Source: http://jacksbacks.altervista.org/condannatiamorte.htm
Timestamp: 2017-03-26 16:55:48+00:00
Document Index: 60181355

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INFERMIERE O SPIE
INFERMIERE O SPIE?
Fine dell vicenda Il ministro degli Esteri bulgaro annuncia: «Saranno graziati» Libia, rilasciati infermiere e medico bulgari Erano stati condannati all'ergastolo con l'accusa di aver infettato con il virus dell'Aids oltre 400 bambini libici, alcuni dei quali morti Cecilia Sarkozy sorride mentre le infermiere bulgare si abbracciano al loro arrivo a Sofia (Reuters) PARIGI - Le infermiere e il medico bulgari detenuti in Libia sono stati rilasciati e sono arrivati a Sofia su un aereo della presidenza francese. Lo riferisce l'Eliseo. Il portavoce del ministro degli Esteri bulgaro Dimitar Tsantchev ha annunciato che tutti saranno graziati. L'AEREO - L'aereo della Repubblica francese è decollato nella notte tra lunedì e martedì dalla Libia con destinazione Sofia con a bordo Cecilia Sarkozy, la moglie del presidente trnasalpino, che tanto si è adoperata per la sorte delle infermiere bulgare e per il medico palestinese naturalizzato bulgaro. A bordo c'era anche il commissario della Ue Benita Ferrero-Waldner, il segretario generale dell'Eliseo M. Claude Gueant, le «cinque infermiere bulgare e il medico palestinese», precisa un comunicato. Nella nota «il presidente della Repubblica francese Nicolas Sarkozy e il presidente della Commissione Europea Josè Manuel Barroso si felicitano dell'accordo che ha permesso la liberazione e il ritorno in Bulgaria delle infermiere detenute da più di otto anni e del medico di origine palestinese». LA VICENDA - I sei erano stati condannati all'ergastolo da un tribunale libico con l'accusa di aver infettato con il virus dell'Aids numerosi bambini libici, 438 per la precisione, alcuni dei quali morti, nell'ospedale pediatrico di Bengasi. In patria non dovranno scontare alcuna pena, ma saranno tutti graziati all'arrivo. come ha assicurato un portavoce del ministero degli Esteri di Sofia. La Libia ha intanto fatto sapere di aver deciso per l'estradizione delle infermiere e del medico perché «sono state soddisfatte le nostre condizioni». «NIENTE SOLDI PER LA LIBERAZIONE» - Condizioni politiche e non economiche, come conferma anche Nicolas Sarkozy: «Posso tranquillamente confermare che né l'Europa né la Francia ha pagato un contributo finanziario alla Libia per la liberazione delle infermiere e del medico. Cecilia - ha poi continuato - ha fatto un lavoro notevole» per arrivare a una soluzione positiva della vicenda. Diversa l'opinione della Libia secondo cui sia Ue che Francia hanno invece versato denaro al Fondo speciale di Bengasi per l'aiuto alle famiglie dei bambini libici contaminati dal virus dell'Hiv. Secondo il ministro degli Esteri libico, Abdel-Rahman Shalgam, «tutti hanno versato un contributo al Fondo, comprese l'Ue e la Francia. Hanno coperto tutto l'ammontare versato alle famiglie e anche più». «Tra la Libia e l'Unione Europea - ha continuato - è stato firmato un accordo di cooperazione per sviluppare ed espandere la collaborazione tra le due parti, comprendente una piena cooperazioone e associazione». Insomma, un piccolo giallo che verrà magari risolto mercoledì, quando Sarkozy è atteso a Tripoli con il ministro degli Esteri transalpino Bernard Kouchner. Obiettivo della una visita «aiutare a reintegrare la Libia nella comunità internazionale». 24 luglio 2007 La questione riguarda 5 infermiere bulgare e 1 medico palestinese si dice abbiano inoculato il virus dell'Aids a 426 bambini ricoverati all'ospedale di Bengasi (52 di loro sono morti). Ma sono sul serio stati loro? Visto dal mio punto di vista:
Vi sono stati 52 morti e 426 contagiati in un ospedale di Bengasi zona libica profondamente contraria all'operato di Gheddafi (covo dei dissidenti). Con i primi contagi e le prime morti i dissapori verso l'operato del presidente sono aumentati. I papabili responsabili per incurie sembrano le 5 infermiere e il medico palestinese. Allora Gheddafi ha deciso di usare questo contagio di massa, non unico in Libia, per unire il suo popolo contro un nemico comune. Anzichè di un contagio dovuto a un'epidemia è stato dipinto come un'azione ordita dalla CIA per destabilizzare il governo e avrebbero addestrato le sei spie a somministrare l'hiv creato in laboratorio. Io non so chi abbia ragione, ma il racconto libico sembra poco verosimile e se leggere gli ultimi articoli esimi studiosi hanno dimostrato che il virus era già presente prima che arrivassero i sei e che non è stato creato in laboratorio. Inoltre le confessioni sono state estorte tramite torture. un po' di pubblicità poi alcuni articoli in ordine cronologico sull'argomento!
Da qui in poi elenco gli articoli trovati scritti sull'argomento
Un tribunale libico ha rimandato il processo di sei medici bulgari e nove arabi accusati di aver deliberatamente infettato con il virus dell'HIV circa 400 bambini libici. L'avvocato difensore dei medici bulgari ha dichiarato di aver avuto troppo poco tempo per esaminare le 1.600 pagine approntate dall'accusa. Il processo, iniziato in febbraio, è stato posticipato in seguito alla richiesta presentata dalla difesa. Si tratta di un caso veramente insolito. I medici vennero arrestati oltre un anno fa nel corso di indagini in seguito ad un'epidemia di AIDS scoppiata in un ospedale infantile di Bengasi. Se riconosciuti colpevoli, gli imputati potrebbero essere condannati a morte. Il governo bulgaro ha ripetutamente detto di non credere affatto nella colpevolezza dei propri medici e ha richiesto un processo equo. I rapporti fra Bulgaria e Libia sono tradizionalmente buoni.
09.02.2004 - SofiaSe l' ombrello bulgaro ha funzionato, perché non dovrebbe funzionare la siringa venuta da Sofia? Se nel ' 78 i servizi segreti comunisti assassinarono a Londra il dissidente Georgi Markov con la punta avvelenata di un ombrello, perché è meno credibile che 20 anni dopo altri bulgari abbiano complottato, stavolta al soldo dell' Occidente, per scatenare un' epidemia di Aids a colpi di aghi infetti? E' quanto devono aver pensato le autorità libiche, di fronte a un' incontrollabile infezione da Hiv all' ospedale pediatrico di Bengasi: e il risultato della caccia agli untori è che da 4 anni sei cittadini bulgari (un dottore e cinque infermiere) sono agli arresti in Libia, accusati di aver deliberatamente contagiato quasi 400 bambini. Il processo a loro carico è alle battute conclusive e la prospettiva che i sei finiscano al patibolo non è tanto remota. Il colonnello Gheddafi parlò per la prima volta in pubblico del caso alla conferenza sull' Aids in Nigeria nell' aprile del 2001. E sollevò lo spettro della cospirazione mondiale anti-libica: «E' qualcosa di terribile - disse ispirato - una catastrofe, un crimine odioso. Abbiamo trovato un dottore e un gruppo di infermiere in possesso del virus dell' Hiv, ai quali è stato chiesto di sperimentarne gli effetti sui bambini. E chi li ha incaricati di questo odioso compito? Alcuni dicono la Cia. Altri dicono il Mossad (il servizio segreto israeliano, ndr.)». A quell' epoca i sei bulgari erano già da due anni nelle poco confortevoli prigioni di Tripoli. «Mio padre è stato in regime di completo isolamento per un anno, in una cella di un metro e mezzo senza luce nè finestre - racconta Marian, figlio del dottor Zdravko Georgiev -. E' stato picchiato e sottoposto a forti pressioni psicologiche. Poi lo hanno trasferito in una prigione dove erano in cento in uno stanzone e non c' era neppure lo spazio per sedersi. Per un anno ha portato addosso sempre gli stessi vestiti». Alle infermiere è andata anche peggio. Secondo fonti concordanti sono state torturate con bastoni e scariche elettriche e due di loro anche stuprate. I primi casi di Aids all' ospedale pediatrico Al-Fatih di Bengasi risalgono al 1998. Ma la retata antibulgara scatta solo il 9 febbraio del ' 99: vengono arrestati in 23. La maggioranza è poi rilasciata, tranne sei. Contro di loro, solo un anno dopo, viene formalizzata l' accusa: aver perpetrato azioni sul territorio libico con l' obiettivo di minare la sicurezza dello Stato; aver provocato un' epidemia di Aids iniettando il virus a 393 bambini; aver commesso omicidio con l' uso di sostanze letali come il virus dell' Hiv. Tutte imputazioni da pena di morte. In mano, per di più, al Tribunale del Popolo, una corte speciale che si occupa di casi legati alla sicurezza nazionale. A decorare il tutto, l' accusa contro tre delle infermiere di aver intrattenuto relazioni sessuali illecite, più quelle di aver fabbricato e bevuto alcol in pubblico e aver violato le norme valutarie. A Sofia è d' obbligo la cautela. Anche se negli ultimi tempi l' atteggiamento libico si è ammorbidito e il processo è stato trasferito alla magistratura ordinaria, nei corridoi della diplomazia bulgara si ritiene improbabile un' assoluzione dei sei, dopo tutto il caso che è stato montato. «Ma non credo proprio che una condanna a morte in questo frangente possa essere eseguita», fa rilevare il ministro degli Esteri Solomon Passy. La soluzione che si auspica è una verdetto di colpevolezza, magari senza sentenza capitale, seguito da un «magnanimo» intervento di grazia del colonnello Gheddafi. Che avrebbe così modo di lustrare ancora un volta le sue ritrovate credenziali con l' Occidente.
LIBIA: "A MORTE I MEDICI BULGARI"
Non sono servite neanche le pressioni esercitate fino all'ultimo dall'Unione europea sul leader libico Muammar Gheddafi. Ieri mattina il tribunale di Bengasi ha condannato a morte tramite fucilazione cinque infermiere bulgare e un medico palestinese riconoscendoli colpevoli di aver diffuso il virus dell'Aids tra i bambini dell'ospedale pediatrico della città che si affaccia sul golfo della Sirte. Un altro medico bulgaro, Zdravko Marinov Georgiev, è stato invece condannato a 4 anni di reclusione e rilasciato al termine dell'udienza. Si tratta di una sentenza per certi versi scontata, che dopo quattro anni mette fine nel modo peggiore a un processo che fin dall'inizio ha suscitato numerosi dubbi e polemiche. Secondo l'accusa i sette avrebbero infettato volontariamente 426 bambini ricoverati nell'ospedale Al Fateh, 40 dei quali sono morti. Un'azione compiuta, secondo i giudici, «per danneggiare la sicurezza libica». Tra le proteste dei familiari delle piccole vittime, la stessa corte ha invece assolto nove medici libici accusati di negligenza. In Bulgaria, dove il processo è stato seguito con la massima attenzione, le proteste per le condanne a morte non si sono fatte attendere. La radio nazionale ha interrotto i programmi per diffondere la notizia, mentre il governo ha condannato la sentenza. «Non sono state prese in considerazione le prove presentate da due esperti, l'italiano Vittorio Colizzi e il francese Luc Montagnier, che nei loro rapporti avevano detto che l'infezione di Aids già esisteva nell'ospedale mesi prima dell'arrivo dei bulgari», ha accusato il ministro degli esteri Solomon Passy. E il ministro della giustizia, Anton Stankov, dopo aver annunciato di voler impugnare la sentenza, ha detto di attendere «le reazioni dei nostri partner internazionali, in primo luogo Usa, Gran Bretagna e Irlanda».
In realtà le accuse di un presunto complotto internazionale sembrerebbero servire alla Libia soprattutto per coprire pesanti responsabilità nella gestione dell'ospedale di Bengasi. Le cinque infermiere, Cristina Valcheva, Nasja Nenova, Valentina Manolova Siropulo, Valya Georgieva, Senejana Ivanova Dimitrova, si trovavano in Libia insieme a Zdravko Marinov Georgev grazie a un rapporto di scambio tra Sofia e Tripoli che prevede l'invio di medici bulgari negli ospedali libici (dove guadagnano di più che in patria) e la presenza di medici libici in Bulgaria. Tutti e sei vengono arrestati con il medico palestinese il 9 febbraio del 1999. Con loro finiscono in manette altri 17 bulgari, in seguito rilasciati. Le accuse che gli contestano le autorità libiche sono pesantissime: aver provocato un'epidemia di Aids iniettando il virus nei piccoli pazienti dell'ospedale Al Fateh e aver commesso omicidio con l'uso di sostanze letali come il virus dell'Hiv. Tutti reati punibili con la pena di morte. Come se non bastasse, poi, tre delle cinque infermiere vengono anche accusate di aver avuto rapporti sessuali illeciti, di aver prodotto e consumato alcol in pubblico e di aver violato le norme valutarie del paese. Gli imputati finiscono così davanti al Tribunale del Popolo, una corte speciale che in Libia si occupa di casi legati alla sicurezza nazionale.
Ma perché i sei bulgari e il medico palestinese avrebbe compiuto un'azione così orrenda? A spiegarlo è lo stesso leader libico. Prendendo la parola in Nigeria durante la conferenza mondiale sull'Aids che si tiene nell'aprile del 2001, il Colonnello definisce il caso «un crimine odioso». «Abbiano trovato - spiega - un dottore e un gruppo di infermiere in possesso del virus dell'Hiv ai quali è stato chiesto di sperimentare gli effetti sui bambini. E chi li ha incaricati di questo odioso compito? Alcuni dicono la Cia. Altri dicono il Mossad».
Intanto, mentre alcuni dei bambini malati vengono trasferiti a spese della Libia in Italia e curati negli ospedali Sacco e Niguarda di Milano e al Bambin Gesù di Roma, gli imputati sono detenuti nel carcere di Tripoli. Durante il processo - dove si dichiarano innocenti - denunciano di essere stati torturati e due infermiere accusano di essere state stuprate. A loro favore c'è la relazione stilata per conto dell'Unesco da un medico di fama mondiale come Luc Montagnier e dal virologo italiano Vittorio Colizzi, secondo la quale già un anno prima dell'arrivo in Libia dei sanitari bulgari nell'ospedale di Bengasi girava un'infezione di Aids a causa delle scarse condizioni igieniche. Una rapporto che avrebbe dovuto mettere fine a qualunque fantasia cospirativa e di cui invece non è stato tenuto conto.
Il caso dei medici bulgari è stato oggetto anche degli incontri avuti solo una settimana fa da Gheddafi durante il suo viaggio a Bruxelles e si spera che ora il leader libico possa intervenire concedendo la grazia agli imputati, anche per non compromettere la marcia di avvicinamento all'Europa cominciata con l'ammissione delle responsabilità per l'attentato di Lockerbie. Intanto le condanne a morte sono state definite «inaccettabili» anche dal Dipartimento di Stato americano che ieri sera, attraverso il suo portavoce, ha sollecitato il governo libico «a prendere provvedimenti per risolvere rapidamente questo caso».
LIBIA: "QUELL'OSPEDALE ERA GIÀ INFETTO"
Vittorio Colizzi è docente di microbiologia all'università romana di Tor Vergata. Nel 2002 è stato inviato dall'Unesco - insieme a Luc Montagnier - a Bengasi, presso l'«Al- Fateh Hospital». A quel primo soggiorno sono seguite altre visite e un rapporto che è ora considerato dal governo di Sofia come una prova decisiva.
Come siete stati accolti a Bengasi?
In teoria ci è stata fornita la massima collaborazione avuta, però, solo in parte. Certo, abbiamo letto le cartelle cliniche dei bambini infettati e, successivamente, ci è stato addirittura concesso di visitarli e di far analizzare i campioni del loro sangue in Europa.
In base ai file digitali che ci sono stati consegnati, già a partire dal 1997 erano ricoverati nell'ospedale di Bengasi ben 7 bambini affetti da virus dell'Hiv. Altri 14 bambini erano stati dimessi entro la fine di febbraio del `98.
E quando è arrivato, in Libia, il personale medico bulgaro?
Alla fine di febbraio del 1998.
Dunque alcuni casi di Aids si erano già verificati prima che arrivassero i bulgari.
Cosa impedisce di credere che, dopo, qualcuno abbia inoculato il virus ad altri 426 bambini?
Nulla. Tuttavia i bambini ricoverati prima dell'arrivo dei bulgari presentavano - secondo l'analisi delle sequenze virali - lo stesso ceppo virale di quelli che sono stati infettati poi. Il che dimostra che quel virus già circolava nell'ospedale.
Perché del personale medico e paramedico bulgaro si trovava in Libia?
E' un fenomeno frequente.La Libia è piena - negli ospedali - di personale proveniente dai paesi dell'Est. I libici non hanno materiale medico e infermieristico sufficiente.
Secondo l'accusa il virus sarebbe stato inoculato volontariamente.
Sembra improbabile che le infermiere siano arrivate di notte con la siringa assassina.
Si dice che stessero sperimentando un vaccino.
Tra tutte quelle che ho sentito, questa è la più incredibile. Del resto anche due infermiere libiche sono state infettate.
Qual è la vostra ipotesi?
Che questo ceppo virale sia simile a quelli dell'Africa subsahariana. I confini della Libia - specie nel deserto - non esistono e da quella parte dell'Africa c'è un flusso continuo di immigrati. Una donna proveniente da quella zona potrebbe aver partorito a Bengasi provocando la diffusione del virus.
Lei esclude la colpevolezza dei bulgari?
Non c'è nessuna prova che siano stati loro. Ci sono, invece, prove che dimostrano come il virus fosse già presente.
Lei e il professor Montagnier avete testimoniato al processo...
Si è trattato di un processo corretto dal punto di vista formale ma non da quello sostanziale. I libici hanno accettato il nostro rapporto e non ci hanno esclusi dal dibattimento ma hanno accolto una serie di prove per noi incomprensibili. Un esempio: parlano di campioni di bottiglie trovati nelle case delle infermiere bulgare e nei quali sarebbe stato conservato il virus. Per tre giorni ho aspettato, a Tripoli, che quelle bottiglie mi venissero consegnate. Non è successo.
Cinque infermiere bulgare sono state condannate a morte da una corte libica lo scorso 6 maggio. Christiana Valcheva, Valia Cherveniashka, Nasia Nenova, Valentina Siropulo e Snezhana sono state ritenute colpevoli di aver volontariamente infettato con il virus dell’AIDS circa 400 bambini libici. Tra il personale bulgaro accusato solo Zdravko Georgiev, medico, si è visto assegnare una pena di soli 4 anni ed è stato immediatamente rilasciato per averli già scontati. Il personale medico bulgaro lavorava in un ospedale infantile a Benghazi. Il loro dramma è iniziato cinque anni fa. Furono infatti arrestati nel 1999 e non lasciarono mai le carceri libiche. In Bulgaria la loro vicenda era già nota ma la condanna a morte ha scioccato i bulgari. Le autorità di Sofia hanno immediatamente reso noto che faranno di tutto affinché i difensori delle infermiere ricorrano in appello e possano vincere. “I nostri concittadini sono innocenti e questa tesi è ampliamente suffragata dalle prove emerse durante la fase processuale”, ha dichiarato Anton Stankov, Ministro della giustizia bulgaro aggiungendo poi che il governo bulgaro non accetterà che propri concittadini divengano ostaggi di Tripoli per risolvere questioni interne alla Libia. La tesi dei difensori delle infermiere è che questi ultimi avrebbero confessato la propria colpevolezza sotto tortura. “La corte libica ha affermato che non è di sua competenza valutare se le confessioni siano state rilasciate o meno in seguito a torture, e questo è perlomeno sorprendente”, ha aggiunto Stankov. Cerca nuovi spiragli il Presidente dal Parlamento bulgaro Ognyan Gerdzhikov: “anche se in appello la condanna fosse confermata il presidente libico Gheddafi potrebbe graziarli”. Solomon Passy, Ministro degli esteri, ha preferito invece appellarsi all’aiuto del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ed alla Comunità internazionale. La stampa ha riportato che il Ministro degli esteri avrebbe già avviato contatti con tutti i 15 membri del Consiglio ed avrebbe iniziato a scrivere, assieme alla Gran Bretagna, una risoluzione che porti ad alleviare le sanzioni internazionali contro la Libia per ingraziarsene i favori. Shock e paura
La Bulgaria sulla questione è comunque in fermento. 715.000 bulgari hanno sottoscritto la campagna “Un milione di lettere per i nostri compatrioti” organizzata dall’Unione degli editori bulgari. 12 quotidiani nazionali bulgari hanno allegato alle edizioni di questi giorni cartoline da inviare al presidente USA ed alla Commissione europea dove si scrive che la Bulgaria crede nell’innocenza dei propri concittadini in Libia. Il presidente della sezione bulgara del Comitato di Helsinki, think tank che si batte per la difesa dei diritti umani nel Paese, ha paragonato la corte libica a quelle attive in Bulgaria prima del 1989, durante l’era comunista. “La storia dei bulgari in Libia avrà un lieto fine solo se vi saranno forti pressioni USA e dell’Unione europea”, ha aggiunto. Forti reazioni internazionali Le reazioni alla sentenza in Libia sono state vigorose sia nell’Unione europea che negli USA. L’Unione europea ha già espresso la propria preoccupazione. Richard Baucher, portavoce del Dipartimento di Stato USA ha invece affermato come gli USA faranno pressione su Tripoli affinché l’intera vicenda abbia un esito positivo. Anche l’ambasciata USA a Sofia ha preso posizione e in un comunicato stampa ha definito la sentenza sbagliata ed ingiusta. E’ scesa in campo anche Amnesty International che ha invocato la cancellazione delle sentenze a morte che ha definito sconcertanti. Colpevoli ed innocenti sul "Caso Libia" La stampa locale in Bulgaria ha criticato le autorità bulgare al potere dal 1999 ad oggi per non essere state in grado di fare nulla che abbia potuto evitare la drammatica sentenza dei giorni scorsi. In particolare si è ricordata un’affermazione dell’ex premier Ivan Kostov il quale sulla vicenda avrebbe affermato: “Nel caso i nostri concittadini fossero colpevoli?”. Troud chiede invece le dimissioni del Ministro degli esteri Salomon Passy pur affermando che la colpa maggiore sarebbe da attribuire a chi lo ha preceduto: Nadezhda Mihailova. Troud sostiene come l’attuale responsabile degli eteri continui a parlare di giusto processo sperando che l’entrata della Bulgaria nella NATO basti a risolvere tutti i problemi. “Occorre una vera e propria offensiva diplomatica per arrivare ad un lieto fine” si ricorda dalle colonne del quotidiano “non sono sufficienti le dichiarazioni di Colin Powel e Romano Prodi. Avranno effetti concreti solo se la nostra diplomazia avvierà una martellante pressione diplomatica”. Appare comunque come una beffa che la sentenza arrivi a solo una settimana dalla visita del colonnello Gheddafi a Bruxelles dove è stato accolto con un abbraccio da Romano Prodi, commenta il quotidiano Dnevnik. Scenari
"Di conseguenza sollecitiamo le autorità libiche ad archiviare il caso e a rilasciare nei loro paesi d'origine il personale medico incarcerato che era stato invitato nel loro paese per aiutare a curare i malati," continua la lettera. [...]
Traduttore: Marco Panchetti e al.
I sei accusati sono stati incolpati di omicidio premeditato ed infezione volontaria di circa 400 bambini libici mediante trasfusione di sangue. Le sentenze di morte sono state emanate in maggio, due mesi dopo che il primo ministro inglese, Tony Blair, ha effettuato un viaggio in Libia per accogliere personalmente, di nuovo, Gheddafi nel consesso internazionale.
Traduttore: Marco Panchetti
Lo scorso maggio cinque infermiere bulgare ed un medico palestinese sono stati condannati a morte da una corte libica. L’accusa? Aver volontariamente infettato con il virus dell’AIDS 426 bambini ricoverati presso l’ospedale dove lavoravano. Secondo quanto ha denunciato, tra le varie organizzazioni anche Amnesty International, ai sei condannati sarebbero state strappate delle confessioni con l’uso della tortura. La stessa Amnesty ha invitato il governo libico a rivedere il processo. Ora la Libia si sta aprendo all’occidente. L’Unione Europea nel settembre scorso ha deciso di seguire l'indicazione dello scorso anno dell'Onu, revocando le sanzioni economiche così come l'embargo degli armamenti. Negli stessi giorni gli USA hanno formalmente messo fine all'embargo commerciale alla Libia, per ricompensarla della rinuncia alle armi di distruzione di massa, ma hanno lasciato in vigore alcune sanzioni legate alle misure anti-terrorismo. In queste settimane di aperture nei confronti dello Stato nordafricano la diplomazia bulgara ha tentato di sottolineare le gravi violazioni dei diritti umani dei bulgari imprigionati. Tutte le diplomazia europee sembrano convinte del fatto che le 5 infermiere bulgare ed il medico palestinese altro non sarebbero che capri espiatori che il regime di Gheddafi sta dando in pasto all’opinione pubblica per coprire condizioni di igiene drammatiche negli ospedali libici. Ma la ragion di Stato e gli interessi dei singoli Stati europei nei confronti della Libia sembrano prevalere. In un recente viaggio a Tripoli il cancelliere tedesco Gerard Schroeder si è concentrato quasi esclusivamente sui rapporti economici tra i due Paesi senza nominare nemmeno il caso delle infermiere bulgare e del medico palestinese. Non molto più attenta alla questione è stata l’Italia, tra i Paesi europei più attivi a spingere per la revoca delle sanzioni nei confronti della Libia senza condizionare questa posizione al rispetto dei diritti umani nel Paese. L’Italia è in questo periodo al fianco della Libia affinché quest’ultima si impegni maggiormente per contrastare l’immigrazione clandestina verso le coste italiane e questa è senza dubbio la priorità. “Il processo è una questione che riguarda la magistratura” ha dichiarato recentemente al Corriere della Sera il Primo ministro libico Shukri Ghanim “e la politica non interferirà”. Il Primo ministro ha poi ribadito che il diritto è stato applicato in modo corretto e che “vi sono più di 400 bambini infettati dal virus dell’AIDS e dei quali 40 sono già morti”. In queste settimane le cinque infermiere bulgare ed il medico palestinese sono sempre più soli.
Autore: Zheljko Cvijanovich
LIBIA: INFERMIERE BULGARE, RICHIESTE A UE PER FINE VICENDA
07.12.2004 - BengasiLa Libia ha consegnato a un gruppo di medici europei una lettera in cui si pongono tre condizioni per archiviare il caso delle cinque infermiere bulgare condannate a morte con l'accusa di aver provocato un'epidemia di Aids in un ospedale libico. Nel maggio scorso un tribunale di Bengasi aveva condannato a morte le infermiere e un medico palestinese, dopo cinque anni di detenzione preventiva. I sei erano stati riconosciuti colpevoli in relazione al contagio da virus Hiv di 380 bambini e alla morte per Aids di altri 46 mentre prestavano servizio in un ospedale pediatrico cittadino. “Abbiamo consegnato una lettera a una delegazione di medici dell'Unione europea con tre richieste”, ha detto oggi ai giornalisti Ramadan Fituri, presidente dell'Associazione delle famiglie dei bambini contagiati. “La prima, curare tutti i bambini colpiti in centri specializzati in Europa; la seconda, la costruzione di un ospedale specializzato nella città di Bengasi; e la terza, fornire tutte le medicine necessarie e il pagamento di indennità giuste. In cambio di tutto questo, noi lasceremo cadere la vicenda delle infermiere”, ha aggiunto. Fituri ha precisato che l'ammontare dei risarcimenti sarebbe trattabile. La Bulgaria ha contestato la sentenza della magistratura libcica - condannata peraltro dall'Ue - adducendo il parere di esperti secondo cui all'origine del dramma sarebbero state le precarie condizioni igieniche dell'ospedale di Bengasi. Oggi il segretario di stato americano Colin Powell ha dichiarato a Sofia - dove partecipava a una riunione ministeriale dell'Osce - che gli Stati Uniti continuano a insistere per la liberazione dei sei condannati.
Mentre le cinque infermiere condannate a morte con l'accusa di aver deliberatamente infettato 400 bambini di sangue infetto del virus HIV aspettano la sentenza dell'appello, in patria l'opinione pubblica è divisa su come il nuovo governo guidato dai socialisti dovrebbe gestire la crisi. Alcuni affermano che il governo dovrebbe prendere in considerazione le richieste della Libia di compensazioni pagate alle famiglie delle vittime, dato che altri sforzi si sono rivelati sino ad ora inutili. Altri invece sottolineano che eventuali negoziazioni con i genitori dei bambini ammalatisi di AIDS sono impossibili dato che questi ultimi non hanno una rappresentanza unitaria, alcuni sarebbero pronti a negoziare mentre altri continuano ad insistere affinché le donne vengano giustiziate. Kristiana Vulcheva, Nasya Nenova, Snezhana Dimitrova, Valentina Siropulo e Valya Chervenyashka sono state condannate a morte nel maggio del 2004 in seguito ad un epidemia di AIDS scatenatasi a Benghazi, città della Libia orientale. Un altro bulgaro, il medico Zdravko Georgiev, è stato condannato a quattro anni di carcere e poi rilasciato anche se è impossibilitato a lasciare il Paese. Attualmente vive presso l'Ambasciata bulgara di Tripoli. Esperti internazionali hanno portato la loro testimonianza durante il processo sostenendo che le infezioni sono state causate da scarse condizioni d'igiene presso l'ospedale e che in ogni caso si erano propagate prima dell'arrivo dell'equipe medica bulgara. Circa 50 pazienti sono sino ad ora morti, e questo ha scatenato la rabbia in Libia. I giudici libici hanno fatto propria la posizione del governo che ha fin dall'inizio affermato che le infermiere ed il medico bulgaro stavano complottando contro lo stato libico sotto la guida della CIA e dei servizi segreti israeliani, il Mossad. Sulla questione sono intervenuti anche Stati Uniti ed Unione europea con propri appelli che però non hanno ad ora dato alcun risultato, anche se fonti diplomatiche bulgare assicurano che i contatti continuano in vista della seduta del prossimo 15 novembre della Corte suprema. Gli analisti affermano che se la Corte suprema confermasse la sentenza potrebbe allora essere impossibile salvare le infermiere. La Libia però è senza dubbio interessata a superare il suo isolamento internazionale e porre termine ad un processo che si trascina oramai da più di sei anni ed ha quindi insistito sul tema delle compensazioni fin dal primo giorno di lavoro del nuovo governo in Bulgaria. Il ministro degli esteri Ivailo Kalfin però ha rifiutato il pagamento definendolo "danaro insanguinato", confermando in questo modo la posizione del suo predecessore che temeva che l'accettazione di compensazioni sarebbe stato una implicita ammissione della colpa. Ha inoltre argomentato che anche nel caso si riuscisse ad arrivare ad un accordo con i parenti delle vittime questo non sarebbe garanzia del rilascio delle infermiere. Vladimir Chukov, esperto del mondo arabo che ha seguito da vicino la vicenda, ritiene invece che il governo stia commettendo un errore. Ha infatti affermato che la Bulgaria dovrebbe negoziare con i parenti e non perdere tempo nel cercare di dimostrare l'innocenza delle infermiere. Affidarsi al sistema giudiziario bulgaro o alla comunità internazionale – con le sue numerose e diverse priorità – sarebbe a suo avviso un errore, afferma Chukov aggiungendo poi che la relazione speciale che esiste tra i socialisti bulgari ed il governo libico non sarà comunque d'aiuto. Un'eventuale negoziazione aumenterebbe a suo avviso la possibilità che alle infermiere venga inflitta una pena minore e potenzialmente possano essere trasferite in un carcere bulgaro. Mirolyuba Benatova, giornalista di bTV, ha un'opinione del tutto contraria. A suo avviso infatti anche se la Bulgaria decidesse di negoziare non è chiaro con chi lo dovrebbe fare dato che i genitori delle vittime sono divisi in merito a cosa vogliono. Chi è coinvolto nella questione è lo stato libico e non i genitori delle vittime, opinione condivisa anche da Zdravko Georgiev. "Queste persone [i genitori] non hanno mai ritenuto noi fossimo colpevoli. Per anni è venuta gente a trovare le infermiere per dare loro supporto. Vi sono rappresentanti dello stato che li stanno indottrinando" ha affermato in un'intervista a Balkan Crisis Report, BCR. "Il mondo intero sa che siamo innocenti, e questa è la cosa che conta di più per me". Chukov ritiene che le cittadine bulgare sono in una situazione molto pericolosa. "Gheddafi non farà mai un passo indietro" ha affermato "è fiero della giustizia libica ed è convinto sia la migliore possibile, è una questione di orgoglio nazionale".
Autore: Albena Shkodorova
IWPR - Osservatorio sui Balcani
LIBIA: RINVIO APPELLO PER PENA MORTE INFERMIERE BULGARE
La corte suprema di Tripoli prende tempo e rinvia al 31 gennaio la scottante decisione sulla sorte delle cinque infermiere e del medico palestinese condannati a morte nel maggio del 2004 con l'accusa di aver contagiato volontariamente con il virus dell'aids 426 bambini, una cinquantina dei quali morti a causa delle trasfusioni infette, dell'ospedale pediatrico di Bengasi (Nord Libia). Dopo una breve seduta il presidente della corte, il giudice Ali al-Alous, ha annunciato il rinvio, chiesto dal procuratore generale, della decisione sulla ricevibilità del ricorso in appello presentato dalla difesa. “È una decisione senza precedenti che prova la solidità delle prove fornite dalla difesa”, ha affermato Othmane al-Bizanthi, uno degli avvocati delle infermiere bulgare. “Il procuratore generale ha tenuto conto degli argomenti della difesa secondo cui le testimonianze erano state estorte sotto tortura”, ha aggiunto Amin Dibh, un altro legale della difesa. Proprio alla vigilia dell'attesa sentenza l'associazione per i diritti umani, Human Rights Watch (HRW) aveva rivolto un appello alle autorità giudiziarie libiche perché annullassero la condanna alla pena capitale ricordando che quattro dei sei imputati hanno dichiarato di essere stati costretti a confessare sotto tortura.
Il ricorso in appello si basa principalmente sulle testimonianze giurate di Luc Montagnier, uno degli scopritori del virus dell'aids, e del professore italiano Vittorio Colizzi che hanno indicato come i contagi di Aids siano esplosa prima dell'arrivo delle infermiere a causa delle scarse condizioni igieniche dell'ospedale. E mentre centinaia di famigliari dei bambini hanno manifestato la loro rabbia per la decisione della corte lanciando pietre contro il tribunale al grido di “Morte agli assassini”, “impiccateli”, “la vita dei nostri bambini vale di più di quella di un bulgaro”, le autorità di Sofia esprimono la loro preoccupazione per l'ulteriore prolungamento della detenzione delle infermiere, in carcere dal 1999.
“Siamo estremamente preoccupati, sono allo stremo delle loro forze psichiche e fisiche”, ha dichiarato il portavoce del ministero bulgaro degli affari esteri, Dimitar Tsantchev sottolineando ancora una volta il netto rifiuto della Bulgaria ad un risarcimento delle famiglie invocato dalla Libia per commutare la pena. “Le infermiere bulgare sono innocenti, accettare di pagare un indennizzo equivarrebbe ad un'ammissione della loro colpevolezza e ciò é inconcepibile”, ha aggiunto.
Soddisfazione anche della commissaria europea alle relazioni esterne Benita Ferrero-Waldner che in un comunicato ha espresso fiducia nel sistema giudiziario libico “perché giustizia sia fatta” definendo “un passo utile” il rinvio deciso dalla Corte Suprema, che riapre le speranze sul caso che rischia di intaccare pesantemente l'immagine della Libia alla ricerca di una nuova affermazione sulla scena internazionale da quando il colonnello Muammar Gheddafi ha annunciato l'abbandono delle armi di distruzione di massa.
A Bruxelles le voci che parlano della possibilità di una moratoria sull'applicazione della pena capitale nel paese maghrebino, ventilata nei mesi scorsi dallo stesso Gheddafi, sono accolte con favore, mentre si intravedono possibilità di nuove trattative tra le autorità bulgare e la Libia. Nel quadro del piano anti-aids dell'Unione Europea, una ONG bulgara ha già acquistato in settembre materiale medico per l'ospedale di Bengasi per un valore di un milione di euro, secondo quanto dichiarato ieri dal Ministro bulgaro degli affari esteri Ivailo Kalfin.
LIBIA: INFERMIERE, PARLAMENTO BULGARO APPROVA DICHIARAZIONE
16.11.2005 - Sofia
Il Parlamento bulgaro ha approvato oggi a Sofia una dichiarazione in merito alla decisione della corte suprema di Tripoli di rinviare al 31 gennaio prossimo la decisione sulla sorte delle cinque infermiere bulgare e del medico palestinese condannati a morte nel maggio del 2004 con l'accusa di aver contagiato volontariamente con il virus dell'Aids 426 bambini libici nell'ospedale pediatrico di Bengasi. “È fuori discussione che la tragedia dei bambini libici é stata causata dai profondi problemi nella sanità pubblica in Libia e che le infermiere bulgare sono completamente innocenti”, si legge nella dichiarazione. I deputati bulgari si sono rivolti a tutte le istituzioni statali e alle organizzazioni non governative affinché tutti “raddoppino gli sforzi per far garantire i diritti umani, la libertà e la dignità delle infermiere bulgare”.
Il ricorso in appello si basa infatti principalmente sulle testimonianze giurate di Luc Montagnier, uno degli scienziati che scoprì il virus dell'Aids, e del professore italiano Vittorio Colizzi che hanno ricordato come i contagi di Aids siano esplosi quasi un anno prima dell'arrivo delle infermiere bulgare nel 1999, a causa delle scarse condizioni igieniche dell'ospedale. Inoltre, durante l'intero processo iniziato nel 2000, le imputate bulgare si sono sempre dichiarate innocenti, denunciando di aver subito torture per confessare di essere colpevoli. Nel corso degli anni le autorità bulgare si sono impegnate a fondo per aiutare la difesa delle infermiere coinvolgendo anche gli ambienti politici di diversi Paesi, in primo luogo Usa e Gran Bretagna, affinché fosse garantita trasparenza e imparzialità del processo.
"La condanna alla pena capitale - spiega l'esponente del “Sole che ride” - non è suffragata da alcuna prova di colpevolezza, ma solo dalla propaganda della leadership politica e dai mezzi di informazione libici che hanno fatto delle infermiere il capro espiatorio dei numerosi casi di sieropositività riscontrata su bambini ricoverati nelle fatiscenti strutture sanitarie nazionali. Varie ricerche mediche internazionali effettuate presso l'ospedale Al-Fateh di Benghazi, in Libia, hanno portato all'unanime denuncia delle pessime condizioni in cui vengono eseguite le normali attività sanitarie come, ad esempio, l’utilizzo degli stessi ferri operatori per diversi pazienti, senza l'opportuna sterilizzazione.
Il caso - sottolinea la senatrice - ha provocato tensioni nelle relazioni diplomatiche tra la Bulgaria e la comunità internazionale, da una parte, e la Libia dall’altra, accentuate dalla richiesta libica di un risarcimento economico di 10 milioni di dollari in favore delle famiglie di ogni bambino infettato nell’ospedale di Benghazi in cambio della liberazione dei condannati. “Richiesta di riscatto” rifiutata dal governo bulgaro. Inoltre, il processo a cui sono stati sottoposti gli indagati è stato condannato sia da Ong e associazioni umanitarie, che da Unione Europea e Stati. Lo stesso Presidente George W. Bush ha dichiarato ufficialmente alle autorità libiche che “le infermiere non devono solo essere risparmiate, ma liberate quanto prima.
La sala Tricolore ha ospitato l’iniziativa, che ha visto l’adesione di 50 associazioni locali. Si sono susseguiti gli interventi dell’Assessore alla Cultura G. Catellani, le letture di Amanda Sandrelli e la proiezione del film “Non vale la pena. La ballata della morte” (2002, con Arnoldo Foà). L’intervento principale della serata è stato quello di Michel Taube che ha detto che la battaglia contro la pena di morte è una battaglia giovane, che si è estesa a livello internazionale da non più di 6-7 anni e nella quale gli italiani sono fra i più attivi al mondo. Un fatto curioso è che il primo stato che ha abolito la pena di morte è stata il Granducato di Toscana il 30 novembre 1797, da cui la scelta della data del 30 novembre quale giornata mondiale contro la pena di morte. In Italia la pena di morte è stata abolita nel 1945 assieme ad altri 17 paesi mentre in Francia si è dovuto aspettare fino al 1981, quando François Mitterand venne eletto presidente. Attualmente sono 98 gli stati al mondo che hanno abolito la pena di morte. Il numero delle condanne e delle esecuzioni tendono a diminuire. I paesi dove maggiormente si ricorre a questo strumento barbarico sono Cina, Iran, Vietnam e USA, dove la pena capitale è stata reintrodotta circa 30 anni fa. Ci sono per esempio 8 paesi che prevedono ancora la pena capitale per il reato di omosessualità e circa due settimane fa in Iran è stata eseguita la condanna su due omosessuali.
In occasione dell’udienza di luglio 2004, 20 giorni prima dell’incontro in aula, il governo libico fornisce alla difesa 218 pagine in lingua araba di motivazioni per la condanna. Ciò nonostante il 5 luglio gli avvocati sono pronti a sostenere e motivare l’innocenza delle proprie clienti. Le prove sono fornite dalle testimonianze di Luc Montagnier, uno degli scopritori del virus dell’Aids, e quelle del virologo italiano Vittorio Coalizzi. I due scienziati, incaricati dall’Unesco, esaminano il caso recandosi all’ospedale Al-Fatih di Bengasi nel 2002. Viene eseguito un esame genetico del virus, mettendo a confronto il sangue conservato di bambini infettati in anni diversi: nel 1997, nel 1998, nel 1999 e nel periodo successivo all’arrivo delle infermiere nell’ospedale di Bengasi. Le indagini dimostrano che i primi casi di infezione risalgono al 1996 - 1997, cioè molto prima che i processati giungessero in Libia. Il virus ha le medesime caratteristiche in ogni campione esaminato, caratteristiche tra l’altro tipiche dell’Africa centrale e occidentale. Non può essere stato importato da altre aree geografiche come sostengono invece le autorità libiche. Le cause del propagarsi dell’epidemia sono da ricercarsi, secondo i due scienziati, nelle scarse condizioni igieniche dell’ospedale. La relazione da loro stilata avrebbe dovuto sopprimere i sospetti che hanno trasformato la vicenda in una cospirazione, ma di queste prove finora i giudici libici non hanno tenuto conto. Anche altri scienziati hanno dato il loro contributo per la soluzione della delicata vicenda. Dopo numerosi rinvii del processo, la corte di Tripoli delibera la sentenza: le infermiere saranno fucilate. Per fortuna questo non accade nella data prestabilita e ancora una volta si attende con il fiato sospeso la decisione finale, che forse arriverà il 31 gennaio 2006.
LIBIA: PROCESSO DA RIFARE ALLE INFERMIERE BULGARE ACCUSATE DI AVER DIFFUSO L'HIV
Sofia e Bruxelles non nascondono la loro soddisfazione. La decisione della Corte suprema libica di rifare il processo al medico palestinese e alle cinque infermiere bulgare condannate a morte nel maggio 2004 con l'accusa di aver iniettato il virus dell'Aids a 426 bambini libici potrebbe preludere ad una imminente conclusione della vicenda che ha mobilitato per mesi la comunità internazionale. All'apertura dei giudici libici avrebbe contribuito una telefonata del presidente di turno dell'Unione europea Blair al leader libico Gheddafi e l'accordo per la creazione di un fondo internazionale destinato ai bambini malati e alle famiglie delle vittime. Tra i parenti dei piccoli contaminati c'è pero chi grida allo scandalo. La decisione di rifare il processo alle infermiere e al medico palestinese viene vissuta come un cedimento alle pressioni operate da Stati Uniti e Unione Europea. Bruxelles da mesi si spende in un difficile ruolo di mediazione cercando di blandire Tripoli impegnata a rifarsi una legittimità internazionale dopo gli anni bui in cui Gheddafi veniva identificato, da Washington in particolare, come uno dei leader dei cosiddetti Stati canaglia.
L'avvocato dei sei accusati ha annunciato che già il mese prossimo richiederà la liberazione dei propri assistiti.
Un cittadino bulgaro, detenuto in Libia assieme alle cinque infermiere bulgare e il medico palestinese condannati per aver trasfuso sangue infetto a circa 400 bambini in un ospedale pediatrico, afferma di essere stato testimone di torture inflitte alle sue connazionali. "Le infermiere sono state picchiate a lungo con un grosso cavo. In seguito, sono state obbligate a correre, a strisciare e a rimanere in piedi su una gamba con le braccia alzate", ha dichiarato Smilian Tatchev in un'intervista a "Troud", il maggiore quotidiano del paese. Tatchev dice di aver trascorso 174 giorni nello stesso carcere delle infermiere bulgare e che una di loro gli ha raccontato di aver ricevuto degli elettrochoc e di essere stata nutrita tramite una sonda collegata a una sedia. "Ad un'altra, incapace di nutrirsi autonomamente, prendono delle crisi fortissime ogni volta che la porta della sua cellula si richiude", ha rivelato ancora Tatchev. Le cinque infermiere bulgare sono state condannate in prima istanza alla pena capitale nel maggio del 2004 insieme al medico palestinese per la morte di 51 bambini: secondo l'accusa avrebbero trasfuso sangue infetto ad almeno 426 pazienti di un ospedale infantile. La Corte Suprema di Tripoli si è già pronunciata contro la sentenza: ora si attende il processo di appello che dovrebbe aprirsi l'11 maggio prossimo a Tripoli. A favore della grazia si è espressa anche l'Unione Europea, che insieme a Stati Uniti, Gran Bretagna e Bulgaria ha aderito a un fondo internazionale per la lotta all'aids in Libia.
Il pubblico ministero del tribunale di Bengasi ha chiesto ieri la pena di morte per le cinque infermiere bulgare e il medico palestinese nel nuovo processo in cui sono accusati di aver infettato con il virus 426 bambini libici, 51 dei quali sono morti. «Le prove ci sono e dopo la confessione degli imputati e le dichiarazioni dei testimoni - ha affermato il pm - chiedo la pena estrema, la pena capitale». Le infermiere e il medico erano già stati condannati a morte nel maggio 2004 in un primo processo del quale era stata però ordinata la ripetizione nel dicembre scorso in seguito al ricorso degli imputati e alle pressioni della Bulgaria e della comunità internazionale.
CARO COLONELLO MUAMMAR AL-GHEDDAFI..
Noi, premi Nobel per le scienze, siamo molto preoccupati per il processo in corso a Tripoli contro le cinque infermiere bulgare, Valya Chervenyashka, Snezhana Dimitrova, Nasya Nenova, Valentina Siropulo, Kristiana Valcheva, e il medico palestinese Ashraf Ahmad Jum’a. Rischiano la pena di morte, accusati di aver infetto 426 bambini con HIV nell’ospedale Al Fatah di Bengasi, nel 1998. Prove scientifiche solide sono necessarie per stabilire la causa dell’infezione, eppure quelle fornite da esperti internazionali non state ammesse finora dalla Corte. (…)
Comprendiamo l’angoscia e il dolore dei genitori di questi bambini e la difficile situazione in cui si trovano le autorità libiche nell’affrontare la situazione. Tuttavia pensiamo che perché giustizia venga fatta, occorre che la difesa possa svolgere il proprio lavoro.
Il 29 agosto, il procuratore ha richiesto di nuovo la pena di morte per i sei imputati. La prossima e probabilmente l’ultima udienza è fissata per il 4 novembre e la sentenza verrà pronunciata poco dopo. Chiediamo alle autorità prediposte di prendere le misure necessarie perché le prove siano esaminate.
- le autorità preposte chiedano a esperti di AIDS di reputazione internazionale di esaminare le prove relative alle cause dell’infezione dei bambini con HIV, e di riferirne alla Corte.
Fonte: La Republica delle Donne
LIBIA: FISSATA AL 19 DICEMBRE SENTENZA INFERMIERE BULGARE
È stata fissata per il 19 dicembre la sentenza in Libia contro le cinque infermiere bulgare e un medico palestinese accusati di aver contagiato con il virus dell'Hiv 400 bambini libici. Lo ha reso noto ieri la radio di Sofia, citando fonti giudiziarie di Tripoli. L'altroieri, 114 premi Nobel per la pace avevano rivolto un appello al leader libico Muammar Gheddafi affinché salvi la vita ai sei imputati, che al termine del processo di primo grado nel 2004 erano stati condannati a morte da un tribunale di Bengasi. Le cinque infermiere e il medico palestinese hanno sempre respinto le accuse.
CONDANNE A MORTE: DICHIARAZIONE DEL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI DELLA REPUBBLICA DI BULGARIA
19.12.2006 - Sofia
“Siamo estremamente preoccupati dalla sentenza giudiziaria odierna. Per nostro enorme dispiacere, il Tribunale non ha preso in considerazione le numerose prove d’innocenza delle infermiere bulgare. Non possiamo accettare una sentenza che ignora i fatti estremamente chiari, comprovati anche dai risultati più recenti delle ricerche dei rinomati esperti mondiali i quali respingono qualsiasi legame tra il lavoro delle infermiere bulgare e l’epidemia di AIDS nell’ospedale pediatrico di Bengazi. E’ evidente che la condanna fa tornare indietro gli sforzi impiegati per la soluzione di questo caso straziante.
Negli ultimi anni il popolo bulgaro e la comunità europea hanno dimostrato una grande compassione e solidarietà per il destino dei bambini infetti e le loro famiglie. Noi abbiamo fatto e continueremo a fare tutto il possibile per trovare il modo e i mezzi per il sollievo delle loro sofferenze e per prevenire simili tragedie in futuro. Siamo grati per la compartecipazione di molti popoli e governi a questi nostri sforzi.
Contemporaneamente, siamo fermamente convinti che qualsiasi legame tra questa tragedia ed il lavoro delle infermiere bulgare ed il medico palestinese sia assolutamente infondato e induce in errore il popolo libico e le famiglie colpite.
Lo trascinare di questo processo per otto anni ormai è già un argomento abbastanza forte che impone l’impegno delle istituzioni libiche e gli organi dirigenti del Paese. Noi appelliamo fermamente alle Autorità libiche compreso il sistema giudiziario di non rimandare più la definitiva soluzione di questo caso e di permettere alle infermiere bulgare e al medico palestinese di ritornare nei loro Paesi. Dopo otto anni di reclusione nel carcere libico tutti loro meritano giustizia, una procedura giudiziaria onesta e breve.
Noi assicuriamo le nostre connazionali ed il medico palestinese che il Governo bulgaro non risparmierà sforzi anche in futuro lottando per il loro diritto di giustizia e per la conclusione di questo caso doloroso. Ringraziamo i nostri partners, alla comunità internazionale, gli ambienti medici e scientifici, le organizzazioni per i diritti umani ed altre organizzazioni non governative, nonché i mass media mondiali per il fatto che si sono schierati accanto a noi in sostegno della nostra causa. Appelliamo a tutti loro di continuare più attivamente ancora questo appoggio fino al rientro delle infermiere bulgare e del medico palestinese”.
LA LIBIA HA CONFERMATO LA CONDANNA A MORTE PER LE CINQUE INFERMIERE BULGARE E PER IL MEDICO PALESTINESE
19.12.2006 - Roma
Oggi, il 19 dicembre 2006, il Tribunale di Tripoli ha confermato la condanna a morte per le cinque infermiere bulgare e per il medico palestinese, accusati di aver contagiato con l’Aids 426 bambini nell’ospedale di Bengasi nel 1998.
Siamo inorriditi dalla sentenza del Tribunale di Tripoli riguardante il processo contro le infermiere bulgare e il medico palestinese e riproviamo aspramente le condanne a morte pronunciate nei loro confronti.
Siamo convinti che le infermiere bulgare ed il medico palestinese sono innocenti, cosa che sostengono anche le testimonianze degli esperti scientifici internazionali.
Esprimiamo la nostra seria preoccupazione per il modo con cui è stata condotta l’istruttoria, compresi la privazione degli imputati anche del diritto di ricevere qualsiasi difesa consolare e giuridica e l’uso di metodi impropri per l’ottenere le confessioni.
Appelliamo alla comunità internazionale di condannare la sentenza del Tribunale e di continuare a rivolgere appelli per trovare una soluzione del caso che porti alla liberazione del personale medico imputato.
Il nostro Paese continua a sostenere gli sforzi indirizzati al miglioramento delle condizioni sanitarie negli ospedali libici che, secondo noi hanno portato a divampare l’epidemia, e di quelle volte al sollievo delle sofferenze dei bambini e delle loro famiglie.
Il Governo bulgaro continuerà ad usare fermamente tutti i mezzi e meccanismi possibili per garantire la liberazione degli imputati e il loro rientro in Patria.