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Timestamp: 2017-06-24 01:50:19+00:00
Document Index: 37359448

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art.21', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art.21', 'art.21', 'art.21']

N.4866/2005
N. 4561 Reg.Ric.
sul ricorso in appello numero di registro generale 4561/00, proposto dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, in persona del ministro pro tempore, rappresentato e difeso, ex lege, dall’Avvocatura generale dello Stato, e pure ex lege domiciliato presso i suoi uffici in Roma, Via dei Portoghesi, 12,
il Sig. Salvatore Zacheo, non costituito;
della sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia – Sezione I di Lecce, n.365/99, del 17 marzo 1999.
Designato relatore, alla pubblica udienza del 19 aprile 2005, il Consigliere Francesco D’OTTAVI ed uditi, altresì, gli avvocati intervenuti, come da verbale d’udienza.
Ritenuto in fatto e in diritto quanto segue: FATTO
Con ricorso proposto dinanzi al competente Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia – Lecce, Sezione I -, il Sig. Salvatore Zacheo chiedeva l’annullamento del provvedimento del direttore generale del Ministero dei Beni Culturali ed Ambientali del 31 maggio 1997, nella parte in cui decreta per la p.lla 794, foglio 12, individuata al punto 8) dell’atto, la costituzione di un vincolo indiretto ex art.21 della L. n.1089/1939, di inedificabilità assoluta per una lunghezza media dal ciglio della S.P. Martano-Borgagne di 107 metri.
Il ricorrente deduceva l’illegittimità dell’impugnato provvedimento per vari profili di violazione di legge e di eccesso di potere.
Con la richiamata sentenza il Tribunale accoglieva il ricorso, e per l’effetto annullava l’impugnato provvedimento con compensazione delle spese.
Avverso tale decisione, ritenuta ingiusta ed illegittima, propone appello l’istante Amministrazione deducendo i seguenti motivi.
Rileva l’Avvocatura che nella fattispecie la prescrizione di inedificabilità contenuta nel decreto originariamente impugnato è ampiamente motivata dalla circostanza che la chiesa e il convento di Santa Maria della Consolazione – complesso sottoposto di per sé a vincolo storico-artistico – costituiscono una pregevole emergenza nel territorio circostante caratterizzato dalla tradizionale coltura ad uliveto, che giustifica e merita la tutela della sua naturale cornice ambientale. Del resto, osserva poi l’Avvocatura, lo stesso Comune di Martano nell’ambito del procedimento per il rilascio della concessione edilizia richiesta dall’appellato, sul parere della C.E.C. sospendeva ogni determinazione in quanto l’area in questione è stata riqualificata da P.R.G., come zona A2 “nuclei, edifici e siti di interesse storico, architettonico, ambientale ed archeologico”; per cui è evidente che se anche le limitazioni imposte con il vincolo indiretto sono indipendenti dalle prescrizioni in materia urbanistica, l’area in esame presenta rilevanti interessi ambientali che non possono essere compromessi da un’attività di urbanizzazione.
L’Avvocatura conclude per l’accoglimento del gravame con ogni consequenziale statuizione di legge.
Alla pubblica udienza del 19 aprile 2005 il ricorso veniva trattenuto in decisione.
Come riportato nella narrativa che precede con l’appello in esame viene impugnata la sentenza n.365/99, del 17 marzo 1999, con cui il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia – Lecce -, Sezione I, ha accolto il ricorso proposto dall’attuale appellato e per l’effetto ha annullato il provvedimento del direttore generale del Ministero dei Beni Culturali ed Ambientali del 31 maggio 1997, nella parte in cui decreta per la p.lla 794, foglio 12, individuata al punto 8) dell’atto, la costituzione di un vincolo indiretto ex art.21 della L. n.1089/1939, di inedificabilità assoluta per una lunghezza media dal ciglio della S.P. Martano-Borgagne di 107 metri.
Come pure considerato in precedenza l’Avvocatura rileva come la particolare pregevolezza dell’ambiente circostante la chiesa e il convento di S. Maria della Consolazione (complesso già sottoposto a vincolo), legittimi l’imposizione del vincolo indiretto previsto dall’art.21 della L. n.1089/1939.
Giova premettere che in effetti la motivazione del provvedimento originariamente impugnato (contenuto nella relazione tecnica allegata al provvedimento medesimo) motiva l’opposizione del vincolo specificando che ‘l’immobile ha mantenuto quella condizione di isolamento ambientale che lo impone come una pregevole emergenza nel territorio circostante. Terreni coltivati nella tradizionale coltura ad uliveto e fortunatamente non aggrediti dall’urbanizzazione sussistono tutt’intorno al manufatto architettonico garantendone idonee condizioni di prospettiva, luce e decoro. Questi caratteri meritano di essere conservati, giacchè eventuali trasformazioni danneggerebbero quelle condizioni di decoro che si intendono tutelare’.
Rileva il Collegio che se tale analitica motivazione può apparire puntuale e compiuta anche con riferimento alla nota giurisprudenza secondo cui in generale l’imposizione dei vincoli previsti dalla L. n.1089/1939 è conseguente ad una valutazione ampiamente discrezionale dell’Amministrazione, è altrettanto e prevalentemente vero che le caratteristiche proprie del vincolo “indiretto” previsto dall’art.21 della medesima legge n.1039/1989, per le sue specifiche caratteristiche di accessorietà e strumentalità sono state sottoposte ad una profonda riflessione da parte della specifica giurisprudenza che, correttamente ha inteso ricondurre la legittimità del vincolo a precisi limiti enucleabili nel generale concetto di logicità e razionalità dell’azione amministrativa, e ciò al fine di evitare che la vincolatività indiretta, accessoria e strumentale potesse trasformarsi in una vincolatività generale e indifferenziata; in particolare la menzionata condivisa giurisprudenza ha ritenuto che tale strumento debba tener conto del principio di proporzionalità (congruità del mezzo rispetto al fine perseguito), della specifica valutazione dell’interesse pubblico ‘particolare’ perseguito e della necessità che nella motivazione provvedimentale sia chiaramente espressa l’impossibilità di scelte alternative meno onerose per il privato gravato del vincolo indiretto.
In tale contesto le censure prospettate in appello dall’Avvocatura debbono ritenersi infondate.
Rileva infatti il Collegio che nella fattispecie nella riportata pur analitica motivazione del provvedimento impugnato non viene esplicitato alcun riferimento alla valutazione di possibili alternative di tutela del bene (eventualità, come considerato, resa invece necessaria proprio per l’accessorietà del vincolo); nell’esercizio dell’attività valutativa in particolare è stata poi esclusa a priori la possibilità di ritenere compatibile con la salvaguardia dell’ambiente circostante il complesso tutelato, con possibili realizzazioni di carattere rurale di modesta entità il cui profilo estetico da sottoporre a successiva valutazione di compatibilità, doveva comunque essere considerato in sede di applicazione di un vincolo assoluto di inedificabilità. Né possono essere prese in considerazione le osservazioni di carattere urbanistico sollevate dall’Avvocatura (nuova riqualificazione dell’area in questione da parte del p.r.g.), perché non alla legittimità ex se dell’impugnato provvedimento e comunque relative a finalità diverse per scopi e modalità (vincolo di inedificabilità assoluta previsto per la tutela specifica di cui alla L. n.1089/1939, è uno strumento ben diverso per generalità e modalità dai limiti all’edificabilità derivanti dalla normativa urbanistica).
Inoltre, come pure esattamente considerato dal Tribunale, la perentorietà delle prescrizioni ministeriali (consistenti nell’imposizione di una fascia di inedificabilità per mt.107 a partire dal ciglio stradale anche nei riguardi dei terreni – quali quelli in questione – che sono oggettivamente separati dal complesso tutelato dalla intersecazione di una strada provinciale), è contraddetta dalla mancata individuazione nello stesso provvedimento del vincolo per altra porzione di terreno posta viceversa proprio a ridosso del Convento; con la evidente conseguenza della palese contraddittorietà dell’attività amministrativa che nel voler creare un’ampia zona di rispetto nell’ambiente circostante viene ad escludere zone che più direttamente incidono su tale tutela.
Infatti anche sotto questo profilo vanno condivise le argomentazioni svolte nell’impugnata decisione secondo cui è palesemente incongruo e irragionevole affermare di voler conservare ‘quella condizione di isolamento del Monastero, e le attuali condizioni di luce e di decoro, assicurati da terreni coltivati nella tradizionale coltura ad uliveto e fortunatamente non aggrediti dall’urbanizzazione…’ quando, come considerato, vengono lasciate fuori da tali generali misure di protezione intere zone posizionate a fronte del complesso.
Conclusivamente pertanto l’appello deve essere respinto.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, Sezione Sesta, definitivamente pronunciando sul ricorso in epigrafe indicato, respinge l’appello.
Così deciso in Roma, il 19 aprile 2005, dalla Sesta Sezione del Consiglio di Stato, riunita in Camera di consiglio con l’intervento dei Signori Magistrati:
Francesco D’OTTAVI Consigliere Est.
Lanfranco BALUCANI Consigliere Presidente
FRANCESCO D’OTTAVI VITTORIO ZOFFOLI DEPOSITATA IN SEGRETERIA il...20/09/2005
(Art. 55, L.27/4/1982, n.186) Il Direttore della Sezione
MARIA RITA OLIVA CONSIGLIO DI STATO
N.R.G. 4561/2000