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Timestamp: 2020-07-14 02:14:55+00:00
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Cassazione 36009/2006: Non è resistere reagire al vigile prepotente
Chi reagisce ad un comportamento “sconveniente o prepotente” di u vigile urbano non può essere condannato per resistenza a pubblico ufficiale. Lo ha stabilito la Sesta Sezione Penale della Corte di Cassazione annullando la condanna inflitta dalla Corte di Appello di Torino ad un cittadino che, multato per divieto di sosta, non aveva voluto seguire il vigile in ufficio ed aveva avviato la vettura, trattenuto per un braccio dall’agente che lo aveva trascinato a terra procurandogli alcune lesioni. La Suprema Corte ha accolto il ricorso dell’imputato, affermando che la sua condotta non fu finalizzata ad impedire o a ostacolare l’attività funzionale del pubblico ufficiale ma rappresentò una reazione al comportamento “non ortodosso e sconveniente” dello stesso, che, con arroganza e fare autoritario, lo aveva afferrato per un braccio e pretendeva di condurlo presso gli uffici della Polizia Municipale per contestargli formalmente la violazione del codice della strada già accertata in precedenza da un altro vigile urbano. (13 dicembre 2006)
Suprema Corte di Cassazione, Sezione Sesta Penale, sentenza n.36009/2006 (Presidente: G. Ambrosiani; Relatore: N. Milo)
LA CORTE SUPREMA DI CASSSAZIONE
A T.M. si addebitano i seguenti reati: reato p.p. dall’ art. 337 c.p.[1], perché usava violenza, consistita nel chiudere la portiera del lato giuda della propria vettura e nel ripartire improvvisamente con la stessa, si da trascinare per alcuni metri e da fare cadere rovinosamente a terra il comandante dei VV.UU. Z.R., che aveva appoggiato il suo braccio dx sulla spalla del T., e ciò al fine di opporsi al p.u., che lo aveva invitato a seguirlo negli uffici per l’identificazione; reato p.p. dagli artt. 582, 61 n. 10, 583/1 n. c.p.[2], perché, mediante la condotta di cui al capo che precede, cagionava allo Z. lesioni personali guaribili in gg. 45; in Candello il 10/3/1999.
Il tribunale di Biella, con sentenza 3/2/2004, aveva dichiarato il T. colpevole del delitto di lesioni e, in concorso delle attenuanti generiche prevalenti sulle contestate aggravanti, lo aveva condannato alla pena di mesi sei di reclusione, co i doppi benefici, nonché al risarcimento dei danni in favore della parte civile; lo aveva assolto dal delitto di resistenza, perché il fatto non sussiste.
La corte di appello di Torino, investita dai gravami del PM e dell’imputato, con sentenza 12/7/2005, riformando in parte quella di primo grado, dichiarava il T. colpevole anche del delitto di resistenza e, ritenuta la continuazione tra i due reati, determinava la pena in mesi cinque e giorni dieci di reclusione, sostituendola con la corrispondente pena pecuniaria e revocando, come da richiesta dell’imputato, il beneficio della sospensione condizionale.
Riteneva la corte di merito, valutate le testimonianze di persone presenti ai fatti, che, contrariamente a quanto sostenuto dalla difesa dell’imputato, il comportamento del vigile Z., anche se assunse, per effetto delle accese rimostranze e critiche dell’imputato, destinatario di una contravvenzione per divieto di sosta, toni alterati, non trasmodò mai nell’atto tributario, avendo egli legittimamente, di fronte al rifiuto di declinare le proprie generalità da parte dell’imputato, invitato costui a seguirlo in un ufficio per l’identificazione e per consentire anche la formale contestazione della violazione al codice della strada; che non costituiva atto arbitrario l’avere tentato di trattenere per braccio l’imputato, dal momento che costui palesemente si era opposto all’invito di seguire in ufficio il vigile; che la condotta tenuta dal T. aveva indubbiamente ostacolato ed intralciato l’attività d’ufficio del p.u.; che l’imputato, nell’avviare improvvisamente l’auto, nel mentre il p.u. era chino verso l’interno della stessa, aveva accettato il rischio di poter compromettere l’integrità fisica di quest’ultimo.
Ricorre per cassazione, tramite il proprio difensore, l’imputato e deduce: violazione della legge penale, con riferimento all’art. 337 c.p., e vizio di motivazione, non essendosi dato il giusto rilievo al comportamento certamente arbitrario del p.u., che, come riferito dai testi B. e T., aveva assunto nella circostanza un atteggiamento arrogante e aggressivo nei confronti del T., afferrandolo per un braccio e cercando di tirarlo fuori dall’auto; violazione della legge penale, con riferimento agli artt. 582- 583 c.p., e vizio di motivazione, dovendosi escludere la volontarietà delle lesioni, conseguenza soltanto dell’atteggiamento da sceriffo assunto dal vigile, che aveva messo le mani addosso all’imputato e si era letteralmente aggrappato all’auto del medesimo.
Il ricorso è in parte fondato.
Quanto al contestato reato di resistenza a p.u., osserva la corte che la condotta posta in essere dal T. non fu finalizzata a impedire o ad ostacolare l’attività funzionale del pubblico ufficiale, ma rappresentò, secondo la ricostruzione dei fatti operata dal giudice di merito, una reazione al comportamento non ortodosso e sconveniente del medesimo p.u., che, con arroganza e fare autoritario, lo aveva afferrato per un braccio e pretendeva di condurlo con forza presso gli uffici della polizia municipale, per identificarlo compiutamente e contestargli formalmente la violazione al codice della strada (divieto di sosta), già accertata in precedenza da altro vigile urbano.
L’atteggiamento sconveniente e prepotente non può essere consentito al p.u. e in esso deve essere individuato il consapevole travalicamento dei limiti e delle modalità entro cui le funzioni pubbliche devono essere esercitate, con l’effetto che la reazione immediata del privato a tale atteggiamento rende inapplicabile la norma incriminatrice di cui all’art. 337 c.p., e ciò ai sensi dell’art. 4 del d.ls. lt. N. 288/44.
Il T. si allontanò con l’autovettura per sottrarsi alla presa del vigile.
La sentenza impugnata, pertanto, deve essere annullata sul punto, perché il fatto non costituisce reato. Non evidenzia, invece, profili di illegittimità la sentenza nella parte relativa alla pronuncia di colpevolezza per il reato di lesioni volontarie e va conseguentemente disatteso il corrispondente motivo di ricorso. L’imputato, invero, nella circostanza di cui è processo, si rese ben conto della particolare posizione in cui era venuto a trovarsi il vigile Z., incastrato tra lo sportello e l’abitacolo della vettura, e ciò nonostante avviò improvvisamente la marcia dell’auto, determinando la rovinosa caduta del predetto e le conseguenti lesioni, che vanno addebitate all’agente quanto meno a titolo di dolo eventuale.Non potendo questa corte suprema, per effetto dell’annullamento in relazione al delitto di resistenza, individuare la misura della pena riferibile al delitto di lesioni, va disposto a tale fine il rinvio ad altra sezione della corte di appello di Torino.
Annulla la sentenza impugnata limitatamente alla resistenza a pubblico ufficiale, perché il fatto non costituisce reato, e rinvia ad altra sezione della corte di appello di Torino per la determinazione della pena in ordine al residuo reato.
Roma, 21/6/2006.
Depositata in Cancelleria il 27 novembre 2006.
Data invio: 15/7/2007 3:59
Re: Cassazione 36009/2006: Non è resistere reagire al vigile prepotente
Beh, che dire, sentenza giusta in questi casi, perche' a volte sono proprio le FF.OO, o meglio ancora alcuni di loro che, al semplice cittadino, fanno perdere le staffe. Secondo me il rispetto deve essere reciproco.
Data invio: 16/7/2007 10:50