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Timestamp: 2018-03-18 04:07:47+00:00
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Malta: Quale giudice precostituito? E' il pubblico ministero a sceglierlo!Diritti Europa
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Posted by: Roberto Federico Proto in Categorie Violazioni CEDU, Diritto ad un equo processo, I diritti in Europa, In evidenza 2 febbraio 2013
Violazione del principio di legalità: caso Camillieri v. Malta, 22 Gennaio 2013
Una prassi che non ha precedenti quella della giustizia maltese, che consente alla pubblica accusa (da sempre non sullo stesso piano della difesa) di poter scegliere senza criteri o linee guida previste dalla legge, e quindi arbitrariamente, la Corte dinanzi alla quale poter svolgere il processo. Una deroga alle basilari garanzie processuali dell’imparzialità, della terzietà e dell’indipendenza del giudice; ed in barba anche alla massima fondamentale del diritto moderno: la precostituzione del giudice naturale per legge, quindi nullum crimen, nulla poena sine lege.
IL CASO – Il ricorrente è un cittadino maltese (ignoto per motivi di privacy) che nel 2003 venne accusato di aver posseduto sostanze illegali (953 pillole di ecstasy), per uso non personale; il fatto contestato risale al 2001. Il procuratore competente decise di iniziare un provvedimento penale contro il ricorrente e, ai sensi della sezione 120 A (comma 2) del the Medical and Kindred Professions Ordinance, di scegliere lui stesso quale Tribunale dovesse dirimere la controversia (fatto alquanto insolito).
La corte penale investita del caso, con la sentenza del 16 novembre 2005, a seguito di un processo con giuria, ritenne il cittadino maltese colpevole, in forza del verdetto della giuria di 8-1, e lo condannò a quindici anni di carcere ed a versare una multa di 15.000 lire maltesi (circa 35.000 € ), oltre ad ordinare la confisca delle sostanze stupefacenti. Nell’aprile del 2008 la suddetta sentenza venne confermata dalla Corte d’Appello.
Ma il ricorrente dopo la condanna, nel febbraio 2009, decise di proporre un ricorso costituzionale, lamentando di aver subito un processo non imparziale in contrasto con il diritto ad un equo processo sancito dall’art 6 della Convenzione Europea per la Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali, e, in particolare, contestò l’eccessivo potere discrezionale del pubblico ministero, che infatti decise dinanzi a quale tribunale si sarebbe svolto il processo a suo carico e l’entità della pena. La Corte civile (First Hall) che ha valutato il ricorso, riferendosi al precedente del caso Ellul contro Procuratore Generale in cui la C. Costituzionale constatò che il potere discrezionale esercitato dal Pubblico Ministero (in relazione alla sezione 22 del the Dangerous Drugs Ordinance – una disposizione simile a quella della sezione 120 A in esame nel caso di specie) non causò l’inosservanza del principio sancito dall’art 6 della Convenzione, respinse la sua censura.
Il ricorrente, imperterrito, ripropose il medesimo ricorso alla Corte Costituzionale che, con la sentenza del 12 febbraio 2010, confermando la sentenza della corte civile, ha dichiarato che non vi fosse alcun dubbio idoneo a far dubitare dell’imparziale e terzietà della Corte investita del caso; ritenne invece che il processo si svolse nel pieno rispetto dei principi cardine sanciti dalla legge e dall’art 6 della Convenzione. In particolare la C. Costituzionale affermò che tra le competenze del procuratore generale, in qualità di PM, c’è anche quella di poter scegliere la sede del processo, tenendo conto della gravità del reato, e che tale competenza non gli conferisce lo stesso potere di un giudice, ossia la facoltà di accertare la colpevolezza o l’innocenza dell’imputato. Anche se sarebbe auspicabile, per la Corte Costituzionale, che per motivi di equità e trasparenza i criteri che devono essere utilizzati dal pubblico ministero nell’esercizio di questa facoltà siano previsti analiticamente dalla legge.
IL RICORSO- Convinto della gravità della vicenda, il cittadino maltese deposita, il 26 luglio 2010, un ricorso contro Malta presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, lamentando la violazione dell’art 6 CEDU (Diritto ad un equo processo) e dell’art 7 CEDU (Nessuna pena senza la legge), avendo subito un processo nella piena inosservanza dei principi basici di un processo (imparzialità, terzietà, indipendenza) a causa dell’eccessiva discrezionalità esercitata dal pubblico ministero. E richiede in fine che la sua pena venga ridotta (competenza che non è attribuita alla Corte europea) e 3.842 euro per le spese processuali.
IL GOVERNO– ritiene che il processo non sarebbe stato in alcun modo influenzato dalla decisione del procuratore generale, poiché tale decisione non costituiva la determinazione di un’accusa penale. Pur ammettendo che il procuratore generale aveva avuto legami con l’esecutivo, il governo ha sostenuto che comunque non era un membro del tribunale e non poteva quindi partecipare ad alcun accertamento di colpevolezza o innocenza, e pertanto non ci sarebbe una violazione del requisito di indipendenza o imparzialità. In particolare ritiene manifestamente infondata la censura dell’art 7 della convenzione, poiché il reato del quale il ricorrente è accusato, e riconosciuto colpevole, e la pena in questione sono chiaramente definite dalla legge.
LA CORTE- , con la sentenza del 22 gennaio 2013, ha dichiarato per sei voti contro uno che vi è stata violazione dell’art. 7 CEDU e per cinque voti contro due che non c’è bisogno di esaminare le la censura dell’art 6 CEDU. In fine riconosce 1.000 euro a titolo di danno non patrimoniale e 5.000 per le spese processuali che lo stato convenuto deve versare al ricorrente.
La Corte di Strasburgo nel dispositivo della suddetta sentenza propone un “focus” sulla colonna portante di ogni sistema penale moderno, la massima fondamentale creata da Ulpiano e poi ripresa dal giurista tedesco Feuerbach: Nullum crimen, nulla poena sine praevia lege poenali. Infatti afferma:
“la garanzia sancita all’articolo 7 della Convenzione dovrebbe essere interpretata ed applicata, come risulta dal suo oggetto e scopo, in modo tale da fornire garanzie effettive contro azioni, condanne e punizioni arbitrarie. Ne consegue che i reati e le pene devono essere chiaramente definite dalla legge. Questa condizione è soddisfatta quando l’individuo può sapere dal testo della disposizione in questione e, se necessario, con l’aiuto dell’interpretazione del giudice quali atti e omissioni coinvolgono la propria responsabilità penale“.
In particolare questo principio richiede che “la legge debba essere scritta ed implica che debbano essere garantiti i requisiti qualitativi della chiarezza e comprensibilità, inclusi quelli di accessibilità e prevedibilità“.
Per quanto concerne la valutazione del caso di specie, riscontrando una violazione del suddetto principio, la Corte ha affermato che ” pur essendo vero che il procuratore generale ha preso tale decisione secondo una serie di criteri (tra cui l’entità del reato), è anche vero che tali criteri, o linee guida, non sono stati specificati in alcun testo legislativo o fatto oggetto di un chiarimento giudiziario nel corso degli anni” (Circostanza confermata anche dalla Corte Costituzionale nella sentenza del 12 febbraio 2010 ndr). Pertanto, la legge non ha determinato con una certa precisione le circostanze in cui è stata scelta la Corte che ha applicato la sanzione. E quindi la Corte europea conclude ritenendo che “la decisione è stata inevitabilmente soggettiva e lasciava spazio ad arbitrarietà, soprattutto a causa della mancanza di garanzie procedurali“.
La sentenza è reperibile qui: sentenza Camillieri vs Malta, 22 Gennaio 2013
Art 7 CEDU Ineta Ziemele Malta Quarta Sezione	2013-02-02
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