Source: http://www.europeanconsumers.it/2018/06/20/european-consumers-chiede-al-governo-di-modificare-in-senso-biofilo-il-testo-unico-in-materia-di-foreste-e-filiere-forestali/
Timestamp: 2020-02-18 18:54:22+00:00
Document Index: 184519711

Matched Legal Cases: ['art. 4', 'art. 9', 'art. 32', 'art. 117', 'art. 7', 'art. 2', 'art. 7']

﻿ European Consumers chiede al governo di modificare in senso biofilo il Testo unico in materia di foreste e filiere forestali -
Pubblicato 20 Giugno 2018 · Aggiornato 5 Novembre 2018
L’Associazione European Consumers continua la lotta contro il decreto Ammazzaforeste (Decreto Legislativo 3 aprile 2018, n. 34 Testo unico in materia di foreste e filiere forestali. GU Serie Generale n.92 del 20-04-2018, in vigore dal 5 maggio) nel nome della salute dell’ambiente e di tutti gli esseri viventi.
Sono state, infatti, inviate ai membri del nuovo parlamento e del Governo le Osservazioni al Decreto dove si mettono in evidenza le principali incongruenze di questo testo criminalmente sbilanciato verso lo sfruttamento delle foreste a favore delle centrali a biomasse e caratterizzato dalla totale mancanza di attenzione per la realtà ecologica di queste fondamentali formazioni vegetali sacrificate sostanzialmente sull’altare del business energetico.
Si ricorda che oltre 500 ricercatori e più di 100 associazioni hanno espresso durissime critiche a questo tipico esempio normativo stupidamente antropocentrico che esprime ancora una volta la completa cecità politica nei confronti della necessario sinergia tra ecologia ed economia. La conoscenza della casa (Eco-Logos) non può infatti essere trascesa dalla sua gestione (Eco-nomos).
European Consumers ha già inviato una lettera al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nei giorni appena precedenti la sua incredibile firma del decreto palesemente anti-costituzionale. Come ha ricordato Paolo Maddalena il “progresso spirituale della società” (art. 4, comma 2, Cost.) non si ottiene certo subordinando l’interesse economico a quello ambientale e naturalistico.
Inoltre è palese la violazione dell’art. 9 Cost., secondo il quale ogni “conciliazione” che implichi una diminuzione della tutela del paesaggio è inammissibile (vedi sentenze nn. 151, 152 e 153 del 1986, della Corte costituzionale) ed altrettanto è da dire a proposito della tutela della salute (art. 32 Cost.), “diritto fondamentale del cittadino e interesse della Collettività”, che non può essere compromesso da manomissioni della Natura per fini di profitto “imprenditoriale”. Infine definitivamente compromesso è l’art. 117, comma 2, lett. s), che considera preminente la “tutela dell’ambiente e dell’ecosistema”.
Il Decreto nella sua attuale stesura contravviene agli obiettivi della Convenzione sulla Biodiversità delle Nazioni Unite (1992). Va a tal proposito segnalato che l’attuazione di programmi di rewilding è auspicata dalla UE che, per altro, supporta tali azioni con specifici finanziamenti della Banca Europea degli Investimenti nell’ambito delle strategie comunitarie a sostegno del Capitale Naturale. La mancata considerazione per gli aspetti positivi dell’abbandono dal punto di vista della qualità ecologica e dei servizi ecosistemici non è minimamente presa in considerazione.
Nel Decreto La stessa direttiva 92/43/CEE “Habitat” è appena citata rimandando a “piani di coordinamento territoriali” e non alla protezione integrale del patrimonio rappresentato in “toto” dalle specie e dagli habitat protetti dalla Rete Natura 2000.
Nemmeno vi sono riferimenti diretti alla Direttiva 2009/147/CE Uccelli, alla Convenzione di Rio de Janeiro sulla Diversità Biologica (CBD), alla Strategia Nazionale per la Biodiversità, alle liste rosse di piante e animali. Le norme di protezione dovrebbero essere prioritarie in particolare nella gestione della vegetazione forestale indigena naturale e spontanea che dovrebbe essere favorita sempre, ovunque e comunque. Il bosco non è riconosciuto nel suo valore naturale, ma solo come potenziale patrimonio economico.
Proprio in riferimento alle specie e agli habitat di interesse comunitario gli studi cooordinati da ISPRA mostrano che in più della metà del territorio italiano studiato vi siano specie forestali con status di conservazione sfavorevole, rivelando una situazione critica. Per quanto riguarda gli habitat forestali quasi 1/3 risente di pressioni sfavorevoli proprio da parte delle attività selvicolturali.
Rispetto ai fondamenteali servizi forniti dalle foresta si parla di Pagamenti per i Servizi Ecosistemici me se ne fa un uso distorto, utilizzando risorse pubbliche, da destinare alla tutela ambientale, per sostenere filiere produttive.
Addirittura (art. 7, c. 10), si ritengono buone pratiche assoggettabili ai PES qualunque tipo di utilizzazione purché si abbia rinnovazione. Manca una prospettiva di indirizzo tecnico-scientifico finalizzata ad innovare tecniche selvicolturali a basso impatto ambientale e alla riduzione generalizzata dell’impatto antropico. Verrebbero pagate con i PSE anche le attuali pratiche selvicolturali che non implementano o mantengono i servizi ecosistemici, ma sono causa di degrado.
European Consumers ritiene che efficaci linee guida per un‘adeguata gestione forestale dovrebbero mirare a quanto affermato nella Strategia nazionale per la biodiversità che prevede di integrare la conservazione della biodiversità nelle politiche economiche e di settore rafforzando la comprensione dei benefici dei servizi ecosistemici e la consapevolezza dei costi della loro perdita e cattiva gestione.
Le attività e le programmazioni di settore dovrebbero garantire la conservazione della biodiversità la varietà degli organismi viventi ed i complessi ecologici di cui fanno parte ed assicurare la salvaguardia e il ripristino dei servizi ecosistemici al fine di garantirne il ruolo chiave per la vita sulla Terra e per il benessere umano. Una visione scientificamente olistica dovrebbe favorire la naturalità dei boschi naturali e degli altri ecosistemi spontanei, permettere che, in assenza di attività antropiche, evolvano in modo autonomo aumentando i servizi ecosistemici associati (qualità delle acque, conservazione del suolo e difesa dal dissesto, habitat per la fauna selvatica). È necessario, porre l’attenzione sull’ecocompatibilità del rapporto uomo-natura piuttosto che sul primato di una “gestione attiva” chiaramente sbilanciata verso la creazione di mero profitto: in sostanza la trasformazione della Vita in morto denaro, per altro sporco perché basato sulla primitiva economia della combustione che sta compromettendo l’intera biosfera.
Osservazioni al D.lgs. 3 Aprile 2018 n. 34 del testo unico in materia di foreste e filiere forestali.
(testo inviato ai membri dell’attuale Governo)
Nell’analisi dei costi/benefici di utilizzo di un bene primario, quali le foreste naturali o prossimo-naturali, si dovrebbe partire da un dato obiettivo: in territori come l’Italia per necessità l’uomo, nel corso dei millenni ne ha abusato per fini di sopravvivenza, ma anche meramente economici, determinandone l’alterazione qualitativa e quantitativa. Va, infatti, tenuto presente che gli interventi selvicolturali costituiscono disturbi al naturale sviluppo di questi ecosistemi e che l’impatto dipende da intensità e frequenza e dalla capacità di resistenza e resilienza della cenosi forestale.
Efficaci linee guida per un adeguata gestione forestale dovrebbero mirare a quanto affermato nella Strategia nazionale per la biodiversità (Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, 2010) che prevede di integrare la conservazione della biodiversità nelle politiche economiche e di settore rafforzando la comprensione dei benefici dei servizi ecosistemici e la consapevolezza dei costi della loro perdita e cattiva gestione. Le attività e le programmazioni di settore dovrebbero garantire la conservazione della biodiversità la varietà degli organismi viventi ed i complessi ecologici di cui fanno parte ed assicurare la salvaguardia e il ripristino dei servizi ecosistemici al fine di garantirne il ruolo chiave per la vita sulla Terra e per il benessere umano.
Non vi è alcun dubbio, anche soltanto considerando le classi di età di buona parte dei boschi italiani, i sistemi di gestione delle foreste in atto fino ad adesso, con un iper-sfruttamento secolare in particolare di quelli di bassa quota, ha determinato un deterioramento ecologico. Inoltre i sistemi in atto fino ad adesso non hanno che raramente considerato come essenziale la protezione del suolo. Quasi nulla attenzione è stata inoltre rivolta agli strati dominati, spesso eliminati per motivi silvocolturali, determinando alterazioni strutturali spesso favorevoli proprio agli incendi oltre che ad alterazioni della rete trofica del suolo.
Stesso discorso per i turni troppo brevi (< 20 anni), mantenuti su suoli spesso già degradati, e che determinano eccessiva vicinanza tra gli strati arbustivi di nuova crescita o di ingressione di specie pioniere e le matricine sovrastanti favorendo gli incendi di chioma. È questa la situazione di molti dei boschi di leccio (per altro habitat di interesse comunitario ai sensi della direttiva 92/43/CEE), compresi ad esempio quelli lungo la SS Salaria, tra Rieti e Roma.
Alle strutture “prone fire” si associano altri fattori di rischio: l’eccessiva frammentazione stradale, per altro grave rischio per la fauna protetta e anch’essa legata agli incendi e favorita proprio dalle pratiche silvo-colturali. All’annoso problema alcuni “specialisti” hanno risposto che proprio la mancanza di gestione determina l’aumento del rischio incendi. In realtà la protezione dagli incendi non dipende dai cicli naturali di rigenerazione, e non può essere ottenuta a spese della stessa qualità ecologica forestale con visioni strettamente antropocentriche, ma con adeguati sistemi di sorveglianza, pronto intervento ed educazione della popolazione in senso bio-centrico.
La differenza di condizioni dei sistemi forestali sia dal punto di vista ecologico che pedologico dovrebbe essere valutata prioritariamente nella stesura di qualsiasi proposta legislativa a riguardo. Inoltre strategie e normative di protezione dovrebbero essere prioritarie nel suo svolgimento.
La stessa direttiva 92/43/CEE “Habitat” è appena citata rimandando a “piani di coordinamento territoriali” e non alla protezione integrale del patrimonio rappresentato in “toto” dalle specie e dagli habitat protetti dalla Rete Natura 2000. Nemmeno vi sono riferimenti diretti alla Direttiva 2009/147/CE Uccelli, alla Convenzione di Rio de Janeiro sulla Diversità Biologica (CBD), alla Strategia Nazionale per la Biodiversità, alle liste rosse di piante e animali[1]. Le norme di protezione dovrebbero essere prioritarie in particolare nella gestione della vegetazione forestale indigena naturale e spontanea che dovrebbe essere favorita sempre, ovunque e comunque. Il bosco non è riconosciuto nel suo valore naturale, ma solo come potenziale patrimonio economico.
Proprio in riferimento alle specie e agli habitat di interesse comunitario gli studi coordinati da ISPRA (Genovesi et al. 2014; Stoch & Genovesi, 2016; Angelini et al., 2016; Ercole et al., 2016) mostrano che in più della metà del territorio italiano studiato (64%) vi siano specie con status di conservazione sfavorevole, rivelando una situazione critica. Per quanto riguarda gli habitat forestali il 28 % risente di pressioni sfavorevoli proprio da parte delle attività silvocolturali.
L’art. 2 (Finalità), al c. 1, lett. c) spiega in modo esplicito che le finalità del decreto sono finalizzate a: “promuovere e tutelare l’economia forestale, l’economia montana e le rispettive filiere produttive nonché lo sviluppo delle attività agro-silvo-pastorali attraverso la protezione e il razionale utilizzo del suolo e il recupero produttivo delle proprietà fondiarie frammentate e dei terreni incolti o abbandonati, sostenendo lo sviluppo di forme di gestione associata delle proprietà forestali pubbliche e private”.
Il c. 2, lett. g) definisce, infatti, i terreni abbandonati o incolti: “fatto salvo quanto previsto dalle normative regionali vigenti, i terreni destinati a foresta, nei quali i boschi cedui hanno superato, senza interventi selvicolturali, almeno della metà il turno minimo fissato dalle norme forestali regionali, ed i boschi d’alto fusto in cui siano stati attuati interventi di sfollo o diradamento negli ultimi 20 anni, nonché i terreni agricoli sui quali non sia stata esercitata l’attività agricola da almeno 3 anni, in base ai principi e alle definizioni di cui al regolamento (UE) n. 1307/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio del 17 dicembre 2013 e relative disposizioni nazionali di attuazione, ad esclusione dei terreni sottoposti ai vincoli di destinazione d’uso”.
Il Decreto nella sua attuale stesura contravviene agli obiettivi della Convenzione sulla Biodiversità delle Nazioni Unite (1992)[2]. Va a tal proposito segnalato che l’attuazione di programmi di rewilding è auspicata dalla UE che, per altro, supporta tali azioni con specifici finanziamenti della Banca Europea degli Investimenti nell’ambito delle strategie comunitarie a sostegno del Capitale Naturale[3]. La mancata considerazione per gli aspetti positivi dell’abbandono dal punto di vista della qualità ecologica e dei servizi ecosistemici non è minimamente presa in considerazione dal decreto.
Anche per il comma 1 l’Art. 5 “Aree escluse dalla definizione di bosco” i castagneti da frutto sono esclusi dal bosco per altro in contrasto con la classificazione adottata dalla FAO per il “Forest Resources Assessment”[4]. Questo faciliterà il cambio di destinazione d’uso, che adesso è di difficile autorizzazione proprio perché il castagneto è considerato bosco.
Il comma 8 dell’art. 7 stabilisce che le regioni e le province autonome, coerentemente con quanto previsto dalla Strategia forestale dell’Unione europea, possono promuovere sistemi di pagamento dei servizi ecosistemici (PSE) generati dalle attività di gestione forestale sostenibile e dall’assunzione di specifici impegni silvoambientali informando e sostenendo i proprietari, i gestori e i beneficiari dei servizi nella definizione, nel monitoraggio e nel controllo degli accordi contrattuali.
Di talché, si ritiene necessario e non procrastinabile informare IMMEDIATAMENTE del contenuto del Decreto tutti i cittadini, i comitati e le associazioni, con ogni mezzo, affinché essi prendano coscienza delle criticità e dei palesi vizi di incostituzionalità che il provvedimento rivela, stante l’indifferibilità dell’approvazione nemmeno urgente che non lascia il tempo al nuovo Governo di insediarsi dopo le elezioni previste per il 4 marzo.
Roma il 19 giugno 2018
[1] http://www.iucn.it/pdf/Comitato_IUCN_Lista_Rossa_dei_vertebrati_italiani.pdf; http://www.iucn.it/pdf/Comitato_IUCN_Lista_Rossa_della_flora_italiana_policy_species.pdf; http://www.iucn.it/pdf/Comitato_IUCN_Lista_Rossa_delle_farfalle_italiane_2016.pdf; http://www.parks.it/federparchi/PDF/Lista.Rossa.LIBELLULE.pdf
[2]Convenzione sulla Biodiversità (Convention on Biological Diversity). http://www.isprambiente.gov.it/it/temi/biodiversita/convenzioni-e-accordi-multilaterali/convenzione-sulla-biodiversita-convention-on-biological-diversity; http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=LEGISSUM%3Al28102
[3]Bank On Nature: First loan agreement backed by Natural Capital Financing Facility signed in Brussels. http://europa.eu/rapid/press-release_MEMO-17-915_en.htm
[4]Global Forest Resources Assessments http://www.fao.org/forest-resources-assessment/en/
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