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Timestamp: 2020-06-06 22:44:40+00:00
Document Index: 96967964

Matched Legal Cases: ['art. 143', 'art. 143', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 2043', 'art. 143', 'art. 2']

Unioni civili: nessun obbligo di fedeltà. Possibile discriminazione? | maxima notizie magazine
Unioni civili: nessun obbligo di fedeltà. Possibile discriminazione?
19 febbraio 2019 maximanotizie	Lascia un commento
Nessun obbligo di fedeltà per le unioni civili e per le convivenze more uxorio. Possibile discriminazione per le coppie omosessuali?
Il dovere di fedeltà non sussiste per le unioni civili e per le convivenze more uxorio con conseguente superamento dell’obbligo regolato dal titolo VI del codice civile in cui le parti acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri. Difatti, la legge n. 76 del 2016, cosiddetta legge sulle unioni civili, non prevede l’obbligo di fedeltà escludendo le possibili ipotesi risarcitorie di danni c.d. endofamiliari, ovverosia quelli esistenti all’interno della famiglia.
L’art. 143 del codice civile vigente affronta compiutamente il tema dei “Diritti e doveri reciproci dei coniugi“, prevedendo che
“con il matrimonio il marito e la moglie acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri. Dal matrimonio deriva l’obbligo reciproco alla fedeltà, all’assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell’interesse della famiglia e alla coabitazione. Entrambi i coniugi sono tenuti, ciascuno in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo, a contribuire ai bisogni della famiglia”.
Quindi, secondo la giurisprudenza ormai consolidata, l’obbligo di fedeltà consiste non solo nell’obbligo per i coniugi di astenersi da rapporti sessuali con altra persona ma anche nell’impegno a non tradire la fiducia reciproca. Ciò, in effetti, non può applicarsi anche alle unioni civili, poiché tale obbligo reciproco di fedeltà previsto dal già citato art. 143 c.c. non è richiamato dal testo della legge n. 76/2016 (c.d. legge Cirinnà); quest’ultima, infatti, prevede l’obbligo di assistenza morale e materiale, mentre la coabitazione è l’obbligo principale che deriva dall’unione. In uno, si intende conferire valore alla coabitazione dei conviventi, chiunque essi siano, ma non alla fedeltà durante la convivenza in sé.
Inoltre la legge prevede che ciascuna parte contribuisca, in relazione alle proprie possibilità (sia economiche che di capacità professionali e casalinghe) ai bisogni comuni; tra i doveri derivanti dall’unione c’è anche quello di fissare una residenza comune e concordare l’indirizzo della vita familiare.
Secondo alcuni autori si tratterebbe di una scelta meramente politica: tale rimozione sarebbe stata fatta con l’intento di non voler equiparare in modo totale l’unione civile omosessuale al matrimonio eterosessuale, facendo così venir meno un elemento di forte analogia con il matrimonio, lasciando intendere una supremazia della famiglia basata sul matrimonio tradizionale. Altra parte della dottrina, invece, ritiene che la previsione o meno di tale obbligo non muta la sostanza che l’unione debba essere per forza fondata sulla fedeltà tra le parti; per i fautori di tale ricostruzione, l’obbligo di fedeltà sarebbe comunque insito nella stessa unione.
Ciò, tuttavia, genera dubbi di diseguaglianza e di disparità di trattamento a parità di condizioni; infatti potrebbero emergere problemi dal punto di vista della violazione del principio di uguaglianza ex art. 3 Cost. e dei diritti fondamentali di cui all’art. 2 Cost.
Una coppia omosessuale potrebbe, a ragione veduta, cercare di portare la questione davanti alla Corte costituzionale sostenendo che questa rappresenta una discriminazione.
La Carta costituzionale infatti, a differenza del codice civile vigente che riconosce un modello di famiglia patriarcale, gerarchica (c.d. famiglia istituzione), richiama un concetto di “famiglia funzionale” della famiglia intesa come “famiglia comunità”, che perde la sua connotazione patriarcale per dare rilevanza a un singolo individuo, alla persona.
Secondo la giurisprudenza moderna, in presenza di condotte poste in essere in violazione degli obblighi coniugali (ma anche genitoriali), ai tipici strumenti di tutela propri del sistema familiare (separazione, sequestro dei beni ecc.) si affianca il rimedio generale di tutela ex art. 2043 Cod. Civ. Si tratta di ipotesi risarcitorie dei richiamati danni endofamiliari, caratterizzate dalla sussistenza di un rapporto di natura familiare, para-familiare o matrimoniale ex art. 143 c.c. e ss. che sussiste tra danneggiato e danneggiante già prima dell’illecito, che rimangono comunque obbligazioni risarcitorie di natura originaria, ma non in ogni caso connesse alla struttura della legge sulle unioni civili.
Nell’ambito del matrimonio inteso in senso tradizionale, l’infedeltà, principale causa delle crisi familiari, cagiona la lesione alla dignità e all’onore del coniuge tradito, rappresentando un illecito civile suscettibile di risarcimento danni per una costante giurisprudenza della Cassazione (ex multis, Cass. civ. Sez. I, 1 giugno 2012, n. 8862) e che, inoltre, può essere causa di addebito in caso di separazione; infatti determinando l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, costituisce, di regola, circostanza sufficiente a giustificare l’addebito della separazione al coniuge responsabile, sempreché non si constati, attraverso un accertamento rigoroso e una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, la mancanza di nesso causale tra infedeltà e crisi coniugale (così Cassazione civile, sez. VI-1, ordinanza 03/09/2018 n° 21576).
Anche se c’è da dire che, antecedentemente alla legge Cirinnà, nel 2013 la Cassazione aveva già statuito che anche all’interno di una unione di fatto è configurabile la violazione dei diritti fondamentali della persona, purché essa abbia le caratteristiche della stabilità e serietà, “…in considerazione dell’irrinunciabilità del nucleo essenziale di tali diritti, riconosciuti, ai sensi dell’art. 2 Cost., in tutte le formazioni sociali in cui si svolge la personalità dell’individuo” (Cass. civ. n. 15481/2013).
Non essendo equiparato totalmente al vincolo matrimoniale, dunque, l’unione civile potrebbe non consentire la possibilità di un eventuale esperimento di alcuna azione a nessuno dei due conviventi (se non per vie traverse) in caso di violazione dell’obbligo di fedeltà, proprio perché tale obbligo non è previsto, dimostrando un’evidente mancanza di tutela per tutte le stabili formazioni sociali, composte da due persone, costituite al di fuori del matrimonio.
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