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Timestamp: 2020-03-31 11:02:08+00:00
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Art 2087 cc e sicurezza ai tempi del coronavirus - Sicurya
Art 2087 cc e sicurezza ai tempi del coronavirus
24 Marzo, 2020 /in Sicurezza /da Sicurya
Come muoversi tra D.Lgs 81/08, art 2087 cc, responsabilità penali rischio biologico e quant’altro? Il diffondersi nel corso di queste ultime settimane anche in Italia dell’epidemia da Coronavirus, ribattezzato Covid-19, sta portando sempre più alla ribalta anche il problema della tutela della salute e della sicurezza sul lavoro.
In un quadro così incerto, mentre alcune aziende, giocando di anticipo, sono riuscite a mettere in campo le prime misure di prevenzione a tutela dei propri lavoratori. Molte altre, probabilmente la maggioranza, si sono trovate del tutto impreparate e, quindi, più confuse sul da farsi.
Peraltro, la direttrice operativa da tenere in questa fase emergenziale non è certamente facile. Occorre infatti riconoscere che l’ultima vera emergenza sanitaria in Italia risale al lontano 1973, con l’epidemia da colera.
Inoltre situazioni del genere non sono state mai espressamente contemplate nella disciplina antinfortunistica di matrice europea che ha dato vita al D.Lgs. n. 626/1994, e al D.Lgs. n. 81/2008.
Tutto ciò ha indotto, quindi, le aziende e i professionisti a porsi diverse domande. Tra queste, le più ricorrenti, riguardano l’estensione e i limiti dell’obbligazione di sicurezza che grava sul datore di lavoro in questo clima emergenziale.
Di conseguenza quali misure mettere in campo? sussiste o meno l’obbligo di procedere anche dell’aggiornamento del documento di valutazione dei rischi? quali sono le conseguenti responsabilità?
Per cercare di fornire una prima risposta a questi interrogativi appare necessario, pertanto, procedere a una ricostruzione sistematica della materia. Bisogna cercare di valutare, per quanto possibile, la portata dei numerosi provvedimenti che sono stati adottati di recente dal Governo e dalle altre autorità.
Tra questi, in particolare, la circolare del Ministero della salute 3 febbraio 2020, n. 3190. Questa ha dato origine a un acceso dibattito sull’applicazione del regime protettivo del D.Lgs. n. 81/2008 e dell’art 2087 cc, in materia di agenti biologici.
Da ultimo, i D.P.C.M. 11 e 22 marzo 2020 che hanno stabilito nuove misure di contenimento, valide per l’intero Paese considerato “zona protetta”, ancora più stringenti rispetto a quelle assunte in precedenza fino ad arrivare, come si vedrà, ad autentiche misure “draconiane” tra cui la conferma dell’adozione del criterio del cosiddetto “droplet”.
Obbligazione di sicurezza e nuove frontiere interpretative
Il punto di partenza per affrontare, quindi, questi temi così delicati non può che essere un richiamo, sia pur breve, ai principi generali che governano attualmente la materia salute e sicurezza. In merito va rilevato che la norma cardine si rintraccia nell’art. 2087 cc del codice civile.
Questo, nel definire l’obbligazione di sicurezza del datore di lavoro, stabilisce che “L’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro”.
Sul piano sistematico, quindi, questa norma è direttamente collegata con i principi costituzionali posti a difesa del “diritto alla salute” (art. 32, Costituzione) e del rispetto della sicurezza e della libertà e dignità umana nell’esplicazione dell’iniziativa economica (art. 41, Costituzione).
Il codice civile e l’art 2087
Peraltro, ormai da tempo la dottrina e la giurisprudenza hanno ritenuto che il perimetro originario dell’art 2087 del codice civile abbia subito un ampliamento. Arrivando a ricomprendere anche quei rischi “esogeni” comunque connessi allo svolgimento dell’attività lavorativa. Ad esempio, le aggressioni, con il conseguente dovere da parte del datore di adottare anche le misure di sicurezza “innominate”.
Sotto questo profilo, è opportuno anche richiamare un recente intervento della Corte di Cassazione che ha sottolineato che “elemento costitutivo della responsabilità del datore di lavoro per inadempimento dell’obbligo di prevenzione di cui all’art 2087 cod. civ. è la colpa quale difetto di diligenza nella predisposizione delle misure idonee a prevenire ragioni di danno per il lavoratore” (Cass. n. 6002 del 2012, n. 14102 del 2012).
L’obbligo di prevenzione di cui all’art 2087 cod. civ. impone all’imprenditore di adottare non soltanto le misure tassativamente prescritte dalla legge in relazione al tipo di attività esercitata. Queste infatti rappresentano lo standard minimale fissato dal legislatore per la tutela della sicurezza del lavoratore.
Bensì anche le altre misure richieste in concreto dalla specificità del rischio, atteso che la sicurezza del lavoratore è un bene protetto dall’art. 41, secondo comma, Cost. (ex plurimis, Cass. 6337 del 2012).
La giurisprudenza in merito all’art 2087
Di conseguenza, il datore di lavoro è tenuto non solo ad adottare le misure di prevenzione e di protezione previste dalla specifica disciplina antinfortunistica (ad esempio, il D.Lgs. n.81/2008, il D.Lgs. n. 271/1999 eccetera) che costituiscono lo standard minimale di tutela, ma anche quelle misure che si rendono necessarie in relazione a un determinato rischio. Ciò in virtù dell’art 2087 cc.
Nella stessa sentenza, inoltre, è stato anche fatto rilevare che un’ “aggressione non prevedibile” per attività criminosa di terzi. Non può rientrare nell’ambito applicativo dell’art 2087 del codice civile.
Questa infatti è una norma che non può essere dilatata fino a comprendervi ogni ipotesi di danno. Ciò sull’assunto che, comunque, il rischio non si sarebbe verificato in presenza di ulteriori accorgimenti di valido contrasto.
Ciò perché in questo modo si perverrebbe “all’abnorme applicazione di un principio di responsabilità oggettiva, ancorata sul presupposto teorico secondo cui il verificarsi dell’evento costituisce circostanza che assurge in ogni caso ad inequivoca riprova del mancato uso dei mezzi tecnici più evoluti del momento, atteso il superamento criminoso di quelli in concreto apprestati dal datore di lavoro” (cfr. Cass. n. 15350 del 2001; ribadita anche da Cass. sentenza n 12089 del 2013).
La nozione di rischio generico aggravato
Da quanto sopra emerge come l’ordinamento giuridico italiano già accordi una tutela ai lavoratori anche rispetto ai rischi esogeni nel caso in cui gli stessi siano prevedibilmente correlati all’attività lavorativa. Sotto questo profilo, un orientamento interpretativo molto significativo è anche quello che è stato espresso dal ministero del Lavoro con l’interpello 25 ottobre 2016, n.11, in materia di lavoro all’estero.
In relazione all’art 2087 del codice civile, infatti, il ministero nel richiamare il già citato obbligo generale per il datore di lavoro di tutelare l’integrità psicofisica dei lavoratori. Adottando le necessarie misure di prevenzione e protezione. Ha precisato che questo obbligo.
Da un lato, comporta il dovere di valutare tutti i rischi per la salute e la sicurezza dei lavoratori, compresi quelli riguardanti gruppi di lavoratori esposti a rischi particolari (art. 28, comma 1, D.Lgs. n. 81/2008).
Dall’altro quello di “aggiornare le misure di prevenzione in relazione ai mutamenti organizzativi e produttivi che hanno rilevanza ai fini della salute e sicurezza del lavoro, o in relazione al grado di evoluzione della tecnica della prevenzione e della protezione” [art. 18, comma 1, lettera z), D.Lgs. n. 81/2008].
Sulla base di questi principi, oltreché dell’art 2087, lo stesso ministero ha affermato, quindi, che la valutazione dei rischi. Nonché il DVR. Devono riguardare anche i rischi ambientali “potenziali e peculiari” legati alle caratteristiche del Paese in cui la prestazione lavorativa dovrà essere svolta.
Bisogna fare riferimento quindi ai cosiddetti “rischi generici aggravati”, legati, ad esempio, alla situazione geopolitica del Paese. Ad esempio guerre civili, attentati eccetera. Nonché alle condizioni sanitarie del contesto geografico di riferimento, quindi, anche le epidemie.
Per non ampliare eccessivamente il campo, però, nell’interpello viene anche sottolineato che tali rischi non vanno considerati astrattamente, ma solo quelli “che abbiano la ragionevole e concreta possibilità di manifestarsi in correlazione all’attività lavorativa svolta”.
Per ora dunque abbiamo iniziato a vedere come possa essere delicato il ruolo che è a carico del datore di lavoro che deve essere sempre attento, assumendo una sorta di responsabilità contrattuale, consistente nel compito di adottare nell’ esercizio dell’ impresa, secondo la esperienza e la tecnica, condizioni di lavoro che garantiscano la tutela delle condizioni negli ambienti di lavoro al fine di evitare infortuni sul lavoro e danno alla salute.
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