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Timestamp: 2020-01-20 02:12:54+00:00
Document Index: 22707751

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 2043', 'art. 2059', 'art. 2059', 'art. 32']

dicembre | 2008 | Sentieri e Pensieri
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La sentenza n. 26972 11.11.2008 delle SS.UU. della Cassazione sul danno esistenziale
Gelsomina Vecchiato
La pubblicazione, avvenuta l’11 novembre scorso, della sentenza n. 26973 delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione ha avuto una eco immediata nei tribunale e negli studi legali, dove era da tempo attesa. I siti specializzati hanno titolato immediatamente in maniera drastica: “La Corte Suprema cancella il danno esistenziale”. Ed in effetti una lettura superficiale del dispositivo induceva a ritenere che le SS.UU. avessero voluto eliminare una categoria di danno non patrimoniale (quella appunto detta “esistenziale”) che si era andata affermando nella prassi giurisdizionale e nella dottrina a partire dalla fine degli anni 90. Il danno esistenziale – per la cui affermazione sul piano dottrinario ha lavorato a lungo ed in profondità Paolo Cendon – si è andato via via affermando per consentire il risarcimento di sofferenze patite da singole persone fisiche in conseguenza di fatti illeciti, nei casi in cui le nozioni ordinarie di danno patrimoniale, danno biologico e danno morale non trovavano applicazione.
Per fare esempi, si consideri la compromissione dell’esistenza dei genitori di un figlio, nato con gravi malformazioni non diagnosticate per errore medico che avrebbero consigliato e consentito l’interruzione della gravidanza; oppure la morte di un congiunto che, pur non causando una perdita patrimoniale, provoca una sofferenza interiore ai parenti. Ovvero il danno che deriva al coniuge di persona che, in conseguenza di fatto illecito, perde la funzionalità sessuale: la nozione di danno biologico prevede il risarcimento del danneggiato diretto, ma non del coniuge che si vede privato della possibilità di avere rapporti sessuali. Altro caso rilevante è il danno patito dalla vittima di un errore giudiziario. Proseguendo, la letteratura si è arricchita di varianti un po’ più stravaganti di danno esistenziale: la vacanza rovinata, la perdita dell’animale di affezione, il non aver potuto uscire di casa in qualche occasione e così via.
Si trattava in gran parte di sforzi dottrinari e giurisprudenziali tesi a colmare le lacune legislative di un codice civile (il nostro) risalente al 1942, quando la nozione di diritto soggettivo era abbastanza rudimentale ed una carta europea sui diritti universali dell’uomo non era nemmeno concepibile. Non va mai dimenticato, infatti, che la nostra politica si occupa di giustizia solo quando e per quello che riguarda uno dei suoi membri, dimenticandosi che la frenetica evoluzione della vita sociale richiederebbe adeguamenti continui della legislazione in tema di giustizia civile e penale (soprattutto sul piano sostanziale e non solo procedurale), se non altro per tentare di tenere il passo con le altre nazioni europee con le quali pretendiamo di confrontarci. Ed invece siamo ancora qui, con un codice civile del 1942!
E’ chiaro che la nozione di danno esistenziale si espone ad un ventaglio di interpretazioni amplissimo, che va da fatti oggettivamente gravi o gravissimi, che meritano grande attenzione e considerazione, ad altri di minor rilievo, che nel gergo giuridico vengono definiti “bagatellari”. I migliori interpreti dottrinari (fra cui Zivitz e Cendon) hanno cercato di delimitare l’ambito di applicazione di tale nuova categoria di danno ma, si sa, la giurisprudenza la scrivono i tribunali e non i professori.
Ed infatti, sul piano pratico, le cose non sono andate per il meglio, poiché i magistrati (soprattutto i giudici di pace) non hanno la sensibilità, la cultura ed il tempo di chi si occupa di diritto solo in astratto. E per di più la realtà dei processi non è quella delle aule universitarie e dei convegni scientifici. Ne discende che, troppo spesso, la nozione di danno esistenziale è andata a coprire ambiti che dovrebbero rimanere estranei all’attività giurisdizionale, generando un proliferare di cause futili e fantasiose, incardinate sull’idea che ogni minimo intoppo nella vita quotidiana, quantunque non originato da reato e non produttivo di un danno patrimoniale o biologico, cagiona un danno: quello esistenziale, appunto. E si sono visti i giudici di pace investiti di richieste risarcitorie per fatti di importanza nulla se non risibile, come il non aver potuto vedere una partita di calcio per via di un black out alla rete elettrica o non aver trovato al ristorante il piatto iscritto sul menu.
Le Sezioni Unite sono quindi intervenute per porre fine a questa distorta interpretazione del danno non patrimoniale, affermando che esso non è tipicizzabile in astratto, ma deve essere valutato, caso per caso, individuando non una generica sfera “esistenziale”, ma singole aree di vita del danneggiato presidiate da diritti inviolabili della persona riconosciuti dalla costituzione o da altri principi generali recepiti dall’ordinamento (quali ad esempio la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo).
Si può ben dire quindi che la nozione di danno esistenziale esce rafforzata dalla sentenza, ma non come categoria autonomamente ed astrattamente risarcibile, bensì come arma di tutela di un complesso di diritti individuali che l’interprete (il giudice) deve saper valutare caso per caso, quantificandone (e qui è la parte delicata che le SS.UU. non hanno neppure voluto affrontare) l’importo economico.
Ne consegue quindi che qualora un singolo dovesse risultare vittima di un danno di tal genere, grande importanza ricadrà sulle capacità del suo patrocinante-difensore. E si rientra in uno degli annosi temi della nostra giustizia: solo chi ha sostanze tali da permettersi un buon legale avrà adeguato risarcimento.
Lascio ora che parlino le SS.UU. con alcuni brani espunti dalla sentenza (fra parentesi la pagina).
“Il danno non patrimoniale deve essere inteso nella sua accezione più ampia di danno determinato dalla lesione di interessi inerenti la persona non connotati da rilevanza economica“. (p. 10).
“In ragione della ampia accezione del danno non patrimoniale, in presenza del reato è risarcibile non soltanto il danno non patrimoniale conseguente alla lesione dei diritti costituzionalmente inviolabili (…) ma anche quello conseguente alla lesione di interessi inerenti la persona non presidiati da siffatti diritti, ma meritevoli di tutela in base all’ordinamento” (p. 18).
“La tutela non è ristretta ai casi di diritti inviolabili della persona espressamente riconosciuti dalla Costituzione nel presente momento storico, ma, in virtù dell’apertura dell’art. 2 Cost. ad un processo evolutivo, deve ritenersi consentito all’interprete rinvenire nel complessivo sistema costituzionale indici che siano idonei a valutare se nuovi interessi emersi nella realtà sociale siano, non genericamente rilevanti per l’ordinamento, ma di rango costituzionale attenendo posizioni inviolabili della persona umana.” (p. 22)
“In presenza di reato, superato il tradizionale orientamento che limitava il risarcimento al solo danno morale soggettivo, identificato con il patema d’animo transeunte, ed affermata la risarcibilità del danno non patrimoniale nella sua più ampia accezione, anche il pregiudizio non patrimoniale consistente nel non poter fare (ma sarebbe meglio dire: nella sofferenza morale determinata dal non poter fare) è risarcibile. La tutela risarcitoria sarà riconosciuta se il pregiudizio sia conseguenza della lesione almeno di un interesse giuridicamente protetto, desunto dall’ordinamento positivo, ivi comprese le convenzioni internazionali (come la già citata Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, ratificata con la legge n. 88 del 1995), e ciò purché sussista il requisito dell’ingiustizia generica secondo l’art. 2043 c.c. E la previsione della tutela penale costituisce sicuro indice della rilevanza dell’interesse leso. In assenza di reato, e al di fuori dei casi determinati dalla legge, pregiudizi di tipo esistenziale sono risarcibili purché conseguenti alla lesione di un diritto inviolabile della persona.” (p. 28).
Tale ultimo capoverso conferma l’indirizzo già espresso dalla SS.UU. in materia di “danno esistenziale” definito in positivo come
“Pregiudizio (di natura non meramente emotiva ed interiore, ma oggettivamente accertabile) provocato sul fare reddituale del soggetto, che altera le sue abitudini e gli assetti relazionali propri, inducendolo a scelte di vita diverse quanto all’espressione e realizzazione della sua personalità” (Cass. SS.UU. 24 marzo 2006, n. 6572).
“La gravità dell’offesa costituisce requisito ulteriore per l’ammissione a risarcimento dei danni non patrimoniali alla persona conseguenti alla lesione di diritti costituzionalmente inviolabili.” (p. 36).
“L’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 2059 c.c. consente ora di affermare che anche nella materia della responsabilità contrattuale è dato il risarcimento dei danni non patrimoniali. Dal principio del necessario riconoscimento, per i diritti inviolabili della persona, della minima tutela costituita dal risarcimento, consegue che la lesione dei diritti inviolabili della persona che abbia determinato un danno patrimoniale o non patrimoniale comporta l’obbligo di risarcire tale danno, quale che sia la fonte della responsabilità, contrattuale o extracontrattuale. Se l’inadempimento dell’obbligazione determina, oltre alla violazione degli obblighi di rilevanza economica assunti con il contratto, anche la lesione di un diritto inviolabile della persona del creditore, la tutela risarcitoria del danno non patrimoniale potrà essere versata nell’azione di responsabilità contrattuale, senza ricorrere all’espediente del cumulo di azioni.” (p. 40).
“Vengono in considerazione, anzitutto, i c.d. contratti di protezione, quali sono quelli che si concludono nel settore sanitario. In questi gli interessi da realizzare attengono alla sfera della salute in senso ampio, di guisa che l’inadempimento del debitore è suscettivo di ledere diritti inviolabili della persona cagionando pregiudizi non patrimoniali. In tal senso si esprime un cospicua giurisprudenza di questa Corte, che ha avuto modo di inquadrare nell’ambito della responsabilità contrattuale la responsabilità del medico e della struttura sanitaria (sent. n. 589/1999 e successive conformi, che, quanto alla struttura, hanno applicato il principio della responsabilità da contratto sociale qualificato)” (p. 41-42).
“E’ compito del giudice accertare l’effettiva consistenza del pregiudizio allegato, a prescindere dal nome attribuitogli, individuando quali ripercussioni negative sul valore uomo si siano verificate e provvedendo alla loro integrale riparazione” (p. 47).
Tali orientamenti confermano nella sostanza l’indirizzo giurisprudenziale delle sentenze gemelle nn. 8827 e 8828 del 31 maggio 2003 richiamate dalla Corte Costituzionale:
“In due recentissime pronunce (Cass., 31 maggio 2003, nn. 8827 e 8828), che hanno l’indubbio pregio di ricondurre a razionalità e coerenza il tormentato capitolo della tutela risarcitoria del danno alla persona, viene, infatti, prospettata, con ricchezza di argomentazioni – nel quadro di un sistema bipolare del danno patrimoniale e di quello non patrimoniale – un’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 2059 c.c., tesa a ricomprendere nell’astratta previsione della norma ogni danno di natura non patrimoniale derivante da lesione di valori interenti la persona: e dunque sia il danno morale soggettivo, inteso come transeunte turbamento dello stato d’animo della vittima; sia il danno biologico in senso stretto inteso come lesione dell’interesse, costituzionalmente garantito, all’integrità psichica e fisica della persona, conseguente ad un accertamento medico (art. 32 Cost.); sia infine il danno (spesso definito in dottrina ed in giurisprudenza come esistenziale) derivante dalla lesione di (altri) interessi di rango costituzionale inerenti la persona.” (C. Cost. 11 luglio 2003, n. 233).
Quanto ai profili probatorii le SS.UU. affermano quanto segue.
“Attenendo il pregiudizio (non biologico) ad un bene immateriale, il ricorso alla prova presuntiva è destinato ad assumere un particolare rilievo, e potrà costituire anche l’unica fonte per la formazione del convincimento del giudice, non trattandosi di mezzo di prova di rango inferiore agli altri (v., tra le altre, sent. n. 9834/2002)” (p. 52).
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Un D’Alema molto lucido (1999).
Evidentemente il potere ne ha offuscato l’acume.
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Con quello che si legge sui giornali sentirei il dovere di commentare quello che sta succedendo nel partito democratico. Ma, sinceramente, al di là delle vicende giudiziarie, il comportamento del segretario e del gruppo dirigente è semplicemente incommentabile. Quindi non dico alcunchè, si commenta tutto da solo.
Leggo da corriere.it che Veltroni, parlando del suo partito proclama: “fuori i capibastone!”. Bravo, ben detto: cominciamo da lui.
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Torna il ricatto del premier.
La notizia di oggi e’ la seguente (repubblica.it).
Pronta una legge allunga-processi se la Consulta boccia il lodo Alfano
AVVOCATI più potenti, anzi potentissimi. Capaci di allungare a dismisura i tempi di un processo con un nuovo strumento nelle loro mani: “interrogare” tutte le persone che vogliono e “convocare” i testi a difesa “nelle stesse condizioni dell’accusa”. Non basta: “acquisire” ogni altro mezzo di prova ritenuto necessario. Non più come semplice optional, ma come “obbligo” al quale il giudice non può sottrarsi. È l’ultima trovata degli uomini del Cavaliere per salvare il “capo” comunque vada a finire il lodo Alfano. Un articolo del futuro disegno di legge del Guardasigilli, messo a punto e curato nei minimi dettagli dal suo ufficio legislativo e dal consigliere giuridico del premier Niccolò Ghedini, finora strettamente riservato, cambia un articolo del codice di procedura penale (il 190 sul diritto alla prova) e c’infila dentro pari pari il dettato costituzionale sul giusto processo. Le parole del famoso articolo 111, riscritto, discusso e approvato (era il 5 gennaio del 2000) negli anni del centrosinistra con plauso bipartisan, da principio a caratura generale, diventano un potente strumento nelle mani di chi vuole fare melina nei processi e si pone l’obiettivo non di ottenere giustizia in tempi rapidi, ma al contrario allontanare il più possibile nel tempo una sentenza. Una a caso? No, quella dei processi contro Berlusconi, Mills e diritti televisivi attualmente fermi a Milano, se lo scudo del lodo Alfano dovesse fallire il suo appuntamento con la Corte costituzionale.
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