Source: http://www.ship2shore.it/it/rubriche/la-tassabilita-delle-aree-demaniali-portuali-ai-fini-iciimu_71135.htm
Timestamp: 2020-02-26 12:23:34+00:00
Document Index: 88408376

Matched Legal Cases: ['art 7', 'art 3', 'art 2', 'sentenza ', 'art. 4', 'art 10']

La tassabilità delle aree demaniali portuali ai fini ICI/IMU - Ship2Shore
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Il D.Lgs. 504/1992 all’art 7 comma 1, introducendo una misura agevolativa, prevedeva l’esenzione dall’applicazione dell’ICI per gli immobili classificati o classificabili nella categoria catastale E (Immobili particolari ad uso pubblico). In mancanza di specifiche disposizioni e chiarimenti si era determinata una condizione di incertezza in relazione al trattamento fiscale delle aree portuali.
L’intervento legislativo successivo, che si è realizzato mediante la legge numero 388/2000, modificava l’art 3 del decreto legislativo di cui sopra (504/1992) estendendo la soggettività passiva ICI anche ai concessionari titolari di una concessione demaniale.
Inoltre l’art 2 del decreto del Ministero delle Finanze n. 28 del 1998 considera unità immobiliari, e quindi soggette ad ICI, anche le porzioni di fabbricato o le aree che, allo stato attuale in cui si trovano e sulla base dell’uso che ne viene fatto, presentino una potenzialità di autonomia funzionale e reddituale.
Ne consegue che gli esercizi commerciali, gli immobili con funzioni ricettive autonome, anche se ricompresi all’interno di una stazione o di un aeroporto debbono essere considerati separatamente rispetto alla struttura di cui fanno parte, non potendo più essere considerati come infrastruttura dell’aeroporto o della stazione ai fini del loro assoggettamento all’ICI, poiché appunto godono di autonomia funzionale rispetto alla struttura di cui sono parte.
Quindi anche nel caso di unità immobiliari facenti parte di aree portuali, qualora queste siano destinate ad uso commerciale, a ufficio privato ed abbiano una autonomia funzionale rispetto all’aere portuale di cui fanno parte, non possono essere classificate ai fini catastali nelle categorie catastali E/l, E/2, E/3, E/4, E/5, E/6 ed E/9 e quindi non possono essere considerate esenti da ICI, a maggior ragione nemmeno da Imu e Tasi.
Dopo lunghi anni di contenziosi dagli esiti altalenanti che hanno coinvolto anche le associazioni di categoria ed i migliori studi professionali, la Cassazione è intervenuta nel senso sopra esposto, con la sentenza numero 7390 del 2018 ribadendo che alla luce del combinato disposto degli artt. 5 del R.D.L. 652 del 1939 e 40 del D.P.R. 1142 del 1949, sono soggetti ad imposizione comunale anche le aree o i fabbricati che siano per se stessi utili o atti a produrre un reddito proprio, anche se utilizzati per le finalità istituzionali dell’ente titolare, e non rientranti nelle categorie catastali E.
Il medesimo indirizzo è stato ripreso dalla Cassazione nella recente ordinanza 10287 del 2019, a favore del Comune di Genova, in cui si ribadisce che ai fini dell’assoggettamento all’ICI, e di conseguenza anche ad IMU e TASI, non sono considerate esenti neppure le aree portuali scoperte, dotate di autonomia funzionale nella produzione del reddito, che siano utilizzate dal concessionario del bene demaniale per lo svolgimento della sua attività imprenditoriale, in quanto non classificabili nella categoria catastale E.
Il legislatore, con la Legge di Stabilità per l'anno 2018, sembra aver voluto porre parziale e tardivo rimedio alle predette penalizzazioni subite dalle imprese concessionarie di aree demaniali stabilendo che alcune specifiche tipologie di immobili situati nei porti di rilevanza economica nazionale ed internazionale di competenza dell'Autorità di Sistema Portuale, a decorrere dal 1 gennaio 2020 "costituiscono immobili a destinazione particolare, da censire in catasto nella categoria E/1, anche se affidati in concessione ai privati".
La nuova convenzione Italia – Cina contro le doppie imposizioni
È stata firmata in data 23 marzo 2019 una nuova convenzione contro le doppie imposizioni tra l’Italia e la Repubblica Popolare Cinese. La convenzione entrerà in vigore 30 giorni dopo la ratifica e sarà applicabile ai redditi realizzati a partire dal 1 gennaio dell’anno successivo a quello di entrata in vigore.
Il nuovo accordo avrà l’obiettivo primario di evitare la doppia imposizione dei redditi tra l’Italia e la Cina, senza tuttavia creare situazioni di abuso volte ad ottenere una mancata imposizione dei redditi prodotti. A tal proposito proprio l’art. 4 al comma 3 dispone che in caso di doppia residenza del soggetto passivo di imposta sia in Italia che in Cina, le autorità competenti cercheranno di determinare il luogo di effettiva residenza ,considerando la sede di direzione effettiva, il luogo di costituzione o di registrazione ed ogni altro fattore rilevante e, solo qualora non riescano a raggiungere un accordo sull’effettiva residenza del soggetto in Italia piuttosto che in Cina ,questi non avrà diritto agli sgravi o alle esenzioni fiscali convenuti nella Convenzione.
Interessante evidenziare come la Convenzione introduca delle norme di vantaggio per le imprese Italiane che percepiscono dividendi di fonte Cinese. L’art 10 della Convenzione ha infatti introdotto una riduzione dell’aliquota del prelievo alla fonte sui dividendi dal 10 % (come era nel precedente accordo del 1986) al 5%, nel caso in cui i dividendi derivino da una partecipazione, detenuta per almeno 365 giorni, e che attribuisca almeno il 25% del capitale della società estera.
Ci riserviamo di analizzare in maniera più dettagliata altri termini dell’accordo in contributi successivi.