Source: https://www.brocardi.it/legge-professione-forense/titolo-i/art13.html
Timestamp: 2020-08-13 11:29:45+00:00
Document Index: 53188302

Matched Legal Cases: ['art. 13', 'art. 1', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2233', 'art. 2233', 'art. 9', 'art. 13', 'art. 13', 'art. 13', 'art. 25', 'sentenza ', 'art. 13', 'sentenza ', 'art. 13', 'art. 13', 'art. 45', 'art. 25', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 13']

Art. 13 legge professionale forense - Conferimento dell'incarico e compenso - Brocardi.it
Tu sei qui: Fonti > Legge professionale forense > Titolo I - Disposizioni generali > Articolo 13
Articolo 13 Legge professionale forense
Dispositivo dell'art. 13 Legge professionale forense
5. Il professionista è tenuto, nel rispetto del principio di trasparenza, a rendere noto al cliente il livello della complessità dell'incarico, fornendo tutte le informazioni utili circa gli oneri ipotizzabili dal momento del conferimento alla conclusione dell'incarico; è altresì tenuto a comunicare in forma scritta a colui che conferisce l'incarico professionale la prevedibile misura del costo della prestazione, distinguendo fra oneri, spese, anche forfetarie, e compenso professionale.(1)
(1) Comma così modificato dall’art. 1, comma 141, lett. d), L. 4 agosto 2017, n. 124.
relative all'articolo 13 Legge professionale forense
Norma di riferimento: Articolo 13 Legge prof. forense - Conferimento dell'incarico e compenso | Quesito Q202025058
martedì 03/03/2020 - Toscana
“Buongiorno, il mio quesito è seguente.
Ipotizziamo che il signor Tizio voglia intraprendere una causa contro il signor Caio per un risarcimento danni, ed abbia stipulato un patto con il proprio Legale che preveda un compenso composto da due parti: una parte fissa e certa (oltre le spese documentate) ed una dipendente dall’esito positivo della causa, pari al 20% percento del risarcimento ottenuto + il rimborso delle spese legali ed accessorie che sarà stabilito nella sentenza.
Vorrei capire, in quale momento si concretizza per Tizio l’obbligo del pagamento della seconda parte del compenso, cioè quella dipendente dall’esito della causa, nel caso in cui la sentenza di primo grado sia a lui favorevole ma venga impugnata dalla controparte per un ricorso in appello.
Faccio un esempio numerico: Tizio fa causa a Caio ed il Tribunale gli riconosce un risarcimento di 500.000 Euro + un rimborso di 20.000 per le spese legali. Il 20% del risarcimento corrisponderebbe a 100.000 Euro, a cui andrebbero aggiunti 20.000 Euro di rimborso per le spese legali, per un totale di 120.000 Euro (trascuro le spese accessorie, ecc.)
Ma Caio non paga il risarcimento ed impugna la sentenza ricorrendo in appello. Domanda: Tizio deve comunque versare al suo Legale i 120.000 Euro calcolati come sopra, prima ancora che si conosca l'esito dell'appello, e soprattutto: li deve pagare indipendentemente da tale esisto?
Oppure Tizio potrà attendere il giudizio della Corte di Appello (ed eventualmente quello di Cassazione) e versare al suo Legale il 20% del risarcimento che effettivamente avrà ottenuto a sentenza definitiva? Pongo questa domanda per conoscere qual è la normale prassi adottata e le norme applicabili, nel caso in cui nell’accordo tra Tizio ed il suo Legale questo aspetto non sia stato chiaramente regolato.
Un’ultima domanda: da un punto di vista puramente formale, la trattazione di un ricorso di fronte alla Corte di Appello si configura come una nuova causa, oppure come il proseguo di quella iniziata presso il Tribunale di primo grado?
Ringrazio anticipatamente per la risposta.”
Consulenza legale i 13/03/2020
La possibilità che l’avvocato pattuisca col cliente un compenso percentuale rispetto al risultato ottenuto (c.d. patto di quota lite) è stata oggetto nel corso degli ultimi anni di successivi ripensamenti e mutamenti di direzione da parte del legislatore.
Una recente pronuncia della Corte di Cassazione (Sezione III Civile, sent. n. 17726/2018) riassume efficacemente l’evoluzione normativa in materia di patto di quota lite.
Inizialmente, il terzo comma dell'art. 2233 del c.c. prevedeva il divieto per gli avvocati di stipulare ogni "patto relativo ai beni che formano oggetto delle controversie affidate al loro patrocinio sotto pena di nullità e dei danni".
La ratio del divieto, ricorda la Suprema Corte, è sempre stata individuata nell'esigenza di tutelare l'interesse del cliente nonché la dignità e la moralità della professione forense, impedendo la partecipazione del professionista agli interessi economici esterni della prestazione.
In un secondo momento, il D.L. n. 223 del 2006, convertito in L. n. 248 del 2006, in un’ottica di tutela della concorrenza nel settore dei servizi professionali, ha abrogato tutte le disposizioni che prevedevano, con riferimento alle attività libero professionali ed intellettuali, "l'obbligatorietà di tariffe fisse o minime ovvero il divieto di pattuire compensi parametrati al raggiungimento degli obiettivi perseguiti", facendo salve le disposizioni riguardanti "le eventuali tariffe massime prefissate in via generale a tutela degli utenti".
Nello stesso tempo, il decreto legge ha previsto la nullità, se non redatti in forma scritta, degli accordi sul compenso conclusi tra gli avvocati con i loro clienti, così modificando il testo dell'art. 2233 c.c.
Successivamente, il D.L. 24 gennaio 2012, art. 9, convertito in L. n. 27 del 2012 ha previsto l'abrogazione definitiva delle tariffe delle professioni regolamentate, facendo così venir meno oltre i minimi anche i massimi ed introducendo una nuova disciplina del compenso professionale.
Rispetto agli avvocati, la nuova legge professionale forense (L. n. 247 del 2012) ha stabilito che "la pattuizione dei compensi è libera”, precisando che essa può avvenire, tra l’altro, anche “a percentuale sul valore dell'affare o su quanto si prevede possa giovarsene, non soltanto a livello personale, il destinatario della prestazione” (art. 13, comma 3). Tuttavia lo stesso art. 13 della legge professionale ha espressamente previsto (art. 13, comma 4) il divieto dei "patti con i quali l'avvocato percepisca come compenso in tutto o in parte una quota del bene oggetto della prestazione o della ragione litigiosa": reintroducendo in tal modo - secondo la Cassazione - il divieto del patto di quota lite.
Tali previsioni sono sostanzialmente riprodotte dall'art. 25 del nuovo codice deontologico forense.
Nella pratica non è sempre facile distinguere tra patti consentiti e non.
In ogni caso, le Sezioni Unite, con sentenza n. 25012/2014 (emessa nell’ambito in un giudizio disciplinare), pur definendo il patto di quota lite come contratto aleatorio, hanno precisato che ciò non esclude la possibilità di valutarne l'equità: se, cioè, la stima effettuata dalle parti era, all'epoca della conclusione dell'accordo che lega compenso e risultato, ragionevole o, al contrario, sproporzionata per eccesso rispetto alla tariffa di mercato, tenuto conto di tutti i fattori rilevanti, in particolare del valore e della complessità della lite e della natura del servizio professionale, comprensivo dell'assunzione del rischio.
La Corte ricorda che “secondo il Consiglio nazionale forense, il rispetto della proporzionalità della pretesa costituisce canone deontologico che deve improntare la condotta dell'avvocato”: nel caso oggetto della decisione, ad esempio, era stata esclusa la proporzionalità di una percentuale del 30% del risarcimento eventualmente ottenuto, poiché si trattava di “controversia dall'esito ben prevedibile e di non così rilevante difficoltà”, confermando in tal modo la sanzione disciplinare inflitta all’avvocato.
Tornando al caso oggetto del quesito, non si conoscono le caratteristiche del giudizio e non è pertanto possibile formulare valutazioni in merito alla congruità dell’accordo sul compenso. Possiamo affermare, però, che tale accordo è alquanto scarno.
Va ricordato in proposito che l’art. 13 legge professionale stabilisce, al comma 5, che “il professionista è tenuto, nel rispetto del principio di trasparenza, a rendere noto al cliente il livello della complessità dell’incarico, fornendo tutte le informazioni utili circa gli oneri ipotizzabili dal momento del conferimento alla conclusione dell’incarico; a richiesta è altresì tenuto a comunicare in forma scritta a colui che conferisce l’incarico professionale la prevedibile misura del costo della prestazione, distinguendo fra oneri, spese, anche forfetarie, e compenso professionale”.
In ogni caso, e riservata ogni valutazione in merito alla congruità e alla correttezza del patto, deve escludersi che il cliente possa considerarsi tenuto a versare una percentuale su un risarcimento non ancora “ottenuto” (la lettera dell’accordo, come riportata del quesito, è abbastanza chiara), ed oltretutto oggetto di contestazione per essere stata impugnata la sentenza di primo grado.
Tra l’altro, sempre l’art. 13, comma 9 della legge professionale prevede che, in mancanza di accordo tra avvocato e cliente, ciascuno di essi può rivolgersi al consiglio dell’ordine affinché esperisca un tentativo di conciliazione. Se il tentativo non riesce il consiglio, su richiesta dell’iscritto, può rilasciare un parere sulla congruità della pretesa dell’avvocato in relazione all’opera prestata.
La circostanza che, nel nostro caso, la proposta sia stata formulata dal cliente non esime, ad avviso di chi scrive, il professionista dal rispetto degli obblighi deontologici e di quelli previsti dalle norme regolatrici della professione.
Chiaramente, l’avvocato che pretenda l’adempimento di un patto di quota lite non congruo rischia pur sempre di incorrere in responsabilità disciplinare.
Norma di riferimento: Articolo 13 Legge prof. forense - Conferimento dell'incarico e compenso | Quesito Q202024910
Rino E. chiede
martedì 11/02/2020 - Puglia
“Gent.Avvocati,
mi permetto sottrarvi una piccola fetta del vostro tempo per un VS.cortese parere/ consiglio.
Quale Ufficiale di Macchina della Marina Mercantile, presentai, nell'Aprile 2005, presso l' INAIL di Lecce, debita istanza per Certificazione Esposizione Amianto. Dopo innumerevoli e frustranti traversie, rinvii e ritardi, nel 2012 fui costretto a rivolgermi ad un Avvocato, qui a Lecce. Finalmente nell'Ottobre 2018 la causa presso il Tribunale del Lavoro di Lecce si concluse con esito favorevole riconoscendomi circa 15 anni di arretrati di aumento della mia pensione. A suo tempo pero', fidandomi del mio avvocato, firmai purtroppo un Mandato di Patto di Quota lite in cui per la sua parcella si riconosceva la bellezza del 40% dei miei arretrati di pensione, corrispondenti alla considerevole somma di circa 40.000€!!! (Tengo a precisare che la causa non e' stata assolutamente troppo impegnativa poiche' tutte le domande, documentazioni varie, perizie ecc.erano tutte favorevoli e da me presentate per tempo), e l' intera causa si risolse con 4 o 5 udienze.! Allora chiedo : secondo il Vs.autorevole parere non considerate non congruo e sproporzionato una tale somma, rispetto al lavoro svolto?
Come posso comportarmi considerando che in fondo si tratta di arretrati della mia pensione e non di una vincita all'enalotto ? Io sono ben grato all'avvocato per il risultato raggiunto e ben propenso a riconoscergli un ottima parcella...Ma francamente quella cifra mi sembra davvero spropositata...
In fin dei conti, per 43 anni a contatto ( reale) con l' amianto, ci sono stato io.
Nel ringraziarvi del tempo dedicatomi, in attesa di una Vs. cortese risposta,
Consulenza legale i 17/02/2020
La legge professionale forense (legge numero 247/2012), si occupa del patto di quota lite all'art. 13. In particolare, il comma 3 di tale articolo stabilisce che: "La pattuizione dei compensi è libera: è ammessa la pattuizione a tempo, in misura forfetaria, per convenzione avente ad oggetto uno o più affari, in base all'assolvimento e ai tempi di erogazione della prestazione, per singole fasi o prestazioni o per l'intera attività, a percentuale sul valore dell'affare o su quanto si prevede possa giovarsene, non soltanto a livello strettamente patrimoniale, il destinatario della prestazione".
Il comma 4, tuttavia, aggiunge che: "Sono vietati i patti con i quali l'avvocato percepisca come compenso in tutto o in parte una quota del bene oggetto della prestazione o della ragione litigiosa".
Da ciò si evince che, innanzitutto, è valido soltanto l'accordo con il quale il compenso è stabilito a percentuale sul valore dell'affare o su quanto possa giovarsene il destinatario della prestazione, mente è vietato l'accordo con il quale il compenso del legale è rappresentato in tutto o in parte da una quota del bene oggetto della prestazione o della ragione litigiosa.
Una simile distinzione si rinviene anche nel nuovo codice deontologico forense, che si occupa della pattuizione dei compensi all'articolo 25. Dopo aver sancito che questa è libera, fermo restando che l'avvocato non deve chiedere compensi o acconti manifestamente sproporzionati rispetto all'attività svolta o da svolgere, tale norma sancisce che "è ammessa la pattuizione a tempo, in misura forfettaria, per convenzione avente ad oggetto uno o più affari, in base all'assolvimento e ai tempi di erogazione della prestazione, per singole fasi o prestazioni o per l'intera attività, a percentuale sul valore dell'affare o su quanto si prevede possa giovarsene il destinatario della prestazione, non soltanto a livello strettamente patrimoniale". Tuttavia "sono vietati i patti con i quali l'avvocato percepisca come compenso, in tutto o in parte, una quota del bene oggetto della prestazione o della ragione litigiosa".
A violazione della norma deontologica il codice deontologico prevede la sanzione disciplinare della sospensione dall'esercizio dell'attività professionale da due a sei mesi.
Inoltre, il Consiglio Nazionale Forense (CNF) ha in più occasioni affermato "L'avvocato può determinare il compenso parametrandolo ai risultati perseguiti (art. 45 c.d.f. ora art. 25 n.c.d.f.), fermo restando che, nell'interesse del cliente, tale compenso deve essere comunque sempre proporzionato all'attività svolta; siffatta proporzione rimane l'essenza comportamentale richiesta all'avvocato, indipendentemente dalle modalità di determinazione del suo compenso" (CNF n. 260/2015; CNF n. 225/2013 ; CNF n. 11/2010).
Allo stesso modo, la Corte di Cassazione, Sezioni Unite Civili nella sentenza n. 25012/2014 ha precisato che "La proporzione e la ragionevolezza nella pattuizione del compenso rimangono l’essenza comportamentale richiesta all'avvocato, indipendentemente dalle modalità di determinazione del corrispettivo a fui spettante. La norma dell’articolo 45 del codice deontologico riproduce infatti la previsione contenuta nell'articolo 43, punto II, dello stesso codice, che vieta all'avvocato di richiedere compensi manifestamente sproporzionati all'attività svolta. L’aleatorietà dell’accordo quotalizio non esclude la possibilità di valutarne l’equità: se, cioè, la stima effettuata dalle parti era, all'epoca della conclusione dell’accordo che lega compenso e risultato, ragionevole o, al contrario, sproporzionata per eccesso rispetto alla tariffa di mercato, tenuto conto di tutti i fattori rilevanti, in particolare del valore e della complessità della lite e della natura del servizio professionale, comprensivo dell’assunzione del rischio”.
Nel caso oggetto della pronuncia della Cassazione, con il patto di quota lite, il cliente si obbligava, appena ottenuto il risarcimento a corrispondere all'avvocato il 30% di quanto incassato.
Anche la più recente ordinanza della Corte di Cassazione, sez. II Civile, del 26 novembre 2019, n. 30837 si è espressa in maniera analoga, precisando che l'aleatorietà dell'accordo quotalizio non esclude la possibilità di valutarne l'equità, valutando se la stima effettuata dalle parti era, all'epoca della conclusione dell'accordo, ragionevole o, al contrario, sproporzionata per eccesso rispetto alla tariffa di mercato, tenuto conto di tutti i fattori rilevanti, in particolare del valore e della complessità della lite e della natura del servizio professionale, comprensivo dell'assunzione del rischio.
Nel caso di specie, alla luce della normativa di riferimento e della citata giurisprudenza, considerata la riferita modesta complessità della causa, si ritiene che il patto di quota lite stabilito per una percentuale così elevata (40%) degli arretrati di pensione possa essere considerato irragionevolmente sproporzionato.
Pertanto, si consiglia di rivolgersi al Consiglio dell’Ordine di appartenenza dell’avvocato per contestare la parcella con un ricorso in prevenzione su liquidazione.
Norma di riferimento: Articolo 13 Legge prof. forense - Conferimento dell'incarico e compenso | Quesito Q201924597
lunedì 30/12/2019 - Campania
“Controversia giudiziale tra società (omissis) proprietaria di un parcheggio automatizzato e assicurazione GROUPAMA, assicurazione di autovettura che ha danneggiato colonnina di entrata.
l'avvocato che ha ricevuto incarico ha espletato tutto iter del giudizio richiedendo a suo nome le spese processuali che il giudice vorrà riconoscere, restiamo solo in attesa dello stesso.
dopo l'ultima udienza ha provveduto ad inviarci fattura e con mail allegata relative specifiche delle prestazioni professionali
abbiamo provveduto al pagamento integrale precisando "sicuri della vittoria in sentenza per quanto da noi pagato e per le competenze legali certamente vorrà ristornarci quanto da noi anticipato per le spese legali fino alla concorrenza di € ……….. (totale di spese vive+onorari)"
il nostro avvocato si offende e contesta la nostra richiesta rifiutando ogni eventuale riaccredito in virtù della Cass. 25992/18.
precisiamo che e non vi è alcun accordo tra le parti, il nostro legale afferma che in virtù della sopracitata sentenza nulla ci è dovuto .”
È vero che la pronuncia citata nel quesito (Cass. Civ., Sez. VI - 2, ord. n. 25992/2018), ha affermato che "in tema di onorari dovuti dal cliente al proprio avvocato, anche nel vigore della nuova disciplina dell'ordinamento della professione forense, di cui alla l. n. 247 del 2012, la loro misura prescinde dalle statuizioni del giudice contenute nella sentenza che condanna la controparte alle spese e agli onorari di causa e deve essere determinata in base a criteri diversi da quelli che regolano la liquidazione delle spese fra le parti".
In proposito, l'art. 13 della L. n. 247/2012 ("Nuova disciplina dell'ordinamento della professione forense"), stabilisce al secondo comma che il compenso spettante al professionista è pattuito "di regola" per iscritto, all'atto del conferimento dell'incarico professionale.
Nel nostro caso, tuttavia, non risulta stipulata alcuna pattuizione relativa alla misura degli onorari.
La norma prosegue precisando che la pattuizione dei compensi è libera (ad esempio, sono ammesse la pattuizione a tempo, quella forfettaria, etc.).
Inoltre il medesimo articolo prevede, a carico dell'avvocato, una serie di obblighi informativi, in ossequio al principio di trasparenza: l'obbligo di rendere noto al cliente il livello di complessità dell'incarico, fornendo tutte le informazioni utili circa gli oneri ipotizzabili dal momento del conferimento alla conclusione dell'incarico; l'obbligo di comunicare in forma scritta a colui che conferisce l'incarico professionale la prevedibile misura del costo della prestazione, distinguendo fra oneri, spese, anche forfettarie, e compenso professionale.
Nel caso in cui, all'atto dell'incarico o successivamente, il compenso non sia stato determinato in forma scritta, o comunque in ogni caso di mancata determinazione consensuale, nonché in caso di liquidazione giudiziale dei compensi, si farà riferimento ad appositi parametri, indicati in un decreto emanato dal Ministro della Giustizia.
Alla luce di quanto sopra, è evidente che il legale non potrà determinare unilateralmente il proprio compenso.
Peraltro, il comma 9 della norma in esame stabilisce che, in mancanza di accordo tra avvocato e cliente, ciascuno di essi può rivolgersi al consiglio dell'ordine cui è iscritto il professionista, affinché esperisca un tentativo di conciliazione.
Qualora non si raggiunga l'accordo, il Consiglio, su richiesta dell'iscritto, potrà rilasciare un parere sulla congruità dei compensi richiesti dall'avvocato, in relazione all'opera prestata.