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Timestamp: 2018-05-25 18:26:42+00:00
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Accesso abusivo a sistema informatico: non rilevano le finalità soggettivamente perseguite (Corte di Cassazione penale, sez. V, sentenza 24.07.2015, n. 32666). – Noi Radiomobile™
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Accesso abusivo a sistema informatico: non rilevano le finalità soggettivamente perseguite (Corte di Cassazione penale, sez. V, sentenza 24.07.2015, n. 32666).
Posted on 6 ottobre 2015 6 ottobre 2015 AuthorNoi RadiomobileLeave a comment
Con la sentenza in esame la V sez. penale della Corte di Cassazione interviene in materia di accesso abusivo ad un sistema informatico, argomento che negli ultimi tempi sta più volte coinvolgendo la Suprema Corte in decisioni molto interessanti anche se non sempre conformi.
Il caso esaminato è quello di una dipendente dell’Agenzia delle Entrate che si introduce abusivamente con tre diversi accessi nel sistema informatico dell’Agenzia delle Entrate protetto da misure di sicurezza, al fine di effettuare un’arbitraria riduzione di imposta a favore di un contribuente.
La Corte di Appello decide per la condanna dell’imputata al risarcimento dei danni in favore della collega titolare delle credenziali di cui si era avvalsa nell’effettuare l’ultimo accesso decisivo al sistema informatico.
La Suprema Corte nell’esaminare il ricorso dell’imputata si riporta alla sua precedente giurisprudenza, dove chiarisce che ai fini della configurabilità del reato di accesso abusivo ad un sistema informatico (art. 615 ter cod. pen.), nel caso di soggetto munito di regolare password, è necessario accertare il superamento, su un piano oggettivo, dei limiti e, pertanto, la violazione delle prescrizioni relative all’accesso ed al trattenimento nel sistema informatico, contenute in disposizioni organizzative impartite dal titolare dello stesso, indipendentemente dalle finalità soggettivamente perseguite (Sez. 5, n. 15054 del 22/02/2012).
In realtà a seguito di un contrasto sorto per contrapposte interpretazioni sia di carattere giurisprudenziale che dottrinario sull’effettiva portata della norma, le Sezioni Unite della Suprema Corte (S.U., n. 4694 del 27 ottobre 2011) nel comporre lo stesso hanno sottolineato che la questione non può essere riguardata sotto il profilo delle finalità perseguite da colui che accede o si mantiene nel sistema, in quanto la volontà del titolare del diritto di escluderlo si connette soltanto al dato oggettivo della permanenza dell’agente nel sistema informatico.
Ciò che rileva è, quindi, il profilo oggettivo dell’accesso e del trattenimento nel sistema informatico da parte di un soggetto che non può ritenersi autorizzato ad accedervi ed a permanervi sia quando violi i limiti risultanti dal complesso delle prescrizioni impartite dal titolare del sistema, sia quando ponga in essere operazioni ontologicamente diverse da quelle di cui egli è incaricato ed in relazione alle quali l’accesso era a lui consentito. Il dissenso del dominus ioci, secondo la S.C., non viene, quindi, desunto dalla finalità che anima la condotta dell’agente, bensì dalla oggettiva violazione delle disposizioni del titolare in ordine all’uso del sistema.
In conclusione, quindi, le Sezioni Unite hanno stabilito il principio di diritto secondo il quale integra la fattispecie criminosa di accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico protetto, prevista dall’art. 615 ter cod. pen., la condotta di accesso o di mantenimento nel sistema posta in essere da soggetto, che pur essendo abilitato, violi le condizioni ed i limiti risultanti dal complesso delle prescrizioni impartite dal titolare del sistema per delimitarne oggettivamente l’accesso.
Non hanno rilievo, invece, per la configurazione del reato, gli scopi e le finalità che soggettivamente hanno motivato l’ingresso nel sistema.
A seguito di quanto chiarito dalla Suprema Corte nel caso di specie bisogna rilevare che due dei tre fatti contestati in continuazione all’imputato non sono penalmente rilevanti, proprio tenuto conto di quanto sopra precisato in ordine alla necessità, per la sussistenza della fattispecie di cui all’art. 615 ter, che la condotta di accesso o di mantenimento nel sistema del soggetto abilitato deve violare le condizioni ed i limiti risultanti dal complesso delle prescrizioni impartite dal titolare dello stesso sistema.
Solo l’ultimo accesso è da considerarsi effettivamente illegittimo in quanto avvenuto con le credenziali della collega al fine di procedere all’eliminazione integrale del debito di imposta. Nonostante ciò, la Suprema Corte decide di annullare la sentenza della Corte di Appello, con rinvio per nuovo giudizio ad altra Sezione, poiché non risulta adeguatamente motivato l’interesse che avrebbe indotto l’imputata ad effettuare le visure dei primi due accessi, per poi – con il terzo illegittimo accesso – fraudolentemente azzerare il debito di imposta, utilizzando altrui credenziali.
Ciò che rileva è, quindi, il profilo oggettivo dell’accesso e del trattenimento nel sistema informatico da parte di un soggetto che non può ritenersi autorizzato ad accedervi ed a permanervi sia quando violi i limiti risultanti dal complesso delle prescrizioni impartite dal titolare del sistema, sia quando ponga in essere operazioni ontologicamente diverse da quelle di cui egli è incaricato ed in relazione alle quali l’accesso era a lui consentito.
Il dissenso del dominus ioci non viene, quindi, desunto dalla finalità che anima la condotta dell’agente, bensì dalla oggettiva violazione delle disposizioni del titolare in ordine all’uso del sistema.
Il dissenso tacito del dominus loci non viene desunto dalla finalità (quale che sia) che anima la condotta dell’agente, bensì dall’oggettiva violazione delle disposizioni del titolare in ordine all’uso del sistema. Irrilevanti devono considerarsi gli eventuali fatti successivi: questi, se seguiranno, saranno frutto di nuovi atti volitivi e pertanto, se illeciti, saranno sanzionati con riguardo ad altro titolo di reato (rientrando, ad esempio, nelle previsioni di cui agli artt. 326, 618, 621 e 622 c.p.).
In conclusione le Sezioni Unite hanno stabilito il principio di diritto secondo il quale integra la fattispecie criminosa di accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico protetto, prevista dall’art. 615 ter cod. pen., la condotta di accesso o di mantenimento nel sistema posta in essere da soggetto, che pur essendo abilitato, violi le condizioni ed i limiti risultanti dal complesso delle prescrizioni impartite dal titolare del sistema per delimitarne oggettivamente l’accesso.
È pur vero che, secondo consolidato orientamento giurisprudenziale, il giudice di merito non ha l’obbligo di soffermarsi a dare conto di ogni singolo elemento indiziario o probatorio acquisito in atti, potendo egli invece limitarsi a porre in luce quelli che, in base al giudizio effettuato, risultano gli elementi essenziali ai fini del decidere, purché tale valutazione risulti logicamente coerente. (Sez. 5, n. 2459 del 17/04/2000, PM in proc. Garasto L, Rv. 216367).
È anche incontroverso, però, che il dovere di motivazione della sentenza è adempiuto, ad opera del giudice del merito, solo attraverso la valutazione globale delle deduzioni delle parti e delle risultanze processuali e devono essere spiegate le ragioni che hanno determinato il convincimento, dimostrando di aver tenuto presente ogni fatto decisivo (Sez. 6, n. 20092 del 04/05/2011, Schowick, Rv. 250105; Sez. 4, n. 1149 del 24/10/2005, Mirabilia, Rv. 233187; Sez. 4, n. 36757 del 04/06/2004, Perino, Rv. 229688).
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