Source: https://tutmonda.wordpress.com/2015/07/13/ricorsi-contro-i-dinieghi-degli-status-di-protezione-ed-effettivita-dei-diritti-di-difesa/
Timestamp: 2018-01-24 05:18:25+00:00
Document Index: 173966520

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 5', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 19', 'art. 32', 'art. 2', 'art. 34', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 14', 'art. 11', 'art. 2']

Ricorsi contro i dinieghi degli status di protezione ed effettività dei diritti di difesa (di Fulvio Vassallo Paleologo) – TUTMONDA
Ricorsi contro i dinieghi degli status di protezione ed effettività dei diritti di difesa (di Fulvio Vassallo Paleologo)
Nel corso delle audizione, normalmente davanti ad un solo membro della Commissione, oltre all’interprete, non viene assegnato particolare rilievo alle violenze fisiche e psichiche subite nei paesi di transito, soprattutto in Libia, che pure potrebbero giustificare quantomeno il riconoscimento del diritto alla protezione umanitaria, soprattutto nel caso di persone che in Libia si erano costruite la propria esistenza, recidendo irreversibilmente i legami con il paese di origine. Rimane del tutto ignorato quell’orientamento giurisprudenziale che ha riconosciuto anche a migranti provenienti dalla Libia, astrattamente qualificabili come migranti economici, il diritto alla protezione umanitaria, a fronte della impossibilità di rientro in Libia, dove risiedevano da anni, e dei rischi che avrebbero comunque corso in caso di rientro nel paese di origine, dopo una assenza tanto prolungata. Rischi che aumentano ogni giorno anche in paesi che una volta potevano definirsi “sicuri”, come l’Egitto, e che oggi impongono una attenta valutazione caso per caso delle condizioni e dei percorsi dei richiedenti asilo. In questo senso la Corte d’Appello di Cagliari Ordinanza del 18 – 31 maggio 2012 n. 51: in materia diEmergenza Nordafrica, secondo la quale, ai fini del riconoscimento di uno status di protezione, non risulta manifestamente infondata l’equiparazione fra i cittadini libici e coloro che, pur non libici, vivevano stabilmente da anni in Libia. A fronte delle torture e delle sevizie inflitte ai migranti trattenuti nei campi e nei capannoni di concentramento in Libia, in considerazione delle condizioni fisiche e psichiche nelle quali arrivano i migranti dopo traversate sempre più pericolose, si dovrebbe dunque riconoscere almeno la protezione umanitaria a tutti coloro che riescono a fuggire da un paese nel quale non è neppure garantita la sicurezza degli osservatori e degli operatori umanitari occidentali, al punto che anche l’OIM e l’UNHCR hanno dovuto sospendere le attività in territorio libico avviate negli anni precedenti.
E’ noto che fino al 2013 l’Italia aveva in Europa la percentuale più alta di accoglimento delle domande di protezione internazionale, arrivando a raggiungere, con il riconoscimento della protezione umanitaria ( che alcuni paesi ignorano) la soglia del 60 per cento di domande accolte. Un dato che andava comunque correlato con il numero più basso, in termini assoluti e percentuali, delle istanze di protezione internazionale ricevute dalle autorità di polizia in Italia rispetto a quelle depositate in altri paesi dell’Unione Europea come la Germania, la Gran Bretagna, la Francia, la Svezia, l’Olanda, l’Austria. In Italia nel 2013 sono state 26.620 lerichieste d’asilo a
Di certo, e lo confermano tutti i rapporti delle principali agenzie internazionali da quelli dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati a quelli di Amnesty International, Human Rights Watch (www.hrw.org ) e StateWatch (http://www.statewatch.org/) , facilmente accessibili nei rispettivi siti, il numero dei migranti che sono costretti a fuggire da guerre, persecuzioni etniche, tribali o religiose e da conflitti interni è in costante aumento, e non sembra che la diplomazia internazionale abbia trovato altri strumenti per la risoluzione dei conflitti se non l’arma, ormai spuntata, della minaccia dell’intervento armato. Un intervento armato che dove si è realizzato, basti pensare all’Afghanistan e prima ancora all’Irak, ha avuto effetti devastanti ed ha aumentato ulteriormente il numero dei civili costretti ad abbandonare le proprie case ed a fuggire, innanzitutto verso zone ritenute ( spesso a torto) più sicure, poi verso altri paesi di transito, come la l’Egitto, la Libia o il Marocco, e quindi verso l’Europa.
-Corte di appello di Trieste, 15 maggio 2014, che riconosce la protezione sussidiaria ad un cittadino dellaNigeria per la sussistenza di violenza indiscriminata e diffusa nel suo paese, in Diritto, Immigrazione e Cittadinanza, 2014,2,156
La Corte di Cassazione a Sezioni Unite (sentenza n. 27310 depositata in cancelleria il 17 novembre 2008)ha riconosciuto il diritto di asilo costituzionale con riferimento alle norme interne ed alle direttive europee in materia, facendo espresso richiamo sia alle norme di diritto internazionale generalmente riconosciute, che ai trattati internazionali, come la Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti dell’uomo. La Corte ha chiarito poi i diversi presupposti che possono riscontrarsi per stabilire lo status di rifugiato, la protezione sussidiaria e la protezione temporanea ex art. 5.6 del T.U. sull’immigrazione n.286 del 1998, ponendo fine a quella sovrapposizione tra le diverse fattispecie che aveva caratterizzato le precedenti sentenze più restrittive della prima sezione della stessa Corte. La Cassazione a Sezioni Unite con la sentenza n. 27310 del 17 novembre 2008, ha dunque stabilito che, anche sotto il vigore dell’art. 1 del d.l. n. 416 del 1989, poi legge n. 39 del 1990, adesso abrogato quanto ai comma 4, 5 e 6 (che assegnavano alla polizia di frontiera il potere di valutare come manifestamente infondate le domande di asilo, spesso senza neppure procedere alla loro verbalizzazione), i principi regolatori dell’onere della prova, incombente sul richiedente, devono essere interpretati prendendo in considerazione i criteri della Direttiva 2004/83/CE (attuata con d.lgs. n. 251 del 2007), nonostante la mancata scadenza del termine di recepimento interno (recepimento che si è concretizzato con il decreto legislativo n.251 del 19 novembre 2007) . Alla luce di questi criteri ermeneutici, applicabili anche alle norme non di derivazione comunitaria, la S.C. ha ritenuto che si deve tenere conto della credibilità del richiedente e della concreta possibilità di fornire i riscontri probatori necessari, ravvisando a carico del giudice un dovere di cooperazione e più ampi “poteri istruttori officiosi”, nell’accertamento dei fatti rilevanti per il riconoscimento dello status di rifugiato, peraltro pienamente compatibili con il rito camerale, ritenuto applicabile anche in precedenza, nel vigore dell’art. 1 d.l. n. 416 del 1989 convertito in legge n. 39 del 1990. Nel caso di specie la S.C. cassa la pronuncia di merito perché non aveva ritenuto ammissibile la prova testimoniale richiesta in secondo grado, sul rilievo che essa non fosse stata articolata per capitoli separati, e, reputando insufficienti le dichiarazioni del richiedente in ordine alla professione religiosa sciita e all’appartenenza alla minoranza curda nonostante l’attestata conoscenza di tale idioma, aveva rigettato la domanda.
Secondo una successiva decisione della Corte di Cassazione Sez. Prima – Ord. del 03.05.2010, n. 10636“L’identità di natura giuridica del diritto alla protezione umanitaria, del diritto allo status di rifugiato e del diritto costituzionale di asilo, in quanto situazioni tutte riconducibili alla categoria dei diritti umani fondamentali, trova riscontro nell’espressa disciplina contenuta nel D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 19, comma 1, il quale individua la situazione che impone il divieto di espulsione e respingimento (e che pertanto legittima il diritto al soggiorno per un motivo che non può non definirsi di natura umanitaria) con riferimento alla possibilità che lo straniero subisca persecuzioni per le ragioni dalla norma indicate, con formulazione solo marginalmente diversa da quella utilizzata dalla convenzione di Ginevra per descrivere i presupposti per la concessione dello status di rifugiato”. Sempre secondo la Corte di Cassazione “l’identità della natura giuridica di tutte le situazioni soggettive inquadrabili nella categoria dei diritti umani fondamentali, che deve essere affermata sulla base di un’interpretazione costituzionalmente orientata della disciplina interna vigente ancor prima del 20 aprile 2005, ha, inoltre, trovato espressa conferma nelle norme interne di attuazione delle direttive 2004/83/CE e 2005/85/CE, di cui, rispettivamente, al decreto_legislativo_251_2007 e decreto_-legislativo_25_2008 (parzialmente modificato con il D.Lgs. n. 159 del 2008). L’art. 32 del primo testo normativo ha attribuito le valutazioni relative ai presupposti per la concessione dei permessi di soggiorno umanitari alle stesse commissioni territoriali competenti per l’accertamento dei requisiti per il riconoscimento dello status di rifugiato e la concessione della “protezione sussidiaria” di cui al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 2, lett. e), mentre art. 34, ha stabilito l’equivalenza degli effetti delle dette misure di “protezione sussidiaria” e dei permessi di soggiorno per ragioni umanitarie. Appare evidente che la ratio di entrambe le norme è individuabile proprio nell’accettata identità di natura delle situazioni giuridiche e che la nuova disciplina appare, sul punto, avere più una funzione ricognitiva e chiarificatrice che innovativa. In conclusione, la situazione giuridica dello straniero che richieda il rilascio di permesso per ragioni umanitarie ha consistenza di diritto soggettivo, da annoverare tra i diritti umani fondamentali garantiti dall’art. 2 Cost.”.
Nell’attuale sistema pluralistico delle misure di protezione internazionale, il riconoscimento della protezione sussidiaria non richiede dunque, diversamente da quanto previsto per lo status di rifugiato politico, l’accertamento dell’esistenza di una condizione di persecuzione del richiedente, ma è assoggettato a requisiti diversi, desumibili dall’art. 2 lett. g) e dall’art. 14 d.lg. n. 250 del 2007. Tale diversità è stata ribadita dallaCorte di giustizia (Grande sezione, procedimenti riuniti C 175-179/8), in sede d’interpretazione conforme dell’art. 11 n. 1, lett. e, della direttiva 2004/83/Ce, proprio al fine di evidenziare che l’eventuale cessazione delle condizioni riguardanti il riconoscimento dello status di rifugiato politico non può incidere sulla concessione della complementare misura della protezione sussidiaria secondo il diverso regime giuridico di questa misura che si caratterizza, alla luce dell’art. 2 della direttiva, proprio perché può essere concessa a chi “non possiede i requisiti per essere riconosciuto come rifugiato”.
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