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Timestamp: 2019-10-19 19:39:00+00:00
Document Index: 148968265

Matched Legal Cases: ['art. 19', 'art. 19', 'art. 831', 'art. 5', 'art. 831', '§ 1', '§ 2', '§ 1', 'art. 831', '§1', '§ 2', '§ 2', 'art. 831', 'art. 831', 'art. 831', 'art. 831', 'art. 831', 'art. 831']

Gli edifici di culto di proprietà privata: condizione giuridica e ipotesi di valorizzazione by Paola Marzaro - Book - Read Online
Publisher: Libellula EdizioniReleased: May 9, 2017ISBN: 9788867351091Format: book
Désirée Gaspari
Gli edifici di culto di proprietà privata - Paola Marzaro
1. L’edificio di culto: profili pubblicistici
L’edificio di culto può essere definito come il luogo destinato all’esercizio materiale del culto⁵, trattandosi dello spazio fisico nel quale gli appartenenti ad una confessione religiosa professano la propria fede attraverso atti di culto⁶.
Sotto tale profilo, l’ordinamento dello Stato considera gli edifici di culto alla luce del legame strumentale che si viene a creare tra il bene immobile nella sua materialità e le utilità, individuali e collettive, che esso consente di perseguire attraverso il fine cui è destinato, ovvero l’esercizio del culto⁷.
Tale prospettiva si riconduce al sistema delle garanzie costituzionali di libertà religiosa, in particolare all’art. 19 Cost.⁸, alla luce del quale i luoghi in questione vengono considerati quali beni strumentali all’esercizio del diritto di libertà religiosa e, quindi, finalizzati al soddisfacimento dei bisogni religiosi della popolazione⁹.
Il dettato dell’art. 19 garantisce infatti espressamente una serie di facoltà derivanti dalla titolarità del diritto di libertà religiosa¹⁰, tra cui quella di professare liberamente la propria fede religiosa (in forma individuale o associata) e di esercitarne in pubblico o in privato il culto. Il diritto di libertà religiosa non può pertanto essere identificato con una mera libertà interiore, della coscienza, ma deve potersi estrinsecare in atti, anche di culto, che possano essere realizzati in luoghi a ciò destinati¹¹.
Da un punto di vista pubblicistico, ne consegue che la condizione giuridica dei beni in questione venga disciplinata distintamente, sotto i profili di rispettiva competenza, sia dalle normative delle confessioni religiose, sia dalla normativa statale. Gli edifici di culto, infatti, costituiscono beni strumentali al soddisfacimento del bisogno umano della pratica religiosa, il quale è tutelato dallo Stato, che ha il compito di renderne possibile in concreto la realizzazione¹², insieme al compito di garantire alle Confessioni religiose la libertà di perseguimento dei propri fini¹³.
In particolare, nel caso degli edifici destinati all’esercizio del culto cattolico, la relativa disciplina giuridica è costituita dalle norme del diritto canonico (in particolare dal Codice di diritto canonico, Terza parte del Libro IV); dalle norme statali che considerano l’edificio di culto in quanto bene patrimoniale idoneo a soddisfare interessi che vengono tutelati dallo Stato stesso¹⁴ (come nel caso dell’art. 831 del codice civile, di cui si dirà oltre, ma anche della legislazione urbanistica¹⁵); e infine dalle disposizioni concordatarie, che, rivestendo un ruolo cogente in entrambi gli ordinamenti, civile e canonico, disciplinano in modo uniforme ed omogeneo determinati temi rilevanti sotto il duplice profilo, anche con riguardo agli edifici di culto.
A tale ultimo proposito, va infatti ricordato come l’Accordo tra Santa Sede e Repubblica Italiana del 18 febbraio 1984 di revisione del Concordato Lateranense, ha regolato – riproponendo sostanzialmente la disciplina del Concordato del 1929 – anche la materia dell’esercizio del culto e dei luoghi sacri. In particolare, all’art. 5, comma 1, viene vietata la requisizione, l’occupazione, l’espropriazione e la demolizione di «edifici aperti al culto», «se non per gravi ragioni e previo accordo con la competente autorità ecclesiastica», mentre il comma 2 dello stesso articolo precisa che, salvi i casi di urgente necessità, la forza pubblica non possa entrare negli edifici aperti al culto senza averne dato previo avviso all’autorità ecclesiastica.
Si tratta di disposizioni che, limitando il potere della Pubblica Amministrazione in materia di atti ablativi reali riguardanti beni finalizzati al culto¹⁶, ed individuando l’autorità ecclesiastica come necessaria interlocutrice per le decisioni pubbliche inerenti l’utilizzo attuale e futuro di un edificio sacro¹⁷, confermano il principio della distinzione, e nel contempo della collaborazione fra i due ordinamenti¹⁸.
2. Profili canonistici: luoghi sacri e luoghi di culto
2.1 Condizione giuridica dei luoghi sacri
Prima di passare a considerare alcuni aspetti caratterizzanti, sotto il profilo civilistico, la condizione giuridica degli edifici di culto, sembra opportuno riportare alcuni tratti salienti della disciplina canonica relativa al tema stesso.
Come si vedrà più oltre, infatti, la configurazione data dal diritto canonico ai luoghi qui considerati costituisce, in virtù di rinvii o presupposizioni, il necessario riferimento per l’applicazione delle relative norme civilistiche.
La disciplina canonica relativa agli edifici di culto è contenuta principalmente nel Codice di diritto canonico, che considera il tema in esame all’interno della Terza Parte del Libro IV, dedicata a «I luoghi e i tempi sacri»¹⁹.
In proposito, risulta necessaria preliminarmente una precisazione terminologica: le espressioni luogo sacro e luogo di culto , talvolta usate o intese come sinonimi²⁰, in realtà non si identificano l’una con l’altra.
Dal punto di vista giuridico, un luogo si definisce sacro quando ricorrano due elementi: a) la destinazione del luogo al culto o alla sepoltura dei fedeli; b) il rito della dedicazione o della benedizione (can. 1205).
Tali elementi, anche se strettamente connessi, possono essere in un certo senso indipendenti, poiché il primo può darsi senza il secondo (ma non viceversa). Solo ove ricorrano entrambi, il luogo (di culto o di sepoltura) può dirsi sacro , mentre, qualora manchi la dedicazione o la benedizione, il luogo si definisce pio ²¹.
La dedicazione²² o la benedizione, dunque, producono lo stesso effetto giuridico di rendere sacri i luoghi, determinando un cambiamento della loro condizione canonica, ma differiscono, dal punto di vista liturgico, per il ministro competente e per le cerimonie che prevedono. La dedicazione è un rito solenne e pubblico con cui un luogo viene destinato al culto in modo stabile, permanente ed esclusivo, ed è riservata al vescovo diocesano; la benedizione è un rito meno solenne (che non prevede l’unzione dell’edificio con il crisma) e può essere compiuta dall’ordinario²³. In entrambi i casi, tuttavia, il compito può essere delegato ad un altro sacerdote (cann. 1206 e 1207).
Come prova dell’avvenuta celebrazione di tali riti, il can. 1208 prevede che venga redatto un apposito documento in duplice copia, da conservarsi presso l’archivio dell’ente interessato e presso la Curia diocesana²⁴. Il canone successivo dispone tuttavia che tale prova possa essere data anche «da un solo testimone al di sopra di ogni sospetto», «purché non torni a danno di alcuno». Tale ultimo inciso è di particolare interesse nel caso in esame, poiché una tipica circostanza in cui la destinazione al culto di un luogo può arrecare pregiudizio a qualche persona è quella in cui l’edificio in questione appartenga ad un privato. La condizione sacra di un luogo comporta, infatti, una limitazione del diritto di proprietà (art. 831, co. 2, codice civile), poiché esso non può essere utilizzato ad altri fini (can. 1210), e l’attribuzione all’autorità ecclesiastica di alcuni particolari diritti sul luogo stesso (poteri di vigilanza, di ispezione, etc. [can. 1213]).
Possono dunque individuarsi, dal punto di vista strettamente canonistico, due conseguenze giuridiche derivanti dalla qualificazione di un luogo come sacro.
La prima riguarda il suo utilizzo: il can. 1210 definisce le caratteristiche di un uso proprio del luogo, disponendo che sia consentito «solo quanto serve all’esercizio e alla promozione del culto, della pietà, della religione», e vietando «qualunque cosa sia aliena dalla santità del luogo». La norma prosegue, tuttavia, stabilendo che l’ordinario, per il singolo caso, possa consentirne usi diversi, «purché non contrari alla santità del luogo», tra i quali si fanno rientrare, oltre al ricovero di persone in caso di urgente necessità, le attività culturali, come ad esempio i concerti di musica sacra o le mostre d’arte sacra. Volendo rappresentarli sinteticamente, gli usi di un luogo sacro possono essere: a) finalizzati al culto, alla pietà, alla religione; b) usi profani non contrari alla santità del luogo, che l’ordinario può permettere per modum actus; c) usi profani contrari alla santità del luogo, che non possono essere mai ammessi. Qualora particolarmente gravi – il can. 1211 parla di «azioni gravemente oltraggiose», compiute «con scandalo» –, questi ultimi possono provocare la profanazione (violatio) del luogo, con la conseguenza che in essi non sia possibile esercitare il culto finché non sia posto in essere il rito penitenziale previsto dai libri liturgici. L’attuale CIC, più attento di quello del 1917 alle sensibilità del luogo, rimanda all’ordinario del luogo il compito di valutare il grado di gravità delle azioni ingiuriose perché si realizzi la profanazione. Nel codice precedente, invece, si indicava in termini tassativi quali fatti (ed a quali condizioni) costituivano violatio²⁵.
L’exsecratio, o perdita del carattere sacro, può invece dipendere da due cause (can. 1212): a) la distruzione di gran parte del luogo, o b) permanente ad usi profani, che può essere di fatto o di diritto (se stabilita con decreto dell’ordinario competente)²⁶. In entrambi i casi, per ripristinare la destinazione del luogo al culto è necessario procedere nuovamente alla sua dedicazione o benedizione.
L’altra conseguenza giuridica derivante dalla sacralità del luogo è quella della competenza dell’autorità ecclesiastica su di esso: il can. 1213 dispone che «nei luoghi sacri l’autorità ecclesiastica esercita liberamente i suoi poteri e i suoi uffici». Tale previsione si riferisce, cioè, al fatto che la Chiesa ha il diritto di esercitare sui luoghi sacri il suo triplice ministero²⁷, in particolare quello di governo (con atti normativi, amministrativi e di vigilanza), oltre che di regolazione liturgica, senza che l’autorità civile possa intervenire. Ciò comporta, come si vedrà più oltre, che i luoghi sacri, qualunque ne sia la proprietà, sono caratterizzati da un duplice limite, che interessa tanto l’esercizio della proprietà privata, quanto l’intervento pubblico.
2.2 I principali tipi di luoghi di culto: chiese, oratori, cappelle private
Il Codice di diritto canonico del 1917 distingueva due tipologie di edifici di culto: la chiesa, definita come «un edificio sacro dedicato al culto divino, con il fine principale di servire alla celebrazione del culto pubblico da parte di tutti i fedeli» (can. 1161, CIC 1917), e l’oratorio, «un luogo destinato al culto, ma non allo scopo principale di servire a tutti i fedeli per la pubblica pratica della religione» (can. 1188, § 1, CIC 1917).
L’oratorio a sua volta era di tre specie (can. 1188, § 2, CIC 1917)²⁸: pubblico, se eretto a vantaggio di una particolare comunità o anche di privati, ma con il diritto, riconosciuto a tutti i fedeli, di accedervi liberamente, almeno durante la celebrazione degli uffici divini; semi-pubblico, se eretto a vantaggio di una determinata comunità o di un determinato gruppo di fedeli, ma al quale gli altri non avevano libertà di accesso; privato, o domestico, se eretto in una casa privata per comodità di una famiglia o di un singolo²⁹.
Tale classificazione, tuttavia, pur se formalmente chiara, diede luogo per lungo tempo ad una serie di perplessità dottrinali e incertezze applicative, posta la difficoltà di determinare in concreto a quale delle diverse categorie dovesse fare riferimento l’edificio di volta in volta considerato³⁰. Tale difficoltà era accentuata dal fatto che giuridicamente l’oratorio pubblico era equiparato alla chiesa (can. 1191, § 1, CIC 1917), e risultava dunque fondamentale, anche ai fini pratici, determinare la linea di demarcazione tra questo e gli altri tipi di oratorio, stante la necessità di definire l’ambito applicativo di varie disposizioni legislative che facevano riferimento all’esercizio pubblico del culto cattolico, tra le quali, in particolare, la previsione dell’art. 831, co. 2, cod. civ.
Per tali ragioni, il Codice di diritto canonico del 1983, nell’intento di superare gli aspetti problematici ora evidenziati³¹, ha eliminato la distinzione tra chiese e oratori pubblici (la quale, peraltro, non aveva concreta rilevanza giuridica³²) – riunendo entrambe le categorie nel concetto unitario di chiesa – così come quella tra oratori pubblici e semipubblici – riservando il nome di oratorio a quello precedentemente definito semi-pubblico –, per attribuire, infine, agli oratori privati il nome di «cappelle private»³³.
Il Codice vigente, dunque, come il precedente, non descrive analiticamente la vasta serie di luoghi destinati al culto³⁴, limitandosi a considerare i principali. Tuttavia, la classificazione delle diverse categorie ora appare semplificata, poiché si distingue tra chiese, oratori, cappelle private, e santuari, con un’ulteriore trattazione della disciplina particolare degli altari³⁵.
Allo scopo di delineare un quadro il più possibile chiaro, sotto il profilo canonico, cui potersi riferire nella considerazione degli aspetti civilistici della destinazione al culto pubblico di un edificio di proprietà privata, sembra opportuno soffermarsi per una breve analisi delle prime tre categorie, accomunate dalla deputatio al culto divino, ma differenti nella prospettiva dell’uso da parte dei fedeli.
Il can. 1214³⁶ definisce i tre elementi che qualificano giuridicamente una chiesa³⁷:
1) deve trattarsi di un edificio, cioè di una costruzione stabile³⁸;
2) deve essere destinato al culto mediante dedicazione o almeno benedizione;
3) deve essere aperto a tutti i fedeli per l’esercizio, soprattutto pubblico, del culto.
Tale ultimo elemento, in particolare, distingue la chiesa dall’oratorio (can. 1223) e dalla cappella privata (can. 1226) perché questi sono riservati rispettivamente ad una comunità o gruppo di persone, o ad una o più persone fisiche.
Va altresì notato come, al fine della qualifica di un edificio come chiesa, sia irrilevante il suo assetto proprietario³⁹.
I successivi canoni del CIC riportano, in maniera puntuale, le disposizioni inerenti: la costruzione delle chiese (can. 1215); l’osservanza delle norme sulla liturgia e sull’arte sacra nelle ipotesi di costruzione o restauro (can. 1216); l’obbligo di dedicare o quantomeno benedire le nuove chiese (can. 1217); il titolo (can. 1218); il compimento degli atti del culto divino (can. 1219)⁴⁰; la cura nel mantenere pulizia e decoro e, per i beni sacri e preziosi, la manutenzione ordinaria e la predisposizione di mezzi di sicurezza (can. 1220); l’ingresso libero e gratuito durante le sacre celebrazioni (can. 1221)⁴¹.
Infine, il can. 1222 disciplina le due situazioni nelle quali si può giungere alla riduzione all’uso profano della chiesa⁴².
Nel primo caso (can. 1222, §1), devono concorrere due condizioni: a) oggettiva e assoluta impossibilità di utilizzare ancora la chiesa per il culto; b) impossibilità di procedere al restauro. Qualora ricorrano entrambe, il vescovo diocesano, con decreto, può ridurre la chiesa all’uso profano.⁴³
Nel caso previsto dal § 2 dello stesso canone (ovvero quando ricorrano altre gravi ragioni ), invece, le cautele sono maggiori. Si esige infatti: a) il consenso di quanti siano titolari di legittimi diritti sulla chiesa; b) il parere del consiglio presbiterale; c) che la riduzione della chiesa all’uso profano non vada contro il bene delle anime⁴⁴.
Il termine oratorio si riferisce ad un edificio di culto destinato alle funzioni liturgiche come nel caso delle chiese, ma, diversamente da queste, non liberamente accessibile, in quanto destinato ad una comunità o ad un gruppo di fedeli⁴⁵. Con il permesso del Superiore competente, tuttavia, possono riunirvisi, e partecipare alle celebrazioni, persone diverse da quelle che normalmente hanno la facoltà di utilizzare l’edificio.
Altri elementi distintivi rispetto alle chiese sono definiti dai canoni successivi.
Per l’erezione giuridica di un oratorio è sufficiente la licenza dell’ordinario⁴⁶ (competente anche ad autorizzarne la conversione ad usi profani) (can. 1224, § 2), mentre per la costituzione di una chiesa è necessario il consenso espresso e scritto del vescovo diocesano (can. 1215). Inoltre, mentre per le chiese è prevista la dedicazione, gli oratori, come anche le cappelle private, «è opportuno che (…) siano benedetti» (can. 1229).
Il can. 1225 dispone, poi, che negli oratori «legittimamente costituiti» (quindi, eventualmente anche non benedetti) si possano compiere tutte le celebrazioni sacre, ad eccezione delle limitazioni derivanti dal diritto, dalle norme liturgiche o dalle disposizioni dell’ordinario del luogo; il corrispondente can. 1219 prevede invece, per le chiese, che ai fini del compimento degli atti del culto divino esse siano dedicate o benedette. Va rilevato, peraltro, che al can. 932 si richiede che la messa, salvo non si richieda altro da singoli casi di particolare necessità, sia celebrata in un luogo sacro⁴⁷.
Le cappelle private
La cappella privata è un luogo di culto destinato all’uso esclusivo di una o più persone fisiche (can. 1226): per questo si distingue dall’oratorio, riservato invece ad un numero indeterminato di fedeli, legati ad una comunità o ad un gruppo.
Come per gli oratori, per l’erezione di una cappella privata è necessaria la licenza dell’ordinario (che però, in questo caso, è quello del luogo). Per gli edifici in questione, inoltre, la licenza della stessa autorità ecclesiastica deve essere rilasciata anche per la celebrazione della messa o di altre funzioni sacre, sia in modo generale, sia ad casum (can. 1228)⁴⁸. Tuttavia, quest’ultimo tipo di licenza può essere inclusa anche nell’atto con cui si concede di erigere la cappella⁴⁹.
Qualora, poi, su licenza dell’ordinario del luogo, a norma del can. 934, nella cappella si conservasse l’eucaristia, oltre ad essere necessario che qualcuno provveda ad averne sempre cura, vi si deve celebrare la messa almeno due volte al mese.
L’Istruzione in materia amministrativa (IMA) del 2005 della CEI precisa, inoltre, che la responsabilità di ordine economico della cappella privata spetta al suo proprietario, fermo restando il diritto dell’ordinario diocesano di esercitare il proprio potere di vigilanza ⁵⁰.
Conclusivamente, il canone 1229, con riferimento tanto agli oratori quanto alle cappelle private, stabilisce che «è opportuno» (convenit) che essi siano benedetti, acquisendo così la qualifica di luoghi sacri, mentre «è d’obbligo» (debent) che siano riservati unicamente al culto divino – con il conseguente divieto di usi promiscui, di tipo domestico o di altro genere – anche qualora essi fossero configurati semplicemente come luoghi pii, e non sacri.
3. Profili civilistici: le previsioni dell’art. 831 cod. civ. e il vincolo protettivo della deputatio ad cultum.
3.1 Gli edifici di culto e la portata dell’art. 831 cod. civ.
Ritornando ad una prospettiva di diritto statuale, può affermarsi, in base ai principi generali del nostro ordinamento, che gli edifici di culto si considerano beni patrimoniali, e dunque soggiacciono alla relativa disciplina civilistica. Tuttavia, e nel contempo, tali luoghi sono altresì oggetto di un particolare regime giuridico attraverso il quale l’ordinamento mira a tutelarne la peculiare destinazione al culto divino⁵¹.
In tale contesto, assume grande rilevanza la norma dell’art. 831 cod. civ., con la quale il legislatore del 1942 – anche in ragione del regime giuridico delineato dalle previsioni concordatarie, che riconoscevano agli edifici di culto sostanziali garanzie di tutela⁵² –, sovveniva al silenzio del codice civile del 1865 che non prevedeva una disciplina particolare per gli edifici di culto e per le cose sacre in generale, le quali risultavano quindi sottoposte alla normativa comune⁵³.
L’art. 831 cod. civ. così dispone:
«1. I beni degli enti ecclesiastici sono soggetti alle norme del presente codice, in quanto non è diversamente disposto dalle leggi speciali che li riguardano. 2. Gli edifici destinati all’esercizio pubblico del culto cattolico, anche se appartengono a privati, non possono essere sottratti alla loro destinazione, neppure per effetto di alienazione, fino a che la destinazione stessa non sia cessata in conformità delle leggi che li riguardano»⁵⁴.
La norma citata contiene dunque due diverse previsioni: da un lato, statuisce la sottoposizione dei beni degli enti ecclesiastici al regime ordinario di diritto civile, salva la prevalenza di eventuali leggi speciali; dall’altro lato, con specifico riguardo alla situazione giuridica di una tipologia di beni – ovvero gli edifici destinati all’esercizio pubblico del culto cattolico, anche se di proprietà privata – definisce la peculiare destinazione al culto dei beni stessi, disponendo sui medesimi un vero e proprio vincolo protettivo di tale destinazione⁵⁵.
Ai fini della presente analisi, si vuole porre particolare attenzione alla previsione di cui al co. 2 dell’art. 831, che costituisce, dal punto di vista civilistico, il fulcro della disciplina degli edifici di culto di proprietà privata⁵⁶, e che tanto ha impegnato la dottrina fin dal suo apparire nel contesto normativo, date le sue notevoli implicazioni problematiche⁵⁷.
Senza pretesa di esaustività, alla luce dell’ampiezza della letteratura in materia, si potrebbero quindi evidenziare in forma sintetica i diversi profili che hanno dato luogo al dibattito dottrinale e che potrebbero essere ricondotti a tre diversi momenti dell’esistenza del vincolo protettivo della destinazione al culto:
a) il momento formativo del vincolo di destinazione, considerato nel suo sorgere e nei suoi elementi costitutivi; b) il regime del vincolo costituito, nella sua esistenza e nella manifestazione dei suoi effetti; c) il momento della cessazione della qualifica di edificio destinato al culto pubblico.
Al primo momento si possono riferire: il tema del rapporto tra l’atto canonico di deputatio ad cultum e quello del privato proprietario diretto allo stesso scopo; il tema della configurabilità del pubblico culto, assai rilevante soprattutto ai fini pratici dell’applicabilità o meno delle disposizioni di legge ad esso relative; la dibattuta questione del richiamo delle norme canoniche, sotto forma di rinvio o piuttosto di presupposizione.
Quanto al vincolo costituito, ad esso afferiscono: il tema della natura giuridica dello stesso; quello della portata limitativa del vincolo medesimo sulle facoltà del privato proprietario; e quello della legittimazione processuale ad agire per far valere l’effettiva destinazione del bene al culto.
Al terzo momento si riferisce il tema – connesso altresì al problema dell’effettività dell’esercizio del culto – della cessazione del vincolo e del richiamo della normativa canonica relativa.
Nel presente contesto non si ha certamente la pretesa di trattare esaustivamente tutti i temi ora elencati, che peraltro sotto vari profili si intersecano l’uno con l’altro; piuttosto, ci si soffermerà su alcuni aspetti particolarmente rilevanti del vincolo di destinazione al culto, al fine di giungere a delineare i tratti caratterizzanti la figura dell’oratorio di proprietà privata.
3.2 Destinazione al culto pubblico e limitazioni del diritto di proprietà
Come poco sopra accennato, l’art. 831, co. 2, cod. civ. configura gli edifici destinati all’esercizio pubblico del culto cattolico come luoghi connotati non semplicemente dal regime di appartenenza ad un soggetto, pubblico o privato, ma soprattutto dalla destinazione al soddisfacimento di un’esigenza anche sociale , come tale riconosciuta e valutata⁵⁸. La sussistenza di un interesse pubblico⁵⁹, nei confronti della realizzazione di tale esigenza, e la funzione strumentale conseguentemente svolta dagli edifici di culto, portano l’ordinamento ad attribuire al vincolo di destinazione al culto un ruolo di vero e proprio limite all’esercizio delle facoltà del privato proprietario⁶⁰.
Dal testo della norma si ricavano pertanto quattro dati⁶¹:
a) la costituzione di un particolare vincolo protettivo della destinazione di beni immobili all’esercizio pubblico del culto cattolico; b) la correlata compressione del diritto di proprietà, quale conseguenza della fondamentale funzione sociale del bene, che costituisce la sua ragion d’essere⁶²; c) il carattere temporaneo e transitorio di tale compressione, che viene meno qualora venga a mancare la relativa destinazione al culto; d) il rilievo riconosciuto dal diritto italiano alla deputatio ad cultum, tale da escludere la prevalenza che altrimenti avrebbe l’autonomia privata sullo stesso bene.
La compressione del diritto di proprietà non è dunque una diretta e immediata conseguenza del riconoscimento dell’intrinseco carattere sacro del bene, ma discende piuttosto dall’individuazione della concreta e specifica funzione che il bene stesso assume nei confronti della collettività⁶³, funzione che giustifica una regolamentazione giuridica diversa da quella comune⁶⁴.
Secondo alcuni autori⁶⁵, i beni in questione costituirebbero cose ad uso controllato , o cose ad inerenza di interesse pubblico , beni vincolati teleologicamente ad un fine specifico da cui non possono essere distolti senza perdere la propria peculiarità⁶⁶. Si potrebbe qui ravvisare, infatti, uno dei casi in cui la stessa legge impone direttamente, senza bisogno di un provvedimento amministrativo, limitazioni di natura pubblica ai diritti privati⁶⁷.
Si può anche osservare come il carattere di elasticità proprio del diritto di proprietà consenta che esso venga compresso, a fronte della prevalenza di un interesse pubblico⁶⁸. Il limite costituisce, infatti, uno dei principali strumenti tecnico-giuridici che consentono la tutela dell’interesse pubblico nella proprietà; in determinate circostanze, come in quelle di edifici sottoposti al vincolo di destinazione al culto, si configura pertanto un’ipotesi di proprietà limitata o compressa, che comporta per il proprietario una serie di doveri di sopportare azioni altrui o doveri negativi di non fare o di fare con determinate modalità⁶⁹.
Quanto alla portata, anche quantitativa, di tali limitazioni al diritto del proprietario, è necessario distinguere tra facoltà di godimento e facoltà di disposizione che, com’è noto, costituiscono il contenuto del diritto di proprietà⁷⁰.