Source: http://www.giurcost.org/decisioni/1968/0114s-68.html
Timestamp: 2013-05-24 05:41:44+00:00
Document Index: 165917610

Matched Legal Cases: ['art. 349', 'art. 349', 'art. 349', 'art. 109', 'sentenza ', 'art. 109', 'art. 109', 'art. 112', 'art. 109', 'art. 3', 'art. 349', 'art. 2', 'art. 349', 'art. 349', 'art. 109', 'art. 109', 'art. 349', 'art. 349', 'art.\n246', 'art. 288', 'art. 349', 'art. 349', 'art. 109', 'art. 109', 'sentenza ', 'art. 220', 'art. 223', 'art. 349', 'art. 109', 'art. 349', 'art. 109', 'art. 349', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 349']

Consulta OnLine - Sentenza n. 114 del 1968
CONSULTA ONLINE ������ SENTENZA N. 114
composta dai signori Giudici: Prof. Aldo SANDULLI, Presidente Prof. Giuseppe BRANCA Prof. Michele FRAGALI Prof. Costantino MORTATI Prof. Giuseppe CHIARELLI Dott. Giuseppe VERZ� Dott. Giovanni Battista BENEDETTI Prof. Francesco Paolo BONIFACIO Dott. Luigi OGGIONI Dott. Angelo DE MARCO Avv.
Ercole ROCCHETTI Prof. Enzo CAPALOZZA Prof. Vincenzo Michele TRIMARCHI Prof. Vezio CRISAFULLI Dott. Nicola REALE,� ha pronunciato la seguente SENTENZA
nel giudizio di legittimit� costituzionale dell'art. 349,
ultimo comma, prima parte, del Codice di procedura penale, promosso con
ordinanza emessa il 16 marzo 1966 dal giudice istruttore del Tribunale di
Torino nel procedimento penale a carico di Tresello
Ferruccio e Porchietto Francesco, iscritta al n. 75
del Registro ordinanze 1966 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della
Repubblica n. 118 del 14 maggio 1966. Visto l'atto d'intervento del Presidente del Consiglio dei Ministri; udita nell'udienza pubblica del 9 attobre 1968 la relazione del Giudice Vezio Crisafulli; udito il sostituto avvocato generale
dello Stato Chiarotti per il Presidente del Consiglio
dei Ministri. Ritenuto in fatto
Nel corso di un procedimento penale a carico di Trosello Ferruccio e Porchietto
Francesco, il giudice istruttore del Tribunale di Torino ha sollevato, con
ordinanza emessa il 16 marzo 1966, questione di legittimit� costituzionale nei
confronti dell'ultimo comma dell'art. 349 del Codice di procedura penale, nella
parte in cui esso stabilisce: "il giudice non pu�
obbligare gli ufficiali ed agenti di polizia giudiziaria a rivelare i nomi
delle persone che hanno ad essi fornito notizie", per contrasto con gli artt. 109 e 3 della Costituzione. Premesso che i carabinieri del nucleo di polizia giudiziaria
di Moncalieri, a seguito di segnalazione "da fonte confidenziale degna di
fede" avevano richiesto al pretore di Moncalieri autorizzazione
ad eseguire una perquisizione nell'abitazione di Trosello
Ferruccio e nel corso della perquisizione avevano reperito oggetti di
provenienza furtiva; che, trasmessi poi gli atti per competenza al giudice
istruttore presso il Tribunale di Torino, le risultanze istruttorie ponevano in
luce che a carico del Trosello sussistevano indizi di
colpevolezza unicamente in ordine al reato di ricettazione, mentre a carico di Porchietto Francesco emergevano prove di colpevolezza per
il reato di furto; che il maresciallo Bovino Antonio della polizia giudiziaria
di Moncalieri, il quale aveva espletato le prime indagini, assunto come teste
ed interrogato circa la persona dalla quale aveva ricevuto la segnalazione,
dichiarava di volersi avvalere della facolt� concessagli dall'art. 349, ultimo
comma, del Cod. proc. pen. e pertanto non rivelava il
nome di questa persona, il giudice istruttore riteneva la questione di
legittimit� costituzionale, nei termini innanzi indicati, rilevante e non
manifestamente infondata. Circa la rilevanza il giudice a quo
osserva che dalla soluzione del problema attinente alla legittimit� o meno
della norma dipende il risultato stesso della istruzione penale, nel senso che
dalla possibilit� di pervenire alla identificazione della persona che ha
fornito alla polizia giudiziaria notizie e che dovrebbe pertanto assumere la
qualit� di teste dipende l'acquisizione di prove ulteriori che possono
comportare la estensione delle imputazioni ad altri soggetti, ovvero il
rafforzarsi o l'elidersi degli indizi di colpevolezza esistenti a carico degli
attuali imputati. Circa la non manifesta infondatezza, relativamente
all'art. 109 della Costituzione, l'ordinanza di rinvio si riporta
anzitutto ad alcune affermazioni contenute nella sentenza 18 giugno
1963, n. 94, della Corte costituzionale, secondo cui la disposizione
costituzionale di cui trattasi pone la polizia giudiziaria di fronte
all'autorit� giudiziaria in un rapporto di subordinazione
"funzionale", che "trova la sua piena giustificazione nelle
superiori esigenze della funzione di giustizia e nella necessit� di garantire
alla magistratura la pi� sicura ed autonoma disponibilit� dei mezzi di indagine".
Da questa interpretazione e dalla considerazione che
l'art. 109 della Costituzione non prevede alcuna deroga, n� alcuna riserva di
legge attraverso la quale possano introdursi deroghe, al principio della
dipendenza funzionale della polizia giudiziaria, deriverebbe, secondo il
giudice a quo, l'incostituzionalit� della limitazione disposta dalla norma
impugnata, posto che, se � vero che l'art. 109 non attribuisce al giudice una
discrezionalit� assoluta nell'impartire direttive od ordini alla polizia
giudiziaria, dovrebbe comunque ritenersi che le uniche limitazioni consentite a
tale discrezionalit� non possano essere ricercate se non in relazione allo
spirito ed alla ratio della disposizione costituzionale, fra le quali non
sarebbe possibile far rientrare quella che permette all'agente o ufficiale di
polizia giudiziaria di sottrarsi al proprio dovere verso l'autorit�
giudiziaria, tacendo il nome di chi certamente assume la qualit� di teste nel
processo penale, quando addirittura non possa rivestire la qualit� di imputato.
In quest'ultimo caso, anzi, il non rivelare il nome
del confidente equivarrebbe a garantire l'impunit� a chi ha commesso un reato,
ossia a pagare il prezzo della "confidenza" con una rinuncia
all'azione penale, e con la conseguente implicita violazione del principio
sancito all'art. 112 della Costituzione. D'altra parte - aggiunge l'ordinanza - la discrezionalit�
della polizia giudiziaria nel rivelare o meno il nome di una persona informata
sui fatti per cui si procede non rimarrebbe
neutralizzata dalla seconda parte dell'ultimo comma dell'articolo 349 del
Codice procedura penale, in base alla quale il giudice non pu� ricevere, a pena
di nullit�, dagli ufficiali ed agenti predetti notizie avute da persone i cui
nomi essi non ritengono di dover manifestare. E ci�, in quanto questa seconda
parte della norma verrebbe a ribadire la limitazione
dei poteri del giudice, precludendogli del tutto la ricerca della verit� ed
impedendogli un ambito di indagini in presenza di un commesso reato, in
conseguenza di uno jus tacendi
attribuito alla polizia giudiziaria: operando, cos�, un ingiustificato
rovesciamento fra le reciproche posizioni dell'autorit� giudiziaria e della
polizia giudiziaria, quali stabilite dall'art. 109 della Costituzione e
sottraendo quest'ultima al controllo e alla
dipendenza del giudice. Circa la non manifesta infondatezza relativamente
all'art. 3 della Costituzione, il giudice istruttore rileva che la
disposizione impugnata creerebbe una disuguaglianza fra i cittadini in una
duplice direzione. In un primo senso, infatti, essa esonerebbe
una categoria di cittadini - quella appunto degli
ufficiali ed agenti di polizia giudiziaria - dal generale obbligo di
testimoniare nei procedimenti penali, degradando questo obbligo a facolt�
quando si tratti di indicare i nomi di persone informate circa talune
circostanze per la realizzazione di un fine di giustizia. L'ordinanza fa
presente che il Codice di procedura penale pone altre deroghe a questo obbligo, ma le ritiene giustificate da un interesse
di carattere generale, quale il libero esercizio di determinate professioni,
che attengono alla libert� religiosa, al diritto di difesa, alla tutela della
salute e fa comunque notare che sono oggetto di controllo da parte del giudice,
il quale pu� sindacare con opportuni accertamenti la fondatezza dell'invocato
motivo di astensione; ulteriori deroghe sarebbero, infine, parimenti
giustificate alla luce di un interesse costituzionalmente protetto, in quanto
attengono a rapporti familiari. Nel caso dell'art. 349, invece, la discrezionalit�
degli agenti ed ufficiali di polizia giudiziaria si presenterebbe assoluta,
senza possibilit� di accertamento da parte del
giudice, e soprattutto inerente ad una funzione che si svolge nell'ambito del
dovere di collaborazione e di subordinazione all'autorit� giudiziaria. In un secondo senso, la disposizione impugnata introdurrebbe una arbitraria differenziazione fra i soggetti tenuti
all'obbligo del rapporto all'autorit� giudiziaria previsto in via generale
dall'art. 2 del Codice di procedura penale, che deve contenere anche
l'indicazione dei testimoni o quant'altro valga alla
loro identificazione, costituendo la eventuale omissione di queste indicazioni
un ipotesi delittuosa punita dal Codice penale. A quest'ultimo
obbligo ed alla relativa sanzione non sarebbero tenuti gli ufficiali ed agenti
di polizia giudiziaria, in virt� appunto dell'art. 349, ultimo comma, del
Codice di procedura penale che contrasterebbe pertanto con il principio di eguaglianza con il consentire a questi soggetti, per i
quali � pi� forte il vincolo di collaborazione e di subordinazione all'autorit�
giudiziaria, di sottrarsi ad un dovere indistintamente imposto agli altri
soggetti che, rivestiti di una determinata qualit�, hanno l'obbligo di riferire
all'autorit� giudiziaria. L'ordinanza � stata regolarmente notificata e comunicata, nonch� pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 118 del 14
maggio 1966. � intervenuto in giudizio il Presidente del
Consiglio dei Ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura di Stato, chiedendo
che la questione sia dichiarata infondata. Nelle sue deduzioni l'Avvocatura fa presente che l'ultimo
comma dell'art. 349 del Codice di procedura penale aggiunge nella sua seconda
parte che il giudice non pu� ricevere, a pena di nullit�, dagli ufficiali ed
agenti di polizia giudiziaria notizie avute da persone i cui nomi essi non
ritengono di dover manifestare: in tal modo, se da un lato protegge un segreto
d'ufficio che ubbidisce a determinate esigenze, dall'altro
tutela la sincerit� della prova, nel senso che non si ammette la
introduzione in giudizio di una prova la cui sorgente � ignota al giudice e
sottratta al suo sindacato. Cosicch�, la rilevanza della conoscenza della fonte
in virt� della quale l'ufficiale o l'agente di polizia giudiziaria si � orientato in un senso piuttosto che in un altro si
rivelerebbe priva di consistenza ai fini dell'esito del processo penale, il
quale pu� essere definito solo sulla base di prove che trovino una legittima
introduzione in esso. In altre parole, non conta che un certo orientamento di
ricerca sia stato agevolato da una piuttosto che da
altra fonte, ma solo il contenuto delle prove che, sia pure in relazione a quell'orientamento, gli ufficiali o gli agenti predetti
hanno correttamente acquisito e di cui siano legittimamente in grado ed in
dovere di dar conto. Ci� premesso, per quanto si riferisce in particolare al
sollevato profilo di incostituzionalit� nei confronti
dell'art. 109 della Costituzione l'Avvocatura osserva che la dipendenza della
polizia giudiziaria della magistratura, anche sul piano della subordinazione
funzionale, non dovrebbe essere intesa come esclusiva ed assoluta, in quanto la
citata norma costituzionale, quando statuisce che l'autorit� giudiziaria
dispone direttamente della polizia giudiziaria, mirerebbe semplicemente a
consentire al giudice, senza doversi rivolgere al potere esecutivo, di attuare
concretamente le attivit� materiali condizionanti in modo immediato l'esercizio
della sua funzione, e garantirebbe altres� il cittadino, attraverso l'accennata
sottoposizione funzionale, contro eventuali abusi delle forze di polizia ed
ingerenze ed interferenze di altri organi. La disposizione impugnata, lungi dall'incidere sui rapporti
fra il giudice e la polizia giudiziaria nei sensi di cui all'art. 109 della
Costituzione, troverebbe la sua giustificazione in un interesse di carattere
generale, in quanto diretta a rendere pi� efficiente l'attivit� degli organi di
polizia in ordine all'accertamento dei reati, n�
potrebbe mai consentire reticenze a favore non gi� dell'informatore, ma
dell'autore del reato. Per quanto attiene, poi, all'asserita violazione del
principio di eguaglianza sotto entrambi i profili
dedotti nell'ordinanza di rimessione, l'Avvocatura fa
rilevare che nella specie si verificherebbero le condizioni che permettono al
legislatore di disciplinare diversamente situazioni che egli considera
differenziate: la norma impugnata concernerebbe, infatti, una particolare
situazione obiettiva, in relazione ad una intera Categoria di funzionari ed in
base a valide ragioni fondate sull'interesse della collettivit�. Concludeva, pertanto, l'Avvocatura chiedendo la
dichiarazione di infondatezza delle questioni di legittimit� costituzionale
proposte. Nell'udienza pubblica del 9 ottobre 1968, l'Avvocatura
insisteva nelle conclusioni gi� formulate. Considerato in diritto
1. - Formalmente � denunciata la sola proposizione
dell'ultimo comma dell'art. 349 del Codice di procedura penale, che dispone:
"il giudice non pu� obbligare gli ufficiali e gli
agenti di polizia giudiziaria a rivelare i nomi delle persone che hanno ad essi
fornito notizie"; ma in realt� tale proposizione forma sintatticamente e
logicamente tutt'uno con quella che immediatamente la
segue, integrandone il precetto: "e non pu� ricevere, a pena di nullit�,
dagli ufficiali od agenti predetti notizie avute da persone i cui nomi essi non
ritengono di dovere manifestare". � dall'intero contesto
dell'ultimo comma dell'art. 349, che risulta, nel suo compiuto significato, la
norma in contestazione: puntualmente corrispondente, nella sostanza, a quella
espressa, con pi� semplice dizione e pi� lato riferimento soggettivo, dall'art.
246, ultimo comma, del Codice del 1913: "i pubblici ufficiali non debbono
esporre notizie raccolte da persone i cui nomi non credano di manifestare al
giudice" (si vedano pure le analoghe formule degli artt.
445 e 472, rispettivamente del Progetto del 1905 e del
Progetto del 1911). Cos� disponendo, come chiaramente si evince dai lavori
preparatori del tempo, volle il precedente Codice dirimere le dispute
dottrinali e le contrastanti interpretazioni giurisprudenziali che si erano
manifestate sotto il vigore del Codice del 1865, allorch�, nella mancanza di
norma apposita, il segreto di polizia veniva tuttavia
affermato, riconducendolo al segreto d'ufficio e al segreto professionale di
cui all'art. 288. Ma volle soprattutto il legislatore evitare il pericolo di abusi, in precedenza lamentati o ipotizzati,
espressamente statuendo l'ovvio principio non essere ammissibile deporre sulla
fede di un confidente del quale non si faccia il nome e che di conseguenza non
potrebbe a sua volta essere chiamato a testimoniare personalmente in giudizio.
In tal modo la riforma del 1913 tendeva a conciliare, in materia di tanta
delicatezza per la natura e per il peso dei diversi interessi che in essa interferiscono, "la necessit� sociale del segreto
della polizia con l'esercizio del diritto di difesa" (Rel.
Sottocommissione Pessina, par. XCII). Identico � il significato e identica
la ratio dell'attuale ultimo comma dell'art. 349 del Cod.
proc. penale, che si
apparenta perci�, sotto questo aspetto, alle disposizioni dello stesso Codice
che prescrivono l'uso processuale degli scritti anonimi (artt.
8 e 141) e fanno divieto ai testimoni di "deporre sulle voci correnti nel
pubblico" intorno ai fatti della causa (art. 349, comma quarto). 2. - Ci� premesso, e passando ad esaminare partitamente le singole censure contenute nell'ordinanza,
non si ravvisa contrasto tra la norma impugnata e l'art. 109 della
Costituzione, dovendo quest'ultimo, per il suo
spirito informatore e per il suo contenuto normativo,
ritenersi estraneo alla materia delle prove, in genere, e delle prove
testimoniali, in specie. L'art. 109, a prescindere dalle sue possibili implicazioni di
carattere organizzativo, delle quali molto si � discusso e tuttora si discute,
ma che qui non rilevano, ha comunque e per intanto il
preciso e univoco significato (sul quale questa Corte si � soffermata nella sentenza del 6
giugno 1963, n. 94) di istituire un rapporto di dipendenza funzionale della
polizia giudiziaria dalla autorit� giudiziaria, escludendo interferenze di
altri poteri nella condotta delle indagini, in modo che la direzione ne risulti
effettivamente riservata alla autonoma iniziativa dell'autorit� giudiziaria
medesima. In questo ordine di idee, l'art. 220 del Cod. proc. pen. nel testo modificato dalla Novella del 1955,
impone agli ufficiali ed agenti di polizia giudiziaria l'obbligo di
"eseguire gli ordine del giudice istruttore e del pretore", con
riguardo, evidentemente, a singoli atti o adempimenti di volta in volta
richiesti, stabilendo altres�, in linea pi� generale, che essi esercitano le
loro attribuzioni "alla dipendenza e sotto la direzione del procuratore
generale presso la Corte di appello e del procuratore della Repubblica";
mentre poi il secondo comma del medesimo articolo ed il successivo art. 223
provvedono in qualche misura a rendere operanti detti vincoli di subordinazione
configurando le relative responsabilit� e le connesse sanzioni disciplinari. � chiaro allora che le limitazioni alla
prova testimoniale di cui all'ultimo comma dell'art. 349 del Cod. proc. pen. non incidono sui descritti
vincoli di subordinazione funzionale (n� la situazione muterebbe ove pure, in
ipotesi, si trattasse invece di subordinazione gerarchica), poich� ufficiali ed
agenti di polizia giudiziaria, non diversamente da ogni altro pubblico
ufficiale, si configurano, quando assumano nel processo la qualit� di
testimoni, esclusivamente come tali, senza che gli obblighi e i diritti ad essi
imposti o riconosciuti in questa veste possano comunque riuscire alterati
nell'uno o nell'altro senso dai particolari rapporti di dipendenza in cui,
sotto altri profili e ad altri effetti, essi possono trovarsi nei confronti
della stessa autorit� giudiziaria precedente. 3. - Secondo l'ordinanza, il jus tacendi
riconosciuto agli ufficiali ed agenti della polizia giudiziaria, in connessione
con la sancita inammissibilit� di deposizioni basate unicamente su informazioni
dei loro confidenti, violerebbe l'art. 109 anche perch� precluderebbe al
giudice l'accertamento della verit�, operandosi cos� "un ingiustificato
rovesciamento fra le posizioni reciproche della polizia giudiziaria e
dell'autorit� giudiziaria". Ma quanto osservato al punto precedente vale a
mostrare come un siffatto "rovesciamento" non sussiste, poich�, da un
lato, i divieti dell'ultimo comma dell'art. 349 concernono il testimone, e perci�
l'ufficiale od agente di polizia giudiziaria in quanto testimone, e non gi� in
quanto organo ausiliario dell'ufficio giudiziario, posto alle dipendenze di
questo per lo svolgimento delle indagini; mentre, d'altro lato, l'art. 109
della Costituzione nulla dice, neppure per implicito, in
ordine all'estensione dei poteri di cognizione spettanti al giudice nel
processo penale. � da aggiungere che il caso limite, cui
espressamente si riferisce il giudice istruttore di Torino, del funzionario di
polizia giudiziaria che, avvalendosi della facolt� derivante dall'ultimo comma
dell'art. 349 del Cod. proc.
pen. illecitamente favorisca
l'impunit� di chi dovrebbe, a qualsiasi titolo, assumere la veste di imputato,
esula dall'ipotesi prevista dalla norma impugnata, la quale non potrebbe
certamente essere invocata per giustificare l'omessa denuncia degli indiziati
di un reato, ogni qual volta ne ricorrano le condizioni di legge. Questa Corte
� chiamata a giudicare della legittimit� costituzionale della disposizione del Codice,
nella sua astratta generalit�, e non pu� portare il suo esame sugli abusi che,
traendone pretesto, fossero eventualmente posti in
essere da funzionari poco scrupolosi, e nei confronti dei quali la legislazione
contempla, del resto, appropriati mezzi repressivi. 4. - � anche infondata la censura di violazione dell'art. 3, primo comma, della Costituzione. Sotto il profilo della diversit� di trattamento nei confronti
di ogni altro testimone, � sufficiente rilevare che
tale diversit� non concreta una discriminazione in favore di determinati
soggetti, essendo invece determinata da obiettive ragioni inerenti alla
pubblica funzione da essi svolta in circostanza sempre difficili, e rese talora
anche pi� malagevoli dal persistere di mentalit� e fatti di costume che, lungi
dall'incoraggiare i cittadini a collaborare lealmente con la giustizia, possono
a volte scoraggiare persino gli onesti dal fornire gli indizi in loro possesso
atti alla individuazione dei colpevoli di reati. Queste stesse considerazioni valgono a giustificare la
diversa disciplina del segreto di polizia nei confronti con altri segreti nonch� la posizione differenziata che ne risulta per gli
ufficiali ed agenti di polizia giudiziaria rispetto ad altre categorie di
pubblici ufficiali: diversit� che non sono pertanto n� arbitrarie n�
irragionevoli e non contrastano con alcun principio costituzionale, mentre anzi
trovano il loro ultimo fondamento nell'interesse alla realizzazione della
giustizia, che - come questa Corte ebbe ad affermare in altra occasione (sentenza 3 marzo
1966, n. 18) - "fra l'altro, vale ad assicurare l'esercizio di tutte
le libert�" ed "� anch'esso garantito, in via primaria, dalla
Costituzione". PER QUESTI MOTIVI
dichiara non fondata la questione di
legittimit� costituzionale dell'art. 349, ultimo comma, prima parte, del Codice
di procedura penale, sollevata con ordinanza del 16 marzo 1966 dal giudice
istruttore del Tribunale di Torino, in riferimento agli artt.
109 e 3 della Costituzione. Cos� deciso in Roma, nella sede della Corte
costituzionale, Palazzo della Consulta, il 21 novembre 1968. Aldo SANDULLI - Giuseppe BRANCA - Michele
FRAGALI - Costantino MORTATI - Giuseppe CHIARELLI - Giuseppe VERZ� - Giovanni
Battista BENEDETTI - Francesco Paolo BONIFACIO - Luigi OGGIONI - Angelo
DE MARCO - Ercole ROCCHETTI - Enzo CAPALOZZA - Vincenzo Michele TRIMARCHI -
Vezio CRISAFULLI - Nicola REALE Depositata in cancelleria il 28 novembre 1968.