Source: http://www.accademiadellacrusca.it/it/tema-del-mese/corte-costituzionale
Timestamp: 2017-10-17 02:04:38+00:00
Document Index: 120416602

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art.6', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 6', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 6']

Inviato da scresti_redattore il 31 maggio 2017 - 16:55.
Inviato da Emilio Matricciani il 4 maggio 2017 - 15:38.
Inviato da vincenzo durante il 31 marzo 2017 - 18:23.
Condivido pienamente le osservazioni di Paolo Caretti e Claudio Marazzini sulla sentenza interpretativa di rigetto n.42/2017 della Corte Costituzionale.
Molto convincenti mi sembrano, inoltre, gli argomenti sui quali si fonda l'idea di Paolo Caretti d'inserire nell'art.6 della Costituzione il principio dell'ufficialità della lingua italiana.
Inviato da Valdo Spini il 30 marzo 2017 - 12:39.
Come presidente dell'Aici (Associazione delle Istituzioni Culturali Italiane) saluto positivamente la sentenza della Corte Costituzionale e condivido i comment di Paolo Caretti e Claudio Marazzini.
Non la conoscevamo quando abbiamo deciso di chiedere al Presidente Marazzini, di tenere la lectio magistralis in occasione della nostra assemblea annuale a Roma il 20 aprile prossimo (ore 15.30) sala Zuccari del senato a Palazzo Giustiniani).
Ma evidentemente i nostri pensieri si sono incrociati visto che il tema della lezione sarà. "Italiano oggi e domani:lingua e cultura nella nazione inernazionale"
Inviato da Francesca Fusco il 28 marzo 2017 - 23:09.
La sentenza interpretativa di rigetto 42/2017 della Consulta si rileva di particolare interesse non solo in relazione al caso concreto del Politecnico di Milano e alla possibilità per le università di istituire corsi di studio interamente in lingua straniera, ma soprattutto perché statuisce su questioni di politica linguistica e di tutela della lingua italiana. La Corte Costituzionale ha sentito difatti, per la prima volta, il bisogno di ribadire con forza quel principio di «ufficialità, e quindi primazia» della lingua italiana che già più volte aveva toccato nelle sue pronunce ma su cui non aveva mai insistito con tanta enfasi e chiarezza. Ed è proprio questo che deve indurre a una riflessione: se la Consulta ha ritenuto necessario ribadire con tale forza «il primato della lingua italiana», primato che sembrava così scontato nel 1948 da far sì che non venisse nemmeno incluso tra i Principi fondamentali della Carta costituzionale (onde evitare anche facili e vicini echi fascisti), è perché oggi tale principio non può più darsi per scontato, anzi. La costante spinta in direzione di un’internalizzazione che permetta all’Italia di essere competitiva a livello sovranazionale ci fa talvolta “dimenticare” alcuni dei valori fondanti della nostra Repubblica, come la lingua italiana. Lingua che, invece di essere vista come un ostacolo all’internazionalizzazione e alla competitività del Paese, dovrebbe essere utilizzata, al contrario, come prezioso e insostituibile strumento per aumentare la nostra attrattività all’estero. Ed è anche questo che forse la Corte ci vuole ricordare quando afferma che «il primato della lingua italiana non solo è costituzionalmente indefettibile, bensì – lungi dall’essere una formale difesa di un retaggio del passato, inidonea a cogliere i mutamenti della modernità – diventa ancor più decisivo per la perdurante trasmissione del patrimonio storico e dell’identità della Repubblica, oltre che garanzia di salvaguardia e di valorizzazione dell’italiano come bene culturale in sé».
Come suggeriscono, tra gli altri, Claudio Marazzini, Nicoletta Maraschio e Paolo Caretti, efficaci e mirate politiche di valorizzazione dell’italiano fuori e dentro i nostri confini gioverebbero probabilmente di più alla competitività e all’attrattività dell’Italia all’estero che qualche corso di studio impartito esclusivamente in inglese (che, oltre a impedire agli studenti italiani l’acquisizione della terminologia tecnica nella lingua materna, attrarrebbe solo in prima istanza studenti stranieri in Italia, in quanto questi, non conoscendo la lingua nazionale, difficilmente riuscirebbero poi a spendere il loro titolo all’interno dei confini nazionali).
Attivare corsi di studio interamente in inglese, quindi, oltre a violare gli articoli 3, 6, 33 comma 1 e 34 comma 3 della Costituzione, non sarebbe forse nemmeno una politica vincente per l’Italia, quanto potrebbe essere invece la valorizzazione della lingua nazionale («vettore della cultura e della tradizione immanenti nella comunità nazionale», come ribadisce la Consulta), a fianco, si intende, di politiche volte all’acquisizione di ottime competenze anche nelle lingue straniere (come potrebbe essere, ad esempio, il potenziamento dei corsi di inglese professionale nelle università). E se siamo arrivati a un punto in cui abbiamo bisogno che sia la Corte Costituzionale a ricordarci che l’italiano è la lingua ufficiale della nostra Repubblica e che in quanto tale va tutelata, allora forse è meglio, come suggerisce da ultimo Paolo Caretti, che una riforma costituzionale intervenga a introdurre esplicitamente tale principio nella Carta costituzionale, aggiungendo un primo comma all’art. 6 della Costituzione.
Inviato da Giancarlo Consonni il 25 marzo 2017 - 18:08.
Un lingua per orientarsi nel mondo
«[…] bisogna pur ch’io lo dica, quantunque con mio grande rammarico, ei pare che la lingua Italiana sia più coltivata fuor dell’Italia che nell’Italia medesima». Così Angelo Vergani (A new and complete italian grammar, Livorno 1828, p. 10). Sono passati quasi centonovant’anni e, nonostante nel frattempo sia avvenuta la faticosa, straordinaria conquista di una lingua nazionale, quell’affermazione potrebbe essere riproposta pari pari. Fiumi di parole si spendono tutti i giorni per celebrare il made in Italy ma, accanto a design, moda, cibo e vino, raramente troviamo la bellezza delle città e dei paesaggi (quel che resiste) e mai un cenno alla lingua. Eppure ci sarebbero molte ragioni, storiche e attuali, per mostrare e valorizzare le connessioni e le possibili sinergie tra tutti questi fatti.
Quella che è «una delle più belle, e più armoniose fra le moderne lingue Europee» (sempre Vergani) non sembra avere in patria l’attenzione che merita; per non dire del trattamento che le è riservato dalle classi dirigenti e dai media del Bel Paese: autolesionismo e provincialismo vanno a braccetto, nonostante l’italiano sia al quarto posto tra le lingue più studiate al mondo. Un risultato, questo, che è tanto più apprezzabile in quanto in molta parte attribuibile alla forza della cultura e del saper fare (di cui è parte il made in Italy) e che si configura come una resistenza alla potenza espressa dall’inglese-americano grazie al potere politico-economico.
Certo: in questa potenza conta non poco la primazia conquistata come lingua della comunicazione scientifica in molti campi. Ma riconoscere questo fatto non può tradursi automaticamente in una resa di Davide a Golia, come fanno coloro che, nell’intento lodevole di difendere il prestigio dell’università italiana, ritengono che la strada maestra sia l’adozione dell’inglese come lingua esclusiva degli atenei.
Più che di una strada maestra si tratta, in realtà, di una scorciatoia per scalare le classifiche internazionali. Ma, a parte l’illusorietà circa l’efficacia di simili espedienti, è improcrastinabile un bilancio costi e benefici: l’inseguimento in tutti i modi delle immatricolazioni dall’estero ha come conseguenza che il sistema universitario pubblico è investito da fiumi di studenti in entrata e in uscita con il risultato di carichi impropri sul contribuente italiano e contropartite per lo più risibili.
Ma c’è dell’altro. Si fa un tutt’uno di due sfere – la ricerca e la formazione – che rispondono a esigenze specifiche (e che semmai andrebbero interrelate assai più di quanto non si faccia). La formazione, per stare all’essenziale, non può non porsi un orizzonte più ampio di quello della trasmissione di competenze specifiche. Tanto più in una fase di esasperazione della supremazia della tecnica, occorre attrezzare i giovani sul terreno dei valori etici e civili. E questo passa attraverso la loro capacità di orientarsi nel mondo e di produrre pensiero e conoscenza: un orizzonte di questioni che chiede ai soggetti in formazione il massimo controllo della lingua, altro che il consegnarsi alla povertà di un inglese veicolare.
Inviato da Daniel Panizza il 14 maggio 2017 - 05:45.
Economia in costante peggioramento, assenza totale di orgoglio nazionale, mancanza di attenzione (e perdita di prestigio) dell'arte e della cultura in generale... Tutti elementi che non fanno ben sperare per il futuro della lingua italiana.
In questo caso si è scampato sicuramente un grande pericolo, perché il messaggio percepito avrebbe avuto, a lungo termine, conseguenze disastrose. Ma ci saranno altri assalti; è inevitabile, a meno che il nostro Paese non trovi modo di ritrovare orgoglio e prestigio.
E forse bisognerebbe anche giocare un po' più in attacco, e trovare dei modi per promuovere l'italiano (anche in Italia!). Io vedo sempre, in chi dovrebbe occuparsi di tale compito, un atteggiamento elitario, distaccato e qualche volta anche parruccone. Ma forse è un problema mio.
Inviato da Stefania Stefanelli il 24 marzo 2017 - 19:27.
La sentenza della Corte Costituzionale appare apprezzabile per la parte in cui raccomanda agli Atenei "ragionevolezza, proporzionalità e adeguatezza" nell'uso della lingua inglese in ambito didattico. In particolare, concordo con l'esigenza di rispettare, nell'offerta formativa, il primato della lingua italiana, il principio di eguaglianza, il diritto all'istruzione, la libertà d'insegnamento. Effettivamente, a proposito del diritto all'istruzione, nasce il sospetto che possa risultare più alto il numero degli studenti italiani dissuasi dalla obbligatorietà di padroneggiare l'inglese, rispetto al numero degli studenti stranieri attratti dall'uso esclusivo di questa lingua.
Tuttavia: che cosa significano in concreto i termini "ragionevolezza", "proporzionalità", "adeguatezza"? In particolare: che cosa s'intende per "proporzionalità" se la medesima sentenza esclude che i principi costituzionali siano in grado di imporre che i corsi in inglese debbano essere affiancati da corsi equivalenti in italiano?
Ha ragione Paolo Caretti quando si chiede se gli stimoli della Corte Costituzionale siano sufficienti o se, piuttosto, non sarebbe opportuno rivedere l'art. 6 della Costituzione, affermando esplicitamente l'uso della lingua italiana (fatta salva la tutela delle lingue minoritarie) in tutte le sedi pubbliche del territorio italiano.
Inviato da Anonimo il 24 marzo 2017 - 15:45.