Source: http://www.neldiritto.it/appgiurisprudenza.asp?id=15644
Timestamp: 2018-07-16 01:18:19+00:00
Document Index: 137996640

Matched Legal Cases: ['art. 319', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 319', 'art. 533', 'art. 606', 'art. 533', 'art. 56', 'sentenza ', 'art. 319']

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. VI PENALE - SENTENZA 13 marzo 2018, n.11369
| Catalogo libri | Rivista | Distribuzione | Formazione | LUNEDÌ 16 LUGLIO AGGIORNATO ALLE 3:18
Palpeggiamenti in cambio del certificato di abitabilità: c’è concussione?
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. VI PENALE - SENTENZA 13 marzo 2018, n.11369MASSIMA
Si configura il reato di tentata concussione e non il reato di cui all’art. 319 quater c.p., nell’ipotesi in cui un funzionario pubblico chieda in cambio del rilascio il certificato di abitabilità di un immobile favori sessuali, qualora egli non riesca nel proprio intento per il fermo rifiuto della vittima.
Un funzionario pubblico ricorreva avverso la sentenza della Corte d’appello di Milano che, a parziale riforma della sentenza emessa dal Tribunale di Voghera, che aveva ritenuto il ricorrente responsabile del delitto di cui agli artt. 56, 317 cod. pen., previa riqualificazione del fatto nella fattispecie di cui agli artt. 56, 319-quater cod. pen., lo aveva condannato alla pena di anni uno e mesi 8 di reclusione oltre alla interdizione temporanea per la durata della pena. Si imputava all’imputato di aver posto in essere atti idonei diretti in modo non equivoco ad indurre una donna ad appagare i propri desideri sessuali, abusando dei poteri connessi alla qualifica di funzionario dell’ufficio urbanistico di Voghera competente in ordine al rilascio del certificato di abitabilità, per mezzo della esplicita minaccia di non procedere nel rilascio, anche adducendo e verbalizzando dati non veritieri, se la vittima non avesse acconsentito a farsi palpeggiare il seno, non riuscendo nell’intento a causa della ferma opposizione della donna, che lo aveva allontanato dalla abitazione rappresentandogli che avrebbe informato il marito. Il ricorrente deduceva mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione in ordine alla ritenuta integrazione del tentativo del reato di cui all’art. 319 quater, poiché la scansione delle frasi come ricostruite dai giudici di merito, sia valutate singolarmente, sia complessivamente non risultavano sufficienti ai fini della integrazione della fattispecie tentata, anche perché non avvinte in un programma preordinato all’ottenimento dell’utilità, dovendosi escludere la ragionevole probabilità che la condotta avesse potuto indurre la donna a concedere quanto richiesto.
Di fronte alla richiesta di certificato di abitabilità un funzionario pubblico durante un sopralluogo chiede alla richiedente di farsi palpeggiare il seno, in mancanza non avrebbe rilasciato il certificato: si configura il tentativo del reato di concussione o il reato di cui all’arti. 319 quater c.p.? Rispetto a tale questione la Suprema Corte evidenzia che i giudici d’appello hanno errato nel ritenere integrata la seconda fattispecie di reato, perché nel caso oggetto della decisione nessun indebito tornaconto personale poteva ipotizzarsi in capo alla parte offesa, e ciò per due ordini di motivi ben distinti. Innanzitutto la vittima aveva diritto al rilascio del certificato di abitabilità dell’immobile, essendosi chiaramente valutato che quello richiesto fosse un atto vincolato da adottarsi sulla base della mera verifica circa la esistenza dei presupposti di natura eminentemente tecnici. In secondo luogo, deve osservarsi che, a fronte di una richiesta coinvolgente la sfera sessuale della donna, posta di fronte alla alternativa di cedere alla richiesta o vedersi rifiutare il rilascio di un atto a cui aveva titolo, quella del funzionario non può in alcun modo valutarsi quale semplice abuso induttivo come ritenuto dai giudici di secondo grado. Il funzionario, prospettando di non procedere al rilascio di un certificato (anche sulla base della verbalizzazione di dati falsi) e pretendendo a tali fini che la donna tollerasse di farsi toccare il seno, ha posto in essere un atto di minaccia qualificabile quale "abuso costrittivo", non potendo certo considerarsi la condotta in questione quale mera "pressione morale con più tenue valore condizionante della libertà di autodeterminazione del destinatario”. In un contesto come quello delineato, in conclusione, deve ritenersi che il funzionario, minacciando un danno contra jus alla donna e richiedendo quale utilità una prestazione lesiva della propria libertà sessuale in alcun modo negoziabile, abbia posto in essere un tentativo di concussione come esattamente qualificato da parte del giudice di primo.
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. VI PENALE - SENTENZA 13 marzo 2018, n.11369 - Pres. Capozzi – est. Costantini
Sotto questo aspetto la Corte territoriale - osserva - ha fornito una motivazione meramente apparente non idonea a spiegare come potesse l’agente, con rilevante probabilità, raggiungere l’obbiettivo asseritamente prefissatosi;
La Corte, condividendo in punto di attendibilità, quanto già affermato dal Tribunale di Voghera, ha ritenuto veritiera la versione della donna senza vagliare, a mente dell’art. 533 cod. proc. pen., la vicenda in forma critica in modo da verificare che la versione fornita potesse superare il vaglio dell’'oltre ogni ragionevole dubbio', facendosi influenzare dai precedenti specifici del ricorrente e senza valutare la possibilità che il D. fosse incorso nell’equivoco creato dalla disponibilità della donna ad acconsentire un sopralluogo nel giorno di sabato, nell’averlo accolto in vestaglia, nell’avergli offerto un caffè, nell’avergli indicato dove fosse la camera da letto.
2. Con riferimento al primo motivo che contesta l’ipotizzabilità del tentativo sotto lo specifico aspetto della idoneità dell’azione a determinare la condotta indotta, la Corte, sulla specifica ed identica deduzione, ha avuto modo di evidenziare, con motivazione completa e logica, che l’espressione, resa immediatamente dopo aver chiesto di toccare il seno, con cui faceva presente che non avrebbe conseguito l’abitabilità dell’appartamento ('allora lei questo foglio non lo vede più, non lo avrà') non poteva qualificarsi come mera reazione impulsiva, ma come l’ulteriore tentativo indebito di forzare la libera determinazione della donna alla quale era stato rappresentato il mancato rilascio dell’agibilità, a nulla rilevando l’iniziale diniego, che anzi, proprio attraverso la minaccia di non concedere l’atto amministrativo richiesto costituiva l’estremo tentativo di far mutare atteggiamento alla vittima.
2.3. La tesi secondo cui la richiesta di favori sessuali si sarebbe prospettata quale 'accadimento accidentale' nel complessivo comportamento del D. , che si è poi allontanato dalla abitazione, ventilando casualità della condotta che non hanno fatto breccia nelle convinzioni dei giudici di merito per come evincibili dal provvedimento impugnato, risulta priva di pregio e non sindacabile in questa sede poiché coinvolgente una diversa ricostruzione e rappresentazione della vicenda per come in fatto accertata.
3. Quanto al secondo motivo in cui si contestano vizi di motivazione e travisamento delle prove anche sotto il profilo dell’omessa ponderazione circa il criterio dell’'oltre ragionevole dubbio', si rileva come, nonostante solo astrattamente si censurino profili previsti sotto la disciplina dell’art. 606 cod. proc. pen., si prospettino in realtà, in maniera evidente, letture differenti degli atti processuali effettuando una ricostruzione del merito della vicenda che, quanto a logicità e completezza della motivazione, non evidenzia alcuna lacuna o incongruenza.
3.4. Né appare possibile attingere a presunte violazioni dell’art. 533 cod. proc. pen., in quanto la regola di giudizio compendiata nella formula 'al di là di ogni ragionevole dubbio' che in questa sede si deduce, infatti, rileva esclusivamente ove la sua violazione si traduca nella illogicità manifesta e decisiva della motivazione della sentenza, non avendo la Corte di cassazione alcun potere di autonoma valutazione delle fonti di prova (Sez. 2, n. 28957 del 03/04/2017 - dep. 09/06/2017, D’Urso e altri, Rv. 270108).
4. Ciò posto in ordine all’inammissibilità del ricorso, deve rilevarsi d’ufficio come il fatto di reato contestato al D. debba essere qualificato quale tentativo di concussione ex art. 56, 317 cod. pen., corrispondente alla fattispecie definita con la sentenza di primo grado, essendosi - pertanto - realizzato il contraddittorio a riguardo.
La Corte territoriale ha posto l’accento sulla distinta intensità della condotta dell’agente quale tesa a conseguire un vantaggio contra ius. Sotto questo specifico aspetto, ritenendo la fattispecie di cui all’art. 319 quater cod. pen. introdotta dalla legge 6 novembre 2012, n. 190 quale coinvolgente una condotta che si configura quale 'persuasione, suggestione o inganno consistente in una pressione morale con più tenue valore condizionante della libertà di autodeterminazione', ha ritenuto, facendo riferimento ad indirizzo interpretativo in senso conforme di questa Corte, che la vittima disponesse di più ampi margini decisionali, prestando acquiescenza alla richiesta di 'utilità' non dovuta, perché motivata dalla prospettiva di conseguire un tornaconto personale.
Il D. , prospettando di non procedere al rilascio di un certificato (anche sulla base della verbalizzazione di dati falsi) che non gli competeva rilasciare attraverso il sopralluogo eseguito con le modalità illustrate, pretendendo a tali fini che la donna tollerasse di farsi toccare il seno, condotta della donna che, in quanto strettamente connessa alla propria libertà sessuale non può in alcun modo formare oggetto di negoziazione, ha posto in essere un atto di minaccia qualificabile quale 'abuso costrittivo' (sulla necessità di valutare la proporzione tra i beni giuridici ed il sacrificio che l’extraneus è costretto ad effettuare ai fini della esclusione di un vantaggio indebito: Sez. 6, n. 8963 del 12/02/2015, Maiorana, Rv. 262503; Sez. 3, n. 26616 del 08/05/2013, M., Rv. 255620), non potendo certo considerarsi la condotta in questione quale mera 'pressione morale con più tenue valore condizionante della libertà di autodeterminazione del destinatario il quale, disponendo di più ampi margini decisionali, finisce col prestare acquiescenza alla richiesta della prestazione non dovuta, perché motivata dalla prospettiva di conseguire un tornaconto personale' (Sez. U, n. 12228 del 24/10/2013, Maldera ed altri, dep. 2014, Rv. 258470).