Source: http://www.eumed.net/rev/rehipip/06/ms.html
Timestamp: 2018-10-16 07:35:11+00:00
Document Index: 85609595

Matched Legal Cases: ['arti22', 'arti62', 'in fine', 'art 1', 'art. 10', 'art, 1884']

Politischer Aristotelismus
CIVITAS E RESPUBLICA NELL'ARISTOTELISMO POLITICO DELLA PRIMA ETÀ MODERNA
Merio SCATTOLA*
Merio Scattola (2013): "Civitas e respublica nell'aristotelismo politico della prima età moderna", en Revista europea de historia de las ideas políticas y de las instituciones públicas, n. 6 (noviembre 2013), pp. 13-34. Puede verse en http://www.eumed.net/rev/rehipip/06/ms.pdf en línea.
ABSTRACT: The so called "political Aristotelianism" was one of the most influential learned languages in early modern Europe. Really, it consisted more in a set of methodological premises than in a particular ideological claim. One of its main features was the clear distinction between the ideas of civitas and res publica, which produced two mean consequences. On one hand all right constitutional forms were to be understood as res publicae, and this conclusion had to be applied even to the monarchy. In this sense political Aristotelianism was a republican doctrine. On the other hand the idea of civitas implied that all citizens had to take part in the political life of their city even though the latter had a monarchic or an aristocratic constitution.
KEY WORDS: Political Aristotelianism, Republican Theories, Citizenship, Statistics.
RESUMEN: Der «politische Aristotelismus» war eine der einflußreichsten politischen Sprachen der frühen Neuzeit. Näher betrachtet, gibt er sich mehr als ein methodologischer Zusammenhang als eine besondere ideologische Orientierung zu erkennen. Unter anderem war er durch die deutliche Trennung zwischen den Begriffen von civitas und respublica gekennzeichnet, die zu zwei schwerwiegenden Folgen führte. Einerseits wurden alle gesunden Verfassungsformen als respublicae verstanden, und dieser Schluß galt auch für die Monarchie. In diesem Sinn war der politische Aristotelismus eine ausgesprochen republikanische Lehre. Andererseits erforderte der Begriff der civitas, daß alle Bürger am politischen Leben ihrer Stadt teilnahmen, und dies, auch wenn letztere als Monarchie oder Aristokratie regiert wurde.
PALABRAS CLAVE: Politischer Aristotelismus, Republikanische Lehren, Bürgerschaft, Statistik.
Aristotelismo politico
In seguito faremo uso frequente dell’espressione «aristotelismo politico» e perciò dobbiamo innanzi tutto stabilire che cosa sia da intendere con questa formula1. A prima vista sembra difficile proporre una definizione chiara di tale fenomeno perché tutti o quasi tutti gli autori politici del secolo sedicesimo e diciassettesimo ripresero e ripeterono dottrine aristoteliche, con il che dovremmo concludere che tutti gli autori della prima età moderna furono, più o meno, aristotelici. Un’eccezione singolare potrebbe essere stato forse il solo Niccolò Machiavelli (1469-1527). Bisogna inoltre tenere in conto che il discorso politico europeo avveniva in cerchie autonome e separate, ciascuna delle quali utilizzava un suo codice2. In tal senso, se si considera in modo particolare la sfera del sapere accademico, elaborato e trasmesso nelle università, si può facilmente osservare che i libri della Politica e dell’Etica a Nicomaco formavano un linguaggio comune e ampiamente diffuso, una sorta di koinè concettuale riconosciuta da tutti coloro che si ragionavano sulle forme del vivere sociale. E ciò vale soprattutto per quelle esperienze culturali che attribuivano un ruolo particolarmente importante alle università, come avveniva nel Sacro Romano Impero e nei regni iberici3. Ma in parte le stesse conclusioni valgono anche per gli antichi stati italiani. In questi casi è dunque assai improbabile che un autore politico, qualsiasi fossero i suoi orientamenti ideali, non si riferisse in qualche modo alle opere aristoteliche.
Anche se la lingua del grande filosofo greco era riconosciuta come il codice comune della politica colta e accademica, essa non costituiva tuttavia un corpus omogeneo perché nel suo interno furono elaborate varianti tra di loro assai diverse, che talora entrarono in conflitto l’una con l’altra. Alcuni autori, in modo particolare, perseguirono il progetto di identificare una vera «ortodossia aristotelica» contro contaminazioni o deviazioni. Il più famoso di questi tentativi fu fatto da Juan Ginés de Sepúlveda (1490-1573), acclamato traduttore di Aristotele4, che volle essere così fedele alla dottrina greca da accentuare concetti come quello di «schiavitù per natura»5. Possiamo avere una chiara idea della differenziazione entro la comune lingua aristotelica se semplicemente confrontiamo i titoli di due libri pubblicati negli stessi primi anni del diciassettesimo secolo. Da un lato possiamo considerare la Politica methodice digesta atque exemplis sacris et profanis illustrata (1603) di Iohannes Althusius (1563?-1638) e dall’altro la Doctrina politica in genuinam methodum, quae est Aristotelis, reducta di Henning Arnisaeus (1575?-1636). In entrambe queste opere si fa esplicito riferimento al metodo, ma, mentre Althusius insiste sul fatto che la sua politica è coerente con tutti gli esempi delle storie profane e sacre, Arnisaeus proclama che solo la sua dottrina segue il vero metodo, cioè che applica e segue propriamente l’ordine aristotelico6.
Da questa breve osservazione possiamo trarre due conclusioni. In primo luogo è evidente che gli autori del tempo avevano un loro concetto di aristotelismo, che erano in grado di distinguere ciò che era veramente aristotelico da ciò che non lo era, oppure che essi potevano identificare diverse varianti di questo stesso orientamento. Quello di aristotelismo non è perciò uno strumento euristico o un tipo ideale, che noi introduciamo per rendere più chiari o razionali i materiali della nostra ricerca, bensì è un concetto desunto dalle fonti, che ha una sua natura in qualche modo oggettiva. In secondo luogo i titoli ci dicono anche in che cosa, in fondo, consistesse l’aristotelismo e in che modo le dottrine si differenziassero su questo argomento. Arnisaeus ci spiega già nel suo titolo che esisteva un metodo veramente aristotelico e che, evidentemente, non tutti gli autori politici lo applicavano, ma preferivano contaminarlo con altre soluzioni. Alcuni scrittori erano metodologicamente ortodossi, altri eterodossi. Se ciò è vero, allora l’aristotelismo politico del Cinquecento e del Seicento consisteva principalmente in un metodo e, seguendo questa indicazione, possiamo appurare che l’identificazione di tale vero metodo aristotelico era legata in massima parte alla diffusione delle dottrine del logico padovano Giacomo Zabarella7.
Effettivamente alla fine del secolo sedicesimo si sviluppò un dibattito molto acceso sulle diverse forme di conoscenza, che precedette le proposte di Galileo Galilei e fu la condizione per il suo metodo ipotetico-deduttivo8. Tutte le acquisizioni antiche furono riprese in questo intenso scambio, che arrivò ad alcuni punti fermi anche per quanto riguarda la politica e l’etica9. Entrambe sono infatti discipline pratiche, che secondo la classificazione antica possono essere esposte solamente con il metodo analitico, partendo da una nozione complessa e riducendola via via alle sue parti elementari, cioè ai suoi principi primi10. Gli aristotelici ortodossi sostenevano poi che la nozione complessa da cui partire con questa scomposizione non poteva essere che quella del fine e che perciò la politica doveva dapprima identificare lo scopo della vita associata e poi analizzare o risolvere questa definizione nei suoi principi in modo da toccare tutte le idee fondamentali della politica: ordine, città, governo, magistrato, cittadino, suddito11. In secondo luogo gli stessi scrittori si chiesero anche quale ordine Aristotele avesse in realtà seguito nell’esposizione della Politica e dell’Etica a Nicomaco12.
Sulla base di queste considerazioni possiamo ora definire l’aristotelismo politico dell’età moderna come l’esposizione dei contenuti della politica aristotelica condotta con un metodo rigorosamente aristotelico, o ritenuto tale. Possiamo anche identificare chiaramente gli autori che ritenevano di avere assolto questo compito e che si consideravano come aristotelici ortodossi. In questo gruppo possiamo annoverare scrittori italiani come Francesco Piccolomini (1520-1604) o inglesi come John Case (1539?-1600)13, ma soprattutto molti filosofi delle università del Sacro Romano Impero. Fu soprattutto la Academia Iulia di Helmstedt a proporre il ritorno ad Aristotele come un vero e proprio programma culturale14 e molti suoi professori si impegnarono in violente battaglie polemiche contro gli eterodossi ramisti o eclettici. Tra i rappresentanti di questa università ricordiamo Owen Günther (1532-1615), Iohannes Caselius (1533-1613), Duncan Liddel (1561-1613), Cornelius Martini (1568-1621), Henning Arnisaeus (1575?-1636), Christoph Heidmann (1582–1627), Konrad Horneius (1590-1649), Heinrich Julius Scheurl (1600–1651) e Hermann Conring (1606-1681), che estesero la loro attività per un secolo, dal 1576 al 168115.
Su questo punto possiamo formulare un’ultima osservazione. Aristotelismo e aristotelismo politico, come orientamenti di metodo, furono risposte a un problema di conoscenza ampliamente diffuso nella cultura europea del Cinquecento. La quantità delle conoscenze raccolte dai saperi della tradizione, nel campo filosofico, giuridico e medico, aveva infatti raggiunto dimensioni tali che non era più controllabile con gli schemi messi a disposizioni dalla tradizione ed era necessario trovare non tanto nuovi materiali, quanto piuttosto nuove forme di organizzazione e trasmissione del sapere che già si possedeva. A questa esigenza furono date risposte diverse: riforma, innovazione, eclettismo, purismo. Alcuni, come i ramisti, ritennero necessario perfezionare gli strumenti esistenti, altri, come Galileo Galilei, si applicarono a inventare nuove vie, altri proposero forme eclettiche e miste, altri infine, come gli aristotelici, ritennero che la vera soluzione fosse quella di tornare alla purezza del metodo tramandato.
2. Forma e materia della comunità politica
Le differenti scelte di metodo permisero trattamenti diversi del concetto di civitas nella filosofia politica della prima età moderna. Possiamo cogliere queste variazioni se anche in questo caso stabiliamo un confronto tra Althusius e Arnisaeus. L’uso di un metodo ramistico e non aristotelicamente ortodosso consentì infatti ad Althusius di costruire l’esposizione della sua Politica in modo del tutto particolare, organizzando quell’edificio di patti per i quali viene considerato un esponente del calvinismo politico o un sostenitore della teologia federale16. Egli infatti elaborò un’idea di civitas molto diversa da quella di molti suoi contemporanei perché definì come primo oggetto della sua particolare argomentazione l’idea di «comunità umana», genericamente intesa, che indicò con il termine di consociatio. Egli così giunse a comprendere tra le forme di associazione politica tutte le società umane comprese tra la famiglia e il regno17. Quest’argomentazione non considera tuttavia il fatto che vere società politiche possono esistere solo tra liberi e che le società più semplici sono stipulate tra disuguali, alcuni dei quali non sono liberi. Questa era anche la critica contro Althusius formulata dagli aristotelici ortodossi18.
Se applichiamo ciò che abbiamo detto sul metodo dell’aristotelismo politico, come sarà trattata la nozione di civitas e quale ruolo avrà essa nella dottrina? Come abbiamo visto, per utilizzare il metodo analitico, è necessario innanzi tutto stabilire il punto di partenza dal quale cominciare il processo di scomposizione, e nel caso della politica non si potrà avviare il ragionamento altrimenti che considerando il suo fine. Ora sembrerebbe che lo scopo di una comunità sia l’esistenza degli esseri umani che compongono l’associazione, ma è necessario chiarire subito che l’associazione politica non persegue semplicemente la sopravvivenza fisica dei singoli o un tipo qualsiasi di esistenza in comune, bensì la vita buona in società. Altre forme di aggregazione prepolitica, le così dette società minori, forniscono infatti tutti i beni necessari alla sussistenza materiale degli esseri umani19, che perciò nella comunicazione politica vera e propria perseguono un altro scopo e realizzano altre dimensioni della loro esistenza, in modo particolare la sfera etica e quella intellettuale. A questo proposito la dottrina propone di solito una spiegazione complessa e distingue diversi fini della politica. Bartholomaeus Keckermann (1572-1609) identifica tre diversi obiettivi e li dispone in un ordine gerarchico.
Il fine [della politica] è o principale o non principale […]. Il fine principale della politica […] viene considerato a sua volta o in modo assoluto o al grado superiore. Considerato in senso assoluto, il fine della politica è la bontà pubblica ovvero la pratica e l’esercizio delle virtù morali in pubblico e in comune […]. Il fine considerato al grado eminente a sua volta si divide in contemplazione e religione […]. La contemplazione è l’esercizio pubblico delle virtù intellettuali […]. La religione è l’esercizio della pietà e della fede e delle buone opere e quindi del culto divino sia nella dottrina sia nei riti […]. Il fine non principale è 1. la pace esterna, 2. l’onore e la gloria pubblica, 3. la ricchezza, l’abbondanza e lo splendore20.
In modo simile anche Henning Arnisaeus distingue due diversi fini della politica: uno esterno, relativo alla vita buona e beata, e uno interno, consistente nell’istituzione della respublica21. Il primo è l’obiettivo posto all’artefice e non può da lui venire influenzato, bensì deve essere presupposto; il secondo è direttamente in potere dell’artefice e coincide con il contenuto della sua attività. Questa condizione vale per la politica come per logica e per tutte le altre arti22. Lo scopo del medico è quello di conservare la buona salute, quello del comandante militare è la vittoria, quello del logico la verità: chi vuole essere medico deve necessariamente prodigarsi per ottenere la salute dei suoi pazienti e, se si pone un obiettivo diverso, per esempio la loro ricchezza o la loro educazione, smette di essere medico per trasformarsi in un economo o in un insegnante. Tuttavia uno stratega non cessa di essere tale dopo avere perduto una battaglia né un logico deve rinunciare al proprio titolo se in un ragionamento giunge a una conclusione falsa. Dunque il fine esterno è necessario per qualificare una determinata attività, ma non deve essere raggiunto in ogni caso, perché esso non è del tutto in potere dell’agente23. Il fine interno è invece lo strumento con il quale si intende raggiungere il fine esterno: il medico vuole ottenere la salute dei pazienti con i farmaci e altri trattamenti terapeutici, il giudice vuole rendere giustizia con le proprie sentenze. Il fine interno può e deve essere conseguito in ogni caso ed esso è infatti completamente in potere dell’agente. Il calzolaio può decidere come deve essere confezionata una certa calzatura, al logico spetta scegliere tra i diversi sillogismi, il medico deve prescrivere una cura: un artefice che non raggiunga lo scopo interno e proprio della sua arte perde perciò la sua qualifica. È evidente che il fine esterno, anche se non realizzato, deve in qualche misura sempre essere presente, tuttavia la sua assenza, parziale o temporanea, non è sufficiente a mutare la natura un’azione. La distinzione introdotta da Arnisaeus ci porta così inevitabilmente a concludere in primo luogo che la politica deve occuparsi dell’istituzione della res publica, la quale continua a essere una forma legittima di convivenza anche quando non realizza del tutto la vita buona e beata24, e in secondo luogo che le società civili vanno distinte in perfette, dove viene conseguito anche il fine esterno, e in imperfette, dove viene raggiunto solo il fine interno.
La differenza tra fine interno e fine esterno aiuta anche a definire l’essenza della politica, che coincide con la sua causa formale. Una società politica resta infatti tale anche se non raggiunge il suo fine esterno, la beatitudine dei cittadini, o se lo ottiene solo in modo imperfetto; essa cessa tuttavia di essere una società politica se non coglie il suo fine interno. In altre parole, una comunità politica è tale solo quando realizza un ordine politico tra i suoi concittadini. La causa formale della politica non è dunque la virtù, bensì l’ordine tra chi comanda e chi obbedisce.
In primo luogo bisogna mostrare in che cosa consista l’essenza della repubblica […]. Ma una repubblica si compone di due parti, cioè chi governa e chi obbedisce, come si vede anche dalla definizione della repubblica. Nella Politica, lib. III, cap. 6, [1278b 8-11]; blib. IV, cap. 1, [1289a 15-18] essa è infatti definita come una taxis, cioè un ordine, come traduce Sepúlveda, o un ordinamento della città, come dice Tommaso d’Aquino25.
Da questa definizione si ricavano due importanti conseguenze. In primo luogo una società politica possiede tutte le caratteristiche essenziali quando istituisce un qualche ordine tra chi comanda e chi obbedisce anche se non realizza in alcun modo l’assunto della virtù. Quindi anche le res publicae malvagie sono oggetti adeguati della politica, nella misura in cui in esse è presente la differenza propria del governo26. Perciò sono da considerare teoricamente giustificati anche tutti i tipi corrotti di costituzione, come l’oligarchia o la tirannide. In secondo luogo è necessario distinguere tra l’essenza di una comunità politica, cioè la sua forma, e gli altri suoi aspetti, che risultano secondari quando si affronta la questione della definizione. La vera causa formale di una comunità politica è l’ordine, la taxis o la res publica; il termine civitas non riguarda invece quest’aspetto formale, bensì denota la causa materiale.
La civitas indica così il subiectum della repubblica, cioè i singoli o le famiglie che si associano per comporre una società politica, e in tal senso sono da rileggere con attenzione anche le definizioni avanzate da Cicerone e da Aristotele.
Cicerone, nel Sogno di Scipione [De re publica, lib. VI, cap. 13], avrebbe dunque individuato con maggiore precisione la natura della città, lì dove dice che «le città sono riunioni e raggruppamenti di uomini legati dal diritto di società», se questa definizione non fosse più adatta ai collegi e alle tribù o alle centurie, perché la città non è una società di uomini, ma di famiglie. Perciò Aristotele nella Politica, lib. VI, cap. 6 [=cap. 5, text 13, 1280b 33-35] definisce la città nel modo migliore, dicendo che essa è una società di case e di stirpi o famiglie, come spiega Tommaso, per la vita perfetta e sufficiente per sé27.
Questa definizione produce tre importanti conseguenze. In primo luogo la città non risulta veramente composta da singoli cittadini, come talvolta Aristotele sembra indicare28, ma da società di diverso tipo e da gruppi umani già costituiti. Aristotele enumera infatti οἰκίαι, γένη, κῶμαι29. In secondo luogo la città non si deve confondere con la urbs, cioè con il luogo e i beni che si trovano nello spazio, come le case o le mura, che in taluni casi possono anche mancare, né d’altronde la semplice coabitazione in uno stesso spazio trasforma una moltitudine in una città30. I muri non fanno infatti una città. In terzo luogo è necessario, come abbiamo già visto, separare nel modo più chiaro la civitas dalla res publica31, e si possono usare a questo proposito due argomenti. Da un lato è infatti evidente che una medesima città può cambiare regime politico, pur rimando invariata. Così Roma fu dapprima una monarchia, quindi una repubblica mista e infine un principato, restando sempre la stessa città, cioè conservando la stessa materia. D’altro lato è altrettanto evidente che le variazioni nella quantità della materia, cioè della civitas, non influenzano la sostanza della comunità politica, cioè la sua forma. Una repubblica può infatti aumentare o diminuire la sua estensione, senza che ciò provochi una trasformazione della sua essenza. Solo i cambiamenti del regime politico sono veri mutamenti nell’essenza politica di una città.
Dalle tre considerazioni precedenti si può trarre una conclusione riassuntiva. L’essenza di una comunità politica non consiste nella civitas, ma nella res publica, la quale è un rapporto d’ordine, una taxis, ovvero una particolare configurazione del nesso tra governanti e governati. Questa relazione è essenziale affinché si costituisca una vera comunità politica, la quale si distingue da tutte le altre società umane proprio perché in essa è attivo questo rapporto. D’altronde tale relazione può essere pensata in vari modi: come governo di uno, di molti, di tutti o come una combinazione di queste possibilità. Quando si passa da un regime a un altro, cambia la forma della comunità politica e muta così anche la sua essenza.
Se l’essenza di una comunità politica coincide con la sua forma, cioè con l’ordine espresso nella res publica, allora la politica, intesa come disciplina o insegnamento, sarà fondamentalmente un sapere della res publica, e la civitas, la materia, avrà per la politica un’importanza relativa. Effettivamente, la politica dell’aristotelismo si concentra sull’ordine politico, sulle sue parti, sulle sue condizioni, sulle sue varianti, sulle sue degenerazioni e sui rimedi capaci di ristabilirlo. La civitas, come insieme materiale della comunità politica, è presa in considerazione solo come il subiectum della politica e viene trattata, sia da Aristotele sia dagli aristotelici della prima età moderna, dopo la famiglia, il soggetto improprio, come argomento di un’introduzione che precede l’argomentazione politica vera e propria32.
Lo schema di Arnisaeus si può riassumere nel modo seguente: 1. la politica ricerca l’essenza della comunità politica, che consiste nella causa formale; 2. la res publica è la causa formale della comunità politica, mentre la civitas è la causa materiale; 3. la politica si occupa essenzialmente della res publica e considera la civitas solo perché essa è il subiectum della res publica. Il medesimo schema era condiviso anche dagli altri aristotelici del Seicento, tra i quali si possono citare a titolo di esempio Christian Liebenthal (1586-1647)33, Christian Matthiae (1584-1655) e Hermann Conring. Christian Matthiae ci offre le seguenti considerazioni.
Ma l’ordine, che costituisce la forma della repubblica, è etico ovvero morale e consiste nell’amministrazione della prudenza, della giustizia e delle altre virtù. Senza di esso una moltitudine di case, per quanto disposta in modo ingegnoso ed elegante rispetto al luogo e al numero, non è tuttavia una repubblica o una comunità politica, ma una barbarie, opposta alla comunità politica. E il fondamento di quest’ordine sono le leggi naturali; e quando una società è sottomessa a tali regole merita il santo nome di repubblica34.
Nello stesso senso si pronuncia anche Hermann Conring.
Intendiamo dunque il termine «repubblica» nel senso della città intera. Ma a questo punto è necessario considerare 1. la forma, che è per così dire l’anima, 2. la materia o la moltitudine degli uomini. Gli scrittori chiamano la prima «causa formale» della città e «repubblica» in senso proprio; chiamano la seconda «causa materiale» e «città» in senso stretto35.
Lo schema dell’aristotelismo era dunque centrato prevalentemente sulla res publica, che considerava la forma propria della vita politica, e prestava un’attenzione minore alla civitas. La politica era infatti il sapere della res publica, mentre la civitas, in senso proprio, rimaneva un argomento prepolitico.
3. Il sapere della civitas
Anche se la civitas non era il vero tema della dottrina politica protomoderna, essa è per noi assai rilevante perché mostra le condizioni generali alle quali gli argomenti di questa disciplina potevano essere pensati prima ancora di affrontare nel dettaglio tutti i problemi generati da essi. Qui vediamo infatti come fosse concepita in generale la rappresentanza politica e come essa fosse un principio valido per tutte le forme costituzionali, quasi un fondamento della dottrina. Una volta stabiliti i presupposti della vita in comune, la politica sviluppava poi tali nozioni, senza più preoccuparsi di spiegarle.
Sebbene la sua attenzione fosse concentrata sulla res publica, l’aristotelismo effettivamente non ignorò l’argomento della civitas, bensì dedicò a esso una forma particolare di sapere, che complicò e arricchì il quadro della disciplina politica e che si caratterizzò come un’invenzione specifica della prima età moderna. Tale proposta era inoltre basata principalmente su una particolare circostanza, sul fatto che la città non fosse composta di singoli individui, ma di gruppi già associati. Si possono distinguere tre sfere o tre livelli di questa dottrina della materia politica, che riguardavano i seguenti argomenti: 1. il sapere sul civis; 2. il sapere sulle parti della civitas; 3. il sapere sul funzionamento delle parti, cioè la statistica o notitia reipublicae singularis.
3.1. Il civis e la rappresentanza politica
Quando tentava di descrivere la materia di una repubblica, la dottrina si trovava confrontata con il fatto che esistono vari gradi di cittadinanza, che corrispondono a diverse forme di godimento dei diritti comuni e che valgono prima ancora che sia stabilita e introdotta la forma politica. Quindi tutti i problemi che riguardavano l’appartenenza a una comunità e il modo in cui tale partecipazione avveniva, dovevano essere discussi non dalla politica vera e propria, ma dalla sua parte che fungeva da introduzione. Henning Arnisaeus collocò tutta questa discussione nel capitolo De civitate et civibus e distinse preventivamente il suddito, che richiedeva la presenza del comando politico e perciò era pensabile solo entro la res publica, dal cittadino che doveva essere definito come «un socio, che ha l’intenzione di vivere bene con la sua famiglia in una società di famiglie»36. Riferendosi prevalentemente all’antica Roma egli identificò tre distinte classi: cittadini a pieno titolo, coloni, municipali.
Come risulta evidente anche da questo esempio, la definizione del civis è particolarmente difficile perché deve astrarre dalla res publica pur presupponendola come forma e fine della comunità politica. Perciò deve usare strategie logiche particolari e utilizzare la distinzione potenza-atto. Nonostante le difficoltà cui va incontro, questa definizione è estremamente importante nell’economia della dottrina perché esibisce le caratteristiche della rappresentanza politica antica o aristotelica, in modo particolare mostra che la rappresentanza non può mai essere totalmente esaurita dal governante, come avviene negli autori moderni37, bensì deve rimanere in qualche misura presso i cittadini anche nelle forme di governo più ristrette.
Le difficoltà poste dal tema furono individuate da molti scrittori dell’ aristotelismo politico, come Henning Arnisaeus, Michael Piccart (1574-1620), Christoph Besold (1577-1638) o Hermann Conring, quando polemizzarono contro la definizione di cittadino avanzata da Jean Bodin (1529-1596) nei Sei libri della repubblica (1576).
Quando però il capo della famiglia esce dall’ambito della casa in cui comanda per trattare e negoziare coi capi delle altre famiglie di ciò che riguarda l’interesse comune, si spoglia del titolo di padrone, capo e signore, per divenire semplice compagno e uguale agli altri, e membro della loro società, e invece che signore, all’atto di lasciare la famiglia per entrare nella città e gli affari domestici per trattare i pubblici, comincia a chiamarsi cittadino, parola che in termini precisi significa un uomo libero che dipende dalla somma potestà di un altro38.
Questa definizione del cittadino come «uomo libero che dipende dalla somma potestà di un altro» si prestava a critiche di varia natura. In primo luogo si può qui rilevare un’anticipazione logica perché si fa menzione della potestà, che appartiene solamente alla repubblica, ma che è ancora sconosciuta nella sfera della civitas39. In secondo luogo la definizione di Bodin include anche soggetti, come i servi, che sono evidentemente sudditi, ma non cittadini. In terzo luogo utilizza come differenza specifica la libertà che è una condizione necessaria per il cittadino, ma non riguarda la sua essenza. In quarto luogo l’uso del genere «uomo» sarebbe qui errato perché apparterrebbe a una categoria diversa. È dunque necessario offrire una definizione di civis che corrisponda alla causa materiale espressa dal termine civitas. Ecco alcune possibili soluzioni. Il cittadino è «un socio, che ha l’intenzione di vivere bene con la sua famiglia in una società di famiglie»40 (Arnisaeus) o «un socio di una moltitudine, che partecipa alle votazioni e alla formulazione del diritto della repubblica»41 (Arnisaeus) oppure «il socio di una città che partecipa o potrebbe partecipare al governo e alla giurisdizione della medesima città»42 (Conring).
Seguendo l’immaginazione di Bodin, che su questo punto è inoppugnabile, dobbiamo immaginare che i capi delle famiglie siano usciti dalle loro case per dare vita insieme a una società e per ricercare con essa l’interesse comune. Essi sono diventati in questo caso «compagni e uguali agli altri, e membri della loro società». Se fin qui il ragionamento di Bodin sembra corretto, da questo punto in poi deve essere sottoposto ad alcune modifiche. È infatti pensabile che, nel momento in cui fondano una società, i soci non si trasformino immediatamente in semplici sudditi, ma che debbano partecipare al bene comune della società. Perciò Conring definisce come cives solamente quei soci che sono in grado di contribuire a determinare il bene comune.
Ma come in ogni società in generale merita il nome di socio solamente colui che vuole e può promuovere per sé il bene della società – Aristotele, Politica, lib. III, cap. 3 [= cap. 4, 1276b 21-29] spiega questo punto con un esempio preso dalla navigazione –, così in questa κοινωνία τελειοτάτη […] non si deve ammettere nessuno che non abbia la capacità di favorire quanto più possibile il fine proposto alla società43.
Ora, stando alle parole di Aristotele44, tutte le attività fondamentali e determinanti nella società politica si riducono a tre punti: la deliberazione sugli interessi comuni, la determinazione delle autorità politiche e l’amministrazione della giustizia. Indipendentemente dalla forma che assumerà la res publica, un cittadino è dunque definito come tale perché può esercitare queste tre facoltà, il che naturalmente vale in primo luogo nel momento in cui i padri di famiglia si riuniscono per vivere insieme. Poiché allora tutta la rappresentanza politica è nella civitas, cioè nei capifamiglia che rappresentano e governano se stessi, essi effettivamente possono pronunciarsi sia sulle cariche pubbliche, sia sulle deliberazioni e sulla giustizia; oppure si può dire che queste condizioni valgono per la materia politica, quando la società è ancora in potenza. È evidente che questi tre criteri sono completamente realizzati quando il numero maggiore dei membri di una medesima comunità hanno ugualmente accesso alle assemblee, ai tribunali e alle responsabilità pubbliche, e perciò lo stesso Aristotele ammette che la sua definizione ha la massima applicazione nelle democrazie, mentre negli altri regimi è possibile, ma non è necessaria45. E d’altronde quelle tre competenze non sempre sono esercitate tutte insieme dalle stesse persone, che varrebbero come cittadini in senso completo, ma possono anche essere distribuite asimmetricamente in modo diverso tra diversi corpi.
Contro questa dottrina aristotelica già Bodin aveva formulato nella sua Methodus ad facilem historiarum cognitionem (1566) due obiezioni46. In primo luogo questa definizione si adatta bene alla democrazia, nella quale i cittadini partecipano direttamente alla distribuzione delle cariche, ma non può essere applicata alle altre forme di governo, mentre in questo caso è evidente che Aristotele vorrebbe fare valere la sua definizione per tutte le società politiche e cade perciò in contraddizione. In secondo luogo, se tutti i cittadini possono deliberare sulle cariche pubbliche, sono tutti allo stesso modo governanti e, in tale società, non esistono più sudditi. E anche questo è paradossale47.
Alla seconda obiezione si può facilmente rispondere che anche nella democrazia tutti sono a turno governanti e governati ed è perciò impossibile che esista una società di soli governanti o di soli sudditi48. D’altronde questo è il vero principio della vita politica, individuato già da Platone, Senofonte e Aristotele49.
Alla prima obiezione si può invece rispondere in due modi, con due osservazioni che risultano fondamentali per definire la natura della rappresentanza politica. In primo luogo si deve ricordare che le condizioni di partecipazione ovvero le possibilità di rappresentanza nel governo, nelle cariche e nell’amministrazione del diritto vale senza dubbio per la civitas in potenza. Che i cittadini partecipino alle cariche politiche in potenza, significa che essi, quando si riuniscono, sono d’accordo sulle cariche che devono essere istituite nella res publica (se essa debba essere una monarchia o un’aristocrazia o altro) e sulle persone alle quali devono essere affidate50. Quest’accordo non cessa tuttavia con l’istituzione della res publica, ma continua per tutta la sua esistenza. Anche se la civitas assume la forma di una monarchia e i cittadini non possono esercitare in prima persona la carica di re, tuttavia essi devono continuamente acconsentire che il re sia la loro autorità pubblica. Con questo loro consenso essi istituiscono il re in ogni istante della storia del regno e in tal senso essi continuano a partecipare alle cariche pubbliche51. È in base a questo principio che la dottrina politica protomoderna giunge alla conclusione che tutte le forme giuste di ordine politico sono repubbliche e che tale nome non vale solamente per la democrazia e per le altre situazioni che prevedono una partecipazione diretta alla gestione degli affari di governo. Infatti anche lì dove il cittadino non detenga cariche pubbliche, non contribuisca alla legislazione e non sieda nei tribunali, come avviene generalmente nelle monarchie, è sempre richiesta una sua adesione, un consenso generale e di base, alla sussistenza dell’ordine costituzionale vigente e ciò fa sì che anche una monarchia, se è giusta e legittima, sia una variante della repubblica. Un governo interamente e puramente basato sulla violenza, sarebbe invece una tirannide e una forma di vita sociale non politica, non umana, bensì animale.
Tuttavia, in secondo luogo, la partecipazione alla rappresentanza non vale solo in questo modo potenziale, ma anche in modo attuale. Come spiega Arnisaeus, Aristotele formulò le sue definizioni con due significati differenti: in senso univoco e in senso analogico52. Definizioni univoche identificano un’unica essenza per una stessa specie, che in sé non può ammettere gradi differenti di realizzazione. La definizione dell’animale, come essere dotato di anima, è di questo tipo e vale sia per l’uomo sia per l’insetto perché in entrambi è attiva la stessa funzione vitale. Definizioni analogiche identificano invece diversi gradi o addirittura diverse varianti della stessa essenza, come avviene, per esempio, con il concetto di bene, che vale sia per l’uomo sia per Dio.
Termini analogici non si comportano a questo modo, perché il genere non si diffonde in tutte le specie nello stesso modo, ma si intende in un modo nella definizione di una specie e in un altro modo in quella di un’altra53.
Anche se ammette variazioni, il genere di una definizione analogica ottiene il suo nome dal grado più alto, perché le specie più deboli imitano la perfezione con intensità minori54. Questa condizione si realizza anche nella definizione del civis e della civitas. Essi sono in tal senso generi analogici che sono stabiliti sul grado massimo di perfezione. Ciò significa che la definizione di cittadino data da Aristotele si adatta perfettamente alla democrazia, ma essa vale in misura analogicamente minore per tutte le altre forme di governo. Quindi anche nelle aristocrazie e nelle monarchie e nelle forme miste il cittadino parteciperà alla distribuzione delle cariche, nei modi visti sopra, accederà all’amministrazione della giustizia e potrà deliberare nelle materie comuni.
Ora, poiché queste tre competenze necessarie del cittadino non si applicano in modo univoco, ma in modo analogico, esse potranno essere realizzate in diversi gradi e differenti forme. La rappresentanza può essere riservata solo ad alcuni, può essere limitata a determinati temi o circoscritta a particolari situazioni e condizioni, può essere trasferita con una deputazione; essa può oscillare quantitativamente, ma non può mai cessare del tutto. Se questo succede, se i modi della deliberazione e della rappresentanza cessano del tutto, la comunità si trasforma in una società economica ed erile, in una tirannide, e cessa di essere una società politica.
Inoltre non tutte le definizioni si possono applicare in modo univoco a tutte le specie, e certamente non a quelle che si dicono ἀφ’ενός, πρὸςἕν ovvero κατ’ ἀναλογίαν, tra le quali si deve collocare anche il concetto di cittadino. E ciò è evidente dal fatto che, partendo dalla società semplice della città, che comprende i cittadini in origine, ci si allontana di meno nella democrazia e di più nell’aristocrazia e nella monarchia, e ci si allontana più di tutto nei regimi corrotti, nei quali il popolo è escluso del tutto dai concili, mentre sia nell’aristocrazia sia nel regno i concili si possono ammettere conservando il regime vigente55.
L’intero discorso sulla civitas serve dunque a dire che in ogni società politica in senso proprio l’autorità politica non può concentrare su di sé tutta la deliberazione e la rappresentanza. Al contrario, affinché una comunità sia intesa veramente in senso politico, è richiesto che i suoi cittadini godano di un qualche spazio di deliberazione e di rappresentanza. Questa possibilità può essere limitata a pochi casi, può concernere solo situazioni di eccezione, per esempio quando il governo degenera visibilmente, e può essere lasciata all’iniziativa di un gruppo ristretto di persone, che agiscono anche a nome degli altri; tuttavia questa possibilità di azione politica e di rappresentanza non può essere soppressa, se non si vuole annientare l’intera società. Essa richiede inoltre una condizione particolare: che, per quanto in modo circoscritto, i cittadini abbiamo un rapporto immediato con il bene e «vogliano e possano promuovere il bene della società»56. Conring spiega questa situazione nel modo seguente.
Noi infine attribuiamo al nostro cittadino il diritto di voto, che lo si intenda τῇκρίσει oppure, con Piccart [In Politicos libros commentaria, lib. III, cap. 1, p. 336], τῇἀρχῇ. Infatti il preciso κριτήριον del vero cittadino è fino a questo punto proprio il fatto che egli non può in nessun modo adempiere al suo dovere se non gli è consentito partecipare alle deliberazioni e votare. Ricaviamo questa conclusione dal seguente argomento. Chiunque è obbligato a contribuire al bene della città, per quanto gli è possibile, con l’opera e con il consiglio, costui deve poter esercitare il voto negli affari più importanti. E ciò deve valere per tutti i cittadini. Come potrà infatti recare aiuto alla repubblica chi ignora le sue malattie? E come si potrà ritenere membro della società chi non è ammesso a esprimere il proprio parere sulle questioni che riguardano la medesima società? […] Ma quando sosteniamo quest’idea, non desideriamo che essa sia intesa, come se tutti i cittadini dovessero votare su tutti gli affari – questa infatti sarebbe una fatica enorme e richiederebbe una disponibilità di tempo maggiore di quella che ordinariamente si possiede –, ma la facoltà di definire e di decidere certe questioni – soprattutto se sono di importanza secondaria – può essere delegata ad alcuni, che, rivestiti di tale autorità, rappresentano il popolo intero. […] [par. 15] Stabilite queste conclusioni, sarà chiaro – come credo – primo, per quali ragioni il nostro Aristotele [Politica, lib. III, cap. 1, 1275b 5-7] affermi che il cittadino si definisce nel modo migliore nel regime popolare e nella democrazia. E ciò non tanto perché la repubblica migliore, se si potesse fondare, sarebbe quella del popolo […], ma perché in queste specie di repubblica di norma non si prende nessuna decisione di qualche importanza senza l’intervento e l’approvazione della moltitudine. Nelle altre repubbliche, invece, si indicono i comizi solo in condizioni straordinarie e solo pochissimi sono ammessi a votare sulle questioni comuni57.
Questa definizione della città ha anche un ulteriore effetto sulla dottrina politica. Poiché infatti essa ammette diversi gradi di realizzazione della rappresentanza originaria, possono variare sia i soggetti sia i casi nei quali i cittadini continuano e esercitano la deliberazione primitiva in tutto o in parte, e si possono così spiegare tutte le varie forme di governo, non solo le tradizionali tre costituzioni giuste, ma anche tutte le varianti nelle quali competenze diverse sono distribuite a corpi differenti. Così si spiega anche perché nelle monarchie europee della prima età moderna anche formazioni intermedie come le città o i territori potessero conservare una loro capacità di rappresentazione. Anche l’aristotelismo politico, ragionando sui concetti di civis e di civitas, contribuì a mantenere viva e a interpretare questa tradizione.
3.2. Le parti della civitas
Se consideriamo l’origine, anche storica, delle società politiche, dobbiamo introdurre un’importante precisazione nella definizione della civitas e del civis. È infatti evidente che le città non sono sorte dall’accordo di singoli uomini, ma dall’unione di società più piccole, fossero essere famiglie o villaggi, rappresentate dai loro capi58. Tuttavia i soci di tali unioni, i capi e le loro società familiari, non dovettero differenziarsi solo per quantità, perché in un luogo si aggregarono molti uomini e in un altro pochi, bensì essi erano di necessità vari anche per qualità e diversi tra di loro. Aristotele aveva detto che «una città non sorge solo da una pluralità di uomini, bensì anche da uomini di genere diverso. Una città non nasce infatti da uomini tutti simili»59. D’altronde la ragione dell’eterogeneità risiede nel fine della città, che è l’autosufficienza umana e che può essere raggiunto solo se i soci assolvono a compiti differenti.
Ma poiché i beni che l’umana indigenza richiede non solo sono molti, ma sono anche vari, perciò ogni città deve essere composta di uomini di vario genere e, come segue necessariamente, nessuna città può essere composta di uomini uguali60.
Quali parti siano necessarie alla città, si ricava allo stesso modo dal suo fine. In tal senso Conring enumera dieci parti: i contadini, gli artigiani, i mercanti, i salariati, i militi, gli ecclesiastici, gli abbienti, il senato, i governanti, i giudici. Ciascuno di questi elementi ammette diverse varianti. I magistrati possono, per esempio, essere istituiti in 27 modi diversi, mentre gli abbienti includono anche i nobili e si differenziano in classi di patrimonio. Ciascuna parte può così unirsi con le rimanenti nove in vari modi, generando innumerevoli combinazioni. Tra tutte le varie possibilità, più efficaci saranno poi quelle nelle quali le singole componenti sono maggiormente adatte l’una all’altra per raggiungere lo scopo della città, la vita buona e virtuosa. Neppure la maestà, la carica suprema in una repubblica, sfugge a questa regola. Essa non gode una particolare preminenza, ma figura come una parte alla stregua delle altre, che può adempiere il suo scopo, solo se entra nella migliore combinazione con le altre componenti della città61.
3. 3. Statistica e scienza della civitas
Chi vuole conoscere una società politica da questo punto di vista, chi vuole intendere una res publica sotto l’aspetto della sua civitas, ha bisogno di una particolare descrizione che tenga conto di tutte le parti62. Una conoscenza adeguata della civitas richiede dunque una particolare disciplina, che sappia descrivere adeguatamente tutti gli elementi in gioco e le loro relazioni. Effettivamente Hermann Conring è considerato il fondatore di questa nuova forma di sapere politico, che egli chiamò notitia rei publicae singularis e che ebbe notevole fortuna nelle università tedesche del secolo diciottesimo con il nome di Statistik63. Questa antica statistica, chiamata così perché descrive lo stato di una repubblica, come chiarisce esplicitamente Conring, usa la parola res publica, ma intende con questo termine la civitas, cioè l’insieme delle parti di una società politica nel loro interagire reciproco. In realtà essa avrebbe dovuto chiamarsi notitia civitatis singularis, se l’uso linguistico non avesse allora smarrito il significato originario di civitas.
La notizia di una singola repubblica non è di un unico genere, ma è diversa in ragione sia dell’oggetto sia della forma di conoscenza. Infatti essa riguarda ora l’intero corpo di una repubblica, ora questa o quella sua parte. In questo luogo intendiamo con il nome «repubblica» non la πολιτεία, cioè la forma del governo, ma, seguendo l’uso attuale, l’intero corpo di una società civile, che per i Romani si chiamava civitas e per i Greci πόλις. Non ricorriamo tuttavia a questi termini perché essi hanno perduto quasi del tutto il loro antico significato e ora non designano che le città, e perciò conviene seguire l’uso comune64.
La caratteristica fondamentale di questo disciplina era quello di concepire la maestà come un elemento della società politica non diverso dalle altre parti. In tal senso esso era un sapere della civitas antica, che, come abbiamo visto, richiedeva sempre una, per quanto minima, forma di rappresentazione diretta dei cittadini. Ma per questo suo mettere da parte il tema della sovranità, alla fine del Settecento essa poté essere interpretata anche in tutt’altro modo, come prima descrizione della società civile moderna65. Dall’antica statistica si svilupparono infatti le scienze sociali dell’Ottocento.
Recibido el 17 de septiembre de 2013 y aceptado el 29 de septiembre de 2013.
* Professore straordinario di Storia delle dottrine politiche. Università di Padova (Italia).
1 Artemio Enzo Baldini, «Premessa», in id. (cur.), Aristotelismo politico e ragion di stato. Atti del convegno internazionale di Torino 11-13 febbraio 1993, Leo S. Olschki editore, Firenze, 1995, p. 5-10; Enrico Nuzzo, «Crisi dell'aristotelismo politico e ragion di stato. Alcune preliminari considerazioni metodologiche e storiografiche», ibid., p. 11-52; Horst Dreitzel, «Der Aristotelismus in der politischen Philosophie Deutschlands im 17. Jahrhundert», in Eckhard Keßler, Charles H. Lohr, Walter Sparn (cur.), Aristotelismus und Renaissance. In memoriam Charles B. Schmitt, Otto Harrassowitz, Wiesbaden, 1988, p. 163-192; id., «Politische Philosophie», in Helmut Holzhey, Wilhelm Schmidt-Biggemann (cur.), Grundriß der Geschichte der Philosophie [Überweg]. Die Philosophie des 17. Jahrhunderts. Band 4. Das Heilige Römische Reich deutscher Nation, Nord- und Ostmitteleuropa, Schwabe und Co., Basel, 2001, p. 607-748; Giancarlo Movia, «Aristotelismo», in Virgilio Melchiorre (cur.), Enciclopedia filosofica Bompiani, Fondazione Centro Studi Filosofici di Gallarate e Bompiani, Milano, 2006, vol. 1, p. 708a-715a, qui p. 712a-713b.
2 Merio Scattola, «La storia dei saperi politici nell’Europa moderna», in Gruppo di Ricerca sui Concetti Politici (cur.), Concordia Discors. Scritti in onore di Giuseppe Duso, Padova University Press, Padova, 2012, p. 197-225; id., «Zu einer europäischen Wissenschaftsgeschichte der Politik», in Christina Antenhofer, Lisa Regazzoni, Astrid von Schlachta (cur.), Werkstatt Politische Kommunikation. Netzwerke, Orte und Sprachen des Politischen. Officina Comunicazione politica. Intrecci, luoghi e linguaggi del «politico», Vandenhoeck und Ruprecht Unipress, Göttingen, 2010, p. 23-54.
3 Merio Scattola, «Domingo de Soto e la fondazione della Scuola di Salamanca», Veritas. Revista de filosofia, vol. LIV, num. 3 (2009), p. 52-70; id., «L’ordine del sapere. La bibliografia politica tedesca del Seicento», in id., L’ordine del sapere. La bibliografia politica tedesca del Seicento, numero monografico di Archivio della Ragion di Stato, vol. 10-11 (2002-2003), p. 5-39.
4 Aristoteles, De republica libri octo. Interprete et enarratore Iohanne Genesio Sepulveda Cordubensi, Apud Vascosanum, Parisiis, 1548.
5 Juan Ginés de Sepúlveda, «Democrates alter, sive de iustis belli causis apud Indos», traducción y edición de Marcelino Menéndez y Pelayo, Boletín de la Real Academia de la Historia, t. 21 (1892), p. 257-369, qui p. 278: «Nempe, ut intelligatur legum naturalium iudicium non a Christianis solum et scriptis Evangelicis petendum esse, sed etiam ab his philosophis, qui optime et sagacissime putantur de natura rerum ac de moribus deque omni reipublicae ratione disseruisse, praesertim ab Aristotele, cuius praecepta, perpaucis exceptis de rebus, quae captum humanum excedunt et homini, nisi per divina oracula explorata esse non possunt, tanto consensu et approbatione sunt a posteritate recepta ut jam non minus philosophi voces, sed communes sapientium sententiae ac decreta esse videantur». Cfr. Marcelino Menéndez y Pelayo, «Advertencia preliminar», ibid., p. 257-259, qui p. 258: «Sepúlveda, peripatético clásico, de los llamados en Italia helenistas o alejandristas, trató el problema con toda la crudeza del aristotelismo puro tal como en la Política se expone, inclinándose con más o menos circunloquios retóricos a la teoría de la esclavitud natural». Sul tema cfr. Domenico Taranto, «Introduzione. Juan Ginés de Sepúlveda e le ‹ragioni› della conquista», in Juan Ginés de Sepúlveda, Democrates secondo ovvero sulle giuste cause di guerra, cur. Domenico Taranto, Quodlibet, Macerata, 2009, p. IX-LV, qui p. XXXIII-XLII; Walter Ghia, Tra Spagna, Italia e Nuovo Mondo. Il pensiero politico di Juan Ginés de Sepúlveda, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 2008, p. 57-59.
6 Merio Scattola, «Henning Arnisaeus, Iohannes Althusius und die Grundlagen der politischen Ordnung», in Reinhard Blänkner (cur.), Europäische Bildungsströme. Die Viadrina im Kontext der europäischen Gelehrtenrepublik der Frühen Neuzeit (1506-1811), Scripvaz-Verlag Christoph Krauskopf, Schöneiche bei Berlin, 2008, p. 79-119.
7 Merio Scattola, «Arnisaeus, Zabarella e Piccolomini. La discussione sul metodo della filosofia pratica alle origini della disciplina politica moderna», in Gregorio Piaia (cur.), La presenza dell’aristotelismo padovano nella filosofia della prima modernità, Editrice Antenore, Roma-Padova, 2002, p. 273-309, qui p. 278-288.
8 William Frederic Edwards, «Paduan Aristotelianism and the Origins of Modern Theories of Method», in Luigi Olivieri (cur.), Aristotelismo veneto e scienza moderna. Atti del 25° Anno Accademico del Centro per la storia della tradizione aristotelica nel Veneto, Editrice Antenore, Padova, 1983, vol. 1, p. 206-220; Giovanni Papuli, «La teoria del regressus come metodo scientifico negli autori della scuola di Padova», ibid., vol. 1, p. 221-277.
9 Merio Scattola, «Methodus politices. Il contributo dell’aristotelismo padovano alla fondazione della filosofia pratica tedesca (1570-1650)», in Emilio Bonfatti, Herbert Jaumann, Merio Scattola (cur.), Italien und Deutschland. Austauschbeziehungen in der gemeinsamen Gelehrtenkultur der Frühen Neuzeit, Unipress, Padova, 2008, p. 75-138.
10 Giacomo Zabarella, De methodis libri quatuor (1578), in id., Opera quae in hunc diem edidit, in quinque tomos divisa, Apud Ioannem Mareschallum, Lugduni, 1587, to. 1, p. 54-135, lib. II, cap. 9, p. 77b-78b; id., De doctrinae ordine apologia (1584), ibid., to. 2, lib. II, cap. 5, p. 26. Cfr. Antonino Poppi, L’etica del Rinascimento tra Platone e Aristotele, La città del sole, Napoli, 1997, p. 231-246.
11 Henning Arnisaeus, Disputationum politicarum in academia Iulia propositarum prima, de constitutione politices, resp. Iohannes Angelius Werdenhagen, in id., Disputationum politicarum in academia Iulia propositarum prima[-duodecima], Ex officina typographica Iacobi Lucii, 1605, Helmaestadii, fo. A1-C2, 4°, hier par. 17-18, fo. A4r-v; id., Doctrina politica in genuinam methodum, quae est Aristotelis, reducta et ex probatissimis quibusque philosophis, oratoribus, iuris consultis, historicis et c. breviter comportata et explicata (1606), in id., Opera politica omnia duobus tomis distincta, Sumptibus haeredum Lazari Zetzneri, Argentorati, 1648, to. 1, lib. I, cap. 1, p. 3b: «Sed nos ad politicam redimus, ostensuri eam, quod sit practica, non alio quam resolutivo ordine tradi debere, cum omnis disciplina practica eo tractari debeat»; id., De republica seu relectionis politicae libri duo, quorum primus agit de civitate et familiis, secundus de rerumpublicarum natura et differentiis (1615), ibid., lib. II, Prooemium de ratione ordinis, sect. 3: Quod practicis disciplinis nequeat accommodari alius ordo quam analyticus, p. 280a-291a; Jakob Martini, Politica in genuinam Aristotelis methodum redacta, Sumptibus haeredum Clementis Bergeri, [Witebergae], 1630, lib. I, cap. 2, p. 12-13. Cfr. anche id., Disputatio II. quaestionum illustrium philosophicarum in illustri Wittebergensi academia proposita, resp. Fridericus Faber, Sumptibus Clementis Bergeri, Wittebergae, 1607, fo. A1-5, 4°, qui quaest. 7: An ethica eodem constet methodo, qua speculativae scientiae, fo. A4v; Johann Crüger, Collegii politici disputatio prima, de constitutione politices et societate civili in genere, resp. Guilielmus Ludovicus a Freybergk, in id., Clavus rerumpublicarum sive collegium politicum, Typis Chemlinianis, Giessae, 1609, fo. A1-C2, qui par. 17, fo. A4r-v; Bartholomaeus Keckermann, Systema disciplinae politicae publicis praelectionibus anno MDCVI propositum in gymnasio Dantiscano, Apud Guilielmum Antonium, Hanoviae, 1608, Systematis politici praecognita, p. 6; Christian Matthiae, Disputationum politicarum prima. [De politices natura in genere], resp. Iohannes Trost a Tiefenthal, Giessae, Imprimebat Casparus Chemlinus, 1611, in id., Collegium politicum secundum iuxta methodum logicam conscriptum et ad disputandum propositum in illustri academia Giessena, Excudebat Casparus Chemlinus, Giessae, 1611, p. 1-16, qui quaest. 10, p. 14; id., Systema politicum in tres libros distributum (1618), Typis et sumptibus Casparis Chemlini, Giessae, 1621, Prolegomena politica, sect. 1, theor. 3, p. 4; Johann Heinrich Alsted, Tomus quartus encyclopaediae, in quo philosophia practica quattuor hisce libris repraesentatur: 1. ethica, 2. oeconomica, 3. politica, 4. scholastica, in id., Encyclopaedia septem tomis distributa, [s. e.], Herbornae Nassoviorum, 1630, lib. XXIII, cap. 1, par. 5, p. 1389a.
12 Arnisaeus, Disputationum politicarum prima, de constitutione politices, par. 26-34, fo. B1v-2r; id., Doctrina politica, lib. I, cap. 1, p. 6a: «Hactenus immoratus est Aristoteles in explicando fine, qui est respublica cum suis speciebus»; id., De republica, lib. II, Prooemium de ratione ordinis, sect. 3, par. 9, p. 283a-b.
13 Sia Piccolomini sia Case proposero tuttavia l’uso del metodo compositivo nella filosofia pratica e definirono la politica come scienza. Cfr. Francesco Piccolomini, Universa philosophia de moribus [...] nunc primum in decem gradus redacta et explicata, Apud Franciscum de Franciscis, Venetiis, 1583, Introductio, cap. 32, p. 39 e cap. 6, p. 8; John Case, Sphaera civitatis, Excudebat Iosephus Barnesius, Oxoniae, 1588, lib. I, cap. 1, p. 8-9.
14 Peter Baumgart, Ernst Pitz (cur.), Die Statuten der Universität Helmstedt (1576), Vandenhoeck und Ruprecht, Göttingen, 1963, par. 262, p. 137 e par. 316, p. 149.
15 Friedrich Koldewey, Geschichte der klassischen Philologie auf der Universität Helmstedt, Druck und Verlag von Friedrich Vieweg und Sohn, Braunschweig, 1895, p. 23-68; Horst Dreitzel, «Hermann Conring und die Politische Wissenschaft seiner Zeit», in Michael Stolleis (cur.), Hermann Conring (1608-1681). Beiträge zu Leben und Werk, Duncker und Humblot, Berlin, 1983, p. 135-172; Merio Scattola, «Iohannes Caselius (1533-1613), ein Helmstedter Gelehrter», Wolfenbütteler Notizen zur Buchgeschichte, vol. 22 (1997), p. 101-121.
16 Corrado Malandrino, «Introduzione. La Politica methodice digesta di Iohannes Althusius», in Iohannes Althusius, La politica elaborata organicamente con metodo, e illustrata con esempi sacri e profani, cur. Corrado Malandrino, Claudiana, Torino, 2009, to. 1, p. 7-42; id., «La teologia federale calvinista e il federalismo nel pensiero di Althusius», in id., Luca Savarino (cur.), Calvino e il calvinismo politico, Claudiana, Torino, 2011, p. 161-191.
17 Iohannes Althusius, Politica methodice digesta atque exemplis sacris et profanis illustrata (1603), (Christophorus Corvinus), Herbornae Nassoviorum, 1614, 3. ed., rist. Scientia Verlag, Aalen, 1981, cap. 1, par. 1-2, p. 2: «Politica est ars homines ad vitam socialem inter se constituendam, colendam et conservandam consociandi. Unde συμβιωτικὴ vocatur. [par. 2] Proposita igitur politicae est consociatio, qua pacto expresso vel tacito, symbiotici inter se invicem ad communicationem mutuam eorum, quae ad vitae socialis usum et consortium sunt utilia et necessaria, se obligant». Cfr. ibid., cap. 2, par. 1-2, p. 13.
18 Arnisaeus, De republica, lib. I, Ratio ordinis, par. 7, p. 3a-b.
19 Henning Arnisaeus, Disputationum politicarum secunda, de familiis in genere, resp. Ioannes Caselius a Bracht, in id., Disputationum politicarum in academia Iulia propositarum prima[-duodecima], fo. D1-F4, qui par. 5, fo. D2r-v; id., Doctrina politica, lib. I, cap. 2, p. 15a-b; id., De republica, lib. I, cap. 1, sect. 6, p. 15b-17a.
20 Keckermann, Systema disciplinae politicae, Praecognita, p. 22-28: «Et tantum de obiecto prudentiae politicae. Sequitur finis, qui est vel principalis vel minus principalis [...]. Principalis politicae finis est, ad quem media politica principaliter referuntur. [p. 23] Et hic iterum vel absolute spectatur vel cum gradu eminentiae. Absolute spectatus politicae finis est publica honestas sive virtutum moralium communis publica actio atque exercitium [...]. [p. 27] Finis spectatus cum gradu eminentiae iterum est vel contemplatio vel religio [...]. Contemplatio est publicum exercitium virtutum intellectualium, sive est cognitio et consideratio earum rerum, quae hominis intellectum maxime perficiunt in hac vita, ut sunt res metaphysicae, physicae et mathematicae [...]. Religio est exercitium pietatis sive fidei et bonorum operum atque adeo cultus divini tam in doctrina quam in ritibus [...]. [p. 28] Et sic de fine politicae principali. Finis minus principalis est primo pax externa, 2. honor et gloria publica, 3. opes, abundantia et splendor». Cfr. Alsted, Tomus quartus encyclopaediae, lib. XXIII, cap. 1, par. 12, p. 1389b-1390b.
21 Arnisaeus, Disputationum politicarum prima, de constitutione politices, par. 21-24, fo. A4v-B1v; id., Doctrina politica, lib. I, cap. 1, p. 4b-5a; Matthiae, Disputationum politicarum prima. [De politices natura in genere], th. 7-12, p. 8-10; id., Systema politicum, Prolegomena, sect. 1, theor. 4-8, p. 4.
22 Arnisaeus, De republica, lib. II, Prooemium, sect. 4, par. 3-7, p. 291b-292b.
23 Arnisaeus, Disputationum politicarum prima, de constitutione politices, par. 23, fo. B1r;id., De republica, lib. II, Prooemium, sect. 4, par. 4, p. 291b-292a.
24 Arnisaeus, Doctrina politica, lib. I, cap. 1, p. 5a-b.
25 Arnisaeus, Doctrina politica, lib. I, cap. 1, p. 6a: «Imprimis igitur docendum est, ex quibus essentia reipublicae constituatur [...]. Constituitur autem respublica ex duabus partibus, scilicet ex imperantibus et obedientibus, id quod ex definitione reipublicae patet. Definitur enim III Politicorum, cap. 6, [1278b 8-11], IV Politicorum, cap. 1, [1289a 15-18] quod sit τάξις, id est ordo, ut Sepulveda vertit, aut, ut Thomas, ordinatio civitatis». Aristoteles, De republica libri octo. Interprete et enarratore Iohanne Genesio Sepulveda Cordubensi, Apud Vascosanum, Parisiis, 1548, lib. III, cap. 4, fo. 79a: «Est enim respublica ordo civitatis cum aliorum magistratuum tum eius maxime, cui tradita est summa rerum omnium potestas»; lib. IV, cap. 1, fo. 108b: «Est enim respublica ordo magistratuum in civitatibus»; id., Gli otto libri della repubblica che chiamono Politica di Aristotele. Nuovamente tradotti di Greco in vulgare Italiano per Antonio Brucioli, Per Alessandro Brucioli et i frategli, In Venetia, 1547, lib. III, cap. 4, fo. 53a: «Et è la republica ordinatione di città, et circa gli altri magistrati et massimamente circa circa questo che habbia somma autorità nella città»; Thomas Aquinas, Politicorum seu de rebus civilibus, in id., Opera omnia […] ornata, studio ac labore Stanislai Eduardi Fretté […]. Volumen vigesimum-sextum. In Aristotelis Stagiritae libros nonnullos commentaria V, Apud Ludovicum Vivès bibliopolam editorem, Parisiis, 1875, p. 90-513, qui lib. III, lect. 5, p. 221a: «Ostendit, quod sit respublica; et dicit, quod respublica nihil est aliud quam ordinatio civitatis quantum ad omnes principatus, qui sunt in civitate, sed pracipue quantum ad maximum principatum, qui dominatur omnibus suis principatibus». Cfr. Henning Arnisaeus, Disputationum politicarum quinta. De rebuspublicis in genere, item de mixta republica an detur, resp. Mauritius Canne, in id., Disputationum politicarum in academia Iulia propositarum prima[-duodecima], fo. P4-V1, 4°, qui par. 2, fo. Q1r; Jakob Bornitz, Partitionum politicarum libri quatuor. In quibus ordine et summatim capita artis politicae designantur de republica fundanda, conservanda, amplificanda et curanda, Apud Claudium Marnium et heredes Ioannis Aubrii, Hanoviae, 1608, p. 34: «Forma reipublicae consistit in nexu maiestate imperantium et obsequientium rerumque civilium huic unioni cohaerentium et inservientium».
26 La difesa più articolata di questa conclusione viene presentata da Arnisaeus, De republica, lib. II, cap. 1, sect. 2: Reipublicae naturam abstrahi a bonitate et malitia, p. 296b-301a. Arnisaeus, De republica, lib. II, Prooemium, sect. 4, par. 7-8, p. 292b-293a polemizza aspramente con Keckermann che a suo avviso confonderebbe il fine esterno (la virtù) con quello interno (l’ordine).
27 Arnisaeus, Doctrina politica, lib. I, cap. 6, p. 51a: «Melius igitur Cicero in somnio Scipionis [De re publica, lib. VI, cap. 13] attigisset naturam civitatis, dum civitates vocat ‹concilia coetusque hominum iure societatis [= sociatis]›, nisi collegiis et tribubus vel centuriis potius conveniret, cum civitas non tam hominum quam familiarum societas sit. Unde Aristotoles, lib. III Politicorum, cap. 6 [= cap. 5, text 13, 1280b 33-35; cfr. lib. III, cap. 5, text 14, 1281a 1-4] optime definit civitatem, quod sit societas domorum et generum seu familiarum, ut explicat Thomas [Politicorum seu de rebus civilibus, lib. III, lect. 7, p. 231b], vitae perfectae et per se sufficientis gratia. Finis enim civitatis, ad quem ordinatur, est bene et beate, quantum in multitudine fieri potest, vivere, ut idem Thomas ex Aristotele docet, qui ibi disputat contra Platonem contendentem, civitates, non propter bene vivere, sed ex indigentia et necessitate primum institui coeptas». Cfr. Thomas Aquinas, Politicorum seu de rebus civilibus, lib. III, lect. 7, p. 231b: «Ostendit gratia cuius finis instituta est civitas. Et dicit, quod finis civitatis, propter quod instituta est, est ipsum bene vivere. Civitas autem et illa, quae ordinantur ad civitatem, sunt propter finem civitatis. Civitas enim est communicatio bene vivendi composita ex generibus diversis et gratia vitae perfectae et per se sufficietis. Hoc autem est vivere feliciter; bene autem vel feliciter vivere in politicis est operari secundum optimam virtutem practice. Et propter hoc manifestum est, quod communicatio politica consistit in communicatione bonarum actionum et consistit in ipso vivere absolute. Apparet igitur, quod finis, propter quem instituta est civitas bene ordinata, est secundum virtutem perfectam vivere vel operari, et non ipsum convivere».
28 Aristoteles, Politica, cur. William David Ross, E typographeo Clarendoniano, Oxonii, 1957, lib. III, cap. 1, text. 8, 1275b 19-20, p. 70.
29 Aristoteles, Politica, lib. VI, cap. 5, text. 13, 1280b 33-35, p. 85; text. 14, 1280b 40-1281a 1, p. 85.
30 Arnisaeus, Doctrina politica, lib. I, cap. 6, p. 50b: «Principio vero separandum est nomen civitatis ab urbe et habitaculis […]. Quod si cohabitation facit civitatem, ut sentit Speusippus in Definitionibus Platonicis recte procedit [p. 136] argumentum Aristotelis III Politicorum, cap. 1, [1275a 7-8], quod multi cohabitent, qui non sunt cives, ut incolae, servi, et cives honorarii. Imo multi extra moenia habitant, qui cives tamen esse non desinunt. […]. Muri igitur civitatem non faciunt, cum Sparta, quam Xenophons in libro de laude Agesilai in Graecia in primis florere scribit, sine moenibus fuerit». Cfr. Pseudo Plato, Ὅροι [Definitiones], in Plato, Opera, cur. Ioannes Burnet, E typographeo Clarendoniano, Oxonii, 1907, to. 5, 415c: «Πόλις οἴκησις ἀνθρώπων κοινοῖς δόγμασιν χρωμένων»; Speusippus [= Pseudo Plato], Liber de Platonis definitionibus, in Alcinous, Speusippus, Xenocrates, Alcinoi philosophi Platonici De doctrina Platonis liber. Speusippi Platonis discipuli De Platonis definitionibus. Xenocratis philosophi Platonici Liber de morte, Apud Vascosanum, Parisiis, 1550, fo. 41r-47r, qui fo. 45v: «Civitas, habitatio multorum hominum communibus utentium legibus»; Xenophon, Agesilaus, cur. E. C. Marchant, Harvard University Press, Cambridge, Massachusetts, 1968, cap. 2, par. 24, p. 94.
31 Arnisaeus, Doctrina politica, lib. I, cap. 6, p. 51a: «Vulgariter definiunt civitatem, quod simultitudo seu coniunctio hominum iisdem legibus vel eidem potestati subiectorum, ut Speusippus in Definitionibus Platonis, [fo. 45v]; Bodinus I De republica, cap. 6, [1586, p. 45-46]; Althusius in Politica, [cap. 5, par. 49, p. 71]. Sed hi non distinguunt inter civitatem et rempublicam, sicut nec Thomas dum I Politicorum, cap. 1 [= Prologus, p. 90b] ait: ‹Civitas est principalis simum eorum, quae humana ratione constitui possunt›, quod de republica quidem accipi, de civitatem in ime potest. Nam civitas est quasi materia, in quam res publica tam quam forma inducitur. Unde Isocrates in Panathenaico [par. 138] et Areopagitico [par. 14] rem publicam vocat civitatis animam, Aristoteles IV Politicorum, cap. 11, [1295a 40-b 1] vitam, et Speusippus in Definitionibus Platonis [fo. 45v-46r] virtutem. Illud, quomodo se habeat, pulchre explicavit Aristoteles III Politicorum, cap. 3 in fine [1276b 1-9], ubi rempublicam choris et harmoniis, civitatem personis et numeris comparat. Sicut enim iidem homines mox tragicum, mox comicum possunt constituere chorum: ita civitas eadem variis [p. 51b] potest informari rerum publicarum formis, sicut Hebraeorum civitas nunc a iudicibus, nunc a regibus, nunc a principibus, iterum a regibus, Sigonius, De republica Hebraeorum. Atheniensium primum a regibus, mox a populo universo, tum a paucis, iterum a populo, a tyrannis, a populo iterum, et consequenter a variis rerumpublicarum formis gubernata fuit, Sigonius, De republica Atheniensi; Zwingerus III Politicorum, cap. 2, [p. 234], eadem interim societate manente». Cfr. Arnisaeus, Disputationum politicarum prima, de constitutione politices, par. 24, fo. B1r-v.
32 Arnisaeus, Doctrina politica, lib. I, cap. 6, p. 50a-b: «Sed quia non est necesse, ut, priusquam familiae coeant in civitates, [p. 50b] praecedant pagi, et imprimis, quia aut parum a civitate differunt pagi, aut parum diversi et peculiaris iuris habent, Aristoteles in principio lib. III, [cap. 1, 1274b 32-38] pergit ad civitatem, quae est adaequatum subiectum politices, illamque quantum subiecti cognitio exigit, breviter explicat, cuius vestigia nos quoque sequamur».
33 Christian Liebenthal, Collegii politici disputatio quinta. De civitate et republica, resp. Petrus Burchtorphius, in id., Collegium politicum, Typis Nicolai Hampelii, Gissae Hessorum, 1619, disp. 5, parr. 58 e 61, p. 134.
34 Christian Matthiae, Disputatio politicarum quinta. De republica, resp. Christophorus Muckhius, in id, Collegium politicum secundum, p. 65-80, th. 36-37, p. 77: «Ordo vero, in quo forma reipublicae consistit, est ethicus sive moralis, in administratione prudentiae, iustitiae aliarumque virtutum consistens, sine quo multitudo domorum, ut ut affabre et concinne disposita quo ad locum et numerum, non tamen est respublica vel politia, sed barbaries politiae opposita. [th. 37] Et huius ordinis fundamentum sunt leges naturales, quarum sanctionibus si respublica est subnixa, sanctum reipublicae nomen existit»; id., Systema politicum, lib. II, exerc. 1, sect. 5, par. 4-5, p. 193.
35 Hermann Conring, XIV dissertatio de republica in communi (1653), resp. Otto Iohannes von Osten, genand Sacken, in id., Operum tomus III [...], continens varia scripta politica, cur. Iohannes Wilhelmus Goebelius, Sumtibus Friderici Wilhelmi Meyeri, Brunsvigae, 1730, p. 763-774, qui par. 3, p. 763: «Accipimus ergo vocabulum reipublicae pro integra civitate. Ubi consideranda venient: 1. forma, quae quasi anima est; 2. materia seu multitudo hominum. Illam communiter politici vocant formale civitatis et rempublicam proprie sic dictam; hanc materiale et stricte civitatem». Cfr. Christoph Besold, Principium et finis doctrinae politicae. Hoc est dissertationes duae, quarum una praecognita politices proponit, altera de republica curanda agit (1625), Sumptibus haeredum Lazari Zetzneri, Argentorati, 1642, Praecognita politica, cap. 5, par. 2, p. 45: «Differt a republica civitas, quod haec quasi materia est, in quam respublica tanquam forma inducitur. Late Arnisaeus Relectionis lib. I, cap. 5, sect. 3 rempublicam choris et harmoniis, civitatem personis et numeris comparat»; id., Synopsis politicae doctrinae (1623), Apud Iodocum Ianssonium, Amstelodami, 1648, 6. ed., Synopseos doctrinae politicae praecognita, par. 48, p. 29.
36 Arnisaeus, Doctrina politica, lib. I, cap. 6, p. 51b-52a: «Proinde rectius definimus civem, quod sit socius, qui cum sua familia in societate [p. 52a] familiarum bene vivere intendit».
37 Thomas Hobbes, Leviathan, or the Matter, Form, and Power of a Commonwealth Ecclesiastical and Civil, cur. William Molesworth, Printed for John Bohn, London, 1839, part 1, chapt. 16: Of Persons, Authors, and Things Personated, p. 147-152; Hasso Hofmann, Repräsentation. Studien zur Wort- und Begriffsgeschichte von der Antike bis ins 19. Jahrhundert (1974), Duncker und Humblot, Berlin, 1990, p. 374-405; Giuseppe Duso, La rappresentanza politica. Genesi e crisi del concetto (1988), Franco Angeli Editore, Milano, 2003, 2. ed. aggiornata, p. 55-119.
38 Jean Bodin, I sei libri dello stato. Volume primo, cur. Margherita Isnardi Parente, Torino, Unione Tipografico-Editrice Torinese, 1964, lib. I, cap. 6, p. 265. L’ultima frase della traduzione italiana è stata modificata per restituire il dettato della versione latina. Cfr. id., De republica libri sex, Latine ab autore redditi multo quam antea locupletiores, Apud Iacobum Du-Puys, Parisiis, 1586, p. 45-46: «Est autem civis nihil aliud [p. 46] quam liber homo, qui summa alterius potestati obligatur».
39 Arnisaeus, Doctrina politica, lib. I, cap. 6, p. 51b.
40 Arnisaeus, Doctrina politica, lib. I, cap. 6, p. 51b-52a. Cfr. sopra nota 36.
41 Arnisaeus, De republica, lib. I, cap. 5, sect. 5, par. 30, p. 227a.
42 Hermann Conring, XI Dissertatio de cive et civitate in genere considerata (1653), resp. Augustus Milagius, in id., Operum tomus III,p. 723-738, qui par. 8, p. 724.
43 Conring, Dissertatio de cive et civitate in genere considerata, par. 6, p. 724: «Sicuti autem in omni in universum societate is socii demum appellationem meretur, qui salutem societatis per se promovere velit et possit (quod exemplo a navigantibus petito ostendit Aristoteles III Politicorum, cap. 3), ita nemo in τελειοτάτην illam κοινωνίαν […] admitti debet, qui tali facultate destituatur, qua finem civitati propositum pro viribus possit adiuvare».
44 Aristoteles, Politica, lib. IV, cap. 11, 1297b 35-1298a 4, p. 136.
45 Aristoteles, Politica, lib. III, cap. 1, 1275b 5-7, p. 69.
46 Arnisaeus, De republica, lib. I, cap. 5, sect. 5, par. 15, p. 223b.
47 Jean Bodin, Methodus, ad facilem historiarum cognitionem, Apud Martinum Iuvenem, Parisiis, 1566, cap. 6: De statu rerumpublicarum, p. 179-181. Cfr. anche Christoph Besold, Classis primae disputatio undecima, de iure ordinibusque civium (1614), resp. Iohannes Gall, in Gallhofen et Wüderdruß, in id., Collegii politici (passim iuridicis et philosophicis digressionibus illustrati) classis prima, reipublicae naturam et constitutionem XII. disputationibus absolvens, Typis Iohannis Alexandri Cellii, Tubingae, 1616, disp. 11, p. 34, disp. 11, par. 1, p. 1; id., Politicorum libri duo. Quorum primus reipublicae naturam et constitutionem XII capitibus absolvit, alter vero de republica in omnibus partibus gubernanda IX sectionibus tractat (1618), Prostat in bibliopolio Iohanni Alexandri Cellii, Francofurti, 1620, cap. 11, par. 1, p. 382-383; id., Synopsis politicae doctrinae (1623), Apud Iodocum Ianssonium, Amstelodami, 6. ed., 1648, cap. 15, par. 1-2, p. 163-164.
48 Conring, Dissertatio de cive et civitate in genere considerata, par. 9-10, p. 724-725.
49 Plato, Κρίτων [Crito], in id., Opera, cur. Ioannes Burnet, to. 1, 51e-52a; Xenophon, Cyropaedia. Book I-IV, cur. Walter Miller, Harvard University Press, Cambridge, 1914, lib. I, cap. 4, par. 20, p. 106 (ἄρχειν καὶ ἄρχεσθαι); id., Constitution of the Lacedaemonians [Lacedaemoniorum res publica], in id., Scripta minora, cur. E. C. Marchant e G. W. Bowersock, Harvard University Press, Cambridge, 1968, cap. 6, par. 2, p. 156; Aristoteles, Politica, lib. III, cap. 4, 1277b 7-16, p. 74; lib. VII, cap. 14, 1332b 11-15, p. 237 (ἄρχειν καὶ ἄρχεσθαι). Cfr. Fernando Vázquez Menchaca, Illustrium controversiarum aliarumque usu frequentium libri tres. Pars prima, tres priores libros continens (1564), In officina Iacobi Stoerii et Francisci Fabri, Lugduni, 1599, lib. I, cap. 1, par. 25, p. 57-58 e cap. 21, par. 23, p. 200-201; Pierre Grégoire, De republica libri sex et viginti, in duos tomos distincti. [Tomus primus], Lugduni, Sumptibus Ioannis Baptistae Buysson, 1596, lib. I, cap. 2, p. 12-14; Althusius, Politica, cap. 1, par. 34, p. 10: «Imperare, regere subiici, regi et gubernari sunt actiones naturales»; Lelio Zecchi, Politicorum sive de principatus administratione libri tres. Theologice, iuridice et historice tractati, Apud Ioannem Gymnicum, Coloniae Agrippinae, 1600, lib. I, cap. 1, par. 2-3, p. 3-10; Heinrich Velsten, Decas IIX quaestionum politicarum. De maiestate et magistrato, resp. Georgius Lehemair, Excudebat Iohannes Schmidt, Witebergae, 1610, quaest. 1, fo. A2r-3r; Alberto Bolognetti, De lege, iure et aequitate disputationes, tam iurisprudentiae quam philosophiae Aristotelicae studiosis cognitu utiles et necessariae (1570), Typis Zachariae Lehmanni, Witebergae, 1594, cap. 12, p. 246-266; Christoph Besold, Classis primae disputatio prima praecognita prudentiae politicae proponens (1614), resp. Georgius Christophorus a Schallenberg in Biberstein, in id., Collegii politici classis prima, disp. 1, par. 24, p. 14-16; Aristoteles, Ἐκτῶν Ἀριςτοτέλους Πολιτικῶν. Cum annotatione critica, [cur. Friedrich Wolfgang Reiz], Apud Iacobaeerum, Lipsiae, 1776, Περὶτοῦ ἄρχειν καὶ ἄρχεσθαι p. 15-24. Cfr. Hans Beck, Introduction. A Prolegomenon to Ancient Greek Government, in id. (cur.), A Companion to Ancient Greek Government, Wiley-Blackwell, Malden, MA, 2013, p. 1-6, qui p. 3; Peter L. P. Simpson, Aristotle, ibid., p. 105-118.
50 Conring, Dissertatio de cive et civitate in genere considerata, par. 10, p. 724-725.
51 Marcus Tullius Cicero, De re publica, cur. Clinton Walker Keyes, Harvard University Press, Cambridge, Massachusetts, 1928, lib. II, cap. 42, par. 69, p. 180-182; Aurelius Augustinus, De civitate Dei, in Jacques-Paul Migne (cur.), Patrologiae cursus completus. Series Latina, Jacques-Paul Migne, Lutetiae Parisiorum, 1845, vol. 41, lib. II, cap. 21, par. 1, col. 66; François Hotman, Francogallia, Ex officina Iacobi Stoerii, [Genevae], 1573, cap. 10: Qualis regni Francogallici constituendi forma fuerit, p. 79-80; Bodin, Methodus ad facilem historiarum cognitionem, cap. 6: De statu rerumpublicarum, par. Optimus reipublicae status, p. 319-320; par. Status et conversiones imperii Hebraeorum, p. 341; par. Conversiones rerumpublicarum, p. 263; id., I sei libri dello stato. Volume terzo, cur. Margherita Isnardi Parente e Diego Quaglioni, Torino, Unione Tipografico-Editrice Torinese, 1997, lib. VI, cap. 6, p. 627-630; [Innocent Gentillet], Commentariorum de regno aut quovis principatu recte et tranquille administrando libri très, [Apud Cornelium Sutorium? Marca: «Consilium, pietas, politeia coronam firmant»], [Ursellis?], 1577, lib. III, cap. 30, p. 591-592; Grégoire, De republica libri sex et viginti lib. VI, cap. 1, par. 5, S. 281-282; Althusius, Politica, cap. 1, par. 35-37, p. 11. Cfr. Dietmar Peil, «Concordia discors. Anmerkung zu einem politischen Harmoniemodell von der Antike bis in die Neuzeit», in Klaus Grubmüller, Ruth Schmidt-Wiegand, Klaus Speckenbach (cur.), Geistliche Denkformen in der Literatur des Mittelalters, Wilhelm Fink Verlag, München, 1984, p. 401-434; Anna Maria Lazzarino Del Grosso, «Concordia (harmonia)», in Francesco Ingravalle, Corrado Malandrino (cur.), Il lessico della Politica di Johannes Althusius. L’arte della simbiosi santa, giusta, vantaggiosa e felice, Leo S. Olschki editore, Firenze, 2005, p. 125-142.
52 Thomas Aquinas, Opera omnia […] ornata, studio ac labore Stanislai Eduardi Fretté […]. Volumen primum. Summa theologica. Pars prima seu Summa naturalis, Apud Ludovicum Vivès bibliopolam editorem, Parisiis, 1871, Ia, quaest. 13, art. 10, resp., p. 99a-b: «Respondeo dicendum, quod hoc nomen, Deus, in praemissis tribus significationibus non accipitur neque univoce, neque aequivoce, sed analogice»; Thomas de Vio Caietanus, Tractatus quintus de nominum analogia, in id., Opuscula omnia in tres distincta tomos, Apud haeredes Iacobi Iuntae, Lugduni, 1562, to. 3, tract. 5, p. 211b-219b, qui cap. 1, p. 212a. Henning Arnisaeus, «Notae», in Fortunatus Crellius, Isagoge logica in duas partes tributa communem et propriam. Cum notis Henningi Arnisaei (1584), Impensis Iohannis Thymii, Francofurti [ad Viadrum], 1609, p. 766, Part. comm, lib. I, cap. 4, nota α, p. 54-56.
53 Arnisaeus, De republica, lib. I, cap. 5, sect. 5, par. 17, p. 224a: «Analoga vero non ita se habent, quia genus non diffunditur per omnes species aequaliter, sed aliter in huius, aliter in illius definitione accipitur».
54 Arnisaeus, De republica, lib. I, cap. 5, sect. 5, par. 18, p. 224b: «Interim a potiori fit denominatio, et priora genera secundum minus imitantur denominationem posterioris». Cfr. Michael Piccart, In Politicos libros Aristotelis commentarius, Impensis Iohannis Börneri senioris et Eliae Rehefeld, Lipsiae, 1615, lib. III, cap. 1, p. 336-344; Girolamo Garimberto, De reggimenti publici de la città, In Vinegia, Appresso Girolamo Scotto, 1544, lib. I, fo. XIv: «Qual’adonque fia la vera diffinition del cittadino addimandò allhora il Bino. Sarà pur questa istessa (rispose il Tolomeo) la quale corregendosi si viene affar universale in ciascuna policia. Conciò sia che quello non è solamente cittadino che in fatto partecipa della giudiciaria podestà della città, ma quello il qual è atto a poter partecipar e della giudiciaria e della deliberativa insieme. Et cotal diffinitione si verifica in ogni policia. Nella popolare, per che questi sono eletti di fatto, et in quella degli pochi e degli ottimati, anchor che di fatto eletti non siano, nondimeno tutti quelli che sono virtuosi et atti al governo, dalla vertù et attitudine loro sono propriamente detti veri cittadini»; Gasparo Contarini, De magistratibus et republica Venetorum libri quinque, Apud Hieronymum Frobenium et Nicolaum Episcopium, Basileae, 1544, lib. I, p. 31-32; Carlo Sigonio, De republica Atheniensium liberi quattuor, Apud Ioannem Rubrium, Bononiae, 1564, lib. I, cap. De populari republica Atheniensium, p. 40-42; Carlo Sigonio, De republica Hebraeorum libri septem, Apud Ioannem Rossium, Bononiae, 1582, lib. I, cap. 6, p. 28-30.
55 Arnisaeus, De republica, lib. I, cap. 5, sect. 5, par. 20, p. 225a: «Proinde non omnis definitio aequaliter omnibus speciebus univoce competere potest, non certe iis, quae dicuntur ἀφ’ενός, πρὸς ἕν aut κατ’ἀναλογίαν, in quorum ordine cives locari ex eo patet, quod a simplici civitatis societate, quae a primordio iis competit, aliter recedatur minus in democratia, magis in aristocratia et monarchia, omnium vero maxime in corruptis statibus, in quibus a suffragiis populus prorsus excluditur, cum tam in aristocratia quam regno admitti, salvo statu, possit».
56 Conring, Dissertatio de cive et civitate in genere considerata, par. 6, p. 724, citato sopra nella nota 43.
57 Conring, Dissertatio de cive et civitate in genere considerata, par. 14-15, p. 725-726: «Ius denique suffragiorum civi nostro adscribimus, sive id τῇ κρίσει sive cum Piccarto [In Politicos libros commentaria, lib. III, cap. 1, p. 336] τῇ ἀρχῇ complectaris. Est enim id usque adeo proprium veri civis κριτήριον, ut officio suo nullo modo defungi dextre possit, nisi deliberationibus et suffragiis ferendis adhibeatur. Evincimus id hoc argumento. Quicumque salutem civitatis ope consilioque pro viribus iuvare tenetur, is ad suffragia in magni momenti negotiis admitti debet. Atqui omnes cives. Quomodo enim suppetias feret reipublicae, qui morbos eiusdem ignorat? Et quomodo quis membrum societati audiret, qui ad sententiam de rebus ad societatem pertinentibus dicendam non adhiberetur? Sane plebs Romana, antequam ad suffragia et honores admitteretur, conqueritur, sibi nec in consortio nec societate reipublicae esse licere, apud Livium, lib. VI, cap. 37. Quod tamen cum dicimus, non ita accipi sententiam nostram volumus, quasi omnes cives de quibuslibet negotiis ferre suffragia deberent, (hoc enim et immensum laborem et liberalius, quam in quosvis promiscue cadit, otium exigit), sed potest a civibus in quibusdam (minoris praesertim momenti) negotiis aliquibus potestas definiendi et decidendi committi, qui ea autoritate armati universum populum repraesentant. Omnes autem ii doctissimi viri, qui suffragiorum iura a civibus abesse posse existimant, videntur non tam rem ipsam et definiti ad Aristotele civis perfectionem quam mores Romanae reipublicae spectasse, in qua multi civitatem, sed sine suffragio sunt adepti. Gellius, lib. XVI, cap. 13, Livius, Cicero passim. Accidit semper frequenter, ut a splendore et magnitudine reipublicae Romanae deceptis mores eiusdem pro communibus et universalibus praeceptis venditentur. De tribus autem his essentialibus notis latius et distincte agentem vide Philosophum lib. IV Politicorum, cap. 14, 15, 16, [1297b 35-1301a 15]. [par. 15] His ita positis, manifestum (opinor) erit, primo quibus de causis Aristoteles noster [Politica, lib. III, cap. 1, 1275b 5-7] civem in statu populari et democratia maxime definitum esse affirmet, nimirum non tam, quod optima respublica, si introduci posset, popularis futura esset, (hoc enim ad democratiam applicari nequit per ea, quae contra Platonem disputat Philosophus lib. IV Politicorum, cap. 2, [1289b 5-11]), sed quia in his [p. 726] speciebus nihil ferme, quod alicuius est momenti, definiri solet, nisi sciente et approbante multitudine. In aliis autem rebuspublicis, necessitate tantum postulante, conciones indicuntur ac paucissimi ad suffragia de re communi admittuntur, uno vel oppido paucis rempublicam occupantibus. In hanc sententiam Cicero [Brutus Attico, ep. 17, par. 6] civem definit, quod sit, qui non potest pati eam in sua civitate potentiam, quae supra leges esse velit. Quae certe definitio omnium optime statui populari et democratiis applicatur. In tyrannide enim, regno et oligarchiis legum claustra facillime perrumpunt summae potestates».
58 Conring, Dissertatio de cive et civitate in genere considerata, par. 36, p. 732; id., XIII Dissertatio de necessariis civitatis partibus (1679), resp. et auct. Fridericus Iacobus Lautitz, in id., Operum tomus III, p. 748-763, qui th. 2, par. 1, p. 749.
59 Aristoteles, Politica, lib. II, cap. 1, 1261a 22-24, p. 27. Cfr. Hubert van Giffen, Commentarii in Politicorum opus Aristotelis, Impensis Lazari Zetzneri bibliopolae, Francofurti, 1608, lib. II, cap. 1, p. 151-152; Piccart, In Politicos libros Aristotelis commentarius, lib. II, cap. 2, p. 166-167.
60 Conring, Dissertatio de necessariis civitatis partibus, th. 3, par. 1, p. 749: «Quia vero non multa modo, sed et varia requirit indigentia humana, idcirco omnem civitatem ex variis vitae generibus constare oportet et, quod inde sequitur, nulla non civitas ex specie differentibus constare hominibus».
61 Merio Scattola, «August Ludwig Schlözer und die Staatswissenschaften des 18. Jahrhunderts», in Heinz Duchhardt, Martin Espenhorst (cur.), August Ludwig (von) Schlözer in Europa, Vandenhoeck und Ruprecht, Göttingen, 2012, p. 87-110, qui p. 101-106.
62 Conring, Dissertatio de necessariis civitatis partibus, th. 15, par. 1, p. 763: «Illud autem facile ex iis, quae hactenus ordine proposuimus, patescit: eum, qui reipublicae cuiusdam, sive suae, cuius usibus se parat, sive alienae, accuratam notitiam parare velit, illas singulas partes sollicite non duntaxat explicare debere, sed quoque tum demum rempublicam salvam atque incolumen fore, si partibus illis singulis probe efformata fuerit, ruinam vero minari ac tandem collabi, si quis circa easdem error paulo maior commissus fuerit».
63 Merio Scattola, La nascita delle scienze dello stato. August Ludwig Schlözer (1735-1809) e le discipline politiche del Settecento tedesco, Franco Angeli, Milano, 1994, p. 232-241.
64 Hermann Conring, Exercitatio historico-politica de notitia singularis alicuius reipublicae (1730), in id., Operum tomus IV [...], continens varia scripta politica et historica, inprimis descriptiones potiorum totius orbis rerumpublicarum et dissertationes iura maiestatica et quae ad commercia promovenda faciunt illustrantes, cur. Iohannes Wilhelmus Goebelius, Sumtibus Friderici Wilhelmi Meyeri, Brunsvigae, 1730, p. 1-43, qui par. 1, p. 1: «Notitia reipublicae singularis non unius est generis, sed diversa cum obiecti tum ipsiusmet cognitionis ratione. Etenim nunc circa totum reipublicae corpus versatur notitia, nunc circa hanc aut illam reipublicae partem. Intelligimus autem hoc loco reipublicae nomine, non πολιτείαν seu formam regiminis, sed recepto hodie loquendi more integrum corpus civilis alicuius societatis, quod Romanis olim civitas, ut Graecis πόλις audiit. A quibus tamen vocibus iam abstinemus, quoniam illae antiquam significationem pene perdiderunt et nonnisi oppida aut urbes designant, usus autem communis loquendi sit observandum».
65 Melchiorre Gioia, Filosofia della statistica. Tomo I (1826), Da’ Torchi del Tramater, Napoli, 1831, Discorso elementare, par. 1, p. 1: «La parola stato nel linguaggio comune si limita a significare la descrizione delle qualità che caratterizzano o degli elementi che compongono uno stato. Ciò che più interessa in un’unione d’uomini o in una popolazione sono i mezzi con cui sussiste, i beni di cui fruisce, i danni cui va soggetta; così l’idea primaria che affiggere si debbe alla parola statistica si è la descrizione economica delle nazioni in un’epoca determinata; essa addita le fonti delle loro ricchezze, i metodi con cui le distribuiscono, gli usi che ne fanno». Cfr. Vinzenz John, Geschichte der Statistik. Ein quellenmäßiges Handbuch für den akademischen Gebrauch wie für den Selbstunterricht. Erster Teil. Von dem Ursprung der Statistik bis auf Quetelet (1835), Verlag von Ferdinand Enke, Stuttgart, 1884, p. 274-314.