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Timestamp: 2018-07-23 09:56:16+00:00
Document Index: 181470415

Matched Legal Cases: ['art. 570', 'art, 572', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 572', 'art. 572', 'art. 572', 'art. 572', 'art. 2']

I maltrattamenti in famiglia o verso fanciulli
Dal 12/06/09 6980715
I maltrattamenti in famiglia o verso fanciulli: le condotte "iperprotettive" che integrano il reato.
Cass. Penale Sez. Un. n. 8413/2007 su art. 570 c.p. e pluralità di reati
Lo ius corrigendi come causa di giustificazione
Le condotte che integrano il reato di maltrattamenti in famiglia o verso fanciulli alla luce della valutazione della recente Cassazione.
L’art, 572 c.p., si colloca nel titolo XI del libro secondo del codice panale vigente, nell’ambito dei delitti contro l’assistenza familiare. Per quanto sia opportuno riflettere sulla corretta collocazione della fattispecie, la quale prevede ipotesi di reato consumate anche al di fuori della sfera familiare, è opportuno chiarire l’interesse che soggiace a tale impostazione: il rapporto di affidamento di origine familiare o di altra origine che lega l’offeso del reato al soggetto agente. Alla base dei rapporti così qualificati vi è una presunzione di lealtà e correttezza e la sostanza comune è la presenza di soggetti sottoposti all’autorità ed altri depositari di tali poteri autoritativi. Per l’integrazione del fatto- reato è necessaria una plurimità di azioni, infatti, il reato è pacificamente qualificato come reato abituale, o a condotta plurima.
Le condotte che integrano il reato de quo sono plurime e non perfettamente identificate dal legislatore: ostentato e continuo disinteresse verso il coniuge od il minore od ancora condotte di disprezzo e scherno.
Si tratta nei fatti, di una valutazione affidata alla prudente discrezionalità del giudice, cui compete di valutare se ricorra un numero di fatti qualificati a realizzare un “sistema di comportamenti” idoneo a concretizzare il reato. In proposito la recentissima sentenza della Cassazione Penale, specifica ancora il campo di operatività della norma.
Cassazione penale sez. VI- 23 settembre 2011 n. 36503
"Integra il reato di maltrattamenti in famiglia la condotta della madre e del nonno di una bambina che mantengono un atteggiamento iperprotettivo nei confronti della piccola, tale da limitarne lo sviluppo della personalità e delle potenzialità, a prescindere da condotte pacificamente vessatorie e violente (nella specie, gli atteggiamenti tenuti dalla madre e dal nonno erano tesi a non far frequentare con regolarità la scuola, ad impedire la socializzazione, ad impartire regole di vita tali da incidere sullo sviluppo psichico del minore con conseguenti disturbi deambulatori e a prospettare la figura paterna come negativa e violenta, tanto da imporre alla bambina di farsi chiamare con il cognome materno)."
G.E., e G.G., rispettivamente madre e nonno materno del minore C.R. (nato il (OMISSIS)) ricorrono, a mezzo del loro comune difensore, avverso la sentenza 19 ottobre della corte d'appello di Bologna (che li ha condannati per il delitto di cui all'art. 572 c.p., confermando la decisione di condanna 17 maggio 2007 del G.U.P. del Tribunale di Ferrara), deducendo vizi e violazioni nella motivazione nella decisione impugnata, nei termini critici che verranno ora riassunti e valutati.
I G. (nonno materno e madre del minore C.R.), sono imputati: 1) del delitto p. e p. dall'art. 572 c.p., per aver, in concorso tra loro, quali conviventi con il minore C. R., nato il (OMISSIS), mediante atteggiamenti iperprotettivi nei confronti del minore medesimo, consistiti fra gli altri nel non far frequentare con regolarità la scuola allo stesso, nell'impedire la sua socializzazione (il minore ha conosciuto suoi coetanei solo in prima elementare), nell'impartire regole di vita tali da incidere sullo sviluppo psichico del minore con conseguenti disturbi deambulatori, prospettandogli, inoltre, la figura paterna come negativa e violenta tanto da imporgli di farsi chiamare con il cognome materno, sottoponendolo a tutte dette vessazioni, maltrattato il minore C.R.. Reato commesso in (OMISSIS) fino al mese di (OMISSIS).
Con un primo motivo di impugnazione i ricorrenti deducono inosservanza ed erronea applicazione della legge, nonchè vizio di motivazione in punto di affermazione della penale responsabilità, erronea applicazione della legge penale sostanziale, errata qualificazione giuridica del fatto, sotto il profilo dell'elemento oggettivo del reato di cui all'art. 572 c.p..
Con un secondo motivo si lamenta vizio di motivazione e violazione di legge in punto di penale responsabilità, erronea applicazione della legge penale sostanziale, errata qualificazione giuridica del fatto sotto il profilo dell'elemento soggettivo del reato di cui all'art. 572 c.p..
Con un quarto motivo si evidenzia l'illogicità della motivazione posta a fondamento del trattamento sanzionatolo, con il riconoscimento di una condizione di supremazia del padre ricorrente sulla figlia, cui non è corrisposta una equa riduzione della sanzione, e a cui si è accompagnata una motivazione sulle condotte successive dei condannati desunta da una pronuncia di colpevolezza per fatti successivi e non coperta da giudicato.
Il ricorrente, premesso l'assunto (pacifico) che i maltrattamenti di cui si sarebbero resi responsabili i G. consisterebbero sostanzialmente in atteggiamenti di iperprotezione e di ipercura, prospetta con il primo motivo che tali condotte andrebbero considerate espressione di fenomeni patologici che non possono rientrare nel concetto di x maltrattamenti, così come inteso dalla norma in esame, in quanto prive di una chiara connotazione negativa.
La conclusione dell'argomentare difensivo è quindi nel senso che - al contrario- gli atteggiamenti di iperprotezione o di ipercura, lungi dal costituire i maltrattamenti sanzionati dalla norma, integrano la ripetizione di condotte che nascono come positive e certo ispirate da intenzioni lodevoli, salvo poi riverberare effetti negativi su chi tali condotte subisce a causa della loro eccessiva e patologica esasperazione.
Da ciò deriverebbe che l'ipercura e l'iperprotezione, addebitate ai G., non possano costituire l'elemento oggettivo del reato di maltrattamenti, atteso che tra le due condotte, quella di chi maltratta e quella di chi ipercura o iperprotegge, esiste, con tutta evidenza, un'incompatibilità strutturale insanabile.
In tale quadro si appalesa quindi irrilevante il riferito "stato di benessere del bambino"r tenuto conto che, non a caso, in tutti i sistemi di civiltà evoluta, lo Stato può verificare in modo intrusivo le "realtà di disagio anomalo" nella famiglia e le loro cause umane, imponendo prescrizioni ai familiari, sino alla decadenza dalla potestà, all'allontanamento, e allo stato di adottabilità del minore stesso.
Nè miglior sorte va riservata al secondo profilo critico del ricorso, prospettato per negare la materialità dei maltrattamenti, sulla base del rilevo che il reato esige - come risultato - che gli atti di maltrattamento (lesivi dell'integrità fisica o morale, della libertà o del decoro della vittima) siano tali da rendere abitualmente dolorose e mortificanti le relazioni tra il soggetto attivo e la persona offesa, con conseguente necessità, ad avviso del ricorrente, di un rapporto diretto tra colui che pone in essere le condotte di maltrattamento ed il soggetto che, in ragione di tali condotte, trova sofferenza e disagio ed, ancora, che vi sia un rapporto causale diretto tra maltrattamento da un lato ed il dolore ed il disagio dall'altro, realtà che nella vicenda sarebbero escluse dal manifestato benessere del minore di vivere iperaccudito nella realtà familiare.
La conclusione della difesa soffre dello stesso vizio di lettura della precedente doglianza in quanto pone, come crinale e "discrimen" del maltrattamento, lesivo dei processi di crescita psicologica e fisica del minore, il grado di percezione del maltrattamento stesso ad opera della vittima minorenne.
Non è chi non veda l'insostenibilità dell'assunto che fa dipendere Soggettiva sussistenza della condotta illecita dalla "variabile soglia di sensibilità della vittima", che, in quanto minore esige efficace tutela, anche contro la sua stessa infantile limitata percezione soggettiva.
La critica va quindi rigettata, senza dimenticare la regola che in ogni caso, a prescindere dalla minore età della vittima, il reato de quo mai può essere scriminato dal consenso dell'avente diritto, sia pure affermato sulla base di opzioni sub-culturali o, come nella specie, scelte e stili pedagogici obsoleti, od in assoluto contrasto con i principi che stanno alla base dell'ordinamento giuridico italiano, in particolare con la garanzia dei diritti inviolabili dell'uomo sanciti dall'art. 2 Cost., i quali trovano specifica considerazione in materia di diritto di famiglia negli articoli 29-31 Cost. (cfr. Cass. pen. sezione.6, 46300/08, Fhami; Cass. Penale sez. 6^, 3398/1999, Rv. 215158, Bajarami). Quanto al tema della "deprivazione psicologica" e quindi della "rimozione della figura paterna", sostiene il difensore che non sarebbe emersa alcuna prova certa in ordine all'asserito condizionamento psicologico, tanto più che l'avversione del minore nei confronti del padre, ad esito del giudizio di primo grado, era già stata temporalmente e causalmente collocata con riguardo al fortissimo trauma subito in occasione dei tentativi di allontanamento ed, in generale, all'iter doloroso cui il minore si sentiva sottoposto a causa dei pur nobili intenti del padre.
Così deciso in Roma, il 23 settembre 2011.
Depositato in Cancelleria il 10 ottobre 2011