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Timestamp: 2019-12-06 23:55:16+00:00
Document Index: 121532173

Matched Legal Cases: ['art. 6', 'art. 29', 'art. 173', 'art. 6', 'art. 6', 'art.29', 'art. 7', 'art. 6', 'art. 26', 'art. 29', 'art. 5', 'art. 4']

Cass. Pen. Sez. III 21/08/2018 n. 38753 - Quando è necessaria una nuova istanza di rilascio o adeguamento dell’AIA? - Tuttoambiente.it
In tema di Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA), proprio le specifiche finalità indicate dal legislatore impongono una rigorosa e restrittiva interpretazione, tale da non vanificare gli effetti di questa particolare disciplina e che non può prescindere da una altrettanto rigorosa disamina dei contenuti del titolo abilitativo e della corrispondenza tra quanto autorizzato e le condizioni effettive di svolgimento dell'attività, senza che tale verifica possa arrestarsi di fronte alla mera disponibilità dell'autorizzazione. Se l'AIA è richiesta per le "installazioni" che svolgono le attività descritte nell'Allegato VIII (art. 6, comma 13) alla Parte II del D.L.vo 152/2006 e se tra le installazioni rientra qualsiasi altra attività accessoria, che sia tecnicamente connessa con le attività svolte e possa influire sulle emissioni e sull'inquinamento, è evidente che tale connessione non può che riferirsi comunque ad attività comprese tra quelle elencate nel suddetto allegato e non anche riferibili ad altre attività eventualmente svolte nel medesimo insediamento, con la conseguenza che l'AIA rilasciata per attività non comprese nel citato Allegato VIII alla Parte II prima delle modifiche apportate dal D.L.vo 46/2014 comporta l'applicazione della disciplina transitoria di cui all'art. 29 del citato decreto legislativo e la conseguente necessità di una nuova istanza di rilascio dell'AIA, ovvero di una istanza di adeguamento.
1.Il Tribunale di Mantova, con ordinanza del 2/2/2018 ha parzialmente accolto la richiesta di riesame presentata nell'interesse della società "M.", revocando il sequestro preventivo dei macchinari impiegati dalla suddetta società presso la sede operativa di Rodigo per il trattamento di scorie e ceneri, nonché delle scorie di cenere presenti presso il relativo stabilimento, confermando nel resto il decreto di sequestro preventivo emesso dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di quella città nell'ambito di un procedimento penale nel quale viene prospettato, secondo l'ipotesi accusatoria, che la società suddetta esercitasse, presso il sito denominato F., in carenza di titolo abilitativo, un'attività di gestione di una quantità nel tempo ingente - pari a circa 130.000 tonnellate - di rifiuti in assenza di autorizzazione (capo 1 della provvisoria imputazione), di fatto realizzando e gestendo una discarica abusiva (capi 2 e 3), esercitando un'attività non consentita di miscelazione di rifiuti non pericolosi con rifiuti pericolosi (capo 4), cagionando con le descritte condotte un pericolo concreto di inquinamento e deterioramento del suolo e delle acque di falda (capi 5 e 6), non provvedendo al ripristino ambientale (capo 7) ed alle opere di messa in sicurezza (capo 8).
In relazione a tali fatti di reato veniva anche ipotizzato, a carico della società M., l'illecito amministrativo di cui agli articoli 5, lett. a), 6, 25-undecies, comma 1 e comma 2, lett. b), nn. 1, 2 e 3 e lett. c) d.lgs. 231/2001, per l'illecito vantaggio ricavato dall'avere i propri legali rappresentanti, nel suo interesse, svolto presso il sito F. le descritte attività costituenti reato, al fine di profitto ed in assenza dei controlli da parte delle autorità preposte (capo12 della provvisoria incolpazione).
Ai legali rappresentanti della società veniva, altresì, contestato di aver esercitato, presso il sito suddetto, l'attività di recupero di scorie e ceneri non autorizzata, in quanto estranea alla autorizzazione integrata ambientale (AIA) di cui la stessa società era munita, reato di cui all'articolo 29 quaterdecies, comma 1 d.lgs. 152/2006 e 452-novies cod. pen. (capo 11 della provvisoria incolpazione).
2.Avverso tale pronuncia propongono ricorso per cassazione "M." tramite il proprio difensore di fiducia ed il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Mantova, deducendo i motivi di seguito enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione, ai sensi dell'art. 173 disp. att. cod. proc. pen.
3.Ricorso M..
Con un primo motivo di ricorso deduce la violazione di legge per inosservanza, ovvero erronea applicazione, dell'articolo 29-quaterdecies d.lgs. 152/2006 in relazione all'articolo 6, comma 13, lett. e) dell'Allegato VIII e all'articolo 5, comma i-quater e quinquies del d.lgs. 152/2006, come modificato dall'articolo 2, comma 1, lett. a) d.lgs. 4 marzo 2014, n. 46, in relazione all'articolo 29 del medesimo decreto.
Con un secondo motivo di ricorso deduce l'omessa motivazione in relazione al insussistenza del fumus del reato di cui all'articolo 29-quaterdecies digs. 152/2006.
1.Entrambi i ricorsi sono fondati per le ragioni di seguito specificate.
2.Va premesso, con riferimento al ricorso della società M., che la costante giurisprudenza di questa Corte si è ripetutamente espressa nel senso che il ricorso per cassazione avverso l'ordinanza emessa in sede di riesame di provvedimenti di sequestro (probatorio o preventivo) può essere proposto esclusivamente per violazione di legge e non anche con riferimento ai motivi di cui all'articolo 606, lettera e) cod. proc. pen., pur rientrando, nella violazione di legge, la mancanza assoluta di motivazione o la presenza di motivazione meramente apparente, in quanto correlate all'inosservanza di precise norme processuali (Sez. U, n. 5876 del 28/1/2004, Bevilacqua, Rv. 226710 . V. anche Sez. 2, n. 18951 del 14/3/2017, Napoli e altro, Rv. 269656; Sez. 6, n. 6589 del 10/1/2013, Gabriele, Rv. 254893; Sez. 5, n. 35532 del 25/6/2010, Angelini, Rv. 248129; Sez. 6, n. 7472 del 21/1/2009, Vespoli, Rv. 242916; Sez. 5, n. 8434 del 11/1/2007, Ladiana, Rv. 236255).
La mera apparenza della motivazione, peraltro, è stata individuata nell'assenza dei requisiti minimi per rendere comprensibile la vicenda contestata e I"iter" logico seguito dal giudice nel provvedimento impugnato (da ultimo, Sez. 2, n. 18951 del 14/3/2017, Napoli e altro, Rv. 269656 ed altre prec. conf.).
3.Per ciò che concerne, invece, il ricorso del Pubblico Ministero, occorre osservare che lo stesso prende in considerazione, nel primo motivo di ricorso, la violazione contestata al capo 11 della provvisoria incolpazione riportata nel decreto di sequestro ed ha ad oggetto l'attività di recupero e gestione di scorie e ceneri, pari a diverse migliaia di tonnellate in un triennio (anni 2014, 2015 e 2016) in assenza della prescritta autorizzazione integrata ambientale (AIA), richiesta dall'art. 6 del d.lgs. 152/06 come modificato dalla legge 46/2014 e con l'aggravante di cui al predetto art. 6, disponendo la società M. di AIA per il solo recupero e messa in riserva dì rifiuti speciali non pericolosi (R3, rifiuti organici; R5, rifiuti inerti; R13, messa in riserva).
Assume invece il Tribunale che, sulla base della documentazione prodotta, già dal 2013 la società M. esercitava l'attività di gestione dei rifiuti costituiti da scorie di fusione e ceneri non in procedura semplificata e quale accessorio all'attività di gestione dei rifiuti derivanti da carcasse di animali o, comunque, da sottoprodotti di origine animale, in virtù di una AIA, in quanto parte dell'altro ramo di attività produttiva, consistente nella gestione e recupero di rifiuti derivanti dall'edilizia, al fine di ricavarne sottoprodotti destinati all'utilizzo come rilevati di sottofondi stradali, ferroviari, di piazzali industriali eccetera.
L’AIA, per tale ultima attività è divenuta necessaria solo a decorrere dall'entrata in vigore del decreto legislativo 46/2014 ma, secondo il Tribunale, il fatto che fin da 2013 la società se ne fosse volontariamente munita, rendeva evidentemente superflua la necessità di richiedere una nuova autorizzazione nel 2014, come risulterebbe dai provvedimenti amministrativi successivi, di mero aggiornamento dell'AIA conseguita nel 2013.
Ritiene invece il Pubblico Ministero ricorrente che le conclusioni cui è pervenuto il Tribunale sarebbero frutto di una non corretta applicazione della normativa considerata, la quale, sempre secondo quanto dedotto in ricorso, stabilirebbe che i gestori di installazioni esistenti al momento dell'entrata in vigore del decreto fossero tenuti ad adeguare, secondo termini specifici, la propria attività al nuovo regime autorizzatorio richiesto e, quindi, con un apertura del procedimento previsto dagli articoli 29- bis e seguenti d.lgs. 152/2006, finalizzati ad imporre, per tali specifiche attività, l'applicazione dei più rigorosi presidi ambientali imposti dall'ordinamento.
4.Tali considerazioni, diametralmente opposte a quelle sviluppate nell'ordinanza impugnata, rendono necessaria la disamina delle disposizioni richiamate.
Con il d.lgs.18 febbraio 2005, n.59 venne data completa attuazione alla la direttiva 96\61\CE sulla prevenzione e riduzione integrate dell'inquinamento (IPPC), inizialmente recepita solo in parte con il d.lgs. 4 agosto 1999 n. 372, che riguardava esclusivamente gli impianti esistenti (secondo la definizione datane nel decreto medesimo), rinviando ad altro momento il completo recepimento della direttiva comunitaria e che, con l'entrata in vigore del d.lgs. 59\2005, veniva abrogato, fatto salvo quanto previsto all'articolo 4, comma 2.
Il d.lgs. 59/2005 veniva poi abrogato con il «terzo correttivo» al d.lgs. 152\06 (d.lgs. 29 giugno 2010 n.128), con il quale si provvedeva alla trasposizione, con sostanziali modifiche, della relativa disciplina nella Parte Seconda del d.lgs. 152 \06, effettuando anche il coordinamento, prima mancante, delle procedure di VIA ed AIA.
Le finalità dell'AIA sono ora indicate dall'articolo 4, comma 4, lett. c) del dlv. 152\2006 e riguardano la prevenzione e la riduzione integrate dell'inquinamento proveniente dalle attività indicate all'allegato VIII. Si prevedono misure intese a evitare, ove possibile, o a ridurre le emissioni nell'aria, nell'acqua e nel suolo, comprese le misure relative ai rifiuti, per conseguire un livello elevato di protezione dell'ambiente, salve le disposizioni sulla valutazione di impatto ambientale, mentre le definizioni relative alla materia sono integrate nell'articolo 5.
5.L’art.29-quaterdecies, in particolare, è stato integralmente sostituito in forza dell'art. 7, comma 13 del d.lgs. 46/2014 e sanziona, al primo comma, chiunque esercita una delle attività di cui all'Allegato VIII alla Parte Seconda del d.lgs. 152/06 senza essere in possesso dell'autorizzazione integrata ambientale, o dopo che la stessa sia stata sospesa o revocata.
La necessità dell'AIA per le installazioni che svolgono le attività di cui all'Allegato VIII alla Parte Seconda del d.lgs. 152/06 è stabilita dall'art. 6, comma 13 del medesimo decreto legislativo. L’autorizzazione è rilasciata secondo le procedure stabilite dagli artt. 29-bis e ss. del d.lgs.
L’Allegato VIII alla Parte Seconda del d.lgs. 152/06 ha subito anch'esso l'ultima modifica ad opera del d.lgs. 46/2014, che ne ha disposto, con l'art. 26, comma 1, l'integrale sostituzione.
Il d.lgs. 46/2014, in considerazione delle modifiche apportate alla disciplina di settore, contiene, nell'art. 29, alcune disposizioni transitorie che riguardano specificamente, al comma 3, i gestori delle installazioni esistenti che non svolgono attività già ricomprese all'Allegato VIII alla Parte Seconda del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, come introdotto dal decreto legislativo 29 giugno 2010, n. 128, i quali erano tenuti a presentare istanza per il primo rilascio della autorizzazione integrata ambientale, ovvero istanza di adeguamento ai requisiti del Titolo 111-bis della Parte Seconda, nel caso in cui l'esercizio debba essere autorizzato con altro provvedimento, entro il 7 settembre 2014.
Il successivo comma 3 impone all'autorità competente al rilascio del titolo abilitativo il completamento dei procedimenti, avviati in esito alle istanze di cui al comma 2, entro il 7 luglio 2015, consentendo, nelle more, la prosecuzione dell'attività in base alle autorizzazioni previgenti, se del caso opportunamente aggiornate a cura delle autorità che le hanno rilasciate, a condizione di dare piena attuazione, secondo le tempistiche prospettate nelle istanze di cui al comma 2, agli adeguamenti proposti nelle predette istanze, in quanto necessari a garantire la conformità dell'esercizio dell'installazione con il titolo 111-bis della parte seconda del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 e successive modificazioni.
L’art. 5, comma 1, lett. i-quinquies definisce la "installazione esistente" come quella che, "al 6 gennaio 2013, ha ottenuto tutte le autorizzazioni ambientali necessarie all'esercizio o il provvedimento positivo di compatibilità ambientale o per la quale, a tale data, sono state presentate richieste complete per tutte le autorizzazioni ambientali necessarie per il suo esercizio, a condizione che essa entri in funzione entro il 6 gennaio 2014. Le installazioni esistenti si qualificano come 'non già soggette ad AIA' se in esse non si svolgono attività già ricom prese nelle categorie di cui all'Allegato VIII alla Parte Seconda del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 come introdotto dal decreto legislativo 29 giugno 2010, n. 128".
Si perseguono dunque, attraverso le disposizioni contenute nella Parte Seconda del d.lgs. 152/06, gli obiettivi indicati dalla normativa comunitaria e, per ciò che concerne l'Autorizzazione integrata ambientale, come espressamente stabilito dall'art. 4, lett. c), la prevenzione e la riduzione integrate dell'inquinamento proveniente dalle attività di cui all'allegato VIII, prevedendo misure intese a evitare, ove possibile, o a ridurre le emissioni nell'aria, nell'acqua e nel suolo, comprese le misure relative ai rifiuti, per conseguire un livello elevato di protezione dell'ambiente, salve le disposizioni sulla valutazione di impatto ambientale.
7. E' appena il caso di osservare che proprio le specifiche finalità indicate dal legislatore ed, in ogni caso, desumibili dal complesso delle norme solo in parte in precedenza richiamate, impongono una rigorosa e restrittiva interpretazione, tale da non vanificare gli effetti di questa particolare disciplina e che, pare quasi superfluo precisano, non può prescindere da una altrettanto rigorosa disamina dei contenuti del titolo abilitativo e della corrispondenza tra quanto autorizzato e le condizioni effettive di svolgimento dell'attività, senza che tale verifica possa arrestarsi di fronte alla mera disponibilità dell'autorizzazione.
Tale evenienza impone pertanto l'annullamento dell'ordinanza impugnata sul punto, con rinvio al Tribunale per nuovo esame alla luce dei principi in precedenza affermati.