Source: https://www.asaps.it/47323-_intercettazione_e_corpo_del_reato__si_a_utilizzo_senza_limiti_in_altro_processo.html
Timestamp: 2020-08-08 15:20:32+00:00
Document Index: 167359967

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 270', 'art. 270', 'art. 253', 'art. 431', 'art. 618', 'art. 270', 'art. 15', 'art. 14', 'art. 235', 'art. 266', 'art. 431']

Intercettazione è corpo del reato: sì a utilizzo senza limiti in altro processo .. - Asaps.it Il Portale della Sicurezza Stradale
Corte Costituzionale 05/09/2014
Con la sentenza 23 luglio 2014, n. 32697 le Sezioni Unite si interrogano se, in tema di intercettazioni, la conversazione o comunicazione intercettata costituente di per sé condotta criminosa, possa essere qualificata come corpo del reato e sia come tale utilizzabile.
Il caso vedeva due militari essere condannati perché durante un servizio di perlustrazione a bordo di una vettura avevano mandato intenzionalmente il motore fuori giri, portato la medesima alla velocità di circa 100 km/h e innestato per due volte la prima marcia, provocando la rottura del cambio e del differenziale. La colpevolezza era stata desunta essenzialmente da una intercettazione ambientale realizzata da un dispositivo inserito nella vettura nell'ambito di un'altra indagine a carico di altri militari. L'intercettazione era stata, tuttavia, ritenuta «corpo del reato» e come tale acquisita al procedimento, senza le limitazioni poste dall'articolo 270 c.p.p., all'utilizzo delle intercettazioni disposte per procedimenti diversi.
Secondo un primo orientamento, maggioritario, in tema di intercettazioni telefoniche da utilizzare in diversi procedimenti, i limiti di cui all'art. 270 c.p.p., non trovano applicazione qualora la comunicazione intercettata consista essa stessa in una condotta delittuosa che, imprimendosi contestualmente alla commissione del fatto sul supporto magnetico registrante, lo rende corpo del reato, in quanto tale utilizzabile quale fonte di prova nel giudizio (Cass, pen., Sez. VI, 29 novembre 2011, n. 13166; Cass. pen., Sez. VI, 17 luglio 2012, n. 32957).
Altra impostazione sostiene che qualora le registrazioni non rappresentino una conversazione su circostanze relative al fatto-reato per il quale siano state disposte, ma una comunicazione che integra essa stessa condotta criminosa, la loro acquisizione è soggetto alle disposizioni stabilite dall'art. 270 c.p.p. e non deve essere inquadrata nelle norme che regolano l'uso processuale del corpo del reato (Cass. pen., Sez. VI, 5 aprile 2001, n. 33187; Cass. pen., Sez. VI, 25 gennaio 2011, n. 10166. In merito alla nozione di "corpo del reato", ai sensi dell'art. 253 c.p.p. (secondo il quale per corpo del reato si deve intendere la cosa sulla quale o mediante la quale il reato è stato commesso nonché la cosa che ne costituisce il prodotto, il profitto o il prezzo), questa deve essere attribuita anche ad una implicazione materiale, sicché le conversazioni, ovvero i segni espressivi di comunicazioni tra soggetti, possono costituire corpo del reato, allorché la medesima espressione linguistica impiegata sia lesiva di un precetto penale e, imprimendosi contestualmente alla commissione, sul supporto magnetico registrante, lo rende corpo del reato.
Secondo gli ermellini "si deve affermare che la registrazione o la trascrizione del dato dichiarativo o comunicativo che integra la fattispecie criminosa, costituisce corpo del reato, che, in quanto tale, deve essere acquisito agli atti del procedimento, ai sensi dell'art. 431, comma 1, c.p.p., ed utilizzato come prova nel processo penale".
Si precisa, però, che la comunicazione o la conversazione oggetto della registrazione costituisce corpo del reato, unitamente al supporto che la contiene, solo allorché essa stessa integri ed esaurisca la fattispecie criminosa, mentre deve essere escluso che sia tale una comunicazione o conversazione che si riferisca ad una condotta criminosa o che ne integri un frammento, venendo portata a compimento la commissione del reato mediante ulteriori condotte rispetto alle quali l'elemento comunicativo assuma carattere meramente descrittivo. In conclusione, viene affermato il principio di diritto secondo il quale "in tema di intercettazioni, la conversazione o comunicazione intercettata, costituisce corpo del reato allorché essa integra di per sé la fattispecie criminosa, e, in quanto tale, è utilizzabile nel processo penale".
Qualora, come nella fattispecie, il contenuto delle conversazioni oggetto dell'intercettazione utilizzata dai giudici di merito, abbiano carattere meramente descrittivo della condotta criminosa, o documentino l'attività investigativa, non si può parlare di fattispecie criminosa ascritta agli imputati.
(Presidente Santacroce – Relatore Lombardi)
5. La Prima Sezione penale, cui il ricorso era stato assegnato, con ordinanza del 30 ottobre 2013, lo ha rimesso alle Sezioni unite ai sensi dell'art. 618 cod. proc. pen..
5.2. Osserva ancora la Sezione rimettente che sussiste un contrasto interpretativo, peraltro consapevole, nella giurisprudenza della Corte di cassazione in ordine alla utilizzabilità delle intercettazioni nell'ambito di un processo diverso da quello per il quale erano state disposte relativamente a reato per il quale sarebbe preclusa la possibilità di utilizzazione ai sensi dell'art. 270 cod. proc. pen..
Orbene, l'art. 15 Cost. si riferisce espressamente alla inviolabilità della libertà e segretezza della corrispondenza e di gni altra forma di comunicazione, mentre ogni ulteriore tutela della privacy è garantita dall'art. 14 Cost. con riferimento alle condotte che si svolgano in luoghi di privata dimora.
7.1. È noto che la, prevalente e più recente,giurisprudenza di legittimità ha ancorato la nozione di procedimento diverso ad un criterio di valutazione sostanzialistico, che prescinde da elementi formali, quale il numero di iscrizione del procedimento nel registro delle notizie di reato, in quanto considera decisiva, ai fini della individuazione della identità dei procedimenti, l'esistenza di una connessione tra il contenuto della originaria notizia di reato, per la quale sono state disposte le intercettazioni, ed i reati per i quali si procede sotto il profilo oggettivo, probatorio o finalistico (Sez. 6, n. 11472 del 02/12/2009, Pavigliariti, Rv. 246524; Sez. 6, n. 46244 del 15/11/2012, Filippi, Rv. 254285; Sez. 2, n. 43434 del 05/07/2013, Bianco, Rv. 257834; Sez. 2, n. 3253 del 10/10/2013, dep. 2014, Costa, Rv. 258591).
Peraltro, risulta del tutto pacifico sia in giurisprudenza (Sez. 5, n. 45291 del 23/06/2005, Vettese, Rv. 232719; Sez. 5, n. 25881 del 07/05/2004, Amonti, Rv. 229486; Sez. 1, n. 37160 del 07/07/2004, Boccuni, Rv. 229790; Sez. 6, n. 43193 del 30/09/2004, Floridia, Rv. 230501; Sez. 5, n. 5061 del 14/11/1997, Paolini, Rv. 210110) che in dottrina, in relazione a determinati reati, nei quali la condotta criminosa assume carattere dichiarativo (falsità ideologica; falsa testimonianza e falsità analoghe; calunnia; simulazione di reato ed altri), che il supporto cartaceo o la registrazione che contiene l'elemento dichiarativo che integra una delle fattispecie criminose citate costituisce corpo di reato, in quanto tale soggetto al disposto di cui all'art. 235 cod. proc. pen..
10. La identificazione della registrazione o dell'elemento documentale che ne costituisce trascrizione con il corpo del reato, allorché la stessa comunicazione o conversazione integra la fattispecie criminosa, è, peraltro, espressamente prevista proprio nella materia delle intercettazioni disciplinate dagli art. 266 e ss. cod. proc. pen..
È lo stesso legislatore, pertanto, ad ipotizzare che la documentazione delle intercettazioni, in considerazione del loro contenuto comunicativo o dichiarativo, costituisca corpo del reato; in quanto tale sottratto all'obbligo di distruzione ed acquisibile agli atti del procedimento ai sensi del citato disposto di cui all'art. 431 cod. proc. pen..