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Timestamp: 2017-10-20 05:10:42+00:00
Document Index: 126160478

Matched Legal Cases: ['art. 7', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 159', 'art. 4', 'art. 7', 'art. 1377', 'art. 32', 'art. 82', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 82', 'art. 1', 'art. 151', 'art. 6', 'art. 7', 'art. 32', 'art. 39', 'art. 1377', 'art. 142', 'art. 6', 'art. 31', 'art. 19', 'art. 32', 'art. 32', 'art. 32', 'art. 6', 'art. 82', 'art. 1', 'art. 151', 'art. 32', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 159', 'art. 4', 'art. 7', 'art. 183', 'art. 159', 'art. 21']

T.A.R. Lazio Roma, Sezione II Quater, 14 dicembre 2012
Sulla sussistenza o meno di un obbligo di trasmettere avviso di avvio del provvedimento che annulla il nulla osta paesaggistico per la realizzazione di una costruzione edilizia in zona protetta, ai sensi del previgente ordinamento
SENTENZA N. 10480
Fino all’entrata in vigore del D.M. 19 giugno 2002 n. 165, è stato costantemente sostenuto in giurisprudenza l’obbligo per l’Amministrazione statale di comunicare l’inizio del procedimento ai sensi dell’art. 7 della L. 241/90, come peraltro previsto anche dall’art. 4 del D.M. 13 giugno 1994 n. 495 (cfr., tra le tante, Cons. Stato, VI sez., 25 marzo 2004, n. 1626; 20 gennaio 2003, n. 203; 17 settembre 2002 n. 4709, 29 marzo 2002 n. 1790). A seguito dell'entrata in vigore del regolamento approvato con il D.M. 19 giugno 2002 n. 165 (il quale ha aggiunto il comma 1 bis dell'art. 4 del regolamento approvato con d.m.13 giugno 1994 n. 495), il provvedimento ministeriale che annulla il nulla osta paesaggistico per la realizzazione di una costruzione edilizia in zona protetta non deve essere preceduto dalla comunicazione di avvio del procedimento (cfr., tra le tante, Cons. di Stato sez. VI 11 giugno 2012 n. 3401). Successivamente, l'intera materia è stata ridisciplinata dal Codice dei beni culturali, intervenuto con D.Lgs. 42/04, il cui art. 159, comma 2, stabilisce che “l'amministrazione competente al rilascio dell'autorizzazione dà immediata comunicazione alla soprintendenza delle autorizzazioni rilasciate, trasmettendo la documentazione prodotta dall'interessato nonché le risultanze degli accertamenti eventualmente esperiti. La comunicazione è inviata contestualmente agli interessati, per i quali costituisce avviso di inizio di procedimento”. Nell'interpretare tale ultima disposizione il Consiglio di Stato ha ritenuto superata la disciplina del D.M. 165/02 affermando che “alla stregua di siffatta scelta legislativa deve, quindi, considerarsi abrogato, per incompatibilità con una norma sopravvenuta di rango superiore, l'art. 4, comma 1 bis, del D.M 13. 06. 1994, n. 495, come modificato dal D.M. 165/02” (Cons. Stato, sez. VI, sent. n. 30 del 07. 01. 2008; 24/1/2011 n. 477). Pertanto, l’obbligo di comunicare l'avvio del procedimento, previsto in relazione alla generalità degli atti amministrativi dall'art. 7 della l. n. 241/1990, eliminato dal D.M. 19 giugno 2002, n. 165, è stato ripristinato dalla norma dianzi riportata attraverso la speciale forma della comunicazione agli interessati della trasmissione alla Soprintendenza dell'autorizzazione rilasciata da parte dell'autorità preposta alla tutela del vincolo (TAR Lazio, Roma, sez. II, 1° febbraio 2008, n. 888; TAR Campania, Salerno, sez. II, 25 giugno 2009, n. 3316).
Il ricorrente è proprietario di un terreno sito in Tivoli, località Strada degli Orti, distinto in catasto al F. 64, part. 1377, al cui interno sorge un fabbricato di superficie complessiva di mq. 379,40 - destinato ad uso non residenziale - composto da più vani, alcuni dei quali realizzati prima del 1942, altri prima del 1967, parte nel 1980 e parte nel 1993.
Il fabbricato, che ricade in zona G/3 del P.R.G. di Tivoli, è circondato da un muro di confine di altezza pari a m. 3 e dunque non è visibile dall’esterno.
Per detto fabbricato il ricorrente ha presentato domanda di sanatoria ai sensi delle L. 47/85 e L. 724/94, ed ha poi richiesto il rilascio del nulla osta paesaggistico ai sensi dell’art. 32 della L. 47/85.
Con determinazione n. 9/2004, il Comune di Tivoli ha reso parere favorevole, condizionato al rispetto di una serie di prescrizioni, ritenendo l’insussistenza di ragioni di contrasto con il contesto paesistico vincolato, con la normativa del P.T.P. ambito 7, e con gli artt. 19 e 31 delle N.T.A. rilevando che parte dell’opera è stata realizzata prima dell’imposizione del vincolo e che la parte rimanente si trova in zona C/0 in cui è ammessa la trasformazione dei luoghi nei limiti degli strumenti urbanistici vigenti.
Detto atto è stato annullato dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio del Lazio con decreto del 13 aprile 2005.
Avverso detto provvedimento il ricorrente deduce i seguenti motivi di impugnazione:
___1. Violazione e falsa applicazione dell’art. 82 comma 9 del D.Lgs. n. 616/77 – Illegittimità del decreto di annullamento per scadenza del termine perentorio.
Sostiene il ricorrente che il provvedimento sarebbe stato adottato tardivamente, in quanto la richiesta istruttoria della Soprintendenza – riguardando documenti non necessari – non potrebbe ritenersi idonea ad interrompere il termine perentorio di sessanta giorni, essendo stata disposta soltanto per ragioni dilatorie.
___2. Violazione ed erronea applicazione dell’art. 6 delle N.T.A. del P.T.P. approvato con deliberazione della G.R. n. 4477 del 30/7/99 – Inopponibilità del vincolo paesistico sopravvenuto – Violazione della L.R. n. 24 e n. 25 del 1998 – Eccesso di potere per contraddittorietà, illogicità ed irragionevolezza della motivazione – Eccesso di potere per travisamento dei fatti e per difetto di istruttoria.
Il vincolo paesistico sarebbe sopravvenuto rispetto alla data di realizzazione dell’abuso e dunque non sarebbe opponibile.
In ogni caso non sussisterebbe alcun contrasto con l’art. 6 delle N.T.A. del P.T.P., in quanto il fabbricato si troverebbe in parte nella fascia di rispetto del fiume Aniene, ma con un dislivello di circa 70 metri rispetto al sottostante letto del fiume; il fabbricato, inoltre, sarebbe circondato da un muro di cinta e tra esso ed il fiume ci sarebbe un altro manufatto di maggiore altezza.
In ogni caso, nella fascia di rispetto ricadrebbe soltanto la parte del fabbricato più vecchia, realizzata prima dell’imposizione del vincolo.
___3. Violazione e falsa applicazione dell’art. 82 D.P.R. 616/77 – Violazione dell’art. 1 della L.R. n. 59/95 – Violazione dell’art. 151 comma 4 del D.Lgs. n. 490/99 – Eccesso di potere per sviamento, difetto di istruttoria, travisamento dei fatti e falsità dei presupposti – Disparità di trattamento.
La Soprintendenza avrebbe svolto valutazioni di merito e non di legittimità; non conoscendo il reale stato dei luoghi, avrebbe ritenuto il contrasto con le previsioni recate dall’art. 6 delle N.T.A. del P.T.P. ed avrebbe sindacato anche aspetti urbanistici riservati alla competenza del Comune.
Deduce poi il ricorrente la censura di disparità di trattamento ed il difetto di motivazione del provvedimento impugnato.
___4. Violazione dell’art. 7 della l. 241/90 – Omessa comunicazione dell’avvio del procedimento – Illegittimità del D.M. n. 165/2002 per violazione di una norma di legge.
Lamenta il ricorrente la violazione delle norme sulla partecipazione al procedimento, e deduce altresì l’illegittimità del D.M. 19/6/2002 n. 165 che ha stabilito la non necessità della comunicazione dell’avvio del procedimento in materia e ne chiede la disapplicazione.
Con il ricorso in esame il ricorrente ha impugnato il provvedimento della Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio del Lazio del 13/4/05, con il quale è stato annullato il provvedimento del Comune di Tivoli n. 9/2004 del 25/5/04, con cui era stato reso parere favorevole, ai sensi dell’art. 32 della L. 47/85 e dell’art. 39 della L. 714/94, sulla domanda di sanatoria presentata con riferimento all’intervento abusivo realizzato sull’immobile di proprietà del ricorrente e sito nel Comune di Tivoli, Via degli Orti s.n.c., distinto in catasto al foglio 64, part. 1377 (ex 117), composto da alcuni corpi di fabbrica addossati al muro di cinta, e ricadente in area sottoposta a vincolo paesaggistico ai sensi del D.M. 11/5/55, dell’art. 142 lett. c) del D.Lgs. 42/04, e lett. m) del D.Lgs. 42/04, imposto con D.M. 6/8/01.
Secondo il P.T.P. ambito n. 7, una parte del fabbricato ricade nella fascia di rispetto del fiume Aniene e dunque in zona A/1 “di tutela del sistema ecologico elementare idromorfologico- vegetazionale” per la quale si applicano le modalità di tutela di cui all’art. 6 delle N.T.A. secondo cui “I corsi d’acqua e le relative fasce di rispetto debbono essere mantenute integre ed immodificate per una profondità di 150 metri”; l’altra parte, invece, ricade nella zona C – sottozona C/0 in cui “è ammessa la trasformazione dei luoghi nei limiti consentiti dagli strumenti urbanistici vigenti” art. 31 delle N.T.A.
Secondo il P.R.G. di Tivoli, l’immobile ricade nella zona G, sottozona G3 destinata a “verde pubblico attrezzato o sportivo” ed è prescritta l’inedificabilità a parte “l’attuazione di modesti edifici per particolari attività che abbiano carattere di pubblico interesse”.
Nel disporre l’annullamento del provvedimento comunale, la Soprintendenza ha rilevato:
-- che il Comune di Tivoli non ha preso in considerazione la disciplina recata dal P.T.P. e che non ha rilevato il contrasto tra l’opera che si intende condonare ed i contenuti del vincolo che prescrivono l’inedificabilità dell’area;
-- che il provvedimento comunale è illegittimo per omesso esame del P.T.P. e per carenza di motivazione.
A sua volta il parere comunale aveva rilevato l’inesistenza delle ragioni di contrasto con il contesto paesistico e panoramico vincolato e con la normativa del P.T.P. ambito 7 e con l’art. 19 e 31 delle N.T.A., poiché parte dell’abuso in area vincolata ai sensi della l. 431/85 è stato realizzato prima dell’imposizione del vincolo, e perché la restante parte si trova in zona C/0 in cui è ammessa la trasformazione dei luoghi disponendo delle prescrizioni.
Prima di esaminare i motivi di ricorso ritiene il Collegio di dover svolgere alcune considerazioni generali.
Secondo il costante orientamento della giurisprudenza amministrativa, il potere ministeriale di annullamento del nulla osta ambientale è circoscritto ai vizi di sola legittimità: il potere di annullamento dell’Amministrazione statale non comporta un riesame complessivo, e la Sovrintendenza non può sovrapporre o sostituire il proprio apprezzamento di merito, alle valutazioni discrezionali compiute in sede di rilascio del nulla osta da parte dell'ente locale. Il riesame dell’Amministrazione, infatti, è meramente estrinseco, ed è diretto all’accertamento dell'assenza di vizi di legittimità comprendenti quello di eccesso di potere nelle diverse forme sintomatiche.
In altre parole, l’Amministrazione non può rinnovare il giudizio tecnico discrezionale sulla compatibilità paesaggistico-ambientale dell'intervento, che appartiene in via esclusiva all'Autorità preposta alla tutela del vincolo (cfr. ex multis, Tar Liguria, Sez. I, 13 febbraio 2004, n. 160; idem, 2 aprile 2004, n. 329; Tar Lazio, Roma, Sez. II, 16 maggio 2005, n. 3840; Tar Campania, Napoli, Sez. II, 28 febbraio 2006, n. 2486; Cons. Stato, Sez. VI, 29 ottobre 2004, n. 7046; idem, 24 gennaio 2006, n. 207, a cui va aggiunta anche la pronuncia dell'Adunanza Plenaria del Cons. Stato dec. 14 dicembre 2001, n. 9).
Come ha rilevato l’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato con la decisione 14/12/01 n. 9, il potere esercitato dall’Amministrazione Statale sull’autorizzazione paesaggistica rilasciata dall’autorità regionale, va definita in termine di “cogestione dei valori paesistici”, essendo l’autorità locale deputata alla valutazione della compatibilità paesistica dell’intervento ed il potere di intervento dell’Autorità Statale è limitato al solo controllo di legittimità che può comportare l’annullamento dell’atto per tutti i vizi di legittimità, ivi compresi quelli relativi a tutte le figure di eccesso di potere (per sviamento, insufficiente motivazione, difetto di istruttoria, illogicità manifesta).
L’Amministrazione statale deve pertanto limitarsi a verificare dall'esterno la coerenza, la logicità e la completezza istruttoria dell'iter procedimentale seguito dall'Amministrazione emanante, controllando se la motivazione espressa nel rendere il giudizio positivo sia sufficiente.
Nel contempo in considerazione della tendenziale irreversibilità dell'alterazione dello stato dei luoghi, un'adeguata gestione dei vincoli paesistici impone che l'autorizzazione paesistica rilasciata dall’autorità comunale sia congruamente motivata, esponendo le ragioni di effettiva compatibilità degli abusi realizzati con gli specifici valori paesistici dei luoghi, con la conseguenza che il difetto di motivazione dell'autorizzazione giustifica per ciò solo il suo annullamento in sede di controllo (Cons. Stato., Sez. V n. 4552/2005; Sez. VI, 8 agosto 2000, n. 4345; Sez. VI, 9 aprile 1998, n. 460; Sez. IV, 4 dicembre 1998, n. 1734; Sez. VI, 9 aprile 1998, n. 460; Sez. VI, 20 giugno 1997, n. 952; Sez. VI, 30 dicembre 1995, n. 1415; Sez. VI, 12 maggio 1994, n. 771).
La giurisprudenza ha poi precisato che (cfr. Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato n. 20 del 22.7.1999, e tra le tante, Cons.St., VI, 9.9.2005 n. 4662; id., 16.3.2005 n. 1094; 16.2.2005 n. 492; id., 22.8.2003 n. 4765), in sede di rilascio della concessione edilizia in sanatoria, l’obbligo di acquisire il parere da parte dell’autorità preposta alla tutela del vincolo previsto dall’art. 32 della legge 28.2.1985 n. 47, sussiste anche per le opere realizzate anteriormente all’imposizione del vincolo stesso. A tale conclusione l’Adunanza Plenaria è pervenuta nella considerazione che “in mancanza di indicazioni univoche desumibili dal dato normativo” alla questione di cui sopra non può che darsi una soluzione “alla stregua dei principi generali in materia di azione amministrativa, tenuto conto della valenza attribuita dall’ordinamento agli interessi coinvolti nell’applicazione della disposizione legislativa di cui si tratta” e, conseguentemente, “la Pubblica Amministrazione, sulla quale incombe più pressante l’obbligo di osservare la legge, deve necessariamente tener conto, nel momento in cui provvede, della norma vigente e delle qualificazioni giuridiche che essa impone”.
Ne consegue che, anche in caso di vincolo sopravvenuto, l’Amministrazione è tenuta a valutare la compatibilità del manufatto con le prescrizioni contenute nel provvedimento di vincolo anche se non ancora esistenti al momento della realizzazione dell’intervento abusivo.
Il giudizio di compatibilità, infatti, viene reso tenendo conto dalla disciplina normativa vigente al momento della pronuncia e non prendendo in considerazione la sola disciplina esistente al momento della realizzazione dell’abuso; la disposizione di portata generale di cui all'art. 32, primo comma, della legge 47 del 1985 relativa ai vincoli che appongono limiti all'edificazione, non reca, infatti, alcuna deroga al principio di legalità che impone l'esplicazione della funzione amministrativa secondo la norma vigente al tempo in cui la funzione si esplica ("tempus regit actum").
Pertanto nella considerazione che, in mancanza di una deroga espressa, la compatibilità dell'intervento edilizio da sanare deve essere effettuata con riguardo alla disciplina urbanistica vigente al momento in cui il parere deve essere reso, in quanto prima l'immobile non aveva giuridica esistenza, l'art. 32, primo comma, della legge 47 del 1985 deve interpretarsi "nel senso che l'obbligo di pronuncia da parte dell'autorità preposta alla tutela del vincolo sussiste in relazione all’esistenza del vincolo al momento in cui deve essere valutata la domanda di sanatoria, a prescindere dall'epoca d'introduzione del vincolo. E appare altresì evidente che tale valutazione corrisponde alla esigenza di vagliare l'attuale compatibilità, con il vincolo, dei manufatti realizzati abusivamente" (cfr. Cons di Stato, Sez. V, 22 dicembre 1994 n. 1574; T.A.R. Lombardia, Sez. Brescia 25/7/05 n. 785).
Svolte queste premesse è possibile procedere alla disamina dei motivi di ricorso.
Innanzitutto è palese che l’annullamento è intervenuto per ragioni di legittimità e non di merito, atteso che la Soprintendenza ha rilevato il contrasto dell’opera con le prescrizioni recate dal P.T.P. ed ha sottolineato – altresì – il difetto di motivazione del provvedimento comunale in merito alla compatibilità dell’opera abusiva con il vincolo.
Il Comune, infatti, ha reso il parere favorevole limitandosi a rilevare la preesistenza del manufatto rispetto all’introduzione del vincolo (elemento che da solo, come già chiarito, non è idoneo a giustificare il rilascio del nulla osta), ed ha poi rilevato la compatibilità del fabbricato con le prescrizioni recate dal P.T.P. n. 7, elemento questo sicuramente erroneo, tenuto conto della sua collocazione in parte ad una distanza inferiore ai 150 metri dall’argine del Fiume Aniene e per la restante parte in zona C/0 nella quale è permessa la trasformazione dei luoghi nei limiti consentiti dagli strumenti urbanistici vigenti, e nel caso di specie, il P.R.G. di Tivoli ha previsto per l’area sulla quale incide il manufatto la destinazione a verde pubblico.
In sostanza, il vincolo di inedificabilità sull’area, sussiste sia per la parte del fabbricato che ricade nella fascia di rispetto del fiume Aniene, sia per la parte residua, tenuto conto della specifica destinazione urbanistica imposta dal P.R.G. di Tivoli sull’area di proprietà del ricorrente.
Né può ritenersi che l’annullamento sia stato emesso per ragioni urbanistiche e non paesistiche, in quanto il riferimento alla disciplina recata dal P.R.G. è stato richiamato dalla Soprintendenza in quanto è lo stesso P.T.P. a rimandare alla disciplina urbanistica comunale, e quindi la valutazione sulla compatibilità paesistica dell’intervento presupponeva la disamina delle disposizioni recate dallo strumento urbanistico comunale.
Altrettanto irrilevante è il dislivello tra il fiume e l’area sulla quale incide il fabbricato, in quanto il vincolo è stato imposto a “tutela del sistema ecologico elementare idromorfologico- vegetazionale” (art. 6 delle N.T.A. del P.T.P. ) e quindi a tutela del paesaggio e non per le sole ragioni idrogeologiche.
Né il provvedimento comunale reca una idonea motivazione per giustificare il contrasto con la normativa paesaggistica, limitandosi a giustificare la sanabilità dell’opera facendo riferimento alla preesistenza del fabbricato rispetto dalla data di imposizione del vincolo – preesistenza che peraltro non riguarda l’intero manufatto – e facendo riferimento alla disciplina urbanistica comunale, omettendo, però, di considerare la destinazione a servizi della specifica area sulla quale ricade il manufatto abusivo.
Alla stregua di dette considerazioni devono essere respinti il secondo ed il terzo motivo di impugnazione.
Deve essere ora esaminato il primo motivo di ricorso, con il quale il ricorrente sostiene che l’atto di annullamento sarebbe stato adottato oltre il termine perentorio di sessanta giorni dalla ricezione dell’autorizzazione comunale, in quanto l’integrazione istruttoria non sarebbe stata necessaria, ma avrebbe avuto il solo scopo di dilatare il termine per l’esercizio del potere di annullamento.
Secondo la difesa dell’Amministrazione, invece, la richiesta di integrazione documentale sarebbe stata giustificata da effettive esigenze istruttorie.
Per costante giurisprudenza “ai fini del decorso del termine di sessanta giorni per il riesame di legittimità del nulla osta paesistico rilasciato dall'Amministrazione delegata, è necessario che esso pervenga corredato dagli elementi documentali utili al controllo. Detto indirizzo trova, invero, conforto nella lettera dell'art. 82 del d.P.R. 24.07.1977, n. 616 - come integrato dall'art. 1 della legge 08.08.1985, n. 431, e poi riprodotto all'art. 151, comma quarto, del d.lgs. 29.10.1999, n. 490 - ove è stabilito che "le regioni danno immediata comunicazione al Ministero per i Beni Culturali e Ambientali delle autorizzazioni rilasciate e trasmettono contestualmente la relativa documentazione".
La possibilità di disporre acquisizioni istruttorie è del resto evenienza procedimentale peculiare ad ogni procedimento di controllo interorganico, e si collega all'esigenza che il controllo medesimo avvenga secondo criteri di serietà e di piena cognizione di ogni elemento rilevante ai fin del giudizio di legittimità dell'atto.
Eventuali carenze di elementi documentali utili all'esercizio del potere di verifica della legittimità dell'atto autorizzatorio possono, quindi, dare ingresso ad attività istruttoria con effetto interruttivo del termine assegnato per il controllo in base al noto principio "contra non valentem non agit prescriptio". Una volta pervenuta alla Soprintendenza la documentazione integrativa indispensabile per il riscontro di legittimità prenderà vigore "ex novo" il termine perentorio per il riesame di secondo grado.
Le richieste istruttorie devono, tuttavia, fondarsi su un’effettiva insufficienza del supporto documentale necessario al riesame di legittimità del nulla osta regionale. Esse devono essere finalizzate all'acquisizione di elementi documentali afferenti al titolo autorizzatorio, così da consentire una corretta, completa ed attenta valutazione della tipologia dell'intervento assentito, in raffronto alla disciplina di tutela dei valori paesaggistici ed ambientali della zona e della stessa conformazione dei luoghi oggetto di modifica” (Cons. Stato sez. VI, 3 marzo 2007, n. 1019).
Occorre dunque accertare se i documenti richiesti dalla Soprintendenza fossero necessari per l’adozione del provvedimento di annullamento.
Il provvedimento comunale, datato 25 maggio 2004, è pervenuto alla Soprintendenza il 10 giugno 2004 (prot. n. 21578, come si può evincere dal documento n. 6 del fascicolo di parte ricorrente); in data 28 luglio 2004, la Soprintendenza ha interrotto il termine chiedendo al Comune di Tivoli la seguente documentazione:
-- certificato di destinazione urbanistica e N.T.A. alla data di redazione del P.T.P. ed eventuali approvazioni regionali successive, con dichiarazione del lotto minimo e relativi indici;
-- certificato di esistenza vincolo ai sensi delle L. 1497/39 e 431/85 rilasciato dall’Amministrazione Comunale;
-- consistenza lotto agricolo asservito ai fabbricati.
Il Comune di Tivoli ha dato riscontro alla richiesta istruttoria con nota del 26/1/05 (contenente i documenti allegati), che è stata ricevuta dalla Soprintendenza il 15 febbraio 2005.
Il provvedimento impugnato è stato quindi adottato il giorno 13 aprile 2005 nel rispetto del termine di sessanta giorni, e l’adozione dell’atto a distanza di quasi un anno dalla comunicazione del provvedimento comunale non è imputabile alla Soprintendenza, ma al Comune di Tivoli che ha trasmesso gli atti dopo molto tempo.
La richiesta di integrazione documentale non può ritenersi pretestuosa, tenuto conto che non risulta provato che i documenti richiesti fossero stati già trasmessi dal Comune di Tivoli unitamente al proprio provvedimento ex art. 32 della L. 47/85; si tratta, in ogni caso, di documenti essenziali per la verifica della legittimità dell’atto, basti pensare al certificato di esistenza vincoli ed al certificato di destinazione urbanistica e alle N.T.A. del P.R.G, dalla cui disamina è emersa la destinazione dell’area a verde pubblico attrezzato o sportivo “nella quale è prescritta in genere l’inedificabilità a parte l’attuazione di modesti edifici per particolari attività che abbiano carattere di pubblico interesse”, come testualmente riportato nel provvedimento di annullamento dell’autorizzazione comunale.
Ritiene, dunque, il Collegio che l’interruzione del termine sia stata disposta per effettive esigenze istruttorie e che – quindi – il provvedimento sia stato adottato tempestivamente.
Con l’ultimo motivo lamenta il ricorrente la violazione dell’art. 7 della L. 241/90.
È noto che la questione dell'obbligo di comunicazione d'avvio nel procedimento di annullamento dell'autorizzazione paesaggistica ha vissuto vicende alterne in quanto più volte è cambiata la normativa di riferimento.
Fino all’entrata in vigore del D.M. 19 giugno 2002 n. 165, è stato costantemente sostenuto in giurisprudenza l’obbligo per l’Amministrazione statale di comunicare l’inizio del procedimento ai sensi dell’art. 7 della L. 241/90, come peraltro previsto anche dall’art. 4 del D.M. 13 giugno 1994 n. 495 (cfr., tra le tante, Cons. Stato, VI sez., 25 marzo 2004, n. 1626; 20 gennaio 2003, n. 203; 17 settembre 2002 n. 4709, 29 marzo 2002 n. 1790).
A seguito dell'entrata in vigore del regolamento approvato con il D.M. 19 giugno 2002 n. 165 (il quale ha aggiunto il comma 1 bis dell'art. 4 del regolamento approvato con d.m.13 giugno 1994 n. 495), il provvedimento ministeriale che annulla il nulla osta paesaggistico per la realizzazione di una costruzione edilizia in zona protetta non deve essere preceduto dalla comunicazione di avvio del procedimento (cfr., tra le tante, Cons. di Stato sez. VI 11 giugno 2012 n. 3401).
Successivamente, l'intera materia è stata ridisciplinata dal Codice dei beni culturali, intervenuto con D.Lgs. 42/04, il cui art. 159, comma 2, stabilisce che “l'amministrazione competente al rilascio dell'autorizzazione dà immediata comunicazione alla soprintendenza delle autorizzazioni rilasciate, trasmettendo la documentazione prodotta dall'interessato nonché le risultanze degli accertamenti eventualmente esperiti. La comunicazione è inviata contestualmente agli interessati, per i quali costituisce avviso di inizio di procedimento”.
Nell'interpretare tale ultima disposizione il Consiglio di Stato ha ritenuto superata la disciplina del D.M. 165/02 affermando che “alla stregua di siffatta scelta legislativa deve, quindi, considerarsi abrogato, per incompatibilità con una norma sopravvenuta di rango superiore, l'art. 4, comma 1 bis, del D.M 13. 06. 1994, n. 495, come modificato dal D.M. 165/02” (Cons. Stato, sez. VI, sent. n. 30 del 07. 01. 2008; 24/1/2011 n. 477).
Pertanto, l’obbligo di comunicare l'avvio del procedimento, previsto in relazione alla generalità degli atti amministrativi dall'art. 7 della l. n. 241/1990, eliminato dal D.M. 19 giugno 2002, n. 165, è stato ripristinato dalla norma dianzi riportata attraverso la speciale forma della comunicazione agli interessati della trasmissione alla Soprintendenza dell'autorizzazione rilasciata da parte dell'autorità preposta alla tutela del vincolo (TAR Lazio, Roma, sez. II, 1° febbraio 2008, n. 888; TAR Campania, Salerno, sez. II, 25 giugno 2009, n. 3316).
Nel caso di specie, sia il provvedimento comunale che quello della Soprintendenza, sono stati emessi dopo l’entrata in vigore del D.Lgs. 42/04 (intervenuta ai sensi dell’art. 183 del codice stesso il 1° maggio 2004), ed infatti il provvedimento comunale (datato 25/5/04) rispetta le prescrizioni previste dall’art. 159 del codice (è stato comunicato al ricorrente e contiene l’indicazione della possibilità di partecipare al procedimento dinanzi alla Soprintendenza anche mediante la presentazione di documenti e memorie illustrative).
Il ricorrente è stato quindi posto in condizione di partecipare al procedimento, e comunque non ha fornito alcun elemento atto a dimostrare che la sua partecipazione avrebbe potuto portare al sovvertimento del suo esito, elemento questo rilevante ai sensi dell’art. 21 octies della L. 241/90.