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Timestamp: 2020-03-29 09:14:29+00:00
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Le questioni civiche ed altri dati riguardanti il territorio.
A) Pereto-Carsoli
Quando Carlo D'Angiò neI 1272 creò l'Università, concesse ai cittadini che avevano mllitato sotto le sue insegne dei piccoli appezzamenti di terreno nella pianura sottostante Pereto. In quella occasione si tentò una prima sommaria delimitazione dei confini, individuata da una linea immaginaria oltre la quale le assegnazioni di terreno fatte ad un cittadino di un paese non avrebbero potuto normalmente avvenire. Tale linea teneva naturalmente conto anche del tradizionale perimetro di influenza delle varie chiese e delle eredità di conti e signori locali. Il territorio montano, secondo l'antico diritto romano, continuava ad essere di esclusiva proprietà statale.
Alfonso I, Re di Napoli dal 1443 al 1458, fu il primo monarca che, nella sua magnanimità, volle concedere ai cittadini di Pereto, Celle, Oricola e Rocca di Botte anche le zone montane. Tale privilegio fu confermato dal successore Ferdinando I con diploma del 1482, nel quale è scritto "le università, gli uomini e loro eredi e successori liberamente usino, godano e si valgano dei privilegi concessi da Alfonso I, dei mulini e dei frantoi, degli altipiani, dei monti e delle erbe dei piani...". Nella ripartizione dei territori fu tenuta presente la consistenza della popolazione e furono seguiti i tradizionali criteri della linea di displuvio e della "congiungente le cime più alte".
Intorno al 1500 il numero delle famiglie dei quattro paesi era il seguente:
PERET0............………...166;
CELLE. ............………...130;
ROCCA DI BOTTE........120;
ORICOLA...........……….. 73;
Effettuata la ripartizione tra i quattro paesi, subito sorsero delle contestazioni da parte degli abitanti di Celle in ordine a Fontecellese. L'uditore dello stato di Tagliacozzo Bernardino De Amicis, incaricato di risolvere la controversia, così si espresse nel 1517; "li confini e li termini tra Celle e Pereto siano questi: dal sasso segnato con una croce posto di là da Monte Romano (sopra la fonte di Fontecellese e ad un Km circa a Nord-Ovest della cima di quota l620 di M. Fontecellese) fino al colle della Selva Grossa, sotto lo largo di Monte Romano, per diritto a colle Iannetti e per diritto al colle Santa Croce, seguitando per diritto fino al fossato di chiavica, come acqua pende verso Pereto sia delli homini e università di Pereto, da questo in là verso le celle delli homini e università di Celle". Questa sentenza venne accettata da Pereto e, "obtorto collo" anche da Celle.
Le controversie, tuttavia, non cessarono e dopo quasi duecento anni i Carsolani, così chiamati dai 31 gennaio 1608 quando il Re di Napoli Filippo III d'Austria cambiò il nome di Celle in quello di Carsoli, ricorsero all'allora governatore Giovanni Agostino RESTA, che risiedeva nel loro paese. Questi, pur volendo favorire i suoi amici carsolani, dopo aver enunciato le località di confine (colle S. Croce, fossato chiavica, fossato scatrafossi, valle Tessani, strada Celle-Pereto, colle delle Sodine, colle del Peschieto) non potette che confermare la proprietà di Pereto, aggiungendo, però, che, limitatamente al diritto di pascolo, la zona compresa fra le suddette località fosse promiscua; "...quae omnia confinia recogniti fuerunt et enunciati in dicta sententia sopradictum situm spectare ad Universitatem Pireti promiscuitate juris pascendi utrique universitati..." Il 14 luglio 1701 la Corte della Vicaria di Napoli, alla quale aveva fatto ricorso Carsoli ribadì che la montagna Fontecellese era di proprietà del comune di Pereto e che quindi i Peretani fossero mantenuti nel possesso pacifico e legittimo nel quale erano.
Quando, in esecuzione della legge 1° settembre 1806, fu istituita la commissione per la divisione dei demani ex-feudali e per la risoluzione delle liti tra baroni e Comuni, Carsoli intraprese di nuovo le vie legali, con la speranza di vedersi assegnare la montagna denominata i Quattro Quarti di Pereto (ossia Fontecellese e Fonte Trinità). Ma la commissione con due sentenze infranse la sua testardaggine stabilendo nella prima che "...la montagna denominata i quattro Quarti di Pereto in tutta la sua estensione resta dichiarata proprietà libera ed assoluta deI comune di Pereto" e nella seconda che "...la richiesta del comune di Carsoli è respinta in quanto sulla proprietà della montagna denominata Fontecellese questa commissione si è gia pronunciata con sentenza numero 128 del 27 agosto 1810 riguardante Ia lite tra l'ex-feudatario Colonna ed il comune di Pereto".
Ma non c'e sordo peggiore di chi non vuol sentire e, nonostante che la zona fosse prevalentemente intestata ai Peretani, che le spese di riparazione della fonte fossero state sostenute da Pereto, che per abbeverare le bestie si dovesse chiedere l'autorizzazione al comune di Pereto, che rilasciava anche i permessi di fida e di pascolo, i Villaroli continuarono a rubare legna, pascoli ed acqua. Lo stesso Pretore di Carsoli condanno più volte gli abitanti di Villa Romana per furto.
Il 3 agosto l924 il comune di Carsoli tornò di nuovo alla carica convenendo innanzi al tribunale di Avezzano il comune di Pereto e chiedendo che Fontecellese fosse riconosciuta di sua esclusiva proprietà.
Nel 1925 la competenza a decidere la causa civile passò al Regio Commissario Regionale per la liquidazione degli Usi Civici degli Abruzzi. Quel magistrato, esaminati i ricorsi e le controdeduzioni delle parti, nominati i periti, eseguiti i rllievi sulla zona in contestazione con sentenza 4 gennaio/1° febbraio 1934, dichiarò che i confine fra i demani del comune di Carsoli e quelli del comune di Pereto è quello che segue la linea e che partendo dal trifinio Pereto-Carsoli-
Tagliacozzo (a quota 1670 in località Piccionara) segue lo scrimone dei monti passando per le quote 1613, 1662, 1620, 1565, 1536, passa per colle Iannelli (quota 1100) colle S. Croce a quota 920, seguendo da ultimo il fossato Chiavica fino alla confluenza del fossato Scatrafossi. Dichiara, di conseguenza, tutta la zona a sud della predetta linea di libera ed assoluta spettanza del comune di Pereto, disponendo lungo detta linea l'apposizione dei termini lapidei e condannando il comune di Carsoli alle spese".
Contro questa sentenza Carsoli propose appello il 14 marzo 1934 ma la Regia Corte di Appello respinse il ricorso confermando in ogni sua parte la sentenza del Regio Commissario. Più accanito che mai, in preda ad uno sciocco orgoglio, lasciandosi coinvolgere dalle sollecitazioni di un manipolo di ignoranti e presuntuosi Villaroli, il comune di Carsoli non volle accettare nemmeno questa sentenza di secondo grado e ricorse alla Corte Suprema di Cassazione. Ma questa, esaminati i fatti ed i documenti non dovette fare molta fatica a dare definitiva ragione al comune di Pereto e con sentenza del 12/21 luglio l936 respinse il ricorso del Comune di Carsoli e lo condannò alle spese processuali. Le operazioni per l'apposizione di termini lapidei, iniziarono il 23 ottobre 1938 e furono ultimate nel novembre dello stesso anno.
I termini furono di forma tronco-conica con cuffia, lavorati a puntillo, del diametro di m. 0,50 alla base di m. 0,30 alla testata, con zoccolatura a prisma quadrato di m. 0,60 per 0,60 ed altezza di m. 0,35, del peso complessivo di Kg. 340. Ciascun termine fu trainato da tre paia di buoi aggiogati e da una squadra di sei operai per la guida e la sicurezza. Furono impiegati complessivamente settantotto cittadini di Pereto per 108 giornate-uomo a lire 25 a persona per ogni giornata di lavoro. Furono murati nove termini lapidei nei punti fissati dalla sentenza del Regio Commissario più altri otto termini nei punti intermedi. I primi furono tinteggiati a fasce circolari di color bianco e nero in senso orizzontale; mentre i secondi otto in colore bianco e nero in senso verticale.