Source: http://www.slideshare.net/saramantenuto/creative-commons-7297530
Timestamp: 2015-11-30 02:51:35+00:00
Document Index: 129968511

Matched Legal Cases: ['art. 21', 'art. 15', 'art. 1', 'art.45', 'art 46', 'art. 49', 'art. 50', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 46', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 52', 'art.52', 'art. 2', 'art. 52', 'art. 52', 'art. 1', 'art. 52', 'art. 7', 'art. 12', 'art. 142']

Stato di attuazione Asse 3 - Provin...
Tesina in Diritto industriale, A.A. 2010/11
LA PROPRIETA’ INTELLETTUALE 2.0: I CREATIVE COMMONS“Penso che ciò di cui siamo testimoni sia una reale e tangibile manifestazione del WE, vistoche oggi possiamo abilitare gamme di gruppi molto più varie alla creazione, condivisione ecelebrazione della propria creatività o del proprio attivismo, più di quanto sia mai statopossibile in precedenza. Questo è diventato il focus centrale di ciò che è interessante nellenuove tecnologie, da un punto di vista accademico – come nel lavoro di personaggi comeYochai Benkler – ma anche politico, come nella campagna elettorale di Obama, che hamostrato l’enorme potenziale dei gruppi di attivisti oggi abilitati”.Lawrence Lessig, fondatore di Creative Commons.Il manifestarsi del WE è diventato anche il focus centrale della dottrina in merito allaregolamentazione del diritto d’autore e del diritto della proprietà industriale. Infatti, larivoluzione telematica e comunicativa ha creato un nuovo soggetto collettivo, il “WE”appunto, termine introdotto dalla letteratura contemporanea sulle nuove forme di socialitàed economia web based: oggi ogni utente è insieme client e server, parte attiva e partepassiva allo stesso tempo del sistema di informazione e comunicazione. Le pratiche di filesharing hanno di fatto introdotto un nuovo modello di produzione dei contenuti e dellaconoscenza, il modello “common based peer-to-peer” 1. Con questo modello socio-economico si perdono dunque le tradizionali dicotomie tra le fonti della comunicazione(emittente e ricevente) e della produzione di opere (autore e produttore/editore). S’imponedunque una riflessione sui principi giuridici che tradizionalmente regolano i rapporticontrattuali che insorgono con la creazione di un’opera multimediale. Simone Aliprandi, nel suo libro “Capire il Copyright” 2 presenta le opinioni autorevoli(più o meno condivise) degli studiosi del diritto in merito alle nuove problematichegiuridiche, che sono riconducibili a tre fattori.Innanzitutto il conflitto con le libertà fondamentali dell’individuo garantite dagli articoli 21 e15 della Costituzione italiana. Il web ospita infatti pagine wiki, blog e forum in cui gli utentiproducono contenuti e vere e proprie opere (si pensi all’enciclopedia collettiva “Wikipedia”),si scambiano informazioni e commenti come in una nuova forma di comunicazioneepistolare. Appare dunque evidente il conflitto tra la giurisdizione del diritto d’autore e dellaproprietà industriale e la questione relativa ai diritti personali di espressione, accesso allacultura e all’informazione (art. 21 Cost.); e al diritto all’inviolabilità della corrispondenza ecomunicazione tra privati cittadini (art. 15 Cost.).In secondo luogo, si pone una problematica di natura socio-culturale: il tessuto socialeinfatti non percepisce come illecito la consuetudine, ormai radicata ed economicamente1 Termine introdotto da Yochai Benkler, docente alla Harvard Law School; ha coniato il termine “commonbased peer production” per designare un nuovo modello economico basato sulla collaborazione orizzontale,tra pari, possibile grazie alla Rete.2 Simone Aliprandi è un avvocato dedito ad attività di consulenza, formazione e ricerca nellambito del dirittodautore e più in generale del diritto dellICT. Dal 2005 è fondatore e responsabile del Progetto Copyleft-italia.it. Il suo libro “Capire il Copyright. Percorso guidato nel diritto d’autore” è disponibile all’indirizzohttp://www.copyleft-italia.it/images/stories/documenti/Aliprandi_capirecopyright.pdf
vantaggiosa per le parti, di scambiare file in rete. Lo scambio di file è parte delle nuoveforme di relazione dette “social networking”.Infine, un’ulteriore problematica per la regolamentazione delle nuove forme di produzionecreativa e innovativa è di natura puramente tecnico-giuridica e consiste nell’inesistenza disistemi centrali da colpire. In una pagina wiki, come in una community è infatti difficileindividuare il soggetto che ha effettivamente violato il diritto. In altri sistemi giuridici, comequello statunitense, è per questo previsto un generico obbligo di vigilanza a carico delserver provider sul traffico di file protetti da copyright. Se aggiungiamo alla perdita delle tradizionali dicotomie che consentonol’attribuzione della paternità di un’opera la perdita della materialità del supporto con cuil’opera circola – che è la condicio sine qua non per la brevettabilità, appare evidente lanecessità di ricerca di vie alternative per la tutela dell’autorialità. Infatti, la possibilità didigitalizzare un file elimina di fatto la necessità di procedimenti industriali per laduplicazione e diffusione dell’opera. Ciò introduce un’ulteriore problematica, legata allaperdita dei confini geografici entro cui un’opera circola: infatti, essendo digitale edestremamente malleabile, un’opera può circolare attraverso il web raggiungendorapidamente tutti i mercati mondiali. Se ne deduce la necessità di armonizzare le normecomunitarie in fatto di tutela e protezione dell’opera.Piuttosto che combattere in modo repressivo la diffusione incontrollata di un’opera,Aliprandi e parte della dottrina propongono nuovi modelli di regolamentazione che tendanoall’elasticità del sistema giuridico in materia di diritto d’autore e diritto della proprietàindustriale. Questa filosofia di pensiero si concentra sulla possibilità di CONSENTIREALCUNI UTILIZZI dell’opera originale piuttosto che vietarli, come si vedrà in seguito. E’ importante evidenziare a questo punto la differenza ontologica tra il dirittod’autore e brevetto. Spesso questi vengono erroneamente confusi, ma è bene chiarire chesi tratta di due strumenti di tutela ben distinti, con differenti caratteristiche e diversi campid’applicazione. Basti dire che il diritto d’autore attiene alla sfera delle opere dell’ingegno,mentre il brevetto attiene alle invenzioni industriali.Tuttavia in questa sede si parla di una revisione delle due fonti del diritto d’autore (normatoai sensi della Legge n.633 del 1941, di seguito LDA, che fa riferimento al codice civile) edella proprietà industriale (diritto dei marchi e brevetti, riuniti in un solo codice medianteDecreto legislativo n. 30 del 2005) perché nel caso delle opere digitali talvolta tali fontisembrano sovrapporsi. E’ il caso delle banche dati elettroniche, del design industriale e delsoftware. Proprio il dibattito della giurisprudenza in materia di software ci permetterà diintrodurre le nuove licenze d’uso GPL (General Public License) e il modello Copyleft. La prassi della tutela giuridica per software non si è sviluppata con la nascita deglistessi, bensì sono stati i crescenti interessi economici attorno al mercato dei software – apartire dalla fine degli anni settanta – a imporre l’attenzione della giurisprudenza sul tema.Fino ad allora, le aziende di informatica si servivano per la tutela dei meccanismitradizionali del diritto industriale, facenti capo ai due diversi modelli del diritto d’autore edel brevetto. Infatti si tratta di opere atipiche che racchiudono requisiti di entrambe lecategorie: opere artistico letterarie e invenzioni tecnico industriali.
Dunque le aziende produttrici di software invocavano la Legge sul diritto d’autore per ilcarattere creativo dell’opera – requisito base per l’applicazione della tutela dell’autorialità(art. 1 LDA, comma I). Tale requisito della creatività è scomponibile in due concetti:originalità e novità. - Originalità: l’opera deve essere frutto di un particolare lavoro intellettuale e deve riflettere l’impronta della personalità dell’autore 3; - Novità oggettiva, intesa come novità degli elementi essenziali e caratterizzanti che oggettivamente distinguono un’opera da altre dello stesso genere; il requisito della novità soggettiva invece richiede che l’opera rispecchi l’individualità culturale e creativa dell’autore 4 .Il diritto d’autore si origina quando nasce l’opera e non è soggetto ad una proceduraamministrativa di concessione. Il software è però non solo un’opera dell’ingegno dicarattere creativo, ma è anche un’opera destinata alla soluzione di problemi tecnici; in talsenso presenta il requisito della funzionalità (o applicabilità industriale) e potrebbeinvocare la brevettabilità. Infatti il diritto d’autore tutela solo la forma espressiva diun’opera 5 e non le idee, i procedimenti, i metodi di funzionamento o i concetti matematici –che sono alla base della creazione di un software.Ai sensi dell’art.45 e seguenti, sezione IV del Codice della proprietà industriale, lecondizioni per la brevettabilità sono la novità, l’originalità, l’applicabilità industriale, laliceità. - Novità: l’invenzione non deve essere compresa nello stato della tecnica; per stato della tecnica s’intende “tutto ciò che è stato reso accessibile al pubblico nel territorio dello Stato o all’estero prima della data del deposito della domanda di brevetto” (art 46, comma I); - Originalità: l’invenzione non deve risultare ovvia agli occhi di un tecnico esperto del settore; - Applicabilità industriale: l’invenzione deve essere sfruttabile ai fini pratici; un’invenzione è considerata atta ad avere un’applicazione industriale “se il suo oggetto può essere fabbricato o utilizzato in qualsiasi genere di industria” (art. 49, comma I); - Liceità: l’invenzione non deve essere contraria all’ordine pubblico e al buon costume (art. 50, comma I, II).3 Si precisa che non è richiesto un grado specifico del requisito di originalità; a tal proposito, la Corte diCassazione si è dichiarata con la sentenza n. 175 del 23/01/1969.4 E’ chiaro il conflitto con le pagine wiki, in cui non c’è un solo autore e l’opera è frutto della collettività; inquesto caso la dottrina riconduce tali opere agli schemi dell’opera collettiva, di cui all’art. 3 LDA in cuivengono definite come opere collettive quelle “costituite dalla riunione di opere o di parti di opere, che hannocarattere di creazione autonoma, come risultato della scelta e del coordinamento ad un determinato fineletterario, scientifico [...] o artistico”.5 intesa come forma interna, cioè la struttura espositiva dell’opera; e forma esterna, cioè la forma con cuil’opera appare nella sua versione originale.
Dunque, non costituiscono oggetto di brevettazione le idee astratte, scoperte, teoriescientifiche, modelli matematici; mentre costituiscono oggetto di brevettazione i risultatiche derivino da quanto precedentemente elencato, i nuovi procedimenti industriali eprodotti chimici e farmaceutici (infatti, l’art. 46 specifica al comma IV che le precedentidisposizioni “non escludono la brevettabilità di una sostanza o di una composizione disostanze già compresa nello stato della tecnica, purchè in funzione di una nuovautilizzazione”). Il caso della tutela di un software è chiaramente controversa. Ad oggi la rilevanzadei requisiti di creatività e originalità tipici del diritto d’autore prevale sulla peculiarità dellavocazione funzionale del software. Questo tipo di approccio è stato sancito per la primavolta nel 1980, negli Stati Uniti, con l’emanazione del “Software copyright Act”. In questocaso il legislatore ha scelto arbitrariamente quale disciplina applicare al software. Perl’Italia si è dovuto attendere la direttiva europea n. 91/250/CEE, del 1991, che reca l’intentodi armonizzare le norme comunitarie in fatto di protezione di software. In tale direttiva siinvitano pertanto gli stati membri ad applicare al software la normativa del diritto d’autore.La direttiva comunitaria viene recepita nell’ordinamento italiano con Decreto legislativo n.158/1992, intervenuto a modificare la legge sul diritto d’autore con l’introduzione dellaSezione VI al Capo III della LDA titolata “Programmi per elaboratore”. Il legislatore dunqueha riconosciuto il software come opera dell’ingegno, e con la ratifica della direttivacomunitaria, è stata riconosciuta allo stesso anche una tutela di carattere penale. Tuttavia, parte della giurisprudenza e della dottrina sono andante avanti con laproposta di brevettazione del software. Infatti, mentre è possibile ottenere un brevetto perl’hardware che permette una determinata funzionalità, non è possibile fare altrettanto peril software né accogliere le richieste di tutela per le invenzioni create per suo tramite. Inquesta sede appare importante ricordare che alcuni diritti riconosciuti dalla LDAverrebbero, a parere del Comitato economico sociale europeo (CESE) 6, messi in forse aseguito dell’approvazione della direttiva sulla brevettabilità delle invenzioni attuate tramiteprogrammi per elaboratori. Ci si riferisce ai diritti di effettuare copie di riserva per lo studioe l’uso del programma, e per “decompilare” il programma al fine di assicurarel’interoperabilità con altri programmi (artt. 64 ter, quater della LDA). Come giustamenteosservato dal CESE l’eventuale applicazione del regime giuridico dei brevetti vieterebbetalune azioni (come, appunto, la copia di riserva o la copia per assicurare l’interoperabilità)che invece sono state riconosciute lecite proprio dalla Direttiva 91/250/CEE. Di seguito siesamina la questione. La proposta di direttiva COM (2002) 92, fu presentata da Arlene McCarthy dellaCommissione giuridica per il mercato interno del Parlamento europeo nel 2002, etrasmessa al Consiglio ed al Parlamento europei. L’invito della McCarthy era quello diadottare una “common position” sulla proposta finalizzata alla formalizzazione di unadirettiva sulla “brevettabilità di invenzioni attuate per mezzo di elaboratori informatici”,ovvero le cosiddette “computer implemented inventions”. La proposta ha destato6 Il CESE ha una funzione consultiva. Esso viene definito come “il luogo di espressione della società civileorganizzata a livello europeo”.
immediato dibattito, “addebitabile al timore di vedere confuso l’ambito d’azione e di tuteladella disciplina del diritto d’autore con quella brevettuale, e più in concreto il rischio divanificazione di determinate esenzioni accolte dal diritto d’autore” – sottolinea l’avv. MarinaBenassi 7. La Commissione europea non ha ignorato la problematica sopra espostaevidenziando nella relazione alla proposta di direttiva che: “Né è probabile che larealizzazione di una copia di riserva nel contesto dell’utilizzazione autorizzata di un brevettoriguardante un elaboratore programma o l’esecuzione di un programma possa essereconsiderata una violazione.” È ovvio che la previsione semplicistica di “improbabilità dellaviolazione” non risponde ai criteri di certezza giuridica. Peraltro, questo obiettivo nonsembra essere stato perseguito dallo stesso art. 6 del progetto di direttiva che fa salve lefacoltà riconosciute dalla direttiva 91/250 relativa alla tutela giuridica dei programmi perelaboratori mediante il diritto d’autore. Nel sopraccitato art. 6, infatti, vengonoespressamente richiamate le disposizioni relative alla decompilazione edall’interoperabilità. Il CESE ha aspramente criticato l’art. 6 accusando la Commissione diaumentare la confusione poiché sembra conservare il regime giuridico del diritto d’autoreper i programmi che attuano le invenzioni ed hanno un carattere tecnico e, per un altroverso, integra queste disposizioni con quelle del regime dei brevetti.A voler disaminare attentamente la Direttiva l’obiettivo sarebbe proprio quello di conferirealle invenzioni attuate tramite programmi per elaboratori la duplice tutela offerta sia dalsistema brevettuale che da quello del diritto d’autore. Si tratterebbe, osserva l’Avv. E.Olimpia Policella, di una tutela di tipo cumulativa ”poiché il medesimo atto potrebbe, per unverso violare il codice sorgente protetto dal diritto d’autore e, per altro verso, violare le ideeed i principi di base rivendicati con il brevetto. Si aggiunga che l’insussistenza di un obbligodi depositare il codice sorgente per ottenere il brevetto potrebbe scatenare in Europa,come già verificatosi negli USA, una crescita esponenziale dei procedimenti giudiziari percontraffazione con quel che ne conseguirebbe soprattutto in capo alle PMI che nonpotrebbero coprire i costi delle perizie necessarie per la risoluzione della controversia” 8. Tuttavia i programmi per elaboratore ed i metodi commerciali (i cd. “businessmethods”) non sono ricompresi nella tutela offerta dalla direttiva proposta. Infatti,l’estensione della tutela si basa – ancora una volta – sul concetto di “contributo tecnico”quale conditio sine qua non per la brevettabilità 9. Nel sistema giuridico statunitense,invece, non si esige tale requisito e si lascia aperta la strada per la brevettazione anche deimetodi commerciali. Quindi la succitata proposta non prevede alcun tipo di possibilità dibrevettazione a favore di programmi per computer considerati separatamentedall’apparato che li supporta (hardware). In tal modo, si apre un dibattito anche sullacontraddizione tra i contenuti della direttiva e la Convenzione sul brevetto europeo (di7 M. Benassi, “La faticosa strada verso un accordo sul brevetto sulle invenzioni attuate per mezzo di software”su www.altalex.com.8 E. Olimpia Policella, “Il tormentato cammino del brevetto sul software” su www.diritto.it.9 Tale paradigma del contributo tecnico è tipicamente un prodotto europeo, largamente riconosciuto edapplicato nella giurisprudenza degli stati membri. Implica che l’invenzione attuata per mezzo di elaboratorielettronici, onde adire alla tutela garantita dalla direttiva, debba apportare “un contributo tecnico allo statodell’arte” e rappresentare pertanto un valore aggiunto rispetto al “mero” programma per elaboratore, ondeadire alla tutela garantita dalla direttiva.
seguito CBE) del 5 ottobre 1973 (più nota come Convenzione di Monaco) 10 la quale escludeespressamente il software dalle opere brevettabili (art. 52). La non brevettabilità delsoftware risente del pregiudizio secondo cui il software, al pari dei metodi matematici e deipiani intellettuali, non può avere carattere tecnico. In particolare, nel paragrafo 3 dell’art.52 CBE si escludono espressamente dalla brevettabilità i programmi per elaboratore “inquanto tali". Eppure la proposta COM 92 pretende la brevettabilità di “invenzioni attuate permezzo di elaboratori”. All’art. 2 della proposta la Commissione definisce tale tipo diinvenzione come “un’invenzione la cui esecuzione implica l’uso di un elaboratore, di unarete di elaboratori o di un altro apparecchio programmabile e che presenta a prima vistauna o più caratteristiche di novità che sono state realizzate in tutto o in parte per mezzo diuno o più programmi per elaboratore”. Tale definizione ha incontrato aspre critiche daparte del CESE (e non solo). Infatti, è stato evidenziato che il concetto di “rete” non vieneprecisato e che, pertanto, potrebbe trattarsi di internet. Ne deriverebbe la possibilità dibrevettare invenzioni effettuate su internet che possono, ovviamente, coincidereunicamente in un software! (Ed ecco, la contraddizione con la CBE). Ci sono dunque allarmanti contraddizioni in essere alla stessa relazione introduttivadella proposta di brevettabilità delle invenzioni attuate tramite software. Ciò avvalora la tesidel CESE secondo cui è tecnicamente impossibile distinguere tra cosa sia un programmaper elaboratore in quanto tale e cosa sia un software che produce un effetto tecnico:questa differenza sarebbe di mera creazione giurisprudenziale. Le critiche del CESEaccolgono i clamori che tale proposta di direttiva ha suscitato immediatamente nel mondoinformatico, rappresentato soprattutto da PMI e da associazioni che sostengono lo sviluppodel software. Difatti, ancor prima della presentazione della proposta da parte dellaCommissione il mondo informatico aveva avviato nel 1999 una petizione al Parlamentoeuropeo (petizione avviata da EuroLinux Alliance insieme ad aziende e associazioni opensource europee) che richiedeva il rispetto dell’art. 52 della CBE condannandopubblicamente la condotta dell’Ufficio europeo brevetti che continuava ad abusare del suopotere discrezionale per estendere il campo di applicazione dei brevetti. Infatti, non solo dalpunto di vista giuridico l’approvazione della proposta di brevettabilità per le invenzioniattuate tramite elaboratore costituirebbe il primo passo per la disapplicazione dell’art. 52CBE. Ma tale approvazione comporterebbe anche un rischio economico tangibile per le PMIche, a causa degli alti costi attualmente previsti per i brevetti, potrebbero di fatto vedersirelegate in nicchie di mercato o costrette ad accettare l’assorbimento da parte dei “grandi”dell’informatica. La dannosità dei brevetti per il mercato sarebbe dimostrata da diversiesempi tra cui si ricordano: - il caso di Amazon.com che ha ottenuto un brevetto su tecnologie esistenti correlate alla carta di credito, vale a dire dei link, dei cookies e dei browser costringendo l’azienda rivale (la sconosciuta Barnes & Noble) a ridimensionare notevolmente la sua attività; - i brevetti Internet attribuiti dall’USPTO, ma anche dall’UEB, su metodi banali come il One-click, le aste online o la pubblicazione di una database in rete;10 La Convenzione di Monaco è stata ratificata in Italia dalla Legge n. 260 del 26 maggio 1978 che, all’art. 1, haprevisto la ratifica e l’esecuzione di diversi atti internazionali disciplinanti la materia brevettuale. Il contenutodell’art. 52 della CBE, invece, è stato riprodotto nel nostro ordinamento giuridico dall’art. 7 del DPR 338 del22 giugno del 1979 che ha modificato l’art. 12 del R.D. n. 1127 del 29 giugno 1939 recante disposizionilegislative in materia di brevetti per invenzioni industriali.
- ed ancora i brevetti su tecniche informatiche ovvie come la correzione di un documento tramite l’uso di colori aggiuntivi diversi.In sostanza, l’approvazione della proposta di direttiva sulla brevettabilità delle invenzioniattuate tramite elaboratore favorirebbe unicamente le grandi imprese che potrebberosopportare i costi del brevetto, gli uffici legali esperti in tutela della proprietà intellettuale elo stesso Ufficio brevetti, considerato che il rilascio dei brevetti costituisce fonte di redditoper lo stesso 11. Sarà pertanto necessario effettuare ulteriori approfondimenti in materia. Intanto, proprio dal mondo dell’informatica e della cultura open source arrivanoproposte per una regolamentazione più elastica dell’autorialità rispetto ai nuovi contenutiprodotti (anche – e soprattutto – collettivamente) in rete. Il mondo informatico ha infattipreso atto – forse con più convinzione della dottrina e della giurisprudenza – della crisidell’impostazione classica rispetto al diritto d’autore, tradizionalmente basato sul principiodello “ius excludendi alios” per cui tale diritto è di tipo esclusivo. Tale principio diesclusività risulta di difficile – se non impossibile – applicazione nel complesso mondodella cultura attuale. Ciò richiede un ampliamento del campo d’interesse per il dirittod’autore alla musica, video, DVD, CD-Rom, documenti elettronici e opere multimedialicaratterizzate dall’interattività. Il modello giuridico tradizionale per le opere dell’ingegno è “tutti i diritti riservati”. Intal modo si determina un totale controllo della creatività, in contraddizione con la naturadel mondo digitale, aperto. Ma l’autore dell’opera può disporre dei propri diritti, decidendoanche di cederli. E’ attraverso la cessione dei diritti che si compone l’intero tessuto dei rapporticontrattuali sull’utilizzo e sfruttamento economico (che sono materia del Diritto Civile).Risulta in questa sede interessante passare in rassegna la storia evolutiva del dirittod’autore che fa capo a due diverse concezioni.L’una, di matrice francese, trova il suo seme nei sistemi di droit d’auter e viene adottata neisistemi giuridici di Civil Law. Questa impostazione prevede in capo all’autore un ampiofascio di diritti: infatti, l’autore può conservare un controllo sull’opera anche dopoun’eventuale cessione dei diritti patrimoniali. I diritti patrimoniali sono di natura esclusiva,sottoposti al principio dell’esaurimento (cioè il diritto si esaurisce con l’immissione sulmercato di copie legittime dell’opera); durano tutta la vita dell’autore e sino al 70° annodopo la sua morte 12. Ma i sistemi di Civil Law riconoscono all’autore anche diritti morali: inquesto caso si tratta di diritti perpetui (passano agli eredi dopo la morte dell’autore),incedibili e indisponibili. Infatti la LDA all’art. 142 dispone che l’opera possa essere ancheritirata per “gravi ragioni morali”.L’altra concezione del diritto d’autore è invece di matrice anglosassone e americana, trovail suo seme nei sistemi di Copyright ancora in vigore nei sistemi giuridici di Common Law.11 In effetti, la proposta di direttiva non farebbe altro che “legittimare” l’operato dell’Ufficio brevetti europeoche sembrerebbe aver concesso, sino ad oggi, già 25.000 brevetti ad invenzioni basate su programmi perelaboratori o a programmi per elaboratori in quanto tali.12 In caso di opere in comunione si fa riferimento alla data di morte dell’ultimo dei co-autori; in caso di operecollettive la durata dei diritti patrimoniali spettante a ogni collaboratore si determina sulla vita di ciascuno.
Questa seconda impostazione è rivolta alla tutela del diritto di riprodurre e distribuire sulmercato copie di un’opera; si tratta di una forma di tutela “ante omnia” in favore delsoggetto commerciale che si preoccupa di investire sulla commercializzazione dell’opera. All’origine del diritto d’autore vi è dunque l’intenzione comune alle due impostazionidi funzione di incentivo della produzione culturale; tale incentivo viene poi concretizzato aseconda dei sistemi giuridici di riferimento attribuendo maggiori prerogativeall’editore/produttore – dando maggiore rilievo al lato industriale del fenomeno diproduzione dell’opera, o all’autore. Attraverso strumenti di diritto internazionale si procedecostantemente ad un’opera di avvicinamento reciproco tra le due concezioni Civil eCommon Law.In questo senso, la nascita dei Creative Commons può essere vista come un tentativo –nato dal basso – di armonizzare i sistemi giuridici internazionali per favorire la circolazionedelle opere d’ingegno nell’era dell’iperconnessione digitale. Così, da una prassi nata inambito informatico negli anni ottanta per i software e la documentazione tecnica 13, è nato ilmodello del Copyleft ampliato all’ambito delle opere artistico-espressive e basato sullelicenze Creative Commons (Creative Commons Public License, di seguito CCPL). Si è già detto che la legge riconosce al creatore di un’opera dell’ingegno (titolare)una serie di diritti; e permette al titolare di disporne mediante licenza. Dunque la licenza èuno strumento (da non confondersi con la fonte dei diritti che sorgono grazie alla legge) perdisporre dei diritti d’autore attraverso la quale il titolare (detto licenziante) concede o menoalla controparte (licenziatario) alcuni diritti. Nel 2001 nasce una nuova forma di licenza: la CCPL. Si tratta di un tipo di licenzache concede l’attribuzione dei diritti sull’opera alla controparte, che può essere identificatain un qualunque fruitore dell’opera. Le CCPL vengono create negli Stati Unitidall’associazione no-profit Creative Commons - nata con l’ambizione di realizzare un dirittod’autore più flessibile per opere creative. Le CCPL sono state recepite e adattate al sistemagiuridico italiano da un gruppo di lavoro coordinato dal prof. Marco Ricolfi del Dipartimentodi Scienze Giuridiche di Torino. Creative Commons Italia non svolge attività di consulenzalegale, di registrazione, di archiviazione o catalogazione di opere dell’ingegno; è piuttostoun osservatorio virtuale del Copyleft come fenomeno sia giuridico che culturale, nonché sututte le nuove istanze di innovazione del diritto d’autore. Secondo il modello giuridico del Copyleft, l’autore – basandosi sul principio “alcunidiritti riservati” – allega all’opera una formale ed esplicita dichiarazione (detta“disclaimer”) in cui indica quale licenza ha scelto. Inoltre, per assicurarsi che la licenzapossa esplicare gli stessi effetti anche in paesi con sistemi giuridici diversi, e per ovviare aiproblemi di interpretazione e scelta della fonti normative applicabili, l’autore può indicareuna giurisdizione preferenziale – cioè il contesto giuridico cui fa riferimento. Allo scopo difacilitare l’armonia tra paesi con diversi sistemi giuridici, le licenze CCPL sono dotate diuna struttura precisa e uguale in tutti i paesi. Si strutturano in due parti: una prima parte incui si indicano le libertà che l’autore vuole concedere. Tutte le licenze consentono la copiae la distribuzione dell’opera; solo ove espressamente indicato è consentita anche lamodifica dell’opera. Nella seconda parte si esprimono le condizioni per l’utilizzo dell’opera.13 Il progetto GNU di R. M. Stallman ha inaugurato l’uso delle Generic Public Licenses. Il Progetto GNU è statolanciato nel 1984 per sviluppare un sistema operativo Unix-compatibile completo che fosse software libero.
Vi sono 4 clausole per le condizioni d’uso, che danno vita a differenti combinazioni e diversitipi di licenza:1) Attribuzione: opzione di default, indica che bisogna indicare la paternità dell’opera;2) Non commerciale: indica che non è permessa la distribuzione dello pera intesa o direttaprevalentemente al perseguimento di un vantaggio commerciale o compenso monetarioprivato;3) Non opere derivate: indica che non è possibile alterare l’opera, trasformarla, svilupparla;4) Condividi allo stesso modo: clasola tesa a garantire che le libertà conecesse sull’operasi mantengano anche su opere derivate da essa.La combinazione di tali opzioni di licenza d’uso determina 6 tipologie di CCPL: - Attribuzione - Attribuzione – Non opere derivate - Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate - Attribuzione – Non commerciale - Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo - Attribuzione – Condividi allo stesso modoAll’autore basta segnalare l’utilizzo della CCPL scelta 14. Dunque, con i Creative Commons è nata l’attribuzione condivisa, gli User GeneratedContent, e una forma di licenza che va “oltre il copyright” per condividere e diffondere inmaniera ampia informazioni, conoscenze e opere letterarie creative. E’ nato dal basso, sulweb, il nuovo modello del copyright. Concludendo, ciò che la presente rassegna del dibattito giuridico ha volutodimostrare è che anche di fronte ai meccanismi lenti e controversi della dottrina e dellagiurisprudenza il cambiamento socio economico non si arresta. L’energia collettiva del“We” prende parte attiva nel dibattito, e crea nuovi sistemi – condivisi - per la tuteladell’autorialità e della proprietà intellettuale e per la libera circolazione della conoscenzache è la linfa vitale dei nuovi movimenti rivoluzionari degli anni zero. Grazie allacollaborazione e alla condivisione, il nuovo soggetto collettivo “We” riesce a portarel’innovazione perfino in sistemi ingessati e gerarchici come quello del diritto. Condividere,remixare, ri-usare: legalmente si può. Bastava immaginarlo!14 Ulteriori info e spiegazioni dettagliate disponibili all’indirizzohttp://www.creativecommons.it/ccitfiles/brochureCCv2.pdf
Stato di attuazione Asse 3 - Provincia di Parma