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Timestamp: 2020-08-13 06:33:34+00:00
Document Index: 26530178

Matched Legal Cases: ['art. 10', 'art. 8', '§ 75', '§ 61', '§ 136', 'art. 8', 'art. 8', 'art. 8', 'art. 8', 'art. 10', 'art. 8', 'art. 10', '§ 31', '§ 113', '§ 27', '§ 59', '§ 133', '§ 63', '§ 59', 'art. 10', '§ 64', '§ 27', 'art. 10', '§ 41', '§ 38', '§ 69']

CEDU 28.06.2018, Gli archivi digitali delle testate giornalistiche ed il contrapposto diritto all’oblio: il bilanciamento della CEDU – Sabrina PERON - Galbiati Girardi Scorza
CEDU 28.06.2018, Gli archivi digitali delle testate giornalistiche ed il contrapposto diritto all’oblio: il bilanciamento della CEDU – Sabrina PERON (pubblicato in https://www.personaedanno.it/articolo/cedu-28-06-2018-gli-archivi-digitali-delle-testate-giornalistiche-ed-il-contrapposto-diritto-all-oblio-il-bilanciamento-della-cedu-sabrina-peron )
Il diritto all’informazione prevale sul diritto all’oblio nel caso di notizie, di interesse pubblico, vere e continenti, diffuse e/o mantenute negli archivi on-line degli organi d’informazione, considerato che detti archivi garantiscono il diritto della collettività a ricevere notizie e a svolgere ricerche, diritto che – in presenza di un prevalente interesse pubblico - non viene attenuato dal trascorrere del tempo.
La decisione della Corte EDU qui in commento, che decide su due ricorsi riuniti, riguarda il permanere negli archivi on-line di alcuni mass-media di una serie di servizi giornalistici che, in epoche diverse, si erano interessati della medesima notizia: un grave fatto di cronaca nera (omicidio di un attore popolare) accaduto in Germania nel lontano 1991.
L’oggetto del primo ricorso era la diffusione nell’anno 2000, di un servizio radiofonico che rievocava la vicenda, la cui trascrizione integrale era reperibile on-line nell’archivio dell’emittente.
Su tale caso, la Corte Federale di Giustizia - rovesciando il giudizio espresso nei precedenti gradi di giudizio – aveva ritenuto che i fatti trattati nel servizio radiofonico, data la loro gravità, erano ormai parte della storia contemporanea del Paese, sulla quale i mass-media avevano diritto di rendere conto alla pubblica opinione, diritto da considerarsi prevalente rispetto al contrapposto diritto all’oblio dei ricorrenti.
In particolare, la Suprema Corte tedesca:
aveva ritenuto sussistente (e meritevole di tutela) per il pubblico non solo l’interesse legittimo ad essere informato sugli eventi in corso, ma anche quello ad essere informato su eventi passati, così da poter essere in grado di fare delle ricerche e formarsi un’opinione al riguardo.
aveva ritenuto che vietare la diffusione on-line delle trascrizioni di programmi radiofonici, dal contenuto lecito, avrebbe impedito ai mass-media di svolgere la loro missione di informare il pubblico
L’oggetto del secondo ricorso era l’inserimento nell’archivio on-line:
del periodico Der Spiegel, di alcuni articoli (5 per la precisione) pubblicati nell’edizione cartacea della testata e risalenti agli anni 1991 – 1993. Peraltro, alcuni di questi articoli erano corredati anche dalla diffusione delle fotografie ritraenti i protagonisti della vicenda all’interno del Tribunale in cui – all’epoca dei fatti – si svolgeva il processo che li vedeva coinvolti;
del quotidiano Mannheimer Morgeni di un articolo pubblicato nel 2001.
In entrambi i casi la Corte Federale di Giustizia tedesca richiamando il principio espresso per l’emittente radiofonica, accertata la liceità del contenuto dei “pezzi” giornalistici, aveva ritenuto prevalente l’interesse del pubblico ad essere informato in maniera completa sui fatti, anche a grande distanza di tempo, rigettando così ancora una volta le domande dei ricorrenti.
I ricorrenti, avendo dunque esaurito tutti i rimedi interni, si rivolgevano alla Corte EDU con due distinti ricorsi, poi riuniti. La decisione, tuttavia, non è stata loro favorevole avendo la Corte EDU ritenuto prevalente il diritto alla libertà di informazione di cui all’art. 10 CEDU e sul diritto all’oblio invocato dai ricorrenti, ritenendo che non vi fosse stata alcune violazione dell’art. 8 CEDU (norma che tutela il rispetto di ognuno alla propria vita privata e familiare).
2.- La decisione della Corte EDU
Nel decidere il caso la Corte EDU ha anzitutto ha ricordato che la nozione di “vita privata” ricomprende l’integrità sia fisica che morale di una persona nei suoi molteplici aspetti, quali: l’identità personale, il suo orientamento sessuale, il nome, la sua immagine etc. Tale nozione, quindi, si riferisce a tutta una serie di informazioni personali, rispetto alle quali un individuo legittimamente si aspetta che, senza il suo consenso, non vengano pubblicate / diffuse / divulgate (principio questo già espresso dalla CEDU nei casi: Flinkkilä c. Finlandia, n. 25576/04, § 75, 6 aprile 2010; Saaristo c. Finlandia, n. 184/06, § 61, 12 ottobre 2010).
La CEDU ha altresì ricordato che i limiti della privacy entrano in gioco quando, su una determinata persona, sono stati raccolti, trattati ed utilizzati dati, poi divulgati e resi pubblici in misura superiore a quanto un individuo potrebbe ragionevolmente aspettarsi (principio questo già espresso dalla CEDU nel caso Satakunnan c. Finlandia, n. 931/13, § 136, CEDH 2017 e nel nostro ordinamento noto come il principio dell’essenzialità dell’informazione).
Al riguardo, la Corte ha osservato che l’art. 8 CEDU, consacra il diritto di ognuno ad una forma di auto-determinazione informativa, autorizzando le persone ad invocare il diritto alla privacy per quanto riguarda i dati che - anche se neutrali - sono raccolti, trattati e diffusi al pubblico in violazione all’art. 8 CEDU. Fermo restando che per potersi invocare l’applicazione di tale norma, nel caso di lezioni alla propria reputazione, questa deve raggiungere un certo livello di serietà ed essere realizzata in modo tale da pregiudicare il godimento personale del diritto al rispetto della vita privata. Ne segue, coerentemente, che il citato art. 8, non può invocarsi per lamentare un pregiudizio alla reputazione che deriva, in modo prevedibile, dalle stesse azioni del soggetto che si assume leso (come ad esempio nel caso di commissione di un reato).
Tanto premesso, ad avviso della Corte EDU occorre trovare un giusto equilibro tra la tutela della vita privata garantito, dall’art. 8 CEDU, e la libertà di espressione, garantita dall’art. 10 della CEDU. Norma, quest’ultima volta a tutelare il ruolo essenziale che, in una società democratica, giocano gli organi di informazione. Nella ricerca di un punto di equilibrio tra i contrapposti interessi tutelati dall’art. 8 e dall’art. 10 CEDU, la Corte ha indicato come criteri di valutazione da prendere in esame: il possibile contributo della notizia a favorire un dibattito di interesse generale; l'oggetto della notizia; la notorietà dell'interessato; il comportamento passato della persona interessata; il contenuto, la forma e l’impatto della pubblicazione, nonché, le circostanze e le modalità con le quali sono state scattate le fotografie ritraenti l’interessato. Fermo restando che, a causa dell’effetto amplificatore prodotto dai motori di ricerca, gli obblighi gravanti su quest’ultimi nei confronti di la persona interessata dall'informazione, sono diversi da quelli gravanti sull'editore. Dunque, il bilanciamento degli interessi in gioco, può portare a risultati diversi a seconda che la richiesta di cancellazione sia diretta contro un editore (la cui attività è generalmente al centro di ciò che la libertà di espressione intende proteggere), oppure contro un motore di ricerca, il cui principale interesse non è quello di pubblicare notizie sul soggetto interessato, ma di consentire, d’identificare qualsiasi informazione disponibile su una certa persona, al fine di profilarla (in proposito la Corte EDU cita la decisione della Corte di Giustizia UE del 13 maggio 2014, nota come Google Spain – reperibile in RCP, 2014 , pp. 1177 e ss.).
La Corte osserva inoltre come, nei casi di cronaca giudiziaria, non si possa negare che le questioni discusse davanti ai tribunali ben possano essere oggetto di dibattito su riviste specializzate, sulla stampa o, più in generale, nell’opinione pubblica. Anzi, il ruolo dei media nella comunicazione di tali informazioni e idee, è integrato dal diritto del pubblico a riceverle. In caso contrario, la stampa non potrebbe svolgere il suo ruolo indispensabile di “cane da guardia”. In questo contesto, inoltre, non spetta alla Corte, né ai tribunali nazionali, imporre agli organi di informazione la scelta delle modalità e dei contenuti della notizia che si vuole diffondere (si vedano in proposito i casi: Jersild c. Danimarca, 23 settembre 1994, § 31, serie A n. 298 e Mosley c. Regno Unito, n. 48009/08, § 113, 10 maggio 2011).
Oltre a questo ruolo primario, gli organi di informazione svolgono anche una “funzione ancillare”, ma comunque pur sempre importante: costruire archivi da informazioni già pubblicate e renderle disponibili al pubblico. A tale riguardo, la Corte ricorda come la messa a disposizione on-line degli archivi delle testate, contribuisca considerevolmente alla conservazione, all’accessibilità e al reperimento di notizie e informazioni da parte del pubblico. Ad avviso della Corte, gli archivi digitali sono infatti una fonte preziosa per l’insegnamento e la ricerca storica, soprattutto perché immediatamente e facilmente accessibili al pubblico e, generalmente, gratuiti (si vedano in proposito i casi: Times Newspapers c. Regno Unito, 3002/03 e 23676/03, §§ 27 e 45, CEDH 2009; Węgrzynowski e Smolczewski c. Polonia, n. 33846/07, § 59, 16 luglio 2013).
In questo contesto, la Corte EDU ha ritenuto altresì utile ricordare che i siti internet sono strumenti di informazione e comunicazione distinti dalla stampa, soprattutto per quanto riguarda la loro capacità di memorizzare e diffondere informazioni, il che significa che le informazioni diffuse on-line presentano maggiori rischi di possibili lesioni dei diritti e delle libertà diritti fondamentali, in particolare il diritto al rispetto della vita privata (si vedano in proposito i casi: Delfi c. Estonia, 64569/09, § 133, ECHR 2015; Pravoye Delo et Shtekel c. Ucraina, n. 33014/05, § 63, CEDH 2011; Cicad c. Svizzera, n. 17676/09, § 59, 7 giugno 2016) e ciò in considerazione del ruolo fondamentale svolto dai motori di ricerca.
Ciò posto in via generale, nel caso particolare sottoposto al giudizio della Corte EDU, questa ha osservato come non fosse in discussione la liceità delle notizie pubblicate, ma solo la possibilità per il pubblico di accedervi liberamente a grande distanza di tempo dalla loro prima diffusione. Dunque, il profilo che la Corte doveva accertare era la persistenza, o meno, di un interesse della pubblica opinione a conoscere tali notizie; interesse, che a determinate condizioni, doveva stimarsi come prevalente rispetto all’invocato diritto all’oblio dei ricorrenti.
Ad avviso della Corte EDU, per valutare tale profilo nel caso di articoli di cronaca giudiziaria, occorre bilanciare l’interesse del condannato che ha scontato la sua pena ad essere dimenticato in vista della sua reintegrazione nella società, con l’interesse per la pubblica opinione a conoscere / ricordare la vicenda giudiziaria che lo riguarda. Tale ultimo interesse non è statico ma dinamico, variando a seconda delle diverse circostanze che possono verificarsi caso per caso.
La Suprema Corte tedesca aveva ritenuto prevalente, sulla privacy dei ricorrenti, l’interesse del pubblico ad essere informato sui fatti e la possibilità per lo stesso di svolgere delle ricerche on-line su eventi passati, per poterli conoscere, approfondire o, comunque, ricordare. Al riguardo l’alta Corte tedesca aveva osservato come facesse parte integrante della “missione” dei mass-media quello di partecipare alla formazione di un’opinione pubblica democratica, mettendo a disposizione del pubblico le vecchie informazioni / notizie conservate nei loro archivi.
La Corte EDU ha ritenuto di dover concordare con tale conclusione, posto il ruolo fecondo e vitale per la democrazia svolto dagli organi di informazione. Ruolo svolto anche per il tramite dei loro siti web e dei loro archivi digitali, dato che entrambi contribuiscono sensibilmente al miglioramento e all’agevolazione dell’accesso pubblico all'informazione e alla sua diffusione.
Al riguardo la Corte ha osservato come l'interesse legittimo del pubblico ad accedere agli archivi elettronici pubblici della stampa sia anch’esso protetto dall'art. 10 CEDU, e qualsiasi misura limitante accesso alle informazioni che il pubblico ha diritto a ricevere, deve essere giustificato da motivi particolarmente forti e convincenti.
Parimenti la Corte EDU ha concordato con le conclusioni espresse dall’alta Corte tedesca, nella parte in cui questa sottolineava il rischio per i mass-media, di non avere mezzi e personale sufficienti ad esaminare le richieste di cancellazione di elementi identificativi e altri dati personali, avanzate in epoca successiva alla loro (lecita) diffusione ed inducendo così i mass-media ad omettere ab origine i dati identificativi dei soggetti oppure ad omettere l’inserimento negli archivi di determinate informazioni/notizie. A tale ultimo riguardo, la Corte ha sottolineato come il bilanciamento dei contrapposti diritti, deve farsi avendo riguardo a tutti gli interessi in gioco. Vale a dire, il diritto del soggetto alla propria privacy va bilanciato non solo con il diritto degli organi di informazione di dare le notizie e di mantenerle nei loro archivi, ma anche con il diritto del pubblico di conoscere eventi del passato e della storia contemporanea, in particolare con l'aiuto di archivio digitale della stampa. Dovendosi porre la massima attenzione e cautela, tutte le volte in cui si impongono stampa, misure e sanzioni che potrebbe dissuaderla dal contribuire alla discussione di problemi di legittimo interesse pubblico (si vedano in proposito i casi: Bladet Tromsø e Stensaas c. Norvegia, n. 21980/93, § 64, ECHR 1999-III; Times Newspapers c. Regno Unito, 3002/03 e 23676/03, §§ 27 e 45, CEDH 2009).
Con riguardo invece alla domanda subordinata dei ricorrenti di rendere anonimi i dati, la Corte EDU pur riconoscendo che tale una misura sarebbe meno dannosa per la libertà di espressione rispetto alla richiesta di cancellazione della notizia, ha tuttavia osservato come l’art. 10 lasci ai giornalisti la libertà di decidere quali dettagli pubblicare e quali no, anche al fine di dare credibilità al loro “pezzo”, con l’unica condizione che tali le scelte rispettino le regole etica e deontologiche della loro professione (ossia nel nostro ordinamento i tre criteri di verità, continenza, interesse pubblico ed essenzialità dell’informazione). In altre parole, posto il limite dettato dalle norme deontologiche, includere in una determinata notizia tutta una serie dati personali dell’interessato, rientra nell’area di libertà riconosciuta ad ogni giornalista, area che è tanto più ampia quanto più si tratta di un caso giudiziario che ha suscitato notevole interesse nella pubblica opinione e che il trascorrere degli anni – per la sua importanza – non ha fatto scemare. Nel caso di specie, è stato rilevato come i dati diffusi dai giornalisti ed inerenti dettagli delle vite dei ricorrenti, facevano parte delle informazioni già rese pubbliche durante il processo e, peraltro, ben tenute presenti dal tribunale al fine di valutare il circostanze del crimine e gli elementi di colpevolezza. Peraltro, senza che in detti articoli vi fosse, da parte del giornalista, l’intenzione di presentarli in modo spregiativo o in modo tale da ledere la loro reputazione (in proposito la CEDU richiama i casi: Lillo-Stenberg e Sæther c. Norvegia, n. 13258/09, § 41, 16 gennaio 2014, e Sihler-Jauch e Jauch c. Germania n. 68273/10 e 34194/11, § 38, 24 maggio 2016). Anche con riferimento alle fotografie pubblicate dal Der Spiegel, la Corte EDU ha osservato come queste non avessero nulla di denigratorio nei confronti dei ricorrenti; inoltre la circostanza che le immagini risalivano a tredici anni prima, ad avviso della Corte EDU, diminuiva le possibilità del loro riconoscimento immediato e diretto presso il pubblico.
Ad avviso della Corte EDU, nel caso di specie neppure vale invocare la lesione della reputazione dei ricorrenti essendo questa strettamente legata alla commissione del reato di omicidio da loro commesso ed al processo penale che ne era seguito. Pertanto, anche se i ricorrenti erano degli illustri sconosciuti, la commissione del reato aveva fatto sì che gli stessi acquistassero una certa notorietà attirando l'attenzione pubblica anche a causa della natura e delle circostanze del crimine, nonché della fama della vittima. Notorietà che è rimasta nel tempo anche a causa della condotta dei ricorrenti, i quali – dopo la condanna – avevano più volte tentato di ottenere la riapertura del processo rivolgendosi anche agli organi di informazione affinché facessero da “cassa di risonanza” delle loro richieste. Ne è seguito che, al momento della presentazione della domanda di anonimizzazione dei dati, i ricorrenti non erano semplici persone private sconosciute al pubblico, ma erano dei personaggi pubblici e lo erano diventati proprio a causa delle loro condotte.
Con riguardo infine alla collocazione degli articoli incriminati all’interno dei vari siti web la Corte EDU ha osservato che questi non erano suscettibili di attirare l’attenzione di quegli utenti che non stavano appositamente cercando quella determinata notizia (la CEDU cita al contrario la decisione Movimento Raeliano c. Svizzera, n. 16354/06, § 69, ECHR 2012) e ha osservato, inoltre, come per il Der Spiegel e il Mannheiner Morgen, l’accesso all’archivio fosse comunque soggetto a restrizioni (accesso a pagamento e/o con abbonamento).
Alla luce di tutte le suesposte considerazioni, e considerato altresì il margine di discrezionalità delle autorità nazionali con riferimento al bilanciamento degli interessi in gioco, ne è seguito il rigetto sia della domanda dei ricorrenti di cancellazione dei dati sia della domanda subordinata di anonimizzazione dei dati.
- agosto 2018 +