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Timestamp: 2017-11-21 12:06:27+00:00
Document Index: 82819607

Matched Legal Cases: ['art. 266', 'art. 15', 'art. 266', 'art. 266', 'art. 266', 'art. 266', 'art. 14', 'art. 614', 'art. 268', 'art. 614', 'art. 614', 'sentenza ', 'art. 268']

Virus e trojan investigativi nel pc e nel telefonino dell’indagato: gli esiti sono utilizzabili? Intercettazioni ambientali o no? Questione rimessa alle Sezioni Unite. – Noi Radiomobile™
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Virus e trojan investigativi nel pc e nel telefonino dell’indagato: gli esiti sono utilizzabili? Intercettazioni ambientali o no? Questione rimessa alle Sezioni Unite.
Posted on 9 aprile 2016 AuthorNoi RadiomobileLeave a comment
(Corte di Cassazione, sez. VI Penale, ordinanza 6 aprile 2016, n. 13884)
Inoltre, viene dedotta l’illegittimità del decreto n. 315/14, con cui il G.i.p. ha autorizzato “le operazioni di intercettazione di tipo ambientale tra presenti che avverranno nei luoghi in cui si trova il dispositivo elettronico in uso a L.P.T. “, nonché l’inutilizzabilità dei risultati relativi a tali captazioni per violazione degli artt. 15 Cost., 8 CEDU, 266, comma 2, e 271 cod. proc. pen. In particolare, il ricorrente dopo aver premesso che l’intercettazione è avvenuta per mezzo di un “virus auto-istallante” attivato su un apparecchio elettronico portatile in uso a L.P.T. , ovunque lo stesso si trovasse, ha rilevato come nella specie sia stato eluso il divieto posto dall’art. 266, comma 2, cod. proc. pen. di effettuare intercettazioni all’interno di abitazioni private, a meno che all’interno di esse non si stia svolgendo un’attività criminosa, dal momento che la captazione di conversazioni sarebbe avvenuta anche all’interno dell’abitazione di T.M. , coniuge di L.P.T. .
A questo proposito nel ricorso si sottolinea come lo stesso G.i.p. avesse respinto un’ulteriore richiesta di autorizzazione alla ripresa audio-video all’interno dell’abitazione di L.P. , ritenendola non consentita.
In questa decisione la Corte di cassazione ha sostenuto che l’intercettazione da remoto delle conversazioni tra presenti con l’attivazione, tramite il c.d. agente intrusore informatico, del microfono di un apparecchio telefonico smartphone, dia luogo ad una intercettazione ambientale, da ritenere legittima solo se il relativo decreto autorizzativo individui con precisione i luoghi in cui eseguire tale attività captativa. In questi casi non si tratterebbe di “una semplice modalità attuativa del mezzo di ricerca della prova”, ma di una tecnica di captazione con specifiche peculiarità in grado di attribuire maggiore potenzialità all’intercettazione, dal momento che consente la possibilità di “captare conversazioni tra presenti non solo in una pluralità di luoghi, a seconda degli spostamenti del soggetto, ma… senza limitazione di luogo”.
Ed è questa caratteristica che, secondo la sentenza, costituisce il “fulcro problematico della questione”, in quanto si assume che non è giuridicamente ammissibile una intercettazione ambientale che avvenga “ovunque”. Una corretta lettura delle implicazioni derivanti dall’art. 15 Cost. impedisce di riconoscere all’art. 266, comma 2, cod. proc. pen. una “latitudine operativa così ampia da ricomprendere intercettazioni ambientali effettuate in qualunque luogo”: dal principio costituzionale sulla inviolabilità della libertà e della segretezza di ogni forma di comunicazione deriva, secondo la decisione in esame, che le norme sulle intercettazioni, soprattutto quelle tra presenti, siano di stretta interpretazione, sicché deve escludersi che possa attribuirsi all’art. 266, comma 2, cit. “una portata applicativa così ampia da includere la possibilità di una captazione esperibile ovunque il soggetto si sposti”.
L’unica interpretazione compatibile con la Costituzione è quella che consente l’intercettazione ambientale purché sia autorizzata con riferimento a luoghi individuati ab origine e ben circoscritti, con la conseguenza che la mancanza nel decreto autorizzativo di tali indicazioni determina l’illegittimità del provvedimento e quindi l’inutilizzabilità delle captazioni tra presenti.
3. Nella specie il decreto n. 315/2014, oggetto delle censure da parte del ricorrente, è stato disposto nell’ambito del diverso procedimento n. 762/2012 nei confronti di D.A. ed altri, sospettati di appartenenza a “cosa nostra”, in particolare alla famiglia mafiosa del Borgo Vecchio, e riguarda l’intercettazione di un dispositivo elettronico non meglio specificato – comunque riferibile ad un personal computer, ovvero ad un tablet o ad uno smartphone – in uso a L.P.T. , personaggio ritenuto ai vertici dell’organizzazione dopo l’arresto di D.A. ; dal provvedimento risulta che sono state autorizzate “operazioni di intercettazione di tipo ambientale delle conversazioni tra presenti che avverranno nei luoghi in cui si trova il dispositivo elettronico in uso a L.P.T. ” e nella parte motiva viene precisato che si intende intercettare non il flusso telematico – peraltro già sottoposto a controllo – bensì le conversazioni tra L.P. e gli eventuali altri soggetti presenti nel luogo in cui sia “ubicato in quel momento l’apparecchio portatile”. Sebbene il decreto non appaia del tutto esplicito sulle modalità tecniche dell’intercettazione, risulta evidente dalla lettura complessiva del provvedimento che è stato autorizzato il ricorso alla tecnica del virus informatico applicato al dispositivo elettronico.
Più precisamente, attraverso l’istallazione da remoto di un captatore informatico, ossia di un software collocato all’interno del dispositivo elettronico, è stata autorizzata una vera e propria intercettazione ambientale attraverso il controllo occulto del microfono che si trasforma in una “cimice informatica”.
Nessuna indicazione specifica è stata fatta con riguardo ai luoghi – ad eccezione dell’abitazione privata di L.P. per respingere la richiesta di video riprese, non effettuabili nel domicilio -, ma solo un riferimento generico ai luoghi in cui si trova il dispositivo elettronico.
Né può ritenersi che il riferimento contenuto nel decreto alla “stanza in cui è ubicato in quel momento l’apparecchio portatile” costituisca l’indicazione del limite spaziale in cui avrebbe dovuto operare la captazione, in quanto si tratta di una semplice specificazione che è preceduta dall’indicazione secondo cui l’intercettazione ambientale avverrà all’interno “dei luoghi in cui si trova il personal computer e/o il tablet e/o lo smartphone in uso allo stesso L.P. “, il cui significato non sembra dare adito a dubbi, nel senso di autorizzare l’intercettazione “ovunque” si trovi il dispositivo elettronico.
4. In via preliminare deve osservarsi che con riferimento alla tecnica dell’agente intrusore la pretesa di indicare con precisione e anticipatamente i luoghi interessati dall’attività captativa è incompatibile con questo tipo di intercettazione, che per ragioni tecniche prescinde dal riferimento al luogo, in quanto è collegata al dispositivo elettronico, sia esso smartphone o tablet ovvero computer portatile, sicché l’attività di captazione segue tutti gli spostamenti nello spazio dell’utilizzatore.
Ovviamente questo comporta l’oggettiva impossibilità per il giudice di conoscere preventivamente gli spostamenti della persona che ha in uso il dispositivo elettronico sottoposto ad intercettazione e, quindi, di non poter dare indicazioni sui luoghi.
Riconosciuta la collocabilità di tali tecniche di intercettazione nell’ambito della disciplina dell’art. 266, comma 2, cod. proc. pen., si deve rilevare che per l’intercettazione tra presenti il riferimento al luogo acquista rilievo solo quando l’operazione di captazione deve avvenire in abitazioni o luoghi privati. Infatti, questa Corte ha espressamente sostenuto che nelle intercettazioni di comunicazioni tra presenti è richiesta l’indicazione dell’ambiente nel quale deve avvenire l’operazione solo quando si tratti di abitazioni o luoghi privati (Sez. 6, n. 3541 del 05/11/1999, Bembi; Sez. 1, n. 11506 del 25/02/2009, Molè), per i quali l’art. 266. comma 2. cod. proc. pen. consente la captazione in ambiente solo se vi è fondato motivo di ritenere che sia in atto un’attività criminosa.
L’inviolabilità del domicilio e in genere dei luoghi di privata dimora prevista dall’art. 14 Cost. ha imposto al legislatore di innalzare il grado di tutela di questi luoghi, prevedendo appunto l’ulteriore presupposto che vi sia un’attività criminosa in corso. È solo in questo caso che nel decreto acquista effettivo rilievo l’indicazione dei luoghi, dal momento che il giudice deve motivare in ordine all’attività criminosa in atto.
In questi casi, se si ammette la possibilità di utilizzare l’intercettazione per virus informatico, in mancanza della possibilità concreta di sospensione o interruzione della registrazione, il controllo non potrà che essere successivo e riguardare il regime dell’inutilizzabilità delle conversazioni captate in uno dei luoghi indicati dall’art. 614 cod. pen..
È evidente che la fase dello stralcio di cui all’art. 268, comma 6, cod. proc. pen. potrebbe costituire il primo momento in cui verificare che le intercettazioni non abbiano riguardato colloqui effettuati nel domicilio: il giudice, d’ufficio ovvero su indicazione delle parti, dovrà immediatamente stralciare le registrazioni delle conversazioni avvenute nei luoghi indicati dall’art. 614 cod. pen., trattandosi di intercettazione non consentita e quindi inutilizzabile; inoltre, al di fuori di questa fase sarà sempre consentito eccepire l’inutilizzabilità delle conversazioni intercettate in un luogo privato. In ogni caso, deve riconoscersi che non sempre sarà immediatamente evidente che si tratti di intercettazione eseguita in uno dei luoghi indicati dall’art. 614 cod. pen., sicché appare essenziale l’apporto della difesa nell’indicare le conversazioni inutilizzabili.
I maggiori problemi riguardano l’uso delle intercettazioni con virus informatico nel procedimento de libertate, soprattutto considerando che il giudice può pronunciarsi sulla misura cautelare richiesta sulla base del solo “brogliaccio”.
In questa ipotesi è difficile che dal brogliaccio emerga che un’intercettazione è avvenuta in un luogo privato, sicché diventa fondamentale che la difesa sia messa in condizione di poter contraddire sul punto: a questi fini appare rilevante la sentenza n. 36 del 2008 della Corte costituzionale che, dichiarando la parziale illegittimità dell’art. 268 cod. proc. pen., ha consentito che dopo la notificazione o l’esecuzione dell’ordinanza che dispone una misura cautelare personale il difensore possa ottenere la trasposizione su nastro magnetico delle registrazioni di conversazioni intercettate e utilizzate ai fini dell’adozione della misura, anche se non depositate.
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