Source: https://www.studiocataldi.it/news_giuridiche_asp/news_giuridica_16237.asp
Timestamp: 2018-03-21 20:28:11+00:00
Document Index: 35552499

Matched Legal Cases: ['art. 9', 'art. 3', 'art. 342', 'art. 27', 'art. 19', 'art. 3', 'art. 7', 'art. 29', 'art. 27', 'art. 315', 'art. 20', 'art. 22', 'art. 22']

La legge brasiliana contro la PAS e la Convenzione Internazionale sui Diritti dell'Infanzia
Abstract: L'Autrice mette a confronto i principi cui s'ispira la normativa statale brasiliana e quelli della Convenzione Internazionale a tutela dell'infanzia in relazione ad una genitorialità che sappia mantenere sempre, anche nei momenti di crisi, il suo compito di promozione della crescita dei figli.
Si discute animatamente sul riconoscimento giuridico e scientifico della PAS (acronimo di Parental Alienation Syndrome), sindrome da alienazione genitoriale, descritta per la prima volta, tra il 1984 e il 1985, dallo psichiatra forense statunitense Richard Gardner (in seguito alle sue osservazioni fatte nel corso delle cause di divorzio nelle quali lui svolgeva il ruolo di perito, generalmente per conto dei padri), quale disturbo psicopatologico che si manifesta nei bambini e negli adolescenti, in caso di separazione dei genitori, a causa di uno dei genitori che li “indottrina” o “manipola” ai danni dell'altro. Anche la reiterata proposta di inserirla nel DSM V (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, la cui quinta edizione è stata pubblicata negli USA nel 2013, mentre in Italia nel 2014) non è stata accolta.
Nonostante ciò, in questi ultimi anni, vi è stato un interessante approdo legislativo: il 26 agosto 2010 il Brasile, primo Paese al mondo, ha emanato la legge, firmata dal Presidente Ignacio Lula, n. 12.318-10 di tutela con la PAS. Mettendo in atto quanto previsto nell'art. 9 par. 3 della Convenzione Internazione sui Diritti dell'Infanzia (conosciuta anche come Convenzione di New York, perché lì sottoscritta il 20 novembre 1989) in cui si stabilisce di “mantenere relazioni personali e contatti diretti in modo regolare con entrambi i genitori” (dove ogni parola ha un significato che reclama di essere attuato), questa legge, oltre a vietare, definire e sanzionare la PAS, offre spunti di carattere giuridico e sociale per riflettere, in particolare sulla genitorialità.
Rilevante è l'art. 3 in cui si legge che la PAS “costituisce una forma di abuso morale”, senza alcuna possibilità di equivoco. Questa formulazione, che allarga il concetto di abusi sui minori, richiama l'art. 342 bis del nostro codice civile, “Ordini di protezione contro gli abusi familiari”, in cui si parla di “grave pregiudizio all'integrità fisica o morale” e anche l'art. 27 par. 1 della Convenzione di New York in cui si fa espresso riferimento allo sviluppo morale del fanciullo. La locuzione “forma di abuso morale” richiama pure l'art. 19 della Convenzione ed in particolare il paragrafo 1 ove si legge: “Gli Stati parti adotteranno ogni misura appropriata di natura legislativa, amministrativa, sociale ed educativa per proteggere il fanciullo contro ogni forma di violenza, danno o brutalità fisica o mentale, abbandono o negligenza, maltrattamento o sfruttamento, inclusa la violenza sessuale, mentre è sotto la tutela dei suoi genitori, o di uno di essi, del tutore o dei tutori o di chiunque altro se ne prenda cura”. E, purtroppo, la PAS è assimilabile a queste situazioni perché provoca effetti simili e di questo dovrebbero prendere coscienza i genitori in conflitto e gli adulti che ruotano attorno al conflitto.
Sempre nell'art. 3 l'espressione “relazione di affetto nei rapporti” ricorda che la filiazione-genitorialità non è uno stato o un sentimento innato o consolidato, ma qualcosa che avviluppa e si sviluppa nella quotidianità, un percorso da seguire continuamente, costruttivamente e congiuntamente. A conferma di ciò in altri punti della legge si parla di “legami” e di “familiarità”.
Nell'art. 7 la locuzione “coesistenza efficace del bambino o adolescente con l'altro genitore” richiama quella sempre più usata di “genitori efficaci” (così lo psicologo Thomas Gordon) i quali dovrebbero costruire e garantire la “coesistenza efficace del figlio con l'altro genitore” sin dal concepimento, perché la genitorialità è tale poiché ci sono due genitori che hanno concepito un figlio, per cui non ci sarebbe nemmeno bisogno di appellarsi, in caso di separazione o divorzio, alla “bigenitorialità” o “cogenitorialità”. È bene ricordare che nell'art. 29 par. 1 lettera c della Convenzione Internazionale sui Diritti dell'Infanzia si prevede d'inculcare al fanciullo il rispetto dei genitori e della sua identità, ed i primi soggetti ad esservi tenuti sono i genitori stessi.
Si parla specificatamente di “nonni” riconoscendo la loro figura tanto in senso positivo quanto in senso negativo. Nelle nostre leggi, invece, si continua a parlare di “ascendenti”, dal codice civile al decreto legislativo 28 dicembre 2013 n. 154, “Revisione delle disposizioni vigenti in materia di filiazione, a norma dell'articolo 2 della legge 10 dicembre 2012, n. 219”.
Vi è la distinzione tra “genitorialità” e “potestà genitoriale”, l'una afferente di più alla sfera relazionale, l'altra a quella giuridica. Distinzione che dovrebbero tenere a mente genitori e giudici, perché genitori cui viene tolta la potestà non è detto che siano incompetenti in genitorialità (distinzione tra genitorialità e potestà genitoriale che avrebbe potuto conservare anche il nostro legislatore nel decreto legislativo 154/2013 che ha, invece, sostituito il riferimento alla potestà genitoriale solo con la responsabilità genitoriale).
Un'altra differenziazione che emerge nella legge è quella tra “famiglia”, “vita familiare” e “gruppo familiare”, concetti intersecanti ma non coincidenti perché indicano dinamiche relazionali di cui tener conto alla luce delle eventuali “costellazioni familiari” in cui può vivere un bambino o adolescente oggi. Come nella Convenzione di New York si usano le espressioni “famiglia”, “ambiente familiare” e “famiglia allargata”. La legge del 2010 in maniera più incisiva e onnicomprensiva rispetto alla Convenzione Internazionale dichiara “il diritto fondamentale del bambino o adolescente a godere di una sana vita familiare” (artt. 3 e 8). Essendo tramontata la formazione “normocostituita” della famiglia, occorre che venga almeno salvaguardato il diritto del bambino o adolescente ad una sana vita familiare, in ogni accezione di “sana” (sano, da “conduco sicuro” a “ho forza di resistere”).
Indicativo altresì l'uso degli aggettivi “biopsicologico” e “biopsicosociale” che considerano la dimensione olistica della persona di età minore in ossequio all'art. 27 par. 1 della Convenzione di New York in cui si sancisce “il diritto di ogni fanciullo ad un livello di vita sufficiente atto a garantire il suo sviluppo fisico, mentale, spirituale, morale e sociale”. Non solo, il prefisso “bio” ricorda l'espressione “biofilia” usata da Erich Fromm per esprimere l'amore per la vita. Secondo lo studioso tedesco l'amore materno presenta due aspetti: quello di tutte le cure necessarie perché il bambino viva e cresca e quello di infondergli l'amore per la vita, il senso che la vita è bella, la gioia di vivere. I genitori, pertanto, si dovrebbero rendere conto che con la PAS innescano un vero processo distruttivo nel bambino o adolescente rovinandogli non solo la vita nel presente, ma deturpandogli l'amore per la vita.
Il bambino o adolescente rischia di subire un'ulteriore vittimizzazione, perché sottoposto a visite di monitoraggio, a relazioni ed altro. Viene meno quell'atmosfera, quella naturalezza cui avrebbe diritto come previsto anche nel Preambolo della Convenzione di New York. Ricordando che, come l'atmosfera è quella massa di fluido gassoso circondante il nostro globo che consente di respirare, di vedere il cielo, di vivere, così le relazioni significative e in special modo quelle genitoriali sono l'atmosfera che consente al bambino di crescere e volgere lo sguardo sereno al proprio cielo (come precisato nell'art. 315-bis comma 2 del nostro codice civile: “Il figlio ha diritto di crescere in famiglia e di mantenere rapporti significativi con i parenti”).
“Un fanciullo che venga privato permanentemente o temporaneamente del suo ambiente familiare o che nel suo proprio interesse non possa essere lasciato in tale ambiente, avrà diritto a speciale protezione e assistenza da parte dello Stato” (art. 20 par. 1 Convenzione Internazionale sui Diritti dell'Infanzia). Inoltre, se l'art. 22 della Convenzione di New York disciplina lo status di rifugiato del fanciullo in caso di violazione dei diritti umani fondamentali, a maggior ragione i genitori debbono garantirgli il suo status di infanzia, quella “stessa protezione di cui fruisca qualunque fanciullo privato per qualsiasi ragione, temporaneamente o permanentemente dell'ambiente familiare” (mutuando la terminologia dell'art. 22 par. 2 Convenzione di New York).
Alla luce di questo, i genitori non devono mai dimenticare che la genitorialità non è solo mettere al mondo i figli ma avere una progettualità generativa, ovvero prevedere e maturare i possibili comportamenti da tenere anche in caso di crisi o rottura della coppia di coniugi o conviventi, tali da consentire ai figli e a se stessi nuove prospettive, “in particolare nello spirito di pace, di dignità, di tolleranza, di libertà, di eguaglianza e di solidarietà” (dal Preambolo della Convenzione Internazionale sui Diritti dell'Infanzia).
(04/08/2014 - Margherita Marzario)