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Timestamp: 2017-09-24 12:16:12+00:00
Document Index: 76430060

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 1218', 'sentenza ']

Paziente danno malasanita’ Bologna consenso informatoerrore medico risarcimento danni Bologna ,RAVENNA IMOLA FAENZA FORLI CESENA risarcimento malasanità tempi Bologna ,RAVENNA IMOLA FAENZA FORLI CESENA tabelle risarcimento danni malasanità Bologna ,RAVENNA IMOLA FAENZA FORLI CESENA risarcimento danni malasanità prescrizione Bologna ,RAVENNA IMOLA FAENZA FORLI CESENA risarcimento malasanità morte Bologna ,RAVENNA IMOLA FAENZA FORLI CESENA scadenza domanda risarcimento malasanità Bologna ,RAVENNA IMOLA FAENZA FORLI CESENAErrore medico. Cassazione 10055/2011: il medico risponde per errata diagnosi e ha l'obbligo di informare il paziente. Consenso informato del medico Orbene, applicando i principi di garanzia al caso concreto ed in tema di adempimento o esatto adempimento ad una completa ed adeguata informazione, la erronea applicazione della CORTE in tema di principi del consenso informato è duplice in quanto : da un lato presuppone che il consenso informato non debba investire anche i rischi dello intervento sanitario allorché essi non siano letali, pur avendo un alto livello di probabilità statistica (-tvp al 50 PER CENTO) e d'altro lato ritiene non dovuta la informazione in presenza di una percentuale statistica di mortalità dell’uno per cento, perché fenomeno prossimo al fortuito, mentre la valutazione del rischio appartiene al titolare del diritto esposto, e cioè al paziente e costituisce una operazione di bilanciamento che non può essere annullata in favore della parte che interviene sia pure con intenti salvifici. | Avvocato a Bologna - Studio Legale Bologna Avvocato Sergio Armaroli
Paziente danno malasanita’ Bologna consenso informato
Il consenso informato non va inteso — come spesso accade — come un ulteriore adempimento burocratico o come un momento di conflitto nella relazione medico-paziente, e non si deve ridurre a una semplice e pura operazione di «stile» alla quale ricorrere per garantirsi da conseguenze giudiziarie, ma deve essere inteso come un momento di quella alleanza terapeutica fondamentale per affrontare in modo corretto la malattia. L’obbligo del consenso informato è sancito dalla Costituzione, da varie norme di legge,
Orbene, applicando i principi di garanzia al caso concreto ed in tema di adempimento o esatto adempimento ad una completa ed adeguata informazione, la erronea applicazione della CORTE in tema di principi del consenso informato è duplice in quanto : da un lato presuppone che il consenso informato non debba investire anche i rischi dello intervento sanitario allorché essi non siano letali, pur avendo un alto livello di probabilità statistica (-tvp al 50 PER CENTO) e d’altro lato ritiene non dovuta la informazione in presenza di una percentuale statistica di mortalità dell’uno per cento, perché fenomeno prossimo al fortuito, mentre la valutazione del rischio appartiene al titolare del diritto esposto, e cioè al paziente e costituisce una operazione di bilanciamento che non può essere annullata in favore della parte che interviene sia pure con intenti salvifici.
SUSSISTE DUNQUE LA PROVA EVIDENTE DELL’INADEMPIMENTO IN RELAZIONE ALLA MANCATA E COMPLETA INFORMAZIONE SUL RISCHIO INERENTE AL PRIMO INTERVENTO, con l’effetto che su tale punto resta fermo l’an debeatur, mentre per il quantum dovranno essere riesaminate le pretese risarcitorie dell’erede che agisce in proprio o in tale veste, come si dovrà desumere dall’atto introduttivo.
Sentenza 22 maggio – 19 settembre 2014, n. 19731
(Presidente Segreto– Relatore Petti)
Con citazione del 2 ottobre 1998 L.G., erede di C., deceduto il (omissis) a 62 anni sul letto operatorio, già anestetizzato e incubato, per improvvisa e mortale ipotensione, convenne dinanzi al tribunale di MILANO, il chirurgo dr S.H. e la casa di cura san CAMILLO e ne chiedeva la condanna in solido al risarcimento di tutti i danni patrimoniali e non patrimoniali derivati dal decesso dell’ingegner C., a sessantadue anni, sul rilievo della responsabilità del chirurgo e della struttura sia in relazione alla produzione del fatto dannoso determinante la morte sia in relazione alla responsabilità da inadempimento in relazione alla omessa o incompleta prestazione del consenso informato. Le convenute si costituivano contestando il fondamento delle domande ed il medico chiamava in garanzia la ALLIANZ che chiamava la coassicuratrice RAS. La causa era istruita con consulenza medico legale ed acquisizione di documenti medici e della cartella clinica.
Contro la decisione proponeva appello L., chiedendone la riforma, resistevano il medico, la casa di cura e le assicurazioni terze chiamate. La corte disponeva nuova consulenza medico legale collegiale specialistica, la consulenza era successivamente integrata con dichiarazioni suppletive e di approfondimento.
La CORTE DI APPELLO di Milano, con sentenza del 31 agosto 2007, in parziale accoglimento dello appello condannava il medico e la casa di cura al risarcimento del danno per la malattia chirurgica, nella misura di 5000 Euro, e compensava le spese tra il L., il medico e la casa di cura, condannando il medico a rifondere alle assicurazioni le spese del grado.
Il ricorso, soggetto al regime dei quesiti,conformemente alle motivate richieste del procuratore generale, merita accoglimento per il terzo motivo, risultando infondati i restanti motivi e fondata la deduzione dell’assicuratore ALLIANZ in ordine alla intangibilità della statuizione della CORTE di appello che aveva rigettato la domanda proposta nei suoi confronti non essendo tale capo della sentenza coinvolto da alcuna censura da parte del L.
Nel PRIMO MOTIVO si deduce violazione e o falsa applicazione di norme di cui agli artt. 1175, 1176, 1218, 1375, 2230, 2236, 2727, 2729 primo comma, 2697 primo comma c.c. e artt. 115, 116 c.p.c. in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c. nel punto in cui la Corte ha ritenuto assolto l’onere della prova per adeguatezza della terapia preventiva antitrombotica anticoagulante, nonché illogica e contraddittoria motivazione sul punto ed omesso esame della cartella clinica, riguardante un punto decisivo della controversia in relazione allo art. 360 n. 5 c.p.c. I RELATIVI quesiti vengono articolati ai ff 20 e 21.
Nel SECONDO MOTIVO si deduce vizio della motivazione illogica, contraddittoria e insufficiente nel punto in cui la Corte ha ritenuto non doverosa da parte dei sanitari la esecuzione di accertamenti diagnostici per rilevare la presenza di una trombosi venosa profonda, che ha dato origine alla tromboembolia polmonare fatale.
I primi due motivi vengono in esame congiunto in quanto investono il nesso causale tra la condotta del convenuto chirurgo ed il decesso. Le censure, per quanto articolate, non valgono a smontare le conclusioni raggiunte nelle due consulenze collegiali e nella consulenza penale e nel supplemento di consulenza, in ordine alla mancanza di un nesso causale tra l’errore nel primo intervento chirurgico ed il successivo decesso quando ancora il secondo intervento non era iniziato.
LE CENSURE, per quanto attiene al catalogo degli errores in iudicando, risultano dunque prive della necessaria autonomia e specificità, mentre come errores in iudicando risultano prive di un momento coerente di sintesi e della stessa indicazione del fatto controverso.
IL terzo motivo merita accoglimento nei termini in cui in motivazione.
La CASSAZIONE è con rinvio alla CORTE DI APPELLO DI MILANO, che si atterrà ai principi di diritto come sopra formulati nel riesaminare le domande risarcitorie del L. e provvederà anche in ordine al riparto delle spese di questo giudizio di cassazione.
Errore medico onere prova, cassazione n. 18341/13:
«…con riferimento al primo ed al secondo motivo, la sentenza impugnata si rivela in armonia con il consolidato orientamento di questa S. C. secondo cui, nei giudizi di risarcimento del danno causato da attività medica, l’attore ha l’onere di allegare e di provare l’esistenza del rapporto di cura, il danno ed il nesso causale, mentre ha l’onere di allegare (ma non di provare) la colpa del medico; quest’ultimo, invece, ha l’onere di provare che l’eventuale insuccesso dell’intervento, rispetto a quantoconcordato o ragionevolmente attendibile, è dipeso da causa a sè non imputabile (Cass. n. 17143/2012). Pertanto, è il danneggiato che agisce per l’affermazione della responsabilità del medico, che ha l’onere di provare la sussistenza di un valido nesso causale tra fatto del sanitario e danno. Solo fornita tale prova in merito al nesso di causalità, è onere del medico, ai sensi dell’art. 1218 c.c., dimostrare la scusabilità della propria condotta (Cass. n. 12686/2011)».
Dunque, anche a fronte di una malattia terminale ed inguaribile, l’omessa diagnosi oppure la diagnosi non tempestiva cagiona comunque al paziente un danno alla propria persona, per il semplice fatto che è stato costretto a dover sopportare per intero le gravissime conseguenze della malattia stessa, con le relative sofferenze, le quali avrebbero potuto essere quanto meno alleviate.
Nel caso trattato ciò ha comportato un“danno da perdita di chances”, ossia la mancata possibilità (la chance, appunto) di vivere meglio e più a lungo durante il decorso della malattia, grazie alle cure palliative.
Cass., 13 febbraio 2015, n. 2854
In tema di responsabilità medica, l’obbligo del consenso informato attiene all’informazione circa le prevedibili conseguenze del trattamento cui il paziente viene sottoposto, e in particolare al possibile verificarsi, in conseguenza dell’esecuzione del trattamento stesso, di un aggravamento delle condizioni di salute del paziente, al fine di porre quest’ultimo in condizione di consapevolmente consentire al trattamento sanitario prospettatogli. Ne deriva che l’acquisizione da parte del medico del consenso informato costituisce prestazione altra e diversa da quella dell’intervento medico richiestogli, assumendo autonoma rilevanza ai fini dell’eventuale responsabilità risarcitoria in caso di mancata prestazione da parte del paziente.
Cass., 13 maggio 2014, n. 10317
La Corte di Cassazione, confermando le decisioni di primo e secondo grado, ha rigettato il ricorso promosso contro una AUSL locale e teso al risarcimento del danno subíto da una paziente a séguito di un’interruzione volontaria di gravidanza (asseritamente) mal eseguita. In particolare la Corte conferma l’orientamento che fa rientrare la responsabilità medica nell’alveo della responsabilità contrattuale, con conseguente riparto dell’onere della prova tra la parti e, nella fattispecie in analisi, conferma la decisione di secondo grado che si era adeguata a tali princípi (non potendo valutare il merito della decisione ed i fatti del caso). La Corte, infine ribadisce che «l’inadempimento rilevante nell’àmbito dell’azione di responsabilità per risarcimento del danno, nelle obbligazioni dette “di comportamento”, come quelle che qui rilevano, non è qualunque inadempimento, ma solo quello che costituisce causa (o concausa) e efficiente del danno; il che comporta, in primis, la necessità della parte istante di allegare un inadempimento, per cosí dire, qualificato e cioè astrattamente efficiente alla produzione del danno».
Cass., 6 giugno 2014, n. 12830
La Corte di Cassazione sottolinea la necessità e la rilevanza di una corretta e puntuale informativa in favore del paziente che si sottopone ad interventi di chirurgia estetica non necessari, tesa a favorire la scelta del paziente in merito all’an dell’intervento (ossia la decisione sul sottoporsi o meno all’intervento). Diverso è, invece, il caso di interventi chirurgici resi necessari ai fini della tutela del diritto alla salute, costituzionalmente garantito.
Cass., 30 maggio 2014, n. 12264
La Corte di Cassazione sottolinea la rilevanza di un’adeguata informativa alla gestante in caso di malformazioni del feto. Infatti, secondo la Corte esiste un evidente nesso di causalità tra la decisione della donna di interrompere la gravidanza e la corretta informativa su eventuali malformazioni del feto tali da «incidere sulla estrinsecazione della personalità del nascituro».
Informazione su malformazione, cassazione n. 7269/2013:
«Non v’ha dubbio che il primo bersaglio dell’inadempimento del medico è il diritto dei genitori di essere informati, al fine, indipendentemente dall’eventuale maturazione delle condizioni che abilitano la donna a chiedere l’interruzione della gravidanza, di prepararsi psicologicamente e, se del caso, anche materialmente, all’arrivo di un figlio menomato. E la richiesta dei corrispondenti pregiudizi deve ritenersi consustanzialmente insita nella domanda di risarcimento dei danni derivati dalla nascita, quali il danno biologico in tutte le sue forme e il danno economico, che di quell’inadempimento sia conseguenza immediata e diretta in termini di causalità adeguata (confr. Cass. civ. 1 dicembre 1998, n. 12195).17 Altrettanto non può dirsi, invece, in ordine ai pregiudizi asseritamente subiti dal figlio e dai suoi genitori, per non avere beneficiato di adeguati e tempestivi interventi atti a migliorare, o quanto meno a non aggravare il gravissimo handicap dal quale è risultato affetto il bambino.Trattasi invero di questione assolutamente nuova, in quanto completamente ignorata nella sentenza impugnata. Ne deriva che i ricorrenti avrebbero dovuto dedurre e dimostrare, con la precisione richiesta dall’osservanza del criterio dell’autosufficienza del ricorso per cassazione, che essa era già compresa nel thema decidendum del giudizio di appello. Nell’assenza di qualsivoglia allegazione al riguardo, ogni considerazione in ordine alla correttezza, in parte qua, della valutazione del giudice di merito è irrimediabilmente preclusa».