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Timestamp: 2019-01-17 23:02:28+00:00
Document Index: 62536354

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 360', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2935', 'art. 2948', 'art. 2943', 'art. 360', 'art. 437', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 335', 'art. 360', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 356', 'sentenza ', 'art. 354', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 61', 'art. 2043', 'art. 2946', 'art. 2948', 'art. 2955', 'art. 350', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 360', 'art. 91', 'art. 2033', 'art. 2935', 'art. 2935', 'Cass. Sez. ', 'art. 2033', 'art. 2943', 'art. 1219', 'sentenza ', 'Cass. Sez. ']

Appendice sommario delle sentenze
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Cass. civ., sez. Lavoro, 03-02-1988
Cass. civ., sez. Lavoro, 04-04-1992, n. 4151
Cass. civ., sez. Lavoro, 15-01-1993, n. 414
Sommario delle sentenze
Cass. civ., sez. Lavoro, 03-02-1988, n. 1047
Cass. civ., sez. II, 19-10-1993, n. 10333
Cass. civ., sez. II, 04-11-1993, n. 10937
Cass. civ., sez. I, 12-03-1994, n. 2429
Cass. civ., sez. II, 03-09-1994, n. 7645
Cass. civ., sez. III, 10-02-1995, n. 1490
Cass. civ., sez. III, 01-04-1995, n. 3824
Cass. civ., sez. I, 07-05-1996, n. 4235
Cass. civ., sez. Lavoro, 27-01-1998, n. 812
Cass. civ., sez. I, 11-08-1998, n. 7878
Cass. civ., sez. I, 03-05-1999, n. 4389
Cass. civ., sez. II, 21-06-1999, n. 6209
Cass. civ., sez. III, 19-05-2000, n. 6486
Cass. civ., sez. Lavoro, 26-07-2000, n. 9825
Cass. civ., sez. Lavoro, 19-09-2000, n. 12386
Cass. civ., sez. Lavoro, 03-02-1988, n. 1047 - Pres. NOCELLA C - Rel. ALICATA GS - P.M. LA VALVA L (CONF) - CATALANO c. A M T CATANIA
Mario Catalano, ex dipendente dell'Azienda Municipale Trasporti di Catania collocato anticipatamente a riposo per inabilità fisica, con ricorso depositato il 29 gennaio 1981, chiedeva al Pretore di Catania la condanna dell'A.M.T. a pagargli la somma di L. 3.656.564, oltre danno da svalutazione e interessi per errori ed omissioni commessi nel liquidargli il trattamento di fine rapporto.
Si costituiva la convenuta che eccepiva la prescrizione e chiedeva il rigetto della domanda e, riconvenzionalmente, la restituzione di L. 97.359, per errato calcolo della contingenza.
Il Pretore adito accoglieva la eccezione di prescrizione e rigettava la domanda principale e quella riconvenzionale, con sentenza del 17 dicembre 1981, che il Tribunale di Catania confermava, rigettando l'appello del Catalano, con sentenza del 4-12 giugno 1985.
Avverso questa sentenza Mario Catalano propone ricorso per cassazione affidato a due mezzi di annullamento.
L'A.M.T. resiste con controricorso.
Con il primo motivo il ricorrente denunzia "violazione e falsa applicazione degli artt. 2935 e 2948 cc in relazione all'art. 360, nn. 3 e 5 cpc, difetto di motivazione" e deduce che erra il Tribunale a ritenere semplice impedimento di fatto all'esercizio del diritto fatto valere in giudizio la mancata consegna del prospetto di liquidazione per il tempo che va dalla cessazione del rapporto di lavoro 1 giugno 1975 alla corresponsione delle indennità connesse al trattamento di fine rapporto avvenuta in data 14 febbraio 1977 con la consegna del prospetto che veniva a creare la situazione giuridica negativa contro la quale esso ricorrente doveva reagire per evitare il decorso del termine prescrizionale.
Deduce altresì che ciò il Tribunale aveva ritenuto "senza alcuna motivazione e senza alcuna spiegazione dell'iter logico seguito e consistente solo in una accettazione supina di quanto aveva affermato il Pretore".
La sentenza impugnata non impinge anzitutto nel denunciato difetto di motivazione, considerato che, sia pure in modo succinto ma sufficiente, anche per i riferimenti sia alla sentenza del Pretore, con la quale afferma di concordare, che ai propri precedenti "giudicati in linea all'orientamento espresso dalla Suprema Corte di legittimità sin dalla pronunzia del 26-6-72 n. 2615", fornisce indicazioni adeguate, anche per relationem, sull'iter logico seguito nel risolvere la medesima questione decisa dal Pretore, riproposta con l'appello.
Essa non impinge neanche nella violazione e falsa applicazione di legge denunziata.
L'art. 2935 cc stabilisce che "la prescrizione comincia a decorrere dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere".
Il diritto fatto valere dal Catalano (ulteriore credito di L. 3.656.564 pagategli in meno in sede di liquidazione di trattamento di fine rapporto per errori e omissioni) è maturato e divenuto disponibile al momento della cessazione del rapporto di lavoro.
Da questo momento poteva, quindi, essere fatto valere e di conseguenza a questo momento va ancorato l'inizio della decorrenza del termine quinquennale della prescrizione alla quale è soggetto a norma dell'art. 2948, n. 5 c.c. .
L'unicità del credito avente ad oggetto l'indennità di anzianità, nonostante la diversità delle componenti che concorrono a formarne la base di calcolo, non comporta, inoltre, l'impossibilità di una prescrizione parziale del credito stesso tenuto conto dell'incontestabile facoltà del creditore (che ne dispone una volta maturato) di azionare il suo diritto in tutto o in parte secondo il suo insindacabile apprezzamento (cfr. Cass. n. 3380-1983).
Fatte queste premesse che non possono ritenersi contestate quando si discute, come nel caso in esame, se la mancata consegna del prospetto di liquidazione fino al 14 febbraio 1977 abbia inciso o meno sulla possibilità legale dell'esercizio del diritto dal momento della sua maturazione, corrispondente alla data di cessazione del rapporto, 1° giugno 1975, alla quale va ancorata, come s'è detto, la decorrenza del termine di prescrizione, la risposta al quesito posto a questa Corte appare più agevole, se non addirittura scontata.
Sostiene il ricorrente che prima del pagamento dell'indennità di buonuscita e delle altre connesse alla risoluzione del rapporto e della consegna del prospetto di liquidazione relativo, avvenuti al 14 febbraio 1977, non si era creata la situazione negativa contro cui doveva reagire per evitare il decorso della prescrizione e che l'Azienda impiegò svariati mesi per approntare i conteggi ed errò nel calcolare l'anzianità, sicché risulterebbe fin troppo evidente che egli non avrebbe potuto certamente esercitare il diritto azionato prima della data anzidetta.
Orbene se si considera che la situazione negativa contro la quale il ricorrente avrebbe dovuto reagire per evitare la decorrenza della prescrizione era venuta a determinarsi al momento della cessazione del rapporto con il mancato pagamento del dovuto a fronte del diritto-maturato e disponibile- al trattamento di fine rapporto, tale situazione negativa, venuta meno il 14 febbraio 1977 limitatamente all'importo corrisposto sul dovuto, era continuata ininterrotta per il resto, fino alla data della domanda 29 gennaio 1981, per un tempo, cioè di gran lunga superiore al quinquennio necessario e sufficiente per la prescrizione eccepita del diritto tardivamente azionato in questo processo.
Né la possibilità "legale" dell'esercizio del diritto poteva essere impedita dalla difficoltà di approntare i conteggi nei quali sarebbero contenuti errori di calcolo o dalla mancata consegna del prospetto di liquidazione, come risulta evidente, considerato il momento contestuale alla cessazione del rapporto di lavoro, di maturazione del diritto e di creazione della situazione negativa contro la quale reagire (mancato pagamento delle indennità di fine rapporto) per evitare il decorso del termine prescrizionale.
Esse, infatti, configurano impedimenti di mero fatto, come esattamente hanno ritenuto il Pretore ed il Tribunale per la mancata consegna del prospetto e come aveva già ritenuto questa Corte Suprema (cfr sent. n. 356-1964 per la difficoltà di contabilizzazione integrale di un credito), e non cause giuridiche impeditive dell'esercizio del diritto e, pertanto, restano irrilevanti rispetto al decorso del termine prescrizionale.
Con il secondo motivo il ricorrente denunzia "violazione e falsa applicazione dell'art. 2943 e segg. CC in relazione all'art. 360 nn. 3 e 5 cpc per omessa motivazione su un punto decisivo della controversia" e deduce che il Tribunale aveva errato nel non prendere in esame la lettera - prodotta dall'azienda, che su accordo delle parti era stata acquisita agli atti, con conseguente revoca dell'ordinanza ammissiva di giuramento decisorio deferito all'Azienda medesima che aveva negato di averla ricevuta - la quale, inviata con raccomandata n. 3091, del 14 dicembre 1977, aveva valore interruttivo della prescrizione, anche se limitatamente ad una parte dei diritti rivendicati.
Giustamente il Tribunale non si è occupato della lettera, se non con un "obiter dictum" per dire che avrebbe prodotto l'interruzione solo di una parte limitata dei diritti azionati.
Infatti avendo ritenuto correttamente l'inammissibilità dell'eccezione di interruzione della prescrizione perché eccezione in senso stretto non rilevabile d'ufficio, dopo aver accertato che era stata dalla parte, che ne aveva la disponibilità, sollevata per la prima volta in appello in violazione del divieto di cui all'art. 437 cpc (cfr. Cass. n. 5808-1982), risultava superato e privo di qualunque utilità l'esame della lettera dato che per motivi di rito non poteva entrare nel merito dell'eccezione medesima, nulla rilevando a tal fine la vicenda del giuramento decisorio chiusa definitivamente sull'accordo delle parti con la revoca dell'ordinanza ammissiva.
Ricorrono giusti motivi per compensare le spese processuali.
Cass. civ., sez. Lavoro, 04-04-1992, n. 4151 - Pres. Buccarelli G - Rel. Fancelli C - P.M. Visalli I (Parz diff) - Tricomi c. Cassa Centrale di Risparmio V.E. per le Province Siciliane
Con ricorso al pretore di Messina, Tricomi Ugo, dipendente della Cassa Centrale di Risparmio V.E. per le Province Siciliane promosso funzionario di II il 2.1.1979, sostenendo che la Cassa, in violazione delle norme contrattuali e del principio di correttezza, lo aveva posposto ad altri impiegati meno meritevoli, chiedeva che gli fosse riconosciuto il diritto alla promozione a funzionario di II sin dal 1°.10.1973 e a funzionario di I dal 1°.7.1977, con condanna della Cassa al risarcimento in suo favore dei danni conseguenti previa declaratoria di illegittimità nei suoi confronti delle varie delibere di questa che nella scelta per la promozione non lo avevano contemplato.
Con provvedimento del 20.5.1984 il Pretore, in parziale accoglimento dell'eccezione di prescrizione della Cassa, riteneva applicabile nella specie il termine prescrizionale quinquennale ed ordinava alla convenuta di esibire la documentazione relativa ai dipendenti promossi con delibera del 10.12.1982.
Sull'appello del Tricomi che considerava tale provvedimento sentenza non definitiva e su quello incidentale della Cassa, il Tribunale di Messina, con sentenza 20 gennaio - 5 settembre 1988, rigettava l'impugnazione incidentale e in accoglimento del primo motivo di quella principale dichiarava che la prescrizione applicabile del diritto vantato dall'appellante era quella decennale.
Ciò in quanto il chiesto risarcimento del danno non era quello conseguente a fatto illecito previsto dagli artt. 2043 e segg. C.C. che si prescrive in cinque anni, bensì quello derivante da inadempimento contrattuale per il quale trovava applicazione l'ordinaria prescrizione decennale.
Riteneva infine il Tribunale di non dover passare all'esame degli altri motivi dell'appello principale attinenti al merito, sul rilievo che il Tricomi aveva sostanzialmente riproposto le domande formulate col ricorso introduttivo sulle quali pendeva la decisione dinanzi al Pretore, che, con il provvedimento impugnato, pur premettendo l'applicabilità nel caso di specie della prescrizione quinquennale, si era limitato ad ordinare l'esibizione di documentazione relativa alle promozioni del 10.12.1982.
Avverso detta sentenza il Tricomi ha proposto ricorso per cassazione basato su un solo motivo, cui ha resistito la Cassa con controricorso, con il quale ha, a sua volta, avanzato impugnazione incidentale affidata a due motivi.
Le parti hanno anche prodotto memoria.
Il ricorso principale e quello incidentale, in quanto proposti contro la stessa sentenza, vanno riuniti a norma dell'art. 335 c.p.c.
Con l'unico motivo il ricorrente principale Tricomi Ugo, denunciando, in relazione all'art. 360 n. 3 c.p.c., la violazione degli artt. 112 e 354 c.p.c., sostiene che il Tribunale, una volta riconosciuto che la prescrizione applicabile alla fattispecie era quella decennale e non quinquennale come stabilito dal Pretore, avrebbe dovuto procedere all'esame del merito di tutti i capi di domanda riproposti con l'appello, nessuno dei quali era colpito da prescrizione decennale.
Ciò in quanto il Pretore si era limitato a disporre il proseguio istruttorio solo per la domanda relativa a fatti avvenuti nel quinquennio (domanda risarcitoria concernente la mancata promozione del Tricomi in esito alla delibera aziendale del 10.12.82) con esclusione quindi dell'esame dei fatti precedenti il quinquennio (delibere per le promozioni del 1°.1°.1973, del 4.10.1974, del 10.3.1975, del 15.7.1977, del 1/16.10.1978, del 23.3.1979 e del 5.1.1980) in relazione ai quali esso Pretore aveva pronunciato il rigetto delle relative domande.
Il Pretore con il provvedimento del 23.5.1984, poi appellato, ha inteso prendere in esame una questione preliminare di merito suscettibile di definire il giudizio (la prescrizione) dedotta dall'opposta cassa in relazione a tutti i diritti vantati dal dipendente; e, decisa questa col ritenere l'applicabilità della prescrizione quinquennale, ha, quindi, in funzione di tale pronuncia (non definitiva), disposto con ordinanza il proseguio istruttorio.
Orbene, nel provvedimento in questione non è ravvisabile alcuna decisione sulle domande risarcitorie avanzate dal Tricomi, dato che il Pretore nel rilevare che l'applicabilità del ritenuto termine prescrizionale quinquennale "non comporta il rigetto di tutta la domanda giudiziale", e nel disporre conseguentemente l'istruttoria con riferimento ad epoche non coperte da tale prescrizione, ha proceduto a valutazioni limitate al fine di giustificare le disposizioni per l'ulteriore corso istruttorio senza alcun pregiudizio per la successiva decisione della causa nel merito.
In relazione a quanto sopra poichè in primo grado è pendente la causa per tutte le pretese dell'attore, il giudice d'appello, ritenendo l'applicabilità della prescrizione decennale invece della quinquennale e riformando la sentenza parziale con altra sentenza che non definisce il giudizio (nè avrebbe potuto definirlo una volta ritenuta - per implicito - la necessità di procedere ad istruttoria, ostandosi il disposto dell'art. 356 cpv. c.p.c.), correttamente ha omesso ogni esame delle questioni di merito lasciandole alla valutazione del primo giudice, il quale può adattare, modificare o sostituire i provvedimenti istruttori precedenti, che la riforma della sentenza abbia reso incongrui o insufficienti.
Non si tratta di rinvio ex art. 354 c.p.c., ma di normale prosecuzione del giudizio di primo grado che, se sospeso, la parte interessata è tenuta a riassumere.
Non è quindi pertinente il richiamo del ricorrente ai principi sanciti da questa Corte con la sentenza n. 6836/86 secondo cui il giudice del gravame, allorchè riformi la decisione del primo giudice il quale abbia stabilito di non poter provvedere sulla domanda per la sussistenza di un fatto impeditivo (es. prescrizione) non deve rimettere la causa a questo, ma deve decidere direttamente.
Detti principi non trovano applicazione quando si tratta di riforma di una sentenza non definitiva, che ha disposto, come nella specie, per l'ulteriore corso con ordinanza istruttoria, non essendovi in tal caso alcuna possibilità di provvedimenti di rimessione al primo giudice, il quale è già investito della causa.
Passando all'esame del ricorso incidentale si osserva che con il primo motivo la Cassa Centrale di Risparmio V.E. per le Province Siciliane denuncia ai sensi dell'art. 360 n. 3 c.p.c. la violazione e la falsa applicazione degli artt. 2946, 2947, 2948 e 2955 cod. civ., nonchè, ai sensi dell'art. 360 n. 5 c.p.c. l'omessa, contraddittoria e insufficiente motivazione circa un punto decisivo della controversia.
Sostiene al riguardo che non è applicabile la prescrizione decennale ritenuta dal Tribunale in quanto oggetto del presente giudizio non è il risarcimento derivante da violazione di obblighi contrattuali, ma quello che ha causa in un supposto comportamento scorretto del datore di lavoro nell'ambito dei suoi poteri discrezionali circa l'attribuzione di qualifiche superiori ai dipendenti.
Il Tricomi, nel chiedere con la domanda introduttiva il riconoscimento del suo diritto alle promozioni dalle quali ritiene di essere stato illegittimamente escluso e il riconoscimento dei danni conseguenti all'omesso superiore inquadramento nei tempi esposti, denuncia (secondo quanto risulta dalla sentenza impugnata e dallo stesso ricorso incidentale della Cassa di Risparmio) la violazione di norme contrattuali e in particolare dell'art. 61 C.C.N.L. del 1980 (che si assume identico nella stesura e norme precedenti) per il mancato rispetto dei criteri per le promozioni indicati in detto articolo, avendo la Cassa trascurato la maggior anzianità di servizio ed altri titoli preferenziali del ricorrente, nonchè la violazione del generale principio di correttezza.
Il diritto dedotto in giudizio (alla superiore qualifica e ai conseguenti danni per l'omesso avanzamento) è, dunque, di natura contrattuale in quanto la sua violazione è riferita essenzialmente alla inosservanza da parte del datore di lavoro di obblighi nascenti dal contratto di prestazione d'opera e in particolare al mancato regolare e corretto svolgimento delle procedure di selezione convenzionalmente regolanti le discrezionali valutazioni del datore di lavoro in tema di promozioni. I danni, pertanto, non possono essere considerati ex delicto e cioè ascrivibili, secondo la tesi sostenuta dalla Cassa, ad un fatto comportante la violazione del generale principio del neminem laedere a norma dell'art. 2043 cod. civ.
Trattasi invece di danni da illecito contrattuale e come tali assoggettati al termine di prescrizione ordinaria decennale ex art. 2946 c.c.
E' dunque, esatta la decisione in tal senso del giudice a quo il quale, con motivazione esente da vizi logici e giuridici, ha anche correttamente osservato come non possa nemmeno essere invocato il termine prescrizionale breve di cinque anni (ex art. 2948 c.c.) nè, a maggior ragione, quello presuntivo di un anno (ex art. 2955 c.c.); non contravertendosi nel caso di specie del pagamento di emolumenti periodici, posto che il Tricomi, nel chiedere il risarcimento dei danni alle differenze retributive che sarebbero a lui spettate se promosso, ha fatto a queste riferimento solo come parametro per la quantificazione del danno.
Con il secondo motivo del ricorso incidentale la Cassa, sotto il profilo dell'omessa, insufficiente motivazione circa un punto decisivo della controversia (art. 350 n. 5 c.p.c.), deduce l'omesso esame dell'appello incidentale nella parte in cui veniva lamentata la mancata valutazione da parte del primo giudice della eccezione concernente il difetto di interesse del ricorrente e l'acquiescenza da questo prestata ai provvedimenti aziendali sulle promozioni precedenti al 1982.
In sostanza la Cassa si duole che il Tribunale abbia affrontato e risolto il problema relativo alla eccezione di prescrizione del preteso diritto senza prima valutare la preliminare eccezione di merito relativa alla sua stessa sussistenza.
La censura è infondata atteso che l'esame della prescrizione del diritto fatto valere in giudizio ha natura preliminare alla disamina del merito, in quanto l'eventualità dell'intervenuta estinzione per prescrizione toglie ogni interesse della parte circa lo accertamento dell'esistenza del diritto azionato.
L'infondatezza di entrambi i ricorsi ne comporta il rigetto, con compensazione tra le parti delle spese di questo giudizio di cassazione ricorrendo giusti motivi.
La Corte riunisce i ricorsi, li rigetta entrambi e compensa le spese.
Cass. civ., sez. Lavoro, 15-01-1993, n. 414 - Pres. Mollica F - Rel. Amore B - P.M. La Valva L (Conf.) - S.r.l. Ronco ed altro c. S.C.A.U.
1. - Con distinti ricorsi depositati il 4.5.1988 e poi notificati in data 24.5.1988 unitamente al decreto pretorile di fissazione dell'udienza di discussione, la S.r.l. RONCO e Treggia Umberto quale titolare della omonima azienda agricola chiesero al Pretore di Firenze, giudice del lavoro, di condannare il Servizio per i Contributi Agricoli Unificati - S.C.A.U. a restituire ad essi ricorrenti, rispettivamente, somme da loro versate per contributi ma non piu' dovute per effetto della sentenza n. 370/1985 della Corte Costituzionale.
In accoglimento della domanda, con sentenza 22.2-2.3.1989, il Pretore condanno' lo S.C.A.U. a pagare alla S.r.l. RONCO la somma di lire 15.395.028 e al Treggia quella di lire 4.110.587, con gli interessi legali della domanda giudiziale e le spese di causa.
Lo S.C.A.U. si era costituito in giudizio, contestando la domanda e chiedendone il rigetto, e dopo la soccombenza ha proposto appello davanti al Tribunale di Firenze, proponendo, oltre a motivi di merito circa l'applicabilita' della sentenza di incostituzionalita', anche eccezione di prescrizione decennale per i contributi pagati dal 1975 al 1978, essendo stata la domanda giudiziale proposta in data 4.5.1988.
Costituendosi, gli appellati hanno chiesto il rigetto del gravame.
Con sentenza del 4/19.4.1990, in accoglimento dell'eccezione di prescrizione, il Tribunale ha limitato la condanna dello S.C.A.U. ai contributi versati entro il decennio anteriore alla notificazione dei ricorsi introduttivi del giudizio.
Infine, avverso la sentenza d'appello hanno proposto ricorso per cassazione la S.r.l. RONCO e Treggia Umberto con atto notificato il 24.9.1990 allo S.C.A.U., il quale resiste con controricorso.
2. - Con prima censura, tutta sul tema della prescrizione, per "Violazione e falsa applicazione dell'art. 360 n. 3 e 5 cpc in relazione agli artt. 2943/2946 e 1219 c.c.", i ricorrenti si dolgono della prescrizione dichiarata dal Tribunale e denunciano l'errore dello stesso, perche', ritenendo che il vizio di legittimita' pone in essere una mera difficolta' di fatto all'esercizio del diritto, non abbia fissato la decorrenza del termine prescrizionale della data di pronuncia di illegittimita' costituzionale; ma lamentano altresi' che i giudici d'appello non abbiano fatto decorrere la prescrizione quanto meno dalle date (25.7.86 per la soc. RONCO e 22.9.1986 per il Treggia) in cui pervennero allo S.C.A.U., da parte di essi contribuenti, le lettere raccomandate (prodotte poi nel giudizio) con le richieste di rimborso dei contributi e spedite con avviso di ricevimento, idonei atti di costituzione in mora e di interruzione della prescrizione.
Col secondo Motivo di ricorso, per violazione e falsa applicazione dell'art. 360 nn.3 e 5 c.p.c., in relazione all'art. 91 c.p.c., i ricorrenti lamentano che il Tribunale abbia compensato nella misura di 1/5 le spese dei due gradi, anziche' porle a carico integralmente dello S.C.A.U.
Nel controricorso lo S.C.A.U. ripropone tutte le precedenti tesi sulla decorrenza della prescrizione, e deduce che, in riferimento alle azioni di indebito ex art. 2033 c.c., solo la domanda giudiziale e' atto idoneo a interrompere la prescrizione.
3. - Nel primo Motivo di ricorso vanno distinti due profili, entrambi infondati.
In ordine al primo profilo la Corte osserva che e' del tutto corretta la pronuncia del Tribunale, in riferimento al disposto dell'art. 2935 c.c., di ritenere l'inizio di decorrenza del termine prescrizionale, in presenza di una dichiarazione di illegittimita' costituzionale, non gia' dalla data di quest'ultima o dalla sua pubblicazione, bensi' dal giorno del versamento dei contributi asseritamente non dovuti.
Il giorno del versamento - osserva giustamente il Tribunale - si identifica nel "giorno in cui il diritto puo' essere fatto valere" (art. 2935 c.c.), poiche' la vigenza delle norme poi dichiarate incostituzionali costituisce, prima di tale dichiarazione, una mera difficolta' di fatto, che non impedisce ne' limita minimamente, sul piano giuridico, l'esercizio dell'azione in giudizio diretta a conseguire, sia pure incidentalmente, la pronuncia di incostituzionalita' della norma di legge o avente forza di legge.
E i precedenti giurisprudenziali ricordati dal Tribunale di Firenze si sono successivamente arricchiti con altre pronunce di questa Corte (fra le altre, Cass. Sezione Lav. sent. n. 1814 del 19/2/1987; Cass. Sez. Lavoro, sent. n. 12551 del 22.11.1991), le quali hanno riaffermato il suddetto principio di diritto.
Il quale principio e' il piu' conforme al sistema di diritto positivo sui modi di proporre una questione di legittimita' costituzionale, la risoluzione della quale sia indispensabile per la definizione di un giudizio civile, penale o amministrativo.
Si tratta del sistema disciplinato dagli artt. 23 segg. della legge 11.3.1953, n. 87, e fondato sui principi di incidentalita' e di strumentalita' del giudizio di incostituzionalita' rispetto a quello principale in cui il giudice "a quo" deve statuire sulla spettanza di un diritto soggettivo o di un interesse legittimo o sull'esistenza di un reato.
Il giudizio della Corte Costituzionale, pur nella sua autonomia ed autorevolezza di vertice, serve al giudizio di cui la questione viene proposta, appunto perche' la norma giuridica di cui viene denunciata la componente attuale di impurita' costituzionale, una volta liberata di tale impurita', e' rimandata al giudice che ha sollevato la questione. Quella norma e non altra, affinche' possa ricevere applicazione nel giudizio principale sospeso dal quale e' venuta e al quale ritorna dopo avere ricevuto l'interpretazione conforme alla Costituzione, che segna il momento logico antecedente della pronuncia di incostituzionalita'.
Invero, proprio perche' l'attivita' della Corte Costituzionale e' attivita' giurisdizionale e non legislativa, strumentale e incidentale, la dichiarazione di illegittimita' costituzionale ha tutti i caratteri della giurisdizione e nessuno della potesta' legislativa, primo fra tutti quello della non discrezionalita' a fronte della discrezionalita' politica del legislatore.
Ne consegue che la condizione giuridica della norma anteriormente alla proposizione della questione e del giudizio ordinario, e' quella della vigenza condizionata, in senso lato, alla non ancora proposizione della questione e alla non ancora intervenuta pronuncia di fondatezza della questione stessa.
Situazione, per chi ha agito o intende agire in giudizio, che e' quella della mera difficolta' di fatto, giacche' nulla e nessuno vieta al potenziale portatore della pretesa, di adire, quando lo voglia, il giudice civile o amministrativo, o di investire della questione il giudice penale in qualsiasi momento avvenga la celebrazione del processo penale.
Il secondo profilo del primo Motivo e' infondato, ma non per la ragione sostenuta dell'odierno controricorrente secondo cui l'avente diritto alla ripetizione di indebito potrebbe interrompere il corso della prescrizione unicamente per mezzo della domanda giudiziale.
Invero, una tesi del genere si pone in netto contrasto con l'art. 2033 c.c., che chiaramente fa dipendere dalla domanda giudiziale il solo diritto ai frutti e agli interessi, quando il percettore abbia ricevuto la prestazione in buona fede; ma non modifica per niente il regime degli altri effetti giuridici, primo fra tutti quello degli atti interruttivi della prescrizione.
Quest'ultimi restano pertanto sottoposti alla normativa generale di cui all'art. 2943 e all'art. 1219 c.c., per cui interrompono la prescrizione o l'atto introduttivo del giudizio, notificato, o la richiesta fatta per iscritto al debitore.
Sennonche', nel caso di specie, nonostante l'anzidetto principio, la lettera invocata dagli odierni ricorrenti non ha alcuna efficacia e non ha alcuna influenza, perche', oltre ad essere priva di data (anche se si puo' evincere che sia successiva alla sentenza n. 374/'85), trovasi materialmente allegata al giudizio introduttivo di primo grado, ma questo non contiene deduzione, ne' generica ne' specifica al riguardo.
Aggiungasi che, all'atto della costituzione nel giudizio di primo grado, lo S.C.A.U. eccepi' la prescrizione, ma nulla gli replicarono gli attori - ricorrenti, i quali poi, all'atto di appello dello S.C.A.U., che ripropose la eccezione di prescrizione, nulla replicarono e si limitarono a concludere per il rigetto dell'appello e "di tutte le questioni pregiudiziali connesse".
Frase manifestamente generica, quest'ultima, insufficiente o inidonea a significare che ci sia stata, da parte degli appellati, una presa di posizione o deduzione specifica sul punto della prescrizione.
Sicche' non puo' dirsi che la questione della interruzione della prescrizione per mezzo di lettere raccomandate inviate allo S.C.A.U. sia stata una delle questioni devolute al giudice d'appello.
4. - Il secondo Motivo, concernente la misura della compensazione delle spese giudiziali disposta dal Tribunale, e' infondato in riferimento a tutti i profili a cui i ricorrenti agganciano la censura.
Anzitutto, l'infondatezza si coglie a piene mani alla stregua della sorte che e' toccata alla tematica sull'interruzione della prescrizione e su la costituzione in mora, da cui chiaramente gli appellanti ritenevano di potere trarre titolo e pretesa per una compensazione maggiore.
Poi, perche' il Tribunale ha, con tutta evidenza, esercitato il potere discrezionale di compensare le spese in una misura corrispondente o ancorata alle dimensioni della vittoria e della soccombenza di ciascuna delle parti nel giudizio, dimensione di cui anche l'esito di questo giudizio evidenzia l'esattezza.
Quindi, perche' si tratta appunto di potere discrezionale e di provvedimento discrezionale in ordine al quale il giudice di merito non ha obbligo di motivazione (fra le tante: Cass. Sez. II, 21.7.1989, n. 3471).
E infine perche' i ricorrenti si astengono dall'indicare, comunque, per quali altri motivi i giudici di appello avrebbero dovuto porre a carico dello S.C.A.U., seppure grandemente vincitore nel complesso, tutte le spese dei due gradi.
Dunque il ricorso deve essere rigettato e i ricorrenti soccombenti debbono essere condannati, solidalmente, a pagare alla controparte le spese di questo giudizio, che e' conforme a giustizia liquidare in lire per esborsi effettivi, e in lire 2.000.000 per onorari difensivi.
La Corte rigetta il ricorso e per l'effetto condanna i ricorrenti TREGGIA Umberto e la S.r.l. RONCO, in persona del legale rappresentante "pro-tempore" a pagare, in solido, al controricorrente Servizio per i Contributi Agricoli Unificati - S.C.A.U., in persona del legale rappresentante pro-tempore, le spese di questo giudizio, liquidate in lire 10.000 per esborsi effettivi, oltre lire 2.000.000 (duemilioni) per onorari difensivi.
Cass. civ., sez. lavoro, 27-01-1998,
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