Source: https://www.laleggepertutti.it/97235_buche-vetri-e-cadute-sulla-strada-quando-spetta-il-risarcimento
Timestamp: 2018-04-21 11:52:01+00:00
Document Index: 72462067

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 2051', 'art. 2043', 'art. 2051', 'art. 2051', 'art. 2051', 'art. 2051', 'art. 2051', 'art. 2051', 'art. 2043']

Buche, vetri e cadute sulla strada: quando spetta il risarcimento?
Lo sai che? Buche, vetri e cadute sulla strada: quando spetta il risarcimento?
Risarcimento del danno per infortuni sulla strada pubblica: l’insidia deve essere occulta ossia si deve trattare di una situazione di pericolo che non sia facilmente visibile.
Non perché sei caduto su una buca sulla strada pubblica, su un tombino o su una mattonella divelta lungo il marciapiedi, sui vetri sparsi su alcuni gradini del parco ti spetta automaticamente il risarcimento del danno da parte del Comune o del proprietario della via. È necessario che tale situazione di pericolo sia anche “occulta”, ossia non visibile usando l’ordinaria diligenza.
Come più volte è stato chiarito dalla giurisprudenza, e da un ultimo ribadito da una recente sentenza del Tribunale di Ivrea [1], il risarcimento per quello che viene detto “danno da cose in custodia” [2] (qui, ovviamente, le “cose” sono la strada, il marciapiedi, ecc.; la “custodia” è quella dell’ente pubblico che deve gestirle e garantirne la manutenzione per conto della collettività) scatta solo purché sussistono alcune condizioni:
– vi deve essere innanzitutto l’insidia, ossia una situazione di pericolo: è necessario, per esempio, che si tratti di una buca di una certa dimensione, tale cioè da procurare un danno a chi, eventualmente, vi cada; oppure un tombino leggermente sconnesso, ma sufficientemente da costituire uno sgambetto per il piede che lo incontri, ecc.
Ma l’insidia, da sola, non basta. Il risarcimento non scatta solo per il fatto che vi sia un fosso su una strada o un altro pericolo seppur di dimensioni straordinarie;
– tale insidia deve essere “occulta”, ossia non visibile usando l’ordinaria diligenza. Paradossalmente questo significa che tanto più è grande la buca, tanto più la strada è dissestata, tanto più i vetri sulla scalinata sono visibili, tanto meno sarà possibile ottenere il risarcimento.
Questo significa inoltre che la possibilità di ottenere il risarcimento potrebbe anche essere determinata dall’orario in cui è avvenuto l’infortunio (di notte, per esempio, e in una strada poco illuminata, anche con la dovuta prudenza, una è meno visibile rispetto a una situazione diurna).
Quanto, invece, all’ordinaria diligenza non si richiede certo che l’automobilista, il pedone, il ciclista camminino sempre con gli occhi puntati a terra e “sul chi va là”, ma nemmeno si può ammettere un risarcimento per chi era distratto (si pensi a chi fissi un cartellone pubblicitario mentre procede nel traffico urbano con l’auto). Lo sguardo, insomma, deve sempre avere una prospettiva completa del suolo su cui il cittadino sta camminando;
– l’incidente non deve essersi prodotto per “caso fortuito” ossia per un motivo che non dipende dall’amministrazione. Si pensi al caso dell’automobile che finisca in una buca perché andava veloce, superando i limiti di velocità; a un ciclista che, nonostante la cartellonistica, sia entrato in una strada in corso di riparazione. Si pensi, anche, al pneumatico perso da un camion lungo una tratta di strada particolarmente estesa: in tali casi, la lontananza del luogo ove si trova il pericolo rispetto al primo posto di intervento potrebbe giustificare, in quel frangente, eventuali infortuni di terzi dei quali l’amministrazione non è tenuta a rispondere. Sarebbe infatti impossibile, per quest’ultima, rimuovere l’ostacolo già solo dopo pochi secondi dalla segnalazione.
Cos’è l’insidia?
Il tribunale di Ivrea sottolinea che l’insidia (stradale) non è una situazione di fatto dalla quale scaturisce sempre e necessariamente il diritto al risarcimento del danno, ma è semplicemente una situazione di fatto che per la sua oggettiva invisibilità e per la sua conseguente imprevedibilità integra una situazione di pericolo occulto.
Nell’ambito della responsabilità da cose in custodia, il danneggiato deve comunque dimostrare – prima al Comune proprietario della strada e, in caso di inerzia di quest’ultimo, al giudice nella successiva causa – che il danno subìto è esclusiva conseguenza dell’insidia occulta e imprevedibile.
Non si può, infatti, pretendere il risarcimento di un danno la cui unica causa sia stata l’incauto atteggiamento del cittadino. In sostanza, tutte le volte in cui l’infortunato con un comportamento più prudente, nonostante l’insidia, può evitare di cadere e di farsi male, allora non può dopo pretendere alcun indennizzo.
[1] Trib. Ivrea, sent. n. 12/2015
nella persona del giudice monocratico dott. Augusto Salustri ha pronunziato la seguente
nella causa civile iscritta al n. 847 del Ruolo generale per gli affari contenziosi dell’anno 2010 posta in decisione all’udienza del 01.10.2014 e vertente
Società Re., in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dall’avv. Al.St. ed elettivamente domiciliata presso il suo studio in Ivrea (TO), Via (…);
Ma.Ca. ha convenuto in giudizio la Cr. S.a.s. esponendo che il giorno 31.01.2009, intorno alle ore 15,30, mentre scendeva la gradinata del campo sportivo comunale di Scarmagno, gestito dalla società convenuta, scivolava a terra a causa della presenza di frammenti di vetro sugli scalini. L’attore ha evidenziato che a seguito della caduta aveva subito lesioni con postumi permanenti ed ha chiesto la condanna del convenuto al risarcimento di tutti i danni.
Si è costituita la Cr. S.a.s. contestando la fondatezza delle domande avversarie. In ogni caso la società convenuta ha richiesto di essere autorizzata a chiamare in causa la compagnia Re. S.p.A. per essere da questa garantita in forza della polizza per la responsabilità civile stipulata.
Si è costituita la Re., assumendo l’infondatezza della domanda attorea e sollevando in merito alla chiamata in garanzia l’inoperatività della polizza assicurativa atteso che tra l’attore, nella qualità di Presidente dell’U.S.D. La., e la società convenuta era stato stipulato in un contratto di locazione dell’impianto sportivo, di talché la responsabilità ex art. 2051 c.c. doveva ricadere sul conduttore stante l’assenza di un potere di vigilanza e controllo sull’impianto da parte del locatore.
La causa, istruita mediante assunzione di prova testimoniale, è stata trattenuta in decisione all’udienza indicata in epigrafe dal nuovo titolare del procedimento, con assegnazione dei termini per il deposito delle comparse conclusionali.
Ritiene questo Giudice che, alla stregua dell’istruttoria compiuta, la domanda avanzata dall’attore sia infondata e debba essere respinta.
L’attore ha sostenuto che il sinistro oggetto di causa si sarebbe verificato a causa di una insidia lungo la gradinata del campo sportivo di Scarmagno, vale a dire a causa della presenza di frammenti di vetro.
L’insidia non è, invero, né un istituto giuridico, né un elemento di un istituto giuridico, né una situazione di fatto alla quale conseguono sempre e necessariamente determinate conseguenze giuridiche fisse e prestabilite (neppure sul piano probatorio), ma è semplicemente una situazione di fatto che per la sua oggettiva invisibilità e per la sua conseguente imprevedibilità integra una situazione di pericolo occulto (cfr. tra le altre Cass. civ. 20.09.2006 n. 20328) che il Giudice di merito può considerare come idonea ad integrare una praesumptio hominis di sussistenza del nesso eziologico con l’incidente e della colpa della persona tenuta a vigilare sulla sicurezza del luogo ove l’insidia si è realizzata (Cass. civ. sez. III 4.06.2009 n. 12892). Essendo l’insidia una mera situazione di fatto, essa può realizzarsi sia con riferimento ad una fattispecie inquadrabile nell’art. 2043 c.c., sia con riferimento ad una fattispecie inquadrabile nell’art. 2051 c.c., nel qual caso ha solo l’effetto di caratterizzare l’oggetto effettivo dell’onere probatorio a carico del custode, in quanto questi deve dimostrare l’insussistenza del nesso eziologico tra la cosa in custodia che ha prodotto (o nell’ambito della quale si è prodotta) l’insidia ed il danno.
Va, però, osservato che l’ambito della responsabilità da cose in custodia, ai sensi dell’art. 2051 c.c., è ben più ampio rispetto a quello caratterizzato da una “insidia”. La particolare forma di responsabilità prevista dall’art. 2051 c.c. rappresenta, infatti, la formula più generale della regola relativa alla responsabilità per il danno derivante dalle cose e presuppone che il danno sia prodotto nell’ambito del dinamismo connaturale alla cosa medesima o per l’insorgenza in questa di un processo dannoso, ancorché provocato da elementi esterni (Cass. civ. 14.01.1992 n. 347; Cass. civ. 20.05.1998 n. 5031; Cass. civ. 16.02.2001 n. 2331), mentre prescinde dalla pericolosità attuale o potenziale della cosa stessa, essendo irrilevante sia l’imprevedibilità dell’evento sia la non visibilità della situazione pericolosa, poiché la fattispecie della responsabilità da cose in custodia non richiede il carattere insidioso della cosa (Cass. civ. 9.11.2005 n. 21684), né rileva al riguardo la condotta del custode e l’osservanza o meno di un obbligo di vigilanza (Cass. civ. 28.11.2007 n. 24739), in quanto la responsabilità viene meno solo quando il destinatario dell’imputazione provi il “caso fortuito”, comprensivo anche del
fatto del terzo e del fatto dello stesso danneggiato quando costituisca causa esclusiva del danno.
La fattispecie in esame appare riconducibile alla ipotesi contemplata dall’art. 2051 c.c Orbene, l’onere probatorio che incombe su chi intenda far valere la responsabilità da cose in custodia attiene all’esistenza oltre che del rapporto di custodia, consistente nella disponibilità giuridica e materiale della stessa che compete di regola al proprietario, il quale ha il potere – dovere di intervento su di essa, anche del rapporto eziologico tra cosa ed evento dannoso.
La natura oggettiva della responsabilità ex art. 2051 c.c. presuppone l’esistenza di un nesso causale tra la cosa ed il danno, la cui prova deve essere fornita dal danneggiato mediante la dimostrazione delle condizioni potenzialmente lesive possedute dalla cosa, da valutarsi alla stregua della normale utilizzazione di essa; la responsabilità è perciò esclusa solo dalla prova del fortuito, nel quale può rientrare anche la condotta della stessa vittima, ma, nella valutazione dell’apporto causale da quest’ultima fornito alla produzione dell’evento, il giudice deve tenere conto della natura della cosa e delle modalità che in concreto e normalmente ne caratterizzano la fruizione.
Ciò premesso, le risultanze istruttorie, valutate ai sensi degli artt. 115 e 116 c.p.c., hanno evidenziato la sussistenza del “caso fortuito” costituito dal fatto colposo del danneggiato stesso il quale assume efficacia causale esclusiva nella produzione del danno (cfr. Cass civ. 15383/06; 15779/06; 2563/07; 20427/08; 23939/09; 9546/10).
Invero, assumono in primo luogo valore sostanzialmente confessorio le dichiarazioni rese dal Ca. in sede di interrogatorio formale laddove, nel ricostruire la modalità dell’incidente, dopo aver descritto lo stato dei luoghi specificando che sulla gradinata dello stadio vi sono sia “gradoni … alti circa quaranta cm” sia “una scaletta con dei gradini, alti più o meno venti cm” ha affermato “io sono sceso dai gradoni anziché dai gradini per fare prima, del resto ho sempre fatto cosi”. Tale dinamica è stata confermata dal teste Ur.Vi. il quale ha riferito “al temine dell’allenamento Ca. ha iniziato a scendere dai gradoni anziché dalla scaletta (voleva andare probabilmente a parlare col mister in campo), è scivolato ed ha battuto la mano destra”.
Posto ciò, tenuto conto delle complessive condizioni in cui è avvenuto il fatto (orario diurno, assenza di persone sulla gradinata), deve ritenersi provato che l’evento lesivo si è verificato a causa di un incauto atteggiamento del danneggiato, il quale nel discendere la gradinata avrebbe dovuto prestare maggior attenzione e prudenza, utilizzando i gradini all’uopo posizionati e non i gradoni più alti (cfr. fotografie allegate sub 2 fascicolo parte convenuta) di talché è ragionevole ritenere che il predetto, con un comportamento maggiormente prudente, avrebbe evitato di cadere ed infortunarsi.
Non è, dunque, imputabile alla società convenuta alcuna responsabilità nella verificazione del sinistro, nemmeno a titolo concorsuale.
A ciò si aggiunga che l’attore non ha provato l’esatta dinamica del sinistro, non riuscendo a dimostrare che la caduta è stata determinata dalla presenza dei cocci di vetro presenti sui
gradoni. I due testi presenti, infatti, nulla hanno riferito in merito; Fo.Do. ha dichiarato di non aver “assistito alla dinamica dell’incidente”, avendo “visto il sig. Ca. già inginocchiato in prossimità dei gradini infondo alla scalinata” ed Ur.Vi. ha ricordato di aver visto l’attore cadere, senza tuttavia specificare se la caduta sia riconducibile alla presenza dei vetri. Il teste Fo.Do., peraltro, ha si ricordato che “per terra c’erano dei vetri’, ma non avendo assistito alla caduta non ha potuto riferire circa l’esatta dinamica del sinistro. Del resto anche lo stesso attore, in sede di interrogatorio formale, non è stato in grado di ricostruire con precisione l’evento, affermando “ero sul secondo o terzo gradone, ho iniziato a scendere dalla gradinata e sono scivolato “presumo” su alcuni coca di vetro che stavano sull’ultimo gradone”.
Giova ribadire che ai fini dell’applicazione la disciplina prevista dall’art. 2051 c.c. è necessario che il danno lamentato dal terzo sia stato determinato dalla cosa in custodia o per proprio dinamismo o per l’insorgere in essa di un agente idoneo a produrre nocumento, dovendosi in caso contrario ricondurre la fattispecie nell’ambito di applicazione del criterio generale d’imputazione della responsabilità extracontrattuale previsto dall’art. 2043 c.c., a fondamento della quale deve esserci l’esistenza di un pericolo occulto caratterizzato dalla non visibilità e dalla non prevedibilità, incombendo il relativo onere probatorio sulla stessa parte istante.
Il rigetto della domanda principale rende superfluo l’esame della domanda di garanzia.
Tenuto conto della controvertibilità delle questioni trattate e dei diversi e talvolta contrastanti orientamenti giurisprudenziali in tema di responsabilità da cose in custodia, appare equo compensare interamente tra le parti le spese processuali.