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Timestamp: 2020-06-01 09:13:04+00:00
Document Index: 22324112

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 589', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 36', 'art. 28']

Cassazione Penale – Un malore non esonera da responsabilità l’amministratore unico e il dirigente per la caduta mortale del lavoratore da una scala | Unimpresa Chieti - Abruzzo Consulting Srl
/Cassazione Penale – Un malore non esonera da responsabilità l’amministratore unico e il dirigente per la caduta mortale del lavoratore da una scala
Fatto: l. La Corte di Appello di Cagliari, in parziale riforma della sentenza di primo grado, riconosciuta l’attenuante del risarcimento del danno e valutala equivalente, unitamente alle attenuanti generiche, all’aggravante contestata, ha ridotto la pena inflitta a G.C. e S.C. a mesi otto di reclusione, confermandone la condanna, ai sensi dell’art. 589, primo e secondo comma, cod.pen., per aver cagionato, in qualità di amministratore unico della SICMI Montaggi s.r.l. e di dirigente dello stabilimento, la morte del lavoratore L.G., caduto da una scala, nel corso dell’operazione di imbracatura di una virola, per colpa consistita nell’omissione degli adempimenti necessari e prescritti dalla legge per il buon governo del rischio della caduta dall’alto (9 aprile 2008). Più precisamente, secondo i giudici di merito, da un lato, “non costituisce questione dirimente che la caduta del L.G. sia stata causata da malore o da una sua perdita di equilibrio per difetto nell’appoggio della scala, poiché, ricadendo entrambe le ipotesi nell’area del rischio prevedibile, esse avrebbero dovuto essere oggetto di specifica misura di prevenzione” e, dall’altro, sebbene la SICMI non fosse assolutamente negligente nell’adozione e nell’implementazione delle misure di sicurezza e prevenzione, “tuttavia il debito di sicurezza gravante sui titolari delle posizioni di garanzia, con specifico riferimento all’esecuzione di lavori in quota, non può dirsi adempito, sotto il profilo tecnico, con la semplice messa a disposizione delle adeguate attrezzature, né, sotto il profilo formativo, con la somministrazione di aspecifici corsi di aggiornamento, né, sotto il profilo organizzativo, con generiche istruzioni, concordate oralmente con i lavoratori caso per caso, che lascino ai preposti o agli stessi lavoratori la gestione di un rischio che dovrebbe, invece, essere oggetto di preventiva e dedicata regolamentazione”. Nella sentenza di appello è stata evidenziata una gestione approssimativa del rischio connesso all’esecuzione dei lavori in quota, non adeguatamente valutato nel documento di valutazione rischio e nel manuale di sicurezza né disciplinato da altre istruzioni scritte; si è, inoltre, sottolineato che L.G. non hai mai preso parte a corsi di formazione e che, comunque, la formazione non ha mai avuto ad oggetto, nello specifico, i lavori in quota. Si è, infine, ritenuto, condividendo le conclusioni del consulente del P.M., che la scala, tenuto conto della peculiarità del lavoro, che richiedeva l’uso di entrambe le mani, e dell’assenza di una presa sicura, era un mezzo poco adeguato per il lavoro svolto da L.G., a cui si sarebbe dovuto preferire il trabatello o la piattaforma aerea, presenti nello stabilimento.
Diritto: 1. I motivi di ricorso relativi alla illegittima compressione del diritto di difesa sull’asserito malore della vittima e sulla sua rilevanza causale non meritano accoglimento, atteso che il provvedimento impugnato, con una motivazione congrua, non manifestamente illogica e priva di contraddizioni, ha accertato che la causa esclusiva del decesso di L.G. è stata la caduta, non essendo emerse altre patologie assorbenti (quali un infarto o un attacco ischemico, che, come affermato dal c.t. P., avrebbero lasciato segni anatomici peculiari e rilevabili), sicché l’incidenza del malessere, ipotizzato dalla difesa, sarebbe limitata alla caduta e non potrebbe escludere la responsabilità degli imputati rispetto al decesso “poiché il verificarsi di contingenti situazioni di malessere psico-fisico in capo ai lavoratori costituisce evenienza prevedibile, cui corrisponde di riflesso, l’obbligo dei titolari di posizioni di garanzia di predisporre misure di tutela specifiche ed adeguate”. Tale conclusione è, peraltro, pienamente conforme con l’orientamento della giurisprudenza di legittimità, secondo cui, in tema di infortuni sul lavoro, la circostanza che il lavoratore possa trovarsi, in via contingente, in condizioni psico-fisiche tali da non renderlo idoneo a svolgere i compiti assegnati è evenienza prevedibile, che come tale non elide il nesso causale tra la condotta antidoverosa del datore di lavoro e l’infortunio (Sez. 4, n. 38129 del 13/06/2013 ud., dep. 17/09/2013, rv. 256417) e secondo cui le misure antinfortunistiche servono anche a salvaguardare i lavoratori distratti o poco attenti per familiarità con il pericolo o poco capaci o, comunque, esposti per un fatto eccezionale ed imprevedibile ad un rischio inerente al tipo di attività cui sono destinati, sicché anche una caduta accidentale, un malore o simili non escludono il nesso causale tra la condotta antidoverosa del datore di lavoro, per mancata predisposizione di misure di prevenzione, e l’evento (Sez. 3 n. 164 del 11/11/1983 ud, dep. 09/01/1984, rv. 162044).
Occorre premettere che il comportamento del lavoratore può definirsi abnorme solo se del tutto estraneo al ciclo produttivo o, comunque, completamente difforme rispetto alle specifiche istruzioni ricevute (v., tra le altre, Sez. 4, n. 3787 del 17/10/2014 ud., dep. 27/01/2015, rv. 261946, secondo cui, in tema di infortuni sul lavoro, il datore di lavoro, in quanto titolare di una posizione di garanzia in ordine all’incolumità fisica dei lavoratori, ha il dovere di accertarsi del rispetto dei presidi antinfortunistici vigilando sulla sussistenza e persistenza delle condizioni di sicurezza ed esigendo dagli stessi lavoratori l’osservanza delle regole di cautela, sicché la sua responsabilità può essere esclusa, per causa sopravvenuta, solo in virtù di un comportamento del lavoratore avente i caratteri dell’eccezionalità, dell’abnormità e, comunque, dell’esorbitanza rispetto al procedimento lavorativo ed alle precise direttive organizzative ricevute, connotandosi come del tutto imprevedibile o inopinabile).
In proposito occorre sottolineare che nella sentenza di primo grado si legge a p.ll che l’uso della scala “è sicuramente incompatibile con le esigenze di sicurezza in tutti i casi in cui l’operatore si reca in quota per eseguire dei lavori che necessitano l’uso di entrambe le mani” e che “risulta pacifico che l’operatore ..aveva la necessità di usare entrambe le mani”; in quella di secondo grado è precisato che “considerato che l’ultimo comma dell’art. 36-ter d.lgs. n. 626 del 1994 prevede che, durante l’utilizzo di una scala pioli il lavoratore debba disporre comunque di una presa ed un appoggio sicuri, se ne deduce che per mansione in questione la scala sarebbe stata mezzo adeguato solo se il lavoratore non avesse dovuto svolgere operazioni che richiedessero l’utilizzo di entrambe le mani …. specialmente in un ambiente di lavoro che, come si evince dalla visione del fascicolo fotografico, non aveva installato alcun dispositivo anti-caduta né presentava elementi fissi cui poter utilmente agganciare una cintura di sicurezza”. In definitiva, la valutazione dei due giudici di merito sull’inadeguatezza della scala per il lavoro in esame risulta coincidente e, peraltro, non è censurata con argomentazioni pertinenti e decisive dal ricorrente, il quale si limita ad insistere sul mancato ancoraggio della scala, da parte della vittima e degli altri lavoratori, senza minimamente soffermarsi sulla effettiva idoneità dell’ancoraggio ad evitare, nel caso di specie, la caduta di L.G..
4. Peraltro, le conclusioni cui sono pervenuti i giudici di merito risultano pienamente conformi all’orientamento consolidato della giurisprudenza di legittimità, secondo cui la valutazione del rischio deve essere eseguita con il massimo grado di specificità, sicché per i lavori in quota non è sufficiente la disciplina del solo uso della scala, ma è necessario chiarire le ipotesi in cui si possa ricorrere a tale strumento senza pericolo e le ipotesi in cui è, invece, necessario avvalersi di altri strumenti (v., tra tante, Sez. 4, n. 20129 del 10/03/2016 ud., dep. 16/05/2016, rv. 267253, in tema di prevenzione degli infortuni, il datore di lavoro ha l’obbligo di analizzare e individuare con il massimo grado di specificità, secondo la propria esperienza e la migliore evoluzione della scienza tecnica, tutti i fattori di pericolo concretamente presenti all’interno dell’azienda, avuto riguardo alla casistica concretamente verificabile in relazione alla singola lavorazione o all’ambiente di lavoro, e, all’esito, deve redigere e sottoporre periodicamente ad aggiornamento il documento di valutazione dei rischi previsto dall’art. 28 del d.lgs. n. 81 del 2008, all’interno del quale è tenuto a indicare le misure precauzionali e i dispositivi di protezione adottati per tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori).
4.Nè ha pregio l’ultimo motivo, atteso che la posizione di amministratore della società e dirigente dello stabilimento rende gli imputati titolari della posizione di garanzia, che non può essere esclusa né in considerazione di altri incarichi dagli stessi rivestiti in altre società né dalla presenza di ulteriori soggetti investiti di compiti di collaborazione. In particolare i ricorrenti non hanno indicato in modo specifico e puntuale situazioni da cui la legge farebbe discendere il loro esonero da responsabilità. Precisato, inoltre, che il motivo si riferisce essenzialmente a G.C., va ricordato che il conferimento a terzi della delega relativa alla redazione di suddetto documento non esonera il datore di lavoro dall’obbligo di verificarne l’adeguatezza e l’efficacia, di informare i lavoratori dei rischi connessi alle lavorazioni in esecuzione e di fornire loro una formazione sufficiente ed adeguata (Sez. 4, n.27295 del 02/12/2016 ud., dep. 31/05/2017, rv. 270355).
PQM: rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.
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