Source: https://www.unikore.it/index.php/it/numero-4/fausto-vecchio
Timestamp: 2019-07-18 20:29:20+00:00
Document Index: 83531813

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 21', 'art. 7', 'art. 8', 'art. 8', 'art. 11', 'art. 10', 'art. 41', 'art. 52', 'art. 52', 'art. 6', 'art. 51', 'art. 51', 'art. 132', 'art. 132', 'art.117', 'art. 7', 'art. 8', 'art. 15', 'art. 132']

Università degli Studi di Enna Kore - L’INGLORIOSA FINE DELLA DIRETTIVA DATA RETENTION, LA RITROVATA VOCAZIONE COSTITUZIONALE DELLA CORTE DI GIUSTIZIA E IL DESTINO DELL’ART. 132 DEL CODICE DELLA PRIVACY*
Con le decisioni riunite C-293/12 e C-594/12 dell’8 aprile 2014, la Corte di giustizia dell’Unione europea ha superato un suo precedente (e criticabile) orientamento giurisprudenziale e, facendo proprie le perplessità espresse da molte giurisdizioni costituzionali nazionali, ha finalmente annullato la famigerata direttiva 2006/24/CE che obbligava i gestori di servizi di telecomunicazione a conservare tutti i dati connessi alle comunicazioni elettroniche e su richiesta a fornirli alle autorità investigative e alla magistratura. Come è facile immaginare, si tratta di un provvedimento giudiziario di grandissima importanza che, pur non risolvendo tutte le questioni connesse alla tutela della riservatezza della vita privata e alla protezione dei dati personali in Europa, apre importantissimi spiragli per interventi di tutela in ambito nazionale e che però solleva alcune questioni applicative di non poco momento. Con l’intento di prospettare un quadro delle ricadute che la decisione può avere sugli ordinamenti interni degli stati membri (con particolare riferimento al sistema normativo italiano),di seguito si richiameranno brevemente i passaggi salienti della sentenza e, dopo aver prospettato alcune questioni applicative relative al destino della normativa interna di attuazione, si cercherà di proporre alcune soluzioni costituzionalmente praticabili per evitare che la discutibile pratica della conservazione dei dati personali continui a produrre i suoi effetti nefasti.
In primo luogo, è stata la Corte suprema irlandese che, per risolvere un caso in cui una ONG contestava la direttiva e l’atto nazionale di recepimento, ha sollevato una serie di questioni pregiudiziali e ha chiesto al giudice del Lussemburgo di verificare se la disciplina europea abbia compiuto un bilanciamento adeguato tra la necessità di garantire la sicurezza e il corretto funzionamento del mercato interno la necessità di garantire la libertà di circolazione (come tutelata dall’art. 21 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea), il rispetto della vita privata (come tutelato dall’art. 7 della Carta europea dei diritti fondamentali e dall’art. 8 della Convenzione europea), la protezione dei dati personali (come tutelata dall’art. 8 della Carta europea dei diritti fondamentali), la libertà di espressione (come tutelata dall’art. 11 della Carta europea dei diritti fondamentali e dall’art. 10 della Convenzione europea) e il diritto ad una buona amministrazione(come tutelato dall’art. 41 della Carta europea dei diritti fondamentali). La stessa Corte irlandese ha poi richiesto in che misura il principio di leale collaborazione imponga al giudice nazionale di valutare in autonomia la compatibilità tra i diritti e le libertà affermati dalla Carta europea dei diritti fondamentali (interpretate alla luce della Convenzione) e le norme nazionali di attuazione dei provvedimenti di origine sovranazionale.
Dopo aver individuato questi parametri di giudizio, i giudici scelgono di iniziare a confrontarsi con l’esistenza di una possibile violazione della privacy e della tutela dei dati personali e ritengono che, in effetti, la disponibilità dei dati di cui godono le compagnie di comunicazione e le autorità nazionali competenti e l’assenza di informazione di un trattamento massivo di dati integrano lesioni aggravate di questi due diritti. Accertata l’interferenza si tratta di valutarne la legittimità ai sensi delle regole generali dell’ordinamento europeo. A questo proposito, i giudici si richiamano alle prescrizioni contenute all’art. 52 della Carta e si premurano di segnalare che, per quanto gravi, le lesioni prodotte dalla direttiva non violano il contenuto essenziale dei diritti: per quanto riguarda il diritto alla riservatezza alla vita personale viene a questo fine fatto rilevare come è espressamente esclusa la possibilità di conservare il contenuto delle comunicazioni; per quanto riguarda, invece, il diritto alla tutela dei dati personali si segnala che il quadro normativo europeo (in particolare la direttiva 1995/46/CE e la direttiva 2002/58/CE)comunque garantisce l’applicazione di alcuni principi basilari di garanzia del trattamento. Proseguendo nella considerazione dei canoni dell’art. 52 della Carta, per giudicare sulla legittimità dell’interferenza, diventa dunque necessario operare una valutazione sul rispetto dei parametri imposti dal principio di proporzionalità: il perseguimento di un obiettivo di interesse generale e la necessità della limitazione quindi diventano condizioni imprescindibili affinché la direttiva 2006/24/CE possa essere considerata legittima ai sensi dell’ordine giuridico sovranazionale. Con riferimento alla prima delle due condizioni appena richiamate, i giudici giustamente osservano che le norme denunciate sono funzionali alla lotta contro il crimine e il terrorismo e, quindi, in ultima analisi sono funzionali al perseguimento di un obiettivo legittimo perché cercano di garantire quel diritto alla sicurezza che l’art. 6 della Carta riconosce ad ogni individuo. Con riferimento alla seconda delle due condizioni, la Corte invece rileva che, pur essendo adeguate per perseguire l’obiettivo che legittimamente intendono raggiungere, parecchie circostanze mostrano in maniera inequivoca che le norme denunciate eccedono i limiti di ciò che appare essere strettamente necessario per garantire la sicurezza: la vaghezza dei criteri utilizzati per definire in maniera oggettiva quali crimini perseguire attraverso la conservazione dei dati, l’insufficienza delle condizioni e delle procedure previste per evitare che attraverso la raccolta dei dati si possano perpetrare abusi (in particolare, il non aver previsto che l’accesso ai dati possa avvenire in seguito ad un apposito provvedimento dell’autorità giudiziaria), l’assenza di un catalogo di situazioni eccezionali escluse dall’obbligo di conservazione, la mancanza di norme che specificamente garantiscano modalità sicure di trattamento di una simile quantità di dati (in particolare, la distruzione irreversibile dei dati raccolti) e soprattutto la scelta di un monitoraggio che coinvolge indiscriminatamente tutti i soggetti, tutte i mezzi di comunicazione elettronica e tutti i tipi di dati determinano un quadro normativo che si colloca al di là di quanto strettamente indispensabile per conseguire l’obiettivo della lotta al crimine e al terrorismo.
Per far fronte agli inconvenienti appena esposti e per evitare che malgrado l’annullamento si possa proseguire nella pratica della conservazione, si potrebbe essere di primo acchito indotti a far ricorso all’art. 51 della Carta che esplicitamente contempla l’ipotesi di un contrasto tra la norma interna di attuazione e i diritti sanciti a livello sovranazionale. Si potrebbe cioè ragionare sostenendo che, ai sensi dell’art. 51, il rilevato contrasto tra pratica della conservazione dei dati e diritti tutelati dall’ordine giuridico europeo si rifletta anche sulle norme nazionali di attuazione e si potrebbe essere indotti a sostenere l’opportunità di una non applicazione del diritto interno contrastante con la Carta. Il ricorso ad una simile soluzione sembrerebbe addirittura incoraggiato dalla giurisprudenza (si vedano le decisioni Åkerberg, Siragusa e Pelckmans) con cui la Corte di giustizia ha interpretato estensivamente la clausola in questione fino ad escludere la possibilità che la norma si riferisca esclusivamente agli atti interni formalmente vincolati all’ordine giuridico europeo e fino a far coincidere il concetto di attuazione con l’adozione di un qualunque provvedimento adottato in ambiti materiali di competenza dell’Unione. In virtù di una ricostruzione del genere si potrebbe addirittura essere indotti a pensare di sanzionare con la disapplicazione anche l’art. 132 del Decreto legislativo 2003/196 (cd. Codice della privacy) che, pur non essendo in senso stretto vincolato al diritto europeo (in quanto approvato prima dell’adozione della direttiva), rientrerebbe comunque in un ambito materiale di competenza dell’Unione e (secondo la formula usata dalla Corte di giustizia) presenterebbe un “collegamento di certa consistenza” con l’ordinamento europeo.
Con specifico riferimento all’ordinamento italiano (e di tutti i sistemi europei che non hanno un controllo diffuso di costituzionalità) ciò significherebbe che il giudice dovrebbe investire la Corte costituzionale per chiederle di dichiarare l’incostituzionalità dell’art. 132 del Codice della privacy per contrasto con l’art.117 della Costituzione come integrato dall’art. 7 e dall’art. 8 della Carta europea. Inoltre, una volta rimossa la copertura fornita dall’atto sovranazionale, la Consulta non dovrebbe più incontrare intralci per far valere le garanzie offerte dalla Costituzione italiana e potrebbe riallineare il sistema italiano al quadro generale europeo facendo rilevare che la disciplina italiana (che presenta tratti ancor più discutibili dell’omologa disciplina europea) è contraria alla Costituzione perché non rispetta la riserva di giurisdizione prevista dall’art. 15, perché è irragionevolmente sproporzionata rispetto al fine perseguito o perché non specifica le ipotesi per cui è ammissibile una restrizione tanto grave del diritto alla riservatezza.
Fausto Vecchio, L’ingloriosa fine della direttiva Data retention, la ritrovata vocazione costituzionale della Corte di giustizia e il destino dell’art. 132 del Codice della privacy