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Timestamp: 2019-09-19 10:42:36+00:00
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Casa coniugale può diventare disponibile ed essere ceduta. L’ipoteca batte l’assegnazione
POSTED ON aprile 19th - POSTED IN Studio Legale
L’ipoteca, se anteriore, prevale sull’assegnazione della casa coniugale. L’immobile può quindi essere fatto oggetto di procedura esecutiva e ceduto. Lo chiarisce la Corte di cassazione con la sentenza della Terza sezione civile n. 7776 depositata ieri. È stata così accolta l’impugnazione presentata da una Cassa di risparmio contro la sentenza che aveva a sua volta ritenuto fondata l’opposizione agli atti esecutivi avanzata da una donna, assegnataria della ex casa coniugale, nella quale abitava con i figli. La pronuncia di merito aveva ritenuto opponibile il provvedimento di assegnazione trascritto prima della trascrizione del pignoramento, a prescindere dalle precedenti iscrizioni ipotecarie. A fondamento della decisione il principio dell’assimilazione del diritto dell’assegnatario a quello del locatario, ritenuto applicabile anche in materia di separazione coniugale. In questo modo, attribuendo cioè natura di diritto personale di godimento a quello di abitare assegnato al coniuge convivente con i figli, a venire valorizzata è la sola data in cui il creditore ipotecario compie il pignoramento.
Non moleste le chiamate per i figli, Cassazione: Esclusa la petulanza della moglie per le telefonate all’ex marito sulla gestione della prole
Non moleste le chiamate per i figli, nessuna condanna per molestie alla ex moglie che telefona in modo insistente e invia sms all’ex marito anche di notte, se il suo scopo è parlare dei figli e ottenere il rispetto degli obblighi di mantenimento. La Cassazione (sentenza 26776) accoglie il ricorso della signora contro la condanna, inflitta dal Tribunale, per molestia e disturbo. Il consorte separato aveva querelato la ex, che per oltre un mese lo aveva raggiunto ad ogni ora, malgrado l’uomo avesse più volte cambiato il numero di telefono. Secondo i giudici di merito il mezzo telefonico non era stato usato come strumento normale di comunicazione ma per molestare (articolo 660 del codice penale). La ricorrente porta però in Cassazione le sue giustificazioni. Intanto la parte “lesa” nella vicenda era stata condannata per violazione degli obblighi di assistenza familiare. La signora, che era stata sfrattata per morosità e aveva difficoltà a gestire i figli, non chiamava e inviava sms per disturbare l’ex ma per cercare un contatto nell’interesse dei figli.
Per la Cassazione sono delle buone ragioni per derogare al “galateo” sull’ora e sul numero delle telefonate. I giudici ricordano che anche gli sms rientrano nel raggio d’azione dell’articolo 660 del codice penale, perché ad essi, a differenza dei messaggi epistolari, non ci si può sottrarre. I giudici precisano anche che l’elemento soggettivo del reato e dunque la consapevolezza di mettere in atto una condotta petulante, scatta anche quando l’agente esercita, o crede di esercitare un suo diritto. Detto questo però la Cassazione esclude che la ricorrente possa essere considerata una molestatrice. Il marito interrompeva le telefonate sgradite che avevano come tema fisso, al pari dei messaggi, i figli e le questioni economiche. Per la Cassazione definendo le chiamate fonti di disturbo si finisce per giustificare il comportamento del genitore che per sottrarsi agli obblighi taglia i contatti. Ma chiudere il telefono non serve.
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Equitalia – quali beni sono pignorabili e quali intoccabili?
Equitalia – quali beni sono pignorabili e quali intoccabili? Il pignoramento non può estendersi a particolari categorie di beni. Ecco quali sono.
Lo strumento che il nostro ordinamento pone a tutela dei creditori è l’esecuzione forzata: mediante tale procedimento, infatti, essi possono rivalersi su determinati beni dei debitori per tentare di soddisfare le proprie pretese. L’atto con il quale prende il via l’esecuzione forzata è il pignoramento. Ma attenzione: non tutti i beni possono formarne oggetto! Le regole che definiscono tali esclusioni sono parzialmente diverse a seconda che il creditore sia un soggetto qualsiasi o Equitalia. Ma soffermiamoci in particolare su quest’ultima: quali beni sono da essa intangibili?
L’ente della riscossione, innanzitutto, non può pignorare lo stipendio degli italiani per un importo superiore a una determinata percentuale. Nel dettaglio, il pignoramento può riguardare al massimo un decimo degli stipendi di importo non superiore a 2.500 euro, un settimo degli stipendi di importo compreso tra 2.501 e 5.000 euro e un quinto degli stipendi di importo superiore a 5.000 euro.
Venendo alle pensioni, anche esse sono in parte “salve”. Infatti l’ordinamento garantisce a tutti i cittadini un minimo vitale di sostentamento, in forza del quale Equitalia non può pignorare le pensioni di importo inferiore a quello dell’assegno sociale aumentato della metà.
A tal proposito ricordiamo che, con circolare del 31 dicembre 2015, l’Inps ha reso noto che per il 2016 l’importo dell’assegno sociale è stato fissato in 5.825 euro annuali, pari a 448,30 euro mensili per 13 mensilità.
Un altro ancor più fondamentale bene che Equitalia non può pignorare è la prima casa. O meglio, non può farlo se essa è ad uso abitativo, il debitore vi risieda e sia l’unica casa che possieda. Per poter essere sottratta al pignoramento, poi, la casa non deve essere di lusso.
Se tali requisiti sussistono, in ogni caso, l’ente della riscossione che vanti nei confronti del debitore un credito superiore a 20mila euro può comunque iscrivervi ipoteca. In assenza dei predetti requisiti, invece, la casa può ben essere pignorata, pur se a condizione che il credito vantato superi i 120mila euro.
Il nostro ordinamento, inoltre, tutela i suoi cittadini rendendo impignorabili alcuni beni mobili considerati essenziali.
Si tratta di una regola di carattere generale, che vale per tutti i creditori, e che si estrinseca nell’impossibilità di aggredire, ad esempio, i letti, gli armadi guardaroba e le cassettiere, i tavoli da pranzo e le sedie, il frigorifero, le posate, le stufe e i fornelli da cucina a gas o elettrici, la lavatrice, i commestibili e i combustibili necessari per un mese (più in generale leggi: “Quali beni non possono essere pignorati?”).
Infine, Equitalia può pignorare solo a determinate condizioni il fondo patrimoniale.
In particolare, esso può essere aggredito esclusivamente laddove il debito tributario contratto dal contribuente non derivi da esigenze connesse ad esigenze della famiglia. Recentemente, la Corte di cassazione ha a tal proposito chiarito che tali esigenze si estendono anche quelle volte a garantire uno sviluppo armonico della famiglia e a sostenere il potenziamento della capacità lavorativa, restando escluse solo le esigenze di natura voluttuaria o speculativa (cfr. Cassazione Civile, sez. VI-T, ordinanza 24 febbraio 2015 n. 3738).
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In caso di acquisto dal costruttore il locale della portineria non può essere vincolato.
Acquisto dal costruttore. Le clausole sull’uso non valgono se l’immobile è in «proprietà esclusiva». Il locale della portineria non può essere vincolato.
Chi compra il locale portineria non può vedersi opporre la volontà del costruttore dell’edificio sulla destinazione dello spazio: la scelta del costruttore di concedere al condominio un locale di sua proprietà, per esercitarvi il servizio di portineria, risulta infatti volontà personale dello stesso e, pertanto, non può trasmettersi ai successivi acquirenti del locale.
Le sentenze (ultima quella della Cassazione n. 12237/2016) sono costanti: non vi è alcun automatismo nella creazione di un vincolo di destinazione opponibile ai successivi acquirenti quando, all’atto della costituzione del condominio, la proprietà del locale adibito a portineria venga comunque riservata in capo all’effettivo titolare esclusivo del bene e quindi «smette» di far parte dei beni comuni di cui all’articolo 1117 del Codice civile. Ciò è quanto stabilito dalla Corte di Cassazione, nella sentenza n. 12237/2016.
La vicenda nasce dal contenzioso di un condòmino neo aggiudicatario (a un’asta) di un locale in precedenza adibito a locale portineria. Il condominio pretendeva che questo uso rimanesse, in quanto esisteva un vincolo posto dal costruttore (precedente proprietario). Inoltre il regolamento di condominio contrattuale prevede la riserva di proprietà in favore del venditore, fermo restando l’impegno del venditore a concedere a titolo gratuito il locale ad uso portineria, fin quando il relativo servizio sia operativo.
La Cassazione ha però chiarito che, nel caso in cui il bene adibito a portineria, all’atto della costituzione in condominio, venga riservato in proprietà esclusiva, sottraendolo perciò dal novero dei beni comuni di cui all’articolo 1117 del Codice civile, va fatta un’indagine in concreto per verificare se effettivamente la volontà dell’originario unico proprietario sia nel senso di imporre una limitazione del proprio diritto suscettibile di trasmissione anche nei confronti dei successivi acquirenti.
Nel caso specifico, ha detto la Cassazione anche in base al testo del regolamento di condominio, ferma e incontestata la riserva di proprietà in favore della parte venditrice (e quindi l’impossibilità di annoverare il bene tra i beni di proprietà comune) «la concessione del locale a luogo di esercizio del servizio di portineria è frutto di una volontà di obbligarsi, riferibile unicamente alla parte venditrice e correlata alla permanenza del servizio di portierato, ma senza che fosse in alcun modo possibile dedurre la volontà di creare un vincolo di destinazione suscettibile di trasmettersi a mo’ di obbligazione propter rem nei confronti dei successivi acquirenti».
Quindi l’originario proprietario si sarebbe limitato a dare in comodato il bene al condominio; resta dunque fermo il principio di diritto per cui «a differenza della locazione (…) il successivo acquirente del bene in precedenza concesso in comodato non può ritenersi vincolato dal preesistente diritto personale di godimento».
L’esistenza di una password testimonia a favore della riservatezza. Spiare una casella mail è reato di accesso abusivo. La posta è parte di un sistema informatico più esteso
POSTED ON giugno 28th - POSTED IN Studio Legale
Milano. Va sanzionato per accesso abusivo a sistema informatico chi si intromette nella mail altrui per prendere visione dei messaggi in questa contenuti. La casella di posta elettronica rappresenta infatti un «sistema informatico» protetto dall’articolo 615 ter del Codice penale. A questa conclusione approda la Corte di cassazione con la sentenza n. 13057 della Quinta sezione. La pronuncia ha così confermato la condanna di 6 mesi inflitta al responsabile di un Ufficio di Polizia provinciale che, approfittando della sua qualità e dell’assenza di un assistente nello stesso ufficio, si era introdotto in due occasioni nella casella di posta elettronica di quest’ultimo, e, dopo avare preso visione di numerosi documenti, ne aveva scaricati due.
Tra i motivi di ricorso, la difesa aveva contestato che ci fosse stato un accesso a un «sistema informatico», per l’inesistenza di un sistema coincidente con la posta elettronica. Infatti, secondo la linea difensiva, il «sistema informatico» rilevante sulla base dell’articolo 615 ter del Codice penale era quello dell’ufficio, al quale era possibile accedere con password non personalizzate, mentre la casella personale di posta rappresentava un’”entità” estranea alla nozione prevista dal Codice penale.
Una posizione però del tutto confutata dalla Cassazione. Che mette invece in evidenza come la casella mail rappresenta «inequivocabilmente» un «sistema informatico» rilevante per l’articolo 615 ter del Codice penale. La Corte ricorda che nell’introdurre questa nozione nel nostro ordinamento, il legislatore ha fatto evidentemente riferimento a concetti già diffusi ed elaborati nel mondo dell’economia, della tecnica e della comunicazione, «essendo stato mosso dalla necessità di tutelare nuove forme di aggressione alla sfera personale, rese possibili dalla sviluppo della scienza».
Pertanto, sottolinea ancora la sentenza, il sistema informatico inteso dal legislatore non può essere costituito che dal «complesso organico di elementi fisici (hardware) ed astratti (software) che compongono un apparato di elaborazione dati». In questo senso si esprime anche la Convenzione di Budapest che pure era stata richiamata a sostegno della tesi difensiva. E allora la casella di posta non è altro che uno spazio di memoria di un sistema informatico destinato alla memorizzazione di messaggi o informazioni di altra natura (video, messaggi) di un soggetto identificato da un account registrato presso un provider. E l’accesso a questo spazio di memoria rappresenta senz’altro un acceso a sistema informatico di cui la casella è un semplice elemento.
Così, se in un sistema informatico pubblico sono attivate caselle di posta elettronica protette da password personalizzate, allora quelle caselle costituiscono il domicilio informatico proprio del dipendente stesso. L’accesso abusivo a queste caselle concretizza così il reato disciplinato dall’articolo 615 ter del Codice penale, «giacchè l’apposizione dello sbarramento, avvenuto con il consenso del titolare del sistema, dimostra che a quella casella è collegato uno ius excludendi di cui anche i superiori devono tenere conto».
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Se il figlio sta più tempo con la madre, non è violato il principio dell’affido condiviso. La legge infatti non presuppone necessariamente tempi uguali di permanenza con entrambi i genitori
La permanenza di un figlio con uno dei due genitori per un periodo di tempo ben superiore rispetto all’altro, “non implica violazione dei principi dell’affido condiviso, che non presuppone necessariamente, come da prassi ampiamente consolidata, tempi uguali o simili di permanenza del figlio con entrambi i genitori”.
Lo ha ricordato la Cassazione, con la recente ordinanza n. 16297/2015 (qui sotto allegata), pronunciandosi su una vicenda di separazione personale tra due coniugi, nella quale la Corte d’appello, confermando la sentenza di primo grado, aveva affidato in forma condivisa la figlia minore della coppia ad ambedue i genitori, collocandola presso la madre e stabilendo tempi e modalità di permanenza presso il padre.
L’uomo ricorreva per Cassazione lamentando una compromissione del diritto alla bigenitorialità, posto che il giudice d’appello, pur avendo formalmente previsto l’affido condiviso della bambina, di fatto aveva disposto un affido esclusivo presso la madre, visti i tempi esigui di frequentazione a disposizione del padre.
La S.C. infatti ha ritenuto congrua ed adeguata la motivazione della corte d’appello, non ritenendo sussistere, inoltre, i presupposti “per un incremento dei tempi di permanenza della figlia con il padre, potendo essi comunque mantenere e rafforzare il loro rapporto con l’uso del telefono o altri mezzi di comunicazione”.
Tuttavia, pur non ritenendo perpetrata alcuna violazione del diritto alla bigenitorialità, la Cassazione ha ritenuto fondate le doglianze del ricorrente relative all’omessa valutazione da parte della corte territoriale delle prove tese a comprovare i comportamenti pregiudizievoli della madre verso la figlia, ostativi, pertanto, rispetto alla collocazione della bambina presso la stessa.
Il giudice di seconde cure, infatti, si è limitato a confermare la collocazione, sulla base della prevalente convivenza con la donna sin dai primi giorni della separazione della coppia, senza valutare l’ammissibilità e la rilevanza delle istanze dedotte dal padre, né motivando adeguatamente la sua valutazione.
Canone Rai – dal 7 aprile 2016 via alle domande online per l’esonero. Disponibile a partire dal 7 aprile 2016 l’applicazione per l’invio del modello di autocertificazione sul sito delle Entrate.
Scatta dal 7 aprile 2016 la possibilità di presentare online l’autocertificazione per ottenere l’esonero dal pagamento del canone Rai. A comunicarlo è l’Agenzia delle Entrate nella sezione dedicata all’abbonamento alla tv di Stato, rendendo noto che a partire dalla giornata odierna è disponibile l’applicazione web per inviare il modello di dichiarazione sostitutiva direttamente tramite il sito istituzionale.
I contribuenti che sceglieranno la modalità telematica, ricorda la stessa agenzia, avranno tempo per la presentazione fino al 10 maggio 2016, mentre chi decide di procedere tramite l’invio cartaceo (con raccomandata a/r) la scadenza è il 30 aprile.
Sono valide, comunque, le dichiarazioni presentate dal 1° gennaio 2016 al 24 marzo 2016 (data di pubblicazione del provvedimento direttoriale delle Entrate) su modelli non conformi a quello approvato, a condizione che siano rese ai sensi dell’articolo 47 del d.p.r. n. 445/2000 e che contengano tutti gli elementi richiesti dal modello di dichiarazione approvato per la specifica tipologia di dichiarazione resa.
La domanda riguarda l’esonero dall’obbligo di pagamento del canone per tutto l’anno 2016.
Per accedere nuovamente all’esenzione per il 2017, qualora ne sussistano i requisiti bisognerà ripresentarla dal 1° luglio 2016 al 31 gennaio 2017.
Si ricorda che l’esonero dal pagamento del canone Rai 2016 è previsto solo nell’ipotesi di mancato possesso di un apparecchio televisivo nella propria abitazione, mentre non è più possibile disdire l’abbonamento richiedendo il suggellamento dell’apparecchio tv. Altri casi particolari di esonero riguardano gli over 75 con reddito lordo complessivo fino a 6.713,98 euro (finchè non sarà emanata il decreto del Mef che amplia la soglia dell’esenzione fino a 800 euro annui), i diplomatici e militari stranieri.
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