Source: http://www.unicost.eu/disciplinare-magistrati/illeciti-dei-magistrati-di-lorenzo-gestri/su-numero-6495.aspx
Timestamp: 2018-09-23 16:33:08+00:00
Document Index: 152974343

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 14', 'art. 606', 'sentenza ', 'art. 14', 'sentenza ', 'art. 178', 'art. 237', 'art. 606', 'art. 606', 'art. 606', 'art. 495', 'art. 3', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 178', 'art. 606', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 606', 'art. 2622', 'art. 640', 'sentenza ', 'art. 220', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 606', 'sentenza ', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 3', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 606', 'sentenza ']

SU Numero: 6495
Autorità Cassazione civile sez. un. Data: 31/03/2015 ( ud. 24/03/2015 , dep.31/03/2015 ) Numero: 6495
Dott. ROSELLI Federico - Primo Presidente f.f. -
sul ricorso 26357-2014 proposto da:
D.G.M.P.G., elettivamente domiciliato in ROMA, presso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall'Avvocato CIMADOMO DONATELLO, per delega in calce al ricorso;
avverso la sentenza n. 146/2014 del CONSIGLIO SUPERIORE DELLA MAGISTRATURA, depositata il 23/09/2014;
Udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 24/03/2015 dal Consigliere Dott. ALBERTO GIUSTI;
udito l'Avvocato GIUSEPPE CAMPANELLI per delega dell'Avvocato DONATELLO CIMADOMO;
1. - In data 7 novembre 2012, il Ministero della giustizia promuoveva l'azione disciplinare nei confronti del dott. D.G.M. P.G., sostituto procuratore in servizio presso la Procura della Repubblica del Tribunale di Taranto, per l'illecito di cui al D.Lgs. 23 febbraio 2006, n. 109, art. 1, comma 1 e art. 2, comma 2, lett. o), (Disciplina degli illeciti disciplinari dei magistrati, delle relative sanzioni e della procedura per la loro applicabilità, nonchè modifica della disciplina in tema di incompatibilità, dispensa dal servizio e trasferimento di ufficio dei magistrati, a norma della L. 25 luglio 2005, n. 150, art. 1, comma 1, lett. f), in quanto, violando i doveri di diligenza, correttezza e laboriosità, indebitamente affidava a terzi attività rientranti nei propri compiti e, in particolare, in otto procedimenti penali, conferiva ai consulenti tecnici incarichi aventi ad oggetto accertamenti e valutazioni inerenti la qualificazione giuridica di fatti e la conformità a diritto di comportamenti.
2. - La Sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura, con sentenza depositata il 23 settembre 2014, ha dichiarato il dott. D.G. responsabile della incolpazione ascrittagli e gli ha inflitto la sanzione disciplinare della perdita di anzianità di due mesi.
2.1. - La Sezione disciplinare ha respinto l'eccezione preliminare di decadenza dell'azione disciplinare, essendo la stessa stata esercitata dal Ministro della giustizia nel 2012, a fronte di una notizia pervenuta nello stesso anno.
Nel merito, la Sezione disciplinare - premesso che nella specie è sostanzialmente contestato l'illecito della violazione del divieto di delega di giurisdizione - ha osservato che l'art. 2, comma 1, lett. o), vieta, tra l'altro, al magistrato di affidare a un perito o a un consulente tecnico indagini di natura prettamente giuridica dirette ad accertare la liceità o la stessa rilevanza penale del fatto o della condotta o l'interpretazione della norma. All'ausiliario, perito o consulente tecnico, può essere affidato il compito di ricostruire entro limiti rigorosamente descrittivi un dato quadro di riferimento, ma non è consentito di essere investito di compiti strettamente connessi con l'esercizio della giurisdizione, pena la credibilità della stessa funzione giurisdizionale.
Nella specie - ha proseguito il giudice disciplinare - il dott. D. G. ha operato una indebita delega di attività giurisdizionale ai consulenti e ha sostanzialmente rinunziato al proprio ruolo, che, nel momento di conferimento dell'incarico di consulente, è quello di individuare le questioni tecniche, separarle da quelle di natura giuridica, dare una precisa traccia al proprio ausiliario, il quale deve, anche per questo, vedere sempre nel magistrato un punto di riferimento in cui trovare dialogo e suggerimento.
Ad avviso della Sezione disciplinare, l'inequivoco tenore letterale degli incarichi mostra che il dott. D.G. sembra non avere approfondito neanche le questioni di fatto e di diritto emergenti dai fascicoli processuali, essendosi approcciato ad esse soltanto investendo altri di un esame che a lui spettava. Il che - ha proseguito la Sezione - danneggia anche l'immagine del magistrato sotto il profilo della indipendenza, che non è solo capacità di non essere dolosamente influenzato, ma anche idoneità a non dipendere dalle altrui ricostruzioni senza un preventivo vaglio critico.
Secondo la Sezione disciplinare del CSM, "dalla lettura delle consulenze tecniche in atti emerge evidente una sistematicità di comportamenti, nei conferimenti di incarico, finalizzati a delegare la propria attività ad altri". Difatti, "nei quesiti posti dal magistrato spesso non viene individuato il tema di fondo sul quale il consulente dovrebbe effettuare il proprio accertamento e soltanto attraverso l'esame dell'intero modulo di origine ministeriale, che impone l'indicazione del reato, è possibile comprendere quale sia la materia da trattarsi. Ma tale indicazione è superficiale. Si riporta, infatti, soltanto l'art. del codice o della legge contestato senza indicare la rubrica nè, come sarebbe stato più opportuno o corretto, una pur minima ricostruzione della vicenda storica da esaminarsi".
Tale "deplorevole condotta" è stata posta in essere dal magistrato nella generalità dei casi di cui agli addebiti. Significativi di questo atteggiamento sono apparsi al giudice a quo "i due procedimenti 1191/08 RGNR e 7533/05 RGNR, entrambi in materia di abuso di atti di ufficio, nei quali il quesito è posto in una forma così ampia ed indeterminata da non lasciare neanche comprendere su quali elementi di fatto e di diritto debba vertere l'attività di accertamento", neppure venendo indicata "la qualifica professionale del consulente a cui viene data la possibilità di servirsi a sua volta di collaboratori per acquisire elementi utili all'attività ricostruttiva".
Ai fini della commisurazione della sanzione, la Sezione disciplinare ha dato rilievo alla sistematicità dei comportamenti.
3. - Per la cassazione della sentenza della Sezione disciplinare del CSM il dott. D.G. ha proposto ricorso, sulla base di sei motivi.
1. - Con il primo motivo (inosservanza ed erronea applicazione del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 14, comma 2, in riferimento all'art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b) ci si duole che la sentenza impugnata non abbia dichiarato l'impromovibilità dell'azione disciplinare, essendo essa stata promossa tardivamente. L'azione disciplinare - si osserva - deve essere promossa entro un anno dalla notizia del fatto, e nella specie l'azione disciplinare è stata promossa dal Ministro in data 7 novembre 2012, mentre nel decreto di incolpazione si da conto che la notizia circostanziata dei fatti è stata acquisita in Taranto nel mese di novembre 2011. Ad avviso del ricorrente, in omaggio al favor rei si dovrebbe ritenere che la notizia sia stata acquisita il primo giorno del mese di novembre 2011.
Ai sensi del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 14, comma 2, l'azione disciplinare del Ministro deve essere promossa entro un anno dalla notizia del fatto.
Poichè nella specie la notizia del fatto è stata acquisita dal Ministro della giustizia a seguito di relazione dell'Ispettorato generale in data 27 febbraio 2012, la quale racchiude i risultati dell'ispezione periodica ordinaria svolta presso la Procura della Repubblica di Taranto dall'8 novembre 2011 al 10 dicembre 2011, l'azione disciplinare, promossa dal Ministro il 7 novembre 2012 con comunicazione indirizzata al Procuratore generale presso la Corte di cassazione, è stata esercitata tempestivamente, nel rispetto del prescritto termine annuale.
2. - Il secondo mezzo deduce nullità della sentenza per violazione del diritto di difesa ex art. 178 c.p.p., lett. c), con riferimento all'art. 237 cod. proc. pen., in relazione all'art. 606 c.p.p., comma 1, lett. c), per mancata assunzione di una prova decisiva, in relazione all'art. 606 c.p.p., comma 1, lett. d), nonchè per mancanza di motivazione, risultando il vizio dal testo del provvedimento impugnato nonchè dal verbale stenotipico del 19 giugno 2014, in relazione all'art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e). Con esso ci si duole che alla difesa non sia stato concesso il rinvio per consentire la produzione di atti (gli originali si trovano presso la Procura della Repubblica di Taranto) rilevanti ai fini della prova contraria ex art. 495 c.p.p., comma 2. Secondo il ricorrente, la documentazione in questione era finalizzata alla prova della esistenza di una prassi interna all'Ufficio della Procura di Taranto relativa alla tecnica di formulazione dei quesiti ai consulenti. Tale prassi - risalente nel tempo e condivisa anche da altri magistrati, tra i quali anche il procuratore della Repubblica ed il procuratore aggiunto - aveva superato favorevolmente il vaglio di precedenti ispezioni ministeriali, sì da escludere, quantomeno, la sussistenza dell'elemento soggettivo e, conseguentemente, attesa la natura dolosa dell'illecito, la sussistenza dell'illecito stesso, ovvero a giustificare l'ipotesi di cui all'art. 3-bis (scarsa rilevanza del fatto) nonchè, in estremo subordine, a mitigare il trattamento sanzionatorio. Ad avviso del ricorrente, la decisione di non concedere il rinvio sarebbe del tutto illogica in quanto contraddirebbe immotivatamente la precedente decisione della Sezione disciplinare del 2 dicembre 2013, con cui era stato concesso il rinvio a fronte di una prima richiesta di differimento dell'udienza fondata sulle medesime ragioni della seconda non accolta.
E' esatto quanto si afferma nel ricorso, che cioè il dott. D. G., con nota in data 2 dicembre 2013, aveva richiesto un rinvio dell'udienza di discussione fissata per il 6 dicembre 2013, in attesa di acquisire la disponibilità di documenti (la copia di tutti i decreti di conferimento di incarico ai consulenti disposti successivamente all'istituzione, nel 2004, del registro delle spese di giustizia) che erano stati domandati al procuratore della Repubblica di Taranto; e che il presidente della Sezione disciplinare del CSM aveva accolto l'istanza, rinviando la trattazione del procedimento disciplinare all'udienza del 19 giugno 2014.
E' del pari esatto che, all'udienza del 19 giugno 2014, il difensore dell'incolpato, non avendo nel frattempo ottenuto gli atti richiesti, ha sottoposto al Collegio la necessità di nuovamente rinviare l'udienza per acquisire "questa documentazione al fine di lumeggiare sotto il profilo soggettivo la sussistenza dell'addebito ascritto al dott. D.G.".
Sennonchè occorre rilevare che la sentenza impugnata non solo da conto di questa deduzione difensiva, riportando l'affermazione del dott. D.G. di essersi richiamato ad una prassi interna all'ufficio e condivisa da altri magistrati, ma anche motiva sul punto, rimarcando come la circostanza dedotta dall'incolpato non risulta idonea ad assumere il ruolo di esimente dalla responsabilità, perchè il livello minimo di professionalità richiesto ad un magistrato include necessariamente la consapevolezza della preclusione ad avvalersi dell'opera di un consulente tecnico per risolvere questioni di diritto, ancorchè complesse e concernenti settori specialistici delle discipline giuridiche.
Si tratta di motivazione corretta in punto di diritto corretta, avendo queste Sezioni Unite (sentenza 6 maggio 2008, n. 11037) - proprio in un caso nel quale l'illecito disciplinare consisteva nel conferimento di incarichi non consentiti da parte di un sostituto procuratore della Repubblica - enunciato il principio di diritto secondo cui non può escludere la responsabilità disciplinare, sotto il profilo dell'elemento soggettivo, nè la prassi seguita nello stesso o in altri uffici, nè i comportamenti tenuti dal soggetto investito della titolarità dell'ufficio, siccome inidonei a rendere scusabile un errore tecnico che un magistrato non può e non deve commettere.
Non sussiste, pertanto, la denunciata nullità della sentenza per violazione del diritto alla prova.
Invero, nel procedimento disciplinare, il diritto alla prova riconosciuto al magistrato incolpato implica la corrispondente attribuzione del potere della Sezione disciplinare del CSM di escludere le prove manifestamente superflue ed irrilevanti: ed al riguardo il giudice disciplinare ha fornito una motivazione immune da vizi logici e giuridici, avendo ritenuto non fondata in punto di diritto la deduzione difensiva che l'incolpato intendeva dimostrare e corroborare in fatto con l'acquisizione della richiesta documentazione.
3. - Il terzo motivo lamenta nullità della sentenza per violazione dell'art. 178 c.p.p., lett. c), per omessa valutazione della memoria difensiva nonchè mancanza di motivazione, in relazione all'art. 606 c.p.p., comma 1, lett. c) ed e). Il ricorrente sostiene che la sentenza non avrebbe in concreto esaminato e confutato nemmeno una delle circostanziate deduzioni difensive proposte, in cui si faceva rilevare che mai ai consulenti sono state delegate indagini di natura giuridica bensì, piuttosto, lo svolgimento di indagini nonchè l'acquisizione di dati e valutazioni richiedenti specifiche competenze tecniche e scientifiche quali attività necessarie ai fini dell'accertamento dell'eventuale sussistenza di fattispecie penalmente rilevanti. L'omessa valutazione della memoria difensiva avrebbe impedito all'incolpato di intervenire concretamente nel processo ricostruttivo e valutativo effettuato dal giudice disciplinare in ordine all'illecito contestato.
Con il quarto motivo si denuncia erronea applicazione del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 1, comma 1 e art. 2, comma 2, lett. o), nonchè mancanza di motivazione, in relazione all'art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b) ed e). Ad avviso del ricorrente, dall'analisi specifica dei singoli provvedimenti menzionati nel capo di incolpazione emerge che il dott. D.G. avrebbe sempre demandato complessi accertamenti ed indagini di carattere tecnico quali presupposti necessari al fine di una compiuta valutazione della sussistenza degli illeciti oggetto di investigazione. Si osserva che il dott. D.G. avrebbe esaminato e valutato l'attività svolta dal consulente nella sua interezza e, quindi, avrebbe tratto autonomamente le sue determinazioni in termini giuridici, determinazioni consacrate in un provvedimento autonomo e proprio del pubblico ministero. Ciò che conta ai fini della legittimità dell'incarico - si fa notare - è che per lo svolgimento dell'attività delegata al consulente sia necessaria una scienza specifica diversa da quella giuridica che è propria del pubblico ministero: e nella specie il dott. D.G. ha conferito gli incarichi non già ad un avvocato, bensì, di volta in volta, a commercialisti, architetti e consulenti del lavoro e, quindi, ad esperti aventi competenze tecniche e scientifiche diverse da quelle giuridiche proprie dell'inquirente. Nè, ad avviso del ricorrente, si comprenderebbe quale sia il tratto che differenzia gli incarichi "giustificati" dal magistrato ispettore, pur in presenza di una "generica" formulazione del quesito, e quelli oggetto della contestazione disciplinare, in realtà assolutamente analoghi e, conseguentemente, meritevoli dello stesso giudizio di liceità disciplinare. La sentenza, d'altra parte, non esaminerebbe analiticamente gli incarichi conferiti e sarebbe affidata a mere asserzioni apodittiche, mai esaminando in concreto i singoli procedimenti penali oggetto dell'incolpazione disciplinare. Inoltre, poichè si tratta di fattispecie dolosa, la Sezione disciplinare non avrebbe in alcun modo motivato in ordine alla sussistenza dell'elemento soggettivo dell'illecito contestato: anzi, l'unitarietà della condotta, la prassi consolidata dell'Ufficio, l'esito favorevole delle precedenti ispezioni, le difficoltà interpretative della norma, l'assenza di precedenti e le specifiche competenze professionali dei consulenti nominati deporrebbero inequivocabilmente per l'insussistenza dell'elemento psicologico.
3.1. - I due motivi - i quali possono essere esaminati congiuntamente stante la stretta connessione - sono privi di fondamento.
La Sezione disciplinare - con una motivazione coerente, priva di mende logiche e giuridiche e ancorata alle risultanze processuali - ha esaminato il "tenore letterale degli incarichi conferiti" ed ha rilevato che questo mostra, in modo "inequivoco", una indebita delega di attività ed una rinunzia al ruolo di pubblico ministero, avendo il dott. D.G. investito altri di un esame esteso alle questioni di diritto che soltanto a lui spettava, con quesiti formulati genericamente senza l'individuazione del tema oggetto di indagine specialistica.
La formulazione degli stessi quesiti riportati nel ricorso (in un caso, ad esempio, si è demandato al consulente tecnico il compito di accertare "se, in ordine ai fatti oggetto di denuncia" presentata dal liquidatore di una società "si configurino ipotesi riconducibili a fatti penalmente rilevanti di cui all' art. 2622 cod. civ."; in un altro si è incaricato l'ausiliario di accertare se dall'esame dei fatti si ricavino i presupposti per la configurazione del reato di cui all'art. 640 cod. pen . nei confronti dell'INPS per la contribuzione evasa da un'azienda agricola), lungi dall'essere indicativa dell'omessa considerazione di circostanze di fatto suscettibili di condurre ad una diversa conclusione, conferma, di per sè, l'esattezza della soluzione cui è pervenuta la sentenza impugnata, essendosi di fronte ad una delega di funzioni indeclinabili attraverso la sottoposizione al consulente tecnico di quesiti sulla qualificazione giuridica dei fatti, laddove al magistrato, sia esso giudice o pubblico ministero, è precluso affidare al proprio ausiliario indagini di natura strettamente giuridica dirette ad accertare la liceità o la stessa rilevanza penale del fatto o della condotta posta in essere da chi, per legge, era tenuto a determinati comportamenti.
Invero, è principio generale - ricavabile dall'art. 220 cod. proc. pen . - che la nomina del consulente è ammessa quando occorre svolgere indagini o acquisire dati o valutazioni che richiedono specifiche competenze tecniche, scientifiche o artistiche:
l'ausiliario può essere chiamato a rilevare dei fatti usando tecniche operative specialistiche, oppure a esporre massime di esperienza, o ancora a combinare la rilevazione dei dati alle massime, ma non gli può essere conferito l'incarico di procedere alla sussunzione di una certa condotta nell'ambito di una figura di reato, trattandosi di attività del tutto estranea alle attribuzioni di questo ausiliario e propria del magistrato.
Al magistrato del pubblico ministero - organo istituzionalmente deputato alla qualificazione giuridica dei fatti e alla valutazione tecnico-giuridica ai fini delle determinazioni inerenti all'esercizio dell'azione penale - è consentito di avvalersi dell'ausilio di accertamenti e giudizi che dipendono dall'applicazione di regole scientifiche e tecniche esulanti dal suo "sapere".
Il conferimento al consulente, da parte del pubblico ministero, di un incarico volto, anche per la mancata indicazione degli elementi oggetto dell'attività di accertamento tecnico o scientifico, alla valutazione o alla qualificazione giuridica di fatti penalmente rilevanti, configura l'illecito disciplinare, previsto dal D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 2, comma 1, lett. o), di indebito affidamento ad altri di attività proprie del magistrato, realizzando una vera e propria delega di attribuzioni del titolare della funzione giudiziaria.
Non esclude la sussistenza dell'illecito il fatto che, per la risoluzione di questioni di diritto, l'incolpato si sia avvalso, non di studi professionali di avvocati (come nel caso che ha dato luogo alla citata sentenza di questa Corte n. 11037 del 2008), ma di esperti aventi competente tecniche e scientifiche, giacchè quel che rileva è che al commercialista, all'architetto o al consulente del lavoro sono state affidate la valutazione e la definizione di questioni giuridiche con quesiti indeterminati, avendo il dott. D. G. omesso di individuare le questioni tecniche affidate ai consulenti separandole da quelle di natura, appunto, giuridica.
E neppure è decisiva la circostanza che i quesiti implicassero anche lo svolgimento, conforme a legge, di indagini volte all'acquisizione di elementi di prova, perchè, ai fini della configurabilità dell'illecito, basta che siano stati devoluti al consulente compiti, vietati, diretti ad accertare la liceità o la stessa rilevanza penale del fatto o della condotta.
L'incarico non consentito rappresenta un indebito affidamento disciplinarmente rilevante anche quando il magistrato si sia riservato una propria finale valutazione degli esiti della consulenza.
Infine, per quanto già detto retro, sub 2.1, non può escludere la responsabilità disciplinare, sotto il profilo dell'elemento soggettivo, la prassi consolidata dell'ufficio di appartenenza dell'incolpato e l'esito di precedenti ispezioni.
4. - Con il quinto motivo (mancanza di motivazione, in relazione all'art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e) ci si duole che la sentenza impugnata - pur a fronte di una richiesta del difensore dell'incolpato - non si sia fatta carico dell'applicazione dell'esimente della scarsa rilevanza del fatto, ai sensi del D.Lgs. n. 109 del 2006, art. 3-bis.
Secondo la costante giurisprudenza di queste Sezioni Unite (v., tra le tante, la sentenza 3 dicembre 2013, n. 27493), per l'applicazione dell'invocata esimente è necessario che l'incolpato eccepisca e provi, o che comunque risulti, che il fatto del quale lo stesso è (stato giudicato) responsabile sia effettivamente di scarsa rilevanza. La norma dell'art. 3-bis tende ad attenuare la rigidità della tipizzazione degli illeciti disciplinari, sancendo - in riferimento a tutte le ipotesi di illecito previste nel D.Lgs. n. 109 del 2006, artt. 2 e 3 - che il fatto, pur astrattamente rientrante in una delle fattispecie tipizzate, costituisce, in concreto, illecito disciplinare soltanto se supera, in base a valutazione che la Sezione può compiere anche d'ufficio sulla base dei fatti acquisiti al procedimento, la soglia della non scarsa rilevanza.
Ora, non v'è dubbio che se viene formulata una specifica richiesta di applicazione di questa norma, la sentenza della Sezione disciplinare del CSM deve esprimersi sul punto. La ragione della decisione può essere implicita, desumibile dal contesto della motivazione della sentenza, ma, in effetti, non può coincidere con la motivazione della sussistenza degli elementi costitutivi dell'illecito (Sez. Un., 12 marzo 2015, n. 4953).
La censura del ricorrente trascura tuttavia di considerare che la sentenza impugnata contiene una valutazione di gravità del caso additiva rispetto a quella della sussistenza dell'illecito di cui all'art. 2, comma 1, lett. o).
La Sezione disciplinare, infatti, sottolinea che "nessuna delle circostanze dedotte dal dott. D.G. risulta idonea ad assumere il ruolo di esimente dalla responsabilità", a fronte di una accertata "sistematicità di comportamenti", caratterizzati, talvolta, dalla mancata individuazione del "tema di fondo sul quale il consulente" era stato chiamato ad effettuare le indagini, talaltra dalla formulazione di un quesito "così ampio ed indeterminato da non lasciare neanche comprendere su quali elementi di fatto e di diritto" dovesse "vertere l'attività di accertamento".
Il che comporta una implicita, ma innegabile e motivata, esclusione della possibilità di ritenere la violazione di scarsa rilevanza.
5. - Il sesto mezzo denuncia, in riferimento all'art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), manifesta illogicità della motivazione con riguardo alla determinazione dell'entità della sanzione. La sistematicità dei comportamenti, ad avviso del ricorrente, sarebbe indice rivelatore, non della gravità dell'illecito, ma dell'intimo convincimento della legittimità delle condotte in considerazione della prassi conforme dell'Ufficio, condivisa da altri colleghi e finanche dal procuratore capo e dal procuratore aggiunto; prassi risalente nel tempo e che aveva superato favorevolmente il vaglio di precedenti ispezioni ministeriali.
5.1. - La censura è infondata.
La valutazione della gravità della violazione disciplinare commessa dall'incolpato - anche in ordine al riflesso del fatto addebitato sulla stima del magistrato, sul prestigio della funzione esercitata e sulla fiducia nell'istituzione - e la determinazione della sanzione adeguata rientrano tra gli apprezzamenti di merito attribuiti alla Sezione disciplinare del CSM, il cui giudizio è insindacabile in sede di legittimità, se sorretto da motivazione congrua e immune da vizi logico-giuridici (Sez. Un., 20 marzo 2015, n. 5682).
Nella specie la sentenza impugnata ha motivato la scelta della sanzione inflitta, avendo valutato la gravità oggettiva dei fatti a causa della sistematicità dei comportamenti. Ha così esplicitato le ragioni del proprio convincimento in termini che non possono tacciarsi di irragionevolezza o di arbitrarietà.
Ne deriva che le formulate critiche devono ritenersi volte a sollecitare un sindacato di merito precluso in questa sede di legittimità.
6. - Il ricorso è respinto.
Nulla va disposto in relazione alle spese processuali, non avendo gli intimati svolto attività difensiva.
Così deciso, in Roma, nella camera di consiglio, il 24 marzo 2015.