Source: http://praticanti.com/forum/dubbi-sul-tirocinio-forense-e-discussioni-tra-laureandi-praticanti-e-patrocinatori/praticante-dipendente-pubblico/
Timestamp: 2019-08-23 11:55:02+00:00
Document Index: 125079695

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 3', 'art. 1', 'art. 3', 'art. 4', 'art. 24', 'art. 97', 'art. 98', 'sentenza ', 'art. 1', 'sentenza ', 'sentenza ']

Praticante dipendente pubblico - [ Info sul tirocinio forense e discussioni tra laureandi, praticanti e patrocinatori] - FORUM AVVOCATI & Praticanti Avvocati
Autore Topic: Praticante dipendente pubblico (Letto 3307 volte)
diegotrombello
« il: 20 Mar 2003, 15:54 »
Gradire sapere se un praticante docente di ruolo presso un istituto superiore può esser abilitato al patrocinio dopo il primo anno di pratica.
danimundial
« Risposta #1 il: 20 Mar 2003, 16:04 »
In teoria c´é incompatibilitá. Io ho lavorato un anno e mezzo per la P.A. (e nemmeno di ruolo) e il patrocinio me lo hanno tolto. Ma per questo, come per altri dubbi sulle modalitá di svolgimento della pratica, rivolgiti al tuo Consiglio dell´Ordine. Spero siano disponibili.
« Risposta #2 il: 20 Mar 2003, 16:08 »
Se l'insegnamento è compatibile con la professione di avvocato non vedo perchè non dovrebbe esserlo con chi è praticante abilitato.
« Risposta #3 il: 20 Mar 2003, 16:54 »
Citazione da: "diegotrombello"
se sei docente pubblico puoi essere abilitato, se sei docente privato no ... o almeno ... molti lo fanno ma se trovi qualche collega a cui hai pestato i piedi che lo viene a sapere ...
« Risposta #4 il: 29 Apr 2003, 15:33 »
credo che nel 2002 ci sia stata una sentenza della cassazione che consente al pubblico dipendente in regime di part time al 50%, di essere iscritto agli albi professionali e di esercitare la professione forense.
« Risposta #5 il: 29 Apr 2003, 15:38 »
NON CONTRASTA CON LA COSTITUZIONE LA POSSIBILITA’, PER IL PUBBLICO DIPENDENTE PART-TIME, DI SVOLGERE LA PROFESSIONE DI AVVOCATO – Escluse conseguenze negative per il corretto andamento della pubblica amministrazione e per l’esercizio del diritto di difesa (Corte Costituzionale n. 189 dell’11 giugno 2001, Pres. Ruperto, Red. Vari).
Per alleggerire gli oneri di bilancio costituiti dai costi del personale della pubblica amministrazione, la legge 23 dicembre 1996 n. 662 (misure di razionalizzazione della finanza pubblica) ha favorito la scelta, da parte dei pubblici impiegati, del part-time, prevedendo che questo tipo di rapporto di impiego non sia incompatibile con lo svolgimento delle libere professioni intellettuali; ne è conseguita, tra l’altro, l’abrogazione parziale delle disposizioni che sanciscono l’incompatibilità tra l’esercizio della professione di avvocato e la condizione di pubblico dipendente (art. 3 del regio decreto-legge 27 novembre 1933 n. 1578).
Alcuni Consigli territoriali dell’Ordine degli Avvocati hanno respinto le istanze di iscrizione all’albo presentate da pubblici impiegati con rapporto di lavoro a tempo parziale. Le delibere sono state impugnate dagli interessati davanti al Consiglio Nazionale Forense, che ha sollevato la questione di legittimità costituzionale dell’art. 1, commi 56 e 56 bis della legge 23 dicembre 1996 n. 662 con riferimento a cinque norme della Costituzione: l’art. 3 (principio di eguaglianza e di razionalità), l’art. 4 (diritto al lavoro), l’art. 24 (diritto alla difesa in giudizio), l’art. 97 (imparzialità e buon andamento della pubblica amministrazione), l’art. 98 (vincolo dei pubblici impiegati al servizio esclusivo della Nazione).
Nelle ordinanze del Consiglio Nazionale si è sostenuta, tra l’altro, l’inconciliabilità di carattere generale tra il dovere d’ufficio del pubblico dipendente e il dovere del professionista, in particolare nel caso dell’avvocato, la cui indipendenza ed autonomia sono i presupposti dell’effettività del diritto costituzionale di difesa.
La Corte Costituzionale, con sentenza n. 189 dell’11 giugno 2001 (Pres. Ruperto, Red. Vari) ha dichiarato non fondate le questioni di legittimità sollevate dal CNF, richiamando la sua giurisprudenza (sentenze n. 1 del 1999, n. 371 del 1998 e n. 309 del 1997) secondo cui i recenti interventi riformatori della pubblica amministrazione sono diretti al perseguimento di obiettivi di maggiore efficienza degli apparati pubblici, grazie a strumenti gestionali che consentano una più flessibile utilizzazione del personale. Peraltro – ha osservato la Corte – nell'elidere il vincolo di esclusività della prestazione in favore del datore di lavoro pubblico, il legislatore, proprio per evitare eventuali conflitti di interessi, ha provveduto a porre direttamente (ovvero ha consentito alle amministrazioni di porre) rigorosi limiti all'esercizio, da parte del dipendente che richieda il regime di part-time ridotto, di ulteriori attività lavorative e, in particolare, di quella professionale forense; tali limiti non vanno rinvenuti unicamente nel comma 56-bis dell'art. 1 della legge n. 662 del 1996, che contempla l'impossibilità di conferimento di incarichi da parte delle amministrazioni pubbliche in favore del dipendente part-time e il contestuale divieto di esercitare il patrocinio in controversie in cui sia parte la pubblica amministrazione, ma anche nel comma 58 che consente la valutazione in concreto dei singoli casi di conflitto di interesse, e nel comma 58-bis del medesimo articolo, il quale riserva alle stesse amministrazioni pubbliche la potestà di indicare le attività "comunque non consentite" in "ragione della interferenza con i compiti istituzionali".
Nella prospettiva, poi, dei doveri propri della professione forense – ha affermato la Corte – non è dubbio che il diritto di difesa risulta garantito solo se l'avvocato, in piena fedeltà al mandato, è in grado di esercitare compiutamente il ministero tecnico a lui affidato, ma, in relazione a tale basilare principio, non sembrano porsi, per i professionisti legati da un rapporto di dipendenza con la pubblica amministrazione, in regime di part-time ridotto, particolari esigenze che non possano trovare soddisfazione, così come per l'opera di tutti i professionisti, in quella disciplina generale dell'attività da essi svolta, che giunge a contemplare anche il presidio, ove occorra, della sanzione penale (artt. 380 e 622 cod. pen.). Ulteriore garanzia – ha osservato la Corte – è data dalle norme deontologiche elaborate nell'ambito degli ordinamenti particolari (e, a tal riguardo, rileva non solo il Codice deontologico approvato dal Consiglio nazionale forense il 17 aprile 1997, ma anche quello europeo, approvato dal Consiglio degli ordini forensi europei il 28 ottobre 1998) che valgono anch'esse ad assicurare il corretto espletamento del mandato, giustificando, nei congrui casi, l'esercizio del potere disciplinare degli organi professionali.
« Risposta #6 il: 30 Apr 2003, 09:06 »
Occorre l'autorizzazione del preside all'esercizio di attività di praticante, e, bada bene, non all'esercizio della libera professione che riguarderebbe tutta la casistica esposta dalla nostra collega.
A questo scopo è importantissima la sentenza dell' Avvocato Generale, Corte di Giustizia delle Comunità Europee Causa C-313/01, che esclude che il praticante sia un libero professionista (detto in poche parole).
Se vuoi leggerti la sentenza vai al n. 14 di Guida al Diritto.
Tutta la nostra normativa vigente al riguardo, secondo me, è vecchia e sbarrante alle attività che per l'UE devono assoggettarsi a Dereguilation e che vanno liberalizzate.
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