Source: https://www.aidc.pro/milano/norme-e-denunce/norme/2036
Timestamp: 2019-08-20 21:26:26+00:00
Document Index: 87387204

Matched Legal Cases: ['art. 9', 'art. 17', 'art. 35', 'art. 35', 'art. 35', 'art. 17', 'art. 138']

Norme di comportamento N.204
L’art. 9 della Direttiva IVA CE n. 112 del 2006 qualifica il soggetto passivo stabilendo che è tale <<chiunque esercita, in modo indipendente e in qualsiasi luogo, un’attività economica, indipendentemente dallo scopo o dai risultati di detta attività>>. Gli articoli 213 e 214 della stessa Direttiva disciplinano l’obbligo del soggetto passivo di dichiarare l’inizio attività e le successive variazioni, attribuendo agli Stati membri il compito di far sì che ogni soggetto passivo sia identificato attraverso un numero individuale. L’art. 17 del Regolamento (UE) n. 904/2010 dispone la creazione di una banca dati, “VIES”, nella quale ciascuno degli Stati membri inserisce le informazioni relative alle persone che hanno fatto richiesta e a cui sia attribuito un numero di identificazione IVA, raccolti in applicazione dell’articolo 213 della Direttiva. Il contesto normativo unionale trova riscontro, in ambito domestico, nell’art. 35 del DPR 633/1972. Tale norma prevede che i soggetti che intraprendono l’esercizio di un’impresa, arte o professione nel territorio dello Stato, o vi istituiscono una stabile organizzazione, devono farne denuncia entro trenta giorni a un ufficio locale dell'Agenzia delle entrate. Lo stesso art. 35, al comma 2 lett. e-bis, prevede, inoltre, che i soggetti che intendono effettuare operazioni intraunionali, di cui al Titolo II, Capo II del Dl 331/1993, hanno l’onere di richiedere l’iscrizione all’archivio VIES, che censisce le partite IVA UE. Nell’ambito di applicazione dell’art. 35 citato, quantomeno sotto il profilo letterale, non sono espressamente contemplati specifici obblighi per chi intende effettuare prestazioni di servizi nei confronti di committenti soggetti passivi UE.
L’esercizio dell’opzione, come disposto dal successivo comma 7-bis, comporta l’inclusione del soggetto cui è attribuita una partita Iva nella banca dati dei soggetti passivi che effettuano operazioni intra UE. Qualora il soggetto passivo non presenti alcun elenco riepilogativo per quattro trimestri consecutivi, successivi alla data di inclusione nella suddetta banca dati, si presume che egli non intenda più effettuare operazioni intra UE. A tal fine, l’Agenzia delle entrate può escludere la partita IVA dalla banca dati di cui al periodo precedente, previo invio di apposita comunicazione al soggetto passivo. Il potere di esclusione compete, inoltre, all’Agenzia in relazione ai soggetti che presentano profili di rischio di frodi IVA, come previsto dall’art. 17 del Regolamento (UE) n. 904/2010 del Consiglio del 7 ottobre 2010 e dal provvedimento 12 giugno 2017, n. 110418 dell’Agenzia dell’Entrate.
La disciplina unionale richiamata, invece, non contempla tra i requisiti per qualificare una cessione intraunionale il possesso del numero di identificazione IVA né consente, esattamente al contrario, che un soggetto, privo degli altri requisiti richiesti dalla disciplina unionale, possa essere considerato soggetto passivo per il solo fatto di possedere un numero di identificazione IVA. A maggior ragione, l’inclusione dell’identificativo nella banca istituita dalla normativa domestica non appare elemento costitutivo della soggettività passiva della persona relativamente alle operazioni intraunionali. La questione è stata approfondita dalla Giurisprudenza della Corte di Giustizia, la quale costantemente afferma che l’utilizzo dell’identificativo IVA è un elemento formale dell’operazione e non sostanziale, nel senso che la prova che l’acquirente sia un soggetto passivo non può dipendere esclusivamente dalla comunicazione dell’identificativo; in particolare, il requisito della soggettività passiva si verifica se un operatore esercita in modo indipendente e in qualsiasi luogo un’attività economica, senza subordinare il riconoscimento di tale status al fatto che il soggetto possieda un numero d’identificazione IVA (Caso VSTR GmbH C-587/10 e giurisprudenza citata).
L’assenza del possesso del numero identificativo ai fini IVA può incidere sulla natura dell’operazione solo se la sua mancanza impedisce la prova certa che i requisiti sostanziali sono stati soddisfatti (Caso Collée C-146/05). La Corte di Giustizia occupandosi delle conseguenze derivanti dalla mancanza dell’identificativo IVA, nella causa Plöckl C-24/15, ha stabilito che l’esenzione applicabile a un’operazione intraunionale permane anche nel caso in cui il soggetto passivo sia privo del numero di identificazione IVA attribuito dallo Stato membro di destinazione, laddove non sussista alcun indizio serio che deponga a favore della sussistenza di una frode, e risultano soddisfatti anche gli altri requisiti per l’esenzione.
La Corte non sottovaluta il carattere fondamentale del numero di identificazione IVA, quale elemento di controllo in un sistema di massa che comporta un elevato numero di transazioni intracomunitarie, ma ha ritenuto che siffatta considerazione non può trasformare un requisito formale in un requisito sostanziale, e neppure giustificare un diniego dell’esenzione per il mancato rispetto di un requisito formale imposto dal diritto nazionale.
Tale indirizzo trova conferma negli ulteriori interventi della Corte dell’Unione. Dalle argomentazioni che precedono, basate sul contenuto letterale della Direttiva, deriva che il possesso di identificativo IVA non è condizione sostanziale per l’attribuzione dello status di soggetto passivo, purché al di fuori di ogni tentativo di frode. Tale conclusione, in relazione alla normativa italiana, fa sì che la mancata inclusione iniziale, o la cancellazione per inerzia della partita IVA dall’archivio VIES, non sia, di per sé, ostativa all’applicazione del regime delle operazioni intracomunitarie. Su queste conclusioni si potrebbe innestare l’effetto della modifica all’art. 138, par. 1, della Direttiva proposto con il Doc. Com. 569 del 4 ottobre 2017. La proposta di modifica - come esplicitato nella relazione - è <<volta a far sì che il numero di identificazione IVA valido del soggetto passivo o dell'ente non soggetto passivo che acquista i beni, assegnato da uno Stato membro diverso da quello di partenza della spedizione o del trasporto dei beni, costituisca una condizione sostanziale aggiuntiva per applicare l’esenzione a una cessione di beni intracomunitaria>>. Tale proposta conferma, perciò, indirettamente che nell’attuale assetto il possesso di un numero identificativo IVA non condiziona l’applicazione dell’esenzione nelle operazioni intracomunitarie. Non ci sarebbe, nel caso contrario, necessità di una norma modificativa. In virtù della modifica proposta, il requisito del possesso di un numero di partita IVA assurge a requisito sostanziale, limitatamente alle cessioni di beni, senza nulla specificare in merito alle prestazioni di servizi, sempre che l’acquirente agisca come tale, cioè, nella qualità di operatore economico.
Occorre ulteriormente considerare che cessioni di beni e prestazioni di servizi sono operazioni ben distinte sotto il profilo dei presupposti posti a base per l’esenzione nei rapporti transnazionali. A una cessione di beni intracomunitari corrisponde ordinariamente un acquisto intracomunitario sicché ben si comprende che, nella prospettata modifica della direttiva, quantomeno sul piano probatorio e per rendere funzionante il meccanismo Intrastat, l’esenzione alla vendita sia accordata qualora le condizioni siano integrate dal possesso di numero di identificativo IVA per entrambe le parti. E infatti il meccanismo del rafforzamento relativo alla cooperazione amministrativa e alla lotta contro le frodi IVA (Reg. UE 904/2010) nasce per ridurre il fenomeno delle frodi carosello, che si innescano prevalentemente nel settore delle cessioni di beni intracomunitari. Diversa, ancorché simile, è l’ipotesi dell’esenzione accordata a una prestazione di servizi per ragioni di territorialità, in applicazione del principio generale di tassazione a destinazione, sancito dall’articolo 44 della Direttiva, secondo cui i servizi prestati ad un operatore economico sono esentati nello Stato membro di identificazione del fornitore. La differenza consiste, innanzi tutto, nell’ambito applicativo di tale disposizione che, a differenza di quanto previsto per le cessioni di beni, si applica indistintamente ad operazioni con parti stabilite all’interno, ovvero al di fuori dell’Unione. Inoltre, il Reg. UE n. 282 del 2011 prevede specifiche disposizioni a riguardo della qualificazione economica del cliente, sia in punto di status (articolo 17) che di qualità (articolo 18) stabilendo, per il primo aspetto, il rinvio all’articolo 9 ss. della Direttiva e, per il secondo, la rilevanza della partita IVA utilizzata dal cliente (per i soggetti stabiliti all’interno dell’Unione) e di un certificato equipollente (per i soggetti stabiliti all’esterno dell’Unione), disciplinando altresì la possibilità di provare lo status del destinatario di un servizio anche con modalità alternative rispetto al sistema VIES, in particolare nel caso in cui il committente non abbia ancora ricevuto un numero individuale d’identificazione IVA, ma informi il prestatore che ne ha fatto richiesta. Tali previsioni devono considerarsi assorbenti di ogni altra circostanza, che, ove richiesta, rileverebbe come discriminatoria nei confronti delle controparti unionali, le quali nella tesi avversa dovrebbero dimostrare l’iscrizione al VIES per ottenere l’esenzione, sopportando così maggiori oneri rispetto alle controparti non unionali che non avrebbero mai tale incombenza. Ciò considerato, appare del tutto congruente – e non suscettibile di applicazione estensiva - che il requisito sostanziale derivante dal possesso di identificativo IVA derivante dal recepimento del DOC 569, si applichi unicamente alle cessioni di beni.