Source: https://www.docsity.com/it/schema-diritto-civile-ii/4314823/
Timestamp: 2019-06-19 21:09:59+00:00
Document Index: 31457626

Matched Legal Cases: ['art.2710', 'art 2710', 'art 2710', 'art 2710', 'art 2220', 'art 2735', 'art. 2729', 'art 2710', 'art. 1199', 'art 1237', 'art 45', 'art 1199', 'art 1237', 'art. 1237', 'art 1199', 'art. 1237', 'art 1199', 'art 1199', 'art 45', 'art 1199', 'art 2697', 'art. 1199', 'art. 1237', 'art. 210', 'art. 1835', 'art. 1834', 'art. 1835', 'art.1835', 'art. 1835', 'art. 2700', 'art.1835', 'art. 2735', 'art.1835', 'art.1835']

Schema diritto civile II - Docsity
maria.991 6 dicembre 2018
schema diritto civile II, Dispense di Diritto Civile
riassunto breve di diritto civile II
Microsoft Word - La prova del pagamento.docx
Le altre prove documentali
4. Scritture contabili tra imprenditori.
La valenza delle scritture contabili quando il rapporto obbligatorio dedotto in causa riguardi le parti quali imprenditori, ci si chiede se la prova del pagamento possa essere fornita da qualsiasi scrittura contabile.
Ai libri contabili possono essere assimilate, le scritture contabili tenute tramite mezzi informatici e telematici che rendano indelebili le registrazioni. Questo spiega il requisito della regolarità dei libri contabili, regolarità he depone una veridicità o credibilità delle scritture.
La struttura fisica del libro contabile e la sua regolare tenuta, costituiscono i requisiti affinché detto libro possa essere utilizzato ai fini probatori. Si deve ritenere oltretutto rilevante ai fini probatori ex art.2710, anche i libri contabili la cui obbligatorietà non derivi dalle norme codicistiche, bensì da leggi speciali, e non siano immediatamente funzionali all’accertamento dei rapporti di debito e credito relativi all’esercizio dell’impresa.
Stabilito dunque quali scritture contabili possono costituire prova in favore dell’imprenditore, per quanto riguarda i rapporti di impresa tra essi, si tratta di verificare con maggiore precisione la loro natura probatoria. Appare consolidato l’orientamento secondo il quelle le risultanze contabili emergenti dai libri contabili (2710 cc) non costituiscono delle prove legali del fatto favorevole all’imprenditore, ma semplicemente possono essere valutate liberamente dal giudice, unitamente alle altre risultanze probatorie. Il fatto favorevole all’imprenditore non vincola il giudice neanche nell’ipotesi in cui la controparte, non abbia prodotto in giudizio i propri libri contabili, dai quali sarebbe potuta risultare una diversa situazione sul piano probatorio.
Nel rapporto tra imprenditori, il debitore ha la possibilità di provare il pagamento dell’obbligazione mediante la produzione in giudizio dei libri contabili regolarmente tenuti, siano essi obbligatori secondo la disciplina codicistica, siano essi obbligatori in virtù di disposizioni legislative speciali, sia che si tratti di libri contabili facoltativi. La prova è cosi da qualificarsi come prova libera, che viene liberamente valutata dal giudice e che può essere considerata insufficiente o sufficiente ai fini probatori.
Dalla lettura dell’art 2710 cc, risulta chiaramente il limite soggettivo della prova favorevole all’imprenditore, tratta delle annotazioni sui propri libri contabili, tale prova deve riguardare un rapporto tra imprenditori.
Si è posto il problema, se l’art 2710 trovi applicazione anche nell’ipotesi in cui uno dei due imprenditori sia fallito. Ovvero ci si domanda se i libri contabili del fallito facciano prova a favore del curatore, e dall’altro lato, se i libri contabili della controparte facciano prova a proprio favore nei confronti del curatore.
A fronte di tale quesito, la giurisprudenza non fornisce una risposta univoca, ma sempre secondo il 2710 c.c., non è mail applicabile allorché parte del giudizio sia un curatore fallimentare, poiché detta norma postula la qualità soggettiva di imprenditore di entrambe le parti in causa. In poche parole la legislazione ci afferma che il curatore nella gestione della massa rappresenta i creditori, mentre nell’esercizio di un diritto del fallito subentra all’interno del rapporto obbligatorio nella medesima posizione del fallito. Un terzo orientamento ritiene che l’art 2710 c.c. trovi applicazione per qualsiasi rapporto giuridico sostanziale sorto tra imprenditori, anche se uno di essi sia fallito.
Riprendendo l’esame generale della disciplina probatoria in riferimento alle scritture contabili e di singoli atti di corrispondenza alla cui conservazione l’imprenditore è tenuto secondo l’art 2220 c.c., poiché quest’ultima norma, stabilisce l’obbligo di custodia anche delle copie delle fatture, delle lettere e dei telegrammi spediti, può ritenersi che la dichiarazione dell’avvenuto pagamento, conservata dall’imprenditore creditore costituisca prova liberamente valutabile dal giudice anche se si tratti di copia non sottoscritta o di copia fotostatica, giacché costituisce piena prova dell’esistenza del documento. In difetto della prova della ricezione, la confessione stragiudiziale non può presumersi, stante il divieto posto dall’art 2735 comma 2 unitamente all’art. 2729 comma 2 c.c.
5. le annotazioni sui documenti di bordo.
Nell’’ambito della disciplina della navigazione, si rinvengono norme specifiche in tema di efficacia probatoria delle annotazioni sui documenti di bordo della nave. Si tratta di documenti che non sono di per sé ammissibili alle scritture contabili delle imprese, giacché le relative annotazioni hanno una pluralità di funzioni e una diversa natura giuridica. Si possono distinguere, le annotazioni attinenti a eventi di rilievo pubblico, che sono poste in essere dal comandante nella qualità di pubblico ufficiale, e le annotazioni di eventi della navigazione e infine le annotazioni di natura contabile, attinenti ai rapporti economici dell’armatore per l’esercizio della nave o dell’aeromobile.
A questi tre tipi di annotazione corrisponde ina loro diversa efficacia probatoria; alle annotazioni di primo tipo (annotazioni attinenti a eventi di rilievo pubblico), le quali sono poste in essere dal comandante, è riconosciuta la natura di atti pubblici e fanno fede sino a querela di falso; le annotazioni di secondo tipo (eventi della navigazione), purché sottoscritte dal comandante, hanno la medesima efficacia delle scritture private; le ultime (annotazioni di natura contabile) seguono il modello che è proprio delle scritture contabili dell’impresa, differenziandosi sotto il profilo dell’efficacia soggettiva della prova, rispetto alle scritture contabili dell’impresa.
Tutte le annotazioni eseguite sui libri della nave, sono dunque sottoposte allo stesso sistema di controlli. Per ciò che attiene l’efficacia probatoria, si è accennato sulla più vasta categoria di soggetti nei confronti dei quali le annotazioni contabili in questione possono essere fatte valere. Più precisamente quelle annotate nel giornale nautico, purché si tratti di annotazioni di tipo contabile che possano costituire prova a favore dell’armatore non sono nei confronti di imprenditori ma di chiunque. Considerate le seguenti annotazioni contabili in questione, cosi come le scritture contabili ex art 2710 c.c. non costituiscono la prova piena, essendo viceversa rimessa la loro valutazione al libero apprezzamento del giudice. per un verso il creditore potrà fornire elementi di prova che ugualmente il giudice potrà valutarle liberamente attendibile o meno.
La prova tramite il possesso del titolo
1. Oggetto della prova e oggetto del possesso
Il problema in questo capitolo sarà, quello relativo alla valenza probatoria del possesso del titolo da parte del debitore, in sé considerato.
Il possesso del titolo del credito è disciplinato dall’art. 1199 c.c. e l’art 1237 c.c., ai quali si aggiunge con riguardo alla cambiale (l’art 45 comma.1 R.D).
Il 1199 c.1 stabilisce che il creditore deve lasciare quietanza e farne annotazione nel titolo, se questo non è restituito al debitore. Lo stesso articolo predispone dei mezzi di prova alternativi, quali; la quietanza, l’annotazione sul titolo in possesso del creditore, il possesso del titolo da parte del debitore. Il puro e semplice possesso del titolo, quindi ciò che è la prova del pagamento, assume una rilevanza probatoria diversa, non potendo di per sé manifestare alcun intento confessorio, o asseverativo del creditore. Per verificare quale sia l’effetto probatorio del possesso del titolo di credito è necessario dunque avere chiare la nozione dell’art 1199 c.1, il quale prevede che la restituzione volontaria del titolo originale del credito, costituisce prova della liberazione.
L’art 1237, precisa che è posto nella sezione della remissione, sicché il possesso del titolo conseguentemente alla restituzione volontaria è prova della remissione. Secondo l’art. 1237 l’effetto probatorio in materia di remissione è dato dal possesso del documento originale, e non di altra copia, la qual cosa è estremamente logica, posto che la circolazione della copia non originale del titolo può avvenire per una molteplicità di motivi non collegati all’estinzione del rapporto obbligatorio.
Posto che, secondo l’art 1199 c.c., la prova del pagamento può essere data dal possesso dell’originale del titolo del credito formato in un'unica copia, si pongono due quesiti: I, se il possesso del titolo sia alternativo al rilascio della quietanza o se viceversa i due mezzi di prova debbano cumularsi; II quale tipo di prova venga concretizzata da tale possesso, se una prova diretta o un indizio atto a fondare una presunzione.
2. La prova del pagamento mediante il possesso del titolo, l’annotazione e la quietanza. Cumulativa e alternatività dei mezzi di prova.
Art. 1199 c.1 c.c., il creditore che riceve il pagamento deve, a richiesta del debitore, rilasciare quietanza e farne annotazione sul titolo, se questo è restituito al debitore. La seguente norma si pone dunque come fondamento normativo del diritto del debitore al rilascio della quietanza e all’annotazione del pagamento sul titolo, diritti che possono ritenersi come concorrenti, nel senso che il debitore che esegue il pagamento può in ogni caso pretendere il rilascio della quietanza, a cui si aggiunge l’ulteriore pretesa di annotazione del pagamento, qualora il credito risulti da un titolo inteso nel senso di cui all’art. 1237 c.c.
Posto che il debitore-adempiente ha chiesto al creditore l’annotazione del pagamento sul titolo, e che di conseguenza il creditore è obbligato, non solo a rilasciare la quietanza, ma anche ad effettuare la predetta annotazione, sembra che quest’ultimo obbligo segua lo schema proprio dell’obbligazione facoltativa. Ciò significa che il creditore che ha ottenuto il pagamento, può adempiere l’obbligo di annotazione mediante una diversa prestazione, ossia restituendo il titolo del credito al debitore adempiente, giacché diventa irrilevante l’annotazione del pagamento.
Il debitore infatti, oltre ad ottenere la quietanza, ha il diritto di evitare in radice che il titolo del credito sia utilizzato, per pretendere nuovamente il pagamento. Il creditore peraltro, che è il proprietario del documento dal quale risulta il titolo, può liberarsi dell’obbligo di annotazione consegnando il documento in questione al debitore, in modo tale che il creditore cosi è impossibilitato a usare il titolo per pretendere nuovamente il pagamento.
Il possesso del titolo da parte del debitore, costituisce un mezzo di prova alternativo all’annotazione, ma non alla quietanza, anche in considerazione del fatto che l’efficacia probatoria della quietanza, a cui si riconosce natura confessoria, non è propria del titolo da parte del debitore.
3. La natura probatoria del mero possesso del titolo.
In merito al quesito circa, la natura probatoria del possesso del titolo del credito da parte del debitore, si è esclusa la sua natura confessoria, trattando di stabilire se esso costituisca una prova diretta o dia luogo a una presunzione. La qualificazione del possesso, dunque rivelata come fonte di presunzione, non trova rispondenza in nessun caso disposto dall’art 1199 c.c.
Si è detto in fatti che il ossesso del titolo del credito da parte del debitore so pone quale prova alternativa all’annotazione del pagamento e dipende dalla restituzione di detto titolo ad opera del creditore. La prova conseguente all’annotazione costituisce una prova diretta per cui anche la prova conseguente all’annotazione costituisce una prova diretta per cui anche la prova alternativa non può costituire un minus, giacche non sarebbe logico consentire al creditore di evitare l’insorgere di una prova diretta per dare luogo a una presunzione.
In conclusione, il debitore che effettua il pagamento ai sensi dell’art 1199 c.c. ha diritto al rilascio della quietanza e congiuntamente all’annotazione del titolo, in maniera tale da far valere probatoria mente il suo possesso.
Diversa soluzione è posta in essere, nel caso della cambiale, poiché il mero possesso della cambiale da parte del debitore, assume valenza differente, rispetto al possesso di altro titolo del credito, come si può desumere dalla generale disciplina dettata dall’art 45 della legge cambiaria. Secondo questa norma, infatti il rilascio della cambiale, da parte del creditore in favore del debitore adempiente, costituisce obbligo, principale e indefettibile e non facoltativo rispetto all’annotazione, come previsto dall’art 1199 c.c.
Il possesso della cambiale, dunque si accompagna sempre, nel disegno del legislatore, alla quietanza, poiché in tal modo risulta inequivoca la prova del pagamento. L’efficacia probatoria conferita al possesso della cambiale quietanza, consistente nell’efficacia confessoria propria della quietanza, non può estendersi a una situazione di mero possesso del titolo di credito. Nonostante questo, in primo luogo si afferma che il semplice possesso della cambiale da parte del debitore cartolare sia idoneo a fondare prova del pagamento. Il secondo quesito, che protende alla giusta soluzione è dato dal fatto che, la cambiale può essere restituita al debitore non solo a seguito del pagamento ma anche in conseguenza di fatti alternativi, come ad a esempio la più volte citata convenzione di rinnovo.
Sta poi al creditore, provare che il possesso del titolo cambiario da parte del debitore non sia una conseguenza dell’avvenuto pagamento, ma al contrario il risultato di fatti diversi, come il rinnovo, il quale sotto il profilo causale costituisce un vero e proprio contratto modificativo del rapporto obbligatorio, ulteriore motivo per la quale dovrà essere
il creditore, secondo il principio di ripartizione dell’onere della prova (art 2697 c.c.) a provare il fatto modificativo allegato.
4. Il possesso del titolo e la restituzione volontaria
Uno specifico richiamo deve essere fatto al rapporto tra gli art. 1199 c.c. e il 45 legge cambiaria, e l’art. 1237 c.c. deve distinguersi che il possesso del titolo da parte del debitore, rispetto alla restituzione volontaria eseguita dal creditore ai sensi del citato 1237 c.c. costituisce prova non del pagamento bensì della remissione.
In altre parole, la prova della remissione ha un diverso oggetto rispetto alla prova del pagamento, giacche per provare la remissione è irrilevante provare il possesso del titolo da parte del debitore, mentre è necessario provare lo specifico fatto storico della consegna nel come, dove e quando è avvenuta. Solo tramite la prova di questi estremi, il giudice può accertare se dal fatto, complessivamente considerato, emerga una volontà negoziale del creditore tale da concretizzare un negozio remissorio.
La prova dei pagamenti speciali
1. La prova dei pagamenti con mezzi elettronici e del pagamento con moneta elettronica
Per quanto riguarda i pagamenti con mezzi elettronici, si tratta generalmente di modalità di estinzione dell’obbligazione, non necessariamente legate ai mezzi elettronici stessi, ma che attualmente avvengono tramite essi. Come può essere ad esempio il pagamento mediante carta di credit.
Sul piano probatorio, nulla cambia, ovvero rispetto all’ipotesi in cui il rapporto tra ordinante, ordinato è ordinatario sia avvenuto, senza l’ausilio degli strumenti elettronici. La prova potrà essere data mediante gli ordinari mezzi si di prova diretta (quietanza), sia di prova indiretta (conto corrente bancario).
Diverso invece è il discorso sul pagamento effettuato mediante moneta elettronica; questa trova una specifica definizione normativa nella direttiva 2000/46/CE del 2000, ed è costituita da un valore monetario memorizza su un dispositivo elettronico ad opera di un istituto autorizzato all’emessine di una moneta elettronica e messo a disposizione di un soggetto. L’emissione di questa da parte dell’emittente avviene a seguito della ricezione di fondi di importo non inferiore al valore monetario memorizzato.
Anche in questo caso di pagamento, non si ha una disciplina in materia di prova del pagamento, dovendosi pertanto rifare alla normativa generale. La differenza più marcata tra i due tipi di pagamento, elettronico e a distanza sta nel fatto che per il pagamento mediante moneta elettronica, non può fare riferimento neanche alla prova indiziaria data dall’estratto conto del solvens, rilasciato dalla banca, poiché in esso, potrà risultare solo la memorizzazione del valore monetario elettronico.
Nondimeno potrà essere richiesta all’emittente ai sensi dell’art. 210 c.p.c. l’esibizione delle risultanze contabili attinenti all’operazione di pagamento, delle quali emerga la certificazione da parte dell’emittente stessa, della onta del pagamento e dell’accredito in favore dell’accipiens.
Il debitore che esegua il pagamento mediante moneta elettronica può pero oggi, ricorrere a un mezzo di prova di particolare efficacia dato dalla Firma Digitale. Infatti il trasferimento della moneta elettronica può essere autenticato mediante la firma, determinando cosi la piena priva sulla provenienza dell’operazione e perfino del momento della prestazione. Ergo la firma elettronica, sulla operazione di trasferimento della moneta elettronica, fornisce la piena prova dell’operazione di trasferimento e della sua provenienza dal debitore; ma non fornisce la prova del ricevimento dell’unità economica ad opera del creditore, che si verificherà solo dopo che l’emittente abbia assegnato il valore monetario all’accipiens, sotto forma di moneta elettronica.
La firma elettronica, quindi non è in grado di garantire la piena priva sull’intera fattispecie, ma solo sulla condotta del debitore diretta all’adempimento.
2. Le annotazioni sui libretti di deposito e risparmio
Una particolare figura di prova documentale è quella del libretto di deposito di risparmio, o più precisante delle annotazioni poste sul libretto ai sensi dell’art. 1835 c.c.
Il libretto di risparmio è sempre collegato a un contratto di deposito bancario, della specie del deposito irregolare in quanto diretto a trasferire la proprietà del denaro dal depositante al depositario, e alla costituzione, in capo a quest’Ultimo di una obbligazione restitutoria del tantum.
La particolarità del libretto di deposito a risparmio sta in ciò: che sia le operazioni di versamento, sia quelle di prelevamento devono essere annotate sul libretto e la loro annotazione, costituisce piena prova dell’operazione. Nell’ambito della figura probatoria del libretto di risparmio, subentra la figura dell’art. 1834 c.c., ove distingue delle sottocategorie; il libretto nominativo, il libretto al portatore, il libretto nominativo pagabile al portatore e infine, il libretto al portatore con indicazione del nome o di altro segno distintivo.
Il libretto nominativo: si riconosce la sua natura di documento di legittimazione.
Il libretto nominativo pagabile al portatore: secondo un rapporto giurisprudenziale, costituisce anch’esso un documento di legittimazione, poiché il possesso determina, in capo al possessore, la legittimazione a ricevere il pagamento, ma non la titolarità del diritto di credito, sicché questi ricopre semplicemente la posizione di adiectus.
Libretto al portatore: anche in questo caso si tratterebbe di documento di legittimazione, mentre una seconda tesi, lo considera come un vero e proprio titolo di credito. Anche la giurisprudenza si orienta sul fatto che il libretto al portatore, sarebbe da qualificare come titolo di credito. Il libretto al portatore, infine viene collegato a un contratto di deposito bancario nel quale vengono distinte, le operazioni di versamento e prelevamento. Per questo la nozione di pagamento è riconducibile alla seconda ipotesi, giacché nell’atto di prelevamento si esprime l’atto esecutivo dell’obbligazione restitutoria, costituita contrattualmente in capo al depositario. Mentre il versamento configura non tanto un atto esecutivo, quanto un atto negoziale, che sul piano della fattispecie si pone quale atto conclusivo del contratto di deposito.
3. La prova del pagamento mediante prelievo dal libretto di deposito nominativo
Nell’ipotesi del libretto di deposito nominativo, l’operazione di prelievo viene eseguita direttamente dal depositante, sicché il pagamento ad opera della banca depositaria influisce solo ed esclusivamente nel rapporto contrattuale tra banca e depositante (art. 1835 c.c.) non essendovi alcun terzo portatore.
Il primo problema d’affrontare dunque è quello relativo alla natura e all’efficacia probatoria delle annotazioni dei prelevamenti apposte sul libretto. A tal proposito l’art.1835 c.c. “1. Se la banca rilascia un libretto di deposito a risparmio, i versamenti e i prelevamenti si devono annotare sul libretto. 2. Le annotazioni sul libretto, firmate dall'impiegato della banca che appare addetto al servizio, fanno piena prova nei rapporti tra banca e depositante. 3. È nullo ogni patto contrario”. Secondo la dottrina si tratterebbe dunque di una prova legale, in quanto tale idonea a vincolare il giudice a prevalere su altri mezzi di prova, ma solo con riguardo ai fatti positivamente risultanti dalle annotazioni e non anche ai fatti negativi.
Escludendo dunque la natura confessoria della piena prova risultante, ai sensi dell’art. 1835 c.c. dalle annotazioni del libretto di deposito a risparmio, si pone il quesito se queste ultime possano costituire piena prova nel significato che a tale nozione viene generalmente attribuito. La piena prova di un documento è intesa, in linea generale, come quella specifica efficacia probatoria di un documento, tale da vincolare il giudice riguardo al contenuto documentale. Di modo che l’unico strumento atto a rimuovere una tale efficacia probatoria è dato dall’esperimento della querela di falso. La risultanza del libretto di risparmio, vincolerebbe il giudice, sul piano probatorio anche con riguardo alle operazioni di prelievo, cioè al pagamento ad opera della banca depositaria, salvo che non sia esperita dal depositante la querela di falso. Chiaramente una tale ricostruzione, non appare ammissibile, in quanto difettano i presupposti di applicabilità della querela di falso.
Nella querela di falso, attraverso la scrittura privata, postula la sottoscrizione del documento, dalla quale la sottoscrizione una volta che essa sia data per accertata, discende l’imputazione della dichiarazione contenuta nel documento, all’autore della sottoscrizione. All’autore materiale della sottoscrizione, si fa dunque corrispondere l’autore della dichiarazione contenuta nel documento sottoscritto, in ciò la forma privata fa piena prova, vincolando il giudice sulla provenienza della dichiarazione.
Con riferimento dunque alla prova del pagamento da parte della banca depositaria, la risultanza del libretto di deposito al risparmio non può fare piena prova e ciò per due ordini di motivi: I. in quanto difetta la sottoscrizione del depositante, tramite la quale quest’ultimo avrebbe fatto propria la dichiarazione di scienza dell’impiegato di banca, circa l’avvenuto pagamento; II. In quanto la provenienza della dichiarazione è di per sé stessa, a seguito di espressa previsione legislativa, attribuita a un soggetto diverso della banca depositaria.
La querela di falso, potrebbe trovare applicazione solo qualificando il libretto di deposito al risparmio come atto pubblico, nel senso dell’art. 2700 c.c. e in caso si ascendesse a questa qualificazione, le dichiarazioni contenute nel documento, sarebbero da considerarsi corrispondenti alla realtà, salvo querela di falso. Motivo per cui, l’annotazione dell’operazione di prelievo costituirebbe prova vincolante per il giudice, anche se non proveniente dal depositante-creditore.
Sembra dunque doversi escludere che la piena prova, intesa dall’art.1835 c.c. possa essere intesa nel senso di confessione stragiudiziale di cui all’art. 2735 c.c. o in quello di prova vincolante sino a querela di falso. In quest’ottica, la piena prova di cui all’art.1835 è da considerarsi nel senso di prova diretta e sufficiente, ma non vincolante.
È prova diretta in quanto l’annotazione sul libretto di deposito costituisce prova documentale del fatto annotato in sé e per sé, e la sua efficacia probatoria non è limitata a una semplice valenza indiziaria o presuntiva, che è propria dei documenti provenienti da terzi, quale la documentazione bancaria.
È prova sufficiente, nel senso che la risultanza del libretto di deposito può costituire mezzo di prova per l’accertamento della operazione, e quindi per quando interessa questa sede andare del pagamento. Per questo il giudice che ritenga insufficienza probatoria dell’annotazione, ne dare specifica motivazioni in bade agli altri elementi probatori acquisiti nel processo.
Quest’ultimo inciso, introduce l’ulteriore carattere probatorio delle annotazioni apposte sul libretto di deposito di risparmio, cioè la non vincolatività, che se da un lato della legge, discende la valenza di prova diretta e sufficiente dell’annotazione, dall’altro lato ciò rende il dato probatorio soggetto alla valutazione del giudice.
Cosi intesa la valenza probatoria del libretto di deposito, discendente direttamente da una previsione di legge, consente di non compromettere la circolazione del libretto di deposito e al contempo di non esporre la banca depositaria a perdite patrimoniali legate a meri errori materiali nella annotazione delle operazioni.
Infine il disposto del’art.1835 c.c., stabilisce la piena prova conseguente alle annotazioni su libretto, riguarda i rapporti tra banca e depositante, escludendo dunque la natura della annotazione quale scrittura privata, da un lato si consente al titolare del libretto di contestare le annotazioni effettuate dal dipendente della baca, senza dover far risorse a una querela di falso e al contempo si consente alla banca, di provare i pagamenti non annotati.
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