Source: http://nuoviabitanti.blogspot.com/2013_01_01_archive.html
Timestamp: 2017-03-25 11:40:38+00:00
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Trasparenza delle Pubbliche Amministrazioni
Roberto Scano per IWA sintetizza il decreto del Consiglio dei Ministri del 22 gennaio 2013, su obbligo trasparenza delle Pubbliche Amministrazioni
Il Consiglio dei Ministri n. 66 del 22/01/2012 ha approvato, su proposta del Ministro della pubblica amministrazione e semplificazione, due decreti legislativi che attuano la legge 190 del 2012 (“Disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell’illegalità nella pubblica amministrazione”).
viene data una definizione del principio generale di trasparenza: accessibilità totale delle informazioni che riguardano l’organizzazione e l’attività delle PA, allo scopo di favorire forme diffuse di controllo sul perseguimento delle funzioni istituzionali e sull’utilizzo delle risorse pubbliche. Il provvedimento ha infatti lo scopo di consentire ai cittadini un controllo democratico sull’attività delle amministrazioni e sul rispetto, tra gli altri, dei principi costituzionali di eguaglianza, imparzialità, buon andamento, responsabilità, efficacia ed efficienza dell’azione pubblica.
la pubblicazione dei dati e delle informazioni sui siti istituzionali diventa lo snodo centrale per consentire un’effettiva conoscenza dell’azione delle PA e per sollecitare e agevolare la partecipazione dei cittadini. Per pubblicazione si intende la diffusione sui siti istituzionali di dati e documenti pubblici e la diretta accessibilità alle informazioni che contengono da parte degli utenti.
si stabilisce il principio della totale accessibilità delle informazioni. Il modello di ispirazione è quello del Freedom of Information Act statunitense, che garantisce l’accessibilità di chiunque lo richieda a qualsiasi documento o dato in possesso delle PA, salvo i casi in cui la legge lo esclude espressamente (es. per motivi di sicurezza).
si prevede che il principio della massima pubblicità dei dati rispetti le esigenze di segretezza e tutela della privacy. Il provvedimento stabilisce che i dati personali diversi dai dati sensibili e dai dati giudiziari possono essere diffusi attraverso i siti istituzionali e possono essere trattati in modo da consentirne l’indicizzazione e la tracciabilità con i motori di ricerca. È previsto l’obbligo di pubblicazione dei dati sull’assunzione di incarichi pubblici e si individuano le aree in cui, per ragioni di tutela della riservatezza, non è possibile accedere alle informazioni.
si stabilisce la durata dell’obbligo di pubblicazione: 5 anni che decorrono dal 1° gennaio dell’anno successivo a quello in cui decorre l’obbligo di pubblicazione e comunque fino a che gli atti abbiano prodotto i loro effetti (fatti salvi i casi in cui la legge dispone diversamente).
si prevede l’obbligo per i siti istituzionali di creare un’apposita sezione – “Amministrazione trasparente” – nella quale inserire tutto quello che stabilisce il provvedimento.
Altre disposizioni riguardano la pubblicazione dei curricula, degli stipendi, degli incarichi e di tutti gli altri dati relativi al personale dirigenziale e la pubblicazione dei bandi di concorso adottati per il reclutamento, a qualsiasi titolo, del personale presso le PA.
Italia connessa – Agende digitali regionali
Italia indietro sui servizi digitali. Questa volta ad analizzare lo stato di attuazione dell’agenda digitale europea, è una ricerca di Telecom Italia “Italia connessa – Agenda digitali regionali” presentata oggi a Bologna con la regione Emilia Romagna.
Il rapporto, secondo anticipazioni stampa, rende evidenti le forti differenze persistenti tra le diverse regioni in quanto ad innovazione tecnologica e sviluppo digitale, sottolineando il ritardo particolarmente forte per quanto riguarda lo sviluppo dei servizi digitale. L’analisi di fondo prevede il mancato raggiungimento degli obiettivi fissati a livello europeo e nazionale a meno che le Regioni non accelerino e rinnovino i loro piani digitali.
Lo sviluppo delle infrastrutture necessarie a garantire il raggiungimento degli obiettivi fissati è in ritardo, ma sarebbe possibile ancora tenere fede agli impegni. La UE ha stabilito che tutti i cittadini dovranno avere accesso a reti a banda larga (almeno 1 megabit al secondo) entro fine anno, ma al momento il 10% delle abitazioni italiane non è ancora stato raggiunto. Il rapporto di Telecom ritiene, però, l’obiettivo UE raggiungibile entro l’anno a patto di agire in fretta. La situazione italiana è, al contrario, più grave a livello infrastrutturale per quanto riguarda la banda ultralarga (11% di copertura), ma c’è ancora un po’ di tempo per raggiungere gli obiettivi fissati dall’Unione (entro il 2020, 100% di copertura con connessioni a 30 megabit e 50% a 100 megabit).
Gli obiettivi più difficilmente raggiungibili, secondo il rapporto, riguardano, però: utilizzo delle reti e servizi digitali. Il 75% dei cittadini dovrebbero utilizzare regolarmente la rete Internet entro il 2015, stando agli obiettivi europei, ma ad oggi lo fa soltanto il 47% degli italiani. Situazione ancora peggiore per l’e-commerce (terzultimi in Europa) utilizzato per gli acquisti dal 15% degli italiani contro un obiettivo fissato nel 50% entro tre anni. E altrettanto lontano appare l’obiettivo per le aziende (33% entro il 2015). Soltanto l’11% delle piccole e medie imprese acquista tramite rete e addirittura solo il 4% vende attraverso il canale digitale. Se i servizi digitali commerciali non decollano, non lo fa, però, neanche l’amministrazione digitale (penultimi in Europa, circa il 22% dei cittadini ha utilizzato servizi di e-government).
Il rapporto, come si accennava, si concentra particolarmente sull’apporto delle regioni all’Agenda Digitale, riscontrando forti differenze tra i vari enti territoriali. I ritardi sono forti e mentre alcune regioni hanno varato piani, esplicitamente riferiti all’Agenda Digitale Italiana o più genericamente allo sviluppo dell’ICT, altre ci stanno ancora lavorando. L’implementazione di molte delle novità introdotte per l’amministrazione digitale è, inoltre, scarsa e fortemente disomogenea. A questo vanno ad aggiungersi ritardi forti, rispetto alla media nazionale, di alcune regioni riguardo all’utilizzo delle rete e dei servizi digitali, che danno il quadro di un forte digital divide territoriale. La maglia nera per l’utilizzo di Internet va alla Puglia (57% non usa regolarmente), mentre quella per il più ridotto utilizzo di servizi di e-commerce alla Campania (6%).
Ritardi gravi, quindi, che possono essere colmati soltanto con forti interventi a livello sia nazionale, che regionale. Interventi che potrebbero, però, non arrivare in tempo visto che come sottolinea Franco Bernabè, amministratore, delegato di Telecom Italia, il tema dell’Agenda Digitale è sostanzialmente assente dal dibattito politico-elettore. “Non mi sento di rimproverare nessuno . Siamo ancora nel pieno di un’emergenza che, dopo il salvataggio del sistema finanziario, adesso impone la ripartenza dell’economia. E’ questa la vera priorità, del resto solo restituendo respiro alle imprese si potrà riattivare un ciclo di investimenti ad ampio raggio, incluso ovviamente l’Ict”. Il manager non riterrebbe una cattiva idea quella di un ministero dedicato alla tematica. “Spetterà al nuovo Governo stabilire le priorità, ma parlare di un nuovo Ministero delle Comunicazioni e dell’Agenda digitale o comunque di un Ministero dell’Industria con una forte delega avrebbe senso. In altre parole, assegnare una responsabilità politica per i grandi fattori di competitività dell’economia italiana, l’economia digitale al pari di infrastrutture ed energia, sarebbe un grande passo avanti”.
Bernabè ritiene più di tutto prioritari, però, l’approvazione dei provvedimenti attuativi del decreto crescita 2.0 messo e il coinvolgimento degli enti territoriali, vanno “mobilitate le Regioni, le Province, i Comuni”.
Agenda per la scuola
Riflessioni di Mariangela "Galatea" Vaglio, da L'Espresso.
Copioincollo integrale.
Ecco, sì, visto che va di moda, lo fanno tutti, sarei tentata di metterla on line anche io una bella “Agenda” delle cose che secondo me sarebbero proprio da fare a scuola, e dire «Queste sono le idee, chi ci sta a realizzarle, con me.» Purtroppo sono cose che può fare solo Monti perché è Monti, e ho anche qualche dubbio che poi pure lui non riuscirà a realizzarne qualcuna delle sue, anche vincendo. Perché l’Italia è quel paese strano dove prima le elezioni tutti si dicono pronti a cambiare, e poi appena le elezioni sono passate, vinte, perse o pareggiate che siano, c’è sempre qualcosa di più importante, di più urgente, di più, e le idee van messe in soffitta, che possono tornare buone per il prossimo giro.
La prima idea riguarda noi insegnanti, e questo benedetto fatto dell’orario di lezione, che i più confondono con l’orario di servizio, pensando che noi lavoriamo solo 18 ore, cioè quelle che passiamo fisicamente in classe. Io vorrei un cartellino da timbrare, come gli altri impiegati. Così tutte le ore di programmazione, di studio e di ricerca che faccio a casa adesso finalmente risulterebbero da qualche parte. Certo, mi ci vorrebbe un ufficio dove stare, o almeno una scrivania, ed un pc collegato alla rete con una adsl non pagata da me. Per lo Stato sarebbe forse una bella botta economica dover ristrutturare gli edifici per trovare questi luoghi di lavoro per i docenti, e anche i pc e i router in grado di supportare tante connessioni. Ora risparmia parecchio, con questa bella trovata, lo Stato, ma per noi insegnanti queste ricorrenti offese di essere dei privilegiati e degli scansafatiche costano ancora di più, in termini di prestigio sociale, e alla lunga tolgono la voglia di impegnarsi a farlo bene, il nostro mestiere, anche a quelli che ci terrebbero assai. Sono cose che ti logorano, queste continue accuse e questa diffidenza nei nostri confronti. Per cui, dateci il cartellino e una scrivania per lavorare a scuola fino alle cinque del pomeriggio. Così, dato che ci siete, mentre siete là a ristrutturare per creare i nostri uffici, date anche una controllata alle mura delle scuole, ai tetti, ai solai e ai controsoffitti, che quasi mai sono a norma e rischiano di caderci addosso. Un po’ di sicurezza per tutti, visto che noi ci lavoriamo ma i vostri figli ci studiano, dentro quei muri.
La seconda idea anche questa è molto semplice: vorrei delle classi di venti alunni al massimo, quindici se per caso dentro alla classe ci sono ragazzini certificati, o con problemi comportamentali. Sembra strano, eh, ma quando hai venti alunni da seguire, e non 26, 29 o 30, viene più facile seguirli meglio. Si possono fare, per esempio, più giri di interrogazioni, più compiti, verificare più spesso chi non ha capito e cosa. Si riesce anche ad instaurare con ciascuno di quegli alunni un rapporto più personale (non “personalizzato”, più personale proprio, nel senso che hai più tempo per parlare con loro, ascoltarli, capirli) e quando un ragazzino si sente così, ascoltato, pare impossibile ma rende di più. Anche qua, ci vorranno vagonate di soldi, perché il numero delle classi salirà, bisognerà assumere più docenti, forse anche costruire qualche scuola nuova. Però, non c’è alternativa: solo un cretino può pensare che con sei ore di una materia in una classe di 30 alunni si possano fare le stesse cose che si fanno con sei ore della stessa materia in una classe di venti. Quindi siamo sempre là, purtroppo le nozze non si fanno con i fichi secchi, e per avere una buona qualità dell’istruzione bisogna anche trovare il modo di finanziarla.
In cambio, però, potremmo stabilire, per esempio, che i docenti fanno solo i docenti, e che l’insegnamento non è un lavoro part time per gente che fa soprattutto altro. Vuoi fare il professionista? Benissimo, allora la scuola ti fa un contratto a progetto, mirato, per un tot numero di ore. Ma la cattedra di ruolo la tiene solo chi di mestiere fa l’insegnante e basta, perché se hai una professione, uno studio, una azienda da seguire non puoi trovare il tempo di prepararti bene ogni santo giorno per quei poveri ragazzini che ti ritrovi per alunni. E quei ragazzini lo meritano, invece.
Altra cosa è che si potrebbe stabilire che ogni tot anni anche gli insegnanti di ruolo devono passare degli esami e delle verifiche, e magari produrre dei testi, delle tesine che dimostrino cosa fanno a scuola e quali tecniche o scelte didattiche hanno fatto nella loro esperienza di insegnamento; e stabilire che nel corso dell’anno i dirigenti dirigono davvero, cioè controllano i furbi, quelli che presentano certificati di malattia assurdi stilati da medici compiacenti, in classe vegetano come funghi sulla cattedra. Se per un tot di tempo hai valutazioni negative e se poi risulta pure che non ti sei aggiornato e non ti ricordi i fondamentali della materia che dovresti insegnare, via, vai a fare altro.
Ah, i corsi di aggiornamento, altra piaga dolente. Io vorrei anche un po’ di controllo qua, perché è un guazzabuglio in cui si trova di tutto. Oggi basta che tu li frequenti per avere qualche tipo di bonus, e comunque se ci vai sembra che tu sia un docente che ci tiene, e se invece ne salti qualcuno no. Ma anche lì, ci sono tantissimi corsi di aggiornamento che sono fuffa pura, tenuti da personale dalle competenze non ben chiare e su argomenti anche abbastanza idioti. Io li dividerei in corsi fondamentali, che riguardano non solo la didattica ma proprio la materia di insegnamento specifica, magari con tanto di esame finale per vedere se chi lo ha frequentato ha seguito davvero o ha fatto solo atto di presenza. Basta però ai corsi “onnicomprensivi”, destinati a docenti di ogni ordine, grado o materia. No, specifici: quelli per chi insegna matematica alle medie, quelli per chi insegna inglese alle superiori e così via. E ci aggiungerei anche dei bei corsi di lingua inglese gratuiti per tutti, con lezioni di lessico specifico mirate, perché il Ministero ha detto che alcuni di noi dovrebbero saper fare lezione in lingua, e questo è bello e giusto, però non può pretendere che la lingua uno se la debba imparare o rinfrescare spendendo centinaia di euro privatamente.
Passiamo alle valutazioni degli alunni. Pare che gli INVALSI diventeranno il metodo principe. E su questo, sinceramente, ho qualche dubbio. Perché i test INVALSI possono andare anche bene, purché siano fatti meglio – molto meglio – di quelli di questi anni, ma vanno integrati con altro. Intanto non si può farli solo di italiano a matematica, allora, ma di tutte le materie, e per tutte intendo tutte tutte. Poi fa ridere pensare che solo sulla base dei risultati degli INVALSI si pensi di stabilire se un docente è bravo, ed eventualmente premiarlo con bonus economici. Perché gli INVALSI non tengono conto dei livelli di partenza di una classe, per esempio, e anche del fatto che il lavoro di un docente spesso può anche non avere ricadute precise e quantificabili nell’immediato, e che poi la sarabanda dei docenti in più anni può rendere impossibile identificare chi poi abbia materialmente svolto il lavoro. Soprattutto, poi, gli INVALSI non tengono conto che un ragazzino o una classe che sa rispondere bene agli INVALSI potrebbe anche essere semplicemente una classe di brave scimmiette ammaestrate. Quindi, ok, facciamo gli INVALSI, se volete, ma affianchiamoli ad altri tipi di prove, che tengano conto dei programmi reali svolti nella classe e somministrate nel corso di tutto l’anno: prove di grammatica, problemi di geometria, test di traduzione dalle lingue straniere.
C’è poi da affrontare un altro grande problema: come trattiamo chi non ce la fa. Perché se una scuola vuole funzionare seriamente non va invocata la meritocrazia, parola che io non amo molto, ma la più banale serietà: a fine anno non tutti possono essere sempre promossi con un pietoso sei. E chi non passa, come lo trattiamo? Innanzitutto bisognerebbe, e questo si fa già nella maggioranza dei casi, tentare di evitare la bocciatura. Ma per farlo bisogna poter fornire ai ragazzi in difficoltà delle ore di recupero, dedicate solo a loro. Il problema è che questo si può fare sempre meno, specie ora che abbiamo visto tagliare i fondi di istituto, che servivano proprio a questo tipo di attività. Perché se un docente deve fare un corso di recupero, magari pomeridiano, per un gruppo di alunni, bisogna che ci siano, molto banalmente, i soldi per pagare gli straordinari che fa, e questi oggi non ci sono più. Anche qua, rendiamoci conto una buona volta che non si può avere scuola di qualità senza spendere soldi, perché sarebbe come pretendere di comprarsi una Ferrari senza avere il becco di un quattrino.
Altro problema è che la scuola ha spesso degli orari che non sono più rispondenti alle esigenze delle famiglie di oggi E’ nata quando le famiglie erano formate da una mamma ed un papà, papà lavorava e mamma stava ai fornelli, per cui al pomeriggio ai figli ci badava lei. Famiglie così non ce ne sono più, anche perché se non ci sono almeno due stipendi da lavoro a tempo pieno a fine mese non si arriva. Che facciamo? Proviamo a pensare una scuola che è aperta anche al pomeriggio? Sì, certo. Ma non si può risolvere il problema dicendo che i docenti fanno 40 ore a settimana tenendosi i ragazzi anche al pomeriggio, perché sennò quando è che preparano le lezioni, correggono i compiti, eventualmente tengono corsi di recupero per chi va male? Quindi bisognerebbe assumere del personale che garantisse lo svolgere di attività pomeridiane, tipo un doposcuola assistito per fare i compiti, o anche dei corsi gratuiti specifici per piccoli gruppi. Potrebbe essere un canale per inserire i giovani aspiranti docenti, che potrebbero (ovviamente con contratti regolari e stipendio dignitoso) farsi le ossa prima di diventare stabilmente di ruolo, imparare a trattare le problematiche degli alunni, farsi una idea di come funziona una scuola, senza essere “buttati” subito in trincea come invece è capitato a noi, ma potrebbe essere anche uno sbocco lavorativo per chi non è proprio un docente, ma magari solo un educatore generico, che avrebbe compiti di supporto.
Voi mi direte: ma che schifo, in questa agenda manca il digitale! Da te non ce lo saremmo aspettato mai! Ecco, e invece aspettatevelo. Perché io sono favorevolissima che nelle scuole si insegni agli alunni ad usare il computer, ci mancherebbe. Ma credo anche che spendere vagonate di soldi per la sola vuota digitalizzazione senza prima mettere mano a tutto quanto ho elencato sia come pensare che se su una catapecchia vecchia do una dipintina ai muri fuori e ci metto una porta blindata di ultima generazione si trasformerà per incanto nel palazzo di Cenerentola. Mandate al diavolo e accusatemi di essere retrograda, ma per me la scuola di qualità si può fare persino solo con una lavagna e con un gessetto. Se imparano bene le tecniche per fare i riassunti, scrivere un testo, contare e risolvere problemi, poi ad usare l’ultimo cazzabubbolo informatico ci mettono due secondi. E allora non sono contraria agli investimenti sul digitale, ma io prima lavorerei sulla formazione degli insegnanti, investirei su quello: perché a fare lezione non è mai il tablet, ma la persona che lo tiene in mano.
Tutto questo, naturalmente, potrebbe funzionare solo ad un patto: che oltre alla scuola deve cambiare, e anche parecchio e profondamente, la società che le sta attorno. Perché si può costruire una scuola efficientissima, che sforna, come già fa ora in molti casi, alunni competenti e bravi, ma se poi l’Italia attorno continua a non valorizzarli perché assume il cugino scemo del capo anche se ha preso la laurea comprandola sottobanco, e al ragazzo preparato ma privo di appoggi offre solo un contratto precario, tutta questo sforzo sarà solo un enorme spreco: i ragazzi formati e preparati scapperanno all’estero, e tutti i soldi spesi per la loro formazione frutteranno ad altri brevetti e scoperte scientifiche, mentre noir resteremo al palo. E giustamente, perché il male che ci si cerca, come diceva mia nonna, non è mai abbastanza.
Insomma, io la mia “Agenda Vaglio” ce l’ho, e come le altre agende in circolazione, lo so che è in fondo un libro dei sogni. Perché nello scriverla sono consapevole che per metterla in pratica ci vogliono tre cose: una ferrea decisione nel mantenere fede agli impegni, molta serietà e anche tanti, tanti, tanti soldi. Delle tre, lo confesso, tutto sommato i soldi sono quelli che reputo più facili da trovare, in qualche modo, perché al mondo, e non solo in Italia, quando ci sono determinazione e serietà i finanziamenti poi da qualche parte si trova il modo di farli venire fuori.
Sono le prime due cose che mi paiono assai difficili da reperire, perché noi siamo il paese dove scrivere una agenda è facilissimo, sono buoni tutti: ma quando poi bisogna metterle in pratica e stringere i denti per vedere i frutti, eh, c’è sempre qualcosa di più urgente, e poi anche di più facile ed immediato, che dà più soddisfazione.
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La Rete abilita nuovi comportamenti negli attori sociali, i quali fatta propria una certa etica della comunicazione dovrebbero sentirsi in dovere di manifestare in modo trasparente le proprie idee, e di discuterle pubblicamente con i portatori di interesse. E questo vale anche per i partiti politici, e per i candidati. Sembrerebbe ovvio, ma non lo è. Un colpetto qui e uno là, nel corso degli ultimi due o tre anni (le piattaforme, gli aggregatori, i canali youtube, i twitter, le primarie online, le campagne di comunicazione su community) hanno fatto emergere la consapevolezza riguardo a ciò che è buona cosa fare oggi, per comunicare la propria visione politica e abitare in Rete in modo nativamente conversazionale, dialogico.