Source: https://www.ratioiuris.it/la-valorizzazione-del-bene-culturale-e-il-quadro-normativo-di-riferimento-brevi-osservazioni/
Timestamp: 2019-07-16 04:37:53+00:00
Document Index: 108069435

Matched Legal Cases: ['art. 111', 'art. 6', 'art. 111', 'art. 2', 'art 1', 'art 92', 'art. 150']

La valorizzazione del bene culturale e il quadro normativo di riferimento: BREVI OSSERVAZIONI - Ratio Iuris
Giu 28, 2019 | Dottrina Oss., Osservatorio Corte Costituzionale | 0 |
La valorizzazione del patrimonio culturale statale consiste nell’esercizio delle funzioni e nella disciplina di tutte quelle attività a cura dell’Amministrazione dei Beni Culturali volte a promuovere la conoscenza del patrimonio nazionale e ad assicurare le migliori condizioni di utilizzazione e fruizione del patrimonio stesso ad ogni tipo di pubblico, al fine di incentivare lo sviluppo della cultura.[1] La valorizzazione comprende, inoltre, finalità educative di stretto collegamento con il patrimonio, al fine di migliorare le condizioni di conoscenza e, conseguentemente, anche di conservazione dei beni culturali e ambientali, incrementandone la fruibilità. Anche la promozione ed il sostegno di interventi di conservazione dei beni culturali rientrano nel concetto di valorizzazione[2]. In riferimento al paesaggio, la valorizzazione riguarda la riqualificazione degli immobili e delle aree sottoposti a tutela, come pure la realizzazione di nuovi valori paesaggistici. Tutti questi interventi devono essere effettuati in forme compatibili con la tutela e in modo tale da non pregiudicarne le fondamentali esigenze[3].
E’, inoltre, finalità precipua della valorizzazione fornire linee di indirizzo e promuovere il coordinamento di buone pratiche in collaborazione e a servizio delle strutture periferiche dell’Amministrazione che operano sul territorio, come pure ad altre Amministrazioni ed Enti territoriali, al fine di attribuire un ruolo sempre più significativo alle identità locali. Al riguardo grande attenzione è rivolta anche nei confronti del patrimonio di natura immateriale, legato alle tradizioni, ai saperi e alle creatività nazionali, che nel corso dei secoli hanno caratterizzato la cultura italiana nelle sue infinite declinazioni, costituendone un significativo valore aggiunto. La valorizzazione, nei suoi processi, riguarda infine la rilevanza economica del patrimonio culturale, per gli impatti che trasversalmente determina in relazione alle sue attività ed ai suoi servizi, come pure per la realizzazione e l’uso dei suoi prodotti.[4] Ai sensi dell’ art. 111 del Codice dei beni culturali e del paesaggio la valorizzazione dei beni culturali si consegue mediante la “costituzione ed organizzazione stabile di risorse, strutture o reti, ovvero nella messa a disposizione di competenze tecniche o risorse finanziarie o strumentali, finalizzate all’esercizio delle funzioni ed al perseguimento delle finalità” come indicate nell’art. 6 dello stesso Codice[5]. A tali attività possono concorrere, cooperare o partecipare anche i soggetti privati. Questa impostazione, se da un lato si conforma ai principi e alle strategie della valorizzazione integrata territoriale del patrimonio culturale, dall’altro rispecchia il ruolo di centralità assunto dai cittadini nell’ambito dell’azione generale dello Stato. Tali principi si sono affermati, negli ultimissimi decenni, come conseguenza delle riflessioni e dei dibattiti che, a livello internazionale, hanno visto attribuire al patrimonio culturale un ruolo sempre più significativo nel quadro dei modelli di sviluppo fondati sulle peculiarità locali e sulla valorizzazione delle risorse endogene dei territori. In particolare le identità culturali hanno assunto nuovi valori e specificità anche grazie alle implicazioni di natura immateriale – come quelle legate alle tradizioni, ai saperi e alle creatività – che hanno arricchito la nozione di patrimonio[6]. In sostanza si è riconosciuto che il processo di conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale, se sostenuto da strategie di “sistema” e rivolto quindi non solo ai beni culturali ma a tutte le altre risorse che caratterizzano e rappresentano i segni distintivi che la storia ha sedimentato in un territorio, può svolgere un’importante funzione sia al fine della preservazione dei beni, sia a promozione e sostegno dello sviluppo economico delle comunità locali. Il coinvolgimento delle comunità locali, attuato anche attraverso la messa in rete dei principali portatori di interesse sul territorio, innalza infatti la sensibilizzazione verso il patrimonio culturale, intesa come capacità dei cittadini di riconoscere la loro identità in quel patrimonio, di riconoscerlo come proprio e, di conseguenza, di cooperare per la sua conservazione. L’offerta integrata delle risorse può, inoltre, generare impatti economici diretti, con l’esternalizzazione di attività e servizi legati alla sua gestione, come pure impatti indiretti.[7] Questi ultimi derivano non solo dalle più note ricadute sull’industria turistica, ma anche dal fatto che il sistema che si sviluppa intorno al patrimonio accresce l’aspetto di competitività di un territorio, rendendolo capace di attrarre più di altri risorse umane e finanziarie, incrementando i flussi turistici, come pure l’insediamento di attività produttive non necessariamente appartenenti al settore culturale. Per quanto concerne i soli musei, già l’Atto di indirizzo sui criteri tecnico-scientifici e gli standard di funzionamento, adottato in Italia nel 2001[8], ha inteso sottolineare la peculiarità del sistema museale italiano, introducendo uno specifico ambito che tratta il rapporto del museo con il territorio, in virtù della specificità tutta italiana che non vede mai un museo avulso dal proprio contesto territoriale. Ciascun museo, infatti, riflette la creatività locale, si collega alle istituzioni o alle personalità che hanno commissionato le opere, ai luoghi per i quali sono state create, ripercorre temperie culturali, scuole, tradizioni, paesaggi che raccontano la storia e la vita dei luoghi. Il museo italiano interpreta di fatto il territorio e continua nel territorio, nei suoi monumenti, chiese, palazzi, accademie. A questo stretto legame non corrisponde però di norma, o solo in pochi casi, un altrettanto stretto rapporto tra luoghi della cultura e il contesto territoriale di riferimento.
LA VALORIZZAZIONE A LIVELLO TERRITORIALE
In particolare per quanto riguarda la valorizzazione integrata territoriale, mentre da tempo sono stati realizzati sistemi museali locali, solo in anni più recenti alcune istituzioni dipendenti dal Ministero hanno aderito a progetti comuni con altre istituzioni; queste istituzioni sono comunque molto differenziate sul territorio nazionale, a seconda della capacità e dell’impulso dato dagli enti territoriali[9]. Nell’ottica della valorizzazione integrata è necessario,quindi , attivare politiche di gestione tali da estendere la fruizione ai luoghi della cultura attualmente meno noti e visitati. Le modalità dell’integrazione consentono infatti non solo una migliore conoscenza dei nostri territori, ma sono anche maggiormente sostenibili dal punto di vista turistico, in quanto, delocalizzando e distribuendo i flussi di visitatori su aree più ampie, da un lato si riduce la pressione sui siti normalmente più visitati, dall’altro si valorizzano le realtà cosiddette minori, conferendo alle stesse una maggiore sostenibilità economica. Il bene culturale, infatti, è oggi chiamato dalla collettività a rispondere costantemente della proprie finalità. Non è più sufficiente – com’era tradizione – limitarsi ad esporre. L’impegno è riuscire a comunicare adeguatamente, essere al servizio dell’utenza e provvedere ad identificare e a soddisfare i bisogni espressi dai fruitori, specie laddove vi siano esigenze specifiche[10]. Insomma bisogna valorizzare.
[1] A.Rende – R.Rolli “Codice dei Beni Culturali e del paesaggio – Annotato con la giurisprudenza”, 2012, Cosenza, pp. 145 Ai sensi dell’art. 111 del Codice: “Le attività di valorizzazione dei beni culturali consistono nella costituzione ed organizzazione stabile di risorse, strutture o reti, ovvero nella messa a disposizione di competenze tecniche o risorse finanziarie o strumentali, finalizzate all’esercizio delle funzioni ed al perseguimento delle finalità indicate all’articolo 6. A tali attività possono concorrere, cooperare o partecipare soggetti privati”.
[2] L’articolo 6 del Codice dei beni culturali e del paesaggio definisce la valorizzazione come “l’esercizio delle funzioni e la disciplina delle attività dirette a promuovere la conoscenza del patrimonio culturale e ad assicurare le migliori condizioni di utilizzazione e fruizione pubblica del patrimonio stesso, anche da parte delle persone diversamente abili, al fine di promuovere lo sviluppo della cultura”. 1 Secondo l’art. 2 del Codice, poi, i beni “di appartenenza pubblica sono destinati alla fruizione della collettività”. La finalità educativa giustifica lo stretto collegamento tra valorizzazione e fruizione, sancito dalla stessa intestazione del Titolo II del Codice, che ribadisce così quanto già disciplinato dal D.Lgs. 31 marzo 1998 n.112 che indicava la valorizzazione come attività diretta a migliorare le condizioni di conoscenza e conservazione dei beni culturali e ambientali e ad incrementarne la fruizione.
[3] Si veda G. Sciullo, “Restauro, tutela e valorizzazione dei Beni Culturali”, 2 /2007, in Aedon – Rivista di Arti e diritto on line , quadrimestrale, diretto da Marco Cammelli, Il Mulino, www.aedon.mulino.it.
[4] Quando parliamo di bene culturale al giorno d’oggi facciamo riferimento non solo al valore materiale, economico, che esso detiene, ma anche al suo valore intrinseco, (in realtà è questo ad avere molta più importanza) dato dalla capacità di trasmettere un arricchimento culturale, dal suo essere testimonianza di civiltà, dell’attività e creatività dell’uomo, di un popolo, della nazione. Il suo trasmettere qualcosa che va oltre all’estetica e all’oggetto, ma legata a ciò che rappresenta. Allo stesso modo la tutela del bene culturale non viene più percepita solo come mera conservazione, ma anche in funzione della fruizione pubblica. Non è sempre stato così, c’è stata un evoluzione del concetto di bene culturale, di tutela e valorizzazione ed è con il Codice dei beni culturali e del paesaggio1 che questi concetti vengono resi più espliciti. Il Codice all’art 1 delle disposizioni generali dice che “in attuazione dell’art 92 della Costituzione, la Repubblica tutela e valorizza il patrimonio culturale..” e dice che “la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale concorrono a preservare la memoria della comunità nazionale e del suo territorio e a promuovere lo sviluppo della cultura.”
[5] Riferimento giurisprudenziale tratto da Rende A. – Rolli R. “ Codice dei Beni Culturali e del paesaggio – Annotato con la giurisprudenza”, 2012 , Cosenza.
[6] Sul concetto di bene culturale e sulla sua evoluzione a livello di riconoscimento normativo, vedi il Capitolo I di questo lavoro.
[7] Negli ultimissimi decenni le ricerche ed i dibattiti a livello internazionale, hanno visto attribuire al patrimonio culturale un ruolo sempre più significativo nel quadro dei modelli di sviluppo fondati sulle peculiarità locali e sulla valorizzazione delle risorse endogene dei territori. In particolare le identità culturali hanno assunto nuovi valori e specificità anche grazie alle implicazioni di natura immateriale – come quelle legate alle tradizioni, ai saperi e alle creatività – che hanno arricchito la nozione di patrimonio. In sostanza si è riconosciuto che il processo di conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale, se sostenuto da strategie di “sistema” e rivolto quindi non solo ai beni culturali ma a tutte le altre risorse che caratterizzano e rappresentano i segni distintivi che la storia ha sedimentato in un territorio, può svolgere un’importante funzione sia al fine della preservazione dei beni, sia a promozione e sostegno dello sviluppo economico delle comunità locali. Il coinvolgimento delle comunità locali, attuato anche attraverso la messa in rete dei principali portatori di interesse sul territorio, innalza infatti la sensibilizzazione verso il patrimonio culturale, intesa come capacità dei cittadini di riconoscere la loro identità in quel patrimonio, di riconoscerlo come proprio e, di conseguenza, di cooperare per la sua conservazione.
[8] Si veda D. Lgs. n.112/98 art. 150 comma 6
[9] Sul punto, si rinvia, per tutti, a Diritto e gestione dei beni culturali, a cura di C. Barbati, M. Cammelli e G. Sciullo, Bologna, Il Mulino, 2011, e a I beni culturali tra tutela, mercato e territorio, a cura di Luigi Covatta, Firenze, Passigli, 2012.
[10] Tenendo conto di tutti i diversi fattori che possono limitare la possibilità di visitare i siti culturali statali italiani, si è rilevato che gli utenti interessati dal progetto spesso non affrontano spostamenti per visitare il patrimonio nazionale, soprattutto perché i sistemi di informazione e di comunicazione attualmente disponibili non consentono loro di accertarsi sull’effettiva accessibilità di strutture e servizi lungo l’intero processo di fruizione. Processo che inizia con la prenotazione, il trasferimento, i servizi in loco e si conclude con l’effettiva percezione e godibilità del patrimonio. I modelli di comportamento e la propensione all’esperienza culturale dei pubblici con esigenze specifiche, infatti, non sono dissimili da quelli di altri segmenti di visitatori già abituati a muoversi: si viaggia in compagnia della propria famiglia, di amici, di accompagnatori, con un significativo effetto moltiplicatore; é quindi evidente che gli istituti in grado di garantire adeguati livelli di fruibilità ed una capacità di servizio rispondente alle attese dell’utenza dovranno fornire un significativo apporto informativo. La “godibilità” dei Beni Culturali da parte di persone con esigenze specifiche necessita, infatti di tutta una serie di opportunità di accesso, intese in senso lato, che permettano a tutti di scegliere, decidere ed organizzarsi in totale autonomia.
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Sentenza n. 11 del 25/01/2019