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Timestamp: 2019-02-16 11:37:28+00:00
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Notificata la sentenza sulla vicenda del dominio registrato da Malavasi. Riconosciute alcune delle tesi delle Poste e del registrante. La Naming Authority ne esce indenne
Punto-informatico.it - 7 Ottobre 2004
07/10/04 - News - Roma - Il complesso caso del dominio Bancoposta.it si è concluso nelle scorse settimane ed è ora stata notificata la sentenza del Tribunale di Modena. Come qualcuno ricorderà, la vicenda era nata dalla denuncia delle Poste per la registrazione di Bancoposta.it da parte di Daniele Malavasi, una denuncia che l'ente postale aveva esteso alla Naming Authority, alla Registration Authority e persino al Consiglio nazionale delle Ricerche.
Per conoscere l'intera sentenza occorrerà attendere ancora del tempo ma è già disponibile il dispositivo finale che riassume le risultanze in giudizio, un dispositivo che da un lato consente a Poste Italiane di rivendicare i propri diritti su Bancoposta.it e dall'altro invece nega all'ente ogni diritto su raccomandata.it e vaglia.it, anch'essi registrati dal Malavasi.
In particolare, nel dispositivo si dispone che questi ultimi due nomi a dominio debbano essere intestati nuovamente e immediatamente al Malavasi, al quale però non sono riconosciuti danni; si dichiara altresì che la registrazione di Bancoposta.it da parte del Malavasi ha costituito un atto di concorrenza sleale (ma dovrà essere riassegnato secondo le regole di naming e non direttamente a Poste Italiane) e che quindi le Poste dovranno essere risarcite di danni da quantificare in separata sede. Entro 60 giorni il dispositivo della sentenza dovrà essere pubblicato su alcuni quotidiani a tiratura nazionale dallo stesso Malavasi.
Per alcuni versi, però, la parte più importante del dispositivo è quella che impone alle Poste di risarcire la Naming Authority (difesa dallo studio di Enzo Fogliani) e il CNR (difeso dall'avv. Ripollino di Modena). Il "risarcimento delle spese" infatti è dovuto al riconoscimento da parte del Tribunale di quanto sostenuto fin dall'inizio tanto dal CNR quanto dalla NA, e cioè che la disputa sul dominio non poteva risolversi con un coinvolgimento di chi ha realizzato le regole di naming o chi ha gestito l'infrastruttura tecnica dei domini.
Punto-informatico.it - 26 Luglio 2004
26/07/04 - News - Washington (USA) - È da lungo tempo una voce del menù di Google e come tutto ciò che appare nella home page del motore più usato nel mondo ha un valore notevole: è Froogle, lo strumento di Google per lo shopping. Uno strumento il cui nome potrebbe ora essere a rischio.
Google ha infatti perduto una causa che aveva intentato al detentore del dominio Froogles.com, sostenendo che si trattava di un nome troppo simile al proprio e, come tale, foriero di confusione negli utenti.
A decidere che invece Froogles non rappresenta un problema per Google è stato un panel di tre giudici nominati da ICANN, l'ente internazionale di supervisione sul sistema dei domini.
Richard Wolfe, intestatario di Froogles, forse può sperare dalla decisione del panel che il proprio procedimento contro il marchio Froogle, presentato all'Ufficio dei marchi americano, possa risolversi in una vittoria. Se così fosse, Google perderebbe Froogle oppure sarebbe costretto a pagare a peso d'oro l'uso di quel nome. Google ha comunque ancora l'opportunità di portare il tutto all'attenzione di un tribunale civile statunitense.
Va detto che Wolfe ha registrato il proprio sito Froogles nel marzo del 2001, vale a dire molti mesi prima del dicembre 2002, quando Google ha annunciato Froogle.
Secondo l'avvocato di Wolfe "il diritto di Google di usare il marchio Froogle è seriamente in dubbio. Se continuano ad usare quel marchio infrangono i diritti di trademark di Richard Wolfe".
Armani, domini non garantiti dal nome
L'azienda Giorgio Armani riesce in tribunale a sottrarre il dominio armani.it che era stato registrato da Luca Armani. Ma questo è solo il primo caso... Si può prevedere una corsa alla registrazione di cognomi come marchi
Punto-informatico.it - 21 Marzo 2003
21/03/03 - Roma - Registrare un dominio.it con il proprio cognome non garantisce la titolarità dello stesso. Ad affermarlo è la clamorosa sentenza emessa dal Tribunale di Bergamo con cui si è deciso che il signor Luca Armani non ha diritto al dominio armani.it perché questo spetta alla Giorgio Armani, società il cui nome è anche un marchio.
Dopo la lunga vicenda Grauso sulla questione dei domini e le innumerevoli rassicurazioni provenienti dal NIC italiano, la sentenza di Bergamo sembra annullare uno dei pochi punti fermi nel mondo dei domini.it, quello secondo cui il proprio nome e cognome può garantire la titolarità di un dominio internet equivalente.
A prevalere, invece, secondo il giudice di questo caso, è la registrazione del marchio, capace di soverchiare qualsiasi diritto "al nome" che era stato rivendicato, in questo caso, dalla parte soccombente nel giudizio, cioè Luca Armani, titolare di un timbrificio.
"Oggi è un giorno triste per Internet - ha scritto Luca Armani sul suo sito, suo ancora per poco - E pensare che fino ad oggi ero convinto che quella parola ARMANI fosse il mio cognome, quello che da 39 anni ero convinto di rappresentare decorosamente. Sicuramente mi sono sbagliato, come sbagliata è la dicitura che appare sulla mia carta d'identità. ARMANI non è il mio cognome e nemmeno quello della mia famiglia ma è principalmente e innanzitutto un Marchio. Difficile sarà farlo capire in futuro, quando saranno cresciuti, anche ai miei figli ma ci proverò".
La beffa per Luca Armani è non solo essersi dovuto difendere dalle accuse della Giorgio Armani di aver utilizzato il proprio nome per lucrare sul nome altrui (!!!) ma anche di trovarsi ora a pagare salatissime spese legali all'azienda del celebre stilista. Rimane anche da vedere cosa penseranno di quanto accaduto tutti gli altri Armani italiani, e soprattutto quei circa 200 Armani che sono titolari di altrettante aziende nostrane.
Altro importante problema che si apre ora, naturalmente, è quello legato alla titolarità di tutti i domini italiani registrati da chi ha un cognome corrispondente. Se la Registration Authority a suo tempo affermava con forza che un nome a dominio equivalente ad un cognome non avrebbe potuto essere registrato se non dal titolare del cognome stesso, ora interviene una singolare ed estensiva interpretazione della legge sui marchi a cambiare tutto ciò.
Quanti correranno all'ufficio per la registrazione dei marchi per tutelare il proprio nome e cognome, un dato anagrafico che oggi, evidentemente, ha perso qualsiasi importanza?
Su Internet chi tardi arriva, male alloggia
Anna Masera - La Stampa - 11 agosto 2001
Su Internet, chi tardi arriva male alloggia. Certo, a uno come Armani, lo stilista che è riuscito a piazzare il suo nome dappertutto, brucia non essere riuscito a griffare anche il sito sul Web. Ma questa volta, la battaglia contro i proprietari di domini Internet che hanno "fissato" il loro nome (Armani) nel Web, Giorgio Armani l'ha persa e dovrà farsene una ragione. Qualche giorno fa una commissione legale dell'Organizzazione Mondiale della Proprietà Intellettuale (Wipo), che fa capo alle Nazioni Unite, ha stabilito che la compagnia svizzera GA Modefine, proprietaria del marchio Armani, ha meno diritti a mantenere il dominio "armani.com" di un canadese, Anand Ramnath Mani, un grafico di Vancouver che l'ha registrato prima dello stilista, agli albori di Internet, nel 1995. Mani dichiara di aver ricevuto un'offerta misera per togliersi di torno, solo 750 dollari, una somma che non avrebbe ricoperto nemmeno i costi dei suoi biglietti da visita e della carta da lettere intestata. I legali di Armani hanno affermato che ogni giorno, in tutto il mondo, persone che cercano il sito dello stilista trovano, con sorpresa, il sito di Mr. A.R. Mani a Vancouver, ma non hanno potuto dimostrare che Mani ha registrato il dominio in cattiva fede. La difesa legale del marchio "Armani" nel mondo Internet (oggi lo stilista è sul sito "www.giorgioarmani.com") ha avuto altri precedenti: come quello sul dominio "armani-sunglasses.com", aperto dalla ditta americana Aes Optics, causa che nel giugno 2000 si concluse a favore dello stilista, al quale la Wipo decise di trasferire il dominio conteso. E in Italia il timbrificio di Treviglio, in provincia di Bergamo, titolare Luca Armani, che aveva aperto il sito "www.armani.it" prima dell'ingresso della casa di moda nel web. Oggi, il sito dell'imprenditore bergamasco, che racconta in Rete tutta la storia legale fino al 2000, risponde a "www.timbrificio.armani.it", ma vi si accede ancora digitando soltanto "armani.it". Sfortunata la ricerca dello stilista anche per il dominio "armani.org", già registrato da un'associazione religiosa di una omonima signora francese dal nome Mireille. La soluzione al dibattito resta un problema di interpretazione. Giuristi esperti interpellati da Le Monde parlano di "cybersquatting", cioè l'occupazione abusiva di un territorio virtuale. Di fatto, il "nome" di dominio è solo un codice d'accesso, rappresenta la parte intellegibile di un protocollo numerico e non indentifica il contenuto del sito, nè quindi l'eventuale attività commerciale, pertanto è di chi prima lo registra. Nel caso del timbrificio lombardo, la difesa di Armani si avvalse della legge sui marchi (numero 480 del 4 dicembre '92) che vieta l'uso di marchi altrui che abbiano una certa rilevanza. La vicenda ovviamente non finisce qui. Probabilmente le parti raggiungeranno un accordo fuori dalle aule dei tribunali: Armani (nel senso di Giorgio) può permettersi di pagare qualcosa in più delle poche centinaia di mila lire che ha offerto per riconquistare il proprio nome sul Web. Il giusto prezzo che si paga per essere ritardatari. Una cosa è certa: prendersela significa non aver capito cos'è Internet.
La Philip Morris tutela il proprio marchio in internet
Patnet.it www.patnet.it - 25 settembre 2002
La multinazionale del tabacco "Philip Morris" ha annunciato ad inizio settimana di aver promosso una serie di azioni giudiziarie contro alcuni web site che hanno utilizzato e tuttora utilizzano i celebri marchi della casa (Marlboro, Merit, Chesterfield, Diana, eccetera) per vendere illecitamente sigarette attraverso internet. I nomi a dominio dei siti colpiti dalla reazione della Philip Morris lasciano chiaramente sospettare un comportamento illegittimo. Si tratta di indirizzi come: www.cheapmarlboro.com, www.discount-marlboro-cigarettes.com o www.europecigarettes.com. L'azione legale della company statunitense mira da un lato a bloccare il cosiddetto "brand abuse", ovvero l'utilizzo illegittimo del marchio aziendale su siti internet o nei nomi a dominio di società che non hanno alcun rapporto di distribuzione ufficiale; dall'altro vuole colpire il fenomeno delle importazioni parallele di sigarette nel territorio americano, anch'esso in contrasto con le leggi nazionali e federali.
Un altro record per la Nokia
Vince la prima disputa sul dominio .me.uk
Natalia Reni - Redazione Infodomini.it - 8 luglio 2002
E' il colosso delle telecomunicazioni Nokia la prima società a vincere una disputa .me.uk. La causa è stata intentata contro un londinese che ha registrato il dominio nokia.me.uk, sostenendo che Nokia fosse il suo soprannome. Dal procedimento è emerso invece come avesse sottoscritto anche altri domini .me.uk nei quali comparivano altrettanti marchi famosi. Alla data 15 gennaio 2002, oltre che il dominio nokia.me.uk, l'astuto londinese Nagi Jawad aveva già registrato domini del calibro di sony.me.uk, bmw.me.uk, vodafone.me.uk, orange.me.uk e nissan.me.uk. Inizialmente, la Nokia non era ricorsa alle vie legali, ma aveva agito inviando a Jawad una lettera nella quale chiedeva il trasferimento del dominio offrendo un rimborso per le spese di registrazione. Jawad non solo ha rivendicato il diritto sul nome a dominio, sulla base del suo soprannome, ma ha anche chiesto che gli venisse fatta un'offerta superiore per la cessione. Per la Nominet, incaricata della risoluzione delle dispute per i .me.uk, Jawad ha compiuto un abuso nella registrazione dei domini. Nessun peso è stato dato alla motivazione del "soprannome" quale giustificazione delle registrazioni. I domini .me.uk sono stati lanciati sul mercato lo scorso gennaio dal registry inglese Nominet, con lo scopo di creare un'estensione britannica riservata agli individui.
Il redirect non è uso passivo di un dominio
La Polo Ralph Lauren non dimostra la mala fede
Natalia Reni - Infodomini.it - 11 giugno 2002
La Polo Ralph Lauren Usa Holding ha perso la disputa che vedeva coinvolti i domini Ralph-Lauren-Polo.com e Polo-style.com, non riuscendo a provare la mala fede da parte dell'attuale intestatario. L'arbitro designato dalla Wipo per la risoluzione della disputa ha giudicato illegittimo e senza motivo l'utilizzo dei due indirizzi. Ma non ne ha riscontrato la mala fede nell'utilizzo, poichè i siti reindirizzano correttamente i visitatori all'url ufficiale della Polo Ralph Lauren, www.polo.com. La decisione è piuttosto sorprendente, se si considera che la Wipo considera come dimostrazione di utilizzo in mala fede anche il "passive holding", il non uso del dominio.
Singapore fatale per MTV
Perso il dominio, che rimane ad una società taiwanese
A cura della redazione - Infodomini.it - 17 maggio 2002
La Viacom International Inc., società che controlla la rete televisiva MTV, ha perso la battaglia per i diritti sul nome a dominio mtv.com.sg, registrato da un'azienda di Taiwan. Il Singapore Domain Name Dispute Resolution Service, per la prima volta incaricato di risolvere una disputa, ha motivato la decisione affermando come il nome MTV rappresenti una generica abbreviazione per video musicali. Per Daniel Seng, autore della motivazione, la società che gestisce il canale musicale non è stata in grado di provare chiaramente di avere diritti esclusivi sull'uso della parola MTV nel settore dei palinsesti televisivi e dei prodotti di intrattenimento. Attualmente il sito in questione si presenta come un portale in lingua cinese (nella quale, fra l'altro, non è possibile trovare una diretta traduzione dell'acronimo MTV) che offre servizi di email gratuite e che fornisce prodotti e servizi di intrattenimento. Ha sempre pubblicato un disclaimer nel quale nega qualsiasi legame con la Viacom MTV Networks. La Viacom, da parte sua, ha inutilmente invocato la violazione del marchio MTV, su cui ha l'esclusiva, e la mala fede nella registrazione e nell'uso del dominio da parte della società taiwanese.
Hello! saluta il suo dominio
A cura della redazione - Infodomini.it - 7 maggio 2002
Hello!, rivista di pettegolezzi sulle celebrità, ha perso la disputa per i diritti di hello.com. L'editore della pubblicazione si era rivolta alla Wipo per ottenere l'utilizzo del dominio, registrato nel 1996 da una web company californiana, la Pasadena. Durante questi anni, la Pasadena ha sfruttato il nome a dominio per promuovere alcuni servizi, come lo scambio di biglietti d'auguri o la vendita di video online. Dal luglio 2001 la home page di hello.com è stata spogliata dei contenuti e rimanda direttamente agli altri siti gestiti dalla società. In merito alla disputa, l'azienda californiana si è difesa, sostenendo la genericità del nome "hello", che solo in seconda battuta viene associato al marchio registrato per il giornale. Da parte sua, Hello! ha accusato la Pasadena di voler trattenere il nome a dominio, con lo scopo di danneggiare la casa editrice. Inoltre, secondo la rivista, l'attuale intestatario avrebbe l'intenzione di cedere l'indirizzo a terzi. La Wipo ha respinto la richiesta di trasferimento, in primo luogo perchè poichè la Pasadena sta utilizzando il dominio per affari legittimi e in secondo luogo perchè non è possibile giudicare un comportamento futuro.
In fumo l'indirizzo delle Lucky Strike
A cura della redazione - Infodomini.it - 2 maggio 2002
La multinazionale del tabacco British America Tabacco, nota per le marche di sigarette Lucky Strike e Kool, ha perso la disputa per la riassegnazione del dominio kool.com. Alla base della decisione, il fatto che BTA non abbia dimostrato nè che l'attuale intestatario del dominio contestato, Van R.Whiting, titolare del nome dal 1997, abbia attirato visitatori sul suo sito grazie alla confusione generata dal marchio, nè che Whiting avesse registrato il dominio nella speranza di lucrare profitti rivendendo il nome alla BTA stessa. Da quando è in vigore la Udrp (Uniform Domain-Name Dispute Resolution Policy), ossia le regole di riassegnazione dei nomi a dominio, in oltre 3.600 casi i detentori di marchi registrati hanno prevalso a scapito di cybersquatters. Ma in questo caso, l'arbitro della disputa, il neo-zelandese Andrew Brown, ha riconosciuto come Whiting non avesse agito in mala fede.
Liverpool - cybersquatters 1 a 0
Al team britannico i diritti su liverpoolfc.com
A cura della redazione - Infodomini.it - 22 aprile 2002
La squadra di calcio inglese Liverpool, ha vinto la battaglia contro un cybersquatter per i diritti sul dominio liverpoolfc.com. La Wipo ha infatti ravvisato la malafede dell'uomo d'affari Andrew Hetherington nel registrare quel nome a dominio. In sede di disputa, Hetherington aveva dichiarato che il sito sarebbe semplicemente servito come home page per un negozio di vestiti on line, il Liverpool Fashion Club. Ma i giudici hanno ritenuto insufficienti queste affermazioni, sostenendo invece che il dominio fu registrato con l'intenzione di rivenderlo alla squadra inglese a caro prezzo. Nel dicembre 2000, il Liverpool aveva infatti offerto 50mila sterline per i diritti sul dominio, ma Hetherington aveva giocato al rialzo, pretendendone almeno 125mila. La Wipo ha considerato la notorietà della squadra e ha affermato che FC è diventata nell'uso comune la sigla che sottintende Football Club. In liverpoolfc.com, i navigatori si sarebbero dunque aspettati di trovare il sito dei protagonisti della Premier League. Questa conclusione va nella stessa direzione di una disputa analoga riguardante la squadra tedesca del Bayern Monaco. In quel caso l'organismo aveva concluso che in fcbayern.com sostenere, come intendeva il resistente, che FC sottintendesse Fans Club non era credibile.
La Nissan perde la battaglia per nissan.com e nissan.net
A cura della redazione - Infodomini.it - 28 gennaio 2002
La Nissan Motor perde la battaglia legale intrapresa contro il signor Uzi Nissan per la proprietà di nissan.com e nissan.net, attualmente utilizzato per pubblicizzare l'attività di computer del titolare. Il giudice Pregerson ha sentenziato che non esiste malafede nell'uso dei due domini da parte del sig. Nissan, facendo così cadere uno dei requisiti fondamentali della legge federale del 1999 contro il cybersquatting. Il rigetto dell'azione intentata dalla Nissan Motor è una delle rare vittorie di un singolo contro una grande corporation nelle dispute sui nomi a dominio. Uzi Nissan aveva registrato i domini col suo cognome nel 1994 e 1996 per pubblicizzare la vendita di computer e servizi connessi. Già nel 1995 la casa automobilistica giapponese aveva mandato una lettera all'imprenditore del North Carolina, nella quale dimostrava "grande interesse" per il sito. Ma solo nel 1999 è ricorsa alle vie legali per l'ottenimento dei due nomi a dominio, accusando il sig. Nissan di uso illegale del marchio e cybersquatting. I legali della casa automobilistica hanno sostenuto come l'uomo avesse più volte chiesto milioni di dollari per cedere i due indirizzi e come non avesse mai tentato di registrare nissancomputer.com, nome più indicativo, secondo la Nissan, per il tipo di attività esercitata. Gli avvocati difensori dell'imprenditore, al contrario, hanno ribattuto come il sig. Nissan avesse semplicemente usato il suo cognome per pubblicizzare legalmente i suoi affari, registrando il sito molto prima dell'azienda giapponese. Non è la prima volta che si verifica un caso del genere: nel febbraio 2000 la Volkswagen aveva accusato la Virtual Works Inc., un internet provider, di tentare di rivenderle vw.net per una cifra esorbitante. In quell'occasione la corte federale tedesca aveva ragione alla casa automobilistica, assumendo la violazione della legge contro il cybersquatting da parte del provider. Ma per quanto riguarda la disputa "Nissan" sono trapelati dei retroscena. Pare che, dall'agosto 1999, Uzi Nissan abbia modificato i contenuti del suo sito, pubblicando banner pubblicitari affini al settore automobilistico, come ad esempio autoadvantage.com e cartracker.com. A questo proposito, lo stesso giudice che adesso gli ha dato ragione, aveva imposto a Uzi Nissan di reindirizzare gli utenti verso il sito della ditta giapponese e di togliere qualsiasi riferimento alle auto dai due siti. A marzo è in programma a Los Angeles una nuova udienza e il sig. Nissan può ancora perdere i diritti sui nomi ed essere costretto a pagare i danni. Per il momento, la Nissan ha dovuto registrare nissandriven.com.