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Timestamp: 2020-05-31 01:43:31+00:00
Document Index: 110143355

Matched Legal Cases: ['art. 1382', 'art. 13', 'art. 13', 'art. 1382', 'art. 13', 'art. 13', 'art. 13', 'art.13', 'art. 13', 'art. 13', 'art. 13']

Pubblicato: Lunedì, 18 Marzo 2019 20:35
La domanda che mi porrei, io, perchè l'infermiera deve allontanarsi dal reparto per supportare il medico? Ci definiscono professionisti autonomi, ma poi? Possiamo scegliere da quale lato del reparto possiamo iniziare con il giro letti?
Le commissini hanno regole, che per poter perorare le istanze dei colleghi si debbono conoscere. Però viene meno anche un altro principio: perchè l'infermiera deve andare, da un altro reparto, a supportare, accompagnare, spostare il paziente? Senza ordine di servizio
I criteri che devono presiedere alla comminazione di sanzioni disciplinari
In via generale il datore di lavoro ha l'onere di provare i presupposti giustificativi delle sanzioni disciplinari, con riferimento, in linea di principio, anche al profilo della proporzionalità della sanzione, pur quando questa non sia di particolare entità, poiché non esiste una correlazione necessaria ed immediata tra l'esistenza di inadempimenti del lavoratore e l'irrogabilità delle sanzioni disciplinari, data la natura e la funzione particolare di quest'ultime, che non trovano il loro fondamento nelle regole generali dei rapporti contrattuali, non sono assimilabili alle penali di cui all'art. 1382 cod. civ., e non hanno una funzione risarcitoria, ma, grazie ad una portata afflittiva innanzitutto sul piano morale, hanno essenzialmente la funzione di diffidare dal compimento di ulteriori violazioni.
Occorre, altresì, tener conto che, ai fini dell'irrogazione delle sanzioni disciplinari, "va valutato il comportamento del prestatore non solo nel suo contenuto oggettivo - ossia con riguardo alla natura e alla qualità del rapporto, al vincolo che esso comporta e al grado di affidamento che sia richiesto dalle mansioni espletate - ma anche nella sua portata soggettiva e, quindi, con riferimento alle particolari circostanze e condizioni in cui è stato posto in essere, ai modi, ai suoi effetti e all'intensità dell'elemento volitivo dell'agente"
Tribunale Sulmona Sez. lavoro, Sent., 23-02-2018
In funzione del Giudice del Lavoro del Tribunale di Sulmona, in persona della dott.ssa Alessandra De Marco, all'udienza del 23 ottobre 2017 nella causa di lavoro in primo grado iscritta al n. 184/2016 R.G., vertente
G.M., elettivamente domiciliato in Sulmona presso lo studio dell'avv. Mario Angelo Candido, che lo rappresenta e difende giusta procura in calce al ricorso
ASL n.1 AVEZZANO-SULMONA-L'AQUILA, in persona del Direttore Generale pro tempore, rappresentata e difesa, dall'avv. Vincenzo Santucci, ed elettivamente domiciliata all'indirizzo pec del medesimo vincenzo.santucci@pecordineavvocatilaquila.it, giusta procura in calce alla memoria difensiva
Definitivamente pronunciando, ogni diversa domanda, istanza o eccezione respinta, ha emesso, mediante lettura del dispositivo, la seguente
Con ricorso depositato in data 22 aprile 2016, il ricorrente, il sig. M.G., dopo aver premesso di essere dipendente della ASL Avezzano-Sulmona-L'Aquila con la qualifica di Infermiere Professionale, addetto al Reparto di Chirurgia presso il P.O. di Sulmona, ha convenuto in giudizio, dinanzi all'intestato Tribunale, la ASL n.1 Avezzano-Sulmona-L'Aquila, per ivi sentir:
- accertare l'illegittimità della sanzione disciplinare e degli atti del procedimento disciplinare ed, in particolare, del provvedimento sanzionatorio a carico del ricorrente medesimo di cui al verbale dell'Ufficio per i Procedimenti Disciplinari della ASL di Avezzano-Sulmona-L'Aquila n.35 del 27 novembre 2015 e, per l'effetto,
- disporre l'annullamento della sanzione disciplinare della sospensione dal servizio con privazione della retribuzione pari a giorni uno comminata dall'Ufficio dei Procedimenti Disciplinari;
- condannare la ASL al rimborso in favore dell'istante delle spese del giudizio;
- in via cautelare, ordinare la sospensione degli effetti giuridici del provvedimento sanzionatorio disponendo la non menzione in alcuno degli atti relativi al curriculum, allo stato matricolare, ed allo stato di servizio del ricorrente.
In particolare, ha dedotto l'illegittimità della sanzione irrogata per i seguenti motivi, così compendiabili:
- insussistenza del fatto contestato in termini di falsa rappresentazione dei fatti e di omessa valutazione degli elementi probatori a discarico della posizione del ricorrente (testimonianza della dott.ssa B.F.; esiti delle indagini del dott. M.T.);
- violazione di legge ed incompetenza per essere stata la sanzione irrogata dall'Ufficio Procedimenti Disciplinari, al di fuori della propria competenza tenuto conto della natura dell'addebito e della misura della relativa sanzione, con conseguente duplicazioni di "giudicati" quello del Primario del reparto Chirurgico e quello dell'Ufficio procedimenti Disciplinari;
Con memoria difensiva depositata il 23 maggio 2016, si è costituita in giudizio la ASL n.1 Avezzano-Sulmona-L'Aquila, contestando in fatto ed in diritto la domanda di parte ricorrente e ribadendo nel merito la correttezza del proprio operato. Ha dedotto, inoltre, l'infondatezza della domanda cautelare per insussistenza dei presupposti del fumus e del periculum in mora (Periculum in mora è una locuzione latina che significa letteralmente "pericolo nel ritardo" cioè "pericolo/danno causato dal ritardo") e, concludeva, pertanto, per il rigetto della domanda anche nel merito.
All'esito della udienza del 20 giugno 2016, fissata ai soli fini della domanda cautelare, il giudice, stante l'insussistenza del periculum in mora, rigettava l'istanza di sospensione.
All'odierna udienza, acquisita la documentazione versata in atti ed espletata l'attività istruttoria, la causa, previo deposito di note conclusive autorizzate, è stata discussa e decisa, dando pubblica lettura del dispositivo.
Il ricorso è fondato e, pertanto, la sanzione della sospensione dal servizio con privazione della retribuzione pari a giorni uno deve essere annullata.
Alla luce del quadro probatorio complessivamente versato in atti, i fatti oggetto della presente controversia possono essere così ricostruiti:
- il giorno 2 ottobre 2015, alle ore 14;20, su convocazione telefonica del personale infermieristico del Reparto di Urologia, il ricorrente, unitamente all'Operatore Socio Sanitario, sig.ra I.D., ha accompagnato un paziente presso l'ambulatorio endoscopico del Reparto di Urologia per l'espletamento di una uretrocistoscopia già programmata;
- tornato presso il Reparto di Chirurgia, il ricorrente è stato contattato telefonicamente dal dott. D.F., il quale dinanzi alla richiesta del medico di aiutarlo a spostare il paziente, il G. gli rispondeva "io alla mia schiena ci tengo". La circostanza è stata confermata dallo stesso dott. D.F., il quale, sentito all'udienza del 14.11.2016, ha confermato che: "Ho avuto risposta dal G. che non sarebbe sceso perché teneva alla sua schiena, io ho provveduto a chiamare il medico reperibile del reparto di chirurgia da dove proveniva il paziente Dott.ssa F. alla quale rappresentavo l'accaduto chiedendo un suo intervento e la dott.ssa mi rispose che avrebbe provveduto lei ...";
- subito dopo detta conversazione telefonica, il dott. D.F., non ritenendo utile l'ausilio della infermiera C., la quale nel frattempo si era offerta di aiutarlo nel sollevamento del paziente, è tornato presso il Reparto di Urologia. Detta circostanza è riportata puntualmente dalla sig.ra C., la quale ha riferito che "Pochi minuti dopo questa conversazione sono arrivata io e mi sono resa subito disponibile per poter mettere il paziente sul lettino della sala endoscopica al fine di effettuare l'esame, il dott. D.F. non ha ritenuto utile il mio aiuto ed è andato in reparto. ..."
- a quel punto, contattato telefonicamente il Reparto di Chirurgia, la caposala, sentito il dirigente medico reperibile, la dott.ssa F., riferiva alla sig.ra C. che in quel momento vie era comunque la necessità di garantire la presenza del sig. G. in reparto atteso che c'erano delle urgenze. Ed infatti, interrogata sul punto, la sig.ra C. ha confermato che: "La caposala mi ha riferito che lei e la dott.ssa F. concordavano con il G. affinché lui non fosse sceso ad aiutare e non lasciasse il reparto poiché in quel momento c'erano delle urgenze ...";
- qualche minuto dopo la telefonata, il sig. G. è sceso presso il Reparto di Urologia ed a quel punto, contattato nuovamente il dott. D.F., lo stesso rispondeva alla sig.ra C. che "... era troppo arrabbiato per l'accaduto e che aveva aspettato troppo per l'aiuto";
- con nota del 13 ottobre 2016, l'Ufficio per i Procedimenti Disciplinari, sulla scorta della segnalazione trasmessa dalla sig.ra C., ha elevato nei confronti del sig. G. il seguente addebito: " ... A causa delle condizioni fisiche del paziente, pertanto, il Dirigente Medico ... chiamava telefonicamente L'UOC di Chirurgia per chiedere un aiuto al personale infermieristico nella movimentazione del paziente dalla barella ala letto endoscopico. In risposta alla richiesta di aiuto, l'infermiere di Chirurgia sig. M.G. rispondeva negando la collaborazione richiesta adducendo motivazioni legate al rischio a cui la sua schiena si sarebbe dovuta esporre nel movimentare il paziente ... Dopo pochi minuti l'infermiere G. giungeva sul posto confermando la sia indisponibilità a collaborare per i motivi sopra riportati e aggiungendo che si sarebbe rivolto a chi di dovere ..." , deducendo, sotto tale profilo, la violazione dell'art. 13 co. 4 lett. b) e G) e comma 5 lett. b) del CCNL Comparto Sanità;
- a definizione del procedimento disciplinare, ascoltato il sig. G. in sede di audizione orale, l'Ufficio per i Procedimenti Disciplinari del Comparto, con nota n.6 del 27.11.2015, ha disposto l'irrogazione della sanzione disciplinare della sospensione dal servizio con privazione della retribuzione pari a giorni uno a decorrere dal 16 dicembre 2015 ai sensi dell'art. 13 co. 4 lett. b) e lett. g) e comma 5 lett. b) del vigente CCNL Comparto Sanità.
Così ricostruiti ed accertati nella loro materialità i fatti per cui è causa, giova rammentare, in via generale, che il datore di lavoro ha l'onere di provare i presupposti giustificativi delle sanzioni disciplinari, con riferimento, in linea di principio, anche al profilo della proporzionalità della sanzione, pur quando questa non sia di particolare entità, poiché non esiste una correlazione necessaria ed immediata tra l'esistenza di inadempimenti del lavoratore e l'irrogabilità delle sanzioni disciplinari, data la natura e la funzione particolare di quest'ultime, che non trovano il loro fondamento nelle regole generali dei rapporti contrattuali, non sono assimilabili alle penali di cui all'art. 1382 cod. civ., e non hanno una funzione risarcitoria, ma, grazie ad una portata afflittiva innanzitutto sul piano morale, hanno essenzialmente la funzione di diffidare dal compimento di ulteriori violazioni (salva la funzione di assicurare una diretta tutela degli interessi del datore di lavoro, nel solo caso delle sanzioni estintive del rapporto) (Cass. n. 11153/01).
Occorre, altresì, tener conto che, ai fini dell'irrogazione delle sanzioni disciplinari, "va valutato il comportamento del prestatore non solo nel suo contenuto oggettivo - ossia con riguardo alla natura e alla qualità del rapporto, al vincolo che esso comporta e al grado di affidamento che sia richiesto dalle mansioni espletate - ma anche nella sua portata soggettiva e, quindi, con riferimento alle particolari circostanze e condizioni in cui è stato posto in essere, ai modi, ai suoi effetti e all'intensità dell'elemento volitivo dell'agente" (v. Cass. n. 5019/2011).
Orbene, in riferimento alla fattispecie in esame, va osservato che, pur non essendovi dubbio, per quanto sopra accertato, che il datore di lavoro abbia correttamente esercitato il potere disciplinare contestando al lavoratore di aver tenuto nei confronti di un superiore una condotta contraria ai generali principi di correttezza, tuttavia, non può non essere rimarcata la manifesta irragionevolezza della sanzione in concreto irrogata - sospensione dal servizio con conseguente privazione della retribuzione per un giorno -, sotto il profilo della violazione dei criteri di proporzionalità e di gradualità che, in via generale, devono presiedere in sede di determinazione della sanzione.
Infatti, nella tipizzazione delle condotte punibili con la sanzione della sospensione dal servizio con privazione della retribuzione fino ad un massimo di dieci giorni, l'art. 13 co.5 del CCNL applicabile fa riferimento a comportamenti contrassegnati da un particolare connotato di gravità non solo in riferimento al carattere recidivante delle stesse (art. 13 c.5 lett. a)) ma anche sotto il profilo dell'intensità del pregiudizio arrecato all'azienda ospedaliera (art. 13 co.5 lett. c) , d) e), f) m)) ovvero alla dignità della persona (art.13 co.5 lett. c), g) h) i) l) m))
Ciò posto, benché l'istruttoria abbia accertato che il sig. G., con il suo atteggiamento, abbia posto in essere una condotta astrattamente sussumibile a quella tipizzata dalla lett. b) del comma 4 dell'art. 13 sotto il profilo della contrarietà della stessa ai principi di correttezza verso superiori nell'ambiente di lavoro, tuttavia, alcunché è stato dimostrato circa l'asserita "particolare gravità" della mancanza a lui addebitata.
Ed infatti, tra le altre condotte tipizzate dal quinto comma dell'art. 13 del CCNL in esame - ed in quanto sanzionate con la sospensione dal servizio fino a dieci giorni - sono ricompresi, oltre alle mancanze di cui al quarto comma connotate da "particolare gravità" anche i comportamenti "minacciosi, gravemente ingiuriosi, calunniosi o diffamatori", o comunque "alterchi con vie di fatto nell'ambiente di lavoro", o ancora, da cui sia derivato "grave danno all'azienda, all'utente o a terzi".
Delineata nei suddetti termini la scala di graduazione della gravità delle condotte punibili sulla scorta del codice disciplinare vigente nel comparto Sanità, va anzitutto osservato che, nella specie, l'istruttoria espletata non ha confermato la circostanza che il sig. G., una volta giunto per la seconda volta presso il reparto di Urologia, avrebbe aggiunto che "... si sarebbe rivolto a chi di dovere". Sentita specificamente sul punto, la sig.ra C. nulla ha confermato in ordine alla asserita condotta minacciosa del ricorrente con l'affermazione "mi rivolgo a chi di dovere", limitandosi a dichiarare che "... il G. insisteva dicendo che avrebbe messo a rischio la sua schiena e quindi non avrebbe collaborato ..." Neppure si ritiene che l'utilizzo dell'espressione "io alla mia schiena ci tengo" all'indirizzo del dott. D.F. sia suscettibile di essere percepita, nella dimensione del sentire comune, alla stregua di un'affermazione gravemente ingiuriosa.
Inoltre, va evidenziato che l'addebito contestato non risulterebbe comunque sussumibile neppure a quello di cui al comma 4 lett. g) dell'art. 13 così come richiamato dall'azienda ospedaliera a fondamento nella contestazione disciplinare, atteso che non risulta in alcun modo provato, - onere incombente sulla resistente -, l'ulteriore elemento costitutivo della fattispecie disciplinare ossia il "disservizio ovvero danno o pericolo all'azienda o ente, agli utenti o terzi".
Va infatti considerato che, come anche confermato dal teste C., il sig. G. "dopo qualche minuto" è sceso presso il Reparto di Urologia ma a quel punto, ricontattato dall'infermiera, il dott. D.F., ormai tornato nel proprio reparto, rispondeva che "... era troppo arrabbiato per l'accaduto e che aveva aspettato anche troppo per l'aiuto"
Si ritiene, dunque, che la mancata effettuazione in quello stesso giorno dell'esame endoscopico non appare configurarsi alla stregua di una conseguenza diretta ed immediata della condotta esclusiva del ricorrente, essendo invece concomitante la decisione del medico di sospendere in ogni caso l'esame, benché, inoltre, dal Reparto di Chirurgia era già stato offerto il supporto di un'ausiliaria.
Quanto all'eccessiva attesa lamentata dal dott. D.F. nel ricevere dal ricorrente l'ausilio richiesto, va altresì rilevato che, come risulta confermato dalla relazione trasmessa in data 9.10.2016 dalla dott.ssa B.F., in concomitanza al verificarsi dei fatti per cui è causa, nel Reparto di Chirurgia si era verificata una temporanea mancanza di personale, per il che l'arrivo del ricorrente presso l'ambulatorio di endoscopia è avvenuta, in ottemperanza alle direttive ricevute dal dirigente medico in servizio di reperibilità, solo a seguito del rientro in Chirurgia dell'altra unità di personale infermieristico in servizio, onde evitare situazioni di concreto pericolo in detto reparto.
Per tutte le considerazioni, su esposte, non può non essere rimarcata la manifesta irragionevolezza della sanzione irrogata sotto il profilo della violazione dei criteri di proporzionalità e di gradualità rispetto al fatto contestato e ciò proprio alla luce delle descritte previsioni contrattuali, con conseguente declaratoria di illegittimità della stessa, non rientrando nei poteri del giudice quello di modificare la sanzione.
La sanzione disciplinare della sospensione dal servizio con privazione della corrispondente retribuzione per giorni uno, inflitta con Provv. n. 6 del 27 novembre 2015, va, pertanto, annullata.
Tenuto conto delle questioni trattate e delle ragioni poste a fondamento dell'accoglimento del ricorso, sussistono gravi ed eccezionali per compensare per un terzo le spese di lite, con condanna della ASL alla rifusione, in favore del ricorrente, dei restanti due terzi delle stesse, liquidate complessivamente come da dispositivo.
- Annulla la sanzione disciplinare della sospensione dal servizio con privazione della corrispondente retribuzione per giorni uno, inflitta con Provv. n. 6 del 27 novembre 2015;
- Compensa per un terzo le spese del giudizio, e condanna la ASL n.1 Avezzano-Sulmona-L'Aquila, in persona del legale rappresentante pro tempore, alla rifusione in favore del ricorrente dei restanti due terzi delle stesse, che si liquidano complessivamente in Euro.1.900,00, oltre spese generali al 15%, IVA e CPA come per legge;
- Motivi in 60 gg.
Così deciso in Sulmona, il 23 ottobre 2017.