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Timestamp: 2018-04-22 21:43:16+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art.7', 'art. 7', 'art.1', 'art.25', 'art.27', 'art.33']

La violenza sulle donne nel diritto internazionale dopo i conflitti nell’ex Jugoslavia e nel Rwanda | Diritti EuropaDiritti Europa
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Posted by: Michele Strazza in Africa, I diritti nel Mondo, In evidenza, News Istituzionali 21 febbraio 2014
Articolo a cura di Avv. Strazza Michele
Negli anni ‘90 i conflitti nei territori dell’ex Iugoslavia e del Rwanda riproposero alla comunità internazionale le problematiche sulle atrocità delle guerre nei confronti delle popolazioni civili, in particolare quella sullo stupro come arma di guerra.
L’uso sistematico di tale strumento in Bosnia sulle donne di religione mussulmana ed il numero elevatissimo delle violenze sessuali registrate in Rwanda risvegliarono, infatti, la comunità internazionale dal suo comodo torpore, rilevando l’utilizzo dello stupro non più e solo come “bottino di guerra” e “danno collaterale” ma nel suo enorme potenziale distruttivo bellico e, se perpetrato su un’etnia, come “macchina di genocidio”[1].
La realizzazione, sempre in Bosnia, dei “rape camps”, ossia di “campi di stupro” dove le donne, imprigionate spesso in interi appartamenti, venivano ripetutamente violentate dai militari e rese “schiave”, ha fatto inorridire il mondo intero. Molte, addirittura, furono costrette a portare avanti le proprie gravidanze fino a quando l’aborto non fosse stato più possibile[2].
In Rwanda nei circa 100 giorni di violenza vennero registrati dai 250.000 ai 500.000 casi di stupro nei confronti di donne “Tutsi” dell’etnia nemica o anche di donne “Hutu” che avevano sposato uomini tutsi ed erano incinte di bambini ritenuti anch’essi tutsi[3].
Le vittime venivano spesso uccise dopo le violenze ripetutamente commesse da più aggressori. La violenza in genere era eseguita in pubblico per terrorizzare maggiormente ed umiliare le vittime. Il resto l’avrebbe fatto l’AIDS di cui si ammalò il 70% delle donne[4].
Di fronte a tanta nefandezza il Consiglio di Sicurezza dell’ONU istituì all’Aia il Tribunale Internazionale per i Crimini commessi nel territorio della Ex Iugoslava e ad Arusha, in Tanzania, il Tribunale Internazionale per i Crimini commessi in Rwanda[5].
L’International Criminal Tribunal for the former Yugoslavia (I.C.T.Y.), istituito il 25 maggio 1993 con la risoluzione n. 827 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, aveva il compito di perseguire i crimini commessi nell’ex Iugoslavia a partire dal 1991. In particolare si doveva occupare dei seguenti reati: gravi infrazioni alle Convenzioni di Ginevra del 1949, crimini contro l’umanità, genocidio, violazioni delle consuetudini e delle leggi di guerra.
Il primo processo venne celebrato nel giugno del 1996 e si concluse con la condanna di otto militari e ufficiali della polizia serbo-bosniaca per lo stupro di donne mussulmane avvenuto in Bosnia.
Dell’International Criminal Tribunal for Rwanda (I.C.T.R.) si occupò, invece, la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite n. 955 dell’8 novembre 1994[6].
La Corte aveva il compito di giudicare i responsabili del genocidio ruandese e di altre gravi forme di violazione dei diritti umani commessi in Rwanda e negli Stati confinanti nel gennaio del 1994.
Lo statuto del primo organismo giurisdizionale citava in modo espresso lo stupro fra i crimini contro l’umanità ma non era chiaro se potevano essere perseguiti come violazioni del diritto internazionale umanitario anche quegli abusi sessuali, commessi in tempo di guerra, che non presentassero le caratteristiche di crimini contro l’umanità[7].
Pure la carta del Tribunale di Arusha rivendicava la propria competenza a giudicare “stupro, prostituzione forzata e ogni forma di aggressione sessuale”.
Nei procedimenti giudiziari presso tali corti lo stupro venne a più riprese riconosciuto come “atto di tortura” e crimine di guerra, oltre che come “strumento di genocidio” e modo per umiliare e degradare le vittime.
In particolare, nella sentenza dell’ I.C.T.R. del 1998, per il processo “Akayesu” contro il sindaco della città di Taba, condannato all’ergastolo, i giudici della I Camera ricondussero lo stupro collettivo nell’ambito della “Convenzione per la Prevenzione e Repressione del Crimine di Genocidio” del 1948, riconoscendolo come genocidio nella misura in cui era stato diretto a distruggere una etnia:
Lo stupro e la violenza sessuale […] costituiscono genocidio analogamente a qualunque altro atto, a condizione che vengano commessi con l’intento specifico di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo particolare, preso di mira in quanto tale. […] La violenza sessuale era parte integrante del processo di distruzione, avendo come obiettivo specifico le donne tutsi, e contribuendo in modo specifico alla loro distruzione e alla distruzione del gruppo di tutsi nel suo insieme[8].
La dimensione dello stupro di massa in Bosnia e in Rwanda ha cambiato, dunque, il significato della violenza sessuale in guerra, oltrepassando il concetto della semplice “violenza di genere” ed assumendo il ruolo di “arma” per il genocidio e l’annientamento etnico.
I conflitti bellici menzionati, insomma, hanno portato ad una diversa impostazione del diritto internazionale verso la violenza di genere, introducendo nuove problematiche ed esigendo risposte più efficaci da parte degli stessi tribunali internazionali.
Le due Corte internazionali citate, nonostante un pregevole impegno, mostrarono presto i loro limiti, anche per difficoltà di gestione e di amministrazione, mentre una crescente sensibilità dell’opinione pubblica richiedeva soluzioni più permanenti.
Così, nel 1995, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite era giunta alla decisione di istituire un comitato per analizzare le questioni relative alla creazione di una corte permanente. Tale comitato, divenuto il “Comitato Preparatorio”, l’anno successivo consegnò un poderoso dossier all’Assemblea Generale la quale decise di rinnovarle il mandato per il 1997/98. Proprio questo documento venne discusso nella Conferenza Diplomatica tenutasi a Roma dal 15 giugno al 17 luglio 1998.
Il 17 luglio 1998, dunque, venne finalmente approvato a Roma lo statuto della nuova Corte Penale Internazionale che però, per mancanza di ratifiche sufficienti, al 2001 non risultava ancora entrato in vigore[9].
E’ importante rilevare come nello Statuto della Corte la nozione di crimini contro l’umanità (art.7) sia svincolata dalle situazioni di conflitto armato. Essi, infatti, devono essere commessi nell’ambito di un “widespread or systematic attack directed against any civilian population, with knowledge of the attack”, dove il termine “attack” non viene inteso nel solo significato militare.
L’art. 7, poi, tra i crimini contro l’umanità, prevedeva espressamente la persecuzione anche per motivi collegati al “genere” (par. 3), “categoria espressamente riferibile ai due sessi perfezionando così il diritto dei conflitti armati convenzionale attraverso un espresso divieto di tutte le forme di violenza sessuale e non, nei confronti delle donne, dei civili, come dei combattenti”[10].
Gli atti elencati, infatti, nella norma erano i seguenti: omicidio, sterminio, riduzione in schiavitù, deportazione o trasferimento forzato di popolazione, detenzione o altre severe privazioni della libertà fisica in violazione delle norme internazionali, tortura, stupro, riduzione in schiavitù a scopo sessuale, prostituzione forzata, gravidanza forzata, sterilizzazione forzata e altre forme di violenza sessuale di gravità comparabile, persecuzione di ogni gruppo o collettività identificabile ispirata da motivi di natura politica, razziale, nazionale, etnica, culturale, religiosa, di genere o altri motivi universalmente riconosciuti come inammissibili dal diritto internazionale, sparizioni forzate, crimine di apartheid, altri atti inumani di natura analoga volti a causare intenzionalmente gravi sofferenze o gravi pregiudizi all’integrità fisica o alla salute fisica o mentale.
Come si vede, nello Statuto si parlava per la prima volta anche di gravidanza forzata, utilizzando una definizione che la collegava alle operazioni di pulizia etnica, come “Illecita detenzione di una donna resa forzatamente gravida con l’intento di modificare la composizione etnica di una popolazione o di commettere altri gravi violazioni del diritto internazionale”[11].
Si menzionava, inoltre, l’esigenza dell’equilibrio di sesso nella stessa competenza e composizione del tribunale. La competenza della corte veniva perciò estesa ad ogni crimine di genere come lo stupro, la prostituzione forzata, la schiavitù sessuale e la già citata gravidanza forzata.
Tutti i crimini contemplati dallo Statuto, inoltre, venivano definiti come crimini individuali (art.1) compiuti da persone fisiche (art.25.1). Pertanto, la relativa responsabilità individuale risulta essere di chi, deliberatamente e consapevolmente, commette, ordina o assiste o contribuisce a commettere, tenta di commettere e, solo per il genocidio, incita a commettere uno dei crimini previsti. La stessa responsabilità penale è imputabile al superiore, civile o militare, che non ha impedito il crimine, dovendolo e potendolo fare. Vengono, infine, dichiarati irrilevanti la veste ufficiale dell’atto o eventuali immunità del responsabile (art.27) e l’ordine superiore non vale di regola come esimente (art.33).
La questione della violenza sessuale venne riproposta negli impegni contenuti nel documento finale della XXIII sessione speciale dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite Women 2000-Gender Equality, Development and Peace for the Twenty-first Century (A/S-23/10/Rev.1), in modo particolare in quelli riguardanti la violenza sessuale e le donne nelle situazioni di conflitto armato.
Anche nel documento finale del World Summit 2005 compariva una risoluzione nella quale si riaffermava l’eliminazione di tutte le forme di violenza contro le donne e le ragazze, compresa “la fine dell’impunità” e la necessaria protezione delle popolazioni civili, in particolare di donne e ragazze, nei conflitti armati e nelle situazioni post belliche.
Il 19 giugno 2008, i 15 membri de Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite approvavano la risoluzione n. 1820, appoggiata da 30 Paesi tra cui l’Italia, nella quale si condannava ufficialmente l’uso dello stupro come arma di guerra, minacciando dure e reali azioni verso i responsabili di violenze sessuali contro le donne[12].
Nella premessa dell’importante atto internazionale si osserva che, durante i conflitti armati, le donne e le ragazze sono particolarmente esposte all’uso della violenza sessuale “adoperata anche come tattica di guerra per umiliare, dominare, impaurire, disperdere e/o rimuovere forzatamente gli appartenenti a comunità e gruppi etnici”.
La risoluzione, dunque:
1. Sottolinea il fatto che la violenza sessuale, laddove praticata o incitata come tattica di guerra allo scopo di colpire in modo deliberato i civili o come parte di attacchi sistematici contro le popolazioni civili, può esacerbare in modo significativo le situazioni di conflitto armato e impedire il ripristino di condizioni di pace e di sicurezza (…). 2. Chiede a tutte le parti coinvolte nei conflitti armati di far cessare immediatamente e del tutto ogni atto di violenza sessuale contro i civili. 3. Chiede che tutte le parti coinvolte in conflitti armati prendano immediate misure per proteggere le popolazioni civili, incluse le donne e le ragazze, contro ogni forma di violenza sessuale, adottando adeguate misure disciplinari nei confronti dei militari, sostenendo il principio della responsabilità di comando, l’addestramento delle truppe sul divieto categorico di ogni forma di violenza sessuale contro i civili, depotenziando i miti che sono all’origine della violenza sessuale, esaminando attentamente il comportamento delle forze armate e delle forze di sicurezza con riferimento ai passati casi di stupro e ad altre forme di violenza sessuale e sull’evacuazione di donne e di bambini a rischio imminente di violenza sessuale.
Ma la parte più esplicita del documento la si ritrova nel comma 4 quando si osserva che lo stupro e le altre forme di violenza sessuale “possono rappresentare un crimine di guerra, un crimine contro l’umanità o comunque un atto che afferisce al genocidio”, sottolineando, altresì, la necessità di escludere i crimini per violenza sessuale dalle disposizioni di amnistia nell’ambito dei processi per la risoluzione dei conflitti.
Rivolgendosi agli Stati membri, poi, il Consiglio di Sicurezza li invita ad onorare i propri impegni e le proprie responsabilità, procedendo contro le persone responsabili di tali atti e assicurando alle vittime di violenza sessuale, “in modo particolare alle donne e alle ragazze, una uguale protezione legale e un uguale accesso alla giustizia”.
Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ritornava successivamente sulle problematiche sollevate con altre importanti risoluzioni. In particolare la Risoluzione 1888 del 2009 disponeva le misure per fornire ulteriore protezione a donne e bambini contro la violenza sessuale in situazioni di conflitto, come l’affidamento dei mandati per le operazioni di “peacekeeping” a consulenti per la protezione di donne e bambini[13].
La risoluzione seguente (1889/2009), nel condannare il perpetrarsi di violenze sessuali nei conflitti in corso, esortava gli Stati membri e la società civile a tenere in considerazione la protezione e la valorizzazione di donne e bambine nella programmazione post-bellica.
Nel 2010, infine, la Risoluzione 1960 dava mandato al Segretario Generale di elencare “le parti verosimilmente sospettate di aver commesso o di essere responsabili di casi di violenza sessuale”, richiedendo la costituzione di misure finalizzate a monitorare, analizzare, e denunciare piani specifici di violenza sessuale collegata ai conflitti.
[1] Per l’evoluzione del concetto di stupro cfr. anche Betti M., Lo stupro nel diritto internazionale penale, in “Questione Giustizia”, 2001, n. 4.
[2] Sulla violenza sessuale in Bosnia cfr, tra gli altri,. Stiglmayer A., Mass Rape. The War Against Women in Bosnia-Herzegovina, University of Nebraska, 1994, nonché Bukvić E., Una guerra contro le donne e le future generazioni. Stupro etnico nella Bosnia Erzegovina, in “Difesa sociale”, n. 2, 2007 e Di Palma S.V., Guerra e violenza di genere. Gli stupri in Bosnia negli anni Novanta del Novecento, in “Contemporanea”, XIV, n. 3, luglio 2011.
[3] Sul conflitto in Rwanda e sulle atrocità commesse si vedano: Prunier G., The Rwanda Crisis. History of a Genocide, London, Hurst & Company, 1997; Fusaschi M., Hutu-Tutsi: alle radici del genocidio rwandese,Torino, Bollati Boringhieri, 2000; Umwantisi, La Guerra Civile in Rwanda, Milano, Franco Angeli, 1997; Soi I., Il genocidio in Rwanda. Da guerra civile a guerra regionale, “Storicamente”, n. 6, 2010.
[4] L’Unità, 22 giugno 2008.
[5] Tutti i documenti ONU sono reperibili sul sito della Nazioni Unite: www.un.org/en/
[6] Altre tre risoluzioni successive stabilirono: la sede di Arusha (n. 977 del 7 febbraio 1995), la collaborazione degli Stati ONU (n. 978 del 27 febbraio 1995), la creazione di una terza Camera (n. 1165 del 30 aprile 1998). Per lo statuto del tribunale e il testo delle principali risoluzioni Onu cfr. il sito ufficiale del tribunale internazionale: www.ictr.org/
[7] Degani P., Diritti umani e violenza contro le donne: recenti sviluppi in materia di tutela internazionale, Padova, Quaderni del Centro di studi e di formazione sui diritti della persona e dei popoli,-Università di Padova, 2000, p. 71.
[8] Cfr www.ictr.org/
[9] Sul Tribunale Penale Internazionale cfr. anche Gioffredi G., Globalizzazione, nuove guerre e diritto internazionale, Trento, Tangram Edizioni Scientifiche, 2012, pp. 214-218.
[10] Degani P., op. cit., p. 72.
[11] AA.VV., Crimini di guerra. Quello che tutti dovrebbero sapere, Contrasto Internazionale, 2003, p. 375.
[12] United Nations Security Council 5916th Meetign Resolution 1820-19.6.2008.
[13] Per questa e le successive Risoluzioni cfr. www.unric.org.
Bosnia Diritti Umani ICC Rwanda stupro	2014-02-21
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