Source: https://www.studiofalcone.net/furto-lesimente-non-si-estende-al-convivente/
Timestamp: 2018-10-21 00:08:14+00:00
Document Index: 130404424

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Furto: l’esimente non si estende al convivente – Avvocato Luca Falcone
Furto: l’esimente non si estende al convivente
L’estorsione è configurabile anche all’interno della famiglia. La clausola negativa prevista dall’art 649 c.p. terzo comma, opera per tutti i reati consumati previsti dalla norma stessa, escludendone sempre la non punibilità dell’autore. Pertanto è punibile il condannato per estorsione ai danni della convivente more uxorio, anche se il fatto è commesso senza violenza fisica.
E’ quanto ha confermato la Corte di Cassazione, sez. III penale, con la sentenza 26 settembre 2018, n. 41675.
Il caso vedeva un soggetto che veniva condannato per aver costretto la compagna convivente a consegnargli la somma di euro 3.000 dietro minaccia di morte.
La difesa, con unico motivo, presentava ricorso per Cassazione per l’annullamento della sentenza della Corte di Appello che aveva confermato la condanna di primo grado. In particolare il ricorrente deduceva che il reato di cui all’art 629 c.p. era stato commesso senza violenza, ma consumato con la sola minaccia ai danni della convivente more uxorio e pertanto invocava l’applicazione della causa di non punibilità di cui all’art. 649 c.p.
La sentenza in commento analizza la causa di non punibilità prevista dall’art. 649 c.p., da due diverse angolazioni:
l’applicazione o meno al caso di specie dell’ultimo comma dell’art. 649 c.p.;
l’estensione al convivente more uxorio della non punibilità di cui all’art. 649 c.p.
La norma, prevede la non punibilità per alcune categorie di soggetti in merito alla commissione di certi reati contro il patrimonio, alla scopo di bilanciare l’interesse alla soppressione di certi reati, con l’esigenza di non intaccare le relazioni familiari, che potrebbero subire grave turbamento dalla punibilità di reati commessi in danno dei più stretti congiunti. Tuttavia il terzo comma dell’articolo 649 c.p. prevede un’esclusione, giustificata con il fatto che nei reati ivi indicati si realizza un’offesa oltre che al patrimonio, alla persona. Va infatti rammentato, che l’art. 649 comma 3 c.p. esclude la causa di non punibilità prevista dall’articolo, quando si tratti, espressamente, di rapina, estorsione, sequestro di persona a scopo di estorsione, delitti contro il patrimonio che vengano commessi con violenza alle persone.
Tornando al caso di specie, il reo lamentava, in sostanza, che il fatto a lui addebitato, vale a dire quello di estorsione nei confronti della propria convivente more uxorio, non rientrasse nei casi in cui l’esimente non poteva operare. Infatti l’estorsione, seppur consumata, era comunque un delitto contro il patrimonio commesso con la sola minaccia, la cui non punibilità non poteva essere esclusa dall’ultimo inciso del terzo comma dell’art. 649 c.p., posto che questo opera con riferimento ai delitti contro il patrimonio che siano commessi con violenza fisica alle persone.
Sul punto, la Corte ha però ricordato una giurisprudenziale ormai costante la quale, conformemente alla lettera della norma, ritiene che i reati consumati di cui agli artt. 628, 629 e 630 c.p. escludano sempre la non punibilità tra congiunti di cui all’art. 649 c.p., a prescindere dal tipo di condotta posta in essere dal reo, dunque anche in assenza di violenza alle persone, proprio perché in tali ipotesi l’offesa non è solo al patrimonio ma anche alla persona.
Il contrasto di dottrina e giurisprudenza vige ancora riguardo le ipotesi meramente tentate dei delitti in questione. Ma quanto ai delitti consumati l’orientamento della Corte è unanime.
Gli Ermellini, con estrema facilità di commento hanno pertanto concluso per la inammissibilità e la manifesta infondatezza del ricorso, ritenendo che gli effetti giuridici sfavorevoli previsti dalla norma, vadano riferiti a tutte ipotesi di reato consumato indicate nello specifico catalogo previsto dall’art. 649 ultimo comma c.p. (rapina, estorsione, sequestro di persona a scopo di estorsione), a prescindere dal fatto che siano essi commessi con violenza o con minaccia.
Ai fini della decisione in commento, secondo la Corte tale considerazione toglie di rilevanza anche alla ulteriore questione, che viene appena accennata e non approfondita, della estensione al convivente more uxorio della causa di non punibilità di cui all’art. 649 c.p.
In tale sede, un breve cenno sul punto è però doveroso.
Nella finalità di adeguare anche l’ambito penale all’ingresso, nell’ordinamento giuridico, della disciplina sulle unioni civili, il legislatore con il D.lgs. n. 6 del 2017 ha infatti modificato l’articolo 649 c.p. stabilendo la non punibilità degli autori di delitti contro il patrimonio commessi in danno di congiunti, inserendo, tra i soggetti passivi, la parte dell’unione civile tra persone dello stesso sesso.
Ma cosa succede in ipotesi di conviventi more uxorio, come nel caso di specie? Della svista legislativa si è accorto il giudice penale del Tribunale di Matera che, trovandosi ad applicare la norma de qua ad una vicenda verificatasi tra una coppia di ex conviventi more uxorio, con ordinanza (pubblicata nella GU 1a Serie Speciale – Corte Costituzionale n. 34 del 23 agosto 2017), ha dichiarato d’ufficio rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale, limitando l’asserita censura al primo comma dell’art. 649 del codice penale.
Il contrasto sussisterebbe rispetto agli articoli 3 e 24 della Costituzione, nella parte in cui la norma in esame non stabilisce la non punibilità dei reati contro il patrimonio commessi in danno del convivente more uxorio. Si rileva difatti un disallineamento sia nella sfera soggettiva che di operatività della norma, con conseguente disparità di trattamento tra coloro che abbiano commesso reati contro il patrimonio in danno di uno dei soggetti elencati dalla stessa norma e coloro che perpetrino le stesse condotte in danno di conviventi more uxorio.
La Corte Costituzionale, con sentenza del 21 febbraio 2018, n. 57 ha però ritenuto manifestamente inammissibile, per difetto di rilevanza, la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Tribunale di Matera.
Tale omissione, alla luce dell’attuale realtà sociale, appare anacronistica ed irragionevole risultando urgente e non più procrastinabile un intervento del legislatore.
(Altalex, 9 ottobre 2018. Nota di Serena Masi)
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