Source: https://www.laleggepertutti.it/codice-civile/art-264-codice-civile-impugnazione-da-parte-del-figlio-minore
Timestamp: 2018-12-19 16:50:39+00:00
Document Index: 111072836

Matched Legal Cases: ['art. 29', 'art. 108', 'art. 252', 'art. 74', 'art. 264', 'art. 263', 'art. 264', 'art. 263', 'art. 263', 'art. 263']

Art. 264 codice civile: Impugnazione da parte del figlio minore | La Legge per tutti
Art. 264 codice civile: Impugnazione da parte del figlio minore
L’impugnazione del riconoscimento (1) per difetto di veridicità può essere altresì promossa da un curatore speciale nominato dal giudice, assunte sommarie informazioni, su istanza del figlio minore che ha compiuto quattordici anni, (2) ovvero del pubblico ministero o dell’altro genitore che abbia validamente riconosciuto il figlio, quando si tratti di figlio di età inferiore (3).
Riconoscimento: [v. 250]; Difetto di veridicità (del riconoscimento): [v. 263]; Curatore speciale: [v. 165]; Pubblico ministero: [v. 23].
(1) Art., da ultimo, così sostituito ex d.lgs. 28-12-2013, n. 154 (Attuazione riforma filiazione) (art. 29), in vigore dal 7-2-2014 (art. 108 d.lgs. cit.).
(2) È stata ridotta da sedici a quattordici anni l’età per proporre l’azione, secondo quanto previsto dalla legge delega [v. anche 244, nota (13)].
(3) In passato il riconoscimento non veritiero è stato utilizzato come strumento per inserire bambini abbandonati in nuove famiglie. In concreto, la coppia di coniugi che voleva realizzare questa sorta di «adozione» si accordava con la madre in modo tale che il figlio fosse riconosciuto come nato da una relazione extraconiugale del marito. La madre dichiarava di volere restare ignota e questo consentiva il successivo inserimento del bambino nella famiglia di colui che lo aveva riconosciuto, in base al disposto dell’art. 252. L’art. 74 della legge 184/1983 ha posto uno strumento che consente di arginare il fenomeno. Esso, infatti, prevede l’obbligo per gli ufficiali dello stato civile di comunicare immediatamente al tribunale per i minorenni i casi di riconoscimento, da parte di una persona coniugata, di un figlio nato fuori del matrimonio e non riconosciuto dall’altro genitore. In questo modo, il tribunale può svolgere le indagini opportune per accertare se il riconoscimento sia veritiero o meno.
L’articolo è stato riformulato per mantenere omogeneità con la disciplina in materia di disconoscimento di paternità [v. 244 u.c., 245 c. 2], stante il principio dell’unicità dello stato di figlio [v. 315].
Ritenuto che un uomo ed una donna (coniugi o conviventi che siano) abbiano effettuato, in India, ed in conformità alla legge del luogo, il riconoscimento di un minore, anche se solo l'uomo potesse essere considerato genitore avendo fornito il proprio seme, mentre la donna si qualificava madre pur avendo solo fatto ricorso alla maternità surrogata di una donna, rimasta ignota, che aveva utilizzato il seme offerto dall'uomo e condotto positivamente fino alla fine la gravidanza, esibendo, al loro ingresso in Italia, un certificato anagrafico rilasciato dalle competenti autorità indiane ai sensi della legge indiana, certificato che, pur contenendo dati non conformi a verità e contrari al nostro ordine pubblico, era tuttavia conforme alla legge di provenienza degli interessati; ritenuto che in Italia è stato da un nostro T.m. competente nominato al minore un curatore speciale che impugnasse il riconoscimento per mancanza di veridicità con riferimento al presunto vincolo materno della donna e per gli illeciti consumati dalla medesima con il ricorso alla maternità surrogata ed alla violazione di non poche norme sulla procreazione assistita e sull'adozione di minori; ritenuto che il minore è stato sempre ed è ancora oggi curato dalla coppia in maniera ottimale e con esiti felici; ritenuto che fino all'esito positivo del procedimento sulla mancanza di veridicità del riconoscimento e sulle violazioni consumate dalla donna con il ricorso alla maternità surrogata e di non poche norme sulla procreazione assistita e sull'adozione di minore, il minore è tuttora da considerarsi, sul piano formale, figlio della coppia: quanto precede (ritenuto e premesso) osta a che il T.m. possa oggi pronunciarsi sull'adottabilità del minore.
Tribunale minorenni Milano 19 ottobre 2012
Ritenuto che la buona fede, la correttezza e la lealtà nei rapporti giuridici rispondono a doveri generali, non circoscritti agli atti o contratti per i quali sono richiamate da specifiche disposizioni di legge, e che tali doveri, nella particolare materia del diritto di famiglia, assumono il significato della solidarietà e del reciproco affidamento, ritenuto che, nell'evoluzione del diritto positivo e della sua interpretazione giurisprudenziale, sempre minor rilievo assume il dato formale del rapporto familiare fondato sul legame meramente biologico e la famiglia assume sempre di più la connotazione della prima comunità nella quale effettivamente si svolge e si sviluppa la personalità del singolo e si fonda la sua identità, per cui la tutela del diritto allo status ed all'identità personale può non identificarsi con la prevalenza della verità biologica; ritenuto che la protezione dei diritti individuali della persona ed in particolare del minore - specie nella delicatissima sua fase adolescenziale (art. 264 c.c.) - nella società e nel nucleo familiare in cui questi si trovi collocato per scelta altrui postula le linee guida che devono orientare, oltre al legislatore ordinario, anche l'interprete nella ricerca, nel sistema normativo, dell'esegesi idonea ad assicurare il rispetto della dignità della persona umana; quanto precede ritenuto e premesso, l'interpretazione dell'art. 263 c.c., alla luce dei principi fondamentali dell'ordinamento interno, comunitario ed internazionale e del diritto allo status ed all'identità personale, impone di considerare irretrattabile il riconoscimento avvenuto nella consapevolezza della sua falsità: attribuire la legittimazione ad impugnare il riconoscimento a chi lo abbia in mala fede effettuato o concorso ad effettuarlo, sul piano logico ed effettuale ha la stessa valenza di una revoca, vietata, peraltro, espressamente dalla legge.
Tribunale Roma sez. I 17 ottobre 2012 n. 19563
Ritenuto che la buona fede, la correttezza e la lealtà nei rapporti giuridici rispondono a doveri generali, non circoscritti agli atti o contratti per i quali sono richiamate da specifiche disposizioni di legge, e che tali doveri, nella particolare materia del diritto di famiglia, assumono il più ampio e profondo significato della solidarietà e del reciproco affidamento; ritenuto che, nell'evoluzione del diritto positivo e della sua interpretazione giurisprudenziale, sempre minor rilievo assume il dato formale del rapporto familiare fondato sul legame meramente biologico e la famiglia assume sempre di più la connotazione della prima comunità nella quale effettivamente si svolge e si sviluppa la personalità del singolo e si fonda la sua identità, per cui la tutela del diritto allo status ed all'identità personale può non identificarsi con la prevalenza della verità biologica; ritenuto che la protezione dei diritti individuali della persona ed in particolare del minore - specie nella delicatissima sua fase adolescenziale (art. 264 c.c.) - nella società e nel nucleo familiare in cui questi si trovi collocato per scelta altrui postula le linee guida che devono orientare, oltre al legislatore ordinario, anche l'interprete nella ricerca, nel sistema normativo, dell'esegesi idonea ad assicurare il rispetto della dignità della persona umana; quanto precede ritenuto e premesso, l'interpretazione dell'art. 263 c.c., alla luce dei principi fondamentali dell'ordinamento interno, comunitario ed internazionale e del diritto allo status ed all'identità personale, impone di considerare irretrattabile il riconoscimento avvenuto nella consapevolezza della sua falsità: attribuire la legittimazione ad impugnare il riconoscimento a chi lo abbia in mala fede effettuato o concorso ad effettuarlo, sul piano logico ed effettuale ha la stessa valenza di una revoca, vietata, peraltro, espressamente dalla legge.
Qualora una donna extracomunitaria (indonesiana), madre di una ragazza di ormai 14 anni circa, stabilmente dimorante con la figlia in Italia, affermando di avere concepito la figlia, in Indonesia, grazie alla donazione di un ovocita di provenienza asseritamente ignota (ma, più verosimilmente, entrata in possesso della figlia grazie all'acquisto venale di una creatura di sesso femminile già nata), di averla riconosciuta quale figlia naturale, gravando tali affermazioni da dichiarazioni contraddittorie, inverosimili, assurde, menzognere e quasi sempre incontrollabili grazie alla scarsissima documentazione anagrafica di provenienza indonesiana ed alla sua irrisoria attendibilità, è opportuno e conforme alla legge italiana che la veridicità del riconoscimento venga accertata, come richiesto dal p.m., ai sensi degli art. 263 e 264 c.c.: all'uopo, il Tribunale ha pertanto nominato un curatore speciale alla minore, che possa verificare e controllare l'autenticità e la veridicità del preteso atto di riconoscimento. Fino all'esito finale del procedimento sulla autenticità e veridicità del riconoscimento, non può, tuttavia, il Tribunale limitare od in alcun modo sospendere la potestà parentale spettante sulla figlia alla donna, tanto più che quest'ultima ha sempre riservato alla minore le più amorevoli ed efficaci cure parentali, che la figlia gode di un ottimo stato di benessere e di sicurezza sotto ogni punto di vista, affronta con successo i consueti cimenti scolatici (frequenta il IV ginnasio), ed è legatissima, affettivamente e psicologicamente, alla madre, che è e rimane ancora tale, nella pienezza intangibile dei suoi poteri parentali, fino all'esito finale e definitivo del procedimento ex art. 263 e 264 c.c.
Tribunale minorenni Milano 27 luglio 2012