Source: https://www.101professionisti.it/guida/testamento-e-successioni/sentenze/e-legittima-la-revoca-delle-donazioni-di-beni-all-ex-coniuge-adultero-3499.aspx
Timestamp: 2020-02-16 18:29:40+00:00
Document Index: 2082034

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 801', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

È legittima la revoca delle donazioni di beni all'ex coniuge adultero (Testamento) - 101Professionisti.it
101professionisti.it > Testamento > Sentenze > È legittima la revoca delle donazioni di beni all'ex coniuge adultero
È legittima la revoca delle donazioni di beni all'ex coniuge quando nel complessivo comportamento di quest'ultimo si ravvisino una mancanza di solidarietà e riconoscenza ed un malanimo verso l'ex in difficoltà - pure così generoso - tali da assurge ad ingiuria grave. Nel caso di specie, l'ex moglie del ricorrente - molto più giovane di lui - aveva portato avanti negli anni una relazione adulterina, anche dunque dopo essersi sposata ed aver ricevuto abbondanti regali, fino ad abbandonare il marito per l'amante - con il quale aveva anche avuto un figlio -, in un momento in cui egli risultava bisognoso di assistenza. (Fonte: Lex 24)
Con atto di citazione del 25-26 ottobre 1993, C.M.G. convenne in giudizio innanzi al Tribunale di Roma la moglie D.C.A., esponendo le vicende che lo avevano indotto a sposarla in seconde nozze e a venderle, prima del matrimonio, l'appartamento in (omissis) nonché, dopo le nozze, a trasferirle buoni ordinari del Tesoro per lire 730.000.000, e chiedendo che il Tribunale dichiarasse la simulazione o la nullità o annullabilità dei suddetti negozi, e, in subordine, che essi, intesi come donazioni, fossero revocati per ingratitudine, attesa la infedeltà della moglie, molto più giovane di lui, che lo aveva abbandonato. L'atto venne notificato anche alla Banca Popolare di Novara.
Si costituì in giudizio la D.C. opponendosi alla domanda. Nel giudizio intervenne l'avv. Vincenzo Esposito per sostenere le ragioni della convenuta.
2. - La pronuncia fu impugnata dal C. innanzi alla Corte d'appello di Roma, che, con sentenza depositata il 16 settembre 2004, accolse parzialmente il gravame, disponendo la revocazione della donazione dell'appartamento, e condannando la D.C. a rilasciarlo. Il giudice di secondo grado dichiarò anzitutto inconferente la eccezione dell'appellata secondo cui l'atto di appello non era stato notificato anche al suo secondo difensore, aggiungendo che era stato integrato il contraddittorio nei confronti degli altri soggetti che erano stati parti in primo grado, senza che la originaria mancata loro citazione integrasse il vizio di inammissibilità del gravame. Del resto, la partecipazione al giudizio di appello della Banca Popolare e dell'avv. Esposito, non costituitisi, non influiva sulla definizione della controversia. Nel merito, la Corte respinse, con riguardo alla vendita dell'immobile, la tesi del C. circa la valutazione della dichiarazione senza data a firma della convenuta come confessione stragiudiziale. Infatti, l'appellante non aveva censurato il passaggio della decisione di primo grado che aveva ritenuto che la dichiarazione della convenuta, contenuta in una scrittura privata depositata all'udienza del 23 marzo 1995, con la quale la D.C. riconosceva definitivamente il C. quale unico ed esclusivo proprietario dell'immobile, non avesse il valore di confessione stragiudiziale, perché contenuta in un atto di transazione. Tuttavia, la simulazione relativa della vendita era adeguatamente dimostrata aliunde. La circostanza che il contratto attuasse in realtà una donazione - della quale possedeva i requisiti di forma e di sostanza - era stata ammessa nelle difese della D.C. in primo grado ed era presupposta nella sentenza penale con la quale la D.C. era stata assolta, perché il fatto non sussiste, dal reato di circonvenzione di incapace in danno dell'attore, e nella quale si affermava che l'appartamento di cui si tratta era stato in realtà donato prima del matrimonio.
Ciò posto, la Corte ritenne provati gli elementi di cui all'art. 801 cod.civ., per la revocazione della donazione per ingratitudine: anzitutto, la D.C., pur dopo il matrimonio, aveva mantenuto la relazione con un uomo dal quale aveva poi avuto anche un figlio. In secondo luogo, la relazione adulterina aveva assunto anche il carattere dell'abbandono, essendo stato il C. lasciato in difficoltà e bisognoso di assistenza, mentre alla D.C. erano intestati titoli per lire 730.000.000, sicché ella era nelle condizioni di soccorrerlo. Tali circostanze trovavano conferma nell'affidamento al C., a seguito della sentenza di separazione personale dei coniugi, dell'appartamento e nell'attribuzione allo stesso, con la sentenza che aveva pronunciato lo scioglimento del matrimonio, di un assegno di mantenimento di lire 1.000.000 mensili a carico della donna.
Peraltro, la revocazione della donazione, che riguardava l'immobile, non poteva estendersi alla somma di cui ai titoli, come richiesto dall'appellante, la cui intestazione alla D.C. risaliva ad un momento diverso quando ormai, essendo in corso la convivenza coniugale, poteva rappresentare, più che una donazione, una particolare forma di gestione delle comuni risorse. Per di più, non era possibile stabilire la iniziale provenienza della somma. Pertanto, l'avere la D.C. mantenuto per intero la conseguita disponibilità della somma medesima poteva essere valutato solo al fine di configurare la condotta della donna come ingiuria.
3. - Per la cassazione di tale sentenza ricorre la D.C. sulla base di tre motivi. Resiste con controricorso A.A. nella sua qualità di procuratrice generale del C. , che ha proposto anche ricorso incidentale condizionato.
3.3. - Il giudice di secondo grado, in definitiva, ha fatto applicazione del principio di diritto secondo il quale i fatti allegati da una parte possono essere considerati "pacifici", esonerando la parte sulla quale grava il relativo onere dalla necessità di fornirne la prova, quando l'altra parte abbia impostato la propria difesa su argomenti logicamente incompatibili con il disconoscimento dei fatti medesimi (v. Cass., sentt. n. 16575 e n. 9741 del 2002).