Source: https://www.leggioggi.it/2012/02/07/l-articolo-18-un-relitto-degli-anni-70/
Timestamp: 2018-09-19 03:34:13+00:00
Document Index: 71280167

Matched Legal Cases: ['art. 53', 'art. 18', 'art. 18', 'art. 18', 'art. 18', 'art.8', 'art. 3', 'art. 24', 'art. 18', 'art. 1372', 'art. 18', 'art. 8', 'art. 18', 'art. 18', 'art. 30', 'art. 1418', 'art. 18', 'art. 18']

L'articolo 18? Un relitto degli anni '70... | LeggiOggi
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L’articolo 18? Un relitto degli anni ’70…
“La più grande minaccia alla crescita economica dell’Italia non è il debito pubblico ma l’articolo 18“.
A dirlo, non è un esponente del Governo o un politico devoto al modello capitalistico. E’ piuttosto il Wall Street Journal in un editoriale tutto dedicato all’Italia, dal titolo “Roma contro i Sindacati“. Per l’autore Matthew Melchiorre, l’unico vero grande ostacolo alla crescita/ripresa economica dell’Italia consiste nell’impossibilità di licenziare facilmente.
L’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori sarebbe “un relitto degli anni ’70 che rende impossibile licenziare anche il più incompetente dei dipendenti e in modo perverso causa ciò che dovrebbe prevenire: la disoccupazione“.
Per l’autorevole quotidiano finanziario, l’Italia sarebbe attualmente il secondo peggior Paese in cui fare impresa, dopo la Grecia, secondo quanto riferisce la classifica stilata dall’Ocse.
Impietosa l’analisi: “Anche la più piccola riforma di questa norma è sempre stata impossibile, soprattutto per la codardia della classe politica italiana di sfidare il potere dei sindacati“, e conclude affermando che il premier Monti e il ministro Fornero “stanno però preparando il terreno per la grande battaglia di questo mese, la riforma dell’articolo 18 e di altre norme sul lavoro, che per oltre mezzo secolo hanno impedito all’Italia di crescere“.
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giulio fedele 11 febbraio 2012 at 11:12
In un recente articolo pubblicato sul Corriere della Sera (2.01.12), “Ricchezza, Equità, Troppi gli equivoci”, gli autori prof-economisti Alesina e Giavazzi, parlando delle misure economiche “salva-cresci Italia”, non resistono, neanche essi, alla tentazione di dire la propria in materia di disciplina (legale) del lavoro, diventato oramai un vero e proprio must per la categoria, quasi uno status symbol. Sembra, in effetti, che oggi nessuno possa fregiarsi del titolo di prof se non si è cimentato sul tema. Che poi lo faccia anche chi di diritto non ha nessuna cognizione, cadendo in “troppi equivoci” e strafalcioni da matita blu (del prof), questo non importa gran che: il titolo di prof autorizza ad occuparsi di tutto, non solo a propinarci le tante “verità” e prof-ezie in materia economica (poi per lo più smentite dai fatti, senza peraltro che nessuno dei tanti prof si senta almeno ridicolizzato e pronto a far pubblica ammenda), ma anche giuridica. A dire il vero, nella stessa materia economica i prof –proprio perché prof- ritengono di essere autorizzati a dire tutto e il contrario di tutto, con argomentazioni che a noi –ma non siamo prof- sembrano perlomeno illogiche, e già per questo poco o niente credibili. E così, ad esempio, gli autori dell’articolo sopra citato affermano –peraltro in armonia ad una diffusa qualunquistica opinione- che, se in Italia la produttività è cresciuta molto meno che negli altri Paesi, ciò è colpa dei sindacati, e quindi dei lavoratori (anche se, aggiungono pudicamente –bontà loro-, qualche colpa ce l’ha pure qualche imprenditore): tesi che brilla non solo per il suo approccio non scientifico, ma soprattutto per la sua contestuale clamorosa contraddittorietà, atteso che solo qualche riga prima, riportando i dati di una (scientifica e documentata) ricerca di Banca d’Italia e Università di Sassari, gli stessi autori rilevano, con buona dose di naiveté, che nel periodo successivo all’introduzione dell’euro, la produttività è cresciuta solo in quelle imprese che hanno investito inventando nuovi prodotti e cercando nuovi mercati. Con ciò stesso dando ragione a chi –con ben maggiore rigore scientifico- afferma che il calo della produttività in Italia è da imputare, non ai lavoratori, ma ad una imprenditoria incapace che non investe nei fattori incidenti sulla competitività e la crescita, e cioè appunto, innanzitutto, l’innovazione tecnologica e l’internazionalizzazione. Senza dire poi della forzatura, ingiustificata e fuorviante, di spostare il dibattito sull’equità da una dovuta e seria riflessione sul rispetto dei principi costituzionali in materia di partecipazione alle spese pubbliche –eguaglianza, capacità contributiva, progressività del sistema tributario, (art. 53 Cost.)- ad un’asserita demonizzazione della ricchezza, con la conclusione, davvero bizzarra, che l’equità consisterebbe nel togliere diritti sacrosanti a chi ne gode (invece che estenderli a coloro che non ne godono). Ma, dove i due autori si superano, piazzandosi in ottima posizione nella gara di ignoranza e disinformazione dilagante in materia, è a proposito di riforma del diritto del lavoro, laddove, dopo aver sentenziato che i giovani non possono più aspettarsi un diritto all’illicenziabilità e dopo aver bocciato i sindacati (e per contro promosso “l’ottima Fornero”: si sa, i prof danno voti), tacciati di rifiutare il dialogo su questi temi e di disinteressarsi dei giovani e dell’equità intergenerazionale, giungono alla –trita e acriticamente recepita- soluzione del contratto a tempo indeterminato per tutti “rescindibile” per motivi economici: cioè, in parole povere, abolizione dell’art. 18, rimanendo questione soltanto di quanto un’impresa debba pagare al dipendente licenziato e non più di reintegro nel posto di lavoro. Lasciamo ai prof-economisti –perché questo è il loro mestiere- la discussione sul piano economico, e segnatamente sull’indimostrata e tutta da dimostrare idoneità di una tale misura a determinare la crescita del Paese, anche se appare lecito avanzare qualche dubbio e porre loro qualche domande: può considerarsi necessaria detta riforma se la norma in questione ha in realtà un’applicazione del tutto marginale (non si applica alle aziende fino a 15 dipendenti, che rappresentano il 95% del nostro Paese, nel totale delle cause di licenziamento la questione “reintegro” rappresenta una percentuale minima)? può ragionevolmente sostenersi che l norma impedisce gli investimenti e allontana i capitali stranieri, quando nel nostro Paese esiste una flessibilità –di diritto e di fatto- dei contratti di lavoro che non trova pari in nessun altro paese (senza parlare dei lavoratori in nero, delle false partite IVA, degli escamotages legalizzati –lettere di dimissioni in bianco, ecc.- che rendono la cessazione del rapporto di lavoro la cosa più facile al mondo, il 55% delle assunzione nel nostro Paese è fatto con contratto precario, risolvibile in qualsiasi momento), oltre un livello salariale tra i più bassi in Europa? Ma, al contrario, lascino, i suddetti prof, a chi si occupa di diritto –o comunque a chi non ignora questo aspetto essenziale della società- la discussione sul piano giuridico -dei principi generali dell’ordinamento e della carta costituzionale in particolare- che dovrebbe essere necessariamente e logicamente preliminare, se non altro per il fatto indubitabile che di legge –in particolare art. 18 L 300/70- e di contratto (di lavoro) stiamo parlando, oltre che per la considerazione che, in forza di quei principi, il lavoro è innanzitutto un diritto ed un valore sociale costituzionalmente tutelato, non solo un rapporto economico, (artt. 1, c. 1°, e 4, c. 2°, Cost.). Con buona pace del prof Monti, il quale, in una recente sua lezione televisiva (a “Che tempo che fa” di Fazio, 8.01.12), ha chiarito qual’è il pensiero dei prof-economisti in materia, affermando senza mezzi termini e senza alcun ritegno –la Forniero avrebbe almeno versato qualche lacrimuccia- che la questione dell’art. 18 dovrà essere affrontata, non più sul piano giuridico -dei principi del diritto del lavoro, che, evidentemente, anche Monti ha compreso essere il vero ostacolo ad un’abolizione della norma- ma su quell’economico. Insomma il prof Monti, portatore di una monoculare (dovuta a una monocultura economica) e machiavellica (il fine giustifica i mezzi) visione, ci ha annunciato di voler smantellare –siano o meno d’accordo le parti sociali, ha chiarito in questi ultimi giorni- lo Stato di diritto, per soppiantarlo con una sorta di “moderno” Stato-farwest (per la verità, in questo proseguendo l’opera meritoria già iniziata dal governo Berlusconi, col quale, ha più volte ribadito, esplicitamente ed orgogliosamente, il rapporto di continuità), in cui Costituzione, principi dell’ordinamento giuridico, leggi e regole non contano più: parole di una gravità inaudita e sconcertante in bocca a chi rappresenta lo Stato al massimo livello! Quella limitata visione impedisce, evidentemente, di vedere un lato essenziale della questione, quello dei diritti civili e sociali sanciti dalla costituzione, che non sono vuote forme simboliche, ma fondamenta della società e dello stato (che appunto per questo si qualifica nel binomio inscindibile Stato-di diritto), espressione stessa della sostanza della democrazia, della libertà e dell’uguaglianza. E allora, se la visone deve essere a tutto campo e non può ignorare il lato dei diritti, è sul piano giuridico che necessariamente e non per mero formalismo, la questione deve essere affrontata. Su tale piano, tralasciando gli errori formali e di terminologia (che, peraltro dimostrano, una volta di più, la mancanza di dimestichezza col diritto di certi prof tuttologi) come l’asserita “rescindiblità” (termine tecnico proprio all’ipotesi di cui gli artt. 1447-1448 c.c.) del contratto, ben più pesanti sottolineature –con colore più ‘grave’ del blu, se mai possibile- si devono fare sul contenuto della proposta sostenuta dai due economisti, proposta che solitamente viene attribuita ad Ichino e che lo stesso si auto-attribuisce, ma la cui paternità spetta, in realtà, a Biagi, il quale per primo la sostenne (vedasi lo scritto del giuslavorista scomparso, pubblicato postumo da La Nazione qualche anno fa). Coll’intento di spazzare via le tante sciocchezze che sedicenti prof, tecnici ed esperti vanno raccontando su questo tema a sostegno di quello che viene furbescamente presentato come alto e moderno diritto del lavoro, ma che rappresenta, in realtà, un ritorno al medioevo del diritto e uno scempio di principi di civiltà giuridica, deve essere chiarito che: 1) per legge il licenziamento deve sempre (tranne alcune limitate e speciali ipotesi) essere sorretto da giusta causa o giustificato motivo. Dunque, sia nell’ipotesi di aziende con più di 15 dipendenti -nel qual caso si applica la tutela reale di cui all’art. 18 L. 300/70- sia per quelle al di sotto di tale limite -nel qual caso si applica la tutela obbligatoria di cui all’art.8 L. 604/66- è richiesta la giustificatezza della causa: la differenza è che, se il licenziamento è dichiarato invalido, nella prima ipotesi è previsto anche il reintegro nel posto di lavoro (oltre al risarcimento), nella seconda l’obbligo di riassunzione, pur previsto, può essere in pratica sostituito dal risarcimento; 2) nel nostro diritto esiste già (ed è largamente utilizzato dalle imprese) il licenziamento per ragioni economiche (art. 3 L. 604/66, c.d. licenziamento per giustificato motivo obbiettivo per i licenziamenti individuali, e art. 24 L. 223/1991 per i licenziamenti collettivi); 3) l’art. 18 altro non è che l’applicazione di principi generali del nostro ordinamento giuridico: il contratto –qualsiasi contratto- è legge tra le parti (art. 1372 c.c.), per cui il recesso privo di giusta causa obbliga, oltre che al risarcimento, all’esecuzione in forma specifica, e, cioè, per quanto riguarda in particolare il contratto di lavoro, appunto il reintegro nel posto di lavoro. D’altro canto, l’inefficacia/nullità radicale del recesso comporta come conseguenza la riviviscenza del contratto che, non essendosi mai giuridicamente interrotto, è considerato essere continuato medio tempore; 4) il reintegro nel posto di lavoro a seguito di licenziamento illegittimo non è un’anomalia del diritto italiano, come qualcuno falsamente sostiene, ma è previsto anche in altri Paesi (ad es. la Germania), e, secondo i dati OCSE, in questi giorni pubblicati, non è affatto vero che il licenziamento sia più facile negli altri Paesi e che in Italia il lavoratore dipendente goda di maggiori tutele e garanzie (anzi, se si escludono gli USA –che peraltro godono di un contesto generale non comparabile- è semmai vero il contrario). Fatte queste precisazioni, una domanda allora si pone, ad Ichino e in genere ai fautori del licenziamento c.d. “facile” (rectius: ingiusto), i quali mirano a liberalizzare il licenziamento, in maniera più o meno intensa disancorandolo dalla giusta causa e dall’obbligo dell’adempimento specifico previsto dall’art. 18: cosa c’è di illegittimo, ingiusto, aberrante, anomalo o anacronistico nell’attuale normativa (peraltro già sostanzialmente svuotata dall’art. 8 del decreto Berlusconi) secondo cui il licenziamento è consentito solo in presenza di giusta causa (o giustificato motivo), con la conseguenza che, qualora risulti nullo/inefficace (perché il giudice ha accertato che giusta causa o giustificato motivo in realtà non c’è), l’inadempimento del contratto dà diritto al lavoratore di ottenere (peraltro solo nelle aziende con più di 15 dipendenti) l’adempimento in forma specifica/reintegro nel posto di lavoro? E poi, Ichino dovrebbe spiegare che cosa vuol dire che il reintegro nel posto di lavoro previsto dall’art. 18 non si dovrà più applicare, secondo la sua proposta, ai licenziamenti per ragioni economiche. La cosa non ha infatti alcun senso già sul piano logico: se, come dovrebbe essere ovvio, il reintegro è la conseguenza per il licenziamento nullo/inefficace -e non certo per il licenziamento, anche determinato da ragioni economiche, che sia legittimo per la presenza di tutti i requisiti di legge- i casi sono due: o il licenziamento è appunto legittimo, e allora nulla quaestio di reintegro si pone (il reintegro, già ora coll’attuale normativa, comunque non spetta), oppure il licenziamento è nullo -cioè difettano le pretese ragioni economiche-, e allora non di licenziamento per ragioni economiche si tratta, e dunque l’ipotizzata esclusione del reintegro sarebbe automaticamente inapplicabile! A meno che la proposta norma riformatrice dell’art. 18 non dica che, per far scattare detta esclusione, sia sufficiente la mera dichiarazione del datore di lavoro che autocertifichi che il licenziamento è dovuto a ragioni economiche! Ed a questo che probabilmente pensa Ichino quando dice che il datore di lavoro deve poter licenziare liberamente per ragioni economiche e organizzative anche solo prospettate sulla base di previsioni di future situazioni di crisi, difficoltà ecc., e non solo per quelle attuali (oggi richieste): come dire, insomma, che sarà sufficiente che il datore di lavoro dichiari di prevedere, secondo sue inevitabilmente soggettive e comunque non dimostrabili analisi (sbagliano le previsioni i prof, figuriamoci quelli che prof non sono!), che tra qualche anno avrà qualche problema economico, per mandare a casa, già da subito, un pò di dipendenti. Poi, se in seguito le sue previsioni si rivelino sbagliate, pace …. (ovviamente per i licenziati)! E magari si pensa pure –tutto è possibile sulla strada del sistematico annientamento dei principi giuridici e dell’affermazione dello Stato farwest- ad una norma che preveda -come prevedeva ad esempio quella, contenuta nella prima manovra Berlusconi (e poi fortunatamente stralciata), che intendeva scippare ai docenti precari della scuola statale il diritto di ricorrere al giudice- una sostanziale non impugnabilità del licenziamento! Già attualmente il motivo “economico” è largamente utilizzato dalle aziende quale “ordinario” escamotage -camuffante il vero dissimulato motivo illecito- per liberarsi di dipendenti (magari scomodi), figuriamoci cosa succederebbe se passassero “riforme” del tipo di quelle proposte da Ichino! E’ chiaro, infatti, che lo scopo sottinteso di tutte tali proposte di riforme liberiste è quello, al di là delle garanzie di facciata che eventualmente potranno essere previste sul piano formale, di consentire all’italica furbizia di dare spazio al licenziamento selvaggio, a-causale in quanto rimesso ad nutum, al mero arbitrio, del datore di lavoro. Come ugualmente chiara è la furbesca trovata di propugnare, in nome di un asserito senso di giustizia e di tutela a favore dei lavoratori -giovani soprattutto, oggi penalizzati dalla piaga del lavoro a tempo determinato- la necessità del contratto a tempo indeterminato: per tutti , si sottolinea con l’enfasi di chi annuncia una grande riforma di giustizia, per poi aggiungere però –questa volta nella maniera più marginale e silenziosa possibile- “rescindibile”! Ma non può sfuggire, a chi non si faccia abbagliare da tanta improbabile generosità nei confronti dei lavoratori, che tale “rescindibilità” non è affatto dettaglio marginale e irrilevante, essendo tale da modificare, in concreto, la natura stessa del contratto, che nessuno potrebbe illudersi di considerare veramente “a tempo indeterminato”, e cioè idoneo ad assicurare la tutela della stabilità del rapporto: sarebbe più garantista e sicuro, per il lavoratore, un contratto per un anno o un contratto a tempo indeterminato che può essere risolto in qualsiasi momento, ad es. dopo un solo mese??!! Quanto agli effetti di una simile riforma, presentata dai suoi sostenitori (compreso Monti) quale panacea a tutti i mali dell’Italia e che favorirebbe la crescita del Paese, l’occupazione, la produttività, gli investimenti esteri, ecc., il meno che si possa dire –e va detto- che trattasi di mere “prof-ezie” (dei prof-economisti), indimostrate e tutte da dimostrare. Mentre, non difficili da prevedere, già da ora, appaiono gli effetti negativi connessi ad un consistente aumento della conflittualità sociale e interclasse, rinfocolata dal ritorno ad un sistema da “padrone delle ferriere” titolare di un potere assoluto sui dipendenti (licenziabili ad nutum e perciò facilmente sfruttabili e ricattabili), e del contenzioso giudiziario, che intaserebbe, ancor di più di quanto non succeda oggi, le aule dei tribunali, chiamati a pronunciarsi sulla legittimità e sui limiti di una norma (quella ipotizzata) che violerebbe principi generali dell’ordinamento –espressamente richiamati e ribaditi anche dalle nuove disposizioni recentemente introdotte dalla L. 4.11.2010 n. 183 (art. 30) in materia di cause di lavoro- quali, oltre a quelli più sopra richiamati, quello della stabilità del rapporto (Cost., artt. 4 e 36), quello di correttezza e buona fede (artt. 1175 e 1375 c.c.), quello della giustificatezza della causa e della causa quale elemento essenziale del negozio giuridico (art. 1418 c.c.,), quello del favor prestatoris quale parte debole del rapporto, e che risulterebbe in contrasto con la generale tendenza del nostro ordinamento a rafforzare la giuridica tutela di prioritari interessi coinvolti nel contratto mediante la progressiva riduzione delle ipotesi di recedibilità a-causale e il correlativo aumento delle ipotesi di recedibilità causale. Contenzioso che non sfuggirebbe neanche al vaglio della stessa Corte Costituzionale, la quale ha più volte ribadito l’irrevocabilità dello statuto dei diritti sociali, per loro stessa natura progressivi, ed il sostanziale divieto di regressione delle tutele costituzionali acquisite, nel caso di specie giustificate dall’esigenza sociale di porre rimedio allo squilibrio tra le parti del rapporto in cui quella più debole (il lavoratore), in assenza di dette tutele, sarebbe facilmente soggetta ad abusi e prevaricazione. Ma Ichino, che nelle aule dell’Università insegna diritto del lavoro e in quelle dei tribunali difende i grandi gruppi finanziari e industriali (non i lavoratori), queste cose sicuramente le sa. O almeno dovrebbe saperle: come ha detto recentemente un noto industriale (e presidente di una grande banca nazionale, ex presidente di Confindustria, non della Fiom) molti, professori compresi, che parlano di licenziamento e di art. 18 non sanno neanche di cosa parlano, perché non sanno cosa sia veramente il lavoro! Per finire, una proposta (ovviamente provocatoria): lasciamo pure che i prof dicano la loro –è un diritto, in democrazia-, ma aspettiamoli poi alla resa dei conti dei fatti, i quali soli possono bocciare o promuovere, anche se in questo Paese l’amnesia (nel senso di dimenticare quello che si è detto il giorno prima) e l’irresponsabilità (nel senso di non rispondere delle proprie parole ed azioni) sono vizi talmente comuni da essere considerati oramai virtù da premiare (magari con nuovi e prestigiosi incarichi governativi, accademici, bancari, ecc.). A quel punto, che prima o poi inevitabilmente arriva, se i fatti dimostrassero che, ancora una volta, i prof ci hanno raccontato inesorabili panzane; che le manovre studiate (poco) non sono quelle che possono determinare una sana “crescita” dell’Italia; che a tale scopo non può servire né la riforma delle pensioni (che già in altri Paesi che l’anno adottata, Germania per es., si è dimostrata più dannosa che utile, con la conseguenza che già si pensa ad una giudiziosa marcia indietro) ed in particolare l’innalzamento dell’età pensionabile (che, inevitabilmente, porta con se l’effetto nefasto di un ulteriore innalzamento dell’età di ingresso nel lavoro dei giovani), nè l’abolizione dell’art. 18 (che non fa crescere né l’occupazione né la produttività), né l’invenzione di nuove e fantasiose forme di contratto di lavoro (magari in aggiunta alle oltre quaranta già ideate dalla fervida fantasia di Biagi, ora oggetto di revisione critica anche da parte dei suoi stessi idolatri) che stravolgono l’unica forma correttamente ammissibile che il diritto del lavoro (quello vero – e veramente moderno- dei grandi giuslavoristi come Santoro-Passarelli, Giugni, ecc., frutto dell’applicazione di principi di civiltà irrinunciabili che nessuna crisi finanziaria, mercato, lezione economica, pseudo-modernismo o pseudo-richiesta della BCE, può distruggere) ha elaborato in decenni di progresso, almeno facciano, i prof, pubblica ammenda e, dopo aver rinunciato al pomposo titolo, ritornino sui banchi di scuola! Almeno, dopo essere stati tediati dalle quotidiane lezioni dei garruli ed onnipresenti prof-economisti, potremo anche noi –se avremo ancora la forza di scherzare- riderci su, pensando a quello che a proposito degli àuspici diceva -e potremmo dire oggi dei prof-economisti- lo storico di quell’epoca: e cioè che questi antichi sacerdoti romani, quando si incrociavano per strada, non potevano fare a meno di sghignazzarsi addosso l’un l’altro!!!
Raffaele Greco 7 febbraio 2012 at 19:56
Oppure perchè per mezzo secolo il dover fare il pieno di consensi elettorali ha “costretto” le classi dirigenti a puntare solo sul pubblico impiego favorendo un la creazione di una Pubblica Amministrazione fatta di decine di enti, (in)competenze ed impiegati? Mentre le imprese che fanno prodotto sono state lasciate marcire sotto il peso della tassazione soffocante, la penuria di infrastrutture e la criminalità organizzata!
Concorso Aspal Sardegna 89 funzionari: domande entro il 1° ottobre