Source: http://altritalia.org/intercettazioni-il-punto/
Timestamp: 2018-11-15 12:25:02+00:00
Document Index: 143595932

Matched Legal Cases: ['art. 266', 'art. 4', 'art. 600', 'art. 614', 'sentenza ', 'Cass. Sez. ', 'sentenza ', 'art. 10', 'art. 6', 'art. 10', 'art. 10']

Intercettazioni, il punto » ALTRiTALIA
luglio 5, 2010 ALTRiTALIA	POLITICA & PALAZZO
Intercettazioni, il punto
Attualmente, l’art. 266 c.p.p. prevede, al comma 1, che l’intercettazione di conversazioni o comunicazioni telefoniche e di altre forme di telecomunicazione è consentita nei procedimenti relativi ai seguenti reati:
a) delitti non colposi per i quali è prevista la pena dell’ergastolo o della reclusione superiore nel massimo a 5 anni determinata a norma dell’art. 4;
b) delitti contro la pubblica amministrazione per i quali è prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a 5 anni determinata a norma dell’ari. 4;
f-bis) delitti previsti dall’ari. 600-ter, terzo comma, c.p., anche se relativi al materiale pornografico di cui all’art. 600-quater. c.p..
Ai sensi del comma 2, negli stessi casi è consentita l’intercettazione di comunicazioni tra presenti. Tuttavia, qualora queste avvengano nei luoghi indicati dall’art. 614 c.p. (abitazioni o altri luoghi di privata dimora), l’intercettazione è consentita solo se vi è fondato motivo di ritenere che ivi si stia svolgendo l’attività criminosa.
Attualmente, ai sensi dell’ari. 267 c.p.p., il PM richiede al GIP l’autorizzazione a disporre l’intercettazione.
Il GIP, con decreto motivato, concede l’autorizzazione solo nel caso in cui:
(1) l’intercettazione sia assolutamente indispensabile ai fini della prosecuzione dell’indagine;
Nei casi di urgenza, quando vi è fondato timore di ritenere che dal ritardo possa derivare grave pregiudizio alle indagini, è lo stesso PM a disporre l’intercettazione con decreto motivato. Tale decreto va comunicato immediatamente e comunque non oltre 24 ore al GIP. Il giudice, entro 48 ore dal provvedimento, decide sulla convalida con decreto motivato. Se il decreto del PM non viene convalidato nel termine stabilito, l’intercettazione non può essere proseguita e i risultati di essa non possono essere utilizzati.
Il decreto del PM, che dispone l’intercettazione, indica le modalità e la durata delle operazioni. Tale durata non può superare i 15 giorni, ma può essere prorogata dal giudice con decreto motivato per periodi successivi di 15 giorni, qualora ne permangano i presupposti.
Il PM procede alle operazioni di intercettazione personalmente, ovvero avvalendosi di un ufficiale di polizia giudiziaria. I decreti che dispongono, autorizzano, convalidano o prorogano le intercettazioni sono annotati, in ordine cronologico, su un apposito registro riservato tenuto nell’ufficio del pubblico ministero. Per ciascuna intercettazione vengono annotati l’inizio e il termine delle operazioni.
Al riguardo sono intervenute le Sezioni Unite della Cassazione nel 2000 (sent. nr. 17 del 21.6.2000), statuendo che “La motivazione “per relationem” di un provvedimento giudiziale è da considerare legittima quando:
1)- faccia riferimento, recettizio o di semplice rinvio, a un legittimo atto del procedimento, la cui motivazione risulti congrua rispetto all’esigenza di giustificazione propria del provvedimento di destinazione;
3)- l’atto di riferimento, quando non venga allegato o trascritto nel provvedimento da motivare, sia conosciuto dall’interessato o almeno ostensibile, quanto meno al momento in cui si renda attuale l’esercizio della facoltà di valutazione, di critica ed, eventualmente, di gravame e, conseguentemente, di controllo dell’organo della valutazione o dell’impugnazione.”
“In tema di esecuzione delle operazioni di intercettazione di conversazioni o comunicazioni, l’obbligo di motivazione del decreto del pubblico ministero che dispone l’utilizzazione di impianti diversi da quelli in dotazione all’ufficio di Procura non è assolto col semplice riferimento alla “insufficienza o inidoneità” degli impianti stessi (che ripete il conclusivo giudizio racchiuso nella formula di legge), ma richiede la specificazione delle ragioni di tale carenza che in concreto depongono per la ritenuta “insufficienza o inidoneità”.
Nella motivazione la Corte ha precisato che l’adempimento dell’obbligo di motivazione implica, per il caso di inidoneità funzionale degli impianti della Procura, che sia data contezza, seppure senza particolari locuzioni o approfondimenti, delle ragioni che li rendono concretamente inadeguati al raggiungimento dello scopo, in relazione al reato per cui si procede ed al tipo di indagini necessarie.
Un’altra questione oggetto di contenzioso giudiziario, sempre nel campo delle modalità di esecuzione delle operazioni di intercettazione, riguarda la problematica del c.d. “ascolto remoto”, cioè il ricorso ad una tecnologia che consente l’ascolto – in contemporanea – delle conversazioni intercettate in luogo diverso dagli uffici della Procura dove sono installati gli impianti di registrazione. Ciò normalmente avviene presso gli uffici di polizia giudiziaria, situati sul territorio, per consentire un intervento più immediato – in caso di necessità – per bloccare un’attività criminosa o catturare un latitante.
Anche su tale questione sono dovute intervenire le Sezioni Unite con la sentenza n. 36359 del 26/06/2008 , salvando dalla scure dell’inutilizzabilità le intercettazioni effettuate con la tecnica dell’ascolto remotizzato. Al riguardo la Corte ha statuito che “Condizione necessaria per l’utilizzabilità delle intercettazioni è che l’attività di registrazione – che, sulla base delle tecnologie attualmente in uso, consiste nella immissione dei dati captati in una memoria informatica centralizzata – avvenga nei locali della Procura della Repubblica mediante l’utilizzo di impianti ivi esistenti, mentre non rileva che negli stessi locali vengano successivamente svolte anche le ulteriori attività di ascolto, verbalizzazione ed eventuale riproduzione dei dati così registrati, che possono dunque essere eseguite “in remoto” presso gli uffici della polizia giudiziaria.”
Poiché poi nella prassi giudiziaria si sono – indubbiamente – verificati episodi di ricorso inflazionato allo strumento delle intercettazioni, specialmente nel caso di alcune indagini condotte dalla Procura della Repubblica di Potenza, occorre rilevare che il ricorso all’intercettazione facile è stato stroncato dalla Cassazione. In una recente pronuncia, confermando la sanzione di inutilizzabilità irrogata dal giudice del merito, la Corte ha statuito che: ”In tema di intercettazioni telefoniche, la motivazione dei decreti autorizzativi, nel chiarire le ragioni del provvedimento, in ordine alla indispensabilità del mezzo probatorio, ai fini della prosecuzione delle indagini, ed alla sussistenza dei gravi indizi di reato, deve necessariamente dar conto delle ragioni che impongono l’intercettazione di una determina utenza telefonica che fa capo ad una specifica persona, indicando pertanto il collegamento tra l’indagine in corso e la medesima persona” (Cass. Sez. VI, Sent. n. 12722 del 12/02/2009).
Come si può facilmente notare, i casi più frequenti di discussione e di attrito tra esigenza di tutela del cittadino ed efficacia dell’azione penale – gli stessi che vengono invocati quale motivo per riformare la disciplina delle intercettazioni da parte della maggioranza al governo – in realtà sono già stati ampiamente identificati e risolti dalla massima autorità giudiziaria.
La disciplina in discussione limita radicalmente l’uso delle intercettazioni ambientali, ha osservato al riguardo il CSM, nel parere citato, che “si tratta di una stretta che elimina con un tratto la quasi totalità delle intercettazioni ambientali, anche perché la dizione utilizzata dal legislatore – che ripercorre quella attualmente in vigore, ma limitata ai luoghi di privata dimora o equiparati – fa riferimento allo svolgimento “attuale” dell’attività criminosa, non al “potenziale” svolgimento della stessa; l’effettuazione dell’intercettazione dovrà, quindi, fondarsi, come attualmente avviene per le eccezionali occasioni di intercettazioni ambientali in luoghi di privata dimora, su elementi concreti che indichino che in quella specifica occasione si stia svolgendo l’attività criminosa.”
Come abbiamo visto, nella disciplina attuale il PM richiede al GIP l’autorizzazione a disporre l’intercettazione ed Il GIP, con decreto motivato, concede l’autorizzazione solo nel caso in cui l’intercettazione sia assolutamente indispensabile ai fini della prosecuzione dell’indagine e vi siano gravi indizi di reato.
E’ di tutta evidenza che attribuire il potere autorizzatorio al tribunale distrettuale in formazione collegiale, determina gravi inconvenienti, come rilevato nel parere del CSM che ha osservato che: “per alcuni tribunali distrettuali di minori dimensioni la disciplina attuale delle incompatibilità, congiunta con l’attribuzione del potere autorizzatorio ad un organo collegiale diverso dal GIP, determinerebbe il pericoloso approssimarsi di quel limite di saturazione oltre il quale si verifica la materiale impossibilità di celebrare i processi. In proposito, va comunque segnalato che affidare ad un collegio la competenza per l’autorizzazione allo svolgimento delle intercettazioni, appare distonico con il vigente sistema nel quale è previsto che un giudice monocratico possa irrogare anche pene di particolare rilevanza. In secondo luogo la previsione di una competenza accentrata nel tribunale distrettuale (..) determinerebbe un sicuro maggiore aggravio dei carichi di lavoro negli uffici giudiziari presso i tribunali interessati. Tali grandi uffici già ora sono quelli in maggior difficoltà nel territorio, ed il fatto che non sia stata prevista alcuna misura organizzativa idonea ad attenuare gli effetti di immediato aumento delle loro competenze si ripercuoterà, inevitabilmente, sulla loro capacità di definizione ordinaria dei processi rallentando ulteriormente i tempi di esaurimento degli affari giudiziari. Inoltre sarebbe bene tenere presente che il trasferimento ed il ritiro degli atti necessari per l’autorizzazione all’intercettazione, oltre all’evidente aggravio di costi e di impegno, pone fortissimi interrogativi sulla tenuta della segretezza degli atti di indagine. È ben noto, infatti, che sia il fax che la posta elettronica – allo stato non assistita da necessarie garanzie di autenticità – non possono essere utilizzati per una siffatta circolazione di documenti, in quanto non sono ritenuti sicuri per la garanzia della segretezza degli atti e per la tutela della privacy delle persone.”
“Appare evidente – osserva il CSM – lo spreco di personale, di risorse e di energie che ciò comporterebbe. (..) Sembra poi evidente che tale sistema di trasmissione, non può che far accrescere i rischi di indebita conoscenza del contenuto degli atti di indagine con evidenti riflessi sulla salvaguardia della segretezza degli stessi.”
In tema di libertà di informazione dei media, deve essere richiamata la Raccomandazione Rec (2003) 13 del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, sulla diffusione d’informazioni attraverso i media in relazione ai procedimenti penali (adottata dal Consiglio dei ministri il 10 luglio 2003). Tale raccomandazione si basa, tra l’altro, sui seguenti presupposti: – i media hanno il diritto d’informare il pubblico alla luce del diritto dello stesso di ricevere informazioni, incluse informazioni su questioni d’interesse pubblico, in applicazione dell’articolo 10 della Convenzione, e che hanno il dovere professionale di farlo;
– i diritti alla presunzione d’innocenza, ad un processo equo ed al rispetto della vita privata e familiare, garantiti dagli articoli 6 e 8 della Convenzione, costituiscono esigenze fondamentali che devono essere rispettate in ogni società democratica;
– è importante che i media realizzino reportage sui procedimenti penali per informare il pubblico, r rendere visibile la funzione dissuasiva del diritto penale e consentire al pubblico di esercitare un diritto di controllo sul funzionamento del sistema giudiziario penale.
Principio 1 – Informazione del pubblico da parte dei media: il pubblico deve poter ricevere informazioni sulle attività delle autorità giudiziarie e dei servizi di polizia attraverso i media. I giornalisti devono di conseguenza poter liberamente riferire ed effettuare commenti sul funzionamento del sistema giudiziario penale, con salvezza delle sole limitazioni previste in applicazione dei principi sottoriportati. (…)
Principio 6 – Informazione regolare durante i procedimenti penali: nell’ambito dei procedimenti penali d’interesse pubblico o di altri procedimenti penali che richiamano in particolar modo l’attenzione del pubblico, le autorità giudiziarie ed i servizi di polizia dovrebbero informare i media dei loro atti essenziali, purché ciò non rechi pregiudizio al segreto istruttorie ed alle indagini di polizia e non ritardi o intralci i risultati dei procedimenti. Nel caso dei procedimenti penali che si protraggono per un lungo periodo, l’informazione dovrebbe essere fornita con regolarità.
Con particolare riferimento alla materia della pubblicazione di intercettazioni telefoniche, deve essere ricordata la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo del 7 giugno 2007 nel caso Dupuis ed altri contro la Francia (ricorso n. 1914/02).
Con tale pronuncia, la Corte ha affrontato il caso di due giornalisti francesi e della loro casa editrice ai quali erano state inflitte sanzioni pecuniarie, in quanto riconosciuti colpevoli del reato di concorso in violazione del segreto istruttorio o del segreto professionale ai sensi del codice penale francese. Essi avevano infatti pubblicato un libro contenente “facsimili di intercettazioni” e dichiarazioni rese dinanzi al magistrato istruttore da persone sottoposte ad istruttoria penale con riferimento ad una vicenda avente ad oggetto un sistema di intercettazioni illegali, che aveva destato vasta eco nell’opinione pubblica francese.
Nel valutare se l’ingerenza nella libertà d’espressione dei giornalisti (rappresentata dalla sanzione penale loro inflitta) fosse “necessaria in una società democratica” (come richiesto dal già ricordato art. 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo), la Corte di Strasburgo ha affermato, in linea di principio, che non è sostenibile che le questioni che sono sottoposte alla cognizione dei tribunali non possano, precedentemente o contemporaneamente, dar luogo a discussione in altre sedi, che siano le riviste specializzate, la stampa o l’opinione pubblica in generale. Alla funzione dei media, consistente nella comunicazione di dette informazioni e idee, si aggiunge il diritto del pubblico ad essere informato. Tuttavia, è necessario prendere in considerazione il diritto di ognuno a beneficiare di un processo equo quale quello garantito dall’art. 6, comma 1, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che, in materia penale, comprende il diritto ad un giudice imparziale. Con particolare riferimento al caso di specie, la Corte ha osservato che l’opera per cui era causa concerneva un dibattito che rivestiva un considerevole interesse pubblico. Essa apportava un contributo a quello che può essere definito un affare di Stato, che interessava l’opinione pubblica, e forniva alcune informazioni e riflessioni, trattandosi di personalità che erano state fatte oggetto di intercettazioni telefoniche illegali, delle situazioni in cui tali intercettazioni erano state effettuate e di coloro che ne erano stati i mandanti. Secondo la Corte, la lista delle duemila persone intercettate comprendeva i nomi di numerose personalità per lo meno mediatiche o mediatizzate. La Corte ha ricordato che l’art. 10, comma 2, della Convenzione non lascia spazio a restrizioni della libertà d’espressione nell’ambito del dibattito politico o delle questioni di interesse generale. Inoltre, i margini di critica ammissibili sono maggiori nei confronti di un uomo politico, in tale veste considerato, che di un privato cittadino: a differenza del secondo, il primo si espone inevitabilmente e consapevolmente ad un attento scrutinio di tutto quanto egli faccia, sia da parte dei giornalisti che da parte della generalità dei cittadini; conseguentemente, egli deve mostrare una maggiore tolleranza.
La Corte ha dichiarato che in una società democratica è necessario valutare con la più grande prudenza la necessità di punire per concorso nella violazione del segreto istruttorio o del segreto professionale dei giornalisti che prendono parte ad un dibattito pubblico di grande importanza, esercitando così la loro funzione di “cani da guardia” della democrazia. L’art. 10 della Convenzione tutela il diritto dei giornalisti a comunicare informazioni su questioni d’interesse generale quando essi si esprimono in buona fede, sulla base di fatti esatti e forniscono informazioni “affidabili e precise” nel rispetto dell’etica giornalistica.
In questo caso la Corte ha ritenuto non necessaria in una società democratica la sanzione inflitta a dei giornalisti per un articolo su un personaggio non pubblico coinvolto in un procedimento penale per evasione fiscale e truffa a enti previdenziali pubblici. Secondo la Corte, il fatto che l’articolo in questione avesse ad oggetto l’abuso di fondi pubblici costituiva una questione di pubblico interesse, anche in considerazione della gravità del caso. Dal punto di vista del diritto del pubblico ad essere informato su questioni di pubblico interesse, e dunque dal punto di vista della stampa, il bisogno di incoraggiare il dibattito pubblico su tale questione era fondato.