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Timestamp: 2018-01-18 21:41:08+00:00
Document Index: 47291322

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﻿ CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, sezione penale, sentenza n. 39008 depositata il 20 settembre 2016 - Appropriazione indebita dell'amministratore e reato di corruzione - Studio Cerbone
CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, sezione penale, sentenza n. 39008 depositata il 20 settembre 2016 – Appropriazione indebita dell’amministratore e reato di corruzione
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CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, sezione penale, sentenza n. 39008 depositata il 20 settembre 2016
Ai fini dell’accertamento del reato di corruzione propria, in ipotesi in cui risulti provata la dazione di denaro o di altra utilità in favore del pubblico ufficiale, è necessario dimostrare che il compimento dell’atto contrario ai doveri d’ufficio è stato la causa della prestazione dell’utilità e della sua accettazione da parte del pubblico ufficiale, non essendo sufficiente, a tal fine, la mera circostanza dell’avvenuta dazione
1. I ricorsi degli imputati B.G., CA.Ma., C.G., G.G. e L.S. sono fondati nei limiti che di seguito saranno precisati.
E’ invece infondato il ricorso presentato da F.A..
2. Per un più chiaro esame delle censure formulate, è utile procedere dapprima ad una sintetica esposizione delle conclusioni raggiunte, e, poi, ad un esame distinto delle questioni sollevate in relazione a ciascun capo di sentenza impugnata.
3. Le conclusioni di questo Collegio possono essere raggruppate in due “blocchi”, quello avente ad oggetto le parti di sentenza impugnata corrispondenti alle imputazioni mosse a B.G., CA.Ma., G.G. e L.S., e quello pertinente alle parti di sentenza impugnata concernenti gli addebiti contestati a C.G. e ad F.A..
3.1. Specificamente, in accoglimento dei ricorsi degli imputati B.G., CA.Ma., G.G. e L.S., la sentenza impugnata deve essere annullata senza rinvio perchè il fatto non sussiste con riferimento al reato di corruzione propria ad essi contestato avendo riguardo all’asserito “scambio” tra i lucrosi incarichi di progettazione, conferiti da società amministrate da G.G. e R.F. ed appartenenti al gruppo facente capo a L.S. agli (OMISSIS) S.V. e CA.Ma. su indicazione di B.G., all’epoca (OMISSIS) del Comune di (OMISSIS), e l’attività posta in essere da quest’ultimo, e finalizzata sia ad indurre la Provincia di (OMISSIS) a traferire le proprie sedi direzionali in area (OMISSIS) e ad acquistare le aree necessarie dal Consorzio facente capo al L., sia, più in generale, a consentire l’attuazione della convenzione urbanistica stipulata tra il Comune di (OMISSIS) ed il Consorzio (OMISSIS) il 18 aprile 2005, anche attraverso il rilascio dei permessi ad edificare, in violazione delle prescrizioni normative applicabili o comunque dell’interesse pubblico.
La sentenza impugnata, invece, deve essere annullata senza rinvio perchè il reato è estinto per prescrizione nei confronti di B.G., G.G. e L.S., nonchè per non aver commesso il fatto nei confronti dell’imputato CA.Ma., in accoglimento del suo ricorso, con riferimento al reato di corruzione propria contestato ai medesimi in rapporto allo “scambio” tra gli incarichi di progettazione, conferiti da società amministrate da G.G. e R.F. ed appartenenti al gruppo facente capo a L.S. agli architetti ed ingegneri indicati da B.G., e l’attività posta in essere da quest’ultimo, e finalizzata a consentire l’attuazione della convenzione urbanistica stipulata tra il Comune di (OMISSIS) ed il Consorzio (OMISSIS) il 18 aprile 2005, in particolare attraverso il rilascio dei permessi ad edificare.
Deve essere poi rigettato il ricorso proposto da B.G. avverso la sentenza impugnata nella parte in cui questa ha dichiarato estinti per prescrizione sia il reato di turbata libertà degli incanti, avente ad oggetto le condotte poste in essere dal medesimo per interferire sulla gara indetta dalla Provincia di (OMISSIS) per l’acquisizione di un immobile da destinare a sede dei propri uffici, sia il reato di induzione indebita, avente ad oggetto l’indicazione da lui data a F.R., o comunque al gruppo (OMISSIS), a quest’ultimo facente capo, dell'(OMISSIS) Ca.Ma. perchè fosse affidata a quest’ultimo la redazione dei progetti dell’area denominata (OMISSIS).
3.2. In accoglimento del ricorso dell’imputato C.G., la sentenza impugnata deve essere annullata senza rinvio perchè il fatto non sussiste con riferimento al reato di corruzione per atto conforme ai doveri di ufficio al medesimo addebitato avendo riguardo all’asserito “scambio” tra l’erogazione di una “gratifica” di 2.500,00 Euro al figlio, dipendente di una delle società del gruppo L., la concessione in locazione ed il mantenimento del godimento a condizioni di favore di un immobile di proprietà di una società del gruppo L., ed il finanziamento da parte di una società del gruppo L., per un importo di 30.000,00 Euro, dell’operazione di distribuzione a domicilio ai cittadini del regolamento comunale di (OMISSIS), tutte utilità conseguite per il tramite di R.F., da una parte, e l’attività posta in essere dall’imputato concernente la votazione favorevole all’insediamento dello stadio di calcio in luogo del parco pubblico nella zona di urbanizzazione (OMISSIS), nonchè la “sponsorizzazione” del gruppo L. presso l’allora (OMISSIS) della Provincia di (OMISSIS) Matteo R., dall’altra.
La sentenza impugnata deve essere invece annullata senza rinvio perchè il reato è estinto per prescrizione nei confronti di C.G. con riferimento al reato di violenza privata, contestatogli per aver costretto l’imprenditore Ba.Ma. a rimuovere la dipendente I.S. dall’incarico di rappresentante della sua impresa nei rapporti con le Pubbliche Amministrazioni.
Deve essere poi rigettato il ricorso proposto da F.A. avverso la sentenza impugnata nella parte in cui ha condannato il medesimo alla pena ritenuta di giustizia per il reato di appropriazione indebita, per avere, quale amministratore di società operanti nel settore della ristorazione, ed abusando di tale qualità, destinato a fini extra-sociali, e segnatamente al pagamento di sondaggi pre-elettorali effettuati nell’interesse di C.G., somme di pertinenza di queste per importi complessivamente superiori a 15.000,00 Euro.
3.3. Alle conclusioni esposte, segue, sotto il profilo degli effetti civili, la caducazione delle statuizioni risarcitorie della sentenza impugnata nei confronti di CA.Ma., mentre restano ferme, nei limiti che saranno precisati, quelle adottate nei confronti di B.G., G.G. e L.S..
Ulteriore effetto delle indicate conclusioni del giudizio di legittimità è la condanna di B.G. al pagamento delle spese di difesa sostenute nel giudizio di cassazione dalla parte civile P.E..
4. E’ utile rappresentare in via preliminare, trattandosi di problema attinente a più ricorsi e a più motivi tra loro autonomi, che tanto le decisioni di rigetto relativamente a reati già dichiarati estinti per prescrizione, quanto quelle di annullamento senza rinvio agli effetti penali per prescrizione costituiscono l’esito di giudizi di contenuto differenziato, in conseguenza della presenza o dell’assenza di una pronuncia agli effetti civili nella sentenza impugnata in relazione al singolo fatto.
4.1. Invero, costituisce affermazione costantemente ribadita, anche dalle Sezioni Unite, quella secondo cui, nel giudizio di cassazione relativo a sentenza che ha dichiarato la prescrizione del reato e che non contiene statuizioni civili, non sono rilevabili nè nullità di ordine generale, nè vizi di motivazione della decisione impugnata, salvo che l’operatività della causa di estinzione del reato presupponga specifici accertamenti e valutazioni riservati al giudice di merito, poichè solo in questo caso assumerebbe rilievo pregiudiziale la nullità, in quanto funzionale alla necessaria rinnovazione del relativo giudizio.
A fondamento di questo indirizzo, in particolare, si osserva che, quando non vi siano dubbi sull’avvenuta maturazione del termine di prescrizione, il giudice di rinvio, cui competerebbe il processo dopo l’annullamento della sentenza impugnata per un vizio di legittimità della motivazione o per una causa di nullità, anche assoluta ed insanabile, sarebbe comunque obbligato a rilevare immediatamente la sussistenza della causa di estinzione del reato (cfr. da ultimo, Sez. 2, n. 2545 del 16/10/2014, dep. 2015, Riotto, Rv. 262277, nonchè Sez. 6, n. 23594 del 19/03/2013, Luongo, Rv. 256625; cfr., inoltre, per la giurisprudenza delle Sezioni Unite, Sez. U, n. 35490 del 28/05/2009, Tettamanti, Rv. 244275, e Sez. U, n. 1653 del 21/10/1992, dep. 1993, Marino, Rv. 192471, in relazione all’ipotesi del vizio di motivazione, nonchè Sez. U, n. 17179 del 27/02/2002, Conti, Rv. 221403, con riguardo all’ipotesi della nullità assoluta ed insanabile).
L’unica eccezione – controversa – a questo principio generale riguarda l’ipotesi, sicuramente estranea al caso di specie, della nullità determinata dalla pronuncia in grado di appello di sentenza predibattimentale di non doversi procedere per intervenuta prescrizione (per la soluzione secondo cui anche in questo caso prevalga la prescrizione, salva la necessità di specifici accertamenti sul punto, cfr., ad esempio, Sez. 3, n. 42703 del 07/07/2015, Pisani, Rv. 265194, e Sez. 4, n. 36896 del 13/06/2014, Volpato, Rv. 260299).
4.2. In secondo luogo, poi, secondo altro principio giurisprudenziale, anch’esso costantemente ribadito, in presenza di una causa di estinzione del reato, ed in assenza di statuizioni civili, il giudice è legittimato a pronunciare sentenza di assoluzione solo nel caso in cui sia rilevabile, con una mera attività ricognitiva, l’assoluta assenza della prova di colpevolezza a carico dell’imputato, ovvero la prova positiva della sua innocenza, ma non anche nel caso di mera contraddittorietà o insufficienza della prova che richiede un apprezzamento ponderato tra opposte risultanze (così Sez. 6, n. 10284 del 22/01/2014, Culicchia, Rv. 259445, e Sez. 2, n. 38049 del 18/07/2014, De Vuono, Rv. 260586, nonchè Sez. U, n. 35490 del 28/05/2009, Tettamanti, Rv. 244273244274).
4.3. I principi appena indicati, immediatamente riferibili all’ipotesi in cui il ricorso è stato proposto avverso sentenza che ha già dichiarato la prescrizione del reato e non contiene statuizioni civili, debbono essere applicati anche quando la prescrizione del reato è rilevabile per la prima volta nel giudizio di cassazione.
Non risulta ragionevolmente controvertibile che, anche in questa ipotesi, quando non vi siano statuizioni della sentenza impugnata agli effetti civili, la decisione del giudice di legittimità ha un contenuto limitato per effetto delle prescrizioni poste dall’art. 129 c.p.p., come interpretato dalla giurisprudenza precedentemente indicata, secondo le quali il “giudice” è legittimato a pronunciare sentenza di assoluzione solo nel caso in cui sia rilevabile, con una mera attività ricognitiva, l’assoluta assenza della prova di colpevolezza a carico dell’imputato, ovvero la prova positiva della sua innocenza, ma non anche nel caso di mera contraddittorietà o insufficienza della prova (cfr., per analoghe conclusioni, con riferimento alla specifica ipotesi del vizio di motivazione, Sez. 5, n. 588 del 04/10/2013, dep. 2014, Zambonini, Rv. 258670). Ed infatti, da un lato, anche nell’ipotesi in cui la prescrizione del reato sia rilevabile per la prima volta nel giudizio di cassazione, ma non occorrano ulteriori accertamenti di fatto a tal fine, il giudice di rinvio, cui competerebbe il processo dopo l’annullamento della sentenza impugnata per un vizio di legittimità della motivazione o per una causa di nullità, sarebbe comunque obbligato a rilevare immediatamente e preliminarmente la sussistenza della causa di estinzione del reato. Dall’altro, poi, le previsioni dell’art. 129 c.p.p., in quanto riferite al “giudice”, senza ulteriori precisazioni, sono evidentemente applicabili anche al giudizio di legittimità, perchè “giudice” è anche la Corte di cassazione.
4.4. Diversi, invece, sono, anche agli effetti penali, i poteri di cognizione e decisione della Corte di cassazione allorchè, nelle more del giudizio di legittimità, sia sopravvenuta una causa estintiva del reato, e segnatamente la prescrizione, e, però, i ricorsi presentati attengano anche alle questioni civili.
Secondo la statuizione contenuta nell’art. 578 c.p.p., “quando nei confronti dell’imputato è stata pronunciata condanna, anche generica, alle restituzioni o al risarcimento dei danni cagionati dal reato, a favore della parte civile, il giudice di appello e la Corte di cassazione, nel dichiarare il reato estinto per amnistia o per prescrizione, decidono sull’impugnazione ai soli effetti delle disposizioni e dei capi della sentenza che concernono gli interessi civili”.
Di conseguenza, la decisione sull’impugnazione, laddove incide sugli effetti civili, e precisamente sulle restituzioni e sul risarcimento dei danni cagionati dal reato, presuppone in ogni caso, quindi sia se la prescrizione sia stata già dichiarata dal giudice di merito, sia se la stessa sia maturata solo nelle more del procedimento davanti alla Corte di cassazione, un giudizio “pieno”, ovviamente nel rispetto delle forme previste dall’ordinamento, e, quindi, nei limiti fisiologicamente connaturati al processo di legittimità, in ordine alla sussistenza del fatto illecito ed alla sua attribuibilità all’imputato, anche sotto il profilo del coefficiente di colpevolezza normativamente richiesto.
Nessun dubbio, in linea generale, poi, sussiste sul potere della Corte di cassazione di pronunciare sentenza di annullamento senza rinvio della sentenza impugnata perchè il fatto non sussiste o perchè l’imputato non lo ha commesso. Invero, è sufficiente rilevare che la disposizione di cui all’art. 620 c.p.p., comma 1, lett. l), la quale prevede la pronuncia di sentenza di annullamento senza rinvio “in ogni altro caso in cui la corte ritiene superfluo il rinvio”, è stata espressamente posta da Sez. U, 30 ottobre 2003, n. 45276, Andreotti, Rv. 226100, a fondamento di pronuncia assolutoria “per non aver commesso il fatto”, “considerate le esigenze di economia processuale (ad essa) sottese”; analogo, inoltre, risulta essere l’ordine di idee da cui ha preso le mosse Sez. U, 21 maggio 2003, n. 22327, Carnevale, Rv. 224181, per addivenire a pronuncia di annullamento senza rinvio perchè il fatto non sussiste.
Nè tale potere deve ritenersi modificato per effetto dell’art. 578 c.p.p..
In effetti, secondo il persuasivo ed ormai consolidatissimo approdo della giurisprudenza di legittimità (cfr. Sez. U, n. 35490 del 28/05/2009, Tettamanti, Rv. 244273, nonchè, più di recente, Sez. 2, n. 38049 del 18/07/2014, De Vuono, Rv. 260586), “allorquando, ai sensi dell’art. 578 c.p.p., il giudice di appello intervenuta una causa estintiva del reato – è chiamato a valutare il compendio probatorio ai fini delle statuizioni civili per la presenza della parte civile, il proscioglimento nel merito prevale sulla causa estintiva, pur nel caso di accertata contraddittorietà o insufficienza della prova” (così, testualmente, il principio di diritto enunciato da Sez. U, Tettamanti). La conclusione in discorso secondo la quale, e ancor più chiaramente, “in presenza di amnistia o prescrizione, la valutazione approfondita a fini civilistici, che porti all’accertamento della mancanza di responsabilità penale, anche per la insufficienza o contraddittorietà delle prove, esplica i suoi effetti sulla decisione penale, con la conseguenza che deve essere pronunciata, in tal caso, la formula assolutoria nel merito” – poggia sulla considerazione che nessun “ostacolo procedurale, nè le esigenze di economia processuale (…), possono impedire la piena attuazione del principio del favor rei con l’applicazione della regola probatoria di cui al secondo comma dell’art. 530 del codice di rito”; la stessa, inoltre, consente di evitare la mancanza di omogeneità tra statuizioni civili e penali della medesima sentenza.
La disciplina applicabile non cambia se il giudice investito della regiudicanda è la Corte di cassazione. Anche nel giudizio di legittimità, infatti, non risultano ragioni particolari per escludere l’attuazione del principio del favor rei, beninteso nei limiti degli ordinari e fisiologici poteri di cognizione spettanti alla Corte. Questo comporterà, in concreto, che il giudice di legittimità se ritenga sussistenti i relativi presupposti, potrà pronunciare l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata perchè il fatto non sussiste o perchè l’imputato non lo ha commesso, pur se, nelle more, sia maturato il termine di prescrizione del reato, e, come osserva in generale Sez. U, Tettamanti, “non solo nel caso di acclarata piena prova di innocenza, ma anche in presenza di prove ambivalenti”. Inoltre, e richiamando le osservazioni di Sez. U, Andreotti, la Corte, nel valutare se, agli effetti penali, debba essere pronunciata sentenza di assoluzione nel merito o, invece, di estinzione del reato per prescrizione, valuterà gli atti sottoposti legittimamente alla sua cognizione alla luce delle “esigenze di economia processuale”: precisamente, se la prospettiva del dubbio non risulta prevedibilmente superabile all’esito degli accertamenti possibili in sede di ipotetico giudizio di rinvio davanti al giudice civile di appello competente per valore ex art. 622 c.p.p., l’esito decisorio sarà quello dell’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata perchè il fatto non sussiste o perchè l’imputato non lo ha commesso; se, invece, la prospettiva del superamento delle lacune motivazionali e dei vizi emersi attraverso un rinnovato approfondimento di merito appaia ragionevolmente sperimentabile in sede di rinvio davanti al giudice civile, l’esito del giudizio sarà quello dell’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata perchè il reato è estinto per prescrizione. Ovviamente, nella valutazione di tale prospettiva, la Corte non potrà non tenere conto che l’annullamento con rinvio non può essere disposto a fini meramente esplorativi (per l’inammissibilità di una pronuncia di annullamento senza rinvio a fini “esplorativi”, sia pure in riferimento alla specifica ipotesi della successione di leggi penali nel tempo, cfr., in motivazione, Sez. U, n. 25887 del 26/03/2003, Giordano, Rv. 224606).
La conclusione appena indicata, inoltre, consente anche di preservare l’unicità dei criteri di giudizio ai fini tanto dell’accertamento dei fatti di reato quanto della responsabilità civile agli stessi conseguente ed invocata nel processo penale, in linea con le indicazioni di Sez. U, n. 27620 del 28/04/2016, Dasgupta (cfr. spec. p. 8.5.), secondo la quale è “anche in questo caso in gioco la garanzia del giusto processo a favore dell’imputato coinvolto in un procedimento penale, dove i meccanismi e le regole della formazione della prova non subiscono distinzioni a seconda degli interessi in gioco, pur se di natura esclusivamente civilistica”.
5. Sono fondati i ricorsi presentati da B.G., CA.Ma., G.G. e L.S., con riferimento ai motivi relativi alla insussistenza di un accordo corruttivo avente ad oggetto uno “scambio” tra gli incarichi di progettazione conferiti da società amministrate dal G. e dal R. ed appartenenti al gruppo facente capo a L.S. agli (OMISSIS) S. e CA. su indicazione del B., e l’attività posta in essere da quest’ultimo, quale (OMISSIS) del Comune di (OMISSIS), e finalizzata sia ad indurre la Provincia di (OMISSIS) a trasferire le proprie sedi direzionali in area (OMISSIS) e ad acquistare le aree necessarie dal Consorzio facente capo al L., sia, più in generale, a consentire l’attuazione della convenzione urbanistica stipulata tra il Comune di (OMISSIS) ed il Consorzio (OMISSIS) il 18 aprile 2005, anche attraverso il rilascio dei permessi ad edificare, in violazione delle prescrizioni normative applicabili o comunque dell’interesse pubblico (trattasi del secondo, terzo e quarto motivo del ricorso del B., del secondo motivo del ricorso del CA., del primo motivo del ricorso del G., del terzo e quarto motivo del ricorso del L.).
5.1. Costituisce principio più volte ribadito nella giurisprudenza di legittimità, e che il Collegio condivide, quello secondo cui, ai fini dell’accertamento del reato di corruzione propria, nell’ipotesi in cui risulti provata la dazione di denaro o di altra utilità in favore del pubblico ufficiale, è necessario dimostrare che il compimento dell’atto contrario ai doveri di ufficio è stato la causa della prestazione dell’utilità e della sua accettazione da parte del pubblico ufficiale, non essendo sufficiente a tal fine la mera circostanza dell’avvenuta dazione (cfr., in particolare, per citare le più recenti massimate, Sez. 6, n. 5017 del 07/11/2011, dep. 2012, Bisignani, Rv. 251867, nonchè Sez. 6, n. 24439 del 25/03/2010, Bruno, Rv. 247382). In una prospettiva non dissimile, si è anche affermato che, ai fini della configurabilità del delitto di corruzione propria, deve escludersi l’esistenza di un accordo corruttivo quando l’atto contrario ai doveri di ufficio sia stato oggetto solo di una promessa indeterminata da parte del pubblico ufficiale, senza alcuna certezza di prestazioni corrispettive tra le parti (così Sez. 6, n. 3522 del 07/11/2011, dep. 2012, Papa, Rv. 251561).
Le affermazioni giurisprudenziali in questione esprimono l’esigenza che la prova dell’accordo illecito, quale fatto tipico costituente il reato di corruzione propria, sia raggiunta in termini di certezza al di là del ragionevole dubbio. In linea con il dettato dell’art. 319 cod. pen., è infatti necessario dimostrare non solo la dazione indebita dal privato al pubblico ufficiale (o all’incaricato di pubblico servizio), bensì anche la finalizzazione di tale erogazione all’impegno di un futuro comportamento contrario ai doveri di ufficio ovvero alla remunerazione di un già attuato comportamento contrario ai doveri di ufficio da parte del soggetto munito di qualifica pubblicistica. La prova della dazione indebita di una utilità in favore del pubblico ufficiale, quindi, ben può costituire un indizio, sul piano logico, ma non anche, da solo, la prova della finalizzazione della stessa al comportamento antidoveroso del pubblico ufficiale: è pertanto necessario valutare tale elemento unitamente alle altre circostanze di fatto acquisite al processo, in applicazione della previsione di cui all’art. 192 c.p.p., comma 2, secondo cui “l’esistenza di un fatto non può essere desunta da indizi a meno che questi siano gravi, precisi e concordanti”.
Queste conclusioni sono tanto più evidenti quando, come contestato nel caso di specie, la dazione dell’utilità sia asseritamente corrisposta ad un terzo, ovvero sia asseritamente configurabile per il preteso corrotto come una utilità non patrimoniale. Con ciò ovviamente, non si vuole escludere che il reato di cui all’art. 319 c.p. possa essere commesso mediante la dazione dell’utilità a terzi (per la configurabilità della fattispecie in questa ipotesi, cfr. Sez. 6, n. 28264 del 26/03/2013, Anemone, Rv. 255609), ovvero mediante la corresponsione di un’utilità non patrimoniale per il corrotto (cfr., tra le tante, Sez. 6, n. 45847 del 14/10/2014, Scognamiglio, Rv. 260822, nonchè Sez. 6, n. 24656 del 18/06/2010, Cosentino, Rv. 24801): si vuole semplicemente sottolineare che, in questi casi, l’indizio desumibile dalla dazione indebita è ancor meno concludente, e risolutivo, rispetto alla dimostrazione dell’esistenza di un accordo corruttivo.
5.2. La sentenza impugnata ha ritenuto sussistente il reato di corruzione propria a carico del B., del G. e del L., reputando di dover concludere, alla luce degli atti acquisiti, che “l’imputato B.G., coadiuvato dagli (OMISSIS) S.V. e C.M., che gli fornivano supporto operativo, tenendo i contatti con il gruppo L. e quindi rafforzandolo nel proposito criminoso, non abbia operato per il perseguimento di un pubblico interesse, ma abbia effettivamente gestito tutta l’operazione” della urbanizzazione della piana di (OMISSIS), trattando direttamente con il contraente privato, e remunerando quest’ultimo attraverso il rilascio dei permessi di edificazione degli edifici privati, allorquando tale rilascio non era assolutamente ipotizzabile in un corretto bilanciamento di interesse pubblici e privati; e tale remunerazione deve essere letta quale corrispettivo per l’illecito vantaggio (…) relativo agli incarichi professionali che il B. aveva ottenuto per i due architetti sopra indicati (…) sia in relazione alla progettazione dei centri direzionali di Regione e Provincia, progetti che già dal gennaio 2006 si sapeva non essere utilizzabili; sia in relazione alla promessa ottenuta dal gruppo L. di incaricare della progettazione degli edifici di edilizia privata un gruppo di “(OMISSIS)” (…) di gradimento di B., S. e Ca.”.
La Corte toscana ha ricostruito l’esistenza dell’accordo corruttivo “dall’esame del compendio delle telefonate intercettate”, in quanto dalle stesse emergerebbe che il S. ed il Ca. avrebbero ricevuto gli incarichi di progettazione in questione, implicanti la corresponsione di onorari per oltre un milione di euro, senza alcuna necessità da parte del privato, dotato di un proprio staff di professionisti, sulla base di una mera indicazione del pubblico ufficiale. Questa, precisamente, la conclusione in termini di prova: “E’ di tutta evidenza che, a voler leggere tali accadimenti inseriti in un quadro complessivo, e soprattutto nella necessità obiettiva di dare un senso logico a comportamenti degli imputati altrimenti inspiegabili, l’affidamento degli incarichi professionali agli architetti indicati dall’imputato B. altro non fu che il pagamento da parte dell’imprenditore di un prezzo, al fine di ottenere dall'(OMISSIS) B. la gestione della “operazione (OMISSIS)” (intervento urbanistico del valore complessivo stimato in circa 1 miliardo di euro) secondo gli interessi economici e preminenti del contraente privato”. Si segnala, inoltre, che le conversazioni intercettate attesterebbero che “l'(OMISSIS) B. avesse un interesse personale agli incarichi professionali elargiti agli (OMISSIS) S.V. e C.M.”, e che, da un lato, “per un uomo politico (…) costituisce una utilità, fonte anche di possibili ritorni economici, il dimostrare il “peso politico” non soltanto per orientare le scelte del proprio Ente pubblico di appartenenza, ma anche per condizionare pesantemente le scelte di un imprenditore privato di notevole caratura”, mentre, dall’altro, vi è stata comunque la corresponsione di “un vantaggio economico a terze persone”, in particolare attraverso l’affidamento della commessa relativa alla progettazione degli edifici direzionali di Regione e Provincia.
5.3. Tenendo temporaneamente da parte l’esame della vicenda relativa agli incarichi di progettazione in favore dei “(OMISSIS)”, è evidente, quindi, che la sentenza impugnata ha desunto la prova dell’accordo corruttivo dall’interesse dell'(OMISSIS) B. ad affermare e dare dimostrazione del proprio potere conseguendo da un importante gruppo privato il conferimento di rilevantissimi incarichi di progettazione a professionisti a lui “graditi”, in parte anche privi di utilità concreta per il privato medesimo.
Manca, però, nella decisione del giudice di appello, l’indicazione di qualunque ulteriore elemento utile ad affiancare quello determinato dall’interesse del B., ed avente ad oggetto l’affermazione del proprio potere personale ed il conseguimento di importanti commesse a professionisti a lui graditi, per poter concludere che il conferimento degli incarichi da parte delle società amministrate dal G. e dal R. e facenti capo al L. in favore del S. e del CA. sia stato concordato quale prezzo per il compimento di atti contrari ai doveri di ufficio e vantaggiosi per il gruppo L., relativamente all’attuazione della convenzione urbanistica stipulata tra il Comune di (OMISSIS) ed il Consorzio (OMISSIS) il 18 aprile 2005.
Di conseguenza, la conclusione della Corte d’appello di (OMISSIS), in quanto fondata su di un unico indizio dal quale desumere l’accordo corruttivo, deve ritenersi viziata da violazione di legge e carenza di motivazione. Ciò, tanto più che la forza persuasiva del predetto indizio deve essere valutata alla luce del fatto che gli incarichi conferiti dal gruppo L. al S. ed al CA. non costituivano un’utilità economica diretta per il B., e, secondo quanto risulta dalla stessa imputazione, erano considerevolmente precedenti alla stipulazione dell’accordo procedimentale del 9 luglio 2008, il quale costituisce il primo atto amministrativo formalmente riferibile al precisato pubblico ufficiale.
Nè può dirsi, in termini logicamente accettabili, che costituisce oggetto o indizio dell’esistenza di un accordo corruttivo l’attività spiegata dal B. alla fine del 2007 per ostacolare il buon esito della gara indetta dalla Provincia di (OMISSIS) per reperire un immobile da adibire a propria sede in zona diversa dall’area (OMISSIS). In effetti, detta attività, pur volendola ritenere posta in essere (in parte) nell’esercizio di attività funzionali (in relazione alle indicazioni date ai funzionari del Comune, per quanto non tradotte in atti dotati di concreta efficacia), e funzionale alla realizzazione di un interesse proprio, dell'(OMISSIS) CA. e del gruppo diretto da L.S., non costituisce la “riprova”, alla data del conferimento dell’incarico della redazione del progetto per le sedi degli uffici della Regione, della Provincia e dell'(OMISSIS), dell’impossibilità di predisporre utilmente lo stesso, e, soprattutto, non può essere letta come una “prestazione” o comunque una indicazione dell’esistenza del pactum sceleris. Quanto alla prefigurata impossibilità di realizzare utilmente il progetto già alla data del conferimento dell’incarico, si può rilevare che, come osservato nel ricorso proposto nell’interesse del L., l’attività per l’edificazione di immobili a destinazione cd. terziaria poteva essere posta in essere direttamente dal privato sia con il sistema del project financing di cui al D.Lgs. n. 163 del 2006, art. 153 (c.d. “codice dei contratti pubblici”), sia ai fini della stipulazione di un contratto di vendita di cosa futura; inoltre, alla data del 6 aprile 2007, data di conferimento dell’incarico al CA., nè la Provincia, nè la Regione avevano adottato provvedimenti tali rendere vana la riferita attività di progettazione. Quanto, poi, alla individuazione dell’attività di interferenza sulla gara indetta dalla Provincia come “prestazione” o indizio dell’accordo corruttivo, è possibile osservare che detta condotta, da un lato, non è ragionevolmente ipotizzabile costituisse oggetto di un patto stipulato, al più tardi, il 6 aprile 2007, data del conferimento dell’incarico al CA., ossia in epoca significativamente precedente al dicembre 2007, mese in cui la Provincia prese l’iniziativa di indire la gara (cfr. p. 59 della sentenza impugnata), e, dall’altro, non può dirsi indicativa della pregressa esistenza di una intesa avente ad oggetto una ancora futura attuazione illegale della convenzione urbanistica stipulata tra il Comune di (OMISSIS) ed il Consorzio (OMISSIS) il 18 aprile 2005 in cambio del conferimento degli incarichi di progettazione in favore del S. e del CA..
Allo stesso modo, non può attribuirsi, pena un salto logico, alla vicenda relativa all’incarico attribuito al CA. dal F., o comunque dal gruppo (OMISSIS), in relazione all'(OMISSIS), su indicazione del B., il significato di indizio utile alla ricostruzione dell’accordo corruttivo in contestazione. Anzi, fermo restando che il ribaltamento della sentenza assolutoria in sentenza di estinzione del reato per prescrizione è avvenuto anche previa rivalutazione delle dichiarazioni rese da più testimoni davanti al primo giudice, sulla base di una mera rilettura delle stesse, la conversazione telefonica intercettata e trascritta dalla Corte d’appello (cfr. pagg. 84-89) consente di rilevare che il B., a dire del F., sebbene avesse indicato a quest’ultimo il progettista per l’intervento edificatorio, non si è in alcun modo sentito vincolato da tale “segnalazione” ai fini della realizzazione del progetto medesimo, tanto da essersi opposto ripetutamente ed incisivamente alla attuazione dello stesso da parte delle imprese facenti capo al F., per quanto, addirittura, si trattasse di edificazione da porre in essere sulla base di una semplice dichiarazione di inizio di attività (c.d. D.I.A.).
Deve aggiungersi, ancora, che la sentenza impugnata non valuta i requisiti della gravità e della precisione dell’indizio dell’esistenza di un accordo corruttivo desunto dall’interesse del B. al conferimento degli incarichi al S. ed al CA., alla luce di ulteriori circostanze pure evidenziate nel testo della motivazione: ci si riferisce, precisamente, all’affermazione della legittimità delle indicazioni del B. alle società del gruppo L. circa i progettisti, ed al mancato rilascio dei permessi di costruire relativi agli edifici progettati dal CA. e destinati a sedi pubbliche.
Invero, l’affermazione della sentenza impugnata, secondo cui “non vi è dubbio che un Assessore all’urbanistica di un qualsiasi Comune d’Italia, che suggerisse al privato il nome di un professionista cui rivolgersi per la progettazione di un immobile, in relazione al quale non siano ancora stati rilasciati i permessi di costruzione, non commetterebbe per ciò solo alcun reato, al di là di profili deontologici, che non interessano in questa sede processuale”, rende molto problematico, quanto meno per ragioni di coerenza interna al provvedimento, attribuire agli incarichi conferiti al S. ed al CA. dal gruppo L. su indicazione del B., per ciò solo, il significato di una dazione indebita erogata nell’ambito di un accordo avente ad oggetto il futuro compimento di condotte contrarie ai doveri di ufficio. Non a caso, del resto, come evidenziato in particolare nel secondo motivo di ricorso del CA., la sentenza impugnata è priva di qualunque indicazione in ordine all’asserito rapporto di corrispettività tra l’incarico di redazione del masterpian e del progetto di massima architettonico conferiti a tale professionista (e di cui al punto Ia dell’imputazione) e l’attività di ufficio del B.; la stessa osservazione, poi, deve essere replicata con riguardo all’asserito rapporto di corrispettività tra gli incarichi di consulenza conferiti al S. (di cui al punto IIa1 e IIb1 dell’imputazione) e l’attività di ufficio del B..
Inoltre, la Corte d’appello ha assegnato un decisivo significato al conferimento dell’incarico al CA. per la redazione del progetto relativo alle sedi degli uffici della Regione e della Provincia, in ragione dell’asserita inutilità ab orgine di questa commessa, senza tener conto della circostanza – poi sottolineata in tutti i ricorsi degli imputati (quarto motivo del B., secondo motivo del CA., primo motivo del G., quarto motivo del L.) – per cui i primi permessi rilasciati dall’assessorato facente capo al B. furono quelli per l’edilizia privata e non, invece, quelli relativi agli edifici progettati dal CA., così da pregiudicare l’aspettativa di quest’ultimo a maturare il diritto alla piena percezione degli onorari (ciò in disparte da ogni considerazione in ordine alla effettiva dimostrazione della inutilità dell’incarico).
5.4. I rilevati vizi della sentenza impugnata impongono l’annullamento in parte qua della stessa perchè il fatto non sussiste, invece che per estinzione del reato per prescrizione, per un duplice ordine di ragioni.
Si è già detto, in precedenza (p.p. 4.1., 4.3. e 4.4.), che la pronuncia nella sentenza impugnata di statuizioni di risarcimento del danno in favore di soggetti tuttora costituiti parte civile impone alla Corte di cassazione, un giudizio “pieno”, ovviamente nei limiti fisiologicamente connaturati al processo di legittimità, in ordine alla sussistenza del fatto illecito ed alla sua attribuibilità all’imputato, anche sotto il profilo del coefficiente di colpevolezza normativamente richiesto, e, ove ne sussistano i presupposti, l’adozione di un provvedimento assolutorio per non aver commesso il fatto o perchè il fatto non sussiste, quando non vi siano elementi utili a far ritenere ragionevolmente possibile un diverso esito del giudizio.
In relazione al fatto di reato in esame, il tessuto motivazionale della sentenza impugnata evidenzia la mancanza di elementi ulteriori rispetto a quelli esaminati, che siano utili a rendere ragionevolmente prevedibile il superamento della prospettiva del ragionevole dubbio anche all’esito di un rinnovato giudizio di merito – nel caso di specie possibile davanti al giudice civile – in ordine alla sussistenza di un accordo corruttivo avente ad oggetto uno “scambio” tra il conferimento degli incarichi di progettazione al S. ed al CA. da parte delle società del gruppo L. e l’attività posta in essere dal B., al fine di indurre la Provincia di (OMISSIS) a traferire le proprie sedi direzionali in area (OMISSIS) e, comunque, di consentire una illegittima attuazione della convenzione urbanistica stipulata tra il Comune di (OMISSIS) ed il Consorzio (OMISSIS) in favore di quest’ultimo.
5.5. Il pieno esito assolutorio su tale episodio esime questa Corte dalla necessità di esaminare il primo motivo di ricorso del B., il primo motivo di ricorso del CA. ed il secondo motivo di ricorso del L., che lamentano la violazione dell’art. 6 CEDU, e comunque la mancanza o manifesta illogicità della motivazione in relazione all’omessa rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale ai fini di un nuovo esame dei testi R.M. e D.L., nonostante la sentenza di assoluzione emessa in primo grado.
Invero, anche a ritenere fondata tale censura, le conseguenze derivanti dal suo accoglimento sarebbero meno favorevoli per i ricorrenti: siccome trattasi di doglianza implicante un vizio di motivazione, dall’accoglimento della stessa discende l’annullamento con rinvio della sentenza impugnata (cfr., specificamente, Sez. U, n. 27620 del 28/04/2016, Dasgupta, p.p. 11 e 11.1, nonchè il terzo principio di diritto di cui al p. 12), ovvero, quando ciò non sia possibile, la dichiarazione di estinzione del reato per prescrizione.
6. La sentenza impugnata, invece, deve essere invece annullata senza rinvio perchè il reato è estinto per prescrizione nei confronti di B.G., G.G. e L.S., nonchè per non aver commesso il fatto nei confronti dell’imputato CA.Ma., in accoglimento del suo ricorso, con riferimento al reato di corruzione propria contestato ai medesimi in rapporto allo “scambio” tra gli incarichi di progettazione, conferiti da società amministrate da G.G. e R.F. ed appartenenti al gruppo facente capo a L.S. agli architetti ed ingegneri indicati da B.G., e l’attività posta in essere da quest’ultimo, e finalizzata a consentire l’attuazione della convenzione urbanistica stipulata tra il Comune di (OMISSIS) ed il Consorzio (OMISSIS) il 18 aprile 2005, in particolare attraverso il rilascio dei permessi ad edificare.
6.1. La sentenza impugnata, richiamando il contenuto di una conversazione intercettata e trascritta nel corpo della motivazione (pagg. 75-78), intercorsa in data 17 luglio 2009 tra il G. ed il R., ha ritenuto provato che il B. si sia impegnato al rilascio immediato di permessi di costruire relativi ad edifici privati, nonchè a concordare il contenuto di una variante che avrebbe seguito il rilascio dei titoli edificatori, in cambio della nomina da parte del G. di architetti da lui indicati (i c.d. “(OMISSIS)”) per la progettazione dei prospetti, e che il dirigente d’impresa abbia accettato tale proposta, con il beneplacito del L.. La Corte di appello ha aggiunto che, in questo modo, è stata disposta dall’Amministrazione “l’edificazione degli edifici privati secondo modalità urbanistiche che avrebbero dovuto essere definite attraverso una variante da approvare successivamente al rilascio dei permessi di edificazione”, sicchè, se tale variante non fosse stata approvata “nei tempi prefissati, il gruppo L. avrebbe avuto la possibilità di edificare gli edifici a proprio piacimento e senza vincolo alcuno”.
6.2. I motivi di ricorso proposti in relazione a tale capo di sentenza dagli imputati B., G. e L. (precisamente, e per le parti specificamente attinenti, il quarto motivo del ricorso del B., il primo ed il secondo motivo del ricorso del G., ed il terzo ed il quarto motivo del ricorso del L.) sono infondati, ma non inammissibili.
Fondato è invece il motivo di ricorso dedotto in argomento dall’imputato CA..
6.3. Le censure proposte adducono sia, tutte, l’implausibilità della sussistenza di un accordo corruttivo per la mancata nomina dei c.d. “(OMISSIS)” ovvero per l’assenza di illegittimità degli atti amministrativi adottati, sia, quelle del G. e del CA., il difetto di motivazione sul contributo concorsuale fornito.
6.4. Le doglianze concernenti la ravvisata sussistenza dell’accordo corruttivo sono entrambe infondate.
Quella che argomenta in ragione della mancata nomina dei c.d. “(OMISSIS)” non tiene conto del fatto che l’art. 319 c.p. prefigura la sussistenza del reato di corruzione propria anche quando “il pubblico ufficiale (…) per omettere o ritardare (…) un atto del suo ufficio, (…) accetta la promessa (di denaro o altra utilità)”.
Quelle che muovono dalla ritenuta legittimità degli atti amministrativi adottati dal Comune di (OMISSIS) non si confrontano con l’orientamento giurisprudenziale, che questo Collegio condivide, secondo cui è configurabile il reato di corruzione propria anche laddove poteri discrezionali istituzionalmente spettanti alla Pubblica Autorità siano esercitati previa rinuncia ad una imparziale comparazione degli interessi in gioco, al fine di raggiungere un esito predeterminato (v. in particolare: Sez. 6, n. 23354 del 04/02/2014, Conte, Rv. 260533; Sez. 6, n. 24656 del 18/06/2010, Cosentino, Rv. 248001, mass. per altri profili; Sez. 6, n. 36083 del 09/07/2009, Mussoni, Rv. 244258; Sez. 6, n. 12237 del 23/01/2004, Di Donato, Rv. 228378); come si è efficacemente evidenziato, infatti, il comportamento abdicativo del pubblico ufficiale di fronte al dovere di una corretta comparazione degli interessi rilevanti integra già di per sè l'”omettere” di cui all’art. 319 c.p. (per tale osservazione, cfr., specificamente, in motivazione, Sez. 6, Cosentino, cit.).
In relazione alla vicenda in esame, la sentenza impugnata ha evidenziato che il B. ed il G., con l’assenso del L., hanno raggiunto un accordo avente ad oggetto proprio il futuro esercizio di poteri amministrativi discrezionali, anche procurandosi al privato il vantaggio di poter costruire immediatamente numerosi immobili senza dover attendere l’approvazione di varianti, in cambio della dazione di una utilità illecita, quale il conferimento di incarichi di progettazione a numerosi professionisti fiorentini, con evidente ritorno di immagine e di autorevolezza per l’uomo politico ed assessore comunale. Anche in questo caso, quindi, l’accordo è funzionale alla rinuncia del pubblico ufficiale ad esercitare il dovere di procedere ad una corretta comparazione degli interessi rilevanti e, quindi, ad “omettere (…) un atto del suo ufficio”; nè può dirsi che gli atti promessi ed adottati (i permessi ad edificare) furono sicuramente conformi a quelli che sarebbero stati emessi all’esito di un corretto esercizio dei poteri discrezionali.
6.5. Le doglianze relative al difetto di motivazione in ordine al contributo concorsuale fornito per la realizzazione della fattispecie di corruzione sono infondate con riferimento alla posizione del G. e fondate con riferimento alla posizione del CA..
Costituisce principio consolidato, condiviso dal Collegio, quello secondo cui è configurabile il concorso eventuale nel delitto di corruzione, reato a concorso necessario ed a struttura bilaterale, sia nel caso in cui il contributo si realizzi nella forma della determinazione o del suggerimento fornito all’uno o all’altro dei concorrenti necessari, sia nell’ipotesi in cui si risolva in un’attività di intermediazione finalizzata a realizzare il collegamento tra gli autori necessari (cfr., Sez. 6, n. 24535 del 10/04/2015, Mogliani, Rv. 264124, nonchè Sez. 6, n. 33435 del 04/05/2006, Battistella, Rv. 234361).
Nella ricostruzione della sentenza impugnata, compiuta alla luce della conversazione telefonica precedentemente richiamata, la condotta del G. si pone come quella del soggetto che ha materialmente concluso l’accordo illecito con l'(OMISSIS) comunale B.. Di conseguenza, la sua posizione è, quanto meno, parificabile a quella di chi ponga in essere un’attività di intermediazione finalizzata a realizzare il collegamento tra gli autori necessari del reato di corruzione. Nè può ritenersi manifestamente illogica la conclusione secondo cui il contributo del G. è stato caratterizzato dal necessario coefficiente psicologico richiesto dalla fattispecie incriminatrice, posto che il medesimo ha concordato lo scambio tra utilità indebitamente concessa al pubblico ufficiale e l’espletamento e la negoziazione dell’attività amministrativa.
Diversamente deve dirsi con riferimento alla posizione del CA.. La sentenza impugnata, infatti, nulla ha detto con riferimento al ruolo avuto da quest’ultimo nell’accordo negoziato tra il B. ed il G., con l’assenso del L., per il rilascio delle concessione e l’individuazione del contenuto della variante in cambio della nomina dei c.d. “(OMISSIS)” indicati dal pubblico ufficiale. Nè, poi, può ritenersi che la responsabilità del CA. discenda dalla precedente partecipazione al pactum sceleris contestato a monte, e cioè quello relativo allo “scambio” tra il conferimento degli incarichi di progettazione a lui ed al S. da parte delle società del gruppo L. e l’attività posta in essere dal B., al fine di indurre la Provincia di (OMISSIS) a traferire le proprie sedi direzionali in area (OMISSIS) e, comunque, di consentire una illegittima attuazione della convenzione urbanistica stipulata tra il Comune di (OMISSIS) ed il Consorzio (OMISSIS) in favore di quest’ultimo: è sufficiente infatti osservare che l’argomento, già non particolarmente persuasivo in un quadro probatorio che riteneva provata la sussistenza dell’accordo appena indicato, è posto definitivamente nel nulla dalle conclusioni raggiunte in questa sede, e che hanno determinato una pronuncia assolutoria di tutti gli imputati per insussistenza di quel fatto illecito.
6.6. L’infondatezza, ma non inammissibilità, dei ricorsi proposti dal B., dal G. e dal L., anche in relazione a tale capo della sentenza, impone l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata in parte qua nei confronti dei medesimi perchè il reato è estinto per prescrizione, atteso che l’accordo risulta raggiunto in data non successiva al 17 luglio 2008 e che non risultano cause di sospensione della prescrizione.
6.7. La fondatezza del ricorso proposto dal CA. circa la mancata prova del suo concorso nell’accordo corruttivo, invece, impone l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata in parte qua nei confronti dello stesso per non aver commesso il fatto.
In effetti, come evidenziato in precedenza (p. 5.4.), la Corte di cassazione, da un lato, ha il dovere, nel caso in esame, di procedere ad un giudizio “pieno”, non limitato dall’applicazione delle disposizioni di cui all’art. 129 c.p.p., stante il perdurante esercizio dell’azione civile nei confronti del ricorrente in questione e per il fatto in trattazione. Dall’altro, la stessa può pronunciare un provvedimento assolutorio per non aver commesso il fatto o perchè il fatto non sussiste, quando non vi siano elementi utili a far ritenere ragionevolmente possibile un diverso esito del giudizio in conseguenza del giudizio di rinvio (possibile in sede civile).
In riferimento alla condotta in questione, la motivazione della sentenza impugnata, per quanto appena detto al p. 6.5., si caratterizza per la totale assenza di indicazione di elementi utili a ritenere il concorso nel reato del CA.; a fronte di tale così evidente lacuna, non è ragionevolmente prevedibile l’utilità di accertamenti idonei a fondare l’affermazione della partecipazione del CA., al di là di ogni ragionevole dubbio, all’accordo corruttivo intercorso tra il B., il G. ed il L., ed avente ad oggetto l’impegno del primo al rilascio immediato di permessi di costruire relativi ad edifici privati, nonchè a concordare il contenuto di una variante che avrebbe seguito il rilascio dei titoli edificatori, in cambio della nomina da parte del secondo di architetti da lui indicati (i c.d. “(OMISSIS)”) per la progettazione dei prospetti.
7. E’ infondato il ricorso proposto da B.G. avverso la sentenza impugnata nella parte in cui questa ha dichiarato estinti per prescrizione sia il reato di turbata libertà degli incanti, avente ad oggetto le condotte poste in essere dal medesimo per interferire sulla gara indetta dalla Provincia di (OMISSIS) ai fini dell’acquisizione di un immobile da destinare a sede dei propri uffici, sia il reato di induzione indebita, avente ad oggetto l’indicazione da lui data a F.R., o comunque al gruppo (OMISSIS), a quest’ultimo facente capo, dell'(OMISSIS) Ca.Ma. perchè fosse affidata a quest’ultimo la redazione dei progetti dell’area denominata (OMISSIS).
7.1. Quanto all’impugnazione concernente la parte di sentenza relativa al reato di cui all’art. 353 c.p., è utile premettere che quest’ultima, richiamando il contenuto di conversazioni telefoniche intercettate e dichiarazioni testimoniali (pagg. 58-64), ha ritenuto provato che il B. abbia turbato la gara indetta dalla Provincia di (OMISSIS), in particolare inducendo alcuni imprenditori interessati a non partecipare alla stessa. L’accertamento, confermativo di quello compiuto dal giudice di primo grado, che per tale reato aveva affermato la penale responsabilità del B., è stato effettuato perchè, pur dichiarandosi la prescrizione del reato, sono state confermate le statuizioni civili adottate dal Tribunale, il quale aveva condannato l’imputato appena indicato (anche) al risarcimento dei danni in favore della Provincia di (OMISSIS), della Telma s.r.l. e di P.E..
Il motivo di ricorso proposto dal B. in relazione a tale capo di sentenza (trattasi del sesto motivo di ricorso) si duole della qualificazione della procedura attivata dalla Provincia di (OMISSIS) come di una gara, nonostante il provvedimento dell’ente pubblico precisasse che quest’ultimo si riservasse di effettuare trattative, anche contemporaneamente, con uno o più soggetti proponenti.
In realtà, la censura in questione consiste in una richiesta di rivalutazione del significato da attribuire al “bando” di gara (tale è definito anche nel ricorso), in contrasto con quanto ritenuto sia dal Tribunale, sia dalla Corte di appello, i quali hanno entrambi concluso che l’atto in questione avesse determinato, appunto, l’apertura di una gara (cfr., in particolare, p. 172 della sentenza di primo grado e p. 59 della sentenza di appello). Così articolata, però, la doglianza implica una richiesta di diretta rivalutazione di un elemento del fatto e, quindi, si pone al fuori del novero delle censure consentite in sede di legittimità a norma dell’art. 606 c.p.p..
7.2. Quanto all’impugnazione concernente la parte di sentenza relativa al reato di cui all’art. 319 quater c.p., va rilevato che la decisione della Corte d’appello, in riforma della pronuncia assolutoria del primo giudice, ha dichiarato estinto il reato per prescrizione, procedendo ad una rilettura di una conversazione telefonica intercettata tra il F. ed altra persona unitamente a diverse deposizioni testimoniali, definite “quanto meno reticenti”, ed acquisite nel corso del dibattimento davanti al Tribunale.
I motivi di ricorso proposti dal B. in relazione a tale capo di sentenza, precisamente il primo ed il quinto motivo di ricorso, lamentano, rispettivamente, la violazione dell’art. 6 della CEDU, perchè la Corte ha riformato in peius la sentenza di primo grado procedendo ad una rivalutazione delle testimonianze acquisite dal primo giudice senza rinnovare l’esame dei dichiaranti, e vizio di motivazione.
La doglianza concernente il vizio di motivazione non può essere esaminata in questa sede, perchè, stante l’assenza di statuizioni civili in ordine a questo capo della decisione, e l’intervenuta prescrizione del reato, da un lato, il giudice di rinvio, cui competerebbe il processo dopo l’annullamento della sentenza impugnata, sarebbe comunque obbligato a rilevare immediatamente la sussistenza della causa di estinzione del reato, e, dall’altro, la sentenza di assoluzione sarebbe possibile solo nel caso in cui sia rilevabile, con una mera attività ricognitiva, l’assoluta assenza della prova di colpevolezza a carico dell’imputato, ovvero la prova positiva della sua innocenza, ma non anche nel caso di mera contraddittorietà o insufficienza della prova che richiede un apprezzamento ponderato tra opposte risultanze (cfr. quanto esposto in precedenza ai p.p. 4.1., 4.2. e 4.3.).
La censura attinente alla violazione dell’art. 6 CEDU, poi, in quanto anch’essa consistente nella deduzione di un vizio di motivazione non preclude l’operatività per il giudice del dovere di provvedere alla immediata declaratoria di non procedibilità o di estinzione del reato, ex art. 129 c.p.p., comma 1, almeno quando la sentenza di non doversi procedere non produca, come appunto nel caso in esame, alcun effetto ai fini delle statuizioni civili (per una indicazione in questo senso cfr. Sez. U, n. 27620 del 28/04/2016, Dasgupta, in particolare p. 8.2.).
8. E’ fondato il ricorso presentato da C.G., con riferimento ai motivi relativi alla insussistenza di un accordo corruttivo per il compimento di atto conforme ai doveri di ufficio avente ad oggetto uno “scambio” tra l’erogazione di una “gratifica” di 2.500 euro al figlio, dipendente di una delle società del gruppo L., la concessione in locazione ed il mantenimento in godmento a condizioni di favore di un immobile di proprietà di una società del gruppo L., ed il finanziamento da parte di una società del gruppo L., per un importo di 30.000,00 Euro, dell’operazione di distribuzione a domicilio ai cittadini del regolamento comunale di (OMISSIS), tutte utilità conseguite per il tramite di R.F., e l’attività posta in essere dall’imputato concernente la votazione favorevole all’insediamento dello stadio di calcio in luogo del parco pubblico nella zona di urbanizzazione (OMISSIS), nonchè la “sponsorizzazione” del gruppo L. presso l’allora (OMISSIS) della Provincia di (OMISSIS) R.M. (trattasi del primo, secondo, terzo e quarto motivo del ricorso del C.).
8.1. La sentenza impugnata ha affermato la sussistenza del reato di cui all’art. 318 c.p. nei confronti del C., perchè ha reputato provato che questi abbia ricevuto “vantaggi economici anche consistenti” (quelli precedentemente descritti) “in virtù della utilità che (OMISSIS) (e quindi il gruppo immobiliare L.) poteva trarre dall’appoggio dell'(OMISSIS) nei molteplici interessi che il gruppo imprenditoriale gestiva nella città”, sebbene non risulti accertato che il medesimo pubblico ufficiale “abbia posto in essere atti specifici contrari ai doveri di ufficio”. In particolare, la Corte toscana ha precisato che atti contrari ai doveri di ufficio non sono nè la condotta lobbistica nel contattare il (OMISSIS) della Provincia R.M., tanto più che tale attività “non pare aver sortito alcun effetto concreto”, nè la votazione delle delibere comunali relative all’insediamento dello stadio di calcio invece che del parco pubblico nella zona di (OMISSIS), in quanto “scelta di carattere politico”; tuttavia, il reato di cui all’art. 318 c.p. si configura “per aver comunque (il C.) ricevuto indebiti vantaggi economici per il compimento della attività amministrativa cui (…) era preposto”.
8.2. Per una corretta valutazione delle questioni sottoposte all’attenzione del Collegio, è importante premettere che, nel caso di specie, atteso l’insistito richiamo al mancato compimento di atti contrari ai doveri di ufficio da parte del pubblico ufficiale, stante l’assenza di ulteriori precisazioni, ed essendo la condotta collocata temporalmente nel 2008, il reato ritenuto sussistente dalla Corte d’appello deve ritenersi quello contemplato dall’art. 318 c.p. nel testo antecedente alla riforma introdotta dalla L. 6 novembre 2012, n. 190, per effetto della quale è stata specificamente introdotta la figura del reato di corruzione per l’esercizio della funzione.
Alla luce della previgente disposizione, la quale sanzionava la condotta del “pubblico ufficiale, che, per compiere un atto del suo ufficio, riceve, per sè o per un terzo, in denaro o altra utilità, una retribuzione che non gli è dovuta, o ne accetta la promessa”, si riteneva occorresse una “proporzione” tra l’atto dell’ufficio e la dazione indebita, attesa la natura “retributiva” di quest’ultima (così, per tutte, Sez. U, Sentenza n. 2780 del 24/01/1996, Panigoni, Rv. 203972). Di conseguenza, ai fini della configurabilità del reato di cui al “vecchio” art. 318 c.p., deve ritenersi fosse necessario che l’atto o gli atti dell’ufficio fosse o fossero determinati o quanto meno determinabili. Inoltre, sempre in ragione della natura “retributiva” della dazione, deve ritenersi che, sempre per l’integrazione di tale figura delittuosa, fosse necessario un collegamento causale tra la corresponsione dell’utilità e l’atto o gli atti dell’ufficio.
Non a caso, del resto, la giurisprudenza antecedente alla entrata in vigore della novella di cui alla L. n. 190 del 2012, quando risultassero indebite dazioni di notevole consistenza e gli atti dell’ufficio non potessero essere individuati, nè fossero sufficientemente individuabili, aveva individuato la figura dello “stabile asservimento” del pubblico ufficiale agli interessi del privato ed aveva ricondotto la stessa nello schema della corruzione propria di cui all’art. 319 c.p. (così, tra le tante, Sez. F, n. 34834 del 25/08/2009, Ferro, Rv. 245182, nonchè Sez. 6, n. 34417 del 15/05/2008, Leoni, Rv. 241081). In applicazione di questo principio, anzi, i giudici di legittimità avevano espressamente escluso la configurabilità del reato di corruzione – anche propria – in un caso in cui un consigliere provinciale aveva ricevuto somme di denaro da un imprenditore risultato aggiudicatario di un appalto in relazione al quale pendeva un contenzioso amministrativo, in ragione dell’assenza di elementi di prova dai quali desumere nei comportamenti dell’imputato una situazione di asservimento della funzione pubblica dallo stesso esercitata (cfr. Sez. 6, n. 20046 del 16/01/2008, Bevilacqua, Rv. 241184).
Per completezza, deve aggiungersi che, anche in materia di corruzione, secondo un orientamento giurisprudenziale consolidato e condiviso dal Collegio, non può essere ricondotta alla nozione di “atto di ufficio” la “segnalazione” o “raccomandazione” con cui un pubblico ufficiale sollecita il compimento di un atto da parte di altro pubblico ufficiale, trattandosi di condotta commessa “in occasione” dell’ufficio, e che, quindi, non concreta l’uso di poteri funzionali connessi alla qualifica soggettiva dell’agente (cfr. Sez. 6, n. 38762 del 08/03/2012, D’Alfonso, Rv. 253371, nonchè Sez. 6, n. 33435 del 04/05/2006, Battistella, Rv. 234359; per l’espressione di identico concetto in tema di fattispecie di abuso d’ufficio v. Sez. 6, n. 5895 del 09/01/2013, Verdini, Rv. 254892).
8.3. Applicando questi principi al caso di specie, ed alla luce dei fatti come descritti nella sentenza impugnata, deve escludersi che gli stessi integrino il delitto di cui all’art. 318 c.p., nel testo previgente alla L. n. 190 del 2012.
Pur partendo dal presupposto della natura indebita delle utilità ricevute dal C. indicate nel capo di imputazione, manca ogni collegamento tra le stesse ed uno o più atti dell’ufficio.
Innanzi tutto, non costituiscono “atti di ufficio”, come si è appena precisato nel paragrafo precedente, le “raccomandazioni” effettuate dall’imputato in esame al (OMISSIS) della Provincia R., e ciò anche prescindendo dal mancato raggiungimento di risultati concreti. Come è evidente anche nel caso di specie, le “segnalazioni” del C. al R. non avvengono nell’esercizio di poteri funzionali connessi alla qualifica soggettiva di (OMISSIS) o (OMISSIS) comunale, bensì nell’ambito di un rapporto di “vicinanza” politica o, comunque, di pregressi rapporti interpersonali.
In secondo luogo, poi, l’unico atto dell’ufficio che si indica essere stato compiuto dall’imputato in esame in riferimento agli interessi del gruppo L. è quello costituito dalla votazione della delibera comunale del 30 settembre 2008, relativa all’insediamento dello stadio di calcio invece che del parco pubblico nella zona di (OMISSIS). Già dal testo della conversazione telefonica intercettata del 20 settembre 2008, come trascritta nella sentenza impugnata (p. 119-120), e a prescindere dagli ulteriori rilievi esposti nel terzo motivo del ricorso del C., risulta che fu un’iniziativa di quest’ultimo quella di chiedere al R. se egli ed il suo gruppo fossero d’accordo alla soluzione già predisposta dagli organi competenti. Si tratta, cioè, di una richiesta di informazioni dell’imputato “a cose già fatte”, in relazione ad atti predisposti da altri comparti dell’Amministrazione comunale e sostanzialmente da “ratificare”. Ora, la formulazione della domanda a contenuto informativo dall'(OMISSIS) e non dal privato interessato, pur nell’ambito di un rapporto relazionale “consolidato”, l’assenza di qualunque richiesta o segnalazione in proposito da parte del secondo, e la provenienza e “stabilità” dell’atto da deliberare, già predisposto da altri uffici, rende evidente la mancanza di un collegamento causale – peraltro non esplicitamente affermato neppure nella sentenza impugnata – tra la successiva votazione del C. e le utilità precedentemente ricevute.
8.4. L’assenza del collegamento causale tra le utilità corrisposte al C. e l’unico atto dell’ufficio da questi compiuto ed indicato, o comunque individuabile, come di interesse del gruppo L., e la conseguente esclusione della configurabilità del delitto di corruzione impropria ex art. 318 c.p. nel testo antecedente alla riforma di cui alla L. n. 190 del 2012, impongono l’assoluzione del medesimo imputato dal fatto contestatogli al capo C perchè il fatto non sussiste.
9. Deve essere invece annullata senza rinvio perchè il reato è estinto per prescrizione la sentenza impugnata con riferimento al delitto di violenza privata, contestato a C.G., per aver costretto l’imprenditore Ba.Ma. a rimuovere la dipendente I.S. dall’incarico di rappresentante della sua impresa nei rapporti con le Pubbliche Amministrazioni, in accoglimento del quinto motivo di ricorso proposto dal medesimo imputato.
9.1. La sentenza impugnata ha affermato la sussistenza del reato di violenza privata nei confronti del C., perchè ha reputato provato che questi abbia posto in essere una condotta “idonea a coartare la libera determinazione del Ba. nell’organizzazione della propria azienda, e a determinarlo in comportamenti che l’uomo, qualora libero di determinarsi, non avrebbe tenuto”. Questa conclusione è espressamente fondata oltre che in ragione di conversazioni telefoniche intercettate, “segnatamente sulla base del senso complessivo della deposizione testimoniale resa da Ba.Ma.”.
9.2. La deposizione testimoniale valorizzata dalla Corte d’appello risulta essere stata resa in sede di incidente probatorio (cfr. sentenza impugnata p. 138). Inoltre, i giudici del distretto toscano hanno condannato il C. per il reato di cui all’art. 610 c.p., in riforma della sentenza di primo grado, la quale, invece, aveva aveva assolto il medesimo imputato (anche) da tale contestazione perchè il fatto non sussiste.
Di conseguenza, la sentenza impugnata si è posta in violazione della previsione contenuta nell’art. 6, par. 3, lett. d), della Convenzione EDU, come interpretata dalla Corte EDU, nella parte in cui prevede il diritto dell’imputato di esaminare o fare esaminare i testimoni a carico e ottenere la convocazione e l’esame dei testimoni a discarico. In questo senso, del resto, è sufficiente richiamare anche la recentissima sentenza delle Sezioni Unite, n. 27620 del 28/04/2014, Dasgupta, la quale, (anche) in sede di enunciazione dei principi di diritto, ha precisato che detta disposizione convenzionale “implica che, nel caso di appello del pubblico ministero avverso una sentenza assolutoria, fondata sulla valutazione di prove dichiarative ritenute decisive, il giudice di appello non può riformare la sentenza impugnata nel senso dell’affermazione della penale responsabilità dell’imputato, senza avere proceduto, anche d’ufficio, a norma dell’art. 603 c.p.p., comma 3, a rinnovare l’istruzione dibattimentale attraverso l’esame dei soggetti che abbiano reso dichiarazioni sui fatti del processo ritenute decisive ai fini del giudizio assolutorio di primo grado”.
A completamento delle conclusioni raggiunte dal Collegio, occorre aggiungere che l’obbligo di procedere a rinnovazione dell’esame è indifferente alla circostanza che la prova non sia stata assunta direttamente davanti al Tribunale che ha emesso la sentenza assolutoria, ma sia stata acquisita in sede di incidente probatorio. Invero, secondo quanto rilevato dalle Sezioni Unite nella sentenza Dasgupta l’obbligo di rinnovazione dell’esame, nei casi sopra indicati, opera anche con riferimento a prove dichiarative formate non davanti al giudice che ha emesso la sentenza di assoluzione, come, appunto, in sede di incedente probatorio (cfr. p. 8.1.), ovvero nel caso di decisione liberatoria pronunciata in primo grado all’esito di giudizio abbreviato c.d. “secco” (cfr. p. 8.4.), in applicazione del principio del ragionevole dubbio, da ritenere principio di carattere generalissimo del nostro ordinamento processuale penale.
9.3. La riscontrata violazione dell’obbligo di procedere alla rinnovazione dell’esame prima di riformare la sentenza di assoluzione in sentenza di condanna determina un vizio di motivazione, che imporrebbe, di per sè, l’annullamento con rinvio della sentenza impugnata.
Anche a questo proposito è sufficiente richiamare le chiarissime indicazioni provenienti da Sez. U, n. 27620 del 28/04/2014, Dasgupta. Questa decisione, infatti, dopo uno specifico approfondimento motivazionale, ha, in sede di enunciazione dei principi di diritto, espressamente dichiarato che “l’affermazione di responsabilità dell’imputato pronunciata dal giudice di appello su impugnazione del pubblico ministero, in riforma di una sentenza assolutoria fondata sulla valutazione di prove dichiarative ritenute decisive, delle quali non sia stata disposta la rinnovazione a norma dell’art. 603 c.p.p., comma 3, integra di per sè un vizio di motivazione della sentenza di appello, ex art. 606, comma 1, lett. e), per mancato rispetto del canone di giudizio “al di la” di ogni ragionevole dubbiò di cui all’art. 533, comma 1″, e che, “in tal caso, fuori dei casi di inammissibilità del ricorso, (…) la Corte di cassazione deve annullare con rinvio la sentenza impugnata”.
9.4. Il vizio di motivazione, però, come si è detto in precedenza (p. 4.3.), in riferimento a reati per i quali, nelle more del giudizio di cassazione, sia maturata la prescrizione, ed in riferimento ai quali non vi siano statuizioni agli effetti civili pronunciate nella sentenza impugnata, non può comportare annullamento con rinvio della sentenza impugnata, ma impone alla Corte di cassazione, ex art. 129 c.p.p., l’adozione di una pronuncia di non doversi procedere perchè il reato è estinto per prescrizione, salvo il caso in cui sia rilevabile, con una mera attività ricognitiva, l’assoluta assenza della prova di colpevolezza a carico dell’imputato, ovvero la prova positiva della sua innocenza.
L’adozione di una sentenza di non doversi procedere perchè il reato è estinto per prescrizione non è poi inibita, nel caso di specie, e con riferimento alla contestazione di cui al capo D, dagli altri tre pertinenti motivi del ricorso presentato dal C. (motivi quarto, sesto e settimo). Nessuna delle censure prospettate in detti motivi, infatti, consente di rilevare, ictu oculi, l’assoluta assenza della prova di colpevolezza a carico dell’imputato, ovvero la prova positiva della sua innocenza.
10. E’ infondato, infine, il ricorso proposto da F.A. avverso la sentenza impugnata nella parte in cui questa ha condannato il precisato ricorrente alla pena ritenuta di giustizia per il reato di appropriazione indebita, per avere, quale amministratore di società operanti nel settore della ristorazione, ed abusando di tale qualità, destinato a fini extra-sociali, e segnatamente al pagamento di sondaggi pre-elettorali effettuati nell’interesse di C.G., somme di pertinenza delle predette società, per importi complessivamente superiori a 15.000,00 Euro, abusando della sua qualità di amministratore di società operanti nel settore della ristorazione.
10.1. La sentenza impugnata, riformando quella assolutoria di primo grado, ha affermato la sussistenza del reato di appropriazione indebita ritenendo che i pagamenti in questione fossero destinati a fini extra-sociali, sul rilievo che l’amministratore di una società di capitali non ha la libera disponibilità che costituisce il patrimonio della stessa, in quanto questa è “diverso soggetto giuridico e diverso centro di imputazione di diritti e responsabilità anche patrimoniali”, e che “la condotta descritta costituisce un impoverimento delle casse sociali delle società di capitali, quanto meno rilevante sotto il profilo della garanzia dei terzi creditori”. Il Tribunale, invece, aveva assolto il F., pur riconoscendo: “Che i pagamenti fossero destinati a fini extra sociali è evidente (trattavasi di società di ristorazione)”; il primo giudice, invero, aveva osservato che le erogazioni erano prive di rilevanza penale perchè riferite a “società appartenenti a soci privati (…), avrebbero potuto essere oggetto di specifica critica da parte dei soci medesimi e/o dei sindaci per gestione irregolare, e potrebbero rilevare nel futuro in caso di situazioni rientranti nelle ipotesi di cui agli artt. 216 e seguenti della L. Fall.”. Il ricorso, a sua volta, afferma che il reato di appropriazione indebita non sussiste quando i soci decidono di destinare parte delle disponibilità a fini extra-sociali, e non sussiste alcuno stato di insolvenza.
10.2. Nella giurisprudenza di legittimità, si ritiene integri il reato di appropriazione indebita la condotta dell’amministratore di una società di capitali che eroga somme a terzi in violazione delle norme organizzative di questa e per realizzare un interesse esclusivamente personale, in assenza di una preesistente situazione di conflitto d’interessi con l’ente, senza che possa rilevare l’assenza di danno per i soci (così Sez. 2, n. 3397 del 16/11/2012, dep. 2013, Anemone, Rv. 254312, nonchè, sostanzialmente per le stesse conclusioni, specie alla luce di quanto indicato in motivazione, Sez. 2, n. 40136 del 04/08/2011, Brancher, Rv. 251197; non difforme, inoltre, risulta anche Sez. 2, n. 30942 del 03/07/2015, Costantin, Rv. 264555). Questo orientamento risulta sostanzialmente applicato anche quando l’erogazione avvenga ad un partito politico o, come nella specie, ad un esponente politico: anche in questo caso, al di là delle distinzioni dettate dall’esigenza della soluzione del caso di volta in volta esaminato, le decisioni, per affermare o negare la sussistenza del delitto di cui all’art. 646 c.p., ritengono decisivo verificare se l’interesse perseguito dal soggetto agente (amministratore o direttore di una società di capitali) sia un interesse estraneo allo scopo sociale, escludendo il reato di appropriazione indebita solo se l’interesse, quand’anche illecito, sia riconducibile, sia pure indirettamente, all’oggetto sociale (così, secondo una tendenza sostanzialmente omogenea: Sez. 5, n. 10041 del 13/06/1998, Altissimo, Rv. 211393; Sez. 5, n. 1245 del 21/01/1998, Cusani, Rv. 210031; Sez. 2, n. 5136 del 04/04/1997, Bussei, Rv. 208059).
La soluzione indicata dalla giurisprudenza non muta neppure se non risulti alcun dissenso dei soci e non si sia verificato uno stato di insolvenza della società.
Le società di capitali, infatti, sono soggetti di diritto dotati di personalità giuridica, che restano nettamente distinti dai soci che li compongono: il loro patrimonio, quindi, non solo è riferibile, in percentuale, a tutti i soci, nessuno escluso, ma è anche posto a garanzia dei crediti e, più in generale, dell’affidamento dei terzi. Non a caso, l’art. 2476 c.c. prevede, relativamente alle società a responsabilità limitata, come quelle di cui al presente processo, che “L’azione di responsabilità contro gli amministratori è promossa da ciascun socio”, che il diritto al risarcimento dei danni spetta anche al terzo direttamente danneggiato da atti dolosi o colposi degli amministratori, e che, in generale, “L’approvazione del bilancio da parte dei soci non implica liberazione degli amministratori e dei sindaci per le responsabilità incorse nella gestione sociale”.
Di conseguenza, quand’anche si dimostrasse che tutti i soci non fossero contrari all’effettuazione di una erogazione di denaro del tutto estranea all’oggetto sociale, ma non avessero formalmente esternato tale decisione, sarebbe configurabile il reato di appropriazione indebita in danno della società. Esattamente in quest’ordine di idee risulta porsi un recente precedente della giurisprudenza di legittimità la cui massima ufficiale recita: “Integra il delitto di appropriazione indebita aggravato dall’abuso delle relazioni di ufficio la condotta dell’amministratore, socio unico di una società a responsabilità limitata, che si appropri di denaro della società stessa distraendolo dallo scopo cui è destinato” (così Sez. 2, n. 50087 del 14/11/2013, Biondo, Rv. 257646).
10.3. Applicando questi principi al caso di specie, quindi, deve ritenersi corretta la conclusione della Corte di appello di (OMISSIS), laddove ha affermato la penale responsabilità di F.A. per il reato di appropriazione indebita, attesa l’estraneità delle erogazioni di denaro da questi effettuate all’interesse delle società dal cui patrimonio le somme sono state prelevate e la mancanza di un formale assenso dei soci al compimento di tali erogazioni.
Per completezza, deve aggiungersi che pur non essendo inammissibile il ricorso, non deve essere pronunciato l’annullamento con rinvio della sentenza impugnata per accertare se per alcune delle illecite erogazioni sia avvenuta la prescrizione. E’ vero, infatti, che le dazioni sono contestate come effettuate tra il 13 ottobre ed il 28 gennaio 2009, e che il termine di prescrizione sarebbe maturato per tutte le condotte antecedenti al 6 novembre 2008, ma la sentenza impugnata ha irrogato una pena unica senza effettuare alcun aumento per la continuazione (pagg. 142-143) e le singole dazioni sono sostanzialmente di identico importo. Ne consegue che l’annullamento con rinvio non potrebbe importare alcun risultato utile per il F..
11. Le conclusioni raggiunte in ordine ai capi penali della sentenza determinano, sotto il profilo degli effetti civili, la caducazione delle statuizioni risarcitorie della sentenza impugnata nei confronti di CA.Ma., mentre restano ferme, nei limiti di seguito precisati, quelle adottate nei confronti di B.G., G.G. e L.S..
Ed infatti, la dichiarazione di estinzione del reato per prescrizione – sia in riferimento al fatto di corruzione propria integrato dallo “scambio” tra gli incarichi di progettazione, conferiti da società amministrate dal G. e dal R. ed appartenenti al gruppo facente capo al L. agli architetti ed ingegneri indicati dal B., e l’attività posta in essere da quest’ultimo, e finalizzata a consentire l’attuazione della convenzione urbanistica stipulata tra il Comune di (OMISSIS) ed il Consorzio (OMISSIS) il 18 aprile 2005, in particolare attraverso il rilascio dei permessi ad edificare, sia in riferimento al fatto di turbata libertà degli incanti, integrato dalle condotte poste in essere dal B. di interferenza sulla gara indetta dalla Provincia di (OMISSIS) per l’acquisizione di un immobile da destinare a sede dei propri uffici – costituisce l’esito di una valutazione degli atti compiuta a norma dell’art. 578 c.p.p..
Va peraltro precisato che il rigetto dei ricorsi degli imputati B., G. e L. in relazione a tali capi della decisione (in particolare, settimo motivo del ricorso del B. e quinto motivo del ricorso del G.) non pregiudica una più approfondita valutazione in concreto da parte del giudice civile sulla concreta entità del danno risarcibile. Invero, e fermo restando che i fatti in questione risultano idonei a pregiudicare l’interesse di tutte le costituite parti civili nei confronti del B., del G. e del L., costituisce affermazione più volte ribadita nella giurisprudenza di legittimità quella secondo cui la condanna generica al risarcimento del danno contenuta nella sentenza penale, pur presupponendo che il giudice abbia riconosciuto il relativo diritto alla costituita parte civile, non comporta alcuna indagine in ordine alla concreta esistenza di un danno risarcibile, postulando soltanto l’accertamento della potenziale capacità lesiva del fatto dannoso e dell’esistenza – desumibile anche presuntivamente, con criterio di semplice probabilità – di un nesso di causalità tra questo ed il pregiudizio lamentato, restando perciò impregiudicato l’accertamento riservato al giudice civile sulla liquidazione e l’entità del danno, ivi compresa la possibilità di escludere l’esistenza stessa di un danno eziologicamente collegato all’evento illecito (così, tra le tante, Sez. 3, n. 36350 del 23/03/2015, Bertini, Rv. 265637, nonchè Sez. 5, n. 45118 del 23/04/2013, Di Fatta, Rv. 257551).
12. Il rigetto del ricorso del B. in ordine alla dichiarazione di estinzione del reato per prescrizione in riferimento all’episodio di turbata libertà degli incanti importa la condanna dello stesso al pagamento delle spese di difesa sostenute nel giudizio di cassazione dalla parte civile P.E., che, tenuto conto dei parametri normativi applicabili, si ritiene equo liquidare in complessivi Euro 3.500,00, oltre spese generali, nella misura del quindi per cento, I.V.A. e C.P.A. L’accoglimento del ricorso del CA. e la sua assoluzione nel merito da tutte le imputazioni formulate nei suoi confronti, invece, impone il rigetto della richiesta di pagamento delle spese di difesa sostenute nel giudizio di cassazione dalla parte civile Ordine degli Architetti di (OMISSIS).
Annulla la sentenza impugnata con riferimento al reato di corruzione contestato al capo A, nei confronti di B.G., CA.Ma., G.G. e L.S. perchè il fatto non sussiste relativamente alle condotte addebitate al primo sub 1, sub 2 e sub 3, e alle utilità indicate sub Ia), sub Ib), sub IIa1) e sub IIb1), nonchè nei confronti di B.G., G.G. e L.S. perchè il reato è estinto per prescrizione relativamente alle condotte addebitate al primo sub 4, sub 5, sub 6 e sub 7, e alle utilità indicate sub III), nonchè ancora nei confronti di CA.Ma. per non aver commesso il fatto con riferimento alle condotte addebitate al primo sub 4, sub 5, sub 6 e sub 7, e alle utilità indicate sub III).
Rigetta nel resto il ricorso proposto da B.G. con riferimento ai capi B ed E. Annulla la sentenza impugnata nei confronti di C.G. perchè il fatto non sussiste relativamente al reato di corruzione contestato al capo C, e perchè il reato è estinto per prescrizione relativamente al reato di violenza privata contestato al capo D. Rigetta il ricorso proposto da F.A. e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Ferme restando le statuizioni civili della sentenza impugnata nei confronti di B.G., G.G. e L.S., condanna B.G. al pagamento delle spese di difesa sostenute nel giudizio di cassazione dalla parte civile, P.E., che liquida in complessivi Euro 3.500,00, oltre spese generali, nella misura del quindici per cento, I.V.A. e C.P.A.
Depositato in Cancelleria il 20 settembre 2016.