Source: https://www.studiolegalefalorio.it/news/itemlist/user/277-redazione.html
Timestamp: 2020-01-25 03:01:12+00:00
Document Index: 32017614

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 40', 'art 40', 'art. 589', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art 589']

Cass sent n 1379/2019
lesione vincolo fiduciario
Il caso: una dipendente di Poste Italiane S.p.A., avendo aderito ad uno sciopero e pertanto non avendo potuto rispettare gli ordinari tempi di consegna della corrispondenza rimasta inevasa, si vedeva comminata la sanzione disciplinare di sei giorni di sospensione dal lavoro e dalla retribuzione.
L’organizzazione sindacale che aveva indetto lo sciopero proponeva ricorso e il Tribunale del Lavoro adito dichiarava l'antisindacalità della condotta aziendale ed ordinava la rimozione degli effetti della stessa. Anche il Giudice dell’opposizione e, poi dell’appello, confermavano la pronuncia di antisindacalità della condotta datoriale.
Da ultima, altresì, la Suprema Corte di Cassazione, con sentenza n. 1392/2018, ha confermato, in sede di legittimità, quanto stabilito dai Giudici di merito affermando come l’antisindacalità della sanzione comminata si ravvisa proprio perché, così facendo, l’azienda ha scaricato sulla lavoratrice le conseguenze organizzative e produttive legate all’astensione dal lavoro per adesione allo sciopero.
In altri termini, gli Ermellini hanno evidenziato come un simile comportamento costituisce una evidente ed indebita compressione del diritto allo sciopero costituzionalmente garantito dall’art. 40 della Costituzione, nonché, integra una pericolosa condotta potenzialmente idonea a fungere da deterrente per l’adesione ad eventuali futuri scioperi, andando a produrre effetti anche ben oltre il singolo episodio legato alla dipendente sanzionata.
Con tali argomentazioni viene salvaguardato il diritto allo sciopero del lavoratore.
Cass sent n 1392/2018
art 40 Cost
illegittimità sanzione disciplinare
Mercoledì, 28 Febbraio 2018 13:43
Giovedì, 23 Novembre 2017 06:00
Diagnosi ritardata e malattia incurabile: è responsabile il medico.
Il caso: una paziente richiedeva la prestazione professionale di un medico, lamentando forti dolori addominali. Dagli esiti degli esami clinici prescritti dal medico incaricato, quest’ultimo diagnosticava un’ernia ietale, non disponendo, di contro, idonei accertamenti istologici che, qualora eseguiti tempestivamente, avrebbero rilevato con sensibile anticipo la natura tumorale della patologia da cui soffriva la paziente. Le cure apprestate, quindi non sortivano alcun effetto e la paziente moriva.
La Corte d’Appello di Bari assolveva il medico dall’accusa di omicidio colposo ex art. 589 c.p., ritendendo che la condotta dell’imputato non fosse stata causalmente idonea a determinare la morte della paziente, morte che, vista la natura del male che l’affliggeva, sarebbe comunque avvenuta.
Sul punto, è recentemente intervenuta la Suprema Corte di Cassazione, con sentenza n. 50975 dell’8 Novembre u.s., annullando con rinvio la pronuncia di appello ai soli effetti civili, vista l’avvenuta prescrizione del reato di omicidio colposo.
La sentenza in commento, uniformandosi ad altri precedenti giurisprudenziali conformi, ha ribadito come in tema di colpa professionale medica, l'errore diagnostico si configura anche quando si ometta di eseguire controlli ed accertamenti doverosi ai fini di una corretta formulazione della diagnosi.
Ne deriva che è responsabile il medico anche quando la sua omissione abbia contribuito alla progressione del male e l'errore costituito dalla diagnosi tumorale colposamente tardiva abbia determinato il decesso del paziente o l'abbreviazione della sua sopravvivenza.
Ed infatti, sulla base di un giudizio controfattuale, confortato dalle risultanze istruttorie, era emerso come una diagnosi corretta e tempestiva avrebbe potuto scongiurare un decorso infausto almeno in tempi così brevi, consentendo alla paziente di ricorrere a protocolli terapeutici (ad es. asportazione parziale dell’organo affetto da tumore) idonei a garantire la guarigione o, comunque, a incrementare consistentemente le sue speranze di vita.
In definitiva, l’essere affetti da un male terminale non fa venir meno la responsabilità del medico che abbia ritardato la diagnosi corretta, costituendo anche il solo prolungamento della vita, di settimane o anni, un elemento da prendere in considerazione a tal fine.
diagnosi medica ritardata
Cass Sent n 50975/2017
art 589 cp
decesso paziente