Source: https://www.studiobarberio.org/blog/2019-12-04-status-di-rifugiato-a-causa-di-mutilazioni-genitali-femminili-a-donna-nigeriana/
Timestamp: 2020-04-04 06:35:55+00:00
Document Index: 37044246

Matched Legal Cases: ['art. 14', 'art.1', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 7', 'art. 2', 'art. 8', 'art. 3']

Status di rifugiato a causa di mutilazioni genitali femminili a donna nigeriana | Studio Legale Barberio
Status di rifugiato a causa di mutilazioni genitali femminili a donna nigeriana
In breve: Stranieri - Protezione Internazionale - Nigeria - La donna vittima di mutilazioni genitali femminili è vittima di violenza di genere e quindi meritoria dello status di rifugiato.
La donna vittima di mutilazioni genitali femminili è vittima di violenza di genere e come tale meritevole di riconoscimento della protezione internazionale, perché trattasi di soggetto che ha diritto all’ottenimento dello status di rifugiato politico ai sensi della Convenzione di Ginevra. Ai sensi dell’art. 14 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948 ogni individuo ha diritto di “cercare e godere in altri Paesi asilo dalle persecuzioni” ; inoltre l’Italia è uno dei paesi firmatari della Convenzione di Ginevra del 1951 e dei suoi Protocolli aggiuntivi del 1967 e la Convenzione di Ginevra (art.1) da un lato riconosce lo status di rifugiato a tutte le persone che non possono rientrare nel proprio Paese di origine in quanto temono, in modo fondato, che se rientrassero sarebbero perseguitate a causa delle loro opinioni politiche, religiose, della loro nazionalità, ovvero per l’appartenenza ad un’etnia o a un determinato gruppo sociale.
Gli abusi e le violenze subite dalla donna costituiscono atti di persecuzione per motivi di appartenenza ad un determinato gruppo sociale e, accertato che tali atti sono specificamente riferibili alla persona della richiedente, costituiscono il presupposto per il riconoscimento dello status di rifugiato ai sensi e per gli effetti di cui agli artt. 2 e seguenti del Decreto Legislativo 19.11.2007, n. 251, attuativo della Direttiva 2004/83/CE, recante norme minime sull’attribuzione, a cittadini di Paesi terzi o apolidi, della qualifica di rifugiato o di persona altrimenti bisognosa di protezione internazionale, nonché norme minime sul contenuto della protezione riconosciuta.
Pronunce recenti in merito alle discriminazioni femminili e con particolare riferimento alla pratica brutale delle mutilazioni genitali femminili hanno chiarito il concetto di “forma di violenza, morale e materiale, discriminatoria di genere, legata cioè alla appartenenza al genere femminile”, e, come tale, riconducibile ai motivi di persecuzione rilevanti ai sensi del già citato D.Lvo 251/07 (sentenza 27.11.2012 la Corte d’Appello di Catania), rilevando che le MGF trovano la loro genesi in profonde tradizioni culturali o credenze religiose, il rifiuto di sottoporre sé stessa o le proprie figlie a tali pratiche espone la donna, e le proprie figlie, al rischio concreto di essere considerata nel Paese di origine “un oppositore politico ovvero come un soggetto che si pone fuori dai modelli religiosi e dai valori sociali, e quindi essere perseguitata per tale motivo”.
Anche la Corte d’Appello di Roma con la sentenza n. 3854 Vol. del 02 luglio 2012 ha rilevato che “appare evidente il concreto e individuale pericolo che una giovane donna ormai priva di familiari, possa subire nel caso di rientro nel suo paese di persecuzioni e violenze riguardanti non solo la vita, a causa della situazione ancora non del tutto stabilizzata dell’ordine pubblico, ma anche l’integrità fisica in generale come la sottoposizione a più gravi mutilazioni genitali quali l’infibulazione. Tenuto conto della situazione esistente in Sierra Leone … appare sussistente il fondato motivo di persecuzione con gravi atti di violenza e di aggressione idonei a porre in pericolo la vita e l’incolumità della richiedente senza che le autorità dello stato siano in grado di garantire idonea protezione ai sensi dell’art. 7 del D. Lgs. 251/2007”.
Tali pronunce hanno quindi riconosciuto la protezione internazionale perché le ricorrenti possano sottrarsi alla violenza di genere e al trattamento discriminatorio che conseguirebbe in caso di rifiuto di sottoporsi alla violenza stessa.
La Corte europea dei diritti dell’uomo ha qualificato le mutilazioni genitali femminili come trattamenti inumani e degradanti ai sensi dell’articolo 3 della Convenzione (CEDU, 8 marzo 2007, aff. 23944/05, Collins et Akazebie c/Suède; CEDU, 17 maggio 2011, aff. n° 43408/08, Izevbekhai c/ Irlande; CEDU, 20 settembre 2011, aff. n° 8969/10, Omoredo c/ Autriche).
Analogamente, il Tribunale di Cagliari (ordinanza 3.4.2013) ha ritenuto possibile interpretare la norma che definisce la qualifica di rifugiato (art. 2, lett. e), D.Lvo 251/07) in senso conforme alle sentenze della Corte Europea in quanto, "la rappresentazione della mutilazione genitale femminile quale atto di persecuzione per motivi di appartenenza ad un determinato gruppo sociale è palesemente compatibile con la tutela degli interessi costituzionalmente protetti contenuta negli articoli 2 e 3 della Costituzione, con particolare riguardo alla tutela dei diritti inviolabili dell'uomo e al principio di uguaglianza e di pari dignità sociale, senza distinzioni di sesso, alla stessa stregua dei motivi di razza, religione, nazionalità o di opinione politica."
Le pronunce in commento rappresentano senza dubbio un passo in avanti nella valutazione del fenomeno delle MGF sotto il profilo della tutela da accordare alle vittime o alle potenziali vittime di tali pratiche.
Tale situazione si inquadra nel complesso delle misure di prevenzione e contrasto del fenomeno della violenza di genere, di protezione delle vittime e di criminalizzazione dei responsabili adottato dal Consiglio d’Europa con la Convenzione di Istanbul, aperta alla firma l’11.5.2011, ma non ancora in vigore per assenza del numero minimo di ratifiche richiesto dalla Convenzione stessa (la Convenzione è stata sottoscritta dall'Italia il 27.9.2012) . Dopo aver definito nel preambolo la violenza contro le donne come species della più ampia fattispecie della violenza di genere, e le MGF (insieme con la violenza domestica, le molestie sessuali, lo stupro, il matrimonio forzato, i delitti commessi in nome del cosiddetto “onore”) come grave violazione dei diritti umani delle donne e delle ragazze e principale ostacolo al raggiungimento della parità tra i sessi, la Convenzione sancisce espressamente, all’articolo 60 rubricato "Richieste di asilo basate sul genere", che le Parti:
adottino le misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che la violenza contro le donne basate sul genere possa essere riconosciuta come una forma di persecuzione ai sensi dell’articolo 1, A (2) della Convenzione relativa allo status dei rifugiati del 1951 e come una forma di grave pregiudizio che dia luogo a una protezione complementare / sussidiaria;
accertino che un’interpretazione sensibile al genere sia applicabile a ciascuno dei motivi della Convenzione, e che nei casi in cui sia stabilito che il timore di persecuzione è basato su uno o più di tali motivi, sia concesso ai richiedenti lo status di rifugiato, in funzione degli strumenti pertinenti applicabili;
adottino le misure legislative o di altro tipo necessarie per sviluppare procedura di accoglienza sensibili al genere e servizi di supporto per i richiedenti asilo, nonché linee guida basate sul genere e procedure di asilo sensibili alla questione di genere.
Con la risoluzione del 14.6.2012 (reperibile sul sito http://www.europarl.europa.eu), il Parlamento europeo, dopo aver evidenziato al “Considerando E” che “la mutilazione genitale femminile è indice di una disparità nei rapporti di forza e costituisce una forma di violenza nei confronti delle donne, al pari delle altre gravi manifestazioni di violenza di genere, e che è assolutamente necessario inserire sistematicamente la lotta alle mutilazioni genitali femminili in quella più generale contro la violenza di genere e la violenza nei confronti delle donne”, ha invitato prioritariamente l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ad adottare in occasione della 67a sessione una risoluzione che abolisca le mutilazioni genitali femminili a livello mondiale, e secondariamente gli Stati membri a continuare a ratificare gli strumenti internazionali e a dare loro attuazione attraverso legislazioni che proibiscano ogni forma di mutilazione e prevedano sanzioni efficaci per i responsabili.
Il Tribunale di Roma appare sensibile al tema.
Con l’ordinanza del Tribunale di Roma del 7/11/2013 del dott. Gatta viene riconosciuto lo status di rifugiato ad una cittadina nigeriana atteso che “ la ricorrente è stata vittima di gravi atti di violenza fisica, sessuale e psichica per i quali essa era ed è da considerare un soggetto vulnerabile (tanto ai sensi dell’art. 8 del d.lgs 140/05, quanto ai sensi dell’art. 3.9 della direttiva 2008/115/CE, ove sono espressamente menzionati proprio lo stupro e le altre forme di violenza psicologica, fisica o sessuale)”. Nella specie, ella era stata vittima di segregazione, percosse, maltrattamenti e sevizie nonché di violenze reiterate psicologiche e di stupri da parte dello stesso padre e di condanna da tutta la comunità contro cui non avrebbe potuto avere dalle Autorità del suo Paese alcuna concreta tutela.
Nel caso che qui ci occupa si trattava di una gravissima violazione dei diritti umani, tanto da esporre la ricorrente, in caso di respingimento, al pericolo fondato e concreto di subire altre violazioni dei fondamentali diritti umani se non addirittura di perdere la sua stessa vita; il Giudice ha altresì preso atto delle risultanze del rapporto di Amnesty International, in cui si evidenziava che in Nigeria sono continui gli atti di violenza specifica nei confronti delle donne, e tale situazione è stata individuata come “violenza di genere”.
Con ordinanza del 6.03.2014, il Giudice del Tribunale di Roma dott.ssa Silvia Albano riconosce lo status di rifugiato a donna vittima di MGF precisando che “la MGF viene inflitta a ragazze e donne perché sono di genere femminile, per affermare potere su di loro e per controllare la loro sessualità. La pratica quindi fa parte di un più ampio modello di discriminazione contro ragazze e donne in una specifica società (…) La rappresentazione della mutilazione genitale femminile quale atto di persecuzione per motivi di appartenenza ad un determinato gruppo sociale è palesemente compatibile con la tutela degli interessi costituzionalmente protetti contenuta negli articoli 2 e 3 della Costituzione, con particolare riguardo alla tutela dei diritti inviolabili dell’uomo e al principio di uguaglianza e di pari dignità sociale, senza distinzione di sesso, alla stessa stregua dei motivi di razza, religione, nazionalità o di opinione politica”.
Giudice: Tribunale di Roma, I Sezione Civile, Dott.ssa Silvia Albano.
Decisione: Ordinanza del 06.03.2014.
Avvocato: Laura Barberio del Foro di Roma.
Leggi l'ordinanzaAmnesty International Rapporto sulla Nigeria