Source: http://www.parlarecivile.it/argomenti/immigrazione/cie.aspx
Timestamp: 2017-02-22 11:12:01+00:00
Document Index: 31042023

Matched Legal Cases: ['art. 13', 'sentenza ', 'art.15', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

C.i.e. (Centro di identificazione e di espulsione)/detenzione amministrativa)DefinizioneUso del termineDatiEsempi e casi giornalisticiParola correlateC.a.r.a. (Centro di accoglienza per richiedenti asilo) Clandestino EspulsioneMigrante irregolare Sanatoria truffa Nuovi italiani [seconde generazioni, baby immigrati]Circolare Maroni Rimpatrio ImmigrazioneC.i.e. (Centro di identificazione e di espulsione)/detenzione amministrativa)Definizione“Cie” è un acronimo che sta per Centro di identificazione e di espulsione. I Cie sono centri di detenzione amministrativa, da non confondere con i Cara, centri di accoglienza per richiedenti asilo. La differenza fra i due tipi di centri è quella che passa fra l’accoglienza di migranti in attesa che si concluda la procedura per ottenere la protezione internazionale (Cara) e la reclusione fino a un anno e mezzo per stranieri senza permesso di soggiorno colpiti da un decreto di espulsione emesso dal prefetto (art. 13 T.U. Immigrazione comma 4). L’ordine di trattenimento nel Cie è firmato dal questore che deve essere trasmesso al giudice di pace entro 48 ore e convalidato entro altre 48 ore.
Questa è la definizione di detenzione amministrativa data da Asher Colombo: “Come altri paesi europei, anche l’Italia, a partire dal 1998, ha introdotto nel proprio ordinamento la possibilità di limitare i movimenti e di trattenere contro la loro volontà gli stranieri irregolari allo scopo di identificarli e di consentirne l’espulsione, e ha contestualmente eretto un sistema di strutture specializzate, separate dal sistema penitenziario, per il loro trattenimento […] La detenzione viene definita amministrativa anziché penale perché, formalmente, non è una punizione per avere commesso un reato, non viene stabilita al termine di un processo, non richiede una sentenza da parte di un giudice, non riguarda il sistema penale ordinario, ma pertiene alla giurisdizione amministrativa. In Italia, ad esempio, essa è disposta dal questore”[1].
I Cie sono l’evoluzione dei vecchi Cpt (centri di permanenza temporanea) voluti dalla legge Turco – Napolitano nel 1998. Quello stesso anno fu aperto il primo a Trapani, all’interno dell’ex casa di riposo per anziani “Rosa Serraino Vulpitta”. Dal 2008 i centri di detenzione amministrativa hanno assunto la nuova denominazione. Nei Cie vengono trattenuti gli stranieri in attesa del rimpatrio nel paese d’origine quando:
non è possibile eseguire con immediatezza l’espulsione perché servono accertamenti in merito all’identità o nazionalità;
occorre acquisire documenti di viaggio;
non c’è un vettore disponibile.
Il trattenimento deve essere convalidato dal giudice di pace entro 48 ore. In origine il trattenimento era di 30 giorni. Da giugno 2011 il termine massimo di detenzione è stato triplicato da 6 mesi a 18.
Categorie di persone internate:
ex detenuti non comunitari che hanno scontato la pena in carcere e hanno perso così il permesso di soggiorno. Secondo l’art.15 del Testo Unico sull’Immigrazione dovrebbero essere identificati in carcere ed essere espulsi all’uscita del penitenziario. La loro permanenza ulteriore nel Cie è una violazione della legge. Costituiscono oltre la metà dei reclusi nei centri di identificazione e di espulsione.
Nuovi italiani, persone integrate da anni in Italia che hanno perso il lavoro con la crisi economica e con esso il permesso di soggiorno. Giovani nati in Italia da genitori stranieri, oppure arrivati da piccoli nel Paese che per un qualche motivo non hanno potuto acquisire la cittadinanza e non studiano, né lavorano, non avendo diritto ai relativi permessi di soggiorno. Tra loro ci sono colf, assistenti familiari, manovali e braccianti.
Richiedenti asilo diniegati. Avevano chiesto lo status di rifugiato o la protezione umanitaria ma hanno ricevuto un diniego dalla commissione territoriale. Hanno fatto ricorso ma è stato respinto anche quello. Si trovano dunque da irregolari sul territorio nazionale e vengono reclusi nel Cie dopo un controllo dei documenti.
Richiedenti asilo che hanno presentato la domanda quando già avevano sulle spalle il decreto di espulsione del prefetto.
Migranti appena arrivati via mare o dal confine terrestre in modo irregolare, che sono stati rintracciati sul territorio nazionale dalle forze dell’ordine.
Cittadini europei che devono essere espulsi per ragioni di ‘pericolosità sociale’ e di ‘ordine pubblico’. Su queste basi nel Cie di Roma Ponte Galeria sono stati internati 820 cittadini romeni in due anni: 304 nel 2011 (terza nazionalità più presente dopo Tunisia e Nigeria ) e 516 nel 2010 (prima nazionalità per numero)[2]. Persone in transito che arrivano irregolarmente, anche in seguito a guerre e violenze nei paesi d’origine, ma che non vogliono restare in Italia e quindi non chiedono asilo. Puntano ad arrivare in uno Stato terzo passando attraverso il territorio italiano e risultano senza documenti validi italiani.
Minori stranieri non accompagnati. Non dovrebbero mai finire reclusi in un centro di identificazione e di espulsione, ma si sono verificati molti casi. Tanto che l’Ong “Save the Children” effettua periodicamente delle visite nei Cie per verificare la presenza di eventuali minori. I motivi per cui un minore straniero viene portato nel centro di detenzione amministrativa sono: a) non si è dichiarato minore; b) si dichiara minore ma non ha documenti che possano provarlo. In tal caso resta nel Cie fino a quando non si ottiene il responso dell’esame Rx del polso che prova la minore età. Si tratta di una procedura molto contestata dalle associazioni che tutelano i minori. “La presenza in un Cie di minori è di per sé una violazione della nostra normativa in materia di immigrazione”, dichiara Federica Giannotta, responsabile diritti dei minori di Terre des Hommes. “Il minore infatti è un soggetto che la legge italiana riconosce sempre come soggetto vulnerabile, a maggior ragione quando si fa riferimento al tema dell’immigrazione. La minore età può essere dimostrata attraverso il sistema della radiografia al polso, ma, trattandosi di strumento che per sua stessa natura può avere un ampio margine di errore (tre anni), va considerato come estrema ratio e si deve presumere la minore età ogni qualvolta l’esito sia dubbio. Questa interpretazione nasce per tutelare il diritto del minore ad essere riconosciuto tale anche in situazioni limite in cui non sia certa l’età e che potrebbero limitarne l’accesso ad una piena protezione, come si evince dalla circolare del Ministero dell’Interno del 9 luglio 2007”[3].
Fra le donne, è frequente la presenza di vittime di tratta sfruttate ai fini della prostituzione.
Nei Cie finiscono anche molti Rom. Spesso si tratta di apolidi.
Vittime della sanatoria truffa.
[2] È uno dei dati più sorprendenti contenuti nel rapporto “Le sbarre più alte” realizzato dall’Ong Medici per i diritti umani sul Cie della capitale, in seguito a una visita effettuata il 22 febbraio 2012 nell’ambito di un progetto di “Osservatorio” dei Medu e della campagna LasciateCIEntrare.
[3] Intervista che ci è stata rilasciata l’8 marzo 2012
Uso del termineLa detenzione nei Cie è stata definita come “peggiore di quella del carcere” dal rapporto della Commissione Diritti Umani del Senato “sullo stato dei diritti umani negli istituti penitenziari e nei centri di accoglienza e trattenimento per migranti in Italia[1]”. Nel dossier “Le sbarre più alte” sul Cie di Ponte Galeria a Roma, l’Ong Medici per i diritti umani definisce i Cie “un nuovo tipo di istituzione totale, luogo generatore di violenza ed esclusione”[2]. L’ex ministro dell’Interno e giurista Giuliano Amato li ha definiti “carceri per reietti, luoghi in cui si mette la gente di cui non si sa che altro fare”[3].
Il problema che maggiormente si riscontra nelle cronache giornalistiche è la mancata comprensione da parte della stampa, e dunque la mancata spiegazione ai lettori, che si tratta di centri detentivi a tutti gli effetti. Circondati da triple file di sbarre alte dai cinque ai setti metri, i migranti all’interno sono sorvegliati 24 ore su 24 dalle telecamere, da tutte le forze dell’ordine e dall’esercito.
L’errore più comune compiuto dai giornalisti è la confusione fra i Cie e i Cara. I richiedenti asilo, di norma, vengono accolti nei Cara, mentre gli irregolari vengono reclusi nei Cie. All’interno dei centri di identificazione e di espulsione possono trovarsi anche dei richiedenti asilo, perché chi presenta la domanda di protezione internazionale dopo avere già ottenuto l’espulsione, deve restare nel Cie. Spesso accade che, avuto il rigetto della domanda di asilo, il richiedente faccia ricorso al giudice civile e ottenga nel frattempo la sospensione dell’espulsione e la scarcerazione dal centro di identificazione e di espulsione.
La confusione dei termini è dovuta a ragioni burocratiche. Non esiste infatti una legge che attribuisce ai Cie la qualifica di prigioni amministrative, anche se di fatto lo sono. Il regolamento del ministero dell’Interno parla di ‘ospiti’. Si sconsiglia l’uso di questo termine perchè troppo conformista e mistificante. Basta recarsi in un qualunque centro di identificazione e di espulsione per rendersi conto che si tratta di “reclusi, trattenuti, internati, detenuti”. Sono queste le parole più appropriate per descrivere ai lettori la condizione di chi si trova in un Cie.
Un'altra questione riguarda gli ‘allontanamenti arbitrari’ dai centri di identificazione e di espulsione. Sono infatti frequenti le fughe, anche di massa, da queste strutture. Siccome non si tratta ufficialmente di carceri, chi fugge dal Cie non commette reato di evasione. È dunque scorretto parlare di “evasi”, si tratta di fuggitivi.
[1] Approvato a marzo 2012
[2] Medu, maggio 2012
[3] Intervista rilasciata a Repubblica.it, pubblicata il 9 giugno 2012 con il titolo” "Una detenzione peggiore del carcere. Giuliano Amato boccia i Cie”.
DatiLa detenzione amministrativa degli stranieri inizia in Francia nel 1810. In Gran Bretagna era usata per impedire l’ingresso a categorie specifiche di stranieri, come i sovversivi e gli ebrei indigenti in fuga dalle persecuzioni in Polonia e in Russia, a partire dall’Alien Act del 1905. In Germania nascono nel periodo nazista (1938). Dopo la seconda guerra mondiale, l’orrore dei campi di concentramento porta a denunciare le “prigioni clandestine della polizia”. La differenza tra il passato e quelli attuali è nella gestione privata che oggi caratterizza i centri di detenzione amministrativa, con la differenza che nei paesi anglosassoni sono affidati a società attive nel campo della sicurezza e in Italia a società attive nel campo dell’assistenza, nel privato sociale di area cattolica. Oggi sono circa 200 i centri di espulsione presenti sul territorio europeo. La maggiorparte sono ex convitti e ospizi o aree militari dismesse, solo l’8% sono centri costruiti appositamente[1].
Capienza, presenze, efficacia:
In Italia esistono 13 Cie e si trovano a: Torino, Milano, Gradisca d’Isonzo (Go), Modena, Bologna, Roma, Bari, Brindisi, Lamezia Terme (Cz), Isola di Capo Rizzuto (Kr), Caltanissetta, Trapani Vulpitta e Trapani Milo. Si progetta dal 2012 la riapertura dei Ciet (Cie temporanei) di Palazzo San Gervasio (Pz) e Santa Maria Capua Vetere (Ce). Il più grande è quello di Ponte Galeria, nella capitale, con una capienza massima di 354 posti, di cui 176 per la sezione maschile e 178 per quella femminile. La capienza complessiva di tutti i centri è di circa 2000 posti. All'inizio del 2014 sono attivi solo 5 C.i.e. (Torino, Roma, Bari, Caltanissetta e Trapani Milo) mentre 7 sono temporaneamente chiusi a causa di problemi di gestione o dei gravi danni alle strutture provocati dalle rivolte dei reclusi che si sono ribellati a un trattamento che numerosi osservatori, politici, organizzazioni hanno definito "disumano e degradante". Uno è chiuso definitivamente. Alla fine del 2013 la prefettura di Modena ha dichiarato che il Cie di Modena è stato soppresso (era chiuso temporaneamente per lavori). Il Cie di Lamezia Terme è stato svuotato e chiuso nell'autunno del 2012 per decisione del ministero dell'Interno, dopo che il centro gestito dalla cooperativa Malgrado Tutto era stato al centro di molte polemiche e interrogazioni parlamentari, dopo la denuncia di violazioni dei diritti umani dei migranti trattenuti. Il team di Medici per i diritti umani (Medu) aveva infatti trovato nella struttura:una gabbia in cui rinchiudere le persone che volevano farsi la barba, un disabile che faceva fisioterapia con una bottiglia d'acqua legata al piede e una cella di isolamento terapeutico chiusa da lucchetti e filo spinato. Ufficialmente la motivazione della chiusura è la mancanza di un ente gestore. A giugno 2012 è fallita la gara di appalto, alla quale aveva partecipato solo la cooperativa Malgrado Tutto che è anche anche proprietaria della struttura. Il Cie è costruito su un suolo di proprietà del comune dato in comodato d'uso alla cooperativa per 99 anni, ma gli edifici sono di Malgrado Tutto. La cooperativa non si è aggiudicata l'appalto perché parte della documentazione presentata era irregolare per problemi con la concessione edilizia. Il Cie di Sant'Anna di Isola Capo Rizzuto (Kr) è stato svuotato con il trasferimento in altri centri dei migranti reclusi e chiuso, dopo la morte di Moustapha Anaki, marocchino 31enne, avvenuta il 10 agosto 2013. In seguito al decesso per malore, nel Cie è scoppiata una violenta protesta che ha portato, secondo quanto ha riferito la prefettura, alla totale inagibilità del centro fino alla chiusura intorno a ferragosto. Il più vecchio è il Serraino Vulpitta di Trapani, noto per il rogo in cui nella notte del 29 dicembre 1999 morirono sei giovani migranti perchè non si trovava la chiave per aprire la loro cella. Con il rapporto “Al di là del muro. Viaggio nei centri per migranti”, pubblicato a gennaio 2010, Medici senza frontiere ne chiese al Viminale la chiusura assieme a quello di Lamezia Terme, bocciato anch’esso per le condizioni della struttura (un’ex comunità di recupero per tossicodipendenti).
Secondo il Dossier Caritas/Migrantes 2011, nel 2010 sono transitati nei Centri di identificazione ed espulsione 7.039 immigrati. Poco meno della metà delle persone trattenute (48,3%) è stata effettivamente rimpatriata (3.399), mentre più di un sesto è uscito per scadenza dei termini (17,5%).
Secondo il già citato rapporto dell’Ong Medu, nel 2010 gli stranieri effettivamente rimpatriati attraverso i Cie sono stati appena lo 0,7% del totale dei migranti in condizione di irregolarità che si stima siano presenti nel nostro Paese. Il numero di irregolari presenti in Italia è di circa 500 mila persone, il 10% dei circa 5 milioni di stranieri regolarmente presenti. Il 12 febbraio 2014 Medici per i Diritti Umani (MEDU) ha reso noti i dati nazionali sui centri di identificazione ed espulsione (CIE) relativi all’anno 2013. Secondo la Polizia di Stato, nel 2013 sono stati 6.016 (5.431 uomini e 585 donne) i migranti trattenuti in tutti i centri di identificazione ed espulsione (CIE) operativi in Italia. Meno della metà di essi (2.749) è stata però effettivamente rimpatriata, con un tasso di efficacia (rimpatriati su trattenuti) che è risultato inferiore del 5% rispetto all’anno precedente: 50,5% nel 2012 versus 45,7% nel 2013. Il numero complessivo dei migranti rimpatriati attraverso i CIE nel 2013 risulta essere lo 0,9% del totale degli immigrati in condizioni di irregolarità che si stima essere presenti sul territorio italiano (294.000 secondo i dati dell’ISMU al primo gennaio 2013).
Nel 2012, sempre secondo la stessa organizzazione che ha diffuso dati forniti dal ministero dell'Interno, sono stati 7944 gli stranieri trattenuti nei Cie, di cui 4015 sono stati effettivamente rimpatriati. Nel 2012 si sono allontanati arbitrariamente 1049 trattenuti. Anche nel 2013 il numero delle persone fuggite è stato alto: 909. "I numeri confermano, dunque, da un lato l’inefficacia e l’irrilevanza dello strumento della detenzione amministrativa nel contrasto dell’immigrazione irregolare, dall’altro l’inutilità e l’irragionevolezza dell’estensione del trattenimento da 6 a 18 mesi (da giugno 2011) ai fini di un miglioramento nell’efficacia delle espulsioni - scrive Medu in una nota - Del resto, l’abnorme prolungamento dei tempi massimi di detenzione amministrativa sembra aver contribuito unicamente ad esacerbare gli elementi di violenza e disumanizzazione di queste strutture. Tale evidenza è stata sistematicamente riscontrata dai team di MEDU durante le 18 visite effettuate in tutti i CIE nel corso degli ultimi due anni". [2].
La prefettura di Roma ha fornito le seguenti informazioni per il Cie di Ponte Galeria relative al 2011:
Le persone internate nel Cie di Ponte Galeria sono state 2.049 e quelle rimpatriate 802 (il 39% del totale dei trattenuti).
Nei due anni precedenti il rapporto tra rimpatriati/transitati è stato di 1.031 su 2.172 (47%) per il 2010 e di 1.548 su 3.206 (48%) per il 2009 [3].
“Solo meno di un quarto degli immigrati irregolari per i quali le questure lo richiedono varcano la soglia di un Cie”, scrive sempre Colombo. Secondo il sociologo, sulla possibilità di finire in un Cie influiscono fattori accidentali come il luogo in cui uno straniero irregolare viene fermato (se la questura è anche sede di un Cie) e il momento (se ci sono posti liberi in un centro quel giorno), oltre a cause oggettive come la nazionalità e la possibilità di essere rimpatriati perché ci sono accordi di riammissione con il Paese d’origine. Questo lo spinge a parlare di effetto roulette[4]. Decessi, autolesionismo, abusi di psicofarmaci:
Dal 1998 al 2012 sono 21 i decessi di cui si ha notizia collegati all’internamento nei centri di detenzione amministrativa. Il conto dei morti inizia con una vera strage, rimasta impunita. Nella notte tra il 28 ed il 29 dicembre del 1999 al “Serraino Vulpitta” di Trapani, dopo un tentativo di fuga duramente sedato dalle forze dell’ordine, dodici immigrati vennero rinchiusi in una cella, bloccata dall’esterno con una sbarra di ferro. Uno di loro diede fuoco ai materassi nel tentativo di farsi aprire la porta. Fu l’inferno. Nel rogo morirono subito, bruciati vivi, tre immigrati tunisini; altri tre morirono in ospedale a causa delle ustioni riportate. Il processo iniziato nel 2001, a carico dell’ex Prefetto di Trapani Leonardo Cerenzia, imputato di omicidio colposo plurimo, si è poi concluso con l’assoluzione, confermata nel 2005 da una sentenza della Corte di Appello di Palermo. Una successiva sentenza del Tribunale civile di Palermo ha riconosciuto la responsabilità dello Stato per i danni morali e patrimoniali subiti da due immigrati sopravvissuti al rogo. La decisione del giudice civile, però, non ha condotto all’accertamento di alcuna responsabilità personale[5].
Ai 6 morti del Vulpitta, nel 1999 bisogna aggiungere il decesso di Mohamed Ben Said che morì la notte di Natale, imbottito di psicofarmaci, nel Cpt di Ponte Galeria. “La mandibola fratturata, forse a causa del trattamento ricevuto in carcere, per giorni e giorni aveva reclamato cure mediche mai ricevute – scrive l’antropologa Anna Maria Rivera - Per giorni e giorni aveva gridato, non creduto, di essere sposato con una cittadina italiana e perciò inespellibile. Fu solo dopo la sua morte che qualcuno trovò quel certificato di matrimonio che Mohamed era solito sbandierare”[6].
La conta dei morti ne segna 2 nel 2001, 1 nel 2002, 2 nel 2006, 3 nel 2007, 1 nel 2008, 4 nel 2009 e 1 nel 2012 [7].
In particolare nel 2009, a Ponte Galeria quando il centro era gestito dalla Croce Rossa Italiana, ci sono stati tre decessi, fra cui un suicidio, su quattro in totale avvenuti in tutti i Cie [8]. Nella notte fra il 6 e il 7 maggio del 2009 Nabruka Mimuni si impiccò nel bagno. Era una tunisina e doveva essere rimpatriata il giorno dopo nel paese della dittatura di Ben Ali. Era una mamma di 44 anni, con marito e un figlio in Italia. Aveva passato la metà della sua vita nel nostro paese. Era stata fermata proprio mentre stava facendo la fila in questura per provare a rinnovare il permesso di soggiorno, scaduto perché era rimasta momentaneamente senza lavoro. La sua storia è la dimostrazione che nei Cie finiscono molti 'nuovi italiani', senza cittadinanza ma integrati da anni.
E sempre Ponte Galeria fa da sfondo al dramma di Abdou Said, 25enne egiziano che si è tolto la vita a Roma l’8 marzo 2012, due settimane dopo essere stato rilasciato dal Cie, dove aveva passato sei mesi di reclusione. Lavorava in Libia ed era scappato dalla guerra nel 2011. Secondo un ex trattenuto che l’ha conosciuto nel centro, Said sarebbe stato percosso dagli agenti dopo un tentativo di fuga e avrebbe assunto a lungo psicofarmaci fino a diventare «come matto». Serena Lauri, legale del giovane suicida, racconta: «Non so cosa sia successo esattamente, aveva riportato dei danni a seguito di una caduta durante la fuga». L’avvocato ha notato «un cambiamento impressionante nei lineamenti e nella mente». Lauri ricorda Said come «un ragazzo completamente diverso, appena entrato a Ponte Galeria era quasi arrogante, dopo questo episodio aveva lo sguardo fisso e l’espressione da persona indifesa». Ma non c’erano state denunce per maltrattamenti[9].
Un fenomeno molto diffuso all’interno dei Cie è l’autolesionismo. Nel 2011 nel solo a Torino ci sono stati 156 atti di autolesionismo, 100 per ingestione di corpi estranei e 56 per ferite di arma da taglio. È frequente l’ultilizzo di sedativi e psicofarmaci. Alberto Barbieri, coordinatore di Medu, ha visitato la struttura il 20 aprile 2012 e ha rilevato che su 120 trattenuti nel Cie “Brunelleschi”, 40 di loro, pari a un terzo del totale, assumevano regolarmente una terapia di questo tipo su prescrizione dei medici del centro, senza l’ausilio di specialisti psichiatri. Anche a Ponte Galeria in media, circa il 50% dei trattenuti assumerebbe ansiolitici e sebbene il responsabile sanitario affermi che la somministrazione di psicofarmaci ansiolitici sia stata razionalizzata secondo le linee guida riconosciute, il centro continua a non disporre di competenze specialistiche psichiatriche. Barbieri, a tal proposito, parla di “un disagio psichico devastante”[10].
Nelle conclusioni del rapporto "Arcipelago Cie", Medici per i diritti umani afferma che "le caratteristiche strutturali degli undici centri di identificazione ed espulsione raggiunti dall’indagine sono tali da renderli del tutto inadeguati a garantire condizioni di permanenza dignitose ai migranti trattenuti". Il dossier è frutto di un anno di monitoraggio. "Ed in effetti, dal punto di vista della struttura, della ripartizione degli ambienti e dell’organizzazione interna, la fisionomia dei CIE può essere riconducibile al paradigma dei centri di internamento- spiega l'indagine - Tutti i centri per la detenzione amministrativa sono cioè accomunati dalla seguenti caratteristiche: file di edifici disposti ordinatamente, contenenti i dormitori, i refettori, gli uffici e le altre strutture necessarie, circondati da recinzioni di sbarre, muri e filo spinato, posti sotto sorveglianza armata. I dispositivi di contenimento dei settori in cui si trovano effettivamente ristretti i migranti risultano poi essere dei recinti – assimilabili a grandi gabbie – che racchiudono spazi di dimensioni inadeguate ed eccessivamente oppressivi. Del resto, la scelta adottata in alcuni centri (come ad esempio a Torino, Crotone, Modena e Trapani) di limitare la libera circolazione all’interno dell’area di trattenimento, confinando i migranti in differenti settori permanentemente isolati tra di loro, ha reso le condizioni di reclusione ancora più umilianti e afflittive".
Nel periodo delle festività natalizie del 2013, una clamorosa protesta ha avuto luogo nel Cie di Ponte Galeria, alla periferia di Roma. Circa 20 trattenuti si sono cuciti la bocca con materiali di fortuna e hanno usato questo atto di autolesionismo per rivendicare il loro diritto alla libertà di movimento. I costi
Di costruzione e manutenzione:
Non si conosce la cifra esatta spesa per la costruzione di tutti i Cie e non sono pubbliche le cifre sul costo della sorveglianza delle forze dell’ordine e delle scorte per i trasferimenti dei migranti. Questi numeri a oggi noti:
Realizzare un posto letto nel centro di identificazione ed espulsione di Torino è costato 78mila euro, come ermerge da una relazione tecnica del servizio studi della Camera dei Deputati del 2008. Relazione che accompagnava la legge 186 del 2008 con la quale furono stanziati fino al 2010 fondi per 78 milioni di euro per la costruzione di nuovi Cie per un totale di mille posti in più.
18 milioni di euro sono stati erogati a gennaio 2012 dal governo Monti per i nuovi centri di Santa Maria Capua Vetere (Ce) e Palazzo San Gervasio (Pz).
La legge del 2011 che ha portato le detenzione amministrativa da 6 a 18 mesi ha previsto una spesa totale ad hoc di altri 120 milioni fino al 2014, suddivisi in 40 milioni annui per tre anni per fare fronte all’aggravio dei costi determinato da una reclusione più lunga.
Di gestione :
La gestione dei Cie è in mano al ministero dell’Interno che si serve delle singole prefetture, le quali a loro volta appaltano i servizi all’interno dei Cie. Gli appalti con gli enti gestori privati si fanno parzialmente in deroga alla legge, grazie all'emergenza immigrazione, dichiarata nel 2002 e da allora prorogata ogni anno da tutti i governi. Il dato complessivo del giro d'affari degli enti gestori è di 18 milioni e 607 mila euro solo per il 2011, stanziati dal ministero dell'Interno. I singoli appalti variano. A Ponte Galeria la convenzione con la cooperativa Auxilium è di 41 euro al giorno a persona. Moltiplicando per una media di 240 presenze, si arriva a 3 milioni e 600mila euro l'anno. Per il Cie Brunelleschi di Torino, la Croce Rossa prende un budget annuale di 3.646.538 euro per 210 posti. Dal 2012 i bandi di gara non si fanno più in base all’offerta più vantaggiosa ma sul massimo ribasso d’asta partendo da una base di 30 euro al giorno a trattenuto. Così è stato appaltato il Cie di Trapani Milo, uno dei più moderni e avanzati, per sei milioni e seicentomila euro iva esclusa per tre anni di gestione.
Secondo il rapporto "Costi Disumani" dell'associazione Lunaria, i Centri di identificazione e di espulsione non sono efficaci per il contrasto all’immigrazione irregolare ed espongono i migranti a gravi violazioni dei diritti umani “che non sono accettabili in uno Stato di diritto”. Il Rendiconto Generale dello Stato non consente di scorporare i costi relativi al funzionamento dei Centri di Identificazione ed Espulsione da quelli relativi al complesso del sistema di accoglienza degli immigrati irregolari ma la consultazione degli avvisi pubblici per l’affidamento della gestione, alcuni dati pubblicati dalla Corte dei Conti e la consultazione degli atti parlamentari porta a stimare una spesa minima annuale pari ad almeno 55 milioni di euro. Numeri alla mano, i CIE sono ben lontani dall’aver prodotto i risultati attesi: su 169.126 persone “transitate” nei centri tra il 1998 e il 2012, sono state soltanto 78.081 (il 46,2% del totale) quelle effettivamente rimpatriate.
[2] http://www.mediciperidirittiumani.org/centri-di-identificazione-ed-espulsione-dati-nazionali/
[3]Sono i dati della prefettura di Roma contenuti nel rapporto “Le sbarre più alte” dell’Ong Medici per i diritti umani. “Negli ultimi tre anni vi è stata quindi una costante riduzione sia del numero di persone transitate sia degli immigrati effettivamente espulsi – si legge nella ricerca - Per quanto riguarda i rimpatri, il tasso di efficacia della struttura è andato decrescendo sebbene, nell’arco di tempo considerato, il periodo massimo di trattenimento sia stato prolungato, prima da 60 giorni a 6 mesi (agosto 2009), e poi da 180 giorni a 18 mesi (agosto 2011)”.
[4] Colombo A., op. cit.
[5] Comitato "29 dicembre 1999", “Serraino Vulpitta - Noi non dimentichiamo. Ad 11 anni dalla strage appello per una manifestazione”, pubblicato sul sito Melting Pot. Cfr: http://www.meltingpot.org/articolo16110.html
[6] Rivera A., I lager di Stato e il giornalismo senza memoria , blog di Micromega, 15 giugno 2012
[7] Le statistiche sono prese in parte da Asher Colombo, “Fuori controllo? Miti e realtà dell’immigrazione in Italia”, Edizioni Il Mulino 2012 , tab. 4,2 pag. 121 integrata nelle parti mancanti con altre fonti.
[8] Medici per i diritti umani, Rapporto sul Cie di Ponte Galeria 2010 “Una storia sbagliata”
[9] Cosentino R., Viaggio dentro i Cie tra pestaggi, psicofarmaci e strani suicidi , 10 aprile 2012, Corriere.it e anche: Cosentino R., Costretti a radersi in gabbia. "Così evitiamo atti di autolesionismo", 27 settembre 2012, Repubblica.it; Cosentino R., Crotone: chiuso Cie, devastato da una rivolta dopo la morte di un immigrato, 19 agosto 2013, Repubblica.it
[10] Intervista che ci ha rilasciato il 26 aprile 2012
I richiedenti asilo possono rimanere in attesa per mesi, addirittura anche un anno, prima di ricevere una risposta - che può essere negativa – alla loro richiesta da parte della Commissione territoriale. Una volta messi alla porta dal Cie, il Centro di identificazione ed espulsione, i richiedenti sono soli, non hanno tessuto nessuna rete sociale con l'esterno dal momento che sono stati costretti a mesi di soggiorno forzato. In questo stralcio preso dall’articolo “L'esercito degli "invisibili" intrappolati nell'inferno Italia”, pubblicato da una testata online nazionale il 20 novembre 2011, all’interno di un’inchiesta sui rifugiati, è visibile l’errore fatto dal giornalista. I richiedenti asilo infatti vengono ospitati nei Cara (vedi voce corrispondente), non nei Cie. Rivolta al Cie nella notte Feriti due immigrati
Un tentativo di fuga, a notte fonda, è sfociato in una sassaiola contro gli agenti custodia che stavano cercando di fermare l'evasione.
(testata online locale 15 aprile 2012)
Nell’articolo, fra l’altro, si legge: Una rivolta ha coinvolto, questa notte, tutti gli ospiti maschili del Cie di Bologna […]Due ospiti, del gruppo che aveva cercato inizialmente di fuggire, sono caduti. Portati all'ospedale Maggiore, sono stati dimessi questa mattina: prognosi di dieci e sette giorni per traumi agli arti.
Troviamo qui un doppio errore: il Cie non è giurdicamente un carcere e chi fugge non commette un reato di ‘evasione’. L’uso della parola ‘ospiti’ per definire dei reclusi. Va aggiunto che frequentemente durante le fughe i trattenuti riportano traumi, ma a volte queste ferite dipendono anche dall’azione di repressione delle forze dell’ordine. Cie di Modena, il giudice di pace: Andrea e Senad subito liberi
(quotidiano locale online, 22 marzo 2012) Nel riportare la notizia dell’importante sentenza di rilascio di due ragazzi rom apolidi e nati in Italia, l’articolo si conclude affermando che il Cie è una struttura nata per gli stranieri entrati in Italia clandestinamente.
L’informazione è scorretta perché nel Cie finisce chi non ha il permesso di soggiorno valido e ha sulle spalle un provvedimento di espulsione, quindi anche chi è entrato in Italia regolarmente con un decreto flussi (vedi) e poi ha perso il lavoro, perdendo il diritto a vivere sul territorio nazionale.
È interessante confrontare la stessa notizia che riguarda un atto di autolesionismo il 29 febbraio 2012 nel Centro di identificazione e di espulsione di Bologna su due testate online nazionali. La prima è una breve, evidentemente frutto di una velina della polizia: Ingoia quattro pile al Cie, poi se la prende con la polizia
Denunciato per resistenza a pubblico ufficiale un marocchino di 31 anni
Tra le poche righe si legge: Lo straniero era stato portato nel reparto di Osservazione breve intensiva del policlinico perché aveva ingoiato quattro pile stilo. Aveva un atteggiamento nervoso nei confronti degli infermieri e del personale della Misericordia, che gestisce il centro di via Mattei
La seconda notizia è frutto di un reportage con visita al Cie di Bologna e fornisce un’informazione contestualizzata, dalla quale possiamo apprendere i motivi del ‘nervosismo’ dell’uomo che ha ingoiato le pile. Viaggio nell’inferno del Cie. Siamo in galera ma ci chiamano “ospiti”.
“Scrivilo per favore, che facciano qualcosa. Qui dentro non abbiamo nemmeno uno specchio per farci la barba”. L’assenza di normalità passa sempre dalle cose più banali della vita quotidiana. Al Cie di Bologna per motivi di sicurezza non si possono avere neppure gli specchi in bagno per radersi. Facile capire il perché: spesso chi rimane dentro il centro di identificazione ed espulsione divia Mattei si taglia le braccia. Lo fa per rabbia e per disperazione. E perché non sa quando uscirà. “Da quest’estate si può stare anche 18 mesi in questo lager”, racconta 92/76. “Io non ho più un nome, qui mi chiamano così”.
Vedi anche Circolare Maroni
A volte i problemi li causa anche l’acronimo Cie. Su un’importante testata online nazionale vengono chiamati CEI. È successo nell’articolo dal titolo: Carceri, "Emergenza diritti umani" Un altro allarme arriva dal Senato
(pubblicato il 7 marzo 2012)
Allarme Cei. Le persone che sbarcano in Italia, dopo essere state accolte, vengono trattenute in appositi centri allo scopo di accertare se hanno diritto ad una qualche forma di protezione internazionale o se la loro presenza nel nostro Paese è conforme alle leggi sull'immigrazione. In particolare, i Centri di identificazione ed espulsione, alcuni dei quali visitati dai membri della Commissione, rappresentano una realtà spesso inaccettabile.
Le telecamere di un telegiornale nazionale entrano nel Cie di Ponte Galeria il 23 dicembre 2011, dieci giorni dopo la sospensione del divieto di accesso alla stampa che era stato imposto con la Circolare Maroni (vedi).
La conduttrice lancia così il servizio: “Storie di clandestini in attesa di rimpatrio”.
Il servizio non spiega cos’è il Cie, vale a dire un’istituto di detenzione amministrativa in cui si è reclusi senza avere commesso reati. Al contrario, la costruzione del servizio sembra associare le sbarre del centro alla pericolosità delle persone internate. Non viene detto che oltre la metà dei detenuti nel centro non saranno mai rimpatriati. Invece all’inizio si sottolinea che sono “190 gli immigrati rimasti dopo i rimpatri”. Si parla di rivolte e fughe e di massa, ma non si spiega da cosa sono provocate, vale a dire le condizioni insostenibili della vita nei Cie.
A proposito di questo servizio, lookout.tv scrive sul suo sito: “Entrare in un luogo dove sono detenuti (anche per più di un anno) uomini e donne che molto spesso non hanno commesso alcun crimine per raccontare le storie di prostitute e rapinatori è, nella più benevola delle letture, una narrazione parziale e alquanto distorta di quello che avviene ancora oggi nei Cie”[1].
Infine ecco tre buoni esempi. Nel primo caso una protesta viene contestualizzata alle condizioni di reclusione, c’è un riferimento preciso alle procedure di internamento nel Cie e ai soggetti coinvolti, definiti con termini appropriati (irregolari che dovrebbero essere espulsi) e viene data voce ai migranti. Cinque immigrati sul tetto del Cie
Minacciano sciopero della fame a oltranza. "Non possiamo più vivere in queste condizioni"
(sito internet di un quotidiano nazionale, 28 maggio 2012)
Protesta al Cie, il Centro di identificazione di espulsione di Corso Brunelleschi a Torino. Cinque immigrati si sono arrampicati su uno dei tetti della struttura. «Siamo circondati da poliziotti ma noi non scendiamo», dice al telefono uno degli immigrati che minaccia uno sciopero della fame a oltranza. E racconta: «Due di noi sono scesi dopo che la polizia aveva cominciato a lanciarci acqua con l’idrante». La situazione è concitata. Un altro immigrato prende in mano il cellulare: «Non possiamo vivere in queste condizioni senza sapere se e quando usciremo». La struttura che può contenere fino a 180 persone è una delle dodici attive in Italia. E' destinata al trattenimento, convalidato dal giudice di pace, degli stranieri extracomunitari irregolari che dovrebbero essere espulsi. Dall’ultimo rapporto della commissione dei Diritti Umani del Senato si legge: «Le condizioni nelle quali sono detenuti molti immigrati irregolari sono molto spesso peggiori di quelle delle carceri». E alle 22.15 la protesta continua: «Resisteremo ancora»
Il secondo caso si riferisce alla battaglia legale dell'associazione Class Action Procedimentale di Bari, guidata dagli avvocati Luigi Paccione e Alessio Carlucci che da anni sostengono che il Cie è "un carcere extra ordinem". L'articolo riferisce di un'importante sentenza in merito ed è interessante perchè il giudice approfondisce anche la questione linguistica e terminologica legata a queste strutture Il Cie di Bari va ristrutturato o chiuso. Parola di Tribunale
(quotidiano nazionale, 24 gennaio 2014)
La prima volta in cui abbiamo scritto della vicenda del Cie di Bari su queste colonne era il marzo 2011. Quasi tre anni fa ormai, i due avvocati Luigi Paccione e Alessio Carlucci si sostituirono al Comune e alla Provincia di Bari per citare in giudizio civile la presidenza del Consiglio dei ministri, il ministero dell’Interno e la locale Prefettura chiedendo al Tribunale di disporre l’immediata chiusura del Centro di identificazione ed espulsione barese per violazione dei diritti universali dell’uomo. La domanda venne ammessa e fu disposto un accertamento tecnico che confermò lo stato di detenzione degli «ospiti» nonché le carenze strutturali e igienico-sanitarie del centro. A seguito di questa pronuncia, il Cie di Bari venne ristrutturato e il Tribunale dispose una ulteriore perizia per verificare le nuove condizioni del centro e la sua conformità ai parametri legali. L’associazione Class Action Procedimentale (www.classactionprocedimentale.it), con i due avvocati prima citati, ha seguito per anni questa vicenda per la quale, appena qualche giorno fa, c’è stato un importante risultato. Il tribunale di Bari ha infatti intimato al ministero dell’Interno e alla locale Prefettura di eseguire, entro il termine improrogabile di 90 giorni, i seguenti lavori: ampliare e migliorare i servizi igienici, incrementandone il numero; provvedere all’oscuramento, anche parziale, delle finestre della stanze d’alloggio; ampliare la mensa o la «sala benessere»; incrementare le aule per attività didattiche, occupazionali e ricreative, così come le aree adibite alle attività sportive; colmare la carenza di segnaletiche antincendio nei moduli abitativi; provvedere alla manutenzione dei moduli e utilizzare materiali resistenti all’usura e allo strappo. Se questi adeguamenti non saranno portati a termine, il Cie di Bari dovrà essere chiuso. Il giudice Francesco Caso, nello scrivere la sentenza, afferma cose molto importanti. Una parte significativa di questo procedimento era mirato a capire se gli «ospiti» si trovassero o meno in condizioni di detenzione. Il giudice Caso scrive: «L’adozione di un determinato lessico, per così dire, non “carcerario”, non è decisiva, e anzi può apparire ipocrita, nella misura in cui ciò che non si chiami, o non si voglia chiamare, “carcere” o “detenzione” risulti di fatto ancor più mortificante degli istituti così ufficialmente denominati, per come disciplinati». I trattenuti all’interno dei Cie sono privati della libertà personale ma, appunto, non godono delle garanzie spettanti a chi si trova in carcere, come il giudice specifica in un altro passaggio della sentenza: «Non è azzardato concludere che, se lo stato degli stranieri trattenuti nei Cie in vista della loro espulsione fosse stato davvero assoggettato alla disciplina dell’ordinamento penitenziario vigente, la loro condizione sarebbe stata migliore e comunque molto più “garantita”, quanto meno sul piano formale». Questa sentenza apre l’ennesima voragine all’interno del sistema dei Cie che, a quanto pare, sta crollando da tutte le parti.
L'ultimo caso riguarda un reportage apparso sul New York Times. Anche qui è interessante notare che la corrispondente americana che lo ha firmato parte dalla questione linguistica. Italy’s Migrant Detention Centers Are Cruel, Rights Groups Say
(Traduzione: I Centri di detenzione dei migranti in Italia sono crudeli, dicono le associazioni per i diritti umani)
(New York Times, 5 giugno 2013)
ROME — The Identification and Expulsion Center, a detention complex on the outskirts of Rome where illegal immigrants can be held for months before deportation, is not a prison. But the difference seems mostly a question of semantics... (Traduzione: Il Centro di identificazione e di espulsione, una struttura di detenzione ai margini di Roma dove gli immigrati irregolari possono essere trattenuti per mesi prima di essere deportati, non è una prigione. Ma la differenza sembra principalmente una questione semantica).
[1] Si tratta della prima web tv realizzata da giovani immigrati di prima e seconda generazione, figli di coppie miste, rifugiati e italiani che lavorano insieme affinché gli stranieri “non siano solo oggetti ma soggetti, autori e protagonisti di un’informazione critica e costruttiva, internazionale ed italiana”. Setta