Source: http://www.sindacatofsi.it/2014/10/17/dipendente-pubblico-trasferimentiintento-persecutorio-ricorso-danni-successivi/
Timestamp: 2019-04-19 16:33:38+00:00
Document Index: 17946263

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 112', 'art. 112', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 420', 'art. 420', 'sentenza ', 'art. 345', 'sentenza ']

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Dipendente pubblico, trasferimenti,intento persecutorio, ricorso, danni successivi
SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE+
Sentenza 10 luglio – 22 ottobre 2013, n. 23949
(Presidente Roselli – Relatore Filabozzi)
Avverso tale decisione propone ricorso per cassazione P.M.G., affidandosi a due motivi di ricorso cui resistono con controricorso il Ministero per i beni e le attività culturali e i dirigenti chiamati in giudizio dalla ricorrente.
1.- Con il primo motivo si deduce la nullità della sentenza impugnata per violazione dell’art. 112 c.p.c., chiedendo a questa Corte di stabilire se “proposta domanda di accertamento dell’esistenza di un comportamento di mobbing e dequalificazione con conseguente richiesta (anche) di risarcimento dei relativi danni” e “allegati e chiesti di provare, alla prima udienza, a sostegno dell’esistenza e continuità di tali comportamenti e anche ai fini della determinazione della misura del danno, fatti accaduti successivamente al deposito del ricorso, debba ritenersi nulla per violazione dell’art. 112 c.p.c. la sentenza che abbia pronunciato solo sui fatti precedenti il deposito del ricorso e non su quelli sopra indicati”.
2.- Con il secondo motivo si deduce la nullità della sentenza e del procedimento per violazione dell’art. 420, quinto comma, c.p.c., anche in relazione ai principi di economia processuale, ragionevole durata del giudizio e divieto di frazionare in più processi una pretesa fondata su un comportamento lesivo, sostanzialmente unitario, che si protrae nel tempo, chiedendo a questa Corte di stabilire se “proposta domanda per l’accertamento di un comportamento di dequalificazione e mobbing, ai sensi del quinto comma dell’art. 420 c.p.c, tra i mezzi di prova “che le parti non abbiano potuto proporre prima” e che, pertanto, il giudice alla prima udienza deve ammettere, rientrino anche quelli relativi a fatti avvenuti successivamente al deposito del ricorso, purché rientranti nella causa petendi e nel petitumdella domanda.
3.- Il primo motivo è infondato, posto che la Corte territoriale non ha omesso di prendere in esame un capo della domanda o una questione di merito prospettata dalla parte, ma, al contrario, ritenendo che la proposizione di una domanda intesa ad ottenere la liquidazione del danno con riguardo a fatti verificatisi in epoca successiva al deposito del ricorso introduttivo venisse ad integrare una causa petendi diversa da quella originariamente dedotta, ha adottato una decisione che si pone esplicitamente in contrasto con la pretesa fatta valere dalla parte, comportandone il rigetto, con conseguente esclusione della possibilità di configurare, nel caso in esame, il vizio di omessa pronuncia.
4.- Anche il secondo motivo deve ritenersi infondato.
Questa Corte ha già precisato (cfr. ex plurimis Cass. n. 10045/96) che la domanda giudiziale di risarcimento del danno si fonda su di una causa petendi identificabile in uno specifico accadimento lesivo spazialmente e temporalmente determinato, sicché, una volta che essa sia stata proposta in relazione a determinati fatti, il riferimento all’eventualità che nelle more del giudizio abbiano a verificarsi nuovi accadimenti (siano pur essi omogenei rispetto ai precedenti), suscettibili di ledere ancora la situazione giuridica protetta e di cagionare così una ulteriore ragione di danni, non introduce alcuna valida domanda, né, una volta che tali fatti si siano verificati, può legittimare alla sua proposizione nel corso del giudizio. Ne deriva che la richiesta di ristoro del danno per fatti sopravvenuti in corso di causa comporta un non consentito mutamento della primitiva domanda, con la conseguente inammissibilità della stessa anche in appello, senza che, in contrario, possa argomentarsi dalla deroga al divieto di domande nuove in appello con riferimento ai danni sofferti dopo la sentenza impugnata, ai sensi dell’art. 345, primo comma, c.p.c, trovando tale norma applicazione solo quando nel giudizio di primo grado sia stato richiesto il risarcimento del danno maturato in precedenza, e giustificandosi tale deroga solo nel presupposto che si incrementino le conseguenze dannose del medesimo fatto generatore posto a fondamento della pretesa, senza che gli ulteriori danni siano ricollegabili anche a fatti nuovi e diversi.
È evidente, infatti, che anche nelle ipotesi prese in esame nelle suddette pronunce viene sì ammessa la risarcibilità degli “ulteriori danni maturati nel corso del processo”, ma viene anche sottolineato come sia pur sempre necessario, a questi fini, che si tratti di “conseguenze risarcitorie dipendenti dall’unico fatto dedotto con il ricorso introduttivo”, e non già di “eventi provocati da circostanze diverse successive alla proposizione della domanda”, sulle quali si renda necessaria un’ulteriore indagine in punto di fatto.
5.- Nella specie, come è stato rilevato dai giudici di merito, le ulteriori conseguenze dannose che si assumono verificate dopo il deposito del ricorso introduttivo sarebbero, per l’appunto, dipendenti da ulteriori sviluppi della vicenda lavorativa – consistenti, fra l’altro, nell’avvio di un procedimento disciplinare in relazione alla mancata esecuzione di un incarico di lavoro – e così da eventi successivi alla proposizione della domanda e sui quali sarebbe stata senz’altro necessaria un’ulteriore indagine istruttoria (come, peraltro, richiesto anche dalla ricorrente nel corso del giudizio di primo grado). Ne consegue la correttezza della decisione della Corte d’appello, che ha confermato la statuizione con cui il primo giudice ha ritenuto di non dare ingresso alle richieste proposte dalla ricorrente con riguardo alla verificazione dei suddetti eventi.
6.- In conclusione, il ricorso deve essere rigettato con la conferma della sentenza impugnata.
La Corte rigetta il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio liquidate in Euro 4.000,00 oltre accessori di legge