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Timestamp: 2020-07-16 16:10:19+00:00
Document Index: 84915315

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art.28', 'art. 268', 'art. 271', 'art. 271', 'art. 282']

Roberto Testa - R&P Legal - Studio Associato
Recepita la Direttiva PIF: nuovamente ampliato il catalogo dei reati presupposto…
Il 6 luglio scorso il Consiglio dei Ministri ha approvato in via definitiva il decreto legislativo di attuazione della Direttiva UE (2017/1371) relativa alla lotta contro la frode che lede gli interessi finanziari dell’Unione. Tra le novità si prevede: (i) la punibilità anche dei delitti tentati (e non solo consumati) per i reati fiscali che presentano l’el...
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Il grave impatto dell’emergenza epidemiologica nel mondo del calcio: la difficile rinegoziazione degli ingaggi degli atleti professionisti
Le problematiche connesse all’emergenza Covid 19 non hanno risparmiato neppure il mondo dello sport, impattando in maniera rilevante sulle competizioni agonistiche, sulle prestazioni degli atleti (professionisti e non) e sui relativi aspetti economici.
Nel corso del mese di marzo, le diverse Leghe sportive (basket, ciclismo e rugby per citarne alcune) hanno progressivamente disposto la sospensione di ogni evento/manifestazione sportiva ed ovviamente dei relativi campionati nazionali.
In questo scenario – seppur a seguito di numerose polemiche e “temporeggiamenti” degli addetti ai lavori – anche la Lega Calcio ha infine deciso di sospendere il campionato nazionale.
Con Sentenza n. 7089 dello scorso 12 marzo 2020, la Sezione Lavoro della Corte di Cassazione (confermando la decisione della Corte d’Appello di Milano) ha stabilito che non osta alla percezione della indennità di maternità l’avvenuta percezione nel periodo di astensione obbligatoria del compenso per la carica di amministratore.
L’INPS sosteneva che in virtù dell'applicazione agli iscritti alla gestione separata della tutela della malattia e maternità prevista per il lavoro dipendente, esisterebbe incumulabilità tra la percezione della relativa indennità e la percezione di un reddito lavorativo.
Tale tesi è stata ritenuta infondata.
Coronavirus: obblighi del datore per tutelare i lavoratori a contatto con il pubblico
Il Ministero della salute, fornendo una serie di indicazioni per affrontare la nuova epidemia da coronavirus, precisa che il datore deve adottare le misure di tutela dei lavoratori a contatto con il pubblico.
Fonte: Ministero della Salute- Circolare 3 febbraio 2020, n. 3190
L’importante Circolare 3 febbraio 2020, n.3190 del Ministero della Salute, fornisce una serie d’indicazioni e di precauzioni per i datori di lavoro e i lavoratori.
Il Ministero: “circa i comportamenti da tenersi da parte degli operatori che, per ragioni lavorative, vengono a contatto con il pubblico”, ha emanato una serie d’indirizzi riguardanti, per il vero, non solo i comportamenti degli operatori ma polarizzando il suo intervento verso le responsabilità gravanti sui datori di lavoro, specificando gli oneri per la valutazione del rischio da coronavirus, e le misure di prevenzione da mettere in atto.
Un primo profilo da evidenziare è che il provvedimento in commento, indirizzato anche al Ministero del Lavoro, è finalizzato alla tutela degli “operatori dei servizi/esercizi a contatto con il pubblico”.
Come si può osservate i termini usati in tale espressione sono molto generali, in quanto si fa riferimento non solo ai lavoratori ma anche a tutti coloro che, comunque, svolgono un’attività per conto di un’organizzazione (si pensi, ad esempio, ai volontari) che li pone a contatto con il pubblico.
La prima osservazione è che la platea dei destinatari riguarda i lavoratori del settore dei pubblici esercizi (es. ristoranti, bar, alberghi, sale cinematografiche)
L’espressione “a contatto con il pubblico”, tuttavia, è rivolta anche a tutti coloro che, comunque, sono coinvolti in una prestazione rivolta ad un’utenza indefinita.
Il campo di applicazione è molto più ampio di quanto possa sembrare e appare certamente da estendere ad altri settori (es. scuola; palestre; centri termali etc.).
Il Ministero ha precisato nella circolare che “Con riguardo, specificatamente, agli operatori di cui all’oggetto si rappresenta preliminarmente che, ai sensi della normativa vigente (d. lgs. 81/2008), la responsabilità di tutelarli dal rischio biologico è in capo al datore di lavoro, con la collaborazione del medico competente”.
Il Ministero sembra onerare di ogni responsabilità il datore di lavoro richiamandosi al regime del D.Lgs. n.81/2008.
Nel D.Lgs. n.81/2008, è accolta una nozione molto ampia di “salute”, intesa come “stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, non consistente solo in un’assenza di malattia o d’infermità” (art. 2, c.1, lett.o), e che l’art.28, c.1, dello stesso decreto stabilisce che il datore di lavoro ha l’obbligo di valutare “…deve riguardare tutti i rischi per la sicurezza e la salute dei lavoratori, ivi compresi quelli riguardanti gruppi di lavoratori esposti a rischi particolari”.
Il D.Lgs. n.81/2008, detta una disciplina particolare in materia di agenti biologici.
In particolare, il datore di lavoro deve classificare gli agenti biologici in uno dei quattro gruppi previsti dall’art. 268, e valutare il rischio tenendo conto “di tutte le informazioni disponibili relative alle caratteristiche dell’agente biologico e delle modalità lavorative” (art. 271).
A ciò si accompagna, poi, l’obbligo d’integrazione del documento di valutazione dei rischi (DVR) con una serie d’informazioni previste dall’art. 271, c. 5, come, ad esempio:
- il numero dei lavoratori addetti alle fasi a rischio;
- i metodi e le procedure lavorative adottate, nonché le misure preventive e protettive applicate.
Tornando al tema attuale, è oltremodo difficile, oggi, poter compiere tale valutazione, sia per le attuali incertezze regnanti a livello scientifico, sia perché non si tratta di un rischio specifico connesso alla mansione – come quelle di lavoratori operanti in ambito sanitario – ma ad un ischio biologico di tipo generico e prima ignoto.
Misure generali di prevenzione e aggiornamento del DVR.
Il Ministero ha peraltro precisato che “ad esclusione degli operatori sanitari, si ritiene sufficiente adottare le comuni misure preventive della diffusione delle malattie trasmesse per via respiratoria” come, ad esempio, il lavaggio frequente delle mani, porre attenzione all’igiene delle superfici, etc.
Al tempo stesso, però, nella circolare è prevista anche l’adozione di “ogni ulteriore misura di prevenzione dettata dal datore di lavoro”.
Per altro, come si è visto, le stesse vanno anche riportate nel DVR, che quindi dovrà costituire oggetto di aggiornamento in collaborazione con il medico competente.
Sarà , pertanto, necessario, secondo quanto prevede la circolare in commento, rivedere anche il piano di primo soccorso in presenza casi sospetti registrati in ambito lavorativo.
Sotto tale profilo va sottolineato che la mancata indicazione di tali misure così come la mancata valutazione del rischio comporta l’applicazione, in capo al datore di lavoro, delle sanzioni di cui all’art. 282, c.1, nonché, ricorrendone gli altri presupposti, di quelle previste dagli artt. 589 – 590 c.p..
Nella circolare è contenuto l’espresso invito ai datori di lavoro di diffondere i contenuti della circolare stessa presso il proprio personale.
Le modalità di diffusione sono ovviamente rimesse al singolo contesto lavorativo e professionale.
LE INDICAZIONI DEL MINISTERO DELLA SALUTE IN SINTESI (CIRCOLARE N. 3190/2020)
Operatori che, per ragioni lavorative, vengono a contatto con il pubblico
Tutela del D.Lgs. n. 81/2008 in materia di rischio biologico
La responsabilità di tutelare gli operatori dal rischio biologico è in capo al datore di lavoro, secondo quanto prevede il D.Lgs. n.81/2008, in collaborazione con il medico competente
per via respiratoria
Ad esclusione degli operatori sanitari si ritiene sufficiente adottare le comuni misure preventive della diffusione delle malattie trasmesse per via respiratoria, e in particolare:
- evitare i contratti stretti e protratti con persone con sintomi simil influenzali.;
- adottare ogni ulteriore misura di prevenzione dettata dal datore di lavoro.
Casi sospetti nel corso dell’attività lavorativa
Ove, nel corso dell’attività lavorativa, si venga a contatto con un soggetto che risponde alla definizione di caso sospetto di cui all’all. 1 della Circolare Ministero Salute 27 gennaio 2020 (che aggiorna quella precedente del 22 gennaio 2020), si dovrà provvedere – direttamente o nel rispetto di indicazioni fornite dall’azienda – a contattare i servizi sanitari segnalando che si tratta di caso sospetto
Il Ministero della salute stabilisce anche alcune precauzioni da osservare nell’attesa dell’arrivo dei sanitari
I datori di lavoro sono invitati a diffondere le informazioni riportate nella circolare a tutto il personale dipendente
Come in tutti i contesti lavorativi, anche nel mondo calcio - proprio per gli elevati interessi in gioco, soprattutto di natura economica – si registrano, sempre più di frequente, situazioni e casi in cui gli atleti professionisti, anche di grande fama e livello internazionale denunciano di essere stati vittime di condotte riconducibili a categorie ricorrenti nel mondo del lavoro e riconducibili a fattispecie sinteticamente definite come mobbing e/o demansionamenti.