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Timestamp: 2020-06-07 07:27:19+00:00
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Matched Legal Cases: ['art.3', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 21', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 21', 'art. 22', 'sentenza ', 'art. 5', 'art. 49', 'art. 5', 'art. 152']

Discussione: incompatibilità dottore commercialista
12-02-08, 11:50 AM #1
Vorrei conoscere la vostra sull'eventuale incompatibilità dell'assunzione della carica di amministratore per un dottore commercialista.
Ci sarebbero sentenze della Cassazione secondo cui non vi sarebbe incompatilità a condizione che al professionista non siano conferiti poteri gestionali ( non deve instaurare un rapporto di immedesimazione organica ) altrimenti si violerebbero i dettami dell'art.3 dell'ord.dei dottori commercialisti.
Ma concretamente come si potrebbe amministratre senza gestire? Quali funzioni potrebbero essere ricoperte?
Qualcuno ha già approfondito la questione?
12-02-08, 12:06 PM #2
Ma concretamente come si potrebbe amministratre senza gestire?
Appunto .... impossibile !
Sei assolutamente sicuro che esista questa inibizione a cui fai riferimento ?
12-02-08, 03:06 PM #3
Cassazione sentenze n.3064/2001 e 1162/2000.
Tali informazioni le ho apprese leggendo un inserto di Italia Oggi n.13 del luglio 2005 a firma di Gilberto Gelosa.
12-02-08, 03:31 PM #4
Si tratta di sentenze che non trovo, mi sarebbe piaciuto leggerle per commentarle.
Ad ogni modo, resto perplesso, nonostante Gelosa.
A me non risulta che l'ordinamento vieti tale carica. Anzi !
12-02-08, 04:11 PM #5
La sentenza 3064 dovrebbe essere questa della sez lavoro del 2 marzo 2001
Con sentenza 22 aprile-7 marzo 1998 il Tribunale di Milano, decidendo sull'appello proposto dall'ing. F. G., ha confermato la sentenza del Pretore di quella citt&#224;, giudice del lavoro, che aveva respinto la domanda del F. di condanna della Cassa Nazionale di Previdenza ed Assistenza per gli Ingegneri ed Architetti liberi professionisti ad erogargli la pensione di vecchiaia.
Il Tribunale, rilevato che nel periodo controverso il F. aveva svolto attivit&#224; quale amministratore delegato di una societ&#224;, ha ritenuto che l'iscrizione alla Cassa non fosse requisito sufficiente per il diritto alla pensione di vecchiaia, in mancanza dell'altro requisito legislativamente richiesto dell'attivit&#224; di libero professionale quale ingegnere o architetto.
Ha proposto ricorso per cassazione il F., con due motivi.
La Cassa intimata, ritualmente costituita con controricorso, ha resistito.
Con il primo motivo il ricorrente censura la sentenza impugnata per violazione e falsa applicazione dell'art. 21 L. 6/1981.
Rileva che il primo comma di tale articolo, nel disporre che l'iscrizione alla Cassa &#232; obbligatoria per tutti gli ingegneri e gli architetti che esercitano la libera professione con carattere di continuit&#224;, non specifica il tipo di attivit&#224; che deve essere esercitata; poich&#233; non richiama la legge 24 giugno 1923 n. 1395, si deve ritenere che qualsiasi attivit&#224; di libero professionale, ivi compresa quella di amministratore di societ&#224;, sia inclusa nella previsione del 1&#176; comma dell'art. 1, tanto pi&#249; che il comma 5 dello stesso articolo esclude dall'iscrizione alla Cassa, ai sensi dell'articolo 2 della legge 11 novembre 1971, n. 1046, solo gli ingegneri e gli architetti iscritti a forme di previdenza obbligatorie in dipendenza di un rapporto di lavoro subordinato o comunque di altra attivit&#224; esercitata.
Il motivo &#232; infondato.
Vi sono tre argomenti ermeneutici, uno letterale, l'altro funzionale, il terzo sistematico, che militano nel senso affermato nella sentenza impugnata, contrario a quello preteso dal ricorrente.
Sul piano letterale, si deve notare che il primo comma dell'art. 21 Legge 3 gennaio 1981, n. 6 (Norme in materia di previdenza per gli ingegneri e gli architetti) pone l'obbligo dell'iscrizione alla Cassa per tutti gli ingegneri e gli architetti che esercitano la libera professione con carattere di continuit&#224;, intendendo indicare, con l'articolo determinativo, esattamente la professione di ingegnere o di architetto, e non qualsiasi libera professione, per il che avrebbe usato l'articolo indeterminativo. Il comma 5 dello stesso articolo, poi, escludendo la possibilit&#224; di iscrizione alla Cassa per gli ingegneri e gli architetti iscritti a forme di previdenza obbligatorie in dipendenza di un rapporto di lavoro subordinato o comunque di altra attivit&#224; esercitata, conferma la distinzione tra attivit&#224; di ingegneri ed architetti e qualsiasi altra professione.
Sul piano funzionale, l'intera Legge 3 gennaio 1981, n. 6, come recita il suo stesso titolo (Norme in materia di previdenza per gli ingegneri e gli architetti), ha per oggetto esclusivamente la previdenza di coloro che esercitano tali libere professioni.
Sul piano sistematico, occorre ricordare che la Legge 3 gennaio 1981, n. 6 &#232; coeva ad una serie di provvedimenti legislativi con cui il Parlamento ha inteso disciplinare in maniera convergente verso un modello comune la previdenza di ciascuna libera professione.
Il problema proprio della presente causa si &#232; gi&#224; posto per tali distinte forme previdenziali, contenenti discipline analoghe, sulle quali questa Corte si &#232; gi&#224; espressa.
Con riferimento all'art. 22 della Legge 29 gennaio 1986, n. 21 (Riforma della Cassa nazionale di previdenza e assistenza a favore dei dottori commercialisti), di identico tenore ("Sono obbligatoriamente iscritti alla Cassa i dottori commercialisti iscritti all'albo professionale che esercitano la libera professione con carattere di continuit&#224;"), questa Corte ha statuito che il requisito della libera professione non &#232; collegato alla sola potenzialit&#224; dell'attivit&#224; intellettuale, ma richiede l'effettivit&#224; della pratica professionale (ovviamente corrispondente all'oggetto della cassa professionale) (Cass. 4 luglio 1991 n. 7389). La Corte ha precisato che l'attivit&#224; di amministratore unico di societ&#224;, stante il rapporto di immedesimazione organica con questa, va qualificata come attivit&#224; imprenditoriale e non libero professionale (Cass. 12 luglio 1997 n. 7637, Cass. 21 novembre 1987 n. 8601).
Con il secondo motivo il ricorrente censura la sentenza impugnata per violazione e falsa applicazione degli artt. 5 T.U.I.R. e 5 D.P.R. 26 ottobre 1972 n. 633.
Rileva che l'art. 5 della legge istitutiva dell'IVA (D.P.R. 26 ottobre 1972 n. 633) definisce, al primo comma, l'esercizio di arti e professioni come l'esercizio per professione abituale, ancorch&#233; non esclusiva, di qualsiasi attivit&#224; di lavoro autonomo da parte di persone fisiche; che esclude poi, al secondo comma, dall'obbligo dell'IVA, tutti i redditi di lavoro autonomo rientranti nella collaborazione coordinata continuativa; che l'art. 49 del T.U.I.R. dichiara professionali i redditi da lavoro autonomo; conclude che esistono svariate attivit&#224; professionali esenti da IVA.
Applica tale ragionamento all'ing. F., il quale, quale amministratore delegato di societ&#224;, svolge tale attivit&#224; in modo autonomo, e quindi professionale, ai sensi dell'art. 5 Legge sull'IVA, e quindi titolare del diritto alla pensione di vecchiaia.
Anche tale motivo &#232; infondato, perch&#233; denuncia la violazione di norme tributarie, non applicate dal Tribunale, che non impingono sulla disciplina previdenziale in esame.
Nulla per le spese, a norma dell'art. 152 d.a. c.p.c.
Rigetta il ricorso. Nulla per le spese del presente giudizio di legittimit&#224;.
12-02-08, 04:35 PM #6
Anche io fino ad oggi non avevo dubbi al riguardo poi un collega mi fa leggere qull'articolo e.......
Di arcangelo.c nel forum Studi di settore e I.S.A.
Ultimo Messaggio: 21-05-08, 10:32 AM