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Timestamp: 2018-09-19 21:28:49+00:00
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Diritti umani: Partito Radicale invia memoria a vertici Consiglio d’Europa contro l’Italia | Emilio Quintieri
Posted on 11/04/2014 Carceri, Consiglio d'Europa, Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, Giustizia
Diritti umani: Partito Radicale invia memoria a vertici Consiglio d’Europa contro l’Italia
Il 10 aprile il Partito Radicale ha inviato ai Presidenti del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa e della Corte europea sui diritti umani, e per conoscenza al Presidente del Consiglio europeo, della Commissione europea e del Parlamento europeo un documento in cui si denuncia la totale mancanza di progresso da parte dell’Italia nel recupero della legalita’ costituzionale e del rispetto dei suoi obblighi internazionali in materia di Stato di Diritto.
La lettera, firmata da Emma Bonino, Marco Pannella e Marco Perduca e’ stata presentata l’11 aprile alla Camera dei Deputati e inviata a tutti gli eurodeputati e parlamentari italiani.
alla cortese urgente attenzione di:
Sebastian Kurz, Ministro per l’Europa, Integrazione e Affari Esteri dell’Austria, Presidente del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa
Thorbjørn Jagland, Segretario-Generale, Consiglio d’Europa
Dean Spielmann, Presidente della Corte Europea dei Diritti Umani
On. Martin Shultz, Presidente del Parlamento Europeo
e a: tutti gli Eurodeputati e Parlamentari italiani
oggetto: il mancato rispetto degli obblighi internazionali dell’Italia
Le scriviamo per esprimerLe la nostra più sentita preoccupazione per il modo con cui la Repubblica italiana NON stia rispettando i propri obblighi internazionali né la propria legalità costituzionale relativamente all’affermazione dello Stato di Diritto. In particolare, vorremmo attrarre la Sua attenzione sulla mancata adesione e risposta da parte dell’Italia alla “sentenza pilota” adottata dalla Corte di Strasburgo l’8 gennaio 2013, relativa alla sistemica violazione dell’articolo 3 della Convenzione Europea sui Diritti Umani, inerente ai trattamenti inumani e degradanti nelle carceri.
Nel corso degli ultimi tre decenni, a nome e per conto del Nonviolent Radical Party, Transnational and Transparty, abbiamo dedicato buona parte delle nostre attività politiche a denunciare il modo con cui l’Italia sia diventata l’opposto di cosa una democrazia dovrebbe essere. Per anni l’Italia è stata, ed è tutt’oggi, in flagrante violazione della sua legalità costituzionale e, quindi, in violazione strutturale dei diritti individuali di chi ci vive. Il nostro paese è diventato una “democrazia reale” nel modo in cui, in un’altra era politica, esistevano paesi di “socialismo reale”. Uno Stato dove le regole non vengono fatte rispettare dalle istituzioni sostituendo la prassi alla norma. Ma ciò che è peggio è che le istituzioni non affrontano alla radice questo problema cruciale.
Quando si tratta di Stato di Diritto, e in particolare di amministrazione della giustizia, l’Italia è denunciata per la violazione sistematica dell’articolo 3 della Convenzione Europea ma anche per quella dell’articolo 6, relativo all’irragionevole durata dei processi. La giustizia giusta in Italia non è garantita e l’unica certezza che il nostro paese offre è quella dell’incertezza dei tempi e dei modi dell’applicazione della Legge.
Abbiamo sempre lodato l’integrità con la quale il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa ha fermamente denunciato la violazione da parte dell’Italia delle sentenze della Corte di Strasburgo. A più riprese il Suo Comitato ha infatti denunciato l’Italia come il paese che mina il mero concetto dello “Stato di Diritto” nel continente europeo. Condividiamo pienamente i vostri moniti e ci permettiamo di ricordare che là dove vi è strage di diritto seguono stragi di popoli.
Oggi vogliamo cogliere l’opportunità di questa nostra comunicazione per condividere con Lei, e per suo tramite con tutto il Comitato, ulteriori elementi di contesto e informazioni puntuali che riteniamo debbano esser tenuti in considerazione quando il “caso Italia” sarà di nuovo davanti a voi nelle prossime settimane e sicuramente prima del 28 maggio 2014, termine fissato dalla sentenza pilota perché l’Italia si metta in regola coi propri obblighi internazionali.
Piuttosto che adottare i necessari rimedi legali richiesti dalla sentenza Torreggiani, il Governo italiano ha lanciato una campagna internazionale per costruire una realtà che non può, non vuole o non sa governare. Nelle settimane scorse son stati presentati dati e aggiornamenti che da una parte non sono basati su fatti consolidati e dall’altra affrontano le questioni sollevate dalla “sentenza pilota” solo in modo marginale e superficiale.
Riteniamo che per essere all’altezza delle questioni poste dalla Corte di Strasburgo e delle dichiarazioni del Suo Comitato, l’Italia deve adottare una prima riforma strutturale: un’amnistia attraverso la quale l’amministrazione della giustizia possa riprendere il suo cammino democratico interrotto da decenni. Prima di tutto per se stessa. Un’amnistia per la Repubblica prima ancora che un’amnistia e indulto per le decine di migliaia di persone che soffrono trattamenti inumani e degradanti nei 205 istituti penitenziari del nostro paese e per i milioni di cittadini colpiti, sia nel penale che nel civile, da una giustizia irragionevolmente ritardata.
Il 23 settembre 2013, il Nonviolent Radical Party, Transnational and Transparty e il Comitato Radicale per la Giustizia Pietro Calamandrei hanno inviato una diffida formale a 675 soggetti istituzionali responsabili per l’esecuzione delle sentenze di condanna e le ordinanze relative alle misure cautelari. Quel documento, inviato per opportuna e debita conoscenza anche a Nils Muižnieks, Commissario per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa, chiede che prima dell’esecuzione della pena venga verificata la disponibilità di posti a norma di legge nei vari penitenziari italiani e che, in caso contrario, non venga dato seguito all’attuazione di una pena illegale. Secondo le informazioni in nostro possesso nessuno dei soggetti interessati dalla diffida ha ritenuto di agire di conseguenza.
Nel suo messaggio al Parlamento dell’8 ottobre 2013 – il primo e unico dei suoi due mandati – il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha voluto richiamare la sentenza della Corte Costituzionale (n. 210 del 2013) con la quale essa ha stabilito che, in caso di pronunce della Corte europea dei diritti dell’uomo che accertano la violazione da parte di uno Stato delle norme della Convenzione, “è fatto obbligo per i poteri dello Stato, ciascuno nel rigoroso rispetto delle proprie attribuzioni, di adoperarsi affinché gli effetti normativi lesivi della Convenzione cessino”.
Ed è stato lo stesso Presidente della Repubblica che, dopo aver elencato tutta una serie di provvedimenti in tema di de-carcerizzazione e depenalizzazione, ad ammonire nel suo messaggio che“tutti i citati interventi – certamente condivisibili e di cui ritengo auspicabile la rapida definizione – appaiono parziali, in quanto inciderebbero verosimilmente pro futuro e non consentirebbero di raggiungere nei tempi dovuti il traguardo tassativamente prescritto dalla Corte europea. Ritengo perciò necessario intervenire nell’immediato con il ricorso a “rimedi straordinari”.”
E’ dunque il Presidente Napolitano a indicare Amnistia e Indulto non solo per interrompere – senza perdere un solo giorno – i trattamenti inumani e degradanti nelle nostre carceri, ma anche per accelerare i tempi della Giustizia perché anche sulla giustizia “ritardata” (che è giustizia negata) abbiamo un fardello ultratrentennale di condanne europee per violazione dell’art. 6 della Convenzione Europea dei Diritti Umani riguardante l’”irragionevole durata dei processi”.
A sette mesi dal messaggio del Presidente Napolitano, solo la Camera dei Deputati ha ritenuto di convocare una sessione di dibattito sulle questioni inerenti all’intervento presidenziale. Purtroppo la seduta di tre ore ha discusso di un documento preparato dalla Presidente della Commissione Giustizia della Camera e non del messaggio del Presidente. Nessuna decisione relativa a riforme strutturali è stata adottata al termine della discussione.
Tutti i provvedimenti approvati in via definitiva fino a questo momento hanno una scarsa incidenza sul sovraffollamento carcerario. L’ultimo, quello che porta il titolo “Delega al Governo in materia di depenalizzazione, sospensione del procedimento con messa alla prova, pene detentive non carcerarie, nonché sospensione del procedimento nei confronti degli irreperibili” prevede per l’accesso alle misure alternative pene edittali così basse che nessuno in Italia finisce in carcere per quel tipo di delitti.
Allo stesso tempo la Commissione giustizia della Camera alta ha registrato la presentazione di almeno tre differenti proposte di legge relative all’amnistia e all’indulto. All’inizio degli anni Novanta, a seguito dell’adozione dell’ultima legge sull’amnistia, il Parlamento ha modificato la Costituzione in materia richiedendo una maggioranza di due terzi perché un’amnistia possa esser introdotta. Paradossalmente nel nostro Paese si può abrogare tutto il Codice Penale con un voto a maggioranza semplice, mentre per introdurre una misura clemenza occorre la stessa maggioranza che occorre per modificare la Costituzione. La Commissione giustizia del Senato non ha reso noto quale sarà l’iter parlamentare dei progetti di leggi illustrati.
Prima della formazione del Governo Renzi, che non ha confermato la Ministra della Giustizia, la responsabile di quel dicastero Anna Maria Cancellieri aveva sollevato in più contesti il problema drammatico dell’amministrazione della giustizia. In particolare il 24 gennaio 2013, nel suo discorso alla Camera dei Deputati sullo stato della giustizia in Italia, la Ministra aveva affrontato la famigerata questione della capienza regolamentare delle carceri italiane. Nel suo intervento la Cancellieri aveva affermato chiaramente che alla fine del 2013 la capienza legale degli istituti penitenziari italiani era di 47.599 posti; allo stesso tempo aveva dichiarato che da quella cifra avrebbero dovuto esser tolti circa 4500 posti per via di lavori di ordinaria o straordinaria amministrazione in diversi edifici.
Era la prima volta che un Ministro della giustizia ammetteva ufficialmente la nuova capienza regolamentare, una cifra, quella dei 47.500 posti solitamente dichiarati, da cui occorre sottrarne quasi 5000. In quell’occasione la Ministro annunciò anche che nel quadro del “piano carceri” 12.324 nuovi posti sarebbero stati realizzati e che di questi 5.012 erano già a disposizione senza però specificare se in effetti questi siano già utilizzati. Occorre ricordare che altrove nel suo intervento la Cancellieri aveva anche lamentato la strutturale mancanza del personale di polizia penitenziaria, una mancanza che non consente l’apertura di nuove carceri.
I numeri presentati dalla Ministra erano stati calcolati alla data del 4 dicembre 2013, data in cui “64.056 era il numero totale dei ristretti, dei quali 11.880 in attesa di primo giudizio, 12.049 senza una sentenza definitiva e 38.828 condannati definitivamente; 1189 gli internati. Gli uomini erano 61.266, le donne 2.790. I cittadini italiani erano 41.641 i non italiani 22.415”. Alla fine di marzo le persone ristrette in Italia erano 60.197.
Altrove la Ministra Cancellieri aveva dichiarato pubblicamente che ci sono oltre 3,5 milioni di procedimenti penali in corso in Italia e che la loro durata media è di ben oltre i cinque anni – in patente contrasto con l’articolo 6 della Convenzione europea relativa al giusto processo. A questi vanno aggiunti oltre 1,8 milioni di procedimenti aperti contro persone irreperibili.
A metà marzo del corrente anno, l’On Andrea Orlando, il nuovo Ministro della giustizia, ha effettuato una missione a Strasburgo per rassicurare il Consiglio d’Europa sui progressi normativi in risposta alla sentenza Torreggiani. Le sue comunicazioni sono state di tono completamente differente di quelle del suo predecessore; infatti il Ministro Orlando ha offerto dati molto parziali e non corroborati da numeri consolidati né tantomeno supportati da un’analisi generale del contesto attuale che, tra le altre cose, includesse anche il numero di agenti di polizia penitenziaria necessari all’inaugurazione dei nuovi posti annunciati col “piano carceri”. Il Ministro ha sviluppato i suoi interventi attorno a un catalogo di desideri piuttosto che annunciare le riforme strutturali richieste dalla “sentenza pilota”.
Alla fine di marzo 2014, un paio di giorni dopo la visita del Ministro Orlando a Strasburgo, una delegazione del Parlamento europeo si è recata in Italia per visitare due carceri: Rebibbia a Roma e Poggio Reale a Napoli. Il gruppo era guidato dall’On. Juan Fernando Lòpez Aguilar, Presidente del Comitato sulle libertà civili del PE, l’On. Frank Engel e l’On Kinga Göncz, accompagnati dai colleghi italiani Salvatore Iacolino, Roberta Angelilli e Salvatore Caronna. A conclusione della loro visita gli eurodeputati hanno rilasciato dichiarazioni di condanna molto grave delle condizioni generali delle carceri visitate denunciando la mancanza di rispetto degli obblighi internazionali da parte dell’Italia.
Il 2 aprile 2014, a seguito di una richiesta pubblica della nostra compagna ex Parlamentare Rita Bernardini, segretario di Radicali Italiani, il DAP ha affermato pubblicamente che a quella data la capienza legale delle 205 carceri italiane doveva esser ricalcolata a 43.547 posti – 90,14% di quanto ufficialmente affermato in passato – e che quei numeri dovevano comunque esser considerati “fluttuanti” per motivi legati all’ordinaria e straordinaria manutenzione delle strutture detentive.
A nostro avvisto, tale dichiarazione conferma l’impossibilità fisiologica del DAP, e quindi del Ministero, di poter avere un’idea chiara di quale sia la capienza regolamentare dell’intero sistema penitenziario italiano oltre che, naturalmente, una clamorosa smentita di quanto affermato in precedenza dal Dipartimento stesso.
In aggiunta alle varie censure internazionali, l’11 marzo scorso, l’Italia ne ha dovuto subire anche una bilaterale. Infatti è di quella data la decisione delle Royal Courts of Justice di Londra che hanno adottato una sentenza che ha negato la richiesta d’estradizione verso l’Italia del signor Hayle Abdi Badre, un cittadino somalo, avanzata dal Tribunale di Firenze.
Nel paragrafo finale della decisione Lord Justice McComb scrive:
“Nel concedere l’appello per i motivi summenzionati, trovo che sia importante affermare che, a mio giudizio, ciò non vuol dire che, nel periodo in cui l’Italia cerca di risolvere il suo problema sistematico sulle prigioni identificato dalla Corte europea, non possa esser consentita l’estradizione di individui dal Regno unito [verso quel paese]. Per affrontare le conseguenze della [sentenza] Torreggiani, uno si aspetterebbe però un’assicurazione che (per es.) un individuo, se estradato in Italia, sarebbe ristretto in un determinato carcere con un’indicazione delle condizioni di quell’istituto e del perché non sia da includere nelle critiche rivolte alle altre carceri italiane. Però, per i motivi su esposti, le assicurazioni fornite in questo caso sono insufficienti a persuadermi che, se l’appellante dovesse esser estradato verso l’Italia, egli non sarebbe a rischio di esser esposto alle condizioni che violano i suoi diritti come prescritto dall’articolo 3 [dalla Convenzione europea].”
In meno di una settimana la sentenza Badre ha funto da precedente per una decisione simile adottata il 17 marzo 2014 dal giudice Howard Riddle, Senior District Judge (Chief Magistrate) delle Westminster Magistrates’ Court nel caso “The Court of Appeal, Palermo, Italy v. Domenico Rancadore” che ha negato l’estradizione del boss mafioso verso l’Italia per gli stessi motivi. Una decisione simile è stata adottata recentemente anche in Svizzera.
Mentre i Tribunali britannici e svizzeri hanno respinto le richieste di estradizione verso il nostro paese sulla base dei trattamenti inumani e degradanti delle carceri italiane, l’ordinamento giudiziario del nostro paese continua a eseguire e amministrare pene e sentenze, o misure custodiali, che sono da ritenersi tecnicamente illegali perché erogate in piena conoscenza dei trattamenti inumani e degradanti che aspettano coloro che verranno ristretti nelle carceri italiane. Tutte queste decisioni sono adottate contro la diffida del Partito Radicale della fine del settembre scorso.
Nelle prossime settimane tanto la Corte europea sui diritti umani che la Corte Internazionale di giustizia avranno davanti a loro denunce contro l’Italia relative all’ambiente e ai diritti lavorativi. Queste probabili nuove sentenze si vanno ad aggiungere alle oltre 100 infrazioni con l’Unione europea per i motivi più vari . Nel 2013, l’Italia ha subito il più alto numero di multe di tutti gli Stati membri del Consiglio d’Europa.
In conclusione, Signor Presidente, per quanto esposto più sopra, possiamo affermare senza timore di smentita che in Italia la situazione relativa alla violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea non sia materialmente cambiata. A oggi, per il prossimo futuro, non esistono prospettive realistiche che essa possa modificarsi in alcun modo e sicuramente non entro il termine del 28 maggio 2014 fissato dalla sentenza Torreggiani. Nel frattempo, dobbiamo registrare che negli ultimi giorni sono morte nelle carceri italiane altre due persone, ambedue trentasettenni, una nel Carcere di Civitavecchia e l’altra nel carcere Pagliarelli di Palermo. Salgono così a 39 le persone detenute morte nei primi 4 mesi del 2014, tra queste, ben 11 sono stati i suicidi.
Negli anni, solo il Nonviolent Radical Party, Transnational and Transparty si è assunto la responsabilità di segnalare il “caso Italia” a livello internazionale attivando tutti i meccanismi a disposizione di individui e associazioni per denunciare le flagranti condotte criminali della Repubblica italiana. Dalla Corte Costituzionale ai tribunali locali ai TAR; dalla Corte di Strasburgo al Consiglio e Commissione Onu sui diritti umani; dalle Assemblee parlamentari dell’OSCE e del Consiglio d’Europa al Parlamento Europeo abbiamo presentato decine e decine di documenti legali e politici per sollevare il problema di legalità costituzionale dell’Italia. Sfortunatamente, a oggi, l’Italia non ha cambiato il proprio comportamento di “delinquente professionale”.
In questi giorni stiamo portato avanti un satyagraha, l’ennesimo, affinché questa incredibile realtà emerga in tutti i fori possibili e perché possa esser studiata in tutti i suoi aspetti drammatici e tragici nonché nelle sue ripercussioni nazionali e internazionali. Rita Bernardini è in sciopero della fame dal 27 febbraio scorso per accompagnare questa mobilitazione e nell’ultimo mese oltre 1500 persone si sono unite alla sua azione nonviolenta. Alla data in cui Le inviamo questa lettera né il Governo né il Parlamento italiano, né tantomeno i media del nostro paese, hanno preso in considerazione questo satyagraha. Tutto ciò che attiene alla giustizia, alla legalità costituzionale e alle condizioni detentive continua a esser espulso dal dibattito pubblico.
A questo proposito Le annunciamo sin d’ora, signor Presidente, che non mancheremo di tenerLa informata sulla situazione relativa alla violazione del diritto alla conoscenza dei cittadini in Italia, materia che richiede una trattazione dettagliata e approfondita che sicuramente può far emergere ulteriori motivi di preoccupazione dell’organo che Lei presiede.
Riteniamo che i risultati di ciò che dovrebbe esser tecnicamente considerata una condotta criminale sono evidenti e che sia arrivato il tempo per le istituzioni sovrannazionali che devono monitorare e sanzionare le violazioni dello Stato di Diritto internazionale di prendere delle iniziative strutturali contro l’Italia per ristabilire un minimo di legalità costituzionale e non condannare chi vive sul territorio italiano a soffrire una così persistente e pervasiva violazione dei propri diritti individuali.
Certi che il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa da Lei guidato continuerà nella sua opera diretta all’affermazione e al rispetto degli obbligo internazionali dei suoi Stati membri, e grati del tempo e della considerazione che Ella ha voluto riservarci, riteniamo utile condividere infine ulteriori informazioni di contesto inerenti allo stato dell’arte del generale rispetto dei dritti umani in Italia. A questo indirizzo potrà trovare le osservazioni inviate dal Partito Radicale all’ufficio dell’Alto Commissario per i diritti umani dell’Onu in vista della Revisione periodica universale che il nostro paese dovrà subire alle Nazioni unite di Ginevra a ottobre prossimo. Siamo certi che potranno offrire ulteriori elementi di riflessione su come ormai l’Italia si sia distaccata da un sistema basato sullo Stato di Diritto.
Emma Bonino, Marco Pannella, Marco Perduca
11 Aprile 2014 – http://www.radicalparty.org
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Una risposta a "Diritti umani: Partito Radicale invia memoria a vertici Consiglio d’Europa contro l’Italia"
Mi piace, bel post! 🙂
misterk3 , 13/04/2014 at 17:45