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Timestamp: 2019-01-24 00:29:23+00:00
Document Index: 79527518

Matched Legal Cases: ['art. 12', 'art. 1', 'art. 12', 'art. 12', 'art. 12', 'art. 12', 'art. 12', 'art. 12', 'art. 9', 'art. 12', 'art. 12', 'art. 12', 'art. 12', 'art. 12', 'art. 12', 'art. 12', 'art. 19', 'art. 8', 'art. 12', 'art. 8', 'art. 12', 'art. 10', 'art. 10', 'art. 12']

A.G. Chizzoniti (a cura di)
pp. 376 , € 29,00
88-15-09607-8
Una delle novità di maggior interesse dell’Accordo di Villa Madama del 1984 (del quale tra breve cadrà il ventennale della firma) è, senza alcun dubbio, da individuare negli impegni contenuti all’art. 12. Con esso non solo è stato acquisito il moderno concetto di “bene culturale di interesse religioso”, ma soprattutto è stato tracciavo un cammino di collaborazione tra Stato e Chiesa cattolica per la tutela del patrimonio storico ed artistico nazionale che, per terminologia e per contenuti, si pone in relazione con quello proposto dall’art. 1 dell’Accordo “per la promozione dell’uomo e il bene del Paese”. E’ stata così aperta la strada alla stipula di apposite intese relative alla salvaguardia, valorizzazione e godimento dei beni culturali d’interesse religioso appartenenti ad enti e istituzioni ecclesiastiche (art. 12.1., 2° comma) e alla conservazione e consultazione degli archivi d’interesse storico e delle biblioteche dei medesimi enti ed istituzioni (art. 12.1., 3° comma).
Ciò nonostante l’attuazione degli impegni indicati ai commi 2° e 3° dell’art. 12.1 non ha avuto quella priorità che si sarebbe potuti attendere. Non pochi, in verità, i motivi che ne hanno giustificato il ritardo: alcuni di ordine generale, altri più direttamente riconducibili alla lettera dell’art. 12 e alle questioni da essa poste.
Tra i primi, quello posto dalla convinzione diffusa dell’esistenza implicita di una scala gerarchica tra le molteplici parti dell’Accordo di modifica del Concordato del 1929 che necessitavano di interventi attuativi. Quanto ai motivi connessi con l’interpretazione dell’art. 12 le questioni fondamentali erano sostanzialmente due. Una, di maggiore spessore teorico, era relativa alla compatibilità dell’art. 12 dell’Accordo con l’art. 9 della Costituzione ed alla conseguente ripartizione delle competenze in tema di beni culturali di interesse religioso, tutta giocata sul terreno, caro agli ecclesiasticisti, della sistematica delle fonti e della separazione degli ordini. Questione poi di fatto superata attraverso il riconoscimento del concorso di una pluralità di fonti concorrenti alla composizione dello statuto orizzontale del patrimonio culturale e l’ampia convergenza sull’impossibilità di rinvenire nel contenuto dell’art. 12 la creazione di una nuova res mixta. L’altra relativa alla “natura”, al “ruolo” e ai “contenuti” delle forme di collaborazione previste dai commi 2 e 3 dell’art. 12.1 dell’Accordo. E se gran parte dell’attenzione era proiettata sulla stipulazione dell’intesa di cui al 2° comma dell’art. 12.1., (della quale era stata già predisposta una Bozza fin dal 1991 dalla apposita Commissione paritetica) non mancavano i richiami all’altro impegno - contemplato dal comma successivo - relativo alla conservazione e consultazione di “archivi e biblioteche” appartenenti ad “enti ed istituzioni ecclesiastiche”. A ciò si aggiungeva il problema del rapporto tra le due intese, e più in generale quello della riconducibilità dei beni interessati dal terzo comma dell’art. 12.1 dell’Accordo, al genus di cui al comma precedente.
Dibattito felicemente sintetizzato nei saggi proposti dal volume “Beni culturali di interesse religioso” (curato da Giorgio Feliciani ed edito nel 1995 da il Mulino), che raccoglie i risultati di un’ampia ricerca sul tema promossa dal alcune Università (Firenze, Cattolica di Milano, Torino e Perugia) discussi in un Convegno di studi svoltosi presso il Ministero per i beni culturali e ambientali (complesso monumentale del San Michele, Roma) dal 23 al 26 giugno 1993 organizzato dagli Atenei già ricordati, con la partecipazione determinante del CESEN (Centro studi sugli enti ecclesiastici) dell’Università Cattolica di Milano.
Il volume era concluso da un efficace intervento di sintesi di mons. Attilio Nicora, con il quale, auspicando la predisposizioni di quelle intese (che, anche ove non si fosse voluto ritenerle obbligatorie, erano senza alcun dubbio una occasione da non mancare) tracciava il percorso su cui si sarebbero avviati i futuri impegni di cooperazione tra Stato e Chiesa in tale settore.
I tempi erano oramai maturi. Anzitutto per la definitiva conclusione dell’intesa prevista dal 2° comma dell’art. 12.1. (firmata il 13 settembre 1996), poi per quella relativa alla conservazione e consultazione di archivi e biblioteche di enti ed istituzioni ecclesiastiche (firmata il 18 aprile 2000). Dei contenuti di quest’ultima si occupa per l’appunto il presente volume che raccoglie i risultati di un convegno organizzato dal CESEN a Roma, nei giorni 2 e 3 aprile 2001 ancora presso il Ministero per i beni culturali e ambientali, che si propone come naturale continuazione ed approfondimento della già ricordata raccolta del 1995 dedicata ai beni culturali in generale.
La firma delle due intese si è venuta a trovare al centro di una fase di particolare attenzione per i beni culturali ed in particolare per quelli di interesse religioso, che ha coinvolto non solo l’ordinamento italiano, ma anche quello canonico favorendo il superamento di quello stallo che aveva ritardato l’attuazione dell’art. 12 dell’Accordo del 1984.
Per quanto riguarda gli interventi statuali basta ricordare, a titolo esemplificativo, quelli inseriti nell’ambito del più generale riordino delle funzioni amministrative, primo tra tutti il D.lgs. n. 112 del 1988, ma anche la riforma del Ministero per i beni e le attività culturali (D.lgs. 20 ottobre 1998, n. 368), nonché il Testo Unico delle disposizioni legislative in materia di beni culturali e ambientali (D.lgs. 29 ottobre 1999, n. 490), che ha, tra l’altro, recepito le novità introdotte in tema di beni culturali di intesse religioso dall’art. 12 dell’Accordo di Villa Madama (art. 19) e dalle norme similari presenti in alcune intese stipulate ai sensi dell’art. 8 della Costituzione con confessioni religiose diverse dalla cattolica. E ancora il riassetto delle competenze tra Stato e Regioni prodotto dalla Riforma del Titolo V della parte seconda della Costituzione (Legge cost. 18 ottobre 2001, n. 3) che ha innescato nuove dinamiche nel rapporto Stato-Regioni anche relativamente alla ripartizione dei poteri in tema di beni culturali.
Quanto all’ordinamento canonico, è sufficiente richiamare la nascita del nuovo dicastero della Curia romana concernete i beni culturali (Pastor bonus, 1988), che, nel 1993, ha assunto la denominazione di Pontificia Commissione per i Beni culturali della Chiesa e l’intensa attività da essa svolta, senza dimenticare i molti documenti e i puntuali interventi operati a livello di Conferenza episcopale italiana, grazie agli sforzi organizzativi e di indirizzo dell’Ufficio nazionale per i beni culturali ecclesiastici della Conferenza episcopale stessa.
La vicenda dell’attuazione degli impegni previsti dall’art. 12.1. ha stimolato inoltre interessanti momenti di riflessione su temi più generali di politica ecclesiastica, quali quelli connessi alle forme e alla natura giuridica degli strumenti di collaborazione cui fare ricorso. Preziose in tal senso le considerazioni proposte in questo nel volume sul significato delle intese da Cesare Mirabelli e, per quanto concerne il caso specifico dell’intesa del 2000, da Alberto Roccella. Quest’ultimo, attraverso una disamina dettagliata della modalità di acquisizione dell’intesa all’ordinamento italiano, sottolinea l’ambiguità dello strumento giuridico utilizzato, stretto com’è tra una apparente dimensione internazionalistica ed una sostanziale riconducibilità al diritto interno. Segno della non ancora maturata consapevolezza del significato e delle forme di collaborazione tra Stato e Chiesa, forme che, come la realtà ha ampiamente dimostrato, non possono essere preventivamente schematizzate.
Basti por mente alle numerose intese sottoscritte proprio in relazione ai beni culturali di interesse religioso, da Regioni e a volte da Province o da singoli Comuni con Conferenze episcopali regionali o singole curie diocesane e recepite con atti di varia natura, ancor prima della firma dell’intesa del 1996, cui questa fa espresso riferimento all’art. 8 legittimandone l’esistenza, o anche ai numerosi interventi (sempre regionali) in tema di biblioteche ecclesiastiche di interesse locale.
Quanto alla questione dei contenuti delle due intese e del loro reciproco rapporto, la lettura dei due articolati chiarisce senza dubbio le distinte impostazioni. L’intesa del 1996 è centrata principalmente sulla individuazione di competenze, soggetti e procedure atte a rendere operativo l’impegno pattizio di cui al 2° comma dell’art. 12.1. per la salvaguardia, valorizzazione e godimento dei beni culturali d’interesse religioso appartenenti ad enti e istituzioni ecclesiastiche. La seconda, relativa alla conservazione e consultazione di archivi e biblioteche di enti o istituzioni ecclesiastiche, è un esempio di accordo di settore, uno strumento operativo sviluppato con chiarezza circa gli interventi e gli impegni che Stato e Chiesa cattolica, ciascuno per proprio conto nel proprio ordinamento ma congiuntamente, dichiarano di assumersi. Si tratta di uno strumento che mette a frutto una cooperazione ampiamente sperimentata dai rispettivi organismi (statali ed ecclesiastici) impegnati nella tutela del patrimonio archivistico e librario. Potrebbe piuttosto apparire eccessivo il carico di impegni reciproci, tanto da far dubitare della possibile realizzazione degli stessi (per lo meno a breve e a medio termine), tenendo conto della scarsità di risorse (umane e materiali) che sia lo Stato, sia la Chiesa possono effettivamente garantire.
Si è già sottolineato come la legislazione sui beni culturali sia stata nell’ultimo decennio una sorta di “cantiere”, che ancor oggi vede impegnato il legislatore su più fronti. Questo processo di revisione nella revisione che pare contrassegnare nell’attuale fase storica l’intero ordinamento giuridico con un rincorrersi (spesso irragionevole) di riforme, che non ha mancato di coinvolgere anche questa materia, ingenera alcuni dubbi sulla “tenuta” delle due intese, particolarmente di quella del 1996. Successivamente alla sua firma non solo è stato approvato il già ricordato Testo Unico sui beni culturali, ma lo stesso, a pochissimo tempo dalla sua entrata in vigore, è già in fase di superamento. La legge 6 luglio 2002, n. 137 all’art. 10 ha, infatti, attribuito delega al governo per l’adozione entro 18 mesi dalla sua entrata in vigore di uno o più decreti legislativi per il riassetto e la codificazione delle disposizioni legislative in materia di beni culturali (lett. a). Lo stesso art. 10, al 2° comma, individua tra i principi e i criteri direttivi della delega l’adeguamento agli artt. 117 e 118 della Costituzione (lett. a), alla normativa comunitaria e agli accordi internazionali (lett. b). Non è quindi irragionevole ipotizzare che, successivamente all‘emanazione degli appositi decreti legislativi, possa sorgere l’esigenza di una rivisitazione delle due intese del 1996 e del 2000, soprattutto in funzione del riparto delle competenze tra Stato e Regioni che potrà concretamente verificarsi.
Parallele esigenze di adeguamento delle scelte operate in sede di attuazione dell’art. 12.1. dell’Accordo del 1984 si impongo rispetto allo scenario comunitario. Una idea della complessità di tale questione può essere prospettata da una prima lettura del recentissimo documento predisposto dal Comitato consultivo per beni culturali presso la Commissione europea (Tassa e dogane) del 30 gennaio 2003 “Linee Guida” per la “Protezione dei beni culturali nella Comunità - Orientamenti per la cooperazione amministrativa tra le autorità competenti” che all’allegato I propone, tra l’altro, l’“Elenco delle categorie di beni culturali contemplate dalla normativa comunitaria” e al II una sintesi delle “Normative nazionali, comunitarie e le convenzioni internazionali per la protezione dei beni culturali (per Stato membro)”, non mancando di segnalare in più di un caso le peculiarità di volta in volta previste per beni, archivi e patrimoni librari “religiosi”.
La pluralità di modelli organizzativi presentati impone una relativizzazione di essi che cogliendo i punti comuni favorisca una effettiva valorizzazione delle tradizioni culturali europee delle quali non possono ovviamente non far parte anche quelle religiose. Impegno che non può essere portato a compimento con una marginalizzazione delle confessioni religiose ed in particolare della Chiesa cattolica.
Per finire due brevi considerazioni. A quasi vent’anni dalla firma dell’Accordo di Villa Madama, la lettura critica delle vicende che hanno portato alla stipulazione di intese di attuazione dell’Accordo di modifica del Concordato del 1929, permette di ipotizzare che sia mancata una “strategia” in materia. Non sono mancati gli accordi, ma essi si sono succeduti più sulla spinta pragmatica delle urgenze delle esigenze immediate, delle opportunità, che sulla base di un programma ragionato di collaborazione. E ciò ha accentuato l’influenza dei profondi e repentini mutamenti di scenario che si sono succeduti nella società italiana negli ultimi anni. Né appare casuale, in questa situazione, il ruolo marginale giocato dal Parlamento in tali processi. Come ricordato da mons. Nicora in chiusura del lavori del Convegno di Roma del 2001, anche quel minimo di intervento che il Parlamento avrebbe potuto esercitare attraverso le informative che il Governo deve dare prima di discutere in Consiglio dei Ministri e poi licenziare, per quanto di sua competenza le intese, ha scarsamente trovato attenzione da parte delle forze politiche. E se ciò ha comportato, in certo qual modo, una diminuzione delle conflittualità, ha contemporaneamente indotto un indebolimento della dialettica politica sui temi concordatari. Non si è, così, riusciti a porre in essere quel sistema virtuoso di relazioni che trova il suo punto di equilibrio nella stabilità del confronto, nella permanenza del dialogo, nel rifiuto della episodicità e della frammentarietà degli accordi. Ne è derivata una fioritura di interventi unilaterali non sempre in linea con le indicazioni concordatarie.
Non solo: è stato ricordato da mons. Giancarlo Santi che la stessa Commissione paritetica ha individuato una serie di materie (dettagliatamente riportate nel suo intervento in questo volume) che, pur non essendo state oggetto né dell’intesa del settembre del 1996, né di quella dell’aprile del 2000, meriterebbero di diventare oggetto di uno specifico accordo. Materie che spesso sono occasione di attrito tra diocesi e Sovrintendenze o oggetto di intese a livello regionale o locale che richiederebbero la previa individuazione di linee guida a livello nazionale. Si tratta di un invito sul quale meditare attentamente, immaginando sistemi di collaborazione permanente che suggeriscano una maggiore duttilità nell’individuazione degli strumenti più efficaci cui ricorrere per proteggere, come incisivamente definito da Antonio Paolucci, “la fetta più grossa del «museo d’Italia»”.
Premessa, di A.G. Chizzoniti, 7
L'intesa e il sistema delle fonti, di C. Mirabelli, 15
Conservazione e consultazione degli archivi di interesse storico e delle biblioteche degli enti e istituzioni ecclesiastiche tra ordinamento canonico e ordinamento statuale, di A. Roccella, 29
I capisaldi dell'intesa, di G. Feliciani, 111
I beni culturali: strumenti e prospettive di collaborazione tra Chiesa e Stato, di G. Santi e M. Serio, 141
Esperienze europee a confronto, di F. Margiotta Broglio, 157
H. Brincard, 164
R. Ilgner, 168
S. Petschen, 171
G. Santi, 179
W. Wieshaider, 186
N. Treanor, 197
Le biblioteche ecclesiastiche nella normativa regionale italiana, di A.G. Chizzoniti, 207
L'attuazione delle disposizioni dell'intesa relative agli archivi di interesse storico, di S. Italia e S. Palese, 243
L'attuazione delle disposizioni dell'intesa relative alle biblioteche, di F. Sicilia e F. Ruggeri, 255
Appendice, 281