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Timestamp: 2020-05-26 08:54:54+00:00
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Art. 136 codice penale - Modalità di conversione di pene pecuniarie - Brocardi.it
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Articolo 136 Codice penale
Modalità di conversione di pene pecuniarie
Dispositivo dell'art. 136 Codice penale
Fonti → Codice penale → LIBRO PRIMO - Dei reati in generale → Titolo V - Della non punibilità per particolare tenuità del fatto. della modificazione, applicazione ed esecuzione della pena → Capo I - Della non punibilità per particolare tenuità del fatto. della modificazione e applicazione della pena
Le pene della multa e dell'ammenda, non eseguite per insolvibilità del condannato, si convertono a norma di legge(1).
(1) La disposizione in esame è stata introdotta attraverso la legge 24 novembre 1981,n. 689 (art. 101), e successivamente alla sentenza n. 131 del 21 novembre 1979, con cui la Corte Costituzionale aveva dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'articolo, in quanto prevedeva l'automatica conversione della multa e dell'ammenda in pena detentiva, a carico del condannato insolvente. Quindi si tratta di una norma cui era sotteso il rischio di gravi disparità di trattamento tra più ricchi e meno abbienti, e per questo contraria al principio di uguaglianza. Si spiega così il successivo intervento legislativo, ed è proprio alla norma del 1981 che si rimanda per le modalità di conversione in libertà controllata e in lavoro sostituivo.
Ovviamente la norma si spiega attraverso il principio di effettività della pena, per cui se il reo è insolvente, e quindi non adempie a quanto commisurato come pena pecuniaria, la pena non verrà dunque meno, ma sarà convertita.
Spiegazione dell'art. 136 Codice penale
Oltre agli esempi in cui rileva il criterio di conversione di cui all'articolo precedente già riportati (art. 136), qui viene disciplinato il caso in cui il condannato sia insolvente e dunque non possa adempiere al pagamento della mula o dell'ammenda.
Prima della dichiarazione di incostituzionalità ad opera della sentenza n. 131/1979, la norma in esame prevedeva l'automatica conversione in pena detentiva, disposizione risultata in aperto contrasto con il principio di uguaglianza di cui all'art. 3, determinando una disparità di trattamento tra abbienti e meno abbienti.
Ora le varie disposizioni normative prevedono solo, in caso di insolvibilità del condannato, il lavoro sostitutivo e la libertà controllata.
Massime relative all'art. 136 Codice penale
Cass. pen. n. 26358/2005
Il condannato al pagamento della pena pecuniaria è tenuto al pagamento della pena anche nel caso in cui sia stata pronunciata nei suoi confronti dichiarazione di fallimento. Ne consegue che il giudice di sorveglianza può stabilire la conversione della pena pecuniaria in libertà controllata, ritenendo accertato lo stato di effettiva insolvibilità del condannato sulla base dell'infruttuoso esperimento del pignoramento dei beni.
Presupposto della conversione delle pene pecuniarie è la verifica dell'effettiva insolvibilità del condannato, da intendersi come permanente impossibilità di adempiere, ed è distinta dalla situazione di insolvenza, che rappresenta invece uno stato transitorio, che consente il differimento o la rateizzazione della pena pecuniaria.
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 26358 del 15 luglio 2005)
Cass. pen. n. 46129/2003
È legittimo il diniego del nulla-osta al rilascio del passaporto, a norma dell'art. 3, lett. d), della L. 21 novembre 1967 n. 1185, in relazione all'esecuzione di pena pecuniaria convertibile in libertà controllata per una durata superiore a due mesi, in quanto l'eventuale conversione comporta comunque una restrizione della libertà personale e, in caso di violazione delle prescrizioni inerenti alla predetta sazione sostitutiva, quest'ultima si tramuta nella pena della reclusione o dell'arresto, secondo la specie di pena pecuniaria originariamente inflitta. (Fattispecie relativa all'esecuzione della pena di lire 24.000.000 di multa).
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 46129 del 29 novembre 2003)
Cass. pen. n. 15021/2001
La durata della libertà controllata da applicarsi in conversione di pene pecuniarie inflitte con diverse pronunce di condanna va determinata non sulla base del cumulo di dette pene, ma facendo invece riferimento a ciascuna di esse, separatamente, nell'osservanza delle regole dettate dall'art. 102 della legge 24 novembre 1981 n. 689, fermo restando che la somma dei vari periodi di libertà controllata così determinati non può superare i limiti massimi stabiliti dal successivo art. 103 della stessa legge. (Nella specie, in applicazione di tale principio, la S.C. ha censurato, la decisione del magistrato di sorveglianza il quale, prendendo a base il cumulo delle pene inflitte, aveva determinato la durata della libertà controllata in misura coincidente con il limite massimo di un anno e sei mesi stabilito, trattandosi di multe, dall'art. 103 della legge n. 689/1981; limite che risultava superiore alla somma aritmetica dei periodi in libertà controllata determinabili, con riguardo a ciascuna delle pene da convertire, secondo il criterio stabilito dall'art. 102 e, quindi, con l'operatività del limite ivi previsto di un anno per ciascuna pena).
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 15021 del 11 aprile 2001)
Cass. pen. n. 6654/1996
Presupposto della conversione di pene pecuniarie, di cui agli artt. 136 c.p., 660 comma 2 c.p.p., e 102 L. 24 novembre 1981 n. 689 è l'effettiva insolvibilità del condannato, intesa come situazione oggettiva e permanente di impossibilità di adempienza. (Nella specie la Corte ha rigettato il ricorso affermando che il ricorrente è percettore di redditi da lavoro dipendente aggredibili nei limiti consentiti dalla legge, con conseguente non configurabilità di una situazione di «effettiva insolvenza»).
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 6654 del 2 febbraio 1996)
Cass. pen. n. 1233/1995
Il provvedimento con il quale il magistrato di sorveglianza, a fronte della richiesta, da parte del pubblico ministero, di conversione di pena pecuniaria per insolvibilità di condannato irreperibile, declini la competenza propria e di qualsiasi altro magistrato di sorveglianza, restituendo gli atti allo stesso pubblico ministero, non è qualificabile - indipendentemente dalla sua fondatezza o meno - come abnorme, ma è assimilabile, per il suo contenuto sostanziale, ad una declaratoria di inammissibilità della richiesta, pronunciata ai sensi dell'art. 666, comma secondo, c.p.p. Avverso detto provvedimento, quindi, in base a quanto previsto dall'ultima parte della disposizione normativa ora richiamata, è esperibile ricorso per cassazione.
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 1233 del 20 aprile 1995)
Cass. pen. n. 5892/1995
Ai fini della individuazione del magistrato di sorveglianza territorialmente competente a provvedere sulla richiesta di conversione della pena pecuniaria per insolvibilità del condannato, deve in ogni caso farsi riferimento al luogo di residenza di quest'ultimo, ai sensi dell'art. 107 della L. 24 novembre 1981 n. 689, atteso il carattere di specialità di tale norma rispetto alla disciplina generale dettata, in materia di competenza per territorio della magistratura di sorveglianza, dall'art. 677 c.p.p. Ne consegue che, ai fini anzidetti, non può, quindi, aversi riguardo al luogo in cui il condannato sia detenuto o internato, specie quando la privazione della libertà sia di non lunga durata e tale, quindi, da non comportare uno stabile radicamento in quel medesimo luogo degli usuali interessi del soggetto; e ciò anche alla luce della considerazione pratica secondo cui il magistrato di sorveglianza del luogo in cui il condannato ha, da libero, la sua abituale residenza è meglio in grado di determinare le modalità di esecuzione della pena conseguente alla conversione, di controllarne l'effettiva osservanza e di adottare, in caso di inadempienza, gli opportuni rimedi.
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 5892 del 15 febbraio 1995)
Cass. pen. n. 5741/1995
È possibile procedere alla conversione della pena pecuniaria nella sanzione sostitutiva della libertà controllata solo dopo il rintraccio del debitore, in quanto è necessario preventivamente accertare il suo stato di insolvibilità. Ne consegue che, poiché l'accertamento di tale condizione non può prescindere dal materiale reperimento del condannato, spetta al P.M., organo preposto all'esecuzione ex art. 665, comma 1, c.p.p., provvedere al rintraccio del condannato, che costituisce il presupposto indispensabile per lo svolgimento dell'intera esecuzione.
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 5741 del 30 gennaio 1995)
Cass. pen. n. 5740/1995
Nei confronti di condannato a pena pecuniaria che risulti irreperibile non può ritenersi accertata, ai sensi dell'art. 660, comma 2, c.p.p. la «effettiva insolvibilità» e non può, conseguentemente, darsi luogo a provvedimento di conversione della pena anzidetta, presupponendo, fra l'altro, un tale provvedimento, ai sensi dell'art. 107, comma 2, della L. 24 novembre 1981, n. 689, anche la previa audizione del condannato stesso.
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 5740 del 23 gennaio 1995)
Cass. pen. n. 4800/1995
La capacità del condannato di essere assoggettato a pena pecuniaria rimane integra anche dopo la sua dichiarazione di fallimento; in tale ipotesi si realizza una situazione di insolvenza — che rappresenta uno stato transitorio — e non di insolvibilità per cui il magistrato di sorveglianza non deve procedere alla conversione della pena pecuniaria, ma può procedere al differimento o alla rateizzazione della medesima, escluso ogni obbligo di insinuazione del credito nel passivo fallimentare.
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 4800 del 11 gennaio 1995)
Cass. pen. n. 3801/1994
La conversione della pena pecuniaria può aver luogo, una volta accertata l'insolvenza del condannato, solo dopo il materiale reperimento di costui: evento, questo, cui è subordinata l'intera esecuzione.
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 3801 del 27 ottobre 1994)
Cass. pen. n. 3565/1994
Alla stregua dei principi affermati dalla sentenza della Corte costituzionale 30 giugno 1971, n. 149 (richiamata dalla più recente sentenza della stessa corte in data 7 aprile 1987, n. 108), con la quale veniva dichiarata la illegittimità costituzionale dell'art. 136 c.p. limitatamente alla possibilità di conversione della pena pecuniaria in pena detentiva (secondo la disciplina allora vigente), prima della chiusura della procedura fallimentare, quando si trattasse di condanna inflitta al fallito per reati commessi in epoca anteriore alla dichiarazione di fallimento, deve ritenersi che, anche nella vigente disciplina (artt. 660 c.p.p. e 102 della L. 24 novembre 1981, n. 689), permanendo la validità dei detti principi, la conversione delle pene pecuniarie nei confronti del fallito sia subordinata alle medesime condizioni a suo tempo indicate dal giudice delle leggi.
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 3565 del 14 settembre 1994)
Cass. pen. n. 1260/1994
Presupposto per la conversione delle pene pecuniarie è l'insolvenza del condannato, il cui accertamento, ad opera del pubblico ministero quale organo preposto all'esecuzione delle sentenze, non può che aver luogo dopo il materiale reperimento del condannato stesso, anche perché quest'ultimo, originariamente insolvibile, può aver mutato la propria condizione. Ne consegue che, nell'ipotesi di irreperibilità del condannato, l'intera esecuzione (e non la sola conversione della pena pecuniaria) resta subordinata all'effettivo rintraccio della persona che vi deve essere sottoposta.
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 1260 del 25 maggio 1994)
Cass. pen. n. 1346/1994
La competenza a provvedere in ordine alla conversione di pene pecuniarie è attribuita dal secondo comma dell'art. 660 c.p.p. al magistrato di sorveglianza, la cui competenza territoriale va individuata, quando il procedimento non riguardi reclusi o internati, sulla scorta del criterio di collegamento della residenza del condannato, dettato dall'art. 107 L. 24 novembre 1981 n. 689, secondo il disposto dell'art. 677 c.p.p. che nel dettare i criteri di determinazione della competenza territoriale fa espressa salvezza, per le ipotesi che l'interessato non sia detenuto o internato, di diversi criteri indicati dalla legge.
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 1346 del 4 maggio 1994)
Cass. pen. n. 1180/1994
In tema di conversione di pene pecuniarie, il titolo che dispone la misura in cui la pena è convertita e le modalità concrete di esecuzione della stessa sono concettualmente diversi, sicché il collegamento solo «funzionale» operato tra le relative statuizioni dal quarto comma dell'art. 660 c.p.p. non è di ostacolo ad una separata decisione, quando, sorto l'obbligo di convertire la pena pecuniaria, non sia ancora possibile determinare le modalità di esecuzione della misura applicata, come avviene nel caso di condannato irreperibile. (Fattispecie in cui il magistrato di sorveglianza aveva dichiarato la propria incompetenza a disporre la conversione della pena pecuniaria nei confronti di un condannato irreperibile, assumendo che fino a quando costui non fosse stato reperito non poteva essere operata la conversione in quanto non risultava possibile determinare nel contempo le modalità di esecuzione della misura sostitutiva; la Cassazione ha ritenuto infondato tale assunto ed ha enunciato il principio di cui in massima, osservando altresì che anche il disposto dell'art. 102 L. 24 novembre 1981, n. 689, che consente di far cessare in ogni momento la pena sostitutiva a mezzo del pagamento della pena pecuniaria dovuta, rende opportuno che anche nel caso di irreperibilità si proceda comunque alla formazione del titolo relativo alla conversione, onde porre l'onere al condannato di attivarsi al pagamento per evitare la pena sostitutiva).
In tema di esecuzione di pene pecuniarie, con l'espressione «impossibilità di esazione», contenuta nell'art. 660 c.p.p., non viene indicato un termine tecnico assimilabile all'insolvenza, ma si intende solo significare una obiettiva situazione, attribuibile a qualsiasi ragione, transitoria o definitiva, che costituisce impedimento al regolare recupero della pena pecuniaria.
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 1180 del 26 aprile 1994)
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Codice penale. Volume I - Libro I
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