione di oppiacei “anche se essi dovessero anticipare la fine della vita” non possa essere accolta “perché il suo accoglimento demanderebbe implicitamente alla discrezionalità degli operatori l’illecito potere di forzare la naturale evoluzione del percorso biologico”. La posizione, almeno sulla carta, non può che essere condivisibile, sebbene non si possa fare a meno di evidenziare la concreta e reale difficoltà di verificare, nella pratica, quale sia “la naturale evoluzione del percorso biologico” e se, ed in quale misura, l’utilizzo di tali farmaci lenitivi del dolore possa effettivamente in qualche modo accelerare il decesso. Soprattutto qualora il quadro clinico del paziente risulti chiaramente compromesso, i confini della cosiddetta “medicina palliativa”, appaiono, infatti, estremamente sfumati al pari del confine con la tanto temuta e forse eccessivamente demonizzata eutanasia.
In ogni caso, va sicuramente ribadito come il decreto del giudice Stanzani sia sicuramente innovativo e degno di costituire un modello non solo per chi è interessato a dare un effettivo giuridico riconoscimento alle proprie direttive di fine vita, qualunque esse siano, ma anche per il Parlamento che si spera possa, dopo l’ennesima pronunzia giurisprudenziale in materia, anziché continuare a lamentare l’invasione della propria sfera costituzionale da parte della Magistratura, sopperire con un proprio provvedimento ad una lacuna normativa divenuta ormai insostenibile.
Tribunale di Modena - decreto 5 novembre 2008
Giudice Tutelare Stanzani
A) E’ opportuno ripercorrere, in premessa, l’analisi già compiuta dal giudicante (Decreto Santoro in data 13 maggio 2008) in ordine ai principi di diritto operanti, allo stato dell’ordinamento, con specifico riferimento al ritenuto obbligo, ed alle relative modalità operative, di rispetto della volontà della persona incapace di intendere e di volere, che versi in uno stato vegetativo irreversibile, di non vedersi praticate dai sanitari, in adempimento dei loro vincoli professionali e deontologici aventi ad oggetto la salvaguardia della vita, terapie teoricamente salvifiche ma soltanto finalizzate, di fatto, a posporre la morte biologica.
E la riduzione a sistema si completa, e si conclude, rammentando che la premessa maggiore dell’istituto processuale si identifica nel diritto sostanziale di cui agli artt. 2, 13 e 32 della Costituzione mentre gli strumenti per il cui tramite dare espressione alle proprie volontà sono l’atto pubblico o la scrittura privata autenticata nominati, appunto, dall’art. 408, comma 2°, c.c.
Quanto al secondo aspetto e, cioè, al regime giuridico introdotto dalla legge n. 6 del 2004, vanno condivise le riflessioni della difesa del ricorrente nel richiamo ai disposti dei novellati articoli 404 e 406 c.c.