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Timestamp: 2018-10-22 12:12:56+00:00
Document Index: 184790910

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'sentenza ', 'art. 193', 'art. 193', 'art. 193', 'art. 193']

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artistic value, disegno industriale, industrial design, valore artistico, works of industrial design
I fatti di causa possono riassumersi come segue. Nel 2014, l’attrice, la sig.ra Dina Subkhankulova, veniva a conoscenza che una società del gruppo Prada, nella propria collezione di calzature primavera-estate 2014, aveva utilizzato un tacco a forma di vite sotto forma di bullone perno che sarebbe stato creato dalla attrice stessa.
L’attrice, pertanto, citava in giudizio la società dinanzi al tribunale di Milano sostenendo di essere una famosa designer russa nel campo di scarpe ed accessori e di avere realizzato nel 2004 un modello di calzatura con tacco a vite che, a suo dire, doveva considerarsi un’opera artistica. Tale modello aveva infatti conseguito il premio GRAN PRIX per la collezione “Sentore Metallico del Bourgogne” e il premio speciale di giuria nel Concorso internazionale di designer di calzature e accessori dell’aprile 2005 nell’ambito della Mostra specializzata Mosschoes-Mosca. La creazione era stata anche pubblicata nella rivista ARarpel, Moda Pelle ed in altre riviste di settore.
La convenuta a sua difesa sosteneva invece che i modelli di calzatura in contestazione presentavano sostanziali differenze, che Prada aveva sviluppato autonomamente il proprio modello, ispirandosi alle forme di tacco a vite e agli oggetti di design con asta a forma di vite già diffuse negli anni ’50. Inoltre, secondo la convenuta la realizzazione di questo prodotto sarebbe stata preceduta dalla commercializzazione negli anni ’90 di una linea di calzature caratterizzate da un tacco molto simile.
Il Tribunale ha ritenuto infondata la domanda dell’attrice avente ad oggetto la tutela come diritto d’autore del modello di calzatura rappresentato da un “tacco a vite”, in quanto privo del requisito del valore artistico ai sensi dell’art. 2 n. 10 Legge 633/1941.
Il Tribunale ha rilevato che i parametri oggettivi della sussistenza del valore artistico sono, tra gli altri: il riconoscimento, da parte degli ambienti culturali ed istituzionali, della sussistenza di qualità estetiche ed artistiche, l’esposizione in mostre o musei, la pubblicazione su riviste specializzate non a carattere commerciale, l’attribuzione di premi, l’acquisto di un valore di mercato così elevato da trascendere quello legato soltanto alla sua funzionalità, la commercializzazione nel mercato artistico e non in quello meramente commerciale ovvero la creazione da parte di un noto artista (es. Cass. n. 23292/2015; Cass. n. 7477/2017; Cass. n. 5098/2004).
Tenendo conto di tali indici, il Tribunale ha considerato che l’attrice non aveva documentato il riconoscimento della propria creazione da parte di ambienti culturali, l’esposizione in importanti musei o un elevato valore economico del bene trascendente la sua funzione di calzatura. La documentazione prodotta all’uopo è stata ritenuta insufficiente dal Tribunale a dimostrare il riconoscimento di un’esclusiva lungo un arco di tempo così rilevante sul bene in oggetto.
Quanto alla natura denigratoria delle dichiarazioni rilasciate dall’attrice sulla stampa, il Tribunale ha rigettato la domanda riconvenzionale della convenuta considerando che i due articoli da essa prodotti contenevano riferimenti a dati oggettivi e valutazioni personali che erano riconducibili al diritto di critica e che erano stati divulgati, da quanto documentato, solo sulla stampa russa in caratteri cirillici.
commissione ricorsi, diligenza richiesta dalle circostanze, due care required by the circumstances, Italian Patent and Trademark Office Board of Appeals, reintegrazione, restitutio in integrum, restitution to the original position
Con una recente sentenza la Commissione dei Ricorsi contro i Provvedimenti dell’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi ha fornito utili spunti di riflessione sulla disciplina della reintegrazione prevista dall’art. 193 del Codice di Proprietà Industriale (D. Lgs. n. 30/2005) e, in particolare, sulle condizioni e sul livello di diligenza richiesti dalla norma per ottenere il beneficio della reintegrazione in caso di inosservanza di un termine di decadenza.
In particolare, la Commissione Ricorsi, riformando il provvedimento di rigetto emesso dall’UIBM avverso l’istanza di reintegrazione presentata dal ricorrente, ha colto l’occasione per affermare quali sono le condizioni che devono ricorrere affinché possa ritenersi sussistente il requisito della “diligenza richiesta dalle circostanze” prescritto dall’art. 193 del c.p.i. necessario per ottenere il beneficio della reintegrazione. Sotto questo profilo giova infatti ricordare come il testo della norma novellato nel 2003 abbia eliminato il presupposto della “massima diligenza esigibile” prevedendo come nuovo requisito quello della “diligenza richiesta dalle circostanze”.
La Commissione ha invero affermato che nel caso in esame nessuna negligenza fosse imputabile alla ricorrente sotto il profilo della culpa in eligendo, avendo essa dato l’incarico ad uno studio specializzato che godeva di una buona reputazione professionale nel campo. Ha precisato, tuttavia, la Commissione che la buona reputazione del mandatario non è in tali casi condizione sufficiente per concedere il beneficio della restitutio in integrum, essendo altresì necessaria la sussistenza di una organizzazione adeguata di tale soggetto. Tale requisito, continua la Corte, si pone in linea non solo con le norme del c.p.i., ma anche con i principi generali dettati dagli articoli 1228 e 2049 del codice civile in materia di responsabilità per fatto degli ausiliari.
A sostegno della propria decisione, la Commissione ha inoltre sostenuto che l’art. 193 c.p.i., proprio in virtù della ratio di tutela che governa il sistema della proprietà industriale, prevede deroghe alla perentorietà dei termini di decadenza, dando rilevanza alla scusabilità degli errori commessi dalle imprese in una prospettiva più ampia del singolo episodio di disfunzione e parametrando la diligenza utilizzata con quella complessivamente spesa dagli operatori del settore stabilmente impegnati nella gestione dei diritti di proprietà industriale.
Sotto questo profilo, la Commissione ha ritenuto che nel caso di specie risultasse sufficientemente acquisita la prova che lo studio specializzato al quale la ricorrente aveva affidato la gestione del brevetto (nonché l’impresa alla quale lo stesso a sua volta si era affidato per monitorare le scadenze) fruisse di una buona organizzazione sia sotto il profilo del numero e della professionalità degli operatori che dei programmi informatici utilizzati. Ha sostenuto pertanto la Commissione che si trattasse di un errore isolato, nell’ambito di una organizzazione complessivamente adeguata, recependo così la ricostruzione della ricorrente. Non ha assunto rilievo, inoltre, secondo l’interpretazione della Commissione, la circostanza che l’errore materiale in cui era incorsa la Società fosse facilmente individuabile con un sistema incrociato di controlli o con un software più elaborato, atteso che la diligenza richiesta ex art. 193 c.p.i. non deve essere interpretata come best practice in assoluto, ma va parametrata alle circostanze del caso concreto. La Commissione ha infine ritenuto come nel caso in esame alcune inefficienze dovessero ritenersi compensate sia dal carattere isolato dell’errore, che dal sovraccarico di lavoro che aveva impegnato gli operatori del settore nel 2007 a causa delle modifiche legislative intervenute sul regime fiscale delle annualità brevettuali.
copyright, diritto d'autore, internet, regolamento agcom
In data 12 dicembre 2013, l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni ha adottato il “Regolamento in materia di tutela del diritto d’autore sulle reti di comunicazione elettronica e procedure attuative ai sensi del Decreto Legislativo 9 aprile 2003, n. 70″.