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Timestamp: 2018-02-19 17:50:42+00:00
Document Index: 104277674

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 5', 'art.117', 'art. 8', 'art.8', 'art. 9', 'art.10', 'art. 249', 'art.123', 'art. 249', 'art.246', 'art. 1', 'art. 134', 'art. 134', 'art. 137', 'art. 117', 'art. 117', 'art. 134', 'art. 134', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 136', 'art.5', 'art. 56', 'art. 252', 'art. 251', 'art. 4', 'art. 16', 'art. 17', 'art. 18']

Costituzione e Repubblica - Costituzione italiana e istituzioni europee - schede
Costituzione italiana e istituzioni europee
riferimento alla relazione della prof. Claudia Morviducci
schede a cura del prof. Stefano Bertelli
indice delle schede tematiche
prima pagina del percorso didattico
"Costituzione italiana e istituzioni europee"
Un "mercato comune" si ha quando più paesi aboliscono i dazi doganali alle importazioni ed esportazioni di merci tra di loro. Sostanzialmente equivale ad un' "area di libero scambio". E' ciò che fu creato tra Italia, Francia, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Germania Ovest con il Trattato di Roma del 25 marzo 1957, ratificato dall'Italia con L. 14/X/1957 n. 1203, pubblicata su G.U. n. 317 del 23/XII/1957, entrato in vigore l' 1/1/1958.
Anche la sigla iniziale era M.E.C. (Marché Européen Commun) a significare la libertà di circolazione delle merci che però si attuò effettivamente e completamente a partire dal 1 luglio 1968.
I paesi che non aderirono al M.E.C. nel '58 dettero l'avvio a trattative che portarono alla costituzione di un'area di libero scambio alternativa, l'E.F.T.A. (European Free Trade Association) costituita con la Convenzione di Stoccolma del 20/11/1959 tra Norvegia, Danimarca, Austria, Svizzera, Portogallo, Gran Bretagna e, successivamente, Finlandia, Svezia, Islanda, ed entrata in vigore il 3/5/1960.
Il testo del Trattato di Roma è stato modificato dall'Atto Unico di Lussemburgo del 1986, dal Trattato di Maastricht del 1992 e dal Trattato d Amsterdam del 1997. Per il testo vigente si rinvia alla versione italiana disponibile sul sito Internet dell'Unione Europea (si veda anche la voce "Comunità Europea").
Il termine equivale a "unione doganale": costituisce un ulteriore passo avanti rispetto all'area di libero scambio e si ha quando alcuni paesi, oltre che abolire i dazi allo scambio di merci fra loro, si presentano uniti di fronte a paesi terzi nel commercio internazionale, proponendo un'unica tariffa doganale nei confronti delle importazioni di merci dall'esterno.
E' la situazione verificatasi dal 1 luglio 1968 quando la C.E.E. (Comunità Economica Europea) non solo ha concluso il suo cammino verso la realizzazione dell'area del libero scambio ma è diventata anche un'unione doganale.
COMUNITA' ECONOMICA
Si ha quando più paesi, dopo aver realizzato tra di loro un'area di libero scambio ed un'unione doganale, compiono un passo ulteriore e decisivo sulla strada dell'integrazione economica, liberalizzando gli scambi tra loro oltre che delle merci anche dei servizi, del lavoro, del capitale. Sono le "quattro libertà" (di scambio di merci, servizi, lavoro, capitali) che comprendono, tra l'altro, la cosiddetta "libertà di stabilimento" in base alla quale un soggetto, persona fisica o giuridica, di uno stato membro può "stabilirsi" per lavorare, offrire beni e servizi, intraprendere attività d'impresa o libero-professionali in qualsiasi altro stato membro.
Tale obiettivo, già presente nel Trattato istitutivo (vedi appunto la denominazione C.E.E.), è stato riaffermato con l'Atto Unico di Lussemburgo del 17/2/1986 che ha posto un termine preciso per la sua realizzazione. L'Atto Unico, ratificato dall'Italia con L. 23/XII/1986 n. 909 (su G.U. n. 300 suppl. del 29/XII/1986) ed entrato in vigore il 1 luglio 1987 prevedeva, infatti, la creazione di un "mercato unico" o "mercato interno" entro il 31/12/1992. Così dal 1 gennaio 1993 si ha una vera e propria "comunità economica", che, oltre alle quattro libertà [vedi artt. 23/31 TitoloI, parte III e 36/69 Titolo III, Parte III del Trattato CE], prevede una armonizzazione della legislazione tributaria (es. IVA) e della legislazione commerciale (es. SpA), nonché un'armonizzazione nella politica economica (ad es. in tema di agricoltura (titolo II della Parte III), trasporti (titolo IV della Parte III), moneta e credito, legislazione sociale e del lavoro, etc.).
Nel frattempo l'Europa a 6 si era allargata con l'ingresso della Gran Bretagna, Irlanda e Danimarca (1972, ma dall'1/1/73), della Grecia (1981), della Spagna e del Portogallo (1985, ma dall'1/1/86), ad un'Europa a 12. Ma prima ancora dell'1/1/93 (data di inizio del mercato unico), era già stato firmato il 7/2/1992 a Maastricht il trattato che modifica il Trattato di Roma e l'Atto Unico di Lussemburgo e che ha cambiato la CEE in CE (Comunità Europea) ed ha istituito la UE (Unione Europea).
D'ora in poi gli articoli del Trattato CE sono quelli con la numerazine modificata del Trattato di Amsterdam (1997), in vigore dal'1/5/1999.
Un agile recente volumetto sulle problematiche citate in questa ed altre voci è quello di Roberto Santaniello: Il mercato unico europeo, Bologna, Il Mulino, 1998, pp. 128.
E' l'organizzazione sovranazionale che non è più solo economica, ma giuridico-politica, cioè istituzionale, una vera e propria "confederazione di stati", ultimo passo verso un possibile futuro "stato federale" (gli Stati Uniti d'Europa), ideale che era nei propositi dei padri fondatori (Adenauer, De Gasperi, Schuman) che nel 1951 dettero il via al cammino dell'integrazione europea e che non pensavano solo ad un'Europa dei governi, ma ad un'Europa dei popoli; non solo ad un'Europa economica, ma ad un'Europa politico-sociale.
Pertanto con il Trattato di Maastricht si crea l'Unione Europea che si prefigge di "promuovere un progresso economico e sociale... mediante... il rafforzamento della coesione economica e sociale e l'instaurazione di un'unione economica e monetaria...; affermare la sua identità sulla scena internazionale... mediante una politica estera e di sicurezza comune, ivi compresa... una politica di difesa comune...; rafforzare la tutela dei diritti e degli interessi dei cittadini...; sviluppare una stretta cooperazione nel settore della giustizia..." (vedi art. 2 del Trattato dell'Unione).
D'ora in poi gli articioli del Trattato UE sono quelli con la numerazione modificata dal Trattato di Amsterdam (e non con le lettere con cui sono indicati dal trattato di Maastricht)
Nascono così la "cittadinanza europea", la PESC (Politica Estera e di Sicurezza Comune), l'UEM (Unione Economica Monetaria, che ha portato alla introduzione, dal 1/1/1999, di una moneta unica virtuale, l'Euro, ancora non coniata ma già unità di conto "a cambio fisso" [1 Euro = 1936,27 Lire] che entrerà in circolazione, in compresenza con le monete nazionali, dal 1/3/2002 e, infine, come unico mezzo di pagamento circolante dal 1/7/2002; per ampie informazioni sull'Euro si rinvia al sito Eurolandia ), la CGAI (Cooperazione per la Giustizia e gli Affari Interni).
Viene profondamente modificato il trattato CEE (Roma, 1957 e Lussemburgo, 1986) istituendo la CE (senza più l'aggettivo "economica") e modificando la struttura e le funzioni degli organi (Commissione, Consiglio dei Ministri, Parlamento, Consiglio Europeo, Corte di Giustizia, Corte dei Conti), introducendo, tra l'altro, nell'iter di formazione delle fonti normative, dopo la procedura di cooperazione (Lussemburgo, 1986), la procedura di codecisione (Maastricht, 1992).
E' stato firmato dai ministri degli esteri plenipotenziari dei 15 paesi il 2 ottobre 1997 ad Amsterdam; nel frattempo, infatti, l'Europa a 12 è diventata, con l'ingresso di Austria, Svezia e Finlandia (1995, ma dall'1/1/96), l'Europa a 15.
Il trattato di Amsterdam è entrato in vigore l'1.5.1999. Esso prevede modifiche, semplificando tra l'altro la procedura di codecisione e aumentando i poteri del parlamento. Si rinvia qui al testo in italiano delle versioni consolidate del Trattato sull'Unione e del Trattato CE (che includono le modifiche apportate dal trattato di Amsterdam), disponibili sul sito Internet del Consiglio dell'Unione Europea.
COMPETENZE TRASFERITE IN MANIERA ESCLUSIVA O CONCORRENTE
Materie su cui l'UE può deliberare con atti normativi di forza superiore alle leggi nazionali. La competenza su tali materie le è stata trasferita dagli stati membri. Su alcune di esse la legislazione comunitaria è esclusiva, cioè "esclude" che possano autonomamente deliberare gli stati nazionali; su altre la legislazione comunitaria è concorrente, cioè "concorre" con quella degli stati nazionali, nel rispetto delle singole Costituzioni, eventualmente secondo il principio di "sussidiarietà" in base al quale l'UE interviene solo se e quando gli obiettivi comuni non possono essere sufficientemente realizzati dagli stati membri (vedi art. 5 Trattato CE). [vedi anche alle voci "Unione Europea" e "direttamente applicabili"].
Di competenze trasferite in via esclusiva o concorrente ce ne sono anche nel nostro ordinamento interno fra la legislazione statale e quella regionale. Sulle materie previste dall'art.117 della Costituzione le regioni possono emanare leggi, "nei limiti dei princìpi fondamentali stabiliti dalle leggi dello stato", in maniera concorrente. Su alcune di queste materie, e su altre previste dai rispettivi statuti, le regioni a statuto speciale possono legiferare invece in maniera esclusiva. [vedi alla voce "materie di competenza delle regioni"]
E' il trattato che istituisce l'Unione Europea e modifica i trattati istitutivi delle comunità economiche europee (CECA, CEE, Euratom). E' stato fatto a Maastricht il 9-10/12/1991, stipulato dai ministri plenipotenziari il 7/2/1992, entrato in vigore il 1 novembre 1993, dopo la ratifica da parte dell'ultimo stato membro. L'Italia l'ha ratificato con L. 3/XI/1992 n.454 in GU n. 277 suppl. del 24/XI/1992 che qui si riporta senza gli allegati.
Del trattato di Maastricht si parla anche alle voci "Mercato comune", "Comunità economica", "Unione Europea". I titoli II, III, IV, artt. G, H, I del Trattato di Maastricht, oggi, dopo le modifiche apportate da Trattato di Amsterdam, art. 8,9,10, modificano il trattato CEE (che diventa CE), nonché CECA e CEEA.
Si rinvia qui al testo in italiano del Trattato di Maastricht disponibile sul sito Internet dell'Unione Europea.
Dall'1/5/1999 è stato però superato dal trattato di Amsterdam (1997)
E' il nuovo nome della vecchia Comunità Economica Europea, così modificato dall'art. G, del Trattato sull'Unione stipulato a Maastricht il 7/2/1992 ed entrato in vigore l'1/11/1993 [vedi alla voce "Trattato di Maastricht"]; oggi, dopo le modifiche introdotte dal Trattato di Amseterdam (art.8)
Del suo contenuto (introduzione della cittadinanza europea [artt.17/22], introduzione dell'UEM e della moneta unica [artt.98/124], modifiche agli organi [artt.189/201 (Parlamento), 202/210 (Consiglio dei Ministri), 211/219 (Commissione), 220/245 (Corte di Giustizia), 246/248 (Corte dei Conti)] per cui si rinvia al testo in vigore, con le modifiche introdotte dal Trattato di Amsterdam), si dà qui conto alle voci "Unione Europea", "Corte di Giustizia", "procedura di codecisione", "Parlamento europeo", "Consiglio", "Commissione", "cittadino italiano e comunitario".
E' la Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio, la prima delle "comunità economiche europee" che comprendono la CECA, la CEE e la CEEA. Dotata di una Assemblea parlamentare europea, di una Corte di Giustizia, di un Consiglio dei Ministri e di un'Alta Autorità, presentò un aspetto di grande novità, poi ripreso dalle altre due comunità. Gli organi delle tre comunità furono riunificati dal 1 luglio 1965 a seguito del trattato dell'8 aprile 1965 sulla "fusione degli esecutivi".
Su progetto dell'allora ministro degli esteri francese Robert Schuman (redatto in realtà da Jean Monnet) la CECA fu istituita col Trattato di Parigi del 18/4/1951, entrato in vigore il 25/8/1952 , per creare un'area di libero scambio del carbone e dell'acciaio e per armonizzare le politiche siderurgiche ed energetiche tradizionali dei 6 paesi firmatari (Francia, Germania, Italia, Belgio, Olanda, Lussemburgo).
Le norme del Trattato CECA sono state modificate dall'art. H del Trattato di Maastricht, ora art. 9 del Trattato di Amsterdam.
E' il nome più comune della C.E.E.A., cioè la Comunità Europea dell'Energia Atomica, istituita col trattato di Roma del 25/3/1957, per coordinare e sviluppare la ricerca nucleare negli stati membri e per creare fra di loro un'area di libero scambio dei materiali e delle apparecchiature nucleari [vedi alle voci "CECA" e "CEE"]. A sua volta è stata modificata dall'art. I del Trattato di Maastricht. (ora art.10 del Trattato di Amsterdam)
Inizialmente detta anche M.E.C. (Mercato Comune Europeo) è la Comunità Economica Europea, oggi Comunità Europea, istituita col Trattato di Roma del 25/3/1957, entrato in vigore il 1 gennaio 1958, stipulato fra i 6 paesi della CECA, al fine di creare un'area di libero scambio delle merci e dei fattori produttivi ed una unione doganale [vedi alle voci "Mercato comune", "Mercato unico", "Comunità economica"]. Il Trattato di Roma fu modificato dall'Atto Unico di Lussemburgo del 17/2/1986, entrato in vigore l'1/7/1987, dal Trattato sull'Unione fatto a Maastricht il 7/2/1992 ed entrato in vigore l'1/11/1993 che ha trasformato la CEE in CE e, in ultimo, dal Trattato di Amsterdam del 2/10/1997, entrato in vigore il 1/5/1999 [vedi alle voci "Unione Europea", "Trattato di Maastricht", "Comunità Europea"].
Essa fu voluta e preparata dagli allora primi ministri, il francese Robert Schuman, il tedesco Konrad Adenauer, l'italiano Alcide De Gasperi, il belga Paul Henri Spaak, che la progettarono nella Conferenza di Messina del 1954.
Come accennato alla voce "CECA" il primo progetto di unificazione europea si deve a Jean Monnet, politico e finanziere francese (1888-1979), che, convinto che solo l'unità dell'Europa avrebbe consentito la riconciliazione tra Francia e Germania, redasse il progetto (noto come Piano Schuman -1950 -) concretizzatosi nell'istituzione della CECA di cui Monnet fu presidente dal '52 al '55.
L. 14/X/1957 N. 1203
La L.14/X/1957 n. 1203 è la legge che rende esecutivo il trattato istitutivo della CEE (Roma, 1957), sta in supplemento ordinario a GU n. 317 del 23/XII/1957 [vedi voce "CEE"].
Vedi le relazioni "Il quadro storico-giuridico e i princìpi ispiratori della Costituzione" (prof. Ugo De Siervo) e "I princìpi fondamentali fra rigidità e revisione della Costituzione" (prof. Stefano Merlini), nonché gli artt. 1/12 della Costituzione.
DIRITTI INALIENABILI DELLE PERSONE
Vedi le relazioni "Il quadro storico-giuridico e i princìpi ispiratori della Costituzione" (prof. Ugo De Siervo) e "I princìpi fondamentali fra rigidità e revisione della Costituzione" (prof. Stefano Merlini), nonché gli artt. 13/54 della Costituzione.
NORMA ETERONOMA
O anche "norma eteroprodotta" è la regola obbligatoria di condotta emanata da altri soggetti rispetto agli organi di produzione della legge; è quella nata all'esterno dell'ordinamento giuridico in cui avrà vigore, o mediante "accoglienza" o mediante "rinvio" o mediante "delega"; è quella prodotta da un altro ordinamento giuridico sovrano. Si hanno esempi di norme eteronome vigenti mediante accoglienza in quelle del diritto canonico (cioè della Chiesa) accolte nei Concordati fra Stato e Chiesa; esempi di norme eteronome vigenti mediante rinvio in quelle straniere applicate all'interno nel c.d. "diritto internazionale privato"; esempi di norme eteronome vigenti mediante delega, appunto, nei regolamenti comunitari, prodotti da quell'organizzazione sovranazionale che è l'Unione Europea [vedi alla voce "Unione Europea" e alla voce "direttamente applicabili"]
Con questa sigla si intende la "Convenzione [Europea] per la salvaguardia dei Diritti Umani e delle libertà fondamentali" stipulata a Roma nel 1950, nell'ambito del Consiglio d'Europa, organizzazione internazionale cui aderiscono 40 stati europei, fondata nel 1949, con sede a Strasburgo.
DIRETTAMENTE APPLICABILI
L'Unione Europea è una organizzazione sovranazionale e non semplicemente internazionale. Gli stati membri hanno cioè rinunciato, di comune accordo e su un piano di parità, ad una parte del loro potere legislativo attribuendolo all'Unione stessa. Pertanto alcuni atti normativi dell'Unione Europea, come appunto i Regolamenti, sono direttamente applicabili negli stati membri, hanno cioè efficacia immediata e diretta all'interno dei singoli stati nazionali. I regolamenti comunitari sono dunque obbligatori per tutti i cittadini dell'Unione ed entrano a far parte dell'ordinamento giuridico degli stati membri senza bisogno di venir recepiti, accolti, "ratificati" da una legge nazionale.
Non così accade per le Direttive dell'Unione Europea che sono invece atti normativi che, al fine di armonizzare le legislazioni nazionali, vincolano gli stati ad emanare proprie norme che recepiscano, accolgano, all'interno del proprio ordinamento, i contenuti delle direttive stesse e diano loro effettiva attuazione nelle forme che il singolo stato ritiene opportune.
Per dare una più organica e più tempestiva attuazione alle direttive europee il Parlamento italiano, dal 1989 con L. 9/III/1989 n. 86 , emana ogni anno una legge, detta "legge comunitaria", con la quale, tra l'altro, delega il Governo ad emanare entro l'anno decreti legislativi o regolamenti o atti amministrativi che recepiscano nell'ordinamento interno le direttive comunitarie indicate espressamente nella suddetta legge-delega.
Di quanto sopra detto si ha riscontro nell'art. 249 del Trattato CE e, a titolo esemplificativo nella L. 19/XII/1992 n. 489 e nell'intestazione, sommario e alcuni articoli della L. 22/II/1994 n. 146 (legge comunitaria 1993), di cui si riproducono parti del testo.
"RANGO" NELL'AMBITO DELLE FONTI NORMATIVE
Rango significa la posizione che i vari tipi di norme hanno nella gerarchia delle fonti. Le fonti normative (costituzioni, statuti, leggi, decreti, regolamenti, etc.) non hanno tutte la stessa "forza" e si pongono sui diversi gradini di una scala gerarchica (un po' come i minerali sulla scala della "durezza" dal diamante al talco) in ordine decrescente, dalla più alta alla più bassa, dalla più forte alla più debole.
Le conseguenze di tale "gerarchia" sono che nessuna fonte inferiore può essere in contrasto con una superiore e che per modificare una fonte ne occorre una superiore o, almeno, di pari grado.
Così, nel nostro ordinamento, la Costituzione (che qualcuno chiama "Legge fondamentale", o "Legge delle leggi", o " Fonte delle fonti", e i cui sinonimi ottocenteschi erano "Carta" o "Statuto") è la fonte più alta, la norma più forte di tutte.
Volendo tentare una classificazione si potrebbe dire così: dall'alto in basso troviamo prima le fonti costituzionali, poi quelle legislative, quindi quelle regolamentari, infine quelle consuetudinarie.
All'interno delle fonti costituzionali (1° grado) troviamo la Costituzione (Cost.) e le Leggi Costituzionali (L. cost.), sia quelle che modificano la Costituzione che quelle fondamentali che regolano gli organi costituzionali dello stato, nonché gli Statuti (St. R.) delle regioni a statuto speciale, in quanto approvate dal Parlamento con legge costituzionale, ma la cui efficacia è limitata nello spazio.
All'interno delle fonti legislative (2° grado), dette anche "primarie" (dal tradizionale linguaggio ottocentesco quando le "carte" e gli "statuti" non erano rigidi, ma flessibili ed avevano la stessa forza delle leggi) troviamo le leggi ordinarie (L.) e, a pari grado, gli atti normativi del Governo aventi forza di legge, cioè i decreti delegati o legislativi (D.Lgs.) e i decreti-legge (D. L.), ma anche, sia pure con efficacia limitata al territorio della regione, gli statuti delle regioni a statuto ordinario (St. R.) in quanto approvati dal Parlamento con legge ordinaria, e le leggi regionali (L. R.).
Si deve notare che dall'1/1/2000, in base alla nuova formulazione dell'art.123 Cost, modificato da L.Cost. 22/11/1999 n°1, gli statuti delle regioni a statuto ordinario non sono più approvati con legge (nazionale) ordinaria (L.), ma con legge regionale (L.R.) - sia pure con iter aggravato - , e senza il visto del Commisario del Governo.
All'interno delle fonti regolamentari (3° grado), dette anche "secondarie" in quanto inferiori a quelle legislative (dette anche "primarie"), troviamo i regolamenti delle autorità amministrative (Governo ed Enti territoriali) fra i quali prevalgono i regolamenti governativi (D.P.R.) e poi seguono i decreti del Presidente del Consiglio (D.P.C.), i decreti ministeriali (D.M.), le ordinanze ministerali (O.M.), le circolari ministeriali (Circ.Min.) e, su un piano di parità, ma con circoscritta efficacia spaziale, i regolamenti degli enti territoriali, cioè delle Regioni, delle Province, dei Comuni (ivi compresi gli statuti comunali, le delibere consiliari, i piani regolatori, etc.).
All'interno delle fonti consuetudinarie (4° grado), dette anche "terziare" in quanto inferiori a quelle regolamentari (dette anche "secondarie") troviamo le consuetudini, o meglio, gli "usi" (in senso giuridico) che valgono solo in quanto siano espressamente richiamati da fonti superiori.
Ora, il problema qui esaminato è quale "rango" abbiano i Regolamenti comunitari (non inganni il termine "regolamento": sono fonti di rango legislativo e non di terzo grado), su quale gradino della scala gerarchica delle fonti collocarli. Se si pongono su un sub-gradino intermedio fra le Costituzioni e le Leggi, in quanto "direttamente applicabili" (art. 249 Trattato CE), si dovrà "disapplicare" (cioè non osservare) la legge nazionale che contrasti con essi? E la Corte Costituzionale potrà sentenziare l'incostituzionalità di tali leggi contrastanti con i regolamenti comunitari, anche se essi sono fonti "esterne"? Sono "fonti primarie a competenza speciale" e quindi prevalenti su quelle primarie interne, se restano nel loro ambito di competenza "esclusiva"? Le risposte si trovano nel paragrafo 2 della relazione "Costituzione italiana e Istituzioni europee" (C. Morviducci).
E' l'organo giurisdizionale delle Comunità Europee (è l'unica istituzione che mantiene la vecchia dizione e non diventa organo dell'UE), con sede a Lussemburgo. Per la sua composizione e le sue funzioni vedi gli artt. 220/245 del Trattato CE.
Da non confondere con la Corte dei Conti, organo di controllo contabile (art.246/248 del Trattato CE)
RICORSI INCIDENTALI
Il "procedimento incidentale", o indiretto, (previsto dall'art. 1 della L. Cost. 1/48, oltreché dall'art. 134 Cost. 1° sub-comma) è quello che inizia da un qualsiasi giudizio di fronte ad un qualunque giudice (civile, penale, amministrativo). Può accadere che il giudice ritenga che la legge da applicare per decidere la causa in questione sia di dubbia costituzionalità, cioè, a suo parere, non conforme a uno o più articoli della Costituzione.
In questo caso, per mezzo di una "questione" (cioè una domanda/richiesta) o "eccezione" di costituzionalità, il giudice stesso (d'ufficio), o il pubblico ministero, o una delle parti, può sollevare la questione e il giudice, se non la ritiene manifestamente infondata, può chiedere alla Corte Costituzionale di verificare la rispondenza della legge in oggetto alla "lettera" e allo "spirito" della Costituzione.
La questione così sollevata si dice "incidentale" perché è sorta incidentalmente durante un procedimento avente altro oggetto (vedi art. 134 Cost. 1° sub-comma e art. 137 Cost. 1° comma).
PROMOSSI IN VIA PRINCIPALE
Il "procedimento principale", o diretto, riguarda le controversie sulle leggi, promosso dallo stato contro le regioni o dalle regioni contro lo stato o altre regioni. Cioè, indipendentemente da un processo in corso, lo stato può ricorrere alla Corte Cost. quando ritenga che una legge di una regione sia contraria alla Costituzione o ad altre leggi nazionali o vada al di là delle competenze assegnate alle regioni in campo legislativo dall'art. 117 Cost., e, parimente, una regione può sollevare eccezione di costituzionalità di fronte alla Corte contro una legge dello stato o una legge di un'altra regione se le ritenga lesive delle sue competenze legislative ex art. 117 Cost. (vedi art. 134 Cost. 2° sub-comma).
Alla Corte Costituzionale spetta anche il compito di giudicare sui "conflitti di attribuzione". Il giudizio della C.C. sui conflitti di attribuzione o di competenza è previsto per garantire la corretta suddivisione delle competenze fra i tre poteri dello stato (legislativo, esecutivo, giudiziario) e tra lo stato e le regioni.
Si ha conflitto quando un organo dello stato ritenga che un altro organo abbia esercitato un potere che non è suo, abbia cioè travalicato la sua sfera di competenza, o abbia esercitato sì un suo potere, ma difformemente da quanto previsto dal diritto e in modo da danneggiare un altro organo.
Il conflitto tra stato e regione o tra regione e regione si ha quando uno di questi enti ritenga che un altro di essi abbia invaso la sfera delle sue competenze e quindi propone alla C.C. conflitto per difendere le proprie attribuzioni contro atti di qualsiasi tipo purché non legislativi. Se infatti l'invasione di competenza avviene attraverso una legge, statale o regionale, presso la Corte verrà instaurato in via principale (o diretta) il giudizio di costituzionalità sulla legge stessa. Dunque il conflitto di attribuzione fra stato e regione o tra regioni sorge su atti amministrativi o su atti giurisdizionali (vedi art. 134 Cost. 2° sub-comma).
PRONUNCIA DI INCOSTITUZIONALITA'
E' la sentenza con la quale la Corte Costituzionale afferma che la legge sottoposta al suo giudizio, in via incidentale o in via principale, non è conforme alla "lettera" e/o allo "spirito" di uno o più articoli della Costituzione e pertanto tale norma (anche un solo articolo, o frase, o parola di essa) non deve essere più osservata ed anzi sarà cancellata dall'ordinamento a partire dal giorno successivo alla pubblicazione della sentenza stessa sulla Gazzetta Ufficiale. (vedi art. 136 Cost.)
Vedi artt. 55/82 della Costituzione.
Vedi artt. 92/100 Cost. e L. 23/VIII/1988 n. 400 in G.U. 12/IX/1988 n. 214, suppl.
PERDITA DI SOVRANITA' DA PARTE DEGLI ORGANI RAPPRESENTATIVI
La "sovranità" (in altri tempi detta anche "potestà d'imperio") è, assieme al territorio e al popolo, uno dei tre elementi costitutivi dello stato moderno. Essa è il potere originario, non derivato cioè da nessun altro ente, che spetta allo stato, di produrre norme e farle osservare, se occorre con la forza. Essa si manifesta nei tre tradizionali poteri: legislativo, che spetta al Parlamento, il quale ha dunque funzione normativa; esecutivo, che spetta al Governo, il quale ha dunque funzione amministrativa; giudiziario, che spetta alla Magistratura (rectius ai giudici), la quale ha dunque funzione giurisdizionale.
La perdita di sovranità da parte dei tre organi dei singoli stati membri si ha in tutti e tre i poteri, ma prima di tutto e più di tutto in quello legislativo che ha in parte delegato la funzione normativa agli organi dell'Unione. E l'organo legislativo è, negli stati moderni, l'unico veramente "rappresentativo" della volontà popolare, nella quale, in ultima analisi, risiede il fondamento stesso della sovranità statale ("democrazia").
Sono rappresentativi anche i consigli regionali che hanno anch'essi potestà legislativa in materie ormai "concorrenti" con l'UE (ad es. in agricoltura).
Principio in base al quale un soggetto interviene solo se e quando il soggetto cui spetterebbe in primis di decidere ed agire non lo fa o lo fa con ritardi o difetti. Il principio, enunciato per la prima volta da S.M Keynes in "la fine del lasciar-fare" (1926) e stabilito poi da Pio XI nell'enciclica "Quadragesimo anno" (1931) riguardo all'intervento dello stato rispetto alle decisioni e alle azioni dei "gruppi intermedi" e in primo luogo la famiglia e le aggregazioni sociali ma anche dei singoli individui, vale per la UE nei confronti degli stati membri (art.5 del trattato CE) [vedi alla voce "competenze trasferite in maniera esclusiva o concorrente"]. Da parte della Bicamerale si era proposto di "costituzionalizzare" tale principio, nei confronti dello stato rispetto alle regioni, nell'art. 56 della seconda bozza (4/11/1997) di revisione della II parte della nostra Costituzione, ma la Camera dei deputati, alla fine di marzo del '98 , non l'ha approvato. Poi il processo di riforma costituzionale si è arrestato con un nulla di fatto il 9/6/98.
[vedi anche la voce "sussidiarietà" nella relazione "Il quadro storico-giuridico e i princìpi ispiratori della Costituzione", del prof. De Siervo].
Significa mancanza o difetto di democraticità nella formazione delle norme europee, dal momento che il Parlamento europeo, pur "rappresentativo" della volontà dei popoli (in quanto unico organo dell'UE eletto a suffragio universale e diretto) non è tuttavia il vero depositario del potere legislativo in quanto esso appartiene tuttora alla Commissione nella fase dell'iniziativa/proposta e al Consiglio dei ministri nella fase della definitiva approvazione/promulgazione, pur avendo il Parlamento una qualche maggiore incidenza nell'iter legislativo con la procedura di codecisione.
I regolamenti e le direttive vengono approvati dal Consiglio dei Ministri, che ha il potere legislativo. L'iniziativa della loro presentazione è della Commissione Europea. Il testo viene presentato al Consiglio dei Ministri che adotta una posizione comune su di esso e la invia al Parlamento Europeo. A questo punto, a seconda della materia trattata dalla norma proposta, si apre la procedura di "consultazione" per cui il parere del Parlamento non è vincolante e quindi il Consiglio dei Ministri può decidere come meglio crede; oppure si aprono le procedure di "cooperazione" (introdotta dall'Atto Unico di Lussemburgo 1986 [vedi art. 252 Trattato CE]) o di "codecisione" (o di "codeterminazione") (introdotta dal trattato di Maastricht del 1992, modificata dal Trattato di Amsterdam del 1997 [vedi art. 251 Trattato CE]).
Il Parlamento ha in quest'ultimo caso un ruolo più incisivo nella legislazione potendo apportare emendamenti o addirittura respingere il provvedimento acquisendo una sorta di potere di veto. Con la procedura di cooperazione, invece, il Consiglio può superare l'opposizione del Parlamento, ma solo votando la posizione comune all'unanimità. E' poi previsto l'intervento di un comitato di conciliazione al fine di addivenire ad una decisione comune in caso di disaccordo.
E' l'organo elettivo, di durata quinquennale, della UE, con sede a Strasburgo, con funzioni di consulenza e cooperazione nel potere legislativo, di approvazione e controllo del bilancio comunitario, di controllo politico sulla Commissione (può "sfiduciarla" e costringerla alle dimissioni e di cui approva la designazione dei membri componenti da parte degli stati). (Vedi artt. 189/201 Trattato CE).
E' il Consiglio dei Ministri, da non confondere con il "Consiglio Europeo" formato dai primi ministri/presidenti del consiglio degli stati membri, precedentemente detto "Vertice dei Capi di Stato e di Governo" (vedi art. 4 del Trattato UE). A maggior ragione non va confuso col "Consiglio d'Europa" [vedi alla voce "CEDU"].
Il Consiglio dei Ministri è il vero organo legislativo della UE. E' composto dai ministri competenti per materia, in carica in ciascun stato. Non è organo permanente e non ha sede fissa. I suoi membri hanno voti "ponderati" da 2 a 10. Non può essere "sfiduciato". (Vedi artt. 202/210 Trattato CE).
La Commissione Europea è l'organo esecutivo della UE, con sede a Bruxelles. E' composta da 20 membri nominati per 5 anni dai governi degli stati membri (in modo che ciascun stato abbia un minimo di 1 e un massimo di 2 commissari), ma può essere "sfiduciata" dal Parlamento. Cura l'esecuzione delle deliberazioni del Consiglio ed ha potere di iniziativa (presenta ad esso i progetti di regolamenti e direttive).
(Vedi artt. 155/163 Trattato CE).
prima pagina del percorso didattico "Costituzione italiana e istituzioni europee"
TUTELA DEI DIRITTI DELL'INDIVIDUO
Recentissimamente il Consiglio Europeo, tenutosi nell'ottobre 2000 a Biarritz, ha varato un progetto di "Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea". Essa contiene il riconoscimento e la garanzia, per i cittadini dell'Unione, di diritti e libertà fondamentali, basati sui principi di dignità della persona umana, libertà, uguaglianza, solidarietà, inseriti nel quadro di riferimento di uno stato di diritto e democratico.
Tale "Carta", che viene definita come la base per un' eventuale futura "Costituzione Europea", ha un Preambolo e sette Capi (Capo I - Dignità; Capo II - Libertà; Capo III - Uguaglianza; Capo IV - Solidarietà; Capo V - Cittadinanza; Capo VI - Giustizia; Capo VII - Disposizioni generali). È stata approvata dal Parlamento Europeo il 14/11/2000 [ per l'Italia hanno votato contro i deputati della Lega Nord e quelli di Rifondazione Comunista], e ratificata definitivamente dal Consiglio Europeo di Nizza nel dicembre 2000, dopo le ratifiche dei parlamenti nazionali.
Tale "Carta" tuttavia non sarà inserita in corpore nei Trattati e quindi non ne avrà la dignità e la forza; sarà dunque solo "indicativa".
CITTADINO ITALIANO E COMUNITARIO
E' cittadino chi appartiene ad uno stato. Il termine è opposto a "straniero". L'insieme dei cittadini forma il "popolo" che è uno dei tre elementi costitutivi (assieme al territorio e alla sovranità/autorità/governo) di ogni stato moderno. Il cittadino italiano gode di tutti i diritti ed ha tutti i doveri che l'ordinamento giuridico italiano prevede per i suoi cittadini. In particolare gode dei diritti e delle libertà fondamentali previsti dagli articoli da 1 a 54 della Costituzione Italiana. Per il diritto italiano si è o si diventa cittadini se si ha o si acquista uno dei requisiti previsti dalla legge sulla cittadinanza (L. 5/II/1992 n. 91).
Con il Trattato sull'Unione Europea fatto a Maastricht nel 1992 il cittadino di uno stato membro è automaticamente anche cittadino europeo (la cittadinanza europea si aggiunge a quella nazionale e non la sostituisce) e acquista ulteriori libertà e diritti quali quello di circolare e soggiornare liberamente nel territorio degli stati membri; quello di elettorato attivo e passivo nelle elezioni per il Parlamento Europeo anche se risiede in uno stato di cui non è cittadino e di elettorato attivo e passivo nelle elezioni comunali (o "amministrative") nello stato membro in cui risiede anche se non è cittadino di esso; quello della protezione diplomatica da parte di qualsiasi stato membro presso paesi terzi nei quali il suo stato di appartenenza non abbia rappresentanza diplomatica; quello di rivolgersi al "Mediatore" europeo, di presentare petizioni al Parlamento Europeo e di scrivere a qualsiasi organo e istituzione dell'Unione, nella lingua da lui scelta tra le dodici ufficiali, ottenendo risposta scritta, nella stessa lingua (artt. 17/22 del Trattato CE).
A proposito di "libera circolazione" dei cittadini UE all'interno dell'Unione, si deve aggiungere che esiste anche lo "spazio Schengen", cioè un territorio senza frontiere, e quindi senza controlli di documenti personali per i viaggiatori, fra gli stati aderenti all'accordo. Dopo il primo accordo fra i cinque paesi fondatori dello "spazio Schengen" (Germania, Francia, Belgio, Olanda, Lussemburgo) del 1985, è stata elaborata una convenzione nel 1990, entrata in vigore nel 1995, alla quale ha aderito l'Italia nel 1990, la Spagna e il Portogallo nel 1991, la Grecia nel 1992, e, via via, tutti gli altri (fino alla firma del Trattato di Amsterdam, 1997), eccetto Gran Bretagna e Irlanda. Fra le altre misure lo "spazio Schengen" prevede: l'abolizione dei controlli alle frontiere comuni e il loro trasferimento alle frontiere esterne; l'armonizzazione delle condizioni di attraversamento delle frontiere e della concessione di visti; la separazione, nei porti e negli aeroporti, dei viaggiatori appartenenti ai paesi dell'aerea Schengen dagli altri; il diritto di pedinamento e inseguimento da un paese all'altro; etc. Per saperne di più, vedi la scheda sull'"acquis" di Schengen.
A proposito di cittadinanza italiana e comunitaria si era posto il problema di come conciliare il dettato della Costituzione Italiana con i sopra citati articoli del Trattato di Maastricht/Amsterdam. Si sa che i Trattati Comunitari non possono contraddire le Costituzioni Nazionali. Ora la nostra Costituzione quando vuole estendere agli stranieri dei diritti e degli obblighi lo fa usando "tutti", oppure "nessuno", oppure lascia l'impersonale (confronta artt. 13/15, 19/25, etc.). Ma in altri casi riserva certi diritti civili solo ai "cittadini" (confronta art. 16 - libertà di circolazione e soggiorno; art. 17 - libertà di riunione; art. 18 - libertà di associazione). Sarebbe dunque possibile teoricamente che l'Italia limitasse le suddette libertà per i non cittadini, con chiara contraddizione con i Trattati Comunitari. Ma tale contraddizione non sussiste in quanto ormai tutti gli europei dell'Unione hanno doppia cittadinanza: quella nazionale e quella "sovranazionale". Non ci sono più Italiani, Francesi, Spagnoli, Tedeschi etc. ma Euroitaliani, Eurofrancesi, Eurospagnoli, Eurotedeschi, etc.
La Commissione Bicamerale per le riforme istituzionali, istituita da L.cost. 24/I/1997 n.1, per la proposta di modifica della seconda parte della Costituzione, aveva previsto nella prima bozza (30/6/1997) un Titolo V, "Partecipazione dell'Italia all'Unione Europea" (artt. 116/118), diventato poi Titolo VI, rubricato come sopra, (artt. 114/116) nella seconda bozza (4/11/1997). In tali articoli si cercava di ripuntualizzare la sovranità dello stato rispetto a eccessivi automatismi di delegazione (tra l'altro si chiariva che la partecipazione dell'Italia al processo di unificazione europea dovesse avvenire "nel rispetto dei princìpi supremi dell'ordinamento e dei diritti inviolabili della persona umana").
Come si sa, la discussione e l'approvazione della bozza della Bicamerale, iniziata nel gennaio '98, era giunta solo a metà del Titolo II, e, infine, si è interrotta con un nulla di fatto (il Presidente della Bicamerale, il 9 giugno 1998, ha chiesto al Presidente della Camera il ritiro dall'ordine del giorno del plc 3931 A, la seconda bozza appunto).