Source: http://www.centrokromos.it/blog/archives/03-2019
Timestamp: 2019-07-17 09:19:45+00:00
Document Index: 22649275

Matched Legal Cases: ['art 5', 'art.1', 'art 7', 'art.2', 'art. 3', 'art.4']

Blog - Centro Studi Specialistici Kromos google-site-verification: google42dce5f353380e67.html Centro Kromos, Viale Europa 153-155 Firenze (zona Firenze sud) - Studio di Psicologia, Psicoterapia, Pedagogia Clinica, Psicomotricità, Mediazione Familiare
Il ruolo dei figli e del mediatore familiare nel conflitto coniugale
I figli loro malgrado, sono gli spettatori passivi del conflitto coniugale che coinvolge direttamente i loro genitori.
Quale è il comportamento che i figli assumono, quando vedono o ascoltano i loro genitori litigare su questioni che riguardano esclusivamente la fine del loro rapporto coniugale? Talora, i figli diventano parte integrante del conflitto dei loro genitori.
I figli possono reagire attivamente o passivamente al conflitto che intercorre tra i propri genitori in relazione a tanti fattori quali a titolo di esemplificativo ma non esaustivo: l’età, lo sviluppo psico fisico del minore, la tipologia di rapporto che lo lega a ciascuno dei propri genitori. I figli possono subire e in concreto subiscono, un sorta di progressiva “spersonalizzazione” a causa del conflitto genitoriale e assumono un ruolo specifico nel contesto del conflitto medesimo.
A titolo esemplificativo, è possibile configurare alcuni dei suddetti ruoli.
1.Il figlio messaggero:
Il figlio messaggero è colui a quale uno dei genitori intima di comunicare all’altro genitore, domande, richieste o informazioni che altrimenti non sarebbe in grado di comunicare al medesimo, stante la sua l’incapacità di costruire, in pendenza di un conflitto coniugale, un dialogo costruttivo incentrato sul reciproco rispetto. Il figlio non è un nuncius né il rappresentante legale di uno o di entrambi i suoi genitori. Sul punto, l’art 5 della “Carta dei diritti dei figli nella separazione dei genitori” dichiara che” i figli hanno il diritto di non essere strumentalizzati, di non essere messaggeri di comunicazione e richieste esplicite o implicite rivolte all’altro genitore”.
I genitori che non riescono ad ascoltare e a rispettare le loro reciproche opinioni, se pur divergenti, non sono in grado di ascoltare le richieste dei loro figli. In questi casi, il mediatore familiare in qualità di soggetto terzo e imparziale aiuta i coniugi a instaurare tra di loro, una comunicazione diretta, invece di comunicare attraverso i loro figli. I coniugi ascoltandosi nel contesto di uno spazio neutro,alla presenza di un mediatore familiare, sono in grado di recuperare il loro ruolo genitoriale, ascoltando le richieste dei loro figli.
2. Il figlio alleato:
Il figlio alleato è colui con il quale uno dei genitori stringe un patto per ottenere il suo appoggio funzionale ad alimentare il conflitto con l’altro genitore. A titolo di esempio,una madre separata dal marito o viceversa, può in pendenza del conflitto coniugale, volontariamente o involontariamente indurre il proprio figlio o figlia a ritenere che il genitore non affidatario sia un padre o una madre non presente nella vita dei propri figli e pertanto, non gli ama. I figli hanno diritto di vivere pienamente la loro vita e non la vita degli adulti. Vi ricordo che in merito a tale punto, l’art.1 della Carta dei diritti dei figli nella separazione dichiara che “ i figli hanno diritto di continuare a voler bene ad entrambi i genitori, hanno diritto di manifestare il loro amore senza paura di ferire o di offendere l’uno o l’altro”. L’art 7 della suddetta Carta, riconosce altresì in capo ai figli, il diritto di non essere coinvolti nei conflitti tra genitori e dichiara che “i figli hanno diritto di non assistere e di non subire i conflitti tra i genitori, di non essere costretti a prendere le parti dell’uno o dell’altro, di non dover scegliere tra loro. I figli hanno diritto di non essere costretti a schierarsi con l’uno o l’altro genitore e con le rispettive famiglie.”
In questo caso, il mediatore familiare aiuta entrambi i genitori, a intraprendere un percorso per risolvere il loro conflitto sia personale che coniugale consentendogli di addivenire ad un accordo condiviso, sia sotto il profilo dei loro rapporti personali che patrimoniali. In secondo luogo, il mediatore familiare, aiuta i genitori a focalizzare l’attenzione su quali siano in concreto, i bisogni del figlio liberando il medesimo, dalla responsabilità di risolvere il conflitto dei suoi genitori.
3. Il figlio confidente:
Il figlio confidente è colui a cui uno dei genitori confida i propri dubbi, le proprie ansie personali talora, anche riferite al rapporto con l’altro coniuge separato,come se considerasse il figlio un amico pronto ad ascoltarlo e da cui ricevere consigli sulla propria vita. In merito a questo punto, l’art.2 della Carta dei diritti dei figli nella separazione dei genitori, dichiara “che i figli hanno diritto alla spensieratezza e alla leggerezza, hanno diritto di non essere travolti dalla sofferenza degli adulti. I figli hanno diritto di non essere trattati come adulti, di non diventare i confidenti o gli amici dei loro genitori, di non doverli sostenere o consolare.I figli hanno diritto di sentirsi protetti e rassicurati, confortati e sostenuti dai loro genitori nell’affrontare i cambiamenti della separazione.” In questo caso, il mediatore familiare guida i coniugi a comprendere quali siano le modalità per affrontare direttamente tutte le questioni personali e patrimoniali che riguardano il loro rapporto coniugale, affinchè comprendano che i loro figli, non sono gli amici su cui deve gravare la soluzione di problemi, che i genitori in quanto coppia, devono affrontare personalmente.
4. Il figlio fuggitivo:
Il figlio fuggitivo è colui che sposta l’attenzione sulla propria persona, affinché il conflitto genitoriale sia deviato verso di lui. Talora, i coniugi che vivono un conflitto sia prima o durante la separazione legale, si allontanano dalle proprie responsabilità genitoriali, perché focalizzano l’attenzione su loro stessi, nel tentativo di risolvere e talora alimentare, la litigiosità che in quanto tale, è un collante capace di tenere unita una coppia se pur, nella sofferenza reciproca.
Il figlio fuggitivo, pone in essere una serie di condotte, che testimoniano il dolore che lo stesso, prova a causa della crisi che i propri genitori vivono come coppia, allo scopo di richiamare la loro attenzione.
Il figlio fuggitivo esprime il proprio dolore, tenendo condotte aggressive nei confronti dei propri genitori o nei confronti di terzi, non si reca a scuola o inizia ad avere un calo nel rendimento scolastico. In merito a tale circostanza, l’art. 3 della Carta dei diritti dei figli nella separazione dei genitori dichiara che” i figli hanno diritto di non essere coinvolti nella decisione della separazione e di essere informati da entrambi i genitori, in modo adeguato alla loro età e maturità ... hanno il diritto di non subire la separazione come un fulmine né di essere inondati dalle incertezze e dalle emozioni dei genitori. Hanno diritto di essere accompagnati dai genitori a comprendere e a vivere il passaggio ad una nuova fase familiare”.L’art.4 della predetta Carta dichiara altresì che “ i figli hanno diritto di essere ascoltati dai genitori, insieme, in famiglia. I figli hanno diritto di essere arrabbiati, tristi, di stare male, di avere paura e di avere incertezze senza sentirsi dire che va tutto bene”. In questi casi, il mediatore familiare, guida i genitori a capire le motivazioni che inducono il figlio a tenere una serie di condotte apparentemente inspiegabili poiché i coniugi, pur scegliendo di separarsi, devono necessariamente comprendere, che rimarranno per sempre i genitori dei loro figli. In particolare il mediatore guida i coniugi a recuperare il loro ruolo genitoriale, affinché possano ristabilire un dialogo diretto e costruttivo con i loro figli.
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dott.ssa Fiamma Raugei, Mediatrice Familiare (Contatto diretto Tel. 339.8521064)
Compiti a casa: sì, no, forse.
La questione dei compiti a casa è molto calda. Da un lato c’è chi dice che servono, che si sono sempre fatti, che uno studente è studente anche quando torna a casa; dall’altro c’è chi dice “basta compiti” cavalcando, a volte demagogicamente, il malcontento per uno strumento educativo spesso mal usato.
Il problema dei compiti a casa in realtà si inserisce all’interno delle più ampie criticità espresse dalla scuola italiana: eccesso di verifiche, tendenza al nozionismo, ansia di produrre quantità in tempi brevi, l’ossessione di rispettare i programmi, scarsa inclusività per chi rimane indietro ecc. sono solo alcuni dei problemi irrisolti dell’educazione scolastica in Italia che ancora oggi è considerata “istruzione”. Non è un caso se l’Italia è uno dei paesi in cui si sta più ore a scuola e si studia di più a casa e allo stesso tempo è uno dei paesi con il rendimento medio più basso.
Dove nasce il problema dei compiti a casa
La società è portata a vedere nella produttività il valore delle persone
Le famiglie oggi non si fidano – e in qualche caso fanno bene – degli insegnanti.
I genitori frequentemente sono portati a risolvere i problemi dei figli e si sentono costretti a “seguire” i loro bambini e ragazzi senza concedere il beneficio della fiducia e l’autonomia.
I genitori fanno fatica a far rispettare una disciplina. I figli si lamentano die compiti e la prima risposta di solito è “poverino, hai ragione…se non ce la fai ti faccio la giustificazione”
Gli insegnanti non riescono a comunicare ad alunni e genitori il senso e gli obiettivi dei compiti che danno
Gli insegnanti spesso danno quantità di compiti che limita il tempo libero e lo stare (bene) in famiglia
Gli insegnanti quasi sempre assegnano compiti ripetitivi basandosi sulle cose da fare e non sugli obiettivi di apprendimento: “studiate da pagina x a pagina y” anziché “vorrei che impariate/ripassate in che modo Giulio Cesare prese il potere…”
Gli insegnanti quasi sempre assegnano compiti uguali per tutti. Se si guarda la quantità, ci sono bambini che fanno i compiti in un terzo del tempo rispetto ad altri; se si guarda la qualità, ogni bambino ha un potenziale di sviluppo e delle abilità differenti. Due motivi che basterebbero da soli a giustificare la personalizzazione dei compiti a casa.
Compiti a casa: la nostra posizione
Così come sono dati nella maggior parte dei casi sono “frutto di un criterio antipedagogico di una scuola insufficiente a svolgere il proprio ruolo nel rispetto dell’allievo e della società” e sottraggono “quel poco tempo che al termine di una giornata lavorativa i genitori hanno a disposizione per stare con i propri figli in un clima di serenità e di tranquillità emotiva”.
Se assegnati bene, però, i compiti a casa possono essere un valido supporto didattico. Occorre tuttavia darne in quantità giusta, personalizzarli, ancorarli ad obiettivi di apprendimento, promuovere la voglia dello studente di migliorarsi, di sapere di più e meglio, di condividere anche con i genitori le sue scoperte. I compiti a casa non devono essere né il mezzo per fare ciò che non si riesce a fare in classe né una perdita di tempo né una ripetizione meccanica. Devono essere dati e svolti secondo le capacità dello studente e pertanto fatti in piena autonomia. Solo così i compiti possono servire a qualcosa.
Problemi con la scuola? Affidati ai nostri professionisti. Puoi prendere un appuntamento compilando il form o telefonando direttamente allo specialista che preferisci. Per esempio puoi telefonare a:
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Ci sono bambini che quando il babbo o la mamma si allontanano, si disperano e piangono incessantemente, anche quando l’età farebbe pensare a comportamenti bene diversi. Queste manifestazioni a volte sono legate a periodi particolari o “in risposta” a eventi specifici: come tali possono risultare passeggere e superficiali. A volte invece la difficoltà a separarsi dai propri genitori assume forme più profonde: si può assistere ad una vera e propria ansia da separazione che può diventare, nelle situazioni più gravi, Disturbo d’Ansia da Separazione. Vediamone le caratteristiche peculiari:
Il bambino di fronte alla separazione da una o entrambe le figure di attaccamento può dimostrare una reazione ansiosa non in linea con il suo livello di sviluppo. Tale ansia è caratterizzata dalla presenza di:
preoccupazioni riguardo a possibili incidenti che potrebbero verificarsi
preoccupazioni riguardo a possibili eventi sfavorevoli
rifiuto di andare a scuola per evitare il distacco
rifiuto di dormire senza la presenza di un genitore nella stanza
persistente paura di stare solo
incubi relativi alla separazione dei genitori
sintomi somatici ripetuti, temporalmente legati alla separazione
notevole sofferenza prima, durante e immediatamente dopo la separazione
Come si capisce c’è un continuum tra la paura relativa al distacco dai genitori e manifestazioni che definiscono un disturbo. In ogni caso la ripetuta sofferenza data dalla separazione e dal distacco deve essere letta e considerata come un segnale relazionale all’interno del sistema famiglia.
L’intervento clinico
Il professionista che si trova di fronte ad un bambino molto preoccupato dal distacco con uno e entrambi i genitori è chiamato a condurre una verifica approfondita della situazione, osservando come il bambino sta con se stesso e con il mondo che lo circonda; deve dare una visione globale al problema presentandolo ai genitori affinché possano leggerne le sfumature e i significati; deve costruire professionalmente l’ansia da separazione nell’intreccio delle dinamiche familiari, considerandola nella sua funzionalità relazionale.
Solo così può essere progettato un intervento che può assumere la forma di:
Psicoterapia con il bambino (intervento diretto) o
Parent training con le figure di attaccamento (intervento indiretto)
La psicoterapia nel caso di ansia da separazione si porrà l’obiettivo di modificare le modalità relazionali, i pattern di attaccamento e la narrazione rispetto a se stessi e al mondo.
L’intervento con i genitori, invece, si porrò l’obiettivo, detto sinteticamente, di modificare il sistema famiglia in modo da permettere che la preoccupazione legata al distacco venga accolta e compresa.
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dott. Guido Pesci, Psicologo e Psicoterapeuta e Pedagogista Clinico® (Contatto Tel. 0556532802)
dott. Simone Pesci, Psicologo e Psicoterapeuta (Contatto diretto Tel. 333.9640032)
Piccoli geni: come aiutare i bambini plusdotati
All’apparenza sono distratti, iperattivi, a volte oppositivi e provocatori. Il più delle volte il loro rendimento scolastico non è all’altezza e nelle relazioni appaiono ipersensibili o, al contrario, eccessivamente freddi e distaccati. Quasi nulla, ad un occhio inesperto, potrebbe sembrare riconducibile alla descrizione di un bambino plusdotato.
Caratteristiche dei bambini plusdotati
Non c’è un identikit del bambino plusdotato né tanto meno è possibile riconoscerne i “sintomi”. Certamente però occorre una diagnosi attenta, cioè occorre saper distinguere i bambini plusdotati da quelli che sono inquadrabili come ADHD, DSA ecc. anche perché spesso le performance scolastiche non sono granché.
Un bambino plusdotato non è quello che ottiene un punteggio di almeno 130 ai test di intelligenza. Il Q.I. infatti è solo uno degli elementi presenti. Ci sono inoltre peculiarità sul piano affettivo e del pensiero.
Da un punto di vista affettivo un bambino plusdotato è caratterizzato da una elevata capacità percettiva e analitica delle informazioni provenienti dall’ambiente, abilità che si traduce o in una ipersensibilità, o, viceversa, in un distacco emotivo (che rappresenta una sorta di difesa dall’eccesso di sensibilità).
Su un piano intellettivo invece è l’aspetto qualitativo del pensiero a fare la differenza: un bambino plusdotato utilizza un ragionamento differente, più articolato, più creativo. Molto spesso, da un punto di vista storico-personale, un bambino plusdotato ha acquisito precocemente il linguaggio, la motricità, le prassie fini e grosso motorie, la lettura, la scrittura ecc. Tali precocità sono segnali predittivi, ma non sono gli elementi necessari e caratterizzanti del funzionamento di un bambino plusdotato.
È bene effettuare una diagnosi quando c’è da dare risposte alle difficoltà che il bambino dimostra. La diagnosi serve a distinguere un problema da un altro e soprattutto a fare emergere un profilo globale dando riscontro alle potenzialità, abilità e specificità di funzionamento. La diagnosi così concepita è quindi alla base di interventi clinici e didattici capaci di promuovere e valorizzare i talenti.
A seguito della diagnosi un bambino plusdotato deve essere accompagnato nel suo percorso scolastico:
valorizzando i suoi punti di forza e le sue debolezze
adeguando le richieste della scuola alle sue peculiarità e possibilità
adeguando il metodo di studio e lo stile di apprendimento affinché il bambino possa rispettare le logiche della scuola
In sostanza si tratta di chiedere alla scuola di cambiare in funzione del bambino e al bambino di produrre le risposte necessaire e adatte al contesto della scuola in cui si trova.
L’intervento clinico è finalizzato a aiutare i genitori a stare in relazione con il loro figlio e aiutare il bambino a:
tollerare le frustrazioni
accettare i limiti e le regole
vivere una esperienza di condivisione relazionale
appropriarsi/riappropriarsi della propria corporeità
modulare le risposte emotive e affettive
Non è facile essere bambini plusdotati. Il “troppo” in genere è dannoso come il “troppo poco”. Per questo l’aiuto specialistico diviene necessario per tutti: il bambino, la famiglia, la scuola.
Pensi che tuo figlio abbia le caratteristiche di un bambino plusdotato? Contattaci attraverso il form o telefonando direttamente ad i nostri professionisti. In questo caso ti suggeriamo la
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