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Timestamp: 2018-03-17 10:51:40+00:00
Document Index: 32340055

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﻿ R.P. Francesco Salis-Seewis d.C.d.G.: Delle odierne accuse contro i Gesuiti (I)
La Civiltà Cattolica anno XXXVIII, serie XIII, vol. V (fasc. 879, 25 gennaio 1887), Firenze 1887 pag. 257-275.
R.P. Francesco Salis-Seewis d.C.d.G.
DELLE ODIERNE ACCUSE CONTRO I GESUITI
Assistemmo nella seconda metà dell'anno decorso ad una di quelle tempeste antigesuitiche, di cui si ebbero per lo passato in Italia e fuori troppi altri esempii più gravi, e che si verranno senza dubbio rinnovando per tutto il tempo avvenire, nelle società dominate dall'influsso massonico, finchè la Compagnia si manterrà sulla via designatale dal suo Fondatore. Nei primi giorni dell'anno corrente la tempesta seguitava tuttavia a romoreggiare a Roma, nel discorso pronunziato dal senatore Auriti, Procuratore generale, per la riapertura dei lavori giuridici: come a Torino aveva levato il suo strepito più romoroso, sia nell'elaborata arringa del deputato Villa, già ministro del Regno, sia nella buffonesca diatriba di un cotal Vassallo che gridava in quel comizio: «Sì, noi vogliamo rispettate tutte le religioni, ma non vogliam gesuiti. Vogliamo che la giustizia protegga tutti i cittadini, anche i preti; ma non vogliam gesuiti. Vogliamo libertà per tutti; ma non vogliam gesuiti:» come il Giusti, citato dallo stesso Vassallo, cantava: E non vogliam tedeschi. In quei giorni, anzi in quei mesi, sarebbe parso ad un giornale liberalesco di non avere imbandito ai suoi lettori il frutto della stagione, quel dì che non avesse loro offerto qualche articolo o almeno qualche paragrafo malevolo contro i Gesuiti. Il volgo dei foglietti di provincia si sguinzagliava all'abbietto ufficio di spiare e deferire, ciascuno al suo pubblico, il numero di Gesuiti abitanti nella sua città, e il loro domicilio, e gli arrivi e le partenze, e gli acquisti veri o imaginarii, e il numero dei giovani commessi in tutto o in parte alla loro educazione. Era uno spionaggio dei più triviali, a cui partecipavano a gara i fogli liberaleschi di più rispetto, i democratici per rinfocolare con ogni mezzo l'agitazione a cui miravano, i così detti moderati per non parere gesuitanti, mentre dissuadevano i mezzi tumultuosi e consigliavano i procedimenti legali.
Alla guerra giornalistica poi si credette di aggiungere il rinfianco dei comizii, fra i quali si segnalavano quelli di Firenze, di Livorno e di Torino, quest'ultimo segnatamente per la solenne adesione e per l'intervento di un numeroso stuolo di senatori e di deputati. La Gazzetta del Popolo di Torino potè per parecchi giorni empire più colonne coi testi di tali adesioni, delle quali alcune prestavano al comizio uno scopo più vasto, altre lo consideravano come rivolto principalmente contro i Gesuiti. Il senatore Guido San Martino aderiva «tanto più volentieri perchè, sono sue parole, ricordo fra gli atti della mia vita parlamentare di aver dato voto favorevole alla legge di soppressione delle Corporazioni religiose.» Il senatore Pacchiotti accettava con piacere l'invito, rammentando che «Torino, fin dal suo risorgere a nuova vita, seguiva gli alti insegnamenti del grande maestro Gioberti, che affrettava la cacciata dei Gesuiti, che esultava alla promulgazione della legge Siccardi ecc.» E la stella del Gioberti guidava nella sua adesione anche il senatore Camillo Colombini, «dappoichè, scriveva, è mia convinzione che la città, la quale diede i natali all'autore del Gesuita moderno, non possa assistere impassibile al risorgere di una setta, che attenta all'unità e alla libertà d'Italia.»
Ora noi non negheremo che in tutto quel chiasso di più mesi l'elemento che regnò da sovrano non fosse il ridicolo. Regnò il ridicolo nell'impaccio del giornalismo antigesuitico, ridotto a condurre la guerra senza altre armi che di pettegolezzi insulsi, di citazioni di leggi non esistenti, di asserzioni vaghe, di calunnie viete attinte nei libelli di secoli passati. Il primo a ridere dei proprii assalti dovette essere quel giornalista, di cui la fama indiscreta rivelò il soldo percepitone (sorte anzi unica che rara) in 5000 lire. Ed anche si sa che gli fu sborsato da un alto massone, non però dei denari della massoneria, che non paga così lautamente i suoi manovali.
Regnò il ridicolo altresì nelle dimostrazioni che si vollero fare, sia in luoghi chiusi, sia all'aperto per le vie, come in Firenze, dove la folla dei curiosi spettatori cercava indarno coll'occhio un pugno di gridatori raccolti dai paesi e dalle città d'intorno, e poco meno che perduti nelle pieghe delle loro bandiere. Il ridicolo regnò finalmente nella stessa adunata di Torino incominciando dal sussiego, onde più di una quarantina di deputati e senatori aderirono, si raccolsero, parlarono, senza sapere propriamente che cosa si volessero. Chi l'intese forse meglio fu il senatore Ranco, che l'espresse scrivendo da Morozzo in istile morozzese col seguente logogrifo: «Mi è pervenuta la di lei gentilissima lettera, colla quale ella degnossi partecipare, essersi costituito un Comitato di egregi cittadini, presieduto dalla S. V. Om̃a, il quale fecesi promotore in cotesta città di un solenne Comizio, il quale associandosi a quelli che si terranno in altre città d'Italia, richiami l'attenzione della popolazione e del governo sui pericoli che il partito clericale minaccia al nostro paese.»
Del ridicolo adunque, in quella vertigine di assalti antigesuitici, ve ne fu d'avanzo, e lo confessiamo di buon grado: ma ciò non diminuisce nulla la gravità del fatto in sè stesso, che fu una manifestazione dell'odio implacabile nutrito dalla fazione dominante contro quell'Ordine religioso in ispecie, e voluto da lei propagare, quanto le è possibile, in tutte le classi della società. Non si è contenti di denigrarne il buon nome, di travolgerne la storia, di attribuire a' suoi membri tutti i vizii che rendono più odioso un uomo od un istituto nella società, di eccitare contro di loro le basse invidie del volgo, non sempro pezzente. No: nel tumulto di voci levatesi contro di essi, abbiamo sentito contro loro, cittadini, italiani, viventi nell'osservanza delle leggi costituite, quanto e, per quest'ultimo capo, meglio di molti fra i loro delatori, chiedersi il bando, suggerirsi nuove confische, invocarsi imaginarie leggi di Governi decaduti, insinuarsi la creazione di nuove leggi di oppressione. Tali idee e tali voti si sono espressi, non solo in foglietti plebei e in comizii così indecorosi, da rivoltare il sentimento non delicato delle guardie di questura; ma implicitamente o esplicitamente si espressero in giornali che si reputano gravi e moderati, in comizii onorati dal fior fiore della fazione liberale.
Lasciamo in disparte i primi; de' cui odii vi sono sempre cento spiegazioni da dare, indipendentemente dal merito di chi è da loro osteggiato. Fissiamoci sui secondi, il cui accanimento contro alla Compagnia, non potendosi supporre gratuito in uomini gravi, deve sugli animi degli onesti cittadini indurre la persuasione che i membri di quell'Ordine religioso sieno al popolo italiano una peste, micidiale per delitti già compiuti, e pericolosa per quelli da loro minacciati. Antichi magistrati, incanutiti nel geloso ufficio dell'amministrare la giustizia, si associarono a chi chiedeva per quegli uomini il bando e le confische; pene estreme di altri tempi, le quali applicate da altri Governi a chi era convinto di congiure sediziose, attrassero a quelli la taccia di tirannici. Politici, che si professano i gran campioni della libertà, evocavano vecchi decreti di Governi, che essi rovesciarono come dispotici; ed invocavano arbitrii di persecuzione sotto nome di leggi. E magistrati e politici, senatori e deputati nel gridare la croce addosso a cittadini pari a loro davanti alla legge, liberi, inviolabili, in possesso di tutti i diritti sociali quanto loro, sentivano così bene la taccia a cui si esponevano di promovitori di tirannie, che provavano ad ogni passo la necessità di riprotestarsi difensori della libertà e dei diritti di tutti i cittadini.
Ma se queste non sono vane ipocrisie, conveniva dunque che, volendosi tolta ai Gesuiti la libertà e i diritti comuni a tutti i cittadini, ed applicate ad essi delle pene che non sono più del nostro codice, se ne allegassero evidenti ragioni: perocchè se ognuno crederebbe di dover così fare trattandosi di pene e di provvedimenti ordinarii, molto più quando se ne invocano dei così straordinarii. E le ragioni, di fatto, si sono allegate; scarsamente bensì, chè la maggior parte de' gridatori e mestatori si contentò di domandare la condanna senza pur formolare un'accusa; ma non mancarono i parlatori, che, massime nelle circostanze più solenni, riducessero a chiari capi i crimini, onde pareva giusto mettere tutta l'Italia a romore contro quei religiosi e proporli all'odio del popolo italiano e additarli alla severità del Governo e metterli al bando delle leggi. Scorsi oramai parecchi mesi in questo sfogo di articoli giornalistici e di filippiche oratorie, abbiamo diritto di credere che le più evidenti accuse, a convincere la reità dei Gesuiti e a giustificare la persecuzione aizzata loro contro, siano state dai loro nemici tratte tutto fuori. E questo aspettavamo per trarre noi alla nostra volta gli accusatori davanti al tribunale della gente onesta e di spirito indipendente. Di tali molti ve ne sono che, seguendo i pregiudizii della società in cui vivono, riguardano i Gesuiti, a sè d'altronde sconosciuti, come gente per lo meno sospetta, se non anche rea di ogni misfatto privato e sociale. Noi desideriamo, poichè se n'è porta così buona occasione, che li imparino a conoscere e non dalle apologie dei loro amici, ma dalle requisitorie dei loro nemici nel maggior ardore dell'invocare contro di essi la cooperazione del popolo e i rigori despotici del Governo. Che se dalla semplice considerazione di tali atti d'accusa apparisca evidente la mancanza di ogni appiglio contro i convenuti e la mala fede degli accusatori, ogni spirito retto rivolgerà per lo meno contro i secondi la diffidenza che nutriva contro i primi; e i più serii pensatori si vedranno posto innanzi un problema più vasto di cui desideriamo che trovino l'ultima soluzione.
Se vi fu mai chi abbia dovuto convincersi con buone prove della molteplice reità dei Gesuiti e del merito che hanno ad essere sbandeggiati e peggio, è il deputato Villa, che, essendo ministro, tentò a un tratto colla famosa sua Circolare di richiamare a vita tutti i provvedimenti draconiani, emanati contro essi in varie province nei primi e tumultuarii furori della rivoluzione. Per venire a quell'atto, il Villa «uomo di leggi e di tribunali» come egli stesso si denominò nel comizio di Torino, doveva certamente conoscere a fondo gli uomini di quella società, per averne veduti comparire sa Dio quanti davanti a sè, nell'esercizio della sua vita giuridica, prima accusati e poi convinti sia di delitti comuni o sia di congiure politiche. Senza di ciò quel suo attentato contro i diritti di un migliaio di cittadini italiani viventi in tutto conforme alle leggi, non poteva essere altro che uno sfogo tirannico di odio privato, o l'esecuzione servile di un ordine avuto dalle logge massoniche.
E invero di ciò diede, più che sospetto, certo indizio il trovarsi ripetuto nella Circolare fin le parole di un decreto che la precedette, della Loggia d'Ancona. Ma data ancora per vera questa supposizione, nessun uomo onesto si persuaderà, fino a certa prova in contrario, che il Villa non raccogliesse a quiete della sua coscienza d'antico magistrato tutte le condanne criminali e politiche riportate dalla Compagnia da qualche lustro in qua, tutti i nomi dei Gesuiti precettati o prevenuti presso la polizia. E perciò saviamente, nel comizio di Torino, Ariodante Fabretti primo autore e promotore di quell'adunata, pronunziate appena alcune parole d'introduzione, si fece premura di dare la parola all'antico ministro. Nè l'incarico poteva affidarsi ad uomo più preparato che il Villa, nè il Villa poteva trovare occasione più propizia per istendere davanti agli occhi d'un pubblico bramoso tutto il cumulo da lui raccolto di frodi, avvelenamenti, estorsioni, mene, congiure gesuitiche.
Il Villa incominciò. Egli parlò in prima, al dire della Gazzetta del Popolo, «della formazione della Compagnia di Gesù, la quale aveva per principio che l'obbedienza dovesse andare fino al peccato mortale.» Abbiamo già dichiarato che rimettiamo al semplice buon giudicio di quante v'ha persone oneste, il decidere della natura di queste accuse e dello spirito degli accusatori. Ora esse chiederanno al Villa, «uomo di leggi e di tribunali», su quali prove egli asserisca degli antichi Gesuiti un'accusa così incredibile e mostruosa: e il cercarne le prove, innanzi tutto per cautela propria, onde non cadere in una calunnia o in una stolidità, era obbligo di senso comune e di coscienza: cercandole poi nello stesso Istituto di sant'Ignazio, avrebbe trovato che, ove s'ingiunge ai sudditi un'obbedienza perfettissima ai loro superiori, qual è quella dei militari, vi si esclude espressamente il caso in cui «si conosce manifestamente peccato» nè solo mortale ma anche veniale. Alla fin fine basta non avere perduto il senno per non capire che tali papere non sono da contare che ad una adunanza di gente, che se la ride del peccato mortale, nè se ne scandalizza se non quando le mette comodo di vederlo nei Gesuiti. Ma diamine! L'Istituto della Compagnia non fu egli lodato dal Concilio di Trento, approvato e commendato ognora dai Sommi Pontefici? Non fu lodata e incoraggiata dai medesimi la Compagnia? E tali encomii si sarebbero dati ad un Istituto e ad un Corpo, contaminati da un principio così scellerato ed ereticale? E un tale Istituto e un tal Corpo sarebbero stati accolti con favore in tutti i Regni e le Repubbliche cattoliche, e i Gesuiti richiestivi a gara per l'educazione della gioventù, per la direzione delle coscienze, pel ristabilimento della morale cristiana nei popoli, vi sarebbero stati riconosciuti per ottimi operai, direttori ed educatori, se avessero professato un principio così avverso ad ogni buon termine di coscienza? Eh via! quel che è troppo, è troppo: e l'apporre ai Gesuiti una tale accusa, è un volerci rimenare ai tempi della Riforma in cui i Protestanti, capitando un Gesuita nelle loro terre, guardavano curiosamente se egli avesse veramente i piedi di caprone, come aveano loro predicato i loro ministri. Che se è così, l'esordire con tali enormità, è indizio manifesto o di dabbenaggine superlativa o di pari mala fede nell'oratore; e l'uno e l'altro sarà, per chiunque ha criterio, un pregiudizio assai grave contro tutte le accuse susseguenti.
Ma di più ogni uomo onesto domanderà a sè stesso perchè mai il Villa abbia accagionati di quella enormità i Gesuiti antichi, che non ci riguardano, e non l'abbia estesa ai Gesuiti moderni, dei quali qui si tratta. Di questi importava al più di sapere se si sieno legati ai loro superiori colla promessa di commettere al cenno loro qualunque scelleraggine. Che se ciò di loro non si avvera, come può nuocere ad essi la supposta malvagità dei loro antenati? È da supporre che neanche il Villa, uomo di leggi e di tribunali, non abbia mai condannato veruno per delitti apposti non a lui ma ai suoi maggiori. Il perchè non è neppure credibile che quest'accusa facesse parte degli atti da lui raccolti, in occasione della sua Circolare di bando, e la cui esposizione si aspettava a buon diritto nel comizio di Torino. Ma si aspettava indarno.
Il Villa proseguì: e proseguì dicendo «che non farebbe la storia della Compagnia, intorno alla quale il Gioberti ha scritto delle pagine immortali.» Poi il Villa conchiuse; e conchiuse dicendo che egli nondimeno, «uomo di leggi e di tribunali si valeva di un solo documento — la sentenza che un magistrato di Parigi emanava nel 1762 contro i Gesuiti. La sentenza porta la data del 6 agosto 1762 (così terminava l'oratore) ed è un vero stato di servizio della Compagnia.» Sicchè un rinvio indeterminato alle «immortali pagine» di Vincenzo Gioberti e una sentenza data nel 1762 da un magistrato di Parigi, ecco i due grandi allegati, che quest'uomo di leggi e di tribunali opponeva ai Gesuiti nel comizio di Torino; ecco i due gran pregiudizii, che, essendo egli ministro, lo mossero a voler risuscitare contro gl'individui di un corpo legalmente disciolto le sevizie che da dieci, venti, trent'anni addietro si erano decretate comunque contro la Compagnia esistente. Non un solo documento, che scoperto nella subita invasione delle loro case nel 48, nel 59, nel 60, nel 66, nel 70, avesse rivelato alcun delitto contro ai privati o contro la società: non un solo processo dovuto sostenere dipoi da veruno dei membri di quel corpo soppresso, non che da parecchi insieme, per mene illegali e sediziose: non una sola conferma di fatto potuta scoprire nella vita di questi uomini, viventi fra noi, delle innumerevoli accuse apposte loro dai loro avversarii. Tale è lo stato di servizio che il Villa magistrato, e giurisconsulto italiano, dà egli stesso ai Gesuiti col suo silenzio, nell'atto che pretende di bollarli con una vecchia ed esotica sentenza di un magistrato di Parigi. La data del 4 ottobre 1886, è, in una causa che si agita oggi, qualcosa più concludente che non quella del 6 di agosto 1762; e il silenzio del Villa conchiude troppo meglio in difesa degli accusati che non le «immortali pagine» del Gioberti in loro condanna. Che potea saperne dei Gesuiti, specie degl'italiani, il Gioberti, uomo privato in paese straniero, se non qualche pettegolezzo, ovvero cose già stampate da Pascal, e da cento altri tali libellisti? Nè altro contengono i suoi verbosi volumi, ai quali bastò contraporre le antiche risposte già stampate anch'esse, e l'affare fu finito. Ma non così si confuta, per lo contrario, l'eloquente silenzio di un Villa, uomo di legge e di tribunali e stato ministro, che confessa di non aver trovato nulla a carico degli accusati, e rimanda perciò i giudici alle pagine, siano pure immortali, d'altrui.
Quanto al perentorio documento, a cui si appellava il Villa, non crediamo di doverne frodare coloro, al cui tribunale abbiamo citato lui e la sua requisitoria. Egli è il giudizio pronunziato dal Parlamento di Parigi nell'atto del proscrivere dalla Francia la Compagnia. In esso, due secoli dacchè la Compagnia viveva e operava in Francia secondo il suo Istituto, senza che però i suoi membri fossero convinti mai d'alcun trascorso contro le leggi o contro l'ordine sociale, il Parlamento dichiarava il loro Istituto «inammissibile di sua natura in ogni stato politico, siccome contrario al diritto naturale, attentatorio ad ogni autorità spirituale e temporale, e tendente ad introdurre negli Stati, sotto pretesto di un Istituto religioso, non un Ordine che veramente ed unicamente miri alla perfezione evangelica, ma più veramente un corpo politico, la cui essenza consiste in una continua operosità onde giungere, per ogni sorta di vie dirette ed indirette, segrete e pubbliche, primamente ad un'assoluta indipendenza e poscia all'usurpazione di ogni autorità.»
Per fermo è cosa per lo meno assai strana che nelle più solenni proscrizioni, decretate nelle società civili contro la Compagnia, i loro nemici abbiano rifuggito sempre da quel criterio più elementare di giustizia, che è di esaminare in particolare gli andamenti di coloro che si vogliono proscrivere, nè altro che sopra le loro azioni proferirne la condanna. Anche il Parlamento di Parigi, lasciata in disparte la ricerca dei reati, se alcuno ve ne avesse, si volge all'esame teorico dell'Istituto; e dalla condanna di quello deduce la reità dei suoi seguaci, mentre dalla incolpevolezza di questi doveva secondo ogni equità dedursi la bontà dell'Istituto.
Nè meno evidente è per ogni giudice spassionato l'esorbitanza della stessa condanna, pronunziata dal Parlamento contro l'Istituto. Perocchè o la questione si ha da risolvere coi principii della religione cattolica, secondo la quale la Chiesa non può errare approvando e lodando come buono un Istituto intrinsecamente vizioso; e, sapendosi che la Chiesa ha solennemente encomiato ed approvato l'Istituto della Compagnia, l'atto dei Parlamento di Parigi, che lo condanna, è già condannato per sè stesso come erroneo, nullo, temerario e scismatico. O la questione si vuol risolvere coi soli principii del senno umano, e quell'atto apparisce come un ridicolo impasto d'insipienza e di vanità togata. Quel consesso di laici che contro al giudicio della Chiesa decidono intorno alla incompatibilità di un Istituto col mantenimento dell'autorità della Chiesa stessa, e intorno alla sua opposizione coll'ideale della perfezione religiosa, mostra di ignorare il volgare proverbio, che vale più un pazzo in casa propria che non un savio in casa altrui. E quel raduno di francesi che nel 1762 fanno la scoperta dell'essere l'Istituto della Compagnia inammissibile in ogni Stato politico, doveano pur credersi i soli savii politici nel mondo, mentre tutti i Regni e le Repubbliche cattoliche e la stessa Francia da circa due secoli aveano giudicata la Compagnia come, non solamente ammissibile nei loro Stati, ma utile ad ogni classe di persone. Non s'aspetta due secoli per iscoprire che un Istituto, posto sotto gli occhi di tutti, è contrario al diritto naturale, che tende a formare un corpo politico, e non religioso, come s'infinge, e che la sua essenza consiste in una continua operosità per giungere all'usurpazione di ogni autorità. Per la qual cosa il Parlamento di Parigi, se voleva fare cosa seria, doveva allegare in conferma della sua peregrina scoperta la ripruova dei fatti sovversivi del diritto naturale e dell'ordine politico, e dimostranti la Compagnia o giunta al supremo potere o colta in flagranti di stendere ad esso la mano. Senza l'appoggio di tali ripruove, la sua sentenza, smentita dal giudizio due volte secolare di tutti gli Stati di Europa, non significava altro più se non la futile presunzione di chi la proferiva, spintovi da odio di parte o da impegni segreti.
E tale è il documento che l'on. Villa scelse fra gli altri come il più convincente a carico dei Gesuiti: documento di altro secolo, di altro paese, intessuto di imputazioni vaghe, incredibili per la loro evidente esagerazione, smentite dalla storia del secolo presente, come dei secoli passati; giacchè, se se ne tolgano gli Stati dove spadroneggia l'influsso massonico, la Compagnia si vide ammessa dappertutto in Europa e fuori, sotto ogni forma di governo; e dappertutto operando conforme al suo Istituto, in nessun luogo fu convinta di attentare ai diritti dei privati, o alla pubblica morale, o agli ordini costituiti. Dopo ciò noi chiediamo con piena fidanza ad ogni uomo di spirito retto, se in presenza di una tale accusa non si senta inchinare naturalmente a sospettare di reità piuttosto l'accusatore che non gli accusati.
Il sospetto e con esso il disdegno dei cuori leali e bennati dee crescere, non che scemare, vedendo cotesto metodo di accusa ammesso per sistema dagli avversarii dei Gesuiti. Nel comizio di Firenze un cotal Malenotti, direttore di un giornale chiamato a buon diritto pornografico, dopo aver declamato in una serie di articoli contro la corrotta e perversa morale dei Gesuiti, si levò a domandare il loro bando. «Essi, egli gridò, come lo furono da tutti i popoli civili (dominati da una fazione incivile) debbono essere cacciati dalle nostre città e dalle nostre terre» e richiamava contro di essi i bandi tumultuarii del Valerio, del Garibaldi, del Pepoli, del Farini, e il decreto di Eugenio di Carignano e la espulsione dei Gesuiti già soppressi dalla Toscana per decreto del Granduca Leopoldo I: del qual fatto fu mostrata già la falsità, in uno dei quaderni passati. A voti così draconiani il Malenotti fece precedere naturalmente la serie delle accuse che li giustificavano. Ma quali accuse? Eccole: «Chi essi sieno (i Gesuiti), lo sapete: è inutile dunque che ve ne tessa la storia (anche il Villa se ne dispensò). Quanto male abbiano fatto e facciano alla società, al progresso, alla stessa religione (le solerti cure del Malenotti e dei suoi colleghi per la religione!) lo dicono tanti secoli di dura esperienza pei Pontefici (encomiatori tutti della Compagnia), per i Sovrani (nessuno dei quali fu mai rovesciato da congiure gesuitiche) e pei popoli (nessuno dei quali si dolse mai d'averne ricevuto altro che bene). Di che mezzi si servano per raggiungere i loro fini lo dimostra la prima delle massime loiolesche: il fine giustifica e santifica i mezzi (i mezzi leciti e per se indifferenti sì; per gl'illeciti, s'è sfidato mille volte ancora con premii di trovare un solo gesuita, che abbia insegnata a voce o in iscritto quella massima: e nessuno lo citò mai. È un'altra enormità che fa riscontro a quella del Villa, circa all'ubbidienza gesuitica estesa al peccato mortale). E infine «i seguaci di Loiola, più pericolosi di prima, cospirano alla rovina del paese.» Se i seguaci del Loiola potessero sperare la giustizia, che a tutti si deve ed a nessuno si nega negli Stati civili, essi avrebbero diritto di citare davanti ai tribunali sotto accusa di calunnia atroce il Malenotti, il quale come non ebbe una sola prova da recare in conferma delle sue osservazioni nel comizio, così non ne avrebbe nessuna nel contraddittorio. Ma quale giustizia spererebbero essi contro tali sfacciate menzogne, se vi si associano o ne danno l'esempio gli stessi uomini che si dicono di legge e di tribunali? Nè il Villa fu il solo. Ai 7 di gennaio del corrente anno, il senatore Auriti, Procuratore generale alla Corte di Cassazione di Roma, egli pure interpretando lo spirito del decreto di confisca, lanciato dal Garibaldi sui Gesuiti di Napoli e di Sicilia, asseriva essersi giustamente negata a quei religiosi una misera pensione sui loro beni confiscati, perchè «il motivo dei severi decreti fu il proposito di bandire in perpetuo un'associazione avida di occulto dominio, infesta alle libertà civili, nemica irreconciliabile di tutte le conquiste politiche dello Stato moderno.» E «a questo punto, soggiunge la Riforma, non mancarono segni di approvazione per parte dell'uditorio» come non mancarono applausi vivissimi, alle parole più violenti del Malenotti e a tutto il discorso del Villa. Ma per chi rispetta la dignità della propria ragione, le approvazioni e gli applausi non supplirono mai alla mancanza di prove, e non dimostrano altro che la complicità o la leggerezza di un pubblico, che non ne cura o ne vuol anzi coprire la mancanza.
Nè si dica che la pubblica notorietà rende superflua ogni prova. Innanzi tutto cotesta notorietà nel caso presente non esiste. Essa non esiste precisamente in quella parte del pubblico, presso cui sarebbe da cercare, cioè presso coloro che conoscono personalmente gl'imputati, che si avvicinano a loro per affari o per altra qualsiasi occasione, che convivono e convissero con loro e dopo averne ricevuta, a un bisogno, l'educazione, ne poterono ben anche abbandonare i principii, ma nessuno si offre a testimonio di alcun loro reato. Neanche esiste la persuasione della loro reità presso quegl'innumerevoli, che per libera scelta si servono di loro a direzione della propria coscienza, che ascoltano le loro prediche, leggono le loro opere, frequentano le loro scuole, affidano loro i proprii figliuoli. Fare di tutti costoro un mondo di ciechi e d'insensati, non si può; essi sono troppi, e poi converrebbe associare loro sotto la medesima denominazione gli stessi accusatori, i quali spiando la vita di questi uomini sinistri, avutene spesso in mano le carte più segrete, ricevutene le relazioni più accurate dalle autorità locali e dagli ufficii di polizia, non v'hanno saputo vedere quello che ognuno avrebbe veduto se v'era, cioè qualche indizio sulle malvagità che loro appongono.
Con tali fatti in mano i Gesuiti sono essi quelli che invocano per sè la pubblica notorietà e la persuasione comune di coloro, che soli hanno il diritto di venir considerati da un giudice imparziale. E contro essa qual peso possono avere i pregiudizii largamente diffusi nella moltitudine, che non li conosce, dalla colluvie di libri, libelli, romanzi, articoli, declamazioni onde sono e furono sempre assaliti dai loro avversarii? La calunnia ebbe sempre un potere formidabile sulle menti umane. Prescindendo dalla segreta e pure comunissima passione, che fa trovare l'innalzamento proprio nell'abbassamento altrui, la naturale rettitudine c'inchina a non credere possibile la calunnia, se non quando ella sia dimostrata come tale: e questo ufficio si lascia al calunniato, senza cercare il più delle volte se egli lo abbia felicemente compiuto. Dateci quindi l'uomo o l'istituto più innocente e benefico: se egli venga esposto ad un assalto non interrotto di accuse calunniose, non può fare che molti non vi prestino fede; nè però la loro persuasione creerebbe in nessun caso il menomo pregiudizio contro l'innocenza dell'imputato: quanto meno potrà crearlo contro l'opinione favorevole di chi è più in grado di conoscerlo?
Si replica da molti i quali, portati dalle circostanze a conoscere i Gesuiti di persona, vorrebbero pur conciliare i loro pregiudizi coi fatti che veggono al tutto contrarii: Contro alle singole persone non v'è che dire: ma il corpo, il corpo è reo in sè e dannoso alla società. Così è: ogni Gesuita preso da sè è persona rispettabile, cittadino onesto, quieto e osservante delle leggi: ma il corpo è reo di ogni malvagità, turbolento e sempre inteso ai danni dello Stato. Ma se il ciel vi salvi; dite almeno che nella Compagnia vi sono due classi d'individui, la prima di gente dabbene, l'altra di furfanti, salvo il mostrarci una volta un esempio di cotesta seconda classe che nessuno ha saputo additarci finora; e salvo altresì lo spiegare come quei Gesuiti dabbene s'acconcino a stare in così trista compagnia. Ma il dire che un corpo, composto tutto di persone dabbene sia reo, non di mille, ma di una sola ribalderia o congiura, val quanto sostenere che una persona abbia commesso un omicidio pur concedendo che egli non v'ha adoprato nè le mani nè i piedi nè il capo nè altra parte della sua persona.
Altri vi sono i quali per conciliare la manifesta irreprensibilità delle azioni a tutti visibili dei Gesuiti, colla reità che al tutto si deve supporre in loro, s'appigliano ad accagionarli di una fina ipocrisia e di un'attività soppiatta, che per poco non li rende padroni del mondo, ma certo pericolosi a chiunque essi vogliano male, privati o società politiche. Anche l'Auriti additava la Compagnia come una società avida di occulto dominio, a quella guisa che il Parlamento di Parigi le apponeva di ambire «per vie segrete all'usurpazione di ogni autorità.» Ma se questo artifizio oratorio è assai comodo per iscusare la povertà delle prove ottenute a carico di chi si accusa, non è però ugualmente bastevole a supplirne l'assoluta mancanza. S'intende bene che un Procuratore del Re, convinto che egli abbia un individuo o un'associazione di ordir trame contro allo Stato, e dimostrata, la finissima astuzia dei congiurati, li metta in sospetto di trame più vaste, e più frequenti che non risulta dalle prove dirette; ma non si capisce ne è conforme a nessun termine di procedura ammesso nelle nazioni civili, che un individuo od un'associazione si dichiari rea e si condanni per reati nei quali per molto cercarne non fu mai trovata involta. Il giustificare un siffatto procedere coll'attribuire all'imputato una ipocrisia ed una malizia che passano la misura del credibile, non è altro che assumere l'impegno di dimostrare un genere di reità più grave del primo e più incredibile: o per dir meglio egli è un gettar giù la maschera e dire aperto che s'intende di dichiarar colpevole ogni innocente quante volte ci aggradi. Perocchè quando egli abbia ben dimostrato non avervi contro di lui prova alcuna a dimostrare il reato appostogli, il Procuratore gli risponderà senza scomporsi: E questo è appunto quello che io dico: essere cioè tanta la furberia del reo, che ora non abbiamo in mano nessuna prova della sua reità.
Uno dei più frequenti rimproveri che si facciano ai Gesuiti, quando si tratta di applicare loro le peggiori sevizie di proscrizioni, è che essi si mescolino di politica e attentino all'assetto dato dalla Rivoluzione ai varii Stati ed all'Italia in particolare. Ai loro maneggi politici accennava già a suo modo il Parlamento di Parigi citato dal Villa nel Comizio di Torino, come il Malenotti in quello di Firenze li accagionava di cospirare alla rovina d'Italia, e l'Auriti a Roma li additava come nemici dei progressi politici moderni.
Sulla politica dei Gesuiti la Civiltà Cattolica pubblicò già un seguito di tre articoli [1], chiarendo su questo punto le idee e i fatti; e a questi rimettiamo chi ne voglia restare pienamente sincerato. Qui senza ritessere le cose già dette, e tuttavia non divietandoci di ripeterne qualcuna che ci sembri a proposito, proporremo soltanto alcune osservazioni al giudizio di qualunque siasi lettore spassionato.
Si dice che la Compagnia s'impaccia di politica. Supponiamo che ciò fosse vero: che al tempo delle elezioni si vedessero i Gesuiti agitarsi fra i più operosi capi di fazione, e, scelti dei candidati, capaci, a giudizio loro, di promuovere il bene della nazione, li fiancheggiassero con tutte le loro forze per assicurare loro la vittoria nell'arringo elettorale: poi gittatisi a combattere sia la destra sia la sinistra, sia un ministero sia l'altro, o tutta in un fascio la fazione che ora presiede alla pubblica cosa, non dissimulassero le loro aspirazioni per un assetto in cui gl'interessi morali e materiali della nazione fossero meglio tutelati. Chi avrebbe ragione di farne loro un difetto non che un delitto? La Chiesa, essa soltanto, la quale potrebbe richiamarli ad occupazioni più convenienti alla loro vocazione, tutta di ministeri spirituali e non di cure politiche. Ma non così potrebbero scandalizzarsene i liberali nè il Governo, che li dichiarò prosciolti da ogni vincolo, ne disconobbe la professione e li volle rimessi alla condizione di liberi cittadini.
Nel fatto sta però che i Gesuiti non furono mai veduti servirsi di quel loro diritto di mestatori politici: non si videro mai parteggiare per una fazione della Camera più che per l'altra; non furono sorpresi in atto d'insinuare alcuno dei loro partigiani nelle sfere governative. E ciò nondimeno è vero che essi hanno cominciato nei tempi più recenti ad impacciarsi di politica. Ma da quando in qua? Dacchè si vollero comprese sotto questo nome questioni che realmente sono non politiche bensì religiose. Quando una fazione di cittadini, sia pur essa giunta ad afferrare la pubblica cosa, abusando del potere politico fa ordinamenti sovversivi della religione, e oppressivi della Chiesa e della libertà dovuta alla coscienza cattolica, non è già più questione di mera politica, bensì di religione, lo svelare la nequizia di tali atti e mantenere viva contro essi la coscienza del popolo cattolico. E quando quella fazione per incarnare l'idea propostasi d'un'Italia pagana, torreggiante sulle rovine del Papato, spoglia il Vicario di Cristo dei suoi diritti e lo mette in una condizione che il medesimo dichiara incompatibile col suo ufficio e colla sua dignità, non sono più i Gesuiti che, combattendo unitamente col Papa e coi cattolici tali esorbitanze, invadono il campo della politica, bensì la politica che viene a cercarli nel campo religioso. E ciò quanto al non uscire essi dai termini della loro professione religiosa coll'ingerirsi in tali questioni.
Nel rimanente, volendo pur considerare tali lotte come appartenenti alla politica, ad ogni cittadino sarà libero il sentire e il diportarsi a riguardo di esse secondo la sua persuasione, dentro i termini della legge. Sia pure che la fazione dominante e gaudente metta come domma che il bene della patria richiegga la sua dominazione o l'applicazione dei suoi principii anticristiani. Sarà pur lecito ad ogni cittadino l'opinare in contrario e il diffondere le sue persuasioni o piuttosto mantenerle nel popolo che, essendo cattolico, ha nella sua grande maggioranza le persuasioni medesime, conformi agl'insegnamenti della Chiesa.
Supponendo di discorrere ad un lettore qualunque, noi non pretendiamo affatto di trovarlo d'accordo coi Gesuiti nei suoi principii di politica ecclesiastica. Essi sostengono che l'Italia dee rappacificarsi col Pontefice, rifacendolo dei suoi diritti; ed opinano che anche così sia possibilissimo un assetto, il quale assicuri all'Italia i vantaggi offertile dall'assetto massonico, senza recarne gl'incalcolabili danni: domandano che si sconfessi il mostruoso principio del diritto del male alla libertà, e si riduca a quello di una tolleranza, dov'è necessaria, del male minore per risparmiarne uno maggiore; e così via discorrendo. Il lettore, forse imbevuto di principii liberali, potrà opinare diversamente, nè noi possiamo pretendere di condurlo qui dalla nostra. Vogliamo soltanto che egli giudichi se in uno Stato, in cui si professa come principio fondamentale la libertà delle opinioni e della parola, i Gesuiti e qualunque altro si possano per tale dissenso riguardare come cittadini pericolosi, non alla fazione dominante e alle sue brame, ma alla società; e chiedere per loro il bando, e autenticare come giuridico lo spoglio fattone, sotto l'imputazione di essere nemici delle conquiste politiche della civiltà moderna. Se così è, perchè non dire chiaramente che nelle formole liberalesche la libertà è tutta e sola pei dominanti, e che si estende fino a potere esiliare e spogliare chiunque s'oppone ai loro disegni? E la tirannia più dispotica richiese mai tanto?
Un solo caso vi sarebbe in cui la potestà civile potesse procedere, non diciamo giustamente, ma legalmente contro tali avversarii dei suoi procedimenti; quando cioè essi uscissero dai limiti, contro i quali la legge consente l'espressione delle opinioni e la lotta pel loro trionfo. Perocchè in ogni Governo non dispotico il determinare che tale o tale azione costituisce un delitto di Stato, che tali o tali uomini siano da riguardarsi come nemici pubblici, non è abbandonato all'arbitrio delle fazioni e neppure di chi governa, ma è regolato dalla legge, la cui applicazione, in ciò che spetta l'amministrazione della giustizia, è riservata ai tribunali. Persino nelle pubbliche rivolte, cessata appena la necessità del reprimere un assalto armato, gl'imputati vengono sottratti agli arbitrii di chi ha la forza in mano, nè si puniscono se non dopo averne dimostrata la reità. Tali guarentige contro il dispotismo dei Governi e i soprusi delle fazioni dominanti si contano fra le più vantate conquiste della civiltà liberale. Pertanto se i loro più caldi sostenitori, nel crearedecreti di proscrizione contro i Gesuiti e nel chiederne e lodarne l'esecuzione, rifuggono soprattutto da ogni forma d'istruzione giuridica, due cose parranno evidenti ad ogni uomo di buon senso: la prima che cotesti avversarii dei Gesuiti rinnegano spudoratamente i loro principii liberali; la seconda che i gesuiti debbono essere innocenti dei delitti politici a loro attribuiti.
Ricapitoliamo. Se mai v'ebbe occasione, in cui le persone oneste e non bene informate potessero crearsi un giudizio intorno alla reità tanto dibattuta della Compagnia di Gesù, opportunissima fu certamente quella che ne ebbero nella seconda metà dell'anno decorso. In quel tempo, per lo spazio di parecchi mesi, gli avversarii, radunati persino in comizii, ebbero tutto l'agio di trarre in mezzo tutto ciò che sapevano a carico di lei: doveano anzi farlo, dappoichè, in uno stato liberale, chiedevano contro la Compagnia l'applicazione di rigori tirannici. Le accuse furono formulate; e quale ne fu la somma? Uomini di legge e di tribunali non seppero allegare contro ai Gesuiti, viventi qui sotto agli occhi di tutti, se non accuse, o prive di senso comune, apposto per di più a Gesuiti di altri secoli; ovvero rifiutate dai soli testimonii autorevoli; poi la citazione generica del Gioberti, e una sentenza del Parlamento di Parigi. Dimenticavamo la soppressione dell'Ordine, avvenuta un bel secolo fa: ma ce ne sdebiteremo di buona voglia in un prossimo articolo. Intanto il primo giudizio che si affaccia qui ad ogni persona di buon senso è, che una tale accusa si risolve di fatto in un'assolutoria, pronunziata dagli stessi accusatori. Ciò basterebbe a noi; ma non basterà alle persone savie, le quali, entrate una volta nella questione, vorranno toccarne anche il fondo.
[1] Quad. 734, p. 29; quad. 735, p. 257; quad. 737, p. 513. [Vedi La politica dei Gesuiti, in Civiltà Cattolica, anno XXXII, serie XI, vol. 5, Firenze 1881 pagg. 129-145, 257-271, 513-531. N.d.R.]