Source: http://astratto.info/la-nuova-direttiva-sui-diritti-del-consumatore.html
Timestamp: 2020-02-26 20:21:57+00:00
Document Index: 118729859

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 3', 'art. 4', 'art. 25', 'art. 31', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 5', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 1337', 'sentenza ', 'art. 1455', 'art. 2', 'art. 2', 'art 3', 'art. 47', 'art. 47']

La nuova direttiva sui diritti del consumatore
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Europa e dir. priv., fasc.4, 2011, pag. 861
Sommario: 1. I recenti sviluppi del diritto privato europeo: la direttiva sui diritti dei consumatori. - 2. La disciplina generale dell'informazione. - 3. La disciplina dei contratti a distanza e dei contratti negoziati fuori dai locali commerciali. - 4. Le modifiche alla disciplina della vendita di beni di consumo. - 5. Qualche apertura sul fronte del contratto asimmetrico?
1. L'ultimo passaggio degno di nota nel moto pendolare europeo è costituito dal Draft Common Frame of Reference (DCFR) (1) ad opera del Gruppo di studio per un codice civile europeo diretto da Christian von Bar e del Gruppo Acquis che è stato inviato alla Commissione il 28 dicembre 2007: l'idea di un «Quadro comune di riferimento» si è così precocemente affievolita nella predisposizione di un progetto preliminare, che a sua volta è incappato nella mannaia della Commissione, la quale nel 2010 ha optato espressis verbis per un diritto europeo dei contratti facoltativo ed ha richiesto al Gruppo di esperti la stesura di un nuovo progetto di minore ampiezza in materia contrattuale, poi racchiuso in un testo di soli 187 articoli di cui è disponibile un'ultima versione del 19 agosto 2011 (2).
L'abito sembra, infine, ulteriormente restringersi ad opera della Commissione con la recentissima «Proposta di Regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio relativo a un diritto comune europeo della vendita» dell'11 ottobre 2011 [COM(2011) 635 def.], la quale vorrebbe introdurre uno strumento opzionale a disposizione dei contraenti per le vendite transfrontaliere tra professionisti e consumatori ma anche business to business, purché almeno una delle parti sia un'impresa medio-piccola, che consente per l'appunto ai contraenti la deroga consensuale al diritto internazionale privato e l'adozione in sua vece di una disciplina uniforme a sfondo protettivo della parte debole.
Il 25 ottobre 2011, il Parlamento europeo ed il Consiglio dell'UE ha subito dopo definitivamente adottato il testo di una nuova direttiva sui diritti dei consumatori non particolarmente ampia ma dal tenore molto analitico [Direttiva 2011/83/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 25 ottobre 2011 sui diritti dei consumatori, recante modifica della direttiva 93/13/CEE del Consiglio e della direttiva 1999/44/CE del Parlamento europeo e del Consiglio e che abroga la direttiva 85/577/CEE del Consiglio e la direttiva 97/7/CE del Parlamento europeo e del Consiglio].
La nuova è entrata in vigore 20 giorni dopo la sua pubblicazione sulla GUUE avvenuta il 22 novembre 2011 mentre gli Stati membri avranno 2 anni di tempo dall'entrata in vigore per varare le leggi, i regolamenti e gli atti amministrativi necessari per l'attuazione e di cui è già disponibile la versione italiana purtroppo di fattura non certo pregevole - si volge a modificare o sostituire la precedente disciplina comunitaria a tutela dei consumatori (la dir. 93/13 sulle clausole abusive, la dir. 99/44 sulla vendita e le garanzie nei beni di consumo, la dir. 97/7 in materia di contratti a distanza e la dir. 85/577 in materia di contratti stipulati fuori dei locali commerciali) e si applica ai contratti conclusi tra un professionista e un consumatore, nonché ai contratti per la fornitura su base contrattuale di acqua, gas, elettricità e teleriscaldamento da parte di prestatori pubblici.
Il legislatore europeo, dunque, ambisce ad una sorta di primo restyling generale della disciplina protettiva del consumatore e ciò trapela sia dal titolo sia dal tenore di alcune norme ed in particolare dall'art. 1 sulle finalità dell'intervento (lo scopo della direttiva è quello di contribuire, mediante il raggiungimento di un alto livello di tutela del consumatore, ad un miglior funzionamento del mercato interno, approssimando taluni aspetti della regolamentazione degli Stati membri concernente i contratti tra consumatori e i professionisti, ossia coloro che agiscono sul mercato, comprando e vedendo beni o servizi) (3); dall'art. 3 nn. 1 e 2, sul campo di applicazione (la direttiva si applica ad ogni contratto concluso tra un professionista e un consumatore ed ai contratti di fornitura di acqua, gas, elettricità o teleriscaldamento, inclusi quelli stipulati da pubblici fornitori su base contrattuale; in caso di conflitto tra le norme della direttiva e quelle di altro atto dell'Unione saranno queste ultime a prevalere) (4); dall'art. 4 sul livello di armonizzazione (gli Stati Membri non possono mantenere o introdurre previsioni divergenti da quelle stabilite dalla direttiva, incluse quelle più o meno stringenti volte ad assicurare un diverso livello di tutela del consumatore, salvo che sia altrimenti previsto dalla direttiva stessa) (5); e dall'art. 25 sul carattere imperativo della disciplina e, quindi, sulla sua inderogabilità e sull'indisponibilità dei diritti da essa conferiti al consumatore (se la legge applicabile al contratto è quella nazionale, i consumatori non potranno rinunciare ai diritti loro riconosciuti dagli atti che hanno trasposto la direttiva nell'ordinamento interno; pertanto, ogni pattuizione contrattuale che, direttamente o indirettamente, comporti una tale rinuncia alla tutela o la sua riduzione non sarà vincolante per il consumatore) (6).
Ma in realtà si tratta di un intervento dal contenuto abbastanza limitato ed a macchia di leopardo che incide prevalentemente sulla dir. 85/577 in materia di contratti negoziati fuori dei locali commerciali e sulla dir. 97/7 in materia di contratti a distanza, la cui abrogazione ex art. 31 è indotta dai forti mutamenti sociali che hanno investito entrambi i settori (considerando n. 2), mentre modifica ex artt. 31 e 32 soltanto alcuni aspetti a volte davvero marginali della dir. 93/13 in materia di clausole abusive e della dir. 99/44 in materia di vendita di beni di consumo.
La tecnica prescelta con qualche eccezione - vedi tra le altre l'art. 3 n. 4, che consente facoltativamente agli Stati membri di non applicare la direttiva ai contratti conclusi fuori dai locali commerciali d'importo non eccedente i 50 euro ovvero d'importo ancora inferiore (7) - è quella dell'armonizzazione massima e dell'inderogabilità assoluta da parte degli Stati membri e, quindi, sia in peius sia in melius ed è comunque assicurato il favor del consumatore nella singola contrattazione ex art. 3 n. 6, sicché i professionisti potranno proporre ai consumatori accordi contrattuali che vadano oltre la tutela garantita dalla direttiva (8).
Il trait d'union del ventaglio di norme risiede, in sintesi, nell'aggiornamento delle varie discipline rispetto alle nuove realtà: un ulteriore esempio è offerto dall'espressa previsione dell'obbligo di informazione concernente l'esatto ammontare del prezzo dei prodotti venduti - comprensivo delle imposte - in cui emerge chiaramente l'obiettivo di colpire la prassi delle compagnie aeree low cost che sogliono rivelare in successione, a mezzo di una sorta di step by step al rialzo, il prezzo totale del biglietto aereo [artt. 5, lett c); 6, lett e)].
Sul piano più generale del trend di sviluppo del diritto privato europeo occorre segnalare: a) l'art. 2 che continua a definire nei termini ormai tradizionali al n. 1 il consumatore (ogni persona fisica che agisca per scopi di consumo estranei alla propria attività commerciale, artigianale, imprenditoriale o professionale) (9) ed al n. 2 il professionista ribattezzato trader nella versione inglese ossia commerciante ma nella versione italiana nuovamente professionista (ogni persona fisica o giuridica, sia pubblica sia privata, che agisca, direttamente o per il tramite di un mandatario, per scopi legati alla propria attività commerciale, artigianale, imprenditoriale o professionale) (10); b) l'art. 5, lett. e), che prevede l'obbligo di informazione a beneficio del consumatore sugli eventuali servizi post-vendita forniti dal professionista al fine di garantire la conformità del bene compravenduto e ciò a conferma della policy comunitaria nel settore della distribuzione dei beni di consumo di cui alla dir. 99/44; c) l'art. 3 n. 3, lett. a), che esclude i servizi sociali dall'ambito di applicazione della direttiva e ciò a riprova dell'abbandono nel settore della logica di mercato (11); d) l'art. 3 n. 1, che estende la tutela consumeristica senza distinguere tra scopo di consumo e non ai clienti di forniture di acqua, gas, elettricità e teleriscaldamento effettuate da operatori pubblici; e) il ripetuto accenno nei considerando alla necessità di un bilanciamento tra l'alto livello di protezione dei consumatori e la concorrenza tra le imprese nell'opera di edificazione di un mercato razionale (v. ad es. considerando n. 4). Alcuni dei suddetti riferimenti normativi costituiscono un significativo sintomo della politica seguita dal legislatore europeo di rifiuto dell'assolutismo insito nel totale asservimento del mercato alle logiche concorrenziali e nelle letture di esclusiva vocazione consumeristica del diritto europeo.
L'art. 3 ai nn. 3 e 4 elenca, infine, i settori esclusi dal campo di applicazione della nuova direttiva concernenti i seguenti contratti: quelli volti a prestare servizi sociali, compreso il supporto alle famiglia od alle persone bisognose; quelli legati alla sanità; il giuoco e la scommessa; quelli finanziari; quelli aventi ad oggetto diritti reali inerenti ad un bene immobile; quelli aventi ad oggetto la costruzione di un immobile, la sostanziale conversione di edifici o di locazione di immobili ad uso abitativo; quelli relativi a pacchetti turistici e simili; quelli riguardanti la multiproprietà ed i prodotti per le vacanze di lungo termine nonché la loro rivendita o scambio; quelli stipulati da un soggetto pubblico in base ai propri poteri mediante una procedura imparziale e trasparente; quelli per la fornitura di cibo e bevande destinati al consumo domestico; quelli per il trasporto di passeggeri; quelli conclusi mediante macchinette o altri sistemi automatici; quelli conclusi con operatori delle telecomunicazioni tramite telefono, fax o internet (12).
2. La nuova direttiva in commento, nella parte riguardante l'informazione, si è rivelata ancora una volta avara sul versante dei rimedi e della tutela processuale - con l'unica eccezione del regime dell'onere della prova di cui all'apposita disciplina dei contratti a distanza e dei contratti conclusi fuori dai locali commerciali - ma ha comunque introdotto all'art. 5 un nuovo catalogo a carattere generale degli obblighi di informazione riguardanti il contratto del consumatore e la fornitura di acqua gas elettricità e teleriscaldamento che è sorretto dalla tecnica dell'armonizzazione massima ed impedisce agli Stati membri di derogare in peius alla normativa comunitaria salvo il caso di vendite giornaliere con prestazioni immediate o di forniture di acqua gas o elettricità in quantità modeste e consente loro semmai di ampliare l'area dell'informazione precontrattuale.
Una delle caratteristiche salienti della nuova direttiva in commento è rappresentata dalla previsione dell'obbligo per il venditore e per il prestatore di servizi di somministrare talune informazioni in fase precontrattuale, sulla falsa riga di quanto accade già per i contratti di multiproprietà e di viaggio, e ciò a prescindere dalle particolari modalità di conclusione del contratto, come nel caso dei contratti a distanza e dei contratti conclusi fuori dai locali commerciali per i quali sono richieste informazioni apposite.
L'art. 5 elenca, infatti, una serie di circostanze relative al contratto in via di perfezionamento di cui il venditore deve dare notizia al consumatore in maniera chiara e comprensibile, a meno che esse non siano autoevidenti, ossia emergano in modo incontrovertibile dal contesto in cui si sta procedendo a concludere il contratto.
L'obbligo di informazione investe: a) le principali caratteristiche del bene; b) gli elementi identificativi del professionista; c) il prezzo complessivo, inclusi le tasse e, se previsti, i costi aggiuntivi di trasporto, di consegna o postali, nonché, qualora il prezzo non sia determinabile nel suo preciso ammontare prima della conclusione del contratto, il meccanismo del suo calcolo; d) se previsti, gli accordi sul pagamento del prezzo, sulla consegna del bene e sull'adempimento della prestazione, oltre che il termine della consegna e la politica adottata dal venditore per la gestione delle lamentele; e) il promemoria sull'esistenza della garanzia legale di conformità e, se previsti, i servizi post-vendita e la garanzia convenzionale; f) il termine di durata del contratto e, se si tratta di contratto a tempo indeterminato o ne è stabilita la rinnovazione automatica, le condizioni del suo scioglimento; g) la funzionalità dei contenuti digitali incluse le misure tecniche di protezioni applicabili; h) la compatibilità dei contenuti digitali con l'hardware o con il software di cui il venditore è al corrente ovvero ci si può ragionevolmente aspettare che lo sia. Il novero delle informazioni investe - com'è evidente - diversi profili del regolamento contrattuale in formazione, ma alcuni dati incidono direttamente sulla nozione di conformità del bene al contratto: si allude, in particolare, alle informazioni sub a), g) e h) (13).
Gli obblighi di informazione - com'è risaputo - investono non solo la fase precedente la conclusione del contratto ma anche il perfezionamento dell'accordo e la successiva esecuzione del rapporto contrattuale, essendo funzionali ad entrambi gli aspetti della consapevole formazione del consenso e della corretta gestione per l'appunto del rapporto contrattuale (14). La «debolezza» del consumatore si risolve infatti essenzialmente nell'asimmetria informativa (mentre la debolezza dell'impresa si annida nella stessa relazione contrattuale). La disciplina comunitaria non contempla, tuttavia, sanzioni a carattere generale per le ipotesi di violazione di tali obblighi ma si limita ad introdurre alcune misure specifiche quale, ad es., il prolungamento del termine per il recesso di pentimento in caso di mancata informazione del consumatore sul regime dello strumento.
Il vuoto di disciplina nell'intervento comunitario ed il perdurante silenzio del legislatore italiano hanno indotto dottrina e giurisprudenza ad interrogarsi sulle conseguenze della violazione degli obblighi di informazione da parte del professionista: le tesi al riguardo sono svariate, fermo restando che il consumatore può comunque esercitare il recesso ove esso sia previsto.
Un primo indirizzo fa leva sulla collocazione logico-temporale degli obblighi di informazione e sulla scansione procedimentale impressa alla fase di conclusione del contratto e, pertanto, colloca tali obblighi nella fase delle trattative, ricollegandoli alla disciplina prevista dal codice civile per la trattativa ordinaria e, quindi, all'ambito di applicazione dell'art. 1337 c.c. (15). Un secondo indirizzo punta sul loro carattere inderogabile, connesso alla funzione di protezione del consumatore voluta dal legislatore, e ritiene, quindi, che la loro violazione determini la nullità relativa del contratto successivamente concluso (16). Un terzo indirizzo si mostra propenso a collocarli nella fase della formazione della volontà del consumatore-contraente e, quindi, propone che il consumatore non adeguatamente informato venga considerato in errore e possa chiedere l'applicazione del rimedio previsto in via generale per i vizi della volontà ossia l'annullamento del contratto (17). L'orientamento oggi prevalente ricorre a tutt'altro rimedio: poiché gli obblighi legali di informazione costituiscono delle regole di condotta destinate ad orientare il contegno del professionista nel corso del rapporto, la loro violazione deve essere qualificata come inadempimento ossia come vicenda autenticamente propria del rapporto contrattuale, sicché la sanzione più adeguata è la risoluzione del contratto. Il consumatore gode, dunque, di un'alternativa: può domandare la risoluzione del contratto ed il connesso risarcimento del danno, ma sarà tenuto alla restituzione di quanto abbia eventualmente ricevuto da controparte in esecuzione del contratto oppure può richiedere il solo risarcimento del danno, trattenendo quindi le prestazioni già eseguite, il cui valore verrà defalcato nella commisurazione del risarcimento all'interesse positivo (18).
Il recesso non è sempre uno strumento proficuo per il consumatore giacché comporta la rinunzia ai vantaggi connessi all'operazione contrattuale; mentre il risarcimento del danno appare conveniente per lo meno sotto il profilo della conservazione di tali vantaggi e della loro combinazione con il risultato dell'azione risarcitoria: il risarcimento del danno è stato reputato dalla Corte di cassazione la soluzione più conveniente, ad es., per il consumatore-risparmiatore nel caso di violazione degli obblighi stabiliti dalla disciplina degli investimenti prevista da regolamenti della Consob (Cass. 29 settembre 2005 n. 19024) (19). La Corte inoltre prende le distanze dal crescente orientamento che colpisce la violazione dell'obbligo di informazione con la nullità virtuale e riporta la soluzione del problema entro le coordinate della distinzione tra difetto di elementi essenziali della struttura del contratto, che ne comporta la nullità, e violazione dei doveri di comportamento, che viene intercettata e sanzionata dall'ordinamento nell'ambito della responsabilità.
La questione è stata rimessa con l'ordinanza n. 36 del 16 dicembre 2007 alle Sezioni unite, le quali con la sentenza 26724 del 19 dicembre 2007 (20) hanno ribadito l'irriducibile differenza tra regole di validità e regole di responsabilità e confermato l'estraneità della violazione degli obblighi di informazione all'area della nullità. Quanto ai rimedi esperibili dall'investitore non correttamente informato, la Corte ha poi distinto tra violazioni degli obblighi informativi che si collocano nella fase antecedente la stipulazione del contratto quadro, le quali danno luogo a responsabilità precontrattuale, e violazioni degli obblighi che si collocano in fase esecutiva, le quali invece possono dar luogo a responsabilità per inadempimento ovvero, laddove ricorrano i presupposti di gravità richiesti dall'art. 1455 c.c., possono condurre anche alla risoluzione del contratto d'intermediazione finanziaria (21).
3. La categoria dei contratti «conclusi fuori dai locali commerciali» ricomprende, a mente della dir. 85/577, i contratti di vendita o fornitura di beni o servizi accomunati dalla circostanza che il negozio si conclude, ad esempio, al domicilio del consumatore o sul posto di lavoro o ancora «su catalogo» (in tal caso il contratto è altresì «a distanza» e si applica la relativa disciplina se più favorevole per il consumatore).
A loro volta, per contratti «a distanza», si intendono, a mente della dir. 97/7, i contratti di vendita o fornitura di beni di consumo o di servizi diversi da quelli finanziari accomunati dalla circostanza che durante le trattative e per la conclusione del contratto il professionista utilizza una tecnica di comunicazione a distanza (es. telefono, fax, posta elettronica, internet). La dir. 00/31 sul commercio elettronico, infine, disciplina i profili consumeristici dei «contratti per via elettronica». Le tre direttive in discorso sono state recepite in Italia, rispettivamente, dalla l. 50/1992 e dal d.lgs. 185/1999 i cui contenuti sono ora riversati nel codice del consumo nonché dal d.lgs. 70/2003 (22).
Le suddette definizioni vanno ora aggiornate sulla base della nuova direttiva in commento, la quale all'art. 2 n. 7, riformula i contratti «a distanza» (quelli stipulati in base ad uno schema organizzato di vendita a distanza o di fornitura di servizi senza che vi sia la simultanea presenza fisica del professionista e del consumatore, con l'esclusivo utilizzo di un mezzo di comunicazione a distanza anche per la conclusione) (23); ed all'art. 2 nn. 8 e 9, i contratti «conclusi fuori dai locali commerciali» (24) ossia fuori dai locali, mobili o immobili, dove il professionista svolge la propria attività (quelli stipulati fuori dai locali commerciali del professionista; quelli la cui offerta contrattuale sia stata effettuata fuori dai locali commerciali del professionista; quelli stipulati nei locali commerciali del professionista o mediante qualsiasi mezzo di telecomunicazione subito dopo che il consumatore è stato personalmente e individualmente contattato alla presenza del professionista fuori dai suddetti locali; quelli stipulati durante un'escursione organizzata dal professionista con lo scopo o l'effetto di promuovere e vendere beni o servizi al consumatore) (25).
Un'importante precisazione già segnalata. L'art 3 n. 4, consente facoltativamente agli Stati membri di non applicare la direttiva ai contratti conclusi fuori dai locali commerciali d'importo non eccedente i 50 euro ovvero d'importo ancora inferiore.
Al cospetto di tali «modalità contrattuali», il consumatore ha diritto ad un'informazione accurata nonché di recedere dal contratto o dalla proposta contrattuale senza penalità e senza giustificarne il motivo (26) con decorrenze che variano minuziosamente in un intrigo normativo posto a sua tutela e, in particolare, ad essere informato sull'esistenza stessa di tale diritto: la mancata informazione determina l'allungamento dei termini.
Secondo gli artt. 64 e 65 cod. cons., il termine per l'esercizio del diritto di recesso è di dieci giorni lavorativi e decorre: 1) nei contratti o nelle proposte contrattuali negoziati fuori dei locali commerciali dalla data di sottoscrizione della nota d'ordine contenente la prescritta informazione ovvero, nel caso in cui non sia predisposta una nota d'ordine, dalla data di ricezione dell'informazione stessa, e ciò sia per i contratti riguardanti la prestazione di servizi sia per i contratti riguardanti la fornitura di beni, qualora al consumatore sia stato preventivamente mostrato o illustrato dal professionista il prodotto oggetto del contratto; od ancora dalla data di ricevimento della merce, se successiva, per i contratti riguardanti la fornitura di beni, qualora l'acquisto sia stato effettuato senza la presenza del professionista ovvero sia stato mostrato o illustrato un prodotto di tipo diverso da quello oggetto del contratto; 2) nei contratti a distanza, per i beni, dal giorno del loro ricevimento da parte del consumatore ove siano stati soddisfatti gli obblighi di informazione o dal giorno in cui questi ultimi siano stati soddisfatti, qualora ciò avvenga dopo la conclusione del contratto purché non oltre il termine di tre mesi dalla conclusione stessa; per i servizi, dal giorno della conclusione del contratto o dal giorno in cui siano stati soddisfatti gli obblighi di informazione, qualora ciò avvenga dopo la conclusione del contratto purché non oltre il termine di tre mesi dalla conclusione stessa.
Nell'ipotesi in cui il professionista non abbia soddisfatto gli obblighi di informazione il termine per l'esercizio del diritto di recesso è, rispettivamente, di sessanta giorni (per i contratti e le proposte contrattuali negoziati fuori dai locali commerciali) o di novanta giorni (per i contratti a distanza) e decorre, per i beni, dal giorno del loro ricevimento da parte del consumatore, per i servizi, dal giorno della conclusione del contratto: tale disposizione si applica anche al caso in cui il professionista fornisca un'informazione incompleta o errata che non consenta il corretto esercizio del diritto di recesso. Le parti possono sempre convenire garanzie più ampie per il consumatore.
La disciplina dei contratti conclusi fuori dai locali commerciali contenuta nel codice del consumo si dedica prevalentemente all'informazione sul diritto di recesso di cui all'art. 47 cod. cons.: 1) l'informazione deve essere fornita per iscritto e deve contenere: a) l'indicazione dei termini, delle modalità e delle eventuali condizioni per l'esercizio del diritto di recesso; b) l'indicazione del soggetto nei cui riguardi va esercitato il diritto di recesso ed il suo indirizzo o, se si tratti di società o altra persona giuridica, la denominazione e la sede della stessa, nonché l'indicazione del soggetto al quale deve essere restituito il prodotto eventualmente già consegnato; 2) qualora sia sottoposta al consumatore, per la sottoscrizione, una nota d'ordine l'informazione vi deve essere riportata separatamente dalle altre clausole contrattuali e con caratteri tipografici uguali o superiori a quelli degli altri elementi indicati nel documento; 3) qualora non venga predisposta una nota d'ordine, l'informazione deve essere comunque fornita al momento della stipulazione del contratto ovvero all'atto della formulazione della proposta; 4) nell'ipotesi di contratti conclusi per corrispondenza o in base a catalogo consultato dal consumatore senza la presenza del professionista, l'informazione deve essere riportata nel catalogo o in altro documento illustrativo della merce o del servizio oggetto del contratto o ancora nella relativa nota d'ordine, con caratteri tipografici uguali o superiori a quelli delle altre informazioni contenute nel documento; nella nota d'ordine può essere riportato il solo riferimento al diritto di recesso, con la specificazione del relativo termine e con rinvio per gli altri elementi alle indicazioni contenute nel catalogo o in altro documento illustrativo della merce o del servizio. L'art. 47, co. 6, stabilisce, inoltre, che «il professionista non potrà accettare, a titolo di corrispettivo, effetti cambiari che abbiano una scadenza inferiore a quindici giorni dalla stipulazione del contratto e non potrà presentarli allo sconto prima di tale termine».