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Timestamp: 2018-09-20 16:15:41+00:00
Document Index: 132490263

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 155', 'art. 106', 'art. 337', 'art. 433', 'sentenza ', 'art. 155', 'art. 337', 'art. 40', 'sentenza ', 'sentenza ']

Studio Legale Mancino: dicembre 2016
Nulla la cartella di pagamento senza motivazione degli interessi
La cartella di pagamento non preceduta da un avviso di accertamento deve contenere un’adeguata motivazione relativa agli interessi addebitati, con indicazione del tasso e del metodo di calcolo. In tal senso non può ritenersi sufficiente l’esposizione dell’anno d’imposta a cui la pretesa si riferisce o le norme in base alle quali gli stessi interessi sono stati calcolati, non spettando al contribuente l’onere di effettuare ricostruzioni particolari e attingere a nozioni giuridiche per conoscere le motivazioni della pretesa. In mancanza di una congrua e adeguata motivazione sugli interessi, la cartella di pagamento è nulla (per la parte che concerne i medesimi). Sono le conclusioni che si traggono dalla sentenza n. 24933/16 della Corte di cassazione, chiamata a pronunciarsi sul ricorso proposto dall’Agenzia delle entrate contro una sentenza della Ctr di Milano, che aveva confermato l’annullamento di una cartella di pagamento recante l’iscrizione a ruolo di interessi. La decisione dei giudici meneghini era fondata sulla mancata motivazione della cartella in relazione agli interessi stessi. Secondo la ricorrente Agenzia, invece, la cartella doveva ritenersi legittima e adeguatamente motivata, in conformità ai modelli ministeriali, contenendo il periodo d’imposta e i riferimenti per ricostruirne le modalità di calcolo.
By Avv. Emiliano Mancino a dicembre 26, 2016
Fonte: www.dirittoegiustizia.it/Moglie via di casa: addebitabile a lei la separazione - La Stampa
Danneggia più volte le ruote dell’auto di una donna: condannato per stalking
A causa di vecchi rancori un uomo prende di mira l’automobile di una donna. La rabbia lo spinge a bucare le ruote della vettura in ben cinquantuno diverse occasioni. Questa assurda, ossessiva costanza però gli costa carissima: la sua condotta viene catalogata come stalking in piena regola.
La costanza nel danneggiamento. La strana vicenda si volge nell’arco di quasi un anno. In quel periodo l’uomo prende di mira l’automobile di proprietà di una sua vecchia conoscente, e in diverse occasioni si attiva per danneggiarne le ruote. Quel comportamento, però, coi mesi diventa ossessivo: per ben cinquantuno volte la donna si ritrova con l’automobile inutilizzabile a causa degli pneumatici danneggiati. Logico che ella cerchi di individuare il colpevole, che poi, finalmente, viene colto sul fatto.
L’ossessività del danneggiamento. Dalla strada si passa alle aule di giustizia, e il fronte giudiziario si rivela assai gravoso per l’uomo. A suo carico, difatti, l’ipotesi di «stalking», frutto della «reiterazione del danneggiamento» della vettura. E a sancire la colpevolezza definitiva dell’uomo provvedono ora i magistrati della Cassazione, confermando in via definitiva la condanna sancita in Corte d’appello (Cassazione, sentenza n. 52616, sezione Quinta Penale, depositata il 13 dicembre 2016).
In sostanza, vengono posti in evidenza due elementi: «il numero esorbitante di danneggiamenti agli pneumatici» e «la loro reiterazione ossessiva». Essi hanno ovviamente provocato sulla «parte offesa» il «duplice effetto» di «molestia» e di «minaccia futura». Di conseguenza, si può parlare a ragion veduta di «atti persecutori», anche, anzi soprattutto, alla luce delle «paure» manifestate dalla donna.
Fonte: www.dirittoegiustizia.it/Danneggia più volte le ruote dell’auto di una donna: condannato per stalking - La Stampa
Accertamenti bancari ko per gli autonomi
In tema di accertamenti bancari, basati sui prelievi e versamenti sul conto corrente non giustificati, la presunzione reddituale vale soltanto nei confronti degli imprenditori e non dei lavoratori autonomi: la dichiarazione di incostituzionalità dell’articolo 32, primo comma, n. 2, ha travolto, infatti, l’equiparazione tra imprese e autonomi e rappresenta uno jus superveniens, promuovendo i propri effetti sulle cause in corso. È quanto si legge nella sentenza n. 24862/16 della Corte di cassazione. La vicenda nasce dal ricorso proposto da un lavoratore autonomo della provincia di Ragusa, contro un avviso di accertamento basato sulle indagini finanziarie e sulla mancata giustificazione, analitica dei movimenti riscontrati sui conti correnti bancari nell’anno 2007. Gli accertamenti bancari erano stati estesi anche ai lavoratori autonomi, con la disposizione apportata dall’art. 1, comma 402, della legge 311/2004, che aveva aggiunto la locuzione «o compensi» (richiamando dunque ai componenti positivi di reddito degli autonomi), alla già presente previsione normativa. Dopo vicende alterne nei gradi di merito, il contribuente impugnava la sentenza della Ctr di Palermo che aveva accolto parzialmente il suo appello, rideterminando la pretesa erariale in una misura inferiore. Nel ricorso per Cassazione, si evidenziavano le sostanziali novità sulla materia, avutesi per effetto della sentenza 24/9- 6/10 2014, n. 228 (G.U. 8/10/ 2014, n. 42-Prima serie speciale) della Corte costituzionale. Con tale sentenza, la Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del secondo periodo del citato articolo 32, limitatamente alle parole «o compensi». In particolare, la sentenza rilevava l’incongruenza della doppia correlazione prelevamento=costo, e costo=compenso, propria di tale presunzione accertativa, poiché essa mal si attaglia alla produzione di reddito di lavoro autonomo, ove non a ogni costo corrisponde, concettualmente, la percezione di un compenso. Con tale pronuncia della Consulta, dunque, è venuta meno l’estensione anche ai lavoratori autonomi della presunzione accertativa. La modifica, spiega la Cassazione, deve considerarsi uno jus superveniens e produce effetti sulle controversie in corso. La sentenza della Ctr di Palermo è stata dunque cassata, con rinvio ad altra sezione per procedere anche alla decisione sulle spese del giudizio di legittimità.
Fonte: www.italiaoggi.it/Accertamenti bancari ko per gli autonomi - News - Italiaoggi
La giurisprudenza sul mantenimento del figlio maggiorenne
Successivamente, la L. n. 54/2006 “Disposizioni in materia di separazione dei genitori e affidamento”, all'art. 155-quinquies, aveva statuito che "il giudice, valutate le circostanze, può disporre in favore dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente il pagamento di un assegno periodico". Tuttavia, tale norma è stata abrogata dall’art. 106, D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154 che ha, contestualmente, introdotto l’art. 337 septies che stabilisce “Il giudice, valutate le circostanze, può disporre in favore dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente il pagamento di un assegno periodico. Tale assegno, salvo diversa determinazione del giudice, e' versato direttamente all'avente diritto…”.
In base a quanto previsto dal legislatore, l'obbligo di mantenimento del figlio maggiorenne, consiste sia nelle spese ordinarie sia in quelle straordinarie e, in particolare, riguarda le spese concernenti istruzione e formazione, in quanto, per la giurisprudenza, è proprio rispetto al consolidamento da parte del figlio, di una posizione appagante a livello professionale, in considerazione del proprio percorso di studi, che si definisce il termine ultimo di corresponsione del mantenimento.
I limiti al mantenimento: l'indipendenza economica ed il completamento del percorso di formazione professionale
Il raggiungimento della maggiore età dei figli non rappresenta più il termine ultimo della corresponsione del mantenimento, ma quest’ultimo è condizionato dal raggiungimento di un'autosufficienza economica tale da provvedere autonomamente alle proprie esigenze di vita, in correlazione al completamento di un fruttuoso percorso di studio.
Va richiamata, prima di tutto, sia per l’importanza della pronuncia in sé sia perché è la più recente, nell’ambito delle decisioni di merito, la statuizione della nona sezione del Tribunale di Milano, nella quale viene disposto, per la prima volta, che con il superamento di una certa età, "il figlio maggiorenne, anche se non indipendente, raggiunge comunque una sua dimensione di vita autonoma che lo rende, semmai, meritevole dei diritti ex art. 433 c.c. ma non può più essere trattato come 'figlio', bensì come adulto". Ciò viene motivato sulla base del dovere di autoresponsabilità del figlio maggiorenne che non può pretendere la protrazione dell'obbligo al mantenimento oltre ragionevoli limiti di tempo e di misura, perché "l'obbligo dei genitori si giustifica nei limiti del perseguimento di un progetto educativo e di un percorso di formazione" (Cass. n. 18076/2014; Cass. SS.UU. n. 20448/2014). Tale obbligo, secondo la pronuncia del Tribunale di Milano è, "in linea con le statistiche ufficiali, nazionali ed europee" non può protrarsi dunque "oltre la soglia dei 34 anni", età a partire dalla quale "lo stato di non occupazione del figlio maggiorenne non - può - più essere considerato quale elemento ai fini del mantenimento, dovendosi ritenere che, da quel momento in poi, il figlio stesso possa, semmai, avanzare le pretese riconosciute all'adulto". Il Tribunale fornisce anche alcuni spunti interessanti in merito alla valutazione delle circostanze che giustificano la ricorrenza o il permanere dell'obbligo dei genitori al mantenimento dei figli maggiorenni, asserendo che la valutazione del giudice deve essere orientata in modo da “escludere che la tutela della prole, sul piano giuridico, possa essere protratta oltre ragionevoli limiti di tempo e di misura, al di là dei quali si risolverebbe, com'è stato evidenziato in dottrina, in "forme di vero e proprio parassitismo di ex giovani ai danni dei loro genitori sempre più anziani".
In relazione alle ultime pronunce della giurisprudenza di legittimità, va invece richiamata una recente pronuncia della Cassazione, (Corte di Cassazione, sezione VI, ordinanza 12 aprile 2016, n. 7168) in cui viene sancito che l’obbligo dei genitori di concorrere al mantenimento dei figli maggiorenni, secondo le regole dettate dagli artt. 147 e 148 cod. civ., cessa a seguito del raggiungimento, da parte di quest’ultimi, di una condizione di indipendenza economica che si verifica con la percezione di un reddito corrispondente alla professionalità acquisita ovvero quando il figlio, divenuto maggiorenne, è stato posto nelle concrete condizioni per poter essere economicamente autosufficiente, senza averne però tratto utile profitto per sua colpa o per sua scelta. Quindi la giurisprudenza concentra la propria attenzione sui limiti del concetto di indipendenza del figlio maggiorenne, statuendo che non qualsiasi impiego o reddito (come il lavoro precario, ad esempio) fa venir meno l'obbligo del mantenimento (Cass. n. 18/2011), sebbene non sia necessario un lavoro stabile, essendo sufficienti un reddito o il possesso di un patrimonio tali da garantire un'autosufficienza economica (Cass. n. 27377/2013). In particolare la giurisprudenza di merito ha avuto modo di specificare che l'obbligo del genitore – separato e/o divorziato – di concorrere al mantenimento del figlio maggiorenne può ritenersi estinto solo esclusivamente a seguito del comprovato raggiungimento da parte del figlio medesimo di un'effettiva e stabile indipendenza economica ovvero della sua dimostrata colposa inerzia nell'attuazione o prosecuzione di un valido percorso di formazione e/o studio. In particolare, il Tribunale di Savona ha osservato che la percezione da parte del figlio di somme di denaro di modesta entità a seguito dell'espletamento di attività lavorative saltuarie e/o "a chiamata" non può integrare il presupposto dell'indipendenza economica, atteso che gli emolumenti sono rimessi di fatto alla determinazione unilaterale del datore di lavoro” (Tribunale Savona 27 gennaio 2016).
In relazione invece ai profili che riguardano l’acquisizione di una professionalità del figlio ed una collocazione nel mondo del lavoro adeguata alle sue aspirazioni, la giurisprudenza, ritiene pacifico, già da tempo, che, affinché venga meno l'obbligo del mantenimento, lo status di indipendenza economica del figlio può considerarsi raggiunto in presenza di un impiego tale da consentirgli un reddito corrispondente alla sua professionalità e un'appropriata collocazione nel contesto economico-sociale di riferimento, adeguata alle sue attitudini ed aspirazioni (v. Cass. n. 4765/2002; n. 21773/2008; n. 14123/2011; n. 1773/2012). Correlativamente quindi, se il figlio coltiva delle aspirazioni e voglia intraprendere un percorso di studi per il raggiungimento di una migliore posizione e/o carriera, ciò non può non fa venir meno il dovere al mantenimento da parte del genitore (Cass. n. 1779/2013). È esclusa, invece, dalla Cassazione l'attribuzione del beneficio ricondotta a "perdita di chance" perché la stessa travisa l'interpretazione dell'istituto del mantenimento che è destinato a cessare una volta raggiunto uno status di autosufficienza economica con la percezione di "un reddito corrispondente alla professionalità acquisita in relazione alle normali e concrete condizioni di mercato" (Cass. n. 20137/2013).
Va dato conto, in ultimo, anche dell’ipotesi in cui, venute meno le circostanze poste a presupposto del mantenimento del figlio maggiorenne, a seguito del raggiungimento della piena autosufficienza economica del figlio maggiorenne, si verifichi la sopravvenienza di circostanze ulteriori che determinano l'effetto di renderlo momentaneamente privo di sostentamento economico. In tale ipotesi, secondo la giurisprudenza consolidata, non può risorgere l'obbligo "potendo sussistere al massimo, in capo ai genitori, un obbligo alimentare" (Cass. n. 2171/2012; n. 5174/2012; n. 1585/2014).
Nell’analisi della tematica del mantenimento del figlio maggiorenne va anche ricostruito il rilevante profilo che attiene alla interruzione dell’obbligo di mantenimento quando ciò avvenga a causa di una condotta del figlio stesso. Infatti, per indirizzo costante e unanime della giurisprudenza e della dottrina, l'obbligo perdura sino a quando il mancato raggiungimento dell'autosufficienza economica, non sia causato da negligenza o non dipenda da fatto imputabile al figlio. Per cui, è configurabile l'esonero dalla corresponsione dell'assegno, laddove, posto in concreto nelle condizioni di raggiungere l'autonomia economica dai genitori, il figlio maggiorenne abbia opposto rifiuto ingiustificato alle opportunità di lavoro offerte (Cass. n. 4765/2002; Cass. n. 1830/2011; Cass. n. 7970/2013), ovvero abbia dimostrato colpevole inerzia prorogando il percorso di studi senza alcun rendimento (nella fattispecie la Corte, con sentenza n. 1585/2014, ha escluso il diritto al mantenimento del figlio ventottenne che aveva iniziato ad espletare attività lavorativa, ancorché saltuaria, e non frequentava con profitto il corso di laurea a cui risultava formalmente iscritto da più di otto anni).
Una questione controversa in dottrina e in giurisprudenza è quella inerente il soggetto legittimato a far valere in giudizio il diritto del figlio maggiorenne al mantenimento, considerato che l'art. 155-quinquies c.c. disponeva il versamento dell'assegno "all'avente diritto".
La Cassazione (Cass. n. 18844/2007; n. 23590/2010) mostrava un atteggiamento di favore riguardo all'intervento del figlio maggiorenne ma non autonomo nel giudizio (di separazione o divorzio) pendente tra i propri genitori al fine di far valere il proprio diritto al mantenimento (realizzando così un "simultaneus processus"). Va detto che, sia in vigenza del regime precedente che di quello attuale, l'orientamento maggioritario ritiene "tuttora sussistente la legittimazione del coniuge convivente ("concorrente" o "straordinaria") ad agire iure proprio nei confronti dell'altro genitore, in assenza di un'autonoma richiesta da parte del figlio" per richiedere il versamento dell'assegno (Cass. n. 9238/1996; Cass. n. 11320/2005; cass. n. 359/2014; Cass. n. 921/2014; Cass. n. 1805/2014).
In una recente pronuncia di merito sul punto, la giurisprudenza asserisce che “Il diritto alla separazione è stato riconosciuto dalla giurisprudenza come situazione giuridico-soggettiva che realizza la personalità dell'individuo e quindi si tratta di un diritto personalissimo; anche in regime di amministrazione di sostegno, il beneficiario, può compiere atti personalissimi, poichè la misura non comporta la perdita della titolarità di tali diritti e di conseguenza neppure l'esercizio. Non è necessario disporre l'integrazione del contraddittorio nei confronti del figlio maggiorenne in quanto costui, pur essendo legittimato ad intervenire nel procedimento al fine di formulare in suo favore apposita domanda di riconoscimento di tale contributo nonchè di pagamento diretto dello stesso a norma dell'art. 337-septies cc, facoltà che non ha ritenuto di esercitare, non può ritenersi litisconsorte necessario bensì titolare di una legittimazione alternativa e concorrente con quella della madre”. (Tribunale Bari, sez. I, 7 ottobre 2015, n. 4205).
L'onere della prova spetta al genitore
Ai fini dell'esenzione dall'obbligo di mantenimento è necessario un provvedimento del giudice (Cass. n. 13184/2011; Tribunale di Modena 23 febbraio 2011).
Recentemente, la giurisprudenza ha precisato che “Il dovere di mantenimento del figlio maggiorenne cessa non solo quando il genitore onerato dia prova che il figlio abbia raggiunto l'autosufficienza economica, ma anche quando lo stesso genitore provi che il figlio, pur posto nelle condizioni di addivenire ad una autonomia economica, non ne abbia tratto profitto, sottraendosi volontariamente allo svolgimento di una attività lavorativa adeguata e corrispondente alla professionalità acquisita” (Cass. civ., sez. I, 1 febbraio 2016, n. 1858).
Fonte: www.quotidianogiuridico.it/La giurisprudenza sul mantenimento del figlio maggiorenne | Quotidiano Giuridico
È stato rinviato a giudizio con l’accusa di omicidio colposo il camionista che tamponò un altro mezzo pesante fermo nella piazzola di sosta per dare assistenza a un terzo camion in avaria, causando la morte del conducente di quest’ultimo mezzo.
Molestie sul lavoro: l’onere della prova si inverte se la molestia è presumibile in base ai “fatti”
È nullo, perché discriminatorio, il licenziamento determinato dal rifiuto della lavoratrice di sottostare alle molestie sessuali del proprio datore di lavoro, con applicazione del particolare regime probatorio presuntivo previsto dall’art. 40 d.lgs. 198/2006 per le discriminazioni.
Basta la pianta o serve il principio attivo? Il caso della coltivazione domestica
In tema di coltivazione casalinga di canapa indiana e valutazione dell’offensività della condotta, la Corte di Cassazione prende posizione su due orientamenti contrastanti. Corte di Cassazione con la sentenza n. 51416/16 depositata il 2 dicembre.
Più di 2400 gli italiani hanno già ricevuto un sms da parte dell’Agenzia delle entrate che li avvisa di verificare l’accredito di un rimborso fiscale. Il comunicato dell’Agenzia fa sapere che “si tratta solo di una parte dei 400mila cittadini che hanno finora fornito il numero del proprio telefonino nell’area riservata dei Servizi online dell’Agenzia delle entrate”. A dicembre arriverà il messaggio riguardante il pagamento dell'imposta di registro sui contratti di affitto, dove ci sarà scritto: “l’imposta di registro annuale sul suo contratto di locazione scade a dicembre. Le ricordiamo che ha 30 giorni dall’inizio della nuova annualità per il pagamento”.
Proclamato nuovo sciopero dei Giudici di Pace dal 19 al 22 dicembre
Oggetto: Proclamazione dell’astensione nazionale dalle udienze dei Giudici di Pace dal 19 al 22 dicembre 2016
Avendo vanamente esperito le procedure di raffreddamento previste dall’articolo 7 del Codice di autoregolamentazione per l’esercizio dello sciopero e delle astensioni dalle attività giudiziarie dei giudici di pace come da lettere del 4 novembre 2016 e del 29 novembre 2016, e malgrado il recente sciopero della categoria tenutosi dal 21 al 25 novembre 2016, nel prendere, per l’ennesima volta, atto del comportamento reiteratamente lesivo od omissivo del Ministro della Giustizia, malgrado gli impegni assunti nel corso degli incontri avuti con le organizzazioni di categoria, e del Presidente del Consiglio dei Ministri a danno della categoria in materia di corretta amministrazione della Giustizia, di garanzie di indipendenza del giudice, di riconoscimento dei più elementari diritti di lavoro (previdenza, equo compenso, continuità sino all’età pensionabile, tutela della maternità e della salute…), di osservanza dei precetti fondamentali statuiti dalla Costituzione e delle principali Istituzioni Europee (Commissione Europea, Parlamento Europeo, Comitato Europeo dei Diritti Sociali del Consiglio d’Europa, Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa e Corte di Giustizia Europea) e Mondiali (O.N.U.);
nel rilevare che l’attuale Governo, pur avendo preannunciato le dimissioni all’indomani della sconfitta referendaria, è ancora in carica con pieni poteri e, in ogni caso, vi resterà anche nelle vesti di Governo dimissionario sino al giuramento di un nuovo Governo, eventualmente all’esito delle elezioni politiche;
con la presente l’Unione Nazionale Giudici di Pace proclama lo sciopero nazionale dei giudici di pace dal 19 al 22 dicembre 2016.
Nel frattempo le più alte istituzioni europee, su istanza, denuncia o reclamo delle organizzazioni di categoria o di singoli magistrati, hanno avviato plurime procedure volte ad accertare le lamentate violazioni di diritto comunitario, in particolare:
a) con decisione del 5 luglio 2016, pubblicata il 16 novembre 2016, il Comitato Europeo dei Diritti Sociali del Consiglio d’Europa, su reclamo n. 102/2013 dell’Associazione Nazionale Giudici di Pace, ha accertato all’unanimità che la legislazione italiana viola il principio di non discriminazione previsto dall’articolo E in combinato disposto con l’articolo 12 della Carta Sociale Europea, ossia un trattato internazionale vincolante ai sensi dell’articolo 117, comma 1, della Costituzione, deliberando che i giudici di pace, sotto il profilo delle funzioni, dei doveri e del lavoro svolto, sono equiparabili ai magistrati professionali, con particolare riguardo al diritto inviolabile ad un trattamento previdenziale ed assistenziale corrispondente, anche in materia di tutela della maternità, della paternità e della salute; b) tutte le menzionate questioni sono attualmente all’esame della Commissione Europea, alla quale sono state presentate plurime denunce di infrazione per violazione delle richiamate disposizioni comunitarie e al riguardo la CE ha già avviato un EU Pilot (protocollo n. CHAP(2015)00364); c) la Commissione Europea è stata, altresì, più volte investita dalla Commissione per le petizioni del Parlamento Europeo, ai sensi dell’articolo 216, comma 6, del Regolamento, del compito di svolgere indagini e fornire informazioni al Parlamento Europeo sulle medesime questioni sopra esposte e sollevate in numerose petizioni dichiarate ricevibili e presentate da giudici di pace (petizioni nn. 1328/2015, 1376/2015, 0044/2016, 0214/2016 e 0889/2016 – le petizioni nn. 1328/2015 e 1376/2015 attualmente sono la terza e quarta petizione più sostenute nel Parlamento Europeo); d) in relazione ai punti evidenziati alle lettere a), b) e c) l’eurodeputato Salvatore Domenico Pogliese (PPE) ha presentato in Parlamento Europeo una interrogazione prioritaria con richiesta di risposta scritta alla Commissione Europea in data 28 novembre 2016, n. P-008844/2016; e) sono attualmente pendenti numerose procedure giudiziarie interne, dinanzi al giudice ordinario e amministrativo, presentate da singoli magistrati od organizzazioni di categoria, con richieste espresse e motivate di sollevare pregiudiziali dinanzi alla Corte di Giustizia Europea, sempre in relazione alle denunciate violazioni della normativa comunitaria sul lavoro subordinato ed alla luce dell’ inequivocabile e vincolante contenuto interpretativo della sentenza della CGE del 1° marzo 2012, O’Brien, C-393/10, con particolare riguardo alla configurabilità di un rapporto di lavoro subordinato anche in capo ad un magistrato cd. onorario o laico.
Con lettera di messa in mora del 28 novembre 2016 l’Unione Nazionale dei Giudici di Pace ha diffidato il Ministro della Giustizia Orlando ed il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ad adempiere alla decisione del Comitato Europeo dei Diritti Sociali del 5 luglio 2016 sul reclamo n. 102/2013, adottando ogni dovuto atto, eventualmente a mezzo di decreto legge, sussistendone tutti i presupposti, anche in presenza di un Governo dimissionario. Anche a tale diffida il Governo non ha dato riscontro alcuno.
Per tali ragioni l’Unione Nazionale dei Giudici di Pace ha deciso la proclamazione dello sciopero dal 19 al 22 dicembre 2016 e la prosecuzione delle azioni di protesta nel caso in cui il Governo ed il Ministro della Giustizia, pur se dimissionari, non modifichino l’attuale posizione lesiva non solo dei diritti fondamentali dei giudici di pace, ma anche delle garanzie approntate dalla Costituzione a tutela dei cittadini e delle imprese che accedono al servizio Giustizia, adottando tutte le necessarie ed improcrastinabili misure.
L’unione Nazionale dei Giudici di Pace manifesta il disagio della categoria per essere costretta, dinanzi al comportamento lesivo ed omissivo del Ministro della Giustizia e del Governo, a ricorrere a reiterate e prolungate astensioni per rivendicare l’adeguamento della condizione dei giudici di pace ad elementari e fondamentali principi di diritto costituzionale, comunitario ed internazionale, preordinati a garantire l’indipendenza, imparzialità e professionalità dei giudici e finalizzati ad assicurare ai cittadini l’effettività della tutela giurisdizionale dei loro inviolabili diritti.
Roma 7 dicembre 2016
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