Source: http://www.roars.it/online/il-robin-hood-al-contrario-del-d-m-punti-organico-2013/
Timestamp: 2017-01-23 16:48:56+00:00
Document Index: 23613737

Matched Legal Cases: ['art. 7', 'art. 7', 'art. 7', 'arto 2012', 'art. 7', 'art. 21']

Il Robin-Hood al contrario del D.M. “Punti organico 2013” – ROARS
Finanziamento	Il Robin-Hood al contrario del D.M. “Punti organico 2013”
20 ottobre 2013 ore 23:18
Share this on WhatsAppIl 17 ottobre è stato pubblicato il DM ripartizione dei punti organico 2013 e sono subito saltate all’occhio le grandi disparità tra i diversi atenei. Per il sistema universitario il turn-over complessivo è fissato al 20%, ma alcuni atenei, Scuola Superiore Sant’Anna (turn-over 212%) e la Scuola Normale di Pisa (turn-over 160%) in testa, non solo conservano tutti i punti organico ma li incrementano incamerando una parte di quelli sottratti agli altri atenei. Come mai? Perché nella ripartizione dello scorso anno, basata su criteri simili, non c’erano tali squilibri? La ripartizione di quest’anno rispetta le regole? Quali saranno le conseguenze pratiche? Queste sono le domande a cui si cercherà di rispondere in questo articolo.
Il 17 Ottobre è stato pubblicato sul sito del MIUR il D.M. di ripartizione dei punti organico 2013. I risultati hanno provocato perplessità e sgomento nel mondo universitario, a causa degli scostamenti molto ampi riscontrati tra punti organico rivenienti dai pensionamenti e quelli effettivamente assegnati tra i diversi atenei. Tali squilibri sono evidenti nelle tabelle che seguono:
Per quali ragioni vi sono stati squilibri così grandi?
Perché nella ripartizione dello scorso anno, dove (almeno apparentemente) sono stati utilizzati criteri simili, tali squilibri non si sono invece realizzati?
Poteva il Ministro utilizzare tali criteri?
Quali saranno le conseguenze pratiche di queste scelte sulla vita degli studenti e dei ricercatori?
A tali domande si cercherà di rispondere in questo articolo.
1. Chi vince e chi perde
Come noto, il turn-over per il personale universitario, relativamente agli anni 2012 e 2013, è stato fissato al 20% delle risorse rivenienti da pensionamenti e cessazioni dell’anno precedente.
Le tabelle in alto mostrano che i criteri con i quali sono stati ripartiti tali punti organico hanno prodotto situazioni surreali, nelle quali alcune università hanno ottenuto un turn-over effettivo pari anche ad oltre il 200%, cioè – caso quasi unico nel mondo del pubblico impiego in tempi di limitazioni del turn-over – tali atenei potranno assumere oltre il doppio del personale cessato dal servizio, con un guadagno netto che arriva fino ad oltre il 900% di punti organico. Il tutto, però, a discapito di altri atenei.
In termini assoluti, l’ateneo più avvantaggiato da questa operazione risulta essere il Politecnico di Milano, che si ritrova con ben 20,42 punti organico “in più” rispetto a quelli teorici che avrebbe ottenuto con un turn-over al 20%. In termini percentuali, la palma dell’ateneo più fortunato va invece alla Scuola Sant’Anna di Pisa, con un numero di punti organico pari al 964% in più rispetto a quelli teorici.
Il problema, però, è che tali punti organico “extra” sono stati paradossalmente prelevati dai pensionamenti avvenuti in altri atenei, molti dei quali vengono così a ritrovarsi con un turn-over effettivo intorno ad un misero 6%, con una perdita secca del 66% di punti organico.
L’università che ha subito la più alta perdita in termini assoluti è Napoli “Federico II”, con -18,83 punti organico. In termini percentuali, gli atenei più bistrattati risultano essere, ex aequo, Foggia, Siena, Seconda Univ. di Napoli, Bari, Messina, Sassari, Palermo, Cassino, Molise, con una decurtazione pari a -66%.
In pratica il meccanismo perverso messo in atto dal D.M. ha agito come una sorta di “Robin-Hood” al contrario: ha tolto punti organico derivanti dai pensionamenti di ad alcuni atenei (generalmente, ma non sempre, quelli del Centro-Sud) per concederli ad altri (generalmente, ma non sempre, quelli del Nord).
Infatti, a differenza di quanto accadde per esempio con il Piano Straordinario Associati, i punti organico questa volta in gioco non erano “aggiuntivi” o “premiali”, ma si trattava semplicemente degli usuali punti organico da pensionamenti. Da un certo punto di vista quindi, è come se i docenti di Napoli “Federico II” che, andando in pensione, hanno generato quei 18,83 punti organico di cui sopra, siano stati considerati come docenti, per esempio, del Politecnico di Milano (che, appunto, si è ritrovato con circa 20 punti organico “extra”).
2. Cosa è successo
Ma cerchiamo di esaminare quali sono le ragioni e i possibili errori che hanno prodotto questi risultati tanto paradossali.
Spulciando la tabella di ripartizione dei punti organico, si può ricostruire che cosa è accaduto.
Gli atenei sono stati dapprima suddivisi nei seguenti regimi assunzionali:
∆ = 15% × [(82% entrate complessive nette) – (spese personale + oneri ammortamento)]
e dove, ricordiamo, l’indicatore di sostenibilità economico-finaziaria (ISEF) è definito come il rapporto
Come si può vedere dalla tabella, la maggior parte degli atenei, precisamente 53 su 63, conquistano la palma di “ateneo virtuoso”, cioè hanno un indicatore di spese per il personale inferiore all’80% rispetto alle entrate complessive ed hanno un ISEF maggiore di 1.
Pertanto tali atenei, se fosse stato in vigore solo ed esclusivamente il Dlgs 49/2012, avrebbero goduto di un turn-over pari al 20% + qualcosa, dove quel “qualcosa” – è importante sottolinearlo – non sarebbe stato tolto agli altri atenei meno virtuosi.
Tuttavia con la legge 7 agosto 2012, n. 135 (“Spending-review” del Governo Monti), il MIUR è tenuto a ripartire i punti organico con il vincolo che il sistema universitario italiano, considerato nella sua interezza, abbia un turn-over al 20%.
Il MIUR, nella pratica, applica questo principio facendo confluire tutti i punti organico rivenienti da cessazioni e pensionamenti di ciascun ateneo in un unico grande calderone. In altre parole, agli effetti pratici non esistono più i pensionamenti di Roma “La Sapienza” o di Milano Bicocca o di Venezia “Ca Foscari”, ma ci sono solo i pensionamenti dell’intero sistema universitario italiano. Dopodiché, il MIUR ripartisce tali punti organico in proporzione ai punti organico che ciascun ateneo avrebbe avuto qualora non ci fosse stato questo vincolo del 20% determinato dalla spending-review.
Da un punto di vista pratico, questo significa che la ripartizione è avvenuta non tanto tenendo conto dello stato “virtuoso” / “non-virtuoso” di ciascun ateneo, come avveniva in passato, ma dando punti organico “extra” agli atenei con più alto valore dell’ISEF, a cui corrisponde una eguale decurtazione di punti organico agli altri atenei (anche se questi ultimi sono anch’essi “atenei virtuosi”).
3. Le possibili conseguenze: aumento di tasse studentesche e stop a nuove assunzioni
È molto probabile che se questa modalità di calcolo verrà confermata anche per i prossimi anni, pur con un turn-over complessivo del sistema superiore (sarà al 50% per i prossimi due anni, salvo cambiamenti), le università a cui sono stati tolti punti organico quest’anno continueranno a subire decurtazioni di punti organico anche in futuro.
Delle conseguenze a medio-lungo termine di questo drastico ridimensionamento del personale (possibile chiusura di dipartimenti o corsi di laurea) non ci occupiamo in questa occasione.
Vogliamo però cercare di capire cosa ragionevolmente potrebbe fare un rettore di uno di questi atenei penalizzati per difendersi da possibili nuove decurtazioni per i prossimi anni.
Al fine di non subire nuove sottrazioni di punti organico, nel breve termine al nostro rettore non serve affatto migliorare la qualità del reclutamento o della didattica. L’unico suo obiettivo, dal punto di vista ragionieristico, dovrebbe essere soltanto quello di migliorare significativamente l’indicatore ISEF, che ricordiamo è definito dalla formula
Nel breve termine la maniera più immediata per aumentare il valore di tale indicatore è una delle seguenti opzioni:
aumentare le tasse degli studenti, al fine di aumentare il numeratore
diminuire le nuove assunzioni di personale, al fine di diminuire il denominatore
Vediamo quindi in maniera plastica come delle scelte di natura apparentemente molto “tecnica” come può essere il modo di ripartire i punti organico da turn-over possano in realtà avere un impatto così devastante sulla vita di studenti e ricercatori.
4. Qual è il significato della frase “limitatamente all’anno 2012”
Ma … il Ministro Carrozza poteva davvero utilizzare i criteri che abbiamo appena illustrato?
A partire dall’anno 2012, le modalità di ripartizione dei punti organico sono disciplinate dalla legge 7 agosto 2012, n.135 (“Spending review” del Governo Monti) che afferma:
Per il biennio 2012-2013 il sistema delle università statali, si può procedere ad assunzioni di personale a tempo indeterminato e di ricercatori a tempo determinato nel limite di un contingente corrispondente ad una spesa pari al 20% di quella relativa al corrispondente personale complessivamente cessato dal servizio nell’anno precedente. […] L’attribuzione a ciascuna università del contingente delle assunzioni è effettuata con decreto del Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, tenuto conto di quanto previsto dall’articolo 7 del decreto legislativo 29 marzo 2012, n. 49.
Quindi per gli anni 2012 e 2013 il turn-over è fissato al 20% rispetto alle cessazioni avvenute nell’anno precedente, con riferimento all’intero sistema universitario, … tenuto conto di quanto previsto all’art. 7 del Dlgs. 49/2012, che qui riportiamo:
1. Al fine di assicurare il rispetto dei limiti di cui agli articoli 5 e 6 nonché la sostenibilità e l’equilibrio economico-finanziario e patrimoniale delle università, fatto salvo quanto previsto dal decreto legislativo 27 ottobre 2011, n. 199, e ferme restando le disposizioni limitative in materia di assunzioni a tempo indeterminato e a tempo determinato previste dalla legislazione vigente, che definiscono i livelli occupazionali massimi su scala nazionale, dalla data di entrata in vigore del presente decreto, e comunque limitatamente all’anno 2012, si prevede che: a) gli atenei che al 31 dicembre dell’anno precedente riportano un valore dell’indicatore delle spese di personale pari o superiore all’80% e dell’indicatore delle spese per indebitamento superiore al 10%, possono procedere all’assunzione di personale a tempo indeterminato e di ricercatori a tempo determinato con oneri a carico del proprio bilancio per una spesa annua non superiore al 10% di quella relativa al corrispondente personale cessato dal servizio nell’anno precedente; b) gli atenei che al 31 dicembre dell’anno precedente riportano un valore dell’indicatore delle spese di personale pari o superiore all’80% e dell’indicatore delle spese per indebitamento non superiore al 10%, possono procedere all’assunzione di personale a tempo indeterminato e di ricercatori a tempo determinato con oneri a carico del proprio bilancio per una spesa annua non superiore al 20% di quella relativa al corrispondente personale cessato dal servizio nell’anno precedente; c) gli atenei che al 31 dicembre dell’anno precedente riportano un valore dell’indicatore delle spese di personale inferiore all’80%, possono procedere all’assunzione di personale a tempo indeterminato e di ricercatori a tempo determinato con oneri a carico del proprio bilancio per una spesa annua non superiore al 20% di quella relativa al corrispondente personale cessato dal servizio nell’anno precedente, maggiorata di un importo pari al 15% del margine ricompreso tra l’82% delle entrate di cui all’articolo 5, comma 1, al netto delle spese per fitti passivi di cui all’articolo 6, comma 4, lettera c), e la somma delle spese di personale e degli oneri di ammortamento annuo a carico del bilancio di ateneo complessivamente sostenuti al 31 dicembre dell’anno precedente e comunque nel rispetto dei limiti di spesa di cui all’articolo 66, comma 13, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, e successive modificazioni; d) gli atenei con un valore dell’indicatore per spese di indebitamento pari o superiore al 15% non possono contrarre nuovi mutui e altre forme di indebitamento con oneri a carico del proprio bilancio; e) gli atenei con un valore dell’indicatore per spese di indebitamento superiore al 10% o con un valore dell’indicatore delle spese di personale superiore all’80% possono contrarre ulteriori forme di indebitamento a carico del proprio bilancio subordinatamente all’approvazione del bilancio unico d’ateneo di esercizio e alla predisposizione di un piano di sostenibilità finanziaria redatto secondo modalità definite con decreto del Ministero e inviato, entro 15 giorni dalla delibera, al Ministero e al Ministero dell’economia e delle finanze per l’approvazione. […]
6. Le disposizioni di cui al presente articolo sono ridefinite per gli anni successivi con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze e con il Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione, da emanare entro il mese di dicembre antecedente al successivo triennio di programmazione e avente validità triennale. Pertanto gli ulteriori vincoli previsti dall’art. 7 del Dlgs. 49 (riassunti nella Tabella 3), e comunque limitatamente all’anno 2012, concorrono a ripartire il 20% del turn-over dell’intero sistema universitario italiano.
Ma allora nel 2013 cosa succede? L’interpretazione letterale di quel “limitatamente all’anno 2012” dovrebbe portare ad affermare che a partire dal 2013 tali regole non si applicano, con la conseguenza implicita che la ripartizione avrebbe dovuto essere proporzionale al peso dei pensionamenti avvenuto in ciascun ateneo.
E di fatti l’art. 7 del Dlgs. 49 stesso, al comma 6 (mai abrogato) disciplina ciò che deve accadere negli anni successivi al 2012:
Le disposizioni di cui al presente articolo sono ridefinite per gli anni successivi con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca […].
Cerchiamo quindi questo “decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri” … con il quale magari il Ministro Carrozza ha potuto, se lo riteneva, confermare i criteri che erano validi “limitatamente all’anno 2012”, oppure (auspicalmente, date le conseguenze che abbiamo descritto) modificarli.
Ma la caccia al tesoro si ferma qui: il DPCM di cui sopra non risulta mai essere stato varato, né d’altronde è citato nelle premesse del DM “Punti organico 2013”.
Si sono dunque applicati dei criteri che non potevano essere applicati?
Dall’interpretazione letterale delle norme, sembra che questa possa essere una interpretazione verosimile. Ma non è tutto …
5. Punti Organico 2012 vs Punti Organico 2013
Qualcuno potrebbe chiedersi: come mai, se si sono continuate ad applicare nel 2013 – non è ancora chiaro se legittimamente o meno – le medesime norme in vigore “limitatamente all’anno 2012”, i risultati del DM “Punti organico 2013” sono così tanto squilibrati se confrontati con quelli prodotti dal DM “Punti organico 2012”?
Non si ha ricordo di vibranti proteste, ricorsi, etc. all’indomani della pubblicazione del DM “Punti organico 2012” e di fatti analizzando i dati della tabella ministeriale dello scorso anno non si evincono forti squilibri.
La tabella seguente mostra tale confronto. Abbiamo riportato, per semplicità, le tre università più avvantaggiate e quelle più svantaggiate nel riparto 2012 e 2013:
Dalla tabella si evince che, mentre a livello di sistema il turn-over è al 20% sia nel 2012 che nel 2013, vi è un range di variabilità del turn-over effettivo piuttosto contenuto nella ripartizione 2012 (si va da un minimo del 12% ad un massimo del 30%) e molto elevato nella ripartizione 2013 (si va da un minimo del 7% ad un massimo del 213%).
A cosa si devono tali evidenti differenze tra gli anni 2012 e 2013?
Per capirlo basta disporre i due decreti ministeriali uno accanto all’altro …
… Ebbene, ci accorgiamo che i criteri adottati dei due DM non sono gli stessi!
nel DM “Punti organico 2012” vi è la seguente clausola di equilibrio, che invece è stata inspiegabilmente cassata nel DM “Punti organico 2013”:
Per ogni Istituzione Universitaria statale, e comunque nel limite massimo del 50% dei Punti Organico relativi alle cessazioni dell’anno 2011 di personale a tempo indeterminato e di ricercatori a tempo determinato, sono quantificati i Punti Organico 2012 risultanti dall’applicazione dell’articolo 7 del decreto legislativo 29 marzo 2012, n. 49, e la relativa incidenza percentuale a livello di sistema universitario
Il testo del DM “Punti Organico 2012”, proprio al fine di evitare i paradossali squilibri che si sono verificati quest’anno, saggiamente prevedeva un tetto massimo alla percentuale di punti organico aggiuntivi: ai fini del calcolo dei punti organico che ciascun ateneo avrebbe ottenuto con la sola applicazione del Dlgs 49/2012, vi era la limitazione per la quale tali punti organico non potevano comunque eccedere il 50% di quelli rivenienti dai pensionamenti di quell’ateneo.
Ed infatti, grazie a questo tetto, gli squilibri tra i vari atenei, pur presenti, sono stati limitati, come evidenziato dalla Tabella 4.
Sorgono quindi i seguenti interrogativi:
È dunque stata una precisa scelta politica del Ministro Carrozza quella di eliminare tale clausola di equilibrio nel sistema, magari senza valutarne appieno le conseguenze, oppure si tratta di una mera dimenticanza di qualche funzionario ministeriale?
Delle due l’una: o i criteri dell’art. 7 del Dlgs 49, validi “limitatamente all’anno 2012”, sono veramente validi limitatamente all’anno 2012 (poteri della logica) e quindi non potevano essere utilizzati nel 2013. Oppure, nell’ipotesi in cui essi potessero essere implicitamente estesi agli anni a venire, essi dovevano comunque essere i medesimi di quelli utilizzati nel 2012.
Come mai il MIUR ha scelto un’altra strada pur sapendo che queste incongruenze avrebbero di certo dato adito a probabili ricorsi al TAR da parte degli atenei “derubati” dal suo Robin-Hood al contrario?
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Author: Beniamino Cappelletti Montano
2	teo says:
21 ottobre 2013 at 22:28
Occhiuzzi: se tu avessi un’idea del diritto penale, dovresti in realtà essere contento che io sia anonimo, visto che, altrimenti, ci sarebbero gli estremi per una querela per diffamazione.
del resto, quanto all’equazione tra anonimato e codardia, be, siamo nel ridicolo e su questo, semmai, la redazione ROARS farebbe bene ad intervenire…
Comunque, i lettori valuteranno liberamente la tua profondità intellettuale e la tua capacità dialettica (a proposito, sei in grado o no di rispondere quanto al rispetto daa parte del tuo ateneo dei limiti assunzionali, oppure non vuoi proprio intendere quale sia la questione? quello su cui non sai rispondere è forse off topic?).
Effettua il login per rispondere	Antonio Occhiuzzi says:
21 ottobre 2013 at 22:58
Ho risposto due volte pochi post sopra, ma evidentemente non sei in grado di capire.
Vai pure con la querela, ho voglia di divertirmi un po’.
Guardare in faccia i cretini mi mette di buon umore, penso allo scampato pericoli!
21 ottobre 2013 at 23:26
Occhiuzzi. grazie di offrire ogni volta di più a me e ai lettori conferma di quanto davvero vali, con le tue parole gratuitamente offensive e mschine e con la tua ostinata omissione (ed evidentemente incapacità) nel rispondere a quello che ti è stato, più volte, chiesto.
Come spesso accade a persone come te, sei il “migliore” testimonial di te stesso e delle cause che difendi. Con il che addio, perché i lettori di ROARS meritano di meglio delle tue volgarità.
21 ottobre 2013 at 23:34
signori suvvia, un po’ di contegno, siamo tutti persone civili e amiamo discutere pacatamente.
Antonio Occhiuzzi says:
22 ottobre 2013 at 00:01
la frase che ho letto pochi post più su:
“Mi spieghi perché al nord le tasse dovrebbero essere più alte che al sud? forse perché le università meridionali non si ritengono sufficientemenete attrattive? allora miglioratevi, invece che lamentarvi vittimisticamente!”
Avevo anche invocato un intervento della redazione, ma so bene che siete tutti su base volontaria e vi dedicate quando potete.
In ogni caso il flamer ha promesso di lasciarci, quindi caso chiuso per me.
Abbondanzio says:
22 ottobre 2013 at 09:47
Occhiuzzi ha perfettamente ragione. Il razzismo (qui inteso come discriminazione territoriale) è una cosa intollerabile. Suggerirei alla redazione di fare un po’ di pulizia di commenti, perchè il livello del blog è sceso troppo in basso.
Guardate che cose del genere in casi estremi possono portare all’oscuramento del blog, e a un processo penale contro i gestori (che sono responsabili legalmente ANCHE dei commenti). E in ogni caso, la redazione non ci fa bella figura con commenti di questo tipo.
Reitero quindi la richiesta: mettete un moderatore e filtrate i commenti razzisti, prima che qualcuno decida di intervenire davvero con una denuncia contro la redazione.
Infine, a teo che dice che l’evasione fiscale è soprattutto a sud, vorrei ricordare di un ben noto milanese pregiudicato per evasione fiscale (Milano dov’è? In Calabria?), autore fra l’altro di una legge per il rientro dei capitali scudati, creata immagino per aiutare i suoi amici non certo del sud. E vorrei anche ricordare di un capo partito di cui non faccio il nome, che ad anni alterni inneggia allo “sciopero delle tasse” (che è un modo elegante per chiamere l’evasione fiscale), a non pagare il canone Rai, e amenità simili.
21 ottobre 2013 at 22:50
Napoli Federico II dal 1997 al 2010 non è praticamente cresciuta nonostante i concorsi con la legge Berlinguer (vedi MIUR ufficio statistica). Se guardiamo nello stesso periodo l’area milanese le cifre sono ben diverse. Confrontando quel periodo e le tabelle di questo articolo vengono fuori cose molto strane. Un’attenta analisi dovrebbe considerare più aspetti.
Effettua il login per rispondere	Giacomo Risitano says:
22 ottobre 2013 at 11:32
Io continuo a dire che questo è solo la fase 2 di un piano ben prestabilito. Tutto li.
Effettua il login per rispondere	teo says:
22 ottobre 2013 at 11:59
Abbondanzio: spero solo che tu non sia un giurista, peerché la tua lettura del diritto penale è non solo, come ovvio, priva di ogni fondameneto, ma anche totalmente slegata dal diritto di libera manifestazione ddel pensiero che, fortunatamente, la costituzione ancora garantisce all’art. 21 e quindi eespressione di una mentalità censoria che mi fa paura.
Ciò detto la pochezza nel merito e il facile ricorso al peggior vittimismo meridionalista che caratterizza i commenti ricevuti da te e da altri ma mi fa esser pessimista sul futuro del meridione:è anche a causa di questi atteggiamenti che il meridione (e le sue università) sono nello stato in cui si trovano. Riflettetici prima di parlare. Comunque addio anche a te perché sotto certi livellli di discussione è meglio non andare.
22 ottobre 2013 at 13:00
@teo: “il facile ricorso al peggior vittimismo meridionalista che caratterizza i commenti ricevuti da te e da altri ma mi fa esser pessimista sul futuro del meridione:è anche a causa di questi atteggiamenti che il meridione (e le sue università) sono nello stato in cui si trovano.”
Giacomo Risitano says:
22 ottobre 2013 at 13:01
http://www.youtube.com/watch?v=kfytrZnVyak
Caro teo, no non sono un giurista. Così come immagino che tu non sia uno scienziato.
Gli scienziati supportano le loro affermazioni con i fatti. Se vuoi quindi affermare che l’evasione fiscale è maggiore a sud, dimostralo (citando ad esempio degli studi). Altrimenti, se non puoi portare prove a supporto delle tue tesi, taci che è meglio.
Non si tratta di vittimismo (fra l’altro io sono originario del centro italia). E’ che ogni tanto farebbe piacere che le persone basassero le proprie opinioni su fatti, piuttosto che su luoghi comuni.
In ogni caso sembra che qui pochi abbiano capito uno dei punti cruciali dell’articolo. Ci sono università virtuose che avranno un turn-over inferiore al 20%, nonostante la legge (Dlgs 49/2012) prevedesse il contrario.
22 ottobre 2013 at 12:48
Banfi? De Nicolao?
Effettua il login per rispondere	Mariagrazia Dotoli says:
22 ottobre 2013 at 16:05
Faccio notare che l’intera Puglia (con 4 Atenei pubblici e quasi 3000 docenti strutturati in totale nelle Universita’) porta a casa circa 11 punti organico, pari a un quarto di quanto ottiene il solo Ateneo di Bologna (40 PO, avendo 2800 docenti già in organico).
Tale distribuzione penalizzante per la Puglia avviene con un solo Ateneo non virtuoso (l’Università di Foggia, Bari e’ poco sopra l’80%) e Atenei che hanno riconosciute eccellenze a livello di VQR e, oltre ad essere virtuosi, hanno bilanci perfettamente in ordine, non sono indebitati e hanno tasse basse (Politecnico di Bari).
L’insieme di tutte le Università a sud di Roma riceve in totale circa 70 PO, quanto Milano (32) e Bologna (40) messi insieme.
Se alle Università meridionali sommiamo la Sapienza arriviamo a circa 100 PO, tanti quanti ne prendono appena tre Atenei, Bologna (40), Milano (32) e il Politecnico di Milano (28).
Ancora, osservo che appena 5 università (Milano, Bologna, Padova, Politecnico di Milano e Politecnico di Torino), avranno più del 30% dei PO assegnati in tutta Italia con il decreto appena pubblicato.
E’ appena il caso di ricordare che le Università che ottengono punti organico ben superiori al 100% del proprio turnover reale (Sant’Anna, Pisa e via discorrendo fino a Milano) e comunque tutte quelle che ottengono oltre il 20% del turnover disponibile, attingono di fatto a punti organico rivenienti dai pensionamenti di altre Università che hanno attuato politiche di prepensionamento e vedono spostato il proprio turnover altrove.
Che poi cio’ accada con un saldo netto di spostamento di PO da turnover dal sud verso il nord non è a mio parere un caso.
Personalmente sono disgustata.
22 ottobre 2013 at 17:08
Concordo pienamente con lei…non è un caso!
22 ottobre 2013 at 18:55
Beh, Bologna e’ sotto il Po, e quindi CENTRO ITALIA. Padova e’ vicina al Po e pure non lontana dai paesi slavi, e quindi la catalogherei sotto Yugoslavia… Torino e’ quasi Francia. Rimangono veramente del NORD ITALIA le due univ. di Milano. Pero pero mi dicono ora che Milano non e’ troppo distante dalla Svizzera. Va beh. Ha preso quasi tutto Bologna, come al solito…
22 ottobre 2013 at 19:17
Abbondanzio: pensavo fosse un fatto notorio quello del diverso indice di c.d. fedeltà fiscale tra nord e sud. Cmq se ti interessa documentarti potresti partire da questa anali del centro studi del Sole24 Ore. Ciò detto il vero problema è che al sud – a parità di condizioni economiche – le tasse universitarie sono più basse (in media del -28%, dunque un dato non propriamente simbolico). E anche su questo ti giro una ricerca di Federconsumatori. Dopo di che spero che alcuni miei gentili interlocutori non accuseranno anche il Sole 24 ore e Federconsumatori di razzismo antisud, ma avranno il buon senso di riflettere sui dati, invece che inveire con chi non la pensa come loro.
Sole 24 Ore: Nord e Sud più vicini in rischio evasione fiscale
Ma nelle regioni settentrionali la fedeltà fiscale resta maggiore. Da oggi al via il nuovo Redditometro
Roma, 19 ago. (TMNews) – Nella classifica del rischio-evasione, il Sud si avvicina al Nord. Una notizia pubblicata dal Sole 24 Ore nel giorno in cui entra in funzione il nuovo Redditometro che analizzerà le dichiarazioni dei redditi e le spese degli ultimi 4 anni. L’indicatore elaborato dal Centro studi Sintesi per Il Sole mostra nelle regioni del Sud una piccola riduzione del divario tra reddito disponibile e benessere effettivo delle famiglie. Nelle regioni settentrionali, comunque, la fedeltà fiscale resta maggiore.
Il Mezzogiorno continua a presentare lo squilibrio più elevato d’Italia, ma il segnale è chiaro: nell’ultimo anno misurabile con i dati ufficiali, si è ridotta quella fetta di consumi che non risulta ‘finanziata’ da redditi dichiarati al Fisco e che quindi potrebbe essere pagata con guadagni in nero.
Tra le regioni del Sud, Campania, Puglia, Calabria e Sardegna hanno migliorato il proprio punteggio nell’indicatore di sintesiesi, mentre la Sicilia ha mantenuto praticamente lo stesso score dal 2006. Di fatto, gli unici due peggioramenti nell’ultimo anno arrivano da Molise e Basilicata. In queste due piccole regioni, però, le statistiche potrebbero essere anche condizionate dalla presenza di redditi fiscalmente prodotti fuori regione e consumati sul territorio.
RAPPORTO TASSE UNIVERSITARIE 2013-2014
Scritto da Elena Bravetta il 05 ottobre 2013
Il testo integrale del rapporto nazionale sui costi degli Atenei Italiani
5 Ottobre 2013 4° RAPPORTO NAZIONALE FEDERCONSUMATORI SUI COSTI DEGLI ATENEI ITALIANI (testo integrale)
Per il quarto anno consecutivo, Federconsumatori ha realizzato un’indagine relativa alle imposte in vigore per gli studenti che frequentano le Università italiane. Gli importi delle tasse sono stati calcolati in base alle informazioni fornite dagli Atenei e in base ai modelli riportati sui siti web delle Università stesse. 1. La selezione delle Università Le Università esaminate sono le stesse prese in considerazione negli anni scorsi. Dividendo quindi l’Italia in tre macroaree geografiche – Nord, Centro e Sud – sono state scelte le regioni con il maggior numero di studenti. Si tratta di Lombardia, Piemonte e Veneto per il Nord, Emilia Romagna, Toscana e Lazio per il Centro e Campania, Puglia e Sicilia per il Sud. Gli Atenei nelle diverse regioni sono stati poi selezionati in base alla grandezza. 2. Le fasce di riferimento Considerando che i contributi universitari sono determinati dalla condizione economica dello studente, con metodi e sistemi che variano da un Ateneo all’altro, nell’indagine si fa riferimento a cinque fasce di reddito standard. La suddivisione in base al reddito I.S.E.E. è riportata nella Tabella Prima
Seconda Terza Quarta Quinta Fino a 6.000 Euro Fino a 10.000 Euro
Fino a 30.000 Euro Massimo NB – In alcune Università i contributi non vengono determinati in base l’I.S.E.E. ma secondo altri indicatori. In questi casi l’importo è
stato calcolato adattando tali parametri alle fasce I.S.E.E. di cui sopra. 3. Borse di studio e agevolazioni Naturalmente nel presente rapporto non è stato possibile calcolare l’ammontare di borse di studio e riduzioni per merito. Per completezza di informazione è necessario specificare che tali agevolazioni sono previste dalla maggior parte delle Università. 4. Evidenze principali Di nuovo, come è già successo negli anni scorsi, rileviamo che mediamente le Università del Nord Italia impongono tasse più alte rispetto agli Atenei del Sud (in media del +28%). A tale proposito, precisiamo che il divario si è assottigliato rispetto allo scorso anno ma non possiamo considerare questo dato come un elemento totalmente positivo: la riduzione della forbice, infatti, non è dovuta alla diminuzione delle imposte degli Atenei del Nord ma al consistente aumento delle rette previste per gli studenti delle Università del Meridione. Inoltre nel Rapporto 2013 emerge un’evidenza nuova rispetto a quanto riscontrato negli anni scorsi: considerando la media della prima fascia, questa volta sono gli Atenei del Centro Italia, e non quelli del Sud, ad imporre le tasse 5. Il caso Università del Salento Così come abbiamo evidenziato nel Terzo Rapporto, anche questa volta si rende necessaria una precisazione relativa all’Università del Salento. Per quanto riguarda le prime due fasce, le tasse dell’Ateneo pugliese risultano particolarmente elevate, sia rispetto alla media del Sud Italia che rispetto a quelle delle altre Università. Questo accade perché l’Università del Salento prevede, oltre alla riduzione delle imposte sulla base del reddito I.S.E.E., un ulteriore sconto in base alla media dei voti degli esami sostenuti. Non è stato però possibile simulare tale riduzione, quindi l’importo annuale è stato considerato senza applicare lo sconto stesso. 6. Gli Atenei più cari Relativamente alle Università che impongono le tasse più alte, quest’anno spicca una novità. In passato abbiamo rilevato comel’Ateneo di Parma prevedesse imposte particolarmente onerose, soprattutto per gli studenti che rientravano nelle prime due fasce di reddito. Per il 2013, invece, le rette sono in media con quelle degli altri Atenei del Nord. Questa volta, dunque, la ‘palma’ dell’Università più cara va a Milano ‐ che impone rette medie minime di 748,50 euro ‐ , seguita da Padova, che per chi si colloca nella fascia più bassa prevede mediamente imposte di 722,77 euro annui. Inoltre in molti casi (ma non sempre) le Università differenziano gli importi delle tasse tra facoltà umanistiche e facoltà scientifiche. Negli Atenei che adottano tale distinzione, uno studente della facoltà di Matematica, ad esempio, paga tra il 5,26% e il 6,25% in più (a seconda della fascia di reddito di appartenenza) rispetto ad un suo collega di Lettere e Filosofia. 7. Il confronto con il 2012 Mettendo a confronto i dati relativi all’anno accademico 2013‐2014 con quelli raccolti nel 2012‐2013 si nota che gli importi totali medi relativi alle prime due fasce di reddito hanno subito una leggerissima flessione (‐0,3% per la prima fascia e ‐1,37% per la seconda). Si tratta di un’evidenza positiva solo in parte, poiché in questo caso il meccanismo della media matematica restituisce un risultato che non corrisponde del tutto alla realtà: nonostante quasi tutti gli Atenei facciano registrare un incremento delle tasse, la consistente diminuzione delle rette delle Università di Parma, sommata alla lieve riduzione delle imposte dell’Ateneo di Milano, fa sì che la media complessiva risulti di poco inferiore a quella dell’anno scorso. Prendendo invece in esame gli importi per altre tre fasce, gli aumenti ammontano rispettivamente a +2,71%, +3,86% e +5,51%. La media nazionale complessiva degli importi registra un incremento del +3% rispetto all’anno accademico 2012/2013.
Effettua il login per rispondere	Plymouthian says:
22 ottobre 2013 at 21:34
Alludere che ci sia una relazione tra le minori tasse degli atenei del sud, sventolando i dati senza conoscere la realtà di cui si parla è alquanto avventato. Anche se ci possono essere le basi per sostenere questa teoria, ci sono molte altre considerazioni da fare a riguardo e mi limito a quelle che mi sembrano più evidenti:
1. I dati del Sole24Ore parlano del fenomeno dell’evasione nella sua interezza, non è quindi evidente la relazione con i singoli casi, per esempio i grossi evasori, normalmente dichiarano al fisco un “minimo” sufficiente per non essere troppo evidenti e di solito questo “minimo” li fa comunque ricadere in una fascia superiore per l’università.
2. A volte, chi può (leggi redditi più alti), dalle regioni del sud manda a sudiare i figli nelle “prestigiose” università del nord, questo aiuta a squilibrare ulteriormente i redditi.
3. Alcune università, come riportato nel rapporto federconsumatori, garantiscono generosi sconti per gli immatricolati in base al voto di maturità, che statisticamente è più alto al sud (non apriamo anche questa discussione per favore).
In ogni caso, ripeto, tasse più basse pro-capite non sono influenti sul calcolo dell’indicatore, perché se a tasse più basse equivalgono più studenti questo si compensa.
Inutile girarci attorno, questo fa parte di un piano per creare una lega di atenei di prima fascia a cui destinare le maggiori risorse e una seconda (e terza?) fascia a cui dare le briciole.
Non è nulla di cui vergognarsi, è il sistema anglosassone. Si dica solo che questo è il vero obiettivo e se ne assumano la responsabiltà.
22 ottobre 2013 at 22:29
Cari colleghi, apprezzo lo sforzo di molti di noi di contribuire al dibattito (anche con qualche spunto polemico forse di troppo). Ma penso che tutti questi commenti lasciati a margine di questo intervento servano a poco. L’unica verità è che prima l’Anvur e adesso il MIUR ce l’anno messo nel c… alla grande. L’unica cosa da fare è una mobilitazione seria e compatta contro questo Ministro, che è la ciliegina sulla torta del percorso cominciato dalla Gelmini e continuato da Profumo. Quanto alla ripartizione dei punti organico e del turn-over, mi sembra che il conflitto d’interessi dimostrato dal Ministro sia macroscopico… roba che in confronto Berlusconi è un Boy-scout…
23 ottobre 2013 at 00:22
Basterebbe sostituire l’ultima colonna della tabella ministeriale con la terzultima. Sigh…
Effettua il login per rispondere	nightwish73 says:
23 ottobre 2013 at 08:32
Se posso permettermi da precario da 15 anni, al di là delle analisi comunque interessanti e di possibili bias (questione nord-sud, per esempio), mi sembra abbastanza evidente che per i politici italiani di qualunque corrente, al di là delle belle parole, l’università e gli enti di ricerca pubblici siano fondamentalmente uno spreco. Ogni arrampicata sugli specchi serve fondamentalmente per ridurre i fondi, con lo scopo (forse) di far chiudere molti atenei e mantenerne pochi, sperando che i privati prima o poi si inseriscano nella partita. Grecia docet.
Effettua il login per rispondere	Pisa61 says:
23 ottobre 2013 at 09:07
Guarda caso… Tg2 ieri sera alle 20 e 30 servizione sulle università telematiche che sono passate da 1500 a 12000 iscritti….. Telemarconi in primo piano…
25 ottobre 2013 at 16:13
Scusatemi la domanda ingenua, ma “l’indicatore spese personale” comprende anche i costi del personale tecnico amministrativo? se la risposta è si (come credo), vorrei dare un contributo che forse può evidenziare una delle cause che hanno portato ai risultati del D.M.
Il mio ateneo (Seconda Università di Napoli) è nella “lista nera” dei più maltrattati, in quanto presenta (dati della tabella di ripartizione dei punti organico)un costo del personale paragonabile a quello del Politecnico di Milano (quello, tra i virtuosi, più vicino alla SUN in termini di costi del personale), a fronte di entrate FFO+tasse universitarie pari circa alla metà del poliMi.
Eppure abbiamo meno docenti (984 SUN/1277 Polimi, 77%), e meglio distribuiti, in termini di costi: abbiamo, in termini percentuali, meno ordinari (231/984, 23% del totale a fronte di 358/1277, 28%), meno associati(255/984, 26% a fronte di 361/1343, 28%) e più ricercatori, che costano meno (498/984, 50% a fronte di 558/1343, 44%): i costi dei docenti della SUN sono certamente inferiori ai costi del POLIMI, sia in termini assoluti che in termini di distribuzione nelle varie fasce. Perché allora la SUN costa tanto? Il problema è (forse) nel numero del personale tecnico amministrativo: a fronte dei circa 1000 docenti, alla SUN ci sono circa 2200 t.a., i cui costi incidono in maniera evidente sui costi globali del sistema. Tra questi vi sono tutti i tecnici dedicati al funzionamento della (ex) Facoltà di Medicina, che alla ricerca e alla didattica aggiunge le attività ambulatoriali: vi sono allora infermieri, portantini, autisti delle autoambulanze etc… che il PoliMi non ha.
Con una piccola ricerca è possibile verificare che tutte le strutture posizionate nelle ultime 10 posizioni hanno al loro interno una facoltà di medicina, che, viceversa, tra le prime dieci ha solo Catanzaro. Non ho avuto la possibilità di controllare il rapporto docenti/t.a. di tutte le strutture universitarie, ma non vorrei che le differenze derivassero proprio dalla presenza di tecnici dedicati alle attività ospedaliere, presenze necessarie per le attività ambulatoriali, ma che nulla hanno a che fare con le attività di didattica e di ricerca proprie dell’Università
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