Source: http://movimentoperlagiustizia.org/argomenti/le-opinioni/21-e-necessaria-la-separazione-delle-carriere.html
Timestamp: 2017-06-23 17:22:59+00:00
Document Index: 89461886

Matched Legal Cases: ['art. 190', 'art.112', 'art. 109', 'art. 190', 'art.29', 'sentenza ', 'art.73', 'art.190', 'art.389', 'art.5', 'art. 106', 'art. 105', 'e contrario']

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di Armando Spataro (Procuratore della Repubblica Aggiunto a Milano, Segretario generale del Movimento per la Giustizia)
In tema di separazione delle carriere è davvero difficile dire qualche cosa di originale, specie se ci si rivolge ad una platea composta da addetti ai lavori: ma egualmente l’attualità ci impone uno sforzo, così come spinge ad una sintesi di argomenti ed obiezioni sin qui utilizzati. 1. Premessa : la situazione esistente e le diverse definizioni in campo. Come è noto, il sistema disegnato dalle norme dell’ordinamento giudiziario prevede che i magistrati, a semplice domanda, previo parere favorevole del Consiglio giudiziario e su delibera del Consiglio Superiore della Magistratura, possono indistintamente transitare nel corso della loro carriera, dall’esercizio delle funzioni giudicanti a quelle requirenti e viceversa; è necessario, in particolare, il parere previsto dall’art. 190 dell’ordinamento giudiziario, che, come si sa, è stato anche oggetto, vanamente, di domanda di abrogazione referendaria. In relazione alla domanda di passaggio da una carriera all’altra, non esistono limiti temporali speciali di previa permanenza nella funzione da cui si proviene, salvo quelli ordinari e generali – previsti dalla legge – di legittimazione a proporre domanda di trasferimento ad altra sede o di tramutamento da una funzione all’altra. La Costituzione (artt. 104 I c. e 107 ult. c.), in linea con la nostra cultura e tradizione giuridica, peraltro, prevede la figura del Pubblico Ministero come totalmente autonoma ed indipendente rispetto al potere esecutivo, assistita dalla stesse garanzie del giudice e, affermata l’obbligatorietà dell’azione penale (art.112), le attribuisce la disponibilità della polizia giudiziaria (art. 109). Appare netta, nel disegno costituzionale, la antitesi del modello previsto rispetto a qualsiasi ipotesi di centralizzazione e gerarchizzazione su scala nazionale del Pubblico Ministero. Questa carrellata, per quanto elementare, non appare superflua poiché sono proprio i principi enunciati che rischiano oggi di essere compromessi dalle prospettive di riforma ordinamentale che si addensano all’orizzonte.
2.c – La separazione delle carriere favorisce la maggiore specializzazione del Pubblico Ministero, richiesta dal Codice di Procedura Penale (approvato con DPR 22.9.98 n. 477 ed entrato in vigore un anno dopo) Questa tesi sembra rivestire apparentemente maggior dignità delle altre, fondata com’è su argomentazioni “tecniche” e su condivisibili esigenze di specializzazione: si sostiene, dunque, che nel contesto venutosi a formare con l’entrata in vigore nell’89 del nuovo codice di procedura penale, sarebbe necessaria una forte caratterizzazione professionale del pubblico ministero, più facilmente perseguibile in un regime di separazione delle carriere. In proposito, pur rammentando che la necessità del parere attitudinale favorevole al passaggio di funzioni venne introdotta nell’ordinamento giudiziario proprio in occasione dell’entrata in vigore di questo codice (l’attuale formulazione dell’art. 190 Ordinamento giudiziario, infatti, è stata introdotta dall’art.29 DPR 22.9.88 n. 449), va detto che l’esigenza di professionalità specifica può essere efficacemente assicurata anche stabilendo un congruo periodo di permanenza del magistrato in quelle funzioni senza che sia necessario vincolarlo a quella esercitata, vietargli di svolgere successivamente l’altra o frapporvi sbarramenti concorsuali: infatti, appartiene ad una visione non poliziesca del ruolo la necessità di assicurare che la formazione culturale del P.M. determini la sua consapevolezza dell’esigenza di raccolta delle prove in funzione del giudizio, prove che abbiano il peso, cioè, di quelle che il giudice ritiene sufficienti per la condanna. Questa cultura accresce la specializzazione e si consegue innanzitutto attraverso l’osmosi delle esperienze professionali tra giudici e pubblici ministeri, come del resto è dimostrato da numerosi casi di eccellenti dirigenti di Procure della Repubblica che vantano pregresse esperienze nel ramo giudicante. Insomma, il percorso professionale più ricco e formativo è quello che moltiplica le esperienze, tanto più in un sistema processuale penale come il nostro che non è di tipo accusatorio puro (sul modello americano, del quale mancano alcune connotazioni essenziali quali il verdetto immotivato, la immediata esecutività della sentenza di primo grado ed il carattere facoltativo dell’azione penale), ma è piuttosto un modello misto ispirato ad istituti e principi mutuati dall’uno e dall’altro dei diversi modelli di sistema accusatorio o inquisitorio. E nel nostro ordinamento, come si è già rilevato, il P.M., anche dopo l’entrata in vigore del nuovo codice di rito, ha conservato un ruolo di organo di giustizia deputato all’applicazione imparziale della legge, conformemente alle previsioni della Costituzione vigente e dell’ordinamento giudiziario (l’art.73 R.D. 30.1.1941 n.12 prevede che il P.M. “veglia all’osservanza delle leggi..”): un ruolo antitetico ed opposto al ruolo di semplice parte, che ha consentito l’effettiva tutela dei diritti dei cittadini e della collettività.
Tralasciando gli slogan suggestivi, dunque, occorre intendersi sul principio della parità tra accusa e difesa: esso è senz’altro condivisibile e persino ovvio se si riferisce al momento processuale del giudizio in genere e del dibattimento in particolare, dove accusa e difesa si devono confrontare su un piano di assoluta parità disponendo di poteri probatori perfettamente equivalenti (art.190 c.p.p.). E sul punto si dovrebbe ricordare, piuttosto, che per effetto di varie riforme si è realizzato – negli ultimi tempi - un notevole potenziamento del ruolo della difesa, al punto che il processo è diventato un percorso ad ostacoli, infarcito di regole che sono insidie formali o cavilli, opponibili a piene mani soprattutto da chi può permettersi difese agguerrite e costose, per allungarne i tempi in modo insopportabile. In ogni caso, appare chiaro che non ha senso scaricare sulla comunanza di carriera fra PM e giudici i risentimenti originati da un presunto assetto non equilibrato del processo: significa eludere i nodi reali del problema. Sono i meccanismi di concreto funzionamento del processo, dunque, che semmai incidono sulla parità tra accusa e difesa, non certo l’unicità della carriera tra giudici e P.M., i cui ruoli e figure professionali restano diversi: un controllore resta controllore e un giudice resta giudice anche se è entrato in magistratura attraverso lo stesso concorso sostenuto dal P.M. Ragionando diversamente – del resto - si dovrebbe imboccare, per coerenza, una strada senza uscita, nel senso di rescindere anche i rapporti fra giudici di primo grado, giudici d’appello e di cassazione. Perché non si vede come i sospetti derivanti dalla “colleganza” fra PM e giudici non debbano estendersi anche ai giudici dei diversi gradi del processo (In tal senso, più volte, Giancarlo Caselli e numerosi altri giuristi e commentatori).
E’ questa un’affermazione gratuita che, in modo stupefacente, viene utilizzata anche da autorevoli commentatori, meno dai giuristi favorevoli alla separazione, i quali – evidentemente – ne conoscono la natura di mero slogan. Si tratta di una delle tante affermazioni sistematicamente utilizzate “contro” la magistratura che hanno determinato, grazie a martellanti campagne di opinione, convinzioni tanto radicate quanto errate. E’ opportuno, dunque, dare uno sguardo a ciò che avviene nel resto del mondo per dimostrare la mancanza di fondamento dell’opinione secondo cui l’Italia dovrebbe conformarsi ad un modello, ormai diffuso in Europa e negli Stati Uniti che, pur prevedendo la separazione delle carriere, non determinerebbe affatto, come conseguenza necessaria, la sottomissione del pubblico ministero all’esecutivo. Sarebbe sufficiente un’analisi anche superficiale della situazione internazionale o degli ordinamenti degli stati più evoluti per verificare che la realtà è abbastanza diversa da quella che spesso sentiamo descrivere in Italia. E’ chiaro, peraltro, che il confronto in questione non è sempre utile solo che si consideri che spesso esiste una radicale differenza tra gli ordinamenti presi in considerazione, frutto di tradizioni giuridiche ed evoluzioni storiche peculiari di ciascun paese : basti pensare al fatto che in Gran Bretagna manca del tutto un pubblico ministero come noi lo intendiamo. Del resto, il prof. Alessandro Pizzorusso, a proposito di indipendenza del pubblico ministero, affermava l’irrilevanza del dato numerico relativo ai paesi che seguono l’una o l’altra impostazione : “se così non fosse, quando l’Inghilterra era l’unico paese in cui esisteva la democrazia parlamentare, si sarebbe potuto invocare l’argomento comparatistico per dimostrare l’opportunità di instaurare la monarchia assoluta, che era la forma allora assolutamente prevalente”. Però possono egualmente trarsi, dalla comparazione ordinamentale, degli spunti generali per la questione che qui interessa, utili a verificare che, nel panorama internazionale, gli ordinamenti che conoscono la separazione delle carriere non costituiscono affatto la maggioranza. Inoltre – ed il dato è molto significativo ai fini che qui interessano - ove essa costituisce la regola accade spesso che chi abbia maturato esperienze professionali di pubblico ministero acquisisce una sorta di titolo preferenziale per accedere alla carriera giudicante: dunque, quell’esperienza viene considerata molto positivamente. Ma, soprattutto, non può non considerarsi che, ove esiste la separazione delle carriere, questa porta con sè la dipendenza del pubblico ministero dall’esecutivo. Ecco, schematicamente, con inevitabile sommarietà, la realtà di alcuni Stati, almeno di quelli i cui livelli di democrazia possono ritenersi omogenei rispetto ai nostri: in Austria, il PM è organizzato come autorità amministrativa, è gerarchicamente strutturato ed è nominato dal Ministro di Giustizia, da cui dipende; in Belgio è nominato dal Re ed il passaggio da una carriera all’altra può avvenire solo per decisione dell’esecutivo, da cui, comunque, riceve direttive di carattere generale; in Germania chi esercita la funzione requirente è un funzionario statale, nominato dall’esecutivo ed ha garanzie diminuite rispetto ai giudici, le carriere di giudici e dei pubblici ministeri, inoltre, sono separate; in Francia, la carriera è unica, è possibile passare da una funzione all’altra, ma il pubblico ministero, pur inserito nell’ordinamento giudiziario, dipende dall’esecutivo ed è sottoposto a forme di controllo di tipo gerarchico-burocratico da parte del Ministro della Giustizia. Peraltro, i problemi che derivano dalla collocazione del p.m. sono oggi, in quel paese, all’attenzione della pubblica opinione e, pur tra resistenze politiche manifestatesi dopo incriminazioni “eccellenti”, si cerca di risolverli ispirandosi al modello italiano. Proprio a causa del forte assoggettamento del pubblico ministero alle scelte dell’esecutivo, infatti, era all’esame delle forze politiche francesi una modifica ordinamentale per renderlo indipendente dal Ministro di Giustizia, ma il progetto è stato bloccato recentemente, non a caso proprio quando, anche in Francia, l’attività della magistratura è arrivata a toccare i nodi vitali del rapporto corruttivo che purtroppo caratterizzava, anche in quel Paese, l’attività della pubblica amministrazione. Questo appare illuminante sulle ragioni che talvolta motivano le scelte o le tendenze del ceto politico, di ogni colore, in materia di giustizia. Tornando alla breve e schematica carrellata su altri ordinamenti, va ricordato che, in Spagna, a carriere costituzionalmente separate, corrisponde una certa dipendenza del pubblico ministero dall’esecutivo; in Gran Bretagna, come si è già detto, non esiste il pubblico ministero nelle forme da noi tradizionalmente conosciute: è la Polizia che ha da sempre l’iniziativa penale e può nominare un avvocato da cui far rappresentare le sue ragioni; in Svizzera le carriere sono separate e non vi si accede mediante concorso, ma l’ esistenza di un ordinamento federale e di diversi ordinamenti statali e, dunque, di regole molto diverse tra loro, impedisce di approfondire il discorso in questa sede; in Olanda, è possibile passare dalla magistratura giudicante all’ufficio del p.m., ma questo è sottoposto alle direttive dell’esecutivo per l’esercizio discrezionale dell’azione penale; il sistema statunitense, pur se notoriamente molto diverso dal nostro, permette comunque riflessioni interessanti sul tema in esame: è un sistema che si divide in un sistema di giustizia federale, ove predomina la nomina da parte del Presidente degli Stati Uniti, ed un sistema di giustizia statale ove predomina il sistema elettorale. Orbene, pur in questa situazione di radicale differenza rispetto al nostro sistema, è possibile verificare la esistenza di una interscambiabilità tra i ruoli di giudici e pubblici ministeri che coinvolge anche l’avvocatura, dalla quale, come si sa, spesso provengono i pubblici ministeri e i giudici.
E’ quasi d’obbligo, innanzitutto, ripetere alcuni rilievi nient’affatto originali: l’Associazione Nazionale Magistrati, ad esempio, “ritiene che l’osmosi tra le diverse funzioni di giudice e di Pm, con la possibilità di passaggio dei magistrati dall’una all’altra, nell’ambito di un’unica carriera, mantenendo il P.M. nella cultura della giurisdizione, assicuri la finalizzazione esclusiva dell’attività degli uffici del pubblico ministero alla ricerca della verità” (Così in Proposte di riforma dell’ANM in tema di ordinamento giudiziario” , in La Magistratura, nn.1/2 2002). In altre parole, la possibilità di interscambio di ruolo significa innanzitutto l’acquisizione di una cultura che conduce il pubblico ministero - o dovrebbe condurlo - a valutare la fondatezza, la portata ed il valore degli elementi probatori che raccoglie non in funzione dell’immediato risultato o della cd. “brillante operazione” cui tengono evidentemente molto di più le forze di polizia, ma in funzione della loro valenza rispetto alla fase del giudizio. I canoni della valutazione della prova, cioè, devono unire pubblici ministeri e giudici, dando vita ad un sistema più garantito per i cittadini. Del resto, nell’ambito del procedimento penale, il pubblico ministero svolge un ruolo di controllo sulla legalità dell’operato della polizia giudiziaria che ne rende palese la natura di organo di giustizia vicino piuttosto alla figura del giudice che a quella di parte deputata a sostenere in sede processuale le tesi della polizia, come avviene negli ordinamenti veramente ispirati al modello accusatorio: basti pensare agli interventi del P.M. in tema di liberazione immediata della persona arrestata o fermata fuori dai casi previsti dalla legge (art.389 c.p.p.), oppure alla attività di convalida o non convalida delle perquisizioni o dei sequestri operati dalla polizia giudiziaria, alla preliminare selezione dei casi in cui è opportuno trasmettere al Gip le richieste di intercettazioni telefoniche sollecitate dalla polizia. Si tratta all’evidenza di interventi nei quali il P.M. non svolge un ruolo repressivo ma al contrario un ruolo istituzionale di garanzia e di tutela dei diritti di libertà e dei diritti patrimoniali del cittadino nei confronti di provvedimenti limitativi adottati dagli organi di polizia di cui, diversamente, verrebbero incentivate prassi criticabili, già oggi molto diffuse. Un ruolo che il PM non potrebbe esercitare efficacemente senza essere inserito, appunto, nella cultura della giurisdizione: un inserimento tanto più saldo quanto più vi sia possibilità per chi sia stato giudice di diventare PM e viceversa. Se questo legame con l’ordine giudiziario si attenua o viene reciso, si apre la strada alla deriva del PM verso culture, deontologie e prassi ben diverse da quelle del giudice: “un corpo separato di pubblici ministeri è destinato inevitabilmente a perdere la propria indipendenza dall’esecutivo. Per la decisiva ragione che non è democraticamente ammissibile l’irresponsabilità politica di un apparato di funzionari pubblici numericamente ridotto (poco più di 1900 unità), altamente specializzato, con ampie garanzie di status, preposto in via esclusiva all’esercizio dell’azione penale: questo potere o è compensato dalla polverizzazione dei suoi titolari, dalla loro ampia rotazione nel tempo e dal loro ancoraggio alla giurisdizione (pur nelle peculiarità che li caratterizzano) oppure deve essere riportato alla sfera della responsabilità politica”. Lo ha affermato efficacemente e lucidamente anche Alessandro Pizzorusso: “Nel dibattito invelenito che è attualmente in corso gli argomenti sembrano avere perso ogni capacità di persuasione e la rivendicazione della separazione delle carriere viene agitata come una clava, senza tener conto nemmeno del fatto che un pubblico ministero assolutamente indipendente e rigorosamente gerarchizzato (con la polizia si suoi ordini) costituirebbe il potere dello Stato più forte che si sia mai avuto in alcun ordinamento costituzionale dell’epoca contemporanea (e infatti non lo si è mai avuto in alcun paese)”. L’unica alternativa possibile, per un PM divenuto altro dalla giurisdizione, sarebbe, dunque, di finire alle dipendenze (che significa agli ordini) del Governo: e ciò per ragionamento logico ed istituzionale, non certo in base ad arbitrari processi alle intenzioni di questa o quella maggioranza politica contingente. Davvero un’ultima annotazione si impone sul punto : la impennata di domande di trasferimenti di pubblici ministeri ad uffici giudicanti, alla vigilia del referendum del 2000 o in occasione dei rinnovati e ciclici propositi dell’attuale maggioranza politica di riformare il regime delle carriere, si spiega con la preoccupazione che evidentemente essi nutrono di vedersi precluso l’eventuale accesso alla carriera giudicante e sottoposti alle direttive dell’esecutivo: ciò significa che la cd. “cultura giurisdizionale” e l’orgoglio della propria indipendenza, costituzionalmente garantita, sono valori che vivono profondamente nella coscienza dei magistrati italiani e che andrebbero rafforzati, piuttosto che mortificati. 3.2 – Il dato statistico
Ecco, dunque, che la magistratura, anche grazie ai principi contenuti nelle circolari del CSM, è in grado – da sé – di amministrare con razionale equilibrio i frutti derivanti, da un lato dalla pluralità delle esperienze professionali e, dall’altro, dalla specializzazione nell’esercizio di determinate funzioni. Ma, come s’è detto in precedenza, la specializzazione ha senso all’interno di una visione totale della giurisdizione: l’appartenenza ad un’unica carriera, dunque, pur nella diversità delle funzioni esercitate, giustifica un percorso professionale unico di formazione e di aggiornamento professionale e giustifica l’esistenza di un unico Consiglio Superiore della Magistratura. E’ evidente che formazione comune ed un unico CSM, dovendosi occupare di problemi definitivamente diversi, non avrebbero ragione di essere in presenza di carriere separate. 3.4 - Condizionamento del giudice: conseguenza certa della separazione delle carriere
Va da sé che la dipendenza del pubblico ministero dall’esecutivo e/o l’involuzione culturale che lo colpirebbe in caso di separazione delle carriere finirebbero con il condizionare il giudice, in quanto al suo esame sarebbero sottoposti unicamente gli affari trattati da un pubblico ministero che, inevitabilmente e come avviene in altri ordinamenti, dovrebbe attenersi alle direttive ministeriali in materia o che potrebbe essere condizionato da orientamenti culturali di natura prevalentemente securitaria. Si comprende, dunque, come anche la funzione giurisdizionale in senso stretto ne risulterebbe gravemente vulnerata 3.5 – La tendenza internazionale alla creazione di organismi inquirenti e giudicanti sovranazionali richiede la forte difesa degli assetti ordinamentali oggi esistenti in Italia
Qualcuno sembra minimizzare il livello di queste preoccupazioni, quasi esse fossero, a loro volta, il frutto di pregiudiziale sfiducia nella classe politica: bisogna analizzare, in realtà, la storia di questo Paese ed, in particolare, la tradizione dei rapporti tra politica e magistratura in Italia. Questi anni non ci hanno consegnato una storia tranquillizzante e ciò - è bene chiarirlo - indipendentemente dal colore dei governi che si sono succeduti: in Italia è difficile praticare e perfino immaginare un rapporto sereno tra politica e magistratura, ispirato, come avviene in altri ordinamenti evidentemente caratterizzati da un più elevato senso dello stato, al rispetto della funzione giurisdizionale. Basti pensare alla possibilità che in ogni sistema è data alla magistratura di indagare e processare capi di governo e uomini potenti, senza che alcuno, pur difendendosi, accusi i giudici di partigianeria politica, tenti di influenzare la pubblica opinione attraverso i mezzi d’informazione che controlla e promuova l’approvazione di leggi vantaggiose per sè. Ed è pure singolare osservare che, proprio in un periodo in cui si alimentano polemiche pretestuose contro la magistratura tacciata di esercitare l’azione penale per fini politici, il rimedio proposto non consiste in una più accentuata distinzione della sfera politica rispetto alle questioni di giustizia, ma in proposte complessivamente dirette ad aumentare l’incidenza della “politica” nella sfera di amministrazione della giustizia : prima tra tutte la separazione formale o di fatto delle carriere, con conseguente ed inevitabile spostamento del p.m. verso la sfera dell’esecutivo.
Nell’attualità ed alla luce delle incerte notizie che filtrano dal dibattito politico (incertezza derivante anche da una singolare circostanza: al di fuori del Parlamento, delle Commissioni Ministeriali, dell’Ufficio Legislativo del Ministero della Giustizia, l’elaborazione dell’ennesimo progetto di riforma ordinamentale è stata ora affidata ad un Direttorio politico, composto da “quattro saggi” - il Ministro della Giustizia, un suo sottosegretario e due parlamentari appartenenti rispettivamente ai due maggiori partiti della coalizione di Governo- che non ha ancora ultimato i suoi lavori), sembra prevalere l’ipotesi di modifica dell’art.5 del già noto d.d.l. sull'ordinamento giudiziario (approvato dal Consiglio dei Ministri il 14.3.2002), nel senso di prevedere due concorsi distinti e separati per l’accesso, rispettivamente, alle funzioni giudicanti e requirenti o, in alternativa, un concorso unico per l’accesso in magistratura con successivi filtri e concorsi per il passaggio dall’una all’altra funzione, ma con impossibilità di svolgere una funzione diversa nel distretto di provenienza (la cd. incompatibilità distrettuale) : prende corpo, così, la separazione delle carriere tante volte agitata come arma minacciosa nei confronti di una magistratura recalcitrante ed attestata senza compromessi a difesa della propria indipendenza. Si tratta, peraltro, di una proposta di dubbia costituzionalità quanto al doppio concorso, stante la lettera dell'art. 106 Costituzione che parla di "concorso", da intendersi come unico, ed in contrasto con l' art. 105 Costituzione che attribuisce solo al CSM – e non, dunque, ad un’eventuale commissione esaminatrice all’interno di un concorso ad hoc - il compito di valutare i giudici ed i P.M. anche in caso di trasferimento ad altro ufficio, con contestuale mutamento di funzioni. La modifica ordinamentale, se approvata, darebbe luogo, peraltro, ad innumerevoli rigidità nelle assegnazioni dei magistrati che mortificherebbero le loro reali capacità ed attitudini. Lo scopo che viene perseguito non è quello di dar vita ad un ordinamento giudiziario moderno ed efficiente, ma quello di pervenire al controllo politico sul P.M. (così anche Claudio Castelli, segretario generale di MD) 5. La posizione della magistratura
L’attuale situazione dei rapporti tra politica e magistratura induce a temere, come è stato correttamente osservato (Giovanni Galloni, già Vice Presidente del CSM, Il Popolo, 12.11.02), che l’attuale maggioranza “riduca la questione della giustizia ad una semplice affermazione di potere dei politici nei confronti dei magistrati. In tal modo essa va verso una violazione dei principi costituzionali dell’autonomia e della indipendenza della Magistratura”. E’ dunque possibile che nei prossimi mesi il Governo proceda a scelte irrazionali e punitive nei confronti della Magistratura, prima tra tutte quella della separazione delle carriere. Forse, dopo le importanti e recenti prese di posizione del mondo accademico, solo un’assunzione di piena consapevolezza da parte dell’avvocatura della centralità del problema e della sua pertinenza all’esclusivo tema delle garanzie dei cittadini e della loro eguaglianza di fronte alla legge, potrà evitare una deriva che appare pericolosa per la qualità della democrazia possibile in questo Paese: è da respingere, infatti, l’assunto – che taluni strumentalmente propagano – secondo cui l’atteggiamento della magistratura, fermamente contrario alla cd. separazione delle carriere, sia dettata in qualche modo da interessi corporativi. Non è incoraggiante, a dire il vero, il recentissimo documento programmatico della Unione della Camere Penali Italiane in tema di separazione delle carriere in cui, insieme alla condivisibile proposta di istituzione di una Scuola di Formazione Comune per l’accesso alle professioni giudiziarie, si propugnano i due concorsi separati per l’accesso alle due funzioni, la partecipazione al relativo concorso o esame per il passaggio da una funzione all’altra e la separazione del CSM in due Sezioni, l’una per la funzione giudicante e l’altra per la funzione requirente. Ma il dialogo deve continuare : solo l’azione compatta del ceto dei giuristi, infatti, in quanto tecnicamente qualificato, potrà infatti invertire la tendenza e sollecitare le preoccupazioni di quanti, in ogni schieramento politico, hanno a cuore il principio di legalità. Tweet