Source: http://www.responsabilecivile.it/tag/avvocato/
Timestamp: 2019-06-16 15:15:31+00:00
Document Index: 103011853

Matched Legal Cases: ['art. 49', 'art. 613', 'art. 613', 'art. 39', 'art. 122', 'art. 589', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 92', 'art. 548', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 327', 'sentenza ', 'art. 92', 'sentenza ', 'sentenza ']

avvocato | Responsabile Civile
Quattro mesi di sospensione dall’esercizio della professione forense per quell’avvocato che, non curante delle comunicazioni della controparte, disponibile ad onorare il debito nei confronti del suo cliente, ha ugualmente dato avvio all’azione esecutiva
Il consiglio dell’ordine professionale aveva disposto, con proprio provvedimento, la sospensione dall’esercizio della professione forense per la durata di un anno a carico di un avvocato, accusato di aver posto in essere troppe violazioni al codice deontologico.
Il procedimento disciplinare era stato promosso a seguito della segnalazione di alcune inosservanze che il predetto difensore avrebbe compiuto nell’esercizio della professione; in particolar modo, quella di non aver dato risconto alla comunicazione di un collega, in ordine alla disponibilità della controparte di corrispondere le somme a copertura del debito nei confronti del proprio assistito, invitandolo ad inviargli i relativi conteggi.
Egli, per tutta risposta, aveva comunque provveduto a dare avvio alla procedura esecutiva senza avvisare il collega di controparte, per di più aggravando inoltre, la posizione della debitrice con onerose e plurime iniziative giudiziali, senza che esse corrispondessero di fatto, ad una effettiva necessità di tutelare le ragioni dei propri clienti.
Al predetto avvocato, era stato anche contestato di aver esposto, nella redazione degli atti di precetto, voci relative a spettanze non dovute ex lege o non dovute nella misura indicata, di aver omesso di applicare i disposti di legge che regolamentavano l’entità dei compensi dovuti agli avvocati e di aver omesso di osservare i principi di lealtà e correttezza nello svolgimento dell’attività professionale.
Nel ribadire la fondatezza degli addebiti, il Consiglio Nazionale Forense aveva posto in rilievo che la condotta del predetto avvocato non soltanto era contraria all’art. 49 del codice disciplinare forense, per quel che concerneva l’aggravamento senza necessità della posizione debitoria della controparte, ma aveva altresì, violato le disposizioni che prevedevano l’obbligo di mantenimento di una condotta improntata a lealtà e correttezza nei riguardi dei colleghi.
Ebbene la decisione ha trovato conferma anche nel giudizio di legittimità.
A detta degli Ermellini , infatti, la pronuncia del CNF era coerente e immune da vizi e perciò, non suscettibile di censura.
L’AVVOCATO VA LIQUIDATO IN BASE AL VALORE DELLA INTERA MASSA EREDITARIA
Ricorso per Cassazione, l’indagato non può presentarlo personalmente
Il ricorso per cassazione avverso qualsiasi tipo di provvedimento, compresi quelli in materia cautelare, non può essere proposto dalla parte personalmente, ma deve essere sottoscritto, a pena di inammissibilità, da difensori iscritti nell’albo speciale della corte di cassazione
Con ordinanza del G.I.P. del tribunale di Catania l’indagato veniva sottoposto alla misura cautelare degli arresti domiciliari in relazione al reato di partecipazione ad una associazione a delinquere dedita all’esercizio clandestino di gioco e scommesse e truffa aggravata ai danni dello Stato
Nel dicembre 2018 giungeva la conferma da parte del Tribunale del riesame della stessa sede; cosicché con ricorso formulato personalmente dall’indagato, la vicenda giungeva sino ai giudici della Cassazione.
Ma il ricorso in questione è stato dichiarato inammissibile proprio perché proposto dall’indagato personalmente e, cioè, da soggetto non legittimato ai sensi della disciplina dell’art. 613 c.p.p. come modificato dalla L. n. 103 del 2017, entrata in vigore il 3-8-2017.
Invero, dall’analisi dell’atto di impugnazione, risultava che il ricorso fosse stato testualmente proposto dall’indagato; nello stesso atto egli nominava il proprio difensore di fiducia e procuratore speciale, il quale ne autenticava la sottoscrizione apposta in calce all’atto.
L’introduzione della L. n. 103 del 2017
A seguito dell’introduzione della L. n. 103 del 2017, le Sezioni Unite della Cassazione, nell’interpretare la nuova disciplina dettata dal novellato art. 613 c.p.p., hanno affermato che il ricorso per cassazione avverso qualsiasi tipo di provvedimento, compresi quelli in materia cautelare, non può essere proposto dalla parte personalmente, ma deve essere sottoscritto, a pena di inammissibilità, da difensori iscritti nell’albo speciale della corte di cassazione (Sez. U, n. 8914 del 21/12/2017).
A tal proposito è irrilevante l’autenticazione, ad opera di un legale, della sottoscrizione del ricorso, che, ai sensi dell’art. 39 disp. att. c.p.p., attesta unicamente la genuinità di tale sottoscrizione e la sua riconducibilità alla parte privata (Sez. 6, n. 54681 del 03/12/2018).
Ed infatti i giudici della Suprema Corte, hanno affermato che «la sottoscrizione apposta per autentica della firma dell’indagato, da parte del suo difensore di fiducia, non lo avrebbe reso per ciò solo autore di un atto che appare riferibile esclusivamente al predetto indagato, sicché sotto tale profilo il ricorso è certamente inammissibile perché proposto da soggetto non legittimato».
A conseguenze diverse – a detta degli Ermellini – non può neppure pervenirsi in ragione del rilascio in calce al predetto ricorso, sottoscritto dall’indagato con firma autenticata dal difensore, di una procura speciale in favore di quest’ultimo.
Ed invero, la disciplina della procura speciale contenuta nell’art. 122 c.p.p., prevede espressamente un criterio generale di tassatività degli atti che possano essere compiuti mediante un procuratore speciale, affermando espressamente che ciò risulta possibile solo “quando la legge consente che un atto sia compiuto per mezzo di un procuratore speciale”; tali sono determinati e specifici atti previsti dal regime del processo penale come, ad esempio, la rinuncia all’impugnazione che ai sensi del testuale dettato dell’art. 589 c.p.p., può essere effettuata solamente dall’imputato personalmente o da suo procuratore speciale, la richiesta di rescissione del giudicato espressamente attribuita al condannato ovvero ad un suo procuratore speciale ed, ancora, come già anticipato gli altri casi tassativamente determinati.
Ma poiché la legge non attribuisce più la possibilità di ricorrere per cassazione personalmente all’indagato, deve conseguentemente ritenersi escluso che quest’ultimo possa nominare un procuratore speciale per il compimento di detto atto poiché, oltre a mancare una previsione normativa specifica in tal senso, per principio generale chi non risulti titolare di un potere non può attribuirlo ad altri tramite il conferimento della procura.
GRAVI ACCUSE CONTRO I SERVIZI SOCIALI: A PROCESSO PENALE PER DIFFAMAZIONE
La Corte di Cassazione è tornata a pronunciarsi in ordine all’efficacia della sospensione dei termini feriali in materia di giudizi di opposizione a sentenze esecutive
Nel caso in questione, era stata impugnata una sentenza in materia di opposizione a precetto. Trattandosi di una opposizione esecutiva, ad essa non era applicabile la sospensione feriale dei termini per impugnare, neppure dinanzi alla Corte di cassazione.
La sospensione dei termini processuali in periodo feriale indicata dalla L. n. 742 del 1969, art. 1, non si applica infatti, ai procedimenti di opposizione all’esecuzione, come stabilito dal R.D. n. 12 del 1941, art. 92, a quelli di opposizione agli atti esecutivi e di opposizione di terzo all’esecuzione, di cui agli artt. 615, 617 e 619 c.p.c., ed a quelli di accertamento dell’obbligo del terzo di cui all’art. 548 stesso codice ed anche alle impugnazioni avverso i provvedimenti decisori, aventi valore di sentenza, resi nel procedimento esecutivo di obblighi di fare e di non fare (da ultimo, Cass. n. 21568 del 2017).
Ebbene, la sentenza era stata depositata il 21 aprile 2017 e il ricorso notificato il 21 novembre 2017.
A ben vedere, la notifica del ricorso era avvenuta oltre i sei mesi dalla pubblicazione della sentenza impugnata, e quindi oltre la consumazione del termine c.d. lungo per impugnare, previsto dall’art. 327 c.p.c., comma 1, non assoggettabile a sospensione feriale.
Ebbene, nella memoria difensiva il ricorrente lamentava la nullità della predetta sentenza, richiamando a sostegno, un precedente arresto giurisprudenziale (sentenza n. 6672 del 2010), così massimato: “Ai sensi della L. 7 ottobre 1969, n. 742, artt. 1 e 3, e dell’art. 92 ordinamento giudiziario, la sospensione feriale dei termini processuali non si applica alle opposizioni esecutive, anche se proposte prima dell’inizio dell’esecuzione, a meno che la situazione attiva, di cui il creditore si era affermato titolare e in virtù della quale aveva promosso l’esecuzione, abbia cessato di essere contestata e tra le parti si continui a discutere dell’esistenza o meno del diritto del creditore di promuovere l’azione esecutiva al solo fine del riparto delle spese del processo”.
I giudici della Cassazione con la sentenza in commento, hanno però precisato che si tratta “di un precedente isolato e superato dal prevalente orientamento espresso, tra le altre, dalla sentenza n. 27747 del 2017 e prima ancora espresso da Cass. n. 12150 del 2016; nonché Cass. n. 23410 del 2013:” La sospensione feriale dei termini processuali non si applica alle opposizioni esecutive anche quando nel relativo giudizio permanga, quale unica questione controversa, quella attinente al regolamento delle spese processuali, in quanto la condanna alle spese assolve alla funzione di assicurare la pienezza di tutela della situazione dedotta nel processo, per cui la lite su tale aspetto, sia che attenga alla soccombenza virtuale sia che riguardi le regole relative alla statuizione sulle spese e sulla loro misura, inerisce sempre alla “ratio” della sospensione disposta per la natura della controversia alla quale le spese stesse si riferiscono.”
Ebbene, non essendovi ragioni per discostarsi da siffatto orientamento “che evita il rischio di diversificare la durata del termine ad impugnare a seconda dell’oggetto della singola impugnazione, laddove il criterio preso in considerazione dal legislatore è quello, unitario, delle opposizioni in materia esecutiva”, il Supremo Collegio ha dichiarato inammissibile il ricorso, in questione, in quanto tardivo.