Source: https://personaedanno.it/articolo/successioni-la-rinuncia-all-eredit
Timestamp: 2018-10-20 21:48:14+00:00
Document Index: 81753014

Matched Legal Cases: ['art. 519', 'art. 485', 'art. 485', 'art. 484', 'art. 519', 'art. 519', 'art. 519', 'art. 1350', 'art. 28', 'sentenza ', 'art. 519', 'art. 525', 'art. 46']

Successioni: la rinuncia all'eredità
Interessi protetti - Interessi protetti - Riccardo Mazzon - 12/09/2018
Il chiamato all’eredità può senz’altro rinunciare all’eredità (anche il minore può senz’altro essere autorizzato a rinunciare all’eredità – così come gli emancipati, interdetti o inabilitati -, ma con l’osservanza delle regole dettate a sua - loro - protezione dagli articoli 321, 374 e 394 del codice civile), ma per la rinunzia, a differenza di quanto ammesso per l'accettazione dell'eredità (che può essere oltre che espressa, tacita ovvero presunta: cfr., amplius, il capitolo terzo del volume "MANUALE PRATICO PER LA SUCCESSIONE EREDITARIA", Riccardo MAZZON 2015), l'art. 519 c.c. richiede un rigido formalismo, per cui non è ammessa una rinunzia “per facta concludentia” - così anche Trib. Napoli, sez. VIII, 8 giugno 2011, RN, 2013, 2, 438.
Naturalmente, la rinuncia all'eredità posta in essere dopo la scadenza del termine di cui all'art. 485 c.c. (cfr. il capitolo quarto, in particolare il paragrafo 4.2., del volume richiamato) dal chiamato all'eredità che si trovi nel possesso dei beni ereditari non ha alcun effetto, in quanto, in tal situazione, il chiamato all'eredità è considerato erede puro e semplice (così anche Cass. sez. trib., 10 dicembre 2007, n. 25728, GCM, 2007, 12); infatti, l'onere imposto - dall'art. 485 c.c. al chiamato possessore di beni ereditari - di fare l'inventario - entro tre mesi dal giorno dell'apertura della successione o della notizia di essa - condiziona non solo la facoltà del chiamato di accettare l'eredità con beneficio d'inventario (ex art. 484 c.c.), ma anche quella di rinunziare all'eredità ai sensi dell'art. 519 c.c. in maniera efficace nei riguardi dei creditori del “de cuius”, dovendo il chiamato, allo scadere del termine previsto per l'inventario, “essere considerato erede puro e semplice” (Cass., sez. II, 5 maggio 2008, n. 11018, RN, 2009, 5, 1274).
Ad ogni buon conto, la rinunzia all'eredità deve: (1) essere effettuata con dichiarazione ricevuta da un notaio o dal cancelliere del Tribunale del circondario in cui si è aperta la successione; (2) inserita nel registro delle successioni (queste formalità vanno espletate, a cura di almeno una delle parti, anche quando la rinunzia venga fatta gratuitamente a favore di tutti coloro ai quali si sarebbe devoluta la quota del rinunziante: sino a che tali formalità non siano state espletate, neppure tale rinuncia – qualificata - può avere effetto).
In verità, l'inserzione dell'atto di rinuncia all'eredità nel registro delle successioni costituisce una forma di pubblicità funzionale a rendere la rinuncia opponibile ai terzi e non ai fini della sua validità: ne consegue, ad esempio, che il creditore ereditario, che agisca in giudizio contro l'erede per il pagamento dei debiti del “de cuius”, a fronte della produzione di un atto pubblico di rinunzia all'eredità, ha l'onere di provare, anche solo mediante l'acquisizione di una certificazione della cancelleria del Tribunale competente, “il mancato inserimento dell'atto “de quo” nel registro delle successioni” (Cass., sez. III, 13 febbraio 2014, n. 3346, GCM, 2014).
E se è vero, com’è vero, che ai sensi dell'art. 519 c.c. la rinunzia all'eredità deve essere fatta in forma solenne, con dichiarazione resa davanti al notaio o al cancelliere; e che tale forma non può essere sostituita dalla scrittura privata autenticata ed è a pena di nullità (in quanto l'indicazione dell'art. 519 c.c. rientra tra le previsioni legali di forma “ad substantiam”, di cui all'art. 1350, n. 13, c.c.), ne consegue altresì che sussiste la responsabilità disciplinare del notaio, ex art. 28, n. 1, l. n. 89/1913, per aver redatto un atto espressamente proibito dalla legge, a seguito dell'effettuazione di rinunzia all'eredità con scrittura privata autenticata e non con atto pubblico (così, recentemente, Cass., sez. II, 20 febbraio 2013, n. 4274, RCP, 2014, 2, 580).
Diverso, invece, il caso dell’eventuale rinuncia al diritto, patrimoniale (e perciò disponibile) e potestativo, del legittimario di agire per la riduzione delle disposizioni testamentarie lesive della sua quota di riserva, dopo l'apertura della successione: è questo un diritto rinunciabile anche tacitamente, sempre che detta rinuncia sia inequivocabile, occorrendo a tal fine un comportamento concludente del soggetto interessato che sia incompatibile con la volontà di far valere il diritto alla reintegrazione; così, sulla base di questi principi, la Suprema Corte ha potuto cassare la sentenza di merito che, in relazione a donazioni compiute da una madre in favore del proprio figlio, aveva ritenuto che il padre, passato a nuove nozze dopo la morte della prima moglie, avesse rinunciato tacitamente al proprio diritto di agire in riduzione di tali donazioni “per il solo fatto di non aver agito in vita in tal senso, mentre l'azione di riduzione era stata poi promossa dalla seconda moglie, dopo la morte del medesimo” (Cass., sez. II, 20 gennaio 2009, n. 1373, GCM, 2009, 1, 83).
Essendo la rinuncia all'eredità immediatamente produttiva dei suoi effetti giuridici, si rileva comunemente che:
non si trasmette, agli eredi che hanno rinunciato, il debito tributario del “de cuius” (Comm. trib. prov.le Foggia, sez. IV, 15 aprile 2011, n. 54): i chiamati all'eredità che vi abbiano rinunciato - ai sensi dell'art. 519 c.c. - non possono, infatti, essere considerati eredi e, per l'effetto, non sono responsabili del debito d'imposta del “de cuius”, a nulla rilevando che, ai sensi dell'art. 525 c.c., la rinunzia all'eredità non sarebbe atto irrevocabile e definitivo (in quanto essi possono sempre accettare l'eredità, fino a quando il diritto di accettazione non risulta prescritto: cfr. Comm. trib. prov. Reggio Emilia, sez. I, 21 dicembre 2009, n. 226, GM, 2010, 3, 835);
la rinuncia all'eredità - come l'accettazione della stessa - deve ritenersi esercizio di un diritto di “natura strettamente personale” e, quindi - a norma dell'art. 46 l. fall. - indifferente alle incapacità derivanti dallo status di fallito del chiamato rinunciante, perché “la scelta relativa involge considerazioni non necessariamente né esclusivamente patrimoniali” (Cass., sez. trib., 10 marzo 2008, n. 6327, GC, 2008, 5, I, 1150, in tema di imposta di successione);
l'erede del socio accomandante, il quale abbia rinunciato all'eredità, è privo di giuridico interesse ad impugnare l'avviso di accertamento col quale l'erario abbia determinato a carico di una società in accomandita semplice una maggiore imposta: tale accertamento, infatti, non espone al rischio di esecuzione tutto il patrimonio del "de cuius", ma unicamente quella parte di esso conferita nella società, parte che per effetto della rinuncia non può mai essere acquisita dall'erede (Cass. sez. trib. 19 novembre 2007 n. 23884, GCM, 2007, 11).