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Timestamp: 2020-05-26 03:39:15+00:00
Document Index: 17499405

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Sentenza Cassazione Civile n. 33696 del 18/12/2019 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 33696 del 18/12/2019
Cassazione civile sez. lav., 18/12/2019, (ud. 02/10/2018, dep. 18/12/2019), n.33696
sul ricorso 2930/2014 proposto da:
I.N., (OMISSIS), elettivamente domiciliata in ROMA, VIA
TARANTO 44, presso lo studio dell’avvocato DOMENICO MASTROSTEFANO,
POSTE ITALIANE S.P.A., C.F. 97103880585, in persona del legale
avverso la sentenza n. 6111/2013 della CORTE D’APPELLO di ROMA,
depositata il 25/07/2013 R.G.N. 5893/2012.
che, con ricorso in riassunzione depositato il 24.7.2012, I.N. esponeva che il Tribunale di Roma, con la sentenza n. 2137/2004, resa in data 30.11.2004, aveva rigettato la domanda volta al ottenere la dichiarazione di illegittimità del termine apposto al contratto stipulato con Poste Italiane S.p.A., ai sensi dell’art. 8 del CCNL 1994, relativamente al periodo 15.6.1998-30.9.1998; deduceva che la Corte di Appello di Roma, con la sentenza n. 7418/2008, aveva dichiarato la nullità del detto termine, con conseguente conversione del rapporto di lavoro in un contratto a tempo indeterminato e con il diritto della lavoratrice al ripristino del rapporto ed al risarcimento del danno limitatamente al triennio successivo alla messa in mora e rappresentava, altresì, che la Corte di legittimità aveva cassato la predetta pronunzia, nella parte in cui aveva limitato il risarcimento del danno, rinviando alla Corte di Appello di Roma, in diversa composizione, per un nuovo esame della causa; chiedeva, pertanto, la condanna di Poste Italiane S.p.A. al risarcimento del danno quantificato in Euro 95.355,84;
che, con sentenza depositata il 25.7.2013, la Corte di Appello di Roma, “giudicando in sede di rinvio, ferma la pronuncia sull’illegittimità del termine e la conversione del rapporto in contratto a tempo indeterminato”, ha condannato “la società a corrispondere” alla ricorrente “l’indennizzo della L. n. 183 del 2010, ex art. 32, comma 5, nella misura di 3,5 mensilità, oltre rivalutazione e interessi”;
che avverso tale decisione I.N. ha proposto ricorso per cassazione affidato a due motivi;
che sono state comunicate memorie nell’interesse della ricorrente;
che, con il ricorso, si censura: 1) in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione della L. n. 183 del 2010, art. 32, comma 5, art. 12 disp. gen. e degli artt. 346 e 112 c.p.c., per avere la Corte distrettuale fatto erroneamente applicazione della L. n. 183 del 2010, art. 32, alla fattispecie, senza considerare che, “all’epoca in cui è stata fissata l’udienza di discussione (26.3.2012) dinanzi alla Corte di Cassazione, la predetta normativa era già entrata in vigore da circa un anno e mezzo, per cui Poste Italiane aveva la possibilità, ed anzi il dovere, se intendeva avvalersene, di avanzare una domanda integrativa vo(ta ad ottenere l’applicazione della stessa; domanda che non è mai stata proposta”, ed altresì che “nell’atto di appello la società resistente non ha contestato la determinazione della misura del risarcimento danni, ma soltanto il periodo; e così pure nel ricorso incidentale”; 2) in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione degli artt. 91 e 92 c.p.c., dell’art. 118 disp. att. c.p.c.; artt. 346 e 112 c.p.c. e si lamenta che nella sentenza impugnata la Corte di Appello abbia ritenuto di compensare “le spese del giudizio di primo grado, di appello, di cassazione e del presente giudizio per i contrasti giurisprudenziali in materia”, senza considerare che in primo grado le spese erano state compensate, mentre, con la sentenza di secondo grado, erano state poste per metà a carico della società e che, poichè questa decisione sulle spese non è stata oggetto di ricorso per cassazione, sul punto si è formato il giudicato; inoltre, si deduce, che, all’epoca della proposizione del primo ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione, non sussisteva contrasto giurisprudenziale ed il ricorso è stato accolto integralmente; infine si lamenta che la motivazione addotta dalla Corte di merito non possa considerarsi idonea a soddisfare la comprensione della compensazione delle spese, quanto meno per quelle relative al precedente giudizio di cassazione, dovendosi esplicitare le ragioni per cui viene disposta tale compensazione, anche alla luce della giurisprudenza di legittimità;
che il primo motivo non è fondato, atteso che, come chiarito da Cass., S.U., n. 21691/2016, la censura ex art. 360 c.p.c., n. 3, può concernere anche la violazione di disposizioni emanate dopo la pubblicazione della sentenza impugnata, ove retroattive, e quindi applicabili al rapporto dedotto, in considerazione del fatto che non si richiede necessariamente un errore – avendo ad oggetto il giudizio di legittimità non l’operato del giudice, ma la conformità della decisione adottata all’ordinamento giuridico – e che sul capo della sentenza, con il quale erano state regolate le conseguenze economiche, non si fosse formato alcun giudicato; per la qual cosa è da reputare che la Corte territoriale abbia correttamente fatto applicazione di tale ormai consolidato orientamento, quantificando l’indennità spettante alla lavoratrice ai sensi dell’art. 32 citato, per il periodo compreso fra la scadenza del termine e la pronunzia del provvedimento con il quale il giudice ha ordinato la ricostituzione del rapporto di lavoro (cfr., per tutte, Cass. n. 14461/2015);
che, peraltro, perchè possa utilmente dedursi in sede di legittimità una “omessa pronunzia” – fattispecie riconducibile ad una ipotesi di error in procedendo ex art. 360 c.p.c., n. 4 – sotto il profilo della mancata corrispondenza tra il chiesto ed il pronunziato, deve prospettarsi, in concreto, l’omesso esame di una domanda o la pronunzia su una domanda non proposta (cfr., tra le molte, Cass. nn. 13482/2014; 9108/2012; 7932/2012; 20373/2008); ipotesi, queste, che la ricorrente non ha provato, in quanto non ha prodotto (nè trascritto, nè indicato tra i documenti offerti in comunicazione unitamente al ricorso), in violazione del disposto di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, l’atto di appello della società, nè il controricorso, cui si fa riferimento a pag. 9 del ricorso; pertanto, questa Corte non ha potuto apprezzare la veridicità delle doglianze mosse alla sentenza oggetto del presente giudizio e le stesse si risolvono in una diversa interpretazione, rispetto a quella cui la Corte di Appello si è attenuta, della normativa di cui si tratta (a pag. 5 del ricorso, infatti, la ricorrente rappresenta che “sarebbe più esatto privilegiare l’orientamento dell’applicabilità della L. n. 183 del 2010, art. 32, ai soli giudizi di primo grado in base all’esame letterale della norma medesima”;
che il secondo motivo è fondato nei termini di seguito precisati: premesso che non può condividersi l’assunto della ricorrente riguardo alla formazione del giudicato sulle spese di secondo grado “perchè non oggetto di ricorso per cassazione” (v. ricorso, pag. 14), poichè, in forza del c.d. effetto espansivo, la cassazione anche parziale della sentenza si estende e, quindi, travolge la statuizione sulle spese; per la qual cosa, in ipotesi di cassazione con rinvio, il giudice di questa successiva fase del processo deve provvedere, anche di ufficio, alla regolamentazione delle spese relative a tutte le fasi del giudizio di merito, secondo il principio della soccombenza, da rapportare unitariamente all’esito finale della causa (cfr., tra le molte, Cass. nn. 6938/2003; 4229/2001; 15005/2000); deve, comunque, rilevarsi che, nella fattispecie, le ragioni che hanno condotto alla disposta compensazione delle spese non sono esplicitate e non appaiono chiaramente ed inequivocabilmente desumibili dal complesso della motivazione adottata dalla stessa Corte di merito, la quale fa un generico riferimento ai “contrasti giurisprudenziali nella materia” per giustificare “la totale compensazione tra le parti delle spese del giudizio di primo grado, di appello, di cassazione e del presente giudizio”; al riguardo, già le Sezioni Unite di questa Corte, con la sentenza n. 2572/2012, avevano affermato che “l’art. 92 c.p.c., comma 2, nella parte in cui consente la compensazione delle spese di lite allorchè concorrano gravi ed eccezionali ragioni, costituisce una norma elastica, quale clausola generale che il legislatore ha previsto per adeguarla ad un dato contesto storico-sociale o a situazioni speciali, non determinabili esattamente a priori, ma da specificare in via interpretativa da parte del giudice di merito, con un giudizio censurabile in sede di legittimità, in quanto fondato su norme giuridiche”, ed ancora, precedentemente, le Sezioni Unite, con la sentenza n. 20598/2008 avevano sottolineato che il provvedimento di compensazione totale o parziale delle spese deve “trovare un adeguato supporto motivazionale, anche se, a tal fine, non è necessaria l’adozione di motivazioni specificamente riferite a detto provvedimento purchè, tuttavia, le ragioni giustificatrici siano chiaramente ed inequivocabilmente desumibili dal complesso della motivazione adottata a sostegno della statuizione di merito (o di rito)”: regola, questa, alla quale la Corte di Appello, nella fattispecie, non si è attenuta;
che, per le considerazioni innanzi svolte, il secondo motivo deve, dunque, essere accolto nei sensi di cui in motivazione; rigettato il primo motivo, con cassazione della sentenza in relazione al motivo accolto e rinvio alla Corte di appello di Roma, in diversa composizione, che si atterrà a quanto innanzi rilevato in merito alla decisione sulle spese, provvedendo, altresì, alla regolazione di quelle del presente giudizio.
La Corte accoglie, nei sensi di cui in motivazione, il secondo motivo di ricorso; rigetta il primo motivo; cassa la sentenza impugnata, in relazione al motivo accolto, e rinvia alla Corte di Appello di Roma, in diversa composizione, anche per la determinazione delle spese del presente giudizio.