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Timestamp: 2020-02-24 03:18:59+00:00
Document Index: 93220663

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 6', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 384']

Sentenza Cassazione Civile n. 22297 del 05/09/2019 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22297 del 05/09/2019
Cassazione civile sez. II, 05/09/2019, (ud. 08/03/2019, dep. 05/09/2019), n.22297
sul ricorso n. 1347/2018 R.G. proposto da:
T.A., c.f. (OMISSIS), rappresentato e difeso in virtù di
procura speciale a margine del ricorso dall’avvocato Anastasia
Giglio ed elettivamente domiciliato in Roma, alla via Buccari, n. 3,
presso lo studio dell’avvocato Maria Dirito.
avverso il decreto n. 6962 dei 24.4/24.7.2017 della corte d’appello
Con ricorso ex lege n. 89 del 2001, alla corte d’appello di Roma depositato in data 28.5.2012 T.A., dichiarato fallito in proprio e quale socio accomandatario della s.a.s. “Ristorante Barone di T.A. & C.” dal tribunale di Avellino con sentenza del 4.3.1998, si doleva per l’eccessiva durata della procedura fallimentare aperta a suo carico.
Con decreto n. 6962 dei 24.4/24.7.2017 la corte d’appello di Roma accoglieva il ricorso e condannava il Ministero della Giustizia a pagare ad T.A. la somma di Euro 4.400,00 con il favore delle spese processuali attribuite al difensore anticipatario.
Evidenziava la corte che l’irragionevole durata della procedura fallimentare – protrattasi dal 4.3.1998 al 27.9.2016 – doveva reputarsi pari ad undici anni e sei mesi in considerazione della complessità delle operazioni di vendita dell’immobile gravato da ipoteca correlata a mutuo fondiario; che l’equo indennizzo poteva congruamente determinarsi in Euro 400,00 per ogni anno di irragionevole durata.
Avverso tale decreto ha proposto ricorso T.A.; ne ha chiesto sulla scorta di tre motivi la cassazione con ogni conseguente provvedimento anche in ordine alle spese.
Con il primo motivo il ricorrente denuncia la violazione e/o falsa applicazione della L. n. 89 del 2001, artt. 2 e 3, art. 6, par. 1, della C.E.D.U., degli artt. 112 e 113 c.p.c..
Deduce che la corte di merito non solo ha ritenuto “sussistere una responsabilità concorsuale del ricorrente, in assenza del benchè minimo riscontro positivo in proposito, ma (…) immotivatamente (ha valutato) tale responsabilità prevalente rispetto a quella degli organi della procedura” (così ricorso, pagg. 7 – 8).
Deduce che la durata irragionevole è complessivamente pari ad undici anni, sei mesi e ventitre giorni, sicchè la corte avrebbe dovuto tener conto anche dell’ulteriore frazione di sei mesi e ventitre giorni e computare l’indennizzo in Euro 4.800,00 e non già in Euro 4.400,00.
Più esattamente, in sede di determinazione della misura annua – Euro 400,00 – dell’equo indennizzo, la corte di Roma ha puntualizzato che “manca peraltro la prova che il fallito abbia svolta attività in collaborazione col Curatore per anticipare la chiusura della procedura” (così decreto impugnato, pag. 3).
Cioè ha assunto che, se fosse stato acquisito riscontro di attività di collaborazione prestata dal fallito ai fini della più celere chiusura del fallimento, avrebbe avuto ragione per determinare il quantum dell’equo indennizzo in misura superiore a quella – Euro 400,00 – reputata congrua.
A nulla vale dunque che il ricorrente adduca che “una eventuale mancanza di collaborazione o comunque un comportamento omissivo o ostativo del fallito doveva necessariamente rinvenirsi in quel documento (id est: nella relazione del curatore)” (così ricorso, pag. 7); che “manca la prova della sua collaborazione, quindi la responsabilità del fallito è presunta” (così ricorso, pag. 6).
D’altro canto, con riferimento al profilo della congruenza logico-formale della motivazione, nessuna delle ipotesi di “anomalia motivazionale” destinate ad acquisire significato alla stregua della pronuncia n. 8053 del 7.4.2014 delle sezioni unite di questa Corte – tra le quali non è annoverabile l’insufficienza della motivazione – si scorge nelle motivazioni dell’impugnato decreto. In particolare per nulla si scorge la pretesa “illogicità per contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” (così ricorso, pag. 11).
Infatti la corte territoriale ha chiarito, alla luce, appunto, del mancato riscontro di comportamenti di collaborazione da parte del fallito, le ragioni per le quali ha inteso quantificare in Euro 400,00 per ogni anno di irragionevole durata l’equo indennizzo, ben vero nel solco dell’insegnamento – summenzionato – che quantifica all’incirca in Euro 500,00 il “moltiplicatore” annuale.
Si tenga conto che nel vigore del nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, non è più configurabile il vizio di contraddittoria motivazione della sentenza, atteso che la norma suddetta attribuisce rilievo solo all’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che sia stato oggetto di discussione tra le parti, non potendo neppure ritenersi che il vizio di contraddittoria motivazione sopravviva come ipotesi di nullità della sentenza ai sensi del n. 4 del medesimo art. 360 c.p.c. (cfr. Cass. (ord.) 6.7.2015, n. 13928).
La corte d’appello di Roma avrebbe dovuto tener conto dell’ulteriore irragionevole ritardo – sei mesi e ventitre giorni – accumulato dalla procedura fallimentare “presupposta”.
Negli esposti termini, in accoglimento del secondo profilo del primo motivo di ricorso, va cassato il decreto n. 6962 dei 24.4/24.7.2017 della corte d’appello di Roma.
Ai fini della quantificazione dell’equo indennizzo correlato a tale ulteriore “ritardo” non si prospetta la necessità di accertamenti di fatto. Cosicchè nulla osta, ai sensi dell’art. 384 c.p.c., comma 2, u.p., a che la causa sia decisa nel merito, con la liquidazione in Euro 250,00 dell’aggiuntivo indennizzo, sì che nel complesso l’equo indennizzo sia pari ad Euro 4.650,00, oltre agli interessi legali come riconosciuti – in motivazione – nell’impugnato dictum (cfr. decreto impugnato, pag. 4).
accoglie nei termini di cui in motivazione il primo motivo di ricorso, cassa (nei medesimi termini) il Decreto n. 6962 dei 24.4/24.7.2017 della corte d’appello di Roma e, decidendo nel merito, condanna il Ministero della Giustizia, in persona del Ministro pro tempore, a pagare ad T.A. la somma di Euro 4.650,00 oltre agli interessi legali come riconosciuti (in motivazione) nell’impugnato decreto;