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Timestamp: 2020-04-10 05:42:50+00:00
Document Index: 60464631

Matched Legal Cases: ['art. 826', 'art. 826', 'art. 826', 'art. 428', 'art. 822', 'art. 822', 'art. 106', 'art. 45', 'art. 43', 'art. 826', 'art. 826', 'art. 826', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 826', 'sentenza ', 'art. 826', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 826', 'sentenza ']

Art. 826 codice civile - Patrimonio dello Stato, delle province e dei comuni - Brocardi.it
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Articolo 826 Codice civile
Dispositivo dell'art. 826 Codice civile
I beni appartenenti allo Stato, alle province e ai comuni, i quali non siano della specie di quelli indicati dagli articoli precedenti, costituiscono il patrimonio dello Stato o, rispettivamente, delle province e dei comuni [11, 828, 829].
Fanno parte del patrimonio indisponibile dello Stato [828 comma 2] le foreste che a norma delle leggi in materia costituiscono il demanio forestale dello Stato, le miniere, le cave e torbiere quando la disponibilità ne è sottratta al proprietario del fondo [840], le cose d'interesse storico, archeologico, paletnologico, paleontologico e artistico, da chiunque e in qualunque modo ritrovate nel sottosuolo [839, 932], i beni costituenti la dotazione della Presidenza della Repubblica [Cost. 84], le caserme, gli armamenti, gli aeromobili militari [c. nav. 745] e le navi da guerra.
Spiegazione dell'art. 826 Codice civile
Il patrimonio in generale, beni indisponibili e disponibili
Col presente articolo il codice si occupa della disciplina dei beni patrimoniali dello Stato, delle province e dei comuni, ossia dei beni che a tali enti appartengono a titolo di proprietà privata. L’articolo contiene l’elencazione tassativa dei beni demaniali, mentre i beni patrimoniali vengono indicati genericamente come tutti gli altri che non sono della specie di quelli costituenti il pubblico demanio, in tal modo l'art. 826 finisce per riprodurre sostanzialmente l'art. 428 del vecchio codice. Il legislatore ha voluto, però, adottare per il patrimonio la distinzione già contenuta nel regolamento 23 maggio 1924, n. 827, fra patrimonio indisponibile e patrimonio disponibile.
Com’ è noto, la diversa posizione giuridica delle due categorie è conseguenza della diversa funzione economica dei beni che ne fanno parte: beni indisponibili sono quelli destinati direttamente a un fine pubblico, pertanto, sotto questo aspetto, si trovano in una condizione analoga a quella dei beni demaniali, pur non ricorrendo per essi le ragioni politiche e di altro genere che determinano l'assoggettamento al regime della proprietà pubblica. I beni disponibili hanno, invece, un'utilità strumentale, poichè servono alla produzione di altri beni, ossia di entrate patrimoniali per gli enti cui appartengono: essi sono, di conseguenza, soggetti in modo quasi completo alle regole del diritto privato comune.
L'adozione di questa distinzione ha reso necessaria una indicazione tassativa dei beni disponibili, analoga a quella già fatta dall' art. 822 del c.c. per i beni demaniali: a questa enumerazione sono dedicati il secondo e terzo comma del presente articolo. In modo simmetrico a quanto ha fatto l'art. 822 c.c. per i beni demaniali, il presente articolo elenca prima una serie di beni indisponibili che non possono appartenere se non allo Stato, quindi un altro gruppo, molto più generico, di beni indisponibili che possono appartenere così allo Stato come alle provincie e ai comuni e, come vedremo, anche ad altri enti.
I beni indisponibili di esclusiva proprietà dello Stato: foreste, miniere, cave e torbiere, cose d’interesse storico rinvenute nel sottosuolo, dotazione della Corona, armamenti
L'elencazione dei beni indisponibili dello Stato comprende le seguenti categorie:
a) Le foreste, che a norma delle leggi in materia costituiscono il demanio forestale di Stato. Con ciò la Legge conferma che, nei riguardi delle foreste, l'espressione « demanio » è usata dalle leggi speciali in senso del tutto improprio. Quali foreste costituiscano il demanio forestale risulta dagli art. 106-116 del R. D. 30 dicembre 1923, n. 3267: la proprietà di questi boschi da parte dello Stato non ha scopo soltanto finanziario, ma anche e soprattutto idrogeologico ed igienico, infatti tali scopi attengono a quelle ragioni di conservazione e d'incremento del patrimonio boschivo nazionale che giustificano le stesse limitazioni alla proprietà privata dei boschi. Le foreste demaniali sono amministrate da un' apposita Azienda autonoma, che ha personalità giuridica ed organi propri, sebbene sia alle im­mediate dipendenze del Ministero dell'agricoltura e foreste (art. Io8 e seguenti del decreto citato e leggi 13 dicembre 1928, n. 3141; 5 gennaio 1933, n. 30).
b) Le miniere. La legislazione mineraria italiana ha raggiunto la sua unificazione soltanto col decreto legislativo 29 luglio 1927, n.1443, il quale sostituì le leggi degli antichi Stati ancora vigenti nelle varie province del Regno.Com’è noto, queste leggi avevano seguito vari sistemi, fra i quali i principali erano quello detto fondiario, vigente in Toscana e in Sicilia, e quello detto demaniale, proprio dell'antico Regno Sardo, del ducato di Parma e di quello di Lucca. Il sistema fondiario, basato sul principio romano, per cui la proprietà del suolo si estenderebbe anche al sottosuolo senza alcuna limitazione, riconosceva la piena proprietà delle miniere ai proprietari del fondi soprastanti. Il sistema demaniale, derivava dall' antico sistema regalistico, che riservava la proprietà del sottosuolo al sovrano, it quale ne faceva oggetto di concessioni perpetue e onerose al principale scopo di procurare un'entrata all'erario. Il sistema demaniale riserva la proprietà delle miniere allo Stato, che ne con­cede ai privati la coltivazione a scopo di generale utilità.
A quest'ultimo si avvicina il sistema accolto dal decreto di unificazione: data l'importanza che la coltivazione delle miniere presenta per l'economia generale, il legislatore ha voluto evitare che esse restino in dominio dei proprietari del suolo, che possono non avere interesse o capacità per la loro coltivazione. Il decreto ha riservato, perciò, esclusivamente allo Stato la proprietà del sottosuolo, condizionando la coltivazione delle miniere ad apposita concessione amministrativa, che può essere rilasciata solo a chi presenta sufficienti garanzie tecniche e finanziarie ed è soggetta a decadenza in caso di cattivo use e di inosservanza degli obblighi imposti. Il decreto legislativo citato non contiene una definizione del sistema adottato; la relazione che lo accompagna, pure affermando essersi ii nuovo sistema informato al principio della demanialità, dichiara che il legislatore ha, tuttavia, evitata qualunque definizione, per non pregiudicare l'opera della futura codificazione.
Il Codice non poteva perciò astenersi dal risolvere la questione della condizione giuridica delle miniere. La soluzione doveva evidentemente essere in armonia col sistema della legge speciale: rispetto a questa, varie erano state le interpretazioni della dottrina. A parte alcuni autori che negavano che lo Stato abbia un diritto di proprietà sul sottosuolo, fra coloro che hanno riconosciuto un tale diritto solo una minoranza qualificava questo come una proprietà. demaniale; la maggior parte escludeva che la legge offrisse elementi per una tale soluzione. In realtà la legge non contiene nessuna disposizione che ponga le miniere sotto it regime giuridico della demanialità: essa non attribuisce allo Stato altra funzione che quella di regolare it godimento e la coltivazione delle miniere; e, anche ove si voglia tener conto di altre leggi speciali, quali quelle dedicate alla polizia delle miniere, in esse non si trova alcuna norma che abbia per oggetto la tutela pubblicistica di tali beni, ma solo regole intese a garantire la sicurezza delle persone addette ai lavori. Si aggiunga che tali beni sono per loro natura redditizi e, quel che sembra ancor più decisivo, sono destinati ad esaurirsi col fatto stesso del­l' use e del godimento.
Per tutto questo sembra esatta la soluzione accolta dal codice, collocando le miniere fra i beni patrimoniali, e precisamente fra quelli destinati a un determinato fine pubblico che nella specie fa parte di quello dell'incremento economico nazionale. Nessun contrasto presenta tale soluzione col richiamo al sistema demaniale, contenuto nella relazione citata: « sistema demaniale », non è espressione usata, nelle stesse classificazioni dei sistemi storici, nel senso tecnico di « sistema del demanio pubblico », ma essa serve soltanto per designare l'appartenenza delle miniere allo Stato. Inoltre, il rinvio al nuovo codice per la piu precisa determinazione della natura di quest'appartenenza esclude qualunque pregiudizio della questione da parte del decreto legislativo.
c) Le cave e torbiere. A differenza delle miniere queste non sono per natura in proprietà dello Stato, ma appartengono come regola ai proprietari dei fondi in cui si trovano. Solo quando il proprietario non intraprenda la coltivazione o non dia ad essa sufficiente sviluppo, il ministro per le corporazioni, previo il procedimento indicato nell'art. 45 del citato R. D. 29 luglio 1927, può disporre della cava o della torbiera mediante concessione. In questo caso la condizione della cava é quella stessa stabilita per le miniere.
d) Le cose d'interesse storico ed artistico ritrovate nel sottosuolo. La maggiore specificazione di tali cose, contenuta nel presente articolo, riproduce quella fatta dall'art. i) della legge su questa materia del 10 giugno 1939, n. 1089. Dalla stessa legge risulta come le cose della specie di cui si tratta, ritrovate nel sottosuolo, non possono appartenere che allo Stato : siano esse ricercate dallo Stato stesso per mezzo dei suoi organi, oppure da altri soggetti pe c concessione dello Stato, o dagli stessi proprietari nei propri fondi con particolare autorizzazione dello Stato stesso, o infine siano rinvenute fortuitamente in qualunque fondo, le cose ritrovate appartengono in tutti i casi allo Stato (legge cit. art. 43-50). Qualora le cose di cui I inparola siano accolte in un museo o in una altra collezione di quelle indicate nel capoverso dell'articolo in esame, esse contribuiscono alla formazione di un bene demaniale: per se stesse, tuttavia, conservano comunque il carattere di beni patrimoniali indisponibili.
e) I beni costituenti la dotazione della Corona. II Codice non porta alcuna innovazione su questo punto: è ormai opinione generalmente accolta che i beni anzidetti appartengono allo Stato e sono da questo destinati al godimento del Re Imperatore, il cui diritto ha stretta analogia con l'usufrutto, sebbene di contenuto più ampio.
f) Le caserme, gli armamenti, gli aeroplani e le navi da guerra. Tutti i beni destinati alla difesa militare appartengono esclusivamente allo Stato; i più importanti fanno parte del demanio pubblico, gli altri del patrimonio indisponibile.
Beni indisponibili comuni allo Stato e agli enti pubblici minori
I beni indisponibili che possono appartenere, oltre che allo Stato, alle province e ai comuni, sono costituiti dagli edifici destinati a sede di uffici pubblici, quali i palazzi dei ministeri, delle corti e dei tribunali, i palazzi del governo nelle province, le case in cui sono collocati gli uffici delle province e dei comuni. Accanto a questi immobili, l'articolo ricorda espressamente i mobili che servono ad essi di arredamento, i quali comprendono oltre al mobilio in senso stretto, gli strumenti tecnici, gli schedari, i registri, le carte e gli oggetti di cancelleria. Sono ugualmente indisponibili tutti i beni adibiti ai pubblici servizi, come gli edifici scolastici coi relativi arredamenti, quelli per lo svolgimento dei servizi postali, telegrafici e telefonici, gli impianti per la produzione e distribuzione dell'energia elettrica che sia usata come mezzo di pubblici servizi, ecc. Per tutti questi beni, la speciale condizione giuridica deriva da un atto di volontà della pubblica amministrazione, col quale la cosa è destinata al conseguimento di un determinato fine pubblico.
396 Ho accolto nel codice (art. 826 del c.c.) la distinzione tra patrimonio disponibile e patrimonio indisponibile dello Stato, già sancita nel citato regolamento per l'esecuzione della legge sull'amministrazione del patrimonio e sulla contabilità generale dello Stato, riportando in questa seconda categoria le foreste che le leggi in materia, con diversa accezione del termine «demanio», dichiarano costituire il «demanio forestale» dello Stato; le miniere; le cave e torbiere, quando la disponibilità ne è sottratta al proprietario del fondo; le cose d'interesse storico, archeologico, paletnologico, paleontologico e artistico ritrovate nel sottosuolo; i beni costituenti la dotazione della Corona; le caserme, le navi da guerra, gli aeromobili militari e le armi in genere.
397 Quanto alle miniere, si è in vero disputato, successivamente al R. decreto 29 luglio 1927, n. 1443 — il quale ha tolto al privato la disponibilità delle miniere in generale e delle cave e torbiere in casi particolari, facendone oggetto di concessione da parte della pubblica amministrazione — se così le miniere come le cave e torbiere sottratte alla disponibilità dei privati dovessero ormai ritenersi comprese tra i beni del pubblico demanio; mi è sembrata preferibile la soluzione negativa, perché l'appartenenza al demanio pubblico non consente mai che il concessionario abbia il diritto di trarre da solo tutti i frutti della cosa: abbia, cioè, della cosa il godimento esclusivo sino a esaurimento della medesima. In conformità di un'autorevole corrente dottrinale, ho pertanto compreso le miniere nella categoria del patrimonio indisponibile. In questa categoria ho altresì ricondotto gli edifici destinati a sede di uffici pubblici, con i loro arredi, e gli altri beni destinati a un pubblico servizio. Il rapporto tra i beni menzionati e l'attuazione di dati compiti dello Stato esige infatti che di tali beni sia assicurata la destinazione; e come i beni stessi fanno parte del patrimonio indisponibile dello Stato, se a questo appartengono, così, secondo la diversa appartenenza, fanno parte del patrimonio indisponibile delle province e dei comuni.
Massime relative all'art. 826 Codice civile
Cass. civ. n. 6019/2016
Affinché un bene non appartenente al demanio necessario possa rivestire il carattere pubblico proprio dei beni patrimoniali indisponibili, in quanto destinati a un pubblico servizio ai sensi dell'art. 826, comma 3, c.c., deve sussistere il doppio requisito (soggettivo e oggettivo) della manifestazione di volontà dell'ente titolare del diritto reale pubblico (e, perciò, un atto amministrativo da cui risulti la specifica volontà dell'ente di destinare quel determinato bene a un pubblico servizio) e dell'effettiva e attuale destinazione del bene al pubblico servizio; in difetto di tali condizioni e della conseguente ascrivibilità del bene al patrimonio indisponibile, la cessione in godimento del bene medesimo in favore di privati non può essere ricondotta a un rapporto di concessione amministrativa, ma, inerendo a un bene facente parte del patrimonio disponibile, al di là del "nomen iuris" che le parti contraenti abbiano inteso dare al rapporto, essa viene a inquadrasi nello schema privatistico della locazione, con la conseguente devoluzione della cognizione delle relative controversie alla giurisdizione del giudice ordinario.
(Cassazione civile, Sez. Unite, ordinanza n. 6019 del 25 marzo 2016)
Cass. civ. n. 26402/2009
L'appartenenza di un bene al patrimonio indisponibile di un ente territoriale discende non solo dalla esistenza di un atto amministrativo che lo destini ad uso pubblico, ma anche dalla concreta utilizzazione dello stesso a tale fine, la cui mancanza deve essere desunta dalla decorrenza, rispetto all'adozione dell'atto amministrativo, di un periodo di tempo tale da non essere compatibile con l'utilizzazione in concreto del bene a fini di pubblica utilità. (Nella specie, la S.C. ha cassato, con rinvio, la sentenza di merito che aveva respinto la domanda di usucapione di un fondo, proposta nei confronti di un Comune, per non aver gli attori dato prova del momento del passaggio del bene dal patrimonio indisponibile a quello disponibile dell'ente, tralasciando però di considerare che al momento dell'inizio del possesso utile all'usucapione erano trascorsi più di dieci anni da quello in cui, tramite il piano regolatore generale, il fondo stesso era stato destinato ad uso pubblico senza che di esso vi fosse stata alcuna concreta utilizzazione).
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 26402 del 16 dicembre 2009)
Cass. civ. n. 7269/2003
L'art. 826, terzo comma c.c. richiede, ai fini della appartenenza di un bene al patrimonio indisponibile della pubblica amministrazione la concreta ed effettiva destinazione dello stesso ad un pubblico servizio. Tuttavia, nella ipotesi in cui non sia la pubblica amministrazione a destinare un immobile ad un pubblico servizio, ma sia il legislatore, che ne decide la costruzione — come avvenuto con il D.L.C.P.S. 10 aprile 1947, n. 261 per le assegnazioni di alloggi ai senza tetto per cause di guerra — il bene rientra senz'altro nella categoria dei beni indisponibili non appena tale costruzione sia realizzata, non essendo necessario che la sua destinazione ad un pubblico servizio, già affermata dalla legge, abbia concreta ed effettiva attuazione attraverso un successivo provvedimento amministrativo.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 7269 del 12 maggio 2003)
Cass. civ. n. 391/1999
Affinché un bene non appartenente al demanio necessario possa rivestire il carattere pubblico proprio del beni patrimoniali indlsponibili perché «destinati ad un pubblico servizio» ai sensi dell'art. 826, terzo comma c.c. deve sussistere un doppio requisito: la manifestazione di volontà dell'ente titolare del diritto reale pubblico e perciò un atto amministrativo da cui risulti la specifica volontà dell'ente di destinare quel determinato bene ad un pubblico servizio e l'effettiva ed attuale destinazione del bene al pubblico servizio (conseguentemente, nella specie, il fatto che il terreno sia stato acquistato dal Comune di Roma nel 1884 per realizzare una «passeggiata pubblica» o parco e che sia stato iscritto nell'inventario dei beni demaniali comunali, in difetto della concreta ed attuale destinazione al pubblico servizio, non è sufficiente per riconoscere al bene il carattere della indisponibilità).
(Cassazione civile, Sez. Unite, sentenza n. 391 del 15 luglio 1999)
Cass. civ. n. 8743/1997
L'appartenenza di un bene al patrimonio indisponibile dello Stato, dei Comuni e delle Province, a meno che non si tratti di beni riservati, per loro natura, a tale patrimonio, dipende soprattutto dalle caratteristiche oggettive e funzionali del bene e presuppone, quindi, oltre che l'acquisto in proprietà del bene da parte dell'ente pubblico (cosiddetto requisito soggettivo), una concreta destinazione dello stesso ad un pubblico servizio (cosiddetto, requisito oggettivo) che, proprio per l'esigenza di un reale legame con le oggettive caratteristiche, del bene, non può dipendere da un mero progetto di utilizzazione della P.A. o da una risoluzione che, ancorché espressa in un atto amministrativo, non incide, di per sé, sulle oggettive caratteristiche funzionali del bene. Pertanto, nei casi in cui il bene sia privo di caratteri strutturali necessari per il servizio, occorre almeno che il provvedimento di destinazione sia seguito dalle opere di trasformazione che in qualche modo possano stabilire un reale collegamento di fatto, e non meramente intenzionale, del bene alla funzione pubblica, con la conseguenza che i terreni destinati a verde pubblico dal piano regolatore acquistano la condizione di beni del patrimonio indisponibile dell'ente pubblico solo dal momento in cui, essendo stati acquistati da questo in proprietà, sono trasformati ed in concreto utilizzati secondo la propria destinazione, non essendo all'uopo sufficiente né il piano regolatore generale, che ha solo funzione programmatoria e l'effetto di attribuire alla zona, o anche ai terreni in esso eventualmente indicati, una vocazione da realizzare attraverso gli strumenti urbanistici di secondo livello o ad essi equiparati, e la successiva attività di esecuzione di questi strumenti, né il provvedimento di approvazione del piano di lottizzazione, che individua solo il terreno specificamente interessato dal progetto di destinazione pubblica, né la convenzione di lottizzazione, che si inserisce nella fase organizzativa del processo di realizzazione del programma urbanistico e non nella fase della sua materiale esecuzione.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 8743 del 9 settembre 1997)
Cass. civ. n. 6950/1993
Un bene, in tanto può considerarsi appartenente al patrimonio indisponibile per essere destinato a pubblici servizi a norma del terzo comma dell'art. 826 c.c., in quanto abbia una effettiva destinazione a quel servizio, non essendo sufficiente la determinazione dell'ente pubblico di imprimere al bene il carattere di patrimonio indisponibile.
(Cassazione civile, Sez. Unite, sentenza n. 6950 del 23 giugno 1993)
relative all'articolo 826 Codice civile
Norma di riferimento: Articolo 826 Codice civile - Patrimonio dello Stato, delle province e dei comuni | Quesito Q201718642
mercoledì 29/03/2017 - Sicilia
“Buongiorno, una società snc ha ricevuto una concessione per apertura di un bar tra PA e privato. Dopo la scadenza della concessione la snc ha continuato a occupare gli spazi in modo abusivo e senza pagare i canoni relativi alla concessione. La domanda è avendo la snc un debito di 130.000 euro la PA può chiedere alla snc di pagare l'intero importo del debito, o se si puo concedere di pagare rateale quante rate si possono fare e quali documenti si possono chiedere per attestare il fatturato della snc che dice di stare in crisi economica?”
Consulenza legale i 01/04/2017
Prima di affrontare la problematica sollevata con il quesito in esame, si ritiene opportuno delineare brevemente la disciplina delle concessioni di suolo pubblico, al fine di chiarire meglio la posizione del concessionario nei confronti della pubblica amministrazione concedente.
Il motivo essenziale per cui le occupazioni permanenti o temporanee di suolo, soprassuolo e sottosuolo, appartenenti al demanio o al patrimonio indisponibile del Comune, sono soggette a concessione è quello di consentire un'utilizzazione particolare dei predetti beni a fronte di una conseguente limitazione al diritto di godimento generalizzato sugli stessi (collettività).
E’ questa la ragione per cui il rilascio dei provvedimenti di concessione, costituenti titolo per l’occupazione, è subordinato all’attivazione, allo sviluppo ed alla conclusione di un vero e proprio procedimento amministrativo, regolato dai principi generali previsti in materia e coordinato ed integrato con le disposizioni previste dal Decreto Legislativo 30 aprile 1992, n. 285, recante il nuovo codice della strada, e dal relativo regolamento di esecuzione ed attuazione, nonché dalla legge 7 agosto 1990, n. 241.
Tale procedimento amministrativo non è detto che, una volta attivato, si concluda necessariamente con il rilascio del provvedimento di concessione, potendo l'amministrazione ravvisare nell'occupazione richiesta motivi o situazioni di contrasto con gli interessi generali della collettività.
In ogni caso, l'eventuale rilascio del provvedimento amministrativo deve precedere l'occupazione materiale del suolo pubblico o dello spazio sotto stante o sopra stante ad esso.
Ottenuto il provvedimento di autorizzazione, il concessionario è obbligato a custodire gli atti e i documenti comprovanti la legittimità dell'occupazione e ad esibirli a richiesta del personale incaricato dall'amministrazione, decadendo dal diritto di occupare lo spazio concessogli, tra l’altro, per mancato o parziale pagamento, nei termini stabiliti, del canone di concessione.
Cessato il termine per il quale la concessione è stata rilasciata (ovviamente il riferimento è alla concessione temporanea, che è quella che qui ci interessa), è possibile chiedere una proroga del provvedimento di concessione, ed a tal fine è richiesto che il concessionario presenti una domanda di proroga generalmente almeno 7 giorni prima della scadenza della concessione in atto, indicando la durata ed i motivi della richiesta di proroga.
Se l’occupazione si protrae oltre il termine di scadenza della concessione, senza rinnovo o proroga di questa, la stessa occupazione è considerata abusiva, con la conseguenza che il competente servizio comunale, previa constatazione e contestazione della relativa violazione e conseguente applicazione della indennità e delle sanzioni relative, può disporre la rimozione dei materiali o la demolizione dei manufatti, nonché la rimessa in pristino del suolo, dello spazio e dei beni pubblici, assegnando agli occupanti di fatto un congruo termine per provvedervi, trascorso il quale vi provvede d’ufficio, addebitando agli occupanti medesimi le relative spese (resta comunque a carico dell’occupante di fatto ogni responsabilità per qualsiasi danno o molestia arrecati a terzi a causa della occupazione).
Indennità e sanzioni per le occupazioni abusive saranno determinate in base all’ammontare del canone per le analoghe occupazioni regolarmente autorizzate, tenendosi comunque conto che il pagamento delle sanzioni non sana la irregolarità della occupazione; va detto che il verbale di contestazione della violazione costituisce titolo per il versamento del canone e che si osservano i termini di prescrizione previsti dal codice civile.
Questa costituisce la disciplina vigente per colui il quale intenda richiedere o sia già in possesso di una concessione temporanea di suolo pubblico, con indicazione specifica di quali azioni occorre porre in essere alla scadenza del periodo di validità della concessione e di quali sono le conseguenze cui si può andare incontro per l’ipotesi in cui non venga chiesta o ottenuta una proroga e/o rinnovo della concessione e, malgrado ciò, si continui ad occupare il suolo pubblico.
A questo punto, chiarito che ciò di cui si può essere tenuti a rispondere non è soltanto il pagamento del canone per il periodo in cui si è continuato ad occupare il suolo abusivamente, ma anche il pagamento di una somma a titolo di indennità e di sanzioni e quantificata dal competente servizio comunale in base all’ammontare del canone per le analoghe occupazioni regolarmente autorizzate, vediamo quali possibilità sono riservate al concessionario, sia esso persona fisica o giuridica, costretto a pagare tali somme e che versi in disagiate condizioni economiche.
Intanto va detto che avendo la C.O.S.A.P. (canone per l’occupazione di spazi ed aree pubbliche) natura di vero e proprio tributo comunale, la riscossione coattiva delle somme dovute a titolo di canone, indennità, sanzioni, ed interessi, non pagate alle scadenze stabilite, può essere effettuata coattivamente dal Servizio Bilancio ed Affari Finanziari del Comune interessato, ad intervenuta richiesta del servizio competente, mediante consegna del relativo ruolo al concessionario del servizio di riscossione, che vi provvede secondo le disposizioni in materia, o mediante ingiunzione fiscale ai sensi del Regio Decreto 14 aprile 1910, n. 639, o in base alle modalità definite dalle disposizioni vigenti in materia.
Con le stesse modalità potranno essere recuperate le eventuali spese sostenute dal Comune per la rimozione dei materiali e manufatti e per la rimessa in pristino del suolo in caso di occupazioni ed installazioni abusive.
Per tali casi è possibile, su richiesta dell'interessato in condizioni economiche disagiate, consentire il pagamento in rate mensili, generalmente fino ad un massimo di trenta, fruttifere di interessi legali.
In ogni momento il debito può essere estinto in unica soluzione, ma si tenga conto che nel caso di mancato pagamento anche di una o più rate (a seconda di ciò che prevede il regolamento del Comune competente), il debitore decadrà dal beneficio e dovrà provvedere al pagamento del debito residuo entro un termine molto breve (generalmente trenta giorni) dalla scadenza della rata o delle rate non adempiute.
Circa la prova della crisi in cui versa l’impresa, si ritiene che sia sufficiente produrre copia dell’ultimo bilancio di esercizio della società, da cui è possibile desumere il fatturato dell’azienda e le passività gravanti sulla stessa.
Per quanto concerne le modalità concrete per fruire del beneficio di un pagamento rateale, si ritiene comunque indispensabile recarsi presso il locale ufficio tributi del Comune interessato, ove poter acquisire o prendere comunque conoscenza del Regolamento Comunale disciplinante la concessione di dilazioni e/o rateizzazioni di pagamenti applicabili ai debiti per Imposte e tributi Comunali, normalmente approvato con Deliberazione Consiliare ed in questa richiamato, ovvero consultare il sito internet del Comune, ove tali atti vengono pubblicati in ottemperanza al principio della amministrazione trasparente.
Lì sarà anche possibile acquisire un fac simile per la richiesta di dilazione e/o rateizzazione debiti per imposte e tributi comunali, contenente nella generalità dei casi l’indicazione specifica della documentazione da allegarvi e che il Comune interessato vuole venga prodotta.