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Timestamp: 2017-06-26 17:21:38+00:00
Document Index: 26058096

Matched Legal Cases: ['§ 924', '§ 925', '§ 926', '§ 927', '§ 929', '§ 980', 'sentenza ', 'e contrario', 'sentenza ', 'in fine', 'sentenza ']

TORNATA DEL 7 DICEMBRE 1863 - Interpellanza di D'Ondes-Reggio
INTERPELLANZA SUI FATTI DI SICILIAdel Deputato D'ONDES-REGGIOTORNATA DEL 7 DICEMBRE 1863PRESIDENZA DEL COMMENDATORE CASSINIS, PRESIDENTE.
Tweet SOMMARIO. Spiegazioni del deputato Govone intorno al suo discorso di sabato, sulle cose di Sicilia — Dichiarazione del ministro dell’istruzione pubblica Ama i — Osservazione d'ordine del deputato Crispi. = Omaggi. = Congedi. = Lettera
del ministro per l'interno Peruzzi circa la legge sulle carceri
giudiziarie. — Istanza détta Commissione sulla legge per la concessione
del biennio ai militari napoletani. = Delazione sul disegno di legge
concernente i professori destituiti per causa politica. = Seguito della
discussione sollevata dalle interpellanze del deputato D'Ondes-Reggio
circa gli ultimi fatti di Sicilia — Spiegazioni personali del deputato Béltrani — Disposte del deputato La Porta ai discorsi di ieri del ministro per la guerra Della Dovere, e del deputato Govone — Critiche del deputato Bruno degli atti del Governo — Discorso del ministro per l'interno in difesa dell'operato del Governo, e informazioni sulle condizioni dell'Isola — Continua domani — Aggiunta del deputato Bixio al voto da lui motivato — Voto motivato del deputato Bertani. La seduta è aperta alle ore 1 12 pomeridiane. MASSARI, segretario, dà lettura del processo verbale della tornata precedente. DICHIARAZIONI I SPIEGAZIONI RELATIVE ALLA
DISCUSSIONE SULLE COSE DI SICILIA. GOVONE. Domando la parola sul processo verbale. Taluno amico e collega mio in questa Camera mi ha fatto avvertito
come le ultime parole da me pronunziate nella seduta di sabato
esprimessero un concetto che poteva suonare spiacevole per la Sicilia.
Si è creduto avessi detto che quell’isola non era ancora sortita dalla
barbarie. Signori, io non riverisco in Italia una provincia meglio dell’altra.
In ogni sua parte io riverisco tutta intera l’Italia. Una parola che
potesse essere scortese, ingiusta per la Sicilia dovrebbe suonare
dolorosa a tutte le altre provincia italiane. Se io avessi detto una
tale parola vorrei francamente ripudiarla. Senonché basterà che io
riproduca qui il mio pensiero di sabato. Esistono uomini timorosi i quali, per ogni difficoltà che sorga in
Sicilia o altrove, cadono nella sfiducia. Io ho voluto rassicurare
costoro. Ho detto che la Sicilia non doveva essere una causa di
sconforto. Ho voluto dire che la Sicilia non era un pianeta sortito
dall’orbita sua, talché non si potesse prevedere quale strada avrebbe
percorsa e onde sarebbe riescita. Ho detto che la Sicilia batteva la
stessa via e percorreva i medesimi stadi che percorrono tutti i popoli
moderni usciti dalla barbarie, e tutte le provincie italiane, i quali
camminano verso una civiltà ognora crescente e perfettibile
indefinitamente. Ho detto che se un Governo cattivo aveva pensatamente
tentato di rallentare il corso della Sicilia per questa via, spettava
ad un Governo riparatore accelerarlo di altrettanto con provvide
misure. Così suonano le mie parole di sabato. AMARI, ministro per l’istruzione pubblica. Domando la parola. Presidente. Ha la parola. AMARI, ministro per l'istruzione pubblica. Io sono
lietissimo delle spiegazioni che ha date l’onorevole generale Govone
sulle parole da lui pronunziate nella seduta di ieri l’altro. Devo confessare che queste parole mi avevano fatto un’impressione
poco gradita, non come nativo della Sicilia, ma come italiano. Io pensava che le parole del generale Govone rappresentavano un
giudizio storico, sul quale si può benissimo differire, senza esser
punto in disaccordo sui fatti. E veramente non si poteva dare alla
Sicilia l’accusa di trovarsi nel medio evo e nella barbarie, perché nel
medio evo, ch’io mi sappia, non si facevano plebisciti, nel
medio evo non s’istituivano delle scuole primarie dai municipi e dai
comuni, ed io son certo che l’onorevole Govone, con quella santa
indegnazione di un soldato e di un italiano di cuore, il quale, invece
di essere mandato a combattere i battaglioni nemici, per dure necessità
del paese e per interessi del paese, tanto gravi e tanto vitali quanto
quello di combattere i battaglioni nemici, si trovava obbligato a
perseguitare i renitenti alla leva, a perseguitare i malviventi e ad
eludere le furberie degli uni e degli altri, che si volevan salvare.
Perciò ho perfettamente compreso l’indignazione che dominava il
generale Govone, esasperato da uno stato di cose che l’accorava come
italiano e, direi anche, come siciliano, giacché io non comprendo
perché un piemontese non sia siciliano, un fiorentino non sia
napolitano. Mi pare che l’unione di tutta l’Italia fa sì che ognuno si
considera cittadino di qualunque minimo borgo e di qualunque città del
nostro paese. Ho compreso, dico, l’esasperazione d’animo che aveva suggerite al
generale Govone delle parole che oltrepassavano il suo pensiero. Era giustissimo quello che vi diceva il generale Govone: io ho
trovato là uno stato di cose da non potersi tollerare in un paese
civile. Questo però non è da attribuirsi né all’indole dei Siciliani,
né anco al mero fatto della lunghissima tirannide patita da loro; la
tirannia secolare prima della Spagna, e poi del rampollo spagnuolo che
era nei Borboni. Deve attribuirsi a condizioni particolari che si
mostrarono nel 1848 e riapparirono nel 1860. Noi sappiamo qual era la politica seguita dai Borboni. I Borboni avanti la rivoluzione cercavano di impedirla con la
polizia ecclesiastica e laicale, quando la rivoluzione scoppiava,
facevano prova a combatterla, e combatterla nel modo il più feroce;
quando poi la rivoluzione aveva vinto non trovavano altro espediente
che di annegarla nell’anarchia, ed allora aprivano le porte
dell’inferno, scatenavano tutti i galeotti, scatenavano tutti i
prigionieri accusati dei delitti i più ai troni, e speravano che questo
avesse portato nella società una tale perturbazione da far attribuire
quest’infelicissima condizione della sicurezza pubblica alla
rivoluzione, e non all’infamia di chi questa condizione: aveva
E veramente il Governo borbonico riesci perfettamente a questo nel
1849; il Governo borbonico non; dimenticò di replicare il tentativo nel
1860, e così la Sicilia si trovava infestata fin dal 1860 di galeotti,
di malviventi d’ogni maniera. A quest’inconveniente si aggiunse la coscrizione militare, la quale
era nuova in Sicilia, perché il Governo borbonico, il quale temeva
sempre l’opposizione della Sicilia che si era costantemente manifestata
(e questo i certamente è sentimento di popolo civile e non del medio
evo) il Governo borbonico, io dico, si erabenguar: dato d’insistere... CRISPI. Domando la parola.
AMARI, ministro per l'istruzione pubblica... affinché
si applicasse alla Sicilia la coscrizione militare. Quindi, dacché
questo paese si trovò a dover adempiere a que' st’obbligo sacro,
necessario, utilissimo all’incivilimento! ed al bene materiale del
paese stesso, si trovò nella S condizione di doverlo riguardare come un
peso. Le famiglie naturalmente debbono seguire piuttosto l’amore del
proprio figliuolo o fratello che quello della nazione e della patria.
Dovrebbe essere diversamente: si sono viste delle nobili eccezioni, si
sono viste madri mandare il figlio a morire per la patria, ma l’eroismo
è la virtù di pochi, e tutti cercano dì salvare prima la loro famiglia
e poi pensano di concorrere al bene del paese. Si trovava adunque la Sicilia infestata da un lato dagli assassini
di professione, dai ladri di campagna i quali erano ammaestrati nei
bagni e nelle galere; dall’altro lato da una massa di renitenti i quali
certamente favoriti e istigati dal clero retrivo, che ha cominciato a
far capolino in Sicilia, sperando mutazioni nel nuovo Stato italiano,
si tenevano lontani dai comuni e resistevano alla legge della leva. E
naturale che tutta questa massa di renitenti non faceva e non poteva
far altro se non che ingrossare le file dei masnadieri. In questa condizione di cose che aveva da fare il Governo? Avea da
fare un arresto in grande di malandrini e renitenti; ed io credo che
l’abbia fatto come si fa un arresto in piccolo. Se non che dovendosi
cingere un grandissimo tratto si dovettero adoperare delle misure che
riescirono moleste tanto ai malviventi quanto ad altri abitatori che
ebbero a soffrire da costoro. Io dunque ritengo che senza pronunziare contro la Sicilia un
giudizio severo, il quale non era certo nell’intenzione dell’onorevole
generale Govone, si debba ritenere che la condizione della sicurezza
pubblica in quell’isola fosse tale da rendere necessarie le misure
prese; ed io credo che si debba piuttosto lodare che biasimare il
Governo per avervi avuto ricorso anche passando sopra a qualche
rigorosa formalità della legge. Dopo aver esposto così la mia opinione, la quale credo che non sia
sospetta, perché sedendo qui al banco dei ministri non ho certamente
dimenticato di essere cittadino italiano, e nemmeno di essere nato in
Sicilia, perché la Sicilia è parte d’Italia ed è italiana quanto piazza
Castello, mi resta soltanto a fare una preghiera alla Camera, che
questa spiacevole discussione sia abbreviata il più che si possa,
acciocché scomparisca al più presto l’animazione, l’acrimonia che pare
esservisi introdotta, non so perché. ora vista. E le ingiurie?
AMARI, ministro per l'istruzione pubblica. Certamente
in queste discussioni avviene che quando s’incomincia dal dire una
parola un po’ aspra, ad essa si risponde più aspramente, e si corre
pericolo di arrivare ad un punto, al quale il Parlamento italiano certo
non può mai arrivare, in cui l’esasperazione diventa incandescente. CRISPI. Ha offeso l’Italia. paternostro. Chiedo di parlare. gravina. Il Ministero non è italiano. Voci a destra. Silenzio!
PRESIDENTE. Mi scusino. V’ebbe una dichiarazione
dell’onorevole deputato Govone sul processo verbale di cui si è data
testé lettura; egli ha creduto cioè di spiegare il senso di alcune
parole da lui proferite nel suo discorso di sabato, e ch’egli ritenne
non essere state esattamente intese. Il ministro dell’istruzione
pubblica stimò di dire alcuna cosa a tal riguardo, ma per nulla
contrarie al concetto spiegato dall’onorevole Govone, ed anzi direi nel
senso medesimo. Vede pertanto la Camera, veggono gli onorevoli deputati che hanno
domandato la parola in proposito, che non v’ba incidente, e che non è
quindi il caso ch’io possa accordarla. Didatti una discussione sopra quest’argomento verrebbe a confondersi
colla discussione generale, e sarebbe per tal guisa sconvolto l’ordine
del giorno e delle inscrizioni prese. Pregherei quindi gli onorevoli deputati che hanno chiesto la parola
di non insistere, e di permettere che si entri nell’ordine normale
della seduta. CRISPI. Domando la parola per una mozione d’ordine. (Rumori)
PRESIDENTE. Ha la parola per una mozione d’ordine. CRISPI. L’onorevole Govone può dire quello che crede e quello
che vuole; ma siccome egli nella seduta precedente ha narrato fatti ed
ha citato dati statistici che non sono veri, non è fuori luogo che un
deputato della parte d’Italia interessata venga per lo meno a
contraddire quei fatti e a riferire altri dati, i quali cancelleranno
perfettamente la dolorosa impressione qui prodotta. PRESIDENTE. Ciò sta bene. Ma chi vuol parlare, si faccia iscrivere, avrà la parola a suo tempo. CRISPI. Il deputato Govone ha potuto correggere alcune sue
frasi del discorso pronunciato nella tornata di sabato. Io non entrerò
nella grammatica, né nello stile di lui; ma egli raccontò fatti, e
contro questi fatti noi siamo nel dovere di rispondere non come
Siciliani, ma come Italiani, giacché l’onore d’Italia venne offeso dal
deputato Govone. PRESIDENTE. Non v’ha dunque incidente sopra cui occorra deliberare: veniamo pertanto al soggetto della seduta. paternostro Domando la parola per una spiegazione. PRESIDENTE. A suo tempo. (Il processo verbale è approvato). ATTI DIVERSI. PRESIDENTE. Hanno presentato i seguenti omaggi:
Il deputato Silvestrelli — Due lettere al signor ba! rone Gaetano
Ricasoli sulle razze dei cavalli in Italia o sui provvedimenti da
invocarsi in proposito, copie 400;
Il professore Girolamo Boccardo, da Genova — Me; moria intitolata: La Banca d'Italia, copie 400;
Gallaroli Carlo, da Milano — Opuscolo intitolato: Danni della burocrazia sull'opera pia di Santa Corona in Milano, copie 4;
Il gonfaloniere di Livorno — Deliberazione di quel Consiglio
comunale intorno al progetto di legge sul conguaglio provvisorio
dell’imposta fondiaria, copie 300;
Il provveditore dei Monti riuniti in Siena — Prospetti statistici del Monte dei Paschi della città di Siena, copie 100;
Il presidente della Camera di commercio di Catania — Osservazioni sul progetto di legge per la nuova Banca d’Italia, copie 10. TENCA, segretario, dà lettura del seguente sunto di petizioni:
9556. Le Giunte municipali di Brescia, Chiari, Breno, Castiglione
delle Stiviere e Verolanuova, rivolgono alla Camera un’istanza perché
venga modificato l’articolo 147 della legge 13 novembre 1859 sulla
pubblica sicurezza in modo che riesca meno gravoso pei comuni. 9557. La Camera di commercio ed arti di Ascoli-Piceno trasmette al
Parlamento una memoria favorevole alla conservazione del Ministero di
agricoltura, industria e commercio. 9558. Il Consiglio comunale di Partinico rassegna una sua
deliberazione relativa all’affrancamento dei canoni, pregando la Camera
di volerne tener conto nella discussione del suddetto progetto di
legge. PRESIDENTE. Il deputato Susani per disgrazia di famiglia chiede un congedo di 10 giorni. (E accordato). Il deputato Camozzi per impegni urgenti di famiglia chiede un congedo di un mese con suo telegramma. (È accordato). il deputato Massarani scrive che trattenuto a letto da febbre si
recherà a debito di dichiarare, al termine delle interpellanze
D’Ondes-Reggio, in qual senso avrebbe votato. Do lettura della seguente lettera diretta alla Presidenza:
«L’antica Commissione nominata sulla proposta di legge presentata
dal ministro della guerra nella tornata 16 giugno 1862 trovasi
richiamata ad esaminare lo stesso progetto sul condono agli impiegati e
militari del disciolto esercito delle Due Sicilie, stati collocati a
riposo d’autorità, del biennio del soldo e dei periodi di servizio sul
decreto 3 maggio 1816. «Ma la Commissione trovasi ridotta in numero di cinque, ed è
inabilitata a procedere ai suoi lavori con la sola mancanza di uno dei
suoi componenti. Ora essendo la questione importantissima, dovendosi
riconsiderare dopo un voto espresso dall’altro ramo del Parlamento,
sentiamo il bisogno di declinare per un sentimento di alta convenienza
il mandato del quale siamo stati per la seconda volta onorati. «Gradisca i sensi della nostra considerazione. «Torino, 6 dicembre 1863. «Giuseppe Baldacchini — Giuseppe Romano — Francesco Monti — Antonio Greco — Mandoi-Albanese.»
DI SAN DONATO. Ricorderà la Camera come io sia tra gli autori
e promotori della riproposta di siffatto progetto di legge, e ricorderà
ancora che fu esso inviato alla Commissione scelta nella Sessione del
1862 su simile progetto di legge presentato dal ministro della guerra,
e disgraziatamente non accettato dall’altro ramo del Parlamento;
rammenterà pure che lo spirito che animava il Parlamento a rimetterlo
alla vecchia Commissione si era per ottenere che sollecitamente si
riferisse su questo progetto di legge, che riguarda molti individui,
che da oltre tre anni aspettano questo condono del biennio come atto di
riparazione al mal fatto, e che per tanto conseguire sono ora
condannati a vivere di sussidio che spesso non oltrepassa le 15 lire al
Ora io su tali ragioni mi fo lecito d’interessare la Camera a che il
progetto di legge in discorso presentato da me e da altri miei amici e
colleghi sia dichiarato d’urgenza, invitandosi gli uffici ad
alacremente occuparsene per tenerne sollecito conto alla Camera. PRESIDENTE. Dunque la demissione data dagli onorevoli membri
della Commissione incaricata del progetto di legge di cui si fece cenno
è accettata. Sarà esso quindi rimesso agli uffici perché procedano alla
nomina di nuova Commissione. E questo progetto di legge sarà indi poi portato all’ordine del giorno in via d’urgenza. Do ora lettura di una lettera dell’onorevole ministro dell’interno:
«Prego la S. V. onorevolissima ad affrettare presso chi occorra lo
studio del progetto di legge n. 113, per il riordinamento delle carceri
giudiziarie, già votato dal Senato del regno, acciò possa quanto prima
esser posto all’ordine del giorno della Camera dei deputati. E poiché
Tanno volge ormai al suo termine, né può rimaner tempo, dopo che
l’anzidetta legge sia votata, di preparare e stipulare le
contrattazioni alle quali darà vita, converrà che l’articolo 3 del
relativo progetto sia modificato nel senso d’imputare nell’esercizio
del 1864 anche le lire 500 mila che s’intendeva stanziare su quello del
1863. «Colgo l’occasione per rinnovarle gli atti della mia perfetta osservanza.»
REDAZIONE SUL DISEGNO DI LEGGE CONCERNENTEI PROFESSORI DESTITUITI PER CAUSA POLITICA. PRESIDENTE. 11 deputato Macchi ha facoltà di parlare per presentare una relazione. BIACCHI, relatore. Presento il rapporto della
Commissione da voi incaricata di esaminare il progetto di legge con cui
il ministro dell’istruzione pubblica chiede che ai professori
universitari vengano computati, per l’aumento quinquennale, anche gli
anni in cui furono allontanati dalla cattedra per causa di libertà. PRESIDENTE. Questa relazione sarà stampata e distribuita. SEGUITO DELLA DISCUSSIONE SOLLEVATA
DALLE INTERPELLANZE DEL DEPUTATO D'fONDES-REGGIO
SOPRA GLI ULTIMI FATTI DI SICILIA. PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca il seguito dell’interpellanza del deputato D’Ondes-Reggio, intorno ai fatti di Sicilia. Il deputato Beltrani ha facoltà di parlare per un fatto personale. BELTRANI. L’onorevole ministro della guerra l’altro giorno ha
citato un mio telegramma scritto nel gabinetto del signor prefetto
Cossilla ed in cifra, ed alla presenza del signor sindaco, il marchese
Rudinì. Io sperava che quel telegramma dovesse rimanere segreto perché
scritto ad un amico. L’ho fatto scrivere in cifra perché le condizioni
in cui versava il paese non permettevano che una voce si fosse levata
contro quelle misure militari. Ora mi affretto a leggere una mia lettera particolare diretta al
signor ministro dell’interno, la quale dimostra il vero essere delle
cose appena ebbero principio quelle improvvide misure. Scrivo da Palermo (e non dalla provincia di Girgenti, ove fra breve vi saranno gli antropofagi). «Pregevolissimo signor commendatore, «Quando le scrissi il telegramma, dopo avere veduto per lunghe ore
il modo tenuto dalle truppe che cingevano tutta quanta la città,
cogliendo in una rete tutti coloro che potevano non dar sospetto, ma
aver l’età dei renitenti, sperava che il Governo si fosse persuaso a
por freno all’arbitrio militare, ma la sua risposta comunicatami da
questo prefetto mi tolse la felice speranza. Oramai il dado è tratto,
mi permetta che glielo dica; presa la falsa via, si vuol correre tutta,
e dar rilievo per così dire ad un fatale errore commettendolo nella
principale città dell’isola popolata di più. di duecento mila abitanti.
L’amicizia di cui mi ha onorato e la mia naturale franchezza non mi
fanno tacere verso lei la mia sorpresa leggendo le sue parole. '
«Possibile che ella, ministro dell'interno, retto e giusto, altro
non può che far giungere raccomandazioni al ministro della guerra? Ed
il ministro di grazia e giustizia, chiamato a tutelare la legge,
anch’egli si lava le mani e lascia fare? Dunque il Ministero crede
davvero che qui siamo sotto il rigore dello stato d’assedio in cui
tutte le leggi tacciono, e che l’autorità militare possa fare a suo
talento? Una grave, gravissima responsabilità pesa sovra i ministri,
perché queste misure militari soverchianti, ingiuste, illegali non
possono giustificarsi in verun modo, e neanco quando venissero colti i
renitenti tutti. Costoro dovevano esser soltanto segno al rigor della
legge dell’8 agosto, la quale, non risparmiando punto i tristi che
incitano e gli asilano, era, ed è un’arma sufficiente per ferire tutti
i colpevoli. Trapassarla fu danno, e me ne duole l’animo profondamente
per la patria e per gli amici che questa volta colle migliori
intenzioni del mondo fanno una non lieve ferita allo Statuto. «Col sindaco signor marchese Rudinì sono stato dal prefetto, ma
costui mi disse non poter far nulla: tutto dipendere dal generale
Covone. «Il sindaco, giovane di egregio animo, sente la difficoltà della sua
posizione, giudica, al pari di tutti quelli che hanno vera carità di
patria, illegali questi procedimenti, e protestando nell’animo suo, tace,
limitando l’opera sua perché si mitigassero talune particolari misure.
Laddove da lui si fosse fatta aperta opposizione o si fosse dimesso dal
suo uffizio, il male sarebbe stato grandissimo, e forse ne sarebbe
venuto qualche eccesso popolare. Ed io l'ho lodato e confermato nel
nobile proponimento. Guai a dire a questo popolo ed in quest’ora: tu hai ragione. Speriamo
adesso che si chiuda questa improvvida parentesi militare e che non si
rinnovino certi atti crudeli seguiti nell’isola e che mi fanno raccapriccio. E
badi che io non presto facile orecchio a tutte le mormorazioni ed
esagerazioni che vanno attorno, ma presto fede ed intera alla voce e
testimonianza di persone che amano il Governo attuale e farebbero di
tutto per rincalzarlo. Qui in Sicilia il vero peccato si è il poco
rispetto alla legge; veda che non uso blandizie verso i miei
concittadini. Abituati a vivere sotto il dispotismo, v’è la rea
tendenza a violarla. Il rimedio supremo dunque sarebbe a tener quella
in grandissimo onore, e rispettarla, direi quasi, con un sentimento
religioso; ma quando chi è in alto la mette da parte, o vi passa sopra,
porge pericoloso esempio, e sebbene si proponga un utile scopo, semina
per via infiniti germi di male, e questa terra li raccoglie, ed è pur
troppo ferace! Qui è gran bisogno di rigore legale, di opera di
concordia, di misure severe e prudenti, di persone che calmino le ire e
che semprepiù s’affratelli esercito e popolo. «Sfortunatamente le recenti misure fanno il contrario. Mi rincresce
che cotesto Ministero ne assuma tutta la responsabilità. Non potendo
passare inosservate, appena le Camere si riapriranno, m’è grave di
dover prender posto fra coloro che biasimano anziché fra gli altri che
plaudono...»
Questo io scriveva ed osservava il giorno 2 ottobre, vai quanto dire tre giorni dopo quello stato d’assedio. L’onorevole generale Govone avrà osservato e giudicato diversamente.
L’arte di osservare è malagevole e sovente dipende dal punto diverso in
cui stanno gli osservatori. E fo punto su questo doloroso argomento di
renitenti e di misure militari: solo prego il generale Govone quando
gli ozi glielo permetteranno di recarsi come privato e non da generale
in Sicilia, e vedrà che potrà apprendervi e pur molto. Se m’è cortese di tanto gli regalerò come strenna un opuscolo stampato ora son parecchi anni a Torino intitolato: 1 Siciliani in Piemonte. Spero mi sarà grato del dono. GOVONE. Domando la parola per un fatto personale. PRESIDENTE. Parlerà a suo tempo; per ora la prego di prescindere. La parola è al deputato La Porta. LA PORTA. Signori, malgrado le ritrattazioni fraseologiche
del deputato Govone, poiché le sue parole stanno scritte, e
pensatamente consacrate in suo rapporto che il ministro Della Rovere
l’altro ieri faceva sue, e leggeva alla Camera, io sento il dovere di
respingere decisamente le accuse che il ministro Della Rovere e il
deputato Govone si piacquero nell’ultima tornata lanciare contro la
Sicilia. Io le respingo non perché esse riflettano il paese in cui sono
nato e il collegio di Girgenti che mi elesse a deputato, ma come
rappresentante della nazione per una provincia italiana offesa. Io
porto ferma convinzione che entro questa Camera legislativa d’Italia
non vi ha deputato, non vi ha ministro che possa offendere una
provincia italiana senza offendere l’unità, la dignità nazionale. Se io
potessi credere necessaria in questo recinto la mia voce per difendere
il diritto che hanno le provincie di Sicilia al rispetto e alla
benemerenza nazionale, se un momento potessi dubitare che quel
rispetto, quella benemerenza non fosse scritta nel cuore di tutti
gl’italiani, come nelle più gloriose pagine della storia nazionale, io
forse non vedrei ragione di esistere in questa Camera. Altri dunque, se
lo crede, prenda il compito di questa difesa. Io, come rappresentante della nazione e nel solo interesse
nazionale, sento il debito di rettificare alcuni fatti sui quali
l’altro ieri il deputato di Cittaducale, ed il ministro Della Rovere
personalmente mi chiamarono. Questi onorevoli signori, per difendersi dalla imputazione, dalle
accuse d’illegalità che loro furono lanciale, adottarono un sistema
nuovo, un sistema, permettetemi l'espressione, specioso negli annali
parlamentari, nella storia dei Ministeri costituzionali. Essi
accettarono i fatti, accettarono le illegalità commesse, e per
scolparsi moralmente, non potendolo legalmente, pensarono esagerare,
falsare una situazione alla quale intesero riparare. Essi coi colori i più neri della barbarie del medio evo vi
rappresentarono la Sicilia, onde ottenere il battesimo della necessità,
e forse anche della civiltà ai mezzi che in quell’isola adoperarono, e
che io lascio alla coscienza della Camera e del paese il qualificare. I documenti ch’essi lessero, signori, che cosa sono? Sono la difesa
particolare personale degli accusati, dei loro subordinati che innanzi
a loro scolpavano la responsabilità alla quale erano tenuti. Il
ministro lesse il rapporto del generale che era destinato alla
esecuzione di quei fatti, ed il deputato di Cittaducale difese il
ministro che aveva ordinato ed il generale che aveva eseguito.
(Benissimo! a sinistra)
Ma sappiano essi che in quei documenti che hanno letto, che in quei
discorsi che hanno pronunciato, in quella difesa che hanno assunto vi
sono tali e tante confessioni che bastano alla condanna di un Ministero
costituzionale in una Camera che ha rispetto allo Statuto e coscienza
del suo diritto. E la situazione della Sicilia, signori, d’onde la ricavarono essi?
In gran parte da fatti consumati tre anni sono, nel 1860, nel momento
di una insurrezione, momento che nei paesi i più civili non suole
essere il termine di paragone, nel momento di una insurrezione, in cui
il Governo borbonico non solamente ci combatteva colle armi dei suoi
sgherri, ma anche mandando nelle nostre provincie gli sprigionati
galeotti per divorarvi la pubblica sicurezza. Tali sono, o signori, i
fatti di Polizzi, de’ Cavalieri e degli Scribi, dei Greci e dei Latini,
fatti che il Governo della dittatura, e l’onorevole Crispi che in quel
periodo ne faceva parte, cancellarono colla rigorosa mano della
giustizia. A questi fatti che cosa aggiunse il signor deputato di
Cittaducale? Aggiunse la cronaca di un giornaletto di Girgenti,
stampato in maggio ed ispirato e scritto da un frate del convento di
Santo Vito. E per confortare questi due elementi vi aggiunse la petizione della
Camera di commercio di Girgenti, che io una volta in parte riportai a
questa Camera, ma la riportai piuttosto come un sintomo, piuttosto come
un ragionamento che fa l’ammalato della sua malattia, e che il medico
apprezza, ma non istabilisce su di esso né la diagnosi, né il metodo di
cura. E poi l’ultimo argomento più incontrastabile che egli credette
portare quale fu? Furono alcune parole che io nella tornata del 17
aprile ebbi a profferire in questa Camera, parole che si riferivano
alla situazione di Girgenti in aprile, parole che non possono
giustificare, e su questo ritornerò, parole che non possono
giustificare le misure illegali che sono oggi poste sul terreno della
discussione. E lo proverò. Così l’onorevole Covone edificò il suo romanzo della barbarie in
Sicilia, e venne in questa Camera non solo a domandare tolleranza, ma
quasi anche l’elogio delle misure delle quali egli diresse la
esecuzione. Io, o signori, vi ripeterò quale era la situazione di Sicilia non in
aprile, né in maggio o in giugno, ma al 5 luglio, quando arrivò in
Girgenti il deputato Govone. E non ve la dirò colle mie parole, ma con
quelle di una autorità, che la Camera, che il Ministero, che il paese
deve altamente rispettare, con quelle della prima autorità della
provincia di Girgenti. Leggo le parole pronunciate dal prefetto di Girgenti il 12 ottobre 1868 nell’inaugurazione di quel Consiglio provinciale. «Erano i primi giorni del mese di giugno. Ciò che accadeva d’intorno
a me facevami travedere un raggio di luce a traverso del nebuloso
orizzonte della pubblica sicurezza. Ricordo che ve lo annunziai, come
lo annunziai al Governo centrale. «Le mie previsioni furono giuste: l’arresto di alcuni renitenti in
Canicattì, la pace di Racalmuto, le operazioni sopra Favara cambiarono,
come per incanto, la faccia delle cose, e in modo che renitenti,
disertori, e anco ricercati dalla giustizia affluivano da tutte le
parti a costituirsi spontanei. Sul finire del giugno la pubblica
sicurezza era ristabilita; le raccolte del frumento, per le quali si
temevano incendi e rovine, si compivano pacificamente, senza
inconvenienti di sorta, e tanto tranquillamente che ne mancano gli
esempi; le strade tutte della provincia erano sicure, non mancava che
risolvere il problema del come assicurare per l’avvenire quello stato
di cose.»
Voci. Di chi è il rapporto?
CRISPI. Del prefetto di Girgenti.
LA PORTA. E il prefetto di Girgenti che parla, come dice l’onorevole Crispi. «Come ciò avvenne? Io dicea per incanto, ma non diceva esatto,
perché, se il troppo depresso spirito pubblico si rianimò, se il timore
che era negli animi degli onesti passò nel cuore dei malfattori, se i
renitenti e disertori traditi dalle false insinuazioni dei nemici
d’Italia, maligni e paurosi, si risolverono di ubbidire alla legge; se
il costituirsi spontaneo di costoro squarciò il velo dietro il quale si
appiattavano infamemente uomini così detti di libertà; se tutto questo
avvenne, l’encomio vada a chi seppe meritarlo. «Quindi, con la franchezza che si addice a magistrato di libero
Governo, che parla a liberi cittadini, dichiaro che il movimento di
Canicattì si deve al vostro collega cavaliere Gangitano, maggiore di
quella guardia nazionale; che la pace di Racalmuto duratura, perché
cementata dalla solidarietà degli atti commessi, si deve all’accortezza
con la quale il giudice di mandamento Vaccaro e delegato di pubblica
sicurezza Franco, profittando del comune spavento, seppero afferrare
l’occasione e incitare alla concordia animi divisi da male intesi
puntigli; che le operazioni sopra Favara, felicemente iniziate e
fatalmente interrotte, se non ostante diedero ottimi risultati, senza
lamento di alcuno, anzi con plauso di tutti, si deve alla saggezza
delle disposizioni date dal colonnello Santa Maria, secondato nella
esecuzione dagli ufficiali e soldati dei terzo reggimento da lui
comandato. «Nè mentre tributo lode sincera a costoro, intendo deificarli con adulatrici parole. «No: ad essi la lode dei primi passi, ad essi la lode di avere
perseverato in quella via; ma lode anche a tutti coloro che sul nobile
esempio si risvegliarono e prestarono concorso materiale o morale al
Governo che lo chiedeva da tanto tempo, perché aveva il diritto di
chiederlo. «Dissi che sul finire del giugno la pubblica sicurezza era
ristabilita, e solo restava a risolvere sul modo di mantenere quello
stato di cose, cioè, ora aggiungo, se continuando sulla via lenta, ma
progressiva, già intrapresa, o sì vero con un colpo che d’un tratto
tagliasse il nodo e rassicurasse. «Il problema fu risoluto da un poderoso nerbo di truppa che si versò
nella provincia e le di cui operazioni portarono all’arresto di
pressoché tutti i disertori, renitenti, evasi, colpiti da mandato di
cattura, malfattori noti e notori. «Gli arresti o le presentazioni furono oltre ogni dire numerosi, e la provincia è tranquilla. «Si udì qualche lamento contro il rigorismo militare, ma se quel rigore produsse un bene, è carità di patria il tacersi.»
Signori, la carità di patria che imponeva al prefetto di Girgenti di
tacere, la stessa carità di patria, a me rappresentante della nazione,
impone invece il debito di parlare, a me rappresentante della nazione
impone il debito di dire al ministro: le parole del prefetto di
Girgenti vi condannano; vi condannano perle misure che avete prese, vi
condannano nella difesa che avete fatto, vi condannano nel discorso
pronunciato, nell’offesa che avete recato alla provincia di Girgenti ed
alla Sicilia. L’onorevole ministro Della Rovere confessava l’altro ieri che sulla
lista dei renitenti si presero degli enormi equivoci, che due terze
parti degli annotati come renitenti appartenevano a morti per causa
naturale, ad uccisi in battaglia, ovvero a femmine scambiate per
uomini. Signori, se le liste dei renitenti non erano esatte a chi
addebitarne la colpa? Io lo domando al regolamento sulla legge organica
sulla leva. «§ 924. Colla scorta delle liste di cui al numero 917, i sindaci
apriranno un giornale per iscrivere i renitenti della loro comunità. «Annoteranno su quel giornale i cambiamenti occorsi nella situazione
dei renitenti, cioè l’arresto, la presentazione volontaria, e la loro
cancellazione. «Il giornale sarà conforme al modello numero 94. «§ 925. Gli intendenti dì provincia si faranno di tratto in tratto
comunicare dai sindaci i giornali all’oggetto di assicurarsi della loro
regolarità. «§ 926. Al primo giorno d’ogni anno i sindaci trasmetteranno
all’iiitendente della provincia una nota circostanziata dei renitenti
che restano da inseguirsi nella loro comunità. In questa nota conforme
al modello numero 95, si accennerà non solamente alle diligenze
praticate nella ricerca dei renitenti, ma ben anco alle circostanze
«1° Se il renitente trovisi in qualche altra comunità;
«2° Se sia comparso in paese nel corso dell’anno precedente e trovi asilo presso la sua famiglia o presso altre persone;
«3° Se trovisi all’estero; indicando lo stato, la provincia,
dipartimento, distretto ed il comune della sua dimora, l’arte che
esercita e tutte le altre notizie che potessero facilitare, ove d’uopo,
la ricerca del medesimo in quello Stato. «§ 927. L’intendente farà notificare ai sindaci, mediante il commissario di leva, l’arresto e la presentazione, ecc. «§ 929. Nei primi 25 giorni d’ogni anno, gl’intendenti faranno
compilare e trasmetteranno al ministro della guerra l’elenco nominativo
dei renitenti della loro provincia, secondo il modello numero 96. «Quest’elenco nominativo, compilato in dipendenza delle note
somministrate dai sindaci, dovrà indicare le diligenze praticate dalle
autorità locali e dai carabinieri reali per ridurre i renitenti
all’obbedienza. «§ 980. L’incarico d’inseguire e d’arrestare i renitenti è
specialmente affidato all’arma dei carabinieri reali, nonché agli
agenti di pubblica sicurezza.»
Ora, signori, se i sindaci, se i prefetti, se i carabinieri reali
che hanno tanti mezzi d’assicurarsi dell’identità delle persone, hanno
e devono avere tutte le relazioni necessarie sulla loro esistenza e
sulla loro abitazione, e potevano quindi rendere inutile il dramma del
metodo usato dal deputato Govone, se questi ufficiali, dipendenti dal
Ministero, mancarono al loro dovere, di chi è la colpa? Se il ministro
Della Rovere, prima di ordinare la persecuzione rigorosa (e con quei
mezzi che lascio alla Camera il qualificare) dei renitenti alla leva,
non si curò della. regolarità delle liste, se il ministro Della Rovere
permise che per due terze parti, le misure di rigore si aggravassero
sopra individui e sopra famiglie che non le meritavano, s’egli anco per
questo suo fatto inasprì quelle misure, di chi è la colpa, o signori?
11 regolamento della leva, le confessioni del ministro Della Rovere formano la di lui condanna. L’onorevole deputato Govone non volle tenere la riserva che tenne il
ministro Della Rovere sul fatto del sordomuto nell’ospedale militare di
Palermo. Io forse non ne avrei parlato se egli non me ne avesse dato
quest’esempio. Egli, signori, recò tra voi le sue impressioni
personali, e della sua buona fede; io di questa non dubito. Egli disse
che visitò il sordomuto, le sue piaghe, il registro dell’ospedale, e si
convinse che il registro era in regola. Nessuno lo metteva in dubbio, è
una excusatio non petita. Disse che le piaghe erano di tal
natura, che non si potevano supporre riferibili ad operazioni, o ad
altro, ma erano un metodo curativo. Signori, io non posso parlarvi d’impressioni personali perché ciò,
nella qualità di rappresentante della nazione, ciò, mi fu negato. Io credetti mio debito, quando l’opinione pubblica era commossa,
quando in quel paese, che per tanti anni era stato torturato dal
dispotismo borbonico, risuonava la terribile parola tortura, io
credetti essere mio debito rispondere all’opinione pubblica, che il
tempo della tortura era finito, io volli recarmi personalmente
all’ospedale militare, vedere il sordomuto, e poiché non comprendo la
parola che non è parola, io voleva condurre meco un interprete, voleva
condurre meco qualche medico perché io non sono perito nella scienza
medica come l’onorevole deputato Govone. Scrissi al generale Carderina in questo senso, onde trovare
eooperazione negli ufficiali dell’ospedale sanitario, poiché la mia
missione non era quella di andare ad intentare, a promuovere un
processo, ma sibbene quella di distruggere, se era possibile,
nell’opinione pubblica, con un mio comunicato, l’imputazione
gravissima che non si aggravava solamente sugli ufficiali sanitari
dell’ospedale militare, ma che pesava su tutto il regime di un libero
Governo, sulla dignità, sulla civiltà d’Italia. Sapete che cosa ha
risposto il generale Carderma? Permettete che io vi legga il suo
originale riscontro:
«Il fatto del renitente Cappello avendo dato luogo a querela
giudiziaria per parte dell’amministrazione dell’ospedale contro
l’autore dell’articolo del Precursore relativo al detto
Cappello, io sono dispiacente di non poter autorizzare nessun
incumbente riguardante tal fatto che non mi sia richiesto dall’autorità
giudiziaria. «Colgo quest’occasione per dichiararmi con tutta stima.»
Signori, questa lettera mi sorprese. Mi sorprese il suo stile, mi
sorprese che il generale Carderina non volesse comprendere né la mia
missione, né la qualità colla quale io chiedeva di vedere il sordomuto.
Ciò nondimeno, interessandomi più il fatto che la forma poco regolare,
scrissi al procuratore generale della Corte d’appello di Palermo, e
gl’inviai la stessa lettera del generale Carderina. Se la Camera me lo permette (sono poche parole), leggerò la risposta di quel signor procuratore generale. «Ella mi ha manifestato che, essendosi diretta al signor generale
Carderina per ottenere il permesso di visitare Cappello Antonino in
questo ospedale militare, le fu dal medesimo risposto essere all’uopo
necessario il mio consentimento. Sul riguardo io conosco solamente per
orali informazioni avute dal regio procuratore che pendono due
procedimenti: uno iniziato di officio dal prelodato regio procuratore
per liquidare quanto a lui si era narrato dal signor Morvillo, cioè che
il Cappello era stato crudelmente seviziato in detto stabilimento;
l’altro per una querela di calunnia prodotta dal corpo sanitario del
succennato ospedale contro il signor Morvillo per la di costui lettera
sull’assunto inserita in vari giornali. Ciò premesso, e trattandosi di
uno stabilimento militare, io non entro per nulla nella inchiesta da
lei diretta al prelodato signor generale. Rimane quindi alla di lui
saviezza il determinarsi come crederà più conveniente. «Mi creda con tutto rispetto.»
Avuta questa lettera, io pensai acchiuderla al generale Carderina,
onde persuaderlo dell’equivoco in cui si trovava, e gli ripetei del
bisogno m’aveva di penetrare nell’ospedale militare; ma quando io
inviai la mia lettera, lo stesso giorno alle 4 pomeridiane, nessuno la
volle prendere, poiché si disse: il generale Carderina è partito per
Napoli. Io doveva recarmi qui, altro non potei. Però lascio al potere
giudiziario, e so che oggi alacremente v’attende, il decidere su questo
fatto, il decidere sulla qualità delle piaghe, sulla falsità o sulla
verità del registro curativo, di dare quella giustizia che tutta Italia
reclama. Però credo che non è d’uopo di aspettare l’esito giudiziario
per pronunciare sopra l’operato di quegli ufficiali sanitari e del
Ministero. Ho un elemento indipendente, e sapete qual è. È il regolamento sulla
legge organica della leva, quel regolamento stesso che un deputato in
questa Camera diceva, e ben diceva, meritare alcune pagine vi
scomparissero. Quel regolamento, nel fatto speciale, si pronunzia nettamente e
contro gli ufficiali sanitari, e contro la tolleranza della quale l'ha
coverto il signor ministro Della Rovere. «Art. 58. Avvertenza. La sordità congenita ha per costante risultamento la mutolezza, e dev’essere legalmente comprovata.»
Segue poi a dire:
«Oltre a quella dipendente da paralisia della lingua, può ancora la
mutolezza essere affatto accidentale di una ferita, dell’atrofia,
dell’ipertrofia o di altre lesioni della lingua, nei quali casi è
facile l’accertarsene mediante l'ispezione.»
Ed allora il regolamento dispone quello che l’altro giorno sentiste,
cioè che si faccia l’osservazione che si possa anco dopo l’osservazione
procedere alla notorietà. Ma il regolamento sulla leva distingue i due
casi, ed i due metodi di trattamento. Quando si tratta di
sordo-mutolezza congenita, di un fatto che nasce coll’uomo, che ha tale
pubblicità che non può falsarsi, allora la legge non vuole altro che la
prova legale, cioè la prova degli astanti, degli altri padri di
famiglia, o l’atto di notorietà. Ora il signor Restelli, nel suo rapporto pubblicato nel giornale
della prefettura di Sicilia, parla di atti di notorietà; ma sapete
quando ne parla? Sapete quando li richiede? Il giorno 4 novembre, il
giorno in cui faceva il suo rapporto, e quando un giudice e due periti
medici si erano recati entro l’ospedale militare per gli atti generici
di un reato. Il signor Restelli asserisce che il sindaco non glielo
aveva mandato. . Signori, il sindaco di Palermo come doveva rispondere? «Io sono
pronto a farlo, ma il disposto della legge dice che vi deve essere
presente la persona su cui deve cadere l’atto di notorietà. «Inviatemi la persona.»
V’ ha di più. La madre del Cappello.... (Non faccia movimenti il deputato Govone, ma risponda con un diniego se lo può). Il 9 novembre la madre del Cappello presentavasi al municipio di
Palermo domandando un atto di notorietà. L’assessore, signor Alberi,
scriveva all’ospedale militare domandando pel giorno 13 novembre nella
casa municipale la presenza del sordomuto Cappello, onde passare
all’atto di notorietà richiesto dalla di lui madre. Quale fu, signori, la risposta? La risposta venne dal generale
Marini con questa lettera che dice: «Non poter mandare il Cappello
perché tuttavia in osservazione all’ospedale militare.»
Quindi la Giunta municipale e il sindaco conchiudeva coi seguenti considerando la deliberazione:
«Considerando non potersi fare un atto di notorietà senza la
presenza del Cappello, e considerando che Cappello Antonio non è
presente, delibera non potersi provvedere alla domanda della di lui
Signori, io non aggiungo altro. La condotta del signor Restelli, il
regolamento della legge organica della leva, condannano il di lui
operato e l’indifferenza del ministro. Fella tornata dell’altro ieri il signor ministro Della Rovere, tra i
documenti che lesse, si avvantaggiò di uno, che a me fece venire un
pensiero sul quale era esitante. Io possedeva una lettera, ma questa lettera apparteneva ad uno che
aveva precedenti liberali in Sicilia, e per questo io credeva la di lui
autorità non avesse peso pel signor ministro Della Rovere; ma poiché
l’onorevole ministro della guerra lesse una lettera e fece degli elogi
ben meritati, non da essa, ma dalla intenzione di chi la scrisse, io
sento il dovere di leggervi un’altra lettera della stessa persona, che
spiega qual’è in me la ragione di recarla come un’autorità che il
ministro non può ricusare. Parlo di una lettera di Francesco Perrone Paladini, di cui egli, il ministro, ne leggeva ieri un’altra, dandole molto peso. La leggo perché in essa non si contengono parole, ma vi sono bensì dei fatti. Palermo, 10 novembre 1863. «Caro amico, «Nell’ultima conversazione avvenuta tra noi, scorsi la tua
meraviglia al sentir parlare con caldo linguaggio me che do prova di
una temperanza sviluppatasi in ragione diretta degli errori
governativi. Sai d’onde questa contraddizione apparente proviene?
Proviene da ciò che il cumulo di tali errori è sì grande, gli effetti
sono sì disastrosi, il malcontento così generale, l’opinione pubblica
così pervertita, che carità di patria mi è parsa, non già scusare o
nascondere gli errori, ciò sarebbe colpa, ma non esporli al cospetto
del popolo, in modo che le conseguenze si rendan peggiori. Però
desidero che i governanti conoscano il frutto delle opere loro, e che
su di queste sia chiamato i] giudizio dei rappresentanti la nazione. A
tal fine ti narrerò fatti, di cui posso per sicure informazioni
assumere la piena responsabilità.»
Signori, forse non vi avrei parlato di questi fatti, ma or è
necessità leggerveli, poiché essi mi bisognarono per togliere qualunque
peso a. quella lettera di cui credette giovarsi il signor ministro. Io
continuo la lettera:
«Non ti parlerò dei deplorabili fatti di Petralia Soprana, son
troppo noti; te ne accennerò altri di minore rilievo per le
conseguenze, ugualmente deplorabili per il principio. «Odi:
«A Palazzo Adriano furono tratti in arresto i fratelli Dara,
ricchissimi proprietari, come sospetti per furti di abigeato e
protezione ai malfattori e renitenti!
Si tentò anche di arrestare un certo Mancuso, loro parente. La
Giunta provinciale li dichiarò non colpevoli, dietro di che furono
liberati. «Lo stesso caso avvenne in persona dei fratelli Maccalaio, di
Caccamo, uno segretario comunale, l’altro avvocato. Capisci che il
deliberato della Giunta è una condanna dell’arresto preventivo. È la
legge Pica che condanna la legge Pica. «In Ganci, il maggiore del 4° di linea, un certo Volpi, venne in
contesa col delegato di pubblica sicurezza, un certo Anelli, da cui
pretendeva i domicili di taluni bastardi da lui sconosciuti. Non so
dirti chi primo trascese alle ingiurie. Questo so di certo che il
maggiore fece mettere in arresto il delegato, nell'atto che era
insignito della sua sciarpa! Il delegato fu tenuto per tre giorni in
prigione, ed ora ha proposto querela contro il maggiore. «In Geraci, lo stesso Volpi arrestò un tal Bartolo Sciaino, maestro,
il quale, avendo dato dell’uva ai soldati che passavano accanto al suo
podere, pregava il _ maggiore che gli lasciasse una guardia affin
d’impedire che i soldati si servissero con le loro mani. Il maggiore
invece arrestò lo Sciaino come calunniatore, lo condusse al paese, lo
liberò quando gli sottoscrisse un foglio, nel quale dichiarava non
avergli i soldati toccato un sol grappolo d’uva. (Si ride)
Questi sono fatti che se ad alcuni deputati possono muovere le risa, agli altri rappresentanti non le muoveranno di certo. «Un capitano dello stesso battaglione, in Gerani, pretendeva che la
moglie del caffettiere Sauli Del Vecchio gli portasse il caffè; quella
si ricusò, egli salì nell’appartamento di lei, con modi bruschi tentò
indurla, ma non vi riuscì; per vendetta proibì ad uffiziali e soldati
l’entrare in quel caffè.» (Rumori)
Se questi fatti non interessassero la Camera io non li riferirei; ma
io credo di doverli esporre, perché interessano tutta l’Italia, ed
interessano le deliberazioni che starete per prendere. «In Cerda, un capitano entra nell’unica locanda, chiede alloggio,
gli si apprestano due stanze, non gli piacciono; ne vede una chiusa,
l’apre, vi trova due passeggieri; questa è la stanza che mi accomoda,
esclama, fatela sgombrare. Così fu fatto; alla domane il capitano si
accorse che i lenzuoli del letto erano stati usati, se ne vendicò
mettendo in arresto la locandiera. «In Piana de’ Greci si arresta il sacerdote Ferrara dai carabinieri,
si conduce in Palermo come un malfattore, e l’autorità politica dovette
liberarlo. «In Terrasini il tenente colonnello Angelotti fa arrestare cinque
donne per far succedere un matrimonio tra il figlio del sindaco, Pietro
Palazzolo e la figlia di Vito Bommarito: di poi arresta, asserendo un
mandato del giudice che non si è visto, Salvatore Bommarito e lo manda
alle prigioni di Palermo. «In Cinisi si sparge voce che si debbano arrestare un gran numero di
persone, talune riescono a mettersi in salvo. Dopo qualche tempo si
reca in Cinisi il capitan d’armi Cisati: a lui si presentano alcuni de’
latitanti per mezzo del Pietro Palazzolo, sindaco di Terrasini, il
quale si spaccia intercessore presso il generale Serpi, suo amico. Così
furono liberati tre fratelli Randazzo, Giambattista Bartolott. a,
Giambattista Brusco, Giuseppe Iacopelli e Giacomo Palazzolo. Per
contro, Salvatore Lauricella, Stefano Anania e Salvatore Cracchiolo non
si permette si presentino, perché una volta diedero ospitalità a’ figli
di Vito Bommarito, a cui il Pietro Palazzolo è nemico. «In Caltavoturo si danno in nota al comandante la colonna mobile per
arrestarli sei dei più riputati proprietari del paese. Un certo notaio
Quagliano, se non isbaglio, li denunzia. 11 capitano però, uomo di
giudizio, domandale prove dell’accusa; il maresciallo dei carabinieri
di già aggirato dal Quagliano chiama 21 testimoni, e questi, meno uno
che era anche denunziante, attestano il contrario, affermando
l’onoratezza dei sei calunniati, tra cui tre della famiglia Cirrito. Se
il comandante fosse stato tutt’altro, era un’altra offesa di più alla
libertà individuale. «In Mezzagno i carabinieri arrestano un certo Rosario Romano, perché
di partito contrario alla famiglia Chinnici, parente di quel famoso
Chinnici capitan d’armi...» Non lascio sfuggire quest’occasione per
rammentare al ministro dell'interno, sebbene io non lo veda presente,
ch’egli si guardi bene dal far venire da Malta il famoso Giorgio
Chinnici, che mi si assicura voler egli restituire alla Sicilia e a
Cammarata. Che sappi il signor ministro che la Giunta municipale ha
decisamente protestato contro questa probabilità. Il Giorgio Chinnici,
ex capitano d’armi del Governo borbonico, era il più famoso torturatore
che quel maledetto Governo adoperava in Sicilia. DI SAN DONATO. Fatelo cavaliere di San Maurizio. Una voce a sinistra. Commendatore. LA PORTA... e mentre s’istruisce un processo per l’omicidio di
Benedetto Chinnici, e non si trovano prove contro il Romano, nemmeno
sospetti, i carabinieri rinviano costui alla questura, perché lo avesse
messo a disposizione del potere giudiziario. «Da tutti questi fatti puoi ricavare che brutta arma sia l’arbitrio
in Sicilia, ove le ire di partito fervono, e quanto strazio producano
le misure eccezionali. Non entro in considerazioni che tu puoi fare
meglio che me. «Credimi per la vita «Tuo amico «PERRONE PALADINI.»
Questa lettera, o signor ministro, mentre spiega quella che voi avete
ieri letta alla Camera, mentre vi spiega com’essa fu inspirata
esclusivamente dall’idea di prevenire una catastrofe, che le vostre
misure potevano produrre nella città di Palermo, questa lettera non
giustifica le vostre illegalità, ma le censura. Quel Francesco Perrone
Paladini, che voi elogiaste come autorità a vostra difesa, quello
stesso Perrone Paladini, signor ministro, vi condanna. Il signor deputato Govone ed il ministro Della Rovere prima di lui,
parlarono di 68 carabinieri uccisi o feriti in tre anni dal 1861 al
1863 nelle provincie siciliane. Signori, io deploro quanto essi e pria di loro ho deplorato in
questa Camera questi fatti fatalissimi; io deploro che l’arma dei
carabinieri, destinata alla tutela delle persone e della proprietà, non
sia circondata di quel rispetto e di quel prestigio che è necessario
all’uniforme che veste, e ch’è dovuto alla missione sociale che gli è
affidata; ma né l’onorevole ministro, né l’onorevole deputato Govone,
mentre vi parlarono di questi fatti, seppero, o vollero spiegarvene le
ragioni. Ebbene, signori, ve le dirò io, e non colle mie parole, non
con asserzioni gratuite, ma con tale autorità, che il signor ministro
Della Rovere, la Camera, ed il paese non possono ricusare; ve le dirò
con una lettera di un capitano dei carabinieri, di cui tengo
l’originale. È una lettera che un capitano dei carabinieri dirige ad un procuratore del Re in Sicilia. «Ora io deggio pregarla di un favore per un mio dipendente e porto
fiducia di ottenerlo dalla di lei bontà, perché certo non ammetterò
nella mia domanda l’assioma troppo giusto ab amico onesta petenda. (Sa
di latino il capitano dei carabinieri). Le raccomando dunque l’affare
di Casteltermini, in cui il giovine carabiniere Sansone 1° uccideva il
povero Fantazzo Giuseppe, scambiandolo per il bandito Licata in atto di
fargli fuoco addosso. Fu un mero equivoco, intelligenti panca;
io vivo persuaso di tutto il di lei impegno per favorire in questa
disgraziosa circostanza, come in qualunque altra, un’arma benemerita
che ha quotidianamente la vita a repentaglio pel bene pubblico e che ha
sempre trovato sostegno nell’autorità.»
Signori, si trattava di un omicidio che un carabiniere aveva
commesso in persona di un innocente, il capitano dei carabinieri lo
confessa, si trattava di salvare dal rigore delle leggi un assassino! (Oh ohi) Un uomo che uccide un innocente, signori, è un assassino! (Rumori a destra ed al centro)
Voci. Un’uccisione per errore non è un assassinio, guardate il dizionario!
LA PORTA. Ringrazio lo scienziato interruttore, e gli
rispondo: che quando il capitano dei carabinieri vi dice che fu per
iscambio, e lo dice al procuratore del Re con la eloquente frase; intelligenti panca, egli dice il modo col quale vuole regolata e favorita la sua domanda, la impunità di un reato. CRISPI. E non è il solo!
PRESIDENTE. Prego l’onorevole Crispi a non parlare senza chiedere la parola. LA PORTA. Io vi ho parlato di questo fatto, o signori, perché voi non lo potete contrastare, mane avrei molti e molti altri da citare. (Segue un riposo di cinque minuti). PRESIDENTE. L’onorevole La Porta ha la parola per continuare il suo discorso. LA PORTA. Il signor ministro Della Rovere, nel quadro col
quale tracciava la situazione e la barbarie delle provincie siciliane,
faceva spiccare gli odii tra famiglia e famiglia, le lotte municipali
colle quali quasi voleva conchiudere sino alle guerre del medio evo. Egli ha esagerato, positivamente esagerato la situazione. E quella
stessa che vi ha, è molto men grave di quella da lui descrittaci. Egli
ha dimenticato essere questa frutto di un despotismo, che aveva per
massima dividere per imperare. Ma quello che sopratutto ha mancato alla
sua antiveggenza si è il narrarci con quai mezzi il libero Governo
italiano intende a comporre queste lotte, a comporre queste rivalità
tra famiglie. Vi supplirò io, e vi supplirò con una lettera di un
funzionario autorevolissimo sopra tutti quelli che ho citato, una
lettera del generale Serpi, comandante dei carabinieri in Sicilia; io
l’ho in copia legalizzata. «Corpo dei carabinieri reali. Ispettorato in Sicilia. «Palermo, 6 agosto 1863. «Signor D. Vito Bommarito. «Per un affare importantissimo che riguarda direttamente lei ed i
suoi parenti, è necessario che al ricever la presente si rechi in
questa da me. Se ritardasse oltre cinque giorni, si potrebbero
verificare delle cose disgustose. «Mi creda e sono
«Suo devotissimo servo «G. Serpi.»
La lettera sembrerà poco intelligibile; è necessario quindi che io
venga alla Camera commentandola, ed accennando i fatti, cui allude,
tanto più che l’onorevole Govone li conosce assai bene, e sia a sua
lode, che appena li seppe, li ha in molta parte riparati. Esistevano in Favarotta, paese vicino a Palermo, rivalità fra due
famiglie, l’una chiamata dei Bommarito, l’altra dei Palazzolo. Ambedue
si rimproveravano assassini. Due processi erano corsi: l’uno in persona
del Bommarito finiva e ricominciava per novelle prove offerte dal
rivale Palazzolo, che aveva la carica di sindaco.. Nel tempo che
Bommarito era in carcere, il Palazzolo prese amicizia col generale
Serpi, il quale volendo ingraziarsi l’amico e comporre quelle rivalità
con intenzione, che io voglio credere lodevolissima, si propose
combinare un matrimonio tra il figlio del Palazzolo e la figlia del
Bommarito. A tal uopo inviò un tal Ignazio Citati, sua persona devota, e
comandante dei militi a cavallo, onde persuadere il padre ad indurre la
figlia tredicenne per quel matrimonio. Il padre era in carcere, e gli
argomenti di cui quell’ambasciatore si servì a persuaderlo furono
larghe promesse a nome del generale Serpi di essere liberato dal
processo pel matrimonio cui avrebbe consentito. Il padre esitava, ma in
vista di liberarsi da un processo che poteva pesargli sulla vita,
acconsentì, si trattò, s’impegnò in carcere il matrimonio e la dote. Dopo alcuni giorni, il giudice, il procuratore regio Butta annullava
il processo, il padre della ragazza era scarcerato; ma il matrimonio
veniva ad urtare dove non si attendeva, nella volontà della figlia
tredicenne. Allora il Palazzolo ricorse al suo amico, al generale Serpi, onde intercedesse perché il matrimonio si effettuasse. Fu in quel tempo, fu in quella occasione che il generale Serpi
scrisse la lettera che voi sentiste leggere. Presentatosi il Bommarito
al generale Serpi, fu da questo aspramente trattato come causa della
volontà ostinata della figlia, del rifiuto al matrimonio. I rimproveri
soprattutto sapete su che cosa si attenevano? Sull’ingratitudine che
egli aveva mostrato al generale Serpi, il quale lo aveva liberato da un
processo. Il padre disse che egli non vi aveva colpa, che non era riuscito ad
imporre alla volontà della figlia. Allora il generale Serpi volle che
quell’infelice giovinetta tredicenne si fosse recata in Palermo alla di
lui presenza. E questa fu condotta alla sua presenza, ed in sua presenza ebbe il coraggio di rifiutarsi al matrimonio. Ed il generale a sua volta ebbe il coraggio di ordinare, che fosse
rinchiusa nel collegio di Maria alla Magione. E così avvenne. Intanto arrivavano nella provincia di Palermo le misure militari
(notate che in Favarotta non vi erano che quattro renitenti, l’uno dei
quali si sapeva da gran tempo rifugiato a Roma, e gli altri tre in
lontani paesi). Nonpertanto da Palermo mosse un tenente colonnello con
una colonna mobile imponentissima, e circondò il paese di Favarotta. Signori, chi arrestarono? I renitenti? No, non ve n’erano.
Arrestarono sei donne, la madre della ragazza, incinta di otto mesi, e
poi la zia e tutte le altre parenti della giovinetta, a forza
fidanzata. Poscia il luogotenente colonnello manda a chiamare il
giudice di Capaci, il signor Vito di Stefano, e gli dice che lui anche
era causa di essere mancato il matrimonio in onta al volere del
generale Serpi. Quel giudice non seppe dir altro senonché: lui come potere
giudiziario non intervenire ai matrimoni; ciò dipendere dalla volontà
dei parenti. Allora si escarcerò la madre incinta da otto mesi, ed ebbe a sentire
dei rimproveri da queirufficiale a nome del generale Serpi, dal quale
aveva mandato di misure terribili, e così spaventavasi quella donna
sventurata, che diceva non aver colpa. Il Bommarito fu fatto venire da
Palermo e a questo l’ufficiale domandò che la giovinetta figlia fosse
tolta dal collegio di Maria, e da Palermo fosse ricondotta in quel
paese alla di lui presenza. Si mandò una Commissione composta della nonna della giovinetta, di
un notaio, dello zio, dicendo loro: se non riuscissero nella missione,
al ritorno andrebbero in carcere. Vengono a Palermo; chiedono della giovinetta. Questa comincia a
piangere; la superiora del convento nega consegnarla; ma la Commissione
temendo d’essere carcerata e d’averne la peggio il padre e la madre
della giovinetta, intercedono l’opera del cappellano del monastero
presso l’abbadessa, e la ragazza è rilasciata e presentata in Favarotta
a quell’ufficiale superiore. Essa piange, scongiura quell’ufficiale. In questo tempo il generale
Govone è avvertito del fatto e, per quanto mi si è assicurato,
lodevolmente vi riparò, scrivendo tosto che nessuno degli ufficiali si
mischiasse in affari di matrimonio. Ora, o signori, s’io ho riferito questo, l’ho riferito per
dimostrare al signor ministro ed alla Camera quali siano i mezzi morali
e civili che si adoperano in Sicilia ad acquetare le rivalità di
famiglia. Volete poi, signori, sapere le conseguenze di questi fatti? Ve le
dirò: vi furono due azioni processuali: una del generale Serpi contro
un giornale, che il primo pubblicò questi fatti; l’altra del Bommarito
per le violenze patite da lui e dalla famiglia contro gli autori e
complici d’esse violenze. Due processi s’iniziarono: quello di Bommarito contro gli autori e
complici delle violenze camminava molto lentamente, e poi, venni
assicurato dai testimoni che deposero in quel processo, che quando
parlavano e dichiaravano qualche cosa del generale Serpi, come era ben
naturale, il giudice istruttore diceva, che il generale Serpi non era
chiamato nella querela. Il fatto è, o signori, che quella querela fu già smaltita e
troncata, mentre l’altra del generale Serpi contro il giornale che
aveva pubblicato questi fatti cammina e procede. Io, signori, non voglio censurare il magistrato, non devo altro che
richiamare alla memoria della Camera alcune parole che l’onorevole
ministro dell’interno profferiva entro quest’aula sul generale Serpi
nella tornata del 12 giugno. Esse mi spiegano perché quel generale è
stato lasciato in Palermo nel momento in cui una querela lo riguardava,
e lasciato con una carica che poteva far pressione sull’animo dei
magistrati. Poiché, se il capitano dei carabinieri di cui vi ho letto
testé una lettera, voleva far pressione sull’animo dei magistrati per
un semplice carabiniere, lascio a voi il considerare in qual modo.
questa pressione possa farla un generale per lui stesso. Io non incolpo tutta la magistratura, ma dico che un generale dei carabinieri su qualche magistrato può fare della pressione. Ma una spiegazione di questo fatto io la trovo nella tornata del 12
giugno, nelle parole che allora ebbe a rispondermi l’onorevole ministro
Peruzzi. Eccole:
«Io debbo anzitutto dichiarare all’onorevole deputato La Porta che,
se egli vuole muovermi rimprovero, perché il Governo non ha cambiato il
comandante di questo corpo in Sicilia, io credo che questo rimprovero
sarà da lui fatto per lungo tempo al Governo, imperocché il Governo non
ha nessuna intenzione di privarsi degli utili servizi di questo
espertissimo ed abilissimo funzionario. Egli è evidente che intorno ad
un comandante dei carabinieri non è molto facile che l’onorevole
deputato La Porta ed io ci troviamo perfettamente d’accordo.»
Se ciò è avvenuto dietro i fatti che ho citato alla Camera, ciò non farà certo l’elogio del ministro degli interni. L’onorevole deputato Govone, per giustificare, anche contro di me
personalmente, le misure che si adottarono ultimamente in Sicilia,
citava alcune mie parole, profferite nella tornata del 17 aprile in
questa Camera, e che io rileggo:
«Io credo necessaria (dicevo io in quella tornata), credo necessaria
la persecuzione incessante colla forza armata contro queste bande,
contro tutti questi latitanti, unico rimedio perché questi che
attualmente non sono briganti, ma che il possono divenire, fossero
distrutti, ed un brigantaggio non avvenga in Sicilia. «Io credo difficile il brigantaggio in Sicilia, ma se dal Governo non si ripara per tempo ne avremo a temere serie conseguenze.»
E l’onorevole deputato di Cittaducale soggiungeva:
«Il deputato di Girgenti diceva benissimo.»
Sì, o signori, io ho la convinzione di aver detto bene. Il 17
aprile, in quella situazione alla quale io accennava, quando vi erano
delle bande armate che infestavano la sicurezza pubblica in Girgenti,
se la persecuzione incessante della forza armata contro esse si fosse
applicata, creda il deputato Govone, creda la Camera, che nessun
rimprovero oggi le verrebbe da questi banchi, né da altri, poiché la
persecuzione incessante della forza armata, secondo la legge, da
nessuno poteva essere deplorata. Ma io non diceva che la persecuzione
della forza armata dovesse farsi con misure illegali. Io non l’ho detto in quella tornata, non l’ho detto in altre, né lo dirò giammai. Ma la situazione di aprile, signori, era quella del 5 luglio? Io ve
l’ho detto qual era la situazione del 5 luglio, nell’epoca in cui vi
giunse il generale Govone, ve l’ho detto colle parole del prefetto di
Girgenti. Debbo rammentare alla Camera, che nella tornata del 12 giugno, e lo
rammento anche all’onorevole deputato Govone, io venni qui ad
interpellare, a proposito dell'interpellanza dell’onorevole
D’Ondes-Reggio, il ministro dell’interno sulle condizioni della
pubblica sicurezza di Girgenti e della Sicilia. Allora io proposi dei
rimedi pratici, proposi che i prefetti si mettessero in giro per le
loro provincie, e le guardie nazionali si mobilizzassero, che si
facesse largo appello alla gente onesta e liberale del paese. Domandai ancora che s’inviassero delle forze militari sufficienti ad
affiancare l’iniziativa dell’autorità civile; e qui, o signori, debbo
una franca confessione in favore del ministro dell’interno. Egli non
mancò di adoperarsi con tutto zelo a fornire la prefettura di Girgenti
di mezzi, d’istruzioni, d’ordini perché prendesse una splendida
iniziativa sufficiente alla situazione in cui allora si trovava quella
provincia. Io rammento che per dispaccio telegrafico l’onorevole ministro
Peruzzi ordinava la formazione d’uno squadrone di guardia nazionale
mobile a cavallo, del quale molti cittadini generosi aveano domandato
di fare parte; e quello squadrone di guardia nazionale a cavallo, e la
guardia nazionale' mobilizzata, e l’opera del prefetto, e l’operosa
cooperazione del colonnello Santa Maria e quella disciplinata e
infaticabile del 3° reggimento fanteria da lui comandato, operarono
quello che vi dissi colle parole del prefetto di Girgenti, operarono
nel mese di giugno il ristabilimento della sicurezza pubblica in quella
provincia, il ristabilimento del principio d’autorità. Si ristabilì la
pubplica confidenza, e, quello che tante volte sì è lamentato in questa
Camera, la cooperazione attiva, con abnegazione, con islancio, con
patriottismo, dell’elemento cittadino del paese. Più di 200 renitenti
eransi presentati spontaneamente, accompagnati dall’entusiasmo
patriottico e dalle feste cittadine. Ecco qual era la situazione ài 5 luglio quando vi arrivò il generale
Govone. Quali furono le sue operazioni, in non dirò. Deploro anzi, o
signori, che la discussione sia venuta in un terreno, pel quale non è
solamente un Gabinetto ebe può ricavarne condanna e disdoro, ma
l’intero regime di libertà, gli stessi principii di civiltà e di
umanità che onorano tutta la nazione che noi rappresentiamo. Io avrei
desiderato piuttosto di perdere un elemento di opposizione contro il
Ministero, anziché averne uno che mi fa dolore adoperarlo. Io avrei molti documenti a leggere, ma non li leggo; solamente debbo
ricordare al signor ministro Della Rovere, che, quando avvennero le
operazioni in Favara, dopo il 5 luglio, quando vi giunse l’onorevole
Govone, non fu solamente un cittadino, il signor Vincenzo Mendolìa, da
Favara, che domandava di uscire da quel paese, ma fu il sindaco di
Favara che diresse un telegramma da Girgenti al signor ministro
dell’interno, in cui diceva che erano varii giorni che nessuno poteva
uscire dal paese, che il paese era affamato, che i lavoranti, che
vivono di lavoro giornaliero, ne mancavano, e mancavano di pane, che i
proprietari che in quel tempo avevano in fusione lo zolfo nelle
caldaie, erano esposti a vederlo bruciato e a perdere molte migliaia di
lire. Questo dispaccio, signori, l’ebbi anch’io e lo presentai al
presidente del Consiglio e all’onorevole ministro Peruzzi e loro
domandai che si fosse provveduto e che si provvedesse perché queste
misure non si rinnovassero in altri luoghi. Mi rammento anzi che era in compagnia dell’onorevole Mordini quando feci loro leggere quel telegramma. L’ufficiale superiore che dirigeva quelle misure presentavasi al
sindaco di Favara, domandandogli un certificato della condotta delle
truppe. Il sindaco non voleva rilasciarlo, ed arrivò a dire che non
aveva nemmeno il braccio fermo, né la mente per compiere, scrivere il
certificato; in modo che esso fu composto e scritto da altri, e il
sindaco lo firmò. E il domani quel sindaco protestò per la violenza
ricevuta e si dimise. Questo è per rettificare un fatto che riguarda il mio collegio elettorale. Ora vengo ai risultati, poiché non solamente si volle giustificare
le misure adottate in Sicilia, esagerandone, falsificandone la
situazione, ma anche esagerando i risultati ottenuti. Ebbene, signori, quali furono questi risultati? Voi arrestaste parte
dei renitenti o poca parte in confronto della totale cifra ohe
confessaste esistere. Ma voi per eseguire la legge sulla leva con mezzi
che la legge non autorizzava, avete violate molte altre leggi. Avete
violate le leggi fondamentali dello Stato, che assicurano la libertà
individuale, avete violate le leggi che assicurano la libertà, la
dignità dei rappresentanti dei municipi; voi con quelle misure avete
esautorata l’autorità civile. Voi avete distrutto quella splendida iniziativa che dalla provincia
di Girgenti e dal prefetto di Girgenti poteva spargersi per tutta
l’isola e darvi migliori risultati di quelli che voi avete ottenuto, e
senza le misure che voi avete adottato'. Voi per fare eseguire una sola
legge, quella sulla leva, voi avete distrutto il prestigio di questa
legge e di tutte le altre, facendole tutte riposare sulla forza
materiale. Se questo è un ottimo risultato, se esso pub giustificarvi,
ne lascio il giudizio alla Camera e al paese. Io non dirò che voi, pria
della legge del 15 agosto, pria della legge Pica, la quale sì volle
incostituzionalmente nell’articolo 5 applicare in Sicilia, io non dirò
che nel mese di luglio, pria che essa fosse notata e pubblicata, voi
arrestaste individui per la qualifica di malviventi, cioè di sospetti,
io non parlerò di questo; io vi dirò: se voi avete migliorata la
sicurezza pubblica, voi l’avete migliorata collo stato d’assedio, che
sotto la passata amministrazione fu sperimentato disgraziatamente in
Sicilia. Ma quale fu questo preteso miglioramento, io credo che l’abbia detto
ieri il deputato Govone. Il deputato di Cittaducale diceva che il
miglioramento è passeggierò, ed anch’io ripeterò a mia volta: il
deputato di Cittaducale diceva benissimo. Esso sarà come fu passeggero
sotto lo stato d’assedio imposto dalla cessata amministrazione in
Sicilia, che anzi la recrudescenza si manifestò allora e si manifesterà
ora con maggiore energia. Le misure eccezionali e l’arbitrio delle autorità non assicurano la
sicurezza pubblica, la pubblica moralità, perché al contrario generano
coll’esempio reazione di immoralità e di reati. E ciò è ben naturale, poiché la sicurezza pubblica, ottenuta dalla
forza materiale, non ha base risoluta se non in quella forza che l’ha
ottenuta, e dal momento che quella forza si allontana, voi ne vedrete
le conseguenze dinamiche nella pubblica sicurezza. Signori, la forza materiale non è un sistema di Governo, o almeno se
lo è, lo è dei Governi che niente hanno di omogeneo col nostro, lo è
dei Governi sui quali la storia ha sentenziato, sui quali pesa la
maledizione delle popolazioni che li rovesciarono. Essi non esistono
più in Italia; le provineie italiane si composero in nazione pel regime
ci libertà, e senza libertà è impossibile l’unità nazionale. lo, signori, ho già detto altra volta, e ripeto oggi qui, che se
altro non avessi a censurare nelle misure militari, mi basterebbe, come
ho detto fuori di questa Camera, ed oggi ripeto, mi basterebbe l’abuso
che si è fatto della missione del soldato italiano in servizi, che non
erano ad esso attribuiti. Io ho detto che quell’abuso ha cimentato positivamente in Sicilia la
simpatia cittadina che deve in ogni provincia d’Italia circondare la
gloriosa divisa del soldato italiano. Ho detto, che la missione dell’esercito era stata pervertita, e non
ho detto troppo; e non sono in contraddizione con quello che diceva il
17 aprile, quando vi parlava delle bande armate in Girgenti. Quando si tratta di combattere un nemico pubblico armato, vi ha
missione pel soldato italiano; ma quando si tratta di arrestare
malviventi entro le mura di una città, questo è ufficio di carabinieri
e delle guardie di pubblica sicurezza; ed ove mai fosse necessario in
loro aiuto l’uso della forza militare, essa deve essere posta sotto gli
ordini dell’autorità civile, la quale allora ne assume la
responsabilità e le conseguenze nella pubblica opinione. Credo che il rispetto dovuto all’esercito italiano, ch’è il
desiderio di tante generazioni, il rispetto agli Italiani riuniti sotto
una bandiera, dovrebbe imporre maggior riguardo al ministro della
guerra. Signori, ho poco da aggiungere. Ho detto, e credo averlo dimostrato con prove irrecusabili, che la
situazione delle provineie siciliano non è quale la dipingevano il
ministro della guerra e il deputato Govone; ho detto che le misure che
ivi si adottarono non sono giustificate dal bisogno, e che anzi ivi
distrussero l’iniziativa che l’autorità civile aveva assunto; ho detto
che i risultati che si sono ottenuti non sono nemmeno un miglioramento
passeggierò, come dichiarava il deputato Govone. Dico che la situazione
della Sicilia è quella che vi ho provato con documenti che dovete
riconoscere esatti. Ma ancorché la situazione e i risultati fossero
stati quelli che. avete enunciati nei vostri documenti, nei vostri
discorsi, voi, signori ministri, dimenticaste d’essere ministri di un
Governo costituzionale, dimenticaste che voi, parte del potere
esecutivo, non avete facoltà di fare eccezioni alla legge, di violarla.
Se la Sicilia era quele voi, per malaugurato metodo di difesa, veniste
a dirci, se la legge sui renitenti non vi bastava, voi dovevate
ricordarvi che in luglio la Camera legislativa e il Senato duravano
convocate, voi dovevate sapere che oggi in Italia non è un ministro o
un soldato che fa le leggi, ma il Parlamento italiano. Signori, in una Camera legislativa la sentenza non può essere dubbia
contro un ministro costituzionale che ha violato lo Statuto. Non è
questione delle provineie siciliane, signori, vi prego di dimenticarvi
in questo momento che sono nato in Sicilia e che sono stato eletto a
Girgenti; la questione che io vi presento è ben più alta di quella che
si riferisce ad una provincia offesa e malmenata. E questione della
libertà e dell’unità nazionale. Il vostro voto deve dire all’Italia e
all’Europa: se un ministro può impunemente violare la legge, se in
Italia regna lo Statuto oppure l’arbitrio. Voi giudicate. (Segni di approvatone a sinistra e applausi da una tribuna a sinistra)
BRUNO. E malagevole, o signori, il prendere parte ad una
discussione in cui sono impegnate delle passioni e delle nobili
passioni, e dall’altro canto è impegnata la giustizia, quando le forme
rappresentative sono state altamente violate dal Ministero. Allorché voi saliste al potere, signori ministri, vi siete saliti
perché il commendatore Rattazzi avendo applicato delle leggi
eccezionali, ed invece di presentarsi alla Camera a domandare
l’assoluzione di quanto avea fatto, ha aspettato che venisse qui
accusato su quel banco che voi ora occupate. Invano il commendatore Rattazzi vi rispondeva: ho salvato il paese.
Noi e voi allora fummo inesorabili. Ministri, ora rispondete come
Rattazzi e come lui non vi siete presentati per giustificarvi a tempo
opportuno. In conseguenza io vi domando, o signori, se l’accusa che avete fatta
al commendatore Rattazzi non dovete rivolgerla a voi stessi!
La questione, o signori, non può essere decisa che contro voi e gli
uomini, o signori, che hanno votato contro il commendatore Rattazzi, e
se lo combatterono come feci io, devono votare contro di voi, signori
ministri, e contro la illegalità del procedimento ehe avete impiegato. Quest’illegalità, che con franco linguaggio il generale Govone vi ha
confessato, non può essere messa in dubbio. Egli vi ha detto: noi
abbiamo sorpassato la legge, ma ne abbiamo ottenuto un grande
risultato, giudicateci. Se queste parole del deputato Govone fossero state dal Ministero
comprese, ed all’apertura del Parlamento italiano egli fosse venuto qui
a dirci: signori, le condizioni della Sicilia, gl’interessi dell’armata
mi obbligarono ad adottare misure eccezionali, io per il primo vi avrei
assolto, perché anch’io conosco la grandezza dell’armata e in virtù dei
risultati ottenuti gl’inconvenienti che, adir vero, furono minori di"
quelli che le leggi eccezionali stesse potevano introdurre; ma ciò non
fu fatto e la responsabilità dei ministri rimane intieramente
compromessa. Il commendatore Rattazzi interpellato, come presidente del
Consiglio, dall’onorevole Briganti-Bellini sulle misure applicate nelle
Marche e nell’Umbria, per i piantoni che si mettevano nelle case dei
renitenti, così rispondeva:
«Io riconosco l’illegalità di quelle misure, e ho dato ordine severo
perebè non siano rinnovate, e come presidente del Consiglio dichiaro
che quando anche si trattasse di ottenere risultati favorevoli con
queste misure, poiché sono contraddette dalla legge, è mio compito di
rinnegarle.»
Signori ministri, voi che avete accusato il commendatore Rattazzi di arbitrio... PATERNOSTRO. Sono altri tempi!
BRUNO. Voi che lo avete accusato di violenza, vi siete dunque
impossessato d’un sistema condannato come contrario alle leggi e allo
Statuto, e quasiché ciò non bastasse per coprirvi della colpa che
ricade sopra di voi, signori, avete lanciato un’accusa che riflette il
presente e l’avvenire della Sicilia. Io mi aspetto che l’onorevole ministro Amari, l’illustre storico
siciliano, assai più competente di me, vorrà trovar modo di farvi
comprendere che in Sicilia non vi fu mai epoca di vero barbarismo!
Signori, non volendo eccitare passioni perché già lo sono troppo,
rinunzio a descrivere nuovi fatti che commuovono. Ma io vi domando, o signori ministri, se in Sicilia lo stato non era regolare, era colpa forse dei Siciliani?
Sono tre anni che noi veniamo reclamando sicurezza e da questi e da
quei banchi della Camera, ed io debbo dire, ad onore del vero, che
l’onorevole deputato Crispi soventi ha fatto sonare alta la sua voce in
questo recinto in favore della pubblica sicurezza compromessa (non
parlo di me, o signori ministri) alla quale non avete mai provveduto e
non avete provveduto perché le leggi normali non le avete fatte mai
rispettare. E quando da tre anni, o signori, si è lasciato sfrenato l’arbitrio,
quando voi non avete posto in esecuzione la legge di garanzia ai
cittadini, voi un bel giorno scossi dalla tempesta, venite alla Camera
a giustificare il fatto vostro dicendo: signori, sapete mai perché noi
abbiamo applicato quella legge? Perché in Sicilia gli omicidi sono
molti, perché i furti sono alla giornata. Signori, sono sorpreso che
l’onorevole ministro dell’interno ieri rideva con grande compiacenza,
quando il ministro della guerra riferiva quei fatti che condannavano
completamente la sua amministrazione. Lo sappia: il generale Govone, a
suo onore, portava un documento che condannava perfettamente il
ministro dell’interno, perché coi fatti esposti non altro svelava che
la sua incapacità. Del resto, non è stato il commendatore Ubalbino Peruzzi che ha pronunziato in questa Camera le seguenti parole?
«Lo stato d’assedio, o signori, non può a meno di avere esso pure
prodotto un qualche peggioramento nelle condizioni dell’isola.»
Come mai è avvenuto che il commendatore Peruzzi che riconosce lo
stato d’assedio aver peggiorato le condizioni dell’isola, dopo un mese,
applica e lascia che altri applichino leggi eccezionali? Io ne vorrei e
ne amo una spiegazione. Ma v’è un’altra osservazione, signor Peruzzi, in risposta alle
interpellanze del deputato La Porta. Leggo le sue parole: «Nella
massima parte dell’isola, ei disse, le condizioni della sicurezza
pubblica sono grandemente migliorate. Dai rapporti officiali e
confidenziali che io ricevo, ho dovuto convincermi che per le
condizioni della pubblica sicurezza la più gran parte della Sicilia, le
provincie di Palermo, Catania Messina, Caltanissetta non sono da
annoverarsi fra le peggiori del regno.» (Si aspettava dunque che le
misure eccezionali si sarebbero applicate ad altre provincie italiane,
e senza permesso del potere legislativo). «Le provincie di Trapani e Siracusa, continuava il ministro, sebbene
in grado inferiore, si trovano pur tuttavia assai soddisfacenti.»
L’onorevole guardasigilli in altra occasione diceva che l’andamento
della giustizia camminava perfettamente, che i reati erano minori nella
quantità che in altre epoche anteriori alla rivoluzione, ed ai fatti
che noi opponevamo in contrario il Ministero rispondeva con un rifiuto,
e la Camera non accoglieva la nostra proposta. Ebbene, dopo tre anni che noi veniamo qui a domandarvi provvedimenti
per la sicurezza pubblica, e dopo tre anni di continui rifiuti, voi che
siete stati sempre per tutti i ministri, voi che da deputati e ministri
appartenevate all’antica e alla presente maggioranza, venite qui a
buttare un marchio d’ignominia su quell’isola? E dopo ciò credete voi,
signori ministri, di non avere scalzato il Governo più di quello che
l’onorevole D’Ondes-Reggio, come voi fate spargere voce, non fece? (Movimenti)
Rappresentando voi il Governo italiano all’estero, credete avergli dato
forza annunziando che una parte d’Italia si trova in condizioni
deplorabili e di barbarie? Vi è stata in voi carità cittadina? Foste,
credetemi, acciecati davvero quando pronunziaste simili parole!
Vede bene l’onorevole Peruzzi che io non tratto una questione di
fatti parziali, tratto una questione di principii. Che se in Sicilia vi
ha dello scontento, non vi ha detto l’onorevole ministro Peruzzi,
facendo plauso a talune interpellanze, che in Sicilia bisognava
riparare con provvedimenti amministrativi, della cui necessità ed
urgenza egli era pienamente convinto? Ha egli dati questi provvedimenti
il Ministero? Ha egli mai dato sfogo alle lagnanze di quell’isola, non
perché Sicilia, ma come dell’ultima parte dell’Italia?
Sono davvero dolente che l’inchiesta parlamentare proposta
dall’onorevole D’Ondes-Reggio non possa aver luogo dopo i fatti
accertati dal ministro, perché l’inchiesta avrebbe fatto riconoscere lo
sgoverno che esercitate. Avreste trovato che funzionari spediti da voi,
da voi accarezzati, hanno comandato pubblicamente ai loro dipendenti di
andare a schiaffeggiare nelle pubbliche strade pacifici cittadini.... (Rumori a destra), ed
avere l’arroganza di confessarlo davanti ad un tribunale, come potete
verificare quando vi piaccia di fare in proposito un’inchiesta, Per ora
ne garantisco l’esattezza. E credete voi con funzionari di questo genere, con funzionari
conosciuti pubblicamente come calunniatori, di aver acquistato credito
al Governo, diritto alla stima della Sicilia?
In una identica circostanza sapete che cosa diceva il deputato Pisanelli, oggi ministro?
«Chi guarda al Napoletano vi osserva un malcontento diffuso: i più ne sono attristati, pochi ne gioiscono. «Io credo, o signori, che se un uomo di Stato s’inchinasse verso le
popolazioni napoletane, come un me' dico sul letto dell’infermo per
esplorarne i dolori, egli udirebbe queste voci: noi ci sentiamo feriti,
noi ci sentiamo umiliati. «Il principale errore del Governo è stato quello di non farsi
intendere da quelle popolazioni. La sua voce non è stata né chiara, né
aperta, ed anco oggi s’ignora colà cosa vogliasi dal Governo.»
Vorrà l'onorevole Pisanelli ministro disconoscere in noi gli stessi sentimenti sentiti dai suoi concittadini? Noi credo. E potete voi disconvenire che le popolazioni siciliane dal modo con
che vennero trattate non dicano ancor esse: noi ci sentiamo feriti, noi
ci sentiamo umiliati?
Io credo che la Camera farà giustizia. Fedele alla mia promessa non
sono disceso a particolarità, sto nella sfera dei principii. Un fatto
illegale sussiste; il Ministero applicò alla Sicilia leggi eccezionali
senza autorizzazione preventiva del potere legislativo. Riaperta la
Camera non venne a domandare la sanzione de’ suoi atti: a termini dello
Statuto, esso ha violato la legge. È questione di principii. Esclusa la convenienza politica rimane il fatto legale. Le
dichiarazioni di un presidente del Consiglio che non può essere
sospetto come uomo che voglia scalzare il potere, vi condannano. Voi siete venuti qui in agosto a domandare delle leggi per la leva;
perché non parlaste con franchezza? Voi, lo ripeto sempre, apertosi il
Parlamento, non siete venuti a discolparvi su ciò che avete fatto, il
torto è per voi e vi censuro. L’onorevole ministro della guerra (mi si
permetta) con una stizza proveniente forse dalla sofferta malattia (Ohi ohi!)
(vedono che non parlo in senso cattivo), il ministro è venuto, per
insinuare sentimenti sfavorevoli, a parlare di 26, 000 renitenti, cifra
erronea del tutto, cifra che comprende i morti, i nomi sbagliati, le
donne, senza avvedersi che dalle operazioni militari eseguite saremmo
ben lungi di riposare tranquilli, perché rientrati da 5 ad 8 mila
renitenti nell’esercito, rimarrebbe ancora latitante la vistosa cifra
di 18, 000 renitenti. Signori, la condotta del
Ministero deve essere giudicata sulle misure prese, e che si propone
di prendere quando che gli piace (senza brigarsi del Parlamento) e su
qualunque luogo egli crede: questa condotta io la condanno, e perciò
propongo netto un voto di sfiducia al Ministero. (Bene! a sinistra)
PERUZZI, ministro per l'interno. Domando la parola. (Segni di attenzione)
PRESIDENTE. Ha la parola. PERUZZI, ministro per l’interno. Prima di tutto chiedo
permesso alla Camera, avanti di rispondere agli onorevoli oratori che
mi hanno preceduto, di rimediare per quanto posso alla omissione da me
commessa poco fa, per essermi assentato un istante, mentre l’onorevole
La Porta parlava; perlocché non ho potuto rispondere quando egli ha
asserito che un tale Chinisci stava per rientrare in Sicilia, e
qualcuno, che credo sia l’onorevole deputato Cordova, ha soggiunto: è
già rientrato; ed altri hanno anche detto che il Ministero stava per
dargli la decorazione dei Santi Maurizio e Lazzaro. Su questo proposito, o signori, mi si permetta di leggere alcune
corrispondenze che si sono scambiate intorno a quest’individuo. Poiché
ogni giorno siamo accusati di proteggere i borbonici e di perseguitare
i liberali, la Camera vedrà, or che me se ne porge il destro, quali
sieno i sentimenti del Ministero in proposito. Essendomi dal ministro degli affari esteri stata trasmessa nella
primavera scorsa (credo nel maggio o nel giugno) una domanda presentata
dal signor Giorgio Chinisci e da un tale signor Gaetano Sgarlata (Una voce a sinistra:
Ahi!) che dimoravano in Malta fin dal 1860, diretta ad ottenere il
rimpatrio in Sicilia, il Ministero, come era suo dovere, scrisse al
prefetto per avere informazioni; ed il prefetto rispose, com’era
naturalissimo, che essendo questi due stati celebri fautori e
cooperatori di Maniscalco e degli altri poliziotti borbonici, ed avendo
preso parte anche a dei fatti molto gravi, credo nel convento della
Gancia, non era conveniente farli rientrare. Non istarò a leggere l’informazione che sarebbe lunga ed inutile
affatto, come non leggerò la risposta naturalmente negativa che fu
fatta al ministro degli esteri. Al prefetto di Palermo fu scritto in questi sensi il 5 di agosto:
«Ringraziando la S. V. dei ragguagli procuratigli colle note 24 e 25
percorso mese di luglio, n° 2517 e 2552, in ordine ai nominati Giorgio
Chinisci e Gaetano Sgarlata, il sottoscritto lo prega di provvedere
d’accordo col signor procuratore generale del Re perché sia iniziato un
procedimento contro detti individui per gli abusi di potere e le
infamie da loro commesse, reati i questi dei quali certamente non
riescirà malagevole alla S. V. di raccogliere le prove.»
Nel 31 ottobre il signor generale Serpi scriveva: «Corre voce che il
Governo intenda permettere il rimpatrio dell’ex-capitano d’arme
Chinisci. Costui è troppo conosciuto per le sevizie usate sotto il
caduto Governo; simile diceria ha allarmato i buoni cittadini
affezionati all’attuale ordine di cose Se ciò fosse sarebbe forse
opportuno nell’interesse della pubblica sicurezza, che il Governo
sopprassedesse da quel provvedimento.»
Al che fu risposto addì 8 novembre:
i In riscontro al foglio del 31 precorso mese di ottobre, n°
355, divisione 3% protocollo del segretariato, il sottoscritto si fa
pregio di assicurare la S. A7, essere destituita affatto di fondamento
la notizia che il Governo dal Re intenda di permettere il rimpatrio
dell’ex-capitano d’arme Giorgio Chinisci.» Queste voci che si fanno
spargere dagli oppositori per poi trarne arma per attaccare il Governo
sono frequentissime disgraziatamente in ispecie nelle provincie
meridionali; dove, come ho detto altra volta, il popolo è assai più
inchinevole a credere, più impressionabile di quello che lo sia in
altre provincie... (Mormorio a sinistra)
L’impressionabilità non si vorrà porre in dubbio. (Ilarità)
Quasi contemporaneamente nel 20 d’ottobre il prefetto di Palermo rispondeva alla nota del 5 agosto, e; diceva:
«In esito alla riverita ministeriale del 5 agosto, numero 5576,
colla quale l’E. V. interessava questa prefettura di raccogliere degli
elementi atti ad iniziare procedimento penale contro gl’individui al
margine segnati, che sono Gaetano Sgarlata e Chinisci Giorgio,
residenti in Malta, il sottoscritto, insieme al signor procuratore del
Re nulla omise per la ricerca dei voluti elementi, e dalle praticate
indagini risultarono vere le infamie ai medesimi addebitate, e vennero
sotto ogni rapporto qualificati tristi, specialmente nel periodo dei
primordi della rivoluzione, e precisamente nel movimento del 4 aprile
1860; che eglino nella loro qualità; di seguaci del ferocissimo
Maniscalco fra i primi penei trarono nel convento della Gancia appena
l’artiglieria aveva fatta una breccia, e colà vi rubarono quanto di più
ricco e sacro capitava loro nelle mani. «Però, abbenché tali cose siano note all’universale, pure riuscì
impossibile tanto al signor procuratore presso la Corte d’appello,
quanto al sottoscritto di avere delle prove da poter produrre in
giudizio, giacché alcuno non intende firmare delle dichiarazioni in
proposito, e tutti credono che l’autorità possa o debba avere
sufficienti elementi per apprendere e provare queste verità. «Il predetto signor procuratore del Re in ultimo fa osservare che è
da por mente anche al generale decreto d’amnistia del 17 ottobre 1860
(decreto che non è stato firmato dai ministri attuali, dai moderati che
fanno tanto male alla Sicilia); il quale metterebbe degli inciampi e
renderebbe più difficile un procedimento formale e più dubbio il
successo del medesimo. «Premesse tali considerazioni il sottoscritto non fa che sottomettere il tutto all’alta intelligenza della E. V.,» ecc. A questo fu risposto nel 5 novembre:
«Dalla nota della Signoria vostra del 20 precorso mese di ottobre,
numero 3928, il Ministero ha rilevato con rincrescimento che non si
fece ancora un regolare processo contro i nominati Gaetano Sgarlata e
Giorgio Chinisei, per non essersi potuto rinvenire chi firmasse
dichiarazioni a loro carico, quantunque gli abusi di potere, le infamie
da loro commesse siano note all’universale. Allo stato delle cose
sembra quanto meno che convenga tenerli lontano di costà, ed il mezzo
che allo avviso dello scrivente torna più acconcio per raggiungere lo
scopo sarebbe quello che dall’autorità giudiziaria sì rilasciasse
contro dei medesimi regolare mandato di cattura. Favorisca pertanto la
S. V. di tener proposito della cosa a cotesto signor procuratore del
Re, riferendo poscia sulla determinazione che il medesimo sarà per
suggerire in proposito.»
La Camera vede che il Ministero non è molto tenero per questi
signori, che lo spargere la voce che il Ministero intenda farli
ritornare o che li abbia già fatti ritornare, o che li voglia far
cavalieri (Ilarità) è uno di quegli atti che posso con fiducia abbandonare al giudizio della Camera e del paese. Solamente osserverò a questo proposito, prima di entrare
nell’argomento per il quale ho preso la parola, che questi signori
Chinisci e Sgarlata oggi stanno lontani dal paese, senzaché in fondo il
Governo abbia facoltà fondate sulla legge per impedire il loro ritorno.
È una misura di pubblica sicurezza che noi prendiamo sopra la nostra
risponsabilità, e che l’opinione pubblica del paese approva; ma è
indubitato che per difetto dei documenti che esistevano negli archivi,
dei quali molti sono stati bruciati, e per difetto di volontà in quelli
chiamati a firmare le dichiarazioni e prestarsi alle ricerche
dell’autorità, il procedimento giudiziario troverà moltissime
difficoltà. Ora, signori, permettete che innanzi di addentrarmi nella
discussione, la quale ha prodotto così penose impressioni, sia per le
cose dette dall’onorevole D’Ondes e per la forma che ha creduto
prescegliere per esporre i suoi pensieri, sia pei fatti che si sono
dovuti rivelare ad esplicazione e giustificazione delle gravi misure
delle quali il Governo ha assunto la risponsabilità, soffrite, o
signori, che ci confortiamo un momento rivolgendo uno sguardo sulla
rivoluzione siciliana del 1848. (Movimenti)
Non si spaventino, verrò presto ai tempi attuali; ma io non posso a
meno di rammentare come con esempio singolarissimo il popolo siciliano
intimasse ai suoi oppressori di sgombrare dall’isola per il giorno 12
gennaio, e come nel giorno 12 gennaio quel popolo glorioso si levasse
come un sol uomo, e si liberasse da un’oppressione che fra le dure era
certamente durissima. Ebbene, o signori, quel movimento del popolo
palermitano, seguito da tutto il popolo della Sicilia, non fu sterile
per l’Italia: imperocché mentre le varie popolazioni delle diverse
parti della Penisola da oltre 18 mesi si travagliavano per istrappare
l’una dopo le altre ai loro governanti delle riforme e delle
istituzioni, ché altra guarentigia non avevano se non quella della
buona fede dei principi, della quale poi tutti, tranne uno, mostrarono
col fatto quanto fossero provvisti; d’allora in poi quella scintilla,
sórta ai piedi dell’Etna si propagò in un baleno per tutta l’Italia, ed
un mese dopo tutti gli Stati italiani erano costituzionali, due mesi
dopo tutti gli Stati d’Europa, tranne la Russia, erano costituzionali. E come mai, o signori, quella rivoluzione la quale nei suoi primordi
produsse così portentosi effetti, come mai quella rivoluzione la quale
fu guidata da uomini egregi, tanto sapienti nei consigli, quanto
perseveranti nell’operare per la libertà e per l’indipendenza, uomini
che noi ammiriamo adesso, e di cui abbiamo ammirato da vari anni la
virtù e nei Consigli della Corona, e nell’uno e nell’altro ramo del
Parlamento, e nelle più alte funzioni amministrative e giudiziarie;
come mai, o signori, questa rivoluzione così egregiamente guidata, così
valorosamente iniziata da quel popolo generoso, produsse poi così pochi
frutti e così miseramente fu tratta in rovina?
Signori, io l’ho udito molte volte dalla bocca di Siciliani, e l’ho
trovato in memorie scritte da Siciliani: le principali cagioni furono
la mancanza di soldati, la mancanza di sicurezza pubblica. Nè il
Governo dell’isola mancò a’ suoi doveri, imperocché per far soldati
egli chiamò dei generali italiani e stranieri veterani della libertà.
Egli fece dei decreti, fece delle leggi, fece degli eccitamenti.
Eppure, signori, ciò malgrado non fu possibile riunire un esercito, ed
i patrioti siciliani lo hanno vivamente deplorato. «All’alba del dì 7 maggio (dice La Farina) bande di popolani armati,
senz’ordine, senza capi, e solo sostenute dal battaglione francese e da
un mezzo squadrone di cavalleria, ricostituitosi con alcuni soldati
ritornati spontanei alle bandiere, al grido di guerra assalivano
vigorosamente gli avamposti napoletani. Non v’era chi provvedesse ai
viveri, alle munizioni, alle ambulanze; era guida il proprio ardire,
sprone l’odio de’ Borboni, speranza, non la vittoria, ma l’onore.»
E a proposito della pubblica sicurezza io non mi attenterò, signori,
di fare un quadro che disgraziatamente non potrebbe avere maggior
verità di quello che abbia quello fatto in questa Camera dagli
onorevoli deputati, i quali furono valorosi attori in quel dramma
nazionale. L’onorevole deputato Crispi nel 1862, quando si discuteva la legge sugli amnistiati di Sicilia, diceva:
«Signori, la rivoluzione del 1848 ebbe a perdersi in Sicilia in
conseguenza delle nefande opere dei galeotti che vi turbavano l’ordine
pubblico. Prima chele truppe borboniche rientrassero in Palermo, i
proprietari dell’isola erano talmente stanchi dei furti e degli
assassini che quotidianamente si commettevano, che essi avrebbero
accettato qualunque Governo avesse loro dato sicurezza e libertà.»
E l’onorevole Bertolami nell’11 giugno 1863 diceva:
«Io domando all’onorevole D’Ondes-Reggio se queste condizioni gravi
della pubblica sicurezza non erano in Sicilia eguali quando c’era un
Governo esclusivamente siciliano?
«In quel tempo in cui la Sicilia era in mano degli uomini della
rivoluzione (parlo del 1848 e 1849, quando l’onorevole deputato
D’Ondes-Reggio era nel Governo siciliano), ebbene allora non mancava.
pure la pubblica sicurezza? Allora la sicurezza pubblica della Sicilia
non era forse in condizione non solo lagrimevole, ma lagrimevolissima?
«La sicurezza pubblica fu ravvolta in tali e tanti orrori nel 1848 e
1849 che pur troppo corrosero una rivoluzione la quale era
potentissima.»
Nel 12 giugno l’onorevole La Porta osservava:
«Il deputato Bertolami ieri con molto senno ci annunziava che il
difetto, anzi la condizione d’orrore in cui fu nel 1848 la pubblica
sicurezza in Sicilia corrose quella rivoluzione. Nessuno più di me
conviene della verità di questo fatto storico, ma non fu il solo
motivo, ecc. Certo è che il difetto di pubblica sicurezza, screditando
la rivoluzione in faccia ai proprietari, contribuì a perdere quella
insurrezione. Ebbene, signori, gli orrori della pubblica sicurezza in
Sicilia sono tali fatti che possono compromettere in quell’isola e
corrodere le istituzioni politiche attuali.»
Ed il deputato D’Ondes-Reggio, consentendo pure nell’asserto dell’onorevole Bertolami, rispondeva:
«Ma quale era in Sicilia nel 1848 e 1849 la forza che aveva quel
ministro della pubblica sicurezza? Ve lo dico io. Aveva una forza
raccolta tra i più facinorosi del paese per tenere in freno la
moltitudine dei meno facinorosi!»
Che cosa avrebbe detto l’onorevole D’Ondes-Reggio se dei più
facinorosi si fosse valso la polizia di questi Neroni, di questi Verri,
i quali secondo lui hanno tanto martirizzato quel popolo generoso?
Avevano ben ragione questi nostri colleghi quando asserivano essere
la mancanza della pubblica sicurezza il più gran male fra quanti
corrosero la gloriosa rivoluzione del 1848, fra quanti isterilirono lo
slancio di quel popolo e le generose sue azioni a prò della libertà. Ed il Governo acconsentiva in quella sentenza che aveva udito
pronunziare con molta ragione, che come allora la mancanza di pubblica
sicurezza aveva corrosa quella rivoluzione, così oggi avrebbe potuto
essere fatale alla novella costituzione della patria italiana. Il
Governo vide come non vi fosse da indietreggiare dinanzi a questa
necessità, ed assunse intera la responsabilità di far sì che le leggi
votate dal Parlamento avessero la loro piena esecuzione e portassero
quegli efficaci frutti che il Parlamento voleva assolutamente ri
trarne. Qual maraviglia, o signori, che le condizioni della Sicilia fossero
tali quali erano da questi competentissimi testimoni narrate in questa
e nell’altra aula del Parlamento? Ah! signori, non occorre venir qui ad
interpretare in un senso sfavorevole, in un senso lontanissimo dalle
intenzioni di chi le pronunciava, le parole eolie quali erano narrati
fatti dal mio onorevole collega il ministro della guerra e
dall’onorevole generale Govone; non occorre, o signori, dar loro una
interpretazione, io lo ripeto altamente, lontana dalle intenzioni di
questi nostri onorevoli colleghi. No, o signori, non è stato uno stigmata che si è impresso sulla
Sicilia; è stato un nuovo stigmata che si è impresso sul non mai
abbastanza stigmatizzato Governo borbonico, il quale fra tutti i
reggimenti nei tempi nostri inventati da chi voleva imbrigliare il
carro del progresso e della civiltà, era certamente il peggiore. (Benissimo!)
Sì, o signori, quale è stato il Governo, il quale, quando si vide
minacciato, cominciasse dall’aprire le porte delle prigioni, e cominciò
a poco alla volta a somministrare delle dosi giornaliere di galeotti
alle popolazioni delle città e delle campagne dell’isola che
sgovernava? Quale fu il Governo, il quale, non essendogli riuscito un
simile espediente, il giorno in cui fu costretto ad abbandonare il
paese, aprisse le prigioni e scatenasse sopra il paese tutto quello che
vi ha di più nefando al mondo? Quale fu il Governo il quale mentre
imperava a Napoli e non più imperava in Sicilia, aprisse le porte delle
prigioni napoletane ai condannati siciliani per iscatenarli sull’isola
e compromettervi la pubblica sicurezza? Qual fu il Governo il quale
abbia operato quello che il principe di Satriano operava nella
cittadella di Messina, dove egli andava raggranellando dei malfattori
dalle varie partì dell’isola, e confortandoli a delinquere li inviava
nelle varie provincie per rendere incomportabile, come ben diceva
l’onorevole Crispi nell’anno scorso, per rendere incomportabile ai
proprietari un reggimento il quale non era capace di tutelare la loro
proprietà, la loro vita, il loro onore? Qual è il Governo in fine il
quale dopo 12 anni vedendo ripetersi una gloriosa rivoluzione ed
essendo di bel nuovo costretto ad abbandonare l’isola, di bel nuovo
apre le prigioni, e ne scatena tutti i malfattori sopra un’infelice
contrada? I malfattori erano stati fatti accorti dalla condotta che il
Governo borbonico aveva tenuto con essi. Mentre per alcuni dei più
famigerati fra questi malfattori esso dopo il 1849 era stato largo di
ricompense fino al punto di dare al paese, oltre ad altre umiliazioni,
quello di conferire loro impieghi assai importanti nei pubblici uffizi,
aveva ricacciato gli altri in prigione. Di ciò fatti accorti i
malfattori, che fecero? Temendo il popolo vittorioso li ricacciasse in
prigione, primo loro pensiero fu di bruciare gli archivi, e così
togliere il mezzo di perseguitarli regolarmente. Ed anche a questo riguardo parlava molto bene il deputato Crispi
intorno all’insufficienza del decreto di amnistia del 17 ottobre 1860. Nè ciò basta, signori: e perché presso le popolazioni siciliane si trova tanta difficoltà nel reclutare i coscritti?
Perché la Sicilia a differenza di quasi tutti i paesi civili, a
differenza delle altre provincie d’Italia, eccettuate quelle che erano
sotto un reggimento analogo a quello borbonico, cioè sotto il Papa, non
era mai stata abituata ad avere la coscrizione; e perché il Governo
borbonico non voleva la coscrizione in Sicilia?
Non già per un rispetto alle antiche franchigie che avea in tante
altre parti violate, ma bensì perché voleva trattarla come i dominatori
trattano i paesi conquistati, perché egli voleva estinguere qualunque
sentimento di vita pubblica da quegli animi generosi nei quali pur
alberga tanta copia di affetti per la patria. Ebbene, o signori, qual maraviglia oggi se dei popoli i quali erano
abituati a considerare i soldati come sgherri di un potere che li
colpiva e li martoriava costantemente, abbiano avuto tanta ripugnanza a
venire sotto le bandiere?
A ciò altre cagioni si aggiungevano che in breve io spero di
spiegarvi; ma è necessario, o signori, che innanzi di addentrarmi
nell’argomento, io ripeta qui un’avvertenza che ho fatto tutte le volte
che sono stato interpellato in questo Parlamento a proposito delle
condizioni della Sicilia; cioè ch’io vorrei che si prendesse
l’abitudine di parlare di provincie e non di antichi Stati; imperocché,
o signori, a che dobbiam noi sempre venire qui a parlare di Napoli, di
Toscana, di Sicilia?
Quando, o signori, si tratta di condizioni del paese che vogliamo
far cessare, ovvero modificare, bisogna, secondo me, parlar sempre
delle provincie dove le condizioni cui vogliamo rimediare o lamentare
si verificano. La Camera spero mi renderà questa giustizia, che io a tutti i
discorsi che ho dovuto fare. a proposito delle interpellanze sulla
Sicilia ho sempre premesso che per me vi sono tre provincie in Sicilia,
cioè tutta la parte orientale di quell’isola, le provincie di Messina,
di Catania, di Noto, le quali sono in condizioni molto diverse dalle
provincie occidentali. Secondo me, esse (e anche un poco Caltanissetta) sono in condizioni
molto diverse dalle provincie occidentali di Palermo, Girgenti e
Trapani; e quindi, o signori, io debbo dire che mentre anche in esse vi
sono stati dei renitenti e dei malfattori, ed è stato giudicato
conveniente di applicare, in modo più mite e meno esteso, le misure che
sono state riputate necessarie per eseguire il reclutamento
dell’esercito e il ripristinamento della quiete e della sicurezza
pubblica, non possono tuttavia loro applicarsi gran parte di quelle
osservazioni che sono state fatte qui e che mi avverrà di fare nel
seguito del mio discorso. Ora, o signori, quali erano le condizioni della sicurezza pubblica
nella Sicilia? Anche a questo proposito mi permetterò di adoperare le
parole degli onorevoli interpellanti siciliani, i quali certamente
meglio di me erano in grado di conoscerne le condizioni. L’onorevole La Porta nel 17 aprile 1863 faceva il seguente quadro delle condizioni della sicurezza pubblica:
«La sicurezza pubblica in Sicilia è ridotta ad una amara delusione;
migliaia di renitenti alla leva, migliaia di evasi dalle prigioni
percorrono la campagna, e già alcune bande si sono organizzate,
specialmente nelle provincie di Palermo, Siracusa e Girgenti, bande che
spargono il terrore nei proprietari e che rubano ed assassinano ad ogni
momento. «Nella provincia di Girgenti i proprietari stanno rinchiusi in casa,
nemmeno si attentano di uscire dalla città; è raro che uno dei grandi
proprietari di quel circondario non abbia già ricevuto i bigliettini di
scrocco, e non tema di uscire dalla casa propria per paura di incorrere
nella vendetta di coloro che hanno richiesto una somma di danaro e che
essi non si trovarono in grado di pagare; chi fu tassato per 100, chi
per 200 migliaia di lire.»
E presentava inoltre uno indirizzo dei proprietari che minacciavano
di abbandonare case, miniere, eco., perché inabitabile era ridotta la
Sicilia, dicendo tra le altre cose: « né tampoco le autorità politiche
e giudiziarie (queste sono parole dello indirizzo presentato dallo
onorevole La Porta), né tampoco le autorità politiche e giudiziarie
possono conoscere i malfattori, giacché, prevalendo in tutti i
cittadini la certezza dell’impunità, si contentano tacere anziché fare
una inutile denunzia, che non riuscirebbe ad altro scopo che ad aizzare
maggiormente lo spirito di vendetta dei ladri.»
«Nel solo circondario di Girgenti il numero dei renitenti alla leva
ascende a 100 per la leva del 1842, oltre poi quelli del 1840 e 1841 ed
oltre 900 altri e gli evasi dalle prigioni.»
«L’onorevole Crispi, a proposito di queste società di ladri che si andavano formando, diceva:
«In alcune città gli uomini che erano usciti dalle galere si sono
organizzati in società segrete, non solo nello scopo di commetter
francamente i reati, ma di assicurarne l’impunità. Quindi quando un
reato di sangue o contro la proprietà avviene in Sicilia, coloro i
quali sono associati ai colpevoli si impongono talmente sui testimoni e
sui giudici, che è quasi impossibile trovare le prove del reato
commesso. Ora, colla legge che il Ministero ha proposto e la
Commissione ha accettato, questo non avverrà più.»
Ciò egli diceva a proposito della legge degli amnistiati. L’onorevole senatore Scovazzo, nel 29 luglio decorso, parlando in
Senato a proposito della legge di pubblica sicurezza che era stata
iniziata in quell'Assemblea, e che egli trovava insufficiente, diceva:
(Come tutti sanno, il distinto senatore Scovazzo è nativo delle provincie siciliane). «Un popolo guasto da lungo servaggio, un popolo il quale era
nell’abitudine di detestare e spregiare nel suo segreto il Governo, ma
a temerlo e a tremarne, naturalmente procede sotto l’impunità di reato
in reato. Quindi lo stato del paese dimostra l’assenza assoluta della
sicurezza pubblica, o, dirò più propriamente, la assenza degli elementi
di consorzio civile. Non è sicuramente in Sicilia lo stesso
brigantaggio in grande scala che desola le provincie napoletane, ma vi
è un malandrinaggio che è una specie di guerra. Ciò che dissi delle
misere condizioni dell’isola non era al certo per denigrare il popolo
siciliano che io rispetto: ma sappiamo tutti che mille malfattori
impongono soventi a cento mila onesti; si parla di quelli e non del
popolo siciliano. Non ho dunque esagerato le cose, nò calunniato un
popolo, che onoro, degno dei più alti destini, che vi domanda ordine,
sicurezza e pace.»
L’onorevole deputato La Porta vi ha letto un discorso del prefetto
di Girgenti al Consiglio provinciale ove questi constata i
miglioramenti della pubblica sicurezza in quelle provincie dovuti in
parte all’azione delle truppe, in parte al risvegliarsi dello spirito
pubblico e dell’ordinamento di alcune milizie nazionali mobilizzate che
io stesso aveva avuto l’onore di segnalare alla Camera in occasione
delle interpellanze dell’onorevole D’Ondes delli 11 e 12 giugno
decorso. Ed il signor prefetto di Girgenti bene a ragione, secondo me,
teneva quel discorso dinanzi al Consiglio provinciale: imperocché,
mentre era debito suo di rivelare al Governo tutte quante le piaghe,
anche latenti, onde la sua provincia era afflitta (e non mancò al
debito suo), era altresì suo dovere di approfittare della calma che,
grazie alle misure adottate, era rinata nella provincia, malgrado
questi elementi di disordine che tuttavia vi rimanevano (e che
rimanevano inerti appunto per effetto di queste misure), era, dico, suo
dovere di approfittare di quella calma per rinfrancare gli animi e
rialzare vieppiù lo spirito pubblico che sarà sempre il migliore
ausiliario del Governo per mantenere la pubblica sicurezza. Ma quel
signor prefetto, nel mentre che teneva quel linguaggio al Consiglio
provinciale ed agiva, secondo me, da savio rappresentante del Governo e
da buon magistrato, non ometteva d’invocare quei provvedimenti che,
secondo lui, sono stati sempre i soli atti a restaurare la pubblica
sicurezza ed assicurarne il mantenimento per l’avvenire. E difatti il generale Govone ed il ministro della guerra mi hanno
sempre asserito come abbiano in quel funzionario trovato specialissimo
aiuto ed un concorso. efficace alla buona riuscita delle operazioni
militari. Questo è tanto vero, che il prefetto di Girgenti, pochi giorni fa, a
proposito delle informazioni che io gli domandava sui provvedimenti da
proporre al Parlamento per la sicurezza pubblica, dopo lo spirare
dell’anno corrente in cui cessa la legge 15 agosto, mi scriveva:
«L’articolo 5 della legge 15 agosto ha prodotto buonissimi effetti:
bisogna prorogarne la durata. Coloro pei quali il voto della Giunta è
stato affermativo, sono tali che non si emenderanno giammai. E per essi
è conveniente lo esperimentare se due o tre anni di domicilio coatto e
di allontanamento dall’isola fossero per riuscire efficaci.»
Ed a provare che nella provincia di Girgenti, se per l’effetto delle
misure opportunamente ricordate dall’onorevole La Porta, le condizioni
della pubblica sicurezza erano migliorate, non erano però tolti quegli
elementi che da un momento all’altro potevano comprometterla, e
soltanto per questa paura si tenevano tranquille, citerò un estratto
dei risultamenti delle operazioni nelle provincie di Caltanisetta e
Girgenti che sono limitrofe. «Renitenti e disertori ritrovati 1784.» Questo dopo l’epoca citata dall’onorevole La Porta. «Renitenti e disertori da ritrovarsi ancora 332. «Renitenti e disertori irreperibili 1487. «Malfattori arrestati 304.»
E qual meraviglia, o signori, se nello stato di cose sopra
ricordato, di fronte ad una condizione così anormale, nella quale, come
confessava l’onorevole La Porta, un’associazione di malandrini, pochi,
ma audaci, ne imponeva ai magistrati, ne imponeva ai testimoni, alla
guardia nazionale, a tutti i cittadini; qual maraviglia, dico, se in
questa condizione di cose vi fossero e dei testimoni, e qualche
magistrato, e qualche funzionario specialmente d’ordine inferiore, e
qualche guardia nazionale, che non facessero il loro dovere? Ecché,
siamo noi così nuovi, o signori, allo studio della vita dei popoli da
aver bisogno di consentire con coloro i quali affermano che ciò dicendo
noi insultiamo alle popolazioni siciliane?
Io domando, o signori, lo (domando a quanti qui siedono delle altre
provincie, che ora sto per nominare, se essi si credettero insultati di
quello che fu detto in quest’aula stessa e che ora io ripeterò. Io domando agli onorevoli deputati delle Romagne se essi si
credettero insultati quando fu presentata al Ministero una petizione di
due o tre mila cittadini i quali, lamentando la completa mancanza di
sicurezza pubblica nelle loro città, l’impossibilità di trovar
testimoni che deponessero, chiedevano misure eccezionali, stato
d’assedio. Io domando, o signori, se in Sicilia sia mai accaduto quello che
accadde in Bologna d’una diligenza aggredita nel bel mezzo di una città
di 80, 000 abitanti. Là, o signori, noi abbiamo veduto, in una Banca,
in pien mezzogiorno, rubati non so quante migliaia di scudi. LUZI. Dodici mila. PERUZZI, ministro per l'interno. Noi abbiamo veduto in
una pubblica fiera frequentatissima ripetersi lo stesso fatto; noi
l’abbiamo veduto a Ferrara, noi abbiamo veduto nelle Romagne, piene di
soldati austriaci nel 1849, con una polizia sospettosa, con i
centurioni al servizio del papa, noi abbiamo veduto per cinque anni le
bande del Passatore e di altri famosissimi malandrini essere quasi
padrone del paese. Ricordo solo il teatro di Forlimpopoli dove il Passatore ebbe il
coraggio di andare sulle scene invece degli attori per chiedere denaro.
Voce. Era protetto dai Tedeschi. PERUZZI, ministro per l'interno. Non era protetto dai
Tedeschi l'Altini, il quale ha tenuto in iscacco le forze del Governo,
ha potuto andare nei caffè senza che alcuno osasse arrestarlo. Nè, con questo, o signori, credo insultare quelle brave popolazioni:
le quali, il giorno in cui il Governo ha ispirato ad esse fiducia
nell'efficacia delle sue disposizioni maggiore che la paura delle
minaccie dei malandrini, in quel giorno le popolazioni, come aveva già
l’onore di dire altra volta, rispondendo all’onorevole Mordini, si
riscossero ed aiutarono egregiamente l’azione governativa. Ed a Bologna, a Livorno, ed in molti altri luoghi vi sono stati dei
momenti nei quali non si son trovati testimoni ed i magistrati hanno
dovuto rilasciare grandi e notori colpevoli, solo perché questi avevano
incussa tale paura alla popolazione che non si trovava chi deponesse
contro di loro. Ebbene, o signori, queste provincie non si sono mai trovate nella
condizione nella quale si trova la Sicilia; non vi sono mai stati
sovrapposti, dirò così, gli uni sugli altri degli strati di malandrini,
rilasciati da un Governo infame che lanciava la freccia del Parto. Non è quindi meraviglia, o signori, se le autorità municipali
trascurarono le operazioni a loro commesse dalla legge sulla leva, e se
fu mestieri all’onorevole generale Govone di assumere perciò la
responsabilità d’ordinare misure indispensabili per far sì che
facessero il debito loro quelli i quali, per una paura pur troppo
giustificata dallo stato delle cose, non lo adempivano. Nè questo, o signori, è il solo motivo, come avvertiva da principio,
della reiattanza dei giovani a portarsi sotto le bandiere, e della
mancanza di buon volere in alcuni cittadini a coadiuvare l’opera
governativa; imperocché vi hanno anche partiti avversi alle nostre
istituzioni ed all’unità della patria, i quali pur troppo fomentati dai
nostri nemici di fuori soffiano nel male e lo fanno più grave. Fra le
molte citazioni che potrei fare scelgo una lettera che mi è stata
scritta da un rispettabile parroco d’una popolosa borgata di Sicilia,
il quale si è così egregiamente adoperato per assicurare la
presentazione dei renitenti da meritare belle lettere di ringraziamento
e dal prefetto della provincia e dal comandante militare. Questi mi
scriveva son pochi giorni:
«Eccellentìssimo, «Un numero esorbitante di renitenti alle tre leve offrivan gli statini per questo mio paese. «Io non poteva persuadermi da dove avesse potuto avere origine simile attrasso, ma
dacché l’ottimo prefetto mi raccomandava di cooperare collo
zelantissimo generale per la spontanea presentazione, venni a conoscere
essere stata la fucina della dissuasione questo convento di frati. Essi
ivano nella confusione suggerendo alle madri degli iscritti che erano
scomunicati tanto i figli che si arruolavano alla nostra bandiera
italiana, quanto i parenti che li mandavano. Davano loro ad intendere
come il ritorno dell’ex-re di Napoli in Sicilia fosse vicinissimo, e
quindi muovevano gli interessati ad imprecare al Governo, al Sovrano,
al Parlamento, ai funzionari. Dio mi illuminava a scrutinarne
l’origine, e dappoiché fui consapevole degli intrighi, mi posi a
persuadere le madri, e fino a quest’oggi singolari sono stati gli
effetti.»
«Eccellentìssimo, «Ecco compiuta pel Governo la mia cooperazione per le leve già
fatte. Non cesserò per l’appresso di dimostrare al Governo che anche
nel mio petto batte tuttora un cuore italiano. Però mi giova pregarla
che questi frati si limitino nei cancelli dei proprii doveri. Ringrazio
frattanto il Governo per le energiche misure oggi adottate, per
l’esilio del padre X, capo distributore d’ordini, e borbonico
smascherato. «Però prego l’E. V. perché voglia simile fatto adoperare per gli
altri due frati A. e B., e chiudere se è possibile il convento. Tutti e
tre questi frati promossero dalla sacra Penitenzieria in Roma una
disposizione a me diretta, nella quale, tra tanti articoli, erano da
notarsi:
«1° Di non prestare al Governo intruso d’Italia i libri parrocchiali per la formazione delle lisce di leva e guardia nazionale;
2° Di non nominare il nome dell’augustissimo nostro Sovrano;
«3° D’impedire che s’illuminassero i palazzi occorrendo feste reali. «Io risposi al cardinale, che ove non ritrovava urto colla fede, non era per obbedire alle inviatemi disposizioni.»
PERUZZI, ministro per l’interno. «I tre cappuccini si
ebbero a questo fine le sacramentali confessioni, ed io ritrovo delle
infinite lagnanze in confessione di parenti degli iscritti, i quali
attestano che per questi malumori non avevano presentati i rispettivi
figli. «Spero che l’E. V. vorrà allontanare da questo convento gli altri
due cappuccini e ordinarne la soppressione e la chiusura, perché è un
convento niente proficuo al paese, anzi nocivo alle anime ed al
Governo. «L’E. V. conosce l’influenza che può un parroco esercitare in un
popolo di quasi 20 mila individui e conosce gli andamenti, gli umori,
le tendenze. Ora è ottimo lo spirito pubblico di questo paese, ma
questa razza ignorante fratesca pesca sempre nel torbido.» (Si ride)
Il Governo, come voi vedete, signori, non ha mancato di prendere
provvedimenti e non mancherà di procedere ulteriormente in questa via,
come non manca tutte le volte che gli sono rivelati fatti di questo
genere. Ma voi sapete quanto difficile sia l'ottenere con precisione
notizie in cose così delicate. Per altro voi non potrete disconoscere
come queste male arti debbano influire disgraziatamente sopra
popolazioni così impressionabili come sono le siciliane, e come la
falsa via nella quale l’istruzione religiosa è mossa da una parte di
quel clero non possa a meno d’influire sulle condizioni di quel paese e
sopratutto sullo spirito pubblico. Che volete, o signori? In quel paese noi vediamo i più strani
contrasti: così mentre liberi pensatori, uomini egregi e versatissimi
nelle più alte dottrine e nelle scienze più sublimi ci rivelano ogni
giorno coi loro scritti e coi loro discorsi e colle loro opere quanta
sapienza abbiano potuto imparare, quantunque in contrabbando dovessero
fin al 1848 far venire soventi nell’isola perfino i libri che parlavano
dì scienze astratte; noi vediamo tristissime superstizioni travolgere
lo spirito e falsare il sentimento religioso. Non hanno visto le nostre
truppe stesse, in un paese dove era portata processionalmente non so
quale Madonna, venuto durante la processione l’annunzio di una
catastrofe accaduta in una zolfara, perla quale vari individui di quel
paese erano morti, il popolo irrompere contro quella immagine della
Madonna e farla in pezzi, e fare poi una sottoscrizione per una nuova
da sostituire a quella che li aveva così male protetti? Non vi hanno
delle zolfare dove, dinanzi all’immagine del diavolo si tengono i lumi
accesi da una popolazione altamente religiosa, perché si crede che il
diavolo possa essere più efficace che i santi, dinanzi ai quali
inutilmente credesi siasi stato per un certo tempo tenuto da loro il
lume? (Ilarità)
Ebbene, o signori, sono questi insulti che si facciano alla Sicilia?
Queste sono rivelazioni le quali devono dispiacere a tutti quanti qui
siamo, quand’anche non si parlasse d’un popolo italiano; imperocché
qualunque popolo noi vedessimo posto in una condizione così poco
conforme a civiltà, dovrebbe richiamare la nostra sollecitudine: ed il
popolo siciliano, che è parte elettissima del popolo italiano, il quale
mostra con tanti uomini illustri di che sia capace quella natura, di
che siano capaci quelle intelligenze; il popolo siciliano ha diritto
che l’Italia lo liberi da queste superstizioni, e son certo che
l’Italia non fallirà al suo compito. (Bravo! Bene!)
Ed infatti, o signori, molte volte ci si è detto che noi dovevamo
occuparci non già di queste operazioni militari, non già di queste
misure per restaurare la pubblica sicurezza, ma che dovevamo occuparci
di provvedimenti diretti ad aumentare l’istruzione, migliorare la
condizione materiale e morale di quelle popolazioni. Ma, o signori,
anche questi miglioramenti come mai possono essi svolgersi e produrre
gli effetti che se ne sperano, se manca la condizione essenziale,
fondamentale di ogni vivere civile, la pubblica sicurezza? Se manca in
un paese la certezza che quel bambino che esce per andare alla scuola,
possa tornare la sera nelle braccia paterne? Se vi è sempre il rischio,
come pur troppo è accaduto, che esso sia ricattato da un malfattore, e
che la figlia, invece d’andare alla scuola, vada in un luogo dove perde
il suo onore e la sua virtù? Signori, non ostante ciò, il Governo non
ha trascurato anche questa bisogna importantissima. Darò lettura d’un quadro che l’onorevole mio collega il ministro della pubblica istruzione mi ha trasmesso:
ESISTENTIINSE-GNANTIFRE-QUENZA ALLE SCUOLESCUOLE SERALIASILI INFAN-TILI
MaschiliFemminiliMaestriMaestreMaschiliFemminiliNum.AllieviNum.Allievi
Aumento verificatosi nel 186213229437347823688134574640
Aumento verificatosi nel 186310671126804496374010733957818
Totale dei due aumenti238100130117797461081886852111458
Stato dell’istruzione nell’anno 186145311858211712872309631989140
Stato dell’istruzione nell’anno 18636912187122342084692042197841121498
Del resto io devo dire che, dacché è stato in
Sicilia nell’ultimo intervallo della Sessione, l’onorevole La Porta è
assai più giusto verso l’operato del Ministero di quello che il fosse
antecedentemente. L’onorevole deputato La Porta stesso nel discorso che ha tenuto in un meeting di Girgenti ai suoi elettori diceva:
«Sono contento delle condizioni nelle quali trovo la pubblica
istruzione in Girgenti; da parte mia non si è mancato d’impegno presso
il Governo centrale per tutti i provvedimenti richiesti ed ottenuti.
Colgo intanto la occasione di presentare distinti elogi all’egregio
ispettore dell’istruzione pubblica, signor Nocito, come non posso
tralasciare di elogiarvi la signora baronessa Mirabile e la signora
Pancamo, ispettrice delle scuole normali femminili, per l’impegno e lo
zelo da esse dimostrato a favore di questa istituzione, e per farla
trionfare contro i pregiudizi dell’ignoranza, contro il bigottismo e le
male arti di alcuni preti. Ed aggiungeva a proposito della guardia nazionale:
«La guardia nazionale mancava di fucili; ho trovato solleciti
provvedimenti presso il Ministero; la guardia è ora tutta bene armata,
e mi auguro che si distinguerà nella organizzazione e nel servizio
ordinario, come si è distinta per ardimento e per islancio nelle più
difficili contingenze.»
Locché dimostra all'onorevole La Porta ed ai suoi amici politici che
non è poi così vero che il Governo abbia paura del paese e di quelle
libere popolazioni;. imperocché, se avesse questa paura, non sarebbe
così largo nel dare le armi che sono state in addietro sempre dai
Governi paurosi rifiutate. Ed a proposito della guardia nazionale, io
dirò che pur troppo essa non è in Sicilia nella condizione nella quale
vorremmo che fosse; ma questo, o signori, è da addebitarsi in gran
parte al modo nel quale fu organizzata, modo vizioso sì, ma che secondo
me non è imputabile a chi reggeva la Sicilia in quei tempi nei quali
era necessario di far presto, più che di far bene. Ma è un fatto che le
basi dell’ordinamento della guardia nazionale siciliana sono diverse da
quelle delle guardie nazionali delle altre provincia del regno. E un fatto che molti miglioramenti vi si devono introdurre, ed a tal
uopo è stato inviato in Sicilia il generale Cerruti, ispettore generale
della guardia nazionale, il quale nell’eseguire la sua missione, ha
trovato quelle stesse difficoltà che si sono trovate per i ruoli dei
renitenti, e che si trovano per le testimonianze nei giudizi. Vedono pertanto, signori, quali e quanti sieno gli effetti
molteplici della condizione tristissima della pubblica sicurezza in
alcune provincia della Sicilia. A Catania, per esempio, è stata sciolta
la guardia nazionale per ricostituirla, e ciò ha riuscito egregiamente:
lo stesso devesi dire di altre parti dell’isola, le quali, come ho
detto in principio, sono in condizioni molto migliori che la
occidentale. Adesso io vorrei parlarvi della contestatami facoltà di applicare
nelle provincie siciliane la legge del 15 agosto 1863; ma se la Camera
me lo consente, prenderei pochi minuti di riposo. (Riposo per dieci minuti). PRESIDENTE. Prego gli onorevoli deputati di riprendere il loro posto. Debbo annunziare alla Camera che l’onorevole Bixio ha aggiunto quest’ultra considerazione al suo ordine del giorno:
«Considerando che la sicurezza pubblica, gravemente compromessa in
Sicilia tanto dai renitenti alla leva che dai malfattori, deve essere
energicamente tutelata, passa all’ordine del giorno. L’onorevole Bertani ha presentato quest’ordine del giorno:
«La Camera, istrutta dalla discussione intorno alle interpellanze
del deputato D’Ondes-Reggio, convinta che i gravi fatti accennati sono
gli inevitabili corollari del sistema di governo applicato all’Italia,
li condanna come perniciosi ai destini della patria, e passa all’ordine
del giorno.» (Ilarità)
Dirò infine che dieci deputati domandano l’appello nominale
sull’ordine del giorno, a cni sarà data la precedenza nella votazione
dopo la chiusura della presente votazione. Essi sono gli onorevoli Lazzaro,. Bertani, Cairoli, Pabrizi, Laurenti-Roubaudi, Tamaio, Catucci, Miceli, Cadolini, Dorucci. Il ministro dell’interno ha facoltà di parlare per continuare il suo discorso. PERUZZI, ministro per l'interno. Allorquando e
nell’aprile e nel giugno noi discutemmo intorno alle condizioni di
alcune delle provincie meridionali, non ci limitammo a constatare le
condizioni dell’una o dell’altra fra queste provincie; ché sarebbe
stato sterile ufficio e indegno di questo Parlamento; ma ognuno dal
canto suo, a seconda delle sue opinioni e degli intendimenti del
partito al quale apparteneva, aveva fin d’allora proposto dei rimedi
per questi mali che tutti unanimi in maggiore o minor proporzione
lamentavamo. Gli onorevoli deputati che siedono da questo lato della Camera (Accennando a sinistra)
naturalmente vi dicevano quello che oggi con una schiettezza, secondo
me, degna di lode, venne espresso nell’ordine del giorno proposto testé
dall’onorevole Bertani, vi dicevano: questi mali sono la conseguenza
del vostro sistema di governo. Voi favorite i borbonici e perseguitate
i veri liberali, voi mandate dei funzionari del continente e non vi
servite dei funzionari dell’isola. PATERNOSTRO. No! no!
PERUZZI, ministro per l'interno. Non è stato detto da quel lato della Camera? (Accennando a sinistra)
Non accuso d’averlo detto il deputato Paternostro, che mi interrompe, egli non sedeva allora da quel lato della Camera. PATERNOSTRO. Chiedo di parlare. PERUZZI, ministro per l'interno, Ho ricordato un fatto, né so perché l’onorevole Paternostro m’interrompa. PRESIDENTE. Prego il deputato Paternostro di non interrompere. paternostro. Vorrei dare una spiegazione. PRESIDENTE. La prego di non interrompere, la darà a suo tempo. PERUZZI, ministro per l'interno. Dunque ci si diceva
che troppo poco ci servivamo dei funzionari siciliani, e troppi
funzionari si mandavano dal continente. Si diceva che questi funzionari
erano ignari delle condizioni dell’isola; spesso, diceva l’onorevole
Crispi, sono perfino digiuni di qualsivoglia nozione di amministrazione
e di giurisprudenza. Altri invece proponevano delle misure speciali le
quali provvedessero alle condizioni della pubblica sicurezza nelle
provincie dove essa loro sembrava più compromessa, ed il Ministero
accennava fin dall’aprile come dopo aver maturamente studiate le
condizioni dell’isola, malgrado la sua ripugnanza ad allontanarsi
dall’applicazione dell’ordinaria legislazione, avesse dovuto
convincersi che speciali misure in quelle condizioni speciali fossero
necessarie. L’onorevole La Porta, quando dall’onorevole Greco venivano proposte
leggi eccezionali, si opponeva: ma aggiungeva: «a tale estremo è
arrivato il discredito dell’autorità, a tale è arrivato il potere, il
prevalente predominio dei malfattori, che l’offeso, il derubato, teme
più, rivelando, la vendetta del ladro, dell’uccisore, anziché confidi
nella pena che è inflitta dall’autorità che non è sufficiente a
tutelarlo.»
E l’onorevole D’Ondes-Reggio chiedeva l’allontanamento dei
malfattori dall’isola mediante sentenza pronunciata dai giudici di
mandamento, ai quali credeva dovessero essere affidate le funzioni di
ufficiali di polizia: misura combattuta dall’onorevole deputato La
Porta che voleva dare quest’ufficio ai sindaci. Finalmente quanto ai renitenti l’onorevole deputato La Porta diceva:
«quando abilmente le misure d’indulgenza si combinassero colle misure
di repressione noi vedremmo avvenire sopra più larga scala la
presentazione dei renitenti.»
Ora, o signori, che ha fatto il Ministero? Il Ministero ha fatto
quello che annunziava nella seduta del 17 aprile per bocca del ministro
dell’interno: il Ministero aveva osservato essere verissimo quello che
l’onorevole deputato La Porta avvertiva, cioè che l’offeso ed il
derubato temesse più, rivelando, la vendetta del ladro, dell’uccisore,
anziché confidare nelle pene da infliggersi dall’autorità insufficiente
a tutelarlo. Il Ministero aveva dovuto convincersi che ben diceva
l’onorevole Crispi quando lamentava la difficoltà, l’impossibilità di
perseguitare i rei, perché erano stati bruciati i processi che li
concernevano, e che, come avete veduto anche dalla informativa a
proposito del Chinisci, era difficile supplire a questa mancanza
appunto per la difficoltà di trovare ehi firmi le dichiarazioni, chi
aiuti le autorità nel fare altri uffici equipollenti. Il Ministero aveva osservato essere necessario per richiamare i
renitenti alla spontanea presentazione, essere necessario di combinare
un sistema di repressione con un sistema di clemenza, come era
saviamente richiesto dall’onorevole La Porta. E quanto ai renitenti, il Ministero aveva osservato che a questa
combinazione della giustizia con la grazia si opponevano le
legislazioni vigenti rispetto alla procedura, imperocché i renitenti
essendo subordinati alla giurisdizione ordinaria, ne avveniva che
quando erano arrestati, o volontariamente si costituivano, essi
rimanevano in carcere di custodia pendente la istruzione del processo,
la quale spesse volte durava tanto da sgomentare quelli che avrebbero
per avventura voluto presentarsi volontariamente, quand’anche alla
condanna venisse a susseguire la grazia sovrana. Allora fu avvertito
come per questo convenisse sostituire alla giurisdizione civile la
giurisdizione militare, la quale è più pronta: ed in un reato qual è
quello di così facile constatazione che quasi non ne fa mestieri, il
Ministero vedeva come facile sarebbe il procedere speditamente rispetto
ai renitenti, ed il far susseguire la grazia, a favore di quelli che
volontariamente si fossero costituiti, alla condanna ed all’arresto,
per modo che poco fosse il tempo che essi rimanessero non in carcere,
ma in caserma, in custodia dei futuri loro compagni d’armi. E con ciò
speravasi che la costituzione volontaria venisse ad essere grandemente
favorita. Ora, o signori, il Ministero avendo visto tutto questo, avendo
veduto inoltre come da tutti i banchi della Camera uscissero voci le
quali concordemente lamentavano gli stessi inconvenienti, la stessa
inefficacia delle autorità e della magistratura e ne accusavano in
parte le stesse cagioni, il Ministero comprese come fosse mestieri
presentare due leggi al Parlamento: e ambidue erano, credo, quasi
contemporaneamente iniziate in Senato e dal ministro della guerra e dal
ministro dell’interno. Queste due leggi erano, una quella relativa ai
renitenti di leva per subordinarli, come ho detto, alla giurisdizione
dei tribunali militari; l’altra era relativa principalmente alla
esecuzione di quella misura che l’onorevole D’Ondes aveva suggerito,
cioè l’allontanamento dall’isola di questi facinorosi che avevano
formato fra loro quelle associazioni segrete che pur troppo quasi
serravano entro un cerchio di terrore la popolazione onesta. Senonché, nel modo d’applicazione delle misure dell’allontanamento
dall’isola di questi facinorosi, io, malgrado gli argomenti che udii
dalla bocca dell’onorevole deputato D’Ondes e in questa Camera e fuori,
dove egli ebbe la bontà di prestarsi alle domande di consigli che gli
indirizzai, non potei andar convinto della convenienza di attribuire la
facoltà di pronunziare l’allontanamento, ai giudici di mandamento. Infatti, o signori, il giudice di mandamento è un magistrato e
procederebbe da magistrato; e qual maggiore probabilità vi sarebbe egli
stata che il giudice di mandamento trovasse e testimoni e documenti e
prove, di quello che ve ne fosse che li avessero trovati i tribunali di
circondario, i giudici istruttori per le Corti d’assisie?
Io credo anzi, come ebbi l’onore di dirlo in altra occasione alla
Camera, che la facilità di resistere a questa pressione, che pur troppo
era esercitata in alcune provincie dell’isola, diminuisca in ragione
della diminuzione di grado dei pubblici funzionari. Io credo, signori, che sia molto più facile che sfugga a questa
pressione chi siede nei più alti gradi di quello che chi siede nei
gradi inferiori e della magistratura e degli uffici amministrativi. Nè
starò a ripetere quello che a sostegno di questa mia opinione ebbi
l’onore di dire lungamente in questa Camera in occasione di altre
discussioni sopra la Sicilia. Noi abbiamo creduto, o signori, che questa cerchia di ferro nella
quale erano strette, per così dire, quelle nobili popolazioni dovesse
essere spezzata; ed a tale uopo abbiamo presentato al Senato un
progetto di legge per dare al potere esecutivo la facoltà di assegnare
domicilio coatto fuori dell’isola a questi facinorosi contro dei quali
era impossibile iniziare con frutto dei procedimenti giudiziari. E quel
progetto lungamente discusso e modificato nell’altro ramo del
Parlamento, ove era stato iniziato e discusso per urgenza, veniva
presentato in sul finire del luglio a questa Camera, la quale aveva la
bontà di dichiararne, dietro mia domanda, essa pure l’urgenza. Se non
che, nell’uscire dalle aule del Senato, per savio emendamento proposto
da quell’ufficio centrale, questa legge venne modificata in meglio ed
estesa ancora alle provincie napoletane che non fossero dichiarate in
istato di brigantaggio, e per conseguenza non fossero comprese nelle
sanzioni dell’altro progetto di legge, che allora appunto pendeva per
iniziativa della Commissione d’inchiesta parlamentare dinanzi a questa
Camera, ma malgrado la benevola premura colla quale la Camera ne
dichiarava l’urgenza, questo progetto non potè venire in discussione. Io credo, come ricordava anche l’onorevole D’Ondes-Reggio l’altro
giorno, che al seguito degli accurati e pronti suoi studi l'onorevole
Commissione cui fu rinviato, presentasse per mano dell’onorevole
Conforti, suo relatore, la relazione nel giorno ultimo in cui la Camera
tenne seduta nella state decorsa. Frattanto era stata iniziata la discussione dell'altro progetto di
legge proposto dalla Commissione d’inchiesta, esaminato dagli uffici e
modificato da una Commissione uscita dagli uffizi medesimi; progetto
destinato alla repressione del brigantaggio, e che conteneva
disposizioni esclusivamente applicabili a quelle provincie che fossero
per decreto reale dichiarate in istato di brigantaggio. Quando già si stava discutendo questo progetto, credo, da un giorno
o due, quando si era già presentata la relazione sull’altro progetto
testé accennato, quando stava per procedersi, ed effettivamente si
procedette alla discussione del progetto di legge sulla giurisdizione
dei tribunali militari, cui dovevano essere subordinati i renitenti
alla leva, sorsero parecchi deputati a presentare un emendamento di un
solo articolo diviso in cinque paragrafi proponendo che, sospesa la
discussione della legge presentata dalla Commissione, questo fosse
dalla Camera discusso ed approvato. Io non istarò a leggere i nomi di questi proponenti che sono parecchi... LA PORTA. Li legga. (Rumori) MASSARI. Li sanno tutti. Io tornerei a firmare.
PERUZZI, ministro per l'interno. Se il presidente me lo ordina, li leggerò. PRESIDENTE. Io non l’ordino; sta all’oratore il fare quant’egli creda opportuno alla dimostrazione del proprio assunto.
PERUZZI, ministro per l'interno. Li leggerò se la Camera lo desidera. Voci generali. No! no!
PERUZZI, ministro per l'interno. Mentre la Camera
iniziava la discussione di questo che il presidente chiamava articolo
complesso, venivano mosse alcune domande al ministro dell’interno; ed
il ministro dell’interno pronunciava da prima queste parole:
«.... Vi hanno principalmente due punti sui quali è essenzialissimo
il provvedere, e questi due punti sono quelli ai quali provvederebbero
gli articoli, che dietro la gentile comunicazione fattami dagli
onorevoli Pica e da altri, so essere da loro proposti all’approvazione
del Parlamento: uno è relativo all'allontanamento momentaneo da quelle
provincie delle persone che si trovano già in condizioni speciali, le
quali sono ritenute grandemente pregiudizievoli alla pubblica
sicurezza, ma che difficilmente possono essere colpite dalla giustizia
colle forme ordinarie, come pur troppo è stato dimostrato
dall’esperienza di oltre due anni....»
E quindi l’onorevole Lazzaro così parlava... LAZZARO. Domando la parola per un fatto personale. (Rumori)
Voci. Non c’è fatto personale. LAZZARO. Io ricordo benissimo quello che ho detto. PERUZZI, ministro per l'interno. Non so se si ricorda, ma io, solamente col pronunziare un nome, so di aver detto nulla che possa offendere. Continuo. Prometto che non pronuncierò il menomo giudizio su quello che disse l’onorevole Lazzaro. LAZZARO. Dica pure. PERUZZI, ministro per l'interno (Legge):
«Lazzaro. Faccio osservare che l’applicazione di questo
articolo 4 (che era allora 4, ora è 5) dovrebbe essere, a tenore
dell’articolo 1, fatta solamente nelle provincie infestate dal
brigantaggio, e che tali saranno dichiarate con decreto reale. «Ora accadrebbe che in alcune provincie in cui la piaga del
camorrismo è più grave, questo articolo non potrebbe essere applicato
perché in esse non esista il brigantaggio. «Io domanderei all’onorevole ministro dell’interno come intenda
regolarsi in questi casi. Io cito per esempio la provincia di Napoli;
in essa non vi è brigantaggio, e voi per conseguenza non potete
dichiararla infestata. Ora sventuratamente in detta provincia la piaga
del camorrismo è più infesta che in tutte le altre, dico anzi che essa
è la sola in cui il camorrismo esista. Ebbene, voi votando questo
articolo non lo potrete applicare per Napoli, ma solo per le altre
provincie dove appunto non vi è ragione di essere. Io non fo alcuna
proposta per non turbare l’economia della legge, ma ho voluto
richiamare su ciò l’attenzione del ministro perché dica come intenda di
rimediare a questo sconcio, che deriva dall’applicazione rigorosa
dell’articolo 4.»
E il ministro si permetteva di rispondere:
«Io credo che i diversi articoli sieno indipendenti l’uno
dall'altro, e che ciascuno di essi contenga disposizioni distìnte, e
che perciò quella dell’articolo 4 si estenda a tutte le provincie nelle
quali può esser luogo a questa maniera di provvedimento.»
«Le Boni. Domando la parola. «Ministro per l'interno. Tant’è che ho anche osservato dianzi
nel mio discorso che questa misura doveva servire principalmente ad
impedire che il brigantaggio sorgesse là dove non era. «Se poi la Camera intende doversi dichiarare più esplicitamente su
questo punto, cioè che si applichino gli articoli successivi al primo
anche alle provincie non dichiarate in istato di brigantaggio, sono
pienamente disposto ad acconsentire al desiderio dell’onorevole
deputato Lazzaro.»
«Voci. Ai voti! ai voti. «Conforti, relatore. Bastano queste spiegazioni.»
(Il deputato Lazzaro pronuncia qualche parola. ) PERUZZI, ministro per l'interno. Se il deputato Lazzaro desidera di parlare.... LAZZARO. No! no!
PRESIDENTE. Non lo permetterei. Non c’è fatto personale. LAZZARO. Ed io non parlerei. Voci. A domani!
PRESIDENTE. Pare che la Camera desideri che si rimandi la seduta a domani. La seduta è levata alle ore 5 12. Ordine del giorno per la tornata di domani:
1° Seguito delle interpellanze dei deputati D’Ondes-Reggio e Greco Antonio intorno a fatti di Sicilia e Napoli;
3° Discussione del progetto di legge concernente il bilancio attivo. BRIGANTAGGIO E DIMISSIONI DI GARIBALDI