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Timestamp: 2017-06-24 15:41:22+00:00
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I mille volti della Pas: la lite temeraria | il ricciocorno schiattoso
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I mille volti della Pas: la lite temeraria	Pubblicato il 31 marzo 2017	di il ricciocorno schiattoso La mala fede e la colpa grave consistono nell’agire o resistere in giudizio con la consapevolezza del proprio torto, cioè abusando del diritto d’azione o per spirito di emulazione o per fini dilatori ovvero con la mancanza di quel minimo di diligenza o prudenza necessarie per rendersi conto dell’infondatezza della propria pretesa e per valutare le conseguenze dei propri atti. (fonte)
Sta facendo il giro dei siti di informazione giuridica la sentenza del Tribunale che sancirebbe che l’alienazione genitoriale è un comportamento illecito condannabile ai sensi dell’articolo 96, comma 3, del codice di procedura civile.
Poiché i sostenitori dell’esistenza di un grave “problema sociale e di salute pubblica” denominabile “alienazione genitoriale” non sono riusciti, nonstante i ripetuti tentavi (ad esempio qui o qui), ad ottenere una norma ad hoc, nel tempo hanno provato ad associare l’espressione alle norme esistenti più svariate (un esempio qui), nella convinzione che ottenere una condanna possa conferire una qualche dignità ad un costrutto pseudoscientifico che sembra aver rinunciato a millantarsi patologia.
Abbiamo già visto che è possibile, evocando l’alienazione genitoriale, condannare una donna in base all’articolo 709 ter del Codice di Procedura Civile con una sentenza che afferma che la donna condannata non ha commesso ciò che le viene imputato.
Oggi vedremo, invece, che è possibile condannare una donna ai sensi dell’articolo 96 del del codice di procedura civile – che condanna chi ha agito “in mala fede o colpa grave” – con una sentenza che afferma che le condotte sanzionate “non abbisognano dell’elemento psicologico del dolo essendo sufficiente la colpa o la radice anche patologica delle condotte medesime“.
Insomma, a prescindere da quello che dice la legge o la scienza, alla fine l’importante è condannare la donna che la consulenza tecnica ha definito “alienante”.
Non so se ricordate che qualche tempo fa la Cassazione aveva dichiarato che
(in contrasto con una sentenza precedente che, vi ricordo, recitava:
Il giudice del merito, ricorrendo alle proprie cognizioni scientifiche (Cass., 14759 del 2007; Cass., 18 novembre 1997, n. 11440), ovvero avvalendosi di idonei esperti, deve verificare il fondamento, sul piano scientifico, di una consulenza che presenti devianze dalla scienza medica ufficiale (Cass., 3 febbraio 2012, n. 1652; Cass., 25 agosto 2005, n. 17324). Ciò, ad esempio, nel caso in cui il CTU sostenga la presenza di una cd. PAS (sindrome di alienazione genitoriale), ripudiata dalla letteratura scientifica internazionale di maggioranza.)
ma contestualmente rigettava una decisione della Corte d’Appello di Milano perché appariva
“come il risultato di una acritica adesione alle conclusioni finali del c.t.u.”
Chiusa parentesi. Ma tenetelo a mente.
Veniamo ai fatti, così come sono descritti nella sentenza oggetto di questo post.
Una coppia si separa nel 2014 e il Tribunale emette un primo decreto per regolare l’esercizio della responsabilità genitoriale (non ce ne viene detto il contenuto).
In seguito, la madre ricorre nuovamente al Tribunale segnalando “che, dopo la pronuncia del decreto giudiziale, sarebbero insorte problematiche serie concernenti i rapporti tra il padre e la figlia minore: in particolare il disinteresse del padre e la conseguente reazione della figlia minore“.
Il padre si costituisce chiedendo il rigetto del ricorso e insistendo per una presa in carico dei Servizi Sociali di zona “per garantire l’effettivo esercizio del diritto di visita“.
Nel 2015, a seguito delle indagini dei Servizi Sociali, il Tribunale decide per l’affido della bambina al Comune, limitando la responsabilità genitoriale delle parti e disponendo ulteriori accertamenti.
Questo decreto viene impugnato dalla madre in Corte d’Appello, che nel 2016 dichiara inammissibile il reclamo.
Sempre su sollecito della madre, lo stesso anno viene disposta una Consulenza Tecnica d’Ufficio.
Questi sono i soli fatti citati nella sentenza, che per il resto si limita a citare pedissequamente “i rilievi della consulente”, cose come
“i test, in particolare, rivelano una rigidità della bambina rispetto ai sentimenti ostili verso il padre“.
Ma fatti, neanche uno.
Non sapremo mai, ad esempio, se qualcuno ha indagato in cerca di qualche dato concreto che dimostrasse la sussistenza o l’insussistenza del “disinteresse” inizialmente imputato al padre. Per quanto tempo e quanto spesso il padre stava materialmente con la figlia? La madre ha mai concretamente cercato di impedire che si incontrassero? Il padre è stato visto portarla o riprenderla da scuola? E’ mai stato a colloquio con i suoi/le sue insegnanti o il suo medico? Quante telefonate faceva per parlare con la bambina informarsi sul suo conto?
Di tutto questo non sappiamo niente.
La sentenza riporta invece che la consulente ha rilevato che madre e figlia, nel riportare i fatti, tendono a “distorcere il dato reale” (quale sia il “dato reale” non è dato saperlo, o nessuno reputa questo “dato reale” abbastanza importante da spiegarci in che modo sia stato accertato).
In pratica questa sentenza consiste in una“acritica adesione alle conclusioni finali della c.t.u.”, che viene citata testualmente.
FIGLIA è una bambina sofferente …. (OMISSIS) il suo pensiero rigidamente negativo sul padre appare distorto e non direttamente fondato sull’autonoma esperienza che la bambina ha avuto di lui. ….. Si è riscontrata nella signora MADRE una durevole condizione di interesse clinico, caratterizzata da una dispercezione della realtà e da un rilevante deficit di mentalizzazione. Tale condizione si accompagna a: una lettura distorta della relazione con il signor PADRE e degli accadimenti vissuti con lui; l’incapacità di trasmettere alla figlia un’immagine realistica e non distorta del padre; l’incapacità della signora di fornire alla figlia un rispecchiamento adeguato, all’interno del quale crescere ed assumere un’identità propria e un pensiero corretto su se stessa e sugli altri. Nel signor PADRE si sono osservate alcune limitazioni e fragilità personali, che tuttavia non assumono rilevanza clinica. (OMISSIS) Causa centrale del rifiuto della bambina e dell’immagine rigidamente negativa che FIGLIA ha del padre è la madre, che, consciamente o inconsciamente, ha inevitabilmente e costantemente trasmesso alla figlia i propri distorti convincimenti negativi, paurosi e pericolosi sulla figura paterna. Va purtroppo riferito che la situazione esaminata è complessa, preoccupante e grave.
Si rimprovera alla madre, a causa di “una durevole condizione di interesse clinico, caratterizzata da una dispercezione della realtà e da un rilevante deficit di mentalizzazione”, di non essere in grado di trasmettere alla figlia un’immagine realistica (ovvero positiva) del padre.
La donna non riesce a vedere nulla di positivo in lui. E questo, a dispetto del fatto che sia sempre mostrata collaborativa e abbia sempre partecipato a tutte le sedute con i Servizi Sociali e la consulente, accompagnando la figlia senza fare storie.
Un padre che la stessa consulente descrive così
nel PADRE si osservano: «sufficienti, se pure modeste, risorse; un pensiero concreto e pratico, semplice, e tuttavia privo di scivolamenti; uno stress e un sovraccarico evidenti; una scarsa modulazione emotiva, per cui talvolta è sopraffatto dalle emozioni e non sa contenersi; un umore molto deflesso; un atteggiamento pessimista, attendista, spesso passivo e querulo; dei probabili aspetti di dipendenza irrisolti, che lo portano a un eccessivo bisogno della rassicurazione e della conferma altrui.
(Se questa immagine sembra poco positiva anche a voi, aggiungo che è stato rilevato un interesse per la figlia “profondo, affettivo a autentico“, ma non posso dirvi in che modo questo interesse si sia manifestato, perché non c’è scritto).
Mi soffermo sul “Non sa contenersi“.
Vorrei sottolineare che la donna colpevole, secondo la consulente, di “distorcere la realtà”, viene in un altro passo biasimata per il fatto di attribuire “al padre modalità comportamentali solo riferibili alla categoria dell’aggressività“.
Chissà se il fatto di “non sapersi contenere” (ma solo talvolta, non sempre) è una caratteristica che rientra nella categoria dell’aggressività.
Aggiunge, la consulente che l’attribuire”al padre modalità comportamentali solo riferibili alla categoria dell’aggressività” sarebbe motivato dalla volontà “di renderlo inammissibile agli occhi di una figlia piccola.” Insomma, se anche il “non sapersi contenere” rientrasse nella categoria dell’aggressività, non solo esso è più occasionale di quanto la madre voglia dare ad intendere, ma ella lo denuncia per rendere l’uomo inammissibile agli occhi della figlia, e non perché reputi quell’aggressività inammissibile in sé e per sé.
Un’affermazione questa, in aperta contraddizione con le stesse conclusioni della consulente, nelle quali la certezza della volontà materna (ovvero il famoso dolo) di denigrare la figura paterna viene meno:
Causa centrale del rifiuto della bambina e dell’immagine rigidamente negativa che FIGLIA ha del padre è la madre, che, consciamente o inconsciamente, ha inevitabilmente e costantemente trasmesso alla figlia i propri distorti convincimenti negativi, paurosi e pericolosi sulla figura paterna.
Abbiamo la descrizione una donna fermamente e tenacemente convinta che il padre di sua figlia sia pericoloso e aggressivo.
Sebbene la consulente abbia rilevato in questo padre
una scarsa modulazione emotiva, per cui talvolta è sopraffatto dalle emozioni e non sa contenersi,
ritiene che le convinzioni della donna siano errate perché, nel corso dell’indagine, sarebbero emerse “contraddizioni, incongruenze ed aporie” nei suoi racconti. Racconti i cui fatti nessuno pare si sia premurato di accertare la veridicità per mezzo di una qualsiasi altra fonte che non fosse l’indagine della consulente.
Ci dice la consulente che le medesime convinzioni si riscontrano anche nella bambina, che esse non possono essere state causate dal comportamento paterno, ma sono necessariamente state trasmesse dalla madre, consciamente o inconsciamente.
Perché “Nel signor PADRE si sono osservate alcune limitazioni e fragilità personali, che tuttavia non assumono rilevanza clinica.”
A questo punto scrive il Giudice
come noto, il termine alienazione genitoriale – se non altro per la prevalente e più accreditata dottrina scientifica e per la migliore giurisprudenza – non integra una nozione di patologia clinicamente accertabile, bensì un insieme di comportamenti posti in essere dal genitore collocatario per emarginare e neutralizzare l’altra figura genitoriale; condotte che non abbisognano dell’elemento psicologico del dolo essendo sufficiente la colpa o la radice anche patologia delle condotte medesime. Nel caso di specie, la consulente ha chiaramente accertato che la madre denigra la figura paterna e addirittura esclude che la figlia dal padre possa trarre alcun vantaggio o elemento positivo. I comportamenti della madre hanno causato uno stato di forte stress nel padre e anche una situazione di pericolosa vulnerabilità in FIGLIA, che si trova sull’orlo di una declinazione patologica della propria condizione di bambina travolta dal conflitto. Al lume di questi dati, occorre interrogarsi circa gli strumenti di intervento del Tribunale.
Non sappiamo a quale “prevalente e accreditata dottrina scientifica” si faccia riferimento o cosa si intenda con “migliore giurisprudenza” (mi piacerebbe sapere qual è “la peggiore” e chi vi fa riferimento), ma è certo che per poter condannare qualcuno ai sensi dell’articolo 96, comma 3, del codice di procedura civile, a dispetto di quanto affermato, l’elemento soggettivo appare rilevante, visto che non solo la malafede o colpa grave nella condotta della parte condannata debbono sussistere (almeno così sembra, se si legge la norma…), ma secondo la giurisprudenza (quella migliore? la peggiore?), debbono anche essere provate (per approfondimenti qui).
Come sempre, sono disponibile a ricevere dei chiarimenti in proposito.
A proposito dell’accreditata dottrina scientifica sulla Pas, vi ricordo il parere di uno psichiatra infantile, Bernard Golse:
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3 risposte a I mille volti della Pas: la lite temeraria
IDA ha detto:	1 aprile 2017 alle 09:31	Rimanendo sul caso, non mi sembra che il CTU abbia dato una buona immagine del padre, però si pretende che la madre dia un’immagine anche falsa se è positiva. In pratica la madre deve dare un’immagine positiva anche se non corrisponde alla realtà, perché il CTU ci dice che il signor padre, è sopraffatto dalle emozioni, non sa contenersi, cambi repentini di umore (deflesso), un atteggiamento pessimista, attendista, spesso passivo, si lamenta in continuazione, (querulo) dei probabili aspetti di dipendenza irrisolti, che lo portano a un eccessivo bisogno della rassicurazione e della conferma altrui.
Anche se non è un violento, è un immaturo e con grossi problemi relazionali.
L’immagine negativa che la figlia ha del padre, è plausibile che sia imputabile a lui più che all’azione denigratoria della madre. La povera donna si è ritrovata a fare la madre anche al marito, se l’analisi del CTU è corretta, lei doveva mentire sistematicamente per non fare un’azione denigratoria. Se non sbaglio, il giudice non ha assegnato la figlia, nemmeno a lui.
Rispondi	Nato Invisibile ha detto:	3 aprile 2017 alle 09:13	Per rafforzare il caso in questione con una seconda testimonianza, riporto solo il testo della Relazione Clinica (omettendo nomi date e luoghi) che è stata prodotta dal Dipartimento Materno Infantile di una ASL italiana qualsiasi, da vari Psicologi e Neuropsichiatri che ricevono lo stipendio direttamente dalle tasche dei contribuenti. Ovviamente il Tribunale ha ritenuto opportuno procedere sanzionando la madre e tappando la bocca ala minore.
“La Genitorialità
Come detto sopra, non è stato possibile osservare una modalità relazionale attiva padre-bambino, in quanto il minore risiede a Notevole Distanza sin dalla nascita e non si è mai attivata una relazione autonoma e costante tra loro.
Il sig. Padre riporta in maniera autentica i vissuti di paura e insicurezza vissuti alla notizia della gravidanza della signora Madre, accanto al pensiero, che vive con senso di colpa, dell’opportunità, allora proposta, di un’interruzione della stessa.
In seguito, il sig. Padre descrive la relazione con questo figlio come assolutamente parziale e insoddisfacente per lui, anche perché offuscata dal conflitto elevato e acceso tra lui e la ex-compagna. RIPORTA DI LITI ACCESE CON LA MADRE IN PRESENZA DEL MINORE O AGÌTI CHE POI HANNO DATO SEGUITO A VISITE ALTERNATIVAMENTE DEL BAMBINO E DELLA MADRE PRESSO IL PRONTO SOCCORSO (SECONDO LUI INGIUSTIFICATE), DENUNCE E RIFIUTI DI CONTATTO.
Il Padre si rende conto che il bambino vede lui come figura estranea e pericolosa (a suo avviso, a causa delle influenze del nucleo materno) e tale pensiero è per lui fonte di ansia e vissuti depressivi. Di fronte ad mia situazione così complessa il Padre oscilla da posizioni molto attive con aspetti ansiosi (soprattutto legali, di comunicazioni accese con la madre, di contatti con associazioni), a posizione passive, di origine depressiva (non recarsi più a Notevole Distanza, non cercare più contatti) sostenute dal pensiero di immodificabilità della situazione e sconfitta.
Proprio per la mancanza di una relazione avviata con il figlio, si somministrano Vari test riconosciuti e validati di approfondimento e diagnostici,
I risultati del Test CUIDA, teso ad analizzare le (sole) POTENZIALITÀ accuditive, senza mai però aver effettuato alcuna osservazione insieme padre e figlio, il quale risiede, come detto sopra, a Notevole Distanza, evidenziano per il sig. Padre la presenza di adeguata capacità di assistenza responsabile (capacità di affrontare con impegno situazioni che richiedono una risposta attenta alle necessità dell’altro), assistenza affettiva (offrire sostegno emotivo) e sensibilità verso gli altri (non irritabile o aggressivo ma sufficientemente assertivo e flessibile). La Personalità
L’indagine relativa alle caratteristiche di personalità del sig. Padre, non ha evidenziato quadri di patologia o disfunzione anche se emerge tendenza a fornire risposte considerate desiderabili socialmente. Si individua a tal proposito, una componente narcisistica di personalità che lo porta a limitare la profonda messa in discussione di sé, a essere particolarmente sensibile alle sconfitte, vissute spesso come fallimenti personali. LA REAZIONE A QUESTE SITUAZIONI È GENERALMENTE UN VISSUTO DI COLLERA O UNA REAZIONE DI TIPO DEPRESSIVO. Dall’indagine di personalità emergono anche tratti di personalità passivo-aggressiva, soprattutto per quanto riguarda gli aspetti vendicativi o di strategie di controllo delle situazioni e delle relazioni [eccetera]. Come detto in precedenza, si tratta di aspetti di personalità che però non rappresentano una patologia definita di personalità o psichiatrica oppure sindromi patologiche. Si sottolineano, infine, alti livelli di ansia legati verosimilmente alle condizioni di vita e alla situazione contingente.
Il sig. Padre si è mostrato disponibile e collaborativo durante l’iter valutativo.
In sintesi, sulla base di quanto riportato sopra si evidenziano:
– alta motivazione ad assumere la propria funzione paterna con il figlio
– capacità genitoriali potenziali sufficientemente buone [ma non erano solo POTENZIALITÀ?]
– assenza di patologie conclamate o disturbi o sindromi patologiche di personalità
– aspetti di insicurezza e ansia personale (nella situazione contingente e nella gestione dei rapporti)
– personalità non disturbata ma con tratti di narcisismo, funzionamento aggressivo-passivo, tendenza all’evitamento (aspetti che hanno contribuito alla DIFFICOLTÀ NEL GESTIRE IL CONFLITTO, A ESERCITARE RIVALSE E VENDETTE E REAZIONI FORTEMENTE COLLERICHE)
La scrivente ritiene importante attivare urgentemente, previa preparazione, se necessario, del minore, incontri assistiti padre- figlio con lo scopo di guidare (attraverso la figura di un educatore o personale formato) la creazione ex novo di una relazione autentica e stabile tra loro, che possa poi continuare in rapporti autonomi. AL MOMENTO NON SUSSISTONO ELEMENTI CHE POSSANO FARE PENSARE A COMPONENTI DI RISCHIO O PREGIUDIZIEVOLI OSTATIVI DELL’ESPLETAMENTO DEL RUOLO PATERNO NEL SIGNOR PADRE.”
Rispondi	salvo ha detto:	9 aprile 2017 alle 04:32	Aspetta ancora un po’, e ti faro’ arrivare un ‘articolo’ che ho scritto sul capolavoro del Camerini sulle false accuse — o accuse legalmente infondate) (pubblicato nel 2010). Il Camerini ne esce in modo vergognoso — o e’ ignorante di metodologia e statistica, o e’ perverso … e’ possibile che sia ignornte e perverso. Comunque, nel futuro prossimo vorrei sapere di piu’ se il ‘lavoro’ (eufemismo) del Camerini ha influenzato giudici (sentenze) e politici (leggi.
Ho messo il mio ‘articolo’ in virgolette perche’ avevo cominciato con l’idea (seria) di un peer review del Camerini. Alla fine, mi sono ritrovato a giocare il ruolo del professore che insegna statistica di primo semstre … mi correggo: i miei studenti non avrebbero mai e poi mai scrivere quelle schifezze scritte dal Camerini.