Source: http://www.ilcaso.it/privacy/privacy-famiglia.htm
Timestamp: 2019-01-24 06:54:14+00:00
Document Index: 175398608

Matched Legal Cases: ['art. 317', 'art. 13', 'art. 13', 'art. 24', 'art. 26', 'art.11', 'art. 11', 'e contrario', 'art. 11', 'art. 24', 'art. 184', 'art. 11', 'art. 5', 'art. 616', 'art. 60', 'art. 11', 'art. 11', 'art. 11', 'art. 47', 'art. 9', 'art. 10', 'art. 12', 'art. 13', 'art. 16', 'art.37', 'art. 38', 'art. 39', 'art. 160', 'art.160', 'art. 160', 'art. 11', 'art. 50', 'art. 52', 'art. 50', 'art. 7', 'art. 1426', 'art. 5', 'art.167', 'art.11']

TUTELA DELLA RISERVATEZZA DEI DATI NEL PROCESSO, CON PARTICOLARE RIFERIMENTO AI GIUDIZI IN MATERIA DI FAMIGLIA E MINORI; ASPETTI DEONTOLOGICI
Fondamenta S. Chiara, 494 – 30125 Venezia
a) al cliente
Il primo adempimento richiesto dalla normativa sulla privacy è l’informativa.
Per il trattamento di dati che riguardano minori l’informativa va resa a chi esercita legalmente la potestà, cioè ai genitori.
Nelle ipotesi di potestà esclusiva (affidamento ad un solo genitore, riconoscimento del figlio naturale ad opera di un solo genitore, casi di impedimento dell’atro genitore ex art. 317 c.c.) l’informativa va resa al solo genitore che esercita la potestà. Sappiamo peraltro che, anche nei casi di potestà congiunta, la rappresentanza legale dei minori (negoziale e processuale) spetta anche disgiuntamente ai genitori per il compimento degli atti di ordinaria amministrazione. In tali casi riteniamo sia sufficiente dare l'informativa al genitore che esercita disgiuntamente la rappresentanza.
b) ai terzi
Nell’ambito che qui ci interessa (e cioè il processo) non è necessario dare l’informativa a terzi di cui veniamo a trattare dati.
Mi riferisco in particolare alla controparte ovvero a testimoni, terzo chiamato od altri soggetti di cui si abbia necessità di trattare i dati nell’ambito del processo.
Il riferimento normativo è l’art. 13, 5° comma D.Lgs. nr. 196/03 che, per l’ipotesi in cui i dati non siano raccolti presso l’interessato (art. 13, 4° comma D.Lgs. cit.), esonera dall’obbligo di rendere l’informativa all’interessato medesimo se il dato è trattato “per far valere o difendere un diritto in sede giudiziaria, sempre che i dati siano trattati esclusivamente per tali finalità e per il tempo strettamente necessario al loro perseguimento”.
Il consenso e l’attività giudiziale
Come noto, non è nemmeno necessario raccogliere il consenso del cliente né di terzi soggetti quando si trattano i loro dati (senza peraltro diffonderli) “per far valere o difendere un diritto in sede giudiziaria, sempre che i dati siano trattati esclusivamente per tali finalità e per il tempo strettamente necessario al loro perseguimento” (art. 24, 1° comma, lett. g D.Lgs nr. 196/03 e art. 26, 4° c. lett. c).
E’ poi consentito trattare alcuni dati particolarmente sensibili di terzi soggetti (per la precisione i dati idonei a rivelare lo stato di salute e la vita sessuale del terzo) solo se il diritto da noi tutelato in sede giudiziaria è di rango almeno pari a quello alla riservatezza (o meglio alla protezione dei propri dati) vantato dal terzo ovvero qualora venga da noi tutelato un diritto della personalità o un altro diritto o libertà fondamentale e inviolabile.
Il che implica una valutazione comparativa fra opposte esigenze e diritti.
Le stesse considerazioni vanno fatte per il trattamento di dati in attività propedeutica a quella giudiziale.
Diverse sono invece le regole per il trattamento dei dati nell’attività stragiudiziale, di cui peraltro in questa sede non ci occupiamo.
Prova assunta in violazione della normativa sulla privacy come prova illecita
Deve ritenersi che sussista un limite generale all’assunzione ed acquisizione delle prove nel processo, ed è da porsi in relazione all’eventuale illiceità della loro formazione od assunzione ed alla eventuale indisponibilità della prova.
Il Ricci ha definito prova illecita quella assunta in violazione di divieti espressi, ovvero di garanzie fondamentali della persona.
Per calare tale definizione nella ns. fattispecie concreta occorre ricordare una delle norme fondamentali del T.U. sulla privacy, l’art.11.
Va osservato che le esenzioni contenute nel T.U. sulla privacy in relazione all’obbligo di informativa e consenso allorquando il trattamento è posto in essere per far valere un diritto in sede giudiziaria non devono trarre in inganno sull’ampiezza della loro portata. Anche nei casi di esenzione, restano infatti sempre valide e vanno osservate nel trattare i dati le norme riguardanti la liceità nel trattamento dei dati e specificatamente l’art. 11 D. Lgs.
Pertanto, un dato è legittimamente trattato in un processo se rispetta queste condizioni:
- è trattato in modo lecito: cioè conformemente alle disposizioni del codice della privacy nonché alle disposizioni del codice civile (il trattamento non deve essere contrario a norme imperative, all’ordine pubblico ed al buon costume);
- è trattato secondo correttezza;
- è trattato per scopi determinati (non è consentita la raccolta di dati come attività fine a se stessa), legittimi e compatibili con gli scopi per i quali sono raccolti;
- è esatto (cioè preciso e rispondente al vero) e, se necessario, va aggiornato;
- è pertinente (in relazione all’attività difensiva svolta), completo (non nel senso di raccogliere il maggior numero possibile di informazioni ma bensì di fornire una informazione esatta e che tenga conto dei vari profili), non eccedente (rispetto alle finalità di difesa);
- è conservato per il tempo strettamente necessario in relazione alla finalità di difesa per il quale è raccolto.
Se non sono osservate queste condizioni il trattamento è illecito ed i dati non possono essere utilizzati (art. 11, 2° comma D. Lgs.).
Non deve poi trarre in inganno la specifica normativa riguardante i trattamenti per ragioni di giustizia, che ha una portata limitata e di cui parleremo in più avanti.
Va segnalato che la giurisprudenza, e parte della dottrina, ritengono prevalente il diritto alla difesa rispetto alla tutela della riservatezza, argomentando la preminenza del diritto alla difesa dal rango costituzionale dell’art. 24 Cost. nonché dalle esenzioni rinvenibili agli articoli 13 lettera b) e 24 lettera f) del D.lgs. 196/2003.
Parrebbe tuttavia che detta considerazione, pur partendo da un presupposto esatto, non tenga in debito conto la tematica delle “prove illecite “ (cioè di quelle prove che sono inficiate di validità processuale).
Prove costituende e prove precostituite
Con riferimento alle prove costituende (confessione, giuramento, testi) si può ritenere che il Giudice non possa porre a fondamento della sua decisione una prova illecitamente raccolta (nemmeno facendo ricorso al concetto di prova atipica o richiamando il libero convincimento del Giudice nella valutazione del contegno delle parti) e se ha ammesso per errore ed espletato una prova illecita non ammissibile dovrebbe revocare l’ordinanza e privare di ogni efficacia quella prova.
Lo stesso è a dirsi per le prove precostituite (quali quelle documentali) di cui si lamenti l’illecita acquisizione (ad esempio quelle di cui la parte che le ha prodotte non riesca a provare il legittimo possesso).
Occorre peraltro osservare che (salva l’ipotesi di produzioni effettuate oltre i termini di cui all’art. 184 c.p.c.) la prova documentale – a differenza di quella costituenda - non è oggetto di provvedimento di ammissione ed entra direttamente a far parte del processo.
Il Giudice pertanto dovrà limitarsi a ritenere i documenti prodotti privi di efficacia probatoria perché illecitamente acquisiti.
D’altronde, ad oggi non si è ancora giunti, neanche in dottrina, a sostenere l’ammissibilità delle prove illecite qualificandole come “prove atipiche”.
Queste premesse procedurali servono per evidenziare i limiti di efficacia probatoria conseguenti all’inosservanza del disposto dell’art. 11 D. Lgs.
Pertanto, una prova che comporti il trattamento di dati personali in violazione delle norme del codice della privacy è una prova illecita e come tale non dovrebbe essere assunta e, se assunta, andrebbe eliminata dal processo con la revoca dell’ordinanza ammissiva e comunque – se documentale- privata di ogni efficacia probatoria.
Fattispecie di illiceità della prova per violazione della privacy
Come sopra precisato, va premesso che l’utilizzo di documenti forniti dal cliente (e che contengono dati di terzi) per finalità di difesa in giudizio è consentito senza necessità di rendere informativa o raccogliere il consenso del terzo cui i dati si riferiscono.
Un primo profilo che viene in rilievo in relazione alle produzioni documentali è quello della acquisizione del documento: può essere stato il cliente a procurarsi il documento e a consegnarlo al legale ovvero il legale stesso può averlo direttamente acquisito.
Il documento di cui il cliente è nel possesso può essere - come detto - validamente utilizzato in un procedimento anche senza il consenso del terzo.
L’uso esclusivamente personale dei dati (tra cui rientra la finalità di difesa) esonera infatti il cliente (persona fisica) dal rispetto delle norme sulla protezione dei dati (art. 5, 3° comma D. Lgs.).
Segnalo, in relazione peraltro alla sola corrispondenza, che si è ritenuto sussistere la giusta causa che esclude la punibilità del reato di rivelazione del contenuto di corrispondenza (art. 616, 2° comma c.p.) in un caso in cui il marito aveva utilizzato la corrispondenza bancaria indirizzata alla moglie, dalla quale viveva separato di fatto, producendola nel giudizio di separazione personale, pendente con la stessa, quale mezzo di prova per contrastare la richiesta di assegno di mantenimento (Cass. pen. 10.07.97 nr. 8838).
Ovviamente rimangono aperte le diverse questioni sulla liceità della prova, sotto il profilo del legittimo possesso.
L’avvocato può anche essersi procurato direttamente il dato, per ipotesi anche in violazione del T.U. sulla privacy: in tal caso il documento, come prova illecita perché viola la sopra citata normativa, non dovrebbe essere utilizzabile nel processo.
Il caso si verifica, ad esempio, qualora venisse chiesto dal legale ed ottenuto da un istituto bancario il rilascio di estratti conto o di altra documentazione che attesti le condizioni patrimoniali del coniuge del cliente. In tale ipotesi la banca non potrebbe rilasciare alcuna informazione o documentazione ed il documento costituirebbe prova illecita perché in violazione della normativa sulla privacy .
Per l’acquisizione di documenti dalla P.A., richiesti dal legale, valgono invece le norme sull’accesso ai documenti amministrativi di cui agli artt. 59 e 60 D. Lgs.
Se la P.A. dovesse rilasciare al legale (o anche alla parte) documenti in violazione di quanto previsto da dette norme (ad esempio documenti contenenti dati idonei a rilevare lo stato di salute o la vita sessuale di terzi in violazione del disposto dell’art. 60 D. Lgs.) la prova documentale acquisita sarebbe illecita perché rilasciata in violazione del T.U. sulla privacy e non utilizzabile in causa.
La pertinenza e le altre condizioni
L’avvocato –come detto - è inoltre tenuto al rispetto delle modalità di trattamento dei dati indicate dall’art. 11 D.Lgs. 196/03.
Bisognerà pertanto valutare se il documento che si intende produrre sia pertinente alle finalità di difesa in concreto perseguite, non eccedente rispetto a dette finalità e se sia esatto.
Conterrebbero, ad esempio, dati personali non esatti una visura non aggiornata, sentenze di condanna non confermate, accertamenti di redditi parimenti non confermati. Potrebbe essere eccedente la produzione di fotografie che ritraggano persone estranee al processo e ne rivelino dati sensibili.
Un trattamento dei dati in violazione di quanto disposto dall’art. 11 è illecito e (salvo quanto di seguito precisato) detti dati non possono essere utilizzati (art. 11, 2° D. Lgs. cit.). In ogni caso l’utilizzo dei dati potrebbe aprire profili di eventuale responsabilità civile per danni (anche non patrimoniali) per violazione della normativa sulla privacy.
Parrebbe pertanto che il Giudice possa e debba vagliare le deduzioni istruttorie delle quali le parti chiedono l’ammissione per impedire possibili violazione della normativa a tutela della privacy, in quanto altrimenti darebbe accesso a prove illecite.
Sui trattamenti per ragioni di giustizia
Menzione a parte merita l’art. 47 D. Lgs. che parla di trattamenti “per ragioni di giustizia”. Con tale espressione si intendono i trattamenti correlati alla trattazione giudiziaria di affari e controversie e pertanto i trattamenti effettuati dal magistrato (compresa l’attività rientrante nella giurisdizione volontaria) nonché l’attività posta in essere dagli uffici giudiziari (cancellerie e segreterie giudiziarie) nonché altre attività connesse alla funzione giurisdizionale (quale quella svolta dai Consulenti tecnici nominati dal Giudice). Detti trattamenti sono esonerati dal rispetto di diverse norme del codice in materia di protezione dei dati e cioè di quelle relative: alle modalità di esercizio dei diritti dell’interessato (art. 9) ed al riscontro da dare all’interessato (art. 10), alla promozione di codici di deontologia e buona condotta (art. 12), all’obbligo di informativa (art. 13), alle modalità di trattamento da osservare alla cessazione del trattamento (art. 16), alle norme di cui agli artt. 18-22 applicabili ai soggetti pubblici, agli obblighi di notificazione del trattamento (art.37) ed alle modalità di notificazione (art. 38), agli obblighi di comunicazione di trattamenti (art. 39), alle autorizzazioni generali (40 e 41) nonché ai trasferimenti di dati all’estero (artt. 42-45).
In riferimento al trattamento dei dati effettuato per ragioni di giustizia non è inoltre consentito alle parti proporre ricorso al Garante.
Quest’ultimo conserva peraltro il proprio autonomo potere di svolgere accertamenti nei riguardi di trattamenti effettuati da magistrati ed uffici giudiziari (sia pure con modalità che garantiscano il rispetto delle reciproche attribuzioni).
Gli accertamenti aventi ad oggetto atti di indagine coperti dal segreto sono differiti (se vi è richiesta dell’organo procedente) al momento in cui cessa il segreto (art. 160, 5° c.).
L’intervento del Garante che accerti violazioni della normativa sulla privacy non produce automaticamente i propri effetti sulla “validità, efficacia e utilizzabilità di atti, documenti e provvedimenti giudiziari basati sul trattamento di dati personali non conforme a disposizioni di legge o di regolamento (che) restano disciplinate dalle pertinenti disposizioni processuali nella materia civile e penale” (art.160, 6° c.).
Come osservato in dottrina (Codice della Privacy, Giuffrè editore, 2004, p. 2109) l’art. 160 D Lgs. cit. ha inteso evitare automatici effetti caducatori sugli atti e i documenti, utilizzati in procedimenti giudiziari penali o civili, che siano il risultato di trattamenti di dati che, a seguito di accertamenti effettuati dal Garante, siano giudicati non conformi alle disposizioni di legge.
Le conseguenze in termini di validità, efficacia e utilizzabilità degli atti e dei documenti dovranno essere valutate alla luce dei principi e delle disposizioni che regolamentano il procedimento giudiziario civile o penale e saranno rimesse all’apprezzamento del giudice competente. Il tutto in deroga al disposto dell’art. 11, 2° comma D. Lgs. che prescrive la non utilizzabilità dei dati trattati in violazione.
Secondo alcuni autori, ove la normativa processuale in tema di rilevanza ed ammissibilità della prova lo consenta, potrebbe essere disposta l’acquisizione al processo anche di dati (e documenti contenenti dati) raccolti o comunque trattati illecitamente, i quali, ai fini processuali, manterrebbero intatta la loro valenza probatoria. Si tratterebbe di un conflitto tra esigenze di riservatezza e ragioni di giustizia risolto dal Codice in favore di queste ultime.
La norma parrebbe peraltro applicable nelle residuali ipotesi in cui il Giudice abbia ammesso per errore una prova illecita e non l’abbia neanche successivamente privata di valore probatorio ovvero nei casi in cui lo stesso magistrato abbia dato luogo ad un trattamento illecito di dati (accertato dal Garante).
Da ultimo, parrebbe consentita la produzione in giudizio di fotografie che ritraggono minori nei procedimenti civili o penali poiché il divieto di cui all’art. 50 D. Lgs. cit. è rivolto alle pubblicazioni e divulgazioni (fuori dell’ambito giudiziario) di notizie o immagini che ne consentano l’identificazione.
Nell’ipotesi di diffusione (ad esempio la pubblicazione e la diffusione su riviste anche giuridiche) di sentenze o provvedimenti in cui sono coinvolti minori o parti di un procedimento in materia di famiglia e stato (art. 52 D.Lgs.) vanno sempre omesse le generalità, altri dati identificativi o anche relativi a terzi che consentano di desumere l’identità di minori o delle parti di procedimenti di famiglia e stato.
Per le altre sentenze o procedimenti giurisdizionali è ammessa la diffusione anche integrale del contenuto, a meno che l’interessato (cioè una parte del processo) abbia richiesto, per motivi legittimi e prima che sia definito il giudizio, che sia omessa sulle sentenze o procedimenti l’indicazione delle sue generalità o di altri dati identificativi.
Il D.Lgs. 196/03 affronta specificatamente la posizione dei minori(art. 50), e di essi il Garante si è più volte occupato, soprattutto con riferimento al diritto di cronaca e alle attività giornalistiche, ribadendo il principio di tutela assoluta dei minori (art. 7 cod. deontologico giornalisti).
Il tema viene in questa sede circoscritto al più limitato ambito dei rapporti tra privacy e diritto minorile, con un ampliamento alle tematiche che riguardano la navigazione in internet del minore e la sua tutela.
Preliminarmente, segnalo che con provvedimento del 28.09.2001 il Garante per la tutela della privacy ha modificato la prassi operativa di tutti i Servizi sociali dei Comuni italiani.
I Servizi ritenevano legittimo negare ai genitori dei minori sottoposti alla loro osservazione la conoscenza dei dati personali e dei relativi giudizi inerenti i minori, che trasmettevano solo al Tribunale dei Minorenni, da cui avevano avuto l’incarico di svolgere le indagini nei procedimenti relativi alla decadenza dalla potestà genitoriale o all’affido di minori nelle famiglie di fatto.
Con provvedimento del 28.09.2001 (nr. 11294/17385), il Garante ha ordinato ai Servizi sociali di mettere a disposizione del genitore i dati personali in possesso dell’Ufficio.
Il Garante ha specificato che i Servizi sociali devono fornire non solo i dati personali, ma anche tutte le informazioni di tipo valutativo (giudizi, comportamenti, analisi, ricostruzioni di profili personali).
Ritiene il Garante che il diritto dei genitori di conoscere non solo i dati personali acquisiti, ma anche le relative valutazioni (ritenute pure esse dato personale), rientri nel concetto di trasparenza e di possibilità di controllo da parte dell’interessato.
Con tale decisione non potranno più, pertanto, svolgersi procedimenti in cui le parti rimangono all’oscuro dei dati attraverso cui il Giudice deciderà in materia.
Un’altra importante decisione assunta dal Garante riguarda le procedure di adozione.
Come è noto, i Tribunali per i minorenni hanno il potere di disporre l’effettuazione di indagini sullo stato di salute degli aspiranti genitori adottivi ovvero anche nell’ipotesi di affidamento preadottivo.
Il Garante ha ritenuto che non è conforme alla legge trasmettere le diagnosi di AIDS, e più in generale i dati sulla salute dei potenziali genitori, al Tribunale per i minorenni ed ha consigliato di adottare la prassi secondo la quale ciascuno degli interessati, informato dal medico circa le proprie condizioni di salute, provvede personalmente a trasmettere la documentazione al Tribunale.
Ciò garantisce all’interessato la libertà di decidere se rimettere al Giudice i dati sul suo stato di salute, ai fini della valutazione sull’idoneità all’adozione, oppure se ritirare la domanda, evitando il prosieguo del procedimento e la conoscibilità dei dati.
Una tale prassi -segnala l’Ufficio del Garante- realizzerebbe un adeguato bilanciamento tra l’interesse dei minori e il diritto degli adottanti al rispetto della propria dignità e riservatezza.
Sempre in materia di adozioni, l’ufficio del Garante ha affrontato il caso di una donna che si era rivolta all’autorità garante, segnalando il desiderio di conoscere l’identità dei genitori naturali. Il Garante ha negato tale facoltà, confermando che i figli adottivi non possono conoscere l’identità dei genitori naturali, come è stabilito dalle normative civili, che garantiscono la volontà del genitore naturale di non essere nominato nel certificato di assistenza al parto.
Tale orientamento del Garante è stato confermato dal T.A.R. Lazio, (nel mentre il Tribunale di Napoli ha consentito al personale medico di conoscere i dati relativi al genitore naturale nel caso di patologie per la cui cura necessitavano accurati esami genetici) ed è stato, successivamente, fatto proprio dal ns. legislatore con D.M. del 2001.
Vorremmo ora fare un cenno alla tematica dei minori che navigano su internet e del loro diritto ad essere tutelati ed a crescere sani psicologicamente.
Secondo i dati dell'istituto di ricerca Nielsen//NetRatings nel terzo semestre del 2003 ben 1,7 milioni di minori italiani si è collegato ad internet (548 mila dei quali sotto i 12 anni) con un incremento del 3% rispetto allo stesso trimestre dell'anno precedente..Recenti indagini USA prevedono che nel 2005 ben 44 milioni di utenti che viaggiano in internet saranno minori.
Il Governo nella riunione del Consiglio dei Ministri del 7 novembre 2003 ha approvato un disegno di legge (tuttora all’esame del Parlamento) secondo il quale “Il provider, o fornitore di servizi di connessione alla rete INTERNET, qualora non si doti di sistemi che inibiscono ai minori la visione di materiale pedopornografico, osceno, di incitamento al razzismo e alla xenofobia nonché di materiale che, in qualsiasi modo risulti nocivo per l'armonioso sviluppo psicofisico del minore, è punito con la reclusione da quattro ad otto anni e con l'interdizione dall'attività."
Un tentativo più avanzato di affrontare il fenomeno, sempre del novembre del 2003, è il Codice di Autoregolamentazione “Internet@minori” varato dal Governo e che ha visto coinvolti numerosi operatori di internet. Questo Codice può essere adottato su base volontaria da qualunque provider, manutentore di siti, o fornitore di servizi e se adottato dà diritto ad una particolare certificazione.
Nel febbraio del 2004 è apparsa la “Carta dei diritti dei minori in rete”, varata del Consiglio Nazionale degli Utenti, che opera all'interno dell'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni. La Carta pone l'accento sulle grandi opportunità che la rete offre agli educatori e ai minori e chiede una collaborazione tra i vari soggetti coinvolti (provider, famiglie, istituzioni...) affinché mettano in primo piano la tutela dei minori. L'argomento è complesso perché il tema della protezione dei minori configge con la libertà di comunicare in rete.
Un aspetto civilistico, sul quale intendiamo soffermarci per le sue implicazioni pratiche, è il caso del minore che contrae via internet.
Può verificarsi l’ipotesi di un minore che contrae a mezzo della rete, sfruttando la possibilità di acquistare mediante una procedura meramente virtuale e persino alterando i propri dati anagrafici. Può soccorrere in questo caso l’art. 1426 c.c., a cui però certamente non potrà farsi riferimento se il minore usa dolosamente la carta di credito del genitore o la firma digitale dello stesso, trovando in questi casi piena applicazione il principio della buona fede, del legittimo possesso e dell’apparenza.
E’ di tutta evidenza che il problema esiste e va regolamentato dalle singole legislazioni, essendosi limitata la legislazione comunitaria ad un generico principio di tutela con rinvio alle normative statali.
Un primo esempio di legislazione viene dagli Stati Uniti e prevede l’obbligo per tutti i siti web di ricorrere a strumenti affidabili per ottenere il consenso dei genitori prima di far accedere il minore ai gruppi di discussione o fornire dati personali ed adottano la tecnica di ricevere una conferma dell’identità del genitore (attraverso messaggio email, oppure attraverso chiamata telefonica) prima di utilizzare le informazioni raccolte dal minore.
Un ultimo aspetto è quello deontologico che riguarda i rapporti tra la nostra professione e la privacy.
Appare opportuno premettere la diversa estensione dei concetti di segreto professionale e di riservatezza. La tutela della riservatezza dei dati è un diritto del cliente o del terzo (che ha avuto riconoscimento anche nella Carta Costituzionale Europea) con un oggetto ben specificato; il segreto professionale è un dovere soggettivo del legale verso il solo cliente, di contenuto negativo e riguardante un fatto conosciuto in virtù del rapporto professionale che deve rimanere segreto.
Questo, invece, non accade necessariamente per i dati personali riservati, poiché gli stessi possono riguardare soggetti verso i quali non si è tenuti ad alcun segreto e che possono essere conosciuti, pur rimanendo riservati, e su tale riservatezza l’interessato ha diritto di esercitare il controllo.
Il segreto inoltre può essere violato solo dal professionista o dai suoi collaboratori, la riservatezza può essere violata da terzi anche contro la volontà del professionista o dei suoi collaboratori.
Infine, il segreto può essere oggetto di rinuncia da parte del cliente, mentre il consenso dell’interessato non rende legittimo il trattamento dei dati in violazione della normativa sulla privacy.
Ad ogni modo, l’Avvocato non può, anche sotto il profilo deontologico, omettere di adottare le misure minime per la corretta conservazione dei dati. L’adozione di tali misure, ritenute oramai necessarie anche per comune esperienza , corrisponde alla necessaria osservanza dei precetti di legge, oltre che all’osservanza dei doveri di riservatezza e di correttezza nei rapporti col cliente..
Ovviamente, nessun dubbio in ordine alla sussistenza di responsabilità deontologica (art. 5 cod. deontologico) nelle ipotesi in cui l’Avvocato violi una delle disposizioni penali della normativa previste come reato (art.167 e segg.).
Altra ipotesi è quella del trattamento illecito dei dati.
L’art.11 fissa dei criteri precisi cui il professionista deve attenersi, al pari delle prescrizioni di cui all’autorizzazione generale (nr. 4/2004).
La provenienza illecita del dato, sia che venga acquisito direttamente dall’avvocato, sia che provenga dal cliente, espone l’avvocato ad illecito deontologico.
Se il dato proviene dal cliente, sussisterà l’illecito solo se è provata la consapevolezza da parte dell’avvocato della provenienza illecita o se non sussistono ragionevoli circostanze di fatto che facciano presumere il legittimo possesso del dato da parte del cliente.
Il dato di provenienza lecita può far nascere responsabilità deontologica solo se il suo utilizzo avviene per scopi che non siano compatibili rispetto a quelli per cui è stato raccolto, o se viene dimesso senza alcun rapporto di pertinenza con l’oggetto della pratica, se non è aggiornato, non è esatto, è incompleto o eccedente rispetto alle finalità, ed infine perché non più utilizzabile in quanto sono cessati gli scopi per i quali è stato raccolto.
Altra ipotesi che dà luogo a responsabilità deontologica dell’avvocato è l’avere trattato dati senza avere reso la informativa o senza avere raccolto il consenso, quando necessiti.
Si osserva infine che molti degli obblighi introdotti dalla normativa sulla privacy non sono nuovi alla deontologia forense (il dovere di probità, dignità e decoro, il dovere di lealtà e correttezza, il dovere di segretezza e riservatezza, il dovere di verità).
Si segnala che l’Ordine degli Avvocati di Verona ha organizzato per il prossimo 21.01.2005 un convegno, col prof. Ricci e col dr. E. Sandrini, sul tema della prova illecita nel processo.