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Timestamp: 2019-06-24 23:28:52+00:00
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Principio di solidarieta' tra committente, appaltatore e subappaltatore
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Corte di Cassazione, sezione lavoro, Sentenza 15 gennaio 2019, n. 834.
Sentenza 15 gennaio 2019, n. 834
Il principio di solidarieta’ tra committente, appaltatore e subappaltatore sancita dal Decreto Legislativo n. 276 del 2003, articolo 29, comma 2, che garantisce il lavoratore circa il pagamento dei trattamenti retributivi dovuti in relazione all’appalto cui ha personalmente dedicato le proprie energie lavorative esonera il lavoratore dall’onere di provare l’entita’ dei debiti gravanti su ciascuna delle societa’ appaltatrici convenute in giudizio.
La diversa quantificazione o specificazione della pretesa, fermi i fatti costitutivi di essa, non comporta prospettazione di una nuova “causa petendi” in aggiunta a quella dedotta in primo grado e, pertanto, non dà luogo ad una domanda nuova, come tale inammissibile in appello ai sensi dell’art. 345 c.p.c
sul ricorso 18070/2017 proposto da:
(OMISSIS) S.P.A., (OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio degli avvocati (OMISSIS), (OMISSIS), che la rappresentano e difendono, giusta delega in atti;
avverso la sentenza n. 797/2016 della CORTE D’APPELLO di TORINO, depositata il 10/01/2017 R.G.N. 225/2016;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 24/10/2018 dal Consigliere Dott. MATILDE LORITO;
udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CELENTANO Carmelo, che ha concluso per il rigetto del ricorso;
(OMISSIS) adiva il Tribunale di Alessandria ed esponeva di aver lavorato alle dipendenze della ditta (OMISSIS) dal 2/1/2002 al giorno 11/6/2012 con qualifica di operaio guardafili e mansioni di addetto al servizio di installazione e manutenzione delle linee di telefonia. Precisava che la ditta (OMISSIS) indicava quotidianamente i luoghi di lavoro in cui andavano svolti gli interventi da effettuarsi nelle zone destinate dalla (OMISSIS) s.p.a. (appaltrice dei lavori (OMISSIS) s.p.a. in provincia di Alessandria) e da (OMISSIS) s.p.a. (appaltatrice dei lavori (OMISSIS) s.p.a. in provincia di Pavia) deducendo che il proprio impegno lavorativo era suddiviso al 50% fra subappalto (OMISSIS) s.p.a. e subappalto (OMISSIS) s.p.a.. Lamentava, quindi, il ricorrente, di non aver percepito la retribuzione dall’aprile 2011 sino alla cessazione del rapporto, ne’ le relative competenze, che determinava nel complessivo importo di Euro 53.984,54. Alla luce di tali premesse, evocava in giudizio le predette societa’ ai sensi del Decreto Legislativo n. 276 del 2003, articolo 29, chiedendone la condanna in solido fra loro, al pagamento della somma descritta.
Le societa’ si costituivano instando per il rigetto delle avverse pretese ed il ricorrente rinunciava alla domanda nei confronti della ditta (OMISSIS), medio tempore fallita.
Il giudice adito con sentenza 7/10/2013 rigettava il ricorso con pronuncia che veniva confermata dalla Corte d’Appello di Torino.
A fondamento del decisum, per quel che in questa sede rileva, la Corte di merito deduceva che il gravame proposto avverso tale decisione presentava profili di inammissibilita’, giacche’, mentre in primo grado era stata chiesta genericamente la condanna in solido delle societa’ ai sensi del Decreto Legislativo n. 276 del 2003, articolo 29, in atto di appello era stata prospettata una ben diversa ripartizione dell’attivita’ lavorativa nell’ambito di due appalti, corredata dalla richiesta di accertamento del distinto svolgimento di attivita’ in favore di ciascuna delle societa’ e di una correlata diversa quantificazione dei crediti vantati nei confronti di ciascuna di esse. Si versava, nella opinione della Corte, in ipotesi di mutatici libelli, essendo stata formulata una domanda nuova, fondata su fatti costitutivi radicalmente diversi e confliggenti con la prospettazione formulata in primo grado.
Nel merito, il gravame era comunque, da ritenersi infondato, in ragione della carenza di prova adeguata, anche sotto il profilo quantitativo; dei servizi ai quali il ricorrente era stato addetto o delle opere commissionate in favore dei committenti, ed in conseguenza dei quali egli aveva maturato il credito retributivo/contributivo rivendicato.
Per la cassazione di tale decisione ricorre (OMISSIS) sulla base di tre motivi illustrati da memoria ex articolo 378 c.p.c..
Resistono con controricorso le societa’ intimate. La (OMISSIS) s.p.a. e la (OMISSIS) s.p.a., gia’ (OMISSIS) s.p.a., hanno altresi’ depositato memoria illustrativa.
1. Con il primo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione dell’articolo 437 c.p.c..
Si critica la sentenza impugnata per aver accertato la ricorrenza di una inammissibile mutatio libelli al cospetto di una mera rinnovata diversa ripartizione del medesimo quantum debeatur.
La causa petendi, concernente “il lavoro svolto per il (OMISSIS) all’appalto (OMISSIS) e al subappalto concesso al (OMISSIS) da (OMISSIS) e (OMISSIS)” era, infatti, rimasta immutata, cosi’ come il petitum, integrato dalle retribuzioni non percepite, ed i fatti costitutivi del diritto azionato, essendo stata suddivisa la somma richiesta fra i due subappaltatori, ferma restando quella rivendicata nei confronti della (OMISSIS) s.p.a..
2. Il motivo e’ innanzitutto conforme al principic:ai specificita’ del ricorso per cassazione sancito dall’articolo 366 c.p.c., n. 6, di cui quello di autosufficienza e’ corollario – cosi’ sottraendosi alla censura di inammissibilita’ sollevata dalle societa’ (OMISSIS) s.p.a. e (OMISSIS) s.p.a. – perche’ reca puntuale riproduzione delle conclusioni rassegnate in primo ed in secondo grado, nonche’ delle parti salienti dei rispettivi atti.
3. Esso e’ altresi’ fondato.
E’ infatti incontrastato l’enunciato, piu’ volte ribadito da questa Corte, secondo cui si ha “mutatio libelli” quando si avanzi una pretesa obiettivamente diversa da quella originaria, introducendo nel processo un “petitum” diverso e piu’ ampio oppure una “causa petendi” fondata su situazioni giuridiche non prospettate prima e particolarmente su un fatto costitutivo radicalmente differente, di modo che si ponga al giudice un nuovo tema d’indagine e si spostino i termini,della controversia, con l’effetto di disorientare la difesa della’ controparte ed alterare il regolare svolgimento del processo; si ha, invece, semplice “emendatio” quando si incida sulla “causa petendi”, in modo che risulti modificata soltanto l’interpretazione o qualificazione giuridica del fatto costitutivo del diritto, oppure sul “petitum”, nel senso di ampliarlo o limitarlo per renderlo piu’ idoneo al concreto ed effettivo soddisfacimento della pretesa fatta valere (vedi ex plurimis, Cass. 20/07/2012 n. 12621, Cass. 28/01/2015 n. 1585 e, da ultimo, Cass. 13/8/2018 n. 20716).
E’ stato altresi’ rimarcato che la diversa quantificazione o specificazione della pretesa, fermi i fatti costitutivi di essa, non comporta prospettazione di una nuova “causa petendi” in aggiunta a quella dedotta in primo grado e, pertanto, non da’ luogo ad una domanda nuova, come tale inammissibile in appello ai sensi dell’articolo 345 c.p.c.. Nell’enunciare tale principio, questa Corte ha infatti cassato con rinvio la sentenza impugnata, con la quale si era ritenuta inammissibile in appello, siccome qualificata come domanda nuova implicante “mutatici libelli”, la richiesta del ricorrente. Questi, quale appellante, aveva domandato di essere tenuto indenne dai danni eventualmente subiti in dipendenza dell’accoglimento della domanda di riscatto attraverso la mera indicazione e specificazione dei danni conseguenti, che, invece, andava qualificata come una “emendatio libelli” rispetto alla medesima “causa petendi”, gia’ ritualmente dedotta (cfr. Cass. 30/11/2005 n. 26079 cui adde Cass. 19/4/2010 n. 9266).
Ed e’ proprio quello che e’ avvenuto nella fattispecie delibata, in cui il lavoratore ha semplicemente enunciato un criterio di interna divisione del credito vantato nei confronti delle societa’ convenute senza apportare alcuna modifica all’originario petitum.
Nell’ottica descritta s’impone, dunque, l’evidenza della ritualita’ della domanda riproposta dal ricorrente in grado di appello il quale, senza immutare i fatti costitutivi del diritto azionato ne’ le situazioni giuridiche prospettate in atto introduttivo, ha indicato lo stesso petitum mediato formulato in prime cure (quantificato in Euro 53.984,54), limitandosi a prospettarne una mera ripartizione interna fra i diversi condebitori solidali.
In tal senso la censura dell’attuale ricorrente va accolta, non essendo conforme ai summenzionati principi la statuizione con cui la Corte di merito ha sanzionato di inammissibilita’, per novita’, l’interposto gravame.
4. Con il secondo motivo e’ denunciata violazione e falsa applicazione del Decreto Legislativo n. 276 del 2003, articolo 29.
Si deduce che la Corte di merito abbia fatto malgoverno della disposizione richiamata, sul rilievo che l’incertezza di attribuzione dell’opera in termini quantitativi fra i due subappaltatori, non si riverbera sul committente, dovendo il giudicante valutare in modo unitario l’opera svolta. Si assume che grava unicamente sul committente, il quale svolga nei confronti dei subappaltatori domanda di manleva, l’onere di provare i singoli tempi delle prestazioni, riverberandosi tale incertezza esclusivamente in tale ambito.
Il disposto di cui del Decreto Legislativo n. 276 del 2003, articolo 29, comma 2, pro tempore vigente (nel testo risultante dalla modifica introdotta dalla L. n. 296 del 2006, articolo 1, comma 911, ed in base al quale in caso di appalto di opere o di servizi il committente imprenditore o datore di lavoro e’ obbligato in solido con l’appaltatore, nonche’ con ciascuno degli eventuali ulteriori subappaltatori entro il limite di due anni dalla cessazione dell’appalto, a corrispondere ai lavoratori i trattamenti retributivi e i contributi previdenziali dovuti), prevede la responsabilita’ solidale di committente ed appaltatore entro il limite di due anni dalla cessazione del rapporto, cosi’ garantendo il lavoratore circa il pagamento dei trattamenti retributivi dovuti in relazione all’appalto cui ha personalmente dedicato le proprie energie lavorative.
Con tale disposizione l’ordinamento ha inteso perseguire l’evidente obiettivo di operare in funzione di una ricomposizione normativa della catena degli appalti, assicurando ai lavoratori delle piccole e micro-imprese subappaltatrici, possibilita’ di tutela in precedenza non riconosciute, evitando il rischio che i meccanismi di decentramento, e di dissociazione fra titolarita’ del contratto di lavoro e utilizzazione della prestazione, vadano a danno dei lavoratori utilizzati nell’esecuzione del contratto commerciale; tutela che successivamente e’ stata in parte attenuata, mediante l’introduzione del principio del beneficium excussionis in favore del committente e la possibilita’ (gia’ introdotta nel 2004 e cancellata ex lege 27 dicembre 2006, n. 296) “di diversa disposizione dei contratti collettivi nazionali sottoscritti da associazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori, comparativamente piu’ rappresentative del settore, che possono individuare metodi e procedure di controllo e di verifica della regolarita’ complessiva degli appalti” (L. n. 92 del 2012, articolo 4, comma 31, soppresso dal Decreto Legge 17 marzo 2017, n. 25, convertito senza modificazioni in L. 20 aprile 2017, n. 49).
Si tratta di un compendio normativo che si inserisce nel piu’ ampio disegno volto ad assicurare ai lavoratori margini di tutela piu’ ampi anche in ipotesi di trasferimento d’azienda o di un suo ramo, o nei sempre piu’ frequenti processi di esternalizzazione del lavoro, caratterizzati da un efficace apparato garantistico, analogamente a quanto previsto nel caso di subingresso di un appaltatore ad un altro, secondo lo speciale sistema di tutela approntato dall’articolo 2112 c.c.; ovvero, analogamente a quanto disposto dall’articolo 1676 c.c., che prescrive uno speciale sistema di tutela delineante la possibilita’ di esercitare la cd. azione diretta di rivalsa, in forza del quale i dipendenti dell’appaltatore possono chiamare in giudizio il committente per conseguire quanto e’ a loro dovuto, fino alla concorrenza del debito che il committente ha verso l’appaltatore nel tempo in cui essi propongono la domanda.
6. Conclusivamente, con riferimento alla fattispecie qui delibata, va, quindi, rimarcato che il regime della solidarieta’ sancito dalla disposizione richiamata, presuppone solo l’accertamento dell’inadempimento dell’obbligazione a carico dei coobbligati solidali, la ripartizione interna dei debiti attenendo solo al rapporto intercorrente fra gli stessi.
La enunciata logica solidaristica che informa il rapporto fra l’appaltatore ed il committente sancita del Decreto Legislativo n. 276 del 2003, articolo 29 comma 2, induce a ritenere non condivisibili gli approdi ai quali e’ pervenuta la Corte distrettuale, laddove ha posto a carico del creditore – ritenendolo non assolto – l’onere di provare l’entita’ dei debiti gravanti su ciascuna delle societa’ appaltatrici convenute in giudizio, sul rilievo che il materiale probatorio acquisito non avesse consentito di ricostruire in termini analitici le prestazioni eseguite in favore della (OMISSIS) e della (OMISSIS) s.p.a. e, dunque, i fatti costitutivi del diritto azionato.
In realta’ costituiscono dati incontroversi l’intercorrenza di un rapporto di appalto fra (OMISSIS) s.p.a., (OMISSIS) s.p.a. e (OMISSIS) s.p.a. nel periodo indicato in ricorso introduttivo, nonche’ il rapporto di subappalto fra queste ultime e la ditta (OMISSIS), cosi’ come lo svolgimento di attivita’ lavorativa dell’ (OMISSIS) nella esecuzione delle opere subappaltate, perdurante il contratto di appalto.
E’ altresi’ non contestata la circostanza che l’attivita’ lavorativa espletata dal ricorrente fosse riconducibile unitariamente, alla committente (OMISSIS) s.p.a.; quale corollario delle esposte premesse discende che, nel quadro fattuale delineato, l’eventuale incertezza di attribuzione dell’opera in termini quantitativi fra le societa’ appaltarici – diversamente da quanto argomentato dai giudici del gravame – non puo’ ridondare a carico del lavoratore, il quale correttamente si e’ limitato ad imputare la propria attivita’ per l’intero periodo dedotto in lite, alle opere concesse in appalto dalla (OMISSIS) alla (OMISSIS) ed alla (OMISSIS) s.p.a. con allegazione che non postulava la necessita’ di svolgimento di ulteriori precisazioni, stante il vincolo di solidarieta’ che avvince il committente, l’appaltatore ed il subappaltore in base al quale ciascuno di essi, puo’ essere costretto all’adempimento per la totalita’ (articolo 1292 c.c.).
Nell’obbligazione solidale si realizza infatti un’ipotesi di obbligazione complessa sotto il profilo soggettivo qualificata, nella solidarieta’ passiva, da una pluralita’ di debiti, retti da causa unica, in cui piu’ debitori sono obbligati tutti per la medesima prestazione, in modo che ciascuno di essi sia considerato pari grado con gli altri, con rafforzamento del vincolo obbligatorio anche in funzione di garanzia per il creditore in relazione all’intero credito.
La richiamata essenza dell’istituto dispiega i suoi effetti nel rapporto esterno fra creditore e condebitori, che viene in gioco nella fattispecie considerata, laddove ogni questione inerente alla divisione fra condebitori interessati del peso dell’adempimento, va declinata nel diverso ambito dell’azione di regresso.
7. Corollario di quanto sinora detto e’ che, assorbiti logicamente il terzo ed il quarto motivo – con i quali e’ stata prospettata violazione e falsa applicazione dell’articolo 437 e dell’articolo 432 c.p.c., in relazione alla statuizione di inammissibilita’ della domanda di liquidazione in via equitativa del quantum debeatur proposta dal lavoratore in sede di gravame – vanno accolti, i primi due motivi di ricorso; la sentenza impugnata deve, quindi, essere cassata con rinvio alla Corte designata in dispositivo la quale, nello scrutinare compiutamente la vicenda delibata e provvedendo anche in ordine alle spese del presente giudizio di legittimita’, si atterra’ al seguente principio di diritto: “il principio di solidarieta’ tra committente, appaltatore e subappaltatore sancita dal Decreto Legislativo n. 276 del 2003, articolo 29, comma 2, che garantisce il lavoratore circa il pagamento dei trattamenti retributivi dovuti in relazione all’appalto cui ha personalmente dedicato le proprie energie lavorative esonera il lavoratore dall’onere di provare l’entita’ dei debiti gravanti su ciascuna delle societa’ appaltatrici convenute in giudizio”.
La Corte accoglie i primi due motivi di ricorso, assorbiti gli altri; cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia, anche per la regolazione delle spese del presente giudizio, alla Corte d’Appello di Torino in diversa composizione.
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