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Timestamp: 2018-06-21 10:10:00+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 5', 'art. 1129', 'art. 1129', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1']

Studio Avvocato Duchemino Torino | Archivi categoria: Notizie | Pagina 3
Se il genitore concede l’immobile ad uno dei figli: comodato o donazione?
Pubblicato su 5 Feb 2018 di Studio Duchemino
Una delle domande che spesso i futuri eredi si pongono è questa: che succede se il genitore concede ad uno dei figli l’uso gratuito di un immobile durante la vita? E’ una donazione oppure no?
Su questo tema la Corte di Cassazione è intervenuta di recente – sentenza Corte di cassazione civile del 16/11/2017 sez. II num. 27259 -, affermando anzitutto che
In tema di divisione ereditaria, il godimento a titolo gratuito di un immobile concesso durante la propria vita dal ‘de cuius’ a uno degli eredi, da inquadrarsi necessariamente nel contratto di comodato, non è qualificabile come donazione soggetta a collazione, atteso che l’utilità per il comodatario consiste nell’uso personale, gratuito e temporaneo della cosa, essendo insito nello schema causale del contratto l’obbligo di restituzione. Tali peculiarità sono incompatibili con l’illimitata rinuncia alla disponibilità del bene che caratterizza la struttura e la finalità della donazione nella quale la predetta utilità costituisce il risultato finale dell’atto posto in essere dalle parti.
Ora, cosa significa tutto ciò?
Va premesso che nella vicenda analizzata, il figlio e futuro erede aveva ricevuto in vita l’uso dell’immobile
poi lasciatogli in eredità, senza mai corrispondere nulla per canoni d’affitto o per rimborso delle utenze di acqua, riscaldamento, luce, tassa rifiuti o altro onere accessorio, nè altro contributo per le spese di manutenzione
La sorella agiva in giudizio, al momento della morte del genitore, chiedendo
che la massa ereditaria fosse formata mediante collazione e che venisse ordinato a L.R. il conferimento in natura o per imputazione delle donazioni dirette e indirette ricevute, dei frutti e degli interessi, delle assegnazioni effettuate da L.D. in suo favore, e che si procedesse alla divisione del patrimonio così formato.
Questa situazione è molto diffusa. Un genitore conferisce ad un figlio l’uso di un immobile durante la vita. Ci si chiede se stiamo parlando di una donazione, oppure di un comodato gratuito. La donazione è un contratto con effetti reali, nel senso che il donante si spoglia dell’immobile che viene acquisito al patrimonio del donatario. Il comodato, invece, implica e presuppone l’obbligo di restituzione del bene, che viene goduto gratuitamente.
Il figlio, nella vicenda analizzata, si era difeso affermando che
aveva utilizzato l’abitazione a titolo di ospitalità da parte del padre e aveva acquistato la casa dove viveva in (omissis) con proprie risorse finanziarie
Dopo le sentenze di primo e secondo grado, la Cassazione motiva così:
non essendo qualificabile come donazione soggetta a collazione il godimento a titolo gratuito di un immobile concesso durante la propria vita dal de cuius a uno degli eredi (Cass., Sez. II, 23 novembre 2006, n. 24866). Premesso infatti che il godimento, a titolo gratuito, di un immobile si inquadra necessariamente nel contratto di comodato, disciplinato dagli artt. 1803 c.c. e ss., questa Corte, con la citata sentenza n. 24866 del 2006, ha già considerato che l’arricchimento procurato dalla donazione non può essere identificato con il vantaggio che il comodatario trae dall’uso personale e gratuito della cosa comodata, utilità che non costituisce il risultato finale dell’atto posto in essere dalle parti (come invece nella donazione), bensì il contenuto tipico del comodato stesso. Deve poi ribadirsi, conformemente a quanto affermato nella motivazione della sentenza di questa stessa Corte 22 marzo 1994, n. 2750, che l’obbligo di restituzione della cosa costituisce elemento essenziale del rapporto insito nello schema causale del comodato
E’ quindi fondamentale non confondere i due contratti, quello di comodato gratuito che implica la restituzione del bene e quello di donazione che implica il passaggio di proprietà dell’immobile al donatario.
Articolo redatto a Torino da Studio Duchemino il 5 febbraio 2018
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Divorzio: quando è dovuto l’assegno al coniuge
Pubblicato su 1 Feb 2018 di Studio Duchemino
Per stabilire se l’assegno al coniuge è realmente dovuto, il Giudice deve verificare se il coniuge ha concrete possibilità di lavorare.
L’art. 5 legge Divorzio – Legge del 01/12/1970 num. 898 Art. 5 – fissa i criteri per l’assegno al coniuge:
Uno dei problemi principali nei divorzi è stabilire, appunto, se questo assegno di mantenimento è realmente dovuto qualora il coniuge non cerchi lavoro, oppure non lo trovi.
Il problema del reddito, peraltro, è al giorno d’oggi estremamente grave per tutta la società, a seguito della crisi economica.
Un recente provvedimento della Corte di Cassazione aiuta a fare chiarezza. Ci riferiamo all’ordinanza Corte di cassazione civile del 27/10/2017 sez. VI num. 25697.
Un primo elemento da considerare è l’attitudine a procurarsi un reddito da lavoro da parte del coniuge. Questa deve essere valutata sempre dal Giudice del divorzio.
Bisogna poi intendersi su come vada interpretato questo requisito, alla luce di quelle situazioni in cui il coniuge non cerca lavoro, oppure rimane inerte rispetto ad una concreta proposta di lavoro. Il supremo Collegio impone al giudice di merito di valutare la situazione
tenuto conto della capacità lavorativa della controricorrente e del rifiuto, ove ritenuto provato, della medesima rispetto ad occasioni di lavoro concretamente presentatesi
Il coniuge che non ritiene corretto il pagamento dell’assegno avrà l’onere di portare all’avvocato del divorzio gli elementi da cui risulti in modo dimostrato e comprovato che il coniuge richiedente in realtà ha omesso di cercare lavoro, oppure lo ha rifiutato.
Articolo redatto a Torino da Studio Duchemino l’1 febbraio 2018
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Come mandare via l’amministratore condominiale: la responsabilità dell’amministratore condominiale
Pubblicato su 9 Gen 2018 di Studio Duchemino
E’ possibile mandare via l’amministratore condominiale? Moltissimi se lo chiedono, in quanto negli ultimi anni molti lamentano una cattiva gestione condominiale da parte di amministratori non sempre onesti. Anche a Torino il fenomeno è sempre più diffuso.
La legge stabilisce i compiti e i limiti di responsabilità dell’amministratore condominiale. Vale la pena conoscere, quindi, le norme di riferimento. E’ necessario che ogni condomino sappia i suoi diritti nei confronti dell’amministratore condominiale, il quale agisce a nome dei condomini come un rappresentante, un mandatario volontario. Non esiste ancora una precisa definizione del condominio come soggetto giuridico autonomo, rappresentato da una rappresentanza “organica”.
Veniamo ora ai principali obblighi dell’amministratore, spesso disattesi. L’art. 1129 cod. civ. prevede anzitutto:
E’ accaduto spesso, anche a Torino, che gli amministratori facessero transitare le somme condominiali sul conto personale. Ciò non è legale. In tali casi, infatti, è fondamentale rivolgersi ad un avvocato a Torino spiegandogli la situazione. L’avvocato immobiliarista, infatti, può affrontare immediatamente la situazione irregolare.
Un secondo errore di amministrazione riguarda la riconsegna dei documenti a fine mandato. Molti amministratori a Torino non li riconsegnano al nuovo amministratore subentrante, creando gravi problemi di gestione condominiale, specialmente qualora vi siano profili di responsabilità penale per truffa o appropriazione indebita.
E’ previsto, infatti:
Alla cessazione dell’incarico l’amministratore è tenuto alla consegna di tutta la documentazione in suo possesso afferente al condominio e ai singoli condomini e ad eseguire le attività urgenti al fine di evitare pregiudizi agli interessi comuni senza diritto ad ulteriori compensi (art. 1129 cod. civ.).
Un terzo grave problema di amministrazione, in presenza del quale è bene rivolgersi all’avvocato immobiliarista a Torino, riguarda la riscossione dei crediti condominiali. Le nuove norme agevolano l’amministratore, ma gli impongono anche di agire tempestivamente, altrimenti il debito ricade sugli altri condomini in regola coi pagamenti:
Infine, la legge prevede una tipizzazione di comportamenti, in presenza dei quali l’amministratore condominiale è responsabile e può essere rimosso:
Gravi irregolarità si riscontrano anche, da parte degli avvocati immobiliaristi a Torino, quando si tratta di verificare se l’amministratore si è dotato effettivamente di una casella PEC, ossia la posta elettronica certificata, se ha aperto un conto corrente per il condominio. Spesso, poi, la gestione condominiale viene effettuata da amministrazioni organizzate (in forma di società), senza l’individuazione precisa di chi è titolare delle facoltà di rappresentanza.
In sintesi, qualora si voglia mandare via l’amministratore si deve contattare un avvocato immobiliarista a Torino, chiedere di verificare se il comportamento dell’amministratore è ineccepibile, oppure presenti profili di illiceità che possono rientrare negli schemi di responsabilità previsti dalla legge.
Qualora si mandi via l’amministratore condominiale, revocandolo giudizialmente (quindi avvalendosi dell’apposita procedura legale prevista davanti ad un tribunale), la revoca implica l’immediata cessazione dell’amministratore; non esiste la possibilità di una prorogatio o di un regime provvisorio, che invece viene spesso riconosciuto possibile qualora la cessazione dalla carica segua a dimissioni, revoca assembleare e vicende condominiali. Allo stesso tempo, l’amministratore, quando venga nominato dal Tribunale di Torino, è un amministratore condominiale a tutti gli effetti, non ha alcun rapporto con il tribunale e non è un ausiliario del giudice, ma risponde unicamente ai condomini, in quanto la procedura prevista per la nomina giudiziaria serve solo a supplire alla mancanza tecnica dei condomini.
Articolo redatto a Torino da Studio Duchemino il 9 gennaio 2017
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franchising: cos’è e quando serve
Pubblicato su 8 Gen 2018 di Studio Duchemino
Per molti anni non abbiamo avuto in Italia una definizione del franchising. Si tratta di un contratto atipico – che esce, cioè, dagli schemi classici del codice civile – di derivazione anglosassone:
il contratto, comunque denominato, fra due soggetti giuridici, economicamente e giuridicamente indipendenti, in base al quale una parte concede la disponibilità all’altra, verso corrispettivo, di un insieme di diritti di proprietà industriale o intellettuale relativi a marchi, denominazioni commerciali, insegne, modelli di utilità, disegni, diritti di autore, know-how, brevetti, assistenza o consulenza tecnica e commerciale, inserendo l’affiliato in un sistema costituito da una pluralità di affiliati distribuiti sul territorio, allo scopo di commercializzare determinati beni o servizi (art. 1 L 06/05/2004, n. 129).
Qual è la funzione economica di questo contratto? Lo spiega la giurisprudenza, Cass. civ. Sez. III Ordinanza, 21/12/2017, n. 30671, affermando:
In tema di contratti, con il contratto di affiliazione commerciale (o “franchising”) un produttore o rivenditore di beni od offerente di servizi (“franchisor”), al fine di allargare il proprio giro commerciale e di aumentare le proprie capacità di penetrazione nel mercato, creando una rete di distribuzione senza dover intervenire direttamente nelle realtà locali, concede, verso corrispettivo, di entrare a far parte della propria catena di produzione o rivendita di beni o di offerta di servizi ad un autonomo ed indipendente distributore (“franchisee”), che, con l’utilizzarne il marchio e nel giovarsi del suo prestigio, ha modo di intraprendere un’attività commerciale e di inserirsi nel mercato con riduzione del rischio.
Nel merito – Trib. Padova Sez. II, 11/09/2015 – è stato osservato che
La definizione di cui all’art. 1 della legge n. 129 del 2004 richiede, per poter affermare di essere in presenza di un rapporto qualificabile quale franchising, che una parte conceda ad un’altra un insieme di diritti di proprietà industriale o intellettuale relativi a marchi, denominazioni commerciali, insegne, modelli di utilità, disegni, diritti di autore, know-how, brevetti, assistenza o consulenza tecnica e commerciale, inserendo l’affiliato in un sistema costituito da una pluralità di affiliati distribuiti sul territorio, allo scopo di commercializzare determinati beni o servizi.
(Trib. Monza Sez. II, 20/03/2007) Ai sensi dell’art. 1 della L. n. 129/04, l’affiliazione commerciale è il contratto tra due soggetti economicamente e giuridicamente indipendenti in base al quale una parte concede la disponibilità all’altra, verso corrispettivo, di un insieme di diritti di proprietà industriale o intellettuale, inserendo l’affiliato in un sistema costituito da una pluralità di affiliati distribuiti sul territorio, allo scopo di commercializzare determinati beni o servizi.
Articolo redatto a Torino da Studio Duchemino l’8 gennaio 2018
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Tasso di interesse legale: dall’1 gennaio 2018 cambia
Dal primo gennaio 2018 il tasso di interesse legale passa dallo 0,1 % allo 0,3 %.
Lo ha stabilito il decreto 13 dicembre 2017, gazzetta ufficiale 292 del 15 dicembre 2017.
Pubblicato in Economia, Notizie	| Tag: tasso di interesse legale	| Lascia un commento |
Lo Studio Legale a Torino: una garanzia di qualità
Non è solo grazie al Tribunale di Torino, che per effetto di vari interventi organizzativi svoltisi negli anni ha raggiunto un livello di efficienza invidiabile; è anche per la qualità dei servizi legali offerti dallo studio legale a Torino.
Gli avvocati a Torino, infatti, vantano grandi qualità nella consulenza legale, frutto di ottima preparazione universitaria, applicazione, aggiornamento dovuto alla formazione continua organizzata dall’Ordine degli Avvocati di Torino e, infine, un severo criterio di selezione dell’avvocato torinese.
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Cosa porta a preferire uno studio legale a Torino? Non solo l’alta qualità dei servizi, ma anche l’esperienza dei legali che si sono formati a Torino. Lo Studio legale, infatti, vanta un’ampia esperienza umana e professionale sui settori più delicati del diritto, quelli che incidono sulle persone e le loro storie: la difesa della casa, vero patrimonio primario dei cittadini italiani, in tutte le sue articolazioni; la difesa del lavoro, come avvocato giuslavorista a Torino o avvocato del lavoro a Torino. La tutela legale nell’ambito delle vicende di separazione e divorzio, che negli ultimi anni si sono moltiplicate, accentuando il dolore e la sofferenza dei percorsi individuali.
Lo Studio legale a Torino fruisce di un positivo feedback dalle istituzioni giudiziarie; la competenza delle cancellerie e della magistratura a Torino è ampia e nota.
Lo Studio Duchemino ha operato una scelta fin dall’inizio: essere sempre a servizio del cliente in modo umano e presente, senza dimenticare gli importanti aspetti relativi alle strategie legali.
La continua formazione professionale dello staff garantisce risultati importanti anche a livello giurisprudenziale. La cura per il cliente, per lo studio legale a Torino, è prioritaria: il cliente viene seguito, informato e coinvolto nelle scelte relative alle sue vicende. Inoltre, lo studio Duchemino opera nel settore dei “casi difficili”, affrontando questioni di diritto all’ordine del giorno che richiedono un chiarimento giurisprudenziale. Il ruolo dell’avvocato a Torino non deve, infatti, essere solo quello di assistere il cliente, ma deve essere anche quello di interpretare il diritto in modo da estendere i diritti dei cittadini e la loro tutela costituzionale.
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Contattare uno studio legale a Torino è sinonimo di qualità, precisione e affidabilità.
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