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Timestamp: 2018-06-22 01:33:51+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 380', 'art. 13', 'art. 1']

Lo sai che? Adulterio: la prova del tradimento del coniuge in processo
Lo sai che? Pubblicato il 17 marzo 2016
> Lo sai che? Pubblicato il 17 marzo 2016
Separazione: respinta la richiesta di addebito se l’infedeltà è oggetto di chiacchiere in paese e tutti ne sono a conoscenza, senza però una prova diretta.
Nella causa di separazione tra coniugi, avente ad oggetto la presunta infedeltà dell’uno ai danni dell’altro, non può essere data credibilità al testimone il quale riferisca di essere a conoscenza del tradimento solo perché “così si mormora in giro”, “è un fatto risaputo” o “l’ho sentito dire”. È quanto affermato dalla Cassazione con una recente sentenza [1].
Per dare valore alla dichiarazione del teste è necessario che questi affermi fatti avvenuti in propria presenza. Non a caso, volgarmente, viene detto “testimone oculare”.
Eccezionalmente, il giudice può dare anche un valore di semplice indizio (non quindi di prova) alle dichiarazioni di chi affermi di aver saputo il fatto da un altro soggetto il quale, tuttavia, lo abbia appreso direttamente per averlo visto in prima persona (cosiddetta testimonianza indiretta).
Va quindi rigettata la richiesta di separazione con addebito tutte le volte in cui la prova del tradimento è la “vox populi”, ossia il semplice fatto che “si vociferi in giro” e che “tutto il paese sia a conoscenza” di una relazione extraconiugale, non provata tuttavia da un riscontro certo e obiettivo.
I comportamenti che violano il reciproco dovere di fedeltà dei coniugi possono essere sanzionati con l’addebito. Tale violazione è considerata particolarmente grave e costituisce, soprattutto se viene provata una stabile relazione extraconiugale, una circostanza sufficiente a giustificare l’addebito della separazione al coniuge responsabile.
L’addebito scatta solo se ricorrono precise circostanze. Il giudice infatti deve accertare il nesso causale tra infedeltà e crisi coniugale. In pratica è necessario che dalla infedeltà – e non da altre pregresse ragioni – sia derivata l’intollerabilità della convivenza o la lesione di diritti della personalità dell’altro coniuge. Se la crisi tra i coniugi precede l’infedeltà ed era già irrimediabilmente in atto, in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale, il giudice può escludere l’addebito: in questo caso infatti l’infedeltà costituisce non la causa dell’intollerabilità ma una sua conseguenza.
È comunque irrilevante il fatto che il coniuge tradito abbia accettato passivamente i tradimenti [2].
[1] Cass. sent. n. 4565/16 del 9.03.2016.
[2] Cass. sent. n. 5090/2004, n. 18132/2003.
Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 14 gennaio – 9 marzo 2016, n. 4565
1) La Corte d’appello di Palermo, con sentenza del 27.2.013, ha respinto l’appello proposto da T.P. contro il capo della sentenza di primo grado che, pronunciata la sua separazione giudiziale dal marito R.V.C., aveva respinto la domanda di addebito da lei avanzata.
La corte territoriale ha escluso che l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza fra i coniugi fosse stata determinata dal comportamento del marito, rilevando: i) che il procedimento penale promosso a carico di quest’ultimo su denuncia della P. era stato definito con un provvedimento di archiviazione nel quale si affermava che le accuse mossegli erano totalmente prive di riscontri oggettivi e costituivano il frutto di un atteggiamento di frustrazione della denunciante, determinata da una grave forma di depressione, associata a disturbi alimentari ed all’abuso di bevande alcoliche, ii) che, quanto al preteso adulterio del V., non poteva tenersi conto delle dichiarazioni de relato de relato della madre dell’appellante, che aveva riferito di aver saputo che il genero tradiva la figlia da un’amica, la quale, a sua volta, le aveva riportato ciò che le era stato riferito da un’altra persona, rimasta sconosciuta; iii) che non v’era alcuna prova che il V. avesse abbandonato il tetto coniugale, atteso che dalle lettere inviate dalla P. al marito, contenenti la richiesta di corresponsione di un assegno di mantenimento, poteva al contrario desumersi la volontà di entrambi i coniugi di vivere separati; iv) che la documentazione sanitaria prodotta dall’appellante provava unicamente che la stessa era affetta da numerose patologie, ma non che queste fossero state cagionate da una condotta del V. violenta, o comunque, contraria ai doveri che scaturiscono dal matrimonio, neppure desumibile dalle circostanze oggetto dei capitoli di prova testimoniale articolati dalla P., inammissibili per la loro genericità.
2) La sentenza è stata impugnata da T.P. con ricorso per cassazione affidato ad un unico motivo, nel quale la ricorrente deduce l’errata ricognizione da parte della corte d’appello del materiale istruttorio acquisito agli atti e lamenta che non siano stati ammessi i capitoli di prova testimoniale articolati.
R.V.C. non ha svolto attività difensiva.
3)11 motivo, in cui sono confusamente affastellate allegazioni in fatto e questioni di diritto, non muove alcuna effettiva critica alle ragioni della decisione. La ricorrente si limita infatti da un lato a dedurre, in via meramente assertiva, che il V. non avrebbe mai smentito il tradimento e che in sede testimoniale sarebbe emerso che tutto il paese ne era a conoscenza e, dall’altro, a lamentare la mancata ammissione degli innumerevoli capitoli di prova articolati senza illustrarne la decisività, ovvero senza chiarire perché dalle circostanze in essi dedotti (che attengono in massima parte a comportamenti occasionali del V., anche successivi all’avvenuta separazione di fatto) dovrebbe ricavarsi il convincimento di una condotta del marito tale da aver determinato l’insorgenza delle sue patologie, o la prova del tradimento del coniuge od, ancora, quella del volontario ed ingiustificato abbandono del tetto coniugale da parte dello stesso.
Ad avviso di questa relatrice si dovrebbe pertanto concludere per l’inammissibilità del ricorso, con decisione che potrebbe essere assunta in camera di consiglio, ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c.
Il collegio ha esaminato gli atti, ha letto la relazione e ne condivide le conclusioni, non contraddette dalla ricorrente, che non ha depositato memoria. il ricorso va pertanto dichiarato inammissibile.
Ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater dPR n. 115/2002, introdotto dall’art. 1, 17° comma, della I. n. 228 del 24.12.2012, si dà atto della sussistenza dei presup osti per il versamento da parte della ricorrente di un ulteriore importo a titolo di cont buto unificato, pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.