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Timestamp: 2020-08-15 20:55:21+00:00
Document Index: 149313886

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 45', 'art. 147', 'art. 360', 'art. 156', 'art. 653', 'art. 360', 'art. 360', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 360', 'art. 147', 'art. 144', 'art. 360', 'art. 144', 'art. 1', 'art. 13', 'art. 13', 'art. 1', 'art. 13']

Sentenza Cassazione Civile n. 13185 del 24/06/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13185 del 24/06/2016
Cassazione civile sez. II, 24/06/2016, (ud. 03/05/2016, dep. 24/06/2016), n.13185
F.R., rappresentato e difeso, in forza di procura
speciale in calce al ricorso, dall’Avv. Biagio Grasso, con
domicilio eletto nello studio dell’Avv. Stanislao Chimenti in
Roma, via Veneto, n. 7;
CONSIGLIO NOTARILE DI MILANO, in persona del legale rappresentante
pro tempore, rappresentato e difeso, in forza di procura speciale in
calce al controricorso, dagli Avv. Remo Danovi e Francesco
Giorgianni, con domicilio eletto nello studio di quest’ultimo in
Roma, via Sistina, n. 42;
avverso l’ordinanza della Corte d’appello di Milano in data 19
maggio 2016 dal Consigliere relatore Dott. Alberto Giusti;
uditi gli Avv. Biagio Grasso e Francesco Giorgianni;
Generale dott. PATRONE Ignazio, che ha concluso per
1. – Nel corso del 2011, al Consiglio notarile di Milano pervennero un esposto e una comunicazione con riguardo al notaio F. R..
1.1. – L’esposto venne presentato in data 19 maggio 2011 da un cliente del professionista, il quale lamentava l’irregolare fatturazione emessa dal notaio che, come forma di pagamento di un rogito, aveva richiesto due distinti assegni, di. cui uno intestato allo stesso professionista e l’altro ad un terzo soggetto, emettendo la fattura solamente per l’assegno a sè intestato. Successivamente, la fattura veniva corretta con l’emissione di una parcella per l’intero importo ricevuto. Nel corso delle verifiche preliminari svolte dal Consiglio notarile di Milano emergeva che l’assegno rispetto al quale non era stata inizialmente emessa la fattura era stato intestato e versato alla madre del notaio e non direttamente a quest’ultimo.
1.2. – La comunicazione venne inviata dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Monza in data 25 luglio 2011, e concerneva l’avvenuto esercizio dell’azione penale nei confronti del notaio F. per concorso nel delitto aggravato di circonvenzione di incapace sulla base della seguente vicenda contrattuale.
Il professionista era stato incaricato da un’agenzia immobiliare di procedere alla vendita di un appartamento sito a (OMISSIS) di proprietà di un’anziana signora. L’immobile era stato trasferito il 12 marzo 2009 a un giovane cittadino rumeno il quale provvedeva, nell’arco di cinque giorni dalla vendita, a trasferire l’immobile ad un terzo soggetto a un prezzo inferiore rispetto a quello d’acquisto.
La venditrice era convinta che il trasferimento immobiliare riguardasse la sola nuda proprietà con 1 assegnazione in suo favore dell’usufrutto vitalizio e che l’intestazione all’acquirente della nuda proprietà potesse essere d’aiuto al giovane cittadino rumeno per ottenere un finanziamento bancario. L’operazione, secondo la prospettazione della Procura, aveva avuto luogo approfittando di una condizione di deficienza psichica della signora, la quale vendeva il proprio bene (a) senza neppure incassare materialmente il prezzo pattuito, (b) a un prezzo dichiarato di gran lunga inferiore al valore di mercato del bene e (c) con la erronea convinzione di poter, comunque, mantenere la disponibilità del bene e ivi continuare a vivere.
Il procedimento penale a carico del notaio F. si concludeva con la sentenza della Corte di. cassazione n. 2820 del 10 dicembre 2013, depositata il 12 febbraio 2014, che assolveva il professionista per non avere commesso il reato di circonvenzione d’incapace, mantenendo ferme le condanne degli altri imputati (gli agenti immobiliari e l’acquirente T.).
2. – Sulla base dei predetti esposti, il Consiglio notarile formulava due addebiti disciplinari a carico del notaio, per anomali atti di vendita (prima incolpazione, relativa alla vicenda sub 1.2.) e per irregolare fatturazione (seconda incolpazione, di cui all’esposto sub 1.1.). Con la prima incolpazione, addebitava al notaio F. di avere violato gli artt. 47 e 147 della legge notarile, per avere omesso di indagare la volontà delle parti e per non avere ottemperato alle prescrizioni degli artt. 36 e 37 del codice deontologico, contenenti prescrizioni in tema di personalità della prestazione, nonchè dell’art. 45 del medesimo codice recante prescrizioni in materia di affidamento di somme. Con la seconda, contestava al notaio la violazione dell’art. 147 della legge notarile, per avere tenuto comportamenti tali da indurre sospetti sulla propria lealtà fiscale.
E poichè la Corte d’appello avrebbe esaminato un fatto non vero, essa avrebbe evidentemente omesso di considerare il fatto vero, sicchè la decisione sarebbe per tale profilo censurabile ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5 (A.3.).
Nella specie o si sarebbe trattato di una mera diversa valutazione dello stesso fatto, bensì di una nuova ricostruzione dello stesso, impedita al giudice disciplinare dall’art. 156 quinquies della legge notarile, e art. 653 c.p.c.. Di qui la denuncia di violazione di tali disposizioni, in riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 3 (A.4.).
La Corte d’appello di Milano, allorchè ha affermato che la venditrice voleva vendere unicamente la nuda proprietà e riservarsi l’usufrutto, avrebbe surrettiziamente proposto un diverso ed inibito nuovo accertamento dei fatti, effettuato mediante un procedimento inferenziale errato, facendolo passare come una diversa valutazione dello stesso fatto accertato in sede penale. Il notaio – si assume –
avrebbe redatto e letto un atto del tutto corrispondente alla volontà della venditrice (A.6.).
Il giudice penale avrebbe accertato come accaduto il fatto della corrispondenza dell’atto poi rogato alla volontà della venditrice;
il giudice disciplinare, invece, avrebbe continuato a sostenere lo scollamento della volontà della B. dal contenuto dell’atto rogato, fatto, questo, del tutto opposto a quello accertato (con efficacia vincolante) in sede penale (A.6.).
Ribadito quanto sopra esposto (A.7.), il ricorrente rileva (A.7.1.) che la nuova ricostruzione del fatto operata dalla Corte d’appello, se anche fosse legittima, sarebbe comunque sbagliata, perchè fondata su un procedimento inferenziale illegittimo. Da ciò, un ulteriore profilo di censurabilità, consistente nel difetto di. motivazione per erronea ricostruzione del fatto decisivo riconducibile alla previsione di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5. Il ricorrente contesta che fosse suo dovere comunicare alla prima venditrice l’intenzione del compratore di vendere a sua volta ad un terzo. Una volta accertato che in nessun modo fosse desumibile la volontà reale della B., che presupponeva nei rapporti interni col compratore il mantenimento in capo a questo della proprietà, ma che affidava tale intento ad un accordo segreto tra loro, e quindi inconoscibile dal notaio, secondo la difesa del ricorrente non si vede come possa imporsi al notaio di violare il dovere di riservatezza al quale è tenuto nei confronti del venditore del secondo contratto. Il ricorrente si chiede sulla base di quale principio logico il notaio avrebbe dovuto allarmarsi della seconda operazione, quando l’unica cosa che ha potuto sapere è che la editrice voleva vendere proprio al T., che era stata già pagata e che non voleva alcun limite alla proprietà trasferita a costui secondo il ricorrente, alcuni fatti (invero neutri ed insignificanti) sono ritenuti dalla Corte d’appello indizi dai quali desumere un altro fatto ignoto (l’irregolarità dell’operazione); questo fatto (originariamente) ignoto (irregolarità dell’operazione per quanto riguarda la venditrice) viene assunto, a sua volta, ad indizio di un ulteriore fatto ignoto (l’esistenza di una diversa volontà della venditrice), conoscibile, con certezza, a seguito di una più approfondita indagine del suo interno volere: cosi creando una combinazione di indizi, collegati da un doppio passaggio inferenziale del tutto inaccettabile sul piano logico.
Del pari è censurata, in riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 5, l’affermazione secondo la quale il notaio avrebbe ricevuto in deposito somme nel suo personale interesse, affermazione che il ricorrente ritiene priva di ogni riscontro probatorio e in contrasto con la realtà dei fatti, che dimostra come l’importo ricevuto (portato da assegni circolari) in deposito fiduciario era a tutela del completamento di tutte le formalità di trascrizione relative all’operazione (A.9.).
Invero, in sede penale è stato bensì escluso che il notaio F. sia stato complice nel reato di circonvenzione di persona incapace;
ma lo stesso giudice penale non ha mancato di evidenziare il disvalore deontologico della condotta del notaio per avere questi omesso di indagare la reale volontà della venditrice e per essere venuto meno alle regole che devono caratterizzare la prestazione notarile. Nella sentenza del Giudice di Monza si sottolinea infatti che le indagini hanno consentito di “pacificamente” accertare “grave negligenza nella condotta del professionista”, il quale non avrebbe dovuto astenersi “dall’interrogare le parti in ordine alla reale volontà”: profilo, questo, rilevante sub specie “di responsabilità disciplinare del professionista”.
Tutto il resto è merito, essendosi di fronte a critiche solo apparentemente parametrate sul vizio di violazione e falsa applicazione di legge o sul nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., n. 5.
In realtà il ricorrente mira a rimettere in discussione gli apprezzamenti in fatto della Corte d’appello, che, in guanto basati sull’analitica disamina degli elementi di valutazione disponibili ed espressi con motivazione immune da lacune o vizi logici, si sottraggono al giudizio di legittimità.
2. – Con il secondo gruppo di censure (da B.1. a B.3., pagg. 33 –
37), relativo alla seconda incolpazione, il ricorrente rileva l’omessa considerazione delle circostanze fattuali realmente verificatesi, censurando la decisione ex art. 360 c.p.c., n. 5. La Corte d’appello non avrebbe considerato il verbale conclusivo dell’ispezione in data 15 maggio 2013 dell’Agenzia delle entrate di Milano, che attesterebbe la piena “conformità fiscale del notaio F., anche in merito alla fattura emessa per l’unico complessivo importo di Euro 5.400”. L’affermazione, posta a base della decisione, secondo la quale al pagamento non seguì una regolare fatturazione sarebbe totalmente falsa alla luce delle risultanze del detto verbale. Ad avviso del ricorrente, l’aver ricevuto in pagamento due assegni non dimostrerebbe alcuna finalità evasiva, una volta che il loro ammontare complessivo sia stato fatturato al debitore solvente.
Nè potrebbe invocarsi il problema della tracciabilità dei pagamenti effettuati al professionista, giacchè l’assegno bancario è sempre, per definizione, tracciabile, consentendo la ricostruzione della movimentazione del denaro indicato come importo dal predetto titolo di pagamento. Secondo il ricorso, al notaio non sarebbe inibito, quale ereditare, di utilizzare la provvista nei confronti del cliente suo debitore per estinguere un suo debito nei confronti di un terzo, e quindi di chiedere di eseguire il pagamento, anche attraverso un assegno intestato al (terzo) creditore, direttamente a quest’ultimo, sempre che, ovviamente, il notaio stesso abbia correttamente fatturato l’intero importo sborsato dal cliente debitore solvente, com’è accaduto nella specie. Priva di riscontri probatori sarebbe l’affermazione secondo cui la regolarizzazione fiscale sarebbe avvenuta soltanto a seguito della sollecitazione del cliente.
Infatti, la fattura datata 29 dicembre 2010 è stata predisposta nelle immediatezza successive alla data di. stipula degli atti. Il ricorrente sottolinea che la registrazione della fattura per l’importo corretto, la liquidazione dell’IVA nel termine e il versamento delle imposte sul reddito e dell’IVA sarebbero avvenuti prima ed indipendentemente dalle lamentele del cliente, che peraltro ha ricevuto dopo pochi giorni dalla sua richiesta la fattura esatta, in sostituzione di. quella consegnatagli, in occasione del ritiro del fascicolo, per mero errore.
Tale essendo la situazione di fatto accertata corretta è la conclusi ne in punto di riconoscimento della responsabilità disciplinare del notaio ai sensi della L. n. 89 del 1913, art. 147, comma 1, lett. a).
Non rileva la circostanza dedotta dal ricorrente nel ricorso, che cioè l’Agenzia delle entrate, a seguito di accurata e rigorosa analisi dell’attività professionale svolta dal notaio nell’anno in questione, abbia accertato la regolarità fiscale della fattura emessa nella specie e il tempestivo pagamento di ogni onere fiscale.
Si tratta, infatti, di una circostanza non decisiva, posto che nella specie la condotta sanzionata consiste, non in un illecito di danno (l’evasione fiscale), ma in un illecito di pericolo, ossia nella compromis-sione della dignità, della reputazione, del decoro e del prestigio professionali derivante dal tentativo di eludere l’obbligo di rilasciare il prescritto documento fiscale per l’intero ricevuto pagamento.
Il ricorrente, parvero, contesta la sussistenza della finalità evasiva, e deduce che non sussisterebbero i riscontri probatori del fatto come ricostruito dal giudice disciplinare, essendo la regolarizzazione precedente alle rimostranze del cliente ed essendo la fattura inizialmente consegnata al cliente redatta per mero errore, come risulterebbe dalla dichiarazione scritta della collaboratrice del notaio addetta alla fatturazione. Nè tali critiche e censure si risolvono in una sollecitazione ad effettuare una nuova valutazione di risultanze di fatto si come emerse nel corso del giudizio dinanzi alla Corte d’appello in sede di reclamo, così mostrando di anelare ad una surrettizia trasformazione del giudizio di legittimità in un nuovo, non consentito giudizio di merito, nel quale ridiscutere tanto il contenuto di fatti e vicende processuali, quanto l’attendibilità maggiore o minore di questa o di quella risultanza processuale, quanto ancora le opinioni espresse dal giudice del reclamo non condivise e perciò solo censurate al fine di ottenerne la sostituzione con altre più consone ai propri desiderata, quasi che nuove istanze di fungibilità nella ricostruzione dei fatti di. causa potessero ancora legittimamente porsi dinanzi al giudice di legittimità.
Ad avviso del ricorrente, con riferimento al primo addebito, la decisione sarebbe del tutto incoerente rispetto alle vicende realmente accadute. La cliente non ha perso la disponibilità della sua abitazione a causa di un comportamento poco diligente del professionista, ma perchè questo (vendita della intera proprietà senza alcuna riserva di usufrutto al compratore, suo amico, sodale e convivente) era l’intento che l’animava. Nè sarebbe vero che il professionista “non si è adoperato in alcun modo per eliminare le conseguenze dannose del suo comportamento e, ove possibile, riparare il danno prodotto”: al contrario, “tra la venditrice ed il notaio rogante è intervenuto un accordo transattivo”. Il ricorrente sottolinea che le attenuanti richieste sono quelle specifiche di cui all’art. 144 della legge notarile, il quale prevede la sostituzione della pena pecuniaria a quella della sospensione: sotto questo profilo, la decisione sarebbe censurata anche ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, perchè, essendosi il notaio adoperato per eliminare le conseguenze dannose dell’infrazione e avendo riparato integralmente il danno, alla luce della richiamata transazione, sussistevano i presupposti per la concedibilità delle attenuanti.
Nè, infine, varrebbero ad escludere l’applicazione della circostanze attenuanti i precedenti disciplinari e c’e perchè ciascuna incolpazione va valutata per sè.
Va in primo luogo rilevato che il ricorrente con riferimento al primo addebito, dà atto di un accordo transattivo intervenuto con la venditrice “e ben noto ai giudici disciplinari”. Sennonchè, di questo accordo transattivo il ricorrente non illustra nè descrive il contenuto (peraltro non risultante dal testo dell’ordinanza della Corte d appello), in violazione della regola di specificità del motivo di ricorso.
In ogni caso, va sottolineato che l’accordo transattivo con la parte che ha subito danno per effetto della condotta negligente e contraria ai principi deontologici del notaio, è caratterizzato, per sua natura, dall’esistenza di reciproche concessioni: la stipulazione di tale accordo, pertanto, non integra quella riparazione integrale del danno prodotto dalla condotta disciplinarmente rilevante che l’art. 144, comma 1, della legge notarile richiede affinchè sia riconosciuta la sussistenza della attenuante tipica, non essendo sufficiente, a tal fine, una mera parziale elisione o un ristoro attenuato degli effetti della fattispecie sanzionata.
Quanto, poi, alla concessione delle attenuanti generiche, essa è rimessa alla discrezionale valutazione del giudice del merito, il quale può concederle o negarle, dando conto della scelta con adeguata motivazione; a tal fine, l’uso del potere discrezionale è sufficientemente giustificato con l’indicazione delle ragioni ostative alla relativa concessione (Cass., Sez. 6^-3, 27 maggio 2011, n. 11790; Cass., Sez. 2^, 30 dicembre 2015, n. 26146). Nella specie la Corte d’appello, nel rigettare il reclamo avverso la decisione della CO.RE.DI., ha negato le attenuanti generiche sulla base, tra l’altro, della gravità del danno occorso alla cliente per effetto della condotta di cui al primo addebito e dei precedenti disciplinari dell’incolpato (già altre volte sanzionato). Tanto basta a ritenere assolto l’obbligo motivazionale incombente sulla Corte territoriale.
5. – Poichè il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è rigettato, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto l’art. 13, comma 1 quater, del testo unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 – della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13 comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.
Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 3 maggio 2016.