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Timestamp: 2019-12-11 16:27:19+00:00
Document Index: 81176797

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 1137', 'art. 63', 'sentenza ', 'art. 378', 'art. 1131', 'sentenza ', 'art. 1130', 'art. 63', 'art. 378', 'sentenza ', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 132', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 132', 'art. 63', 'art. 1137', 'art. 1136', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 384', 'sentenza ']

INSTALLAZIONE DI MANUFATTI LEGGERI E NORME URBANISTICHE
Cass. pen. Sez. III, Sent., (ud. 15-09-2015) 13-10-2015, n. 41067
avverso l’ordinanza n. 880/2015 TRIB. LIBERTA’ di AGRIGENTO, del 30/04/2015;
LEGITTIMAZIONE IN GIUDIZIO DELL’AMMINISTRATORE
Cass. civ. Sez. II, Sent., 14-10-2015, n. 20786
Spese della comunione e del condominio in genere
sul ricorso (iscritto al N.R.G. 28869/10) proposto da:
ALCOR INVESTMENT CONSULTING s.r.l., in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa, in forza di procura speciale in calce al ricorso, dall’Avv.to Bertelli Attilio del foro di Milano ed elettivamente domiciliato presso lo studio dell’Avv.to Prof. Massimo Zaccheo in Roma, via Abruzzi n. 3;
CONDOMINIO di (OMISSIS), in persona dell’amministratore pro tempore, rappresentato e difeso dall’Avv.to Betti Fiorenza del foro di Milano e dall’Avv.to Galleano Sergio del foro di Roma, in virtù di procura speciale apposta a margine del controricorso, ed elettivamente domiciliata presso lo studio di quest’ultimo in Roma, via Germanico n. 172;
avverso la sentenza della Corte d’appello di Milano n. 1599 depositata il 27 maggio 2010.
Udita la relazione della causa svolta nell’udienza pubblica del 13 maggio 2015 dal Consigliere relatore Dott.ssa Milena Falaschi;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CELESTE Alberto, che – in assenza delle parti – ha concluso per concluso per l’inammissibilità del ricorso ed in subordine per il rigetto.
Con ricorso ex art. 1137 c.c. notificato il 17 ottobre 2001 la condomina ALCOR INVESTIMENT CONSULTING s.r.l. evocava, dinanzi al Tribunale di Milano, il Condominio di (OMISSIS), chiedendo – previa sospensione dell’efficacia – l’annullamento della Delib. assembleare 27 giugno 2001 per erronea imputazione delle spese condominiali e per incompleta e carente verbalizzazione della discussione avvenuta sulle questioni poste all’ordine del giorno, ordinando all’amministratore del Condominio di effettuare nuovamente i conteggi, dichiarando non dovuti gli interessi moratori applicati, con conseguente restituzione delle somme indebitamente ricevute.
Instaurato il contraddittorio, nella resistenza del Condominio, il Tribunale adito, senza espletamento di attività istruttoria, respingeva le domande della ricorrente.
In virtù di rituale appello interposto dalla ALCOR INVESTIMENT CONSULTING, la Corte di appello di Milano, nella resistenza dell’appellato, respingeva il gravame.
A sostegno della decisione la corte territoriale – premesso che l’appellante era divenuta proprietaria di appartamento sito nello stabile condominiale con atto di compravendita del 16.3.2001 ed aveva impugnato la delibera assembleare del 27.6.2001, cui la stessa non aveva preso parte, lamentando l’addebito di spese ingiustificate sia perchè riferibili a periodo anteriore al suo subentro nella proprietà del bene e sia perchè già saldati dalla precedente proprietaria – evidenziava che per la regolarità del verbale assembleare non erano necessarie particolari formalità, purchè si tenesse conto di tutte le attività svolte, tramite la verbalizzazione. Aggiungeva che nella specie aveva trovato corretta applicazione l’art. 63 disp. att. c.p.c., comma 2, giacchè la natura solidale dell’obbligazione di pagamento fra il condomino acquirente ed il condomino precedente comportava che il Condominio avesse titolo per rivalersi per l’intero nei confronti di uno solo dei soggetti coobbligati. Quanto poi agli interessi di mora, il ritardo nel pagamento dei quattro ratei risultava dall’estratto di conto corrente.
Concludeva relativamente alle istanze probatorie formulate dall’appellante, che avendo la società all’udienza fissata per l’ammissione dei mezzi istruttori richiesto la fissazione di udienza di precisazione delle conclusioni, dovevano ritenersi rinunciate le richieste; inoltre la c.t.u. aveva una mera rilevanza esplorativa, generica la prova testimoniale.
Avverso la indicata sentenza della Corte di appello di Milano proponeva ricorso per cassazione la ALCOR INVESTMENT CONSULTING, sulla base di quattro motivi, illustrati anche da memoria ex art. 378 c.p.c., cui replicava con controricorso il Condominio.
Va preliminarmente esaminata la questione della (in)ammissibilità del controricorso, dedotta dalla ricorrente, per avere il Condominio resistito in mancanza della necessaria delibera assembleare di autorizzazione a stare in giudizio dell’Amministratore.
Seguendo l’interpretazione dell’art. 1131 c.c. portata dalla sentenza n. 18331 del 2010 delle Sezioni Unite di questa Corte, la costituzione in giudizio del controricorrente Condominio non necessitava di delibera di autorizzazione, in quanto l’oggetto del contenzioso riguarda le materie descritte nell’art. 1130 c.c. – nel testo anteriore alla novellazione operata dalla L. n. 220 del 2012.
Del resto per giurisprudenza consolidata, l’Amministratore di un Condominio è legittimato ad agire, e a chiedere il decreto ingiuntivo previsto dall’art. 63 disp. att. c.p.c., contro il condomino moroso per il recupero degli oneri condominiali, ex sè, una volta che l’assemblea abbia deliberato sulla loro ripartizione, poichè la fonte di tale potere è la approvazione assembleare del piano di ripartizione.
Non è pertanto fondata l’eccezione di inammissibilità del controricorso, così come sollevata dalla ricorrente nella memoria depositata ai sensi dell’art. 378 c.p.c., stante il carattere necessario della rappresentanza ex lege che compete, nella specie, al solo Amministratore, anche in sede processuale, per i disposto degli artt. 1129, 1130 e 1131 c.c..
Ciò posto, con il primo motivo la ricorrente denuncia violazione e/o falsa applicazione della legge, nonchè vizio di motivazione, in relazione alla nullità della sentenza per mancata, insufficiente e carente motivazione. In altri termini, ad avviso della ALCOR il Tribunale di Milano, prima, e la Corte di appello, poi, non avrebbero fornito le giustificazioni idonee a far individuare l’inter logico- giuridico seguito e le ragioni fondanti del contenuto della sentenza.
All’esame più specifico della censura è opportuno premettere talune osservazioni di carattere generale al fine di chiarire la natura e i limiti del giudizio di legittimità, come delineati dal legislatore, nell’ambito dei parametri di cui all’art. 360 c.p.c., e dei poteri di nomofilachia assegnati dall’ordinamento alla Corte di Cassazione, nonchè dei principi che la giurisprudenza ormai consolidata della stessa Corte ha, nel corso degli anni, elaborato.
La prospettazione, col ricorso per cassazione, di un vizio di motivazione della sentenza impugnata non conferisce al giudice di legittimità il potere di riesaminare il merito dell’intera vicenda processuale e di rivalutare le prove, essendo demandato alla Corte di Cassazione il solo potere di controllare l’adeguatezza, la correttezza e la coerenza logico-formale della motivazione che sorregge la decisione del giudice di merito e spettando esclusivamente a quest’ultimo il compito di assumere e valutare le prove, di controllarne l’attendibilità e la concludenza, di individuare, tra queste, le prove maggiormente idonee alla dimostrazione dei fatti controversi, dando prevalenza a talune piuttosto che ad altre risultanze processuali. Ove, poi, il ricorrente sostenga che il giudice di merito ha omesso la valutazione di talune prove, sarà tenuto non solo a specificarle nel loro preciso tenore, al fine di consentire alla Corte di Cassazione di compiere il preventivo giudizio sulla loro potenziale decisività, ma dovrà anche fornire la dimostrazione logica che se le prove non esaminate dal giudice di merito fossero state convenientemente vagliate, ne sarebbe derivata una decisione diversa da quella in concreto adottata.
Nel caso in cui, con il ricorso per cassazione, sia denunziata violazione di legge con richiamo a specifiche disposizioni normative (come nella specie il richiamo dell’art. 132 c.p.c., n. 4) il ricorrente è tenuto ad indicare le affermazioni della sentenza gravata che assume essere in contrasto con la norma asseritamente violata o con l’interpretazione della stessa fornita dalla giurisprudenza di legittimità o dalla prevalente dottrina, indi è tenuto a prospettare la propria corretta interpretazione, al fine di consentire alla Corte di Cassazione di adempiere al compito istituzionale di verificare la fondatezza della censura, e fornire, infine, la dimostrazione logica che, se questa interpretazione fosse stata seguita dal giudice di merito, la decisione della causa sarebbe stata diversa da quella resa e sfavorevole al ricorrente.
Nel caso specifico il mezzo in esame si sottrae, ad avviso del Collegio, all’osservanza delle regole suddette, innanzitutto perchè, per quanto concerne la doglianza di violazione di legge dedotta, non risulta denunziata con i dovuti requisiti di autosufficienza e di specificità che ne consentano la delibazione.
In secondo luogo risultano mancanti, nel mezzo in esame, pertinenti censure di legittimità dal momento che, ad una lettura attenta, la censura denota contenuto e sostanza prettamente di merito, peraltro in riferimento alla sentenza del giudice di prime cure e solo per relationem a quello del gravame, neanche chiarite le voci di spesa che ad avviso della ricorrente non sarebbero alla stessa riferibili.
In buona sostanza, la ricorrente chiede una generica valutazione circa la pretesa erroneità di imputazione delle spese condominiali, concetto questo di per sè vago, se non integrato dai costi in concreto esposti. Ne deriva che la censura doveva essere formulata più specificamente con riferimento al caso di specie, e tale denunzia, in concreto, è mancata, essendo vaghi e confusi gli argomenti scaturenti dalla (asseritamente) non debenza di spese relative ad un periodo in cui la società ALCOR Investiment Consulting non era ancora condomina.
In definitiva la motivazione della sentenza impugnata, sebbene concisa ed essenziale – ma non per questo insufficiente, in quanto complessivamente rispettosa del dettato di cui all’art. 132 c.p.c., comma 1, n. 4) – si snoda attraverso un percorso chiaro e intelligibile, avendo il giudice di merito enucleato tutti gli elementi della fattispecie e, attraverso l’integrazione della parte argomentativa con quella espositiva della vicenda processuale, dato ragione del proprio convincimento circa l’applicabilità nella specie del principio solidaristico di cui all’art. 63 disp. att. c.c., in base ad una valutazione logicamente coerente degli elementi probatori acquisiti.
Con il secondo motivo la ricorrente lamenta la violazione e/o falsa applicazione della legge, nonchè vizio di motivazione in relazione alla carenza di motivazione sulla nullità delle delibera relativa all’assemblea del 27.6.2001, richiesta sia nel giudizio di primo grado sia in sede di gravame, senza che ne venisse dato atto in sentenza. In sintesi, la ricorrente lamenta che nel verbale assembleare non sia stata rispettata la regola di documento ufficiale comprovante lo svolgimento delle attività prescritte, essendo mancata una redazione formale; in particolare, sarebbe stata ritenuta legittima la mancata verbalizzazione delle delucidazioni fornite dall’amministrazione alle richieste dei condomini. Del pari non può trovare ingresso la seconda censura.
Il metodo collegiale raffigura un procedimento che si sviluppa attraverso fasi distinte, configurate dallo svolgimento di diverse attività (la comunicazione dell’avviso di convocazione con l’ordine del giorno, la costituzione, la discussione, la votazione, la verbalizzazione), tutte necessarie ai fini della validità dell’atto finale consistente nella delibera. In quanto riguarda la formazione della cosiddetta volontà unitaria ascritta a più persone, a garanzia della sua corretta formazione nei confronti di tutti i partecipanti, compresi coloro i quali sono rimasti in minoranza o che non sono intervenuti all’assemblea, la validità dell’atto finale esige la puntuale esecuzione di tutte le diverse fasi contemplate dal procedimento collegiale.
La redazione del verbale costituisce una delle prescrizioni di forma, che debbono essere osservate dall’assemblea, e che si pone sullo stesso piano delle altre formalità richieste dal procedimento ricordate sopra (avviso di convocazione, ordine del giorno, costituzione, discussione, votazione etc.) e la cui inosservanza importa le medesime conseguenze: vale a dire, la impugnabilità della Delib., in quanto presa non in conformità alla legge (art. 1137 c.c.).- La redazione del verbale raffigura, dunque, un momento necessario dello svolgimento del procedimento collegiale, perchè il verbale costituisce il documento, che ufficialmente dimostra lo svolgimento delle attività prescritte. Dalla verbalizzazione risulta se l’assemblea sia stata o no ritualmente convocata, ovverosia se tutti i condomini siano stati o no avvisati; se a tutti i partecipanti sia stato o no comunicato l’ordine del giorno; se la costituzione sia stata considerata regolare o irregolare, per la presenza o il difetto delle maggioranze personali e reali prescritte;
se vi sia stata o no discussione e, infine, se la proposta posta ai voti sia stata approvata o respinta e con quali maggioranze (cfr Cass. 22 maggio 1999 n. 5014).
In altri termini, il verbale è la narrazione dei fatti nei quali si concreta la storicità di un’azione, esso deve attestare o “fotografare” quanto avviene in assemblea; tuttavia, non incide sulla validità del verbale la mancata indicazione, in esso, di circostanze la cui ricognizione e rilevazione non ha proceduto l’assemblea stessa, nel corso dei suoi lavori, giacchè questa incompletezza non diminuisce la possibilità di controllo aliunde della regolarità del procedimento e delle deliberazioni assunte (di recente, Cass. 31 marzo 2015 n. 6552).
In detta direzione, si è – ad esempio – chiarito che in tema di delibere di assemblee condominiali, non è annullabile la delibera il cui verbale, ancorchè non riporti l’indicazione nominativa dei condomini che hanno votato a favore, tuttavia contenga, tra l’altro, l’elenco di tutti i condomini presenti, personalmente o per delega, con i relativi millesimi, e nel contempo rechi l’indicazione, nominativa, dei condomini che si sono astenuti e che hanno votato contro e del valore complessivo delle rispettive quote millesimali, perchè tali dati consentono di stabilire con sicurezza, per differenza, quanti e quali condomini hanno espresso voto favorevole, nonchè di verificare che la deliberazione assunta abbia superato il quorum richiesto dall’art. 1136 c.c. (Cass., n. 18192 del 2009).
Orbene, le deduzioni della ALCOR non appaiono idonee a superare l’accertamento svolto dalla Corte d’appello in ordine alla correttezza della verbalizzazione, giacchè l’assunto della ricorrente si arresta sul piano meramente formale e descrittivo, avendo essa rilevato che la mancata verbalizzazione delle “delucidazioni” richieste dai condomini e fornite dall’Amministratore avrebbe determinato la invalidità del verbale, omettendo tuttavia di dedurre il perchè la invalidità (della verbalizzazione) avrebbe interessato non solo il verbale ma anche la deliberazione assunta in assemblea. In sostanza, non pare dubitabile, perchè un simile accertamento è stato svolto dalla Corte d’appello, che ha confermato quanto accertato anche sul punto dal Tribunale, che i chiarimenti non avevano formato oggetto di contestazione. Se cosi è, allora, appare evidente come la Corte d’appello non abbia in alcun modo errato nel ritenere il verbale regolarmente redatto, atteso che nessuna disposizione sancisce che il verbale debba contenere una rigorosa sequela temporale e sostanziale, in ragione della necessaria semplicità e snellezza della gestione dell’amministrazione del condominio, che tollera, senza concreti pregiudizi per la collettività condominiale, la possibilità di regolarizzare eventuali omissioni nell’approvazione dei rendiconti (cfr Cass. 19 settembre 2014 n. 19799).
Con il terzo motivo la ricorrente denuncia violazione e/o falsa applicazione della legge, nonchè vizio di motivazione, in merito alla erronea valutazione della documentazione prodotta, in particolare con riferimento al documento n. 5, contenente le quietanze di avvenuto pagamento da parte dei precedenti proprietari, da cui risulterebbe – dovuti gli interessi di mora, nella misura del 14%, in ipotesi di pagamento superati i 20 giorni di tolleranza – dal timbro rilasciato dalla posta o dalla banca sulle quietanze che i pagamenti erano stati effettuati prima della scadenza di tale termine. Ad altri fini avrebbe, di converso, rilevato la data di annotazione dell’operazione sul conto corrente condominiale, ossia di accreditamento dell’importo, tenuto conto dalla corte di merito, non ponendosi neanche una questione di solidarietà sul debito condominiale. Il motivo va accolto.
Come risulta dalla sentenza impugnata, la questione della debenza degli interessi di mora era stata prospettata già al primo giudice ed è stata riproposta davanti alla corte distrettuale con l’impugnazione per erronea valutazione della effettiva consistenza della posizione debitoria. Ciò posto, la corte di merito nel riconoscere detta voce di debito ha argomentato il suo convincimento sul presupposto che per il pagamento delle quote condominiali a mezzo di bonifico bancario, la valuta di addebito, per l’ordinante, corrisponde alla data di esecuzione del pagamento, mentre per il beneficiario la valuta di accredito è in funzione del tipo di disposizione dei tempi di esecuzione concordati con la banca del correntista creditore; ha poi concluso gravando il debitore delle ricadute connesse alla disciplina dei servizio di incasso crediti, noto come MAV, prescelto dallo stesso Condominio.
Ne consegue che la sentenza impugnata non sembra aver fatto corretta applicazione dei principi a fondamento della responsabilità del debitore posto che, come osservato dalla ricorrente, dalle n. 4 quietanze di pagamento i versamenti risultavano avvenuti prima delle rispettive date di scadenza. Infatti, pur avendo dato atto analiticamente di tutti i presupposti necessari ai fini del saldo dei ratei, la sentenza impugnata nell’applicare il principio di esatto adempimento, ha erroneamente riferito la data di esecuzione della prestazione a quella di accredito del versamento sul conto corrente intestato al Condominio, senza tenere conto che questo ulteriore aspetto attiene alla disciplina del rapporto bancario, cui la debitrice è estranea.
Con il quarto motivo la ricorrente lamenta la violazione di legge ed il vizio di motivazione in merito alla liquidazione delle spese nel primo grado, pronuncia confermata in appello, ritenendo generica la relativa eccezione e senza specificare il parametro adottato. Il motivo è inammissibile. E’ vero, infatti, che il giudice, in mancanza di una nota specifica prodotta dalla parte vittoriosa, può limitarsi ad una globale determinazione dei diritti di procuratore e degli onorari di avvocato; tuttavia, ove – come nella specie – il ricorso per Cassazione avverso la liquidazione delle spese processuali operata dal giudice di merito non riporti le singole voci per le quali la liquidazione dovrebbe essere ridotta globalmente, esso non consente di verificare la pretesa violazione dei limiti tariffari, sia per i diritti che per gli onorari, e pertanto, non essendo autosufficiente, è inammissibile. Tali principi, già enunciati da questa Corte (Cass. 3 novembre 2005 n. 21325; Cass. 22 gennaio 2003 n. 1382), valgono per tutti i casi di scostamento degli importi liquidati rispetto a quelli ritenuti congrui, perchè ciò che rileva è il rispetto o meno dei limiti tariffari.
Conclusivamente, va accolto il terzo motivo di ricorso, respinti i restanti. Il provvedimento impugnato va cassato con riferimento al mezzo accolto e non essendo necessari ulteriori accertamenti di merito ai sensi dell’art. 384 c.p.c., la causa va decisa nel merito elidendo dagli oneri condominiali domandati gli interessi di mora.
In considerazione del parziale accoglimento dell’appello e della ragione della reiezione da parte del giudice dell’impugnazione, le spese del gravame vanno interamente compensate fra le parti, mentre quelle della presente fase – accolto il ricorso solo in minima parte – possono compensarsi per la metà, mentre vanno poste nella misura del restante 50% a carico della ricorrente.
La Corte, accoglie il terzo motivo di ricorso, rigettati il primo, il secondo ed il quarto;
cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e decidendo nel merito elide gli interessi di mora dagli oneri condominiali domandati;
dichiara interamente compensate fra le parti le spese del giudizio di appello e condanna parte ricorrente alla rifusione della metà delle spese del giudizio di Cassazione, compensate per la restante parte, che liquida per l’intero in complessivi Euro 2.500,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre a spese forfettarie ed accessori come per legge.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della 2A Sezione Civile, il 13 maggio 2015.