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Timestamp: 2019-08-20 17:30:39+00:00
Document Index: 71054464

Matched Legal Cases: ['art. 60', 'sentenza ', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 107', 'art. 107', 'art. 32', 'art. 72', 'art. 106', 'art. 35', 'art. 113', 'art. 11', 'sentenza ', 'art. 111', 'art. 10', 'art. 10']

Corte Conti: Relazione 2009 sul Costo del Lavoro Pubblico
Di Loredana Morandi (del 14/05/2009 @ 08:37:22, in Economia, linkato 1333 volte)
COMUNICATO STAMPA N. 19/2009
Corte dei conti - Sezioni riunite in sede di controllo - Pres. T. Lazzaro, Rel.re G.G.Paleologo - Delibera n. 11/CONTR/CL/09, del 4 maggio 2009 - Relazione 2009 sul costo del lavoro pubblico.
La relazione che, ai sensi dell'art. 60 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, la Corte dei conti è tenuta a presentare al Parlamento "sulla gestione delle risorse finanziarie destinate al personale del settore pubblico, norma collocata sotto la rubrica "controllo del costo del lavoro" - rappresenta un significativo momento di doverosa collaborazione istituzionale tra la Corte e l'Organo rappresentativo della sovranità nazionale sui complessivi andamenti di una delle principali voci di spesa del settore pubblico. Infatti, secondo i dati più recenti risultanti dall'ultimo conto annuale della Ragioneria Generale dello Stato, i dipendenti di tutte le pubbliche amministrazioni sono oltre 3 milioni e mezzo, e nell'ultimo triennio, l'ammontare della spesa per i redditi di lavoro dei pubblici dipendenti ha superato, costantemente, il 54% delle spese finali delle amministrazioni pubbliche, e cioè circa un quarto della spesa totale.
La Corte quest'anno ha adempiuto al proprio compito di referto in un contesto caratterizzato dall'avvio di una profonda revisione del quadro programmatico e normativo che ha sinora caratterizzato la privatizzazione del pubblico impiego (tra i nuovi indirizzi di riforma sono da segnalare l'accordo quadro del 20 gennaio 2009 tra Governo e Confederazioni e le disposizioni di cui alla legge 15 /2009)
Obiettivo principale della Corte è stato quello di fornire elementi utili per completare il processo di revisione dell'ordinamento vigente: è emblematico - al riguardo - il titolo della relazione che ha volutamente omesso ogni correlazione all'arco temporale di riferimento (essenzialmente il 2006 - 2007) riportando soltanto l'anno di presentazione. In questo quadro la Corte ha ricostruito l'ambito delle politiche pubbliche in materia di personale, delineando - mediante l'esame di diversi testi normativi - gli obiettivi prioritari che il Governo intendeva perseguire nei diversi periodi di riferimento. La Corte, in particolare, ha sintetizzato i contenuti delle numerosissime disposizioni in materia di personale intervenute negli ultimi anni in pochi specifici ambiti di intervento con obiettivi di: a) contenimento della spesa, perseguito attraverso la riduzione del numero dei dipendenti e la razionalizzazione degli assetti organizzativi; b) definizione di regole per il ricorso a forme di lavoro flessibile; c) compatibilità degli incrementi retributivi con il quadro macroeconomico di riferimento; d) introduzione di un rapporto tra salario accessorio e verificabili incrementi di produttività. Il grado di attuazione dei suddetti obiettivi ha formato oggetto di ampia analisi e di rilievi critici, sempre nell'intento di fornire utili elementi nell'adozione delle nuove disposizioni legislative. In particolare, per quel che riguarda la consistenza del personale, la Corte osserva che anche gli ultimi dati dimostrano una riduzione piuttosto contenuta (1,7% rispetto al 2005 e circa il 3% rispetto al 2001); del resto la soppressione del fondo incentivante degli esodi segna una battuta d'arresto dell'obiettivo del contenimento delle assunzioni.
In uno specifico capitolo della relazione della Corte l'andamento della spesa per redditi da lavoro dipendente viene posta a raffronto con la dinamica delle variabili macroeconomiche per il medesimo periodo di riferimento (andamento dell'inflazione, prodotto interno lordo nel suo valore reale e nominale, variazioni nella produttività del lavoro). Dalla predetta ricostruzione è risultata, quale dato particolarmente rimarchevole, una crescita della spesa per redditi superiore all'andamento reale dell'inflazione e all'evoluzione del prodotto interno lordo, sia in intermini reali che nominali.
E' da rilevare, altresì, che la Corte ha sottolineato come una delle principali cause della difficoltà di controllo della spesa di personale sia da ricondurre all'andamento della contrattazione integrativa con la conseguente necessità di implementare e razionalizzare il relativo sistema dei controlli.
Potrebbe essere significativa, al riguardo, la circostanza che il legislatore - nell'agosto 2008 - ha attribuito proprio alla Corte dei Conti, ampliando l'area del referto previsto dal decreto legislativo n. 165 del 2001, il compito di riferire anche sull'andamento della contrattazione di secondo livello. Una preliminare analisi condotta anticipando l'esercizio delle nuove competenze assegnate alla Corte , ha fatto emergere utili elementi sulla consistenza dei fondi destinati alla copertura dei contratti integrativi (allo stato non sussistono sufficienti elementi per considerazioni conclusive in ordine alla effettiva destinazione dei fondi).
Invito: Giuristi e Associazioni con la Palestina nel Cuore contro i Crimini di Israele
Di Loredana Morandi (del 14/05/2009 @ 08:54:53, in Estero, linkato 1134 volte)
dopo la visita dell'Avv. Gilles Devers, legale rappresentante di 430 ong presso la Corte Penale Internazionale,
per moltiplicare l'iniziativa già lanciata a Roma:
Di Loredana Morandi (del 14/05/2009 @ 09:50:56, in Estero, linkato 1284 volte)
Ref: 07/2009
ANM sui Trasferimenti d'Ufficio per Incompatibilità Ambientale
Di Loredana Morandi (del 19/05/2009 @ 01:42:44, in Magistratura, linkato 1245 volte)
L’ANM SUI TRASFERIMENTI DI UFFICIO
PER INCOMPATIBILITA’ AMBIENTALE
La recente decisione del TAR del Lazio in materia di trasferimento di ufficio dei magistrati per incompatibilità ambientale merita certamente una riflessione attenta ed approfondita, che deve necessariamente prescindere dal caso specifico.
La sentenza del giudice amministrativo è fondata prevalentemente su ragioni di diritto, e, dunque, appare opportuno discutere della interpretazione delle norme ivi offerta, in base alla quale la nuova disciplina dell’art. 2 della legge sulle guarentigie non consentirebbe il trasferimento di ufficio di un magistrato per condotte “colpevoli”, anche nelle ipotesi in cui tali comportamenti non costituiscano illecito disciplinare.
Inoltre, secondo il TAR la norma sarebbe applicabile solo nei casi in cui sia venuta meno l’imparzialità o l’indipendenza del magistrato e non nelle fattispecie di effettiva lesione del prestigio.
Orbene, appare evidente come tale interpretazione determini una drastica, se non radicale, riduzione dell’ambito applicativo della norma in esame.
Occorre, pertanto, interrogarsi su quali saranno, se tale interpretazione verrà confermata, le conseguenze sul sistema di governo autonomo della magistratura derivanti dalla sostanziale abolizione di uno strumento di “autotutela” della giurisdizione affidato alla autonoma iniziativa del CSM.
Si è discusso spesso in questi mesi, anche all’interno della magistratura, della necessità di un intervento da parte del CSM su situazioni di opacità, su quelle “zone grigie” che appannano l’immagine e il prestigio della magistratura. E su tale questione la Giunta Esecutiva Centrale è sempre stata ferma nel richiedere a gran voce, al Consiglio Superiore e ai titolari dell’azione disciplinare, interventi tempestivi.
Tuttavia, secondo l’interpretazione fornita dal TAR sarebbe impossibile un’autonoma iniziativa del CSM, anche in presenza di condotte “colpevoli”, ma non riconducibili ad alcuna fattispecie disciplinare.
In definitiva, noi riteniamo che l’autonomia e l’indipendenza della magistratura non siano salvaguardate allorché il Consiglio Superiore della Magistratura venga privato di un fondamentale strumento di iniziativa autonoma; e ciò ancor più in presenza di un sistema disciplinare che continua a sanzionare prevalentemente condotte di scarso rilievo e registra, invece, inaccettabili ritardi di iniziativa in relazione a comportamenti e situazioni di rilevante gravità.
Il Berlusconismo dell'Associazione Magistrati
Di Loredana Morandi (del 19/05/2009 @ 01:47:00, in Magistratura, linkato 1361 volte)
Nel comunicato, dopo avere premesso che «la sentenza del giudice amministrativo è fondata prevalentemente su ragioni di diritto» - sicché ci si aspetterebbe che poi venissero addotti contro di essa argomenti giuridici - l’A.N.M. si sottrae al confronto sul tema posto – le questioni di diritto – parlando di «interpretazione» della legge da parte del T.A.R., ma non offrendo alcun argomento a favore di una qualche possibile interpretazione diversa.
Si sostiene soltanto che l’«interpretazione» del T.A.R. determinerebbe «una drastica, se non radicale, riduzione dell’ambito applicativo della norma in esame» (l’art. 2 della legge sulle guarentigie).
Ognuno potrà considerare se sia accettabile che dei magistrati che sostengono ad ogni piè sospinto di volere difendere le leggi e la costituzione possano addurre come argomento contro una sentenza non che essa violi la legge, ma che applicandola dia luogo a un inconveniente politico: l’impossibilità del C.S.M. di cacciare i magistrati che non gli piacciono.
E ognuno potrà considerare cosa ci sia di costituzionale in un C.S.M. che vuole essere padrone dei magistrati e libero di cacciarli al di fuori di specifiche previsioni di legge solo perché non gli piacciono.
Che l’A.N.M. non tenga in alcuna considerazione il tenore oggettivo della legge emerge peraltro clamorosamente dal brano del comunicato nel quale si dice: «Inoltre, secondo il TAR la norma sarebbe applicabile solo nei casi in cui sia venuta meno l’imparzialità o l’indipendenza del magistrato e non nelle fattispecie di effettiva lesione del prestigio».
I capi dell’A.N.M. scrivono che «secondo il T.A.R.» - e dunque non secondo la legge – l’art. 2 sarebbe applicabile «solo nei casi in cui sia venuta meno l’imparzialità o l’indipendenza del magistrato e non nelle fattispecie di effettiva lesione del prestigio».
Ma ognuno potrà verificare se questo sia «secondo il T.A.R.» o secondo la legge semplicemente leggendo la norma in discussione (art. 2 del R.D.L.vo 31 maggio 1946, n. 511), che recita testualmente:
«I magistrati (…) non possono essere trasferiti ad altra sede o destinati ad altre funzioni, se non col loro consenso.
Essi tuttavia possono, anche senza il loro consenso, essere trasferiti ad altra sede o destinati ad altre funzioni (…) quando, per qualsiasi causa indipendente da loro colpa non possono, nella sede occupata, svolgere le proprie funzioni con piena indipendenza e imparzialita».
Come si vede, la legge e chiarissima nel fare riferimento solo alla «indipendenza e imparzialità» e non c’entra proprio nulla l’asserita «interpretazione» del T.A.R. della quale si parla pretestuosamente nel comunicato dell’A.N.M..
Per di più che il riferimento alla «lesione del prestigio» che il C.S.M. e l’A.N.M. vorrebbero utilizzare come alibi per cacciare i magistrati sgraditi al potere non solo non ci sia nella norma, ma sia espressamente non voluto dalla legge è provato dal fatto che quel riferimento era contenuto nella versione precedente della norma, che è stata modificata dal legislatore.
Sicché “interpretare” (???!!!) la norma come vorrebbe il potere interno significa con ogni evidenza violare la legge, facendo finta che la modifica fatta dal legislatore nel 2006 non ci sia stata.
Il testo precedente della norma diceva che i magistrati potevano essere trasferiti «quando, per qualsiasi causa anche indipendente da loro colpa, non possono, nella sede che occupano, amministrare giustizia nelle condizioni richieste dal prestigio dell’ordine giudiziario».
Ora il riferimento al «prestigio dell’ordine giudiziario» non c’è più. Sarebbe bello che i magistrati che governano l’A.N.M., invece di fare equivoci riferimenti alle «interpretazioni» del T.A.R., dicessero come deve essere intesa questa modifica.
Nello stesso comunicato si sostiene che sarebbe sbagliata l’«interpretazione» del T.A.R., «in base alla quale la nuova disciplina dell’art. 2 della legge sulle guarentigie non consentirebbe il trasferimento di ufficio di un magistrato per condotte “colpevoli”, anche nelle ipotesi in cui tali comportamenti non costituiscano illecito disciplinare».
Dunque, secondo i magistrati che governano l’A.N.M. e il C.S.M. si dovrebbe ritenere che l’art. 2 consenta il trasferimento dei magistrati anche per condotte “colpevoli”, ma che non costituiscono illecito disciplinare.
Al di là di quanto ho già scritto nell’articolo “Il Movimento per la Giustizia il potere e la legge” per dimostrare l’illogicità e l’incostituzionalità di un tale assunto, bisogna chiedere a questi magistrati come dovrebbe essere interpretata, secondo loro, la modifica dell’art. 2 fatta dal legislatore nei termini che seguono:
- testo anteriore alla riforma del 2006: «Essi tuttavia possono, anche senza il loro consenso, essere trasferiti ad altra sede o destinati ad altre funzioni (…) quando, per qualsiasi causa anche indipendente da loro colpa …»
- testo successivo alla riforma del 2006 e attualmente in vigore: «Essi tuttavia possono, anche senza il loro consenso, essere trasferiti ad altra sede o destinati ad altre funzioni (…) quando, per qualsiasi causa indipendente da loro colpa».
Come può constatare chiunque non eserciti il potere interno nell’A.N.M. e nel C.S.M., il legislatore ha tolto un “anche”. Prima era «anche indipendentemente da loro colpa» oggi è solo «indipendentemente da loro colpa». E sembra abbastanza incontrovertivile che i casi in cui c'è colpa non possono essere ritenuti «indipendenti da loro colpa».
Dunque, chiunque non eserciti il potere interno all’A.N.M. e al C.S.M., anche se non esperto di cose di legge, può comprendere come sia certo che quello che i capi dell’A.N.M. pretendono è ciò che la legge CERTAMENTE VIETA e che quello che i capi dell’A.N.M. vogliono fare passare come opinabile “interpretazione” della legge è, invece, il chiaro e univoco testo della legge.
A fronte di queste evidenze di diritto, i capi dell’A.N.M. non offrono alcun contrario argomento di diritto, ma adducono soltanto che così loro e i loro compagni di corrente al C.S.M. non potranno esercitare il potere di cacciare i magistrati sgraditi.
Applicano, in sostanza, categorie tipiche del potere politico contemporaneo: non importa cosa dice la legge, importa ciò che noi vogliamo fare. Se la legge ce lo impedisce, si tratta di cambiarla (i politici) o di violarla (i magistrati, che non hanno il potere di cambiarla).
Inutile chiedersi se questo modo di ragionare abbia anche solo qualcosa di accettabile da parte di chi fa il magistrato.
Nonostante risulti ormai clamorosamente evidente che la cacciata di Clementina Forleo, fatta con ogni strepito sui giornali, propagandandola come atto in difesa della legge, è stato un atto illegale, gravemente ingiusto nei confronti della collega, manca nel comunicato dell'A.N.M. qualunque riferimento autocritico.
Risulta provato, in sostanza, che il C.S.M. ha agito illegalmente. E l’unica cosa che fa l’A.N.M. è rivendicargli poteri che non ha.
Si tratta anche in questo caso di una condotta esattamente identica a quella dei politici che, messi dinanzi all’illegalità delle loro condotte, ne rivendicano le ragioni politiche: “E’ vero che abbiamo violato la legge, ma non lo avessimo fatto non avremmo potuto …”.
Fa una notevole impressione dovere prendere atto che, come ho detto, il potere interno alla magistratura ha la stessa anima di quello esterno del quale si finge, al bisogno elettorale, antagonista.
L’assoluto silenzio e la totale indifferenza sulla illegalità commessa dal C.S.M. e la rivendicazione contro la legge di un potere che il C.S.M. non ha danno l’ennesima prova del fatto che il potere interno alla magistratura è un blocco unico e che vi è una intollerabile commistione di ruoli fra A.N.M. (e dietro l’apparenza di essa, le correnti) e il C.S.M..
Il potere interno alla magistratura è un potere monolitico e non dialettico. Per tante ragioni e anche per questa, per niente democratico.
Scrivono i capi dell’A.N.M. che saremmo «in presenza di un sistema disciplinare che continua a sanzionare prevalentemente condotte di scarso rilievo e registra, invece, inaccettabili ritardi di iniziativa in relazione a comportamenti e situazioni di rilevante gravità».
Fingendo di ignorare che il “sistema disciplinare” è in mano ai magistrati, sia per la parte relativa al promuovimento dell’azione (che compete al Procuratore Generale della Cassazione), sia per la parte relativa al giudizio (che compete al C.S.M.).
Surreale è il brano: «Si è discusso spesso in questi mesi, anche all’interno della magistratura, della necessità di un intervento da parte del C.S.M. su situazioni di opacità, su quelle “zone grigie” che appannano l’immagine e il prestigio della magistratura. E su tale questione la Giunta Esecutiva Centrale è sempre [???!!!] stata ferma nel richiedere a gran voce, al Consiglio Superiore e ai titolari dell’azione disciplinare, interventi tempestivi».
Evidentemente le discussioni di cui parlano i vertici dell’A.N.M. devono essere state segretissime, perché è sotto gli occhi di tutti che le uniche vere richieste di intervento fatte dalla G.E.C. al C.S.M. e ai titolari dell’azione disciplinare hanno riguardato i colleghi scomodi, cacciati nei noti modi.
Non risultano, per esempio, fra le tante possibili, accorate richieste di intervento in ordine alla illegittima avocazione di “Why not” o alle decine di situazioni molto incresciose che sono sotto gli occhi di tutti e vengono denunciate da tanti, rispetto alle quali della G.E.C. si nota solo l’ostinato silenzio.
Sostengono i capi dell’A.N.M.:
«In definitiva, noi riteniamo che l’autonomia e l’indipendenza della magistratura non siano salvaguardate allorché il Consiglio Superiore della Magistratura venga privato di un fondamentale strumento di iniziativa autonoma».
E’ del tutto incomprensibile perché il fatto che il C.S.M. non possa cacciare quando e come gli pare i magistrati scomodi e/o sgraditi lederebbe «l’autonomia e l’indipendenza della magistratura».
C’è qui la prova più evidente della mistificazione del concetto di indipendenza della magistratura portata avanti da anni dai responsabili del potere interno.
L’indipendenza difesa dalla Costituzione è quella dei singoli magistrati, che devono potere giudicare con indipendenza i singoli casi a loro sottoposti.
Dunque, viola l’indipendenza dei magistrati la pretesa dei politici al potere di impedire a questo o quello di loro di giudicare in maniera giusta questo o quel caso.
L’indipendenza difesa dai capi del potere interno non è l’indipendenza dei singoli magistrati, ma l’indipendenza della corporazione. L’indipendenza del loro personale potere dagli altri poteri.
Dunque, secondo i capi del potere interno, loro devono potere cacciare questo o quel magistrato sgradito e/o scomodo.
Proprio come farebbe il potere politico esterno.
Ciò che i capi del potere interno rivendicano è in sostanza la pretesa di fare loro ciò che vorrebbero fare gli altri.
I capi dell’A.N.M. e i loco compagni di corrente al C.S.M. vogliono un potere come quello che vuole Berlusconi e un C.S.M. come lo vuole Berlusconi. Solo che Berlusconi (ma anche D’Alema e gli altri) vorrebbe essere lui a capo di quel potere e di quel C.S.M. e i capi del potere interno ci vogliono restare loro.
Ma la natura intrinseca del potere e le sue concrete conseguenze – esiziali – per l’indipendenza dei magistrati sono assolutamente identiche per entrambi i blocchi di potere.
Scrivono i capi dell’A.N.M. nel comunicato:
«Si è discusso spesso in questi mesi, anche all’interno della magistratura, della necessità di un intervento da parte del CSM su situazioni di opacità, su quelle “zone grigie” che appannano l’immagine e il prestigio della magistratura».
Ognuno può constatare quanto sia fumosa, indeterminata e pericolosamente arbitraria la pretesa dei vertici del potere interno di potere cacciare chiunque – A LORO INSINDACABILE GIUDIZIO, mancando una predeterminazione legale delle fattispecie – «appanna l’immagine e il prestigio della magistratura».
E come questa sia la stessa cosa che predicano da sempre i capi del potere esterno, che continuano a sostenere di avere “stima e rispetto incondizionato per la stragrande maggioranza dei magistrati che fanno il loro dovere in silenzio” (id est: senza rompere le scatole ai potenti) e di volere cacciare solo “singoli facinorosi che danneggiano l’immagine di tutta la magistratura”.
Alla fine di queste considerazioni, a un magistrato restano solo tre domande:
1. Quali differenze culturali, etiche, operative ci sono fra i capi del potere interno alla magistratura e i politici – di destra e di sinistra – che sono portatori di quella cultura dello stato e della legge che si suole chiamare “berlusconismo” (non il potere al servizio della legge, ma la legge al servizio del potere)?
2. Perché dovremmo temere che i “berlusconisti” si impadroniscano definitivamente della giustizia se essi farebbero solo le stesse cose che già fanno i magistrati che stanno ai vertici del potere interno?
3. Perché se le stesse cose che quando le fanno i “berlusconisti” sono ritenute “cattive”, se le fanno i capicorrente dovrebbero essere ritenute buone, se non per quello schema proprio di tutti i regimi, per il quale, essendo il “padrone” buono per definizione e dicendo egli di volere tutto ciò che fa per il bene del popolo, qualunque cosa egli faccia è buona “per definizione”?
C’è una cosa che i capi del potere interno sanno molto bene, perché gli è stata detta in tanti modi: che è molto importante definire esattamente i poteri del C.S.M., perché è possibile che un giorno il potere politico modifichi la composizione del C.S.M. medesimo e se ne impadronisca totalmente.
Ma per delimitare adeguatamente il potere di un eventuale futuro padrone esterno è necessario delimitare il potere anche del padrone interno.
I magistrati al potere interno hanno una tale brama del loro potere, da non accettare questa cosa e, pur di non perdere oggi il loro potere assoluto, sono disposti a lasciare che domani esso cada così com’è nelle mani del padrone esterno.
Se ciò accadesse, chi difenderebbe i magistrati da un potere assoluto e legibus soluto del C.S.M.?
In sostanza, com’è nella logica della questione democratica, si contrappongono due modelli di potere.
Uno è quello disegnato dalla Costituzione, nel quale non è importante “CHI” governa, ma secondo quali regole lo fa.
L’altro è quello proprio dei regimi, nel quale è importante solo chi governa, comunque governi.
Il modello di potere disegnato dalla Costituzione vuole un C.S.M. con regole di condotta ben precise, così che chiunque lo “occupi” (i politici o i capicorrente dell’A.N.M.) esso possa agire solo in difesa della legge.
Il modello di potere rivendicato dai capi dell’A.N.M. e del C.S.M. vuole un C.S.M. con la stessa onnipotenza senza regole dei politici.
Ovviamente, perché i politici lascino i capi del potere interno al comando di una cosa del genere è indispensabile che questi ultimi possano rassicurare i politici sul fatto che provvederanno loro a cacciare i magistrati scomodi.
La battaglia che si sta combattendo è, dunque, una battaglia per il potere fine a se stesso.
Come emerge chiaramente dal comunicato dei consiglieri del Movimento per la Giustizia che ho commentato nell’articolo “Il Movimento per la Giustizia il potere e la legge”, la minaccia che i capi del potere interno fanno ormai esplicitamente è: “Se non accettate di farvi cacciare da noi, verranno a cacciarvi quelli da fuori”.
La risposta banalmente ovvia è: chissenefrega!
Il sogno dei costituenti era che l’art. 107 della Costituzione venisse rispettato: «I magistrati sono inamovibili. Non possono essere dispensati o sospesi dal servizio né destinati ad altre sedi o funzioni se non in seguito a decisione del Consiglio superiore della magistratura, adottata o per i motivi e con le garanzie di difesa stabilite dall’ordinamento giudiziario o con il loro consenso». E potessero così giudicare con imparzialità quelli di destra e quelli di sinistra, quelli di sopra e quelli di sotto.
Se l’art. 107 deve essere nei fatti abrogato e i magistrati scomodi cacciati, che li caccino Berlusconi o D’Alema, invece che i consiglieri del Movimento per la Giustizia o quelli di Magistratura Democratica o di Unità per la Costituzione o di Magistratura Indipendente è francamente irrilevante, se non per i consiglieri delle varie correnti che potranno oppure no continuare a esercitare il loro potere e passare, magari, un domani, come capitato di recente, dal C.S.M. al ministero ombra del P.D. o dall’A.N.M. a una presidenza di regione o da una Procura Generale alla vicepresidenza di una autority.
E’ notte fonda. Non solo perché queste cose accadono, ma perché vengono addirittura scritte in un comunicato dell’A.N.M. dal tono paradossalmente supponente.
ANM Comm. Studio Magistrature Onorarie: Le Magistrature Vicarie
Di Loredana Morandi (del 19/05/2009 @ 01:55:25, in Magistratura, linkato 1307 volte)
Commissione di studio sulla magistratura onoraria
LE MAGISTRATURE VICARIE
Proposta dell’ANM per le magistrature onorarie
Numerose sono le figure dei soggetti che affiancano – nella funzione giurisdizionale - i magistrati ‘ordinari’ (cioè coloro che hanno avuto accesso a tale funzione col meccanismo del concorso pubblico). Esclusa da questa proposta la categoria degli ‘esperti’ (delle sezioni agrarie e degli Uffici giudiziari per i minorenni), si intende indicare possibili soluzioni alla situazione di indubbia difficoltà e incertezza che investe alcune componenti di questo sistema – giudici onorari di tribunale (d’ora in poi GOT) e vice procuratori onorari (VPO) – la cui presenza e funzione vanno concordate anche con la figura di più recente istituzione, quella del Giudice di Pace.
Premesse di inquadramento storico.
Sin dai suoi primi passi, con la l. 6 dicembre 1865, n. 2626 sull'ordinamento giudiziario del Regno, il giovane Stato italiano aveva pensato alla figura del conciliatore quale organo capillare della giurisdizione contenziosa civile, presente in ogni comune e competente per le controversie di modico valore, nonché per la composizione preventiva e bonaria delle controversie civili di ogni valore, ad istanza delle parti (la l. 16 giugno del 1892, n. 261 aveva poi introdotto la denominazione «Ufficio di conciliazione», regolandone il funzionamento). Sulla stessa scia, ma con competenze anche penali, l’ordinamento giudiziario del 1941 aveva introdotto all’art. 32 la figura del vice-pretore onorario: al quale, in conseguenza della commistione di ruoli propria del sistema processuale previgente, venivano attribuite dall’art. 72 anche le funzioni requirenti, peraltro esercitabili anche da avvocati, notai, funzionari di PS, sindaci, assessori, consiglieri comunali o loro delegato.
Le norme menzionate evocano dunque un’immagine quasi arcaica di magistrato onorario: sorta di bonus pater familas al quale, specie in piccoli centri urbani o in contesti rurali, si rivolgeva una popolazione poco incline alle controversie giudiziarie in senso stretto, bisognosa prevalentemente di un autorevole compositore di liti ovvero (per le funzioni inquirenti) di un homo publicus, capace di patrocinare le ragioni della collettività rispetto alle infrazioni dei singoli. Questa era dunque l’esperienza presente ai Costituenti, i quali ritennero opportuno ribadire tra l’altro che “la parola ‘onoraria’ sta a indicare che la carica è elettiva e non di carriera.....è una funzione che si presta non come attività professionale, ma come una partecipazione spontanea che esce dalle normali occupazioni della vita” (Giovanni Leone, Atti dell’Assemblea Costituente, seduta antimeridiana del 26 novembre 1947 avente ad oggetto l’attuale art. 106).
2) La normativa vigente. Queste più storiche figure della magistratura onoraria, giudicante e inquirente, sono approdate, in apparenza senza molti scossoni, ai giorni nostri: tanto che l’art. 35 D.Lgs. 51/98, sul giudice unico, le ha di diritto trasferite “ai Tribunali ed alle procure della Repubblica presso il tribunale cui sono trasferite le funzioni degli uffici soppressi, in qualità, rispettivamente, di giudici onorari e di vice procuratori onorari”, prevedendosi al contempo il termine dell’incarico “alla scadenza del triennio in corso alla data di efficacia del presente decreto”. In realtà tali scadenze temporali, previste per G.O.T. e V.P.O., sono state più volte prorogate sino alla l. 31/2008, che ha fissato il termine ultimo al 31/12/09.
Accanto a questi soggetti processuali di più consolidata esperienza, e contestualmente alla stagione delle riforme inaugurata dal codice di procedura penale del 1988 e dalle novelle processualcivilistiche degli anni ‘90, il legislatore ha ritenuto di prevedere una nuova figura, quella del Giudice di Pace, istituito con la legge 374/91 che ha trovato successive e ripetute modifiche, soprattutto in correlazione con l’introduzione del giudice unico (L. 4/12/92, n. 477; L. 6/12/94, n. 673; il D.Lgs 19/2/98, n. 51; L. 1/4/99, n. 84; L. 24/11/99, n. 468; L. 16/12/99, n. 479; L. 19/1/01, n. 4; L. 14/11/02, n. 259; L. 10/1/03, n. 1; L. 12/11/04, n. 271). In questa ricostruzione, vanno menzionati anche i Giudici Onorari Aggregati (G.O.A.), figura pensata dalla l. 22/7/97 per esigenze dichiaratamente contingenti (“la definizione dei procedimenti civili pendenti davanti al tribunale alla data del 30 aprile 1995, esclusi quelli già assunti in decisione e quelli per i quali è prevista riserva di collegialità...con l'obiettivo di darvi luogo nel tempo massimo di cinque anni”; in realtà dopo alcune proroghe la funzione dei GOA è cessata definitivamente nel dicembre 2006).
3) Lo stato delle cose. Il quesito da porre è dunque se per tutte queste figure, vecchie e nuove, sia ancora valida la nozione di onorarietà, prevista dai costituenti e sottesa anche alle interpretazioni della S.C.: che, ad esempio nella pronuncia a S.U, n. 11272 del 9/11/98 ha ribadito che rapporto di pubblico impiego e funzione onoraria “si distinguono in base ai seguenti elementi: 1) la scelta del funzionario, che nell'impiego pubblico viene effettuata mediante procedure concorsuali ed è, quindi, di carattere tecnico-amministrativo, mentre per le funzioni onorarie è di natura politico-discrezionale; 2) l'inserimento nell'apparato organizzativo della pubblica amministrazione, che è strutturale e professionale per il pubblico impiegato e meramente funzionale per il funzionario onorario; 3) lo svolgimento del rapporto, che nel pubblico impiego è regolato da un apposito statuto, mentre nell'esercizio di funzioni onorarie è privo di una specifica disciplina, quest'ultima potendo essere individuata unicamente nell'atto di conferimento dell'incarico e nella natura di tale incarico; 4) il compenso, che consiste in una vera e propria retribuzione, inerente al rapporto sinallagmatico costituito fra le parti, con riferimento al pubblico impiegato e che invece, riguardo al funzionario onorario, ha carattere meramente indennitario e, in senso lato, di ristoro degli oneri sostenuti; 5) la durata del rapporto che, di norma, è a tempo indeterminato nel pubblico impiego e a termine (anche se vi è la possibilità del rinnovo dell'incarico) quanto al funzionario onorario”.
Distanza quasi drammatica tra modello teorico e realtà si rinviene in primo luogo per G.O.T. e V.P.O., considerati dal legislatore solo con le menzionate ripetute proroghe e divenuti i ‘manovali’ del diritto (a costi per lo Stato assai bassi): i primi sempre più spesso adibiti a gestire interi ruoli, civili e penali, rimasti scoperti, e sovente utilizzati nei collegi; i secondi impiegati in pianta stabile nelle funzioni di accusa dinanzi non solo agli stessi GdP, ma anche ai Tribunale monocratici (e spesso in processi di elevatissima tecnicità), talvolta impiegati anche nella fase delle indagini preliminari. Va doverosamente sottolineato che a tale condizione hanno concorso non poco i dirigenti che, in nome delle esigenze contingenti dei loro uffici, hanno spesso eluso le circolari del CSM: e che il Consiglio stesso a sua volta ha oscillato nell’interpretazione dei concetti di ‘mancanza o impedimento’ del giudice professionale, quali giuste cause per il ricorso ai magistrati onorari.
Quanto alla figura di più recente creazione, quella del Giudice di Pace, essa ha soprattutto scontato gravi incertezze nella fase costruttiva. Nato, forse sulla suggestione di analoghi istituti di altri ordinamenti, come giudice dell’equità e dell’età ‘avanzata’ (l’accesso era previsto inizialmente per persone tra i 50 e i 70 anni), questo istituto si è molto trasformato: ne è stata allargata la fascia di età (ora 30-70) e ne sono state gradualmente ampliate le competenze, includendosi anche (con la l. 271/04) la convalida delle espulsioni emesse dall’Autorità amministrativa agli immigrati e, viceversa, limitando (con la modifica all’art. 113 c.p.c.) il ricorso al giudizio di equità. Parallelamente, il sistema retributivo (art. 11 l. 374/91) – basato su un sistema misto, tra indennità fissa mensile e indennità specifiche commisurate al tipo di attività svolta – ha consentito in alcuni casi guadagni rilevanti. Anche per i Giudici di Pace, inoltre, a partire dalla l. 84/99 sono state concesse proroghe nel servizio del personale già immesso, col duplice effetto di rendere incerta la durata di tali incarichi e di precludere, per lungo tempo, l’immissione di nuovi giudici.
Dunque, per tutte queste figure, dei caratteri menzionati dalla citata sentenza della S.C. la realtà ha certamente contraddetto i caratteri della temporaneità, del non coinvolgimento nei giudizi che involgono i diritti fondamentali della persona e – per i GdP – della natura indennitaria del compenso (con un sistema di cottimo sospettabile di incostituzionalità, venendo leso il principio di cui all’art. 111 Cost. dall’insorgenza di una aspettativa di vantaggio patrimoniale dalla decisione, come già osservava la Consulta, sent. n. 60/69).
E’ singolare rilevare che anche i progetti di riforma, più volte annunciati suscitando la legittima aspettativa dei magistrati onorari, hanno risentito fortemente di queste contraddizioni di fondo: il legislatore è in poco tempo è passato da un progetto di riordino dei giudici di pace che ignorava completamente i MOT, ad un successivo disegno diretto ad unificare tutte le categorie onorarie, eliminando la figura del giudice di pace: al contempo, è stato sostanzialmente abbandonato il progetto del cd. “ufficio del giudice”, nel quale (in un’ottica mista, di ausilio e formazione) larga parte della magistratura associata aveva ipotizzato potessero trovare adeguata collocazione i MOT. Non può non ricordarsi poi come da ultimo – e confermando la non volontà di pensare a riforme compiute, preferendo microinterventi o reiterando il sistema delle proroghe che nessuna certezza offrono - è stata ventilata addirittura la possibilità di un sistema elettivo dei VPO esercitanti dinanzi al GdP: sistema che – al di là dei dubbi sulla costituzionalità di un sistema di azione penale di derivazione ‘politica’ – appare assai mal costruito, non chiarendosi ad esempio se tale figura affianchi, o sostituisca, la figura di VPO attuale, e risultando anche assai oscuro il rapporto tra “elezione” e successiva proposta del consiglio giudiziario (non si comprende se e come l’organo decentrato di autogoverno possa vanificare il risultato elettorale)
Va però segnalato anche che le stesse categorie interessate, prese dal comprensibile sforzo di risolvere una situazione francamente non più protraibile, nelle loro proposte si sono più concentrate su una collocazione degli attuali magistrati onorari – di fatto, con immissione ope legis - che sulla creazione di un ruolo onorario definito e congruo alle necessità del sistema. Deve essere definitivamente chiarito che ogni proposta che indichi la strada di un rilevante aumento del personale di magistratura, più o meno surrettiziamente realizzato, indica strumenti contrastanti con la Costituzione, onerosi e comunque non funzionali: sono le strutture in genere, e il personale di cancelleria in particolare, più abbisognevoli di interventi.
4) Un futuro per le magistrature vicarie ?
Prima di indicare possibili soluzioni, si impongono due riflessioni.
La prima è che l’asserita (e qualche volta coltivata ad arte...) contrapposizione tra magistrati onorari e magistrati ordinari sembra più figlia di questa enorme incertezza di ruoli e di prospettive, che non di un vero conflitto di interessi tra le diverse categorie.
La seconda è che ogni proposta sul ruolo della magistratura onoraria non può non essere preceduta da una riconsiderazione complessiva del sistema nei suoi profili organizzativi. Non ci si stancherà mai di ripetere che – ormai rimodellato l’ordinamento giudiziario, e in attesa di verificare gli effetti soprattutto del nuovo sistema di valutazioni – non necessarie (o deleterie...) risultano le annunciate modifiche costituzionali: essendo ineludibili invece alcuni specifici interventi su singoli istituti processuali, la riqualificazione del personale amministrativo e soprattutto una seria revisione delle circoscrizioni giudiziarie. In un sistema che dichiara di puntare sull’efficienza, una riforma di tal genere (a costo zero, e anzi con recupero di risorse da ridistribuire) dovrebbe essere una priorità assoluta: una cattiva allocazione di risorse compromette il risultato finale, che – va detto chiaramente – viene anche mediaticamente imputato a soggetti (personale; giudici, togati e non; avvocati) che di tale allocazione hanno assai poca responsabilità.
In questo quadro, dunque, quale ruolo possono avere i magistrati onorari ? E ancora, se si vuole un giudice non ‘minore’ ma diverso, quali professionalità sono compatibili con la temporaneità?
Per tentare una risposta a questi quesiti, è necessario identificare quali siano i bisogni ai quali si vuole rispondere: bisogni che appaiono essenzialmente di due tipi, che non devono essere assolutamente confusi.
a) In primo luogo, necessaria alla corretta funzionalità del sistema appare una giurisdizione di prossimità, di tipo semplificato ma che sia in grado di assorbire – con maggiore agilità e minore impiego di risorse-apparato – una domanda di giustizia ‘di base’ che è reale: dunque una funzione onoraria da svolgere in forma autonoma.
Per tale necessità, la strada tracciata con i Giudici di Pace appare congrua: la sfida, in questo caso, è quella di razionalizzare il sistema, eliminandone le incongruenze che la descritta stratificazione di interventi ha causato. Se cioè veramente si vuole attribuire a questi soggetti una porzione di giurisdizione autonoma, e di riflesso una funzione deflattiva, va ribadito che l’ambito di competenze deve essere essenzialmente quello dei diritti di tipo patrimoniale, con esclusione invece di ogni intervento sui diritti fondamentali, con potenziamento della funzione conciliativa e con un più marcato distacco dal processo tradizionale. Quanto al profilo soggettivo, appare opportuno un ritorno alle origini, dunque a soggetti diversi (per collocazione anagrafica ed esperienze professionali) da quelli che alimentano il circuito ‘ordinario’: Giudici di pace come portatori di specificità culturali che possano confluire nel meccanismo di ricomposizione delle controversie giudiziali, destinati (verosimilmente con un limite temporale di cinque anni, rinnovabili una sola volta, secondo il limite della decennalità introdotto nella giurisdizione ordinaria) ad una rotazione periodica proprio per potere aderire all’evoluzione degli orientamenti sociali.
Il profilo esistente dovrebbe essere corretto da più rigorosi sistemi di selezione (elevando nuovamente il limite di età di ingresso per non alimentare prospettive di stabilizzazione) e di incompatibilità (da prevedere a livello distrettuale), accentuando l’opera di formazione (avviata dal CSM). Può ritenersi invece già realizzata una rappresentanza adeguata negli organi di autogoverno, con l’art. 10 del D.Lvo 25/06, mentre non sembra utile la creazione di un organo di vertice autonomo: in primo luogo perchè proprio la riforma dell’OG ha posto al centro del sistema di valutazione gli organismi territoriali, potenziandoli, e poi perchè tale duplicazione (totale, o anche parziale, come si realizzerebbe con un CSM ‘a composizione variabile’) finirebbe per contraddire il pieno ingresso dei Giudici di Pace nella giurisdizione e per ostacolare la diffusione di una cultura comune.
Appare di contro praticabile (ed opportuna) una forma di consultazione periodica predeterminata dei rappresentanti di categoria dei giudici di pace con la commissione del CSM deputata al governo della magistratura onoraria.
Quanto alla retribuzione, il sistema attuale ‘misto’ potrebbe trovare correttivi in base ai meccanismi di ‘valenze’ del carico giudiziario che molti Consigli Giudiziari, tramite le commissioni flussi, stanno elaborando.
Per eliminare le vistose distorsioni giurisdizionali determinate dal vigente sistema di retribuzione a cottimo, si impone peraltro una radicale rivisitazione del sistema di compenso che, elevando la quota “fissa” garantita mensilmente al giudice di pace, la colleghi ad una sorta di “premio di produttività” (anch’esso fisso…) determinato dal superamento di una soglia periodica che può essere differenziata in ragione dell’ufficio.
Va al contempo rivisitato il sistema disciplinare dei giudici di pace che, se pur garantito da dettagliate disposizioni a garanzia del contraddittorio e dell’esercizio dei diritti di difesa dell’incolpato, “soffre” della discrezionalità dell’esercizio dell’azione disciplinare e della genericità della non tassatività di un codice della fattispecie disciplinarmente rilevanti che appare inadeguato sia al rilievo delle funzioni, sia all’assetto disciplinare oggi previsto per i magistrati professionali.
Riprendendo quanto sopra rilevato, sulla preliminare necessità di una razionalizzazione delle risorse, si deve porre mano nell’immediato ad una rivisitazione degli organici operata secondo criteri attendibili, atteso che il contenzioso amministrativo collegato al decreto ministeriale di riordino delle piante organiche del 34.4.2008 ha di fatto impedito il ripristino del sistema di selezione dei giudici di pace, secondo quanto previsto dall’art. 10ter O.G.
Trattasi di un “blocco” perdurante del tutto incongruo, non solo e non tanto perché impedisce un ricambio all’interno delle funzioni di pace, ma soprattutto perché determina la paralisi del circuito di “mobilità nelle funzioni onorarie” disegnato dal legislatore, che attribuisce una priorità per l’accesso alle funzioni di giudice di pace a chi abbia svolto funzioni giudiziarie, anche onorarie, per almeno un biennio (artt. 12 e 13 d.p.r. n. 198/2000).
Ulteriore analisi dovrebbe riguardare la concorsualità per il conferimento delle funzioni di coordinatore (almeno negli uffici del giudice di pace di maggiori dimensioni), per cui il vigente criterio di anzianità nelle funzioni onorarie appare inadeguato alle difficoltà dell’impegno ed ormai distonico rispetto al sistema di selezione adottato per il conferimento degli uffici direttivi per i magistrati professionali.
Anche il problema previdenziale dovrebbe trovare una risoluzione adeguata.
b) Accanto ad una giurisdizione, semplificata ma esercitata in maniera autonoma, si ritiene vi sia la necessità di un’attività ausiliaria alla giurisdizione togata, esercitata cioè non in via autonoma ma coadiuvando i magistrati togati, giudicanti e requirenti, e sfruttando le potenzialità formative di questo affiancamento. Partendo cioè dalla considerazione che il sistema ormai non consente l’accesso diretto dall’università alle professioni legali, ma che vi interpone alcuni passaggi, è in questo spazio di tempo che può essere collocata questa esperienza per figure corrispondenti agli attuali GOT e VPO.
All’interno di questa preliminare opzione, svariate sono ovviamente le soluzioni possibili: e se ne indicano alcune a solo titolo di esempio. Le SSPL, in primo luogo, ma anche altre scuole legali, i dottorati di ricerca, i corsi di specializzazione postuniversitaria potrebbero essere accompagnati da una fase di formazione sul campo: due/tre anni, rinnovabili una sola volta, in cui collaborare col giudice o col P.M. togato, in attività di ricerca e di sostituzione, occasionale e limitata per la funzione giudicante (che peraltro già sperimenta il ruolo del magistrato distrettuale, meccanismo da potenziare magari con le risorse recuperate dalla revisione delle circoscrizioni), anche più ampia per la funzione di P.M., dinanzi al GdP e – eventualmente dopo la riconferma, nel secondo biennio/triennio – dinanzi al giudice monocratico (con esclusione di alcuni settori, per i quali la presenza del P.M. togato dovrebbe essere invece tabellarmente stabilita).
Ove invece si intenda mantenere l’attuale assetto di GOT e VPO appare ineludibile una sostanziale rivisitazione del sistema di selezione, in cui deve essere ragionevolmente valorizzato il conseguimento del diploma presso le SSPL (in cui è previsto uno specifico tirocinio pratico nel ruolo di vpo).
Al contempo il sistema retributivo dei GOT e VPO deve essere adeguato alle difficoltà dell’impegno, prevedendosi per la conferma nell’incarico (la cui durata massima può per omogeneità di inquadramento essere determinata in dieci anni; una diversa e più prolungata commisurazione dovrebbe essere eventualmente correlata ad una più rigorosa delimitazione dell’incompatibilità con l’esercizio della professione forense) un sistema di verifica di professionalità e di controllo molto più penetrante di quello attuale.
5) La normativa transitoria
Qualunque meccanismo si ipotizzi per le magistrature onorarie del futuro non può eludere una soluzione ragionevole e dignitosa per le esigenze di chi, quasi sempre con merito, ha svolto finora questo ruolo. Per uscire dall’impasse tra esigenze di programmazione futura e adeguato riconoscimento di professionalità esistenti, al nuovo sistema dovrebbe allora accompagnarsi un regime transitorio.
Questo regime, per fare compiutamente fronte ad ogni aspetto dei rapporti esistenti, dovrebbe:
- prevedere sbocchi professionali adeguati per lo meno a buona parte degli attuali magistrati onorari. Si dovrebbe quindi prevedere, ad esempio per chi si trova a svolgere le funzioni di magistrato onorario attualmente da un certo numero di anni (sei/otto) di avere quote riservate nei concorsi futuri, in magistratura e in altre amministrazioni, ovvero concorsi riservati;
- consentire riconoscimenti a fini previdenziali e pensionistici, con possibilità di riscattare il servizio svolto come magistrati onorari e congiungerlo ad altre attività svolte.
- Fino alla definizione di tale procedure, prioritario è determinare più chiaramente i meccanismi di retribuzione, ancorandoli agli obiettivi apporti all’ufficio e determinandoli su livelli più consoni alle mansioni svolte.
- Va ripristinata la mobilità interna alla magistratura onoraria, per consentire a chi abbia positivamente svolto le funzioni di GOT e VPO di poter accedere al ruolo di giudice di pace. Una prima fase di ricambio dei GdP, auspicabile a breve, potrebbe trarre il suo organico dagli attuali VPO e GOT in via esclusiva o comunque con un’alta percentuale di quota riservata.
Da tale riflessione emergono in realtà più magistrature, che potremmo definire ‘vicarie’ perchè complementari alla giurisdizione: proposta che – senza suscitare false aspettative, e che non vuole realizzare un’area di parcheggio di disoccupazione intellettuale – cerca di migliorare il servizio destinato ai cittadini, arricchendo il sistema con esperienze diverse e coltivando in un quadro coerente le funzioni di formazione (tendenzialmente comune ai futuri attori della giustizia), di ausilio al sistema e di pronta risposta alla domanda di giustizia, nel rispetto del più generale principio di buon andamento della P.A.
Questi obiettivi non possono essere patrimonio dell’una o dell’altra categoria, ma non possono che essere perseguiti da tutti, insieme.
Su questa strada di azione comune ritiene di porsi l’ANM.
Ad un legislatore facile alle promesse, ma nella sostanza spesso lontano dalle reali esigenze del mondo della giustizia, devono essere posti quesiti e prospettive precisi: soluzioni la cui forza, e concreta realizzabilità, dipendono dalla condivisione tra tutta la magistratura, togata e onoraria, e l’avvocatura.
Con questa prospettiva – e con l’obiettivo di una maggiore credibilità presso il legislatore - l’ANM intende avviare specifici colloqui con tutte le rappresentanze delle categorie interessate.
Toghe Elette dal Popolo - rassegna stampa
Di Loredana Morandi (del 19/05/2009 @ 02:02:52, in Magistratura, linkato 1320 volte)
18 maggio 2009 (ultima modifica: 19 maggio 2009)
''Giudici eletti dal popolo? Incostituzionale'',
l'Anm liquida l'idea di Bossi
Il leader della Lega Nord ha avanzato nei giorni scorsi più volte la proposta. Le risposte.
Altolà dell'Associazione nazionale magistrati al leader della Lega Nord, Umberto Bossi. Dopo che nei giorni scorsi il ministro delle Riforme aveva annunciato che presto i magistrati saranno eletti direttamente dal popolo, oggi l'Anm prende posizione ufficialmente stoppando l'esponente del governo.
“La Costituzione italiana è una cosa molto seria e non dovrebbe mai essere affrontata con battute estemporanee”, ha detto il segretario dell'Associazione, Giuseppe Cascini.
Questo accesso è previsto dalla Costituzione
“Il sistema italiano di accesso in magistratura è previsto dalla Costituzione ed è un sistema tra i migliori nel mondo per le garanzie che offre in termini di professionalità e indipendenza; mentre non credo che lo stesso possa dirsi con riferimento ad altre funzioni di nomina elettiva”: questo l'affondo di Ciaschini.
Quanto alla provenienza territoriale dei magistrati reclamata da Bossi, Cascini ha aggiunto: “Appare sconcertante che ancora oggi si debbano sentire manifestazioni di razzismo legate alla provenienza regionale dei funzionari dello Stato, ed è molto grave che una così grande offesa alla Costituzione venga da un ministro della Repubblica”.
Due interventi di Bossi
In effetti il ministro delle Riforme nei giorni scorsi, in piena campagna elettorale in Veneto, era intervenuto su questo tema in ben due occasioni. Prima, venerdì scorso, annunciando che “tra poco i magistrati saranno eletti dal popolo. Il Veneto avrà i suoi magistrati perché non se ne può più di non avere neppure un magistrato veneto. E credo che questo si possa fare ancor prima di andare al voto”.
Un annuncio che aveva tra l'atro trovato la condivisione del ministro per l'Attuazione del programma, Gianfranco Rotondi. Poi, sabato, sempre in campagna elettorale in Veneto, Bossi si è ripetuto dicendo che “il prossimo passo dopo il federalismo è quello dell'elezione da parte dei popoli dei magistrati perché ogni popolo deve avere la propria possibilità di esprimersi. Bisogna fare come con i cantoni in Svizzera”.
Tutte le componenti dell'Anm contrarie
Ma oggi i magistrati hanno fatto sentire la loro voce. Tutte le componenti dell'Anm, infatti, si sono trovate compatte a criticare il leader della Lega Nord. E oltre al segretario, Ciascini, anche altri esponenti dell'associazione hanno risposto per le rime al ministro delle Riforme. Fabio Roia, di Unicost, ha detto: “Non si capisce il senso della proposta di Bossi alla luce dei principi costituzionali e delle opinioni culturali che vogliono i magistrati non politicizzati. Il magistrato, inoltre, è espressione di identità nazionale e trovare magistrati legati a territorialità regionali sarebbe introdurre un sistema dirompente per l'applicazione della legge che deve trovare sempre dei riferimenti nazionali”.
I magistrati sono italiani e basta
Sempre sul tema dei magistrati veneti Ciro Riviezzo, di Movimento per la giustizia, ha replicato: “I magistrati sono italiani e basta”. Cosimo Maria Ferri, di Magistratura indipendente, invece, è andato oltre indicando la strada da intraprendere per snellire l'iter dei processi: “Occorre piuttosto che con la politica si passi a riforme serie: c'è l'esigenza di un tavolo comune per riformare in modo serio il processo civile e quello penale. Non partendo da riforme ordinamentali che non risolvono il problema della ragionevole durata dei processi. Ma attraverso un'intesa e una sinergia con gli enti locali e territoriali per far funzionare al meglio gli uffici giudiziari”.
Il Salvagente - Ultimo aggiornamento: 18/05/09
Per Umberto Bossi l’elezione dei pm sarebbe una «scelta di democrazia», ma l’Anm insorge: «Così si calpesta la Costituzione e si provoca la politicizzazione delle toghe».
La proposta fatta tre giorni fa dal ministro per le Riforme anche per il centrosinistra è «inaccettabile».
Niccolò Ghedini, consigliere del premier per la giustizia, attacca l’Anm «arroccata sui privilegi di casta» e invita alla cautela. «L’idea è percorribile, ma va valutata con attenzione per verificare la possibilità di un intervento a Costituzione vigente». Ghedini ricorda che l’ipotesi di eleggere i Pm (come in Usa o in Svizzera) è già anticipata nel ddl sulla giustizia, per le udienze di fronte al giudice di pace.
Giuseppe Consolo, ex-An, trova l’idea «buona ma prematura», mentre Giulia Bongiorno teme che così non si garantirebbe l’indipendenza dei pm e il sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano propone all’Anm di discuterne senza «demonizzazioni».
Se fossero scelti dal popolo come vorrebbe Bossi, per Lanfranco Tenaglia del Pd i Pm «sarebbero espressione di parte e non tutela dell’interesse dei cittadini».
Antonio Di Pietro attacca, schierandosi con l’Anm: «Semmai il magistrato dovrebbe esercitare dove non ha alcun rapporto personale pregresso». Proposta «ridicola», per Michele Vietti dell’Udc.
Che le toghe siano preoccupate lo dimostrano anche le reazioni dal Csm delle varie correnti. «Il magistrato è espressione di identità nazionale - dice Fabio Roia di Unicost -, non può essere legato a territorialità regionali».
Critico anche Cosimo Maria Ferri, togato di Magistratura indipendente, che propone però una maggiore «collaborazione territoriale» per far funzionare la giustizia. Solo una proposta «campata in aria», la definisce Ciro Riviezzo del Movimento per la giustizia. Dice no anche il Procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso.
Di Loredana Morandi (del 19/05/2009 @ 02:16:10, in Magistratura, linkato 1361 volte)
Lettera al Presidente Napolitano dai Lavoratori del Tribunale di Milano
Di Loredana Morandi (del 19/05/2009 @ 07:51:06, in Sindacati Giustizia, linkato 1165 volte)
Lettera dei Lavoratori degli Uffici Giudiziari di Milano
Suo preg.mo Ufficio Stampa
Consigliere Dott. Pasquale Cascella
Agenzie di Stampa Nazionali e Testate Giornalistiche
i Lavoratori degli Uffici Giudiziari di Milano, con la presente, si pregiano di inoltrare alla Sua Onorevole attenzione la Lettera Appello ad Ella rivolta, che sarà pubblicata nell'edizione del 27 maggio prossimo del Quotidiano Leggo di Roma.
L'appello dei Lavoratori degli Uffici Giudiziari si rivolge a Lei Presidente, nella Sua qualità istituzionale di Capo dello Stato ed in quella di rilevanza Costituzionale di Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, la cui funzione è preposta alla cura dell'organizzazione e del funzionamento dei servizi relativi alla Giustizia, ed alla garanzia dell'autonomia ed indipendenza di Essa.
RingraziandoLa fin da ora, Onorevole Presidente Napolitano, per la sollecita attenzione che Ella vorrà concedere al nostro Appello, portiamo a Sua conoscenza che per la Prima volta nella storia italiana, Tutti i Lavoratori degli Uffici Giudiziari di Milano si sono AutoTassati per acquistare uno spazio editoriale, che consenta a noi una "Viva Voce" per raggiungerLa, mentre Ella assolve alle Sue funzioni e ai Suoi molteplici impegni istituzionali, in merito all'emergenza vertenziale della Giustizia in Italia.
Si ringrazia, inoltre, la Libera Stampa per l'attenzione che vorrà concedere a questa iniziativa autoconvocata dal basso dai Lavoratori degli Uffici Giudiziari.
Allegato 1: Lettera al Presidente Napolitano + Firme Lavoratori
- Trasmette il comunicato dei Lavoratori degli Uffici Giudiziari di Milano
Di Loredana Morandi (del 19/05/2009 @ 09:13:06, in Sindacati Giustizia, linkato 1162 volte)
20/08/2019 @ 19.30.38