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Timestamp: 2019-09-20 12:04:31+00:00
Document Index: 98119979

Matched Legal Cases: ['art. 2233', 'art. 2233', 'art. 2233', 'art. 23', 'art. 78', 'art. 340', 'art. 340', 'sentenza ', 'art. 78', 'art. 26', 'art. 23', 'art. 78', 'art. 1723', 'art. 78', 'sentenza ', 'art. 659', 'art. 674', 'art. 659', 'art. 674', 'art. 844']

gennaio 2017 - Assistenza Legale Roma
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Pagamento del compenso professionale: il conferimento dell’incarico al professionista può essere dato in qualsiasi forma, anche con fax e mail.
Di Cristiana Centanni il 25 gennaio 2017 con 0 Commenti
Corte di Cassazione, sezione II, 24.01.2017 n. 1792
In tempi di crisi, come quelli attuali, ottenere il pagamento dei propri compensi per l’attività regolarmente espletata non sempre risulta di facile soluzione. Può accadere infatti che venga contestato il conferimento dell’incarico non risultante da un mandato scritto. La decisione in commento è così di particolare pregio dal momento che afferma che anche i fax o le mail possono dimostrare il conferimento dell’incarico.
In fatto. All’esame della Suprema Corte la fattispecie relativa a un libero professionista che, ottenuto decreto ingiuntivo nei confronti di una Società per un determinato importo a titolo di compenso per le prestazioni professionali di consulenza e assistenza rese a seguito della realizzazione di un progetto richiestogli dalla cliente attraverso una serie di fax e e-mail, si vedeva presentare opposizione fondata sulla asserita negazione dell’affidamento dell’incarico professionale. Il Tribunale adìto, espletata l’istruttoria con prove testimoniali e documenti, accoglieva l’opposizione e revocava il decreto ingiuntivo, condannando il professionista istante al pagamento delle spese di lite. Il soccombente proponeva appello insistendo sulla circostanza che l’incarico può essere conferito in qualsiasi forma idonea a manifestare il consenso delle parti, nella specie costituita da una mail a lui diretta da parte della Società nonché dal fatto che la stessa Società aveva ottenuto i finanziamenti conseguenti alla certificazione ISO sulla base del progetto del professionista così incaricato. La Corte Territoriale rigettava l’appello, evidenziando come il titolo in base al quale il professionista pretende il compenso oggetto di causa non possa che essere “un incarico professionale retribuito”, il quale “non esige alcuna forma particolare”, ma neppure “risulta assolutamente né dalle deposizioni testimoniali, né dai documenti”. La Corte di Appello proseguiva altresì aggiungendo che “un incarico formale ed una determinazione del compenso sarebbero stati quanto mai opportuni, stante che, in caso contrario, la determinazione dello stesso da parte del Giudice, ai sensi dell’art. 2233 c.c., comporta il parere obbligatorio dell’associazione professionale a cui il professionista appartiene”. La Suprema Corte, adìta sulla base di un unico motivo di ricorso, ribalta la decisione assunta dalla Corte di merito.
In diritto. Per gli Ermellini, il rapporto di prestazione d’opera professionale, la cui esecuzione sia dedotta dal professionista come titolo del diritto al compenso, postula l’avvenuto conferimento del relativo incarico in qualsiasi forma idonea a manifestare inequivocabilmente la volontà di avvalersi della sua attività e della sua opera da parte del cliente convenuto per il pagamento di detto compenso. La prova dell’avvenuto conferimento dell’incarico, in caso di contestazione circa la mancata instaurazione di un siffatto rapporto, può essere data dall’attore con ogni mezzo istruttorio, anche per presunzioni.
Neppure può avere rilievo, precisano i giudici di Piazza Cavour, la considerazione svolta dalla Corte di merito, secondo cui il professionista nulla avrebbe dedotto sul parere dell’associazione professionale ex art. 2233 c.c., dallo stesso non allegato, ove il giudice, a sua volta, abbia omesso di provvedere alla acquisizione dello stesso, in conformità al disposto del richiamato art. 2233 c.c..
La parola passa al Giudice del rinvio.
Opere Pubbliche. Il fallimento della capogruppo e lo scioglimento del rapporto di mandato.
Di Cristiana Centanni il 18 gennaio 2017 con 0 Commenti
Appalto OO.PP.. Il fallimento della capogruppo e lo scioglimento del rapporto di mandato.
Cassazione Civile, sezione I, 17.01.2017 n. 973
“in tema di appalto di opere pubbliche stipulato da due imprese riunite in associazione temporanea, il fallimento dell’impresa capogruppo, costituita mandataria dell’altra ai sensi dell’art. 23, comma ottavo, del d.lgs. 19 dicembre 1991, n. 406, determina lo scioglimento del rapporto di mandato, ai sensi dell’art. 78 della legge fall., con la conseguenza che l’impresa mandante è legittimata ad agire direttamente nei confronti del committente per la riscossione della quota dei crediti nascenti dall’appalto ad essa imputabile e, del pari, la curatela fallimentare è legittimata a riscuotere dall’amministrazione il corrispettivo per l’esecuzione dell’appalto solo per la quota corrispondente a quella parte dei lavori appaltati la cui realizzazione, in base all’accordo di associazione temporanea, era di sua spettanza”; “in tema di appalti di opere pubbliche, l’appaltatore può invocare la risoluzione del contratto stipulato con l’ente committente in base alle regole generali dettate per l’inadempimento contrattuale, senza che l’eventuale provvedimento di rescissione adottato successivamente dall’Amministrazione sia di ostacolo all’esame (ed all’eventuale accoglimento) della domanda risolutoria, non restando esclusa la giurisdizione del giudice ordinario sulle controversie inerenti ai diritti ed agli obblighi scaturenti da un contratto di appalto di opere pubbliche per il fatto che il committente si sia avvalso della facoltà di rescindere il rapporto con proprio atto amministrativo ai sensi dell’art. 340 della legge 20 marzo 1865 n.. 2248 all. F, stante l’inidoneità dell’atto autoritativo ad incidere sulle suddette posizioni soggettive, inerenti ad un contratto di natura privatistica”; “in tema di appalti pubblici, l’amministrazione risponde a titolo contrattuale dell’inadempimento ai propri obblighi, sicché, alla stregua dei principi generali regolanti la corrispondente responsabilità, competono all’appaltatore, sulla somma a lui spettante a titolo di risarcimento del danno, la rivalutazione monetaria, trattandosi di debito di valore, e, sull’importo rivalutato, gli interessi legali, con la conseguenza che, in caso di accoglimento della domanda di risoluzione sulle somme dovute a titolo di risarcimento del danno, che prescinde del tutto dalle riserve formulate che attengono ai compensi dovuti in caso in cui il contratto resti in vita, deve essere riconosciuta la rivalutazione monetaria, oltre agli interessi legali”.
In fatto. Con atto di citazione l’Impresa [X], quale mandataria dell’ATI costituita tra la stessa ed altra Impresa [Y], conveniva in giudizio l’Ente Committente [Z], chiedendo dichiararsi l’illegittimità del provvedimento di rescissione, ex art. 340 della legge 20 marzo 1865 n.. 2248 all. F, del contratto di appalto stipulato tra le parti disposto dall’Ente committente, pronunciarsi la risoluzione di detto contratto per fatto e colpa dell’amministrazione appaltante, con condanna di quest’ultima al pagamento delle somme dovute in virtù delle riserve iscritte dall’appaltatrice nel corso del rapporto. La stessa domanda veniva proposta dalla Impresa [Y] con successivo atto di citazione. Il Tribunale adito, riuniti i due giudizi, con sentenza, in parziale accoglimento delle domande attoree, condannava parte convenuta [Z] al pagamento della quota del 99,95% della somma individuata, oltre interessi e rivalutazione monetaria, a favore dell’Impresa [Y], mandante, ed al pagamento della quota dello 0,05% a favore del Fallimento della Impresa [X], capogruppo-mandataria. Adìta la Corte di Appello, in parziale riforma della sentenza di prime cure, l’Amministrazione appaltante veniva condannata al pagamento di minore importo a favore dell’Impresa [Y] e dell’Impresa [X], “in solido tra loro”. La Corte territoriale, pur ritenendo che – in conseguenza del fallimento della capogruppo mandataria, il mandato conferitole dalla mandante si fosse sciolto, ai sensi dell’art. 78 I.f. – precisava che, stante l’irrilevanza nei confronti della stazione appaltante della suddivisione dei lavori pro-quota, tra le imprese appartenenti all’ATI, la committente fosse tenuta a pagare l’intero importo dovuto a tutti i creditori in solido tra loro.
L’Impresa mandante [Y] ricorreva in Cassazione con ricorso affidato a diciassette motivi. Proponevano controricorso, per quel che qui interessa, l’Impresa mandataria e l’Amministrazione appaltante. La curatela fallimentare lamentava l’errore in cui era incorsa la Corte di Appello che aveva ritenuto sussistente la legittimazione dell’Impresa mandante ad agire nei confronti dell’Amministrazione appaltante, laddove la capogruppo, fallita, avrebbe la rappresentanza esclusiva dell’ATI, nella sua qualità di impresa mandataria. Di talché le eventuali domande di pagamento della mandante avrebbero dovuto essere fatte valere solo nei confronti dell’impresa mandataria ed, essendo sopravvenuto il fallimento di quest’ultima, soltanto mediante istanza di insinuazione nel passivo fallimentare. Di contro, la ricorrente mandante, ben al contrario, sostenevano che alla società mandante spettava il 99.95% dei crediti derivanti dall’appalto, a fronte della cessione dei crediti posta in essere dalla mandataria (all’epoca ancora in bonis) nei confronti della mandante. Rilevano, invero, gli istanti che, ai sensi dell’art. 26, comma 6, del d.lgs. n. 406 del 1991, i lavori eseguiti dall’ATI riguardavano le singole Imprese riunite secondo le rispettive quote di partecipazione al raggruppamento, sicché anche la quota dei crediti derivanti a ciascuna Impresa dall’esecuzione delle opere appaltate non avrebbe potuto che essere commisurata alla quota di partecipazione di ciascuna alla società consortile.
In diritto. Gli Ermellini, inserendosi nel solco tracciato dalla giurisprudenza di legittimità, hanno ritenuto fondata la censura dei ricorrenti, nel senso che «in tema di appalto di opere pubbliche stipulato da due imprese riunite in associazione temporanea, il fallimento dell’impresa capogruppo, costituita mandataria dell’altra ai sensi dell’art. 23, comma ottavo, del d.lgs. 19 dicembre 1991, n. 406, determina lo scioglimento del rapporto di mandato, ai sensi dell’art. 78 della legge fall., con la conseguenza che l’impresa mandante è legittimata ad agire direttamente nei confronti del committente per la riscossione della quota dei crediti nascenti dall’appalto ad essa imputabile. E, del pari, la curatela fallimentare è legittimata a riscuotere dall’amministrazione il corrispettivo per l’esecuzione dell’appalto solo per la quota corrispondente a quella parte dei lavori appaltati la cui realizzazione, in base all’accordo di associazione temporanea, era di sua spettanza (cfr. Cass. 3810/2010; 23894/2013)». Proseguono quindi gli Ermellini precisando che «D’altro canto, va altresì rilevato che, in tema di mandato “in rem propriam”, ossia conferito anche nell’interesse del mandatario (o di terzi), il principio di cui all’art. 1723, secondo comma, cod. civ. – che ne prevede la non estinzione per morte o incapacità del mandante – trova applicazione in via analogica, ricorrendone la eadem legis ratio, solo in caso di fallimento del mandante, e non anche nell’ipotesi in cui ad essere dichiarato fallito sia il mandatario, non potendosi per tale circostanza ritenere derogata la regola generale dell’estinzione automatica posta dall’art. 78 legge fall., nel testo, “ratione temporis” vigente, anteriore al d.lgs. 9 gennaio 2006, n.5 (Cass. 13243/2011)». Dal delineato contesto risulta che la mandante può agire direttamente nei confronti dell’Amministrazione appaltante per ottenere la sua quota di crediti che scaturisce dai lavori (nella specie, pari al 99.95%). Ha errato, pertanto, la Corte territoriale che ha condannato l’Amministrazione appaltante a pagare l’intera somma dovuta ai creditori “in solido tra loro” e ciò anche tenuto conto del fatto che la solidarietà attiva fra più creditori non si presume, neppure in caso di identità della prestazione dovuta, ma deve risultare espressamente dalla legge o da un titolo negoziale preesistente alla richiesta di adempimento.
Ancora. Sempre in tema di appalti di opere pubbliche, l’appaltatore può del tutto legittimamente invocare la risoluzione del contratto stipulato con l’ente committente in base alle regole generali dettate per l’inadempimento contrattuale di non scarsa importanza ai sensi degli artt. 1453 e 1455 cod. civ., senza che l’eventuale provvedimento di rescissione adottato successivamente dall’Amministrazione sia di ostacolo all’esame (e all’eventuale accoglimento) della domanda risolutoria. L’atto amministrativo, che ha natura autoritativa, è inidoneo ad incidere sulle posizioni soggettive, inerenti ad un contratto di natura privatistica per la realizzazione dell’opera pubblica, non venendo meno la giurisdizione del giudice ordinario.
La responsabilità a titolo contrattuale dell’Ente appaltante, inadempiente ai propri obblighi, fa scattare la rivalutazione monetaria, trattandosi di debito di valore, a titolo di risarcimento del danno, nei confronti dell’appaltatore, e, sull’importo rivalutato, andranno altresì calcolati gli interessi legali.
Sequestro preventivo di cani non solo per i maltrattamenti ma anche se “abbandonati” nel giardino ad abbaiare e in cattive condizioni igieniche
Di Cristiana Centanni il 9 gennaio 2017 con 0 Commenti
Corte di Cassazione, Pen., Sez. III, 20.10.2016, n. 54531
Piazza Cavour ritiene legittimo il sequestro preventivo dei cani “abbandonati” nel giardino ad abbaiare e in cattive condizioni igieniche, a prescindere dal sentimento che la proprietaria prova verso i propri animali, a fronte della primaria necessità di non arrecare disturbo al riposo delle persone dimoranti in abitazioni contigue così come di non arrecare molestie ai condomini confinanti a fronte delle esalazioni maleodoranti.
E’ quanto emerge dalla sentenza 54531/2016 pubblicata il 20.10.2016 dalla III Sezione Penale della Suprema Corte che ha rigettato il ricorso proposto dalla proprietaria dei cani avverso l’ordinanza con la quale il Tribunale del Riesame, in accoglimento dell’appello del P.M. avverso l’ordinanza del G.I.P. dello stesso Tribunale che aveva respinto la richiesta di sequestro preventivo dei cani, disponeva il predetto sequestro.
La ricorrente, proprietaria di tre cani, è indagata per i reati di cui agli artt. 674 e 659 cod. pen.: secondo un esposto dei vicini di casa, i rumori e i cattivi odori erano originati dagli stessi cani dell’indagata tenuti in cattive condizioni igieniche ormai da diversi anni (tanto che la Signora era già stata condannata in primo grado per gli stessi reati commessi fino al 2012). Il G.I.P. aveva respinto due volte la richiesta di sequestro preventivo, in considerazione del fatto che la condotta non era strutturalmente collegata alla disponibilità dei cani ma alla negligenza nella pulizia del cortile dove essi dimoravano e nel contenimento della loro pulsione ad abbaiare; il Giudice aveva negato che i cani potessero essere considerati una cosa pertinente al reato e aveva aggiunto che il loro sequestro avrebbe costituito una sorta di sanzione preventiva. Secondo il Tribunale, invece, sussisteva il fumus commissi delicti con riferimento ad entrambe le ipotesi di reato evocate dal P.M., come dimostravano le valutazioni espresse dalle Autorità Sanitarie e la motivazione della condanna in primo grado inflitta alla proprietaria. L’ordinanza riteneva i cani sottoponibili a sequestro preventivo nonostante la loro detenzione fosse, di per sé, legittima: essi sono “cosa pertinente al reato”, giacché danno concreta occasione all’indagata di reiterare le condotte di reato per cui si procedeva; sussisteva il pericolo che la libera disponibilità degli animali consentisse la reiterazione dei reati.
Nel ricorrere in Cassazione, il legale della proprietaria degli animali a quattro zampe rilevava la legittimità del sequestro preventivo dei cani solo in caso di loro maltrattamento; al contrario, gli animali di compagnia non possono essere considerati “cose pertinenti al reato”, in quanto esseri senzienti. Quanto alla contravvenzione di cui all’art. 659 cod. pen., il ricorrente precisava che l’abbaiare dei cani, di per sé, fosse un fatto naturale, frutto di istinto insopprimibile, con la sussistenza del reato solo se questo fosse continuo ed ininterrotto e tale da impedire il riposo notturno. Non sarebbero ricorsi neppure i presupposti dell’art. 674 cod. proc. pen., per la mancanza di pericolo per la salute pubblica; le emissioni, infatti, non superavano la normale tollerabilità. Si trattava, del resto, di singoli escrementi presenti nel cortile per un periodo di tempo ignoto, come confermato dal Veterinario Comunale che aveva negato che dalla mancata pulizia del cortile emergessero problematiche di carattere igienico.
La Cassazione è di avviso contrario.
Come si legge nelle motivazione degli Ermellini, «gli animali sono considerati “cose”, assimilabili – secondo i principi civilistici – alla res, anche ai fini della legge processuale, e, pertanto, ricorrendone i presupposti, possono costituire oggetto di sequestro preventivo». Gli stessi Ermellini proseguono affermando che «riconoscere i cani come “esseri senzienti” – qualunque portata si voglia attribuire a tale espressione – non muta affatto, in maniera vincolante sul legislatore nazionale e sul giudice, il loro regime giuridico, tenuto conto che, rispetto a determinate specie animali, l’uomo ha sempre riconosciuto una capacità, maggiore o minore, di comprendere e di relazionarsi con l’uomo stesso. Non è un caso, quindi, che il Trattato di Lisbona e la Convenzione di Strasburgo evocati dalla ricorrente altro non facciano che vietare l’inflizione agli animali di sofferenze non necessarie: divieto cui aveva già provveduto il Codice Zanardelli e nei decenni rafforzato sotto vari aspetti».
Per i Giudici di Piazza Cavour, la “necessità” cui parametrare la liceità della condotta violenta nei confronti dell’animale “senziente” è quella dell’uomo, e non quella dell’animale; «né è proponibile qualsivoglia equiparazione tra le esigenze lecite dell’uomo e quelle dell’animale, così da giungere addirittura a ritenere la condotta umana sproporzionata per essere l’interesse che la muove meno importante della garanzia di benessere dell’animale: gli uomini sono superiori agli animali, sono padroni degli animali e li utilizzano per le loro esigenze, sia pure tentando di evitare loro sofferenze superflue perché non collegate al soddisfacimento dell’interesse umano».
Di qui la conclusione della sentenza: «la – comunque non dimostrata e niente affatto “pacifica e indiscutibile” – sofferenza dei cani derivante dall’allontanamento dal luogo dove vengono custoditi dalla ricorrente è priva di rilevanza rispetto alle esigenze umane che le norme penali di cui agli artt. 674 e 659 cod. pen. tutelano». Per il Collegio, inoltre, il sequestro provocherebbe una minima sofferenza negli animali, peraltro non provata, poiché i cani «non vengono né uccisi, né feriti o maltrattati, ma soltanto trasferiti in un diverso luogo di custodia».
Da ultimo, anche il sentimento che la ricorrente prova verso i propri animali non impedisce la loro sequestrabilità: il sentimento di affetto non la giustifica a non prendersi cura degli animali e arrecare disturbo ai vicini.
In altri e più chiari termini, il sequestro preventivo dei cani è legittimo: si tratta di cose pertinenti ai reati contestati la cui disponibilità da parte dell’indagata può protrarre la loro consumazione. Ciò vale sia per il reato di cui all’art. 659 c.p. sia per la contravvenzione di cui all’art. 674 c.p.: la norma incriminatrice impone ai padroni degli animali di “impedirne lo strepito” (e non può essere invocato un “istinto insopprimibile” del cane per sostenere l’insussistenza del reato), in quanto per l’integrazione del reato è sufficiente l’idoneità della condotta ad arrecare disturbo ad un numero indeterminato di persone, non occorrendo l’effettivo disturbo alle stesse. Quanto, infine, alle emissioni olfattive, la giurisprudenza ha ritenuto che sia configurabile anche per quelle che superino il limite della normale tollerabilità ex art. 844 cod. civ. e non si richiede che la condotta contestata abbia cagionato un effettivo nocumento, essendo sufficiente che essa sia idonea a molestare le persone.
Secondo i principi civilistici, dunque, il cane va considerato come una cosa e può essere oggetto di sequestro preventivo se reca potenzialmente disturbo alle persone. Per i giudici, ad essere tutelato deve essere esclusivamente l’interesse del cittadino a non venire disturbato.