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Timestamp: 2019-11-12 05:55:46+00:00
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Libia, le sentenze e i lager: se questo è uno Stato (con il quale stringere accordi) - NuoveRadici.World
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A due anni dal Memorandum Italia-Libia, l’avvocato Maurizio Veglio di Asgi, autore di un libro sul tema, ci aiuta a ricostruire le verità processuali che sanciscono, ormai da anni, la presenza di centri di detenzione e tortura in Libia.
Il male non è solo banale, è attuale. Nelle stesse ore nelle quali si attende (come previsto dal Memorandum stesso) il tacito rinnovo per altri tre anni del Memorandum d’Intesa tra Italia e Libia, vale la pena tracciare una linea di divisione tra quanto sappiamo e quando fingiamo di non sapere sui centri di detenzione libici.
Complice un altro anniversario, quello dell’uscita del libro L’attualità del male. La Libia dei «Lager» è verità processuale (edizioni SEB27), a cura di Maurizio Veglio dell’Asgi (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione), è possibile tratteggiare i contorni del quadro, tratteggiati da una sentenza milanese. «Il libro, che presto sarà aggiornato, nasce da un moto d’indignazione che accomuna chiunque lavori nel campo del diritto d’asilo e che, negli ultimi anni, sia più volte venuto a conoscenza di narrazioni aberranti, racchiuse all’interno di un una sentenza della Corte Costituzionale di Milano del dicembre 2017». Veglio lo definisce «il crisma della verità processuale che, straordinariamente, coincide con la verità storica».
La sentenza milanese
Tutto inizia quasi per caso a Milano, nel settembre 2016. Siamo di fronte alla stazione Centrale. Un gruppo di cittadini somali chiama la polizia. All’arrivo, gli agenti trovano una quindicina di giovani che tiene fermo un connazionale: «Avevano riconosciuto in lui l’uomo che li aveva torturati in uno dei centri di detenzione di Bani Walid, che si trovano a 150 chilometri a est di Tripoli. E questo è il primo aspetto interessante. Nonostante le violenze, nonostante le torture e i trattamenti degradanti subiti, hanno resistito alla tentazione di farsi giustizia da sé. Si sono rivolti alle autorità locali e, per far capire loro fino in fondo di cosa stessero parlando, si sono alzati la maglietta, mostrando ferite e cicatrici. Segni tragicamente evidenti agli agenti, che arrestano l’uomo».
Da questo arresto parte un’indagine approfondita che raccoglie le testimonianze di 17 cittadini somali (tredici uomini, quattro donne) trattenuti tra il 2015 e il 2016 nei centri di detenzione.
Le perizie hanno vagliato gli esami medici, le indagini si sono basate sulle dichiarazioni dei testimoni: bruciature, frustate, casse toraciche sfondate, soffocamenti, amputazioni, scariche elettriche, arti sprangati. Punizioni, assenza di cure mediche, violenze sessuali, omicidi, torture, cicatrici. «Ilda Bocassini, che è un magistrato con 40 anni di esperienza alle spalle, ha dichiarato di non aver mai ascoltato nulla di equiparabile. Nella requisitoria finale il pm Marcello Tatangelo, noto per la sobrietà del suo linguaggio, spiega che l’unico termine di paragone possibile a quanto ha ricostruito la sua indagine sono i lager nazisti», ricorda Veglio. Nonostante questo «con gli accordi del 2017 il governo italiano delega alla Libia il ruolo di custode della frontiera meridionale del Mediterraneo. In cambio, vengono fatti investimenti economici in quelli vengono chiamati “campi di accoglienza” e di formazione della cosiddetta guardia di costiera libica».
Le prove: cosa avviene nei campi
La sentenza di Milano, che ha messo nero su bianco gli orrori dei campi libici, viene presto derubricata a mera cronaca giudiziaria, e subito ignorata dalla politica. Veglio ricostruisce, prove alla mano, la storia delle vittime, fin dall’arrivo nei campi di detenzione.
Cellulari sequestrati, telefonate di estorsione ai familiari con il sottofondo di percosse, torture e violenze sessuali. Solo chi paga può sperare di uscirne. Così i migranti attendono il riscatto, in cambio della vita, sempre che nel frattempo non muoiano di fame, di malattia, di disidratazione, di parto.
Ma attenzione, la sentenza milanese non ha portato alla luce nulla di realmente nuovo. Il quadro di violazioni, spiega l’avvocato, è noto da tempo a chi lavora in questo settore: «Gli archivi delle Commissioni territoriali hanno raccolto mezzo milione di biografie di persone che hanno fatto richiesta di asilo. Abbiamo quasi un decennio di materiali, il che evidenzia il drammatico ritardo nella comprensione del caso libico da parte di chi è stato ed è deputato a decidere le domande di protezione internazionale».
Verità giuridiche e accordi
Lo scenario è noto da anni, una prima sentenza ne ha sancito la verità giuridica, ulteriori azioni sono in corso. Lo scorso giugno la Corte d’Assiste di Agrigento ha ribadito che la Libia è un luogo disseminato di campi e centri di prigionia. Altri procedimenti (almeno cinque, secondo l’avvocato Veglio) sono aperti in Sicilia. Tuttavia il prolungamento del memorandum tra Italia e Libia, voluto nel 2017 dal governo Gentiloni, con Marco Minniti ministro dell’Interno, scatterà tacitamente il prossimo 2 novembre: «Si è scelto di esternalizzare la brutalità. Stringiamo accordi con uno Stato imploso, privo di un governo effettivo. Sappiamo che quelli che in Libia vengono definiti “migranti incarcerati perché privi di documenti” sono vittime di estorsione e sevizie e abomini. Che la polizia che li arresta spesso non sono altro che bande di strada, i famigerati Asma Boys».
Le stesse milizie cui competeva il traffico di essere umani, spiega Veglio, sono oggi remunerate e riconosciute come garanti della gestione dei migranti del traffico del carburante. «Si tratta di milizie che vivono in simbiosi con la cosiddetta guardia costiera libica, cui forniamo formazione e motovedette, la stessa che intercetta in mare i migranti e li vende ai trafficanti, portandoli nei campi». A queste figure sono garantite armi e impunità, ricorda l’avvocato: «È facile comprendere perché, da parte di questi soggetti, ci sia oggi una corsa al riconoscimento istituzionale. Il sostegno a questo stato delle cose non è solo scellerato, ma addirittura suicida».
Foto: Joanna Derks/Unsplash
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