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Timestamp: 2020-05-25 11:41:52+00:00
Document Index: 11688972

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Sentenza Cassazione Civile n. 1115 del 20/01/2020 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1115 del 20/01/2020
Cassazione civile sez. lav., 20/01/2020, (ud. 16/10/2019, dep. 20/01/2020), n.1115
sul ricorso 23995-2014 proposto da:
SCIALOJA 6, presso lo studio dell’avvocato TEODORO KATTE KLITSCHE DE
LA GRANGE, che lo rappresenta e difende;
A.O.S. – AZIENDA OSPEDALIERA SAN CAMILLO – FORLANINI, in persona del
ROMA, PIAZZA CARLO FORLANINI N. 1, presso la sede legale aziendale,
rappresentata e difesa dagli Avvocati VINCENZO GAMBARDELLA, GIUSEPPE
FRATTO, EGIDIO MAMMONE;
avverso la sentenza n. 182/2014 della CORTE D’APPELLO di ROMA,
depositata il 24/05/2014 R.G.N. 1461/2010.
1. C.R., dipendente dell’Azienda Ospedaliera S. Camillo -Forlanini, assunto presso l’ex Ente Ospedaliero (OMISSIS) in data 2 maggio 1974 quale vincitore di concorso pubblico con la qualifica di aggiunto di concetto, geometra, poi inquadrato, dall’11/9/2001 al 31/3/2005 come collaboratore tecnico professionalè architetto, a seguito di selezione interna, successivamente inquadrato, sempre a seguito di selezione interna, come collaboratore professionale esperto, architetto, conveniva in giudizio innanzi al Tribunale di Roma l’Azienda datrice di lavoro e la Regione Lazio chiedendo che fosse accertato lo svolgimento di mansioni superiori riconducibili all’inquadramento come collaboratore direttivo dal 2/5/1974 al 31/9/1997 e come collaboratore tecnico professionale esperto dal 18 settembre 1997 al 31/3/2005, con il conseguente suo diritto all’inquadramento preteso ed alle differenze retributive, in subordine con condanna dell’azienda al solo pagamento delle differenze retributive;
2. il Tribunale, con sentenza parziale n. 22789 dell’11 febbraio 2008 dichiarava il difetto di giurisdizione del giudice ordinario per il periodo antecedente all’1/7/1998, la carenza di interesse del C. per il periodo fino al 30/6/2001 (per avere egli accettato le somme corrispostegli sulla base della Delib. aziendale 15 aprile 2003, n. 505 e preso atto della sua inclusione nell’elenco di coloro cui era stato riconosciuto lo svolgimento di mansioni superiori dall’1/7/2003 al 20/6/2001, con deliberazione n. 316 del 21/3/2003), il difetto di legittimazione passiva della Regione Lazio per il periodo precedente all’entrata in vigore della L. n. 833 del 1978 e per il periodo successivo al 30/6/1994;
con sentenza definitiva n. 11742 del 2 luglio 2009 dichiarava il diritto del ricorrente alle differenze retributive tra quanto spettantegli secondo il trattamento economico previsto per il profilo di collaboratore tecnico professionale e quanto di fatto percepito per il periodo dall’1/7/2001 al 10/9/2001 e condannava l’Azienda Ospedaliera al pagamento delle relative differenze retributive;
3. la Corte d’appello di Roma, con sentenza parziale n. 9715 del 26 novembre 2012 riformava la decisione parziale del Tribunale relativamente al dichiarato difetto di giurisdizione per il periodo antecedente all’1/7/1998 e rimetteva la causa al Tribunale di Roma;
quindi con sentenza n. 182 del 24 maggio 2014, decidendo sull’impugnazione principale del C. e su quella incidentale dell’Azienda Ospedaliere, confermava la sentenza definitiva impugnata;
3.1. quanto all’impugnazione incidentale dell’Azienda riteneva che non sussistesse alcuna nullità della sentenza definitiva del Tribunale per non essere stata l’ordinanza ammissiva dei mezzi istruttori, emessa in data 17/12/2007, notificata ai procuratori costituiti;
3.2. quanto all’impugnazione principale del C. riteneva che ogni pretesa ricollegabile allo svolgimento di mansioni superiori svolte fino al 30/6/2001 avesse trovato definizione sostanzialmente transattiva in forza dello specifico accordo sindacale del 25/6/2002 e che le pretese riferite al periodo successivo al 30/6/2001 non avessero avuto riscontro negli esiti istruttori;
con riguardo a tale secondo periodo evidenziava, in particolare, che taluni dei testi escussi (e così i sigg. T. e S.) avessero riferito le loro conoscenze ad epoca anteriore e che, sulla base di quanto riferito da altro teste (sig. Te.), il quale aveva avuto conoscenza dei fatti di causa per il periodo da gennaio 2004 a marzo 2005, fosse possibile affermare che il C. avesse svolto attività di coordinamento e controllo delle attività tecniche (di unità operative semplici) senza avvalersi della collaborazione di altro personale cui fornire istruzioni e che non fosse stato provato che egli avesse mai formulato proposte operative per l’organizzazione del lavoro nell’ambito delle attività affidategli e per la semplificazione o snellimento delle procedure eventualmente connesse (tutte attività che qualificavano la figura del collaboratore tecnico professionale esperto);
4. avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione C.R. con cinque motivi;
5. l’Azienda Ospedaliera ha resistito con controricorso e formulato altresì ricorso incidentale cui il C. ha resistito con controricorso;
6. la Regione Lazio (cui il ricorso principale è stato notificato al solo fine della litis denuntiatio) non ha svolto attività difensiva;
7. il ricorrente ha depositato memoria.
1. con il primo motivo il ricorrente principale denuncia omessa motivazione su documenti e fatti specifici, in relazione all’art. 1362 c.c. e ss.;
deduce che la Corte territoriale avrebbe, all’esito del giudizio sussuntivo, concluso che l’appellante, pur avendone l’onere, non avesse fornito la prova degli elementi posti a fondamento della propria pretesa, e ciò avendo solo richiamato alcuni passaggi di deposizioni testimoniali e del tutto pretermesso non solo la documentazione prodotta dal ricorrente fin dal primo grado ma anche ulteriori risultanze della prova orale, di segno opposto rispetto a quelle valorizzate;
2.1. il ricorrente (riportando, peraltro, solo alcuni stralci delle deposizioni testimoniali e del contenuto dei documenti che richiama in quanto asseritamente a sè favorevoli) critica la sufficienza del ragionamento logico posto dal giudice di merito a base dell’interpretazione degli elementi probatori del processo e, in sostanza, chiede una diversa valutazione degli stessi, ipotesi integrante un vizio motivazionale non più proponibile in seguito alla modifica dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 apportata dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54 convertito in L. n. 134 del 2012;
2.2. con orientamento (cui va data continuità) espresso dalla sentenza 7 aprile 2014, n. 8053 (e dalle successive pronunce conformi), le Sezioni Unite di questa S.C., nell’interpretare la portata della novella, hanno osservato che con essa si è assicurato al ricorso per cassazione solo una sorta di “minimo costituzionale”, ossia lo si è ammesso ove strettamente necessitato dai precetti costituzionali, supportando il giudice di legittimità quale giudice dello ius constitutionis e non, se non nei limiti della violazione di legge, dello ius litigatoris;
2.3. proprio per tale ragione le S.U. hanno affermato che non è più consentito denunciare un vizio di motivazione se non quando esso dia luogo, in realtà, ad una vera e propria violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4: ciò si verifica soltanto in caso di mancanza grafica della motivazione, di motivazione del tutto apparente, di motivazione perplessa od oggettivamente incomprensibile, oppure di manifesta e irriducibile sua contraddittorietà e sempre che i relativi vizi emergano dal provvedimento in sè, esclusa la riconducibilità in detta previsione di una verifica sulla sufficienza e razionalità della motivazione medesima mediante confronto con le risultanze probatorie;
2.4. per l’effetto, il controllo sulla motivazione da parte del giudice di legittimità diviene un controllo ab intrinseco, nel senso che la violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4 deve emergere obiettivamente dalla mera lettura della sentenza in sè, senza possibilità alcuna di ricavarlo dal confronto con atti o documenti acquisiti nel corso dei gradi di merito;
2.5. l’ipotesi ora regolata dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, si incentra sull’individuazione di un fatto il cui esame sia stato omesso dal giudice di merito e che, per la sua decisività, in ragione dell’elevato grado logico di pregnanza, se considerato, potrebbe in sè sovvertire l’esito della pronuncia impugnata, sicchè si impone la rivisitazione del giudizio, da svolgere tenendo conto anche della circostanza pretermessa: fatto di cui è stato omesso l’esame che è da intendere in senso storico – naturalistico (Cass. 8 ottobre 2014, n. 21152), quale circostanza rilevante sia in via diretta, perchè costitutiva, modificativa o impeditiva rispetto alla fattispecie legale, sia in via indiretta, quale fatto secondario, dedotto in funzione di prova (Cass. 8 settembre 2016, n. 17761);
in sostanza l’inadeguatezza della motivazione, rileva ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nel solo caso in cui essa ometta l’esame di uno o più fatti decisivi;
2.6. sempre le S.U., nella citata sentenza n. 8053/14, hanno precisato gli oneri di allegazione e produzione a carico del ricorrente ai sensi dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4: il ricorso deve indicare chiaramente non solo il fatto storico del cui mancato esame ci si duole, ma anche il dato testuale (emergente dalla sentenza) o extra-testuale (emergente dagli atti processuali) da cui risulti la sua esistenza, nonchè il come e il quando tale fatto sia stato oggetto di discussione tra le parti e spiegarne, infine, la decisività;
2.7. l’omesso esame del fatto decisivo si pone, dunque, nell’ottica della sentenza n. 8053/14, come il tassello mancante (così si esprimono le S.U.) alla plausibilità delle conclusioni cui è pervenuta la sentenza rispetto a premesse date nel quadro del sillogismo giudiziario;
2.8. nel caso in esame manca nel motivo di ricorso la specifica individuazione degli aspetti eventualmente rilevanti nei termini appena indicati limitandosi il ricorrente (pur con ampie e diffuse argomentazioni) a sostenere l’erroneità della sentenza impugnata per l’omessa motivazione su elementi istruttori che, non integra, di per sè, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo, censurabile ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie (Cass. 29 ottobre 2018, n. 27415);
2.9. in tal modo la censura in esame suggerisce esclusivamente una rilettura del materiale istruttorio (e così delle circostanze asseritamente risultanti dagli esiti della prova orale e dai documenti che si assume non siano stati esaminati dalla Corte territoriale e che avrebbero consentito di ritenere provato l’assunto dell’appellante), affinchè se ne fornisca una valutazione diversa da quella accolta dalla sentenza impugnata;
2.10. ma non può il ricorso per cassazione enucleare vizi di motivazione dal mero confronto tra le risultanze di causa, vale a dire attraverso un’operazione che suppone un accesso diretto agli atti e una loro delibazione non consentiti in sede di legittimità (v. Cass., Sez. Un., n. 8053/2014 cit.);
3. con il secondo motivo il ricorrente principale denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 1361 c.c. e ss., artt. 1969,2697 e 2727 c.c. e dell’art. 115 c.p.c.;
lamenta che la Corte territoriale avrebbe errato nel ritenere la valenza transattiva dell’accettazione del pagamento di cui alla Delib. Direttore generale dell’Azienda 15 aprile 2003, n. 505 (ricognitiva dello svolgimento delle mansioni superiori per il periodo 1/7/2000-30/6/2001) atteso che dal contenuto dell’atto (si trattava, peraltro, di un atto unilaterale ed era stato comunque impugnato prima del decorso dei sei mesi) tale valenza non emergeva e soprattutto non vi era alcun elemento per ritenere che il C. avesse rinunciato al pregresso e cioè al periodo antecedente all’1/7/2000;
evidenzia che la relativa questione aveva formato oggetto di precisa doglianza in sede di atto di appello;
4. anche tale motivo è inammissibile;
4.1. il ricorrente, senza neppure riprodurre il testo integrale della Delib. 15 aprile 2003, n. 505 su cui incentra le censure (limitandosi a trascrivere a pag. 18 solo la parte dispositiva), oppone all’interpretazione della stessa offerta dalla Corte territoriale una propria e personale lettura dell’indicato atto, valorizzando solo talune espressioni estrapolate dallo stesso e non indicando, al di là della generica denuncia della violazione dell’art. 1362 c.c., la regola ermeneutica che la Corte territoriale avrebbe in concreto violato;
4.2. è consolidato nella giurisprudenza di questa Corte il principio secondo cui “l’interpretazione di un atto negoziale è tipico accertamento in fatto riservato al giudice di merito, incensurabile in sede di legittimità, se non nell’ipotesi di violazione dei canoni legali di ermeneutica contrattuale, di cui agli artt. 1362 c.c. e ss. c.c., o di motivazione inadeguata, ovverosia non idonea a consentire la ricostruzione dell’iter logico seguito per giungere alla decisione; pertanto, onde far valere una violazione sotto il primo profilo, occorre non solo fare puntuale riferimento alle regole legali d’interpretazione, mediante specifica indicazione dei canoni asseritamente violati ed ai principi in esse contenuti, ma occorre, altresì, precisare in qual modo e con quali considerazioni il giudice del merito se ne sia discostato, con l’ulteriore conseguenza dell’inammissibilità del motivo di ricorso che si fondi sull’asserita violazione delle norme ermeneutiche o del vizio di motivazione e si risolva, in realtà, nella proposta di una interpretazione diversa” (v. ex multis Cass. 30 aprile 2010, n. 10554);
4.3. senza dire che nella sentenza impugnata, più che la deliberazione suddetta, è valorizzato l’accordo sindacale del 25/6/2002 con il quale, riconoscendosi il corrispettivo di differenze retributive, dal 17/7/2000 al 30/6/2001, le parti sociali avrebbero inteso definire una volta per tutte le discrasie registratesi nello specifico contesto lavorativo anche per i periodi precedenti;
ad avviso della Corte territoriale, l’intento che traspariva da tutta la procedura negoziata era di limitare in chiave bonaria (per il personale dipendente che avesse svolto per almeno 12 mesi consecutivi mansioni diverse rispetto alla qualifica rivestita) il riconoscimento economico entro i suddetti limitati confini temporali, con l’ulteriore concessione della riapertura delle procedure selettive interne delle quali, poi, lo stesso C. si era concretamente giovato;
in sostanza, secondo il ragionamento dei giudici di merito, il C. avrebbe prestato acquiescenza alla indicata procedura negoziata, intesa a definire il contenzioso dei c.d. fuori qualifica, beneficiando della riapertura delle procedure selettive interne, accettando senza riserve le somme corrispostegli dall’azienda in base a quanto stabilito in sede di tale accordo, cui aveva fatto seguito la Delib. n. 505 del 2003, così manifestando piena adesione all’operazione condotta e mediata dalle parti sociali;
4.4. anche con riferimento all’accordo sindacale del 25/6/2002 (trascritto nel contenuto) ed alla articolata procedura negoziata, il ricorrente prospetta un’interpretazione diversa da quella dei giudici di merito opponendo tutta una serie di circostanze (partecipazione alla selezione senza alcuna volontà di rinunciare al pregresso, inesistenza di una accettazione senza riserve, invio all’Azienda della lettera raccomandata dell’11/10/2003 con la quale avrebbe impugnato la pretesa transazione – atto, quest’ultimo, neppure trascritto nel suo contenuto -) che attengono alla complessiva ricostruzione fattuale della vicenda e che sono estranee al presente giudizio di legittimità;
5. con il terzo motivo il ricorrente principale denuncia violazione e falsa applicazione delle norme in materia di ermeneutica dei contratti (e degli atti), artt. 1362,1967 e 2727 c.c.;
censura la sentenza impugnata per aver ritenuto sussistente una transazione avendo mal applicato i criteri di cui all’art. 1362 c.c. e per aver fatto ricorso alla prova per presunzioni;
6. il motivo è inammissibile per le stesse ragione evidenziate con riguardo al secondo motivo;
6.1. anche con tale censura il ricorrente, che egualmente non indica con chiarezza i criteri ermeneutici concretamente violati dalla Corte territoriale, nella sostanza, intende ottenere una rivisitazione del ragionamento compiuto dalla Corte territoriale, inammissibile in questa sede;
6.2. è, del resto, devoluta al monopolio del giudice di merito non solo la valutazione delle risultanze delle prove (spettando a tale giudice, in via esclusiva, il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di assumere e valutare le prove, di controllarne l’attendibilità e la concludenza, di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad esse sottesi, dando così liberamente prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova acquisiti, salvo i casi tassativamente previsti dalla legge – v. ex multis Cass. 7 aprile 2017, n. 9097; Cass. 6 aprile 2011, n. 7921 -) ma anche la valutazione della ricorrenza dei requisiti enucleabili dagli artt. 2727 e 2729 c.c. per valorizzare elementi di fatto come fonti di presunzione (v. tra le più recenti Cass. 17 gennaio 2019, n. 1234);
6.3. nella specie, peraltro, la Corte territoriale ha fatto riferimento, come detto, ad un complesso iter di negoziazione sindacale e ad un comportamento concludente del C. che è cosa diversa dal ritenere provata una transazione sulla base di una mera presunzione;
7. con il quarto motivo il ricorrente principale denuncia violazione e falsa applicazione – omessa pronuncia su prove, violazione degli artt. 112 e 115 c.p.c.;
lamenta la mancata valutazione da parte della Corte territoriale delle prove anche documentali offerte dal C.;
8.1. anche in questo caso, nonostante la formale denuncia di violazione di legge, il ricorrente suggerisce esclusivamente una rilettura del materiale istruttorio (e così delle circostanze asseritamente risultanti dai documenti che assume non siano stati esaminati dalla Corte territoriale e che avrebbero consentito di ritenere provata l’adibizione alle superiori mansioni), affinchè se ne fornisca una valutazione diversa da quella accolta dalla sentenza impugnata;
8.2. la violazione dell’art. 115 c.p.c. è apprezzabile, poi, in sede di ricorso per Cassazione, in termini di violazione di legge bensì quale errore di fatto, che deve essere censurato attraverso il corretto paradigma normativo del difetto di motivazione, e dunque solo nei limiti consentiti dal nuovo art. 360 c.p.c., n. 5 come sopra delineati (v. Cass. 12 ottobre 2017, n. 23940; Cass. 30 novembre 2016, n. 24434);
9. con il quinto il ricorrente principale denuncia omessa pronuncia violazione dell’art. 112 c.p.c.;
censura la sentenza impugnata per non essersi pronunciata sulla controeccezione del C. alla dedotta chiusura transattiva della questione relativa alle pregresse spettanze, fondata sulla lettera raccomandata dell’11/10/2003;
10. il motivo è inammissibile;
10.1. in una situazione quale quella prospettata (al di là di mancata trascrizione da parte del ricorrente del contenuto integrale della raccomandata dell’11/10/2003), l’attività di esame del giudice, che si assume omessa, non concerne direttamente la domanda o l’eccezione, ma una circostanza di fatto che, ove valutata, avrebbe comportato una diversa decisione su uno dei fatti costitutivi della domanda o su un’eccezione e, quindi, su uno dei fatti principali della controversia;
10.2. non si versa, pertanto, in una ipotesi di omessa pronuncia di cui all’art. 112 c.p.c. (v. Cass. 22 gennaio 2018, n. 1539) potendo al più la circostanza pretermessa rilevare quale omesso esame su un punto decisivo della controversia di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (in relazione alla quale si richiama, però, quanto già evidenziato con riferimento al primo motivo di ricorso);
11. con l’unico motivo di ricorso incidentale l’Azienda denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 244 c.p.c. dell’art. 414c.p.c. e dell’art. 421 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 nonchè dell’art. 420 c.p.c., comma 5;
lamenta che la Corte territoriale, debitamente compulsata, a seguito dell’ordinanza con la quale il Tribunale di Roma, dopo la sentenza parziale, aveva disposto la prosecuzione del giudizio tra il C. e l’Azienda Ospedaliera invitando le parti, con riguardo alla domanda concernente il periodo dall’1/7/2001 in poi, a precisare le rispettive richieste istruttorie, non avesse ritenuto che il C. fosse decaduto dalla prova benchè lo stesso non avesse articolato mezzi istruttori all’udienza fissata nell’ordinanza suddetta (letta in udienza unitamente al dispositivo della sentenza parziale) che non necessitava di alcuna comunicazione alle parti;
12. il motivo è inammissibile;
il ricorrente ha trascritto solo il contenuto dell’ordinanza con cui è stata disposta la prosecuzione del giudizio ma non ha fornito elementi precisi della sequenza procedimentale in cui questa si è inserita;
non risultano, infatti, allegati al ricorso incidentale nè sono stati trascritti nelle loro interezza il verbale dell’udienza del 17/12/2007, nella quale il giudice di prime cure avrebbe letto sia il dispositivo della sentenza parziale sia l’ordinanza per il prosieguo del giudizio, il che impedisce a questa Corte di verificare la prospettazione fattuale a base del rilievo;
manca, altresì, il verbale dell’udienza del 18 febbraio 2008 (trascritto solo in parte) e ciò non consente di apprezzare l’atteggiamento processuale assunto dall’Azienda a fronte della richiesta di differimento formulata dal difensore del C. (v. Cass. 13 ottobre 1997, n. 9952 secondo cui: “Le formalità relative alla deduzione, ed alla successiva assunzione, di una prova testimoniale sono stabilite non per ragioni di ordine pubblico, bensì nell’esclusivo interesse delle parti e, pertanto, le eventuali decadenze derivanti dall’inosservanza di tali formalità non sono rilevabili ex officio iudicis, bensì passibili di tempestiva eccezione da parte dell’interessato, dovendosi, in mancanza, ritenere sanate per acquiescenza, così che il giudice del gravame deve astenersi dall’esaminare la questione se prospettata, per la prima volta, con i motivi di impugnazione avverso la sentenza relativa al grado di giudizio in cui si assuma verificata la nullità”; in senso conforme Cass. 28 maggio 2003, n. 8531; Cass. 29 novembre 2016, n. 24292);
13. da tanto consegue che tanto il ricorso principale quanto il ricorso incidentale devono essere dichiarati inammissibili;
14. la reciproca soccombenza consente di compensare tra le parti le spese processuali;
15. va dato atto dell’applicabilità del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 poichè l’obbligo del pagamento dell’ulteriore contributo non è collegato alla condanna alle spese, ma al fatto oggettivo – ed altrettanto oggettivamente insuscettibile di diversa valutazione – del rigetto integrale o della definizione in rito, negativa per l’impugnante, dell’impugnazione, muovendosi, nella sostanza, la previsione normativa nell’ottica di un parziale ristoro dei costi del vano funzionamento dell’apparato giudiziario o della vana erogazione delle, pur sempre limitate, risorse a sua disposizione (cosi Cass., Sez. Un., n. 22035/2014).
La Corte dichiara inammissibili il ricorso principale e quello incidentale; compensa le spese.
Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente principale e del ricorrente incidentale dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello prescritto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.