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Timestamp: 2020-04-02 17:05:28+00:00
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Sentenza Cassazione Civile n. 19378 del 30/09/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19378 del 30/09/2016
Cassazione civile sez. III, 30/09/2016, (ud. 23/02/2016, dep. 30/09/2016), n.19378
sul ricorso 16781-2013 proposto da:
UNIPOL ASSICURAZIONI SPA, (OMISSIS) in persona del suo procuratore
speciale S.P.E., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA
DELL’OCA 35, presso lo studio dell’avvocato DRINGA MILITO PAGLIARA,
ALLIANZ SPA in persona dei procuratori Dr.ssa G.A. e Dr.
C.C.A., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA PANAMA
IMPREPAR IMPREGILO PARTECIPAZIONI SPA;
IMPREPAR IMPREGILO PARTECIPAZIONI SPA, in persona del suo p.t.
elettivamente domiciliata in ROMA, V.G.P. DA PALESTRINA 19, presso
lo studio dell’avvocato FRANCESCO ANTONIO ARGENZIO, che la
UNIPOL ASSICURAZIONI SPA (OMISSIS), ALLIANZ SPA;
avverso la sentenza n. 1049/2013 della CORTE D’APPELLO di ROMA,
depositata il 21/02/2013, R.G.N. 4599/2005;
23/02/2016 dal Consigliere Dott. MARCO ROSSETTI;
udito l’Avvocato EMANUELA ERCOLE per delega;
rigetto del ricorso principale assorbito il ricorso incidentale.
1. Nel 1994 la società Navale Assicurazioni s.p.a. (che in seguito muterà ragione sociale in “Unipol Assicurazioni s.p.a.”; d’ora innanzi, per brevità, “la Unipol”) convenne dinanzi al Tribunale di Roma la società Alosa s.p.a. (che in seguito muterà ragione sociale in “Imprepar – Impregilo Partecipazioni s.p.a.”; d’ora innanzi, per brevità, “la Imprepar”), esponendo che:
-) nel 1989, durante lavori di impermeabilizzazione nell’aeroporto di Fiumicino, prese fuoco un container di proprietà della società Alcatel (indicata nella sentenza impugnata come “Face Standard s.p.a.”, ma la circostanza non è oggetto di contrasto tra le parti in questa sede), che custodiva costosi apparati elettronici;
-) in adempimento dei propri obblighi contrattuali, la Unipol aveva indennizzato la Alcatel dei danni conseguiti all’incendio, surrogandosi nei diritti di questa verso i responsabili;
-) la responsabilità dell’incendio andava ascritta ai dipendenti della Imprepar, cui la stessa Alcatel aveva appaltato varie opere di ristrutturazione.
Chiese pertanto la condanna della Imprepar ex art. 1916 c.c. alla rifusione dell’indennizzo pagato alla Alcatel.
2. La Imprepar si costituì e, oltre a negare la propria responsabilità, chiamò in causa il proprio assicuratore della responsabilità civile, la RAS s.p.a. (che in seguitò muterà ragione sociale in Allianz s.p.a.), chiedendo di essere garantita dalle pretese attoree in caso di accoglimento della domanda.
3. Il Tribunale di Roma con sentenza 20.5.2004 n. 16011 accolse sia la domanda principale, sia quella di garanzia.
La sentenza venne appellata dalla Allianz, la quale contestò la sussistenza della responsabilità della propria assicurata Imprepar.
La Corte d’appello Roma con sentenza 21.2.2013 n. 1049 accolse il gravarne e rigettò la domanda della Unipol.
(a) i lavori causa del danno erano stati sì eseguiti da operai della Imprepar, ma esorbitando dai compiti loro appaltati dalla Alcatel, ed obbedendo ad una richiesta loro rivolta per le vie brevi da un dipendente della stessa Alcatel; gli operai della Imprepar, pertanto, avevano agito quali nudi ministri sotto la direzione di persona dipendente dalla danneggiata, la quale non aveva dunque titolo per pretendere il risarcimento;
(b) in ogni caso, la Unipol non aveva validamente dimostrato l’ammontare del danno patito dalla sua assicurata Alcatel, e di conseguenza l’entità del diritto nel quale si era surrogata.
4. La sentenza d’appello è stata impugnata per cassazione dalla Unipol, con ricorso fondato su quattro motivi.
Hanno resistito con controricorso la Imprepar (che ha proposto ricorso incidentale condizionato); e la Allianz, che ha depositato altresì memoria.
1.1. Col primo motivo di ricorso la ricorrente lamenta il vizio di nullità processuale, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4. Lamenta la violazione degli artt. 115, 116 e 132 c.p.c..
Deduce, al riguardo, che la sentenza impugnata sarebbe “incomprensibile”; ha richiamato le prove testimoniali “prescindendo dal loro effettivo contenuto”; ed avrebbe adottato una motivazione solo apparente.
Il senso complessivo della censura è che dalle prove raccolte emergeva come la scelta di eseguire i lavori che saranno la causa del danno non fu affatto imposta ai dipendenti Imprepar da un dipendente della Alcatel, ma fu iniziativa autonoma dei primi.
Esso infatti sollecita da questa Corte una valutazione delle prove nuova e diversa rispetto a quella compiuta dal giudice di merito.
Nè la sentenza impugnata può dirsi “nulla” ex art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, ipotesi ricorrente solo quando la motivazione manchi del tutto anche come segno grafico, ovvero sia totalmente inintelligibile.
2.1. Col secondo motivo di ricorso la ricorrente lamenta che la sentenza impugnata sarebbe affetta dal vizio di omesso esame d’un fatto decisivo e controverso, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, (nel testo modificato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, convertito nella L. 7 agosto 2012, n. 134). Deduce, al riguardo, che la circostanza dell’ingerenza del dipendente di Alcatel nei lavori eseguiti dalla Imprepar, ritenuta provata dalla Corte d’appello, era invece contraddetta dalle prove raccolte.
2.2. Anche questo motivo è manifestamente inammissibile.
Nel caso di specie, invece, ciò di cui la Unipol si duole col secondo motivo di ricorso è proprio il modo in cui la Corte d’appello ha esaminato e valutato le prove raccolte: richiesta, per quanto appena detto, non consentita in questa sede.
3.1. Col terzo motivo di ricorso la ricorrente lamenta che la sentenza impugnata sarebbe affetta da un vizio di violazione di legge, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3. Lamenta, in particolare, la violazione dell’art. 1655 c.c.. Ricorda, al riguardo, come la Corte d’appello abbia ritenuto che la Alcatel (e quindi il suo assicuratore danni, che le si era surrogato) non potesse chiedere il risarcimento dei danni ad Imprepar, perchè quel danno era stato causato dalla Alcatel a se stessa: infatti l’operaio che mandò a fuoco il container, mentre cercava di impermeabilizzarlo, era stato chiamato ad eseguire quel lavoro da un dipendente Alcatel, ed aveva perciò agito quale nudus minister.
Così decidendo – prosegue la ricorrente – la Corte d’appello ha violato l’art. 1655 c.c., perchè non basta eseguire una lavorazione su incarico altrui per essere qualificato nudus minister.
Con l’espressione “nudus minister”, coniata dalla prassi, si designa l’ipotesi in cui il committente imponga all’appaltatore istruzioni così stringenti e vincolanti, da sopprimere ogni sua autonomia e libertà di scelta.
La teorica del nudus minister è stata concepita per risolvere il problema della responsabilità del committente per i danni causati dall’appaltatore ai terzi.
La regola, infatti, è che il committente non risponda dei danni causati a terzi dall’appaltatore, a causa della autonomia organizzativa e decisionale di quest’ultimo. A questa regola, tuttavia, secondo la suddetta teoria si fa eccezione giustappunto quando ricorra l’ipotesi dell’appaltatore nudus minister, giacchè in questa evenienza è il committente a divenire quasi un “autore mediato” del danno.
Appare dunque evidente come nel nostro caso sia fuori luogo il richiamo alla tematica del nudus minister compiuto dalla Corte d’appello. Qui, infatti, non si trattava di stabilire se Alcatel (committente) fosse o meno responsabile dei danni causati da Imprepar (appaltatore) a terzi. Si trattava, al contrario, di stabilire se Alcatel (committente) avesse diritto al risarcimento dei danni che Imprepar (appaltatore) le aveva causato per imperizia. Ed ovviamente l’appaltatore che causi un danno al committente non può essere esonerato da responsabilità per il solo fatto che abbia ricevuto l’incarico dal committente stesso: altrimenti, a seguire il ragionamento della Corte d’appello, si perverrebbe all’assurdo che mai nessun committente potrebbe pretendere il risarcimento del danno da inadempimento dell’appaltatore, perchè il secondo ha ricevuto necessariamente un incarico dal primo.
Per escludere dunque la responsabilità dell’appaltatore Imprepar la Corte d’appello avrebbe dovuto accertare non se l’incarico di eseguire i lavori rivelatisi dannosi fu o meno impartito dalla Alcatel, ma se l’erronea tecnica di esecuzione dei lavori di impermeabilizzazione fu dalla Alcatel imposta alla Imprepar; se il danno sia derivato dal lavoro in sè, piuttosto che dalla sua imperita esecuzione; ed ancora se la dannosità dell’ordine eventualmente impartito dalla Alcatel potesse, con l’ordinaria diligenza, essere percepita dai destinatari di esso.
3.3. La sentenza va dunque cassata con rinvio alla Corte d’appello di Roma, la quale nel riesaminare il caso si atterrà al seguente principio di diritto:
La responsabilità dell’appaltatore per i danni causati ai beni del committente nell’esecuzione dei lavori ordinatigli non può essere esclusa per il solo fatto che le operazioni fonte di danno fossero estranee all’oggetto dell’appalto, ed eseguite su ordine diretto d’un dipendente del committente.
4.1. Col quarto motivo di ricorso la ricorrente lamenta che la sentenza impugnata sarebbe affetta dal vizio di omesso esame d’un fatto decisivo e controverso, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, (nel testo modificato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, convertito nella L. 7 agosto 2012, n. 134). Deduce, al riguardo, che la Corte d’appello, con autonoma ratio decidendi, ha rigettato la domanda di surrogazione (anche) perchè non provato il quantum. Tuttavia la Corte d’appello ha adottato tale decisione ritenendo che l’attrice avesse depositato solo una quietanza e una perizia di parte, così trascurando di considerare che la Unipol aveva invece depositato molti altri documenti dimostrativi dell’entità del danno.
La Alcatel aveva dedotto in giudizio di avere subito un danno in conseguenza dell’imperita condotta dei dipendenti della Imprepar.
Questo danno era consistito nella necessità di in parte riparare, ed in parte sostituire, un localizzatore “ILS” (o Instrumental Landing System), ovvero un sofisticato strumento che agevola la manovra di atterraggio dei velivoli, guidandoli lungo una traiettoria virtuale.
Pertanto i “fatti storici” dimostrativi dell’esistenza del danno erano rappresentati dalla circostanza che quel macchinario esistesse; che fosse stato danneggiato; che fosse stato speso del denaro per acquistare le parti di ricambio.
La società Unipol ha dimostrato di avere prodotto in primo grado una perizia di parte (allegata altresì al ricorso per cassazione) cui erano allegati vari documenti, attestanti:
– l’elenco del materiale danneggiato;
– il prezzo d’acquisto del materiale danneggiato;
– il costo di riparazione del localizzatore;
– il costo d’acquisto delle parti sostituite.
Le circostanze che il localizzatore esistesse, che fosse stato danneggiato, e che fosse stato speso del denaro per ripararlo costituivano dunque altrettanto “fatti storici”, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, che la Corte d’appello avrebbe dovuto prendere in esame, al fine di stabilire se sussistesse o meno un danno risarcibile.
5. Il ricorso incidentale condizionato della Imprepar.
5.1. Col proprio ricorso incidentale la Imprepar chiede “l’annullamento” della sentenza impugnata, per avere questa “escluso la domanda di manleva della Imprepar nei confronti di Allianz”.
5.2. La doglianza non deve essere esaminata in questa sede: infatti tutte le questioni attinenti il rapporto tra la Imprepar e la Allianz non sono state esaminate dal giudice d’appello, perchè assorbite dal rigetto della domanda principale, e dovranno dunque essere esaminate ex novo dal giudice di rinvio.
(-) accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa alla Corte d’appello di Roma, in diversa composizione;
Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Terza Sezione civile della Corte di Cassazione, il 23 febbraio 2016.