Source: https://www.eius.it/giurisprudenza/2018/771
Timestamp: 2019-01-22 13:42:45+00:00
Document Index: 105574984

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 428', 'art. 360', 'art. 1', 'art. 4', 'art. 360', 'art. 428', 'art. 132', 'art. 428', 'art. 428', 'art. 428']

EIUS - Corte di cassazione, sezione IV civile (lavoro), sentenza 21 novembre 2018, n. 30126
Sentenza 21 novembre 2018, n. 30126
1. La sentenza attualmente impugnata (depositata il 9 gennaio 2017) respinge l'appello del geometra Dino P. - ex dipendente del Comune di Montechiarugolo con qualifica D1 posizione economica D2 - avverso la sentenza del Tribunale di Parma n. 3/2015 di rigetto delle domande del P. volte ad ottenere l'accertamento dell'efficacia della revoca delle proprie dimissioni e/o la declaratoria di invalidità o inefficacia delle dimissioni stesse.
b) la decisione di rassegnare le dimissioni va valutata nel contesto lavorativo dell'epoca, fonte di stress e insoddisfazione per l'interessato e tenendo conto delle conseguenti patologie contratte e diagnosticate dai medici curanti nonché dei molteplici tentativi di cambiare l'ambiente lavorativo effettuati invano dal P.;
d) sicuramente le dimissioni hanno arrecato al P. un serio pregiudizio, essendo all'epoca privo di un'alternativa di lavoro e con una famiglia da mantenere, ma comunque non possono considerarsi il frutto di una decisione improvvisa e inconsapevole ma l'epilogo consapevole di una condizione di malessere lavorativo, che peraltro non si è tradotto nella denuncia di un comportamento datoriale mobbizzante o illegittimo;
e) infondata è anche la censura con cui si sostiene il difetto di legittimazione dell'Unione Pedemontana Parmense ad accettare le dimissioni, trattandosi di un soggetto diverso dal Comune datore di lavoro che comunque si è limitato a prendere atto delle dimissioni stesse, in quanto con la determina n. 297 del 2013 i Comuni dell'Unione, fra cui rientra quello di Montechiarugolo hanno conferito all'Unione stessa le funzioni relative al servizio del personale; [d]'altra parte la contestata "presa d'atto" equivale all'accettazione, in assenza di elementi che possano portare ad una diversa conclusione;
f) infine, per quel che riguarda la denuncia di erroneità della valutazione sull'inapplicabilità al lavoro pubblico contrattualizzato della procedura di convalida delle dimissioni di cui alla l. n. 92 del 2012, va ricordato che, in base all'art. 1, commi 7 e 8, della l. n. 92 del 2012 le disposizioni della legge, per quanto da esse non espressamente previsto, costituiscono soltanto principi e criteri per la regolazione dei rapporti di lavoro dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni di cui all'art. 1, comma 2, del d.lgs. 30 marzo 2001, n. 165, e successive modificazioni e l'armonizzazione della relativa disciplina a quella prevista dalla legge richiede iniziative anche di tipo normativo.
2. Il ricorso di Dino P. domanda la cassazione della sentenza per tre motivi; resiste, con controricorso, il Comune di Montechiarugolo.
I. Sintesi dei motivi di ricorso.
1.1. Con il primo motivo si denunciano, in relazione all'art. 360, n. 3 e n. 5, c.p.c.: a) violazione e falsa applicazione degli artt. 428 c.c. e 115 e 116 c.p.c.; b) illogicità manifesta, contraddittorietà e incoerenza della motivazione della sentenza impugnata.
Si sostiene che la Corte d'appello, contraddittoriamente, dopo aver riconosciuto l'esistenza della patologia collegata all'ambiente di lavoro ne ha negato l'incidenza al momento delle dimissioni che ha considerato il frutto di una scelta consapevole, facendo riferimento alla necessità di uno stato di totale incapacità di intendere e volere mentre per la giurisprudenza di legittimità ai fini dell'art. 428 c.c. non è necessaria la totale esclusione della capacità psichica e volitiva essendo sufficiente un turbamento psichico che menomi la suddetta capacità e il CTU aveva concluso proprio nel senso della sussistenza di tale situazione.
1.2. Con il secondo motivo si denuncia, in relazione all'art. 360, n. 3, c.p.c., violazione e falsa applicazione dell'art. 1, commi 7 [e] 8, e dell'art. 4, comma 17, della l. n. 92 del 2012, sostenendosi che la procedura preordinata alla convalida delle dimissioni ivi prevista deve ritenersi applicabile anche al lavoro pubblico contrattualizzato, diversamente da quanto affermato dalla Corte territoriale.
Si aggiunge che la l. n. 92 del 2012 intendeva dettare principi comuni al lavoro privato e pubblico contrattualizzato sicché sarebbe del tutto illogico e privo di giustificazioni applicare ai due settori un diverso regime per le dimissioni, tanto più che la procedura di convalida è finalizzata a garantire la genuinità e autenticità delle dimissioni, sicché non estenderla ai dipendenti pubblici equivale ad indebolirne la posizione rispetto ai dipendenti privati, mentre la ritrosia ad accomunare le discipline muove dall'opposto presupposto.
1.3. Con il terzo motivo si denuncia, in relazione all'art. 360, n. 3 e n. 5, c.p.c. violazione e falsa applicazione degli artt. 2118 e 1328 c.c.
Infatti, la costituzione del rapporto di lavoro come la sua risoluzione dovrebbero intervenire tra le parti contrattuali o loro rappresenta[n]ti delegati allo scopo.
II. Esame delle censure.
a) ai fini della sussistenza di una situazione di incapacità di intendere e di volere (quale prevista dall'art. 428 c.c.) costituente causa di annullamento del negozio (nella specie, dimissioni), non occorre la totale privazione delle facoltà intellettive e volitive, essendo sufficiente un turbamento psichico tale da impedire la formazione di una volontà cosciente, facendo così venire meno la capacità di autodeterminazione del soggetto e la consapevolezza in ordine all'importanza dell'atto che sta per compiere (Cass. 22 maggio 1969, n. 1797; Cass. 15 gennaio 2004, n. 515; Cass. 28 marzo 2002, n. 4539; Cass. 1° settembre 2011, n. 17977);
b) l'incapacità naturale consiste in ogni stato psichico abnorme, pur se improvviso e transitorio e non dovuto a una tipica infermità mentale o a un vero e proprio processo patologico, che - con riguardo al momento in cui il negozio è posto in essere - abolisca o scemi notevolmente le facoltà intellettive o volitive, in modo da impedire od ostacolare una seria valutazione degli atti che si compiono o la formazione di una volontà cosciente (Cass. 12 luglio 1991, n. 7784; Cass. 14 maggio 2003, n. 7485);
c) la prova dell'incapacità naturale può essere data con ogni mezzo o in base a indizi e presunzioni, che anche da soli, se del caso, possono essere decisivi ai fini della sua configurabilità (Cass. 7 aprile 2000, n. 4344; Cass. 28 marzo 2002, n. 4539);
d) nel caso di incapacità dovuta a malattia non si può prescindere da una valutazione delle possibilità di regresso della malattia manifestatasi anteriormente o posteriormente, per stabilirne la sua sussistenza nel momento dell'atto (Cass. 15 giugno 1995, n. 6756);
e) ma in presenza di una malattia psichica, se sia stato accertata la totale incapacità di un soggetto in due determinati periodi, prossimi nel tempo, per il periodo intermedio la sussistenza dell'incapacità è assistita da presunzione iuris tantum, sicché, in concreto, si verifica l'inversione dell'onere della prova nel senso che, in siffatta ipotesi, deve essere dimostrato, da chi vi abbia interesse, che il soggetto abbia agito in una fase di lucido intervallo (Cass. 28 marzo 2002, n. 4539; Cass. 9 agosto 2011, n. 17130; Cass. 4 marzo 2016, n. 4316);
f) analoga presunzione è stata ritenuta sussistente nell'ipotesi di una situazione di malattia mentale di carattere permanente, affermandosi che ricade su chi sostiene la validità dell'atto l'onere di dimostrare l'esistenza di un eventuale lucido intervallo, tale da ridare al soggetto l'attitudine a rendersi conto della natura e dell'importanza dell'atto (Cass. 26 novembre 1997, n. 11833;
g) nella stessa ottica, si è precisato che quando esista una situazione di malattia mentale di carattere tendenzialmente permanente, o protraentesi per un rilevante periodo, è onere del soggetto che sostiene la validità dell'atto dare prova che esso fu posto in essere, in quel periodo, durante una fase di remissione della patologia, aggiungendosi che ove la malattia abbia caratteristiche "bipolari", sia cioè caratterizzata dalla alternanza di fasi depressive e di fasi di eccitamento, nel quadro di un disturbo psico-affettivo, può non essere di per sé decisiva la circostanza che l'atto sia stato posto in essere nell'una o nell'altra fase, giacché in entrambe le ipotesi potrebbe essere esistita incapacità di intendere oppure di volere (Cass. 12 marzo 2004, n. 5159).
5. I su riportati principi trovano applicazione anche in caso di domanda di annullamento dell'atto di dimissione del lavoratore dal rapporto di lavoro (vedi: Cass. 14 maggio 2003, n. 7485, cit.), con alcune puntualizzazioni quanto alle peculiari caratteristiche dell'atto e alle conseguenze del suo possibile annullamento.
a) nel giudizio promosso dal lavoratore in cui si controverta sulle modalità di risoluzione del rapporto di lavoro l'indagine circa la sussistenza di dimissioni del lavoratore deve essere rigorosa, essendo in discussione beni giuridici primari, oggetto di particolare tutela da parte dell'ordinamento - attesa la natura di negozio giuridico unilaterale delle dimissioni, che è diretto alla rinunzia del posto di lavoro, bene protetto dagli artt. 4 e 36 Cost. - sicché occorre accertare che da parte del lavoratore sia stata manifestata in modo univoco l'incondizionata volontà di porre fine al rapporto stesso (vedi, per tutte: Cass. 9 aprile 2014, n. 8361; Cass. 3 marzo 2015, [n.] 4241; Cass. 11 novembre 2010, n. 22901; Cass. 27 agosto 2003, n. 12549);
c) poiché il lavoro pubblico contrattualizzato è regolato dalle norme del codice civile e dalle leggi civili sul lavoro, nonché dalle norme sul pubblico impiego, solo in quanto non espressamente abrogate e non incompatibili, le dimissioni del lavoratore pubblico costituiscono un negozio unilaterale recettizio, idoneo a determinare la risoluzione del rapporto di lavoro dal momento in cui vengano a conoscenza del datore di lavoro e indipendentemente dalla volontà di quest'ultimo di accettarle, sicché non necessitano più, per divenire efficaci, di un provvedimento di accettazione da parte della Pubblica Amministrazione, anche se tale principio va contemperato con le esigenze di natura organizzativa collegate al buon andamento dell'attività della Pubblica Amministrazione di cui si tratta (Cass. 7 gennaio 2009, n. 57; Cass. 5 marzo 2013, n. 5413; Cass. 12 febbraio 2015, n. 2795);
d) peraltro nel rapporto di lavoro alle dipendenze della PA, al dipendente dimissionario si applica l'istituto della riammissione in servizio, che non dà luogo alla reviviscenza del precedente rapporto di lavoro, ma alla costituzione di un nuovo rapporto, anche se disposizioni di legge (quale l'art. 132 del d.P.R. n. 3 del 1957) o di contratto collettivo prevedono la riammissione nel ruolo precedentemente ricoperto o l'attribuzione dell'anzianità pregressa; pertanto, ai fini della progressione economica maturata dopo le dimissioni, va considerato come termine iniziale la data del provvedimento di riammissione in servizio, da cui decorre l'anzianità nella qualifica del dipendente riammesso agli effetti sia giuridici che economici (Cass. 18 dicembre 2017, n. 30342; Cass., Sez. un., 21 dicembre 2009, n. 26827).
6. Ne consegue che la disciplina che regola le dimissioni nel lavoro pubblico non coincide del tutto con quella prevista per il lavoro privato, però anche ad essa va comunque applicato il principio generale della piena genuinità e dell'autenticità delle dimissioni, perché non estendere tale principio ai dipendenti pubblici equivarrebbe ad indebolirne la posizione rispetto ai dipendenti privati, mentre la ritrosia ad accomunare le discipline muove dall'opposto presupposto.
b) la riconosciuta necessità di valutare la decisione di rassegnare le dimissioni nell'ambito del contesto lavorativo dell'epoca, fonte di stress e insoddisfazione per l'interessato e tenendo conto delle conseguenti patologie contratte e diagnosticate dai medici curanti nonché dei molteplici tentativi di cambiare l'ambiente lavorativo effettuati invano dal P.;
È del tutto evidente che una simile conclusione si pone in contrasto con i principi dianzi riportati in primo luogo perché, come risulta dalla complessiva lettura della sentenza, in essa si muove dall'erronea premessa secondo cui il "notevole turbamento psichico", oltretutto inserito in un quadro patologico diagnosticato, non è sufficiente ai fini della sussistenza di una situazione di incapacità di intendere e di volere (quale prevista dall'art. 428 c.c.), essendo necessaria una totale esclusione della capacità psichica e volitiva.
Questa tesi è, di per sé, il frutto di una interpretazione dell'art. 428 c.c. non conforme a quella offerta dalla consolidata giurisprudenza di questa Corte.
8.1. Né può essere giustificata dal tenore delle conclusioni del CTU secondo cui anche se il P. mostrava un notevole turbamento psichico pure nel momento delle dimissioni tuttavia egli non si trovava in quel momento in condizioni di totale esclusione della capacità psichica e volitiva "e quindi in condizioni di incapacità naturale".
Infatti, in base ad un consolidato e condiviso indirizzo di questa Corte, la consulenza tecnica ha un limite intrinseco consistente nella sua funzionalità alla risoluzione di questioni di fatto presupponenti cognizioni di ordine tecnico e non giuridico, sicché così come i consulenti tecnici non possono essere incaricati di accertamenti e valutazioni circa la qualificazione giuridica di fatti e la conformità al diritto di comportamenti, analogamente se per ipotesi il consulente effettua simili valutazioni, in linea di massima, non se ne deve tenere conto (Cass. 29 agosto 2011, n. 17720; Cass., Sez. un., 6 maggio 2008, n. 11037; Cass. 4 febbraio 1999, n. 996).
Né la Corte territoriale ha, a tal fine, considerato la natura di negozio giuridico unilaterale delle dimissioni, posto in essere dal lavoratore e avente come conseguenza la rinunzia del posto di lavoro, bene protetto dagli artt. 4 e 36 Cost., che oltretutto nel caso concreto era foriero di un accertato sicuro pregiudizio per l'interessato e la sua famiglia.
1) "ai fini della sussistenza di una situazione di incapacità di intendere e di volere (quale prevista dall'art. 428 c.c.) costituente causa di annullamento del negozio, non occorre la totale privazione delle facoltà intellettive e volitive, essendo sufficiente un turbamento psichico tale da impedire la formazione di una volontà cosciente, facendo così venire meno la capacità di autodeterminazione del soggetto e la consapevolezza in ordine all'importanza dell'atto che sta per compiere. Peraltro, laddove si controverta della sussistenza di una simile situazione in riferimento alle dimissioni del lavoratore subordinato il relativo accertamento deve essere particolarmente rigoroso, in quanto le dimissioni comportano la rinunzia del posto di lavoro - bene protetto dagli artt. 4 e 36 Cost. - sicché occorre accertare che da parte del lavoratore sia stata manifestata in modo univoco l'incondizionata e genuina volontà di porre fine al rapporto stesso";
2) "la consulenza tecnica ha un limite intrinseco consistente nella sua funzionalità alla risoluzione di questioni di fatto presupponenti cognizioni di ordine tecnico e non giuridico, sicché così come i consulenti tecnici non possono essere incaricati di accertamenti e valutazioni circa la qualificazione giuridica di fatti e la conformità al diritto di comportamenti, analogamente se per ipotesi il consulente effettua, di propria iniziativa, simili valutazioni non se ne deve tenere conto, a meno che esse vengano vagliate criticamente e sottoposte al dibattito processuale delle parti".