Source: https://www.personaedanno.it/articolo/responsabilit-civile-da-attivit-pericolose-gestione-impianti-elettrici-gabriele-gentilini
Timestamp: 2020-06-06 22:38:45+00:00
Document Index: 150323378

Matched Legal Cases: ['art. 2050', 'art. 2050', 'sentenza ', 'art. 2050', 'art. 2050', 'art. 2043', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2050', 'sentenza ', 'sentenza ']

Responsabilità civile da attività pericolose: gestione impianti elettrici - Gabriele Gentilini
Responsabilità civile - Causalità - Redazione P&D - 24/10/2018
Appare interessante la casistica esaminata dalla corte di legittimità in ordine alla responsabilità ex art. 2050 c.c., per cui “In materia di responsabilità civile, il limite della responsabilità per l'esercizio di attività pericolose ex art. 2050 cod. civ. risiede nell'intervento di un fattore esterno, il caso fortuito, il quale attiene non già ad un comportamento del responsabile ma alle modalità di causazione del danno, che può' consistere anche nel fatto dello stesso danneggiato recante i caratteri dell'imprevedibilità e dell'eccezionalità.”
Nel caso specifico la Corte di Cassazione accoglie il ricorso dei parenti della parte danneggiata mentre stava eseguendo lavori di rifacimento di un impianto elettrico in un locale posto in aderenza ad una cabina elettrica di proprietà di Enel s.p.a. e rinvia la sentenza alla Corte di Appello. La responsabilità di Enel non rileva in quanto datore di lavoro (il lavoratore era infatti dipendente di un’altra impresa) ma come società esercente attività pericolosa a norma dell’art. 2050 c.c..
Il limite per l’esercizio di azioni pericolose ex art. 2050 c.c. risiede nell’intervento di un fattore esterno che attiene non a un comportamento del responsabile, ma alle modalità di causazione del danno, che può legarsi comunque ai caratteri di imprevedibilità del danneggiato.
Nell’ambito della responsabilità derivante dall’esercizio di attività pericolose può senz’altro affermarsi che la sua applicabilità fa riscontrare diversi e svariati campi di azione molto spesso evidenziati e trattati in sede giurisprudenziale.
Come sostenuto dalla cassazione occorre delimitare in ogni caso i limiti entro i quali un’attività umana può essere connaturata dai caratteri della pericolosità in sé, da un punto di vista dell’id quod plerunque accidit.
Generalmente e con affermazione dei giudici, può intendersi come pericolosa ogni attività ricadente nell’ambito di applicazione del t.u.l.p.s. e di quelle normative che prevedono dal punto di vista per lo più statistico una accadibilità diffusa dell’evento dannoso per la stessa natura delle attività organizzate.
Sempre in generale e nelle altre casistiche in cui non ricorrono i suddetti elementi costitutivi occorre rifarsi alla normativa di cui all’art. 2043, c.c. con effetti ovviamente importanti sul profilo dell’onere della prova.
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Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza n. 15733/11; depositata il 18 luglio
La sentenza impugnata aveva affermato - contrariamente al vero che la decisione resa dal giudice del lavoro (nel procedimento tra gli eredi L. e l'INAIL) riguardava parti diverse ed era fondata su elementi differenti rispetto a quelli che formano oggetto del presente giudizio. Il fatto storico esaminato dal giudice del lavoro era, in realtà, lo stesso posto all'esame del Tribunale ordinario. Per questo motivo, i giudici di appello avrebbero dovuto tener conto (come del resto già il primo giudice) delle dichiarazioni rese dai testimoni nella causa di lavoro, poiché gli attuali ricorrenti erano decaduti dalle prove testimoniali nel presente giudizio, per un disguido occorso alla parte.
La giurisprudenza di questa Corte è ferma nel ritenere che: "In materia di responsabilità civile, il limite della responsabilità per l'esercizio di attività pericolose ex art. 2050 cod. civ. risiede nell'intervento di un fattore esterno, il caso fortuito, il quale attiene non già ad un comportamento del responsabile ma alle modalità di causazione del danno, che può' consistere anche nel fatto dello stesso danneggiato recante i caratteri dell'imprevedibilità e dell'eccezionalità.”
"In ordine alla presunzione di responsabilità per chi esercita attività pericolose, il fatto del terzo o dello stesso danneggiato può avere effetto liberatorio solo quando nell'ambito del rapporto di causalità materiale esso abbia operato in modo tale da rendere, per la sua sufficienza, giuridicamente irrilevante il fatto di chi esercita detta attività, non quando abbia semplicemente concorso nella produzione del danno per essersi inserito in una situazione già di per se pericolosa a causa dell'inidoneità delle misure preventive adottate, senza la quale l'evento non si sarebbe verificato" (Cass. 24 novembre 2003 n. 17851). Alla luce di tale consolidato indirizzo giurisprudenziale, non risulta adeguatamente motivata la affermazione conclusiva, pure contenuta nella sentenza impugnata, secondo la quale il comportamento posto in essere dal L. doveva essere considerato come assolutamente "straordinario, anomalo ed imprevedibile" non collegato con il lavoro al quale il giovane era stato adibito e fosse dunque tale da recidere il nesso di causalità esistente tra una condotta colpevolmente omissiva dell'En. e l'infortunio mortale occorso allo stesso L..
La Corte accoglie il ricorso. Cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese di questo giudizio, alla Corte di appello di Lecce, in diversa composizione.