Source: http://www.ildito.it/a_3921
Timestamp: 2017-06-26 18:58:45+00:00
Document Index: 44074394

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 87', 'art. 87', 'art. 200', 'art. 90']

La spiegazione della sentenza 1/2013 sul conflitto Quirinale-Procura Palermo - il dito.it home
l'opinioneLa spiegazione della sentenza 1/2013 sul conflitto Quirinale-Procura Palermo di Stefano Ceccanti*Il senatore e Costituzionalista del PD Stefano Ceccanti, ci invia un documento che consente di comprendere meglio la sentenza della Corte Costituzionale sul conflitto generato dai giudici di Palermo per le intercettazioni che vedevano interessato il Presidente della Repubblica Una primissima lettura rapida in 7 punti della sentenza 1/2013: il Quirinale ha ragione perché se il Presidente fosse intercettabile sarebbe in gioco l'equilibrio tra i poteri e la sua funzione di garantire prestazioni di unità
Quindi il punto 8.2 si sposta da queste due osservazioni di metodo allo sviluppo di merito del tema: qual è la posizione del Presidente della Repubblica nel nostro ordinamento, nel sistema costituzionale? Infatti la pretesa della procura di Palermo era quella di poter determinare a priori in senso restrittivo e tipizzato le funzioni presidenziali. La Corte, invece, muovendo dall'assunto per cui esso "è stato collocato dalla Costituzione al di fuori dei tradizionali poteri dello Stato e, naturalmente, al di sopra di tutte le parti politiche... Dispone pertanto di competenze che incidono su ognuno dei citati poteri, allo scopo di salvaguardare, ad un tempo, sia la loro separazione che il loro equilibrio." ne ricava il compito primo di garantire prestazioni di unità al sistema a partire dalla formula riassuntiva del comma 1 dell'art. 87: " Il Presidente della Repubblica «rappresenta l’unità nazionale» (art. 87, primo comma, Cost.) non soltanto nel senso dell’unità territoriale dello Stato, ma anche, e soprattutto, nel senso della coesione e dell’armonico funzionamento dei poteri, politici e di garanzia, che compongono l’assetto costituzionale della Repubblica."
Ne consegue nel punto 8.3 che quel ruolo non si può esercitare senza affiancare "ai propri poteri formali, che si estrinsecano nell’emanazione di atti determinati e puntuali, espressamente previsti dalla Costituzione, un uso discreto di quello che è stato definito il 'potere di persuasione', essenzialmente composto di attività informali.. Le attività informali sono pertanto inestricabilmente connesse a quelle formali."
Il punto 9 chiarisce quindi per logica conseguenza che "il Presidente della Repubblica deve poter contare sulla riservatezza assoluta delle proprie comunicazioni, non in rapporto ad una specifica funzione, ma per l’efficace esercizio di tutte."
Bisogna passare tramite l'articolo 271 del medesimo codice, che tratta però di casi eterogenei, riconducibili a due tipologie. La prima è quella delle intercettazioni illegittime per vizi procedurali (altrimenti sarebbero state legittime), che possono passare per l'udienza camerale, ma questa via non è percorribile perché produrrebbe la stessa violazione del segreto di quella precedente. La seconda è invece quella delle intercettazioni illegittime per ragioni sostanziali "espressive di un’esigenza di tutela 'rafforzata' di determinati colloqui in funzione di salvaguardia di valori e diritti di rilievo costituzionale che si affiancano al generale interesse alla segretezza delle comunicazioni (quali la libertà di religione, il diritto di difesa, la tutela della riservatezza su dati sensibili ed altro)." In questi casi, citati ad esempio dall’art. 200, comma 1, del codice (ministri di confessioni religiose, avvocati, investigatori privati, medici ed altro) "allorché abbiano ad oggetto fatti conosciuti per ragione del loro ministero, ufficio o professione" si deve distruggere e basta senza udienza, senza contraddittorio fra le parti perché la riservatezza è indispensabile: "L’accesso delle altre parti del giudizio, con rischio concreto di divulgazione dei contenuti del colloquio anche al di fuori del processo, vanificherebbe l’obiettivo perseguito, sacrificando i principi e i diritti di rilievo costituzionale che si intende salvaguardare. Basti pensare alla conoscenza da parte dei terzi – o, peggio, alla diffusione mediatica – dei contenuti di una confessione resa ad un ministro del culto, ovvero all’ostensione al difensore della parte civile del colloquio riservato tra l’imputato e il suo difensore".
A corollario il punto 16 impone quindi al giudice, il cui "controllo è garanzia di legalità con riguardo anzitutto alla effettiva riferibilità delle conversazioni intercettate al Capo dello Stato" di procedere alla distruzione. Questo per il caso di specie anche se, ferma restando l'assoluta intercettabilità del Presidente e l'esclusione della procedura camerale partecipata, al giudice è lasciato un margine per "tenere conto della eventuale esigenza di evitare il sacrificio di interessi riferibili a principi costituzionali supremi: tutela della vita e della libertà personale e salvaguardia dell’integrità costituzionale delle istituzioni della Repubblica (art. 90 Cost.). In tali estreme ipotesi, la stessa Autorità adotterà le iniziative consentite dall’ordinamento."
TweetCommentaLeggi i commenti15/01/2013