Source: https://www.laleggepertutti.it/104797_malattia-il-medico-fiscale-arriva-anche-prima-del-certificato-medico
Timestamp: 2018-11-20 08:54:49+00:00
Document Index: 154858570

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Malattia: il medico fiscale arriva anche prima del certificato medico
Reperibilità: il datore di lavoro è libero di chiedere all’Inps l’invio della visita di controllo del medico fiscale prima ancora che il debitore gli abbia inviato il certificato medico.
Al lavoratore in malattia non serve ritardare l’invio del certificato medico e la comunicazione di assenza dal posto di lavoro solo per scampare, in tale forbice di tempo, alla visita di controllo del medico fiscale.
Sebbene, infatti, la legge prescriva l’obbligo, per il dipendente assente dal lavoro, di comunicare “tempestivamente” all’azienda per il tramite del proprio medico curante (leggi “Obblighi del lavoratore in caso di malattia”), in caso di omissione o prima ancora che il lavoratore vi provveda, il datore può ugualmente chiedere all’Inps l’invio del medico fiscale. È quanto chiarito, a più riprese, dalla giurisprudenza della Cassazione. Ma procediamo con ordine.
Il controllo del datore di lavoro sullo stato di malattia del dipendente può essere effettuato solo attraverso i servizi ispettivi degli istituti previdenziali competenti e le competenti strutture pubbliche specializzate [1]. Tale controllo, tuttavia, può avvenire fin dal primo giorno, senza necessità di attendere la comunicazione della malattia e l’invio del certificato medico da parte del lavoratore [2].
Come chiarito dalla Suprema Corte, non è corretto ritenere insussistente l’obbligo di reperibilità del lavoratore nel primo giorno di assenza; al contrario, il dipendente è tenuto fin da quel giorno e per tutta la durata della malattia a trovarsi a disposizione nel domicilio comunicato al datore di lavoro, in orari prefissati, per l’accertamento del suo stato di salute. Dunque la possibilità di accertamento della malattia da parte dell’azienda, attraverso il medico fiscale, inizia ancor prima della comunicazione della stessa, restando altrimenti priva di significato e rimessa alla volontà elusiva del dipendente la previsione relativa all’obbligo di reperibilità.
Il datore di lavoro può chiedere di effettuare quanti controlli crede (purché non nello stesso giorno), ma non può abusarne: è, infatti, risarcibile il danno derivato al dipendente da un comportamento illegittimo e persecutorio del datore di lavoro, consistito nella richiesta, a più riprese, all’INPS dell’effettuazione di visite mediche domiciliari di controllo dello stato di malattia del lavoratore, attestato dal certificato del medico curante, nonostante la malattia fosse stata già accertata dai controlli precedenti [3].
[1] Cass. sent. n. 1247/2002.
Sentenza n. 4163/2004 del 1.03.2004
Il Tribunale di Napoli rigettava il ricorso proposto dal sig. B.N. il quale chiedeva che venissero dichiarata l’illegittimità sia del licenziamento intimatogli dalla W.E. s.p.a. il 10 settembre 1998 per essere risultato assente a visita domiciliare di controllo, con contestazione della recidiva, sia della sanzione disciplinare di due giorni di sospensione comminatagli dalla società nel maggio 1998.
Avverso la decisione di primo grado il lavoratore proponeva appello alla Corte di Appello di Napoli che lo accoglieva in parte dichiarando illegittimo il licenziamento. Rilevava il giudice del gravame che la visita fiscale era stata disposta quando ancora non sussisteva a carico del lavoratore l’obbligo di reperibilità domiciliare nelle cosiddette fasce orarie e quando non si erano ancora determinati i presupposti contrattuali per la operatività a suo carico dei vari precetti contemplati dall’art. 19 del contratto collettivo per il caso di assenza determinata da malattia: sicché la procedura di accertamento adottata era inficiata da violazioni del dettato contrattuale tali da rendere illegittima l’iniziativa datoriale conseguita all’assenza del Nocerino e da incidere consequenzialmente sul provvedimento espulsivo adottato nei confronti del lavoratore. Il giudice dell’appello riteneva invece legittima la sanzione di due giorni di sospensione inflitta all’appellante per assenza ingiustificata del giorno 10 aprile 1998.
Per la cassazione della sentenza della Corte di Appello, la società W. propone ricorso formulandolo in due motivi illustrati da successiva memoria. Resiste il sig. N. che a sua volta propone ricorso incidentale condizionato.
I due ricorsi avverso la stessa sentenza vanno riuniti.
Col primo motivo del ricorso principale, denunciando violazione e falsa applicazione degli artt. 5 della legge 20 maggio 1970 n. 300, art. 1362 c.c. e segg., artt. 2110 e 2119 c.c., 19 disciplina speciale parte prima del contratto collettivo per i metalmeccanici privati del 5 luglio 1994, in relazione all’art. 360 c.p.c. nn. 3 e 5, nonché omessa insufficiente e contraddittoria motivazione su punti decisivi della controversia, la società ricorrente censura la sentenza impugnata che, dopo aver affermato che l’assenza del lavoratore dalla sua abitazione nella fascia oraria stabilita per le visite di controllo era ingiustificata, riteneva non sanzionabile la stessa, in quanto l’accertamento sarebbe stato richiesto prima della comunicazione della ragione dell’assenza da parte del lavoratore. Osserva che in tal modo viene ad essere limitata la facoltà di controllo, che per le malattie di brevissima durata sarebbe addirittura impossibile, e che l’art. 5 della L. 20 maggio 1970 n. 300, disciplinando in materia di accertamenti sanitari, non vieta al datore di lavoro di chiedere il controllo ai sevizi ispettivi degli istituti di previdenza competenti anche prima che il lavoratore abbia dato comunicazione del suo stato di infermità.
Come risulta dalla stessa sentenza impugnata, il 3° comma dell’art. 19 del contratto collettivo di categoria stabilisce che il lavoratore è tenuto “fin dal primo giorno di assenza dal lavoro e per tutta la durata della malattia, a trovarsi a disposizione nel domicilio comunicato al datore di lavoro dalle 10 alle 12 e dalle 17 alle 19….per consentire l’accertamento del suo stato di salute”. La norma stabilisce quindi non solo l’obbligo di permanenza nel domicilio sin dal primo giorno di malattia, ma ne indica anche, con estrema chiarezza, la finalità (per consentire l’accertamento dello stato di salute). Correlativamente a tale obbligo di permanenza la norma impone la comunicazione di una eventuale assenza durante le fasce orarie, prescrizione, collegata, come viene correttamente osservato nella sentenza impugnata all’obbligo di reperimento nelle fasce orarie medesime. Dalla sentenza impugnata risulta che il giorno 25 maggio 1998, in cui il ricorrente si assentò dal lavoro giustificando poi tale assenza come dovuta a malattia, il ricorrente non si trovava in casa nelle fasce orarie senza valida giustificazione e senza aver avvertito l’azienda del suo allontanamento dal domicilio negli orari destinati al controllo. Lo stesso giudice del gravame dichiara di concordare con la valutazione dei fatti operata dal primo giudice che aveva ritenuto il comportamento del lavoratore non conforme ai doveri impostigli dalla normativa collettiva.
Il giudice dell’appello, tuttavia, mettendo in correlazione le clausole sopra indicata con altra disposizione contenuta nello stesso art. 19 del contratto collettivo, con la quale viene stabilito che “in caso di malattia il lavoratore deve avvertire l’azienda entro il primo giorno di assenza ed inviare alla medesima entro due giorni certificato medico attestante la malattia”, trae, dalla lettura complessiva delle varie disposizioni riportate, la conclusione che la verifica delle condizioni di salute del lavoratore non può che intervenire successivamente alla comunicazione che questi è tenuto ad inoltrare all’azienda, per la quale è assegnato al lavoratore il termine di 24 ore, e che prima di tale comunicazione non esiste a carico del lavoratore alcun obbligo di reperibilità.
Tale interpretazione è del tutto illogica e ingiustificata non trovando alcun appiglio nella lettura delle norme contrattuali Anzitutto con essa viene svuotato di qualsiasi significato la disposizione che impone al lavoratore di tenersi a disposizione nelle fasce orarie sin dal primo giorno di malattia per consentire l’accertamento del suo stato di salute: è evidente che, subordinando la possibilità di accertamento della malattia alla comunicazione della stessa che il dipendente può dare sino alla scadenza delle ventiquattro ore, il lavoratore può eludere, in ogni caso di assenza della durata di un giorno, qualsiasi controllo, sicché appare del tutto inutile una norma che impone al lavoratore di rimanere a disposizione nel proprio domicilio nelle fasce orarie sin dal primo giorno di malattia per consentire l’accertamento del suo stato di salute se poi la stessa normativa contrattuale gli fornisce il sistema per eludere la possibilità del controllo stesso.
In realtà, mentre l’obbligo del lavoratore di rimanere sin dal primo giorno di assenza a disposizione nel domicilio comunicato è diretto, come esplicitamente afferma la stessa norma, a consentire l’accertamento dello stato di salute del lavoratore, l’obbligo di comunicazione e giustificazione della malattia si pone su un piano diverso rispondendo a doveri di correttezza nei confronti del datore di lavoro, non solo per fornirgli un’informazione utile al fine di consentirgli di richiedere la visita di controllo, ma anche, ad esempio, per informarlo della presumibile durata dell’assenza e metterlo in grado, tra l’altro, di sopperire tempestivamente alla carenza di forza lavoro determinata dall’assenza del lavoratore.
Né appaiono decisive le considerazioni del giudice del gravame sul fatto che, se al datore di lavoro non vengono comunicati la ragione dell’assenza ed il domicilio dove deve essere effettuato l’accertamento dello stato di salute, egli non ha ragione di richiedere la visita di controllo ne conosce il domicilio dove effettuarla: sotto il primo profilo si può rilevare anzitutto che il datore di lavoro può venire a conoscenza tramite terzi dei motivi di assenza del lavoratore; inoltre, tenuto conto che per altre possibili assenze (permessi, ferie) la richiesta viene di solito fatta (salvo in eccezionali situazioni contingenti) preventivamente, ben può il datore di lavoro almeno presumere che un’assenza non preannunciata venga poi giustificata da motivi di salute. Riguardo alla comunicazione del domicilio, è sufficiente rilevare che il lavoratore all’inizio del rapporto dichiara il proprio domicilio; sicché il domicilio “comunicato al datore di lavoro” dove inviare la visita di controllo può ben coincidere, in mancanza di diverse comunicazioni, con quello già indicato, in quanto la norma contrattuale non impone che il domicilio debba essere comunicato di volta in volta, ma ha soltanto lo scopo di informare dove si trova il lavoratore ammalato al fine di consentire la visita di controllo, sicché in mancanza di specifica comunicazione si può presumere che egli si trovi nel domicilio già preventivamente comunicato. La sentenza impugnata, nella quale viene affermato che il procedimento espulsivo non era giustificato perché la procedura di accertamento adottata nella specie era inficiata da violazioni del dettato contrattuale che rendeva illegittimo l’iniziativa datoriale conseguita all’assenza del N., non è dunque sorretta da una logica motivazione.
L’accoglimento del primo motivo di ricorso assorbe il secondo col quale il ricorrente si duole che il giudice dell’appello abbia omesso di considerare le numerose sanzioni disciplinari irrogate al ricorrente per assenteismo, indipendentemente dalla contestazione della recidiva, fatti da sottoporre alla nuova valutatone del giudice di rinvio cui è rimessa la causa.
Con il ricorso incidentale condizionato il lavoratore lamenta violazione e falsa applicazione degli art. 5 della legge n. 300 del 1970 e dell’art. 5, 14 comma, della legge n. 638 del 1984 in relazione agli art. 1362 c.c., c. 2 seguenti e art. 360 c.p.c. nn. 3 e 5, nonché omessa e/o carente motivazione su un punto decisivo della controversia e censura la sentenza impugnata nella parte in cui il giudice del gravame ha ritenuto non fondati gli ulteriori motivi di illegittimità del licenziamento da lui proposti ritenendo che l’assenza non fosse coperta dal giustificato motivo consistente nell’essersi recato prima al pronto soccorso e poi dal medico curante e che la condotta del dipendente assente a visita fiscale diviene disciplinarmente sanzionatole solo quando nella giornata successiva non si sottopone a visita di controllo ambulatoriale.
Sotto il primo profilo il motivo è inammissibile perché con lo stesso il lavoratore richiede una nuova valutazione di fatti rimessa al giudice del merito e non consentita in sede di legittimità.
La seconda censura è invece infondata in quanto la successiva visita ambulatoriale rileva solo nella ipotesi che il lavoratore abbia addotto validi motivi per la sua assenza nelle fasce orarie in cui doveva essere reperibile per consentire la visita di controllo, giustificazione che, nel caso in esame il giudice dell’appello non ha ritenuto valida.
In conclusione, il primo motivo del ricorso principale va accolto con assorbimento del secondo, mentre il ricorso incidentale viene rigettato. La sentenza impugnata va dunque cassata e la causa rinviata ad altro giudice, individuato nella Corte d’appello di Salerno che provvedere anche a regolare le spese del giudizio di cassazione.
La Corte riunisce i ricorsi; accoglie il primo motivo del ricorso principale e dichiara assorbito il secondo; rigetta il ricorso incidentale e rinvia, anche per il regolamento delle spese del giudizio di cassazione, alla Corte di Appello di Salerno.
12/01/2018 alle 01:09
SE IO SONO IN MALATTIA IL PRIMO GIORNO E IL MIO MEDICO RICEVE LA SERA,IL MEDICO FISCALE COSA CONTROLLA? E SE IL MEDICO DEVE ANCORA VEDERMI COME SI PUO’ DIRE CHE SONO IN MALATTIA SE NON ANCORA ACCERTATO? IL MEDICO FISCALE HA UNA FUNZIONE DI CONTROLLO SUL CERTIFICATO DEL MIO CURANTE….TECNICAMENTE FINCHE’ IL CURANTE NON MI VEDE IO NON SONO IN MALATTIA.