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Timestamp: 2017-12-16 02:04:21+00:00
Document Index: 149386553

Matched Legal Cases: ['art. 23', 'art. 36', 'art. 38', 'art. 38', 'art. 38', 'art. 31', 'art. 21', 'art. 2', 'art. 6', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 4']

PPT - Diritto internazionale e comunitario dell’ambiente. L’attuazione del protocollo di Kyoto. PowerPoint Presentation - ID:1340623
Diritto internazionale e comunitario dell’ambiente. L’attuazione del protocollo di Kyoto.PowerPoint Presentation
Diritto internazionale e comunitario dell’ambiente. L’attuazione del protocollo di Kyoto.
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Diritto internazionale e comunitario dell’ambiente. L’attuazione del protocollo di Kyoto. dott.ssa Manuela Molinaro B&P avvocati www.buttiandpartners.com. INDICE. 1. Il diritto internazionale dell’ambiente: aspetti generali 2. Il diritto comunitario dell’ambiente: aspetti generali
Diritto internazionale e comunitario dell’ambiente.L’attuazione del protocollo di Kyoto.
dott.ssa Manuela Molinaro
www.buttiandpartners.com
1. Il diritto internazionale dell’ambiente: aspetti generali
2. Il diritto comunitario dell’ambiente: aspetti generali
3. Il protocollo di Kyoto e la sua attuazione
1.1. Introduzione: fonti del diritto internazionale dell’ambiente
1.2. Organizzazioni per la protezione del diritto internazionale dell’ambiente
1.3. Principali trattati di diritto internazionale dell’ambiente
1.4. Principi generali di diritto internazionale dell’ambiente: cenni
1.1. INTRODUZIONE GENERALI
FONTI DEL DIRITTO INTERNAZIONALE DELL’AMBIENTE
Decisioni giurisdizionali
Hard e soft law
Accordi scritti tra due o più Stati, disciplinati dal diritto internazionale, che creano o modificano diritti e doveri.
Descritti anche come “convenzioni”, “accordi”, “protocolli”, “patti”, ecc.
Principali caratteristiche dei TRATTATI
Offrono un quadro superiore di riferimento per affrontare le questioni ambientali, consentendo:
flessibilità di costruzione legislativa
meccanismi per incentivarne il rispetto o l’attuazione
meccanismi di risoluzione delle controversie
I trattati hanno forma scritta e di conseguenza, se confrontati con la consuetudine, sono più accessibili e suscettibili di trovare applicazione: questo aspetto è molto importante nel momento in cui si affronta una materia che richiede chiarezza e risposte giuridiche certe
L’ENTRATA IN VIGORE di un trattato
Corrisponde alla data a partire dalla quale un trattato vincola ufficialmente le parti
Anche qualora sia stato firmato, un accordo multilaterale tipicamente non entra in vigore finché un numero minimo di stati che lo hanno sottoscritto non ha depositato la propria ratifica. RATIFICA: il procedimento attraverso il quale i rispettivi governi nazionali conferiscono efficacia legale alla sottosottoscrizione dei propri rappresentanti
Esempio: La Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici, sottoscritta il 31 dic. 1992, entrò in vigore il 21 marzo 1994 poiché erano richieste 50 ratifiche (art. 23 dell’UNFCCC)
Nel momento in cui un trattato è stilato è impossibile prevedere ogni situazione giuridica o di fatto che può sorgere in futuro
Solo concetti abbastanza vaghi – nel senso di non troppo specifici e precisi – possono essere applicati a situazioni nuove attraverso l’interpretazione: in ogni caso, quando sorge una nuova questione, è sempre difficile stabilire fin dove possa essere coperta dalla disciplina antecedente
Spesso le parti di un trattato non trovano un accordo sulla formulazione di obblighi specifici: pertanto in molti casi tali formulazioni sono vaghe e poco specifiche, e saranno precisate in seguito attraverso l’interpretazione
SOGGETTI COMPETENTI A INTERPRETARE I TRATTATI
Come accade nei sistemi legali nazionali, il compito interpretativo spetta agli organi giurisdizionali.
La Corte internazionale di giustizia (ICJ) è il più conosciuto tribunale internazionale, ma la sua giurisdizione si fonda sul consenso (Statuto della ICJ, art. 36, 29 giugno 1945 – entrato in vigore il 24 ott. 1945)
Anche gli organi giurisdizionali o arbitrali creati dai trattati, quali la Convenzione sui Cambiamenti Climatici, sono competenti a interpretare il diritto
L’attività di interpretazione può essere svolta anche dalle conferenze diplomatiche (ad esempio la Conferenza di Stoccolma sull’Ambiente Umano - 1972), dall’Assemblea Generale dell’ONU e e da istituzioni create da trattati ambientali.
B. LA CONSUETUDINE
Diritto non scritto dedotto dai comportamenti degli Stati, qualora questi ultimi abbiano tenuto tale condotta nella convinzione di essere vincolati a far ciò dalla legge
Secondo l’art. 38 dello Statuto della Corte Internazionale di Giustizia, la consuetudine è la “prova di una pratica generale accettata come diritto”
Il diritto internazionale consuetudinario è creato dalla fusione di un elemento oggettivo e di uno soggettivo
COMPORTAMENTO COSTANTE E UNIFORME (ELEMENTO OGGETTIVO)
La prova necessaria a stabilirlo può derivare da:
corrispondenza e note diplomatiche
affermazioni e voti dei governi in organizzazioni e forum internazionali
ratifiche di trattati contenenti le obbligazioni in questione
opinioni di consulenti legali
Se il comportamento costante è considerato discrezionale, oppure semplicemente conveniente invece che obbligatorio, non è caratterizzato dall’elemento psicologico della “convinzione” e non può essere considerato diritto internazionale consuetudinario.
LA FORMA SCRITTA E NON CODIFICATA DELLA CONSUETUDINE E’ UNA DELLE SUE DEBOLEZZE.
UN RIMEDIO PUÒ ESSERE RAPPRESENTATO DALLA CODIFICAZIONE DEL DIRITTO CONSUETUDINARIO, (OPERAZIONE CHE LO RENDE ACCESSIBILE E PIÙ FACILMENTE CONOSCIBILE, DIMINUENDO PERTANTO L’INCERTEZZA DEL DIRITTO)
C. PRINCIPI GENERALI DEL DIRITTO
Secondo l’art. 38 dello Statuto della Corte Internazionale di Giustizia, “La Corte, la cui funzione è di decidere in base al diritto internazionale le controversie che le sono sottoposte, applica i principi generali di diritto riconosciuti dalle nazioni civili”
Il riferimento ai principi generali di diritto “riconosciuti dalle nazioni civili” è un’espressione un po’ anacronistica degli anni ‘40
Se si interpreta alla lettera l’art. 38 dello Statuto della Corte internazionale di giustizia, i principi internazionali di diritto avrebbero lo stesso status dei trattati e della consuetudine
Sono i tribunali – non gli Stati! – che hanno il potere di enunciare i principi generali di diritto attraverso un processo di induzione
D. DECISIONI GIURISDIZIONALI
Lo Statuto della ICJ limita il ruolo delle decisioni giurisdizionali a quello di “mezzi sussidiari per la determinazione delle regole di diritto”
Una delle ragioni è che le decisioni dei tribunali internazionali, comprese quelle della ICJ, non sono vincolanti, tranne che tra le parti e rispetto alla specifica controversia
Comunque, le decisioni giurisdizionali giocano un ruolo importante in ogni sistema di diritto consuetudinario, rendendo più chiare le regole incerte e non scritte
Inoltre, le decisioni giurisdizionali sono diventate parte del corpo sostanziale del diritto consuetudinario – anche perchè i tribunali internazionali tendono a seguire le decisioni precedenti
E. ACCORDI VOLONTARI
Accanto ai trattati internazionali, negli anni più recenti sono stati stipulati diversi tipi di accordi internazionali volontari
Esempio: accordi di partnership che coinvolgono Stati e soggetti di diritto privato, risoluzioni politiche, codici di comportamento, dichiarazioni, programmi e vari altri strumenti non internazionali
Gli accordi volontari possono essere usati come prova della costanza di un comportamento, sia con riguardo all’interpretazionedei trattati di cui all’art. 31(3)b della Convenzione di Vienna sui Trattati, sia per individuare il diritto consuetudinario
F. “HARD LAW” E “SOFT LAW”
I termini “hard law” e “soft law” si riferiscono al tipo di strumento usato per stabilire regole nel diritto internazionale
Il criterio comunemente usato per distinguere tra “hard” e “soft” law è che solo gli strumenti di “hard law” sono legalmente vincolanti
- hard law: include i trattati e il diritto consuetudinario
- soft law: include le dichiarazioni di principio, i codici di comportamento, le raccomandazioni, le linee guida, le risoluzioni e gli standard
Gli Stati possono sentirsi vincolati anche dalle previsioni degli strumenti di “soft law”:
gli strumenti di “soft law” sono spesso negoziati in un clima politico, per cui c’è una pressione intrinseca a rispettarne i termini
gli Stati possono aderire a uno strumento di “soft law” solo a condizione di reciprocità
gli Stati cercano di mantenere un’immagine di affidabilità verso gli altri Stati
in caso di violazioni, sussiste spesso la minaccia di “vendetta” da parte degli altri Stati o altre forme di “sanzioni”
Organizzazioni create da specifici trattati
Organizzazioni non governative (NGOs)
L’ONU venne creata nel 1947 – prima che maturasse una “consapevolezza ambientale”
Il suo Statuto crea sette organi principali, tra cui i più importanti sono l’Assemblea Generale, il Consiglio di sicurezza, il Consiglio Economico e Sociale (ECOSOC), e la Corte internazionale di Giustizia (ICJ)
Con lo Statuto dell’ONU non viene creato un organismo ambientale né si attribuiscono competenze specifiche per la protezione dell’ambiente
Attraverso trattati o accordi sono state create diverse organizzazioni internazionali conosciute come Agenzie specializzate dell’ONU (es. FAO, ILO, UNESCO..)
Hanno personalità giuridica e possono esercitare diritti e obblighi come soggetti di diritto internazionale
In molti casi, attraverso l’interpretazione dei loro trattati costitutivi, è stata riconosciuta loro una “competenza ambientale”
B. ORGANIZZAZIONI REGIONALI
Diverse organizzazioni regionali giocano un ruolo fondamentale nel diritto internazionale dell’ambiente
La più importante è l’Unione Europea(UE): è la forma più avanzata di organizzazione internazionale
Ha tre caratteri fondamentali:
istituzioni in grado di creare diritto
istituzioni compenti a interpretare e ad attuare il diritto
un tribunale con giurisdizione obbligatoria
C. ORGANIZZAZIONI CREATE DA SPECIFICI TRATTATI
Molti trattati creano accordi istituzionali (o organizzazioni internazionali rudimentali) per la loro attuazione
Alcuni di essi sono chiamati Conferenze delle Parti: includono un Segretariato Permanente e un budget, e, in alcuni casi, organi speciali di consulenza scientifica
- incontri regolari della parti istituiti dal Protocollo di Montreal sulle sostanze che impoveriscono lo strato d’ozono, 16 Sett. 1987
- la Conferenza sui Cambiamenti Climatici istituisce una Conferenza annuale delle Parti
D. ORGANIZZAZIONI NON GOVERNATIVE
Organizzazioni non governative (come il World Wildlife Fund – WWF) sono diventate attori stabili nel procedimento di attuazione del diritto dell’ambiente per una serie di ragioni:
sono più vicine alle persone colpite da situazioni di degrado ambientale e possono rappresentarle più “fedelmente” e diligentemente dei loro Governi
hanno avuto il maggiore ruolo nel creare organi di scienziati per lo studio degli effetti e degli impatti derivanti da vari problemi ambientali
hanno un innegabile ruolo politico a livello internazionale
Dalle prime convenzioni sulla pesca alla creazione delle Nazioni Unite
Dalla creazione delle Nazioni Unite a Stoccolma (1945-1972)
Da Stoccolma a Rio (1972-1992)
La Convenzione delle Nazioni Unite su ambiente e sviluppo - UNCED (1992)
A. LE PRIME CONVENZIONI SULLA PESCA
I primi sviluppi delle regole di diritto internazionale tendevano alla conservazione di alcune specie animali (pesci, balene..)
Questi trattati avevano un oggetto molto limitato
Convenzioni bilaterali sulla pesca vennero adottate a metà del XIX secolo per evitare l’eccessivo sfruttamento
A. DALLE PRIME CONVENZIONI SULLA PESCA ALLA CREAZIONE DELLE NAZIONI UNITE
In questo periodo due dispute vennero sottoposte ad arbitrati internazionali:
1. Pacific Fur Seal Arbitration: nella disputa tra USA e Gran Bretagna concernente l’eccessivo sfruttamento delle pellicce di foca il collegio stabilì regole per la “opportuna protezione e preservazione” della specie in questione
2. Il caso Trail Smelter: in una disputa del 1930 tra USA e Canada concernente le emissioni di fumi sulfurei da un’acciaieria situata in Canada che aveva causato danni nello Stato di Washington, il collegio stabilì che “nessuno Stato ha diritto di usare o permettere che venga fatto un uso del suo territorio tale da causare pregiudizio attraverso emissioni al territorio di un altro Stato o alle persone o alle proprietà all’interno dello stesso”
Il principio stabilito dal tribunale nel caso Trail Smelter rappresentò una tappa fondamentale per il diritto internazionale dell’ambiente, influenzando gli sviluppi successivi
In ogni caso, in tale momento storico le regole di diritto internazionale erano limitate:
- alla regione che coprivano
- alla materia che indirizzavano
LA COMUNITA’ INTERNAZIONALE INIZIO’ A DIVENTARE CONSAPEVOLE CHE LO SFRUTTAMENTO DELLE RISORSE NATURALI NON POTEVA AVVENIRE IN MANIERA ILLIMITATA
B. DALLA CREAZIONE DELL’ONU ALLA DICHIARAZIONE DI STOCCOLMA
La creazione dell’ONU nel 1945 rappresenta l’inizio della seconda fase dello sviluppo del diritto internazionale dell’ambiente
Il trattato istitutivo delle Nazioni Unite non includeva disposizioni in materia ambientale o concernenti la conservazione di risorse naturali, nè era stato istituito un organo ambientale tra le Agenzie specializzate
LA BASE PER LA SUCCESSIVA ATTIVITA’ DELL’ONU IN CAMPO AMBIENTALE VENNE RITROVATA NELLE DISPOSIZIONI CONCERNENTI LA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE IN CAMPO ECONOMICO, SOCIALE, CULTURALE E UMANITARIO
B. DALLA CREAZIONE DELL’ONU ALLA DICHIARAZIONE DI STOCCOLMA (1945-1972)
Il Trattato dell’Antartico impose alle parti di dedicarsi ad attività pacifiche nella regione, proibendo esplosioni nucleari e eliminazione di scorie radioattive
La comunità europea (CE) adottò il suo primo atto ambientale, concernente classificazione, imballaggio e etichettatura delle sostanze pericolose (in assenza di espresse previsioni sulla competenza ambientale nel Trattato di Roma - 1957)
La convenzione di Ramsar fu il primo trattato ambientale a stabilire regole per indirizzare la conservazione di un particolare tipo di ecosistema
Tutti questi trattati nacquero in assenza di coordinamento e senza una coerente strategia ambientale
Mancavano procedimenti internazionali per assicurare l’attuazione del diritto internazionale dell’ambiente e un’autorità internazionale responsabile del coordinamento
In questo contesto si tenne la Conferenza di Stoccolma (5-16 Giugno1972)
La conferenza prese in considerazione gli effetti dell’impatto umano sulla biosfera, inclusi gli effetti dell’inquinamento atmosferico e marino, la deforestazione e le opere di bonifica
Gli elementi significativi di innovazione concernevano:
1- la ridefinizione delle questioni ambientali
2- l’attenzione per la cooperazione
3- l’approccio alla responsabilità internazionale
Disposizioni molto rilevanti sono contenute ai Principi 21, 22 e 24:
Principio 21: La Carta delle Nazioni Unite e i principi del diritto internazionale riconoscono agli Stati il diritto sovrano di sfruttare le risorse in loro possesso, secondo le loro politiche ambientali, ed il dovere di impedire che le attività svolte entro la propria giurisdizione o sotto il proprio controllo non arrechino danni all'ambiente di altri Stati o a zone situate al di fuori dei limiti della loro giurisdizione nazionale.
Principio 22: Gli Stati devono collaborare al perfezionamento del codice di diritto internazionale per quanto concerne la responsabilità e la riparazione dei danni causati all'ambiente (…)
Principio 24: La cooperazione per mezzo di accordi internazionali o in altra forma è importante per impedire, eliminare o ridurre e controllare efficacemente gli effetti nocivi arrecati all'ambiente da attività svolte in ogni campo, tenendo particolarmente conto della sovranità e degli interessi di tutti gli Stati
Altri principi importanti:
Principio 1: L'uomo ha un diritto fondamentale alla libertà, all'eguaglianza e a condizioni di vita soddisfacenti, in un ambiente che gli consenta di vivere nella dignità e nel benessere, ed è altamente responsabile della protezione e del miglioramento dell'ambiente davanti alle generazioni future
Principi 2, 3, 5: linee guida generali per la salvaguardia delle risorse naturali
Principi 8-15: questioni che riflettono la relazione tra sviluppo economico e sociale, da un lato, e ambiente, dall’altro
Principi 16-20: occorrono opportune politiche demografiche; occorre promuovere le applicazioni scientifiche e tecnologiche, l’educazione e la ricerca scientifica
C. DALLA DICHIARAZIONE DI STOCCOLMA A RIO (1972-1992)
Alla fine degli anni ’80 si era creata una discreta area chiamata diritto internazionale dell’ambiente:
- erano state stabilite regole che vietavano agli Stati di svolgere attività che potessero essere pregiudizievoli all’ambiente
- erano stati adottati meccanismi quali la valutazione di impatto ambientale e l’accesso alle informazioni ambientali
Nel dicembre 1989 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite convocò la Conferenza per l’Ambiente e lo Sviluppo (UNCED), che si tenne a Rio de Janeiro nel 1992
D. L’UNCED (1992)
La conferenza di Rio adottò tre strumenti non vincolanti:
un’affermazione di principi per il consenso globale su Management, conservazione e sviluppo sostenibile per tutti i tipi di foreste
La Conferenza di Rio si concentrò sull’EQUILIBRIO TRA PROTEZIONE DELL’AMBIENTE E SVILUPPO ECONOMICO
La DICHIARAZIONE DI RIO rappresentò:
- un compromesso tra i Paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo
- un equilibrio tra l’obiettivo di protezione ambientale e quello di sviluppo economico
Comprendeva 27 principi a partire dai quali Stati e persone dovevano collaborare e sviluppare il diritto internazionale nel campo dello sviluppo sostenibile
Non era vincolante ma rappresentava in parte regole di diritto consuetudinario e in parte regole emergenti, fornendo così una guida per gli sviluppi futuri
Principio 1: Gli esseri umani sono al centro delle preoccupazioni relative allo sviluppo sostenibile. Essi hanno diritto ad una vita sana e produttiva in armonia con la natura.
Principio 2: Conformemente alla Carta delle Nazioni ed ai principi del diritto internazionale, gli Stati hanno il diritto sovrano di sfruttare le proprie risorse secondo le loro politiche ambientali e di sviluppo, ed hanno il dovere di assicurare che le attività sottoposte alla loro giurisdizione o al loro controllo non causino danni all'ambiente di altri Stati o di zone situate oltre i limiti della giurisdizione nazionale.
I principi 3 e 4 vanno letti assieme: il primo rappresenta una “vittoria” per i Paesi in via di sviluppo, il secondo è la risposta dei Paesi sviluppati
Principio 3: Il diritto allo sviluppo deve essere realizzato in modo da soddisfare equamente le esigenze relative all'ambiente ed allo sviluppo delle generazioni presenti e future.
Principio 4: Al fine di pervenire ad uno sviluppo sostenibile, la tutela dell'ambiente costituirà parte integrante del processo di sviluppo e non potrà essere considerata separatamente da questo.
Principio 15: Al fine di proteggere l'ambiente, gli Stati applicheranno largamente, secondo le loro capacità, il Principio di precauzione. In caso di rischio di danno grave o irreversibile, l'assenza di certezza scientifica assoluta non deve servire da pretesto per differire l'adozione di misure adeguate ed effettive, anche in rapporto ai costi, dirette a prevenire il degrado ambientale.
(PRINCIPIO DI PRECAUZIONE)
Principio 16: Le autorità nazionali dovranno adoperarsi per promuovere l'"internalizzazione" dei costi per la tutela ambientale e l'uso di strumenti economici, considerando che, in linea di principio, e‘ l'inquinatore a dover sostenere il costo dell'inquinamento, tenendo nel debito conto l'interesse pubblico e senza alterare il commercio e le finanze internazionali.
(PRINCIPIO “CHI INQUINA PAGA”)
Principio 7: Gli Stati coopereranno in uno spirito di partnership globale per conservare, tutelare e ripristinare la salute e l'integrità dell'ecosistema terrestre. In considerazione del differente contributo al degrado ambientale globale, gli Stati hanno responsabilità comuni ma differenziate. I paesi sviluppati riconoscono la responsabilità che incombe loro nel perseguimento internazionale dello sviluppo sostenibile date le pressioni che le loro società esercitano sull'ambiente globale e le tecnologie e risorse finanziarie di cui dispongono.
(“RESPONSABILITÀ COMUNI MA DIFFERENZIATE”)
Dopo l’UNCED,sono stati adottati altri strumenti, tra i quali:
- il Protocollo di Kyoto (1997) attua la Convenzione sui cambiamenti climatici del 1992
- il c.d. Biosafety Protocol(2000) attua la Convenzione sulla diversità biologica
ENTRAMBI GLI STRUMENTI RIFLETTONO UN NUOVO APPROCCIO DEL DIR. INTERNAZIONALE DELL’AMBIENTE, CHE VALORIZZA IL RUOLO DEI SOGGETTI PRIVATI
Nel 1998, venne adottata la Convenzione di Aarhus, il primo trattato a disciplinare i diritti di partecipazione sanciti nel Principio 10 della Dichiarazione di Rio
Nel settembre 2002 si tenne a Johannesburg il World Summit sullo Sviluppo Sostenibile (WSSD), quale follow-up dell’UNCED
Il WSSD non adottò nessuna convenzione o dichiarazione di principi
Conteneva un Piano di attuazione senza specifiche azioni da prendere, ma con aspirazioni generali riguardanti:
fame, acque potabile, cure sanitarie di base, energia, rifiuti pericolosi, piani di efficienza, ambiente marino, diversità biologica, sviluppo sostenibile, ..
Il dir. internazionale dell’ambiente sta muovendo verso una nuova fase: avrà sempre più a che fare con questioni procedurali e istituzionali, e sarà sempre più integrato negli aspetti economici e dello sviluppo
1.4. PRINCIPI DI DIRITTO INTERNAZIONALE DELL’AMBIENTE - CENNI
Sovranità sulle risorse naturali. Responsabilità di non causare danno all’ambiente di altri Stati o ad aree poste sotto la loro giurisdizione nazionale
Principio dell’azione preventiva
Principio “chi inquina paga”
Principio delle responsabilità comuni ma differenziate
1.4. Principi di diritto internazionale dell’ambiente: cenni
Dichiarazione di Stoccolma - art. 21
La Carta delle Nazioni Unite e i principi del diritto internazionale riconoscono agli Stati il diritto sovrano di sfruttare le risorse in loro possesso, secondo le loro politiche ambientali, ed il dovere di impedire che le attività svolte entro la propria giurisdizione o sotto il proprio controllo non arrechino danni all'ambiente di altri Stati o a zone situate al di fuori dei limiti della loro giurisdizione nazionale.
Sono connessi al Principio 21 il divieto di causare danni all’ambiente e l’obbligo di ridurre o controllare le attività che possano causare tali danni
Si tratta di un obbligo distinto da quello del Principio 21
Il principio dell’azione preventiva richiede che vengano prese misure tempestivamente e, se possibile, prima che il danno si sia verificato
C. SVILUPPO SOSTENIBILE
Si ritiene che l’espressione “sviluppo sostenibile” sia stata usata la prima volta nel 1987 (nel Rapporto Brundtland), dove fu definito come “lo sviluppo che è in grado di soddisfare i bisogni della generazione presente, senza compromettere la possibilità che le generazioni future riescano a soddisfare i propri”
utilizzo sostenibile delle risorse naturali (accettazione dei limiti a tale utilizzo e sfruttamento)
integrazione di ambiente e sviluppo
D. CHI INQUINA PAGA
Il principio stabilisce che i costi dell’inquinamento devono essere sopportati dalla persona responsabile della causazione dell’inquinamento stesso
Il significato del principio e la sua applicazione a casi o situazioni particolari rimangono aperte all’interpretazione
Il principio è connesso alla responsabilità civile per il danno ambientale
(cfr. Pr. 7 di Dichiarazione di Rio su Ambiente e Sviluppo - UNFCCC)
2. IL DIRITTO COMUNITARIO DELL’AMBIENTE: ASPETTI GENERALI cenni
2.1. Introduzione: rilevanza del profilo comunitario nel diritto ambientale
2.2. La storia della politica ambientale comunitaria
2.3. Sviluppi e applicazioni del diritto ambientale comunitario
UNIFORMITA’ DEL DIRITTO AMBIENTALE DEGLI STATI MEMBRI
Il diritto ambientale degli Stati membri presenta nel complesso una sostanziale uniformità, raggiunta attraverso:
direttive sul ravvicinamento delle legislazioni in materia
formulazione, a livello comunitario, di principi che hanno progressivamente influenzato le legislazioni nazionali
RAPPORTO CON IL DIRITTO INTERNAZIONALE DELL’AMBIENTE
Molti atti internazionali si limitano a fissare una serie di principi in materia ambientale: spesso tali norme entrano a far parte del diritto interno degli Stati membri attraverso il diritto comunitario
(Il diritto comunitario esercita un’influenza più penetrante sugli ordinamenti interni in quanto direttamente applicabile)
Vi è una sostanziale corrispondenza tra i principi del diritto internazionale dell’ambiente e quelli del diritto comunitario
2.2. La storia della politica ambientale comunitaria diritto ambientale
LA NOZIONE DI DIRITTO AMBIENTALE COMUNITARIO
Nei trattati istitutivi delle Comunità Economiche Europee la protezione dell’ambiente non era espressamente contemplata tra le materie di interesse comunitario
Trattato CECA: la protezione dell’ambiente era menzionata con riferimento all’ambiente di lavoro (previsto il sovvenzionamento di attività di ricerca relative all’ambiente di lavoro in un’ottica di miglioramento della qualità della vita del settore architettonico ed urbanistico)
Trattato EURATOM: il terzo capitolo era dedicato interamente alla protezione dalla contaminazione radioattiva (attribuiva ampi poteri alla Commissione per un’azione di protezione ambientale nel settore dell’energia nucleare. Si trattava comunque di un intervento settoriale, che non andava nel senso della realizzazione di una vera politica ambientale comunitaria)
Trattato CEE: nella versione originale non era presente alcun riferimento alla protezione dell’ambiente
DAL 1973 ALL’ATTO UNICO EUROPEO (1986)
Serie di direttive miranti principalmente a migliorare il funzionamento del mercato interno, ma contenenti norme che creano obblighi per gli Stati membri in materia ambientale
dir. 79/409/CEE (sulla conservazione degli uccelli selvatici): la tutela della fauna e degli habitat naturali è per la prima volta oggetto di un atto comunitario specifico
dir. 85/337/CEE (sulla valutazione di impatto ambientale di determinati progetti pubblici o privati): è tra gli atti più noti in materia ambientale, ispirata dal principio di precauzione
dir. 75/442/CEE (relativa ai rifiuti)
L’ATTO UNICO EUROPEO (1986)
1986: la politica ambientale viene disciplinata per la prima volta a livello comunitario dall’Atto Unico europeo
(L’Atto Unico introdusse nel testo originario del Trattato CEE gli articoli 130R e 130T)
130R: l’azione della Comunità in materia ambientale si fonda sui principi dell’azione preventiva e della correzione (alla fonte) dei danni causati all’ambiente, nonché sul principio “chi inquina paga”
130T: i provvedimenti adottati dalla Comunità e volti alla protezione dell’ambiente non impediscono agli Stati membri di prendere provvedimenti per una protezione ancora maggiore
IL TRATTATO DI MAASTRICHT (1992)
1992: il Trattato di Maastricht disciplina in modo ancora più dettagliato la politica della Comunità a livello ambientale
obiettivo di assicurare un “elevato livello di tutela ambientale”
esplicita previsione di un “principio di precauzione” distinto da quello di “prevenzione”
riconoscimento della necessità di promuovere sul piano internazionale misure per risolvere problemi dell’ambiente a livello regionale o mondiale
(riflessi dell’incidente di Chernobyl)
IL TRATTATO DI AMSTERDAM (1999)
1999 - Trattato di Amsterdam:
inserisce nell’art. 2 (obiettivi e compiti della Comunità) il perseguimento di un elevato livello di protezione dell’ambiente
l’art. 6 afferma che “le esigenze connesse con la tutela dell’ambiente devono essere integrate nella definizione e nell’attuazione delle politiche comunitarie”
DAL TRATTATO DI NIZZA (2001) AL TRATTATO CHE ADOTTA UNA COSTITUZIONE PER L’EUROPA (2004)
2001 - Trattato di Nizza: nessuna modifica di rilievo
2004- Trattato che adotta una costituzione per l’Europa (non in vigore)
Dà particolare risalto al tema dello sviluppo sostenibile
Si attribuisce all’azione esterna dell’Unione il compito di “contribuire alla messa a punto di misure internazionali volte a preservare e a migliorare la qualità dell’ambiente e la gestione sostenibile delle risorse naturali mondiali, al fine di assicurare lo sviluppo sostenibile”
IL TRATTATO DI LISBONA (2007)
2007 - Trattato di Lisbona:
firmato il 13 dicembre 2007 dai rappresentanti dei 27 paesi membri dell’Unione Europea, modifica il trattato sull’Unione europea e il trattato sulla Comunità europea.
GLI OBIETTIVI DELLA POLITICA AMBIENTALE COMUNITARIA
Art. 2 Trattato CE:
è compito della Comunità Europea promuovere “uno sviluppo armonioso, equilibrato e sostenibile delle attività economiche” nonché “un elevato livello di protezione dell’ambiente”
[disposizioni analoghe nel nuovo art. 2 del Trattato sull’Unione Europea, come modificato dal Trattato di Lisbona]
Art. 174 Trattato CE - Gli obiettivi che la Comunità Europea deve perseguire sono:
salvaguardia, tutela e miglioramento della qualità dell’ambiente
utilizzazione accorta e razionale delle risorse naturali
promozione sul piano internazionale di misure destinate a risolvere i problemi dell’ambiente a livello regionale o mondiale
LE COMPETENZE DELLA COMUNITA’ IN MATERIA AMBIENTALE
Trattato di Lisbona (2007):
l’Unione ha competenza esclusiva per la conservazione delle risorse biologiche del mare nel quadro della comune della pesca
l’Unione ha una competenza concorrente con quella degli Stati membri in materia ambientale
GLI ATTI COMUNITARI IN MATERIA AMBIENTALE:
LA TUTELA DELL’AMBIENTE TERRESTRE
L’azione della Comunità Europea si è concentrata su:
conservazione dell’ambiente naturale
protezione dei suoli
GLI ATTI COMUNITARI IN MATERIA AMBIENTALE: L’AZIONE NEL CAMPO DELL’INQUINAMENTO ATMOSFERICO
dagli anni ’70: direttive sull’emissione dei gas di scarico di veicoli (es. dir. ’85: gli Stati avrebbero dovuto introdurre la benzina senza piombo dall’89..)
’84: direttiva su obbligo di dotare i nuovi impianti industriali delle migliori tecnologie disponibili
2000: direttiva sui limiti di emissione per i grandi impianti industriali
GLI ATTI COMUNITARI IN MATERIA AMBIENTALE: LA TUTELA DELLE ACQUE DOLCI, COSTIERE E DELL’AMBIENTE MARINO
’75: direttiva sulla tutela delle acque superficiali per l’estrazione dell’acqua potabile
’76: direttiva sulle acque di balneazione
2000: direttiva che istituisce un quadro per l’azione comunitaria in materia di acque
la Comunità ha preso parte a numerose convenzioni internazionali relative alla tutela delle acque marine dall’inquinamento
GLI ATTI COMUNITARI “TRASVERSALI”
’85: direttiva sulla valutazione di impatto ambientale di determinati progetti pubblici e privati
1990: direttiva che istituisce l’Agenzia europea dell’ambiente (con il compito di creare e coordinare una rete europea di informazione e osservazione in materia ambientale)
1990 e 2003: direttive sull’accesso del pubblico all’informazione ambientale
3. comunitarioCAMBIAMENTI CLIMATICI GLOBALI.IL PROTOCOLLO DI KYOTO
3.1. Introduzione: l’aumento delle emissioni di GHGs
3.2. L’Earth Summit del 1992: l’UNFCCC
3.3. Il Protocollo di Kyoto
3.1. INTRODUZIONE: comunitarioLE EMISSIONI DI GHGS- IMPATTI E CONSEGUENZE
L'effetto serra è il risultato della presenza attorno a un pianeta di un'atmosfera che assorbe parte dei raggi infrarossi emessi dal suolo quando questo è riscaldato dalla radiazione ricevuta dalla stella
Questo effetto ha reso possibile la vita sulla terra e determina in gran parte il clima terrestre
Gas responsabili: Vapore acqueo, CO2, CH4, CFCs, N2O, O3
3.1. INTRODUZIONE: comunitarioLE EMISSIONI DI GHGS - IMPATTI E CONSEGUENZE
L’aumento della concentrazione dei gas serra è la causa principale del surriscaldamento terrestre. Porta anche a:
aridità e desertificazione
Le responsabilità dell’uomo: utilizzo di combustibili fossili, produzione di cemento, deforestazione …
IPCC report 1990:
aumento di 0.3°C ogni decade
rispetto al periodo pre-industrializzato: +2°C nel 2025, +4°C nel 2100
aumento del livello del mare di 20cm nel 2030, 65cm nel 2100
3.2. L’EARTH SUMMIT DEL 1992: comunitarioL’UNFCCC
La Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (United Nations Framework Convention on Climate Change) venne firmata all’Earth Summit del 1992. Con essa si stabilì un insieme di rimedi oggettivi rispetto al problema dell’aumento dell’effetto serra
“L’obiettivo ultimo della presente convenzione e di tutti i relativi strumenti giuridici che la conferenza delle parti può adottare è di stabilizzare, in conformità delle pertinenti disposizioni della convenzione, le concentrazioni di gas ad effetto serra nell’atmosfera a un livello tale che escluda qualsiasi pericolosa interferenza delle attività umane sul sistema climatico. Tale livello deve essere raggiunto entro un periodo di tempo sufficiente per permettere agli ecosistemi di adattarsi naturalmente ai cambiamenti di clima e per garantire che la produzione alimentare non sia minacciata e lo sviluppo economico possa continuare ad un ritmo sostenibile”
L’UNFCCC venne conclusa dopo un accelerato processo di negoziazione, cui diede inizio nel 1990 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite attraverso la creazione di un Comitato intergovernativo di negoziazione
A causa del breve periodo di negoziazione, delle enormi implicazioni economiche e delle incertezze dal punto di vista scientifico, nella versione finale del trattato vennero adottate solo disposizioni molto prudenti
Ad ogni modo, l’UNFCCC – diversamente da altre convenzioni quadro – era uno strumento giuridicamente vincolante:con essa venne creata una struttura istituzionale funzionale a un successivo sviluppo normativo
Gli Stati non erano ancora pronti per adottare obblighi di riduzione delle emissioni tout-court: accettarono obblighi generali e crearono un’istituzione in grado di adottare strumenti più specifici
L’UNFCCC adotta per la prima volta il principio delle “responsabilità comuni ma differenziate” (art. 3,1):
I PROBLEMI DEL RISCALDAMENTO GLOBALE POSSONO ESSERE AFFRONTATI SOLO ATTRAVERSO LA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE, MA I DIVERSI STATI PRESENTANO CONDIZIONI SOCIALI ED ECONOMICHE DIVERSE CHE INFLUENZANO LA LORO CAPACITÀ DI RISPOSTA AL PROBLEMA.
I PAESI SVILUPPATI CONDIVIDONO LA MAGGIORE RESPONSABILITÀ IN ORDINE ALL’EMISSIONE DI GHGs: devono essere i primi a intraprendere azioni per far fronte al problema
Sulla base del principio delle CBDR (Common but differentiated responsibilities) vennero stabiliti obblighi generali di riduzione diversi per Paesi sviluppati e Paesi in via di sviluppo
Obbligo di ridurre le emissioni complessive dei GHGs ai livelli del 1990 entro il 2000
Obbligo generale di realizzare trasferimenti finanziari e tecnologici verso i Paesi in via di sviluppo
PAESI SVILUPPATI e PAESI IN VIA DI SVILUPPO
Obbligo di creare un inventario dei GHGs e programmi nazionali di adattamento
Nella prima fase delle negoziazioni volte alla creazione della UNFCCC, l’attenzione della Comunità internazionale era concentrata sulla riduzione delle emissioni di CO2 (il principale dei gas a effetto serra)
In seguito, gli USA presentarono un approccio diverso: nell’attuazione degli obblighi di riduzione, le parti avrebbero potuto scegliere tra la riduzione di qualsiasi mix di GHGs e l’abbattimento attraverso i sinks
Alla fine, l’UNFCCC recepì sostanzialmente l’approccio globale proposto dagli USA
3.3.	comunitarioIL PROTOCOLLO DI KYOTO
La prima UNFCCC COP (COP-1: prima Conferenza delle Parti) si tenne il 28 marzo 1995 a Berlino con lo scopo di indirizzare gli ulteriori obblighi, i meccanismi finanziari, gli aiuti tecnologici per i Paesi in via di sviluppo e le questioni amministrative e procedurali connesse ai cambiamenti climatici
Con il MANDATO DI BERLINO i Paesi sviluppati si accordarono per future negoziazioni di un protocollo contenente obiettivi puntuali per la riduzione delle emissioni
La COP-2 (seconda Conferenza delle Parti), riunita nel luglio 1996, diede luogo a significativi sviluppi, in particolare per quanto riguarda la posizione degli USA, che si indirizzarono verso un accordo giuridicamente vincolante che riconoscesse gli obiettivi del Mandato di Berlino e dell’UNFCCC
(La posizione dell’Amministrazione Clinton non era condivisa dal Senato USA. Infatti, nel luglio 1997 una risoluzione del Senato chiarì che gli USA non sarebbero stati parte di nessun accordo sulla riduzione delle emissioni dei GHGs se i Paesi in via di sviluppo non fossero stati parte a loro volta)
Alla COP-3 (terza Conferenza delle Parti) tenutasi a Kyoto nel 1997 vennero fatti significativi passi avanti in risposta al problema del riscaldamento globale
Il Protocollo di Kyoto, adottato al termine della COP-3, è entrato in vigore il 16.02.05
(Art. 25: il Protocollo entrerà in vigore dal 90° giorno in cui sarà ratificato da almeno 55 parti che lo hanno sottoscritto, a condizione che tali parti rappresentino almeno il 55% delle emissioni totali di CO2 rilevate nel 1990)
Attualmente è stato ratificato da 169 Stati e dalla CE (con decisione del Consiglio 2002/358/CE del 25 aprile 2002), pari a circa il 61% delle emissioni. Gli Usa lo hanno sottoscritto ma non ratificato
L’art. 2 del Protocollo prevede degli obblighi generali per tutti gli Stati parte dello stesso secondo le proprie capacità (“policies and measures”)
La CE avrebbe voluto che il protocollo ponesse obiettivi di riduzione e vincolasse gli Stati anche per quanto riguarda i metodi di perseguimento di tali obiettivi
É prevalso l’atteggiamento degli USA e delle parti che volevano un trattato più “debole”, senza obblighi vincolanti quanto al “metodo”
L’art. 3 del Protocollo prevede obblighi specifici per tutti gli Stati elencati nell’Allegato Ialla UNFCCC: a ciascuno Stato è assegnato un determinato tasso di emissioni nella prospettiva di ridurre almeno del 5% il livello di emissioni del 1990 nel periodo 2008-2012 (“commitment period”)
- i 39 Paesi dell’Allegato I sono solo Paesi industrializzati!
- art. 3: “Annex I countries shall individually or jointly ensure that..”
Per ogni Stato è fissato un target individuale: non devono superare il proprio ASSIGNED AMOUNT (AA)
(es. se l’AA di uno Stato è “92”: deve ridurre dell’8% il livello di emissioni di gas serra relativo al 1990. Moltiplicando per 5 l’Assigned Amount si ottiene la quantità di gas serra che lo Stato in questione potrà emettere nel quinquennio 2008-2012)
Per permettere agli Stati di conseguire le riduzioni percentuali di CO2 stabilite, il protocollo di Kyoto ha individuato 3 strumenti (MECCANISMI FLESSIBILI)
[Meccanismi flessibili: intesi in senso lato, comprendono anche l’uso dei sinks (art. 3, par. 3) e i burden sharing agreements (art. 4)]
Art. 6 – Joint implementation (Ji) o azione congiunta
Uno o più Stati “industrializzati” possono attuare un progetto congiuntamente ad uno dei Paesi che, pur avendo un vincolo alle emissioni, si trova in uno stato tecnologico più arretrato (es. Stati dell’Est europeo)
2.	Art. 12 – Clean Development Mechanism (Cdm) o meccanismo di sviluppo pulito
Gli Stati di cui all’Allegato I (soggetti a vincoli di emissione) possono esportare tecnologie a bassa emissione di CO2 da implementare in uno dei Paesi in via di sviluppo (tra cui – nel 1990 – erano stati ricompresi anche Cina, India e Brasile)
Sono meccanismi volontari e flessibili
Alla base dell’adozione dei suddetti meccanismi vi sono motivazioni di carattere economico: se i Paesi sottoposti a vincolo di riduzione sono liberi di abbatterli in qualsiasi parte del mondo, sceglieranno di ridurli nelle zone dove ciò è più conveniente dal punto di vista economico. In questo modo, i Paesi industrializzati potranno:
- abbattere le emissioni all’interno del proprio Paese
- esportare tecnologie pulite negli stati in via di sviluppo o comunque in quelli che si trovano in uno stato tecnologico meno avanzato
LE IMPRESE INVESTITRICI DEVONO RICAVARNE UN UTILE
La riduzione di CO2 che si ottiene dall’attuazione dei meccanismi flessibili è premiata con il rilascio di crediti chiamati:
- CERTIFICATED EMISSIONS REDUCTIONS (CERs) per i progetti Cdm
- EMISSION REDUCTIONS UNITS (ERUs) nel caso dei progetti Ji
3.	Art. 17 – International Emissions Trading
Il terzo dei meccanismi flessibili previsti dal protocollo di Kyoto riguarda lo scambio commerciale dei crediti di emissioni
Gli Stati dell’Allegato I o le imprese private - assegnatarie di quote di emissione in base ai piani nazionali di assegnazione - possono trasferire i “crediti” previsti dal Protocollo, e precisamente:
- gli AAU (Assigned Amount Units)	riguardano i Paesi industrializzati
- gli RMU (Removal Units)	riguardano i Paesi industrializzati
- i CER (Certificated Emission Reductions)	raggiunti con CDM
- gli ERU (Emission Reduction Units)	raggiunti con JI
TUTTE QUESTE UNITÀ SONO CONSIDERATE EQUIVALENTI E INTERSCAMBIABILI
L’ATTUAZIONE DEL PROTOCOLLO NELLA CE
Il terzo dei meccanismi flessibili previsti da Kyoto ha trovato concreta attuazione all’interno della Comunità Europea attraverso la direttiva 2003/87/CE (c.d. direttiva emission trading). Sistema previsto:
ogni Stato membro deve determinare un quantitativo massimo annuo di emissioni di CO2 (CAP), che va approvato dalla Commissione Europea (il cap è espresso in quote di emissione: diritto ad emettere una tonnellata di biossido di carbonio equivalente)
lo Stato membro assegna le quote a determinati soggetti appositamente autorizzati “ad emettere gas ad effetto serra”, che sono così legittimati a emettere in atmosfera tanti quantitativi di CO2 quanti quelli assegnati
i soggetti autorizzati che nell’arco dell’anno hanno mantenuto il quantitativo di emissioni al di sotto del cap possono vendere la differenza di quote agli impianti che hanno invece oltrepassato il limite assegnato.
I soggetti che sforano il cap dovranno pagare:
- sanzione pecuniaria allo Stato
- prezzo per comprare le quote da restituire allo Stato stesso
Fine ultimo dello schema: indurre le imprese a ritenere più vantaggioso investire in tecnologie ambientalmente sostenibili, rispetto all’acquistare quote sul mercato e pagare le sanzioni
La CE ha abbandonato il metodo del Command and Control per far fronte al problema del riscaldamento globale: si è passati ad un c.d. Market Based Instrument (strumento economico-finanziario in grado di incentivare la tutela ambientale attraverso meccanismi di mercato)
Altro elemento innovativo: creazione di un “bene” giuridicamente inteso (le quote di emissione), che lo Stato decide di assegnare a determinati soggetti autorizzati
L’ATTUAZIONE DEL PROTOCOLLO: CENNI AL CASO ITALIANO
Legge 1 giugno 2002, n. 120 (“Ratifica ed esecuzione del protocollo di Kyoto alla Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, fatto a Kyoto l’11 dicembre 1997”)
Decreto legge 12 novembre 2004, n. 273 (“Disposizioni urgenti per l’applicazione della direttiva 2003/87/CE in materia di scambio di quote di emissione di gas ad effetto serra nella Comunità europea”)
La Commissione approva il Pna italiano 2005-2007 con la decisione finale C(2005) 1527 del 25.5.05 (dettando alcune condizioni)
L’Italia, adeguandosi alla decisione della Commissione, approva la versione finale del Pna 2005-2007 il 15.12.2005
Nel corso del tempo necessario all’approvazione da parte della Commissione del Pna, l’Italia ha dovuto necessariamente implementare il sistema attraverso alcuni decreti ministeriali attuativi del d.l. 273/2004.
[I primi atti adottati furono le autorizzazioni all’emissione di CO2. Fecero seguito le linee guida per il monitoraggio e la comunicazione delle emissioni di GHGs e le norme sull’accreditamento degli enti verificatori deputati a verificare i dati relativi alle emissioni]
Il formale recepimento della direttiva 2003/87/CE si è avuto solo con il d. lgs. 4 aprile 2006, n. 216
Decreto del Ministro Ambiente 18 dicembre 2006 (Approvazione del Piano nazionale di assegnazione delle quote di CO2 per il periodo 2008-2012)
Secondo alcuni, Kyoto offre la diagnosi sbagliata in quanto confonde le cause con i sintomi:
L’attenzione è focalizzata esclusivamente sulla riduzione delle emissioni di GHGs prodotte dalla combustione di idrocarburi
Per intervenire sulla causa e non sui sintomi, Kyoto avrebbe dovuto promuovere politiche dirette ad ottenere e assicurare energia rinnovabile e sostenibile
Infatti, l’85% dell’energia necessaria per soddisfare le esigenze globali è ora – e sarà probabilmente per i prossimi 30 anni – basata sugli idrocarburi: la CO2 continuerà ad aumentare!
2.	Altro errore fondamentale commesso con Kyoto: impostazione secondo la quale l’obiettivo di riduzione della CO2 poteva essere perseguito senza l’attiva partecipazione dei Paesi in via di sviluppo:
L’esigenza di coinvolgere i Paesi in via di sviluppo nella ricerca di fonti alternative di energia è evidente se si pensa che nel 2015 tali Paesi consumeranno più petrolio dei Paesi dell’OCSE
Diversamente, Kyoto ha vincolato i Paesi sviluppati a ridurre le loro emissioni dal 5 al 7 % al di sotto dei livelli del 1990 nel periodo compreso tra il 2008 e il 2012, mentre in capo ai Paesi in via di sviluppo non sono state poste simili restrizioni (in nome del principio delle CBDR)
Allo stesso tempo, concentrandosi solo sul riscaldamento globale, Kyoto ha frustrato gli obiettivi di sviluppo sostenibile tra i Paesi in via di sviluppo
3. A 10 anni dalla sottoscrizione e a più di due dalla sua entrata in vigore, i risultati del Protocollo possono dirsi deludenti
L’emissione di CO2 cresce inesorabilmente
Nessuno dei Paesi sviluppati ha ridotto le emissioni secondo gli obiettivi fissati da Kyoto (5% al di sotto dei livelli del 1990)
Alcuni studiosi hanno effettuato delle previsioni computerizzate ipotizzando l’integrale attuazione del Protocollo: anche in tale (irrealizzabile) eventualità si eviterebbe soltanto che la temperatura del pianeta crescesse di un 1/20 di grado entro la fine del secolo corrente!
CONCLUSIONI: LA RIDUZIONE DEI GHGs – a fronte della crescente richiesta di petrolio – NON PUÒ AVVENIRE SENZA IL RICORSO A FONTI ALTERNATIVE DI ENERGIA