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Timestamp: 2019-04-24 09:53:50+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 514', 'art. 515', 'art. 516', 'sentenza ', 'art. 619']

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Il lavoratore che non si insinua al passivo, ignorando la dichiarazione di fallimento della società datrice di lavoro, né agisce tempestivamente sui beni del debitore tornato in bonis, non ha diritto alla liquidazione del TFR dall’INPS
Nel 2017 la Corte d’appello di Milano aveva rigettato la domanda proposta da un lavoratore nei riguardi dell’INPS- Gestione Fondo di Garanzia (ex lege 297/82) volta ad ottenere il pagamento della somma di 20.690,00 euro a titolo di TFR, già accertata con decreto ingiuntivo definitivo con il quale, il medesimo lavoratore aveva chiesto, con esito negativo, la riparatura del fallimento della propria datrice di lavoro che si era chiuso con riparto dell’attivo.
Per la corte d’appello la mancata insinuazione al passivo del lavoratore era dovuta al fatto che quest’ultimo aveva ignorato che fosse stato dichiarato il fallimento della società datrice di lavoro, tuttavia tale ignoranza non era giustificabile data la pubblicità dichiarativa cui è soggetta la sentenza di fallimento e in ogni caso era stato accertato che il medesimo lavoratore non aveva neppure provato di aver tentato di ottenere soddisfazione del suo credito sui beni del debitore tornato in bonis, ma si era limitato a presentare la domanda al Fondo di Garanzia soltanto quando ormai il fallimento si era chiuso con riparto finale dell’attivo.
La decisione è stata confermata anche dai giudici della Cassazione.
Secondo il tradizionale orientamento, «in caso di fallimento del datore di lavoro, il pagamento del TFR da parte del fondo di garanzia, richiede che il lavoratore assolva all’onere di dimostrare che è stata emessa sentenza di fallimento e che il suo credito è stato ammesso allo stato passivo, senza che questo requisito possa essere escluso a seguito della dimostrazione, da parte del lavoratore, che la mancata insinuazione nel passivo fallimentare del suo credito è addebitabile alla incolpevole non conoscenza da parte sua dell’apertura della procedura fallimentare, poiché la legge fallimentare contiene una serie di disposizioni che assicurano ai terzi la possibilità di conoscenza in relazione ai diversi atti del procedimento e svolgono quindi, la funzione di una vera e propria pubblicità dichiarativa» (Cass. n. 3640/2012).
Nel dare attuazione alla direttiva n. 80/987, il legislatore italiano (l. N. 297/1982, art. 2) ha istituito presso l’INPS il fondo di garanzia in caso di insolvenza del datore di lavoro, per la soddisfazione effettiva del credito.
Tale Fondo di Garanzia assicura “il pagamento dei diritti non pagati dei lavoratori subordinati” (TFR).
In sostanza il Fondo “si sostituisce” al datore di lavoro inadempiente nel pagamento del trattamento di fine rapporto e dei crediti di lavoro, diversi da quelli spettanti a titolo di tfr, inerenti gli ultimi tre mesi del rapporto di lavoro”.
Ad ogni modo, nel caso in cui il lavoratore non dimostri di essere stato ammesso al passivo del fallimento e tale ammissione sia resa impossibile dalla chiusura della procedura fallimentare per insufficienza dell’attivo prima dell’esame di una domanda tardiva di insinuazione, il lavoratore è tenuto a procedere ad esecuzione forzata nei confronti del datore di lavoro tornato in bonis.
Nel caso in esame, l’azione esecutiva non era stata esperita ma era stato ugualmente iniziato il procedimento giudiziario per ottenere la condanna del Fondo al pagamento delle somme predette, né era emerso che il credito fosse stato già positivamente accertato con decreto ingiuntivo dichiarato definitivo.
Il lavoratore con una diligenza ordinaria, avrebbe dovuto porre in esecuzione il titolo e solo dopo aver verificato l’incapienza del patrimonio della datrice di lavoro, rivolgere la sua domanda all’INPS che gestisce il Fondo.
Per tali motivi, il ricorso è stato rigettato con condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.
L’Azienda sanitaria era stata condannata a liquidare 1,7 milioni alla famiglia di una bambina nata con una paralisi cerebrale nel 2004
Era rimasta invalida alla nascita, riportando una gravissima paralisi cerebrale. Lo scorso Giugno il Tribunale di Ravenna aveva condannato la Ausl Romagna a risarcire la famiglia della giovane, oggi 14enne. Il Giudice, nello specifico, aveva disposto la liquidazione da parte dell’Azienda sanitaria di una cifra pari a 1,7 milioni di euro.
La vicenda risale al marzo del 2004. La madre, giunta alla 38esima settimana di gravidanza, si era presentata all’ospedale di Lugo per un controllo. I medici, in quella circostanza, avevano rilevato una sofferenza fetale. Tuttavia, non ne avevano disposto il ricovero. Secondo quanto appurato non erano infatti disponibili culle termiche, né un’ambulanza.
La donna, quindi, era stata invitata a recarsi con mezzi propri all’Ospedale di Ferrara, dove nacquero le bambine. Ma la prima gemellina, ormai asfittica, venne alla luce con una situazione già compromessa.
Nei confronti della condanna l’Ausl non ha proposto appello. Nonostante la sentenza sia divenuta esecutiva a luglio, però, la somma stabilita a titolo di risarcimento non è ancora stata corrisposta. I parenti secondo quanto riportato dall’Ansa, hanno quindi deciso di procedere al pignoramento sui conti dell’azienda sanitaria, per 2,5 milioni di euro. Si tratta di un ammontare derivante dalla somma dovuta aumentata di un terzo, come previsto dalla normativa in materia.
I legali della famiglia avrebbero citato l’Azienda sanitaria davanti al giudice dell’esecuzione di Forlì. E’ qui infatti che avrebbe sede l’istituto di credito che gestisce il servizio tesoreria dell’Ente. L’udienza è fissata per il gennaio del 2019.
Fondo patrimoniale: è pignorabile in caso di multe non pagate?
La Corte di Cassazione ha fornito chiarimenti importanti in merito alla possibilità di pignorare il fondo patrimoniale in caso di multe non pagate
La Corte di cassazione con la sentenza n. 20998/2018 ha fornito chiarimenti sulla pignorabilità del fondo patrimoniale in caso di multe non pagate.
Secondo gli Ermellini, infatti, l’iscrizione ipotecaria per debiti tributari è legittima a meno che non si dimostri la regolare costituzione del fondo patrimoniale. Così come la sua opponibilità al creditore e l’estraneità del debito alle necessità familiari.
Il tutto potrà avvenire a meno che l’onerato non fornisca la prova richiesta dal nostro ordinamento.
In linea generale, l’iscrizione ipotecaria di cui all’articolo 77 del d.p.r. n. 602/1973 fatta su un bene facente parte di un fondo patrimoniale nell’ambito della riscossione coattiva delle imposte è legittima. Ma, ricordano gli Ermellini, solo se l’obbligazione tributaria è strumentale ai bisogni della famiglia.
Oppure, se il titolare del credito non ne conosceva l’estraneità ai bisogni della famiglia.
Un altro aspetto importantissimo da ricordare è l’onere della prova.
Infatti, l’onere di fornire la prova necessaria a rendere illegittima l’ipoteca grava in capo al debitore, il quale deve dimostrare:
regolare costituzione del fondo patrimoniale
L’indagine del giudice deve quindi concentrarsi specificamente sul fatto generatore dell’obbligazione, a prescindere dalla natura di quest’ultima.
In mancanza di tale prova, l’iscrizione ipotecaria su un bene facente parte di un fondo patrimoniale non può che ritenersi legittima, a prescindere dalla natura del debito che l’ha determinata.
Ciò in quanto la natura del contributo non contraddice si per sé, se manca la prova contraria, la circostanza che i crediti portati dai titoli esecutivi.
E questo, sia per violazioni del codice della strada sia per omesso pagamento di tributi, riguardino delle esigenze familiari.
La Corte, infine, si è soffermata inoltre su cosa debba intendersi per bisogni della famiglia e ha precisato che in essi vanno ricompresi anche “i bisogni ritenuti tali dai coniugi in ragione dell’indirizzo della vita familiare e del tenore prescelto, in conseguenza delle possibilità economiche familiari”.
PIGNORAMENTO DEL TFR: È UN’AZIONE DA RITENERSI LEGITTIMA?
Codacons a rischio chiusura: il Fisco pignora beni per 300mila euro
Il Codacons è a serio rischio. Potrebbe infatti scomparire come associazione dei consumatori. Il tutto dopo il pignoramento di beni per 300mila euro da parte del Fisco con conseguente blocco delle risorse.
Il Codacons si trova a rischio chiusura in seguito al pignoramento, da parte dell’Agenzia delle Entrate, di beni per 300 mila euro. E, il conseguente blocco delle risorse, metterebbe a repentaglio la sua sopravvivenza.
È quanto ha denunciato l’associazione in una nota. Inviando un appello al premier Conte, ai vice premier, Luigi Di maio e Matteo Salvini, e al ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha chiesto un vero e proprio “salvataggio”.
A causare il pignoramento è stato, afferma una nota dell’Associazione, il contributo unificato che “il Codacons, in qualità di Onlus, non è tenuta a pagare sugli atti legali portati avanti a difesa della società e della collettività, ma che il fisco italiano continua a richiedere in modo ossessivo fino ad arrivare al recente pignoramento, deciso sulla base di interpretazioni della norma totalmente errate’.
Eppure, solo nell’ultimo anno, sono stati avviati più di 300 ricorsi nei tribunali di tutta Italia.E tutti tesi ad affermare i diritti dei cittadini.
“Azioni che ora – scrive il Codacons – a causa del pignoramento dei beni dell’associazione, dovranno essere interrotte”.
Per questo motivo, il Codacons ha deciso di rivolgere un appello al Governo, auspicando un salvataggio.
Se il ministro non spiegherà chiaramente all’Agenzia che il contributo unificato non si può applicare alle realtà Onlus, conclude la nota, “dal prossimo settembre la più importante organizzazione dei consumatori italiana sarà costretta a chiudere progressivamente tutte le proprie sedi fino ad arrivare a portare i libri in tribunale e dichiarare fallimento”.
Resta ora da capire quali saranno le prossime mosse del Governo e se, effettivamente, intenderà muoversi per salvare l’associazione dei consumatori.
SALDI ESTIVI: UN DECALOGO PER I CONSUMATORI
DIRITTO ADDIZIONALE IN FARMACIA, FARMACISTI: INUTILE IL RICORSO
Beni impignorabili: ecco tutto quello che c’è da sapere
Quando si parla di beni che non è possibile pignorare è bene avere le idee chiare. Ecco quali sono i beni assolutamente impignorabili, quelli relativamente impignorabili e quelli pignorabili solo in alcune circostanze di tempo.
Quando si parla di beni impignorabili, è importante fare alcune distinzioni e avere ben chiaro di cosa stiamo parlando.
Prima di tutto, per sapere quali sono i beni che non si possono pignorare occorre fare riferimento agli artt. 514, 515, 516 del codice di procedura civile.
Sono questi articoli, infatti, a definire i beni assolutamente impignorabili, quelli relativamente impignorabili e quelli pignorabili solo in alcune circostanze di tempo. A questi poi vanno aggiunti i beni del terzo, che l’ufficiale giudiziario può pignorare se il debitore non prova la proprietà altrui.
Ecco un elenco dei beni che non si possono assolutamente pignorare ex art. 514 c.p.c..
2) la fede nuziale, i vestiti, la biancheria, i letti, i tavoli per consumare i pasti e le relative sedie, gli armadi guardaroba, i cassettoni, il frigo, le stufe ed i fornelli di cucina anche se a gas o elettrici, la lavatrice, gli utensili di casa e di cucina e un mobile idoneo a contenerli, poiché si tratta di oggetti indispensabili al debitore e ai familiari conviventi;
4) gli strumenti, gli oggetti e i libri necessari per esercitare l’arte, la professione o il mestiere del debitore;
6-ter) gli animali impiegati per finalità terapeutiche fini terapeutici o di assistenza del debitore, del coniuge, del convivente o dei figli.
Sono invece considerati pignorabili, anche se parte del mobilio dell’abitazione, i mobili di rilevante valore economico per accertato pregio artistico o di antiquariato. Sono pignorabili anche i manoscritti che facciano parte di una collezione.
Il codice civile, inoltre, contiene norme che dispongono l’impignorabilità dei seguenti beni:
Ci sono poi i cosiddetti beni relativamente pignorabili, ex art. 515 c.p.c., ovvero le cose utilizzate dal debitore per lo svolgimento del suo lavoro, arte, mestiere e professione.
Ad esempio le cose che il proprietario di un fondo tiene per il servizio e la coltivazione dello stesso, possono essere pignorate separatamente dall’immobile solo in mancanza di altri mobili.
Tuttavia, il giudice dell’esecuzione può percorrere due strade.
La prima consiste nel ritenerle impignorabili con ordinanza, se le ritiene necessarie per la coltura, la coltivazione o il servizio del fondo.
La seconda consiste nel permetterne l’uso, anche se pignorate, adottando le opportune cautele per la loro conservazione e ricostituzione.
Inoltre, gli strumenti, gli oggetti e i libri indispensabili per esercitare la professione, l’arte o il mestiere del debitore possono essere pignorati nei limiti di un quinto. Questo laddove il presumibile valore di realizzo degli altri beni individuati dall’ufficiale giudiziario o indicati dal debitore non è sufficiente soddisfare il credito. Il limite di 1/5 non si applica ai debitori costituiti in forma societaria o se nelle attività del debitore risulta che il capitale investito sul lavoro è prevalente.
Sono poi relativamente impignorabili:
stipendi, salari e indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego, comprese quelle dovute per cause di licenziamento e crediti alimentari e, nella misura di 1/5, per tributi o altri crediti;
Esistono poi beni pignorabili in particolari circostanze di tempo (art. 516 c.p.c.).
i frutti non ancora raccolti o separati dal suolo separatamente dall’immobile a cui accedono nelle ultime sei settimane anteriori al tempo ordinario della loro maturazione. Questo a meno che il creditore pignorante si assuma le maggiori spese della custodia;
Può inoltre accadere che presso il debitore si trovino beni appartenenti a terze persone. In questo caso i beni non possono essere pignorati dall’ufficiale giudiziario in particolari circostanze.
La prima è quella in cui il debitore, esibendo un atto pubblico, una scrittura privata autenticata o una sentenza passata in giudicato, riesca a dimostrare che il bene appartiene a un altra persona. La seconda è quella in cui la data del documento da cui risulta la titolarità del bene al terzo sia precedente di un anno rispetto al pignoramento.
Se poi l’ufficiale giudiziario procede comunque al pignoramento, poiché non spetta a lui verificare la proprietà dei beni che si trovano nella disponibilità del debitore, spetterà al vero proprietario dimostrarne la titolarità con l’azione di opposizione di terzo ai sensi dell’art. 619 c.p.c.
PIGNORAMENTO TRASCRITTO PER ERRORE, CHI PAGA I DANNI?
Tutela degli animali, cane ‘pignorato’ e venduto all’asta
Il caso ha generato polemiche; la legge, infatti, vieta il pignoramento degli animali di compagnia, ma non di quelli da allevamento
L’istituto vendite giudiziarie di Pisa ha battuto all’asta una femmina di barboncino toy di circa 8 anni, dotata di microchip e certificato Enci (Ente nazionale cinofilia italiana). Il cane, che era stato “pignorato” da un allevamento assieme ad altri beni “mobili”, è stato così acquistato per la cifra di 300 euro dalla proprietaria di un’azienda agricola. La vicenda ha suscitato le proteste delle associazioni del territorio che lavorano a difesa degli animali, sollevando un dibattito in relazione alla possibilità che un animale possa finire sulla lista di un pubblico incanto.
La legge n. 221/2015, aggiungendo due nuovi commi all’articolo 514 del codice di procedura civile (cose mobili assolutamente impignorabili), ha infatti vietato la possibilità di pignorare qualsiasi animale tenuto per compagnia e affetto presso la casa del debitore o negli altri luoghi a lui appartenenti, senza fini produttivi, alimentari o commerciali. Il divieto è esteso, inoltre, anche agli animali impiegati ai fini terapeutici o di assistenza del debitore, del coniuge, del convivente o dei figli. Nel caso in questione, tuttavia, il pignoramento del cane sarebbe legittimato dalla provenienza dell’animale, cresciuto in un allevamento e dunque da non considerarsi come animale da affezione in quanto detenuto a fini produttivi.
Il caso di Pisa dimostra come nel nostro Paese sia ancora da portare a termine il percorso normativo di adeguamento agli impegni interazionali, in particolare a quanto stabilito dall’articolo 13 del Trattato dell’Unione Europea in base al quale “nella formulazione e nell’attuazione delle politiche dell’Unione nei settori dell’agricoltura, della pesca, dei trasporti, del mercato interno, della ricerca e sviluppo tecnologico e dello spazio, l’Unione e gli Stati membri tengono pienamente conto delle esigenze in materia di benessere degli animali in quanto esseri senzienti, rispettando nel contempo le disposizioni legislative o amministrative e le consuetudini degli Stati membri per quanto riguarda, in particolare, i riti religiosi, le tradizioni culturali e il patrimonio regionale”.
In Italia, infatti, il superamento del concetto di animale come “res” e la sua considerazione quale essere senziente non è ancora del tutto avvenuta. Nonostante i numerosi interventi normativi effettuati a tutela degli animali, sia in ambito civilistico che penalistico, la giurisprudenza, consente ancora il sequestro e la confisca dell’animale, come ad esempio in caso arrechi disturbo.