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Timestamp: 2017-05-23 20:29:24+00:00
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4 Maggio 1980 Monreale (PA) Ucciso il Capitano dei Carabinieri Emanuele Basile, impegnato in indagini sulla mafia della zona, soprattutto attraverso accertamenti bancari. Skip to content
4 Maggio 1980 Monreale (PA) Ucciso il Capitano dei Carabinieri Emanuele Basile, impegnato in indagini sulla mafia della zona, soprattutto attraverso accertamenti bancari. Foto da: pdcimilena.wordpress.com Emanuele Basile, Capitano dei Carabinieri4 Maggio 1980 Monreale (Palermo)
Fonte: Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato" Palermo
Viene ucciso la sera dei festeggiamenti del santo patrono. Aveva in braccio la figlia di pochi anni.Si era impegnato in indagini sulla mafia della zona, soprattutto attraverso accertamenti bancari. Subito dopo l'omicidio furono arrestati i mafiosi Armando Bonanno, Giuseppe Madonia, figlio del capomafia Francesco, e Vincenzo Puccio, che dichiararono di trovarsi nelle campagne di Monreale per un appuntamento galante. Prima assolti, poi condannati all'ergastolo, dopo vari annullamenti da parte della Cassazione, la sentenza definitiva arrivò dopo nove anni dal delitto. Nel frattempo Puccio è stato ucciso in una cella dell'Ucciardone e anche Bonanno è stato ucciso.
La sera del 4 maggio 1980 mentre con la figlia Barbara di quattro anni e alla moglie Silvana Musanti aspetta di assistere allo spettacolo pirotecnico della festa del Santissimo Crocefisso a Monreale, un killer mafioso gli spara alle spalle e poi fugge in auto atteso da due complici. Basile viene trasportato all'ospedale di Palermo dove i medici tenteranno di salvargli la vita con un delicato intervento chirurgico ma il carabiniere muore durante l'operazione lasciando nel dolore la moglie e lo stesso Paolo Borsellino che era corso in ospedale. Vincenzo Puccio, il suo assassino, verrà catturato dai carabinieri subito dopo l'omicidio ma verrà assolto tre anni dopo, creando sgomento e rabbia sia nei magistrati sia nei suoi colleghi. Tre anni dopo la sua morte, il 13 giugno 1983, morirà ucciso il Capitano Mario D'Aleo sempre per mano di Cosa Nostra, D'Aleo aveva preso il posto di Basile come comandante della Compagnia dei carabinieri di Monreale.
«Comandante di Compagnia distaccata, già distintosi in precedenti, rischiose operazioni di servizio, si impegnava, pur consapevole dei pericoli cui si esponeva, in prolungate e difficili indagini, in ambiente caratterizzato da tradizionale omertà, che portavano alla individuazione e all'arresto di numerosi e pericolosi aderenti ad organizzazioni mafiose operanti anche a livello internazionale. Proditoriamente fatto segno a colpi d'arma da fuoco in un vile agguato tesogli da tre malfattori, immolava la sua giovane esistenza ai più nobili ideali di giustizia ed assoluta dedizione al dovere.» — Monreale (Palermo), 4 maggio 1980
Articolo da L'Unità del 25 Febbraio 1987
Gli assassini dell'ufficiale di Monreale erano stati arrestati con le armi ancora calde
Annullata un'altra sentenza sulla mafia
«Assolti i killer del colonnello Basile, in fumo anni di indagini»
Reazioni indignate tra i magistrati di Palermo dopo il verdetto della Cassazione - La prima sezione, presieduta da Corrado Carnevale, aveva già annullato molti altri processi
Palermo l Il magistrato è irritato «E proprio vero che la normalizzazione avanza», dice. E non aggiunge altro. Aspetta prudentemente di vedere come la Cassazione motiverà il nuovo robusto colpo di spugna che ha riportato al punto di partenza anche il processo per l'omicidio del capitano Emanuele Basile, assassinato davanti alla moglie e alla figlia la sera del 4 maggio 1980 a Monreale.Una decisione, si limita a notare il sostituto procuratore Guido Lo Forte, che finisce per mandare in fumo anni di indagini e per allontanare ancora il momento della verità.A palazzo di giustizia la notizia diffonde stupore, amarezza, perfino preoccupazione «Se si cavilla attorno ad una pretesa nullità in un giudizio con tre imputati figurarsi cosa accadrà quando il processo giungerà in Cassazione», confida al cronista un altro giudice che chiede di restare anonimo solo perché non vuole ridurre la questione ad una contrapposizione fra la Cassazione e i magistrati palermitani «Io non credo alla concatenazione casuale dei fatti. Ci sono troppi episodi — aggiunge — che mi fanno pensare ad una regìa» Tutti i commenti concordano nel sottolineare un semplice dato di fatto tutte le decisioni più controverse recano l'impronta della prima sezione della Cassazione, quella presieduta da Corrado Carnevale.E' la stessa sezione che nel giugno scorso annullò la condanna all'ergastolo ai fratelli Michele e Salvatore Greco per la strage Chinnici. Seguirono polemiche durissime. Ma già prima di allora la prima sezione aveva ridisegnato, a colpi di annullamento, il quadro accusatorio del maxiprocesso. Trenta mandati di cattura erano stati annullati durante l'istruttoria, altri trenta dopo il deposito dell'ordinanza di rinvio a giudizio. Con gli annullamenti a catena è stato via via ridimensionato anche il contributo di Tommaso Buscetta e di Totuccio Contorno alle cui dichiarazioni la Cassazione ha finito per negare diritto d'ingresso nel processo. L'opera di demolizione si è estesa anche al maxi!processo-bis costruito in buona misura sulle rivelazioni di Mariano Marsala su certi illuminanti collegamenti tra la mafia di provincia e alcuni personaggi politici. Inutile dire che fa Cassazione ha buttato a mare anche lui.Dai colpi di scure non si sono salvati neppure quei processi dovei «pentiti» non erano mai entrati. E' il caso del procedimento contro «i cavalieri del lavoro» di Catania, arrestati dal giudice Carlo Palermo per un giro di false fatture Iva. I provvedimenti furono annullati, il processo trasferito a Catania dove proprio ieri il pubblico ministero Giuseppe Bertone ha chiesto il rinvio a giudizio dei maggiori imputati (Rende, Costanzo, Oraci, Parasiliti). Anche il processo per l'omicidio del maresciallo Jevolella, ucciso a Palermo nel 1981 dopo un'indagine su una cosca coinvolta nel traffico della droga, ha subito la sorte degli altri.Nelle decisioni della prima sezione una formula ricorre frequentemente «difetto di motivazione» oppure «motivazioni contraddittorie». Il confine tra il giudizio di merito e quello di legittimità è dunque molto sottile. E per questo Carnevale è stato anche accusato di aver introdotto nei giudizi della Cassazione criteri "innovativi". Ma al «Corriere della Sera» ha dichiarato «Io non ho innovato nulla. Ho riportato alla luce quello che era stato dimenticato nell'oblio degli anni Settanta ed Ottanta. Era mio dovere farlo. Il fenomeno delle prove "non vestite" deve cessare».Per annullare l'ergastolo al tre presunti killer di Basile — Armando Bonanno, Vincenzo Puccio e Giuseppe Madonia arrestati praticamente con le pistole fumanti — stavolta Carnevale non è entrato nel merito ha usato un metro rigorosamente formale. Ha colto un insanabile «vizio procedurale» nel fatto che, nel processo in corte d'assise d'appello, era stata sbagliata la data di estrazione dei giudici popolari nell'avviso spedito al difensori.La corte aveva superato il problema sostenendo che, trattandosi di una «mera irregolarità», non era in grado di intaccare il diritto di difesa. E in questa tesi era confortata da una costante giurisprudenza. Nell'ordinanza era, tra l'altro, richiamata una decisione analoga assunta in via incidentale, dalla Corte costituzionale. Al contrarlo della Consulta Carnevale ritiene invece che quell'errore è proprio irreparabile.In questo modo è stato scritto l'ultimo sconcertante atto di una vicenda più che tormentata. I tre imputati, catturati senza un alibi subito dopo il delitto mentre vagavano per le campagne di Monreale, erano stati assolti in primo grado per insufficienza di prove. Dissero, e furono creduti, che erano reduci da un «convegno d'amore» con donne sposate. E da uomini d'onore non fecero mai nomi. Scarcerati e inviati al confino in Sardegna, tagliarono la corda prima del giudizio d'appello che invece li condannò all'ergastolo. Solo Puccio è stato ripreso tre mesi fa a resterà in carcere perché è imputato, come suoi amici, nel maxiprocesso.
Articolo da La Repubblica del 25 Febbraio 1987
'COSI' VANNO IN FUMO ANNI DI INDAGINI'
di Giuseppe CerasaPALERMO Ecco come vanno in fumo anni di sacrifici e di durissimo lavoro. Ecco come si allontana l' accertamento di una verità che sembrava abbondantemente acquisita. Guido Lo Forte, uno dei giudici di punta della Procura della Repubblica di Palermo commenta così le decisioni della Cassazione che lunedì sera ha annullato le condanne all' ergastolo per Giuseppe Madonia, Vincenzo Puccio e Armando Bonanno, considerati i killer del capitano dei carabinieri Emanuele Basile, ucciso a Monreale il 3 maggio del 1980. Lo scriva pure, siamo profondamente amareggiati. Chi fa ogni giorno i conti con le organizzazioni di Cosa Nostra non può che guardare con preoccupazione a segnali che si sommano uno dopo l' altro. Quali siano questi segnali Lo Forte non lo dice, ma in procura e all' ufficio istruzione si vive ormai la sindrome dell' accerchiamento. Prima le polemiche sui maxiprocessi e sull' utilizzo delle dichiarazioni dei pentiti. Poi la sentenza della prima sezione della Cassazione che ha annullato il processo d' appello per l' omicidio Chinnici, ma ha così messo in libertà anche gli uomini d' onore di Cosa Nostra accusati dal pentito Vincenzo Marsala. Poi ancora la vicenda Sciascia, le accuse ai professionisti dell' antimafia, l' insistenza con cui si chiede l' abolizione delle scorte e il ridimensionamento dei servizi di sicurezza, per finire all' imminente riforma della procedura penale. Non può non esserci una regia in tutto questo, dicono i magistrati che da anni lavorano a delicate inchieste sulla piovra e che adesso debbono registrare senza batter ciglio una pericolosissima inversione di tendenza. I timori maggiori riguardano il maxiprocesso in corso nell' aula-bunker contro 475 uomini d' onore e superboss accusati di appartenere a Cosa Nostra. Quale sia la linea della Cassazione è già emerso nei mesi scorsi quando decine di mandati di cattura, confermati dal Tribunale della libertà, sono stati annullati dalla Suprema Corte. E adesso c' è chi teme il peggio. Gli errori possono sempre accadere, osserva Leonardo Guarnotta, uno dei giudici che ha lavorato all' istruzione del maxiprocesso. E se è già difficile arrivare alla sentenza definitiva in vicende di mafia con solo tre imputati, immagini cosa significa provvedere a 475 notifiche, senza considerare gli obblighi per le parti civili, i termini per gli avvocati e gli imputati a piede libero. Tra i difensori degli imputati al processone contro Cosa Nostra c' è chi ha già sommato 200 motivi di nullità e si ripromette di farli valere in Cassazione. E adesso sulla regolare conclusione del maxiprocesso incombe la richiesta del legale di Luciano Liggio, avvocato Salvatore Traina, che ha chiesto il blocco delle udienze e il rinvio degli atti alla Corte costituzionale. La sentenza della Cassazione costringerà probabilmente lo stesso Ayala a rivedere alcuni passaggi della sua requisitoria che si occupa tra l' altro anche dei mandanti dell' omicidio Basile, cioè della commissione di Cosa Nostra che avrebbe avuto un ruolo decisivo anche nell' esecuzione del comandante del gruppo dei carabinieri di Monreale. In ogni caso non ritengo che la decisione della Cassazione possa avere ripercussioni immediate sul maxiprocesso, rassicura Giuseppe Ayala. Soddisfazione invece tra i penalisti che hanno rappresentato davanti alla Suprema Corte gli interessi di Puccio, Bonanno e Madonia. Quella sentenza non poteva reggere, nota l' avvocato Carmelo Cordaro. Non si fondava su elementi tecnici di prova ma su circostanze generiche. I difensori tra l' altro avevano inutilmente chiesto alla Corte il parziale rinnovo del dibattimento di primo grado, concluso con l' assoluzione dei tre imputati per insufficienza di prove. E questo per verificare anche i tempi necessari per raggiungere il luogo dove era stata abbandonata l' auto usata dai killer dal punto in cui furono arrestati i tre presunti assassini del capitano dei carabinieri, bloccati nelle campagne di Monreale poche ore dopo l' agguato.
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