Source: https://www.carabinieri.it/editoria/rassegna-dell-arma/la-rassegna/anno-2008/n-3---luglio-settembre/studi/fenomenologia-del-crimine-organizzato-transnazionale-la-mafia-albanese
Timestamp: 2020-02-27 05:06:57+00:00
Document Index: 52256369

Matched Legal Cases: ['art. 600', 'art. 1', 'art. 416', 'art. 416', 'art. 416', 'art. 600', 'art. 602']

2. Struttura della mafia albanese
3. Le attività illecite
4. Proiezione della mafia albanese
5. Rapporti con la criminalità organizzata autoctona e le altre mafie straniere
6. Analisi del fenomeno della malavita albanese nelle relazioni della DIA.
Fabio Iadeluca
Maresciallo Capo dei Carabinieri, laureato in Sociologia, in servizio presso il Comando Operativo di Vertice Interforze
La diffusione della malavita albanese nel nostro Paese segue all’apertura delle frontiere dovuta ai noti eventi politici, a partire dal 1991, quando prese il via un rilevante esodo di cittadini albanesi verso i paesi europei e, in particolare, verso l’Italia.
Fra i paesi dell’ex blocco comunista, l’Albania aveva occupato un posto particolare, e fu fra gli Stati che più soffrirono per la transizione dal comunismo alla democrazia, con conseguenze devastanti sulla popolazione. Dopo la morte di Hoxha nel 1985, successe Ramiz Alia che nel 1990 fu costretto ad ammettere il pluralismo politico e a indire le prime elezioni libere, vinte comunque dagli ex comunisti.
Nel giro di poco tempo, in seguito a una eccezionale crisi economica e a continue tensioni sociali, l’intera nazione si ritrovò in uno stato di miseria quasi irreversibile. Ciò cominciò a provocare, a partire dalla metà degli anni Ottanta ma in maniera più evidente dall’inizio degli anni Novanta, continui esodi di massa verso l’Occidente capitalista e industrializzato, in particolare verso la vicina Italia: le coste pugliesi divennero teatro di continui sbarchi di migliaia di clandestini, mentre cresceva - assieme all’emergenza dell’accoglienza e del primo soccorso da prestare a chi arrivava spesso in condizioni disumane - l’emergenza del traffico di persone, un nuovo, lucroso affare per la malavita albanese e italiana(1).
La criminalità albanese ha avuto negli ultimi anni un’evoluzione rapidissima e, senza dubbio, oggi costituisce l’espressione più pericolosa nello scenario delle criminalità straniere presenti in Italia. Il 6 marzo 2001, viene approvata, dalla Commissione parlamentare antimafia della XIII legislatura, la relazione conclusiva, relatore on. Giuseppe Lumia, nella quale emerge, per quanto riguarda la criminalità organizzata degli stranieri in Italia, un quadro particolarmente allarmante della pericolosità raggiunta dalla criminalità mafiosa albanese(2): La criminalità albanese ha avuto negli ultimi anni una evoluzione rapidissima e, senza dubbio, oggi costituisce l’espressione più pericolosa nello scenario della criminalità straniera in Italia.
Una tale valutazione emerge dalle attività istruttorie e delle acquisizioni compiute nel corso di questa legislatura dalla Commissione parlamentare antimafia, anche attraverso il Comitato di lavoro sulla criminalità internazionale.
L’analisi del fenomeno della criminalità albanese consente di avere certezza in ordine alla natura mafiosa delle organizzazioni criminali albanesi e alla loro spiccata capacità di realizzare le attività illecite secondo schemi tipicamente transnazionali. Tale valutazione è confermata dal lavoro delle Forze dell’Ordine, dai risultati delle indagini e dalle sentenze della Magistratura che hanno accertato come molte manifestazioni criminali delle associazioni albanesi operanti in Italia presentino le peculiari caratteristiche dei sodalizi mafiosi.
In passato, occorre dire, non sempre sono stati colti appieno i segnali ricorrenti che indicavano la strutturazione mafiosa delle aggregazioni albanesi e le sue pericolose potenzialità espansive.
In breve tempo le organizzazioni criminali albanesi hanno raggiunto elevati livelli di specializzazione criminale e si sono dimostrate pienamente affidabili sul mercato mondiale del crimine, arrivando ad essere un fondamentale punto di riferimento per i traffici illeciti internazionali.
I gruppi di criminali, insediati in Italia e negli altri Paesi dell’Europa, mantengono solidi rapporti con quelli della madrepatria e, non di rado, rappresentano i terminali e i gestori locali di traffici organizzati su scala internazionale.
La vicinanza geografica e la generale diffusione della lingua e della cultura italiana in Albania, consentendo una più facile reciprocità nei rapporti, anche criminali, lasciano prevedere che nei prossimi anni il nostro Paese costituirà comunque un approdo privilegiato per i traffici di armi, stupefacenti ed esseri umani che la criminalità albanese dimostra sempre più di sapere gestire in un’ottica transnazionale.
Dalla consapevolezza della dimensione assunta dal fenomeno discende la necessità di sostenere e implementare l’azione di contrasto globale avviata negli ultimi anni dall’Italia. Per avere un quadro completo di che cosa rappresenta oggi la mafia albanese e della pericolosità che costituisce per lo Stato, importanti sono i passaggi di seguito indicati.
Nella relazione annuale della Commissione parlamentare antimafia della XIV legislatura, relatore sen. Centaro, si rappresenta(3): “I lavori attuali della Commissione specie nel corso delle audizioni in Puglia, hanno sortito l’effetto di confermare il ruolo criminale delle strutture mafiose di origine albanese, mettendone in luce l’aspetto di progressiva crescita nel contesto del narcotraffico internazionale, crescita determinata dalla capillarità acquisita nella distribuzione delle cellule organizzative e dalla dimostrata capacità di sfruttare pienamente la situazione geopolitica del paese d’origine, in un’ottica di cartello con altre componenti criminali”.
Ancora(4): “La progressiva connotazione transnazionale del crimine organizzato, infatti, costituisce un contesto estremamente selettivo per le organizzazioni criminali, che riescono a ritagliare un proprio ruolo, solo a condizione di sapersi muovere con estrema flessibilità, riuscendo a cogliere nuovi fattori abilitanti di successo, dovuti all’ampliamento dello spettro delle attività illecite, alle logiche degli accordi di cartello ed alla proiezione di influenza su aree territoriali sempre più vaste”.
Da ciò discende il prioritario impegno delle organizzazioni criminali di ricercare accordi internazionali con analoghe realtà devianti, senza creare aree dialettiche di sovrapposizione e, di conseguenza, ricercare l’espansione capillare delle proprie cellule al di fuori dei paesi di origine, ove, come nel caso dell’Albania, la situazione socio/economica non consentirebbe meccanismi di parassitismo criminale particolarmente remunerativi.
Peraltro, l’esperienza storica dimostra che le varie forme di contrabbando, il narcotraffico, il commercio delle armi e l’immigrazione clandestina necessitano, proprio per la loro natura, di spazi di mercato e di contrattazione su scala internazionale.
Inoltre, in merito alle radici storiche del fenomeno della criminalità albanese, interessante è questo passaggio(5): “...Sono note le radici storiche del fenomeno della criminalità albanese, ricollegabili al disfacimento del blocco sovietico e alla successiva profonda crisi dei Balcani, a seguito delle quali l’Italia è divenuta meta di un nuovo ed intenso flusso migratorio, spesso clandestino, proveniente dai Paesi dell’Est europeo”.
Le crisi endogene allo stato albanese, che emergeva da una situazione storica di totale compartimentazione internazionale e nel quale si manifestava un brusco passaggio da un’economia comunista a un liberismo incontrollato(6), hanno creato dei vuoti di potere che sono stati irrimediabilmente colmati dalla crescita criminale, rafforzata dal fatto che la nuova struttura era caratterizzata da una corruzione estesa a tutti i livelli e dalla totale mancanza di effettive ed indipendenti strutture di contrasto al crimine organizzato, peraltro già operante anche durante la fase storica della dittatura.
Così come ampiamente acclarato in passato, le attività dei clan albanesi non possono essere interpretate come mere forme di violenza legate a subculture criminali non necessariamente riconducibili a fenomeni mafiosi.
Lo studio dei fenomeni criminali riconducibili ad elementi di origine albanese nel decorso anno conferma la particolare aggressività e propensione a porsi come soggetti di primaria rilevanza nella gestione del narcotraffico.
Esiste quindi una progressiva, univoca tendenza ad una crescita criminale, che sempre più si allontana, pur non abbandonandola, dalla commissione di reati strumentali - come quelli contro il patrimonio, che frequentemente vengono commessi da chi è stato in difficoltà - per approdare alla realizzazione di sofisticati network, dediti a ben più remunerativi e gravi illeciti.
è assodata la tendenza di tali soggetti criminali ad organizzarsi in sodalizi assai perniciosi per la violenza e virulenza: infatti, la presenza di gruppi criminali albanesi nazionali si può ormai considerare omogenea da diversi anni.
In particolare, sulla efferatezza che contraddistingue le condotte criminose, in maniera crudamente impressiva, la Direzione Investigativa Antimafia (DIA) evidenzia che(7): il delinquente albanese è portatore di una subcultura violenta che contraddistingue il comportamento. L’efferatezza, la crudeltà e la ferocia che dimostra nelle fasi del trasbordo di clandestini, nelle modalità di reclutamento e di sfruttamento delle giovani destinate a prostituirsi o dei bambini costretti a chiedere la questua agli angoli delle strade, colpisce l’immaginario collettivo. Non è un caso che proprio per i criminali albanesi è stato rispolverato l’art. 600 del c.p.(8) - che quasi non conosceva applicazione in Italia - configurante la fattispecie delittuosa della riduzione in schiavitù.
Importante, inoltre, quanto indicato nella relazione conclusiva della Commissione parlamentare antimafia della XIV, approvata il 18 gennaio 2006, relatore sen. Centaro, dove si evidenzia che(9): la Direzione Centrale della Polizia Criminale osserva che le originarie piccole bande, composte da pochi elementi autonomi, scollegate tra loro e caratterizzate da azioni criminali estemporanee, hanno cominciato ad operare oltre che nel settore del traffico degli esseri umani finalizzato allo sfruttamento sessuale di giovani donne albanesi, moldave, rumene ed ucraine, anche nel traffico internazionale di stupefacenti. Le stesse non rappresentano più strutture delinquenziali “di servizio” che affiancano funzionalmente altri aggregati criminali, ma sono cresciute acquisendo via via le connotazioni tipiche di sodalizi di tipo “mafioso”, dedicandosi in maniera sistematica a più complessi traffici. L’accrescimento delle potenzialità operative ed il conseguente coinvolgimento nelle più diverse attività illecite hanno inoltre conferito alla criminalità albanese un carattere transnazionale.
La relazione della DIA, relativa all’attività svolta nel primo semestre del 2005(10), osserva, peraltro, una situazione di forte allarme sociale, in quanto si evidenziano i collegamenti sempre più stabili tra la mafia albanese e le mafie italiane; in particolare: i gruppi criminali albanesi si stanno imponendo come i principali referenti per tutte le altre organizzazioni delinquenziali straniere, non solo per quanto riguarda l’immigrazione clandestina finalizzata alla tratta di giovani donne da destinare alla prostituzione, ma anche per il traffico di eroina e cocaina, attività quest’ultima che consente loro, tra l’altro, di continuare ad avere collegamenti sempre più stabili con le mafie italiane. Inoltre, la relazione del Ministro dell’Interno al Parlamento sull’attività svolta e sui risultati conseguiti dalla DIA, relativa al secondo semestre 2006(11), descrive una situazione preoccupante: la criminalità albanese è certamente il fenomeno allogeno che destra maggiore allarme sociale.
I gruppi criminali albanesi mantengono un affermato ruolo nel traffico degli esseri umani, quasi costantemente finalizzato allo sfruttamento sessuale, che continua ad essere perpetrato con inaudita violenza, contemplando nelle modalità di estrinsecazione anche la riduzione in schiavitù delle giovani vittime, e nei reati contro il patrimonio (in particolare in quel fenomeno comunemente noto come “rapine in ville”).
Tuttavia, nei tempi più recenti, viene in risalto il rinnovato attivismo nell’ambito dei reati inerenti gli stupefacenti.
Difatti, parallelamente all’evoluzione del trend di mercato, con i vari passaggi dal predominio nel mercato della cannabis all’eroina, fino a quello attuale della cocaina, tali consorterie sono andate evolvendosi da un livello organizzativo inizialmente basato su stretti vincoli di parentela - e circoscritto per interessi e numero di associati - verso moduli stabilmente organizzati e strutturati, che hanno dato luogo all’adozione di metodi operativi tipicamente propri della devianza di tipo mafioso, nel quadro di ampie ed articolate reti di complicità nazionali e ramificate in ambito UE.
Particolarmente rigide, inoltre, appaiono le regole interne alle varie organizzazioni. Alla fortissima coesione tra gli adepti si somma una penetrante forza intimidatoria all’interno del gruppo: le ragazze destinate alla prostituzione vengono sistematicamente violentate, costrette a consegnare ai loro sfruttatori (rigorosamente loro connazionali) i passaporti, tutte le somme guadagnate e vivono in stato di reale carcerazione per evitare possibili fughe. Per le ragazze albanesi, esiste poi una continua minaccia di ritorsioni sui familiari rimasti in madrepatria. Tale capacità intimidatoria ha permesso alle cosche albanesi di gestire in molte città italiane anche la prostituzione delle ragazze provenienti da paesi dell’ex blocco orientale, garantendo alle organizzazioni criminali ingenti guadagni da reinvestire in differenziati canali illeciti e leciti, quali gli investimenti immobiliari in Albania(12).
L’analisi del fenomeno della criminalità albanese, consente di avere certezza in ordine alla natura mafiosa delle organizzazioni criminali albanesi e, alla loro spiccata capacità di realizzare le attività illecite secondo schemi tipicamente transnazionali.
In breve tempo, le consorterie criminali albanesi, hanno raggiunto elevati livelli di specializzazione criminale e si sono dimostrati pienamente affidabili sul mercato mondiale del crimine, tanto da costituire un importantissimo punto di riferimento per i traffici illeciti internazionali.
La criminalità albanese si è potuta giovare di due concomitanti fattori: da un lato la posizione geografica strategica del Paese di origine e, dall’altro, il controllo del territorio albanese reso possibile anche dalla debolezza e dalla permeabilità delle pubbliche istituzioni, a cominciare da quelle deputate al contrasto del crimine.
I gruppi di criminali insediati in Italia e negli altri Paesi dell’Europa mantengono solidi rapporti con quelli della madrepatria e, non di rado, rappresentano i terminali e i gestori locali di traffici organizzati su scala internazionale .
In una situazione caratterizzata da una continua evoluzione, è possibile rilevare l’esistenza di diverse decine di gruppi criminali che affondano le proprie radici in precisi contesti territoriali come paesi o quartieri. Peraltro, le vicende politiche degli anni ’90 hanno creato o cementato solidi contatti con gruppi organizzati stranieri come la Nuova Sacra Corona Unita o la Mafia turca, la Mafia russa, la criminalità montenegrina e le Triadi.
Le compiacenti coperture ai diversi latitanti, il facile reperimento di armi ed esplosivi, la corruzione dilagante nelle diverse istituzioni, le facili occasioni di arricchimento hanno dato al crimine albanese la possibilità di compiere il salto di qualità: da soggetto subordinato alle mafie “storiche “ a vero e proprio sistema criminale autonomo.
Tra le c.d. nuove mafie(13), che operano nel nostro Paese, la mafia albanese costituisce, tra le diverse espressioni criminali a base etnica, la più significativa per la penetrazione sul territorio e per l’allarme suscitato nella collettività a causa della spregiudicatezza, della violenza ed aggressività nella commissione dei reati.
Da una prima fase nella quale era particolarmente presente nel Nord Italia, in particolar modo nell’area piemontese e lombarda, con significative concentrazioni nella città di Torino, si è passati ad una diffusività che ha riguardato, nel suo complesso, l’intero territorio nazionale, comprese le regioni del Sud Italia, tradizionale insediamento delle organizzazioni criminali autoctone.
Le organizzazioni criminali albanesi operano su tutto il territorio nazionale, rispondendo in taluni casi delle operazioni a loro referenti nel Paese d’origine. Il territorio schipetaro, la cui collocazione geografica ne fa un ponte tra l’Est e l’Ovest dell’Europa, rappresenta dunque il centro di gravità dal quale partono le ramificazioni criminali di tali etnie.
La mafia albanese è passata da piccole bande composte da pochi elementi autonomi, non collegate tra loro, a veri e propri sodalizi che hanno acquisito, in taluni casi, assetti di tipo verticistico, con caratteristiche assimilabili a quelle tipiche dei sodalizi organizzati italiani, attraverso la rigidità delle regole interne, i metodi di assoggettamento, i vincoli di coesione, omertà e di intimidazione esistenti fra gli affiliati.
Al riguardo, è importante indicare che le consorterie mafiose albanesi hanno consolidato la propria posizione criminale in Italia, avviando qualificate interazioni con le organizzazioni criminali endogene e sviluppando significativi rapporti transnazionali, con l’intento di innalzare quanto più possibile le proprie capacità operative(14).
Le organizzazioni criminali albanesi si sono attestate, con diversa intensità, in quasi tutte le regioni del Paese. Infatti, sono presenti in Piemonte, Lombardia, Liguria, Veneto, Toscana, Lazio, Emilia Romagna, Marche, Abruzzo, Campania, Sicilia, Calabria e Puglia.
Molteplici sono gli interessi della criminalità albanese. La mafia albanese trae i suoi ingenti profitti - per poi riciclare o impiegare nell’attività criminali - dal traffico di sostanze stupefacenti e di esseri umani, dallo sfruttamento della prostituzione, dal contrabbando, dai sequestri di persona, dal traffico di auto rubate e di armi, dalle rapine in abitazione.
Lo studio svolto è stato realizzato con l’intento di ripercorrere le vicende storiche della mafia albanese, nonché quello di compiere delle verifiche sulla realtà di questa organizzazione criminale mafiosa in Italia: come è organizzata, come opera, come attua le trasformazioni necessarie alla sua evoluzione. A quali modelli si ispira, a quali codici di comportamento si richiama. Come tale organizzazione malavitosa si colloca nella geografia della prevaricazione, della violenza e dell’illegalità. Quali collegamenti mantiene con la ‘Ndrangheta, Cosa Nostra, Camorra e Sacra Corona Unita.
Le operazioni poste in essere dalle Forze di Polizia hanno permesso di studiare la fenomenologia delle organizzazioni albanesi nella loro progressiva escalation criminale, dalla quale emergono alcuni elementi caratteristici della malavita albanese.
Il criterio dell’associazionismo stabile degli indagati, che in un primo momento sfuggiva ai primi riscontri investigativi, è stato riconosciuto come caratteristica peculiare dei sodalizi albanesi.
Alcuni analisti hanno sottolineato come(15) l’organizzazione, mutatis mutandis, si configuri sotto un profilo sociologico analogo a quella della ‘Ndrangheta: appartenenza dei sodali allo stesso nucleo familiare, alla stessa città o addirittura allo stesso quartiere. Le bande albanesi hanno anche un’altra caratteristica che ricorda quella dei clan calabresi, ovvero la struttura generalmente orizzontale, all’interno della quale è riconoscibile esclusivamente il capo supremo(16), essendo le altre figure di secondo piano intercambiabili.
Al riguardo, nella relazione conclusiva della Commissione parlamentare antimafia, approvata il 18 gennaio 2006, si sottolinea, per quanto riguarda la struttura organizzativa albanese, che quest’ultima si caratterizza per tre differenti livelli(17) che, nel loro complesso, manifestano oggi una delle più elevate capacità criminali di tipo transnazionale.
In particolare, quando nella relazione si descrive il livello più elevato in cui si collocano le organizzazioni mafiose(18), si mette in evidenza come queste sono connotate da un radicato controllo del territorio, da spiccata capacità collusiva e da qualificate proiezioni esogene attraverso le quali sviluppare una serie di attività illecite che hanno reso l’Albania crocevia dei traffici di droga e di esseri umani ed assicurato, come corollario, un ruolo strategico ai sodalizi di maggiore spessore.
Tali organizzazioni sono di tipo clanico, su base familiare, prevalentemente autoctono, sollecite però a cogliere le opportunità offerte dalla globalizzazione dei mercati e a ricercare forme di interazioni in funzione degli assetti geocriminali dei traffici. Non a caso, esponenti delle associazioni di vertice sono i referenti primari, in Sud America, dei più noti cartelli di narcotrafficanti.
I clan albanesi, sebbene non tutti siano organizzati in maniera verticistica, appaiono, per la rigidità delle regole interne, per i metodi di assoggettamento, per i vincoli di omertà ed il clima di intimidazione esistente tra gli affiliati, nonché per la violenza nelle relazioni, del tutto assimilabili alle organizzazioni autoctone di tipo mafioso(19).
Ancora: i collegamenti tra i gruppi che operano in Italia sono evidenziati dalla mobilità dei singoli appartenenti sul territorio nazionale. Permangono molto saldi i rapporti con le consorterie che operano in Albania, la cui collocazione geografica ne fa un ponte tra l’Est e l’Ovest dell’Europa.
La DIA, in relazione alla connotazione criminale dei sodalizi mafiosi albanesi, rappresenta che(20) la gran mole di informazioni acquisite nel corso degli anni consente di affermare che la più grave e preoccupante espressione della devianza originata dai soggetti di nazionalità schipetara è quella associativa, che si traduce sia in un fenomeno organizzativo stabile e tendenzialmente strutturato, avente vere e proprie caratteristiche mafiogene, sia in forme di gangsterismo urbano, essenzialmente a composizione familiare, oppure in forme di banditismo, di solito a carattere multietnico.
Uno schema esemplificativo del tipico clan albanese vede coinvolta una struttura a base familiare con all’apice un capo che, generalmente, è affiancato da una persona di massima fiducia, con una tipicità che, per alcuni versi, ricorda l’originaria forma della ‘Ndrangheta calabrese, in organizzazioni che operano parallelamente e solidali tra loro in virtù di un legame etnico e/o familiare molto stretto. Tali consorterie tendono ad occupare fisicamente il territorio e non disdegnano metodi violenti e brutali per assicurarsi il predominio sugli altri gruppi.
Al riguardo: l’organizzazione comprende poi una struttura fissa nelle varie aree UE, costituita da persone stabilmente residenti, ed i c.d. trafficanti, responsabili del trasporto dello stupefacente. Infine vi sono i veri “corrieri”, materialmente incaricati del trasporto e di solito di basso profilo criminale. Infine gli spacciatori, che raramente sono albanesi: nel Sud della nostra penisola di norma tale compito viene riservato agli italiani, mentre al Nord gli schipetari si avvalgono indifferentemente degli autoctoni o dei nordafricani.
I capi rimangono quasi sempre in madrepatria, da dove impartiscono direttive, delegando a soggetti presenti in Italia, quasi sempre in regola con il permesso di soggiorno, l’attività di supporto logistico ai connazionali deputati al traffico di stupefacenti, ed i collegamenti con la criminalità autoctona anche di tipo mafioso, con la quale gli affari sono notevoli, in quanto gli albanesi offrono servizi e prodotti illeciti a prezzi notevolmente ribassati, con consegne a domicilio e conseguente diminuzione del rischio da parte delle consorterie italiane.
Ciò risponde a precise logiche criminali, poiché solo gli stanziali, conoscendo il territorio, possono offrire precise garanzie sull’affidabilità e sulla solvibilità dell’acquirente. Vige infatti, in modo rigido, il principio della “garanzia personale” in base al quale deve essere sempre un albanese a fungere da garante per le persone appartenenti ad altra etnia.
La continuità della struttura è quindi garantita da una serie di cellule operative che sono riuscite a conseguire, nel corso degli anni, il permesso di soggiorno nei vari territori nazionali sui quali operano e che costituiscono basilare punto di raccordo logistico per i trafficanti, che fanno la spola dall’altra parte dell’Adriatico, spesso utilizzando imbarcazioni in uso commerciale oppure autoveicoli dotati di artifizi tecnologici per nascondere lo stupefacente.
Interessante, dal punto di vista investigativo, è il c.d. “nomadismo criminale”, posto in essere dai soggetti criminali che occupano posizioni di rilievo all’interno della struttura organizzativa di comando del clan, che li porta, per non essere individuati dagli organi investigativi, a cambiare molto spesso il domicilio quando sono in Italia, a riparare all’estero, o recarsi per lunghi periodi in patria, ovvero a comportarsi da latitanti anche quando non lo sono.
Inoltre, l’atteggiamento omertoso permea il comportamento degli appartenenti al sodalizio criminoso, consentendo, anche a seguito agli eventuali scompaginamenti derivanti dagli arresti e la prospettiva di pesanti condanne, di non determinare quasi mai fenomeni collaborativi significativi.
Dall’analisi della Direzione Nazionale Antimafia (DNA), emergono elementi per una quantificazione del fenomeno che trova la proprie radici nell’antica organizzazione della società albanese, regolata dal “Kanun”: una sorta di codice consuetudinario, che ancora oggi condiziona significativamente la vita dei clan.
In particolare, la DNA sottolinea che(21) le organizzazioni appaiono estremamente determinate, composte da soggetti violenti, fortemente coese (rari casi di pentiti) e strettamente collegate con i gruppi residenti in Albania.
Le suaccennate caratteristiche specifiche di tali gruppi sono facilmente comprensibili solo se si faccia riferimento alle profonde radici della cultura sociale albanese, nella quale le regole del “Kanun”, il codice di condotta generalmente osservato nei comportamenti sociali, idealizzano una collettività della quale il nucleo principale è costituito dalla “famiglia” allargata ben oltre i più stretti congiunti, nella quale il rispetto delle regole dettate dal capofamiglia è norma precettiva ed all’interno della quale vigono legami così forti da prescrivere la vendetta privata come forza di difesa della famiglia stessa.
è evidente che in quest’humus culturale, il tradimento verso la famiglia sia la massima violazione delle regole sociali ed è facilmente intuibile come i gruppi criminali ad esclusiva matrice “familiare” siano, in quanto tali, caratterizzati da un’elevata coesione ed impermeabilità alle indagini.
Sotto il profilo qualitativo, l’analisi strutturale dell’intero contesto porta ad individuare il ruolo di vertice di alcuni sodalizi, che rappresentano il gotha della mafia albanese.
Su quest’ultimo punto, importante è l’analisi elaborata dal Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri, quando sottolinea che(22) in Albania i sodalizi criminali più forti ed organizzati, con estrema capacità operativa sul territorio, sono presenti soprattutto nei principali centri urbani.
Queste associazioni si occupano indifferentemente della realizzazione di qualsiasi traffico illecito, soprattutto di sostanze stupefacenti, armi ed esseri umani, mantenendo un rigido controllo del territorio, anche grazie alle già accennate collusioni con gli apparati istituzionali ai vari livelli.
Come sopra accennato, risulta che siano due le compagini principali che “controllano” le attività criminali sul territorio albanese, facenti capo alle famiglie degli Hasani e degli Shabani, ambedue con propaggini periferiche “stabili” sul resto dell’area balcanica, nei paesi dell’Est dell’Unione Europea.
Proprio elementi di queste due organizzazioni sono i referenti primari, in Sud America, dei noti cartelli dei narcotrafficanti.
Interessante, peraltro, quanto evidenziato nel Rapporto sulla criminalità in Italia del Ministero dell’Interno del giugno 2007(23), in cui si sottolinea che tra gli aspetti più significativi dell’evoluzione delle modalità organizzative delle strutture criminali di matrice albanese, figura la crescente partecipazione delle donne nella consumazione di reati, talvolta addirittura con ruoli preminenti rispetto ad una base operativa solitamente di sesso maschile. Al contrario del passato, in cui alcune di esse risultavano coinvolte quasi esclusivamente in reati connessi alla prostituzione, con compiti di sorveglianza delle vittime, va evidenziata ora la loro partecipazione attiva anche in rapine a mano armata, traffico di sostanze stupefacenti ed altri delitti.
La fondatezza del giudizio di pericolosità del fenomeno criminale albanese è confermata dalla versatilità dimostrata da quelle organizzazioni nella gestione di una pluralità di interessi criminali. I settori coltivati negli ultimi anni dalla criminalità albanese sono essenzialmente tre: il traffico di stupefacenti, il traffico di esseri umani e lo sfruttamento della prostituzione. A queste fattispecie di reato, si devono aggiungere altre attività illecite collaterali e precisamente: furti, rapine, ricettazione (in particolare autovetture rubate in Italia e Germania e inviate in Albania) e il commercio di armi di tipo bellico.
Al riguardo(24):
a) traffico degli stupefacenti: la DIA sostiene, nel suo ultimo rapporto che il traffico degli stupefacenti, nel corso degli anni, è diventato il più redditizio business delle compagini schipetare. Inoltre alla stessa conclusione pervengono anche la DNA, la Direzione Centrale della Polizia Criminale e la Direzione Centrate per i Servizi Antidroga. In particolare, la DNA traccia un profilo del traffico che, oltre a delinearne la portata, ne osserva le dinamiche interne ed internazionali; il traffico di stupefacenti appare essere il principale affare illecito delle organizzazioni albanesi nel quale si registra un evidente trend in aumento. Si presenta prevalentemente come campo di attività privilegiato e solo in alcuni casi il traffico è apparso esser praticato anche da organizzazioni dedite allo sfruttamento della prostituzione o di altri reati. In merito ai rapporti intrattenuti dalla criminalità albanese con quella italiana ed internazionale, la DNA aggiunge: “oggi, soggetti di nazionalità albanese compaiono come punto di riferimento costante nell’acquisto, da parte di organizzazioni italiane, di eroina e marijuana con ruoli che vanno dall’intermediazione per l’acquisto alla fornitura diretta dello stupefacente, in diretto collegamento con i centri di stoccaggio che più fonti, giudiziarie e di polizia, indicano essere presenti sul territorio della Repubblica d’Albania. Le sostanze trafficate sono tutte quelle richieste dal mercato: marijuana, eroina, cocaina e ecstasy. Tali organizzazioni hanno goduto e continuano a godere, seppure in misura minore per gli strumenti di contrasto dei quali si è dotato il governo albanese, di appoggi in ambienti istituzionali che hanno portato ad individuare soggetti appartenenti alla Magistratura, alle Forze di Polizia ed alle istituzioni che erano collusi con organizzazioni di trafficanti, se non coinvolti direttamente nei traffici stessi. Lo smantellamento della rete italo-americana di distribuzione dell’eroina sulla costa orientale degli USA, conosciuta come “pizza connection”, e l’abbandono della rotta balcanica da parte delle organizzazioni di narcotrafficanti turchi, ha favorito il trasferimento del traffico in Europa dalla mafia turca a quella albanese(25)”. Di fatto, la mafia albanese oggi gestisce il traffico di eroina lungo tutta la rotta balcanica: si stima che circa l’80% dell’eroina che si trova sul mercato europeo viene contrabbandata attraverso i Paesi dei Balcani, dopo essere stata prodotta in Afghanistan e trasportata attraverso l’Iran e la Turchia o l’Asia centrale. Ulteriormente la criminalità albanese, presente anche nelle aree di provenienza e di stoccaggio degli oppiacei, ha intessuto un’articolata rete di contatti finalizzata ad un’autonoma gestione del traffico all’ingrosso di eroina in Europa.
Figura 1: Il grafico, in proposito, con i percorsi blu e rossi che entrano ed escono dall’Albania, appare piuttosto eloquente.
E' indubbio che il Paese delle Aquile riveste, sotto il profilo strategico, un’indubbia importanza per il grande traffico di cocaina, eroina e marijuana. Fonte DIA(26).
I trafficanti albanesi, cooperano stabilmente con i grossisti turchi dai quali acquistano l’eroina destinata al mercato italiano sostituendosi, di fatto, alle organizzazioni criminali italiane che hanno accettato i gruppi criminali albanesi come partner in alcune attività criminali tra cui appunto il traffico di sostanze stupefacenti; in alcune zone del Paese, il mercato della droga viene gestito principalmente da albanesi. In merito al traffico degli stupefacenti, la criminalità albanese ha dimostrato una particolare versatilità, riuscendo ad acquisire nell’ultimo scorcio di tempo una elevatissima capacità nella gestione dei traffici transnazionali, tale da assicurarsi funzioni nodali di primissimo piano. Il ruolo che ha assunto oggi si apprezza soprattutto per l’imprinting commerciale che è riuscita ad imporre sul mercato mondiale, che, stando all’ultimo rapporto dell’Organismo delle Nazioni Unite per la lotta alla droga, avrebbe movimentato nel 2004 ben 322 miliardi di dollari. La Direzione Centrale della Polizia Criminale sottolinea che la criminalità albanese: dopo aver inizialmente commercializzato la marijuana prodotta in patria, oggi occupa anche una posizione di rilievo nel mercato dell’eroina e della cocaina. Il ruolo si è elevato da quello iniziale di corrieri a quello di importati ed affidabili referenti delle organizzazioni di trafficanti delle aree di produzione, di transito, di stoccaggio e di consumo. L’Albania costituisce il crocevia dell’eroina proveniente dal Medio Oriente e del Sud-Est asiatico ed è divenuta il punto di raccordo e di smistamento della cocaina proveniente dall’America latina e dall’Olanda e diretta in Turchia, Grecia e in Europa(27). Acquisizioni investigative hanno evidenziato anche la disponibilità e la capacità delle organizzazioni albanesi, grazie all’elevata affidabilità, loro riconosciuta dai cartelli colombiani, di porsi quali ricettori di enormi spedizioni di cocaina per lo stoccaggio ed il successivo inoltro sul mercato europeo. Nello specifico settore criminale esistono strette relazioni tra gruppi albanesi e gruppi criminali attivi lungo la rotta balcanica, dove i grossisti turchi, i trafficanti bulgari e rumeni sono frequenti partner. Infine, non va escluso che in territorio albanese possano essere stati impiantati laboratori per la trasformazione della morfina base ed addirittura viene segnalato che sulle alture dell’interno venga sperimentata la coltivazione delle piante di coca(28);
b) traffico di esseri umani: l’Italia, per la sua posizione geografica, continua ad essere uno dei primi paesi interessati dai flussi migratori, con modalità e finalità diverse rispetto al passato. Il fenomeno, esploso in tutta la sua gravità agli inizi degli anni Novanta, ha assunto una progressiva rilevanza in ragione delle mutate forme di gestione, passate da quello che era un tempo il trasporto degli aspiranti migranti (trasporto, falsa documentazione, sistemazione logistica di primo momento) a vera e propria industria del traffico, il cui fatturato secondo le più recenti stime, fatte nel giugno 2005, da parte del Comitato Moneyval del Consiglio d’Europa ammonterebbe a oltre 10 miliardi di dollari l’anno(29). Per quanto attiene al ruolo svolto oggi dalla criminalità albanese, le informazioni raccolte indicano come essa, nonostante la progressiva flessione migratoria di connazionali e l’abbandono delle rotte adriatiche, conservi capacità strategica e operativa tale da proporsi in Italia come referente primario per la gestione del traffico degli esseri umani e, come corollario, del mercato della prostituzione. È oramai scontato come nel più ampio contesto dell’immigrazione la tratta degli esseri umani da avviare alla prostituzione costituisca il problema prioritario sia perchè si tratta di una pratica disumana, che colpisce i diritti fondamentali della persona, sia per le ben note implicazioni di valenza criminogena(30). Inoltre, si deve sottolineare il fatto che la malavita organizzata albanese si è accreditata, presso gruppi criminali turchi o cinesi dediti al traffico di clandestini, quale agenzia di servizio in grado di assicurare il passaggio del Canale d’Otranto(31). La Direzione Centrale di Polizia Criminale osserva che il fenomeno della tratta degli esseri umani costituisce tuttora uno degli affari criminali più remunerativi per le organizzazioni albanesi. Originariamente le giovani vittime della tratta erano donne albanesi, ma recenti indagini hanno evidenziato l’estensione dello sfruttamento anche a donne di altre estrazione etnica: rumene, ucraine, moldave. In questo settore criminale, i gruppi albanesi hanno trasformato il mercato del sesso in un’industria a ciclo integrato che avviano, alimentano e gestiscono in proprio, conducendola con modalità violenta. Sono infatti piuttosto frequenti reati come lesioni personali, sequestri di persona ed omicidi commessi da malavitosi albanesi per indurre le vittime della tratta alla completa sottomissione;
c) sfruttamento della prostituzione: che l’interesse maggiore dei gruppi criminali albanesi sia oggi rivolto allo sfruttamento della prostituzione è sottolineato dalla DNA nella misura in cui evidenzia che alcuni dei più rilevanti procedimenti istruiti o definiti in Italia a carico di cittadini albanesi riguardano l’attività di sfruttamento della prostituzione, spesso effettuato con modalità particolarmente violente e con la sopraffazione delle vittime, tanto da portare alla contestazione, nei confronti di tali organizzazioni, del reato di riduzione in schiavitù…(32). In merito allo sfruttamento della prostituzione, la DIA osserva che(33) l’attività delittuosa immediatamente riconducibile al traffico degli esseri umani è lo sfruttamento della prostituzione, anche minorile, che rappresenta un’altra fonte di notevole liquidità che, nella maggior parte dei casi, viene successivamente reinvestita nel traffico degli stupefacenti. Il reclutamento delle giovani vittime è stato effettuato in principio in madrepatria. Attualmente le donne sfruttate sono sempre meno spesso loro connazionali, le quali sono più consapevoli e quindi meno disposte ad essere schiavizzate, ed anzi, talvolta, cominciano a risultare anch’esse coinvolte nella gestione delle attività di sfruttamento della prostituzione. Principalmente le donne provengono dall’Europa dell’Est e vengono sovente scambiate tra i vari gruppi criminali, anche non albanesi, soprattutto rumeni, non solo a livello nazionale ma in tutto l’ambito dell’Unione, al fine di evitare sia di essere individuati sia di far familiarizzare le proprie vittime con il territorio;
d) traffico di armi: nella predetta tipologia di mercato è da ritenere che gli albanesi continuino a destreggiarsi con molta efficacia quali fornitori di armi leggere su richiesta della criminalità italiana, specialmente nel Nord del Paese. Importante è l’aspetto sottolineato dal Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri, ovvero che il mercato albanese di materiale bellico possa alimentare gruppi criminali eversivi di matrice internazionale, idonei a provocare casi di situazioni di instabilità dell’ordine e della sicurezza pubblica dell’intera UE;
e) furto di autovetture: per la Direzione Centrale della Polizia Criminale, il furto di autovetture di grossa cilindrata rappresenta un problema per l’Italia e per gli altri Stati europei. Si ritiene che una buona percentuale di auto circolanti in Albania sia di provenienza furtiva. Per tale motivo, infatti, il fenomeno è stato recepito a livello europeo tanto da essere compreso tra gli obiettivi anticrimine di Europol;
f) riciclaggio e reimpiego dei proventi illecitamente acquisiti: tali fenomeni, non appaiono indirizzati ad attività legali nel nostro Paese mentre, al contrario, la malavita albanese tende ad indirizzare i capitali illeciti verso investimenti, oltre che nelle stesse attività criminali, anche in attività immobiliari e commerciali in Albania. Al riguardo, i proventi vengono investiti in attività imprenditoriali diversificate e remunerative quali le imprese di costruzioni edili, le ditte import-export, alcune reti televisive, il commercio all’ingrosso, la gestione di alberghi. Inoltre, è ormai acquisito un fenomeno di esportazione irregolare di valuta, effettuato con svariate modalità, non escluso lo spallonaggio attraverso i varchi doganali ufficiali, come emerge, tra l’altro, dai controlli in alcuni aeroporti nazionali su cittadini albanesi trovati in possesso di denaro in contante, nettamente superiore a quanto dichiarato. Comunque, in relazione al particolare radicamento nel vecchio continente, i vertici delle organizzazioni preferiscono rimanere in madrepatria, dove possono gestire i rientri dei capitali illecitamente accumulati. Il denaro, così, viene immesso nel locale circuito economico finanziario, con conseguenti possibili ricadute di rischio di infiltrazione del mercato legale albanese da parte di consorterie criminali transnazionali(34).
Figura 2: Insediamenti di organizzazioni criminali albanesi sul territorio nazionale. Fonte DIA(35).
I sodalizi criminali albanesi, hanno proiettato i propri interessi nella maggior parte delle regioni italiane, diversificandoli in ragione del contesto geografico. Nell’area centro settentrionale, evidenziando una vocazione prevalentemente rivolta al mercato della droga, al traffico dei clandestini, per lo sfruttamento della prostituzione e per i reati predatori, mentre al Sud (Sicilia, Campania e Calabria) occupano ambiti criminali residuali realizzando saltuarie intese operative, ma sempre nell’ottica di una primazia delle tradizionali organizzazioni mafiose, quali, pur usufruendo dei servigi di questi nuovi soggetti criminali, mantengono un ferreo controllo sul contesto criminale del territorio(36):
- in Sicilia, con gruppi mafiosi soprattutto nel traffico di sostanze stupefacenti;
- in Campania, sia con clan camorristici nel traffico di droga, che nella tratta di giovani donne da avviare alla prostituzione;
- in Calabria, con le famiglie della ‘Ndrangheta, nel mercato degli stupefacenti, nel traffico di armi e nella tratta di giovani donne da destinare allo sfruttamento della prostituzione.
Sotto il profilo geocriminale, la Direzione Centrale della Polizia Criminale osserva che(37) i sodalizi albanesi risultano operanti su tutto il territorio nazionale, in ragione dell’estrema mobilità dei soggetti ad essi riconducibili, anche se non risulta agevole tracciare una mappatura del fenomeno.
In Italia si è passati infatti da una fase in cui la criminalità era particolarmente presente nel Nord Italia, soprattutto nell’area piemontese e lombarda, con significative concentrazioni nella città dì Torino, ad una diffusività che ha riguardato pressoché l’intero territorio nazionale, comprese le regioni di tradizionale insediamento delle organizzazioni autoctone.
In particolare nel Nord Italia, che, a partire dall’inizio degli anni ’90, ha accolto gli insediamenti più consistenti di profughi, le regioni maggiormente interessate al fenomeno sono il Piemonte, con peculiare riferimento al capoluogo ed alle città di Asti, Alessandria, Verbania e Cuneo, la Lombardia, il Veneto, la Liguria, l’Emilia Romagna, soprattutto nell’area di Modena e lungo la riviera adriatica, il Trentino Alto Adige, soprattutto nella provincia di Balzano, ed il Friuli Venezia Giulia, territorio di frontiera marittima e terrestre con la Slovenia.
Un sensibile incremento si sta registrando nelle regioni del Centro Italia, Toscana, Marche, Abruzzo e Molise, Umbria e Lazio.
Nel 2004, gli albanesi hanno manifestato interessi anche in Sardegna.
Stesse valutazioni esprime la DIA che, con riferimento alle zone di influenza, fornisce un quadro di sintesi degli interessi illegali più perseguiti, in particolare(38):
a) in Lombardia la criminalità di etnia albanese ha assunto una notevole rilevanza: oltre che nel traffico di esseri umani e nei connessi settori dell’immigrazione clandestina e dello sfruttamento della prostituzione, svariate indagini recenti confermano l’operatività, nel traffico dell’eroina e della cocaina, di centrali site in Albania, che hanno come interlocutori gruppi criminali misti operanti in Italia, a composizione prevalentemente straniera;
b) in Liguria una notevole attenzione è tuttora rivolta a tale fenomeno criminale in quanto la regione, come ben noto, ha risentito di una massiccia immigrazione di quell’etnia. Quivi gli albanesi hanno ben presto polarizzato l’attenzione delle Forze di Polizia per diverse tipologie delinquenziali, che vanno dai reati contro il patrimonio allo sfruttamento della prostituzione, fino al traffico di stupefacenti. A seguito di numerose indagini è stato possibile riscontrare come siano in netto incremento le attività criminose riconducibili a tali gruppi organizzati, ad alcuni dei quali è stato recentemente anche contestato il reato di associazione mafiosa;
c) in Piemonte le attività info-operative hanno consentito di accertare che le consorterie delinquenziali albanesi hanno assunto, nel tempo, un ruolo rilevante nel contesto criminale locale, riuscendo a trapiantare le proprie strutture logistiche ed operative nell’area metropolitana del capoluogo ed in alcune province, tra le quali in particolare Asti. In tali ambiti hanno evidenziato una pervasività sul territorio sempre più virulenta, dimostrandosi capaci di confrontarsi, quando necessario, con la concorrenza malavitosa tradizionale. In principio le organizzazioni criminali schipetare parevano dedite specialmente allo sfruttamento della prostituzione; difatti, con il tempo, alcune aree della città di Torino sono divenute dominio pressoché incontrastato delle prostitute albanesi, che hanno scacciato quasi definitivamente dall’area metropolitana quelle africane ricorrendo ad atti intimidatori e violenti. Attualmente il plusvalore finanziario derivante dalla gestione di tali attività illecite ha consentito il “salto di qualità” di tali gruppi, che si stanno gradualmente affacciando al traffico della droga;
d) in Toscana il fenomeno criminale organizzato albanese è divenuto allarmante ed ha prodotto in tempi rapidissimi una impennata di eventi criminosi. Si tratta principalmente di reati legati al traffico di stupefacenti, allo sfruttamento della prostituzione ed ai reati contro il patrimonio. Per quanto riguarda il traffico di droga, è stato riscontrato operativamente che i clan albanesi dediti a tali traffici hanno acquisito una qualificata nicchia di mercato nel settore delle droghe pesanti, realizzando una importante rete di contatti internazionali. All’uopo è stata individuata la struttura organizzativa di alcuni gruppi che operano in contatto tra la madrepatria, il nostro Paese ed il Nord Europa. E proprio in Olanda è stata accertata, nel corso di alcune indagini, l’esistenza di una organizzazione ben radicata di criminali albanesi i quali, attraverso un collaudato sistema di corrieri, fornivano di rilevanti quantitativi di cocaina una molteplicità di loro connazionali residenti in varie regioni d’Italia, tra le quali appunto la Toscana, che a loro volta provvedevano all’ulteriore smercio dello stupefacente sul territorio d’influenza. I soggetti di vertice del sodalizio insediati in Olanda si approvvigionavano di cocaina da cittadini colombiani residenti ad Amsterdam, reinvestendo i loro guadagni in Albania nel settore immobiliare. Inoltre, nella zona di Prato, è stata riscontrata l’operatività di un sodalizio italo-albanese che ha intrattenuto un proficuo traffico di eroina dall’Albania;
e) il Centro della Penisola risente della vicinanza della Puglia scelta, per ovvi motivi di vicinanza, quale arca di elezione per l’insediamento di cellule dei più importanti gruppi criminali mafiosi schipetari, il Lazio, come l’Abruzzo, le Marche, l’Umbria ed in misura minore il Molise, sono aree di transito per le regioni del Nord, nonché di destinazione dello stupefacente importato da quelle consorterie criminali. Nel Lazio, in particolare, la delinquenza albanese, lungi dal tentare di conseguire un improbabile controllo del territorio, si pone sul mercato come interlocutrice delle aggregazioni mafiose nostrane quivi presenti, assicurando la regolarità della fornitura di stupefacente proveniente dalla Turchia. Inoltre, sempre nella medesima regione, si segnala la presenza di bande che gestiscano lo sfruttamento della prostituzione generalmente nelle periferie della capitale, lungo le strade consolari;
f) la Puglia, come detto, è chiaramente la regione che maggiormente risente della presenza del crimine organizzato albanese. La vicinanza geografica e la maggiore compatibilità organizzativa strutturale delle due consorterie delinquenziali favoriscono, di conseguenza, forme di interazione delinquenziale, anche di carattere temporaneo, dove i primi hanno agito quali elementi di raccordo per le attività illecite in diversi settori (droga, armi, immigrazione clandestina, tratta degli esseri umani). Giova far presente, che in questa regione, la criminalità albanese si è perfettamente inserita, nel corso degli anni, nel tessuto sociale e sembra ora convivere con le espressioni della malavita organizzata locale. Le relazioni ultradriatiche, hanno, peraltro, rafforzato le compagini mafiose locali, che hanno trovato in quel Paese canali di rifornimento per ogni genere di merce illecita a prezzi concorrenziali, consentendo loro di realizzare rilevanti guadagni e/o di reperire armi ed esplosivi utili ad accrescere il loro potenziale militare(39). D’altronde numerose sono le operazioni di polizia che individuano tale regione quale area di passaggio quasi obbligato di molti loschi affari. Oltre ai noti gruppi già citati, sono presenti consorterie più piccole, alcune stanziali, altre a spiccato nomadismo, che praticano lo sfruttamento della prostituzione e contrabbandano cannabinoidi, armi e clandestini. Le aree territoriali che maggiormente risentono di tali fenomeni continuano ad apparire quella barese e la leccese;
g) in Campania il fenomeno criminale albanese di minor spessore è rappresentato in prevalenza da clandestini, presenti nelle province di Napoli e Caserta, lungo il litorale Domizio, ove gestiscono autonomamente diverse attività illecite, quali lo spaccio di sostanze stupefacenti, il contrabbando al minuto di tabacchi lavorati esteri (t.l.e.), nonché, in prevalenza, lo sfruttamento detta prostituzione. Sistemati il più delle volte in alloggi di fortuna, per il momento non pare siano in contrasto con la criminalità autoctona, che anzi ne tollera la presenza, sfruttandone a volte la collaborazione per l’esecuzione di reati. Si sono registrati invece, come già evidenziato, contatti tra i grandi gruppi criminali;
h) in Calabria, la presenza di soggetti albanesi, appare di interesse in particolare nella sibaritide, dove parrebbero aver stretto una più continua collaborazione con la locale criminalità mafiosa, specialmente per i traffici di armi e droga, ed in misura seppur minore nel reggino dove, sebbene non risultino palesi collegamenti con la ‘Ndrangheta, rilevante è il loro coinvolgimento nello sfruttamento della prostituzione e nel traffico di stupefacenti. Ciò lascia inferire, almeno per questo ultimo ambito criminale, ed in mancanza di casi di conflittualità, un concorso con esponenti della ‘Ndrangheta locale. Inoltre, analogamente ad altre realtà italiane, sono presenti diverse bande dedite allo sfruttamento della prostituzione;
i) nell’Italia insulare, ed in particolare in Sicilia, si rileva l’inserimento degli albanesi nello sfruttamento della prostituzione e nel traffico di stupefacenti, per il quale sussistono, specialmente nell’area del catanese, elementi che inducono ad infierire l’esistenza di non sporadici collegamenti con la mafia locale, mentre apparentemente risulta ridimensionata l’influenza albanese nel territorio ibleo grazie ad operazioni di polizia che hanno sgominato tentativi di radicamento più consistente sul territorio.
I rapporti che intercorrono tra i sodalizi criminali albanesi, specie quelli più forti ed organizzati, e le organizzazioni mafiose autoctone risultano stabili e funzionali alla gestione, anche in forma coordinata, degli illeciti interessi criminali.
Lo sviluppo rapido della capacità operativa e la tendenza del crimine albanese a ricercare alleanze multietniche hanno originato nel tempo una serie di relazioni d’affari, più o meno stabili, prima tra tutte quella con la criminalità pugliese all’epoca degli esodi di massa.
Per avere un quadro definito della situazione, importante è quanto segnalato dal Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri nella relazione conclusiva della Commissione parlamentare antimafia del 18 gennaio 2006(40): le organizzazioni criminali albanesi stabilitesi in Italia, in stretto contatto con quelle attive in Patria, possiedono tutte le caratteristiche delle associazioni mafiose e possono contare su una solida rete di “referenti” in vari paesi europei, come Belgio, Austria, Germania, Regno Unito e Spagna. Queste strutture, nel tempo e con modalità diverse, sono riuscite ad intraprendere concrete relazioni d’affari con la criminalità organizzata italiana, passando da una situazione di subordinato “servizio” o, al più, di “tolleranza”, ad un rapporto paritetico; recentemente, in alcuni casi, si è riscontrato addirittura un rovesciamento della situazione, in cui i criminali italiani si trovavano in una situazione di “dipendenza” rispetto alla controparte albanese.
In Campania, la criminalità organizzata albanese ha allacciato rapporti di affari con clan di rilievo come quello dei Casalesi e quello dei Gallo, dei Gionta e dei Cavaliere.
Alcuni episodi omicidiari in danno di cittadini albanesi avvenuti in Campania, Marche e Molise sono da inquadrare talvolta in reazioni della criminalità autoctona che intende cosi affermare l’egemonia nel controllo del territorio e nella gestione dei traffici illeciti, talvolta come conseguenza di conflitti tra compagini albanesi e bande rivali.
In Sicilia, dove la presenza stabile di criminali albanesi è relativamente minore e riguarda per lo più la parte Sud-orientale dell’isola, questi gruppi sono comunque riusciti a portare a termine i loro traffici illeciti sia con esponenti di Cosa Nostra sia con gruppi facenti capo alla “Stidda”.
La dimostrazione del salto finale di qualità effettuato dalla criminalità organizzata albanese è però rappresentata dall’alleanza criminale che si è instaurata con le principati cosche della ‘Ndrangheta.
La potenzialità di tale cooperazione criminale appare di tutta evidenza se si considera il primato pressoché indiscusso della malavita calabrese, riconosciuta come la struttura mafiosa italiana più aggressiva ed efficiente anche all’estero.
Stesse indicazioni, vengono fornite dalla Direzione Centrale della Polizia Criminale la quale, in relazione al traffico di sostanze stupefacenti, sottolinea che(41): “Le organizzazioni albanesi hanno, sin dal loro primo insediamento in Italia, assunto la connotazione di “organizzazioni di servizio” nel senso che si sono poste, rispetto alle tradizionali organizzazioni criminose attive sul territorio, come gruppi in grado di fornire stupefacenti o armi direttamente sul territorio italiano, evitando di porre a carico dei gruppi o delle organizzazioni richiedenti i rischi per il trasporto o la custodia”.
Ulteriori informazioni sulla capacità dei clan albanesi di intessere rapporti con consorterie criminali di altre etnie emergono dalle più recenti inchieste giudiziarie, che si sono occupate e continuano ad occuparsi del turpe fenomeno dello sfruttamento della prostituzione e reati collegati.
Figura 3: Proiezione della mafia albanese(42).
Al riguardo, la DNA rappresenta che(43): “tale attività criminosa è ripartita in due filoni: quello dello sfruttamento di donne provenienti dall’Est europeo, gestita però da organizzazioni più esclusivamente albanesi, ma composte anche da soggetti di nazionalità balcanica (rumena, bulgari, cittadini dell’ex Jugoslavia) e quello dello sfruttamento di donne di colore, gestito in prevalenza da organizzazioni nigeriane”. Occorre evidenziare che non si registrano casi di conflitti territoriali fra i due principali gruppi di sfruttatori, e ciò anche, talvolta, grazie alla mediazione interessata delle locali organizzazioni mafiose (come nel caso della Campania) che le hanno ridotte a forma di convivenza e di divisione del territorio che ne evitino contrasti o scontri.
Inoltre, si è potuto constatare che le organizzazioni albanesi appaiono avere un tale rilievo in questo settore criminale da aver determinato, in alcuni significativi casi, che i gruppi composti da cittadini italiani che collaborano con le stesse siano in condizione di subordinazione rispetto agli albanesi e, nella generalità delle indagini in corso, che gruppi appartenenti alle grosse organizzazioni mafiose tradizionali (Cosa Nostra, ‘Ndrangheta e Camorra) siano divenuti essi stessi loro clienti, avendo quasi del tutto abbandonato la tradizionale ricerca di vie dirette di importazione della droga. Anche la DIA, in esito alle risultanze investigative, mette in evidenza che numerose indagini hanno dimostrato(44) che sta prendendo forma un connubio, più spesso ancora occasionale ma talvolta strutturato, tra le varie criminalità allogene ed autoctone presentì nel nostro Paese. Le consorterie schipetare sono sicuramente tra quelle che maggiormente favoriscono approcci multietnici.
Nei rapporti tra questi nuovi soggetti criminali e le vecchie organizzazioni criminali mafiose autoctone Camorra, ‘Ndrangheta, criminalità pugliese e Cosa Nostra siciliana si è consolidato un modello operativo che, dapprima connotato da collegamenti occasionali e individuali, appare tendenzialmente pervenire a forme di vera e propria collaborazione. Invece, per quanto riguarda i rapporti di collaborazione con le organizzazioni criminali internazionali, si deve segnalare quella ormai secolare con i turchi, che hanno utilizzato la criminalità albanese per la fase più critica del traffico, con i cartelli colombiani, che addirittura sembrerebbe, abbiano scelto l’Albania anche quale luogo di stoccaggio e/o comunque di transito della cocaina destinata al mercato europeo e non solo.
6. Analisi del fenomeno della malavita albanese nelle relazioni della DIA
Dall’analisi delle relazioni semestrali della DIA, nel periodo compreso dal primo semestre del 1998 al primo semestre 2004, emerge una recrudescenza della criminalità di stampo mafioso albanese.
In particolare, ecco alcuni passaggi fondamentali delle relazioni:
1° semestre 1998(45): “La criminalità albanese è in progressiva espansione in quasi tutte le regioni d’Italia. Essa, preoccupante per la violenza che la caratterizza, difficilmente potrebbe operare senza addivenire ad accordi a livello strategico con le organizzazioni mafiose italiane, specie nei settori operativi tradizionali. La criminalità di tale etnia, dopo aver acquisito il monopolio dello sfruttamento della prostituzione, con conseguente rapida accumulazione di profitti, è passata al traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, che assicurano una redditività molto elevata. Si sono costituiti gruppi criminali autonomi e paritetici a quelli italiani in grado di gestire l’intero iter della droga, della produzione in Albania di marijuana, alla raffinazione, sempre in quel Paese, di eroina, con successiva esportazione e vendita all’ingrosso ed al minuto sui mercati italiani. Lo sviluppo della delinquenza albanese è stato facilitato da una convergente serie di elementi favorevoli individuabili nella possibilità di un efficace controllo del territorio tramite lo sfruttamento della prostituzione, potendo contare su sacche di reclutamento pressoché illimitate, alimentate dai connazionali clandestini e non e sulla possibilità di reperire armi”;
1° semestre 1999(46): “Le attività info-investigative hanno consentito di acclarare che le consorterie delinquenziali albanesi hanno assunto, nel tempo, un ruolo rilevante nel contesto criminale nazionale, riuscendo a trapiantare le proprie strutture logistiche ed operative nelle grandi aree metropolitane del Nord e nelle regioni del versante adriatico. In tali ambiti hanno evidenziato una pervasività sul territorio sempre più virulenta, dimostrandosi capaci di soppiantare, quando necessario, con la spiccata aggressività che la caratterizza, la concorrenza malavitosa. Altra peculiarità che le contraddistingue nel panorama delle forme criminali non autoctone è quella di esser riuscita a creare rapporti paritari con diversi gruppi gravitanti nell’area della Camorra, della ‘Ndrangheta ed anche di Cosa Nostra, ma soprattutto con la criminalità organizzata pugliese, posizioni che, se si consolidassero, diventerebbero estremamente pericolose. La conclamata valenza delinquenziale albanese induce a valutare le sue dinamiche evolutive sia con riferimento alle manifestazioni che si palesano all’interno del Paese d’origine, sia alle proiezioni, con particolare attenzione al territorio italiano e, conseguentemente, a tutte le possibili connessioni con altri Paesi, soprattutto europei. L’insieme delle ragioni fin qui esposte inducono ad inferire che oggi si possa ormai parlare di mafia albanese, di non secondaria valenza rispetto ad altre mafie, perché ancor più temibile per la spiccata avidità, la determinazione a conseguire i propri obiettivi con qualsiasi mezzo e, infine, la scelta di operare in territori individuati per le favorevoli condizioni ambientali”;
2° semestre 1999(47): “...Ciò che maggiormente preoccupa è la capacità dei criminali albanesi di variare le metodiche di accesso clandestino, tramite il trasbordo finale con veloci imbarcazioni, oppure via terra, attraverso il Nord dell’Italia e l’Unione Europea, utilizzando le frontiere tedesca ed austriaca, od ancora attraverso gli scali aeroportuali nazionali, grazie alla falsificazione dei documenti di identità. è stato rilevato inoltre che, dopo aver fatto giungere in Italia i clandestini, la catena illecita di sfruttamento non si ferma: quando possibile, forzatamente, i clandestini sono indotti al lavoro nero o costretti, come nel caso di bambini o donne, all’accattonaggio, oppure sfruttati sessualmente da sodalizi, nei quali figurano spesso anche italiani, aventi complicità, se non addirittura vere e proprie diramazioni, su tutto il territorio nazionale. Il traffico di clandestini ha, quindi, costituito il volano per mezzo del quale sono state sviluppate nella nostra penisola le altre attività delittuose da parte di sodalizi criminali albanesi, la cui pericolosità trova maggior forza nella loro organizzazione per clan familiari che (oltre ai normali collegamenti con la madrepatria) consente di continuare a delinquere anche quando uno dei membri sia arrestato o comunque costretto ad abbandonare il territorio italiano. Con il passare del tempo, almeno per alcune associazioni delinquenziali più forti, lo sfruttamento della prostituzione e dei minori è diventato marginale rispetto ad altre attività sicuramente più redditizie quali il traffico di armi e di stupefacenti, dapprima solo marijuana prodotta in Patria, successivamente eroina turca, generalmente di provenienza orientale, ed infine cocaina sudamericana. Tali affari hanno consentito loro di entrare in contatto con le compagini mafiose italiane. Come già detto, nelle regioni a maggiore presenza criminale mafiosa, i rapporti tra tale emergente criminalità e le mafie “storiche” sembrano al momento generalmente solo di fornitura e non di distribuzione sul territorio. Sono stati tuttavia rilevati alcuni casi anomali, relativi alla presenza di gruppi di cittadini albanesi dediti anche allo spaccio di stupefacenti, sia in Campania che in Calabria. La maggiore organizzazione realizzata e l’evoluzione verso modelli propriamente mafiosi dei sodalizi criminali albanesi dediti al traffico di stupefacenti, rendono ancora più difficile l’attività preventiva di contrasto. Connesso alla precedente delittuosità è il traffico di armi che, oltre a far entrare e transitare per l’Italia un consistente numero di armi clandestine, ha contribuito ad armare le organizzazioni delinquenziale autoctone, le quali con molta facilità sembrerebbero servirsi delle offerte albanesi a basso costo per comprare armi da guerra ed esplosivi. La pericolosità della comunanza di affari che lega alcune organizzazioni albanesi alla criminalità mafiosa italiana nei settori chiave dell’immigrazione clandestina, del traffico di stupefacenti, delle armi e degli altri illeciti, induce a riferire un possibile allargamento di tali intesi anche ad altri gruppi minori di schipetari, che stanno crescendo grazie alla loro attività criminale sul nostro territorio”.
1° semestre 2000(48): “Si segnala la pericolosa, costante crescita e la sedimentazione dei gruppi criminali albanesi sul nostro territorio. Numerosi sono i piccoli gruppi dediti principalmente alla tratta ed allo sfruttamento degli esseri umani, attraverso le attività illegali dell’immigrazione clandestina e della prostituzione o dell’utilizzo dei minori per l’accattonaggio. I suddetti interessi delittuosi per la crudeltà con cui sono perpetrati assumono, sovente, la forma di una vera e propria riduzione in schiavitù delle giovani vittime. Ancora più pericolosa appare l’accertata presenza di alcuni gruppi criminali albanesi con un’organizzazione più strutturata, caratterizzati da una marcata transnazionalità degli illeciti affari gestiti quasi sempre direttamente dall’Albania, dove risiede la testa pensante dell’associazione. Nella nostra penisola ed in genere in Europa, ma talvolta anche oltre oceano, risultano presenti invece stabilmente emissari o i gregari e solo raramente si riscontra l’intervento dei capi per la conclusione di grossi accordi con la malavita locale.
è ormai palesemente manifesto il connubio sinergico d’affari che lega i gruppi criminali albanesi più forti ed organizzati con le consorterie mafiose autoctone tradizionali siano esse pugliesi, napoletane, oppure siciliane e calabresi, specialmente nell’ambito del traffico di stupefacenti e del traffico di tabacchi lavorati esteri, e talvolta anche nel traffico di armi”.
2° semestre 2000(49): “è indubbio che la pericolosità espressa dai devianti di questa etnia nel corso del secondo semestre 2000 continua fortemente a preoccupare, sia per le peculiari caratteristiche legate alla tendenza a strutturarsi organizzativamente, che per l’acquisita facilità nel travalicare i confini territoriali degli Stati. Il vincolo di sangue, considerato fattore cementante l’unione criminosa nei gruppi più piccoli, sfuma, cedendo il passo ad una organizzazione più strutturata, nelle consorterie più grandi, le quali hanno assunto caratteristiche propriamente mafiose, con una gestione decisamente verticistica ed una suddivisione capillare e puntuale delle mansioni tra gli affiliati. Accanto alle problematiche scaturenti dalla sedimentazione di alcune consorterie più grandi, vi è la crescita parallela di diversi piccoli gruppi criminali, più spesso formati da clandestini, a struttura essenzialmente familiare, che si dedicano principalmente alla tratta ed allo sfruttamento degli esseri umani, ma non trascurano il traffico di stupefacenti, che li porta ad avere contatti con i gruppi maggiori, ai quali forniscono spesso manovalanza o comunque appoggio in tutta la penisola. Il rischio, paventato in sede di analisi, è costituito dalla possibilità che questi connubi estemporanei possano stabilizzarsi, rendendo sempre più pervasiva tale presenza criminale, già peraltro capillare su tutto il territorio italiano, come evidenziato dalle operazioni di polizia recentemente effettuate. Un ulteriore aspetto che desta notevole allarme sociale, specialmente nel Nord della nostra penisola, è costituito dal fenomeno dei reati contro il patrimonio, perpetrati con violenza ed in forma organizzata da vere e proprie bande di extracomunitari, non solo albanesi, non inserite nei grandi circuiti criminali, che effettuano veri e propri raid, che talvolta si concludono tragicamente. Si segnala infine la presenza della delinquenza albanese in aree dove l’esistenza di una forte criminalità autoctona faceva prevedere difficoltà di inserimento. In Campania, Calabria, Puglia, ma anche in Sicilia, emerge giorno dopo giorno un quadro allarmante di rapporti che, in ragione della globalizzazione oltre che dei mercati anche del crimine, uniscono l’esperienza e le risorse di una mafia antica con quelle di una relativamente giovane, ma molto spregiudicata e vogliosa di emergere ed affermasi”.
1° semestre 2001(50): “L’attività svolta nel semestre conferma le inferenze prodotte in precedenza; le principali consorterie criminali albanesi, a carattere più marcatamente mafiogeno, stanno assumendo nel tempo un ruolo sempre più rilevante nel contesto delinquenziale italiano ed internazionale, sia nel traffico di clandestini, e nel connesso sfruttamento della prostituzione, che nel narcotraffico, gestito con sempre maggiore professionalità, e quasi del tutto avulso da qualsiasi forme di sudditanza nei confronti delle organizzazioni autoctone, riuscendo a creare solidi collegamenti con gruppi pugliesi, della Camorra e di Cosa Nostra, a favore dei quali provvedono al continuo approvvigionamento delle sostanze stupefacenti”.
2° semestre 2001(51): “L’attività di prevenzione e di repressione svolta nel periodo in esame dalle Forze di Polizia ha nuovamente confermato la crescente importanza delle consorterie criminali albanesi a maggiore caratterizzazione mafiogena, che hanno assunto un ruolo centrale nella gestione del traffico di stupefacenti, che acquisiscono in grandi quantitativi direttamente dai turchi (eroina) e dai colombiani (cocaina), per poi riversare la droga a loro volta sul mercato del nostro paese, fungendo da intermediari anche per la grande criminalità italiana. Le risultanze investigative confermano inoltre le inferenze già elaborate da questa DIA circa la presenza in diverse regioni di cellule criminali, costituite più spesso da corrieri o da rappresentanti che da capi, i quali invece rimangono, escluse sporadiche sortite, al sicuro in madrepatria. L’aumento della conflittualità tra i diversi gruppi esistenti sullo stesso territorio, confermata dai numerosi soggetti indagati per lesioni personali e rissa in alcune aree geografiche, è sintomatico della tendenza a crescere, sedimentarsi e ad esercitare il predominio sui gruppi concorrenti attraverso l’utilizzo della violenza. Ulteriori approfondimenti meritano le deduzioni scaturite dalle modalità di riciclaggio e di rinvestimento dei proventi illeciti, che quando rientrano in madrepatria vengono utilizzati per l’acquisto di beni mobili ed immobili, ma allorquando permangono in Italia cominciano ad essere utilizzati nel legale mercato economico”.
1° semestre 2002(52): “L’attività preventiva e repressiva svolta ha consentito di delineare più approfonditamente le connotazioni tipiche delle organizzazioni delinquenziali albanesi maggiormente assimilabili alla fenomenologia mafiosa, individuabili soprattutto nelle linee operative, nel linguaggio utilizzato, nell’ambito culturale e nei modelli di comportamento. In tale prospettiva in particolare si evidenzia:
a) l’omertà, come regola di vita, che preserva i singoli appartenenti alla comunità criminale e la comunità stessa, da eventuali forme di collaborazione di persone tratte in arresto;
b) il cosiddetto “ nomadismo criminale”, operato da coloro che occupano posizioni di rilievo nella struttura di comando del clan, che li induce, nel timore di essere individuati, a cambiare spessissimo dimora quando sono in Italia, a riparare frequentemente all’estero o a recarsi per lunghi periodi in Patria; di fatto vivono precauzionalmente in un continuo stato di latitanza;
c) l’atteggiamento omertoso permea il comportamento e consente, anche in seguito agli eventuali scompaginamenti derivanti dagli arresti e con la prospettiva di pesanti condanne, di prevenire fenomeni collaborativi significativi.
è ormai accertato che la mafia albanese è strutturata in modo orizzontale assimilabile all’originario assetto della ‘Ndrangheta calabrese, con organizzazioni che operano parallelamente e solidali tra loro in virtù di un legame etnico e/o familiare molto stretto. La criminalità organizzata albanese è attiva principalmente nel grande traffico di stupefacenti; in origine marijuana, immediatamente affiancata dall’eroina e poi dalla cocaina; quest’ultimo stupefacente costituisce la nuova sfida di mercato degli albanesi che tendono ad ampliare i propri spazi verso gli Stati Uniti”.
2° semestre 2002(53): “La criminalità organizzata albanese, nel semestre in esame, ha dimostrato di aver acquisto un rilevante livello di pericolosità: è quella che ormai, nel variegato mondo criminale multietnico del nostro Paese, desta maggiore preoccupazione. Infatti, gli episodi delittuosi di cui gli elementi criminali di tali etnie si sono resi responsabili, da soli o con soggetti italiani, oltre ad essere in aumento, sono caratterizzati da una efferatezza tale da provocare allarme sociale. Si è di fronte a personaggi che, quand’anche stringano alleanze con malavitosi autoctoni, sono animati da un forte spirito nazionalista e, pertanto, sono capaci di contrapporre reazioni di gruppo in risposta ad eventuali iniziative di altri elementi criminali. Ulteriore caratteristica è che non appena sorgono conflitti d’interesse, questi gruppi non indugiano a far ricorso alle armi per compiere atti di forza dall’indubbio stampo mafioso. A tale proposito appare preoccupante la particolare diffusione di armi nell’ambito della comunità albanese, sia residenziale che stanziale; se a questo si aggiungono la particolare determinazione ed efferatezza con la quale i più facinorosi risolvono i conflitti, si comprende facilmente l’estrema violenza che caratterizza alcuni degli episodi criminosi che hanno visto protagonisti i sodalizi in questione. Forte della posizione acquisita e dalle consistenza e specializzazione numerica, la criminalità organizzata albanese ha acquisito assoluta padronanza in determinati settori di traffici illeciti. Accade così che i clan che si occupano prevalentemente del traffico di clandestini difficilmente abbiano contrasti con quelli che si dedicano ad esempio, al traffico di stupefacenti. Nel Nord-Est della Penisola, tali sodalizi, stante la capacità organizzativa dimostrata, hanno acquisito spazi sempre maggiori nel complesso e disorganico arcipelago criminale. Con riferimento all’immigrazione clandestina ed allo sfruttamento della prostituzione, hanno sicuramente una posizione di dominio. Altra attività criminale da non trascurare ed alla quale risultano dedite bande composte anche da albanesi è quella dei cosiddetti “assalti in villa”, tipologia di rapina non di rado associata a sequestri di persona e violenze”.
1° semestre 2003(54): “Il fenomeno criminale proveniente dal paese delle aquile è stato, sin dalle prime manifestazioni, oggetto di particolare attenzione da parte della DIA attraverso una articolata azione investigativa, che ha permesso di monitorare, nella sua visione globale, il suo evolversi sull’intero territorio nazionale sia sotto l’aspetto del mero transito di traffici illeciti da loro gestiti trovandosi il nostro Paese su una delle direttrici privilegiate per i mercati internazionali Est-Ovest, sia dalla destinazione finale delle stesse attività illegali, in considerazione della cospicua presenza di cittadini di etnia albanese. In particolare, i primi riscontri investigativi avevano consentito di appurare che detti sodalizi transadriatici si erano stabiliti, nella fase iniziale, in Puglia non solo per opportuni motivi logistici ma anche per il particolare momento storico-giudiziario che avevano causato il disgregamento degli importanti sodalizi criminali autoctoni operanti nella regione. Successivamente, si registrava una graduale e crescente diffusione della criminalità albanese su tutto il territorio nazionale, mediante la costituzione di numerose “cellule operative” dislocate in diverse regioni italiane, in particolare nel Centro-Nord dell’Italia (Lazio, Toscana, Emilia Romagna Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto e Friuli), ove la scarsa presenza sul territorio di altre organizzazioni criminali idonee ad opporsi all’aggressività, efferatezza, omertà, disponibilità di armi e abbondante manovalanza criminale albanese, ha permesso alla stessa di ampliare la propria ingerenza e di realizzare profitti illeciti, con conseguente maggiore disponibilità di denaro da reinvestire in altrettante attività illecite. Le indagini svolte hanno permesso di constatare il formarsi di consorterie mafiose basate su vincoli di parentela ed affinità con la conseguente costituzione di vere e proprie gerarchie interne; inoltre, sono venuti alla luce collegamenti con omologhe associazioni criminali che esplicano le proprie attività illegali dell’Est-euorpeo, in Turchia e nel Sud- America. Di pari passo alla ramificazione territoriale dei criminali albanesi si è parallelamente evoluta “quantitativamente” la tipologia dei reati consumati, spostandosi dall’attuazione di reati minori, specie contro il patrimonio, allo sfruttamento della prostituzione e, successivamente, al traffico di sostanze stupefacenti”.
2° semestre 2003(55): “Consapevoli che la spinta criminogena di questa nuova e complessa realtà sociale non poteva esaurirsi esclusivamente in fenomeni di delinquenza comune, destinati nel tempo ad esaurirsi, gli apparati anticrimine, tra cui questa Direzione, hanno posto l’attenzione verso quella criminalità etnica strutturalmente organizzata, a volte in modo subdolo, che è espressione riconosciuta di gruppi delinquenziali propri dei Paesi d’origine, che si sono “internazionalizzati” ed hanno allargato i propri orizzonti criminali, sfruttando le massicce migrazioni intercontinentali. Tali consorterie organizzano il traffico di esseri umani dai Paesi di origine e di transito, non solo al fine di lucrare sul favoreggiamento dell’immigrazione, ma spessissimo ai fini del conseguente sfruttamento sessuale e del lavoro nero effettuato nei Paesi di destinazione. Indirizzato, oltre al settore manifatturiero minore, alla fiorente industria della falsificazione dei marchi. Sovente invece alimentano il traffico di stupefacenti e di armi. Gli introiti garantiti dai suindicati illeciti vengono successivamente reimpiegati e/o riciclati in madrepatria, e più di recente anche nelle nuove aree territoriali di aggressione criminale, con la conseguenza di inquinare gravemente la regolare economia di mercato e la normale concorrenza. Per quanto concerne il traffico di stupefacenti le attività informative e di polizia giudiziaria confermavano, nello spaccio al minuto, il progressivo fenomeno di sostituzione degli stranieri rispetto agli autoctoni, nonché la rilevanza assunta dalle consorterie albanesi, specialmente di quelle originarie di Durazzo, nell’attività di rifornimento di grossi quantitativi, su richiesta delle organizzazioni criminali mafiose italiane”.
1° semestre 2004(56): “Anche nei primi mesi del 2004 si è rilevato che frange delle consorterie albanesi, appartenenti specialmente agli agguerriti clan di Durazzo e Tirana, hanno operato attivamente nel traffico di stupefacenti, nella fase più rischiosa del trasporto, a favore delle organizzazioni criminali tradizionali. Accanto a quelle organizzazioni, a spiccata peculiarità mafiogene, continuano a essere presenti, in modo non marginale per violenza ed efferatezza, gruppi criminali del “Paese delle aquile”, a base essenzialmente familiare, dediti all’immigrazione clandestina, alla tratta di esseri umani al fine dello sfruttamento sessuale”.
(1) - La Grande storia del Novecento, 1990-2000, Milano, Mondadori, 2006, vol. X, pagg. 54 e ss., La storia, cronologia universale, Milano, Mondadori, 2007, vol. 16, pagg. 789 e 793.
(2) - Camera dei Deputati - Senato della Repubblica, Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata mafiosa o similare, Relazione conclusiva, approvata il 6 marzo 2001 (relatore on. Lumia), Doc. XXIII, n. 57, cap. II, pagg. 1695 e ss.
(3) - Camera dei Deputati - Senato della Repubblica, Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata mafiosa o similare, Relazione annuale, approvata il 30 luglio 2003 (relatore sen. Centaro), Doc. XXIII, n. 3, cap. II, pag. 143.
(4) - Senato della Repubblica - Camera dei Deputati, Atti parlamentari, cit., pag. 144.
(5) - Ibidem.
(6) - “...La crisi albanese del 1977, provocata dal collasso delle cosiddette società finanziarie “piramidali”, aveva portato ad una crescita qualitativa e quantitativa dei fenomeni criminali, tanto che il controllo su vaste aree del paese, al Nord come al Sud, era nelle mani di numerose bande criminali. La debolezza strutturale delle giovani istituzioni, aggravata dalle difficoltà innescate dalla menzionata crisi, ha reso difficile, per un lungo periodo, la reazione dello Stato albanese…”, Camera dei Deputati - Senato della Repubblica, Atti parlamentari, cit., pagg. 1705 ss.
(7) - Senato della Repubblica - Camera dei Deputati, Atti parlamentari, cit., pag. 146.
(8) - Art. 600 del c.p.: Riduzione in schiavitù - Chiunque riduce una persona in schiavitù, o in una condizione analoga alla schiavitù, è punito con la reclusione da cinque a quindici anni.
(9) - Camera dei Deputati - Senato della Repubblica, Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata mafiosa o similare, Relazione annuale, approvata il 30 luglio 2003 (relatore sen. Centaro), Doc. XXIII, n.16, cap. III, tomo I, pagg. 926 ss.
(10) - Ministero dell’Interno, Direzione Investigativa Antimafia, relazione sull’attività svolta e risultati conseguiti nel primo semestre 2005, pagg. 64 ss.
(11) - Ministero dell’Interno, Direzione Investigativa Antimafia, relazione del Ministro dell’Interno al Parlamento sull’attività svolta e sui risultati conseguiti dalla Direzione Investigativa Antimafia, semestrale della DIA, relativa al secondo semestre 2006, pagg. 82 ss.
(12) - Senato della Repubblica - Camera dei Deputati, Atti parlamentari, cit., pagg. 148 ss.
(13) - Aggregazioni criminali costituite da cittadini stranieri, che presentano caratteristiche proprie a seconda dell’etnia di cui sono espressione. Inoltre, le nuove mafie si caratterizzano per l’interazione sempre più qualificata con le associazioni malavitose nazionali, per l’allarme sociale suscitato nella collettività dalla particolare violenza e aggressività nella commissione dei reati, nonché per l’innalzamento delle proprie potenzialità operative, con riflessi transnazionali.
(14) - Ministero dell’Interno, Rapporto sulla criminalità in Italia, Roma, giugno 2007, cap. VII, pag. 210.
(15) - Camera dei Deputati - Senato della Repubblica, Atti parlamentari, cit., pag. 147.
(16) - Al proposito è storicamente puntuale la notazione della Procura della Repubblica di Savona che, nel procedimento penale n. 812 del 1996 nei confronti di Prifti Enea + 15, riscontra che “gli albanesi si caratterizzano non solo per la tendenza ad aggregarsi in ragione delle comuni origini, ma anche per conferire al gruppo un ordine strettamente gerarchico, con un capo indiscusso che provvede a prendere tutte le decisioni, anche le meno impegnative”. Senato della Repubblica - Camera dei Deputati, Atti parlamentari, cit., pag. 147.
(17) - Tre sono i livelli che caratterizzano la criminalità albanese, e precisamente:
- al primo livello si collocano le organizzazioni mafiose;
- al secondo livello si collocano le bande criminali, dette anche urbane, dotate di elevata versatilità e perciò dedite ad attività serventi rispetto agli scopi dei clan mafiosi. Estremamente mobili sul territorio, agiscono in maniera coordinata, ricorrendo in molti casi a comportamenti violenti rispetto agli obiettivi essenzialmente di tipo predatorio (furti e rapine) da conseguire. L’aggressività, esagerata rispetto all’azione delittuosa, ingenera timore ed esaspera conseguentemente l’allarme sociale. Importante è quanto riferito dalla DIA al riguardo delle c.d. bande criminali: accanto ai gruppi criminali che possiamo definire mafiosi o tendenzialmente tali, ne esistono anche altri a struttura familiare, più assimilabili a bande urbane, i quali si sono specializzati nello sfruttamento della prostituzione e/o nei reati contro il patrimonio, perpetrati con metodi estremamente violenti, ma che non posseggono una struttura organizzativa consolidata, sui quali è comunque importante soffermarsi per la ferocia gratuita dimostrata nella perpetrazione dei delitti. Tali gruppi criminali a carattere clanico-familiare sono di più basso spessore delinquenziale, ma certamente di ferocia e violenza superiore;
- al terzo livello si collocano gruppi criminali dediti ad occasionali e contingenti forme di illegalità. Caratteristica di questi gruppi criminali è quella di assolvere funzioni criminali di basso profilo (scafisti, falsificatori di documenti, etc.).
(18) - Ibidem, pag. 927.
(19) - Art. 416 bis del c.p.: Associazione di tipo mafioso. L’articolo 416 bis del c.p., inserito dall’art. 1 della legge 13 settembre 1982, n. 646 (L. 13 settembre 1982, n. 646 Disposizioni in materia di misure di prevenzione di carattere patrimoniale ed integrazioni alle leggi 27 dicembre 1956, n. 1423, 10 febbraio 1962, n. 57 e 31 maggio 1965, n. 575. Istituzione di una Commissione parlamentare sul fenomeno mafia), introduce nel nostro ordinamento giuridico il reato di associazione di tipo mafioso. In tale modo si viene così a colpire alcune condotte antisociali caratteristiche del fenomeno mafioso che, in precedenza non erano tali da essere perseguite con il reato di associazione per delinquere previsto e punito dall’art. 416 del c.p. e quindi, per tale motivo, negli anni passati organizzazioni criminali di stampo mafioso, hanno goduto di ampi margini di impunità.
Importantissimo è stato il lavoro svolto dal legislatore al fine dell’inquadramento di tutte le condotte riconducibili ai comportamenti mafiosi tipici. L’enunciato del terzo comma del disposto art. 416 bis del c.p., stabilisce che cosa si debba intendere per associazione di tipo mafioso, fissando nel contempo, gli elementi costitutivi del nuovo reato associativo. Il legislatore, nel 1982, è riuscito a individuare i caratteri distintivi dell’associazione di tipo mafioso nella potenzialità dell’intimidazione che la contraddistingue e nella duplice condizione di assoggettamento e di omertà che discende dal vincolo associativo e dalla sua forza intimidatrice.
“L’art. 416 bis c.p., richiede che la forza di intimidazione promanante dal vincolo associativo abbia effettivamente generato assoggettamento e omertà: cioè non una mera coazione morale ricollegabile allo specifico atto di sopraffazione, bensì una vera e propria succubanza psicologica e sottomissione, non momentanea od occasionale, riguardante un numero apprezzabile di persone e nella quale, si riflettono quegli elementi di diffusività e durata caratterizzanti la forza di intimidazione”.
La forza di intimidazione, la condizione di assoggettamento e la condizione di omertà - quest’ultima intesa come il sistematico atteggiamento di non collaborazione con l’Autorità statale determinato dalla paura delle rappresaglie o vendette e manifestatesi in testimonianze false o reticenti o in favoreggiamenti -, caratterizzano l’associazione di tipo mafiosa sotto un duplice intento: il primo quello di garantire il perseguimento penale di determinate condotte criminose, il secondo di fornire degli strumenti al fine di perseguire il programma criminoso tipico dell’associazione stessa.
(20) - Camera dei Deputati - Senato della Repubblica, Atti parlamentari, cit., pag. 927.
(21) - Camera dei Deputati - Senato della Repubblica, Atti parlamentari, cit., pag. 929.
(22) - Camera dei Deputati - Senato della Repubblica, Atti parlamentari, cit., pag. 930.
(23) - Rapporto cit., cap. VII, pag. 211.
(24) - Ibidem, pag. 939.
(25) - Rapporto cit., cap. VIII, pagg. 274 ss.
(26) - Direzione Investigativa Antimafia, relazione 2° semestre 2002, I° volume, pag. 60.
(27) - Camera dei Deputati - Senato della Repubblica, Atti parlamentari cit., pag. 940.
(28) - Camera dei Deputati - Senato della Repubblica, XIII legislatura, Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia e delle altre associazioni criminali similari, Conoscere le mafie costruire la legalità, Quaderni di documentazione n. 18, pag. 44, Roma, 2000.
(29) - Ibidem, pag. 940.
(30) - Il legislatore, recependo l’esigenza sociale, prima che giudiziaria ed investigativa, di distinguere condotte aventi diverse finalità e gravità, ha riformulato con la legge 228 del 2003 l’art. 600 del c.p. (riduzione in schiavitù), allargando la sua applicazione ad altre fattispecie criminose, e introdotto l’art. 602 - bis del c.p. (tratta di persone) che punisce espressamente tutte le ipotesi di reato connesse alla tratta di esseri umani.
(31) - Rapporto cit., cap. VII, pagg. 214 ss.
(32) - In merito va rilevato che lo sfruttamento della prostituzione deve essere considerato la prima delle attività delittuose realizzate in maniera sistematica ed organizzata in Italia dagli albanesi, che ha loro permesso di attestarsi in determinate aree ed addirittura di affermare, attraverso l’uso della violenza, una loro supremazia territoriale in diverse località del Centro e del Nord Italia non controllate dalla criminalità organizzata italiana.
(33) - Camera dei Deputati - Senato della Repubblica, Atti parlamentari, cit., pag. 947.
(34) - Rapporto cit., cap. VII, pag. 216.
(35) - Direzione Investigativa Antimafia, relazione, cit., pag. 54.
(36) - Rapporto cit., cap. VII, pag. 211.
(37) - Camera dei Deputati - Senato della Repubblica, Atti parlamentari, cit., pag. 933.
(38) - Ibidem, pag. 933.
(39) - Rapporto cit., cap. VII, pag. 212.
(40) - Camera dei Deputati - Senato della Repubblica, Atti parlamentari cit., pag. 936.
(41) - Ibidem, pag. 937.
(42) - LiMes, Come mafia comanda, Espresso, Milano, 2005, n. 2, pag. 35.
(43) - Camera dei Deputati - Senato della Repubblica, Atti parlamentari, cit., pag. 937.
(44) - Ibidem, pag. 937.
(45) - Ministero dell’Interno, Direzione Investigativa Antimafia, Attività svolta e risultati conseguiti, relazione 1° semestre 1998.
(46) - Ministero dell’Interno, Direzione Investigativa Antimafia, Attività svolta e risultati conseguiti, relazione 1° semestre 1999.
(47) - Ministero dell’Interno, Direzione Investigativa Antimafia, Attività svolta e risultati conseguiti, relazione 2° semestre 1992.
(48) - Ministero dell’Interno, Direzione Investigativa Antimafia, Attività svolta e risultati conseguiti, relazione 1° semestre 2000.
(49) - Ministero dell’Interno, Direzione Investigativa Antimafia, Attività svolta e risultati conseguiti, relazione 2° semestre 2000.
(50) - Ministero dell’Interno, Direzione Investigativa Antimafia, Attività svolta e risultati conseguiti, relazione 1° semestre 2001.
(51) - Ministero dell’Interno, Direzione Investigativa Antimafia, Attività svolta e risultati conseguiti, relazione 2° semestre 2001.
(52) - Ministero dell’Interno, Direzione Investigativa Antimafia, Attività svolta e risultati conseguiti, relazione 1° semestre 2002.
(53) - Ministero dell’Interno, Direzione Investigativa Antimafia, Attività svolta e risultati conseguiti, relazione 2° semestre 2002.
(54) - Ministero dell’Interno, Direzione Investigativa Antimafia, Attività svolta e risultati conseguiti, relazione 1° semestre 2003.
(55) - Ministero dell’Interno, Direzione Investigativa Antimafia, Attività svolta e risultati conseguiti, relazione 1° semestre 2003.
(56) - Ministero dell’Interno, Direzione Investigativa Antimafia, Attività svolta e risultati conseguiti, relazione 1° semestre 2004.