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Timestamp: 2018-02-22 07:20:37+00:00
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Novità fiscali del 04 aprile 2011<?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" />
1) Agevolazioni fiscali per la prima casa: ultime di prassi e giurisprudenza
2) Cellulari: illegittimità della TCG
3) Tremonti-quater: determinata la misura massima del risparmio d’imposta spettante
4) Accertamento sintetico difficilmente contestabile
5) Sanzioni Antitrust deducibili poiché non hanno natura tributaria
6) Contributi in conto capitale: aspetti civili e fiscali
Avvalendosi delle agevolazioni fiscali previste per la prima casa è possibile applicare:
– L’imposta di registro con l’aliquota del 3% in luogo di quella ordinaria del 7%;
– le imposte ipotecarie e catastali in misura fissa (ciascuna 168,00 euro) in luogo rispettivamente del 2 o dell’1%.
Per fruire di tale beneficio fiscale, occorre che si verifichi la presenza dei seguenti requisiti:
Requisito della tipologia dell’immobile trasferito
L’immobile trasferito deve essere una casa di abitazione avente caratteristiche non di lusso ai sensi del Dm 2 agosto 1969.
Requisito dell’ubicazione dell’immobile
L’immobile deve essere situato, alternativamente, nel comune in cui l’acquirente, entro 18 mesi dall’acquisto ha o stabilisce la propria residenza; svolge la propria attività; se trasferito all’estero per ragioni di lavoro, ha sede o esercita l’attività il soggetto da cui dipende; ovvero se l’acquirente è un cittadino italiano emigrato all’estero, l’immobile deve essere acquistato come prima casa sul territorio nazionale.
Occorre anche il rispetto dei seguenti requisiti:
Requisito dell’assenza di altri diritti reali vantati su immobili ubicati nello stesso comune
L’acquirente non deve essere titolare, neppure per quote, anche in regime di comunione legale su tutto il territorio nazionale di diritti di proprietà, usufrutto, uso, abitazione e nuda proprietà su altra casa di abitazione acquistata dallo stesso soggetto o dal coniuge con le agevolazioni prima casa che si sono succedute nel tempo.
Ultime di prassi
Per ultimo, l’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione n. 33 del 15 marzo 2011 è intervenuta precisando che in caso di falsa dichiarazione decade dal beneficio fiscale per la prima casa non solo il dichiarante ma tutti i soggetti coinvolti nella successione o nella donazione. Le sanzioni, invece, si applicano soltanto a chi ha erroneamente dichiarato il possesso dei requisiti.
Si perde l’agevolazione fiscale anche nel caso in cui il dichiarante non trasferisca la residenza entro 18 mesi dall’acquisizione dell’immobile.
In questo caso però è interessato dal recupero dell’imposta e dal pagamento delle sanzioni soltanto il beneficiario dichiarante, giacché è il suo inadempimento la causa della decadenza del beneficio.
Vengono fatti salvi i coeredi e gli altri donatari anche nel caso in cui si rivenda l’immobile entro cinque anni dall’acquisizione e non si riacquisti un nuovo immobile entro un anno.
Anche in questo caso il recupero dell’imposta e il pagamento delle sanzioni sono soltanto a carico del dichiarante.
Agevolazioni fiscali prima casa: tempi lunghi per il trasferimento della residenza: Commissione Tributaria Regionale Lazio, sentenza n. 282/22/10.
<?xml:namespace prefix = st1 ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:smarttags" />La Commissione Tributaria Regionale Lazio, con la sentenza n. 282/22/10, è intervenuta sul trasferimento della prima abitazione per la conservazione delle agevolazioni fiscali.
Cellulari: E’ illegittima la tassa di concessione governativa. Lo ha stabilito la Commissione Tributaria Regionale di Perugia, con la sentenza n. 37 del 15.02.2011, che si è pronunciata in merito alla legittimità della tassa di concessione governativa sui telefoni cellulari in abbonamento.
Decisione che, peraltro, ha disatteso quella statuita dai giudici sottostanti (Commissione Tributaria Provinciale), infatti, la CTP, con sintetica motivazione, avevano affermato che la TCG era dovuta poiché si sarebbe trattato di una somma accertata a titolo di tributo, ma la situazione è stata esaminata in maniera opposta dalla CTR, ciò sulla base del quadro normativo di riferimento. Peraltro, le disposizioni legislative relative al servizio di telefonia mobile sono state profondamente modificate nel corso degli ultimi anni.
In particolare, è stato evidenziato che il presupposto per il pagamento della tassa di concessione governativa richiesto in relazione all’impiego di apparecchiature terminali per il servizio pubblico terrestre di telecomunicazioni, ovvero di telefoni cellulari, era in origine regolato dall’art. 21 della tariffa allegata al D.P.R. 641/1972, relativo alla: “Licenza o documento sostitutivo per l’impiego di apparecchiature terminali per il servizio radiomobile pubblico terrestre di comunicazione.”
Era poi intervenuto, con specifico riferimento ai telefoni cellulari, l’art. 3 D.M. n. 33/1990 contenente il “Regolamento concernente il servizio radiomobile pubblico terrestre di comunicazione”, che equiparava “a tutti gli effetti” (anche fiscali) il contratto di abbonamento con il gestore del servizio alla licenza di stazione radio.
Pertanto, la tassa di concessione sui telefoni cellulari trovava il suo presupposto impositivo nella “licenza di stazione radio” prevista dall’art. 318 D.P.R. 156/1973, poi abrogato dall’art. 218, D.Lgs. 259/2003, ovvero il “Codice delle comunicazioni elettroniche”, in vigore dal 16.09.2003.
In tale contesto, la Commissione Tributaria adita ha evidenziato che il riconoscimento del diritto inderogabile di libertà all’uso dei mezzi di comunicazione elettronica, come i telefoni cellulari, è incompatibile con un sistema di “concessione” della facoltà di utilizzo degli apparecchi o di “autorizzazione” al loro uso.
In definitiva, in accoglimento dell’appello incidentale del contribuente, la CTR ha dichiarato l’illegittimità dell’avviso di accertamento impugnato e non dovuta la tassa di concessione governativa in relazione all’impiego di apparecchiature terminali per il servizio pubblico terrestre di telecomunicazioni.
Con il recente provvedimento del 24 marzo 2011 del Direttore dell’Agenzia delle Entrate, pubblicato sul sito internet della stessa Agenzia, è stata fissata la percentuale massima di risparmio d’imposta dell’agevolazione ( c.d. “Tremonti campionari”) introdotta dall’art. 4, commi da 2 a 4, del D.L. n. 40 del 2010.
Tale percentuale massima è pari al 25,1903% della misura indicata dai contribuenti nella comunicazione degli investimenti inviata all’Agenzia delle entrate con il modello CRT dal 1° dicembre al 31 dicembre 2010.
Assonime, come ha già evidenziato nella circolare n. 40 del 2010, al fine di assicurare il rispetto del limite complessivo di risorse stanziate (70 milioni di euro), con il provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle entrate del 10 settembre 2010 era stato previsto il criterio di ripartizione proporzionale dei benefici fra tutti gli aventi diritto.
In particolare, con il punto 4 del provvedimento era stato stabilito che l’Agenzia delle entrate determinasse “la percentuale massima del risparmio d’imposta spettante sulla base del rapporto fra l’ammontare delle risorse stanziate (70 milioni di euro) e l’ammontare del risparmio d’imposta complessivamente richiesto”.
Poiché l’importo del risparmio d’imposta complessivamente richiesto alla data del 31 dicembre 2010 è stato pari a 278 milioni di euro circa, l’Agenzia delle entrate, con il provvedimento del 24 marzo 2011 ha determinato la misura percentuale del risparmio d’imposta spettante , fissandola al 25, 1903%.
L’Agenzia ha, poi, precisato che “stante il limite massimo di 500.000 euro richiamato dall’art. 4 del d.l. n. 40, con riferimento ai singoli formulari in cui è stato indicato un risparmio d’imposta superiore al suddetto limite di 500.000 euro, la parte eccedente non è stata presa in considerazione nel calcolo dell’ammontare complessivo del risparmio d’imposta richiesto”
Assonime ha, infine, ricordato che l’agevolazione così determinata è fruibile esclusivamente in sede di versamento del saldo delle imposte sui redditi (IRPEF – IRES e non anche IRAP) dovute per il periodo d’imposta di effettuazione degli investimenti
Ardua la contestazione dell’avviso di accertamento sintetico, in particolare, i contribuenti non possono contestare l’accertamento sintetico di cui all’art. 38, comma 4, del D.P.R. n. 600/1973, eccependo soltanto l’illegittimità dei coefficienti indicati dal D.M. 10.09.1992, applicati per desumere il reddito riferibile all’autovettura.
E’ quanto ha stabilito la Commissione Tributaria Provinciale di Alessandria con una sentenza (n. 13/6/11 del 22.02.2011).
L’Ufficio ha rideterminato il reddito imponibile del contribuente, per le annualità 2004 e 2005, avvalendosi dei coefficienti presuntivi di cui al D.M. 10.09.1992, accertando un maggior reddito riferibile all’autovettura.
E’ seguita poi la contestazione dell’operato dell’Amministrazione finanziaria da parte dello stesso contribuente per la circostanza che il reddito determinato con modalità sintetica era difforme quello calcolato sulla base delle tabelle ACI necessarie per determinare i costi di mantenimento dell’autovettura, in luogo dei coefficienti adottati dall’Ufficio.
Ma secondo tale CTP, in tale circostanza il suddetto Decreto del 1992 è incontestabile.
Al contribuente viene concesso soltanto di provare che il maggiore reddito accertato dall’Ufficio sinteticamente deriva, in realtà, da redditi esenti, ovvero assoggettati a ritenuta alla fonte come imposta, ovvero da elementi che non concorrono alla determinazione della base imponibile.
Secondo quanto ha stabilito la Commissione Tributaria Provinciale di Milano con la recente sentenza n. 78 del 02.03.2011, le sanzioni applicate dall’Autorità Antitrust per i casi di violazione di norme sulla concorrenza tra le imprese possono essere dedotte dal reddito del contribuente.
Ovviamente la decisione è eclatante poiché, come noto, la stessa Amministrazione finanziaria non consente la deduzione dal reddito d’impresa di sanzioni, multe (si pensi a quelle per le auto) e quanto altro abbia natura “punitiva” per il contribuente.
Come si ricorderà, sullo stesso filone favorevole ai contribuenti si inserisce il recente parere emesso dalla Fondazione studi dei Consulenti del Lavoro in materia della possibilità di dedurre le sanzioni nella contabilità aziendale.
Come è noto i contributi pubblici si distinguono in conto esercizio, conto impianti ed in conto capitale.
In particolare, riguardo i “contributi in conto capitale”, ai fini civilistici, vengono definiti come quei contributi la cui erogazione è genericamente finalizzata all’incremento dei beni patrimoniali dell’impresa, giacché la loro concessione non è né subordinata all’obbligo di acquistare o realizzare un determinato investimento in beni ammortizzabili da parte dell’impresa beneficiaria (obbligo, invece, previsto nel caso di “contributi in conto impianti”) né è finalizzata ad integrare i ricavi d’esercizio (in questi casi si parla di “contributi in conto esercizio”).
Contributi in conto capitale: Aspetti civilistici in bilancio
Pertanto, i contributi in conto capitale:
– sono considerati come componenti reddituali che hanno la natura di sopravvenienza attiva;
– concorrono a determinare il risultato economico d’esercizio in base al principio della competenza economica, con imputazione all’esercizio in cui è sorto con certezza il diritto a percepirli;
– nel bilancio d’esercizio, devono essere iscritti tra i proventi ed oneri straordinari alla voce E.20 del bilancio.
Viceversa, dal lato fiscale:
– i contributi in conto capitale partecipano al reddito d’impresa in base al principio di cassa, nell’esercizio in cui l’impresa li percepisce, in deroga al generale principio di competenza, prescindendo dall’esercizio del loro conseguimento;
– nell’esercizio in cui i contribuiti in conto capitale vengono incassati l’impresa beneficiaria ha la facoltà di optare (in sede di dichiarazione annuale dei redditi) per il differimento della loro imposizione, scegliendo tra un numero di rate costanti, fino d un massimo di 5, decorrenti dall’esercizio di incasso.