Source: https://www.personaedanno.it/articolo/immissioni-intollerabili-da-elf-campi-elettromagnetici-a-bassa-frequenza-e-tutela-della-persona
Timestamp: 2018-12-15 03:24:32+00:00
Document Index: 54531907

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 844', 'art. 844', 'art. 844']

Immissioni intollerabili da ELF (campi elettromagnetici a bassa frequenza) e tutela della persona
Ambiente, Beni culturali - Inquinamento, immissioni - Adriano Marcello Mazzola - 23/12/2017
1. la recente sentenza teramese e i presupposti dell’azione.
La recente sentenza del Trib. Teramo, GU Chiauzzi, 3.8.2017 n. 857 (inedita) inerente l’azione intrapresa nel lontano 2006 da una signora, comproprietaria di un immobile sito nel comune di Cermignano, adiacente ad un potente elettrodotto aereo (380.000 volt), per l’esposizione permanente nel proprio habitat a ben 4,2 microTesla, domandando dunque l’interramento dell’elettrodotto e il risarcimento dei danni non patrimoniali e patrimoniali, diviene l’occasione per fare alcune importanti riflessioni.
La prima attiene alla inaccettabile tempistica con cui il tribunale si è pronunciato dopo ben 11 anni. Tempo certamente non giustificato neppure dalla complessità della materia, dall’inevitabile Ctu esperita o da altre circostanze intervenute. La tutela della persona, richiesta dall’attrice, non può attendere un arco temporale di circa 1/8 della propria esistenza. La cui esistenza appunto si consuma al pari di una candela accesa.
La seconda attiene certamente al rischio assunto nell’esperire l’azione da parte dell’attrice che lamentava come patologie la “connettivite indifferenziata”, la “depressione endogena”, “cefalea e vertigini” e “ipertiroidismo”, ossia patlogie per le quali la Comunità scientifica internazionale non ha ancora raggiunto un convincimento sufficiente che giustifichi l’esistenza di un nesso di causalità credibile. Avendo la Comunità scientifica internazionale dal 2001 associato invece in modo significativo la leucemia infantile all’esposizione a Elf.
La terza attiene alla espressa visione solo parziale del tribunale, ovviamente anche vincolato alla domanda formale e sostanziale dell’attrice (e per questo ovviamente giustificato), laddove a pag. 4 della sentenza evidenzia quale “presupposto imprescindibile per l’accoglimento della domanda (…) l’accertamento della illiceità della condotta del proprietario della rete elettrica” mentre ben sappiamo come sia sufficiente anche il mero presupposto di un accertamento di liceità di un atto se dannoso ove possa rientrare nella “responsabilità per atti leciti e dannosi”, affinchè sia giustificabile un “risarcimento” di tipo indennitario.
La quarta attiene dunque al riscontro del nitido percorso intrapreso dal giudice, il quale appunto ha rigettato le domande proprio per le ragioni che ho poc’anzi esposto, ossia di fatto la non riconducibilità, per lo meno in modo credibile, delle patologie lamentate dalla signora all’esposizione alle radiazioni non ionizzanti.
L’occasione tuttavia ci consente di fare delle riflessioni più approfondite.
2. immissioni da ELF.
I danni da inquinamento elettromagnetico arrecato dagli ELF possono manifestarsi in vari modi, interessando tanto i diritti reali quanto i diritti della persona, tanto i diritti patrimoniali quanto i diritti non patrimoniali. L'esposizione alle immissioni intollerabili prodotte dagli elettrodotti (e/o dalle cabine elettriche) può interessare l'habitat, compromettere la salubrità ambientale e il modus vivendi della persona che vi risiede.
Il fondo può pertanto subire una perdita di valore e può diminuire il godimento dello stesso. La persona può avere il timore di ammalarsi, può ammalarsi o sentendosi esposta ad un pericolo può alterare il proprio fare (potrà essere indotta a socializzare di meno, a tenere i propri figli più lontano dalla casa considerata ostile, allungherà forzatamente il periodo delle vacanze e dei week end nei luoghi di soggiorno, si sottoporrà a più controlli medici, potrà rivolgersi ad uno psicologo, ad esperti, chiederà di fare misurazioni, potrà giungere a svendere l’immobile pur di sottrarsi all’insalubrità, potrò divenire ossessiva etc.).
Tutte queste voci di danno possono presentarsi congiuntamente o separatamente l'una dall'altra. Come tutti i danni, essi necessitano però di essere provati – anche in sede di tutela preventiva - e non solo paventati.
Il legislatore italiano ha deciso irragionevolmente nel 2003 di ignorare la posizione assunta dalla IARC (International Agency for Research on Cancer, o Centre International de Recherche sur le Cancer, la massima autorità mondiale sul cancro, con sede a Lione) solo 2 anni prima a riguardo degli ELF (ricompresi appunto nel 2001 nel gruppo 2b degli agenti “possibilmente cancerogeni”), tentando di giustificarsi per mezzo di una commissione scientifica creata ad arte.
Per quanto concerne i parametri regolamentari vigenti, essi sono stati assunti nel nostro Paese con il d.p.c.m. 8.7.03 (che ha fissato un valore insuperabile di 10 microtesla quale valore di attenzione, per la tutela dagli effetti cronici; di 3 microtesla quale obiettivo di qualità, prescritto per i nuovi impianti), tuttavia non si rinviene nella letteratura scientifica alcuna indicazione degli stessi parametri assunti dal legislatore. Ciò che risulta evidente dal d.p.c.m. 8.7.03 è invece una sterile e cinica analisi costo-benefici (implicita e dunque neppure adeguatamente esplicitata), ingiustificatamente sproporzionata in favore del diritto economico d'impresa, costituito nella specie dal trasporto ed erogazione di energia elettrica, tuttavia secondo le modalità tecniche prescelte esclusivamente dai proprietari e dai gestori della linea.
Il legislatore ha invece preferito sostenere – implicitamente, in modo non dichiarato è ovvio - il costo rappresentato dall'incremento di rischio di leucemie infantili nel nostro territorio, evidentemente giudicato accettabile rispetto ad ogni altra condizione.
La tutela pubblicistica prescelta dal legislatore può tuttavia risultare insoddisfacente per i privati, i quali possono così avvalersi di strumenti di tutela privatistica difformi e più vicini o adeguati alla tutela della persona e dei suoi diritti. Il nostro complesso ordinamento, nonché la lettura consolidata della giurisprudenza, d'altronde consente un tale dualismo, tra standards regolamentari prescritti dal legislatore da un lato e parametri civilistici dall'altro prescritti dal tribunale. Dunque si può ottenere una tutela più rigorosa da parte del giudice, rispetto a quella dettata dal legislatore.
Nel caso degli ELF questo passaggio diviene determinante, poiché è necessario mettere in discussione il parametro regolamentare imposto dal legislatore, in quanto palesemente non cautelativo della salute umana.
Sicché la diatriba giurisprudenziale, sia anteriore che posteriore al d.p.c.m. 8.7.03, ruota dunque intorno alla valutazione della ragionevolezza del parametro relativo ai valori di esposizione da ELF per la tutela della popolazione (in primis ovviamente se infantile).
La giurisprudenza in detta materia – sistematicamente originata da azioni avviate per domandare tutela preventiva (ancor prima che il danno alla salute sia insorto e in vari casi ancor prima della costruzione dell'elettrodotto o della cabina elettrica; raramente quando il danno è già insorto; quasi sempre per domandare un risarcimento in forma specifica, spesso accompagnato dalla domanda di un risarcimento per equivalente) - è tuttavia sempre stata prevalentemente filo legislativa, poiché non è quasi mai andata al di là della mera applicazione dei parametri regolamentari, così costantemente rigettando le domande, per lo più cautelari, a seguito della semplice verifica del rispetto del parametro prescritto con decreto, valore ovviamente sempre rispettato poiché tanto quello vecchio (del 1992, rispettivamente di: 1000 microT e 100 microT) quanto quello recente (del 2003, rispettivamente di: 100 microT, 10 microT) sono pressochè insuperabili.
In tal modo si è alimentato un vicolo cieco o comunque complesso, atteso che se da un lato il legislatore ha prescritto nel 2003 parametri elevati e di fatto insuperabili, scientificamente irragionevoli, dall’altro l’acritico vaglio del giudice ha contribuito a chiudere qualsivoglia forma di tutela per la persona.
Invero, l'applicazione poco critica degli strumenti di tutela in detta materia ha pure subito un cambiamento, più incisivo negli anni, caratterizzati da un orientamento giurisprudenziale cautelativo e critico che ha saputo mettere in luce tutta l'inadeguatezza dei parametri regolamentari.
Lo strumento che ha consentito ai giudici di esaminare criticamente le scelte del legislatore (soprattutto regolamentari) ove esse appaiano manifestamente illegittime, è transitato in particolare nell'applicazione dell’art. 844 cod. civ., per le caratteristiche normogenetiche di tale strumento.
Il cambio di rotta è avvenuto in poche ma assai significative pronunce. Abbiamo assistito alla contrapposizione tra due orientamenti: il primo è acritico, conservativo e filo legislativo (tra le tante Trib. Padova, 7 febbraio 2002 n. 257, RgAmbiente, 6, 2002, 981-986; Trib. Milano, Sez. V, 14 luglio 2003, RCP, 4-5, 2005, 1089-1090; tra le ultime inedite App. Napoli, III sez., 25 marzo 2005 n. 862; Trib. Treviso, Sez. I, 8 giugno 2005; Trib. Cagliari, Sez. I, 19 settembre 2005; Trib. Catania, Sez. III, 18 novembre 2005), caratterizzato da un ruolo notarile dei giudici; il secondo è critico, moderno e normogenetico (App. Milano, 31 agosto 2009, n. 2168; Trib. Como, 23 novembre 2005, RgAmbiente, 2, 2006, 325-333; che conferma Trib. Como, ord. 30 novembre 2001, GA, 2002, 1, 52-66, e Trib. Como, ord. 22 gennaio 2002, RgAmbiente, 2002, 577; Trib. Teramo, sez. Giulianova, ord. 4 novembre 2005, RgAmbiente, 2006, 2, 336-339 ma venuta meno; Trib. Venezia, ord. 14 aprile 2003 n. 214, Giust.It, 2003, 4, poi confermata da Trib. Venezia, III sez., ord. 11 luglio 2003, RgAmbiente, 6, 2003, 1069-1082 ed infine da Trib. Venezia, sez. III, 19 febbraio 2008 n. 441, www.personaedanno.it, 2008; App. Potenza, 13 novembre 2003 n. 195, RgAmbiente, 5, 2004, 721-730; Trib. Modena 6 settembre 2004, RgAmbiente, 1, 2005, 156-157 ma venuta meno).
Sullo sfondo compare la liceità dell'attività dal trasporto ed erogazione di energia elettrica, non solo perché considerata attività di pubblico interesse, ma anche perché esercitata, salvo casi del tutto eccezionali, nel rispetto dei parametri regolamentari. Dunque apparirebbe tutto formalmente lecito.
In realtà è proprio per mezzo dello strumento della clausola generale sulle immissioni (art. 844 c.c.) che è possibile, in alcune fattispecie qualificare le immissioni elettromagnetiche ELF come intollerabili, senza peraltro la possibilità di contemperarle, e dunque dichiararle illecite. Pertanto il trasporto dell’energia elettrica che determina immissioni intollerabili (per lo più tramite linee aeree ma anche con cabine di trasformazione malamente allocate) non configura quindi più alcuna attività lecita e non ricade pertanto nello schema degli atti leciti dannosi, più complesso e comunque limitato all'obbligazione indennitaria.
3. la comunita’ scientifica e l’esposizione da ELF.
Oltre alla fondamentale classificazione degli ELF nel gruppo 2b da parte della IARC, a riguardo degli effetti pregiudizievoli sulla salute dell'uomo dei campi magnetici a bassissima frequenza, è opportuno entrare più nel dettaglio delle conclusioni alle quali è giunta la comunità scientifica.
Ci serviremo al riguardo di quanto scritto dalla Lega italiana per la lotta contro i tumori nel 2004.
In tale ampia ed eccellente relazione si riassume tutto ciò che è accaduto nella letteratura scientifica e pertanto costituisce un autorevole documento di sintesi. In esso si ricorda che
Il documento del NIEHS (National Institute for Environmental Health Sciences) effettua una valutazione di tali evidenze (Portier & Wolfe, 1998), utilizzando i criteri proposti dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro di Lione. Emerge da tale approccio che vi è un’evidenza limitata di cancerogenicità per la leucemia infantile in relazione all’esposizione residenziale a campi magnetici ELF e per la leucemia linfatica cronica in relazione alle esposizioni professionali. Per la maggior parte delle altre associazioni menzionate dalla letteratura, l’evidenza è inadeguata. Sulla base di queste valutazioni, i campi magnetici ELF vengono inclusi nella categoria dei “possibili cancerogeni” (Gruppo 2B). Successivamente al documento del NIEHS sono stati pubblicati alcuni ulteriori studi sulla leucemia infantile ed è stata effettuata una rianalisi dei dati dei nove studi più importanti, caratterizzati dall’essere studi caso-controllo di popolazione che includevano misure del campo magnetico di 24-48 ore o stime dell’esposizione basate sulla distanza dell’abitazione dalle linee elettriche e sul carico delle linee (Ahlbom e Coll., 2000). L’esposizione veniva stimata con riferimento all’anno precedente la diagnosi e veniva usata, come indicatore, la media geometrica del campo magnetico. I nove studi inclusi nel progetto erano stati svolti in Canada, Danimarca, Finlandia, Germania, Nuova Zelanda, Norvegia, Svezia, USA, e Regno Unito e comprendevano complessivamente 3.247 casi e 10.400 controlli. La stima del rischio relativo associato a esposizioni uguali a (o maggiori di) 0,4 mT è risultata di 2,00 (Intervallo di Confidenza, I.C. 95%: 1,24-3,13), sulla base di 44 casi e 62 controlli esposti. Una rianalisi condotta da Greenland e Coll. (2000) su 15 studi casocontrollo, 8 dei quali compresi anche nella rianalisi di Ahlbom, mostra risultati nel complesso analoghi (rischio relativo per esposizioni superiori a 0,3 mT pari a 1,7 con I.C. 95%: 1,2-2,3; stima della frazione attribuibile: 3%). In Germania, uno studio policentrico che rappresenta l’estensione del precedente studio tedesco incluso nella rianalisi di Ahlbom, sulla base di 514 casi e 1301 controlli, trova una significativa relazione fra leucemia infantile e esposizione notturna a campi superiori a 0,2 µT (Odds Ratio, OR: 3,21 e I.C. 95%: 1,33-7,80); l’esposizione notturna a più di 0,4 µT era associata a un OR di 5,53 (I.C. 95%: 1,15-26,6) (Schüz e Coll., 2001). Esiste dunque un’associazione fra residenza in abitazioni con livelli di induzione magnetica superiore a 0,4 µT e incidenza di leucemia infantile, e tale associazione non è imputabile alla variabilità casuale né a fattori di confondimento noti. Una certa quota di questo incremento potrebbe però essere spiegabile in base al bias di selezione (una distorsione dei risultati dovuta a meccanismi legati alla non rispondenza di una quota dei soggetti dei gruppi in studio), come affermato dallo stesso Ahlbom e sostenuto in uno studio di Hatch e Coll. (2000). Il nesso di causa effetto non è dimostrato, anche se i risultati delle rianalisi di Ahlbom e di Greenland corroborano, nel loro complesso, la credibilità della natura causale dell’associazione fra campi ELF e leucemia infantile.
(Comba, Martuzzi, Zapponi 2004, 77 ss.).
Le evidenze epidemiologiche sulla leucemia infantile e l’esposizione residenziale a campi magnetici a 50/60 Hz sono state recentemente anche sintetizzate da Lagorio e Salvan (2001). I risultati di queste rianalisi sono stati discussi in un documento del National Radiological Protection Board inglese (NRPB, 2001), insieme a tutti i principali studi sperimentali ed epidemiologici sui campi a 50/60 Hz pubblicati a partire dal 1992 (anno di pubblicazione del precedente documento del NRPB). La conclusione del Rapporto è la seguente: Gli esperimenti di laboratorio non hanno fornito buone prove che i campi elettromagnetici a frequenza estremamente bassa siano capaci di produrre il cancro, né gli studi epidemiologici suggeriscono che essi producano il cancro in generale. Ci sono comunque alcune evidenze epidemiologiche che l’esposizione prolungata ai più elevati livelli di campi a frequenza industriale sia associata a un piccolo rischio di leucemia infantile. Nella pratica, tali livelli di esposizione vengono raramente incontrati da parte della popolazione del Regno Unito. In assenza di una chiara evidenza di un effetto cancerogeno negli adulti, o di una spiegazione plausibile della sperimentazione su animali o su cellule isolate, l’evidenza epidemiologica non è a tutt’oggi abbastanza forte da giustificare la ferma conclusione che tali campi causino la leucemia infantile. Tuttavia, a meno che futuri studi indichino che questo riscontro sia dovuto al caso o a qualche artefatto al momento ignoto, rimane la possibilità che esposizioni intense e prolungate ai campi magnetici possano accrescere il rischio di leucemia infantile.
Nel giugno 2001, la IARC ha classificato il campo magnetico ELF come “possibile cancerogeno”. Data la particolare rilevanza della Monografia IARC, si ritiene opportuno presentarne integralmente le conclusioni per quanto riguarda la cancerogenicità (IARC, 2002). Dati di cancerogenicità per l’uomo Effetti nei bambini. Da quando nel 1979 fu pubblicato il primo rapporto che suggeriva un’associazione fra esposizione residenziale a campi elettrici e magnetici ELF e leucemia infantile, dozzine di studi sempre più sofisticati hanno esaminato questa associazione. Inoltre ci sono state numerose rassegne esaustive, meta-analisi e due recenti analisi “pooled”. In un’analisi pooled basata su nove studi ben condotti, non si è osservato alcun eccesso di rischio in relazione all’esposizione a campi ELF al di sotto di 0,4 µT, ed è stato visto un eccesso di rischio di due volte per esposizione al di sopra di 0,4 µT. L’altra analisi pooled ha incluso 15 studi basandosi su criteri di inclusione meno restrittivi e ha usato 0,3 µT come cut-point più elevato. E’ stato riportato un rischio relativo di 1,7 per esposizioni al di sopra di 0,3 µT. I due studi sono altamente coerenti. Contrariamente a questi risultati relativi ai campi magnetici ELF, l’evidenza che i campi elettrici siano associati con la leucemia infantile è inadeguata per una valutazione. Non è stata osservata alcuna relazione coerente negli studi sui tumori encefalici in età pediatrica o su tumori in altre sedi e campi elettrici e magnetici ELF nell’ambiente residenziale. Questi studi, tuttavia, sono stati generalmente di dimensioni minori e di qualità più bassa. E’improbabile che l’associazione fra la leucemia infantile e gli alti livelli di campo magnetico sia dovuta al caso, ma potrebbe essere affetta da distorsioni. In particolare, una distorsione della selezione potrebbe spiegare parte dell’associazione. Gli studi caso-controllo basati sulle misure nelle case sono particolarmente vulnerabili nei confronti di questo bias, a causa del basso tasso di rispondenza in molti studi. Studi condotti nei paesi nordici basati sul calcolo dei campi magnetici storici non sono soggetti al bias di selezione, ma soffrono di una bassa numerosità dei soggetti esposti. Ci sono stati grandi progressi nel corso del tempo nella valutazione dell’esposizione ai campi elettrici e magnetici, tuttavia tutti gli studi sono soggetti a misclassificazioni. La misclassificazione non differenziale dell’esposizione (livelli simili di misclassificazione nei casi e nei controlli) dà luogo verosimilmente a una distorsione verso il valore nullo. La distorsione dovuta a fattori di confondimento sconosciuti molto difficilmente può spiegare l’intero effetto osservato. Tuttavia un qualche bias dovuto al confondimento è del tutto possibile, e potrebbe operare in entrambe le direzioni. Non si può escludere che una combinazione di distorsione della selezione, qualche grado di confondimento e variabilità casuale possa spiegare i risultati. Se la relazione osservata fosse di natura causale, il rischio associato all’esposizione potrebbe anche essere maggiore di quanto riportato.
Sulla base di queste evidenze, la IARC valuta che ci sia limitata evidenza di cancerogenicità nell’uomo per i campi magnetici ELF in relazione alla leucemia infantile, e che vi sia evidenza inadeguata di cancerogenicità per i campi magnetici ELF in relazione a tutti gli altri tipi di tumore. I campi magnetici ELF vengono allocati alla categoria dei possibili cancerogeni per l’uomo
Invero per quanto riguarda gli accadimenti dopo l'intervento della IARC nel 2001:
Successivamente alla Monografia IARC sono stati pubblicati alcuni ulteriori studi epidemiologici relativi alle popolazioni esposte a campi ELF per motivi lavorativi o residenziali. Uno studio di coorte, relativo ai 138.000 dipendenti di cinque compagnie elettriche americane in servizio fra il 1950 e il 1986, ha mostrato un incremento della mortalità per tumore dell’encefalo (Rischio Relativo, RR: 1,7 con I.C. 95%: 1,0-3,0; 17 osservati) fra gli elettricisti. Lo studio non contiene dati relativi all’esposizione a campi ELF (van Wijngaarden e Coll., 2001). Uno studio caso-controllo svolto in Nuova Zelanda ha preso in esame 110 casi di leucemie e 199 controlli di popolazione, stimando la pregressa esposizione a campi ELF attraverso una matrice mansione-esposizione. Per l’insieme dei lavoratori elettrici la odds ratio era 1,9 (I.C. 95%: 1,0-3,8; 26 osservati); il rischio era più elevato per i saldatori (OR: 2,8 con I.C. 95%: 1,2-6,8; 14 osservati) e gli addetti alle linee telefoniche (OR: 5,8 con I.C. 95%: 1,2-27,8; 6 osservati). La leucemia acuta non linfocitica era significativamente associata ai livelli di esposizione al campo magnetico attuali e pregressi (Bethwaite e Coll., 2001). In Gran Bretagna uno studio di coorte relativo alla mortalità di circa 80.000 dipendenti dell’ente elettrico nazionale seguiti dal 1973 al 1997 non ha mostrato alcun incremento della mortalità per tumori cerebrali (Rapporto Standardizzato di Mortalità, SMR: 108 con I.C. 95%: 92-126; 158 osservati), né alcuna relazione dose-risposta con i livelli di esposizione al campo magnetico (Sorahan e Coll., 2001). In Canada, è stato effettuato uno studio caso-controllo su 543 casi di neoplasia maligna dell’encefalo confermata istologicamente nel periodo 1994-1997 e 543 controlli di popolazione. L’esposizione a campo magnetico fu ricostruita per ogni soggetto. Lo studio mostrò un significativo incremento del glioblastoma multiforme (OR: 5,36 con I.C. 95%: 1,16-24,78; 18 osservati) per coloro che erano stati esposti a livelli di induzione magnetica superiori a 0,6 µT; per questo istotipo si osservava una significativa relazione dose-risposta con l’esposizione cumulativa (Villeneuve e Coll., 2002). In Svezia è stato effettuato uno studio di coorte sull’incidenza dei tumori fra gli addetti alle industrie in cui si utilizza la saldatura a resistenza; si tratta di circa 530.000 uomini e 180.000 donne attivi fra il 1985 e il 1994.
L’esposizione a campi ELF è stata valutata attraverso una matrice mansione-esposizione. Fra gli uomini esposti a più di 0,53 µT si sono osservati incrementi significativi dell’incidenza di tumore del rene (RR: 1,4 con I.C. 95%: 1,0-2,0; 62 osservati); fra le donne esposte a oltre 0,53 µT si sono osservati significativi incrementi degli astrocitomi (RR: 3,0 con I.C. 95%: 1,1-8,6; 5 osservati) in particolare degli astrocitomi di grado III-IV (RR: 4,6 con I.C. 95%: 1,3-15,9; 4 osservati). L’aumento degli astrocitomi si evidenziava (Håkansson e Coll., 2002) anche nella categoria di esposizione 0,25-0,53 µT (RR: 2,3 con I.C. 95%: 1,1-4,4; 19 osservati). Uno studio caso-controllo svolto a Seattle (1992-1995) in relazione a 813 casi di cancro della mammella e 793 controlli di popolazione non ha mostrato alcuna associazione con i livelli di esposizione a campo magnetico nelle abitazioni degli ultimi 10 anni (Davis e Coll., 2002). Uno studio caso-controllo svolto in Svezia non ha rilevato, su 726 casi, un aumento di rischio di leucemia infantile nei nati fra il 1973 e il 1989 e un ugual numero di controlli di popolazione associato all’esposizione a campi di induzione magnetica generati dalle incubatrici: RR 0,9 con I.C. 95% 0,5-1,5 su 26 osservati caratterizzati da esposizioni inferiori a 0,6 µT e RR 0,9 con I.C. 95% 0,5-1,7 su 21 osservati caratterizzati da esposizioni superiori a 0,6 µT (Söderberg e Coll., 2002). Uno studio caso-controllo (Tynes e Coll., 2003) innestato nella coorte della popolazione residente in un corridoio ubicato intorno alle linee dell’alta tensione in Norvegia (1990-1996) ha mostrato un incremento del rischio di melanoma in corrispondenza di livelli di esposizione superiori a 0,2 µT (OR: 1,87 con I.C. 95%: 1,23-2,83; 44 casi). Negli Stati Uniti, uno studio caso-controllo innestato in una coorte di lavoratori elettrici (Charles e Coll., 2003) ha mostrato una relazione fra esposizione al campo magnetico e mortalità per tumore maligno della prostata (OR: 1,60 con I.C. 95%: 1,07 – 2,40; 47 casi).
Si può dunque dedurre che
Gli studi epidemiologici, qui sinteticamente esaminati, comparsi dopo la pubblicazione della Monografia IARC, non modificano il quadro delle conoscenze in modo apprezzabile, pur fornendo numerosi elementi conoscitivi di indubbio interesse. L’indicazione di concentrare gli studi sulle popolazioni caratterizzate dai più elevati livelli di esposizione, formulata sia da Ahlbom che da Greenland nei lavori precedentemente citati, è giustificata oltre che dai risultati relativi alla leucemia infantile, anche da alcune osservazioni provenienti da studi su soggetti adulti. Anche se queste evidenze, nel loro complesso, sono valutate come “inadeguate” dalla IARC, i deboli effetti descritti sembrano concentrarsi nelle fasce più esposte della popolazione.
Tale ultima osservazione è di particolare pregnanza per il nostro studio, atteso che è opportuno sottolineare quanto gli agenti ELF non interessino la popolazione nel suo insieme, quanto soltanto una piccolissima parte di essa ma con una esposizione ad un rischio significativo. In breve: gli agenti ELF non possono essere considerati un agente inquinante diffuso ma pur risultando un agente poco diffuso, chi è esposto ad essi lo è in modo rilevante.
Negli Stati Uniti, Milham (1996) ha studiato un gruppo di 410 impiegati che lavoravano in un ufficio ubicato sopra un locale nel quale si trovava una sottostazione con tre trasformatori da 12 kV. Questo determinava un livello di esposizione di circa 19 µT a livello del pavimento. Fra i soggetti che avevano lavorato almeno due anni in questo ufficio si verificarono complessivamente 7 casi di tumori in sedi diverse contro 1,8 attesi (Rapporto Standardizzato d’Incidenza, RSI: 389 con I.C. al 95%: 156-801). In Francia, Bonhomme-Faivre e Coll. (1998) hanno studiato un gruppo di lavoratori che si trovavano in un laboratorio situato al di sopra di alcuni trasformatori, di cavi ad alta tensione (13.000 V) e di un generatore di corrente. Il campo di induzione magnetica era compreso, a livello del pavimento, fra 1,2 µT e 6,6 µT. Confrontando i 13 lavoratori di questo laboratorio con 13 soggetti che lavoravano in locali adiacenti, si osservò fra gli esposti un aumento significativo di alcuni disturbi neurovegetativi, una diminuzione significativa di alcune popolazioni linfocitarie e un aumento delle cellule natural killer. Questi effetti sembrano essere reversibili, cioè terminano al cessare dell’esposizione (Bonhomme-Faivre e Coll., 2000). Seguendo quanto suggerito nella Monografia della IARC, sia per quanto riguarda la cancerogenesi che per i possibili effetti avversi sulla riproduzione, sembra quindi ragionevole concentrare l’attività di studio e gli interventi preventivi a carattere cautelativo fra i soggetti compresi nelle fasce con i maggiori livelli di esposizione, indicativamente quelli esposti a più di 0,5 µT.
Per quanto poi riguarda l'applicazione del principio di precauzione alle radiazioni non ionizzanti ELF – peraltro secondo le intenzioni dello stesso legislatore – valgano le seguenti riflessioni:
Un importante contributo in merito all’applicazione del principio di precauzione è stato fornito dalla Commissione Europea. In una comunicazione del 2000 la Commissione identifica alcuni criteri da considerare per valutare se il principio di precauzione possa essere invocato in casi concreti. Questi criteri includono: 1) proporzionalità tra misure adottate ed entità del rischio; 2) consistenza tra misure protettive in casi differenti; 3) esame dei potenziali benefici e costi (inclusi quelli economici) del prendere decisioni o del non prenderle; 4) riconoscimento della natura provvisoria delle misure; 5) indicazione delle responsabilità della produzione delle conoscenze necessarie per giungere a una valutazione di rischio più solida. (…) La domanda se il principio di precauzione è applicabile nel caso dei campi ELF è, come discusso sopra, problematica e certamente non a risposta dicotomica. Infatti sono da considerare molti elementi quali la natura del rischio, la sua entità e verosimiglianza, la gamma delle possibili azioni protettive, la percezione del rischio e la valutazione del rapporto costi/benefici. Se si adotta il punto di vista della Commissione Europea, alla luce di quanto detto in precedenza, l’applicazione del principio di precauzione non è priva di difficoltà.
(Martuzzi, Seniori Costantini, Grandolfo 2004, 89 ss.).
Un approccio di natura cautelativa suggerisce di adottare un punto di vista “pessimistico”, e considerare l’associazione, osservata in numerosi studi, di natura causale, pur in assenza di un meccanismo biologico conosciuto. Anche così facendo, l’impatto complessivo sulla salute, dato dal numero di casi di leucemia infantile attribuibili, è modesto (Lagorio e Comba, 1998; Polichetti, 2000). Sembra pertanto poco auspicabile intraprendere campagne di “bonifica” sistematica su larga scala, dai costi assai elevati.
Se nonché alla fine giungono le riflessioni più importanti, occorrendo valutare la distribuzione del rischio in seno alla popolazione:
Un aspetto preponderante del problema, tuttavia, è la distribuzione delle esposizioni, che risulta essere generalmente poco uniforme: nonostante l’esposizione residenziale media sia per lo più trascurabile, o molto contenuta, esiste una ristretta minoranza di individui residenzialmente esposti a valori elevati. Considerando l’associazione come causale, questa piccola minoranza risulta interessata da rischi elevati rispetto al resto della popolazione. Infatti, nonostante che l’esiguità numerica della popolazione infantile esposta produca pochissimi casi di leucemia, in tale popolazione il rischio di contrarre questa malattia assume invece un certo rilievo. In questo particolare sottogruppo di popolazione esposta, infatti, la probabilità che, dato un caso di leucemia, questo sia dovuto ai campi ELF, è molto alta. Il quadro che emerge, pertanto, accettando l’ipotesi di causalità, è quello di un’iniqua distribuzione sociale del rischio, a fronte di un impatto sanitario limitato in termini assoluti. Oltre all’incerta causalità, le stime numeriche di tale fenomeno, che è pur possibile effettuare, sono molto incerte. Sembrerebbe, comunque, opportuno mirare a interventi di informazione e di contenimento delle esposizioni ai gruppi di popolazione maggiormente esposti. L’identificazione di tali gruppi non è priva di interrogativi, ma è importante, come passo iniziale, valutare l’entità delle disuguaglianze nell’esposizione.
Pertanto, spostando l'attenzione dagli ELF ad uno tra i più diffusi cancerogeni socialmente accettati (fumi e gas di scarico prodotti dalla combustione del carburante per la trazione degli automezzi), il fatto che tali agenti siano sopportati dall'insieme della popolazione non può comunque giustificare una esposizione particolare, ossia di un di un ristretto numero di persone, esposte a valori ben superiori rispetto a quelli medi.
Talché la Commissione “Cancerogenesi ambientale” della Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori conclude in tal modo:
• In Italia, come nella maggior parte dei Paesi in cui sono stati misurati i livelli di esposizione, la frazione della popolazione infantile esposta a valori superiori a 0,4 - 0,5 µT è limitata a meno dell’1%. Per questo motivo, a livello dell’intera popolazione infantile, la frazione di casi di leucemia eventualmente attribuibili all’esposizione al campo magnetico a 50 Hz sarebbe assai limitata. Per la piccola minoranza di popolazione esposta ai livelli più elevati, il rischio di contrarre tumore assumerebbe tuttavia un certo rilievo. • (…) non sembra infatti ragionevole realizzare piani di risanamento che comportino pesanti oneri quando i livelli di esposizione siano inferiori a quelli per i quali la ricerca scientifica ha evidenziato un rischio. • Seguendo quanto suggerito nella Monografia della IARC, sia per quanto riguarda la cancerogenesi che i possibili effetti avversi sulla riproduzione, sembra ragionevole concentrare gli interventi preventivi a carattere cautelativo relativamente ai soggetti maggiormente esposti, indicativamente a livelli superiori a 0,5 µT.
(AA. VV. 2004, 119).
Pertanto assume particolare significato il rischio che grava su un numero ristretto di persone (l’1% della popolazione) e di questo rischio bisogna dunque tenere conto con la dovuta attenzione. Disattendere la richiesta di tutela che provenga da tale ridotta fetta della popolazione sarebbe quindi una grave forma di ingiustizia.
Si impongono poi alcuni "suggerimenti pratici e raccomandazioni" al fine di attenuare le situazioni di insalubrità ambientale:
Tipiche possibilità tecniche per la riduzione dei campi prodotti da un elettrodotto, a parità di tensione, corrente e percorso, sono l’aumento dell’altezza dei sostegni, la riduzione della distanza fra i vari conduttori, l’impiego di linee in cavo isolato, sia aeree che interrate.(…) - Si auspica che le nuove installazioni elettriche (e, se possibile, le nuove apparecchiature elettriche) siano realizzate in modo tale da minimizzare i livelli d’induzione magnetica prodotti nell’ambiente di vita e di lavoro. - Si suggerisce di evitare in futuro di costruire elettrodotti che attraversino insediamenti urbani e nuove abitazioni in stretta vicinanza di linee elettriche ad alta e media tensione."
L’agire umano oramai è preda ossessiva dell’analisi costo/benefici, così di fatto avendo mercificato la persona umana, valutata alla stregua di un prodotto da supermercato. Se ne valuta la convenienza, l’opportunità.
L’Italia è da sempre attraversata da una miriade di elettrodotti aerei, per migliaia e migliaia di chilometri, nel silenzio generale, e addirittura con una parte della popolazione che li considera parte del paesaggio. Paesaggio che peraltro viene pure deturpato in modo rilevante.
La valutazione del rischio sulla popolazione degli elettrodotti (nonché delle cabine elettriche) dovrebbe essere invece il frutto di un processo serio, concertato, meditato, soppesato. Anche etico, non solo prettamente economico.
Occorre dunque infine richiamare le dotte riflessioni fatte tanto dall’ill.mo giudice “comasco” (dott. Croci) che nella fase cautelare, attraverso una relazione tecnica d’ufficio di altissimo profilo (l’esimio e straordinario dott. Berrino, Istituto dei Tumori di Milano), riportò nella fondamentale prima ordinanza:
6.3.3. – Le risultanze di detta C.T.U. del Dr. Berrino sono state sottoposte a vivace critica da parte delle due società resistenti, e cioè dai relativi difensori e C.T.P. (Prof. Carlo La Vecchia e Prof. Enrico Pira).
Parimenti convincente è risultata la replica contenuta nella successiva nota 13.09.2001 in atti del C.T.U. le cui considerazioni appaiono pregnanti ed assorbenti.
In particolare, è opportuno richiamare qui la corretta (e utile anche in ordine a quanto qui oltre al punto 7.3.4) e argomentata considerazione ivi contenuta, secondo cui "il fatto che l’esposizione a campi magnetici di intensità tale da poter causare un aumento di rischio significativo di leucemia infantili riguardi solo una piccola frazione della popolazione generale (dell’ordine dell’un per cento) non toglie nulla al fatto che per quella frazione sussista un concreto rischio per la salute".
Pure congruo appare il rilievo che "mentre nella consulenza tecnica" (10.04.2001) si è fornito un quadro complessivo degli studi disponibili, mostrando come nel loro insieme raggiungano una massa di informazioni sufficiente a raggiungere una relazione di causa-effetto, i commenti del dr. La Vecchia (come pure quelli del dr. Pira alla relazione della dott.ssa Taioli) contengono una serie di citazioni da singoli studi di cui gli autori si preoccupavano giustamente di sottolineare che le loro osservazioni non potevano essere considerate individualmente conclusive, "laddove il quesito, come opportunamente sottolineato dal C.T.U.", non riguardava la conclusività dei singoli studi, bensì dell’insieme dei dati e valutazioni accreditati nella "comunità scientifica".
Espressione, quest’ultima certamente ampia e, per certi aspetti, metaforica – non esiste né un tempo né uno spazio comune a tutti gli "scienziati" – ma comunque certamente non coincidente col concetto autoritativo espresso dalle parti resistenti
(Trib. Como, ord. 30 novembre 2001, G.I. Croci, FI, 2003, 1, 1608; RgAmbiente, 2002, 576; GM, 2002, 1270; GA, 2002, 1, 52-66).
L’attento e brillante giudice ha confermato pertanto che per l’esposizione a valori superiori a 0,3 microtesla vi sfosse un rischio significativo di contrarre leucemia infantile e che ciò meritasse adeguata protezione:
6.4. – Conclusivamente su questo, peraltro essenziale, punto, ritiene questo Giudice della cautela, anche e in particolare con riferimento agli indefettibili requisiti del "fumus boni iuris" ed altresì anche del "periculum un mora" (poiché se, come qui si rileva, il rischio nel senso sopra richiamato esiste, i tempi necessariamente assai più prolungati del giudizio di piena cognizione appaiono incompatibili con l’urgenza della tutela anche in ordine alla problematica della irreparabilità), che l’impostazione sopra sunteggiata del CTU debba essere recepita.
E ciò non (solo) tanto perché formulata da personalità non solo notoriamente accreditate proprio nella banca specialistica occorrente alla bisogna, ma operante nella presente sede come soggetto "super partes" ausiliario del Giudice e come quest’ultimo "ontologicamente" terzo rispetto alle parti ed altresì vincolato dal giuramento (…), bensì sulla base della valutazione critica di cui sopra del percorso logico-argomentativo che ha condotto il CTU (Dr. Berrino) alle conclusioni così come qui recepite.
Deve quindi ritenersi, alla luce di tutto quanto sopra, che con valori di intensità superiori a 0,3 microtesla dei campi E.L.F. in oggetto, e quindi in tutte e nelle sole situazioni – non contestate da parte resistente – interessanti le parti ricorrenti e/o intervenienti, sussista il concreto rischio in oggetto, da inquadrarsi quindi nell’ipotesi, favorevole alla necessità di intervento giurisdizionale, sunteggiata alla lettera c) del punto 5.1.1. di cui sopra della presente ordinanza.
6.5. – Non può nel caso in esame farsi ricorso al criterio, peraltro pacificamente sussidiario e invocato dalle pur "agguerrite" difese delle parti resistenti, con non particolare intensità della priorità d’uso, e ciò proprio alla luce di quanto sopra riferito dal C.T.U., Dr. Berrino ossia che solo in epoca recente sono iniziati i primi studi scientifici (non necessariamente noti a persone di media cultura) sulla possibile necessità dei campi magnetici.
6.6. – Neppure rileva, in particolare tenuto conto che, come testè richiamato, ci si muove nell’ambito normativo dell’art. 844 c.c., se nelle abitazioni dei ricorrenti e/o interventori in cui i campi "E.L.F." indotti dagli elettrodotti in questione superino la suddetta soglia abitino o meno bambini, perché, a parte che ciò è comunque irrilevante sotto il profilo della tutela dominicale (in ordine alla integrità del fondo e del suo valore, d’uso e di scambio), in ogni caso non si vede come tale eventualità (figli, nipoti, ecc.) possa essere a priori "malthusievamente" esclusa.
Riflessioni intervenute che hanno pure anticipato, seppur di poco, le identiche conclusioni poi adottate dalla IARC.
Il giudice ricava dunque dalla relazione peritale le misure tecniche idonee a tradurre in concreto le precauzioni sanitarie suggerite. Da entrambe le relazioni tecniche il giudice attinge le ragionevoli motivazioni conclusive che sostengono l’ordinanza inibitoria di facere:
Da quanto sopra si desume che il rimedio risarcitorio è concretamente praticabile senza alcun modo porre in discussione il servizio di erogazione dell’energia elettrica, ed anzi senza neppure modifica di tracciato dei due elettrodotti, e con costi certamente consistenti (in particolare quanto al primo, da 220 KV) in assoluto, ma la rilevanza non può non essere parametrata alle – ampiamente notorie – dimensioni economiche oggettive del servizio e soggettive delle parti resistenti, di talchè non si presenta certamente come irrealistico e/o gravatorio l’ordine di ottemperare tali indicazioni come meglio specificato qui oltre in dispositivo. (…)
a 1) ordina alle resistenti "T.E.R.N.A. S.P.A." e G.R.T.N. S.P.A." in solido tra loro di interrare in cavo, nel modo e nel senso di cui alla CTU 19/09/2001 del Prof. Alberto Berizzi in atti, il tratto dell’elettrodotto Cislago-Sondrio (n. 265 e 266) compreso tra i tralicci 293 e 296;
a 2) ordina alle medesime resistenti T.E.R.N.A. S.P.A." e G.R.T.N. S.P.A." in solido tra loro di innalzare di mt. 10 l’intero tratto di linea dell’elettrodotto Cucciago-Noverate (n. 532) compreso tra il traliccio 14 e il traliccio 18 e di adottare per i conduttori la configurazione ST;
a 3) entrambi gli adempimenti di cui sopra ai capi a 1) e a 2) nel termine di mesi 15
Tale strada maestra (ordinanza infatti confermata in sede di reclamo, nel giudizio di merito e poi dal giudice del gravame, poi con la rinuncia da parte del gestore di adire la Corte di Cassazione) è stata determinante per l’affermarsi delle poche pronunce positive intervenute dopo, e che hanno dapprima retto il vaglio successivo, avendone ispirato le stesse argomentazioni giuridiche e scientifiche (Trib. Venezia, ord. 14 aprile 2003 n. 214; poi confermata da Trib. Venezia, III sez., ord. 11 luglio 2003; ed infine da Trib. Venezia, sez. III, 19 febbraio 2008 n. 441; App. Potenza, 13 novembre 2003 n. 195; Trib. Bologna 31 luglio 2006). Poi però quasi tutte crollate sul filo di lana.
La strada per ottenere tutela è dunque assai ardua e insidiosa ma non per questo non dovrà essere intrapresa. Si pubblica in allegato il testo dell'articolo completo di note.
Trib. Teramo_31.7.17_Elf.pdf
PD_23.12.17_Immissioni da ELF Trib. Teramo 7.17_Mazzola.pdf
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