Source: http://www.overlex.com/stampa.asp?id=1171&txttabella=sentenze
Timestamp: 2018-09-24 18:24:57+00:00
Document Index: 74726002

Matched Legal Cases: ['art. 582', 'art. 610', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 584', 'art. 5', 'art. 50', 'art. 50', 'art. 610', 'art. 582', 'art. 584', 'art. 2', 'art. 32', 'sentenza ', 'art. 50', 'art. 5', 'sentenza ', 'art. 13', 'sentenza ', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 582', 'art. 54', 'art. 5', 'art. 3', 'art. 582', 'art. 27', 'sentenza ', 'art. 582']

Consenso informato e responsabilita’ medica - consenso informato paziente lesioni persona reato medico trattamento intervento chirurgico integrita fisica violenza privata
Consenso informato e responsabilita’ medica
Ove il medico sottoponga il paziente ad un trattamento chirurgico diverso da quello in relazione al quale era stato prestato il consenso informato, e tale intervento, eseguito nel rispetto dei protocolli e delle leges artis, si sia concluso con esito fausto, nel senso che dall'intervento stesso è derivato un apprezzabile miglioramento delle condizioni di salute, in riferimento, anche alle eventuali alternative ipotizzabili, e senza che vi fossero indicazioni contrarie da parte del paziente medesimo, tale condotta è priva di rilevanza penale, tanto sotto il profilo della fattispecie di cui all'art. 582 c.p., che sotto quello del reato di violenza privata, di cui all'art. 610 c.p..
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Alla declaratoria di inammissibilità del ricorso segue, pertanto, la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali ed al versamento alla Cassa delle Ammende di una somma che si stima equo determinare in Euro mille, alla luce dei principi affermati dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 186 del 2000. 2. - Di diverso spessore sono, invece, le questioni che coinvolge il ricorso dell'imputato.
A conclusioni diverse perviene la successiva sentenza Barese (Cass., Sez. 4^, 9 marzo 2001, n. 28132), ove si è affermato che, in tema di trattamento medico-chirurgico, qualora, in assenza di urgente necessità, venga eseguita una operazione chirurgica demolitiva, senza il consenso del paziente, prestato per un intervento di dimensioni più ridotte rispetto a quello poi eseguito, che ne abbia determinato la morte, non è configurabile il reato di omicidio preterintenzionale poichè, per integrare quest'ultimo, si richiede che l'agente realizzi consapevolmente ed intenzionalmente una condotta diretta a provocare una alterazione lesiva dell'integrità fisica della persona offesa. La disamina si concentra, dunque, essenzialmente sull'elemento soggettivo, giacchè "se è vero che la connotazione finalistica della condotta (la finalità terapeutica) è irrilevante - non essendo richiesto il dolo specifico per i reati di lesioni volontarie e percosse - è altrettanto vero che la formulazione dell'art. 584 c.p. (atti diretti a) fa propendere per la tesi, non da tutti condivisa, che l'elemento soggettivo richiesto per l'omicidio preterintenzionale quanto all'evento voluto, sia costituito dal dolo diretto o intenzionale con esclusione quindi del dolo eventuale".
sicchè, sarebbe lecito l'assunto secondo il quale il consenso stesso "per un verso precluda la possibilità di configurare il delitto di lesioni volontarie, ma solo nel caso di consenso validamente espresso nei limiti dell'art. 5 c.c. per l'efficacia scriminante attribuita dall'art. 50 c.p. al consenso della persona che può validamente disporre del diritto; per altro verso, che, in presenza di ragioni di urgenza terapeutica, o nelle ipotesi previste dalla legge, il consenso non sia necessario".
In particolare, si evidenzia come la liceità della condotta del medico, che si caratterizza per le finalità terapeutiche che ne contraddistinguono l'agere, non possa trovare "significanza solo nel consenso entro ovvero oltre la categoria di cui all'art. 50 c.p. ma in coerenza con il principio da esso enunciato".
Dunque, "l'agire del chirurgo sulla persona del paziente contro la volontà di costui, salvo l'imminente pericolo di morte o di danno sicuramente irreparabile ad esso vicino, non altrimenti superabile, esita in una condotta illecita capace di configurare più fattispecie di reato, quali violenza privata (art. 610 c.p. la violenza essendo insita nella violazione della contraria volontà), lesione personale dolosa (art. 582 c.p. e, nel caso di morte, omicidio preterintenzionale (art. 584 c.p.)".
Ciò che rileva è la violazione del divieto di manomissione del corpo dell'uomo e, quindi, "la violazione consapevole del diritto della persona a preservare la sua integrità fisica nell'attualità - come è ora, a nulla valendo, in simile situazione, il rilievo che questa possa essere, eventualmente, migliorata - e il rispetto della sua determinazione a riguardo del suo corpo", in aderenza al principio personalista della nostra Costituzione, nella specie contrassegnato dall'art. 2 Cost. e art. 32 Cost. comma 2.
Nella sentenza Sez. 4^, 11 luglio 2001, n. 35822, Firenzani, trova eco, in campo penale, la tesi - già da tempo affermatasi nella giurisprudenza civile - secondo la quale l'attività medica rinverrebbe la propria autolegittimazione dagli artt. 13 e 32 Cost. giacchè "sarebbe riduttivo ... fondare la legittimazione della attività medica sul consenso dell'avente diritto (art. 50 c.p. che incontrerebbe spesso l'ostacolo di cui all'art. 5 c.c. risultando la stessa di per sè legittima, ai fini della tutela di un bene, costituzionalmente garantito, quale il bene della salute, cui il medico è abilitato dallo Stato"; ferma restando la necessità del consenso debitamente informato del paziente, anch'esso costituzionalmente presidiato (cfr, fra le tante, Cass., Sez. 3^ civ., 25 novembre 1994, n. 10014; Sez. 3^ civ., 15 gennaio 1997, n. 364, nonchè, più di recente, Sez. 1^ civ., 16 ottobre 2007, n. 21748; Sez. 3^ civ., 28 novembre 2007, n. 24742; Sez. 3^ civ., 15 settembre 2008, n. 23676).
Nell'affermare gli identici principi, la sentenza Firenzani sottolinea che la "legittimità in sè dell'attività medica richiede per la sua validità e la sua concreta liceità, in principio, la manifestazione del consenso del paziente, il quale costituisce presupposto di liceità del trattamento medico-chirurgico", afferendo, esso, alla libertà morale del soggetto e dalla sua autodeterminazione, nonchè alla sua libertà fisica, intesa come diritto al rispetto della propria integrità corporea: tutti profili riconducibili al concetto di libertà della persona, tutelato dall'art. 13 Cost.
La medesima linea prosegue, con ulteriori apporti argomentativi, anche nella sentenza della Sez. 1^, 29 maggio 2002, n. 26446, P.G. in proc. Volterrani, nella quale si afferma il principio secondo il quale in tema di attività medico-chirurgica (in mancanza di attuazione della delega di cui alla L. 28 marzo 2001, n. 145, art. 3con la quale è stata ratificata la Convenzione di Oviedo del 4 aprile 1997 sui diritti dell'uomo e sulla biomedicina), deve ritenersi che il medico sia sempre legittimato ad effettuare il trattamento terapeutico giudicato necessario per la salvaguardia della salute del paziente affidato alle sue cure, anche in mancanza di esplicito consenso, dovendosi invece ritenere insuperabile l'espresso, libero e consapevole rifiuto eventualmente manifestato dal medesimo paziente, ancorchè l'omissione dell'intervento possa cagionare il pericolo di un aggravamento dello stato di salute dell'infermo e, persino, la sua morte.
In tale ultima ipotesi - ha puntualizzato la sentenza - qualora il medico effettui ugualmente il trattamento rifiutato, potrà profilarsi a suo carico il reato di violenza privata ma non - nel caso in cui il trattamento comporti lesioni chirurgiche ed il paziente muoia - il diverso e più grave reato di omicidio preterintenzionale non potendosi ritenere che le lesioni chirurgiche, strumentali all'intervento terapeutico, possano rientrare nella previsione di cui all'art. 582 c.
Il medico, infatti, di regola e al di fuori di taluni casi eccezionali (allorchè il paziente non sia in grado per le sue condizioni di prestare il proprio consenso o dissenso, ovvero, più in generale, ove sussistano le condizioni dello stato di necessità di cui all'art. 54 c.p., non può intervenire senza il consenso o malgrado il dissenso del paziente.
A sua volta, ha rammentato ancora la Corte, "l'art. 5 della Convenzione sui diritti dell'uomo e sulla biomedicina, firmata ad Oviedo il 4 aprile 1997, ratificata dall'Italia con L. 28 marzo 2001, n. 145(seppure ancora non risulta depositato lo strumento di ratifica), prevede che "un trattamento sanitario può essere praticato solo se la persona interessata abbia prestato il proprio consenso libero ed informato"; l'art. 3 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000, sancisce, poi, che "ogni individuo ha il diritto alla propria integrità fisica e psichica" e che nell'ambito della medicina e della biologia deve essere in particolare rispettato, tra gli altri, "il consenso libero e informato della persona interessata, secondo le modalità definite dalla legge".
Discende da ciò - ha concluso la Corte - che il consenso informato deve essere considerato un principio fondamentale in materia di tutela della salute, la cui conformazione è rimessa alla legislazione statale". 6. - I principi enunciati dalla Corte costituzionale, scolpiti, alla luce della pluralità di fonti che concorrono a rafforzarne gli enunciati, rappresentano, dunque, la ineludibile base precettiva sulla quale poter configurare la legittimità del trattamento sanitario in genere e della attività medico-chirurgica in specie:
Da simili principi, profondamente innovativi rispetto a quelli enunciati nel precedente codice del 1995, si è tratto, quindi, il convincimento che fosse ormai superata la configurazione della attività del medico come promanante da soggetto detentore di una "potestà" di curare, dovendosi invece inquadrare il rapporto medico- paziente (al di fuori di qualsiasi visione paternalistica) nelcontesto di quella che è stata definita come una sorta di "alleanza terapeutica"; in sintonia, d'altra parte con una più moderna concezione della salute, che trascende dalla sfera della mera dimensione risica dell'individuo per ricomprendere anche la sua sfera psichica.
L'azione o l'omissione, che la violenza o la minaccia sono rivolte ad ottenere dal soggetto passivo, devono però essere determinate, poichè, ove manchi questa determinatezza, si avranno i singoli reati di minaccia, molestie, ingiuria, ma non quello di violenza privata (Cass., Sez. 5^, 18 aprile 2000, n. 2480, P.M. in proc. Ciardo).
8. - Esclusa, quindi, la possibilità di ritenere integrato, nel caso di specie, il delitto di violenza privata, occorre esaminare quella che è stata ritenuta per lungo tempo l'alternativa "naturalisticamente" privilegiata: vale a dire il reato di lesioni di cui all'art. 582 c.p.
Se, dunque, si cagiona sul derma dell'individuo una soluzione di continuo che può integrare la nozione di "lesione", ciò è ancora inconferente, sul versante del trattamento medico-chirurgico, agli effetti della integrazione del precetto, se ad essa non consegua una alterazione funzionale dell'organismo.
Sotto questo profilo, dunque, una diversa interpretazione non solo appare inaccettabile da un punto di vista di disamina "strutturale" della fattispecie - giacchè la malattia finirebbe per atteggiarsi alla stregua di una "eccentrica" condizione obiettiva di punibilità - ma anche in grave frizione con il principio di colpevolezza, sancito dall'art. 27 Cost., comma 1, per il quale - secondo la costante interpretazione ad esso data dalla Corte costituzionale (v. da ultimo, la sentenza n. 322 del 2007 e le altre ivi richiamate) - è postulato un coefficiente di partecipazione psichica del soggetto al fatto, rappresentato quantomeno dalla colpa, in relazione agli elementi più significativi della fattispecie tipica, fra i quali non può non essere annoverata proprio la "malattia". 9. - Alla stregua dei riferiti rilievi è dunque possibile trarre alcune conclusioni.
Dunque, e per concludere sul punto, non potrà ritenersi integrato il delitto di cui all'art. 582 c.p. proprio per difetto del relativo "evento".