Source: https://www.ildubbio.news/tag/cnf/
Timestamp: 2020-04-10 19:09:50+00:00
Document Index: 21242121

Matched Legal Cases: ['art. 700', 'art. 2236', 'art. 51', 'art. 407', 'art. 146', 'art. 146', 'art. 147', 'art. 83', 'art. 146', 'art. 146', 'art. 146', 'art. 83', 'art. 83', 'art. 146', 'art. 14', 'art. 178', 'art. 146', 'art. 83', 'art. 83', 'art. 83', 'art. 83', 'art. 472', 'art. 83', 'art. 146', 'art 83', 'art.83', 'art. 2', 'art. 35', 'art. 6', 'art. 5', 'art. 8', 'art. 83', 'art. 8', 'art. 83', 'art. 83', 'art. 83', 'art. 83', 'art. 83', 'art. 123', 'art. 123', 'art. 123', 'art. 83', 'art. 656', 'art. 83', 'art. 656', 'art. 83', 'art. 656']

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emergenza coronavirus Giulia Merlo	10 Apr 2020 07:45 CEST
«Tutelare le donne e salvare i detenuti dall’epidemia»
Il Cnf in difesa di soggetti vulnerabili e dei loro diritti spesso discriminati
«L’avvocatura, anche in considerazione del ruolo sociale che assolve incondizionatamente, è impegnata in prima linea nella difesa di soggetti vulnerabili e dei loro diritti spesso discriminati», con queste parole la presidente facente funzione del Consiglio Nazionale Forense, Maria Masi, ha commentato la scelta del plenum di approvare una serie di delibere che rispondono proprio alla necessità di tutelare i più vulnerabili. «La discriminazione non è mai giustificabile, ma soprattutto in questo particolare e difficile momento provocato dall’epidemia e dall’emergenza sanitaria si amplificano le esigenze di tutela da cui nessuno può o deve rimanere escluso». In quest’ottica, il Cnf è intervenuta «sullo stato dei detenuti, la tutela delle donne vittime di violenza domestica e di genere, sostenendo in questo caso gli emendamenti proposti dalla Commissione parlamentare sul femminicidio e aderendo alla campagna di sensibilizzazione promossa dal dipartimento Pari opportunità della Presidenza del Consiglio», ha concluso Masi.
Il Cnf, «valutata la necessità di intervenire in modo consistente sul fenomeno della violenza domestica e di genere anche e soprattutto durante l’emergenza sanitaria, dacché, l’isolamento e la convivenza forzata rischiano di aggravare la situazione di pericolo che molte donne vivono», ha scelto di aderire alla campagna di comunicazione e sensibilizzazione “Libera puoi” promossa dal Dipartimento per le Pari Opportunità presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri a sostegno delle donne vittime di violenza durante l’emergenza sanitaria. «L’obiettivo è di promuovere il numero 1522 attivo h24 e far conoscere le modalità di accesso alla segnalazione», si legge della delibera. Inoltre, la rappresentanza istituzionale dell’avvocatura ha anche deliberato di sostenere gli emendamenti proposti dalla commissione d’inchiesta sul femminicidio, «con particolare riferimento alla necessità di garantire l’applicazione rigorosa delle misure civili e penali a tutela delle donne vittime di violenza e di maltrattamenti; di garantire l’accesso delle donne ai centri antiviolenza e alle case rifugio nel rispetto delle misure precauzionali dettate dall’emergenza sanitaria; di prevedere ulteriori specifiche misure di protezioni per le donne vittime di violenza, anche migranti, richiedenti asilo, rifugiate e vittime di tratta e alla necessità di agevolare l’accesso ai numeri antiviolenza».
Il Consiglio nazionale forense ha inviato all’attenzione del governo e in particolare del premier Giuseppe Conte e del ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ma anche del garante nazionale dei detenuti Mauro Palma e al capo del Dap, Francesco Basentini, una delibera sull’emergenza carceri e il preoccupante aumento di positivi al virus Covid- 19, in cui viene chiesta «l’immediata adozione di tutti i provvedimenti normativi necessari a ridurre il sovraffollamento delle carceri e rendere effettiva la tutela del diritto alla salute, costituzionalmente garantito, dei detenuti e di tutti coloro che operano all’interno degli istituti penitenziari». Nel testo, il Cnf definisce «del tutto inidonee» le misure adottate dal governo e rileva che il coronavirus ha «già provocato la morte di un detenuto, mentre aumentano ogni giorno i casi accertati di positività di detenuti e agenti di polizia penitenziaria», e evidenzia che «l’emergenza sanitaria in atto per la pandemia da Covid- 19 impone soluzioni non più procrastinabili per ridurre la cronica situazione di grave sovraffollamento delle nostre carceri». Inoltre, il Cnf ricorda che l’Italia in passato «è stata condannata già due volte dalla Corte europea dei diritti dell’uomo», e che l’attuale situazione di sovraffollamento nelle carceri italiane «non rende possibile il rispetto delle misure prescritte dalle autorità sanitarie finalizzate a contenere la diffusione della pandemia ed attuare il distanziamento sociale».
Infine, il Cnf ha sottoscritto un protocollo di intesa con la Corte di cassazione, la Procura Generale presso la Corte di cassazione limitatamente alla trattazione delle adunanze civili ed udienze penali camerali non partecipate, che prevede la collaborazione per la digitalizzazione degli atti processuali, sia attraverso l’invio di copia informatica di quelli già depositati in originale cartaceo, sia con il deposito di memorie e motivi aggiunti tramite posta elettronica certificata.
diritti Simona Musco	9 Apr 2020 08:43 CEST
La denuncia del Cnf: «Il Cura Italia svilisce l’avvocatura»
Dura presa di posizione del Consiglio nazionale forense, che ha deciso di alzare la voce per evitare violazioni del diritto di difesa in nome dell’e…
«Gli emendamenti al Cura Italia sviliscono il ruolo degli avvocati». È una presa di posizione dura quella del Consiglio nazionale forense, che ha deciso di alzare la voce per evitare violazioni del diritto di difesa in nome dell’emergenza. Continue reading “La denuncia del Cnf: «Il Cura Italia svilisce l’avvocatura»” →
emergenza coronavirus 2 Apr 2020 17:22 CEST
Anche le Camere civili contro gli avvocati che fanno sciacallaggio contro i medici
Il Cnf aveva censurato chiunque speculi sul dolore e aveva espresso solidarietà a favore di chi è in prima linea contro il coronavirus
Dopo l’iniziativa del Cnf che mercoledì ha assicurato alla Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e odontoiatri l «’attenta e forte vigilanza di tutte le istituzioni forensi nell’individuare e sanzionare i comportamenti di quei pochi avvocati che intendono, speculare sul dolore e le difficoltà altrui, nel difficile momento che vive il nostro Paese», arriva anche la presa di posizione dell’Unione Nazionale delle Camere Civili che annuncia l’azione legale contro quegli avvocati che promuovessero azioni di sciacallaggio ai danni di medici e strutture sanitarie.
Lo annuncia l’Uncc in una nota sottolineando che «agirà ex art. 700 cpc, 2601 e 2043 c.c. contro tutti coloro che avranno formulato tali offerte illecite, al fine di ottenere l’inibitoria dei comportamenti, a tutela del decoro di tutta la categoria forense». «Simili pubblicità vengono formulate, talora addirittura da imprese commerciali, nel momento più grave della crisi, senza che vi sia alcuna necessità di urgenza, e appaiono quindi inaccettabili. Uncc ritiene, infatti, che ipotizzare di far valere la responsabilità di chi sta affrontando l’emergenza a prezzo di gravi rischi personali (come medici, infermieri e personale sanitario) è uno sciacallaggio che non solo danneggia innanzitutto gli stessi malati, ma che costituisce anche un’azione illecita e ingannevole, nella misura in cui, al fine di accaparrare clienti, pregiudica il decoro dell’intera categoria forense, approfittando del dolore di chi ha appena subito un grave lutto. Tali azioni, peraltro, non prospettano neppure la speciale difficoltà della situazione che stiamo vivendo, che potrebbe rappresentare l’esimente di cui all’art. 2236 c.c.», si legge ancora. Per questo motivo, l’Unione Nazionale delle Camere Civili, pur ribadendo l’autonomia e la indipendenza di ciascun Avvocato: stigmatizza il comportamento di quegli iscritti all’Ordine degli Avvocati che abbiano cercato di far leva sull’emergenza per accaparrarsi clienti, in violazione delle regole della leale concorrenza, imposte dalla legge e dal codice deontologico, e li invita ad evitare pubblicità che sono nello stesso tempo indecorose ed ingannevoli e invita le Camere Civili a deferire ai Probiviri eventuali associati che dovessero tenere comportamenti del genere.
Le Camere Civili, come detto, arriva dopo la delibera – decisa a seguito della segnalazione arrivata dalla Fnomceo, «censura e condanna con forza e convinzione ogni comportamento che in qualsiasi forma e modo integri grave violazione di principi etici condivisi, principi etici che non possono non informare la professione di avvocato».
emergenza coronavirus Simona Musco	2 Apr 2020 13:30 CEST
«Abbiamo guardato ai bilanci e non alla salute. Così Covid ha vinto»
Intervista a Filippo Anelli, presidente della federazione degli ordini dei medici
Il patto sociale tra medici e avvocatura si rinsalda, grazie al “soccorso” prestato dagli avvocati alla Federazione nazionale dell’ordine dei medici, che ha denunciato le pratiche speculatorie di una piccola parte dell’avvocatura durante l’emergenza coronavirus. Pratiche stigmatizzate dal Cnf, con il quale ora l’ordine dei medici vuole avviare un percorso di valorizzazione delle professioni, quali garanti dei diritti sanciti dalla Costituzione. Ad annunciarlo, al Dubbio, è Filippo Anelli, presidente della Fnomceo, che parla anche del momento difficilissimo vissuto dalle professioni sanitarie.
Presidente, il Cnf ha risposto presente al suo appello.
Devo ringraziare il Cnf, che ha condiviso la nostra preoccupazione. Nella situazione di difficoltà senza precedenti in cui si trova il nostro Paese, in cui anche la professione sta pagando uno scotto altissimo, ho espresso il timore che alcuni iscritti all’ordine degli avvocati utilizzassero questo momento di dolore e sofferenza per speculare. Il Cnf ha espresso apprezzamento per quanto i medici stanno facendo e la forte determinazione a voler vigilare sui comportamenti non coerenti con i principi deontologici.
Ciò ha aperto una discussione sull’importanza delle professioni.
Sì. È un momento molto importante, che fa emergere quanto siano fondamentali nella nostra società, non solo per le competenze che hanno, ma anche perché rappresentano la spina dorsale del Paee. Le professioni sono quelle che oggi rendono possibili alcuni diritti, come quello alla salute e alla difesa. Medici e avvocati, insieme, rappresentiamo anche quel principio di uguaglianza e di equità che soltanto le professioni come le nostre possono realizzare. In questo momento di difficoltà le professioni tornano ad essere protagoniste, dopo essere state, in passato, trascurate e ridimensionate.
È l’inizio di un percorso comune?
Il Cnf ha proposto una modifica della Costituzione per rendere più forte il ruolo dell’avvocatura, noi stavamo seguendo una strada diversa, ma complementare, ovvero la ricostruzione di un rapporto con la società civile. L’emergenza, oggi, ci porta su un percorso comune. Assieme al Cnf vorrei riprendere una riflessione del ruolo delle professioni nel nostro Paese, a partire dal rispetto dei diritti costituzionali, che siamo noi a garantire.
I medici hanno denunciato uno stato di abbandono da parte del governo. È così?
Non direi abbandono, ma purtroppo in questo Paese i meccanismi che dovrebbero funzionare in un’emergenza e che dovrebbero essere già rodati spesso non funzionano. Abbiamo tutto il supporto del governo, ma vorremmo che questo si traducesse in qualcosa di più concreto. In passato l’idea di trasformare la professione in un’attività di mero tecnicismo ha messo a rischio la nostra autonomia, che è stata fortemente condizionata.
Fino a ieri, diciamo. Basti pensare al decreto Lorenzin sull’appropriatezza prescrittiva, che faceva dipendere la prescrizione, ad esempio, di una tac dalla quantità di giorni di dolore. Era una visione quasi fordista del ruolo del medico, che invece risponde personalmente delle proprie scelte.
In qualche modo l’emergenza ha fatto venire alla luce l’esigenza di riconoscere questo profilo della professione?
Diciamo che nell’emergenza vengono fuori i ruoli fondamentali all’interno di questa società. Fino a poche settimane fa si parlava di no vax, oggi, se ci fosse un vaccino, non credo ci sarebbe qualcuno disposto a non farlo. Certe situazioni fanno venire fuori i valori veri, annichilendo le posizioni demagogiche e fuori luogo.
Però i medici stanno ancora lavorando in carenza di dispositivi di protezione individuale. Com’è possibile?
L’emergenza ci ha colti di sorpresa. E su questo andrebbe fatta una riflessione. La difficoltà di una gestione unitaria, la frammentazione in tanti servizi sanitari regionali non ci ha sicuramente favorito, così come il fatto che il ministero della Salute fosse così strutturalmente debole nella sua cornice costituzionale e organizzativa dello Stato. Non ci ha favorito il fatto che i manager siano stati oggi sempre più abituati al rispetto degli equilibri di bilancio e non invece a una quasi maniacale ricerca della tutela della salute come esigenza prioritaria, anche rispetto alla spesa. Non ci ha favorito il fatto che i medici oggi siano considerati sempre più condizionati dall’iperproduzione di norme burocratiche che rendono sempre più complicato l’esercizio della professione. Questo è il terreno su cui si è innestata l’emergenza. Poi c’è il fatto di aver sottovalutato l’esperienza cinese e il pericolo che da un momento all’altro potesse palesarsi anche nel nostro Paese.
Dal paziente 1 ad oggi, com’è possibile che medici ed infermieri non siano adeguatamente protetti?
La mia sensazione è che sia difficile governare un sistema di questo genere se l’orientamento nazionale perde di forza nel momento in cui devi sempre avere un contraltare regionale. Il modo di affrontare l’emergenza in Lombardia è ben diverso dal Veneto, dall’Emilia e dalle regioni del Sud. È una difficoltà intrinseca, dove prevalgono le disuguaglianze. Probabilmente è propria questa frammentazione che oggi non ci aiuta ad avere un modello decisionale forte, che potrebbe garantire una guida certa ed assoluta in grado di affrontare l’emergenza. Il nostro sistema è debole.
Il problema è anche un modello ospedale-centrico?
Sì. Pensare di superare l’emergenza aumentando il numero dei ventilatori non è la strada corretta per affrontare un’epidemia che vede un sacco di soggetti a casa per mancanza di presidi sufficienti, col rischio di una lesione dei diritti costituzionali. Servono percorsi dedicati al Coronavirus e percorsi assistenziali anche a domicilio, dove un ruolo importante lo giocano i professionisti sul territorio.
Che suggerimento darebbe al governo per fronteggiare meglio l’emergenza?
Una task force non può essere composta solo da esperti epidemiologi, ma dovrebbe tener dentro anche l’esperienza dei clinici, degli anestesisti e dei medici che lavorano sul territorio. È un approccio che tiene dentro tutti gli aspetti articolati e poiché il nostro sistema sanitario è uno dei pochi al mondo che ha una rete di controllo territoriale straordinaria e così diffusa è veramente incredibile che in una circostanza come questa tale rete non sia assolutamente utilizzata.
Quanti sono i medici caduti per Coronavirus?
La media è elevatissima, abbiamo superato i 70 decessi e gli 8mila contagi, che crescono giorno dopo giorno. È una situazione davvero preoccupante. Questo per via della mancanza di dispositivi di protezione individuale sia perché, proprio per questo motivo, gli ospedali sono diventati luoghi di diffusione del virus. E ovviamente diventano moltiplicatori.
Quanto tempo ci vorrà per uscire da questa situazione?
Difficile dirlo. L’andamento si sposta da nord a sud in tempi e modalità diverse. Oggi alcuni dati sembrano far prefigurare una riduzione dell’epidemia al nord: questo significherebbe che nel giro di un mese e mezzo il nord potrebbe uscirne completamente. Al sud il dato potrebbe variare dai 15 ai 20 giorni. Ma dipende anche dall’impatto che avrà e dal contagio di ritorno, visto che molti di coloro che si lavorano al nord oggi si trovano al sud.
I medici del sud le hanno segnalato problemi particolari?
Sono preoccupati dall’atavica carenza di personale e posti letto e di un apparato organizzativo e amministrativo ben diverso da quello del nord. La carenza di dispositivi e le difficoltà sono uguali in tutta Italia. La nota positiva credo che sia la generosità. Rende ammirevole questo Paese e queste professioni.
emergenza coronavirus 2 Apr 2020 08:15 CEST
Maria Masi (Cnf): «Chi specula sul dolore tradisce il ruolo sociale della professione di avvocato»
La presidente del Cnf contro «quei pochi iscritti che hanno cercato di profittare dell’emergenza. Ma con i medici l’alleanza è salda”
C’ è la dignità. C’è lo spirito di coesione, ci sono l’emergenza e il dolore. La delibera con cui il Cnf lascia nel cono d’ombra dei «profittatori professionali» i «pochi iscritti» che hanno cercato di speculare sui medici e sulle vittime del coronavirus è un esempio di senso dello Stato e del ruolo sociale di due professioni «alleate», come le definisce Maria Masi. «Si tratta di casi isolati», ricorda la presidente facente funzioni della massima istituzione forense, «che vanno censurati. Non solo per tutelare la dignità della professione, ma anche in nome di un’alleanza con la Federazione nazionale degli Ordini dei medici che ha in sé un valore costituzionale. Che è rivolta, intendo dire, a promuovere nell’opinione pubblica la consapevolezza del ruolo che avvocati e medici svolgono. Si tratta di un valore che, in sé, è in grado di consolidare un senso di coesione sociale più ampio, un riconoscersi in alcuni elementi irrinunciabili per un Paese democratico. E le professioni sono evidentemente fra quei pilastri».
Nella delibera appena approvata dal plenum del Cnf si parla di un danno provocato, da quei pochi avvocati responsabili di «profittare» dell’emergenza per squallide autopromozioni, all’intera professione forense.
Si tratta di atteggiamenti marginali, residuali. Ed è il primo aspetto da rilevare. Casi isolati in cui si assumono atteggiamenti moralmente censurabili. E se proprio vogliamo mostrare in modo forse imprevedibile quale danno queste persone arrechino all’intera avvocatura, si può forse citare anche un aspetto concreto. Oltre ai numerosissimi punti del nostro codice deontologico calpestati, si va contro l’interesse del mondo forense persino nel senso che l’allusione scorrettissima a una sbandierata gratuità delle prestazioni contraddice anni di battaglie sull’equo compenso. Si tratta di condotte fuorvianti anche da un simile punto di vista. Ma a parte tale aspetto, c’è un vero e proprio filotto di principi deontologici violati in maniera sconcertante.
Basta citare l’accaparramento di clientela, che è in sé una condotta deontologicamente scorretta e sanzionabile. Così come lo è la stessa fuorviante allusione a prestazioni gratuite. Ma più di ogni altra cosa, si calpestano il decoro e la dignità della professione, che ciascun avvocato è tenuto a custodire, con il tentativo di speculare sull’emergenza e sul dolore. Oltretutto, lo si fa in relazione a scelte compiute dai medici nelle condizioni terribili che sappiamo. Pensare di approfittarne è intollerabile.
Paradossalmente, si dimostra quanto serva l’avvocato in Costituzione: sarebbe un monito anche per chi abusa della toga.
Partiamo intanto dall’evidente negazione di quel ruolo sociale che noi avvocati aspiriamo, appunto, a veder esplicitamente riconosciuto anche in Costituzione: chi specula sull’emergenza si rende responsabile anche di un simile tradimento. Ma ci si deve rendere conto che il ruolo sociale, e il rilievo costituzionale di quel ruolo, sono fra i principi a cui ci siamo rivolti quando, nel 2016, abbiamo stipulato come Consiglio nazionale forense un protocollo proprio con la Federazione nazionale degli Ordini dei medici. Nell’accordo firmato quattro anni fa ci si impegna alla realizzazione condivisa di azioni sinergiche per affermare, in modo più ampio possibile, due diritti che si trovano sullo stesso piano di rilevanza costituzionale: il diritto alla salute e il diritto di difesa.
E in che modo si possono promuovere nell’opinione pubblica valori del genere?
Con la corretta informazione, che va favorita appunto in modo condiviso e sinergico da avvocati e medici. E guardi che adesso quell’urgenza è ancora più evidente di quattro anni fa. A maggior ragione in una situazione drammatica come quella che viviamo, è importante far comprendere ai cittadini il rilievo sociale delle nostre professioni. Ed ecco perché vanno espresse, come avviene nella delibera appena approvata dal Cnf, solidarietà e gratitudine ai medici, e vanno allo stesso modo rinnovate, con loro, l’intesa e l’alleanza. Certo, che il nostro ruolo sociale abbia in sé una forza pedagogica è anche implicito nel richiamo ai diritti e ai doveri che ciascun avvocato e ciascun medico devono sempre tener presenti.
Oltretutto, insieme i professionisti possono richiedere più efficacemente le tutele anche economiche che in questa prima fase il governo ha piuttosto trascurato.
È un momento difficilissimo e insieme possiamo ottenere maggiore ascolto, certo. Noi avvocati siamo tenuti a ottenere ascolto anche per i diritti di altri. Mi limito a citare il diritto all’acqua. Che va assicurato a tutti, senza esclusioni.
A una particolare richiesta avanzata da reti e associazioni e del tutto condivisibile: garantire l’accesso a una risorsa primaria come l’acqua anche ai poverissimi che possono vederselo negato. A maggior ragione in giorni in cui viene ricordato a tutti di doversi lavare le mani. Come garanti dei diritti, riteniamo di doverlo essere, in un momento simile, per tutti coloro che, a maggior ragione ora, si trovano in difficoltà.
La tutela dei diritti è fra quei principi che rischiano di essere travolti dall’emergenza?
Non sarà così. Anche in virtù dell’impegno e del lavoro condiviso di magistrati e avvocati. Mi riferisco per esempio alle linee guida adottate dal Csm in seguito a un’elaborazione condivisa con il Cnf. È stato importante individuare un’unicità di sistema nelle procedure spesso telematiche che è necessario adottare in questa fase. Dopo i protocolli relativi al settore civile e al penale, abbiamo definito la bozza del protocollo informatico utilizzabile anche dinanzi ai Tribunali per i minorenni. Seppure si tratti di un ambito che gli ultimi decreti puntano a non tenere bloccato, gli spazi materialmente troppo angusti impediscono il più delle volte di svolgere le udienze in condizioni di sicurezza.
Gli avvocati possono essere annoverati fra le categorie che assicurano, anche in piena epidemia, la continuità di alcune funzioni essenziali per lo Stato. Ma le conseguenze economiche sono, anche per loro, comunque pesanti. Sta per essere infranto il mito che descrive i professionisti come un’élite privilegiata?
Va ricordato che proprio un tornante terribile come l’epidemia del coronavirus mostra a quali rischi sia esposto ciascun singolo professionista, dunque anche l’avvocato. Se mai ce ne fosse bisogno, il dramma che viviamo potrebbe dare occasione di comprendere qual è l’effettiva, reale condizione dei professionisti. Sì, forse in una difficoltà così estrema i nodi vengono al pettine. E non sarà più possibile ignorare le questioni sulle quali da tempo l’avvocatura chiede di intervenire.
emergenza coronavirus Errico Novi	1 Apr 2020 12:01 CEST
Passaggi di carte solo virtuali: la giustizia riscritta dal Csm
L’ampia delibera del Csm contiene allegati che definiscono nei particolari tutte le procedure per la celebrazione delle udienze sia civili che penal…
Persino «riunioni di lavoro» come i colloqui fra presidenti di sezione e magistrati dello stesso ufficio sono svolti, in giorni così drammatici, con «strumenti agili». Che debba essere così lo prevede, nella sua dichiarazione in plenum, anche la togata del Csm Alessandra Dal Moro, presidente della settima commissione e relatrice alle “linee guida” dettate giovedì scorso, per l’emergenza, dall’organo di autogoverno delle toghe. Un vademecum dettagliatissimo, frutto innanzitutto della collaborazione fra Consiglio superiore della magistratura e Consiglio nazionale forense. L’esito di una dialettica sull’organizzazione della giustizia che va avanti fin dalle prime fasi dell’emergenza sanitaria. Da quando cioè sono state messe a punto le prime linee guida per il contenimento del contagio da parte del guardasigilli Alfonso Bonafede e dello stesso Cnf.
L’ampia delibera del Csm contiene allegati che definiscono nei particolari tutte le procedure per la celebrazione delle udienze sia civili che penali. Possono essere citati diversi passaggi interessanti, fra le oltre 30 pagine del documento. Ma forse ce n’è uno più di tutti significativo: nella parte in cui il Csm offre le proprie “raccomandazioni” ( che tali sono, giacché il documento è presentato in premessa quale «strumento che fornisce mere indicazioni operative» e che «non limita in alcun modo l’interpretazione delle norme, rimessa ai magistrati» ), ci si occupa naturalmente anche delle modalità che i capi di ciascun ufficio dovranno stabilire per la fase successiva al 15 aprile, e che si concluderà il 30 giugno. In quell’ampio arco temporale non ci sarà più la sospensione di tutti i termini e il rinvio di tutte le udienze non urgentissime, ma si potranno comunque disporre limitazioni anche estreme. Ebbene, i vertici di Tribunali e Procure della Repubbllica sono invitati ad «assumere, comunque, i predetti provvedimenti principalmente valutando, in via prioritaria, il contrasto all’emergenza epidemiologica», a partire quindi dalla «necessità di evitare assembramenti all’interno dell’ufficio giudiziario e contatti ravvicinati delle persone». Con assoluta chiarezza, si prefigura come la stessa “fase 2” possa essere di semiparalisi al pari di quella attualmente in corso, qualora la minaccia del Covid continuasse a richiederlo.
Solo per avere un’idea sia dello spirito di cautela che ispira le “linee guida”, sia di quanto siano particolareggiate, si possono ancora richiamare le parti in cui si suggerisce come persino i documenti che “viaggiano” da una stanza all’altra siano «portati a conoscenza dell’ufficio cui sono diretti ( pubblico ministero o giudice) mediante trasmissione con modalità telematiche».
Anche se di mezzo c’è solo un corridoio.
Visto che i capi degli uffici decideranno, tra l’altro, sulla “fase 2” «sentito il Consiglio dell’Ordine degli avvocati», si consigliano ovviamente «modalità di assunzione dei provvedimenti per iscritto ed attraverso procedure partecipate, idonee a coinvolgere — con modalità anche informali, compatibili con il rispetto delle misure igienico- sanitarie prescritte, nonché con le sussistenti ragioni di urgenza — in funzione consultiva i componenti dell’ufficio, l’avvocatura ed il personale amministrativo». Si decide dunque per iscritto ma anche in via informale. Anche con comunissime chat di whatsapp, tanto per intenderci.
Giusto, giustissimo. Forse una preziosa e pedagogica immersione nella concretezza. Ma alcuni dettagli dell’inedito mondo della giustizia virtuale dovrebbero invece, secondo il Csm, essere codificati in maniera più stringente. In alcuni casi grazie all’aiuto offerto dal Cnf che, per le udienze civili ad esempio, predisporrà e metterà a disposizione degli avvocati «modelli uniformi per eventuali istanze per la trattazione ( anche da remoto o cartolare) dei procedimenti trattabili previa dichiarazione di urgenza» ovvero «per la richiesta di rinvio dei procedimenti che, pur espressamente indicati come indifferibili, possano essere rinviati senza produrre grave pregiudizio alle parti».
Così come, sempre in ambito civilistico, il giudice dovrà prendere atto, innanzitutto, della «espressa dichiarazione dei difensori delle parti in merito alle modalità di partecipazione della parte assistita al momento dell’udienza e della dichiarazione relativa al fatto che non siano in atto, né da parte dei difensori né da parte dei loro assistiti, collegamenti con soggetti non legittimati».
Procedure ispirate a un misto di formalismo e fiducia. E che sono sì una preziosa sperimentazione, ma che neppure potranno sostituire per sempre il principio dell’immediatezza, sul quale si basa l’intera architettura costituzionale del giusto processo.
Cnf Giulia Merlo	31 Mar 2020 16:49 CEST
No dell’avvocatura ai 600 euro una tantum: «Misura insufficiente»
Il Cnf: «Requisiti irrazionali, così non va». Ocf: «Viene escluso chi è in affanno»
L’indennità di 600 euro ai professionisti prevista dal decreto interministeriale tra ministero del Lavoro e dell’Economia non è ancora stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale, ma già arrivano le prime analisi critiche.
L’ufficio studi del Consiglio Nazionale Forense ha realizzato una scheda analitica in cui sono stati chiariti i requisiti di accessibilità allo strumento di sostegno al reddito per gli avvocati, che devono essere iscritti a Cassa Forense ed essere in regola con i versamenti: un reddito complessivo non superiore ai 35mila euro nel 2018 con attività professionale limitata dai provvedimenti restrittivi per il virus; un reddito complessivo tra i 35mila e i 50 mila euro e che in seguito alle misure per il virus hanno cessato l’attività professionale tra il 23 febbraio e il 31 marzo 2020 oppure hanno registrato una riduzione di almeno il 33% del reddito nel rimo trimestre 2020 ( rispetto al primo trimestre 2019). Inoltre, il beneficio non può essere richiesto da chi già beneficia di altre indennità o percepisce reddito di cittadinanza. La domanda va presentata dal 1 aprile entro il 30 aprile a Cassa Forense, allegando una dichiarazione della sussistenza dei requisiti, insieme a documento di identità, codice fiscale e coordinate bancarie per l’accreditamento.
«Almeno è stato recepito il principio che anche i professionisti sono stati danneggiati dal virus», ha commentato il responsabile della commissione Tributaria del Cnf, Arturo Pardi, ma «è un fatto che pochi professionisti beneficeranno della misura», perchè essa verrà «devoluta sino ad un massimo dell’importo di 200 milioni di euro che dovrebbero coprire circa 333 mila istanze, ma i professionisti iscritti a ordini professionali sono oltre 2 milioni», inoltre «le condizioni per fruirne sono limitate e poco chiare», come per esempio la distinzione tra i due scaglioni di reddito. «Se la limitazione della attività dovesse essere intesa come circoscritta alle ordinanze lombarde e piemontesi o alle zone rosse, arriveremmo al risultato paradossale che non potrebbero fruire della misura proprio i redditi inferiori a 35 mila euro che non potrebbero neppure dimostrare la perdita ritenuta qualificante dal decreto ministeriale», ha aggiunto Pardi, il quale ha anche sottolineato come «la perdita venga determinata sul reddito dei tre mesi precedenti, ignorando che il calcolo delle attività si evidenzia solo nei mesi successivi».
Al netto di tutte le considerazioni di natura normativa, inoltre, il decreto ministeriale lascia dedurre che le somme vengano erogate sino alla concorrenza del fondo destinato, seguendo un ordine cronologico. «E’ avvilente che, per accedere a questa misura, ci possa essere una sorta di “click day” in cui tutti i professionisti dovranno fare a gara a chi arriva per primo», ha concluso Pardi.
Anche Ocf è intervenuto per evidenziare come il provvedimento sia «di entità molto modesta e assolutamente inadeguato in relazione al numero complessivo dei professionisti in difficoltà». Inoltre, ha stigmatizzato il fatto che il beneficio sia concesso «solo ai professionisti in regola con i versamenti dei contributi alla Cassa Forense, escludendo cioè tutti quei colleghi che si trovano nelle maggiori difficoltà: si crea l’assurdo giuridico di subordinare un contributo emergenziale elargito con fondi pubblici al pagamento di contributi versati a una cassa privata».
Giustizia 31 Mar 2020 16:30 CEST
I penalisti: «Così difendiamo il giusto processo anche nell’emergenza»
Le osservazioni dell’Unione delle Camere penali italiane sulle linee-guida emanate da Csm e Cnf sulla smaterializzazione del processo penale
Di seguito le osservazioni della Giunta dell’Unione delle Camere penali italiane sulle linee-guida emanate da Csm e Cnf sulla smaterializzazione del processo penale. «Le Camere Penali sono chiamate a difendere anche nell’emergenza principi e regole del giusto processo. Se si vogliono ottenere protocolli condivisi con l’avvocatura, è necessario prevedere prassi nel solco del rigoroso rispetto delle norme temporanee valevoli per il solo periodo di pandemia».
Nel periodo emergenziale conseguente al diffondersi dell’epidemia causata dal “Covid-19” le Camere penali territoriali sono state chiamate dai capi degli Uffici giudiziari ad esprimere il loro parere in ordine alla celebrazione delle udienze penali da remoto e spesso anche a sottoscrivere protocolli per la disciplina delle stesse. Sul punto sono intervenuti con apposite delibere il Consiglio Superiore della Magistratura in data 26.3.2020 e il Consiglio Nazionale Forense in data 27.03.2020
La Giunta ritiene, pertanto, di dover prendere posizione in ordine a tale problematica ed osserva quanto segue.
L’approccio corretto per affrontare la questione appare, incontrovertibilmente, quello di individuare nella disciplina codicistica l’ammissibilità, le regole ed i limiti relativi alla partecipazione al dibattimento a distanza.
La materia risulta essere regolata dagli artt. 45 bis e 146 bis delle disposizioni di attuazione al codice di procedura penale, introdotti con la Legge 7 gennaio 1998 n. 11 e successivamente modificati dalla L. 23.06.2017 n. 103 e dal D.L. 25.07.2018 n. 91.
Dalle norme in esame emerge:
a) La partecipazione a distanza è ammessa per le udienze dibattimentali e per quelle in camera di consiglio alle quali prendano parte l’indagato, l’imputato ed il detenuto.
b) Tale modalità è ammessa:
b.1 per i «delitti indicati nell’art. 51 comma 3 bis, nonché nell’art. 407, comma 2, lett. a) del codice […]» (cfr. 146 comma 1);
b.2 allorquando si tratti di un processo nel quale risulti imputata una persona ammessa a programmi o misure di protezione (art. 146 comma 1 bis);
b.3 «anche quando sussistano ragioni di sicurezza, qualora il dibattimento sia di particolare complessità e sia necessario evitare ritardi nel suo svolgimento, ovvero quando si deve assumere la testimonianza di persona a qualunque titolo in stato di detenzione presso un istituto penitenziario» (art. 146 bis comma 1 quater).
c) I soggetti che possono partecipare a distanza sono:
l’imputato che versi in stato di detenzione e il suo difensore e/o il sostituto dello stesso;
l’imputato ammesso a programmi o misure di protezione e il suo difensore e/o il sostituto dello stesso;
l’indagato e il condannato che versino in stato di detenzione e il loro difensore e/o il sostituto;
il testimone detenuto nei processi di cui al comma 1 quater;
le altre parti ed i loro difensori nei processi per i quali è previsto il collegamento a distanza, su loro istanza ed a loro spese;
d) il difensore dell’imputato detenuto può essere presente, a sua discrezione, nell’aula di udienza o nel luogo dove si trova l’imputato, anche a mezzo di un sostituto.
Va dato conto, per completezza, che la legge prevede, all’art. 147 bis att. c.p.p., l’esame a distanza anche di persone diverse dall’imputato (operatori sotto copertura, persone che collaborano con la giustizia e imputati di reato connesso).
Dalle citate norme emerge, in estrema sintesi e per quanto qui interessa, quindi: che la partecipazione a distanza riguarda esclusivamente l’imputato, l’indagato e il condannato detenuti; che il collegamento a distanza dell’imputato può essere disposto solo ed esclusivamente tra l’aula di udienza e il luogo di custodia dell’imputato, dell’indagato e del condannato; che il difensore può collocarsi, a sua scelta, o nel luogo dove si trova l’imputato oppure nell’aula di udienza e che il Giudice ed il Pubblico Ministero siano locati solo ed esclusivamente nell’aula di udienza.
Così sinteticamente ricostruita la disciplina del codice di rito, vanno valutate le soluzioni adottate nel periodo emergenziale per evitare la diffusione del contagio.
Lo svolgimento dell’attività giudiziaria nel periodo emergenziale disciplinata, come è noto, inizialmente dal D.L. 8.3.2020 n. 11 è stata successivamente integralmente, anche per il periodo antecedente, ricompresa nel D.L. del 17.3.2020 n. 18 e segnatamente nell’art. 83. La partecipazione a distanza è prevista dal comma 12 di tale articolo il quale così recita: «Ferma restando l’applicazione dell’articolo 472 comma 3, del codice di procedura penale, dal 9 marzo 2020 al 30 giugno, la partecipazione a qualsiasi udienza delle persone detenute, internate o in stato di custodia cautelare è assicurata, ove possibile mediante videoconferenze o con collegamenti da remoto individuati e regolati con provvedimento del Direttore generale dei sistemi informativi e automatizzati del Ministero della giustizia, applicate, in quanto compatibili, le disposizioni di cui commi 3, 4 e 5 dell’art. 146 bis del decreto legislativo 28.7.1989 n. 271».
Dalla norma, pertanto, emerge che la partecipazione a distanza è possibile per le persone detenute o internate o in stato di custodia cautelare e che tale partecipazione è ammessa per qualsiasi udienza e, quindi, non solo per quelle dibattimentali. Per quanto attiene alle modalità di svolgimento la norma fa riferimento, ove compatibili, ai commi 3, 4 e 5 dell’art. 146 bis attuazione al codice di procedura penale.
Da ciò consegue che il luogo dove si trova l’imputato sia considerato aula di udienza (art. 146 bis comma 5) e che il difensore, a sua discrezione, possa collocarsi o nell’aula di udienza o nel luogo dove si trova l’imputato, anche per mezzo di un sostituto. Nulla dice la norma sulla allocazione del Giudice e del Pubblico Ministero che, pertanto, debbono necessariamente collocarsi nell’aula di udienza.
Alla luce del quadro normativo, come qui, sinteticamente, tratteggiato si possono valutare le determinazioni assunte dagli Uffici giudiziari ed i documenti da più parti diffusi in subiecta materia compresi quelli provenienti dal C.S.M. e dal C.N.F.
Le udienze alle quali è applicabile la disciplina del processo a distanza.
In forza del richiamato comma 12 dell’art. 83 del D.L. 17.03.2020 n. 18 il collegamento a distanza nel periodo emergenziale dall’8.3.2020 al 30.06.2020 può essere utilizzato solo ed esclusivamente per assicurare la partecipazione di persone detenute, internate, o sottoposte a misura cautelare e dei rispettivi difensori a qualsiasi udienza.
Il riferimento deve essere quindi alle ipotesi di cui al comma 3 lett. b concernenti persone detenute o sottoposte a misure cautelari coercitive ivi comprese quelle la cui trattazione avviene su richiesta del difensore (cfr. nn. 1 e 2) ed anche all’ipotesi di cui alla lett. c) qualora naturalmente si proceda nei confronti di una persona detenuta.
Restano ferme tutte le altre ipotesi previste dagli artt. 45 bis e 146 bis att. Codice di procedura penale, qualora la loro trattazione sia richiesta dal disposto dell’art. 83 comma 3 del richiamato D.L. n.18/2020.
L’udienza di convalida dell’arresto o del fermo.
A tale udienza dedicano particolare attenzione tutte le determinazioni dei capi degli Uffici giudiziari, i protocolli e i documenti del CSM e del CNF che si occupano della materia.
Le prassi applicative prevedono anche per tali udienze la trattazione a distanza, stabilendo che l’arrestato o il fermato partecipino collegandosi in videoconferenza o da remoto dall’istituto nel quale sono detenuti o dall’ufficio di polizia, mentre il difensore potrà essere presente all’udienza presentandosi nell’aula di udienza oppure, in linea con quanto previsto dal comma 4 dell’art. 146 bis nel luogo dove si trova l’assistito, ma, secondo taluni protocolli, anche collegandosi da altro luogo.
Deve essere ribadito che tali modelli divergono dal dato normativo.
Il menzionato comma 12 prevede, infatti, la partecipazione a distanza esclusivamente per le persone detenute, internate o sottoposte a custodia cautelare, quindi non anche per le persone arrestate. Dal punto di vista ermeneutico va osservato che é del tutto pacifico che il provvedimento di arresto sia totalmente diverso dallo stato di detenzione e dalla misura custodiale, non fosse altro perché non viene assunto dal giudice, potendo, come avviene spesso, essere adottato financo dalla polizia giudiziaria. Né, tanto meno, può essere ammessa una interpretazione analogica o estensiva del dato normativo, atteso il divieto di cui all’art. 14 delle preleggi al codice civile, essendo la partecipazione a distanza al processo norma che deroga alla regola generale che richiede la presenza di tutti i soggetti nell’aula di udienza.
Non si disconosce che una siffatta prassi viene adottata in conseguenza dell’attuale grave emergenza sanitaria, ma deve essere con chiarezza segnalato che l’adesione alla stessa comporta una significativa divergenza dal dato normativo, nonché la rinuncia ad una fondato rilievo di nullità, riconducibile al disposto dell’art. 178 lett. c). c.p.p..
Si deve, altresì, evidenziare che appare del tutto divergente dal dato normativo la prospettazione che il difensore possa presenziare all’udienza collegandosi da un luogo diverso dall’aula di udienza o dal luogo dove si trova l’assistito. Tale modalità non è prevista dal comma 12, anzi si può ritenere dallo stesso esclusa, atteso il richiamo al comma 4 dell’art. 146 bis att. c.p.p. che prevede, in ordine al luogo di partecipazione del difensore all’udienza, solo ed esclusivamente la richiamata alternativa.
In definitiva, l’adesione a siffatti modelli dovrà essere valuta con particolare attenzione e nella consapevolezza di tutte le ricadute che tale scelta comporta.
Il processo con rito direttissimo conseguente alla convalida.
Anche tale procedimento viene fatto oggetto di trattazione nei documenti sopra richiamati. Ma trattasi di disciplina che non si differenzia dalle norme generali previste dall’art. 83 del D.L. 17.03.2020 n. 18.
Infatti qualora all’esito della convalida venga disposto il giudizio direttissimo ne discendono due ipotesi:
a) qualora venga applicata una misura cautelare l’indagato o il difensore potranno chiedere la trattazione ai sensi del n. 1 dell’art. 83, comma 3 lett. b);
b) qualora non venga applicata una misura cautelare il processo andrà sospeso ai sensi del comma 1 del richiamato art. 83.
Le ulteriori prassi applicative.
Vanno, viceversa, ritenute non conformi a legge e quindi da censurarsi le ulteriori prassi applicative ipotizzate e talvolta anche praticate come tipizzate nei vari documenti adottati in questo periodo.
A tale riguardo va osservato che di alcun pregio appare essere, inoltre, l’assunto che farebbe discendere la praticabilità di modalità di svolgimento delle udienze divergenti dal modello codicistico dai poteri attribuiti ai capi degli Uffici giudiziari dal comma 7 del richiamato art. 83, laddove si prevede che gli stessi possano adottare linee guida vincolanti per la trattazione delle udienze. Trattasi, a tutta evidenza, di un potere di carattere meramente amministrativo che non può minimante estendersi all’adozione di forme processuali differenti o derogatorie di quelle previste dalle norme di legge. Peraltro, nello stesso articolo è contenuta l’elencazione dei provvedimenti adottabili dai capi degli uffici per la trattazione delle udienze civili e penali; in materia penale, però, tali poteri sono limitati all’applicazione del disposto dell’art. 472 co. 3 c.p.p. vale a dire lo svolgimento a porte chiuse delle udienze dibattimentali pubbliche laddove sussistano ragioni di igiene, turbamento e sicurezza; facoltà prevista, peraltro, dal co. 12 del medesimo articolo. Pertanto, l’adozione di modalità di svolgimento delle udienze difformi dai modelli del codice di rito, adottate nell’esercizio di tali poteri sono illegittime.
I soggetti per i quali è prevista la partecipazione all’udienza con collegamento distanza.
Anche in ordine a tale profilo si rinvengono fraintendimenti e contrasti con il dato normativo.
Il disposto del comma 12 dell’art. 83 non appare, sotto tale profilo, lasciare adito a dubbio alcuno; gli unici soggetti che per il quale la legge prevede il collegamento a distanza sono il detenuto, l’internato e il sottoposto a custodia cautelare: «[…] la partecipazione a qualsiasi udienza delle persone detenute, internate o in stato di custodia cautelare è assicurata, ove possibile mediante videoconferenze o con collegamenti da remoto […]». Va evidenziato che il disposto normativo, peraltro, non prevede neppure la partecipazione a distanza del difensore la cui presenza nel luogo dove si trova il cliente scaturisce dalla facoltà a lui attribuita dal comma 4 dell’art. 146 bis del D. legisl. 28.07.1989 n. 271, richiamato anche dal citato comma 12.
Quanto sopra esposto consente di ritenere del tutto irrituali ed in palese violazione di legge alcune delle ulteriori modalità di svolgimento dell’udienza ipotizzate nelle delibere del C.S.M. e del C.N.F. in precedenza richiamate.
Il riferimento deve essere fatto, in particolare, alla parte di tali documenti laddove si suggerisce la partecipazione a distanza dei giudici facenti parte dei collegi giudicanti alle udienze penali e finanche lo svolgimento con tali modalità della camera di consiglio. Trattasi di ipotesi non solo non previste da alcuna norma di legge, ma neppure lontanamente ipotizzabili anche con cospicuo impiego di fantasia. Il nostro ordinamento prevede che i giudici siano indefettibilmente ed irrinunciabilmente presenti nell’aula di udienza e che siano tutti contemporaneamente presenti nella camera di consiglio, avuto riguardo, peraltro, alla sacrale segretezza che la caratterizza. Contrariamente a quanto, assunto, una siffatta determinazione si concretizzerebbe in un atto abnorme in quanto eccentrico rispetto al sistema e ai principi del codice di rito. Tale atto inficerebbe, pertanto, irrimediabilmente l’intero processo.
È quanto mai opportuno ribadire che il comma 12 dell’art 83 del D.L. n. 18/2020 non ha introdotto, neppure in via temporanea, nel nostro ordinamento il processo a distanza, bensì si è limitato ad estendere, rispetto alla disciplina codicistica, limitatamente al periodo emergenziale, la partecipazione a distanza alle udienze dei detenuti, degli internati e dei sottoposti a misura coercitiva e conseguentemente, se da loro ritenuto, dei loro difensori; per tutti gli altri soggetti, nulla cambia neppure nel periodo dell’emergenza: dovranno recarsi negli Uffici giudiziari.
Desta meraviglia la leggerezza che connota le previsioni attuative emanate dal Direttore generale dei sistemi informativi e automatizzati del Ministero della Giustizia, per come previste dall’art.83, comma 12 del D.L. n. 18/2020, che prevede a fronte della disposizione generale della utilizzazione degli strumenti di videoconferenza – già nella disponibilità degli Uffici giudiziari – testualmente: «in alternativa possono essere utilizzati i collegamenti previsti dall’art. 2 del presente provvedimento, laddove non sia necessario garantire la fonia riservata tra la persona detenuta, internata o in stato di custodia cautelare ed il suo difensore […]», laddove il richiamo agli strumenti previsti dall’articolo 2, che regola lo svolgimento delle udienze civili, è quello dei sistemi Skype for business e Teams. Come se fosse ipotizzabile una fase del processo che possa svolgersi senza la garanzia del dialogo riservato tra l’imputato e il suo difensore. Se adottate, soluzioni di tal fatta debbono essere immediatamente denunziate, per la loro contrarietà alle norme del codice di rito e alle stesse previsioni per la fase di emergenza.
Deve essere senza tentennamento alcuno affermato che la gravissima e drammatica congiuntura che il nostro Paese sta attraversando non può essere pretesto per l’adozione di improbabili ed inaccettabili modelli processuali in evidente contrasto con le norme vigenti e con la Costituzione Repubblicana.
Avvocatura Errico Novi	30 Mar 2020 22:08 CEST
Violenza domestica, allarme di Valente (Pd): «Giusta la stretta del Viminale»
PARLA LA PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE D’INCHIESTA DEL SENATO SUL FEMMINICIDIO. «Dico grazie a Gabrielli che, come avevamo chiesto, ha mobilitato tu…
Non è semplice comprenderlo, nel pieno della tragedia coronavirus, ma l’emergenza sanitaria ne trascina altre spesso sottovalutate. «Anche riguardo alla violenza domestica non è agevole ottenere risposte tempestive, in termini di contrasto materiale ma anche di misure legislative adeguate», è la premessa da cui parte Valeria Valente, senatrice del Pd impegnata, come presidente della commissione d’inchiesta di Palazzo Madama, a «tenere alta la vigilanza sulle violenze familiari anche in una fase così drammatica per tutti gli ambiti della vita collettiva».
Ma un risultato notevolissimo è già arrivato venerdì scorso, per l’organismo presieduto dalla parlamentare dem: una circolare firmata dal capo della Polizia Franco Gabrielli che valorizza proprio le sollecitazioni di Valente, e gli scambi che la presidente della commissione aveva avuto, oltre che con Gabrielli, anche con la ministra dell’Interno Lamorgese e la ministra delle Pari opportunità Bonetti.
Nel documento, inviato a tutte le forze dell’ordine (inclusa l’Arma dei Carabinieri che dipende dalla Difesa anziché dal Viminale), si sensibilizzano gli agenti delle «sale operative» a conservare la massima «sensibilità» nei confronti delle richieste d’aiuto rivolte da «persone che subiscono violenza domestica». A maggior ragione in una fase in cui le «restrizioni» anti contagio hanno «determinato una convivenza forzata dei nuclei familiari».
Gabrielli invita i questori, in particolare, ad adottare «con particolare sollecitudine» gli eventuali «provvedimenti di ammonimento» nei confronti di chi mettesse a rischio «l’imprescindibile tutela delle donne vittime di violenza e di atti persecutori».
Di fronte a una simile iniziativa la senatrice Valente si dice «assolutamente soddisfatta: si tratta di un passo avanti importante, del segnale di un’attenzione autentica e della consapevolezza che un problema del genere non può essere derubricato fra i non urgenti. Non solo sono significativi i contenuti della nota di Gabrielli ma», spiega Valente al Dubbio, «lo è il fatto stesso che una circolare del capo della Polizia venga riservata a quella particolare materia».
La commissione di Palazzo Madama non si ferma, aggiunge la sua presidente: «Nelle prossime ore inoltreremo lettere al Cnf, al Csm e allo stesso ministro della Giustizia, perché la violenza domestica è dramma da contrastare, ovviamente, anche con l’attività giurisdizionale strettamente intesa».
Non a caso proprio a chiedere di inserire, tra le attività penali urgenti, anche «le udienze per le misure cautelari di allontanamento del coniuge accusato di violenze» è rivolta una delle proposte di emendamento al Dl “Cura Italia” presentate dalla commissione d’inchiesta del Senato. Ce ne sono altre: innanzitutto, ricorda Valente, «la necessità di stanziare una somma di 4 milioni per le case rifugio che dovessero trovarsi a soccorrere in questo periodo donne costrette ad andarsene da casa: visto che il Covid impone accertamenti sanitari prima di accoglierle, andrebbero individuate strutture provvisorie, anche Bed & breakfast, in cui ospitarle».
Non si può escludere che il “Cura Italia” resti blindato: «Ma qui si tratta di modifiche concordate all’unanimità da tutte le forze politiche. E comunque, se non si facesse in tempo, confidiamo che trovino spazio nel decreto di aprile». Le vittime di violenza non possono essere escluse dall’agenda delle priorità.
emergenza coronavirus 28 Mar 2020 16:47 CET
Il Cnf incontra i presidenti delle Unioni forensi dei territori colpiti
I rappresentanti di Triveneto, Piemonte, Lombardia, Marche ed Emilia Romagna hanno dato conto della situazione nei rispettivi fori e chiesto che l’avv…
Venerdì 27 marzo si è svolta la prima videoconferenza in cui il Consiglio Nazionale Forense ha interloquito virtualmente con i presidenti delle Unioni forensi dei territori più colpiti dall’epidemia di Coronavirus: Piemonte, Lombardia, Triveneto, Emilia-Romagna e Marche.
A questo primo incontro virtuale, la prossima settimana, seguiranno altre sessioni di ascolto da parte del Cnf anche delle altre Unioni italiane, in modo da avere una mappa della situazione sul territorio e delle necessità dei colleghi.
La prima richiesta manifestata dalle Unioni è stata quella che il Cnf si faccia portavoce delle istanze dei liberi professionisti presso il governo, perchè vengano inclusi nelle misure a tutela del lavoro. Tali richieste sono già state avanzate dal Cnf, che sta monitorando attentamente le prossime iniziative dell’Esecutivo.
I presidenti hanno fatto presente anche la confusione in cui versano i colleghi ma anche i cittadini, rispetto alla moltitudine di norme e decreti emanati dal governo, primo tra tutti quello che disciplina le chiusure. In particolare per gli avvocati piemontesi e lombardi, infatti, le rispettive Regioni hanno emesso una ordinanza che imponeva la chiusura degli studi professionali, nonostante la previsione non fosse contenuta nel dpcm del governo Conte. Dai territori, dunque, è arrivata la richiesta di tentare di mettere ordine tra i vari provvedimenti, in modo da poter dare indicazioni precise a colleghi e clienti, pur nella complessità del momento storico.
Inoltre, le Unioni hanno manifestato la necessità che il Cnf sia sempre più di supporto alle iniziative prese dai singoli ordini e che si faccia carico anche di vigilare sulle situazioni nei fori, a partire dai protocolli istituiti con i vertici dei tribunali.
Infine, i presidenti hanno fatto presente come – nei loro fori che sono stati i più colpiti dalla pandemia – siano in corso fenomeni di “sciacallaggio” e di accaparramento illegittimo di clientela, contravvenendo alle regole deontologiche. Anche su questo è stata richiesta particolare attenzione, per prevenire o interrompere prassi scorrette di chi tenta di lucrare sulla tragica emergenza in corso.
Giustizia 28 Mar 2020 13:50 CET
Sinergia tra Csm e Cnf per garantire la salute e tutelare i diritti di tutti
Linee guida per i giudici e protocolli: c’è l’intesa
Via libera alle linee guida per gli uffici giudiziari e ai protocolli siglati dal Csm e il Cnf con la partecipazione della Direzione generale per i sistemi informativi automatizzati del Ministero della Giustizia, per gestire l’emergenza coronavirus fino al 30 giugno. Parole chiave: ridurre al minimo i contatti personali e ricorrere il più possibile al lavoro agile e a sistemi di videoconferenze e call conference, tenendo conto che per le udienze indifferibili alcuni adempimenti richiedono comunque la presenza di personale amministrativo.
«Abbiamo lavorato in sinergia con il Cnf, cercando un equilibrio tra due esigenze: da un lato la sospensione e il rinvio dell’attività processuale per azzerare il rischio contagio, dall’altro la neutralizzazione degli effetti negativi sulla tutela dei diritti», ha spiegato il vicepresidente del Csm, David Ermini. La presidente facente funzioni del Cnf, Maria Masi, ha aggiunto che «la delibera ha lo scopo di fornire dove possibile unicità di sistema e consentono la ripresa dell’attività giudiziaria e professionale a garanzia dei diritti che esigono tutela».
I protocolli indicano le modalità di rinvio fuori udienza e di svolgimento delle udienze civili e penali, delle relative camere di consiglio, mediante collegamenti da remoto e la trasmissione degli atti urgenti per via telematica. Inoltre, forniscono raccomandazioni sull’organizzazione dei servizi e sulla programmazione delle attività.
Nel merito del protocollo civile, si fornisce un quadro unitario delle modalità di svolgimento delle udienze da remoto, indicando le modalità di convocazione per la videoconferenza, la creazione della “stanzia virtuale”, le modalità di accesso per la parte non ancora costituita e il deposito nel fascicolo telematico. Per quanto riguarda le udienze civili con trattazione scritta, il protocollo prevede che, nell’ipotesi in cui il fascicolo non sia interamente telematico, il giudice possa chiedere ai difensori il deposito telematico degli atti cartacei. Il difensore, se ha interesse alla trattazione e dispone dei file, può depositarli come allegati alle note senza necessità di firma digitale.
Per quanto riguarda il penale, invece, i protocolli puntano a garantire uniformità sul territorio nazionale sulle modalità operative di realizzazione del processo a distanza e il rispetto delle garanzie della difesa tecnica. Il video collegamento deve assicurare la presenza da remoto del pm, giudice, cancelliere, avvocato e arrestato. Il difensore può comunicare da quale luogo vuole partecipare all’udienza e in ogni caso l’arrestato deve avere un canale riservato di interlocuzione con il suo legale. L’istruttoria per il rito direttissimo è rimessa alla valutazione dei singoli uffici, ma è previsto lo scambio dei documenti mediante chat nella stanza virtuale della videoconferenza o attraverso posta elettronica.
La consigliera Carla Secchieri ha lavorato a stretto contatto con la relatrice della delibera del Csm, la togata Alessandra Dal Moro e ha parlato di «un lavoro eccellente, fatto con molto trasporto, per trovare soluzioni utili non tanto ad avvocati e magistrati ma alla giustizia tutta».
Avvocatura 25 Mar 2020 22:48 CET
Giustizia e carcere, il Cnf a Bonafede: «Decreto Cura Italia da rivedere»
IL DOCUMENTO. Ecco uno dei due dossier con le possibili correzioni al maxi decreto elaborati dalla massima istituzione forense: si tratta della letter…
Riportiamo di seguito il documento integrale trasmesso dal Consiglio nazionale forense al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede con le proposte di modifica elaborate dall’avvocatura per correggere vari aspetti del decreto “Cura Italia”.
Nella lettera al guardasigilli, in particolare, sono suggerite correzioni per la parte del provvedimento relativa all’attività giudiziaria. Contemporaneamente il Cnf ha inoltrato un altro documento al presidente del Consiglio, al ministro dell’Economia e al ministro del Lavoro. In questa seconda lettera sono sollecitate misure economiche in favore della professione forense.
Entrambi i documenti sono stati messi a punto in modo condiviso dal Cnf e da tutte le principali rappresentanze dell’avvocatura: Ocf, Aiga, associazioni specialisti e Ordini forensi territoriali.
La lettera al ministro della Giustizia
il Consiglio Nazionale Forense intende prima di tutto stringersi intorno alle Istituzioni della Repubblica e contribuire agli sforzi di tutta la Comunità nazionale volti a contenere la diffusione del virus e a sostenere lo straordinario impegno delle donne e degli uomini del servizio sanitario nazionale e della protezione civile.
Per questo motivo, nella seduta amministrativa di venerdì 20 marzo, il Consiglio ha deliberato lo stanziamento di euro 250.000 in favore del Dipartimento della protezione civile.
La situazione di grave emergenza che interessa il Paese sta incidendo anche in maniera estremamente negativa sull’attività e sul reddito degli avvocati italiani; il Consiglio nazionale svolge per legge la funzione di rappresentanza istituzionale dell’avvocatura a livello nazionale (art. 35, L. 247/2012), e pertanto ha il dovere di richiedere l’adozione, in via di urgenza, di alcune misure volte a fornire un concreto sostegno all’avvocatura italiana.
In particolare, occorre consentire alla Cassa nazionale di previdenza e assistenza forense di effettuare interventi di sostegno e supporto agli iscritti colpiti dalla inevitabile crisi economica generata dalla pandemia, in deroga ai regimi vincolistici ordinari, e per tutto il tempo che sarà necessario.
L’attivazione della solidarietà endocategoriale appare peraltro una modalità di2intervento coerente con il principio di sussidiarietà e con l’autonomia costituzionalmente riconosciuta alle istituzioni rappresentative della categoria, e libera almeno in parte lo Stato dall’onere di provvedere direttamente.
Su questa proposta, e sulle altre proposte segnalate al Presidente del Consiglio ed ai Ministri competenti (Economia, nonché Lavoro e politiche sociali), il Consiglio nazionale chiede il sostegno del Ministro della giustizia, che più volte in passato si è dimostrato sensibile ed attento alle esigenze ed alle proposte dell’Avvocatura.
Con lo stesso spirito di vicinanza, signor Ministro, ci rivolgiamo a Lei per sottoporLe altre proposte di interesse rivolte a semplificare il lavoro degli avvocati e la pratica forense, nonché talune proposte dirette a migliorare i provvedimenti fin qui adottati in materia di sospensione delle udienze e dei termini processuali, con l’estensione esplicita di tale sospensione alle giurisdizioni speciali (come ad es. il CNF), ed in materia di esecuzione della pena e diritti delle persone sottoposte a misure limitative delle libertà personali.
A. Misure di semplificazione
1. Modalità semplificate di richiesta e ricezione di certificati ed estratti di stato civile.
Al fine di semplificare gli adempimenti a carico dei cittadini e degli avvocati, si chiede che venga prevista, la possibilità per l’avvocato, munito di procura e del documento di identità dell’assistito, di richiedere e ricevere, a mezzo Posta Elettronica Certificata, certificati ed estratti di stato civile. Tale modalità semplificata potrebbe essere oggetto di uno specifico accordo/protocollo di intesa con le Pubbliche Amministrazioni interessate.
2. Modalità semplificate di trasmissione degli accordi di negoziazione assistita di cui al D.L. 12 settembre 2014 n. 132, convertito in L. 10 novembre 2014 n. 162.
Al fine di semplificare gli adempimenti a carico dei cittadini e degli avvocati, si chiede che venga prevista la possibilità per gli avvocati di trasmettere gli accordi di negoziazione assistita sia alle Procure della Repubblica, sia agli Ufficiali dello stato civile (art. 6, c. 2 e 3, D.l. n. 132/2014, conv. in L. n.3162/2014) a mezzo Posta Elettronica Certificata, come pure di attestare, ai fini del perfezionamento dell’accordo e dei successivi adempimenti, l’autografia della sottoscrizione delle parti attraverso l’identificazione da remoto (art. 5, d.l. n. 132/2014, conv. in l. 162/2014).
3. Modalità semplificate di trasmissione dell’istanza di ammissione al patrocinio a spese dello Stato e della richiesta di liquidazione dei compensi (articoli 82 e seguenti del D.P.R. n. 115/2002).
Nell’ottica di agevolare e semplificare gli adempimenti a carico dei cittadini e degli avvocati, si chiede che venga prevista la possibilità di inviare a mezzo Posta Elettronica Certificata sia la richiesta di ammissione al patrocinio a spese dello Stato sia la richiesta di liquidazione dei compensi relativi alla difesa svolta in favore della parte ammessa al gratuito patrocinio (articoli 82 e seguenti del D.P.R. n. 115/2002).
B. Pratica forense e certificato di compiuto tirocinio – requisito della partecipazione ad almeno 20 udienze per semestre
Ai fini del rilascio del certificato di compiuto tirocinio, l’art. 8, comma 4 – periodo 2°, del D.M. 17 marzo 2016 n. 70 prevede che il tirocinante debba assistere ad almeno venti udienze per semestre, con esclusione di quelle di mero rinvio, e debba effettivamente aver collaborato allo studio delle controversie e alla redazione di atti e pareri.
L’art. 83 del decreto-legge 18/2020, come noto, ha disposto, per tutti i procedimenti civili e penali pendenti, un rinvio d’ufficio di tutte le udienze fissate dal 9 marzo al 15 aprile 2020 a data successiva rispetto a quest’ultima (c.1) e, a seguito dell’adozione degli specifici provvedimenti organizzativi previsti dal comma 6, i capi degli uffici giudiziari potranno, altresì, disporre rinvii delle udienze a data successiva al 30 giugno 2020.
Il requisito delle 20 udienze, allo stato e comunque presumibilmente sino al 30 giugno, non può essere osservato.
Si chiede, quindi, che venga prevista una deroga all’art. 8, comma 4 – periodo 2°, che consenta il rilascio del certificato di compiuto tirocinio anche qualora il tirocinante non abbia assistito a venti udienze.
C. Proposte in materia di sospensione delle udienze e dei termini processuali (art. 83 del Decreto legge n. 18 del 2020) – estensione alle giurisdizioni speciali
L’art. 83 del Decreto legge n. 18 del 2020, dedicato alle misure relative alla giurisdizione civile e penale, prevede, al comma 21, l’applicabilità delle stesse alla magistratura militare e alle commissioni tributarie. Altre disposizioni del testo si applicano alla giurisdizione amministrativa e contabile. Non sono, invece, adottate misure esplicite per le altre giurisdizioni speciali (come quella esercitata dal Consiglio Nazionale Forense), nonché per gli arbitrati.
L’assenza di un’espressa previsione di applicabilità dell’art. 83 alle giurisdizioni speciali determina una situazione di incertezza, sia con riferimento ai provvedimenti organizzativi applicabili (udienze in teleconferenza, trattazione esclusivamente scritta e così via), sia con riferimento ai termini di impugnazione e agli ulteriori termini processuali e procedimentali, sospesi a norma dell’art. 83 c.2., per le giurisdizioni espressamente contemplate. Lo stesso dicasi per le procedure arbitrali rituali.
Si chiede, quindi, che venga espressamente prevista l’applicabilità delle disposizioni di cui all’art. 83 del Decreto legge n. 18 del 2020 alle giurisdizioni speciali non contemplate dal Decreto medesimo, nonché agli arbitrati rituali.
L’estensione della disciplina prevista per la giurisdizione ordinaria è giustificata dalla circostanza per cui, nella maggior parte dei casi, a tali giurisdizioni si applica, in via suppletiva e salva la verifica di compatibilità, il codice di procedura civile.
D. Proposte emendative delle disposizioni concernenti l’esecuzione della pena contenute nel Decreto legge n. 18 del 2020.
1. Detenzione domiciliare
L’art. 123 del Decreto legge n. 18 del 2020 stabilisce che, per essere ammessi a scontare la pena detentiva presso l’abitazione del condannato o in altro luogo pubblico o privato di cura, assistenza e accoglienza, debbano ricorrere due presupposti:
a) che il condannato debba scontare una pena non superiore a 18 (diciotto) mesi anche ove costituisca residuo di maggior pena (presupposto oggettivo);
b) che l’istante non versi in una delle ipotesi ostative (presupposto soggettivo);
c) che l’istante acconsenta alla procedura di controllo per il tramite di braccialetto elettronico o di altro strumento tecnico.
Sul punto si osserva che:
– la platea di condannati che possono accedere alla misura della detenzione domiciliare è esigua in considerazione delle numerose ipotesi ostative che, a ben vedere, potrebbero essere di certo ridotte salvaguardando comunque i diritti delle persone offese dal reato (si pensi ai condannati per il delitto di cui al 572 e 612-bis c.p.). Inoltre, è auspicabile che venga riconsiderata la scelta che limita la concedibilità della misura per i condannati che siano stati sanzionati per infrazioni disciplinari;
– i presupposti sopra richiamati sono comunque subordinati alla valutazione del magistrato di sorveglianza che, pur ricorrendone la sussistenza, può rigettare la richiesta di esecuzione della pena presso il domicilio qualora “ravvisi gravi motivi ostativi alla concessione della misura”. Vista anche l’esigua platea di potenziali beneficiari, la concessione della misura non dovrebbe essere rimessa all’apprezzamento del magistrato di sorveglianza. Ove, poi, la misura richiesta non venga disposta, l’art. 123 non stabilisce alcuna deroga alla procedura di reclamo che, ove dovesse essere proposto, nel silenzio della norma, si svolgerebbe nelle forme consuete con probabile trattazione innanzi al Tribunale di sorveglianza anche oltre il periodo di riferimento (18 marzo 2020 – 30 giugno 2020). Ciò renderebbe del tutto inefficace la previsione di cui al Decreto legge;
– il ricorso alla procedura di controllo mediante braccialetto elettronico o altro strumento è del tutto impraticabile per diversi ordini di ragioni tra le quali primeggia l’esigua dotazione di queste strumentazione di controllo a distanza. In assenza di dati ufficiali che consentano di appurare il concreto utilizzo di questi strumenti di controllo, sarebbe opportuno che la concessione della detenzione domiciliare, ex art. 123 del Decreto legge, fosse del tutto svincolata dalla procedura di controllo ivi prevista.
2. Sospensione dei termini relativi all’esecuzione delle pene detentive
L’art. 83 del Decreto Legge 18/2020 , al comma 2 testualmente recita : “ dal 9 marzo al 15 aprile 2020 è sospeso il decorso dei termini per il compimento di qualsiasi atto dei procedimenti civili e penali. Si intendono pertanto sospesi , per la stessa durata, i termini stabiliti per la fase delle indagini preliminari, per l’adozione di provvedimenti giudiziari e per il deposito delle loro motivazioni, per la proposizione degli atti introduttivi del giudizio e dei procedimenti esecutivi, per le impugnazioni e, in genere, tutti i termini procedurali “. Il generico riferimento, nel testo sopra riportato, ai “ procedimenti esecutivi “ non appare sufficientemente chiaro in relazione alla possibile estensione del regime di sospensione anche alla fase della esecuzione penale regolata dall’art. 656 e ss. c.p.p. In particolare l’art. 83 comma 2 del Decreto Legge 18/2020 non contiene alcun riferimento al termine di cui all’art. 656 comma 5 c.p.p. , che è funzionalmente preordinato al possibile conseguimento, per il condannato libero, di una misura alternativa alla detenzione di cui agli artt. 47, 47 ter e 50 comma 1 legge 354/1975 e successive modificazioni, e 94 DPR 309/90. Appare pertanto opportuno , stante la delicatezza della materia della esecuzione della pena, che va inevitabilmente ad incidere sulla libertà personale del condannato, integrare l’elencazione di cui al comma 2 dell’art. 83 con la espressa previsione della sospensione del termine di 30 giorni a decorrere dalla notificazione dell’ordine di esecuzione della pena entro il quale, a norma dell’art. 656 comma 5 c.p.p., il difensore e il condannato libero possono presentare richieste finalizzate all’ottenimento di misure alternative alla detenzione.
Il Consiglio nazionale resta a disposizione per ogni proficua interlocuzione, e confida che le proposte qui formulate siano valutate ed accolte.
Porgo a nome del Consiglio nazionale e dell’Avvocatura italiana tutta i saluti più cordiali.
Avvocatura Errico Novi	24 Mar 2020 07:22 CET
«Noi avvocati diamo l’esempio col senso di responsabilità»
INTERVISTA A FRANCESCA SORBI, CONSIGLIERE CNF DEL DISTRETTO DI MILANO. Il possibile conflitto fra Dpcm e ordinanza della Lombardia sull’apertura deg…
Due disposizioni. Da due fonti normative diverse. Da due autorità diverse. Anche se concorrenti, nel senso costituzionale dell’espressione.
«L’articolo 117 della Carta sancisce che la sanità pubblica è ambito in cui la competenza fra Stato e Regioni è condivisa», ricorda Francesca Sorbi, consigliere del Cnf eletta nel distretto di Milano, dunque chiamata anche soggettivamente a orientarsi fra il decreto del presidente del Consiglio dei ministri di domenica, secondo cui «le attività professionali non sono sospese», e l’ordinanza emessa lo stesso giorno dal governatore lombardo, che ne consente l’esercizio solo in relazione alle necessità «indifferibili e urgenti».
Come risolvere l’apparente conflitto? «C’è una priorità, che chiama in causa la coscienza di ciascun cittadino ma interpella innanzitutto chi, come noi avvocati, ha una particolare vocazione al rispetto delle regole. E quella priorità», spiega Sorbi, «è la tutela della salute».
Ma esiste un effettivo conflitto, fra il decreto nazionale e l’ordinanza lombarda?
Innanzitutto va riconosciuto che legiferare in un momento simile è difficile. Contemperare tutte le esigenze è complicato. Va preservata la salute dei cittadini e nello stesso tempo vanno limitate le conseguenze economiche dell’emergenza coronavirus. Può dunque verificarsi che un provvedimento del governo nazionale consenta di tenere aperti gli studi professionali, gli studi di noi avvocati innanzitutto, mentre l’ordinanza di un governatore legittimi l’accesso al proprio studio solo per l’avvocato che abbia necessità urgenti o un termine in scadenza.
Circostanze individuate dal decreto “Cura Italia”.
Certo. Un parte di quel decreto legge individua i casi in cui la giustizia non può fermarsi. Ma non esiste una norma nazionale che precluda l’attività dell’avvocato. Con i provvedimenti degli ultimi giorni si è raccomandata l’adozione del lavoro a distanza, il ricorso alle ferie e ai congedi, ma non si è previsto alcuno specifico impedimento all’esercizio della professione forense. Resta dunque il potenziale contrasto con l’ordinanza del governatore lombardo. Un conflitto apparente, perché a me sembra inevitabile che, se la Costituzione individua la salute tra le materie a legislazione concorrente, ci debba essere integrazione, non prevalenza di una norma sull’altra. E qui però che a mio giudizio noi avvocati dobbiamo sciogliere un altro, preliminare interrogativo.
Dobbiamo limitarci a essere giuristi o comportarci innanzitutto da cittadini responsabili? Io credo che la nostra funzione di garanti dei diritti si realizzi con la seconda ipotesi.
Vuol dire aderire a una indicazione normativa piuttosto che a un’altra?
Tutt’altro. Vuol dire che noi avvocati siamo chiamati, persino più degli altri, ad avere attenzione e rispetto per il bene primario della salute. Vale nei confronti dei nostri dipendenti come di chiunque altro. In Lombardia siamo chiaramente più esposti, l’emergenza coronavirus si è manifestata con conseguenze tragiche, com’è noto. Ed è evidente che non c’è bisogno di sciogliere il quesito di dottrina sulla prevalenza del Dpcm o dell’ordinanza regionale, per rendersi conto di come in ogni caso, in un contesto simile, si debba uscire dal proprio comune, andare a studio o in tribunale solo se c’è un motivo di urgenza. Al di là di quanto viene prescritto.
È il modo in cui l’avvocato dà l’esempio ai propri concittadini?
Gli avvocati custodiscono i diritti. Sanno scegliere. A costo di sacrificare un proprio interesse, se devono far posto a un bene primario. E così per tutti, in realtà. Ma la nostra cultura, la nostra sensibilità, non lasciano possibilità di eludere un simile obbligo.
La controversia dottrinaria, su casi come quello lombardo, andrà avanti.
Sì. Ma a volerne considerare il merito si potrebbe ricordare una cosa. Non solo la Costituzione indica la salute fra le materie in cui Stato e Regioni concorrono. C’è una legge ordinaria, la 833 del 1978, non a caso citata nell’ordinanza lombarda in vigore da domenica, che sancisce da una parte la potestà del ministro della Salute nell’emettere ordinanze efficaci in tutto il territorio nazionale, ma, dall’altra, anche il potere, per presidenti di Regione e sindaci, di emettere nelle stesse materie ordinanze per il territorio di loro competenza. Sulla natura concorrente, appunto, di un potere simile, non possono sussistere equivoci.
Come si assicura in un quadro del genere la tutela dei diritti?
Se noi avvocati dobbiamo saper cogliere le priorità fra i beni e gli interessi meritevoli di tutela, vuol dire che dovremo considerare urgente e indifferibile la sollecitazione di un cliente quando un bene primario rischia di essere compromesso. Se una assistita mi segnala di aver subito maltrattamenti, devo anteporre il suo bene al mio interesse, anche alla mia paura di uscire di casa. Così come se si manifesta la necessità di assistere un anziano interdetto. Si tratta, non a caso, di materie tra quelle per cui, secondo il decreto Cura Italia, non si rinviano le udienze e non si sospendono i termini. Non è facile, ma la responsabilità di ciascuno è più che mai sollecitata. Vale per tutti i cittadini. E a maggior ragione per noi avvocati.
Avvocatura 22 Mar 2020 14:07 CET
«L’Avvocato sia libero di andare a studio, intervenga il Cnf». Caiazza scrive a Masi
Mentre il decreto Coprifuoco ancora non arriva, il presidente dell’Unione Camere penali si appella alla presidente facente funzioni del Consiglio na…
«La rappresentanza istituzionale dell’Avvocatura proponga da subito, se possibile prima dell’emanazione del provvedimento, di essere sentita dal governo». Nelle ore drammatiche del Paese sospeso all’ultimo decreto di Conte, l’Unione Camere penali italiane si rivolge così, in una lettera del suo presidente Gian Domenico Caiazza, alla presidente facente funzioni del Consiglio nazionale forense, Maria Masi.
«Cara Presidente, il Governo, nella tarda serata di ieri, ha preannunciato l’entrata in vigore da lunedì prossimo di ulteriori restrizioni per contribuire alla permanenza in casa delle persone, tra l’altro prevedendo la chiusura degli studi professionali», ricorda innanzitutto Caiazza.
«Da subito, sui social e nelle sedi di comunicazione virtuale, tanti colleghi hanno rappresentato difficoltà e incertezze che possono discendere da provvedimenti non chiari e comunque la necessità che sia salvaguardata la possibilità per il professionista di accedere egli al proprio studio per le urgenze del suo lavoro che discendono dagli accadimenti più disparati, anche», ricorda il presidente dell’Ucpi, «dall’attività giudiziale comunque in essere».
«Noi avvocati penalisti», continua Caiazza, «come del resto l’Avvocatura tutta, siamo personalmente impegnati, nel rispetto delle regole che le pubbliche autorità emanano a difesa della salute di tutti, e con passione svolgiamo una funzione di informazione e di raccomandazione in tal senso presso gli assistiti che contattano gli studi».
«Non è certo pensabile che sia impedito a un avvocato di recarsi nel proprio studio per svolgere l’attività che egli ritiene urgente – nella sua valutazione professionale – in relazione ai diritti e ai doveri dei cittadini che a lui si sono rivolti per essere assistiti. Ovviamente», nota ancora il presidente dell’Unione Camere penali, «al professionista è raccomandata, anche sul piano deontologico, massima attenzione, professionalità e discernimento per esercitare, in alcune situazioni, la deroga all’obbligo di rimanere in casa».
Caiazza si sofferma quindi specificamente sulle misure annunciate ieri sera da Conte, ma non ancora emanate nel momento in cui il leader dei penalisti invia la missiva alla presidente Masi.
«Il Presidente del Consiglio dei Ministri, nella sua comunicazione al Paese, ha detto che le ultime misure sono state adottate dopo aver sentito le parti sociali e le organizzazioni sindacali. Riteniamo necessario», scrive quindi Caiazza, «che la rappresentanza istituzionale dell’Avvocatura proponga da subito, se possibile prima dell’emanazione del provvedimento, di essere sentita dal governo, al fine di rappresentare le esigenze dell’Avvocatura delle quali tener conto nella predisposizione dei cataloghi di comportamento».
«Certo del Suo sollecito intervento», conclude il presidente dell’Unione Camere penali, «e in attesa di indicazioni, Le invio i miei migliori saluti».
Avvocatura Errico Novi	19 Mar 2020 07:45 CET
«Nel Dl Cura Italia solo briciole per noi avvocati»
L’allarme del Cnf: «Bene gli sforzi per tutelare la salute anche nei tribunali, ma nel maxidecreto manca qualsiasi sostegno economico per la professi…
Nella costruzione del decreto Cura Italia si può dire che gli avvocati avevano assunto un ruolo da coprotagonisti. Rispetto agli interventi sulla procedura, s’intende. E la presidente facente funzioni del Cnf, Maria Masi, non esita a ricordarlo: «Sono stati apportati interventi sulla giustizia atti a chiarire dubbi interpretativi, e a colmare lacune, anche per effetto delle sollecitazioni e delle espresse richieste dell’avvocatura», nota il vertice della massima istituzione forense a proposito del maxi provvedimento, in vigore da ieri.
Ma proprio Masi, nella sua nota, mette in risalto uno squilibrio che si fa tanto più inspiegabile proprio alla luce di quel contributo normativo: è «grave», dice la presidente del Cnf, «la mancanza di altrettanta cura e sensibilità per la tutela dei professionisti e in particolare per gli avvocati, a cui non è diretta, se non in maniera esigua, derivativa e residuale, alcuna forma di sostegno economico».
A professionisti e avvocati, fa notare Masi, non viene assicurata alcuna «tutela» in una situazione «destinata a durare ben oltre l’emergenza sanitaria, le cui ripercussioni negative sulla professione e, di conseguenza, sul reddito degli avvocati, sono destinate a durare a lungo». Un’amnesia di fronte alla quale «il Consiglio nazionale forense avrà cura, raccolte le istanze dell’avvocatura, di formalizzare una proposta emendativa finalizzata a intervenire nei settori che ancora necessitano di correttivi e all’individuazione di forme dirette di sostegno e di tutela compatibili con la professione di avvocato e in linea con i principi a cui si ispira».
Il Cnf: bene sforzo per salute, scelte problematiche su penale
Si tratta di verificare se anche sul piano dei sostegni economici il governo si mostrerà pronto a recepire le sollecitazioni della professione forense. Lo aveva fatto innanzitutto il guardasigilli Alfonso Bonafede rispetto alle misure previste per la sospensione dell’attività giudiziaria, e dei termini, fino al 15 aprile. Sempre la presidente del Cnf rileva, «dall’analisi del maxi decreto Cura Italia», la «condivisibile preoccupazione del governo di ampliare, in questa fase di emergenza per la diffusione del Covid-19, la tutela della salute dei cittadini, anche e soprattutto, nell’ambito del lavoro dipendente e in parte in quello autonomo. In quest’ottica», ricorda in particolare Masi a proposito delle correzioni suggerite, nel Dl, proprio dagli avvocati, si è realizzata «l’estensione delle esigenze di tutela ai settori civile, amministrativo e tributario declinandone le specificità».
Mentre «per il settore penale, destano perplessità la sospensione dei termini di custodia cautelare e delle altre forme coercitive e interdittive, oltre agli ulteriori oneri a carico dei difensori per la notifica delle impugnazioni». Anche rispetto alle misure messe in campo per ridurre, nei limiti del possibile, l’attività giudiziaria e le occasioni di contagio, ci si trova dunque, secondo il Consiglio nazionale forense, di fronte a un «apprezzabile ma evidentemente non adeguatamente sufficiente sforzo di contemperare gli interessi e di riequilibrare diritti altrettanto degni di tutela».
L’Aiga: «Il Dl? Se avanzano soldi li diamo ai professionisti…»
Il punto è l’equilibrio che manca appunto, fra l’attenzione alle richieste avanzate da istituzioni e rappresentanze forensi per la tutela della salute, da una parte, e dall’altra l’evidente superficialità, se non il totale oblio, rispetto alla condizione economica degli avvocati. E oltre al Cnf è anche l’Aiga a sollevare in modo impietoso i limiti del decreto Cura Italia: «Se avanza qualcosa, la diamo ai liberi professionisti», è la sintesi che, secondo l’Associazione giovani avvocati, si rischia di dover evocare per le scelte del maxi decreto. Che «non contiene di fatto alcuna concreta misura in favore dei liberi professionisti, e in particolare dell’avvocatura».
Del «reddito di ultima istanza», ricorda l’Aiga, sarà attribuita «ai liberi professionisti iscritti alle casse private» soltanto «una quota eventuale e residuale del fondo istituito, che non potrà essere superiore a qualche decina di euro». E in attesa delle correzioni che a questo punto l’avvocatura potrebbe sollecitare con la proposta anticipata dal Cnf, i giovani avvocati chiedono l’intervento urgente di Cassa forense.
Ad esempio, così come ipotizzato anche dall’Ocf, «la cessione, pro-soluto, dei crediti che gli avvocati hanno nei confronti dello Stato per le prestazioni rese in regime di patrocinio a spese dello Stato e già liquidate». Si punta anche all’ingegnosa ipotesi di «strumenti straordinari di credito» agevolati «anche a sconto dei crediti che i colleghi vantino nei confronti dei rispettivi clienti».
L’Unaa: complicazioni in alcuni passaggi del Cura Italia
Quasi a enfatizzare la paradossale impalpabilità del trattamento riservato alle professioni, e agli avvocati, si rivela preziosissimo e chiarificatore il contributo di analisi offerto dalla professione forense sui contenuti del decreto Cura Italia in materia di giustizia.
Basti pensare che poche ore dopo la pubblicazione in Gazzetta ufficiale del provvedimento, avvenuta verso le 3 di notte di ieri, è una nota dell’Unione nazionale avvocati amministrativisti a proporre dettagli del testo finora sottovalutati nella loro portata. Uno fra tutti: «I presidenti di sezione del Consiglio di Stato e i presidenti dei Tar possono assumere misure per rispondere alle indicazioni igienico-sanitarie, ivi compresa la possibilità di rinviare tutte le udienze di merito a dopo il 30 giugno prossimo».
Ipotesi anticipata anche dal massimo vertice di Palazzo spada Filippo Patroni Griffi in un’intervista di pochi giorni fa a questo giornale. Ma che fa un certo effetto una volta inserita in un testo di legge: dà l’idea di come l’emergenza coronaviurus rischi di costringere la giustizia, certo non solo quella amministrativa, a una semiparalisi prolungata assai oltre il 15 aprile, quando cesserà la “sospensione feriale straordinaria”.
L’Unaa si sofferma anche su altri aspetti: «È importante che non vi siano termini da dover rispettare fino al 15 aprile, che avrebbero imposto agli avvocati un’attività lavorativa potenzialmente pericolosa nell’emergenza sanitaria di questi giorni», si legge nel comunicato degli amministrativisti.
Che però segnalano anche più di una «complicazione», come l’aver introdotto «una normativa derogatoria valevole solo per le udienze tra il 6 e il 15 aprile». Si tratta di un «giudizio complessivamente positivo», che non tace d’altra parte il rammarico per il mancato ricorso alla «discussione da remoto anche nel periodo fino al 30 giugno».
L’Unione tributaristi: «Udienze telematiche subito o è paralisi»
Se Unaa «confida» che la soluzione per ora del tutto esclusa venga concretata «nel periodo immediatamente successivo», l’Unione nazionale degli avvocati tributaristi la sollecita come una delle ultime possibilità per arginare «una pressocché totale paralisi a tempo indeterminato dell’amministrazione della giustizia». Servono «interventi urgenti» per assicurare la «tutela dei diritti e degli interessi legittimi», a cominciare appunto dalla «attuazione» di«quella parte della disciplina del processo tributario telematico che consente alle parti processuali di chiedere che la discussione in pubblica udienza innanzi alle commissioni tributarie avvenga a distanza per via telematica». Secondo l’Uncat, «soprattutto nell’attuale situazione non sono ammissibili tentennamenti» e si deve perciò procedere «in tempi strettissimi agli adempimenti amministrativi», necessari perché la «giurisdizione tributaria» sia esercitata in via telematica.Si tratta di ritardi colti dall’avvocatura come segno della «difficoltà di operare nel pieno di una emergenza sanitaria epocale», per citare ancora l’Aiga. Ma non per questo la professione forense pare disposta a tollerarne la persistenza, una volta che li si è esposti con tale chiarezza.
Avvocatura Errico Novi	17 Mar 2020 07:25 CET
Giustizia “sospesa” davvero: il governo ha ascoltato gli avvocati
Il decreto “Cura Italia”, al comma 2 dell’articolo 80, scioglie in modo definitivo i nodi interpretativi sul “congelamento” delle scadenze. …
C’è del criterio, nelle scelte compiute dal governo in materia di giustizia. E se c’è, è anche in virtù dell’ascolto prestato dal guardasigilli Alfonso Bonafede alle richieste degli avvocati.
Nel maxi decreto “Cura Italia” viene infatti previsto il rinvio delle udienze non urgenti a dopo il 15 aprile e sospeso fino a quella data il decorso di «tutti i termini procedurali». Un’espressione netta, che sembra accogliere in modo efficace la richiesta essenziale avanzata negli ultimi giorni da istituzioni e rappresentanze forensi: evitare che gli avvocati si trovassero comunque costretti a produrre affannosamente atti nonostante la situazione di gravissimo disagio in cui, come tutti, sono immersi.
Accolte le richieste di Cnf e rappresentanze forensi
Nel Dl varato oggi a Palazzo Chigi, al secondo comma dell’articolo 80, c’è sul punto un passaggio dettagliato, scrupoloso, per certi aspetti persino iterativo, ma opportunamente chiaro, in modo da evitare che i professionisti del Foro si trovino in piena, tragica emergenza coronavirus a sfidare persino il destino. Lo aveva chiesto il Consiglio nazionale forense (che con l’intesa fra Bonafede e Mascherin aveva definito un paradigma di concrete cautele da adottare nei Tribunali) così come l’Ocf, l’Unione nazionale Camere Civili e l’Unione Camere penali – da cui peraltro era venuta l’idea di assimilare lo stop di questi giorni a quello del periodo feriale agostano.
Viene ascoltato, da via Arenula e da Palazzo Chigi, dove ieri mattina il decreto è stato varato, anche il grido di dolore di tanti Ordini e Unioni regionali forensi, in particolare di quelli del Nord Italia, dove la minaccia del contagio negli uffici, per avvocati e magistrati, è semplicemente micidiale.
La “fase 2” prolungata fino al 30 giugno
Che il decreto sia definitivo nello sciogliere i nodi lo si coglie anche nella doppia estensione dello stop: se il periodo “simil feriale” si allunga fino al 15 aprile (avrebbe dovuto concludersi il 22 marzo, secondo il Dl 11/2020), la “fase 2”, in cui comunque si proseguirà con tutte le possibili cautele anti contagio, arriverà al 30 giugno e non più solo al 31 maggio.
Recepite anche le obiezioni dell’Unione amministrativisti
Ancora, viene recepita la logica delle osservazioni avanzate dagli avvocati amministrativisti, per esempio dall’Unaa, che si era prima confrontata con il presidente del Consiglio di Stato Filippo Patroni Griffi e aveva poi inviato una lettera al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, da cui la giustizia amministrativa dipende direttamente, per suggerire, quando il termine è computato a ritroso e ricade in tutto in parte nel periodo di sospensione, lo «slittamento delle udienze da cui decorre il termine in modo da consentirne il rispetto».
In realtà proprio in campo amministrativistico la soluzione adottata è un po’ più complessa. Non si determina l’automatismo di un rinvio a nuova data dell’udienza per la quale il difensore avrebbe dovuto produrre atti durante la sospensione: basterà però una sua istanza per ottenere, in modo certo, la «rimessione in termini» e lo slittamento.
È poi interessante la possibilità prevista per le udienze che si svolgeranno davanti ai Tar o al Consiglio di Stato dopo il 16 aprile e fino al 30 giugno: nessuna discussione, per evitare presenze fisiche, ma facoltà di depositare, due giorni liberi prima delle udienze, brevi note difensive.
Dal 16 aprile in poi si decide “sentiti i Coa”
A proposito della “fase 2” 16 aprile-30 giugno, va segnalata la conferma dello spettro modulare di cautele che i capi degli uffici potranno assumere, e soprattutto la previsione, già inserita nel decreto 11 dell’8 marzo, che si debba sentire l’Ordine forense del territorio, oltre che l’Autorità sanitaria regionale (per il tramite dei governatori).
Tra le possibili soluzioni colpisce il secco rinvio delle udienze fissate anche in tale periodo ad epoche successive al 30 giugno. Sarà forse inevitabile, per sfoltire l’intensità del calendario e ridurre così gli «assembramenti» anche al di fuori delle aule. Viene dunque tradotta in dato normativo la logica delle già ricordate linee guida ministero-Cnf.
Resta la videoconferenza per i detenuti
Ribaditi diversi punti introdotti col decreto sulla zona rossa di inizio marzo e richiamati poi dal Dl 11/2020 della settimana successiva: dal ricorso ai collegamenti in videoconferenza per la partecipazione dei detenuti «a qualsiasi udienza» alla scrupolosa selezione di quegli affari civili e penali definiti urgenti e che si continuerà a trattare anche in questi giorni, dunque per l’intero periodo che si concluderà il 15 aprile. Con affinamenti significativi.
I limiti per le cause su tutela e affidamento
Nel civile, oltre alle cause con minorenni, ai procedimenti di diritto familiare relativi agli alimenti, alle espulsioni di migranti irregolari e ai fascicoli ritenuti comunque indifferibili, va segnalata l’attenzione per i casi relativi a tutela, amministrazione di sostegno o interdizione: si tratta di settori in cui «l’esame diretto della persona» è irrinunciabile, ma che proprio per questo, in Tribunali come quello di Milano, sono divenuti carburante per il contagio.
Così li si continuerà a discutere anche durante la sospensione solo se sarà impossibile rimediare con «provvedimenti provvisori», e sempre che la presenza della persona da esaminare «non risulti incompatibile con le sue condizioni di età e salute».
Udienze con detenuti solo se richieste dal difensore
Assennata anche, nel penale, l’idea di accludere le udienze con detenuti – o in cui «è pendente la richiesta di misure detentive» – fra le indifferibili solo se gli interessati o i loro difensori «espressamente lo richiedono».
Come previsto è stato dato via libera a eseguire esclusivamente per via telematica le notificazioni e le comunicazioni in ambito penale, e sarà assicurato un contributo di 600 euro, per un massimo di 3 mesi, ai magistrati onorari. Stavolta l’intervento sui tribunali è così netto da apparire davvero definitivo.
emergenza coronavirus Giulia Merlo	14 Mar 2020 09:01 CET
Maxi decreto economico i professionisti a Conte: «Non dimenticateci»
Cassa forense ha già sospeso le rate previdenziali. Il cnf: “Interventi per sostegno della categoria”
Stop alle tasse, bloccate le cartelle esattoriali e gli avvisi di pagamento e rinvio per la scadenza Iva del 16 maggio. Certo dovrebbe essere anche il rinvio dell’Irpef al 30 settembre.
Queste dovrebbero essere solo alcune delle misure contenute nel maxi decreto economico che dovrà essere varato entro il fine settimana. Si tratta di una prima contromisura per sostenere l’economia, per un valore complessivo di circa 15 miliardi di euro. Una parte di questi fondi, che vengono ripartiti per l’intero sistema paese, saranno utilizzati per iniziative a sostegno dei professionisti e dei lavoratori autonomi.
Il testo, in discussione nel Cdm che si terrà con tutta probabilità oggi, ha l’obiettivo di salvare l’economia del paese, in ginocchio a causa dell’emergenza sanitaria senza precedenti, e dovrebbe di fatto estendere a tutta Italia la maggior parte delle misure previste dal dl 9/ 2020, approvato il 2 marzo con il solo riferimento alle “zone rosse”. Per i professionisti, in particolare, la situazione è molto complicata: come lavoratori autonomi, infatti, vengono doppiamente colpiti: da una parte l’impossibilità propria di lavorare, dall’altra – soprattutto nei prossimi mesi in cui gli strascichi si faranno ancora sentire l’impossibilità di una parte dei clienti a loro volta colpiti dall’emergenza di saldare le future parcelle per la parte di attività che ancora viene svolta.
Per questo, dovrebbe essere nella bozza al vaglio del governo ci dovrebbe essere l’ipotesi di estendere i 500 euro al mese ( per un massimo di tre mesi e parametrica all’effettivo periodo di sospensione dell’attività) di sostegno al reddito già previsto per i lavoratori autonomi residenti o con sede legale nella zona rossa. Tutti gli ordini professionali, tuttavia, hanno chiesto all’esecutivo di intervenire per sostenere le libere professioni e le partite iva.
Per quanto riguarda gli avvocati, Cassa Forense ha già comunicato la sospensione dei termini per tutti i versamenti e di tutti gli adempimenti contributivi fino al 30 settembre 2020, per tutti gli iscritti. Anche il Cnf, in costante contatto con il ministero della Giustizia, ha chiesto nuovi interventi per il lavoro negli uffici giudiziari e di sostegno economico agli avvocati per far fronte all’emergenza sanitaria. «In questa fase di sostanziale paralisi del Paese – si legge in una nota – l’avvocatura attende importanti interventi per il sostegno economico della categoria. Sul punto, insieme a Cassa Forense e Ocf, abbiamo avanzato richieste al Mef e altre ne formuleremo anche guardando alla evoluzione e ai relativi riflessi della crisi sanitaria».
Tra le altre misure contenute nel decreto, dovrebbe essere previsto anche una riduzione delle bollette per tutto il 2020, da attuare attraverso un intervento sugli oneri di sistema. Una iniziativa, questa, che va nella direzione di un sostegno a famiglie e imprese, con una norma da inserire nel nuovo decreto.
Rimane, tuttavia, l’incognita sull’approvazione. Il testo dovrebbe essere varato entro lunedì, in modo da garantire la sospensione dei versamenti Iva in scadenza il 16 marzo, ma la complessità è molta e l’accordo sulla bozza finale ancora non c’è. Per ora, stando a quanto annunciato dal ministro per lo Sport, Vincenzo Spatafora, la riunione del Consiglio dei ministro dovrebbe svolgersi nella mattinata di oggi.
Il decreto conterrà misure che investono tutti i settori della vita del paese, con risorse per il loro rilancio e per sostenere la liquidità di famgilie e imprese. In particolare, il governo sta valutando di stanziare 1 miliardo di euro per il potenziamento del fondo di garanzia per le piccole e medie imprese, 2 miliardi per la garanzia statale sulla moratoria dei prestiti e dei mutui e l’incentivo alla cessione degli Npl tramite la conversione delle attività fiscali differite ( Dta) per 850 milioni di euro.
Inoltre, una cifra che oscilla tra i 4 e i 5 miliardi dovrebbe essere destinata agli ammortizzatori sociali per le imprese in difficoltà. Le misure confermate riguardano la Cig in deroga per tutti, compresi – almeno secondo quanto previsto dall’ultima bozza disponibile – soci di cooperative, dipendenti di fondazioni nel settore dei pubblici servizi e terzo settore.
Di fatto, il maxi decreto economico – ormai diventato un documento “monstre” di 120 pagine – ha l’obiettivo di “posticipare” tutti gli adempimenti ( fiscali, contributivi ma anche le incombenze come i rinnovi della carta di identità o la revsione dell’auto) di almeno un paio di mesi, nella speranza di ripresentarli agli italiani quando il Paese si sarà rimesso in moto.