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Timestamp: 2017-07-27 20:44:51+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 18', 'art. 18', 'art. 5', 'art. 3', 'art. 18', 'art. 18', 'art. 18']

Bollettino di coordinamento dei Comunisti Anarchici e Libertari in CGIL n.9 marzo ’12
La vera posta in gioco: sconfiggere definitivamente le conquiste sociali e politiche del movimento dei lavoratori.
Cristiano Valente **
L’epigrafe della riforma del mercato del lavoro presentata dal Governo alle parti sociali con la locuzione “La Riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita”, oltre che evidentemente falsa in quanto non contiene alcuna indicazione reale per la crescita e per ipotetici nuovi investimenti, ha come reale scopo quello di chiudere definitivamente un lungo ciclo.
Quello intentato dal capitalismo, in particolare quello italiano ed europeo, iniziato nei primi anni ‘80, il cui il reale obiettivo era di ridurre le conquiste sociali che il movimento operaio e complessivamente il mondo del lavoro dipendente, aveva ottenuto con durissime lotte nel ventennio precedente, scardinando le poche, ma significative conquiste certe che questa stagione aveva sedimentato, quali l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.
Iniziamo con gli aspetti decisamente falsi. Nel dibattito e nelle motivazioni a sostegno di tale riforma si afferma, come eventuale scambio sulla modifica dell’art. 18 e sulla cancellazione della reintegra, che l’istituto della reintegra nell’ipotesi di licenziamento discriminatorio viene estesa anche alle imprese fino ai 15 dipendenti. Si afferma inoltre, rispetto alla precarietà dei nuovi istituti normativi, che i contratti a tempo determinato non potranno essere reiterati per più di 36 mesi, convertendosi, oltre tale periodo, in contratti a tempo indeterminato.
La legge 108/90 nel suo articolo 3 dispone testualmente “ il licenziamento determinato da ragioni discriminatorie… è nullo indipendentemente dalla motivazione addotta e comporta, quale che sia il numero dei dipendenti occupati dal datore di lavoro le conseguenze previste dall’art. 18 della Legge 20 maggio 1970 n° 300.”
In relazione invece ai lavoratori precari il D.lgs. 368/01 al suo art. 5 comma 4 bis recita “qualora per effetto di successione di contratti da termine per lo svolgimento di mansioni equivalenti il rapporto di lavoro tra lo stesso datore di lavoro e il lavoratore abbia complessivamente superato i 36 mesi comprensivi di proroghe e rinnovi, indipendentemente dai periodi d’interruzione che intercorrono tra un contratto ed un altro il rapporto di lavoro si considera a tempo indeterminato.”
Come si evince la presunta riforma del lavoro per tali terreni non aggiunge niente di più di quello che già ora esiste.
Rispetto all’articolo 18 e all’obbligo della reintegra in caso di non giusta causa, la manomissione è grossolana. Infatti, si “categorizzano” le forme dei licenziamenti in: discriminatori, disciplinari ed economici.
Mentre per le prime due categorie si prevede espressamente la reintegra, se non giustamente motivati, questa scompare in caso del licenziamento economico.
E’ fin troppo evidente che nessun padrone licenzierà un proprio dipendente adducendo motivazioni discriminatorie (di religione, di fede politica) né tanto meno con motivazioni disciplinari grossolanamente false, le quali generalmente sono normate dai contratti e prevedono forme di comunicazione inizialmente orale e successivamente scritta, forme di raffreddamento fra datore e il lavoratore coadiuvato dalle organizzazioni sindacali.
La nuova categoria di licenziamento economico sarà pressoché prevalente, anche perché la dove non fosse riconosciuta legittima la reintegra non è affatto prevista, ma il giudice può predisporre solo un indennizzo risarcitorio da 15 a un massimo di 27 mensilità. In più nel procedimento di licenziamento individuale per motivi economici, così come previsto dall’ipotesi del Governo, si rovescia completamente l’articolato della Legge 604/66 nel suo art. 3 il quale per i licenziamenti economici individuali prevede l’onere della prova a carico del datore di lavoro.
L’ipotesi della Ministra Fornero rovescia tale onere sulle spalle del lavoratore e la dove si accerti che la motivazione non sia reale, quindi la dove il giudice “ accerti l’inesistenza del giustificato motivo economico o oggettivo, il giudice dichiara comunque risolto il rapporto di lavoro disponendo il pagamento dell’indennità risarcitoria.”
Un vero regalo ai padroni (altro che Governo di tecnici, intendendo con quest’affermazione una sorta di “super partes”) che pur di licenziare, per esempio, un delegato sindacale o sostituire un lavoratore anziano con uno giovane a costi minori, con una parcella nemmeno salata, si libera definitivamente del problema.
E’ questa la vera posta in gioco. La chiusura di quella parabola che iniziata con l’incremento di rapporti di lavoro precari, è servita principalmente per abbassare i livelli retributivi dei così detti garantiti.
Spacciando questa precarietà per una sorta di necessaria flessibilità della forza lavoro a cui le stesse forze politiche di centrosinistra e di molta parte della nostra stessa organizzazione non hanno opposto sufficienti ostacoli nella sua forte espansione, ma spesso avallata e convintamene sostenuta, si è poi passato all’eliminazione della contrattazione nazionale come griglia minima di tutela, per arrivare al completo assoggettamento della forza lavoro alle condizioni dei padroni, anche se oggi eufemisticamente vengono chiamati “mercati”. L’insicurezza delle imprese, piccole o grandi che siano all’interno della competizione economica mondiale, sempre più aspra e sempre più virulenta, all’interno di una crisi di sovrapproduzione come quella in cui oggi viviamo, viene trasferita sui lavoratori. Infatti, quando le cose per i mercati vanno bene, un’impresa comunque assume personale mediante un buon numero di contratti di breve durata, avendo come risultato l’abbassamento del costo del lavoro e una forza lavoro piegata e ricattata; se i rapporti vanno male, non rinnova una parte di tali contratti, o magari tutti, senza nemmeno doversi prendere il fastidio di licenziare qualcuno.
Per questi motivi la parola d’ordine e l’obiettivo da indicare deve essere nessuna manomissione o presunta manutenzione all’art. 18 .
La reintegra per non giusta causa è un diritto inalienabile. Non casualmente oggi è messo nuovamente in discussione. Gli anni della crisi (siamo già a quattro anni e mezzo dai primi fallimenti dei famigerati sub primes) hanno reso per il padronato maturo l’attacco finale.
Una sconfitta anche di quest’ultimo paletto determinerebbe una ritirata scomposta e definitiva del movimento operaio e dei lavoratori tutti.
Intorno alla sua difesa integrale è possibile invece tentare una battaglia, seppure di resistenza, ma che permetta di connettere intorno alla nostra organizzazione un vasto movimento di protesta e di lotta che oggi cammina in ordine sparso. E’ possibile ripartire dalla difesa dell’art. 18 per ricucire quel tessuto oramai logorato ma pur sempre presente della solidarietà e dell’unità del movimento operaio e dei suoi classici alleati come le nuove generazioni e le donne. L’ARTICOLO 18 NON SI TOCCA.
* Direttivo Filt Cgil Toscana
La recente mobilitazione della FIOM e la vittoria della CGIL nelle elezioni delle RSU nella Pubblica Amministrazione.
La manifestazione nazionale indetta dalla FIOM in concomitanza con lo sciopero generale dei metalmeccanici del 9 marzo 2012, è stata una grande manifestazione sulla quale è opportuno riflettere. I metalmeccanici, infatti, hanno saputo reagire ad un attacco capitalistico durissimo, profondo e duraturo mantenendo l’unità della categoria, difendendo con le loro mobilitazioni non solo i loro interessi categoriali ma anche quelli delle classi subalterne, ponendosi all’avanguardia di un protagonismo di classe che ha inaugurato una delle migliori stagioni dell’intero sindacalismo italiano e europeo. Tutto ciò è stato possibile per l'insostituibile ruolo della FIOM – CGIL.
Di contro il comizio del segretario confederale Scudiere è stato inadeguato, nei suoi contenuti, alle caratteristiche della mobilitazione e ai suoi obiettivi,
Su queste premesse l’assenza della segreteria nazionale e del segretario generale della CGIL dal palco da cui ha parlato il segretario della FIOM Landini è stata la dimostrazione più eloquente delle contraddizioni del gruppo dirigente nazionale della CGIL e di tutte le sue incertezze, sottoposto alla pressione dei settori più moderati del Partito Democratico che convengono, in tutto o in parte, con l’operato del governo Monti favorevole a scaricare sui lavoratori e sulle classi sociali subalterne i costi della crisi secondo le indicazioni della BCE.
Queste manovre, che andavano estendendosi anche all’interno della CGIL, sono state parzialmente bloccate dalla manifestazione del 9 di marzo, che ha riportato la questione della democrazia sindacale e della rappresentanza al centro delle lotte sindacali.
E’ emersa cioè un’altra CGIL, disposta a misurarsi non tanto e non solo sul terreno istituzionale, in verità sempre più subordinato alle leggi imposte dal capitale finanziario europeo, ma su quello dei rapporti di classe e di forza tra capitale e lavoro. A questo punto non si tratta di evitare in confronto con la controparte, così come una stucchevole regia interna all’organizzazione proferisce a ogni piè sospinto, comminando inadeguate accuse di “estremismo” che suonano piuttosto come calunnie: trattare, invece, si deve, ne siamo perfettamente consapevoli. La differenza, semmai, si realizza sul come. Talvolta negli organismi dirigenti ed esecutivi della CGIL si ascoltano tremolanti discorsi di questo tipo: “…ma insomma cosa abbiamo portato a casa?... e gli scioperi e le manifestazioni cosa hanno prodotto?... Perché… guardate…. compagni…. che senza la ricostruzione dei rapporti unitari si rimane isolati”. Questi “mal di pancia” nascondono, dietro un presunto realismo, impazienza, nostalgia e illusione. L’impazienza deriva dalla ricerca del risultato immediato, purché si possa dimostrare di “portare a casa qualche cosa”, tanto per accontentare qualcuno, magari i settori più sazi di una determinata categoria. Così facendo, si perdono di vista gli obiettivi generali e ci si riduce a spacciare le sconfitte per vittorie, deviando nel corporativismo. La nostalgia è quella del bel tempo – concertativo – che fu, superato dalle impietose dinamiche della ristrutturazione capitalistica la quale riconosce un’unica legge, quella dei rapporti di forza tra le classi, e non già l'autoreferenzialismo dei gruppi dirigenti sindacali.
L’illusione deriva da un gravissimo deficit di analisi, che pone il sindacato e la politica al centro del mondo, quando invece al centro bisogna porci le dinamiche della ristrutturazione capitalistica che hanno profondamente mutato il sindacato e la politica, la democrazia borghese e il ruolo delle sue istituzioni, che diviene sempre più asfittico. Ma queste considerazioni, d’altronde non comuni in CGIL, sarebbero state ignorate da un gruppo dirigente francamente incerto, se non fosse intervenuta un’altra questione in contemporanea alla manifestazione del 9 di marzo: le elezioni delle RSU nella Pubblica Amministrazione sulle quali la CGIL ha dato battaglia.
Parlare di attacco del capitale anche nella Pubblica amministrazione non significa recuperare categorie desuete, perché è proprio così: c’è una volontà capitalistica internazionale ed europea che pretende di realizzare risparmi agendo anche sul costo del lavoro nel settore pubblico, né più né meno come nel privato, non ostante che in quest’ultimo ambito vi siano meno tutele e la ristrutturazione si realizzi in modo talvolta drammatico. Così è che si intende estendere la riforma del mercato del lavoro anche nella pubblica amministrazione: licenziamenti compresi. Così è stato che una certa campagna volta a discreditare il lavoratore pubblico, una campagna virulentemente articolata dal governo Berlusconi, ha trovato sponsor anche nel Partito Democratico (atteggiamento di sostanziale condivisione della riforma Brunetta e Gelmini), ma che è stata bloccata dal voto dei lavoratori pubblici che hanno dato un chiaro segnale di partecipazione, premiando la CGIL e la sua, sia pure contraddittoria, opposizione sociale. Il gruppo dirigente della CGIL ha ben compreso la posta in gioco dell'art. 18 così come, sia pure tardivamente, cominciano a comprendere anche i burocrati della CISL e della UIL che solo ieri si sono accorti che la riforma del mercato del lavoro è confezionata anche per il settore pubblico che impiega oltre tre milioni di lavoratori, da mettere sotto ricatto con la minaccia dei licenziamenti. Apprezziamo la risposta che la CGIL ha dato all’attacco del governo che noi continuiamo a chiamare “attacco del capitale” e, siamo convinti, con il senno del poi, che se la compagna Susanna Camusso potesse tornare indietro, annullerebbe tutti i suoi impegni certamente importanti, per assicurare la presenza sul palco a fianco del segretario della FIOM alla manifestazione del 9 di marzo us. Ma le derive burocratiche dei gruppi dirigenti della CGIL inducono all'errore di prospettiva: era quella la sede per proclamare lo sciopero generale, e non è solo una questione di scenografica comunicazione, ma di realistica considerazione e valorizzazione della spinta espressa dai metalmeccanici e dai lavoratori della Pubblica Amministrazione che hanno chiesto alla CGIL una mobilitazione vasta e incisiva per estendere diritti e tutele, per difendere gli interessi dei più deboli e per far pagare la crisi a coloro che l'hanno generata.
Ciò non ostante la CGIL resiste e, in considerazione dei suoi inevitabili condizionamenti cui è sottoposta, dalla politica e da analisi talvolta deboli e subordinate alle esigenze imperialistiche, si qualifica come l’unica opposizione reale e attiva nel paese, così come le mobilitazioni della FIOM e le elezioni delle RSU nella pubblica amministrazione dimostrano: e dimostrano anche che i gruppi dirigenti possono essere positivamente plasmati dall’andamento dello scontro di classe, anche se ciò non è scontato in considerazione delle resistenze, anche interne all’organizzazione, che possono comunque essere contrastate così come le recenti vicende dimostrano. Infatti, anche al direttivo confederale nazionale del 21 di marzo us si è assistito a un incipiente ma interessante processo. Per la prima volta Nicolosi e Landini, rispettivamente membro della segreteria nazionale della CGIL e coordinatore di “Lavoro e società” il primo, e segretario generale della FIOM il secondo, hanno proposto un emendamento teso a chiarire che “l’articolo 18 non si tocca” in opposizione alle componenti più moderate della CGIL, favorevoli a una intesa con il governo, condiviso anche dalla FLC (Federazione lavoratori della Conoscenza) e dalla FP (Funzione Pubblica). Questo emendamento è stato respinto, ma un altro significativo passo in avanti è stato compiuto, e ora anche l’opposizione interna alla CGIL dovrebbe abbandonare i settari comportamenti di frazione per realizzare quell’unità di cui c’è tanto bisogno, per sostenere la CGIL nella difesa degli interessi dei lavoratori e delle classi subalterne in questa difficilissima fase della crisi. Le prospettive sono ancora incerte poiché l’odg votato a maggioranza dal direttivo del 21 di marzo è ancora troppo possibilista e disponibile all'intesa su prospettive moderate per recuperare l'unità con CISL e UIL. Molta strada resta ancora da fare.
Ma se lo sciopero e la manifestazione del 9 di marzo fossero falliti e i risultati delle elezioni RSU fossero stati deludenti ebbene, noi crediamo che la CGIL avrebbe firmato l’accordo con il governo, con CISL e UIL. D’altronde numerosi compagni dicevano alla vigilia delle elezioni delle RSU “speriamo che la CGIL non firmi… altrimenti perdiamo”. Invece la mobilitazione è riuscita e la CGIL non ha firmato. Non sono risultati definitivi, come il sopradetto documento votato al direttivo del 21 us dimostra, ma esprimono l’indicazione di un possibile percorso di opposizione sociale non minoritario, che ponga le premesse ad una ripresa dell’azione sindacale per la difesa degli interessi dei lavoratori, per la generalizzazione dei diritti e delle tutele. Come militanti sindacali, continuiamo a credere che se non vi fosse stata l’opposizione della CGIL, così come è andata configurandosi in questi ultimi dieci anni, sia pure in presenza di vistosissimi punti di caduta, diritti e tutele sarebbero stati cancellati, e questa consapevolezza ci conforta del nostro impegno nell’organizzazione. Qua, ora, non si tratta solo di difendere l’articolo 18, ma di ampliare i processi unitari con vertenze che riguardano tutti: donne e uomini, giovani e anziani, lavoratori pubblici e privati, disoccupati e inoccupati, contro il veleno corporativo e nazionalista, per maggiore salario, maggiori diritti e maggiori tutele, per difendere il territorio e la qualità della vita. E’ su questo orizzonte che dovrà misurarsi la CGIL nei prossimi mesi.
* FLC Cgil Pisa
Volantino FCL - Università di Firenze Questo si aspettano i lavoratori dalla CGIL:
in SCUOLA, UNIVERSITA’,
assunzioni dei disoccupati
rinnovo dei contratti nazionali di lavoro
modificare la controriforma delle pensioni
“Nonostante gli sforzi unitari per costruire una mediazione con il Governo, l'esecutivo ha solo manifestato l'intenzione di manomissione dell'articolo 18. E' più che fondato il timore che in realtà l'obiettivo del Governo non sia un accordo positivo per il lavoro ma i licenziamenti facili.
La CGIL farà tutto ciò che serve per contrastare la riforma del mercato del lavoro. Farà le mobilitazioni necessarie, non sarà una cosa di breve periodo".
Susanna Camusso- CGIL