Source: https://osservatorio.giur.uniroma3.it/il-sentencing-nel-caso-lubanga/
Timestamp: 2020-03-29 06:29:27+00:00
Document Index: 176694803

Matched Legal Cases: ['art. 21', 'art. 23', 'art. 77', 'art. 77', 'art. 145', 'art. 81', 'art. 78', 'art. 145', 'art. 78', 'sentenza ', 'art. 78', 'sentenza ']

o Il “sentencing” nel caso Lubanga - Osservatorio sulla Corte Penale InternazionaleOsservatorio sulla Corte Penale Internazionale
Alessia Parola e Eleonora Pividori
1. Il 14 marzo 2012 la Trial Chamber I, composta dai giudici Adrian Fulford, in veste di presidente, Elizabeth Odio Benito e René Blattmann, ha condannato Thomas Lubanga Dyilo, ai sensi degli artt. 8 (2)(e)(VII) e 25 (3)(a) dello Statuto di Roma, per aver coscritto e arruolato fanciulli infraquindicenni e per averli fatti partecipare attivamente ai conflitti che hanno interessato la regione dell’Ituri, nella Repubblica del Congo, fra il settembre 2002 e l’agosto 2003.
Successivamente, il 10 luglio 2012, la Camera ha proceduto al “sentencing”, che nella terminologia giuridica italiana può tradursi, con qualche approssimazione, come “commisurazione della pena”. La predetta decisione riflette un modello processuale di derivazione anglosassone, nel quale l’accertamento della responsabilità dell’imputato è distinto dal giudizio sulla sulla pena. I giudici hanno quindi considerato gli aspetti rilevanti ai fini della concreta determinazione della sanzione che l’imputato dovrebbe scontare qualora la condanna divenisse definitiva.
2. La decisione sul sentencing dà conto di alcuni sviluppi processuali successivi alla condanna, fra i quali la celebrazione di un’udienza pubblica, il 13 giugno 2013, per l’audizione di due ulteriori testi della difesa, a seguito della quale il Prosecutor, il rappresentante delle vittime, la difesa e l’imputato hanno reso proprie dichiarazioni.
Segue poi, nella motivazione, l’analisi dei princìpi giuridici entro i quali dovrebbe svilupparsi l’apprezzamento giudiziale della pena equa.
In quest’ottica vengono richiamate dalla Trial Chamber le decisioni di altri tribunali internazionali. Pur trattandosi di fonti estranee all’art. 21 dello Statuto, la Camera ha ritenuto che essi costituissero un utile punto di riferimento per verificare come fosse stato concepito il sentencing. Oggetto di esame sono state, soprattutto, le condanne emesse dal Tribunale del Sierra Leone[1], le sole concernenti il crimine ascritto a Lubanga: sentenze, queste, che hanno attribuito particolare peso agli “effetti” prodotti dal crimine – lo sradicamento dal contesto familiare e scolastico dei fanciulli, sovente sottoposti all’uso di droghe, il loro soggiogamento ad addestramenti crudeli e l’impiego finalizzato alla commissione di efferati delitti o per la protezione personale di comandanti – per valutare la gravità, talora reputata “eccezionale”, dell’illecito di volta in volta giudicato[2].
In direzione contraria e dunque nel senso di una mitigazione della pena – come rilevano i giudici della Trial Chamber – è stata invece valorizzata dalle sentenze del Tribunale per il Sierra Leone l’attivazione del condannato per il ristabilimento della pace[3].
Pure vengono rassegnate nel documento sul sentencing talune fra le più significative disposizioni dello Statuto di Roma che informano l’attività della Corte. Ha così luogo il richiamo ai portati del principio di legalità espressi dall’art. 23; all’obbligo del giudice di valutare le sole prove acquisite in udienza, nel limite della rilevanza ai fini del giudizio (76, comma 1, Statuto); nonché alla necessità di celebrare un’udienza pubblica se richiesto dalla difesa, dall’accusa o se ricorrano ragioni di opportunità (76, comma 2, Statuto).
I giudici della Trial Chamber richiamano anche la norma che fissa la durata massima della pena detentiva in trenta anni, salva la possibilità di infliggere l’ergastolo quando le caratteristiche del reo e del fatto a lui ascritto lo rendano indispensabile (art. 77, comma 1, dello Statuto e 145, comma 3, delle “Regole sul procedimento”). Con la condanna – ricorda la Corte – può essere inoltre disposta una sanzione pecuniaria, come pure la confisca dei proventi del delitto (art. 77, comma 2, Statuto).
Nella pur sintetica disamina compiuta dalla Corte dei princìpi che ne guidano l’operare appare degno di particolare attenzione il passaggio nel quale essa ricorda come la pena debba riflettere l’effettiva colpevolezza del condannato [art. 145 (1) (a) e (b)] e perciò contenersi nel limite della medesima; dovendo in ogni caso rispettare il criterio della proporzione con il fatto commesso [art. 81(2)(a)]. Il riferimento colpisce soprattutto per l’assonanza, quanto meno in linea di principio, con quegli indirizzi teorici che vorrebbero incentrare la misura della pena sugli specifici contenuti di riprovevolezza del fatto, in alternativa a modelli commisurativi più sensibili a finalità preventive di vario segno[4].
All’interno dei limiti così stabiliti la pena deve risultare dalla ponderazione di tutti i fattori rilevanti: vuoi che essi indichino una maggiore gravità del crimine, con la conseguente esigenza di incrementare la pena, vuoi che ne dimostrino una minore, imponendo un temperamento della sanzione. I fattori da considerare attengono sia alla gravità del crimine, sia alle “circostanze individuali” afferenti il condannato (art. 78 dello Statuto e 145 delle Regole sul procedimento), enumerate nell’art. 145(1)(c) e (2) delle “Regole sul procedimento”.
3. La Camera ha cura di distinguere l’astratta “gravità” che caratterizza le fattispecie criminose comprese nella giurisdizione della Corte penale internazionale dalla concreta “gravità” del crimine oggetto di condanna, risultante da puntuali dati storici.
In questa prospettiva, dopo aver ricordato come la gravità del crimine sia annoverata dall’art. 78 (1) dello Statuto tra i fattori rilevanti per la determinazione della pena, la Camera sottolinea come gli illeciti consistenti nella coscrizione e/o nell’arruolamento di minori di 15 anni, ovvero nel loro impiego nelle ostilità interessino senza dubbio la comunità internazionale nella sua interezza. Il disvalore che caratterizza le ipotesi citate è infatti particolarmente accentuato sia dalle modalità coattive della coscrizione, sia perché le vittime vengono esposte quali potenziali obiettivi negli scontri armati. L’estrema vulnerabilità dovuta alla giovane età imporrebbe infatti, ad avviso dei giudici, una tutela rafforzata del benessere psico-fisico dei fanciulli coinvolti, per scongiurare violenze o traumi derivanti dal reclutamento e dall’allontanamento dal contesto familiare e scolastico, nonché dall’inserimento in un ambiente fondato su aggressività e paura[5].
Sulla base di queste premesse, la Corte ha considerato quali elementi determinanti la concreta gravità del crimine e l’entità della pena da infliggere l’estensione degli effetti causati dal crimine, la “natura” della fattispecie realizzata, le circostanze di fatto, tempo e luogo degli illeciti, il tipo di contributo offerto dal condannato nonché la sua età, educazione, estrazione sociale ed economica.
a) La necessità di includere fra le “circostanze di fatto, tempo e luogo dei crimini”, delle quali tener conto ai fini della pena, l’estensione “su larga scala” degli illeciti attribuiti all’imputato era stata sottolineata, invero, dal Public Prosecutor, che aveva al riguardo indicato una serie di riscontri, tra i quali le deposizioni dei testi “P-0014” e “P-0016”. Da tali deposizioni è risultato che una significativa percentuale di reclutati al di sotto dei 15 anni di età si trovavano nel quartier generale a Bunia, nel periodo antecedente a quello contestato, e a Mandro, con una dislocazione in una pluralità di città che avrebbe confermato, secondo il rappresentante dell’accusa, la ramificata ed estesa azione compiuta dai reclutatori in un’ampia fascia di territorio ed a carico di numerose vittime. D’altra parte, il rapporto emesso il 25 aprile 2012 nell’interesse delle persone offese partecipanti al giudizio stima che circa 2.900 bambini al di sotto dei 15 anni siano stati arruolati dalla UPC/FPLC.
A tali argomenti aveva replicato la difesa di Lubanga, sottolineando il carattere generico o il difetto di prove che consentissero di individuare con certezza la percentuale di infraquindicenni tra le reclute, né il numero di fanciulli utilizzati attivamente nelle ostilità: tanto che – osservava la difesa – la sentenza di condanna, pur parlando del “diffuso reclutamento di giovani, compresi i bambini di età inferiore ai 15”, non è comunque pervenuta a una precisa identificazione del numero delle vittime.
D’altro canto, la circostanza che la qualità di infraquindicenne sia stata stabilita applicando criteri biometrici o semplicemente rilevando l’aspetto fisico dei soggetti reclutati avrebbe comportato, nell’ottica difensiva, un’insuperabile incertezza sul numero di giovani indebitamente arruolati nell’UPC/FPLC e in seguito utilizzati nelle ostilità. A sostegno di questa tesi, la difesa richiamava anche le dichiarazioni rese da alcuni testi che nel corso del giudizio avevano riconosciuto di aver mentito sulla propria età per beneficiare delle agevolazioni e dei benefici promessi da parte di organizzazioni locali ed internazionali nel contesto delle operazioni di smobilitazione[6].
In effetti, gli argomenti sviluppati dalla difesa sembrano aver trovato almeno parziale accoglimento nel quadro del sentencing, posto che i giudici, pur ribadendo come l’arruolamento da parte dell’UPC/FPLC di giovani anche al di sotto dei 15 anni costituisse una pratica molto diffusa, e pur riconoscendo che un numero significativo di fanciulli siano stati utilizzati quali guardie militari, accompagnatori o guardie del corpo per i leader dell’organizzazione, o addirittura siano stati impiegati in operazioni armate, ha altresì statuito l’impossibilità di esprimere una certezza definitiva sul numero delle vittime del crimine o sulla percentuale di infraquindicenni fra le reclute.
b) Neppure altri fattori di aggravio della pena segnalati dall’accusa – in primis, il brutale trattamento dei fanciulli reclutati e le dure condizioni alle quali erano assoggettati nei campi, ove era consentito l’uso di fruste e bastoni da parte degli istruttori – sono stati reputati dalla Corte riconducibili all’imputato. E alle medesime conclusioni i giudici sono pervenuti per quanto concerne gli episodi di violenza sessuale verificatisi in danno di fanciulli durante la permanenza nelle milizie, non essendo stato accertato né che Lubanga avesse ordinato o incoraggiato tali fatti, né che ne fosse a conoscenza; apparendo peraltro alla Corte non consentito ritenere che forme di sopraffazione o violenza sessuale abbiano luogo nell’ordinaria esperienza come conseguenze “normali” del reclutamento di minori.
In generale, inoltre, la Corte, nel ribadire che Lubanga si sia reso compartecipe di un piano comune per stabilire e mantenere il controllo politico e militare sul territorio dell’Ituri, ha tuttavia statuito che l’imputato non abbia avuto la diretta intenzione di costringere fanciulli al di sotto di 15 anni a partecipare alle ostilità dentro UPC/FPLC, ma ne abbia semmai semplicemente accettato il rischio, agendo, quindi, sulla base di un elemento psicologico che è stato ritenuto di minore gravità.
c) Anche su altro punto la Corte sembra aver accolto le tesi della difesa. Il Public Prosecutor aveva infatti proposto di considerare quale ragione di incremento della pena l’estrema gioventù di alcune vittime. La tesi è stata però rigettata in quanto, secondo i giudici, l’età inferiore ai quindici anni è un elemento costitutivo del crimine, al quale conferisce quella specifica gravità che consente di attrarlo alla giurisdizione della CPI, e non potrebbe quindi giocare anche come ragione di aggravio della pena.
Qui pare di poter cogliere come le conclusioni della Corte risentano talora di una non compiuta distinzione tra gravità “astratta” dell’illecito nella sua configurazione tipica e “concreta” gravità del fatto criminoso: distinzione che ad onor del vero, come già ricordato, i giudici pure mostrano di aver presente e alla quale si riferiscono espressamente nelle premesse della propria decisione, ma che nell’ipotesi di specie non appare correttamente applicata con riguardo all’età delle vittime, posto che, senza dubbio, quanto più immature o giovani esse siano, tanto più si accresce l’effettiva dimensione lesiva dell’illecito commesso, al pari dei connessi disvalori della condotta e dell’elemento psicologico, con inevitabili riflessi sulla “giusta” pena, secondo criteri di proporzione.
d) Fa gli aspetti meritevoli di considerazione va ancora ricordato come la Corte non abbia ravvisato nella condotta di Lubanga, per il difetto di una compiuta prova, il perseguimento di fini discriminatori in danno di vittime di sesso femminile.
E’, questo, uno dei dati sui quali verte l’opinione dissenziente del giudice Odio Benito, ad avviso della quale le più gravi conseguenze dei crimini commessi dall’imputato si sarebbero verificate a carico delle fanciulle, sia per la particolare drammaticità dell’esperienza del reclutamento, sia per la conseguente sottoposizione a comportamenti arbitrari ed abusi di natura sessuale.
Ad avviso del giudice, dunque, la mancata o insufficiente ponderazione di simili conseguenze risulterebbe incoerente con il criterio seguìto dalla Corte di assegnare il dovuto rilievo agli effetti delle condotte criminose per le quali è intervenuta la condanna.
4. Conclusivamente, la Camera ha inflitto a Lubanga la pena della detenzione per 14 anni.
In ossequio all’art. 78, la pena è stata specificata per ciascuno dei crimini oggetto di contestazione nella misura seguente:
1) per aver commesso con altri il crimine di reclutamento di fanciulli al di sotto dei 15 anni nell’UPC, 13 anni reclusione;
2) per aver commesso con altri il crimine di arruolare fanciulli di età inferiore ai 15 nell’UPC, 12 anni di reclusione;
3) per aver commesso con altri il crimine di utilizzare fanciulli al di sotto dei 15 anni per partecipare attivamente alle ostilità, 14 anni di carcere.
La pena da scontare, corrispondente al crimine più grave, è stata dunque, come detto, commisurata in 14 anni di detenzione.
Contrariamente a quanto richiesto dalle vittime, non è stata inflitta a Lubanga alcuna sanzione pecuniaria, né è stata disposta la confisca di alcun bene.
[1] Relativamente al crimine di circoscrizione ed arruolamento di bambini soldato, il Tribunale del Sierra Leone ha emesso sentenza di condanna nei casi Prosecutor v. Fofanaand Kondewa, Case No. SCSL-04-I4-T, Trial Chamber, Judgment, 2August 2007 (“CDF case”); Prosecutor v. Taylor, Case No. SCSL-03-0I-T, Trial Chamber, Judgment, 18May 2012 (“Taylor case”); Prosecutor v. Sesay, Kallon and Gbao, Case No. SCSL-04-I5-T, Trial Chamber, Judgment, 25 February 2009 (“RUF case”); Prosecutor v. Brima, Kamara and Kanu, Case No. SCSL-04-16-T, Trial Chamber, Judgment, 20June 2007(“AFRC case”). Fra questi, il collegio giudicante i reati attribuiti a Lubanga ha prestato particolare attenzione ai casi “RUF” e “CDF”.
[2] V. SCSL, Prosecutor v. Sesay, Kallon and Gbao, Case No. SCSL-04-I5-T, Trial Chamber, Sentencing Judgment (“RUF Sentencing Judgment”), 8 April 2009, par. 180 – 187.
[3] V. SCSL, Prosecutor v. Fofanaand Kondewa, Case No. SCSL-04-I4-A, Trial Chamber, Sentencing Judgment (“CDF Sentencing Judgment”), 9 October 2007, par. 94.
[4] Cfr. Schünemann, Plädoyer für eine neue Theorie der Strafzumessung, in Eser-Cornils, Neuere Tendenzen der Kriminalpolitik. Beiträge zu einem deutsch-skandinavischen Strafrechtskolloquium, Freiburg, 1987, 209 ss. (spec. 225, ove si sostiene che «solo elementi imputabili alla colpevolezza dell’autore dovrebbero costituire il fondamento obiettivo della commisurazione della pena», e 227, sui criteri fondamentali della Tatproportionalitättheorie).
[5] Le deduzioni tratte a l riguardo dai giudici della Trial Chamber sono corroborate da alcune relazioni di consulenza tecnica acquisite al procedimento, come quella di Ms Schauer, che evidenziano lo stato di dissesto mentale, tendente a persistere per l’intera durata della vita, l’abuso di alcol e droga, l’attitudine ad istinti suicidi, gli impulsi aggressivi e le difficoltà nel reinserimento nella vita sociale riscontrati nei fanciulli che hanno patito l’esperienza del reclutamento. Talora nelle relazioni tecniche ci si spinge sino a pronosticare che le conseguenze negative derivanti dal trauma subìto possano ripercuotersi sulle generazioni future. Ms Radhika Coomaraswamy, Rappresentante speciale del Segretariato Generale delle Nazioni Unite sui bambini e conflitti armati, ha inoltre riferito come il consenso all’arruolamento prestato da alcune vittime sia conseguito al contesto di maltrattamenti e povertà nel quale esse si trovavano in precedenza.
[6] V. ICC-01/04- 01706- 2891-Red, par. 25-32, in cui si riportano le deposizioni rese dai testi D-0023, P-0089, P-0031, P-0008, P-0294, P-0213, D-0005. Da simili deposizioni testimoniali risulta, a parere della difesa, come i benefici e l’assistenza accordati dalle organizzazioni operanti in loco a coloro che avessero dichiarato il proprio coinvolgimento nei conflitti armati ed un’età inferiore ai 15 anni avrebbe comportato un artificioso aumento del numero delle pretese vittime del crimine ascritto all’imputato.