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Timestamp: 2020-07-15 12:35:49+00:00
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Appunti e spunti di diritto italo/giapponese: Il riconoscimento e l’esecuzione di sentenze italiane in Giappone e di sentenze giapponesi in Italia in campo commerciale
Lun, 25/08/2014 - 15:44 | ICCJadmin
Non accade spessissimo, ma di tanto in tanto accade. Magari è il distributore italiano che non ottempera alle condizioni contrattuali previste per la vendita di macchinari giapponesi in Italia, oppure il licenziatario giapponese che non paga le royalties concordate con il concedente italiano per l’utilizzo di un marchio della moda. Sorge la controversia, si negozia, si cerca una soluzione transattiva accettabile per entrambe le parti (sempre la scelta migliore!) ma – ahimè – non si riesce a trovarla e bisogna ricorrere alla giustizia formale. Al contenzioso legale.
Se fra le parti vi è un accordo scritto che prevede un arbitrato (c.d. “clausola compromissoria”), come abbastanza spesso accade in campo commerciale internazionale, il contenzioso e la successiva esecuzione del lodo arbitrale seguiranno regole proprie previste per questo tipo di procedimenti (di cui qui non ci si occuperà). Se invece il contratto prevede la giurisdizione del tribunale ordinario, oppure nulla dice al riguardo o, ancora - come può benissimo accadere - un contratto scritto proprio non c’è, la parte che intende agire dovrà adire la giustizia ordinaria, avendo a volte l’alternativa se agire nel proprio Paese di residenza oppure nel Paese del convenuto.
La parte che intraprende l’azione (l’attore) generalmente è incline a “giocare in casa” e quindi, se il contratto o le norme applicabili glielo consentono, a presentare la domanda al giudice del proprio paese, che conosce meglio e dove si parla la sua lingua. Se questa sia sempre la scelta giusta, è lecito dubitare. Ne parleremo tirando le somme a fine articolo. Quel che vogliamo invece velocemente esaminare – sgombrato il campo da questi dubbi e questioni preliminari - è cosa succeda nel caso in cui una sentenza emessa da un giudice italiano debba essere riconosciuta e eseguita in Giappone, e viceversa. Come accade abbastanza spesso nella comparazione del diritto positivo di Italia e Giappone, la situazione è pressoché speculare. Vediamo[1].
Riconoscimento ed esecuzione in Italia e Giappone
Il concetto cardine per l’esecuzione di sentenze straniere all’interno dei tribunali nazionali è quello di “reciprocità”. Uno stato riserverà un determinato trattamento ad un altro stato qualora lo stesso trattamento verrà reso tale e quale anche da quest’ultimo nei confronti del primo. Italia e Giappone non fanno differenza in questo senso.
È dal 5 ottobre 1937 infatti che i due paesi hanno sottoscritto un trattato per la reciproca assistenza giudiziaria in materia civile e penale. Tale accordo, sospeso durante il periodo della Seconda Guerra Mondiale, è stato poi ristabilito nel 1954 (G.U. 28 luglio del 1954).
Il principio di reciprocità, nell’ordinamento italiano, è previsto, in via generale, dall’articolo 16 delle disposizioni preliminari al Codice Civile. È importante notare che esso sia richiamato anche, in via induttiva, dall’articolo 2 della legge 218/95 di riforma del diritto internazionale privato (che qui di seguito indicheremo come “Legge 218/95”). La Legge 218/95 infatti è il vero punto nevralgico dell’intera materia per quel che riguarda l’Italia.
Essa enuncia, all’articolo 64, i criteri necessari per il riconoscimento della sentenza straniera in Italia, senza bisogno che tale sentenza debba/possa essere sottoposta ad un’ulteriore analisi nel merito.
Il primo di questi criteri attiene al rispetto dei vincoli di giurisdizione e competenza, ovverosia l’effettiva legittimazione di quel determinato giudice (straniero) a poter decidere riguardo a quella determinata questione (art. 64 lett. A della Legge 218/1995).
Proseguendo con l’analisi dell’articolo 64 della Legge 218/95, alla lettera B ed alla lettera C vengono richiesti, rispettivamente, la regolarità della notificazione (lettera B) e delle forme di costituzione in giudizio (lettera C). Ciò affinché risulti rispettato e protetto il diritto di difesa dell’individuo, costituzionalmente garantito.
Il quarto criterio richiesto (art. 64 lettera D della Legge 218/95) si riferisce alla sentenza, la quale, come presupposto generale ed imprescindibile, deve essere passata in giudicato, secondo le leggi del paese in cui è stata emessa, ovverosia deve essere definitiva, non più impugnabile attraverso i mezzi di impugnazione ordinari.
Continuando con le lettere E ed F dello stesso articolo, esse specificano poi ulteriori elementi alla luce dei quali la sentenza giapponese (e straniera, in generale) non potrà essere accolta. Ciò non potrà avvenire laddove essa sia contraria ad altra sentenza già passata in giudicato ed emessa da un giudice italiano (lettera E) o laddove lo stesso processo, tra le medesime parti e per il medesimo oggetto, sia già stato precedentemente incardinato presso un tribunale italiano (lettera F).
L’ultimo criterio contemplato dall’articolo 64, lettera G, prevede che la sentenza non possa essere riconosciuta qualora produca effetti contrari al rispetto dell’ordine pubblico dello stato nel quale dovrà essere eseguita. Il concetto di ordine pubblico può essere riassunto come “quella parte d'un ordinamento giuridico che ha per contenuto i principi etici e politici, la cui osservanza e attuazione sono ritenute indispensabili all'esistenza di tale ordinamento e al conseguimento dei suoi fini essenziali” (Enciclopedia Treccani). In buona sostanza, le conseguenze pratiche dell’esecuzione della sentenza, non devono generare comportamenti contrari o estranei ai princìpi etico-sociali dello Stato italiano.
Passando ora all’analisi dei criteri che regolano la diretta applicabilità della sentenza straniera all’interno dell’ordinamento giapponese, è bene vedere quali dettami siano previsti, in primo luogo, dalla legge processuale civile, Minji soshō hō (Legge 26 settembre 1996 n. 109, “Codice di Procedura Civile” giapponese”). All’art. 118 il Codice di Procedura Civile Giapponese stabilisce, come presupposto per l’esecuzione della sentenza straniera, che quest’ultima sia “finale e vincolante”, ovverosia definitiva, passata in giudicato, non più impugnabile attraverso i mezzi ordinari di impugnazione. Tali concetti sono tra l’altro richiamati anche dall’art. 24 commi 1 e 3 della Minji shikkōhō (Legge 30 marzo 1979, n. 4, “Codice delle Esecuzioni Civili”) e l’art. 24 comma 3 del medesimo Codice stabilisce che il riconoscimento della sentenza straniera in Giappone non può essere assoggettato ad un’ulteriore analisi nel merito della causa.
Punto nevralgico della materia è certamente il successivo articolo 118 dello stesso Codice di Procedura Civile, i cui criteri sono tra l’altro espressamente richiamati dall’articolo 24 comma 3 del Codice delle Esecuzioni ed indicati come imprescindibili per poter accedere alla procedura esecutiva.
Esso è composto da una disciplina racchiusa in quattro punti.
L’articolo 118 n. 1 richiede il rispetto dei requisiti di giurisdizione e competenza. Esso stabilisce che la sentenza straniera sarà applicabile se il giudice che l’ha pronunciata poteva essere competente a giudicare quella determinata materia, nel paese dove la sentenza è stata emessa.
L’art. 118 n. 2 richiede l’osservanza della forma e dell’effettività della notifica, nel rispetto dell’inviolabile diritto di difesa. Al convenuto soccombente deve essere stata notificata con precisione la chiamata in giudizio. Deve, in altre parole, essergli stata data la possibilità di difendersi nei modi e nei tempi stabiliti e garantiti dalla legge. Da notare che l’articolo fa espressa menzione di sanatoria del vizio nel caso in cui il convenuto sia comparso ugualmente in giudizio.
Il punto n. 3 dell’articolo 118 si riferisce invece al concetto di ordine pubblico. Una sentenza non potrà essere eseguita in Giappone qualora i suoi contenuti saranno contrari ai princìpi etici e polico-sociali su cui si fonda l’ordinamento giapponese. Per fornire un esempio chiarificatore, si pensi ad una sentenza straniera che preveda la refusione dei cosiddetti “punitive damages” (istituto di matrice anglosassone che prevede, per le cause civili, un risarcimento del danno ulteriore e molto elevato con finalità punitiva ed intimidatoria) Essa sarà ritenuta contraria all’ordine pubblico e, dunque, non eseguibile in Giappone in quanto fondata su presupposti contrari alla società giapponese. L’etica giapponese (ma potremmo tranquillamente dire anche quella italiana) non prevede infatti una finalità punitiva o intimidatoria nell’istituto del risarcimento del danno il quale è invece inteso come il ripristino della situazione economico/patrimoniale del danneggiato in relazione al danno effettivamente subìto.
L’articolo 118 si chiude con il punto n. 4, che fa espressa menzione del principio della reciprocità. Perché il Giappone possa accogliere la sentenza di un tribunale straniero, anch’esso dovrà riservare lo stesso trattamento alla sentenza pronunciata dal tribunale giapponese laddove questa ne abbia rispettato tutti i presupposti di legge.
Per concludere il quadro della disciplina giapponese è bene analizzare un ultimo principio, contenuto nell’articolo 142 del Codice di Procedura Civile giapponese. Esso prevede che nel caso lo stesso processo sia già stato precedentemente instaurato presso un tribunale giapponese, non potrà essere fatta valere una sentenza emessa da altro tribunale, tra le medesime parti e per il medesimo oggetto. In realtà il dettame dell’articolo 142 risulta essere molto più asciutto e sintetico. La traduzione letterale sarebbe: “con riferimento al caso pendente di fronte al tribunale, le parti non possono attivare un’altra azione”. L’articolo non specifica a quale tipo di giudizio esso si riferisca, e sembrerebbe di ricomprendere di fatto ogni tipo di giudizio, anche quello esperito presso un tribunale straniero. Tuttavia, l’orientamento giurisprudenziale giapponese sembrerebbe più nel senso di prendere in considerazione solo azioni intentate davanti a tribunali giapponesi (cfr. la sentenza interlocutoria del Tribunale di Osaka, 9 ottobre 1973).
Come anticipato in premessa, i principi su cui si basa il riconoscimento e l’esecuzione di sentenze straniere in Italia e in Giappone sono pressoché speculari: i dettami della legge italiana sono concentrati e sintetizzati all’interno di un unico articolo, l’articolo 64 della Legge 218/95, corroborato da diversi princìpi generali del diritto dislocati a più livelli all’interno dell’ordinamento giuridico italiano, in primis nella Costituzione; per quanto riguarda il diritto giapponese, tali dettami sono invece esposti direttamente nel Codice di Procedura Civile, oltre che nel Codice delle Esecuzioni. Quest’ultimo, tra l’altro, come abbiamo visto, richiama espressamente e sinergicamente il primo, all’articolo 118, sottolineandone l’assoluta centralità ai fini della comprensione dell’intera materia.
Confortati da questa consapevolezza, non certamente inaspettata (come noto, le fonti del diritto giapponese sono in buona misura le stesse del diritto italiano), bisogna quindi concludere che svolgere un’azione nell’uno o nell’altro paese (quando il c.d. “forum shopping” è possibile) è la stessa cosa? E val quindi la pena, visto che se ne parla la lingua e si ha maggior dimestichezza, ricorrere al giudizio del giudice del proprio paese e poi rendere esecutiva la sentenza nell’altro paese? A nostro parere e in base alla nostra esperienza no - salvo eccezioni.
Innanzitutto, per quanto la procedura per rendere esecutiva una sentenza nell’altro paese abbia dei contorni e un oggetto limitato, è pur sempre una procedura giudiziale, che richiede quindi tutte le preparazioni e le formalità del caso. E’, di fatto, una seconda causa: un altro tribunale, altri avvocati, altre modalità procedurali. Molte traduzioni di documenti. Tempi sempre e comunque di una certa entità. Il che si traduce in spese aggiuntive, spesso di una certa consistenza.
In secondo luogo, per quanto i principi di riconoscimento ed esecuzione appaiono a prima vista semplici e difficilmente argomentabili e soprattutto non prevedano intrusioni nel “merito” della decisione da parte del tribunale competente per il riconoscimento della sentenza, in realtà fra le pieghe concettuali degli stessi (si pensi solamente a quanto possa essere soggettivo il principio di “contrarietà all’ordine pubblico”) il bravo avvocato di controparte non faticherà ad individuare spunti per rendere più difficoltoso, se non magari ad impedire del tutto, il riconoscimento e l’esecuzione della sentenza straniera.
In definitiva quindi, e con le debite eccezioni (la valutazione delle quali deve essere ovviamente demandata a professionisti competenti in ogni singolo caso), sembrerebbe più efficace ed economico, ove possibile, incardinare l’azione legale nel paese dove la sentenza dovrà essere di fatto eseguita. Alle difficoltà iniziali derivanti dall’agire in un paese straniero, faranno da positivo contraltare l’immediata efficacia della sentenza ottenuta e il pressoché certo risparmio di tempo e di denaro; senza dimenticare il più diretto effetto intimidatorio e deterrente sul convenuto, che si vedrà sfidato e attaccato non attraverso un “esotica” procedura svolta in una corte distante migliaia di chilometri, ma direttamente attraverso strumenti e organi a lui ben noti, e proprio nel “giardino di casa”. Con la possibilità che, vista la minaccia imminente, vicina e reale, magari riconsideri la propria posizione ed acconsenta ad una soluzione transattiva in corso di causa.
Adriano Villa, Studio Legale Pavia&Ansaldo
“A cura dell’Avv. Adriano Villa, con la collaborazione di Andrea Mangia, Naoko Konishi, Guido Broglio”
(Il presente articolo ha esclusivamente fini divulgativi e non deve essere considerato alla stregua di un parere professionale. Lo studio legale Pavia e Ansaldo e gli autori declinano qualsiasi responsabilità sul contenuto dei temi trattati).
[1] Si veda anche A.VILLA, FARE AFFARI IN GIAPPONE - Breve guida legale per investire ed operare in Giappone, 2012, pp. 46 ss.. http://www.ambtokyo.esteri.it/NR/rdonlyres/0C3D7CE3-3C1B-4A44-B91F-73932843437D/0/Studio_legale_VillaFare_affari_in_Giappone.pdf.