Source: https://www.laleggepertutti.it/125656_la-risoluzione-del-contratto
Timestamp: 2018-04-25 20:26:15+00:00
Document Index: 22531397

Matched Legal Cases: ['art. 1453', 'art. 1453', 'art. 1453', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1454', 'art. 1456', 'art. 1457', 'art. 1458', 'art. 1460', 'art. 1462', 'art. 1462']

Professionisti La risoluzione del contratto
Professionisti Pubblicato il 9 luglio 2016
> Professionisti Pubblicato il 9 luglio 2016
Risoluzione giudiziale e di diritto; effetti della risoluzione; eccezione di inadempimento; risoluzione per sospensione della prestazione per le mutate condizioni patrimoniali dei contraenti; clausola del “solve et repete”.
La legge prevede il rimedio della risoluzione del contratto nell’ipotesi in cui si riscontrino anomalie nel funzionamento del sinallagma dopo la conclusione del contratto. In tal caso, quindi, il fondamento economico dell’attribuzione non è viziato sin dall’origine, ma viene ad alterarsi in seguito. La risoluzione mira, pertanto, a riequilibrare la posizione economico-patrimoniale dei contraenti eliminando non il contratto, ma i suoi effetti: essa, così, incide non sull’atto, ma sul rapporto. Ne consegue la possibilità di chiedere oltre la risoluzione anche il risarcimento dei danni: infatti, l’atto era valido e le obbligazioni dovevano essere eseguite (TRABUCCHI).
La risoluzione comporta l’estinzione del contratto. Questo effetto può essere raggiunto anche con l’annullamento solo che quest’ultimo opera in presenza di un’irregolarità; la risoluzione, invece, in presenza di un evento impeditivo dell’attuazione del rapporto. La risoluzione può operare con efficacia retroattiva o non retroattiva. Quest’ultima si ha sempre nei contratti ad esecuzione continuata ed in quelli attributivi di poteri (BIANCA). 4. La risoluzione per inadempimento (artt. 1453-1462) Se in un contratto a prestazioni corrispettive una parte non adempie la prestazione cui era tenuta, la parte adempiente può chiedere giudizialmente l’adempimento o esercitare il diritto alla risoluzione: una volta chiesta la risoluzione, non può più chiedere l’adempimento. Presupposto fondamentale della risoluzione è l’inadempimento colpevole della controparte, giacché si ritiene che la mancata esecuzione dell’obbligo contrattuale deve essere imputabile al contraente.
La risoluzione per inadempimento può essere:
1 Risoluzione giudiziale
2 Risoluzione di diritto
3 Effetti della risoluzione
4 Eccezione di inadempimento
5 Sospensione della prestazione per le mutate condizioni patrimoniali dei contraenti
Risoluzione giudiziale
Il codice stabilisce all’art. 1453 co. 1° che quando uno dei contraenti non adempie le sue obbligazioni l’altro può a sua scelta agire in giudizio per ottenere l’adempimento o la risoluzione del contratto.
In ordine al rapporto tra l’azione di adempimento e l’azione di risoluzione, è utile precisare che:
— la domanda di risoluzione può essere proposta anche quando il giudizio è stato promosso per ottenere l’adempimento. Cass. S.U. 8510/2014 ha affermato il principio secondo cui la parte che, ai sensi dell’art. 1453, co. 2°, c.c. chieda la risoluzione del contratto per inadempimento nel corso del giudizio promosso per ottenere l’adempimento, può domandare, oltre alla restituzione della prestazione eseguita, anche il risarcimento dei danni derivanti dalla cessazione degli effetti del contratto;
— la richiesta di adempimento non è più ammessa quando è stata domandata la risoluzione (art. 1453, co. 2°). La ragione di tale inammissibilità va ravvisata nel fatto che la parte, con la domanda di risoluzione, ha dimostrato di non avere più interesse alla prestazione e deve pertanto assumersi la responsabilità della sua scelta senza pentimenti. Il giudice, accertata l’esistenza dei presupposti, dichiara risolto il contratto con sentenza costitutiva.
La risoluzione per inadempimento è detta ope legis (o di diritto) allorquando si produce senza necessità di ricorrere ad una pronuncia costitutiva del giudice. Ciò non toglie tuttavia che le parti, in caso di contestazione, adiscano l’autorità giudiziaria: in tale ipotesi, però, la pronuncia si limiterà ad accertare se la risoluzione si è verificata o meno: sarà cioè una sentenza dichiarativa volta a prendere atto di certi effetti che si sono già prodotti nella realtà giuridica.
I casi di risoluzione di diritto espressamente regolati dal codice sono tre:
– la diffida ad adempiere: dichiarazione scritta attraverso la quale la parte adempiente intima alla parte inadempiente di eseguire la prestazione entro un congruo termine (non inferiore a 15 gg.) e contemporaneamente avverte la controparte che «decorso inutilmente detto termine, il contratto s’intenderà senz’altro risolto» (art. 1454, co. 1°);
– la clausola risolutiva espressa: pattuizione con cui le parti prevedono che il contratto dovrà considerarsi automaticamente risolto se una o più obbligazioni determinate non siano adempiute o siano adempiute secondo modalità diverse da quelle pattuite. È necessario che il contenuto della clausola sia sufficientemente preciso. Tuttavia, in presenza di una clausola risolutiva espressa, la risoluzione non consegue automaticamente all’inadempimento, ma si verifica solo qualora la parte non inadempiente eserciti il diritto potestativo acquisito con la clausola e comunichi all’altra parte che intende avvalersi della stessa (art. 1456);
– il termine essenziale: fissa il momento al di là del quale il creditore non ha più interesse ad ottenere l’esecuzione della prestazione (si pensi all’artista che deve presentarsi a teatro all’ora fissata per la rappresentazione). L’essenzialità del termine può essere espressamente pattuita ovvero può desumersi dalla natura o dall’oggetto del contratto. Decorso inutilmente il termine, il contratto si risolve ipso iure senza che sia necessaria alcuna dichiarazione della parte adempiente (come invece nel caso di clausola risolutiva espressa) (art. 1457).
In materia di effetti, l’art. 1458 prevede due regole fondamentali:
— la prima si riferisce all’efficacia retroattiva della risoluzione: se la parte inadempiente ha già ricevuto la prestazione, dovrà di conseguenza restituirla. Tale regola non opera però nei confronti di contratti ad esecuzione continuata o periodica riguardo ai quali il codice stabilisce che «l’effetto della risoluzione non si estende alle prestazioni già eseguite»;
— la seconda invece si riferisce all’esclusione degli effetti della risoluzione nei confronti dei terzi che abbiano acquistato anteriormente alla risoluzione (ma sono fatti salvi gli effetti della trascrizione).
Ciascuno dei contraenti può rifiutarsi di adempiere la propria obbligazione, se l’altro non adempie o non offre di adempiere contemporaneamente la propria. L’ambito di applicazione della norma riguarda i contratti sinallagmatici in cui le prestazioni devono essere eseguite cd. mano contro mano e nei quali le parti non abbiano stabilito termini diversi o questi siano imposti dalla natura del contratto. È un caso di autotutela privata che deriva da un istituto (exceptio inadimpleti contractus) già creato dai postglossatori (giuristi della metà del sec. XIII) e trova il suo fondamento nella mancata simultaneità fra prestazione e controprestazione. La disciplina dettata dall’art. 1460 si applica anche nel caso in cui il primo contraente non adempia esattamente (exceptio non rite adimpleti contractus). Non è operativa l’eccezione, nonostante l’inadempienza dell’altra parte, quando il rifiuto della propria prestazione sia contrario alla buona fede (oggettiva): ciò si verifica soprattutto nel caso che la prestazione non eseguita sia di scarsa importanza.
Sospensione della prestazione per le mutate condizioni patrimoniali dei contraenti
Ciascuna delle parti di un contratto a prestazioni corrispettive può sospendere la prestazione se le condizioni patrimoniali dell’altra siano divenute tali da mettere in pericolo evidente il conseguimento della controprestazione. È questa una seconda forma di autotutela privata fondata sulla esigenza di mantenere l’equilibrio tra le prestazioni di uguale importanza, che l’interessato può utilizzare senza bisogno di provvedimento giudiziale. Questa ipotesi e quella precedente (eccezione d’inadempimento), dal momento che costituiscono esercizio di un potere di autotutela, sono anche dette risoluzioni per giusta causa o inadempimento (BIANCA). F) La clausola del «solve et repete» (art. 1462) È una clausola con cui le parti — in deroga ai principi esaminati — stabiliscono che una di esse non può opporre eccezioni per evitare o ritardare la prestazione. Essa, per avere valore, deve essere specificatamente approvata per iscritto.
Il legislatore, all’art. 1462, ha previsto però i seguenti limiti:
— la clausola non ha effetto per le eccezioni di nullità, di annullabilità e di rescissione del contratto;
— il giudice, se accerta l’esistenza di gravi motivi, può sospendere la condanna all’adempimento della prestazione.