Source: https://www.lavorodirittieuropa.it/sentenze/sentenze-cultura-e-religioni/172-sentenza-cgue-9-novembre-2017-c-98-15
Timestamp: 2020-05-29 01:42:29+00:00
Document Index: 63029523

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Nella causa C 98/15,
«1) Se, in applicazione della giurisprudenza risultante dalla sentenza [del 10 giugno 2010,] Bruno e altri (C 395/08 e C 396/08, EU:C:2010:329), la clausola 4 dell’[accordo quadro] debba essere considerata applicabile a una prestazione contributiva di disoccupazione come quella di cui all’articolo 210 della [LGSS], finanziata esclusivamente con i contributi versati dal lavoratore e dai suoi datori di lavoro e calcolata in base ai periodi di impiego per i quali siano stati versati contributi nei sei anni precedenti alla situazione legale di disoccupazione.
2) In caso di risposta affermativa alla questione precedente, se, in applicazione della giurisprudenza risultante dalla sentenza [del 10 giugno 2010,] Bruno e altri (C 395/08 e C 396/08, EU:C:2010:329), la clausola 4 dell’accordo quadro debba essere interpretata nel senso che osti ad una disposizione nazionale, quale l’articolo 3, paragrafo 4, del [RD 625/1985], richiamato dalla regola quarta della settima disposizione addizionale, paragrafo 1, della [LGSS], che, nei casi di lavoro a tempo parziale “verticale” (lavoro per tre soli giorni alla settimana), escluda, ai fini del calcolo della durata della prestazione di disoccupazione, i giorni non lavorati, sebbene siano stati versati i contributi corrispondenti a tali giorni, con conseguente riduzione della durata della prestazione riconosciuta.
30 In proposito, per giurisprudenza costante della Corte, la clausola 4, punto 1, dell’accordo quadro vieta di trattare, per quanto attiene alle condizioni di impiego, i lavoratori a tempo parziale in modo meno favorevole rispetto ai lavoratori a tempo pieno comparabili per il solo motivo che lavorino a tempo parziale, a meno che un trattamento differente sia giustificato da ragioni obiettive (sentenza del 13 luglio 2017, Kleinsteuber, C 354/16, EU:C:2017:539, punto 25).
31 Inoltre, la Corte ha dichiarato, da un lato, che dal preambolo dell’accordo quadro emerge che quest’ultimo riguarda le «condizioni di lavoro dei lavoratori a tempo parziale, riconoscendo che le questioni relative ai regimi legali di sicurezza sociale rinviano alle decisioni degli Stati membri» (sentenza del 14 aprile 2015, Cachaldora Fernández, C 527/13, EU:C:2015:215, punto 36).
32 La Corte ha rilevato, dall’altro, che rientrano nella nozione di «condizioni di impiego», ai sensi di detto accordo quadro, le pensioni che dipendono da un rapporto di lavoro tra il lavoratore e il datore di lavoro, ad esclusione delle pensioni legali di previdenza sociale, meno dipendenti da un rapporto siffatto che da considerazioni di ordine sociale (sentenze del 22 novembre 2012, Elbal Moreno, C 385/11, EU:C:2012:746, punto 21, e del 14 aprile 2015, Cachaldora Fernández, C 527/13, EU:C:2015:215, punto 37).
37 Per rispondere a tale questione, occorre ricordare che, pur essendo pacifico che il diritto dell’Unione rispetta la competenza degli Stati membri ad organizzare i propri sistemi previdenziali e che, in mancanza di un’armonizzazione a livello dell’Unione, spetta alla normativa di ciascuno Stato membro determinare le condizioni per la concessione delle prestazioni in materia previdenziale, resta tuttavia fermo che, nell’esercizio di tale competenza, gli Stati membri devono rispettare il diritto dell’Unione (sentenze del 16 maggio 2006, Watts, C 372/04, EU:C:2006:325, punto 92 e giurisprudenza ivi citata, nonché del 5 novembre 2014, Somova, C 103/13, EU:C:2014:2334, punti da 33 a 35 e giurisprudenza ivi citata).
38 Per quanto riguarda la questione se una normativa come quella in esame nel procedimento principale realizzi, come suggerito dal giudice del rinvio, una discriminazione indiretta nei confronti delle donne, da costante giurisprudenza della Corte emerge che vi è discriminazione indiretta quando l’applicazione di un provvedimento nazionale, pur formulato in termini neutri, sfavorisca di fatto un numero molto più alto di donne che di uomini (sentenze del 20 ottobre 2011, Brachner, C 123/10, EU:C:2011:675, punto 56 e giurisprudenza ivi citata, nonché del 22 novembre 2012, Elbal Moreno, C 385/11, EU:C:2012:746, punto 29).
40 Va precisato, al riguardo, che la controversia oggetto del procedimento principale si distingue da quella sfociata nella sentenza del 14 aprile 2015, Cachaldora Fernández (C 527/13, EU:C:2015:215), nella quale la Corte ha concluso che la normativa in questione, relativa alla determinazione della base di calcolo di una pensione per invalidità permanente totale, non comportava una discriminazione ai sensi dell’articolo 4, paragrafo 1, della direttiva 79/7. In tale sentenza, la Corte ha infatti considerato, da un lato, che essa non disponeva di informazioni statistiche inconfutabili concernenti il numero di lavoratori a tempo parziale le cui contribuzioni erano state interrotte o che indicassero che tale gruppo di lavoratori era costituito principalmente da donne (v., in tal senso, sentenza del 14 aprile 2015, Cachaldora Fernández, C 527/13, EU:C:2015:215, punto 30) e, dall’altro, che la misura in esame aveva effetti aleatori, poiché alcuni lavoratori a tempo parziale, gruppo asseritamente sfavorito da detta misura, potevano essere addirittura avvantaggiati dall’applicazione della medesima misura.
44 Orbene, una misura di tal genere è contraria all’articolo 4, paragrafo 1, della direttiva 79/7, salvo che non risulti giustificata da fattori obiettivi ed estranei a qualsiasi discriminazione fondata sul sesso. Ciò avviene se i mezzi scelti rispondono ad uno scopo legittimo di politica sociale, se sono idonei a raggiungere tale obiettivo e se sono necessari a tal fine (v., in tal senso, sentenza del 22 novembre 2012, Elbal Moreno, C 385/11, EU:C:2012:746, punto 32).