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Timestamp: 2020-01-25 11:56:44+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 257', 'art. 242', 'art. 257', 'art. 242', 'art. 242', 'sentenza ', 'art. 58', 'art. 17', 'art. 51', 'art. 17', 'art. 17', 'art. 58', 'art. 257', 'art. 257', 'art. 51', 'art. 242', 'art. 17', 'art. 239', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 51', 'art. 257', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 242', 'art. 242', 'art. 257', 'sentenza ', 'art. 242', 'art. 242', 'art. 242', 'art. 257']

Il reato di omessa bonifica, il piano di caratterizzazione e il progetto di bonifica
28 giugno 2019 28 giugno 2019 Avv. Alessandro ZucoGiurisprudenza
Cass. Pen., Sez. III, sent. n. 17813 del 30 aprile 2019 (ud. del 15 novembre 2018)
Pres. Aceto, Est. Noviello
Rifiuti. Reato di omessa bonifica. Progetto di bonifica. Piano di caratterizzazione. Art. 242 e 257 d. lgs. n. 152/2006.
Il reato di cui all’art. 257 d. lgs. 152/06 è configurabile non solo allorquando chi sia tenuto alla bonifica non vi provveda in conformità al progetto approvato dall’autorità competente nell’ambito del procedimento di cui all’art. 242 e ss., bensì anche nell’ulteriore caso in cui addirittura impedisca la stessa formazione del progetto di bonifica e quindi la sua realizzazione, attraverso la mancata attuazione del piano di caratterizzazione, necessario per predisporre il progetto di bonifica.
1. Il giudice monocratico del Tribunale di Cosenza in data 31 marzo 2017 ha condannato Leonardi William alla pena di euro 2000 di ammenda, con beneficio della pena sospesa e della non menzione, in ordine alla contravvenzione di cui all’art. 257 comma 1 in relazione all’art. 242 comma 7 del D. Lgs. n. 152 del 2006, perché, quale presidente del consiglio di amministrazione del Consorzio Intercomunale Valle Bisirico – consorzio da ritenersi soggetto responsabile dell’inquinamento quale ente proprietario e gestore della ex discarica sita in Località Foresta del Comune di Scigliano – in concorso con Maletta Paolo quale direttore tecnico, avendo ricevuto nel dicembre 2010 la nota prot. n° 3502 del 20.12.2010 del comune di Scigliano con cui li si notiziava degli esiti del piano di caratterizzazione e dei risultati del documento di analisi del rischio relativo alla citata ex discarica e, in particolare, che era emerso il superamento dei valori di concentrazione soglia rischio (csr) di contaminazione per il parametro manganese e triclorometano in relazione alle acque sotterranee, prescrivendo dunque l’avvio delle procedure di bonifica di cui all’art. 242 D.Lgs. n° 152/06, omettevano di predisporre il progetto di bonifica da sottoporre alla Regione Calabria e, conseguentemente, di procedere alla bonifica del sito della ex discarica. Con la stessa sentenza Maletta Paolo veniva assolto per non aver commesso il fatto.
2. Occorre ripercorrere preliminarmente e brevemente la disciplina in tema di obblighi di bonifica penalmente rilevanti. L’art. 58 del D. Lgs. n. 152 del 1999, prevedeva che «chi con il proprio comportamento omissivo o commissivo in violazione delle disposizioni del presente decreto provoca un danno alle acque, al suolo, al sottosuolo e alle altre risorse ambientali, ovvero determina un pericolo concreto ed attuale di inquinamento ambientale, è tenuto a procedere a proprie spese agli interventi di messa in sicurezza, di bonifica e di ripristino ambientale delle aree inquinate e degli impianti dai quali è derivato il danno ovvero deriva il pericolo di inquinamento, ai sensi e secondo il procedimento di cui al D. Lgs. n. 22 del 1997, art. 17» e sanzionava con l’arresto e con l’ammenda l’inosservanza della disposizione anzidetta. Si richiedeva per la configurabilità del reato un danno o un pericolo di danno all’ambiente causato non da un qualsivoglia comportamento bensì dalla violazione delle disposizioni di cui al D.Lgs. n. 152 del 1999 ossia, essenzialmente dalle violazioni delle disposizioni in materia di scarichi di acque reflue industriali (cfr. Sez. 3, n. 40191 del 11/10/2007 Rv. 238057 – 01 Schembri). Va aggiunto che a seguito delle modificazioni apportate con il D.Lgs. n.258 del 2000, per scarico doveva intendersi qualsiasi immissione tramite condotta di acque reflue, liquide o semiliquide nel suolo sottosuolo o rete fognaria, indipendentemente dalla loro natura inquinante. Gli scarichi di reflui di cui il detentore si disfi senza versamento diretto tramite condotta o comunque senza una canalizzazione rientravano nella disciplina dei rifiuti di cui al Decreto Ronchi e non in quella sulle acque e potevano dare luogo o ad uno smaltimento di rifiuti o ad un abbandono degli stessi. In mancanza quindi di uno scarico, anche in tema di bonifica dei siti inquinati, non era applicabile la disciplina sulle acque bensì quella sui rifiuti (Sez. 3, n. 40191 del 11/10/2007 Rv. 238057 – 01 cit.).
2.1. A sua volta con l’art. 51 bis il D.Lgs. n. 22 del 1997 prescriveva che chiunque avesse cagionato l’inquinamento o un pericolo concreto ed attuale di inquinamento, previsto dall’art. 17, comma 2, era punito con la pena dell’arresto da sei mesi a un anno e con l’ammenda da L. 5 milioni a L. 50 milioni se non provvedeva alla bonifica secondo il procedimento di cui all’art. 17. Si applicava la pena dell’arresto da un anno a due anni e la pena dell’ammenda da L. 10 milioni a L. 100 milioni in caso di inquinamento provocato da rifiuti pericolosi e, al comma 2 si precisava che chiunque avesse cagionato, anche in maniera accidentale, il superamento dei limiti di cui al comma 1, lettera a), ovvero avesse determinato un pericolo concreto ed attuale di superamento dei limiti medesimi, era tenuto a procedere a proprie spese agli interventi di messa in sicurezza, di bonifica e di ripristino ambientale delle aree inquinate e degli impianti dai quali derivava il pericolo di inquinamento. Si è così osservato come dal raffronto emergesse che la fattispecie del D. Lgs. n.22 del 1997 aveva un ambito diverso e, per alcuni aspetti, più circoscritto e limitato rispetto a quella di cui al D. Lgs. n. 152 del 1999, art. 58, facendo riferimento non genericamente a un danno all’ambiente o ad un pericolo di inquinamento ambientale, bensì al superamento o al pericolo di superamento di limiti precisi specificati dal D.M. 25 ottobre 1999, n. 471. Inoltre, mentre, il decreto sulle acque del 1999 richiedeva che il danno o il pericolo di inquinamento ambientale fosse stato provocato da un comportamento omissivo o commissivo in violazione delle disposizioni del decreto stesso, l’articolo 17 comma 2, del Decreto Ronchi faceva discendere l’obbligo della bonifica anche se il fatto fosse stato cagionato in maniera accidentale.
2.3. Con particolare riferimento alla bonifica, quest’ultimo articolo punisce, salvo che il fatto costituisca più grave reato, «chiunque cagiona l’inquinamento del suolo, del sottosuolo, delle acque superficiali o delle acque sotterranee con il superamento delle concentrazioni di soglia di rischio, […] se non provvede alla bonifica in conformità al progetto approvato dall’autorità competente nell’ambito del procedimento di cui agli artt. 242 e seguenti».
2.4. La struttura del reato richiede, quale indefettibile presupposto, la sussistenza dell’evento di danno dell’inquinamento, la cui configurazione implica l’accertato superamento (attraverso la complessa procedura stabilita dall’articolo 242 del T.U.A.) della concentrazione soglia di rischio (CSR) (che è un livello di rischio superiore ai livelli delle concentrazioni soglia di contaminazione (CSC)) (Sez. 3, n. 9794 del 20/11/2006, Montigiani, Rv. 235951; Sez. 3, n. 26479 del 14/03/2007 Rv. 237134 Magni; Sez. 3, n. 9492 del 29/01/2009 Rv. 243115, Capucciati).
Conferma le medesime finalità ripristinatorie, seppure attraverso una diversa ricostruzione ermeneutica, distante rispetto alla suddetta tesi del reato omissivo, un ulteriore indirizzo di legittimità, secondo cui con l’entrata in vigore dell’art. 257 in esame la disciplina del reato già previsto ai sensi del citato articolo 51 bis del D.lgs. 22/97 non sarebbe sostanzialmente mutata, atteso che la struttura della fattispecie di cui all’art. 257 sarebbe «del tutto corrispondente a quella del precedente reato di cui all’art. 51 bis, […], poiché continua a prevedere la punibilità del fatto di inquinamento se l’autore ‘non provvede alla bonifica in conformità’ al progetto di cui all’art. 242 (in precedenza era previsto che la bonifica dovesse avvenire secondo il procedimento del corrispondente art. 17). Il che significava e significa che la bonifica, se integralmente eseguita escludeva ed esclude la punibilità del fatto anche secondo la precedente normativa (come è stato sempre pacifico anche in giurisprudenza)». Attraverso tale ricostruzione si è voluto sottolineare che «in sostanza il legislatore, proprio per agevolare la bonifica dei siti inquinati (secondo il principio “chi inquina paga” formalizzato testualmente in legge nell’art. 239 del nuovo codice ambientale, ma già esistente come tale anche nel cd. decreto Ronchi ) e quindi impedire la prescrizione del reato nei tempi estremamente brevi previsti per le contravvenzioni, insufficienti di regola per gli interventi di ripristino ambientale dei siti contaminati, ha strutturato il reato di cui si tratta come reato la cui permanenza persiste fino alla bonifica ovvero fino alla sentenza di condanna, ma la cui punibilità può essere fatta venire meno, sempre fino alla sentenza di condanna, attraverso la condotta riparatoria, in tal modo creando un particolare interesse per l’autore dell’inquinamento — che non può invocare la prescrizione se non ha provveduto alla bonifica – ad attuare le condotte riparatorie, onde eliminare la punibilità del reato» (cfr. Sez. 1, n.29855 del 13/06/2006 Rv. 235255 Pezzotti e altro,).
2.7. Quest’ultimo indirizzo è condiviso nelle sue conclusioni e motivazioni dal Collegio. Invero non pare discutibile, come rilevato da talune delle sentenze sopra richiamate, pur nella diversità dogmatica della ricostruzione della struttura del reato, che attraverso l’elaborazione delle fattispecie di cui all’art. 51 bis prima e dell’art. 257 poi, si sia voluto «agevolare la bonifica dei siti inquinati» così che secondo un già citato indirizzo si sarebbe strutturata la contravvenzione come « reato la cui permanenza persiste fino alla bonifica ovvero fino alla sentenza di condanna, ma la cui punibilità può essere fatta venire meno, sempre fino alla sentenza di condanna, attraverso la condotta riparatoria onde eliminare la punibilità del reato […]» (cfr. Sez. 1, n.29855 del 13/06/2006 Rv. 235255 Pezzotti, cit.); per un altro indirizzo di legittimità «attraverso il rafforzamento penalistico dell’effettività delle misure reintegratorie del bene offeso, si fa assumere all’interesse pubblico alla riparazione una connotazione particolare, che permea di sè il precetto e diviene esso stesso bene giuridico protetto» (cfr. Sez. 3 , n. 1783 del 28.4.2000, Pizzuti, rv. 216585 cit.), ovvero «il mancato raggiungimento dell’obiettivo della bonifica determina un aggravarsi dell’offesa al bene tutelato dalla norma incriminatrice, già perpetrata dalla condotta di inquinamento» (cfr. Sez. 3, n. 26479 del 14/03/2007 Rv. 237134 Magni, cit.).
2.8. Consegue che a fronte della tecnica di redazione della fattispecie in esame, che tipicizza il fatto di reato anche attraverso il riferimento a “fonti” esterne, ovvero, nello specifico, ad un elemento normativo extrapenale quale la bonifica, sotto il profilo della relativa omissione, quest’ultima, alla luce delle suesposte finalità di tutela perseguite dalla norma, non può che intendersi in senso ampio, come riferita al complesso delle attività ed iniziative che il soggetto tenuto alla bonifica deve avviare a fronte dell’insorgere di tale obbligo; dovere che consegue all’avvenuto accertamento del superamento «di una o più delle concentrazioni soglia di rischio» (cfr. art. 242 comma 6 e ss del D.L.vo 152/06) e come tale impone all’interessato di attivarsi per pervenire al progetto operativo di bonifica, quale documento finale che stabilisce le corrette modalità di effettuazione della predetta attività di ripristino. Cosicchè, il mancato rispetto dell’obbligo dovrà ritenersi integrato, in conformità al già citato indirizzo giurisprudenziale (cfr. Sez. 3, n. 35774 del 02/07/2010 Rv. 248561, Morgante), sin dall’omissione di qualsivoglia condotta funzionale alla redazione e approvazione del progetto operativo degli interventi di bonifica di cui al comma 7 e ss. dell’art. 242 cit., piuttosto che restringersi alla mera omissione di bonifica a fronte dell’intervenuta approvazione del relativo progetto. Così ricostruita la fattispecie, deve ritenersi che la relativa permanenza decorre sin dalla configurazione della situazione di inquinamento «qualificata» di cui al comma 1 dell’art. 257 cit., mentre la punibilità «può essere fatta venire meno, fino alla sentenza di condanna, attraverso la condotta riparatoria» (cfr. Sez. 1, n.29855 del 13/06/2006 Rv. 235255 Pezzotti.); consegue che nella disposizione in esame il riferimento alla bonifica e alla sua conformità al progetto approvato assume una plurima portata: da una parte il richiamo alla bonifica assume il valore di rinvio sintetico, mediante elementi normativi extrapenali, alla più complessa e ampia procedura scaturente dall’avvenuto accertamento del superamento di taluna delle «concentrazioni soglia di rischio »; dall’altra, la indicazione della sua conformità al progetto approvato dall’autorità competente ai sensi dell’art. 242 e ss. citato, specifica le caratteristiche che devono rinvenirsi per ritenere l’attività di bonifica idonea ad escludere la punibilità del reato: non basta una qualsivoglia bonifica bensì quella conforme al progetto operativo emergente dalla procedura di cui agli artt. 242 e ss del T.U.A. Cosicchè il reato permane anche in caso di intervento eseguito in difformità da quanto formalmente pianificato (Sez. 3, n. 35774 del 2/7/2010, Morgante, Rv. 248571, cit.).
2.9. Quanto al soggetto responsabile della condotta, un punto nodale è dato dal caso in cui il sito inquinato sia riconducibile ad un ente. Invero l’art. 242 T.U.A. riferisce l’obbligo di attivare le procedure di bonifica al “responsabile” dell’inquinamento e tale obbligo grava sull’ente in virtù del rapporto organico con il soggetto in esso incardinato e della conseguente imputazione alla persona giuridica del suo comportamento e dei relativi obblighi, salvo che sia dimostrato che egli abbia agito di propria ed esclusiva iniziativa ed in contrasto con gli interessi della società. Mentre alla persona fisica dell’amministratore fa capo la responsabilità penale per i singoli atti delittuosi, ogni altra conseguenza patrimoniale non può non ricadere sull’ente esponenziale in nome e per conto del quale la persona fisica abbia agito, con esclusione della sola ipotesi di rottura del rapporto organico, per avere il soggetto agito di propria esclusiva iniziativa. In sostanza, l’obbligo di bonificare è del soggetto collettivo, mentre, per la sua inosservanza, occorre distinguere tra il profilo patrimoniale, del quale risponde la società, e quello della responsabilità penale, che riguarda l’organo rappresentativo (cfr. Sez. 4, n. 29627 del 21/04/2016 Rv. 267842, Silva).
Scarica in pdf il testo della sentenza: cass. pen., sez. 3, sent. n. 17813-2019
Taggato acque sotterranee, ambiente, ammenda, analisi del rischio, art. 242, art. 257, bonifica, caratterizzazione, cass. pen. n. 17813/2019, cassazione penale, concentrazioni soglia di contaminazione, consorzio, contaminazione, contravvenzione ambientale, CSC, CSR, d. l gs. n. 55/97, d. lgs. n. 152/2006, d. lgs. n. 152/99, direttore tecnico, diritto ambientale, discarica, gestione dei rifiuti, giurisprudenza, manganese, messa in sicurezza, omessa bonifica, piano di caratterizzazione, progetto di bonifica, responsabile dell'inquinamento, rifiuti, ripristino ambientale, scarichi di acque reflue industriali, soglia di rischio, sottosuolo, suolo, superamento, triclorometano, valori di concentrazione