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Timestamp: 2018-06-19 17:44:24+00:00
Document Index: 99181406

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 7', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 26', 'art. 26', 'art, 1', 'art. 2', 'art. 5', 'art. 208', 'sentenza ', 'art. 53', 'art. 19', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 119', 'art. 4', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 43', 'art. 43', 'art. 42', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 25', 'art. 131', 'sentenza ', 'art. 43', 'art. 31', 'e contrario', 'art. 30', 'art. 33', 'art. 29', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 33', 'art. 33']

Il licenziamento per violazione del divieto di svolgere incarichi non autorizzati.
La Corte di Cassazione, Sezione lavoro, con la sentenza 11 luglio 2017, n. 28975, ha respinto il ricorso di un dipendente licenziato ritenendo infondate le sue doglianze avverso la decisone della Corte di Appello di Roma (sentenza n. 6123/2015) che a sua volta aveva rifiutato il reclamo avverso l'ordinanza del giudice di prime cure.
Due i punti della sentenza che meritano di essere segnalati.
Il primo riguarda la conferma del consolidato orientamento giurisprudenziale della stessa Cassazione secondo cui la comunicazione all'interessato dell'atto sanzionatorio non assume rilevanza ai fini della tempestività della conclusione del procedimento disciplinare (in senso conforme, Cassaz. 9390/ 2017, 5317/2017, 19183/2016, 16900/2016; 5637/2009). Ai fii del rispetto dei termini di conclusione, è sufficiente il compimento da parte del soggetto onerato dell’attività necessaria ad avviare il procedimento di comunicazione demandandolo ad un servizio idoneo a garantire un determinato affidamento. Questo principio è valido in tutti i casi, come nel lavoro pubblico, il ricevimento della comunicazione non sia prevista, nella fonte che contempla la decadenza (legale, o negoziale, o provvedimentale), come elemento costitutivo della fattispecie impeditiva (Cassaz. SSUU 12457/2011, 8830/2010). Detto altrimenti, per il calcolo del rispetto dei termini del procedimento disciplinare occorre fare riferimento alla data di spedizione della raccomandata e non a quella del suo ricevimento da parte dell'interessato.
L'altro punto di interesse attiene all'onere della prova. Secondo la Cassazione, la pubblica amministrazione, per motivare la giusta causa o il giusto motivo del licenziamento, deve provare solo l'avvenuto espletamento di incarichi non autorizzati "nella loro oggettività". Mentre spetta al dipendente licenziato, se vuole contestare la proporzionalità della sanzione applicata, dimostrare la scarsa rilevanza dell'inadempimento con riferimento alla sua durata e alla consistenza, in termini quantitativi e qualitativi, dell'impegno richiesto nell'espletamento degli incarichi non autorizzati. In altri termini, non è sufficiente che il dipendente, nella sua difesa, affermi in modo generico di avere svolto le attività extraistituzionali non autorizzate nel tempo libero e nel rispetto dei tempi di riposo e senza pregiudizio dell'attività lavorativa, ma occorre che lo dimostri e che indichi per ciascun incarico la durata e il numero di ore ad essi dedicate, l'impegno richiesto, ecc.
Gli Ermellini confermano anche che le docenze a pubblici dipendenti rientrano fra le cosiddette attività extraistituzionali del pubblico dipendente cosiddette "libere", ovvero che egli può esercitare senza necessità autorizzazione e senza onere neppure di comunicazione all'amministrazione di appartenenza (mentre l'autorizzazione occorreva prima dell'entrata in vigore della legge n. 43 del 2005, art. 7-novies) che ha aggiunto fra le attività libere le docenze a favore di pubblici dipendenti).
In sintesi, il principio di esclusività vigente nel pubblico impiego impedisce al dipendente di svolgere un doppio lavoro non autorizzato dalla sua amministrazione e l'inadempimento a questo dovere può costargli il posto.
Cassaz_ procedimenti_disciplinari_temini_2017.pdf [ ] 550 kB
ONLUS, fondazioni, associazioni ambientali dei consumatori, ed imprese soggetti agli obblighi di pubblicità per le sovvenzioni pubbliche
La trasparenza riguarderà, dal 2018, anche le informazioni relative a sovvenzioni, contributi, incarichi retribuiti e comunque a vantaggi economici di qualunque genere, d'importo pari o superiore a 10mila euro, concessi a ONLUS, associazioni, fondazioni ed imprese private dalle pubbliche amministrazioni o da società a partecipazione pubblica anche non di controllo, comprese le società quotate.
Questi soggetti privati saranno tenuti, dal 2018, a pubblicare ogni anno le suddette informazioni nei propri siti, e, trattandosi di imprese, nelle note integrative dei loro bilanci.
È quanto prevede, in sintesi, la legge sulla concorrenza 2017 con diposizioni però di difficile interpretazione e che per la loro corretta applicazione richiederanno chiarimenti.
La fonte dei nuovi obblighi di pubblicità è, in particolare, la legge 8 agosto 2017, n. 124 del 2017, recante "Legge annuale per il mercato e la concorrenza", che vi dedica ben cinque dei 192 commi del suo unico articolo 1 (commi dal 125 al 129).
La collocazione di queste disposizioni nell'ambito della legge annuale per il mercato e la concorrenza non è del tutto felice, anche se è condivisibile la finalità di trasparenza che le nuove regole intendono perseguire. Sarebbe stato più opportuno, però, inserire queste disposizioni nel decreto legislativo sulla trasparenza n. 33 del 2016 (testo sempre meno unico sugli obblighi di pubblicità) e, nello specifico, nell'articolo 26 che già si interessa degli obblighi di pubblicità delle informazioni relative ai benefici e che, peraltro, viene modificato dalla stessa legge 124 seppure limitatamente all'aggiunta di un periodo al comma 2 destinato alle pubbliche amministrazioni e agli soggetti destinatari dello stesso decreto n. 33.
Le disposizioni in esame sono destinate ad un campionario molto ampio di soggetti privati. Rientrano, in particolare, nel perimetro di applicazione: a) le associazioni di protezione ambientale; b) le associazioni dei consumatori; c) le associazioni, le Onlus e le fondazioni; d) le imprese. Tutti soggetti tenuti ad adempiere ai nuovi obblighi di pubblicità sui vantaggi economici ricevuti dal "pubblico".
Le informazioni da rendere trasparenti riguardano, in particolare, le sovvenzioni, i contributi, gli incarichi retribuiti e comunque i vantaggi economici di qualunque genere ricevuti da suddetti soggetti nell'anno precedente da parte non solo di pubbliche amministrazioni ex art. 1, comma 2, del d.lgs. n. 165/2001 (amministrazioni statali, regioni, province, comuni, enti pubblici non economici, istituti scolastici di ogni grado, università, agenzie fiscali, camere di commercio, CONI ecc.), ma anche di società controllate di diritto o di fatto, direttamente o indirettamente, da pubbliche amministrazioni, e di società in partecipazione pubblica, diretta o indiretta, ivi comprese le quotate e le società da loro partecipate. E' singolare, peraltro, che la disposizione dimentichi il testo unico sulle società a partecipazione pubblica n. 175 del 2016 (recentemente corretto con il d.lgs. n. 100 del 2017) e si dilunghi a elencare le diverse tipologie di società a partecipazione pubblica erogatrici con un insieme di termini che consegnano definizioni non sempre coincidenti con quelle dello TUSSPP n. 175 (art. 2), ponendo così alcuni dubbi interpretativi: i) le società in controllo per patti parasociali, statuto o per legge rientrano o meno nel novero dei soggetti eroganti? ii) le quotate sono solo quelle che emettono azioni in mercati regolamentati, come recita il comma 125 della legge 124 in esame, o anche le società che hanno emesso alla data del 31 dicembre 2015, strumenti finanziari , diverse dalle azioni, quotati in mercati regolamentati , come da definizione dell'art. 2, comma 1, lett. p) del d.lgs. n. 175 del 2016 e s.m.?
Per evitare l'affollamento di informazioni non rilevanti, il legislatore ha scelto di non assoggettare agli obblighi di pubblicità i vantaggi economici d'importo inferiore a 10.000 euro ricevuti complessivamente nell'anno di riferimento. Sarebbe auspicabile che per le stesse ragioni fosse elevato il limite per l'obbligo di pubblicazione dei contributi, sovvenzione fissato in 1.000 euro dall'art. 26 del d.lgs. n. 33/2013.
Gli obblighi di pubblicazione devono essere adempiuti entro il 28 febbraio di ciascun anno. Diverse le modalità di pubblicità a seconda della natura del beneficiario. Le associazioni, le ONLUS e le fondazioni devono provvedere a pubblicare le informazioni nei loro siti, mentre le imprese devono inserire le stesse informazioni nella nota integrativa del bilancio e in quella dell'eventuale bilancio consolidato (da pubblicare nel relativo registro delle imprese presso la CCIAA).
L’inadempimento comporta la restituzione delle somme ricevute entro tre mesi dalla scadenza del termine. L'importo della sanzione, nel caso che il soggetto erogante sia un'amministrazione statale, deve essere versato al bilancio dello Stato. Se l'amministrazione statale erogante ha adempiuto agli obblighi di pubblicazione di cui all'art. 26 del d.lgs. 33 si vedrà restituita la somma erogata; se invece è inadempiente, perderà la somma erogata che andrà ad incrementare il fondo per la lotta alla povertà e all'esclusione sociale, di cui all'art, 1, co 386, della legge n. 208/2015. Sembra, però, che la sanzione si applichi solo alle imprese inadempienti, considerato che la disposizione fa riferimento per il termine di restituzione al "periodo precedente", che riguarda appunto le imprese, e non anche al primo periodo che ha come destinatari le associazioni, le fondazioni, ecc. Se ne dovrebbe concludere che l'inadempimento delle associazioni non è sanzionato. Ma per quali ragioni?
La nozione di pubblica amministrazione ai fini delle regole di trasparenza, già molto ampliata dal decreto correttivo n. 97 del 2017 del d.lgs. n. 33 del 2013 (art. 2-bis), continua a dilatarsi fino a comprendervi soggetti privati finora rimasti esentati, quali le associazioni ambientali e dei consumatori, gli enti non profit, le fondazioni senza un'influenza pubblica dominate o non strumentali alle pubbliche amministrazioni e le imprese private. Possiamo concludere, allora, che il discrimine fra soggetti tenuti agli obblighi di trasparenza e quelli esentati non è costituito dalla natura, pubblica o privata, del soggetto, ma dall'utilizzo o meno per lo svolgimento della sua attività di denaro pubblico.
La decisione di rendere trasparenti le informazioni sulle sovvenzioni pubbliche, si ribadisce, è sicuramente condivisibile, anche se restano la perplessità sulla fonte scelta per legiferare e il fastidio per disposizioni dal contenuto poco comprensibile.
20/09/2013 - Le novità in materia di contratti pubblici e sicurezza nel D.L. 21 giugno 2013 n. 69, convertito dalla legge n. 9 agosto 2013 n. 98
13/09/2012 - Le concessioni di servizi ed i limiti alla discrezionalità della stazione appaltante (Deliberazione A.V.C.P. n. 61/2012)
27/08/2012 - L’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici detta le linee guida per gli affidamenti alle cooperative sociali ai sensi dell'art. 5, co.1, L. 381/1991 (Determinazione n. 3/2012)
26/08/2012 - L’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici interviene in materia di avvalimento (Determinazione n. 2/2012)
03/08/2012 - I tagli alle auto di servizio tra esigenza di contenimento della spesa e tutela dell'autonomia di regioni ed enti locali
03/08/2012 - Esercizio condiviso delle funzioni e vincoli alla spesa di personale
07/07/2012 - Bilancio sociale – funzione – accelerazione dei tempi di realizzazione per esclusive finalità di propaganda politica – danno erariale - responsabilità
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01/06/2012 - La qualità del servizio al pubblico con particolare riferimento all'informazione ed accoglienza turistica, ai servizi per l'impiego e all'ufficio relazioni con il pubblico
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01/06/2012 - Ipotesi di alienazione di una farmacia comunale gestita tramite azienda speciale
01/06/2012 - L'I.S.E.E. come strumento di equità nel welfare locale
01/06/2012 - I servizi pubblici locali a rilevanza economica. La gara per la scelta del socio privato nelle società miste
01/06/2012 - Il bilancio degli enti locali: il sistema informatizzato dei pagamenti alla luce delle ultime normative
01/06/2012 - Il processo di valutazione della performance nel disegno della riforma Brunetta
01/06/2012 - Breve excursus e comparazione dello stato di attuazione del welfare e delle liberalizzazioni in alcuni paesi dell'Unione Europea
01/06/2012 - Lean management nella pubblica amministrazione
01/06/2012 - La comunicazione dell'ente locale
10/02/2012 - Gettoni e indennità, secondo le SS. RR. taglio del 10% ancora valido
30/01/2012 - Banca dati dei contratti pubblici, si semplifica anche il D.U.R.C.?
16/12/2011 - Mobilità per interscambio e vincoli del Patto di stabilità
16/12/2011 - Limiti dimensionali delle forme associative di gestione delle funzioni dei piccoli enti locali
16/12/2011 - Conferimento di incarichi dirigenziali a tempo determinato da parte delle Unioni di Comuni
16/12/2011 - Attivazione di progetti incentivanti la produttività in violazione delle prescrizioni normative e contrattuali
16/12/2011 - Concorsi pubblici per l’accesso alla dirigenza degli enti locali
16/12/2011 - Presupposti di legittimità per l’affidamento di incarichi professionali esterni
06/12/2011 - Vincoli alla destinazione dei proventi di cui all’art. 208 Codice della strada
06/12/2011 - Danno erariale derivante dalla gestione di società partecipata in violazione delle regole di sana gestione finanziaria
01/12/2011 - Congelamento degli effetti economici delle progressioni orizzontali
01/12/2011 - Integrazione del fondo di produttività: risorse utilizzabili e limiti quantitativi
01/12/2011 - Spese di formazione rimborsate da altri Enti e vincoli del patto di stabilità.
11/10/2011 - Le nuove progressioni di carriera negli enti locali
11/10/2011 - Revocabilità delle dimissioni del dipendente pubblico dopo l’accettazione della PA.
11/10/2011 - Uso delle tecnologie telematiche nelle comunicazioni con le pubbliche amministrazioni e forme di tutela dei diritti dei cittadini
08/10/2011 - Limiti al turn over negli enti locali.
04/08/2011 - La territorializzazione del Patto di stabilità per gli enti locali delle Regioni a Statuto speciale (Corte costituzionale sentenza n. 229/2011)
18/07/2011 - Non si computano tra le spese di personale quelle legate a funzioni regionali
18/07/2011 - Dirigenti a contratto solo se laureati
17/04/2011 - Tetto del 20% del costo delle cessazioni: non vale per i contratti a termine
23/03/2011 - Non è condotta antisindacale applicare il D. Lgs. n. 150/2009
10/03/2011 - Tagli alle spese per addetti stampa e portavoce
10/03/2011 - Ammesse per intero le spese per formazione obbligatoria per legge
09/03/2011 - Dirigenza a contratto entro l'8%, ma vive l'articolo 110, comma 2
09/03/2011 - Niente tagli alle trasferte degli amministratori locali
09/03/2011 - Manifestazioni turistiche e culturali salve dai tagli della manovra 2010
28/02/2011 - Milleproroghe, principali novità per gli enti locali
21/01/2011 - Illuminazione votiva e iscrizione all'albo di cui all'art. 53 del D. Lgs. n. 446/1997 (A.V.C.P., parere n. 214/2010)
06/12/2010 - Illegittimo il criterio del massimo ribasso se richiesti miglioramenti di qualità
05/12/2010 - Corte dei conti: no a dirigenti esterni privi di laurea
01/12/2010 - Enti non soggetti al patto: le cessazioni si cumulano negli anni
25/11/2010 - Rgs: la circolare sul limite del 3,2% fa sorgere più dubbi che certezze
14/11/2010 - Consulta: l'art. 19, comma 6, del d.lgs 165/2001 si estende ad enti locali
10/11/2010 - Patto violato? le sanzioni si sommano al congelamento dei fondi contrattuali
08/11/2010 - 3,2% di aumenti retributivi, tetto invalicabile per la Corte dei conti Toscana
17/10/2010 - Incarichi a contratto a non laureati? Non persuade la Sezione Lombardia
17/10/2010 - Durc: validità tre mesi. Così la circolare 35/2010 del Ministero del lavoro.
03/07/2010 - Vice segretari, per la Corte dei conti Sardegna ok ai diritti di rogito
03/07/2010 - Criteri di selettività delle progressioni orizzontali
03/07/2010 - Mobilità: l'obbligo procedurale non fonda diritti del dipendente interessato
09/03/2010 - Esuberi per trasferimenti di funzioni: nuova disciplina nel collegato lavoro
09/03/2010 - Scatta la facoltà di rivedere le concessioni dei part time
23/02/2010 - Uso degli strumenti derivati da parte di regioni ed ee.ll. (C. Cost sentenza n. 52/2010)
07/02/2010 - Inderogabili i termini di pagamento fissati dal d.lgs 231/2002
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08/11/2009 - Autocertificabili gli attestati Soa
27/10/2009 - Durc: efficace per tre mesi, secondo il Tar Puglia-Lecce
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04/10/2009 - Nonni vigili: dubbi sulla configurazione dei compensi come spese di personale
19/09/2009 - Affidamenti diretti? Solo se preceduti da indagini di mercato
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30/06/2009 - Malattie, tornano le fasce di reperibilità del vecchio regime normativo
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15/09/2008 - Concorsi: accertamenti linguistici e di informatica influiscono sugli esiti
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19/05/2008 - News - no conversione rapporti lavoro di fatto - Cstato
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27/03/2008 - Responsabilità per danni anche in caso di provvedimento legittimo: TAR Veneto, 5 marzo 2008, n. 579.
17/02/2008 - La competenza consiliare in materia di acquisiti ed alienazioni immobiliari: a proposito della recente sentenza del TAR Campania, Napoli, 9 gennaio 2008, n. 74.
07/01/2008 - Finanziaria 2008: la nuova IRAP
I commi 43-45 dell’articolo 1 della finanziaria per il 2008 (legge n. 244 del 2007) recano una rilevante novità: l’Irap – che fino ad oggi andava considerato un “tributo attribuito” alle Regioni, coerentemente alla definizione datane con le sentenze della Corte Costituzionale nn. 296 e 297 del 2003 nonché nn. 37 e 381 del 2004 – viene qualificato come “tributo proprio” delle Regioni, ai sensi dell’art. 119 della Costituzione (nel testo successivo alla riforma del Titolo V della Costituzione stessa).
Conseguentemente, a decorrere dal 1° gennaio 2009 le Regioni istituiranno tale tributo (che verosimilmente conserverà l’attuale denominazione ed il relativo acronimo) con proprie leggi. Con propri regolamenti, inoltre, le Regioni stabiliranno la disciplina della liquidazione, dell’accertamento e della riscossione del tributo (questi regolamenti, tuttavia, dovranno conformarsi ad un regolamento-tipo regionale, appositamente approvato con accordo Stato-Regioni concluso a norma dell’art. 4 del d.lgs. n. 281 del 1997).
Con il comma 50, inoltre, viene rideterminata, a fini di semplificazione, la base imponibile Irap di alcune categorie di contribuenti nonché l’aliquota di equilibrio del tributo (il comma 51 fissa la decorrenza di queste novità). Il comma 52, per effetto della dichiarata nuova natura del tributo, esclude che la dichiarazione annuale possa continuare ad essere effettuata in forma unificata: la dichiarazione Irap, perciò, dovrà essere presentata direttamente alla Regione o alla Provincia autonoma di domicilio fiscale del soggetto passivo.
Dà da pensare, tuttavia, la scelta legislativa di imporre che:
a) le Regioni non possono modificare le basi imponibili dell’Irap (così come stabilite a livello statale);
b) le Regioni possono, dell’Irap attualmente vigente, modificare l’aliquota, le detrazioni e le deduzioni, nonché introdurre speciali agevolazioni, però nei soli limiti stabiliti (ora ed in futuro) dalle leggi statali;
c) in ogni caso i regolamenti regionali, al fine di evitare incrementi di costi, stabiliranno che le funzioni di liquidazione, accertamento e riscossione sono (obbligatoriamente) affidate all’Agenzia delle entrate.
Queste limitazioni alla potestà legislativa regionale risultano assai incisive e certamente incoerenti con i requisiti individuati dalla Corte Costituzionale perché un tributo possa effettivamente definirsi “proprio” delle Regioni.
Conseguentemente, delle due l’una: o le Regioni si accontenteranno di una operazione di maquillage legislativo (quello operato con la finanziaria 2008), posto che in verità l’Irap pare mantenere i connotati sostanziali di un “tributo attribuito” o bisogna attendersi un nuovo contenzioso costituzionale (proposto in via principale dalle stesse Regioni o in via incidentale dai contribuenti) volto ad elidere, in tutto o in parte, le limitazioni sopra dette, al fine di dare maggiore consistenza di tributo “proprio” alle Irap regionali.
(A. Rinaldi )
La recente sentenza del TAR Campania, Napoli, 9 gennaio 2008, n. 74 (in allegato) offre lo spunto per alcune considerazioni sulla tematica della competenza del Consiglio comunale e provinciale all’assunzione delle deliberazioni con le quali si dispone l’acquisto o l’alienazione di beni immobili.
Il primo spunto offerto dalla sentenza in commento riguarda l’ambito operativo dei concetti di alienazione e di acquisto. Il caso affrontato dal giudice campano riguarda una procedura acquisitiva ex art. 43 del d.p.r. n. 327/01; secondo la sentenza, poiché nel caso dell'utilizzazione di un bene per scopi di interesse pubblic
i viene in rilievo una valutazione particolarmente complessa che deve tener conto sia dell’interesse pubblico che di quello privato, nonchè delle spese necessarie per la riduzione in pristino del bene e dei costi per la collettività conseguenti all’acquisizione, deve essere affermata la competenza dell’organo consiliare. La decisione, quindi, rigettata la tesi della natura dichiarativa del provvedimento ex art. 43 d.p.r. n. 327/01 (pur avanzata in giurisprudenza da TAR Molise n. 756/05), riconduce la fattispecie in argomento alla categoria dei trasferimenti di proprietà immobiliare, come tali rientranti nell’ambito applicativo dell’art. 42 comma 2° lettera l) d. lgs. n. 267/00, in quanto tale ultima disposizione non distingue tra acquisti di diritti immobiliari governati dal diritto civile e quelli in cui la vicenda traslativa si compie nell’ambito del diritto pubblico.
La sentenza, da questo punto di vista, si pone su un piano di continuità con quella giurisprudenza che fa rientrare nel concetto di acquisto e di alienazione tutti gli atti di trasferimento delle proprietà immobiliari, compresi anche gli atti costitutivi dei diritti reali (si veda, in tal senso, Cassazione Civile 12 luglio 1979, n. 4049) e, comunque, ogni modificazione della consistenza patrimoniale immobiliare del Comune (Tar Emilia Romagna, Parma, n. 263/2002).
Altro elemento di interesse è rappresentato dal passaggio della motivazione della sentenza in cui si esclude la riconducibilità della fattispecie esaminata alla categoria dell’ordinaria amministrazione.
Giova ricordare, a tal proposito, che l’articolo 42, lettera l), del d. lgs. 18 agosto 2000 n. 267 espressamente attribuisce al Consiglio comunale o provinciale la competenza in materia di acquisti ed alienazioni immobiliari, benché si tratti di ambiti materiali di sicura natura gestionale; il legislatore, infatti, ha inteso attribuirne tale competenza all’organo di indirizzo e controllo politico amministrativo, in quanto trattasi di atti assai rilevanti per la vita e l'organizzazione dell'ente e che per la loro forte incidenza e/o straordinarietà rispetto al flusso quotidiano delle necessità correnti necessitano dell'attenzione del massimo organo (in tal senso: Tar Emilia Romagna, sez. II, 17 giugno 1992, n. 255).
Pertanto, in materia di acquisti ed alienazioni immobiliari, è sempre necessaria una manifestazione di volontà dell’organo consiliare (senza alcuna eccezione secondo Cons. Stato sez. IV, n. 3430/02), la quale potrà esplicarsi anche attraverso atti aventi natura programmatica, quali ad es. i piani delle alienazioni immobiliari e la relazione previsionale e programmatica.
Peraltro, lo stesso articolo 42, lettera l, del decreto legislativo n. 267 del 18 agosto 2000 prevede delle deroghe alla competenza consiliare. Non sono, infatti, approvati con deliberazione del Consiglio gli acquisiti e le alienazioni che sono:
1. già previsti espressamente in atti fondamentali del consiglio;
2. mera esecuzione di precedenti scelte consiliari;
3. rientranti nella ordinaria amministrazione di funzioni e servizi di competenza della giunta, del segretario o di altri funzionari.
Quanto alle prime due fattispecie, è agevole osservare che le stesse, lungi dal configurarsi come eccezioni al principio, in realtà ne costituiscono forme di applicazione. In tali casi, infatti, una manifestazione di volontà dell’organo consiliare vi è già stata e l’attribuzione della competenza ad altri organi è ordinaria applicazione del generale principio della separazione delle competenze tra organi politici e burocratici.
Di più difficile interpretazione appare la terza fattispecie. Nella sentenza che si commenta si offre, sia pure implicitamente, una chiave ermeneutica facendo riferimento a circostanze concrete (relative ad es. al prezzo o all’oggetto) che consentono di ritenere la fattispecie di non particolare rilevanza.
Secondo questa interpretazione, dunque, la competenza consiliare sarebbe da escludere in quei casi nei quali è ingiustificata la deroga al principio della competenza gestionale degli organi burocratici; detta in modo diverso, in tutti i casi che non coinvolgono scelte importanti per l’ente locale verrebbe meno la ragione dell’attribuzione della competenza al Consiglio comunale e provinciale.
Tale posizione sembra implicitamente richiamare la disciplina ormai abrogata, che consentiva, in forza di quanto allora disposto dall’art. 25 del R.D. 30 dicembre 1923, n. 2839, alla Giunta Comunale (nei Comuni aventi ottanta o sessanta consiglieri) di deliberare sugli acquisiti e le alienazioni immobiliari (che l’art. 131 del R.D. 4 febbraio 1915, n. 148 demandava ordinariamente alla competenza del Consiglio), quando il valore complessivo e giustificato degli stessi non superasse, rispettivamente, le lire 50.000 o 30.000. Sembra, insomma, far riferimento ad un criterio di attribuzione della competenza che dovrebbe essere diversamente radicata in relazione al valore dei beni da trasferire.
Questa interpretazione, però, si presta a soluzioni che non possono che essere adottate caso per caso, in quanto richiama elementi essenziali del contratto, quali il prezzo e l’oggetto, ma non ne specifica l’entità e la natura; verrebbe, dunque, lasciata all’interprete un’ampia facoltà di valutazione: la locuzione “ordinaria amministrazione”, insomma, avrebbe un mero carattere di direttiva verso l’interprete (Tar Puglia, Bari, sez. I, 1 giugno 1994, n. 980). Ciò può comportare il rischio che siano valutati di natura ordinaria trasferimenti che, invece, coinvolgono rilevanti interessi della Comunità, anche se non di natura squisitamente economica.
In realtà l’elemento del valore, anche se collegato alla particolarità dell’oggetto, non può costituire l’unico criterio discriminante per la competenza; anzi, appare corretto, anche in caso di beni aventi valori minimi, aggiungere ulteriori elementi di valutazione (quali il valore storico o simbolico, la localizzazione …) che bene possono prestarsi a caratterizzare la scelta dell’Amministrazione come assai o affatto rilevante per la Comunità di riferimento.
La stessa sentenza del Tar pugliese citata, a tal proposito, ritiene che la stessa locuzione possa costituire un’occasione per una disciplina dettata dalla normativa integrativa.
A mio parere questa ultima continua ad essere la tesi migliore; come già sostenuto dalla dottrina, infatti, sarebbe opportuna una specificazione in sede statutaria della locuzione “ordinaria amministrazione” (così come proposto da Vandelli, Ordinamento delle autonomie locali; anche Barusso, Le competenze degli organi dell’ente locale, ritiene che lo statuto possa individuare materie ed oggetti, gli atti afferenti ai quali possono ritenersi concretare attività gestionale, anche se limita tale possibilità alle ipotesi in cui il valore non superi una certa soglia). E così, per fare qualche esempio, lo Statuto potrebbe considerare rientranti nell’ordinaria amministrazione e, quindi, sottrarre alla competenza consiliare i casi di espropriazione “ordinaria” (con l’esclusione dell’ipotesi ex art. 43 del D.P.R. n. 327/01), le costituzioni di diritti reali (come le servitù) strettamente connessi al migliore utilizzo di beni già in proprietà dell’ente locale, gli accorpamenti al demanio stradale delle porzioni di terreno utilizzate ad uso pubblico ininterrottamente da oltre venti anni (fattispecie prevista dall’art. 31, commi 21 e 22, della legge 23 dicembre 1998, n. 448); in tal modo, oltre a raggiungere un chiaro obiettivo di semplificazione e di chiarezza, verrebbero anche favoriti comportamenti omogenei e coerenti da parte dei funzionari degli enti locali chiamati ad interpretare la norma sulla competenza.
(luigi alfidi)
L'allegata decisione si inserisce in quel filone giurisprudenziale che, ampliando le forme di tutela risarcitoria a beneficio dei cittadini, riconosce l’esistenza di un danno ingiusto, come tale risarcibile, anche nel caso di scorretto uso del potere amministrativo non associato all’emanazione di un provvedimento illegittimo.
Nella fattispecie concreta esaminata dal TAR Veneto, infatti, il Comune ha, in modo del tutto legittimo, opposto un diniego alla richiesta di rilascio di un permesso di costruire perché in contrasto con le previsioni dello strumento urbanistico generale. Ma, nel lungo periodo (circa due anni) trascorso tra la data della prima richiesta di integrazione della documentazione e la data del preavviso di rigetto lo stesso Comune ha tenuto un comportamento scorretto, ingenerando nei richiedenti – attraverso continue richieste di ulteriori documenti, nonché con la consegna del parere favorevole della commissione paesaggistica integrata - un legittimo affidamento circa l’accoglimento della domanda di permesso di costruire. La lesione di questo legittimo affidamento comporta l’obbligo di risarcire il danno che, secondo il giudice veneto, consiste:
- nel rimborso parziale del compenso dovuto al professionista che ha svolto un’attività ritenuta inutile, “essendo già chiaro l’oggetto del permesso di costruire richiesto”;
- nell’integrale rimborso degli importi per oneri di urbanizzazione primaria e secondaria e per costo di costruzione già versati.
In realtà, come è agevole notare, solo la prima delle due obbligazioni pecuniarie ha carattere risarcitorio, essendo il rimborso degli oneri di urbanizzazione una naturale conseguenza restitutoria in tutti i casi in cui non venga realizzata la correlata edificazione.
Appare opportuno soffermare l’attenzione su due profili della decisione, peraltro strettamente collegati.
Il primo è quello del richiamo che viene operato al principio di legittimo affidamento. Esso, infatti, nel caso in esame, non viene a configurarsi quale tutela dell’interesse privato a fronte di una situazione di vantaggio - assicurata da un atto specifico e concreto dell’autorità amministrativa – che non può essere successivamente rimossa, salvo indennizzo della posizione acquisita (Corte di Giustizia, sez. II, nelle cause riunite C-182/03 e C-217/03 citata da TAR Lazio - Roma, sez. III - 10 gennaio 2007 n. 76).
Viceversa, ciò che viene in rilievo nel caso in commento è l’affidamento che viene leso nella fase istruttoria del procedimento amministrativo attraverso un comportamento della pubblica amministrazione contrario ai canoni di correttezza e buna fede: la lesione, dunque, di un interesse procedimentale valutato come posizione soggettiva degna di tutela anche a prescindere da un giudizio di spettanza di un bene della vita. In tal senso si ricorda quella posizione dottrinaria (Allegretti, L’imparzialità amministrativa, Padova, 1965) secondo cui il principio di buona fede dimensiona i rapporti di collaborazione fra amministratori e amministrati, e “non è incompatibile con il valore che ha per l’amministrazione l’interesse pubblico, ma anzi la buona fede e l’affidamento (buona fede determinata dall’apparenza) operano tanto più fortemente nei riguardi dei soggetti imparziali, e valgono anche innanzi alla legge, legandosi alla fiducia del cittadino nella sua stabilità e certezza”.
Il secondo profilo attiene alla natura di tale tipo di responsabilità. A me pare che la decisione in commento sia ascrivibile a quel particolare tipo di responsabilità che va sotto il nome di responsabilità da contatto amministrativo qualificato. Secondo tale tesi in alcune ipotesi la responsabilità extracontrattuale non sarebbe sufficiente “in quanto annega in una troppo generica responsabilità del passante e del chiunque”; si ipotizza, quindi, una soluzione in cui non vi sarebbe lesione del principio del neminem laedere, né un inadempimento contrattuale, bensì una mera lesione di obblighi di protezione “autonomi rispetto all’obbligo di prestazione” (C. Castronovo, La nuova responsabilità civile, Milano 1997).
Come messo in luce dalla giurisprudenza, tale responsabilità ricorrerebbe, dunque, “nei casi in cui, pur non preesistendo un vincolo negoziale, taluni soggetti entrano in contatto non casuale ma qualificato dall’esistenza di obblighi di comportamento di varia natura, diretti a garantire che siano tutelati gli interessi che sono emersi o sono esposti a pericolo in occasione del contatto stesso” (Consiglio di Stato, sez. V, 2 settembre 2005 n. 4461; Cass. civ., sez. I, 10 gennaio 2003, n. 157, in Foro it., 2003, I, 78). Conseguentemente, il contatto che si configura in ragione della partecipazione del privato al procedimento, può generare (ma la prova deve essere fornita in concreto) un affidamento sulla legittimità dell'azione amministrativa: con la conseguenza che la lesione di tale affidamento comporta l’emersione di una responsabilità non collegata al giudizio sulla spettanza del bene della vita o della sua probabilità di conseguirlo.
Com’è noto, l’art. 30 della legge n. 730 del 1983 pone a carico del SSN gli oneri delle attività di rilievo sanitario connesse con quelle socio assistenziali: il d.p.c.m. 8 agosto 1985 ha definito attività di rilievo sanitario quelle “che richiedono personale e tipologie di intervento propri dei servizi socio-assistenziali, purché siano diretti immediatamente e in via prevalente alla tutela della salute del cittadino e si estrinsechino in interventi a sostegno dell’attività sanitaria di cura e/o riabilitazione fisica e psichica del medesimo”. Da ultimo, il d.p.c.m. 14 febbraio 2001 ha definito le prestazioni sanitarie a rilevanza sociale come “prestazioni assistenziali che, erogate contestualmente ad adeguati interventi sociali, sono finalizzate alla promozione della salute, alla prevenzione, individuazione, rimozione e contenimento di esiti degenerativi o invalidanti di patologie congenite o acquisite”.
In applicazione delle disposizioni ora ricordate, la Cassazione nel 1996 ( Cass. Civ., 20 novembre 1996, n. 10150) aveva precisato che nel caso in cui, oltre alle prestazioni socioassistenziali, siano erogate prestazioni sanitarie, l'attività va considerata di rilievo sanitario e, pertanto, di competenza del servizio sanitario nazionale; qualora, invece, sia prestata soltanto un'attività di sorveglianza e di assistenza non sanitaria, l'attività va considerata di natura socioassistenziale e, pertanto, estranea al servizio : uniformandosi al principio, i giudici amministrativi, spesso in contrasto con quelli di prime cure, hanno ritenuto per esempio che in caso di malato affetto da epilessia di origine cerebropatica, ed essendo lo stesso sottoposto ad uno specifico trattamento sanitario, ciò da solo era sufficiente per annoverare le prestazioni rese nei suoi confronti come prevalentemente sanitarie e dunque per ritenere che le relative spese fossero a carico del SSN e non già del Comune ( CdS V, 29 novembre 2004 n. 7766); in altro caso hanno ritenuto che le forme di assistenza necessarie ad una persona che viene tenuta costantemente sotto farmaco neurolettico definito maggiore e che tuttavia è talora soggetta ad episodi di agitazione psicomotoria, non possono farsi rientrare tra le prestazioni “sociali a rilevanza sanitaria” a carico dell’ente locale competente (quelle che il d.P.C.M. del 2001 definisce “attività del sistema sociale che hanno l’obiettivo di supportare la persona in stato di bisogno, con problemi di disabilità o di emarginazione condizionanti lo stato di salute”). Si tratta, in altri termini, di vere e proprie cure, la cui costante somministrazione deve essere affidata a personale sanitario, professionalmente in grado di valutare al momento le misure più efficaci da prendere: poco importa se esula dal trattamento ogni prospettiva di guarigione del paziente, atteso lo stato cronico e irreversibile della patologia mentale (CdS, V, 16 giugno 2002 , n. 3377) , mentre, più di recente sempre la V sezione ha affermato che per i malati mentali cronici, nel caso in cui oltre alle prestazioni socio assistenziali siano erogate prestazioni sanitarie, l’attività va considerata comunque di rilievo sanitario e, pertanto, il pagamento delle prestazioni rese a favore di tale tipo di infermi spetta al SSN (CdS 29 novembre 2004, n. 7766) .
In questo quadro si inserisce da ultimo l’ordinanza 28 marzo 2008, n. 1340 (che si allega), nella quale il la V sezione del Consiglio di Stato ribadisce che il principio su cui si basa la ripartizione delle spese è foriero nei casi singoli di difficili questioni interpretative, in concreto aggravate dalla circostanza che, in punto di fatto, non infrequente è il carattere misto della prestazione, o delle prestazioni, effettuate in favore del singolo soggetto nell’arco temporale – spesso assai lungo - della sua degenza: tanto più che talvolta, come è normale, queste prestazioni si mescolano a prestazioni sanitarie comuni e non già specifiche della malattia mentale.
Tuttavia la sezione solleva un’altra importante questione preliminare, se la controversia - che evidentemente esula dalla giurisdizione generale di legittimità del giudice amministrativo - sia da ricondurre ad una delle tassative ipotesi di giurisdizione amministrativa esclusiva ovvero questa sia esclusa e per tale questione rimette all’Ad. Plenaria del Consiglio di Stato la decisione. .
A favore della sussistenza della giurisdizione esclusiva due tesi:
1) la prima tesi fa riferimento alla recente disposizione generale sulla giurisdizione circa i servizi pubblici: sussiste la giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo ai sensi dell’articolo 33 d. lgs. n. 80 del 1998, come sostituito dalla l. n. 205 del 2000, che nel riferirsi alla controversie circa i servizi pubblici prende in considerazione espressa il servizio sanitario nazionale. L’art. 33 ha però una valenza più ampia e generalizzata, comprensiva anche di attività a rilevanza pubblicistica, concernenti l’espletamento del servizio assistenziale privo di connotazione sanitaria. La ripartizione delle spese del servizio erogato tra le diverse amministrazioni a vario titolo coinvolte riguarda i profili generali di organizzazione dell’attività e presenta rilevanza pubblicistica, giustificando l’attribuzione delle controversie al giudice amministrativo, anche quando siano dedotte posizioni di diritto soggettivo. Oltretutto, la controversia riguarda i rapporti tra il gestore del servizio e le amministrazioni titolari dei poteri di organizzazione e di controllo sull’espletamento dei servizi sanitari e assistenziali.
2) l’altra tesi si fonda invece su norme specifiche : da un alto non è in contestazione un diritto di credito, ma l’individuazione del soggetto cui imputarlo, da un altro va considerato che la norma ha una valenza più ampia e generalizzata, comprensiva dell’attività riguardante i profili generali di organizzazione a rilevanza pubblicistica, anche in ordine al servizio assistenziale privo di connotazione sanitaria. Pertanto, vanno applicate le originarie previsioni dell’art. 29 r.d. 26 giugno 1924, n. 1054 in tema di spese obbligatorie per lo Stato, nonché di spedalità e di ricovero degli inabili al lavoro, che sono rimaste ferme, quali clausole di attribuzione di giurisdizione su diritti ed interessi anche dopo la sentenza costituzionale 6 luglio 2004, n. 204.
La tesi che nega la sussistenza della giurisdizione amministrativa parte dalla considerazione che fa invece leva su due ordini di argomenti : la negazione di "una particolare autonomia" alla materia delle spese di spedalità e dunque l’assorbimento delle norme del 1924 a seguito della di ripartizione per materia della pubblica funzione giurisdizionale tra giudice ordinario e giudice speciale da parte di una norma successiva generale che ridefinisce in toto l’assetto organizzativo pubblico della giurisdizione e assorbe ogni precedente; l’intervenuta sentenza costituzionale n. 204 del 2004 che, interpretando la disposizione dell’art. 33 con considerazioni sul riparto di giurisdizione per materia che sembrano trascendere lo stretto ambito di quella disposizione per estendersi invece all’intero sistema dei rapporti tra questa giurisdizione speciale e quella ordinaria, ha considerato che il riparto di giurisdizione per materie definito da questa disposizione, è tale per cui la tutela nei confronti della pubblica amministrazione deve considerare la natura delle situazioni soggettive coinvolte e non fondarsi esclusivamente sul dato oggettivo delle materie. Il collegamento delle materie di giurisdizione esclusiva con la natura delle situazioni soggettive è tale che le materie medesime devono partecipare della circostanza che la pubblica amministrazione agisca come autorità. Il fatto che la mera partecipazione della pubblica amministrazione sia parte nel giudizio non è sufficiente a radicare la giurisdizione amministrativa, come non è sufficiente il generico coinvolgimento di un pubblico interesse nella controversia. In base a tale considerazioni, non appartengono più alla competenza del giudice amministrativo le controversie attinenti la corresponsione di indennità, canoni ed altri corrispettivi, giacché per la decisione costituzionale esulano dall’ambito definito dalla disposizione in tema di pubblici servizi.
Dati questi criteri interpretativi la V sezione afferma che sembrerebbe esulare dall’ambito operativo del cit. art. 33 il recupero delle spese in questione, che – come si è rilevato - non coinvolge espressioni autoritative della pubblica amministrazione (vale a dire, manifestazioni della supremazia amministrativa sugli amministrati), ma solo sue prestazioni pecuniarie dal titolo sociale, vale a dire una prestazione di assistenza per sua natura riconducibile o assimilabile per equivalente pecuniario alla prestazione di un livello essenziale di assistenza ai sensi del d.P.C.M. 29 novembre 2001 (Definizione dei livelli essenziali di assistenza).
Per conseguenza, pare sussistere secondo questo orientamento non la giurisdizione particolare del giudice amministrativo, ma la giurisdizione dell’Autorità giudiziaria ordinaria. Setterà al Consiglio di Stato in Adunanza Plenaria dirimere la questione
(A. Rinaldi)
CDS_200801340_SE_5.doc (354,50KB)
Non si può qualificare come consulenza la figura del curatore museale. Lo chiarisce il parere della Corte dei conti, Sezione regionale del Veneto 4 aprile 2008, n. 009/2008/cons.
In particolare, secondo la magistratura contabile, l’impossibilità di conferire l’incarico esterno di curatore mediante consulenza deriva dall’inconciliabilità con le funzioni del curatore stesso e la prestazione consulenziale.
Questa, come hanno chiarito a suo tempo le Sezioni Riunite della Corte dei conti, con delibera 5/2006, si esplica attraverso la formulazione di pareri, in risposta a quesiti o questioni proposte dall’ente al committente.
Spesso, invece, la consulenza viene confusa con un rapporto continuativo tra committente ed incaricato, anche se l’attività prescinde dalla formulazione dei pareri.
Allo scopo di fugare l’equivoco, la Sezione cerca di definire cosa siano le “collaborazioni”: Si tratta di prestazioni lavorative rese da soggetti esterni agli enti, finalizzate a fornire un apporto necessario al corretto svolgimento dell’attività istituzionale di programmazione o di gestione.
La collaborazione si caratterizza, nella sostanza, è una prestazione lavorativa residuale: non è né uno studio, né una ricerca, né una consulenza: queste fattispecie hanno trovato una chiara individuazione nella deliberazione delle Sezioni Riunite della Corte dei conti 6/2005.
Gli incarichi di studio sono l’esame e la soluzione di problematiche, che si concludono con la consegna alle amministrazioni di una relazione scritta finale, contenente i risultati dello studio e le soluzioni al problema. Gli incarichi di ricerca non differiscono, nella sostanza, da quelli di studio, ma è l’amministrazione conferente a determinare preventivamente il programma di ricerca. Infine, le consulenze, come detto, sono la formulazione di pareri, su questioni specifiche poste dall’ente committente.
Ciò che caratterizza le collaborazioni è la circostanza che sono regolate da contratti che hanno la forma di collaborazione e come oggetto una utilità specifica per l’attività istituzionale e gestionale, non altrimenti ricavabile.
Tale utilità può essere ricavata da collaborazioni occasionali, le quali consistono in prestazioni episodiche, svolte dal collaboratore in modo saltuario e con pronunciata autonomia (manca quasi del tutto il coordinamento), che spesso si concretizzano nel compimento di una sola azione o prestazione, ad esempio una docenza.
Nel caso delle collaborazioni coordinate e continuative vere e proprie, allora, l’utilitas deriva dal compimento di una serie di prestazioni, anche di diversa natura, tutte preordinate ad acquisire un apporto, che deve essere definito in un progetto che espliciti il risultato finale. In questo caso, il coordimamento garantisce che l’esecuzione della prestazione rimanga nei canali del progetto alla base del conferimento.
L’opinione negativa sulla possibilità di affidare la funzione di curatore museale, espressa dalla Corte dei conti, risulta condivisibile, comunque, non solo se configurata come consulenza, ma anche come collaborazione. Appare evidente, infatti, l’intento di mascherare per collaborazione esterna, una funzione operativa propria dell’ente, che va gestita mediante un vero e proprio rapporto di lavoro subordinato.