Source: https://www.scribd.com/doc/59716920/Francesco-La-Manno-Il-danno-da-circolazione-di-veicoli
Timestamp: 2016-09-26 21:25:50+00:00
Document Index: 69585048

Matched Legal Cases: ['art. 47', 'art. 2054', 'art. 122', 'art. 2054', 'art. 2043', 'art. 42', 'art. 41', 'art. 27', 'art. 41', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2055', 'art. 1227', 'art. 2056', 'art 2054', 'art. 2054', 'art. 2054', 'art. 2054', 'art. 2054', 'arti30', 'art. 2054', 'art. 92', 'art. 2054', 'art. 2054', 'art. 2054', 'art. 2054', 'art. 114', 'art. 2054', 'art. 2054', 'art. 45', 'art. 2056', 'art. 1227', 'art. 1227', 'art. 1176', 'art. 1227', 'art. 1227', 'sentenza ', 'art. 2059', 'art. 2059', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2054', 'sentenza ', 'art. 2059', 'art. 2', 'art. 24', 'art. 32', 'art. 2043', 'art. 2059', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2059', 'art. 2054', 'art. 2059', 'sentenza ', 'art. 2059', 'art. 2054', 'art. 2059', 'sentenza ', 'art. 2059', 'art. 185', 'art. 89', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 4', 'art. 2', 'art. 5', 'art. 3', 'art. 125', 'art. 17', 'art. 158', 'art. 5', 'art. 37', 'art. 2059', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2054', 'art. 2056', 'art. 2058', 'art. 2058', 'art. 1227', 'arte68', 'art. 2058', 'art. 149', 'arti73', 'art. 1411', 'art. 2058', 'art. 148', 'art. 1206', 'art. 1175', 'art. 32', 'art. 1227', 'art. 148', 'art. 149', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2056', 'art. 1223', 'art. 2056', 'art. 2056', 'art. 1227', 'art. 137', 'art. 2110', 'art. 137', 'art. 2056', 'art. 137', 'art. 137', 'art. 2056', 'art. 137', 'art. 137', 'art. 137', 'art. 5', 'art. 3', 'art. 155', 'art. 137', 'art. 2056', 'art. 137', 'art. 2130', 'art. 4', 'art. 137', 'art. 334', 'art. 142', 'art. 28', 'art. 1916', 'art. 1916', 'art. 1916', 'art. 10', 'art. 1916', 'art. 142', 'art. 14', 'art. 1227', 'art. 2059', 'art. 32', 'sentenza ', 'art. 138', 'art. 13', 'art. 2059', 'art. 139', 'art. 139', 'art. 149', 'art. 138', 'art. 138', 'art. 2059', 'art. 185', 'art. 185', 'art. 2059', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2059', 'art. 2', 'art. 2059', 'art. 2043', 'art. 32', 'art. 2054', 'art. 2059', 'art. 2059', 'art. 2059', 'art. 2043', 'art. 185', 'art. 2', 'art. 32', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 13', 'art. 149', 'art. 2054', 'art. 2054', 'art. 141', 'art. 145', 'art. 2054', 'art. 2054', 'art. 157221', 'art. 2055', 'art. 2054', 'art. 2054', 'art. 2054', 'art. 2054', 'sentenza ', 'arte2', 'sentenza ', 'arte2']

Francesco La Manno - Il danno da circolazione di veicoli BrowseBrowseInterestsBiography & MemoirBusiness & LeadershipFiction & LiteraturePolitics & EconomyHealth & WellnessSociety & CultureHappiness & Self-HelpMystery, Thriller & CrimeHistoryYoung AdultBrowse byBooksAudiobooksComicsSheet MusicBrowse allUploadSign inJoinBooksAudiobooksComicsSheet MusicWelcome to Scribd! Start your free trial and access books, documents and more.Find out moreVI.Il danno da circolazione di veicoli
Premessa. Nel presente studio è indefettibile un’analisi delle modalità con cui il risarcimento del danno, derivante da sinistro stradale, viene disciplinato dal legislatore ( o dalle corti ). La responsabilità da circolazione dei veicoli attiene ad un tema comune a tutti i consociati, infatti a chiunque è successo, almeno una volta nell’arco della sua esistenza, di doversi trovare in tale situazione. Parte della dottrina ha definito l’infortunistica stradale come “l’hard core pratica della responsabilità civile”1. Nel corso di questo capitolo, i temi affrontati, verranno proposti in diretta connessione con alcuni orientamenti giurisprudenziali della Corte di Cassazione ( ma anche della giurisprudenza di merito ), che ritengo essenziali, senza dimenticare i preziosi contributi della dottrina2.
Sommario: 1.Cosa si intende per veicolo? – 2.Definizione di incidente stradale. – 3.Gli elementi costitutivi della responsabilità da sinistro stradale. – 4.Art. 2054 c.c. - 5.La condotta colposa della vittima e l’ipotesi di esposizione volontaria al rischio. 6.I dispositivi di sicurezza. - 7.Bipartizione del danno. - 8.La situazione dopo l’11 novembre 2009.
P.G. MONATERI, La responsabilità civile, in Trattato di diritto civile, diretto da R. SACCO, Utet, 1998 2 U. SCOTTI, Il danno da sinistro stradale, Giuffré, Milano, 2010; R. MAZZON, Il danno da circolazione stradale, Utet, 2010; A. PROCIDA MIRABELLI DI LAURO, Dalla responsabilità civile alla sicurezza sociale. A proposito dei diversi sistemi di imputazione dei danni da circolazione dei veicoli, Napoli, 1992; G. GIANNINI, Il danno da sinistro stradale, Giuffré, Milano, 1989; G. CALABRESI, Costo degli incidenti e responsabilità civile, Giuffrè, Milano, 1975
La definizione di veicolo è data dall’art. 47 e ss. del Codice della strada ( d.lgs. 30 aprile 1992, n. 285 e ulteriori modifiche ), in essa vi rientrano: veicoli a braccia, veicoli a trazione animale, velocipedi, slitte, ciclomotori, motoveicoli, autoveicoli, filoveicoli, rimorchi, macchine agricole, macchine operatrici e veicoli con caratteristiche atipiche. Con tale nozione il legislatore ha voluto individuare qualsiasi mezzo meccanico, che possa circolare su strada pubblica ( o equiparata ). Ovviamente, non rientrano nella definizione di veicolo le autovetture per bambini o handicappati, anche se esse sono dotate di motore. Vengono esclusi, altresi’, da tale nozione gli aeromobili e le navi.
2.Definizione di incidente stradale. Nel corso di questo capitolo utilizzerò i termini di incidente o sinistro, che indicano l’evento pregiudizievole arrecato a cose e persone, affiancandoli all’aggettivo stradale che designa il contesto in cui si è materialmente verificato il danno. Nel linguaggio corrente i due termini sono utilizzate in maniera indifferente, ed anche da una parte della dottrina3, tuttavia, solo la legge n. 102 del 21 febbraio 2006, ha introdotto, direttamente, l’espressione “incidente stradale”. Questa definizione riconosce una natura più ampia rispetto a quella stabilita dall’art. 2054 c.c., che attiene esclusivamente ai veicoli senza guida di rotaie, e non considera la condotta di altri utenti stradali, quali i pendoni4. La definizione di incidente stradale è conciliabile con la circolazione in aree private, che non è contemplata nel Codice della strada ( d.lgs. 285 del 1992 ) né al dovere di assicurazione sulla r.c.a. statuita dall’art. 122 del d.lgs. 209 del 6 settembre del 2005 ( SCOTTI, 2010, pg 4 ). Occorre anche distinguere l’incidente stradale dallo scontro, come disciplinato dall’art. 2054, comma 2, c.c., giacché il primo accoglie anche la “turbativa circolatoria”, ossia
G. GIANNINI, Il danno da sinistro stradale, Giuffré, Milano, 1989 U. SCOTTI, Il danno da sinistro stradale, Giuffré, Milano, 2010, pg. 3
quelle circostanze che riguardano le ipotesi in cui il conducente, seppure non va a collidere con altri veicoli, con la sua condotta, altera la circolazione di un altro soggetto costringendo costui, a porre in essere comportamenti dannosi necessari al fine di evitare l’incidente5. Con il termine stradale si intende non solo il contesto ove si verifica il sinistro, ma definisce il nesso eziologico tra la circolazione dei veicoli e gli altri agenti che agiscono nelle strade. Di conseguenza, si ritiene che anche il danno verificatosi a causa delle condizioni pericolose possa rientrare nell’alveo giuridico della nozione di incidente stradale6.
3.Gli elementi costitutivi della responsabilità da sinistro stradale. L’infortunistica stradale viene disciplinata, sotto un profilo civilistico, dalle regole della responsabilità aquiliana ( art. 2043 c.c. e seguenti ). Gli elementi che la costituiscono, come già precedentemente elencato sono l’elemento soggettivo, il nesso di causalità e l’elemento oggettivo. L’elemento soggettivo attiene alla sfera psicologica dell’agente, perché esso possa sussistere è necessario che vi sia un comportamento ( o un’omissione ) posto in essere con dolo o colpa. Nel primo caso tale concetto, sarà inteso come rappresentazione e volontà7. Nel secondo, tale termine, verrà identificato come mancata adozione delle regole cautelari, generalmente previste dal Codice della strada, seppure in condizione di poterlo farle.
U. SCOTTI, Il danno da sinistro stradale, Giuffré, Milano, 2010, pg 4 Si pensi alle ipotesi di “insidia stradale” nelle quali il pericolo non sia visibile e prevedibile e il conducente non possa in alcun modo evitare l’incidente. 7 G. FIANDACA, E. MUSCO, Diritto penale. Parte generale, Zanichelli, Bologna, 2009; G. MARINUCCI, E. DOLCINI, Manuale di diritto penale. Parte generale, Giuffré, 2009
La responsabilità civile impone, altresi’, la suitas8, cioè a dire, che l’azione o l’omissione posta in essere dall’agente sia cosciente e volontaria ( art. 42, comma 1, c.p. ), in caso contrario l’autore del danno non risponde della sua condotta anche se colposa o dolosa. La giurisprudenza, in merito, ha ritenuto non responsabile il conducente di un veicolo che ha realizzato un sinistro a causa di un improvviso malore9. Viceversa il colpo di sonno non è considerato come causa di esclusione di responsabilità, in quanto il conducente avrebbe dovuto evitare di mettersi alla guida in quello stato di stanchezza10. Ovviamente non viene meno la responsabilità, qualora l’agente abbia realizzato l’incidente in stato di intossicazione da sostanze stupefacenti e ubriachezza ai sensi degli artt. 92 e 93 c.p.11 Per quanto attiene al secondo elemento costitutivo, della responsabilità da circolazione di veicoli, ovvero il nesso di causalità, la giurisprudenza richiama, non essendoci specifiche disposizioni in ambito civilistico, le norme contenute all’interno del codice penale e nello specifico all’art. 41 c.p.12. Il principio che viene utilizzato dalla giurisprudenza è quello della condicio sine qua non, o equivalenza delle condizioni, le corti adottano in tal modo un giudizio controfattuale13, ovvero si sottrae dall’evento la condotta pregiudizievole dell’agente e ci si domanda se esso
Questo termine fu coniato da Francesco Antolisei, caposcuola della dottrina penalistica torinese. In quel periodo non era ancora entrata in vigore la Costituzione, di conseguenza, non ci si poteva riferire all’art. 27, comma 1, Cost., pertanto, l’Antolisei coniò questo termine per far rientrare la responsabilità penale alle azioni od omissioni poste in essere dagli individui con coscienza e volontà, escludendo di conseguenza la responsabilità per fatto altrui. Si veda F. ANTOLISEI, Manuale di diritto penale. Parte generale, Giuffré, Milano, 2003 9 Cass. civ., sez. III, 29 aprile 1993, n. 5024, in Resp. civ. prev. 1994, 472 10 Cass. pen. , sez. IV, 20 maggio 2004, n. 32931, in Banca Dati Juris Data 11 G. FIANDACA, E. MUSCO, Diritto penale. Parte generale, Zanichelli, Bologna, 2009; G. MARINUCCI, E. DOLCINI, Manuale di diritto penale. Parte generale, Giuffré, 2009 12 L’art. 41, comma 1, c.p. stabilisce che: “il concorso di cause preesistenti o simultanee o sopravvenute, anche se indipendenti dall’azione od omissione del colpevole, non esclude il nesso di causalità fra l’azione e l’omissione e l’evento” , e al 2° comma:“le cause sopravvenute escludono il rapporto di causalità quando sono state da sole sufficienti a determinare l’evento”, si veda Cass. civ., sez. lav., 11 marzo 2004, n. 5014, in in Banca Dati Juris Data 13 Cass. pen., sez. un., 11 settembre 2002, n. 30328, sentenza “Francese”
si sarebbe realizzato ugualmente: se la risposta è positiva il soggetto non è responsabile, se è negativa costui dovrà risarcire la vittima. Il correttivo elaborato dalla giurisprudenza a tale principio ( per evitare il regresso all’infinito ) è quello che impone l’interruzione del nesso eziologico allorquando si realizzino concause eccezionali14. La giurisprudenza recente si è pronunciata in merito, statuendo che in ambito civile la dimostrazione del nesso causale è assolta dalla regola della preponderanza dell’evidenza o del più probabile che non, giacché le posizioni tra le parti sono equipollenti, diversamente da ciò che avviene in sede penale ( ribaltando in questo modo la sentenza “Francese” )15. Il nesso eziologico si interrompe allorquando, tra la condotta e l’evento, interviene il comportamento, illecito, di un terzo soggetto o della stessa vittima, idoneo a cagionare il pregiudizio, viceversa esse saranno considerate concause sopravvenute16. Gli eventi paradigmatici che permetto di recidere il nesso causale possono riguardare: a) l’incendio doloso da parte di un terzo di un veicolo in sosta17; b) le ipotesi in cui la condotta non possa essere considerata prevedibile18; c) la caduta dal viadotto autostradale di un passeggero, uscito dall’autoveicolo a seguito di un incidente stradale19.
Cass. civ., sez. III, 22 ottobre 2003, n. 15789, , in Banca Dati Juris Data Cass. civ., sez. un., 11 gennaio 2008, n. 581, 582 e 584, in Foro.it 2008, 2, 453 16 Cass. civ., sez. III, 10 ottobre 2008, n. 25028 in Banca Dati Juris Data 17 Cass. civ., sez. III, 7 ottobre 2008, n. 24755, in Arch. giur. circol. e sinistri 2009, 2, 137 18 Cass. civ., sez. III, 8 ottobre 2008, n. 24804, in Arch. locazioni, 2009, 2, 147 19 Cass. civ., sez. III, 7 settembre 2005, n. 26997, in Resp. civ. e prev. 2006, 5, 862; Nel caso in parola, a seguito di un tamponamento tra vetture, realizzato sulla corsia di sorpasso dell’autostrada, uno dei passeggeri si recava presso il confine della carreggiata per ottenere assistenza, tuttavia, costui saltava il guard-rail precipitando nel vuoto e riportando lesioni personali maggiori. La Suprema Corte aveva ritenuto come unico responsabile, del pregiudizio, la società Autostrade, per non aver predisposto una barriera protettiva, o una segnalazione idonea a dimostrare che tra le due carreggiate vi era il vuoto. La Suprema Corte ha altresi’ ritenuto che il passeggero, che era precipitato, essendo sera, non avrebbe potuto vedere il dislivello
Se il comportamento del terzo non interrompe il nesso causale, sussiste un responsabilità solidale ai sensi dell’art. 2055 c.c., pertanto l’agente che ha realizzato la condotta ed il terzo rispondono solidalmente dell’incidente arrecato, che sarà frazionato tra essi in maniera eguale, il soggetto che ha risposto in maniera superiore alla propria responsabilità avrà diritto di regresso nei confronti dell’altro. Mentre invece se il fatto colposo della vittima ha concorso a cagionare l’incidente, il risarcimento è diminuito secondo la gravità della colpa e l’entità delle conseguenze che ne sono derivate ai sensi dell’art. 1227 c.c., che nell’ambito della responsabilità aquiliana è stabilito all’art. 2056 c.c.20. L’ultimo elemento costitutivo della responsabilità civile è il danno ingiusto, il tema è stato oggetto di un ampio dibattito in dottrina che ha portato, successivamente, la giurisprudenza a stabilire che esso deve essere non iure e contra ius, ovvero in contrasto con l’ordinamento giuridico e deve colpire un interesse tutelato dallo stesso21. Le corti, in precedenza, ritenevano che potesse sussistere il pregiudizio solamente quando fosse stato leso un diritto soggettivo assoluto, successivamente, grazie all’intervento della Suprema Corte, si è rovesciato tale orientamento, in quanto la Cassazione ha sancito la risarcibilità degli interessi legittimi, pertanto, si è ritenuto risarcibile anche il pregiudizio antigiuridico che cagioni nocumento ad un interesse apprezzabile da parte dell’ordinamento giuridico, prescindendo dalla sua definizione in riferimento alla sfera giuridica della vittima ( e ovviamente considerando l’ingiustizia del danno )22.
L’art 2054, c.c. al primo comma stabilisce il principio di presunzione di responsabilità in capo al conducente del veicolo, giacché costui è obbligato a risarcire il pregiudizio prodotto a persone o a cose dalla circolazione del veicolo, se non prova di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno( art. 2054, comma 1, c.c. ). Dall’articolo in parola, si desume che in capo al conducente incombe l’onere della prova, tuttavia, come ha affermato recentemente la giurisprudenza, non sussiste, altresi’, la responsabilità oggettiva23. Perché si configuri tale responsabilità è necessario un nesso eziologico tra il pregiudizio e la circolazione del veicolo, tuttavia, non deve sussistere, obbligatoriamente uno scontro. La prova liberatoria ( costituita dall’aver fatto tutto ciò che era possibile per evitare il danno ) che il danneggiante dovrà dimostrare, ai fine dell’esclusione della responsabilità, risulta particolarmente rigida, in quanto il legislatore ha voluto imporre ai consociati un livello cautelare alto, al fine di ridurre la realizzazione di incidenti stradali24. La giurisprudenza recente ha affermato che le presunzioni contenute nell’art. 2054 c.c. si applicano anche al trasporto di cortesia25. Nel secondo comma, dell’articolo predetto, si presume in caso di scontro tra veicoli, fino a prova contraria, che ciascuno dei conducenti abbia concorso ugualmente a produrre il danno subito dai singoli veicoli ( art. 2054, comma 2, c.c. ). Questa presunzione verrà applicata dalle corti tutte le volte in cui non sarà possibile accertare, nel concreto, come si sia svolto il sinistro26. Occorre precisare, che la suddetta presunzione non si applicherà qualora non si vi sia stata la collisione tra i veicoli27.
Anche qualora si accerti la colpa di taluno degli agenti coinvolti, non viene meno l’obbligo in capo all’altro di fornire la prova liberatoria, ovvero che costui dimostri di aver adottato le misure precauzionali stabilite dalle disposizioni sulla circolazione stradale e quelle della normale cautela, e di aver posto in essere la condotta nelle condizioni di non aver potuto evitare la realizzazione del danno28. Ai fini processuali, la prova che uno degli agenti ha adottato le misure cautelari idonee, in ossequio alle norme sulla circolazione stradale e quella della normale accortezza, possono essere dimostrate anche indirettamente, verificando la sussistenza del nesso causale esclusivo o assorbente del comportamento pregiudizievole dell’altro agente29. L’eguale presunzione di responsabilità contenuta nell’art. 2054, comma 2, c.c., infligge una responsabilità equipollente, allorquando non sia possibile accertare concretamente l’effettiva condotta di ciascuno dei conducenti, e non si realizza qualora la condotta lesiva di uno dei due agenti sia stata provata, ovvero qualora sia dimostrabile che uno dei conducenti abbia realizzato l’incidente con dolo, giacché in tal caso, l’elemento volitivo ( e la rappresentazione ) fa venire meno il concorso colposo delle parti30. Il proprietario del veicolo, o, in sua vece, l’usufruttuario o l’acquirente con patto di riservato dominio è responsabile in solido col conducente, se non prova che la circolazione del veicolo è avvenuta contro la sua volontà ( art. 2054, comma 3, c.c. ). Occorre evidenziare che ai sensi all’art. 92, comma 3, del nuovo Codice della strada, sussiste una responsabilità solidale del conduttore con facoltà di acquisto ( colui che fruisce del bene in forza di un contratto di leasing ). La parte dell’art. 2054, comma 3, c.c. che stabilisce:“la circolazione del veicolo è avvenuta contro la sua volontà“ si interpreta in maniera riduttiva, e si distingue tra
circolazione “invito domino” o “proibente domino”31. La giurisprudenza riconosce la prova liberatoria solo nell’ipotesi in cui non solo la circolazione è avvenuta senza l’autorizzazione del proprietario ( o soggetto equipollente ), ma occorre che essa sia stata posta in essere contro la sua volontà, ovvero il proprietario deve avere realizzato una condotta tesa a vietare ed evitare concretamente, l’uso del veicolo da parte del soggetto ( SCOTTI,2010, pg. 29 ). Qualora la circolazione si realizzi “invito domino”, ma non “prohibente domino”, come sopra evidenziato, la responsabilità in solido del proprietario ex art. 2054, comma 3, c.c., comporta la copertura assicurativa e consente la possibilità di agire in giudizio, contro la società assicurativa che copre il rischio che incombe sul veicolo, da parte dei danneggiati ( SCOTTI, 2010, pg. 29 ). In ogni caso le persone indicate dai commi precedenti sono responsabili dei danni derivati da vizio di costruzione o da difetto di manutenzione del veicolo ( art. 2054, comma 4, c.c.). Di conseguenza, il proprietario del veicolo sarà gravato della responsabilità ( art. 2054, comma 3, c.c. ) in concorso con il produttore ( o il fornitore, art. 114 e seguenti del Codice del consumo d.lgs. n. 206 del 6 settembre 2005 ). La vittima dovrà dimostrare il vizio di costruzione o il difetto di manutenzione del veicolo e il nesso eziologico tra queste anomalie e l’evento32. La dottrina prevalente ritiene che, in tali casi, vi sia la sussistenza di una responsabilità oggettiva33, tale orientamento è condiviso anche dalla giurisprudenza, pertanto, non rileva qualsiasi altra circostanza che abbia cagionato il vizio. In altri termini, la responsabilità sarà imputata ai soggetti indicati all’art. 2054 c.c. anche se si accerti che il pregiudizio deriva da vizio di costruzione o il difetto di manutenzione del veicolo, tuttavia sarà possibile, per il proprietario, agire in giudizio, invocando il
U. SCOTTI, Il danno da sinistro stradale, Giuffré, Milano, 2010, pg. 29 Cass. civ., 19 febbraio 1981, n. 1019 33 G. VISENTINI, Trattato breve della responsabilità civile, Cedam, Padova, 1996, 677; M. FRANZONI, Dei fatti illeciti, in Comm. c.c. Scialoja-Branca, Zanichelli, Bologna-Roma, 1993, 709
risarcimento ai danni del produttore o del rivenditore34. I soggetti individuati dall’art. 2054 c.c. potranno eludere la responsabilità qualora dimostrino, che il nesso causale si è interrotto a causa di un fattore esterno idoneo a recidere il collegamento tra la condotta e l’evento, queste circostanze attengono alle ipotesi di caso fortuito o forza maggiore ( art. 45 c.p ).
5.La condotta colposa della vittima e l’ipotesi di esposizione volontaria al rischio. La vittima, in taluni casi, può, mediante la sua condotta, concorrere con il danneggiante nell’evento pregiudizievole o aggravando le conseguenze lesive realizzate dallo stesso agente. Se il fatto colposo del creditore ha concorso a cagionare il danno, il risarcimento ( art. 2056 c.c. ) è diminuito secondo la gravità della colpa e l’entità delle conseguenze che ne sono derivate ( art. 1227, comma 1, c.c. ). Di conseguenza il giudice, qualora accerti che il comportamento della vittima ha contribuito a realizzare il sinistro, dovrà ridurre il ristoro ad essa dovuto, sulla base di due elementi: la rilevanza delle rispettive colpe e l’apporto causale degli agenti che hanno posto in essere il danno35. Molto spesso, la norma si applicherà, allorquando il danneggiato non riuscirà a dimostrare la prova liberatoria, ovvero costui non riuscirà a documentare la sua estraneità al concorso causale dell’incidente ( SCOTTI,2010, pg. 34 ). Il risarcimento non è dovuto per i danni che il creditore avrebbe potuto evitare usando l’ordinaria diligenza ( art. 1227 c.c. ). L’ipotesi in parola, attiene alle circostanze in cui la vittima non concorre a realizzare l’incidente, tuttavia, non adotta le misure idonee a limitare l’aumento delle conseguenze pregiudizievoli ( SCOTTI,2010, pg. 41 ). Il giudice dovrà valutare la condotta della vittima in base alla diligenza, ordinaria, del buon padre di famiglia contenuta nell’art. 1176, comma 1, c.c., la giurisprudenza,
U. SCOTTI, Il danno da sinistro stradale, Giuffré, Milano, 2010, pg. 34 Cass. civ., sez. III, 3 dicembre 2002, n. 17152, in Banca Dati Juris Data
recentemente, ha chiarito che la condotta del danneggiato può avere ad oggetto anche l’attivazione positiva36. Tuttavia, è bene evidenziare che tali comportamenti, della vittima, devono essere limitati al confine della ragionevolezza e non possono comportare un sacrificio economico eccessivamente gravoso37. Qualora il danneggiante voglia eccepire tali condotte, spetterà a lui l’onere di provarle in sede giudiziale, le ipotesi più frequenti riguardano: a) il proprietario del veicolo, che a seguito di un incidente, faccia eseguire i lavori di riparazione da un carrozziere che richieda un compenso eccessivamente oneroso; b) il proprietario, che a seguito di un incidenti, non si curi di riparare il proprio veicolo e lo lasci arrugginire; c) al danneggiato, che a seguito di un incidente, prolunghi il periodo di malattia e di conseguenza subisca una perdita di reddito, anche dopo essere stato completamente riabilitato; d) al prestatore di lavoro subordinato che, dopo aver subito delle lesioni in un sinistro, sia invalido e lasci la propria mansione professionale, in quanto meno remunerativa della precedente38. Un tema che spesso viene posto in primo piano dai mass media e che preoccupa la società odierna è quello relativo alle c.d. “stragi del sabato sera”. Questa espressione attiene ai casi in cui un soggetto accetta, in maniera volontaria, di essere trasportato da una persona in stato di alterazione delle proprie facoltà mentali a causa dell’abuso di sostanze stupefacenti o alcoliche ( SCOTTI, 2010, pg. 43 ). In queste ipotesi potrebbe sussistere il concorso di colpa del danneggiato ai sensi dell’art. 1227, comma 1, c.c., tuttavia,
Cass. civ., sez. III, 30 marzo 2005, n.6735, in Riv. giur. edilizia 2005, 6, 1820 Cass. civ., sez III, 11 febbraio 2005, n. 2855, in Banca Dati Juris Data 38 U. SCOTTI, Il danno da sinistro stradale, Giuffré, Milano, 2010, pg. 43
la giurisprudenza esclude la possibilità di applicare tale fattispecie39.
6.I dispositivi di sicurezza. In Italia da tempo, i vari governi sono impegnati in campagne volte ad incentivare la fruizione dei dispositivi di protezione, al fine di ridurre i sinistri e i conseguenti costi sociali ( e in termini di vite umane ) che ne derivano. Recentemente la Corte Costituzionale ha ribadito la legittimità della norma che obbliga i consociati a fare uso delle cinture di sicurezza40. La questione più dibattuta, tuttavia, ha ad oggetto la fruizione di tali dispositivi, da parte dei passeggeri degli autoveicoli e l’uso casco da parte dei soggetti trasportati su motociclette ( o mezzo equipollente ). La giurisprudenza dominante ritiene che in tali ipotesi si debba applicare l’art. 1227, comma 1, c.c.41, e di conseguenza operi una riduzione, nei confronti della vittima, del risarcimento che va dal 20% al 50 %42. L’onere probatorio è a carico di chi ritiene che il danneggiato avrebbe dovuto farne uso. Non di rado, la prova della mancata adozione delle misure cautelari si ottiene, in sede processuale, mediante il giudizio di un perito. A seguito della sentenza 11 marzo 2004 n. 4993 della Cassazione, parte della dottrina ha ritenuto che il conducente del veicolo dovesse rispondere qualora il passeggero non utilizzi le cinture di sicurezza, in quanto il primo avrebbe dovuto sollecitare il trasportato ad ottemperare alle disposizioni di legge, in caso contrario sul conducente sarebbe ricaduta parte della responsabilità43.
Cass. civ., sez. III, 7 settembre 2005, n. 27010, in Banca Dati Juris Data C. cost., 18 febbraio 2009, n. 49, in Banca Dati Juris Data 41 Cass. civ., sez. III, 28 agosto 2007, n. 18177, in Resp. civ. e prev. 2008, 3, 687 42 CAPPAI, La rilevanza della violazione delle norme a tutela della propria incolumità da parte di sia vittima di un sinistro stradale, in Resp. civ. e prev. 2007, 3, 605 43 FRONGIA, Responsabilità del conducente per le lesioni riportate dal trasportato a causa del mancato utilizzo delle cinture di sicurezza, in Resp. civ. e prev. 2004, 3, 711; l’autore ritiene che la Cassazione imponga sul conducente un
7.Bipartizione del danno. A seguito delle sentenze gemelle dell’11 novembre 2008, n. 26972-26975, le Sezioni Unite della Cassazione hanno precisato che il danno assume una dimensione bipolare, esso si compone di due voci: il danno patrimoniale e il danno non patrimoniale44. Di conseguenza, oltre alle predette categorie, non esiste alcuno spazio ulteriore per altre figure di pregiudizio che vadano ad individuare un tertium genus, e le rispettive sottovoci individuano solo sotto-categorie descrittive ( MONATERI, 2009, 1, 56 ). Questa pronuncia, rappresenta il culmine di un’evoluzione giurisprudenziale iniziata negli anni ’80 con il riconoscimento del danno biologico e l’innovazione delle sentenze gemelle del 2003 nell’ambito del danno non patrimoniale. Per molto tempo la giurisprudenza riconosceva la bipartizione danno patrimoniale a cui accostava il danno non patrimoniale ( art. 2059 c.c. ) risarcibile solo nei casi espressamente previsti dalla legge. Questa voce di danno corrispondeva al danno morale, fattispecie di derivazione transalpina, che atteneva al patema d’animo transeunte45. Le corti per lungo tempo, mediante il combinato disposto degli art. 2059 c.c. e 185 c.p., considerarono risarcibile la pecunia doloris, ossia il patema d’animo della vittima, allorquando il fatto illecito fosse configurabile come reato46. Viceversa, al danneggiato non veniva riconosciuta la pretesa
vero e proprio obbligo di controllo sul conducente, in quanto costui nel momento in cui si accinge alla guida deve garantire non solo una condotta in linea alle norme cautelari prevista dell’ordinamento giuridico, ma anche la sicurezza dei passeggeri trasportati all’interno del veicolo. Si veda anche GROTTO, La responsabilità penale del guidatore nel caso di decesso del trasportato non facente uso dei prescritti dispositivi di ritenzione: causazione colposa o commissione mediante omissione?, in Cass. pen. 205, 11, 3466. 44 P.G. MONATERI, Il pregiudizio esistenziale come voce del danno non patrimoniale, in Resp. civ. e prev. 2009, 1, 56 45 M. ROSSETTI, Post nubila phoebus, ovvero gli effetti concreti della sentenza 26972/2008 delle Sezioni Unite in tema di danno non patrimoniale, in Giust. civ. 2009, 4/5, 930 46 M. ROSSETTI, Post nubila phoebus, ovvero gli effetti concreti della sentenza 26972/2008 delle Sezioni Unite in tema di danno non patrimoniale, in Giust. civ. 2009, 4/5, 930
risarcitoria, ogni volta che il fatto non fosse preveduto dalla legge come reato. Tale circostanza sorgeva in tutte quelle ipotesi in cui, nell’ambito di un incidente stradale, non si riusciva a ricostruire la dinamica dei fatti, pertanto, il danneggiante rispondeva sulla base di presunzioni ai sensi dell’art. 2054, comma 2, c.c.47. La prima evoluzione si ebbe a seguito della sentenza del 14 luglio 1986 n.184, che dichiarò infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 2059 c.c., in merito agli art. 2, 3, comma 1, art. 24, comma 1, e art. 32 comma 1, Cost., giacché il combinato disposto degli art. 2043 c.c. e 32 Cost. permetteva la liquidazione del danno biologico (SCOTTI, 2010, pg. 69 ). La Corte Costituzionale precisò, altresi’, la differenza tra il danno biologico che atteneva all’evento del fatto pregiudizievole alla salute e il danno morale che veniva considerato come danno conseguenza48. La Consulta giustificò l’autonomia del pregiudizio biologico, in quanto occorreva riconoscere non solo quelle lesioni meramente patrimoniali, ma anche il nocumento arrecato alle attività realizzatrici della persona umana ( SCOTTI, 2010, pg. 69 ). Pertanto, l’art. 2059 c.c. comprendeva esclusivamente le ipotesi di reato previste dal legislatore, ovvero ingiuste perturbazioni dell’animo o sensazioni dolore e non precludeva la liquidazione dei danni alla salute. Per molti anni, dal 1986 al 2003, la giurisprudenza riconobbe una tripartizione del danno: il danno patrimoniale, il danno morale soggettivo e il danno biologico. Da tale frazionamento, pertanto, ne rimanevano fuori i pregiudizi agli interessi costituzionalmente garantiti, in quanto non configurabili nelle lesioni alla salute, né fatti preveduti dalla legge come reato49.
U. SCOTTI, Il danno da sinistro stradale, Giuffré, Milano, 2010, pg. 69 M. ROSSETTI, Post nubila phoebus, ovvero gli effetti concreti della sentenza 26972/2008 delle Sezioni Unite in tema di danno non patrimoniale, in Giust. civ. 2009, 4/5, 930 49 M. ROSSETTI, Post nubila phoebus, ovvero gli effetti concreti della sentenza 26972/2008 delle Sezioni Unite in tema di danno non patrimoniale, in Giust. civ. 2009, 4/5, 930
Il primo scossone a questo orientamento fu dato, a seguito delle critiche della dottrina, dalla Corte di Cassazione con le sentenze n. 7281, 7282 e 7283 del 12 maggio 2003, stabilendo che l’accertamento della colpa, nelle configurazioni di reato, poteva essere accertata mediante le presunzioni contenute nelle norme civilistiche. La Suprema Corte si espresse in questo modo: “alla risarcibilità del danno non patrimoniale ex art. 2059 c.c. e 185 c.p. non osta il mancato positivo accertamento della colpa dell’autore del danno se essa, come nei casi di cui all’art. 2054 c.c., debba ritenersi sussistente in base ad una presunzione di legge e se , ricorrendo la colpa, il fatto sarebbe qualificabile come reato”50. Poco dopo la Cassazione, con le sentenze n. 8827 e 8828 del 31 maggio 2003, fece un ulteriore passo in avanti, da un lato rientrò al sistema bipolare riconducendo il danno biologico al danno non patrimoniale e dall’altro riconobbe la tutela risarcitoria degli interessi costituzionalmente garantiti mediante una lettura costituzionalmente orientata dell’art. 2059 c.c..51. Successivamente ci fu l’intervento della Corte Costituzionale con la sentenza dell’11 luglio 2003, n. 233 che, in ossequio all’orientamento espresso dalla Cassazione, stabili’: “E’ manifestatamene infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 2059 c.c. nella parte in cui esclude il risarcimento del danno morale soggettivo, in presenza di lesioni personali determinate da fatto della circolazione stradale con applicazione del disposto comma 2 dell’art. 2054 c.c.”52. Decisiva, fu la pronuncia della Corte di Cassazione a Sezioni Unite con le sentenze gemelle 26972-26975 dell’11 novembre 2008, nelle quali precisò che il danno non patrimoniale costituisce una categoria onnicomprensiva non suddivisibile in ulteriori voci di danno53. La Corte ha affermato, inoltre, che al di fuori dei casi previsti dalla legge, il danno non patrimoniale può essere risarcito
allorquando vi sia una lesione a diritti inviolabili della persona, accertando la gravità dell’offesa e la serietà del pregiudizio, e, di conseguenza, non risultano meritevoli di tutela risarcitoria i danni bagatellari ( Cass. civ., sez. un., 11 novembre 2008, n. 26972, in Resp. civ. e prev. 2009, 1, 38 ). La Suprema Corte ha evidenziato, inoltre, che il danno esistenziale non costituisce una figura autonoma di pregiudizio, in quanto l’orientamento contrario condurrebbe ad una atipicità dell’art. 2059 c.c. (Cass. civ., sez. un., 11 novembre 2008, n. 26972, in Resp. civ. e prev. 2009, 1, 38 ). In merito a questa sentenza la dottrina è sostanzialmente divisa tra coloro che hanno elogiato una presa di posizione della Cassazione volta a fare chiarezza ed evitare la proliferazione delle voci di danno54, e coloro che invece hanno visto, nella pronuncia, una svolta restauratrice, conservatrice e repressiva dei diritti della personalità non riconducibili alla sfera reddituale55.
8.La situazione dopo l’11 novembre 2009. Molti commentatori si sono occupati di queste pronunce delle Sezioni Unite, tuttavia, prima di procedere all’analisi della situazione ex post, è bene evidenziare che, le sentenze in parola, non costituiscono un dato normativo, esse rispecchiano solo la valutazione della Cassazione in merito a quella determinata causa. In base all’orientamento in parola, la Suprema Corte, ha precisato che il nostro sistema di responsabilità aquiliana assume uno schema bipolare, costituito dal danno patrimoniale e non patrimoniale, evidenziando
M. ROSSETTI, L’assicurazione obbligatoria della R.C.A., Utet, Torino, 2010; G. CASSANO, La responsabilità civile del medico e della struttura sanitaria, Maggioli, Rimini, 2010, pg 12 e ss.; P.G. MONATERI, Il pregiudizio esistenziale come voce del danno non patrimoniale, in Resp. civ. e prev. 2009, 1,56; NAVARETTA, Il valore della persona e dei diritti inviolabili e la complessità dei danni non patrimoniali, in Resp. civ. e prev. 2009, 1,63; PALMERI, La rifondazione del danno non patrimoniale, all’insegna della tipicità dell’interesse leso ( con qualche attenuazione ) e dell’unitarietà, in Foro.it 2009, 1,123 55 U. SCOTTI, Il danno da sinistro stradale, Giuffré, Milano, 2010, pg. 75
l’impossibilità di configurare un tertium genus chiamato esistenziale56. La figura del danno non patrimoniale ( art. 2059 c.c. ) è quella che ha sollevato maggiori dubbi in dottrina, in ossequio all’interpretazione della Cassazione, essa va risarcita nei casi previsti dalla legge ai sensi dell’art. 185 c.p., ovvero quando si configuri un fatto preveduto dalla legge come reato ( Cass. civ., sez. un., 11 novembre 2008, n. 26972, in Resp. civ. e prev. 2009, 1,38 ). In precedenza, si è evidenziato che l’accertamento della colpa dell’autore potrà essere verificato sulla base di presunzioni legali previste dalle norme civili57. E’ bene, altresi’, ricordare che al fine dell’attribuzione della responsabilità, l’autore non è necessario che sia imputabile58. I casi in cui la legge espressamente fornisce la tutela risarcitoria sono: a) “espressioni offensive utilizzate negli atti difensivi di un processo civile ( art. 89 c.p.c. ); b) violenza carnale realizzata in situazioni di fatti bellici ( art. 1 d.p.r. 23 dicembre 1978 n. 915 e sentenza della Corte Costituzionale 10 dicembre 1987 n. 561 ); c) pregiudizi che derivano dalla limitazione della libertà personale realizzati nell’esercizio di funzioni giudiziarie ( l. 13 aprile 1988 n. 117 ); d) raccolta di dati personali in maniera illecita ( d.lgs 25 luglio 1998 n.286 e art. 4, comma 4, d.lgs. 9 luglio 2003 n. 215 ); e) irragionevole durata del processo ( art. 2 l. 24 marzo 2001 n.89 ); f) discriminazione razziale, ideologica, religiosa, sessuale, sul posto di lavoro ( art. 5 d.lgs. 9 luglio 2003 n. 216 ) g) discriminazione dei disabili ( art. 3 legge 1 marzo 2006 n. 67 );
h) violazione del diritto sul marchio industriale ( art. 125 d.lgs. 10 febbraio 2005 n. 30 modificato dall’art. 17 d.lgs. 16 marzo 2006 n. 140 ); i) violazione del diritto d’autore ( art. 158 l. 22 aprile 1941 n. 633, modificato dall’art. 5 d.lgs. 16 marzo 2006 n. 140 ); j) discriminazione fra uomo e donna nell’accesso a beni e servizi ( art. 37 e 55 quinduies d.lgs. 11 aprile 2006 n. 198 )”59. Al di fuori di tali ipotesi, tipiche e nominate, il giudice potrà liquidare il danno non patrimoniale, nelle ipotesi in cui vi sia una lesione a diritti inviolabili della persona, tenuto conto della gravità dell’offesa e della serietà del pregiudizio60. Tali lesioni dovranno attenere all’evento danno e non alla sua conseguenza, inoltre il danno non patrimoniale dovrà essere risarcito in maniera unitaria evitando duplicazioni61. Le voci di danno definite come morale e biologico non costituiscono autonomi pregiudizi, esse hanno solo una funzione meramente descrittiva. Allo stesso modo il pregiudizio esistenziale non costituisce un tertium genus, giacché si finirebbe per condurre all’atipicità l’art. 2059 c.c.. Infine il danno non patrimoniale è considerato come danno conseguenza, colui che ne domanda la liquidazione dovrà sempre allegarlo e provarlo, anche se potranno essere fatte valere le presunzioni semplici e massime di comune esperienza62.
U. SCOTTI, Il danno da sinistro stradale, Giuffré, Milano, 2010, pg. 79 M. ROSSETTI, Post nubila phoebus,ovvero gli effetti della sentenza delle sezioni unite n. 26972 del 2008 in tema di danno non patrimoniale, in Giust. Civ. 2009, 930; F. D. BUSNELLI, Le Sezioni unite e il danno non patrimoniale, in Riv. Dir. civ. ½ 2009, 97. 61 M. ROSSETTI, Post nubila phoebus,ovvero gli effetti della sentenza delle sezioni unite n. 26972 del 2008 in tema di danno non patrimoniale, in Giust. Civ. 2009, 930; F. D. BUSNELLI, Le Sezioni unite e il danno non patrimoniale, in Riv. Dir. civ. ½ 2009, 97. 62 M. ROSSETTI, Post nubila phoebus,ovvero gli effetti della sentenza delle sezioni unite n. 26972 del 2008 in tema di danno non patrimoniale, in Giust. Civ. 2009, 930; F. D. BUSNELLI, Le Sezioni unite e il danno non patrimoniale, in Riv. Dir. civ. ½ 2009, 97.
Sommario: 1.I costi delle riparazioni. - 2.Fermo tecnico e riparazione a cura del danneggiante. - 3.L’obbligo di cooperazione del danneggiante. - 4.Pregiudizi ad altri beni: spese mediche di cura, spese funerarie, spese di assistenza professionale. -
1.I costi delle riparazioni. Come si è già precedentemente evidenziato, l’art. 2054, comma 1, c.c., pone in capo al conducente una presunzione di responsabilità, allorquando costui arrechi pregiudizi a cose o a persone dovrà risarcire la vittima, salvo che dimostri di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno. Al terzo comma, dell’articolo in parola, il proprietario ( usufruttuario e acquirente con patto di riservato dominio ) del veicolo risponderà in solido con il conducente, salvo che non provi che la circolazione si è realizzata senza il suo consenso. Il legislatore ha individuato nell’art. 2056 c.c. la norma adibita al risarcimento della vittima del sinistro, essa richiama gli artt. 1223, 1226, 1227 c.c.. Il ristoro che sarà liquidato al danneggiato dovrà comprendere sia il danno emergente che il lucro cessante ( 1223 c.c. ). L’art. 2058 c.c. stabilisce che la vittima potrà invocare il risarcimento in forma specifica. In tale circostanza il giudice potrà concedere questa modalità di ristoro, qualora, essa non sia eccessivamente onerosa per il debitore ( art. 2058 c.c. ). Ipotizziamo che il proprietario di un veicolo, a seguito di un incidente, subisca un pregiudizio alla propria automobile, costui, generalmente, potrà chiedere il risarcimento per equivalente, tuttavia, egli avrà la facoltà di ottenere la reintegrazione in forma specifica. Le ipotesi in cui tale circostanza si realizza normalmente riguardano: la riparazione del veicolo deteriorato da parte del danneggiato, la demolizione del veicolo da parte del danneggiato, la mancata riparazione del veicolo da parte del danneggiato63.
U. SCOTTI, Il danno da sinistro stradale, Giuffré, Milano, 2010, pg. 102
La prima ipotesi attiene all’esborso di danaro, da parte del danneggiato, necessario alla reintegrazione del veicolo nelle medesime condizione in cui versava prima del sinistro. Il legittimato attivo, oltre al proprietario del veicolo, a richiedere il ristoro, può anche essere il detentore o il possessore qualora provi di aver subito nocumento alla propria sfera patrimoniale64. La giurisprudenza di merito ha chiarito che sussiste la legittimazione attiva, ad ottenere il risarcimento derivante da un sinistro stradale, anche in capo al fruitore del veicolo che abbia stipulato un contratto di leasing65. Nel secondo caso avviene che, non di rado, il danneggiato non ripari il proprio veicolo, in quanto costui ritiene che il pregiudizio non sia rilevante, ovvero che non abbia le risorse necessarie alla riparazione. In tale circostanza il danneggiato potrà, comunque, fruire del ristoro, in base alle spese che presumibilmente dovrà affrontare per riportare il veicolo alla situazione ex ante l’incidente stradale, ovviamente la somma di danaro dovrà essere commisurata a quelli che sono i normali valori di mercato ( SCOTTI, 2010, pg. 109 ). La giurisprudenza, non di rado, accerta se il preventivo rilasciato, dall’imprenditore, al danneggiante per le riparazioni del veicolo, risulta appropriato. L’ultima ipotesi riguarda la circostanza in cui il danneggiante non contesti la necessità delle riparazioni, ma si limiti ad eccepire l’eccesiva onerosità delle stesse, giacché il medesimo risultato si sarebbe potuto ottenere a costi inferiori. Di conseguenza il danneggiante ( e la sua società assicurativa ) invocherà l’ipotesi di concorso di colpa ex art. 1227, comma 2, c.c., in quanto il danneggiato avrebbe potuto provvedere alle riparazioni utilizzando minori risorse economiche, se avesse usato l’ordinaria diligenza66.
Cass. civ. 26 ottobre 2009, n. 22602, in Banca Dati Juris Data App. Roma, 9 gennaio 207, in Resp. civ. e prev. 2007, 6, 1474, in Banca Dati Juris Data; Trib. Cagliari, 9 novembre 1990, in riv. Giur. Sarda 1991, 751, in Banca Dati Juris Data 66 U. SCOTTI, Il danno da sinistro stradale, Giuffré, Milano, 2010, pg. 111
Un’ulteriore ipotesi attiene alla antieconomicità delle riparazioni. In tale circostanza il danneggiante eccepisce al danneggiato di aver aggravato il pregiudizio volontariamente, in quanto il costo di riparazione ante sinistro era inferiore a quello che è stato effettivamente posto in essere. Viceversa, il proprietario del veicolo, generalmente, si difende affermando che il costo di riparazione ante sinistro è solo presumibile, e di conseguenza non è possibile stabilire una somma di danaro certa. La giurisprudenza valuta caso per caso tali situazioni concentrandosi sullo scarto tra la valutazione effettiva della riparazione realizzata dal danneggiato e il valore di mercato per ottenere il medesimo servizio67.
2.Fermo tecnico e riparazione a cura del danneggiante. Per fermo tecnico si intende l’impossibilità di fruire del veicolo per il tempo necessario alla riparazione dello stesso. La giurisprudenza consolidata ritiene che con tale concetto, non si intenda il tempo effettivamente trascorso per ripristinare il veicolo, ma quello che un imprenditore efficiente avrebbe utilizzato per riparare il mezzo a regola d’arte68. Di conseguenza, il proprietario del veicolo potrà vantare una pretesa risarcitoria per il periodo in cui non ha potuto fruire della vettura. Il danno che deriva da tale situazione, riguarda tutte quelle spese fisse che il proprietario dell’autoveicolo non può annullare, si pensi all’assicurazione r.c.a., ovvero alla tassa di circolazione. L’orientamento prevalente della giurisprudenza ritiene che il danneggiato, non dovrà dimostrare l’effettivo esborso che riguarda questi costi fissi, essi potranno essere desunti in base a dati di comune esperienza69. Il danneggiato potrà provare e allagare ulteriori pregiudizi da lui subiti che attengono alla sua sfera patrimoniale per
l’impossibilità di fruire del veicolo nel periodo delle riparazioni. Si pensi ai costi derivanti dal noleggio di autovettura sostitutiva, che non gli sia stata concessa dal meccanico, per far fronte ai propri impegni professionali70. Suscita qualche dubbio l’orientamento giurisprudenziale che dispone:“In tema di risarcimento del danno da incidente stradale il danno consistente nel c.d. fermo tecnico non spetta quando l’autoveicolo rimane distrutto”71. Il danneggiato può scegliere se ottenere il risarcimento per equivalente, ovvero la reintegrazione in forma specifica, qualora essa sia possibile e non eccessivamente onerosa per il danneggiante ( art. 2058 c.c.). Nell’ipotesi di sinistro stradale la reintegrazione in forma specifica attiene alla riparazione del veicolo danneggiato ad opera del responsabile. Le società assicurative, al fine di eludere la possibilità di spese di riparazione eccessivamente esose, hanno adottato una modalità di risarcimento del danno peculiare, ovvero si affidano ad officine convenzionate. Di conseguenza, il danneggiato non dovrà farsi carico delle spese di riparazione che verranno sostenute della società assicurativa72. Nell’ambito della disciplina del risarcimento diretto, stabilito all’art. 149 cod. ass., per gli incidenti che attengono a danni materiali e biologici permanenti minori del 9%, il danneggiato dovrà rivolgersi alla propria società. Questo tipo di prassi si è diffusa, grazie alla fiducia reciproca tra le parti73. Il problema riguarda la ricostruzione del vincolo contrattuale tra la società assicuratrice e l’officina che deve riparare il veicolo. E’ possibile individuare alcune ipotesi: a) il negozio giuridico riguarda il danneggiato e l’officina riparatrice, ed in seguito all’incidente la società assicurativa si accolla il debito con conseguente accettazione dell’officina;
Giud. di pace Milano, sez. IX, 27 marzo 2008, n.8046, in Giustizia a Milano 2008, 7-8, 51; Trib. di bari, sez. III, 25 maggio 2005, n. 1164, in Giurisprudenzabarese.it 2005 71 Trib. di Verona, 10 febbraio 2005, in Giur. di merito 2005, 11, 2305 72 U. SCOTTI, Il danno da sinistro stradale, Giuffré, Milano, 2010, pg. 129 73 U. SCOTTI, Il danno da sinistro stradale, Giuffré, Milano, 2010, pg. 129
b) il negozio giuridico è a favore di terzi ex art. 1411 c.c., ovvero la società assicuratrice stipula con l’officina un contratto di appalto, che concerne la riparazione del veicolo, di cui benefici il proprietario della vettura; c) il danneggiato resta estraneo e la società assicurativa si occupa della reintegrazione del veicolo ex art. 2058 c.c. ( U. SCOTTI, Il danno da sinistro stradale, Giuffré, Milano, 2010, pg. 130 ). La concreta modalità di riparazione che verrà adottata, rileverà qualora non venga ottemperata, in tutto o in parte, l’obbligazione concernente la completa riparazione del veicolo ad opera d’arte e la conseguente restituzione al proprietario ( SCOTTI, 2010, pg. 130 ). Solamente nelle prime due ipotesi il danneggiato potrà rivolgersi all’officina, mentre nella terza dovrà agire contro il danneggiante, ovvero contro la società assicurativa r.c.a. ai sensi degli artt. 149, 144 cod. ass. ( SCOTTI, 2010, pg. 130 ).
3.L’obbligo di cooperazione del danneggiante. Gli obblighi di cooperazione del danneggiante sono due: uno ha natura formale, l’altro ha natura sostanziale. Nel primo il danneggiato dovrà domandare il risarcimento del pregiudizio che riguarda il proprio veicolo, a pena di non proponibilità della domanda in sede processuale, evidenziando nella lettera raccomandata, i giorni e le ore in cui i beni deteriorati sono disponibili, per gli accertamenti, dei periti, che attengono alla valutazione della gravità del danno 74. Questo procedimento si instaura, al fine di consentire alla società assicurativa interessata di elaborare la proposta risarcitoria, ovviamente dopo avere accertato il danno mediante i propri tecnici di fiducia ( artt. 148, 149 cod. ass. ). E’ bene evidenziare che, la dichiarazione in parola, può anche essere omessa, allorquando la società assicurativa
U. SCOTTI, Il danno da sinistro stradale, Giuffré, Milano, 2010, pg. 149
ritenga superfluo l’esame dei danni riportati dal veicolo, ovvero abbia comunque potuto esaminare lo stesso. Per quanto attiene al profilo sostanziale, occorre appurare che sia ottemperato l’onere di comunicazione, ma anche l’onere di cooperazione, consentendo, in concreto, alla società assicurativa di verificare l’entità dei danni ( SCOTTI, 2010, pg. 150 ). L’art. 148, comma 3, cod. ass., stabilisce che il danneggiato non può negare alla società assicurativa gli accertamenti necessari alla valutazione del pregiudizio subito dalla persona, salvo quanto stabilito al quinto comma . Esso statuisce che qualora la richiesta sia incompleta, i termini, dei commi 1 e 2, decorrono nuovamente dalla data in cui vengono ricevuti i dati o i documenti integrativi. La stessa circostanza, si dovrebbe concretizzare allorquando il danneggiato, dopo avere dichiarato, per iscritto, di essere disponibile, non ottemperi all’obbligo stabilito, pertanto, la società assicurativa potrebbe eccepire l’inadempimento del danneggiato con la conseguenza di sospendere i termini ( SCOTTI, 2010, pg. 150 ). Una questione particolarmente delicata riguarda la dimostrazione che il veicolo danneggiato era ( o meno ) disponibile per l’accertamento. Nell’ipotesi in cui vi sia una contestazione tra le parti, su chi ricadrà l’onere probatorio? La giurisprudenza ritiene che l’obbligo giuridico sia quello stabilito dall’art. 1206 c.c. sanzionato con la mora credendi, il creditore, qualora non faccia ciò che è in suo potere per consentire al debitore di adempiere alla propria obbligazione ( di conseguenza verrà meno, a suo carico l’obbligo di correttezza ex art. 1175 c.c. )75. Considerando che è il creditore ( che deve liquidare il danno ) il soggetto obbligato a cooperare, si deve ritenere che l’onere probatorio sia posto in capo al soggetto che vanta una pretesa risarcitoria e si è reso disponibile, in determinati orari e date, all’accertamento dei danni subiti dal veicolo, pertanto, sarà costui a dover dimostrare di avere ottemperato al proprio obbligo qualora via sia una contestazione76.
U. SCOTTI, Il danno da sinistro stradale, Giuffré, Milano, 2010, pg. 151 Cass. civ., sez. un., 30 ottobre 2001, n. 13533, in Banca Dati Juris Data
4.Pregiudizi ad altri beni: spese mediche di cura, spese funerarie, spese di assistenza professionale. Le argomentazioni, illustrate nei precedenti paragrafi, riguardano anche gli eventuali pregiudizi che si realizzano su beni trasportati sul veicolo che viene coinvolto nell’incidente stradale. Anche in tali circostanze, il danneggiato dovrà domandare il risarcimento stabilito nelle norme del Codice delle assicurazioni e indicare la propria disponibilità per l’accertamento dei danni riportati, da parte dei periti fiduciari ( della società assicurativa )77. E’ bene presentare, i possibili pregiudizi, che il danneggiato potrà subire a seguito di un incidente stradale. In primo luogo la vittima dovrà fronteggiare delle spese mediche di cura, esse attengono, tradizionalmente al danno biologico, che viene catalogato, giuridicamente, nel danno patrimoniale ( SCOTTI, 2010, pg. 152 ). Tali pregiudizi attengono a tutti i costi sopportati dal danneggiato, di un danno biologico temporaneo o permanente, connesso alle patologie che costui lamenta, e alle spese da sostenere per la riabilitazione o le terapie di specialisti ( SCOTTI, 2010, pg. 152 ). Non di rado, viene aggiunta un’ulteriore voce di pregiudizio, ovvero i costi di viaggio o soggiorno sostenuti al fine di curarsi. E’ bene evidenziare due principi: a) le spese sostenute per accertare e curare il danno biologico subito dalla vittima devono essere connesse causalmente all’incidente stradale78; b) la circostanza che il Servizio Sanitario Nazionale copra la maggioranza dei costi sostenuti per tali cure mediche.
Cass. civ., sez. III, 3 luglio 2008, n. 18235, in Banca Dati Juris Data ROSSETTI, Il danno alla salute. Biologico, Patrimoniale – Morale – Profili Processuali – Tabelle per la liquidazione, Cedam, Padova, 2009, 883, l’autore considera che sussista il nesso causale qualora tali spese risultino utili
Qualora le prestazioni gratuite dello Stato ( ad esempio i tickets ) non coprano tali costi dovranno essere sostenute dal danneggiante. La valutazione di tali spese sarà compiuta dai consulenti tecnici di parte, oltre che della verifica del danno biologico. Un secondo problema attiene alle spese mediche sostenute all’estero o presso centri non convenzionati con il S.S.N., in tale circostanza si scontrano due principi: il diritto costituzionalmente garantito ai trattamenti sanitari ex art. 32 Cost. e la non liquidabilità dei pregiudizi che il danneggiante, ha riportato a causa del suo concorso colposo ex art. 1227, comma 2, c.c.. La giurisprudenza, normalmente, ritiene che in queste circostanze, le spese mediche dovranno essere rimborsate dal danneggiante, qualora non sia possibile per la vittima ottenere i medesimi trattamenti terapeutici presso istituti convenzionati con il S.S.N.79. Una terza ipotesi attiene alle spese mediche o protesiche future. In tali situazioni, si presume, avvalendosi dei consulenti tecnico d’ufficio, che il danneggiato dovrà sostenere in futuro trattamenti terapeutici ( si pensi ai casi di supporti ortopedici ). Ovviamente questa posta di danno potrà essere liquidata, allorquando vi sia la certezza scientifica che la vittima dovrà sostenere tali spese mediche80. Una quarta ipotesi attiene alle spese funerarie che i congiunti della vittima, deceduta a seguito di un sinistro stradale, dovranno sostenere. La giurisprudenza consolidata ritiene che il danneggiante debba tenere indenni i famigliari della vittima di queste spese, che potranno essere liquidati in maniera equitativa81. La quinta ed ultima ipotesi, attiene alla vexata quaestio, della liquidazione delle spese di assistenza professionale nella fase stragiudiziale. L’art. 148 cod. ass., prevede la soddisfazione dei costi che comprendono gli onorari dei professionisti che assistono il danneggiato, obbligando la
Trib. Napoli, 29 ottobre 2001, in Riv. giur. circolaz. trasp. 2002, 527 U. SCOTTI, Il danno da sinistro stradale, Giuffré, Milano, 2010, pg. 155 81 Cass. civ., 15 febbraio 1971, in Giur. it, 1971, I, 1, 657
società assicurativa la richiesta del documento relativo alla prestazione. La norma in parola, considera anche la possibilità di liquidare direttamente il professionista da parte della società assicurativa e di comunicare al danneggiato l’avvenuta prestazione e l’importo devoluto allo stesso. Pertanto il legislatore ammette la rifusione delle spese relative all’assistenza di professionisti al danneggiato. Di conseguenza il problema riguarda quei pregiudizi di lieve entità ( disciplina del risarcimento diretto ex art. 149 del cod. ass. ), la cui rifusione è ormai diventata facoltativa a seguito della sentenza n. 180 del 2009 della Corte Costituzionale. La giurisprudenza, più recente, ritiene che le spese legali sostenute dal danneggiato debbano essere risarcite, in quanto costui ha diritto ad essere assistito da un avvocato di fiducia82. Tale sentenza è stata accolta, dalla dottrina, in maniera favorevole, in quanto le situazioni protette hanno rilevanza non solo in ambito processuale ma anche in fasi precedenti ad essa83.
Sommario: 1.Il danno patrimoniale da lucro cessante. - 2.Il danno da perdita temporanea di guadagni. - 2.1.Lavoratore autonomo, lavoratore dipendente, lavoratore parasubordinato, lavoratore precario e casalinga. - 3.Il pregiudizio relativo alla perdita permanente della capacità futura di produrre guadagni. 3.1.Modalità mediante le quali viene liquidato il danno patrimoniale da lucro cessante derivante da invalidità permanente. - 3.2.Lavoratore dipendente. 3.3.Lavoratore autonomo e parasubordinato. - 3.4.Casalinga. - 3.5.Lavoratore precario e apprendista. - 3.6.Soggetti in attesa di occupazione e studenti. - 4.Danni riflessi. – 4.1.Datore di lavoro. - 4.2.Enti ospedalieri e istituti previdenziali. - 4.3.Il congiunto. - 4.4.Pregiudizi di “rimbalzo” da lucro cessante.
I pregiudizi alla salute, realizzati nell’ambito di un incidente stradale, possono comportare un danno patrimoniale, andando ad elidere i redditi della vittima84. Tali situazioni, si possono realizzare, qualora il danneggiato, nel periodo in cui aveva subito le lesioni, era incapace di adempiere alla propria attività lavorativa, ovvero costui, a seguito del sinistro, abbia riportato una lesione permanente all’integrità fisica tale, da inibirgli la possibilità di adempiere alla propria mansione lavorativa o di progredire nella propria carriera. La norma che disciplina la valutazione dei danni in ambito aquiliano è l’art. 2056 c.c. che rinvia agli artt. 1223, 1226, 1227 c.c.. In particolare l’art. 1223 c.c. stabilisce che il pregiudizio debba comprendere sia il danno emergente che il lucro cessante. La giurisprudenza ritiene che nelle ipotesi in cui si verifichi un illecito civile, il ristoro debba corrispondere alla differenza tra la circostanza che si sarebbe realizzata se non si fosse commesso il fatto e quella che si è compiuta in realtà85. E’ bene evidenziare che l’art. 2056 c.c. non fa riferimento alla prevedibilità del pregiudizio, pertanto, il danneggiante, dovrà risarcire, al danneggiato, anche per quei danni considerati imprevedibili, ma solo se essi siano collegati causalmente al suo comportamento 86. Il secondo comma dell’art. 2056 c.c. apre la strada alla liquidazione equitativa del giudice, parte della dottrina ritiene che costui debba valutare i fatti del passato, per addivenire ad una solida valutazione dei redditi che il danneggiato avrebbe potuto realizzare in futuro87. La disciplina può essere considerata sono i seguenti profili: a) pregiudizio emergente per le perdite arrecate alla vittima nel periodo di invalidità biologica temporanea;
U. SCOTTI, Il danno da sinistro stradale, Giuffré, Milano, 2010, pg. 170 Cass. civ., sez. un., 11 gennaio 2008, n.581, in Banca Dati Juris Data 86 Cass. civ., sez. un., 11 gennaio 2008, n.576, in Il civilista 2008, 11, 86 87 M. ROSSETTI, La liquidazione del danno patrimoniale da perdita o riduzione della capacità di guadagno, in Giust. civ. 2008, 12, 2833
b) lucro cessante che attiene alle perdite reddituali future subite dal danneggiato, che conseguono all’invalidità biologica permanente che gli abbia cagionato l’impossibilità di adempiere alle proprie prestazioni lavorative; c) il danno emergente e il lucro cessante di perdite reddituali che di riflesso vengono subite da soggetti legati alla vittima da rapporti famigliari o contrattuali88. Secondo il Giannini “il danneggiato che proponga domanda di risarcimento del danno patrimoniale da lucro cessante deve dimostrare : a) di svolgere un’attività lavorativa che sia lecita; b) che da tale attività trae o trarrà un reddito, precisandone nel primo caso l’ammontare annuo; c) che in occasione del fatto illecito ha riportato le lesioni che afferma; d) che tali lesioni hanno dato origine ad una malattia, durante la quale non ha potuto lavorare, e a postumi permanenti che riducono la sua capacità produttiva riferita al lavoro svolto; e) che durante il periodo di malattia il suo guadagno si è interrotto o è diminuito; f) che a causa delle menomazioni irreversibili, il suo reddito ha subito e subirà in futuro una flessione, o è cessato del tutto”89. 2.Il danno da perdita temporanea di guadagni. Questa pregiudizio si realizza allorquando la vittima, a seguito di un incidente stradale, abbia subito nocumento alla propria integrità psicofisica e tale lesione, abbia comportato una diminuzione del suo reddito lavorativo, che avrebbe
U. SCOTTI, Il danno da sinistro stradale, Giuffré, Milano, 2010, pg. 172 G. GIANNINI, Il risarcimento del danno alla persona nella giurisprudenza, Giuffrè, Milano, 2000, pg. 195
prodotto nel caso in cui non si fosse verificato il sinistro90. Occorre evidenziare che il danno deve essere accertato da un medico legale, che di solito viene affidato ad un consulente tecnico d’ufficio. Il giudice, generalmente, si attiene alla perizia effettuata dal consulente, tuttavia, potrà accadere che il danneggiato affermi di avere prolungato per un maggiore periodo la propria inattività lavorativa. In tali circostanze, il giudice accoglierà le eccezioni sollevate dal danneggiato solo nell’ipotesi, in cui esse consentano di dubitare della effettiva correttezza della perizia del consulente tecnico d’ufficio, in caso contrario le eccezioni non saranno accolte. Pertanto, per il periodo di ulteriore inattività lavorativa, non potrà essere liquidato il danno da esso derivante, in quanto sarebbe stato eludibile se la vittima avesse agito con la diligenza del buon padre di famiglia ( art. 1227, comma 2, c.c. )91. Sul fronte dell’impossibilità a prestare le proprie mansioni lavorative e le conseguenti ripercussioni pregiudizievoli che da essa derivano, si dovrà effettuare un accertamento di carattere storico92.
2.1.Lavoratore autonomo, lavoratore dipendente, lavoratore parasubordinato, lavoratore precario e casalinga. Il lavoratore autonomo è una delle categorie che subisce maggiore nocumento, dal punto di vista economico, dall’impossibilità temporanea di svolgere la propria mansione professionale. L’art. 137 del cod. ass., stabilisce che il danno da lucro cessante verrà liquidato sulla base del reddito netto più alto denunciato al fisco negli ultimi tre anni. Una questione assai dibattuta attiene alla base di calcolo del reddito, la giurisprudenza ritiene che la perdita debba essere
U. SCOTTI, Il danno da sinistro stradale, Giuffré, Milano, 2010, pg. 181 M. ROSSETTI, Il danno alla salute – Biologico – Patrimoniale – Morale – Profili processuali – Tabelle per la liquidazione, Cedam, Padova, 2009, pg. 812 92 Trib. Avezzano, 10 ottobre 2008, in Banca Dati Juris Data
calcolata sulla base della retribuzione netta, comprendendo le ritenute d’acconto e evitando gli oneri deducibili93. Il lavoratore dipendente, a seguito di impossibilità lavorativa temporanea, può fruire di una molteplice tutela: quella disciplinata all’art. 2110 c.c., e quella stabilita dai contratti collettivi ed infine quella indicata dalla normativa speciale in ambito previdenziale e assistenziale, che consentono al prestatore di lavoro di percepire il proprio compenso anche nelle ipotesi di malattia e infortunio94. Tuttavia, è bene precisare, che anche il lavoratore dipendente, in casi di inabilità al lavoro potrà subire una perdita patrimoniale da lucro cessante, essa dovrà essere provata e allegata. La giurisprudenza, sul tema, riteneva che si dovesse valutare il reddito al netto delle imposte95. Nel contesto odierno vi è un proliferazione della categoria dei lavoratori parasubordinati ( collaborazione coordinata e continuativa e lavoratori a progetto96 ), in tali ipotesi, si dovrà valutare nel caso concreto quali erano le modalità che disciplinavano, a livello contrattuale, l’impossibilità di svolgere la propria mansione lavorativa. La giurisprudenza si è occupata della questione sotto un profilo diverso, ovvero quello del preponente, ed ha ritenuto che costui non potesse vantare alcuna pretesa risarcitoria conseguente all’impossibilità lavorativa del collaboratore97. Per il lavoratore precario la situazione è più difficoltosa, giacché non è disciplinata espressamente dal legislatore, inoltre costui non svolgendo un’attività continuativa difficilmente avrà la documentazione tributaria per riferirsi all’art. 137 del cod. ass., ed ovviamente l’irregolarità delle prestazioni lavorative non permettono di accertare retribuzioni. Tuttavia, se la vittima, con qualsiasi mezzo di
prova, riesce a dimostrare un reddito di qualunque natura che sia stata pregiudicata dall’inattività, il giudice potrà procedere alla liquidazione equitativa del risarcimento ex art. 2056, comma 2, c.c. e 1226 c.c. e riferendosi all’art. 137, comma 3, del cod. ass.98. La giurisprudenza ha ritenuto, pacificamente, la rilevanza reddituale del lavoro svolto in ambito domestico, pertanto, in caso di inabilità temporanea all’attività casalinga, viene riconosciuto il risarcimento del danno patrimoniale, indipendentemente dal sesso della vittima, purché vi sia identità di situazioni99.
3.Il pregiudizio relativo alla perdita permanente della capacità futura di produrre guadagni. Il soggetto che, a seguito di un incidente stradale, abbia subito una lesione all’integrità psico-fisica ( accertata da un medico ), non di rado, subisce anche un calo alla sua capacità lavorativa generica, ovvero a costui viene cagionato nocumento alla possibilità di realizzare attività volte alla produzione di reddito. Parte della dottrina ha evidenziato che occorre che vi sia una connessione biunivoca tra la menomazione biologica permanente e il pregiudizio reddituale100. L’orientamento in parola viene supportato dall’art. 137 del cod. ass., il quale parla di “incidenza”, ovvero che il postumo permanente di invalidità biologica abbia comportato effetti pregiudizievoli alle attività produttive di reddito101. Potrà configurarsi un danno patrimoniale da lucro cessante derivante da una lesione permanente all’integrità psicofisica, allorquando il pregiudizio, subito dalla vittima, si ripercuote sulla sua capacità lavorativa specifica, ovvero quelle mansioni professionali che il soggetto in precedenza
U. SCOTTI, Il danno da sinistro stradale, Giuffré, Milano, 2010, pg. 196 Cass. civ.; sez. III, 3 marzo 2005, n. 4657, in Foro it. 2005, I, 2756 100 M. ROSSETTI, La liquidazione del danno patrimoniale da perdita o riduzione della capacità di guadagno, in Giust. civ. 2008, 12, 2833 101 Cass. civ., sez. III, 12 dicembre 2008, n. 21191, in Resp. civ. e prev. 2009, 4, 811
svolgeva e che, presuntivamente, avrebbe svolto102. L’accertamento del danno dovrà comprendere l’individuazione di alcuni nessi eziologici, tra i quali: tra fatto illecito e menomazioni, tra menomazioni e postumi, tra postumi e impossibilità a svolgere la propria attività lavorativa, tra incapacità lavorativa e incapacità di produrre reddito ( ROSSETTI,2009, pg. 819 ).
3.1.Modalità mediante le quali viene liquidato il danno patrimoniale da lucro cessante derivante da invalidità permanente. Il legislatore stabilisce quale sia il reddito da considerare allo scopo di risarcire il danno patrimoniale futuro, ma nulla dispone in merito alle tecniche di liquidazione. In tali situazioni, un ruolo di assoluto protagonista è svolto dal giudice, che dovrà ipotizzare quale sarà la portata futura del pregiudizio, subito dalla vittima, che andrà a limitare i suoi redditi. La giurisprudenza, generalmente, adotta la tecnica liquidatoria della capitalizzazione realizzata al fine di dare luogo ad una rendita vitalizia, sulla base di una valutazione, presuntiva, della durata futura della vita della vittima103. A questo criterio vengono applicati alcuni correttivi, giacché il danneggiato non avrebbe lavorato per tutta la sua esistenza, ma solo fino al pensionamento. Pertanto, si applicano questi indici: a) si liquida il risarcimento sulla base di una rendita vitalizia, tuttavia, successivamente, si adatta una decurtazione in considerazione del gap tra la vita fisica e la vita lavorativa104. Questo scarto sarà accertato dal giudice ed eventualmente avvalorato dal c.t.u.105;
M. ROSSETTI, Il danno alla salute – Biologico – Patrimoniale – Morale – Profili processuali – Tabelle per la liquidazione, Cedam, Padova, 2009, pg. 819 103 Cass. civ., sez. III, 6 giugno 2008, n.15029, in Banca Dati Juris Data 104 Cass. civ., sez. III, 14 luglio 2003, n. 11007, in Banca Dati Juris Data 105 Cass. civ., sez. III, 16 maggio 2003, n. 7629, in Banca Dati Juris Data
b) si liquida il risarcimento sulla base di una rendita temporanea, commisurata all’età della vittima nel momento del ristoro e l’età in cui presuntivamente si ritirerà dall’attività lavorativa106. E’ bene evidenziare che, il paradigma dello scarto tra vita fisica e vita lavorativa, non potrà trovare accoglimento qualora venga applicata, per la costituzione della rendita vitalizia, il coefficiente contenuto nella tabella allegata al r.d. 1403 del 9 ottobre 1922. La giurisprudenza ha precisato le regole da adottare nella liquidazione da lucro cessate collegato all’incapacità lavorativa, evidenziando l’inefficienza del coefficiente dello scarto tra vita fisica e vita lavorativa, giacché, a distanza di quasi un secolo, la vita media degli italiani è aumentata107. La Cassazione, in proposito, ha precisato che in caso di danni patrimoniali futuri trova applicazione il criterio equitativo stabilito dagli art. 2056 c.c. e 1226 c.c., di conseguenza, il giudice valuterà il risarcimento sulla base di calcoli di probabilità che attengono all’ammontare del lucro cessante, in base ad un criterio equitativo puro, ovvero adottando le tabelle di capitalizzazione108. Queste tabelle riguardano due elementi: la durata probabile della vita della vittima e il tasso di redditività, il primo è determinato sulla base delle tavole della mortalità, il secondo si fonda sul tasso legale. Quanto maggiore è l’esistenza del danneggiato tanto maggiore sarà il coefficiente di capitalizzazione della rendita vitalizia; quanto maggiore è il tasso legale , tanto minore sarà il coefficiente di capitalizzazione. Il giudice nell’ambito di tali valutazione dovrà aggiornare le tabelle del 1922 e tenere conto della riduzione degli interessi legali ( in precedenza era 4,5 %, dal 1 gennaio del 1999 in poi il tasso legale è oscillato tra il 2,5 % e il 3,5 % ) evitando effetti distorsivi ( Cass. civ., sez. III, 9 giugno 2005, n. 12127, in Banca Dati Juris Data ).
U. SCOTTI, Il danno da sinistro stradale, Giuffré, Milano, 2010, pg. 202 Cass. civ., sez. III, 9 giugno 2005, n. 12127, in Banca Dati Juris Data 108 Cass. civ., sez. III, 9 giugno 2005, n. 12127, in Banca Dati Juris Data
Parte della dottrina ha evidenziato che il criterio corretto di computo, della liquidazione del danno futuro, dovrebbe riferirsi solo al pregiudizio subito nel periodo successivo alla liquidazione, mentre per il periodo che si pone tra l’incidente e la liquidazione è possibile applicare il criterio storico109.
3.2.Lavoratore dipendente. La prima ipotesi, che mi appresto ad esaminare, è quella del lavoratore dipendente che ha subito una danno da lucro cessante derivante da invalidità permanente. Come si è già precedentemente scritto, ai sensi dell’art. 137 del cod. ass. , si dovrà valutare il reddito di lavoro più alto percepito negli ultimi tre anni. La giurisprudenza ha precisato che il risarcimento dovrà essere liquidato sulla base del reddito al netto del prelievo fiscale, maggiorato dalle detrazioni di legge110. L’accertamento del danno patrimoniale dovrà essere suffragato dalla perizia medico legale, la quale verifichi la lesione subita, dalla vittima, alla sua capacità lavorativa specifica, sulla capacità di guadagno e di conseguenza sul reddito111. L’onere della prova incombe sul danneggiato, costui dovrà dimostrare i postumi attinenti all’incidente, l’inabilità a svolgere la propria mansione lavorativa ( determinata mediante un accertamento medico-legale ) e la conseguente decurtazione dei suoi guadagni. Esso potrà essere provato mediante documentazione fiscale in via documentale o testimoniale ( SCOTTI, 2010, pg. 208 ). La giurisprudenza ha, altresi’, riconosciuto il danno alla carriera di un soggetto, derivante dalle menomazioni fisiche subite a seguito di un incidente, tali da non permettergli di svolgere particolari mansioni che gli avrebbero consentito
M. ROSSETTI, La liquidazione del danno patrimoniale da perdita o riduzione della capacità di guadagno, in Giust. civ. 2008, 12, 2833 110 Trib. Milano, 31 maggio 1999, in Riv. giur. circol. trasp. 2000, 142 111 U. SCOTTI, Il danno da sinistro stradale, Giuffré, Milano, 2010, pg. 208
un’evoluzione professionale. Tale danno può essere risarcibile come perdita di chance112.
3.3.Lavoratore autonomo e parasubordinato. Nella categoria del lavoratore autonomo vengono compresi anche gli imprenditori e i professionisti intellettuali, essa è anche quella che ha al suo attivo maggiori contenziosi, giacché i riscontri documentali vengono prodotti direttamente dal soggetto che invoca la pretesa risarcitoria. Tuttavia, anche in questo caso, ci si riferisce all’art. 137 cod. ass., che impone di utilizzare, come base di calcolo, il reddito netto più alto dichiarato negli ultimi tre anni al fisco. Anche in questa ipotesi, richiamo ciò che era stato precedentemente affermato in tema di invalidità temporanea. Per reddito netto, l’art. 137 cod. ass., intende che ad esso vanno decurtate le imposte e le spese per la produzione di reddito ( SCOTTI, 2010, pg. 209 ). Per l’accertamento del pregiudizio non basterà la verifica medico-legale che avvalori la rilevanza delle menomazioni sulla capacità lavorativa, ma, il danneggiato, dovrà dimostrare la decurtazione del reddito113. Per quanto attiene al lavoratore parasubordinato, ho già trattato tale ipotesi nell’ambito del pregiudizio da incapacità lavorativa temporanea. Tuttavia, per quanto concerne l’inabilità permanente a svolgere la propria attività professionale, i rimedi si potranno trovare facendo riferimento al lavoratore dipendente, in quanto vi è stata una parificazione sul tema degli infortuni sul lavoro ai sensi dell’art. 5 d.lgs. 23 febbraio 2000 n. 38114.
Cass. civ., sez III, 11 maggio 2007, n. 10840, in Banca Dati Juris Data U. SCOTTI, Il danno da sinistro stradale, Giuffré, Milano, 2010, pg. 209 114 P. TOSI, F. LUNARDON, Introduzione al diritto del lavoro, Laterza, Bari, vol. 1 e 2, 2005; F. LUNARDON, M. MAGNANI, P. TOSI, Diritto del lavoro. Sindacati, contratto e conflitto collettivo. Casi e materiali, Giappichelli, Torino, 2009
La situazione della casalinga è già stata evidenziata nei paragrafi precedenti nell’ambito dell’incapacità lavorativa temporanea. Gli artt. 4, 36 e 37 Cost. sono le norme poste a presidio della tutela risarcitoria della casalinga, purché essa sia inserita in un nucleo famigliare legittimo e stabilizzato. Il principio di uguaglianza contenuto nell’art. 3 Cost. ha permesso alla giurisprudenza di estendere il risarcimento, in base alla radicale evoluzione dei costumi, anche alle vittime di sesso maschile che svolgano, di fatto, faccende domestiche115. La Suprema Corte ha precisato che questo tipo di attività, seppure non retribuito, è suscettibile di valutazione economica, pertanto qualora un/a casalingo/a subisca una diminuzione della propria capacità lavorativa, potrà ottenere la liquidazione del danno patrimoniale, che costituirà una voce autonoma rispetto al pregiudizio biologico 116. Peraltro l’art. 155, comma 4, c.c., a seguito della modifica operata dal l. 8 febbraio 2006 n.54, ha riconosciuto la “valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore” nell’ambito del bilanciamento dei rapporti patrimoniali che attengono al mantenimento dei figli117. Orbene, è pacifico che possa essere liquidato il danno patrimoniale, a seguito di un incidente, che abbia comportato l’impossibilità di svolgere le mansioni domestiche alla casalinga, purché la vittima dimostri le effettive modalità di adempimento delle proprie attività al fine di permettere di calcolare quale sia il loro valore economico effettivo118. Un problema particolarmente delicato è proprio quello della commisurazione del risarcimento, in merito, la giurisprudenza ha precisato alcuni criteri che possono essere utilizzati: a) il reddito di una collaboratrice domestica; b) l’aumento del punto percentuale del danno biologico;
3.5.Lavoratore precario e apprendista. La figura del lavoratore precario, già precedentemente trattata nei casi di invalidità temporanea, non viene espressamente disciplinata dal legislatore. In tali situazioni difficilmente è possibile reperire una documentazione tributaria per poter fruire dell’art. 137 cod. ass., anche perché, non di rado, la discontinuità dei rapporti non permette l’emersione di tributi. Qualora la vittima riesca a dimostrare , mediante qualsiasi mezzo di prova, la percezioni di questo tipo, il giudice potrà liquidare il risarcimento in via equitativa ex art. 2056, comma 2, e 1226 c.c., ovvero fruendo del criterio residuale inserito nell’art. 137 cod. ass.. Per quanto concerne l’apprendista ( lavoratore in tirocinio ), figura prevista all’art. 2130 c.c., la situazione è alquanto complessa, giacché costui, generalmente, nell’ambito della propria attività percepisce un reddito minimo o addirittura inesistente. L’apprendista, tuttavia, una volta trascorso il periodo di tirocinio, potrà ottenere una brillante carriera, la Suprema Corte in merito precisa in primo luogo che la capacità lavorativa generica è risarcibile solo quale danno biologico, mentre invece la capacità lavorativa specifica integra un danno patrimoniale120. Tale pregiudizio dovrà essere verificato accertando che la vittima svolgeva un’attività professionale produttiva di reddito, e, dimostrando l’incapacità di espletare altre mansioni. Inoltre sul danneggiato incomberà l’onere della prova, che potrà essere accertato anche in via presuntiva ( Cass. civ., sez. III, 20
ottobre 2005, n. 20321, in Foro it. 2006, I, 101 ). Ed infine il giudice dovrà ricorrere al criterio residuale disciplinato all’art. 4 della l. n. 39 del 1977, salvo che non possegga elementi idonei per procedere alla liquidazione equitativa del danno, in base alle prove accertate in sede processuale che consentano di presumere quale sarebbe potuta essere l’evoluzione professionale della vittima121.
3.6.Soggetti in attesa di occupazione e studenti. Particolarmente rilevante è il tema che attiene all’inabilità a svolgere attività lavorative, in maniera permanente, di giovani in attesa di lavoro e studenti. Può accadere che a seguito di un incidente stradale, una persona, ancora in giovane età, subisca lesioni permanenti tali da incidere sulla sua, futura, capacità di guadagno. La giurisprudenza, in queste situazioni, ritiene che si debba risarcire la perdita di guadagni che il minore avrebbe conseguito sulla base di un’indagine presuntiva delle sue inclinazioni, delle caratteristiche socio-economiche della famiglia di provenienza, e in via residuale è possibile applicare il triplo della pensione sociale122. La natura di questo pregiudizio è di tipo patrimoniale e non va confusa con quello non patrimoniale ( nella fattispecie biologico ) a cui si aggiunge. Il giudice dovrà accertare le difficoltà del minore a trovare un’occupazione consona al suo livello di istruzione, le corti potranno fare riferimento a nozioni di comune esperienza e alla prova presuntiva. La giurisprudenza precisa che, nelle ipotesi in cui i danni alla salute siano di lieve entità ( micropermanenti ), non vi sia alcun pregiudizio alla possibilità futura, per il giovane, di trovare un lavoro idoneo alle sue aspettative123.Viceversa nelle ipotesi di macropermanenti, dovrà essere il danneggiante a provare che il sinistro non abbia inciso sui futuri guadagni del minore. Anche in questo caso la vittima
potrà dimostrare che sulla base del percorso formativo da lui intrapreso, dalle sue abitudini, oltre alle sue personali e sociali, è presumibile che vi saranno delle ricadute pregiudizievoli sulla sua futura capacità di guadagno124. Diverso è il tema della liquidazione del danno patrimoniale nell’ambito dell’incapacità lavorativa in termini di perdita di chance come impossibilità di ottenere un determinato lavoro. Parte della dottrina fa rientrare l’istituto nell’ipotesi di lucro cessante125. Il giudice per accertare la perdita di chance dovrà verificare la probabilità di ottenere un incremento patrimoniale a seguito di un giudizio controfattuale, esso dovrà essere ragionevolmente pronosticabile ( SCOTTI, 2010, pg. 224 ). Il giudice liquiderà il risarcimento al minore per il mancato guadagno in una sola somma comprendente la differenza tra i minori guadagni ottenuti e quelli che si sarebbero realizzati senza che si fosse cagionato l’incidente126. La vittima per ottenere il ristoro dovrà dimostrare, anche in via presuntiva, il nesso eziologico tra il fatto e la probabilità della realizzazione futura del pregiudizio, tali circostanze dovranno avere entità patrimoniale ed essere suscettibili di valutazione economica. Qualora risulti difficile dimostrare la probabilità futura del minore di conseguire una determinata attività lavorativa, la giurisprudenza ha precisato che il giudice potrà avvalersi dell’accertamento presuntivo disciplinato all’art. 137, comma 3, cod. ass., in base alle regola del triplo della pensione sociale127.
4.Danni riflessi. L’analisi, fin qui presentata, ha analizzato le ipotesi in cui protagonista del sinistro stradale sia la vittima diretta del pregiudizio, ovvero colui il quale ha subito in prima persona le lesioni fisiche, permanenti o temporanee, e che di
Cass. civ., 30 novembre 2005, n. 26081, in Resp. civ. e prev. 2006, 6, 1137 U. SCOTTI, Il danno da sinistro stradale, Giuffré, Milano, 2010, pg. 224 126 U. SCOTTI, Il danno da sinistro stradale, Giuffré, Milano, 2010, pg. 225 127 Cass. Civ., sez. III, 15 luglio 2008, n. 19445, in Banca Dati Juris Data
conseguenza, non potrà più realizzare i profitti prodotti in precedenza se non avesse subito nocumento. Non di rado, accade che dalle lesioni riportate dal soggetto, che viene coinvolto nell’incidente stradale, subiscano pregiudizi patrimoniali, riflessi, anche altre persone. Di seguito esaminerò alcune delle figure che possono subire, di ribalzo, gli effetti negativi derivanti dalle lesioni riportate da un soggetto nell’ambito di un sinistro.
4.1.Datore di lavoro. Il datore di lavoro è una delle figure che subisce le ripercussioni negative derivanti dal sinistro stradale arrecato alla vittima che svolge presso di lui la sua attività lavorativa. Le situazioni che generalmente si realizzano sono: a) il datore di lavoro contesta la mancata disponibilità del lavoratore, al quale è stata, comunque, corrisposta la retribuzione; b) il datore di lavoro dichiara di essersi avvalso delle prestazioni professionali di un collaboratore in sostituzione dipendente infortunato; c) Il datore di lavoro afferma che le prestazioni professionali del lavoratore, vittima dell’incidente, sono infungibili e pertanto non sostituibili da altri collaboratori128. Tali circostanze attengono alla lesione del credito per pregiudizio del terzo, nei procedimenti giudiziari dove sono state sollevate ( processi: “Grande Torino” e “Meroni”) vi è stata, da parte della giurisprudenza, un’apertura nella concessione di tutela risarcitoria non solo nei confronti di diritti soggettivi assoluti ma anche di diritti di credito129. La giurisprudenza, dopo avere stabilito la legittimazione attiva in capo al datore di lavoro ad ottenere il ristoro per il pregiudizio derivante dall’erogazione della retribuzione a
favore del proprio lavoratore, seppure costui fosse impossibilitato a svolgerla, a causa dell’incidente stradale cagionato da un terzo; ha precisato che il risarcimento deve essere calcolato sulla base sia dello stipendio, sia dei contributi previdenziali erogati senza ottenere in cambio una controprestazione della vittima130.
4.2.Enti ospedalieri e istituti previdenziali. Il pregiudizio riflesso può colpire anche gli enti ospedalieri e gli istituti previdenziali, i primi, che fanno riferimento al Servizio Sanitario Nazionale, devono prestare assistenza, ricovero e cure alle vittime degli incidenti stradali, mentre i secondi si occupano di distribuire prestazioni che attengono alle assicurazioni sociali131. L’impatto economico che i sinistri hanno su tali enti ha obbligato, il legislatore, a prendere in considerazione tali circostanze e prescrivere un disciplina normativa. Per quanto attiene all’esborso economico, che il Servizio Sanitario Nazionale ha affrontato per assistere le vittime degli incidenti stradali, il legislatore ha previsto all’art. 334 del d.lgs. 7 settembre 2005, n.209 ( cod. ass. ) che le società assicurative, della responsabilità civile automobilistica, debbano risarcire in maniera forfettizzata, con la liquidazione di un contributo ottenuto dall’assicurato allorquando corrisponde il premio assicurativo. E’ bene precisare che per i costi di spedalità, derivanti dal sinistro stradale ( in ambito di assicurazione obbligatoria ), non è permessa l’azione di rivalsa del Servizio Sanitario Nazionale contro il danneggiante e la sua società assicurativa. Ovviamente, tali enti pubblici, potranno agire nei confronti di quei soggetti che abbiano cagionato un fatto illecito non rientrante nell’ambito dell’assicurazione obbligatoria responsabilità civile automobilistica.
Trib. Bari, sez. III, 22 gennaio 2008, n.181, in Il merito 2008, 9, 38 U. SCOTTI, Il danno da sinistro stradale, Giuffré, Milano, 2010, pg. 248
La situazione degli assicuratori sociali è disciplinata dall’art. 142 cod. ass., che ha soppiantato l’art. 28 della l. 990 del 1969, che dispone: “1.Qualora il danneggiato sia assistito da assicurazione sociale, l'ente gestore dell'assicurazione sociale ha diritto di ottenere direttamente dall’impresa di assicurazione il rimborso delle spese sostenute per le prestazioni erogate al danneggiato ai sensi delle leggi e dei regolamenti che disciplinano detta assicurazione, sempre ché non sia già stato pagato il risarcimento al danneggiato, con l'osservanza degli adempimenti prescritti nei commi 2 e 3. 2. Prima di provvedere alla liquidazione del danno, l’impresa di assicurazione è tenuta a richiedere al danneggiato una dichiarazione attestante che lo stesso non ha diritto ad alcuna prestazione da parte di istituti che gestiscono assicurazioni sociali obbligatorie. Ove il danneggiato dichiari di avere diritto a tali prestazioni, l’impresa di assicurazione è tenuta a darne comunicazione al competente ente di assicurazione sociale e potrà procedere alla liquidazione del danno solo previo accantonamento di una somma idonea a coprire il credito dell'ente per le prestazioni erogate o da erogare. 3. Trascorsi quarantacinque giorni dalla comunicazione di cui al comma 2 senza che l’ente di assicurazione sociale abbia dichiarato di volersi surrogare nei diritti del danneggiato, l’impresa di assicurazione potrà disporre la liquidazione definitiva in favore del danneggiato. L'ente di assicurazione sociale ha diritto di ripetere dal danneggiato le somme corrispondenti agli oneri sostenuti se il comportamento del danneggiato abbia pregiudicato l'azione di surrogazione. 4. In ogni caso l’ente gestore dell’assicurazione sociale non può esercitare l’azione surrogatoria con pregiudizio del diritto dell’assistito al risarcimento dei danni alla persona non altrimenti risarciti.” Occorre evidenziare che, la norma in argomento, si distingue dall’azione di surrogazione della società assicurativa che abbia corrisposto l’indennità disciplinata all’art. 1916 c.c.. La giurisprudenza ritiene che grazie
all’azione di surrogazione viene posta in essere una successione a titolo particolare, nel credito. Pertanto, la società assicurativa che abbia concesso il ristoro, sostituisce l’assicurato in ambito processuale ( e sostanziale )132. Di conseguenza, l’assicuratore potrà esperire l’azione di surrogazione ex art. 1916 c.c. nei confronti della società assicuratrice, della responsabilità civile automobilistica del danneggiante, mediante azione diretta ai sensi della l. 24 dicembre 1969, n. 990133. Se per quanto attiene alla possibilità per l’assicuratore, di esperire azione di surroga ai sensi dell’art. 1916 c.c. nei confronti della società assicurativa del responsabile vi sono ancora dubbi, l’assicuratore sociale, collocato nella sfera della vittima, è legittimato a agire nei confronti della società di assicurativa del danneggiante, fruendo dello stesso posizione giuridica della vittima134. Peculiare è l’azione di regresso che spetta all’INAIL disciplinata all’art. 10 e 11 del T.U., essa è “caratterizzata dalla natura diretta ed autonoma, non comporta un acquisto derivativo del diritto… E compete solo nei confronti delle persone civilmente responsabili nelle ipotesi previste dalla legislazione speciale”135. All’INAIL spetta l’azione di regresso, stabilita dagli artt. 10 e 11 T.U. 1224 del 1965, rispetto al datore di lavoro e delle persone nei confronti delle quali egli debba rispondere civilmente, a condizione che il fatto commesso da costoro sia preveduto dalla legge come reato. E’ altresì possibile esperire l’azione di surrogazione ( art. 1916 c.c. ) rispetto a terzi indipendenti dal rapporto assicurativo nei confronti del datore di lavoro136. Infine vi è la possibilità di fruire dell’azione di surroga prevista all’art. 142 cod. ass., nei confronti della società assicurativa r.c.a. del responsabile. Allo stesso modo, L’INPS, può esperire l’azione di surroga ai sensi dell’art. 14 della l. 12 giugno 1984, n. 222, nei
Cass. civ., sez. III, 14 giugno 1991, n. 6734, in Banca Dati Juris Data Cass. civ., sez. III, 27 giugno 1991, n. 7218, in Arch. giur. circol. e sinistri 1991, 739 134 Trib. Milano, sez. IV, 13 marzo 2007, n. 739, in Giustizia a Milano 2007, 3, 19 135 U. SCOTTI, Il danno da sinistro stradale, Giuffré, Milano, 2010, pg. 253 136 Cass. civ. sez. lav., 28 novembre 1986 n. 7033, in Giust. civ. 1988, I, 1001
confronti della società di assicurazione r.c.a.. La giurisprudenza ritiene che sia possibile, per l’INPS, fruire dell’azione diretta disciplinata dal Codice delle assicurazioni137.
4.3.Il congiunto. Un tema particolarmente delicato è quello del risarcimento invocato dal congiunto della vittima che abbia subito un grave lesione, tale da renderla invalida, a seguito di un di un sinistro stradale. Il congiunto in tali circostanze, si vede costretto ad abbandonare il proprio lavoro, oppure ridurre l’orario, per assistere il proprio familiare e di conseguenza subisce un pregiudizio patrimoniale da perdita reddituale138. Le corti, in queste ipotesi, dovranno verificare da un lato se vi sia la sussistenza del nesso eziologico tra il sinistro stradale e l’invalidità del danneggiato, e dall’altro la scelta del congiunto di ridurre il proprio orario di lavoro ( o addirittura abbandonare l’occupazione ) sia rispettosa del criterio di diligenza, oppure che tale scelta abbia comportato un peggioramento delle conseguenze pregiudizievoli ( art. 1227, comma 2, c.c.). Un recente pronuncia della Cassazione ha precisato che “il tempo sottratto dalla moglie per la doverosa e penosa assistenza al marito è valutabile come danno ingiusto non patrimoniale e liquidabile in via equitativa ( ai sensi dell’art. 2059 c.c. ) non essendo assimilabile ad un lavoro ma ad una prestazione di solidarietà”139.
4.4.Pregiudizi di “rimbalzo” da lucro cessante. Un tema spinoso è quello della risarcibilità dei danni riflessi patrimoniali da lucro cessante, che i congiunti delle vittime
dei sinistri stradali invocano per ottenere ristoro delle perdite che subiranno, giacché il loro coniuge, genitore, figlio, ovvero convivente more uxorio non potrà apportare, nel futuro, il proprio contributo economico alla famiglia. La giurisprudenza ha affermato che in tali circostanze il giudizio è presuntivo e controfattuale140. E’ pacifico che il danno possa essere risarcito nelle ipotesi in cui, tra le parti, sussista un vincolo che sia suffragato da un titolo giuridico specifico141. Dal combinato disposto degli artt. 143 e 147 c.c., si desume l’obbligo reciproco dei coniugi di assistenza oltre che morale, anche patrimoniale, che impone a costoro di contribuire ai bisogni della famiglia in considerazione della loro capacità economica e alla loro mansione lavorativa142. Il problema si pone nell’ambito della valutazione del danno riflesso patrimoniale da lucro cessante, conseguente all’invalidità del figlio, a seguito di un sinistro stradale, che procura nocumento alla famiglia, giacché il discendente grazie alle proprie retribuzioni lavorative avrebbe apportato delle risorse economiche alla stessa. Il giudice, nell’ipotesi predetta, dovrà verificare le condizioni socio-economiche della vittima e dei suoi congiunti. La giurisprudenza ha precisato, che qualora i genitori, a seguito del decesso del figlio, invochino il risarcimento derivante dal danno riflesso da lucro cessante, debbono dimostrare che il proprio congiunto avrebbe contribuito a mantenere la famiglia; tale onere può essere assolto anche mediante presunzioni semplici143. La Suprema Corte, mediante un’altra pronuncia, ha precisato che anche i figli possono invocare la medesima tutela risarcitoria per i danni riflessi da lucro cessante derivanti da un sinistro stradale144. Dagli anni ’90 la giurisprudenza riconosce il risarcimento derivante dal pregiudizio di rimbalzo da lucro cessante, a seguito di un sinistro stradale, al convivente more uxorio, purché venga provata la “relazione caratterizzata da
tendenziale stabilità e da mutua assistenza morale e materiale”145.
Sommario: 1.Il danno biologico. - 1.1.Danno alla vita di relazione, danno estetico, danno alla vita sessuale, lesione alla capacità lavorativa generica. - 1.2.Il danno psichico. - 2.Delimitazione temporale dell’esistenza della vittima. 2.1.Micropermanenti. - 2.2.La questione della sintomatologia meramente soggettiva della lesione “micropermanente”. - 3.Le macropermanenti. - 4.Il danno morale. 5.Danno esistenziale. - 6.Cumulo della liquidazione del pregiudizio morale e di quello biologico. - 7.Le tabelle milanesi del 2009.
1.Il danno biologico. Come ho già evidenziato nei precedenti paragrafi, la Cassazione a Sezioni Unite con sentenze gemelle 2697226975 dell’11 novembre 2008, ha precisato che il danno biologico non costituisce una categoria di pregiudizio autonoma, ma ha funzione meramente descrittiva, in quanto è compresa all’interno del genus danno non patrimoniale qualora vi sia una lesione alla salute ( art. 32 Cost. )146. La Suprema Corte, con queste sentenze, si va ad allineare alla disciplina di diritto positivo, giacché il d.lgs. n. 209 del 2005, artt. 138 e 139 cod. ass., definiscono il pregiudizio biologico come “la lesione temporanea e permanente all’integrità psicofisica alla persona suscettibile di accertamento medico-legale che esplica un’incidenza negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamicorelazionali della vita del danneggiato, indipendentemente da eventuali ripercussioni sulla sua capacità di produrre reddito”. E’ bene precisare che non esiste una sola nozione di danno biologico, parte della dottrina ritiene che ve ne siano almeno quattro:
1) quella precisata dalla Suprema Corte con le sentenze gemelle del 2008; 2) quella stabilita incorporata nella sentenza n. 233 del 2003 della Corte Costituzionale; 3) la nozione stabilita dal legislatore negli art. 138 e 139 del cod. ass.; 4) la definizione introdotta nell’art. 13 d.lgs. 23 febbraio 2000, n. 38 della normativa Inail che afferma “la lesione della integrità psico-fisica suscettibile di valutazione medico-legale, della persona… Indipendentemente dalla capacità di produzione del reddito del danneggiato” e che comprende gli aspetti dinamico-relazionali (mma 2, lett a), d.lgs. 38/2000 )147. Il contesto dimostra un vivace confronto nel nostro ordinamento giuridico tra i vari formanti148, infatti nonostante vi sia una prevalenza formale della legge, in realtà, in molti campi la giurisprudenza la fa da padrone. Taluno ha definito il danno biologico come “violazione dell’integrità psico-fisica della persona”149, precisando che esso ha come obiettivo la salvaguardia dell’equilibrio psicofisico pregresso dell’individuo. Secondo la definizione, di danno biologico, introdotta dal legislatore, nel Codice delle assicurazioni emerge, in primo luogo che il bene giuridico tutelato è l’integrità psicofisica dell’uomo. La lesione, che ha cagionato il pregiudizio, può essere temporanea o permanente, essa viene delineata mediante un accertamento medico legale ed il profilo statico deve accostarsi ad un profilo dinamico, giacché la vittima deve avere subito nocumento di natura dinamico-relazionale ( si utilizza la locuzione del “non poter fare” ). Orbene, il paradigma, in parola, è conforme agli orientamenti giurisprudenziali, che da tempo avevano
D. CHINDEMI, Una nevicata su un campo di grano, in Resp. civ. e prev. 2009, 1, 219 148 R. SACCO, Introduzione al diritto comparato, Giuffrè, Milano, 1992 149 GIANNINI, Il risarcimento del danno alla persona nella giurisprudenza, Giuffrè, Milano, 2000, 55.
introdotto la nozione di “danno biologico dinamico” ovvero “dinamico relazionale”150, il che non deve stupire, in quanto il formante giurisprudenziale, esercita una profonda influenza sul legislatore, e non potrebbe essere che cosi’, in quanto esso vive e si anima nel tessuto sociale, nel contesto storico, dimostrando la forza del law in action che, non di rado, prevale su ogni altro formante151. La definizione di pregiudizio biologico dinamico comprensiva degli aspetti dinamico-relazionali ha completato altre sottovoci di danno che in precedenza erano già state elaborate dalle corti, di seguito verranno trattate le principali.
1.1.Danno alla vita di relazione, danno estetico, danno alla vita sessuale, lesione alla capacità lavorativa generica. La prima voce di pregiudizio di cui mi occuperò è il danno alla vita di relazione, essa è stata elaborata dalla giurisprudenza152, con la funzione di forzare il divieto ex lege di liquidazione, nelle ipotesi non tassativamente previste, del danno non patrimoniale ( art. 2059 c.c. ). Con tale paradigma ci si riferiva ai pregiudizi derivanti dall’incapacità per l’individuo di affermarsi nell’ambito socio-economico, ovvero dalla difficoltà dall’inserirsi nei rapporti sociali153. Tali circostanze, indipendentemente dai loro riflessi reddituali, possono essere comprese nell’ambito del danno biologico, sotto-categoria del pregiudizio non patrimoniale. Il giudice, ovviamente, dovrà personalizzare la liquidazione sulla base della specifica lesione arrecata all’individuo ( SCOTTI, 2010, pg. 284 ).
Cass. civ., sez. III, 26 febbraio, 2004, n. 3868, in Banca Dati Juris Data R. SACCO, Introduzione al diritto comparato, Giuffrè, Milano, 1992; E. GRANDE, Imitazione e diritto: ipotesi sulla circolazione dei modelli, Giappichelli, Torino, 2000; P. GROSSI, Prima lezione di diritto, Laterza, Bari, 2009; F. GALGANO, Lex mercatoria, Il Mulino, Bologna, 2010 152 Trib. Milano, 24 febbraio 1931 153 U. SCOTTI, Il danno da sinistro stradale, Giuffré, Milano, 2010, pg. 283
Una seconda voce di pregiudizio, che considero meritevole di attenzione, è il danno estetico, esso viene considerato da parte della giurisprudenza, come una subspecies di pregiudizio alla vita di relazione154. E’ pacifico che una lesione all’aspetto estetico incide negativamente nelle relazioni sociali di un individuo, senza dimenticare coloro che professionalmente, fruiscono della loro fisicità, si pensi alle modelle, piuttosto che agli attori cinematografici155. La giurisprudenza diversificava tra danno estetico che atteneva alla vita di relazione, giacché a causa del pregiudizio vi era l’impossibilità di migliorare la propria posizione economica e sociale, dal danno morale derivante dall’alterazione psicologica consequenziale al pregiudizio estetico156. Esso, de plano, viene ricondotto alla figura del danno biologico, come puntualmente confermato dalla giurisprudenza di legittimità157. Una terza voce, che richiama l’attenzione del giurista, è il danno alla vita sessuale ( come recentemente definito ), esso viene fatto rientrare nel pregiudizio biologico. E’ pacifico che la menomazione della capacità sessuale configura una lesione psico-fisica dell’individuo. Le Sezioni Unite della Suprema Corte, nelle sentenze gemelle 26972-26975 dell’11 novembre 2008, hanno precisato che il danno alla vita da relazione, comprensivo anche dei rapporti sessuali, allorquando si riferisca ad una lesione all’integrità fisica dell’individuo; rappresenta un riflesso negativo che il giudice dovrà valutare nel risarcimento del danno biologico e non può essere considerato come categoria autonoma, nello specifico a titolo di danno esistenziale158. E’ indubbio che tale ristoro può essere anche invocato dal coniuge della persona che ha subito la menomazione, giacché il pregiudizio va a colpire direttamente l’unione della coppia159.
Cass. civ., sez. III, 6 aprile 1978, n. 1593, in Banca Dati Juris Data M. ROSSETTI, Il danno alla salute – Biologico – Patrimoniale – Morale – Profili processuali – Tabelle per la liquidazione, Cedam, Padova, 2009, pg. 707 156 Cass. civ., sez. III, 3 giugno 1976, n. 2002, in Banca Dati Juris Data 157 Cass. civ., sez. III, 22 aprile 2009, n. 9549, in Giust. civ. 2009, 6, 1227 158 Cass. civ., sez. un., 11 novembre 2008, n. 26972, in Resp. civ. e prev. 2009, 1,38 159 Cass. civ., sez. III, 11 novembre 1986, n. 6607, in Giust. civ. 1987, I, 572
La lesione della capacità lavorativa generica è un’altra figura peculiare che rientra nell’alveo del danno biologico, alcuni autori non condividono questo orientamento, in quanto considerano che tale nocumento debba essere ricondotto ad una sfera patrimoniale. Un altro orientamento della dottrina contesta il fatto che la capacità lavorativa generica rientra nella sfera psico-fisica dell’individuo. Di conseguenza, deve essere compresa nel danno biologico, viceversa il danno patrimoniale, per sussistere, necessita dell’accertamento di una perdita di guadagno; in ogni caso entrambe debbono essere verificate mediante una accertamento medico-legale160.
1.2.Il danno psichico. Il danno psichico è una peculiare sottocategoria del danno biologico che si configura nelle ipotesi in cui viene lesa l’integrità psichica della persona161. E’ pacifico che tale danno possa essere risarcito alla vittima dell’incidente, tuttavia, l’accertamento del pregiudizio comporta notevoli difficoltà in sede processuale, giacché la patologia non può essere verificata, agevolmente, dall’esterno, e di conseguenza vi è una notevole probabilità che il potenziale danneggiato tenda a simulare la sofferenza patita. La medicina legale, per verificare l’effettiva entità del pregiudizio, adotta il DSM-IV-TR, ovvero il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, realizzato dall’Associazione Psichiatrica Americana, che qualifica il criterio di disturbo mentale e stabilisce quali siano le modalità di diagnosi di ogni singola patologia. Particolarmente arduo è l’accertamento della lesione, tuttavia, anche la verifica del nesso eziologico comporta notevoli difficoltà. Perché esso possa sussistere è necessaria
Cass. civ., sez. III, 2 febbraio 2007, n. 2311, in Resp. civ. e prev. 2007, 4, 788; si veda anche GIANNINI, Il risarcimento del danno alla persona nella giurisprudenza, Giuffré, Milano, 2000 161 Cass. civ., sez. III, 28 novembre 2007, n. 24745, in Arch. giur. circol. e sinistri 2008, 6, 518
una stretta connessione temporale tra la condotta illecita e la patologia psichica, e la prima deve essere stata da sola idonea a realizzare la devianza psichica. La giurisprudenza di legittimità, di recente, ha precisato che in tali circostanze, per accertare il nesso di causalità è sufficiente che vi sia un’elevata probabilità che a seguito della condotta illecita si realizzi il pregiudizio psichico e che sussista un evento successivo da solo idoneo ad escludere il nesso eziologico162. Precedentemente, la medicina legale escludeva, molto spesso, la causalità tra il comportamento illecito e la patologia psichica, giacché, essa, non di rado, veniva a configurarsi in capo ad individui fragili emotivamente e il sinistro rappresentava solo una semplice circostanza. Dottrina e giurisprudenza hanno censurato questo orientamento, espresso dalla scienza medica, equiparando la lesione fisica a quella psichica, e considerando liquidabile il danno cagionato al soggetto, che abbia un equilibrio instabile, purché durante la commisurazione del ristoro venga valutata la situazione ex ante incidente stradale della vittima163. Qualche autore, in dottrina164, ha analizzato, questa fattispecie di danno, evidenziando la rilevanza della “multifattorialità” del danno psichico, e precisando che: a) la sussistenza di talune patologie psichiche, prima dell’incidente, non esclude, inderogabilmente, il nesso causale con la condotta illecita; b) allorquando sussista una patologia precedente al sinistro viene valutata dal giudice in “concorrenza”, pertanto comporta un aumento dell’invalidità della vittima; c) l’agente che ha cagionato il danno, risponde solo di quegli aspetti pregiudizievoli da lui realizzati e non di quelli preesistenti165.
Cass. civ., sez. III, 11 giugno 2009, n. 13530, in Resp. civ. e prev. 2009, 9, 1779 T.A.R. Sicilia Catania, sez. I, 15 luglio 2008, n. 1427, in Foro amm. TAR 2008, 7-8, 2239 164 M. ROSSETTI, Il danno alla salute – Biologico – Patrimoniale – Morale – Profili processuali – Tabelle per la liquidazione, Cedam, Padova, 2009, pg. 695
2.Delimitazione temporale dell’esistenza della vittima. La liquidazione del pregiudizio biologico viene realizzata mediante una prognosi sulla durata media della vita del danneggiato. La giurisprudenza ritiene, qualora la dipartita della vittima avvenga prima della liquidazione del danno, che si debba considerare la durata effettiva e non quella presuntiva della sua esistenza. Di guisa il ristoro del danno biologico dovrà comprendere solo il periodo nel quale il danneggiato ha dovuto patire le conseguenze negative del sinistro166.
2.1.Micropermanenti. Il legislatore all’art. 139 cod. ass. ha disciplinato le lesioni fisiche di lieve entità, che realizzano un danno biologico permanente a cui conseguono postumi pari o inferiori al nove per cento, la norma letteralmente stabilisce: “lesione temporanea o permanente all’integrità psico-fisica della persona suscettibile di accertamento medico-legale che
esplica un’incidenza negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico relazionali della vita del danneggiato, indipendentemente da eventuali ripercussioni sulla capacità di produrre reddito”. Il ristoro aumenterà in modo più che proporzionale in connessione ad ogni punto percentuale di invalidità e il rispettivo ammontare è conteggiato sulla base dell’applicazione di ogni punto percentuale di invalidità del relativo coefficiente secondo quanto disposto dal sesto comma . L’entità del risarcimento determinata, viene diminuita con l’aumentare dell’età dell’individuo, in ragione dello zero virgola cinque per cento per ogni anno di età a partire dall’undicesimo anno di età167. Il terzo comma dell’art. 139 cod. ass., permette di aumentare l’ammontare del danno biologico risarcito in base al primo comma dal giudice, tuttavia, non può superare un quinto ( 20 % ) avendo riguardo della condizione personale della vittima. La liquidazione del pregiudizio biologico di lieve entità ( pari o inferiore al 9 % ), cagionato in un sinistro stradale, mediante lo scontro di due veicoli è soggetto alla procedura del risarcimento diretto ex art. 149 cod. ass168.
2.2.La questione della sintomatologia meramente soggettiva della lesione “micropermanente”. Uno dei temi più spinosi, del pregiudizio da sinistro stradale, attiene alla sintomatologia meramente soggettiva relativa alle lesioni micro permanenti. La questione pone da un lato le società assicurative che denunciano simulazioni delle patologie da parte delle presunte vittime, e dall’altro coloro che hanno subito nocumento e che invocano la pretesa risarcitoria. Nel nostro paese, non di rado, vi è la pessima abitudine di volere frodare l’altro, o, per lo meno, cercare di gonfiare un
U. SCOTTI, Il danno da sinistro stradale, Giuffré, Milano, 2010, pg. 297 Cass. civ., sez. III, 13 maggio 2009, n. 11048, in Banca Dati Juris Data
danno che si è realmente verificato. Una dottrina attenta ha rilevato: “Le micro permanenti sono come le zanzare: refrattarie a qualsiasi prevenzione…”169. La patologia che più spesso è oggetto accese discussioni è il colpo di frusta, ossia “la distorsione del rachide cervicale prospettata come effetto lesivo consequenziale al tamponamento da tergo della vettura su cui la persona lesa si trovava a viaggiare”170. Il problema fondamentale è che tale tipo di disfunzione non è facilmente accertabile dalle perizie medico-legale, di conseguenza, non di rado, il soggetto vittima di un incidente stradale tende a simulare o a gonfiare in maniera eccessiva l’entità del danno171. Alcuni studiosi di medicina legale recentemente hanno precisato che “il colpo di frusta si risolve spontaneamente e senza reliquati, nella larga maggioranza dei casi, nel volgere di breve tempo… peraltro, nella letteratura specializzata, è ammessa come possibile una cronicizzazione dei disturbi propri della distorsione cervicale nella loro essenzialità e/o di quelli associati in apparati diversi da quello esteo-articolare… accadimento che la letteratura specialistica ritiene assai raro”172. Di conseguenza, parte della dottrina, attacca l’operato di quella giurisprudenza, che si dimostra, oltremodo, disponibile a liquidare il danno biologico da lesioni micropermanenti, ponendo in essere un comportamento lassista ed eccessivamente predisposto a credere alle dichiarazioni delle vittime173. Il rimedio, proposto da taluni autori, è sia quello di applicare più rigidamente l’onere probatorio, sia di valutare l’entità reale della lesione subita dalla vittima, ed infine, un’attenta ricostruzione del nesso eziologico174.
G. GIANNINI, Micropermanenti e cosi’ sia, in Resp. civ. prev. 1998, I, 1612 MIOTTO, Colpo di frusta e onere della prova, in Resp. civ. prev. 1998, 6, 1477 171 ZAULI, Il problema dei colpi di frusta lievi, in Resp. civ. prev. 2007, 1, 13 172 BARGAGNA–CANALE- CONSIGLIERE-PALMIERI-RONCHI, Guida orientativa per la valutazione del danno biologico permanente, Milano, 1998, 82 173 M. ROSSETTI, Incidenti d’auto: urto non vuol dire lesione, in D&G 2006, 42, 32 174 G. GIANNINI, Micropermanenti e cosi’ sia, in Resp. civ. prev. 1998, I, 1612
3.Le macropermanenti. Il legislatore disciplina le lesioni di non lieve entità all’art. 138 cod. ass., ovvero quei pregiudizi alla persona che vengono valutati dai dieci ai cento punti percentuali. E’ bene precisare che la nozione di macropermanente non è tipizzata nel nostro ordinamento giuridico e non corrisponde esattamente a quelle di lesioni di non lieve entità. La legge stabilisce che vi sia una tabella unica per tutto il territorio italiano, che attenga alle menomazioni all’integrità fisica da dieci a cento punti, e che sia individuato il valore economico da assegnare ad ogni punto di invalidità che contenga i coefficienti di variazione che attengano all’età della vittima175. La tabella dei valori economici si basa sul meccanismo che muta a seconda dell’età e del grado di invalidità. “Il valore economico del punto deve essere funzione crescente della percentuale di invalidità e l’incidenza della menomazione sugli aspetti dinamico relazionali della vita del danneggiato deve crescere in modo più che proporzionale rispetto all’aumento percentuale assegnato ai postumi. Il valore economico del punto deve essere funzione decrescente dell’età del soggetto, sulla base delle tavole di mortalità elaborate dall’ISTAT, al tasso di rivalutazione pari all’interesse legale”176. Allorquando il nocumento vada ad incidere, in maniera rilevante, sugli aspetti dinamico-relazionali dell’individuo, il giudice potrà aumentare il risarcimento fino al trenta per cento. Parte della dottrina ha accolto con favore la tipizzazione, da parte del legislatore, del pregiudizio di non lieve entità all’art. 138 cod. ass.; tuttavia, sono state sollevate critiche riguardo all’omissione della modalità mediante la quale liquidare il danno alla vittima177.
U. SCOTTI, Il danno da sinistro stradale, Giuffré, Milano, 2010, pg. 308 U. SCOTTI, Il danno da sinistro stradale, Giuffré, Milano, 2010, pg. 309 177 U. SCOTTI, Congresso AIDA della Sezione Piemonte-Valle d’Aosta, tenutosi ad ottobre del 1996 a Saint Vincent sul tema Il risarcimento del danno alla persona. Diritto-Giurisprudenza-Costo sociale.
4.Il danno morale. Una questione ancora aperta e dibattuta sia in dottrina che in giurisprudenza attiene al danno morale178, figura trapiantata dal nostro ordinamento giuridico ispirandosi al sistema francese, il quale intendeva, tale voce di pregiudizio, come patema d’animo transeunte179. L’art. 2059 c.c. stabilisce che non vi può essere liquidazione del pregiudizio non patrimoniale se non sia espressamente previsto dalla legge. Il legislatore, nella norma in parola, richiama l’art. 185 c.p., di conseguenza, per lungo tempo, nell’ambito dei sinistri stradali, fu possibile ottenere il risarcimento dei danni morali, solo se il danneggiante avesse commesso un reato. L’art. 185 c.p. consentiva la liquidazione della pecunia doloris, ovvero del patema d’animo subito dal danneggiato a seguito di un fatto preveduto dalle legge come reato180. Di conseguenza, l’art. 2059 c.c., tipizzava le ipotesi in cui poteva essere invocata la tutela risarcitoria. Sussisteva quindi, la riserva di legge che disciplinava le circostanze in cui liquidare le sofferenze morali, pertanto, valeva il principio nullum crimen sine culpa. La Corte Costituzionale con la sentenza del 14 luglio 1986, n. 184 , precisò che l’interpretazione del danno non patrimoniale, che configurava una liquidazione di esso nei casi tassativamente stabiliti dalla legge, si riferiva solo al pregiudizio morale soggettivo, individuando sofferenze ingiuste patite dalla vittima a livello emotivo, mentre non veniva escluso il risarcimento alla salute, nelle ipotesi, non
G. BUFFONE, Il danno morale è voce autonoma di danno in Themis, 2010, 5, 7G.; BUFFONE, Liquidazione del danno biologico e del danno morale, da sinistro stradale : progressiva erosione della tesi della somatizzazione (SS.UU: 26972/2008) in Archivio giuridico della circolazione e dei sinistri, 2009, fasc. 10, 783, La Tribuna ed.; M. ROSSETTI, Post nubila phoebus, ovvero gli effetti concreti della sentenza 26972/2008 delle Sezioni Unite in tema di danno non patrimoniale, in Giust. civ. 2009, 4/5, 930 179 M. ROSSETTI, Post nubila phoebus, ovvero gli effetti concreti della sentenza 26972/2008 delle Sezioni Unite in tema di danno non patrimoniale, in Giust. civ. 2009, 4/5, 930
rientranti nel danno patrimoniale, definite come pregiudizio biologico, tale lettura dell’art. 2059 c.c. non contrastava, secondo la Corte, con gli art. 2, 3, 24, 32 Cost.181. Dalla pronuncia della Consulta si desume che, sostanzialmente, vi era uno svuotamento del contenuto dell’art. 2059 c.c., giacché essa atteneva solo al mero patema d’animo transeunte, ne rimanevano fuori il danno biologico che si reggeva sul combinato disposto dell’art. 2043 c.c. e dell’art. 32 Cost.. Di conseguenza, rimanevano privi di tutela i pregiudizi ai diritti costituzionalmente garantiti distinti da quello della salute. Per molto tempo, la giurisprudenza, a seguito di questa pronuncia della Corte Costituzionale, ritenne che nell’illecito civile sussistesse uno schema tripartito: danno patrimoniale, danno biologico e danno morale soggettivo. Con le sentenze n. 7281, 7282, 7283 del 12 maggio 2003 la Suprema Corte precisò che l’accertamento della colpa, ai fini della configurazione incidentale di un reato, poteva essere valutata mediante paradigmi civilistici e, pertanto, con presunzioni di colpa previste ex lege ( come quelle stabilite dall’art. 2054, comma 1 e 2, c.c. )182. Poco dopo con le sentenze 8827 e 8828 del 31 maggio 2003, la Suprema Corte, intervenne nuovamente, riconducendo il danno alla natura bipolare, facendo rientrare il pregiudizio biologico nella categoria del danno non patrimoniale e garantendo tutela risarcitoria ai diritti costituzionalmente garantiti, mediante un’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 2059 c.c.183.
areddituale dell’individuo, qualora vi fosse la sussistenza di una reale degradazione dello stile e delle abitudini di vita184. Nel corso degli anni si erano cristallizzati due orientamenti, in merito al tema in argomento, l’uno era favorevole alla configurazione del danno esistenziale come figura autonoma di pregiudizio non patrimoniale ( tertium genus ), giacché esso atteneva alla lesione delle attività realizzatrici dell’individuo, pertanto distinto dal danno biologico, in quanto non riguardava una lesione psico-fisica, e anche da quello morale, in quanto non costituiva un patema d’animo interiore soggettivo185. L’altro orientamento negava la possibilità di configurare un’autonoma voce di danno, in quanto, in base a questa tesi, il danno patrimoniale garantisce tutela risarcitoria, nei casi espressamente previsti dalla legge ex art. 2059 c.c. , di conseguenza per tale norma le ipotesi sono tipiche e nominate. Pertanto, nella liquidazione del danno non patrimoniale, in base a questo orientamento, vi sarebbe un riserva di legge che vincola la liquidazione alle ipotesi tipiche, viceversa se si ammettesse dignità risarcitoria al danno esistenziale si ricondurrebbe ad atipicità l’art. 2059 c.c., come del resto avviene nell’ipotesi dell’art. 2043 c.c.186. La disputa fu risolta dalla pronuncia delle Sezioni Unite che le sentenze gemelle n. 26972-26975 dell’11 novembre del 2008, precisò l’onnicomprensività del danno non patrimoniale, includendovi il danno morale e il biologico, ed escludendo la risarcibilità del pregiudizio esistenziale187. Tali figure, secondo le Sezioni Unite, possono essere solo allegate con funzione meramente descrittiva, inoltre le lesioni ad interessi costituzionalmente garantiti possono
Cass. civ., sez. un., 24 marzo 2006, n. 6572, in Giust. civ. 2007, , 679 P. CENDON, P. ZIVIZ, Il risarcimento del danno esistenziale, Giuffrè, Milano, 2003; Cass. civ., sez. III, n.2311, 2007, in Banca Dati Juris Data 186 M. ROSSETTI, L’assicurazione obbligatoria della R.C.A., Utet, Torino, 2010; F. GAZZONI, Alla ricerca della felicità perduta, in http://www.corteappellocatania.it/formazione/101106/gazzoni.pdf; Cass. civ., sez. III, n. 14846, 2007, in Banca Dati Juris Data 187 Cass. civ., sez. un., 11 novembre 2008, n. 26972, in Resp. civ. e prev. 2009, 1,38
essere invocate solo qualora sia accertata la gravità dell’offesa e la serietà del pregiudizio188.
6.Cumulo della liquidazione del pregiudizio morale e di quello biologico. Le pronunce delle Sezioni Unite hanno posto seri problemi alle prassi risarcitorie delle corti, soprattutto in merito al problema del cumulo tra danno morale e danno biologico. La questione, tuttora aperta, vede contrapporsi due distinti orientamenti, il primo ritiene che alla luce delle sentenze gemelle n. 26972-26975 dell’11 novembre del 2008, nel nuovo del danno patrimoniale, allorquando si liquidi il pregiudizio biologico, si debbano seguire i parametri stabiliti ex lege, e non si possa, altresi’, risarcire il danno morale189. Secondo questo orientamento, la sofferenza può essere liquidata, se vi è una lesione alla salute o nei fatti preveduti dalla legge come reato ( art. 185 c.p. ). Ciò che si vuole evitare è la riproduzione, per lo stesso danno, del pregiudizio biologico e di quello morale ( SCOTTI, 2010, pg. 342 ). Un altro orientamento ritiene che le sentenze del 2008 delle Sezioni Unite dimostrino una forte contraddizione, in primo luogo perché viene precisato che il danno non patrimoniale costituisce un pregiudizio onnicomprensivo, relegando il danno biologico a mera sottocategoria, mentre tale pregiudizio risulta cristallizzato dal legislatore nel 2005 agli artt. 138 e 139 del cod. ass.. Peraltro, non risulta possibile fare rientrare il danno morale nelle suddette norme, giacché esso attiene alla tutela della dignità umana ex art. 2 e 3 Cost., mentre quello alla salute è disciplinato all’art. 32 Cost., il pregiudizio morale attiene al sentire mentre quello biologico riguarda il profilo dinamico-relazionale ( U. SCOTTI, Il danno da sinistro stradale, Giuffré, Milano, 2010, pg. 342 ).
Cass. civ., sez. un., 11 novembre 2008, n. 26972, in Resp. civ. e prev. 2009, 1,38 U. SCOTTI, Il danno da sinistro stradale, Giuffré, Milano, 2010, pg. 342
7.Le tabelle milanesi del 2009. Nel 2009 l’Osservatorio per la giustizia civile di Milano e i tribunali del Distretto Lombardo hanno approvato le “Nuove tabelle 2009 per la liquidazione del danno derivante da lesione alla integrità psico-fisica e dalla perdita del rapporto parentale”. Esse hanno particolare rilievo, in quanto sono diventate il punto di riferimento per le corti italiane, non essendoci una tabella nazionale. Mediante questo strumento si è, innanzitutto, rilevato che i valori monetari adottati per risarcire il danno biologico in aspetti del danno patrimoniale non risultano idonei, alla liquidazione combinata del danno non patrimoniale conseguente a lesioni dell’integrità psico-fisica permanente o temporanea, accertata da un medico-legale, e dei patimenti soggettivi190. La tabella milanese opta per l’inserimento della sofferenza soggettiva nel valore di liquidazione del punto, esso poi potrà essere commisurato tenendo conto dell’età della vittima e dell’entità del nocumento, peraltro è possibile la personalizzazione mediante una modifica percentuale applicabile al caso concreto ( SCOTTI, 2010, pg. 350 ).
1.Il diritto al risarcimento jure proprio. La liquidazione del danno da lutto ai congiunti della vittima, che sia deceduta a causa di un sinistro stradale, concerne una delle questioni più tragiche, e allo stesso tempo spinose, della prassi processuale del nostro ordinamento giuridico.
U. SCOTTI, Il danno da sinistro stradale, Giuffré, Milano, 2010, pg. 350
Il tema è particolarmente sentito nel tessuto sociale italiano, giacché, non di rado, tali incidenti si verificano a causa dell’abuso di sostanze alcoliche e di stupefacenti che i giovani assumono nel corso della movida notturna. Sotto un profilo meramente giuridico la dipartita della vittima, a seguito di un sinistro stradale, legittima i prossimi congiunti di essa ad invocare la tutela risarcitoria, per ottenere ristoro delle sofferenze psichiche e morali derivanti dalla scomparsa del famigliare. Tale pretesa liquidatoria de jure proprio dei congiunti della vittima si distingue dalla richiesta risarcitoria jure hereditatis. In questa circostanza il de cuius acquista il diritto ad ottenere il risarcimento e i suoi eredi potranno fare valere questa posizione giuridica. Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno precisato che è ammissibile la liquidazione del danno non patrimoniale ai congiunti della vittima deceduta, giacché il pregiudizio subito da questa ultima, va a riverberare conseguenze negative anche nei confronti delle persone ad essa collegate191. La giurisprudenza ritiene che i soggetti legittimati, ad invocare la tutela risarcitoria, siano coloro che possano vantare un rapporto legittimante come il coniuge, i genitori, i figli ed i fratelli. Il criterio elastico, elaborato dalla Suprema Corte, consente la legittimazione attiva anche ai nonni, ovvero ai nipoti. Sussiste, altresi’, la possibilità, di chiedere la liquidazione del danno, anche per il convivente more uxorio, purché venga provato che la relazione sia stabile e sussista mutua assistenza morale e materiale192.
A seguito della sentenza n. 9556 del 2002 delle Sezioni Unite si è, man mano, fatto largo il danno da perdita della relazione parentale, ovvero quel pregiudizio che attiene alla sofferenza patita dai congiunti della vittima, a seguito della sua dipartita. Esso si contrappone al danno morale, che riguarda il patimento morale soggettivo. Il danno da perdita partentale è stata fatto coincidere con il pregiudizio esistenziale, inteso come disagio che comporta una modifica integrale delle abitudini e dello stile di vita del congiunto della vittima. La Suprema Corte, nelle sentenze 8827 e 8828 del 2003, ha precisato, che il risarcimento del danno da perdita parentale, deve essere risarcito mediante liquidazione equitativa ex artt. 1226 e 2056 c.c., anche qualora sussista già un pregiudizio morale senza che ci possa essere una riproduzione di voci di danno193. La Corte di Cassazione, successivamente, con un’altra pronuncia ( n. 15022 del 15 luglio 2005 ) ha esortato i giudici ad evitare una moltiplicazione del danno esistenziale194, consentendo, tuttavia, il cumulo del danno morale e del pregiudizio non patrimoniale costituzionalmente qualificato da lesione della relazione parentale; intimando alle corti di non moltiplicare le voci di danno allorquando le tabelle dell’ufficio giudiziario abbiano già compreso nel pregiudizio morale anche quello da compromissione della relazione parentale195. In tale situazione giungono le sentenze, dell’11 novembre del 2008, nelle quali la Corte di Cassazione a Sezioni Unite precisa che è possibile garantire tutela risarcitoria, anche al di fuori dei casi previsti dalla legge, qualora sussista la serietà del pregiudizio e la gravità dell’offesa a diritti inviolabili della persona. Le Sezioni Unite hanno considerato che “nel caso dello sconvolgimento della vita famigliare provocato dalla perdita di congiunto ( c.d. danno da perdita parentale ), poiché il pregiudizio di tipo
esistenziale consegue alla lesione dei diritti inviolabili della famiglia ( artt. 2, 29 e 30 Cost. )”196. La Sezioni Unite, inoltre, hanno evidenziato che il danno non patrimoniale costituisce una categoria onnicomprensiva e che la liquidazione congiunta del danno morale e del pregiudizio da compromissione della relazione parentale costituisce una moltiplicazione, giacché il patimento patito dal soggetto, allorquando si realizza la perdita del congiunto e quello che si riverbera nel resto della sua esistenza, costituiscono la stesso pregiudizio (Cass. civ., sez. un., 11 novembre 2008, n. 26972, in Resp. civ. e prev. 2009, 1,38 ).
3.Onere della prova e liquidazione equitativa. Assai problematica è la questione dell’onere della prova, taluni considerano che esso debba vertere sui congiunti della vittima, imponendo a costoro di allegare e provare il danno subito. Il punto di maggiore disputa attiene alla prova presuntiva e alle nozioni di comune esperienza, gran parte della giurisprudenza, in merito, ritiene idonei strumenti presuntivi basati sull’id quod plerumque accidit197. Nelle ipotesi di morte del congiunto, dall’esistenza di un rapporto di coniugo, o di convivenza, la giurisprudenza ha ricavato riflessi negativi sia sui rapporti del nucleo famigliare, sia rispetti a terzi198. L’orientamento maggioritario ritiene che l’onere probatorio incomba sul danneggiato. La liquidazione equitativa, del danno parentale, spetta al giudice e può essere attuata mediante i criteri orientativi tabellare composti dagli uffici giudiziari199. In tali circostanze, le corti dovranno commisurare la liquidazione del danno parentale, sulla base della sofferenza di ciascuno dei congiunti legati alla famiglia, pertanto, non potrà essere
resa una valutazione globale da dividersi tra i legittimati attivi200. Recentemente la Corte di Cassazione ha precisato che il giudice nella liquidazione equitativa deve considerare le sofferenze patite, la gravità del pregiudizio e tutti i fattori del caso concreto; qualora il congiunto accusi un vero e proprio danno psichico che possa essere accertato mediante perizia medico legale, la liquidazione del danno non patrimoniale dovrà comprendere anche il pregiudizio biologico valutato equitativamente201.
4.Il risarcimento jure hereditario. I congiunti della vittima possono, oltre che jure proprio, anche jure hereditario, invocare il risarcimento dei danni subiti dal de cuius, a seguito dell’incidente, prima della sua dipartita e la conseguente trasmissione mortis causa agli eredi. Perché possa sussistere tale pretesa, è necessario che la vittima sopravviva per un lasso di tempo apprezzabile alle lesioni subite, pertanto, in tali circostanze, la giurisprudenza riconosce a costui il risarcimento per il danno biologico ( temporaneo ) e per il pregiudizio morale202.Tuttavia sussistono tre rilevanti problemi: a) la durata della sopravvivenza; b) lo stato di conoscenza della vittima durante questo periodo; c) il pregiudizio non patrimoniale liquidabile. In merito al primo problema, la giurisprudenza precisa che deve sussistere una “durata apprezzabile della sopravvivenza della vittima, dopo le lesioni e prima del decesso”203. La Cassazione non ha mai precisato quali
Cass. civ., sez. III, 19 gennaio 2007, n. 1203, in Giust. civ. 2007, 5, 1097 Cass. civ., sez. III, 28 novembre 2008, n. 28423, in Arch. giur. circol. e sinistri 2009, 5, 442 202 Cass. civ., sez. III, 28 novembre 2008, n. 28407, in Il civilista 2009, 5, 57 203 U. SCOTTI, Il danno da sinistro stradale, Giuffré, Milano, 2010, pg. 416
debbano essere i limiti temporali, demandando tale compito alla discrezionalità dei giudici, costoro, non di rado, hanno liquidato il pregiudizio anche in periodi temporali molto esigui204. Il secondo problema concerne allo stato di coscienza del danneggiato durante il periodo di sopravvivenza. L’ipotesi è quella dell’incidente stradale che cagiona lo stato di incoscienza della vittima e solo successivamente la morte. Sul punto le Sezioni Unite hanno precisato che può essere liquidato solo il danno morale alla vittima di lesioni mortali, purché essa sia rimasta consapevole e in lucida agonia in attesa della fine, escludendo il risarcimento del danno da morte e del pregiudizio biologico. Il terzo problema riguarda la natura del danno terminale, la questione è particolarmente complessa. In principio la giurisprudenza riteneva che potesse essere liquidato il danno biologico e il danno morale della vittima. La Suprema Corte ha precisato che, questa particolare sofferenza psichica, di particolare intensità, anche se delimitata nel tempo, debba essere risarcita come danno morale, nella nuova accezione. Recentemente sembra che vi sia stata un’inversione di tendenza, giacché la Suprema Corte, con sentenza 9 ottobre 2009, n. 21497, ha ritenuto che dovesse essere liquidato il danno terminale, particolare subspecies di pregiudizio biologico temporaneo205.
Sommario: 1.I pregiudizi da morte. - 2.L’orientamento delle Sezioni Unite.
1.I pregiudizi da morte. Il tema più spinoso, in assoluto, nell’ambito dei danni da sinistro stradale, è quello che riguarda la disputa sulla
risarcibilità del pregiudizio tanatologico o “danno da morte”. Da anni ci si domanda, in dottrina e in giurisprudenza, se il pregiudizio relativo alla perdita della vita possa essere riconosciuto alla vittima, e di conseguenza essere trasmesso agli eredi jure successionis. L’orientamento giurisprudenziale consolidato sostiene una tesi restrittiva, richiamando la pronuncia della Corte Costituzionale, precisando in primo luogo che vita e salute costituiscono beni giuridici distinti, che attengono a diritti diversi; inoltre, l’orientamento in parola, ritiene insussistente in caso di decesso immediato la pretesa al risarcimento del de cuius, trasmissibile agli eredi, in quanto la persona non è più viva206. La Suprema Corte, in ossequio a tali conclusioni, ha statuito la non ammissibilità del risarcimento dei congiunti della vittima, per la privazione del diritto alla vita del famigliare, giacché la responsabilità civile ha funzione riparatoria e non sanzionatoria e per l’inconciliabilità fra diritto alla vita e dipartita del soggetto che può validamente disporre del bene giuridico suddetto207.
2.L’orientamento delle Sezioni Unite. Le Sezioni Unite, con le sentenze gemelle dell’11 novembre 2008 n. 26972 e 26975, non hanno precisato nulla in merito al punto, in quanto non vi era attinenza diretta in merito a questo problema. Tuttavia, implicitamente, è possibile desumere che la soluzione debba essere quella negativa, in quanto esse hanno precisato che la vittima di lesioni mortali può ottenere solo il risarcimento del pregiudizio morale nella nuova e più ampia accezione, purché la vittima sia rimasta cosciente e in lucida agonia fino alla sua dipartita. Di conseguenza non vi è stato ritenuto liquidabile né il danno da morte né il danno biologico, l’unica pretesa risarcitoria
riconosciuta, è il pregiudizio da sofferenza psichica terminale della vittima rimasta cosciente per un apprezzabile lasso temporale208. Recentemente, con la sentenza 27 maggio 2009, n. 12326, la Cassazione, in ossequio alla pronuncia delle Sezione Unite, ha evidenziato che il danno tanatologico non riguarda la definizione di danno biologico, che attengono alle assicurazioni su infortuni sul lavoro e le patologie professionali disciplinate all’art. 13 d.lgs. 23 febbraio 2000 n. 38; il quale regola la lesione all’integrità psicofisica, verificabile mediante accertamento medico-legale209.
Sommario: 1.Tamponamento. - 2.Velocità. - 3.Precedenza. - 4.Retromarcia, sosta irregolare, discesa e salita dal veicolo. - 5.Semafori. - 6.Invasione di carreggiata e veicoli in servizio di emergenza. - 7.Marcia per file parallele. - 8.Investimento di animali.
1.Tamponamento. Durante la marcia i veicoli devono tenere, rispetto al veicolo che precede, una distanza di sicurezza tale che sia garantito in ogni caso l'arresto tempestivo e siano evitate collisioni con i veicoli che precedono (art. 149 c. str. ). La giurisprudenza ritiene che, allorquando si realizzi una collisione antero-posteriore tra due veicoli ( il c.d. tamponamento ), sussista una presunzione di inosservanza della distanza di sicurezza. In tale circostanza, non si applicherà la presunzione di colpa ad entrambi ex art. 2054, comma 2, c.c., pertanto, il conducente dovrà fornire la prova liberatoria dimostrando che il mancato arresto e la collisione sono derivati da cause a lui, parzialmente o totalmente, non imputabili210.
Nell’ipotesi in cui il tamponamento si realizzi tra veicoli in movimento, qualora non possa essere accertata con certezza la modalità con cui si sono verificati gli urti, si applicherà, ad esclusione del primo e dell’ultimo veicolo della colonna, l’art. 2054, comma 2, c.c., ovvero sussisterà la presunzione iuris tantum di colpa, che sarà equipollente tra i conducenti dei veicoli, basata sulla mancata osservanza della distanza di sicurezza nei confronti del veicolo precedente, salvo che non sia fornita la prova liberatoria di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno211. Tali ipotesi non verranno applicate nelle ipotesi in cui sussista il tamponamento di un veicolo che abbia realizzato un ostacolo imprevedibile e anomalo rispetto alla convenzionale circolazione stradale ( ad esempio l’ipotesi di sosta irregolare o il brusco cambiamento di corsia )212.
2.Velocità. E’ pacifico, che il superamento della velocità massima prevista dall’ordinamento giuridico rappresenta una prova della colpa del conducente. E’ bene precisare che il mantenimento di una velocità inferiore a quella consentita non esclude necessariamente la colpa del conducente medesimo. La giurisprudenza ritiene che la valutazione della velocità rischiosa attiene ad un giudizio relativo, giacché la commisurazione di essa, deve sempre accertata sulla base del caso concreto ex art. 141 c. str.. Di conseguenza, anche una velocità inferiore a quella prevista può essere considerata come mancanza di accortezza, se la situazione e il luogo richiedevano di diminuire ulteriormente l’andatura213.
L’art. 145 c. str. stabilisce che i conducenti, approssimandosi ad una intersezione, devono usare la massima prudenza al fine di evitare incidenti. La giurisprudenza ritiene che, sulla base della norma in parola, la trasgressione del diritto di precedenza di uno dei conducenti non è sufficiente ad escludere la responsabilità dell’altro, in quanto si dovrà accertare che questo ultimo abbia ottemperato alle norme di prudenza , e nella fattispecie quella di temperare la velocità, allorquando sia in prossimità degli incroci214. Il criterio adottato, in queste circostanze, è che la precedenza in crocevia impone assoluta prudenza al fine di evitare che si realizzino dei sinistri, pertanto, qualora vi siano problemi di precedenza si dovrà fare uso di un grado elevatissimo di cautela ed avvedutezza215. Il criterio predetto, quindi, impone che anche il conducente favorito dalla precedenza, nell’ipotesi in cui si trovi presso il crocevia, e noti che un altro conducente non si curi di voler osservare la prescrizione imposta, dovrà impegnare il crocevia prestando assoluta prudenza e limitando la velocità, in modo da evitare possibili sinistri stradali216. Tali situazioni vengono derogate, nell’ipotesi di precedenza di fatto, cioè a dire quando il conducente sfavorito avanzi sull’area di intersezione dell’altrui traiettoria di marcia, in maniera anticipata permettendo di realizzare l’attraversamento in tutta sicurezza, senza pericolo né per il conducente favorito, né per la circolazione217. Colui che fruirà della precedenza di fatto lo farà a suo rischio e pericolo, in quanto la realizzazione dell’incidente infligge su di lui la colpa, che non viene meno, anche qualora vi sia una irregolarità del conducente favorito218.
4.Retromarcia, sosta irregolare, discesa e salita dal veicolo. Tra le manovre della circolazione stradale la retromarcia è una delle più pericolose. La giurisprudenza vede tale situazione con sfavore, tuttavia, nel caso di collisione tra veicoli, essa non è sufficiente da sola per escludere la colpa dell’altro conducente, giacché su costui incombe l’onere di tenere una condotta prudente al fine di evitare l’incidente stradale219. La sosta irregolare rientra nell’alveo di circolazione ex art. 2054 c.c., la norma in parola, al 2° c., statuisce una presunzione di responsabilità. Essa sarà adottata anche qualora si realizzi uno scontro tra veicoli mediante un lieve movimento220. La prassi giurisprudenziale prevede, inoltre, numerosi casi di sinistri stradali, posti in essere, a causa dell’apertura degli sportelli dei veicoli in sosta. E’ bene distinguere l’ipotesi in cui lo sportello è aperto dal conducente e quello in cui viene aperto dal passeggero. Nel primo caso verrà applicato l’art. 2054, comma 2, c.c., e, di conseguenza, sussisterà la presunzione in capo a costui della responsabilità, in quanto l’incauta apertura dello sportello configura l’ipotesi contenuta nell’art. 157221, comma 7, c. str.. La norma, in argomento, dispone il divieto a chiunque di aprire le porte di un veicolo, di discendere dallo stesso, nonché di lasciare aperte le porte, senza essersi assicurato che ciò non costituisca pericolo o intralcio per gli altri utenti della strada. Nel secondo caso, ovvero quando lo sportello venga aperto dal passeggero, sorge qualche problema, in quanto l’orientamento giurisprudenziale non è univoco. Una parte di esso ritiene, che in tali circostanze, il conducente andrebbe esente da colpa, giacché non deve rispondere del comportamento posto in essere da una persona adulta e
consapevole222. Un altro orientamento giurisprudenziale considera che si debba imputare la responsabilità al conducente, salvo che costui abbia fatto tutto il possibile per evitare il danno223. Qualora l’apertura dello sportello abbia cagionato un danno ad un motociclista, facendolo proiettare al suolo, e, successivamente, costui fosse investito da un veicolo che non rispettava la distanza o la velocità si configura la responsabilità solidale ex art. 2055 c.c., sia del proprietario del veicolo in sosta, sia del conducente non rispettoso delle norme prescritte dal legislatore224.
5.Semafori. Il precetto contenuto nell’art. 2054, comma 2, c.c. crea problemi anche nell’ipotesi di crocevia moderato da semaforo. Una parte della giurisprudenza ritiene che qualora venga verificato che uno dei conducenti abbia attraversato l’incrocio regolato da semaforo, che diffondeva luce rossa, la presunzione di responsabilità concorrente ex art. 2054 c.c. decade, giacché l’altro conducente che impiega il semaforo con il verde non è tenuto ad tenere una condotta particolarmente prudente come nell’ipotesi in cui il semaforo sia giallo225. Viceversa, un altro orientamento precisa che il conducente che impegna un incrocio moderato da semaforo, deve mantenere una condotta di guida prudente, nonostante impegni il crocevia con luce verde a suo favore. Tale comportamento non potrà essere assoluto, ma dovrà attenersi alle regole cautelari tenuto conto anche del circostanze caso concreto226.
6.Invasione di carreggiata e veicoli in servizio di emergenza. Un orientamento, giurisprudenziale, consolidato precisa che l’invasione di carreggiata riservata ai veicoli procedenti in senso inverso, non implica necessariamente la colpa esclusiva del conducente che abbia valicato la linea mediana della strada. Occorre verificare che, la condotta di guida dell’altro conducente, sia stata conforme alle regole cautelari previste dalla circolazione stradale e dalla comune prudenza, in tal guisa potrà essere elisa la sua presunzione di colpa ex art. 2054 c.c.227. Il legislatore ha previsto che i conducenti di veicoli in servizio di emergenza come quelli di polizia, vigili del fuoco, autoambulanze, che abbiano azionato le sirene si possano esimersi dagli obblighi previsti dalla circolazione stradale. Tuttavia, costoro, non sono esonerati dal dovere di osservare le regole di prudenza. Se, in tali condizioni, si verifica un incidente, incomberà sul conducente l’onere della prova di aver fatto tutto il possibile per evitare il sinistro ai senti dell’ art. 2054 c.c.; l’inevitabilità dovrà essere accertata in base alla condizione di emergenza del caso concreto228.
7.Marcia per file parallele. Non di rado, nella confusione del traffico stradale, veicoli realizzano sorpassi di una fila di altri mezzi incolonnati, che hanno arrestato la propria guida al fine di consentire l’immissione del flusso della circolazione. In tali circostanze se si verifica una collisione tra il veicolo in manovra e quello che ha realizzato il sorpasso, si pongono dei
problemi, in quanto la giurisprudenza non è univoca sul punto. Un orientamento, giurisprudenziale, ritiene che non vi sia l’obbligo del conducente, che si immetta su strada favorita dall’obbligo di precedenza, di lasciare passare tutti i veicoli provenienti da quest’ultima. La Suprema Corte ha precisato che l’obbligo di dare precedenza riguardo solo i casi in cui i conducenti impegnino il crocevia. Ovvero coloro che circolano nella strada di rispettiva provenienza, sono quasi approdati all’intersezione dei rispettivi flussi di circolazione nella zona del crocevia. Mentre, tale obbligo, non sussiste, allorché le direttrici di marcia dei veicoli che si sono scontrati non possano convergere nemmeno nei loro ipotetici prolungamenti229. Un altro orientamento, precisa che il conducente di un veicolo che stia per impegnare un crocevia con strada favorita da precedenza, deve verificare l’area della strada incrociante e lasciare libera tutta la carregiata ai veicoli che sopraggiungono230.
8.Investimento di animali. Qualora l’incidente stradale si verifichi a causa di una collisione di un veicolo con un animale, sussisteranno le presunzioni stabilite dagli artt. 2054 e 2052 c.c.. Qualora non si possa provare come si sia realizzato il sinistro, e di conseguenza le rispettive colpe, se uno dei due soggetti riuscirà a superare la presunzione, posta in capo a lui, la responsabilità sarà traslata sull’altra parte. Nell’ipotesi in cui entrambi i soggetti riescano a superare la presunzione, ognuno di costoro, vedrà cadere la responsabilità che incombe su di loro. Tuttavia, essa permarrà allorquando, i conducenti, non riusciranno a fornire la prova liberatoria. Se uno degli agenti, coinvolti nel sinistro, non riuscirà a superare la presunzione, l’altro
non potrà ritenersi libero da responsabilità, ma dovrà fornire a sua volta la prova liberatoria231.
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