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Timestamp: 2019-07-18 11:39:52+00:00
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Art. 441 codice di procedura civile - Consulente tecnico in appello - Brocardi.it
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Articolo 441 Codice di procedura civile
Dispositivo dell'art. 441 Codice di procedura civile
Il collegio nell'udienza di cui al primo comma dell'articolo 437, può (1) nominare un consulente tecnico (2) rinviando ad altra udienza da fissarsi non oltre trenta giorni [disp. att. 145, 146]. In tal caso con la stessa ordinanzapuò adottare i provvedimenti di cui all'articolo 423.
Il consulente deve depositare il proprio parere almeno dieci giorni prima della nuova udienza(3) (4).
(1) La norma in esame attribuisce al collegio la facoltà di nominare un consulente tecnico nel caso in cui la decisione impugnata sia fondata su un accertamento tecnico. Si tratta dunque di una valutazione discrezionale del collegio che però non esonera il collegio dall'onere di motivare la mancata ammissione della consulenza tecnica richiesta in quanto proprio la mancanza di motivazione potrebbe legittimare un ricorso per cassazione avverso la sentenza di appello.
(2) Il provvedimento di nomina del c.t.u. assume la forma dell'ordinanza. Nello stesso provvedimento, il giudice, ai sensi dell'art. 145 disp. att., assegna alle parti un termine di 6 giorni per la nomina di un proprio consulente di fiducia.
(3) Il termine di dieci giorni non ha natura perentoria e, pertanto, può essere prorogato dal giudice anche in maniera implicita con il semplice rinvio dell’udienza di discussione. Se però il c.t.u. non provvede a depositare la sua relazione prima dell’udienza la parte interessata potrà rivolgersi al giudice affinchè provveda alla sostituzione del c.t.u. inadempiente oppure potrebbe ricusarlo.
(4) Secondo un orientamento giurisprudenziale oramai consolidato, l’inosservanza del predetto termine, impedendo alla parte interessata di prendere tempestiva visione della relazione peritale per la elaborazione di proprie memorie, restringe il diritto di difesa e comporta, quindi, la nullità relativa della consulenza, deducibile, a pena di decadenza, nella prima difesa successiva al deposito della relazione.
Massime relative all'art. 441 Codice di procedura civile
Cass. civ. n. 7013/2004
Il giudice d'appello non ha l'obbligo di rinnovare la consulenza tecnica, tuttavia, ove siano dedotte nuove malattie o aggravamenti di quelle già denunciate, oppure se il giudice ritenga di dover dissentire dalle conclusioni espresse dal Consulente nominato in primo grado, ha il dovere di motivare in ordine alla decisione di non disporre una nuova consulenza; quando, invece, non siano in discussione nuove malattie o aggravamenti nelle infermità denunciate e il giudice d'appello ritenga di condividere le conclusioni del c.t.u. nominato in primo grado, non è neppure necessaria una esplicita motivazione in ordine alle ragioni del mancato rinnovo della consulenza, potendo quest'ultima essere ritenuta superflua anche per implicito.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 7013 del 13 aprile 2004)
Cass. civ. n. 4652/2001
Qualora il giudice d'appello dissenta dalle conclusioni del consulente tecnico d'ufficio di secondo grado ed accolga quelle del consulente tecnico di primo grado, che siano state contestate dalla parte interessata, egli deve non soltanto enunciare le ragioni che lo inducono ad accettare la prima consulenza, ma deve specificamente contestare le contrastanti valutazioni della seconda consulenza, anche in relazione alle critiche delle parti.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 4652 del 29 marzo 2001)
Cass. civ. n. 3371/2001
Nel rito del lavoro, il giudice del gravame, qualora ritenga convincenti e condivisibili le conclusioni del consulente tecnico nominato dal giudice di primo grado, non è tenuto a disporre una nuova consulenza, rientrando tale facoltà, consentitagli dall'art. 441, comma primo c.p.c., nell'ambito dei poteri discrezionali a lui spettanti e non sindacabili in sede di legittimità se non attraverso la motivazione con la quale egli abbia giustificato il proprio convincimento in risposta alle doglianze all'uopo mosse dalla parte interessata.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 3371 del 8 marzo 2001)
Cass. civ. n. 5578/1999
Nelle controversie in materia di invalidità pensionabile la nomina del consulente tecnico d'ufficio è obbligatoria per il giudice di primo grado, mentre è, in linea di principio, meramente facoltativa per il giudice d'appello, salvo il caso di documentati aggravanti del quadro patologico. Peraltro, è pur sempre da considerare giuridicamente corretto che il giudice d'appello, qualora non condivida o nutra dubbi sulla bontà di una prima consulenza, ne disponga il rinnovo. Infatti, il contributo alle cognizioni di ordine tecnico del giudice, derivante da tale rinnovo, è difficilmente sostituibile, stante il grado altamente specialistico raggiunto dalle discipline tecniche e, specificamente, dalla medicina legale. (Nel caso di specie — relativo all'accertamento del diritto all'indennità di accompagnamento — il Ministero dell'Interno aveva sostenuto l'inutilità della consulenza tecnica disposta dal giudice di appello sul principale rilievo che l'interessata era deceduta nel corso del giudizio, sicché si trattava esclusivamente di effettuare un riscontro documentale).
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 5578 del 7 giugno 1999)
Cass. civ. n. 5139/1999
Dall'art. 441 c.p.c. si desume che nel rito del lavoro il potere del giudice di merito di disporre il rinnovo in grado di appello della consulenza tecnica di ufficio è discrezionale. Ne consegue che nelle controversie in tema di invalidità pensionabile il suddetto rinnovo può essere disposto non soltanto limitatamente all'ipotesi in cui sia necessario verificare denunciati aggravamenti di malattia ovvero qualsiasi altra sopravvenuta modificazione del quadro patologico, ma anche tutte le volte che siano ritenute, anche per implicito, insufficienti le conclusioni del consulente di primo grado.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 5139 del 26 maggio 1999)
Cass. civ. n. 4787/1999
Nei giudizi in materia di invalidità pensionabile, qualora il giudice di appello abbia disposto una nuova consulenza tecnica e ne condivida i risultati non è necessario che egli esponga in modo specifico le ragioni del suo convincimento potendo limitarsi a riportare il parere del c.t.u. sempreché tale parere - per la sua formulazione - sia idoneo a supportare una concisa motivazione adesiva e sempreché tale motivazione non si risolva in una acritica ricezione del suddetto parere allorquando lo stesso sia stato posto in discussione con specifiche censure potenzialmente idonee ad incidere sulla soluzione della controversia. In tale ultimo caso, infatti, la motivazione della sentenza dovrà tenere conto dei rilievi della parte che siano pertinenti rispetto alla fattispecie esaminata dal c.t.u.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 4787 del 17 maggio 1999)
Cass. civ. n. 12354/1998
Nelle controversie in materia di previdenza e assistenza obbligatoria che richiedono accertamenti tecnici, la nomina di un consulente tecnico è obbligatoria per il giudice di primo grado ai sensi dell'art. 445 c.p.c., mentre è facoltativa per il giudice d'appello, il quale, tuttavia, è tenuto, a pena di nullità del procedimento di secondo grado, a disporre la suddetta consulenza ove essa risulti omessa nel giudizio di primo grado;
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 12354 del 5 dicembre 1998)
Cass. civ. n. 9175/1997
La consulenza tecnica d'ufficio si traduce in un esame dei dati specialistici in atti in modo da servire a lumeggiare la questione dibattuta affinché il giudice possa trarne elementi chiarificatori ai fini della sua decisione. Essa pertanto quale ausilio per il giudice nella soluzione di questioni prettamente tecniche e non mezzo di prova sfugge, nel rito del lavoro, alla regola contenuta nell'art. 437 c.p.c. sulla possibilità di disporre nuovi mezzi di prova, in grado di appello, solo quando essi siano indispensabili.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 9175 del 15 settembre 1997)
Cass. civ. n. 5345/1996
Se nel corso del giudizio di primo grado siano stati nominati, in tempi successivi, due consulenti d'ufficio le cui conclusioni siano difformi ed inconciliabili fra loro, il giudice di appello (come quello di primo grado) può seguire il parere dell'uno o dell'altro o anche discostarsi da entrambi, purché dia adeguata giustificazione del suo convincimento, mediante l'enunciazione dei criteri probatori e degli elementi di valutazione specificamente seguiti, e salva, pertanto, l'esperibilità di un'ulteriore indagine tecnica, la quale è opportuna, se non addirittura indispensabile, in ipotesi di notevole divergenza delle consulenze già espletate.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 5345 del 8 giugno 1996)
Cass. civ. n. 4720/1996
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 4720 del 22 maggio 1996)
Cass. civ. n. 3747/1995
Nel nuovo rito del lavoro, l'inosservanza, da parte del consulente tecnico d'ufficio nominato nel giudizio d'appello ai sensi dell'art. 441 c.p.c., del termine giudizialmente assegnatogli per il deposito della consulenza, non comporta alcuna nullità, sempreché detto deposito avvenga almeno dieci giorni prima della nuova udienza di discussione, conformemente al disposto del terzo comma dell'articolo citato e senza pregiudizio, quindi, del diritto di difesa. Ove, invece, il consulente depositi la relazione peritale oltre il suddetto termine di dieci giorni, sussiste un vizio di nullità relativa, che è sanato qualora non venga fatto valere nella prima istanza o difesa successiva al suo verificarsi.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 3747 del 29 marzo 1995)
Cass. civ. n. 11169/1993
La consulenza tecnica, quale mezzo di acquisizione di elementi di cognizione utili ai fini del decidere, può essere disposta dal giudice anche di ufficio, senza incontrare limite alcuno al regime delle preclusioni previsto dal rito del lavoro per l'assunzione di mezzi istruttori; conseguentemente, anche se l'espletamento della consulenza tecnica venga richiesto dalla parte — al fine di accertare determinati fatti essenziali per la decisione — per la prima volta nell'atto introduttivo del giudizio di appello, il giudice di merito non può disattendere tale istanza senza confutare con valide argomentazioni le ragioni addotte a fondamento della stessa.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 11169 del 12 novembre 1993)
Cass. civ. n. 1000/1990
La scelta dell'ausiliare è rimessa al potere discrezionale del giudice, il quale, non esistendo alcun espresso divieto al riguardo, può, nel giudizio di appello, nominare lo stesso consulente che abbia già prestato assistenza in primo grado, salvo il potere delle parti di far valere mediante istanza di ricusazione ai sensi degli artt. 63 e 51 c.p.c. gli eventuali dubbi circa la obiettività e l'imparzialità del consulente stesso, i quali, ove l'istanza di ricusazione — alla quale non è equiparabile la richiesta di revoca dell'ordinanza di nomina del detto consulente — non sia stata proposta, non sono più deducibili mediante il ricorso per cassazione.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 1000 del 12 febbraio 1990)
Cass. civ. n. 3946/1986
Nelle controversie in tema di pensione d'invalidità, la facoltà di nominare un consulente tecnico da parte del giudice d'appello a norma dell'art. 441 c.p.c., non trova limite per il caso che le censure mosse dall'appellante alla consulenza d'ufficio esperita in primo grado non sono state prospettate, previa nomina del consulente di parte, in contraddittorio con il consulente d'ufficio nominato in primo grado.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 3946 del 13 giugno 1986)
Cass. civ. n. 3875/1986
In una controversia concernente il riconoscimento della pensione di invalidità, il giudice di rinvio, cui la Suprema Corte, cassando per vizi di motivazione la sentenza d'appello, abbia demandato di motivare adeguatamente le ragioni dell'accoglimento delle conclusioni della consulenza tecnica di primo o di secondo grado, fra loro contrastanti, ben può utilizzare, ai fini del compimento della valutazione commessagli, lo strumento di una nuova consulenza, non essendo l'adozione di tale mezzo preclusa dalla sentenza di cassazione.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 3875 del 11 giugno 1986)
Cass. civ. n. 2746/1986
Il termine per il deposito della relazione della consulenza d'ufficio non ha carattere perentorio; ne consegue che, in sede d'appello, la sua inosservanza può incidere sulla validità della consulenza solo quando, non essendo il deposito avvenuto almeno dieci giorni prima della nuova udienza di discussione, vi sia stata violazione del diritto di difesa.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 2746 del 17 aprile 1986)
Cass. civ. n. 1774/1986
Qualora la parte abbia mosso all'operato del consulente tecnico di ufficio specifici rilievi critici, che possono essere formulati anche con la produzione di una certificazione sanitaria di data posteriore a quella delle indagini peritali, ovvero relativa a infermità nuove o più gravi rispetto a quelle già accertate e tenute presenti dal giudice di primo grado, il giudice di appello ha l'obbligo di prenderli espressamente in considerazione e di esporre le ragioni per le quali li disattenda, se tale documentazione si rilevi influente ai fini di un differente giudizio clinico, imponendosi, di regola, il riscontro, mediante nuova consulenza tecnica, della stessa documentazione esibita dall'interessato a fondamento della sua pretesa.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 1774 del 15 marzo 1986)
Cass. civ. n. 704/1986
Nelle cause in materia di previdenza ed assistenza obbligatorie, il giudice del merito, come non è tenuto a disporre in secondo grado la rinnovazione delle indagini tecniche, così è ugualmente libero di seguire le conclusioni del consulente di primo grado ovvero di dissentire dalle stesse, sempreché egli dia, in ogni caso, una motivazione adeguata del suo convincimento, rispondente ad un'attenta valutazione di tutti gli elementi concreti sottoposti al suo esame, con l'indicazione dei criteri logici e giuridici che lo hanno indotto al suo giudizio.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 704 del 4 febbraio 1986)
Cass. civ. n. 588/1986
Nelle controversie in tema d'invalidità pensionabile, il rinnovo della consulenza tecnica in grado di appello — che, in linea di principio, è meramente facoltativo, a norma del combinato disposto degli artt. 441, 442 e 445 c.p.c. — s'impone, di regola, qualora l'assicurato alleghi e documenti aggravamenti di malattia o insorgenza di nuove infermità, che il giudice di secondo grado debba valutare ed il cui riscontro richieda indagini tecniche.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 588 del 29 gennaio 1986)
Cass. civ. n. 6562/1985
Nel caso di contrasto tra due consulenti, ove il giudice del merito accolga le conclusioni del secondo di essi, non ha l'obbligo di esaminare in modo espresso le risultanze del precedente accertamento, essendo la nuova confutazione implicita nell'accettazione della nuova consulenza, ferma restando, peraltro, che nel caso di semplice accettazione da parte del giudice del parere di un consulente tecnico, gli eventuali vizi del processo logico seguito dal medesimo consulente si ripercuotono sulla decisione e gli omessi esami necessariamente la viziano.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 6562 del 20 dicembre 1985)
Cass. civ. n. 4093/1985
Nelle controversie in tema di pensione d'invalidità, il giudice di secondo grado non è obbligato a disporre la consulenza tecnica di ufficio; e ciò ancorché tale indagine non sia stata disposta dal giudice di primo grado, ove questa omissione non abbia formato oggetto di uno specifico motivo di appello.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 4093 del 9 luglio 1985)
relative all'articolo 441 Codice di procedura civile
Norma di riferimento: Articolo 441 Codice proc. civile - Consulente tecnico in appello | Quesito Q20112449
giovedì 17/02/2011 - Piemonte
“Se invece fosse stato necessario, a parere del ricorrente, una richiesta di chiarimenti alla CTU da parte del Giudice, ma il procuratore non avesse fatto esplicita richiesta, contestando comunque ritualmente con note critiche le contraddizioni della CTU, si potrebbe richiede in appello una integrazione della CTU con i suddetti chiarimenti?
Consulenza legale i 24/02/2011
Un conto è che la CTU non sia stata ammessa; un altro è che l’integrazione di CTU - perché non richiesta dall’avvocato al Giudice o perché non ritenuta utile da quest’ultimo - non sia stata ottenuta. In questo caso, nel giudizio di appello e, precisamente, nel proprio atto di citazione in appello, la parte deve espressamente censurare, con un apposito motivo di gravame, l’insufficienza dell’istruttoria espletata in primo grado con il mezzo della CTU, spiegando tutte le ragioni per le quali un supplemento d’istruttoria andrebbe autorizzato dal Collegio. Ad esso spetta la scelta se rimettere o meno la causa in istruttoria.
Norma di riferimento: Articolo 441 Codice proc. civile - Consulente tecnico in appello | Quesito Q20112244
“Il giudice non ha ammesso la richiesta di CTU formulata dal convenuto in primo grado, e non ha considerato rilevante la relazione del tecnico di parte. Nel dubbio ha rigettato l'istanza (usucapione). Possiamo chiedere in appello la nomina di un CTU?
Ai fini dell’ammissibilità dell'istanza formulata in grado di appello relativa alla proposizione di prove non ammesse nel precedente grado di giudizio, non può ritenersi sufficiente un generico richiamo a queste ultime. Per un verso, nel giudizio di appello la parte non può riproporre istanze istruttorie espressamente od implicitamente disattese dal giudice di primo grado senza espressamente censurare, con il motivo di gravame addotto, anche le ragioni per le quali le relative istanze in precedenza sono state respinte o disattese. Per altro verso, è comunque tenuta a riproporre dette istanze nelle forme e nei termini previsti per il giudizio di primo grado, in virtù del richiamo operato in tal senso dall'art. 359 del c.p.c..
Invero, è in sede di precisazione delle conclusioni ex art. 189 del c.p.c. che il procuratore di parte deve necessariamente reiterare le proprie istanze istruttorie, siccome formulate nel proprio atto introduttivo e nella memoria ex art. 183 del c.p.c., VI comma, n. 2.
L’intervenuta rinunzia della parte costituita in giudizio alle istanze istruttorie sulle quali il giudice non si è espresso, né esplicitamente né implicitamente, si desume dal suo stesso comportamento processuale, se non siano state riformulate all'udienza di precisazione delle conclusioni, con la conseguente inammissibilità della relativa istanza formulata in grado di appello, a ciò ostando il divieto espresso dall’art. 345 del c.p.c., poché non si verte in ipotesi idonea a configurare una prova nuova.