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Timestamp: 2019-07-23 02:39:27+00:00
Document Index: 101906025

Matched Legal Cases: ['art. 316', 'art. 316', 'art. 316', 'art. 640', 'art. 640', 'art. 609', 'art. 316', 'sentenza ', 'art. 37', 'art. 24', 'art. 316', 'art. 640', 'art. 316', 'sentenza ', 'art. 316', 'art. 640', 'art. 316', 'art. 316', 'art. 316', 'sentenza ', 'art. 316']

Fattispecie criminosa di cui all’art. 316-ter cod. pen. - Renato D'Isa
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Fattispecie criminosa di cui all’art. 316-ter cod. pen.
Corte di Cassazione, sezione seconda penale, Sentenza 19 febbraio 2019, n.7594.
Sentenza 19 febbraio 2019, n.7594
Pres. Gallo
est. Alma
In particolare, si imputa al L. , quale presidente del consiglio di amministrazione della società ‘Italsvenska S.r.l.’ di avere utilizzato artifizi e raggiri consistiti nel dichiarare falsamente all’INPS somme a credito per indennità di malattia ed assegni familiari (meglio indicati nel capo di imputazione) portandole in compensazione con i debiti maturati nei confronti dell’Ente previdenziale come da quadro D dei modelli DM10/2, tacendo di avere omesso di versare i relativi i relativi emolumenti alle lavoratrici, così procurandosi un ingiusto profitto corrispondente alla minore somma a debito maturata nei confronti dell’Ente previdenziale, con danno per l’ente pubblico stesso. Il fatto risulta contestato come consumato in Gorizia dal settembre al novembre 2011.
In ogni caso – prosegue la difesa del ricorrente – se anche nell’azione dell’imputato fosse ravvisabile il reato di appropriazione indebita lo stesso sarebbe stato consumato ai danni dei lavoratori e non dell’INPS, né la vicenda avrebbe potuto essere riqualificata ai sensi del D.Lgs. n. 74 del 2000.
1. Deve, innanzitutto, doverosamente premettersi che il ricorso è completamente ‘fuori asse’ laddove contiene continui riferimenti all’art. 640-bis cod. pen. mentre la condanna dell’imputato è intervenuta per il ben diverso reato di cui all’art. 640 cod. pen., comma 2, n. 1.
2. Ciò doverosamente premesso, deve altresì preliminarmente rilevarsi che la questione relativa alla diversa qualificazione giuridica del fatto non risulta dedotta nei motivi di appello, tuttavia sulla base della giurisprudenza di questa Corte di legittimità ‘La questione sulla qualificazione giuridica del fatto rientra tra quelle su cui la Corte di cassazione può decidere ex art. 609 cod. proc. pen. e, pertanto, può essere dedotta per la prima volta in sede di giudizio di legittimità purché l’impugnazione non sia inammissibile e per la sua soluzione non siano necessari accertamenti di fatto’ (Sez. 2, n. 17235 del 17/01/2018, Tucci, Rv. 272651).
Infatti, secondo la più recente giurisprudenza di questa Corte ‘Integra il delitto di indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato ex art. 316-ter cod. pen., la condotta del datore di lavoro che, esponendo falsamente di aver corrisposto al lavoratore somme a titolo di indennità per malattia, assegni familiari e cassa integrazione guadagni, ottenga dall’I.N.P.S. il conguaglio di tali somme, in realtà non corrisposte, con quelle da lui dovute a titolo di contributi previdenziali e assistenziali, così percependo indebitamente dallo stesso istituto le corrispondenti erogazioni’ (Sez. 2, n. 51334 del 23/11/2016, Sechi, Rv. 268915; Sez. 2, n. 15989 del 16/03/2016, Festa, Rv. 266520).
La sentenza da ultimo richiamata ha, in sintesi, rilevato che il datore di lavoro ha l’obbligo di anticipare per conto dell’I.N.P.S. gli assegni familiari e l’indennità di malattia spettanti al lavoratore ma non mette in atto dei raggiri nei confronti dell’ente previdenziale evidenziando nella denuncia contributiva il suo debito nei confronti del lavoratore in relazione a indennità di fatto non erogate. Nei modelli DM 10 (prospetti con i quali mensilmente il datore di lavoro denuncia all’I.N.P.S. le retribuzioni mensili corrisposte ai dipendenti, i contributi dovuti e l’eventuale conguaglio delle prestazioni anticipate per conto dell’ente, delle agevolazioni e degli sgravi) la falsa rappresentazione riguarda pertanto non l’esistenza del debito portato a conguaglio, ma solo l’anticipazione delle relative somme al lavoratore. La Corte ha ritenuto pertanto di condividere l’orientamento giurisprudenziale secondo il quale, allorché il datore di lavoro si limiti ad esporre dati e notizie false in sede di denunce obbligatorie, è configurabile il reato di cui alla L. 24 novembre 1981, n. 689, art. 37 (qualora dal fatto derivi un’evasione contributiva per un importo mensile superiore a L. 5.000.000) e non il diverso reato di truffa, per il quale, oltre alle false dichiarazioni, devono sussistere artifici e/o raggiri di altra natura che, in ipotesi, potrebbero ravvisarsi solo nel caso in cui nei confronti dell’I.N.P.S. venisse simulata la situazione all’origine del debito portato a conguaglio. La Corte ha rilevato inoltre che quando la discordanza tra la situazione rappresentata all’I.N.P.S. e quella reale riguardi solo l’effettiva erogazione di somme che l’ente previdenziale è tenuto a corrispondere al lavoratore tramite il datore di lavoro e quest’ultimo sostanzialmente riconosca il suo obbligo di corrisponderle (pur non avendole di fatto, ancora, corrisposte) nei confronti dell’ente previdenziale, il datore di lavoro sicuramente realizza – o, quanto meno, pone in essere atti idonei a realizzare l’ingiusto profitto del conguaglio delle prestazioni che assume di aver anticipato, ma non determina alcun danno. Il lavoratore, infatti, non potrebbe che rivolgersi al datore di lavoro per ottenere quanto gli spetta avendo l’I.N.P.S., attraverso il conguaglio, adempiuto il suo obbligo.
Tale conclusione sembra del resto trovare conferma in una pronuncia della Sezione Lavoro di questa Corte, emessa il 6 maggio 2015, la n. 8873 del 4 maggio 2015, secondo la quale l’attivazione da parte del datore di lavoro del meccanismo, sicuramente agevolativo, di anticipazione degli assegni familiari e del conguaglio di quanto corrisposto al suddetto titolo con quanto dovuto per contributi all’Istituto previdenziale, comporta l’obbligo dello stesso datore – in caso di prestazioni indebitamente erogate al lavoratore e poste a conguaglio – di recuperare le relative somme, trattenendole su quelle da lui dovute al lavoratore medesimo a qualsiasi titolo in dipendenza del rapporto di lavoro, giusta la previsione del D.P.R. n. 797 del 1955, art. 24. Detta pronuncia, affermando (nel caso opposto a quello in esame) che il recupero di eventuali assegni non dovuti e il conseguente versamento all’I.N.P.S. di dette somme si configura in capo al datore di lavoro senza dover attendere l’avvenuto recupero delle somme in capo al lavoratore, avvalora la tesi che il conguaglio opera automaticamente e non è soggetto ad alcuna autorizzazione da parte dell’I.N.P.S., nei cui confronti le dichiarazioni non veritiere del datore di lavoro sull’avvenuto versamento degli assegni familiari e dell’indennità di malattia non potrebbero configurarsi come artifici o raggiri.
Nel delitto di truffa, peraltro, mentre il requisito del profitto ingiusto può comprendere in sé qualsiasi utilità, incremento o vantaggio patrimoniale, anche a carattere non strettamente economico, l’elemento del danno deve avere necessariamente contenuto patrimoniale ed economico, consistendo in una lesione concreta e non soltanto potenziale che abbia l’effetto di produrre mediante la ‘cooperazione artificiosa della vittima’ che, indotta in errore dall’inganno ordito dall’autore del reato, compie l’atto di disposizione – la perdita definitiva del bene da parte della stessa (Sez. U. 16 dicembre 1998 n.1, Cellammare).
Com’è noto, la fattispecie criminosa di cui all’art. 316-ter cod. pen. (‘Indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato’) punisce, con la reclusione da sei mesi a tre anni, ‘Salvo che il fatto costituisca il reato previsto dall’art. 640-bis, chiunque mediante l’utilizzo o la presentazione di dichiarazioni o di documenti falsi o attestanti cose non vere, ovvero mediante l’omissione di informazioni dovute, consegue indebitamente, per sé o per altri, contributi, finanziamenti, mutui agevolati o altre erogazioni dello stesso tipo, comunque denominate, concessi o erogati dallo Stato, da altri enti pubblici o dalle Comunità Europee’.
Questa Corte ha già affermato che l’art. 316-ter cod. pen., configura un reato di pericolo, e non di danno (Sez. 6, n. 35220 del 09/05/2013 Rv. 256927), e che tale reato si distingue da quello di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, sia perché la condotta non ha natura fraudolenta, in quanto la presentazione delle dichiarazioni o documenti attestanti cose non vere costituisce ‘fatto’ strutturalmente diverso dagli artifici e raggiri, sia per l’assenza della induzione in errore (Sez. 2, n. 46064 del 19/10/2012, Rv. 254354).
Le Sezioni Unite sono intervenute con due sentenze con una prima sentenza del 2007 (Sez. U., n. 16568 del 19/04/2007, Rv. 235962), le Sezioni Unite, tracciando i confini tra la fattispecie criminosa di cui all’art. 316-ter, e quella di cui all’art. 640-bis cod. pen., hanno sottolineato – in linea con l’orientamento della Corte costituzionale – che l’introduzione nel codice penale dell’art. 316-ter, ha risposto all’intento di estendere la punibilità a condotte ‘decettive’ (in danno di enti pubblici o comunitari) non incluse nell’ambito operativo della fattispecie di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche; di modo che, fermi i limiti tradizionali della fattispecie di truffa, vanno inquadrate nella fattispecie di cui all’art. 316-ter, le condotte alle quali non consegua un’induzione in errore o un danno per l’ente erogatore, con la conseguente compressione dell’art. 316-ter a situazioni del tutto marginali, ‘come quello del mero silenzio antidoveroso o di una condotta che non induca effettivamente in errore l’autore della disposizione patrimoniale’. Le Sezioni Unite, con la sentenza in esame, hanno perciò affermato il principio secondo cui ‘vanno ricondotte alla fattispecie di cui all’art. 316 ter – e non a quella di truffa – le condotte alle quali non consegua un’induzione in errore per l’ente erogatore, dovendosi tenere conto, al riguardo, sia delle modalità del procedimento di volta in volta in rilievo ai fini della specifica erogazione, sia delle modalità effettive del suo svolgimento nel singolo caso concreto’.
Il reato si consuma nel momento in cui il datore di lavoro provvede a versare all’I.N.P.S. (sulla base dei dati indicati sui modelli DM10) i contributi ridotti per effetto del conguaglio cui non aveva diritto, venendo così – tramite il mancato pagamento di quanto altrimenti dovuto – a percepire indebitamente l’erogazione dell’ente pubblico il che consente di evidenziare che in relazione allo stesso non sono ad oggi decorsi i termini di prescrizione.
Ai fini dell’applicazione delle misure di prevenzione previste dall’articolo 6 della...