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Timestamp: 2020-07-10 22:44:12+00:00
Document Index: 7298332

Matched Legal Cases: ['art. 73', 'art. 4', 'art. 73', 'art. 73', 'sentenza ', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 187', 'art. 1']

Il commercio o anche solo la messa in vendita di cannabis light è reato.
La cessione, la vendita e, in genere, la commercializzazione al pubblico dei derivati della coltivazione di cannabis sativa L., quali foglie, inflorescenze, olio e resina, integrano il reato di cui all'art. 73, d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, anche a fronte di un contenuto di THC inferiore ai valori indicati dall'art. 4, commi 5 e 7, legge 2 dicembre 2016, n. 242, salvo che tali derivati siano, in concreto, privi di ogni efficacia drogante o psicotropa, secondo il principio di offensività.
Cass. pen. Sez. III, Sent., (ud. 12/12/2019) 13-05-2020, n. 14735
4.13. L'assenza di efficacia drogante o psicotropa della sostanza oggetto delle condotte penalmente sanzionate dal D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73 deve essere valutata caso per caso a prescindere dalla percentuale di principio attivo fissata da altre leggi che non concorrono in alcun modo a integrare la fattispecie penale (sulla necessità di valutare la concreta offensività della condotta caso per caso, cfr. Sez. 6, n. 17266 del 01/04/2009, Rv. 24358, secondo cui l'accertamento della qualità di sostanza appartenente ad una delle tipologie espressamente considerate dal legislatore impedisce, di per sè, di escludere la potenziale messa in pericolo dei beni tutelati dalla norma incriminatrice, spettando poi al giudice verificare, di volta in volta, se la condotta contestata risulti in concreto inoffensiva, tale dovendo ritenersi solo quella che non leda o metta in pericolo, anche in minimo grado, il bene tutelato). Ciò che deve essere valutata è l'attitudine della sostanza a modificare l'assetto neuropsichico dell'utilizzatore, ma tale valutazione non può che essere effettuata se non mediante accertamento sulla sostanza stessa e dunque solo dopo la sua apprensione, non prima. Nel che sta la causa del provvedimento di perquisizione e sequestro, atti, come detto, finalizzati alla ricerca della prova. Peraltro, i campi elettivi nei quali la Corte di cassazione ha maturato il proprio indirizzo in ordine alla necessaria offensività della condotta sono quelli relativi alla coltivazione delle piante e alla cessione delle singole sostanze, molto più raramente in tema di detenzione a fine di cessione a terzi.
4.15. I ricorrenti, invece, sviluppano le proprie argomentazioni ponendosi in un'ottica del tutto sbagliata poichè pretendono che la concreta offensività della condotta debba essere valutata in relazione alle singole dosi poste in vendita. Essi si pongono in una prospettiva futura che distoglie l'attenzione dal fatto attuale, per come esso si presenta. La condotta di detenzione di sostanze stupefacenti è unica e non frazionabile in base alle ipotetiche dosi da essa ricavabili. Se cioè da una quantità complessiva di sostanza possono ricavarsi un certo numero di singole dosi, il reato è perfetto in ogni sua forma e riguarda l'intera partita di droga detenuta, a prescindere dal fatto che qualche confezione o dose, in concreto, contenga una quantità di principio attivo molto bassa o non ne contenga affatto perchè, semmai, ciò può rilevare ai fini della successiva cessione della sostanza e della qualificazione di tale condotta come autonomo reato, ma non ai fini della detenzione della complessiva sostanza. E' perciò del tutto speciosa l'eccezione secondo la quale il pubblico ministero avrebbe dovuto prima a campionare alcune bustine e poi decidere se e quali sequestrare; un tale approccio di metodo è del tutto errato perchè prende in considerazione una frazione della condotta non la sua interezza. Deve essere ribadito l'insegnamento secondo il quale il criterio di riferimento per valutare la quantità di sostanza stupefacente ai fini dell'applicazione del D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, non è quello delle dosi confezionate, o che si possono confezionare con la sostanza tagliata, ma quello che prende a base la percentuale di sostanza allo stato puro e il numero delle dosi che da essa normalmente si possono ricavare (Sez. 6, n. 5466 del 18/03/1986, Rv. 173106). Ne consegue che il quantitativo di principio attivo illecitamente detenuto va determinato facendo riferimento alla quantità complessiva della droga sequestrata e non alle singole confezioni in cui la stessa è ripartita (Sez. 3, n. 43418 del 12/09/2019, Rv. 27717, che ha affermato il principio in un caso in cui la sostanza sequestrata era stata divisa in diverse confezioni, ciascuna delle quali non conteneva una percentuale di principio attivo THC superiore alla soglia drogante stabilita con il D.M. 11 aprile 2006).
4.16.Non può costituire valido precedente, allegato dai ricorrenti a sostegno delle proprie ragioni, la sentenza di questa Corte, Sez. 3, n. 7166 del 07/12/2018, dep. 2019, Rv. 275168, secondo cui "deve ritenersi lecita la commercializzazione dei prodotti provenienti dalla coltivazione di canapa consentita ai sensi della L. 2 dicembre 2016, n. 242, sempre che la coltivazione abbia ad oggetto una delle varietà di canapa ammesse dalla legge, iscritte nel catalogo Europeo delle specie di piante agricole, che si caratterizzano per il basso dosaggio di THC; porti alla produzione di una canapa che presenti una percentuale di THC non superiore allo 0,2%; sia finalizzata alla realizzazione dei soli prodotti tassativamente indicati nell'art. 2, comma 2 medesima legge". E' evidente, nell'ottica della pronuncia citata, la riconducibilità della vendita di cannabis sativa all'ambito della previsione della n. 242 del 2016 che pone a favore del venditore la presunzione di liceità della condotta e impone le modalità di accertamento a campione previste dalla legge stessa. Ma tale pronuncia è stata superata, nel suo presupposto applicativo, dalla citata sentenza Sez. U. n 30475 del 2019.
6.3.11 decreto di sequestro probatorio deve indicare "le ragioni che giustificano in concreto la necessità dell'acquisizione interinale del bene "per l'accertamento dei fatti" inerenti al thema decidendum del processo, secondo il catalogo enunciato dall'art. 187 c.p.p., in funzione cioè dell'assicurazione della prova del reato per cui si procede o della responsabilità dell'autore". Ciò perchè "la portata precettiva degli artt. 42 Cost. e art. 1 primo Protocollo addizionale C.e.d.u. postula necessariamente che le ragioni probatorie del vincolo di temporanea indisponibilità della cosa, pur quando essa si qualifichi come corpo del reato, siano esplicitate nel provvedimento giudiziario con adeguata motivazione, allo scopo di garantire che la misura, a fronte delle contestazioni difensive, sia soggetta al permanente controllo di legalità - anche sotto il profilo procedimentale - e di concreta idoneità in ordine all'an e alla sua durata, in particolare per l'aspetto del giusto equilibrio o del ragionevole rapporto di proporzionalità tra il mezzo impiegato - lo spossessamento del bene - e il fine endoprocessuale perseguito - l'accertamento del fatto di reato - (v. Corte eur. dir. uomo, 24 ottobre 1986, Agosi e. U.K.)" (Sez. U, n. 5876 del 28/01/2004, Bevilacqua, Rv. 226711; Sez. 3, n. 45034 del 24/09/2015, Zarrillo, Rv. 265391). Tali principi sono stati autorevolmente ribaditi da Sez. U, n. 36072 del 19/04/2018, Botticelli, Rv. 273548, secondo cui il decreto di sequestro probatorio. - così come il decreto di convalida - deve sempre contenere una motivazione che, per quanto concisa, dia conto specificatamente della finalità perseguita per l'accertamento dei fatti.