Source: http://www.meltingpot.org/Libia-Il-ritornello-del-torturatore-o-paghi-o-muori.html
Timestamp: 2018-07-21 02:05:32+00:00
Document Index: 102390538

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Libia - Il ritornello del torturatore: o paghi o muori - Progetto Melting Pot Europa
In una sentenza il primo racconto corale sui campi di concentramento libici
"I titoli dell’indice della sentenza scrivono il sommario di un’opera horror", scrive l’Avv. Maurizio Veglio, che in questo articolo pubblicato nel numero di marzo del mensile L’INDICE dei libri del mese ci aiuta a leggere la sentenza, il primo racconto corale sulla mostruosità dei lager libici, grazie alle testimonianze delle persone offese sentite nel processo.
"Il protagonista di questo romanzo-verità, a lungo atteso, è un cittadino somalo, ex migrante affrancato e aguzzino crudele di migliaia di propri concittadini, arrestato a Milano perché circondato da una folla di vittime che hanno trovato la forza di chiedere l’intervento delle forze dell’ordine mostrando le cicatrici e i corpi marchiati" condannato all’ergastolo perché ritenuto responsabile di gravissimi fatti di violenza commessi nei primi mesi del 2016 in un "campo di raccolta" dei migranti in Libia.
Ringraziamo il Laboratorio sociale "La città di sotto" per la segnalazione.
Nell’Italia tentata dalla degradazione razzista - come una mandria di uomini-bambini eternamente traumatizzati dalla fobia dell’Uomo nero - è ancora possibile dire qualcosa di sensato sull’immigrazione?
"Opinabile in diritto e probabilistica in fatto ( ... ) debole surrogato all’impossibile certezza oggettiva" (Luigi Ferrajoli), essa rimane nondimeno l’unico strumento di cui una collettività dispone per definire giuridicamente la realtà: la sentenza passata in giudicato, definita, è un’affermazione che non ammette repliche. Pur coscienti dei pericoli della supplenza della giurisdizione, esistono sentenze in grado di restituire a cose e azioni il proprio nome, spazzando i tentativi mistificatori e opportunistici. E il caso della decisione della Corte di assise di Milano, che il 10 dicembre 2017 certifica la mostruosità dei lager libici e stravolge, ridefinendolo, il vocabolario del grande buco nero post-Gheddafi.
I "migranti incarcerati perché privi di documenti" si scoprono, nel nostro codice penale, persone sequestrate a scopo di estorsione, vittime di sevizie e abomini. La "polizia che arresta" è il travestimento di gang armate, bande di strada, Asma Boys che popolano gli incubi dei sopravvissuti ad anni di distanza. Gli "arabi che liberano i subsahariani per assumerli", dimenticandosi poi di pagarli, sono i moderni schiavisti, padroni della scacchiera e delle pedine intrappolate in un labirinto di compravendite, cessioni e aste. Gli "uomini che si imbarcano" diventano bestie recitate, minacciate e pestate, stipate in barconi pericolanti in partenza dalla bocca dell’inferno. Il tutto affidato alla regia della criminalità organizzata transnazionale, autentici imprenditori feudali del XXI secolo.
I titoli dell’indice della sentenza (.pdf) scrivono il sommario di un’opera horror: "i campi di raccolta", "le punizioni e le torture", "l’assenza di cure mediche", "le violenze sessuali", "gli omicidi", "le cicatrici sui corpi delle parti lese".
Il protagonista di questo romanzo-verità, a lungo atteso, è un cittadino somalo, ex-migrante affrancato e - una volta diventato responsabile di un campo di detenzione nei pressi della città di Bani Walid - scopertosi l’aguzzino più crudele di migliaia di propri concittadini. L’apocalisse ha il volto emaciato di 500 sciagurati ammassati in un hangar tra le montagne e il deserto: sorveglianza armata, chiusura notturna senza accesso ai bagni (si urina nel capannone), niente letti, pidocchi dappertutto, cibo scarso, diffusa grave debilitazione.
La trama è atroce quanto banale: chi paga esce, chi non paga rimane all’inferno. All’arrivo nel campo, dopo avere sequestrato i cellulari, i carcerieri consentono una telefonata ai familiari, nel corso della quale - per rafforzare la richiesta di denaro - i migranti vengono percossi e torturati. Talvolta le famiglie ricevono le foto dei propri cari sanguinanti e umiliati. All’intermediario in patria i familiari pagano il prezzo del viaggio - cioè il riscatto - e con questo il diritto alla libertà e alla vita. Nel campo, infatti, si muore di botte, di scarsa igiene, di disidratazione, di parto (e almeno in un’occasione muore anche il neonato). "Da qui possono uscire solo due persone: una persona che ha pagato i soldi e una persona che è morta", è il ritornello del torturatore. E in effetti si lascia raramente il capannone: ogni tanto qualche uomo - magari di quelli che hanno già pagato una parte della somma - viene portato a lavorare alla costruzione di altri hangar all’interno del perimetro del campo.
Dentro l’hangar è un universo di lacrime e corpi gonfi. Prima di violentare un’altra giovane, l’aguzzino confessa di avere ucciso - appendendoli per il collo - due ragazzi di circa vent’anni, trattenuti al campo da molto tempo perché le famiglie non pagavano. Poche ore dopo i cadaveri dei due vengono trascinati con le corde avvolte intorno al collo fino al centro del capannone, dove rimangono per un quarto d’ora a ricordare a tutti con chi hanno a che fare.
Altri due ragazzi, ridotti a pelle e ossa, vengono fatti alzare e colpiti selvaggiamente con spranghe di ferro, fino a sfondarne il torace. I testimoni ricordano che i giovani piangevano mentre venivano portati fuori dal capannone, e dopo avere sentito alcune urla nessuno li ha più visti. Qualche tempo dopo un altro migrante viene mandato a seppellire i corpi, "completamente deturpati dalle percosse e anneriti dalle bruciature". La saga del torturatore termina con il viaggio a Sabratah, l’imbarco, l’arrivo in Italia e l’arresto a Milano, dove, avvistato nei pressi di un centro di accoglienza, in pochi minuti l’aguzzino viene circondato da una folla ribollente, composta in buona parte da vittime che - senza cedere alla tentazione del linciaggio - richiedono l’intervento delle forze dell’ordine, svelando i corpi marchiati e le cicatrici.
Il primo romanzo corale sui moderni campi di concentramento, sullo sfondo del collasso libico, salva dall’oblio le vittime, altrimenti destinate a sopportarne il peso nuovamente in silenzio. Per restituire la voce al tacito esercito di emissari della sofferenza (Malkki), la Corte di assise accetta le sfide del dialogo - la distanza culturale, l’incomunicabilità, gli intraducibili - attraverso gli strumenti del diritto: l’approfondito ascolto delle persone offese, la mediazione linguistica, la consulenza di una docente di antropologia delle immigrazioni.
La sentenza costituisce a sua volta il più grande atto di accusa contro la scelta di esternalizzare la brutalità (Lemberg-Pedersen) attraverso lo scellerato accordo con la Libia. Quella stessa politica - che applica al genere umano il numero chiuso, secondo la folgorante espressione di Sartre nelle pagine incendiarie che introducono i Dannati della terra di Fanon (Einaudi, 2007) - rappresenterebbe un "patrimonio dell’Italia, di cui dovremmo essere orgogliosi" (Marco Minniti, "The Huffington Post", 8 febbraio 2018).
Lo sfregio porta la firma del "ministro della paura", artefice dell’accordo, teorico di un’emergenza democratica da eccesso migratorio diventata aberrante verità mediatica: "La guardia costiera libica a cui abbiamo fornito motovedette e formazione, ha salvato in questo periodo oltre 16.000 persone" (Marco Minniti, "La Repubblica", 8 ottobre 2017).
Il destino dei migranti salvati, oltretutto per mano della marina libica, sospettata dal Consiglio di sicurezza dell’Onu di sequestri in mare, pestaggi e rapine, nonché di attività di sfruttamento lavorativo e violenze sessuali, è oggi noto. Eppure è ancora l’ignoto - l’estraneo, il corpo femminile, la pelle scura, le lingue straniere, le divinità proteiformi - a turbare il sonno degli uomini-bambini. È ora di svegliarsi.
Accordo Italia - Libia, Detenzione, Diritti umani, Libia e immigrazione
Corte d’Assise di Milano, sentenza del 10 ottobre 2017
[ PDF - 6.4 Mb ]