Source: https://www.laleggepertutti.it/141501_i-figli-devono-aiutare-i-genitori-anziani-e-malati
Timestamp: 2018-11-14 20:42:51+00:00
Document Index: 25103396

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 2900', 'art. 591', 'art. 570', 'art. 591', 'art. 570', 'art. 570']

I figli devono aiutare i genitori anziani e malati
> Diritto e Fisco Pubblicato il 1 dicembre 2016
In caso di handicap grave, invalidità fisica o malattia mentale, il figlio che lasci il padre o la madre da solo senza poter badare a sé stesso commette reato.
Il figlio che volontariamente non presta assistenza e non aiuta il genitore malato o disabile, commette reato. A dirlo è una recente sentenza del tribunale di Firenze [1].
Secondo la sentenza, i figli non possono sottrarsi all’obbligo di curare e assistere il genitore in difficoltà: se lo fanno volontariamente, pur sapendo che il padre o la madre, ormai anziano, non può provvedere a se stesso, commettono il reato di abbandono di persone incapaci.
1 Il reato per chi abbandona i genitori malati
2 Il diritto agli alimenti
Il reato per chi abbandona i genitori malati
In particolare la legge sanziona chiunque abbandona una persona minore di 14 anni o una persona incapace, per malattia di mente o di corpo, per vecchiaia, o per altra causa, di provvedere a se stessa, e della quale abbia la custodia o debba avere la cura. La pena è la reclusione da sei mesi a cinque anni.
Se nel caso dei minorenni lo stato di incapacità si presume sempre e non va provata, negli anziani invece vale la regola inversa: quindi solo se la pubblica accusa riesce a dimostrare che vi sia stata una condizione di incapacità effettiva, che abbia – anche solo potenzialmente – esposto l’anziano a un rischio per la propria sicurezza, allora si può avere il reato. Il che equivale a dire che il comportamento del figlio indifferente va valutato in relazione alle capacità del genitore, alla gravità della malattia, alla sua autonomia materiale e mentale.
In virtù degli obblighi di solidarietà che si instaurano all’interno della famiglia, come i genitori sono tenuti a mantenere i figli fino alla indipendenza economica, perché versano in condizione di incapacità, anche i figli, una volta diventati adulti, rivestono una posizione di garanzia nei confronti del genitore ormai invalido o incapace, e quindi devono accudirli.
Ma cosa si considera «abbandono»? Costituisce “abbandono” qualsiasi azione od omissione che contrasti con l’obbligo della custodia o della cura; per la sussistenza del reato in esame occorre inoltre che, in dipendenza dell’abbandono, si crei uno stato, sia pure potenziale, di pericolo per la incolumità della persona abbandonata. Pertanto, l’abbandono integra in tal caso gli estremi della condotta criminosa, da cui dipende l’evento di pericolo penalmente sanzionato.
Quanto invece all’obbligo di dare i soldi ai genitori anziani incapaci economicamente, il codice civile impone solo la prestazione dei cosiddetti alimenti, ossia lo stretto indispensabile per mangiare e vivere (quindi anche le spese di medicine e della casa). Ma ciò solo a condizione che il genitore non abbia ancora il coniuge in grado di provvedere al suo mantenimento. Solo infatti quando il marito o la moglie non ha più le possibilità di prendersi cura del consorte (anche quindi nel caso di morte), scatta l’obbligo per i figli. Obbligo che non va ripartito in parti uguali tra la prole: ciascuno infatti è tenuto in base alle proprie possibilità economiche. In pratica, in presenza di più obbligati di pari grado, il giudice non prevede una ripartizione, in egual misura, tra questi ultimi della somma necessaria al sostentamento del bisognoso, ma provvede in proporzione alla disponibilità economica di ciascuno di essi. Il giudice deve, quindi, procedere nel rispetto del principio della proporzionalità dell’obbligazione alle rispettive condizioni economiche. Dall’applicazione di questo principio consegue che ciascun obbligato sarà chiamato a corrispondere l’importo relativo alla sua quota, senza poter essere condannato al pagamento di una quota altrui.
La disciplina dettata dal codice civile [3] si riferisce alla sola obbligazione alimentare legale e quindi all’obbligazione di prestare aiuto economico alla persona che versa in stato di bisogno da parte di chi vi è legato da particolari vincoli familiari. Il diritto agli alimenti comprende non solo gli alimenti naturali, quali vitto, alloggio, cure mediche, ma anche i cosiddetti doveri civili, connessi invece ai bisogni di natura morale e sociale.
Obbligati per legge a corrispondere gli alimenti sono: il coniuge; i figli legittimi o legittimati o naturali e adottivi e, in loro mancanza, i discendenti prossimi anche naturali; i genitori e, in loro mancanza, gli ascendenti prossimi, anche naturali; gli adottanti; i generi e le nuore; il suocero e la suocera; i fratelli e le sorelle germani o unilaterali, con precedenza dei germani sugli unilaterali.
Per quanto concerne i discendenti, la norma prevede un riferimento ai figli legittimi, legittimati, naturali e adottivi o, in assenza, ai discendenti prossimi, anche naturali. La legge di riforma del diritto di famiglia ha eliminato ogni distinzione tra figli legittimi e figli naturali. L’obbligo alimentare fa quindi carico ai discendenti quale che sia il rapporto di filiazione che lega il figlio al genitore. L’equiparazione non sussiste pienamente in ordine ai figli adottivi, i quali sono obbligati alla pari con gli altri figli nei confronti dell’adottante, ma non lo sono nei confronti dei genitori di quest’ultimo.
Un uomo si era disinteressato completamente della madre affetta da psicosi cronica con deficit cognitivo che si trovava a vivere isolata ed in stato di degrado materiale e morale. Il tribunale ha giudicato colpevole il figlio per il suo volontario e totale disinteresse nei confronti del genitore.
[1] Trib. Firenze sent. n. 3964/2016 del 27.08.2016.
[2] Art. 591 cod. pen.
[3] Art. 433 cod. civ.
Cassazione civ., Sez. I, 6 ottobre 2006, n. 21572
Il diritto agli alimenti è legato alla prova non solo dello stato di bisogno, ma anche della impossibilità di provvedere, in tutto o in parte, al proprio sostentamento mediante l’esplicazione di un’attività lavorativa. Ove, pertanto, l’alimentando non provi la propria invalidità al lavoro per incapacità fisica o l’impossibilità, per circostanze a lui non imputabili, di trovarsi un’occupazione confacente alle proprie attitudini e alle proprie condizioni sociali, la relativa domanda deve essere rigettata. (Giust. civ., 2007, 5 1142)
Tribunale di Trieste 23 maggio 2005
L’amministratore di sostegno ha l’obbligo di svolgere i propri compiti con diligenza e fedeltà, tenendo conto anche dei bisogni e delle aspirazioni del beneficiario. (www.personeedanno.it)
T.A.R. Veneto, Sez. I, 3 novembre 1999, n. 1785
Non sussiste un obbligo di natura alimentare, posto a carico dei parenti del malato (nella specie, i fratelli di soggetto portatore di handicap affetto da sindrome di Down e interdetto), di versare la quota di compartecipazione alla spesa per il ricovero presso una comunità alloggio convenzionata del loro congiunto e in ogni caso, poiché la domanda alimentare ha natura strettamente personale, l’amministrazione sanitaria non può sostituirsi al beneficiario e agire in via surrogatoria (ex art. 2900 c.c.) al fine di esercitare i diritti e le azioni che egli trascuri di esercitare, stante la qualificazione della domanda alimentare come strettamente personale, in quanto correlata a rapporti di natura affettiva e familiare, sì da escludere che il diritto agli alimenti possa essere esercitato da soggetti diversi dall’alimentando ovvero dal suo eventuale tutore o protutore. (RGSan, 2000, 192, 221)
VIOLAZIONE DEGLI OBBLIGHI DI ASSISTENZA FAMILIARE E ABBANDONO DI PERSONA INCAPACE
Cassazione pen., Sez. V, 2 luglio 2009, n. 31905
Ai fini della configurabilità del reato di cui all’art. 591 c.p., la vecchiaia, al pari di altre cause non specificate, è considerata causa di incapacità dell’offeso di provvedere a se stesso, alternativa all’infermità fisica o mentale della persona abbandonata. Essa, quindi, implica la “cura” della persona incapace, se non la sua “custodia”, perché le siano assicurate le misure necessarie per l’igiene propria e dell’ambiente in cui vive. Pertanto, l’abbandono integra in tal caso gli estremi della condotta criminosa, da cui dipende l’evento di pericolo penalmente sanzionato. Fattispecie in cui, da queste premesse, la Corte ha ritenuto corretta e motivata la decisione che aveva ravvisato il reato a carico dell’imputata, che risultava avere abbandonato il coniuge, incapace di badare a se stesso per l’età avanzata e per motivi di salute, essendo stato questi rinvenuto solo in casa in stato di grave degrado anche igienico. (Guida al Diritto, 2009, 44, 68)
Cassazione pen., Sez. I, 17 maggio 2004, n. 32508
La decurtazione volontaria e non giustificata dell’assegno di mantenimento, così come la saltuarietà del pagamento, integrano gli estremi del delitto di cui all’art. 570 c.p., quando l’avente diritto non disponga di redditi propri, e l’assegno sia di importo appena sufficiente a garantire la sussistenza. (D&G, 2004, 37, 56)
Cassazione pen., Sez. V, 19 maggio 1995, n. 7003
L’oggetto della tutela dell’art. 591 c.p. (abbandono di persona minore o incapace), diversamente da quello dell’art. 570 c.p. (violazione degli obblighi di assistenza familiare), non è il rispetto dell’obbligo legale di assistenza in quanto tale, bensì il pericolo per l’incolumità fisica, derivante dal suo inadempimento. Pertanto, non si configura la condotta di abbandono, se l’agente non abbia già in custodia o in cura l’incapace o il minore, e a tanto si rifiuti, benché possa esservi legalmente tenuto e risultare penalmente perseguibile per tale ragione per altro titolo. (Fattispecie nella quale è stato ravvisato il reato ex art. 570 c.p., avendo la moglie rifiutato di accogliere il marito affetto da sclerosi multipla, dimesso dall’ospedale e accompagnato dal fratello e da un amico, sicché l’uomo veniva ospitato dalla madre). (Cass. pen., 1996, 3300)