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Timestamp: 2019-06-20 17:52:57+00:00
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IL TRIBUNALE DI FIRENZE CONDANNA CON UN MAXI RISARCIMENTO LA REGIONE TOSCANA E LA GESTIONE LIQUIDATORIA DELLA CESSATA USL 10/D A RISARCIRE I FAMILIARI DI UN LAVORATORE DECEDUTO PER MESOTELIOMA PLEURICO CONTRATTO A CAUSA DI ESPOSIZIONE PROFESSIONALE AD AMIANTO Commento della sentenza a cura degli avv.ti Pietro Frisani e Emanuela Rosanò - Studio Legale Frisani
Con la sentenza n. 290/2019 pubblicata il 25 marzo 2019, il Tribunale di Firenze ha disposto un risarcimento milionario a favore della vedova e dei due figli di un lavoratore ammalatosi di mesotelioma pleurico contratto in conseguenza dell’esposizione all’amianto nei luoghi di lavoro della lavanderia e delle due centrali termiche dell’Arcispedale di Santa Maria Nuova (poi Ospedale di Careggi). Il Giudice, dott.ssa Consani, ha svolto una istruttoria molto approfondita, disponendo prove testimoniali e due consulenze tecniche d’ufficio, l’esito delle quali si è rivelato decisivo per dimostrare sia il nesso di causalità tra la malattia contratta dal lavoratore e l’esposizione all’amianto sia la responsabilità del datore di lavoro (la Gestione Liquidatoria e la Regione Toscana, responsabili in solido per i debiti facenti capo alle cessate U.S.L. ) per non avere tutelato i lavoratori contro i rischi connessi alla esposizione all’amianto. I testi interrogati dal Giudice hanno evidenziato come le centrali termiche di Careggi fossero rivestite di amianto così come di amianto fossero le guarnizioni e le fasce intorno alle tubazioni. I lavoratori si trovavano, pertanto, costretti “a maneggiare l’amianto a mani nude”, senza alcun dispositivo di protezione individuale. L’amianto era presente anche nei locali della lavanderia dell’Ospedale di Careggi, utilizzato come isolante per fasciare le tubazioni. I testi hanno poi confermato la circostanza che le operazioni di rimozione dell’amianto iniziarono solo negli anni ’90 e si conclusero nel 2011 o 2012 quando una delle due centrali termiche fu definitivamente distrutta e ricostruita. Fino ad allora i lavoratori sono stati esposti in maniera continuativa all’amianto, sprovvisti di alcun dispositivo specifico di protezione (i testi hanno tutti confermato la circostanza che venivano saltuariamente loro fornite, e solo su espressa richiesta, le comuni mascherine antipolvere) e del tutto disinformati dal datore di lavoro sugli specifici rischi connessi all’esposizione all’amianto.
La vittima in questione ha sviluppato la più infausta delle malattie asbesto collegate, il mesotelioma pleurico, che lo ha condotto, in brevissimo tempo, a morte.
I congiunti ed eredi del lavoratore si sono rivolti agli avv.ti Pietro Frisani ed Emanuela Rosanò (quest’ultima attualmente in servizio presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri) per far valere nelle aule di giustizia il loro diritto al risarcimento del danno, sia in qualità di eredi che iure proprio, quale conseguenza della perdita del rapporto parentale.
Il Tribunale di Firenze ha disposto un risarcimento a favore del coniuge e dei figli di € 200.000,00 ciascuno, per il danno iure proprio, valorizzando l’età della vittima, della vedova e dei figli al momento del decesso, l’intensità e qualità della relazione affettiva e parentale nonché “l’estrema penosità” del lungo ed ingravescente periodo di malattia durante il quale i familiari hanno assistito e accompagnato il loro congiunto fino alla morte.
Quanto, invece, al danno iure hereditatis, il Tribunale di Firenze ha riconosciuto agli eredi pro quota un danno pari complessivamente a €. 166.470,34, facendo applicazione delle recenti tabelle del Tribunale di Milano sul danno terminale, aumentate del 50%, in ragione “dell’intensità delle sofferenze psico-fisiche subite dal lavoratore, della radicalità dello sconvolgimento delle abitudini di vita e degli aspetti relazionali, dell’invasività degli accertamenti diagnostici e della penosità delle purtroppo inutili terapie praticate”.
Complessivamente il risarcimento disposto a favore dei congiunti del lavoratore supera la soglia degli 800.000,00 euro a cui dovranno aggiungersi gli interessi legali.
LA COMPETENZA FUNZIONALE DEL GIUDICE DEL LAVORO
Nella sentenza in commento, il Tribunale di Firenze ha ritenuto correttamente devolute alla cognizione del giudice del lavoro sia la domanda azionata dai ricorrenti iure hereditatis che quella azionata iure proprio. Una simile conclusione è indubitabile quanto alle pretese azionate jure hereditatis, espressamente agendo i ricorrenti, in luogo del lavoratore dante causa, ex art. 2087 c.c. e, derivando detto titolo di responsabilità immediatamente dal contratto di lavoro. Ma ad identica conclusione deve pervenirsi anche quanto alle pretese vantate dagli istanti jure proprio laddove il rapporto di lavoro (e più specificamente la dedotta violazione degli obblighi di protezione) rappresenta – comunque- l’antecedente logico necessario del diritto vantato (in senso conforme si vedano le sentenze del Trib. Pisa del 27.11.2012 e del Tribunale di Ravenna del 09.09.2009). La Suprema Corte di Cassazione ha, recentemente, fatto chiarezza in materia precisando come la trattazione unitaria risponda a motivi di opportunità trattandosi di giudizi “attinenti alle conseguenze risarcitorie relative ad un medesimo fatto storico, e ciò anche allo scopo di garantire l’economia e il minor costo del giudizio, oltre alla certezza del diritto evitando pronunce discordanti sullo stesso fatto storico; tutte esigenze tutelate dall’ordinamento” (Corte di Cassazione, sentenza n. 18503 del 21/09/2016).
LA LEGITTIMAZIONE PASSIVA DELLE REGIONI PER I RAPPORTI OBBLIGATORI FACENTI CAPO ALLE SOPPRESSE U.S.L.
Il Tribunale di Firenze, aderendo all’indirizzo espresso dalla più recente giurisprudenza della Corte di Cassazione, ha affermato la legittimazione sostanziale e processuale della Regione (chiamata in causa insieme alla Gestione Liquidatoria) in relazione ai rapporti creditori e debitori conseguenti alla soppressione delle U.S.L.
La Corte di Cassazione, con la sentenza a Sezioni Unite n. 1035/2012- dopo gli arresti della Corte Costituzionale (sentenze 89/2000; 82/1998; 430/1997, 416/1995) e le numerose decisioni (sentenze 23022 e 14336/2005; 4647/2002; 1437/2000; 102/1999; 1212/1998) che hanno ricostruito il quadro normativo inerente la gestione dei rapporti di debito e credito delle soppresse U.S.L., ha definitivamente sancito la responsabilità delle Regioni per i debiti delle soppresse Unità Sanitarie Locali, anche in presenza di una legge regionale che attribuisca legittimazione esclusiva ad organismi diversi: “Le Sezioni Unite ritengono che (…) la legittimazione sostanziale (e processuale) concernente i rapporti creditori e debitori conseguenti alla soppressione delle USL spetti comunque alle Regioni; nonché , in alternativa, anche agli organi di rappresentanza della gestione stralcio, che prolunga la soggettività dell’ente soppresso durante la fase liquidatoria (…) Pertanto le potenziali diversificazioni organizzative e funzionati dei “modelli regionali” ben possono dar luogo a diverse regolazioni, organizzazioni, gestioni e procedimentalizzazioni dei debiti in questione (…) Ma resta ferma la successione della Regione nella titolarità dei rapporti suddetti, che vincola la legge regionale, e non può da questa essere esclusa e/o ribaltata su organismi diversi (…) In conseguenza di questa ricostruzione del quadro legislativo, le Sezioni Unite devono modificare ed integrare il principio, in qualche decisione enunciato dalle sezioni semplici (…) nel senso che la successione ex lege delle Regioni nei rapporti obbligatori di cui si è detto non può essere messa in discussione nè trasferita ai commissari liquidatori nelle diverse realtà territoriali in conseguenza di normazione regionale. (…) Nelle ipotesi residue in cui il tenore della legge regionale riveli poca chiarezza, o profili di ambiguità, come si verifica appunto allorchè quest’ultima qualifichi “esclusiva” una competenza o la responsabilità o altre iniziative procedimentali del commissario liquidatore o della relativa gestione nel settore in esame, il Collegio deve ribadire la necessità di risolvere il possibile contrasto con le norme-principio della legge statale preventivamente in via interpretativa, attraverso una lettura della disposizione regionale sistematica e secundum constitutionem; nonchè di stabilire se anche con tale lettura sussista effettivamente un contrasto non superabile con quelle statali ora menzionate, e se la norma regionale risulti comunque compatibile con i precetti ricavati da queste ultime: solo nell’ipotesi di persistenza ed insanabilità del contrasto potendo dubitarsi della legittimità della disposizione regionale rivolta inequivocabilmente ad eliminare responsabilità e legittimazione della Regione di riferimento” (Corte di Cassazione, Sezione, Unite, sentenza n. 1035/2012).
LA PROVA DEGLI ELEMENTI DELL’ILLECITO
L’ELEMENTO SOGGETTIVO: LA COLPA DEL DATORE DI LAVORO
La fattispecie all’esame del giudicante inerisce la richiesta danni azionata dai prossimi congiunti di un lavoratore esposto ad alte concentrazioni di amianto in occasione del servizio prestato, con mansioni di lavandaio e di fuochista, presso la lavanderia e le centrali termiche dell’Ospedale di Careggi (FI) e, deceduto a causa di malattia insanabile (il mesotelioma pleurico) causalmente correlata con la medesima esposizione.
La giurisprudenza è granitica e unanime nel ritenere che il rischio di malattie polmonari connesso all’inalazione di polveri di amianto fosse noto al legislatore sin dalla prima metà del secolo scorso (cfr L. 455/1943 che inseriva l’asbestosi tra le malattie professionali prevedendo, altresì il pagamento di un premio supplementare per i lavoratori esposti a tali materiali) e che, in ambito scientifico, tale nozione si possa datare addirittura agli inizi del XX secolo.
Incisiva, in tal senso, la sentenza del Tribunale di Firenze che, dopo avere ribadito come la responsabilità dell’imprenditore ex art. 2087 c.c. non possa essere limitata alla violazione di norme d’esperienza o di regole tecniche preesistenti e collaudate, ma debba essere estesa alla cura del lavoratore attraverso l’adozione, da parte del datore di lavoro, di tutte quelle misure e delle cautele che, in funzione della diffusione e della conoscibilità, pur valutata in concreto, delle conoscenze, si rivelino idonee, secondo l’id quod plerumque accidit, a tutelare l’integrità psicofisica del lavoratore, sottolinea come – nella specie- ai fini della valutazione della sussistenza e del grado della colpa datoriale “non può non valorizzarsi il fatto che il datore di lavoro non fosse costituito da una piccola impresa che si dibatte in un turbinio di leggi da cui trarre indicazioni comportamentali, ma da una organizzazione sanitaria pubblica, come tale avente quale fine istituzionale quello della prevenzione e della tutela salute della generalità dei consociati, a cominciare da quella dei propri dipendenti; e rispetto alla quale, pertanto, non è configurabile alcuna causa che valga ad escluderne o anche solo ad attenuarne la responsabilità per non aver rilevato tempestivamente il serio e non ipotetico pericolo incombente, costituito dalle fibre d’amianto diffuse nei locali della lavanderia e delle centrali termiche, adottando rimedi che la comunità scientifica internazionale aveva ormai allo studio, dal momento che, come detto, erano ben noti gli allarmi manifestati dalla scienza medica sui nocivi effetti incidenti sul bene primario della salute”.
IL NESSO CAUSALE TRA IL MESOTELIOMA E L’ESPOSIZIONE ALL’AMIANTO IN DIFETTO DI ADEGUATE MISURE PREVENTIVE A TUTELA DEL LAVORATORE
Per consolidato dato ermeneutico ai fini della causalità materiale nell’ambito della responsabilità aquiliana la giurisprudenza e la dottrina prevalenti ritengono, in applicazione dei principi penalistici, di cui agli artt. 40 e 41 c.p., che un evento è da considerare causato da un altro se, ferme restando le altre condizioni, il primo non si sarebbe verificato in assenza del secondo (cd. teoria della condicio sine qua non). Nella specie, constando l’omessa adozione di cautele atte ad eludere se non vanificare i rischi connessi alla esposizione da amianto e nella omessa informazione dei rischi connessi alla inalazione di fibre di amianto da parte dei soggetti che ne erano esposti, si tratta di una ipotesi di causalità omissiva figura afferente al diritto penale e la cui dimostrazione, nella diversa arena dei giudizi civili, va adeguata alle peculiarità delle singole fattispecie normative di responsabilità civile. Vale, infatti, sottolineare come ciò che muta sostanzialmente tra il processo penale e quello civile è la regola probatoria, in quanto nel primo vige la regola della prova “oltre il ragionevole dubbio” (cfr. Cass. Pen. S.U. 11 settembre 2002, n. 30328, Franzese), mentre nel secondo vige la regola della preponderanza dell’evidenza o “del più probabile che non”[1] (cfr Cass. Sez. Unite 581/2008).
Nel caso sottoposto all’esame del Tribunale di Firenze, il lavoratore, prima della sua assunzione presso l’organizzazione sanitaria pubblica convenuta, aveva lavorato alle dipendenze di alcune ditte tessili, settore in cui la letteratura scientifica conferma la possibile esposizione all’amianto da parte del lavoratore. E, tuttavia, nel caso di specie, mentre era stata dimostrata in giudizio in modo certo e in concreto, la presenza di componenti amiantifere coibentate e non negli ambienti di lavoro frequentati e nei materiali direttamente maneggiati dal dante cause degli attori presso le lavanderie e le centrali termiche della struttura sanitaria convenuta, al contrario, con riguardo ai pregressi periodi lavorati come aiuto operaio agricolo e come filatore, non era stata fornita alcuna prova diretta e concreta del fatto che il lavoratore fosse stato effettivamente esposto a componenti amiantifere.
Ne deriva, secondo il Tribunale di Firenze, che l’esposizione all’amianto del lavoratore durante il precedente periodo lavorato nel settore agricolo e tessile poteva essere qualificata come possibile solo ed esclusivamente in base dei dati della letteratura scientifica, e, quindi, in astratto e che l’onere di provare l’esistenza di una causa alternativa rispetto a quella dedotta dai ricorrenti, da sola sufficiente a provocare l’evento, gravava sulla organizzazione sanitaria pubblica convenuta.
Sottolinea, ancora il Giudice fiorentino, che “a fronte di una pluralità di possibili cause alternative, una di esse può legittimamente essere ritenuta idonea a costituire la causa effettiva in base al criterio del “più probabile che non”: l’esistenza del nesso di causalità tra una condotta illecita ed un evento di danno può essere affermata dal giudice civile anche soltanto sulla base di una prova che lo renda probabile, a nulla rilevando che tale prova non sia idonea a garantire una assoluta certezza al di là di ogni ragionevole dubbio”.
Ed, invero, alla luce della giurisprudenza oggi prevalente e nel quadro di riferimento costituito dal principio di equivalenza causale, nella causalità commissiva, una data azione può considerarsi come causa di un evento se ne costituisce un antecedente necessario, ovvero mentalmente non eliminabile senza alterare an e quomodo dell’evento stesso per come in concreto realizzatosi; tale antecedente va accertato secondo un metodo generalizzante, in cui il nesso tra azione ed evento sia sussumibile sotto leggi scientifiche generali di copertura universali o, in mancanza, statistiche; in tale ultima evenienza, tali leggi generali di copertura devono essere dotate di un alto grado di probabilità logica o credibilità razionale valutato ex ante, anche se non equiparabile a quello richiesto dalla giurisprudenza penalistica a partire da Cass. pen. S.U. 10.7.02 n. 30328, dep. 11.9.02, Franzese, in poi. Tale è, in sostanza, l’approdo delle sentenze delle S.U. dell’11.1.08 nn. 576. 581, 582 e 584, nelle quali si è cercato, se non di raggiungere in sede civile una vera e propria uniformità rispetto al settore penale, almeno di delineare linee di tendenza non contraddittorie, fermo restando che, come sopra anticipato, il parziale scostamento dei parametri di accertamento causale nel processo civile e in quello penale è un dato ineliminabile.
IL DANNO IURE HEREDITATIS E IL DANNO IURE PROPRIO
Con il termine danno iure hereditatis si intende fare riferimento al danno biologico subito dal lavoratore e rivendicabile dagli eredi nel cui patrimonio lo stesso si è trasferito a condizione che il decesso non sia immediato ma avvenga dopo un apprezzabile lasso di tempo dalle lesioni (v., ex multis, Cass. civ., n. 2134/2000).
Con l’espressione di danno iure proprio si intende, invece, fare riferimento al danno da perdita del rapporto parentale.
Per la quantificazione delle due tipologie di danno il Tribunale di Firenze ha inteso applicare le tabelle del Tribunale di Milano aggiornate al 2018.
Con riferimento al danno iure hereditatis , il Tribunale di Firenze ha ritenuto di estenderne la durata oltre il limite di 100 giorni convenzionalmente stabilito nelle tabelle per il cd danno terminale, ritenendo provato “sia pure in via presuntiva, che a seguito della diagnosi di una patologia neoplastica a prognosi infausta nel dicembre 2011, l’estrema sofferenza psicologica del de cuius scaturente dalla consapevolezza dell’inevitabile approssimarsi della propria morte si sia protratta fino al decesso” Quanto al danno cd “iure proprio”, nella quantificazione di € 200.000,00, stabilita dal Giudice per ciascuno dei familiari, sono stati valorizzati “la condotta illecita datoriale” integrante gli estremi di reato (art. 589 c.p.), e le circostanze del caso concreto, in particolare, “l’età della vittima, della vedova e dei due figli, l’intensità e qualità del rapporto coniugale e parentale, nonché l’estrema penosità del lungo e ingravescente periodo di malattia, nella angosciante e disperante consapevolezza, delle limitate prospettive terapeutiche e della conseguente prognosi infausta
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