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Timestamp: 2017-08-23 15:31:31+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 2125', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 2125', 'art. 2125', 'sentenza ', 'art. 2125', 'art. 2125', 'art. 3']

Parere sulla portata di un patto di non concorrenza, sottoscritto, tra un lavoratore dipendente ed una società, prima dell'assunzione da parte della società concorrente del lavoratore medesimo.
" Il Sig. M. B. e la società S. S.p.A., rispettivamente in qualità di lavoratore dipendente e datore di lavoro, hanno sottoscritto in data 1° febbraio 2004, una scrittura privata con la quale il prestatore di lavoro, a fronte della corresponsione di un compenso pari ad Euro 200,00 nette mensili, oltre a quanto previsto dal contratto di lavoro, si obbligava a:
svolgere la propria attività in via esclusiva per il datore di lavoro, durante la vigenza del rapporto di lavoro;
non utilizzare, divulgare o comunicare le notizie ed informazioni assunte durante il corso del rapporto di lavoro ? obbligo di riservatezza .
non svolgere, per i due anni successivi alla cessazione del rapporto di lavoro, né personalmente né per interposta persona, alcuna attività, anche solo occasionale o gratuita, a favore di imprese o organizzazioni le quali siano in concorrenza con il datore di lavoro, e specificatamente del settore della produzione commercializzazione ed informazione tecnica relativa ad adesivi per imballaggio e/o per plastificazione - patto di non concorrenza.
Alla luce di quanto esposto, la W. S.p.A. intende conoscere se il patto di non concorrenza, così come formulato, risulta essere valido ed efficace, atteso che è interessata a stipulare un contratto di lavoro con il Sig. M. B.
Va innanzitutto rilevato come la disciplina codicistica preveda, espressamente, la possibilità di stipulare, tra datore di lavoro e lavoratore, accordi con i quali venga limitato lo svolgimento dell?attività del prestatore di lavoro, con riferimento ad un periodo successivo alla cessazione del contratto.
L?art. 2125 c.c. recita infatti testualmente: "il patto con il quale si limita lo svolgimento dell?attività del prestatore di lavoro per il tempo successivo alla cessazione del contratto, è nullo se non risulta da atto scritto, se non è pattuito un corrispettivo a favore del prestatore di lavoro e se il vincolo non è contenuto entro determinati limiti di oggetto di tempo e di luogo. La durata del vincolo non può essere superiore a cinque anni, se si tratta di dirigenti, e a tre anni negli altri casi. Se è pattuita una durata maggiore, essa si riduce nella misura suindicata."
La finalità di tale disciplina legislativa va individuata nell?esigenza di pervenire ad un equo contemperamento tra due ordini di interessi contrapposti: da un lato, quello del datore di lavoro di salvaguardare, nei confronti dei concorrenti, il patrimonio immateriale della propria azienda, dall?altro, quello dei lavoratori, di non subire un?eccessiva restrizione della propria libertà di lavoro.
Va innanzitutto rilevato come la validità del patto sia subordinata alla presenza congiunta di tutti gli elementi indicati dall?articolo citato, norma imperativa e quindi non derogabile.
Nel caso specifico, procedendo ad un?analisi della scrittura privata, oggetto del presente parere, va sottolineato come il patto di concorrenza, ivi contenuto, possa essere considerato nullo per due ordini di motivi.
1) Sulla nullità del patto per eccessiva ampiezza dell?oggetto
L?art. 3.1. della scrittura privata appare in contrasto con la normativa in materia di patto di non concorrenza, in quanto il vincolo a carico del lavoratore, così come formulato, non prevede determinati limiti con riferimento all?oggetto della prestazione richiesta.
L?art. 3.1. prevede infatti, che il dipendente si impegni a non svolgere alcuna attività, anche occasionale o gratuita, a favore di imprese che siano in concorrenza con la società datrice di lavoro, e specificatamente, che operino nel settore della produzione, commercializzazione ed informazione tecnica relativa ad adesivi per imballaggio e/o plastificazione.
Va evidenziato tuttavia come la Giurisprudenza consideri nullo il patto di non concorrenza qualora la sua ampiezza sia tale da comprimere l?esplicazione della concreta professionalità del lavoratore in limiti tali da comprometterne la potenzialità reddituale (Cfr. Cass civ. sez. lav. 10.09.2003 n. 13282; conforme in tal senso Cass n. 5253/2001).
La legittimità del patto di non concorrenza va valutata non in astratto, ma in relazione alla concreta personalità professionale del lavoratore.
A tale proposito si intende rilevare come, il Sig. M. B. sia stato assunto dalla S. S.p.A., in data 1 giugno 1994, all?età di soli 20 anni ed abbia svolto, presumibilmente, gran parte della propria attività lavorativa presso questa società, sviluppando conoscenze e competenze professionali da impiegare esclusivamente nel medesimo settore di attività della società, datrice di lavoro.
Per tali ragioni si può ritenere che la clausola di cui al punto 3.1. sia nulla per violazione dell?art. 2125 c.c., norma che prevede che l?oggetto del patto di non concorrenza debba essere contenuto entro i limiti determinati, così come enunciati dalle sentenze della Suprema Corte.
2) Sulla nullità per non congruità del corrispettivo
La nullità di cui al punto precedente, in caso di contestazione, dovrebbe essere accertata dal Giudice, mediante un?analisi, nel concreto, delle modalità di svolgimento della prestazione lavorativa, allo scopo di accertare le effettive competenze acquisite dal lavoratore.
Viceversa, il secondo profilo di nullità, ora trattato, risulta di più agevole dimostrazione e discende, direttamente ed inequivocabilmente, da un consolidato principio elaborato tanto dalla Dottrina lavoristica quanto dalla Giurisprudenza.
Entrambe infatti, configurano il patto di non concorrenza come un contratto oneroso a prestazioni corrispettive, affermando, all?uopo, il principio della doverosa congruità del compenso in relazione al sacrificio richiesto al lavoratore.
Proprio in relazione alla congruità del corrispettivo dovuto, va ritenuto che l?espressa previsione di nullità contenuta nell?art. 2125 c.c., vada riferita alla pattuizione, non solo di compensi simbolici, ma anche di compensi manifestamente iniqui o sproporzionati in rapporto al sacrificio richiesto al lavoratore e alla riduzione delle sue possibilità di guadagno (Cfr. Cass. n. 4891/1998, 10062/1994).
Ai fini di un giudizio sulla congruità, si devono tenere presente la misura della retribuzione, l?estensione territoriale ed oggettiva del divieto e la professionalità del dipendente.
Con riferimento al contratto sottoscritto tra le parti, l?articolo 3.4. - corrispettivo - prevede che la società datrice di lavoro si impegna a corrispondere a favore del Sig. M. B. la somma netta di Euro 200,00, per tredici mensilità.
Tale importo non può assolutamente essere considerato congruo, in quanto non corrisponde ad un prezzo adeguato a seguito di una ampia e generale rinuncia, seppur riferita ad aziende del settore, al diritto al lavoro, valutato che il sig. M. B. ha costituito e formato il proprio profilo professionale in aziende soltanto di quel settore.
Analizzando la fattispecie in concreto, risulta ancora più evidente l?incongruità del corrispettivo pattuito: infatti, in caso di cessazione del contratto di lavoro, ad oggi, il Sig. M. B., a fronte della somma di Euro 2.800, ricevuta dalla datrice di lavoro, (14 mensilità X 200,00 Euro), si è impegnato a non prestare attività lavorativa per 2 anni nell?unico settore che conosce, nel quale si è formato, nel quale solo potrebbe trovare lavoro.
Proprio con riferimento alle modalità di pagamento del compenso ed alla sua determinatezza, va rilevato come una recente sentenza del Tribunale di Milano abbia mutato l?Orientamento della Giurisprudenza, considerando inammissibile la corresponsione mensile di detta somma in pendenza del rapporto di lavoro:
" Ai sensi dell?art. 2125 c.c., il patto di non concorrenza deve prevedere - a pena di nullità - la corresponsione a favore del lavoratore di un corrispettivo che, costituendo il prezzo di una parziale rinuncia al diritto al lavoro costituzionalmente garantito, deve essere congruo rispetto al sacrificio richiesto al lavoratore medesimo e necessariamente determinato nel suo ammontare al momento della stipulazione del patto: ne consegue che viola il disposto dell?art. 2125 c.c. la previsione del pagamento del corrispettivo in costanza i rapporto di lavoro, in quanto la stessa introduce una variabile legata alla durata del rapporto che conferisce al patto un inammissibile elemento di aleatorietà" (Cfr. Tribunale di Milano 18.06.2001).
Per tutto quanto sopra esposto, riteniamo che il Sig. M. B. non sia vincolato dal patto di non concorrenza sottoscritto e, conseguentemente, non sussista l?obbligo di pagamento di alcuna penale, stante la prevedibile nullità della clausola sottoscritta in data 1° febbraio 2004.
In caso di accertamento della nullità della predetta clausola, il lavoratore sarà unicamente tenuto a restituire una parte della somma percepita ai sensi dell?art. 3.4.
Va infatti rilevato come il compenso mensile di Euro 200,00, sia stato versato quale corrispettivo di ulteriori obblighi ? tra i quali quello di riservatezza e di esclusività della prestazione lavorativa ? e non unicamente come "prezzo" del patto di non concorrenza.
Tanto dovevo in forza dell?incarico conferitoci
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