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Timestamp: 2019-11-21 11:05:42+00:00
Document Index: 2247342

Matched Legal Cases: ['art. 24', 'art. 18', 'art. 1933', 'art. 121', 'art. 1719', 'art. 18']

La Corte di Cassazione pone limiti all’interesse del cliente ad agire per la nullità contrattuale - Iusletter
La Corte di Cassazione pone limiti all’interesse del cliente ad agire per la nullità contrattuale
Cass., Sez. I Civ., 08 maggio 2014, n. 9996 (leggi la sentenza)
Una pronuncia del 2014 della Suprema Corte (Cass. Civ., Sez. I, 08-05-2014, n. 9996) affronta una peculiare questione in ordine alla legittimità dell’azione di nullità che il cliente fa valere con riguardo all’operatività in strumenti finanziari derivati, senza adeguati margini di garanzia.
Il cliente, in particolare, censurava la decisione del giudice d’appello, nella parte in cui ha ritenuto non soggetta a forma scritta l’anticipazione, da parte della banca, di somme al fine di costituire gli obbligatori “margini di garanzia” nelle operazioni su derivati, e ne ha fatto discendere l’infondatezza della proposta opposizione del cliente al decreto monitorio con il quale la banca ha richiesto la restituzione di quelle somme.
Preliminarmente, la Corte di legittimità ha rilevato, in primo luogo, che le operazioni in derivati sono state poste in essere nel primo semestre del 1997 (escludendo dunque ciò in radice l’applicabilità dell’art. 24 del Regolamento Consob n. 10943 del 30 settembre 1997, dal medesimo invocato) e, in secondo luogo, che il D.Lgs. 23 luglio 1996, n. 415, art. 18, all’epoca vigente, prevedeva la forma scritta per i contratti relativi ai servizi di investimento, a pena di nullità azionabile solo dal cliente.
Viene così affrontato il meccanismo di funzionamento delle operazioni su prodotti finanziari derivati, rilevando che “queste consistono in una scommessa al rialzo o al ribasso, da cui il cliente si ripromette intenti altamente speculativi, quale vantaggio prettamente aleatorio collegato alla creazione artificiale di un rischio, e che proprio per tale ragione sono sottratte per legge al regime ex art. 1933 c.c.. Nel momento in cui il cliente conclude l’opzione, egli diviene automaticamente debitore (o creditore) di quanto risulterà il differenziale alla scadenza. L’anticipazione di somme al fine del versamento dei margini, secondo quanto riferito dal ricorrente, assumeva, nella specie e nel sistema ratione temporis vigente, i caratteri di uno c.d. sconfinamento (nozione ora presente all’art. 121 t.u.b.), con il quale la banca mandataria ha fornito i mezzi necessari all’adempimento del mandato (art. 1719 c.c.), versando la somma direttamente al terzo – la Cassa di compensazione e garanzia s.p.a., deputata a garantire il buon fine delle transazioni aventi ad oggetto strumenti derivati effettuate nei mercati regolamentati nazionali – e con diritto al rimborso da parte del mandante, senza alcun preliminare obbligo di affidamento”.
La Corte di legittimità si premura di chiarire come il meccanismo innanzi descritto abbia il fine di “azzerare il rischio di inadempimento degli investitori, grazie anche alle funzioni svolte dalla predetta cassa di compensazione e garanzia, che opera come controparte in ogni transazione. In tale contesto, i margini di garanzia non costituiscono un prezzo, ma la controprestazione della scommessa (cfr. D.Lgs. n. 415 del 1996, art. 18, comma 4) effettuata dall’investitore sull’andamento degli indici di borsa; attesa la natura di durata dei contratti in derivati, frequenti sono le variazioni qualitative o quantitative degli indici, onde l’ammontare dei margini cambia ripetutamente. In particolare, per le opzioni finanziarie, in cui si conviene che l’esecuzione si attui con il versamento del solo differenziale, la concreta definizione dell’entità della prestazione dovuta avviene a posteriori, quando il contratto è già perfezionato, mediante un elemento oggettivo esterno al negozio qual è, appunto, il futuro valore di mercato del dato di riferimento (si è scritto che la “derivazione” si risolve in una peculiare ipotesi di parziale determinazione del contenuto di una delle prestazioni dedotte nell’oggetto del contratto per relationem a dati futuri e incerti)”.
Individuato il vulnus della questione, la Corte assume che “ciò non esclude, peraltro, che lo “sconfinamento”, o il finanziamento, comunque a tal fine concesso rientrasse nella categoria dei contratti della banca con il cliente, da pattuire per iscritto, secondo quanto desumibile dal D.Lgs. n. 415 del 1996, artt. 18 e 20”, ma “da tale considerazione non deriva la fondatezza della pretesa del cliente di sottrarsi alla restituzione di quanto ricevuto, che sola ha animato l’azione di nullità proposta: onde il ricorrente era privo di interesse ad agire al riguardo, posto che anche per le azioni di nullità la parte ha l’onere di dimostrare la sussistenza di un proprio concreto interesse ad agire, non potendo una domanda porsi in vista di mere affermazioni teoriche”.
La ratio che sottrae l’interesse ad agire da parte dell’investitore è ricondotta al fatto che “se, invero, in detti mercati è prevista un’attività propria dell’intermediario, ciò risponde alla medesima esigenza di assicurare (in senso lato) l’adempimento del cliente; ma l’obbligazione finale di pagare quanto oggetto dell’opzione grava per definizione sull’investitore, che compie l’operazione speculativa. Ne deriva che dall’allegata nullità deriverebbe pur sempre l’obbligo di restituzione a carico del cliente della somma anticipata dalla banca, con la conseguenza che il motivo va respinto. L’unico profilo, per il quale permane l’interesse del ricorrente, attiene alla misura degli interessi al riguardo applicati; ma la questione è oggetto di altro motivo (l’ottavo), nel cui ambito verrà esaminata”.