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Timestamp: 2018-04-21 09:19:26+00:00
Document Index: 69831112

Matched Legal Cases: ['art. 227', 'sentenza ', 'art. 417', 'art. 417', 'art. 33', 'art. 417', 'art. 4']

studiolegaleguarna | Studio Legale Avv. Fabio Guarna
Archivio autore: studiolegaleguarna
di studiolegaleguarna il 24 novembre 2017
Trattando della condizione della donna e della violenza che esse spesso subiscono, il mondo occidentale spesso scivola in generalizzazioni quando lega l’argomento all’islam. Il tema che è molto delicato meriterebbe un’analisi approfondita per evitare anche i luoghi comuni che vorrebbero le donne islamiche assoggettate ad una condizione di semi-schiavitù e su cui la violenza dell’uomo sarebbe legittimata anche dai versi del corano. In questa sede – pur riconoscendo che in alcuni paesi musulmani la normativa dettata per la tutela della donna è rispetto a molte società occidentali molto indietro – cercheremo nei limiti della brevità dell’esposizione di evidenziare una linea di tendenza che riguarda il processo di riforme in atto in alcuni stati del mondo islamico che riguarda la condizione femminile. Ci viene in soccorso il recente voto del parlamento tunisino che ha approvato all’unanimità una legge contro la violenza e i maltrattamenti sulle donne e per la parità di genere. Si tratta di un testo di legge formato da più di 40 articoli che ha l’obiettivo di assicurare alle donne misure di difesa contro atti di discriminazione e individua misure di prevenzione e protezione contro ogni tipo di violenza che una donna possa subire. Vero è che la sola previsione di misure di prevenzione non è sufficiente se ad esse non si accompagnano atti concreti da parte delle istituzioni, come ad esempio il finanziamento di organizzazioni finalizzate a tradurre in concreto la legge. Senza dubbio però un passo è stato fatto e già rilevare come in Tunisia con il nuovo testo si sia riuscito ad abrogare l’art. 227 bis del codice penale del paese islamico che stabiliva la possibilità di “condono” della pena per lo stupratore di una minorenne nel caso si fosse unito in matrimonio con la vittima, denota un trend legislativo positivo. E forse rivela anche una presa di coscienza da parte della società tunisina del ruolo e dell’importanza della donna se si pensa che la legge ha, fra i suoi articoli, anche norme programmatiche mirate a rendere reale l’uguaglianza tra i sessi riconosciuta dalla costituzione. Non solo ma a ciò si aggiunge che nel quadro normativo in questione, è presente un generale inasprimento delle pene per chi si macchia di violenza o molestie nonché si prevedono o meglio sono “tipizzati” nuovi reati, un tempo non contemplati in maniera specifica contro le donne. Interessante nel testo la definizione di violenza che si intende come “ogni tipo di aggressione fisica, morale, sessuale o economica basata sulla discriminazione tra i due sessi e che generi sofferenza fisica, sessuale, psicologica o economica nella donna”. La definizione, così larga e onnicomprensiva di ogni forma di violenza, è sufficiente per smentire una volta per tutte i luoghi comuni sulla sensibilità verso la difesa della donna nel mondo musulmano. Analizzata tale novità normativa, è utile arricchire la presente ricerca riflettendo su altri aspetti legati all’argomento. E’ opportuno pertanto fare un accenno al corano, considerando l’influenza che esercita sulla legislazione islamica, tentando l’esegesi di alcuni passi di esso, soprattutto quelli dedicate alle donne dove alcuni traduttori ritengono di trovare l’espressione “battetele” riferita a coloro che si ribellano al proprio marito. In realtà, secondo altri, fra questi Laleh Bakhtiar scrittrice americana di origine persiana, il termine significherebbe “mandare via”, differenza di non poco conto destinata a smentire ogni forma di legittimazione della violenza contro le donne
Sulla condizione femminile, anche all’interno del mondo musulmano è possibile fare dei distinguo. In Iran, ad esempio paese a maggioranza sciita, il matrimonio è previsto anche nella forma di “unione a tempo determinato”, estranea al diritto sunnita e quanto al talaq ovvero il ripudio c’è da rilevare che essendo possibile in Persia solo per l’uomo chiedere il divorzio, la giurisprudenza ha trovato uno stratagemma per consentirlo alla donna e quindi mettere i due sessi in parità nella sostanza e non nella forma: poichè il matrimonio è un contratto sottoscritto dalle parti (marito e moglie), il mancato rispetto di alcune regole in esso previste consentono la risoluzione. La moglie contestando davanti al giudice alcune inadempienze del marito, può ottenere una sentenza che la delega a rappresentare il coniuge e attraverso la procura dare a se stessa il divorzio, o più letteralmente farsi ripudiare. Vero è che tentando un’analisi comparata delle varie legislazioni presenti nel mondo arabo, si scopre che ancora nella Tunisia che sopra abbiamo descritto come una delle più progressiste in materia di sensibilità verso l’universo femminile, in tema di eredità, figli e figlie non siano considerati alla stessa stregua e ciò avviene anche in Iran anche se tale discriminazione avviene in maniera più contenuta. In Iran – val la pena di annotarlo – da poco è stato varato il nuovo codice civile che introduce anch’esso, rispetto al passato, diverse innovazioni a favore delle donne. Certo, molti passi per rendere reale l’uguaglianza fra uomini e donne nelle legislazioni islamiche sono da fare, nè però può essere l’occidente il metro di misura quanto all’introduzione di nuove norme in merito alla condizione femminile. La diversità delle culture, il ruolo assegnato nei secoli alle donne nell’islam, non consente spesso di fare dei paragoni. Il dato che emerge però che anche nel mondo musulmano qualcosa sta cambiando e va nella direzione di assicurare sempre maggiori tutele alle donne, contrariamente a quanto spesso viene fatto troppo superficialmente credere.
di studiolegaleguarna il 22 ottobre 2017
L’economia pubblica, costituisce il settore su cui i moderni sistemi economici dovranno continuare sempre più a misurarsi. E davanti ad una economia e finanza sempre più globalizzata, sarebbe interessante analizzare quali forme di tutela della pubblica economia gli stati aperti al libero mercato hanno nel corso della loro storia adottato. Per quanto riguarda il nostro paese, lo studio non può non concentrarsi sul titolo ottavo del codice penale mettendo da parte ogni considerazione di natura tecnica sulla formulazione delle norme in esso presenti e sulla presunta volontà del legislatore dell’epoca di non darne effettiva applicazione. L’analisi potrebbe considerarsi utile per individuare una linea di produzione legislativa alla quale l’attuale e futuro legislatore è e sarà destinato a fare i conti. Ed infatti, la previsione, nel C.P. c.d. Rocco, del 1930, di un titolo autonomamente finalizzato alla tutela dell’economia pubblica, l’industria ed il commercio ha, come presupposto, – a fronte della straordinaria espansione, nel mondo moderno, della produzione industriale e delle attività commerciali – la necessità dell’intervento dello Stato anche in questo campo per la difesa, sul piano interno, degli interessi generali e collettivi nella loro dialettica con quelli privati ed individuali e per il presidio e l’accrescimento, sul piano internazionale, della propria ricchezza, a paragone di quella degli altri Paesi. Una necessità che si avverte anche nei paesi europei, dove nonostante ci sia l’UE, la forza economica di ogni singolo Stato, è destinata a incidere sulle scelte di tutti. La difesa sino alla sanzione penale dell’economia pubblica rappresenta, – nella prassi prima ancora che nella teoria – una marcata evoluzione dei principi del liberismo economico. Ma si tratta anche, d’una risoluzione, – di gran lunga anteriore alla teorizzazione di quest’ultimo – che, di fatto tutti gli Stati moderni, chi più chi meno, hanno via via conosciuto ed adottato sin dal loro originario e controverso radicamento nella forma capitalistica. Vero è comunque, – tornando al codice Rocco – che esso con l’introduzione, nelle sue previsioni di tutela, del titolo VIII, si manifesta fortemente innovativo rispetto al codice Zanardelli del 1889. Quest’ultimo, infatti, in tacita e rigorosa osservanza dei principi del liberismo economico aveva ignorato il concetto di economia pubblica collocando i delitti ad essa – ove riconosciuta – riconducibili o fra quelli contro la fede pubblica (frode in commercio ad es.) o fra quelli contro la libertà (sciopero). “Il vertiginoso sviluppo di ogni attività industriale e commerciale – argomenta, per contro, il guardasigilli A. Rocco nella relazione sul progetto del suo codice – caratteristico dell’età nostra, accentuando ognor più, anche in questo campo, la necessità di una netta prevalenza degli interessi pubblici e collettivi su quelli degli individui, consigliava di raggruppare organicamente le sanzioni intese a costituire una compiuta tutela del pubblico interesse al corretto, libero e normale svolgimento dei fattori della produzione e della ricchezza nazionale”. Subito dopo il Ministro, si preoccupa di integrare la sua scelta con la dottrina fascista facendola discendere in forma trasversale, soprattutto da quella: “Le disposizioni di questo titolo hanno stretto riferimento alle nuove concezioni politiche e sociali della dottrina fascista, dappoiché esse intendono apprestare un’efficace e specifica difesa degli istituti e presupposti fondamentali dello Stato corporativo quale fu creato e si viene organizzando sulla scorta dei principi fissati nella carta del lavoro”. Significativamente ma altrettanto onestamente lo Stato corporativo posto alla base del tutto è dato – peraltro non senza ottimismo – per quel che oggettivamente era in quel momento, ossia in formazione (“quale fu creato e si viene organizzando”). Non manca, di seguito e nello stile perentorio e trionfalistico del tempo, la conclusione: “La opportunità d’una più rigorosa tutela della produzione nazionale è, infatti, in diretto rapporto con il fine supremo che alla produzione stessa è assegnato: l’affermazione, lo sviluppo della potenza nazionale”. Con eguale decisione e qualificando più marcatamente l’intervento dello Stato nell’economia come una invenzione “rivoluzionaria” del Fascismo, si espresse, qualche anno dopo, Mussolini in un noto discorso che tenne dinanzi all’Assemblea Generale del Consiglio Nazionale delle Corporazioni. In merito, per completezza è opportuno rilevare, che non si trattava di una novità, e ci sono sufficienti elementi per affermarlo. Basterebbe infatti analizzare la legislazione preunitaria e segnatamente il codice penale parmense e quello del Regno di Sardegna. Vero è che la tutela dell’economia pubblica restò solo nelle intenzioni del legislatore dell’epoca e le norme inserite nel codice Rocco non ebbero facile applicazioni. Ma è anche vero che si potrebbe sostenere come l’intervento dello Stato nell’Economia in varie forme (vedi ad es. il salvataggio di tante banche) e la sua tutela penale non devono essere letti solamente in chiave storica ma vanno studiati come essi rappresentino l’effetto della crisi del capitalismo ma al contempo anche uno dei volti in cui esso si presenta. Pertanto il diritto penale dell’economia sia nell’impianto del codice che nelle norme complementari che si collocano al di fuori di esso è destinato all’espansione.
di studiolegaleguarna il 13 luglio 2017
Si tratta di questioni che riguardano il comparto scuola ma più in generale quello dell’intera della pubblica amministrazione relativamente ai soggetti che ne assumono la difesa in giudizio.
E’ noto infatti che al fine di ridurre il notevole carico di lavoro dell’Avvocatura dello Stato è stato introdotto l’art. 417 bis cpc che si applica nelle ipotesi in cui la P.A. sia attrice o convenuta e offre la possibilità ai dipendenti della stessa P.A. di sostenere la difesa dell’Amministrazione davanti al giudice del lavoro, a meno che non vengano in rilievo questioni di massima o di notevoli riflessi economici dove è l’Avvocatura dello Stato che decide di assumere direttamente la trattazione della causa.
Si tratta di un articolo che ha subito diverse critiche da parte della dottrina perché nella riforma del processo del lavoro gli uffici legali non si limitano soltanto come in passate esperienze simili alla predisposizione di relazioni per l’Avvocatura dello Stato o alla trasmissione di documenti ma provvedono a compiti più complessi come la redazione degli atti difensivi e le attività di udienza.
Le critiche da parte della dottrina sono arrivate considerando, fra le altre cose, il dettato dell’art. 417 bis in cui si usa l’espressione “dipendenti”, per l’affidamento della rappresentanza in giudizio dell’ente. L’espressione è abbastanza generica e potrebbe confliggere con l’art. 33, comma 5 Cost., che prescrive il superamento di un esame di Stato per l’abilitazione all’esercizio professionale e anche al diritto costituzionalmente garantito alla P.A. di avere un’adeguata difesa in giudizio.
E’ frequente infatti che nei primi gradi di giudizio l’avvocatura a cui è stato notificato l’atto come previsto dalla normativa vigente non assuma la lite e lasci dunque la rappresentanza all’Amministrazione che si avvale di propri dipendenti.
Ciò è consentito soltanto limitatamente al giudizio di primo grado e riguarda anche la fase cautelare (il classico provvedimento d’urgenza) e dunque considerata la natura impugnatoria dovrebbe escludersi nel procedimento del reclamo come affermato dal trib. di Caltanissetta con la pronuncia del 29 marzo 2000.
Così come potrebbe accadere l’esatto contrario in cui si presenti la circostanza che un dipendente dell’ufficio legale sia fra i soggetti citati o comunque interessati alla causa e ciò metterebbe in discussione il principio di terzietà garantito invece dall’avvocatura, per cui la facoltà concessa all’amministrazione ex art. 417 bis di stare in giudizio “avvalendosi direttamente di propri dipendenti” non dovrebbe trovare seguito, quantomeno per ragioni di opportunità e comunque potrebbe considerarsi anche una questione di massima.
In questi casi l’atto di delega o la previa intesa con l’avvocatura che alcuni uffici giudiziari spesso pretendono, ma non sempre, sarebbe interessante da verificare anche se è prassi di considerare atti irrilevanti nel processo e quindi sottratti al parere del giudice.
di studiolegaleguarna il 23 aprile 2017
di studiolegaleguarna il 18 luglio 2016
di studiolegaleguarna il 30 marzo 2016
Uno degli aspetti trascurati relativi al nuovo piano straordinario di mobilità è quello che riguarda la mobilità professionale.
Ed infatti, la norma che mette dei paletti per chiederla ad una parte del personale immesso in ruolo, è prevista dal contratto. Si tratta dei docenti assunti nell’anno in corso che non avendo svolto il periodo di prova non potranno chiedere di passare ad altro ruolo o cattedra a cui si aggiungono coloro che non lo hanno superato lo scorso anno. La legge 297/94 demandava al contratto ’95 la regolamentazione dell’istituto e i sindacati hanno sostenuto l’idea nei vari contratti che fosse necessario per la mobilità avere superato il periodo di prova.
Messa da parte la circostanza che, alla luce della nuova legge 107/15 che non fa alcun cenno a questo requisito la questione potrebbe essere oggetto di analisi del dipartimento della funzione pubblica, è opportuno rilevare come di fatto si sia creata una netta (ulteriore) discriminazione fra neoassunti e personale già di ruolo la cui responsabilità si sono assunti evidentemente i sindacati firmatari.
Un tempo, la questione non fa meraviglia se veniva trascurata, considerato il sistema di reclutamento abbastanza contenuto nel generare casi come quelli che si sono presentati con l’attuale voluto dalla riforma sulla buona scuola.
E’ sufficiente pensare che l’algoritmo non ha distinto nel reclutamento fra varie figure d’insegnanti (ad esempio insegnanti di scuola primaria e superiori, ITP e docenti laureati etc.) nonostante la legislazione scolastica puntualizzi sempre la differenza quasi a volere sottolineare una distinzione fra le due figure che effettivamente esiste se si pensa ai livelli retributivi e all’inquadramento giuridico.
Per cui molti docenti per il fatto di avere un punteggio nella graduatorie più alto in una classe di concorso di livello inferiore si sono visti assunti in quella classe di concorso pur avendo la possibilità di esserlo in quella che avrebbero desiderato e addirittura in alcuni casi anche nella stessa prima provincia indicata all’atto della domanda.
Una situazione per la quale si sarebbe dovuto trovare un rimedio per quanto non sufficiente rispetto all’ingiustizia subita, consentendo la mobilità professionale subito ai neoassunti. Stando così le cose le possibilità di passaggio nel ruolo su cui verosimilmente essi avrebbero sperato sono destinate ad diventare sempre più ridotte, considerato che il prossimo anno andranno ad occupare i posti disponibili per la mobilità professionale i docenti che hanno superato il periodo di prova negli anni passati.
Cosicché i docenti in questione sono stati scavalcati da docenti con minore punteggi (quindi meno titoli ed esperienza) assunti quest’anno, si troveranno ad essere scavalcati per l’anno futuro dai docenti che hanno superato il periodo di prova ed ora, essendo loro preclusa la possibilità di partecipare al concorso, anche dai nuovi vincitori.
Insomma i sindacati firmatari dovrebbero dare delle risposte in merito, sempre che il dipartimento della funzione pubblica non decida di trattare anche queste ipotesi di norme contrattuali che se dovesse essere considerata definitivamente superata la legge 297/94, avrebbero aggiunto qualcosa che la legge 107/15 non prevede con le conseguenze che ne derivano.
di studiolegaleguarna il 12 marzo 2016
A quasi tre mesi dalla presentazione della seguente interrogazione parlamentare, il Ministro Stefania Giannini non ha dato ancora alcuna risposta
Immissioni in ruolo, declassamento attraverso algoritmo: interrogazione parlamentare su effetti L. 107/2015
In data 22 dicembre 2015 il Senatore Nicola Morra (M5S), primo firmatario ha presentato al Ministro dell’Istruzione Stefania Giannini, la seguente interrogazione parlamentare a risposta scritta.
http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=Sindisp&leg=17&id=955028
Legislatura 17 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05017
Atto n. 4-05017
MORRA , ENDRIZZI , MORONESE , PUGLIA , MANGILI , PAGLINI , TAVERNA , SERRA , DONNO – Al Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca. –
numerosi docenti hanno partecipato al piano di immissioni in ruolo ex legge n. 107 del 2015 (cosiddetta la Buona Scuola) in possesso di più abilitazioni con livello retributivo e inquadramento giuridico differenti;
gli stessi risultano destinatari di una proposta di assunzione a tempo indeterminato per la fase C nell’organico funzionale della prima provincia indicata all’atto della domanda per la classe di concorso di livello inferiore, pur essendoci posto per loro in quella di livello superiore sempre nella prima provincia indicata;
le classi di concorso in cui sono stati assunti i docenti rientrano in un profilo professionale (categoria C, livello 6, docenti diplomati scuola secondaria superiore) inferiore rispetto alla classe di concorso di livello superiore (categoria D, livello 7, docenti laureati scuola secondaria superiore) (nell’interrogazione c’era un refuso ndr);
il trattamento retributivo per le classi di concorso in cui sono stati assunti è inferiore rispetto a quella per la quale avrebbero avuto titolo ad essere immessi in ruolo ed è inferiore anche sotto il profilo dell’inquadramento giuridico rispettivamente di sesto e di settimo livello;
nella stessa prima provincia indicata risultano destinatari di una proposta a tempo indeterminato candidati con punteggio inferiore nella classe di livello superiore rispetto a coloro che sono stati assunti nel livello inferiore (ovvero minore di quello dei docenti immessi in ruolo nella classe di concorso di livello inferiore anziché superiore);
ciò comporta un evidente danno sia sotto il profilo economico per i docenti sia sotto il profilo dell’inquadramento giuridico nei ruoli dell’amministrazione statale, anche ai fini di una futura mobilità intercompartimentale;
i docenti risulterebbero esclusi per l’anno in corso dalla possibilità di svolgere il periodo di prova nella classe di concorso di livello superiore e, dunque, il piano di mobilità previsto per il prossimo anno li vedrebbe in posizione subordinata ai fini di un passaggio di cattedra rispetto ai docenti immessi in ruolo nella classe di livello superiore nell’anno in corso;
il criterio di esprimere una preferenza nei confronti della materia per la quale essere immesso in ruolo non è stato consentito dalla legge per i candidati iscritti nelle GAE (graduatorie ad esaurimento) in possesso di più abilitazioni e aspiranti ad un posto nelle materie comuni, diversamente da come è avvenuto per gli insegnanti specializzati di sostegno o per coloro che risultavano presenti nelle graduatorie dei concorsi ordinari e in quelle ad esaurimento;
il dettato normativo in merito a quest’ultimo punto pare profilare motivi di contrasto con l’art. 4, comma secondo, della Costituzione secondo il quale: “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”. A parere degli interroganti in questo caso, nelle proprie possibilità, potrebbe rientrare il possesso dell’abilitazione, mentre nella propria scelta la decisione dei docenti, che all’atto della domanda avrebbero dovuto inserire e che invece è stata loro impedita, di scegliere per quale classe di concorso partecipare al piano d’immissioni in ruolo;
l’esclusione dei docenti dall’insegnamento delle materie giuridiche ha comportato per gli studenti un evidente danno, poiché il posto è stato assegnato a docenti con minore punteggio e, quindi, meno titoli ed esperienza;
a giudizio degli interroganti, appare iniquo e illogico stabilire che il punteggio maturato in una classe di concorso di livello sesto è assimilabile a quello di un livello settimo,
quali iniziative il Ministro in indirizzo intenda assumere per impedire il protrarsi di questo grave caso di iniquità e consentire ai docenti in questione di rientrare nel livello di insegnamento che sarebbe loro dovuto;
se non consideri, trattandosi di organico dell’autonomia validato dal Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, di dover procedere in via di autotutela e convertire, a richiesta dei docenti interessati, il posto in organico nella classe di concorso di livello inferiore immettendo in ruolo i docenti nella classe di concorso di livello superiore, lasciando così inalterato il numero dei posti previsti in provincia e quindi su base nazionale, mantenendo così invariate le aspettative degli immessi in ruolo con punteggio inferiore;
se ritenga opportuno adottare iniziative di carattere normativo al fine di risolvere alcune disparità riguardanti i docenti neo-immessi in ruolo attraverso il piano C della Buona Scuola, che, a parità di condizioni, risultino assunti in un livello d’inquadramento retributivo di livello sesto sulla base degli esiti dell’algoritmo, il quale, nel procedere all’individuazione dei neo-assunti, ha considerato con precedenza il punteggio maturato nella classe di concorso di livello sesto ignorando che gli stessi docenti sarebbero stati assunti in altra materia con livello d’inquadramento retributivo di livello settimo;
se non intenda, inoltre, assumere iniziative di carattere normativo, al fine di ottenere il passaggio immediato nella classe di concorso di livello settimo con il riconoscimento giuridico del periodo di servizio prestato nel livello sesto anche ai fini del periodo di prova, visto che agli adempimenti provvede l’Ufficio scolastico regionale di appartenenza dei docenti che hanno richiesto il passaggio stesso.