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Timestamp: 2017-12-12 02:17:26+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art-310', 'art. 309', 'art. 309', 'art. 310', 'art. 309', 'art. 571', 'art. 571', 'art. 581']

Arresti Domiciliari | Il primo blog che parla esclusivamente di Misure Cautelari
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Passateci a trovare 😉
Dal Blog http://www.leggearmi.it/
La domanda sembra strana ma non lo è.
Basta leggere la sentenza del Consiglio di Stato, n. 3329 25 luglio 2016.
Contro Tizio era stata presentata una querela per ingiurie, lesioni e minacce gravi.
A seguito della querela (cioè di un atto di un altro privato) a Tizio, il Prefetto di Bari gli ha vietato di detenere armi.
I TAR della Puglia ha confermato tale decisione e lo stesso ha fatto il Consiglio di Stato, con la sentenza indicata.
Il Consiglio di Stato ha scritto che “Invero il titolare di licenza di p.s. è tenuto, come dianzi esposto, a tenere un comportamento ancor più rigoroso di quello richiesto comunemente ad altre persone ed anche una sola querela, per reati di una certa rilevanza e gravità quali quelli di cui trattasi, può giustificare un provvedimento di divieto di detenzione di armi alla luce proprio delle disposizioni del T.U.L.P.S. e della stessa citata circolare ministeriale.”
Tizio aveva presentato una controquerela (ma solo dopo il provvedimento prefettizio) ma questo non è stato sufficiente per il Consiglio di Stato. Ha infatti affermato solo che se – in seguito alla controquerela – uscisse una sentenza che dichiara che i fatti di cui fu accusato Tizio erano falsi, Tizio potrebbe chiedere la revoca del provvedimento restrittorio.
In chiusura riporteremo gran parte della motivazione della sentenza.
La sentenza così come è fatta è viziata da una mentalità di fondo errata.
Tanto per cominciare se uno ci vuole male e ci querela dicendo il falso non vedo proprio perchè questo debba essere sufficiente a farci perdere i permessi in materia di armi.
Faccio l’avvocato da tanto tempo e ho visto anche querele e denunce del tutto false, fatte al solo scopo di danneggiare o estorcere denaro.
Sarebbe stato quindi logico e giusto specificare che, in presenza di una querela, l’autorità amministrativa aveva il diritto ed il dovere di esaminare la situazione e decidere ma non sulla sola lettura della querela ma sull’esame dei fatti concreti! Perlomeno per come appaiono a prima vista, magari ascoltando dei testimoni o valutando prove o indizi sommari o perlomeno che deduzioni che prescindono da quanto esposto dalla controparte.
Il concetto di fondo sembra sempre il solito: tu cittadino non hai alcun diritto di avere un’arma. Io Stato te lo posso concedere solo se mi va e quando mi va.
In pratica il concetto di base diventa quello che se vuoi conservare il diritto di avere un vecchio fucile da caccia, se ti sputano in faccia ringrazia, se trovi tuo marito o tua moglie che fa sesso nel tuo letto, ringrazia e chiudi la porta, se ti pestano come un tamburo porgi l’altra guancia (se ancora non te l’hanno sfregiata).
Tutto questo è più attinente al Vangelo ed alla santità che non alla condotta di vita corretta che – giustamente deve avere – chi ha una autorizzazione in materia di armi!
Esattamente il contrario di quanto succede negli USA dove al primo posto non c’è lo Stato ma la Libertà, il cittadino (con tutte le differenze del caso, ovviamente).
Anche se questa volta la Magistratura non ha fatto una bella figura, rimane tuttavia il fatto che contro gli abusi eventuali di Prefettura e Commissariati esiste una unica strada, quella del ricorso giudiziale. Mugugni e lamentele non servono assolutamente a nulla se poi si traducono in una accettazione di ingiustizie.
Altre volte la Magistratura ha dato segno di notevole equilibrio e ne abbiamo scritto più volte in questo blog. Ricordo la Cassazione che ha fatto, ad esempio, marcia indietro sui coltelli ad apertura bloccabile (prima considerati come pericolosi pugnali e poi riabilitati).
Riportiamo ora il brano della decisione del Consiglio di Stato: sono parole di per se’ giuste ma carenti per quello che abbiamo rilevato sopra.
“E’ indubbio che la disciplina delle licenze di p.s. pone un rigoroso quadro normativo ispirato al possesso della buona condotta e all’affidabilità nell’uso delle armi, la cui valutazione è rimessa all’autorità di p.s. alla luce di un complessivo giudizio connotato da lata discrezionalità, oltreché in sede di rilascio, anche in sede di rinnovo e permanenza del titolo nel tempo; ed è vero anche che, secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza amministrativa, le situazioni degli interessati devono essere vagliate non già in astratto ma in concreto, sulla base di un’adeguata istruttoria e congrua motivazione, rapportate al momento della valutazione e agli elementi in concreto acquisiti.
Ciò vale anche per quella di cui trattasi, collegata alla tutela della pubblica e privata incolumità connessa proprio all’uso delle armi e quindi al possesso di requisiti soggettivi di specifica affidabilità e di dimostrato bisogno, per cui il Prefetto ha un potere ampiamente discrezionale nel valutare con il massimo rigore qualsiasi circostanza che consigli l’adozione del provvedimento di divieto o di revoca della detenzione dell’arma, in quanto la misura restrittiva persegue la finalità di prevenire la commissione dei reati e, in generale, di fatti lesivi della pubblica sicurezza, con la conseguenza che il detentore deve essere persona esente da mende o da indizi negativi.
Orbene, ad avviso del Collegio, il provvedimento de quo contiene gli elementi indispensabili, in fatto e in diritto, per configurare la fattispecie all’esame, e la Sezione condivide le puntuali argomentazioni già svolte dal giudice di prime cure, che, dopo aver richiamato il contesto normativo e giurisprudenziale, ha sottolineato, come detto, la correttezza della valutazione effettuata dall’Amministrazione sia pure alla luce di una sola querela.
Invero il titolare di licenza di p.s. è tenuto, come dianzi esposto, a tenere un comportamento ancor più rigoroso di quello richiesto comunemente ad altre persone ed anche una sola querela, per reati di una certa rilevanza e gravità quali quelli di cui trattasi, può giustificare un provvedimento di divieto di detenzione di armi alla luce proprio delle disposizioni del T.U.L.P.S. e della stessa citata circolare ministeriale.”
Per leggere l’articolo completo andate su http://www.arresti-domiciliari.com/2017/06/26/critiche-al-sistema-dellappello-ex-art-310-cpp-sullaggravamento-della-misura/
Qualora il giudice di prime cure imponga una misura cautelare ad un indagato, è previsto il sistema del riesame ex art. 309 del codice di procedura penale.
Questo strumento prevede che il Tribunale del Riesame debba valutare e decidere sulla questione presentatagli entro il termine perentorio di giorni 10 dalla ricezione degli atti.
Cosa succede se il Tribunale non risponde entro questi 10 giorni? Succede che la misura cautelare contestata, cade, viene quindi annullata.
Questo è un sistema a garanzia dell’indagato privato della libertà, a mio avviso giustissimo.
Ma vorrei porre l’attenzione su un caso diverso ma simile. Ipotizziamo che all’inizio il giudice delle indagini preliminari abbia disposto tramite ordinanza la misura cautelare dell’obbligo di presentazione alla P.G e che poi, a seguito di presunta violazione della misura, l’abbia aggravata con una più pesante come quella della custodia in carcere.
Qualora il provvedimento sia impugnato dalla difesa dell’indagato non sarà possibile presentare il Riesame (ex art. 309 cpp) bensì l’appello (innanzi allo stesso Tribunale del Riesame) ex art. 310 cpp.
Per leggere l’articolo completo andare su http://www.arresti-domiciliari.com/2017/06/24/critiche/
Nonostante sia in vigore solamente dal 28 giugno, il D.L. 92 del 2014, ha già subito, come al solito, numerose critiche.
La prima caratteristica del decreto che salta all’occhio riguarda l’esigua somma di 8 euro per ogni giorno di tortura o atto inumano subito (nel caso in cui la vittima sia stata scarcerata) prevista come risarcimento che lo Stato Italiano deve all’ex carcerato in questione.
Per quanto riguarda invece il caso in cui la vittima dei trattamenti degradanti ed inumani sia ancora detenuto presso il carcere, il decreto dispone che il soggetto che abbia patito per più di 15 giorni una carcerazione in condizioni inumane, possa presentare un’istanza al magistrato di sorveglianza, chiedendo, a titolo di risarcimento del danno, una riduzione della pena detentiva da espiare pari a un giorno per ogni dieci durante i quali il richiedente ha subito il pregiudizio.
Per leggere l’articolo completo andate su http://www.arresti-domiciliari.com/2014/07/03/interrogare/
Depositate le motivazioni delle Sezioni Unite penali n. 28270/2014 in merito alla necessità di un nuovo interrogatorio per la riemissione del provvedimento cautelare divenuto inefficace ex art. 309 c.p.p. commi 5 (mancata trasmissione atti) e 10 (mancata tempestiva decisione su riesame).
Precedentemente la Quinta Sezione Penale, sempre della Suprema Corte di Cassazione, aveva rimesso alle Sezioni Unite il quesito “Se sia necessario il previo interrogatorio in caso di nuova emissione di misura cautelare, a seguito di dichiarazione di inefficacia di quella precedente, per il mancato rispetto dei termini nel procedimento di riesame”
Per leggere l’articolo completo andare su http://www.arresti-domiciliari.com/2014/07/03/interrogare/
Per leggere l’articolo completo andare su http://www.arresti-domiciliari.com/2014/06/16/risarcimento-ai-detenuti/
Prende corpo, ma dovrebbe essere formalizzato solo al prossimo Consiglio dei ministri, l’annunciato (anche a Strasburgo) rimedio “compensativo” per i detenuti che subiscono o abbiano subito una carcerazione “inumana e degradante”. Il famoso risarcimento ai detenuti.
“Costretto” dalla Corte dei diritti dell’uomo, il governo, in una prima versione del decreto legge approvato venerdì scorso, ha previsto misure risarcitorie consistenti o nella riduzione di un giorno ogni 10 di pena oppure, se si è già fuori dal carcere, in un indennizzo pari a 8 euro per ciascun giorno trascorso in condizioni “degradanti”.
Assai meno dei 20 euro al giorno stabiliti a Strasburgo per risarcire i detenuti, e non senza una serie di condizioni, a cominciare dal periodo minimo di “tortura” sofferto per poter essere indennizzati, cioè non meno di 15 giorni.
Terza ed ultima parte della mia parte nell’e-book sulla normativa contro i maltrattamenti in famiglia.
Con il testo contro il femminicidio (Decreto Legge , testo coordinato 14.08.2013 n° 93 , G.U. 16.08.2013) sono stati apportati degli accorgimenti alla materia al fine di rendere più snello, veloce e sicuro il procedimento e di conseguenza la vita della vittima.
Un’importante novità è la possibilità per le vittime di accedere alla difesa con il gratuito patrocinio a prescindere dal proprio reddito. Questa rappresenta un importante novità perché è fino ad ora era prevista solamente per chi aveva subito delle mutilazioni genitali.
Nel momento in cui non rimane altra scelta, bisogna far partire il procedimento penale.
Per farlo partire nel migliore dei modi e far sì che la situazione venga inquadrata nel giusto contesto (quello del maltrattamento quindi) bisogna prendere dei piccoli accorgimenti.
Prima di tutto è bene fare diverse e numerose segnalazioni alla Polizia. I fatti descritti devono riguardare maltrattamenti avvenuti più volte. La ripetibilità del gesto è fondamentale ai fini della condanna. All’apprendere i fatti da voi descritti la polizia non farà altro che creare un fascicolo e aprire un procedimento. Voi dovrete far aprire diversi fascicoli affinchè vi sia il reato di maltrattamento e non magari delle semplici lesioni (punite diversamente). Nessuno partirà a sirene spiegate verso casa vostra quindi. Ogni volta che raccontate i fatti, ricordate di riportare alcune testimonianze che potranno tornarvi utile, ad esempio indicare se è intervenuto qualche vicino per placare gli animi.
Anche per quanto riguarda la documentazione medica è bene avere diversi interventi del pronto soccorso (naturalmente se veritieri). Anche in questo caso in teoria dovrebbe partire un procedimento penale, ma non è detto che avvenga, spesso il pronto soccorso accetta la prima versione data dal soggetto bisognoso di cure, ad esempio la spesso utilizzata “caduta dalle scale”.
Una volta depositate più querele riguardanti ogni singola lesione/percossa(sul come stipulare al meglio una querela sarebbe meglio farsi aiutare da un avvocato) cominceranno vari procedimenti che saranno poi riuniti in un unico processo per maltrattamenti. Per costituirsi parte civile e quindi ottenere l’eventuale risarcimento del danno per ciò che si ha passato è necessario farsi assistere da un avvocato.
Ecco la seconda parte del mio intervento.
Il reato di Maltrattamento in famiglia, art. 571 c.p.
Il maltrattamento in famiglia è un reato perseguibile d’ufficio, descritto e reso tale dall’art. 571 del codice penale che recita testualmente “
Chiunque,(…) , maltratta una persona della famiglia, o un minore degli anni quattordici, o una persona sottoposta alla sua autorità, o a lui affidata per ragione di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte, è punito con la reclusione da uno a cinque anni.
Viene quindi punito dal nostro Stato chiunque maltratta una persona che in qualche modo si trova in una situazione di sudditanza psicologica con l’aggressore, ma andiamo con ordine.
Innanzi tutto bisogna capire cosa si intende per “maltrattare”, termine fondamentale in quanto rappresenta la condotta tipica che l’ordinamento penale vuole reprimere.
Come è già stato ampiamente descritto in questo e-book, può essere sia fisico che psicologico.
Il maltrattamento si differenzia dalle percosse e dalle lesioni (art. 581 e 582 del nostro Codice Penale) sia per la sua frequenza nel tempo sia per il rapporto che lega aggressore ed aggredito.
Per esserci maltrattamento di regola si richiedono almeno tre diverse condotte violente nel tempo; è quindi importante che quando si subisce un atto violento (ripeto sia fisico che psicologico) lo si possa documentare.
Come vediamo dall’articolo se dagli atteggiamenti violenti ne derivano delle lesioni gravi/gravissime la pena è aumentata.
Questo è un reato perseguibile d’ufficio, ciò significa che per partire il procedimento non ha bisogno di una querela da parte della vittima e che la possibilità di far partire il procedimento penale non decade in soli tre mesi, cosa che accade ad esempio con le percosse o le lesioni lievi.
Per quanto riguarda il rapporto tra maltrattatore e vittima, il legislatore ha riservato particolare attenzione nel descrivere le varie circostanze che possono verificarsi in cui la vittima versa in uno sorta di stato di custodia e quindi fiducia da parte del violento. Il legislatore ha quindi voluto inasprire la pena, come in altri casi, nei riguardi dei soggetti che abusano della loro posizione, anche familiare.