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Timestamp: 2018-10-22 13:07:00+00:00
Document Index: 106570059

Matched Legal Cases: ['art. 21', 'art. 25', 'art. 4', 'art. 5', 'art. 8', 'art. 16', 'art. 8', 'art. 1', 'art. 5', 'art. 8', 'art. 1', 'art. 6', 'art. 26', 'art. 15', 'art. 17']

10 | ottobre | 2018 | Edscuola
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mercoledì 10 ottobre 2018 Edscuola	Lascia un commento
C’è ancora molto da discutere
Ad inizio della 18a legislatura, il DDLS.155 (“Disposizioni concernenti l’autogoverno delle istituzioni scolastiche e la libertà di scelta educativa delle famiglie, nonché la riforma dello stato giuridico dei docenti”), presentato al Senato il 23 marzo 2018 ed assegnato alla VII^ commissione il 26 giugno 2018, ha previsto una “nuova” revisione degli organi collegiali scolastici che ripropone un modello analogo ai disegni e proposte di legge degli ultimi anni, con la scomparsa peraltro dei consigli di classe (nonché interclasse ed intersezione).
Ed in effetti necessiterebbe una modifica del “Testo Unico” da quanto l’autonomia introdotta con l’art. 21 della L 59/97 ha reso inevitabile un adeguamento della “governance” scolastica alle funzioni e responsabilità del dirigente di cui all’art. 25 Dlgs165/01. Ma da ultimo con la L 107/2015 è stata stralciata la specifica delega.
Il 19 settembre 2018 è stato presentato il DDLS.796(“Introduzione dell’insegnamento curricolare di educazione civica nelle scuole primarie e secondarie di primo e secondo grado, allargamento della partecipazione degli studenti agli organi collegiali della scuola, nonché reintroduzione del voto in condotta”), assegnato in VII^ commissione Senato il 25 settembre 2018, che prevede in primo luogo all’articolo 1 l’introduzione dell’educazione civica come materia curricolare con un monte ore annuale di 33 ore.
L’educazione civica e/o alla cittadinanza è portata all’attenzione anche da altri disegni di legge S.610, S.303, S.233. Caratterizza quello in argomento la circostanza di prevedere, quale sostanziale momento applicativo dell’insegnamento ed educazione alla democrazia (art. 4), la rappresentanza nei consigli di classe ancheper gli studenti delle scuole primarie e secondarie di primo grado, con il compito di “agevolare il dialogo fra la classe e docenti”, facendosi “interpreti di specifiche richieste dei compagni,” anche segnalando “episodi di bullismo”. In realtà tale funzione è indicata nella presentazione premessa al testo che però nulla aggiunge negli specifici articoli agli attuali compiti dei consigli di classe.
Per la loro elezione è disposta espressamente l’applicazione dell’ordinanza ministeriale 215/1991, che presenta anch’essa svariati elementi di vetustà che sconsiglierebbero di farne specifica menzione nel testo normativo.
Alla primaria l’elettorato passivo sarà riservato ai ragazzi della classe quinta, anche se anticipatari (precisazione forse superflua laddove non si accenna all’età), mentre quello attivo si applicheràagli alunni di tutte le classi.
Con l’articolo 5 si ripristina anche nel primo grado il voto in condotta in decimi, sostituito da un giudizio sintetico dal Dlgs n. 62/2017, con le previste conseguenze sulla promozione, anchequale strumento per contrastare il bullismo.
Nello specifico, l’Art. 4, rubricato: Partecipazione degli studenti delle scuole primarie e secondarie di primo grado nei consigli di classe, propone una modifica all’art. 5 del Dlgs 297/94 per cui, ferma l’attuale composizione per la componente docente, è prevista la presenza di un rappresentante eletto dai genitori degli alunni iscritti “nella scuola materna” (lasciando sopravvivere un termine ormai desueto) mentre «nella scuola primaria, nella scuola secondaria di primo grado e», come attualmente, “nella scuola secondaria superiore, due rappresentanti eletti dai genitori degli alunni iscritti alla classe, nonché due rappresentanti degli studenti, eletti dagli studenti della classe”. In pratica in tutti i consigli di classe, a partire della scuola primaria, dovranno essere eletti due genitori e due studenti.
Non basta. Anche l’art. 8, che disciplina il consiglio di istituto e la giunta esecutiva (comma 7), al comma 8 è così modificato con riferimento a quest’ultima: «Nelle scuole primarie, secondarie di primo grado e negli istituti di istruzione secondaria superiore la rappresentanza dei genitori è ridotta di una unità; in tal caso è chiamato a far parte della giunta esecutiva un rappresentante eletto dagli studenti.». Dunque in giunta esecutiva ci sarebberosempre un genitore ed uno studente.
Infine l’articolo 30, che disciplina le Categorie di eleggibili nei singoli organi collegiali, al comma 3 è così modificato: «L’elettorato attivo per l’elezione dei rappresentanti degli alunni spetta agli studenti delle classi della scuola primaria, qualunque sia la loro età, mentre l’elettorato passivo spetta agli alunni che frequentano la classe quinta anche se anticipatari. L’elettorato attivo e passivo per l’elezione dei rappresentanti degli alunni spetta agli studenti delle classi della scuola secondaria di primo grado e secondaria superiore, qualunque sia la loro età.».
Quanto all’Art. 5, nel disporre che dall’anno scolastico 2019/2020, la valutazione del comportamento degli studenti è espressa in decimi, stabilisce che dovrà tenersi conto dell’educazione dei bambini e dei ragazzi al rispetto delle persone e dell’ambiente che li circonda, quali elementi fondamentali per il contrasto al bullismo e per l’educazione alla solidarietà e al rispetto delle cose, valori trasmessi attraverso l’insegnamento dell’educazione civica. La votazione inferiore a sei decimi comporta la non ammissione all’anno successivo o all’esame conclusivo del ciclo, rimettendo ad un emanando decreto la determinazione dei “criteri per correlare la particolare e oggettiva gravità del comportamento al voto insufficiente, nonché eventuali modalità applicative del presente articolo”.
L’auspicio è che la previsione non finisca per tradire le aspettative di educazione alla cittadinanza. Infatti, a prescindere dall’indubbio valore democratico di una esperienza elettorale, la funzione della rappresentanza all’interno dei consigli di classe, per quanto potenzialmente importante, appare attualmente in genere fortemente deludente. Questo anche perché la norma dettaglia soprattutto cosa i rappresentanti NON possono fare al suo interno, privilegiando invece per il resto espressioni generiche come quelle relative al compito “di formulare al collegio dei docenti proposte in ordine all’azione educativa e didattica e ad iniziative di sperimentazione e con quello di agevolare ed estendere i rapporti reciproci tra docenti, genitori ed alunni”. Peraltro poiché l’art. 16 del DPR 275/99 riserva ai docenti “il compito e la responsabilità della progettazione e della attuazione del processo di insegnamento e di apprendimento”, in pratica la funzione cardine è sintetizzata nel secondo periodo.
Inoltre dovremmo immaginare alunni di circa 10 anni coinvoltinei procedimenti per l’irrogazione ai propri compagni delle sanzioni disciplinari di competenza del consiglio di classe, sebbene, com’è noto, il DPR 235/07 (che modifica il DPR 249/98) non opera nella scuola dell’infanzia e primaria ed il sistema delle sanzioni e della garanzia del procedimento resta quello del Regio Decreto 26 aprile 1928, n. 1927 giacché il procedimento di modifica dello Statuto, avviato nella scorsa legislatura con l’insediamento di un gruppo di lavoro, non ha visto la sua conclusione.
Desta inevitabili perplessità la modifica del solo comma 8 dell’art. 8 del Dlgs 297/94 giacché i membri della giunta esecutivavengono eletti nel seno del consiglio di istituto, di cui però non è modificata la composizione.
Quanto poi all’elettorato, sappiamo che i rappresentanti degli studenti (come i genitori) nei consigli di classe sono eletti con riferimento a quella classe sulla base di un’unica lista che li comprende tutti. Dunque sostanzialmente elettorato attivo e passivo coincidono.
Nel disegno di legge esercitano il diritto di voto tutti gli alunni a prescindere dall’età mentre possono essere eletti solo gli alunni dalla quinta classe della primaria, dunque i primi dovrebbero essere chiamati ad eleggere rappresentanti di classi diverse dalla propria. A meno che non esista un’ipotesi non colta dalla scrivente. Peraltro gli alunni della classe quinta hanno in genere un’età tale da non poter essere agevolmente collegata ad una maturità normativamente prevista.
La reintroduzione del voto decimale nel comportamento con conseguente possibilità di non ammissione impone ulteriori considerazioni, poiché per la legge penale l’infraquattordicennenon è assolutamente imputabile non essendo ritenuto pienamente “capace”. Tanto vero che si è reso necessario intervenire con una norma ad hoc per disciplinare la possibilità di uscita autonoma. Eppure questi ragazzi, incapaci per legge, sono ritenuti tanto consapevoli da meritare la bocciatura. Che ne è dell’azione di carattere educativo che deve attivare il dirigente a norma della L 71/2017 e del patto di corresponsabilità educativa che pure era stato rivisto e rimeditato? Inoltre non dimentichiamo che il DPR 235/07, ed in particolare le più dettagliate indicazioni della nota del 2008, hanno già definito dei criteri per collegare la gravità del comportamento alla bocciatura.
Laddove si aprirà la discussione sul testo, ci saranno quindi svariati argomenti da dibattere ed approfondire.
Una breve menzione anche all’art. 1 della Direttiva 487/97 per cui “L’orientamento …costituisce parte integrante dei curricoli di studio e, più in generale, del processo educativo e formativo sin dalla scuola dell’infanzia”…perché non pensare sin da allora a forme di esercizio della cittadinanza attiva? Magari diverse dalla rappresentanza in un consiglio di classe.
Redattore Sociale del 10-10-2018
Giornata mondiale della vista, la prevenzione puo’ essere “low cost”
Mario Barbuto, presidente dell’UICI, evidenzia quanto sia “necessario, importante e conveniente prevenire le patologie visive, piuttosto che curare la cecità. Dal governo 1 milione alle regioni per centri di prevenzione: chiediamo 5 milioni. A Bologna, il 16% dei bambini delle elementari ha rivelato problemi di vista, in alcuni casi seri”.
ROMA. Controllare la vista, per non rischiare di perderla: è questo, in sintesi, l’appello che rivolge l’Unione italiana ciechi e ipovedenti, in occasione della Giornata mondiale della vista, che si celebra l’11 ottobre. Una ricorrenza che, come ci spiega il presidente Mario Barbuto, “ha un obiettivo altissimo: sradicare dal mondo il problema della cecità. Quasi un miliardo di persone, secondo l’Oms, convivono con la cecità o con difetti visivi molto gravi – riferisce ancora Barbuto – La maggior parte di queste situazioni nasce dalle condizioni di indigenza e povertà nelle aree geografiche del mondo più povere. Ci sono poi le cosiddette malattie rare, o ereditarie, o genetiche, diffuse nei paesi più ricchi come in quelli più poveri, come il glaucoma e la retinite”. Cruciale, per queste ultime patologie e in particolare per il glaucoma, potrebbe essere in un futuro non troppo remoto il ruolo delle nuove tecnologie: “ultimamente iniziano a esserci i primi impianti di microchip – ci spiega infatti Barbuto – che attraverso sistemi diversi, forniscono al cervello impulsi elettrici che permettono di avere una sorta di visione bionica della realtà: è il cosiddetto occhio bionico. Possiamo dire che in questo momento sono in corsa gli oculisti e gli ingegneri elettronici: e questi ultimi rischiano di arrivare prima”.
Se tanto possono quindi le tecnologie, ancor di più però può la prevenzione, che è il tema centrale della Giornata. “In tutto il mondo, ogni anno, la Giornata mondiale serve per promuovere conoscenza e sensibilizzazione su questa tematica, perché riteniamo che, come in tanti altri settori della vita sociale, che prevenire possa non solo aiutare le persone, ma anche indirizzare meglio le risorse pubbliche e private”. Se infatti da un lato è vero che prevenire costa e che la prevenzione incrocia, dunque, il tema della “povertà sanitaria”, sempre più diffusa anche nel nostro Paese, è vero anche che la cura è assai più onerosa e che quindi sarebbe proficuo indirizzare più risorse pubbliche proprio alla prevenzione. “Un lungo percorso di cura di una persona colpita da cecità ha costi altissimi per i contribuenti: sarebbe quindi molto più efficace e meno dispendiosa un ‘azione di prevenzione, che passi anche per visite ‘”ow cost” e accessibili a tutti”.
Barbuto indica quindi alcuni possibili impegni che da un lato lo Stato, dall’altro le associazioni potrebbero e dovrebbero assumersi. Dal punto di vista delle istituzioni, occorre innanzitutto un maggiore impegno finanziario: “La legge 286 del 1997 ha istituito centri regionali dedicati proprio alla prevenzione dei problemi di vista – ricorda Barbuto – Nell’arco degli anni, però, la disponibilità era a scesa a meno di 100 mila euro: come UICI, ci siamo adoperati chiedendo un fondo di 5 milioni di euro. Lo scorso anno abbiamo ottenuto 1 milione, continueremo a lavorare per ottenere un ulteriore incremento. Da quel che ci risulta, le regioni hanno utilizzato le risorse disponibili a questo scopo, attivando servizi di prevenzione a costo zero, ma con le ben note liste di attesa”.
Un’altra opportunità di “prevenzione low cost”, che l’UICI sta rafforzando, è quella di “offrire ambulatori oculistici di base nelle nostre sezioni: ce ne sono già in molte città. Qui l’accesso alla visita è molto rapido, aperto a tutti e costa tra i 25 e i 30 euro. Un’altra possibilità che attiviamo quando possibile, grazie alla collaborazione di medici oculisti volontari, è quella di utilizzare unità mobili, che in diversi giorni dell’anno si collocano in una piazza importante della città ed effettuano screening oculistici di 10-15 minuti. Infine, importanti sono le iniziative nelle scuole, come gli screening di massa che abbiamo svolto in alcune città e da cui sono emersi dati non rassicuranti: qualche anno fa a Bologna, per esempio, sono stati controllati tutti i bambini delle elementari e oltre il 16% aveva problemi oculari, che rischiavano in alcuni casi di diventare, negli anni, anche patologie serie. E’ un dato che ci fa ribadire quanto sia necessaria un’attenzione da parte delle strutture pubbliche, della politica e degli amministratori, per potenziare le attività di prevenzione.
Il nuovo esame di “maturità”*
Perché le virgolette? Perché si continua a parlare di esame di maturità, nonostante sia stato modificato tanti anni fa. E forse quelle modifiche non sono ancora entrate nel DNA degli insegnanti, né degli stessi studenti, per non dire delle loro famiglie e della pubblica opinione. E saranno entrate nel DNA dei nostri amministratori?
Ma andiamo con ordine. Alla fine del secolo scorso, come molti ricorderanno, si verificò una profonda svolta nel campo delle finalità dell’insegnamento, non solo in Italia, ma anche in molti Paesi dell’Unione Europea. Si sottolineava che, in un mondo che cambia, i processi di istruzione non possono più limitarsi a perseguire solo conoscenze, ma anche e soprattutto competenze. Una svolta di estrema importanza, ma… in effetti ancora oggi un passaggio di questo tipo non è stato totalmente avvertito nella sua interezza, né recepito.
Trent’anni di maturità “sperimentale” (1969-1997)
Cito due leggi. La legge 119/1969 prevede che “l’esame di maturità ha come fine la valutazione globale della personalità del candidato” (art. 5) e che “a conclusione dell’esame di maturità viene formulato, per ciascun candidato, un motivato giudizio, sulla base delle risultanza tratte dall’esito dell’esame, dal curriculum degli studi e da ogni altro elemento posto a disposizione della commissione (art. 8)”. Con la legge di riforma 425/1997 si dava una ben altra formulazione: i nuovi esami “hanno come fine la verifica della preparazione di ciascun candidato in relazione agli obiettivi generali e specifici di ciascun indirizzo di studi” (art. 1, c. 1), e la certificazione rilasciata deve “dare trasparenza alle competenze, conoscenze e capacità acquisite secondo il piano di studi seguito, tenendo conto delle esigenze di circolazione dei titoli di studio nell’ambito dell’Unione europea” (art. 6). In effetti, si tendeva passare da una scuola centrata sulle conoscenze ad una scuola centrata sulle competenze. Quindi era necessario anche un riordino dell’esame di Stato.
Fatti e misfatti della riforma della maturità del 1997
Se poi questo passaggio, che avrebbe dovuto essere epocale, sia veramente “passato” nella nostra scuola è altro discorso. È opportuno ricordare che la riforma del ‘97 venne attuata dal Ministro Luigi Berlinguer nel contesto di un governo di centro-sinistra, e che si trattava di una riforma che avrebbe potuto veramente incidere nei tempi lunghi. Con i governi successivi, invece, la riforma venne letta e realizzata più come un adempimento formale che sostanziale. Di qui una sorta di fastidio per i “punteggi” e per la “terza prova”, che invece, costruita dalle commissioni, avrebbe dovuto costituire un’innovazione profonda. Ma il fatto è che per la scuola dei “voti”, che di prove oggettive ne masticava poco (e non solo allora), costruire prove “diverse” rispetto a quelle della tradizione, e adottare punteggi, non fu affatto cosa facile. Non è un caso che la terza prova sia stata vissuta come “il quizzone”: un termine che denota ignoranza in materia di misurazione e valutazione. E non è un caso che le prove Invalsi, costruite secondo precisi criteri docimologici, siano vissute più come un’invasione che come un’opportunità!
La delega legislativa sulla valutazione nella legge 107/2015
A “complicare le cose” – se si può dire così – è intervenuta la 107! Il comma 181, lett. i) dell’articolo 1 della legge 107/2015 recita: “adeguamento della normativa in materia di valutazione e certificazione delle competenze degli studenti, nonché degli esami di Stato, anche in raccordo con la normativa vigente in materia di certificazione delle competenze, attraverso: 1) la revisione delle modalità di valutazione e certificazione delle competenze degli studenti del primo ciclo di istruzione, mettendo in rilievo la funzione formativa e di orientamento della valutazione, e delle modalità di svolgimento dell’esame di Stato conclusivo del primo ciclo; 2) la revisione delle modalità di svolgimento degli esami di Stato relativi ai percorsi di studio della scuola secondaria di secondo grado in coerenza con quanto previsto dai regolamenti di cui ai decreti del Presidente della Repubblica 15 marzo 2010, nn. 87, 88 e 89”. Sono i decreti che riguardano rispettivamente il riordino degli istituti professionali, degli istituti tecnici e dei licei.
Il D.lgs. 62/2017 ha dato attuazione a questa delega. Nel contesto/scenario sopra descritto insegnanti e commissioni si sono mossi, comunque, sempre con grande equilibrio, pur avvertendo a volte alcune difficoltà operative. In effetti le innovazioni, se non sono sostenute da opportuni interventi informativi e formativi degli operatori scolastici, rischiano di lasciare il tempo che trovano. Appare quindi utile e necessario che il Miur, per quanto riguarda gli esami di Stato relativi al secondo ciclo di istruzione, sia intervenuto “oggi” con tre documenti per fare chiarezza su alcune questioni.
La nota del Miur con le prime indicazioni operative
Il primo documento è la nota 4 ottobre, n. 3050, che ha per oggetto: “Esame di Stato conclusivo dei percorsi di istruzione secondaria di secondo grado a.s. 2018/2019 – prime indicazioni operative”. Questo è l’incipit: “Com’è noto, il d.lgs. 13 aprile 2017, n. 62, recante ‘Norme in materia di valutazione e certificazione delle competenze nel primo ciclo ed esami di Stato, a norma dell’articolo 1, commi 180 e 181, lettera i), della legge 13 luglio 2015, n. 107’, ha apportato significative innovazioni alla struttura e all’organizzazione dell’esame di Stato conclusivo dei percorsi di istruzione secondaria di secondo grado. Le relative disposizioni, contenute nel Capo III (artt. 12-21), sono entrate in vigore dall’1 settembre 2018, come previsto dall’art. 26, comma 1, dello stesso decreto legislativo…”.
Le tracce per la prima prova scritta
Il secondo è il “Documento di lavoro per la preparazione delle tracce della prima prova scritta dell’Esame di Stato conclusivo del secondo ciclo di istruzione” (allegato 1 alla suddetta nota). Vi si legge, tra l’altro: “Per la lingua, si tratta di padroneggiare il patrimonio lessicale ed espressivo della lingua italiana secondo le esigenze comunicative dei vari contesti; per la letteratura, di raggiungere un’adeguata competenza sulla evoluzione della civiltà artistica e letteraria italiana dall’Unità a oggi”. Per ragioni di spazio, si indicano solo i titoletti del documento: Obiettivi della prova; Indicazioni generali per la formulazione delle tracce; Tipologie di prove e numero di tracce; Tipologia A: analisi e interpretazione di un testo letterario italiano; indicazioni specifiche per la formulazione delle consegne; Tipologia B: Analisi e produzione di un testo argomentativo; indicazioni specifiche per la formulazione delle consegne; Tipologia C: Riflessione critica di carattere espositivo-argomentativo su tematiche di attualità; criteri per la formulazione delle prove; scritture da testi; scritture svincolate da testi; l’importanza del contenuto, Indicatori specifici per le singole tipologie di prova.
A proposito della prova scritta di italiano, mi piace riportare le parole di Luca Serianni (da un’intervista rilasciata a “la Repubblica” dello scorso 6 ottobre), che ha guidato il gruppo di lavoro del Miur per rivedere la prima prova scritta: “Il deficit principale non è l’ortografia, come si ritiene comunemente al di fuori della scuola. Il problema nei ragazzi è la violazione della coerenza testuale, l’incapacità di argomentare e di capire cosa si legge. Il nostro è un tentativo di porvi rimedio. L’idea di fondo è insistere su una prova che valorizzi la capacità di istituire un ragionamento, di dedurre conseguenze da premesse. E soprattutto di aumentare la competenza nella comprensione di un testo, dunque della realtà”.
È evidente la necessità che la scuola ha di contrastare il progressivo impoverimento della nostra lingua, indotto anche dall’uso di certi media, da Facebook ai cellulari, che per loro natura difficilmente sollecitano scambi comunicativi concettualmente ricchi e grammaticalmente articolati. Ed è vero che anche certi politici ormai parlano più per slogan che per ragionamenti mirati. E quando l’esempio viene dall’alto…
Quadri di riferimento per le seconde prove
Il terzo documento riguarda “Indicazioni metodologiche e operative per la definizione dei ‘Quadri di riferimento per la redazione e lo svolgimento delle seconde prove’ e delle ‘Griglie di valutazione per l’attribuzione dei punteggi’” (allegato 2 alla suddetta nota). È costituito dai seguenti punti: Premessa; Percorsi di studio per i quali si procederà alla redazione dei Quadri di riferimento; Modalità operative; Indicazioni metodologiche relative a: Una o più discipline; Le griglie di valutazione.
A proposito di quest’ultimo punto, leggiamo: “La scelta contenuta nel d.lgs. 62/2017 di introdurre, in uno con i quadri di riferimento, griglie di valutazione da utilizzare nei lavori delle Commissioni, risponde all’esigenza di fornire elementi di omogeneità e di equità: le esperienze svolte in questi anni con le griglie di Matematica sono state generalmente positive e bene accolte. Bisogna però tenere conto del fatto che costruire griglie di valutazione non è operazione semplice, anche perché la diversità dei contenuti delle tracce rende difficile la definizione di descrittori definiti ‘a priori’. In linea di massima, per griglia di valutazione si può intendere un insieme di informazioni codificate che descrivono le prestazioni di uno studente/candidato in relazione a degli stimoli/consegne/obiettivi: sono composte da indicatori (parametri, elementi di valutazione) che a loro volte vengono declinati in descrittori delle prestazioni che identificano i livelli ai quali si assegna un risultato in termini numerici”.
Tra misurazione e valutazione
In estrema sintesi, quanto ho riportato riflette l’insieme delle operazioni più importanti dell’esame di Stato. Ciò che preoccupa – a mio esclusivo giudizio… o pregiudizio, conoscendo il linguaggio dell’amministrazione – è l’abbondanza (o sovrabbondanza?) delle disposizioni. A volte è pure difficile distinguere ciò che è innovativo da ciò che invece non lo è. Una sola osservazione: l’introduzione dei punteggi per la misurazione delle prove, prevista dalla riforma del ‘97, aveva un significato preciso e intendeva operare un’innovazione profonda. Il docimologo sa che un punteggio è oggettivo e che una valutazione ha sempre un alto tasso di soggettività. Quando un insegnante consegna a un alunno un compito che ha valutato “quattro”, ma poi dice che non se lo sarebbe mai aspettato da uno studente bravo come lui, “lavora” su due livelli senza rendersene conto: ha misurato e ha valutato. La stessa cosa vale per un alunno che “ha preso otto” nel compito in classe, ma l’insegnante sospetta che abbia copiato: otto, esito di misurazione; copiatura, esito di valutazione.
Le novità del nuovo esame, in sintesi
Tornando al “nuovo” esame di Stato, le scelte e le innovazioni più significative introdotte sono le seguenti:
è ammesso all’esame di Stato l’alunno che ha frequentato almeno i tre quarti delle ore di scuola previste ed ha ottenuto almeno la sufficienza in tutte le discipline;
per quanto riguarda il credito scolastico, l’art. 15 del d.lgs. 62/2017 attribuisce al credito scolastico maturato dagli studenti nel secondo biennio e nell’ultimo anno di corso un peso decisamente maggiore nella determinazione del voto finale dell’esame di Stato rispetto alla precedente normativa, elevando tale credito da venticinque a quaranta punti su cento;
la prima prova scritta di italiano non avrà più quattro tracce, ma tre;
la seconda prova scritta può riguardare più materie;
la commissione dispone di 60 punti: massimo 20 per ciascuna delle due prove scritte e 40 per il colloquio;
viene eliminata la terza prova scritta (quella che assolutamente non si deve chiamare quiz o addirittura quizzone, perché in effetti una prova oggettiva ha sempre una sua dignità);
se lo studente dispone di un credito di almeno 30 punti e del punteggio complessivo di 50 per le tre prove, può godere di altri 5 punti (da uno a 5).
Altri provvedimenti per nulla secondari sono i seguenti: la prova Invalsi e l’alternanza scuola-lavoro non costituiscono più requisiti di accesso all’esame.
Le innovazioni sono tante. Ovviamente, per il dettaglio delle informazioni, occorre accedere direttamente ai tre documenti citati: a) la Nota del 4 ottobre; b) il Documento di lavoro per la preparazione delle tracce della prima prova scritta dell’Esame di Stato conclusivo del secondo ciclo di istruzione; c) le Indicazioni metodologiche e operative per la definizione dei ‘Quadri di riferimento per la redazione e lo svolgimento delle seconde prove’ e delle ‘Griglie di valutazione per l’attribuzione dei punteggi’.
* in Scuola7, n 7, ottobre 2018 – Edizioni Tecnodid, Napoli
Diffondere la cultura e la conoscenza dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza e la cultura della mediazione. Promuovere la divulgazione, nelle scuole, della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Migliorare l’attuazione delle “Linee guida per il diritto allo studio delle alunne e degli alunni fuori dalla famiglia di origine” e delle “Linee di indirizzo per favorire il diritto allo studio dei ragazzi adottati”, realizzando anche iniziative di formazione dedicate per gli insegnanti. Sono alcune delle attività previste dal protocollo d’intesa siglato ieri a Roma dal ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti, e dalla Garante per l’infanzia, Filomena Albano, che punta anche a promuovere la diffusione della cultura della legalità e l’educazione a un uso consapevole del digitale e dei social.
Al centro rapporto tra scuola e famiglia
«Non uno di meno»
Italia 16esima (15esima sui 35 Paesi Ocse) per l’impegno nelle politiche di contrasto alla
disuguaglianza ma 152esima per la percentuale di spesa pubblica destinata all’istruzione. Lo rivela il nuovo Indice di contrasto alla disuguaglianza dell’Oxfam. L’indice composito esamina 157 Paesi in tre macro-ambiti di intervento: spesa pubblica, politica fiscale e politica del lavoro. Il primo posto lo guadagna la Danimarca. Tra i paesi più virtuosi ci sono anche Francia e Belgio.
Il 16mo posto a livello assoluto dell’Italia è «dovuto ancor oggi, in termini comparativi, al
portato del welfare italiano, la cui connotazione universalistica corre tuttavia il serio pericolo di ulteriore deterioramento a fronte di alcune delle scelte annunciate
dall’attuale governo in materia di politica fiscale e socio-economica», spiega l’Oxfam.
«Se l’Italia si collocava a fine 2017 nelle parti alte della classifica, il rischio di ridimensionamento nel ranking è oggi estremamente elevato», sottolinea la direttrice delle campagne di Oxfam Italia, Elisa Bacciotti: «Il piano di riforme contenuto nella nota di
aggiornamento al Def, pur in assenza di molti dettagli specifici, lascia molte perplessità sulla reale capacità del nuovo governo di mantenere l’impegno di riduzione delle disuguaglianze assunto dal nostro Paese nel quadro dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite».
In particolare, sul fronte della spesa pubblica, l’Italia al momento si colloca al 152esimo posto (su 157 Paesi) per la percentuale di spesa pubblica destinata all’istruzione (21esima
nel ranking complessivo in tema di spesa pubblica, 31esima per la spesa destinata alla sanità e 7a per quella in sicurezza sociale), meglio solo di Timor-Leste, Bahrain, Antigua-Barbados,
Nigeria e Libano.
Il nuovo Indice, presentato da Oxfam e Development finance international al Meeting annuale del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale in corso a Bali, vede in
fondo alla classifica la Nigeria, ultima – spiega l’Oxfam – a causa della bassa spesa sociale, del peggioramento delle violazioni dei diritti del lavoro e della scarsa capacità di riscossione delle imposte.
Ecco il documento firmato dalle società degli storici contro la scelta dela commissione Serianni di cancellare la traccia storica dal tema di Maturità. Gli storici chiedono al ministro Bussetti di ripensarci: «La storia orienta i giovani nelle loro scelte»
Al via il recupero di 10 mila assunzioni
Il decreto bussetti per gli abilitati
Le assunzioni nella scuola hanno lasciato scoperte 32 mila cattedre: mancavano i candidati. Non hanno superato in numero sufficiente il concorso del 2016, le Gae sono esaurite per molte classi di concorso e anche la selezione riservata di quest’anno, per soli abilitati (Fit), va a rilento. Il risultato è che 32 mila cattedre disponibili per assunzioni a tempo indeterminato sono andate perse su 57 mila autorizzate dal mef per l’anno scolastico 2018/2019. Ora il ministro dell’istruzione, Marco Bussetti, come anticipato da ItaliaOggi, ha emanato il decreto che consentirà di recuperare almeno 10 mila posti. Con la nota prot.42322 del 26 settembre 2018 il Miur ha trasmesso il decreto ministeriale 631 del 25 settembre 2018 riguardante il trattamento degli aspiranti collocati a pieno titolo nelle graduatorie di merito del concorso Fit (d.lvo 59/2017, art. 17, comma 2, lett.b – bandito con Ddg 1° febbraio 2018, n. 85) approvate entro il termine del 31 dicembre 2018 e che siano in posizione utile rispetto ai posti residuati dalle operazioni di immissione in ruolo già effettuate per l’anno scolastico 2018/19.
Agli aspiranti per i quali sussistano tali condizioni sarà consentito di procedere da subito alla scelta di un ambito territoriale di titolarità, anche se poi la decorrenza giuridica ed economica della loro assunzione sarà fissata al 1° settembre 2019. Ma questo consentirtà di salvare intanto il posto autorizzato che altrimenti andrebbe perso. Il decreto infatti dà luogo a un accantonamento di posti che pertanto non saranno disponibili né per le operazioni di mobilità né per quelle di assunzione in ruolo decorrenti dal 2019/20, anno scolastico nel quale i soggetti destinatari delle disposizioni appena emanate con il decreto saranno avviati al percorso dell’anno di prova del Fit.
DEF, ecco il testo. Tutto su scuola: cittadinanza, alternanza, sostegno, formazione e trasferimenti
Sull’alternanza, leggiamo nel DEF, si interverrà per rendere i percorsi il più possibile orientativi e di qualità, rispondenti a standard di sicurezza elevati e coerenti con il percorso di apprendimento dello studente interessato, anche relativamente al territorio di riferimento. Conseguentemente il monte ore globale verrà ridefinito in base al percorso scolastico.
Ai fini succitati è ritenuta necessaria una ridefinizione dei documenti di accompagnamento all’attuazione delle attività di alternanza, valorizzando le competenze trasversali.
Così il Documento: In ambito di collaboratori scolastici si studieranno misure per la loro stabilizzazione funzionale all’internalizzazione di alcuni servizi.
Un’altra misura preventivata nel DEF è la cosiddetta “Autonomia differenziata, come riferisce la Flc Cgil.
Si tratta di dare attuazione all’articolo 116, comma 3, della Costituzione, che riguarda l’attribuzione di forme e condizioni particolari di autonomia alle Regioni a statuto ordinario.
Ricordiamo al riguardo che tre regioni hanno già avviato l’iter per poter godere della succitata autonomia.
Sarà rivisto, come già riferito, il corso concorso per diventare dirigente scolastico, che prevede lo svolgimento della preselettiva, di una prova scritta e una orale, il corso di formazione e tirocinio superato il quale l’aspirante dirigente è assunto in ruolo.
Nel DEF leggiamo che verrà scorporato il corso di formazione, si assumeranno in servizio i vincitori di concorso alla fine delle prove orali, previa pubblicazione delle graduatorie di merito, e sarà attivato un corso di formazione in servizio. Sarà così possibile coprire i posti vacanti e disponibili da settembre 2019.
Il corso di formazione si svolgerà, dunque, dopo l’assunzione e la presa di servizio. Le assunzioni potranno partire da settembre 2019 in modo da coprire i numerosi posti vacanti e disponibili.
Il Concorso per DSGA, previsto nella legge di bilancio 2018, è ripreso nel DEF ove leggiamo che Sarà anche pubblicato un concorso per il reclutamento dei Direttori dei Servizi Generali e amministrativi (DSGA).
Contro la dispersione, leggiamo nel Documento, può essere incrementato, ove ci siano le condizioni, il tempo pieno e prolungato nel primo ciclo di istruzione.
Nel Def c’è quello che possiamo definire un intento programmatico relativo all’educazione alla cittadinanza. Così, infatti, leggiamo nel predetto documento: Il Governo intende sviluppare percorsi di cittadinanza attiva fin dal primo ciclo di istruzione, anche in sinergia con le associazioni e altre realtà territoriali.
E’ stato costituito un gruppo di lavoro per l’accompagnamento delle misure attuative previste dal D.lgs. n. 66/2017.
Nel DEF si prevede di rivedere, nell’ambito del Piano Nazionale Scuola Digitale, le modalità di disseminazione delle metodologie didattiche. E’ prevista l’attivazione di équipe a supporto delle scuole, senza oneri aggiuntivi.
Potenziamento musica, inglese e scienze motorie alla Primaria
Secondo quanto si legge nel documento, il Governo si è posto l’obiettivo di reclutare docenti con titoli idonei all’insegnamento della lingua Inglese, della Musica e dell’Educazione Motoria nella scuola primaria (riguardo all’educazione motoria ricordiamo il DDL presentato alla Camera).
L’obiettivo sarà raggiunto anche guardando l’organico disponibile, utilizzando docenti abilitati all’insegnamento per la primaria ed in possesso di competenze certificate nelle materie da approfondire.
Per accedere all’insegnamento delle succitate discipline, leggiamo nel DEF, saranno oggetto di valutazione nuove classi di concorso e i requisiti per
Ci si propone, inoltre, di rivedere la normativa (risalente al 1958) che disciplina l’organizzazione delle attività sportive scolastiche.
Come preannunciato più volte dal Ministro Bussetti, saranno riviste le modalità di reclutamento dei docenti rendendo più snella la procedura e saranno attivati percorsi specifici sul sostegno.
Sono, inoltre, in corso di completamento le procedure previste dal decreto attuativo della riforma (articolo 17 del D.lgs. 59/17), ferma restando la volontà di pervenire ad una disciplina più organica in materia.
Nel DEF si ricorda che il Miur ha avviato la mappatura satellitare degli edifici solatici, in collaborazione con l’Agenzia Spaziale Italiana e il Consiglio Nazionale delle Ricerche.
La mappatura permette di monitorare lo stato degli edifici scolastici e gli eventuali spostamenti.
Tra le azioni da intraprendere è indicato il potenziamento del segmento 0-6, integrando quanto previsto dalla legge 107/2015 e dal D.lgs. n. 65/17.
Il governo, dunque, si propone di integrare la normativa vigente, prestando maggiore attenzione alle esigenze di educazione prescolare, in particolare nelle Regioni con accesso ai servizi educativi per l’infanzia inferiore alla media nazionale. In questo senso si conferma il valore delle ‘sezioni primavera’
Si afferma, infine, la necessità di inserire una misura per incrementare il Fondo nazionale relativo al sistema integrato (D.lgs. 65/17) nell’ambito delle risorse a legislazione vigente.
Saranno attivati, leggiamo nel documento, percorsi specifici sul sostegno.
Attendiamo adesso la legge di Bilancio per vedere quali misure potranno essere realizzate e in quale arco temporale.
Si tratta di una idea già trapelata e raccolta dalla nostra redazione e che troverà una collocazione nella Legge di Bilancio se i tecnici daranno il via alla fattibilità della proposta.
Molti i posti vacanti
Uno dei problemi che da più parti si avanzano circa l’avvio delle nuove procedure concorsuali (che, ricordiamo, sono alla fase della prova scritta), riguarda la tempistica con la quale questi dirigenti potranno coprire i posti vacanti.
Sono soprattutto le regioni del Nord ad avare carenze di dirigenti: Piemonte, Lombardia, Veneto, Liguria in testa. Scuole messe a reggenza che come media nazionale si aggira intorno al 30% di scuole con punte fino al 57% in alcune aree del Nord.
Ritardi nelle assunzioni dei dirigenti
Il percorso del concorso per diventare dirigente, secondo quanto elaborato dal precedente Governo in un regolamento rivisto più volte, prevede un lungo percorso di selezione e di formazione con una prova preselettiva, uno scritto, un orale e un corso di formazione selettivo con graduatoria finale. Percorso che, dati i ritardi di avvio del concorso, rischia di far slittare un altro anno scolastico con una quantità di scuole ancora superiore date a reggenza.
La soluzione di Bussetti
La soluzione elaborata dal Ministro per velocizzare le procedure prevede l’assunzione del dirigente subito dopo le prove, prevedendo il corso di formazione dopo aver preso servizio. La proposta sarà nella Legge di Bilancio che a breve verrà discussa in Parlamento.