Source: http://astratto.info/il-danno-esistenziale-da-demansionamento-nella-giurisprudenza.html
Timestamp: 2019-11-19 00:10:01+00:00
Document Index: 160059116

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 115', 'sentenza ', 'art. 2697', 'art. 115', 'art. 115', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 115', 'art. 115', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2059', 'sentenza ', 'art. 1', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 115']

Il danno esistenziale da demansionamento nella giurisprudenza post 26972/08 Natalino sapone
€ 3.000 a titolo di danno esistenziale
3/4 dell’importo fissato per il danno biologico temporaneo totale (circa 40 euro)
“pregiudizio (o danno o sofferenza che dir si voglia) esistenziale”
IL DANNO ESISTENZIALE DA DEMANSIONAMENTO NELLA GIURISPRUDENZA POST 26972/08" - Natalino SAPONE
Cass. sez. lav., 17 settembre 2010, n. 19785, pres. Vidiri, rel. Stile, allunga la serie di pronunce successive all’11.11.2008 che riconoscono l’astratta risarcibilità del danno esistenziale da demansionamento, adottando la classica tripartizione dei danni non patrimoniali in danno biologico, danno morale e danno esistenziale. Ribadisce la sentenza che “mentre il risarcimento del danno biologico e' subordinato all'esistenza di una lesione dell'integrita' psico-fisica medicalmente accettabile, il danno esistenziale - da intendere come ogni pregiudizio (di natura non meramente emotiva ed interiore, ma oggettivamente accertabile) provocato sul fare areddittuale del soggetto, che alteri le sue abitudini e gli assetti relazionali propri, inducendolo a scelte di vita diverse quanto all'espressione e realizzazione della sua personalita' nel mondo esterno - deve essere dimostrato in giudizio con tutti i mezzi consentiti dall'ordinamento, assumendo peraltro precipuo rilievo la prova per presunzioni, per cui dalla complessiva valutazione di precisi elementi dedotti (caratteristiche, durata, gravita', conoscibilita' all'interno ed all'esterno del luogo di lavoro dell'operata dequalificazione, frustrazione di precisate e ragionevoli aspettative di progressione professionale, eventuali reazioni poste in essere nei confronti del datore comprovanti l'avvenuta lesione dell'interesse relazionale, effetti negativi dispiegati nelle abitudini di vita del soggetto) - il cui artificioso isolamento si risolverebbe in una lacuna del procedimento logico - si possa, attraverso un prudente apprezzamento, coerentemente risalire al fatto ignoto, ossia all'esistenza del danno, facendo ricorso, ai sensi dell'art. 115 cod. proc. civ., a quelle nozioni generali derivanti dall'esperienza, delle quali ci si serve nel ragionamento presuntivo e nella valutazione delle prove (Cass. 24 marzo 2006 n. 6572)”. Nel caso concreto la S.C. ha accolto il ricorso del datore di lavoro avverso la sentenza di merito che aveva riconosciuto il risarcimento, notando che il danno (anche nella sua eventuale componente di danno alla vita di relazione o di cosiddetto danno biologico) subito a causa della lesione del proprio diritto di eseguire la prestazione lavorativa in base alla qualifica professionale rivestita, non si pone quale conseguenza automatica di ogni comportamento illegittimo rientrante nella suindicata categoria, cosicche' non e' sufficiente dimostrare la mera potenzialita' lesiva della condotta datoriale, incombendo al lavoratore che denunzi il danno subito di fornire la prova in base alla regola generale di cui all'art. 2697 cod. civ. Nella specie, rileva la S.C., la Corte di merito ha mostrato di adeguarsi solo apparentemente alla riportata giurisprudenza, fornendo indicazioni generiche, scollegate dalla posizione dei singoli lavoratori, e quindi basandosi su un semplice automatismo, piuttosto che su una indagine concreta volta ad acclarare l'effettiva sussistenza di un danno.
Cass. sez. lav., 16 luglio 2010, n. 16698, pres. Roselli, rel. Napoletano, in una fattispecie in cui è stata dichiarata la nullità del provvedimento di revoca dall'incarico di segretario comunale, ed ordinata la reintegra del ricorrente nel posto di lavoro, la S.C. ha confermato la decisione del giudice di merito che aveva ritenuto infondata la domanda di risarcimento del danno per difetto della relativa prova non potendosi questa considerare in re ipsa. Ha colto l’occasione, la S.C., per ribadire la consolidata massima secondo cui “in tema di demansionamento e di dequalificazione, il riconoscimento del diritto del lavoratore al risarcimento del danno professionale, biologico o esistenziale, che asseritamente ne deriva - non ricorrendo automaticamente in tutti i casi di inadempimento datoriale - non può prescindere da una specifica allegazione, nel ricorso introduttivo del giudizio, sulla natura e sulle caratteristiche del pregiudizio medesimo; mentre il risarcimento del danno biologico è subordinato all'esistenza di una lesione dell'integrità psico fisica medicalmente accertabile, il danno esistenziale - da intendere come ogni pregiudizio (di natura non meramente emotiva ed interiore, ma oggettivamente accertabile) provocato sul fare areddittuale del soggetto, che alteri le sue abitudini e gli assetti relazionali propri, inducendolo a scelte di vita diverse quanto all'espressione e realizzazione della sua personalità nel mondo esterno - va dimostrato in giudizio con tutti i mezzi consentiti dall'ordinamento, assumendo peraltro precipuo rilievo la prova per presunzioni, per cui dalla complessiva valutazione di precisi elementi dedotti (caratteristiche, durata, gravità, conoscibilità all'interno ed all'esterno del luogo di lavoro dell'operata dequalificazione, frustrazione di precisate e ragionevoli aspettative di progressione professionale, eventuali reazioni poste in essere nei confronti del datore comprovanti llavvenuta lesione dell'interesse relazionale, effetti negativi dispiegati nelle abitudini di vita del soggetto) - il cui artificioso isolamento si risolverebbe in una lacuna del procedimento logico - si possa, attraverso un prudente apprezzamento, coerentemente risalire al fatto ignoto, ossia all'esistenza del danno, facendo ricorso, ai sensi dell'art. 115 c.p.c., a quelle nozioni generali derivanti dall'esperienza, delle quali ci si serve nel ragionamento presuntivo e nella valutazione delle prove (Cass. S.U. 24 marzo 2006 n. 6572)”. Il danno non patrimoniale, ha aggiunto la Corte, non ricorre automaticamente in tutti i casi di inadempimento datoriale e quindi non si può prescindere da una specifica allegazione, nel ricorso introduttivo del giudizio, sulla natura e sulle caratteristiche del pregiudizio medesimo.
Cass. sez. lav., 31 maggio 2010, n. 13281, pres. Vidiri, rel. Picone, in un’ipotesi in cui un laureato in informatica assunto come analista-programmatore era stato adibito a mansioni di tipo amministrativo consistenti nell'inserimento nel sistema informatico dei dati relativi al carico e allo scarico delle merci, mentre in precedenza aveva curato lo sviluppo di programmi per la gestione degli acquisti dei materiali, occupandosi degli aspetti informatici relativi alla pianificazione e alla produzione, ha rigettato la domanda di risarcimento del danno per mancanza di prova. Al riguardo ha ribadito il principio secondo cui “mentre il risarcimento del danno biologico è subordinato all'esistenza di una lesione dell'integrità psico-fisica medicalmente accettabile, il danno esistenziale - da intendere come ogni pregiudizio (di natura non meramente emotiva ed interiore, ma oggettivamente accettabile) provocato sul fare areddittuale del soggetto, che alteri le sue abitudini e gli assetti relazionali propri, inducendolo a scelte di vita diverse quanto all'espressione e realizzazione della sua personalità nel mondo esterno - va dimostrato in giudizio con tutti i mezzi consentiti dall'ordinamento, assumendo peraltro precipuo rilievo la prova per presunzioni, per cui dalla complessiva valutazione di precisi elementi dedotti (caratteristiche, durata, gravita, conoscibilità all'interno ed all'esterno del luogo di lavoro dell'operata dequalificazione, frustrazione di precisate e ragionevoli aspettative di progressione professionale, eventuali reazioni poste in essere nei confronti del datore comprovanti l'avvenuta lesione dell'interesse relazionale, effetti negativi dispiegati nelle abitudini di vita del soggetto) - il cui artificioso isolamento si risolverebbe in una lacuna del procedimento logico - si possa, attraverso un prudente apprezzamento, coerentemente risalire al fatto ignoto, ossia all'esistenza del danno, facendo ricorso, ai sensi dell'art. 115 c.p.c., a quelle nozioni generali derivanti dall'esperienza, delle quali ci si serve nel ragionamento presuntivo e nella valutazione delle prove (Cass., sez. un., 24 marzo 2006, n. 6572).
Ha precisato la S.C. che “non basta affermare che nel campo dell'informatica, in continua evoluzione, il mancato esercizio dei compiti qualificati inerenti al settore produce pregiudizio alla professionalità, ma occorre precisare fatti e circostanze da cui si possa almeno presumere che in concreto vi sia stata perdita di cognizioni acquisite nel precedente incarico, ovvero impossibilità di un necessario costante aggiornamento di cognizioni e conoscenze.
Così pure, devono essere precisate le ragionevoli aspettative di progressione professionale pregiudicate dal datore di lavoro, siccome, in ordine al pregiudizio della carriera, onere di chi invoca la tutela risarcitoria è la precisazione di quali opportunità e ragionevoli prospettive di progressione, in relazione alla situazione concreta e alle caratteristiche dell'organizzazione imprenditoriale, siano state pregiudicate. Anche gli effetti negativi prodotti nelle abitudini di vita del soggetto devono essere specificamente individuati con riferimento ad eventi precisi. Soltanto l'indicazione di fatti concreti, infatti, consente di risalire coerentemente al fatto ignoto, ossia all'esistenza del danno”.
Cass. Civ., Sez. Un. 22 febbraio 2010, n. 4063, pres. Vittoria, rel. Ulpiano Morcavallo, esamina una fattispecie di grave demansionamento in cui il dipendente di un Ministero era rimasto per due anni privo di specifiche mansioni, tranne per un breve periodo in cui era stato addetto alle informazioni al pubblico e protocollazione della corrispondenza. Il giudice di merito aveva liquidato l’importo di € 1.000 a titolo di danno patrimoniale e di € 3.000 a titolo di danno esistenziale. Le Sezioni Unite ritengono insufficiente, poco più che simbolica, tale cifra, in presenza di una demansionamento grave, pur in mancanza di intento persecutorio, considerando la mortificazione subita, la lunga durata del demansinamento, il locale piccolo e fatiscente privo di computer, l’inerzia dell’amministrazione di fronte alle richieste del dipendente http://www.personaedanno.it/cms/data/articoli/017375.aspx
Cass. Civ., sez. III, 2 febbraio 2010, n. 2352, pres. Di Nanni, rel. Petti, si occupa di una fattispecie in cui il primario aveva posto in essere vessazioni nei confronti di un medico aiuto, estromettendolo di fatto da ogni attività proficua di collaborazione ed impedendogli l’esercizio delle mansioni. La condotta del primario era stata “intenzionalmente preordinata alla distruzione della dignità personale e dell’immagine professionale e delle stesse possibilità di lavoro in ambito professionale”. La S. C. ravvisa l’ingiustizia del danno nella lesione dell’identità e dignità professionale del medico, ritenendo che “anche in assenza di reato e al di fuori dei casi determinati dalla legge, pregiudizi di tipo esistenziale (quale è quello della lesione della dignità professionale e della vita di relazione professionale e scientifica) sono risarcibili purché conseguenti alla lesione di un diritto inviolabile della persona”
Cass. Civ., sez. lav., 30 dicembre 2009, n. 27888, pres. Sciarelli, rel. Nobile. Un dirigente pubblico rimane in totale inattività per quasi tre anni, non ricevendo alcun incarico, neppure ispettivo, di consulenza, studio, senza essere utilizzato in alcun programma specifico. Gli vengono assegnati due collaboratori non utilizzabili per mancanza di incombenze. La S.C. conferma la sentenza di appello che aveva liquidato il danno in misura pari alla metà della retribuzione base (stipendio e indennità integrativa speciale, con esclusione della reintegrazione di posizione e di risultato). Osserva che mentre il risarcimento del danno biologico è subordinato all'esistenza di una lesione dell'integrità psico-fisica medicalmente accettabile, il danno esistenziale (che a seguito di Cass. 26972/2008 cit. non ha una sua autonomia concettuale, ma è un elemento da considerare, ove ricorra il presupposto della sua "serietà", nel danno non patrimoniale, e che è da intendere come ogni pregiudizio, di natura non meramente emotiva ed interiore, ma oggettivamente accertabile, provocato sul fare reddituale del soggetto, che alteri le sue abitudini e gli assetti relazionali propri, inducendolo a scelte di vita diverse quanto all'espressione e realizzazione della sua personalità nel mondo esterno) va dimostrato in giudizio con tutti i mezzi consentiti dall'ordinamento, assumendo peraltro precipuo rilievo la prova per presunzioni, per cui dalla complessiva valutazione di precisi elementi dedotti (caratteristiche, durata, gravità, conoscibilità all'interno ed all'esterno del luogo di lavoro dell'operata dequalificazione, frustrazione di precisate e ragionevoli aspettative di progressione professionale, effetti negativi dispiegati nelle abitudini di vita del soggetto) si possa, attraverso un prudente apprezzamento, coerentemente risalire al fatto ignoto, ossia all'esistenza del danno" (v. Cass. 19-12-2008 n. 29832, cfr. Cass. S.U. 24-3-2006 n. 6572). La Corte d'Appello, ad avviso delle S.C., in sostanza si è attenuta a tale principio rilevando che il primo giudice "lungi dal configurare un danno-evento, ha valorizzato plurimi elementi indiziar per ritenere esistente la prova del danno e per procedere alla sua quantificazione in via equitativa (ampia e qualificata esperienza professionale, documentata preparazione scientifica, apprezzamento positivo dell'attività espresso dal Ministro, lunga ed ingiustificata durata dell'inattività, protrattasi per circa tre anni, inutilità delle reiterate richieste di affidamento di incarichi, assegnazione di due collaboratori non utilizzabili per mancanza di incombenze, con lesione della dignità anche di fronte a terzi)">. http://www.personaedanno.it/CMS/Data/articoli/017374.aspx?abstract=true
Cass. Civ., sez. lav., 5 ottobre 2009, n. 21223, pres. Battimiello, rel. Napoletano, in una fattispecie di demansionamento, senza alcun riferimento alla sentenza delle Sezioni Unite dell’11.11.2008, e richiamando solo quella delle Sezioni Unite del 2006, afferma che “mentre il risarcimento del danno biologico è subordinato all'esistenza di una lesione dell'integrità psico-fisica medicalmente accertabile, il danno esistenziale (da intendere come ogni pregiudizio, di natura non meramente emotiva ed interiore, ma oggettivamente accertabile, provocato sul fare areddittuale del soggetto, che alteri le sue abitudini e gli assetti relazionali propri, inducendolo a scelte di vita diverse quanto all'espressione e realizzazione della sua personalità nel mondo esterno) va dimostrato in giudizio con tutti i mezzi consentiti dall'ordinamento” http://www.personaedanno.it/CMS/Data/articoli/016106.aspx?abstract=true
Cass. Civ., sez. lav., 1 luglio 2009, n. 15405, pres. Ianniruberto, rel. Picone, ribadisce il principio che “mentre il risarcimento del danno biologico è subordinato all'esistenza di una lesione dell'integrità psicofisica medicalmente accertabile, il danno esistenziale - da intendere come ogni pregiudizio (di natura non meramente emotiva ed interiore, ma oggettivamente accertabile) provocato sul fare areddituale del soggetto, che alteri le sue abitudini e gli assetti relazionali propri, inducendolo a scelte di vita diverse quanto all'espressione e realizzazione della sua personalità nel mondo esterno - va dimostrato in giudizio con tutti i mezzi consentiti dall'ordinamento, assumendo peraltro precipuo rilievo la prova per presunzioni, per cui dalla complessiva valutazione di precisi elementi dedotti (caratteristiche, durata, gravità, conoscibilità all'interno ed all'esterno del luogo di lavoro dell'operata dequalificazione, frustrazione di precisate e ragionevoli aspettative di progressione professionale, eventuali reazioni poste in essere nei confronti del datore comprovanti l'avvenuta lesione dell'interesse relazionale, effetti negativi dispiegati nelle abitudini di vita del soggetto) - il cui artificioso isolamento si risolverebbe in una lacuna del procedimento logico - si possa, attraverso un prudente apprezzamento, coerentemente risalire al fatto ignoto, ossia all'esistenza del danno, facendo ricorso, ex art. 115 c.p.c. a quelle nozioni generali derivanti dall'esperienza, delle quali ci si serve nel ragionamento presuntivo e nella valutazione delle prove"
Cass. Civ. sez. lav., 19 dicembre 2008, n. 29832, pres. rel. Ianniruberto, statuisce che “mentre il risarcimento del danno biologico è subordinato all'esistenza di una lesione dell'integrità psico-fisica medicalmente accertabile, il danno esistenziale (n.d. che, a seguito di Cass. 26972/2008 non ha una sua autonomia concettuale, ma è un elemento da considerare, ove ricorra il presupposto della sua "serietà", nel danno non patrimoniale) - da intendere come ogni pregiudizio (di natura non meramente emotiva ed interiore, ma oggettivamente accertabile) provocato sul fare areddittuale del soggetto, che alteri le sue abitudini e gli assetti relazionali propri, inducendolo a scelte di vita diverse quanto all'espressione e realizzazione della sua personalità nel mondo esterno - va dimostrato in giudizio con tutti i mezzi consentiti dall'ordinamento, assumendo peraltro precipuo rilievo la prova per presunzioni, per cui dalla complessiva valutazione di precisi elementi dedotti (caratteristiche, durata, gravità, conoscibilità all'interno ed all'esterno del luogo di lavoro dell'operata dequalificazione, frustrazione di precisate e ragionevoli aspettative di progressione professionale, eventuali reazioni poste in essere nei confronti del datore comprovanti l'avvenuta lesione dell'interesse relazionale, effetti negativi dispiegati nelle abitudini di vita del soggetto) - il cui artificioso isolamento si risolverebbe in una lacuna del procedimento logico - si possa, attraverso un prudente apprezzamento, coerentemente risalire al fatto ignoto, ossia all'esistenza del danno, facendo ricorso, ai sensi dell'art. 115 c.p.c., a quelle nozioni generali derivanti dall'esperienza, delle quali ci si serve nel ragionamento presuntivo e nella valutazione delle prove". http://www.personaedanno.it/cms/data/articoli/012827.aspx
Cons. Stato., Sez. IV, 31 marzo 2009, n. 1899, pres. Vacirca, rel. Maruotti, riconosce il danno morale e il danno esistenziale ad un magistrato scavalcato nell’attribuzione dell’incarico di avvocato generale presso la Procura generale della Corte di Cassazione, rigettando l’appello avverso la sentenza del T.A.R. che aveva liquidato € 25.000 per danno non patrimoniale. Osserva il Collegio che secondo i principi individuati dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione con la sentenza 11 novembre 2008, n. 26972, “l´art. 2059 del codice civile - anche nell´ambito dei rapporti di lavoro - consente la risarcibilità dei pregiudizi di tipo esistenziale non solo quando l´illecito costituisca reato o comporti la violazione di un diritto inviolabile della persona, ma in ogni caso in cui sia ravvisabile la lesione di un bene costituzionalmente protetto”. Per la liquidazione del danno - continua il giudice - “si può tenere conto della incidenza dell´illecito sul sereno svolgimento delle funzioni da parte del magistrato e delle conseguenze di tipo esistenziale derivanti dal mancato conferimento di un incarico previsto dalla legge”. http://www.personaedanno.it/cms/data/articoli/014102.aspx
App. Roma 3 febbraio 2009, pres. Redivo, rel. Bochicchio. Un medico ginecologo in servizio presso un'Azienda Ospedaliera chiede la condanna del datore di lavoro al risarcimento del danno biologico, morale e patrimoniale subito a causa del contagio da virus HIV per uno schizzo di sangue che lo aveva colpito al volto in occasione d'intervento chirurgico. La Corte ritiene fondato l'appello nella parte in cui censura l'inadeguato riconoscimento del danno non patrimoniale per il pregiudizio da demansionamento e perdita di qualificazione professionale, qualificato come danno "esistenziale", osservando al riguardo che <>. Per questa via, il giudice, “tenuto conto della gravità non modesta della lesione del diritto dell'appellante a esplicare la sua personalità nella formazione sociale lavorativa ospedaliera”, quantifica il danno riconoscendo “un incremento dell'importo di Euro 71.913,00, calcolato al manzo 2006, del 40% per un importo aggiuntivo di Euro 28.765,20 e un ammontare complessivo di Euro 100.678,20" http://www.personaedanno.it/CMS/Data/articoli/016622.aspx?abstract=true
App. Roma, 1 dicembre 2009, pres. Pacioni. rel. Maccarone decide una fattispecie in cui un dipendente di una società, assunto come funzionario di terzo grado e con l’incarico di responsabile delle relazioni sindacali, viene gravemente demansionato nel corso di un lungo periodo (circa sette anni). Viene affisso in bacheca il provvedimento della sua sostituzione. La Corte riconosce il risarcimento del danno all’immagine, inquadrato come danno esistenziale, danno che, rimarca il Collegio, pur dopo le note pronunce delle Sezioni Unite, è meritevole di tutela anche risarcitoria nei rapporti di lavoro. Il danno esistenziale viene quantificato in misura pari al triplo del danno biologico determinato in primo grado. http://dirittolavoro.altervista.org/app_roma_meucci.pdf
Trib. Reggio Cal., 15 luglio 2009, g.l. Morabito, chiarisce in linea generale che “seppure il risarcimento del danno non patrimoniale complessivo e finale liquidabile è uno ed uno solo, secondo l’assunto della suprema Corte, è parimenti evidente che tale unico risarcimento è frutto di più componenti, anche molto diverse fra loro, che non frazionandosi all’esterno (non sarà quindi possibile riconoscerle come autonome “voci” di danno, separabili e scomponibili), tuttavia si presentano come componenti dell’unico risarcimento globale e complessivamente liquidabile. Componenti delle quali non potrebbe omettersi la menzione e le ragioni di determinazione, almeno nel corpo della motivazione con cui si riconosce il ristoro totale; a prezzo, in caso contrario, di privare le parti di ogni verifica sul procedimento logico di determinazione di esso, sottraendo la liquidazione ad ogni obbligo di motivazione e di controllo dell’operato del giudice, di cui non sarebbe in alcun modo verificabile l’eventuale arbitrarietà delle determinazioni”. Nel caso di specie, il Tribunale in un caso di grave demansionamento, risarcisce il danno esistenziale e, pur in presenza di un danno biologico, lo risarcisce in modo autonomo e non come mera personalizzazione del danno biologico, quantificandolo in misura pari a 3/4 dell’importo fissato per il danno biologico temporaneo totale (circa 40 euro), per l’importo quindi di 30 euro al giorno http://www.personaedanno.it/CMS/Data/articoli/015877.aspx?abstract=true
Trib. Ravenna 23 marzo 2009, g.l. Riverso, riconosce il risarcimento del danno esistenziale derivante da demansionamento. Il danno risarcito - che il giudice denomina “pregiudizio (o danno o sofferenza che dir si voglia) esistenziale”, consiste nell’avere cessato, durante il periodo di demansionamento ed a causa della sofferenza psichica derivata, la pratica sportiva dello judo, prima praticata con assiduità, subendo così una modificazione peggiorativa della propria vita obiettivamente riscontrabile in relazione al modello di vita precedente. Sul piano giuridico, precisa il giudice, <sentenza 29382/2008, con cui la Corte di Cassazione ha ribadito la rilevanza del danno esistenziale>>. Per quanto riguarda la quantificazione del danno, considerata la natura temporanea dell’impedimento e della malattia, il giudice riconosce in via equitativa un risarcimento di € 2000 http://www.personaedanno.it/CMS/Data/articoli/014497.aspx
T.A.R. Lombardia, Milano, 11 febbraio 2010, pres. Giordano, rel. Simeoli, si occupa di un caso in cui un sottufficiale dell’esercito viene colpito da un’ordinanza di custodia cautelare in carcere e poi da arresti domiciliari; successivamente, rimane per un periodo di circa sei mesi senza incarico. Il T.A.R. precisa in linea generale che il danno esistenziale “non ha una sua autonomia concettuale, ma è un elemento da considerare, ove ricorra il presupposto della sua "serietà", nell’ambito del danno non patrimoniale: esso si identifica quindi in ogni pregiudizio, di natura non meramente emotiva ed interiore (come avviene per il danno morale), ma oggettivamente accertabile, provocato sul fare areddittuale del soggetto, che alteri le sue abitudini e gli assetti relazionali propri, inducendolo a scelte di vita diverse quanto all'espressione e realizzazione della sua personalità nel mondo esterno (Cassazione civile, sez. III, 21 luglio 2009, n. 16914)”. Il danno esistenziale viene distinto dal danno morale che “si identifica con il patema d’animo, la sofferenza interna”. Continua il Tribunale osservando che per l’ipotesi di demansionamento “non vi è alcuna norma legislativa specifica che preveda la risarcibilità del danno non patrimoniale ad esso conseguente; che tuttavia è ugualmente ammessa proprio perché derivante dalla lesione di interessi della personalità presidiati dagli art. 1, 2, 4 e 35 della carta fondamentale. La definizione di danno esistenziale abbraccia anche il pregiudizio alla vita di relazione, dovuto alla compromissione, conseguente all’illecito, delle relazioni intersoggettive del danneggiato la quale, se dimostrata in giudizio, deve dunque essere presa in considerazione ai fini della determinazione dell’entità del risarcimento. Va tuttavia osservato che la giurisprudenza ormai consolidata, ritiene che, per evitare duplicazioni risarcitorie, il danno alla vita di relazione, se a sua volta provocato da lesioni all’integrità psico-fisica, deve essere ricompreso nel danno biologico”. Rileva poi il T.A.R. che per quanto riguarda le ipotesi di lesione dei diritti fondamentali della persona (e quindi di danno esistenziale), la risarcibilità, proprio perché funzionale alla tutela di interessi particolarmente sensibili e non esplicitamente prevista dalla legge, riguarda solamente quello specifico interesse preso in considerazione dalla norma costituzionale. Nella fattispecie concreta, il Tribunale ritiene che i danni alla vita di relazione, dovuti all’azzeramento dei rapporti interpersonali con i colleghi non dipendano dal demansionamento in sé considerato ma, principalmente, dalla conoscenza delle gravi accuse; ed inoltre dal disagio nell’intrattenere rapporti interpersonali, anche con persone che non conoscevano la vicenda processuale. In ordine al primo aspetto, il giudice esclude il risarcimento non essendo la circolazione delle notizie imputabile all’Amministrazione. In ordine al secondo profilo, secondo il Tribunale, il danno alla vita di relazione va assorbito nel danno biologico, giacché il turbamento che impedisce al ricorrente di relazionarsi con altre persone (non a conoscenza delle accuse a lui rivolte) è una delle conseguenze della malattia pisco-fisica. http://www.personaedanno.it/CMS/Data/articoli/files/017695_resource1_orig.doc
T.A.R. Marche, 16 ottobre 2009, pres. Passanisi, rel. Ruiu. Il ricorrente si duole della mancata vittoria di concorso ad un posto di primario. Il T.A.R. osserva che il danno esistenziale, a differenza del danno biologico, <(lesione fisica o psichica) suscettibile di accertamento e valutazione medico-legale; diversamente dal danno patrimoniale, prescinde da una diminuzione della capacità reddituale; rispetto al danno morale, inteso come turbamento dello stato d'animo della vittima, non consiste in una sofferenza o in un dolore, ma in un peggioramento della qualità di vita derivante dalla lesione del valore costituzionale "uomo". Non sono al contrario meritevoli di tutela risarcitoria, invocata a titolo di danno esistenziale, i pregiudizi consistenti in meri disagi, fastidi, disappunti, ed in ogni altro tipo di insoddisfazione concernente gli aspetti più disparati della vita quotidiana che ciascuno conduce nel contesto sociale (Cass. SSUU 11.11.2008 n. 26972)>> Nel caso di specie, il T.A.R. ravvisa una lesione del diritto fondamentale alla libera esplicazione della personalità, che ha determinando un pregiudizio sulla vita professionale e di relazione e, in particolare, sul valore superiore della professionalità, direttamente collegato a un diritto fondamentale di qualsiasi lavoratore e costituente sostanzialmente un bene a carattere immateriale. Dal fatto della protrazione di un'attività lavorativa inferiore per qualifica, dignità e qualità professionale, si può quindi, secondo il T.A.R., risalire al fatto ulteriore del peggioramento della qualità dell'esistenza. Argomenta che all'originario ricorrente è stata negata “una progressione di carriera che gli era dovuta, con tutti i vantaggi economici e di prestigio sociale che ne conseguivano. Inoltre il medesimo è stato costretto ad una battaglia legale che ha visto l'originario ricorrente sempre vincitore, per due volte nei due gradi di giudizio, nei confronti dell'Amministrazione. 7 Può quindi essere facilmente dedotta la lesione alla sua professionalità che configura danno esistenziale, nel senso sopra precisato”. Danno esistenziale che, alla luce della gravità e della durata della lesione (ben 6 anni), il T.A.R. quantifica nella misura di € 30.000. http://www.personaedanno.it/CMS/Data/articoli/016466.aspx?abstract=true
Cass. Civ., sez. lav., 20 luglio 2009, n. 17096, pres. Ianniruberto, rel. Balletti, esamina una fattispecie in cui il lavoratore lamentava una dequalificazione subita in occasione del passaggio da un’azienda di Stato ad una società privata. La Corte di Appello aveva riconosciuto la dequalificazione e risarcito il danno in misura pari al 50% della differenza tra la retribuzione spettante in base al superiore inquadramento riconosciuto e quello di fatto percepito nei primi tre anni dall’inizio del demansionamento. La S.C. ritiene generico il percorso motivazionale della sentenza di merito e cassa quindi la pronuncia di merito siccome non rispettosa del principio fissato dalla sentenza n. 6572/08 secondo cui il risarcimento del danno professionale, biologico o esistenziale non può prescindere da una specifica allegazione nel ricorso introduttivo sulla natura e sulle caratteristiche del pregiudizio medesimo e ribadisce il principio che mentre il risarcimento del danno biologico è subordinato all'esistenza di una lesione dell'integrità psicofisica medicalmente accertabile, il danno esistenziale - da intendere come ogni pregiudizio (di natura non meramente emotiva ed interiore, ma oggettivamente accertabile) provocato sul fare areddituale del soggetto, che alteri le sue abitudini e gli assetti relazionali propri, inducendolo a scelte di vita diverse quanto all'espressione e realizzazione della sua personalità nel mondo esterno - va dimostrato in giudizio con tutti i mezzi consentiti dall'ordinamento, assumendo peraltro precipuo rilievo la prova per presunzioni, per cui dalla complessiva valutazione di precisi elementi dedotti (caratteristiche, durata, gravità, conoscibilità all'interno ed all'esterno del luogo di lavoro dell'operata dequalificazione, frustrazione di precisate e ragionevoli aspettative di progressione professionale, eventuali reazioni poste in essere nei confronti del datore comprovanti l'avvenuta lesione dell'interesse relazionale, effetti negativi dispiegati nelle abitudini di vita del soggetto) - il cui artificioso isolamento si risolverebbe in una lacuna del procedimento logico - si possa, attraverso un prudente apprezzamento, coerentemente risalire al fatto ignoto, ossia all'esistenza del danno, facendo ricorso, ex art. 115 c.p.c. a quelle nozioni generali derivanti dall'esperienza, delle quali ci si serve nel ragionamento presuntivo e nella valutazione delle prove
Cons. Stato, Sez. IV, 6 luglio 2009, n. 4332, pres. Cossu, rel. Pozzi, rigetta per mancanza di prova la domanda di risarcimento conseguente a illegittime schede valutative, proposta da un ufficiale dell’amministrazione militare. Osserva il Collegio che per quanto concerne “il danno professionale - esistenziale (o più genericamente non patrimoniale secondo gli ultimi indirizzi della Suprema Corte), è da ricordare che la più recente giurisprudenza della stessa Corte di Cassazione, a partire da Cass., sez. un., 24 marzo 2006, n. 6572, ha affermato che il riconoscimento del diritto del lavoratore al risarcimento del danno non patrimoniale, che asseritamente deriva da comportamenti di mortificazione professionale del datore di lavoro (quale ad esempio il demansionamento) - non ricorrendo automaticamente in tutti i casi di inadempimento datoriale - non può prescindere da una specifica allegazione, nel ricorso introduttivo del giudizio, sulla natura e sulle caratteristiche del pregiudizio medesimo. Mentre il risarcimento del danno biologico è subordinato all'esistenza di una lesione dell'integrità psico-fisica medicalmente accertabile, il danno esistenziale (che, a seguito di Cass. 26972/2008 non ha una sua autonomia concettuale, ma è un elemento da considerare, ove ricorra il presupposto della sua "serietà", nel danno non patrimoniale) - da intendere come ogni pregiudizio (di natura non meramente emotiva ed interiore, ma oggettivamente accertabile) provocato sul lato reddittuale del soggetto, che alteri le sue abitudini e gli assetti relazionali propri, inducendolo a scelte di vita diverse quanto all'espressione e realizzazione della sua personalità nel mondo esterno - va dimostrato in giudizio con tutti i mezzi consentiti dall'ordinamento. La prova del danno non può essere diabolica, assumendo rilievo la prova per presunzioni (…)". La tesi della necessità di allegazione e prova è stata seguita dalla successiva giurisprudenza di legittimità: Cass. 2 agosto 2006 n. 17564, Cass. sez. un. n. 26972/2008 cit. e significativamente Cass. 14 luglio 2006 n. 14729>>. Il Collegio reputa indimostrate le affermazioni del dipendente circa l’immagine professionale irrimediabilmente distrutta e le ambizioni di carriera azzerate. Analogamente decide il Collegio per quanto riguarda la domanda risarcitoria relativa ai mancati sviluppi di carriera, chiarendo che <danno "esistenziale" in relazione alla presunta lesione della "reputazione" derivante dalla illegittimità di atti valutativi, nell'ambito di un procedimento di valutazione ricorrente dei meriti e delle capacità di un dipendente, quando di quella illegittimità non si sia provata, almeno con sufficiente presunzione indiziaria, l'incidenza sui successivi procedimenti di avanzamento dell'ufficiale (…)>>