Source: http://retuvasa.org/category/territorio/valle-del-sacco?page=5
Timestamp: 2018-01-16 17:44:17+00:00
Document Index: 23851871

Matched Legal Cases: ['art. 110', 'art. 260', 'art. 256', 'art. 216', 'art. 23', 'art. 29']

Valle del Sacco | www.retuvasa.org
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Valle del Sacco, oltre il modello di sviluppo: distretto industriale dello smaltimento del rifiuto.
Comunicato Stampa Retuvasa
Non da ieri abbiamo cercato con speranza e tenacia di proporre un modello di sviluppo, di qualità della vita, che andasse oltre le vecchie logiche che hanno imperato nel Frusinate dai tempi del boom economico. Un modello “Ruhr” capace, nel Sito di bonifica di Interesse Nazionale della Valle del Sacco, di coniugare ecodistretti industriali, archeologia industriale, contratti di fiume, promozione di energie autenticamente rinnovabili, sviluppo delle notevolissime potenzialità del turismo storico-artistico, promozione delle eccellenze agricole e dell’enogastronomia. La risposta delle istituzioni è sempre stata in fondo inconcludente, nonostante temporanei sprazzi di apertura. E mai come ora si può apprezzare il colpo di coda delle suddette vecchie logiche.
Logiche che, storicamente di matrice trasversale, sembrano assumere negli ultimi anni, non si può tacerlo, una connotazione politica locale più definita, considerato che l’attuale assessore all’ambiente regionale proviene dallo stesso partito e dalla stessa provincia del deputato ed ex presidente della provincia alfiere del progetto di aeroporto con annessa megavariante ASI, ora oggetto di procedimento penale per peculato, che a prescindere dai suoi esiti per gli indagati sembra potersi dire il definitivo suggello del fallimento di tale mostruosità economico-ambientale.
Si apprende oggi dalla stampa che il nuovo contratto Saf proposto ai sindaci prevede, in sostanza, la trasformazione di un impianto di differenziazione provinciale in un ricettacolo dei rifiuti di tutta la regione. La stessa Saf, insieme alla discarica di Roccasecca, è uno dei poli di una grande inchiesta sui rifiuti, nota solo da una settimana, condotta dalla Forestale, ora parte dell’Arma dei Carabinieri e nel caso potenziata dall’apporto del NOE. In tale inchiesta, in cui si seguono le tracce dei rifiuti che da Roma migrano nel Frusinate, è cardinale il ruolo dei laboratori di analisi, che con compiacenza avrebbero mutato i codici dei rifiuti declassificandoli come non pericolosi, come in altri casi hanno compiacentemente alterato i dati sulle emissioni industriali. Peraltro il trattamento dei rifiuti sarebbe stato largamente inadeguato e causa dei fastidi che da anni affliggono le popolazioni locali.
Non si può chiudere gli occhi e far finta di non sapere che la maggior parte degli impianti di rifiuti e industriali ad alto impatto ambientale di fatto hanno quasi sempre violato la normativa. Non basta auspicare un’attenzione ancora più elevata da parte di Arpa, Forze dell’ordine e Procura. Bisogna avere la chiara consapevolezza che autorizzare un impianto di trattamento dei rifiuti o industriale ad alto impatto ambientale significa dire di no al futuro e alla salute e accontentarsi di campare, poco e male, delle briciole, anche in un momento di crisi economica.
Particolarmente significativa una zoomata sull’area nord della provincia. Qui troviamo in ballo il rinnovo dell’autorizzazione alla termovalorizzazione (=incenerimento) dei pneumatici da parte di una ex azienda produttiva, la Marangoni, con l’apprezzabile opposizione del Comune di Anagni. Lo stesso Comune dovrebbe a nostro avviso opporsi ad un impianto che desta grande preoccupazione, ancor più che per il processo produttivo inertizzante ceneri pesanti di termovalorizzatore nel gres porcellanato, per il modo in cui saranno effettivamente gestite tali ceneri, ovviamente altamente inquinanti. 70-90 posti di lavoro valgono questo enorme rischio? Segnano forse una discontinuità con le logiche del passato? Tale progetto, proposto da Saxa Gres spa, è stato peraltro bocciato dall’Area Valutazione Impatto Ambientale della Regione Lazio, in quanto incompatibile con la normativa ambientale italiana, salvo rientrare in pista tramite una sperimentazione sotto il controllo (disinteressato?) di un’università, ammessa dalla normativa europea. Sperimentazione auspicata pubblicamente dagli stessi due esponenti politici ricordati sopra. L’associazione Civis ha sottolineato che la società Energia Ambiente srl, che ha recentemente presentato in Regione il progetto di un impianto di biodigestione e compostaggio da circa 84.000 tonnellate annue in zona industriale di Anagni è controllata, come Saxa Gres, dalla stessa holding con sede a Malta. Tutto legale, ma possiamo parlare propriamente di processi produttivi? Evidentemente la mission appare un’altra. Sembra dunque costituirsi de facto nella zona ASI di Anagni un distretto industriale dello smaltimento del rifiuto, vista anche la fresca notizia dell’autorizzazione dell’impianto proposto da Tecnoriciclo Ambiente srl trattante circa 30.000 tonnellate annue di rifiuto, di differenziazione e riciclo (il che non è certo male) e di produzione di Combustibile Da Rifiuto e di Combustibili Solidi Secondari (male, invece, perché funzionale al ciclo dell’incenerimento, magari di Colleferro).
Tutti questi impianti sono largamente superiori ai fabbisogni d’area e provinciali, nell’assenza di una aggiornata programmazione regionale, con scarsa attenzione per lo stesso piano regionale di qualità dell’aria, per non parlare del rispetto che meriterebbe un territorio oggetto di bonifica nazionale. E con ogni probabilità, sulla base di considerazioni puramente statistiche, almeno alcuni di tali impianti regalerebbero tanti elementi di cronaca giudiziaria al futuro, mentre le patologie correlate farebbero per lo più meno clamore.
Senza un nuovo modello di sviluppo, coraggioso, intelligente e lungimirante, non potranno che perpetuarsi le dinamiche del passato, con l’unica sostanziale differenza del tendenziale spostamento dalla produzione industriale ad alto impatto ambientale allo smaltimento dei rifiuti. E gli amministratori, anche quelli più onesti e disinteressati, per non parlare degli altri, si troveranno schiacciati dal diktat di accettare qualche decina di posti di lavoro svendendo il territorio e ogni sua futura prospettiva.
Frosinone, 31.01.17
Saxa Gres
Colleferro, la Magistratura apre un nuovo processo sulla gestione dei rifiuti.
Retuvasa, Comitato Residenti Colleferro, Raggio Verde
Colleferro, la Magistratura apre un nuovo processo sulla gestione dei rifiuti
Nel difficile rapporto tra economia, ambiente e salute in materia di gestione dei rifiuti le associazioni locali e i comitati cittadini svolgono un continuo monitoraggio e controllo del territorio per verificare che lo smaltimento avvenga nel rispetto della normativa ambientale e della legalità, soprattutto in questo settore, dove gli illeciti amministrativi e penali intorno al traffico dei rifiuti hanno conseguenze dirette sulla salute di tutti.
Gli enti preposti alla vigilanza, nonostante un preciso e chiaro sistema di regole, non riescono a garantire, con la necessaria assiduità, i controlli ordinari, che andrebbero urgentemente potenziati per limitare le tante e diffuse forme di illegalità, di crimini e delitti ambientali.
L’incertezza della punibilità per le fattispecie di reati ambientali nella nostra regione trova conferma nelle parole del Direttore Generale di Arpa Lazio, Marco Lupo, pronunciate nelle audizioni del 13 ottobre 2016 in Commissione bicamerale sul traffico illecito di Rifiuti e il 15 novembre 2016 in Commissione Ambiente della Regione Lazio: “Mi sembra importante evidenziare un dato che può essere per voi anche oggetto di riflessione: su circa 330 controlli il 50 per cento circa (155 controlli) è a supporto dell'autorità giudiziaria o delle forze di polizia.”
Proprio la carenza di controlli ispettivi da parte delle Autorità competenti ed il mancato rispetto del sistema delle regole porta, nel dicembre 2014, al sequestro preventivo del centro di trasferenza allestito abusivamente presso la discarica di colle Fagiolara, Colleferro (Rm).
A gennaio 2015 l’allora legale rappresentante della Società “Lazio Ambiente SPA” e il Presidente del Consiglio di Amministrazione nonché rappresentante della società di autotrasporti “Autotrasporti Pigliacelli SPA” con sede a Veroli (Fr), vengono raggiunti da due avvisi di garanzia.
I fatti contestati risalgono a febbraio 2014 e sono legati alla stazione di trasferenza allestita nel sito di discarica di colle Fagiolara a Colleferro e autorizzata dalla Regione Lazio per sopperire all’impossibilità di continuare a conferire il cosiddetto rifiuto tal quale dopo l’opposizione al Tar del Lazio di Retuvasa e Comitato Residenti Colleferro all’ordinanza contingibile e urgente del Presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, che ne permetteva il prosieguo per altri 6 mesi contravvenendo alla Circolare Ministeriale.
Lo stesso Presidente Zingaretti a maggio 2015 era stato ascoltato, come persona informata dei fatti, dal dottor Alberto Galanti, Pubblico Ministero, sostituto procuratore della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma.
Contestualmente ai soggetti raggiunti da avvisi di garanzia vengono inviati a processo anche i rappresentanti legali al tempo dei fatti di altre due società di autotrasporti, la “M.ECO.RI.S. SRL” con sede a Frosinone e la “ISOTRAS SRL” con sede a Fiumicino (Rm).
Parti offese sono il Ministero dell’Ambiente, il Comune di Colleferro, la Provincia di Roma, la Regione Lazio, le Associazione Rete per la Tutela della Valle del Sacco e Raggio Verde e il Comitato Residenti Colleferro.
I capi di imputazione per i quali viene richiesto il rinvio a giudizio sono relativi all’art. 110 c.p., per l’art. 260 del Dlgs 152/2006 (attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti) per tutti e quattro i soggetti, mentre per il solo ex rappresentante legale di Lazio Ambiente SpA si aggiunge il reato di cui all’art. 256 comma 1 lettera a) del Dlgs 152/2006 (attività di gestione di rifiuti non autorizzata), reati contestati nel periodo dal 10 settembre 2014 al 18 dicembre 2014.
Sono chiamati a rispondere del fatto che venivano effettuate abusivamente operazioni di trasferenza rifiuti all’interno della discarica di Colle Fagiolara, con attività continuative organizzate, i cui ingenti quantitativi, circa 20.000 tonnellate, non risultavano tracciati sul registro di carico e scarico del gestore, prima dell’invio al trattamento presso gli impianti di Rida Ambiente in Aprilia. Dopo il trattamento i rifiuti tornavano nuovamente in discarica a Colleferro, con aggravio dei costi per i Comuni e la Regione Lazio, che si assumeva l’onere economico della differenza.
Il processo è nella fase preliminare di accertamento dei reati contestati, ma qualora venissero confermati, l’intera vicenda mette nuovamente in luce non solo l’insufficienza dei controlli da parte delle Autorità preposte, quanto il fatto che l’Amministrazione comunale allora in carica non era a conoscenza di quanto accadeva a differenza di associazioni e comitati!
Senza voler poi insistere sulla circostanza che a Colleferro come in tante altre parti d’Italia si azzardano operazioni poco trasparenti e pretestuose con il movente della “necessità emergenziale”, spesso indotta, che sfociano in illeciti non sempre perseguiti.
Oggi, con l’approvazione della legge n. 68 del 2015 sui reati ambientali seppur criticata e accolta senza troppi trionfalismi, la disciplina è stata modificata e sono stati introdotti nuovi delitti a salvaguardia dell'ambiente. Nel codice penale sono state previste pene più gravi rispetto all'attuale sistema sanzionatorio, che puniva tali illeciti prevalentemente attraverso contravvenzioni e sanzioni amministrative previste dal Codice dell'ambiente. Soprattutto sono state introdotte nuove fattispecie di reato oggi perseguibili, come il disastro ambientale, il traffico e l’abbandono di materiale radioattivo, l’impedimento di controllo e l’omessa bonifica.
Quello che accade a Colleferro e nel resto dell’Italia mina nelle fondamenta la nostra fiducia nell’operato di quelle Istituzioni che non tutelano la vita e la salute dei cittadini, che è il fine costante della nostra azione.
Colleferro, 29.12.2016
Colleferro, ricorso al TAR contro la sopraelevazione della discarica
Retuvasa e Comitato Residenti Colleferro
COLLEFERRO, RICORSO AL TAR DEL LAZIO
CONTRO LA SOPRAELEVAZIONE DELLA DISCARICA
Le azioni della Rete per la Tutela della Valle del Sacco (Retuvasa) e Comitato Residenti Colleferro (CRC) sulla discarica di colle Fagiolara e sul ciclo dei rifiuti non conoscono sosta: in questi giorni abbiamo notificato tramite i nostri legali un nuovo ricorso al TAR del Lazio contro la Regione che ha deciso la sopraelevazione “provvisoria” di sette metri di una delle colline che formano la discarica (Determina 25 ottobre 2016, N. G11840).
Il pretesto per giustificare tale operazione è sempre e solamente quello dell’emergenza e della provvisorietà. Basti qui ricordare che la discarica è stata aperta nel 1999 con una autorizzazione appunto “provvisoria”.
La sopraelevazione è stata richiesta dal gestore, Lazio Ambiente SpA, e prontamente approvata dalla Regione in tempi record, appena 8 giorni!
In realtà si tratta di rimediare ad una gravissima inadempienza legata al mancato spostamento degli elettrodotti di Terna, ubicati all’interno del sito; non avendoli delocalizzati negli otto anni precedenti, il gestore, prima AGEN.S.E.L. e poi Lazio Ambiente SpA, ha continuato ad abbancare rifiuti fino al limite massimo di sicurezza ed ora deve ricorrere ad una operazione emergenziale.
Secondo la Regione Lazio il quantitativo di rifiuti provvisoriamente abbancati – circa 125 tonnellate al giorno - verrebbero poi rimossi, una operazione di movimentazione che, nel caso venisse davvero eseguita, provocherebbe un forte impatto sanitario ed ambientale!
In questo quadro di irregolarità la Regione continua a rilasciare autorizzazioni dimenticando però di rinnovare l'AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale), scaduta nel 2007, indispensabile alla regolare coltivazione della discarica.
E’ comunque dovere di una Amministrazione comunale seria e responsabile verso i suoi cittadini contestare la Determina in questione davanti al TAR, prendendo le distanze dai comportamenti politici della Regione.
Nel frattempo la Regione Lazio ha concesso una nuova autorizzazione a Lazio Ambiente SpA per la costruzione di un impianto di trattamento del percolato in seno alla discarica (Determinazione del 1 dicembre 2016, N. G14333), rispetto al quale stiamo valutando un ulteriore intervento giuridico-amministrativo presso il Tar del Lazio.
L’impugnazione di questi atti è per i ricorrenti uno strumento di controllo sulla legittimità dell’operato di tutti i soggetti in causa: intervenire ci permette di entrare nel cuore di questioni sulle quali in passato abbiamo avuto ragione.
Sostenere queste azioni comporta ingenti costi che ci farebbe piacere condividere con la cittadinanza: basterebbe un piccolo contributo economico e sarebbe ancora più utile un aiuto volontario per mettere in campo nuove azioni di mobilitazione.
Il nostro agire in tutte le sedi, in ogni caso, non si fermerà finchè si continuerà a violare palesemente un sistema di regole di diritto che chiediamo valgano per tutti.
Retuvasa (FB colleferroweb, Mail: retuvasa@gmail.com)
CRC (FB Comitato residenti Colleferro, Mail: comitato.residenti@libero.it)
Colleferro, 21.12.2016
Anagni, dubbi sulla produzione di ceramiche Saxa Gres contenenti ceneri derivanti dalla combustione di rifiuti
Produzione di ceramiche contenenti ceneri derivanti dalla combustione di rifiuti, ad Anagni:
non pochi legittimi dubbi
Com’è noto, la Società SAXA GRES srl ha acquistato, tramite procedura concordataria con il Tribunale di Frosinone, investendo circa 15 milioni di euro, lo stabilimento ex Area Industrie Ceramiche (ex Marazzi), sito nella zona industriale di Anagni, per riavviare la produzione di materiali ceramici. Stavolta però si utilizzerebbero nella produzione anche le ceneri e le scorie derivanti dai processi di combustione di rifiuti solidi urbani (RSU) e assimilati.
Quando si è appresa tale notizia, è sorto spontaneo un dubbio, che ci sembra legittimo: quale strategia di mercato può aver portato una società ad investire una somma così ingente per riattivare una produzione che aveva portato al fallimento delle precedenti Società, che pur non utilizzavano rifiuti da miscelare nel prodotto finito?
Prima di avanzare ulteriori dubbi, è necessario descrivere sinteticamente i contorni tecnici della questione.
I rifiuti che SAXA GRES intende inserire negli impasti di argilla utilizzati per la produzione di gres porcellanato, sono sostanzialmente di due tipi: 1. ceneri leggere; 2. ceneri pesanti e scorie.
Le ceneri leggere. Questo rifiuto può essere classificato sia come pericoloso, che come non pericoloso, a seconda che contenga o meno sostanze pericolose. Il codice identificativo (CER) riportato nel catalogo europeo (Decisione della Commissione 2000/532/CE del 3 maggio
2000), recepito nell’Allegato D alla Parte IVa del D.lgs. 152/2006, è infatti un cosiddetto CER “a specchio”, che appunto prevede la possibilità di classificare il rifiuto sia come non pericoloso - con CER 19 01 14, “ceneri leggere, diverse da quelle di cui alla voce 19 01 13” - che come pericoloso - con CER 19 01 13*, “ceneri leggere, contenenti sostanze pericolose” (nel catalogo europeo i rifiuti pericolosi sono caratterizzati dalla presenza dell’asterisco alla fine della terza doppietta di cifre).
Le ceneri pesanti e scorie. Anche questo rifiuto può essere classificato sia come pericoloso che come non pericoloso, con codice CER “a specchio”: CER 19 01 12, “ceneri pesanti e scorie, diverse da quelle di cui alla voce 19 01 11”; CER 19 01 11*, “ceneri pesanti e scorie, contenenti sostanze pericolose”.
Per derivazione e composizione, è dunque evidente che i rifiuti in questione sono tutt’altro che esenti da possibili rischi per la salute e per la salvaguardia dell’ambiente, dato che possono contenere sostanze pericolose.
Per classificare correttamente tali tipologie di rifiuto occorrerebbe un’attenta verifica analitica, per appurare appunto la presenza o meno di eventuali componenti pericolosi; le procedure analitiche da attuare sono descritte nella richiamata Decisione 2000/532/CE.
Le verifiche da effettuare, se correttamente ed esaustivamente svolte, sono molto onerose, per cui è avvenuto più volte, in diversi contesti, che qualche laboratorio “compiacente”, restringendo il campo di analisi, abbia “aiutato” le aziende a classificare tali rifiuti come non pericolosi, consentendo così uno smaltimento notevolmente vantaggioso in termini economici, a discapito della tutela dell’ambiente e della salute pubblica.
Ma c’è di più. Le operazioni di “recupero” delle ceneri derivanti dagli inceneritori di RSU sono consentite solamente per le ceneri pesanti qualora classificate come non pericolose (CER 19 01 12) e comunque possono essere effettuate solamente nel rispetto di specifiche condizioni normative.
Nel caso in esame, le procedure attuabili per il recupero di rifiuti non pericolosi sono indicate nel DM 05/02/1998, decreto dedicato in particolare alle specifiche per il recupero di rifiuti non pericolosi in procedura semplificata (ex art. 216 D.lgs. 152/2006), che però rappresenta comunque la norma tecnica di riferimento.
La tipologia di rifiuto non pericoloso, “recuperabile” ai sensi del citato decreto, è dunque rappresentata dalle “ceneri pesanti” CER 19 01 12, come riportato nel punto 13.3.3 dell’Allegato 1 – Suballegato 1. La norma prevede che, in caso sia stata adeguatamente caratterizzata come non pericolosa, una cenere pesante può essere recuperata solamente dai cementifici, mentre non sono contemplate le industrie di prodotti ceramici.
Nel caso di ceneri classificate come pericolose, siano esse pesanti o leggere, la norma di riferimento, il DM 161/2002, non contempla la possibilità di alcuna operazione di recupero.
Le procedure operative di recupero che intende attuare SAXA GRES non trovano quindi applicazione nella norma, ma nonostante ciò - e nonostante la prima “bocciatura” del progetto nel contesto del procedimento di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) presso la Regione Lazio, proprio per le motivazioni sopra esposte - la Regione Lazio ha deciso comunque di percorrere la via sperimentale, emanando la Determinazione n. G13381 del 14/11/2016 (del Direttore della Direzione Regionale Governo Ciclo dei Rifiuti, Arch. Demetrio Carini) ad oggetto: “Pronuncia di Valutazione di Impatto Ambientale ai sensi dell'art. 23 del D.Lgs. 152/2006 e s.m.i. progetto Impianto per la produzione di ceramiche con recupero di scorie da termovalorizzazione di RSU presso l'esistente impianto sito in località Selciatella, Anagni, Proponente SAXA GRES srl . Registro elenco progetti n. 54/2014. Modifica in autotutela della determinazione G08462 del 22/7/2016”.
Occorre rilevare che nel sito della Regione Lazio non è reperibile la determinazione G08462 del 22/07/2016, con cui l’Area VIA si esprimeva in merito all’attività presentata da SAXA GRES. È invece reperibile la determinazione G13381 del 14/11/2016, del medesimo Direttore, nel cui dispositivo si legge: “DETERMINA - Per quanto riportato in premessa che integralmente si richiama: di dichiarare concluso negativamente il procedimento per il rilascio della Autorizzazione Integrata Ambientale ex art. 29 ter del D.lgs. 152/2006 di cui all’istanza della SAXA GRES srl P.IVA e C.F. 02806440604 con sede legale ed operativa in loc. Selciatella snc in comune di Anagni (FR), per l’esercizio di una attività di recupero di scorie da termovalorizzatore di rifiuti urbani nell’ambito della produzione di ceramiche.”
Ricapitoliamo. In prima istanza il procedimento di autorizzazione ambientale si conclude in maniera negativa. Poi il progetto, con qualche integrazione, rientra sorprendentemente in pista, bypassando il divieto della normativa attraverso una fase sperimentale monitorata da un’Università.
Delineato il quadro tecnico-amministrativo, si possono finalmente riprendere i leciti dubbi lasciati in sospeso, che implicano a loro volta ulteriori domande.
Perché un impianto che dovrebbe produrre dei materiali ceramici di dubbia qualità, in quanto miscelati con rifiuti (anche pericolosi), dovrebbe avere un mercato migliore di un impianto che produceva prodotti ceramici di qualità (o quantomeno non contenenti rifiuti pericolosi), che però è fallito?
Il nuovo prodotto sarà tracciabile con adeguata evidenza, cioè il cittadino che per sua scelta decidesse di acquistare materiale ceramico proveniente da SAXA GRES, sarà adeguatamente informato che tale prodotto contiene rifiuti (anche pericolosi)?
Supponiamo che la composizione del prodotto sia corretta e trasparente. Quale cittadino sano di mente comprerebbe, magari per “piastrellare” il bagno, un prodotto contenente rifiuti pericolosi, anche se venisse proposto a costi notevolmente inferiori a quelli del prodotto “pulito”?
Perché, se la norma non contempla la possibilità di “recuperare” le ceneri e le scorie, soprattutto se pericolose, la Regione Lazio “si lancia” in un’improbabile sperimentazione?
A fronte di tutto ciò, quali benefici effettivi apporterebbe tale produzione alla popolazione della Ciociaria, in particolare di quella che risiede nell’alta Valle del Sacco?
Quanti posti di lavoro durevoli può portare un’azienda del genere?
Non sarà piuttosto che, non potendovi essere un fondato rientro economico assicurato dalla produzione di materiali ceramici, qualcuno è interessato esclusivamente allo smaltimento di ceneri e scorie, anche e soprattutto pericolose, provenienti dagli inceneritori di rifiuti solidi urbani, sparsi in tutta Italia?
Vuoi vedere, allora, che si sta per realizzare, per via traverse, l’ennesima discarica, a martoriare un ambiente e una cittadinanza che da anni continua a subire abusi indiscriminati a causa di scelte strategiche di pianificazione territoriale vantaggiose solo per una ristretta cerchia di beneficiari?
Non è superfluo infine rammentare che un’analoga attività di recupero di rifiuti era già stata attivata nel Comune di San Vittore del Lazio dalla Società LATERMUSTO, che alla fine degli anni ’90 mescolava rifiuti pericolosi nelle argille per produrre mattonelle. La Società, nel fallire, ha lasciato depositate in maniera incontrollata diverse tonnellate di materiale argilloso contaminato, provocando un vero e proprio disastro ambientale, con grave inquinamento di sostanze cancerogene nei terreni e nelle acque di falda, a tutt’oggi persistente.
Anagni, 17.12.16
Patrica, incontro pubblico sorveglianza epidemiologica valle del Sacco
Retuvasa e Comitato La Rinascita
Sito di Interesse Nazionale Bacino del fiume Sacco:
la sorveglianza epidemiologica.
Martedì, 13 dicembre 2016 – ore 17,00 –Patrica (Fr)
Dall’ultimo rapporto di sorveglianza sanitaria pubblicato lo scorso giugno dal Dipartimento di Epidemiologia del Servizio Sanitario Regionale del Lazio - ASL RM1 a cui ha partecipato il Dipartimento di Prevenzione - ASL RM5, sono emersi nuovi preoccupanti elementi di associazione tra la presenza del Beta-esaclorocicloesano (Beta-HCH) nel sangue dei residenti della Valle del Sacco e alcune patologie, in aggiunta ai problemi già descritti in precedenti pubblicazioni.
La Rete per la Tutela della Valle del Sacco (Retuvasa) e il Comitato La Rinascita propongono un confronto pubblico con alcuni degli artefici di questi studi, il dott. Francesco Forastiere e la dott.ssa Silvia Narduzzi, del Dipartimento di Epidemiologia del Servizio Sanitario Regionale del Lazio - ASL RM1.
L’appuntamento è per martedì 13 dicembre 2016 alle ore 17,00 a Patrica (Fr) presso il Castello Colonna, località Tomacella.
Questo evento, come il precedente a Colleferro del 16 novembre scorso, si inquadra in una successione di incontri coi quali, assieme alla rete delle associazioni della Valle del Sacco, intendiamo offrire ai cittadini l’opportunità di informarsi in maniera più approfondita, per far crescere consapevolezza, partecipazione e mobilitazione circa i problemi economici, sociali, ambientali e sanitari del nostro territorio.
Contiamo quindi sulla presenza dei cittadini, delle istituzioni, degli operatori del settore sanitario, in particolare dei medici di base.
Valle del Sacco, 9 dicembre 2016
SIN Valle del Sacco
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