Source: http://www.brocardi.it/codice-civile/libro-terzo/titolo-ii/capo-iv/art948.html
Timestamp: 2017-03-01 17:49:21+00:00
Document Index: 86575621

Matched Legal Cases: ['art. 934', 'art. 439', 'art. 948', 'art. 1356', 'art. 2900', 'art. 439', 'art. 2124', 'art. 1167', 'art. 2124', 'art. 439', 'art. 948', 'art. 1140', 'art. 1582', 'art. 1585', 'sentenza ', 'art. 948', 'art. 948', 'art. 816', 'art. 707', 'art. 810', 'art. 813', 'art. 2653', 'art. 19', 'art. 1049', 'sentenza ', 'art. 19', 'art. 1140', 'art. 707', 'art. 1478', 'art. 59', 'art. 708', 'art. 709', 'art. 57', 'art. 1140', 'art. 1154', 'art. 1156', 'art. 710', 'art. 1161', 'art. 1163', 'art. 1162', 'art. 1168', 'art. 1146', 'sentenza ', 'art. 1148', 'art. 1147', 'art. 1150', 'art. 705', 'art. 1150', 'art. 1150', 'art. 126', 'art. 1151', 'art. 2058', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 948', 'art. 948', 'art. 948', 'art. 2697', 'sentenza ', 'art. 948', 'sentenza ', 'art. 948', 'art. 1376', 'art. 1147', 'art. 1153', 'art. 948', 'art. 948', 'art. 1158', 'art. 1140', 'art. 1163']

Art. 948 codice civile - Azione di rivendicazione - Brocardi.it
Capo IV - Delle azioni a difesa della proprietà >
Articolo 948
Articolo 948Codice Civile
Il proprietario (1) può rivendicare la cosa da chiunque la possiede o detiene e può proseguire l'esercizio dell'azione anche se costui, dopo la domanda, ha cessato, per fatto proprio, di possedere o detenere la cosa (2). In tal caso il convenuto è obbligato a recuperarla per l'attore a proprie spese, o, in mancanza, a corrispondergliene il valore, oltre a risarcirgli il danno [2789].
L'azione di rivendicazione non si prescrive, salvi gli effetti dell'acquisto della proprietà da parte di altri per usucapione (3).
Solo il proprietario del bene può agire in rivendica, al fine di vedere riconosciuto il suo diritto, provando, con ogni mezzo, di essere il titolare. Il legislatore non considera con favore i modi di acquisto a titolo derivativo, che possono, in teoria, derivare anche da chi non è proprietario (a non domino).
Chi agisce in rivendica deve provare, pertanto, di aver acquisito la titolarità del bene a titolo originario.
Viceversa si deve dimostrare la legittimità di tutti gli acquisti a titolo derivativo, sino ad arrivare ad un acquisto a titolo originario.
Si tratta della c.d probatio diabolica; il legislatore facilita, però, chi agisce in rivendica consentendo l'applicazione degli istituti del possesso, dell'usucapione e dell'accessione (v. art. 934).
Se, in particolare, il bene rivendicato è immobile, chi agisce l'attore ha la possibilità di unire il suo possesso a quello del suo dante causa, dimostrando che la cosa è stata posseduta per tutto il tempo necessario ad usucapirla.
Se, invece, oggetto della rivendica è un mobile, basta provare di aver acquistato il possesso in buona fede, con un titolo astrattamente idoneo a trasferirlo (possesso vale titolo).
Si tratta di un'actio in rem, cioè di un'azione reale esperibile contro chiunque. Il suo presupposto è insito nella natura stessa dei diritti reali, caratterizzati dal diritto di seguito, che consente al titolare di seguire la cosa presso chiunque lo possieda.
Solo chi può rendere il bene è legittimato passivo e tale non può che essere, dunque, colui che ne detiene la materiale disponibilità, anche se non si tratta della stessa persona che ha sottratto il bene al titolare, ed anche se è un puro e semplice detentore della cosa. (3)
L'azione di rivendica è imprescrittibile perché tale è il diritto di proprietà che ne sta a fondamento.
Si reputa che, a prescindere da un'espressa previsione di legge, il proprietario possa agire per far accertare dal giudice il diritto di proprietà, e non anche la condanna alla restituzione del bene.
Causa possidendi
Eccezione di cosa regolarmente venduta e consegnata
Possessio uti dominus
Possesso esercitato come (si fosse) proprietario
Possessor pro possessore
Possiedo perché detengo il possesso (materiale)
Prova diabolica
Rem in bonis nostris habere intelligimur, quoties possidentes exceptionem, aut amittentes ad recuperandam eam actionem habemus
Spiegazione dell'Articolo 948 del Codice Civile
Natura dell'azione di rivendicazione. Legittimazione attiva
L'azione di rivendicazione è tipicamente reale, ed è un’ azione di condanna, perché ha la duplice funzione di accertare il diritto e di preparare l’ esecuzione forzata. Come l'art. 439 del vecchio codice, l'art. 948 stabilisce che l'azione compete al proprietario. Possono altresì proporla:
a) il nudo proprietario, poiché è anch'egli titolare del diritto di proprietà quando la cosa si trova nel godimento temporaneo di altri;
b) il condomino che agisce per la comunione contro il terzo che detiene la cosa, quantunque gli altri condomini non partecipino all'esercizio dell' azione, ovvero che agisce contro l'altro condomino per il riconoscimento del suo diritto alla quota intellettuale ed al proporzionale godimento della cosa;
c) l'enfiteuta, perché ha sulla cosa un diritto reale che più degli altri, diversi da quello di proprietà, si accosta al diritto di proprietà, riassumendo gran parte dei poteri del proprietario,
d) il superficiario, limitatamente al suo diritto di superficie;
e) chi ha sulla cosa un diritto di proprietà condizionato, pendente la condizione, come si argomenta dall’ art. 1356 del c.c., ove è detto che appartiene al titolare di un diritto subordinato a condizione sospensiva o risolutiva la facoltà di disporne in pendenza della condizione con gli effetti ivi indicati;
f) al marito per i beni dotali della moglie, ma il giudizio deve svolgersi anche in contraddittorio di costei.
Non può rivendicare chi ha sulla cosa altro diritto reale di godimento (usufrutto, uso, abitazione, servitù).
Per i principi generali l'attore deve essere proprietario nel momento in cui la propone: se diventa proprietario nel corso del giudizio, l'azione, qualora sia fondata, deve essere accolta per il principio dello ius superventens.
L'azione ha contenuto patrimoniale e non fa parte di quelle che possono essere esercitate esclusivamente dal titolare. Perciò può essere proposta dal creditore in surrogazione della persona alla quale compete. A norma degli artt. art. 2900 del c.c. e ss., il creditore deve citare anche il debitore che intende surrogare.
L'actio publiciana è inammissibile nel nostro diritto
Si discuteva, sotto la vigenza del vecchio codice, se per il nostro diritto fosse da ammettere l'azione publiciana del diritto romano. L' actio publiciana, com'e noto, era un’ azione petitoria fittizia: se concorrevano tutti i requisiti della usucapione ordinaria, ma il tempo necessario ad usucapire non era ancora decorso, si fingeva che l'usucapione fosse già compiuta.
Per il vecchio codice prevaleva l'opinione negativa: l'art. 439, si osservava, parla di proprietario e tale non è chi non ha usucapito e non può altrimenti dimostrare il diritto di proprietà; nel nostro diritto inoltre non sono ammesse le azioni fittizie.
Le stesse ragioni valgono a far escludere actio publiciana anche per il nuovo codice. Un'ulteriore osservazione è, però, da fare. L'art. 2124 del vecchio codice disponeva che l'usucapione era interrotta naturalmente quando il possessore era privato per più di un anno del godimento della cosa, di conseguenza, verificatasi la interruzione con la perdita del possesso per oltre un anno, cessavano gli effetti del possesso anteriore. Conseguentemente non si poteva più parlare di usucapione iniziata e non ancora compiuta. L'art. 1167, comma primo, dell’attuale codice civile riproduce in una forma più corretta l'art. 2124, con l'aggiunta del secondo comma, per il quale la interruzione si ha come non avvenuta se è stata proposta l'azione per il recupero del possesso (artt. 1168 e 1169), e questo è stato recuperato. È certo che questa nuova disposizione non ha resuscitato la publiciana, ma la sua applicazione porta al risultato che se il termine per l'usucapione è decorso da quando ha avuto luogo l'inizio del possesso, il rivendicante può dimostrare che è proprietario perché ha usucapito, quantunque il possesso sia stato temporaneamente interrotto.
Legittimazione passiva nell'azione di rivendicazione
Come per l'art. 439 del vecchio codice, l'azione, per l'art. 948 del nuovo codice, deve essere proposta contro il possessore o il detentore. Il criterio discriminativo del possesso dalla detenzione è posto nell' art. 1140 del c.c.. L'azione può essere spiegata anche contro il detentore perché ha per oggetto la restituzione della cosa da chiunque, perché inoltre i1 detentore può in atto violare il diritto di proprietà e chi rivendica non deve essere obbligato a indagini preliminari per stabilire a chi appartiene il possesso. La mancanza del possesso o della detenzione da parte del convenuto fa venir meno una delle condizioni dell'azione. Il possesso o la detenzione deve esistere al momento della proposizione dell'azione. Tuttavia se il convenuto acquista l'una o l'altra successivamente, il giudizio si convalida, perché si verifichi la condizione che da principio non avrebbe dovuto mancare.
Il detentore, se convenuto, fa la laudatio auctoris. Non vi era una norma specifica in tal senso nel codice del 1865 e non c’è nel nuovo, ma era communis opinio che il detentore fosse tenuto a fare la laudatio. Si considerava di generale applicazione il principio dettato dall'art. 1582 codice civile per la locazione, ancora presente nel nuovo codice (art. 1585 del c.c.), in base al quale se i terzi arrecano molestie al conduttore, pretendendo di avere diritti sulla cosa locata, il conduttore è tenuto a dame subito avviso al locatore, sotto pena del risarcimento dei danni. E se i terzi agiscono giudizialmente, il locatore è obbligato ad assumere la lite, qualora sia chiamato nel processo. Il conduttore deve esser estromesso, salvo che abbia interesse a rimanervi. Evidentemente il rivendicante ed il detentore, a meno che l'azione non sia l'effetto di collusione fra di loro, hanno interesse a chiamare nel processo colui in nome del quale il convenuto possiede. Il rivendicante perché l'autore del detentore potrebbe, nelle more del giudizio, ottenere una sentenza di condanna al rilascio contro il detentore, ed il rivendicante, nell’ impossibilità di avere la restituzione dal detentore, dovrebbe incominciare da capo contro l'autore di costui, con l’ eventualità di vedersi chiusa definitivamente la via dalla usucapione nel frattempo compiuta. Il convenuto, poiché non vuole certo addossarsi l'onere della lite, e perché, in caso di soccombenza, rimarrebbe esposto al rischio di dover risarcire i danni al suo autore, tra i quali danni, secondo i casi, può rientrare anche il valore della cosa.
L’ identificazione, dunque, del comune interesse del rivendicante e del detentore convenuto autorizza anche per il nuovo codice a concludere che il possessore sarà sempre chiamato nel processo.
L'azione di rivendicazione nei casi di ficta possessio
L'art. 948, per il caso di chi dolo desiit possidere, integra le disposizioni corrispondenti del vecchio codice, accogliendo soluzioni già ammesse dalla dottrina e dalla giurisprudenza.
Notificata la domanda, se il convenuto cessa, per fatto proprio, di possedere o detenere la cosa, l'attore può proseguire contro di lui l'azione già iniziata. Si finge che il convenuto continui a possedere o detenere la cosa e sorge, per il fictus possessor, un obbligo di fare. Egli quindi deve recuperare la cosa anche se si trova presso persona diversa da quella alla quale la trasferì. Se, per qualsiasi motivo, non riesce a recuperarla, ed a restituirla al rivendicante, deve corrispondere a costui il valore della cosa e risarcirgli i danni.
Il proprietario, proseguendo l'azione contro il possessore o detentore, ne può iniziare un’ altra contro l'attuale possessore o detentore. Se recupera la cosa, deve, in relazione ai principi generali, restituire al precedente possessore o detentore la somma ricevuta in luogo della cosa.
Il codice del 1865 non contemplava e il nuovo codice non contempla l'altro caso di ficta possessio previsto dalle fonti. Il silenzio della vecchia e della nuova legge si spiega perché, a quanto sembra, se il proprietario agisce contro chi liti se obtulit, simulando il possesso o la detenzione, l'azione, proprio per la mancanza della condizione del possesso o della detenzione, e per la conseguente impossibilità della restituzione, si svolge quale azione personale di risarcimento di danni. L'obbligo del risarcimento scaturisce dal comportamento del convenuto che agì in modo da trarre in inganno l'attore. Anche qui si applica, come pare, il secondo comma dell'art. 948. il proprietario, proseguendo l'azione contro chi liti se obtulit per il risarcimento dei danni, può rivendicare la cosa dal possessore o detentore. Se recupera la cosa, deve restituire al fictus possessor la parte della somma che, nella valutazione del danno, gli fu attribuita in luogo della cosa.
Oggetto dell'azione di rivendicazione
Come per il diritto romano, la cosa che si rivendica deve essere individualmente determinata: non potrebbero essere rivendicate le cose che sono parti ovvero accessorie di altre, invece possono essere rivendicate le universitates rerum (art. 816 del c.c.), come per il codice del 1865 (art. 707).
Tutte le cose, immobili e mobili, possono formare oggetto dell'azione: questa è la regola generale che dal vecchio codice è passata nel nuovo. Le eccezioni alla regola, poste nel vecchio codice, sono state riprodotte dal nuovo e, come ora si vedrà, sono state sviluppate in modo da dare un contenuto più ampio al principio, già accolto dal vecchio codice, secondo cui per i mobili il possesso vale titolo.
L' art. 810 del c.c., ricollegando le cose alla nozione di beni, adopera il comune denominatore della possibilità delle cose di diventare oggetto di diritti. Tale possibilità è coordinata, quindi, a due coefficienti: la natura della cosa e l’ idoneità della stessa a diventare obietto di diritti. Quanto ai diritti l' art. 813 del c.c. distingue tra diritti reali che hanno per oggetto beni e tutti gli altri diritti: ai primi si applicano le disposizioni relative ai beni immobili, anche per le relative azioni, a tutti gli altri diritti si applicano le disposizioni relative ai beni mobili, salvo, aggiunge l’articolo, che dalla legge risulti diversamente. Mentre è certo, come si è accennato, che l'azione di rivendicazione venga data per le cose immobili e mobili, sembra ugualmente certo che, di regola, la medesima azione non è proponibile per i diritti. La rivendicazione non funziona, in genere, che per le cose corporali: la nozione di possesso dei diritti e soltanto approssimativa. In tal caso la legge dispone altri rimedi; l'actio confessoria per i diritti reali, l'azione nascente dal rapporto costitutivo del diritto negli altri casi. La restituzione, fine ultimo dell'azione di rivendicazione, non è identificabile con la dichiarazione giudiziale dell’ esistenza di un diritto sulla cosa.
L' art. 2653 del c.c., riproducendo la norma dell'art. 19 lett. h del R. D. 3o dicembre 1923 n. 3272 sulle tasse ipotecarie, assoggetta a trascrizione « le domande dirette a rivendicare la proprietà o altri diritti reali di godimento sui beni immobili ». Si è voluto, com'è detto nella relazione ministeriale del libro sulla tutela dei diritti (n. 19), integrare la disposizione dell’ art. 1049 del c.c., nel senso che la sentenza ottenuta contro il possessore convenuto con la domanda trascritta produce effetto anche contro chi abbia acquistato dal possessore ed abbia reso pubblico l'acquisto nelle more del giudizio, dopo la trascrizione della domanda di rivendicazione. A quanto sembra, però, il cennato art. 19, accennando alla rivendicazione dei diritti reali di godimento, si riferisce all' actio confessoria, la quale, per tali diritti, funziona come l'azione di rivendicazione per la proprietà.
Tuttavia la dottrina riconosce la natura reale del diritto al marchio e delle azioni in materia di marchio, e ammette conseguentemente l'azione di rivendicazione a tutela del diritto di proprietà del marchio. La dottrina inoltre riconosce, a tutela del diritto di privativa, per invenzioni industriali, la cosiddetta azione di rivendicazione del brevetto, che ha per oggetto il riconoscimento della paternità dell’ invenzione, che importa l'attribuzione all'inventore dell’ esclusiva sulla invenzione, conformemente all'attestato rilasciato, nonché la sostituzione del vero inventore al falso nella titolarità e nel godimento della invenzione, con l'obbligo per l'Amministrazione di procedere alle corrispondenti annotazioni nei suoi registri.
La rivendicazione delle cose mobili. Limiti. Differenze tra il vecchio ed il nuovo codice.
Quando il proprietario di una cosa mobile la trasferisce validamente a titolo di proprietà, l'acquirente ne diventa proprietario nel momento stesso che apprende il possesso della cosa. Chi acquista a non domino diventa proprietario mediante il possesso, subordinatamente a due condizioni: 1) se è in buona fede, se cioè ignora, non per sua colpa grave, di ledere il diritto altrui nel momento in cui riceve la consegna della cosa; 2) se acquista in virtù di un titolo astrattamente idoneo al trasferimento della proprietà. Di conseguenza, chi è in possesso della cosa mobile perché l'ha acquistata dal proprietario ovvero dal non proprietario, ma in concorso nelle due ora accennate condizioni, non può essere utilmente convenuto con l'azione di rivendicazione, anche se la sua buona fede, esistente all'atto dell'acquisto, sia venuta successiva-mente a mancare. È questo il contenuto dell' art. 1140 del c.c. che riconsacra il principio che in tema di beni mobili il possesso vale titolo.
Le differenze tra il vecchio ed il nuovo codice sono le seguenti. L'art. 707 codice del 1865 riservava l'applicazione del principio solo a favore del terzo possessore di buona fede. Il nuovo codice ha tolto la limitazione, pertanto l'acquirente è protetto anche contro l'azione di rivendicazione proposta da chi gli trasferì la cosa. Ma qui, a quanto sembra, l’ innovazione è soprattutto formale perché, tra i diretti contraenti, il venditore non proprietario, a norma dell’ art. 1478 del c.c. (cpv. art. 59 vecchio cod. di commercio), non può opporre all'acquirente il difetto di proprietà, ma è obbligato a procurargli l'acquisto della cosa, ed il compratore diventa proprietario nel momento in cui il venditore acquista dal titolare la proprietà della cosa. E, per altro, come già implicitamente si è detto, non si può prescindere dalla considerazione degli elementi di esistenza e di validità del negozio giuridico di trasferimento. Nè, secondo i casi, è irrilevante la causa della consegna della cosa. In quest'ultima ipotesi, per i principi generali, dovrebbe anche ammettersi, quando ne ricorrano gli estremi, la condictio indebiti contro chi ha ricevuta una cosa che non gli è dovuta.
Al contrario è sostanziale e profonda l'altra seguente innovazione. Per gli art. 708, 709 e 2164 del vecchio codice, in caso di furto o smarrimento, il proprietario poteva rivendicare la cosa da chiunque, entro il triennio previo il rimborso del prezzo, se il possessore aveva acquistato la cosa in una fiera o negli altri modi indicati nell'art. 709. L'art. 57 cod. comm. aveva già intaccato il sistema del codice civile, perché aveva limitata la rivendicazione dei titoli al portatore solo contro coloro che li avessero rubati o ritrovati, ovvero li avessero ricevuti conoscendo il vizio della causa del possesso. L'art. 1140 del nuovo codice parifica la perdita volontaria alla perdita involontaria del possesso: chi acquista la cosa a non domino, dovunque e da chiunque la acquisti, ne diventa proprietario col possesso, se acquista in buona fede e mediante titolo astrattamente idoneo a trasferire la proprietà. È indifferente che il proprietario abbia smarrito la cosa, sia stato della stessa derubato, l'abbia consegnata perché vittima di una truffa, l'abbia affidata per uno scopo determinato ed il consegnatario, abusando della fiducia, l'abbia per suo conto alienata. L'acquirente diventa sempre proprietario e l’azione di rivendicazione contro di lui rimarrebbe senza risultato. Viceversa, chi acquista in mala fede o senza titolo astrattamente idoneo, non diventa proprietario, e rimane esposto all’azione di rivendicazione non solo se ha acquistato dal ladro, dal ritrovatore o da chi abbia abusato della fiducia, ma anche da qualsiasi altro possessore che non sia proprietario. Solo se acquista da chi è diventato proprietario diventa, mediante il possesso, anch’egli proprietario, essendo irrilevante la sua buona o mala fede, come si desume dagli artt. 335 E 341.
Ciò è confermato inoltre dall’ art. 1154 del c.c.: a chi acquista conoscendo l’illegittima provenienza della cosa o del titolo al portatore non giova l’erronea credenza che il suo autore o un precedente possessore ne sia diventato proprietario. Nel giudizio di rivendicazione, com’è chiarito nella relazione ministeriale (n. 203), il rivendicante deve provare il furto, lo smarrimento, l’abuso di fiducia e la conoscenza che ne aveva il convenuto al momento dell’acquisto; il convenuto deve provare che fu sanato il vizio della circolazione.
Le norme fin qui esaminate non si applicano alle universalità di mobili: la deroga al principio che per i mobili il possesso vale titolo ed il ritorno alla regola della rivendicabilità di tutte le cose sono posti nell’art. 1156: nella spiegazione di tale ultimo articolo si dirà quali sono le universalità di mobili. Per i mobili iscritti in pubblici registri questa norma prevede la stessa deroga: si tratta di una innovazione a cui, in tempi recenti, sono stati sottoposti alcuni beni mobili, in considerazione della loro natura e del servizio che rendono. Per le universalità di mobili, quindi, e per i mobili soggetti ad iscrizione, quando il rivendicante ha dimostrato di essere proprietario, il convenuto che ha acquistato a non domino, nonostante la presunzione di buona fede che accompagna il suo possesso e l’esistenza del titolo idoneo, deve restituire le universalità di mobili o la cosa mobile iscritta nel registro, salvo che non possa utilmente dedurre qualche eccezione che valga a far respingere l’azione indipendentemente dalla tutela prevista per l’acquisto delle cose mobili.
L'usucapione delle cose mobili
In mancanza del titolo idoneo, chi acquista a non domino beni mobili o titoli al portatore può diventare proprietario con l’usucapione. Il caso non era previsto dal vecchio codice, però la dottrina, in via di interpretazione (art. 710 e 2135) ammetteva l’usucapione anche per i beni mobili, subordinatamente al decorso del lungo termine di trent’anni.
Il nuovo codice statuisce che l’usucapione dei beni mobili, in mancanza del titolo, si compie col decorso di cinque o venti anni, a seconda che il possesso sia stato acquistato in buona o in mala fede (art. 1161 del c.c.). Pertanto, in questi casi, il rivendicante prima dei vent’anni deve dimostrare che il convenuto ha acquistato in mala fede, dopo i vent’anni deve dimostrare, unica dimostrazione ancora concludente, che il convenuto ha acquistato il possesso in modo violento o clandestino (art. 1163 del c.c.).
Chi acquista a non domino in buona fede e con titolo idoneo a trasferire la proprietà un bene mobile iscritto in pubblici registri, per il quale bene non si applica, come si è visto, la regola che il possesso vale titolo, deve trascrivere il titolo per usucapire. L'usucapione si compie col decorso di tre anni dalla trascrizione (art. 1162 del c.c.). In caso di rivendicazione, se il convenuto eccepisce la usucapione, poiché la buona fede è presunta, il rivendicante deve dimostrare la mala fede. Il convenuto deve provare che ha acquistato con titolo idoneo e che ha trascritto il titolo.
Per tutti i mobili, infine, è da notare che il proprietario può agire, quando ne ricorrano le condizioni, anche con l'azione di spoglio, a norma dell' art. 1168 del c.c.. Se l'azione di rivendicazione, quantunque non proposta, sarebbe proponibile, l'azione possessoria, se accolta, rimettendo il proprietario nel possesso della cosa, produce il medesimo risultato dell'azione di rivendicazione. L'autore dello spoglio dovrà poi, se vanta il diritto di proprietà sulla cosa, prendere l'iniziativa di proporre l'azione di rivendicazione addossandosi l'onere di provare che il vantato diritto di proprietà veramente sussiste.
Posizione delle parti nel giudizio di rivendicazione. Onere della prova
Il giudizio di rivendicazione segue le forme ordinarie: se sorgono contestazioni circa il possesso o la detenzione da parte del convenuto, il rivendicante deve innanzi tutto dimostrare che il convenuto possiede o detiene la cosa. Il rivendicante deve inoltre dare la prova del suo diritto di proprietà, e può darla con tutti i mezzi di prova ammessi dalla legge, in relazione alla natura della cosa che forma l'oggetto dell'azione e nei limiti di ammissibilità di ciascun mezzo di prova. Non basta che egli dimostri di avere un diritto poziore a quello del convenuto: questi ha il possesso in suo favore, perciò se l'attore non dà la prova del suo diritto di proprietà, la domanda deve essere respinta, anche quando il possesso del convenuto non sia avvalorato da alcun titolo.
La prova della proprietà è agevole negli acquisti a titolo originario, è invece difficile negli acquisti a titolo derivativo, poichè attraverso i titoli di acquisto anteriori si dovrebbe risalire fino all'acquirente a titolo originario (probatio diabolica). Perciò, negli acquisti a titolo derivativo, in mancanza di altri elementi concorrenti che accompagnati al titolo diano la prova piena della esistenza del diritto, il rivendicante può dedurre l'acquisto per usucapione dimostrando che egli ed i suoi autori (art. 1146 del c.c.) hanno posseduto per il tempo necessario ad usucapire.
Il convenuto può innanzitutto resistere passivamente attendendo che l’attore dimostri il titolo di proprietà: tale resistenza potrebbe eventualmente bastare perché, come si è detto, se all’attore la prova non riesce, la domanda deve essere rigettata. Il convenuto inoltre può proporre tutte le eccezioni idonee ad elidere o paralizzare il diritto dell’attore: per es. può dimostrare che egli è il proprietario, che il diritto di proprietà vantato dall’attore non sussiste, che è proprietario un terzo, che egli ha sulla cosa un diritto reale di godimento (es.: usufrutto, uso o abitazione), o di garanzia (pegno), e non è tenuto a restituire la cosa, che un rapporto obbligatorio ancora gli assicura la detenzione della cosa (locazione, comodato, anticresi). Però il convenuto proporrebbe inutilmente l’eccezione di prescrizione dell’azione, perché, se a sua volta non ha usucapito, tale eccezione non gli gioverebbe. La proprietà non si perde per non uso ed è imprescrittibile il diritto del proprietario di agire a difesa della stessa.
Effetti della sentenza di condanna
Come per il diritto romano e per il codice del 1865, se la domanda di rivendicazione è accolta, la cosa deve essere restituita cum omni causa. Il nuovo codice, uniformandosi alla tradizione, distingue tra possesso di buona e di mala fede: il possessore di buona fede fa suoi i frutti naturali separati ed i frutti civili maturati fino alla domanda giudiziale. Per il periodo successivo, fino alla restituzione della cosa, risponde dei frutti percepiti e di quelli che avrebbe potuto percepire usando la diligenza del buon padre di famiglia (art. 1148 del c.c.). Il possessore di mala fede risponde dei frutti naturali e civili percepiti e percipiendi dal giorno del possesso. In relazione all’ art. [[n821]], comma 2, l’art. 1147, con una nuova disposizione, prevede che il possessore restituendo i frutti indebitamente percepiti, ha diritto, nei limiti del loro valore, al rimborso delle spese necessarie fatte per la loro produzione e raccolta. La disposizione si applica tanto per i frutti naturali quanto per quelli civili.
Circa il rimborso delle spese fatte dal possessore per la conservazione della cosa, il vecchio codice (art. 1150) distingueva tra le spese necessarie, utili e voluttuarie. Le spese necessarie ed utili dovevano essere rimborsate anche al possessore di mala fede, ai sensi dell’art. 705. Il rimborso era invece negato per le spese voluttuarie, mentre per i miglioramenti era stabilito che il possessore di buona o di mala fede aveva diritto alla minor somma tra lo speso e il migliorato.
Il nuovo codice parla più precisamente di spese per la conservazione e spese per il miglioramento della cosa, con riguardo alla buona o alla mala fede del possessore. Distingue, perciò, le spese per le riparazioni da quelle per i miglioramenti, e suddivide le riparazioni in ordinarie e straordinarie. Il rimborso delle spese per le riparazioni straordinarie è sempre dovuto. Le spese per le riparazioni ordinarie, com'è detto nella relazione ministeriale (n. 200), costituiscono in un certo senso un onere inerente al godimento della cosa. Il possessore, di buona o di mala fede, posto che l'art. 1150 non distingue, ha diritto al rimborso delle stesse subordinatamente alla condizione che egli restituisca i frutti, e limitatamente al tempo per il quale la restituzione è dovuta. Il rivendicante, ottenendo la restituzione dei frutti, consegue quella utilità che avrebbe conseguito se la cosa fosse rimasta in suo potere. Ed è giusto che limitatamente a quel periodo sopporti le spese che avrebbe fatte per ottenere il medesimo risultato.
I miglioramenti sono indennizzabili purché sussistano al tempo della restituzione: il possessore di buona fede ha diritto ad una somma corrispondente all'aumento di valore conseguito dalla cosa. II possessore di mala fede ha diritto alla minor somma tra l'importo della spesa ed il risultato utile.
Per le addizioni (ult. comma dell' art. 1150 in relazione all' art. 126), il pagamento della indennità per i miglioramenti (art. 1151 del c.c.) e per il diritto di ritenzione che spetta al possessore di buona fede, si rinvia al com­mento dei rispettivi articoli.
Cass. n. 19653/2014
L'azione di rivendicazione esige che l'attore provi il proprio diritto di proprietà risalendo sino all'acquisto a titolo originario attraverso i propri danti causa, o dimostrando il compimento dell'usucapione in suo favore, mentre il convenuto può limitarsi a formulare l'eccezione "possideo quia possideo", senza onere di prova. Quando tuttavia il convenuto rinunci a questa posizione, opponendo, ad esempio, un proprio diverso diritto, senza contestare quello affermato dall'attore, il giudice del merito non può respingere la domanda per difetto di prova, ma deve tener conto delle ammissioni del convenuto e degli altri fatti di causa, ricavandone possibili elementi presuntivi.
Cass. n. 7305/2014
In tema di azioni a difesa della proprietà, le difese di carattere petitorio opposte, in via di eccezione o con domande riconvenzionali, ad un'azione di rilascio o consegna non comportano - in ossequio al principio di disponibilità della domanda e di corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato - una "mutatio" od "emendatio libelli", ossia la trasformazione in reale della domanda proposta e mantenuta ferma dell'attore come personale per la restituzione del bene in precedenza volontariamente trasmesso al convenuto, né, in ogni caso, implicano che l'attore sia tenuto a soddisfare il correlato gravoso onere probatorio inerente le azioni reali (cosiddetta "probatio diabolica"), la cui prova, idonea a paralizzare la pretesa attorea, incombe solo sul convenuto in dipendenza delle proprie difese
Cass. n. 26992/2013
In tema di azione di rivendicazione, ai fini dell'individuazione del bene conteso, la base primaria dell'indagine del giudice è costituita dall'esame e dalla valutazione dei titoli di acquisto delle rispettive proprietà, costituendo peraltro, il giudizio sulla corrispondenza o meno del bene domandato con quello descritto nel titolo un accertamento di fatto non sindacabile in sede di legittimità, qualora risultino verificate la correttezza dei criteri ermeneutici adottati dal giudice del merito e l'adeguatezza logico-giuridica della motivazione che ne giustifica i risultati.
Cass. n. 705/2013
La domanda con cui l'attore chieda di dichiarare abusiva ed illegittima l'occupazione di un immobile di sua proprietà da parte del convenuto, con conseguente condanna dello stesso al rilascio del bene ed al risarcimento dei danni da essa derivanti, senza ricollegare la propria pretesa al venir meno di un negozio giuridico, che avesse giustificato la consegna della cosa e la relazione di fatto sussistente tra questa ed il medesimo convenuto, non dà luogo ad un'azione personale di restituzione, e deve qualificarsi come azione di rivendicazione; né può ritenersi che detta domanda sia qualificabile come di restituzione, in quanto tendente al risarcimento in forma specifica della situazione possessoria esistente in capo all'attore prima del verificarsi dell'abusiva occupazione, non potendo il rimedio ripristinatorio ex art. 2058 c.c. surrogare, al di fuori dei limiti in cui il possesso è tutelato dal nostro ordinamento, un'azione di spoglio ormai impraticabile.
Cass. n. 30606/2011
L'attore che proponga una domanda di accertamento della proprietà ed abbia la materiale disponibilità della cosa oggetto del preteso diritto, in virtù di un possesso acquistato con violenza o clandestinità, ovvero sulla cui legittimità sussista uno stato di obiettiva e seria incertezza, in relazione alle particolarità del caso concreto, ha l'onere di offrire la stessa prova rigorosa richiesta per la rivendica, non ricorrendo in tali ipotesi la presunzione di legittimità del possesso, che giustifica l'attenuazione del rigore probatorio qualora l'azione di accertamento della proprietà sia proposta da colui che sia nel possesso del bene. (Nella specie, in applicazione dell'enunciato principio, la S.C. ha cassato la sentenza di merito, che, avendo erroneamente qualificato come azione di rivendicazione la domanda proposta, non aveva affrontato la questione circa l'onere probatorio in materia di azione di accertamento della proprietà, né compiuto alcuna indagine sulla natura del possesso esercitato dall'attore, il quale assumeva di essere nella materiale disponibilità del bene per averne conseguito un sequestro giudiziario, volto a paralizzare un interdetto possessorio ottenuto dai convenuti).
Cass. n. 22598/2010
Il rigore del principio secondo il quale l'attore in rivendica deve provare la sussistenza dell'asserito diritto di proprietà sul bene anche attraverso i propri danti causa fino a risalire ad un acquisto a titolo originario, ovvero dimostrando il compimento dell'usucapione, risulta attenuato in caso di mancata contestazione da parte del convenuto dell'originaria appartenenza del bene ad un comune dante causa, ben potendo in tale ipotesi il rivendicante assolvere l'onere probatorio su di lui incombente limitandosi a dimostrare di avere acquistato tale bene in base ad un valido titolo di acquisto.
Chi agisce in giudizio per essere dichiarato proprietario di un bene, affermando di averlo usucapito, deve dare la prova di tutti gli elementi costitutivi della dedotta fattispecie acquisitiva e, quindi, non solo del "corpus", ma anche dell'"animus"; quest'ultimo elemento, tuttavia, può eventualmente essere desunto in via presuntiva dal primo, se vi è stato svolgimento di attività corrispondenti all'esercizio del diritto di proprietà, sicché è allora il convenuto a dover dimostrare il contrario, provando che la disponibilità del bene è stata conseguita dall'attore mediante un titolo che gli conferiva un diritto di carattere soltanto personale. Pertanto, per stabilire se in conseguenza di una convenzione (anche se nulla per difetto di requisiti di forma) con la quale un soggetto riceve da un altro il godimento di un immobile si abbia possesso idoneo all'usucapione, ovvero mera detenzione, occorre fare riferimento all'elemento psicologico del soggetto stesso ed a tal fine stabilire se la convenzione sia un contratto ad effetti reali o ad effetti obbligatori, in quanto solo nel primo caso il contratto è idoneo a determinare l'"animus possidendi" nell'indicato soggetto.
Cass. n. 9303/2009
In tema di azione di rivendicazione, nel caso in cui il convenuto non contesti l'originaria appartenenza del bene conteso ad un comune dante causa, l'onere probatorio a carico dell'attore si riduce alla prova di un valido titolo di acquisto da parte sua e dell'appartenenza del bene medesimo al suo dante causa in epoca anteriore a quella in cui il convenuto assume di avere iniziato a possedere, ed alla prova che quell'appartenenza non è stata interrotta da un possesso idoneo ad usucapire da parte del convenuto.
Cass. n. 21834/2007
In tema di azione di rivendicazione, di cui all'articolo 948 c.c., per l'individuazione del bene rivendicato, del quale si chiede il rilascio (ovvero per stabilire esattamente l'unità immobiliare contesa), la base primaria dell'indagine del giudice di merito è costituita dall'esame e dalla valutazione dei titoli di acquisto delle rispettive proprietà, quando essi sono stati esibiti in giudizio. Difatti solo la mancanza o l'insufficienza di indicazioni sui dati di individuazione delle unità rilevabile dai titoli, ovvero la loro mancata produzione, giustifica il ricorso ad altri mezzi di prova, ivi comprese le mappe catastali. (Nella fattispecie, relativa alla rivendicazione di una cantina occupata dal proprietario di altro appartamento dello stesso fabbricato, è stato ritenuto che gli attori non avessero fornito la prova precisa che la cantina da essi acquistata fosse proprio quella da loro pretesa, e non altra, giacché il loro atto di acquisto conteneva dati identificativi diversi rispetto a quelli di cui al rogito di acquisto dei propri danti causa, né avevano allegato le schede di frazionamento catastale).
Cass. n. 11774/2006
Nel caso di azione diretta ad ottenere il rilascio di un immobile occupato senza titolo o a titolo precario, la contestazione del diritto di proprietà dell'attore, anche se effettuata dal convenuto con la deduzione di un suo contrastante diritto dominicale unicamente per far respingere la domanda, trasforma l'azione personale in azione reale, dal momento che il giudice deve decidere sulla sussistenza del diritto di proprietà vantato da una parte e negato dall'altra. Ne consegue la necessità per l'attore di dimostrare la proprietà del bene fornendo la prova del suo acquisto a titolo originario, non potendo ritenersi sufficiente la mera produzione di documentazione amministrativa e nel contempo dovendosi escludere qualsiasi onere probatorio a carico della parte convenuta di dimostrare la legittimità del possesso esercitato.
Cass. n. 5161/2006
Qualora il convenuto sostenga, in via riconvenzionale, di aver acquistato per usucapione la proprietà del bene rivendicato, si attenua l'onere probatorio posto a carico dell'attore in rivendicazione, poiché esso si riduce alla prova di un valido titolo di acquisto da parte sua e dell'appartenenza del bene ai suoi danti causa in epoca anteriore a quella in cui il convenuto assuma di aver iniziato a possedere, nonché alla prova che quell'appartenenza non è stata interrotta da un possesso idoneo ad usucapire da parte del convenuto. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di appello secondo cui la proposizione della domanda riconvenzionale di usucapione non aveva implicato, di per sé, contestazione della titolarità del bene in capo al dante causa dell'attore in rivendicazione, poiché l'acquisto a titolo originario che si assumeva operato a favore dei convenuti agenti in riconvenzionale era stato successivo all'acquisto, per analogo titolo, formatosi in capo all'attore che aveva intrapreso l'azione di rivendicazione).
Cass. n. 15248/2005
Poiché la proprietà e i diritti reali appartengono alla categoria dei diritti «autodeterminati» che sono individuati in base alla sola indicazione del loro contenuto, rappresentato dal bene che ne costituisce l'oggetto, nelle azioni ad essi relative, a differenza di quelle accordate a tutela dei diritti di credito, la causa petendi si identifica con i diritti stessi, mentre il titolo, necessario alla prova del diritto, non ha alcuna funzione di specificazione della domanda, sicchè il giudice può porre a base della decisione anche un titolo diverso da quello allegato dall'attore.
Cass. n. 7777/2005
La domanda di revindica, avendo tipica finalità recuperatoria, presuppone necessariamente che all'atto della sua formulazione il bene rivendicato sia nel possesso del convenuto. (Nella specie la S.C. ha confermato la sentenza di merito, che, non avendo i ricorrenti allegato che il bene fosse nel possesso della controparte, aveva escluso la finalità recuperatoria e qualificato la domanda proposta come azione di accertamento del diritto di proprietà).
Colui il quale propone un'azione di accertamento della proprietà di un bene non ha l'onere della probatio diabolica, ma soltanto quello di allegare e provare il titolo del proprio acquisto, atteso che detta azione mira non già alla modifica di uno stato di fatto, bensì solo all'eliminazione di uno stato di incertezza circa la legittimità del potere di fatto sulla cosa di cui l'attore è già investito.
Cass. n. 23086/2004
L'azione di rivendicazione e quella di restituzione hanno natura distinta. La prima ha carattere reale, si fonda sul diritto di proprietà di un bene, del quale l'attore assume di essere titolare e di non avere la disponibilità, ed è esperibile contro chiunque in fatto possiede o detiene il bene al fine di ottenere l'accertamento del diritto di proprietà sul bene stesso e di riacquisirne il possesso. La seconda ha, invece, natura personale, si fonda sulla deduzione della insussistenza o del sopravvenuto venir meno di un titolo di detenzione del bene da parte di chi attualmente lo detiene per averlo ricevuto dall'attore o dal suo dante causa, ed è rivolta, previo accertamento di quella insussistenza o di quel venir meno, ad ottenere consequenzialmente la consegna del bene. Ne discende che l'attore in restituzione non ha l'onere di fornire la prova del suo diritto di proprietà; ma solo dell'originaria insussistenza o del sopravvenuto venir meno per invalidità, inefficacia, decorso del termine di durata, esercizio dell'eventuale facolta di recesso — del titolo giuridicio che legittimava il convenuto alla detenzione del bene nei suoi confronti. Le due azioni, peraltro, pur avendo causa pretendi e petitum distinti, in quanto dirette al raggiungimento dello stesso risultato pratico della disponibilità materiale del bene riacquisito, possono non solo proporsi in via alternativa o subordinata nel medesimo giudizio, ma anche trasformarsi l'una nell'altra nel corso di esso, nel rispetto delle preclusioni introdotte nel codice di rito dalla legge n. 353 del 1990.
Cass. n. 15145/2004
Chi agisce in giudizio per essere dichiarato proprietario di un bene, affermando di averlo usucapito, deve dare la prova di tutti gli elementi costitutivi della dedotta fattispecie acquisitiva e, quindi, non solo del animus ma anche dell'animus; quest'ultimo elemento, tuttavia, può eventualmente essere desunto in via presuntiva dal primo, se vi è stato svolgimento di attività corrispondenti all'esercizio del diritto di proprietà, sicché è allora il convenuto a dover dimostrare il contrario, provando che la disponibilità del bene è stata conseguita dall'attore mediante un titolo che gli conferiva un diritto di carattere soltanto personale. Pertanto, per stabilire se in conseguenza di una convenzione (anche se nulla per difetto di requisiti di forma) con la quale un soggetto riceve da un altro il godimento di un immobile si abbia possesso idoneo all'usucapione, ovvero mera detenzione, occorre fare riferimento all'elemento psicologico del soggetto stesso ed a tal fine stabilire se la convenzione sia un contratto ad effetti reali o ad effetti obbligatori, in quanto solo nel primo caso il contratto è idoneo a determinare l'animus possidendi nell'indicato soggetto.
Cass. n. 14395/2004
La denuncia di successione — avente, di per sé, efficacia a soli fini fiscali e priva di rilevanza civilistica se non di tipo indiziario — è inidonea a fornire la prova del diritto di proprietà di un determinato bene, così come, per converso, la mancata indicazione in essa di un bene non consente di desumere automaticamente il difetto del relativo diritto di proprietà.
Cass. n. 3648/2004
Soggiace all'onere di offrire la prova rigorosa prescritta in tema di azione di rivendica della proprietà dall'art. 948 c.c. chi - invocando la qualità di comproprietario e non di proprietario esclusivo del bene — agisca per ottenere — previo accertamento della comunione — il recupero della utilizzazione della cosa — di cui lamenti di essere stato privato — attraverso un provvedimento che gli consenta l'esercizio dei poteri spettanti al comunista nell'uso della cosa comune impedito dal comportamento del comproprietario. (La Corte ha ritenuto corretta la decisione impugnata che, nel ritenere non assolto l'onere probatorio di cui all'art. 948 c.c. aveva rigettato la domanda con cui l'attore, assumendo di essere comproprietario di uno spiazzo comune anche al convenuto, aveva chiesto l'accertamento della relativa comproprietà con la condanna del predetto convenuto alla rimozione delle macerie dal medesimo depositate in modo da impedire il passaggio esercitato dall'istante).
Cass. n. 16094/2003
Al di fuori dell'ipotesi della rivendicazione per la quale l'art. 948 c.c. prevede un regime probatorio rigoroso, la proprietà può essere provata, come tutti i fatti, anche con presunzioni e quindi anche attraverso il ricorso alle risultanze catastali. (La Corte, nel formulare il principio sopra indicato, ha ritenuto corretta la motivazione del giudice di appello nella parte in cui aveva fatto riferimento alle mappe catastali per stabilire l'appartenenza al convenuto della proprietà del suolo ubicato a monte e dal quale si era verificato il pericolo per il fondo a valle dell'attore che aveva proposto domanda di danno temuto e di condanna del convenuto all'adozione delle misure necessarie).
Cass. n. 12091/2003
In tema di azioni reali esperite a tutela di facoltà comprese nel diritto di proprietà o di diritti ad esso accessori il soggetto che sia nel possesso nel bene, è gravato — relativamente all'asserito diritto di proprietà — di un onere probatorio meno rigoroso di quello a carico dell'attore in rei vindicatio, in quanto limitato alla sola giustificazione del possesso, mentre, qualora la medesima azione sia esperita da soggetto che non abbia il possesso del bene, l'accertamento della proprietà, ove contestata dalla controparte che se ne assuma a sua volta titolare, soggiace allo stesso onere probatorio della rei vindicatio, di cui ha analogo effetto recuperatorio.
Cass. n. 15716/2002
La denuncia di successione — avente, di per sé, efficacia a soli fini fiscali — non è idonea a fornire la prova del diritto di proprietà di un determinato bene, ma, in assenza di prove o indizi di segno contrario, può costituire elemento di convincimento del giudice in favore di chi la alleghi a dimostrazione di una situazione di fatto esistente al momento della denuncia stessa
Cass. n. 13186/2002
Il rigore del principio secondo il quale l'attore in rivendica deve provare la sussistenza dell'asserito diritto di proprietà sul bene anche attraverso i propri danti causa fino a risalire ad un acquisto a titolo originario, ovvero dimostrando il compimento dell'usucapione, non è, di regola, attenuato dalla proposizione, da parte del convenuto, di una domanda riconvenzionale (o di un'eccezione) di usucapione (atteso che il convenuto in un giudizio di rivendica non ha l'onere di fornire alcuna prova, pur nell'opporre un proprio diritto di dominio sulla cosa rivendicata), anche se la mancata contestazione, da parte del convenuto stesso, dell'originaria appartenenza del bene rivendicato al comune autore ovvero ad uno dei danti causa dell'attore comporta che il rivendicante possa, in tal caso, limitarsi alla dimostrazione di come il bene in contestazione abbia formato oggetto di un proprio, valido titolo di acquisto, tuttavia, l'opposizione di un acquisto per usucapione il cui dies a quo sia successivo a quello del titolo di acquisto del rivendicante comporta che — attenendo il thema disputandum all'appartenenza attuale del bene al convenuto in forza dell'invocata usucapione e non già all'acquisto di esso da parte dell'attore — l'onere probatorio del rivendicante possa legittimamente ritenersi assolto, nel fallimento dell'avversa prova della prescrizione acquisitiva, con la dimostrazione della validità del titolo in base al quale quel bene gli era stato trasmesso dal precedente titolare.
Cass. n. 12984/2002
Colui che agisce per l'accertamento della proprietà su di un bene a titolo originario ha l'onere di dimostrare i requisiti del possesso necessari per l'usucapione, tra i quali anche la durata del possesso medesimo per il periodo prescritto dalla legge, in applicazione della regola generale sull'onere probatorio fissata dall'art. 2697 c.c., in base al quale chi intende far valere un diritto in giudizio ha l'onere di provare i fatti costitutivi di esso.
Cass. n. 3568/2002
In tema di azione di rivendicazione, ai fini della prova dell'estensione della proprietà, non è decisiva la superficie indicata nell'atto di compravendita, poiché l'estensione del fondo va determinata in base ai confini menzionati nel contratto, ove essi siano precisi e riscontrabili sul terreno.
Cass. n. 7894/2000
L'attore che proponga una domanda di accertamento della proprietà e non abbia il possesso della cosa oggetto del preteso diritto ha l'onere di offrire la stessa prova rigorosa richiesta per la rivendica (dimostrazione della titolarità del diritto mediante la prova di un acquisto a titolo originario, eventualmente risalendo al titolo originario dei propri danti causa, o quanto meno il possesso continuato del bene conforme al titolo, da parte del proprietario ed eventualmente dei suoi danti causa, protratto per il tempo necessario all'usucapione del bene) perché egli esercita un'azione a contenuto petitorio, diretta al conseguimento di una pronuncia giudiziale utilizzabile per ottenere la consegna della cosa da parte di chi la possiede o la detiene. Al contrario è esonerato dall'onere della prova richiesta per la rivendicazione, dei vari trasferimenti della proprietà sino alla copertura del tempo sufficiente ad usucapire, l'attore che propone un'azione di accertamento della proprietà ed abbia il possesso della cosa oggetto del preteso diritto (anche se tale minore rigore probatorio rispetto all'azione di rivendicazione non esime dall'onere di allegare e provare il titolo del proprio acquisto) e ciò perché tale azione tende non già alla modifica di uno stato di fatto, ma solo alla eliminazione di uno stato di incertezza circa la legittimità del potere di fatto sulla cosa di cui l'attore è già investito.
Cass. n. 696/2000
Colui il quale propone un'azione di accertamento della proprietà di un bene ha l'onere di allegare e provare il titolo del preteso dominio e tale esigenza probatoria non è attenuata o esclusa nel caso di rigetto degli assunti prospettati dal convenuto, neppure se volti ad ottenere il riconoscimento a suo favore della proprietà del medesimo bene, a meno che essi non risultino basati su asserzioni che presuppongano l'originaria sussistenza del titolo su cui si fonda la domanda dell'attore e ne deducano la sopravvenuta caducazione.
Cass. n. 2485/1999
L'attore che agisce in rivendicazione assumendo essergli inopponibile il titolo di acquisto (derivativo) del convenuto, in quanto trascritto posteriormente al proprio, ha l'onere di dimostrare la provenienza di entrambi i titoli dal medesimo dante causa.
Cass. n. 1635/1999
Il proprietario che agisce per ottenere la restituzione della cosa e prospetti di averla consegnata al convenuto in funzione di un'opera o di un servizio che avrebbe dovuto essere compiuto nel suo interesse, se intende agire in quanto proprietario non ha l'onere di provare la natura del contratto in base al quale è avvenuta la consegna, perché la qualità di proprietario è sufficiente per richiedere la restituzione, mentre incombe al detentore che sostiene di avere sulla cosa un diritto di godimento l'obbligo di provare che fra le parti è stato concluso un contratto in tal senso.
Cass. n. 8930/1998
L'azione personale diretta a conseguire la restituzione di un bene detenuto a titolo precario, non si trasforma in azione reale in presenza delle contestazioni del convenuto in ordine alla proprietà del bene medesimo.
Cass. n. 8176/1998
In tema di rivendica, anche mobiliare, il principio secondo cui l'attore è onerato della prova dell'asserito diritto domenicale mediante la dimostrazione, ove occorrente, del titolo originario di acquisto del bene va interpretato in relazione alle concrete peculiarità delle singole fattispecie sottoposte all'esame del giudice di merito, potendo astrattamente assumere rilevanza anche il contenuto della difesa di volta in volta opposta dal convenuto, nel rispetto del più generale principio secondo cui le dichiarazioni del possessore o del detentore possono essere ritenute significative se interpretate nel più ampio contesto di tutte le risultanze relative alla condotta del soggetto, secondo un criterio di valutazione oggettiva.
Cass. n. 5980/1998
Il principio secondo il quale il contenuto delle mappe catastali non ha rilievo decisivo in tema di azione di rivendica o di accertamento della proprietà (non essendo l'attore dispensato dall'onere di fornire anche aliunde la dimostrazione del titolo posto a fondamento dell'azione) non esclude che i rilievi topografici di dette mappe, oggetto della diretta constatazione da parte dei periti governativi, costituiscano piena prova delle constatazioni stesse e della conformazione degli immobili (nella specie, una strada assertivamente comunale) censiti all'epoca delle operazioni di rilevamento, pur se nei limiti dei dati tecnici rilevati.
Cass. n. 11605/1997
L'attore in rivendica è tenuto a dimostrare la proprietà del bene che assume a lui appartenente fornendo la prova (anche risalendo ai propri danti causa) dell'acquisto a titolo originario della res oggetto della controversia, non potendo, all'uopo, ritenersi sufficiente la mera produzione di documentazione amministrativa (nella specie, nota di trascrizione nei registri immobiliari, nota dell'ufficio del registro, denuncia di successione del presunto dominus, dati ricavati dai registri catastali), ovvero l'assenza di contestazioni sul tema da parte del convenuto, sul quale, inoltre, non può ritenersi gravante alcun onere di allegazione o dimostrazione della legittimità del possesso da lui esercitato.
Cass. n. 11115/1997
Cass. n. 5711/1997
Il rigore probatorio sotteso all'esercizio dell'azione di rivendica, che impone all'attore la dimostrazione dell'acquisto del bene a titolo originario (o della ricezione del medesimo, per effetto di una serie ininterrotta di trasferimenti, da chi lo aveva acquistato a detto titolo, ovvero del protrarsi di tale serie di validi trasferimenti per il tempo necessario all'usucapione), non può ritenersi attenuato dalla proposizione di una mera eccezione o di una domanda riconvenzionale di usucapione da parte del convenuto (attesane la natura di acquisto a titolo originario, tale da non presupporre alcun riconoscimento in favore della controparte), tale attenuazione potendo dirsi verificata, invece, nella ipotesi in cui sia opposto un acquisto solo successivo al titolo del rivendicante, ovvero venga riconosciuta la originaria appartenenza del bene ad un comune dante causa, ed invocata la detta usucapione solo come successiva a tale appartenenza.
Cass. n. 1925/1997
Nel giudizio di rivendicazione l'attore deve provare di esser diventato proprietario della cosa rivendicata, risalendo, anche attraverso i propri danti causa, fino ad un acquisto a titolo originario, o dimostrando il possesso proprio e dei suoi danti causa per il tempo necessario per l'usucapione. Se poi anche il possesso è contestato dal convenuto, l'attore non può limitarsi a dimostrare che il titolo o i titoli (tra i quali, per la sua natura dichiarativa, non può annoverarsi la divisione, salvo che si provi il titolo d'acquisto della comunione) risalgono ad un ventennio, ma deve provare che egli o i suoi danti causa abbiano effettivamente e continuativamente posseduto l'immobile, salva la presunzione iuris tantum di possesso intermedio, senza che il rigore di siffatto onere probatorio sia attenuato dalla mera proposizione di una domanda riconvenzionale o di un'eccezione di usucapione da parte del convenuto, quando queste non siano formulate in modo da comportare il riconoscimento della pregressa titolarità del diritto da parte dell'attore o dei suoi «danti causa». (Nella specie la S.C. ha annullato la sentenza impugnata, che non aveva compiuto alcun effettivo accertamento circa l'esistenza di una situazione possessoria in capo agli attori e ai loro danti causa, impropriamente valorizzando a tal fine un atto di divisione e una successiva attribuzione testamentaria).
Cass. n. 1634/1996
L'onere della cosiddetta probatio diabolica incombente sull'attore in rivendicazione si attenua quando il convenuto si difenda deducendo un proprio titolo di acquisto, quale l'usucapione, che non sia in contrasto con l'appartenenza del bene rivendicato ai danti causa dell'attore, e può ritenersi assolto nel fallimento della prova della prescrizione acquisitiva, con la dimostrazione della validità del titolo in base al quale quel bene è stato trasmesso dal dominus originario.
Cass. n. 1480/1996
L'azione di accertamento della comproprietà di una via privata agraria costituita ex collatione privatorum agrorum, promossa da uno dei proprietari dei fondi latistanti che pretende di usare la strada contro la volontà degli altri, non è soggetta al rigoroso regime probatorio delle revindica, perché tale comunione, al pari di ogni altra communio incidens, può anche essere dimostrata con testimoni e presunzioni semplici desumibili dal prolungato e pacifico uso della strada da parte dei proprietari stessi, dalle caratteristiche dei luoghi, dalle esigenze di comunicazione colture dei fondi attraversati, a meno che dai titoli risulti, in contrasto con i predetti elementi indiziari, che la via appartiene soltanto ad alcuni dei proprietari dei fondi latistanti o che la porzione di terreno che la parte assume di avere conferito per la formazione della strada agraria apparteneva al demanio comunale.
Cass. n. 2334/1995
Il rigoroso onere probatorio di norma gravante sul soggetto che agisce in rivendicazione può essere assolto con la deduzione e la dimostrazione, da parte sua o dell'acquisto del bene a titolo derivativo e della totalità del diritto di proprietà in capo ai precedenti danti causa, fino a risalire ad un acquisto a titolo originario, o dell'avvenuto compimento dell'usucapione in suo favore. Il giudice, però, non può valorizzare ai fini della prova della proprietà il godimento del bene da parte del rivendicatore, qualora lo stesso non abbia allegato l'usucapione quale titolo d'acquisto.
Cass. n. 1044/1995
Nell'azione di rivendicazione ex art. 948 c.c., la quale tende al riconoscimento del diritto di proprietà dell'attore ed al rilascio in suo favore del bene rivendicato, l'attore è soggetto ad un onere probatorio rigoroso, in quanto è tenuto a provare la proprietà del bene risalendo, anche attraverso i propri danti in causa, sino ad un acquisto originario, ovvero dimostrando il compimento dell'usucapione, mediante il cumulo dei successivi possessi uti dominus. (Nella specie, la S.C. ha cassato la sentenza impugnata la quale, pur in presenza di contestazioni da parte dei convenuti, aveva ricavato la proprietà del rivendicante su dati presuntivi, derivati dalle certificazioni catastali).
Cass. n. 3947/1994
Per l'esercizio dell'azione di rivendicazione non è necessario che l'attore sia stato spossessato del bene senza o contro la volontà, sicché anche quando abbia trasferito il possesso in base ad un'obbligazione assunta contrattualmente non gli è preclusa la possibilità, ove eventi giuridici successivi abbiano determinato il venir meno del diritto dell'accipiens, di proporre l'azione reale di rivendica per riottenere il possesso del bene quale proprietario, anziché di agire con l'azione personale di restituzione; ovvero, a fronte delle eccezioni del convenuto che opponga un proprio titolo di acquisto della proprietà (nella specie: usucapione), di modificare in corso di giudizio la domanda di restituzione originariamente proposta in domanda di rivendicazione.
Cass. n. 9096/1991
Poiché il catasto è preordinato a fini essenzialmente fiscali, il diritto di proprietà, al pari degli altri diritti reali, non può — in assenza di altri e più qualificanti elementi ed in considerazione del rigore formale prescritto per tali diritti — essere provato in base alla mera annotazione di dati nei registri catastali, che hanno in concrete circostanze soltanto il valore di semplici indizi.
Cass. n. 4836/1991
Ai fini dell'esercizio dell'azione di rivendicazione (art. 948 c.c.), non è necessario che l'attore sia stato spossessato del bene senza o contro la sua volontà. Di conseguenza, la circostanza che egli abbia trasferito volontariamente il possesso del bene in attuazione di un'obbligazione contrattualmente assunta non gli preclude — ove deduca che eventi giuridici successivi hanno determinato il venir meno del diritto dell'accipiens al possesso e l'insorgenza del proprio diritto, quale proprie¬tario, a riottenerlo — l'agire in rivendica, invece che con l'azione personale di restituzione.
Cass. n. 4650/1991
Il venditore, che non abbia consegnato la cosa venduta al compratore, non può fare valere contro quest'ultimo, che pur non avendo ricevuto la consegna della cosa, ne ha acquistato la proprietà ex art. 1376 c.c., il suo possesso anteriore all'atto di trasferimento, al fine di contrastare la domanda di rivendicazione del compratore stesso o di fondare una sua domanda di acquisto per usucapione, potendo a tal fine far valere soltanto il suo eventuale possesso successivo all'atto di trasferimento.
Cass. n. 8326/1990
Cass. n. 3669/1987
Nell'azione di rivendicazione incombe sull'attore l'onere di provare l'esistenza dell'asserito dominio sulla cosa rivendicata, risalendo, anche attraverso i propri danti causa, fino ad un acquisto a titolo originario, ovvero dimostrando il compimento dell'usucapione a suo favore, mentre nessun onere probatorio grava sul convenuto, il quale può trincerarsi dietro il possideo quia possideo o anche affermare di essere proprietario della cosa medesima, senza che quest'ultima affermazione possa tornare a suo pregiudizio, non implicando di per sé rinuncia alla posizione vantaggiosa derivantegli dal possesso e non esonerando l'attore dalla prova a suo carico.
Cass. n. 3340/1987
Qualora un soggetto si limiti a richiedere al giudice l'accertamento che un determinato bene, detenuto da un terzo, gli appartiene, senza chiederne la restituzione, tale azione, essendo pur sempre di natura reale, postula lo stesso rigore probatorio di quella di rivendicazione, con la quale coincide quanto all'accertamento della proprietà sulla cosa contesa.
Cass. n. 1840/1986
L'azione diretta all'accertamento della comproprietà di una via privata agraria, della quale uno dei proprietari dei fondi latistanti assuma essergli impedito l'uso, non è soggetta al rigoroso regime probatorio della rivendica, potendo tale comunione essere dimostrata con ogni mezzo, e, quindi, anche mediante presunzioni.
Cass. n. 4704/1985
In tema di rivendicazione, la prima e fondamentale indagine che il giudice del merito deve compiere concerne l'esistenza, la validità e la rilevanza del titolo dedotto dall'attore a fondamento della pretesa, e ciò prescindendo da qualsiasi eccezione del convenuto, giacché, investendo essa uno degli elementi costitutivi della domanda, la relativa prova deve essere fornita dall'attore e l'eventuale insussistenza deve essere rilevata dal giudice anche di ufficio. Per quanto, in particolare, attiene alla rilevanza del titolo, essenziale è l'indagine sull'identità del bene domandato dall'attore con quello descritto nel titolo stesso, ed essa deve essere istituita dal giudice anche d'ufficio, senza che il convenuto sia tenuto a formulare specifiche eccezioni ed ad onerarsi della dimostrazione di un proprio titolo di acquisto prevalente. Il giudizio sulla corrispondenza tra il bene domandato e quello descritto nel titolo, se adeguatamente motivato e condotto secondo i normali criteri ermeneutici, è incensurabile in sede di legittimità.
Cass. n. 3398/1984
Le mappe catastali non hanno rilievo decisivo in materia di rivendica o di accertamento della proprietà e non dispensano dall'onere di fornire la dimostrazione del titolo da cui si assume derivare il diritto reale.
Cass. n. 2210/1984
L'azione di restituzione di un bene postula che siano incontestati la proprietà o il possesso dello stesso (a mezzo di un detentore) da parte dell'attore e la qualità di detentore (e non di possessore) del convenuto e che tale detenzione sia priva di qualsiasi titolo giustificativo, per essere questo carente ab origine o venuto meno successivamente per accertata invalidità o inefficacia, ovvero per esaurimento della sua funzione (decorso del termine di durata, esercizio della facoltà di recesso).
Cass. n. 120/1983
L'azione di rivendicazione e quella di restituzione — pur differenziandosi perché, mentre la prima, di natura reale, tende al riconoscimento del diritto di proprietà dell'attore ed al conseguimento del possesso sottrattogli contro la sua volontà, la seconda, di natura personale, presuppone che la detenzione della cosa sia stata trasferita al convenuto dall'attore o dal suo dante causa in forza di un rapporto successivamente venuto meno per invalidità, inefficacia, decorso del termine di durata, esercizio della facoltà di recesso, con il conseguente sorgere dell'obbligo di restituzione — sono entrambe dirette allo stesso risultato pratico del recupero del possesso del bene, con la conseguenza che possono essere proposte in via (anche implicitamente) alternativa, ovvero che, essendo stata proposta espressamente soltanto una di esse, questa possa trasformarsi, in corso di giudizio, nell'altra in relazione alle eccezioni del convenuto ed a determinate condizioni.
Cass. n. 1004/1982
L'azione di rivendicazione presuppone che l'attore assuma di essere proprietario di una cosa e di non averne più il possesso ed agisca, quindi, contro il possessore o il detentore per ottenerne la restituzione, sicché essa richiede l'allegazione della proprietà di una certa cosa per ambito e contorni determinati (o determinandi) e la deduzione della lesione del proprio diritto in un ambito ben circoscritto, con un esatto tantundem restitutorio. Tali estremi non ricorrono in ipotesi di domanda di revindica volta ad accertare una situazione di comproprietà tra i contendenti per quote minime imprecisate, con conseguente rettifica catastale, a fronte di un atto attributivo al convenuto della proprietà esclusiva di una parte del bene in contestazione e della comproprietà del medesimo, per il resto, in una quota determinata.
Cass. n. 2799/1977
In tema di azione di rivendicazione non sussiste alcuna norma che limiti a prova a quella documentale, tanto più che l'azione può essere esercitata anche da chi abbia acquistato la proprietà per usucapione, senza necessità di alcun precedente accertamento giudiziale.
Cass. n. 736/1977
Dalla presunzione di buona fede nel possesso, fissata dall'art. 1147 terzo comma c.c., deriva che all'attore in rivendicazione di bene mobile è sufficiente provare di aver acquistato il possesso della cosa in base a titolo astrattamente e potenzialmente idoneo al trasferimento della proprietà (art. 1153 c.c.), mentre spetta a chi resiste all'azione medesima di dimostrare l'eventuale mala fede al momento della consegna a non domino.
Cass. n. 3859/1976
La prova a carico di colui che agisce in rivendicazione deve dimostrare la persistenza del diritto vantato fino alla domanda e l'azione deve ritenersi infondata se, pur essendo dimostrato il diritto del rivendicante per un certo periodo, esso risulti successivamente perduto per l'acquisto dello stesso bene validamente effettuato dal convenuto.
Cass. n. 1122/1976
Il criterio distintivo tra azione di rivendica ed azione di accertamento del diritto di proprietà va individuato nella funzione petitoria e restitutoria che ha l'azione reale di rivendicazione, caratterizzata dal presupposto che l'attore, assumendo di essere il proprietario della cosa e di non averne il possesso, agisca contro il possessore o il detentore per ottenere il riconoscimento del proprio diritto e per conseguire la restituzione del bene; invece, l'azione di accertamento della proprietà ha per obiettivo non già la modificazione di uno stato di fatto non conforme allo stato di diritto, ma l'eliminazione di ogni incertezza circa la legittimità del potere di fatto sulla cosa, di cui l'attore è già investito, attraverso la dichiarazione che esso risponde esattamente allo stato di diritto.
Cass. sez. un. n. 814/1976
In tema di azione di accertamento, per essere obiettiva, l'incertezza che genera l'interesse ad agire deve essere provocata da un atto o fatto esteriore, tale da conferire attualità e concretezza a quello stato di dubbio di cui si vuol promuovere, mediante una pronunzia di accertamento, l'effetto pregiudizievole; occorre quindi che l'incertezza sul contenuto di diritti e doveri sia attuale, non soltanto possibile ed eventuale, e nasca da un rapporto già esistente e non meramente ipotetico.
Cass. n. 952/1975
In tema di prova del diritto di proprietà nelle azioni di rivendicazione, quando ciascuno dei contendenti affermi il suo diritto di proprietà in base a titoli di acquisto negoziali provenienti da autori diversi, il giudice non può prescindere dall'esame dei titoli dei vari danti causa onde accertare le condizioni massimali di un acquisto del diritto a titolo originario; l'esame, invece, può essere meno rigoroso quando i titoli di acquisto vantati dalle parti in causa siano di tipo diverso tra loro, ed a colui che agisca in base ad un titolo negoziale sia opposto un possesso ad usucapionem per il tempo previsto dalla legge.
Quesiti degli utentirelativi all'articolo 948 del c.c.
Articolo 948 Codice civile - Azione di rivendicazione
Quesito n. 13666
“Ho comprato negli anni 70 un immobile che ho fittiziamente intestato ad un parente. Questo immobile l’ho gestito ed amministrato sempre io, per oltre 20 anni. Poi questo mio parente ha deciso d’impossessarsene. Il bene è intestato a lui, e lo detiene dalla fine del 2003.
DOMANDA: Per il fatto che io ho gestito questo bene come se fosse mio, tanto che anche lui con alcune scritture private lo riconosce, posso intentare una causa dicendo di aver usucapito il bene?
PRECISAZIONE: io non gestisco più questo immobile dal 2003, anno in cui l’ha preso questo mio parente, ma dal 1970 fino al 2003 il bene è stato sempre gestito dal sottoscritto, tanto che non ho dovuto versare alcun canone di affitto a questo mio parente, essendo questo bene intestato solo fittiziamente a lui. Tuttavia, non sono forse caduto in prescrizione per poter fare una causa, visto che sono passati più di dieci anni dall’ultimo anno in cui detenevo il bene? Tuttavia, un avvocato mi ha detto che anche questo mio parente non ha raggiunto i vent’anni di possesso del bene, anche se ha questo bene intestato dal 1970. Quindi anche se sono passati più di dieci anni dall’ultima volta che lo detenevo, visto che il mio parente non detiene il bene da altrettanti 20 anni, come invece il sottoscritto lo ha tenuto, questo avvocato mi ha detto che sono ancora in tempo per adire le vie legali e riprendere il bene, grazie al fatto che l’ho usucapito. Tale cosa è ancora possibile o si è prescritta?”
Consulenza legale i 23/07/2015
Il quesito attiene alle modalità e ai limiti per la proposizione della domanda di usucapione.
Va innanzitutto precisato che l'azione con cui si fa valere l'intervenuta usucapione di un immobile - che configura un acquisto a titolo originario del bene - è, di fatto, una azione di rivendicazione ai sensi dell'art. 948 del c.c., cioè un'azione volta a far accertare il diritto di proprietà dell'attore e a farsi restituire il bene che si trova nel possesso o nella detenzione di un altro soggetto.
Legittimato attivo all'azione è il proprietario del bene che non lo possieda più.
Caratteristica fondamentale della rivendicazione è che si tratta di azione imprescrittibile, cioè che può essere esercitata sempre, senza termini di prescrizione: lo sancisce l'ultimo comma dell'art. 948.
Il convenuto in giudizio, colui che possiede il bene altrui, potrà difendersi affermando di aver a sua volta usucapito il bene: in tal modo, se può provare le sue affermazioni, il suo diritto sarà ritenuto prevalente rispetto a quello del proprietario rivendicante.
Nel caso di specie, un bene immobile è stato posseduto da un soggetto dal 1970 al 2003. Poiché l'azione di rivendicazione è imprescrittibile, l'usucapente ha ancora la possibilità di esercitare la relativa azione in giudizio.
L'usucapione potrà essere dichiarata se chi invoca l'acquisto a titolo originario del diritto di proprietà sul bene immobile potrà provare l'esistenza dei presupposti richiesti dalla legge, ovvero il possesso ed il tempo (art. 1158 del c.c.).
Il possesso, come dice l'art. 1140 del c.c., è il potere sulla cosa che si manifesta in un'attività corrispondente all'esercizio della proprietà o di altro diritto reale: perché il possesso possa rilevare ai fini dell'usucapione è necessario che esso sia palese e non violento (art. 1163 del c.c.). Palese, significa "pubblico", "non clandestino", cioè avvenuto in maniera trasparente, anche se magari il proprietario non ne sia venuto a conoscenza subito; il possesso non è violento quando è stato acquisito pacificamente, senza una violenza fisica o morale nei confronti del proprietario. Inoltre, deve trattarsi di un possesso continuo, cioè non deve essere esercitato in maniera saltuaria od occasionale. Infine, il possesso deve essere ininterrotto per fatto del terzo o per eventi naturali: l'interruzione si verifica nel caso in cui il possessore sia stato privato del possesso per oltre un anno.
Dall'altro lato, il convenuto potrà opporre un suo eventuale acquisto per usucapione. Dovrà dare prova degli stessi requisiti di legge poco sopra descritti. Se, veramente, il finto intestatario ha posseduto solo dal 2003 ad oggi, l'usucapione non può essersi perfezionata. Naturalmente, egli cercherà di dimostrare che il suo possesso è più antico, magari affermando che il parente che gestiva l'immobile lo faceva per suo conto. Si tratta di una prova non facile.
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