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Timestamp: 2019-02-23 20:49:54+00:00
Document Index: 34139159

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 337', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 605', 'sentenza ']

App. Palermo Sez. III, Sent., 30/03/2012 | Open Media Coalition
L’esimente putativa del diritto di cronaca giudiziaria può essere invocata in caso di affidamento del giornalista su quanto riferito dalle sue fonti informative, non solo se abbia provveduto comunque a verificare i fatti narrati, ma abbia altresì offerto la prova della cura posta negli accertamenti svolti per stabilire la veridicità dei fatti (In applicazione di tale principio, la Corte di Appello ha confermato la sentenza di condanna per il reato di diffamazione emessa dal Tribunale di Palermo nei confronti di un giornalista che, avendo pubblicato una notizia errata, aveva omesso di controllare la veridicità dei fatti riferiti dalla sua fonte, anche al fine di valutare l’eventuale esistenza di errori nella percezione dei fatti medesimi).
La Corte di Appello del distretto di Palermo.
1. Presidente – Dott. LOFORTT RAIMONDO
2. Consigliere – Dott. DANIELA TROJA
3. Consigliere – Dott. MARIO CONTE- relatore-
il 14/03/2012 con l’intervento del Pubblico Ministero rappresentato dal Sostituto Procuratore Generale della Repubblica Dott. Umberto De Giglio_e con l’assistenza del Cancelliere B3 _M. Letizia Bivona
Con sentenza in data 7 aprile 2010, il Tribunale di Palermo, in composizione monocratica, assolveva R.M. e P.G. in ordine ai reati rispettivamente loro ascritti di cui agli artt. 595 e 57 c.p. con la formula perché il fatto non costituisce reato.
La pronuncia di primo grado fondava l’assoluzione sulla presenza, nel caso in esame, di un errore scusabile da parte del giornalista nel recepire le indicazioni provenienti da una fonte confidenziale.
Proponeva impugnazione la parte civile T.G., chiedendo, con unico motivo, la riforma della sentenza e la condanna degli imputati al risarcimento dei danni.
Ciò in considerazione dell’erronea lettura degli elementi di fatto da parte del giudice di primo grado, atteso che lo stesso avrebbe ritenuto scusabile un errore assolutamente evidente e negligente posto in essere dal giornalista nel non vagliare l’attendibilità della fonte utilizzata,.
All’odierna udienza, nella contumacia degli imputati regolarmente citati e non comparsi, svolta la relazione, le parti concludevano come da separato verbale di causa in atti.
Ritiene la Corte che il gravame sia infondato e debba, pertanto, essere rigettato.
Vanno, in via preliminare, esaminate le eccezioni di improcedibilità per mancata presentazione di una valida querela e di inammissibilità dell’impugnazione per mancata sottoscrizione dell’appello da parte della parte civile.
Le eccezioni sono infondate e vanno, pertanto, rigettate.
Con riguardo alla prima, va rilevato che la querela è stata presentata da un soggetto incaricato dalla T., ai sensi dell’art. 337, comma 1, c.p.p. e tale procedura appare del tutto corretta, trattandosi, peraltro, di soggetto cui la parte civile ha affidato la difesa legale.
Per quanto concerne la seconda, invece, va osservato che l’appello è stato correttamente presentato dal difensore della parte civile nella veste di procuratore speciale della stessa, in calce all’atto medesimo.
Con l’unico motivo di gravame la parte civile ha censurato la conclusione cui è pervenuto il giudice di prime cure, il quale ha ritenuto scusabile un errore assolutamente evidente e negligente posto in essere dal giornalista nel non vagliare l’attendibilità della fonte utilizzata.
Ciò posto, rileva questo Collegio, invero, che la sentenza in esame ha erroneamente escluso la responsabilità penale del R. e del P. ma che dalla stessa non emerge, in considerazione delle argomentazioni che verranno testè indicate, alcun profilo di danno patrimoniale in capo alla parte civile.
Va, ad ogni modo, in via preliminare, brevemente tracciato il quadro della giurisprudenza di legittimità sul punto.
Secondo l’orientamento giurisprudenziale più recente, invero, in tema di diffamazione, espressioni che trasmodino in un’incontrollata aggressione verbale del soggetto criticato e si concretizzino nell’utilizzo di termini gravemente infamanti e inutilmente umilianti superano il limite della continenza nell’esercizio del diritto di critica (v. Cass. 4.5.2010, n. 29730, imp. Andreotti).
Per quanto concerne, poi, la scriminante rappresentata dalla verità delle notizie diffuse, va sottolineato che la Cassazione ha ricordato che in tema di diffamazione a mezzo stampa, il rispetto della verità del fatto assume in riferimento all’esercizio del diritto di critica politica un limitato rilievo, necessariamente affievolito rispetto alla diversa incidenza sul versante del diritto di cronaca, in quanto la critica, quale espressione di opinione meramente soggettiva, ha per sua natura carattere congetturale, che non può, per definizione, pretendersi rigorosamente obiettiva ed asettica.
Il limite immanente all’esercizio del diritto di critica è, pertanto, essenzialmente quello del rispetto della dignità altrui, non potendo lo stesso costituire mera occasione per gratuiti attacchi alla persona ed arbitrarie aggressioni al suo patrimonio morale, anche mediante l’utilizzo di “argumenta ad hominem” (v. Cass. 28.10.2010, n. 4838, imp. Simeone).
Con specifico riferimento ad aspetti di diritto rilevanti nel caso in esame, la Suprema Corte ha affermato che l’esimente putativa del diritto di cronaca giudiziaria può essere invocata in caso di affidamento del giornalista su quanto riferito dalle sue fonti informative, non solo se abbia provveduto comunque a verificare i fatti narrati, ma abbia altresì offerto la prova della cura posta negli accertamenti svolti per stabilire la veridicità dei fatti (così Cass. 9.4.2010, n. 27106, imp. Ciolina).
Orbene, nel caso di specie vanno operate due considerazioni che devono portare alla sostanziale conferma della decisione del giudice di prime cure.
In primo luogo, va osservato che nella sentenza impugnata viene fatta applicazione dell’esimente putativa del diritto di cronaca, atteso che il giudice di prime cure ritiene assolutamente plausibili le giustificazioni fornite dall’imputato R. nel corso del suo esame, avendo lo stesso affermato di aver utilizzato, per la redazione dell’articolo del 24 settembre 2004 in cui si parlava della T. come la “maglia nera” dei funzionari comunali, una fonte molto affidabile che gli aveva sempre fornito notizie risultate attendibili, come testimoniato dal fatto che non aveva mai dovuto, prima di allora, pubblicare delle smentite, ed avendo ammesso l’errore in cui lo stesso era incorso nella trascrizione del nominativo dell’ultima nelle valutazioni (v. esame reso da R.M. nel corso del dibattimento di primo grado in atti).
Va, inoltre, ricordato come il Giornale di Sicilia ebbe a pubblicare, in data 30 settembre 2004, un articolo di rettifica, a firma dello stesso R., nel quale si diede atto dell’errore in cui era incorso con riferimento alla T. (v. rettifica del 30.9.2004 in atti).
Sulla scorta di tali argomentazioni, che non possono, ad ogni modo, portare ad escludere la penale responsabilità degli odierni imputati, atteso che l’errore in cui è pacificamente incorso il R. non può considerarsi scusabile – in considerazione del fatto che lo stesso aveva il preciso dovere di controllare la veridicità delle informazioni ricevute dalla propria fonte, anche al fine di valutare l’esistenza di eventuali errori nella percezioni delle informazioni medesime – vanno ulteriormente operate delle considerazioni circa la sussistenza di un danno patrimoniale subito dalla parte civile.
Va, in primo luogo, rilevato che nell’articolo in questione viene utilizzata la forma condizionale per l’attribuzione del fatto alla T. (“sarebbe”) e tale elemento rende sicuramente meno incisivo l’errore di attribuzione della valutazione avuta dalla parte civile, la quale, peraltro, era comunque risultata tra i dirigenti comunali valutati in maniera meno positiva.
Occorre, inoltre, rilevare che il giornalista ha provveduto, dopo appena sei giorni, a scrivere un articolo di rettifica e detta pubblicazione appare sicuramente riparatoria del torto arrecato alla parte civile, non potendosi in alcun modo ritenere che nel brevissimo lasso di tempo intercorrente tra i due articoli si sia potuto integrare un danno patrimonialmente rilevante a carico della T., non emendato dalla successiva rettifica.
Alla luce delle suesposte considerazioni, pertanto, il gravame deve rigettato e l’impugnante condannato al pagamento delle ulteriori spese processuali.
Visto l’art. 605 c.p.p.;
Conferma la sentenza dal Tribunale di Palermo, in composizione monocratica, in data 14.4.2010, pronunciata nei confronti di R.M. e P.G. ed appellata dalla parte civile T.G., che condanna al pagamento delle ulteriori spese processuali.
Indica in giorni trenta il termine per il deposito della motivazione.