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Timestamp: 2020-03-28 20:36:58+00:00
Document Index: 98079285

Matched Legal Cases: ['art. 10', 'art. 2', 'art. 17', 'sentenza ', 'art. 97', 'art. 2', 'art. 2059', 'art. 2043', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 17', 'sentenza ', 'art. 6', 'art. 2043', 'art. 120', 'art.109', 'art. 11', 'art. 10', 'art. 2', 'art. 108', 'art. 108', 'art. 2', 'art. 97', 'art. 108', 'art. 700', 'art. 108', 'art. 2043', 'art. 2043', 'art. 2598', 'art. 2598', 'art. 2598', 'art. 2598', 'art. 2059', 'art. 2059', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 2059', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 2043', 'art. 2059', 'art. 2', 'art. 2059', 'art. 2059', 'art. 2', 'art. 9', 'art. 1', 'art. 9', 'art.117', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 9', 'art. 9', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 2059', 'art. 9', 'Cass. Sez. ', 'sentenza ']

La tutela dell’immagine dei beni culturali
Altalex 19/12/2018
Quando si vive in una società tecnologica ed ampiamente informatizzata come quella attuale, diventa inevitabile interrogarsi sulle nuove forme in cui i tradizionali valori umani e sociali abbiano trovato espressione. I fondamenti e le esigenze di una società spesso non mutano, ma si manifestano con mezzi ed espressioni diversi, frutto di un costante e sempre più rapido progresso. Basti pensare alla proprietà che, nel tempo, è stata sempre più estesa a dimensioni ben lontane dalle tradizioni fondiarie che erano familiari alle prime impostazioni codicistiche. Ciò costringe a compiere un continuo sforzo per individuare , alla luce dei principi costituzionali, gli interessi meritevoli di tutela e gli strumenti più adeguati ad assicurarne una efficace protezione
Dagli interrogativi e dal contesto sopra descritti non si sottraggono certamente i temi dei diritti all’immagine e della tutela dei beni culturali. Invero, detti argomenti vengono a rivestire centrale importanza in una società sempre meno abituata a rapportarsi con una dimensione tangibile del patrimonio e dell’identità, ma, al contrario, orientata verso segni, marchi, beni immateriali e valori estetici. L’immagine ed i beni culturali, in particolare, assumo rilievo non solo individualmente, ma anche nel loro reciproco rapporto.
In tal senso, un valido riferimento verrà offerto dalle recenti pronunce di un sempre più dinamico panorama giurisprudenziale, concernenti la possibilità di inibire la riproduzione dell’immagine di un bene culturale in qualsiasi forma o strumento, anche informatici. Occorre dunque chiedersi se i beni culturali abbiano una immagine da tutelare in via autonoma, ed ancora, se sia astrattamente configurabile un diritto all’immagine dei beni culturali meritevole di tutela.
1. Una premessa metodologica: alle radici dei concetti di immagine e bene culturale
2. L’immagine e i beni culturali nella concezione tradizionale del diritto
3. Le lacune nella attuale impostazione normativa e le potenzialità applicative della normativa sulla tutela dei beni culturali
4. I fondamenti per la teorizzazione di un diritto non patrimoniale all’immagine dei beni culturali in capo all’Amministrazione, alla luce di recenti sviluppi della giurisprudenza su casi di eclatante fama
4.1. I recenti pronunciamenti della giurisprudenza e la questione sottesa
4.2. I fondamenti per una teorizzazione di sistema costituzionalmente orientata
Al fine di cercare una risposta gli interrogativi sopra prospettati, occorre necessariamente partire dai concetti di immagine e di bene culturale. Invero, stante che il diritto è un fenomeno prodotto dalla realtà sociale e culturale di un popolo, appare imprescindibile, per una corretta esegesi, una breve analisi filologica che consenta di individuare l’esatto significato dei termini chiamati ad interagire.
Per immagine, si intende la forma esteriore degli oggetti corporei in quanto percepita attraverso il senso della vista o del tatto. Ma è anche la forma esteriore di un oggetto corporeo che rimane impressa su di un supporto, in una lastra o pellicola o carta fotografica, su di una memoria artificiale: si parla così di riproduzione, concetto che più propriamente evoca il ricorso ad un mezzo meccanico che consente la duplicazione, termine in relazione al quale si suole indicare, quali sinonimi, quello di figura, illustrazione, copia più o meno esatta. Per immagine, dunque, si intende sia la rappresentazione concreta e sensibile di una cosa o di un’idea astratta, concetto legato ad un oggetto, sia, ancora, la rappresentazione mentale di cosa vera o di un’idea astratta, per opera dalla memoria o della fantasia, concetto, questo, che evoca quello di visione o idea[1]
Il concetto di immagine come rappresentazione ha avuto una sua elaborazione soprattutto in campo filosofico. Platone, nella Repubblica[2], sostiene che la rappresentazione (eikasìa) è un'immagine simile alla cosa reale da cui proviene e che si riflette nell'anima, dunque nella persona. Aristotele, nell'ambito del processo conoscitivo d'astrazione per la formazione dell'universale, ritiene che la rappresentazione (phantasia) sia qualcosa di intermedio tra la sensazione ed il concetto, cioè l’idea.[3] In quanto rappresentazione, l’immagine è anche una delle modalità con cui la persona viene a contatto e conosce la realtà. L’immagine è, pertanto, uno strumento di conoscenza: l’uomo oggi conosce mediante immagini, la società moderna è spesso definita una società dell’immagine. Ed anzi, è possibile affermare che, in ambito conoscitivo, l’immagine abbia acquisito il predominio sulla parola: il pensiero umano procede, oltre che mediante concetti, tramite immagini. L’immagine è qualcosa che si lega concettualmente alla cosa reale, al bene, ma si riflette nella persona.[4]
Al termine di questa breve ma necessaria digressione sul significato della parola immagine, è possibile affermare che il concetto che essa evoca abbia in sé tanto l’idea di cosa, da cui promana, quanto quella di persona, di cui è il riflesso. Nel concetto di immagine sono inscindibilmente compresenti una componente tanto materiale quanto immateriale, in costante tensione fra mondo fenomenico e persona.
Quanto al significato di bene culturale, il termine bene è evocativo di una res, una cosa, mentre l’aggettivo culturale può assumere una valenza semantica assai ampia, e muta di significato a seconda dell’ambito disciplinare in cui viene impiegato (filosofia, antropologia, sociologia): in uno studio, sono state individuate oltre 200 definizioni di cultura.[5] In ambito di tutela, il concetto assunto deriva dall’antropologia ed indica quell’insieme di conoscenze, di valori, di tradizioni, modelli di comportamento e attività materiali che caratterizzano il modo di essere di un popolo, la sua identità. Cultura si presenta come sinonimo di civiltà, ma anche come identità di un popolo.
Bene culturale, dunque, deve essere inteso come bene – di – cultura, che appartiene alla cultura, alla storia, alla civiltà, alla storia della civiltà di una comunità di persone, di un popolo. Come nel concetto di immagine, anche in quello di bene culturale coesistono tanto l’idea di cosa, quanto l’idea di persona, o meglio, di un gruppo di persone, di una comunità, e, in quanto testimonianza ed eredità del passato, il bene culturale è uno strumento di conoscenza, di trasmissione di valori, spesso i più alti.
A conclusione di tale breve disamina, è possibile, pertanto, affermare che non solo il concetto di immagine ma anche quello di bene culturale rimandino entrambi tanto al concetto di cosa quanto a quello di persona. Rimane da analizzare come questi aspetti vengano ad interagire nelle norme disciplinano i diritti all’immagine e la tutela dei beni culturali.
Se, come appena dimostrato, le idee di persona e cosa sono coessenziali tanto nell’idea di immagine quanto in quella di bene culturale, nell’ambito del diritto, secondo una tradizione assai risalente, si assiste ad una netta distinzione: il diritto all’immagine appare legato alla persona, ed in particolare ai diritti della persona, mentre il bene culturale, in quanto anzitutto res, viene ricondotto in ambito proprietario, dominicale.
Ed invero, ai sensi dell’art. 10 c.c. il diritto all’immagine è un diritto della personalità tutelato dal divieto dell’abuso fatto da altri della immagine propria e dei propri congiunti. Il diritto all’immagine, visto in negativo, è la facoltà di una persona di impedire l’utilizzo e la divulgazione (esposta o pubblicata) della propria immagine al di fuori dei casi consentiti dalla legge, ovvero, nei casi in cui sia consentita, qualora avvenga con pregiudizio all’onore o alla reputazione. Analoghe le norme sul diritto al ritratto di una persona, artt. 96 e 97 della legge sul diritto d’autore, n. 633/41.
Quanto alla definizione di beni culturali, il termine è stato utilizzato per la prima volta nella Convenzione dell’Aia del 1954 dedicata alla protezione dei beni culturali in caso di conflitto. Nella tradizione, infatti, si soleva parlare di monumentum, la cui etimologia rimanda al verbo monere” ammonire, far ricordare” ed indica il senso di ammonimento , di richiamo del passato per il presente.[6] Ad oggi, per la definizione di beni culturali, occorre far riferimento agli artt. 2 e 10 del D.Lgs. n. 42/04, il Codice dei Beni Culturali (CBC). L’art. 2, intitolato “Patrimonio culturale”, al comma 1 prevede che il patrimonio culturale è costituito dai beni culturali e dai beni paesaggistici, mentre, al comma 2, precisa che sono beni culturali le cose immobili e mobili che, ai sensi degli articoli 10 e 11, presentano interesse artistico, storico, archeologico, etnoantropologico, archivistico e bibliografico e le altre cose individuate dalla legge o in base alla legge quali testimonianze aventi valore di civiltà.
Appare, dunque, come il concetto codicistico di bene culturale sia saldamente ancorato al concetto di res, ad una visione dominicale, proprietaria, del bene. Quindi, immagine e bene culturale apparirebbero due mondi apparentemente incomunicabili. Tuttavia, il quadro dottrinale e giurisprudenziale intorno alla lettera legislativa si è, nel tempo, rivelato tutt’altro che statico.
Secondo il fulgido insegnamento di M.S. Giannini, il bene culturale "non è bene materiale, ma immateriale: l'essere testimonianza avente valore di civiltà è entità immateriale che inerisce ad una o più entità materiali, ma giuridicamente è da queste distinte, nel senso che esse sono supporto fisico ma non bene giuridico".[7] E nella incessante opera della giurisprudenza di adeguamento delle categorie giuridiche alle mutate esigenze sociali, si è assistiti ad un graduale ampliamento della la portata del danno all’immagine, riconosciuto anche in favore delle persone giuridiche, inteso quale danno reputazionale, da perdita di prestigio e di fiducia collettiva nelle istituzioni. Si ammette, dunque, il risarcimento del danno all’immagine della pubblica amministrazione quale danno identificabile nella lesione dell’interesse dello Stato all’immagine, al prestigio ed all’efficienza dell’amministrazione. In realtà, tanto la persona fisica quanto la persona giuridica sono entrambi dotati di soggettività giuridica e sono entrambi soggetti di diritto. Il passo da compiere in termini di estensione della tutela era abbastanza agevole.
Senonché, in materia, si è assistito ad un arresto normativo: con il d.l. n. 78/09, art. 17 comma 30 ter, convertito nella legge n. 102/09, cd. “lodo Bernardo” dal nominativo del parlamentare proponente, la risarcibilità del danno all’immagine della pubblica amministrazione è stata limitata ai soli casi previsti dall'articolo 7 della legge 27 marzo 2001, n. 97, ossia per i delitti contro la pubblica amministrazione previsti nel capo I del titolo II del libro secondo del codice penale. La norma è stata in seguito abrogata per effetto del D.Lgs n. 174 del 26.08.2016 , Codice di giustizia contabile. Tuttavia essa ha dato origine ad ampio dibattito sulla teorizzazione giuridica del diritto all’immagine della pubblica amministrazione.
In particolare, sollevate numerose questioni di legittimità costituzionale, la Corte Costituzionale con sentenza del 15.12.2010 n. 355 ha fatto salvo l’intervento normativo, enunciando, per quel che interessa ai fini della presente indagine, due rilevanti principi di diritto: il primo, è che in materia di danno all’immagine della PA, la norma costituzionale ad offrire fondamento alla rilevanza di tale diritto è l’art. 97 Cost, ossia il principio di imparzialità ed efficienza della pubblica amministrazione, e non l’art. 2 Cost., ossia la violazione di diritto costituzionalmente protetti della persona umana, norma invocata dai giudici remittenti; il secondo, non meno rilevante, è che il danno all’immagine, ed anche quello della PA, ha natura non patrimoniale, ex art. 2059 c.c., aspetto da non confondere con quello della quantificazione monetaria del pregiudizio subìto.
Tuttavia, la Suprema Corte, in sede penale, ha ampliato la portata applicativa della danno all’immagine della pubblica amministrazione , in ragione dell’art. 2043 c.c., norma di carattere generale, e dato atto che la sentenza della Corte Costituzionale è una sentenza di rigetto e pertanto priva di efficacia "erga omnes", ha optato per un'interpretazione dell'art. 17, comma 30 ter diversa e più ampia rispetto alla sentenza costituzionale n. 355/2010, giungendo ad affermare che il danno all’immagine sussiste anche nella diversa ipotesi di illeciti penali di natura comune, ma pur sempre commessi da pubblici dipendenti,[8] con la conseguenza che se l’illecito penale per reati diversi da quelli contro la pubblica amministrazione è commesso da un privato ai danni dell’Amministrazione, non vi è spazio per il risarcimento del danno all’immagine.
Ad ogni modo, la tematica del danno all’immagine della pubblica amministrazione viene pur sempre a collocarsi concettualmente nell’ambito del danno alla persona, quale ente giuridico di diritto pubblico.
Ciò premesso, se la storia del diritto è fatta di continuità e discontinuità, la pronuncia n° 18218 dell’11.08.2009 della Suprema Corte di Cassazione costituisce un importante punto di approdo nel riconoscimento del diritto al risarcimento del danno all’immagine dei beni. In detto caso, era accaduto che l’immagine di una barca a vela che aveva gareggiato in importanti competizioni sportive era stata utilizzata all’interno di un calendario promozionale, e nella vela era stato apposto il nominativo della società cartiera distributrice del calendario, quasi a voler far intendere che tale società fosse da annoverarsi fra gli sponsor. Sull’altrui immagine era stato inserito il proprio marchio senza il previo consenso dell’avente diritto, da qui l’azione risarcitoria.
La Suprema Corte, nel riformare la decisione di rigetto della domanda dei giudici di merito, muove da una constatazione di tipo fattuale: la notorietà di alcuni beni comporta la possibilità dello sfruttamento economico della loro immagine. E’ stato così affermato il principio che la tutela civilistica del nome e dell’immagine, ai sensi degli art. 6, 7 e 10 c.c., è invocabile non solo dalle persone fisiche, ma anche da quelle giuridiche e dai soggetti diversi dalle persone fisiche e che, nel caso di indebita utilizzazione della denominazione e dell’immagine di un bene, la tutela spetti al titolare del diritto di sfruttamento economico dello stesso.
Inoltre, ha precisato la Suprema Corte, in tema di contratti c.d. di sponsorizzazione - nei quali beni particolarmente noti ed ammirati, inseriti in circuiti di manifestazioni seguite da un vasto pubblico ed utilizzati come veicolo di diffusione di messaggi pubblicitari - la tutela dei diritti all’immagine ed alla denominazione del bene risulterebbe pregiudicata qualora si consentisse a chiunque di appropriarsene a scopi pubblicitari, senza ottenere il consenso dei titolari e senza pagare le dovute royalties. Si è ritenuto, dunque, che il danno, patrimoniale e non, causato da tale comportamento illecito è da risarcire, ai sensi degli art. 2043 e 2059 c.c., sotto il profilo sia del c.d. annacquamento della denominazione e dello svilimento dell’immagine del bene, ove soggetta a diffusione non controllata, sia del pregiudizio economico per il mancato esborso del prezzo, che comunemente è dovuto per campagne pubblicitarie similari.
Pertanto, la Cassazione, nel riconoscere la sussistenza di un diritto sull’immagine e sul nome di un bene, ci fa assistere ad un procedimento di astrazione: riconosce, invero, autonoma valenza giuridica all’immagine in sé, indipendentemente se promani da un bene o da una persona, che assurge così a bene giuridico ritenuto meritevole di tutela.
Benché possa apparire contraddittorio ritenere che l’immagine possa avere un destino proprio rispetto all’oggetto da cui prende origine, occorre prendere atto che il distacco si è consumato definitivamente nell’odierna società dell’informazione e della diffusione dati.[9]
A questo punto dell’analisi, occorre verificare se via sia spazio, all’interno del codice dei beni culturali, per la tutela dell’immagine dei beni culturali.
Anzitutto, la parola immagine o immagini compare, nella versione originaria del codice, sei volte in tre norme: art. 120, relativamente all’immagine dell’impresa; art.109, relativamente al catalogo di immagini fotografiche; art. 11, con riferimento alla sequenza di immagini in movimento.
Fra le norme di interesse, l’articolo 106 prevede che il Ministero, le Regioni e gli altri enti pubblici territoriali possono concedere l’uso dei beni culturali che abbiano in consegna, per finalità compatibili con la loro destinazione culturale. Per i beni in consegna al Ministero, il soprintendente determina il canone dovuto e adotta il relativo provvedimento. Inoltre, l'articolo 107 è composto da due commi: nel primo, si indica la possibilità da parte degli enti pubblici di consentire la riproduzione, nonché l’uso strumentale, dei beni culturali in loro consegna, fatte salve le disposizioni in materia di diritto d'autore e quelle del successivo comma secondo, in cui si dice di regola vietata la riproduzione tramite calchi dagli originali di sculture o di opere a rilievo. L'articolo 108, infine, prevede il pagamento di un corrispettivo per la riproduzione, determinato dall'autorità che ha in consegna il bene in considerazione di modi e finalità della riproduzione che tenga conto, in particolare, del carattere delle attività cui si riferiscono le concessioni d'uso, dei mezzi e delle modalità di esecuzione delle riproduzioni, del tipo e del tempo di utilizzazione degli spazi e dei beni, dell'uso e della destinazione delle riproduzioni, nonché dei benefici economici che ne derivano al richiedente.
Nella sua versione originaria, dunque, il codice prevedeva che le forme di riproduzione per le quali non era dovuto alcun corrispettivo fossero l’uso personale, i motivi di studio e l’uso effettuato da soggetti pubblici per finalità di valorizzazione. Tuttavia, se è pur vero che in tali disposizioni non si rinviene un riferimento esplicito all’ immagine dei beni culturali, è altrettanto indubbio che venga tutelata l’immagine dei beni: il concetto di riproduzione, secondo quanto più sopra illustrato, è sinonimo di immagine.
Nel momento in cui il legislatore ha previsto una previa autorizzazione ed il pagamento di un corrispettivo per il diritto di riproduzione dell’opera, o meglio il diritto di riproduzione della sua immagine, ha riconosciuto piena tutela al diritto all’immagine dei beni culturali. Tale tutela è presente sia nella fase di preventivo rilascio dell’autorizzazione, che richiede un vaglio di compatibilità dell’uso personale per finalità economiche con la destinazione culturale del bene, sia successivamente, con il versamento di un corrispettivo determinato dall’amministrazione concedente che ha in consegna il bene.
E’ possibile, dunque, affermare che il legislatore, attraverso la previsione degli artt. 106-108 CBC, abbia inteso tutelare l’immagine dei beni culturali sotto il profilo economico – patrimoniale. Il meccanismo è simile a quello previsto dall’art. 10 c.c., per la tutela dell’immagine della persona: occorre il previo consenso dell’avente diritto, salvo i casi previsti dalla legge e sempre che non vi sia pregiudizio del decoro o della reputazione.
Altro riferimento, ancora una volta implicito, all’immagine dei beni culturali si rinviene nella legge 9 gennaio 2008 n. 2 intitolata “Disposizioni concernenti la Societa' italiana degli autori ed editori”. Nel gennaio del 2007 il Polo Museale Fiorentino aveva diffidato Wikipedia dal pubblicare immagini di opere d’arte senza il preventivo assenso dell’Amministrazione. Ne seguì un dibattito culturale e politico che approdò in Parlamento con l’approvazione della Legge n.2/08. L’art. 2 di detta legge, intitolato “Usi liberi didattici e scientifici” testualmente recita: “Dopo il comma 1 dell'articolo 70 della legge 22 aprile 1941, n. 633, e successive modificazioni, è inserito il seguente: «1-bis: “E' consentita la libera pubblicazione attraverso la rete internet, a titolo gratuito, di immagini e musiche a bassa risoluzione o degradate, per uso didattico o scientifico e solo nel caso in cui tale utilizzo non sia a scopo di lucro. Con decreto del Ministro per i beni e le attività culturali, sentiti il Ministro della pubblica istruzione e il Ministro dell'università e della ricerca, previo parere delle Commissioni parlamentari competenti, sono definiti i limiti all'uso didattico o scientifico di cui al presente comma».
Veniva così consentita la libera pubblicazione su internet di immagini a bassa risoluzione o degradate dei beni culturali. Difatti, se è pur vero che anche in questo caso non si rinviene, nella previsione normativa, un riferimento esplicito all’ immagine dei beni culturali, è comunque indubbio il rimando a quel concetto.
Occorrerà attendere il D.L. n. 83/14 convertito nella legge n. 106/14, con cui è stato novellato l’art. 108 CBC con l’aggiunta del comma 3 bis, affinché si parli espressamente di immagini di beni culturali:
“Sono in ogni caso libere le seguenti attività, svolte senza scopo di lucro, per finalità di studio, ricerca, libera manifestazione del pensiero o espressione creativa, promozione della conoscenza del patrimonio culturale:
1) la riproduzione di beni culturali diversi dai beni archivistici sottoposti a restrizioni di consultabilità ai sensi del capo III del presente titolo, attuata nel rispetto delle disposizioni che tutelano il diritto di autore e con modalità che non comportino alcun contatto fisico con il bene, ne' l'esposizione dello stesso a sorgenti luminose, né all'interno degli istituti delta cultura, l’uso di stativi o treppiedi;
2) la divulgazione con qualsiasi mezzo delle immagini di beni culturali, legittimamente acquisite, in modo da non poter essere ulteriormente riprodotte a scopo di lucro”.
Il che significa, con ragionamento a contrario, che la divulgazione con qualsiasi mezzo delle immagini dei beni culturali svolte con fine di lucro non è da considerare libera, di talché ne esce confermata, anche dopo la novella del 2014, l’impostazione originaria del codice per la quale, per le riproduzioni con finalità di sfruttamento economico delle immagini dei beni culturali occorre un previo titolo abilitativo, mentre solo in assenza di un fine di lucro la riproduzione è da ritenere libera.
Sempre più spesso si riscontra su internet e sui social un utilizzo improprio delle immagini di opere universali, utilizzate in campagne pubblicitarie, spesso condotte a livello mondiale, dove risultino alterati, traditi, stravolti i valori di cui l’opera è portatrice. In questa luce, non è un caso che l’articolo 106 del Codice dei Beni Culturali preveda che il Ministero, le Regioni e gli altri enti pubblici territoriali possono concedere l’uso dei beni culturali cha abbiano in consegna per finalità compatibili con la loro destinazione culturale (vedasi anche gli artt. 20 e 55 CBC). Tale norma, troppo spesso sottovalutata, indica il principio informatore che presiede alla valutazione cui è chiamata l’Amministrazione sull’opportunità di concedere o meno un uso particolare del bene, ossia sulla compatibilità di tale uso con la destinazione culturale del bene.
In particolare, occorre individuare le conseguenze di un utilizzo dell’immagine senza previo assenso dell’Amministrazione, distinguendo il caso in cui il consenso, se richiesto, sarebbe stato concesso perché ritenuto compatibile con la destinazione culturale del bene, dall’ipotesi in cui detto assenso non avrebbe potuto essere concesso, stante il mancato rispetto della sua destinazione culturale (o, evenienza ancor più grave, il caso in cui l’utilizzo sia avvenuto nonostante un divieto espresso dell’Amministrazione). Nella prima eventualità, dovrà essere corrisposto, a titolo risarcitorio, il c.d. prezzo del consenso, ossia una somma pari al compenso che sarebbe stato corrisposto, secondo i parametri previsti dall’art. 108 del codice, qualora l’autorizzazione fosse stata rilasciata. Nella seconda ipotesi, invece, si realizza un ulteriore danno , da svilimento dell’immagine, anch’esso da risarcire.
Merita qui richiamare, in ordine alla natura del danno all’immagine, l’insegnamento della Corte Costituzionale, che in occasione della pronuncia n° 355/10 prima citata, ha avuto modo di precisare la natura non patrimoniale del danno all’immagine, anche di quello della pubblica amministrazione, sebbene con la precisazione che quest’ultimo sia da ricondurre non all’art. 2 Cost., violazione dei diritti della persona, ma all’art. 97 Cost, norma riguardante le pubbliche amministrazioni.
Tuttavia, recenti pronunciamenti giurisprudenziali paiono suggerire, più o meno indirettamente, l’apertura verso un’impostazione teorica nuova, ove il diritto all’immagine in capo alla Pubblica Amministrazione ed il concetto di immagine di cui alla normativa sulla tutela dei beni culturali paiono fondersi con coerenza e logica di sistema. In particolare, assumono rilievo le decisioni de Tribunale di Firenze n. 13758/2017 del 25/10/2017 e del Tribunale di Palermo n. 4901 del 21/09/2017.
Con la seconda delle due pronunce, è stato affermato il diritto in capo ad una fondazione, di ottenere il pagamento di un canone ex art. 108 CBC per l’utilizzo non consentito dell’immagine del Teatro Massimo di Palermo, quale danno di natura patrimoniale. Quanto al danno non patrimoniale, questo è stato negato. Inteso anzitutto come riferito alle persone giuridiche, di tipo reputazionale, è stato escluso in quanto le riproduzioni non sono state ritenute denigratorie o lesive del valore storico artistico del bene. E’, quindi, percepibile una sorta di asimmetria nella decisione. Da una parte, si ha la tutela dell’immagine di un bene culturale, ma, dall’altra non si trova l’affermazione del corrispondente diritto all’immagine del bene culturale.
Si assiste così ad un divario fra immagine della persona giuridica ed immagine del bene.
Su simile questione si pone la decisione del Tribunale di Firenze, che merita un breve approfondimento. Con la pronuncia in parola, il Tribunale di Firenze ha accordato tutela cautelare in via d’urgenza ai sensi dell’art. 700 c.p.c. all’immagine del David di Michelangelo. Per la prima volta, a quanto consta, una decisione ha sancito la possibilità di inibire la riproduzione dell’immagine di un bene culturale in qualsiasi forma o strumento, anche informatici, ordinando la rimozione di ogni sua figura dal sito internet della società responsabile di suo illecito utilizzo a fini commerciali, e suscitando così il prevedibile interesse dei media, non solo per la notorietà dell’opera in questione, ma anche per le possibili ricadute applicative di un siffatto precedente.
Il caso nasce dall’utilizzo dell’immagine del David di Michelangelo da parte di una società privata per pubblicizzare la propria attività di visite guidate in alcuni musei italiani, fra cui la Galleria dell’Accademia, ove la celebre statua è esposta al pubblico. L’immagine del David veniva utilizzata, senza autorizzazione, sul sito internet della società, nonché sulle brochure pubblicitarie distribuite dalla stessa all’ingresso del museo.
L’azione introduttiva del giudizio veniva prospettata dalla Avvocatura dello Stato , nell’interesse del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo sotto un triplice profilo:
violazione dell’art. 108 del Codice dei Beni Culturali in relazione all’art. 2043 c.c., per aver utilizzato dell’immagine del David di Michelangelo senza la prescritta autorizzazione della Galleria dell’Accademia, ente che ha in consegna il bene;
violazione degli artt. 6, 7 e 10 del c.c., diritto al nome ed all’immagine, alla luce della decisione della Suprema Corte di Cassazione n. 18218 dell’11.08.2009 per la quale la tutela dei diritti all’immagine e alla denominazione del bene risulterebbe pregiudicata qualora si consentisse a chiunque di appropriarsene a scopi pubblicitari, senza ottenere il consenso dei titolari e senza pagare le dovute royalties, con la conseguenza che il danno, patrimoniale e non, causato da tale comportamento illecito è risarcibile, ai sensi degli art. 2043 e 2059 c.c., sotto il profilo sia del c.d. annacquamento della denominazione e dello svilimento dell’immagine del bene, sia del pregiudizio economico per il mancato esborso del prezzo;
violazione dell’art. 2598 c.c., atti di concorrenza sleale: dopo aver premesso che le regole di concorrenza sleale trovano applicazione anche per la PA che svolge attività imprenditoriale in regime di concorrenza, da intendere come contemporaneo esercizio da parte di più imprenditori della medesima attività commerciale nel medesimo ambito territoriale, rilevato che tanto la Galleria dell’Accademia per il tramite di concessionario, quanto la società destinataria del ricorso vendono al pubblico i biglietti di ingresso al museo e svolgono dunque la medesima attività ed in favore della medesima clientela, nell’evidenziare che nelle brochure pubblicitarie si prospettavano vantaggi e sconti di prezzo che in realtà erano frutto dell’attività di promozione svolta dalla Galleria dell’Accademia, si ritenevano esistenti i presupposti per la tutela della concorrenza sleale sotto il profilo della confusione (art. 2598 n. 1 c.c.), dell’appropriazione dei pregi dei prodotti o dell’impresa altrui (art. 2598 n. 2 c.c.), della scorrettezza professionale (art. 2598 n. 3 c.c.).
Il Tribunale di Firenze, nell’accogliere la prima delle tre possibili soluzioni interpretative proposte, pur ritenendo necessario dover precisare in che termini nome ed immagine del Ministero fossero stati abusivamente spesi, lasciando così sottendere che l’immagine da tutelare è quella della pubblica amministrazione, ha tuttavia riconosciuto ampia tutela all’immagine del David di Michelangelo, con ordine di inibizione della riproduzione a fini commerciali dell’immagine o di parti di essa in qualsiasi forma o strumento, anche informatici, con ordine di ritiro immediato dal commercio e di distruzione del materiale pubblicitario, di rimozione dal sito internet di ogni riproduzione anche parziale dell’immagine , di pubblicazione del provvedimento su tre quotidiani nazionali e tre periodici, con previsione di rilevanti astreintes per ogni giorni di ritardo nell’esecuzione del provvedimento.
E’ innegabile che con un siffatto provvedimento la tutela dell’immagine di un bene culturale abbia trovato espresso riconoscimento.
Ma l’ordinanza è una importante occasione per alcune riflessioni sul tema dell’immagine dei beni, in particolar modo dei beni culturali.
Per tentare di superare la situazione di impasse evidenziata dai Tribunali di Firenze e di Palermo, occorre volgere lo sguardo a ciò che è accaduto in materia di diritti della personalità.
La tutela dei diritti della persona ha conosciuto negli ultimi anni una complessa evoluzione, in particolare con riferimento alla portata e all’ampiezza del risarcimento del danno non patrimoniale derivante dalla loro lesione. Come è noto, nelle prime interpretazioni che sono state fornite dell’art. 2059 c.c. – nella parte in cui prevede tale forma di risarcimento soltanto nei casi previsti dalla legge – si riteneva che la legge richiamata fosse esclusivamente quella penale. In tale prospettiva, diretta a valorizzare il profilo sanzionatorio del danno non patrimoniale – il danno non patrimoniale era inteso come danno morale ed era, pertanto, necessario che la condotta posta in essere integrasse gli estremi di un fatto penalmente illecito.[10]
Già relativamente a questa primissima fase, insuperati i limiti posti dall’art. 2059 c.c., merita qui richiamare l’avvenuto riconoscimento, da parte della giurisprudenza, del cd. diritto all’identità personale.
Era accaduto che dal testo di un’intervista resa ad un settimanale dal direttore dell’istituto tumori di Milano, il Prof. Veronesi, era stata estrapolata, per poi esser riprodotta in un inserto di pubblicità redazionale, un’affermazione circa la minor nocività di sigarette leggere. E la Suprema Corte di Cassazione, con sentenza del 22-06-1985, n. 3769, ebbe modo di affermare il seguente principio di diritto: “Nell’ordinamento italiano sussiste, in quanto riconducibile all’art. 2 cost. e deducibile, per analogia, dalla disciplina prevista per il diritto al nome, il diritto all’identità personale, quale interesse, giuridicamente meritevole di tutela, a non veder travisato o alterato all’esterno il proprio patrimonio intellettuale, politico, sociale, religioso, ideologico, professionale”.[11]
Diritto alla identità personale, dunque, come diritto a non vedere alterata la proiezione sociale della propria persona, ossia a veder rispettato e non veder distorto il profilo e l’immagine sociale della persona.[12] Ciò che altresì rileva è il meccanismo di emersione del diritto: applicazione diretta della norma costituzionale in combinato disposto con la norma codicistica, per l’applicazione analogica della disciplina in esso contenuta.
In seguito, la giurisprudenza costituzionale[13] e anche della Suprema Corte di Cassazione[14] – dopo avere spostato il centro dell’analisi sul danneggiato, e, dunque, sui profili restitutori, e dopo avere identificato l’esatta natura del danno non patrimoniale come avulsa da qualunque forma di rigidità dommatica legata all’impiego di etichette o fuorvianti qualificazioni – ha gradualmente esteso la tutela del risarcimento del danno non patrimoniale ex art. 2059 c.c.. In particolare, è stato affermato che esso deve essere riconosciuto, fermo restando la sussistenza di tutti gli altri requisiti richiesti ai fini del perfezionamento della fattispecie illecita, oltre che nei casi specificamente previsti dalla legge – ossia quando il fatto illecito sia astrattamente configurabile come reato o quando ricorra una delle fattispecie in cui la legge espressamente consente il ristoro del danno non patrimoniale – anche al di fuori di una ipotesi di reato.
Quali esempi di detta estensione, possono essere citati i casi di illecito trattamento dei dati personali o di violazione delle norme che vietano la discriminazione razziale, di azione di responsabilità previste dall’art. 2 l. 13 aprile 1988 n. 117, per i danni derivanti da ingiusta privazione della libertà personale nell’esercizio di funzioni giudiziarie; nei casi previsti dall’art. 2 l. 24 marzo 2001 n. 89, per i danni derivanti dal mancato rispetto del termine ragionevole di durata del processo), anche quando viene leso un diritto della persona costituzionalmente tutelato. In tal caso, la vittima avrà diritto al risarcimento del danno non patrimoniale scaturente dalla lesione di tali interessi, che, al contrario delle prime due ipotesi, non sono individuati ex ante dalla legge, ma dovranno essere selezionati caso per caso dal giudice.
La Corte di Cassazione, ha, inoltre, elaborato taluni criteri, idonei a selezionare l’area dei danni effettivamente risarcibili: la lesione deve riguardare un interesse di rilievo costituzionale; l’offesa deve essere grave, nel senso che deve superare una soglia minima di tollerabilità; il danno deve essere risarcito quando non sia futile, vale a dire riconducibile a mero disagio o fastidio. La giurisprudenza ha così ricondotto ad organicità tale sistema, che rimane essenzialmente bipolare, fondandosi sulla risarcibilità del danno patrimoniale ex art. 2043 c.c.e non patrimoniale ex art. 2059 c.c.
Il meccanismo utilizzato dalla giurisprudenza di legittimità è il medesimo: il combinato disposto dell’art. 2 Cost. e dell’art. 2059 c.c., come avallato dalla Corte Costituzionale, che pone l’accento sul fatto che si versa entro il perimetro di diritti fondanti della nostra costituzione, inviolabili e, quindi, non suscettibili di compressione o limitazione, e che l’art. 2059 cc non è un limite, ma uno strumento di selezione di interessi ritenuti meritevoli di tutela. L’argomento utilizzato è, dunque, quello dell’esistenza di diritti fondamentali della persona, diritti inviolabili, che, proprio perché tali, non sono suscettibili di limitazioni normative.
Alla luce di tutte queste premesse, occorre osservare come, fra i principi fondamentali della nostra costituzione, accanto all’art. 2, per il quale” La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”, vi sia anche l’art. 9, secondo cui “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico artistico della Nazione”.
In tal senso, si deve del pari evidenziare come l’art. 1 del Codice dei beni Culturali affermi testualmente: “In attuazione dell’art. 9 della Costituzione, la repubblica tutela e valorizza il patrimonio culturale in coerenza con le attribuzioni dell’art.117 cost e secondo le disposizioni del presente codice”. Inoltre, all’art. 2, prosegue con la definizione di patrimonio culturale, costituito dai beni culturali e dai beni paesaggistici. A tal proposito, si segnala come la Corte Costituzionale, con la sentenza del 17.07.2013 n. 194 abbia evidenziato come il codice dei beni culturali si “autoqualifichi” (art. 1 comma 1) come normativa “di attuazione dell’art. 9 della Costituzione”, assumendo le connotazioni tipiche del “parametro interposto”, alla stregua del quale misurare la compatibilità costituzionale delle disposizioni con esso eventualmente in contrasto. Dunque, un filo diretto fra beni culturali ed art. 9 Cost.: la tutela e la valorizzazione dei beni culturali assurgono a principio fondamentale della Costituzione, principio fondante del nostro ordinamento.
A questo punto, si potrebbe obiettare che sinora la giurisprudenza ha reso operativo quel meccanismo di emersione per il solo art. 2, per i diritti inviolabili della persona. Sennonché è pur vero che sempre la Corte Costituzionale, con sentenza n. 233 del 2003 ha evidenziato che il mutamento legislativo e giurisprudenziale venutosi a realizzare ha fatto assumere all’art. 2059 c.c. una funzione non più sanzionatoria, ma soltanto tipizzante dei singoli casi di risarcibilità del danno non patrimoniale. Ed ancora, deve essere ricordato che nel nostro ordinamento, come è noto, non esiste una norma che imponga la regola dello stare decisis. Infatti, tale regola – per costante e condiviso indirizzo della giurisprudenza di legittimità[15] – costituisce soltanto un valore o, comunque una direttiva di tendenza, immanente nell'ordinamento processuale (soprattutto in tema di norme procedurali per le quali l'esigenza di un adeguato grado di certezza si manifesta con maggiore evidenza), ma la cui presenza è compatibile con la possibilità di discostarsi da un orientamento interpretativo del giudice di legittimità – investito istituzionalmente della funzione della nomofilachia – purché lo si faccia con apprezzabili ragioni giustificative.[16]
Negli ultimi anni si è assistiti ad una accresciuta sensibilità della comunità internazionale nei confronti della tutela dei beni culturali. Si ricorda la grande emozione che ha destato nel mondo la distruzione delle statue dei Buddha in Afghanistan nel 2001/2002. Non meno sconcerto destò la barbara uccisione, il 18.08.2015, di Khaled Al Asaad, direttore, curatore ed organizzatore del museo e del sito archeologico locale di Palmira, reo di non aver rivelato il luogo in cui erano nascoste antiche opere d’arte; e con lui l’antica città venne perduta.
La reazione della comunità internazionale non si è fatta attendere, e, nel settembre 2016, l’autore della distruzione dei mausolei e della biblioteca di Timbuktu veniva processato dalla Corte Penale Internazionale dell’Aja per crimini di guerra e condannato a 9 anni di reclusione oltre al risarcimento dei danni per la violazione dell’articolo 8(2)(e)(iv).[17] Questo qualifica quale crimine di guerra l’attacco intenzionale nell’ambito di un conflitto armato di carattere non-internazionale nei confronti di edifici dedicati al culto, all’educazione, all’arte, alla scienza o a scopi umanitari, monumenti storici, ospedali e luoghi di raccolta di malati e feriti, ove tali luoghi non siano impiegati con finalità militari. Di seguito, il 17 Agosto 2017 la Trial Chamber VIII della Corte Penale Internazionale dava lettura dell’ordine di riparazione a carico del condannato.
Ed ancora, nel G7 della cultura tenuto a Firenze il 30 marzo 2017, è stato ricordato che il patrimonio culturale, in tutte le sue forme, materiale e immateriale, mobile e immobile, quale nesso straordinario tra il passato, il presente e il futuro dell'umanità, contribuisce a preservare l'identità e la memoria dei popoli e favorisce il dialogo e lo scambio interculturale tra tutte le Nazioni, alimentando la tolleranza, la mutua comprensione, il riconoscimento e il rispetto delle diversità. In ossequio a tale riconoscimento è stato rivolto un ulteriore appello agli Stati, affinché agiscano sia per incrementare la propria azione di tutela a conservazione del patrimonio culturale, sia per individuare e condividere le migliori pratiche atte a contrastare ogni forma di attività illecita in questo ambito, comprese le pratiche relative alla tutela del patrimonio in zone di conflitto.
Nella storia dei popoli, spesso all’occupazione militare segue il tentativo di sradicamento di un popolo, affinché sia definitivamente sottomesso e perda di identità, con un’azione definita di genocidio culturale: un popolo, privo di patrimonio culturale, perde di identità, è altro, è il nulla
Alla luce del mutato sentire sociale e delle pressanti richieste di tutela provenienti dalla società civile, è ben possibile ritenere che, attraverso un meccanismo di emersione simile a quello che ha sinora operato per i diritti della personalità, possa trovare riconoscimento, in applicazione dell’art. 9 Cost. ed in relazione agli artt. 106-108 del codice dei beni culturali, il diritto all’immagine dei beni culturali, inteso come diritto all’identità culturale, diritto a non veder travisato o alterato all’esterno quell’insieme di conoscenze, di tradizioni, di valori di modelli comportamentali che caratterizzano il modo di essere di un popolo, limite intrinseco ineludibile per una corretta utilizzazione nonché valorizzazione dei beni culturali.
Relazione tenuta dall’Avvocato dello Stato Piercarlo Pirollo su “La tutela dell’immagine dei beni culturali” in data 17 maggio 2018, nel convegno organizzato dall’Associazione Internazionale per la Protezione della Proprietà Intellettuale sul tema “Beni culturali e proprietà intellettuale”.
[1] Il Vocabolario Treccani, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 2017.
[2] Platone, La Repubblica, VI 509 d-511 e).
[3] Aristotele, L’anima, 428b-432a) (4).
[4] In ambito filosofico, per una teoria dell’immagine, vedasi R. Casati, L’immagine, Introduzione ai problemi filosofici della rappresentazione, La Nuova Italia, Firenze 1991.
[5] C. Tosco, I beni culturali. Storia, tutela, valorizzazione, Il Mulino, Bologna 2014.
[6] C. Tosco, op. cit., pag. 59
[7] M.S. Giannini, I beni culturali, in “Rivista Trimestrale di Diritto Pubblico”, (1976), pag. 3 ss.
[8] In tal senso, e per una sintesi ivi contenuta degli orientamenti giurisprudenziali della Suprema Corte, vedasi Cass. Pen. Sez. II, n. 29480717 del 13.06.2017, per l’ipotesi di truffa ai danni dello stato da segnatura di cartellino seguita da abbandono del posto di lavoro.
[9] A. Tumicelli, L’immagine del bene culturale: limiti e circolazione, Labsus, 2014, in http://www.labsus.org/2014/06/limmagine-del-bene-culturale-limiti-e-circolazione/.
[10] Corte Cost., 14 luglio 1986, n. 184, in leggiditalia.it.
[11] Cass., Sez. I, 22 giugno 1985, n. 3769, in Nuova giur. civ. comm.; inoltre, sul punto si vedano le note di Macioce e Dogliotti, in Giust. civ., 1985, I, 3049, e di Z. Zencovich, in Nuova giur. civ., 1985, I, 647.
[12] A. Bevere e A. Cerri, Il Diritto di Informazione e i Diritti della Persona. Il conflitto della libertà di pensiero con l’onore, la riservatezza, l’identità personale, Giuffrè, Milano 2006, pp. 150 ss; G. Pino, Il diritto all’identità personale, Il Mulino, Bologna 2003; L. Trucco, Introduzione allo studio dell’identità individuale nell’ordinamento costituzionale italiano, Giappichelli, Torino 2004.
[13] Corte Cost., 11 luglio 2003, n. 233, in leggiditalia.it.
[14] Cass., Sez. Unite, 11 novembre 2008, n. 26972, in leggidatalia.it.
[15] Cass. Sez. Unite, 31 luglio 2012, n. 13620, in leggiditalia.it.
[16] A. Valitutti. Il valore vincolante del precedente di legittimità. La Corte di Cassazione fra nomofilachia e nomopoietica, La Nuova Procedura Civile, 2017, in www.lanuovaproceduracivile.com. Sempre in argomento, vedasi G. Canzio, Nomofilachia e diritto giurisprudenziale, Diritto Penale Contemporaneo, 2017, in www.penalecontemporaneo.it; R. Rordorf, voce Giudizio di cassazione. Nomofilachia e motivazione, Trecconi, 2012, in www.treccani.it; e G. Fidelbo, Verso il sistema del precedente? Sezioni Unite e principio di diritto, Diritto Penale Contemporaneo 2018, in www.penalecontemporaneo.it.
[17] Corte Penale Internazionale, Sent. 27 sett. 2016, ICC-01/12-01/15, Il Procuratore c. Ahmad Al Faqi-Al Mahdi, Diritto Penale Contemporaneo, 2017,in www.penalecontemporaneo.it, con nota di B. Varesano, La tutela del patrimonio culturale: riflessioni a margine della sentenza di merito resa dalla Corte Penale Internazionale nel caso Al Faqi - Al Mahdi.
https://www.altalex.com/documents/news/2018/12/19/la-tutela-immagine-dei-beni-culturali