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Timestamp: 2018-10-19 05:57:48+00:00
Document Index: 71833771

Matched Legal Cases: ['art. 2113', 'sentenza ', 'art. 21', 'art. 14', 'art. 22', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 3', 'art. 41', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 3', 'art. 41', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 437', 'art. 7', 'art. 2103', 'art. 10', 'art. 7', 'art. 92', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 1352', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 2119', 'art. 1362', 'sentenza ', 'art. 7', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 18', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 10', 'art. 1375', 'art. 18', 'art. 18', 'art. 2119', 'sentenza ', 'art. 41', 'art. 41', 'art. 1362', 'art. 3', 'art. 18', 'sentenza ', 'art. 19', 'art. 7', 'art. 7', 'sentenza ', 'art. 7', 'art. 7']

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Focus sul licenziamento del dirigente: normativa e giurisprudenza
...sulla nozione di giustificatezza del licenziamento del dirigente
Licenziamento del dirigente: la normativa
Legge 20/05/1970 n. 300 - Art. 7
Il lavoratore potrà farsi assistere da un rappresentante dell'associazione sindacale cui aderisce o conferisce mandato....
15/07/1966 n. 604
Nel rapporto di lavoro a tempo indeterminato, intercedente con datori di lavoro privati o con enti pubblici, ove la stabilità non sia assicurata da norme di legge, di regolamento, e di contratto collettivo o individuale, il licenziamento del prestatore di lavoro non può avvenire che per giusta causa ai sensi dell'articolo 2119 del Codice civile o per giustificato motivo
4. Le disposizioni di cui al comma 1 e di cui all'articolo 9 si applicano anche ai dirigenti .
Licenziamento del dirigente: rinuncia alla qualifica e licenziamento assistito da garanzia dalla data delle rinuncia
Il lavoratore che abbia rinunziato alla qualifica dirigenziale già acquisita ed abbia smesso di svolgerne le relative mansioni, pur conservando il precedente trattamento retributivo dopo il passaggio alle mansioni inferiori, può essere licenziato (ove non sia intervenuta la caducazione di tale rinuncia, che non è nulla ma annullabile, ai sensi dell'art. 2113 c.c., su impugnazione del solo lavoratore) soltanto per giusta causa o giustificato motivo, ancorché per fatti riferibili ad epoca in cui il lavoratore medesimo era dirigente, dovendo la tutela applicabile essere individuata con riguardo al posto ricoperto dal lavoratore all'epoca del licenziamento, dato che in tale posto - e non in quello (dirigenziale) precedentemente occupato - egli sarebbe reimmesso in caso di accoglimento dell'impugnazione del recesso. (Nella specie, alla stregua del principio enunciato, la S.C. ha rigettato il ricorso proposto e confermato la sentenza impugnata, con la quale, sul presupposto dell'applicabilità della tutela prevista dalla legge n. 300 del 1970, era stata accolta l'impugnativa di licenziamento, siccome privo di giustificato motivo o giusta causa, intimato nei confronti di primario di reparto ospedaliero che aveva svolto le mansioni di dirigente apicale, quale direttore sanitario, dal cui incarico era stato dismesso senza che lo stesso avesse impugnato il relativo provvedimento datoriale, così rinunciando alla qualifica dirigenziale ricoperta, con la conseguente impossibilità, da parte del datore di lavoro, di far valere, in suo favore, l'invalidità del proprio atto negoziale di revoca dell'incarico di dirigente al dipendente).
Cassazione civile , sez. lav., 20 febbraio 2007 , n. 3920
Licenziamento del dirigente nel settore pubblico: la natura vincolante del parere del comitato dei garanti
Nel caso di contestazione del mancato raggiungimento degli obiettivi ovvero dell'inosservanza delle direttive imputabili al dirigente di una p.a. (nella specie rivestente il ruolo di Comandante della Polizia Municipale), il potere di intimazione del licenziamento, da parte dell'ente datore di lavoro, per giusta causa è condizionato, costituendone un indefettibile presupposto, dall'emissione del parere obbligatorio e vincolante del comitato dei garanti, previsto dall'art. 21 del d.lg. n. 29 del 1993, come sostituito dall'art. 14 del d.lg. n. 80 del 1998 (successivamente recepito nell'art. 22 del d.lg. n. 165 del 2001) in funzione di garanzia ed a tutela del lavoratore contro la discrezionalità assoluta degli organi politici. Conseguentemente, mancando tale presupposto, deve ritenersi che il provvedimento di licenziamento risulta (come nella fattispecie) adottato in carenza di potere, donde la sua nullità ed inefficacia con la correlata prosecuzione "de iure" del rapporto di lavoro dirigenziale e il derivante obbligo, in capo all'ente datore di lavoro, di corrispondere, sino all'effettiva reintegrazione del dipendente, le retribuzioni dovute sia in relazione al rapporto di impiego che in ordine all'incarico dirigenziale (queste ultime, ovviamente, sino all'originaria scadenza dell'incarico stesso).
Cassazione civile , sez. lav., 20 febbraio 2007 , n. 3929
Licenziamento del dirigente: il licenziamento ad nutum non riguarda gli impiegati con funzioni direttive (gli pseudo - dirigenti)
La qualifica di dirigente spetta soltanto al prestatore di lavoro che, come "alter ego" dell’imprenditore, sia preposto alla direzione dell’intera organizzazione aziendale ovvero ad una branca o settore autonomo di essa, e sia investito di attribuzioni che, per la loro ampiezza e per i poteri di iniziativa e di discrezionalità che comportano, gli consentono, sia pure nell’osservanza delle direttive programmatiche del datore di lavoro, di imprimere un indirizzo ed un orientamento al governo complessivo dell’azienda, assumendo la corrispondente responsabilità ad alto livello (c.d. dirigente apicale); da questa figura si differenzia quella dell’impiegato con funzioni direttive, che è preposto ad un singolo ramo di servizio, ufficio o reparto e che svolge la sua attività sotto il controllo dell’imprenditore o di un dirigente, con poteri di iniziativa circoscritti e con corrispondente limitazione di responsabilità (cd. pseudo-dirigente). L’accertamento in concreto della sussistenza delle condizioni necessarie per l’inquadramento del funzionario nell’una o nell’altra categoria costituisce apprezzamento di fatto riservato al giudice di merito e censurabile in sede di legittimità soltanto per vizi di motivazione. Il licenziamento "ad nutum", a prescindere dalla sussistenza di una giusta causa o da un giustificato motivo, è applicabile solo al dirigente apicale, mentre il licenziamento dello pseudo-dirigente è soggetto alle norme ordinarie. (Nella specie, la Suprema corte ha confermato la sentenza impugnata che si era attenuta, con motivazione logica ed adeguata, ai richiamati principi, riconoscendo all’intimato la qualifica di pseudo-dirigente e l’applicazione allo stesso della cosiddetta tutela reale).
Cassazione civile , sez. lav., 22 dicembre 2006 , n. 27464
Licenziamento del dirigente: giustificato motivo, giusta causa e "giustificatezza" inapplicabili i criteri di legge applicabili quelli di fonte collettiva
Il rapporto di lavoro del dirigente non è assoggettato alle norme limitative dei licenziamenti individuali di cui agli art. 1 e 3 l. 604/66, e la nozione di “giustificatezza” posta dalla contrattazione collettiva al fine della legittimità del suo licenziamento non coincide con quella di giustificato motivo di licenziamento contemplata dall’art. 3 della stessa l. 604 del 1966. Ne consegue che, ai fini dell’indennità supplementare prevista dalla contrattazione collettiva in caso di licenziamento del dirigente, la suddetta “giustificatezza” non deve necessariamente coincidere con l’impossibilità della continuazione del rapporto di lavoro e con una situazione di grave crisi aziendale tale da rendere impossibile o particolarmente onerosa tale prosecuzione, posto che il principio di correttezza e buona fede, che costituisce il parametro su cui misurare la legittimità del licenziamento, deve essere coordinato con quello di iniziativa economica, garantita dall’art. 41 cost., che verrebbe realmente negata ove si impedisse all’imprenditore, a fronte di razionali e non arbitrarie ristrutturazioni aziendali, di scegliere discrezionalmente le persone idonee a collaborare con lui ai più alti livelli della gestione dell’impresa. In ogni caso, il recesso in questione non può risultare privo di qualsiasi giustificazione sociale perchè concretizzantesi unicamente in condotte lesive, nella loro oggettività, della personalità del dirigente e, al fine di accertare la configurabilità del diritto del dirigente all’indennità supplementare di preavviso, l’ingiustificatezza del recesso datoriale può evincersi da una incompleta o inveritiera comunicazione dei motivi di licenziamento ovvero da un’infondata contestazione degli addebiti, potendo tali condotte rendere quantomeno più disagevole la verifica che il recesso sia eziologicamente riconducibile a condotte discriminatorie ovvero prive di adeguatezza sociale.
Cassazione civile , sez. lav., 20 dicembre 2006 , n. 27197
Licenziamento del dirigente in caso di riassetto organizzativo
Ove vengano dedotte esigenze di riassetto organizzativo finalizzato ad una più economica gestione dell'azienda - la cui scelta imprenditoriale è insindacabile nei suoi profili di congruità e opportunità - può considerarsi licenziamento ingiustificato del dirigente, cui la contrattazione collettiva collega il diritto all'indennità supplementare in ipotesi non definite dai principi di correttezza e buona fede, solo quello non sorretto da alcun motivo (e che quindi sia meramente arbitrario) ovvero sorretto da un motivo che si dimostri pretestuoso e quindi non corrispondente alla realtà, di talchè la sua ragione debba essere rinvenuta unicamente nell'intento di liberarsi della persona del dirigente e non in quello di perseguire il legittimo esercizio del potere riservato all'imprenditore. (Nella specie la S.C. ha confermato la sentenza impugnata che aveva ritenuto legittimo il licenziamento del dirigente, motivato con la chiusura, per effettiva antieconomicità della gestione, della filiale in cui quegli operava).
Cassazione civile , sez. lav., 26 luglio 2006 , n. 17013
Licenziamento del dirigente: inapplicabili le norme limitative dei licenziamenti individuali
Il rapporto di lavoro del dirigente non è assoggettato alle norme limitative dei licenziamenti individuali di cui agli art. 1 e 3 della legge n. 604 del 1966 e la nozione di "giustificatezza" del licenziamento del dirigente, posta dalla contrattazione collettiva di settore, non coincide con quella di giustificato motivo di licenziamento contemplata dall'art. 3 della stessa legge 15 luglio 1966 n. 604. Inoltre, ai fini della spettanza dell'indennità supplementare prevista dalla contrattazione collettiva in caso di licenziamento del dirigente, la giustificatezza del recesso del datore di lavoro non deve necessariamente coincidere con l'impossibilità della continuazione del rapporto o con una situazione di grave crisi aziendale tale da rendere impossibile o particolarmente onerosa tale prosecuzione, posto che il principio di correttezza e buona fede, che costituisce il parametro su cui misurare la legittimità del licenziamento, deve essere coordinato con quello della libertà di iniziativa economica, garantita dall'art. 41 cost., che verrebbe radicalmente negata, ove si impedisse all'imprenditore, a fronte di razionali e non arbitrarie ristrutturazioni aziendali, di scegliere discrezionalmente le persone idonee a collaborare con lui ai più alti livelli della gestione dell'impresa. (Nella specie, la S.C., sulla scorta degli enunciati principi, ha confermato la sentenza impugnata che, all'esito di giudizio di rinvio, aveva correttamente escluso la pretestuosità del licenziamento del dirigente ricorrente, alla stregua - in applicazione della sentenza di cassazione rescindente - della giustificatezza del recesso datoriale fondato sul legittimo esercizio del potere riservato all'imprenditore di riorganizzare le risorse umane in modo da consentire una gestione non in perdita dell'azienda).
Cassazione civile , sez. lav., 14 giugno 2006 , n. 13719
Licenziamento del dirigente: giustificato dal riassetto organizzativo
È giustificato, perché non pretestuoso, il licenziamento irrogato al dirigente in base ad esigenze di riassetto organizzativo dell'attività d'impresa.
Licenziamento del dirigente: nei confronti del vice direttore di testata è competente il direttore di testata
Licenziamento del dirigente: le garanzie procedimentali di cui agli artt. 2 e 3 della L. n. 300/1970
Posto che le garanzie procedimentali dettate dall'art. 7, commi 2 e 3, della legge n. 300 del 1970 sono applicabili anche in caso di licenziamento di un dirigente d'azienda, a prescindere dalla specifica posizione dello stesso nell'ambito dell'organizzazione aziendale, il dirigente che in primo grado abbia impugnato il licenziamento sotto profili diversi dall'inosservanza della procedura garantistica di cui all'art. 7 della legge n. 300 del 1970 non può dedurre in appello la questione della nullità del recesso per violazione del citato art. 7 in quanto tale ulteriore prospettazione del petitum, comportando la deduzione di un'altra e diversa causa petendi con l'inserimento di un fatto nuovo a fondamento della pretesa e di un diverso tema di indagine e di decisione, è preclusa dall'art. 437, comma 2, c.p.c. (Nella specie, nella quale il giudice di merito aveva applicato tale principio sul presupposto che l'eccezione di nullità per violazione del citato art. 7 era stata formulata per la prima volta in grado di appello, la S.C. ha dichiarato inammissibile il ricorso incidentale, per non aver il ricorrente che assumeva di aver formulato in primo grado la relativa eccezione, assolto l'onere di specificare, per il principio di autosufficienza del ricorso, al di là di riferimenti invero troppo vaghi e generici, gli esatti termini con cui tale eccezione era stata formulata).
Cassazione civile , sez. lav., 02 marzo 2006 , n. 4614
Licenziamento del dirigente: la dequalificazione illegittima non trasforma il dirigente in pseudo-dirigente
La dequalificazione, unilateralmente operata dal datore di lavoro, del dirigente apicale a dirigente riconducibile alla "media" o "bassa" dirigenza, mentre - costituendo inadempimento contrattuale - consente al dipendente la tutela risarcitoria e può costituire giusta causa di dimissioni, non muta il regime giuridico del licenziamento "ad nutum" proprio dei dirigenti di vertice dell'azienda, essendo la dequalificazione nulla ex art. 2103 c.c. Conseguentemente, non trovano applicazione la disciplina limitativa dei licenziamenti, prevista dall'art. 10 della legge n. 604 del 1966, e le connesse garanzie procedurali di cui all'art. 7 della legge n. 300 del 1970.
Cassazione civile , sez. lav., 08 novembre 2005 , n. 21673
Licenziamento del dirigente: in caso di necessità di riduzione dei costi non è necessaria la conclamata crisi
Anche nell'ipotesi di licenziamento del dirigente per motivi di carattere economico conseguenti a scelte organizzative dell'impresa, è indispensabile valutare la natura spiccatamente fiduciaria del rapporto di lavoro del dirigente; pertanto, in ragione della peculiare struttura del rapporto del dirigente, è giustificato il licenziamento motivato dalla convenienza della riduzione dei costi gestionali, non essendo necessaria l'esistenza di una conclamata crisi economica aziendale.
Corte appello Firenze, 25 ottobre 2005
Licenziamento del dirigente: è licenziabile ad nutum solo l'alter ego dell'imprenditore
La regola della licenziabilità "ad nutum" dei dirigenti apicali (nella specie prevista dall'art. 92 del c.c.n.l. per il settore bancario) è applicabile al dirigente che si colloca al vertice dell'organizzazione aziendale e svolge mansioni tali da improntare la vita dell'azienda, con scelte di respiro globale, e si pone in un rapporto di collaborazione fiduciaria con il datore di lavoro, del quale è un "alter ego" e dal quale si limita a ricevere direttive di carattere generale per realizzare le quali si vale di ampia autonomia, esercitando i poteri propri dell'imprenditore ed assumendone, talvolta, la rappresentanza esterna. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che, con motivazione congrua e immune da vizi, aveva riconosciuto tale qualifica al condirettore generale di una banca, responsabile dell'area di amministrazione in una fase di ristrutturazione della stessa).
Cassazione civile , sez. lav., 14 ottobre 2005 , n. 19903
Licenziamento del dirigente: giusta causa, giustificato motivo e giustificatezza
Considerata la particolare configurazione del rapporto di lavoro dirigenziale, la nozione di giustificatezza del licenziamento del dirigente non si identifica con quella di giusta causa o giustificato motivo del licenziamento ex art. 1 della legge n. 604 del 1966; conseguentemente, fatti o condotte non integranti una giusta causa o un giustificato motivo di licenziamento con riguardo ai generali rapporti di lavoro subordinato ben possono giustificare il licenziamento, per cui, ai fini della giustificatezza del medesimo, può rilevare qualsiasi motivo, purché apprezzabile sul piano del diritto, idoneo a turbare il legame di fiducia con il datore, nel cui ambito rientra l'ampiezza dei poteri attribuiti al dirigente. La valutazione dell'idoneità del fatto materiale ad integrare la giustificatezza è rimessa al giudice di merito ed in sede di legittimità resta sindacabile solo per vizi di motivazione. (Nella specie, la S.C. ha confermato la decisione di merito che aveva ritenuto idonea a pregiudicare il rapporto di fiducia la condotta di un dirigente che aveva comunicato ad un collega fatti non veri e disdicevoli sul conto della società e del suo presidente ed aveva determinato talvolta un intralcio al normale svolgimento dell'attività produttiva).
Cassazione civile , sez. lav., 19 agosto 2005 , n. 17039
Licenziamento del dirigente: nullo il licenziamento per motivi illeciti ma l'onere della prova è del dirigente
Licenziamento del dirigente: necessarie circostanziate motivazioni
È illegittimo il licenziamento del dirigente di azienda industriale, se il provvedimento risulti carente di specifiche e circostanziate motivazioni, così come prescritto dalla contrattazione collettiva applicabile. La motivazione deve sostanziarsi nella precisazione degli addebiti che determinano l'uso del potere risolutivo e non può ritenersi in alcun modo surrogata dalla conoscenza aliunde degli stessi. L'inottemperanza a tale obbligo inficia la validità del provvedimento di licenziamento per mancanza di requisiti formali ex art. 1352 c.c.
Tribunale Milano, 12 luglio 2005
Licenziamento del dirigente: l'accertamento del giudice del lavoro è autonomo rispetto a quello penale
Il giudice del lavoro adito con impugnativa di licenziamento, che sia stato comminato in base agli stessi comportamenti che furono oggetto di imputazione in sede penale, non è affatto obbligato a tener conto dell'accertamento contenuto nel giudicato di assoluzione del lavoratore, ma ha il potere di ricostruire autonomamente, con pienezza di cognizione, i fatti materiali e di pervenire a valutazioni e qualificazioni degli stessi del tutto svincolate dall'esito del procedimento penale. Ugualmente, con riferimento al licenziamento del dirigente, ed anche ai fini della equa determinazione dell'indennità supplementare, non sono le sole determinazioni dei giudici penali a costituire oggetto di apprezzamento da parte del giudice civile, ma i fatti nella loro interezza, aventi, o non, risvolti anche in sede penale.
Cassazione civile , sez. lav., 09 giugno 2005 , n. 12134
Licenziamento del dirigente: quali le norme di legge applicabili
Anche dopo l'entrata in vigore della legge n. 108 del 1990 - che con l'art. 2 ha esteso nei confronti del dirigente l'obbligo della comunicazione per iscritto del licenziamento, ma non quello della motivazione - il rapporto di lavoro del dirigente non è assoggettato alle norme limitative dei licenziamenti individuali di cui all'art. 3 della legge n. 604 del 1966 e all'art. 2119 del c.c. e la nozione di giustificatezza, che non coincide con quella di giusta causa e giustificato motivo, è disciplinata dai contratti collettivi al fine del riconoscimento di un'indennità supplementare. Conseguentemente, si ha licenziamento ingiustificato se il datore di lavoro eserciti il diritto di recesso violando il principio di buona fede che presiede all'esecuzione dei contratti, ponendo in essere un comportamento pretestuoso ai limiti della discriminazione, ovvero irrispettoso delle regole procedimentali che assicurano la correttezza dell'esercizio di tali diritti, e, trattandosi di istituto di origine contrattuale, va enucleato dal giudice del merito con indagine interpretativa della clausola collettiva ai sensi degli art. 1362 ss. c.c., censurabile in sede di legittimità solo per vizi di motivazione o per violazione delle regole di ermeneutica contrattuale. (Nella specie, la S.C. ha confermato sul punto la sentenza di merito che, interpretando con procedimento immune da vizi il contratto collettivo dei dirigenti dell'industria, ha ritenuto irrilevante la mancata comunicazione contestuale dei motivi del licenziamento potendo gli stessi essere esplicitati o in sede arbitrale o, come nel caso all'esame, dinanzi al giudice deputato a valutarne la giustificatezza ai fini dell'indennità supplementare).
Cassazione civile , sez. lav., 01 giugno 2005 , n. 11691
Licenziamento del dirigente: licenziamento ad nutum inapplicabile agli impiegati con funzioni direttive (pseudo dirigenti)
In tema di licenziamento individuale, solo al dirigente di azienda che si trovi in posizione apicale nell'ambito dell'impresa, e non anche nei confronti del personale riconducibile alla "media" o "bassa" dirigenza, appartenente alla categoria del personale direttivo, non si applicano le garanzie procedimentali dettate dall'art. 7 della legge n. 300 del 1970, ed in particolare il generale principio di immutabilità della causa del licenziamento e della relativa contestazione, che si pone a garanzia della regola costituzionalmente garantita del corretto contraddittorio, e a garanzia effettiva del diritto di difesa a tutela dell'incolpato, comportando tale variazione una modifica sostanziale della motivazione del licenziamento che non consente al lavoratore il diritto di difesa rispetto a circostanze fattuali identificative di una fattispecie diverse rispetto a quelle originariamente dedotte e contestate. (Nella specie, la S.C. ha cassato la sentenza di merito che aveva ritenuto inapplicabile il principio della immutabilità della contestazione e di conseguenza legittimo che al direttore vendite del settore normal trade and catering di una società fosse stata comunicata, come causa del recesso "ad nutum" della società, prima la soppressione del posto di lavoro da lui ricoperto e poi il rifiuto del lavoratore ad eseguire correttamente la prestazione lavorativa).
Cassazione civile , sez. lav., 13 maggio 2005 , n. 10058
La specialità della posizione assunta dal dirigente nell'ambito dell'organizzazione aziendale impedisce una identificazione della nozione di "giustificatezza" del suo licenziamento - sottratto al regime della tutela obbligatoria di cui all'art. 3 della legge n. 604 del 1966, come di quella reale ex art. 18 della legge n. 300 del 1970 - con quelle di "giusta causa" o "giustificato motivo" del licenziamento del lavoratore subordinato, ai fini del riconoscimento del diritto alla indennità supplementare spettante alla stregua della contrattazione collettiva al dirigente licenziato ingiustificatamente. Trattandosi di un elemento di esclusiva origine negoziale, l'interpretazione della disposizione contrattuale che prevede il canone della giustificatezza del recesso va compiuta - nell'ambito di una valutazione che escluda l'arbitrarietà del licenziamento, al fine di evitare una generalizzata legittimazione della piena libertà di recesso del datore di lavoro - dal giudice del merito ed è censurabile in sede di legittimità solo per violazione delle regole di ermeneutica contrattuale, ovvero se non sia sorretta da una motivazione sufficiente, logica e coerente. (Nella specie, la Corte cass. ha confermato la sentenza di merito, che aveva ritenuto, con motivazione congrua e priva di vizi logici, che il licenziamento era stato intimato al dirigente per addebiti rivelatisi assolutamente pretestuosi).
Cassazione civile , sez. lav., 15 aprile 2005 , n. 7838
Licenziamento del dirigente: ancora sulla giustificatezza come nozione distinta dal giustificato motivo e dalla giusta causa
La nozione di giustificatezza del licenziamento ai sensi del c.c.n.l. dirigenti d'azienda, in considerazione della specialità della posizione del dirigente nell'ambito dell'organizzazione aziendale, si distingue da quella di giustificato motivo ai sensi della l. 15 luglio 1966 n. 604. Consiste nell'assenza di arbitrarietà, o, per converso, nella ragionevolezza del provvedimento che dispone il recesso, da correlare alla presenza di valide ragioni di cessazione del rapporto, come tali apprezzabili sotto il profilo della correttezza e della buona fede.
Tribunale Torino, 07 febbraio 2005
Licenziamento del dirigente: la critica non giustifica il recesso
Non costituisce giusta causa di licenziamento (ma può giustificare il recesso del datore di lavoro) il comportamento del dirigente che critichi anche duramente l'operato dei suoi superiori, se tali critiche non superano i limiti della correttezza e non si traducono in un atto illecito, quale l'ingiuria o la diffamazione.
Cassazione civile , sez. lav., 17 gennaio 2005 , n. 775
Il rapporto di lavoro del dirigente non è assoggettato alle norme limitative dei licenziamenti individuali di cui agli art. 1 e 3 della legge n. 604 del 1966. Inoltre, la nozione di "giustificatezza" del licenziamento del dirigente, posta dalla contrattazione collettiva di settore, non coincide con quella di giustificato motivo di licenziamento di cui all'art. 3 della legge n. 604 del 1966. Tuttavia, in sede di verifica (ad opera del collegio arbitrale previsto dalla contrattazione collettiva o dell'autorità giudiziaria) della sussistenza di un'idonea giustificazione a base del licenziamento con preavviso di un dirigente industriale, spetta pur sempre al datore di lavoro, che intenda essere esonerato dall'obbligo di corrispondere l'indennità supplementare, dimostrare la veridicità e la fondatezza dei motivi da lui addotti nonché la loro idoneità a giustificare il recesso. (Nel caso di specie, la S.C. ha confermato, ritenendola congruamente motivata, la sentenza di seconde cure, che, in conformità con la decisione di primo grado, aveva escluso che fosse stata allegata dalla società datrice di lavoro una adeguata giustificazione del licenziamento del dirigente appellato, giudicando irrilevante a tal fine la deliberazione dei soci di porre in liquidazione la società, in quanto risalente ad oltre due mesi prima della decisione di risolvere il rapporto in questione).
Cassazione civile , sez. lav., 19 agosto 2004 , n. 16263
Licenziamento del dirigente: licenziabile ad nutum solo il dirigente apicale
La regola della licenziabilità "ad nutum" dei dirigenti, desumibile dall'art. 10 della legge n. 604 del 1966, è applicabile solo al dirigente in posizione verticistica, che, nell'ambito dell'azienda, abbia un ruolo caratterizzato dall'ampiezza del potere gestorio, tanto da poter essere definito un vero e proprio alter ego dell'imprenditore, in quanto preposto all'intera azienda o ad un ramo o servizio di particolare rilevanza, in posizione di sostanziale autonomia, tale da influenzare l'andamento e le scelte dell'attività aziendale, sia al suo interno che nei rapporti con i terzi.
Cassazione civile , sez. lav., 09 agosto 2004 , n. 15351
Licenziamento del dirigente: ingiustificato il licenziamento che viola i principi di buona fede e correttezza
Il licenziamento ingiustificato del dirigente, nei cui confronti può essere disposto il licenziamento "ad nutum", si verifica tutte le volte in cui il datore di lavoro eserciti il proprio diritto di recesso violando il principio fondamentale di buona fede che presiede all'esecuzione dei contratti (art. 1375 c.c.) In attuazione di un comportamento puramente pretestuoso, ad esempio ai limiti della discriminazione. Ne consegue che il giudice investito della controversia relativa al diritto del dirigente alla corresponsione dell'indennità supplementare in dipendenza di un licenziamento ingiustificato non può limitarsi alla mera applicazione dei parametri valutativi impiegati correttamente nella identificazione del licenziamento per giustificato motivo del lavoratore non dirigente, ma deve far riferimento a tutti gli elementi e le circostanze che, in relazione al caso concreto, possono ritenersi idonei a privare di ogni giustificazione il recesso "ad nutum" del datore di lavoro nei confronti del dipendente che rivesta la qualifica di dirigente.
Tribunale Milano, 21 giugno 2004
Licenziamento del dirigente: per i dirigenti non apicali s'applica l'art. 18
In caso di licenziamento illegittimo di un dirigente medico che non sia effettivamente dotato di poteri rappresentativi dell'imprenditore e di gestione dell'azienda trova applicazione l'art. 18 st. lav. e non il regime indennitario previsto in sede contrattuale.
Tribunale Milano, 01 aprile 2004
Licenziamento del dirigente: ingiustificati in caso di riassegnazione dei compiti
È privo di giustificatezza il licenziamento intimato al dirigente per asserita riorganizzazione aziendale, quando gli stessi compiti risultino assegnati ad altro soggetto, nella fattispecie un dirigente di società collegata.
Tribunale Roma, 24 marzo 2004
Licenziamento del dirigente: danni alla salute ed alla professionalità vanno provati
In caso di licenziamento ingiustificato del dirigente, non conseguono automaticamente danni alla salute o alla reputazione o alla professionalità, ma il ricorrente deve fornire precisi elementi di prova sull'esistenza di tali danni e sul nesso causale.
Licenziamento del dirigente per dissenso ideologico
In un'organizzazione di tendenza è legittimo il licenziamento a norma dell'art. 2119 c.c. di un dirigente apicale per grave dissenso ideologico, ma tale condotta non costituisce grave inadempienza del contratto di lavoro, tale da esonerare l'organizzazione dal rispetto di una clausola di durata minima del rapporto. Ne consegue la condanna dell'organizzazione alla corresponsione delle retribuzioni sino alla data di durata minima pattuita.
Corte appello Venezia, 06 febbraio 2004
Licenziamento del dirigente: la manifestazione della volontà di far valere i propri diritti in giudizio non giustifica il licenziamento
Considerato il particolare modo di configurarsi del rapporto di lavoro dirigenziale, e la esclusione nel suo ambito di un licenziamento qualificabile come disciplinare, ai fini della giustificatezza del licenziamento stesso può rilevare qualsiasi motivo purché esso possa costituire la base per una motivazione coerente e sorretta da motivi apprezzabili sul piano del diritto, a fronte del quale non è necessaria una analitica verifica di specifiche condizioni, ma è sufficiente una valutazione globale che escluda l'arbitrarietà del licenziamento; ciò premesso, deve ritenersi che non integri un giustificato motivo di licenziamento, non essendo idonea a far venire meno il particolare rapporto fiduciario che lega il dirigente al datore di lavoro la condotta di un dirigente il quale - ritenendo pregiudicati i propri diritti, anche in base ad una sua valutazione soggettiva, purché non manifestamente arbitraria nè pretestuosa - chieda al datore di lavoro il ripristino di essi, prospettando in alternativa il ricorso al giudice.
Cassazione civile , sez. lav., 27 agosto 2003 , n. 12562
Licenziamento del dirigente: indicazione dei motivi
È adeguatamente motivata la sentenza di merito che, interpretando il contratto collettivo dei dirigenti del settore assicurativo (il quale stabilisce che, in caso di ingiustificatezza del licenziamento, l' azienda è tenuta a corrispondere al dirigente un'indennità supplementare), affermi che, secondo detto contratto, in caso di licenziamento del dirigente, la comunicazione del recesso deve contestualmente contenere l'indicazione dei motivi dello stesso con un tasso di specificità quanto meno minimo. Tale conclusione è confermata dall'applicabilità anche al rapporto di lavoro dirigenziale del principio della relativa tempestività del licenziamento, onde ai fini della giustificazione di esso è necessaria una formulazione specifica dei motivi, oltre che una sufficiente contiguità temporale tra i fatti posti a base del licenziamento ed il licenziamento medesimo.
Licenziamento del dirigente: la discrezionalità del datore nell'esercizio della libertà di cui all'art. 41 cost.
Ai fini della spettanza dell'indennità supplementare prevista dalla contrattazione collettiva in caso di licenziamento del dirigente, la giustificatezza del recesso non deve necessariamente coincidere con l'impossibilità della continuazione del rapporto o con una situazione di grave crisi aziendale tale da rendere impossibile o particolarmente onerosa tale continuazione, posto che il principio di correttezza e buona fede, che costituisce il parametro su cui misurare la legittimità del licenziamento, deve essere coordinato con la libertà di iniziativa economica, garantita dall'art. 41 cost., che verrebbe radicalmente negata ove si impedisse all'imprenditore, a fronte di razionali e non arbitrarie ristrutturazioni aziendali, di scegliere discrezionalmente le persone idonee a collaborare con lui ai più alti livelli della gestione dell'impresa; nè tale coincidenza, ove non prevista dalla contrattazione collettiva (nella specie, c.c.n.l. per i dirigenti delle aziende industriali), potrebbe derivare, in base al criterio di interpretazione di cui all'art. 1362, comma 2, c.c., dalla sua previsione in un successivo Accordo interconfederale (nella specie, A.I. del 27 aprile 1995), in quanto la differenza di funzione e di livello fra le due fonti collettive e la diversità delle parti stipulanti impediscono l'utilizzabilità del predetto criterio ermeneutico.
Cassazione civile , sez. lav., 22 agosto 2003 , n. 12365
La specialità della posizione assunta dal dirigente nell'ambito dell'organizzazione aziendale impedisce una identificazione della nozione di "giustificatezza" del suo licenziamento - sottratto al regime della tutela obbligatoria di cui all'art. 3 della legge n. 604 del 1966, come di quella reale ex art. 18 della legge n. 300 del 1970 - con quelle di "giusta causa" o "giustificato motivo" del licenziamento del lavoratore subordinato, ai fini del riconoscimento del diritto alla indennità supplementare spettante alla stregua della contrattazione collettiva al dirigente licenziato ingiustificatamente. Trattandosi di un elemento di esclusiva origine negoziale, l'interpretazione della disposizione contrattuale che prevede il canone della giustificatezza del recesso va compiuta - nell'ambito di una valutazione che escluda l'arbitrarietà del licenziamento, al fine di evitare una generalizzata legittimazione della piena libertà di recesso del datore di lavoro - dal giudice del merito ed è censurabile in sede di legittimità solo per violazione delle regole di ermeneutica contrattuale, ovvero se non sia sorretta da una motivazione sufficiente, logica e coerente. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito, che aveva ritenuto sussistenti i presupposti per l'applicabilità dell'art. 19 del c.c.n.l. dei dirigenti di imprese industriali, il quale prevede, a carico dell'imprenditore, il pagamento di una penale risarcitoria, nel caso di licenziamento privo del requisito della giustificatezza, in quanto le risultanze dell'istruttoria avevano permesso di accertare sia che il dirigente licenziato non era mai stato addetto al settore la cui ristrutturazione era stata indicata quale causa della risoluzione del rapporto, sia che la riorganizzazione di altri settori dell'azienda, pure richiamata per giustificare il recesso, era stata effettuata in un tempo apprezzabilmente anteriore al licenziamento).
Licenziamento del dirigente nel periodo di prova
Il lavoratore (nella specie, dirigente) licenziato durante il periodo di prova può dimostrare - per contestare la legittimità del licenziamento - che il recesso è avvenuto per motivo illecito o per motivi diversi da quelli relativi alla convenienza di instaurare un rapporto definitivo. Tra i motivi diversi, tuttavia, non può assumere alcuna rilevanza il fatto che il datore di lavoro non sarebbe stato in grado di sopportare economicamente il carico di un dirigente, posto che tale circostanza risulta coerente con la prova che è diretta a valutare, appunto, la convenienza, anche economica, del rapporto.
Corte appello Milano, 27 maggio 2003
Licenziamento del dirigente: esclusa la procedura di cui all'art. 7 St. lavoratori
Per il licenziamento del dirigenti apicali di aziende industriali, il datore di lavoro non è tenuto a seguire la procedura di cui all'art. 7 Stat. Lav., nè a sottostare ai principi, di creazione giurisprudenziale, della immediatezza della contestazione e della imputabilità dei fatti contestati o della specificità della contestazione stessa, che in materia di sanzioni disciplinari non obbedisce ai rigidi canoni che presiedono alla formulazione dell'accusa nel processo penale. (Nella specie la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva ritenuto legittimo il licenziamento di un dirigente, avviato con contestazione disciplinare alla stregua dell'art. 7 e intimato facendo riferimento anche ad altro precedente comportamento, avendo reputato, con accertamento insindacabile in sede di legittimità, che il comportamento complessivo tenuto dal dirigente nell'arco di diversi mesi, per la riluttanza alle richieste di missione all'estero, fosse incompatibile con la collaborazione richiesta a un dirigente).
Licenziamento del dirigente: applicabili le garanzie di cui all'art. 7 St. lavoratori