Source: http://www.stopmine.it/tesi_cap6.htm
Timestamp: 2018-07-19 09:27:01+00:00
Document Index: 22469441

Matched Legal Cases: ['art.7', 'art.1', 'art.7', 'art.7', 'art. 7', 'art. 7', 'art.7', 'art.8', 'art.7']

6 . 1 – Le attese
L’appuntamento di Ginevra non era rivestito della solennità che aveva atteso le delegazioni a Maputo nel maggio 1999. La Prima Conferenza degli Stati Parti del Trattato di Ottawa si era svolta a due mesi di distanza dall’entrata in vigore della convenzione sul disarmo che ha riscosso i favori della Comunità Internazionale come mai era accaduto nella storia, mentre l’appuntamento del 2000 era maggiormente improntato alla verifica dello stato del trattato e all’analisi del lavoro svolto dai comitati di esperti.
Scorrendo la lista dei partecipanti[1] alla Conferenza di Ginevra si può notare che era presente un solo esponente di un esecutivo (Dr. Leonardo Santos Simão[2] – Ministro degli Affari Esteri del Mozambico), mentre a Maputo sedevano più di quaranta tra ministri e sottosegretari. Ginevra si presentava quindi come un momento più tecnico e meno celebrativo di quello dell’anno precedente.
Questa sensazione è confermata dalle parole della delegazione del governo italiano. Nel corso della riunione del 6 settembre 2000[3] presso il Ministero degli Affari Esteri di Roma il dottor Iannuzzi e il Sottosegretario agli Esteri On. Serri hanno parlato delle aspettative del governo rispetto alla Conferenza di Ginevra[4].
Questi i temi previsti nella discussione :
- bilancio operatività della convenzione ;
- registrazione nuove adesioni ;
- chiarimenti sulle disuguaglianze nel modo di applicazione del trattato (in particolare sui quantitativi di mine da mantenere attivi per l’addestramento degli sminatori) ;
- assistenza alle vittime e interventi economici di sostegno ;
- appello a chi ancora fabbrica mine a smettere, indipendentemente dalla sua adesione a Ottawa (sembra ormai esistere un principio non scritto di diritto internazionale che vieta l’uso delle mine) ;
- resoconto del lavoro dei cinque comitati di esperti costituitisi dopo la Conferenza di Maputo.
L’On. Serri ha chiarito che da Ginevra era lecito attendersi una vigorosa spinta a continuare la linea intrapresa a Ottawa e un lavoro inteso a far lievitare il numero delle adesioni, ma non di più. Non si prevedono stravolgimenti rispetto a quanto già fatto a Maputo.
6 . 2 – La Conferenza di Ginevra (SMSP) – 11-15 settembre 2000
Nell’analizzare quanto accaduto nel corso della SMSP seguiremo l’ordine dei lavori della conferenza stessa, dalla cerimonia di apertura all’adozione del documento finale[5].
6 . 2 . 1 – Cerimonia d’apertura
I rappresentanti delle Nazioni Unite e del Governo della Confederazione Elvetica hanno fatto gli onori di casa, dando l’avvio ai lavori e il benvenuto ai delegati.
La Svizzera ha dato subito un segnale forte del suo impegno, protrattosi per i cinque giorni dei lavori, portando al microfono le autorità confederali, cantonali e il sindaco di Ginevra. Nelle loro parole i complimenti per i risultati raggiunti, ma anche la consapevolezza che molto resta da fare[6] e il biasimo per gli assenti.
Il quarto intervento ha portato sul palco la coordinatrice della Campagna svizzera per la messa al bando delle mine antiuomo[7] (sezione di ICBL), per presentare due iniziative di forte impatto simbolico. La prima all’interno del perimetro del Palazzo delle Nazioni, davanti alla cui entrata troneggiava una gigantesca clessidra che si ribaltava ogni venti minuti per ricordare a tutti che quello è il tempo che passa tra lo scoppio di due mine. La seconda iniziativa era in corso sul lungo lago ginevrino (Quai Wilson), dove un artista locale ogni venti minuti avrebbe posato sul terreno una sedia rossa con una gamba spezzata, formando così una lunga fila che si sarebbe interrotta solo alla fine dei lavori della conferenza[8].
Terminati i saluti dei “padroni di casa” è stata la volta degli ospiti d’onore: la Principessa Astrid del Belgio, Paul McCartney[9] (ex Beatles) e 19 vittime sopravvissute alle mine.
Le ultime testimonianze sono state particolarmente forti, perché le vittime rappresentavano i cinque continenti e coprivano tutte le fasce di età: da due sminatori inglesi vittime di mine della Seconda Guerra Mondiale a dei ragazzini di dodici anni. La loro presenza sul palco ha voluto testimoniare come tre generazioni siano già state colpite dalla cecità di queste armi e di come anche una quarta generazione è già costretta a confrontarsi con la stessa tragedia, ma allo stesso tempo le loro parole chiedevano di non ripetere l’errore per la quinta volta visto che siamo ancora in tempo per evitarlo.
6 . 2 . 2 – Apertura dei lavori e discussione generale
L’apertura dei lavori ha portato alla nomina di un nuovo presidente della conferenza: l’ambasciatore norvegese Steffen Kongstand ha sostituito il ministro Leonardo Santos Simão.
Prima di aprire l’ordine degli interventi il neo presidente ha dato la parola ai rappresentanti di ONU, ICBL e ICRC, che hanno fornito un quadro generale della situazione e fatto capire entro quale perimetro si sarebbe mossa la conferenza.
Jody Williams, coordinatrice di ICBL, è intervenuta presentando l’edizione 2000 del Landmine Monitor e ha introdotto due temi che hanno poi trovato posto negli interventi dei delegati :
- la necessità di fare chiarezza sulla definizione di mina anticarro con dispositivo anti-manomissione, perché ogni Paese l’ha intesa in maniera differente e, secondo ICBL, alcuni di questi mantengono attive delle mine che in realtà ricadono sotto la definizione di mina antiuomo ;
- duro monito per i Paesi firmatari della convenzione che continuano a fare uso delle mine (Angola – Burundi – Sudan ).
Quasi sessanta delegazioni si sono iscritte nella lista degli interventi del dibattito generale, protrattosi fino alla tarda mattinata di mercoledì 13 settembre.
Data l’impossibilità a riferire di ogni intervento, ci limitiamo a toccare i punti comuni toccati dalle delegazioni presenti, per poi segnalare singoli interventi che hanno introdotto nuovi elementi alla discussione sull’eliminazione delle mine.
- ringraziamenti per il lavoro svolto dal Mozambico nell’anno di presidenza e auguri per il lavoro dell’ambasciatore Kongstad ;
- progressi considerevoli su ogni aspetto del trattato di Ottawa (la Conferenza di Maputo si era aperta con 78 ratifiche, quella di Ginevra ne conta 105[10]), ma il lavoro è solo all’inizio perché non diminuisce il numero delle vittime ;
- necessità di intensificare la collaborazione internazionale e regionale per lo sminamento e l’assistenza alle vittime ;
- riconoscimento del ruolo di primo piano svolto dalle ONG e dal Comitato Internazionale della Croce Rossa ;
- felicitazioni per la nascita e il lavoro del GICHD (Geneva International Centre for Humanitarian Demining).
Singoli interventi[11]
Il Canada sottolinea la gravità dell’uso delle mine da parte di Angola, Burundi e Sudan, ritiene inoltre che l’uso degli ordigni fatto dai Russi in Cecenia violi il Protocollo II della CCAC.
Il governo collabora con le Nazioni Unite per l’aggiornamento del sito internet sulla distruzione degli stock.
L’impegno concreto dello Stato americano si manifesta anche attraverso l’organizzazione di due seminari internazionali sulle mine: il primo, in collaborazione con l’Argentina, si svolgerà a ottobre a Buenos Aires; il secondo, in collaborazione con la Francia, sarà per il febbraio 2001 nel Mali.
Il Canada collabora all’interno della NATO per velocizzare le procedure di distruzione degli stock.
Secondo il capo delegazione Daniel Livermore, è possibile stabilire l’obbiettivo minimo di 120 ratifiche al trattato per la conferenza del 2001.
Unione Europea[12]
(Nell’intervento sono compresi anche gli Stati associati dell’est europeo, gli Stati baltici, la Turchia[13], l’Islanda e il Liechtenstein).
L’Europa lamenta lo scarso rispetto delle disposizioni contenute all’art.7 del trattato, che prevede l’obbligo di presentazione di un rapporto annuale sulla messa in atto della convenzione[14]: solo 43 Paesi hanno rispettato i tempi previsti.
Lo stato americano, che vive una difficile fase di transizione verso un regime democratico e conta ancora molte mine seminate nel suolo, è il primo a chiedere esplicitamente il sostegno economico della Comunità Internazionale per bonificare il terreno (interventi analoghi si sono poi aggiunti a questo: Albania – Angola – Bielorussia – Cambogia – Ecuador – Zimbabwe).
La Bosnia evidenzia come la lotta alle mine sia ancora più ardua in un Paese che è privo di un reale tessuto economico di sostegno.
Il governo norvegese amplia la portata del discorso al sostegno generalizzato dei Diritti Umani, sottolineando come le mine impediscano di fatto l’accesso ai diritti basilari della vita umana, come la possibilità di sfamarsi e di avere un’assistenza sanitaria adeguata.
Due punti vengono evidenziati molto chiaramente dall’intervento svizzero: la necessità che l’ONU coordini le operazioni di lotta alle mine per meglio distribuire le risorse e il bisogno di vedere il bando rispettato anche da parte dei gruppi armati non governativi.
Il delegato argentino tiene a ribadire l’impegno del suo Paese contro le mine e ricorda gli appuntamenti di Buenos Aires, che aiuteranno a ultimare l’adesione del territorio centro e sud americano al Trattato di Ottawa.
Unico tra tutti i convenuti, il governo argentino avanza la proposta di usare i “White Helmets” delle Nazioni Unite per gli interventi contro le mine.
Il Giappone sembra rivolgersi agli Stati fuori dal processo di pace quando spiega che il suo Paese ha preso la “difficile decisione” di sottoscrivere Ottawa nonostante che alle mine antiuomo venisse riconosciuto un valore per la difesa del territorio; decisione che nasce dalla semplice necessità di far prevalere le ragioni umanitarie.
Per l’assistenza alle vittime viene ribadito che concepirla come intervento sanitario è riduttivo, ogni Stato ha il compito di impegnarsi anche per la loro reintegrazione sociale, a cominciare da un posto di lavoro.
Il Nunzio Apostolico, Arcivescovo Giuseppe Bertello, ricorda che le vittime da mina divengono più numerose nell’immediato dopoguerra rispetto al momento di conflitto aperto.
Un intervento molto breve per dire che chi più ha contribuito a infestare il mondo di mine deve oggi assumersi le maggiori responsabilità nell’opera di bonifica e di assistenza alle vittime.
L’intervento dello Zambia evidenzia una realtà molto particolare, quella cioè di un Paese che da parecchio tempo non si trova in stato di guerra, ma che ha comunque le frontiere e parte del territorio minati dai vicini che invece lo sono.
ICBL[15]
Stephen Goose (HRW) sottolinea subito l’importanza del connubio governi-ONG per il successo del bando sulle mine e parla di una “new diplomacy” che vede le istituzioni e la società civile lavorare unite. Un lavoro che si è svolto con successo anche all’interno dei comitati di esperti, entro cui ICBL è stata invitata a partecipare.
Landmine Monitor 2000 ha constatato che esistono ancora molte zone di mondo dove sono state impiegate mine antiuomo nell’ultimo anno; almeno undici governi e molti gruppi di ribelli ne hanno fatto uso :
- Angola: utilizzate dal governo e dai ribelli (UNITA) ;
- Burundi ;
- Ruanda ;
- Sudan ;
- Uganda ;
- Zimbabwe ;
- Cecenia: utilizzate dal governo russo e dai ribelli ;
- Kosovo: utilizzate dal governo jugoslavo e dall’esercito di liberazione (UCK).
Queste le situazioni più eclatanti, ma vengono citati molti altri esempi legati a Paesi fuori dal Trattato di Ottawa.
Stephen Goose sostiene che è giunto il momento di adottare misure diplomatiche o di altro tipo nei confronti di chi usa le mine: “Mine users should pay a price for the future pain they are inflicting on civilian populations”. È probabilmente arrivato anche il momento di attivare i meccanismi di controllo previsti dal trattato e che richiedono l’iniziativa di uno degli Stati[16].
ICBL tiene comunque a sottolineare i passi avanti compiuti:
- la produzione di mine è decisamente calata ;
- il commercio di mine è quasi terminato ;
- 10 milioni di mine degli stock distrutte dal giorno dell’entrata in vigore del trattato ;
- i fondi per lo sminamento e l’assistenza alle vittime sono in continuo aumento ;
- si registra un calo dei feriti da mina in Paesi altamente minati (Afghanistan – Bosnia – Cambogia – Mozambico) ;
- le ratifiche sono salite a 107 (in mattinata è arrivata la notizia dell’adesione di Gabon e Moldavia), ma restano 35 firme che aspettano una ratifica ;
- molti governi stanno fornendo i loro dati sulle mine in un regime di piena trasparenza.
L’intervento di Stephen Goose dedica ampio spazio all’assistenza alle vittime e ai programmi di sminamento.
Tutti gli Stati sono chiamati a contribuire e non esiste ragione per non farlo. I programmi di azione a sostegno delle vittime sono stati definiti dai comitati di esperti e dal lavoro di molte ONG, si tratta soltanto di metterli in pratica. Lo sminamento sta continuando in molti Paesi, ma ICBL è preoccupata perché manca ancora un preciso ordine di priorità negli interventi che si effettuano. Se si vuole raggiungere l’obbiettivo di bonificare tutti i territori degli Stati firmatari entro dieci anni, bisogna cominciare a sminare là dove esiste una vera necessità e coordinare le operazioni in maniera efficace, addestrando il personale locale. Le operazioni di sminamento devono essere intese come un investimento e non come una spesa, perché servono a salvare vite umane e a rilanciare i processi di sviluppo economico.
ICBL pone poi l’attenzione sulla necessità di far avvicinare al trattato chi ancora ne è fuori, tentando di stabilire accordi anche con i gruppi armati che agiscono fuori dalle istituzioni :
“Mr President, it is truly clear that universal ban on antipersonnel mines will be difficult to achieve if non-state actors are not engaged in the ban process. Approaches to this may include education on the landmine issue and relevant legal instruments; facilitation of unilateral declarations of renunciation of antipersonnel mines by non-state actors; agreements between governments and non-state actors on landmine bans; and encouragement of undertakings among non-state actors on the non-use of landmines”.
In questo senso, è da elogiare l’adesione della Colombia nonostante la presenza sul territorio di ribelli che continuano a usare le mine.
Prima di chiudere il suo intervento Stephen Goose sottolinea altri quattro motivi di preoccupazione riguardo alle modalità di applicazione del trattato.
Il primo problema è dato dall’ampia gamma di interpretazioni date alle definizioni di mine anticarro con dispositivo anti-manomissione, che ha portato molti Paesi a distruggere mine che altri continuano a mantenere negli arsenali. La questione è stata discussa più volte nelle riunioni dei comitati di esperti ed è stata evidenziata la necessità di arrivare a una uniformità di comportamento predisponendo schede tecniche delle mine e un elenco preciso di quelle che devono essere considerate fuorilegge. ICBL invita tutti a partecipare a un seminario sull’argomento all’inizio del 2001.
La seconda questione è relativa alle operazioni militari multilaterali che comprendono Stati dentro e fuori del trattato[17]. ICBL considera che partecipare a missioni militari con eserciti che fanno uso delle mine sia un atto in contrasto con lo spirito del trattato e forse una chiara violazione dell’art.1. Secondo Stephen Goose si viola il trattato là dove vieta di “assistere o aiutare” chi fa uso di mine (lo stesso discorso vale per chi permette a uno Stato terzo di trasportare mine sul proprio territorio). Nelle operazioni multilaterali è la minoranza di Stati favorevole alle mine che deve uniformarsi al “non uso”, diversamente i governi che hanno sottoscritto il bando devono rifiutarsi di partecipare.
Il terzo problema riprende le parole dell’ambasciatore francese: solo una cinquantina di Stati ha presentato i rapporti annuali ex art.7, mentre più di trenta non l’hanno fatto, ma l’art.7 non è facoltativo.
L’ultimo punto riguarda l’adozione di leggi interne per la messa al bando delle mine: solo una ventina di Paesi l’ha rispettata.
Stephen Goose chiude il suo intervento ribadendo l’impegno di ICBL contro le mine fino alla loro totale eliminazione. E aggiunge: “…Collectively we have made history. Collectively we must ensure that place in history by universalizing and effectively implementing the Mine Ban Treaty, thereby saving lives in dozens of countries worldwide. Thank you”.
L’intervento di ICBL ha prodotto reazioni di diverso segno: positive quelle di Colombia e GICHD, stizzite quelle di Angola e Zimbabwe.
Il rappresentante colombiano sostiene con forza che il Diritto Internazionale si applica anche ai gruppi armati non governativi.
Cornelio Sommaruga (Presidente del Centro ed ex Presidente di ICRC) parla di come il Trattato di Ottawa stia influenzando positivamente anche gli Stati che ne sono rimasti fuori, ma invita ad agevolare il loro processo di avvicinamento al bando attraverso disposizioni intermedie che potrebbero riguardare le sole esportazioni. Mr. Sommaruga invita tutti a rendersi conto che in alcuni Paesi le informazioni sulle mine stanno cominciando solo ora a circolare negli organi di stampa.
Il rappresentante angolano descrive la difficile realtà del suo Paese, martoriato dalla guerra e da 6-7 milioni di mine sparse sul territorio.
Il governo dell’Angola ammette di avere utilizzato le mine a difesa delle basi militari e in qualche caso a difesa dei villaggi, per proteggere gli abitanti dagli attacchi dei ribelli che fanno un uso indiscriminato degli ordigni. Il governo assicura che le sue mine invece sono state seminate in maniera tale da non far correre nessun rischio alla popolazione, mappando preventivamente un terreno che potrà essere facilmente bonificato alla fine del conflitto.
L’Angola chiede più rispetto da parte della società civile e invita a consultare i rappresentanti di ICRC che attraverso il loro lavoro ben conoscono la realtà angolana.
Una nota di speranza chiude l’intervento: il conflitto tra le truppe governative e l’UNITA sta calando di intensità e la pace sembra più vicina.
Durissimo attacco dello Zimbabwe in replica alle parole di Stephen Goose. ICBL ha un atteggiamento che non aiuta il processo di pace. Non esistono prove del fatto che lo Zimbabwe abbia utilizzato mine sul proprio territorio o su quello del Congo.
Il governo africano ha quasi ultimato la legge nazionale per il bando delle mine, appena la legge entrerà in vigore comincerà il processo di distruzione degli stock.
6 . 2 . 3 – Stato del trattato e rapporti ex art. 7
La parte centrale della giornata di mercoledì 13 settembre è stata dedicata all’analisi dei punti 13 e 14 dell’ordine del giorno, prendendo in esame il trattato articolo per articolo.
Gran parte della discussione non ha fatto altro che ribadire i concetti già espressi in fase di dibattito generale e successivamente incorporati nel documento finale. Ci limitiamo qui a riportare i pochi elementi non visti al paragrafo precedente.
Nel corso dell’ultimo anno si sono registrati incidenti da mina in 71 Paesi.
Le mine ferme nei magazzini sono scese a 225.000.000.
17 governi non hanno ancora predisposto un piano di distruzione delle mine, mentre in oltre 20 Paesi la distruzione è già stata completata.
Le preoccupazioni di ICBL per il rispetto dell’art. 7 sono condivise dai rappresentanti di molti Paesi. Il Belgio chiede un impegno forte, la predisposizione di rapporti dettagliati e inviati al Segretario Generale delle Nazioni Unite entro i tempi stabiliti.
L’adozione di leggi interne[18] contro le mine è invece sottolineata dal Canada come provvedimento essenziale per il buon funzionamento del trattato.
ICRC indica gli elementi imprescindibili del contenuto della legge:
- definizione di mina identica a quella del Trattato di Ottawa ;
- sanzioni penali per i trasgressori ;
- sanzioni per chi fabbrica anche un solo componente della mina ;
- sistemi di trasporto e distruzione delle mine ;
- risorse destinate all’assistenza alle vittime.
La definizione di mina anticarro continua a causare problemi e discussioni[19]. ICRC ricorda che esistono mine nate per colpire i mezzi pesanti che finiscono comunque per danneggiare gli esseri umani. I dispositivi anti-manomissione operano nel momento in cui si cerca di disattivare l’ordigno, ma esistono mine che esplodono perché dotate di un sensore che rivela la presenza umana; in questo secondo caso le mine vanno considerate a tutti gli effetti come antiuomo e quindi eliminate[20].
La discussione sugli atti vietati ai sensi della convenzione[21] riporta il dibattito sulle missioni militari multilaterali, nel corso del quale ICBL ribadisce la sua preoccupazione citando il caso della Gran Bretagna che nell’ultimo anno ha preso parte a 15 missioni multilaterali. Il rappresentante inglese conferma il dato, ma dichiara contestualmente che l’esercito non ha mai usato le mine nel corso dei 15 interventi.
La discussione si accende in materia di conservazione di mine a fini addestrativi[22]. ICBL riferisce di decisioni molto diverse da governo a governo; un numero ragionevole di mine si calcola nell’ordine delle centinaia, fino a un massimo di 2000 pezzi, ma non si comprende il bisogno di trattenere stock più corposi: in alcuni Paesi i dati parlano di oltre 10.000 mine adibite all’addestramento del personale militare.
Austria, Norvegia, Nuova Zelanda e Svizzera sostengono le tesi di ICBL, ricordando che le mine si possono conservare per addestrare gli sminatori e per sviluppare nuove tecnologie di sminamento, ma entro un parametro molto stretto:
“…The amount of such mines shall not exceed the minimum number absolutely necessary for the above-mentioned purposes”[23].
Il governo elvetico propone che i quantitativi siano calcolati in base al numero di programmi di formazione a cui devono servire.
La Nuova Zelanda dichiara di addestrare il proprio personale con l’ausilio di simulatori, senza bisogno di avere mine attive e il governo di Vienna si pone nella posizione più radicale dichiarando di aver optato per un quantitativo pari a Zero.
L’ultima questione riguarda il funzionamento del programma di lavoro dei comitati di esperti che operano tra due sessioni della conferenza.
Viene approvato un documento che istituisce un nuovo organo formato dai presidenti dei comitati e presieduto dal presidente della conferenza plenaria, al fine di coordinare il lavoro dei diversi gruppi.
I comitati cambiano nome: da Standing Committees of Experts a Standing Committees. Il loro numero passa da cinque a quattro, fondendo insieme il lavoro di sminamento e quello della ricerca per lo sminamento.
La composizione definitiva dei comitati risulta la seguente :
Mine Clearance and Related Technologies
Victim Assistances, Socio-Economic Reintegration and Mine Awareness
6 . 2 . 4 – Eccezioni
Gli articoli 5 e 8 del Trattato di Ottawa disciplinano la possibilità di avanzare richieste per prolungare i tempi di distruzione degli stock (4 anni) e di bonifica delle aree minate (10 anni). Come già accaduto a Maputo, nessun Paese ha avanzato richieste. Nessuna eccezione.
6 . 2 . 5 – Comitati di Esperti
I comitati di esperti istituiti a Maputo erano cinque. Del lavoro del comitato denominato “General Status and Operation of the Convention” si è già riferito contestualmente alla trattazione del paragrafo 6.2.3; resta ora da prendere in considerazione l’opera degli altri quattro[24].
“Mine clearance”
Il lavoro del comitato ha incentrato la propria attenzione sulla definizione degli standard per lo sminamento umanitario, cercando di compattare la Comunità Internazionale su definizioni comuni delle priorità e delle finalità dello sminamento. Gli altri settori di indagine sono stati lo studio dell’impatto socio-economico dello sminamento; i sistemi di raccolta di informazioni sui Paesi minati e le loro capacità autonome di sminamento. Particolare attenzione è stata riservata anche ai problemi di impatto ambientale per quelle mine capaci di inquinare i fiumi o di sprigionare gas nocivi nel momento della bonifica.
Il lavoro presentato non cambia le considerazioni svolte al capitolo I in tema di sminamento, ma segnala la decisione di stabilire dei canoni precisi di intervento prima di intraprendere operazioni di qualunque genere.
Nel corso dei lavori ha cominciato a evidenziarsi il ruolo che vanno a ricoprire le nuove strutture delle Nazioni Unite: UNMAS e GICHD. Quest’ultimo in particolare sembra aver assunto un importante ruolo di coordinamento nei lavori legati allo sminamento.
ICBL, per voce di Sayed Aqa (Afghan Campaign to Ban Landmines), ha ribadito la necessità di lavorare su tecnologie semplici, che abbiano un riscontro pratico sul campo, senza spendere troppi soldi in macchinari che poi non potranno essere utilizzati.
Il delegato elvetico ha invece sottolineato come le operazioni di sminamento debbano essere sempre accompagnate a quelle per il mantenimento della pace, i due interventi devono sempre procedere di pari passo.
L’UNMAS ha parlato delle valutazioni necessarie prima di dare l’avvio a qualunque tipo di programma, a cominciare da una realistica previsione di spesa e dalla valutazione delle capacità nazionali del Paese destinatario dell’intervento.
Chiudendo i lavori, il Mozambico ha evidenziato l’importanza della creazione di centri di sminamento nazionali (o il potenziamento di quelli esistenti) nei Paesi fortemente minati, con il compito primario di mappare le zone minate.
Nel corso del dibattito ha preso la parola anche il delegato cinese, che fino a quel momento non aveva mai parlato.
La richiesta cinese di intervenire ha colto di sorpresa il rappresentate del Mozambico che presiedeva la seduta in quel momento, il quale ha esitato un secondo, come se volesse assicurarsi di aver letto bene la targhetta che era stata alzata per chiedere la parola.
Il rappresentante di Pechino ha parlato delle preoccupazioni cinesi per gli incidenti da mina che affliggono i civili, si è soffermato sui dati dello sminamento alla frontiera con il Vietnam e si è infine lanciato in un lungo elenco dei progressi tecnici raggiunti in tema di bonifica delle aree minate. La Cina ha sviluppato sistemi molto efficaci che proteggono lo sminatore impegnato sul terreno e dispone di strumenti capaci di individuare le mine anche quando sono ben interrate nel suolo. Il delegato cinese ha assicurato la piena disponibilità del suo Paese alle operazioni di sminamento e ha tenuto a precisare che per aiutare i Paesi in via di sviluppo non è necessaria la tecnologia occidentale, quella cinese è altamente competitiva.
L’intervento della Cina è sembrato importante non tanto per gli elementi rivoluzionari introdotti nella discussione, quanto per l’atteggiamento del suo delegato. Non c’era il benché minimo disagio nelle sue parole (come era accaduto negli interventi di Angola e Burundi), non ha mai accennato a una replica alle accuse mosse ai Paesi produttori di mine.
È stato un intervento totalmente avulso dal contesto, un momento di promozione commerciale delle tecnologie cinesi in tema di sminamento (settore particolarmente redditizio).
Alla fine del suo discorso le sensazioni che erano rimaste addosso lasciavano un grande senso di impotenza; non era possibile evidenziare un punto di contatto con lo spirito di chi si trovava in quella sala per tentare di collaborare alla eliminazione delle mine. L’unica sensazione paragonabile a quella lasciata dal delegato cinese era data dalla voragine che divideva i rappresentanti degli Emirati Arabi e dell’Uruguay, rappresentata da una sedia vuota con la targhetta United States.
“Victim Assistance, Socio-Economic Reintegration and Mine Awareness”
La presidenza della seduta è passata al Messico che ha esposto il lavoro svolto tra il 1999 e il 2000.
Come per il comitato precedente, i lavori si sono indirizzati verso una prima definizione delle priorità di intervento e verso la raccolta di informazioni a disposizione di governi e ONG impegnati nelle operazioni di assistenza. Il documento presentato raccoglie una lunga serie di raccomandazioni rivolte alle strutture competenti, prima fra tutte l’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Il comitato non si è occupato dei soli aspetti medici in senso stretto, ma ha toccato i programmi di sensibilizzazione alle mine; la reintegrazione sociale degli handicappati; il supporto economico alle famiglie delle vittime; una rete di interscambio di informazioni sui programmi di assistenza già attivati e sull’ordine di priorità di quelli da mettere in cantiere.
Il rappresentante messicano ha chiuso la sua introduzione segnalando come nel passato gli interventi sanitari erano spesso studiati al solo scopo di ottenere fondi per lo sminamento, mentre il comitato si è assunto il compito di porre l’assistenza alle vittime in cima all’ordine delle priorità[25].
Il Nicaragua ha sottolineato l’importanza di stabilire capitoli di spesa per l’assistenza alle vittime, anche se non previsti esplicitamente dal trattato.
ICBL ha rivolto un invito a rispettare i programmi statali di assistenza una volta che sono stati stanziati i fondi e Handicap International ha rivolto lo stesso appello alle ONG, che hanno le stesse responsabilità dei governi nel portare a termine gli impegni assunti.
La Svizzera ha ripreso le parole del Messico segnalando che spesso le operazioni di sminamento sono un grande business, mentre l’assistenza alle vittime non lo è, ma non per questo si può accettare che ci si impegni nella prima più che nella seconda direzione.
ICRC ha portato la propria esperienza analizzando la necessità di operazioni coordinate da governi e ONG con le autorità locali, senza partire con pacchetti di intervento che non fanno i conti con la realtà sul terreno. La Croce Rossa ha poi sostenuto come l’attenzione dei mass media non sia parametro attendibile nella scelta delle zone cui dare la precedenza negli interventi sanitari. La stampa pone spesso i riflettori dove può monetizzare maggiormente le notizie, ma esistono aree dimenticate di mondo che necessitano interventi immediati, tanto in caso di conflitto aperto, quanto nell’immediato dopoguerra.
Il Messico chiude i lavori ricordando a tutti che gli strumenti per intervenire nell’assistenza alle vittime esistono e che il comitato continuerà a migliorarli: adesso bisogna metterli in pratica.
“Stockpile Destruction”
Il lavoro di questo comitato presenta aspetti tecnici secondari per questa ricerca, ci limiteremo quindi a una trattazione sintetica.
La discussione sulla distruzione degli stock è stata molto animata e ricca di interventi, ma non ha proposto contrasti tra le delegazioni. Già dalle parole introduttive del presidente ungherese del comitato si è evidenziata la sostanza del discorso: la tecnologia per la distruzione delle mine esiste, gli stock possono essere eliminati senza ritardi, chi non dispone di risorse economiche e di strumentazione adeguata deve essere aiutato dagli altri.
Tutti i delegati si sono allineati alla posizione del presidente del comitato.
Il GICHD ha chiesto che le ONG siano sempre presenti alle operazioni di distruzione, per controllarne i risultati. Il centro ginevrino mette a disposizione di tutti, tramite il suo sito internet, le istruzioni per iniziare un processo di distruzione, con indirizzi e contatti utili.
Molto forte è risultata la posizione del Canada, che ha portato al microfono un Generale del proprio esercito: non esistono scuse per ritardare la distruzione degli stock, le mine vengono consegnate ai militari e loro le eliminano; i Paesi che non sono in grado di procedere autonomamente sono una minoranza e avranno il sostegno degli altri; l’unica mina che presenta reali problemi è la PFM1 perché è tossica; il numero di mine mantenute per attività addestrativa deve essere ridotto al minimo; la distruzione degli stock salva vite umane e fa risparmiare molti soldi, perché distruggere gli stock è molto più economico che non eliminare le mine dopo che sono state interrate.
L’unica nota stonata è stata introdotta dalla Bielorussia, che chiede aiuto per la pesante eredità lasciatale dalla disgregazione dell’Unione Sovietica: 4.500.000 mine, di cui 3.600.000 PFM1.
“Technologies for mine action”
Anche questo argomento presenta una trattazione molto tecnica, su cui ci soffermeremo brevemente, ma, a differenza di quanto detto per il precedente comitato, le opinioni sullo sviluppo di nuove tecnologie trovano gli Stati profondamente divisi[26].
L’ambasciatore francese, seduto al tavolo della presidenza, ha evidenziato subito la difficoltà di trovare un accordo sull’impiego di mezzi meccanici per lo sminamento; l’unico punto che trova un consenso generalizzato è costituito dalla riconosciuta utilità dei cani addestrati al rilevamento delle mine.
Il copresidente cambogiano non ha potuto fare altro che confermare le parole del collega francese e ha presentato due esempi di come problemi apparentemente piccoli possono fermare il lavoro di sminamento. Dal punto di vista dei mezzi meccanici ha spiegato che sono praticamente inutili nel suo Paese, perché le zone minate sono in prevalenza fangose. Parlando dei cani ha ricordato i progetti in corso in Cambogia con la collaborazione di sminatori svedesi[27], i cui lavori sono andati a rilento perché ai cani è servito parecchio tempo per adattarsi al caldo.
Sayed Aqa di ICBL ha sintetizzato l’attuale situazione :
- tecnologie non soddisfacenti ;
- troppi soldi spesi a vuoto.
Informazioni preliminari all’intervento:
- definizione della vegetazione ;
- dimensioni del territorio ;
- finanziamento a lungo termine.
- troppo sofisticata e costosa ;
- investire su tecnologie semplici ;
- necessità di riesaminare le procedure di intervento.
Requisiti della tecnologia:
- adattabilità alla situazione sul campo ;
- conoscere in partenza il tipo di mina su cui si va a operare ;
- conoscere la struttura economica del Paese minato ;
- disponibilità di più alternative di intervento ;
- personale qualificato ;
- interventi predisposti su tre variabili: velocità – sicurezza – basso costo.
- visite sul terreno prima dell’intervento ;
- lavoro degli sminatori a contatto con quello dei laboratori di ricerca ;
- equipaggiamento testato sul campo.
- senso di frustrazione perché non si vedono i progressi ;
- necessità di mettere le informazioni a disposizione di tutti ;
- mancanza di coordinamento per i troppi interessi commerciali[28] ;
- perfezionamento della tecnologia esistente, non c’è niente da inventare ;
- miglioramenti da apportare alle procedure di intervento ;
- consapevolezza della preparazione degli utilizzatori finali della tecnologia ;
- necessario miglioramento della sicurezza delle apparecchiature.
6 . 2 . 6 – Documento finale e chiusura dei lavori
Il documento finale della SMSP si compone di due elementi:
- Organization and Work of the Second Meeting
- Declaration of the Second Meeting of States Parties
a cui sono allegati altri cinque documenti approvati nel corso dei lavori.
Il contenuto del documento finale raccoglie e sintetizza la discussione durata cinque giorni e analizzata nel corso del presente capitolo[29].
Gli attori di Ottawa hanno predisposto un testo finale che corre sui binari dell’entusiasmo per i risultati raggiunti e della consapevolezza della mole di lavoro che ancora li attende. Non mancano gli appelli ai Paesi estranei al processo di pace a fermare la produzione e l’uso delle mine antiuomo; vengono ulteriormente sottolineate le responsabilità di chi semina mine sul terreno pur avendo firmato il testo e viene ribadito il fermo proposito di proseguire il lavoro fino alla totale eliminazione delle mine dal mondo.
I due brani riportati di seguito servono ad aggiornare i dati della situazione attuale delle mine e a capire con quale spirito prosegua l’impegno per la loro distruzione:
Organization and Work of the Second Meeting (punto n.22)
“At the fourth plenary meeting, on 13 September 2000, the Meeting reviewed the general status of the Convention, expressing satisfaction that 107 States have formally accepted the obligations of the Convention, that 22 States Parties have completed destruction of stockpiled anti-personnel mines and further 25 States Parties are in the process of stockpile destruction, that the new international norm established by the Convention is taking hold as demonstrated by behaviour of many States not parties to the Convention, and that approximately US$250 million has been allocated by donors over the past year to address the global landmine problem. The Meeting also expressed satisfaction that efforts to implement the Convention are making a difference, with considerable areas of mined land having been cleared over the past year, with casualty rates having been reduced in several of the world’s most-affected States, and with more and better efforts being undertaken to assist landmine victims”.
Declaration of the Second Meeting of States Parties (ultimo capoverso)
“In reflecting upon our progress and accomplishments, and in considering the work that lies ahead, we reconfirm our conviction to make anti-personnel mines objects of the past, our obligation to assist those who have fallen victim to this terror, and our shared responsibility to the memories of those whose lives have been lost as a result of the use of these weapons, including those killed as a result of their dedication to helping others by clearing areas and providing humanitarian assistance”.
La SMSP è stata chiusa dall’ambasciatore Kongstad il 15 settembre 2000.
Come era già accaduto nel maggio 1999, il prossimo appuntamento è previsto sul suolo di un paese altamente minato: Managua – Nicaragua 18-21 settembre 2001[30].
6 . 3 – Osservazioni finali
Le attese della vigilia esposte dal Dr. Iannuzzi si sono rivelate esatte: Ginevra è stato un importante momento di incontro degli attori di Ottawa per fare il punto della situazione, senza sorprese e senza i riflettori degli organi di stampa. Ma questo forse rappresenta un punto di forza e non di debolezza, perché le parole dei delegati hanno tolto spazio alla cerimonia per darne alla sostanza.
L’appuntamento di Ginevra ha evidenziato l’importanza di ritrovarsi una volta all’anno per aggiornare lo stato generale del Trattato di Ottawa, attraverso le parole dei governi e la presentazione del Landmine Monitor da parte di ICBL.
I passi avanti rispetto al maggio 1999 sono significativi, il cammino cominciato a Ottawa nel 1996 prosegue in maniera lenta, ma costante. Per quanto il Trattato di Ottawa abbia “abituato male” i suoi attori per la rapidità con cui è giunto al primo risultato dell’entrata in vigore, era comunque impossibile pensare che si potessero tenere gli stessi ritmi nella raccolta di nuove adesioni, ma l’impegno di alcuni governi e la presenza delle ONG assicurano al contempo che il bando sulle mine non scada nelle lentezze degli altri processi di pace e di disarmo. Le opposizioni a Ottawa esistono e sono forti, ma non sembra che qualcuno sia in grado di invertire la direzione di marcia. L’assenza di Paesi politicamente dominanti sulla scena internazionale è chiaramente preclusiva al raggiungimento dell’obbiettivo finale, ma testimonia che è ben possibile lavorare in maniera proficua anche in loro assenza.
I dati sui danni procurati dalle mine danno un piccolo segnale in discesa, ma per ora la situazione non è molto diversa da quella di quattro anni fa. Anche questo dato è da considerarsi abbastanza ovvio; chi conosce cosa significhi intervenire sul campo per fermare le mine sa che si tratta di un lavoro che richiede tempi lunghi. Da questo punto di vista è parso molto proficuo il lavoro dei comitati di esperti. Il loro impegno per il primo anno si è concretizzato nell’esaminare ex novo una materia complessa, che ha però fornito strumenti più chiari di intervento e di studio dei problemi sul campo. Nel futuro i comitati dovranno utilizzare questo materiale di partenza e convertirlo in azioni concrete.
Il lavoro dei comitati di esperti, come quello dell’assemblea plenaria, testimonia un impegno effettivo nella lotta contro le mine e rafforza il rapporto di collaborazione[31] tra le istituzioni governative, l’ONU, l’ICRC e le ONG (chiave di volta di tutto il Processo di Ottawa[32]). La creazione del Coordinating Committee of Co-Chairs, presieduto dall’ambasciatore Kongstad, contribuirà a rendere ancora più efficace il lavoro dei gruppi di esperti.
Tre punti negativi sono rappresentati dalla bassa adesione agli obblighi previsti dall’art.7 della convenzione, dalla lentezza nella bonifica delle zone minate e dalla scarsità di interventi di assistenza alle vittime.
La mancanza di alcuni rapporti annuali sul rispetto degli obblighi del trattato testimonia poca trasparenza da parte di alcuni governi e non può essere accolta come una semplice difficoltà tecnica ed economica dei Paesi più poveri, perché la disponibilità dei Paesi ricchi è stata ribadita più volte e deve essere sfruttata.
La bonifica delle aree minate presenta numeri che non permettono di guardare con fiducia al 2009 come data effettiva per la fine dei lavori. La quasi totalità dei Paesi ricchi non ha problemi di questo tipo e deve mettere a disposizione di Stati quali la Bosnia, il Mozambico o la Cambogia tutte le risorse umane e tecniche per moltiplicare sensibilmente gli sforzi.
L’assistenza alle vittime è storicamente un tema poco considerato ed economicamente poco appetibile. Il comitato di esperti in materia sta cercando di modificare questa tendenza molto poco umanitaria e le parole di ICRC o della Svizzera consentono di sperare in qualcosa di positivo per il futuro. L’assistenza alle vittime richiede preparazione specifica del personale medico, ma tali competenze esistono e ancora una volta si tratta di metterle a disposizione.
La distruzione degli stock è forse il settore che fornisce i risultati più tangibili. Le parole di Canada e Ungheria non lasciano dubbi sulla capacità degli Stati di eliminare le mine.
I dati sembrano essere in linea con i tempi richiesti dal trattato (4 anni), se così fosse nel 2003 potrebbero esserci 100-110 milioni di mine in meno nei magazzini dei Paesi che aderiscono a Ottawa.
I dati forniti dal Paese a cui spetta il lavoro maggiore (Italia) sono in linea con i tempi: il rapporto della Farnesina al Segretario Generale dell’ONU datato marzo 2000 parlava di 1.895.185 mine già eliminate a fronte di un quantitativo di oltre 7.000.000, ma le cifre di oggi sono già oltre i 2.000.000.
L’esempio del Belgio e Olanda mostra invece come la collaborazione fra Stati possa supplire alla mancanza tecnica: i due Paesi hanno ultimato la distruzione degli stock fuori dal proprio territorio, con l’ausilio della ditta tedesca Buck.
I momenti assembleari hanno anche la capacità di accelerare le pratiche di adesione degli “indecisi”.
Scorrendo i dati della tabella proposta al capitolo II si nota come in prossimità dei due appuntamenti di Maputo e di Ginevra si concentrino parecchie ratifiche consegnate al Segretario dell’ONU (il fenomeno è più evidente per il 1999). Questa tendenza parte dal momento in cui è stata consegnata la quarantesima ratifica il 16.09.98, che ha reso evidente per tutti la data di entrata in vigore del trattato. A partire da quel momento parecchi Stati hanno accelerato le pratiche di adesione per non arrivare al tavolo di Maputo in una posizione di debolezza rispetto ai partner mondiali.
Per Ginevra il meccanismo ha funzionato alla stessa maniera: nel mese di luglio 2000 gli Stati Parti sono passati rapidamente da 96 a 100; il 6 settembre, data della riunione alla Farnesina, il totale era arrivato a 101; il giorno di apertura dei lavori di Ginevra era salito a 105 e il giorno di chiusura a 107.
Alcuni Stati tendono a sfruttare questi appuntamenti internazionali per dare un risalto maggiore alle proprie scelte, soprattutto nel caso di Paesi che sentono il bisogno di accreditare un neonato regime democratico rispetto a un passato autoritario. Nel corso della SMSP i delegati di Colombia e Bangladesh hanno potuto raccogliere il compiacimento di tutta la Comunità Internazionale riunita al Palazzo delle Nazioni per la loro fresca ratifica.
Infine è da rilevare il ruolo che si sono ritagliate le delegazioni nel corso dei lavori.
I Paesi che hanno dato l’avvio al Processo di Ottawa, unitamente a ICBL, continuano ad avere una funzione trainante, in particolare Canada, Belgio e Austria[33].
La delegazione che forse ha contribuito più di tutte a rilanciare l’impegno e a individuare nuove strade è stata la Svizzera, intervenuta più volte nella discussione con idee chiare ed efficaci. In questo ha contribuito a “spalleggiare” il lavoro di ICBL, che ha il compito di “buttare la palla un po’ più lontano” in attesa che anche gli altri siano nella condizione di raggiungerla.
Un ruolo particolarmente attivo hanno svolto anche l’Argentina, la Slovacchia, la Slovenia, la Bielorussia (che non partecipa a Ottawa, ma lascia ben sperare per il futuro) e il GICHD, che potrebbe diventare il vero punto di incontro per le azioni contro le mine se le ragioni umanitarie prevarranno su quelle economiche, come evidenziato nei lavori dell’ultimo comitato preso in esame.
È invece opinione di chi scrive che l’intervento della delegazione cinese rimanga come un macigno sui lavori della SMSP.
[1] Vedi Allegato 8.
[2] Presidente uscente della conferenza e che quindi non poteva mancare.
[3] Cfr. paragrafo 3.4.3.
[4] Le attese del governo italiano erano anche le attese dei suoi partner europei. A differenza del maggio 1999 l’Unione Europea ha partecipato compatta alla SMSP, incaricando la Francia di parlare a nome di tutti i suoi membri.
[5] Vedi Draft Provisional Agenda – Allegato 6.
[6] Il titolo della conferenza era “Every Minute Counts”.
[7] Nel suo discorso la coordinatrice ha usato una frase che mi piace ricordare “Anche se non possiamo dominare il tempo, siamo responsabili di ciò che ne facciamo”.
[8] Iniziativa analoga era già stata adottata in precedenza: per alcuni mesi una sedia alta come una casa di due piani e con una gamba spezzata è rimasta davanti alla strada principale che porta al palazzo dell’ONU (Avenue de France – Place des Nations).
[9] Unico oratore a ricevere un applauso prima di aprire bocca anziché alla fine del suo discorso.
[10] Alcune delegazioni si sono felicitate per l’adesione di Paesi geograficamente vicini a loro: l’Australia per Kiribati, gli Stati americani per la Colombia e la Tailandia per Cambogia e Filippine.
[11] Osservare l’ordine degli interventi fornisce di per sé indicazioni sul diverso ruolo giocato dagli Stati all’interno della Conferenza. Prima sono intervenuti gli Stati Parti del trattato, poi quelli firmatari e verso la fine alcuni delegati di governi estranei al bando. All’interno di ogni sezione esiste poi un tacito ordine gerarchico, basato sul maggiore o minore impegno dimostrato nella lotta contro le mine. Non è un caso che tra i primi intervenuti ci fossero Mozambico, Canada, Unione Europea, Svizzera, Perù e Sud Africa; come non è un caso che sia toccato a Sudan, Burundi e Romania chiudere l’ordine degli interventi. (In realtà l’ultima a parlare è stata la rappresentante dello Zimbabwe, ma in questo caso si trattava di una necessità contingente, perché il suo Paese era stato “attaccato” nell’intervento di ICBL e serviva il tempo per preparare una replica).
[12] Partecipando in maniera compatta, l’Unione ha consentito all’ambasciatore francese Samuel de Beauvais di presentare l’Europa come primo finanziatore mondiale dei programmi di sminamento, scavalcando gli Stati Uniti.
[13] In un intervento successivo il rappresentante turco, oltre a ribadire l’unità di vedute con l’Unione Europea, ha aggiunto alcuni dettagli usando in pratica le stesse parole contenute nella lettera di risposta al questionario esaminato al capitolo III.
[14] I rapporti sono consultabili via internet al sito delle Nazioni Unite http://dominio.un.org/Ottawa.nsf
[15] L’intervento di ICBL è stato il più corposo di tutta la conferenza ed è possibile leggerlo per intero all’Allegato 7.
[16] La “provocazione” di Stephen Goose non è stata raccolta dagli altri delegati, ma è molto importante per i prossimi sviluppi del trattato. Un primo eventuale intervento di una Commissione di Controllo (prevista all’art.8) costituirà sicuramente uno dei banchi di prova per testare la solidità del Trattato di Ottawa.
[17] Nell’ultimo periodo il problema si è posto in Kosovo e nella Repubblica Democratica del Congo.
[18] Articolo 9.
[19] Articolo 2.
[20] ICRC è comunque favorevole all’abolizione completa delle mine anticarro con dispositivo anti-manomissione.
[21] Articolo 1.
[23] Articolo 3 comma 1.
[24] Il lavoro dei comitati è stato analizzato in sede di dibattito informale; l’ambasciatore Kongstad ha lasciato la presidenza della seduta ai copresidenti dei comitati susseguitisi nel dibattito.
[25] Il lavoro di questo comitato (e di tutta la conferenza) ha portato all’adozione di un documento che invita gli Stati a presentare (ex art.7) rapporti più dettagliati sui contributi forniti all’assistenza alle vittime da mina.
[26] Nessuna delegazione ha chiesto la parola al momento del dibattito.
[27] www.camnet.com.kh/cmac/MDD-Apr.htm .
[28] I troppi interessi economici che ruotano attorno alle attività di sminamento sono stati sottolineati anche dal rappresentante dell’UNDP.
[29] Il documento sarà presto disponibile e facilmente reperibile via internet ai siti delle Nazioni Unite, di ICBL, di ICRC e del Ministero degli Affari Esteri canadese.
[30] La delegazione del Nicaragua ha talmente apprezzato la gigantesca clessidra posta all’entrata del Palazzo delle Nazioni, da chiederne l’immediato trasferimento a Managua per installarla davanti alla sede della prossima conferenza. La speranza di chi scrive è che siano costretti a smontarla per aggiungere un po’ di sabbia al fine di dilatare l’intervallo di rotazione.
[31] Al termine dei lavori del comitato per lo sviluppo delle tecnologie per lo sminamento, l’ambasciatore francese Samuel de Beauvais è andato oltre i ringraziamenti di rito per il lavoro svolto e ha voluto segnalare i tre esperti di ICBL, UNDP e Handicap International come fonte irrinunciabile, chiedendo esplicitamente ai nuovi presidenti del comitato di appoggiarsi alla loro esperienza nel proseguo dei lavori.
[32] Cfr. le parole del Ministero degli Affari Esteri olandese al paragrafo 3.2.8.
[33] Paesi che non a caso hanno immediatamente risposto al questionario proposto da questo lavoro di ricerca (denotando una certa attenzione anche per piccole iniziative come può essere una tesi di laurea).