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Timestamp: 2020-04-02 17:08:23+00:00
Document Index: 103296117

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 463', 'art. 463', 'art. 463', 'art. 1', 'art. 330', 'sentenza ', 'art. 463', 'art. 2946', 'art. 464', 'sentenza ', 'art. 465', 'sentenza ', 'art. 466', 'art. 466', 'art. 448', 'art. 463']

Indegnità a succedere: ratio, caratteristiche e problematiche di un istituto successorio non molto conosciuto, la riabilitazione, la diseredazione
Avv. Iacopo Brotini - Il Capo III, Titolo I, Libro II del Codice Civile contiene la disciplina dell'indegnità a succedere (artt. 463 - 466).
Indegnità a succedere: la ratio dell'istituto
Le cause di indegnità
Qualificazione giuridica e rapporti con l'incapacità di succedere
La sentenza d'indegnità
L'indegnità e la diseredazione
Trattasi di un istituto che, nonostante l'indubbia incidenza che la relativa dichiarazione determina nella sfera giuridica del successibile, risulta di fatto poco conosciuto alla platea dei "non addetti ai lavori" ed altresì spesso confuso con altre e diverse figure più o meno tipizzate.
La ratio sottesa all'istituto in esame si apprezza anzitutto alla luce di una prospettiva di natura sociale ed etica più che prettamente giuridica ed individuabile nella circostanza che la coscienza collettiva non accetta che il soggetto il quale si sia reso responsabile di atti e/o condotte gravemente pregiudizievoli verso il proprio de cuius possa egualmente succedergli al pari degli altri chiamati all'eredità.
Le cause di indegnità, tassativamente indicate dall'art. 463 c.c., possono raggrupparsi come di seguito: a) Atti compiuti contro la persona fisica (omicidio doloso, omicidio tentato) o contro la personalità morale (calunnia, falsa testimonianza) del de cuius, oppure del coniuge o del discendente o dell'ascendente di costui. Occorre altresì ricordare che la L. 11/01/2018, n. 4 ha introdotto il nuovo art. 463 bis c.c. in forza del quale il coniuge, la parte dell'unione civile, il figlio, il fratello o la sorella del de cuius, che siano indagati per l'omicidio volontario o tentato nei confronti di lui, sono sospesi dalla successione fino all'esito del giudizio; b) Atti diretti con violenza o dolo contro la libertà di testare del de cuius, quali l'aver indotto il testatore a redigere un testamento, ovvero a revocarlo o a modificarne le disposizioni; l'aver distrutto, occultato o alterato il testamento; l'aver formato o consapevolmente utilizzato un testamento falso; c) Decadenza dalla responsabilità genitoriale. Si tratta di un'ipotesi di indegnità prevista dal numero 3 bis dell'art. 463 c.c. e introdotta dall'art. 1 L. 08/07/2005, n. 137, la quale dispone che sia escluso dalla successione del figlio il genitore che sia stato dichiarato decaduto dalla potestà genitoriale ai sensi dell'art. 330 c.c.
Ebbene, se è pacifico il fondamento di natura etico - sociale della figura, maggior dibattito ha al contrario suscitato la sua corretta qualificazione giuridica; sul punto la giurisprudenza di legittimità, dopo aver ribadito che l'indegnità non può ricondursi nè ad uno status personale del soggetto nè tantomeno ad un'ipotesi di incapacità all'acquisto ereditario, è giunta ad identificare l'istituto di cui agli artt. 463 e ss c.c. in termini di "sanzione civile di carattere patrimoniale avente un fondamento pubblicistico e che da luogo ad una causa di esclusione dalla successione" (cfr. Cass., Civ. Sez., II, 25/02/2019, n. 5411).
La definizione testé offerta, lungi dall'avere una portata meramente classificatoria, riverbera in realtà i propri effetti sia sul piano sostanziale che su quello processuale.
Infatti, qualora si concludesse circa l'appartenenza dell'indegnità all'alveo delle ipotesi di incapacità a succedere ciò significherebbe sostenere la radicale assenza - in capo all'indegno - di qualsiasi effetto acquisitivo; e ciò in quanto soggetto sin dall'inizio inidoneo all'acquisto dei diritti ereditari originati dalla delazione. Ne deriverebbe conseguentemente da un lato la nullità dell'accettazione e dall'altro la natura meramente dichiarativa della sentenza che poi accertasse l'indegnità del successibile.
Al contrario, dovendosi come detto ritenere l'istituto quale causa di esclusione dall'acquisto al verificarsi di uno dei presupposti elencati dall'art. 463 c.c., l'eventuale accettazione da parte del dell'indegno non risulta affetta da nullità ab origine ma sarà se del caso travolta con effetti retroattivi solo a seguito di una pronuncia di natura costitutiva passata in giudicato (cfr. Cass., Ult. Cit e Cass., Civ. Sez., II, 05/03/2009, n. 5402).
Insomma, come evidenziato dalla dottrina, l'indegno - al contrario dell'incapace a succedere - potest capere sed non retinere.
A conferma della natura eterogenea delle due fattispecie rispettivamente dell'indegnità e dell'incapacità permangono le seguenti ulteriori differenze: se l'azione volta a far dichiarare l'incapacità di succedere è imprescrittibile, quella funzionale alla pronuncia di indegnità si prescrive nel termine ordinario di cui all'art. 2946 c.c. (ovvero dieci anni), il quale decorre dal giorno dell'apertura della successione ovvero dal momento in cui l'interessato ha certezza della causa di indegnità (cfr. Cass., Civ. Sez., II, 29/11/2016, n. 24252).
L'indegnità inoltre non può essere rilevata d'ufficio dal giudice ma occorre che venga formulata apposita domanda da parte dell'interessato, ovvero di colui il quale viene alla successione in luogo dell'indegno (cfr. Cass., Civ. Sez., II, 19/03/2018, n. 6747).
Come si ricava dal tenore dell'art. 464 c.c., la sentenza che pronuncia l'indegnità ha effetto retroattivo; l'indegno è dunque considerato come se non fosse mai stato erede e per tale ragione - come prescrive la norma appena citata - è tenuto a restituire i frutti che gli sono pervenuti dopo l'apertura della successione.Naturalmente, essendo una sanzione (civile) di natura strettamente personale, la dichiarata indegnità non si trasmette o comunica ai discendenti dell'indegno. Tuttavia, al fine di limitare al massimo qualsivoglia ipotetico vantaggio, a quest'ultimo non spetta nè l'amministrazione nè l'usufrutto legale sui beni pervenuti ai propri figli dalla successione dalla quale è stato escluso (art. 465 c.c.).
Il successibile dichiarato indegno con sentenza costitutiva passata in giudicato può comunque essere riabilitato dal de cuius (art. 466 c.c.).
Si tratta, quella appena menzionata, di una fattispecie che contribuisce ulteriormente a distinguere la figura dell'indegnità dall'incapacità di succedere; quest'ultima infatti non conosce e non ammette rimedi di sorta.
Orbene, la riabilitazione - che può pervenire esclusivamente da parte del soggetto della cui successione si tratta - può essere totale o parziale. La prima ipotesi si verifica in forza di una dichiarazione espressa del de cuius contenuta in un atto ad hoc avente forma di atto pubblico o in un testamento; la seconda si ha laddove l'indegno venga contemplato in un testamento in qualità di destinatario di una certa disposizione.
In quest'ultimo caso tuttavia (art. 466 comma II c.c.) il successibile già dichiarato indegno è ammesso a succedere nei limiti della disposizione posta a suo favore ma non potrà ricevere niente come successore legittimo così come gli è preclusa l'azione di riduzione qualora quanto ricevuto sia inferiore alla quota di riserva.
Infine - e si tratta di un profilo non meno rilevante - l'istituto dell'indegnità a succedere non deve essere confuso con la c.d. diseredazione, ovvero la disposizione testamentaria a mezzo della quale il de cuius dichiara di non volere che alla propria successione partecipi un determinato soggetto il quale, in forza delle norme sulla successione legittima, ne avrebbe al contrario pieno titolo.Ebbene, se da un lato è pacifico che una siffatta disposizione non potrebbe in alcun modo ledere i diritti che la legge attribuisce ai successori necessari (in quanto previsti da disposizioni inderogabili), dall'altro ci si domanda se il testatore ha invece il diritto di inserire nel proprio testamento una disposizione negativa (nel senso di esclusiva) nei confronti di un successibile ex lege ma non legittimario.
In merito la giurisprudenza ha rilevato che una disposizione testamentaria di siffatta natura - purchè non leda i diritti dei riservatari - non potrebbe ritenersi di per sè invalida e/o inefficace in quanto non si pone in contrasto con alcuna norma imperativa (cfr. Cass., Civ. Sez., II, 25/05/2012, n. 8352, laddove si argomenta l'ammissibilità di una tale disposizione in quanto in linea con la natura personalissima dell'atto di ultima volontà diretto a regolare la distribuzione delle sostanze del testatore per il periodo successivo alla propria scomparsa).
Si ricordi altresì che l'art. 448 bis c.c. prevede un'ipotesi tipica di diseredazione: i figli e, in mancanza, i loro prossimi discendenti potranno escludere dalla successione i genitori che siano decaduti dalla responsabilità genitoriale per ragioni diverse da quelle integranti i casi di indegnità di cui all'art. 463 c.c.
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(10/02/2020 - Avv.Iacopo Brotini) • Foto: 123rf.com