Source: https://www.antonio-di-tullio-d-elisiis.it/news/gli-imputati-sono-sottoposti-ad-un-trattamento-penitenziario-analogo-a-quello-riservato-ai-condannati-/
Timestamp: 2019-06-15 20:54:39+00:00
Document Index: 175752097

Matched Legal Cases: ['art. 18', 'art. 18', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 3', '§ 69']

Secondo gli ermellini, infatti, si deve tener conto ai fini dell'applicazione del d.p.r. n. 230/2000, non solo di chi è condannato definitivamente, ma anche di colui che si trova in custodia cautelare in attesa di giudizio.
1)l’art. 18 o.p. la quale prevede che, fermo restando quanto previsto dall’art. 18 bis, anche gli imputati possono avere permessi di colloquio e effettuare conversazioni telefoniche;
Da ciò ne conseguirebbe una palese violazione dell'art. 3 Cost. posto che tale norma giuridica é violata ogniqualvolta vi siano “arbitrarie distinzioni normative tra situazioni omologhe”[5].
La Corte EDU ha stabilito a tal proposito, che la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e, segnatamente, l’art. 3, CEDU, “impone allo Stato di accertarsi che ogni persona reclusa sia detenuta in condizioni compatibili con il rispetto della dignità umana, che le modalità di esecuzione del provvedimento non provochino all'interessato uno sconforto e un malessere di intensità tale da eccedere l'inevitabile livello di sofferenza legato alla detenzione e che, tenuto conto delle necessità pratiche della reclusione, la salute e il benessere del detenuto siano assicurati in modo adeguato, in particolare attraverso la somministrazione delle necessarie cure mediche”[6].
Quindi, va da sé che secondo la giurisprudenza comunitaria, i diritti fondamentali devono essere garantiti in sede carceraria a chiunque sia ristretto dato che il diritto sancito dall'art. 3 di non essere sottoposto a tortura o a pene o trattamenti inumani o degradanti non solo “consacra uno dei valori fondamentali delle società democratiche”[7] ma costituisce altresì “un diritto assoluto che non subisce alcuna deroga in nessuna circostanza”[8].
Infatti, “secondo l'orientamento giurisprudenziale della Corte europea, il campo di applicazione del divieto di tortura e trattamenti disumani e degradanti si estende a qualsiasi forma e titolo di restrizione della libertà (esecuzione di pena, misura di sicurezza, di prevenzione, cautelare, fermi e arresti di polizia, ecc.)”[9].
In effetti, “la stessa Corte di Strasburgo ha più volte avuto occasione di ribadire che lo status di persona in vinculis non può comportare per il soggetto la privazione delle garanzie dei diritti e delle libertà affermati dalla stessa Convenzione”[10] i quali, a loro volta, “rappresentano principi di civiltà giuridica per ogni società democratica e, in quanto tali, devono trovare ingresso anche nelle porte del carcere in favore dei soggetti ivi detenuti”[11].
Tuttavia, il condannato, in alcuni specifici casi, può essere “favorito”.
Ad esempio, il diritto dell’imputato detenuto di poter lavorare, può ricevere un grado di tutela diverso da quello riferibile al condannato, “in conseguenza del particolare status che caratterizza i detenuti in attesa di giudizio e in riferimento alla differente posizione assunta dagli organi penitenziari nei loro confronti”[12].
Ciò emerge confrontando “la formula legislativa « salvo giustificati motivi » relativa agli imputati (articolo 15, comma 3, O.P.) con la corrispondente « salvo casi di impossibilità » relativa ai condannati e agli internati (articolo 15, comma 2, O.P.)”[13] in cui “si evince come il dovere gravante in capo all'amministrazione penitenziaria di attivarsi mediante l'offerta di adeguati posti di lavoro, venga configurato in maniera più intensa riguardo agli internati e ai condannati rispetto a quanto lo sia nei confronti degli imputati”[14].
Da ultimo, per dovere di completezza espositiva, corre l’obbligo di richiamare quel diverso indirizzo interpretativo il quale, ritenendo come vi siano invece “delle differenze riscontrabili nella condizione carceraria tra imputato e condannato”[15], perviene alla conclusione secondo cui il “regime dei colloqui degli imputati è diverso rispetto a quello dei condannati in via definitiva”[16].
[5] Relazione sulla Giurisprudenza costituzionale del 2008; Parte II, Profili sostanziali; Capitolo I, Principi fondamentali; par. 1, I principi di eguaglianza e di ragionevolezza (tratto da: https://www.cortecostituzionale.it/ActionPagina_1090.do).
[6] Corte europea dir. uomo sez. grande chambre, 26/10/00, n. 30210, Kudla C. Polonia. In senso conforme: Corte europea dir. uomo sez. grande chambre, 8/07/04, n. 48787, Ilascu e altro C. Moldova e Russia: “L'art. 3 della Convenzione impone allo Stato di accertarsi che ogni persona reclusa sia detenuta in condizioni che siano compatibili con il rispetto della dignità umana, che le modalità di esecuzione della misura non provochino nell'interessato uno sconforto o un malessere di intensità tale da eccedere l'inevitabile livello di sofferenza inerente alla detenzione e che, tenuto conto delle necessità pratiche della reclusione, la salute e il benessere del detenuto siano assicurati in maniera adeguata”.
[7] Corte europea dir. uomo sez. grande chambre, 21/11/11, n. 35763, Al-Adsani – Regno Unito.
[9] Canepa - Merlo, Manuale di diritto penitenziario, Giuffrè, 2004, p. 39.
[10] Marilena Colamussi, La qualità della vita del detenuto nel sistema del giusto processo, Cass. pen., 2006, 06, 2312.
[11] Ibidem. In tale senso: Cour eur. D.H., arrôt 28 giugno 1984, Campbell &Fell c. GB, in Recueil, Serie A) n. 80, § 69; Cour eur. D.H., arrôt 21 febbraio 1975, Golder c. GB, in Recueil, Serie A) n. 18).
[12] Giuliana Vanacore, Lavoro penitenziario e diritti del detenuto, Dir. rel. Ind., 2007, 04, 1130.
[15] Cass. pen., sez. I, 18/07/94, Giur. it. 1995, II, 154 (nota di: MARGARITELLI).
[16] Trib. Sorveglianza Nuoro, 21/01/03, Redazione Giuffrè 2005 (s.m.).