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Timestamp: 2018-06-23 11:37:44+00:00
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Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza 24 marzo 2014, n. 6845. Il licenziamento, come negozio unilaterale recettizio, si perfeziona nel momento in cui la manifestazione di volonta' del datore di lavoro recedente giunge a conoscenza del lavoratore, anche se l'efficacia - vale a dire la produzione dell'effetto tipico, consistente nella risoluzione del rapporto di lavoro - viene differita ad un momento successivo, con la conseguenza che il termine di decadenza di sessanta giorni, ai sensi della Legge n. 604 del 1966, articolo 6, decorre dalla comunicazione del licenziamento e non gia' dalla data di effettiva cessazione del rapporto e che, correlativamente, la pendenza del rapporto al momento dell'impugnazione - la quale non esclude il futuro verificarsi dell'effetto estintivo - non preclude alla parte impugnante di domandare la reintegrazione nel posto di lavoro, ove ricorra una situazione di tutela c.d. "reale", ne' al giudice di emettere una pronuncia in tal senso. Tale principio, per identita' di ratio, puo' essere applicato anche all'ipotesi di differimento ex lege dell'efficacia del recesso, derivante dalla situazione di malattia del lavoratore, salvi ovviamente i profili attinenti alla derivante eseguibilita' della reintegra e delle correlate pronunzie di contenuto patrimoniale. - Avvocato Renato D'Isa
Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza 24 marzo 2014, n. 6845. Il licenziamento, come negozio unilaterale recettizio, si perfeziona nel momento in cui la manifestazione di volonta’ del datore di lavoro recedente giunge a conoscenza del lavoratore, anche se l’efficacia – vale a dire la produzione dell’effetto tipico, consistente nella risoluzione del rapporto di lavoro – viene differita ad un momento successivo, con la conseguenza che il termine di decadenza di sessanta giorni, ai sensi della Legge n. 604 del 1966, articolo 6, decorre dalla comunicazione del licenziamento e non gia’ dalla data di effettiva cessazione del rapporto e che, correlativamente, la pendenza del rapporto al momento dell’impugnazione – la quale non esclude il futuro verificarsi dell’effetto estintivo – non preclude alla parte impugnante di domandare la reintegrazione nel posto di lavoro, ove ricorra una situazione di tutela c.d. “reale”, ne’ al giudice di emettere una pronuncia in tal senso. Tale principio, per identita’ di ratio, puo’ essere applicato anche all’ipotesi di differimento ex lege dell’efficacia del recesso, derivante dalla situazione di malattia del lavoratore, salvi ovviamente i profili attinenti alla derivante eseguibilita’ della reintegra e delle correlate pronunzie di contenuto patrimoniale.
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sentenza 24 marzo 2014, n. 6845
sul ricorso 21319/2011 proposto da:
avverso la sentenza n. 454/2011 della CORTE D’APPELLO di MESSINA, depositata il 18/05/2011 R.G.N. 82/2006;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CERONI Francesca, che ha concluso per l’inammissibilita’, rigetto, assorbimento del ricorso incidentale condizionato.
1. Con sentenza del 18.5.2011, la Corte d’appello di Messina rigettava l’appello avverso la decisione del tribunale della stessa sede che aveva accolto la domanda di (OMISSIS) volta alla declaratoria di illegittimita’ del licenziamento intimatogli in data 16.2.1999 dal suo datore di lavoro (OMISSIS) srl, con applicazione della tutela reale, ed alla condanna al risarcimento del danno.
2. Rileva la sentenza che l’impugnazione del licenziamento, effettuata in data 6.5.1999, doveva ritenersi tempestiva, in quanto – dalla corrispondenza intercorsa tra le parti successivamente alla lettera di recesso poteva desumersi che il lavoratore non aveva avuto cognizione di tale recesso, con conseguente inoperativita’ della presunzione di conoscenza di cui all’articolo 1335 c.c.; ritiene la sentenza inoltre l’inefficacia del recesso per inosservanza delle disposizioni di cui alla Legge n. 108 del 1990, articolo 2, sulla forma scritta del recesso.
5. Il datore di lavoro impugna la sentenza con unico motivo formulato ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., nn. 3 e 5, con il quale si deduce la violazione dell’articolo 1335 c.c., articolo 115 c.p.c., e Legge n. 604 del 1966, articolo 6, nonche’ l’omessa insufficiente e contraddittoria motivazione della sentenza. Si rileva, in particolare, che il recesso e’ stato ritualmente comunicato al lavoratore con lettera raccomandata con avviso di ricevimento, regolarmente ritirata dalla moglie convivente del lavoratore, e che il lavoratore non ha impugnato il recesso nel termine di sessanta giorni.
6. Il motivo e’ fondato. Dagli atti risulta che il licenziamento del 16.2.99 e’ stato inviato all’indirizzo del lavoratore con lettera raccomandata con ricevuta di ritorno, regolarmente ritirata dalla moglie convivente del lavoratore il 24.2.99. Tanto basta a far scattare la presunzione di conoscenza di cui all’articolo 1335 c.c., presunzione che ammette solo prova contraria a contenuto vincolato, costituita dalla prova dell’impossibilita’ incolpevole di avere notizia dell’atto recettizio: non basta quindi la prova della mancata conoscenza, occorrendo quella ben diversa della impossibilita’ di averne notizia e della non ascrivibilita’ di tale situazione a colpevolezza del lavoratore. Nel caso, una simile prova contraria non e’ stata data, sicche’ l’atto di recesso si deve ritenere giunto a conoscenza del destinatario.
7. Problema diverso e’ quello del contenuto della lettera ricevuta dal lavoratore, essendo stato dal lavoratore sostenuto, a quanto consta soltanto in appello, di aver ricevuto una busta senza contenuto. In proposito, puo’ ricordarsi (con Sez. L, Sentenza n. 12078 del 18/08/2003) che, nel caso in cui l’atto di costituzione in mora venga spedito in plico chiuso, spetta al destinatario l’onere di provare che tale plico e’ stato consegnato vuoto (Nella specie, la sentenza impugnata, confermata dalla S.C., aveva ritenuto che la lettera raccomandata era stata effettivamente ricevuta dal destinatario e che la stessa contenesse anche l’atto interruttivo della prescrizione, sulla base del rilievo che la raccomandata risultava ritirata dal destinatario e che questi non aveva mai contestato la mancanza dell’atto). Nel medesimo senso, si e’ osservato (Sez. L, Sentenza n. 4878 del 23/04/1992) che, poiche’ gli atti ricettizi in forma scritta, come la dichiarazione di licenziamento Legge 15 luglio 1966, n. 604, ex articolo 2, si considerano conosciuti dal destinatario, a norma dell’articolo 1335 c.c., il termine perentorio fissato per l’impugnazione del licenziamento, ai sensi dell’articolo 6 legge citata, decorre dal momento in cui la dichiarazione di licenziamento e’ pervenuta all’indirizzo del lavoratore, salva la dimostrazione, da parte del medesimo, che egli, senza sua colpa, fosse impossibilitato ad avere conoscenza della lettera di licenziamento (Nella specie la sentenza impugnata aveva disatteso, in mancanza di tale prova, l’assunto del lavoratore secondo cui presso la casa circondariale dove si trovava detenuto gli era stata recapita solo una busta vuota; la S.C., confermando tale decisione, ha rilevato che la prova della circostanza dedotta poteva essere agevolmente fornita in relazione alla disciplina di cui al Decreto del Presidente della Repubblica n. 4319 del 1976, che, consentendo ai detenuti di ricevere corrispondenza epistolare e telegrafica, prevede anche la ispezione della corrispondenza in busta chiusa).
8. Con riferimento al caso di specie, a parte ogni considerazione sull’inverosimiglianza della circostanza relativa alla consegna di busta vuota, della quale non si fa cenno alcuno nella fitta corrispondenza extragiudiziale tra le parti successiva, va rilevato che la deduzione del ricorrente, formulata per la prima volta nella prima difesa utile successiva alla memoria di costituzione del datore di lavoro, e’ rimasta priva di riscontri probatori, non essendo stata ammessa sul punto la prova dal giudice di primo grado in ragione della sua tardivita’, con statuizione non appellata dal lavoratore.
9. Per quanto detto, il recesso e’ stato intimato ritualmente al lavoratore.
10. Il problema – sollevato dal ricorrente principale – della decadenza del lavoratore dall’impugnazione del licenziamento va esaminato unitamente al primo motivo di ricorso incidentale condizionato, con il quale gli eredi del lavoratore impugnano ai sensi dell’articolo 360, n. 5, la sentenza della corte territoriale, deducendone la omessa insufficiente e contraddittoria motivazione, con riferimento alla ritenuta inidoneita’ della lettera del 24.4.99 quale atto di impugnazione del licenziamento.
11. Va in proposito affermato che il licenziamento non e’ stato impugnato tempestivamente dal lavoratore, sicche’, unitamente al rigetto del primo motivo del ricorso incidentale condizionato, la domanda del lavoratore va dichiarata inammissibile.
12. I ricorrenti incidentali richiamano in proposito solo la lettera del 20.4.99, ritenendo che la stessa costituisca valida impugnazione del recesso. In proposito, deve rilevarsi, come correttamente ritenuto gia’ dalla corte territoriale che ha congruamente motivato sul punto, che non vi e’ in tale lettera alcun riferimento al recesso del 24.2.99, in quanto nella lettera, pur offrendo le proprie prestazioni, il lavoratore richiama solo un pregresso recesso dell’anno precedente.
13. Solo il 9.5.99, quindi oltre il termine di 60 giorni – previsto dalla legge a pena di decadenza – dal ricevimento della raccomandata del 24.2.99 risulta un’impugnazione specifica del recesso del 24.2.99 da parte del lavoratore.
14. Quanto al termine di decadenza, l’obiettivo spirare dello stesso rende irrilevante verificare le ragioni dell’inerzia del lavoratore e la verosimiglianza dell’assunto secondo cui esse riposano sull’erronea convinzione che il termine decorresse dalla cessazione effettiva del rapporto piuttosto che dalla comunicazione del recesso. In ogni caso, infatti, in ordine al decorso del termine in costanza di rapporto a seguito di preavviso di licenziamento, deve ricordarsi l’insegnamento di questa Corte (Sez. L, Sentenza n. 7049 del 22/03/2007 e Sez. L, Sentenza n. 6751 del 26/07/1996) secondo il quale il licenziamento, come negozio unilaterale recettizio, si perfeziona nel momento in cui la manifestazione di volonta’ del datore di lavoro recedente giunge a conoscenza del lavoratore, anche se l’efficacia – vale a dire la produzione dell’effetto tipico, consistente nella risoluzione del rapporto di lavoro – viene differita ad un momento successivo, con la conseguenza che il termine di decadenza di sessanta giorni, ai sensi della Legge n. 604 del 1966, articolo 6, decorre dalla comunicazione del licenziamento e non gia’ dalla data di effettiva cessazione del rapporto e che, correlativamente, la pendenza del rapporto al momento dell’impugnazione – la quale non esclude il futuro verificarsi dell’effetto estintivo – non preclude alla parte impugnante di domandare la reintegrazione nel posto di lavoro, ove ricorra una situazione di tutela c.d. “reale”, ne’ al giudice di emettere una pronuncia in tal senso. Tale principio, per identita’ di ratio, puo’ essere applicato anche all’ipotesi di differimento ex lege dell’efficacia del recesso, derivante dalla situazione di malattia del lavoratore, salvi ovviamente i profili attinenti alla derivante eseguibilita’ della reintegra e delle correlate pronunzie di contenuto patrimoniale. Si e’ anche ritenuto (Sez. L, Sentenza n. 9934 del 11/10/1997) che, nel caso di licenziamento intimato a lavoratore in malattia, la decorrenza del termine decadenziale d’impugnazione previsto dall’articolo 6 della legge n. 604 del 1966 non puo’ essere differita alla cessazione della malattia neppure se questa sia tale da determinare una situazione d’incapacita’ psichica, attesa, ai sensi dell’articolo 2954 c.c., l’inapplicabilita’ ai termini di decadenza (che operano con riguardo al fatto obbiettivo del decorso del tempo) delle norme in tema di prescrizione e, in particolare, di quelle (come l’articolo 2941 c.c., n. 1, in tema di sospensione della prescrizione per le condizioni del titolare) che ne indicano, con carattere di tassativita’, le cause di sospensione.
15. Per quanto detto, il primo motivo del ricorso incidentale deve essere rigettato, mentre va accolto il motivo del ricorso principale anche in riferimento alla questione di inammissibilita’ per intervenuta decadenza della impugnativa di licenziamento.
16. Con il secondo motivo del ricorso incidentale si deduce – in relazione all’articolo 360 c.p.c., n. 3 – violazione e falsa applicazione dell’articolo 112 c.p.c., per aver la sentenza impugnata omesso di esaminare l’illegittimita’ del licenziamento per violazione delle garanzie procedurali dell’articolo 7 stat. lav.. La questione rimane assorbita dalla declaratoria di inammissibilita’ dell’impugnativa del recesso.
17. Con il terzo motivo, i ricorrenti incidentali deducono la violazione dell’articolo 112 c.p.c., per aver omesso di esaminare ritenendola assorbita – la questione della nullita’ del recesso, in quanto intimato nei confronti di lavoratore reintegrato per effetto di precedente sentenza.
18. Il motivo e’ infondato. Nonostante la diversa soluzione astrattamente prospettabile con riferimento al caso – nella specie non ricorrente – del licenziamento illegittimo, efficace – anche con portata preclusiva di un nuovo recesso – per il solo tempo che precede il suo giudiziale annullamento (cfr. Sez. L, Sentenza n. 459 del 11/01/2011; Sez. L, 05/04/2001, n. 5092), la giurisprudenza di questa Corte ha ripetutamente affermato che l’intimazione del licenziamento non preclude al datore di lavoro di irrogare altro recesso sulla base di ragioni diverse da quelle poste a fondamento del primo, non operando un principio di consumazione del potere unilaterale di recesso, fermo restando che il secondo licenziamento potra’ avere rilevanza solo nel caso di inefficacia del primo.
19. Si e’ infatti affermato che, in tema di licenziamento in regime di tutela reale, ove il datore di lavoro abbia intimato al lavoratore un licenziamento individuale, e’ ammissibile una successiva comunicazione di recesso dal rapporto da parte del datore medesimo, purche’ il nuovo licenziamento si fondi su una ragione o motivo diverso e sopravvenuto (nel senso di non noto in precedenza al datore di lavoro) e la sua efficacia resti condizionata all’eventuale declaratoria di illegittimita’ del primo (Sez. L, Sentenza n. 106 del 04/01/2013).
Nello stesso senso, anche Sez. L, Sentenza n. 1244 del 20/01/2011, secondo la quale il datore di lavoro, qualora abbia gia’ intimato al lavoratore il licenziamento per una determinata causa o motivo, puo’ legittimamente intimargli un secondo licenziamento, fondato su una diversa causa o motivo, restando quest’ultimo del tutto autonomo e distinto rispetto al primo; ne consegue che entrambi gli atti di recesso sono in se’ astrattamente idonei a raggiungere lo scopo della risoluzione del rapporto, dovendosi ritenere il secondo licenziamento produttivo di effetti solo nel caso in cui venga riconosciuto invalido o inefficace il precedente (in linea con tale insegnamento anche Sez. L, 06/03/2008, n. 6055, e Sez. L, 14/09/2009, n. 19770).
20. Nel caso, il recesso del 16.2.99 e’ stato irrogato con riferimento all’assenza dal lavoro del 6.2.99, ritenuta arbitraria dal datore di lavoro, e quindi con riferimento a fatti diversi dal precedente recesso datoriale, ed e’ intervenuto solo dopo che tale pregresso licenziamento era stato gia’ invalidato dal giudice a seguito di ricorso del lavoratore. Si tratta quindi di atto avente una specifica funzione economica e dunque efficace (ancorche’ in ipotesi annullabile), non precluso come tale, secondo quanto detto, al datore di lavoro.
21. La sentenza impugnata deve essere cassata in accoglimento del primo motivo del ricorso principale. Non essendo necessari ulteriori accertamenti, la causa puo’ essere decisa nel merito con declaratoria di inammissibilita’ dell’impugnativa del licenziamento in ragione dell’intervenuta decadenza.
Pubblicato da Avv. Renato D'Isa| 2014-04-02T13:40:57+00:00	2 aprile 2014|Cassazione civile 2014, Corte di Cassazione, Diritto del Lavoro e della Previdenza sociale, Sentenze - Ordinanze|0 Commenti