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Timestamp: 2019-08-21 21:03:04+00:00
Document Index: 67559520

Matched Legal Cases: ['art.2', 'art.6', 'art.3', 'art.25', 'art.3', 'art.17']

Ricorda 1789: la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino | Lo Spiegone
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Pubblicato da Chiara Antonini il 2 Agosto 2019
Il 26 agosto ricorre il 230° anniversario dall’approvazione della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, documento fondamentale per il futuro dell’Europa e della democrazia e alla base di molte delle conquiste civili del XX secolo. Non c’è da stupirsi, dunque, che la Dichiarazione universale dei diritti umani, adottata nel 1948 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite abbia preso a modello e, in alcune parti, perfino alla lettera, il documento redatto poco dopo la presa della Bastiglia, nel 1789.
Per comprendere al meglio quanto presentato di seguito, bisogna fare un passo indietro e tornare all’anno precedente allo scoppio della Rivoluzione francese. A partire dall’estate 1788 migliaia di opuscoli furono diffusi, tra questi particolare fortuna ebbe “Qu’est-ce que le Tiers Etat?”, scritto dall’abate Sieyès e pubblicato nel gennaio 1789. Si ricorda indubbiamente la solenne definizione: “Che cosa è il Terzo Stato? Tutto. Che cosa è stato fino a oggi? Niente. Che cosa chiede? Di diventare qualcosa.”
Questo pamphlet incarna molte delle ragioni e delle spiegazioni degli eventi che si susseguirono, dal maggio all’agosto 1789 e che culminarono con l’approvazione, il 26 agosto, di uno dei documenti più importante della Rivoluzione francese e precursore di ciò che sarà uno strumento fondamentale del diritto internazionale dei diritti umani: la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. Poco più di 20 giorni prima, il 4 agosto, era stata votata l’abolizione del regime feudale, con cui si stabiliva sul piano giuridico l’uguaglianza tra persone, indipendentemente dall’appartenenza al ceto.
“Le réveil du Tiers-État”, caricatura dei tre ordini. Stampa del 1789 Photo Josse
Si iniziò così a discutere dei princìpi costituzionali. Emersero immediatamente diverse visioni ideologiche: da una parte, si pensava che la Dichiarazione americana del 1776 potesse rappresentare un modello interessante; dall’altra si temeva che l’intenzione di promulgare un testo di soli princìpi, privo di norme, potesse avere conseguenze negative sulla società e sul suo contenimento. Ci si soffermò, inoltre, sulla necessità di affiancare a una carta dei diritti, una dei doveri. La proposta presentata da esponenti del clero fu, però, respinta e vide la luce solo nell’agosto 1795, con l’emanazione della terza Costituzione dell’epoca rivoluzionaria, preceduta da una nuova Dichiarazione dei diritti e dei doveri dell’uomo e del cittadino.
Dopo giorni di discussione, l’Assemblea procedette ai lavori di redazione della Dichiarazione dei diritti, che rappresentò un passaggio indispensabile e precedente alla Costituzione, promulgata nel 1791.
La Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino e i grandi assenti
Il 20 agosto fu approvato il preambolo e i primi 17 articoli in cui venivano riconosciuti i diritti naturali, inalienabili e sacri dell’uomo, ancora oggi base di ogni costituzione democratica, con il nome di diritti fondamentali. Tra questi venivano sanciti la libertà e la resistenza all’oppressione (art.2), l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge (art.6), e la sovranità nazionale (art.3). La dichiarazione stabiliva, inoltre, la libertà di espressione e di stampa (artt.10-11) e nell’ultimo articolo definiva la proprietà privata un diritto inviolabile e sacro.
Il progetto, influenzato nella sua interezza dalla dottrina dei diritti naturali, vedeva la tutela di diritti individuali e collettivi considerati universali, cioè validi in ogni tempo e in ogni spazio per qualsiasi uomo in quanto tale, e attingeva molti principi politici e filosofici dall’Illuminismo e da filosofi come Thomas Hobbes, Jean Jacques Rousseau, e Montesquieu. L’impianto costituito lascia, però, emergere la dialettica interna alla società francese: proprietari con privilegi – l’aristocrazia – contro proprietari senza privilegi – la borghesia.
Il 5 ottobre dello stesso anno, il Re Luigi XVI fu costretto ad accettare che il testo, dopo essere stato da lui approvato, venisse inserito nella Carta costituzionale.
Nonostante il successo e la rilevanza di questa dichiarazione, due sono i grandi assenti del documento: le donne e gli schiavi. Non vi è alcun riferimento al ruolo della donna e all’abolizione della schiavitù. Ciò lascia intendere ulteriormente lo scontro menzionato poco sopra, tra due classi dello Stato e la negazione di ulteriore diritti che non erano affatto nel mirino degli interessi della Rivoluzione.
La più completa critica nei confronti della Dichiarazione 1789 è incarnata dal testo pubblicato da Olympe de Gouges nel 1791, dal titolo “La dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina”. La scrittrice, trascrivendo il documento originale completamente al femminile, invoca l’uguaglianza giuridica delle donne e difende i loro diritti, rimproverando alla Rivoluzione francese di averle dimenticato nel suo progetto di uguaglianza e libertà.
Le altre Dichiarazioni della Rivoluzione: 1793 e 1795
Come già accennato, il 3 settembre 1791 venne emanata la prima Costituzione della Francia moderna, preceduta dal testo del 1789. Essa viene definita una costituzione monarchica, in quanto investiva il re del potere esecutivo. Inoltre, se da una parte veniva rafforzato il ruolo della borghesia, dall’altra era totalmente escluso il ruolo del quarto stato.
La Libertà che guida il Popolo, Eugène Delacroix, 1830
A distanza di poco meno di due anni, il 24 giugno 1793, venne approvata dalla Convenzione la seconda Costituzione rivoluzionaria – la prima repubblicana -, che dovette poi essere sottoposta a plebiscito popolare, che ottenne 1.800.000 voti favorevoli contro 17.000 contrari. Composta da oltre 400 articoli, rafforzava il potere legislativo rispetto all’esecutivo e rendeva fondamentale il principio del suffragio universale. Il testo costituzionale era preceduto da una nuova Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino dove si leggeva al primo posto, tra i diritti naturali, l’uguaglianza, assente nel documento omonimo del 1789. Un altro fondamentale cambio di rotta era sancito dall’art.25 (ex art.3), secondo cui la sovranità non risiedeva più nella nazione, bensì nel popolo. Nonostante l’approvazione popolare, la Costituzione del 1793 non entrò mai in vigore e la crisi che si stava diffondendo impose un governo provvisorio.
I fatti seguenti spinsero il popolo a richiedere nuovamente un dettato costituzionale. La Costituzione del 1793 non poteva essere considerata, in quanto frutto di un radicalismo rivoluzionato non condiviso. Fu così che si iniziò a discutere nuovamente su un nuovo testo costituzionale, poi approvato il 22 agosto 1795. Esso rappresentava un connubio tra liberalismo e interessi borghesi, difendeva la repubblica ma respingeva il principio del suffragio universale, favorendo un suffragio ristretto, e il diritto all’insurrezione. Come le due carte costituzionali precedenti, anche quella del 1795 fu preceduta da una dichiarazione, che, però, a differenza delle altre, prevedeva oltre ai ‘diritti’ anche i ‘doveri’. La Dichiarazione dei diritti e dei doveri dell’uomo e del cittadino si componeva di 31 articoli, di cui 22 riguardavano i diritti e 9 i doveri. Per la prima volta, si faceva esplicitamente riferimento all’uguaglianza giuridica, e non economica, davanti alla legge e venne modificata la disposizione relativa alla sovranità, che veniva fatta risiedere nell’universalità dei cittadini (art.17), anziché nel popolo. La sezione riguardante i doveri si fondava sul noto dettato “non fare agli altri ciò che non vorreste fosse fatto a voi.”
Avendo analizzato le diverse sfaccettature, evidenziato le differenze tra le tre Dichiarazioni della Rivoluzione francese e sottolineato, grazie, in particolare, al lavoro di Olympe de Gouges, le debolezze e i limiti di questi documenti, appare chiaro come non si possa, nonostante tutte le criticità, non affidare a essi, e in particolar modo alla primo, una posizione di rilievo per tutte le democrazie si si sono formate e rafforzate all’indomani del secondo dopoguerra. La Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino rappresenta infatti il documento supremo con il quale, su un piano giuridico, vengono messi al primo posto i diritti dell’uomo e, per questa ragione, si può considerare un apripista della tutela dei diritti umani.
Eleanor Roosevelt and the United Nations Universal Declaration of Human Rights
Nell’introduzione si è fatta menzione della Dichiarazione Universale del 1948 che più di qualsiasi altro documento internazionale incarna i diritti e i valori dell’uomo che non devono essere violati. Così come la Dichiarazione del 1789, il documento delle Nazioni Unite rispecchia le necessità del suo tempo, ma grazie ai suoi principi saldi e fondamentali, ampliati e adattati per mezzo dell’interpretazione, essa ha potuto implementare e vincere, nel corso dei decenni passati, battaglie nel campo dei diritti umani. Nonostante ciò, molte sfide devono ancora essere risolte e sebbene la Dichiarazione sia ormai da considerarsi vincolante in quanto ascrivibile al diritto consuetudinario, viene ancora troppo spesso violata e minacciata.
La Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, 26.08.1789
De Gouges, La dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, settembre 17891
La Dichiarazione dei diritti e dei doveri dell’uomo e del cittadino, 22.08.1795
Assemblea Generale ONU, Dichiarazione universale del diritti umani, Parigi, 10.12.1948
A. Aubert, P. Simoncelli, Storia Moderna, dalla formazione degli Stati nazionali alle egemonie internazionali, Bari, Cacucci Editori, 2012
Enciclopedia Britannica, Declaration of the Rights of Man and Citizen
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