Source: http://natafemmina.blogspot.com/2007/
Timestamp: 2018-06-25 11:20:35+00:00
Document Index: 39915551

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Nata Femmina: 2007
Embrioni: "Scardinata la legge" Soddisfatto anche il Centro Demetra
Il caso della coppia di Milano che aveva chiesto la diagnosi preimpianto
Un giudice di Firenze ha dato loro ragione. La replica dell'istituto toscano
"Il rifiuto di svolgere test sugli embrioni è avvenuto a norma di legge"
Mentre l'avvocato dell'associazione "Madre provetta" sottolinea il valore della sentenza.
FIRENZE - "Il rifiuto di svolgere test sugli embrioni è avvenuto a norma di legge. Non si poteva decidere diversamente", osserva l'avvocato Cristina Baldi, spiegando perché il Centro Demetra si era espresso negativamente sulla richiesta di una coppia milanese, che avrebbe voluto effettuare la diagnosi preimpianto sugli embrioni fecondati. Diritto di cui invece è titolare, secondo quanto ha stabilito un'ordinanza di un giudice di Firenze. L'avvocato Baldi sottolinea però come "la decisione del giudice sia stata estremamente coraggiosa aprendo spiragli significativi per una revisione della legge".
Infatti l'ordinanza viene accolta con soddisfazione non soltanto dalla coppia interessata, ma anche dallo stesso Centro Demetra: "Questa decisione - sostengono Claudia Livi ed Elisabetta Chelo,
responsabili del Centro - apre nuove prospettive per un recupero di una autonomia decisionale del medico che, sino a qui è stato sostanzialmente costretto dalla legge ad una scelta terapeutica obbligata. Come si legge nel dispositivo, l'operatore è tenuto ad operare 'secondo le migliori regole della scienza in relazione alla salute della madre' come d'altra parte previste dallo stesso codice deontologico medico".
La coppia aveva chiesto la diagnosi preimpianto dal momento che la donna è portatrice di una grave malattia, la esostosi, malattia genetica che porta all'accrescimento esagerato della cartilagine delle ossa: c'è una percentuale molto elevata che venga trasmessa al figlio, esiste la possibilità che sia mortale.
"La decisione scardina la legge sulla fecondazione assistita", ha detto, riferendosi alla sentenza di Firenze, l'avvocato Gianni Baldini, docente di biodiritto all'università di Firenze e legale dell'associazione "Madre provetta". "Questa malattia - ha spiegato Baldini - ha una trasmissibilità superiore al 50%, ecco perché la coppia ha chiesto il test sugli embrioni".
Grande apprezzamento esprime anche Monica Soldano, presidente dell'associazione Madre Provetta che da anni si batte "per modificare nell'interesse dei pazienti una legge brutta e crudele, causa di un esodo dal nostro Paese di tante coppie (secondo l'Istat circa il 20% delle giovani coppie manifesta problemi procreativi) che vanno a cercare soluzione all'estero".
Donatella Poretti, parlamentare radicale della Rosa nel Pugno e segretaria della Commissione Affari Sociali, ricorda che "mancano "9 giorni alla scadenza delle famigerate linee guida. La capogruppo dei Verdi in commissione Giustizia alla Camera, Paola Balducci, osserva che "la sentenza di Firenze, che, di fatto, aggiorna le linee guida che ad oggi vietano la diagnosi preimpianto degli embrioni, è un provvedimento da accogliere con favore".
Anche il professor Severino Antinori plaude alla sentenza: "Mi pare una sentenza assolutamente importante che fa chiarezza e dice che questa legge 40 viola i diritti umani, i diritti alla salute e alla procreazione. Credo che debba indurre finalmente il ministro alla Salute Livia Turco a fare un cambiamento alle linee guida, a fare qualcosa di sinistra".
Padre Roberto Colombo, docente dell'Università Cattolica di Milano e direttore del Laboratorio di biologia molecolare genetica umana dello stesso ateneo, ritiene invece che "la genetica preimpianto aprirebbe la strada a una concezione eugenetica della procreazione geneticamente assistita".
scritto da Serbilla alle 18:30
Etichette: embioni, fecondazione, legge
Adesso, dopo le due sentenze del Tribunale di Cagliari e di quello di Firenze, la parola passa al ministro della Salute, Livia Turco che dovrà sbrogliare la complicata matassa della norma più assurda contenuta nella nostra legge sulla fecondazione assistita. La norma impedisce infatti quella diagnosi preimpianto considerata del tutto normale fino al febbraio del 2004.
Che da quel giorno, data di approvazione della legge, è stata sempre richiesta e messa in atto non per selezionare il colore degli occhi del nascituro (come qualcuno polemicamente sostiene) ma per impedire la trasmissione al figlio di gravi malattie da parte di una coppia di genitori che ne sia affetta. La norma è stata giustamente definita "feroce" perché, quando applicata, obbligherebbe la madre a subire l'impianto di tutti gli embrioni prodotti, fatta salva la possibilità di ricorrere poi all'aborto una volta accertati nel feto rischi di malformazione o malattie genetiche.
Una donna sarda, talassemica, ha rifiutato qualche mese fa di subire questa violenza. Ha fatto ricorso al Tribunale di Cagliari che le ha dato ragione affermando che l'embrione, sottoposto alla diagnosi genetica poteva essere impiantato solo nel caso si fosse rivelato sano, evitando in questo caso il doloroso ricorso all'aborto. Ieri una analoga sentenza, del Tribunale di Firenze, ha sostenuto, con altrettanta nettezza, lo stesso principio, facendo riferimento non solo a una precedente sentenza della nostra Corte Costituzionale, ma anche alla Convenzione di Oviedo che consente i test prenatali, purché non abbiano finalità eugenetica.
Il Centro medico cui la madre, affetta da una grave e rara malattia genetica si era rivolta, dovrà dunque provvedere all'impianto solo quando avrà verificato le buone condizioni dell'embrione.
Le precedenti "linee guida" , emesse nel luglio 2004 sotto la gestione del ministro Sirchia, che mettevano fuori legge l'indagine genetica reimpianto vanno dunque disapplicate, afferma l'ordinanza del Tribunale di Firenze. Le nuove "linee guida" la cui responsabilità spetta al ministro della Salute dovranno, inevitabilmente, tener conto di queste sentenze della magistratura che tutelano il diritto della madre e insieme il diritto alla salute del nascituro.
Ancora una volta, come nel controverso caso del testamento biologico in discussione al Senato, siamo di fronte ad uno di quei problemi che si è convenuto chiamare "eticamente sensibili". Un problema cioè che divide le coscienze e rischia di vedere schierati e contrapposti, da una parte i laici e dall'altra la Chiesa Cattolica contraria ad ogni intervento sull'embrione.
L'inizio della vita e la sua conclusione non sono più affidati, come è accaduto per tutta la storia dell'umanità, alla natura (o a una volontà superiore). La nascita e la morte sono eventi sui quali ormai incide in modo decisivo la medicina, la scienza, la volontà dell'uomo, della sua capacità di scegliere.
E' una condizione del tutto nuova, aperta a prospettive affascinanti ma anche, per alcuni versi inquietanti. Mai prima d'ora una donna ha potuto decidere se e come divenire madre, mai prima d'ora una donna ha potuto - grazie ai progressi della medicina - mettere il nascituro al riparo da gravi malattie ereditarie.
Il legislatore non può, in questi casi così delicati, imporre una scelta che, anche se confortata dalla maggioranza non consente la convivenza di valori diversi. Vale la pena a questo proposito di citare un liberale come Dworkin che scriveva: "L'istituzione dei diritti è cruciale perché rappresenta la promessa della maggioranza alla minoranza che la sua dignità ed eguaglianza saranno rispettatele".
La laicità, che ci è cara, consiste proprio in questo: nella capacità di allargare l'area dei diritti di ognuno di noi senza imporne l'adozione a nessuno. E' la scelta che venne fatta in occasione del voto sul divorzio e sull'aborto. E' la scelta che, speriamo, verrà adottata in occasione della elaborazione delle nuove linee guida per l'applicazione della legge sulla fecondazione assistita.
Il giudice: sì ai test sugli embrioni E' possibile la diagnosi preventiva
Firenze, sentenza accoglie il ricorso di una donna affetta da una rara malattia
"Lecito anche rifiutare i tre impianti se la salute è in pericolo"
ROMA - Arriva da Firenze l'ordinanza, con valore di sentenza, che scardina la legge sulla fecondazione assistita. Il giudice ha accolto il ricorso di una coppia e ha stabilito che le linee guida che vietano la diagnosi preimpianto degli embrioni sono inapplicabili perché contro la legge stessa e contro la Costituzione. È possibile quindi la diagnosi preventiva se c'è il rischio di trasmettere una grave malattia genetica, è lecito rifiutare il numero obbligatorio di tre embrioni se una gravidanza gemellare può compromettere la salute della donna.
Torna ancora nelle aule giudiziarie la battaglia sulla procreazione assistita, e dopo il caso del tribunale di Cagliari arriva un altro giudice a dare ragione alle coppie che lottano per cambiare le norme. Questa volta a sollevare la questione è stata una coppia trentenne di Milano, lei è portatrice di una grave malattia, la esostosi, malattia genetica che porta all'accrescimento esagerato della cartilagine delle ossa: c'è una percentuale molto elevata che venga trasmessa al figlio, esiste la possibilità che sia mortale.
La coppia si rivolge al centro Demetra di Firenze e chiede di poter fare la diagnosi preimpianto, inoltre chiede che la fivet sia adeguata allo stato di salute della donna che non può rischiare una gravidanza gemellare. Il centro risponde che tutto questo la legge non lo consente. "La coppia deve per forza sottoporsi alla roulette russa con il rischio di avere gli embrioni malati", racconta l'avvocato Gianni Baldini che ha curato il ricorso. "Così i coniugi si rivolgono al sito www. madreprovetta. org per chiedere una consulenza e iniziamo un'azione legale".
Alla base del ricorso, spiega l'avvocato, ci sono diverse considerazioni. "C'è il fatto che la legge 40 non stabilisce espressamente il divieto di diagnosi preimpianto, sono le linee guida a stabilirlo dicendo che le indagini preventive non possono essere di natura genetica ma solo osservazionale cioè morfologica". Questo divieto incide su un diritto soggettivo assoluto, dice l'avvocato Baldini, qual è quello dell'autodeterminazione, incide sul diritto alla procreazione cosciente e responsabile, al consenso informato.
"Il giudice Isabella Mariani accoglie il ricorso, "dicendo che è fondata l'illegittimità delle linee guida che espressamente disapplica, un provvedimento con efficacia vincolante per altri giudizi e per il Tar". Il giudice inoltre prende altre due iniziative contrarie alla legge. "Condanna il centro ad eseguire la diagnosi e stabilisce la crioconservazione degli embrioni malati, che la legge vieta, e dice che il medico deve seguire le regole della migliore scienza ed esperienza con specifico riguardo alla salute della donna. Questo è un altro colpo al cuore della legge 40, perché ristabilisce l'ordine gerarchico previsto dalla Costituzione e dalla legge 194 che antepone la salute della donna a quella del nascituro".
L'ordinanza non è revocabile, vale quanto una sentenza, se il centro Demetra non ricorre in appello diventa definitiva. È la seconda sentenza a favore della diagnosi preimpianto nel caso di malattie genetiche, a settembre il tribunale di Cagliari aveva dato ragione ad una donna portatrice di talassemia. "Da quando è andata in vigore la legge arrivano molte richieste di sostegno legale, è aumentato il contenzioso giudiziario, la legge 40 è avvertita contro il bene della coppia", dice Monica Soldano, presidente dell'associazione "Madreprovetta", "la legge viene sempre più percepita come ostile a un progetto genitoriale".
scritto da Serbilla alle 17:48
Stupro di gruppo a Dorgali, condanna in appello
Ribaltata la sentenza di assoluzione pronunciata dal tribunale dei minori
Cinque anni al ragazzo ritenuto complice delle violenze su una donna di cinquant’anni
SASSARI. In primo grado era stato assolto dall'accusa di aver partecipato allo stupro di gruppo compiuto in una villetta alla periferia di Dorgali, il 14 febbraio di tre anni fa. Ma Sebastiano Sale, 20 anni (e minorenne all'epoca dei fatti), è stato condannato dai giudici della sezioni minori corte d'appello di Sassari una pena esemplare: 5 anni. Un verdetto che ribalta completamente la sentenza assolutoria pronunciata un anno fa dal tribunale dei minori del capoluogo sassarese, che aveva completamente scagionato il giovane, difeso dall'avvocato Basilio Brodu.
Contro la sentenza di primo grado aveva proposto appello il pubblico ministero, Luisella Fenu, che aveva solleciatato la condanna di Sale a 10 anni di carcere. I capi di imputazione erano pesanti: sequestro di persona, furto, oltre che gli abusi sessuali compiuti nei confronti di una donna di cinquant'anni, che aveva denunciato di esser stata violentata da tre persone. Le indagini avevano condotto all'arresto e alla condanna di altri due giovani, tutti di Dorgali. Uno, Luigi Fancello, l'unico maggiorenne del gruppo, era stato condannato a 5 anni (con rito abbreviato) dal tribunale di Nuoro, mentre Gabriele Piredda, 21 anni, minorenne all'epoca dei fatti, si è visto attribuire 3 anni e dieci mesi dai giudici del tribunale dei minori di Sassari.
Sale era stato chiamato in causa da Piredda, che era stato arrestato appena una settimana prima di lui. Contro Piredda, così come Fancello, c'era la prova del Dna: nella villetta dove era stato compiuto lo stupro erano stati recuperati alcuni profilattici utilizzati dai malviventi. Gli inquirenti erano riusciti a risalire al profilo genetico, che, messo a confronto con quello di Fancello e Piredda, aveva dato esito positivo. Nei confronti di Sebastiano Sale invece non c'era la prova del Dna. L'accusa gli attribuiva il ruolo del bandito, che, con una pistola alla mano, avrebbe incitato gli altri due componenti il gruppo alla violenza, avrebbe frugato tra le cose della donna, rubando persino 50 euro dalla sua borsetta.
Le indagini su questo punto, o meglio, su questa figura, avevano preso diverse strade. In un primo tempo, al principio dell'inchiesta, la figura del "terzo uomo" sarebbe stata attribuita al fratello della vittima. L'uomo però (difeso dall'avvocato Cecilia Bassu) era stato interrogato, aveva dato le sue spiegazioni, ed effettivamente era stato scagionato dalla successiva incriminazione di Sebastiano Sale.
I giudici di primo grado avevano però creduto alla tesi difensiva. Completamente ribaltata dai giudici d'appello, presidente Marongiu, consiglieri Demuro e Giacalone e integrata da due esperti psicologi. A Sale sono state concesse le attenuanti generiche e la diminuente dovuta alla minore età.
A guardare tra le righe della vicenda, i verdetti hanno identificato una sorta di baby-gang, composta da due 17enni e un maggiorenne (per pochi giorni), che, armi in pugno, avrebbe portato a termine uno stupro nei confronti di una povera donna di cinquant'anni. Tutti e tre i suoi aguzzini, messi insieme, superano di poco l'età della loro vittima; una storia tremenda, sulla quale Dorgali era insorta, dando vita a manifestazioni di sdegno e condanna.
scritto da Serbilla alle 15:50
Sicurezza. L’apparecchio al servizio dell’uso sociale e familiare.
In viale Martelli avrebbe risolto la situazione
Schiacci un tasto e ti trovano attraverso la tecnologia satellitare
Egrave; un apparecchio simile al telefonino, ma consente la localizzazione personale e il tracciamento satellitare direttamente sul computer. Insomma, un Gps portatile studiato e pensato come sistema di sicurezza per donne, bambini e anziani. A produrre l’apparecchio che avrebbe probabilmente consentito di evitare la violenza di viale Martelli è una società di Codroipo presieduta dal dottor Domenico Mangiacapra, 41 anni.
Il suo nome è “Perdix”. In via Circonvallazione sud, vicino al parco delle Risorgive di Codroipo, alla “Qnet srl”, lo producono circa trenta persone, prevalentemente programmatori. «Siamo una software house», dice il presidente Mangiacapra. L’azienda è nata nel 1996. Così è spiegato, in sintesi, il prodotto: «Vi trovate in una situazione di pericolo? La sera vostra moglie torna a casa da sola? Temete che vostro figlio esca da scuola a vostra insaputa? Avete genitori anziani che vivono lontani?». Non temono un uso distorto del prodotto, del tipo amante o coniuge geloso, rivale in affari eccetera. Ancora il presidente: «Noi non sappiamo a chi è associato il dispositivo, sappiamo solo dov’è; l’utilizzatore deve e s’impegna per contratto a rispettare la privacy e quindi a darlo solo a persone consenzienti. L’idea del servizio nasce da utilizzi a fini sociali: sicurezza, servizi socio-sanitari, da richieste di applicazione in questi settori».
Giancarlo Buonocore, procuratore aggiunto di Udine, commenta così: «Di per sè è una iniziativa molto positiva perché consentirebbe d’individuare anziani che si perdono, minori che potrebbero essere portati via, quindi ha una valenza positiva. È chiaro che può anche essere utilizzato per pedinamenti, ma mi pare ci siano garanzie. Addirittura è possibile controllare il minore che non devii dal percorso; potrebbe essere un ottimo rimedio sotto il profilo preventivo, che comporta una possibile riduzione di fatti criminosi. Se poi esiste una “tracciabilità ex post”, tipo il tabulato, potrebbe diventare una prova a carico o a discarico, anche utile per portare a un risparmio in caso di previsione di reati».
Favorevole anche Elio Carchietti, direttore Elisoccorso regionale e centrale operativa 118 Udine: «Dal punto di vista strettamente sanitario e in particolare per quanto attiene alla gestione del soccorso in emergenza un dispositivo in grado di localizzare la persona che necessita di aiuto è una risorsa molto utile, in alcuni casi può risultare determinante per il buon fine del soccorso, sempre che l’allarme venga inoltrato tempestivamente. Un limite all’efficacia di dispositivi tecnologici è determinato dalla necessità che sia attiva una terza persona fra il sistema d’emergenza e la vittima».
scritto da Serbilla alle 08:05
Etichette: stupro, trovate
La violenza all’interno dei bagni del Fankool
Condannati ad otto anni due giovani salernitani
Otto anni di carcere ed una provvisionale dai 70mila euro da versare alla costituita parte civile: questa la sentenza di condanna emessa ieri dai giudici nei confronti dei 22enni salernitani Francesco De Sio e Attilio Francesco Rinaldi, accusati di aver abusato sessualmente di una minore all’interno dei bagni del bar "Fankool" di via Roma. I due imputati erano difesi dagli avvocati Massimo Torre e Pierluigi Spadafora. La ragazza oggetto della presunta violenza si era costituita parte civile, attraverso l’avvocato Lucio Basco.
I due giovani, secondo l’accusa prospettata dalla Procura, parteciparono ad un episodio di violenza avvenuto nel febbraio del 2004 all’interno dei bagni del bar "Fankool" di via Roma. Secondo l’accusa De Sio e Rinaldi, in concorso con un minore, bloccarono la vittima ed un’amica all’interno dei bagni del locale. Mentre un giovane teneva ferma la ragazzina che all’epoca non aveva ancora compiuto 14 anni, gli altri due iniziarono a violentarla. Uno stupro interrotto dall’intervento del proprietario del locale che li costrinse ad andare via dal bar. I due furono poi raggiunti da un’ordinanza di custodia in carcere e, quindi, rimessi in libert‡. L’episodio contestato a De Sio e Rinaldi si inserisce in una delicata inchiesta portata avanti dalla Procura ordinaria e da quella dei Minori. Nel giugno di due anni fa il gup del Tribunale di Largo San Tommaso rinviò a giudizio Matteo L., Francesco L., Vincenzo P., Cosimo D. C., Fabrizio U., Antonio B., difesi dagli avvocati Luigi Gargiulo, Michele Tedesco, Pierluigi Spadafora e Francesco Saverio Dambrosio. Il gup fissò l’inizio del dibattimento per il 16 marzo 2006, davanti ai giudici del Tribunale dei Minori. Le due studentesse, secondo l’accusa, furono costrette ad avere rapporti sessuali con coetanei. Episodi che sarebbero iniziati nel novembre del 2003 e protrattisi fino al marzo 2004. Furono le due vittime, ascoltate per la prima volta nell’aprile 2004 alla presenza di un assistente sociale, a ricostruire gli episodi poi contestati agli imputati. Le loro accuse furono poi vagliate in sede di incidente probatorio. Per i due maggiorenni scattò il processo che ieri si è concluso con la requisitoria del pm Giusti (che aveva chiesto 9 anni), la parte civile (rappresentata dall’avvocato Basco) e dei legali di fiducia dei due imputati poi condannati.
Etichette: aggressione, pedofilia, stupro
Struprata dal branco: condannata al carcere e a 200 frustate
«Sei mesi di carcere e 200 frustrate». È questa la condanna inflitta in appello da un tribunale saudita a una «ragazza stuprata» da sei uomini che se la sono cavata con pene da 2 a 9 anni di reclusione. La colpa della ragazza? Farsi trovare dagli stupratori «appartata con un uomo». Reato gravissimo in Arabia saudita dove vige la legge islamica della Shariya. Un reato che oltre ad esporre la giovane alla pena carceraria ed alle frustrate in pubblico, "alleggerisce" la colpa dei membri del branco, che evitano cos? la sentenza capitale prevista per questo genere di reati dallo stesso codice islamico.
scritto da Serbilla alle 13:04
Etichette: legge, storia dello stupro
La sentenza. Lo stupro quattro anni fa a Montesilvano, la ragazza accompagnata in auto e picchiata a sangue
I due Rom sconteranno 10 e 8 anni, abusarono della fidanzata del cugino
PESCARA. Abusarono in macchina della fidanzata del cugino. Processati per violenza sessuale di gruppo, due fratelli rom, Nicola Di Rocco (29 anni) e Fiorindo Di Rocco (22) sono stati condannati, rispettivamente, a 10 e a 8 anni di reclusione dal tribunale di Pescara. È arrivata a una prima sentenza la vicenda dello stupro commesso nell’ottobre 2003 ai danni di una ragazza di Silvi Marina (Teramo) che all’epoca dei fatti aveva 19 anni. Il collegio presieduto dal giudice Carmelo De Santis ha pronunciato la sentenza dopo un’ora di camera di consiglio.
I due sono di Montesilvano. Nicola Di Rocco si trova in carcere a Teramo, dove sta scontando una condanna definitiva a quattro anni e mezzo. Il giovane era stato coinvolto in un episodio avvenuto la scorsa estate in un bar di Silvi dove aveva malmenato il proprietario dopo avergli chiesto 200 euro, rivendicando un vecchio debito. Era finito dentro per rapina, lesioni ed estorsione. I Di Rocco sono figli di Arcangelo Di Rocco e Maria Spinelli, coinvolti nell’operazione antidroga «Purò». Alla parte civile è stata riconosciuta una provvisionale di 10mila euro, immediatamente esecutiva. Il tribunale non ha concesso le attenuanti. Il pm Gennaro Varone aveva chiesto per entrambi otto anni.
La vittima della violenza è una ragazza di Silvi Marina, che oggi ha 23 anni. Il suo dramma si è consumato una notte di ottobre del 2003 a Montesilvano, in una zona non lontana dalla via Vestina. La ragazza era la fidanzata di un cugino dei due fratelli Di Rocco e frequentava la loro abitazione. Secondo la ricostruzione dei fatti, la sera dello stupro la ragazza prestò la sua macchina ai Di Rocco. Tornati tardi a casa, i due trovarono la ragazza preoccupata perché non era riuscita a comunicare con la madre per avvertirla che sarebbe rientrata tardi. Convinta dai due a farsi riaccompagnare, fu portata prima a Pescara e quindi a Montesilvano. Da lì, come ha raccontato la giovane, che ha trovato la forza di confidare a una cugina la violenza subita, i due la portarono in una strada isolata e lì, dietro minacce, avvenne la violenza, con schiaffi e pugni. I fatti furono denunciati dopo alcuni mesi perché, secondo quanto riferito dalla ragazza, furono fatte oggetto di minacce sia la madre sia la sorella. La violenza sessuale di gruppo (articolo 609 octies del codice penale) è punita con la reclusione dai 6 ai 12 anni. La parte offesa è stata rappresentata dagli avvocati Anna Bianca Cocciarficco e Monica Passamonti.
Il giudice non ha convalidato l'arresto di Daniele A., denunciato dall'amica che diceva di essere stata violentata in un residence. Il gip: "La ragazza non è credibile"
E' tornato subito libero lo studente del Dams, accusato di aver violentato una ragazza tedesca nel residence Terzo Millennio di Borgo Panigale. Sono insufficienti gli indizi di colpevolezza, secondo il gip Rita Zaccariello. «Il giudice ha scritto, nella sua ordinanza di 11 pagine, che la ragazza non è credibile anche per le molte contraddizioni del suo racconto», dicono gli avvocati Fulvio Toschi e Maria Silvia Cazzoli che difendono Daniele, 25 anni, di Bari. La decisione del gip, che nemmeno ha convalidato il fermo ritenendo insussistente il pericolo di fuga, viene accettata dal pm Antonello Gustapane, che però crede ancora alla sincerità della ragazza e quindi pianifica già le prossime mosse: riascolterà la ragazza e la metterà a confronto con l'indagato. Per l'accusa, non ci sarebbe motivo che lei si sia inventata tutto.
Le contraddizioni rilevate però nell'atto del gip e riferite dagli avvocati sono numerose. Intanto, l'arrivo al residence e soprattutto l'uscita dopo la nottata passata nella stanza: entrambi i momenti sono stati ripresi dalle telecamere esterne. «I ragazzi camminano tranquilli e nulla fa pensare a costrizioni o altro», dicono i legali. «Soprattutto come si fa a dire che c'è stata violenza se lei si fa riaccompagnare dopo essersi addormentata?». Secondo l'accusa, però, un caso del genere non sarebbe inedito. C'è il fatto della porta: lei racconta che lui l'ha aperta con una chiave e l'ha anche richiusa. Che quindi lei non è riuscita a riaprirla. Ma le indagini della polizia hanno appurato che l'unica chiave di quella porta era in portineria e che il ragazzo ha semplicemente usato un badge. Nella prova simulata ripetuta con lei presente, la ragazza ha infatti aperto la porta senza problemi. Anche qui l'accusa pensa ad una diversa scena: la ragazza era spaventata e pensava che la porta fosse stata veramente chiusa, al punto da non fare forza per aprirla.
La studentessa tedesca aveva anche la disponibilità di un cellulare e poteva chiamare un amico finanziere che già in un'altra occasione, molestata in un treno, aveva allertato. Non l'ha fatto e questo per il giudice è un altro indizio contro di lei. Ma per il pm Gustapane, invece, la scelta di non telefonare è giustificata dal fatto che lei non sapeva dove si trovava e temeva di farsi scoprire da lui. Sconcerta il giudice e gli avvocati anche il fatto che la ragazza abbia consegnato alla polizia un profilattico ancora sigillato, con le impronte di lui, a riprova dell'avvenuto rapporto. «Ma il giudice ha rilevato la stranezza di una ragazza spaventata che però mantiene la capacità di essere così razionale da precostituirsi una prova». Le indagini proseguono e mentre lei è ancora fortemente scossa, secondo la testimonianza di chi l'ha vista, lui è «del tutto incredulo che un rapporto consenziente possa essersi trasformato in una denuncia di violenza», dicono i suoi legali.
scritto da Serbilla alle 04:01
La vittima, moglie di un ufficiale di Marina, è in coma al Sant'Andrea
ROMA. Una donna è stata rapinata, picchiata e lasciata nuda in un fosso a Roma, nella zona di Tor di Quinto. Per il crimine la polizia ha arrestato un romeno di 24 anni. La donna, una italiana di 45 anni sposata con un ufficiale della Marina Militare, era stata aggredita secondo gli investigatori ieri sera intorno alle 20,30, mentre rientrava a casa appena uscita dalla stazione ferroviaria di Tor Di Quinto.
Arrestato un 24enne romeno
La vittima dell’aggressione, dopo essere stata rapinata, violentata e picchiata selvaggiamente era stata gettata nuda in un piccolo fosso poco distante la stazione, dove in seguito è stata rinvenuta in condizioni disperate. Ricoverata, infatti, all’Ospedale romano Sant’Andrea, le sue condizioni sono apparse subito gravissime. Dopo la scoperta del corpo, gli inquirenti hanno avviato le ricerche ed hanno individuato alcuni testimoni che hanno consentito di rintracciare l’aggressore, un romeno di 24 anni, che si trovava ancora in via di Camposampiero, poco distante dal burrone. La magistratura ha chiesto la convalida del fermo dell’aggressore, un romeno di 24 anni, Nicolae Romulus Mailat per il quale è stato ipotizzato il reato di omicidio volontario.
La vittima: Giovanna Reggiani
Una donna normale con una vita normale, Giovanna Reggiani, l'esile signora di 47 anni violentata a Roma. L’aggressione, la violenza, le sevizie e il suo corpo esanime abbandonato in un fossato nelle campagne che circondano la stazione. Gli investigatori della squadra mobile, ma anche i medici dell’ospedale Sant’Andrea, dove ora la donna è in stato di coma, parlano di una "violenza inaudita". Contusioni, ecchimosi al volto e in tutto il corpo. Il romeno fermato, che non ha precedenti penali in Italia ma che avrebbe alcune pendenze per furto in Romania, era arrivato da qualche mese e aveva scelto di vivere nelle baracche del campo rom abusivo della zona. Per lui la Procura di Roma ha ipotizzato il reato di omicidio volontario chiedendo la convalida del fermo avvenuto ieri sera.
La donna trovata nuda in un fossato
Ad indagare il procuratore aggiunto Italo Ormanni e il sostituto Maria Bice Barborini. Giovanna Reggiani, moglie del Capitano di Vascello della Marina Militare Giovanni Gumiero, Comandante delle Forze di Contromisure Mine a La Spezia, è stata trovata nel fossato accanto a via di Camposampiero non distante dall’accampamento rom dove vive l’uomo arrestato. Poco più in là, sempre in una zona isolata gli alloggi della Marina dove la coppia viveva. A dare l’allarme della brutale aggressione che il sindaco di Roma ha definito come «un vero e autentico orrore», è stata una donna rom, una anziana romena diventata adesso un testimone importante per la ricostruzione della vicenda. La donna probabilmente sarà ascoltata venerdì prossimo con la formula dell’incidente probatorio per fissare le sue parole come «fonte di prova».
La stazione ferroviaria di Tor di Quinto
La donna ieri sera aveva dato l’allarme alla polizia raccontando di aver visto un uomo allontanarsi «in un campo con una donna sulle spalle come se fosse svenuta». E grazie alle sue indicazioni la polizia ha trovato prima il corpo nel fossato, poi la baracca dove il romeno ha trascinato Giovanna Reggiani. All’interno dell’alloggio fatiscente fatto di lamiere e cartoni, la polizia ha trovato la borsa della vittima con dentro ancora gli scontrini delle compere effettuate in alcuni negozi del centro di Roma. I passeggeri della linea ferroviaria Roma-Viterbo dicono rassegnati, senza ombra di dubbio «la sera, appena è buio in questo posto non conviene venire neanche per un uomo». E c’è chi dice anche che quando si arriva nella stazione ferroviaria di Tor di Quinto «tutto fa paura, è in un punto isolato. È una piccola stazione che il 5 novembre sarà chiusa per lavori di ristrutturazione da parte della societa Met.Ro». E adesso gli investigatori della squadra mobile stanno cercando di capire se il romeno fosse solo quando ha aggredito la donna.
scritto da Serbilla alle 04:50
E lo studente del Dams non si pente
Oggi davanti al gip per l´aggressione nel residence della ragazza tedesca. Ripete: era consenziente
Nessuna «revisione critica del proprio operato». Nessun segno di pentimento. Anzi, un´insistenza a ripetere che quella ragazza era d´accordo, perché ora parla di stupro? Sono queste le ragioni per cui il pm Antonello Gustapane chiede oggi alla gip Rita Zaccariello che Daniele A., lo studente del Dams di 25 anni accusato di aver violentato una studentessa tedesca di 21, resti in carcere, dove è rinchiuso da venerdì, in regime di isolamento.
Gli inquirenti considerano la vittima credibilissima, per questo l´inconsapevolezza del giovane assume il significato di una mancata elaborazione delle proprie responsabilità, non un segno di innocenza. Anche l´altra sera dopo l´interrogatorio alla Mobile, Daniele non si aspettava di finire alla Dozza. Quando gliel´hanno detto è rimasto sbalordito. D´altra parte, ha raccontato la ragazza, la mattina dopo il presunto stupro, il giovane, accompagnandola a casa «mi ha salutato gentilmente. Voleva persino che gli dessi un bacio».
Ieri la giovane ha chiesto di essere nuovamente visitata dal dottor Franchina, il ginecologo perito del pm. E´ ancora sotto choc e non si sente bene. E´ stato Daniele stesso a confessarle, tra vino e spinelli, di aver scommesso con un amico comune: «Me la farò per primo». I particolari del suo racconto stanno trovando i riscontri degli investigatori. «Mi ha buttato un liquido sugli slip per costringermi a toglierli», ha detto. E in effetti è risultato che il ragazzo ha versato acqua minerale sugli indumenti intimi di lei. Altro particolare: la studentessa non è fuggita perché, sbagliando, era convinta che la porta della stanza fosse chiusa a chiave. «Le ho cercate mentre lui dormiva, ma non le ho trovate. E comunque il portone dall´interno si apriva solo col badge». Le stesse cose le ha dette all´amica poche ore dopo lo stupro. E in effetti, dal residence Terzo millennio, senza badge non si esce.
scritto da Serbilla alle 06:20
"Nessuna scommessa, lei era d'accordo"
Il racconto di Daniele al pm: "Poteva andarsene, la porta non era chiusa a chiave"
«Ma perché ha detto che l´ho violentata? Non capisco. Lei era d´accordo. Abbiamo anche dormito insieme, nel letto singolo. Perché non è scappata? Invece alle quattro del mattino di venerdì mi ha svegliato, voleva che l´accompagnassi a casa. Io che avevo bevuto ed ero stanchissimo, le ho detto che non ce la facevo. "O aspetti qualche ora, oppure prendi l´autobus". Lei ha aspettato».
Era sorpreso e incredulo, Daniele A., quando i poliziotti lo hanno raggiunto e arrestato con l´accusa di stupro e sequestro di persona. Davanti al pm Antonello Gustapane ha negato e negato ancora, racconta l´avvocato difensore Marco Salmon. «L´avrei fatto per una scommessa? - ha detto - Non è vero. Io non avevo scommesso proprio niente, con nessuno». Poi è tornato sui punti salienti della denuncia della ragazza. «Dice di non aver urlato perché la musica alta avrebbe coperto le sue grida, ma in quella casa nessuno può usare il volume al massimo, le pareti sono sottili, come di cartone, si sente tutto, i vicini si lamentano e poi arriva a bussare il portinaio». Altra incongruenza, secondo Daniele, la porta di casa che secondo la studentessa sarebbe stata chiusa a chiave. «Non è vero. La ragazza poteva sfilare il badge, come si fa in albergo, e andarsene. Non c´era niente che lo impedisse, nessuna chiave, nessuna serratura».
Monolocali con tutti i confort, palestra, sala video, telecamere della sicurezza sparse ovunque e una portineria attiva 24 ore su 24. Nella hall e nei corridoi regna il silenzio, l´atmosfera è davvero riservata, e nonostante la polizia negli ultimi due giorni abbia "disturbato" più volte gli inquilini del "Terzo Millennio", qui di quello che è successo nella stanza 119 (quella di Daniele) si sa poco o niente. Sembra un "bunker" il residence di via Miliani: 240 stanze occupate in gran parte da studenti che hanno accesso nella struttura e nei mini appartamenti solo grazie a un badge elettronico che registra tutti gli ingressi. Anche se le scappatoie per entrare senza essere visti ci sono. Dal garage per esempio, come hanno fatto Daniele e Inge l´altra sera. Gli ospiti infatti dovrebbero mostrare una carta d´identità, registrarsi e pagare 8 euro, «ma non sempre è così, a volte chiudiamo un occhio» si lasciano sfuggire dalla portineria.
Daniele, al terzo "Millennio" ci viveva da un paio d´anni, all´inizio in una stanza al terzo piano, poi invece, dopo l´estate, si era trasferito in un altro mini appartamento al primo. I suoi vicini lo conoscono poco, «non siamo mai andati oltre al 'ciao´, mi sembra una persona molto tranquilla e riservata», racconta l´inquilina della stanza accanto a quella del giovane barese. «Giovedì sera sono andata al cinema con il mio ragazzo - dice la ragazza - siamo rientrati verso l´1,15 e sono sicura di aver sentito una leggera musica di sottofondo e un vociare che veniva proprio dalla 119. Solo quando sono passata davanti alla porta però, poi più niente, l´ho raccontato anche alla polizia».
scritto da Serbilla alle 06:06
Crocetta choc "Ha tentato di stuprarmi"
Un drogato picchia e deruba una donna nei giardini dietro il Mauriziano
TORINO. Aggredita, alle 18 di lunedì, in Largo Re Umberto. Sbattuta per terra da un tossico, che ha tentato di violentarla e poi l’ha rapinata, spariti soldi, documenti, borsetta. Enrica C., 39 anni, che vive in corso Duca Degli Abbruzzi, figlia di un professionista, è ancora sotto choc e ha dovuto ricorrere ai tranquillanti. «Sono uscita di casa e stavo andando all’ospedale Mauriziano a dare il cambio alla mamma che assiste mio padre, ricoverato da qualche tempo.
All’improvviso, mi s’è parato di fronte quel tossicodipendente, mi ha afferrato e io sono caduta. Sono riuscita a divincolarmi con la forza della disperazione. Mi sono messa a urlare, lui è fuggito con la borsa. E’ stata un’esperienza terribile, non riesco a riprendermi». Enrica è confortata dalla madre: «Torino è diventata una città invivibile. In ospedale ci hanno detto che episodi del genere, come quello capitato a mia figlia, sono all’ordine del giorno. Io stessa, recentemente, sono stata derubata al supermarket. Ogni volta che andiamo in ospedale, siamo circondata da questi tossicodipendenti, sempre più aggressivi e numerosi». Le due donne, adesso, hanno paura. Per compiere il breve tragitto che le separa dall’ospedale, vengono ora accompagnate e soervegliate a vista. Sull’episodio indagano gli agenti del commissariato San Secondo, dopo che il primo intervento, dopo la denuncia della donna, era stato portato a termine - senza esiti - dalle volanti del 113. Enrica C. ha descritto minuziosamente l’aggressore, che si aggirava tra i giardini in compagnia di un altro individuo, che però non sarebbe coinvolto nel tentativo di stupro. «E’ stata una sequenza da film dell’orrore - racconta la vittima - quell’uomo era deciso e violento, se sono salva è un miracolo». L’aggredita è stata poi medicata e assistita al pronto soccorso del Mauriziano, dove è stata raggiunta dai familiari.
Nella stessa zona di Largo Re Umberto, recentemente, è stato ritrovato il corpo di un marocchino di 44 anni, che era stato «adottato» dall’intero quartiere. Secondo alcune testimonianze, l’uomo sarebbe stato colpito dopo un lite «con un tossicodipendente». L’autopsia ha confermato la presenza di un trauma cranico ma non si può escludere che sia stato provocato anche da una caduta accidentale.
scritto da Serbilla alle 07:30
Etichette: aggressione
Mutilata per stupro in casa Il giudice accusa i vicini
"Un loro comportamento più attivo avrebbe ridotto la gravità delle lesioni"
Sette anni di carcere per una violenza brutale, andata avanti per ore, tra le grida di dolore della vittima e il volume dello stereo al massimo, per coprire proprio quelle grida. Con i vicini di casa che aspettavano due ore per chiamare i carabinieri e un'ambulanza che portasse in salvo quella ragazza. Forse, è il dubbio che si legge nella sentenza del gup Guido Salvini, se quei vicini avessero avuto un «comportamento più attivo e solidale» verso quella donna che «pur sconosciuta, si trovava all'evidenza in grave pericolo», le conseguenze per lei sarebbero state meno gravi.
È una storia di degrado e di alcol, quella che ha come vittima una ventenne romena, arrivata in Italia con la sua famiglia, finita a guardare in faccia l'orrore nelle sembianze di un suo amico, un coetaneo arrivato anche lui dalla Romania. Vasile Coman, vent'anni fra poco, vive - viveva, visto che ora è a San Vittore - con la madre e il convivente italiano di quest'ultima a Corsico. Il pomeriggio del 3 maggio scorso aveva invitato la sua amica - non erano fidanzati né avevano mai avuto una storia - a fare una passeggiata e poi a mangiare qualcosa a casa sua. Per lui, anche molto vino e molta grappa. La descrizione che la ragazza fa ai medici e ai carabinieri di quel che succede dopo il pranzo, «quando Vasile è diventato serio e mi ha spinto con forza contro il muro», è da galleria degli orrori: oltre due ore di brutalità, che i medici vedranno nelle lacerazioni evidenti ai genitali, nelle ecchimosi su tutto il corpo.
Una vicina di casa racconterà di aver sentito la musica e le urla, di aver pensato di chiamare i carabinieri preferendo poi rivolgersi alla padrona di casa, di essere uscita per rientrare dopo mezz'ora, trovando - solo allora - anche gli altri vicini preoccupati, che bussavano inutilmente alla porta del Coman. «Solo dopo le ore 19, quando ancora e nuovamente si sentivano le urla, i vicini di casa, dopo aver molto tergiversato, avevano finalmente chiamato l'ambulanza e i carabinieri», scrive il giudice Salvini. Ai soccorritori si presenta una scena raccapricciante. Vasile ubriaco sul divano, con i vestiti e le braccia sporche di sangue. La ragazza per terra, ormai semi incosciente, in una pozza di sangue. I medici la operano subito per asportare i tessuti interni ormai a brandelli, salvandole la vita, anche se gli organi riproduttivi hanno un «indebolimento permanente», come scrive il giudice. La condanna a sette anni, emessa ieri, è integrata da un risarcimento di 100mila euro, «somma che probabilmente rimarrà solo simbolica».
Etichette: indifferenza, mutilazione, stupro
Stupri, abusi e diritti negati
Dati allarmanti nel nuovo rapporto dell'Unicef sul rapporto tra conflitti e bambini
I piccoli sono vittime di arruolamenti forzati, detenzioni illegali e sfruttamento sessuale
ROMA - Decine di conflitti in tutto il mondo continuano a privare i bambini della loro infanzia, violando tutti i loro diritti: alla vita, alla salute e alla nutrizione, all'istruzione e alla protezione, a vivere in famiglia e nella propria comunità, a crescere sani e a sviluppare la propria personalità. E' quanto sostiene il nuovo Rapporto "Children and Conflict in a Changing World" del Rappresentante Speciale del Segretario Generale dell'Onu per i bambini nei conflitti armati e dell'Unicef, realizzato a 10 anni dallo studio di Gracia Machel "L'impatto delle guerra sui bambini".
Il documento, presentato oggi, delinea un quadro allarmante della condizione dei bambini nei principali scenari di guerra, pur sottolineando come siano stati compiuti progressi nella loro protezione da crimini di guerra come il reclutamento illegale da parte di gruppi e forze armate e la violenza sessuale. Il documento, inoltre, esorta la comunità internazionale ad adottare misure concrete per fermare gli abusi sui più piccoli nei conflitti.
Uccisioni e mutilazioni. Almeno un terzo delle vittime di residuati bellici sono bambini. In 85 tra paesi in guerra e scenari postbellici, armi leggere e ordigni inesplosi sono all'origine dell'uccisione e menomazione permanente di milioni di bambini.
Bambini soldato. Nel 2002, l'arruolamento illegale di bambini veniva segnalato in 18 paesi in guerra; nel 2004 tale pratica veniva registrata in 43 paesi.
Attacchi a scuole e ospedale. Aumentati drammaticamente negli ultimi anni. Nel 2006, in Afghanistan sono stati oltre 100 gli attacchi con bombe e missili contro edifici scolastici e più di 105.000 bambini non hanno potuto frequentare la scuola a causa delle condizioni di insicurezza.
Stupri e abusi sessuali. Commessi in tutti gli scenari di guerra, assumono la forma di schiavitù sessuale, induzione alla prostituzione, mutilazioni genitali, violenze di genere e altre brutalità, con conseguenze mediche e psicologiche spesso permanenti.
Sequestri. Spesso finalizzato all'arruolamento, sfruttamento sessuale e lavoro forzato. Dall'inizio della guerra nel nord dell'Uganda, i bambini rapiti sono stati oltre 25.000; in Nepal più di 22.000 scolari sono stati rapiti dai Maoisti tra il 2002 e il 2006.
Sfollamento forzato. Ai bambini che muoiono per i combattimenti se ne aggiungono molti altri che perdono la vita per malattie e malnutrizione, effetto diretto delle guerre: nel 2006, 18,1 milioni di bambini sono stati costretti ad abbandonare le proprie comunità, 5,8 milioni ridotti alla condizione di profughi e 8,8 milioni sfollati all'interno dei confini dei loro paesi.
Accesso negato all'assistenza umanitaria. Sia esso deliberato o causato dalle condizioni di insicurezza, contribuisce a mettere a rischio la sopravvivenza stessa dei bambini.
Detenzione illegale. Violazione che necessita di maggiore attenzione. Nell'aprile 2007 oltre 400 bambini palestinesi erano rinchiusi nelle carceri israeliane per reati minori, privati del diritto alle visite familiari e in alcuni casi giudicati da tribunali militari, in violazione delle norme internazionali sulla giustizia minorile.
Distruzione servizi di base. In Iraq, Darfur e Ciad le difficoltà d'accesso all'acqua e a servizi igienici di base hanno causato epidemie e aggravato lo stato nutrizionale dei bambini. Il Rapporto segnala infine come negli ultimi anni il fenomeno del terrorismo abbia accresciuto la vulnerabilità dei bambini. Una delle maggiori preoccupazioni odierne riguarda l'uso di minori per attentati suicidi, nonché il fatto che questi siano per lo più diretti contro civili.
scritto da Serbilla alle 16:44
Etichette: diritti umani, pedofilia, prostituzione, stupro