Source: http://www.geopoliticalcenter.com/attualita/caso-maro-pasticci-italiani-di-irene-piccolo/
Timestamp: 2018-05-25 10:59:34+00:00
Document Index: 32294613

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 698', 'sentenza ', 'art. 100']

Caso Marò: pasticci italiani… di Irene Piccolo |
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22 dicembre 2015 Voce dei Lettori 1
22 dicembre 2015 Voce dei Lettori
Due mesi fa, il 23 ottobre è stato l’ennesimo compleanno di Salvatore Girone passato ai domiciliari a New Delhi. Per quanto, come molti fanno notare, il luogo di custodia non sia il peggior carcere indiano, ma una dépendance della nostra ambasciata, direi che questo poco conta. Il diritto umano da tutelare è il non subire un’ingiusta detenzione. Punto. E non il diritto a non subire un’ingiusta detenzione in un luogo disagiato. Il luogo disagiato può essere un’aggravante della violazione e in certi casi costituire violazione in sé.
Anche l’ordinamento italiano considera la custodia cautelare come qualcosa di eccezionale. Tant’è che di norma, il principio di presunzione di innocenza (garantito dalla nostra Costituzione) impone che nessuno debba finire in carcere se non perché condannato da una sentenza passata in giudicato (cioè, per essere semplici, divenuta definitiva e inappellabile). Poi vi sono i casi – eccezioni – in cui è prevista la custodia cautelare, e cioè quando vi sia:
NB. La Convenzione che vi riporto obbliga l’Italia, non l’India che non ne fa parte. A ogni modo, questo articolo rispecchia un diritto universalmente riconosciuto e che quindi obbliga anche l’India. Paradosso: il diritto al giusto processo è un diritto che noi, Europa continentale, abbiamo “imparato” dal Common Law, diritto anglosassone, di cui l’India fa parte; perciò è un diritto che loro dovrebbero voler tutelare più di quanto facciamo noi..
Partiamo dall’ultima violazione in ordine di tempo che l’Italia ha commesso nel caso Marò. L’Italia NON avrebbe dovuto in nessun modo farli tornare in India, una volta che erano rientrati sul territorio italiano. Per diverse ragioni, ma la prima e principale perché facendoli rientrare l’Italia ha violato – nuovamente – l’art. 3 della CEDU. Sì, sempre lui. Prendiamo sempre bastonate per la violazione di questo articolo ma non impariamo mai, mai, e facciamo danni su tutti i fronti: già solo con i miei articoli vi ho portato tre esempi su cui la violazione di questo solo unico articolo provoca conseguenze: migrazioni, detenuti, marò.
Perché sarebbe stato legittimo, anzi obbligatorio, non farli rientrare? L’applicazione dell’art. 3 (che molto brevemente recita “Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti”) comporta il divieto di espatrio di persone che sono sotto la custodia dello Stato italiano (sia che si tratti di cittadini italiani che stranieri) verso Stati in cui possono essere sottoposti a tortura, trattamenti inumani e degradanti. E in tali trattamenti si ricomprende la pena di morte.
Riepilogo brevemente il fatto: Vigilia di Natale del 1993. Pietro Venezia, 40 anni, proprietario di un ristorante italiano di Miami, spara cinque colpi di pistola contro l’agente del Fisco dello Stato della Florida, uccidendolo. Accusato di omicidio di primo grado, Venezia rischia la pena capitale e si dà alla fuga. Arrestato nel 1994 in Italia, comincia il braccio di ferro sull’estradizione. Dall’America arriva la garanzia che l’italiano non sarà condannato a morte e secondo la Convenzione europea di estradizione del 1957 (quindi firmata decenni prima che all’interno degli Stati del Consiglio di Europa si bandisse la pena di morte) «se il reato per il quale è richiesta l’estradizione è punibile con la pena di morte secondo le leggi del Paese richiedente (…) l’estradizione potrà essere rifiutata a meno che la parte richiedente non dia assicurazioni, ritenute sufficienti dalla parte richiesta, che la pena di morte non verrà eseguita». E questo era confermato dall’art. 698 del nostro Codice penale (che non era stato nel frattempo aggiornato). Alla fine del 1995 il ritorno in Florida pareva inevitabile.
Tuttavia, ripeto, questo contrastava e con la nostra Costituzione e con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, così nel giugno 1996 con una sentenza che diviene storica la Consulta (la nostra Corte costituzionale) dichiara l’incostituzionalità dell’articolo 698 negando definitivamente l’estradizione: Pietro Venezia resta in carcere in Italia. NESSUNA GARANZIA PUO’ ESSERE LA BASE GIURIDICA DELL’ESTRADIZIONE DI UN CITTADINO ITALIANO VERSO UNO STATO CHE APPLICHI LA PENA DI MORTE.
Con la garanzia indiana noi non ci facevamo nulla…
Anche su questo punto la violazione indiana la raccontiamo in un altro articolo. Parliamo del pasticcio italiano…
Ma per oggi ci soffermiamo sulla posizione italiana: l’Italia né sotto pressione né su invito alla collaborazione avrebbe dovuto far entrare l’Enrica Lexie nel mare territoriale indiano. Infatti, l’obbligo di cooperazione previsto dall’art. 100 della Convenzione sul diritto del mare non fa cenno alcuno al fatto che si debba entrare nel mare territoriale a fare riconoscimenti… in caso, il riconoscimento posso farlo dovunque. La cooperazione è un’altra cosa.
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Lei ha perfettamente ragione, ed è proprio per questi errori che ormai fatto tutti finta di niente. Meglio nascondere lo sporco sotto al tappeto. In questo siamo campioni.