Source: http://www.gruppolatenda.org/lettera-44-seconda-serie/
Timestamp: 2020-01-18 08:38:05+00:00
Document Index: 98066536

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 4', 'art. 293']

Lettera 44 (Seconda Serie) – La Tenda
Lettera 44 (Seconda Serie)
13 Febbraio 2018 13 Febbraio 2018 La Tenda
IL REGNO – DOCUMENTI 1 GENNAIO 2017
EUTANASIA : IL PIANO INCLINATO
EUTANASIA : IL PIANO INCLINATO (Da Il Regno, gennaio 2017)
Ci sono situazioni nuove, che pongono nuovi interrogativi e il dialogo che deve emergere deve mostrare la ricchezza ma anche la difficoltà della posta in palio.
In questa lettera condividiamo un documento di grande interesse in cui il Vescovo di Utrecht si interroga sul fine vita sulla base dell’esperienza dei Paesi Bassi, il primo paese europeo ad aver depenalizzato l’eutanasia ed il suicidio assistito. Nella prossima lettera pubblicheremo il confronto che abbiamo avuto su questo tema e le riflessioni dei membri del Gruppo.
Fin da ora vogliamo invitarvi a partecipare alla riflessione comune su un tema così importante e che necessariamente ci coinvolge tutti, gli indirizzi li trovate nella pagina finale.
I progressi delle scienze permettono, in alcuni casi, salute e benessere, in altri terapie sproporzionate fanno crescere la sofferenza fisica e, soprattutto quella psichica.
“Occorre combattere tutto ciò che rende il morire più angoscioso e sofferto, ossia il dolore e la solitudine”. Si sospendano le cure se non proporzionali: “è più insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona” (papa Francesco 16-11-2017)
In alcuni casi i nuovi stili di vita e l’invecchiamento e la compromissione delle possibilità relazionali pongono interrogativi da affrontare non solo dalla persona singola ma dalla comunità umana, per riattivare il valore della vita e non per suggellarne il fallimento.
Nel campo del fine vita intervengono vari attori.
Il paziente: come soggetto principale.
I parenti e gli amici.
I medici e le scienze mediche, che devono vedere la donna o l’uomo che hanno davanti, non solo come paziente, ma come persona umana nella sua interezza. Forse da loro non è possibile aspettarsi totale chiarezza e coerenza senza un costruttivo confronto.
Il legislatore: è necessario tener presente che non tutto può essere normato e che nel legiferare si deve tener conto soprattutto dei più “deboli” anche delle minoranze.
Le persone di fede: siamo chiamati ad aiutare nella riflessione e nel confronto, con tutti gli uomini e le donne di buona volontà, per una maturazione ricavata dall’ascolto e dalla condivisione. Più che dare la parola definitiva dovremmo favorire le piste di ricerca. Aiutare perché in molti casi la vita continua e può raggiungere, proprio nella fase finale, una sua pienezza, ciò che di più prezioso offre la vita.
La collettività umana: dobbiamo contribuire a non misurare il valore dell’esistenza solo sul lavoro, la salute, l’economia; inoltre dobbiamo essere capaci di creare alternative alla totale solitudine di molti anziani o portatori di handicap (ad esempio favorire la vita comune di 3-4 persone in una casa con un operatore in modo che abbiano facilità di scambio col mondo esterno).
. Il 26 settembre 2016 il card. Willem Eijk, arcivescovo di Utrecht nei Paesi Bassi (il primo stato al mondo a legalizzare l’eutanasia, nel 2002), è intervenuto su «L’esperienza olandese dell’eutanasia e del suicidio medicalmente assistito» all’Assemblea plenaria della Conferenza canadese dei vescovi cattolici a Cornwall (Ontario), nel paese che ha approvato il 17 giugno 2016 la Legge sull’eutanasia e il suicidio assistito. L’arcivescovo di Utrecht, teologo moralista e medico, utilizza l’argomento del «piano inclinato» per evidenziare le conseguenze culturali e sociali della legge che ha depenalizzato il suicidio assistito e l’eutanasia nei Paesi Bassi, sottolineando la necessità per la Chiesa di svolgere un ruolo attivo a tutela della dignità umana diffondendo la cultura delle cure palliative. «Quando si lascia una porta socchiusa, la si può facilmente aprire di più. Una volta che si permette d’interrompere la vita per un certo tipo di sofferenza, perché non lo si dovrebbe permettere per sofferenze che sono solo leggermente minori?» «Dovremmo anche considerare che le persone che soffrono molto per malattie e handicap possono (ri)scoprire la dignità della loro vita ed essere messi in grado di continuare la loro vita nelle circostanze date».
Innescare la miccia
A suscitare il dibattito olandese sull’eutanasia è stato un libretto, pubblicato dal professore di psichiatria a Leiden Jan Hendrik van den Berg con il titolo provocatorio “Medische macht en Medische ethiek”, che significa «il potere della medicina e l’etica medica». Qui egli descriveva una serie di casi medici piuttosto estremi in cui persone di età diverse, tenute in vita per anni da trattamenti medici e chirurgici, avevano sofferto tremendamente. Egli sosteneva che in questi casi i tentativi di mantenerli in vita non avevano senso e avrebbero dovuto essere omessi. Si sarebbe semplicemente dovuto lasciarli morire. Sosteneva inoltre che il medico in questi casi avrebbe avuto il permesso dalla legge di mettere fine alla vita dei pazienti. Descrizioni di casi clinici estremi sono stati spesso presentati nella discussione sull’eutanasia al fine di sostenere che azioni per porre fine alla vita da parte dei medici dovrebbero essere legalizzate per pazienti affetti da malattie incurabili.
Van den Berg definiva questi casi come marce della vittoria del potere medico. Egli distingueva tre periodi nella storia della medicina in relazione allo sviluppo del potere tecnico-medico: il periodo dell’impotenza tecnica, dalla preistoria al 1870; il secondo periodo, quello della transizione dall’impotenza alla potenza tecnica, tra il 1870 fino a pochi anni prima del 1969, quando Van den Berg scrisse il suo libro, vale a dire fino agli anni Cinquanta-Sessanta; poi era cominciato il terzo periodo, quello del potere tecnico-medico, caratterizzato da diverse specialità chirurgiche, all’epoca cardiochirurgia, neurochirurgia e trapianto chirurgico, e dallo sviluppo di potenti farmaci, la rianimazione e la respirazione artificiale. Attraverso queste tecniche mediche era possibile curare e mantenere in vita persone le cui patologie sarebbero state incurabili alcuni decenni o anche solo anni prima.
L’antica etica medica, valida nell’epoca dell’impotenza medica, secondo Van den Berg si basava su una legge assoluta fondamentale, che non fu mai permesso al medico di violare. Questo principio assoluto implicava che egli dovesse preservare la vita sempre e in ogni circostanza. Questo principio era rimasto valido fintantoché il medico non poteva fare molto. Van den Berg era convinto però che il medico, nel periodo del potere tecnico-medico, avesse bisogno di una nuova etica. La norma fondamentale di questa nuova etica è la seguente: «Il medico ha l’obbligo di mantenere, salvare e prolungare la vita, dove e quando è significativo». Nessuno contesterà che è saggio e talvolta obbligatorio rinunciare a un trattamento per il prolungamento della vita, ma la questione è se noi davvero abbiamo bisogno di una nuova etica per arrivare a questa conclusione. Un’altra questione è se van den Berg abbia formulato correttamente quella che ha definito «la vecchia etica medica». Torneremo su questo argomento.
Porre fine alla vita
Van den Berg non si è limitato a sostenere i suddetti trattamenti per prolungare la vita. Egli ha anche difeso la possibilità di porre fine alla vita da parte del medico. In tal modo egli non pensava all’eutanasia volontaria e al suicidio assistito, ma al porre fine alla vita in situazioni in cui i pazienti in questione non erano in grado di esprimere la loro volontà. Egli lo ha sostenuto nel caso dei bambini che verso la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta del secolo scorso erano diventate «vittime» della talidomide (talimol), un medicamento preso come sonnifero dalle madri durante la gravidanza e che nello sviluppo pre-natale causava gravi malformazioni delle braccia e delle gambe e altre aberrazioni congenite. Van den Berg sosteneva che porre fine alla vita di queste «vittime del potere medico-tecnico» fosse lodevole: «Ci sono stati genitori che, dopo averci riflettuto, hanno ucciso il loro figlio malato in conseguenza del talidomide. Mi sembra un atto di coraggio e di dignità. Ci sono stati medici che al bambino malato per effetto del talidomide poco dopo la nascita hanno fatto un’iniezione letale su richiesta dei genitori. Questo mi sembra un atto di semplice esecuzione di un dovere medico».
Egli sosteneva inoltre che si sarebbe dovuto permettere legalmente di porre termine alla vita di pazienti mantenuti in vita con la respirazione artificiale ma con lesioni neurologiche irreversibili, e degli anziani dementi su richiesta di un parente prossimo, dopo la consulenza di un comitato.
Lasciare morire e far morire
Colpisce il modo in cui egli argomenta la propria propensione a favore di atti medici che pongano fine alla vita. Van den Berg sostiene che accettare che la vita sia accorciata, rinunciando a un trattamento medico che la prolunghi, implica che si dovrebbe accettare anche il porre fine alla vita con la somministrazione di una dose letale di farmaci, perché in entrambe i casi si pone fine alla vita: «Il medico può porre fine alla vita in due modi: interrompendo un trattamento medico o compiendo una procedura medica. Nel primo caso il medico è passivo… nel secondo caso è attivo. Uccide il paziente. Nero su bianco sembra incredibilmente crudele: il medico uccide il paziente. Sembra atipico. Sembra inappropriato. Ma ciò che è veramente inappropriato è far sì che persone completamente inconsapevoli, coloro che da tempo sono stati sconfitti, i morenti e coloro che sono già morti, continuino a vegetare. Questo dovrebbe essere atipico, in ogni caso è crudele».
Mi sono soffermato così a lungo sul libretto di Van den Berg per alcune ragioni: prima di tutto perché per così dire dà «fuoco alle polveri». Sebbene affronti solo la questione degli atti che pongono fine alla vita senza la richiesta del paziente, esso ha innescato immediatamente un acceso e feroce dibattito sia su questo aspetto, sia sull’eutanasia volontaria e il suicidio assistito.
In secondo luogo, il libro mostra che – a parte i rapidi e radicali cambiamenti culturali nella società – una delle cause immediate della discussione sull’eutanasia è stata la questione dell’accanimento terapeutico nel corso negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso. I medici dovevano ancora imparare come gestire il loro nuovo potere tecnico-medico.
In terzo luogo Van den Berg, ponendo sullo stesso piano l’interruzione dei trattamenti utilizzati per prolungare la vita e gli atti per porre fine alla vita, ha introdotto un argomento a favore dell’accettazione e della legalizzazione dell’eutanasia che è rimasto e sempre torna nelle discussioni su questo tema anche in Parlamento (la «Tweede Kamer», seconda camera).
Un acceso dibattito
Le proposte fatte da Van den Berg si sarebbero poi in larga misura realizzate, ma non direttamente, perché c’è stata grande resistenza verso il permettere e legalizzare tali pratiche. Nel 1978 io ho cominciato a lavorare come medico nel reparto di medicina interna dell’ospedale dell’Università di Amsterdam, dove avevo fatto la mia formazione medica. Penso che a quell’epoca circa la metà del personale medico fosse favorevole all’eutanasia volontaria, e un piccolo numero anche a favore delle pratiche per porre fine alla vita senza la richiesta del paziente. Soprattutto i giovani medici mettevano in atto queste pratiche. I colleghi e il personale infermieristico del reparto di medicina interna erano sorpresi del fatto che io, il più giovane dottore del reparto, mi rifiutassi di compiere l’eutanasia o di collaborare alla sua attuazione. Negli anni successivi, tuttavia, il numero dei fautori dell’eutanasia sarebbe cresciuto sempre di più fino a diventare negli ultimi decenni una grande maggioranza.
Il dibattito pubblico invece si è sviluppato più lentamente, perché c’erano molti ostacoli da superare. Negli anni Ottanta del secolo scorso si proponeva di permettere l’eutanasia e il suicidio medicalmente assistito per i pazienti affetti da patologie somatiche incurabili, che erano in fase terminale o che sarebbero morti per la malattia in un futuro non troppo lontano. E ciò solo su esplicita richiesta. In conseguenza di questo, la definizione di eutanasia è stata adattata in modo tale da comprenderla semplicemente come il porre fine alla vita da parte di un medico su richiesta del paziente, senza nessuna aggiunta di elementi come «volontaria». Tuttavia, negli anni successivi, i criteri per accettare la richiesta del paziente di atti che ponessero fine alla vita si sono via via estesi sempre di più. Questi atti sono diventati anche controversi e sono stati di fatto anche accettati al di fuori delle fasi terminali della vita.
Con alcuni casi degli anni Novanta, si è iniziato ad accettare l’eutanasia e il suicidio assistito anche in persone che soffrivano di malattie non-somatiche. Un caso noto è stato quello di uno psichiatra, Chabot, che ha somministrato una dose letale di farmaci a una donna cinquantenne depressa, su richiesta della donna che si rifiutava di sottoporsi al consueto trattamento psichiatrico, ma desiderava morire.
All’inizio degli anni Novanta la pratica dell’eutanasia e del suicidio assistito erano già abbastanza diffuse, sebbene non vi fosse ancora alcuna norma giuridica che rendesse legali tali atti. Solo nel 1993, dopo lunghe discussioni, un regolamento provvisorio sull’eutanasia è stato approvato dalla seconda Camera (Parlamento), così come dalla prima Camera (il Senato). Essa di fatto lasciava formalmente vietati l’eutanasia, il suicidio assistito e la terminazione attiva della vita senza richiesta. Il regolamento permetteva al medico che compiva uno degli atti succitati di avvalersi nella difesa del ricorso alla forza maggiore, che implicava in questo contesto una sorta di «necessità», definita come un conflitto di doveri. Da un lato il medico è chiamato ad adempiere al dovere di proteggere la vita, come richiesto dal Codice penale. D’altra parte ha il dovere di alleviare la sofferenza del paziente.
Questi due doveri sono in conflitto quando non restano più a disposizione strumenti per alleviare le sofferenze, che potrebbero perciò essere placate solo ponendo fine alla vita. Se si può dimostrare che qualcuno ha agito per necessità, si suppone abbia reso servizio a un più alto interesse di giustizia e quindi non ha materialmente violato la legge, anche se formalmente lo ha fatto. Di conseguenza, il ricorso a una difesa per necessità è considerato un valido motivo per agire.
Questo regolamento provvisorio è stato infine sostituito dalla Legge olandese sull’eutanasia, la legge sul controllo del fine vita e l’assistenza al suicidio, che è entrata in vigore il 1° aprile 2002. La legge non implica una legalizzazione dell’eutanasia o del suicidio medico assistito. Questi atti restano proibiti, ma non sono punibili se eseguiti da un medico che ha osservato i requisiti di cui all’art. 2 della legge sull’eutanasia. Il medico, dopo aver compiuto l’eutanasia o aver offerto assistenza al suicidio, non deve più far ricorso alla forza maggiore, poiché l’aver rispettato i requisiti delle funzioni terapeutiche è il fondamento per perorare la non punibilità. Uno dei requisiti più importanti è che il medico sia convinto che la sofferenza del paziente sia senza prospettive e insopportabile (art. 2,1 b). «Senza prospettiva» significa che nessun trattamento può essere più offerto per alleviare le sofferenze. Si tratta di un criterio medico, più oggettivo. Che la sofferenza sia insopportabile è qualcosa che è soprattutto il paziente a dover indicare, ed è pertanto un criterio soggettivo. Il medico, insieme al paziente, deve essere giunto alla convinzione che nella situazione in cui il paziente si trova, non c’è altra soluzione ragionevole (art. 2.1, d). Inoltre il medico deve aver consultato almeno un altro medico indipendente che ha visto il paziente. Un altro importante requisito è che il medico, dopo aver eseguito l’eutanasia o aver dato assistenza al suicidio, ne faccia rapporto a uno dei cinque Comitati regionali per il controllo dell’eutanasia. Se il Comitato, dopo aver verificato il caso, conclude che il medico ha assolto a tutti gli obblighi terapeutici, non sarà perseguito.
Un medico può soddisfare la richiesta di un paziente tra i 16 e i 18 anni d’età, se il paziente è considerato in grado di valutare ragionevolmente i propri interessi e dopo che i genitori o un tutore sono stati coinvolti nel processo decisionale (Legge sull’eutanasia, art. 2.3). Nel caso in cui il paziente sia tra i 12 e i 16 anni d’età, è necessario che i genitori o il tutore dia il consenso alla richiesta (art. 2.4)
Conflitto di doveri
Anche se il ricorso alla forza maggiore non è più necessario, l’idea alla base della legge sull’eutanasia è che il medico, che compie l’eutanasia o assiste al suicidio, si confronta con un conflitto di doveri. Da un lato il medico dovrebbe salvare e proteggere la vita; dall’altra egli dovrebbe alleviare le sofferenze, cosa che in alcuni casi sarebbe possibile solo ponendo fine alla vita del paziente. Che cosa possiamo dire al riguardo?
Il presunto dovere di porre fine alla vita non toglie la sofferenza, ma elimina la persona che soffre. Tuttavia, un dovere di compiere questa seconda azione non esiste. Il porre fine alla vita, sia su richiesta del paziente sia senza richiesta, per porre fine alle sue sofferenze è intrinsecamente o essenzialmente un atto malvagio, il che implica che non è mai permesso compierlo in alcuna circostanza, nemmeno su richiesta del paziente. Il corpo umano non è un oggetto, e pertanto non è un semplice mezzo per uno scopo, di cui sarebbe possibile determinare il valore. Dimensione essenziale della persona umana, il corpo partecipa al valore della persona come un fine in se stessa. La persona umana è creata a immagine di Dio nel suo insieme, nella sua dimensione spirituale e in quella materiale. Dio e tutto ciò che è stato creato a sua immagine è sempre di valore essenziale e non puramente strumentale. Questo è il fondamento della dignità universale della vita umana. Giovanni Paolo II ha chiaramente affermato che «La vita è sempre un bene» (Evangelium vitae, n. 31; EV 14/2267); in altre parole, la vita ha un «valore intrinseco» (ivi, n. 55). Egli continua affermando: «All’uomo è donata un’altissima dignità, che ha le sue radici nell’intimo legame che lo unisce al suo Creatore: nell’uomo risplende un riflesso della stessa realtà di Dio» (ivi, n. 34). Giovanni Paolo II quindi sollecita i medici: «Siate sempre ministri della vita; non mai, non mai strumenti di morte!».
Dovere del medico non è togliere tutte le sofferenze. Che ciò sia possibile è un’illusione. Il medico ha il dovere di ridurre il dolore a misure sopportabili. Strumento indispensabile per raggiungere quest’obiettivo sono le cure palliative, in cui non solo il medico, ma molti altri sono coinvolti: il personale infermieristico, psicologi, pastori, volontari e parenti. Nei Paesi Bassi la discussione sull’eutanasia è cominciata nel 1969; la discussione sulle cure palliative solo nella seconda metà degli anni Novanta. È stato impressionante il fatto che esattamente gli stessi medici che si erano resi disponibili come consulenti nei casi di eutanasia, e perciò la giustificavano come moralmente accettabile, dicevano pubblicamente che l’introduzione delle cure palliative avrebbe portato a una diminuzione nel numero delle richieste di eutanasia. Uno dei medici intervistati che aveva compiuto l’eutanasia due volte l’anno, disse: «Negli ultimi tre anni ho ancora ricevuto alcune richieste di eutanasia, ma grazie alla mia conoscenza delle cure palliative non sono stato costretto una sola volta a ricorrere all’eutanasia». Altri medici hanno ripetutamente confermato questa esperienza.
Indagini sulla prassi dell’eutanasia
La prima indagine sulla pratica dell’eutanasia in Olanda – intervistando medici e analizzando le statistiche di morte – è stata compiuta nel 1990. Il numero totale di casi d’interruzione di vita su richiesta del paziente registrata in questo modo era di 2.700, l’1,9% di tutti i casi di morte. Nel 2010 il numero totale di casi di eutanasia e suicidio medicalmente assistito registrati nello stesso modo è salito a 4.050, il 2,8% di tutti i casi di morte; 3.050 erano le eutanasie, 200 i casi di suicidio medicalmente assistito. Nei Paesi Bassi il numero di casi di eutanasia è sempre stato molto superiore a quelli del suicidio medicalmente assistito. In questo paese non si fa alcuna distinzione di fondo tra l’eutanasia (considerata come eutanasia volontaria, senza che si aggiunga l’aggettivo volontario, vedi sopra) e il suicidio assistito, né da un punto di vista legale, né morale. Nell’eutanasia il medico somministra al paziente i farmaci che uccidono, mentre nel suicidio assistito il paziente stesso prende i farmaci che il medico gli ha prescritto con l’esplicito fine che il paziente li usi per porre fine alla sua vita. Nel secondo caso, il medico coopera al suicidio del paziente. La sua cooperazione è formale, perché è consapevole e concorde con l’intenzione del paziente di eseguire il suicidio con i farmaci che egli ha prescritto. Il giudizio morale sulla cooperazione formale all’atto di qualcun altro è praticamente lo stesso di quello sull’atto in sé. Il giudizio morale sull’eutanasia e quello sul suicidio medicalmente assistito dal punto di vista del medico sostanzialmente non differiscono in nulla.
Il numero di richieste di eutanasia nel 2010 è stato 9.100, il che significa che il 45% delle richieste è stato portato a termine. La percentuale di casi di eutanasia e di suicidio assistito di cui è stato fatto rapporto al procuratore attraverso il medico legale e successivamente ai Comitati regionali di controllo sull’eutanasia sono passati da quasi il 20% nel 1990 al 77% nel 2010. Il numero di casi riportati ai Comitati è salito dai 1.882 nel 2002, l’anno in cui è entrata in vigore la legge sull’eutanasia, ai 5.516 nel 2015. Di questi casi, 56 riguardavano situazioni in cui una patologia psichiatrica era il motivo di una sofferenza considerata senza prospettive e insopportabile.
Demenza avanzata e dichiarazione scritta per l’eutanasia
In 109 dei 5.516 casi segnalati ai Comitati regionali di controllo sull’eutanasia nel 2015, la vita è stata interrotta a causa di demenza. La demenza rappresenta un problema molto particolare, quando il paziente ha espresso per scritto una richiesta di eutanasia prima di diventare demente. Quando la demenza è in stadio avanzato, il paziente non può più esprimere le sue effettive volontà. Può quindi il medico concludere che la demenza è una sofferenza insopportabile e senza prospettiva, e che egli può rispettare la richiesta scritta del paziente, a volte definita molti anni prima, anche se il paziente non può più esprimere la propria volontà?
La Legge sull’eutanasia dice che una dichiarazione scritta può sostituire una richiesta orale (art. 2, 2). Il legislatore tuttavia ha omesso di indicare i requisiti circa il periodo di validità di una dichiarazione di eutanasia. Ciò implica che una dichiarazione di eutanasia fatta molti anni prima resta valida, a norma di legge. Il pubblico ministero perciò ha deciso di non perseguire il medico coinvolto, anche se in questo caso il Comitato regionale di controllo sull’eutanasia aveva mosso obiezioni nei confronti dell’eutanasia. Come sappiamo, però, le persone possono cambiare idea e opinioni nel corso del tempo. Come si fa a essere certi del fatto che una dichiarazione di eutanasia di molti anni prima esprima davvero la volontà attuale del paziente? Molte persone dementi non sembrano essere infelici. Può qualcuno affermare che soffrono insopportabilmente? Nell’attuare la richiesta scritta di eutanasia in un caso di demenza avanzata, potrebbe accadere che il medico ponga termine alla vita di un paziente che è tranquillo, non è infelice e non richiederebbe l’eutanasia in quel momento. Se la sofferenza sia insopportabile è una valutazione che dipende dal medico insieme al paziente, il quale ha il ruolo più importante nel determinare se la sua sofferenza sia insopportabile.
Non ancora soddisfatti
Nei Paesi Bassi si è soddisfatti della Legge sull’eutanasia? Non di rado le persone hanno difficoltà con questa legge, perché prevede che per l’eutanasia e l’assistenza al suicidio si dipenda ancora dalla volontà dei medici curanti. Come abbiamo visto in precedenza, ci sono casi in cui un medico si rifiuta di accettare una richiesta di eutanasia. Può farlo perché ha obiezioni di principio contro l’eutanasia. La percentuale di medici che rifiutano di praticare l’eutanasia o di prestare assistenza al suicidio è piuttosto bassa. Si tratta solo del 15% di tutti i medici nei Paesi Bassi nel 2005. Può anche accadere che il medico non abbia obiezioni di principio contro l’eutanasia, ma non sia convinto che la sofferenza del paziente sia senza prospettiva e insopportabile, e rifiuti quindi di rispondere alla richiesta di eutanasia. Poiché un certo numero di medici, pazienti e altri non sono contenti del fatto che la richiesta di eutanasia o di assistenza al suicidio sia spesso non rispettata, sono stati fatti diversi tentativi per estendere l’interpretazione della legge sull’eutanasia o per presentare proposte per un’altra legge.
Contro un’interpretazione troppo restrittiva della Legge sull’eutanasia
Nel 2011 il Comitato direttivo dell’Associazione medica reale olandese ha pubblicato il suo parere riguardo l’eutanasia e il suicidio assistito: non mira a una modifica della legge sull’eutanasia, ma considera l’interpretazione della legge da parte di medici troppo restrittiva. Molti medici non saprebbero che la demenza (iniziale), disturbi psichiatrici cronici e un accumulo di patologie della vecchiaia possono essere la causa di una sofferenza insopportabile, senza prospettiva, che offre al medico la possibilità di compiere l’eutanasia o prestare assistenza al suicidio secondo i termini previsti dalla Legge sull’eutanasia. Il Comitato direttivo dell’Associazione ha indicato che i Comitati regionali erano più volte giunti alla conclusione di poter parlare di sofferenza insopportabile, senza prospettiva, in caso di un accumulo di patologie della vecchiaia combinato con fattori di per sé non fatali: come ad esempio, nel caso di una donna tra gli 80 e i 90 anni di età, una combinazione di artrosi della colonna vertebrale, fratture, allettamento e dipendenza dagli altri per la cura quotidiana; e nel caso di un uomo della stessa fascia di età, una combinazione di cecità dovuta a glaucoma, difficoltà di udito e dolori alla schiena. Secondo il Comitato direttivo della Federazione non si può, pertanto, pensare che un disturbo medico classificabile sia una condizione necessaria di sofferenza insopportabile, senza prospettiva. La sofferenza può essere insopportabile e senza prospettiva anche in casi segnati da un accumulo di problemi della vecchiaia, in cui si può prendere in considerazione la fragilità, la solitudine e la perdita di autonomia. Il Consiglio direttivo dell’Associazione sostiene tuttavia che per poter parlare di sofferenza insopportabile senza prospettiva è sempre necessario un fondamento medico.
Esplorare i limiti della Legge sull’eutanasia
Al fine di esplorare i limiti della legge sull’eutanasia, è stata costituita all’Aia la Fondazione «Clinica per il fine vita» (Levenseindekliniek). La Fondazione ha un certo numero di consulenti per assistere i medici che hanno difficoltà nel compiere l’eutanasia, ad esempio perché lo stanno facendo per la prima volta. I consulenti sono anche pronti a sostituire un medico che si rifiuta di porre fine alla vita del paziente su richiesta. La Clinica ha fatto parlare di sé il 15 febbraio 2016, in un programma televisivo trasmesso su un canale dell’emittente pubblica (NPO) intitolato «2doc». E che mostra la fine della vita di tre persone.
Un uomo, fisicamente sano, ma che soffre di una patologia ossessiva per cui fa pulizia in modo compulsivo, mette in ordine i vestiti e gli armadi più e più volte e s’infligge mutilazioni. Egli chiede l’eutanasia. Lo psichiatra dell’istituto in cui vive non è disposto a rispettare la sua richiesta. Ma il consulente psichiatrico della Clinica è pronto a farlo.
Una donna di 100 anni di età vuole morire perché trova la sua vita monotona, soffre di dolore alle braccia e ha paura di essere costretta a letto.
Mostra inoltre una donna con demenza semantica avanzata, un tipo di demenza che parte dal centro linguistico del cervello, e porta alla perdita della conoscenza del significato delle parole. Peraltro è fisicamente sana. Si ritiene che abbia liberamente richiesto l’eutanasia, anche se non è in grado di usare la parola «eutanasia», e nemmeno la parola «morte». Può solo descrivere ciò che sta per accadere con le parole olandesi hupsakee, weg, klaar, che significano «su, via, pronta». Il suo medico di base, che era in dubbio se fosse davvero in grado di esprimere la sua volontà e quindi si rifiutava di eseguire l’eutanasia, diceva di aver cercato di discutere di questo con lei. Ha disegnato per esempio una bara e le ha chiesto che cosa fosse, ma lei non era in grado di dirglielo.
Il programma mostra le riunioni preparatorie dei medici con le persone che hanno richiesto l’eutanasia e l’effettiva messa in atto dell’interruzione della vita: gli spettatori vedono come i mezzi per l’uccisione vengono iniettati e come le tre persone coinvolte muoiono. Il programma si conclude con la comunicazione che i Comitati regionali reputano questi casi di eutanasia accurati e rispondenti ai requisiti di diligenza previsti dalla Legge sull’eutanasia. Colpisce, in questo programma, che i medici che compiono l’eutanasia s’interroghino solo sul fatto se la procedura della legge sia stata eseguita «bene», in modo accurato. Nessuno pone la questione di fondo se l’eutanasia sia moralmente consentita. Ciò riflette l’approccio procedurale tipico dell’etica nella cultura contemporanea. Uno dei medici della Clinica esprime l’auspicio che lui e i suoi colleghi, esplorando e magari forzando i confini della Legge sull’eutanasia, possano un giorno ottenere che l’eutanasia sia accettata come trattamento medico ordinario: «Forse, se siamo davvero in prima linea sull’eutanasia, se facciamo partire la discussione perché si diffonda una migliore consapevolezza dell’etica dell’eutanasia, potremmo addirittura cessare le nostre attività e potrebbe essere eliminato il tabù sull’eutanasia come modalità di trattamento».
La proposta di una nuova legge per offrire assistenza al suicidio per le persone anziane
Tuttavia, la discussione sugli atti per porre fine alla vita si sta sempre più allargando. Nella società olandese iper-individualista – in cui molti sono convinti che non vi sia alcuna dignità universale, ma solo una dignità strettamente individualistica della vita umana e che solo l’individuo stesso sia in grado di giudicare la dignità della propria vita – la Legge olandese sull’eutanasia non è sufficiente. Sono quindi sorti due problemi riguardanti la legge.
Perché chi desidera l’eutanasia deve ancora dipendere dalla volontà di un medico di rispettare la sua richiesta di sospendere la vita o di cooperare nell’atto?
E perché si deve soffrire di una patologia medica o psichiatrica per avere la possibilità di richiedere l’assistenza a porre fine alla propria vita? Il fatto che l’individuo, anche se non soffre di alcun disturbo medico o psichiatrico, sia convinto che la sua vita sia «completa» o «finita» (voltooid), dovrebbe essere sufficiente per richiedere assistenza a porre fine alla propria vita.
All’inizio degli anni Novanta il sig. Drion, un membro della Corte suprema dei Paesi Bassi, propose di rendere disponibili, su richiesta degli anziani, dei farmaci con cui essi potessero porre fine alla loro vita quando ritenuto da loro opportuno. Un altro elemento importante in questo sviluppo è stato il giudizio del Consiglio supremo sul caso Brongersma. Il medico di base nel caso Brongersma aveva aiutato il paziente a commettere suicidio, perché soffriva di declino somatico e solitudine e vedeva la sua vita come priva di senso. A parte alcuni problemi legati alla vecchiaia, Brongersma non aveva alcun disturbo fisico o psichiatrico.
Il Consiglio supremo ha concluso che il medico di medicina generale non poteva fare appello alla forza maggiore, nel senso di un conflitto di doveri, come è stato descritto in precedenza. Il motivo era che a un medico è consentito dare assistenza al suicidio, se la sofferenza della persona coinvolta è causata da uno o più disturbi fisici o psichiatrici classificabili, cosa che non valeva nel caso Brongersma. La proposta di Drion e la sentenza Brongersma hanno alimentato la discussione se si possa chiedere l’eutanasia o il suicidio assistito quando una persona ritenga che la propria vita sia «completa» o «finita». Essi sarebbero, per così dire, «a posto con la loro vita».
Un’altra espressione in questo contesto è «male di vivere», criterio preferito dal Comitato Dijkhuis, istituito dall’Associazione medica reale olandese per studiare la questione in esame. Secondo il Comitato si può parlare di «male di vivere», quando le persone sperimentano un’assente o scarsa qualità di vita, che li conduce a un desiderio persistente di morire, anche se non vi è alcun disturbo fisico o psichiatrico (d’importanza significativa). L’Associazione olandese per l’eutanasia volontaria vede il criterio «di vita completa o finita» (voltooid leven) come motivo sufficiente per porre fine alla vita. Ciò riguarda «la situazione di persone, la maggioranza di età avanzata, che, pur senza soffrire di alcuna patologia medicalmente non trattabile o disturbo che causa gravi sofferenze, hanno deciso che la qualità delle loro vite è diminuita al punto da preferire la morte alla vita».
Nel 2010 il gruppo d’iniziativa civica Uit Vrije Wil, che significa «volontariamente», ha presentato una proposta legislativa che di fatto contiene una clausola di esonero dalla responsabilità penale per un «assistente alla morte» (stervenshulpverlener), cioè per chi presti assistenza al suicidio di un cittadino olandese o dell’Unione Europea che abbia raggiunto l’età di 70 anni, e che adempia a una richiesta di assistenza al suicidio assistito in modo volontario, ben ponderato, anche in assenza di sofferenza insopportabile senza prospettiva (art. 2).
L’assistente alla morte coinvolto (art. 3) deve aver seguito una formazione specifica e deve essere ufficialmente riconosciuto come tale, ma non ha bisogno di essere un medico. Anche uno psicologo, un filosofo, un pastore o un infermiere potrebbero fungere da assistenti alla morte. Egli dev’essere legato a una fondazione, che deve ancora essere costituita, la Fondazione per l’assistenza degli anziani nella morte (art. 4). Quando l’assistente alla morte presta l’accompagnamento richiesto, chiede a un medico legato alla Fondazione di prescrivere i farmaci necessari al suicidio, che egli ritira in una normale farmacia e poi mette a disposizione della persona che chiede assistenza nel suicidio. Il punto di partenza fondamentale per il gruppo d’iniziativa è che ogni essere umano ha la libertà «di organizzare la propria vita secondo le proprie idee e preferenze. E di prendere decisioni riguardo a essa. Questa libertà implica anche l’ultima fase della vita e le decisioni sul morire e la morte: nessuno ha l’obbligo di vivere».
Il gruppo d’iniziativa non considera l’auto-eliminazione un principio assoluto, anche perché la persona che chiede l’assistenza al suicidio è ancora dipendente dagli altri per realizzarlo. Tuttavia il gruppo d’iniziativa non prende come punto di partenza la dignità universale della vita, valida per tutti gli esseri umani a prescindere dalle loro condizioni, che implica il rispetto incondizionato per la vita umana, ma la dignità personale, che l’individuo in questione può ritenere non avere più. Nel caso in cui una persona arrivi a questa conclusione, ha il diritto di porre fine alla sua vita e di chiedere assistenza nel farlo.
C’è stato poco sostegno in Parlamento per la proposta legislativa da parte del gruppo di iniziativa Uit Vrije Wil. Anche tra i medici non c’è stato grande entusiasmo per il prestare assistenza al suicidio a una persona che lo chiede perché convinta che la propria vita sia completa. Un sondaggio tra i medici compiuto dai sondaggisti del programma televisivo EenVandaag, nel luglio 2011, ha mostrato che solo il 20,4% degli 800 medici generici intervistati era pronto ad assistere al suicidio in queste situazioni, il 64,5% non lo era, mentre il 15,1% non si pronunciava.
Nel gennaio 2016 un Comitato di saggi, istituito dal ministro della Salute e da quello della Giustizia per studiare le possibilità legali e i dilemmi sociali in materia di assistenza al suicidio per persone che considerano la loro vita come completa o finita, è arrivato alla conclusione che la Legge sull’eutanasia offra sufficienti possibilità per superare la maggior parte dei problemi che riguardano la «vita completa». Il Comitato ha pertanto affermato nella sua relazione finale (il cosiddetto Rapporto Schnabel, dal nome del presidente), che la Legge sull’eutanasia non necessita di essere modificata e che le possibilità di assistenza medica al suicidio non devono essere estese.
Quale sarà il futuro? C’è una certa pressione sociale per estendere sempre di più le possibilità di eutanasia e di suicidio assistito. Un deputato del Partito liberale di sinistra D66, Dijkstra, ha annunciato l’intenzione di introdurre un disegno di legge in Parlamento che regoli l’assistenza al suicidio per le persone di più di 80 anni, che pensano che la loro vita sia completa. Le persone anziane che sono soddisfatte della propria vita, secondo il loro punto di vista dovrebbero essere messe in condizione di poter lasciare la vita «nel modo più autonomo possibile… Non c’è bisogno che un medico verifichi se la sofferenza è insopportabile e senza prospettive… Non c’è motivazione clinica. Certo c’è bisogno si verifichi se le persone da tempo nutrono questo sentimento [che le loro vite sono «complete»; nda] o se subiscono qualche pressione. Dev’essere una decisione ben ponderata».
Un valore più alto: la libertà o la vita?
L’idea alla base della proposta legislativa del gruppo d’iniziativa Uit Vrije Wil è che la libertà sia un valore più alto della vita. Questo è vero, ma ciò non toglie che la vita è un valore fondamentale in relazione alla libertà: perché senza la vita non c’è libertà. Porre fine alla vita significa porre fine anche alla libertà umana.
Alcuni sosterranno che porre fine alla vita e quindi alla libertà sia la più alta forma di libertà, ma la domanda è: di quale tipo di libertà si sta parlando? La libertà esterna, nel senso di poter agire senza essere ostacolati dalla legge, dalla pressione sociale, dalle autorità e dalla società, in un certo senso aumenta se il gruppo d’iniziativa Uit Vrije Wil raggiunge il suo obiettivo. Tuttavia possiamo dire lo stesso della libertà interiore? L’autonomia interiore, reale, è il potere interiore che permette all’essere umano di compiere volontariamente scelte difficili in senso moralmente buono, anche senza alcuna imposizione. Ciò riguarda in particolare la scelta di continuare a vivere. La libertà interiore è senza dubbio necessaria quando le persone sperimentano nella propria vita i disturbi e i limiti di vecchiaia che possono gettare un’ombra sull’esistenza e rendere le persone depresse. Può essere comprensibile che in queste circostanze il pensiero di porre fine alla vita sia nella mente delle persone. Tuttavia capire non implica sempre approvare.
Inoltre ci si può anche chiedere se l’iniziativa di Uit Vrije Wil aumenti davvero la libertà esteriore a tutti gli effetti. Quando le persone con più di 70 anni hanno la possibilità di porre fine alla loro vita abbastanza facilmente e ciò diventa una tendenza, non è pensabile a quel punto che essi si sentano pressati a farlo? Accade che le persone anziane si sentano un peso per le loro famiglie e per tutti coloro che se ne prendono cura, o si sentano in colpa quando le cure mediche di cui hanno bisogno sono molto costose.
Invece di dare alle persone la possibilità di porre fine alla loro vita o di avere qualcuno che lo faccia per loro, dovremmo aiutarli con tutti i mezzi a scoprire o riscoprire la dignità essenziale della loro vita. Quando il nostro sistema sanitario o l’assistenza agli anziani non riescono in questo, dobbiamo migliorarli e renderli più umani. Offrire assistenza nel porre fine alla vita potrebbe diminuire lo stimolo a migliorare l’assistenza per gli anziani. Certamente in questo nostro tempo, in cui aumenta fortemente la popolazione anziana, è bene chiedersi se la nostra attenzione non sia troppo focalizzata sui giovani e sui sani che producono e consumano e che sono quindi economicamente interessanti. Anche gli anziani sono persone vive. E la maggior parte di noi oggi invecchia molto. È importante che i giovani e le persone di mezza età ne siano consapevoli. A parte le obiezioni etiche fondamentali, la conclusione non può essere quindi se non che l’iniziativa di Uit Vrij Wil sia sconsiderata.
Superata l’ultima barriera
È da notare che il numero annuo di casi d’interruzione della vita senza richiesta dal 1990 al 2001 ha oscillato tra circa 900 e 1.000, mentre in seguito è gradualmente sceso fino a 300 nel 2010. L’interruzione della vita senza richiesta è forse meno necessaria o è considerata con minore frequenza, anche perché la legge sull’eutanasia entrata in vigore nel 2002 offre la possibilità al medico di interrompere la vita dei pazienti, su loro richiesta e in circostanze particolari, senza essere perseguiti, e di conseguenza questi atti sono diventati sempre più discutibili.
Nel 2004 è sorto uno scandalo a causa di un accordo tra il Dipartimento di pediatria dell’Ospedale universitario di Groningen e il pubblico ministero circa un protocollo, noto come Protocollo di Groningen, che indicava una serie di requisiti terapeutici per interrompere la vita dei neonati portatori di handicap (per neonato si intende qui un bambino al di sotto di un anno di età). Se i neonatologi avessero rispettato questi requisiti nel porre fine alla vita dei neonati portatori di handicap, non sarebbero stati perseguiti penalmente.
Sorprendentemente, i mass media all’estero hanno dato molta attenzione al Protocollo di Groningen, a differenza dei media olandesi, forse perché nei Paesi Bassi la gente era già abituata alle discussioni e ai nuovi sviluppi nel campo degli atti per porre fine alla vita. Il Protocollo di Groningen distingue tre categorie di neonati quando si tratta di decisioni mediche riguardanti il porre fine alla vita: i neonati che non hanno alcuna possibilità di sopravvivere e moriranno subito dopo la nascita; i neonati che hanno bisogno di terapia intensiva e possono sopravvivere grazie a ciò, ma hanno una triste prospettiva riguardo le loro condizioni future; i neonati con una brutta prognosi, che soffrono a causa di dolori insopportabili secondo i genitori e i medici, ma che non hanno bisogno di terapie intensive: si può comunque prevedere che avranno una qualità di vita limitata. Questo sarebbe il caso di forme gravi di spina bifida.
Il Protocollo di Groningen riguarda l’ultima categoria. Le condizioni per porre fine alla vita dei neonati disabili di questa categoria sono: la diagnosi e la prognosi devono essere certe; la sofferenza del neonato deve essere insopportabile e senza prospettive; la diagnosi e la prognosi delle sofferenze insopportabili dovrebbe essere confermata da almeno un medico indipendente; entrambi i genitori devono dare il consenso informato; la procedura d’interruzione della vita deve essere compiuta nel rispetto degli standard medici generalmente accettati. In seguito, un’autorità legale esterna deve verificare se la decisione di porre fine alla vita di un neonato era giustificata e se i parametri del protocollo sono stati rispettati.
I due principali iniziatori del Protocollo di Groningen, Verhagen e Sauer, hanno pubblicato un rapporto sui 22 casi tra il 1997 e il 2004 nei Paesi Bassi, in cui la vita dei neonati era stata interrotta all’età di sei mesi e che erano stati notificati alla Procura attraverso il medico legale. In tutti questi casi il pubblico ministero ha deciso di non perseguire il medico che aveva messo fine alla vita del neonato. È significativo che tutti questi casi riguardavano neonati con spina bifida con o senza complicazioni.
De Jong, neurochirurgo pediatrico dell’ospedale dell’Univeristà Erasmus a Rotterdam, ha severamente criticato la conclusione che la sofferenza in questi casi sarebbe stata insopportabile e senza prospettiva. Sulla base delle sue esperienze con il trattamento della spina bifida e la relativa letteratura, egli indica che sono disponibili trattamenti per il dolore e altri disagi nei pazienti affetti da spina bifida. Molti pazienti con spina bifida hanno relazioni significative e un quoziente d’intelligenza normale. Pertanto, secondo De Jong, non è possibile prevedere che neonati con spina bifida non potranno avere una vita normale. Né si può prevedere che essi non potranno avere relazioni significative a causa della mancanza della capacità di comunicare. La mancanza di possibilità di vivere in modo indipendente di per sé non implica sofferenza insopportabile, perché le persone sono sempre reciprocamente dipendenti e in una società civilizzata le persone si prendono cura le une delle altre.
Le discussioni sul Protocollo di Groningen hanno portato a una normativa nazionale relativa all’interruzione della vita per neonati portatori di handicap (e aborti indotti a uno stadio di gravidanza avanzato, cioè dopo la 24° settimana di gravidanza), predisposta dal vice ministro per la Salute e dal ministro della Giustizia. In questo regolamento l’interruzione della vita senza richiesta rimaneva vietata ai sensi dell’art. 293 del Codice di diritto penale. Tuttavia, un medico che interrompe la vita di un neonato disabile (o un medico che esegue un aborto tardivo) può fare appello alla forza maggiore, nel senso di un conflitto di doveri, com’è stato descritto in precedenza. Il vice ministro per la salute ha presentato una procedura da applicare da parte del medico, per poter fare appello alla forza maggiore. Un elemento particolare in questa procedura è che il medico che pone fine alla vita di un neonato deve riferire il caso al Comitato centrale di esperti in materia di aborto indotto oltre-termine e di interruzione della vita dei neonati, istituito il 1° settembre 2006.
Il numero annuale di casi d’interruzione della vita di neonati (e aborto indotto oltre termine), che è stato oggetto di indagine con interviste ai medici e analizzando le statistiche di mortalità, era molto basso nel 2010, se confrontato con gli anni precedenti: l’1% di tutti i casi di morte di bambini sotto un anno di età, vale a dire circa 10 casi all’anno. Questa percentuale era stata molto più elevata negli anni precedenti (1995, 2001 e 2005), circa il 9%. Il Comitato che ha indagato sulle attività del Comitato centrale di esperti sull’aborto oltre termine e l’interruzione della vita dei neonati nella sua relazione del 2013 afferma che vi è una chiara evidenza, anche se nessuna prova tangibile, del fatto che l’introduzione dell’esame strutturale ecografico, vale a dire un esame ecografico gratuito offerto a tutte le donne in gravidanza alla 20a settimana, ha portato a un maggior numero di aborti procurati prima della 24a settimana, nel caso fosse stato diagnosticato un disturbo o un handicap del nascituro. Inoltre, i genitori che non hanno scelto l’aborto nel caso in cui ad esempio la spina bifida del nascituro fosse stata diagnosticata con l’ecografia o con altri esami, non hanno nemmeno scelto di interrompere la vita del bambino dopo la nascita. Quello che dovrebbe essere un motivo di gioia, cioè la diminuzione del numero annuo di interruzioni della vita di neonati, è comunque messo in ombra dalla causa: l’aumento del numero di casi di aborto indotto, un’uguale violazione del valore intrinseco della vita umana.
Un fatto sorprendente è che un solo caso d’interruzione della vita di un neonato è stato riportato al comitato al 2013. La diminuzione del numero annuo di casi d’interruzione della vita non spiega questo fatto. I medici ritengono che i criteri terapeutici per interrompere la vita dei neonati siano poco chiari e non si sentono garantiti rispetto al fatto che pur rispettandoli sia loro assicurata la non punibilità. Comunque, a parte le obiezioni intrinseche nei confronti dell’interruzione della vita dei neonati, non è accettabile che medici che interrompono la vita di neonati portatori di handicap non diano alla società l’opportunità di esaminare legalmente le loro azioni in questo campo. Il regolamento olandese per gli atti di fine vita nei neonati – che in un certo senso va al di là della barriera più estrema in termini di rispetto della vita umana – mette in pratica una parte importante delle proposte di Van den Berg, con cui abbiamo iniziato questa descrizione dell’esperienza olandese sull’eutanasia.
Che cosa imparare dall’esperienza olandese?
Che cosa può insegnare l’esperienza olandese di eutanasia e di suicidio medicalmente assistito a uomini politici, legislatori, a chi lavora nella sanità in altri paesi, e a che cosa dovrebbero stare attenti? Credo che tre punti qui siano particolarmente importanti: che non è necessaria alcuna nuova etica; che bisogna sempre essere consapevoli del rischio di un piano inclinato; e che è della massima importanza sviluppare cure palliative adeguate.
Non c’è bisogno di una nuova etica
Van den Berg nel 1969 sosteneva che il medico avesse bisogno di una nuova etica, idea che molti nei Paesi Bassi hanno accolto con entusiasmo. La vecchia etica implicava l’assoluto morale che il medico deve sempre salvare o prolungare la vita quali che siano le circostanze. Tuttavia, non esisteva e ancora non esiste una norma del genere. Norme positive non sono assolute. Esse permettono eccezioni, e questo riguarda anche la norma secondo cui la vita deve essere salvata e la salute preservata. Al fine di rendere chiaro quando la vita dovesse essere salvata o meno, i teologi moralisti nel XVI secolo svilupparono la distinzione tra il trattamento ordinario e quello non ordinario. Il trattamento non ordinario (per esempio l’amputazione di una gamba, un intervento chirurgico estremamente doloroso in quel tempo perché senza anestesia) non era obbligatorio, per quanto efficace fosse nel salvare la vita del paziente. Al contrario si era obbligati a utilizzare il trattamento ordinario per salvare una vita.
Poiché non era facile stabilire quale trattamento fosse ordinario o non ordinario, nella medicina dinamica contemporanea si usano ora i termini proporzionato e sproporzionato. Quando un paziente muore perché ha rifiutato un trattamento proporzionato, non si può non pensare che avesse l’intenzione di accelerare la propria morte. Questo crea una situazione moralmente uguale al suicidio: è questo il caso, per esempio, di un giovane di 25 anni di età che rifiuta la penicillina per il trattamento di una polmonite comune e di conseguenza muore. Tuttavia, quando il paziente muore per aver rifiutato un trattamento sproporzionato, non si può supporre che avesse intenzione di affrettare la sua morte, ma «esprime piuttosto l’accettazione della condizione umana di fronte alla morte» (Evangelium vitae, n. 65; EV 14/2385).
Questa distinzione aiuta anche a confutare la tesi di Van den Berg secondo cui, dal momento che si permette ai medici che in determinate circostanze lascino che i pazienti muoiano, si dovrebbe anche permettere loro di adoperarsi attivamente per cui le persone in determinate circostanze muoiano. Il filosofo morale americano James Rachels ha formulato quest’argomento in un modo ancora più tagliente: «Se un medico lascia morire, per motivi umanitari, è nella stessa posizione del medico che ha dato al paziente un’iniezione letale per motivi umanitari». Rachels fornisce un esempio per dimostrare la sua tesi: uno zio vede suo nipote, di sei anni, entrare nella vasca da bagno e scomparire incosciente sotto l’acqua; poiché non fa nulla per salvarlo, il bambino annega e lo zio riceve la sua eredità. In questo caso lasciar morire è moralmente equivalente a uccidere. Tuttavia, modificando l’esempio, si arriva a un’altra conclusione: se il nipote cade dalla barca durante una crociera su un fiume selvaggio pieno di coccodrilli, lo zio non può essere imputato se non compie un tentativo di salvare il ragazzo, perché la possibilità di salvarlo sarebbe minima e la possibilità di perdere la propria vita molto grande. Le conseguenze sarebbero non proporzionate. In questo caso, lasciar morire non è ovviamente eticamente uguale a uccidere.
Analogamente, un paziente che decide di rinunciare a un trattamento sproporzionato e muore di conseguenza non fa qualcosa di eticamente equivalente al suicidio, ma semplicemente riconosce che la vita deve finire. Un medico, che non offre un trattamento sproporzionato al paziente o lo dissuade dal sottoporsi a un tale trattamento, con conseguente morte del paziente, non fa nulla di eticamente uguale all’interrompere la sua vita. Quando gli effetti collaterali, le complicazioni e le spese della terapia e l’investimento di personale necessario non sono proporzionati alla possibilità di salvare la vita o di ripristinarla o conservare la salute, si è autorizzati a rinunciare, sebbene ciò possa portare ad accorciare la vita. Lasciar morire qualcuno non è sempre uguale a far morire attivamente qualcuno.
Tutto questo comunque non è nuovo. Il medico non ha bisogno di una nuova etica, a differenza di quanto pensava Van den Berg. Ciò di cui il medico ha bisogno è di imparare di nuovo come applicare la norma fondamentale della sua professione, cioè salvare la vita e preservare la salute con mezzi proporzionati. La norma in sé non cambia, ma nell’applicare la norma si dovrebbe tener conto del potere medico-tecnico che ha il medico oggi. I giorni dell’accanimento terapeutico degli anni Cinquanta e Sessanta sono finiti. I medici hanno imparato come usare meglio il loro potere medico-tecnico, anche se la scoperta e l’introduzione di sempre nuove tecniche mediche rende necessario che egli resti vigile in questo senso. Tra l’altro dobbiamo essere consapevoli del fatto che le terapie, per esempio la radioterapia o la chemioterapia in pazienti affetti da tumori maligni, vengono spesso applicate non tanto al fine di prolungare la vita, ma per evitare complicazioni o trattare sintomi della malattia. Ciò di cui il medico non ha affatto bisogno è una norma nuova per quanto riguarda il rispetto che dovrebbe avere per la dignità universale della vita umana: non è mai permesso violare il valore intrinseco della vita umana, che deriva dal fatto che il corpo umano è una dimensione intrinseca della persona umana e quindi partecipa al suo valore intrinseco.
Non è raro che si susciti irritazione quando si afferma che consentendo per legge o nella prassi limitate possibilità di eutanasia o di suicidio medicalmente assistito si cammina su un piano inclinato, vale a dire si rischia che queste possibilità vengano gradualmente estese. Questo è visto come una critica alla prudenza dei medici nel rispettare la Legge sull’eutanasia. Indicando il rischio di piano inclinato non intendo accusare questi medici, ma penso al più ampio sviluppo culturale e storico nel modo di trattare con atti di interruzione della vita, di cui sopra.
La discussione è iniziata negli anni Ottanta in relazione al permettere l’interruzione della vita solo su esplicita richiesta di pazienti in fase terminale di una malattia somatica incurabile. Successivamente si è cominciato a prendere in considerazione la possibilità di atti per porre fine alla vita anche prima della fase terminale. Negli anni Novanta le possibilità sono state ulteriormente estese alle patologie non fisiche o psichiatriche. In anni recenti si è arrivati a discutere se porre fine alla vita dei pazienti con demenza avanzata che non possono più esprimere la propria volontà, ma che in passato hanno scritto una dichiarazione di eutanasia. L’ultima barriera è stata superata nel 2006, quando un regolamento legale è stato introdotto per gli atti che pongono fine alla vita senza una richiesta del paziente nel caso di neonati portatori di handicap. Dal 2010 si cerca di passare una nuova legge che permetterebbe alle persone anziane, che non soffrono insopportabilmente o senza prospettiva, di ricevere assistenza nel suicidio da un assistente al suicidio, che non è un medico.
L’argomento del «piano inclinato» ha un aspetto empirico: si può dimostrare storicamente l’effetto di un piano inclinato negli sviluppi olandesi nel campo degli atti per porre fine alla vita. L’argomento ha anche un aspetto essenziale. Quando si lascia una porta socchiusa, la si può facilmente aprire di più. Una volta che si permette d’interrompere la vita per un certo tipo di sofferenza, perché non lo si dovrebbe permettere per sofferenze che sono solo leggermente minori? È fondamentalmente il paziente che deve stabilire se la sofferenza è insopportabile. Si tratta di un criterio soggettivo che determina se l’eutanasia o il suicidio assistito sia consentito nei termini della Legge olandese sull’eutanasia. Il carattere soggettivo soprattutto di questo criterio comporta il rischio che uno arrivi molto rapidamente a considerare la sofferenza come insopportabile.
L’importanza di sviluppare cure palliative adeguate
Abbiamo visto che in Olanda la discussione sugli atti di interruzione della vita è iniziata negli anni Settanta, mentre lo sviluppo delle cure palliative è iniziato nella seconda metà degli anni Novanta. Non dovremmo solo prendere in esame la norma sulla violazione della dignità universale intrinseca della vita umana con l’eutanasia, il suicidio assistito e l’interruzione della vita senza richiesta; dovremmo anche considerare che le persone che soffrono molto per malattie e handicap possono (ri)scoprire la dignità della loro vita ed essere messi in grado di continuare la loro vita nelle circostanze date.
Esprimendo con numerose dichiarazioni la propria opinione sulla procedura normativa dell’eutanasia in Olanda, la Conferenza episcopale olandese ha spesso sottolineato l’importanza di adeguate cure palliative. Un modo di dire riguardo le cure palliative è che «non aggiungono giorni alla vita, ma la vita ai giorni». Le cure palliative non tolgono tutta la sofferenza, che è tra l’altro generalmente impossibile, ma la riducono a proporzioni sopportabili. Non è una risposta strutturale alla sofferenza, ma ha lo scopo di aiutare le persone a continuare la loro vita nelle circostanze date.
Il termine cure palliative deriva dal latino pallium. Le cure palliative si propongono di mettere un mantello sul paziente, al fine di proteggerlo contro la sofferenza. Il riferimento è a una delle leggende su san Martino di Tours, che si dice avesse dato metà del suo mantello di soldato romano a un mendicante nudo alla porta della città di Amiens. San Martino non ha tolto al mendicante la povertà, ma gli ha dato un po’ di calore durante la notte. Secondo la leggenda, Gesù apparve in sogno quella stessa notte a san Martino che indossava metà del suo mantello. Questo si riferisce chiaramente al fatto che Gesù s’identifica con gli esseri umani sofferenti: «In verità vi dico, nella misura in cui avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). Fin dall’inizio, questa chiamata è stata per i cristiani un incentivo a prendersi cura delle persone che soffrono, in particolare di quelli che soffrono a causa di malattie. San Martino, coprendo la nudità del mendicante e mostrando amore e cura attenta al mendicante, quella notte gli ha dato forza e lo ha aiutato a ritrovare la sua dignità di essere umano. Per questo, si dice esplicitamente che il mendicante fosse nudo. Grazie al dono della metà del mantello è stato in grado di nascondere la sua nudità agli occhi degli altri. Questa è l’essenza delle cure palliative: ridurre la sofferenza delle persone con malattie incurabili a livelli sopportabili e aiutarli a scoprire o riscoprire la dignità della loro vita, dando una cura professionale e amorevole sul piano umano, medico, socio-psicologico e pastorale. In breve: verso la persona nella sua totalità.
+ Willem Jacobus card. Eijk, arcivescovo di Utrecht
Può essere utile chiarire alcuni termini:
ACCANIMENTO TERAPEUTICO: trattamenti tesi a prolungare la vita, ma a scapito del paziente, con dolori fisici e psichici inaccettabili, senza giovare al bene integrale della persona
EUTANASIA: permette al paziente di ricevere una iniezione, eseguita da un medico sotto specifiche condizioni, allo scopo di porre fine alla propria vita.
SUICIDIO ASSISTITO: permette al paziente di ricevere una prescrizione per un farmaco a dosi letali, che il paziente stesso deve assumere volontariamente in maniera indipendente
DAT (dichiarazione anticipata di trattamento): dà la possibilità a una persona di disporre quali trattamenti terapeutici potranno essergli applicati in un futuro in cui non potesse decidere
Franco Battista, Chiara Flamini, Lorenzo D’Amico, Luigi Mochi Sismondi, Torre Angela Roma
Francesco Cagnetti, Solange Perruccio, Maurizio Firmani Monteverde Roma
Tina Castrogiovanni, Nunzia Dell’Ova, Antonella Soressi Ostia Nuova Roma
Micaela Soressi, Daniele Trecca, Marco Noli Ostia Nuova Roma
Maria Dominica Giuliani, Caterina Monticone Aurelio-Boccea Roma
Seconda Serieaccanimento terapeutico, eutanasia, suicidio assistito
Lettera 43 (Seconda Serie)