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Timestamp: 2020-08-07 04:29:34+00:00
Document Index: 36404435

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Sentenza Cassazione Civile n. 26348 del 20/12/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26348 del 20/12/2016
Cassazione civile, sez. lav., 20/12/2016, (ud. 11/10/2016, dep.20/12/2016), n. 26348
sul ricorso 27158-2011 proposto da:
D.B.C. C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,
VIA PRISCIANO 43, presso lo studio dell’avvocato GIUSEPPE TUFANI,
che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato CARLO
ISPODAMIA, giusta delega in atti;
avverso la sentenza n. 646/2011 della CORTE D’APPELLO di GENOVA,
depositata il 04/08/2011 R.G.N. 686/2010;
udito l’Avvocato FERABECOLI GABRIELE per delega Avvocato ISPODAMIA
1. La Corte di appello di Genova, con sentenza n. 646/2011, ha confermato la sentenza di primo grado, con cui il locale Tribunale aveva dichiarato il diritto di D.B.C., dipendente del Ministero della Giustizia ed orfano di un caduto per causa di servizio, ad ottenere i benefici previsti dalla L. n. 336 del 1970, artt. 1 e 2.
– la L. n. 474 del 1958, art. 5 introdusse una equiparazione tra la categoria dei mutilati e invalidi di guerra ed i congiunti dei caduti in guerra e quella dei mutilati ed invalidi per causa di servizio e dei congiunti dei caduti per causa di servizio;
– tale parificazione è di carattere generale, come desumibile dal tenore testuale della previsione normativa, così consentendo di superare anche i dubbi interpretativi che aveva ingenerato la previsione di cui alla L. n. 539 del 1950, art. 1, che pareva avere limitato l’equiparazione ai benefici già esistenti nell’ordinamento in quel determinato momento storico;
– una diversa interpretazione renderebbe priva di significato la previsione, contenuta nella L. n. 336 del 1970, art. 1, di cui al beneficio richiesto in causa, secondo cui tale beneficio è riconosciuto anche alle “categorie equiparate” – tra gli altri – agli invalidi di guerra;
– a diversa interpretazione non può condurre neppure la giurisprudenza della Corte di cassazione e della Corte dei conti, riguardanti pretese aventi ad oggetto la “maggiorazione del trattamento pensionistico” e quindi fattispecie non pertinenti, essendo il trattamento pensionistico estraneo all’equiparazione per espressa previsione della disposizione normativa di cui alla L. n. 336 del 1970, art. 1.
3. Per la cassazione di tale sentenza ricorre il Ministero della Giustizia un motivo. Resiste il D.B. con controricorso.
1. Con unico motivo si denuncia violazione e falsa applicazione degli L. 24 maggio 1970, n. 336, artt. 1 e 2, della L. 30 aprile 1958, n. 474, art. 5, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3. Sostiene che, dal tenore della L. n. 336 del 1970, art. 1, il riferimento alle “categorie equiparate” è riferibile ai soli soggetti “profughi per l’applicazione del trattati di pace” e non a tutte le altre categorie dì soggetti pure previste dalla medesima norma. Un riscontro indiretto di tale soluzione si trae dalla giurisprudenza di legittimità che ha riconosciuto l’estensione dei benefici combattentistici non a tutti i profughi indistintamente, ma solo a quella categoria di profughi che con apposite leggi hanno ottenuto una specifica parificazione rispetto agli ex combattenti che sono rimasti coinvolti in modo immediato e diretto negli effetti del trattato di pace. Inoltre, nè la L. n. 539 del 1950, art. 1, nè la L. n. 474 del 1958, art. 5, hanno fissato una parificazione permanente tra mutilati ed invalidi di guerra e mutilati ed invalidi per cause di servizio, in modo che qualunque beneficio previsto per gli uni sia automaticamente esteso ai secondi.
3. La L. n. 336 del 1970, art. 1, prevede che “i dipendenti civili di ruolo e non di ruolo dello stato, compresi quelli delle amministrazioni ed aziende con ordinamento autonomo, il personale direttivo e docente della scuola di ogni ordine e grado ed i magistrati dell’ordine giudiziario ed amministrativo, ex combattenti, partigiani, mutilati ed invalidi di guerra, vittime civili di guerra, orfani, vedove di guerra o per causa di guerra, profughi per l’applicazione del trattato di pace e categorie equiparate, possono chiedere una sola volta nella carriera di appartenenza la valutazione di due anni o, se più favorevole, il computo delle campagne di guerra e del periodo trascorso in prigionia, in internamento, per ricovero in luoghi di cura e in licenza di convalescenza per ferite o infermità contratte presso reparti combattenti o in prigionia di guerra o in internamento, ai fini dell’attribuzione degli aumenti periodici e del conferimento della successiva classe di stipendio, paga o retribuzione. Il periodo eventualmente eccedente viene valutato per l’attribuzione degli ulteriori aumenti periodici e per il conferimento della successiva classe di stipendio, paga o retribuzione”. La norma vede come destinatari dei benefici ivi previsti i dipendenti pubblici che siano “ex combattenti, partigiani, mutilati ed invalidi di guerra, vittime civili di guerra, orfani, vedove di guerra o per causa di guerra, profughi per l’applicazione del trattato di pace e categorie equiparate”.
3.1. L’art. 2 della stessa legge prevede, a sua volta, che “ai dipendenti indicati all’art. 1, all’atto della cessazione dal servizio per qualsiasi causa, sono attribuiti, ai soli fini della liquidazione della pensione e della indennità di buonuscita e di previdenza, tre aumenti periodici di stipendio, paga e retribuzione o, se più favorevole, un aumento periodico per ogni anno o frazione superiore a sei mesi di servizio militare prestato in territorio dichiarato in stato di guerra, trascorso in prigionia e in internamento, in luoghi di cura e in licenza di convalescenza per ferite o infermità contratte presso reparti combattenti, in prigionia e in internamento. Ai dipendenti indicati nel precedente comma, a loro richiesta o a richiesta degli eredi aventi diritto a pensione di riversibilità, anzichè l’attribuzione degli aumenti periodici di stipendio, previsti dallo stesso precedente comma, va conferita la qualifica o classe di stipendio paga o retribuzione immediatamente superiore a quella posseduta”.
3.2. La locuzione “categorie equiparate” di cui alla L. n. 336 del 1970, art. 1, è da intendere riferibile – come indicato – solo alle categorie equiparate per legge a quella dei “profughi per l’applicazione del trattato di pace”, ossia l’ultima categoria dell’elenco. In effetti, la congiunzione coordinativa “e”, pur potendo unire proposizioni sintatticamente equivalenti, nella costruzione del dettato legislativo appare riferibile esclusivamente all’ultima categoria della serie, nel senso che i benefici previsti dal Legislatore per gli ex combattenti sono estesi alle altre categorie che la stessa legge ha inteso assimilare ai primi e, con specifico riferimento alla categoria dei “profughi per l’applicazione del trattato di pace”, alle categorie a questa equiparate per effetto di altre disposizioni legislative. La costruzione del periodo, in cui la riferita locuzione è conchiusa tra due virgole e prima del verbo (“….per causa di guerra, profughi per l’applicazione del trattato di pace e categorie equiparate, possono chiedere….”), avvalora tale conclusione, portando ad escludere che il riferimento alle “categorie equiparate” valga ad estendersi oltre l’ambito così definito.
4. In tale contesto possono anche essere richiamate le recenti sentenze di questa Corte (Cass. nn. 2641 e 23216 del 2012), che, ancorchè non riferibili alle questioni oggetto del presente giudizio, hanno fornito un’interpretazione limitativa dell’estensione di cui all’inciso anzidetto, negando ad alcune categorie di profughi i benefici combattentistici previsti dalla L. n. 336 del 1970. E’ stato difatti affermato che l’espressione “profughi per l’applicazione del trattato di pace e categorie equiparate”, utilizzata dall’art. 1 della medesima legge, riguarda soltanto i profughi coinvolti in maniera immediata e diretta negli effetti del trattato di pace e coloro che a questi profughi sono parificati da apposite leggi, sicchè chi è tornato dalla Libia dopo l’agosto del 1969, e quindi per eventi non direttamente provocati dalla guerra o dal trattato di pace, può chiedere i benefici comuni per i profughi e i rimpatriati in generale, ma non anche i benefici speciali di cui alla L. n. 336 del 1970.
5.1. La L. n. 539 del 1950 aveva previsto, all’art. 1, che “i benefici, spettanti secondo le vigenti disposizioni, ai mutilati ed agli invalidi di guerra nonchè ai congiunti dei caduti in guerra, si applicano anche ai mutilati ed invalidi per servizio ed ai congiunti dei caduti per servizio. Nulla è innovato per quanto concerne il trattamento di pensione spettante ai mutilati ed invalidi per servizio ed ai congiunti dei caduti per servizio”. Con l’espressione “benefici spettanti secondo le vigenti disposizioni” il Legislatore intese limitare l’estensione “ai mutilati ed invalidi per servizio ed ai congiunti dei caduti per servizio” dei soli benefici già esistenti nell’ordinamento in quel determinato momento storico.
5.2. La L. n. 474 del 1958 ha ad oggetto “provvedimenti perequativi in favore dei mutilati ed invalidi per servizio titolari di pensioni od assegni privilegiati ordinari, di pensioni speciali od eccezionali e loro congiunti in caso di morte”. L’intero impianto della legge riguarda i “mutilati ed invalidi per servizio” che siano “titolari di pensioni o assegni privilegiati ordinari, di pensioni speciali o eccezionali” o dei loro congiunti in caso di morte. Si tratta provvedimenti perequativi introdotti in favore di pensionati mutilati ed invalidi per servizio o, se deceduti, in favore dei loro congiunti: all’art. 1 è prevista l’elevazione degli importi relativi agli assegni di superinvalidità e dell’indennità speciale per accompagnatore; all’art. 2 è previsto il riconoscimento di un’indennità annua, non reversibile, in favore dei titolari di pensione o assegno privilegiato ordinario di prima categoria; agli artt. 3 e 4, è riconosciuto un “assegno integratore”, in presenza di figli, in favore dei titolari di pensione o assegno privilegiato ordinario di prima categoria . In tale contesto, si iscrive l’art. 5, il quale – con norma di chiusura – ha previsto che “i mutilati ed invalidi per servizio ed i congiunti dei caduti per servizio sono parificati rispettivamente ai mutilati ed invalidi di guerra ed ai congiunti dei caduti in guerra ai fini dell’ammissione ai benefici stabiliti per queste categorie di cittadini. La parificazione non ha effetto per quanto concerne il trattamento di pensione”.
5.3. La L. del 1950 aveva introdotto una parificazione limitata ai benefici già vigenti nell’ordinamento. La L. del 1958 ha riguardato misure perequative in favore di titolari di trattamenti pensionistici. L’interpretazione della L. n. 474 del 1958, art. 5, offerta dalla Corte di appello trascura l’interpretazione sistematica della disposizione nel contesto della legge in cui questa è inserita, per cui dall’estrapolazione della previsione fa derivare la portata estensiva della parificazione.
6. Anche gli interventi legislativi successivi, nell’ampliare l’alveo applicativo della L. n. 336 del 1970, lo hanno fatto previo riconoscimento – operato di volta in volta – di una equivalenza alla categoria degli ex combattenti. Così la L. 8 luglio 1971, n. 541 ha previsto che “la L. 24 maggio 1970, n. 336, recante benefici a favore dei dipendenti pubblici ex combattenti ed assimilati, si applica anche agli ex deportati ed agli ex perseguitati, sia politici che razziali, assimilati agli ex combattenti”. La L. n. 824 del 1971, prevede “norme di attuazione, modificazione ed integrazione della L. 24 maggio 1970, n. 336, concernente norme a favore dei dipendenti dello stato ed enti pubblici ex combattenti ed assimilati”, dove l’espressione “assimilati” è riferita alle categoria equiparate a quella degli ex combattenti.
7. In tal senso, si era orientata anche la risalente giurisprudenza di questa Corte (Cass. nn. 492 del 1977, n. 5211 del 1979, n. 2189 del 1980, n. 239 e n. 2133 del 1981 e n. 1830 del 1986), secondo cui nè la L. n. 539 del 1950, art. 1 nè l’art. 5 della successiva L. n. 474 del 1958, fissano una parificazione giuridica permanente e automatica tra i mutilati ed invalidi di guerra e i mutilati e invalidi per cause di servizio, in modo che un qualunque beneficio legislativamente stabilito per i primi debba ritenersi automaticamente esteso ai secondi, poichè, dal contesto di tali norme, risulta che la categoria dei mutilati e invalidi di guerra viene assunta solo come parametro per l’attribuzione ai mutilati e invalidi per servizio di singoli benefici, con esplicito riferimento alla situazione concretamente esistente al momento dell’entrata in vigore delle singole leggi. Pertanto, in mancanza di previsione espressa, non spetta ai mutilati e invalidi per cause di servizio lo scatto anticipato di anzianità previsto dalla L. 24 maggio 1970, n. 336, in favore degli ex combattenti e categorie equiparate.
7.1. Più in generale, con il riferito orientamento, è stato affermato che i benefici combattentistici riconosciuti dalla L. 24 maggio 1970, n. 336, L. 8 luglio 1971, n. 541, L. 9 ottobre 1971, n. 824, e dal D.L. 8 luglio 1974, n. 261, convertito nella L. 14 agosto 1974, n. 355, ai cittadini in vario modo danneggiati da eventi bellici, non spettano ai mutilati ed invalidi per servizio di cui alla L. 15 luglio 1950, n. 539, e L. 3 aprile 1958, n. 474, poichè l’espressione “assimilati” non ha alcun significato estensivo, ma indica complessivamente tutte le categorie (vittime civili di guerra, orfani e vedove di guerra, profughi, ex deportati ed ex perseguitati) indicate specificamente nei testi legislativi citati. L’assimilazione è dunque da riferire alle categorie di ex combattenti.
8. Per completezza, va rilevato che anche la Corte dei Conti ha fornito analoga interpretazione della disciplina in esame, affermando (sent. n. 943 del 2008) che i benefici di cui alla L. 24 maggio 1970, n. 336, sono riservati a categorie di destinatari espressamente indicati dalla legge stessa; pertanto essi non si applicano agli invalidi per causa di servizio, in mancanza di una parificazione giuridica permanente ed automatica tra mutilati ed invalidi di guerra ed invalidi per servizio, che non risulta operata dalla L. 15 luglio 1950, n. 539, art. 1, nè dalla L. 3 aprile 1958, n. 474, art. 5.
10. La sentenza va dunque cassata e, non occorrendo ulteriori accertamenti di fatto, trattandosi di questione di solo diritto, la causa può essere decisa nel merito ex art. 384 c.p.c., comma 2, con il rigetto dell’originaria domanda.
La Corte accoglie il ricorso; cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta l’originaria domanda. Compensa le spese di entrambi i gradi del giudizio di merito e del giudizio di legittimità.