Source: https://www.laleggepertutti.it/101698_donazione-indiretta-piu-difficile-per-lerede-contestarla
Timestamp: 2019-02-20 14:40:39+00:00
Document Index: 43191898

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 366', 'art. 91', 'art. 46', 'art. 3', 'art. 2043']

Donazione indiretta: più difficile per l'erede contestarla
Donazione indiretta: più difficile per l’erede contestarla
Successione: la donazione indiretta non persegue un fine anomalo.
Più difficile contestare le donazioni indirette compiute in vita dal de cuius: con una recente sentenza, la Cassazione [1] ha chiarito la distinzione tra donazione indiretta e negozio indiretto. In particolare, la donazione indiretta non implica il perseguimento di un fine anomalo rispetto al negozio giuridico utilizzato, in quanto l’effetto giuridico favorevole può essere connaturato all’atto (come ad esempio avviene nella remissione del debito). Dunque l’atto posto in vita dal testatore e classificabile come donazione indiretta diventano più difficilmente impugnabili dagli eredi che vogliano ottenere la nullità dell’atto stesso.
[1] Cass. sent. n. 21449/2015 del 21.10.2015.
La Corte territoriale pervenne a tali conclusioni concordando innanzi tutto con l’osservazione, contenuta nella sentenza del Tribunale, a mente della quale i profili di nullità o inefficacia sollevati dall’attore in relazione ai rapporti instaurati nel 1983 tra il de cuius e la banca sarebbero stati irrilevanti in quanto detti atti di disposizione mortis causa non sarebbero stati idonei ad incidere sulla consistenza del patrimonio da qualificarsi come ereditario, dacché le attribuzioni patrimoniali in favore dei pronipoti; dei nipoti e dei cugini del defunto, derivavano dai successivi atti inter vivosposti in essere dieci anni dopo, volti al trasferimento dei valori mobiliari su diversi conti correnti cifrati dei quali il defunto non sarebbe stato titolare: riguardo a tale ultima statuizione, giudicò la Corte del merito la irrilevanza dimostrativa dei vari capitoli di prova orale e delle altre richieste istruttorie – già disattese dal giudice di primo grado e riproposte con l’appello del P.M. -; ritenne poi il giudice dell’impugnazione che gli atti di trasferimento effettuati in esecuzione delle disposizioni del 14 settembre 1993, sarebbero stati correttamente qualificati come valide donazioni indirette, dovendosi ritenere infondata la tesi dell’appellante a mente della quale il carattere presuntivo dello spirito di liberalità che il Tribunale aveva tratto dalla parentela tra il donante ed i donatari (che comunque, nonostante la contestazione del P.M. , sarebbe stata documentalmente provata) e dalla identità tra questi ultimi ed i beneficiari delle precedenti disposizioni del 1983, non sarebbe stata sufficiente ad una affermazione della natura negoziale liberale – anche tenuto conto che la pretesa persistenza della volontà di beneficiare i parenti, emergente dagli atti del 1983 e da quelli del 1993, sarebbe stata in realtà insussistente, attesa la cesura tra la volizione precedente e quella successiva determinata dalla grave malattia che tra il giugno e l’agosto 1993 aveva colpito il M. ; in contrario a detta tesi la Corte distrettuale mise in rilievo, da un lato, che non era stata proposta domanda di annullamento per incapacità naturale e, dall’altro, che l’esistenza del preteso deteriorato stato mentale sarebbe stata smentita dal dinamismo negoziale del defunto, manifestatosi tra l’autunno e l’inverno dello stesso anno; infondata poi, secondo il giudice dell’impugnazione, sarebbe stata anche la tesi secondo la quale gli atti del 1993 si sarebbero dovuti qualificare come invalide donazioni dirette – mancando, di quelle indirette, la caratteristica di un rapporto diretto tra donante e donatario – per vizi di forma: in contrario osservò la Corte territoriale che la disposizione rivolta alla UBS di accendere conti dei quali i parenti del P.M. sarebbero stati beneficiari, andava qualificata come tipico atto di donazione indiretta (o atipica); assorbita dalla rinvenuta causa di attribuzione inter vivos della disposizione del 1993 sarebbe stata la pretesa nullità delle manifestazioni di ultima volontà del 1983 (sulla base dell’assunto che avrebbero configurato un illecito patto successorio o un negozio in frode alla legge; escluse altresì la Corte torinese che potesse rinvenirsi una responsabilità risarcitoria della UBS: in particolare, quanto alla mancata consegna dei “testamenti” osservò che tale obbligo sarebbe stato sussistente solo se la successione si fosse aperta in Svizzera e solo se essi non fossero stati superati da disposizioni successive; la presenza poi di conti cifrati in favore dei parenti del de cujus era stata taciuta perché interessanti posizioni giuridiche di terzi, diversi dal correntista; ribadì la giurisdizione del giudice italiano sulle domande restitutorie ma ritenne la medesima questione – riproposta dalla UBS – superata dalla revoca delle disposizioni di ultima volontà (istituzione di erede dell’appellante nel testamento del 1993); dichiarò l’improponibilità dell’azione di riduzione per mancata accettazione con il beneficio dell’inventario da parte dell’appellante e la infondatezza della tesi secondo la quale la buona fede in cui l’erede avrebbe versato (circa la presenza di altri lasciti) al momento dell’apertura della successione lo avrebbe esonerato da detta accettazione beneficiata.
I.a.1 – Per quanto concerne la contemporanea esistenza di censure involgenti vizi di violazione di legge e difetti di motivazione, non si ravvisano motivi di inammissibilità, in quanto la lettura del motivo è incentrata essenzialmente sulle violazioni di legge evitando dunque la commistioargomentativa che è posta a sostegno delle pronunce di inammissibilità; motivi di inammissibilità sarebbero invece riscontrabili nella formulazione del quesito di diritto (di necessaria articolazione, stante la applicazione, ratione temporis, del disposto dell’art. 366 bis cpc-) dal momento che esso, esteso per tre facciate del ricorso, è semplicemente il riassunto delle argomentazioni in precedenza esposte; se poi, aderendo ad un’ottica sostanzialista dell’analisi del ricorso per cassazione, diretta a ricercare il senso complessivo della critica al capo di decisione, si reputi che il quesito in questione sia enucleabile nelle ultime righe del fol 45 e nelle prime due del foglio successivo, in cui in sostanza si chiede alla Corte di confermare la interpretazione della figura della donazione indiretta in modo da escluderne la ricorrenza in caso di negozi astratti e non intervenuti tra il preteso donante ed i beneficiati, allora il motivo, pur salvandosi dalla inammissibilità, si dimostrerebbe infondato.
VI.b – Peraltro la parte più consistente del motivo in esame – anche se non richiamata nel “titolo” del mezzo – riguarda la violazione di plurime norme di legge – del codice civile italiano e svizzero – attinenti alla giurisdizione, affermata in capo al giudice italiano quanto alle domande risarcitorie e negata quanto a quelle resti tutorie; di quali violazioni si tratti emerge dalla enunciazione del principio di diritto del seguente tenore: “Dica, quindi, la Suprema Corte di Cassazione se i comportamenti temiti da parte di UBS AG nei confronti di P.M.E. costituiscano violazione dell’art. 91 capov. del Diritto Internazionale Svizzero; dell’art. 46 L. 218/1995 del Codice Civile Svizzero (rectius: italiano n.d.r.); dell’art. 3 del C.C. Svizzero; dell’ari 141 bis C.P. Svizzero e subordinatamente dell’art. 2043 c.c. Italiano…“.
21 Ago 2015 | di Redazione