Source: http://accertamentifiscali.it/
Timestamp: 2013-12-10 13:59:40+00:00
Document Index: 15450785

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 26', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art.6', 'art. 6', 'art. 77', 'art.1', 'art. 68', 'art. 23', 'art. 2', 'art. 7', 'art. 13', 'sentenza ', 'art. 20', 'art. 17']

Informazioni e articoli riguardanti gli accertamenti fiscali
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Equitalia deve esibire al contribuente sia le ricevute di ritorno delle raccomandate che copia delle cartelle esattoriali, diversamente non vi è prova del corretto espletamento della procedura esecutiva.Solo in questo modo, infatti, il concessionario può dare piena prova sia del CONTENUTO che della NOTIFICA delle cartelle.è quanto emerso da una recente sentenza della Commissione Tributaria Provinciale di Genova (Sent. CTP di Genova n.11/01/12, depositata il 25/01/2012), la quale, nell'annullare una serie di cartelle per un importo complessivo di euro 401.233,29, chiarisce che "La Commissione valutate le argomentazioni addotte da ambo le parti, ritiene assorbente rispetto a tutte le contestazioni mosse da parte ricorrente, nonché alle controdeduzioni formulate da parte resistente, l'obiettiva mancata produzione delle cartelle di pagamento, essendo queste ultime l'atto posto a base della procedura di riscossione del credito tributario, atto di natura ricettizia di cui non viene documentata l'esistenza".I giudici di Genova, dunque, accolgono la tesi del contribuente secondo cui il concessionario non aveva ottemperato agli obblighi previsti dall'art. 26, comma 5 (allora comma 4) del DPR n.602/73, il quale prevede che "il Concessionario deve conservare per cinque anni la matrice o la copia della cartella con la relazione dell'avvenuta notificazione o l'avviso di ricevimento ed ha l'obbligo di farne esibizione su richiesta del contribuente o dell'amministrazione".Va da sé, quindi, che producendo solamente le relate di notifica e/o le ricevute di ritorno delle raccomandate (in caso di notifica a mezzo posta) senza le cartelle esattoriali, il concessionario non ha ottemperato all'obbligo previsto dalla legge e dunque non ha provato la correttezza delle procedure di riscossione. La predetta sentenza, dunque, continua sostanzialmente l'indirizzo già espresso dalla Commissione Tributaria Provinciale di Parma (si vedano le sentenze della CTP di Parma n.15/07/10 e la n.40/01/10), dove si osserva che "Equitalia ... si riserva di produrre solo le relate di notifica e non le cartelle; tale comportamento risulta errato in quanto è noto che le relate, se non accompagnate dalle relative cartelle di pagamento non hanno alcun valore in quanto nulla dimostrano in merito alla spettanza di un credito tributario o meno; quindi l'atto impugnato non ha valenza alcuna risultando giuridicamente inesistente e quindi privo di efficacia".Tale questione, come si è già avuto modo di evidenziare in altre occasioni, è di sicuro interesse poiché può succedere che il contribuente venga a conoscenza di un debito tributario solo a seguito di atti successivi alla cartella (come in caso di notifica di pignoramenti su c/c bancari o di un'iscrizione ipotecaria) e abbia la necessità oltre che il diritto di conoscere a pieno quanto gli viene richiesto.Il più delle volte succede che il concessionario si limiti a produrre solamente degli estratti di ruolo - in pratica un mero elenco dove sono indicate tutte le cartelle per le quali si procede - al posto delle cartelle ma anche in questo caso la giurisprudenza ha chiarito che "non è sufficiente ... il mero deposito in semplice copia degli estratti di ruolo, agli atti del fascicolo di causa, perché vanno esibiti gli atti (ossia le cartelle) in copia integrale e conforme all'originale, allo scopo di consentire la piena conoscenzadel loro contenuto" (Sent. TAR per la Calabria, sez. staccata di Reggio Calabria n.301/09 del 30/04/2009).Alla luce di quanto illustrato, pertanto, appare chiaro il diritto di ogni contribuente di visionare copia degli atti che lo riguardano, pena la nullità degli stessi.
Pubblicato su ALTALEX DEL 13/09/2012
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L'IMPRESA IN CRISI NON PAGA LE TASSE: STOP ALLE SANZIONI
Deve essere riconosciuto lo stato di forza maggiore al contribuente che, in una situazione imprevedibile di crisi economica, non sia stato in grado di pagare le tasse. Pertanto, in tali condizioni il contribuente non può essere soggetto alle sanzioni relative all'omesso versamento di tributi.Ciò è quanto emerge da una recente sentenza della Commissione Tributaria Provinciale di Lecce (precisamente la sentenza n.352/01/10 della CTP di Lecce, liberamente visibile sulla pagina del gruppo di Facebook "SOS FISCO"), la quale chiarisce come in virtù dell'art.6, comma 5, del D.Lgs. n. 472 del 18 dicembre 1997 "Non è punibile chi ha commesso il fatto per forza maggiore".I giudici di Lecce, inoltre, specificano che la crisi ha impedito il regolare svolgimento dell'attività dell'impresa e dunque il mancato pagamento dei tributi ha rappresentato "... una anormalità nella formazione della volontà del soggetto dovuta a questa causa particolare che esclude la responsabilità del soggetto stesso, in aderenza, a ciò che si verifica nel campo penale e civile".I giudici, ancora, cercano di chiarire il concetto della causa esimente di forza maggiore, definendola come "una forza esterna, che determina la persona o la società, in modo inevitabile a compiere un atto non voluto. In definitiva per quanto concerne la "forza maggiore" espressamente citata e prevista nell'art. 6 citato, essa può ricorrere in caso di fatti imprevedibili ed inevitabili da parte di terzi soggetti, che hanno impedito al contribuente di rispettale le norme fiscali".Dopo aver accertato la presenza di tali condizioni, dunque, i giudici hanno disposto la cancellazione delle sanzioni, in quanto "la società ha dimostrato che nell'anno 2004, per il grave stato di crisi aziendale, dovuto a fatti indipendenti dalla propria volontà e capacità aziendale, ... (la crisi del TAC e la crisi del suo principale cliente), ha avuto difficoltà ad affrontare tutte le scadenze previste per la liquidazione IVA e per il saldo del Mod. Unico".Alla luce di tali considerazioni, sarebbe opportuno che anche gli uffici dell'Amministrazione Finanziaria cercassero di essere più sensibili alle ragioni dei contribuenti, in modo da poter rendere effettivo quel principio di leale collaborazione tra Fisco e cittadino previsto dal legislatore (si veda la legge n.212/2000, cd "Statuto dei diritti del contribuente").
Pubblicato su L'ECO DI MILANO E PROVINCIA di maggio 2012
ACCERTAMENTI FISCALI: FORTE RITORNO AL REDDITOMETRO E AI CONTROLLI BANCARI
Forte ricorso, da parte degli uffici, all’accertamento fiscale basato sul cd “redditometro”. Ritorno al passato, dunque, per l’Agenzia delle Entrate che già un paio di anni fa, precisamente a seguito dell’emanazione della circolare nr. 2/E del 23 gennaio 2007, aveva manifestato l’intenzione di ricorrere – come già fece nei primi anni ’90 – a tale strumento di accertamento sintetico del reddito.
La normativa, relativamente al funzionamento e all’utilizzo del predetto accertamento, è individuabile nell’articolo 38 del D.P.R. nr.600/73 dove emerge chiaramente anche la sua finalità, consistente nel valutare presuntivamente il reddito di una persona fisica – indipendentemente dal fatto se questa sia o meno imprenditore – sulla base di alcuni elementi.
Tali elementi sono definiti “indici di capacità contributiva”, in quanto il possesso e/o la disponibilità di determinati beni o servizi fa presumere in capo alla persona un certo reddito. La logica della norma si basa sul fatto che colui che ha a disposizione determinati beni deve necessariamente avere i mezzi economici per il loro acquisto e il relativo sostenimento delle spese.
I beni e servizi indicativi della capacità contributiva sono elencati nella tabella allegata al Decreto Ministeriale 10 settembre 1992 recante “determinazione, ai fini dell’imposta sul reddito delle persone fisiche, degli indici e coefficienti presuntivi di reddito o di maggior reddito in relazione agli elementi indicativi di capacità contributiva”. La predetta tabella, poi, è stata integralmente sostituita con Decreto Ministeriale del 19 novembre 1992, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale nr. 278 del 25 novembre 1992, che ha individuato i seguenti beni e servizi:
gli aeromobili;
le navi e le imbarcazioni da diporto;
gli altri mezzi di trasporto a motore;
le abitazioni principali e secondarie (anche solo condotte in locazione);
i collaboratori familiari (ossia maggiordomi, colf, ecc..);
i cavalli da corsa;
le assicurazioni di ogni tipo (escluse quelle relative all’utilizzo di veicoli a motore, quelle sulla vita e quelle contro gli infortuni).
Una volta individuata, dunque, la presenza dei cd “indici di capacità contributiva” è bene chiarire che si considerano nella disponibilità della persona fisica quei beni o servizi a qualsiasi titolo utilizzati e, come già accennato, per i quali si sopportano in tutto o in parte i relativi costi.
In merito, la Suprema Corte ha chiarito che la disponibilità consiste con il “potere di fatto o di fruizione della cosa, indipendentemente dalla formale intestazione della proprietà” (sent. Cass. nr.8116/2001).
Chiarito il concetto della disponibilità dei beni e servizi, quindi, occorre capire come dai singoli indici si arriva al calcolo del reddito presunto.
Ebbene, la disponibilità in capo ad un soggetto di uno o più beni compresi nella tabella sopra citata è indicativa, per un determinato periodo d’imposta, di un valore che si ottiene mediante la moltiplicazione di ciascun importo con un coefficiente predeterminato (per esempio una vettura di 16hp, a gasolio, nell’anno 2004 ha un valore tabellare di euro 3.336,67 e un coefficiente di 5, il reddito presunto è pertanto di 16.683,35).
I valori ricavati, poi, si considerano come segue:
il valore più elevato si considera interamente;
il secondo valore è ridotto del 40%;
il terzo valore è ridotto del 50%;
il quarto valore è ridotto del 60%;
i valori successivi sono ridotti dell’80%.
È importante evidenziare, inoltre, che agli accertatori non è preclusa la possibilità di considerare altri ed ulteriori elementi, anche se ciò risulta piuttosto difficile, in quanto si pone il problema di individuare il valore da attribuire e il coefficiente di reddito da adottare come moltiplicatore (problema che non si pone invece per gli indici predeterminati, in quanto, come prima accennato, sono stabiliti già nella tabella). Ottenuto l’importo del reddito sintetico, quindi, la legge concede la possibilità all’ufficio di procedere ad accertamento in presenza di alcune condizioni. In primis l’articolo 38 del DPR nr. 600/73 permette l’adozione di tale strumento se il reddito complessivo calcolato si discosta, per due o più periodi d’imposta, per almeno un quarto da quello dichiarato dal contribuente. Inoltre, l’amministrazione finanziaria può rinunciare all’accertamento nel caso in cui il reddito sintetico sia stato determinato sulla base di un solo indicatore.
Infine, allo scopo di conferire il massimo grado di sostenibilità alla pretesa fiscale, gli uffici – nel caso sussistano i presupposti – potranno eseguire contemporaneamente indagini finanziarie nei confronti dei contribuenti soggetti al controllo. Tali indagini rappresentano sicuramente uno strumento importante al fine di contribuire ad evidenziare l’effettiva capacità contributiva del soggetto controllato. Avv. Matteo Sances
Pubblicato su VeronaSette del 04/04/2009
SINDACI “SENTINELLA” CONTRO I CITTADINI EVASORI.
La manovra d’estate (Dl nr. 112/08) rilancia la partecipazione dei comuni nella lotta all’evasione fiscale. Nuove norme, dunque, sono state introdotte sia sul versante del contrasto alle ormai famose “residenze fittizie all’estero” sia su quello relativo alla collaborazione con l’Agenzia delle Entrate ai fini dell’applicazione del “redditometro”. Attualmente, quindi, è previsto il dovere dei sindaci di controllare – e successivamente riferire all’Agenzia delle Entrate – se il proprio cittadino, il quale ha comunicato il trasferimento all’estero (con conseguente cancellazione all’anagrafe del comune e successiva iscrizione all’AIRE), abbia di fatto lasciato il luogo di residenza in Italia.
Tale tipologia di controlli si estende ai trasferimenti avvenuti a partire dal 1° gennaio 2006.
Inoltre, come già anticipato, i comuni sono ora maggiormente coinvolti anche sul versante dell’applicazione del fatidico strumento del redditometro.
Essi, infatti, comunicano all’Agenzia delle Entrate eventuali “anomalie” di spesa (con particolare attenzione alle rilevazioni su ICI e TARSU) relativamente ai loro concittadini.
Tutto ciò rientra nel piano straordinario di controlli previsto dal nostro legislatore nei confronti dei contribuenti persone fisiche che ha sostanzialmente l’obiettivo di ricostruire (e quindi di verificare) il reddito dei contribuenti in modo sintetico, grazie anche alla collaborazione fattiva degli enti locali.
In merito ai destinatari di tali misure di controllo, si tiene a precisare che la platea è rappresentata da qualsiasi contribuente persona fisica il cui reddito, ricostruito presuntivamente sulla base degli indici di capacità contributiva individuati dal DM del 19/11/1992 (indici del redditometro), risulti in contrasto con quanto dichiarato al Fisco. Avv. Matteo Sances
Pubblicato su Impresa&Diritto del 01/09/2008
CREDITI IRPEF E IRPEG ANTE 1997: NULLA E PERDUTO, SONO IMPRESCRITTIBILI
Ogni anno si pone per molti contribuenti il problema di capire come procedere per ottenere il rimborso delle imposte sui redditi versate in eccedenza. Molti dubbi, poi, sorgono in riferimento alle annualità per le quali vi è ancora la possibilità di poter chiedere il rimborso e quali, invece, risultano ormai definitivamente prescritte (e quindi non più rimborsabili).
Ancora, un ulteriore esempio lo si rinviene per l’imposta di registro dove è previsto il termine triennale per proporre istanza di rimborso; termine che decorre dal giorno del pagamento ovvero, se posteriore, da quello in cui sorge il diritto alla restituzione (art. 77, comma 1, DPR 131/1986). Pertanto, una volta presentata l’istanza di rimborso entro il termine decadenziale, il contribuente potrà far valere il proprio diritto fino a che questo non si estingue. Come detto in precedenza, quindi, un tipico caso di estinzione del diritto è rappresentato dalla prescrizione, ossia dal mancato esercizio del diritto per un determinato periodo di tempo. Infatti, l’articolo 2946 cc stabilisce che “Salvi i casi in cui la legge dispone diversamente, i diritti si estinguono per prescrizione con il decorso di dieci anni”.
Pubblicato su Impresa&Diritto del 19/02/2009
REVISIONE CATASTALE DELLE MICROZONE MILANESI: ECCO PERCHE SONO ILEGITTIME
La revisione parziale dei classamenti catastali in Italia è solo all’inizio ma ha già creato accesi dibattiti e forti critiche a Milano per come è stata gestita l’intera operazione sia da parte del Comune che da parte dell’Agenzia del Territorio.
È bene ricordare che tutto ha avuto inizio con la Legge nr.311/2004 (ossia la cd. Finanziaria 2005), la quale ha concesso l’autorizzazione ai Comuni di interpellare l’Agenzia del Territorio al fine di procedere alla revisione parziale dei classamenti catastali dei fabbricati che sorgono in alcune particolari aree della città. Il Comune di Milano ha quindi recepito la norma sopra indicata, ha provveduto a richiedere la revisione di quattro cosiddette “microzone” (zona 1, 2, 8, e 18) e, a seguito di tale richiesta, lo scorso dicembre l’Agenzia del Territorio ha notificato a 19mila possessori di immobili, tra privati e società, la revisione del classamento relativa a circa 30mila unità immobiliari.
Chiaro, dunque, l’intento del legislatore che con tale norma tenta di eliminare le varie “sperequazioni” che si sono determinate nel tempo tra il classamento immobiliare originario e quello reale, caratterizzato dalla costruzione di nuove strutture o di ristrutturazioni di rilievo.
Per poter raggiungere tale obiettivo, gli uffici dell’Agenzia del Territorio pare si siano orientati su due tipologie di intervento:
1) di tipo ordinario, avente ad oggetto abitazioni, negozi ed uffici;
2) di tipo speciale, riguardante complessi commerciali e ricettivi.
Eppure, le contestazioni da parte delle principali associazioni di categoria sono molteplici.
Innanzitutto si fa presente che la predetta legge Finanziaria 2005 all’art.1, comma 335, prevede che si faccia una comparazione tra l’incremento medio dei valori immobiliari nelle singole microzone e quello medio nel Comune. A seguito di tale raffronto, se il primo supera valore supera il secondo di oltre il 35 % si può procedere alla revisione catastale. Le contestazioni di maggior rilievo, quindi, riguardano sia i criteri adottati per l’individuazione delle microzone che la mancanza di aggiornamento dei dati catastali. Il procedimento del comma 335, dunque, viene ritenuto ostile ed iniquo sul piano sociale nonché arbitrario ed incostituzionale sotto il profilo giuridico. D’altronde, risulta anche difficile comprendere il motivo per il quale se i valori immobiliari sono aumentati dappertutto la revisione catastale debba effettuarsi solo in alcune zone della città, individuate peraltro in modo arbitrario.
Autore: Avv. Matteo Sances Clicca per avere altre informazioni sugli accertamenti fiscali Come sempre, chiunque si trovi di fronte a tali problematiche o abbia necessità di ulteriori chiarimenti potrà contattare senza timore l’autore dell’articolo ed avere tutte le informazioni necessarie.
Cosa fare se latto dellAgenzia delle Entrate è illegittimo ma i termini per proporre ricorso sono scaduti? Forse non tutto è perduto.
Nella vita di tutti i giorni può accadere a qualsiasi cittadino/contribuente di imbattersi in un atto impositivo della Pubblica Amministrazione. In tal caso il destinatario dell’atto, qualora ritenga che questo sia illegittimo, ha l’onere di attivarsi per chiederne l’annullamento entro un termine stabilito per legge. Ciò vuol dire, quindi, che laddove il cittadino/contribuente non si adoperi in tempo nel far dichiarare giudizialmente la nullità dell’atto (attraverso la proposizione del ricorso all’autorità competente), questo produrrà comunque i suoi effetti, indipendentemente dalla sua legittimità (principio di definitività dell’atto).
Nella pratica, un tipico esempio può consistere nel ricevimento di una contravvenzione per violazioni al codice della strada mai avvenute, piuttosto che da una cartella esattoriale relativa a somme già pagate (cd. “cartelle pazze”) o, ancora, da un illegittimo fermo amministrativo su un veicolo.
Ebbene, in tutti questi casi se il cittadino/contribuente vorrà evitare che l’atto diventi definitivo e, quindi, che venga attivata l’esecuzione forzata nei propri confronti, sarà inevitabilmente costretto a proporre tempestivamente ricorso (per esempio, nel caso del fermo amministrativo entro 20 giorni dalla notifica, nel caso di una cartella esattoriale entro 60 giorni, etc...). Tuttavia, occorre evidenziare come in questi anni si è fatto largo un importante istituto che, a certe condizioni, può venire incontro al cittadino/contribuente il quale, per i motivi più svariati, non è riuscito a proporre ricorso entro i termini prescritti. Tale istituto – che trova sicura fonte di ispirazione nella Legge nr.241/90 – prende il nome di autotutela e permette all’Amministrazione Pubblica di annullare un proprio provvedimento nel caso in cui riscontri la presenza di errori. In materia tributaria, poi, tale istituto ha seguito un suo personale percorso normativo, trovando la sua fonte nell’art. 68 del D.P.R. 27 marzo 1992, n.287 (ora soppresso dall’art. 23 del D.P.R. 26 marzo 2001, n. 107) e un ulteriore ampliamento con l’art. 2-quater del D.L. n.564/94 ed il D.M. n.37/97, i quali hanno previsto una dettagliata disciplina in merito. Ancora, oltre alla normativa sopra citata è necessario considerare la notevole influenza in materia tributaria dello Statuto dei diritti del contribuente (L. 27 luglio 2000 n.212). In quest’ottica, infatti, l’art. 7 dello Statuto prevede che tutti gli atti notificati al contribuente da parte dell’Amministrazione finanziaria (e dai Concessionari della riscossione) rechino l’indicazione dell’organo ovvero dell’autorità amministrativa presso i quali “è possibile proporre un riesame anche nel merito dell’atto in sede di autotutela”. Nel contempo, anche l’art. 13 si occupa della materia, affidando al Garante del contribuente il compito di sollecitare l’attivazione delle “procedure di autotutela nei confronti degli atti amministrativi di accertamento o di riscossione notificati al contribuente”. In questo quadro di riferimento, tralasciando ora il caso in cui l’ufficio provveda di propria iniziativa a rettificare un atto illegittimo, la questione si pone in ordine alle possibili conseguenze derivanti dalla presentazione di apposita istanza di autotutela da parte del contribuente. Preliminarmente, però, occorre chiarire un aspetto fondamentale ossia se a seguito dell’impulso del contribuente derivi un qualche obbligo in capo all’Amministrazione finanziaria.
Ebbene, analizzando le disposizioni precedentemente citate – e soprattutto alla luce dello Statuto dei diritti del contribuente – si ritiene che tale potere non consista in una mera possibilità ma comporti un vero e proprio dovere di riesame del provvedimento. D’altronde, come già prima accennato, tali norme non rappresentano altro che l’applicazione di quei principi costituzionali di eguaglianza e capacità contributiva (artt. 3 e 53 Cost.) nei cui confronti l’Amministrazione è tenuta necessariamente a orientarsi.
Si può comprendere, quindi, come la “discrezionalità” dell’ufficio riguardi ben altri aspetti. Infatti, come è stato puntualmente evidenziato in giurisprudenza (si veda sentenza Cons. Stato, Sez. V, 15 settembre 2003, n. 5167) l’esistenza di un margine di discrezionalità in capo alla Pubblica Amministrazione “non è incompatibile con una situazione di doverosità dell’azione amministrativa [...]”. Ne deriva, pertanto, che la discrezionalità concerne sia la tipologia che il contenuto del provvedimento ma non possa riguardare l’esercizio o meno delle proprie funzioni, le quali risultano sempre doverose. Non resta dunque che osservare cosa potrebbe accadere al contribuente dopo la presentazione di apposita istanza.
Sicuramente non si pone alcun problema nel caso in cui l’Amministrazione prenda in considerazione l’istanza pervenutagli e proceda alla rettifica del provvedimento. Differente, invece, il caso di diniego comunicato dall’Amministrazione. In tale ipotesi, infatti, il cittadino/contribuente potrà valutare se accettare le motivazioni fornitegli oppure tentare di impugnare il medesimo atto. Infine, l’ultima situazione in cui potrebbe incorrere il malcapitato è rappresentata dalla mancanza di risposta da parte dell’Amministrazione. Infatti, nonostante quanto detto prima in merito alla doverosità di un riesame dell’atto, non risulta raro un comportamento del genere.
In ogni modo, non è neanche detto che ciò sia un male per il contribuente. Per comprendere quest’ultima affermazione è necessario analizzare la “nuova” formulazione dell’art. 20 della Legge nr.241/90 così come sostituito recentemente dalla L. 14 maggio 2005, n.80. Dal 15 maggio 2005, infatti, tale articolo, al comma 1 prevede espressamente che: “[...] nei procedimenti ad istanza di parte per il rilascio dei provvedimenti amministrativi il silenzio dell’amministrazione competente equivale a provvedimento di accoglimento della domanda, senza necessità di ulteriori istanze o diffide, se la medesima amministrazione non comunica all’interessato, nel termine di cui all’articolo 2, commi 2 o 3, il provvedimento di diniego, [...]”.
Norma, quella attuale, completamente rivoluzionata rispetto al passato dove era previsto che: “Con regolamento adottato ai sensi del comma 2 dell’art. 17 della legge 23 agosto 1988, n.400, [...], sono determinati i casi in cui la domanda di rilascio di una autorizzazione, licenza, [...], si considera accolta qualora non venga comunicato all'interessato il provvedimento di diniego entro il termine fissato [...]”.
Ciò ha comportato una radicale modifica degli oneri a capo dell’Amministrazione Pubblica e, di conseguenza, anche i rapporti nei confronti del cittadino/contribuente. Per comprendere meglio la norma risulta doveroso esporre un caso pratico.
Si ipotizzi, infatti, che il Sig. Tizio non riesca a proporre ricorso in tempo utile avverso una contravvenzione della Polizia Municipale X oppure avverso un avviso di accertamento dell’Agenzia delle Entrate Y che diviene, pertanto, definitivo.
Si supponga, però, che tale atto sia per una serie di motivi palesemente illegittimo. Tizio, allora, potrebbe ancora tentare di proporre istanza di autotutela e sperare o nel riesame dell’atto da parte dell’ufficio competente oppure (come già detto) nella sua mancata risposta. In quest’ultima ipotesi, infatti, a Tizio non resterebbe altro che attendere la notifica del successivo atto (presumibilmente una cartella di pagamento) e tentare di contestarlo in virtù del sopravvenuto annullamento del precedente atto (la contravvenzione o l’avviso di accertamento) per silenzio-assenso.
Inutile dire che ciò, oltre a costituire una speranza per chiunque si trovi in una situazione del genere, rappresenta sicuramente un segno di civiltà giuridica. In ogni modo, allo scopo di rendere i principi costituzionali di eguaglianza e capacità contributiva (artt. 3 e 53 Cost.) sempre più concreti e vicini al cittadino/contribuente, il nostro studio da quest’anno ha attivato il “punto informativo per l’impresa e il contribuente”.
Chiunque si trovi, quindi, di fronte a tali problematiche potrà gratutitamente e senza timore avere le informazioni necessarie su come comportarsi.