Source: https://www.commercialistatelematico.com/articoli/2008/02/contenzioso-tributario-notificazione-e-comunicazione-al-difensore-che-ha-variato-lindirizzo-di-studio.html
Timestamp: 2017-11-25 03:51:15+00:00
Document Index: 125219883

Matched Legal Cases: ['art. 17', 'art. 17', 'art. 17', 'art. 17', 'art. 17', 'art. 170', 'sentenza ', 'art. 24', 'art. 17', 'art. 17', 'sentenza ', 'art. 17', 'art. 377', 'sentenza ', 'sentenza ']

Contenzioso tributario: notificazione e comunicazione al difensore che ha variato l’indirizzo di studio
Costituisce principio consolidato l’affermazione secondo cui, nel processo tributario, le variazioni del domicilio eletto o della residenza o della sede, di cui all’art. 17, primo comma, del d.lgs. 31 dicembre 1992 n. 546, sono efficaci nei confronti delle sole parti processuali, mentre l’elezione del domicilio operata presso lo studio del difensore ha soltanto la funzione di indicare la sede dello studio di quest’ultimo; pertanto, in tale ultimo caso, il difensore domiciliatario non ha alcun onere di comunicare il cambiamento di indirizzo del proprio studio ed è onere del notificante di effettuare le diligenti e dovute ricerche per individuare il nuovo luogo di notificazione, ove quello precedente sia mutato, e ciò poiché la notificazione va effettuata al domicilio reale del procuratore.<?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" />
E’ quanto affermato, in sintesi, dalla Sezione tributaria della Corte di Cassazione con Sent. n. 1406 del 22 novembre 2007 (deposita il 23 gennaio 2008), sposando le precedenti pronunce di cui alla Sentenza 2 dicembre 2005, n. 26313, secondo cui – come si legge testualmente – “nel processo tributario, le variazioni del domicilio eletto o della residenza o della sede, a norma del d.lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 17, comma primo, sono efficaci nei confronti delle controparti costituite dal decimo giorno successivo a quello in cui sia stata loro notificata la denuncia di variazione. Tale onere di notificazione è previsto per il domicilio autonomamente eletto dalla parte, mentre l’elezione del domicilio dalla medesima parte operata presso lo studio del procuratore ha la mera funzione di indicare la sede dello studio del procuratore medesimo. In tale caso il difensore domiciliatario non ha l’onere di comunicare il cambiamento di indirizzo del proprio studio ed è onere del notificante di effettuare apposite ricerche per individuare il nuovo luogo di notificazione, ove quello a sua conoscenza sia stato mutato, dovendo la notificazione essere effettuata al domicilio reale del procuratore anche se non vi sia stata rituale comunicazione del trasferimento alla controparte, ai sensi del d.lgs. n.
546 del 1992, art. 17, comma terzo”
Con tale pronunciamento <?xml:namespace prefix = st1 ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:smarttags" />la Corte di Cassazione risulta essersi orientata verso una risoluzione della questione interpretativa dell’art. 17 d.lgs. n. 546 del 1992, mutando sostanzialmente il contrario principio prima enunciato nella Sentenza 7 giugno 2006 n. 13320 e 13 maggio 2005 n. 10089, la quale ultima, affermava : “qualora il difensore della parte ricorrente muti la sede del proprio studio senza notificare tale variazione alla segreteria della commissione tributaria, creando così una situazione di assoluta incertezza sul domicilio eletto dalla ricorrente medesima, si determinano i presupposti per l’applicazione dell’art. 17, terzo comma, d.lgs. 31 dicembre 1992 n. 546, e perciò è conforme alla legge e non realizza alcuna violazione del contraddittorio la notificazione dell’avviso di trattazione della causa che venga eseguita presso la segreteria della commissione tributaria dopo l’inutile tentativo esperito presso l’unico domicilio eletto noto”.
Tale ultimo orientamento tendeva a penalizzare il difensore negligente in armonia alla giurisprudenza processualcivilistica, la quale aveva sempre affermato che “in tema di notificazioni e comunicazioni nel corso del procedimento, ove il difensore trasferisca lo studio professionale, presso cui la parte abbia eletto domicilio, ai sensi dell’art. 170 c.p.c., ad indirizzo diverso da quello risultante dagli atti del processo, egli ha l’onere di comunicare alla cancelleria del giudice adito, con mezzi idonei e tempestivi, la relativa variazione, per conferire ad essa rilevanza giuridica ai fini delle comunicazioni e/o delle notificazioni di pertinenza della cancelleria medesima; in mancanza, tali comunicazioni e/o notificazioni possono eseguirsi e perfezionarsi nel luogo risultante dagli atti del processo, senza che rilevi che della variazione sia stato informato il competente ordine professionale, e senza che la cancelleria del giudice adito sia previamente tenuta ad accertare se, medio tempore, essa sia eventualmente intervenuta, non essendo l’assolvimento di un siffatto onere di comunicazione – di estrema semplicità e rispondente anche a comuni canoni di prudenza – idoneo a pregiudicare l’esercizio del diritto di difesa” (Cass. 19 marzo 2004, n. 5556).
Nel rito civile si era sempre affermato l’indirizzo secondo cui, “con riferimento alla notifica dell’impugnazione presso il procuratore costituito e domiciliatario della parte, nella precedente fase di giudizio, ed all’eventualità del mancato reperimento di quest’ultimo nel domicilio eletto, in quanto trasferitosi, ove il procuratore suddetto sia iscritto nell’albo professionale della circoscrizione alla quale appartiene il giudice che ha emesso la sentenza impugnata, la notifica va effettuata nel nuovo domicilio accertabile presso l’albo professionale. Un tale onere di accertamento, manifestamente non si pone in contrasto con l’art. 24 della Costituzione, in quanto si tratta di un adempimento agevolmente espletabile e, solo nell’ipotesi in cui il nuovo domicilio del procuratore non si renda accertabile con mezzo idoneo, viene a configurarsi una situazione del tutto analoga all’irreperibilità, in presenza della quale si viene a determinare una situazione del tutto analoga a quella in cui manca la dichiarazione di residenza o l’elezione di domicilio” (Cassazione, sent. n. 4746 del 1997).
In realtà l’innovativo orientamento dei giudici di legittimità pongono serie problematiche applicative in merito all’art. 17 citato che, in tema di “Luogo delle comunicazioni e notificazioni”, recita: “1. Le comunicazioni e le notificazioni sono fatte, salva la consegna in mani proprie, nel domicilio eletto o, in mancanza, nella residenza o nella sede dichiarata dalla parte all’atto della sua costituzione in giudizio. Le variazioni del domicilio o della residenza o della sede hanno effetto dal decimo giorno successivo a quello in cui sia stata notificata alla segreteria della commissione e alle parti costituite la denuncia di variazione. 2. L‘indicazione della residenza o della sede e l’elezione del domicilio hanno effetto anche per i successivi gradi del processo. 3. Se mancano l’elezione di domicilio o la dichiarazione della residenza o della sede nel territorio dello Stato o se per la loro assoluta incertezza la notificazione o la comunicazione degli atti non è possibile, questi sono comunicati o notificati presso la segreteria della commissione”.
Dalla attenta lettura della disposizione invero si evince, nella prima parte, una alternatività fra “elezione di domicilio” (domicilio eletto) e “residente o sede dichiarata in sede di costituzione in giudizio” (applicabile ove non sia stata fissato un domicilio elettivo), così che “le variazioni” successive possono avere efficacia soltanto nella seconda delle due ipotesi citate, e ciò in quanto, se viene nominato un difensore, costituendo jus receptum il principio in forza del quale “il domicilio deve intendersi costituito comunque e sempre presso lo stesso”, ne deriva che solo la sostituzione del difensore può dare luogo ad una variazione di domicilio. Di conseguenza anche la possibilità di variare il domicilio, che si desume dall’art. 17, deve applicarsi soltanto ai procedimenti in cui la parte si sia avvalsa della facoltà di difendersi personalmente.
Per passare alla pratica attuazione del principio giurisprudenziale di cui in premessa, occorre rifarsi alla consuetudine degli uffici di segreteria delle commissioni tributarie di pretendere che il difensore comunichi con atto formale (peraltro soggetto ad imposta di bollo) la eventuale variazione del proprio studio e ciò con separata istanza per ogni procedimento ancora pendente.
Nella eventuale inadempienza di tale onere (senza che lo scrivente abbia riscontrato alcuna specifica istruzione in tal senso) le comunicazioni vengono eseguite al domicilio noto e, in eventuale mancata consegna, mediante affissione all’Albo della Commissione.
Deriva che il professionista non diligente (conseguentemente, anche il proprio assistito) non abbia notizia della fissazione di udienza ovvero del deposito della sentenza, venendo privato del legittimo esercizio di difesa o di impugnazione della eventuale contraria statuizione.
La recente sentenza della Cassazione apre così un questione di particolare interesse, poiché al dovere di ricercare diligentemente il nuovo domicilio del difensore non può ritenersi certamente sottratto il Segretario della Commissione, neanche in forza di una estensiva interpretazione del comma terzo dell’art. 17 che consente “per la loro assoluta incertezza la notificazione o la comunicazione degli atti”che gli atti vengano “comunicati o notificati presso la segreteria della commissione”.
Tale norma, oltre ad essere riferibile e applicabile soltanto alla parte processuale, sovviene nella sola ipotesi sia oggettivamente impossibile la comunicazione o la notificazione, non quando, usando la corretta e dovuta diligenza, il nuovo domicilio di studio del difensore sia comunque rintracciabile.
Così che, per le comunicazioni, l’onere di ricerca è imposto al Segretario che è quindi tenuto a rinnovarla, e per le notificazioni, invece, al Messo Notificatore secondo le ordinarie regole che regolano il procedimento notificatorio.
E anche se la notificazione avviene mediante plico raccomandato, la mancata consegna non esime il Segretario dall’onere predetto e dalla rinnovazione della notifica al nuovo indirizzo.
Ma allora perché pretendere che il professionista, con ingenti oneri, formalizzi una comunicazione di variazione di domicilio (in bollo) per ogni procedimento pendente ?
E quale è la conseguenza processuale nella ipotesi in cui, non eseguendo la comunicazione predetta, la comunicazione della udienza segua la prassi che finora ha contraddistinto le attività della Segreteria.
In tal senso, inizialmente, si era pronunciata Cassazione Sezione tributaria 18 luglio 2006, n. 16361, affermando: “La mancata notifica dell’avviso di fissazione dell’udienza di discussione ai sensi dell’art. 377 c.p.c., costituisce error in procedendo che non rientra nelle ipotesi di revocazione, non potendosi considerare come errore su un fatto processuale su cui è fondata la decisione, stante la mancanza del requisito della decisività dell’errore, non esistendo un nesso causale diretto fra l’omessa notificazione dell’avviso dell’udienza di discussione ed il contenuto della sentenza”
Le Sezioni unite della stessa Corte, con Sentenza 30 dicembre 2004 n. 24170 ha contraddetto detto principio, statuendo : “La revocazione della sentenza di cassazione è consentita per vizi del procedimento di cui non si sia tenuto conto per un errore percettivo riguardante anche l’esame degli atti dello stesso processo di cassazione: è pertanto deducibile come causa di errore revocatorio la circostanza che la sentenza (o l’ordinanza) impugnata si fondi su un fatto – l’avvenuta regolare comunicazione della fissazione dell’udienza a tutte le parti costituite -incontestabilmente mai avvenuto” (vedasi Cass. nn. 3761/95, 10934/98 e SS.UU. n. 3519 del 1992 e, soprattutto, più recentemente, 17 ottobre 2007 n. 1395).
Può quindi concludersi con la necessità, alla luce del mutato indirizzo del giudice della legittimità, di fornire istruzioni maggiormente coerenti al dettato costituzionale, al mero e più importante fine di evitare un inasprirsi di contenziosi per effetto di una prassi procedimentale degli uffici di segreteria che, invero, non trova riscontro in alcuna norma di legge.
Rag. Claudio Cutrano
La crisi di liquidità non costituisce causa di forza maggiore per il mancato pagamento delle imposte