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Timestamp: 2019-11-18 16:07:36+00:00
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marzo 2016 - Studio Legale Iossa
Beni altrui. L’appartenenza è elemento essenziale. Nulla la donazione del bene non ancora diviso tra i coeredi.
POSTED ON marzo 24th - POSTED IN Studio Legale
La donazione di un bene altrui, anche se non sia espressamente vietata, deve ritenersi nulla per difetto di causa. A meno che, nell’atto di donazione, si affermi espressamente che il donante sia consapevole dell’attuale non appartenenza del bene al suo patrimonio. Ne consegue che la donazione, da parte del coerede, della quota di un bene indiviso compreso in una massa ereditaria è nulla: non si può, prima della divisione, ritenere che quel singolo bene entri a far parte del patrimonio del coerede donante. È il principio di diritto sancito nella sentenza delle Sezioni unite n. 5068, depositata il 15 marzo 2016.
La Seconda sezione della Cassazione, in ragione di una non univoca giurisprudenza di legittimità, aveva rimesso alle Sezioni unite la questione se la donazione di un bene altrui dovesse ritenersi valida, anche se inefficace (Cassazione n. 1596/2001), o nulla per il principio di divieto di donazione di beni futuri (articolo 771 del Codice civile). In quest’ultimo caso, nei beni futuri andrebbero ricompresi tutti quelli non facenti parte nel patrimonio del donante, quindi anche i beni altrui; questa è la prevalente giurisprudenza di Cassazione (sentenze n. 3315/1979, 6544/1985, 11311/1996, 10356/2009, 12782/2013). Tutto questo ragionamento trascina con sé la questione se la norma sul divieto di donazione di beni futuri trovi applicazione, o meno, nel caso di donazione di un bene oggetto di comunione prima che sia effettuata la divisione.
Secondo le Sezioni unite nella sentenza in commento, l’appartenenza al donante del bene oggetto di donazione è elemento essenziale del contratto di donazione; pertanto, quella di cosa altrui non può essere ricondotta nello schema negoziale della donazione. In altri termini, prima ancora che per la possibile riconducibilità del bene altrui nella categoria dei beni futuri (articolo 771, comma 1, del Codice civile), l’altruità del bene incide sulla possibilità stessa di comprendere il trasferimento di un bene non appartenente al donante nello schema della donazione e, quindi, sulla possibilità stessa di realizzare la causa del contratto di donazione (e, cioè, l’incremento del patrimonio del donatario con correlativo impoverimento del patrimonio del donante).
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POSTED ON marzo 16th - POSTED IN Studio Legale
Assegno divorzile non dovuto se ex coniuge ha nuova famiglia di fatto. Cassazione Civile, sez. I, sentenza 03/04/2015 n. 6855
Con un’innovativa sentenza del 3 aprile 2015, n. 6855, la Cassazione, mutando il precedente orientamento, afferma il principio in base al quale ove il coniuge divorziato instauri una famiglia di fatto, viene meno ogni presupposto per la riconoscibilità in suo favore dell’assegno divorzile.
Con sentenza definitiva in data 31.5.2010, il Tribunale di Brindisi ha posto a carico dell’ex marito l’obbligo di versare all’ex moglie un assegno divorzile di € 1.000,00 mensili con decorrenza dal mese successivo alla pubblicazione della sentenza.
Proposto appello dalla donna, la Corte di Appello di Lecce, con sentenza del 3.7.2011, ha disposto la decorrenza dell’assegno dal mese di Ottobre 2006 (passaggio in giudicato della sentenza non definitiva di divorzio).
La Suprema Corte, in accoglimento del ricorso formulato dal coniuge obbligato, rigetta la domanda di assegno divorzile.
Preliminarmente, la Corte richiama l’istituto di elaborazione giurisprudenziale della “famiglia di fatto”, da intendersi non come mera convivenza more uxorio, ma come vera e propria “famiglia”, portatrice di valori di stretta solidarietà, di arricchimento e sviluppo della personalità di ogni componente, e di educazione e istruzione dei figli, che trova un riconoscimento nell’art. 2 Cost.
Ciò premesso, i Giudici di legittimità affermano che, ove l’ex coniuge concorra alla formazione di una “famiglia di fatto” con il nuovo partner, si rescinde ogni connessione con il tenore ed il modello di vita caratterizzanti la pregressa fase di convivenza matrimoniale e viene veno, perciò, ogni presupposto per la riconoscibilità di un assegno divorzile.
Tale orientamento si pone in consapevole contrasto con il prevalente indirizzo giurisprudenziale, in base al quale la “famiglia di fatto” dà luogo ad una sorta di “quiescenza” del diritto all’assegno, destinato a rivivere in caso di rottura della convivenza more uxorio.
L’estinzione del diritto all’assegno divorzile è spiegata dalla Suprema Corte, da un lato, con la necessità dell’assunzione piena del rischio da parte dell’ex coniuge, che, quando dà vita ad una “famiglia di fatto”, deve mettere in conto la possibilità di una cessazione del rapporto tra i conviventi; dall’altro, con la tutela dell’affidamento dell’altro ex coniuge che confida nell’esonero definitivo da ogni obbligo di assegno divorzile nei confronti di chi, costituendo una “famiglia di fatto” con il nuovo partner, intende ulteriormente recidere ogni legame con la pregressa esperienza di vita matrimoniale.
In conclusione, la Corte di legittimità, ritenuta pacifica la sussistenza nella fattispecie in esame di una “famiglia di fatto” formata dall’ex moglie con il nuovo compagno e dai figli avuti da quest’ultimo, accoglie il ricorso proposto dall’ex marito, essendo insussistenti i presupposti per il riconoscimento di un assegno divorzile in favore della donna.
La sentenza, che ha avuto ampia eco nelle cronache nazionali, costituisce un ulteriore tassello verso una progressivo avvicinamento della “famiglia di fatto” al modello tradizionale della famiglia fondata sul matrimonio.
Deve, tuttavia, registrarsi come la stessa Corte tenga a precisare che non vi è identità né analogia tra il nuovo matrimonio del coniuge divorziato, che fa automaticamente cessare il suo diritto all’assegno, e la fattispecie in esame, che necessità di un accertamento e di una pronuncia giurisdizionale.
Sebbene i primi commentatori abbiano accolto con favore il nuovo orientamento giurisprudenziale, vi sono almeno due aspetti che suscitano perplessità.
Il primo attiene al profilo della tutela economica dell’ex coniuge privo di “mezzi adeguati”.
Se si accede alla tesi fatta propria dai Giudici di legittimità nella sentenza in rassegna, l’ex coniuge pi ù debole rischierebbe di rimanere sfornito di ogni forma di assistenza in caso di cessazione della convivenza more uxorio, salvo che i conviventi abbiano stipulato specifici accordi al riguardo.
Il secondo punto riguarda, invece, le difficoltà connesse all’accertamento, in sede giurisdizionale, di una fattispecie – quella della “famiglia di fatto” – dai contorni non sempre facilmente individuabili, specialmente quando non vi sono figli; fattispecie alla quale l’ordinamento riconnette conseguenze giuridiche sempre più rilevanti.
Accordi di separazione con assegno di mantenimento dal sindaco: ora si può! – Circolare Ministero, Interno 24/04/2015 n. 6
Accordi di separazione con assegno di mantenimento dal sindaco: ora si può! La circolare ministeriale n. 6 del 2015 offre importanti chiarimenti applicativi con riguardo all’art. 12 del D.L. 132/2014 il quale consente ai coniugi di recarsi presso il Comune di residenza di uno degli sposi o il comune in cui il matrimonio è stato iscritto o trascritto e, innanzi al Sindaco quale ufficiale dello stato civile, concludere un accordo di separazione o di divorzio alle condizioni da loro stessi concordate.
Analogamente per la modifica delle precedenti condizioni di separazione e divorzio.
Queste le nuove indicazioni.
Possibilità di includere nell’accordo l’assegno di mantenimento.
L’accordo non può contenere, dice il 2° comma dell’art. 12, patti di trasferimento patrimoniali. Il dubbio consisteva nel dare al concetto di trasferimento patrimoniale un’accezione più ampia comprensiva di ogni scambio economico-patrimoniale che escludesse l’inserimento di una clausola relativa all’assegno di mantenimento per il coniuge più debole.
Il termine trasferimento patrimoniale non sembrava riferirsi all’assegno di mantenimento, stante il carattere prevalentemente assistenziale dell’attribuzione, espressione del più generale dovere di mantenimento (art. 143 c.c.).
Tuttavia, una precedente circolare del Ministero dell’Interno n. 19/2014, aveva specificato che la ratio della previsione è di dispensare l’ufficiale del Comune da qualunque valutazione di natura economica o finanziaria nella redazione dell’atto e pertanto non erano accettati gli accordi contenenti previsioni patrimoniali di qualunque tipo.
In base a quanto specificato nella circolare n. 6/2015 l’accordo concluso innanzi all’Ufficiale dello stato civile può contenere la previsione di un obbligo di pagamento di una somma di denaro a titolo di assegno periodico. Si tratterebbe, infatti, di disposizioni negoziali che fanno sorgere un rapporto di tipo obbligatorio che non produce effetti traslativi su un bene determinato.
Per questo motivo, resta esclusa la previsione della corresponsione dell’assegno periodico in un’unica soluzione, (c.d. una tantum), poiché in questo caso si è di fronte ad un’attribuzione patrimoniale.
Anche in caso di modifica delle precedenti condizioni di separazione o divorzio è possibile chiedere l’attribuzione di un assegno periodico, oppure la sua revoca o revisione.
L’ufficiale dello stato civile, in tutti i casi, recepirà quanto concordato senza entrare nel merito della somma pattuita o della congruità della stessa.
Sulla base di quanto specificato, non sembra essere consentito inserire nell’accordo l’assegnazione della casa familiare.
Accesso alla procedura in caso di presenza di figli minori di uno solo dei coniugi
L’art. 12, comma 2 del d.l. preclude il ricorso all’istituto per i coniugi con figli minori, maggiorenni non autosufficienti, portatori di handicap o incapaci.
Con una rigida e irrazionale interpretazione, i Comuni avevano interpretato la disposizione nel senso di rifiutare la richiesta se anche uno solo dei due coniugi avesse figli minori, maggiorenni non autosufficienti, portatori di handicap o incapaci, avuti da una precedente relazione.
La circolare 6/2015 ha chiarito che il divieto deve essere riferito ai soli figli comuni della coppia.
Decorrenza dei termini per la trasmissione dell’accordo di negoziazione al Comune
Nel procedimento di negoziazione assistita la legge 162/2014 di modifica del D.L. 132/2014, ha introdotto un controllo successivo ad opera del Procuratore della Repubblica presso il tribunale competente, il quale effettua un controllo sulla regolarità dell’accordo in caso di coppia senza figli minori, maggiorenni non autosufficienti, portatori di handicap o incapaci. In caso contrario il P.M. deve compiere una valutazione di rispondenza dell’accordo all’interesse dei figli e poi autorizzarlo oppure rinviare le parti innanzi al Presidente del Tribunale.
Dopo l’apposizione del nulla osta o dell’autorizzazione della Procura, nella fase conclusiva della procedura, l’avvocato è gravato di una particolare responsabilità, in quanto deve trasmettere entro il termine di dieci giorni, all’Ufficiale dello stato civile del Comune, copia autenticata dallo stesso, dell’accordo munito delle certificazioni di cui all’art. 5, D.L. 132/2014. La conseguenza di un eventuale ritardo o omissione comporta per l’avvocato l’applicazione di sanzioni pecuniarie gravi, da euro 2.000 a euro 10.000, che saranno irrogate dal Comune ricevente l’atto. La disposizione contenuta nell’art. 6 n. 3, non specificava da quale data dovesse decorrere il termine di dieci giorni.
La circolare ha precisato che ai sensi dell’art. 6, n. 2 del d. legge 132/2014, il termine di dieci giorni entro il quale l’avvocato della parte che ha firmato l’accordo di negoziazione assistita deve trasmettere l’atto, decorre dalla data di comunicazione alle parti del provvedimento del P.M. a cura della segreteria dello stesso. Si applica, infatti, il principio generale contenuto nell’art. 136 c.p.c. secondo cui i provvedimenti resi fori udienza, devono essere portati a conoscenza delle parti mediante comunicazione.
Adempimento dell’onere di trasmissione anche da parte di un solo avvocato
Fermo restando che le parti devono essere assistite ciascuna da un avvocato nel procedimento di negoziazione assistita, tuttavia la circolare specifica che anche uno solo dei due avvocati che ha assistito il coniuge e ha sottoscritto l’atto, può provvedere alla trasmissione dell’accordo al Comune.
Di conseguenza la sanzione amministrativa sarà applicata solo quando nessuno dei due avvocati provveda a trasmettere l’atto nei termini prescritti.
Tribunale di Caltanissetta. La condivisione è ammessa nel rispetto degli accordi. Chi salta le visite ai figli non ha l’affidamento.
POSTED ON marzo 1st - POSTED IN Studio Legale
No all’affidamento dei figli al genitore che non rispetta il regime di visita della prole stabilito dal giudice. Lo afferma il Tribunale di Caltanissetta (presidente Cammarata, relatore Balsamo) in una sentenza dello scorso 30 dicembre del 2015. La causa è stata promossa da una donna, che ha chiesto la separazione dal marito.
Nell’atto introduttivo del giudizio, la ricorrente aveva domandato l’affidamento condiviso dei figli. In corso di processo, però, ha esposto che il marito, violando i provvedimenti provvisori del presidente del Tribunale, non aveva versato l’assegno di mantenimento e aveva interrotto gli incontri con i bambini; così ha chiesto la decadenza o la limitazione della responsabilità genitoriale del padre, e comunque l’affidamento esclusivo della prole.
Dal canto suo, l’uomo ha sostenuto di non aver potuto adempiere l’obbligo di mantenimento a causa della disoccupazione; ha quindi aggiunto che le visite non erano state regolari per l’atteggiamento ostile della moglie. Nel pronunciare la separazione delle parti, il Tribunale afferma che non ricorrono le condizioni per dichiarare la decadenza dalla responsabilità genitoriale, prevista dall’articolo 330 del Codice civile allorché si accerti che il genitore viola o trascura i propri doveri; ma neanche per l’adozione degli altri “provvedimenti convenienti”, consentiti dal successivo articolo 333 nei casi in cui la condotta del genitore “appare comunque pregiudizievole al figlio”. Infatti, la psicologa del consultorio familiare aveva concluso che la relazione genitori-figli non evidenziava profili problematici; sicché – afferma il collegio nisseno – non sussistono pregiudizi che giustifichino l’adozione di uno quei provvedimenti. È, invece, accolta la richiesta di affidamento esclusivo.
Il Tribunale di Caltanissetta osserva che il legislatore ha riunito tutte le disposizioni concernenti i provvedimenti sull’esercizio della responsabilità genitoriale in un unico “capo”, applicabile ai procedimenti in materia di separazione, scioglimento, cessazione degli effetti civili, annullamento, nullità del matrimonio e a quelli relativi ai figli nati fuori del matrimonio. Così facendo – si legge nella sentenza – “si è voluto definitivamente porre al centro l’interesse superiore del minore a mantenere rapporti con entrambi i genitori (…), in modo tale che le decisioni giudiziali che lo riguardano tengano conto, per quanto possibile, dell’esigenza di salvaguardare tale fondamentale diritto”. Sicché – conclude il Tribunale – alla regola dell’affidamento condiviso dei figli si può derogare “solo ove la sua applicazione risulti contraria all’interesse del minore (come sancito dall’articolo 337-quater del Codice civile)”. Nel caso in esame, l’uomo aveva violato l’obbligo di mantenimento e (cosa “ancor più rilevante”) non aveva rispettato il regime delle visite, così ledendo il “primario diritto dei figli minori a mantenere rapporti continuativi con entrambi i genitori”. Inoltre, “a fronte di asserite condotte impeditive” della moglie, non aveva fatto ricorso agli strumenti predisposti dall’ordinamento a tutela dei propri interessi e dei diritti della prole. Per queste ragioni, i figli sono affidati in via esclusiva alla madre, a cui è attribuito il compito di assumere le decisioni più importanti nel loro interesse.
L’Agenzia deve provare l’accettazione dell’eredità. L’ufficio non può incassare il credito dal presunto erede.
L’ufficio, che pretende da un contribuente le imposte non versate da parte del defunto, deve provare la sua qualità di erede. A tal fine non è sufficiente la produzione della mera denuncia di successione presentata poiché occorrono gli atti dello stato civile. Lo ha chiarito la Cassazione con la sentenza 3611 depositata qualche giorni fa.
A un contribuente era stato notificato un avviso di accertamento che veniva impugnato dinanzi al giudice tributario. Il giudizio è proseguito sino in Cassazione, la quale ha rinviato ad altro giudice di appello la decisione nel merito. Nel frattempo il contribuente è morto e l’amministrazione faceva causa nei confronti degli eredi, soccombenti dalla decisione della Ctr.
I presunti eredi hanno presentato ricorso in Cassazione lamentando che il giudice di appello non avrebbe tenuto conto della rinuncia all’eredità effettuata e, quindi, non avrebbe concretamente accertato la qualità di eredi, solo nei confronti dei quali era possibile avanzare la pretesa erariale. L’ufficio, infatti, non aveva prodotto alcun elemento in base al quale poteva avanzare la richiesta del debito del de cuius.
La Suprema Corte ha ritenuto fondato il motivo. Ha preliminarmente rilevato che il difetto di legittimazione passiva dei chiamati all’eredità andava sollevato nel giudizio di rinvio mediante produzione dell’atto di rinuncia. Nello specifico, questo documento era stato prodotto tardivamente e pertanto la Ctr, correttamente, non ha tenuto conto dell’atto. Tuttavia ha poi affermato che, in tema di obbligazioni tributarie, grava sull’amministrazione finanziaria creditrice del contribuente deceduto l’onere di provare l’accettazione dell’eredità da parte degli eredi, per poter esigere l’adempimento dell’obbligazione stessa.
Questo onere non può essere assolto con la produzione della sola denuncia di successione, poiché occorrono gli atti dello stato civile dai quali è dato coerentemente desumere quel rapporto di parentela che legittima alla successione ovvero di qualsiasi altro documento dal quale possa, con pari certezza, desumersi la sussistenza di tale qualità. Nel caso esaminato l’ufficio in giudizio non aveva prodotto alcun dato dal quale potesse risultare provata l’accettazione dell’eredità: si era limitato infatti a riassumere la causa nei confronti dei presunti eredi.
Nella decisione di appello, non vi era alcuna indicazione dalla quale potesse desumersi la fonte del convincimento del giudice in ordine alla qualità di eredi, necessaria peraltro anche per la verifica della legittimazione passiva nel giudizio stesso.
La Cassazione, quindi, ha rinviato ad altra sezione della commissione regionale pronunciando il principio di diritto secondo cui grava sull’amministrazione l’onere di provare l’accettazione dell’eredità da parte degli eredi per poter esigere delle somme da questi ultimi. A tal fine non è sufficiente la mera denuncia di successione presentata.
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E’ valida la notifica alla madre.
La notifica effettuata alla madre del rappresentante legale e in un luogo non coincidente con la sede legale è affetta da nullità, sanata dal raggiungimento dello scopo, e non da inesistenza giuridica, stante il collegamento reale e diretto tra la consegnataria dell’atto e il legale rappresentante. Per la Cassazione (sentenza 18 febbraio 2016, n. 3205) non sussiste la fattispecie dell’inesistenza giuridica, ma al massimo della nullità, dato che la notificazione era stata effettuata a colei che era la madre del legale rappresentante della società destinataria della cartella di pagamento. Per cui sussisteva un collegamento reale e diretto tra la consegnataria dell’atto e il legale rappresentante della debitrice, tale da far ritenere non configurabile l’inesistenza dell’atto di notifica. Deve applicarsi la regola generale secondo cui l’inesistenza giuridica della notificazione ricorre quando questa manchi del tutto o sia effettuata in modo assolutamente non previsto dal codice di rito, tale, cioè che non possa essere sussunta nel tipico atto di notificazione delineato dalla legge. Invece importa semplice nullità della notificazione la effettuazione di essa in luogo e a persona diversi da quelli stabiliti dalla legge, ma che abbiano pur sempre riferimento con il destinatario della notificazione stessa. Nella specie quindi sarebbe esclusa l’inesistenza della notificazione, e l’eventuale nullità deve ritenersi sanata per avvenuto raggiungimento dello scopo. Permangono perplessità circa l’asserzione dei giudici secondo cui la notifica effettuata ad un soggetto non avente legami societari (ma familiari) con membri della società destinataria della cartella di pagamento e soprattutto in un luogo estraneo alla sede legale della società, possa sussumersi a mera nullità sanata dall’impugnativa, essendo da non qualificarsi come “non al di fuori dell’archetipo legale previsto dal legislatore”. L’estraneità del luogo di notifica e del soggetto fa insorgere dubbi circa la portata di tali affermazioni, date le disposizioni disciplinanti la notificazione presso la sede delle società.
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Esecuzione. Debiti di imprenditori. Il fondo patrimoniale non protegge i beni dalle pretese del fisco.
Il fisco prevale sul fondo patrimoniale. Più precisamente, il vincolo del fondo può non proteggere i beni vincolati in esso rispetto all’azione esattoriale per un credito del fisco: “Anche un debito di natura tributaria, sorto per l’esercizio dell’attività imprenditoriale potrebbe ritenersi contratto per soddisfare” i bisogni della famiglia del contribuente che ha istituito il fondo patrimoniale. Lo ha deciso la Cassazione con la sentenza n. 3600 depositata ieri, consolidando un orientamento espresso nelle sentenze n.11230/2003, n. 12998/2006 e n.3738/2015.
Decisioni suffragate da motivazioni che si fatica a condividere. Il ragionamento parte dall’articolo 170 del Codice civile, per il quale il fondo patrimoniale protegge i beni che vi sono immessi contro l’esecuzione forzata promossa per “debiti che il creditore conosceva esser stati contratti per i bisogni della famiglia”. Come giustamente afferma la Cassazione, la norma prefigura tre possibili situazioni:
– i debiti non conosciuti dal creditore come contratti per scopi estranei all’interesse della famiglia.
Quest’ultima situazione è solo implicitamente prevista dalla norma. Quindi, secondo la Cassazione, il fondo in queste situazioni non è protettivo, perché la legge non accorda protezione in questo caso. Cosi, se sia dimostrato che il debito (di qualsivoglia natura: contrattuale, extracontrattuale o tributaria) rientra in questo ambito, il fondo non si presta a proteggere i beni che vi sono vincolati. Questo ragionamento, però, si presta almeno a due facili contestazioni.
Da un lato, è tutto da dimostrare che i debiti di natura non conosciuta dal creditore siano di categoria diversa da quelli conosciuti come estranei alla famiglia: invero, il legislatore ha inteso rendere i beni vincolati nel fondo disponibili ai soli creditori che consapevolmente abbiano maturato le loro ragioni di credito in dipendenza del soddisfacimento di bisogni familiari. Ogni altro credito non dovrebbe trovare soddisfazione sui beni del fondo.
D’altro lato, che il fisco sia un creditore “che non conosceva” la natura del suo credito e che del credito fiscale sia debitore un soggetto che, contraendolo, sta soddisfacendo un bisogno della famiglia, sono due proposizioni che è difficile comprendere. Infatti, il fisco conosce benissimo la natura dei suoi crediti; ed essi sono crediti che appare implausibile qualificare come maturati per il soddisfacimento di un bisogno familiare.
Il debito fiscale, infatti, origina da un’attività (ad esempio: di lavoro autonomo) che la legge interpreta come manifestazione di capacità contributiva; non è l’attività che genera il credito fiscale (semmai genera un credito della controparte contrattuale del debitore), ma il fatto che la legge ravvisi in tale attività un presupposto per l’applicazione di un’imposta. L’attività può benissimo essere (o meno) compiuta nell’interesse della famiglia, ma non certo il debito fiscale che ne origina può qualificarsi contratto nell’interesse della famiglia, perché è il derivato indiretto di quell’attività, dipendente da una norma di diritto pubblico che attribuisce allo Stato il potere di prelievo.